"STORIA D'ITALIA"

(Francesco Guicciardini)

Libro.16, capitolo.1

(Apprensioni dei governi italiani per la potenza di Cesare dopo la battaglia di Pavia. Particolari ragioni di apprensione dei veneziani e del pontefice. Ragioni del pontefice di temere dell'inimicizia di Cesare. Proposte di accordi dei veneziani al pontefice. )

Essendo adunque, nella giornata fatta nel barco di Pavia, non solo stato rotto dall'esercito cesareo l'esercito franzese ma restato ancora prigione il re cristianissimo e morti o presi appresso al suo re la maggiore parte de' capitani e della nobilt di Francia, portatisi cos vilmente i svizzeri i quali per il passato aveano militato in Italia con tanto nome, il resto dello esercito spogliato degli alloggiamenti non mai fermatosi insino al piede de' monti, e (quello che maravigliosamente accrebbe la riputazione de' vincitori) avendo i capitani imperiali acquistato una vittoria s memorabile con pochissimo sangue de' suoi, non si potrebbe esprimere quanto restassino attoniti tutti i potentati d'Italia; a' quali, trovandosi quasi del tutto disarmati, dava grandissimo terrore l'essere restate l'armi cesaree potentissime in campagna, senza alcuno ostacolo degli inimici: dal quale terrore non gli assicurava tanto quel che da molti era divulgato della buona mente di Cesare, e della inclinazione sua alla pace e a non usurpare gli stati di altri, quanto gli spaventava il considerare essere pericolosissimo che egli, mosso o da ambizione, che suole essere naturale a tutti i prncipi, o da insolenza che comunemente accompagna le vittorie, spinto ancora dalla caldezza di coloro che in Italia governavano le cose sue, dagli stimoli finalmente del consiglio e di tutta la corte, voltasse, in tanta occasione bastante a riscaldare ogni freddo spirito, i pensieri suoi a farsi signore di tutta Italia; conoscendosi massime quanto sia facile a ogni principe grande, e molto pi degli altri a uno imperadore romano, giustificare le imprese sue con titoli che apparischino onesti e ragionevoli. 
N erano travagliati da questo timore solamente quegli di autorit e forze minori ma, quasi pi che gli altri, il pontefice e i viniziani: questi, non solo per la coscienza di essergli mancati, senza giusta causa, ai capitoli della loro confederazione ma molto pi per la memoria degli antichi odii e delle spesse ingiurie state tra loro e la casa d'Austria e delle gravi guerre avute, pochi anni innanzi, con l'avolo suo Massimiliano, per le quali si era, nello stato che e' posseggono in terra ferma, rinfrescato maravigliosamente il nome e la memoria delle ragioni, quasi dimenticate, dello imperio; e per conoscere che ciascuno che avesse in animo di stabilire grandezza in Italia era necessitato a pensare di battere la potenza loro, troppo eminente: il papa, perch, dalla maest del pontificato in fuora, la quale ne' tempi ancora della antica riverenza che ebbe il mondo alla sedia apostolica fu spesso mal sicura dalla grandezza degli imperadori, si trovava per ogn'altro conto molto opportuno alle ingiurie, perch era disarmato, senza danari e con lo stato della Chiesa debolissimo nel quale sono rarissime terre forti, non popoli uniti o stabili alla divozione del suo principe, ma diviso quasi tutto il dominio ecclesiastico in parte guelfa e ghibellina e i ghibellini, per inveterata e quasi naturale impressione, inclinati al nome degli imperadori, e la citt di Roma sopra tutte l'altre debole e infetta di questi semi. Aggiugnevasi il rispetto delle cose di Firenze, le quali, dependendo da lui ed essendo grandezza propria e antica della sua casa, non gli erano forse manco a cuore che quelle della Chiesa; n era manco facile lo alterarle, perch quella citt, poich nella passata del re Carlo ne furono cacciati i Medici, avendo sotto nome della libert gustato diciotto anni il governo popolare, era stata malcontenta del ritorno loro, in modo che pochi vi erano a' quali piacesse veramente la loro potenza. 
Alle quali occasioni, tanto potenti, temeva sommamente il pontefice che non si aggiugnesse volont non mediocre di offenderlo, non tanto perch dalla ambizione de' pi potenti non  mai sicuro in tutto chi  manco potente quanto perch temeva che, per diverse cagioni, non fusse in questo tempo esoso a Cesare il nome suo: discorrendo seco medesimo che, se bene, e vivente Lione e poi mentre era cardinale, si fusse affaticato molto per la grandezza di Cesare, anzi Lione ed egli con grandissime spese e pericoli gli avessino aperta in Italia la strada a tanta potenza, e che, come fu assunto al pontificato, avesse dato danari, mentre che l'ammiraglio era in Italia, a' suoi capitani e fattone dare da' fiorentini, n levate dell'esercito le genti della Chiesa e di quella republica; nondimeno, che presto, o considerando che allo offizio suo si apparteneva essere padre e pastore comune tra i prncipi cristiani, e pi presto autore di pace che fomentatore di guerre, o cominciando tardi a temere di tanta grandezza, si era ritirato da correre la medesima fortuna; in modo che non aveva voluto rinnovare la confederazione fatta per la difesa d'Italia dal suo antecessore; e quando, l'anno dinanzi, l'esercito suo entr col duca di Borbone in Provenza non aveva voluto aiutarlo con denari; il che se bene non dette giusta querela a' ministri di Cesare (non essendo egli, anche per la lega di Adriano, tenuto a concorrere contro a' franzesi [che] nelle guerre di Italia), nondimeno erano stati princpi di fare che non lo riputassino pi una cosa medesima con Cesare, anzi diminuissino assai della fede che insino a quel d in lui avuta avevano; come quegli che, menati solo o dallo appetito o dal bisogno, avevano quasi per offesa se alle imprese loro particolari, fatte per occupare la Francia, non mettevano le spalle anche gli altri, come prima si era fatto alle universali cominciate sotto titolo di assicurare Italia dalla potenza de' franzesi. Ma cominciorono e scopersonsi le querele e i dispiaceri quando il re di Francia pass alla impresa di Milano. Perch se bene il papa, secondo che scrisse poi nel breve suo querelatorio a Cesare, desse occultamente qualche quantit di danari nel ritorno di Marsilia, nondimeno dipoi non si era stretto e inteso con loro, ma subito che il re ebbe acquistato la citt di Milano, parendogli che le cose sue procedessino prosperamente, aveva capitolato con lui; e ancora che egli se ne scusasse con Cesare, allegando che in quel tempo, non avendo i capitani suoi per spazio di venti d significatogli alcuno de' loro disegni, e dipoi disperando della difesa di quello stato e temendo eziandio di Napoli, e spingendosi il duca d'Albania con le genti verso Toscana, era stato necessitato pensare alla sicurt sua, ma non avere per potuto in lui tanto il rispetto del proprio pericolo che e' non avesse accordato con condizioni per le quali non manco si provedeva alle cose di Cesare che alle sue, e che e' non avesse disprezzato partiti grandissimi offertigli dal re di Francia perch entrasse seco in confederazione; nondimeno non avevano operato le sue escusazioni che e' non se ne fusse turbato molto Cesare e i suoi ministri, non tanto perch e' si veddono privati al tutto della speranza di avere pi da lui sussidio alcuno quanto perch e' dubitorno che la capitolazione non contenesse pi oltre che obligazione di neutralit, e perch e' parve loro che in ogni caso l'avesse dato troppa riputazione alla impresa franzese, e perch temerono ancora che il papa non fusse mezzo che i viniziani seguitassino lo esempio suo; il che essere stato vero si certificorono dipoi, per lettere e per brevi che dopo la vittoria furono trovati nel padiglione del re prigione. Aveva in ultimo acceso questi sospetti e mala sodisfazione quando il papa acconsent che per il dominio suo passassino, e fussino aiutate a condurre, le munizioni delle quali il duca di Ferrara accomod il re di Francia mentre era a campo a Pavia, ma molto pi l'andata del duca di Albania alla impresa del reame di Napoli, perch non solo come amico fu per tutto lo stato della Chiesa e de' fiorentini ricettato e onorato, ma ancora si ferm molti giorni intorno a Siena per riformare a stanza sua il governo di quella citt: il che se bene allungava l'andata del duca al reame di Napoli, e a questo effetto principalmente era stato procurato da lui per essergli molesto che uno medesimo diventasse signore di Napoli e di Milano; nondimeno gli imperiali avevano per questo fatta interpretazione che tra il re di Francia e lui fusse stato fatto altro legame che semplice promessa di non offendere. Per temeva giustamente il pontefice non solo di essere offeso, come temevano tutti gli altri, dai cesarei, col tempo e con l'occasione, ma che ancora, senza aspettare opportunit maggiore, non assaltassino subito o lo stato della Chiesa o quello di Firenze. E gli accrebbe il timore che, essendosi il duca d'Albania, come ebbe avviso della calamit del re, ritirato, per salvarsi, da Monteritondo verso Bracciano, e fatti ancora andare l cento cinquanta cavalli che erano in Roma, i quali il papa fece accompagnare insino l dalla sua guardia, perch il duca di Sessa e gli imperiali si preparavano per rompere le genti sue, accadde che, venendo da Sermoneta circa quattrocento cavalli e mille dugento fanti delle genti degli Orsini, seguitati da Giulio Colonna con molti cavalli e fanti, furno rotti da lui alla abbazia delle Tre Fontane; ed entrati fuggendo in Roma per la porta di San Paolo e di San Sebastiano, le genti di Giulio, entrate dentro con loro, ne ammazzorono insino in Campo di Fiore e in altri luoghi della citt: la quale con tumulto grande si lev tutta in arme, prima con grande timore e poi con grande indignazione del pontefice, che all'autorit sua non fusse avuto n rispetto n riverenza alcuna. 
Ma in questa sospensione e ansiet grandissima dell'animo, gli sopravenneno i conforti e offerte de' viniziani: i quali, costituiti nel medesimo timore di se medesimi, con efficacissima instanza si sforzavano persuadergli che, congiunti insieme, facessino calare subito in Italia diecimila svizzeri, e soldato una grossa banda di genti italiane si opponessino a cos gravi pericoli; promettendo, come  costume loro, di fare per la loro parte molto pi che poi non sogliono osservare. Allegavano che i fanti tedeschi che erano stati alla difesa di Pavia, n avevano, gi molti mesi, avuto denari, veduto che dopo la vittoria continuavano le medesime difficolt de' pagamenti che prima, si erano ammutinati, avevano tolto l'artiglierie e fattisi forti in Pavia; che per la medesima cagione tutto il resto dello esercito di Cesare era sollevato e per sollevarsi ogni d pi, non avendo i capitani facolt di pagarlo: in modo che, armandosi e loro e lui potentemente, e si assicuravano gli stati comuni e si nutriva l'occasione che gli imperiali, impegnati in queste difficolt e necessitati a tenere del continuo grosse forze alla guardia del re prigione, si disordinassino per loro medesimi. Aggiugnersi, che e' non era da dubitare che madama la reggente, in mano della quale era il governo di Francia, desiderosissima di questa unione, non solo farebbe subito cavalcare, a stanza loro, il duca di Albania con le sue genti e quelle quattrocento lancie del retroguardo che si erano ritirate dalla giornata a salvamento, ma ancora, con volont di tutto il regno di Francia, concorrerebbe alla salute d'Italia con grossa somma di denari, conoscendo che da quella dependeva in grande parte la speranza della recuperazione del re suo figliuolo. Essere ottima senza dubbio questa deliberazione se si facesse con prestezza, ma la lunghezza dare a' cesarei facolt di riordinarsi; e tanto pi che chi non si risolveva ad armarsi era necessitato di accordarsi con loro e porgergli denari, che non era altro che essere instrumento di liberargli da tutte le difficolt e stabilirsi da se medesimo in perpetua suggezione. Davano anche speranza d'avere a essere seguitati dal duca di Ferrara, il quale, e per la dependenza antica da' franzesi e per gli aiuti dati in questa guerra al re, non era senza grandissimo timore: la congiunzione del quale pareva di non piccolo momento, per la opportunit grande del suo stato alle guerre di Lombardia; [per essere] la citt di Ferrara fortissima ed egli abbondantissimo di munizioni e di artiglierie e, come era fama, ricchissimo di denari.

Lib.16, cap.2

(Il pontefice si volge con tutto l'animo alla concordia con Cesare. Difficolt di comprendere nella concordia i veneziani. Ritorno del duca d'Albania in Francia. Confederazione fra il pontefice e Cesare. Diversit di giudizi sulla confederazione; giudizio dell'autore. )

N la speranza di avere a vincere una impresa s difficile n la considerazione de' pericoli pi lontani, a' quali il tempo suole spesso partorire rimedi non pensati, arebbe inclinato Clemente a prestare orecchi a questi ragionamenti, se non l'avesse indotto il timore di non essere assaltato di presente, a volere pi presto esporsi al pericolo manco certo che al pericolo che appariva maggiore e pi presente; e perci si ristrinsono tanto le pratiche tra loro che, essendosi condotte insino allo estendere i capitoli, si aspettava che a ogn'ora si stipulassino; e in modo che il papa, persuadendosene la conclusione, sped in poste al re d'Inghilterra Ieronimo Ghinuccio sanese, auditore della camera apostolica, per cercare destramente di disporlo a opporsi a tanta grandezza di Cesare. Quando opportunamente sopravenne lo arcivescovo di Capua, antico segretario e consigliere suo, e che molti anni era stato appresso a lui di grandissima autorit; il quale, subito che aveva udito la vittoria degli imperiali, era da Piacenza andato in campo a don Carlo del Lanoi vicer di Napoli, e risoluto della sua intenzione corse subito in poste al pontefice, portandogli speranza certa di accordo. Perch il vicer e gli altri capitani avevano per allora due pensieri: l'uno di provedere a' denari per sodisfare l'esercito, col quale per non avere modo di pagarlo si trovavano in grandissima confusione; l'altro di condurre la persona del re di Francia in luogo che la difficolt del guardarlo non gli avesse a tenere in continuo travaglio; e stabilite bene queste due cose, giudicavano restare in grado da potere sempre mettere a effetto i disegni loro: per desideravano l'accordo col papa, presupponendo di cavarne quantit grande di denari. E per disporvelo tanto pi col fargli spavento, e anche per sgravare degli alloggiamenti de' soldati lo stato di Milano che era molto consumato, avevano mandata ad alloggiare in piacentino quattrocento uomini d'arme e ottomila tedeschi, non come inimici, ma ora dicendo che il ducato di Milano non poteva nutrire s grosso esercito ora minacciando di volergli fare passare in terra di Roma a trovare il duca di Albania, in caso che le genti condotte dagli Orsini non si dissolvessino. Ma erano superflue queste diligenze; perch come il papa fu certificato potere fuggire i pericoli presenti, lasciati gli altri pensieri, si volt con tutto l'animo alla concordia: perci, subito udito l'arcivescovo, fece fermare l'auditore della camera per il cammino; e per levare tutte l'occasioni che potessino interromperla oper che il duca di Albania dissolvesse, dai cavalli e fanti oltramontani in fuora, tutto 'l resto dello esercito e gli dette le stanze a Corneto, ricevuta promessa da' ministri di Cesare di licenziare anche essi le genti loro che erano intorno a Roma, e fermare Ascanio Colonna e altre genti che venivano del regno; e si interpose ancora che i Colonnesi, che cominciavano a molestare le terre degli Orsini, desistessino dall'armi. 
Desiderava il pontefice e faceva ogni opera perch nella concordia che e' trattava col vicer si includessino i viniziani, ma la difficolt era che essi ricusavano di volere pagare i denari dimandati loro dal vicer; perch dimandava che gli pagassino tanti danari quanti arebbono spesi nelle genti che avevano a contribuire, e che in futuro contribuissino non con gente, ma con danari; dimandando anche il medesimo a tutti quegli i quali erano compresi nella confederazione fatta con Adriano. Ma la durezza de' viniziani facevano beneficio al pontefice, dando sospizione al vicer che pensassino a nuovi movimenti. Le quali cose mentre si trattano, con speranza certissima d'aversi a conchiudere, i fiorentini, per ordine del pontefice, mandorono al marchese di Pescara, per intrattenimento dello esercito, venticinquemila ducati; ricevuta promessa il pontefice da Giambartolomeo da Gattinara, il quale appresso a lui trattava per il vicer, che questa quantit sarebbe computata nella somma maggiore che arebbono a pagare per vigore della nuova capitolazione.
La quale innanzi si conchiudesse, pochissimi d, il duca di Albania, il quale per tornarsene in Francia aveva aspettato l'armata, venuta quella al Porto di Santo Stefano e mandategli le galee, si imbarc a Civitavecchia sopra quelle e sopra le galee del pontefice, prestategli con consentimento del vicer, bench n all'armata n alle galee non dessino salvocondotto; e con lui Renzo da Ceri, con l'artiglieria avuta da Siena e da Lucca, con quattrocento cavalli mille fanti tedeschi e pochi italiani, perch il resto della gente si era sfilata e il resto de' cavalli parte venduti parte lasciati. I progressi del quale erano stati tali che si comprese apertamente essere stato mandato, o perch gli imperiali, temendo del regno di Napoli, partissino, per soccorrerlo, del ducato di Milano o perch per questo timore si inducessino alla concordia; e per questa cagione essere proceduto lentamente, mancando forse al re [denari] bastanti a mandarlo con esercito potente. 
Ma finalmente, lasciati da parte i viniziani, si conchiuse il primo d di aprile in Roma, tra il pontefice e il vicer di Napoli come luogotenente cesareo generale in Italia (per il quale era in Roma con pieno mandato Giambartolomeo da Gattinara, nipote del gran cancelliere di Cesare), confederazione per s e per i fiorentini da una parte e per Cesare dall'altra. La somma de' capitoli pi importanti fu: che tra il papa e Cesare fusse perpetua amicizia e confederazione, per la quale l'uno e l'altro di loro fusse obligato a difendere da ciascuno con certo numero di gente il ducato di Milano, posseduto allora sotto l'ombra di Cesare da Francesco Sforza, il quale fu nominato come principale in questa capitolazione; e che l'imperadore avesse in protezione tutto lo stato che teneva la Chiesa, quello che possedevano i fiorentini, e particolarmente la casa de' Medici con l'autorit e preminenze che aveva in quella citt; pagandogli per i fiorentini, di presente, centomila ducati per ricompenso quello che arebbono auto a contribuire nella guerra prossima, per virt della lega fatta con Adriano, la quale pretendeva non essere estinta per la sua morte, per essere specificato ne' capitoli che la durasse uno anno dopo la morte di ciascuno de' confederati: che i capitani cesarei levassino genti dello stato ecclesiastico, n mandassino di nuovo ad alloggiarvene dell'altre senza consentimento del pontefice: a' viniziani fu lasciato luogo di entrare in questa confederazione, in termine di venti d, con oneste condizioni, che avessino a essere dichiarate dal papa e da Cesare: e che il vicer fusse tenuto a fare venire, fra quattro mesi, la ratificazione di Cesare di tutti questi capitoli. E obligorono i mandatari del vicer, in uno capitolo da parte confermato con giuramento, che, caso che Cesare non ratificasse fra il tempo questi capitoli, avesse il vicer a restituire i centomila ducati; dovendosi per, insino che i danari non si restituissino, osservare la lega interamente. Alla quale furono aggiunti tre articoli, non connessi nella capitolazione ma posti in scrittura separata, confermati eziandio per giuramento, che contennono: che in tutte, le cose beneficiali del regno di Napoli fusse permesso a' pontefici usare quella autorit e giurisdizione che si disponeva per le investiture del regno; che il ducato di Milano pigliasse in futuro il sale delle saline di Cervia, per quel prezzo e modi che altre volte fu convenuto tra Lione e il presente re di Francia, e confermato nella capitolazione che l'anno mille cinquecento ventuno fece il medesimo Lione con l'imperadore; e che il vicer fusse obligato a fare s e talmente che il duca di Ferrara restituisse, immediate, alla Chiesa Reggio, Rubiera, l'altre terre che aveva prese, vacante la sedia romana per la morte di Adriano; e che per questo il pontefice, subito che e' ne fusse reintegrato, avesse a pagare a Cesare centomila ducati, e a ogni sua requisizione assolvere il duca dalle censure e privazioni nelle quali era incorso, ma non gi dalla pena di centomila ducati promessa in caso di contravenzione allo instrumento fatto con Adriano: e nondimeno, ricuperata che il papa ne avesse la possessione, si avesse a vedere di ragione se quelle terre e Modena appartenevano alla Chiesa o allo imperio; e appartenendosi allo imperio si avessino a riconoscere in feudo da Cesare, appartenendosi alla Chiesa restassino libere alla sedia apostolica. 
Fu questa deliberazione del pontefice interpretata variamente dagli uomini, secondo che sono varie le passioni e i giudizi. La moltitudine massime, alla quale sogliono piacere pi i consigli speciosi che i maturi, e che spesso ha per generosi quegli che non misurano le cose prudentemente, tutti coloro ancora che facevano professione di desiderare la libert di Italia, lo biasimorono, come se per vilt d'animo avesse lasciato l'occasione di unirla contro a Cesare, e aiutato co' danari propri l'esercito suo a liberarsi da tutti i disordini; ma la maggiore parte degli uomini pi prudenti giudicorono molto diversamente, perch consideravano che il volersi opporre con genti nuove a uno esercito grossissimo e vincitore non era consiglio prudente. Non potere essere che la venuta de' svizzeri non fusse cosa lunga, e da arrivare facilmente passato che fusse il bisogno, quando bene fussino prontissimi a venire: di che, atteso la natura loro e la percossa ricevuta s di fresco, non si aveva certezza alcuna. N si dovere sperare meglio del reame di Francia, dove per tanta rotta non era restato n animo n consiglio; non vi era in pronto provisione di danari, non di gente d'arme, e quelle poche ancora che si erano salvate il d della giornata, avendo perduto i carriaggi, avevano bisogno di tempo e di denari a riordinarsi: per, non avere questa unione altro probabile fondamento che la speranza che l'esercito inimico, per non essere pagato, non avesse a muoversi; il che quando bene succedesse non restare per questo privati del ducato di Milano, il quale mentre si reggeva a divozione di Cesare arebbe sempre il pontefice causa grandissima di temerne. Ma questa essere anche speranza molto incerta, perch era da temere che i capitani, con l'autorit e arti loro, col proporre il sacco di qualche citt ricca della Chiesa o di Toscana, non lo disponessino a camminare: essersi gi veduto che una parte de' tedeschi, solo per avere pi grassi alloggiamenti, aveva passato il fiume del Po e venuta in parmigiano e piacentino; in modo che se si fussino deliberati di spingersi innanzi non potere essere se non tardi rimedio alcuno, e fondarsi con troppo pericolo una tanta deliberazione in su la speranza sola de' disordini degli inimici, dalla volont de' quali dependevano finalmente lo svilupparsene. Fu adunque il consiglio di Clemente, secondo il tempo che correva, prudente e bene considerato. Ma sarebbe stato forse pi laudabile se in tutti gli articoli della capitolazione avesse usato la medesima prudenza, e voltato l'animo pi presto a saldare tutte le piaghe di Italia che ad aprire e inasprirne qualcuna di momento; imitando i savi medici, i quali, quando i rimedi che si fanno per sanare la indisposizione degli altri membri accrescono la infermit del capo o del cuore, posposto ogni pensiero de' mali pi leggieri e che aspettano tempo, attendono con ogni diligenza a quello che  pi importante e pi necessario alla salute dello infermo. Il che perch s'intenda meglio  necessario ripetere pi da alto parte delle cose gi narrate, ma sparsamente, di sopra, riducendole in uno luogo medesimo.

Lib.16, cap.3

(La politica dei pontefici verso il duca d'Este, e loro ambizione su Ferrara. Apprensioni del duca dopo l'elezione di Clemente; timori di suoi accordi con Cesare. )

La casa da Esti, oltre ad avere tenuto lunghissimamente sotto titolo di vicari della Chiesa il dominio di Ferrara, aveva molto tempo posseduto Reggio e Modena con le investiture degli imperadori, non si facendo allora dubbio che quelle due citt non fussino di giurisdizione imperiale; e le possed pacificamente insino che Giulio secondo, suscitatore delle ragioni gi morte della sedia apostolica e sotto pietoso titolo autore di molti mali, per ridurre totalmente Ferrara in dominio della Chiesa, roppe guerra al duca Alfonso: nella quale avendo avuto occasione di torgli Modena, la ritenne al principio per s, come cosa che insieme con tutte l'altre terre insino al fiume del Po appartenesse alla sedia apostolica, per essere parte dello esarcato di Ravenna; ma poco poi, per timore de' franzesi, la dette a Massimiliano imperadore. N per questo cess la guerra contro ad Alfonso; ma avendogli, non molto poi, tolto ancora Reggio, si crede che se fusse vivuto pi lungamente arebbe preso Ferrara; inimico acerbissimo di Alfonso, s per la piet che e' pretendeva alla ambizione di volere ricuperare alla Chiesa ci che si dicesse essere mai stato suo in tempo alcuno, come per lo sdegno che egli avesse seguitato pi presto l'amicizia franzese che la sua; e forse ancora per l'odio implacabile portato da lui alla memoria e alle reliquie di Alessandro sesto suo predecessore, Lucrezia figliuola del quale era maritata ad Alfonso ed eranne di questo matrimonio nati gi parecchi figliuoli. Lasci Giulio, morendo, a' successori suoi non solo l'eredit di Reggio ma la medesima cupidit di acquistare Ferrara, stimolandogli la memoria gloriosa che pareva che appresso ai posteri avesse lasciata di s. Per, fu pi potente in Lione suo successore questa ambizione che il rispetto della grandezza che aveva in Firenze la casa de' Medici, alla quale pareva pi utile che si diminuisse la potenza della Chiesa che, aggiugnendogli Ferrara, farla pi formidabile a tutti i vicini: anzi, avendo comperato Modena, indirizz totalmente l'animo ad acquistare Ferrara, pi con pratiche e con insidie che con aperta forza; perch questo era diventato troppo difficile, avendo Alfonso, poi che si vidde in tanti pericoli, atteso a farla fortissima, lavorato numero grandissimo di artiglierie e di munizioni, e trovandosi, come si credeva, quantit grossa di denari. E furono le inimicizie sue forse maggiori ma trattate pi occultamente che quelle di Giulio; e oltre a molte pratiche tenute spesso da lui per pigliarla, o allo improviso o con inganni, oblig sempre i prncipi, co' quali si congiunse, in modo che almanco non potevano impedirgli quella impresa; n solo viventi Giuliano suo fratello e Lorenzo suo nipote, per l'esaltazione de' quali si credeva che avesse avuto questa cupidit, ma non manco dopo la morte loro: donde si pu facilmente comprendere che da niuna cosa ha l'ambizione de' pontefici maggiore fomento che da se stessa. Il quale desiderio fu tanto ardente in lui che molti si persuasono che quella sua ultima, pi presto precipitosa che prudente, deliberazione di unirsi con Cesare contro al re di Francia fusse in grande parte spinta da questa cagione. In modo che la necessit costrinse Alfonso per sodisfare al re di Francia, unico fondamento e speranza sua, di rompere la guerra in modenese quando lo esercito di Lione e di Cesare era accampato intorno a Parma; nella quale avendo cattivo successo si sarebbe presto ridotto in gravissime difficolt se, in ne' medesimi d, non fusse inopinatamente, nel corso delle vittorie, morto Lione; morte certo per lui non manco salutifera che quella di Giulio. N io so se, alla fine, fusse totalmente mancato Adriano suo successore di questa cupidit; bench per essere nuovo e inesperto nelle cose d'Italia [lo] avesse, ne' primi mesi che e' venne a Roma, assoluto dalle censure, concessagli di nuovo la investitura e permesso che e possedesse eziandio tutto quello che aveva occupato nella vacazione della Chiesa, e gli avesse ancora dato speranza di restituirgli Modena e Reggio: da che di poi, informato meglio delle cose, si alien con l'animo ogni d pi. In modo che Alfonso, avendo compreso che pi facilmente si induce a perdonare chi  offeso che a restituire chi possiede, fu pi ardito, vacando la sedia per la morte di Adriano, che non era stato prima nelle altre occasioni che aveva avute. Ma per la creazione di Clemente entr in grandissimo timore che per lui non fussino ritornati gli antichi tempi; e meritamente, perch in lui, se gli fussino succedute le cose prospere, sarebbe stata la medesima disposizione che era stata in Giulio e in Lione: ma non avendo ancora occasione per Ferrara, era tutto intento a riavere Reggio e Rubiera, come cosa pi facile e pi giustificata per la possessione fresca che ne aveva avuto la Chiesa, e come se per questo gli risultasse ignominia non piccola del non le ricuperare. Da questo nacque che, prima in molti altri modi e ultimamente nella capitolazione col vicer, ebbe pi memoria di questo che non desideravano molti; i quali, conoscendo il pericolo che soprastava a tutti della grandezza di Cesare e che nissuno rimedio era pi salutifero che una unione molto sincera e molto pronta di tutta Italia, e che tutto d potevano succedere o occasioni o necessit di pigliare l'armi, arebbono giudicato essere meglio che il pontefice non esasperasse n mettesse in necessit di gittarsi in braccio allo imperadore il duca di Ferrara, principe che, per la ricchezza per l'opportunit del sito e per l'altre sue condizioni, era, in tempi tali, da tenerne molto conto; e che pi presto l'avesse abbracciato, e fatto ogni diligenza di levargli l'odio e la paura: se per il fare benefizio a chi si persuade avere ricevute tante ingiurie  bastante a cancellare degli animi, s male disposti e inciprigniti, la memoria delle offese; massime quando il benefizio si fa in tempo che pare causato pi da necessit che da volont.

Lib.16, cap.4

(Il vescovo di Pistoia inviato dal pontefice a visitare e consolare il re di Francia. Cesare riceve in protezione i lucchesi; nuovo mutamento di govemo in Siena. Accordi di altri principi italiani con Cesare; rinvio di soldati tedeschi in Germania. )

Fatta la capitolazione, il pontefice, per non mancare degli offici convenienti verso tanto principe, mand, con permissione del vicer, il vescovo di Pistoia a visitare e consolare in nome suo il re di Francia. Il quale, dopo le parole generali avute insieme presente il capitano Alarcone, e l'avere il re supplicato il pontefice che per lui facesse buono officio con Cesare, gli domand con voce sommessa quel che fusse del duca di Albania; udendo con grandissima molestia la risposta, che risoluta una parte dell'esercito era con l'altra passato in Francia. 
Convennono in questo tempo medesimo i lucchesi col vicer, il quale gli ricev nella protezione di Cesare, di pagare diecimila ducati. Convennono e i sanesi di pagarne quindicimila, senza obligarlo a mantenere pi una forma che un'altra di governo: perch da uno canto quegli del Monte de' nove, a instanza del pontefice, per mezzo del duca d'Albania, avevano riassunta, bench non ancora consolidata, l'autorit; da altro, quegli che per fare professione di desiderare la libert si chiamavano volgarmente i libertini, preso, per la giornata di Pavia, animo contro al governo introdotto per le forze del re di Francia, avevano mandato diversamente uomini al vicer per renderlo propizio a' disegni loro; n auta da lui certa risoluzione circa la forma del governo, avevano tutti sollecitata prontissimamente la composizione. La quale essendo fatta, e venuti a ricevere i danari gli uomini mandati dal vicer, nel tempo medesimo che i danari si annoveravano, e in presenza loro, Girolamo Severini cittadino sanese, che era stato appresso al vicer, ammazz Alessandro Bichi, principale del nuovo reggimento e a chi il pontefice aveva disegnato che per allora si volgesse tutta la riputazione; donde preso l'armi da altri cittadini che erano congiurati seco, e levato in arme il popolo che era male contento che il governo ritornasse alla tirannide, cacciati i principali del Monte de' nove, riformorono la citt a governo del popolo, inimico del pontefice e aderente di Cesare: essendo procedute queste cose non senza saputa, come si credette, del vicer, o almeno con somma approbazione di quello che era stato fatto, per considerare quanto fusse opportuno alle cose di Cesare avere a sua divozione quella citt potente, che ha opportunit di porti di mare, fertile di paese, vicina al reame di Napoli e situata tra Roma e Firenze; non ostante che il vicer e il duca di Sessa avessino dato speranza al pontefice di non alterare il governo introdotto col favore suo. 
Seguitorono molti altri di Italia la inclinazione de' sopradetti e la fortuna de' vincitori: co' quali il marchese di Monferrato compose in quindicimila ducati; e il duca di Ferrara, non si potendo s presto stabilire le cose sue per i rispetti che avevano alla capitolazione fatta col pontefice, e perch era necessario intenderne prima la volont di Cesare, fu contento di prestare al vicer cinquantamila ducati, con promessa di riavergli se non capitolassino insieme. Co' quali danari, e con centomila ducati promessi loro dallo stato di Milano e quegli che promessono i genovesi e i lucchesi, e con quegli ancora rimessi da Cesare a Genova per sostentazione della guerra ma arrivati dopo la vittoria, attendevano i capitani, secondo che i danari venivano, a pagare i soldi corsi dello esercito; rimandando di mano in mano, secondo che erano pagati, i tedeschi in Germania. In modo che, non si vedendo segni che avessino in animo di seguitare contro ad alcuno per allora il corso della vittoria, anzi avendo il vicer ratificato la capitolazione fatta con suo mandato col pontefice, e trattando nel tempo medesimo di fare appuntamento nuovo co' viniziani il quale molto desiderava, si voltorono gli occhi di tutti a risguardare in che modo Cesare ricevesse s liete novelle e a che fini si indirizzassino i suoi pensieri.

Lib.16, cap.5

(Come Cesare accoglie la notizia della vittoria sul nemico; convocazione del consiglio; parole del vescovo di Osma; parole del duca d'Alba. Cesare fa notificare al re di Francia a quali condizioni gli concederebbe la libert; risposta del re)

Nel quale, per quello che si potette comprendere dalle dimostrazioni estrinseche, apparirono indizi grandi di animo molto moderato e atto a resistere facilmente alla prosperit della fortuna, e tale che non era da credere in uno principe s potente, giovane e che mai aveva sentito altro che felicit. Perch avuto avviso di tanta vittoria, che gli pervenne il decimo d di marzo, e con esso lettere di mano propria del re di Francia, scritte supplichevolmente e pi presto con animo di prigione che con animo di re, and subito alla chiesa a rendere grazie a Dio, con molte solennit, di tanto successo, e con segni di somma devozione prese la mattina seguente il sagramento della eucarestia e and in processione alla chiesa di Nostra Donna fuora di Madril, dove allora si trovava con la corte; n consent che, secondo l'uso degli altri, si facessino, con campane o con fuochi o in altro modo, dimostrazioni di allegrezza, dicendo essere conveniente fare feste delle vittorie avute contro agl'infedeli non di quelle che si avevano contro a cristiani. E non mostrando ne' gesti o nelle parole segno alcuno di troppa letizia o di animo gonfiato, rispose alle congratulazioni degli imbasciadori e uomini grandi che erano appresso a lui, che ne aveva preso piacere perch lo aiutarlo Dio s manifestamente gli pareva pure indizio di essere, bench immeritamente, nella sua grazia; e perch sperava che ora sarebbe l'occasione di mettere la cristianit in pace, e di apparecchiare la guerra contro agli infedeli; e perch arebbe facolt maggiore di fare beneficio agli amici e di perdonare agli inimici. Soggiugnendo che bench questa vittoria gli potesse parere giustamente tutta sua, per non essere stato seco ad acquistarla alcuno degli amici, voleva nondimeno che la fusse comune a tutti; anzi, avendo udito l'oratore viniziano che gli giustificava le cose fatte dalla sua republica, disse poi a' circostanti, le scuse sue non essere vere ma che voleva accettarle e riputarle per vere. Nelle quali parole e dimostrazioni, significatrici di somma sapienza e bont, poich si fu continuato qualche d, egli, per procedere maturamente come era consueto, chiamato uno giorno il consiglio, propose lo consigliassino in che modo fusse da governarsi col re di Francia e a che fine dovesse indirizzarsi questa vittoria; comandando che per ciascuno si consigliasse liberamente alla presenza sua. Dopo il quale comandamento il vescovo di Osma, che teneva la cura del confessarlo, parl cos: 
- Se bene, gloriosissimo principe, tutte le cose che accaggiono in questo mondo inferiore procedono dalla providenza del sommo Dio e da quella hanno giornalmente il moto suo, pure questo talvolta in qualcuna si scorge pi chiaramente: ma se si vedde mai manifestamente in alcuna, si  veduto nella presente vittoria; perch, per la grandezza sua e per la facilit con la quale  stata acquistata, e per essersi vinti inimici potentissimi e molto pi abbondanti di noi delle provisioni necessarie alla guerra, non pu negare alcuno che non sia stata espressa volont di Dio e quasi miracolo. Per, quanto il beneficio suo  stato pi manifesto e maggiore tanto pi  obligata la Maest vostra a riconoscerlo e a dimostrarne la debita gratitudine; il che principalmente consiste nello indirizzare la vittoria secondo che pi sia il servigio di Dio, e a quel fine per il quale si pu credere che egli ve la abbia conceduta. E certamente, quando io considero in che grado sia ridotto lo stato della cristianit, non veggo che cosa alcuna sia n pi santa n pi necessaria n pi grata a Dio che la pace universale tra i prncipi cristiani: conciossiach si tocchi con mano che senza questa la religione, la fede sua, il bene vivere degli uomini ne vanno in manifestissima ruina. Abbiamo da una parte i turchi, che per le nostre discordie hanno fatto contro a' cristiani tanto progresso, e ora minacciano l'Ungheria, regno del marito della sorella vostra; e se pigliano l'Ungheria (come, se i prncipi cristiani non si uniscono, senza dubbio piglieranno) aranno aperta la strada alla Germania e alla Italia. Dall'altra parte, questa eresia luteriana, tanto inimica a Dio, tanto vituperosa a chi la pu opprimere, tanto pericolosa a tutti i prncipi, ha gi preso tale piede che se non si provede si empie il mondo di eretici, n si pu provedere se non con l'autorit e potenza vostra; le quali mentre che voi siate impegnato in altre guerre non possono adoperarsi a estirpare questo perniciosissimo veleno. Dipoi, quando bene al presente n di turchi n di eretici si temesse, che cosa pi brutta pi scelerata pi pestifera, che tanto sangue de' cristiani, che si potrebbe spendere gloriosamente per augumentare la fede di Cristo o almanco riserbare a tempi pi necessari, si spanda per le passioni nostre inutilmente, accompagnato da tanti stupri da tanti sacrilegi e opere nefande: mali che chi ne  cagione per volont non pu sperarne da Dio perdono alcuno, chi gli fa per necessit non merita di essere escusato, se almanco non ha determinata intenzione di rimediare come prima ne ar la facolt. Debbe adunque essere il fine e la mira vostra la pace universale de' cristiani, come cosa sopra tutte l'altre onorevole santa e necessaria. La quale vediamo ora in che modo si possa conseguire. Tre sono le deliberazioni che pu prendere la Maest vostra del re di Francia: l'una, di tenerlo perpetuamente prigione; l'altra, di liberarlo amorevolmente e fraternalmente, senza altre convenzioni che quelle che appartenghino a fermare tra voi perpetua pace e amicizia e a sanare i mali della cristianit; la terza, liberarlo ma cercando di trarne pi profitto che sia possibile: delle quali, se io non mi inganno, l'altre due prolungano e accrescono le guerre, la liberazione amorevole e fraterna  solo quella che le estirpa in eterno. Perch chi pu dubitare che il re di Francia, usandosegli tanta generosit, s singolare liberalit, non rimanga per tanto beneficio pi legato coll'animo e pi in potest vostra che non  al presente col corpo? e se tra voi e lui sar vera unione e concordia tutto il resto de' cristiani andr a quello cammino che da voi due sar mostrato. Ma il risolversi a tenerlo sempre prigione, oltre che sarebbe pure con infamia troppo grande di crudelt e segno di animo che non conoscesse la potest della fortuna, non fa egli nascere guerre di guerre? perch presuppone volere acquistare o tutta o parte della Francia, che senza nuove e grandissime guerre non si pu fare. Se si piglia il partito di mezzo, cio liberarlo ma con pi vantaggiosi patti che si possa, credo che sia il pi implicato il pi pericoloso partito di tutti gli altri; perch, faccisi che parentado che capitoli che obligazioni si voglia, rester sempre inimico, n gli mancher mai la compagnia di tutti quegli che temano della grandezza vostra; in modo che ecco nuove guerre, e pi sanguinose e pi pericolose che le passate. Conosco quanto questa opinione sia diversa dal gusto degli uomini, quanto sia nuova e senza esempli; ma si convengono bene a Cesare deliberazioni estraordinarie e singolari. N  da maravigliarsi che l'animo cesareo sia capacissimo di quello a che i concetti degli altri uomini non arrivano, i quali quanto avanza di degnit tanto debbe avanzare di magnanimit; e per conoscere, sopra tutti gli altri, quanto sia piena di vera gloria una tanta generosit, quanto sia pi officio di Cesare il perdonare e il beneficare che l'acquistare; che non invano Dio gli ha dato quasi miracolosamente la potest di mettere la pace nel mondo; che a lui si appartiene, dopo tante vittorie, dopo tante grazie che Dio gli ha fatte, dopo il vedere inginocchiato a' piedi suoi ognuno, procedere non pi come inimico di persona ma provedere come padre comune alla salute di tutti. Pi fece glorioso il nome di Alessandro magno, il nome di Giulio Cesare, la magnanimit di perdonare agli inimici, di restituire i regni a' vinti, che tante vittorie e tanti trionfi; lo esempio de' quali debbe molto pi seguitare chi, non avendo per fine unico la gloria, ancora che sia premio grandissimo, desidera principalmente di fare quel che  il proprio il vero ufficio di ciascuno principe cristiano. Ma consideriamo pi innanzi, per convincere coloro che misurano le cose umane solamente con fini umani, quale deliberazione sia pi conforme ancora a questi. Io certamente giudico che in tutta la grandezza della Maest vostra non sia la pi maravigliosa la pi degna parte che questa gloria di essere stato insino a oggi invitto, di avere condotto a felicissimo fine, con tanta riputazione con tanta prosperit, tutte le imprese vostre. Questa  senza dubbio la pi preziosa gioia, il pi singolare tesoro che sia tra tutti i vostri tesori; adunque, come meglio si stabilisce come meglio si assicura come pi certamente si conserva che col posare le guerre con fine s generoso e s magnanimo, col levare la gloria acquistata dalla potest della fortuna, e di mezzo il mare ridurre in sicuro porto questo navilio carico di mercie di inestimabile valore? Ma diciamo pi oltre: non  pi desiderabile quella grandezza che si conserva volontariamente che quella che si mantiene con violenza? Niuno ne dubita, perch  pi stabile pi facile pi piacevole pi onorevole. Se Cesare si obliga il re di Francia con tanta liberalit, con tanto beneficio, non sar egli sempre padrone di lui e del regno suo? se e' d s manifesta certezza al papa e agli altri prncipi di contentarsi dello stato che ha, n avere altro pensiero che della salute universale, non resteranno eglino senza sospetto? e non avendo pi n da temere n da contendere con lui, non solo ameranno ma adoreranno tanta bont. Cos con volont di tutti dar le leggi a tutti, e senza comparazione disporr pi de' cristiani con la benivolenza e con l'autorit che non farebbe con le forze e con l'imperio. Ar facolt, aiutato e seguitato da tutti, voltare le armi contro a luterani e contro agl'infedeli, con pi gloria e con pi occasione di maggiori acquisti; i quali non so perch non si debbino anche desiderare nella Affrica o nella Grecia o nel levante, quando bene lo ampliare il dominio fra i cristiani avesse quella facilit che molti, a giudizio mio, vanamente si immaginano. Perch la potenza della Maest vostra  augumentata tanto che  troppo formidabile a ciascuno; e come si vegga che si disegni maggiore progresso tutti di necessit si uniranno contro a voi. Ne teme il papa, ne temono i viniziani, ne teme Italia tutta; e, per i segni che spesso si sono veduti,  da credere che abbia a essere molesta al re d'Inghilterra. Potrannosi intrattenere qualche mese, con speranze e pratiche vane, i franzesi, ma bisogner in ultimo che il re si liberi o che si disperino; disperati, si uniranno con tutti questi altri. Se il re si libera con condizioni per la Maest vostra di poca utilit, e che guadagno si sar fatto a perdere l'occasione di usare tanta magnanimit? la quale se non si mostra in questo principio, ancora che si mostrasse poi, non ar seco pi n laude n gloria n grazia pari; se con condizioni che vi sieno utili, non le osserver, perch nessuna sicurt che vi abbia data gli potr importare tanto che non gli importi molto pi che lo inimico suo non diventi s grande che poi lo possi opprimere: cos aremo o una inutile pace o una pericolosa guerra, i fini delle quali sono incerti; ed [] da temere pi da chi ha avuto s lunga felicit la mutazione della fortuna, e da dispiacere pi quando le cose succedono male a chi ha avuto potest di stabilirle tutte bene. Penso, Cesare, avere sodisfatto al comandamento vostro, se non con la prudenza almanco con l'affezione e con la fede; n mi resta altro che pregare Dio che vi dia mente e facolt di fare quella deliberazione che sia pi secondo la sua volont, sia pi secondo la vostra gloria, pi, finalmente, secondo il bene della republica cristiana: della quale, e per la degnit suprema che voi avete e perch si vede essere cos la volont divina, a voi conviene esserne padre e protettore. - 
Fu udito questo consiglio da Cesare con grande attenzione, e senza fare segno alcuno di dispiacergli o di approvarlo; ma, poi che stato alquanto tacito ebbe accennato che gli altri seguitassino di parlare, [Federico duca d'Alva, uomo] e appresso a Cesare di grande autorit, disse cos: 
- Io sar scusato, invittissimo imperadore, se io confesser che in me non sia giudizio diverso dal giudizio comune, n capacit di aggiugnere con lo intelletto a quello a che gl'intelletti degli altri uomini non arrivano; anzi sar forse pi lodato se consiglier che si proceda per quelle vie medesime che sono proceduti sempre i padri e gli avoli vostri, perch i consigli nuovi e inusitati possono al primo aspetto parere forse pi gloriosi e pi magnanimi ma riescono poi senza dubbio pi pericolosi e pi fallaci di quegli che in ogni tempo ha, appresso a tutti gli uomini, approvato la ragione e l'esperienza. La volont di Dio principalmente, e dipoi la virt de' vostri capitani e del vostro esercito, vi ha data la maggiore vittoria che avesse, gi sono molte et, alcuno principe cristiano; ma tutto il frutto dello avere vinto consiste nello usare la vittoria bene, e il non fare questo  tanto maggiore infamia che il non vincere, quanto  pi colpa lo essere ingannato da quelle cose che sono in potest di chi si inganna che da quelle che dependono dalla fortuna: dunque, tanto pi  da avvertire di non fare deliberazione che vi abbia alla fine a dare appresso agli altri vergogna, appresso a voi medesimo penitenza; e quanto pi grave  la importanza di quello che si tratta tanto si debbe procedere pi circospetto, e fare maturamente quelle deliberazioni che, errate una volta, non si possano pi ricorreggere: e ricordarsi che se il re si libera non si pu pi ritenere, ma mentre che  in prigione  sempre in potest vostra il liberarlo: n doverrebbe la tardit dargli ammirazione, perch, se io non mi inganno,  conscio a se medesimo quel che farebbe se Cesare fusse suo prigione.  stata certo cosa grandissima a pigliare il re di Francia, ma chi considerer bene la trover senza comparazione maggiore a lasciarlo; n sar mai tenuto prudenza il fare una deliberazione di tanto momento senza lunghissime consulte e senza rivoltarsela infinite volte per la mente. N sarei forse in questa sentenza se io mi persuadessi che il re, liberato al presente, riconoscesse tanto benefizio con la debita gratitudine; e che il papa e gli altri d'Italia deponessino insieme col sospetto la cupidit e l'ambizione: ma chi non conosce quanto sia pericoloso fondare una risoluzione tanto importante in su uno presupposito tanto fallace e tanto incerto? anzi, chi considera bene la condizione e costumi degli uomini ha pi presto a giudicare il contrario, perch di sua natura niuna cosa  pi breve niuna ha vita minore che la memoria de' benefici; e quanto sono maggiori tanto pi, come  in proverbio, si pagano con la ingratitudine: perch chi non pu o non vuole scancellargli con la remunerazione, cerca spesso di scancellargli o col dimenticarsegli o col persuadere a se medesimo che e' non sieno stati s grandi; e quegli che si vergognano di essersi ridotti in luogo che abbino avuto bisogno del benefizio si sdegnano ancora di averlo ricevuto, in modo che pu pi in loro l'odio, per la memoria della necessit nella quale sono caduti, che l'obligazione per la considerazione della benignit che a loro  stata usata. Dipoi, di chi  pi naturale la insolenza pi propria la leggerezza, che de' franzesi? dove  la insolenza  la cecit; dove  la leggerezza non  cognizione di virt, non giudizio di discernere le azioni d'altri, non gravit da misurare quello che convenga a se stesso. Che adunque si pu sperare di uno re di Francia, enfiato di tanto fasto quanto ne pu capere in uno re de' franzesi, se non che arda di sdegno e di rabbia di essere prigione di Cesare, nel tempo che e' pensava di avere a trionfare di lui? sempre gli sar innanzi agli occhi la memoria di questa infamia n, liberato, creder mai che il mezzo di spegnerla sia la gratitudine, anzi il cercare sempre di esservi superiore: persuader a se medesimo che voi lo abbiate lasciato per le difficolt del ritenerlo, non per bont o per magnanimit. Cos  quasi sempre la natura di tutti gli uomini, cos sempre quella de' franzesi, da' quali chi aspetta gravit o magnanimit aspetta ordine e regola nuova nelle cose umane. In luogo adunque di pace e di riordinare il mondo sorgeranno guerre maggiori e pi pericolose che le passate, perch la vostra riputazione sar minore e lo esercito vostro che aspetta il frutto debito di tanta vittoria, ingannato delle speranze sue, non ar pi la medesima virt e vigore, n le cose vostre la medesima fortuna, la quale difficilmente sta con chi la ritiene non che con chi la scaccia. N sar di altra sorte la bont del papa e de' viniziani; anzi, pentiti di avervi lasciato conseguire la passata vittoria, cercheranno di impedirvi le future, e la paura che hanno ora di voi gli sforzer a fare ogni opera di non avere a ritornare in nuova paura; e, dove  in potest vostra di tenere legato e attonito ognuno, voi medesimo con una dissoluta bont sarete quello che gli farete sciolti e arditi. Non so quale sia la volont di Dio, n credo la sappino gli altri; perch e' si suole pure dire che i giudci suoi sono occulti e profondi. Ma, se si pu congetturare da quello che tanto chiaramente si dimostra, credo che sia favorevole alla vostra grandezza; non credo gi che abbondino tante sue grazie a fine che voi le dissipiate da voi medesimo ma per farvi superiore agli altri, cos in effetto come siete in titolo e in ragione: per, perdere s rara occasione che Dio vi manda non  altro che tentarlo, e farvi indegno della sua grazia. Ha sempre dimostrato l'esperienza, e lo dimostra la ragione, che mai succedino bene le cose che dependano da molti; per, chi crede con l'unione di molti prncipi spegnere gli eretici o domare gl'infedeli non so se misura bene la natura del mondo. Sono imprese che hanno bisogno di uno principe s grande che dia la regola agli altri; senza questo, se ne tratter e far per l'innanzi con quello successo che se ne  trattato e fatto per l'addietro. Per questo credo che Dio vi mandi tante vittorie, per questo credo che Dio vi apra la via alla monarchia, con la quale sola si possono fare s santi effetti; e meglio  che si tardi a dare loro principio per fargli con migliori e pi certi fondamenti. N vi alieni da questa deliberazione il timore di tante unioni che si minacciano, perch troppo grande  l'occasione che avete in mano; n mai, se le cose saranno bene negoziate, la madre del re, per la piet materna e per la necessit di ricuperare il figliuolo, si spiccher dalle speranze di riaverlo da voi per accordo; n mai i prncipi d'Italia si unirarno col governo di Francia, conoscendo che sempre sia in potest vostra, col liberare il re, separarlo anzi voltarlo contro a loro. Bisogna stieno attoniti e sospesi, e alla fine faccino a gara di ricevere le leggi da voi: a quali sar glorioso usare la clemenza, e la magnanimit quando le cose restino in grado che e non possino mancare di riconoscervi per superiore. Cos la usorono Alessandro e Cesare, che furno liberali a perdonare le ingiurie, non inconsiderati a rimettersi da se stessi in quelle difficolt e pericoli che avevano gi superati.  laudabile chi fa cos perch fa cosa che ha pochi esempli, ma per avventura imprudente chi fa quello che non ha alcuno esempio. Per, Cesare, il parere mio  che di questa vittoria si tragga pi frutto che si pu; e che perci il re, trattandolo sempre con onori convenienti a re, sia condotto, se non si pu in Spagna, almeno a Napoli. In risposta della lettera sua si mandi a lui uno uomo con benignissime parole, per il quale si proponghino le condizioni della sua liberazione; tali che, come particolarmente si potr consultare, sieno premi degni di tanta vittoria. Cos, fermati questi fondamenti e questi fini del vostro procedere, la giornata e gli accidenti che si scopriranno, far pi presta o pi tarda la liberazione del re, lo stare in guerra o in pace con gl'italiani; a' quali si diano per ora buone speranze: e si augumenti quanto si pu il favore e la riputazione dell'armi con l'arte e con la industria, per non avere a tentare ogni d di nuovo la fortuna; e stiamo parati ad accordare con questo o con quello o con tutti insieme o con nessuno, secondo che le occasioni consiglieranno. Queste sono le vie per le quali sempre sono camminati i savi prncipi, e particolarmente quegli che vi hanno fondato tanta grandezza; i quali non hanno mai gittato via gli instrumenti del crescere n allentato, quando l'hanno avuto propizio, il favore della fortuna. Cos dovete fare voi, al quale appartiene per giustizia quello che in qualcuno di loro poteva parere ambizione. Ricordatevi, Cesare, che voi siete principe e che  ufficio vostro di procedere per la via de' prncipi; e che nessuna ragione, o divina o umana, vi conforta a omettere l'opportunit di fare risorgere l'autorit usurpata e oppressa dello imperio, ma vi obliga solamente ad avere animo e intenzione di usarla rettamente. E ricordatevi sopra tutto quanto sia facile a perdere l'occasioni grandi e quanto sia difficile ad acquistarle; e per, mentre che si hanno, essere necessario di fare ogni opera per ritenerle n fondarsi in su la bont o in su la prudenza de' vinti, poi che il mondo  pieno di imprudenza e di malignit, e giudicando che o dalla grandezza vostra o da nessuno altro mezzo si ha a difendere la religione cristiana, accrescerla quanto si pu, non pi per interesse della autorit e gloria vostra che per servigio di Dio e per zelo del bene universale. - 
Impossibile sarebbe esprimere con quanto favore di tutto il consiglio fusse udito [il duca d'Alva], avendosi gi ciascuno proposto nell'animo lo imperio di quasi tutti i cristiani: per, non fu alcuno degli altri che senza replica non confermasse la medesima sentenza; approvandola ancora Cesare, pi presto sotto specie di non volere discostarsi dal consiglio de' suoi che con dichiarare quale fusse per se stessa la sua inclinazione. Esped adunque, Beuren, cameriere intimo e molto accetto, a notificare a' capitani la sua deliberazione e a visitare in suo nome il re di Francia, e a proporre le condizioni con le quali poteva ottenere la liberazione. Il quale, fatto il cammino per terra (perch la madre del re, acci che pi comodamente si potessino trattare le cose del figliuolo, non impediva pi il transito agli uomini e a' corrieri che andassino e venissino da Cesare), and insieme col Borbone e col vicer a Pizzichitone, dove era ancora il re, [e] gli offerse la liberazione; ma con condizioni tanto gravi che dal re furono udite con grandissima molestia: perch, oltre alla cessione delle ragioni quali pretendeva avere in Italia, gli dimandava la restituzione del ducato di Borgogna come cosa propria, che al duca di Borbone desse la Provenza, e per il re di Inghilterra e per s altre condizioni di grandissimo momento. Alle quali dimande rispose il re, costantemente, avere deliberato pi presto morire prigione che di privare i figliuoli di parte alcuna del reame di Francia; ma, che quando bene avesse deliberato altrimenti, che in potest sua non sarebbe di eseguirlo, non comportando l'antiche costituzioni di Francia che si alienasse cosa alcuna appartenente alla corona senza il consentimento de' parlamenti, e degli altri appresso a' quali risedeva l'autorit di tutto il reame; i quali erano consueti, in casi simiglianti, anteporre la salute universale allo interesse particolare delle persone de' re. Dimandassingli condizioni che gli fussino possibili, perch non potrebbono trovare in lui maggiore prontezza e a congiugnersi con Cesare e a favorire la sua grandezza: n cess di proporre condizioni diverse, non facendo difficolt di concedere larghissimamente degli stati di altri pure che ottenesse la liberazione, senza promettere de' suoi. La somma fu: offerirsi a pigliare per moglie la sorella di Cesare che era restata vedova del re di Portogallo, confessando di avere la Borgogna in nome di sua dote, nella quale succedessino i figliuoli che nascerebbono di questo matrimonio; restituire al duca di Borbone il ducato che gli era stato confiscato e aggiugnergli qualche altro stato, e in ricompenso della sorella di Cesare che gli era stata promessa dargli la sorella sua, restata nuovamente vedova per la morte di Alanson: sodisfare al re d'Inghilterra con danari, e a Cesare pagarne per la taglia sua grandissima quantit; cedergli le ragioni del regno di Napoli e del ducato di Milano; promettere di farlo accompagnare con armata di mare e con esercito per terra quando andasse a Roma a pigliare la corona dello imperio, che era come promettere di dargli in preda tutta Italia. Con la quale forma di capitoli Beuren ritorn a Cesare: e vi and con lui monsignore di Memorans, persona insino allora accettissima al re, e il quale fu dipoi promosso da lui prima all'uficio del gran maestro e poi alla degnit del gran conestabile di Francia.

Lib.16, cap.6

(Dolore in Francia per la sconfitta e la prigionia del re; proposte della reggente a Cesare; proposte ai veneziani e al papa. Difficolt di accordi fra Cesare e il re d'Inghilterra. Accordi fra il re d'Inghilterra e la reggente di Francia. Insolenza dei capitani cesarei in Italia. )

Ma venuta in Francia la nuova della rotta dello esercito e della cattura del re, sarebbe quasi impossibile immaginare quanta fusse la confusione e la disperazione di tutti; perch al dolore smisurato che dava il caso miserabile del suo re a quella nazione, affezionatissima naturalmente e devotissima al nome reale, si aggiugnevano infiniti dispiaceri privati e publici: privati, perch nella corte e nella nobilt pochissimi erano quegli che non avessino perduto, nella giornata, figliuoli fratelli o altri congiunti o amici non volgari; publichi, per tanta diminuzione dell'autorit e dello splendore di s glorioso regno (cosa tanto pi loro molesta quanto pi per natura si arrogano e presumono di se medesimi), e perch temevano che tanta calamit non fusse principio di rovina maggiore, trovandosi prigione il re, e con lui o presi o morti nella giornata i capi del governo e quasi tutti i capitani principali della guerra, disordinato il regno di danari e circondato da potentissimi inimici. Perch il re di Inghilterra, ancora che avesse tenuto diverse pratiche e dimostrato in molte cose variazione di animo, nondimeno, pochi d innanzi alla giornata, esclusi tutti i maneggi che aveva avuti col re, aveva publicato di volere passare in Francia se in Italia succedesse qualche prosperit: per era grande il timore che, in tanta opportunit, Cesare ed egli non rompessino la guerra in Francia; dove, per non essere altro capo che una donna e i piccoli figliuoli del re, del quale il primogenito non aveva ancora finiti otto anni, e per avere loro seco il duca di Borbone, signore di tanta potenza e autorit nel regno di Francia, era pericolosissimo ogni movimento che e' facessino. N alla madre, in tanti affanni che aveva per l'amore del figliuolo e per i pericoli del regno, mancavano le passioni sue proprie; perch, ambiziosa e tenacissima del governo, dubitava che, allungandosi la liberazione del re e sopravenendo in Francia qualche nuova difficolt, non fusse costretta cedere l'amministrazione a quegli che fussino deputati dal regno. Nondimeno, in tanta perturbazione raccolto l'animo da lei e da quegli che gli erano pi appresso, oltre al provedere, pi presto potettono, le frontiere di Francia e ordinare gagliarde provisioni di danari, scrisse madama la reggente, per ordine e in nome della quale si spedivano tutte le faccende, a Cesare lettere supplichevoli e piene di compassione, con introdurre e poi sollecitare, di mano in mano, quanto potette le pratiche dello accordo. Per le quali anche, poco dipoi liberato don Ugo di Moncada, lo mand a Cesare a offerire: che il figliuolo rinunzierebbe alle ragioni del regno di Napoli e dello stato di Milano; sarebbe contento che si vedesse di ragione a chi apparteneva la Borgogna, e in caso che appartenesse a Cesare, riconoscerla in nome di dota della sorella; restituire a Borbone lo stato suo, co' mobili di grandissimo valore e i frutti stati occupati dalla camera reale; dargli per donna la sorella, e consentire che avesse la Provenza se fusse giudicato avervi migliore ragione. Le quali pratiche perch fussino pi facili, pi che per avere volto l'animo a' pensieri della guerra, sped madama subito in Italia a raccomandare al papa e a' viniziani la salute del figliuolo; offerendo, se per la sicurt propria volevano ristrignersi seco e pigliare l'armi contro a Cesare, cinquecento lancie e grossa contribuzione di danari. Ma il principale suo desiderio e di tutto il regno di Francia sarebbe stato di mitigare l'animo del re d'Inghilterra; giudicando, come era vero, che non avendo inimico lui il regno di Francia non avesse a essere molestato, ma che se egli da uno canto dall'altro Cesare movessino l'armi, avendo con loro Borbone e tante occasioni, che ogni cosa si empierebbe di difficolt e di pericoli. 
Ma di questo cominci presto a dimostrarsi a madama qualche speranza. Perch, se bene il re di Inghilterra avesse, subito che intese la nuova della vittoria, fatti segni grandissimi di allegrezza e publicato di volere passare in Francia personalmente, mandati anche a Cesare oratori per trattare e sollecitare di muovere comunemente la guerra, nondimeno, procedendo in questo tempo col medesimo stile che altre volte aveva proceduto, ricerc anche madama che gli mandasse uno uomo proprio; la quale lo sped subito con amplissime commissioni, usando tutte le sommissioni e arti possibili a mitigare l'animo di quel re: il quale, non partendo dal consiglio del cardinale eboracense, pareva che avesse per fine principale di diventare talmente cognitore delle differenze tra gli altri prncipi che tutto il mondo potesse conoscere dependere da lui il momento della somma delle cose. Per, e nel tempo medesimo offeriva a Cesare di passare in Francia con esercito potente, offeriva di dare perfezione al parentado conchiuso altre volte tra loro e, per levarne ogni scrupolo, consegnare di presente a Cesare la figlia, che non era ancora negli anni nubili. Ma avevano queste cose non piccole difficolt, parte dependenti da lui medesimo parte dependenti da Cesare, non pronto a convenire con lui come era stato per il passato; perch quel re dimandava per s quasi tutti i premi della vittoria, la Piccardia la Normandia la Ghienna e la Guascogna, con titolo di re di Francia; e che Cesare, ancora che i premi fussino ineguali, passasse personalmente in Francia, partecipe egualmente delle spese e de' pericoli. Turbava la inegualit di queste condizioni l'animo di Cesare, e molto pi che, ricordandosi che negli anni prossimi aveva ne' maggiori pericoli del re di Francia allentato sempre l'armi contro a lui, si persuadeva non potere fare fondamento in questa congiunzione; ed essendo esaustissimo di danari e stracco da tanti travagli e da tanti pericoli, sperava potere conseguire pi dal re di Francia col mezzo della pace che col mezzo delle armi, movendole in compagnia del re di Inghilterra. N era pi appresso a lui in tanta estimazione in quanta soleva essere il matrimonio della figliuola, collocata ancora negli armi minori, e nella dota della quale s'aveva a computare quel che Cesare aveva ricevuto in prestanza dal re di Inghilterra: anzi, mosso dal desiderio d'avere figliuoli, dalla cupidit de' danari, aveva inclinazione a congiugnersi con la sorella di [Giovanni] re di Portogallo, di et nubile e dalla quale sperava ricevere in dote grandissima quantit di danari; e molti ancora, in caso facesse questo matrimonio, gliene offerivano i popoli suoi, desiderosi di avere una regina della medesima lingua e nazione, e che presto procreasse figliuoli. Per le quali cose difficultandosi ogni d pi la pratica tra l'uno e l'altro principe, e aggiugnendosi la inclinazione che ordinariamente aveva al re di Francia il cardinale eboracense, le querele ancora che gi palesemente faceva di Cesare, s per gli interessi del suo re come perch gli pareva cominciare a essere disprezzato da Cesare, il quale, solendo innanzi alla giornata di Pavia non mandargli mai se non lettere scritte tutte di sua mano sottoscrivendosi: "il vostro figliuolo e cugino Ciarles", avuta quella vittoria, cominci a fargli scrivere lettere nelle quali non vi era pi scritto di mano propria altro che la sottoscrizione, non pi piena di titoli di tanta riverenza e sommissione ma solamente con il proprio suo nome: "Ciarles"; tutte queste cose furono cagione che il re d'Inghilterra, raccolto con umanissime parole e dimostrazioni l'uomo mandatogli da madama la reggente, e confortatola a sperare bene delle cose future, non molto poi, alienato totalmente l'animo dalle cose di Cesare, contrasse confederazione con madama contraente in nome del figliuolo; nella quale volle inserisse espressa condizione che non si potesse concedere a Cesare, eziandio per la liberazione del re, cosa alcuna posseduta allora dal reame di Francia. Questa fu la prima speranza di salute che cominciasse ad avere il regno di Francia, questo il principio di respirare da tante avversit augumentato poi continuamente per i progressi de' capitani cesarei in Italia: i quali, diventati insolentissimi per tanta vittoria, e persuadendosi che alla volont loro avessino a cedere tutti gli uomini e tutte le difficolt, perderono l'occasione di concordare i viniziani, contravennono al pontefice nelle cose gli avevano promesse, ed empiendo lui il duca di Milano e tutta Italia di sospetto sparsono i semi di nuove turbazioni; le quali messono finalmente Cesare in necessit di fare deliberazione precipitosa, con pericolo grandissimo dello stato suo d'Italia, se non avesse potuto pi la sua antica felicit o il fato malignissimo del pontefice: cose certamente degnissime di particolare notizia, perch di accidenti tanto memorabili si intendino i consigli e i fondamenti; i quali spesso sono occulti, e divulgati il pi delle volte in modo molto lontano da quel che  vero.

Lib.16, cap.7

(Il pontefice pubblica l'accordo concluso col vicer; sue ragioni di malcontento verso il vicer. Cesare ratifica solo in parte l'accordo col pontefice, il quale ricusa perci le lettere di ratifica. Atteggiamento di attesa dei veneziani. Il re di Francia condotto in Ispagna; contegno di Cesare verso di lui. Tregua fra Cesare ed il governo di Francia; disposizioni riguardanti le cose d'Italia e le milizie cesaree. )

Non aveva adunque il pontefice capitolato appena col vicer che sopravennono le offerte grandi di Francia per incitarlo alla guerra; e se bene non gli mancassino allo effetto medesimo i conforti di molti, n gli fusse diminuita la diffidenza che prima aveva degli imperiali, deliber di procedere in tutte le cose talmente che dalle azioni sue non avessino cagione di prendere sospetto alcuno. Perci, subito che intese il vicer avere accettato e publicato lo appuntamento fatto in Roma, lo fece ancora egli publicare in San Giovanni Laterano, senza aspettare che prima fusse venuta la ratificazione promessa di Cesare, onorando, per pi efficace dimostrazione dell'animo suo, la publicazione, che fu fatta il primo d di maggio, con la presenza sua e con la solennit della sua incoronazione; sollecit che i fiorentini pagassino i danari promessi, e si interpose quanto potette perch i viniziani appuntassino ancora loro co' cesarei. Ma da altra parte, gli furono date da loro molte giuste cause di querelarsi: perch nel pagamento de' danari promessi non vollono accettare i venticinquemila ducati pagati per ordine suo da' fiorentini mentre si trattava l'accordo, allegando il vicer, impudentemente, se altrimenti fusse stato promesso essere stato fatto senza sua commissione; non rimossono i soldati del dominio della Chiesa, anzi empierono il piacentino di guarnigioni. Alle quali cose, che si potevano forse in qualche parte scusare per la carestia che avevano di danari e di alloggiamenti, aggiunsono che non solo, nella mutazione dello stato di Siena, dettono sospetto di avere l'animo alieno dal pontefice, ma ancora dipoi comportorono che i cittadini del Monte de' nove fussino male trattati e spogliati de' beni loro da i libertini, non ostante che molte volte, lamentandosene lui, gli dessino speranza di provedervi. Ma quello che sopra ogni cosa gli fu molestissimo fu l'avere subito prestato il vicer orecchi al duca di Ferrara, e datagli speranza di non lo sforzare a lasciare Reggio e Rubiera e di operare che Cesare piglierebbe in protezione lo stato suo; e ancora che ogni d promettesse al pontefice che finito il pagamento de' fiorentini lo farebbe reintegrare di quelle terre, e che il pontefice, per sollecitare lo effetto e per ottenere che le genti si levassino dello stato della Chiesa, mandasse a lui il cardinale Salviati, legato suo in Lombardia e deputato legato a Cesare, al quale il vicer dette intenzione di fargli restituire Reggio con le armi se il duca ricusasse di farlo volontariamente, nondimeno gli effetti non corrispondevano alle parole: cosa che, non si potendo scusare con la necessit de' danari, perch maggiore quantit perveniva loro per la restituzione di quelle, dava materia di interpretare, probabilmente procedere dal desiderio che avessino della bassezza sua o di guadagnarsi il duca di Ferrara, o perch e' s'andassino continuamente preparando alla oppressione d'Italia. Davano queste cose sospezione e molestia di animo quasi incredibile al pontefice, ma molto maggiore il parergli non essere da queste operazioni diversa la mente di Cesare. Il quale, avendo mandato al pontefice le lettere della ratificazione della confederazione fatta in suo nome dal vicer, differiva di ratificare i tre articoli stipulati separatamente dalla capitolazione, allegando che quanto alla restituzione delle terre tenute dal duca di Ferrara non aveva facolt di pregiudicare alle ragioni dello imperio, n sforzare quel duca che asseriva tenerle in feudo dallo imperio; e per offeriva che questa differenza si trattasse per via di giustizia o di amicabile composizione: e si intendeva che il desiderio suo sarebbe stato che le restassino al duca sotto la investitura sua, per la quale gli pagasse centomila ducati, pagandone anche al pontefice centomila altri per la investitura di Ferrara e per la pena apposta nel contratto che aveva fatto con Adriano. Allegava essere stato impertinente convenire co' ministri suoi sopra il dare i sali al ducato di Milano, perch il dominio utile di quel ducato, per la investitura concessa bench non ancora consegnata, apparteneva a Francesco Sforza; e per, che il vicer non si era obligato semplicemente, nello articolo, a farlo obligare a pigliargli ma a curare che e' consentisse; la quale promessa, per contenere il fatto del terzo, era notoriamente, quanto allo effetto dello obligare o s o altri, invalida; e nondimeno, che per desiderio di gratificare al pontefice arebbe procurato di farvi consentire il duca, se non fusse fatto e interesse non pi suo ma alieno, perch gi il duca di Milano, in ricompenso degli aiuti avuti dallo arciduca, aveva convenuto di pigliare i sali da lui: e pure che si interporrebbe perch il fratello, ricevendo ricompenso onesto di danari, consentisse, non in perpetuo, come diceva l'articolo, ma durante la vita del pontefice. N ammetteva anche l'articolo delle cose beneficiali, se con quello che si esprimeva nelle investiture non si congiugneva quel che fusse stato osservato dai re suoi antecessori. Per queste difficolt recus il pontefice di accettare le lettere della ratificazione e di mandare a Cesare le sue; dimandando che poi che Cesare non aveva ratificato nel termine de' quattro mesi secondo la promessa del vicer, fussino restituiti a' fiorentini i centomila ducati: alla quale dimanda si rispondeva (pi presto cavillosamente che con solidi fondamenti) la condizione della restituzione de' centomila ducati non essere stata apposta nello instrumento ma promessa per uno articolo da parte dagli agenti del vicer con giuramento, n referirsi alla ratificazione de' tre articoli stipulati separatamente dalla confederazione ma alla ratificazione della confederazione, la quale Cesare aveva nel termine de' quattro mesi ratificata e mandatone le lettere nella forma debita. Perveniva anche alla notizia del pontefice che le parole di tutta la corte di Cesare erano piene di mala disposizione contro alle cose d'Italia; e seppe anche che i capitani dello esercito suo cercavano di persuadergli che, per assicurarsi totalmente d'Italia, era bene fare restituire Modena al duca di Ferrara, rimettere i Bentivogli in Bologna, pigliare il dominio di Firenze di Siena e di Lucca come di terre appartenenti allo imperio. Per, trovandosi pieno di ansiet e di sospetto ma non avendo dove potersi appoggiare, e sapendo che i franzesi [si] offerivano a dargli Italia in preda, andava per necessit temporeggiando e simulando. 
Trattavasi in questo tempo continuamente l'accordo tra i viniziani e il vicer; il quale, oltre al riobligargli alla difesa in futuro del ducato di Milano, dimandava, per sodisfazione della inosservanza della confederazione passata, grossissima somma di danari. Molte erano le ragioni che inclinavano i viniziani a cedere alla necessit, molte che incontrario gli confortavano a stare sospesi; in modo che i consigli loro erano pieni di variet e di irresoluzione: pure, alla fine, dopo molte dispute, attoniti come gli altri per tanta vittoria di Cesare e vedendosi restare soli da ogni banda, commessono all'oratore suo Pietro da Pesero, che era appresso al vicer, che riconfermasse la lega nel modo che era stata fatta prima ma pagando a Cesare, per sodisfazione del passato, ottantamila ducati. Ma instando determinatamente il vicer di non rinnovare la confederazione se non ne pagavano centomila, accadde, come interviene spesso nelle cose che si deliberano male volontieri, che in disputare questa piccola somma si interpose tanto tempo che a' viniziani pervenne la notizia che il re d'Inghilterra non era pi contro a' franzesi in quella caldezza di che da principio si era temuto; e gi, per avere ricevuto i pagamenti, erano stati licenziati tanti fanti tedeschi dell'esercito imperiale che il senato viniziano, assicurato di non avere per allora a essere molestato, deliber di stare ancora sospeso, e riservare in s, pi che poteva, la facolt di pigliare quelle deliberazioni che per il progresso delle cose universali potessino conoscere essere migliori. 
Queste cagioni, oltre al desiderio che n'avevano avuto continuamente, stimolavano tanto pi l'animo del vicer e degli altri capitani di trasferire la persona del re di Francia in luogo sicuro; giudicando che, per la mala disposizione di tutti gli altri, non si custodisse senza pericolo nel ducato di Milano: per deliberorono di condurlo a Genova e da Genova per mare a Napoli, per guardarlo nel Castelnuovo, nel quale gi si preparavano l'abitazioni per lui. La qual cosa era sommamente molestissima al re, perch insino dal principio aveva ardentemente desiderato di essere condotto in Spagna; persuadendosi (non so se per misurare altri dalla natura sua medesima, o pure per gli inganni che facilmente si fanno gli uomini da se stessi in quello che e' desiderano) che, se una volta era condotto al cospetto di Cesare, d'avere, o per la benignit sua o per le condizioni che egli pensava di proporre, a essere facilmente liberato. Desiderava e il medesimo, per amplificare la gloria sua, ardentemente il vicer; ma ritenendosene per timore della armata de' franzesi, and, di comune consentimento, Memorans a madama la reggente, e avute da lei sei galee sottili, di quelle che erano nel porto di Marsilia, con promissione che, subito che e' fusse arrivato in Spagna, sarebbono restituite, ritorn con esse a Portofino, dove era gi condotta la persona del re: le quali aggiunte a sedici galee di Cesare, con le quali avevano prima deliberato di condurlo a Napoli, e armatele tutte di fanti spagnuoli, preso a' sette d di giugno il cammino di Spagna, in tempo che non solo i prncipi d'Italia ma tutti gli altri capitani cesarei e Borbone tenevano per certo che il re si conducesse a Napoli, si condussono con prospera navigazione, l'ottavo giorno, a Roses porto della Catalogna, con grandissima letizia di Cesare, ignaro insino a quel d di questa deliberazione. Il quale, subito che n'ebbe notizia, comandato che per tutto donde passava fusse ricevuto con grandissimi onori, commesse nondimeno, insino a tanto che altro se ne determinasse, che fusse custodito nella rocca di Sciativa appresso a Valenza, rocca usata anticamente da i re di Aragona per custodia degli uomini grandi, e nella quale era stato tenuto ultimamente pi anni il duca di Calavria. Ma parendo questa deliberazione inumana al vicer e molto aliena dalle promesse che in Italia gli aveva fatte, ottenne per lettere da Cesare che insino a nuova deliberazione fusse fermato in una villa vicina a Valenza, dove erano comodit di caccie e di piaceri. Nella quale poi che l'ebbe con sufficiente guardia collocato, lasciato con lui il capitano Alarcone, il quale continuamente aveva avuta la sua custodia, and insieme con Memorans a Cesare, a referirgli lo stato di Italia e le cose trattate col re insino a quel d, confortandolo con molte ragioni a voltare l'animo alla concordia con lui, perch con gli italiani non poteva avere fedele amicizia e congiunzione. Donde Cesare, udito che ebbe il vicer e Memorans, determin che il re di Francia fusse condotto in Castiglia nella fortezza di Madril, luogo molto lontano dal mare e da' confini di Francia; dove, onorato con la cerimonia e con le riverenze convenienti a tanto principe, fusse nondimeno tenuto con diligente e stretta guardia, avendo facolt di uscire qualche volta il d fuora della fortezza cavalcando in su una mula. N consentiva Cesare di ammettere il re al cospetto suo se prima la concordia non fusse o stabilita o ridotta in speranza certa di stabilirsi: la quale perch si trattasse per persona onorata e che quasi fusse la medesima che il re, fu espedito in Francia con grandissima celerit Memorans, per fare venire la duchessa di Alanson sorella vedova del re, con mandato sufficiente a convenire; e perch non avessino a ostare nuove difficolt si fece, poco poi, tra Cesare e il governo di Francia tregua per tutto dicembre prossimo. Ordin ancora Cesare che una parte delle galee venute col vicer ritornassino in Italia, per condurre il duca di Borbone in Spagna, senza la presenza del quale affermava non volere fare alcuna convenzione (bench per mancamento di danari si spedivano lentamente); e dimostrandosi molto disposto alla pace universale de' cristiani, e volere in uno tempo medesimo dare forma alle cose d'Italia, sollecitava con molta instanza il pontefice che accelerasse l'andata del cardinale de' Salviati o di altri con sufficiente mandato: al quale anche, essendo gi deliberato di pigliare per moglie la infante di Portogallo, cugina sua carnale e cos congiunta seco in secondo grado, esped Lopes Urtado a dimandare al pontefice la dispensa; essendosi prima scusato col re di Inghilterra di non potere resistere alla volont de' popoli suoi. Per il medesimo Lopes, il quale part alla fine di luglio, mand i privilegi della investitura del ducato di Milano a Francesco Sforza, con condizione che di presente pagasse centomila ducati e si obligasse a pagarne cinquecentomila altri in vari tempi, e a pigliare i sali dall'arciduca suo fratello: e il medesimo port commissione che, dai fanti spagnuoli in fuora, i quali alloggiassino nel marchesato di Saluzzo, si licenziassino tutti gli altri; e che secento uomini d'arme ritornassino nel reame di Napoli, gli altri rimanessino nel ducato di Milano; e che del suo esercito fusse capitano generale il marchese di Pescara. Aggiunse Cesare a questa commissione che certi danari, quali aveva mandati a Genova per armare quattro caracche con intenzione di passare subito in Italia personalmente, si convertissino ne' bisogni dello esercito, perch deliberava di non partire per allora di Spagna; e che il protonotario Caracciolo andasse da Milano a Vinegia in nome di Cesare, per indurre quel senato a nuova confederazione, o almeno perch ciascuno restasse certificato tutte le azioni sue tendere alla pace universale de' cristiani.


Lib.16, cap.8

(Diverse ragioni di malcontento, pel trasferimento del re di Francia in Ispagna, dei veneziani del pontefice del Borbone e del marchese di Pescara. Condizione di soggezione a Cesare del duca di Milano; malcontento dei sudditi; occulte proposte del Morone contro Cesare al marchese di Pescara, al pontefice ed ai veneziani. Contegno del marchese di Pescara: sua rivelazione della congiura a Cesare. Promesse della reggente di Francia. Cesare invia la patente di capitanato al marchese di Pescara. Investitura del ducato a Francesco Sforza. Infermit del duca; raccolta di nuove milizie da parte del marchese di Pescara. )

Ma l'andata del re di Francia in Spagna aveva dato grandissima molestia al pontefice e a' viniziani. Perch, poi che lo esercito cesareo era assai diminuito, pareva loro che, in qualunque luogo di Italia si fermasse la persona del re, che la necessit di guardarlo bene tenesse molto implicati i cesarei, in modo che o facilmente si potesse presentare qualche occasione di liberarlo o almanco che la difficolt di condurlo in Spagna e la poca sicurt di tenerlo in Italia costrignesse Cesare a dare alle cose universali onesta forma. Ma vedutolo andare in Spagna, e che egli medesimo, ingannato da vane speranze, aveva dato agli inimici facolt di condurlo in sicura prigione, si accorsono che tutto quello che si trattava era assolutamente in mano di Cesare, e che nelle pratiche e offerte de' franzesi non si poteva fare alcuno fondamento; donde, augumentandosi ogni d la riputazione di Cesare, si cominci ad aspettare da quella corte le leggi di tutte le cose. N so se e' fusse minore il dispiacere che ebbono, bench per diverse cagioni, il duca di Borbone e il marchese di Pescara, che il vicer senza saputa loro avesse condotto il re cristianissimo in Spagna: Borbone, perch trovandosi per l'amicizia fatta con l'imperadore scacciato di Francia aveva pi interesse che nissuno altro di intervenire a tutte le pratiche dello accordo, e per si dispose a passare ancora egli in Spagna (bench, essendo necessitato aspettare il ritorno delle galee che erano andate col vicer, tard a partirsi pi che non arebbe desiderato); e il marchese era sdegnato per la poca estimazione che aveva fatta di lui il vicer, ma ancora male contento di Cesare, dal quale gli pareva che e' non fussino riconosciuti quanto si conveniva i meriti suoi e l'opere egregie fatte da lui in tutte le prossime guerre, e specialmente nella giornata di Pavia, della vittoria della quale aveva il marchese solo conseguito pi gloria che tutti gli altri capitani: e nondimeno era paruto che Cesare, con molte laudi e dimostrazioni, l'avesse riconosciuta assai dal vicer. Il che non potendo tollerare scrisse a Cesare lettere contumeliosissime contro al vicer lamentandosi di essere stato immeritamente tanto disprezzato da lui che non l'avesse giudicato degno di essere almeno conscio di una tale deliberazione; e che se nella guerra e ne' pericoli avesse riferito al consiglio e arbitrio proprio la deliberazione delle cose non solo non sarebbe stato preso il re di Francia ma, subito che fu perduto Milano, lo esercito cesareo, abbandonata la difesa di Lombardia, si sarebbe ritirato a Napoli. Essere il vicer andato a trionfare di una vittoria nella quale era notissimo a tutto l'esercito che esso non aveva parte alcuna, e che essendo nell'ardore della giornata restato senza animo e senza consiglio, molti gli avevano udito dire pi volte: - noi siamo perduti; - il che quando negasse si offeriva parato a provargliene, secondo le leggi militari, con l'arme in mano. Accresceva la mala contentezza del marchese che avendo, subito dopo la vittoria, mandato a pigliare la possessione di Carpi, con intenzione di ottenere quella terra per s da Cesare, non era ammesso questo suo desiderio; perch Cesare, avendola conceduta due anni innanzi a Prospero Colonna, affermava che bench mai ne avesse avuta la investitura, volere, in beneficio di Vespasiano suo figliuolo, conservare alla memoria di Prospero morto quella remunerazione che aveva fatto alla virt e opere di lui vivo: la quale ragione ancora che fusse giusta e grata, e al marchese dovessino piacere gli esempli di gratitudine se non per altro perch gli accrescevano la speranza che avessino a essere remunerate tante sue opere, non era nondimanco accettata da lui; il quale, come sentiva molto di se medesimo, giudicava conveniente che questo suo appetito, nato da cupidit e da odio implacabile che e' portava al nome di Prospero, fusse anteposto a ogni altro bench giustissimo rispetto. Per, e con Cesare e con tutto il consiglio erano gravissime le sue querele, e tanto palesi in Italia i suoi lamenti, e con tale detestazione della ingratitudine di Cesare, che dettono animo ad altri di tentare nuovi disegni: donde a Cesare, se e' non pensava a occupare pi oltre in Italia, si present giusta cagione anzi quasi necessit di fare altri pensieri; e se pure aveva fini ambiziosi ebbe occasione di coprirgli con la pi onesta occasione e col pi giustificato colore che avesse saputo desiderare. Il che, poich fu origine di grandissimi movimenti,  necessario che molto particolarmente si dichiari. 
La guerra che, vivente Leone decimo, fu cominciata da lui e da Cesare per cacciare il re di Francia d'Italia fu presa sotto titolo di restituire Francesco Sforza nel ducato di Milano; e bench in esecuzione di questo, ottenuta la vittoria, gli fusse consegnata la ubbidienza dello stato e il castello di Milano e l'altre fortezze, quando si recuperorono, nondimeno, essendo quello ducato tanto magnifico e tanto opportuno, non cessava il timore avuto nel principio da molti che Cesare aspirasse a insignorirsene, interpretando che lo ostacolo potente che aveva del re di Francia fusse cagione che per ancora tenesse occulta questa cupidit, perch arebbe alterato i popoli che ardentemente desideravano Francesco Sforza per signore, e concitatasi contro tutta Italia che non sarebbe stata contenta di tanto suo augumento. Teneva adunque Francesco Sforza quello ducato, ma con grandissima suggezione e pesi quasi incredibili: perch, consistendo tutto il fondamento della difesa sua dai franzesi in Cesare e nel suo esercito, era necessitato non solo a osservarlo come suo principe ma ancora a stare sottoposto alla volont de' capitani; e gli bisognava sostentare quelle genti che non erano pagate da Cesare, ora col dare loro danari, che si traevano dai sudditi con grandissime angherie e difficolt, ora col lasciargli vivere a discrizione quando in una quando in un'altra parte, eccetto la citt di Milano, dello stato: le quali cose, per s gravissime, faceva intollerabili la natura degli spagnuoli avara e fraudolente e, quando hanno facolt di scoprire gli ingegni loro, insolentissima; nondimeno il pericolo che si correva da' franzesi, a' quali i popoli erano inimicissimi, e la speranza che queste cose avessino qualche volta finalmente a terminare facevano tollerare agli uomini sopra le forze ancora, e sopra la loro possibilit. Ma dopo la vittoria di Pavia non potevano i popoli pi tollerare che non continuando le medesime necessit, poich era prigione il re, continuasse nondimeno il pericolo delle medesime calamit; e perci dimandavano che di quello ducato si rimovesse o tutto o la maggiore parte dello esercito: il medesimo ardentemente desiderava il duca, non avendo insino allora sentito del dominare altro che il nome, e non manco perch temeva che Cesare, assicurato del re di Francia, o non lo occupasse per s o non lo concedesse a persone che da lui totalmente dependessino. Alla quale suspizione, procreata dalla natura stessa delle cose, davano non piccolo nutrimento le parole insolenti dette dal vicer, innanzi che conducesse il re di Francia in Spagna, e cos dagli altri capitani, e le dimostrazioni che e' facevano di disprezzare il duca e di desiderare apertamente che Cesare lo opprimesse; e molto pi che, avendo Cesare dopo molte dilazioni mandati in mano del vicer i privilegi della investitura, egli, offerendola al duca, aveva dimandato che, per ristoro delle spese fatte da Cesare per lo acquisto e per la difesa di quello stato, si pagassino in certi tempi uno milione e dugento migliaia di ducati, peso tanto eccessivo che il duca fu costretto ricorrere a Cesare perch si riducesse a quantit tollerabile. Ma queste difficolt facevano dubitare che le dimande s esorbitanti fussino interposte per differire. Allegoronsi poi, da quegli i quali si sforzavano di escusare la necessit di Francesco Sforza, molte altre cagioni di averlo fatto giustamente sospettare, e particolarmente di avere auto notizia che i capitani avevano ordinato di ritenerlo; per il che egli, chiamato dal vicer a certa dieta, aveva ricusato di andarvi fingendosi ammalato, e il medesimo aveva osservato in tutti i luoghi dove essi potessino fargli violenza. Il quale sospetto, o vero o vano che e fusse, fu cagione che egli, vedendo che nello stato di Milano non erano restate molte genti, per essere andata una parte de' fanti spagnuoli prima col vicer e poi con Borbone in Spagna, e perch molti ancora, arricchiti per tante prede, si erano alla sfilata ritirati in vari luoghi, considerando ancora la indegnazione grandissima la quale si dimostrava nel marchese di Pescara, voltato l'animo ad assicurarsi da questo pericolo, entr in speranza che, con consentimento suo, si potesse disfare quello esercito. Autore di questo consiglio fu Ieronimo Morone, suo gran cancelliere e appresso a lui di somma autorit; il quale, per ingegno eloquenza prontezza invenzione ed esperienza, e per avere fatto molte volte egregia resistenza alla acerbit della fortuna, fu uomo a' tempi nostri memorabile; e sarebbe ancora stato pi se queste doti fussino state accompagnate da animo pi sincero e amatore dello onesto, e da tale maturit di giudizio che i consigli suoi non fussino spesso stati pi presto precipitosi o impudenti che onesti o circospetti. Costui, odorando la mente del marchese, si condusse co' ragionamenti seco tanto innanzi che venneno in parole di tagliare a pezzi quelle genti e di fare il marchese re di Napoli, pure che il pontefice e i viniziani vi concorressino. Al quale consiglio il pontefice, essendo pieno di sospetto e di ansiet, tentato per ordine del Morone, non si mostr punto alieno; bench da altra parte, non per scoprire la pratica ma per prepararsi qualche rifugio se la cosa non succedesse, avvert sotto specie di affezione Cesare che tenesse bene contenti i suoi capitani. Mostroronsi i viniziani caldissimi: e si persuadevano anche tutti che v'avesse a essere non manco pronta la madre del re di Francia; la quale gi si accorgeva che, arrivato il figliuolo in Spagna, la sua liberazione non procedeva con quella facilit che si erano immaginati. 
Non  dubbio che tali consigli sarebbono facilmente succeduti se il marchese di Pescara fusse, in questa congiurazione contro a Cesare, proceduto sinceramente; il quale se da principio ci prestasse orecchi, con simulazione o no, sono state varie le opinioni insino tra gli spagnuoli, e nella corte medesima di Cesare; e i pi, calcolando i tempi e gli andamenti delle cose, hanno creduto che egli da principio concorresse veramente con gli altri ma che poi, considerando molte difficolt che potevano sorgere in progresso di tempo, e spaventandolo massime il trattare continuamente i franzesi con Cesare, e dipoi la deliberazione della andata della duchessa di Alanson a Cesare, facesse nuove deliberazioni. Anzi, affermano alcuni avere tardato tanto a dare avviso a Cesare del trattarsi in Italia cose nuove che, avendone gi ricevuto avviso da Antonio de Leva e da Marino abate di Nagera commissario nello esercito cesareo, non si stava nella corte senza ammirazione del silenzio del marchese. Ma quel che fusse allora, certo  che, non molto poi, mandato Giovambatista Castaldo suo uomo a Cesare, gli manifest tutto quello che si trattava, e con consentimento suo continu la medesima pratica: anzi, per avere notizia de' pensieri di ciascuno e a tutti levare la facolt di potere mai negare di avervi acconsentito, ne parl da se medesimo col duca di Milano, e oper che il Morone procurasse tanto che il pontefice, il quale poco innanzi gli aveva dato in governo perpetuo la citt di Benevento, e con chi egli intratteneva grandissima amicizia e servit, mand Domenico Sauli con uno breve di credenza a parlargli del medesimo. Le conclusioni che si trattavano erano: che tra il papa il governo di Francia e gli altri di Italia si facesse una lega della quale fusse capitano generale il marchese di Pescara, e che egli, avendo prima alloggiata la fanteria spagnuola separatamente in diversi luoghi del ducato di Milano, ne tirasse seco quella parte che lo volesse seguitare; gli altri con Antonio de Leva, che dopo lui era restato il primo dello esercito, fussino svaligiati e ammazzati; e che con le forze di tutti i confederati si facesse per lui la impresa del regno di Napoli, del quale il papa gli concedesse la investitura. Alle quali cose il marchese dimostrava di non interporre altra difficolt che il volere, innanzi a tutto, essere bene certificato se, senza maculare l'onore e la fede sua, potesse pigliare questa impresa in caso gli fusse comandato dal pontefice; sopra che veniva in considerazione, a chi, egli che era uomo e barone del reame di Napoli, fusse pi obligato a obbedire, o a Cesare, che per la investitura Alle quali cose il marchese dimostrava di non interporre altra difficolt che il volere, innanzi a tutto, essere bene certificato se, senza maculare l'onore e la fede sua, potesse pigliare questa impresa in caso gli fusse comandato dal pontefice; sopra che veniva in considerazione, a chi, egli che era uomo e barone del reame di Napoli, fusse pi obligato a obbedire, o a Cesare, che per la investitura avuta dalla Chiesa aveva il dominio utile di quel regno, o al pontefice, che per esserne supremo signore aveva il dominio diretto. Sopra il quale articolo, e a Milano per ordine di Francesco Sforza, e a Roma per ordine di Clemente, ne furono, segretissimamente e con soppressione de' nomi veri, fatti consigli da eccellenti dottori. Accrescevansi queste speranze contro a Cesare per le offerte di madama la reggente; la quale, giudicando che la necessit o almanco il timore di Cesare fusse utile a quel che per la liberazione del figliuolo si trattava con lui, sollecitava il pigliare l'armi, promettendo di mandare cinquecento lance in Lombardia e concorrere alle spese della guerra con somma grande di danari: n cessava il Morone di confermare gli animi degli altri in questa sentenza; perch, oltre al dimostrare la facilit che si aveva, senza l'aiuto ancora del marchese di Pescara, di disfare quello esercito che era diminuito assai di numero, prometteva in nome del duca, se il marchese non stesse fermo nelle cose trattate, subito che gli altri disegni fussino in ordine, fare prigione nel castello di Milano lui e gli altri capitani che vi andavano quotidianamente a consultare. Le quali occasioni, se bene paressino grandi, non sarebbono per state bastanti a fare che il pontefice pigliasse l'armi senza il marchese di Pescara, se nel medesimo tempo, intesa la provisione mandata a Genova per armare le quattro caracche, non avesse anche avuto indizio di Spagna della inclinazione di Cesare di passare in Italia; la quale cosa affliggendolo maravigliosamente, e per le condizioni del tempo presente e per la disposizione inveterata de' pontefici romani, a' quali niuna cosa soleva essere pi spaventosa che la venuta degli imperadori romani armati in Italia, desiderando di ovviare a questo pericolo spacci, con consenso de' viniziani, segretamente in Francia, per conchiudere le cose trattate con madama la reggente, Sigismondo segretario di Alberto da Carpi, uomo destro e molto confidato al pontefice. Il quale, correndo la posta fu di notte da certi uomini di male affare ammazzato, per cupidit di rubare, appresso al lago di Iseo nel territorio bresciano: il che, essendo stato occultissimo molti d, non fu piccola la dubitazione del pontefice che e' non fusse stato preso secretamente in qualche luogo per ordinazione de' capitani imperiali, e forse del marchese medesimo; il procedere del quale, per le dilazioni che interponeva, cominciava non mediocremente a essere sospetto. 
In questo stato delle cose sopravenne la espedizione data da Cesare a Lopes Urtado; il quale, essendo ammalato in Savoia, la mand subito per messo proprio a Milano, con la patente del capitanato nella persona del marchese di Pescara (il quale, per continuare nella simulazione medesima con gli altri, dimostr non essergli molto grata, ancora che subito accettasse il capitanato), e commissione ancora al protonotario Caracciolo che andasse a Vinegia in nome di Cesare, per indurre quel senato a nuova confederazione, o almanco perch ciascuno restasse giustificato del desiderio che aveva Cesare di stare in pace con tutti. Accett Francesco Sforza, al quale era gi cominciata infermit di non piccolo momento, la investitura del ducato, e ne pag cinquantamila ducati; ma non perci pretermesse di continuare le pratiche medesime col marchese. Varie sono state le opinioni se questa espedizione di Cesare fusse sincera o artificiosa; perch molti credettono che avesse volto veramente l'animo ad assicurare quegli di Italia, altri dubitorono che egli, per paura di nuovi movimenti, volesse tenere gli uomini sospesi con varie speranze e andare guadagnando tempo, col concedere la investitura e col dare in apparenza la commissione del levare lo esercito, tanto grata a tutta Italia; ma che da parte avesse dato a' suoi capitani ordinazione che non lo rimovessino. N manc dipoi chi credesse che egli avesse gi notizia dal marchese delle pratiche tenute col Morone, e per commettesse cos non per essere ubbidito ma per acquistare qualche giustificazione, e posare con queste speranze gli animi degli uomini insino a tanto gli paresse il tempo opportuno a eseguire i suoi disegni. Nella quale dubiet essendo molto difficile il pervenirne alla vera notizia, massime non sapendo se al tempo che Giovambatista Castaldo, mandato dal marchese a significare il trattato, arriv alla corte, fusse ancora stato espedito Lopes Urtado, e considerato quali in molte cose siano poi stati i progressi di Cesare,  senza dubbio manco fallace il tenere per vera la migliore e pi benigna interpretazione. 
Non cessava intratanto il marchese di intrattenere con le speranze medesime il Morone e gli altri, e nondimeno differire con varie scuse la esecuzione: alla qual cosa gli dette occasione l'essere talmente aggravata la infermit del duca di Milano che si fece per tutti giudizio quasi certo della sua morte. Perch pretendendo tutti i capitani che, in caso tale, quello stato ricadesse a Cesare, supremo signore del feudo, non solo gli fu lecito non rimuovere l'esercito ma ebbe necessit di chiamarvi di nuovo dumila fanti tedeschi, e ordinare che ne stesse preparato maggiore numero: donde, essendo nel ducato di Milano i soldati tanto potenti, restava privato della facolt di dissolvergli di offendergli; dando speranza di eseguire i consigli della congiurazione come prima ne ritornasse la facolt. La quale mentre che si aspetta, publicando di volere procedere con rispetto grandissimo col pontefice, lev dello stato della Chiesa le guarnigioni delle quali egli si querelava gravemente.

Lib.16, cap.9

(Infermit del re di Francia; visita e promessa di Cesare. Difficolt di trattative fra Cesare e madama d'Alanson. Trattative fra il pontefice e Cesare. )

Ma nel tempo medesimo, per nuovo accidente succeduto in Spagna, si variorono quasi tutte le cose. Perch il re di Francia, pieno di gravissimi dispiaceri, poich invano aveva desiderata la presenza di Cesare, si ridusse, per infermit sopravenutagli nella rocca di Madril, in tale estremit della vita che i medici deputati alla sua curazione feciono intendere a Cesare diffidarsi totalmente della salute, se gi non veniva egli in persona a confortarlo e dargli speranza della liberazione. Dove preparandosi di andare, il gran cancelliere suo lo dissuase, dicendo che lo onore suo ricercava di non vi andare se non con disposizione di liberarlo subito e senza alcuna convenzione, altrimenti essere una umanit non regia ma mercenaria, e uno desiderio di farlo guarire non per carit della salute sua ma mosso solamente da interesse proprio, per non perdere per la sua morte la occasione de' guadagni sperati dalla vittoria; consiglio certamente memorabile e degno di essere accettato da tanto principe: nondimeno, consigliato diversamente da altri, and in poste a visitarlo. La visitazione fu breve, perch il cristianissimo era gi quasi allo estremo, ma piena di parole grate, e di speranza certissima, come e' fusse sanato, di liberarlo; e, quel che ne fusse cagione, o questo conforto o che la giovent fusse per se stessa superiore alla natura della infermit, cominci dopo questa visitazione ad alleggierirsi in modo che in pochi d rest liberato dal pericolo, ancora che non ritornasse se non con tardit alla prima valitudine. 
Ma n le difficolt che apparivano dell'animo di Cesare n le speranze date dagli italiani avevano impedita la andata di madama di Alanson in Spagna; perch niuna cosa era pi difficile a' franzesi che abbandonare le pratiche della concordia con quegli che potevano restituirgli il suo re, niuna pi facile a Cesare che, col dare speranza a' franzesi, divertirgli dai pensieri del pigliare l'armi e con questa arte tenere sospesi gli italiani in modo che non ardissino di fare nuove deliberazioni; e cos, ora allentando ora strignendo, tenere confusi e implicati gli animi di tutti. Fu madama di Alanson ricevuta da Cesare con grate dimostrazioni e speranze, ma gli effetti riuscirono duri e difficili. Perch gli parl, il quarto d di ottobre, ricercandolo del matrimonio della sorella vedova col re; alla quale dimanda rispose Cesare non potere farlo senza consentimento del duca di Borbone. L'altre particolarit si trattavano da' deputati dell'una parte e dell'altra, facendo Cesare ostinatamente instanza che, come proprio, gli fusse restituito il ducato di Borgogna, i franzesi non consentendo se non o di accettarla per dote o che giuridicamente si vedesse a quale de' due prncipi apparteneva. Nelle altre condizioni si sarebbono facilmente concordati; ma restando tanta discrepanza nelle cose della Borgogna, madama di Alanson alla fine se ne ritorn in Francia, senza avere riportato altro che facolt di vedere il fratello. Il quale, alla partita di lei, diffidando gi ogni d pi della sua liberazione, si dice avergli commesso che per sua parte ricordasse alla madre e agli uomini del consiglio che pensassino bene al beneficio della corona di Francia, non avendo considerazione alcuna della persona sua come se pi non vivesse. N si troncorono perci per la partita sua al tutto le pratiche, perch vi rimasono il presidente di Parigi i vescovi di Ambrone e di Tarba, i quali insino ad allora l'avevano trattate, ma con leggiera speranza, non si inclinando Cesare a condizione alcuna senza la restituzione della Borgogna, n consentendo il re di concederla se non per ultima necessit. 
Arriv adunque il cardinale alla corte, dove, ricevuto da Cesare con grandissimo onore, trattava le sue commissioni, le quali principalmente contenevano la ratificazione degli articoli promessi dal vicer; confortando anche che al duca di Milano fusse conceduta la investitura per la sicurt comune. Ma il vicer medesimo dissuadeva la restituzione di Reggio e di Rubiera; per i conforti e sotto la speranza del quale, il duca di Ferrara, desideroso di trattare per se medesimo appresso a Cesare la causa sua, ottenuta dal pontefice promessa che per sei mesi non sarebbe molestato da lui lo stato suo, si condusse insino a' confini del regno di Francia, con determinazione di passare pi innanzi; ma negandogli madama il salvocondotto, se ne ritorn finalmente a Ferrara. Trattavasi ancora tra il pontefice e Cesare la causa della dispensazione, per potere fare matrimonio con la sorella del re di Portogallo; il quale Cesare, non ostante che al re di Inghilterra avesse gi promesso con giuramento di non ricevere per moglie altri che la figliuola, era determinato di contrarre. Alla quale dispensazione concedere il pontefice procedeva lentamente, essendogli persuaso da molti che il desiderio di ottenere questa grazia renderebbe Cesare pi facile a' desideri suoi nelle cose che si trattavano; o almeno essere cosa imprudente, in caso s'avesse a fare guerra seco, dargli facolt di accumulare tanti danari quanti accumulerebbe per mezzo di questo matrimonio: perch il re di Portogallo gli offeriva in dote novecentomila ducati, de' quali, detratta quella parte che s'aveva d'accordo a compensare in debiti contratti con lui, si pensava gliene perverebbono in mano almanco cinquecentomila ducati; e oltre a quattrocentomila ducati consentivano di dargli i popoli di Castiglia, per quello che essi chiamavano servizio, quale, cominciato anticamente dalla volont propria de' popoli per soccorrere alle necessit de' suoi re, era ridotto in ordinaria prestazione, offerivano di donargli quattrocentomila altri ducati in caso desse perfezione a questo matrimonio. Da altra parte il pontefice non sapeva resistere alla importunit del duca di Sessa oratore cesareo, perch in lui era quasi sempre repugnanza grande dalla disposizione alla esecuzione; conciossiach, alienissimo per sua natura dal concedere qualunque grazia dimandatagli, non sapeva anche difficultarle, o negarle costantemente; ma lasciando spesso vincere la volont sua dalla importunit di quegli che dimandavano, e in modo che e' pareva che il pi delle volte concedesse pi per paura che per grazia, non procedeva in questo con quella costanza n con quella maest che ricercava la grandezza della sua degnit n la importanza delle faccende che si trattavano. Cos accadde nella dispensa dimandata; che combattendo in lui da uno canto la utilit propria dall'altro la sua mollizie, scaric, come spesso era usato di fare, addosso ad altri quello che a lui non bastava non so se la fronte o l'animo di sostenere. Sped per uno breve la dispensa nella forma dimandata da Cesare, e la mand al cardinale de' Salviati, con commissione che, se le cose sue si risolvevano con Cesare secondo la speranza che aveva data di volere fare, subito che il cardinale arrivasse alla corte, gli desse il breve, altrimenti lo ritenesse: commissione nella quale il ministro, come in suo luogo si dir, non fu n pi nervoso n pi costante che fusse stato il padrone.

Lib.16, cap.10

(Il Morone fatto prigione dal marchese di Pescara. Il Pescara, occupato il ducato, costringe i milanesi a giurare fedelt a Cesare, e cinge con trincee il castello di Milano ove trovasi il duca; timori d'Italia tutta per la potenza di Cesare; come fu giudicato l'operato del marchese di Pescara. Risposta dei veneziani all'inviato di Cesare. )

Ma mentre che il cardinale trattava le commissioni del pontefice con Cesare, essendogli data continuamente speranza di desiderata espedizione, succederono in Lombardia effetti molto diversi. Perch essendo il duca di Milano alleggierito in modo della infermit che si teneva per certo che almanco fusse liberato dal pericolo di presta morte, deliber il marchese di Pescara (il quale per il Castaldo medesimo aveva avuto commissione da Cesare di provedere a questi pericoli, secondo che gli paresse pi opportuno) di impadronirsi del ducato di Milano, sotto colore che il duca, per le pratiche tenute per il mezzo del Morone, era caduto dalle ragioni della investitura, e che il feudo era ricaduto a Cesare supremo signore. Per, essendo il marchese a Novara, bench oppresso da non piccola infermit, e avendo una parte dello esercito in Pavia, i tedeschi alloggiati appresso a Lodi (le quali due citt aveva fatte fortificare), chiam inaspettatamente a Novara il resto delle genti che alloggiavano nel Piemonte e nel marchesato di Saluzzo, il quale quasi subito dopo la vittoria avevano occupato; e sotto specie di volere compartire gli alloggiamenti per tutto lo stato di Milano, chiam a Novara il Morone, nella persona del quale si pu dire che consistesse la importanza d'ogni cosa; perch era certo che, come egli fusse fatto prigione, il duca di Milano, spogliato d'uomini e di consiglio, non farebbe resistenza alcuna; dove, se fusse libero, poteva dubitare che, con lo ingegno con l'esperienza con la riputazione, difficultasse molto i suoi disegni. Era ancora necessario che Cesare avesse in potest sua la persona del Morone, stato autore e instrumento di tutte le pratiche, per potere col suo processo giustificare le imputazioni che si davano al duca di Milano. Non  cosa alcuna pi difficile a schifare che il fato, nessuno rimedio  contro a' mali determinati. Poteva gi conoscere il Morone che la pratica tenuta col marchese di Pescara era vana; sapeva di essere in grandissimo odio appresso a tutti i soldati spagnuoli, tra i quali gi molte cose della sua infedelt si dicevano; e che Antonio de Leva publicamente minacciava di farlo ammazzare; non  credibile non considerasse la importanza della sua persona, che non vedesse in che grado si trovava il duca di Milano, inutile allora e quasi come morto; tra loro, gi molti d innanzi, era ogni cosa sospesa e piena di sospizione: ognuno lo confortava a non andare, egli medesimo ne stette ambiguo. Nondimeno, o avendo ancora occupato l'animo dalle simulazioni e dalle arti del marchese o facendo fondamento nella amicizia grande che gli pareva avere contratta con lui, o confidandosi della fede la quale disse poi avere avuta per una sua lettera, o per dire meglio tirato da quella necessit, che trascina gli uomini che non vogliono lasciarsi menare, si risolv di andare quasi a una carcere manifesta: cosa a me tanto pi maravigliosa quanto mi restava in memoria avermi il Morone detto pi volte nello esercito, al tempo di Leone, non essere uomo in Italia n di maggiore malignit n di minore fede del marchese di Pescara. Fu ricevuto da lui benignamente; e soli, in camera, parlorono delle prime pratiche e di ammazzare gli spagnuoli e Antonio de Leva, ma in luogo che Antonio, che dal marchese era stato occultato dietro a uno panno d'arazzo, udiva tutti i ragionamenti; dal quale, partito che fu dal marchese, che fu il quartodecimo d di ottobre, fu fatto prigione e mandato nel castello di Pavia. Nel quale luogo and il marchese proprio a esaminarlo sopra quelle cose che insieme avevano trattate; messe in processo tutto l'ordine della congiurazione, accusando il duca di Milano come conscio di ogni cosa; che era quello che principalmente si cercava. 
Incarcerato il Morone, il marchese, in mano del quale erano prima Lodi e Pavia, ricerc il duca che per sicurt dello stato dello imperadore gli facesse consegnare Cremona e le fortezze di Trezzo, Lecco e Pizzichitone, che per essere in su il passo di Adda sono tenute le chiavi del ducato di Milano; promettendo, avute queste, di non innovare pi altro: le quali il duca, trovandosi ignudo di ogni cosa, abbandonato di consiglio e di speranza, gli fece subito consegnare. Avute queste, ricerc pi oltre di essere ammesso in Milano (diceva) per parlare seco; che gli fu consentito con la medesima facilit: ed entrato che fu in Milano, gli mand a fare instanza che gli facesse consegnare il castello di Cremona; e che non ricercava il medesimo di quello di Milano per non essere dimanda conveniente, poi che vi era dentro la sua persona, ma che dimandava bene che, per sicurt dello esercito di Cesare, il duca consentisse che il castello fusse serrato con le trincee. Dimand ancora che gli desse in mano Gian Angelo Riccio suo segretario e Poliziano segretario del Morone, acci che si potessino esaminare sopra le imputazioni che erano date a lui di avere macchinato contro a Cesare. Alle quali dimande rispose il duca che teneva le castella di Milano e di Cremona in nome e a instanza di Cesare, al quale era stato sempre fedelissimo vassallo, e che non le voleva consegnare ad alcuno se prima non intendeva la sua volont; la quale per intendere chiaramente gli manderebbe subito uno uomo proprio, pure che il marchese gli concedesse sicurt di passare; e che non gli pareva onesto consentire di essere, in questo mezzo, serrato in castello; dalla quale violenza si difenderebbe in qualunque modo potesse. Avere bisogno per s di Gian Angelo, per essere egli instrutto di tutte le cose sue importanti, n essere per allora appresso a s altro ministro; e avere anche maggiore necessit di quello del Morone per poterlo presentare innanzi a Cesare, e giustificare con questo mezzo che, nella infermit sua, il padrone aveva fatto in suo nome, senza saputa sua, molte espedizioni che gli potrebbono essere di carico, se con questo mezzo non giustificasse la innocenza sua; e che le pratiche del Morone erano diverse e separate dalle pratiche sue. Lo effetto fu che, dopo molte repliche e protesti fatti da l'uno a l'altro per scrittura, il marchese costrinse il popolo di Milano a giurare fedelt allo imperadore contro alla volont sua, e con incredibile dispiacere di tutti messe per tutto lo stato officiali in nome di Cesare, e cominci con le trincee a serrare il castello di Cremona e quello di Milano; nel quale il duca, con grandissimi conforti e speranze di soccorso dategli dal pontefice e da' viniziani, era risoluto di fermarsi, avendovi seco ottocento fanti eletti, e messevi quelle vettovaglie che comport la brevit del tempo. N manc di impedire, quanto potette, con l'artiglierie che e' non si lavorasse alle trincee; le quali si lavoravano dalla parte di fuora, col fosso pi lontano dal castello che non aveva fatto Prospero Colonna. Spavent, e ragionevolmente, l'occupazione del ducato di Milano Italia tutta; la quale conosceva andarne in manifesta servit ogni volta che Cesare fusse padrone di Milano e di Napoli; e sopra tutti afflisse il pontefice, vedendo scoperte quelle pratiche con le quali aveva trattato non solo di assicurare Milano ma ancora di distruggere l'esercito di Cesare e torgli il regno di Napoli. Al marchese di Pescara concili forse grazia appresso a Cesare, ma nel cospetto di tutti gli altri eterna infamia; non solo perch rest nella opinione della maggiore parte che da principio avesse avuto intenzione di mancare a Cesare, ma ancora perch, quando gli fusse stato sempre fedele, parve cosa di grande infamia che avesse dato animo agli uomini, e allettatigli con tanta arte e con tante fraudi a fare pratiche seco, per avere occasione di manifestargli, e farsi grande de' peccati d'altri procurati con le lusinghe e con l'arti sue. 
Difficult questa innovazione la speranza della concordia la quale si trattava per il protonotario Caracciolo col senato viniziano, ridotta gi in termini che pareva propinqua alla conclusione, di rinnovare la prima confederazione con le medesime condizioni e di pagare a Cesare, per ricompensazione della omissione del passato, ottantamila ducati; escluse in tutto le dimande di contribuire in futuro con danari, e di restituire i fuorusciti di Padova e dell'altre terre che avevano seguitato Massimiliano. Ma il caso sopravenuto di Milano empi quello senato di grandissima perplessit, essendo da una parte molestissimo restare soli in Italia contro a Cesare, con pericolo che, come minacciava il marchese di Pescara di volere fare, la guerra non si trasferisse nel loro dominio (e gi ne appariva qualche preparazione), da altra, non manco, di accrescere col loro accordo la facilit a Cesare di insignorirsi totalmente di quel ducato; il quale, aggiuntogli a tanti stati e a tante altre opportunit, era la scala di soggiogare loro con tutto il resto d'Italia. N cessava di confortargli al medesimo efficacemente il vescovo di Baiosa, mandato da madama la reggente per trattare la unione sua con gli italiani contro a Cesare; nel quale frangente le consulte loro erano spesse ma dubbie, e piene di varie opinioni; e se bene lo accettare l'accordo fusse pi conforme alla consuetudine loro, perch rimoveva i pericoli presenti, donde potevano sperare nella lunghezza del tempo e nelle occasioni che possono aspettare le republiche, le quali a comparazione de' prncipi sono immortali, pure pareva anche loro troppo importante che Cesare si confermasse nello stato di Milano, e che i franzesi restassino esclusi di ogni speranza di avere alcuna congiunzione in Italia. Per, determinati finalmente di non si obligare a cosa alcuna, risposono al protonotario Caracciolo che i progressi loro passati facevano fede a tutto il mondo (ed egli ancora, che si era trovato a conchiudere la confederazione, ne era buono testimonio) quanto avessino sempre desiderato la amicizia di Cesare, col quale si erano collegati in tempo che lo accostarsi loro a' franzesi sarebbe stato, come sapeva ciascuno, di grandissimo momento; e che sempre avevano perseverato e ora pi che mai perseveravano nella medesima disposizione; ma che di necessit gli teneva sospesi il vedere che in Lombardia si fusse fatta innovazione di tanta importanza, e massime ricordandosi che e la confederazione loro con Cesare e tanti altri movimenti, che si erano fatti a questi anni in Italia, non avevano avuto altro fine che il volere che il ducato di Milano fusse di Francesco Sforza, come fondamento necessario alla libert d'Italia e alla sicurt universale: e per pregare Sua Maest che, imitando in questo caso se medesima e la sua bont, volesse rimuovere questa innovazione e stabilire la quiete d'Italia come era in potest sua di fare, perch gli troverebbe sempre dispostissimi, e con l'autorit e con le forze, a seguitare questa santa inclinazione; n gli darebbono mai causa che da loro avesse a desiderare uffizio alcuno cos al proposito del bene universale come degli interessi suoi particolari. La quale risposta essendo senza speranza alcuna di conclusione non partor per rottura di guerra, perch e lo aggravare tutto d la infermit del marchese di Pescara e il desiderio di insignorirsi prima di tutto lo stato di Milano e di stabilire bene quello acquisto, e il volere prima Cesare risolvere tante altre cose che aveva in mano, non lasciava dare principio a impresa di tanto momento.

Lib.16, cap.11

(Il Borbone in Ispagna; disprezzo dei nobili spagnuoli per lui; morte del marchese di Pescara; giudizio dell'autore. Incertezza del pontefice sull'opportunit della confederazione contro Cesare. )

Era in questo tempo arrivato Borbone (il quale arriv il quintodecimo d di novembre) alla corte di Cesare. Circa il quale non merita di essere preterito con silenzio che, bench da Cesare fusse ricevuto con tutte le dimostrazioni e onori possibili e carezzato come cognato, nondimeno, che tutti i signori della corte, soliti come sempre accade a seguitare nell'altre cose l'esempio del suo principe, l'aborrivano come persona infame, nominandolo traditore al proprio re; anzi uno di loro, ricercato in nome di Cesare che consentisse che il suo palazzo gli fusse conceduto per alloggiamento, rispose, con grandezza di animo castigliana: non potere dinegare a Cesare quanto voleva, ma che sapesse che, come Borbone se ne fusse partito, l'abbrucierebbe, come palazzo infetto dalla infamia di Borbone e indegno di essere abitato da uomini d'onore. Ma gli onori fatti da Cesare al duca di Borbone accrescevano la diffidenza de' franzesi; i quali, per questo, e pi per il ritorno senza effetto di madama di Alanson, sperando poco nello accordo, ancora che continuamente per uomini propri che avevano appresso a Cesare si praticasse, instavano quanto potevano di fare la lega col pontefice: a che intervenivano i conforti e l'autorit del re d'Inghilterra, le spesse ed efficaci instanze de' viniziani. E si aggiunse una opportunit senza dubbio grande, che in questi d, che fu al principio di dicembre, mor il marchese di Pescara; forse per giusto giudizio di Dio, che non comport che egli godesse il frutto di quel seme che aveva seminato con tanta malignit. 
Era costui di casa di Avalos, di origine catelano; i maggiori suoi erano venuti in Italia col re don Alfonso di Aragona, che primo di quella casa acquist il reame di Napoli; e cominciando dalla giornata di Ravenna, nella quale ancora giovanetto fu fatto prigione, era intervenuto in tutte le guerre che avevano fatte gli spagnuoli in Italia; in modo che, giovane di et, che non passava trentasei anni, era gi vecchio di esperienza. Ingegnoso, animoso, molto sollecito e molto astuto, e in grandissimo credito e benivolenza appresso alla fanteria spagnuola, della quale era stato lungamente capitano generale; in modo che e la vittoria di Pavia e, gi qualche anno, tutte le onorevoli fazioni fatte da quello esercito erano principalmente succedute per il consiglio e per la virt sua. Capitano certamente di valore grande, ma che con artifici e simulazioni sapeva assai favorire e augumentare le cose sue. Il medesimo, altiero insidioso maligno, senza alcuna sincerit, e degno, come spesso diceva desiderare, di avere avuto per patria pi presto Spagna che Italia. 
Confuse adunque assai la morte sua quello esercito, appresso al quale egli era in tanta grazia e riputazione, e agli altri dette speranza di poterlo molto pi facilmente opprimere poich gli era mancato uno capitano di tale autorit e valore. Per appresso al pontefice erano tanto pi calde e importune le instanze di coloro che desideravano che la lega si facesse; ma non erano minori le sue sospensioni e debitamente, perch da ogni parte combattevano ragioni efficacissime, e da tenere confuso ogn'uomo bene caldo e deliberato non che Clemente, che nelle cose sue proced sempre tardo e sospeso. Non si aspettava pi da Cesare deliberazione alcuna che assicurasse Italia: vedevasi attentissimo a pigliare il castello di Milano, quale preso, tutti gli altri e il papa massime, che aveva lo stato debole e posto in mezzo della Lombardia e del regno di Napoli, gli restavano manifestamente in preda; e presupposto che in facolt sua fusse di opprimerlo, era molto dubitabile che e' non l'avesse a fare, o per ambizione (che  quasi naturale agli imperadori contro a' pontefici) o per assicurarsi o per vendicarsi; trovandosi, come era credibile, pieno di sdegno e di diffidenza per le pratiche tenute col marchese di Pescara: e se la necessit di provedere a questo pericolo era grande non parevano anche leggieri i fondamenti e le speranze di poterlo fare, perch o il rimedio aveva a succedere per mezzo di una lega e congiunzione s potente o si aveva a disperarsene in eterno. Prometteva il governo di Francia cinquecento lance, e ogni mese, mentre durava la guerra, quarantamila ducati; co' quali si ragionava soldare diecimila svizzeri. Disegnavasi che il papa e i viniziani mettessino insieme mille ottocento uomini d'arme ventimila fanti e dumila cavalli leggieri, uscissino i franzesi e i viniziani in mare con una grossa armata per assaltare o Genova o il reame di Napoli. Prometteva madama la reggente di rompere subito con potente esercito la guerra alle frontiere di Spagna, acci che Cesare fusse impedito a mandare gente e danari per la guerra d'Italia. Lo esercito restato in Lombardia non era grosso, non aveva capitani della autorit soleva, essendo morto il marchese, e il Borbone e il vicer di Napoli in Spagna; non vi era modo di danari non abbondanza di vettovaglie; i popoli inimicissimi per il desiderio del suo duca e per le intollerabili esazioni che si facevano dai soldati e nella citt di Milano e in tutto lo stato, il castello di Milano e di Cremona in mano del duca; e i viniziani davano speranza che anche il duca di Ferrara entrerebbe in questa confederazione, pure che Clemente si contentasse di concedergli Reggio, quale a ogni modo possedeva. Da altro canto faceva difficolt la astuzia, la virt degli inimici, lo essere soliti a stare lungamente, quando era necessario, con pochi danari e a tollerare molti disagi e incomodit, le terre fortificate in che erano e la facilit, per essere terre in piano, da potere anche meglio ripararle e fortificarle, nelle quali potersi intrattenere tanto che gli venisse soccorso di Germania, di qualit da ridurre tutta la guerra alla fortuna d'una giornata; le genti della lega non potere essere altro che genti nuove e di poco valore a comparazione di quello esercito veterano e nutrito in tante vittorie. Aversi difficolt di capitano generale, non avendo il marchese di Mantova, che allora era capitano della Chiesa, spalle da sostenere tanto peso; n potendo sicuramente commettersi alla fede del duca di Ferrara n di quello di Urbino, che avevano ricevuto tante offese, n potevano essere contenti della grandezza del pontefice. Tagliare male di sua natura l'arme della Chiesa, tagliare medesimamente male l'arme de' viniziani; e se ciascuna male, separata e dispersa, quanto peggio accompagnate e congiunte insieme? E negli eserciti delle leghe non concorrere mai le provisioni in uno tempo medesimo; e tra tante volont, dove sono vari interessi e vari fini, nascere facilmente disordini sdegni dispareri e diffidenze; e, almanco, non vi essere mai n prontezza a seguitare gagliardamente, quando si mostra benigno, il favore della fortuna, n disposizione da resistere costantemente quando si volge il disfavore. Ma quello che sopratutto causava, in questa deliberazione, difficolt grandissima e timore era il sospetto che i franzesi, ogni volta che Cesare vedendosi strignere offerisse di liberare il loro re, non solo abbandonassino la lega ma ancora lo aiutassino contro a' collegati. E se bene il re d'Inghilterra obligava per loro la fede sua, che e' non si accorderebbono, e si trattava che e' dessino, in Roma in Firenze o in Vinegia, sicurt di pagamenti per tre mesi, nondimeno non si trovava mezzo alcuno da assicurare da questa sospizione: perch non avendo essi altro fine che la ricuperazione del re, ed essendo notorio che e' non avevano inclinazione alla guerra se non quando non avevano speranza dell'accordo, pareva verisimile che ogni volta che Cesare volesse consentirlo loro preporrebbono la concordia seco a ogn'altro interesse e rispetto, anzi si conosceva che quanto fussino maggiori gli apparati e le forze della lega tanto pi inclinerebbe Cesare ad accordare col re di Francia. E per pareva pericolosissimo partito collegarsi a una guerra nella quale le provisioni potenti de' confederati potessino cos nuocere come giovare. Combattevano il pontefice da ogni parte con queste ragioni gl'imbasciadori e agenti de' prncipi ma non manco i ministri suoi medesimi, perch la casa e il consiglio suo era diviso; de' quali ciascuno favoriva la propria inclinazione con tanto minore rispetto quanto era maggiore l'autorit che s'avevano arrogata con lui, ed egli insino a quel tempo assuefattosi a lasciarsi in grande parte portare da coloro che arebbono avuto a obbedire a' cenni suoi, n essere altro che ministri ed esecutori delle volont e ordini del padrone. Per intelligenza di che, e di molte altre cose che occorsono,  necessario dichiarare pi da alto.

Lib.16, cap.12

(Diversit dei caratteri di Leone decimo e di Giulio de' Medici; stima generale delle doti di Giulio e grande attesa per la sua elezione a pontefice; sua incertezza nel deliberare e nell'eseguire. Suoi consiglieri e loro modo d'agire. Il pontefice gi deciso alla confederazione contro Cesare sospende gli accordi per la notizia dell'arrivo d'un ambasciatore cesareo. )

Lione, che port primo grandezza ecclesiastica nella casa de' Medici, e con l'autorit del cardinalato sostenne tanto s e quella famiglia, caduta di luogo eccelso in somma declinazione, che e' potetteno aspettare il ritorno della prospera fortuna, fu uomo di somma liberalit; se per si conviene questo nome a quello spendere eccessivo che passa ogni misura. In costui, assunto al pontificato, appar tanta magnificenza e splendore e animo veramente regale che e' sarebbe stato maraviglioso eziandio in uno che fusse per lunga successione disceso di re o di imperadori: n solo profusissimo di danari ma di tutte le grazie che sono in potest di uno pontefice; le quali concedeva s smisuratamente che faceva vile l'autorit spirituale, disordinava lo stile della corte, e per lo spendere troppo si metteva in necessit di avere sempre a cercare danari per vie estraordinarie. A questa tanta facilit era aggiunta una profondissima simulazione, con la quale aggirava ognuno nel principio del suo pontificato, e lo fece parere principe ottimo; non dico di bont apostolica, perch ne' nostri corrotti costumi  laudata la bont del pontefice quando non trapassa la malignit degli altri uomini; ma era riputato clemente, cupido di beneficare ognuno e alienissimo da tutte le cose che potessino offendere alcuno. Il medesimo fu deditissimo alla musica alle facezie e a' buffoni; ne' quali sollazzi teneva il pi del tempo immerso l'animo, che altrimenti sarebbe stato volto a fini e faccende grandi, delle quali aveva lo intelletto capacissimo. Credettesi per molti, nel primo tempo del pontificato, che e' fusse castissimo; ma si scoperse poi dedito eccessivamente, e ogni d pi senza vergogna, in quegli piaceri che con onest non si possono nominare. Ebbe costui, tra le altre sue felicit, che furono grandissime, non piccola ventura di avere appresso di s Giulio de' Medici suo cugino; quale, di cavaliere di Rodi, bench non fusse di natali legittimi, esalt al cardinalato. Perch essendo Giulio di natura grave, diligente, assiduo alle faccende, alieno da' piaceri, ordinato e assegnato in ogni cosa, e avendo in mano per volont di Lione tutti i negozi importanti del pontificato, sosteneva e moderava molti disordini che procedevano dalla sua larghezza e facilit; e quel che  pi, non seguendo il costume degli altri nipoti e fratelli de' pontefici, preponendo l'onore e la grandezza di Lione agli appoggi potesse farsi per dopo la sua morte, gli era in modo fedelissimo e ubbidientissimo che pareva che veramente fusse un altro lui; per il che fu sempre pi esaltato dal pontefice, e rimesse a lui ogni d pi le faccende: le quali, in mano di due nature tanto diverse, mostravano quanto qualche volta convenga bene insieme la mistura di due contrari. L'assiduit la diligenza l'ordine la gravit di costui, la facilit la prodigalit i piaceri e la ilarit di quell'altro, facevano credere a molti che Lione fusse governato da Giulio, e che egli per se stesso non fusse uomo da reggere tanto peso, non da nuocere ad alcuno e desiderosissimo di godersi i comodi del pontificato; e allo incontro, che in Giulio fusse animo ambizione cupidit di cose nuove, in modo che tutte le severit tutti i movimenti tutte le imprese che si feceno a tempo di Lione si credeva procedessino per istigazione di Giulio, riputato uomo maligno ma di ingegno e di animo grande. La quale opinione del valore suo si conferm e accrebbe dopo la morte di Lione; perch, in tante contradizioni e difficolt che ebbe, sostenne con tanta dignit le cose sue che pareva quasi pontefice, e si conserv in modo l'autorit appresso a molti cardinali che, entrato in due conclavi assoluto padrone di sedici voti, aggiunse finalmente, nonostante infinite contradizioni della maggiore parte e de' pi vecchi del collegio, dopo la morte di Adriano, al pontificato, non finiti ancora due anni dalla morte di Lione: dove entr con tanta espettazione che fu fatto giudizio universale che avesse a essere maggiore pontefice e a fare cose maggiori che mai avesse fatte alcuni di coloro che avevano insino a quel d seduto in quella sedia. Ma si conobbe presto quanto erano stati vani i giudizi fatti di Lione e di lui. Perch in Lione fu di grande lunga pi sufficienza che bont, ma Giulio ebbe molte condizioni diverse da quello che prima era stato creduto di lui: con ci sia che e' non vi fusse n quella cupidit di cose nuove n quella grandezza e inclinazione di animo a fini generosi e magnanimi che prima era stata l'opinione, e fusse stato pi presto appresso a Lione esecutore e ministro de' suoi disegni che indirizzatore e introduttore de' suoi consigli e delle sue volont. E ancora che avesse lo intelletto capacissimo e notizia maravigliosa di tutte le cose del mondo, nondimeno non corrispondeva nella risoluzione ed esecuzione; perch, impedito non solamente dalla timidit dell'animo, che in lui non era piccola, e dalla cupidit di non spendere ma eziandio da una certa irresoluzione e perplessit che gli era naturale, stesse quasi sempre sospeso e ambiguo quando era condotto alla determinazione di quelle cose le quali aveva da lontano molte volte previste, considerate e quasi risolute. Donde, e nel deliberarsi e nello eseguire quel che pure avesse deliberato, ogni piccolo rispetto che di nuovo se gli scoprisse, ogni leggiero impedimento che se gli attraversasse, pareva bastante a farlo ritornare in quella confusione nella quale era stato innanzi deliberasse; parendogli sempre, poi che aveva deliberato, che il consiglio stato rifiutato da lui fusse il migliore: perch, rappresentandosegli allora innanzi solamente quelle ragioni che erano state neglette da lui, non rivocava nel suo discorso le ragioni che l'avevano mosso a eleggere, per la contenzione e comparazione delle quali si sarebbe indebolito il peso delle ragioni contrarie; n avendo, per la memoria di avere temuto molte volte vanamente, presa esperienza di non si lasciare soprafare al timore. Nella quale natura implicata e modo confuso di procedere, lasciandosi spesso trasportare da' ministri, pareva pi presto menato da loro che consigliato. 
Di questi furono appresso a lui in somma potenza Niccol Scombergh germano e Giammatteo Giberto da Genova: quello reverito e quasi temuto dal pontefice, questo gratissimo e molto amato da lui. Quello, seguitando l'autorit di Ieronimo Savonarola, dedicatosi, mentre studiava nelle leggi, nell'ordine de' frati predicatori, ma dipoi partitosi dalla religione bench ritenendo l'abito e il nome, [aveva] seguitate le faccende secolari; questo, nella et puerile dedicatosi alla religione ma dipoi partitosene per la autorit paterna, bench non fusse di legittimi natali, aveva abdicato in tutto, e con l'abito e col nome, quella professione. Questi, concordi nel suo cardinalato e poi nel principio del pontificato, guidorono ad arbitrio loro il pontefice; ma cominciando poi a discordare, o per ambizione o per la diversit delle nature, lo distrassono e lo confusono. Perch fra' Niccol, affezionatissimo, per il vincolo della nazione o per qualunque altro rispetto, al nome di Cesare, e per natura fisso nelle opinioni proprie, le quali spesso discordavano dalle opinioni degli altri uomini, favoriva tanto immoderatamente le cose di Cesare che spesso venne in sospetto al pontefice come pi amatore degli interessi di altri che de' suoi; l'altro, non conoscendo in verit n altro amore n altro padrone, ma per natura ardente nelle cose sue, se in qualche cosa errava, procedeva pi presto da volont che da giudicio; e se bene nel tempo di Lione fusse stato inimico acerrimo de' franzesi e fautore delle cose di Cesare, morto Leone, era diventato tutto l'opposito: donde, essendo questi due ministri potentissimi tra loro in manifesta dissensione n procedendo con maturit o con rispetto dell'onore del pontefice, e facendo notorio a tutta la corte la sua freddezza e irresoluzione, lo rendevano appresso alla maggiore parte degli uomini disprezzabile e quasi ridicolo. 
Essendo egli adunque di natura irresoluto, e in una deliberazione s perplessa e s difficile aiutato confondere da coloro che dovevano aiutarlo risolvere, non sapeva egli medesimo dove si volgere: finalmente, pi perch era necessario deliberare qualche cosa che per risoluzione e giudicio fermo, trovandosi massime in termine che anche il non deliberare era specie di deliberare, si inclin a fare la lega, e a rompere in compagnia degli altri la guerra a Cesare. Concordoronsi e distesonsi i capitoli, n mancava altro che lo stipulargli, quando ebbe nuove che a Genova era arrivato il comandatore Errera mandato a lui da Cesare; quale avvisava che veniva subito in diligenza, e con grata e buona espedizione: deliber adunque di aspettarlo, con gravissima querela degli imbasciadori, a' quali aveva dato ferma intenzione di stipulare il d medesimo la confederazione.

Lib.16, cap.13

(Ragioni dell'invio dell'ambasciatore di Cesare al pontefice. Obiezioni del pontefice alle proposte di Cesare e promesse dell'ambasciatore. Accordo provvisorio fra il pontefice e Cesare. )

La cagione della venuta sua fu che Cesare, poi che ebbe dato commissione tale al marchese di Pescara che almanco era in arbitrio suo lo occupare lo stato di Milano, dubitando che per questo non si facessino in Italia nuovi movimenti, ristrinse le pratiche dell'accordo col legato Salviato: in modo che tra loro fu fatta capitolazione, riservata per la condizione della ratificazione del pontefice, nella quale se gli sodisfaceva della restituzione di Reggio e di Rubiera, e vi si includeva la difesa e conservazione del duca di Milano, che erano le cose state principalmente desiderate da Clemente, ma con condizione espressa che, nel caso della sua morte, non potesse ritenere per s quel ducato n darlo allo arciduca suo fratello, ma ne investisse monsignore di Borbone; il quale il pontefice medesimo, assai inconsideratamente, per conforti dello arcivescovo di Capua, gli aveva, insieme con Giorgio di Austria fratello naturale di Massimiliano Cesare, proposto, nel tempo che per la infermit fu quasi disperata la vita di Francesco Sforza. La quale capitolazione fatta, il legato, non aspettato che da Clemente avesse la perfezione, non potette o non seppe negare di dare a Cesare il breve tanto desiderato della dispensa: la quale essendo stata fatta prima con espressione solamente dello impedimento in secondo grado senza nominare la figliuola del re di Portogallo, per manco offendere il re di Inghilterra, o perch, essendo tra loro vincolo doppio di affinit, non fusse fatta menzione se non del vincolo pi potente, fu necessario farne un'altra che con espressa nominazione delle persone comprendesse tutti gli impedimenti. 
Con la espedizione di questa confederazione part il comandatore Errera dalla corte cesarea, uno giorno o due dipoi che Cesare aveva ricevuto l'avviso della cattura del Morone: e condotto, il sesto d di dicembre, innanzi al pontefice, oltre a molte offerte e fede larghissima della buona disposizione di Cesare, gli present i capitoli [dell'accordo]; del quale se bene i capitoli che trattavano del sale e delle cose beneficiali del reame di Napoli erano discrepanti da quello che aveva appuntato col vicer, pure, perch il principale suo fine era di assicurarsi da' sospetti, gli arebbe accettati se avesse conosciuto procedersi sinceramente nelle cose del ducato di Milano. Ma poi che nel capitolo che trattava di Francesco Sforza non si faceva menzione della imputazione che gli era stata data, n si prometteva di restituire lo stato tolto n di perdonargli gli errori che avesse commesso (anzi Cesare, nella conclusione fatta col legato e nella istruzione data a questo suo agente, non aveva dimostrato di saperne cosa alcuna), fu conosciuta facilmente la astuzia e arte loro: perch la confederazione e la promessa di conservare e difendere Francesco Sforza nel ducato di Milano non privava Cesare della potest di procedergli contro come suo vassallo, e dichiarare il feudo divoluto, per la imputazione dello avere macchinato contro alla Maest sua; e Borbone, surrogato in caso della sua morte, veniva anche a succedere in caso della sua privazione, perch dalle leggi  considerata la morte naturale e la morte civile, della quale dicono morire chi  condennato per tale delitto. Per rispose il pontefice, con gravissime parole: non avere con Cesare causa alcuna particolare di discordia, anzi, che di ogni differenza e disputa che potesse essere tra loro non eleggerebbe mai altro giudice che lui; ma che era anche necessario fermare in modo le cose comuni che Italia restasse sicura, il che non poteva essere se non si rilasciava a Francesco Sforza il ducato di Milano; e gli mostr le ragioni per le quali quello capitolo cos generale non era bastante; conchiudendo che a lui sarebbe grandissimo dispiacere di essere necessitato a pigliare nuove deliberazioni, e discostarsi da Cesare col quale era stato sempre congiuntissimo. Replic il duca di Sessa che la mente di Cesare era sincerissima, e che senza dubbio era contento che, non ostante tutto quello fusse accaduto, il ducato di Milano restasse a Francesco Sforza, ma che per inavvertenza non era stato disteso il capitolo in ampia forma; ma facesse il pontefice riformarlo a modo suo, che gli promettevano presentargli in termine di due mesi la ratificazione, pure che anche egli promettesse che, durante questo tempo, non conchiuderebbe la lega che si trattava col governo di Francia e co' viniziani. Fu conosciuto chiaramente per ciascuno che questa offerta non aveva altro fondamento che il desiderio di guadagnare dilazione di due mesi, acci che Cesare avesse spazio di potere meglio deliberarsi e provedere i rimedi contro a tanta unione; e nondimeno il pontefice, dopo molte dispute e con grandissimo dispiacere degli altri imbasciadori, acconsent a questa dimanda, s per desiderio di allungare quanto poteva lo entrare nelle spese e nelle molestie come perch gli pareva che, mentre che il cristianissimo era prigione, fusse pericolosissima ogni congiunzione che si facesse con la madre, essendo in potest di Cesare dissolverla ogni volta che gli piacesse; e questa dilazione potere pure portare, ancorch poco se ne sperasse, la conclusione desiderata; e se pure causasse la concordia tra i due re, consider profondamente (ancora che molti altri giudicassino in contrario) che meglio era che si facesse in tempo che Cesare avesse minore necessit; perch quanto fusse in grado migliore tanto sarebbono pi gravi le condizioni che egli porrebbe al re di Francia; l'asprezza delle quali dava speranza che il re, poich fusse liberato, non le avesse a osservare. Fu aggiunto ancora in questo trattato che nel medesimo tempo non si innovasse n di lavorare n di altro contro al castello di Milano, se Francesco Sforza si obligava a non offendere e molestare quegli di fuora; la quale condizione egli non volle accettare.

Lib.16, cap.14

(Lettera del pontefice a Cesare a favore del duca di Milano. Matrimonio di Cesare con la principessa di Portogallo. Discussione nel consiglio di Cesare sulla politica da seguirsi riguardo al re di Francia, ed in Italia; parole del gran cancelliere; parole del vicer. )

Consumato con queste azioni, disposte pi alla guerra che alla pace, l'anno della nativit del Figliuolo del sommo Dio mille cinquecento venticinque, cominci l'anno mille cinquecento ventisei, pieno di grandi accidenti e di maravigliose perturbazioni. Nel principio del quale anno ritornando Errera a Cesare, il pontefice gli scrisse una lunga lettera di propria mano, nella quale, non negando totalmente n confessando le cose trattate contro a lui ma trasferendone la colpa nel marchese di Pescara, si sforz di escusare Francesco Sforza, sedotto, se aveva fatto errore alcuno, dai consigli di Ieronimo Morone; e supplicandolo efficacissimamente che, per quiete e beneficio di tutta la cristianit, fusse contento di perdonargli. Nel quale tempo Cesare, aspettando la risposta del pontefice, teneva sospese tutte le pratiche degli altri; e ancora che Borbone, che era carezzato assai e confermatagli la speranza del parentado, instesse di consumare il matrimonio, gli era interposta dilazione, allegando che Cesare voleva prima consumare il matrimonio suo con la sposa di Portogallo, la quale di giorno in giorno aspettava: ma si faceva per lasciarsi libera la facolt di fare l'accordo col re di Francia, nel quale si trattava dargli per moglie la medesima promessa a Borbone; prevalendo, come  l'uso di tutti i prncipi, l'utilit alla onest. Sopravenne dipoi, avendo gi Cesare consumato il matrimonio in Sibilia, Errera da Roma, con la minuta del capitolo amplissimo disteso dal pontefice in benefizio di Francesco Sforza: in modo che Cesare, certificato anche che il legato non aveva commissione da parte, diversa da quel capitolo, e concorrendo tutto il consiglio in questa sentenza, che e' fusse necessario interrompere la lega che si trattava e pericoloso l'avere a sostenere in uno tempo medesimo tanti inimici, si ridusse in necessit o di sodisfare al pontefice e a' viniziani della restituzione di Francesco Sforza o di concordarsi col re di Francia. Il quale finalmente, dopo molte contenzioni avute sopra la Borgogna, non potendo altrimenti sperare da Cesare la liberazione, offeriva di restituirla con i contadi e pertinenze sue, e cedere alle ragioni che aveva sopra il regno di Napoli e sopra il ducato di Milano; e dare statichi, per l'osservanza delle promesse, due suoi figliuoli. 
Grandissime dispute erano in su la elezione dell'una o dell'altra deliberazione. Il vicer, che aveva condotto in Spagna il re cristianissimo, e dategli tante speranze e procurato s ardentemente la sua liberazione, faceva pi efficace instanza che mai; e l'autorit sua, almanco per fede e per benivolenza, era grande appresso a Cesare. Ma in contrario pi presto esclamava che disputava Mercurio da Gattinara, gran cancelliere; uomo, bench nato di vile condizione nel Piamonte, di molto credito ed esperienza, e il quale gi pi anni sosteneva tutte le faccende importanti di quella corte. I quali essendo uno giorno ridotti in consiglio, presente Cesare, per determinare finalmente tutte le cose che si erano trattate tanti mesi, il gran cancelliere parl cos: 
- Io ho bene sempre dubitato, invittissimo Cesare, che la nostra troppa cupidit, e lo averci proposto noi fini male misurati, non fusse causa che di vittoria tanto preclara e tanto grande noi non riportassimo alla fine n gloria n utilit; ma non credetti perci gi mai che l'avere vinto avesse a condurre in pericolo la reputazione e lo stato vostro, come io veggo che manifestamente si conduce: poi che si tratta di fare un accordo per il quale Italia tutta si disperi e il re di Francia si liberi, ma con sgravi condizioni che, se non per volont almanco per necessit, ci resti maggiore inimico che prima. Desidererei e io, con ardore pari a quello degli altri, che in uno tempo medesimo si recuperasse la Borgogna e si stabilissino i fondamenti di dominare Italia, ma conosco che chi cos presto vuole tanto abbracciare va a pericolo di non stringere cosa alcuna, e che nessuna ragione comporta che il re di Francia, liberato, vi attenda tanto importanti capitoli. Non sa egli, che se e' vi restituisce la Borgogna, che vi apre una porta di Francia? e che in potest vostra sar sempre di correre insino a Parigi? e, che avendo voi facolt di travagliare la Francia da tante parti, che sar impossibile che e' vi resista? Non sa egli, e ognuno, che il consentirvi che voi andiate armato a Roma, che voi mettiate il freno a Italia, che voi riduciate in arbitrio vostro lo stato spirituale e temporale della Chiesa,  cagione di raddoppiare la vostra potenza, che mai pi vi possino mancare n danari n armi da offenderlo, e che egli sia necessitato ad accettare tutte le leggi che a voi parr d'imporgli? Adunque, ci  chi crede che vi abbia a osservare uno accordo per il quale egli diventi vostro schiavo e voi diventiate suo signore? Gli mancheranno i lamenti e le esclamazioni di tutto il reame di Francia, le persuasioni del re d'Inghilterra, gli stimoli di tutta Italia? l'amore forse che  tra voi due sar cagione che e' si fidi di voi, o vegga volentieri la vostra potenza? O dove furono mai due prncipi tra i quali fussino pi cause di odio e di contenzione? Ci  non solo la emulazione della grandezza, che suole mettere l'armi in mano a' fratelli, ma antiche e gravissime inimicizie cominciate insino dai padri e dagli avoli degli avoli vostri, tante guerre state lungamente tra queste due case, tante paci e accordi non osservati, tante ingiurie e offese fatte e ricevute. Non crediamo noi che gli arda di sdegno quando e' si ricorda di essere stato tanti mesi vostro prigione? tenuto sempre con guardie s strette, non avere mai avuto grazia di essere stato condotto al cospetto vostro? che in questa carcere, per i dispiaceri e incomodit,  stato vicino alla morte? e che ora non si libera per magnanimit o per amore ma per paura di tanta unione che si tratta contro a voi? Crediamo noi che sia pi potente di tanti stimoli il parentado fatto per necessit? E chi non sa quanto i prncipi stimano questi legami? e chi  migliore testimonio del conto che si tiene de' parentadi che noi? Parr forse a qualcuno che assai ci assicuri la fede che e' dar di ritornare in prigione! e che fondamenti inconsiderati, che speranze imprudenti sarebbeno queste? Cos mi sforza, Cesare, a parlare il dolore estremo che io ho che e' si pensi di prendere uno partito tanto dannoso e pericoloso. Sappiamo pure tutti quanto sia stimata la fede negli interessi degli stati, che vagliano le promesse de' franzesi, i quali, aperti in tutto il resto, sono maestri perfettissimi di ingannare; che questo re  per natura tanto pi scarso di fatti quanto  pi abbondante di parole. Per conchiudiamo pure che, non benivolenza tra due prncipi che hanno per antichissima eredit le ingiurie e le inimicizie, non memoria de' benefizi de' quali non ci  nissuno, non fede o promesse (che nelle importanze dello stato sono appresso di molti di poco peso, appresso a' franzesi di niuno) lo indurranno a eseguire un accordo che metta in cielo lo inimico suo, e s e il suo reame in manifesta suggezione. Risponderassi, sento, che per timore di queste cose se gli dimanda la sicurt di due figliuoli e tra loro il primogenito, l'amore de' quali bisogner che gli stimi pi che la Borgogna; e io temo che l'amore de' figliuoli operer pi presto il contrario, quando se gli presenter nell'animo la memoria loro e la considerazione che l'osservare lo accordo sarebbe il principio di fargli vostri schiavi. Non so se questo pegno bastasse quando e' fusse al tutto disperato di recuperargli in altro modo, perch troppo importa il mettere in pericolo il regno suo, il quale perduto una volta  difficillimo il recuperare; ma si pu bene sperare di recuperare col tempo i figliuoli o con accordo o con altra occasione, e per l'et loro tenera sar manco molesta la dilazione. Ma potendo egli avere uniti seco contro a voi quasi tutti i prncipi cristiani, chi dubita che si ristringer con loro e cercher di moderare questo accordo con la via dell'armi? e che il guadagno che noi aremo conseguito di questa vittoria sar una guerra gagliardissima e pericolosissima? concitata dall'odio, dalla necessit e dalla disperazione del re d'Inghilterra, del re di Francia e di tutta Italia. Da' quali tutti ci difenderemo, se Dio non si straccher di fare ogni d per noi di quegli miracoli che tante volte ha fatti insino al presente, se la fortuna muter natura per noi, e la sua incostanza e mutazione diventeranno in noi, contro a tutti gli esempli delle cose passate, uno esempio di costanza e di stabilit. Abbiamo conchiuso, gi tanti mesi, in tutti i consigli nostri, che si faccia ogni opera perch gl'italiani non si unischino col governo di Francia, e ora ci precipitiamo a una deliberazione che leva tutte le difficolt che insino a ora gli hanno tenuti sospesi, che moltiplica i pericoli nostri che moltiplica le forze degli inimici. Perch chi non sa quanto pi potente sar la lega che abbia per capo il re di Francia, libero e nel regno suo, che quella che si facesse col governo di Francia restando il re vostro prigione? Chi non sa che nissuna ragione ha tenuto insino a ora il papa ambiguo a confederarsi contro a voi se non il timore che voi non separiate i franzesi da loro con offerirgli il suo re? di che temeranno manco quando aremo i figliuoli e non lui. Cos la medicina che noi prepariamo usare per fuggire il pericolo sar quella che senza comparazione lo accrescer, e in cambio di interrompere questa unione saremo il mezzo noi che la si faccia, e pi stabile e pi potente. Sarammi detto: che parere  adunque il tuo? consigli tu che di tanta vittoria non si tragga alcuno profitto? abbiamo noi a stare continuamente in queste perplessit? Io confermo quel che ho detto molte volte: che  troppo nocivo il prendere in una volta tanto cibo che lo stomaco non sia potente a comportarlo, e che  necessario o, reintegrandosi con Italia (che non dimanda altro da noi che di essere assicurata), cercare di avere dal re di Francia la Borgogna e quel pi che noi possiamo, o fare uno accordo con lui per il quale ci resti Italia a discrezione, ma s dolce, in quanto agli interessi suoi, che gli abbi causa di osservarlo; e nella elezione tra queste due vie bisogna, Cesare, che la prudenza e la bont vostra preponga quello che  stabile e pi giusto a quello che al primo aspetto paresse forse pi utile e maggiore. Confesso che pi ricco stato e pi opportuno a molte cose  quel di Milano che la Borgogna, e che non si pu fare amicizia con Italia che non si lasci Milano o a Francesco Sforza o a uno altro del quale il papa si contenti; e nondimeno lodo molto pi il fare questo che lo accordare co' franzesi: perch di giustizia pi  vostra la Borgogna che non  Milano, pi facile a mantenere che quella, dove non  alcuno che vi voglia. Cercare la Borgogna, vostra antica eredit,  somma laude; volere Milano, o per voi o per uno che dependa in tutto da voi, non  senza nota di ambizione: il primo ricerca da voi la memoria di tanti gloriosi vostri progenitori, l'ossa de' quali sepolte in cattivit non gridano altro che essere da voi liberate e ricuperate: e s giusti s pietosi s santi prieghi sono forse cagione di farvi Dio pi propizio. Pi prudente e pi facile consiglio  cercare di stabilire una amicizia con chi malvolentieri vi diventa inimico che con chi in tempo alcuno non vi pu essere amico. Perch nel re di Francia non sar mai se non odio e desiderio di opporsi a disegni vostri; ma il papa e gli altri d'Italia, come si leva l'esercito di Lombardia, assicurati dal sospetto, non aranno da contendere con voi n per emulazione n per timore, e restandovi amici ne arete, ora e sempre, comodit e profitto. Vi inclina dunque pi a questa amicizia l'onore l'utilit la sicurt, ma, se io non mi inganno, non meno la necessit: perch, quando bene voi facciate accordo col re senza obligarlo ad altro che ad aiutarvi alle imprese d'Italia, a me non  verisimile che e' ve lo abbia a osservare; perch gli parr che il lasciarvi Italia in preda metta in troppo pericolo il suo reame, e da altro canto grandissime saranno le opportunit e le speranze che, per mezzo di s potente unione, gli parr avere di travagliarvi e ridurvi a uno accordo di manco gravi condizioni. Cos di uno re prigione lo faremo libero e inimico nostro, e daremo capo al regno di Francia acci che, congiunto a tanti altri, vi faccia con pi forze e con maggiore autorit la guerra. Quanto  meglio accordare con gl'italiani! fare una buona e vera congiunzione col pontefice, che l'ha continuamente desiderata, e levare a franzesi ogni speranza della compagnia degli italiani! perch allora non la necessit o il timore di nuove leghe, ma la volont vostra e la qualit delle condizioni, vi ar a tirare ad accordo co' franzesi; allora vedrete che il bisogno e la disperazione gli sforzer non solo a rendervi la Borgogna e farvi patti maggiori ma ancora a mettervi in mano tale sicurt che non abbiate a temere dell'osservanza. Perch non bastano i figliuoli mentre che e' possono sperare tanta congiunzione, n basterebbe, appena, se vi mettessino in mano Baiona, Nerbona e l'armata. A questo modo caverete frutto grande, onorevole, giusto e sicuro, di questa vittoria; altrimenti, o io non ho intelligenza di cosa alcuna o questo accordo metter lo stato vostro in s grave pericolo che io non so conoscere che cosa ve ne possa liberare, se gi la imprudenza del re di Francia non sar maggiore che la nostra. - 
Aveva il gran cancelliere, con questo parlare accurato e veemente e con la riputazione della prudenza sua, commosso gli animi di una grande parte del consiglio, quando il vicer, autore della contraria opinione, parl, secondo si dice, cos: 
- Non  gi da lodare, gloriosissimo Cesare, chi, per appetito di avere troppo, abbraccia pi che non pu tenere, ma non merita di essere manco biasimato chi, per superchio sospetto e diffidenza, si priva da se stesso delle occasioni grandi acquistate con tante difficolt e pericoli; anzi, essendo l'uno e l'altro errore gravissimo,  pi dannabile, in uno tanto principe, quello che procede da timidit e abiezione di animo che quello che nasce da generosit e grandezza, e pi laudabile  cercare, con pericolo, di acquistare troppo che, per fuggire pericolo, annichilare le occasioni rarissime che l'uomo ha: e questo  proprio il consiglio del cancelliere, che dubitando non si possa conseguire con questo accordo la Borgogna e Milano (perch di lui non  gi da sospettare che lo muova o l'amore di Italia sua patria o la benivolenza che ha al duca di Milano) si risolve a una via che, secondo lui, si guadagna la Borgogna e si perde Milano, stato senza comparazione di maggiore importanza, ma, secondo me, si perde Milano e non si guadagna la Borgogna; e dove questa vittoria vi ha aperta gloriosissimamente la strada al principato de' cristiani, non ci rester, se seguiteremo il consiglio suo, altro che danno e infamia. E certo io non veggo nel consiglio suo sicurt alcuna, anzi pericolo grandissimo, piccolissima utilit, e quella facile a uscirci di mano, veggola piena di indegnit e di vergogna; e, per contrario, nell'accordo col re di Francia mi pare che sia grandissima gloria, grandissima utilit, e sicurt bastante. Perch io vi dimando, cancelliere: che ragione avete voi, che sicurt che fede, che gl'italiani, poi che aremo lasciata la ducea di Milano, abbino a osservare l'accordo nostro n si intromettere tra il re di Francia e noi? e non pi presto, poich aranno abbassato la nostra riputazione, poich aranno dissoluto quello esercito che  il freno della loro malignit, poich saranno sicuri che in Italia non possino venire nuovi tedeschi (perch non sar in Lombardia luogo che gli riceva n dove si possino raccorre), che sicurt, dico, avete voi che gl'italiani, allora, continuando le sue pratiche, non abbino, col minacciarci il regno di Napoli, che rester quasi alla loro discrezione, a sforzarci a liberare il re di Francia? Fidatevi voi, cancelliere, nella gratitudine di Francesco Sforza? che dopo tanti benefici vi ha rimeritato, Cesare, con s scellerato tradimento! che far ora che vi ha conosciuto desideroso di punire con la giustizia tanta iniquit, ora che da voi teme la pena, dagli inimici vostri aspetta la salute? Fidatevi voi, cancelliere, della amicizia de' viniziani, che nascono inimici dello imperio e della casa d'Austria; e tremano ricordandosi che, quasi ieri, Massimiliano vostro avolo tolse loro tante terre di quelle che ora posseggono? Fidatevi voi della bont di Clemente o della inclinazione sua allo imperadore, col quale il principio della congiunzione di Lione fu, dopo avere tentato contro a noi molte cose, per desiderio di vendicarsi e di assicurarsi de' franzesi, e per ambizione di occupare Ferrara? Morto Lione, costui, cardinale, inimicato da mezzo il mondo, continu per necessit la nostra amicizia; ma fatto papa, ritornato subito al naturale de' pontefici, che  di temere e di odiare gli imperadori, non ha cosa alcuna pi in orrore che il nome di Cesare. Scusansi tutti questi che le macchinazioni loro non sono procedute da odio o da altra cupidit ma solamente dal sospetto della vostra grandezza, e che cessato questo, cesseranno tutte le pratiche: il che o non  vero o, se pure da principio fu vero,  necessario che abbia fatto poi altre radici e sia diventato altro umore; perch  naturale che dietro al sospetto viene l'odio, dietro all'odio l'offese, con l'offese la congiunzione e intrinsichezza con gli inimici di chi si offende, i disegni non solo di assicurarsi ma ancora di guadagnare della ruina dello offeso, la memoria delle ingiurie, maggiore senza dubbio e pi implacabile in chi le fa che in chi le riceve. Per, quando bene da principio si fussino mossi solo dal sospetto, sarebbe questo stato causa diventassino inimici vostri, volgessino gli animi e le speranze alle cose franzesi, cominciassino poi, in tutte le convenzioni che hanno trattate, a dividersi il reame di Napoli. Ora, sguiti quale si voglia sicurt e accordo con noi, rester sempre acceso ne' petti loro l'odio e il timore; n confidando di quello che parr loro fatto per necessit, e parendogli avere maggiore facilit di strignerci alle voglie loro, timidi che alla fine non si faccia tra il re di Francia e noi uno nuovo appuntamento simile a quello che fu fatto a Cambrai, cupidi di liberare (per usare i loro vocaboli) Italia da' barbari, ardiranno di volere porvi le leggi, di dimandare la liberazione del re di Francia: se la negherete, Cesare, come difenderete da loro il regno di Napoli? se la concederete, perduti tutti i frutti della vittoria, resterete il pi disonorato il pi sbattuto principe che fusse mai. Ma pogniamo che Italia fusse per osservarvi l'accordo, e che voi strignesse la necessit o di lasciare Milano o di non riavere la Borgogna, che comparazione  tra l'uno partito e l'altro? La Borgogna  piccola provincia, di poca entrata, n anche tanto opportuna quanto molti si persuadono; il ducato di Milano, per la ricchezza e bellezza di tante citt, per il numero e nobilt de' sudditi, per l'entrate grandi, per la capacit di notrire tutti gli eserciti del mondo,  superiore a molti reami: ma, ancora che e' sia s ampio e s potente, sono da stimare pi le opportunit che nascono da acquistarlo che quello che e' vale per se medesimo; perch, essendo a vostra divozione Milano e Napoli, bisogner che i pontefici dependino, come gi solevano, dagli imperadori, la Toscana tutta il duca di Ferrara e il marchese di Mantova vi sieno sudditi; i viniziani, circondati dalla Lombardia e dalla Germania, saranno necessitati ad accettare le leggi vostre. Cos, non dico con l'armi o con gli eserciti ma con la riputazione del vostro nome, con uno araldo solo, con le insegne imperiali comanderete Italia tutta. E chi non sa che cosa sia Italia? provincia regina di tutte l'altre, per l'opportunit del sito per la temperie dell'aria per la moltitudine e ingegni degli uomini, attissimi a tutte le imprese onorevoli, per la fertilit di tutte le cose convenienti al vivere umano, per la grandezza e bellezza di tante nobilissime citt, per le ricchezze per la sedia della religione per l'antica gloria dello imperio, per infiniti altri rispetti; la quale se voi dominerete tremeranno sempre di voi tutti gli altri prncipi. Cercare questo si appartiene pi alla grandezza, pi alla gloria vostra, pi  grato all'ossa degli avoli vostri: poi che questi anche hanno a venire in consiglio; i quali, e per la bont e per la piet loro, non  da credere desiderino altro che quello che  pi comodo a voi e pi glorioso al vostro nome. Seguitando adunque il consiglio del cancelliere perderemmo uno acquisto grandissimo per uno acquisto piccolo, e questo piccolo  incertissimo: di che ci doverebbe pure ammonire quel che fu per accadere a' mesi passati. Non ci ricorda egli, quando il re di Francia fu in tanto pericolo di morte, in quanto dispiacere noi stemmo? per conoscere che con la morte sua si perdeva tutto il frutto sperato per la vittoria: chi ci assicura che ora non possa intervenire il medesimo? e pi facilmente, perch gli restano le reliquie del male di allora, perch, mancandogli la speranza che insino al presente l'ha sostentato, gli torneranno maggiori i dispiaceri da' quali la infermit sua ebbe cagione; e massime che, avendosi a trattare di condizioni e di sicurt inestricabili, le pratiche nuove bisogner che abbino lunghezza, che sar sottoposta a questo accidente e forse ad altri non minori n manco facili. Non sappiamo noi che nessuna cosa ha tanto tenuto fermo il governo di Francia quanto opinione della sua presta liberazione? per la quale i grandi di quel regno sono stati quieti e ubbidienti alla madre: come questa speranza mancasse, sarebbe facile cosa che il regno si risenta, e alteri il governo; e quando i grandi ne avessino la briglia in mano non sar in loro cura alcuna di liberare il re, anzi, per mantenersi sciolti e padroni, aranno piacere della sua cattivit. Cos, in cambio della Borgogna e di tanti acquisti, non potremmo pi sperare n della sua prigione n della sua liberazione. Ma io dimando pi oltre, cancelliere: ha Cesare, in questa deliberazione, a tenere conto alcuno della dignit e maest sua? e che maggiore infamia pu egli avere, che pi diminuzione di onore, che essere costretto a perdonare a Francesco Sforza? che uno uomo mezzo morto, rebelle vostro, esempio singolare di ingratitudine, non con l'umiliarsi e fuggire alla vostra misericordia ma col gettarsi in braccio agli inimici vostri, vi sforzi a cedergli a restituirgli lo stato, s giustamente toltogli, a pigliare le leggi da lui? Meglio , Cesare, e pi conviene alla dignit dello imperio, alla vostra grandezza, sottoporsi di nuovo alla fortuna, mettere di nuovo ogni cosa in pericolo, che, dimenticatovi il grado vostro, l'autorit di principe supremo di tutti i prncipi e il nome cesareo, e vincitore tante volte d'un potentissimo re, accettare da preti e da mercatanti quelle condizioni che, se voi fussi stato vinto, n pi gravi n pi indegne vi sarebbono state poste. Per, considerando io tutte queste ragioni, e quanto sia piccola l'utilit che ci pu risultare dello accordo con gl'italiani e per quanti accidenti ci possa facilmente uscire di mano, e quanto sia poco sicuro il fidarsi di loro, e di quanta indignit sia pieno il lasciare lo stato di Milano, e che a noi  necessario risolversi e avere una volta considerazione del fine, e che la carcere del re non ci d utilit se non per i frutti che si possono trarre della liberazione, ho confortato e conforto l'accordare prima con lui che con gli italiani; che nessuno pu negare non essere pi glorioso pi ragionevole pi utile: pure che ci assicuriamo della osservanza (in che io fo qualche fondamento) e della gratitudine sua, per il beneficio che egli ricever da voi, e del vincolo del parentado e della virt della sorella vostra, instrumento abile a mantenere questa amicizia, ma molto pi del pegno de' due figliuoli, e tra questi il primogenito; del quale non so che maggiore pegno, n pi importante a lui, si possa ricevere. E, poi che la necessit ci strigne a deliberarci, si debbe pure fidarsi pi di uno re di Francia con tanto pegno che degli italiani senza alcuno pegno, pi della fede e parola di uno tanto re che della cupidit immoderata de' preti e della sospettosa vilt de' mercatanti; e pi facilmente possiamo avere, come molte volte hanno avuto i passati nostri, congiunzione per qualche tempo co' franzesi che con gli italiani, inimici nostri naturali ed eterni. N solo in questa via veggo maggiore speranza che ci abbia a essere atteso, ma ancora minore pericolo in caso vi fusse mancato. Perch quando bene il re non vi desse la Borgogna non ardir, restando per ostaggio i suoi figliuoli, di farvi nuove offese, ma cercher, con pratiche e con prieghi, di moderare l'accordo: senza che, vinto da voi ieri, e oggi uscito di prigione, temer ancora dell'armi vostre n ar pi ardire di tentare la vostra fortuna; e se egli non piglia l'armi contro a voi, Cesare, certo e che tutti gli altri staranno fermi, tanto che acquisterete il castello di Milano e vi confermerete in modo in quello stato che non arete pi da temere di malignit di alcuno. Ma agl'italiani, se accordate ora seco e vi voglino mancare, non resta freno alcuno che gli ritenga; e cresciuta la facolt dello offendervi, sar libera e crescer la volont. Per, a giudicio mio, sarebbe somma e timidit e imprudenza perdere, per troppo sospetto, uno accordo pieno di tanta gloria di tanta grandezza e con sicurt bastante, pigliando in cambio di quello di una deliberazione pericolosissima, se io non mi inganno, e dannosissima. -

Lib.16, cap.15

(Cesare delibera di accordarsi col re di Francia. Patti dell'accordo. Impressioni destate dalle condizioni dell'accordo; rifiuto del gran cancelliere di sottoscriverle. Dimostrazioni di familiarit fra Cesare e il re di Francia. )

Varie furono l'opinioni degli altri del consiglio, parlato che ebbe il vicer; parendo a tutti quelli che erano di sincero giudizio che lo accordare col re di Francia, nel modo proposto, fusse deliberazione molto pericolosa. Nondimeno, poteva ne' fiamminghi tanto il desiderio di recuperare la Borgogna, come antico patrimonio e titolo de' prncipi suoi, che non gli lasciava discernere la verit; e fu anche fama che in molti potessino assai i donativi e le promesse larghe fatte da' franzesi. E sopra tutto Cesare, o perch cos fusse la prima sua inclinazione o perch appresso a lui l'autorit del vicer, congiunta massime con quella di Nassau che sentiva il medesimo, fusse di grandissimo momento, o perch gli paresse troppa indegnit essere costretto di perdonare a Francesco Sforza, udiva volentieri chi consigliava l'accordo col re di Francia: in modo che, poi che di nuovo ebbe fatto tentare il legato Salviato se e' voleva consentire che lo stato di Milano si desse al duca di Borbone e si certific che non aveva commissione di accettare questo partito (nel quale caso arebbe preposta l'amicizia del pontefice), deliber di concordarsi col re di Francia. Col quale, essendo gi innanzi le cose discusse e quasi resolute, si venne in pochissimi d alla conclusione; non intervenendo a cosa alcuna il legato del pontefice: avendo prima Cesare ottenuto dal duca di Borbone il consentimento che la sorella promessa a lui si maritasse al re di Francia. Il quale, pregato assai, consent, non tanto per la cupidit di avere il ducato di Milano, come, contro alla autorit del gran cancelliere e del vicer, bench con obligazione di gravi pagamenti, gli fu promesso, quanto per essere le cose sue ridotte in termine che, non avendo n potendo avere dependenza da altri che da Cesare, era necessitato accomodarsi alla sua volont: e consentito che ebbe, perch in tempo tanto incomodo non si trovasse alla corte, part subito, per ordine di Cesare, alla volta di Barzalona, per aspettare le provisioni necessarie a passare in Italia; le quali, per mancamento di navili (non essendo allora in Spagna altre galee sottili che tre) e di danari, erano per procedere lentamente. 
Contenne la capitolazione, stipulata il quartodecimo d di febbraio dell'anno mille cinquecento ventisei: che tra Cesare e il re di Francia fusse pace perpetua, nella quale fussino compresi tutti quegli i quali di consentimento comune si nominassino: che il re di Francia, a dieci d di marzo prossimo, fusse posto libero ne' suoi confini, nella costa di Fonterabia e, in termine di sei settimane seguenti, consegnasse a Cesare la ducea di Borgogna, la contea di Ciarolois, la signoria di Neiers e Castello Chimu, dependenti della detta ducea, la viscontea di Ausonia, il Resort di San Lorenzo, dependenti dalla Francia Contea, tutte le pertinenze solite della detta ducea e viscontea; quali tutte fussino in futuro separate ed esenti dalla sovranit del regno di Francia: che, nell'ora e nel punto medesimo che il re si liberasse, si mettessino in mano di Cesare il Delfino e, oltre a lui, o il duca di Orliens secondogenito del re o dodici de' principali signori di Francia, i quali furono nominati da Cesare, rimettendo in elezione di madama la reggente [di] dare o il secondogenito o i dodici baroni; i quali avessino a stare per statichi insino a tanto fusse fatta la restituzione delle terre predette, e ratificata e giurata la pace con tutti i suoi capitoli dagli stati generali di Francia, e registrata (il che essi dicono interinata) in tutti i parlamenti di quel reame, con le solennit necessarie, alle quali era prefisso termine di quattro mesi; al quale tempo, facendosi la restituzione degli staggi, si consegnasse a Cesare Angolem, il terzo figliuolo del re, acci che per maggiore intrattenimento della pace si nutrisse appresso a lui: rinunziasse il re cristianissimo e cedesse a Cesare tutte le ragioni del regno di Napoli, eziandio quelle che gli fussino pervenute per le investiture della Chiesa; e il medesimo facesse delle ragioni dello stato di Milano, di Genova, di Asti, di Arazo e di Tornai, di Lilla e di Douai: restituisse ancora la terra e castello di Esdin, come membro della contea di Artois, con tutte le munizioni, artiglierie e mobili che vi erano quando ultimamente era stato preso; rinunziasse alla sovranit di Fiandra e di Artois e di ogni altro luogo posseduto da Cesare: e da altra parte, cedesse Cesare a tutte le ragioni di qualunque luogo posseduto da' franzesi, e specialmente di Perona, Mondiviere e Roia, e della contea di Bologna e di Pontieuri, e le terre di qua e di l della riviera di Somma: fusse tra loro lega e confederazione perpetua a difesa degli stati, con obligazione di aiutare l'uno l'altro, quando fusse di bisogno, con cinquecento uomini d'arme e diecimila fanti: che Cesare promettesse madama Elionora sua sorella per moglie al re cristianissimo, della quale, subito che fusse ottenuta dal pontefice la dispensa, si facesse lo sposalizio con parole obligatorie di presente, e si conducesse in Francia per consumare il matrimonio, nel tempo medesimo che, secondo i capitoli, si avevano a liberare gli ostaggi; e la sua dote fusse scudi dugentomila con i donamenti convenienti, da pagarsi la met tra sedici mesi l'altra met di poi infra uno anno prossimo: che tra il Delfino e la figliuola del re di Portogallo, nata di madama Elionora, si facesse sposalizio come fussino in et abile: facesse il re di Francia il possibile che il re antico di Navarra cedesse a Cesare le ragioni di quel reame, e non volendo cedere non potesse il re dargli aiuto alcuno: che il duca di Ghelleri e conte di Zulf e le terre principali di quegli stati promettessino, con sicurt sufficiente, che dopo la morte sua si dessino a Cesare: che il re non desse aiuto al duca di Vertimberg n eziandio a Ruberto della Marcia; desse a Cesare, quando vorr passare in Italia e infra due mesi che ne sar ricercato da lui, dodici galee quattro navi e quattro galeoni, proviste di tutto a spese sue eccetto che di uomini di guerra, che gli avessino a essere restituite infra tre mesi dal d che s'imbarcasse: che in luogo delle genti di terra offertegli per Italia gli desse scudi dugentomila, la met infra sedici mesi l'altra infra uno anno prossimo; e al tempo della liberazione degli ostaggi fusse tenuto a dargli cedole di banchi della paga di seimila fanti per sei mesi, subito che arrivasse in Italia; servendolo eziandio a spese sue di cinquecento lance con una banda di artiglierie: cavasselo di danno della promessa fatta al re d'Inghilterra per le pensioni gli pagava il re di Francia, che importavano cinquecentomila scudi, o vero gli desse a Cesare in denari contanti: supplicasse l'uno e l'altro di loro il pontefice a intimare, pi presto si potesse, uno concilio universale, per trattare la pace de' cristiani e la impresa contro agli infedeli ed eretici, a tutti concedere la crociata per tre anni: restituisse il re, fra sei settimane, il duca di Borbone, in ampla forma, eziandio in tutti gli stati, beni mobili e immobili e frutti presi, n potesse molestarlo per le cose passate n astrignerlo ad abitare o a andare nel reame di Francia, lasciandogli la facolt di potere procedere per giustizia sopra la contea di Provenza; e restituisse tutti quegli che lo avevano seguitato, e nominatamente il vescovo di Autun e San Valerio: liberassinsi da ogni parte, fra quindici d, i prigioni presi per conto di guerra; e a madama Margherita fusse restituito tutto quello possedeva innanzi alla guerra: fusse libero il principe di Oranges, e gli fusse restituito il principato di Oranges e quanto possedeva alla morte del padre, statogli tolto per avere seguitato le parti di Cesare; e medesimamente, alcuni altri baroni: che al marchese di Saluzzo fusse restituito il suo stato: che il re, come arrivasse nella prima terra del regno suo, ratificasse questa capitolazione, e fusse obligato farla ratificare al Dalfino come pervenisse alla et di quattordici anni. Nominoronsi molti di comune consentimento, eziandio i svizzeri, ma nessuno de' potentati italiani, eccetto il pontefice, quale chiamorono per conservatore di questa concordia; cosa pi presto di cerimonia che di sostanzialit. Aggiunsesi la fede data dal re di ritornare spontaneamente in carcere quando, per qualunque cagione, non adempiesse le cose promesse. 
Grandissima fu l'ammirazione che ebbe di questo accordo tutta la cristianit: perch, come si intese che la prima esecuzione aveva a essere la liberazione del cristianissimo, fu giudizio universale di ciascuno che, liberato, non avesse a dare la Borgogna, per essere membro di troppa importanza al reame di Francia; e, da quegli pochi in fuora che ne avevano confortato Cesare, la corte sua tutta ebbe la medesima opinione. E il gran cancelliere, sopra gli altri, riprendeva e detestava, e con tale veemenza che ancora che avesse comandamento di sottoscrivere la capitolazione, come  uffizio de' gran cancellieri, ricus di farlo, allegando che l'autorit che gli era stata data non doveva essere usata da lui nelle cose pericolose e perniciose come questa; n si potette rimuoverlo dal suo proposito con tutta la indegnazione di Cesare: il quale, poi che lo vidde stare in questa pertinacia, egli proprio la sottoscrisse; e pochi d poi and a Madril per stabilire il parentado, e con famigliari e dimestichi parlamenti fondare col re amicizia e benivolenza. Grandi furono le cerimonie e le dimostrazioni di timore tra loro: stetteno molte volte insieme in publico, ebbono soli in segreto pi volte lunghissimi ragionamenti; andorono, portati da una medesima carretta, a uno castello vicino a mezza giornata, dove era la regina Elionora, con la quale contrasse, credo, lo sposalizio. Ma non per, in tanti segni di pace e di amicizia, gli furono allentate le guardie, non allargata la libert ma, in uno tempo medesimo, carezzato da cognato e guardato da prigione; in modo che si potesse facilmente giudicare che questa fusse una concordia piena di discordia, uno parentado senza amore, e che, in ogni occasione, potrebbeno pi le antiche emulazioni e passioni tra loro che il rispetto delle cose fatte pi per violenza che per altra cagione. Ma avendo consumato pi d in questi andamenti, ed essendo gi venuta la ratificazione di madama la reggente, con la dichiarazione che in compagnia del Delfino di Francia darebbeno pi presto il secondogenito che i dodici signori, il re part da Madril, per trovarsi a' confini dove si aveva a fare il baratto della persona sua co' piccoli figlioli, e in compagnia sua il vicer autore della sua liberazione; al quale Cesare aveva donato la citt di Asti e altri stati in Fiandra e nel reame di Napoli.

Lib.16, cap.16

(Cesare comunica al pontefice l'accordo col re di Francia e le intenzioni sue riguardo al ducato di Milano. Il pontefice delibera di mantenersi libero nelle decisioni e spedisce in Francia un proprio ambasciatore per conoscere le intenzioni del re. Identica politica dei veneziani. )

Nel quale tempo Cesare scrisse al pontefice una lettera cerimoniale, significandogli che, per il desiderio della pace e del bene comune della cristianit, dimenticate tante ingiurie e inimicizie, aveva restituita la libert al re di Francia e datagli la sorella sua per moglie, e che aveva eletto lui per conservadore della pace, di chi sempre voleva essere obedientissimo figliuolo. E gli scrisse, pochi d poi, un'altra lettera di mano propria, la quale gli mand per il medesimo Errera che aveva portato la lettera scritta a lui di mano propria del pontefice; rispondendogli parte con parole dolci, parte mescolate di qualche acerbit: conchiudendo che restituirebbe il ducato a Francesco Sforza in caso non avesse fatto il delitto di che era imputato, e che voleva che questo si vedesse per giustizia dai giudici deputati da s come da suo superiore; ma constando che avesse fallito non poteva mancare di investirne il duca di Borbone, a chi egli medesimo era stato cagione che e' lo avesse promesso, avendogliene nel tempo della infermit di Francesco Sforza proposto; e che per sodisfare a lui, e per assicurare dello animo [suo] Italia, non aveva voluto n ritenerlo per s n darlo al fratello proprio; affermando, sopra la fede sua, questa essere veramente la sua intenzione; la quale pregava efficacemente che approvasse, offerendogli sempre l'autorit e le forze sue, come obbediente figliuolo della sedia apostolica. Port ancora il medesimo Errera la risposta alla minuta del capitolo stato disteso dal pontefice in favore di Francesco Sforza, il quale Cesare, perseverando nella sua prima deliberazione, non aveva voluto approvare; anzi indirizz per lui al duca di Sessa la forma dello accordo al quale per ultimo si risolveva, con autorit di stipularlo in caso che da lui fusse accettato. Contenevasi in essa che Francesco Sforza fusse compreso nella loro confederazione in caso non avesse lesa la maest di Cesare, ma in caso della sua morte o privazione succedesse nella confederazione il duca di Borbone, investito da lui del ducato di Milano: confermavasi la obligazione fatta dal vicer della restituzione delle terre che teneva il duca di Ferrara, ma con condizione che il pontefice fusse tenuto a concedergli la investitura di Ferrara e rimettergli la pena della contravenzione; cosa contraria ai pensieri del pontefice, che aveva disegnato di esigere la pena de' centomila ducati, per pagare con questa i centomila promessi a Cesare in caso di quella restituzione: non ammetteva che lo stato di Milano avesse a levare i sali della Chiesa, n di riferirsi, in quanto alle collazioni benefiziali del reame di Napoli, al tenore delle investiture ma allo uso de' re passati, i quali in molti casi avevano disprezzato le ragioni e l'autorit della sedia apostolica. E perch col legato era stato trattato che, per levare di Lombardia lo esercito, grave a tutta Italia, si pagassino dal papa e da lui, come re di Napoli, e dagli altri d'Italia, ducati cento cinquantamila, e si conducesse a Napoli o dove, fuora d'Italia, paresse a Cesare, che diceva volerlo fare passare in Barberia, fu aggiunto che, essendo lo esercito creditore di maggiore quantit che non era allora, fussino ducati dugentomila. 
Presentorono il duca di Sessa ed Errera al pontefice la copia di questi capitoli, con protestazione che in potest loro non era di variarne pure una sillaba; e nondimeno arebbeno facilmente preso forma tutte l'altre difficolt pure che del ducato di Milano fusse stato disposto in modo che il pontefice e gli altri non avessino causa d'avere sospetto. Ma si considerava che il duca di Borbone era inimico cos implacabile del re di Francia che, o per sicurt sua o per cupidit di entrare in Francia, starebbe sempre soggettissimo a Cesare, n si potrebbe mai sperare che la troppa grandezza sua gli fusse molesta; e che il capitolo di levare lo esercito di Lombardia, che tanto era stato desiderato da tutti, e per il quale effetto non sarebbe paruto grave pagare ogni quantit di denari, riusciva di nissuna utilit, poich a Milano restava uno duca che non solo a ogni cenno di Cesare ve lo arebbe accettato, anzi forse, per interesse proprio, desiderato e stimolatolo. Per il pontefice, il quale, perch nella concordia fatta col re di Francia non si faceva menzione sostanziale di lui, n della sicurt degli stati di Italia memoria alcuna, si era confermato nella persuasione fattasi prima che la grandezza di Cesare avesse a essere la servit sua, deliber di non accettare lo accordo nel modo che gli era proposto, ma di conservarsi libero insino a tanto che avesse certezza quello che facesse il re di Francia circa alla osservazione del suo appuntamento: nella quale sentenza si determin con maggiore animo perch, oltre a quello che pareva verisimile, gli penetr agli orecchi, per parole dette dal re innanzi fusse liberato, e da altri a' quali erano noti i consigli suoi, egli avere l'animo alieno dalla osservanza delle cose promesse a Cesare. Nella quale deliberazione per confermarlo, come cosa dalla quale avesse a dependere la sicurt propria, esped in Francia in poste Paolo Vettori fiorentino, capitano delle sue galee, acci che nel tempo medesimo che arriverebbe il re fusse alla corte: usando questa celerit non solo per sapere, il pi presto si poteva, la mente sua ma perch il re, avuta subito speranza di potersi congiugnere il pontefice e i viniziani contro a Cesare, avesse causa di deliberare pi prontamente. Fu adunque commesso a Paolo che in nome del pontefice si rallegrasse seco della sua liberazione, facessegli intendere l'opere fatte da lui perch seguisse questo effetto, e quanto le pratiche tenute di collegarsi con la madre avessino fatto inclinare Cesare a liberarlo; mostrassegli poi, il pontefice essere desiderosissimo della pace universale de' cristiani, e che Cesare ed egli facessino unitamente la impresa contro al turco; quale si intendeva prepararsi molto potentemente per assaltare l'anno medesimo il reame di Ungheria. Queste furono le commissioni apparenti, ma la sostanziale e segreta fu che, tentato prima destramente di sapere bene la inclinazione del cristianissimo, in caso lo trovasse volto a osservare lo accordo fatto non passasse pi innanzi, per non fare vanamente pi perdita con Cesare che si fusse fatta per il passato; ma trovandolo inclinato altrimenti, o vero ambiguo, si sforzasse confermarvelo e con ogni occasione lo confortasse a questo cammino; mostrando il desiderio che il pontefice aveva, per benefizio comune, di congiugnersi seco. Sped ancora in Inghilterra il protonotario da Gambara, per fare uffizio con quel re al medesimo fine; e per ricordo suo i viniziani mandorono in Francia, con le medesime commissioni, Andrea Rosso suo segretario. E perch Paolo, subito che fu arrivato in Firenze, si ammal e mor, il pontefice, bench pigliasse in malo augurio che gi due volte i ministri mandati da lui in Francia per questa pratica fussino periti nel cammino, vi mand in luogo suo Capino da Mantova. N mancavano intratanto, i viniziani e lui, di usare ogni diligenza per tenere confortato e in pi speranza che e' si potesse il duca di Milano, acci che la paura della pace di Madril non lo facesse precipitare a qualche accordo con Cesare.

Lib.16, cap.17

(Come avvenne la liberazione del re di Francia dalla prigionia e la consegna dei figliuoli; il re si reca prestamente a Baiona, donde spedisce lettere al re d'Inghilterra. )

Era arrivato in questo tempo il re di Francia a Fonterabia, terra di Cesare che  posta in sul mare Oceano in su i confini tra la Biscaia e il ducato di Ghienna; e da altro canto la madre co' due figliuoli era venuta a Baiona presso a Fonterabia a poche leghe, soggiornata qualche d pi che il d determinato a fare la permutazione, perch era stata in cammino oppressata dalla podagra. Adunque, il decimo ottavo d di marzo, il re, accompagnato dal vicer e dal capitano Alarcone e da circa cinquanta cavalli, si condusse in su la riva del fiume che divide il reame di Francia dal reame di Spagna; e al medesimo tempo, si present in su l'altra riva Lautrech con gli due figlioletti e con numero pari di cavalli: in mezzo al fiume era una barca grande, fermata con le ancore, in su la quale non era persona alcuna. Accostossi a questa barca il re in su uno battello, dove era egli, il vicer e Alarcone e otto altri, armati tutti di armi corte; e dall'altra banda della barca si accost in su un altro battello Lautrech, gli statichi e altri otto compagni, armati nel modo medesimo. Mont dipoi in su la barca il vicer con tutti i suoi e con loro il re, e immediate poi Lautrech con gli otto compagni; in modo che in su la barca si trov il numero pari da ogni parte, essendo col vicer Alarcone e otto altri, e col re Lautrech e altri otto. I quali come furono saliti tutti nella barca, Lautrech tir del battello in barca il Delfino; quale, consegnato al vicer e da lui ad Alarcone, fu posto subito nel loro battello; e nel medesimo istante era tirato in barca il piccolo duca d'Orliens. Il quale non vi fu prima che il cristianissimo salt di barca in su il suo battello, con tanta prestezza che questa permutazione venne a essere fatta in uno momento medesimo; e tiratosi a riva, mont subito, come se temesse di aguato, in su uno cavallo turco di maravigliosa velocit, preparato per questo effetto, e senza fermarsi corse a San Giovanni del Lus, terra sua, vicina a quattro leghe; dove rinfrescatosi prestamente, si condusse con la medesima velocit a Baiona, raccolto con incredibile letizia di tutta la corte. Donde subito esped in diligenza uno uomo al re di Inghilterra, significandogli con lettere di mano propria la sua liberazione, e con umanissime commissioni di riconoscerla totalmente dalle opere che aveva fatte; offerendo di volere essere seco una cosa medesima e di procedere in tutte le occorrenze co' suoi consigli: e poco dipoi gli esped altri imbasciadori per ratificare solennemente la pace fatta dalla madre con lui, perch nella amicizia di quel re faceva grandissimo fondamento.



Storia d'Italia libro XVI - Francesco Guicciardini
