"STORIA D'ITALIA"

(Francesco Guicciardini)

Libro.8, capitolo.1

(Nuovi e pi gravi mali che affliggeranno l'Italia. Responsabilit de' veneziani e sdegno contro di loro di Massimiliano e del re di Francia. Ragioni di sdegno del pontefice contro i veneziani e timori suoi di successi francesi. Lega di Cambrai contro Venezia. Ratifica del trattato da parte del re d'Aragona. Ratifica del pontefice, dopoch i veneziani hanno respinto la richiesta sua di Faenza e di Rimini. )

Non erano tali le infermit d'Italia, n s poco indebolite le forze sue, che si potessino curare con medicine leggiere; anzi, come spesso accade ne' corpi ripieni di umori corrotti, che uno rimedio usato per provedere al disordine di una parte ne genera de' pi perniciosi e di maggiore pericolo, cos la tregua fatta tra il re de' romani e i viniziani partor agli italiani, in luogo di quella quiete e tranquillit che molti doverne succedere sperato aveano, calamit innumerabili, e guerre molto pi atroci e molto pi sanguinose che le passate: perch se bene in Italia fussino state, gi quattordici anni, tante guerre e tante mutazioni, nondimeno, o essendosi spesso terminate le cose senza sangue o le uccisioni state pi tra' barbari medesimi, avevano patito meno i popoli che i prncipi. Ma aprendosi in futuro la porta a nuove discordie, seguitorono per tutta Italia, e contro agli italiani medesimi, crudelissimi accidenti, infinite uccisioni, sacchi ed eccidi di molte citt e terre, licenza militare non manco perniciosa agli amici che agli inimici, violata la religione, conculcate le cose sacre con minore riverenza e rispetto che le profane. 
La cagione di tanti mali, se tu la consideri generalmente, fu come quasi sempre l'ambizione e la cupidit de' prncipi: ma considerandola particolarmente, ebbono origine dalla temerit e dal procedere troppo insolente del senato viniziano, per il quale si rimossono le difficolt che insino allora avevano tenuto sospesi il re de' romani e il re di Francia a convenirsi contro a loro; l'uno de' quali immoderatamente esacerbato condussono in grandissima disperazione, l'altro nel tempo medesimo concitorono in somma indegnazione, o almeno gli dettono facolt di aprire sotto apparente colore quel che lungamente aveva desiderato. Perch Cesare, stimolato da tanta ignominia e danno ricevuto, e avendo in luogo di acquistare gli stati di altri perduto una parte de' suoi ereditari, non era per lasciare indietro cosa alcuna per risarcire tanta infamia e tanto danno; la quale disposizione accrebbono di nuovo, dopo la tregua fatta, imprudentemente i viniziani, perch, non si astenendo da provocarlo non meno con le dimostrazioni vane che con gli effetti, riceverono in Vinegia con grandissima pompa e quasi come trionfante l'Alviano: e il re di Francia, ancora che da principio desse speranza di ratificare la tregua fatta, dimostrandosene poi alterato maravigliosamente, si lamentava che i viniziani avessino presunto di nominarlo e includerlo come aderente, e che, avendo proveduto al riposo proprio, avessino lasciato lui nelle molestie della guerra: necessitato, per l'onore e utilit propria, a difendere contro a Cesare (che da Cologna andava in Fiandra per opprimerlo), il duca di Ghelleri, antico collegato suo e pronto sempre per lui a opporsi a' fiamminghi e a molestargli, e per la cui autorit ne' popoli vicini e per l'opportunit del suo paese gli era facile il fare passare nella Francia fanti tedeschi, quante volte avesse volont di soldarne. Le quali disposizioni dell'animo dell'uno e dell'altro incominciorono in breve spazio di tempo a manifestarsi: perch Cesare, delle forze proprie non confidando, n sperando pi che per le ingiurie sue si risentissino i prncipi o i popoli di Germania, inclinava a unirsi col re di Francia contro a' viniziani, come unico rimedio a ricuperare l'onore e gli stati perduti; e il re, avendogli lo sdegno nuovo rinnovata la memoria delle offese che si persuadeva avere ricevute da loro nella guerra napoletana, e stimolato dall'antica cupidit di Cremona e dell'altre terre possedute lungo tempo da' duchi di Milano, aveva la medesima inclinazione: perci si cominci a trattare tra loro, per potere, rimosso l'impedimento delle cose minori, attendere insieme alle maggiori, di comporre le differenze trall'arciduca e il duca di Ghelleri. 
Stimolava similmente l'animo del re contro a' viniziani nel tempo medesimo il pontefice, acceso oltre all'antiche cagioni da nuove indegnazioni; perch si persuadeva che per opera loro i fuorusciti di Furl, i quali si riducevano a Faenza, avessino tentato di entrare in quella citt, e perch nel dominio veneto aveano ricetto i Bentivogli, stati dal re scacciati del ducato di Milano; aggiugnendosi che all'autorit della corte di Roma avevano in molte cose minore rispetto che mai: nelle quali avea ultimatamente turbato molto l'animo del pontefice che avendo conferito il vescovado di Vicenza, vacato per la morte del cardinale di San Piero a Vincola suo nipote, a Sisto similmente nipote suo, surrogato da lui nella degnit del cardinalato e ne' medesimi benefici, il senato viniziano disprezzata questa collazione aveva eletto uno gentiluomo di Vinegia; il quale, recusando il pontefice di confermarlo, ardiva temerariamente nominarsi vescovo eletto di Vicenza dallo eccellentissimo consiglio de' pregati. Dalle quali cose infiammato, mand prima al re Massimo secretario del cardinale di Nerbona e di poi il medesimo cardinale, che succeduto nuovamente per la morte del cardinale di Aus nel suo vescovado si chiamava il cardinale di Aus; i quali, uditi dal re con allegra fronte, riportorono a lui vari partiti da eseguirsi, e senza Cesare e unitamente con Cesare. Ma il pontefice era pi pronto a querelarsi che a determinarsi; perch da una parte combatteva nella sua mente il desiderio ardente che si movessino l'armi contro a' viniziani, da altra parte lo riteneva il timore di non essere costretto a spendere immoderatamente per la grandezza d'altri, e molto pi la gelosia antica conceputa del cardinale di Roano, per la quale gli era molestissimo che eserciti potenti del re passassino in Italia: e turbava in qualche parte le cose maggiori l'avere il pontefice conferito poco innanzi senza saputa del re i vescovadi d'Asti e di Piacenza, e il ricusare il re che 'l nuovo cardinale di San Piero in Vincola, a cui per la morte dell'altro era stata conferita la badia di Chiaravalle, beneficio ricchissimo e propinquo a Milano, ne conseguisse la possessione. 
Nelle quali difficolt quel che non risolveva il pontefice deliberorno finalmente Cesare e il re di Francia, i quali trattando insieme secretissimamente contro a' viniziani, si convennono nella citt di Cambrai, per dare alle cose trattate perfezione, per la parte di Cesare madama Margherita sua figliuola, sotto 'l cui governo si reggevano la Fiandra e gli altri stati pervenuti per l'eredit materna nel re Filippo, seguitandola a questo trattato Matteo Lango secretario accettissimo di Cesare, e per la parte del re di Francia il cardinale di Roano; spargendo fama di convenirsi per trattare la pace tra l'arciduca e il duca di Ghelleri, tra' quali aveano fatta tregua per quaranta d, ingegnandosi che la vera cagione non pervenisse alla notizia de' viniziani: all'oratore de' quali affermava con giuramenti gravissimi il cardinale di Roano, volere il suo re perseverare nella confederazione con loro. Seguit il cardinale, pi tosto non contradicente che permettente, lo imbasciadore del re d'Aragona; perch se bene quel re fusse stato il primo motore di questi ragionamenti tra Cesare e il re di Francia erano stati dipoi continuati senza lui, persuadendosi l'uno e l'altro di loro essergli molesta la prosperit del re di Francia, e sospetto, per rispetto del governo di Castiglia, ogni augumento di Cesare, e che perci i pensieri suoi non fussino in questa cosa conformi colle parole. A Cambrai si fece in pochissimi d l'ultima determinazione, non partecipata cosa alcuna, se non dopo la conclusione fatta, con l'oratore del re cattolico; la quale il d seguente, che fu il decimo di dicembre, fu con solenni cerimonie confermata nella chiesa maggiore, col giuramento di madama Margherita, del cardinale di Roano e dello imbasciadore spagnuolo, non publicando altro che l'essere contratta tra 'l pontefice e ciascuno di questi prncipi perpetua pace e confederazione. Ma negli articoli pi secreti si contennono effetti sommamente importanti; i quali, ambiziosi e in molte parti contrari a' patti che Cesare e il re di Francia aveano co' viniziani, si coprivano (come se la diversit delle parole bastasse a trasmutare la sostanza de' fatti) con uno proemio molto pietoso nel quale si narrava il desiderio comune di cominciare la guerra contro agli inimici del nome di Cristo, e gli impedimenti che faceva a questo l'avere i viniziani occupate ambiziosamente le terre della Chiesa. Li quali volendo rimuovere per procedere poi unitamente a cos santa e necessaria espedizione, e per i conforti e consigli del pontefice, il cardinale di Roano come procuratore e col suo mandato e come procuratore e col mandato del re di Francia, e madama Margherita come procuratrice e col mandato del re de' romani e come governatrice dell'arciduca e degli stati di Fiandra, e l'oratore del re d'Aragona come procuratore e col mandato del suo re, convennono di muovere guerra a' viniziani, per ricuperare ciascuno le cose sue occupate da loro, che si nominavano: per la parte del pontefice, Faenza, Rimini, Ravenna e Cervia; per il re de' romani, Padova, Vicenza e Verona appartenentigli in nome dello imperio, e il Friuli e Trevigi appartenenti alla casa d'Austria; per il re di Francia, Cremona e la Ghiaradadda, Brescia, Bergamo e Crema; per il re d'Aragona, le terre e i porti stati dati in pegno da Ferdinando re di Napoli. Fusse tenuto il re cristianissimo venire alla guerra in persona, e dargli principio il primo giorno del prossimo mese di aprile; al qual tempo avessino similmente a cominciare il pontefice e il re cattolico: che acci che Cesare avesse giusta causa di non osservare la tregua fatta, il papa lo richiedesse, come avvocato della Chiesa, di aiuto; dopo la quale richiesta Cesare gli mandasse almeno uno condottiere, e fusse tenuto, fra quaranta d che 'l re di Francia avesse rotta la guerra, assaltare personalmente lo stato de' viniziani: qualunque di loro avesse recuperato le cose proprie fusse tenuto aiutare gli altri insino che avessino interamente ricuperato, obligati tutti alla difesa di chiunque di loro fusse nelle terre ricuperate molestato da' viniziani; co' quali niuno potesse convenire senza consentimento comune: potessino essere nominati infra tre mesi il duca di Ferrara, il marchese di Mantova e ciascuno che pretendesse i viniziani occupargli alcuna terra; nominati, godessino come principali tutti i benefici della confederazione, avendo facolt di ricuperarsi da se stessi le cose perdute: ammunisse il pontefice, sotto pene e censure gravissime, i viniziani a restituire le cose occupate alla Chiesa; e fusse giudice della differenza tra Bianca Maria moglie del re de' romani e il duca di Ferrara, per conto della eredit di Anna sorella di lei e moglie gi del duca predetto: investisse Cesare il re di Francia, per s per Francesco d'Anguelem e loro discendenti maschi, del ducato di Milano; per la quale investitura il re gli pagasse ducati centomila: non facessino n Cesare n l'arciduca, durando la guerra e sei mesi poi, novit alcuna contro al re cattolico per cagione del governo e de' titoli de' regni di Castiglia; esortasse il papa il re di Ungheria a entrare nella presente confederazione: nominasse ciascuno tra quattro mesi i collegati e aderenti suoi, non potendo nominare i viniziani n i sudditi o feudatari di alcuno de' confederati; e che ciascuno de' contraenti principali dovesse intra sessanta d prossimi ratificare. Alla concordia universale s'aggiunse la particolare trall'arciduca e il duca di Ghelleri, nella quale fu convenuto che le terre occupate nella guerra presente allo arciduca, si restituissino, ma non gi il simigliante di quelle che al duca erano state occupate. Stabilita in questa forma la nuova confederazione, ma tenendosi quanto si poteva secreto quel che apparteneva a viniziani, il cardinale di Roano si part il d seguente da Cambrai, mandati prima a Cesare il vescovo di Parigi e Alberto Pio conte di Carpi per ricevere da lui la ratificazione in nome del re di Francia; il quale senza dilazione ratific e conferm con giuramento, colle solennit medesime colle quali era stata fatta la publicazione nella chiesa di Cambrai. Con questi semi di gravissime guerre fin l'anno mille cinquecent'otto. 
 certo che questa confederazione, con tutto che nella scrittura si dicesse intervenirvi il mandato del papa e del re d'Aragona, fu fatta senza mandato o consentimento loro, persuadendosi Cesare e il re cristianissimo che avessino a consentire, parte per l'utilit propria parte perch, per la condizione delle cose presenti, n l'uno n l'altro di essi alla loro autorit ardirebbe repugnare: e massimamente il re d'Aragona, al quale bench fusse molesta questa capitolazione (perch temendo che non si augumentasse troppo la grandezza del re di Francia anteponeva la sicurt di tutto il reame di Napoli alla recuperazione della parte posseduta da' viniziani), nondimeno, ingegnandosi di dimostrare con la prontezza il contrario di quello che sentiva nello animo, ratific con le solennit medesime subitamente. 
Maggiore dubitazione era nel pontefice, combattendo in lui, secondo la sua consuetudine, da una parte il desiderio di ricuperare le terre di Romagna e lo sdegno contro a' viniziani e dall'altra il timore del re di Francia; oltre che, essere pericoloso per s e per la sedia apostolica giudicava che la potenza di Cesare cominciasse in Italia a distendersi. E per, parendogli pi utile l'ottenere con la concordia una parte di quello desiderava che il tutto con la guerra, tent di indurre il senato viniziano a restituirgli Rimini e Faenza; dimostrando che i pericoli che soprastavano per l'unione di tanti prncipi sarebbono molto maggiori concorrendo nella confederazione il pontefice, perch non potrebbe recusare di perseguitargli con le armi spirituali e temporali, ma che, restituendo le terre occupate alla Chiesa nel suo pontificato, e cos riavendo insieme con le terre l'onore, arebbe giusta cagione di non ratificare quel che era stato fatto in nome suo ma senza suo consentimento; e che rimovendosene l'autorit pontificale diventerebbe facilmente vana questa confederazione, che per se stessa aveva avute molte difficolt: il che potevano essere certi che egli, quanto potesse, procurerebbe con l'autorit e con la industria, se non per altro perch in Italia non si augumentasse pi la potenza de' barbari, pericolosissima non meno alla sedia apostolica che agli altri. Sopra la quale dimanda facendosi nel senato viniziano varie consulte, e inclinando molti a consentire alle sue domande per l'utilit che risulterebbe dal separarsi l'autorit del pontefice dagli altri, molti per contrario affermando non si dovere comperare con tanta indegnit quel che non basterebbe a liberargli dalla guerra, sarebbe finalmente prevaluta l'opinione di quegli che confortavano la pi sana e migliore sentenza, se Domenico Trivisano senatore di grande autorit, e uno de' procuratori del tempio ricchissimo di San Marco, onore nella republica veneta di maggiore stima che alcun altro dopo il doge, levatosi in piedi, non avesse consigliato il contrario: il quale, con molte ragioni e con efficacia grande di parlare, si ingegn di persuadere essere cosa molto aliena dalla degnit e dalla utilit di quella chiarissima e amplissima republica restituire le terre dimandate dal pontefice, dalla cui congiunzione o alienazione cogli altri confederati poco si accrescerebbono o alleggierirebbeno i loro pericoli. Perch se bene, acci che apparisse meno disonesta la causa loro, avessino nel convenire usato il nome del pontefice, si erano effettualmente convenuti senza lui, in modo che per questo non diventerebbono n pi lenti n pi freddi alle esecuzioni deliberate; e per contrario, non essere l'armi del pontefice di tale valore che e' dovessino comprare con tanto prezzo il fermarle. Conciossiach, se nel tempo medesimo fussino assaltati dagli altri, potersi con mediocre guardia difendere quelle citt, le quali le genti della Chiesa (infamia della milizia, secondo il vulgatissimo proverbio) non erano per se medesime bastanti n a espugnare, n a fare inclinazione alcuna alla somma della guerra; e ne' movimenti e nel fervore delle armi temporali non sentirsi la riverenza n i minacci delle armi spirituali, le quali non essere da temere che nocessino pi loro in questa guerra che fussino nociute in molte altre e specialmente nella guerra fatta contro a Ferrara, nella quale non erano state potenti a impedire che non conseguissino la pace onorevole per s e vituperosa per il resto d'Italia, che con consentimento tanto grande, e nel tempo che fioriva di ricchezze d'armi e di virt, si era unita tutta contro a loro: e ragionevolmente, perch non era verisimile che il sommo Dio volesse che gli effetti della sua severit e della sua misericordia, della sua ira e della sua pace, fussino in potest d'uno uomo ambiziosissimo e superbissimo, sottoposto al vino e a molte altre inoneste volutt: che la esercitasse ad arbitrio delle sue cupidit, non secondo la considerazione della giustizia o del bene publico della cristianit. Gi, se in questo pontificato non era pi costante la fede sacerdotale che fusse stata negli altri, non vedere che certezza potesse aversi che, conseguita da loro Faenza e Rimini, non si unisse con gli altri per recuperare Ravenna e Cervia, non avendo maggiore rispetto alla fede data che sia stato proprio de' pontefici; i quali, per giustificare le fraudi loro, hanno statuito, tra l'altre leggi, che la Chiesa, non ostante ogni contratto ogni promessa ogni beneficio conseguitone, possa ritrattare e direttamente contravenire alle obligazioni che i suoi medesimi prelati hanno solennemente fatte. La confederazione essere stata fatta tra Massimiliano e il re di Francia con grande ardore, ma non essere simili gli animi degli altri collegati, perch il re cattolico vi aderiva malvolentieri e nel pontefice apparivano segni delle sue consuete vacillazioni e sospizioni; per non essere da temere pi della lega fatta a Cambrai che di quello che altra volta a Trento e dipoi a Bles avevano convenuto, col medesimo ardore, i medesimi Massimiliano e Luigi, perch alla esecuzione delle cose determinate repugnavano molte difficolt, le quali per sua natura erano quasi impossibili a svilupparsi. E perci, il principale studio e diligenza di quel senato doversi voltare a cercare di alienare Cesare da quella congiunzione, il che per la natura e per le necessit sue, e per l'odio antico fisso contro a' franzesi, si poteva facilmente sperare; e alienatolo, non essere pericolo alcuno che fusse mossa la guerra, perch il re di Francia abbandonato da lui non ardirebbe d'assaltargli pi di quello che avesse ardito per il passato. Doversi in tutte le cose publiche considerare diligentemente i princpi, perch non era poi in potest degli uomini partirsi, senza sommo disonore e pericolo, dalle deliberazioni gi fatte e nelle quali si era perseverato lungo tempo. Avere i padri loro ed essi successivamente atteso in tutte l'occasioni ad ampliare l'imperio, con scoperta professione di aspirare sempre a cose maggiori: di qui essere divenuti odiosi a tutti, parte per timore parte per dolore delle cose tolte loro. Il quale odio bench si fusse conosciuto molto innanzi potere partorire qualche grande alterazione, nondimanco non si erano per n allora astenuti da abbracciare l'occasioni che se gli offerivano, n ora essere rimedio a' presenti pericoli cominciare a cedere parte di quello possedevano; conciossiach non per questo si quieterebbono, anzi si accenderebbeno, gli animi di chi gli odiava, pigliando ardire dalla loro timidit: perch essendo titolo inveterato, gi molti anni, in tutta Italia che il senato viniziano non lasciava giammai quel che una volta gli era pervenuto nelle mani, chi non conoscerebbe che il fare ora cos vilmente il contrario procederebbe da ultima disperazione di potersi difendere dai pericoli imminenti? Cominciando a cedere qualunque cosa bench piccola, declinarsi dalla riputazione e dallo splendore antico della loro republica; onde augumentarsi grandemente i pericoli. Ed essere pi difficile, senza comparazione, conservare, eziandio da' minori pericoli, quel che rimane, a chi ha cominciato a declinare che non  a chi, sforzandosi di conservare la degnit e il grado suo, si volge prontamente, senza fare segno alcuno di volere cedere, contra chi cerca di opprimerlo. Ed essere necessario o disprezzare animosamente le prime dimande o, consentendole, pensare d'averne a consentire molte altre: dalle quali, in brevissimo spazio di tempo, risulterebbe la totale annullazione di quello imperio, e seguentemente la perdita della propria libert. Avere la republica veneta, e ne' tempi de' padri e ne' tempi di loro medesimi, sostenuto gravissime guerre co' prncipi cristiani, e per avere sempre ritenuta la costanza e generosit dell'animo riportatone gloriosissimo fine. Doversi nelle difficolt presenti, ancorch forse paressino maggiori, sperarne il medesimo successo; perch e la potenza e l'autorit loro era maggiore, e nelle guerre fatte comunemente da molti prncipi contro a uno solere essere maggiore lo spavento che gli effetti, perch prestamente si raffreddavano gli impeti primi, prestamente cominciando a nascere variet di pareri indeboliva tra loro la fede; e dovere quel senato confidarsi che, oltre alle provisioni e rimedi che essi farebbono da se medesimi, Dio, giudice giustissimo, non abbandonerebbe una republica nata e nutrita in perpetua libert, ornamento e splendore di tutta la Europa, n lascerebbe conculcare alla ambizione de' prncipi, sotto falso colore di preparare la guerra contro agli infedeli, quella citt la quale, con tanta piet e con tanta religione, era stata tanti anni la difesa e il propugnacolo di tutta la republica cristiana. Commossono in modo gli animi della maggiore parte le parole di Domenico Trivisano che, come gi qualche anno era stato spesse volte quasi fatale in quello senato, fu, contro al parere di molti senatori grandi di prudenza e di autorit, seguitato il consiglio peggiore. Per il pontefice, il quale aveva differito insino all'ultimo d assegnato alla ratificazione il ratificare, ratific; ma con espressa dichiarazione di non volere fare atto alcuno di inimicizia contro a' viniziani se non dappoi che il re di Francia avesse dato alla guerra cominciamento.

Lib.8, cap.2

(Difficili condizioni de' pisani; fallito tentativo de' genovesi e de' lucchesi di introdurre grano in Pisa; accordi fra fiorentini e lucchesi. Convenzione fra i fiorentini e i re di Francia e d'Aragona. )

Erano, in questo tempo medesimo, ridotte e ogni d pi si riduceano in grandissima strettezza le cose de' pisani: perch i fiorentini, oltre all'avere la state precedente tagliate tutte le loro ricolte, e oltre al correre continuamente le genti loro dalle terre circostanti insino in sulle porte di Pisa, aveano, per impedire che per mare non vi entrassino vettovaglie, soldato con alcuni legni il figliuolo del Bardella da Portoveneri; onde i pisani, assediati quasi per terra e per mare, n avendo per la povert loro facolt di condurre o legni o soldati forestieri, ed essendo da' vicini aiutati lentamente, non avevano pi quasi speranza alcuna di sostentarsi. Dalle quali cose mossi i genovesi e lucchesi deliberorono di fare esperienza che in Pisa entrasse quantit grande di grani; i quali, caricati sopra grande numero di barche e accompagnati da due navi genovesi e due galeoni, erano stati condotti alla Spezie e dipoi a Vioreggio, acci che di quivi per ordine de' pisani, con quattordici brigantini e molte barche, si conducessino in Pisa. Ma volendo opporsi i fiorentini, perch nella condotta o esclusione di questi grani consisteva totalmente la speranza o la disperazione di conseguire quello anno Pisa, aggiunsono a' legni che aveano prima una nave inghilese, che per ventura si trovava nel porto di Livorno, e alcune fuste e brigantini; e aiutando quanto potevano, con le preparazioni terrestri, l'armata marittima, mandorno tutta la cavalleria e grande numero di fanti, raccolti subitamente del loro dominio, a tutte quelle parti donde i legni degli inimici potessino, o per la foce d'Arno o per la foce di Fiumemorto entrando in Arno, condursi in Pisa. Condussonsi gli inimici tralla foce d'Arno e...; [e] essendo i legni de' fiorentini tra la foce e Fiumemorto, e la gente di terra occupati tutti i luoghi opportuni e distese l'artiglierie in sulle ripe da ogni parte del fiume donde aveano a passare, giudicando non potere procedere pi innanzi, si ritornorno nella riviera di Genova, perduti tre brigantini carichi di frumento. Dal quale successo apparendo quasi certa per mancamento di vettovaglie la vittoria i fiorentini, per impedire pi agevolmente che per il fiume non ne potessino essere condotte, gittorono in su Arno uno ponte di legname, fortificandolo con bastioni dall'una e l'altra ripa; e nel tempo medesimo, per rimuovere gli aiuti de' vicini, convennono co' lucchesi, avendo prima, per reprimere l'audacia loro, mandato a saccheggiare, con una parte delle genti mossa da Cascina, il porto di Vioreggio e i magazzini dove erano molti drappi di mercatanti di Lucca. E per questo avendo i lucchesi impauriti mandato a Firenze imbasciadori, rimasono finalmente concordi che tra l'una e l'altra republica fusse confederazione difensiva per anni tre, escludendo nominatamente i lucchesi dalla facolt di aiutare in qualunque modo i pisani; la quale confederazione, recuperandosi per i fiorentini Pisa infra uno anno, si intendesse prorogata per altri dodici anni, e durante questa confederazione non dovessino i fiorentini, senza pregiudicio per ci delle loro ragioni, molestare i lucchesi nella possessione di Pietrasanta e di Mutrone. 
Ma fu di momento molto maggiore a facilitare lo acquisto di Pisa la capitolazione fatta da loro coi re cristianissimo e cattolico. La quale, trattata molti mesi, aveva avuto varie difficolt: temendo i fiorentini, per l'esperienza del passato, che questo non fusse mezzo a trarre da loro quantit grande di danari e nondimeno che le cose di Pisa rimanessino nel medesimo grado; e da altra parte interpretando il re di Francia procurarsi la dilazione artificiosamente, per la speranza che i pisani, l'estremit de' quali erano notissime, da loro medesimi cedessino, n volendo che in modo alcuno la ricuperassino senza pagargliene la mercede, comand al Bardella suo suddito che si partisse da' soldi loro, e a Ciamonte che da Milano mandasse in aiuto de' pisani secento lancie: per la quale cosa, rimosse tutte le dubitazioni e difficolt, convenneno in questa forma: non dessino n il re di Francia n il re d'Aragona favore o aiuto a' pisani, e operassino con effetto che da' luoghi sudditi a loro, o confederati o raccomandati, non andassino a Pisa vettovaglie n soccorso di danari n di genti n di alcun'altra cosa; pagassino i fiorentini in certi termini a ciascuno di essi, se infra un anno prossimo ricuperassino Pisa, cinquantamila ducati; e nel caso predetto si intendesse fatta tra loro lega per tre anni dal d della recuperazione, per la quale i fiorentini fussino obligati difendere con trecento uomini d'arme gli stati che aveano in Italia, ricevendo per la difesa propria da qualunque di loro almeno trecento uomini d'arme. Alla capitolazione fatta in comune fu necessario aggiugnere, senza saputa del re, cattolico, nuove obligazioni di pagare al re di Francia, ne' tempi e sotto le condizioni medesime, cinquantamila altri ducati. Oltre che fu di bisogno promettessino di donare a' ministri de' due re venticinquemila ducati, de' quali la maggiore parte s'aveva a distribuire secondo la volont del cardinale di Roano. Le quali convenzioni, bench fussino con gravissima spesa de' fiorentini, dettono nondimeno appresso a tutti gli uomini infamia pi grave a quei re: de' quali l'uno si dispose per danari ad abbandonare quella [citt], che molte volte aveva affermato avere ricevuta nella sua protezione, e della quale, come si manifest poi, essendosegli spontaneamente data, il gran capitano avea accettato in suo nome il dominio; l'altro, non si ricordando delle promesse fatte molte volte a' fiorentini, o vend per brutto prezzo la libert giusta de' pisani o costrinse i fiorentini a comperare da lui la facolt di ricuperare giustamente le cose proprie. Tanto pu oggi comunemente pi la forza della pecunia che il rispetto dell'onest.

Lib.8, cap.3

(Preparativi del re di Francia per la guerra. Sollecite misure di difesa de' veneziani; casi sfortunati per loro. Piano di guerra de' veneziani. Inizi della spedizione del re di Francia contro i veneziani. )

Ma le cose de' pisani, che gi solevano essere negli occhi di tutta Italia, erano in questo tempo di piccola considerazione, dependendo gli animi degli uomini da espettazione di cose maggiori. Perch, ratificata che fu la lega di Cambrai da tutti i confederati, cominci il re di Francia a fare grandissime preparazioni; e con tutto che per ancora a protesti o minaccie di guerra non si procedesse, nondimeno, non si potendo pi la cosa dissimulare, il cardinale di Roano, presente tutto il consiglio, si lament con ardentissime parole con l'oratore de' viniziani che quel senato, disprezzando la lega e l'amicizia del re, faceva fortificare la badia di Cerreto nel territorio di Crema: nella quale essendo stata anticamente una fortezza, fu distrutta per i capitoli della pace fatta l'anno mille quattrocento cinquantaquattro tra, viniziani e Francesco Sforza nuovo duca di Milano, con patto che i viniziani non potessino in tempo alcuno fortificarvi; a' capitoli della quale pace si riferiva, in questo e in molte altre cose, la pace fatta tra loro e il re. E gi, essendo venuto il re pochi d poi a Lione, camminavano le genti sue per passare i monti, e si apparecchiavano per scendere nel tempo medesimo in Italia seimila svizzeri soldati da lui. E aiutandosi, oltre alle forze proprie, di quelle degli altri, avea ottenute da' genovesi quattro caracche, da' fiorentini cinquantamila ducati per parte di quegli che se gli dovevano dopo l'acquisto di Pisa; e dal ducato di Milano, desiderosissimo d'essere reintegrato nelle terre occupate da' viniziani, gli erano stati donati centomila ducati, e molti gentiluomini e feudatari di quello stato si provedevano di cavalli e d'armi per seguitare alla guerra con ornatissime compagnie la persona del re. 
Da altra parte si preparavano i viniziani a ricevere con animo grandissimo tanta guerra, sforzandosi, co' danari con l'autorit e con tutto il nervo del loro imperio, di fare provisioni degne di tanta republica; e con tanto maggiore prontezza quanto pareva molto verisimile che, se sostenessino il primo impeto, s'avesse facilmente l'unione di questi prncipi, male conglutinata, ad allentarsi o risolversi: nelle quali cose, con somma gloria del senato, il medesimo ardore si dimostrava in coloro che prima aveano consigliato invano che la fortuna prospera modestamente si usasse che in quegli che erano stati autori del contrario; perch, preponendo la salute publica alla ambizione privata, non cercavano che crescesse la loro autorit col rimproverare agli altri i consigli perniciosi n con l'opporsi a' rimedi che si facevano a' pericoli nati per la loro imprudenza. E nondimeno, considerando che contro a loro si armava quasi tutta la cristianit, si ingegnorono quanto potettono di interrompere tanta unione, pentitisi gi d'avere dispregiata l'occasione di separare dagli altri il pontefice, avendo massimamente avuta speranza che egli sarebbe stato paziente se gli restituivano Faenza sola. Per con lui rinnovorno i primi ragionamenti, e ne introdusseno de' nuovi con Cesare e col re cattolico; perch col re di Francia, o per l'odio o per la disperazione d'averlo a muovere, non tentorno cosa alcuna. Ma n il pontefice poteva accettare pi quel che prima avea desiderato, e al re cattolico con tutto che forse non mancasse la volont mancava la facolt di rimuovere gli altri; e Cesare, pieno d'odio smisurato contro al nome viniziano, non solamente non gli esaud ma n ud l'offerte loro, perch recus di ammettere al cospetto suo Giampiero Stella loro secretario mandatogli con amplissime commissioni. Per, voltati tutti i pensieri a difendersi coll'armi, soldavano da ogni parte quantit grandissima di cavalli e di fanti, e armavano molti legni per la custodia de' liti di Romagna, e per metterne nel lago di Garda e nel Po e negli altri fiumi vicini, per i quali fiumi temevano essere molestati dal duca di Ferrara e dal marchese di Mantova. Ma gli turbavano, oltre a' minacci degli uomini, molti casi o fatali o fortuiti. Percosse una saetta la fortezza di Brescia, una barca mandata dal senato a portare danari a Ravenna si sommerse con diecimila ducati nel mare, l'archivio pieno di scritture attenenti alla republica and totalmente in terra con subita rovina; ma gli empi di grandissimo terrore che in quegli d, e nell'ora medesima che era congregato il consiglio maggiore, appiccatosi, o per caso o per fraude occulta di qualcuno, il fuoco nel loro arzanale, nella stanza dove si teneva il salnitro, con tutto vi concorresse numero infinito d'uomini a estinguerlo, aiutato dalla forza del vento e dalla materia atta a pascerlo e ampliarlo, abbruci dodici corpi di galee sottili e quantit grandissima di munizioni. Alle difficolt loro si aggiunse che avendo soldato Giulio e Renzo Orsini e Troilo Savello, con cinquecento uomini d'arme e tremila fanti, il pontefice con asprissimi comandamenti, fatti come a feudatari e sudditi della Chiesa, gli costrinse a non si partire di terra di Roma, invitandogli a ritenersi quindicimila ducati ricevuti per lo stipendio, con promettere di compensargli in quello che i viniziani, per i frutti avuti delle terre di Romagna, alla sedia apostolica doveano. Volgevansi le preparazioni del senato principalmente verso i confini del re di Francia, dall'armi del quale aspettavano l'assalto pi presto e pi potente: perch dal re d'Aragona, con tutto che avesse agli altri confederati promesso molto, si spargevano dimostrazioni e romori, secondo la sua consuetudine, ma non si facevano apparati di molto momento; e Cesare, occupato in Fiandra perch i popoli sottoposti al nipote lo sovvenissino volontariamente di danari, non si credeva dovesse cominciare la guerra al tempo promesso; e il pontefice pensavano che, sperando pi nella vittoria degli altri che nell'armi proprie, avesse a regolarsi secondo i progressi de' collegati. 
Non si dubitava che 'l primo assalto del re di Francia avesse a essere nella Ghiaradadda, passando il fiume dell'Adda appresso a Casciano per si raccoglieva a Pontevico, in sul fiume dell'Oglio, l'esercito veneto, del quale era capitano generale il conte di Pitigliano e governatore Bartolomeo d'Alviano, e vi erano proveditori in nome del senato Giorgio Cornaro e Andrea Gritti, gentiluomini chiari e molto onorati per l'ordinarie loro qualit, e per la gloria acquistata l'anno passato, l'uno per le vittorie del Friuli l'altro per l'opposizione fatta a Rover contro a' tedeschi. Tra' quali consultandosi in che maniera fusse da procedere nella guerra erano varie le sentenze, non solo tra gli altri ma tra 'l capitano e il governatore. Perch l'Alviano, feroce di ingegno e insuperbito per i successi prosperi dell'anno precedente, e pronto a seguitare le occasioni sperate e di incredibile celerit cos nel deliberare come nell'eseguire, consigliava che, per fare pi tosto la sedia della guerra nel paese degli inimici che aspettare fusse trasferita nello stato proprio, si assaltasse, innanzi che 'l re di Francia passasse in Italia, il ducato di Milano. Ma il conte di Pitigliano, o raffreddato il vigore dell'animo (come diceva l'Alviano) per la vecchiezza o considerando per la lunga esperienza con maggiore prudenza i pericoli, e alieno dal tentare senza grandissima speranza la fortuna, consigliava che disprezzata la perdita delle terre della Ghiaradadda, che non rilevavano alla somma della guerra, l'esercito si fermasse appresso alla terra degli Orci, come gi nelle guerre tra' viniziani e il ducato di Milano aveano fatto Francesco Carmignuola e poi Iacopo Piccinino, famosi capitani de' tempi loro; alloggiamento molto forte per essere in mezzo tra' fiumi dell'Oglio e del Serio, e comodissimo a soccorrere tutte le terre del dominio viniziano: perch se i franzesi andassino ad assaltargli in quello alloggiamento potevano, per la fortezza del sito, sperarne quasi certa la vittoria; ma se andassino a campo [a] Cremona o Crema o Bergamo o Brescia, potrebbono per difesa di quelle accostarsi coll'esercito in luogo sicuro, e infestandogli, con tanto numero di cavalli leggieri e stradiotti che avevano, le vettovaglie e l'altre comodit, impedirebbeno loro il prendere qualunque terra importante. E cos, senza rimettersi in potest della fortuna, potersi facilmente difendere lo imperio viniziano da cos potente e impetuoso assalto del re di Francia. De' quali consigli l'uno e l'altro era stato rifiutato dal senato; quello dell'Alviano come troppo audace, questo del capitano generale come troppo timido e non consideratore della natura de' pericoli presenti: perch al senato sarebbe pi piaciuto, secondo la inveterata consuetudine di quella republica, il procedere sicuramente e l'uscire il meno potessino della potest di loro medesimi; ma da altra parte si considerava, se nel tempo che tutte quasi le loro forze fussino impegnate a resistere al re di Francia assaltasse il loro stato potentemente il re de' romani, con quali armi con quali capitani con quali forze potersi opporsegli; per il quale rispetto, quella via che per se stessa pareva pi certa e pi sicura rimanere pi incerta e pi pericolosa. Per, seguitando come spesso si fa nelle opinioni contrarie, quella che  in mezzo, fu deliberato che l'esercito s'accostasse al fiume dell'Adda, per non lasciare in preda degli inimici la Ghiaradadda; ma con espressi ricordi e precetti del senato viniziano che, senza grande speranza o urgente necessit, non si venisse alle mani con gli inimici. 
Diversa era molto la deliberazione del re di Francia, ardente di desiderio che gli eserciti combattessino. Il quale, accompagnato dal duca dell'Oreno e da tutta la nobilt del reame di Francia, come ebbe passati i monti, mand Mongioia suo araldo a intimare la guerra al senato viniziano; commettendogli che, acciocch tanto pi presto si potesse dire intimata, facesse nel passare da Cremona il medesimo co' magistrati viniziani. E se bene, non essendo ancora unito tutto l'esercito suo, avesse deliberato che non si movesse cosa alcuna insino a tanto che egli non fusse personalmente a Casciano, nondimeno, o per gli stimoli del pontefice, che si lamentava essere passato il tempo determinato nella capitolazione, o acciocch cominciasse a correre il tempo a Cesare obligato a muovere la guerra quaranta d poi che il re l'avesse mossa, mutata la prima deliberazione, comand a Ciamonte desse principio, non essendo ancora le genti viniziane, perch non erano raccolte tutte, partite da Pontevico.


Lib.8, cap.4

(Primi fatti di guerra. La bolla del pontefice contro i veneziani; l'intimazione di guerra del re di Francia e la risposta del doge. I francesi passano l'Adda a Cassano. I francesi a Rivolta. La battaglia di Ghiaradadda. Resa di Bergamo e di Brescia al re di Francia. )

Fu il primo movimento di tanto incendio il quintodecimo d d'aprile. Nel quale d Ciamonte, passato a guazzo con tremila cavalli il fiume dell'Adda appresso a Casciano, e fatto passare in su battelli seimila fanti e dietro a loro l'artiglierie, si dirizz alla terra di Trevi, lontana tre miglia da Casciano, nella quale era Giustiniano Morosino proveditore degli stradiotti de' viniziani, e con lui Vitello da Citt di Castello e Vincenzio di Naldo, che rassegnavano i fanti che si doveano distribuire nelle terre vicine: i quali, credendo che i franzesi, che in pi parti si erano sparsi per la campagna, non fussino gente ordinata per assaltare la terra ma per correre il paese, mandorno fuora dugento fanti e alcuni stradiotti, co' quali appiccatasi una parte delle genti franzesi, gli seguit scaramucciando insino al rivellino della porta; e poco dipoi sopragiugnendo gli altri, e appresentate l'artiglierie e cominciato gi a battere co' falconetti le difese, o la vilt de' capi spaventati di questo impeto s improviso o la sollevazione degli uomini della terra gli costrinse ad arrendersi allo arbitrio libero di Ciamonte. Cos rimasono prigioni Giustiniano proveditore, Vitello e Vincenzio e il conte Braccio, e con loro cento cavalli leggieri e circa mille fanti quasi tutti di Valdilamone; essendosi solamente salvati col fuggire dugento stradiotti: e dipoi Ciamonte, a cui si erano arrendute alcune terre vicine, ritorn con le genti tutte di l da Adda. E il medesimo d il marchese di Mantova, come soldato del re da cui avea la condotta di cento lancie, corse a Casalmaggiore; il quale castello senza fare resistenza gli fu dato dagli uomini della terra, insieme con Luigi Bono officiale viniziano. Corse eziandio il medesimo d da Piacenza Roccalbertino, con cento cinquanta lancie e tremila fanti passati in su uno ponte di barche, fatto dove l'Adda entra nel Po nel contado di Cremona; in altra parte del quale corsono similmente le genti che erano alla guardia di Lodi, gittato uno ponte in su Adda, e tutti i paesani della montagna di Brianza insino a Bergamo. Il quale assalto fatto in uno giorno medesimo da cinque parti, senza dimostrarsi gli inimici in luogo alcuno, ebbe maggiore strepito che effetto; perch Ciamonte si ritorn subito a Milano per aspettare la venuta del re che gi era vicino, e il marchese di Mantova, che preso Casalmaggiore aveva tentato Asola invano, inteso che l'Alviano con molta gente aveva passato il fiume dell'Oglio a Pontemolaro, abbandon Casalmaggiore. 
Fatto questo principio alla guerra, il pontefice incontinente public, sotto nome di monitorio, una bolla orribile; nella quale furno narrate tutte le usurpazioni che avevano fatte i viniziani delle terre pertinenti alla sedia apostolica, e l'autorit arrogatesi, in pregiudicio della libert ecclesiastica e della giurisdizione de' pontefici, di conferire i vescovadi e molti altri benefici vacanti, di trattare ne' fori secolari le cause spirituali e l'altre attenenti al giudicio della Chiesa, e di molte altre cose, e tutte le inobbedienze passate. Oltre alle quali fu narrato che pochi d innanzi, per turbare in pregiudicio della medesima sedia le cose di Bologna, avevano chiamati a Faenza i Bentivogli rebelli della Chiesa; e sottoposti, loro e chi gli ricettasse, a gravissime censure; ammonendogli a restituire, infra ventiquattro d prossimi, le terre che occupavano della Chiesa insieme con tutti i frutti ricevuti nel tempo l'aveano tenute, sotto pena, in caso non ubbidissino, di incorrere nelle censure e interdetti, non solo la citt di Vinegia ma tutte le terre che gli ubbidissino, e quelle ancora che non suddite allo imperio loro ricettassino alcuno viniziano; dichiarandogli incorsi in crimine di maest lesa e diffidati come inimici, in perpetuo, da tutti i cristiani: a' quali concedeva facolt di occupare per tutto le robe loro e fare schiave le persone. Contro alla quale bolla fu da uomini incogniti presentata, pochi d poi, nella citt di Roma, una scrittura in nome del principe e de' magistrati viniziani; nella quale, dopo lunga e acerbissima narrazione contro al pontefice e il re di Francia, si interponeva l'appellazione dal monitorio al futuro concilio e, in difetto della giustizia umana, a' piedi di Cristo giustissimo giudice e principe supremo di tutti. Nel quale tempo, aggiugnendosi al monitorio spirituale le denunzie temporali, l'araldo Mongioia, arrivato in Vinegia e introdotto innanzi al doge e al collegio, protest in nome del re di Francia la guerra gi cominciata, aggravandola con cagioni pi efficaci che vere o giuste: alla proposta del quale, avendo alquanto consultato, fu risposto dal doge con brevissime parole che, poi che il re di Francia aveva deliberato di muovere loro la guerra nel tempo che pi speravano di lui, per la confederazione la quale non aveano mai violata, e per aversi, per non si separare da lui, provocato inimico il re de' romani, che attenderebbeno a difendersi, sperando poterlo fare con le forze loro accompagnate dalla giustizia della causa. Questa risposta parve pi secondo la degnit della republica che distendersi in giustificazioni e querele vane contro a chi gi gli avea assaltati con l'armi. 
Ma unito che fu a Pontevico l'esercito viniziano, nel quale erano dumila uomini d'arme tremila tra cavalli leggieri e stradiotti, quindicimila fanti eletti di tutta Italia, e veramente il fiore della milizia italiana non meno per la virt de' fanti che per la perizia e valore de' capitani, e quindicimila altri fanti scelti dell'ordinanza de' loro contadi, e accompagnati da copia grandissima di artiglierie, venne a Fontanella, terra vicina a Lodi a sei miglia e sedia opportuna a soccorrere Cremona, Crema, Caravaggio e Bergamo: ove giudicando avere occasione, per la ritirata di Ciamonte di l da Adda n essendo ancora unito tutto l'esercito del re, di ricuperare Trevi, si mossono per deliberazione del senato ma contro al consiglio, secondo che esso affermava poi, dell'Alviano; il quale allegava essere deliberazioni quasi repugnanti vietare che si combattesse coll'esercito degli inimici e da altra parte accostarsegli tanto, perch non sarebbe forse in potest loro il ritirarsi, e quando pure potessino farlo, sarebbe con tanta diminuzione della reputazione di quello esercito che nocerebbe troppo alla somma di tutta la guerra; e che egli, per questo rispetto e per l'onore proprio e per l'onore comune della milizia italiana, eleggerebbe pi tosto di morire che di consentire a tanta ignominia. Occup prima l'esercito Rivolta dove i franzesi non avevano lasciata guardia alcuna, ove messi cinquanta cavalli e trecento fanti, si accost a Trevi, terra poco distante da Adda e situata in luogo alquanto eminente, e nella quale Ciamonte aveva lasciate cinquanta lancie e mille fanti sotto il capitano Imbalt, Frontaglia guascone e il cavaliere Bianco, e piantate l'artiglierie dalla parte di verso Casciano ove il muro era pi debole, e facendo processo grande, quegli che erano dentro il d seguente si arrenderono, salvi i soldati ma senza armi, e rimanendo prigioni i capitani, e la terra a discrezione libera del vincitore: la quale subito and a sacco, con danno maggiore de' vincitori che de' vinti. Perch il re di Francia, come intese il campo inimico essere intorno a Trevi, parendogli che la perdita di quel luogo quasi in su gli occhi suoi gli togliesse molto della reputazione, si mosse subitamente da Milano per soccorrerlo, e condotto, il d poi che era stato preso Trevi che fu il nono di maggio, in sul fiume presso a Casciano, ove prima per l'opportunit di Casciano erano stati senza difficolt gittati tre ponti in sulle barche, pass con tutto l'esercito, senza farsi dagli inimici dimostrazione alcuna di resistergli; maravigliandosi ciascuno che oziosamente perdessino tanta occasione di assaltare la prima parte delle genti che fusse passata, ed esclamando il Triulzio, quando vedde passarsi senza impedimento: - Oggi, o re cristianissimo, abbiamo guadagnato la vittoria. - La quale occasione  manifesto che medesimamente fu conosciuta e voluta usare dai capitani, ma non fu mai in potest loro, n con autorit n con prieghi n con minaccie, fare uscire di Trevi i soldati, occupati nel sacco e nella preda: al quale disordine non bastando alcuno altro rimedio a provedere, l'Alviano per necessitargli a uscire fece mettere fuoco nella terra; ma fu fatto questo rimedio tanto tardi che gi i franzesi con grandissima letizia erano interamente passati, beffandosi della vilt e del poco consiglio degli inimici. 
Alloggi il re con l'esercito poco pi di uno miglio vicino allo alloggiamento de' viniziani, posto in luogo alquanto rilevato e, per il sito e per i ripari fatti, forte in modo che non si poteva senza manifesto pericolo andare ad assaltargli; ove consultandosi in quale modo si dovesse procedere, molti di quegli che intervenivano ne' consigli del re, persuadendosi che l'armi di Cesare avessino presto a sentirsi, confortavano che si procedesse lentamente, perch essendo ne' fatti d'arme migliori le condizioni di colui che aspetta di essere assaltato che di chi cerca di assaltare altri, la necessit costrignerebbe i capitani viniziani, vedendosi impotenti a difendere quello imperio da tante parti, a cercare di fare la giornata. Ma il re sentiva diversamente, purch s'avesse occasione di combattere in luogo dove il sito non potesse prevalere alla virt de' combattitori; mosso o perch temesse non fussino tardi i movimenti del re de' romani, o perch, trovandosi in persona con tutte le forze del suo reame, non solo avesse speranza grande della vittoria ma giudicasse disonorarsi molto il nome suo se da per s senza aiuto d'altri non terminasse la guerra, e pel contrario essergli sommamente glorioso che per la potenza e virt sua ottenessino non meno di lui gli altri confederati i premi della vittoria. Da altra parte il senato e i capitani de' viniziani, non accelerando per timore di Cesare i consigli loro, aveano deliberato, non si mettendo in luoghi eguali a loro e agli inimici ma fermandosi sempre in alloggiamenti forti, fuggire in un tempo medesimo la necessit del combattere e impedire a' franzesi il fare processo alcuno importante. Con queste deliberazioni stette fermo l'uno e l'altro esercito; nel quale luogo, bench tra i cavalli leggieri si facessino spessi assalti, e che i franzesi facendo pi innanzi l'artiglierie cercassino avere occasione di combattere, non si fece maggiore movimento. Mossesi il d seguente il re verso Rivolta, per tentare se il desiderio di conservarsi quella terra facesse muovere gli italiani; i quali non si movendo, per ottenere almeno la confessione tacita che e' non ardissino di venire alla battaglia, stette fermo per quattro ore innanzi allo alloggiamento loro con tutto l'esercito ordinato alla battaglia, non facendo essi altro moto che di volgersi, senza abbandonare il sito forte, alla fronte de' franzesi in ordinanza: nel qual tempo condotta da una parte de' soldati del re l'artiglieria alle mura di Rivolta, fu in poche ore presa per forza; ove alloggi la sera medesima il re con tutto l'esercito, angustiato nell'animo, e non poco, del modo col quale procedevano gli inimici, il consiglio de' quali tanto pi laudava quanto pi gli dispiaceva. Ma per tentare di condurgli per necessit a quel che non gli induceva la volont, dimorato che fu un giorno a Rivolta, abbruciatala nel partirsi, mosse l'esercito per andare ad alloggiare a Vaila o a Pandino la notte prossima, sperando da qualunque di questi due luoghi potere comodamente impedire le vettovaglie che da Cremona e da Crema venivano agli inimici, e cos mettergli in necessit di abbandonare l'alloggiamento nel quale insino ad allora erano stati. Conoscevano i capitani viniziani quali fussino i pensieri del re, n dubitavano essere necessario di mettersi in uno alloggiamento forte propinquo agli inimici, per continuare di tenergli nelle medesime difficolt e impedimenti; ma il conte di Pitigliano consigliava che si differisse il muoversi al d seguente; nondimeno fece instanza tanto ardente del contrario l'Alviano, allegando essere necessario il prevenire, che finalmente fu deliberato di muoversi subitamente. 
Due erano i cammini, l'uno pi basso vicino al fiume dell'Adda ma pi lungo a condursi a' luoghi sopradetti andandosi per linea obliqua, l'altro pi discosto dal fiume ma pi breve perch si andava per linea diritta, e (come si dice) questo per la corda dell'arco quello per l'arco. Per il cammino di sotto procedeva l'esercito del re, nel quale si dicevano essere pi di dumila lancie seimila fanti svizzeri e dodicimila tra guasconi e italiani, munitissimo di artiglierie e che aveva copia grande di guastatori; per il cammino di sopra, e a mano destra inverso lo inimico, procedeva l'esercito viniziano, nel quale si dicevano essere dumila uomini d'arme pi di ventimila fanti e numero grandissimo di cavalli leggieri, parte italiani parte condotti da' viniziani di Grecia, i quali correvano innanzi, ma non si allargando quanto sogliono perch gli sterpi e arbuscelli, de' quali tra l'uno e l'altro esercito era pieno il paese, gli impedivano: come medesimamente impedivano che l'uno e l'altro esercito non si vedesse. Nel qual modo procedendo, e avanzando continuamente di cammino l'esercito viniziano, si appropinquorno molto in un tempo medesimo l'avanguardia franzese governata da Carlo d'Ambuosa e da Gianiacopo da Triulzi, nella quale erano cinquecento lancie e i fanti svizzeri, e il retroguardo de' viniziani guidato da Bartolomeo d'Alviano, nel quale erano [ottocento] uomini d'arme e quasi tutto il fiore de' fanti dello esercito, ma che non procedeva molto ordinato non pensando l'Alviano che quel d si dovesse combattere. Ma come vedde essersi tanto approssimato agli inimici, o svegliatasi in lui la solita caldezza o vedendosi ridotto in luogo che era necessario fare la giornata, significata subitamente al conte di Pitigliano, che andava innanzi con l'altra parte dell'esercito, la sua o necessit o deliberazione, lo ricerc che venisse a soccorrerlo: alla qual cosa il conte rispose che attendesse a camminare, che fuggisse il combattere, perch cos ricercavano le ragioni della guerra e perch tale era la deliberazione del senato viniziano. Ma l'Alviano, in questo mezzo, avendo collocati i fanti suoi con sei pezzi di artiglieria in su uno piccolo argine fatto per ritenere l'impeto di uno torrente, il quale non menando allora acqua passava trall'uno e l'altro esercito, assalt gli inimici con tale vigore e con tale furore che gli costrinse a piegarsi; essendogli in questo molto favorevole l'essersi principiato il fatto d'arme in una vigna, ove per i tralci delle viti non poteano i cavalli de' franzesi espeditamente adoperarsi. Ma fattasi innanzi per questo pericolo la battaglia dell'esercito franzese, nella quale era la persona del re, si serrorono i due primi squadroni addosso alla gente dell'Alviano; il quale per il principio felice venuto in grandissima speranza della vittoria, correndo in qua e in l, riscaldava e stimolava con ardentissime voci i soldati suoi. Combattevasi da ogni parte molto ferocemente, avendo i franzesi per il soccorso de' suoi ripigliato le forze e l'animo, ed essendo la battaglia ridotta in luogo aperto ove i cavalli, de' quali molto prevalevano, si potevano liberamente maneggiare; accesi ancora assai per la presenza del re il quale, non avendo maggiore rispetto alla persona sua che se fusse stato privato soldato, esposto al pericolo dell'artiglierie non cessava, secondo che co' suoi era di bisogno, di comandare, di confortare, di minacciare: e da altra parte i fanti italiani, inanimiti da' successi primi, combattevano con vigore incredibile, non mancando l'Alviano di tutti gli offici convenienti a eccellente soldato e capitano. Finalmente, essendosi con somma virt combattuto circa a tre ore, la fanteria italiana danneggiata maravigliosamente nel luogo aperto da' cavalli degli inimici, ricevendo oltre a questo non piccolo impedimento che nel terreno diventato lubrico per grandissima pioggia, sopravenuta mentre si combatteva, non potevano i fanti combattendo fermare i piedi, e sopratutto mancandogli il soccorso de' suoi, cominci a combattere con grandissimo disavvantaggio; e nondimeno resistendo con grandissima virt, ma gi avendo perduta la speranza del vincere, pi per la gloria che per la salute, fece sanguinosa e per alquanto spazio di tempo dubbia la vittoria de' franzesi; e ultimatamente, perdute prima le forze che il valore, senza mostrare le spalle agli inimici, rimasono quasi tutti morti in quel luogo: tra' quali fu molto celebrato il nome di Piero, uno de' marchesi del Monte a Santa Maria di Toscana, esercitato condottiere di fanti nelle guerre di Pisa agli stipendi de' fiorentini, e allora uno de' colonnelli della fanteria viniziana. Per la quale resistenza tanto valorosa di una parte sola dell'esercito, fu allora opinione costante di molti che se tutto l'esercito de' viniziani entrava nella battaglia arebbe ottenuta la vittoria: ma il conte di Pitigliano con la maggiore parte si astenne dal fatto d'arme; o perch, come diceva egli, essendosi voltato per entrare nella battaglia fusse urtato dal seguente squadrone de' viniziani che gi fuggiva, o pure, come si sparse la fama, perch non avendo speranza di potere vincere, e sdegnato che l'Alviano avesse contro alla autorit sua presunto di combattere, migliore consiglio riputasse che quella parte dell'esercito si salvasse che il tutto per l'altrui temerit si perdesse. Morirno in questa battaglia pochi uomini d'arme, perch la uccisione grande fu de' fanti de' viniziani, de' quali alcuni affermano esserne stati ammazzati ottomila; altri dicono che 'l numero de' morti da ogni parte non pass in tutto seimila. Rimase prigione Bartolomeo d'Alviano, il quale con uno occhio e col volto tutto percosso e livido fu menato al padiglione del re; presi venti pezzi d'artiglieria grossa e molta minuta; e il rimanente dell'esercito, non seguitato, si salv. Questa fu la giornata famosa di Ghiaradadda o, come altri la chiamano, di Vaila, fatta il quartodecimo d di maggio; per memoria della quale il re fece nel luogo ove si era combattuto edificare una cappella, onorandola col nome di Santa Maria della Vittoria. 
Ottenuta tanta vittoria, il re, per non corrompere con la negligenza l'occasione acquistata con la virt e con la fortuna, and il d seguente a Caravaggio; ed essendosegli arrenduta subito a patti la terra, batt con l'artiglierie la fortezza, la quale in spazio di uno d si dette liberamente. Arrendessegli il prossimo d, non aspettato che l'esercito s'accostasse, la citt di Bergamo; nella quale lasciate cinquanta lancie e mille fanti per la espugnazione della fortezza, si indirizz a Brescia; dove, innanzi arrivasse, la fortezza di Bergamo stata battuta uno d con l'artiglierie si arrend, con patto che fussino prigioni Marino Giorgio e gli altri ufficiali viniziani: perch il re, non tanto mosso da odio quanto dalla speranza d'averne a trarre quantit grande di danari, era deliberato di non accettare mai, quando se gli arrendevano le terre, patto alcuno per il quale fussino salvati i gentiluomini viniziani. Ne' bresciani non era pi quella antica disposizione con la quale avevano, al tempo degli avoli loro, sostenuto nelle guerre di Filippo Maria Visconte gravissimo assedio per conservarsi sotto lo imperio viniziano; ma inclinati a darsi a' franzesi, parte per il terrore delle armi loro parte per i conforti del conte Giovanfrancesco da Gambara, capo della fazione ghibellina, avevano il d dopo la rotta occupate le porte della citt, opponendosi apertamente a Giorgio Cornaro, il quale andato quivi con grandissima celerit voleva mettervi gente; e dipoi accostatosi alla citt l'esercito diminuito assai di numero, non tanto per il danno ricevuto nel fatto d'arme quanto perch, come accade ne' casi simili, molti volontariamente se ne partivano, disprezzorono l'autorit e i prieghi di Andrea Gritti, che entr in Brescia a persuadergli che gli accettassino per loro difesa. Per l'esercito, non si riputando sicuro in quel luogo, and verso Peschiera; e la citt di Brescia, facendosene autori i Gambereschi, si arrend al re di Francia; e il medesimo fece due d poi la fortezza, con patto che fussino salvi tutti quegli che vi erano dentro, eccetto i gentiluomini viniziani.

Lib.8, cap.5

(Dolore e spavento a Venezia dopo la disfatta e provvedimenti del governo. Nuove conquiste del re di Francia. Il pontefice acquista le terre di Romagna. Altre terre perdute da' veneziani. )

Ma come a Vinegia pervenne la nuova di tanta calamit non si potrebbe immaginare non che scrivere quanto fusse il dolore e lo spavento universale, e quanto divenissino confusi e attoniti gli animi di tutti, insoliti a sentire avversit tali anzi assuefatti a riportare quasi sempre vittoria in tutte le guerre, e presentandosegli innanzi agli occhi la perdita dello imperio e il pericolo della ultima ruina della loro patria, in luogo di tanta gloria e grandezza con la quale da pochi mesi indietro si proponevano nell'animo l'imperio di tutta Italia. Per da ogni parte della citt si concorreva con grandissimi gridi e miserabili lamenti al palagio publico: nel quale consultandosi per i senatori quello che in tanto caso fusse da fare, rimaneva dopo lunga consulta soprafatto il consiglio dalla disperazione, tanto deboli e incerti erano i rimedi, tanto minime e quasi nulle le speranze della salute; considerando non avere altri capitani n altre genti per difendersi che quelle che avanzavano della rotta spogliate di forze e di animo, i popoli sudditi a quello dominio o inclinati a ribellarsi o alieni da tollerare per loro danni e pericoli, il re di Francia, con esercito potentissimo e insolente per la vittoria, disposto a seguitare il corso della prospera fortuna, al nome solamente del quale essere per cedere ciascuno; e se a lui solo non avevano potuto resistere, che sarebbe venendo innanzi il re de' romani, il quale si intendeva appropinquarsi a' confini loro, e che ora invitato da tanta occasione accelererebbe il venire? mostrarsi da ogni parte pericoli e disperazione con pochissimi indizi di speranze. E che sicurt avere che nella propria patria, piena di innumerabile moltitudine, non si suscitasse, parte per la cupidit del rubare parte per l'odio contro a' gentiluomini, qualche pericoloso tumulto? Gi (quel che  l'estremo grado della timidit) reputavano certissimi tutti i casi avversi i quali si rappresentavano alla immaginazione propria che potessino succedere; e nondimeno, raccolto in tanto timore il meglio potevano l'animo, deliberorno di fare estrema diligenza di riconciliarsi per qualunque modo col pontefice col re de' romani e col re cattolico, senza pensiero alcuno di mitigare l'animo del re di Francia, perch, dell'odio suo contro a loro non manco diffidavano che e' temessino delle sue armi: n posti perci da parte i pensieri di difendersi, attendendo a fare provisione di danari, ordinavano di soldare nuova gente per terra e, temendo della armata che si diceva prepararsi a Genova, accrescere insino in cinquanta galee l'armata loro, della quale era capitano Angelo Trevisano. 
Ma preveniva tutti i consigli loro la celerit del re di Francia, al quale dopo l'acquisto di Brescia si era arrenduta la citt di Cremona, ritenendosi ancora per i viniziani la fortezza; la quale bench fortissima arebbe seguitato l'esempio degli altri (avendo massime, ne' medesimi d, fatto il medesimo la fortezza di Pizichitone)..., se il re avesse consentito che tutti ne uscissino salvi; ma essendovisi ridotti dentro molti gentiluomini viniziani, e tra gli altri Zacheria Contareno ricchissimo uomo, negava di accettarla se non con patto che questi venissino in sua potest. Per mandatevi genti a tenerla assediata, ed essendosi le genti viniziane, che continuamente diminuivano, fermate nel Campomarzio appresso a Verona perch i veronesi non avevano voluto riceverle dentro, il re cammin innanzi a Peschiera per acquistare la fortezza, essendosi gi arrenduta la terra; la quale come ebbeno cominciata a battere con l'artiglierie, vi entrorono per piccole rotture di muro con impeto grandissimo i fanti svizzeri e guasconi, ammazzando i fanti che in numero circa quattrocento vi erano dentro; e il capitano della fortezza che era medesimamente capitano della terra, gentiluomo viniziano, fatto prigione, fu per comandamento del re insieme col figliuolo a' merli medesimi impiccato: inducendosi il re a questa crudelt acci che quegli che erano nella fortezza di Cremona, spaventati per questo supplicio, non si difendessino insino all'ultima ostinazione. Cos aveva, in spazio di quindici d dopo la vittoria, acquistato il re di Francia, dalla fortezza di Cremona in fuora, tutto quello che gli apparteneva per la divisione fatta a Cambrai: acquisto molto opportuno al ducato di Milano, e per il quale s'accrescevano le entrate regie, ciascuno anno, molto pi di dugentomila ducati. 
Nel quale tempo, non si sentendo ancora in luogo alcuno l'armi del re de' romani, aveva il pontefice assaltate le terre di Romagna con quattrocento uomini d'arme quattrocento cavalli leggieri e ottomila fanti, e con artiglierie del duca di Ferrara, il quale avea eletto gonfaloniere della Chiesa, titolo, secondo l'uso de' tempi nostri, pi di degnit che di autorit; preposti a questo esercito Francesco da Castel del Rio cardinale di Pavia, con titolo di legato apostolico, e Francesco Maria della Rovere figliuolo gi di Giovanni suo fratello, il quale adottato in figliuolo di Guido Ubaldo duca di Urbino, zio materno, e confermata per l'autorit del pontefice l'adozione nel concistorio, era l'anno dinanzi, morto lui senza altri figliuoli, succeduto in quel ducato. Con questo esercito avendo scorso da Cesena verso Cervia e venuti poi tra Imola e Faenza preseno la terra di Solarolo, e stati qualche d alla bastia vicina a tre miglia di Faenza andorno a Berzighella, terra principale di Valdilamone, ove era entrato Giampaolo Manfrone con ottocento fanti e alcuni cavalli; i quali usciti fuora a combattere, condotti in uno agguato furno s vigorosamente assaliti da Giampaolo Baglioni e Lodovico dalla Mirandola, condottieri nello esercito ecclesiastico, che rifuggendo nella terra vi entrorono mescolati insieme con loro, e con tale impeto che il Manfrone caduto da cavallo appena ebbe tempo a ritirarsi nella rocca: alla quale essendo presentata l'artiglieria, fu dal primo colpo abbruciata la munizione che vi era dentro, dal quale caso impauriti si rimessono senza alcuna condizione nell'arbitrio de' vincitori. Occupata tutta la valle, l'esercito sceso nel piano, preso Granarolo e tutte l'altre terre del contado di Faenza, and a campo a Russi, castello situato tra Faenza e Ravenna, ma di non facile espugnazione perch, circondato da fosse larghe e profonde e forte di mura, era guardato da seicento fanti forestieri. E faceva l'espugnazione pi difficile non essere nello esercito ecclesiastico n quel consiglio n quella concordia che sarebbe stata necessaria, bench le forze vi abbondassino, conciossiach di nuovo vi erano giunti tremila fanti svizzeri soldati dal pontefice; e per, con tutto che i viniziani non fussino potenti in Romagna, si faceva per gli ecclesiastichi poco progresso. I quali per infestare essendo uscito di Ravenna con la sua compagnia Giovanni Greco, capitano di stradiotti, fu rotto e fatto prigione da Giovanni Vitelli uno de' condottieri ecclesiastici. Pure finalmente, poi che furono stati intorno a Russi dieci d l'ottennono per accordo; ed essendo in questo tempo medesimo succeduta la vittoria del re di Francia, la citt di Faenza, la quale per esservi pochi soldati de' viniziani era in potest di se medesima, convenne di ricevere il dominio del pontefice se infra quindici d non fusse soccorsa: la quale convenzione poi che fu fatta, essendo usciti di Faenza cinquecento fanti de' viniziani, sotto la fede del legato, furono svaligiati per commissione del duca di Urbino. Fece il medesimo e la citt di Ravenna, subito che se gli accost l'esercito. Cos, pi con la riputazione della vittoria del re di Francia che con le armi proprie, acquist presto il pontefice le terre tanto desiderate della Romagna; nella quale non tenevano pi i viniziani altro che la fortezza di Ravenna. 
Contro a' quali si scoprivano, dopo la rotta dello esercito loro, ogni d nuovi inimici. Perch il duca di Ferrara, il quale insino a quel d non si era voluto dimostrare, cacci subito di Ferrara il bisdomino, magistrato che per antiche convenzioni, per rendere ragione a' sudditi loro, vi tenevano i viniziani, e prese l'armi recuper senza ostacolo alcuno il Polesine di Rovigo, e sfond con l'artiglierie l'armata de' viniziani che era nel fiume dello Adice; e al marchese di Mantova si arrenderono Asola e Lunato, occupate gi da' viniziani, nelle guerre contro a Filippo Maria Visconte, a Giovanfrancesco da Gonzaga suo proavo. In Istria Cristoforo Frangiapane occup Pisinio e Divinio, e il duca di Brunsvich, entrato per comandamento di Cesare nel Friuli con duemila uomini comandati, prese Feltro e Bellona. Alla venuta del quale e alla fama della vittoria de' franzesi, Triesti, e l'altre terre, dallo acquisto delle quali era proceduta a' viniziani l'origine di tanti mali, tornorno allo imperio di Cesare. Occuporono eziandio i conti di Lodrone alcune castella vicine; e il vescovo di Trento, con simile movimento, Riva di Trento e Agresto.

Lib.8, cap.6

(Padova, Verona ed altre terre lasciate in arbitrio de' popoli. Ambasciata e orazione di Antonio Giustiniano a Massimiliano. I veneziani mandano in Puglia per la consegna dei porti al re d'Aragona e in Romagna per la consegna al pontefice di quanto ancora essi possiedono. )

Ma niuna cosa aveva dopo la rotta di Vaila spaventato tanto i viniziani quanto la espugnazione della rocca di Peschiera, intorno alla quale si erano persuasi doversi per la fortezza sua fermare l'impeto dei vincitori. Per attoniti per tanti mali, e temendo estremamente che non si facesse pi innanzi il re di Francia, disperate le cose loro e astretti pi da timidit che da consiglio, ritiratesi le genti loro a Mestri, le quali senza obedienza e ordine alcuno erano ridotte a numero molto piccolo, deliberorono, per non avere pi tanti inimici, con disperazione forse troppo presta, di cedere allo imperio di terra ferma: n meno, per levare al re di Francia l'occasione di approssimarsi a Vinegia; perch non stavano senza sospetto che in quella citt si facesse qualche tumulto, concitato da' popolari o dalla moltitudine innumerabile che vi abita di forestieri, questi tirati da desiderio di rubare, quegli da non volere tollerare che, essendo cittadini nati per lunga successione in una medesima citt, anzi molti del medesimo sangue e delle medesime famiglie, fussino esclusi dagli onori, e in tutte le cose quasi soggetti a' gentiluomini. Della quale abiezione d'animo fu anche nel senato allegata questa ragione, che se volontariamente cedevano allo imperio per fuggire i presenti pericoli, che con pi facilit, ritornando mai la prospera fortuna, lo ricupererebbeno; perch i popoli, licenziati spontaneamente da loro, non sarebbeno cos renitenti a tornare sotto l'antico dominio come sarebbeno se se ne fussino partiti con aperta rebellione. Dalle quali ragioni mossi, dimenticata la generosit viniziana, e lo splendore di tanto gloriosa republica, contenti di ritenersi solamente l'acque salse, commesseno agli ufficiali che erano in Padova in Verona e nelle altre terre destinate a Massimiliano, che lasciatele in arbitrio de' popoli se ne partissino. E oltre a questo, per ottenere da lui con qualunque condizione la pace, gli mandorono con somma celerit imbasciadore Antonio Giustiniano; il quale, ammesso in publica udienza al cospetto di Cesare, parl miserabilmente e con grandissima sommissione: ma invano, perch Cesare recusava di fare senza il re di Francia convenzione alcuna. Non mi pare alieno dal nostro proposito, acci che meglio si intenda in quanta costernazione d'animo fusse ridotta quella republica, la quale gi pi di dugento anni non avea sentito avversit pari a questa, inserire la propria orazione avuta da lui innanzi a Cesare, trasferendo solamente le parole latine in voci volgari; le quali furono in questo tenore: 
-  manifesto e certo che gli antichi filosofi e gli uomini principali della gentilit non errorono, quando quella essere vera, salda, sempiterna e immortale gloria affermorono la quale si acquista dal vincere se medesimo: questa esaltorono sopra tutti i regni trofei e trionfi. Di questo  laudato Scipione maggiore, chiaro per tante vittorie; e pi splendore gli dette che l'Africa vinta e Cartagine domata. Non partor questa cosa medesima la immortalit a quel macedone grande? quando Dario vinto da lui in una battaglia grandissima preg gli di immortali che stabilissino il suo regno, ma se altrimenti avessino disposto non chiese altro successore che questo tanto benigno inimico tanto mansueto vincitore. Cesare dittatore, del quale tu hai il nome e la fortuna, del quale tu ritieni la liberalit la munificenza e l'altre virt, non merit egli di essere descritto nel numero degli di per concedere per rimettere per perdonare? Il senato finalmente e il popolo romano, quello domatore del mondo, il cui imperio  in terra in te solo e in te si rappresenta la sua amplitudine e maest, non sottopose egli pi popoli e provincie con la clemenza con la equit e mansuetudine che con le armi o con la guerra? Le quali cose poi che sono cos, non sar numerata trall'ultime laudi se la Maest tua, che ha in mano la vittoria acquistata de' viniziani, ricordatasi della fragilit umana, sapr moderatamente usarla, e se pi incliner agli studi della pace che agli eventi dubbi della guerra. Perch quanta sia la incostanza delle cose umane, quanto incerti i casi, quanto dubbio mutabile fallace e pericoloso lo stato de' mortali, non  necessario mostrare con esempli forestieri o antichi: assai e pi che abbastanza lo insegna la republica viniziana, la quale poco innanzi florida risplendente chiara e potente, in modo che 'l nome e la fama sua celebrata non stesse dentro a' confini della Europa ma con pompa egregia corresse per l'Africa e per l'Asia, e risonando facesse festa negli ultimi termini del mondo, questa, per una sola battaglia avversa e ancora leggiera, privata della chiarezza delle cose fatte, spogliata delle ricchezze, lacerata conculcata e rovinata, bisognosa di ogni cosa, massime di consiglio,  in modo caduta che sia invecchiata la imagine di tutta l'antica virt, e raffreddato tutto il fervore della guerra. Ma ingannansi, senza dubbio ingannansi i franzesi, se attribuiscono queste cose alla virt loro; conciossiach per il passato, travagliati da maggiore incomodit, percossi e consumati da grandissimi danni e ruine, non rimessono mai l'animo, e allora potissimamente quando con grande pericolo facevano guerra molti anni col crudelissimo tiranno de' turchi; anzi sempre di vinti diventorono vincitori. Il medesimo arebbono sperato che fusse stato al presente se, udito il nome terribile della Maest tua, udita la vivace e invitta virt delle tue genti, non fussino in modo caduti gli animi di tutti che non ci sia rimasta speranza alcuna non dico di vincere ma n di resistere. Per, gittate in terra l'armi, abbiamo riposta la speranza nella clemenza inenarrabile o pi tosto divina piet della Maest tua, la quale non diffidiamo dovere trovare alle cose nostre perdute. Adunque, supplicando in nome del principe, del senato e del popolo viniziano, con umile divozione ti preghiamo oriamo scongiuriamo: degnisi tua Maest riguardare con gli occhi della misericordia le cose nostre afflitte, e medicarle con salutifero rimedio. Abbraccieremo tutte le condizioni della pace che tu ci darai, tutte le giudicheremo eque oneste conformi alla equit e alla ragione. Ma forse noi siamo degni che da noi medesimi ci tassiamo. Tornino con nostro consenso a te, vero e legittimo signore, tutte le cose che i nostri maggiori tolsono al sacro imperio e al ducato di Austria. Alle quali cose, perch venghino pi convenientemente, aggiugniamo tutto quello che possediamo in terra ferma; alle ragioni delle quali, in qualunque modo siano acquistate, rinunciamo. Pagheremo oltre a questo, ogni anno, alla Maest tua e a' successori legittimi dello imperio, in perpetuo, ducati cinquantamila; ubbidiremo volentieri a' tuoi comandamenti decreti leggi precetti. Difendici, priego, dalla insolenza di coloro co' quali poco fa accompagnammo l'armi nostre, i quali ora proviamo crudelissimi inimici, che non appetiscono non desiderano cosa alcuna tanto quanto la ruina del nome viniziano: dalla quale clemenza conservati chiameremo te padre progenitore e fondatore della nostra citt, scriveremo negli annali e continuamente a' figliuoli nostri i tuoi meriti grandi racconteremo. N sar piccola aggiunta alle tue laudi, che tu sia il primo a' piedi del quale la republica veneta supplichevole si prostra in terra, al quale abbassa il collo, il quale onora riverisce osserva come uno dio celeste. Se il sommo massimo Dio avesse dato inclinazione a' maggiori nostri non si fussino ingegnati di maneggiare le cose di altri, gi la nostra republica piena di splendore avanzerebbe di molto l'altre citt della Europa; la quale ora, marcida di squallore di sorde di corruzione, deforme di ignominia e di vituperio, piena di derisione di contumelie di cavillazioni, ha dissipato in uno momento l'onore di tutte le vittorie acquistate. Ma perch il parlare ritorni finalmente dove cominci,  in potest tua, rimettendo e perdonando a' tuoi viniziani, acquistare un nome, un onore, del quale niuno, vincendo, in qualunque tempo, acquist mai il maggiore il pi splendido. Questo niuna vetust niuna pi lunga antichit niuno corso di tempo canceller delle menti de' mortali, ma tutti i secoli ti chiameranno predicheranno e confesseranno pio, clemente, principe pi glorioso di tutti gli altri. Noi, tuoi viniziani, attribuiremo tutto alla tua virt felicit e clemenza: che noi viviamo, che usiamo l'aura celeste, che godiamo il commercio degli uomini. - 
Mandorono i viniziani, per la medesima deliberazione, uno uomo in Puglia a consegnare i porti al re d'Aragona; il quale, sapendo senza spesa e senza pericolo godere il frutto delle altrui fatiche, aveva mandato di Spagna una armata piccolissima, dalla quale erano state occupate alcune terre di poco momento de' contadi di quelle citt. Mandorno similmente in Romagna uno secretario publico, con commissione che al pontefice si consegnasse quel che ancora si teneva per loro, in caso che e' fusse liberato Giampagolo Manfrone e gli altri prigioni, avessino facolt di trarne l'artiglierie, e che le genti che erano in Ravenna fussino salve. Le quali condizioni mentre che il pontefice, per non dispiacere a' confederati, fa difficolt di accettare, si arrend la citt di Ravenna. E poco dipoi i soldati, che erano nella fortezza, per loro medesimi la dettono; recusando il secretario de' viniziani che vi era entrato dentro, perch quegli che per loro trattavano a Roma davano speranza che alla fine il pontefice consentirebbe alle condizioni con le quali la restituzione aveano offerta: lamentandosi gravemente il pontefice essere stata dimostrata maggiore contumacia con lui che non era stata usata n con Cesare n col re d'Aragona. E per, addimandandogli i cardinali Grimanno e Cornaro viniziani, in nome del senato, l'assoluzione dal monitorio come debita, per avere offerta nel termine de' ventiquattro d la restituzione, rispose non avere ubbidito, perch non l'aveano offerta semplicemente ma con limitate condizioni, e perch erano stati ammuniti a restituire oltre alle terre i frutti presi e tutti i beni che e' possedevano appartenenti alle chiese o alle persone ecclesiastiche.

Lib.8, cap.7

(Sentimenti diversi in Italia per le sventure de' veneziani. Il pontefice acconsente a ricevere gli ambasciatori di Venezia. Mentre Padova, Vicenza e altre terre consegnano le chiavi agli ambasciatori di Massimiliano, Treviso si afferma fedele a Venezia. Inazione e lentezze di Massimiliano. )

In questo modo precipitavano con impeto grandissimo e quasi stupendo le cose della republica viniziana, calamit sopra a calamit continuamente accumulandosi, qualunque speranza si proponevano mancando, n indizio alcuno apparendo per il quale sperare potessino almeno conservare, dopo la perdita di tanto imperio, la propria libert. Moveva variamente tanta rovina gli animi degli italiani, ricevendone molti sommo piacere per la memoria che, procedendo con grandissima ambizione, posposti i rispetti della giustizia e della osservanza della fede e occupando tutto quello di che se gli offeriva l'occasione, aveano scopertamente cercato di sottoporsi tutta Italia: le quali cose facevano universalmente molto odioso il nome loro, odioso ancora pi per la fama che risonava per tutto della alterezza naturale a quella nazione. Da altra parte, molti considerando pi sanamente lo stato delle cose, e quanto fusse brutto e calamitoso a tutta Italia il ridursi interamente sotto la servit de' forestieri, sentivano con dispiacere incredibile che una tanta citt, sedia s inveterata di libert, splendore per tutto il mondo del nome italiano, cadesse in tanto esterminio; onde non rimaneva pi freno alcuno al furore degli oltramontani, e si spegneva il pi glorioso membro, e quel che pi che alcuno altro conservava la fama e l'estimazione comune. 
Ma sopra a tutti gli altri era molesta tanta declinazione al pontefice, sospettoso della potenza del re de' romani e del re di Francia, e desideroso che l'essere implicati in altre faccende gli rimovesse da' pensieri di opprimere lui. Per la quale cagione, deliberando, bench occultamente, di sostentare quanto poteva che pi oltre non procedessino i mali di quella republica, accett le lettere scrittegli in nome del doge di Vinegia, per le quali lo pregava con grandissima sommissione che si degnasse ammettere sei imbasciadori eletti de' principali del senato, per ricercarlo supplichevolmente del perdono e della assoluzione. Lette le lettere e proposta la dimanda in concistoro, allegando il costume antico della Chiesa di non si mostrare duro a coloro che, avendo penitenza degli errori commessi, dimandano venia, consent d'ammettergli: repugnando molto gli oratori di Cesare e del re di Francia, e riducendogli in memoria che per la lega di Cambrai era espressamente obligato a perseguitargli, con l'armi temporali e spirituali, insino a tanto che ciascuno de' confederati avesse recuperato quello che se gli apparteneva: a' quali rispondeva avere consentito di ammettergli con intenzione di non concedere l'assoluzione se prima Cesare, che solo non avea recuperato il tutto, non conseguitava le cose che se gli appartenevano. 
Dette questa cosa qualche cominciamento di speranza e di sicurt a' viniziani. Ma gli assicur molto pi dal terrore estremo dal quale erano oppressi la deliberazione del re di Francia, di osservare con buona fede la capitolazione fatta con Cesare e, poich aveva acquistato tutto quello che aspettava a s, non entrare con lo esercito pi oltre che fussino i termini suoi. Per, essendo in potest sua non solo accettare Verona, gl'imbasciadori della quale citt venneno a lui per darsegli, presa che ebbe Peschiera, ma similmente occupare senza ostacolo alcuno Padova e l'altre terre abbandonate da' viniziani, volle che gli imbasciadori de' veronesi presentassino le chiavi della terra agli imbasciadori di Cesare che erano nello esercito suo. E per questa cagione si ferm con tutte le genti a Peschiera; la quale terra, invitato dalla opportunit del luogo, ritenne per s, non ostante che appartenesse al marchese di Mantova, perch insieme con Asola e Lunato era stata occupata da' viniziani: non avendo ardire di negarlo il marchese, al quale riserv l'entrate della terra e promesse di ricompensarlo con cosa equivalente. E aveva ne' medesimi d ricevuta per accordo la fortezza di Cremona, con patto che a tutti i soldati fusse salva la vita e la roba, eccetto quegli che fussino sudditi suoi, e che i gentiluomini viniziani a' quali dette la fede di salvare la vita fussino suoi prigioni. Seguitorono l'esempio di Verona, Vicenza Padova e l'altre terre, eccetto la citt di Trevisi; la quale, abbandonata gi da' magistrati e dalle genti de' viniziani, arebbe fatto il medesimo, se di Cesare fusse apparito o forze bench minime o almeno persona di autorit. Ma essendovi andato per riceverla in suo nome, senza forze senza armi senza maest alcuna di imperio, Lionardo da Dressina fuoruscito vicentino, che per lui aveva nel modo medesimo ricevuto Padova, ed essendo gi stato ammesso dentro, gli sbanditi di quella citt stati nuovamente restituiti da' viniziani, e per questo beneficio amatori del nome loro, cominciorno a tumultuare; dietro a' quali sollevandosi la plebe affezionata allo imperio viniziano, e facendosene capo uno Marco calzolaio, il quale con concorso e grida immoderate della moltitudine port in su la piazza principale la bandiera de' viniziani, cominciorono a chiamare unitamente il nome di san Marco, affermando non volere riconoscere n altro imperio n altro signore: la quale inclinazione aiut non poco uno oratore del re d'Ungheria, che andando a Vinegia e passando per Trevisi, scontratosi a caso in questo tumulto, confort il popolo a non si ribellare. Per cacciato il Dressina, e messo nella citt settecento fanti de' viniziani e poco dipoi tutto l'esercito che, augumentato di fanti venuti di Schiavonia e di quegli che erano ritornati di Romagna, disegnava fare uno alloggiamento forte tra Marghera e Mestri, entr in Trevisi; dove atteseno con somma diligenza a fortificarlo, e facendo correre i cavalli per tutto il paese vicino e mettere dentro pi vettovaglie potevano, cos per bisogno di quella citt come per uso della citt di Vinegia; nella quale da ogni parte accumulavano grandissima copia di vettovaglie. 
Cagione principale di questo accidente e di rendere speranza a' viniziani di potere ritenere qualche parte del loro imperio, e di molti gravissimi casi che seguitorono poi, fu la negligenza e il disordinato governo di Cesare; del quale non si era insino a quel d udito, in tanto corso di vittoria, altro che il nome: con tutto che per il timore dell'armi de' franzesi se gli fussino arrendute tante terre, le quali gli sarebbe stato facilissimo a conservare. Ma era, dopo la confederazione fatta a Cambrai, soprastato qualche d in Fiandra, per avere spontaneamente danari da' popoli per sussidio della guerra, i quali non prima avuti che, secondo la sua consuetudine, gli spese inutilmente; e ancora che, partito da Molins armato e con tutta la pompa e ceremonie imperiali, e accostatosi a Italia, publicasse di volere rompere la guerra innanzi al termine statuitogli nella capitolazione, nondimeno oppressato dalle sue solite difficolt e confusioni non si faceva pi innanzi: non bastando gli stimoli del pontefice che, per il terrore che aveva delle armi franzesi, lo sollecitava continuamente a venire in Italia, e perch meglio potesse farlo gli aveva mandato Costantino di Macedonia con cinquantamila ducati, avendogli prima consentito i centomila ducati che per spendere contro agli infedeli erano stati depositati pi anni innanzi in Germania. Aveva oltre a questo ricevuto dal re di Francia centomila ducati, per causa della investitura del ducato di Milano. Sopragiunselo, essendo vicino a Spruch, la nuova del fatto d'arme di Vaila; e bench mandasse subito il duca di Brunsvich a recuperare il Friuli nondimeno non si moveva, come in tanta occasione sarebbe stato conveniente, impedito dal mancamento di danari, non essendo bastati alla sua prodigalit quegli che aveva raccolti di tanti luoghi. Condussesi finalmente a Trento, donde ringrazi per lettere il re di Francia d'avere mediante l'opera sua ricuperate le sue terre; e si affermava che, per dimostrare a quel re maggiore benivolenza, e acci che in tutto si spegnesse la memoria delle offese antiche, avea fatto ardere uno libro che si conservava a Spira, nel quale erano scritte tutte l'ingiurie fatte per il passato da' re di Francia allo imperio e alla nazione degli alamanni. A Trento venne a lui, il terzodecimo d di giugno, per trattare delle cose comuni il cardinale di Roano, il quale raccolto con grandissimo onore gli promesse in nome del re aiuto di cinquecento lancie; e avendo espedito concordemente l'altre cose, statuirono che Cesare e il re convenissino a parlare insieme in campagna aperta appresso alla terra di Garda, ne' confini dell'uno dominio e dell'altro. Per il re di Francia si mosse per esservi il d determinato, e Cesare per la medesima cagione venne a Riva di Trento; ma poi che vi fu stato solamente due ore ritorn subitamente a Trento, significando nel tempo medesimo al re di Francia che per accidenti nuovi nati nel Friuli era stato necessitato a partirsi, e pregandolo si fermasse a Cremona, perch presto ritornerebbe per dare perfezione al parlamento deliberato. La quale variet, se per  possibile in uno principe tanto instabile ritrovarne la verit, molti attribuivano a sospetto stillatogli (come per natura era molto credulo) negli orecchi da altri; alcuni interpretando che, per avere seco poca corte e poca gente, non gli paresse potersi presentare con quella dignit e riputazione che si paragonasse alla pompa e alla grandezza del re di Francia. Ma il re, desideroso per alleggerirsi da tanta spesa, di dissolvere presto lo esercito, n meno di ritornarsene presto in Francia, non attesa questa proposta, si volt verso Milano, ancora che da Matteo Lango, doventato episcopo Gurgense, che mandatogli da Massimiliano per questo effetto lo seguit insino a Cremona, fusse molto pregato ad aspettare, promettendogli che senza fallo alcuno ritornerebbe. Il discostarsi la persona e l'esercito del re cristianissimo da' confini di Cesare tolse assai di riputazione alle cose sue; e nondimeno, con tutto che avesse seco tante genti che potesse facilmente provedere Padova e l'altre terre, non vi mand presidio, o per instabilit della natura sua o per disegno di attendere prima ad altre imprese o perch gli paresse pi onorevole avere congiunto seco, quando scendeva in Italia, maggiore esercito: anzi, come se le prime cose avessino avuto la debita perfezione, proponeva che colle forze unite di tutti i confederati, si assaltasse la citt di Vinegia; cosa udita volentieri dal re di Francia, ma molesta al pontefice e contradetta apertamente dal re di Aragona.

Lib.8, cap.8

(I fiorentini svolgono pi decisamente le azioni contro Pisa. Le condizioni degli assediati sempre pi difficili; grave malcontento dei contadini. Patti di resa dei pisani ai fiorentini. )

Poseno in questo tempo i fiorentini l'ultima mano alla guerra contro a' pisani: perch, poich ebbono proibito che in Pisa entrasse il soccorso de' grani, fatta nuova provisione di gente, si messono con ogni industria e con ogni sforzo a vietare che n per terra n per acqua non vi entrassino vettovaglie; il che non si faceva senza difficolt per la vicinit del paese de' lucchesi, i quali dove occultamente potevano osservavano con mala fede la concordia fatta nuovamente co' fiorentini. Ma in Pisa cresceva di giorno in giorno la strettezza del vivere, la quale non volendo i contadini pi tollerare, quegli capi de' cittadini in mano de' quali erano le deliberazioni publiche e che erano seguitati dalla pi parte della giovent pisana, per addormentare i contadini con le arti consuete, introdusseno, adoperando per mezzo il signore di Piombino, pratica dello accordarsi co' fiorentini, nella quale artificiosamente consumorono molti d; essendo andato per questo Niccol Machiavelli, secretario de' fiorentini, a Piombino e molti imbasciadori de' pisani, eletti de' cittadini e de' contadini. Ma era molto difficile il chiudere Pisa, perch ha la campagna larga montuosa e piena di fossi e di paludi, da potere male proibire che, di notte massime, non vi entrassino vettovaglie; atteso la prontezza di darne loro del paese de' lucchesi, e la disposizione feroce de' pisani che per condurvene si esponevano a ogni fatica e a ogni pericolo: le quali difficolt per superare determinorno i capitani de' fiorentini di fare tre parti dello esercito, acciocch diviso in pi luoghi potesse pi comodamente proibire l'entrare in Pisa. Collocoronne una parte a Mezzana fuora della porta alle Piaggie, la seconda a San Piero a Reno e a San Iacopo opposita alla porta di Lucca, la terza presso all'antichissimo tempio di San Piero in Grado che  tra Pisa e la foce d'Arno, e in ciascuno campo, bene fortificato, oltre a' cavalli mille fanti; e per guardare meglio la via de' monti, per la strada di Val d'Osole che va al monte a San Giuliano, si fece verso lo Spedale magno uno bastione capace di dugento cinquanta fanti: donde cresceva ogni d la penuria de' pisani. I quali, cercando di ottenere con le fraudi quello che gi disperavano di potere ottenere con la forza, ordinorno che Alfonso del Mutolo, giovane pisano di bassa condizione (il quale stato preso non molto prima da' soldati de' fiorentini avea ricevuto grandissimi benefici da colui [di] cui prigione era stato), offerisse per mezzo suo di dare furtivamente la porta che va a Lucca; disegnando, nel tempo medesimo che 'l campo che era a San Iacopo andasse di notte per riceverla, non solamente, messane dentro una parte, opprimere quella ma nel tempo medesimo assaltare uno degli altri campi de' fiorentini, i quali secondo l'ordine dato si avevano ad accostare pi presso alla citt. I quali essendosi accostati, ma non con temerit n con disordine, i pisani non conseguirno altro di questo trattato che la morte di pochi uomini che si condusseno nello antiporto per entrare nella citt al segno dato: tra' quali fu morto Canaccio da Pratovecchio (cos si chiamava quello di cui era stato prigione Alfonso del Mutolo), quello sotto la confidenza di chi era stato tenuto il trattato e vi mor anche d'una artiglieria Paolo da Parrano capitano di una compagnia di cavalli leggieri de' fiorentini. La quale speranza mancata, n entrando pi in Pisa se non piccolissima quantit di grani, e quegli occultamente e con grandissimo pericolo di quei che ve gli conducevano, n comportando i fiorentini che di Pisa uscissino bocche disutili, perch facevano vari supplci a coloro che ne uscivano, si comperavano con prezzo smisurato le cose necessarie al vivere umano; e non ve ne essendo tante che bastassino a tutti, molti gi si morivano per non avere da alimentarsi. E nondimeno era maggiore di tanta necessit l'ostinazione di quegli cittadini che erano capi del governo; i quali, disposti a vedere prima l'ultimo esterminio della patria che cedere a s orribile necessit, andavano di giorno in giorno differendo il convenire, ingegnandosi di dare alla moltitudine ora una speranza ora un'altra; e sopratutto che, aspettandosi a ogni ora Cesare in Italia, sarebbono i fiorentini necessitati a discostarsi dalle loro mura. Ma una parte de' contadini, e quegli massime che, stati a Piombino, avevano compreso quale fusse l'animo loro, fatta sollevazione gli costrinse a introdurre nuove pratiche co' fiorentini: le quali trattate con Alamanno Salviati, commissario di quella parte dello esercito che alloggiava a San Piero in Grado, dopo varie dispute, usando continuamente quegli medesimi ogni possibile diligenza per interrompere, si conchiuse. E nondimeno la concordia fu fatta con condizioni molto favorevoli per i pisani: conciossiach fussino rimessi loro non solo tutti i delitti fatti ma ancora concesse molte esenzioni, rimessi tutti i debiti publici e privati, e assoluti dalla restituzione de' beni mobili de' fiorentini che avevano rapiti quando si ribellorono. Tanto era il desiderio che avevano i fiorentini di insignorirsene, tanto il timore che da Massimiliano, che aveva nella lega di Cambrai nominato i pisani, bench dal re di Francia non fusse accettata la nominazione, o da altro luogo, non sopravenisse qualche insperato impedimento che, ancora che fussino certi che i pisani erano necessitati fra pochissimi d cedere alla fame, vollono pi presto assicurarsene con inique condizioni che, per ottenerla senza convenzione alcuna, rimettere niente della certezza alla fortuna. La quale concordia, bench cominciata a trattarsi nel campo, fu dipoi dagli imbasciadori pisani trattata e conchiusa in Firenze: e in questo fu memorabile la fede de' fiorentini che, ancorch pieni di tanto odio ed esacerbati da tante ingiurie, non furono manco costanti nell'osservare le cose promesse che facili e clementi nel concederle.

Lib.8, cap.9

(Risveglio di speranze e di attivit ne' veneziani; riconquista di Padova, del contado e della fortezza di Legnago. Nuove convenzioni fra il pontefice e il re di Francia. I veneziani occupano Isola della Scala e fanno prigioniero il marchese di Mantova. Modeste azioni di guerra e grandiosi progetti di Massimiliano. Vicende della lotta nel Friuli. Umile atteggiamento degli ambasciatori veneziani in Roma e loro trattative coi cardinali. )

 certo che il re de' romani sent con non piccola molestia l'essersi sottomessi i pisani, perch si era persuaso o che il dominio di quella citt gli avesse a essere potente instrumento a molte occasioni o che il consentirla a' fiorentini gli avesse a fare ottenere da loro quantit non mediocre di danari: per mancamento de' quali lasciava cadere le amplissime occasioni che, senza fatica o industria sua, se gli erano offerte. Le quali mentre che s debolmente aiuta che in Vicenza e Padova non era quasi soldato alcuno per lui, ed egli, con la sua tardit raffreddando la caldezza degli uomini delle terre, si trasferisce con poca gente, spesso e con presta variazione, da luogo a luogo, i viniziani non pretermetterono l'opportunit che se gli offerse di recuperare Padova, indotti a questo da molte ragioni: perch lo avere ritenuto Trevigi gli aveva fatto riconoscere quanto fusse stato inutile l'avere con s precipitoso consiglio disperato s subito dello imperio di terra ferma, e perch per la tardit degli apparati di Massimiliano si temeva manco l'uno d che l'altro di lui; stimolati ancora non poco perch volendo condurre a Vinegia le entrate de' beni che i particolari viniziani tenevano, molti, nel contado di Padova, era stato dinegato dai padovani. In modo che, congiunto lo sdegno dei privati con la utilit publica, e invitandogli il sapere Padova essere male provista di gente, e che, per le insolenze che i gentiluomini di Padova usavano con la plebe, molti ricordatisi della moderazione del governo viniziano cominciavano a desiderare il primo dominio, deliberorono fare esperienza di recuperarla; e a questo dava loro occasione non piccola che la pi parte de' contadini del padovano era ancora a loro divozione. E perci fu stabilito che Andrea Gritti, uno de' proveditori, lasciato a dietro l'esercito che era di quattrocento uomini d'arme pi di dumila tra stradiotti e cavalli leggieri e cinquemila fanti, andasse a Novale nel padovano, e unitosi nel cammino con una parte de' fanti che, accompagnati da molti contadini, erano stati mandati alla villa di Mirano si dirizzasse verso Padova per assaltare la porta di Codalunga; e che nel tempo medesimo dumila villani con trecento fanti e alcuni cavalli assaltassino, per confondere pi gli animi di quegli di dentro, il portello che  nella parte opposita della citt: e che, per occultare pi questi pensieri, Cristoforo Moro, l'altro proveditore, dimostrasse di andare a campo alla terra di Cittadella. Il quale disegno bene ordinato non ebbe per maggiore ordine che felicit. Perch i fanti, arrivati a grande ora del d, trovorno la porta di Codalunga mezza aperta, perch poco innanzi erano per sorte entrati dentro per quella alcuni contadini con carri carichi di fieno; in modo che occupatala senza alcuna difficolt, e aspettata senza fare strepito la venuta delle altre genti che erano vicine, furono non solo entrate prima dentro, anzi quasi condotte in su la piazza, che in quella citt, grandissima di circuito e vota di abitatori, fusse sentito il romore: camminando innanzi a tutti il cavaliere della Volpe co' cavalli leggieri, e il Zitolo di Perugia e Lattanzio da Bergamo con parte de' fanti. Ma pervenuto il romore alla cittadella, il Dressina governatore di Padova in nome di Massimiliano, con trecento fanti tedeschi che soli erano a quella guardia, usc in piazza, e 'l medesimo fece con cinquanta cavalli Brunoro da Serego; aspettando se, col sostenere quivi lo impeto degli inimici, quegli che in Padova amavano lo imperio tedesco pigliassino l'armi in loro favore. Ma era vana questa e ogni altra speranza, perch nella citt, oppressa da s subito tumulto e nella quale era gi entrata molta gente, nessuno faceva movimento; in modo che, abbandonati da ciascuno, furono in breve spazio di tempo, con perdita di molti de' suoi, costretti a ritirarsi nella rocca e nella cittadella; le quali essendo poco munite bisogn che in spazio di poche ore si arrendessino liberamente. E cos, fattesi le genti viniziane padrone del tutto, attesono ad acquietare il tumulto e salvare la citt; la maggiore parte della quale, per la imprudenza e insolenza d'altri, era diventata loro benevola: non avendo ricevuto danno se non le case degli ebrei e alcune case di padovani che si erano scoperti prima inimici del nome viniziano. Il quale d, dedicato a santa Marina,  ogni anno in Vinegia, per deliberazione publica, celebrato solennemente, come d felicissimo e principio della recuperazione del loro imperio. Commossesi alla fama di questa vittoria tutto il paese circostante; ed era grandissimo pericolo che Vicenza non facesse per se stessa il medesimo se Costantino di Macedonia, che a caso era quivi vicino, non vi fusse entrato con poca gente. Recuperata Padova, i viniziani recuperorno subito tutto il contado, avendo in favore loro la inclinazione della gente bassa delle terre e de' contadini; recuperorono ancora col medesimo impeto la terra e le fortezze di Lignago, terra molto opportuna a perturbare tutti i contadi di Verona di Padova e di Vicenza. Tentorno oltre a questo di pigliare la torre Marchesana distante otto miglia da Padova, passo opportuno a entrare nel Pulesine di Rovigo e offendere il paese di Mantova; ma non l'ottennono, perch il cardinale da Esti la soccorse con gente e con artiglierie. 
Non ritard il caso di Padova, come molti aveano creduto, la ritornata del re di Francia di l da' monti; il quale, mentre partiva, fece nella terra di Biagrassa col cardinale di Pavia, legato del pontefice, nuove convenzioni. Per le quali il pontefice e il re, obligatisi alla protezione l'uno dell'altro, convennono di potere ciascuno di loro con qualunque altro principe convenire, purch non fusse in pregiudicio della presente confederazione. Promesse il re non tenere protezioni, n accettarne in futuro, di alcuno suddito o feudatario o che dependesse mediatamente o immediatamente dalla Chiesa, annichilando espressamente tutte quelle che insino a quel d avesse ricevute: promessa poco conveniente all'onore di tanto re, perch non molto innanzi essendo venuto a lui il duca di Ferrara, con tutto che prima si fusse sdegnato che senza sua saputa avesse accettato il gonfalonierato della Chiesa, riconciliatosi seco e ricevuti trentamila ducati, l'avea ricevuto nella sua protezione. Convenneno che i vescovadi che allora vacavano in tutti gli stati del re ne disponesse ad arbitrio suo il pontefice, ma che quegli che in futuro vacassino si conferissino secondo la nominazione che ne farebbe il re; al quale per sodisfare pi, mand il pontefice per il medesimo cardinale di Pavia al vescovo di Albi le bolle del cardinalato, promettendo dargli le insegne di quella degnit subito che andasse a Roma. Fatta questa convenzione, il re senza dilazione si part d'Italia, riportandone in Francia gloria grandissima per la vittoria tanto piena e acquistata con tanta celerit contro a' viniziani: e nondimeno, come nelle cose che dopo lungo desiderio s'ottengono non truovano quasi mai gli uomini n la giocondit n la felicit che prima s'aveano immaginata, non riport n maggiore quiete di animo n maggiore sicurt alle cose sue; anzi si vedeva preparata materia di maggiori pericoli e alterazioni, e pi incerto l'animo suo di quel che, negli accidenti nuovamente nati, avesse a deliberare. Se a Cesare succedevano le cose prosperamente temeva molto pi di lui che prima non avea temuto de' viniziani. Se la grandezza de' viniziani cominciava a risorgere era necessitato stare in continui sospetti e in continue spese per conservare le cose tolte loro: n questo solamente, ma gli bisognava con gente e con danari aiutare Cesare, perch abbandonandolo avea da sospettare che non si congiugnesse co' viniziani contro a lui, con timore che al medesimo non concorresse il re cattolico e per avventura il pontefice; n bastavano aiuti mediocri a conservargli l'amicizia di Cesare, ma bisognava fussino tali che ottenesse la vittoria contro a' viniziani; l'aiutarlo potentemente, oltre che con gravissimo dispendio si faceva, lo rimetteva ne' medesimi pericoli della grandezza di Cesare. Le quali difficolt considerando, era stato sospeso da principio se gli dovesse essere grata o molesta la mutazione di Padova; bench poi, contrapesando la sicurt che gli potesse partorire l'essere privati i viniziani dello imperio di terra ferma con le molestie e pericoli che egli temeva dalla grandezza del re de' romani, e con la speranza d'avere a ottenere da lui per mezzo delle sue necessit, con danari, la citt di Verona, la quale sommamente desiderava, come opportuna a impedire i movimenti che si facessino in Germania, riputava finalmente pi sicuro e pi utile per s che le cose rimanessino in tale stato che, dovendo verisimilmente essere lunga guerra tra Cesare e i viniziani, l'una parte e l'altra, affaticata dalle spese continue, ne divenisse pi debole: confermato molto pi in questa sentenza quando ebbe convenuto col pontefice, perch sper dovere avere seco, stabile confederazione e amicizia. Lasci nondimeno a' confini del veronese, sotto la Palissa, settecento lancie perch seguissino la volont di Cesare; cos per la conservazione delle cose acquistate come per ottenere quel che ancora possedevano i viniziani: per la andata de' quali a Vicenza, secondo il comandamento che ebbono da Cesare, si assicur la citt di Verona, la quale per il piccolo presidio che vi era dentro stava con non mediocre sospetto; e l'esercito de' viniziani che era andato a campo a Cittadella se ne part. 
Succedette innanzi alla partita del re un altro accidente favorevole a' viniziani, perch correndo continuamente i cavalli loro, che erano in Lignago, per tutto il paese e insino in sulle porte di Verona e facendo danni grandissimi, a' quali le genti che erano in Verona, per non vi essere pi di dugento cavalli e settecento fanti, non potevano resistere, il vescovo di Trento governatore per Cesare in quella citt, deliberando porvi il campo, chiam il marchese di Mantova; il quale, per aspettare le preparazioni che si facevano, fermatosi, con la compagnia de' cavalli che aveva dal re, all'Isola della Scala, casale grande in veronese non circondato di mura n di alcuna fortificazione, mentre sta quivi senza sospetto, fu esempio notabile a tutti i capitani quanto in ogni luogo e in ogni tempo debbino stare vigilanti e ordinati, e in modo possino confidarsi delle forze proprie, non si assicurando n per la lontananza n per la debolezza degli inimici. Perch essendosi il marchese convenuto con alcuni stradiotti dell'esercito de' viniziani che venissino a trovarlo in quel luogo per fermarsi agli stipendi suoi, e avendo essi, insino dal principio che furno ricercati da lui, manifestata la cosa a' loro capitani, e per essendosi dato ordine con questa occasione di assalirlo all'improviso, Luzio Malvezzo con dugento cavalli leggieri e il Zitolo da Perugia con ottocento fanti, venuti occultamente da Padova a Lignago e unitisi con le genti che erano a Lignago e con mille cinquecento de' contadini del paese, e mandati innanzi alcuni cavalli che con spesse voci gridassino Turco (era questo il cognome del marchese) per fare credere che fussino gli stradiotti aspettati, si condussono non sospettando alcuno, la mattina destinata in sul fare del d all'Isola della Scala; ove entrati senza resistenza, trovando senza guardia alcuna tutti i soldati e gli altri che servivano e seguitavano il marchese a dormire, gli messono in preda, ove tra gli altri rimase prigione Bois luogotenente del marchese nipote del cardinale di Roano; e il marchese, sentito il romore, essendo fuggito quasi ignudo per una finestra e occultatosi in un campo di saggina, fu manifestato agli inimici da uno contadino del luogo medesimo, il quale, anteponendo il comodo de viniziani alla propria utilit, secondo l'ardore comune degli altri del paese, mentre che simulatamente, udite l'offerte grandissime che 'l marchese gli faceva, dimostrava di attendere a salvarlo, fece il contrario: onde menato a Padova e poi a Vinegia, fu con allegrezza inestimabile di tutta la citt incarcerato nella torretta del palagio publico. 
Non aveva insino a ora impedito n impediva Cesare in parte alcuna i progressi de' viniziani, non avendo avuto insieme forze bastanti ad alloggiare in sulla campagna, ed essendo stato occupato molti d nella montagna di Vicenza, ove i villani affezionati al nome viniziano, confidatisi nella asprezza de' luoghi, se gli erano manifestamente ribellati; e scendendo dipoi nella pianura, essendo gi seguita la rebellione di Padova, fu non senza suo pericolo assalito da numero infinito di paesani che l'aspettavano a uno passo forte: onde avendogli scacciati venne alla Scala nel vicentino, ove l'esercito de' viniziani avea recuperata gran parte del contado di Vicenza; ed espugnata Serravalle, passo importante, avea usata crudelt grande contro a' tedeschi: il quale luogo recuperando pochi d poi Massimiliano, us contro a' fanti italiani e contro agli uomini del paese la medesima crudelt. Cos, non essendo ancora maggiori le forze sue, si occupava in piccole imprese, procedendo all'espugnazione ora di questo castello ora di quello, con poca degnit e riputazione del nome cesareo; proponendo nel tempo medesimo agli altri confederati, come sempre erano maggiori i concetti suoi che le forze e l'occasioni, che si attendesse con le forze di tutti a occupare la citt di Vinegia, usando oltre all'armi di terra l'armate marittime de' re di Francia e di Aragona e le galee del pontefice, che allora erano congiunte insieme. Alla qual cosa, non trattata nella confederazione fatta a Cambrai, arebbe acconsentito il re di Francia, pure che si proponessino condizioni tali che l'acquistarla risultasse in beneficio comune; ma era cosa molesta al pontefice, e la quale, e allora e in altro tempo che pi lungamente si tratt, fu sempre contradetta dal re cattolico, detestandola, perch gli pareva utile al re di Francia, sotto colore di essere cosa ingiustissima e inonestissima. 
Ma mentre che dall'armi tedesche e italiane sono cos vessati i contadi di Padova di Vicenza e di Verona, era ancora pi miserabilmente lacerato il paese del Friuli e quello che in Istria ubbidiva a' viniziani. Perch essendo per commissione di Cesare entrato nel Friuli il principe di Analt con diecimila uomini comandati, poi che invano ebbe tentato di pigliare Montefalcone, aveva espugnata la terra e la fortezza di Cadoro con uccisione grande di quegli che la difendevano; e all'incontro alcuni cavalli leggieri e fanti de' viniziani, seguitati da molti del paese, presono per forza la terra di Valdisera e per accordo Bellona, ove non era guardia di tedeschi; e da altra parte il duca di Brunsvich mandato medesimamente da Cesare, non avendo potuto ottenere Udine terra principale del Friuli, era andato a campo a Civitale d'Austria, terra situata in luogo eminente in sul fiume Natisone; a guardia della quale era Federico Contareno, con piccolo presidio ma confidatosi nelle forze del popolo dispostissimo a difendersi: al cui soccorso venendo con ottocento cavalli e cinquecento fanti Giampaolo Gradanico, proveditore del Friuli, fu messo in fuga dalle genti tedesche; e nondimeno, ancora che avessino battuta Civitale con l'artiglieria, non potettono, n con l'assalto feroce che gli dettono n con la fama di avere rotti coloro che venivano a soccorrerla, espugnarla. E in Istria Cristoforo Frangiapane roppe al castello di Verme gli ufficiali de' viniziani, seguitati dalle genti del paese; con l'occasione del quale successo prospero fece per tutto il paese grandissimi danni e incendi, e occup Castelnuovo e la terra di Raspruchio. Per i viniziani mandorno Angelo Trivisano, capitano della armata loro, con sedici galee; il quale, presa per forza nella prima giunta la terra di Fiume, tent di occupare la citt di Triesti, ma non gli succedendo, ricuper per forza Raspruchio, e dipoi si ritir colle galee verso Vinegia: rimanendo lacrimabile lo stato del Friuli e della Istria, perch essendovi pi potenti ora i viniziani ora i tedeschi, quelle terre che prima avea preso e saccheggiato l'uno recuperava e saccheggiava poi l'altro; accadendo molte volte questo medesimo: di modo che, essendo continuamente in preda le facolt e la vita delle persone, tutto 'l paese orribilmente si consumava e distruggeva. 
Ne' quali accidenti dell'armi temporali si disputava in Roma sopra l'armi spirituali: ove, insino innanzi alla recuperazione di Padova, erano entrati con abito e con parole miserabili i sei oratori del senato viniziano; i quali, essendo consueti a entrarvi con pompa e fasto grandissimo e concorrendo loro incontro tutta la corte, non solo non erano stati n onorati n accompagnati, ma entrativi, perch cos volle il pontefice, di notte n ammessi al cospetto suo, andavano a trattare in casa il cardinale di Napoli, con lui e con altri cardinali e prelati deputati; opponendosi grandemente perch non ottenessino l'assoluzione dalle censure gl'imbasciadori del re de' romani del re cristianissimo e del re cattolico, e in contrario affaticandosi per loro palesemente l'arcivescovo eboracense, mandato per questa cagione principalmente da Enrico ottavo, succeduto pochi mesi avanti, per la morte di Enrico settimo suo padre, nel regno di Inghilterra.


Lib.8, cap.10

(Preparativi de' veneziani per la difesa di Padova; orazione del doge in senato. I giovani della nobilt veneziana accorrono alla difesa di Padova. Massimiliano corre il contado, mentre la citt viene sempre pi fortificata e approvvigionata. )

Ma espettazione di cose molto maggiori occupava in questo tempo gli animi di tutti gli uomini: perch Cesare, raccogliendo tutte le forze che per se stesso poteva e che gli erano concedute da molti, si preparava per andare con esercito potentissimo a campo a Padova; e da altra parte il senato viniziano, giudicando consistere nella difesa di quella citt totalmente la salute sua, attendeva con somma diligenza alle provisioni necessarie a difenderla, avendovi fatto entrare, da quelle genti in fuora che erano deputate alla guardia di Trevigi, l'esercito loro con tutte quelle forze che da ogni parte aveano potute raccorre, e conducendovi numero infinito d'artiglierie di qualunque sorte, vettovaglie d'ogni ragione bastanti a sostentargli molti mesi, moltitudine innumerabile di contadini e di guastatori; co' quali, oltre all'avere con argini e con copia grande di legnami e di ferramenti riparato per non essere privati dell'acque che appresso alla terra di Limini si divertono a Padova, aveano fatto alle mura della citt e faceano continuamente maravigliose fortificazioni. E con tutto che le provisioni fussino tali che quasi maggiori non si potessino desiderare, nondimeno in caso tanto importante era inestimabile la sollecitudine e la ansiet di quel senato, non cessando d e notte i senatori di pensare, di ricordare e di proporre le cose che credevano che fussino opportune. Delle quali trattandosi continuamente nel senato, Lionardo Loredano loro doge, uomo venerabile per l'et e per la degnit di tanto grado, nel quale era gi seduto molti anni, levatosi in piedi parl in questa sentenza: 
- Se, come  manifestissimo a ciascuno, prestantissimi senatori, nella conservazione della citt di Padova consiste non solamente ogni speranza di potere mai recuperare il nostro imperio ma ancora di conservare la nostra libert, e per contrario se dalla perdita di Padova ne seguita, come  certissimo, l'ultima desolazione di questa patria, bisogna di necessit confessare che le provisioni e preparazioni fatte insino a ora, ancorch grandissime e maravigliose, non siano sufficienti, n per quello che si conviene per la sicurt di quella citt n per quello che si appartiene alla degnit della nostra republica; perch in una cosa di tanta importanza e di tanto pericolo non basta che i provedimenti fatti siano tali che si possa avere grandissima speranza che Padova s'abbia a difendere, ma bisogna sieno tanto potenti che, per quel che si pu provedere con la diligenza e industria umana, si possa tenere per certo che abbino ad assicurarla da tutti gli accidenti che improvisamente potesse partorire la sinistra fortuna, potente in tutte le cose del mondo ma sopra tutte l'altre in quelle della guerra. N  deliberazione degna della antica fama e gloria del nome viniziano che da noi sia commessa interamente la salute publica, e l'onore e la vita propria e della moglie e figliuoli nostri, alla virt di uomini forestieri e di soldati mercenari, e che non corriamo noi spontaneamente e popolarmente a difenderla co' petti e con le braccia nostre; perch se ora non si sostiene quella citt non rimane a noi pi luogo d'affaticarci per noi medesimi, non di dimostrare la nostra virt, non di spendere per la salute nostra le nostre ricchezze: per, mentre che ancora non  passato il tempo di aiutare la nostra patria, non debbiamo lasciare indietro opera o sforzo alcuno, n aspettare di rimanere in preda di chi desidera di saccheggiare le nostre facolt, di bere con somma crudelt il nostro sangue. Non contiene la conservazione della patria solamente il publico bene, ma nella salute della republica si tratta insieme il bene e la salute di tutti i privati, congiunta in modo con essa che non pu stare questa senza quella; perch cadendo la republica e andando in servit, chi non sa che le sostanze l'onore e la vita de' privati rimangono in preda dell'avarizia della libidine e della crudelt degli inimici? Ma quando bene nella difesa della republica non si trattasse altro che la conservazione della patria, non  questo premio degno de' suoi generosi cittadini? pieno di gloria e di splendore nel mondo e meritevole appresso a Dio? Perch  sentenza insino de' gentili, essere nel cielo determinato uno luogo particolare il quale felicemente godino in perpetuo tutti coloro che aranno aiutato conservato e accresciuto la patria loro. E quale patria  giammai stata che meriti di essere pi aiutata e conservata da' suoi figliuoli che questa? la quale ottiene e ha ottenuto per molti secoli il principato intra tutte le citt del mondo, e dalla quale i suoi cittadini ricevono grandissime e innumerabili comodit utilit e onori: ammirabile se si considerano o le doti ricevute dalla natura, o le cose che dimostrano la grandezza quasi perpetua della prospera fortuna, o quelle per le quali apparisce la virt e la nobilt degli animi degli abitatori. Perch  stupendissimo il sito suo; posta, unica nel mondo, tra l'acque salse, e congiunte in modo tutte le parti sue che in uno tempo medesimo si gode la comodit dell'acqua e il piacere della terra; e sicura, per non essere posta in terra ferma, dagli assalti terrestri; sicura, per non essere posta nella profondit del mare, dagli assalti marittimi. E quanto sono maravigliosi gli edifici publici e privati! edificati con incredibile spesa e magnificenza, e pieni di ornatissimi marmi forestieri e di pietre singolari condotte in questa citt da tutte le parti del mondo; e quanto ci sono eccellenti le pitture le statue le sculture gli ornamenti de' musaici e di tante bellissime colonne e d'altre cose simiglianti! E quale citt si truova al presente ove sia maggiore concorso delle nazioni forestiere? che vengono qui, parte per abitare in questa libera e quasi divina stanza sicuramente, parte per esercitare i loro commerci; onde Vinegia  piena di grandissime mercatanzie e faccende, onde crescono continuamente le ricchezze de' nostri cittadini, onde la republica ha tanta entrata del circuito solo di questa citt quanta non hanno molti re degli interi regni loro. Lascio andare la copia de' letterati in ogni scienza e facolt, la qualit degli ingegni e la virt degli uomini, dalla quale congiunta con le altre condizioni  nata la gloria delle cose fatte, maggiori da questa republica e dagli uomini nostri che da' romani in qua abbia fatto patria alcuna. Lascio andare quanto sia maraviglioso vedere in una citt nella quale non nasca cosa alcuna, e che sia pienissima di abitatori, abbondare ogni cosa. Fu il principio della citt nostra ristretto in su questi soli scogli sterili e ignudi, e nondimeno, distesasi la virt degli uomini nostri prima ne' mari pi vicini e nelle terre circostanti, dipoi ampliatasi con felici successi ne' mari e nelle provincie pi lontane, e corsa insino nell'ultime parti dello Oriente, acquist per terra e per mare tanto imperio, e tennelo s lungamente, e ampli in modo la sua potenza che, stata tempo lunghissimo formidabile a tutte l'altre citt d'Italia, sia stato necessario che ad abbatterla siano concorse le fraudi e le forze di tutti i prncipi cristiani: cose certamente procedute con l'aiuto del sommo Dio, perch  celebrata per tutto il mondo la giustizia che si esercita indifferentemente in questa citt; per il nome solo della quale molti popoli si sono spontaneamente sottoposti al nostro dominio. Gi a quale citt, a quale imperio cede di religione e di piet verso il sommo Dio la patria nostra? ove sono tanti monasteri, tanti templi, pieni di ricchissimi e preziosissimi ornamenti di tanti stupendi vasi e apparati dedicati al culto divino, ove sono tanti ospedali e luoghi pii ne' quali, con incredibile spesa e incredibile utilit de poveri, si esercitano assiduamente le opere della carit?  meritamente per tutte queste cose preposta la patria nostra a tutte l'altre, ma oltre a queste ce n' una per la quale sola trapassa tutte le laudi e la gloria di se medesima. Ebbe la patria nostra in uno tempo medesimo l'origine sua e la sua libert, n mai nacque n mor in Vinegia cittadino alcuno che non nascesse e morisse libero, n mai  stata turbata la sua libert; procedendo tanta felicit dalla concordia civile, stabilita in modo negli animi degli uomini che in uno tempo medesimo entrano nel nostro senato e ne' nostri consigli e depongono le private discordie e contenzioni. Di questo  causa la forma del governo che, temperato di tutti i modi migliori di qualunque specie di amministrazione publica e composta in modo a guisa di armonia, proporzionato e concordante tutto a se medesimo,  durato gi tanti secoli, senza sedizione civile senza armi e senza sangue tra i suoi cittadini, inviolabile e immaculato; laude unica della nostra republica, e della quale non si pu gloriare n Roma n Cartagine n Atene n Lacedemone, n alcuna di quelle republiche che sono state pi chiare e di maggiore grido appresso agli antichi: anzi appresso a noi si vede in atto tale forma di republica quale quegli che hanno fatto maggiore professione di sapienza civile non seppeno mai n immaginarsi n descrivere. Adunque a tanta e a s gloriosa patria, stata moltissimi anni antimuro della fede, splendore della republica cristiana, mancheranno le persone de' suoi figliuoli e de' suoi cittadini? e ci sar chi rifiuti di mettere in pericolo la propria vita e de' figliuoli per la salute di quella? la quale contenendosi nella difesa di Padova, chi sar quello che neghi di volere personalmente andare a difenderla? E quando bene fussimo certissimi essere bastanti le forze che vi sono, non appartiene egli all'onore nostro, non appartiene egli allo splendore del nome viniziano, che e' si sappia per tutto il mondo che noi medesimi siamo corsi prontissimamente a difenderla e conservarla? Ha voluto il fato di questa citt che in pochi d sia caduto delle mani nostre tanto imperio: nella quale cosa non abbiamo da lamentarci tanto della malignit della fortuna (perch sono casi comuni a tutte le republiche a tutti i regni) quanto abbiamo cagione di dolerci che, dimenticatici della costanza nostra stata insino a quel d invitta, che perduta la memoria di tanti generosi e gloriosi esempli de' nostri maggiori, cedemmo con troppo subita disperazione al colpo potente della fortuna; n fu per noi rappresentata a' figliuoli nostri quella virt che era stata rappresentata a noi da' padri nostri. Torna ora a noi l'occasione di recuperare quello ornamento, non perduto, se noi vorremo essere uomini, ma smarrito; perch andando incontro alla avversit della fortuna, offerendoci spontaneamente a' pericoli, cancelleremo la infamia ricevuta; e vedendo non essere perduta in noi l'antica generosit e virt, si ascriver pi tosto quel disordine a una certa fatale tempesta (alla quale n il consiglio n la costanza degli uomini pu resistere) che a colpa e vergogna nostra. Per, se fusse lecito che tutti popolarmente andassimo a Padova, che senza pregiudicio di quella difesa e delle altre urgentissime faccende publiche si potesse per qualche giorno abbandonare questa citt, io primo, senza aspettare la vostra deliberazione, piglierei il cammino; non sapendo in che meglio potere spendere questi ultimi d della mia vecchiezza che nel partecipare, colla presenza e con gli occhi, di vittoria tanto preclara, o quando pure (l'animo aborrisce di dirlo) morendo insieme con gli altri non essere superstite alla ruina della patria. Ma perch n Vinegia pu essere abbandonata da' consigli publici, ne' quali, col consigliare provedere e ordinare, non manco si difende Padova che la difendino con l'armi quegli che sono quivi, e la turba inutile de' vecchi sarebbe pi di carico che di presidio a quella citt, n anche, per tutto quello che potesse occorrere,  a proposito spogliare Vinegia di tutta la giovent, per consiglio e conforto che, avendo rispetto a tutte queste ragioni, si elegghino dugento gentiluomini de' principali della nostra giovent, de' quali ciascuno, con quella quantit di amici e di clienti atti all'arme che tollereranno le sue facolt, vadia a Padova, per stare quanto sar necessario alla difesa di quella terra: due miei figliuoli, con grande compagnia, saranno i primi a eseguire quel che io, padre loro principe vostro, sono stato il primo a proporre; le persone de' quali in s grave pericolo offerisco alla patria volentieri. Cos si render pi sicura la citt di Padova, cos i soldati mercenari che vi sono, veduta la nostra giovent pronta alle guardie e a tutti i fatti militari, ne riceveranno inestimabile allegrezza e animosit; certi che, essendo congiunti con loro i figliuoli nostri, non abbia a mancare da noi provisione o sforzo alcuno: la giovent e gli altri che non andranno, si accenderanno tanto pi con questo esempio a esporsi, sempre che sar di bisogno, a tutte le fatiche e pericoli. Fate voi, senatori, le parole e i fatti de' quali sono in esempio e negli occhi di tutta la citt, fate, dico, a gara, ciascuno di voi che ha facolt sufficienti, di fare descrivere in questo numero i vostri figliuoli acci che sieno partecipi di tanta gloria; perch da questo nascer non solo la difesa sicura e certa di Padova ma si acquister questa fama appresso a tutte le nazioni: che noi medesimi siamo quegli che col pericolo della propria vita difendiamo la libert e la salute della pi degna patria e della pi nobile che sia in tutto il mondo. - 
Fu udito con grandissima attenzione e approvazione, e messo con somma celerit in esecuzione, il consiglio del principe; per il quale il fiore de' nobili della giovent viniziana, raccolti ciascuno quanti pi amici e familiari atti allo esercizio dell'armi potette, and a Padova, accompagnati insino che entrorno nelle barche da tutti gli altri gentiluomini e da moltitudine innumerabile, e celebrando ciascuno con somme laudi e con pietosi voti tanta prontezza in soccorso della patria: n con minore letizia e giubilo di tutti furono ricevuti in Padova, esaltando i capitani e i soldati insino al cielo che questi giovani nobili, non esperimentati n alle fatiche n a' pericoli della milizia, preponessino l'amore della patria alla vita propria; e in modo che confortando l'uno l'altro aspettavano con lietissimi animi la venuta di Cesare. 
Il quale, attendendo a raccorre le genti che da molte parti gli concorrevano, era venuto al ponte alla Brenta lontano tre miglia da Padova; e preso per forza Limini e interrotto il corso delle acque, aspettava l'artiglierie le quali, terribili per quantit e per qualit, venivano di Germania. Delle quali essendo condotta una parte a Vicenza, ed essendo andati Filippo Rosso e Federigo Gonzaga da Bozzole con dugento cavalli leggieri per fargli scorta, assaltati da cinquecento cavalli leggieri (che guidati dai villani, i quali in tutta la guerra feciono a' viniziani utilit maravigliosa, erano usciti di Padova) furno rotti presso a Vicenza cinque miglia, e Filippo fatto prigione; e Federigo, con grande fatica, per beneficio della notte, a piede e in camicia si era salvato. Dal ponte alla Brenta Massimiliano si allarg dodici miglia verso il Pulesine di Rovigo per aprirsi meglio la comodit delle vettovaglie, e preso di assalto e saccheggiato il castello di Esti and a campo a Monselice; dove, essendo abbandonata la terra che  in piano, spugn il secondo d la fortezza situata in su la cima d'uno alto sasso. Ebbe dipoi per accordo Montagnano; donde ritornato verso Padova si ferm al ponte di Bassanello vicino a Padova, dove invano tent di divertire la Brenta o il Bachiglione, che di quivi si conduce a Padova. Nel quale luogo essendo giunte tutte l'artiglierie e le munizioni che aspettava, e raccolte tutte le genti che erano distribuite in diversi luoghi, si accost alla terra con tutto l'esercito; e avendo messi quattromila fanti nel borgo che si dice di Santa Croce aveva in animo di assaltarla da quella parte: ma essendo dipoi certificato che la terra in quel luogo era pi forte di sito e di muraglia e statevi fatte maggiori fortificazioni, e ricevendo ancora in quello alloggiamento dalle artiglierie di Padova molto danno, deliber trasferirsi con tutto lo esercito alla porta del Portello che  volta verso Vinegia, perch gli era riferito la terra esservi pi debole, e per impedire i soccorsi che per terra o per acqua venissino a Padova da Vinegia. Ma non potendo, per lo impedimento de' paludi e di certe acque che inondano il paese, andarvi se non con lungo circuito, venne al ponte di Bovolenta lontano da Padova sette miglia, dove  una tenuta situata in sul fiume del Bachiglione verso la marina tra Padova e Vinegia: nel qual luogo, per essere circondato dalle acque e nella parte pi sicura del padovano, si erano ridotti tremila villani con numero grandissimo di bestiami; i quali, sforzati dalla vanguardia de' fanti spagnuoli e italiani, furono quasi tutti morti o presi. N si attese, per due d seguenti, ad altro che a correre tutto il paese insino al mare, pieno di quantit infinita di bestiami; e furono prese nella Brenta molte barche, che cariche di vettovaglie andavano a Padova: tanto che, finalmente, il quintodecimo d del mese di settembre, avendo consumato tanto tempo inutilmente e dato spazio agli inimici di fortificarla ed empierla di vettovaglie, si accost alle mura di Padova allato alla porta del Portello.

Lib.8, cap.11

(Importanza del dominio di Padova per i veneziani. Forze degli avversari e fortificazioni di Padova. Assalti de' soldati di Massimiliano alle mura e valorosa difesa de' veneziani. Ritirata dell'esercito di Massimiliano; querele di questo contro gli alleati. Accordi fra Massimiliano e gli ambasciatori fiorentini. Le truppe francesi si ritirano nel ducato di Milano; i veneziani rifiutano la tregua con Massimiliano. )

Non aveva mai, n in quella et n forse in molte superiori, veduto Italia tentarsi oppugnazione che fusse di maggiore espettazione e pi negli occhi degli uomini, per la nobilt di quella citt e per gli effetti importanti che dal perderla o vincerla resultavano. Conciossiach Padova, nobilissima e antichissima citt e famosa per l'eccellenza dello studio, cinta da tre ordini di mura e per la quale corrono i fiumi di Brenta e di Bachiglione,  di circuito tanto grande quanto forse sia alcuna altra delle maggiori citt d'Italia; situata in paese abbondantissimo, ove  aria salubre e temperata, e bench stata allora pi di cento anni depressa sotto l'imperio de' viniziani, che ne spogliorno quegli della famiglia di Carrara, ritiene ancora superbi e grandi edifici e molti segni memorabili di antichit, da' quali si comprende la pristina sua grandezza e splendore: e dallo acquisto e difesa di tanta citt dipendeva non solamente lo stabilimento o debolezza dello imperio de' tedeschi in Italia ma ancora quello che avesse a succedere della citt propria di Vinegia. Perch difendendo Padova poteva facilmente sperare quella republica, piena di grandissime ricchezze e unita con animi prontissimi in se medesima n sottoposta alle variazioni alle quali sono sottoposte le cose de' prncipi, avere in tempo non molto lungo a recuperare grande parte del suo dominio; e tanto pi che la maggiore parte di quegli che avevano desiderato le mutazioni, non vi avendo trovato dentro effetti corrispondenti a' suoi pensieri, e conoscendosi per la comparazione quanto fusse diverso il reggimento moderato de' viniziani da quello de' tedeschi alieno da' costumi degli italiani e disordinato maggiormente per le confusioni e danni della guerra, cominciavano a voltare gli occhi all'antico dominio: e per contrario, perdendosi Padova, perdevano i viniziani interamente la speranza di reintegrare lo splendore della sua republica; anzi era grandissimo pericolo che la citt medesima di Vinegia, spogliata di tanto imperio e vota di molte ricchezze per la diminuzione delle entrate publiche e per la perdita di tanti beni che i privati possedevano in terra ferma, o non potesse difendersi dalle armi de' prncipi confederati o almeno non diventasse, in progresso di tempo, preda non meno de' turchi (co' quali confinano per tanto spazio, e hanno sempre con loro o guerra o pace infedele e male sicura) che de' prncipi cristiani. 
Ma non era minore l'ambiguit degli uomini: perch gli apparati potentissimi che da ciascuna delle parti si dimostravano tenevano molto sospesi i giudici comuni, incertissimi quale avesse ad avere effetto pi felice, o l'assalto o la difesa. Perch nell'esercito di Cesare, oltre alle settecento lancie del re di Francia le quali governava la Palissa, erano dugento uomini d'arme mandatigli in aiuto dal pontefice, dugento altri mandatigli dal duca di Ferrara sotto il cardinale da Esti, bench ancora non fussino composte le differenze tra loro, e sotto diversi condottieri secento uomini d'arme italiani soldati da lui. N era minore il nerbo del peditato che de' cavalli, perch aveva diciottomila tedeschi seimila spagnuoli seimila venturieri di diverse nazioni e duemila italiani menatigli e pagati dal cardinale da Esti nel medesimo nome. Seguitavalo apparato stupendo di artiglierie e copia grande di munizioni, della quale una parte gli avea mandata il re di Francia. E bench i soldati suoi propri la pi parte del tempo non ricevessino danari, nondimeno, per la grandezza e autorit di tanto capitano, e per la speranza di pigliare e saccheggiare Padova e d'avere poi in preda tutto quello che ancora possedevano i viniziani, non per questo l'abbandonavano; anzi continuamente augumentava ogni d il numero, sapendosi massime per ciascuno che egli, di natura liberalissimo e pieno di umanit co' suoi soldati, mancava di pagargli non per avarizia e volont ma per impotenza. Era cos potente l'esercito cesareo, bench raccolto non solo delle forze sue ma eziandio degli aiuti e forze d'altri; ma non era manco potente, per quanto fusse necessario alla difesa di Padova, l'esercito che per i viniziani si ritrovava in quella citt. Perch vi erano seicento uomini d'arme mille cinquecento cavalli leggieri mille cinquecento stradiotti, sotto famosi ed esperti capitani: il conte di Pitigliano preposto a tutti, Bernardino dal Montone, Antonio de' Pii, Luzio Malvezzo, Giovanni Greco e molti condottieri minori. Aggiugnevansi a questa cavalleria dodicimila fanti de' pi esercitati e migliori di Italia, sotto Dionigi di Naldo, il Zitolo da Perugia, Lattanzio da Bergamo, Saccoccio da Spoleto e molti altri conestabili; diecimila fanti tra schiavoni greci e albanesi, tratti da le loro galee, ne' quali bench fusse molta turba inutile e quasi collettizia ve ne era pure qualche parte utile. Oltre a questi, la giovent viniziana con quegli che l'aveano seguitata; la quale bench fusse pi chiara per la nobilt e per la piet verso la patria, nondimeno, per offerirsi prontamente a' pericoli e per l'esempio che faceva agli altri, non era di piccolo momento. Abbondavanvi, oltra alle genti, tutte l'altre provisioni necessarie: numero grandissimo d'artiglierie, copia maravigliosa di vettovaglie d'ogni sorte (non essendo stati meno solleciti i paesani a ridurle quivi per sicurt loro che gli ufficiali viniziani in provedere e comandare che assiduamente ve ne entrassino) e moltitudine quasi innumerabile di contadini, i quali condotti a prezzo non cessavano mai di lavorare; talmente che quella citt, fortissima per la virt e per tanto numero di difensori, era stata riparata e fortificata maravigliosamente a quello circuito delle mura che circonda tutta la citt; avendo alzata, a grande altezza per tutto il fosso, l'acqua che corre intorno alle mura di Padova, e fatti a tutte le porte della terra e in altri luoghi opportuni molti bastioni, dalla parte di fuora ma congiunti alle mura e che avevano l'entrata dalla parte di dentro; co' quali pieni di artiglierie si percotevano quegli che fussino entrati nel fosso: e nondimeno, acci che la perdita de' bastioni non potesse portare pericolo alla terra, a tutti, dalla parte di sotto, avevano fatto una cava con bariglioni pieni di molta polvere, per potergli disfare e gittare in aria quando non si potessino pi difendere. N confidandosi totalmente alla grossezza e bont del muro antico, con tutto che prima l'avessino diligentemente riveduto e dove era di bisogno riparato, e tagliato tutti i merli, fatti dal lato di dentro, per quanto gira la citt tutta, steccati con alberi e altri legnami distanti dal muro quanto era la sua grossezza, empierono questo vano, insino all'altezza del muro, di terra consolidatavi con grandissima diligenza. La quale opera maravigliosa e di fatica inestimabile, e nella quale si era esercitata moltitudine infinita d'uomini, non assicurando ancora alla sodisfazione intera di chi era disposto a difendere quella citt, avevano, dopo il muro cos ingrossato e raddoppiato, cavato uno fosso alto e largo sedici braccia; il quale, ristringendosi nel fondo e avendo per tutto casematte e torrioncelli pieni di artiglieria, pareva impossibile a pigliare: ed erano quegli edifici, a esempio de' bastioni, con avere la cava di sotto, disposti in modo da potersi facilmente con la forza del fuoco rovinare. E nondimeno, per essere pi preparati a ogni caso, alzorono dopo il fosso uno riparo della medesima o maggiore larghezza, che si distendeva quanto tutto il circuito della terra, da pochi luoghi infuora a' quali si conosceva essere impossibile piantare l'artiglieria; innanzi al quale riparo feciono uno parapetto di sette braccia, che proibiva che quegli che fussino a difesa del riparo non potessino essere offesi dall'artiglierie degli inimici. E perch a tanti apparati e fortificazioni corrispondessino prontamente gli animi de' soldati e degli uomini della terra, il conte di Pitigliano, convocatigli in su la piazza di Santo Antonio e confortatigli con gravi e virili parole alla salute e onore loro, astrinse se medesimo con tutti i capitani e con tutto l'esercito e i padovani a giurare solennemente di perseverare insino alla morte fedelmente nella difesa di quella citt. 
Con tanto apparato adunque, e contro a tanto apparato, condottosi l'esercito di Cesare sotto le mura di Padova, si distese dalla porta del Portello insino alla porta d'Ognisanti che va a Trevigi, e dipoi si allarg insino alla porta di Codalunga che va a Cittadella, contenendo per lunghezza di tre miglia. Egli, alloggiato nel monasterio di beata Elena distante per uno quarto di miglio dalle mure della citt, e quasi in mezzo della fanteria tedesca, avendo distribuito a ciascuno secondo la diversit degli alloggiamenti e delle nazioni quel che avessino a fare, cominci a fare piantare l'artiglierie; le quali per essere tante di numero e alcuna di smisurata e quasi stupenda grandezza, e per essere molto infestato dalle artiglierie di dentro tutto il campo e specialmente i luoghi dove si cercava di piantare, non si potette fare senza lunghezza di tempo e difficolt: con tutto che egli invitto di animo, e di corpo pazientissimo alle fatiche, scorrendo il d e la notte per tutto e intervenendo personalmente a tutte le cose, stimolasse con grandissima sollecitudine che le opere si conducessino alla perfezione. Era piantata il quinto d quasi tutta l'artiglieria, e il d medesimo i franzesi e i fanti tedeschi, da quella parte alla quale era preposto la Palissa, dettono uno assalto a uno rivellino della porta, ma pi per tentare che per combattere ordinatamente; onde, vedendo che era difeso animosamente, si ritirorno senza molta dilazione agli alloggiamenti. Tirava il d seguente per tutto ferocemente l'artiglieria; la maggiore parte della quale, per la grossezza sua e per la quantit grande della polvere che se gli dava, passati i ripari, ruinava le case prossime alle mura; e gi in molte parti era gittato in terra spazio grandissimo di muraglia, e quasi spianato uno bastione fatto alla porta di Ognisanti: n per ci appariva segno alcuno di timore in quegli di dentro, i quali infestavano con l'artiglierie tutto l'esercito; e gli stradiotti, i quali alloggiati animosamente ne' borghi aveano recusato di ritirarsi ad alloggiare nella citt, e i cavalli leggieri, correndo continuamente per tutto, ora correvano, quando dinanzi quando di dietro, insino in su gli alloggiamenti degl'inimici, ora assalivano le scorte del saccomanno e delle vettovaglie, ora, scorrendo e predando per tutto il paese, rompevano tutte le vie, eccetto quella che va da Padova al monte di Abano. E nondimeno il campo era copioso di vettovaglie, delle quali si trovavano piene le case e le campagne per tutto; perch n il timore de' paesani n la sollecita diligenza de' viniziani n i danni infiniti de' soldati, da ogni parte, aveano potuto essere pari alla abbondanza grande di quello bellissimo e fertilissimo contado. Usc ancora fuora di Padova in quei d Lucio Malvezzo con molti cavalli, per condurre dentro quarantamila ducati mandati da Vinegia; il quale, bench il suo retroguardo fusse assaltato dagli inimici nel ritornare, gli condusse salvi, bench con perdita di qualcuno de' suoi uomini d'arme. Avevano, il nono d, l'artiglierie fatto tanto progresso che non pareva fusse necessario procedere con esse pi oltre. Per il d seguente si messe in battaglia, per accostarsi alle mura, tutto l'esercito; ma essendosi accorti che la notte medesima quegli di dentro avevano rialzata l'acqua del fosso che innanzi era stata abbassata, non volendo Cesare mandare le genti a manifestissimo pericolo, ritorn ciascuno agli alloggiamenti. Abbassossi di nuovo l'acqua; e il d seguente si dette, ma con piccolo successo, uno assalto al bastione che era fatto alla punta della porta di Codalunga: onde Cesare, avendo deliberato di fare somma diligenza di sforzarlo, vi volt l'artiglieria che era piantata dalla parte de' franzesi, i quali alloggiavano tra le porte di Ognisanti e di Codalunga; con la quale avendone rovinata una parte, vi fece dare dopo due d l'assalto dai fanti tedeschi e spagnuoli accompagnati da alcuni uomini d'arme a piede, i quali ferocemente combattendo salirono in sul bastione, e vi rizzorono due bandiere. Ma era tale la fortezza del fosso, tale la virt de' difensori (tra' quali il Zitolo da Perugia combattendo con somma laude fu ferito gravemente), tale la copia degli instrumenti da difendersi, non solo di artiglierie ma di sassi e di fuochi lavorati, che e' furono necessitati impetuosamente scenderne, essendo feriti e morti molti di loro: donde l'esercito, che era ordinato per dare, come si credeva, subito che il bastione fusse spugnato, la battaglia alla muraglia, si disarm senza avere tentato cosa alcuna. 
Perd Cesare per questa esperienza interamente la speranza della vittoria; e per, deliberato di partirsene, condotta che ebbe l'artiglieria in luogo sicuro, si ritir con tutto l'esercito alla terra di Limini che  verso Trevigi, il settimo decimo d dapoi che si era accampato a Padova, e poi continuamente si condusse in pi alloggiamenti a Vicenza; ove ricevuto il giuramento della fedelt dal popolo vicentino, e dissoluto quasi tutto l'esercito, and a Verona: disprezzato, perch non erano successi ma molto pi perch erano, e nello esercito e per tutta Italia, biasimati maravigliosamente i consigli suoi, e non meno le esecuzioni delle cose deliberate. Perch non era dubbio che e il non avere acquistato Trevigi e l'avere perduto Padova era proceduto per colpa sua; similmente, che la tardit del suo venire innanzi avea fatta difficile l'espugnazione di Padova, perch da questo era nato che i viniziani avevano avuto tempo a provedersi di soldati, a empiere Padova di vettovaglie e a fare quelle riparazioni e fortificazioni maravigliose. N egli negava questa essere stata la cagione che si fusse difesa quella citt, ma rimovendo la colpa dalla variet e da' disordini suoi e trasferendola in altri si lamentava del pontefice e del re di Francia che, con l'avere l'uno di loro concesso l'andare a Roma agli oratori viniziani l'altro avere tardato a mandare il soccorso delle sue genti, avevano dato cagione di credere a ciascuno che si fussino alienati da lui, onde avere preso animo i villani delle montagne di Vicenza a ribellarsi; e che avendo consumato nel domargli molti d aveva poi trovato per la medesima cagione le medesime difficolt nella pianura, e che per aprirsi e assicurarsi le vettovaglie e liberarsi da molte molestie era stato necessitato a pigliare tutte le terre del paese: n solamente avergli nociuto in questo la tarda venuta de' franzesi, ma che se fussino venuti al tempo conveniente non sarebbe seguitata la ribellione di Padova; e che questo e l'avere il re di Francia e il re d'Aragona licenziate l'armate di mare aveva poi data facolt a' viniziani, liberati d'ogni altro timore, di potere meglio provedere e fortificare Padova: querelandosi, oltre a questo, che al re d'Aragona erano grate le sue difficolt per indurlo pi facilmente [a] consentire che a lui restasse l'amministrazione del regno di Castiglia. Le quali querele non miglioravano le sue condizioni, n gli accrescevano l'autorit perduta per non avere saputo usare s rare occasioni; anzi, che tale opinione fusse comunemente conceputa di lui era gratissimo al re di Francia, n molesto al pontefice perch, sospettoso e diffidente di ciascuno e considerando quanto sempre fusse bisognoso di danari e importuno a dimandarne, non vedeva volentieri crescere in Italia il nome suo. 
A Verona ricevette similmente il giuramento della fedelt: e in quella citt gl'imbasciadori fiorentini, tra' quali fu Piero Guicciardini mio padre, convennono con lui in nome della loro republica, indotta a questo, oltre all'altre ragioni, da' conforti del re di Francia, di pagargli in brevi tempi quarantamila ducati; per la quale promessa ottennono da lui privilegi in forma amplissima della confermazione cos della libert di Firenze come del dominio e giurisdizione delle terre e stati tenevano, con la quietazione di tutto quello gli dovessino per il tempo passato. E avendo Cesare deliberato di tornarsene in Germania, per ordinarsi, secondo diceva, a fare la guerra alla prossima primavera, chiam a s Ciamonte per trattare delle cose presenti: al quale, venuto a lui nella villa di Arse nel veronese, dimostr il pericolo che i viniziani non recuperassino Cittadella e Bassano, i quali luoghi molto importanti, insuperbiti per la difesa di Padova, si preparavano per assaltare; e che 'l medesimo non intervenisse poi di Monselice di Montagnana e di Esti. Essere necessario pensare oltre alla conservazione di queste terre non meno alla recuperazione di Lignago, e che essendo egli per s solo impotente a fare le provisioni necessarie a questi effetti bisognava fusse aiutato dal re; le cose del quale, non si sostenendo le sue, si mettevano in pericolo. Alle quali dimande non potendo Ciamonte dargli certa risoluzione si rimesse a darne notizia al re, dandogli speranza che la risposta sarebbe conforme al suo desiderio. Da questo parlamento Massimiliano, lasciato a guardia di Verona il marchese di Brandiborgh, and alla Chiusa. E poco dipoi la Palissa, il quale era rimasto con cinquecento lancie nel veronese, allegando difficolt degli alloggiamenti e molte incomodit, ottenuta quasi per importunit licenza da lui, si ritir ne' confini del ducato di Milano; perch la intenzione del re era che avendo a stare le sue genti oziosamente alle guarnigioni stessino nello stato suo, ma che tornassino a servire Massimiliano per fare qualunque impresa gli piacesse, e specialmente quella di Lignago: la quale, desiderata e sollecitata sommamente da lui, si differ per le sue solite difficolt tanto che essendo sopravenute per la stagione del tempo le pioggie grandi non si poteva pi campeggiare in quello paese, che per la bassezza sua  molto soprafatto dalle acque. Per Cesare, ridotto in queste difficolt, desider di fare per qualche mese tregua co' viniziani: ma essi, pigliando animo da i suoi disordini e vedendolo aiutato cos freddamente da' collegati, non giudicorno essere a loro proposito il sospendere l'armi.

Lib.8, cap.12

(Dissenso fra il pontefice e il re di Francia. Cause di dissenso fra tutti i collegati per la benevolenza del pontefice verso i veneziani. Discussioni fra il pontefice e gli ambasciatori veneziani. )

Ritornossene alla fine Cesare a Trento, lasciate in pericolo grave le cose sue, e lo stato di Italia in non piccola sospensione, perch era nata tra 'l pontefice e il re di Francia nuova contenzione, il principio della quale bench paresse procedere da cagioni leggiere si dubitava non avesse occultamente pi importanti cagioni. Quel che allora si dimostrava era che essendo vacato uno vescovado di Provenza, per la morte del vescovo suo nella corte di Roma, il papa l'aveva conferito contro alla volont del re di Francia; il quale pretendeva questo essere contrario alla capitolazione fatta tra loro per mezzo del cardinale di Pavia, nella quale, se bene nella scrittura non fusse stato nominatamente espresso che il medesimo si osservasse ne' vescovadi che vacassino nella corte di Roma che in quegli che vacavano negli altri luoghi, nondimeno il cardinale avergliene promesso con le parole: il che negando il cardinale essere vero (forse pi per timore che per altra cagione) e il re affermando il contrario, il pontefice diceva non sapere quello che tacitamente fusse stato trattato, ma che avendo nella ratificazione sua riferitosi a quello che appariva per scrittura, con inserirvi nominatamente capitolo per capitolo, n comprendendo questo il caso quando i vescovi morivano in corte di Roma, non essere tenuto pi oltre. E perci crescendo la indignazione, il re, disprezzato contro alla sua consuetudine il consiglio del cardinale di Roano, stato sempre autore della concordia col pontefice, fece sequestrare i frutti di tutti i benefici che tenevano nello stato di Milano i cherici residenti nella corte di Roma; e il papa da altra parte ricusava di dare le insegne del cardinalato ad Albi, il quale per riceverle, secondo la promessa fatta al re, era andato a Roma. E con tutto che il pontefice, vinto da' prieghi di molti, disponesse alla fine del vescovado di Provenza secondo la volont del re e con lui convenisse di nuovo come s'avesse a procedere ne' benefici che nel tempo futuro vacassino nella corte di Roma, e che perci dall'una parte si liberassino i sequestri fatti, dall'altra concedute le insegne del cardinalato ad Albi, nondimeno non bastavano queste cose a mollificare l'animo del pontefice, esacerbato per molte cose, ma specialmente perch avendo insino dal principio del pontificato conceduta malvolentieri al cardinale di Roano la legazione del regno di Francia, come dannosa alla corte di Roma, e con indegnit sua, gli era molestissimo essere costretto, per non irritare tanto l'animo del re di Francia, consentire la continuasse; e perch, persuadendosi che quel cardinale tendesse con tutti i suoi pensieri e arti al pontificato, sospettava d'ogni progresso e d'ogni movimento de' franzesi. 
Queste erano le cagioni apparenti degli sdegni suoi: ma per quello che si manifest poi de' suoi pensieri, avendo nell'animo pi alti fini, desiderava ardentissimamente, o per cupidit di gloria o per occulto odio contro al re di Francia o per desiderio della libert de' genovesi, che 'l re perdesse quel che possedeva in Italia; non cessando di lamentarsi senza rispetto di lui e del cardinale, ma in modo che e' pareva che la sua mala sodisfazione procedesse principalmente da timore. E nondimeno, come era di natura invitto e feroce, e che alla disposizione dell'animo accompagnava il pi delle volte le dimostrazioni estrinseche, ancora che s'avesse proposto nella mente fine di tanto momento e tanto difficile a conseguire, rifidandosi in s solo e nella riverenza e autorit che conosceva avere appresso a' prncipi la sedia apostolica, non dependente n congiunto con alcuno anzi dimostrando con le parole e con le opere di tenere poco conto di ciascuno, n si congiugneva con Cesare n si ristrigneva col re cattolico, ma salvatico con tutti non dimostrava inclinazione se non a' viniziani; confermandosi ogni d pi nella volont di assolvergli, perch giudicava il non gli lasciare perire essere molto a proposito della salute di Italia e della sicurt e grandezza sua. Alla quale cosa molto efficacemente contradicevano gli oratori di Cesare e del re di Francia; concorrendo con loro in publico al medesimo l'oratore del re d'Aragona, bench, temendo per l'interesse del regno di Napoli della grandezza del re di Francia n confidandosi in Cesare per la sua instabilit procurasse occultissimamente il contrario col pontefice. Allegavano non essere conveniente che il pontefice facesse tanto beneficio a coloro i quali era tenuto a perseguitare con l'armi, atteso che, per la confederazione fatta a Cambrai, era ciascuno de' collegati obligato ad aiutare l'altro insino a tanto che avesse interamente acquistate tutte le cose nominate nella sua parte; dunque, non avendo mai Cesare acquistato Trevigi, non essere ancora alcuno di loro liberato da questa obligazione: oltre che, con giustizia si poteva dinegare l'assoluzione a' viniziani perch n volontari n infra 'l tempo determinato nel monitorio aveano restituite alla Chiesa le terre della Romagna; anzi non avere insino a quest'ora ubbidito interamente, imperocch erano stati ammuniti di restituire oltre alle terre i frutti presi, il che non aveano adempiuto. Ma a queste cose rispondeva il pontefice che, poi che si erano ridotti a penitenza e dimandato con umilt grande l'assoluzione, non era ufficio del vicario di Cristo perseguitargli pi con l'armi spirituali, in pregiudicio della salute di tante anime, avendo conseguite le terre e cos cessando la cagione per la quale erano stati sottoposti alle censure; perch la restituzione de' frutti presi era cosa accessoria e inserita pi per aggravare la inubbidienza che per altro, e che non era conveniente venisse in considerazione di tanta cosa. Diversa esser la causa del perseguitargli con l'armi temporali; alle quali, perch aveva nell'animo di perseverare nella lega di Cambrai, si offeriva parato di concorrere insieme cogli altri: bench da questo potesse ciascuno de' confederati giustamente discostarsi, perch dal re de' romani era mancato il non avere Trevigi avendo rifiutato le prime offerte fattegli da' viniziani (quando gli mandorno imbasciadore Antonio Giustiniano) di lasciargli tutto quello possedevano in terra ferma, e perch dipoi gli aveano offerto molte volte di dargli in cambio di Trevigi conveniente ricompensa. 
E cos, non lo ritenendo le contradizioni degli imbasciadori, lo ritardava solamente la generosit del suo animo; per la quale, ancora che riputasse l'assoluzione de' viniziani utile a s e opportuna a' fini propostisi, aveva deliberato non la concedere se non con degnit grande della sedia apostolica, e in modo che le cose della Chiesa si liberassino totalmente dalle loro oppressioni: e perci, recusando i viniziani di cedere a due condizioni le quali oltre a molte altre aveva proposte, differiva l'assolvergli. L'una era che lasciassino libera a' sudditi della Chiesa la navigazione del mare Adriatico, la quale vietavano a tutti quegli che per le robe conducevano non pagavano loro certe gabelle; l'altra, che non tenessino pi in Ferrara, citt dependente dalla Chiesa, il magistrato del bisdomino. Allegavano i viniziani questo essere stato consentito da' ferraresi, non repugnando Clemente sesto pontefice romano che a quel tempo risedeva con la corte nella citt d'Avignone; e la superiorit e custodia del golfo avere conceduta loro con amplissimi privilegi Alessandro quarto pontefice, mosso perch coll'armi e colla virt e con molte spese l'aveano difeso da' saracini e da' corsali, e renduta sicura quella navigazione a' cristiani. Alle quali cose si replicava per la parte del pontefice non avere potuto i ferraresi, in pregiudicio della superiorit ecclesiastica, acconsentire che da altri fusse tenuto un magistrato o esercitata giurisdizione in Ferrara, n averlo consentito volontariamente ma sforzati da lunga e grave guerra; e dopo avere ricercato invano l'aiuto del pontefice, le censure del quale dispregiavano i viniziani, avere accettata la pace con quelle condizioni che era paruto a chi poteva contro a loro pi coll'armi che colla ragione. N della concessione d'Alessandro pontefice apparire n in istorie n in iscritture memoria o fede alcuna, eccetto il testimonio de' viniziani, il quale in causa propria e s ponderosa era sospetto; e quando pure ne apparisse cosa alcuna, essere pi verisimile che da lui, il quale dicevano averlo conceduto in Vinegia, fusse stato conceduto per minaccie o per timore che uno pontefice romano, a cui sopra tutti gli altri apparteneva il patrocinio della giustizia e il ricorso degli oppressi, avesse conceduto una cosa tanto imperiosa e impotente in detrimento di tutto il mondo.

Lib.8, cap.13

(I veneziani riprendono Vicenza ed altre terre. Impresa de' veneziani contro il duca d'Este; i veneziani occupano il Polesine; scacco de' ferraresi. )

Nel quale stato delle cose, variazione degli animi de' prncipi, piccola potenza e riputazione del re de' romani, i viniziani mandorono l'esercito, nel quale era proveditore Andrea Gritti, a Vicenza, ove sapevano il popolo desiderare di ritornare sotto l'imperio loro; e accostativisi che era gi notte, battuto con l'artiglierie il sobborgo della Posterla, l'ottennono. E nondimeno, bench nella citt fussino pochi soldati, non confidavano molto di espugnarla; ma gli uomini della terra confortati (come fu fama) da Fracasso, mandati loro a mezzanotte imbasciadori, gli messono dentro, ritirandosi il principe di Analt e il Fracasso nella fortezza: e fu costante opinione che se, ottenuta Vicenza, si fusse senza differire accostato l'esercito veneto a Verona arebbe Verona fatto il medesimo, ma non parve a' capitani dovere partire da Vicenza se prima non acquistavano la fortezza. La quale bench il quarto d venisse in potest loro (perch il principe di Anault e Fracassa, per la debolezza sua, l'abbandonorono) entr in questo tempo in Verona nuova gente di Cesare, e sotto Obign trecento lancie del re di Francia; di maniera che, essendovi circa cinquecento lancie e cinquemila fanti tra spagnuoli e tedeschi, non era pi facile l'occuparla. Accostossi dipoi l'esercito veneto a Verona diviso in due parti, in ciascuna delle quali erano trecento uomini d'arme cinquecento cavalli leggieri e tremila fanti, sperando che come si fussino accostati si facesse movimento nella citt: ma non si essendo presentati alle mura in uno tempo medesimo, quegli che erano nella terra fattisi incontro alla prima parte, che veniva di l dal fiume dell'Adice e gi era entrata nel borgo, la costrinsono a ritirarsi; e sopravenendo poco di poi Lucio Malvezzo, dall'altra ripa del fiume coll'altra parte, si ritir medesimamente; e amendue congiunte insieme si fermorno alla villa di San Martino, distante da Verona cinque miglia. Nel qual luogo mentre stavano, avendo inteso che duemila fanti tedeschi, partiti da Basciano erano andati a predare a Cittadella, mossisi a quella parte gli rinchiusono in Vallefidata; ma i tedeschi, avendo ricevuto soccorso da Basciano, uscirono per forza, bench non senza danno, de' passi stretti e avendo abbandonato Basciano l'occuporono i viniziani. Da Basciano and una parte dell'esercito a Feltro e Civitale e, dopo avere ricuperate quelle terre, alla rocca della Scala, la quale spugn, avendovi prima piantate l'artiglierie; e nel tempo medesimo Antonio e Ieronimo da Savorniano, gentiluomini, che nel Friuli seguitavano le parti viniziane, presono Castelnuovo posto in su uno monte aspro in mezzo della Patria (cos chiamano il Friuli), di l dal fiume del Tigliavento: non si intendendo di Cesare, il quale commosso dal caso di Vicenza era venuto subitamente alla Pietra, altro che romori vari, e spesso muoversi con celerit, ma senza effetto alcuno, da uno luogo a un altro. 
And dipoi l'esercito de' viniziani verso Monselice e Montagnana, per recuperare il Pulesine di Rovigo e per entrare nel ferrarese, insieme coll'armata, la quale il senato, disprezzato il consiglio de' senatori pi prudenti, che giudicavano essere cosa temeraria lo implicarsi in nuove imprese, aveva deliberato mandare potente per il fiume del Po contro al duca di Ferrara: mossi non tanto dalla utilit delle cose presenti quanto dallo sdegno che incredibile aveano conceputo contro a lui; parendo loro che di quel che aveva fatto per liberarsi dal giogo del bisdomino e per ricuperare il Pulesine non dovere giustamente lamentarsi, ma non potendo gi tollerare che, non contento di quel che pretendeva appartenersegli di ragione, avesse, quando Cesare si lev con l'esercito da Padova, ricevuto da lui in feudo il castello di Esti, donde  l'antica origine e il cognome della famiglia da Esti, e in pegno, per sicurt di danari prestati, il castello di Montagnana, ne' quali due luoghi non pretendeva ragione alcuna. Aggiugnevasi la memoria che le sue genti, nella recuperazione del Pulesine, concitate da odio estremo contro al nome viniziano, avevano danneggiato eccessivamente i beni de' gentiluomini, incrudelendo eziandio contro agli edifici con incendi e con ruine. Per fu determinato che l'armata loro guidata da Angelo Trevisano, e nella quale furono diciassette galee sottili con numero grandissimo di legni minori, e bene provista d'uomini atti alla guerra, andasse verso Ferrara: la quale armata, entrata nel Po per la bocca delle Fornaci e abbruciata Corbola e altre ville vicine al Po, and predando tutto il paese insino al Lagoscuro: dal quale luogo i cavalli leggieri che per terra l'accompagnavano scorseno per insino a Ficheruolo, palazzo pi presto che fortezza, famoso per la lunga oppugnazione di Ruberto da San Severino capitano de' viniziani, nella guerra contro a Ercole padre di Alfonso. 
La venuta di questa armata, e la fama d'avere a venire l'esercito di terra, spavent molto il duca di Ferrara; il quale trovandosi con pochissimi soldati, n essendo il popolo di Ferrara, o per il numero o per la perizia della guerra, bastante a opporsi a tanto pericolo, non aveva, insino a tanto gli sopravenissino gli aiuti che sperava dal pontefice e dal re di Francia, altra difesa che impedire, con frequentissimi colpi d'artiglierie piantate in sulla ripa del Po, che gli inimici non passassino pi innanzi. Perci il Trivisano, avendo tentato invano di passare e conoscendo non potere fare senza gli aiuti di terra maggiore progresso, ferm l'armata in mezzo al fiume del Po dietro a una isoletta che  di riscontro alla Pulisella, luogo distante da Ferrara per [undici] miglia e molto opportuno a travagliarla e tormentarla, con intenzione di aspettare quivi l'esercito; al quale si era arrenduto senza difficolt tutto il Pulesine, recuperata prima Montagnana per accordo, per il quale furono concessi loro prigioni gli ufficiali ferraresi e i capitani de' fanti che vi erano dentro. Insino all'arrivare del quale, perch l'armata stesse pi sicura, cominci il Trivisano a fabricare due bastioni con grandissima celerit in sulla riva del Po, l'uno dalla parte di Ferrara l'altro in sulla ripa opposita; gittando similmente uno ponte in sulle navi per il quale si potesse dall'armata soccorrere il bastione che si fabricava verso Ferrara. La perfezione del quale per impedire, il duca, ma con consiglio forse pi animoso che prudente, raccolti quanto pi giovani potette della citt e i soldati che continuamente concorrevano agli stipendi suoi, mand all'improviso ad assaltarlo; ma quegli che erano nel bastione, soccorsi dalla armata, usciti fuora a combattere, gli cominciorno a mettere in fuga; e bench il duca, sopravenendo con molti cavalli, rendesse animo e rimettesse in ordine la gente sua, imperita la pi parte e disordinata, nondimeno fu tale l'impeto degli inimici, per i quali combatteva la sicurt del luogo e molte artiglierie piccole, che finalmente fu costretto a ritirarsi, restando o morti o presi molti de' suoi, n tanto della turba imperita e ignobile quanto de' soldati pi feroci e della nobilt ferrarese; tra i quali Ercole Cantelmo, giovane di somma espettazione, i maggiori del quale aveano gi dominato nel reame di Napoli il ducato di Sora: il quale condotto prigione in su una galea, e venuti in quistione gli schiavoni di cui di loro dovesse essere prigione, gli fu da uno di essi, con inaudito esempio di barbara crudelt, miserabilmente troncata la testa. Per le quali cose parendo a ciascuno che la citt di Ferrara non fusse senza pericolo, Ciamonte vi mand in soccorso Ciattiglione con cento cinquanta lancie franzesi; e il pontefice, sdegnatosi che i viniziani l'avessino assaltata senza rispetto della superiorit che vi ha la Chiesa, ordin che i suoi dugento uomini d'arme che erano in aiuto di Cesare si volgessino alla difesa di Ferrara: ma sarebbono state per avventura tarde queste provisioni se i viniziani non fussino stati costretti di pensare alla difesa delle cose proprie.

Lib.8, cap.14

(I veneziani per la minacciata espugnazione di Vicenza ritirano parte delle milizie dal ferrarese. Rotta dell'armata veneziana sul Po. )

Non erano, come  detto di sopra, state moleste al re di Francia le difficolt che aveva Massimiliano, parte per il timore che ebbe sempre delle prosperit sue parte perch, ardendo di desiderio di insignorirsi della citt di Verona, sperava che per le sue necessit glien'avesse finalmente a concedere, o in vendita o in pegno; ma da altra parte gli dispiaceva che la grandezza de' viniziani risorgesse, dalla quale sarebbe risultato molestia e pericolo continuo alle cose sue: per, essendo per la penuria de' danari molto deboli le provisioni di Cesare in Verona, fu necessitato il re a procurare, con altro aiuto che con quello delle genti d'arme che vi erano entrate, che quella citt non ritornasse in potest loro. Alla qual cosa dette principio Ciamonte, venuto dopo la perdita di Vicenza a' confini del veronese; perch, cominciando a tumultuare per mancamento de' pagamenti dumila fanti spagnuoli che erano in Verona, ve gli ferm agli stipendi del re di Francia, e vi mand per maggiore sicurt altri fanti; seguitato in questo il consiglio del Triulzio, che dubitando Ciamonte che al re non fusse molesta questa spesa gli rispose essere minore male che il re lo imputasse di avere speso danari che d'avere perduto o messo in pericolo il suo stato. Prest oltre a questo a Cesare, per pagare i soldati che erano in Verona, ottomila ducati, ma ricevendo, per pegno della restituzione di questi e degli altri che per beneficio suo vi spendesse in futuro, la terra di Valeggio; la quale terra, per essere uno de' passi del fiume del Mincio (anzi chi possiede quella e Peschiera domina il Mincio) e propinqua a Brescia a sei miglia, era per sicurt di Brescia molto stimata dal re. La venuta di Ciamonte seguitato dalla maggiore parte delle lancie che alloggiavano nel ducato di Milano, il mettere genti in Verona, e il divulgarsi che si preparava per andare all'espugnazione di Vicenza, furono cagione che l'esercito de' viniziani, lasciati per difesa del Pulesine e per sussidio dell'armata quattrocento cavalli leggieri e quattrocento fanti, si part del ferrarese e si divise tra Lignago, Soave e Vicenza, e che i viniziani, desiderando assicurarsi che Vicenza e il paese circostante non fusse molestato dalle genti che erano in Verona, lo fortificorno con una fossa di opera memorabile, larga e piena di acqua, intorniata da uno riparo in sul quale erano distribuiti molti bastioni; la quale, cominciando dalle radici della montagna sopra a Suave e distendendosi per spazio di cinque miglia, si distendeva per il piano dalla parte che da Lonigo si va a Monforte, terminando in certi paludi contigui al fiume dello Adice: e fortificato Soave e Lonigo, avevano, mentre la si guardava, assicurato, massime la vernata, tutto il paese. 
Alleggerissi per la partita delle genti viniziane, ma non si lev per in tutto, il pericolo di Ferrara: perch se bene fusse cessato il timore dello essere sforzata non era cessato il sospetto che, per i danni gravissimi, o non si estenuasse troppo o non si riducesse il popolo a ultima disperazione; perch le genti dell'armata e quelle che l'accompagnavano correvano ogni d insino in sulle porte della citt, e altri legni de' viniziani, assaltato da altra parte lo stato del duca di Ferrara, avevano preso Comacchio. Sopragiunsono in questo tempo le genti del pontefice e del re di Francia; e perci il duca, il quale prima ammunito dal danno ricevuto nell'assalto del bastione avea fermate le genti sue in alloggiamento forte appresso a Ferrara, cominci a fare spesse cavalcate e scorrerie per condurre gli inimici a combattere: i quali, sperando che l'esercito ritornasse, recusavano prima di combattere. E accadde che essendo cavalcato un giorno insino appresso al bastione il cardinale da Esti, nel ritornarsene, un colpo d'artiglieria scaricata da uno de' legni degli inimici lev il capo al conte Lodovico della Mirandola, uno de' condottieri della Chiesa; non avendo, tra tanta moltitudine, n quello n altro colpo offeso alcuno. Finalmente, la perizia del paese e della natura e opportunit del fiume fece facile quel che da principio era paruto pericoloso e difficile. Perch, sperando il duca e il cardinale di rompere coll'artiglierie l'armata, pure che avessino facolt di poterle sicuramente distendere in sulla ripa del fiume, ritorn il cardinale con parte delle genti ad assaltare il bastione; e avendo, con uccisione di alcuni di loro, rimessi gli inimici che erano usciti a scaramucciare, occup e fortific la parte prossima dell'argine, in modo che senza che gli inimici lo sapessino condusse al principio della notte l'artiglierie in sulla ripa opposita all'armata; e distesele con silenzio grande, cominci con terribile impeto a percuoterla: e bench tutti i legni si movessino per fuggire, nondimeno essendo distese per lungo spazio molte e grossissime artiglierie, le quali maneggiate da uomini periti tiravano molto da lontano, mutavano pi tosto il luogo del pericolo che fuggissino il pericolo; essendo sopravenuto ed esercitandosi maravigliosamente la persona del duca, peritissimo e nel fabbricare e nell'usare l'artiglierie. Per i quali colpi tutti i legni inimici, con tutto che essi similmente non cessassino di tirare (ma invano, perch quegli che erano in sulla ripa erano coperti dall'argine), con vari e spaventosi casi si consumavano: alcuni de' quali non potendo pi reggere a' colpi si arrendevano; alcuni altri, appresovi il fuoco per i colpi dell'artiglierie, miserabilmente ardevano con gli uomini che vi erano dentro; altri, per non venire in mano degli inimici, messe insieme molte navi e gittandovi fuoco, si precipitavano da se medesimi in quella crudelt che da altri temevano. Il capitano dell'armata, montato quasi al principio dell'assalto in su una scafa, fuggendo si salv; la sua galea, fuggita per spazio di tre miglia, al continuo tirando e difendendo e provedendo alle percosse riceveva, all'ultimo tutta forata and nel fondo. Finalmente, essendo pieno ogni cosa di sangue di fuoco e di morti, vennono in potest del duca quindici galee, alcune navi grosse, fuste, barbotte e altri legni minori, quasi senza numero; morti circa dumila uomini o dall'artiglierie o dal fuoco o dal fiume, prese sessanta bandiere, ma non lo stendardo principale che si salv col capitano; molti fuggiti in terra, de' quali parte raccolti da' cavalli leggieri de' viniziani si salvorono, parte seguitati dagli inimici furno presi, parte riceverono nel fuggirsi vari danni da' paesani. Furono i legni presi condotti a Ferrara, ove per memoria della vittoria acquistata si conservorno molti anni; insino a tanto che Alfonso desideroso di gratificare al senato viniziano li conced loro. Rotta l'armata, mand subito Alfonso trecento cavalli e cinquecento fanti per rompere l'altra armata che aveva preso Comacchio; i quali, avendo recuperato Loreto fortificato da i viniziani, si crede che arebbono rotta l'armata se quella, conosciuto il pericolo, non si fusse ritirata alle Bebie. Questo fine ebbe in spazio di uno mese l'assalto di Ferrara; nel quale lo evento, che spesso  giudice non imperito delle cose, manifest quanto fusse pi prudente il consiglio de' pochi che confortavano che, lasciate l'altre imprese e riservati a maggiore opportunit i danari, si attendesse solamente alla conservazione di Padova e di Trevigi e dell'altre cose ricuperate, che di quegli che pi di numero ma inferiori di prudenza, concitati dall'odio e dallo sdegno, erano facili a implicarsi in tante imprese: le quali, cominciate temerariamente, partorirono alla fine spese gravissime, con non mediocre ignominia e danno della republica.

Lib.8, cap.15

(Massimiliano si ritira dal Veneto. Posizione di Verona. Vane trattative di tregua tra Massimiliano e i veneziani. Accordi tra Massimiliano e il re d'Aragona per il regno di Castiglia. Nuovi sospetti del pontefice verso il re di Francia. Morte del conte di Pitigliano. )

Ma dalla parte di Padova succedevano per i viniziani pi presto le cose prospere che altrimenti. Perch trovandosi Cesare nel vicentino con quattromila fanti, una parte non molto grande delle genti dei viniziani, con aiuto de' villani del paese, presono quasi in su gli occhi suoi il passo della Scala, e appresso il Cocollo e Basciano, luogo importante per impedire chi della Magna volesse passare in Italia; ed egli, lamentandosi che per la partita della Palissa fussino succeduti molti disordini, se ne and a Bolzano, per trasferirsi alla dieta che per ordine suo si aveva a tenere in Spruch. Il cui esempio seguitando Ciamonte, omessi i pensieri caldi che aveva avuto di fare la impresa di Vicenza e di Lignago, considerato ancora i luoghi essere bene proveduti e la stagione del tempo molto contraria, si ritir a Milano, lasciata bene guardata Brescia, Peschiera e Valeggio, e in Verona, per difesa di quella citt (la quale Cesare per se stesso era impotente a difendere), seicento lancie e quattromila fanti: i quali, separati dai soldati di Cesare, alloggiavano nel borgo di San Zeno, avendo anche in potest loro, per essere pi sicuri, la cittadella. La citt di Verona, nobile e antica citt,  divisa dal fiume dello Adice, fiume profondo e grossissimo; il quale, nato ne' monti della Magna, come  condotto al piano si torce in su la mano sinistra rasente i monti, ed entrando in Verona, come ne  uscito, discostandosi da' monti si allarga per bella e fertile pianura. Quella parte della citt che  situata nella costa, con alquanto piano,  da l'Adice in l verso la Magna; il resto della terra, che  tutto in piano,  posto dallo Adice in qua verso Mantova. In sul monte, alla porta di San Giorgio,  posta la rocca di San Piero; e due balestrate distante da quella, pi alta in su la cima del poggio,  quella di San Felice: forte l'una e l'altra assai pi di sito che di muraglia. E nondimeno, perdute quelle, perch soprafanno, tanto la citt, resterebbe Verona in grave pericolo. Queste erano guardate da' tedeschi. Ma nell'altra parte, separata da questa parte dal fiume,  Castelvecchio di verso Peschiera, posto quasi in mezzo della citt e che attraversa il fiume con uno ponte; e tre balestrate distante da quello, verso Vicenza,  la cittadella e tra l'una e l'altra si congiungono le mura della citt dalla parte di fuora, che rendono figura di mezzo tondo. Ma dal lato di dentro si congiugne loro uno muro edificato in mezzo di due fossi grandissimi, e lo spazio tra l'uno muro e l'altro  chiamato il borgo di San Zeno; che insieme con la guardia della cittadella fu assegnato per alloggiamento de' franzesi. 
Dove mentre che stanno quasi quiete l'armi, Massimiliano continuamente trattava di fare tregua co' viniziani; interponendosene molto il pontefice, per mezzo di Achille de Grassis vescovo di Pesero, suo nunzio. Per la qual cosa si convennono allo Spedaletto sopra la Scala a trattare gli oratori suoi e Giovanni Cornaro e Luigi Mocenigo, oratori de' viniziani, ma per le dimande alte di Cesare riusc pratica vana; con molto dispiacere del pontefice, che desiderava liberare i viniziani da tutte le molestie. E perch tra loro e s non fusse materia da contendere, aveva operato rendessino al duca di Ferrara la terra di Comacchio la quale avevano prima abbruciata, e a s promettessino di non molestare pi lo stato del duca di Ferrara; del quale, credendo che avesse a essere grato de' benefici che per mezzo suo aveva conseguito ed era per conseguire, teneva allora singolare protezione, sperando che avesse a dipendere pi da lui che dal re di Francia: contro al quale, stando in continui pensieri di farsi fondamenti di grandissima importanza, avea segretamente mandato uno uomo al re d'Inghilterra e cominciato a trattare con la nazione de' svizzeri, la quale allora cominciava a venire in qualche controversia col re di Francia; per il che essendo venuto a lui il vescovo di Sion (diconlo i latini sedunense), inimico del re e che aspirava per questi mezzi al cardinalato, l'avea ricevuto con animo lietissimo. 
Succedette alla fine di questo anno concordia tra 'l re de' romani e il re cattolico, discordi per causa del governo de' regni di Castiglia. La quale, trattata lungamente nella corte del re di Francia e avendo molte difficolt, fu per poco consiglio del cardinale di Roano (che non consider quanto questa congiunzione fusse male a proposito delle cose del suo re) condotta a perfezione; perch, parendogli forse che il farsene autore gli potesse giovare a pervenire al pontificato, se ne interpose con grandissima diligenza e fatica: con la quale e con l'autorit sua indusse Massimiliano a consentire che il re cattolico, in caso non avesse figliuoli maschi, fusse governatore di quegli reami insino che Carlo nipote comune pervenisse all'et di venticinque anni, n pigliasse il nipote titolo regio vivente la madre, che aveva titolo di reina, perch in Castiglia non sono le femmine escluse da' maschi; pagasse il re cattolico a Cesare ducati cinquantamila, aiutasselo secondo i capitoli di Cambrai insino a tanto avesse acquistato e recuperato le cose sue, e a Carlo pagasse ciascuno anno quarantamila ducati. Per la quale convenzione stabilito il re di Aragona nel governo del regno di Castiglia, e avuta facolt di acquistare fede appresso a Cesare, per essere levate via le differenze tra loro e per essere in tutti due il medesimo interesse del nipote comune, potette con maggiore animo attendere a impedire la grandezza del re di Francia, la quale per l'interesse del reame di Napoli gli era sempre sospetta. 
Ebbe in questi medesimi d sospetto il pontefice che 'l protonotario de' Bentivogli, che era a Cremona, non trattasse di ritornare furtivamente in Bologna, per il quale sospetto fece per alcuni d ritenere nel palazzo di Bologna Giuliano de' Medici; e riferendo ogni cosa alla mala volont del re di Francia dimostrava di temere che e' non passasse in Italia per soggiogarla, e per fare violentemente eleggere il cardinale di Roano per pontefice: e nondimeno, nel tempo medesimo, detraeva senza rispetto all'onore di Cesare, come di persona incapace di tanta degnit, e che per l'incapacit sua avesse ridotto in grande disprezzo il nome dello imperio. 
Mor nella fine di questo anno il conte di Pitigliano, capitano generale de' viniziani, uomo molto vecchio e nell'arte militare di lunga esperienza; e nella fede del quale si confidavano assai i viniziani, n temevano che temerariamente mettesse in pericolo il loro imperio.

Lib.8, cap.16

(Fazioni sotto Verona. Incertezza del re di Francia intorno all'opportunit di una nuova impresa contro i veneziani per la conquista di tutta la terraferma. Politica del re per acquietare l'animo del pontefice. Condizioni con cui il pontefice concede l'assoluzione ai veneziani. )

Sguita, in questa ambiguit di cose, l'anno mille cinquecento dieci; nel principio del quale procedevano da ogni parte, come anche era conforme alla stagione, le cose dell'armi freddamente. Perch l'esercito viniziano, alloggiato a San Bonifazio in veronese, teneva quasi come assediata Verona; onde essendo usciti alla scorta Carlo Baglione, Federigo da Bozzole e Sacramoro Visconte, assaltati dagli stradiotti, furono rotti e fatti prigioni Carlo e Sacramoro, perch Federigo si salv per opera de' franzesi che al soccorso loro erano usciti da Verona; e poco dipoi ruppono un'altra compagnia di cavalli franzesi, tra' quali fu preso monsignore di Cles; e da altra parte dugento lancie franzesi, uscite di Verona con tremila fanti, sforzorono per assalto uno bastione verso Soave guardato da seicento fanti, e nel ritorno ruppono una moltitudine grande di villani. 
Ma in questa freddezza dell'armi erano angustiati da gravissimi pensieri gli animi de' prncipi, e principalmente quello del re de' romani. Il quale, non conoscendo come potesse riportare la vittoria della guerra contro a' viniziani, e traportando, come era solito, le cose sue di dieta in dieta, aveva chiamato la dieta in Augusta; e sdegnato col pontefice, perch gli elettori dello imperio, mossi dalla sua autorit, facevano instanza che prima si trattasse nella dieta della concordia co' viniziani che delle provisioni della guerra, aveva fatto partire il vescovo di Pesero suo nunzio da Augusta; e considerando avere incertitudine lunghezza e molte difficolt le deliberazioni delle diete anzi il pi delle volte il fine dell'una partorire il principio di un'altra, e che il re di Francia dalle dimande interrotte e dalle imprese che gli erano proposte ogni d si escusava, ora con lo allegare l'asprezza della stagione ora col dimandare assegnamento certo di quello che spendesse ora ricordando non essere solo obligato ad aiutarlo, per i capitoli di Cambrai, ma essere ancora nelle medesime obligazioni il pontefice e il re di Aragona, co' quali era conveniente si procedesse comunemente, secondo che erano comuni la confederazione e la obligazione, si risolveva niuno rimedio essere pi pronto alle cose sue che indurre il re di Francia ad abbracciare la impresa di pigliare Padova, Vicenza e Trevigi con le forze proprie, ricevendone il ricompenso conveniente: ed era nel consiglio regio questa dimanda approvata da molti; i quali, considerando che insino che i viniziani non erano esclusi totalmente di terra ferma il re starebbe sempre in continue spese e pericoli, lo confortavano a liberarsene con lo spendere una volta potentemente. N era il re alieno totalmente da questo consiglio, mosso dalla medesima ragione; e per inclinando a passare in persona in Italia con esercito potente, il quale chiamava potente ogni volta che in esso fussino pi di mille seicento lancie e i suoi pensionari e gentiluomini, nondimeno, essendo distratto da altre ragioni in diversa sentenza, stava con l'animo sospeso: pi confuso anche che il solito perch il cardinale di Roano, uomo molto efficace e di grande animo, oppresso da lunga e grave infermit, non vacava pi a' negozi i quali solevano totalmente espedirsi col suo consiglio. Riteneva il re l'essere per natura molto alieno dallo spendere, la cupidit ardente di conseguire Verona, alla quale cosa gli pareva migliore mezzo l'essere il re de' romani implicato in continui travagli; e appunto, essendo egli impotente a pagare le genti tedesche che erano alla guardia di quella citt, gli aveva il re prestato di nuovo diciottomila ducati, e obligatosi a prestargliene insino alla somma di cinquantamila: con patto che non solo tenesse, per sicurt di riavergli, la cittadella, ma che eziandio gli fusse consegnato Castelvecchio e una porta vicina della citt, per avere libera l'entrata e l'uscita; e che non gli essendo restituiti i danari infra uno anno gli rimanesse in governo perpetuo la terra di Valeggio, con facolt di fortificare quella e la cittadella a spese di Cesare. 
Tenevano perplesso lo animo del re questi rispetti, ma molto pi lo riteneva il timore di non alterare totalmente la mente del pontefice, se conducesse o mandasse nuovo esercito in Italia. Perch il pontefice, pieno di sospetto, e malcontento ancora che egli si impadronisse di Verona, oltre al perseverare nel volere assolvere i viniziani dalle censure, faceva ogni opera per congiugnersi i svizzeri, per il che aveva rimandato al paese il vescovo di Sion con danari per la nazione e con promessa per lui del cardinalato; e cercava con grandissima diligenza di alienare dal re di Francia l'animo del re di Inghilterra: il quale, se bene avesse auto per ricordo dal padre, nello articolo della morte, che per quiete e sicurt sua continuasse l'amicizia col regno di Francia, per la quale gli erano pagati ciascuno anno cinquantamila ducati, nondimeno, mosso dalla caldezza della et e dalla pecunia grandissima lasciatagli dal padre, non pareva che avesse manco in considerazione i consigli di quegli che, cupidi di cose nuove e concitati dall'odio che quella nazione ha comunemente grandissimo contro al nome de' franzesi, lo confortavano alla guerra che la prudenza ed esempio del padre; il quale, non discordante de' franzesi, ancora che fatto re d'uno regno nuovo e perturbatissimo, aveva con grande obedienza e con grandissima quiete governato e goduto il suo regno. Le quali cose angustiando gravemente l'animo del re di Francia, il quale per essere pi propinquo alle cose d'Italia si era trasferito a Lione, e temendo che il passare suo in Italia, detestato palesemente dal pontefice, non suscitasse per sua opera cose nuove, e dissuadendolo dal medesimo il re d'Aragona, ma dimostrando dissuadernelo come amico e come amatore della quiete comune, non ebbe in queste ambiguit che lo strignevano da ogni parte pi certo e determinato consiglio che di cercare con ogni studio e diligenza di quietare l'animo del pontefice, talmente che almeno s'assicurasse di non l'avere opposito e inimico: alla qual cosa pareva lo favorisse assai l'occasione, perch si credeva che la morte del cardinale di Roano, la infermit del quale era s grave che si poteva sperare poco di lunga vita, avesse a essere causa di levargli quella sospizione per la quale principalmente si pensavano gli uomini essere nate le sue alterazioni. E avendo il re notizia che il cardinale di Aus nipote di Roano e gli altri che trattavano le cose sue nella corte di Roma avevano temerariamente, e con parole e con fatti, atteso pi a esacerbare che a mitigare come sarebbe stato necessario la mente del pontefice, non volendo usare pi l'opera loro, mand in poste a Roma Alberto Pio conte di Carpi, persona di grande spirito e destrezza; al quale furono date amplissime commissioni, non solo di offerirgli in tutti i casi e desideri suoi le forze e autorit del re, e usare seco tutti i rispetti e i riguardi che fussino pi secondo la mente e la natura sua, ma oltre a questo di comunicargli sinceramente lo stato di tutte le cose che si trattavano e le richieste fattegli dal re de' romani, e di rimettere finalmente in arbitrio suo il passare o non passare in Italia, l'aiutare pi lentamente o pi prontamente le cose di Cesare. 
Fu commesso al medesimo che dissuadesse l'assoluzione de' viniziani; ma questa, alla venuta sua, era gi deliberata e promessa dal pontefice, avendo i viniziani, poi che tra i deputati dal pontefice e gli oratori loro fu disputato molti mesi, consentito alle condizioni sopra le quali si faceva la difficolt, perch non vedevano altro rimedio alla salute loro che l'essere congiunti seco. Furono, il vigesimoquarto d di febbraio, lette nel concistorio le condizioni colle quali si doveva concedere l'assoluzione, presenti gli oratori viniziani e confermandole, col mandato autentico della loro republica, per instrumento. Non conferissino o in qualunque modo concedessino benefici o degnit ecclesiastiche, n facessino resistenza o difficolt alle provisioni che sopra essi venissino dalla corte romana; non impedissino che nella corte predetta si agitassino le cause beneficiali o appartenenti alla giurisdizione ecclesiastica; non ponessino decime o alcuna specie di gravezza in su' beni delle chiese e de' luoghi esenti dal dominio temporale; rinunziassino all'appellazione interposta dal monitorio, a tutte le ragioni acquistate in qualunque modo in sulle terre della Chiesa, e specialmente alle ragioni che e' pretendessino di potere tenere il bisdomino in Ferrara; che i sudditi della Chiesa e i legni loro avessino libera la navigazione del golfo, e con facolt s ampia che eziandio le robe d'altre nazioni portate in su' legni loro non potessino essere molestate, n fatta dichiarazione che fussino obligate alle gabelle; non potessino in modo alcuno intromettersi di Ferrara o delle terre di quello stato che avessino dependenza dalla Chiesa; fussino annullate tutte le convenzioni che in pregiudicio ecclesiastico avessino fatto con alcuno suddito o vassallo della Chiesa; non ricettassino duchi baroni o altri sudditi o vassalli della Chiesa che fussino ribelli o inimici della sedia apostolica; e fussino obligati a restituire tutti i danari esatti da' beni ecclesiastici, e ristorare le chiese di tutti i danni che avessino fatto loro. Le quali obligazioni colle promesse e rinunzie debite ricevute nel concistorio, gli imbasciadori viniziani, il d che fu determinato, seguitando gli esempli antichi, si condussono nel portico di San Piero; dove gittatisi in terra innanzi a' piedi del pontefice, il quale presso alle porte di bronzo sedeva in su la sedia pontificale assistendogli tutti i cardinali e numero grande di prelati, gli dimandorono umilmente perdono, riconoscendo la contumacia e i falli commessi; e dipoi, lettesi secondo il rito della Chiesa certe orazioni e fatte solennemente le cerimonie consuete, il pontefice ricevutigli a grazia gli assolv, imponendo loro per penitenza che andassino a visitare le sette chiese. Assoluti, entrorno nella chiesa di San Piero, introdotti dal sommo penitenziere; dove avendo udita la messa, che prima era stata denegata, furono onoratamente, non pi come scomunicati o interdetti ma come buoni cristiani e divoti figliuoli della sedia apostolica, da molti prelati e altri della corte accompagnati insino alle loro abitazioni. Dopo la quale assoluzione si ritornorno a Vinegia, lasciato a Roma Ieronimo Donato uomo dottissimo, uno del numero loro; il quale, per le virt sue e per la destrezza dello ingegno divenuto molto grato al pontefice, fu di grandissimo giovamento alla sua patria nelle cose che si ebbono poi a trattare appresso a lui.

Storia d'Italia libro VIII - Francesco Guicciardini
