"STORIA D'ITALIA"

(Francesco Guicciardini)

Libro.2 capitolo.1

(I pisani avversi al dominio de' fiorentini chiedono aiuti a Siena a Lucca a Venezia e a Lodovico Sforza. Aspirazione di questo al dominio di Pisa. Burgundio Lolo, pisano, denuncia a Carlo in Roma il malgoverno de' fiorentini nella sua citt. Risponde in difesa de' fiorentini Francesco Soderini. Subdola condotta di Carlo verso i fiorentini. Aiuti del duca di Milano a' pisani. )

Mentre che queste cose si facevano in Roma e nel reame napoletano, crescevano in altra parte d'Italia le faville d'uno piccolo fuoco, destinato a partorire alla fine grandissimo incendio in danno di molti, ma principalmente contro a colui che per troppa cupidit di dominare l'avesse suscitato e nutrito. Perch, ancorach il re di Francia si fusse convenuto in Firenze, che tenendo lui Pisa insino all'acquisto di Napoli, la giurisdizione e l'entrate appartenessino a' fiorentini, nondimeno, partendosi da Firenze, non aveva lasciato provisione, o posto ordine alcuno, per la osservanza di tale promessa; in modo che i pisani, a' quali inclinava il favore del commissario e de' soldati lasciati dal re alla guardia di quella citt, deliberati di non ritornare pi sotto il dominio fiorentino, avevano cacciati gli ufficiali e tutti i fiorentini che v'erano rimasti, alcuni n'aveano incarcerati, occupate le robe e tutti i beni loro, e confermata totalmente con le dimostrazioni e con l'opere la ribellione. Nella quale per potere perseverare non solo mandorono imbasciadori al re, da poi che fu partito da Firenze, che difendessino la causa loro, ma disposti a fare ogni opera per ottenere aiuto da ciascuno, ne mandorono, incontinente che furno ribellati, a Siena e a Lucca; le quali citt, essendo inimicissime al nome fiorentino, non potevano con animi pi allegri la pisana ribellione avere udito, e perci insieme gli proveddono di qualche quantit di danari, e i sanesi vi mandorono subito alcuni cavalli. Tentorono medesimamente i pisani, mandati oratori a Vinegia, l'animo di quel senato; dal quale, bench ricevuti benignamente, non riportorono speranza alcuna. Ma il principale fondamento facevano nel duca di Milano, perch non dubitavano che, s come era stato autore della loro ribellione, sarebbe disposto a mantenergli; il quale, bench a' fiorentini dimostrasse altrimenti, attese in segreto a mettere loro animo con molti conforti e offerte, e persuase occultamente a' genovesi che provedessino i pisani d'armi e di munizioni, e che mandassino uno commissario in Pisa e trecento fanti. I quali, per la inimicizia grande che avevano co' fiorentini, nata dal dispiacere che ebbono dell'acquisto di Pisa, e quando poi comperorono, a tempo di Tommaso Fregoso loro doge, il porto di Livorno il quale essi possedevano, e accresciuta ultimatamente quando i fiorentini tolsono loro Pietrasanta e Serezana, non solo furono pronti a queste cose ma avevano gi occupata la maggiore parte delle terre le quali i fiorentini nella Lunigiana possedevano, e gi sotto pretesto d'una lettera regia, ottenuta per la restituzione di certi beni confiscati, nelle cose di Pietrasanta si intromettevano. Delle quali azioni querelandosi i fiorentini a Milano, il duca rispondeva non essere in sua potest, secondo i capitoli che aveva co' genovesi, di proibirle, e sforzandosi di sodisfare loro con le parole e dando varie speranze, non cessava d'operare co' fatti tutto il contrario; come quello che sperava, non si recuperando Pisa per i fiorentini, avere facilmente a ridurla sotto il suo dominio, il che per la qualit della citt e per l'opportunit del sito ardentissimamente desiderava: cupidit non nuova in lui ma incominciata insino quando, cacciato da Milano poco dopo la morte di Galeazzo suo fratello, per sospetto che ebbe di lui madonna Bona madre e tutrice del piccolo duca, vi stette confinato molti mesi. Stimolavalo oltre a questo la memoria che Pisa, innanzi venisse in potest de' fiorentini, era stata dominata da Giovan Galeazzo Visconte primo duca di Milano; per il che e stimava essergli glorioso recuperare quel che era stato posseduto da' suoi maggiori e gli pareva potervi pretendere colore di ragione, come se a Giovan Galeazzo non fusse stato lecito lasciare per testamento, in pregiudicio de' duchi di Milano suoi successori, a Gabrielmaria suo figliuolo naturale Pisa, acquistata da s ma con le pecunie e con le forze del ducato di Milano. N contenti i pisani d'avere levato la citt dalla ubbidienza de' fiorentini attendevano a occupare le terre del contado di Pisa; le quali quasi tutte seguitando, come quasi sempre fanno i contadi, l'autorit della citt, riceverono ne' primi d della ribellione i loro commissari, non si opponendo da principio i fiorentini, occupati, insino non composono col re, in pensieri pi gravi, e aspettando, dopo la partita sua di Firenze, che il re, obligato con s publico e solenne giuramento, vi provedesse. Ma poich da lui si differiva il rimedio, mandatavi gente, recuperorno, parte per forza parte per accordo, tutto quello che era stato occupato, eccetto Cascina, Buti e Vicopisano: nelle quali terre i pisani, non essendo potenti a resistere per tutto, avevano ristrette le forze loro. 
N a Carlo in secreto era molesto il procedere de' pisani, la causa de' quali aveva fautori scopertamente molti de' suoi, indotti alcuni da piet, per la impressione gi fatta in quella corte che e' fussino stati dominati acerbamente, altri per opporsi al cardinale di San Mal il quale si dimostrava favorevole a' fiorentini; e sopra tutti il siniscalco di Belcari, corrotto con danari da' pisani ma molto pi perch, malcontento dell'essersi augumentata troppo la grandezza del cardinale, cominciava, secondo le variazioni delle corti, a essere discordante da lui, per la medesima ambizione per la quale, per avere compagnia a sbattere gli altri, l'aveva prima fomentato: e questi, non avendo rispetto a quello che convenisse all'onore e alla fede di tanto re, dimostravano essergli pi utile tenere i fiorentini in questa necessit e conservare Pisa in quello stato, almeno insino a tanto che avesse acquistato il regno di Napoli. Le persuasioni de' quali prevalendo appresso a lui, e per sforzandosi di nutrire l'una parte e l'altra con speranze varie, introdusse, mentre era in Roma, gl'imbasciadori de' fiorentini a udire in presenza sua le querele che gli facevano i pisani; per i quali parl Burgundio Lolo cittadino di Pisa, avvocato concistoriale nella corte di Roma, lamentandosi acerbissimamente, i pisani essere stati tenuti, ottantotto anni, in s iniqua e atroce servit che quella citt, la quale aveva gi con molte nobilissime vittorie disteso lo imperio suo insino nelle parti dell'Oriente, e la quale era stata delle pi potenti e pi gloriose citt di tutta Italia, fusse, per la crudelt e avarizia de' fiorentini, condotta all'ultima desolazione. Essere Pisa quasi vota d'abitatori, perch la maggiore parte de' cittadini, non potendo tollerare s aspro giogo, l'aveva spontaneamente abbandonata; il consiglio de' quali essere stato prudentissimo, avere dimostrato le miserie di coloro i quali v'aveva ritenuti l'amore della patria, perch per l'acerbe esazioni del publico e per le rapine insolenti de' privati fiorentini erano rimasti spogliati di quasi tutte le sostanze; n avere pi modo alcuno di sostentarsi, perch con inaudita empiet e ingiustizia si proibiva loro il fare mercatanzie, l'esercitare arti di alcuna sorte eccetto le meccaniche, non essere ammessi a qualit alcuna d'uffici o d'amministrazioni nel dominio fiorentino, eziandio di quelle le quali alle persone straniere si concedevano. Gi incrudelirsi da' fiorentini contro alla salute e le vite loro; avendo, per spegnere in tutto le reliquie de' pisani, fatto intermettere la cura di mantenere gli argini e i fossi del contado di Pisa, conservata sempre dai pisani antichi con esattissima diligenza, perch altrimenti era impossibile che per la bassezza del paese, offeso immoderatamente dalle acque, ogn'anno non fussino sottoposti a gravissime infermit. Per queste cagioni cadere per tutto in terra le chiese e i palagi e tanti nobili edifici publichi e privati, edificati con magnificenza e bellezza inestimabile da' maggiori loro. Non essere vergogna alle citt preclare se dopo il corso di molti secoli cadevano finalmente in servit, perch era fatale che tutte le cose del mondo fussino sottoposte alla corruzione; ma la memoria della nobilt e della grandezza loro dovere pi presto generare nella mente de' vincitori compassione che accrescere acerbit e asprezza, massime che ciascuno aveva a considerare, potere anzi dovere, a qualche tempo, accadere a s quel medesimo fine che  destinato che accaggia a tutte le citt e a tutti gl'imperi. Non restare a' pisani pi cosa alcuna dove potesse distendersi pi la empiet e appetito insaziabile de' fiorentini, ed essere impossibile sopportare pi tante miserie; e perci avere tutti unitamente determinato d'abbandonare prima la patria, d'abbandonare prima la vita, che ritornare sotto s iniquo, sotto s empio dominio. Pregare il re con le lacrime, le quali egli s'immaginasse essere lacrime abbondantissime di tutto il popolo pisano prostrato miserabilmente innanzi a' suoi piedi, che si ricordasse con quanta piet e giustizia avesse restituita a' pisani la libert usurpata ingiustissimamente; che, come costante e magnanimo principe, conservasse il beneficio fatto loro, eleggendo pi tosto d'avere il nome di padre e di liberatore di quella citt che, rimettendogli in tanto pestifera servit, diventare ministro della rapacit e della immanit de' fiorentini. Alle quali accusazioni con non minore veemenza rispose Francesco Soderini vescovo di Volterra, il quale fu poi cardinale, uno degli oratori de' fiorentini, dimostrando il titolo della sua republica essere giustissimo, perch avevano, insino nell'anno mille quattrocento quattro, comperato Pisa da Gabriel Maria Visconte legittimo signore; dal quale non prima stati messi in possessione, i pisani avernegli violentemente spogliati ; e per essere stato necessario cercare di ricuperarla con lunga guerra, della quale non era stato manco felice il fine che fusse stata giusta la cagione, n manco gloriosa la piet de' fiorentini che la vittoria: conciossiach, avendo avuta occasione di lasciare morire per se stessi i pisani consumati dalla fame, avessino, per rendere loro gli spiriti ridotti all'ultime estremit, nell'entrare con l'esercito in Pisa, condotto seco maggiore quantit di vettovaglia che d'armi. Non avere in tempo alcuno la citt di Pisa ottenuto grandezza in terra ferma, anzi, non avendo mai, non ch'altro, potuto dominare Lucca citt tanto vicina, essere stata sempre rinchiusa in angustissimo territorio; e la potenza marittima essere stata breve, perch per giusto giudicio di Dio, concitato per molte loro iniquit e scelerate operazioni, e per le lunghe discordie civili e inimicizie tra essi medesimi, era, molt'anni prima che fusse venduta a' fiorentini, caduta d'ogni grandezza e di ricchezze e d'abitatori, e diventata tanto debole che e' fusse riuscito a ser Iacopo d'Appiano, notaio ignobile del contado di Pisa, di farsene signore, e dopo averla dominata pi anni lasciarla ereditaria a' figliuoli. N importare il dominio di Pisa a'fiorentini se non per l'opportunit del sito e per la comodit del mare, perch l'entrate le quali se ne traevano erano di piccola considerazione, essendo le esazioni s leggiere che di poco sopravanzavano alle spese che per necessit vi si facevano; con tutto che la pi parte si riscotesse da' mercatanti forestieri, e per beneficio del porto di Livorno. N essere, circa le mercatanzie arti e uffici, legati i pisani con altre leggi che fussino legate l'altre citt suddite de' fiorentini; le quali, confessando essere governate con imperio moderato e mansueto, non desideravano mutare signore, perch non avevano quella alterigia e ostinazione la quale era naturale a' pisani, n anche quella perfidia che in loro era tanto notoria che fusse celebrata per antichissimo proverbio di tutta la Toscana. E se quando i fiorentini acquistorono Pisa molti pisani spontaneamente e subito se ne partirono, essere proceduto dalla superbia loro, impaziente ad accomodare l'animo alle forze proprie e alla fortuna, non per colpa de' fiorentini, i quali gli avevano retti con giustizia e con mansuetudine, e trattati talmente che sotto loro non era Pisa diminuita n di ricchezze n d'uomini; anzi avere con grandissima spesa ricuperato da' genovesi il porto di Livorno, senza il quale porto quella citt era restata abbandonata d'ogni comodit ed emolumento: e con l'introdurvi lo studio publico di tutte le scienze e con molt'altri modi, ed eziandio col fare continuare diligentemente la cura de' fossi, essersi sempre sforzati di farla frequente d'abitatori. La verit delle quali cose era s manifesta che con false lamentazioni e calunnie oscurare non si poteva. Essere permesso a ciascuno il desiderare di pervenire a migliore fortuna, ma dovere anche ciascuno pazientemente tollerare quello che la sorte sua gli ha dato; altrimenti confondersi tutte le signorie e tutti gl'imperi, se a ciascuno che  suddito fusse lecito il cercare di diventare libero. N riputare necessario a' fiorentini l'affaticarsi per persuadere a Carlo, cristianissimo re di Francia, quel che appartenesse a lui di fare; perch, essendo re sapientissimo e giustissimo, si rendevano certi non si lascerebbe sollevare da querele e calunnie tanto vane e si ricorderebbe da se stesso quel ch'avesse promesso innanzi che l'esercito suo fusse ricevuto in Pisa, quel che s solennemente avesse giurato in Firenze; considerando che quanto un re  pi potente e maggiore tanto gli  pi glorioso l'usare la sua potenza per conservazione della giustizia e della fede. 
Appariva manifestamente che da Carlo erano con pi benigni orecchi uditi i pisani, e che per beneficio loro desiderava che, durante la guerra di Napoli, l'offese tra tutte due le parti si sospendessino, o che i fiorentini consentissino che il contado tutto si tenesse da lui, affermando che, acquistato che avesse Napoli, metterebbe subito a esecuzione le cose convenute in Firenze; il che i fiorentini, essendo gi sospette loro tutte le parole del re, costantemente recusavano, ricercandolo con grande instanza dell'osservanza delle promesse. A' quali per mostrare di sodisfare, ma veramente per fare opera d'avere da loro innanzi al tempo debito i settantamila ducati promessigli, mand, nel tempo medesimo part da Roma, il cardinale di San Mal a Firenze, simulando co' fiorentini di mandarlo per sodisfare alle dimande loro; ma in segreto gli ordin che, pascendogli di speranza insino che gli dessino i danari, lasciasse finalmente le cose nel grado medesimo: della quale fraude se bene i fiorentini avessino non piccola dubitazione, nondimeno gli pagorono quarantamila ducati, de' quali il termine era propinquo; ed egli, ricevuto che gli ebbe, andato a Pisa, promettendo di restituire i fiorentini nella possessione della citt, se ne ritorn senza avere fatto effetto alcuno; scusandosi d'avere trovati i pisani s pertinaci che l'autorit non era stata sufficiente a disporgli, n avere potuto costrignergli, perch dal re non aveva ricevuta questa commissione, n a s, che era sacerdote, essere stato conveniente pigliare deliberazione alcuna della quale avesse a nascere effusione di sangue cristiano. Forn nondimeno di nuove guardie la cittadella nuova, e arebbe fornito la vecchia se glien'avessino consentito i pisani: i quali crescevano ogni d d'animo e di forze, perch il duca di Milano, giudicando essere necessario che in Pisa fusse maggiore presidio e un condottiere di qualche esperienza e valore, v'aveva, bench coprendosi, con le solite arti, del nome de' genovesi, mandato Lucio Malvezzo con nuove genti. N recusando occasione alcuna di fomentare le molestie de' fiorentini, acciocch fussino pi impediti a offendere i pisani, condusse Iacopo d'Appiano signore di Piombino e Giovanni Savello, a comune co' sanesi, per dare loro animo a sostenere Montepulciano; la quale terra essendosi nuovamente ribellata da' fiorentini a' sanesi, era stata accettata da loro senza rispetto della confederazione che avevano insieme.


Lib.2, cap.2

(Discorso di Paolantonio Soderini intorno all'ordinamento interno di Firenze. Discorso di Guidantonio Vespucci sul medesimo argomento. Autorit di Gerolamo Savonarola in Firenze. Ordinamento della repubblica. )

N erano in questo tempo i fiorentini in minore ansiet e travaglio per le cose intestine; perch, per riordinare il governo della republica, avevano, subito dopo la partita da Firenze del re, nel parlamento, che secondo gli antichi costumi loro  una congregazione della universit de' cittadini in sulla piazza del palagio publico, i quali con voci scoperte deliberano sopra le cose proposte dal sommo magistrato, costituita una specie di reggimento che, sotto nome di governo popolare, tendeva in molte parti pi alla potenza di pochi che a partecipazione universale. La qual cosa essendo molesta a molti che s'avevano proposta nell'animo maggiore larghezza, e concorrendo al medesimo privata ambizione di qualche principale cittadino, era stato necessario trattare di nuovo della forma del governo. Della quale consultandosi un giorno tra i magistrati principali e gli uomini di maggiore riputazione, Pagol'Antonio Soderini, cittadino savio e molto stimato, parl, secondo che si dice, cos: 
- E' sarebbe certamente, prestantissimi cittadini, molto facile a dimostrare che, ancora che da coloro che hanno scritto delle cose civili il governo popolare sia manco lodato che quello di uno principe e che il governo degli ottimati, nondimeno, che per essere il desiderio della libert desiderio antico e quasi naturale in questa citt, e le condizioni de' cittadini proporzionate all'egualit, fondamento molto necessario de' governi popolari, debba essere da noi preferito senza alcuno dubbio a tutti gli altri: ma sarebbe superflua questa disputa, poi che in tutte le consulte di questi d si  sempre con universale consentimento determinato che la citt sia governata col nome e con l'autorit del popolo. Ma la diversit de' pareri nasce, che alcuni nell'ordinazione del parlamento si sono accostati volentieri a quelle forme di republica con le quali si reggeva questa citt innanzi che la libert sua fusse oppressa dalla famiglia de' Medici; altri, nel numero de' quali confesso di essere io, giudicando il governo cos ordinato avere in molte cose pi tosto nome che effetti di governo popolare, e spaventati dagli accidenti che da simili governi spesse volte resultorono, desiderano una forma pi perfetta, e per la quale si conservi la concordia e la sicurt de' cittadini, cosa che n secondo le ragioni n secondo l'esperienza del passato si pu sperare in questa citt se non sotto uno governo dependente in tutto dalla potest del popolo ma che sia ordinato e regolato debitamente: il che consiste principalmente in due fondamenti. Il primo  che tutti i magistrati e uffici, cos per la citt come per il dominio, siano distribuiti, tempo per tempo, da uno consiglio universale di tutti quegli che secondo le leggi nostre sono abili a partecipare del governo; senza l'approvazione del quale consiglio leggi nuove non si possino deliberare. Cos non essendo in potest di privati cittadini, n d'alcuna particolare cospirazione o intelligenza, il distribuire le degnit e le autorit, non ne sar escluso alcuno n per passione n a beneplacito d'altri, ma si distribuiranno secondo le virt e secondo i meriti degli uomini; e per bisogner che ciascuno si sforzi, con le virt co' costumi buoni col giovare al publico e al privato, aprirsi la via agli onori; bisogner che ciascuno s'astenga da' vizi, dal nuocere ad altri, e finalmente da tutte le cose odiose nelle citt bene instituite: n sar in potest d'uno o di pochi, con nuove leggi o con l'autorit d'un magistrato, introdurre altro governo, non si potendo alterare questo se non di volont del consiglio universale. Il secondo fondamento principale  che le deliberazioni importanti, cio quelle che appartengano alla pace e alla guerra, alla esaminazione di leggi nuove, e generalmente tutte le cose necessarie alla amministrazione d'una citt e dominio tale, si trattino da' magistrati preposti particolarmente a questa cura, e da uno consiglio pi scelto di cittadini esperimentati e prudenti che si deputi dal consiglio popolare; perch non cadendo nello intelletto d'ognuno la cognizione di queste faccende, bisogna sieno governate da quegli che n'hanno la capacit; e ricercando spesso prestezza o secreto, non si possono n consultare n deliberare con la moltitudine. N  necessario alla conservazione della libert che le cose tali si trattino in numeri molto larghi, perch la libert rimane sicura ogni volta che la distribuzione de' magistrati e la deliberazione delle leggi nuove dependino dal consentimento universale. Proveduto adunque a queste due cose, resta ordinato il governo veramente popolare, fondata la libert della citt, stabilita la forma laudabile e durabile della republica. Perch molte altre cose, che tendono a fare il governo del quale si parla pi perfetto,  pi a proposito differire ad altro tempo, per non confondere tanto in questi princpi le menti degli uomini, sospettosi per la memoria della tirannide passata, e i quali, non assuefatti a trattare governi liberi, non possono conoscere interamente quello che sia necessario ordinare alla conservazione della libert: e sono cose che, per non essere tanto sostanziali, si differiscono sicuramente a pi comodo tempo e a migliore occasione. Ameranno ogni d pi i cittadini questa forma di republica, ed essendo per la esperienza ogni d pi capaci della verit, desidereranno che il governo continuamente sia limato e condotto alla intera perfezione: e in questo mezzo si sostenter mediante i due fondamenti sopradetti. I quali quanto sia facile ordinare, e quanto frutto partorischino, non solo si pu dimostrare con molte ragioni ma eziandio apparisce chiarissimamente per l'esempio. Perch il reggimento de' viniziani, se bene  proprio de' gentil'uomini, non sono per i gentil'uomini altro che cittadini privati, e tanti in numero e di s diverse condizioni e qualit che egli non si pu negare che e' non partecipi molto del governo popolare, e che da noi non possa essere imitato in molte parti; e nondimeno  fondato principalmente in su queste due basi, in sulle quali quella republica, conservata per tanti secoli insieme con la libert l'unione e la concordia civile,  salita in tanta gloria e grandezza. N  proceduta dal sito, come molti credono, l'unione de' viniziani, perch e in quel sito potrebbono essere, e sono state qualche volta, discordie e sedizioni, ma dall'essere la forma del governo s bene ordinata e bene proporzionata a se medesima che per necessit produce effetti s preziosi e ammirabili. N ci debbono manco muovere gli esempli nostri che gli alieni, ma considerandogli per il contrario: perch il non avere mai la citt nostra avuto forma di governo simile a questo  stato causa che sempre le cose nostre sono state sottoposte a s spesse mutazioni, ora conculcate dalla violenza delle tirannidi ora lacerate dalla discordia ambiziosa e avara di pochi ora conquassate dalla licenza sfrenata della moltitudine; e dove le citt furono edificate per la quiete e felice vita degli abitatori, i frutti de' nostri governi le nostre felicit i nostri riposi sono stati le confiscazioni de' nostri beni, gli esili, le decapitazioni de' nostri infelici cittadini. Non  il governo introdotto nel parlamento diverso da quegli che altre volte sono stati in questa citt, i quali sono stati pieni di discordie e di calamit, e dopo infiniti travagli publici e privati hanno finalmente partorito le tirannidi; perch, non per altro che per queste cagioni oppresse, appresso a nostri antichi, la libert il duca di Atene, non per altro l'oppresse ne' tempi seguenti Cosimo de' Medici. N si debbe averne ammirazione: perch, come la distribuzione de' magistrati e la deliberazione delle leggi non hanno bisogno quotidianamente del consenso comune ma dependono dall'arbitrio di numero minore, allora, intenti i cittadini non pi al beneficio publico ma a cupidit e fini privati, sorgono le sette e le cospirazioni particolari, alle quali sono congiunte le divisioni di tutta la citt, peste e morte certissima di tutte le republiche e di tutti gli imperi. Quanto  adunque maggiore prudenza fuggire quelle forme di governo le quali, con le ragioni e con l'esempio di noi medesimi, possiamo conoscere perniciose! e accostarsi a quelle le quali, con le ragioni e con l'esempio d'altri, possiamo conoscere salutifere e felici! Perch io dir pure, sforzato dalla verit, questa parola: che nella citt nostra, sempre, un governo ordinato in modo che pochi cittadini vi abbino immoderata autorit sar un governo di pochi tiranni; i quali saranno tanto pi pestiferi d'un tiranno solo quanto il male  maggiore e nuoce pi quanto pi  moltiplicato, e, se non altro, non si pu, per la diversit de' pareri e per l'ambizione e per le varie cupidit degli uomini, sperarvi concordia lunga: e la discordia, perniciosissima in ogni tempo, sarebbe pi perniciosa in questo, nel quale voi avete mandato in esilio un cittadino tanto potente, nel quale voi siete privati d'una parte tanto importante del vostro stato, nel quale Italia, avendo nelle viscere eserciti forestieri,  tutta in gravissimi pericoli. Rare volte, e forse non mai,  stato assolutamente in potest di tutta la citt ordinare se medesima ad arbitrio suo: la quale potest poich la benignit di Dio v'ha conceduta, non vogliate, nocendo sommamente a voi stessi e oscurando in eterno il nome della prudenza fiorentina, perdere l'occasione di fondare un reggimento libero, e s bene ordinato che non solo, mentre che e' durer, faccia felici voi ma possiate promettervene la perpetuit; e cos lasciare ereditario a' figliuoli e a' discendenti vostri tale tesoro e tale felicit, che giammai n noi n i passati nostri l'hanno posseduta o conosciuta. - 
Queste furono le parole di Pagolantonio. Ma in contrario Guidantonio Vespucci, giurisconsulto famoso e uomo di ingegno e destrezza singolare, parl cos: 
- Se il governo ordinato, prestantissimi cittadini, nella forma proposta da Paolantonio Soderini producesse s facilmente i frutti che si desiderano, come facilmente si disegnano, arebbe certamente il gusto molto corrotto chi altro governo nella patria nostra desiderasse. Sarebbe perniciosissimo cittadino chi non amasse sommamente una forma di republica nella quale le virt i meriti e il valore degli uomini fussino sopra tutte l'altre cose riconosciuti e onorati. Ma io non conosco gi come si possa sperare che uno reggimento collocato totalmente nella potest del popolo abbia a essere pieno di tanti beni. Perch io so pure che la ragione insegna, che l'esperienza lo dimostra e l'autorit de' valent'uomini lo conferma, che in tanta moltitudine non si truova tale prudenza tale esperienza tale ordine per il quale promettere ci possiamo che i savi abbino a essere anteposti agli ignoranti, i buoni a' cattivi, gli esperimentati a quegli che non hanno mai maneggiato faccenda alcuna. Perch, come da uno giudice incapace e imperito non si possono aspettare sentenze rette cos da uno popolo che  pieno di confusione e di ignoranza non si pu aspettare, se non per caso, elezione o deliberazione prudente o ragionevole. E quello che ne' governi publici gli uomini savi, n intenti ad alcuno altro negozio, possono appena discernere noi crediamo che una moltitudine inesperta imperita composta di tante variet d'ingegni di condizioni e di costumi, e tutta dedita alle sue particolari faccende, possa distinguere e conoscere? Senza che, la persuasione immoderata che ciascuno ar di se medesimo gli dester tutti alla cupidit degli onori, n baster agli uomini nel governo popolare godere i frutti onesti della libert, ch aspireranno tutti a gradi principali, e a intervenire nelle deliberazioni delle cose pi importanti e pi difficili; perch in noi manco che in alcuna altra citt regna la modestia del cedere a chi pi sa, a chi pi merita. Ma persuadendoci che di ragione tutti, in tutte le cose, dobbiamo essere eguali, si confonderanno, quando sar in facolt della moltitudine, i luoghi della virt e del valore; e questa cupidit distesa nella maggiore parte far potere pi quegli che manco sapranno o manco meriteranno, perch essendo molto pi numero aranno pi possanza, in uno stato ordinato in modo che i pareri s'annoverino non si pesino. Donde che certezza arete voi che, contenti della forma la quale introdurrete al presente, non disordinino presto i modi, prudentemente pensati, con nuove invenzioni e con leggi imprudenti? alle quali gli uomini savi non potranno resistere. E queste cose sono in ogni tempo pericolose in un governo tale, ma saranno molto pi ora, perch  natura degli uomini, quando si partono da uno estremo nel quale sono stati tenuti violentemente, correre volonterosamente, senza fermarsi nel mezzo, all'altro estremo. Cos chi esce da una tirannide, se non  ritenuto, si precipita a una sfrenata licenza; la quale anche si pu giustamente chiamare tirannide, perch e un popolo  simile a un tiranno quando d a chi non merita, quando toglie a chi merita, quando confonde i gradi e le distinzioni delle persone; ed  forse tanto pi pestifera la sua tirannide quanto  pi pericolosa l'ignoranza, perch non ha n peso n misura n legge che la malignit, che pure si regge con qualche regola con qualche freno con qualche termine. N vi muova l'esempio de' viniziani, perch in loro e il sito fa qualche momento e la forma del governo inveterata fa molto, e le cose vi sono ordinate in modo che le deliberazioni importanti sono pi in potest di pochi che di molti; e gl'ingegni loro, non essendo per natura forse cos acuti come sono gli ingegni nostri, sono molto pi facili a quietarsi e a contentarsi. N si regge il governo viniziano solamente con quegli due fondamenti i quali sono stati considerati, ma alla perfezione e stabilit sua importa molto lo esservi uno doge perpetuo, e molte altre ordinazioni, le quali chi volesse introdurre in questa republica arebbe infiniti contradittori; perch la citt nostra non nasce al presente, n ha ora la prima volta la sua instituzione. Per, repugnando spesso alla utilit comune gli abiti inveterati, e sospettando gli uomini che sotto colore della conservazione della libert si cerchi di suscitare nuova tirannide, non sono per giovargli facilmente i consigli sani; cos come in uno corpo infetto e abbondante di pravi umori non giovano le medicine come in uno corpo purificato. Per le quali cagioni, e per la natura delle cose umane, che comunemente declinano al peggio,  da temere che quello che sar in questo principio ordinato imperfettamente, in progresso di tempo in tutto si disordini, pi che da sperare che o col tempo o con le occasioni si riduca alla perfezione. Ma non abbiamo noi gli esempli nostri senza cercare di quegli d'altri? ch mai il popolo ha assolutamente governata questa citt che ella non si sia piena di discordie, che ella non si sia in tutto conquassata, e finalmente che lo stato non abbia presto avuto mutazione: e se pure vogliamo ricercare per gli esempli d'altri, perch non ci ricordiamo noi che il governo totalmente popolare fece in Roma tanti tumulti che se non fusse stata la scienza e la prontezza militare sarebbe stata breve la vita di quella republica? perch non ci ricordiamo noi che Atene, floridissima e potentissima citt, non per altro perd l'imperio suo, e poi cadde in servit di suoi cittadini e di forestieri, che per disporsi le cose gravi con le deliberazioni della moltitudine? Ma io non veggo per quale cagione si possa dire che nel modo introdotto nel parlamento non si ritruovi interamente la libert, perch ogni cosa  riferita alla disposizione de' magistrati, i quali non sono perpetui ma si scambiano, n sono eletti da pochi: anzi, approvati da molti, hanno, secondo l'antica consuetudine della citt, a essere rimessi ad arbitrio della sorte: per, come possono essere distribuiti per sette o per volont di cittadini particolari? Aremo bene maggiore certezza che le faccende pi importanti saranno esaminate e indiritte dagli uomini pi savi pi pratichi e pi gravi, i quali le governeranno con altro ordine con altro segreto con altra maturit che non farebbe il popolo, incapace delle cose, e talvolta, quando manco bisogna, profusissimo nello spendere, talvolta ne' maggiori bisogni tanto stretto che spesso, per piccolissimo risparmio, incorre in gravissime spese e pericoli.  importantissima, come ha detto Pagolantonio, la infermit d'Italia, e particolarmente quella della patria nostra: per che imprudenza sarebbe, quando bisognano i medici pi periti e pi esperti, rimettersi in quegli che hanno minore perizia ed esperienza. E da considerare in ultimo che in maggiore quiete manterrete il popolo vostro, pi facilmente lo condurrete alle deliberazioni salutifere a se stesso e al bene universale, dandogli moderata parte e autorit; perch rimettendo a suo arbitrio assolutamente ogni cosa, sar pericolo non diventi insolente, e troppo difficile e ritroso a' consigli de' vostri savi e affezionati cittadini. - 
Arebbe ne' consigli, ne' quali non interveniva numero molto grande di cittadini, potuto pi quella sentenza che tendeva alla forma non tanto larga del governo se nella deliberazione degli uomini non fusse stata mescolata l'autorit divina, per la bocca di Ieronimo Savonarola da Ferrara, frate dell'ordine de' predicatori. Costui, avendo esposto publicamente il verbo di Dio pi anni continui in Firenze, e aggiunta a singolare dottrina grandissima fama di santit, aveva appresso alla maggiore parte del popolo vendicatosi nome e credito di profeta; perch, nel tempo che in Italia non appariva segno alcuno se non di grandissima tranquillit, avea nelle sue predicazioni predetto molte volte la venuta d'eserciti forestieri in Italia, con tanto spavento degli uomini che e' non resisterebbono loro n mura n eserciti: affermando non predire questo e molte altre cose, le quali continuamente prediceva, per discorso umano n per scienza di scritture ma semplicemente per divina revelazione. E aveva accennato ancora qualche cosa della mutazione dello stato di Firenze; e in questo tempo, detestando publicamente la forma deliberata nel parlamento, affermava la volont di Dio essere che e' s'ordinasse uno governo assolutamente popolare, e in modo che non avesse a essere in potest di pochi cittadini alterare n la sicurt n la libert degli altri: talmente che, congiunta la riverenza di tanto nome al desiderio di molti, non potettono quegli che sentivano altrimenti resistere a tanta inclinazione. E per, essendosi ventilata questa materia in molte consulte, fu finalmente determinato che e' si facesse uno consiglio di tutti i cittadini, non vi intervenendo, come in molte parti d'Italia si divulg, la feccia della plebe ma solamente coloro che per le leggi antiche della citt erano abili a partecipare del governo; nel qual consiglio non s'avesse a trattare o a disporre altro che eleggere tutti i magistrati per la citt e per il dominio, e confermare i provedimenti de' danari, e tutte le leggi ordinate prima ne' magistrati e negli altri consigli pi stretti. E acciocch si levassino l'occasioni delle discordie civili, e si assicurassino pi gli animi di ciascuno, fu per publico decreto proibito, seguitando in questo l'esempio degli ateniesi, che de' delitti e delle trasgressioni commesse per il passato circa le cose dello stato non si potesse riconoscere. In su' quali fondamenti si sarebbe forse costituito un governo ben regolato e stabile se si fussino, nel tempo medesimo, introdotti tutti quegli ordini che caddono, insino allora, in considerazione degli uomini prudenti: ma non si potendo queste cose deliberare senza consenso di molti, i quali per la memoria delle cose passate erano pieni di sospetto, fu giudicato che per allora si costituisse il consiglio grande, come fondamento della nuova libert; rimettendo, a fare quel che mancava, all'occasione de' tempi e quando l'utilit publica fusse, mediante la esperienza, conosciuta da quegli che non erano capaci di conoscerla mediante la ragione e il giudicio.

Lib.2, cap.3

(Carlo VIII s'impadronisce di Castelnuovo di Castel dell'Uovo e della rocca di Gaeta. Prima della resa di Castel dell'Uovo chiama a s don Federigo d'Aragona e fa proposte di stati nel regno di Francia a favore di Ferdinando. Risposta di Federigo. Ferdinando da Ischia dove s'era ritirato si reca in Sicilia. Morte di Gemin ottomanno, fratello del gran turco, consegnato a Carlo da Alessandro VI. )

Travagliavano in maniera tale le cose di Toscana. Ma in questo mezzo il re di Francia, acquistato che ebbe Napoli, attendeva, per dare perfezione alla vittoria, a due cose principalmente: l'una, a espugnare Castelnuovo e Castel dell'Uovo, fortezze di Napoli le quali si tenevano ancora per Ferdinando, perch con piccola difficolt aveva ottenuta la Torre di San Vincenzio, edificata per guardia del porto; l'altra, a ridurre a ubbidienza sua tutto il reame: nelle quali cose la fortuna la medesima benignit gli dimostrava. Perch Castelnuovo, abitazione de' re, posto in sul lito del mare, per la vilt e avarizia de' cinquecento tedeschi che v'erano a guardia, fatta leggiera difesa, s'arrend, con condizione che n'uscissino salvi, con tutta la roba che essi medesimi potessino portarne; nel quale essendo copia grandissima di vettovaglie, Carlo, senza considerazione di quello che potesse succedere, le don ad alcuni de' suoi; e Castel dell'Uovo, il quale, fondato dentro al mare in su un masso gi contiguo alla terra, ma separatone anticamente per opera di Lucullo, si congiugne con uno stretto ponte al lito poco lontano da Napoli, battuto continuamente dall'artiglierie franzesi, bench potessino offendere la muraglia ma non il vivo del masso, si convenne dopo non molti d d'arrendersi, in caso che fra otto d non fusse soccorso. E a' capitani e alle genti d'arme, mandate in diverse parti del reame, andavano incontro, parecchie giornate, i baroni e i sindichi delle comunit, facendo a gara tra loro d'essere i primi a ricevergli, e con tanta o inclinazione o terrore di ciascuno che i castellani delle fortezze quasi tutti senza resistenza le dettono; e la rocca di Gaeta, che era bene proveduta, combattuta leggiermente, s'arrend a discrezione. In modo che in pochissimi d, con inestimabile facilit, tutto il regno si ridusse in potest di Carlo: eccetto l'isola d'Ischia, e le fortezze di Brindisi e di Galipoli in Puglia, e in Calavria la fortezza di Reggio, citt posta in sulla punta d'Italia all'incontro di Sicilia, tenendosi la citt per Carlo; e la Turpia e la Mantia le quali da principio rizzorono le bandiere di Francia, ma recusando di stare in dominio d'altri che del re, il quale l'aveva donate ad alcuni de' suoi, mutato consiglio ritornorono al primo signore. E il medesimo fece poco dipoi la citt di Brindisi, alla quale non avendo Carlo mandato gente, anzi per negligenza non solo non espediti ma appena uditi i sindici suoi mandati a Napoli per capitolare, ebbono quegli che erano per Ferdinando nelle fortezze facolt di ritirare spontaneamente la citt alla divozione aragonese: per il quale esempio la citt di Otranto che aveva chiamato il nome di Francia, non v'andando alcuno a riceverla, non continu nella medesima disposizione. 
Andorono, da Alfonso Davalo marchese di Pescara in fuora, il quale, lasciato in Castelnuovo da Ferdinando, l'aveva, come si accorse della inclinazione de' tedeschi ad arrendersi, seguitato, e due o tre altri che per avere Carlo donati gli stati loro s'erano fuggiti in Sicilia, tutti i signori e baroni del reame a fare omaggio al nuovo re. Il quale, desideroso di stabilire totalmente per via di concordia s grande acquisto, aveva, innanzi che ottenesse Castel dell'Uovo, chiamato a s sotto salvocondotto don Federigo, il quale per essere dimorato pi anni nella corte del padre, e per la congiunzione del parentado avuta col re, era grato a tutti i signori franzesi; al quale offerse di dare a Ferdinando, in caso rilasciasse quello che gli restava nel reame, stati ed entrate grandi in Francia, e a lui dare ricompenso abbondante di tutto quello vi possedeva. Ma essendo nota a don Federigo la deliberazione del nipote, di non accettare partito alcuno se non restandogli la Calavria, rispose con gravi parole: che poi che Dio la fortuna e la volont di tutti gli uomini erano concorse a dargli il reame di Napoli, che Ferdinando, non volendo fare resistenza a questa fatale disposizione, n riputandosi vergogna il cedere a un tanto re, voleva non manco che gli altri stare a sua ubbidienza e divozione, pure che da lui gli fusse conceduta qualche parte del reame, accennando della Calavria, nella quale stando, non come re ma come uno de' suoi baroni, potesse adorare la clemenza e la magnanimit del re di Francia; al cui servigio sperava d'avere qualche volta occasione di dimostrare quella virt che la mala fortuna gli aveva vietato di potere per la salute di se medesimo esercitare. Questo consiglio non potere essere a Carlo di maggiore gloria, e simile a' consigli di quegli re memorabili appresso all'antichit, i quali con tali opere aveano fatto immortale il nome loro e conseguito appresso a' popoli gli onori divini; ma non essere consiglio manco sicuro che glorioso, perch, ridotto Ferdinando alla sua divozione, arebbe il regno stabilito, n arebbe a temere della mutazione della fortuna, della quale era proprio, ogni volta che le vittorie non s'assicuravano con moderazione e con prudenza, maculare con qualche caso inopinato la gloria guadagnata. 
Ma parendo a Carlo che il concedere parte alcuna del reame al suo competitore mettesse tutto il resto in manifestissimo pericolo, don Federigo si part discorde da lui; e Ferdinando, poich furono arrendute le castella, se n'and con quattordici galee sottili male armate, con le quali s'era partito da Napoli, in Sicilia, per essere parato a ogni occasione, lasciato a guardia della rocca d'Ischia Inico Davalo fratello d'Alfonso, uomini amendue di virt e di fede egregia verso il suo signore. Ma Carlo, per privare gl'inimici di quello ricettacolo, molto opportuno a turbare il reame, vi mand l'armata, che finalmente era arrivata nel porto di Napoli; la quale, trovata la terra abbandonata, non combatt la rocca, disperandosi per la fortezza sua di poterla ottenere: per deliber il re far venire altri legni di Provenza e da Genova per pigliare Ischia, e assicurare il mare infestato qualche volta da Ferdinando. Ma non era pari alla fortuna la diligenza o il consiglio, governandosi tutte le cose freddamente e con grandissima negligenza e confusione: perch i franzesi, diventati per tanta prosperit pi insolenti che 'l solito, lasciando portare al caso le cose di momento, non attendevano ad altro che al festeggiare e a' piaceri; e quegli che erano grandi appresso al re, a cavare privatamente della vittoria pi frutto potevano, senza considerazione alcuna della degnit o dell'utilit del suo principe. 
Nel qual tempo mor in Napoli Gemin ottomanno, con sommo dispiacere di Carlo, perch lo reputava grandissimo fondamento alla guerra la quale aveva in animo di fare contro allo imperio de' turchi; e si credette, molto costantemente, che la sua morte fusse proceduta da veleno, datogli a tempo terminato dal pontefice, o perch avendolo conceduto contro alla sua volont, e per questo privatosi de' quarantamila ducati che ciascuno anno gli pagava Baiset suo fratello, pigliasse per consolazione dello sdegno che chi ne l'aveva privato non ricevesse di lui comodit, o per invidia che e' portasse alla gloria di Carlo; e forse temendo che avendo prosperi successi contro agl'infedeli volgesse poi i pensieri suoi, come, bench per interessi privati, era stimolato continuamente da molti, a riformare le cose della Chiesa: le quali, allontanatesi totalmente dagli antichi costumi, facevano ogni d minore l'autorit della cristiana religione, tenendo per certo ciascuno che avesse a declinare molto pi nel suo pontificato; il quale, acquistato con pessime arti, non fu forse giammai, alla memoria degli uomini, amministrato con peggiori. N manc chi credesse, perch la natura facinorosa del pontefice faceva credibile in lui qualunque iniquit, che Baiset, come intese il re di Francia prepararsi a passare in Italia, l'avesse, per mezzo di Giorgio Bucciardo, corrotto con danari a privare Gemin della vita. Ma non cessando per la sua morte Carlo, il quale pi con prontezza d'animo che con prudenza e consiglio procedeva, di pensare alla guerra contro a' turchi, mand in Grecia l'arcivescovo di Durazzo di nazione albanese, perch gli dava speranza di suscitare, per mezzo di certi fuorusciti, qualche movimento in quella provincia. Ma nuovi accidenti lo costrinsono a volgere l'animo a nuovi pensieri.

Lib.2, cap.4

(Preoccupazioni e timori di Lodovico Sforza e di Venezia per la nuova condizione politica d'Italia. Preoccupazioni del pontefice e di Massimiliano. Confederazione tra il pontefice il re de' romani i re di Spagna i veneziani e il duca di Milano. Carlo VIII continua a non tener fede ai patti concordati co' fiorentini. Principia il malcontento nei sudditi del reame di Napoli contro i francesi. )

E detto di sopra che la cupidit d'usurpare il ducato di Milano, e la paura che aveva degli Aragonesi e di Piero de' Medici, indussono Lodovico Sforza a procurare che 'l re di Francia passasse in Italia; per la venuta del quale, poich ebbe ottenuto il suo ambizioso desiderio, e che gli Aragonesi furono ridotti in tante angustie che con difficolt poteano la propria salute sostentare, cominci a presentarsigli innanzi agli occhi il secondo timore molto pi potente e molto pi giusto che 'l primo, cio la servit imminente a s e a tutti gli italiani se alla potenza del re di Francia il reame di Napoli s'aggiugnesse. Per aveva desiderato che Carlo trovasse nel dominio de' fiorentini maggiore difficolt; e veduto essergli stato facilissimo il congiugnersi quella republica, e che con la medesima facilit aveva superato l'opposizione del pontefice, e che senza intoppo alcuno entrava nel regno di Napoli, gli pareva ogni d tanto maggiore il suo pericolo quanto riusciva maggiore e pi facile il corso della vittoria de' franzesi. Il medesimo timore cominciava a occupare l'animo del senato viniziano; il quale, essendo perseverato nella prima deliberazione di conservarsi neutrale, si era con tanta circospezione astenuto non solo da i fatti ma da tutte le dimostrazioni che lo potessino fare sospetto di maggiore inclinazione all'una parte che all'altra che, avendo eletti imbasciadori al re di Francia Antonio Loredano e Domenico Trivisano, non per prima che quando intese che aveva passato i monti, aveva tardato tanto a mandargli che 'l re prima di loro era arrivato in Firenze. Ma vedendo poi l'impeto di tanta prosperit, e che il re come un folgore, senza resistenza alcuna, per tutta Italia discorreva, cominci a riputare pericolo proprio il danno alieno e a temere che alla ruina degli altri avesse a essere congiunta la sua; e massime che l'avere Carlo occupata Pisa e l'altre fortezze de' fiorentini, lasciata guardia in Siena e fatto poi il medesimo nello stato della Chiesa, pareva segno pensasse pi oltre che solamente al regno napoletano. Per prontamente prest gli orecchi alle persuasioni di Lodovico Sforza; il quale, subito che a Carlo cederono i fiorentini, aveva cominciato a confortare che insieme con lui rimediassino a' pericoli comuni. E si crede che se Carlo, o in terra di Roma o nell'entrata del regno di Napoli, avesse riscontrato in qualche difficolt, arebbono prese l'armi congiuntamente contro a lui. Ma la vittoria succeduta con tanta celerit prevenne tutte le cose che si trattavano per impedirla. E gi Carlo, insospettito degli andamenti di Lodovico, avea, dopo l'acquisto di Napoli, condotto Gian Iacopo da Triulzio con cento lancie e con onorata provisione, e congiuntisi con molte promesse il cardinale Fregoso e Obietto dal Fiesco; questi per instrumenti potenti a travagliare le cose di Genova, quello per essere capo della parte guelfa in Milano e avere l'animo alienissimo da Lodovico: al quale similmente recusava di dare il principato di Taranto, allegando non essere obligato se non quando avesse conquistato tutto il reame. Le quali cose essendo molestissime a Lodovico, fece ritenere dodici galee che per il re si armavano a Genova, e proib che alcuni legni per lui non vi si armassino; da che il re si lament essere proceduto che e' non avesse tentato di nuovo con maggiore apparato di espugnare Ischia. 
Crescendo adunque da ogni parte continuamente i sospetti e gli sdegni, e avendo l'acquisto tanto sbito di Napoli rappresentato al senato viniziano e al duca di Milano il pericolo maggiore e pi propinquo, furono necessitati a non differire di mettere in esecuzione i loro pensieri: alla quale deliberazione gli faceva procedere con maggiore animo la compagnia potente che avevano; perch al medesimo non era manco pronto il pontefice, impaurito sopramodo de' franzesi; n manco pronto Massimiliano Cesare, al quale, per molte cagioni che aveva di inimicizia con la corona di Francia e per le ingiurie gravissime ricevute da Carlo, furono in ogni tempo pi che a tutti gli altri molestissime le prosperit franzesi. Ma quegli ne' quali i viniziani e Lodovico maggiore e pi fermo fondamento facevano erano Ferdinando e Isabella re e reina di Spagna; i quali essendosi poco innanzi, non per altro effetto che per riavere da lui la contea di Rossiglione, obligati a Carlo a non gli impedire l'acquisto di Napoli, s'avevano astutamente insino ad allora lasciata libera la facolt di fare il contrario: perch (se  vero quel che essi publicorono) fu apposta ne' capitoli fatti per quella restituzione una clausula di non essere tenuti a cosa alcuna che il pregiudicio della Chiesa concernesse; con la quale eccezione inferivano che se 'l pontefice, per l'interesse del suo feudo, gli ricercasse ad aiutare il regno di Napoli, era in potest loro il farlo senza contravenire alla fede data e alle promesse. Aggiunsono poi che, per i medesimi capitoli, era proibito loro l'opporsi a Carlo in caso constasse quel reame appartenersi a lui giuridicamente. Ma quale sia di queste cose la verit, certo  che subito che ebbono recuperate quelle terre non solo cominciorno a dare speranza agli Aragonesi di aiutargli, e a fare occultamente instanza col pontefice che non abbandonasse la causa loro, ma avendo nel principio confortato il re di Francia, con moderate parole e come amatori della gloria sua e mossi dal zelo della religione, a voltare pi tosto l'armi contro agl'infedeli che contro a' cristiani, continuavano nel confortarlo al medesimo, ma con maggiore efficacia e con parole pi sospette quanto pi procedeva innanzi quella espedizione: le quali perch avessino pi autorit, e per nutrire con maggiore speranza il pontefice e gli Aragonesi, e nondimeno da altra parte spargendo fama di pensare solamente alla custodia della Sicilia, preparavano di mandarvi per mare una armata, che vi arriv dopo la perdita di Napoli; bench con apparato, secondo il costume loro, maggiore nelle dimostrazioni che negli effetti, perch non condusse pi che ottocento giannettari e mille fanti spagnuoli. Con queste simulazioni erano proceduti insino a tanto che l'avere i Colonnesi occupata Ostia, e le minaccie che dal re di Francia si facevano contro al pontefice, dettono loro pi onesta occasione di mandare fuora quel che aveano conceputo nell'animo: la quale abbracciando prontamente, feciono da Antonio Fonsecca loro imbasciadore protestare apertamente al re, quando era in Firenze, che secondo l'ufficio di prncipi cristiani piglierebbono la difensione del pontefice e del regno napoletano, feudo della Chiesa romana; e gi avendo cominciato a trattare co' viniziani e col duca di Milano di collegarsi, intesa che ebbono la fuga degli Aragonesi, gli sollecitavano con grandissima instanza a intendersi con loro, per la sicurt comune, contro a' franzesi. Per finalmente, del mese di aprile, nella citt di Vinegia, dove erano gli imbasciadori di tutti questi prncipi, fu contratta confederazione tra il pontefice il re de' romani i re di Spagna i viniziani e il duca di Milano; il titolo e la publicazione della quale fu solamente a difesa degli stati uno dell'altro, riserbando luogo a chiunque volesse entrarvi con le condizioni convenienti. Ma giudicando tutti necessario di operare che 'l re di Francia non tenesse il reame di Napoli, fu ne' capitoli pi secreti convenuto: che le genti spagnuole venute in Sicilia aiutassino Ferdinando di Aragona alla recuperazione di quel reame, il quale con speranza grande della volont de' popoli trattava di entrare nella Calavria, e che i viniziani nel tempo medesimo assaltassino con l'armata loro i luoghi marittimi; sforzassesi il duca di Milano, per impedire se di Francia venisse nuovo soccorso, di occupare la citt di Asti, nella quale con piccole forze era rimasto il duca di Orliens; e che a' re de' romani e di Spagna fusse data dagli altri confederati certa quantit di danari, acciocch ciascuno di loro rompesse con potente esercito la guerra nel regno di Francia. 
Desiderorno oltre a queste cose i confederati che tutta Italia fusse unita in una medesima volont, e perci feceno instanza che i fiorentini e il duca di Ferrara entrassino nella medesima confederazione. Ricus il duca, richiestone innanzi che la lega si publicasse, di pigliare l'armi contro al re; e da altra parte, con cautela italiana, consent che don Alfonso suo primogenito si conducesse col duca di Milano con cento cinquanta uomini d'arme, con titolo di luogotenente delle sue genti. Diversa era la causa de' fiorentini, invitati alla confederazione con offerte grandi, e che aveano giustissime cagioni di alienarsi dal re: perch, publicata che fu la lega, Lodovico Sforza offerse loro in nome di tutti i confederati, in caso vi entrassino, tutte le forze loro per resistere al re, se ritornando da Napoli tentasse di offendergli, e di aiutargli come prima si potesse alla recuperazione di Pisa e di Livorno; e da altra parte il re, disprezzate le promesse fatte in Firenze, n da principio gli aveva reintegrati nella possessione delle terre n dopo l'acquisto di Napoli restituite le fortezze, posponendo la fede propria e il giuramento al consiglio di coloro che, favorendo la causa de' pisani, persuadevano che i fiorentini, subito che ne fussino reintegrati, si unirebbono con gli altri italiani; a' quali si opponeva freddamente il cardinale di San Mal, bench avesse ricevuti molti danari, per non venire per causa loro in controversia con gli altri grandi. N solo in questa ma in molte altre cose aveva dimostrato il re non tenere conto n della fede n di quello che gli potesse, in tempo tale, importare l'aderenza de' fiorentini; in modo che, querelandosi gli oratori loro della ribellione di Montepulciano, e facendo instanza che, come era tenuto, costrignesse i sanesi a restituirlo, rispose, quasi deridendo: - Che poss'io fare se i sudditi vostri per essere male trattati si ribellano? E nondimeno i fiorentini, non si lasciando traportare dallo sdegno contro alla propria utilit, deliberorno di non udire le richieste de' collegati; s per non provocare di nuovo contro a s, nel ritorno del re, l'armi franzesi, come perch potevano sperare pi la restituzione di quelle terre da chi l'aveva in mano; e perch confidavano poco in queste promesse, sapendo di essere esosi a' viniziani per l'opposizioni fatte in diversi tempi alle imprese loro, e conoscendosi manifestamente che Lodovico Sforza v'aspirava per s. 
Nel quale tempo era gi la riputazione de' franzesi cominciata a diminuire molto nel regno di Napoli, perch occupati da' piaceri, e governandosi a caso, non avevano atteso a cacciare gli aragonesi di quegli pochi luoghi che si tenevano per loro, come, se avessino seguitato il favore della fortuna, sarebbe succeduto facilmente. Ma molto pi era diminuita la grazia: perch se bene a' popoli il re molto liberale e benigno dimostrato si fusse, concedendo per tutto il reame tanti privilegi ed esenzioni che ascendevano ciascuno anno a pi di dugentomila ducati, nondimeno non erano state l'altre cose indirizzate con quell'ordine e prudenza che si doveva; perch egli, alieno dalle fatiche e dall'udire le querele e i desideri degli uomini, lasciava totalmente il peso delle faccende a' suoi, i quali, parte per incapacit parte per avarizia, confusono tutte le cose: perch la nobilt non fu raccolta n con umanit n con premi, difficolt grandissima a entrare nelle camere e udienze del re, non fatta distinzione da uomo a uomo, non riconosciuti se non a caso i meriti delle persone, non confermati gli animi di coloro che naturalmente erano alieni dalla casa d'Aragona, interposte molte difficolt e lunghezze alla restituzione degli stati e de' beni della fazione angioina e degli altri baroni che erano stati scacciati da Ferdinando vecchio, fatte le grazie e i favori a chi gli procurava con doni e con mezzi straordinari, a molti tolto senza ragione a molti dato senza cagione, distribuiti quasi tutti gli uffici e i beni di molti ne' franzesi, donate con grandissimo dispiacere loro quasi tutte le terre di dominio (cos chiamano quelle che sono solite a ubbidire immediatamente a' re), e la maggiore parte a' franzesi; cose tanto pi moleste a' sudditi quanto pi erano assuefatti a' governi prudenti e ordinati de' re aragonesi, e quanto pi del nuovo re promesso s'aveano. Aggiugnevasi il fasto naturale de' franzesi, accresciuto per la facilit della vittoria, per la quale tanto di se stessi conceputo aveano che teneano tutti gl'italiani in niuna estimazione; la insolenza e impeto loro nell'alloggiare, non manco in Napoli che nell'altre parti del regno dove erano distribuite le genti d'arme, le quali per tutto facevano pessimi trattamenti: in modo che l'ardente desiderio che avevano avuto gli uomini di loro era gi convertito in ardente odio; e per contrario, in luogo dell'odio contro agli Aragonesi era sottentrata la compassione di Ferdinando, l'espettazione avutasi sempre generalmente della sua virt, la memoria di quel d che con tanta mansuetudine e costanza avea, innanzi si partisse, parlato a' napoletani. Donde e quella citt e quasi tutto il reame non con minore desiderio aspettavano occasione di potere richiamare gli Aragonesi che pochissimi mesi innanzi avessino desiderato la loro distruzione. Anzi gi cominciava a essere grato il nome tanto odioso d'Alfonso, chiamando giusta severit quella che, insino quando vivente il padre attendeva alle cose domestiche del regno, solevano chiamare crudelt, e sincerit d'animo veridico quella che molt'anni avevano chiamata superbia e alterezza. Tale  la natura de' popoli, inclinata a sperare pi di quel che si debbe e a tollerare manco di quel ch' necessario, e ad avere sempre in fastidio le cose presenti; e specialmente degli abitatori del regno di Napoli, i quali tra tutti i popoli d'Italia sono notati di instabilit e di cupidit di cose nuove.

Lib.2, cap.5

I Deliberazioni di Carlo VIII per la confederazione degli stati italiani. Carlo prima della partenza da Napoli distribuisce le cariche e gli uffici. Ardore del re e della corte di ritornare in Francia. Trattative fra Carlo e il pontefice per l'investitura del regno di Napoli. Carlo dopo aver assunto il titolo e le insegne reali parte da Napoli. Gli Orsini chiedono invano d'esser lasciati in libert. Il pontefice per evitare d'incontrarsi con Carlo si reca a Orvieto e, quindi, a Perugia. Nuovi tentativi de' fiorentini di riavere le fortezze. Carlo prende, ma per breve tempo, in protezione Siena. )

Aveva il re, insino innanzi si facesse la nuova lega, quasi stabilito di ritornarsene presto in Francia; mosso pi da leggiera cupidit e dal desiderio ardente di tutta la corte che da prudente considerazione, perch nel reame restavano indecise innumerabili e importanti faccende di prncipi e di stati, n avea la vittoria avuta perfezione, non essendo conquistato tutto il regno. Ma inteso che ebbe essere fatta contro a s confederazione di tanti prncipi, commosso molto di animo, consultava co' suoi quel che in tanto accidente fusse da fare; affermandosi verissimamente per ciascuno essere gi molte et che tra i cristiani non si era fatta unione tanto potente. Per consiglio de' quali fu principalmente deliberato che si accelerasse la partita, dubitando che quanto pi si soprastava tanto pi si accrescessino le difficolt, perch si darebbe tempo a' collegati di fare preparazioni maggiori (e gi era fama che per ordine loro passerebbe in Italia numero grande di tedeschi, e si cominciava a vociferare della persona di Cesare); che 'l re provedesse che di Francia passassino con prestezza in Asti nuove genti, per conservare quella citt e per necessitare il duca di Milano ad attendere a difendere le cose proprie, e perch fussino pronte a passare pi innanzi quando il re giudicasse che cos fusse necessario. E fu nel medesimo consiglio deliberato di affaticarsi con ogni diligenza e con offerte grandissime per separare il pontefice dagli altri collegati, e per disporlo a concedere [a Carlo] la investitura del regno di Napoli; la quale bench a Roma avesse convenuto di concedere assolutamente, avea insino a quel d ricusato di concedere, eziandio con dichiarazione che per questa concessione non si facesse pregiudicio alle ragioni degli altri. N in tanto grave deliberazione, e tra s importanti pensieri, cadde la memoria delle cose di Pisa; perch desiderando, per molti rispetti, che in potest sua fusse il disporne, e dubitando che dal popolo pisano non gli fusse con l'aiuto de' collegati tolta la cittadella, vi mand per mare, insieme con gli imbasciadori pisani che erano appresso a lui, seicento fanti di quegli del regno suo. I quali, come arrivorono in Pisa, presa la medesima affezione che avevano presa gli altri lasciati in quella citt, e mossi da cupidit di rubare, andorono con le genti de' pisani, da' quali ebbono danari, a campo al castello di Librafatta; dove i pisani, de' quali era capitano Lucio Malvezzo, essendosi accampati non molti d prima, preso animo per avere i fiorentini mandata una parte delle genti verso Montepulciano, inteso dipoi approssimarsi gl'inimici si erano levati innanzi d: ma ritornativi di nuovo con questo presidio franzese l'espugnorono in pochi d; essendo stato l'esercito fiorentino, il quale ritornava per soccorrerla, impedito dalla grossezza dell'acque a passare il fiume del Serchio, n avendo avuto ardire di pigliare il cammino allato alle mura di Lucca, per la disposizione del popolo lucchese, concitato molto in favore della libert de' pisani. Con le genti de' quali, dopo l'acquisto di Librafatta, scorsono i franzesi, che si riserborono Librafatta, per tutto il contado di Pisa, come inimici manifesti de' fiorentini; a' quali, quando si querelavano, non rispondeva altro Carlo se non che, come fusse arrivato in Toscana, osserverebbe loro le cose promesse, confortandogli che questa breve dilazione senza molestia tollerassino. 
Ma non era a Carlo s facile la deliberazione del partirsi com'era pronto il desiderio, perch non aveva tanto esercito che, diviso in due parti, potesse senza pericolo contro alla opposizione de' confederati condurlo in Asti, e che fusse bastante a difendere, in tanti movimenti che si preparavano, facilmente il regno di Napoli. Nelle quali difficolt fu costretto, e perch il regno non rimanesse spogliato di difensori diminuire delle provisioni opportune alla sua salute, e per non mettere se in pericolo s manifesto non vi lasciare quel potente presidio che sarebbe stato di bisogno. Per deliber lasciarvi la met de' svizzeri e una parte de' fanti franzesi, ottocento lancie franzesi, e circa a cinquecento uomini d'arme italiani, condotti a' soldi suoi parte sotto il preletto di Roma parte sotto Prospero e Fabrizio Colonna e Antonello Savello, tutti capitani beneficati da lui nella distribuzione che fece di quasi tutte le terre e stati del regno; e massimamente i Colonnesi, perch a Fabrizio aveva conceduto i contadi d'Albi e di Tagliacozzo, posseduti prima da Verginio Orsino, e a Prospero il ducato di Traietto e la citt di Fondi con molte castella, che erano della famiglia Gaetana, e Montefortino con altre terre circostanti, tolte alla famiglia de' Conti: con le quali genti pensava che in ogni bisogno si unissino le forze di quegli baroni i quali, per la sicurt propria, erano necessitati di desiderare la sua grandezza, e sopra tutti del principe di Salerno, restituito da lui all'ufficio dell'ammiraglio, e del principe di Bisignano. Luogotenente generale di tutto il regno diput Giliberto di Mompensieri, capitano pi stimato per la grandezza sua e per essere del sangue reale che per proprio valore; e diput oltre a lui vari capitani in molte parti del regno, a' quali tutti aveva donato stati ed entrate: e di questi furono i principali Obign al governo della Calavria, fatto da lui gran conestabile; a Gaeta il siniscalco di Belcari, al quale aveva dato l'ufficio del gran camarlingo; nell'Abruzzi Graziano di Guerra, valoroso e riputato capitano. A queste genti promesse di mandare danari e presto soccorso, ma non lasci altra provisione che l'assegnamento di quegli che giornalmente si riscotessino dell'entrate del regno. Il quale gi vacillava, cominciando a risorgere in molti luoghi il nome aragonese: perch Ferdinando era, ne' d medesimi che 'l re voleva partire da Napoli, smontato in Calavria, accompagnato dagli spagnuoli venuti in sull'armata nell'isola di Sicilia; a cui concorseno subito molti degli uomini del paese, e se gli arrend incontinente la citt di Reggio, la fortezza della quale si era sempre tenuta in nome suo; e nel tempo medesimo si scoperse ne' liti di Puglia l'armata viniziana, della quale era capitano Antonio Grimanno, uomo in quella republica di grande autorit. Ma non per questo, n per molti altri segni dell'alterazione futura, si rimosse o pure si ritard in parte alcuna la deliberazione del partirsi; perch, oltre a quello a che gli persuadeva forse la necessit, era incredibile l'ardore che il re e tutta la corte avevano di ritornarsene in Francia: come se il caso che era stato bastante a fare acquistare tanta vittoria fusse bastante a farla conservare. Nel quale tempo si tenevano per Ferdinando l'isola d'Ischia e l'isole di Lipari, membro, bench propinque alla Sicilia, del regno di Napoli, Reggio recuperato nuovamente; e nella medesima Calavria, Terranuova e la fortezza, con alcun'altre fortezze e luoghi circostanti; Brindisi, dove si era fermato don Federigo, Galipoli, la Mantia e la Turpia. 
Ma innanzi che 'l re partisse si trattorono tra il pontefice e lui varie cose, non senza speranza di concordia; per le quali and dal pontefice al re, e dipoi ritorn a Roma, il cardinale di San Dionigi, e dal re a lui Franzi monsignore: perch il re desiderava sommamente la investitura del regno di Napoli; desiderava che il pontefice, se non voleva essere congiunto seco, almeno non aderisse cogli inimici suoi, e che si contentasse di riceverlo in Roma come amico. Alle quali cose bench il pontefice da principio prestasse orecchi, nondimeno, avendo l'animo alieno da confidarsi di lui, e perci non volendo separarsi da' collegati, n concedergli la investitura, non la reputando mezzo sufficiente a fare fedele reconciliazione, interponeva all'altre dimande varie difficolt; e a quella della investitura, bench il re si riducesse ad accettarla senza pregiudicio delle ragioni d'altri, rispondeva volere che prima si vedesse giuridicamente a chi di ragione apparteneva: e da altra parte, desiderando di proibire con l'armi che 'l re non entrasse in Roma, ricerc il senato viniziano e il duca di Milano che gli mandassino aiuto; i quali gli mandorono mille cavalli leggieri e dumila fanti, e promessono mandargli mille uomini d'arme; con le quali genti aggiunte alle forze sue sperava potere resistere. Ma, parendo poi loro troppo pericoloso il discostare tanto le genti dagli stati propri, n avendo ancora in ordine tutto l'esercito disegnato, ed essendo parte delle genti occupate alla impresa di Asti, e riducendosi oltre a ci in memoria la infedelt del pontefice, e l'avere, quando pass Carlo, chiamato in Roma con l'esercito Ferdinando e poi fattolo partire, mutato consiglio, cominciorono a persuadergli che pi tosto si riducesse in luogo sicuro che, per sforzarsi di difendere Roma, esporre la sua persona a s grave pericolo; atteso che quando bene il re entrasse in Roma se ne partirebbe subito, senza lasciarvi gente alcuna. Le quali cose accrebbono la speranza del re di potere venire seco a qualche composizione. 
Part adunque il re da Napoli il vigesimo d di maggio; ma perch prima non aveva assunto con le cerimonie consuete il titolo e le insegne reali, pochi d innanzi si partisse ricev solennemente nella chiesa catedrale, con grandissima pompa e celebrit secondo il costume de' re napoletani, le insegne reali, e gli onori e i giuramenti consueti prestarsi a' nuovi re; orando in nome del popolo di Napoli Giovanni Ioviano Pontano. Alle laudi del quale, molto chiarissime per eccellenza di dottrina e di azioni civili e di costumi, dtte quest'atto non piccola nota; perch essendo stato lungamente segretario de' re aragonesi e appresso a loro in grandissima autorit, precettore ancora nelle lettere e maestro d'Alfonso, parve che, o per servare le parti proprie degli oratori o per farsi pi grato a' franzesi, si distendesse troppo nella vituperazione di quegli re, da' quali era s grandemente stato esaltato: tanto  qualche volta difficile osservare in se stesso quella moderazione e quegli precetti co' quali egli, ripieno di tanta erudizione, scrivendo delle virt morali, e facendosi, per l'universalit dello ingegno suo in ogni specie di dottrina, maraviglioso a ciascuno, aveva ammaestrato tutti gli uomini. Andorono con Carlo ottocento lancie franzesi e dugento gentil'uomini della sua guardia, il Triulzio con cento lancie tremila fanti svizzeri mille franzesi e mille guasconi; e con ordine che in Toscana seco si unissino Cammillo Vitelli e i fratelli con dugento cinquanta uomini d'arme, e che l'armata di mare se ne ritornasse verso Livorno. 
Seguitorono il re, non con altra guardia che data la fede di non partirsi senza licenza, Verginio Orsino e il conte di Pitigliano. La causa de' quali, perch si querelavano non essere stati fatti giustamente prigioni, era stata prima commessa al consiglio reale; innanzi al quale avevano allegato che al tempo che s'arrenderono era gi stato agli uomini mandati da loro non solo conceduto per la bocca propria del re il salvocondotto, ma eziandio ridotto in scrittura e sottoscritto dalla sua mano; e che avendone ricevuto avviso da' suoi che aspettavano l'espedizione de' secretari, avevano, sotto questa fidanza, al primo araldo che and a Nola, alzato le bandiere del re, e al primo capitano, il quale aveva seco pochissimi cavalli, consegnato le chiavi: non ostante che, avendo con loro pi di quattrocento uomini d'arme, avessino facilmente potuto resistere. Raccontavano l'antica divozione della famiglia degli Orsini, la quale avendo sempre tenuta la parte guelfa, aveano, e loro e chiunque era mai nato o nascerebbe di quella casa, scolpito nel cuore il nome e il segno della corona di Francia. Da questo essere proceduto l'avere con tanta prontezza ricevuto il re negli stati loro di terra di Roma. E perci non convenire n essere giusto, n attesa la fede data dal re n attese l'opere loro, che e' fussino ritenuti prigioni. Ma non meno prontamente si rispondeva per la parte di Lign, dalle cui genti erano stati presi a Nola: il salvocondotto, bench deliberato e sottoscritto dal re, non intendersi perfettamente conceduto insino a tanto non fusse corroborato col sigillo regio e con le soscrizioni de' secretari, e dipoi consegnato alla parte. Questo essere in tutte le concessioni e patenti il costume antichissimo di tutte le corti, acciocch si potesse moderare quel che dalla bocca del principe, o per la moltiplicit de' pensieri e delle faccende o per non essere stato informato pienamente delle cose, inconsideratamente fusse caduto. N avere questa fidanza mosso gli Orsini ad arrendersi a s piccolo numero di gente ma la necessit e il timore, perch non rimaneva loro facolt n di difendersi n di fuggirsi, essendo gi tutto 'l paese circostante occupato dall'armi de' vincitori; ed essere falso quel che aveano allegato de' meriti loro, i quali quando fussino affermati da altri doverebbono essi medesimi per l'onore proprio negare, perch era manifestissimo a tutto il mondo che, non per volont ma per fuggire il pericolo, partendosi nell'avversit dagli Aragonesi da' quali nelle prosperit aveano ricevuti grandissimi benefici, apersono al re le terre loro. Dunque, essendo agli stipendi degli inimici e di animo alienissimo dal nome franzese, n avendo ricevuta perfettamente sicurt alcuna, essere stati per giusta ragione di guerra fatti prigioni. Queste cose si dicevano contro agli Orsini, le quali essendo sostentate dalla potenza di Lign e dall'autorit de' Colonnesi, i quali per l'antiche emulazioni e diversit delle fazioni apertamente gli impugnavano, non era stata mai data sentenza ma deliberato che seguitassino il re: bench data speranza di liberargli, come fusse arrivato in Asti. 
Ma il pontefice, bench per l'averlo i collegati confortato a partirsi, non fusse stato senza inclinazione di riconciliarsi con Carlo, col quale continuamente trattava, nondimeno, prevalendo finalmente il sospetto conceputo di lui, con tutto che al re avesse dato qualche speranza di aspettarvelo, due d innanzi che egli entrasse in Roma, accompagnato dal collegio de' cardinali e da dugento uomini d'arme mille cavalli leggieri e tremila fanti, e messo sufficiente presidio in Castel Santo Angelo se ne and a Orvieto; lasciato legato in Roma il cardinale di Santa Anastasia a ricevere e onorare il re; il quale, entrato per Trastevere per sfuggire Castel Santo Angelo, and ad alloggiare nel borgo, rifiutato l'alloggiamento offertogli per commissione del pontefice nel palagio di Vaticano. Da Orvieto il pontefice, come intese il re approssimarsi a Viterbo, bench gli avesse di nuovo data speranza di convenire seco in qualche luogo comodo tra Viterbo e Orvieto, se ne and a Perugia, con intenzione, se Carlo si dirizzava a quel cammino, di andare ad Ancona, per potere con la comodit del mare ridursi in luogo totalmente sicuro. E nondimeno il re, bench sdegnato molto con lui, rilasci le fortezze di Civitavecchia e di Terracina, riserbandosi Ostia, la quale, alla partita sua d'Italia, lasci in potest del cardinale di San Piero a Vincola vescovo ostiense: pass medesimamente per il paese della Chiesa come per paese amico; eccetto che l'antiguardia, ricusando gli uomini di Toscanella di alloggiarla nella terra, entratavi dentro per forza, la messe a sacco con uccisione di molti. 
Dimor poi il re, senza alcuna cagione, sei giorni in Siena, non considerando, n per se stesso n per essergli instantemente ricordato dal cardinale di San Piero in Vincola e dal Triulzio, quanto fusse pernicioso il dare tanto tempo agli inimici di provedersi, e di unire le forze loro. N ricompens perci la perdita del tempo con l'utilit delle deliberazioni. Perch in Siena si tratt la restituzione delle fortezze de' fiorentini, dal re alla partita sua di Napoli efficacemente promessa, e poi nel cammino pi volte confermata; per la quale i fiorentini, oltre a essere parati a pagargli trentamila ducati che restavano della somma convenuta in Firenze, offerivano di prestargliene settantamila, e mandare seco insino in Asti Francesco Secco loro condottiere con trecento uomini d'arme e dumila fanti: in modo che la necessit che aveva il re di danari, l'essergli molto utile l'augumentare l'esercito suo, il rispetto della fede e del giuramento reale, indusse quasi tutti quegli del consiglio a confortare efficacemente la restituzione, riservandosi Pietrasanta e Serezana, quasi come instrumento a volgere alla divozione sua pi agevolmente l'animo de' genovesi. Ma era destinato che in Italia rimanesse accesa la materia di nuove calamit. Lign, giovane e inesperto, ma che era nato d'una sorella della madre del re e molto favorito da lui, mosso o da leggierezza o da sdegno che i fiorentini si fussino accostati al cardinale di San Mal, imped questa deliberazione, non allegando altra ragione che la compassione de' pisani, e disprezzando gli aiuti de' fiorentini, per essere (come diceva) l'esercito franzese potente a battere tutte le genti di guerra italiane unite insieme; e a Lign acconsentiva monsignore di Pienes, perch sperava ch'il re gli concedesse il dominio di Pisa e di Livorno. 
Trattossi ancora in Siena del governo di quella citt; perch molti degli ordini del popolo e de' riformatori, per deprimere la potenza dell'ordine del Monte de' nove, instavano che, introdotta una forma nuova di governo, e levata la guardia tenuta dal Monte de' nove al palagio publico, vi restasse una guardia di franzesi sotto la cura di Lign: la quale offerta bench nel consiglio regio, come cosa poco durabile e impertinente al tempo presente, rifiutata fusse, nondimeno Lign, il quale vanamente disegnava di farsene signore, ottenne che Carlo pigliasse in protezione con certi capitoli quella citt, obligandosi alla difesa di tutto lo stato possedevano; eccetto che di Montepulciano, del quale disse non volere n per i fiorentini n per i sanesi intromettersi; e la comunit di Siena, con tutto che di questo non si facesse menzione nella capitolazione, elesse, con consentimento di Carlo, Lign per suo capitano, promettendogli ventimila ducati per ciascun anno, con obligazione di tenervi un luogotenente con trecento fanti per guardia della piazza: che vi lasci di quegli che erano con l'esercito franzese. La vanit delle quali deliberazioni presto appar, perch non molto dipoi l'ordine de' nove, vendicatasi con l'armi la solita autorit, cacci di Siena la guardia, e licenzi monsignore di Lilla che Carlo v'aveva lasciato per suo imbasciadore.

Lib.2, cap.6

(I preparativi de' collegati contro i francesi. Intimazioni e minacce di Lodovico Sforza al duca d'Orliens che si fortifica in Asti. Il duca d'Orliens occupa Novara. Fazione di Vigevano. )

Ma gi le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano; perch da' viniziani e da Lodovico Sforza, il quale aveva ne' medesimi d ricevuto da Cesare con grandissima solennit i privilegi della investitura del ducato di Milano, e prestato, agli imbasciadori che gli aveano portati, publicamente l'omaggio e il giuramento della fedelt, si facevano grandissime provisioni per impedire a Carlo la facolt di ritornarsene in Francia, o almeno per assicurare il ducato di Milano, per il quale egli aveva ad attraversare per tanto spazio di paese: e a questo effetto, avendo ciascun di loro riordinato le sue genti, avevano, parte a comune parte in proprio, condotto di nuovo molti uomini d'arme, e dopo varie difficolt ottenuto che Giovanni Bentivogli, preso lo stipendio comune da loro, aderisse alla lega, con la citt di Bologna. Armava ancora a Genova Lodovico, per sicurt di quella citt, dieci galee a spese sue proprie, e quattro navi grosse a spese comuni del papa de' viniziani e sue; e intanto, per eseguire quello che era obligato per i capitoli della confederazione, alla espugnazione di Asti, aveva mandato a soldare in Germania dumila fanti, e voltato a quella espedizione Galeazzo da San Severino con settecento uomini d'arme e tremila fanti: promettendosene con tanta speranza la vittoria che, come era per natura molto insolente nelle prosperit, per schernire il duca d'Orliens, mand a ricercarlo che in futuro non usurpasse pi il titolo di duca di Milano, il quale titolo avea dopo la morte di Filippo Maria Visconte assunto Carlo suo padre; non permettesse che nuove genti franzesi passassino in Italia; facesse ritornare quelle che erano in Asti di l da' monti; e che per sicurt dell'osservanza di queste cose depositasse Asti in mano di Galeazzo da San Severino, del quale il suo re poteva confidare non meno di lui, avendo l'anno dinanzi in Francia ammessolo nella confraternita e ordine suo di San Michele: magnificando, oltre a questo, con la medesima iattanza le forze sue, le provisioni de' collegati per opporsi al re in Italia, e gli apparati che faceano il re de' romani e i re di Spagna per muovere la guerra di l da' monti. Ma poco moveva Orliens la vanit di queste minaccie. Il quale, subito che aveva avuto notizia trattarsi di fare la nuova confederazione, aveva atteso a fortificare Asti, e con grande instanza sollecitato che di Francia venissino nuove genti; le quali, essendo state dimandate dal re che venissino in soccorso proprio, cominciavano con prestezza a passare i monti: e perci Orliens, non temendo degli inimici, uscito alla campagna, prese nel marchesato di Saluzzo la terra e la rocca di Gualfinara, posseduta da Antonio Maria da San Severino; donde Galeazzo, che prima aveva prese alcune piccole castella, si ritir con l'esercito ad Anon, terra del ducato di Milano vicina ad Asti, non avendo n speranza di potere offendere n timore di essere offeso. Ma la natura di Lodovico, inclinatissima a implicarsi prontamente in imprese che ricercavano grandissime spese, e per contrario alienissima, bench nelle maggiori necessit, dallo spendere, fu cagione di mettere lo stato suo in gravissimi pericoli; perch per la scarsit de' pagamenti erano venuti pochissimi de' fanti alamanni, e per la medesima strettezza le genti che erano con Galeazzo ogni giorno diminuivano: e per contrario, sopravenendo continuamente gli aiuti di Francia, i quali, per essere chiamati al soccorso della persona del re, passavano con grande prontezza, il duca d'Orliens aveva gi insieme trecento lancie tremila fanti svizzeri e tremila guasconi: e bench da Carlo gli fusse stato precisamente comandato che, astenendosi da ogni impresa, stesse preparato a potere, quando fusse chiamato, farsegli incontro, nondimeno, come  difficile il resistere agli interessi propri, deliber di accettare l'occasione d'occupare la citt di Novara, nella quale offerivano di metterlo due Opizini Caza, l'uno cognominato nero l'altro cognominato bianco, gentil'uomini di quella citt; a' quali era molto odioso il duca di Milano, perch a loro e a molti altri novaresi aveva, con false calunnie e con giudici ingiusti, usurpato certi condotti di acque e possessioni. Per Orliens, composta la cosa con loro, accompagnato da Lodovico marchese di Saluzzo, passato di notte il fiume del Po al ponte a Stura, giurisdizione del marchese di Monferrato, fu con le sue genti da' congiurati, senza alcuna resistenza, ricevuto in Novara, donde avendo subito fatto scorrere parte delle sue genti insino a Vigevano, si crede che se con tutto l'esercito fusse sollecitamente andato verso Milano si sarebbono suscitati grandissimi movimenti: perch, intesa la perdita di Novara, si veddono molto sollevati a cose nuove gli animi de' milanesi; e Lodovico, non manco timido nell'avversit che immoderato nelle prosperit (come quasi sempre  congiunta in uno medesimo subietto la insolenza con la timidit), dimostrava con inutili lagrime la sua vilt; n le genti che erano con Galeazzo, nelle quali sole consisteva la sua difesa, restate indietro, si dimostravano in luogo alcuno. 
Ma non essendo sempre note a' capitani le condizioni e i disordini degli inimici, si perdono spesso nelle guerre bellissime occasioni: n anche pareva verisimile che contro a uno principe tanto potente potesse succedere s subita mutazione. Orliens, per stabilire l'acquisto di Novara, si ferm all'espugnazione della rocca, la quale il quinto d convenne d'arrendersi se infra uno d non fusse soccorsa; per il quale intervallo di tempo ebbe spazio il Sanseverino di ridursi con le sue genti in Vigevano, e il duca, che per riconciliarsi gli animi de' popoli aveva, per bando publico, levati molti dazi che prima aveva imposti, di accrescere l'esercito. E nondimeno Orliens, accostatosi con le sue genti alle mura di Vigevano, present la battaglia agli inimici; i quali erano in tanto terrore che ebbono inclinazione d'abbandonare Vigevano, e passare il fiume del Tesino per il ponte che v'avevano fatto in sulle barche. Ma ritiratosi Orliens a Trecas, poi che essi recusavano di combattere, cominciorono le cose di Lodovico Sforza a prosperare, sopravenendo continuamente all'esercito suo cavalli e fanti, perch i viniziani, contenti che a loro rimanesse quasi tutto il peso di opporsi a Carlo, consentirono che Lodovico richiamasse parte delle genti che avea mandate in parmigiano, e gli mandorono oltre a ci quattrocento stradiotti; talmente che a Orliens fu tolta la facolt di passare pi innanzi, e avendo fatto correre di nuovo cinquecento cavalli insino a Vigevano, uscendo fuora ad assaltargli i cavalli degli inimici, riceverono quegli di Orliens grave danno. And dipoi il Sanseverino, gi superiore di forze, a presentargli la battaglia a Trecas; e ultimamente, raccolto tutto l'esercito, nel quale oltre a soldati italiani erano arrivati mille cavalli e dumila fanti tedeschi, alloggi appresso a un miglio a Novara, ove Orliens si era con tutte le genti ritirato.

Lib.2, cap.7

(A Poggibonsi Gerolamo Savonarola incita inutilmente Carlo VIII a restituire le terre ai fiorentini. Contrastanti promesse del re ai pisani ed ai fiorentini. Carlo manda parte delle truppe contro Genova. Saccheggio di Pontremoli. )

La nuova della ribellione di Novara sollecit Carlo, che era a Siena, ad accelerare il cammino; e perci, per fuggire qualunque occasione che lo potesse ritardare, avendo notizia che i fiorentini, ammuniti da' pericoli passati e insospettiti perch Piero de' Medici lo seguitava, bench ordinassino di riceverlo in Firenze con grandissimi onori, empievano per sicurt loro la citt d'armi e di genti, pass a Pisa per il dominio fiorentino, lasciata la citt di Firenze alla mano destra. Al quale si fece incontro, nella terra di Poggibonzi, Ieronimo Savonarola, e interponendo, come era solito, nelle parole sue l'autorit e il nome divino, lo confort con grandissima efficacia a restituire le terre a' fiorentini; aggiugnendo alle persuasioni gravissime minaccie, che se e' non osservava quel che con tanta solennit, toccando con mano gli evangeli e quasi innanzi agli occhi di Dio, avea giurato, sarebbe presto punito da Dio rigidamente. Fecegli il re, secondo la sua incostanza, quivi, e il d seguente in Castelfiorentino, varie risposte: ora promettendo di restituirle come fusse arrivato in Pisa, ora allegando in contrario della fede data, perch affermava di avere, innanzi al giuramento prestato in Firenze, promesso a' pisani di conservargli in libert; e nondimeno dando continuamente agli oratori de' fiorentini speranza della restituzione, come a Pisa fusse arrivato. In Pisa fu di nuovo questa materia proposta nel consiglio reale; perch accrescendosi ogni d pi la fama degli apparati e dell'unirsi appresso a Parma le forze de' collegati, si cominciavano pure a considerare le difficolt del passare per Lombardia, e per erano desiderati da molti i danari e gli aiuti offerti da' fiorentini. Ma a questa deliberazione furono contrari i medesimi che in Siena l'avevano contradetta, allegando che, se pure avessino, per l'opposizione degli inimici, qualche disordine o qualche difficolt di passare per Lombardia, era meglio d'avere in sua potest quella citt, dove potrebbono ritirarsi, che lasciarla in mano de' fiorentini; i quali, come avessino ricuperate quelle terre, non sarebbono di maggiore fede che fussino stati gli altri italiani: soggiugnendo che, per la sicurt del reame di Napoli, era molto opportuno il tenere il porto di Livorno; perch succedendo al re il disegno di mutare lo stato di Genova, come era da sperare, sarebbe padrone di quasi tutte le marine, dal porto di Marsilia insino al porto di Napoli. Potevano certamente nell'animo del re, poco capace di eleggere la pi sana parte, qualche cosa queste ragioni: ma molto pi potenti furono i prieghi e le lagrime de' pisani, i quali popolarmente, insieme con le donne e co' piccoli fanciulli, ora prostrati innanzi a' suoi piedi ora raccomandandosi a ciascuno, bench minimo, della corte e de' soldati, con pianti grandissimi e con urla miserabili deploravano le loro future calamit, l'odio insaziabile de' fiorentini, la desolazione ultima di quella patria, la quale non arebbe causa di lamentarsi d'altro che d'avergli il re conceduta la libert e promesso di conservargliene; perch questo, credendo essi la parola del re cristianissimo di Francia essere parola ferma e stabile, aveva dato loro animo di provocarsi tanto pi l'inimicizia de' fiorentini. Co' quali pianti ed esclamazioni commossono talmente insino a' privati uomini d'arme, insino agli arcieri dell'esercito e molti ancora de' svizzeri, che andati in grandissimo numero e con tumulto grande innanzi al re, parlando in nome di tutti Salazart uno de' suoi pensionari, lo pregorono ardentemente che, per l'onore della persona sua propria, per la gloria della corona di Francia, per consolazione di tanti suoi servidori parati a mettere a ogn'ora la vita per lui, e che lo consigliavano con maggiore fede che quegli che erano corrotti da' danari de' fiorentini, non togliesse a' pisani il beneficio che egli stesso aveva loro fatto; offerendogli che, se per bisogno di danari si conduceva a deliberazione di tanta infamia, pigliasse pi presto le collane e argenti loro, e ritenesse i soldi e le pensioni che ricevevano da lui. E procedette tanto oltre questo impeto de' soldati che uno arciere privato ebbe ardire di minacciare il cardinale di San Mal, e alcuni altri dissono altiere parole al marisciallo di Gies e al presidente di Gannai, i quali era noto che consigliavano questa restituzione: in modo che 'l re, confuso da tanta variet de' suoi, lasci la cosa sospesa, tanto lontano da alcuna certa resoluzione che, in questo tempo medesimo, promettesse di nuovo a' pisani di non gli rimettere giammai in potest de' fiorentini e agli oratori fiorentini, che aspettavano a Lucca, facesse intendere che quello che per giuste cagioni non faceva al presente farebbe subito che e' fusse arrivato in Asti; e per non mancassino di fare che la loro republica gli mandasse in quel luogo imbasciadori. 
Part da Pisa, mutato il castellano e lasciata la guardia necessaria nella cittadella, e il medesimo fece nelle fortezze dell'altre terre. Ed essendo acceso per se stesso da incredibile cupidit all'acquisto di Genova, e stimolato da' cardinali San Piero a Vincola e Fregoso e da Obietto del Fiesco e dagli altri fuorusciti, i quali gli davano speranza di facile mutazione, mand da Serezana con loro a quella impresa, contra 'l parere di tutto il consiglio, che biasimava il diminuire le forze dell'esercito, Filippo monsignore con cento venti lancie e con cinquecento fanti, che nuovamente per mare erano venuti di Francia; e con ordine che le genti d'arme de' Vitelli, che per essere rimaste indietro non potevano essere a tempo a unirsi seco, gli seguitassino, e che alcuni altri fuorusciti con genti date dal duca di Savoia entrassino nella riviera di ponente, e che l'armata di mare, ridotta a sette galee due galeoni e due fuste, della quale era capitano Miolans, andasse a fare spalle alle genti di terra. Era intanto l'avanguardia, guidata dal marisciallo di Gies, arrivata a Pontriemoli; la qual terra, licenziati trecento fanti forestieri che vi erano a guardia, si arrend subito per i conforti del Triulzio, con patto di non ricevere offesa n nelle persone n nella roba: ma vana fu la fede data da' capitani, perch i svizzeri, entrativi impetuosamente dentro, per vendicarsi che quando l'esercito pass nella Lunigiana vi erano stati, per certa quistione nata a caso, uccisi dagli uomini di Pontriemoli circa quaranta di loro, saccheggiorono e abbruciorono la terra, ammazzati crudelmente tutti gli abitatori.

Lib.2, cap.8

(L'esercito francese e quello dei collegati di fronte, a Fornovo. Dubbi e dispareri nell'esercito de' collegati. Incertezze in quello di Carlo. )

Nel qual tempo si raccoglieva sollecitamente nel territorio di Parma l'esercito de' collegati, in numero di dumila cinquecento uomini d'arme ottomila fanti e pi di dumila cavalli leggieri, la maggiore parte albanesi e delle provincie circostanti di Grecia; i quali, condotti in Italia da' viniziani, ritenendo il nome medesimo che hanno nella patria, sono chiamati stradiotti. Del quale esercito il nervo principale erano le genti de' viniziani, perch quelle del duca di Milano, avendo egli voltate quasi tutte le sue forze a Novara, non ascendevano alla quarta parte di tutto l'esercito. Alle genti venete, tra le quali militavano molti condottieri di chiaro nome, era preposto sotto titolo di governatore generale Francesco da Gonzaga, marchese di Mantua, molto giovane, nel quale, per essere stimato animoso e cupido di gloria, la espettazione superava l'et; e con lui proveditori due de' principali del senato, Luca Pisano e Marchionne Trivisano. I soldati sforzeschi comandava, sotto il medesimo titolo di governatore, il conte di Gaiazzo, confidato molto al duca ma che, non pareggiando nell'armi la gloria di Ruberto da Sanseverino suo padre, aveva acquistato nome pi di capitano cauto che di ardito; e con lui commissario Francesco Bernardino Visconte, principale della parte ghibellina in Milano, e perci opposito a Gianiacopo da Triulzi. Tra' quali capitani e altri principali dell'esercito consultandosi se e' fusse da andare ad alloggiare a Fornuovo, villa di poche case alle radici della montagna, fu deliberato, per la strettezza del luogo, e forse (secondo divulgorono) per dare facolt agli inimici di scendere alla pianura, di alloggiare alla badia della Ghiaruola, distante da Fornuovo tre miglia: la quale deliberazione dette luogo di alloggiare a Fornuovo all'avanguardia franzese, che avea passata la montagna molto innanzi al resto dell'esercito, ritardato per lo impedimento dell'artiglieria grossa, la quale con grandissima difficolt si conduceva per quella montagna aspra dello Apennino; e sarebbe stata condotta con difficolt molto maggiore se i svizzeri, cupidi di scancellare l'offesa fatta all'onore del re nel sacco di Pontriemoli, non si fussino con grandissima prontezza affaticati a farla passare. Arrivata l'avanguardia a Fornuovo, il marisciallo di Gies mand uno trombetta nel campo italiano a domandare il passo per l'esercito in nome del re, il quale, senza offendere alcuno e ricevendo le vettovaglie a prezzi convenienti, voleva passare per ritornarsene in Francia; e nel tempo medesimo fece correre alcuni de' suoi cavalli per prendere notizia degli inimici e del paese, i quali furono messi in fuga da certi stradiotti che mand loro incontro Francesco da Gonzaga: in sulla quale occasione, se le genti italiane si fussino mosse insino all'alloggiamento de' franzesi, si crede che arebbono rotta facilmente l'antiguardia, e rotta questa non poteva pi farsi innanzi l'esercito regio. La quale occasione non era ancora fuggita il d seguente, bench il marisciallo, conosciuto il pericolo, avesse ritirato i suoi in luogo pi alto; ma non ebbono i capitani italiani ardire d'andare ad assaltargli, spaventati dalla fortezza del sito dove s'erano ridotti, e dal credere che l'antiguardia fusse pi grossa, e forse pi vicino il resto dell'esercito. Ed  certo che, in questo d, non erano ancora finite di raccorsi insieme tutte le genti viniziane; le quali avevano tardato tanto a unirsi tutte nell'alloggiamento della Ghiaruola che  manifesto che se Carlo non avesse soggiornato tanto per il cammino, come in Siena in Pisa e in molti luoghi soggiorn, senza bisogno, sarebbe passato innanzi senza impedimento o contrasto alcuno. Il quale, unito alla fine con l'antiguardia, alloggi il d prossimo con tutto l'esercito a Fornuovo. 
Non aveano creduto mai i prncipi confederati che il re, con esercito tanto minore, ardisse di passare per il cammino diritto l'Apennino; e per si erano da principio persuasi che egli, lasciata la pi parte delle genti a Pisa, se n'andrebbe col resto in sull'armata marittima in Francia: e dipoi inteso che pure seguitava il cammino per terra, avevano creduto che egli, per non si appropinquare al loro esercito, disegnasse di passare la montagna per la via del borgo di Valditaro e del monte di Centocroce, monte molto aspro e difficile, per condursi nel tortonese, con speranza d'avere a essere rincontrato dal duca d'Orliens nelle circostanze d'Alessandria. Ma come si vedde certamente che egli si dirizzava a Fornuovo, l'esercito italiano, che prima, per i conforti di tanti capitani e per la fama del piccolo numero degl'inimici, era molto inanimito, rimesse qualche parte del suo vigore, considerando il valore delle lancie franzesi, la virt de' svizzeri a' quali senza comparazione la fanteria italiana era tenuta inferiore, il maneggio espedito dell'artiglierie, e, quel che muove assai gli uomini quando hanno fatto contraria impressione, l'ardire inaspettato de' franzesi d'approssimarsi loro con tanto minore numero di gente. Per le quali considerazioni raffreddati eziandio gli animi de' capitani, era stato messo in consulta tra loro quel che s'avesse a rispondere al trombetto mandato dal marisciallo; parendo, da una parte, molto pericoloso il rimettere a discrezione della fortuna lo stato di tutta Italia, dall'altra, che e' fusse con grande infamia della milizia italiana dimostrare di non avere animo d'opporsi all'esercito franzese, che tanto inferiore di numero ardiva di passare innanzi agli occhi loro. Nella quale consulta essendo diversi i pareri de' capitani, dopo molte dispute determinorono finalmente dare della domanda del re avviso a Milano, per eseguire quello che quivi concordemente dal duca e dagli oratori de' confederati fusse determinato. Tra' quali consultandosi, il duca e l'oratore veneto che erano pi propinqui al pericolo concorsono nella medesima sentenza: che all'inimico, quando voleva andarsene, non si doveva chiudere la strada, ma pi presto, secondo il vulgato proverbio, fabbricargli il ponte d'argento; altrimenti essere pericolo che la timidit, come si poteva comprovare con infiniti esempli, convertita in disperazione, non si aprisse il cammino con molto sangue di quegli che poco prudentemente se gli opponevano, Ma l'oratore de' re di Spagna, desiderando che senza pericolo de' suoi re si facesse esperienza della fortuna, instette efficacemente, e quasi protestando, che non si lasciassino passare, n si perdesse l'occasione di rompere quell'esercito, il quale se si salvava restavano le cose d'Italia ne' medesimi anzi in maggiori pericoli che prima; perch tenendo il re di Francia Asti e Novara, ubbidiva a' comandamenti suoi tutto il Piemonte, e avendo alle spalle il reame di Francia, reame tanto potente e tanto ricco, i svizzeri vicini e disposti ad andare a' soldi suoi in quel numero volesse, e trovandosi accresciuto di riputazione e d'animo, se l'esercito della lega, tanto superiore al suo, gli desse cos vilmente la strada, attenderebbe a travagliare Italia con maggiore ferocit: e che a' suoi re sarebbe quasi necessario fare nuove deliberazioni, conoscendo che gl'italiani o non volevano o non avevano animo di combattere co' franzesi. Nondimeno, prevalendo in questo consiglio la pi sicura opinione, determinarono scriverne a Vinegia, dove sarebbe stato il medesimo parere. 
Ma gi si consultava indarno: perch i capitani dell'esercito, poich ebbono scritto a Milano, considerando essere difficile che le risposte arrivassino a tempo, e quanto restasse disonorata la milizia italiana se si lasciasse libero il transito a' franzesi, licenziato il trombetto senza risposta certa, deliberorono come gli inimici camminavano d'assaltargli; concorrendo in questa sentenza i proveditori viniziani, ma pi prontamente il Trivisano che il collega. Da altra parte si facevano innanzi i franzesi, pieni di arroganza e d'audacia, come quegli che, non avendo trovato insino ad allora in Italia riscontro alcuno, si persuadevano che l'esercito inimico non s'avesse a opporre, e quando pure s'opponesse avere senza fatica a metterlo in fuga: tanto poco conto tenevano dell'armi italiane. Nondimeno, quando cominciando a calare la montagna scopersono l'esercito alloggiato con numero infinito di tende e di padiglioni, e in alloggiamento s largo che, secondo il costume d'Italia, poteva dentro a quello mettersi tutto in battaglia, considerando il numero degli inimici s grande, e che se non avessino avuto volont di combattere non si sarebbono condotti in luogo tanto vicino, cominci a raffreddarsi in modo tanta arroganza che arebbono avuto per nuova felice che gli italiani si fussino contentati di lasciargli passare; e tanto pi che, avendo Carlo scritto al duca d'Orliens che si facesse innanzi per incontrarlo, e che il terzo d di luglio si trovasse con pi genti potesse a Piacenza, e da lui avuto risposta che non mancherebbe d'esservi al tempo ordinatogli, ebbe poi nuovo avviso dal duca medesimo che l'esercito sforzesco opposto a lui, nel quale erano novecento uomini d'arme mille dugento cavalli leggieri e cinquemila fanti, era s potente che senza manifestissimo pericolo non poteva farsi innanzi, essendo massime necessitato a lasciare parte della sua gente alla guardia di Novara e d'Asti. Per il re, necessitato a fare nuovi pensieri, commesse a Filippo monsignore di Argenton, il quale, essendo stato poco innanzi imbasciadore per lui appresso al senato viniziano, aveva nel partirsi da Vinegia offerto al Pisano e al Trivisano, gi diputati proveditori, d'affaticarsi per disporre l'animo del re alla pace, che mandasse un trombetto a detti proveditori, significando per una lettera d'avere desiderio per beneficio comune di parlare con loro; i quali accettorono di ritrovarsi seco, la mattina seguente, in luogo comodo tra l'uno e l'altro esercito. Ma Carlo, o perch in quello alloggiamento patisse di vettovaglie o per altra cagione, mutato proposito, deliber di non aspettare quivi l'effetto di questo ragionamento.

Lib.2, cap.9

(Le posizioni de' due eserciti. La battaglia di Fornovo e le sue vicende; il pericolo corso dal re di Francia. Tanto i veneziani quanto i francesi si attribuiscono la vittoria. Confutazione di voci diffusesi intorno al contegno di Lodovico Sforza. Carlo giunge ad Asti senza perdite per quanto incalzato da truppe nemiche. Il fallimento del tentativo dei francesi contro Genova. )

Era la fronte degli alloggiamenti dell'uno e dell'altro esercito distante manco di tre miglia, distendendosi in sulla ripa destra del fiume del Taro, bench pi presto torrente che fiume, il quale nascendo nella montagna dello Apennino, poi che ha corso alquanto per una piccola valle ristretta da due colline, si distende nella pianura larga di Lombardia insino al fiume del Po. In sulla destra di queste due colline, scendendo insino alla ripa del fiume, alloggiava l'esercito de' collegati, fermatosi, per consiglio de' capitani, pi presto da questa parte che dalla ripa sinistra onde aveva a essere il cammino degli inimici, per non lasciare loro facolt di volgersi a Parma; della quale citt, per la diversit delle fazioni, non stava il duca di Milano senza sospetto, accresciuto perch il re si era fatto concedere da' fiorentini insino in Asti Francesco Secco, la cui figliuola era maritata nella famiglia de' Torelli, famiglia nobile e potente nel territorio di Parma. Ed era l'alloggiamento de' collegati fortificato con fossi e con ripari, e abbondante d'artiglierie: innanzi al quale i franzesi, volendo ridursi nello astigiano, e per passando il Taro accanto a Fornuovo, erano necessitati di passare, non restando in mezzo tra loro altro che 'l fiume. Stette tutta la notte l'esercito franzese con non mediocre travaglio, perch per la diligenza degli italiani, che facevano correre gli stradiotti insino in sullo alloggiamento, si gridava spesso all'arme nel campo loro, che tutto si sollevava a ogni strepito, e perch sopravenne una repentina e grandissima pioggia mescolata con spaventosi folgori e tuoni e con molte orribili saette, la quale pareva che facesse pronostico di qualche tristissimo accidente; cosa che commoveva molto pi loro che l'esercito italiano, non solo perch, essendo in mezzo delle montagne e degli inimici, e in luogo dove avendo qualche sinistro non restava loro speranza alcuna di salvarsi, erano ridotti in molto maggiore difficolt, e perci avevano giusta cagione d'avere maggiore terrore, ma ancora perch pareva pi verisimile che i minacci del cielo, non soliti a dimostrarsi se non per cose grandi, accennassino pi presto a quella parte dove si ritrovava la persona d'un re di tanta degnit e potenza. 
La mattina seguente, che fu il d sesto di luglio, cominci a l'alba a passare il fiume l'esercito franzese, precedendo la maggior parte dell'artiglierie seguitate dall'antiguardia; nella quale il re, credendo che contro a quella avesse a volgersi l'impeto principale degl'inimici, aveva messo trecento cinquanta lancie franzesi, Gianiacopo da Triulzio con le sue cento lancie, e tremila svizzeri che erano il nervo e la speranza di quello esercito, e con questi a piede Engiliberto fratello del duca di Cleves e il bagl di Digiuno che gli aveva condotti: a' quali aggiunse il re a piede trecento arcieri e alcuni balestrieri a cavallo delle sue guardie, e quasi tutti gli altri fanti che aveva seco. Dietro all'avanguardia seguitava la battaglia, in mezzo della quale era la persona del re armato di tutte armi in su uno feroce corsiere; e appresso a lui, per reggere col consiglio e con l'autorit sua questa parte dell'esercito, monsignore della Tramoglia, capitano molto famoso nel regno di Francia. Dietro a questi seguitava la retroguardia condotta dal conte di Fois, e nell'ultimo luogo i carriaggi. E nondimeno il re, non avendo l'animo alieno dalla concordia, sollecit, nel tempo medesimo che il campo cominci a muoversi, Argentone che andasse a trattare co' proveditori veneti; ma essendo gi, per la levata sua, tutto in arme l'esercito italiano e deliberati i capitani di combattere, non lasciava pi la brevit del tempo e la propinquit degli eserciti n spazio n comodit di parlare insieme: e gi cominciavano a scaramucciare da ogni parte i cavalli leggieri, gi a tirare da ogni parte orribilmente l'artiglierie, e gi gli italiani, usciti tutti degli alloggiamenti, distendevano i loro squadroni preparati alla battaglia in sulla ripa del fiume. Per le quali cose non intermettendo i franzesi di camminare, parte in sul greto del fiume, parte, perch nella stretta pianura non si potevano spiegare l'ordinanze, per la spiaggia della collina, ed essendo gi la avanguardia condotta al dirimpetto dell'alloggiamento degli inimici, il marchese di Mantova, con uno squadrone di seicento uomini d'arme de' pi fioriti dell'esercito e con una grossa banda di stradiotti e d'altri cavalli leggieri e con cinquemila fanti, pass il fiume dietro alla retroguardia de' franzesi; avendo lasciato in sulla ripa di l Antonio da Montefeltro, figliuolo naturale di Federigo gi duca d'Urbino, con uno grosso squadrone, per passare, quando fusse chiamato, a rinfrescare la prima battaglia; e avendo oltre a ci ordinato che, come si era cominciato a combattere, un'altra parte della cavalleria leggiera percotesse negli inimici per fianco, e che il resto degli stradiotti, passando il fiume a Fornuovo, assaltasse i carriaggi de' franzesi: i quali, o per mancamento di gente o per consiglio (come fu fama) del Triulzio, erano restati senza guardia, esposti a qualunque volesse predargli. Da altra parte, pass il Taro con quattrocento uomini d'arme, tra' quali era la compagnia di don Alfonso da Esti, venuta in campo, perch cos volle il padre, senza la sua persona, e con dumila fanti il conte di Gaiazzo, per assaltare l'antiguardia franzese; lasciato similmente in sulla ripa di l Annibale Bentivoglio con dugento uomini d'arme, per soccorrere quando fusse chiamato: e a guardia degli alloggiamenti restorono due grosse compagnie di gente d'arme e mille fanti, perch i proveditori viniziani volleno riserbarsi intero, per tutti i casi, qualche sussidio. Ma vedendo il re venire s grande sforzo addosso al retroguardo, contro a quello che si erano persuasi i suoi capitani, voltate le spalle all'avanguardia, cominci ad accostarsi con la battaglia al retroguardo, sollecitando egli, con uno squadrone innanzi agli altri, tanto il camminare che quando l'assalto incominci si ritrov essere nella fronte de' suoi tra' primi combattitori. Hanno alcuni fatto memoria che non senza disordine passorono il fiume le genti del marchese, per l'altezza delle ripe e per gli impedimenti degli alberi e degli sterpi e virgulti, da' quali sono vestite comunemente le ripe de' torrenti; e aggiungono altri che i fanti suoi, per questa difficolt e per l'acque del fiume ingrossate per la pioggia notturna, arrivorono alla battaglia pi tardi, e che tutti non vi si condussono ma ne restorono non pochi di l dal fiume. Ma come si sia, certo  che l'assalto del marchese fu molto furioso e feroce, e che gli fu corrisposto con simigliante ferocia e valore: entrando da ogni parte nel fatto d'arme gli squadroni alla mescolata e non secondo il costume delle guerre d'Italia, che era di combattere una squadra contro a un'altra e in luogo di quella che fusse stracca o che cominciasse a ritirarsi scambiarne un'altra, non facendo se non all'ultimo uno squadrone grosso di pi squadre: in modo che 'l pi delle volte i fatti d'arme, ne' quali sempre si faceva pochissima uccisione, duravano quasi un giorno intero, e spesso si spiccavano cacciati dalla notte senza vittoria certa d'alcuna delle parti. Rotte le lancie, nello scontro delle quali caddono in terra da ogni parte molti uomini d'arme, molti cavalli, cominci ciascuno a adoperare con la medesima ferocia le mazze ferrate gli stocchi e l'altre armi corte, combattendo co' calci co' morsi con gli urti i cavalli non meno che gli uomini; dimostrandosi certamente nel principio molto egregia la virt degli italiani, per la fierezza massime del marchese, il quale, seguitato da una valorosa compagnia di giovani gentiluomini e di lancie spezzate (sono questi soldati eletti tenuti fuora delle compagnie ordinarie a provisione), e offerendosi prontissimamente a tutti i pericoli, non lasciava indietro cosa alcuna, che a capitano animosissimo appartenesse. Sostenevano valorosamente s feroce impeto i franzesi, ma essendo oppressati da moltitudine tanto maggiore cominciavano gi quasi manifestamente a piegarsi, non senza pericolo del re, appresso al quale pochi passi fu fatto prigione, bench combattesse fieramente, il bastardo di Borbone: per il caso del quale sperando il marchese avere il medesimo successo contro alla persona del re, condotto improvidamente in luogo di tanto pericolo senza quella guardia e ordine che conveniva a principe s grande, faceva con molti de' suoi grandissimo sforzo di accostarsegli. Contro a' quali il re, avendo intorno a s pochi de' suoi, dimostrando grande ardire si difendeva nobilmente, pi per la ferocia del cavallo che per l'aiuto loro. N gli mancorono in tanto pericolo quelli consigli che sogliono, nelle cose difficili, essere ridotti alla memoria dal timore perch vedendosi quasi abbandonato da' suoi, voltatosi agli aiuti celesti, fece voto a san Dionigi e a san Martino, reputati protettori particolari del reame di Francia, che se passava salvo con l'esercito nel Piemonte andrebbe, subito che fusse ritornato di l da' monti, a visitare con grandissimi doni le chiese dedicate al nome loro, l'una appresso a Parigi l'altra a Torsi; e che ciascuno anno farebbe, con solennissime feste e sacrifici, testimonianza della grazia ricevuta per opera loro: i quali voti come ebbe fatti, ripreso maggiore vigore, cominci pi animosamente a combattere sopra le forze e sopra la sua complessione. Ma gi il pericolo del re aveva infiammato talmente quegli che erano manco lontani che, correndo tutti a coprire con le persone proprie la persona reale, ritenevano pure indietro gli italiani; e sopravenendo in questo tempo la battaglia sua che era restata indietro, uno squadrone di quella urt ferocemente gli inimici per fianco, da che si raffren assai l'impeto loro. E si aggiunse che Ridolfo da Gonzaga, zio del marchese di Mantova, condottiere di grande esperienza, mentre che i suoi confortando e dove apparisse principio di disordine riordinando, e ora in qua ora in l andando, fa l'ufficio di egregio capitano, avendo per sorte alzato l'elmetto, ferito da uno franzese con uno stocco nella faccia e caduto a terra del cavallo, non potendo in tanta confusione e tumulto e nella moltitudine s stretta di ferocissimi cavalli aiutarlo i suoi, anzi cadendogli addosso altri uomini e altri cavalli, pi tosto soffocato nella calca che per l'armi degli inimici perd la vita: caso certamente indegno di lui, perch e ne' consigli del d dinanzi e la mattina medesima, giudicando imprudenza il mettere, senza necessit, tanto in potest della fortuna, avea contro alla volont del nipote consigliato che si fuggisse il combattere. Cos variandosi con diversi accidenti la battaglia, n si scoprendo pi per gli italiani che per i franzesi vantaggio alcuno, era pi che mai dubbio chi dovesse essere vincitore; e per, pareggiata quasi la speranza e il timore, si combatteva da ogni parte con ardore incredibile, riputando ciascheduno che nella sua mano destra e nella sua fortezza fusse collocata la vittoria. Accendeva gli animi de' franzesi la presenza e il pericolo del re, perch non altrimenti, appresso a quella nazione, per inveterata consuetudine,  venerabile la maest de' re che si adori il nome divino, l'essere in luogo che con la vittoria sola potevano sperare la loro salute; accendeva gli animi degli italiani la cupidit della preda, la ferocia e l'esempio del marchese, l'avere cominciato a combattere con prospero successo, il numero grande del loro esercito per il quale aspettavano soccorso da molti de' suoi; cosa che non speravano i franzesi, perch le genti loro o erano mescolate tutte nel fatto d'arme o veramente aspettavano a ogn'ora di essere assaltate dagli inimici. Ma  grandissima (come ognuno sa) in tutte l'azioni umane la potest della fortuna, maggiore nelle cose militari che in qualunque altra, ma inestimabile immensa infinita ne' fatti d'arme; dove uno comandamento male inteso, dove una ordinazione male eseguita, dove una temerit, una voce vana, insino d'uno piccolo soldato, traporta spesso la vittoria a coloro che gi parevano vinti; dove improvisamente nascono innumerabili accidenti i quali  impossibile che siano antiveduti o governati con consiglio del capitano. Per in tanta dubiet, non dimenticatasi del costume suo, oper quello che per ancora non operava n la virt degli uomini n la forza dell'armi. Perch avendo gli stradiotti, mandati ad assaltare i carriaggi de' franzesi, cominciato senza difficolt a mettergli in preda, e attendendo a condurre chi muli chi cavalli chi altri arnesi di l dal fiume, non solo quell'altra parte degli stradiotti che era destinata a percuotere i franzesi per fianco, ma quegli ancora che gi erano entrati nel fatto d'arme, vedendo i compagni suoi ritornarsene agli alloggiamenti carichi di spoglie, incitati dalla cupidit del guadagno, si voltorono a rubare i carriaggi; l'esempio de' quali seguitando i cavalli e i fanti, uscivano per la medesima cagione a schiere della battaglia: donde mancando agli italiani non solo il soccorso ordinato ma inoltre diminuendosi con tanto disordine il numero de' combattenti, n movendosi Antonio da Montefeltro, perch, per la morte di Ridolfo da Gonzaga che aveva la cura, quando fusse il tempo, di chiamarlo, niuno lo chiamava, cominciorno a pigliare tanto di campo i franzesi che niuna cosa pi sostentava gli italiani, che gi manifestamente declinavano, che 'l valore del marchese; il quale combattendo fortissimamente sosteneva ancora l'impeto degli inimici, accendendo i suoi, ora con l'esempio suo ora con voci caldissime, a volere pi tosto essere privati della vita che dell'onore. Ma non era pi possibile che pochi resistessino a molti; e gi moltiplicando addosso a loro da ogni parte i combattitori, mortine gi una gran parte e feritine molti, massime di quegli della compagnia propria del marchese, furno necessitati tutti a mettersi in fuga per ripassare il fiume: il quale per l'acqua piovuta la notte, e che con grandine e tuoni piovve grandissima mentre si combatteva, era cresciuto in modo che dette difficolt assai a chi fu costretto a ripassarlo. Seguitornogli i franzesi impetuosamente insino al fiume, non attendendo se non ad ammazzare con molto furore coloro che fuggivano senza farne alcuno prigione, e senza attendere alle spoglie e al guadagno; anzi si udivano per la campagna spesse voci di chi gridava: - Ricordatevi, compagnoni, di Guineguaste. -  Guineguaste una villa in Piccardia presso a Terroana, dove, negli ultimi anni del regno di Luigi undecimo, l'esercito franzese, gi quasi vincitore in una giornata tra loro e Massimiliano re de' romani, disordinato per avere cominciato a rubare, fu messo in fuga. Ma nel tempo medesimo che da questa parte dell'esercito con tanta virt e ferocia si combatteva, l'avanguardia franzese, contro alla quale il conte di Gaiazzo mosse una parte de' cavalli, si presentava alla battaglia con tanto impeto che, impauriti, vedendo massime non essere seguitati da' suoi, si disordinorono quasi per loro medesimi, in modo che essendo gi morti alcuni di loro, tra i quali Giovanni Piccinino e Galeazzo da Coreggio, ritornorono con fuga manifesta al grosso squadrone. Ma il marisciallo di Gies, vedendo che oltre allo squadrone del conte era in sulla ripa di l dal fiume un altro colonnello di uomini di arme ordinato alla battaglia, non permesse a' suoi che gli seguitassino: consiglio che dapoi ne' discorsi degli uomini fu da molti riputato prudente, da molti, che consideravano forse meno la ragione che l'evento, pi presto vile che circospetto; perch non si dubita che se gli avesse seguitati, il conte col suo colonnello voltava le spalle, empiendo di tale spavento tutto 'l resto delle genti rimaste di l dal fiume che sarebbe stato quasi impossibile a ritenerle che non fuggissino. Perch il marchese di Mantova, il quale, fuggendo gli altri, ripass con una parte de' suoi di l dal fiume, pi stretto e ordinato che e' potette, le trov in modo sollevate che, cominciando ognuno a pensare di salvare s e le sue robe, gi la strada maestra per la quale si va da Piacenza a Parma era piena d'uomini di cavalli e di carriaggi che si ritiravano a Parma: il quale tumulto si ferm in parte con la presenza e autorit sua, perch mettendogli insieme and riordinando le cose. Ma le ferm molto pi la giunta del conte di Pitigliano, il quale, in tanta confusione dell'una parte e dell'altra, presa l'occasione se ne fugg nel campo italiano, dove confortando, ed efficacemente affermando che in maggiore disordine e spavento si trovavano gl'inimici, conferm e assicur assai gli animi loro. Anzi fu affermato quasi comunemente che, se non fussino state le parole sue, che o allora o almeno la notte seguente, si levava con grandissimo terrore tutto l'esercito. Ritirati gli italiani nel campo loro, da coloro in fuora che menati (come interviene ne' casi simili) dalla confusione e dal tumulto, e spaventati dalle acque grosse del fiume, erano fuggiti dispersi in vari luoghi, molti de' quali scontrandosi nelle genti franzesi sparse per la campagna, furono ammazzati da loro, il re co' suoi and a unirsi all'antiguardia, che non si era mossa del luogo suo; dove consigli co' capitani se e' fusse da passare subito il fiume per assaltare agli alloggiamenti suoi l'esercito inimico, e fu consigliato dal Triulzio e da Cammillo Vitelli, il quale, mandata la compagnia sua dietro a coloro che andavano all'impresa di Genova, avea con pochi cavalli seguitato il re per ritrovarsi al fatto d'arme, che si assaltassino: il che pi efficacemente di tutti confortava Francesco Secco, dimostrando che la strada che si vedeva da lontano era piena d'uomini e di cavalli, che denotava o che fuggissino verso Parma o che, avendo incominciato a fuggire, se ne tornassino al campo. Ma era pure non piccola la difficolt di passare il fiume, e la gente, che parte avea combattuto parte stata armata in sulla campagna, affaticata in modo che per consiglio de' capitani franzesi fu deliberato che s'alloggiasse. Cos andorno ad alloggiare alla villa del Medesano in sulla collina, distante non molto pi d'uno miglio dal luogo nel quale si era combattuto; ove fu fatto l'alloggiamento senza divisione o ordine alcuno, e con non piccola incomodit, perch molti carriaggi erano stati rubati dagli inimici. 
Questa fu la battaglia fatta tra gl'italiani e franzesi in sul fiume del Taro, memorabile perch fu la prima che, da lunghissimo tempo in qua, si combattesse con uccisione e con sangue, in Italia; perch innanzi a questa morivano pochissimi uomini in uno fatto d'arme. Ma in questa, se bene dalla parte de' franzesi ne morirono meno di dugento uomini, degli italiani furno morti pi di trecento uomini d'arme, e tanti altri che ascesono al numero di tremila uomini; tra' quali Rinuccio da Farnese, condottiere de' viniziani, e molti gentiluomini di condizione: e rimase in terra per morto, percosso di una mazza ferrata in su l'elmetto, Bernardino dal Montone, condottiere medesimamente de' viniziani, ma chiaro pi per la fama di Braccio dal Montone suo avolo, uno de' primi illustratori della milizia italiana, che per propria fortuna o virt. E fu pi maravigliosa agli italiani tanta uccisione perch la battaglia non dur pi di una ora, e perch, combattendosi da ogni parte con la fortezza propria e con l'armi, s'adoperorno poco l'artiglierie. Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a s la lama della vittoria e dell'onore di questo giorno. Gl'italiani, per essere stati salvi i loro alloggiamenti e carriaggi, e per il contrario l'averne i franzesi perduti molti e tra gli altri parte de' padiglioni propri del re; gloriandosi, oltre a questo, che arebbono sconfitti gl'inimici se una parte delle genti loro, destinata a entrare nella battaglia, non si fusse voltata a rubare; il che essere stato vero non negavano i franzesi. E in modo si sforzorono i viniziani d'attribuirsi questa gloria che, per comandamento publico, se ne fece per tutto il dominio loro, e in Vinegia principalmente, fuochi e altri segni d'allegrezza; n seguitorono nel tempo avvenire pi negligentemente l'esempio publico i privati, perch nel sepolcro di Marchionne Trivisano, nella chiesa de' frati minori, furno alla sua morte scritte queste parole: - che in sul fiume del Taro combatt con Carlo re di Francia prosperamente. - E nondimeno, il consentimento universale aggiudic la palma a' franzesi: per il numero de' morti tanto differente, e perch scacciorono gl'inimici di l dal fiume, e perch rest loro libero il passare innanzi, che era la contenzione per la quale proceduto si era al combattere. 
Soggiorn il d seguente il re nel medesimo alloggiamento, e in questo d si seguit, per mezzo del medesimo Argenton, qualche parlamento con gl'inimici: e per si fece tregua insino alla notte: desiderando, da una parte, il re la sicurt del passare, perch, sapendo che molti dell'esercito italiano non avevano combattuto e vedendo stargli fermi nel medesimo alloggiamento, gli pareva il cammino di tante giornate per il ducato di Milano pericoloso, con gl'inimici alla coda; e da altra parte, non si sapeva risolvere, per il debole consiglio il quale, disprezzati i consigli migliori, usava spesso nelle sue deliberazioni. Simile incertitudine era negli animi degli italiani: i quali, bench da principio fussino molto spaventati, si erano rassicurati tanto che la sera medesima della giornata ebbono qualche ragionamento, proposto e confortato molto dal conte di Pitigliano, d'assaltare la notte il campo franzese, alloggiato con molto disagio e senza fortezza alcuna d'alloggiamento: pure, contradicendo molti degli altri, fu come troppo pericoloso posto da parte questo consiglio. 
Sparsesi allora fama per tutta Italia che le genti di Lodovico Sforza, per ordine suo secreto, non avevano voluto combattere, perch essendo s potente esercito de' viniziani nel suo stato non avesse forse manco in orrore la vittoria loro che de' franzesi, i quali desiderasse che non restassino n vinti n vincitori, e che, per essere pi sicuro in ogni evento, volesse conservare intere le forze sue; il che s'affermava essere stato causa che l'esercito italiano non avesse conseguita la vittoria: la quale opinione fu fomentata dal marchese di Mantova, e dagli altri condottieri de' viniziani per dare maggiore riputazione a se medesimi, e accettata volentieri da tutti quegli che desideravano che la gloria della milizia italiana si accrescesse. Ma io udi' gi da persona gravissima, e che allora era a Milano in grado tale che aveva notizia intera delle cose, confutare efficacemente questo romore, perch avendo Lodovico voltate quasi tutte le forze sue all'assedio di Novara, non aveva tante genti in sul Taro che fussino di molto momento alla vittoria; la quale arebbe ottenuta l'esercito de' confederati se non gli avessino nociuto pi i disordini propri che il non avere maggiore numero di gente, massime che molte delle viniziane non entrorono nella battaglia. E se bene il conte di Gaiazzo mand contro agli inimici una parte sola, e quella freddamente, potette procedere perch era tanto gagliarda l'antiguardia franzese che e' conobbe essere di molto pericolo il commettersi alla fortuna; e in lui, per l'ordinario, arebbono dato pi ammirazione l'azioni animose che le sicure. E nondimeno non furono al tutto inutili le genti sforzesche, perch, ancora che non combattessino, ritennono l'antiguardia franzese che non soccorresse dove il re, con la minore e molto pi debole parte dello esercito, sosteneva con gravissimo pericolo tutto il peso della giornata. N  questa opinione confermata, se io non mi inganno, pi dall'autorit che dalla ragione. Perch, come  verisimile che se in Lodovico Sforza fusse stata questa intenzione, non avesse pi presto ordinato a' capitani suoi che dissuadessino l'opporsi al transito de' franzesi? conciossiach, se il re avesse ottenuta la vittoria non sarebbono state pi salve che l'altre le genti sue, tanto propinque agli inimici, ancora che non si fussino mescolate nella battaglia; e con che discorso, con che considerazione, con che esperienza delle cose, si poteva promettere che, combattendosi, avesse a essere tanto pari la fortuna che il re di Francia non avesse a essere n vinto, n vincitore? N contro al consiglio de' suoi si sarebbe combattuto, perch le genti viniziane, mandate in quello stato solamente per sicurt e salute sua, non arebbono discrepato dalla volont de' suoi capitani. 
Levossi Carlo con l'esercito, la seguente mattina innanzi giorno, senza sonare trombette, per occultare il pi poteva la sua partita; n fu per quel d seguitato dall'esercito de' collegati, impedito, quando bene avesse voluto seguitarlo, dall'acque del fiume, ingrossato tanto la notte per nuova pioggia che non si potette, per una grande parte del d, passarlo. Solamente, declinando gi il sole, pass, non senza pericolo per l'impeto dell'acque, il conte di Gaiazzo con dugento cavalli leggieri; co' quali seguitando le vestigie de' franzesi, che camminavano per la strada diritta verso Piacenza, dette loro, massime il prossimo d, molti impedimenti e incomodit: e nondimeno essi, bench stracchi, seguitorono, senza disordine alcuno e senza perdere un uomo solo, il suo cammino; perch le vettovaglie erano assai abbondantemente somministrate dalle terre vicine, parte per paura di non essere danneggiate parte per opera del Triulzio, il quale, cavalcando innanzi a questo effetto, co' cavalli leggieri, moveva gli uomini ora co' minacci ora con l'autorit sua, grande in quello stato appresso a tutti ma grandissima appresso a' guelfi; n l'esercito della lega, mossosi il d seguente alla partita de' franzesi, e poco disposto, massime i proveditori viniziani, a rimettersi pi in arbitrio della fortuna, s'accost loro mai tanto che n'avessino uno minimo disturbo. Anzi, essendo il secondo d alloggiati in sul fiume della Trebbia poco di l da Piacenza, ed essendo, per pi comodit dell'alloggiare restate tra il fiume e la citt di Piacenza dugento lancie i svizzeri e quasi tutta l'artiglieria, la notte il fiume per le pioggie crebbe tanto che, nonostante l'estrema diligenza fatta da loro, fu impossibile che o fanti o cavalli passassino se non dopo molte ore del d, n questo senza difficolt bench l'acqua fusse cominciata a diminuire: nondimeno non furono assaltati n dall'esercito inimico che era lontano, n dal conte di Gaiazzo, che era entrato in Piacenza per sospetto che e' non vi si facesse qualche movimento: sospetto non al tutto senza cagione, perch si crede che se Carlo, seguitando il consiglio del Triulzio, avesse spiegate le bandiere e fatto chiamare il nome di Francesco, piccolo figliuolo di Giovan Galeazzo, sarebbe nata in quello ducato facilmente qualche mutazione; tanto era grato il nome di colui che avevano per legittimo signore e odioso quello dell'usurpatore, e di momento il credito e l'amicizie del Triulzio. Ma il re, essendo intento solamente al passare innanzi, non voluto udire pratica alcuna, seguit con celerit il suo cammino; con non piccolo mancamento, da' primi d in fuora, di vettovaglie, perch di mano in mano trovava le terre meglio guardate, avendo Lodovico Sforza distribuiti, parte in Tortona, sotto Guasparri da San Severino cognominato il Fracassa, parte in Alessandria, molti cavalli e mille dugento fanti tedeschi levati dal campo di Novara; ed essendo i franzesi, poi che ebbono passata la Trebbia, stati sempre infestati alla coda dal conte di Gaiazzo, che aveva aggiunto a' suoi cavalli leggieri cinquecento fanti tedeschi che erano alla guardia di Piacenza: non avendo potuto ottenere che gli fussino mandati dall'esercito tutto il resto de' cavalli leggieri e quattrocento uomini d'arme, perch i proveditori viniziani, ammuniti dal pericolo corso in sul fiume del Taro, non vollono consentirlo. Pure i franzesi, avendo quando furno vicini ad Alessandria preso il cammino pi alto verso la montagna, dove ha meno acqua il fiume del Tanaro, si condusseno senza perdita d'uomini o altro danno, in otto alloggiamenti, alle mura d'Asti; nella quale citt entrato il re alloggi la gente di guerra in campagna, con intenzione di accrescere il suo esercito, e fermarsi tanto in Italia che avesse soccorso Novara; e il campo della lega che l'aveva seguitato insino in tortonese, disperato di potergli pi nuocere, s'and a unire con la gente sforzesca intorno a quella citt: la quale pativa gi molto di vettovaglie, perch dal duca di Orliens e da' suoi non era stata usata diligenza alcuna di provederla, come, per essere il paese molto fertile, arebbono potuto fare abbondantissimamente; anzi, non considerando il pericolo se non quando era passata la facolt del rimedio, avevano atteso a consumare senza risparmio quelle che vi erano. 
Ritornorono, quasi ne' medesimi d, a Carlo i cardinali e i capitani i quali, con infelice evento, avevano tentato le cose di Genova. Perch l'armata, presa che ebbe, nella prima giunta, la terra della Spezie, s'indirizz a Rapalle, il qual luogo facilmente occup; ma uscita del porto di Genova una armata di otto galee sottili di una caracca e di due barche biscaine, pose di notte in terra settecento fanti, i quali senza difficolt presono il borgo di Rapalle con la guardia de' franzesi che v'era dentro; e accostatasi poi all'armata franzese che s'era ritirata nel golfo, dopo lungo combattere presono e abbruciorono tutti i legni, restando prigioni il capitano, e fatti pi famosi con questa vittoria quegli luoghi medesimi ne' quali l'anno precedente erano stati rotti gli aragonesi. N fu questa avversit de' franzesi ristorata da quegli che erano andati per terra: perch, condotti per la riviera orientale insino in val di Bisagna e a' borghi di Genova, trovandosi ingannati dalla speranza che avevano conceputa che in Genova si facesse tumulto, e intesa la perdita dell'armata, passorno quasi fuggendo per la via de' monti, via molto aspra e difficile, in valle di Pozzeveri, che  all'altra parte della citt; donde, con tutto che di paesani e di genti mandate in loro favore dal duca di Savoia molto ingrossati fussino, s'indirizzorono con la medesima celerit verso il Piemonte: n  dubbio che se quegli di dentro non si fussino astenuti da uscire fuora, per sospetto che la parte Fregosa non facesse novit, che gli arebbono interamente rotti e messi in fuga. Per il quale disordine, i cavalli de' Vitelli che si erano condotti a Chiavari, inteso il successo di coloro co' quali andavano a unirsi, se ne ritornorono tumultuosamente n senza pericolo a Serezana; e dalla Spezie in fuora, l'altre terre della riviera ch'erano state occupate da' fuorusciti richiamorono subito i genovesi: come similmente fece nella riviera di ponente la citt di Ventimiglia, che ne' medesimi d era stata occupata da Pol Battista Fregoso e da alcuni altri fuorusciti.

Lib.2, cap.10

(Vicende di guerra tra francesi e ispano - aragonesi nel reame di Napoli. Ritorno di Ferdinando d'Aragona in Napoli. Terre che si ribellano ai francesi. I veneziani occupano alcuni punti delle Puglie. La resa di Castelnuovo a Ferdinando. Patti di resa di Castel dell'Uovo. Morte di Alfonso d'Aragona. )

Travagliavasi in questo tempo medesimo, ma con fortuna pi varia, non meno nel reame di Napoli che nelle parti di Lombardia; perch Ferdinando attendeva, poi che ebbe preso Reggio, alla recuperazione de' luoghi circostanti, avendo seco circa seimila uomini, tra quegli che e del paese e di Sicilia volontariamente lo seguitavano, e i cavalli e fanti spagnuoli de' quali era capitano Consalvo Ernandes di casa d'Aghilar, di patria cordovese, uomo di molto valore ed esercitato lungamente nelle guerre di Granata: il quale, nel principio della venuta sua in Italia, cognominato dalla iattanza spagnuola il gran capitano per significare con questo titolo la suprema potest sopra loro, merit, per le preclare vittorie che ebbe poi, che per consentimento universale gli fusse confermato e perpetuato questo sopranome, per significazione di virt grande e di grande eccellenza nella disciplina militare. A questo esercito, il quale aveva gi sollevato non piccola parte del paese, si fece incontro, appresso a Seminara terra vicina al mare, Obign con le genti d'arme franzesi, che erano rimaste alla guardia della Calavria, e con cavalli e fanti avuti da' signori del paese i quali seguitavano il nome del re di Francia; ed essendo venuti alla battaglia, prevalse la virt de' soldati di ordinanza ed esercitati all'imperizia degli uomini poco esperti, perch non solo gli italiani e siciliani, raccolti tumultuariamente da Ferdinando, ma eziandio gli spagnuoli erano gente nuova e con poca esperienza della guerra: e nondimeno si combatt per alquanto spazio di tempo ferocemente, perch la virt e l'autorit de' capitani, che non mancavano d'ufficio alcuno appartenente a loro, sosteneva quegli che per ogn'altro conto erano inferiori. E sopra gli altri Ferdinando, combattendo come si conveniva al suo valore, ed essendogli stato ammazzato il cavallo sotto, sarebbe senza dubbio restato o morto o prigione se Giovanni di Capua fratello del duca di Termini, il quale, insino da puerizia suo paggio, era stato nel fiore della et molto amato da lui, smontato del suo cavallo non avesse fatto salirvi sopra lui, e con esempio molto memorabile di preclarissima fede e amore esposta la propria vita, perch fu subito ammazzato, per salvare quella del suo signore. 
Fugg Consalvo a traverso de' monti a Reggio, Ferdinando a Palma, che  in sul mare vicina a Seminara; dove montato in sull'armata si ridusse a Messina, cresciutagli per le cose avverse la volont e l'animo di tentare di nuovo la fortuna; conciossiach non solo gli fusse noto il desiderio che tutta la citt di Napoli aveva di lui, ma ancora da molti de' principali della nobilt e del popolo fusse occultamente chiamato. Per temendo che la dilazione e la fama della rotta avuta in Calavria non raffreddasse questa disposizione, raccolti, oltre alle galee che aveva condotte d'Ischia e quelle quattro con le quali s'era partito da Napoli Alfonso suo padre, i legni dell'armata venuta di Spagna, e quanti pi potette raccorne dalle citt e da' baroni di Sicilia, si mosse del porto di Messina, non lo ritardando il non avere uomini da armargli, come quello che, non avendo forze convenienti a tanta impresa, era necessitato d'aiutarsi non meno con le dimostrazioni che con la sostanza delle cose. Part adunque di Sicilia con sessanta legni di gaggia e con venti altri legni minori, e con lui Ricaiensio catelano, capitano dell'armata spagnuola, uomo nelle cose navali di grande virt ed esperienza; ma con tanti pochi uomini da combattere che nella maggiore parte non erano quasi altri che i destinati al servigio del navigare. In questo modo erano piccole le forze sue, ma grande per lui il favore e la volont de' popoli. Perci arrivato alla spiaggia di Salerno, subito Salerno la costa di Malfi e la Cava alzorno le sue bandiere. Volteggi di poi due giorni sopra a Napoli, aspettando, ma indarno, che nella terra si facesse qualche tumulto, perch i franzesi, prese presto l'armi e messe buone guardie ne' luoghi opportuni, repressono la ribellione che gi bolliva; e arebbono rimediato a tutti i loro pericoli se avessino arditamente seguitato il consiglio di alcuni di loro i quali, congetturando i legni aragonesi essere male forniti di combattenti, confortavano Mompensieri che, ripiena l'armata franzese, che era nel porto, di soldati e d'uomini atti a combattere, assaltasse con essa gl'inimici. Ma Ferdinando, il terzo d, disperato che nella citt si facesse alterazione, si allarg in mare per ritirarsi a Ischia: onde i congiurati, considerando che per essere la congiurazione quasi scoperta era diventata causa propria la causa di Ferdinando, ristrettisi insieme e deliberati di fare della necessit virt, mandorono segretamente uno battello a richiamarlo; pregandolo che, per dare pi facilit e animo a chi voleva levarsi in suo favore, mettesse in terra o tutta o parte della sua gente. Per di nuovo ritornato sopra a Napoli, il d seguente a quello nel quale fu fatta la giornata in sulla ripa del fiume del Taro, si accost al lito con l'armata, per porre in terra alla Maddalena, luogo propinquo a Napoli a uno miglio, dove entra in mare il picciolo pi presto rio che fiumicello chiamato Sebeto, incognito a ciascuno se non gli avessino dato nome i versi de' poeti napoletani. Il che vedendo Mompensieri, non manco pronto a procedere con audacia quando era necessario il timore che fusse stato pronto a procedere con timore quando era necessaria, il d dinanzi, l'audacia, usc fuora della citt con quasi tutti i soldati per vietargli lo scendere in terra: il che fu cagione che avendo i napoletani tale opportunit quale appena arebbono saputa desiderare si levorono subito in arme, fatto il principio di sonare a martello dalla chiesa del Carmino vicina alle mura della citt, e successivamente seguitando tutte l'altre, e occupate le porte, cominciorono scopertamente a chiamare il nome di Ferdinando. Spavent questo subito tumulto i franzesi in modo che, non parendo loro sicuro lo stare in mezzo tra la citt gi ribellata e le genti inimiche, e manco sperando di potere per quella via donde erano usciti ritornarvi, deliberorno, attorniando le mura della citt (cammino lungo montuoso e molto difficile), entrare in Napoli per la porta contigua a Castelnuovo. Ma Ferdinando, in questo mezzo entrato in Napoli, e messo con alcuni de' suoi a cavallo da' napoletani, cavalc per tutta la terra con incredibile allegrezza di ciascuno; ricevendolo la moltitudine con grandissime grida, n si saziando le donne di coprirlo dalle finestre di fiori e d'acque odorifere, anzi molte delle pi nobili correvano nella strada ad abbracciarlo e ad asciugargli dal volto il sudore. 
E nondimeno non si intermettevano per questo le cose necessarie alla difesa, perch 'l marchese di Pescara, insieme co' soldati che erano entrati con Ferdinando e con la giovent napoletana, attendeva a sbarrare e a fortificare le bocche delle vie donde i franzesi potessino assaltare da Castelnuovo la terra. I quali, poich furono ridotti in sulla piazza del castello, feciono ogni sforzo per rientrare nello abitato della citt; ma essendo molestati con balestre e artiglierie minute, e trovata a tutti i capi delle strade sufficiente difesa, sopravenendone la notte, si ritirorono nel castello, lasciati i cavalli, che furono tra utili e inutili poco manco di dumila, in sulla piazza, perch nel castello non era n capacit di ricevergli n facolt di nutrirgli. Rinchiusonvisi dentro, con Mompensieri, Ivo d'Allegri riputato capitano e Antonello principe di Salerno, e molt'altri franzesi e italiani di non piccola condizione; e bench per qualche d facessino spesse scaramuccie in sulla piazza e intorno al porto, e traessino alla citt con l'artiglierie, nondimeno, ributtati sempre dagl'inimici, restorno esclusi di speranza di potere da se stessi recuperare quella citt. Seguitorono subito l'esempio di Napoli Capua, Aversa, la rocca di Mondragone e molte altre terre circostanti, e si volt la maggiore parte del reame a nuovi pensieri: tra' quali il popolo di Gaeta, avendo prese l'armi con maggiore animo che forze, per essere comparite innanzi al porto alcune galee di Ferdinando, fu con molta uccisione superato da' franzesi che v'erano a guardia, i quali con l'impeto della vittoria saccheggiorono tutta la terra. E nel tempo medesimo l'armata viniziana accostatasi a Monopoli, citt di Puglia, e posti in terra gli stradiotti e molti fanti, gli dette la battaglia per terra e per mare; nella quale Pietro Bembo, padrone di una galea viniziana, fu morto da quelli di dentro di uno colpo d'artiglieria. Prese finalmente la citt per forza, e la rocca gli fu data per timore dal castellano franzese che vi era dentro; e di poi ebbe per accordo Pulignano. 
Ma Ferdinando era intento ad acquistare Castelnuovo e Castel dell'Uovo, sperando che presto avessino ad arrendersi per la fame, perch a proporzione del numero degli uomini che vi era dentro vi era piccola provisione di vettovaglie; e attendendo continuamente a occupare i luoghi circostanti al castello, si sforzava di mettergli del continuo in maggiore strettezza. Perch i franzesi, non potendo stare sicura nel porto l'armata loro, che era di cinque navi quattro galee sottili una galeotta e uno galeone, l'aveano ritirata tra la Torre di San Vincenzio, Castel dell'Uovo e Pizzifalcone che si tenevano per loro, e tenendo le parti dietro a Castelnuovo, dove erano i giardini reali, si distendevano insino a Cappella; e fortificato il monasterio della Croce, correvano insino a Pi di Grotta e San Martino. Contro a' quali Ferdinando, avendo presa e messa in fortezza la cavalleria e fatte vie coperte per la Incoronata, occup il monte di Sant'Ermo e dipoi il poggio di Pizzifalcone, tenendosi per i franzesi la fortezza posta in sulla sommit; alla quale per levare il soccorso, perch pigliandola arebbono potuto infestare di luogo eminente l'armata degli inimici, assaltorno le genti di Ferdinando il monasterio della Croce, ma ricevuto nell'accostarsi danno grande dall'artiglierie, disperati di ottenerlo per forza, si voltorono a ottenerlo per trattato, infelice a chi ne fu autore. Perch avendo uno moro che vi era dentro promesso fraudolentemente al marchese di Pescara, stato gi suo padrone, di metterlo dentro, e perci condottolo una notte in su una scala di legno appoggiata alle mura del monasterio a parlare seco, per stabilire l'ora e il modo di entrare la notte medesima, fu quivi con trattato doppio ammazzato con una freccia di una balestra che gli pass la gola. N fu alle cose di Ferdinando poco importante la mutazione, prima di Prospero e poi di Fabbrizio Colonna; i quali, bench durante l'obligazione della condotta col re di Francia, passorono, quasi subito che ebbe recuperato Napoli, agli stipendi suoi, scusandosi non gli essere stati fatti a' tempi debiti i pagamenti promessi, e che Verginio Orsino e il conte di Pitigliano erano stati, con poco rispetto de' meriti loro, molto carezzati dal re: ragione che a molti parve inferiore alla grandezza de' benefici ricevuti da lui. Ma chi sa se quello che ragionevolmente doveva essere il freno a ritenergli fusse lo stimolo a fargli fare il contrario: perch quanto erano maggiori i premi che possedevano tanto fu, per avventura, pi potente in loro, poich vedevano cominciare gi a declinare le cose franzesi, la cupidit del conservargli. Ristretto in questo modo il castello, e serrato il mare da' navili di Ferdinando, cresceva continuamente il mancamento delle vettovaglie; e si sostentava solo con la speranza d'avere soccorso per mare, di Francia; perch Carlo, subito che era giunto in Asti, mandato Perone di Baccie, aveva fatto partire, dal porto di Villafranca appresso a Nizza, un'armata marittima che portava dumila tra guasconi e svizzeri e provedimento di vettovaglie; fattone capitano monsignore di Arbano, uomo bellicoso ma non esperimentato nel mare. La quale, condottasi insino all'isola di Ponzo, avendo scoperta all'intorno l'armata di Ferdinando che aveva trenta vele e due navi grosse genovesi, subito si messe in fuga; e seguitata insino all'isola dell'Elba, avendo perduta una navetta biscaina, si rifugg con tanto spavento nel porto di Livorno che e' non fu in potest del capitano ritenere che la pi parte de' fanti non scendessino in terra, e dipoi contro alla volont sua andassino in Pisa. Per la ritirata di questa armata, Mompensieri e gli altri, stretti dalla carestia delle vettovaglie, patteggiorno di dare a Ferdinando il castello, dove erano stati assediati gi tre mesi, e di andarsene in Provenza, se infra trenta d non fussino soccorsi, salvo la roba e le persone di tutti quegli che v'erano dentro; e per l'osservanza dettono statichi Ivo di Allegri e tre altri a Ferdinando. Ma non si poteva, in tempo s breve, sperare soccorso alcuno se non dalle genti medesime che erano nel regno. Per monsignore di Pers, uno de' capitani regi, avendo seco i svizzeri e una parte delle lancie franzesi, e accompagnato dal principe di Bisignano e da molti altri baroni, si mosse verso Napoli. La venuta del quale presentendo Ferdinando, mand loro incontro a Eboli il conte di Matalona, con uno esercito la maggiore parte tumultuario, raccolto di confidati e d'amici: il quale, bench molto maggiore di numero, riscontratosi con gli inimici al lago Pizzolo vicino a Eboli, subito come si accostorono si messe in fuga senza combattere, restando nel fuggire prigione Venanzio figliuolo di Giulio da Varano signore di Camerino: ma perch non furono seguitati molto da' franzesi, si ridussono, ricevuto pochissimo danno, a Nola e dipoi a Napoli. Seguitorono i vincitori l'impresa del soccorrere le castella, e con tanta riputazione per la vittoria acquistata, che Ferdinando ebbe inclinazione d'abbandonare un'altra volta Napoli. Ma ripreso animo per i conforti de' napoletani, mossi non meno dal timore proprio, causato dalla memoria della ribellione, che dall'amore di Ferdinando, si ferm a Cappella; e per proibire che gli inimici non si accostassino al castello, finita una tagliata grande gi cominciata dal monte di Santo Ermo insino a Castello dell'Uovo, providde di artiglierie e di fanti tutti i poggi insino a Cappella e sopra a Cappella: in modo che, con tutto che i franzesi, i quali erano venuti per la via di Salerno a Nocera per la Cava e per il monte di Pi di Grotta, si conducessino in Chiaia presso a Napoli, nondimeno essendo ogni cosa bene difesa, e dimostrandosi valorosamente Ferdinando e molestandogli molto l'artiglierie, massimamente quelle che erano piantate in sul poggio di Pizzifalcone, il qual poggio  imminente a Castel dell'Uovo, e dove gi furono le delicatezze e le suntuosit tanto famose di Lucullo, non potettono passare pi innanzi n accostarsi a Cappella, n avendo facolt di soggiornarvi, perch la natura, benignissima a quella costiera di tutte l'altre amenit, gli ha dinegato l'acque dolci, furono costretti a ritirarsi pi presto che non arebbono fatto, lasciati nel levarsi due o tre pezzi d'artiglieria e parte delle vettovaglie condotte per mettere nelle castella, e se ne andorono verso Nola: a' quali per opporsi, Ferdinando, lasciato assediato il castello, si ferm con le sue genti nel piano di Palma presso a Sarni. Ma Mompensieri, privato per la partita loro di ogni speranza di essere soccorso, lasciati in Castelnuovo trecento uomini, numero proporzionato non meno alla scarsit delle vettovaglie che alla difesa, e lasciato guardato Castel dell'Uovo, montato di notte, insieme con gli altri che erano dumila cinquecento soldati, in su' legni della sua armata, se ne and a Salerno: non senza gravissime querele di Ferdinando, il quale pretendeva non gli essere stato lecito, pendente il termine dello arrendersi, partirsi con quelle genti di Castelnuovo se nel tempo medesimo non gli consegnava quello e Castel dell'Uovo; e perci non fu senza inclinazione, seguitando il rigore de' patti, di vendicarsi, col sangue degli statichi, di questa ingiuria e del mancamento di Mompensieri, perch al termine convenuto non furono arrendute le castella. Ma passato il tempo circa a uno mese, quegli che erano rimasti in Castelnuovo, non potendo pi resistere alla fame, si arrenderono con condizione che fussino liberati gli statichi; e quasi ne' d medesimi patteggiorno, per la medesima cagione, quegli che erano in Castel dell'Uovo, di arrendersi il primo d della prossima quadragesima, se prima non fussino soccorsi. 
Mor quasi circa a questo tempo a Messina Alfonso di Aragona, nel quale, asceso al regno napoletano, si era convertita in somma infamia e infelicit quella gloria e fortuna per la quale, mentre era duca di Calavria, fu molto illustrato per tutto il nome suo.  fama che poco innanzi alla morte avea fatto instanza col figliuolo di ritornare a Napoli, ove l'odio gi avuto contro a lui era quasi convertito in benivolenza; e si dice che Ferdinando, potendo pi in lui, come  costume degli uomini, la cupidit del regnare che la riverenza paterna, non meno mordacemente che argutamente gli rispose, che aspettasse insino a tanto che da s gli fusse consolidato talmente il regno che egli non avesse un'altra volta a fuggirsene. E per corroborare Ferdinando le cose sue con pi stretta congiunzione col re di Spagna, tolse per moglie, con la dispensa del pontefice, Giovanna sua zia, nata di Ferdinando suo avolo e di Giovanna sorella del prelato re.

Lib.2, cap.11

(Le milizie de' veneziani e di Lodovico Sforza assediano Novara. Carlo VIII assolda nuovi svizzeri. Timori e provvedimenti de' collegati per gli appoggi della duchessa di Savoia a Carlo. Intimazione del pontefice a Carlo ed ironica risposta di questo. Patti conclusi tra Carlo e i fiorentini. )

Ma mentre che l'assedio si teneva con vari progressi, come  detto, intorno alle castella di Napoli, l'assedio di Novara si riduceva in grande strettezza; perch e il duca di Milano v'aveva intorno potente esercito, e i viniziani l'avevano soccorso con tanta prontezza che rare volte  memoria che in impresa alcuna perdonassino manco allo spendere: in modo che, in breve tempo, si ritrovorono nel campo de' collegati tremila uomini d'arme tremila cavalli leggieri mille cavalli tedeschi e cinquemila fanti italiani. Ma quello in che consisteva la fortezza principale dell'esercito erano diecimila lanzechenech (cos chiamano volgarmente i fanti tedeschi), soldati dal duca di Milano, la maggiore parte, per opporgli a' svizzeri; perch, non che altro, non sosteneva il nome loro la fanteria italiana, diminuita maravigliosamente di riputazione e di ardire dopo la venuta de' franzesi. Governavangli molti valorosi capitani, tra i quali era di maggiore nome Giorgio di Pietrapanta nativo d'Austria; il quale, essendo pochi anni innanzi soldato di Massimiliano re de' romani, aveva, con laude grande, tolto in Piccardia la terra di Santo Omero al re di Francia. N solo era stato sollecito il senato viniziano a mandare molta gente a quello assedio ma ancora, per dare maggiore animo a' suoi soldati, aveva di governatore fatto capitano generale del loro esercito il marchese di Mantova, onorando la fortezza dimostrata da lui nel fatto d'arme del Taro; e con esempio molto grato e degno d'eterna laude, non solo accresciuto le condotte a quegli che s'erano portati valentemente, ma a' figliuoli di molti de' morti nella battaglia date provisioni e vari premi, e statuito le doti alle figliuole. Attendevasi con questo esercito s potente allo assedio, perch era il consiglio de' collegati, i quali di questo si riferivano principalmente alla volont di Lodovico Sforza, di non tentare, se non erano necessitati la fortuna della battaglia col re di Francia, ma fortificandosi allo intorno di Novara, ne' luoghi opportuni, proibire che vettovaglie non v'entrassino, sperando che, per esservene dentro piccola quantit e bisognarvene assai, non si potesse molti giorni sostenere: perch, oltre al popolo della citt e i paesani che v'erano rifuggiti, v'aveva il duca d'Orliens, tra franzesi e svizzeri, pi di settemila uomini di gente molto eletta. Per Galeazzo da San Severino con l'esercito duchesco, deposto eziandio ogni pensiero della oppugnazione della citt poi che era tanto copiosa di difensori, era alloggiato alle Mugne, luogo in sulla strada maestra molto opportuno a impedire le provisioni che venissino da Vercelli; e il marchese di Mantova con le genti viniziane, avendo in sulla giunta sua preso per forza alcune terre circostanti, e pochi d poi il castello di Brione che era di qualche importanza, aveva fornito Camariano e Bolgari, luoghi tra Novara e Vercelli: e per impedire pi comodamente le vettovaglie avevano distribuito l'esercito in molti luoghi intorno a Novara, e fortificato gli alloggiamenti di tutti. 
Da altra parte il re di Francia, per essere pi propinquo a Novara, s'era da Asti trasferito a Turino; e ancora che spesso andasse insino a Chieri, preso dall'amore d'una gentildonna che vi abitava, non si intermettevano per questo le provisioni della guerra, sollecitando continuamente le genti che passavano di Francia, con intenzione di mettere in sulla campagna dumila lancie franzesi. Ma con non minore studio s'attendeva a sollecitare la venuta di diecimila svizzeri, a soldare i quali era stato mandato il bagl di Digiuno; disegnando, subito che e' fussino arrivati allo esercito, fare lo sforzo possibile per soccorrere Novara, ma senza quegli non avendo ardire di tentare cosa alcuna memorabile. Perch il regno di Francia, potentissimo in questo tempo di cavalleria e instruttissimo di copia grande d'artiglierie e di grandissima perizia di maneggiarle, era debolissimo di fanteria propria; perch ritenute l'armi e gli esercizi militari solo nella nobilt, era mancata nella plebe e negli uomini popolari l'antica ferocia di quella nazione, per avere lungamente cessato dalle guerre e datisi all'arti e a' guadagni della pace: conciossiach molti de' re passati, temendo dell'impeto de' popoli, per l'esempio di varie congiurazioni e rebellioni che erano accadute in quel reame, avevano atteso a disarmargli e alienargli dagli esercizi militari. E per i franzesi, non confidando pi della virt de' fanti propri, si conducevano timidamente alla guerra se nell'esercito loro non era qualche banda di svizzeri. La quale nazione, in ogni tempo indomita e feroce, aveva circa venti anni innanzi augumentato molto la sua riputazione; perch essendo assaltati con potentissimo esercito da Carlo duca di Borgogna, quello che per la potenza e per la fierezza sua era al regno di Francia e a tutti i vicini di grandissimo terrore, gli avevano in pochi mesi dato tre rotte e nell'ultima, o mentre combatteva o nella fuga (perch fu oscuro il modo della sua morte) privatolo della vita. Per la virt loro adunque, e perch con essi non avevano i franzesi emulazione o differenza alcuna, n per propri interessi causa di sospettarne, come avevano de' tedeschi, non conducevano altri fanti forestieri che svizzeri, e usavano in tutte le guerre gravi l'opera loro; e in questo tempo pi volentieri che negli altri, per conoscere che il soccorrere Novara, circondata da tanto esercito e contro a tanti fanti tedeschi, che guerreggiavano con la medesima disciplina che i svizzeri, era cosa difficile e piena di pericoli. 
 posta in mezzo tra Turino e Novara la citt di Vercelli, membro gi del ducato di Milano ma conceduta da Filippo Maria Visconte, nelle lunghe guerre che ebbe co' viniziani e co' fiorentini, ad Amideo duca di Savoia, perch s'alienasse da loro; nella quale citt non era ancora entrata gente d'alcuna delle parti, perch la duchessa, madre e tutrice del piccolo duca di Savoia, e d'animo totalmente franzese, non aveva voluto scoprirsi per il re insino che non fusse pi potente, dando in questo mezzo parole grate e speranza al duca di Milano. Ma come il re, ingrossato gi di gente, si trasfer a Turino citt del medesimo ducato, consent che in Vercelli entrassino de' suoi soldati; donde e a lui, per l'opportunit di quel luogo, era accresciuta la speranza di potere, come fussino arrivati tutti suoi sussidi, soccorrere Novara, e i confederati cominciavano a starne con non piccola dubitazione. E per, per stabilire con maggiore maturit come in queste difficolt si avesse a procedere, and all'esercito Lodovico Sforza, e con lui Beatrice sua moglie che gli era assiduamente compagna non manco alle cose gravi che alle dilettevoli; alla presenza del quale, e, come fu fama, per consiglio suo principalmente, fu dopo molte disputazioni conchiuso unitamente da' capitani: che per maggiore sicurt di tutti l'esercito veneto si unisse con lo sforzesco alle Mugne, lasciando sufficiente guardia in tutti i luoghi vicini a Novara che fussino opportuni all'ossidione: che Bolgari s'abbandonasse, perch essendo vicino tre miglia a Vercelli, era necessario, se i franzesi vi fussino andati potenti per espugnarlo, o lasciarlo ignominiosamente perdere o, contro alle deliberazioni gi fatte, andare a soccorrerlo con tutto l'esercito: che in Camariano, distante per tre miglia all'alloggiamento delle Mugne, si accrescesse il presidio; e che, fortificato il campo tutto con fossi e con ripari e con copia grande d'artiglierie, si pigliassino giornalmente l'altre deliberazioni secondo che insegnassino gli andamenti degl'inimici; non omettendo di dare il guasto e tagliare tutti gli alberi insino quasi alle mura di Novara, per dare incomodo e agli uomini e al saccomanno de' cavalli, de' quali nella citt era grande moltitudine. 
Queste cose deliberate, e fatta la mostra generale di tutto l'esercito, Lodovico Sforza se ne torn a Milano, per fare pi prontamente le provisioni che di d in d fussino necessarie. E per favorire anche con l'autorit e con l'armi spirituali le forze temporali, operorono, i viniziani ed egli, che 'l pontefice mandasse uno de' suoi mazzieri a Carlo, a comandargli che fra dieci d si partisse d'Italia con tutto l'esercito, e fra altro termine breve levasse le genti sue del regno di Napoli; altrimenti, che sotto quelle pene spirituali con le quali minaccia la Chiesa comparisse a Roma innanzi a lui personalmente; rimedio tentato altre volte dagli antichi pontefici, perch, secondo che si legge, non con altre armi che queste Adriano, primo di quel nome, costrinse Desiderio re de' longobardi, che con esercito potente andava a perturbare Roma, a ritirarsi da Terni, dove gi era pervenuto, a Pavia. Ma mancata la riverenza e la maest che dalla santit della vita loro ne' petti degli uomini nascevano, era ridicolo sperare da costumi e esempli tanto contrari gli effetti medesimi. Per Carlo, deridendo la vanit di questo comandamento, rispose che, non avendo il pontefice voluto quando tornava da Napoli aspettarlo in Roma, dove era andato per baciargli divotamente i piedi, si maravigliava che al presente ne facesse tanta instanza: ma che per ubbidirlo attendeva ad aprirsi la strada, e lo pregava che, acciocch invano non pigliasse questa incomodit, fusse contento d'aspettarvelo. 
Conchiuse in questo tempo il Carlo, in Turino, con gli imbasciadori de' fiorentini nuovi capitoli, non senza molta contradizione di quegli medesimi che altre volte gli avevano impugnati: a' quali dette maggiore occasione di contradire, che, avendo i fiorentini, dopo l'avere ricuperato l'altre castella delle colline di Pisa perdute nella ritornata di Carlo, posto il campo a Ponte di Sacco, e ottenutolo per accordo salve le persone de' soldati, erano stati contro alla fede data ammazzati nell'uscire quasi tutti i fanti guasconi che v'erano co' pisani, e usate contro a' morti molte crudelt. Il che, se bene fusse avvenuto contro alla volont de' commissari fiorentini, i quali con difficolt grande ne salvorono una parte, ma per opera d'alcuni soldati, i quali stati prima prigioni dell'esercito franzese erano stati trattati molto acerbamente, nondimeno nella corte del re questo caso, interpretandosi dagli avversari loro per segno manifesto di animo inimicissimo al nome di tutti i franzesi, accrebbe difficolt alla pratica dell'accordo: il quale pure finalmente si conchiuse, prevalendo a ogn'altro rispetto non la memoria delle promesse e del giuramento prestato solennemente ma la necessit urgente di danari e del soccorrere alle cose del regno di Napoli. Convennesi adunque in questa sentenza: che senza alcuna dilazione fussino restituite a' fiorentini tutte le fortezze e le terre che erano in mano di Carlo, con condizione che e' fussino obligati di dare infra due anni prossimi, quando cos piacesse al re, e ricevendone conveniente ricompenso, Pietrasanta e Serezana a' genovesi, in caso venissino alla ubbidienza del re; sotto la quale speranza gl'imbasciadori de' fiorentini pagassino subito i trentamila ducati della capitolazione fatta in Firenze, ma ricevendo gioie in pegno per sicurt del riavergli in caso non si restituissino per qualunque cagione le terre loro: che fatta la restituzione, prestassino al re sotto l'obligazione de' generali del reame di Francia ( questo il nome di quattro ministri regi che ricevono l'entrate di tutto il regno) settantamila ducati, pagandogli per lui alle genti che erano nel regno di Napoli, e intra gli altri una parte a' Colonnesi in caso non fussino accordati con Ferdinando; di che al re, bench avesse gi dell'accordo di Prospero qualche indizio, non era pervenuta ancora la intera certezza: che non avendo guerra in Toscana, mandassino nel reame, in aiuto dell'esercito franzese, dugento cinquanta uomini d'arme; e in caso che avessino guerra in Toscana, ma non altra che quella di Montepulciano, fussino obligati a mandargli ad accompagnare insino nel regno le genti de' Vitelli, che erano nel contado pisano, ma non fussino obligati a tenervegli pi oltre che tutto il mese di ottobre: che a' pisani fussino perdonati tutti i delitti commessi, e data certa forma alla restituzione delle robe tolte, e fatte alcune abilit appartenenti all'arti e agli esercizi: e che per sicurt dell'osservanza si dessino per statichi sei de' principali cittadini di Firenze, a elezione del re, per dimorare certo tempo nella sua corte. Il quale accordo conchiuso, e pagati col pegno delle gioie i trentamila ducati, che furono subito mandati per levare i svizzeri, furono espedite le lettere e i comandamenti regi a' castellani delle fortezze, che le restituissino immediate a' fiorentini.

Lib.2, cap.12

(Condizioni difficili de' francesi in Novara. Segrete pratiche di concordia fra il re di Francia e il duca di Milano. Patti di pace proposti al re di Francia e discussione di essi nel consiglio del re. Carlo VIII, fatta la pace col duca di Milano, ritorna in Francia. )

Ma le cose dentro a Novara diventavano ogni d pi dure e pi difficili, con tutto che la virt de' soldati fusse grande, e grandissima, per la memoria della ribellione, l'ostinazione de' novaresi a difendersi; perch erano gi diminuite le vettovaglie talmente che la gente cominciava a patire molto de' cibi necessari: e bench Orliens, poich si vidde ristretto, avesse mandate fuora le bocche inutili, non era tanto rimedio che bastasse; anzi de' soldati franzesi e de' svizzeri, poco abili a tollerare queste incomodit, incominciavano a infermarsene ogni d molti. Onde Orliens, oppresso anche egli di febbre quartana, con messi spessi e lettere sollecitava Carlo a non prolungare il soccorso; il quale, non essendo ancora insieme tante genti che fussino abbastanza, non poteva essere s presto che alla necessit sua cos urgente sodisfacesse. Tentorono nondimeno i franzesi pi volte di mettere di notte in Novara vettovaglia, condotta da grosse scorte di cavalli e di fanti, ma scoperti sempre dagl'inimici furno costretti a ritirarsi, e qualche volta con danno non piccolo di coloro la conducevano. E per chiudere da ogni parte a quegli di dentro la via delle vettovaglie, il marchese di Mantova assalt il monasterio di San Francesco propinquo alle mura di Novara, ed espugnatolo vi messe in guardia dugento uomini d'arme e tremila fanti tedeschi: donde gli eserciti si sgravorono di molte fatiche, restando assicurata la strada per la quale si conducevano le loro vettovaglie e serrata la via della porta di verso il monte di Biandrana, che era la via pi facile a entrare in Novara. Espugn di pi il d seguente il bastione fatto da' franzesi alla punta del borgo di San Nazaro, e la notte prossima tutto il borgo e l'altro bastione contiguo alla porta; nel quale messe la guardia, e fortific il borgo: dove il conte di Pitigliano, che era stato condotto da' viniziani con titolo di governatore, ferito d'uno archibuso appresso alla cintura, stette in grave pericolo di morte. Per i quali progressi il duca d'Orliens, diffidandosi di potere pi difendere gli altri borghi, i quali quando si ritir in Novara aveva fortificati, fattovi mettere fuoco, la notte seguente ridusse tutti i suoi alla guardia solamente della citt, sostentandosi nella estremit della fame con la speranza del soccorso, che gli cresceva; perch essendo pure cominciati ad arrivare i svizzeri, l'esercito franzese, passato il fiume della Sesia, era uscito ad alloggiare in campagna un miglio fuora di Vercelli, e messa guardia in Bolgari aspettava il resto de' svizzeri, credendosi che come fussino arrivati si andrebbe subitamente a soccorrere Novara: cosa piena di molte difficolt, perch le genti italiane erano alloggiate in forte sito e con gagliardi ripari, e il cammino da Vercelli a Novara era cammino copioso d'acque, e difficile per i fossi molto larghi e profondi de' quali  pieno il paese; e tra Bolgari, guardato da' franzesi, e l'alloggiamento degli italiani era Camariano, guardato da essi. Per le quali difficolt non appariva nell'animo del re n degli altri molta prontezza. E nondimeno, se tutto il numero de' svizzeri fusse arrivato pi presto, arebbono tentata la fortuna della battaglia: l'evento della quale non poteva essere se non molto dubbio per ciascuna delle parti. E per, conoscendosi il pericolo da tutti, non mancavano continuamente tra il re di Francia e il duca di Milano secrete pratiche di concordia; bench con poca speranza, per la diffidenza grande che era tra loro, e perch l'uno e l'altro, per mantenersi in maggiore riputazione, dimostrava di non averne desiderio. 
Ma il caso aperse uno altro mezzo pi espedito a tanta conclusione. Perch essendo in quegli medesimi d morta la marchesana di Monferrato, e trattandosi di chi dovesse pigliare il governo di un piccolo figliuolo che aveva lasciato, al quale governo aspiravano il marchese di Saluzzo e Costantino fratello della marchesana morta, uno degli antichi signori di Macedonia, occupata molti anni innanzi da Maumeth ottomanno, il re, desideroso della quiete di quello stato, mand, per ordinarlo secondo il consenso de' sudditi, Argenton a Casale Cervagio; dove essendo similmente andato, per condolersi della medesima morte, un maestro di casa del marchese di Mantova, nacque, tra questi due, ragionamento del beneficio che riporterebbe ciascuna delle parti della pace; il quale ragionamento proced tanto avanti che, avendo Argenton, per conforto suo scritto sopra il medesimo a' proveditori viniziani, ripetendo le cose cominciate a trattare con loro insino in sul Taro, essi prestando orecchi e comunicando co' capitani del duca di Milano, finalmente tutti concordi mandorono a ricercare il re, il quale era venuto a Vercelli, che deputasse alcuni de' suoi, acciocch in qualche luogo comodo si conducessino a parlamento con quegli i quali sarebbono deputati da loro: il che avendo il re consentito, si congregorno il d seguente, tra Bolgari e Camariano, per i viniziani il marchese di Mantova e Bernardo Contarino proveditore de' loro stradiotti, per il duca di Milano Francesco Bernardino Visconte, e per il re di Francia il cardinale di San Mal, il principe d'Oranges, il quale passato nuovamente di qua da' monti aveva per commissione del re la cura principale di tutto l'esercito, il marisciallo di Gies, Pienes e Argenton. I quali essendosi convenuti insieme pi volte; e inoltre andati, in diversi d, alcuni di essi, dall'uno esercito all'altro, si ristrignevano principalmente le differenze alla citt di Novara: perch il re, non ponendo difficolt nell'effetto della restituzione ma nel modo, per minore offesa dell'onore proprio faceva instanza che, in nome del re de' romani, diretto signore del ducato di Milano, si dipositasse in mano d'uno di quegli capitani tedeschi che erano nel campo italiano; ma i collegati instavano si rilasciasse liberamente. N si potendo questa e l'altre difficolt che accadevano risolvere cos presto come arebbono avuto di bisogno quegli che erano in Novara, ridotti tanto allo estremo che gi per la fame, e per le infermit causate da quella, vi erano morti circa dumila uomini della gente di Orliens, fu fatto tregua per otto d; dando facolt a lui e al marchese di Saluzzo di andare con piccola compagnia a Vercelli, ma con promessa di ritornare dentro con la medesima compagnia se la pace non si facesse: per sicurt del quale, avendo a passare per le forze degli inimici, il marchese di Mantova and a una torre presso a Bolgari, in potest del conte di Fois. N arebbeno i soldati, i quali restorono in Novara, lasciatolo partire se da lui non avessino avuta la fede che, fra tre d, o vi ritornerebbe o che essi arebbono per opera sua facolt d'uscirsene; e dal marisciallo di Gies, che era andato a Novara per condurlo fuora, un suo nipote per statico: perch erano consumati non solo i cibi consueti al vitto umano ma eziandio gli immondi, da' quali gli uomini in tanta estremit non si erano astenuti. Ma come il duca d'Orliens fu arrivato al re si prolung la tregua per pochi d, con patto che tutta la gente sua uscisse di Novara, lasciando la terra in potest del popolo, sotto giuramento di non la dare ad alcuna delle parti senza il consentimento comune; e che nella rocca rimanessino per Orliens trenta fanti, a' quali fusse dal campo italiano giornalmente mandata la vettovaglia. Cos uscirono di Novara tutti i soldati, accompagnati, insino che furono in luogo sicuro dal marchese di Mantova e da Galeazzo da San Severino, ma tanto indeboliti e consumati dalla fame che non pochi di loro morirono appena arrivati a Vercelli e gli altri restorno inutili a adoperarsi in questa guerra. E in quegli d medesimi arriv il bagl di Digiuno col resto de' svizzeri; de' quali se bene non n'avesse dimandati pi che diecimila, non aveva potuto proibire che alla fama de' danari del re di Francia non concorressino quasi popolarmente, in modo che ascendevano al numero di ventimila: de' quali la met si congiunse col campo che era appresso a Vercelli, l'altra met si ferm discosto dieci miglia, non si giudicando totalmente sicuro che tanta quantit di quella nazione stesse insieme nel medesimo esercito. La cui venuta se fusse stata qualche d prima arebbe facilmente interrotte le pratiche dell'accordo, perch nell'esercito del re erano, oltre a questi, ottomila fanti franzesi, dumila svizzeri di quegli che erano stati a Napoli, e le compagnie di mille ottocento lancie; ma essendo la materia tanto avanti, e gi abbandonata Novara, non si intermessono i ragionamenti; con tutto che il duca di Orliens facesse opera efficace in contrario, e che nella sua sentenza molti altri concorressino. E perci erano ogni d i deputati nel campo italiano a praticare col duca di Milano, ritornatovi nuovamente per trattare da se medesimo cosa di tanta importanza, bench in presenza continuamente degli imbasciadori de' collegati; e finalmente i deputati ritornorono al re, riportando, per ultima conclusione di quello in che si poteva convenire: che tra il re di Francia e il duca di Milano fusse perpetua pace e amicizia, non derogando per questo il duca all'altre sue confederazioni; consentendo che la terra di Novara gli fusse restituita dal popolo e rilasciatagli la rocca da' fanti, e si restituissino la Spezie e gli altri luoghi occupati da ciascheduna delle parti: che al re fusse lecito armare a Genova, suo feudo, quanti legni volesse, e servirsi di tutte le comodit di quella citt, eccetto che in favore degl'inimici di quello stato; e che per sicurt di questo i genovesi gli dessino certi statichi: che 'l duca di Milano gli facesse restituire i legni perduti a Rapallo e le dodici galee ritenute a Genova, e gli armasse di presente a spese proprie due caracche grosse genovesi, le quali, insieme con quattro altre armate in nome suo, disegnava di mandare al soccorso del regno di Napoli; e che l'anno futuro fusse tenuto a dargliene tre nel modo medesimo: concedesse passo alle genti che 'l re mandasse per terra al medesimo soccorso, ma non passando per lo stato suo pi che dugento lancie per volta; e in caso che il re ritornasse a quella impresa personalmente dovesse il duca seguitarlo con certo numero di genti: avessino i viniziani facolt d'entrare fra due mesi in questa pace, ed entrandovi ritirassino l'armata loro del regno di Napoli n potessino dare soccorso alcuno a Ferdinando; il che quando non osservassino, se il re volesse muovere loro la guerra fusse obligato il duca ad aiutarlo, per il quale si acquistasse tutto quello che si pigliasse dello stato de' viniziani: pagasse il duca, per tutto marzo prossimo, ducati cinquantamila a Orliens per le spese fatte a Novara; e de' danari prestati al re quando pass in Italia lo liberasse d'ottantamila ducati, gli altri, ma con termine pi lungo, gli fussino restituiti: fusse assoluto dal bando avuto dal duca, e rendutogli i suoi beni, il Triulzio; e il bastardo di Borbone preso nella giornata del Taro, e Miolans che era stato preso a Rapalle e tutti gli altri prigioni, fussino liberati: che il duca facesse partire di Pisa il Fracassa il quale poco innanzi v'aveva mandato, e tutte le genti sue e de' genovesi; n potesse impedire la recuperazione delle terre a' fiorentini: deponesse infra un mese il castelletto di Genova nelle mani del duca di Ferrara, che chiamato, per questo, dall'uno e dall'altro era venuto nel campo italiano; il quale l'avesse a guardare due anni a spese comuni, obligandosi con giuramento di consegnarlo, eziandio durante il tempo predetto, al re di Francia in caso che 'l duca di Milano non gli osservasse le promesse; il quale, conchiusa che fusse la pace, avesse a dare subito statichi al re per sicurt di deporre al tempo convenuto il castelletto. Queste condizioni, riferite al re dai suoi che l'avevano trattate, furono da lui proposte nel suo consiglio; nel quale, variando gli animi di molti, monsignore della Tramoglia parl in questa sentenza: 
- Se nella presente deliberazione non si trattasse, magnanimo re, se non d'accrescere con opere valorose nuova gloria alla corona di Francia, io mi moverei per avventura pi lentamente a confortare che la persona vostra reale si esponesse a nuovi pericoli; ancora che l'esempio di voi medesimo vi dovesse consigliare in contrario, perch non mosso da altro che dalla cupidit della gloria deliberaste, contro a' consigli e contro a' prieghi di quasi tutto il vostro reame, di passare l'anno precedente in Italia al conquisto del regno di Napoli: ove avendo con tanta fama e onore avuto s prospero successo la impresa vostra,  cosa manifestissima che oggi non viene solo in consulta se s'ha a rifiutare l'occasione d'acquistare onori e gloria nuova, ma se s'ha a deliberarsi di disprezzare e di lasciare perdere quella che con s gravi spese e con tanti pericoli avete conseguita, e convertire l'onore acquistato in grandissima ignominia, ed essere voi quello che riprendiate e condanniate le deliberazioni fatte da voi medesimo. Perch poteva la Maest Vostra senza alcuno carico suo starsene in Francia, n poteva quello che al presente sar attribuito da tutto il mondo a somma timidit e vilt essere allora attribuito ad altro che a negligenza, o alla et occupata ne' piaceri. Poteva la Maest Vostra, subito che fu giunta in Asti, con molto minore vergogna sua ritornarsene in Francia, dimostrando che a lei le cose di Novara non attenessino; ma ora, poich fermata qui con l'esercito suo ha publicato d'essersi fermata per liberare dallo assedio Novara e, per questo, fatto venire di Francia tanta nobilt, e con intollerabile spesa condotti tanti svizzeri, chi pu dubitare che, non la liberando, la gloria vostra e del vostro reame non si converta in eterna infamia? Ma ci sono pi potenti o (se ne' petti magnanimi de' re non pu essere maggiore n pi ardente stimolo che la cupidit della fama e de la gloria) almanco pi necessarie ragioni: perch la ritirata nostra in Francia, consentendo per accordo la perdita di Novara, non vuole dire altro che la perdita di tutto il regno di Napoli, che la distruzione di tanti capitani, di tanta nobilt franzese, rimasta sotto la speranza vostra, sotto la fede data da voi di presto soccorrergli, alla difesa di quel reame; i quali resteranno disperati del soccorso come intenderanno che voi, trovandovi in sulle frontiere d'Italia con tanto esercito, con tante forze, cediate agl'inimici. Dependono in grande parte, come ognuno sa, dalla riputazione i successi delle guerre; la quale quando declina, declina insieme la virt de' soldati diminuisce la fede de' popoli annichilansi l'entrate deputate a sostenere la guerra, e per contrario cresce l'animo degl'inimici alienansi i dubbii e augumentansi in infinito tutte le difficolt. Per mancando, con nuova s infelice, all'esercito nostro il suo vigore, e diventando maggiori le forze e la riputazione degl'inimici, chi dubita che presto sentiremo la ribellione di tutto il regno di Napoli? presto la disfazione del nostro esercito? e che quella impresa, cominciata e proseguita con tanta gloria, non ci ar partorito altro frutto che danno e infamia inestimabile? Perch chi si persuade che questa pace si faccia con buona fede dimostra di considerare poco le condizioni delle cose presenti, dimostra di conoscere poco la natura di coloro co' quali si tratta; essendo facile a comprendere che, come aremo voltate le spalle all'Italia, non ci sar osservata cosa alcuna di quelle che si capitolano, e che in cambio di darci gli aiuti promessi sar mandato soccorso a Ferdinando; e quelle genti medesime che si glorieranno d'averci fatto vilmente fuggire d'Italia andranno a Napoli ad arricchirsi delle spoglie de' nostri. La quale ignominia io tollererei pi facilmente se per alcuna probabile cagione si potesse dubitare della vittoria. Ma come pu nascere in alcuno questo sospetto che, considerando la grandezza del nostro esercito, l'opportunit che abbiamo del paese circostante, si ricordi che, stracchi della lunghezza del cammino, assediati delle vettovaglie, pochissimi di numero e in mezzo di tutto il paese inimico, combattemmo s ferocemente contro a grossissimo esercito in sul fiume del Taro? il quale fiume corse quel d con grande impeto, pi grosso di sangue degli inimici che d'acqua propria; aprimmoci col ferro la strada, e vittoriosi cavalcammo otto giorni per il ducato di Milano, che tutto ci era contrario? Abbiamo al presente il doppio pi cavalleria e tanti pi fanti franzesi che allora non avevamo, e in cambio di tremila svizzeri n'abbiamo ora ventiduemila: gl'inimici, se bene augumentati di fanti tedeschi, si pu dire che a comparazione nostra siano poco augumentati, perch la cavalleria loro  quasi la medesima, sono i medesimi capitani; e battuti una volta con tanto danno da noi, ritorneranno con grande spavento a combattere. E forse i premi della vittoria sono s piccoli che abbino a essere vilipesi da noi? e non pi presto tali che debbiamo cercare di conseguirgli con qualunque pericolo? Perch non si combatte solamente la conservazione di tanta gloria acquistata, la conservazione del regno di Napoli, la salute di tanti vostri capitani e di tanta nobilt, ma sar posto in mezzo della campagna lo imperio di tutta Italia; la quale, vincendo qui, sar per tutto preda della vittoria nostra: perch, che altre genti che altri eserciti restano agli inimici? nel campo de' quali sono tutte l'armi tutti i capitani che hanno potuto mettere insieme. Un fosso che noi passiamo, un riparo che noi spuntiamo, ci mette in seno cose s grandi: lo imperio e le ricchezze di tutta Italia, la facolt di vendicarci di tante ingiurie. I quali due stimoli, soliti ad accendere gli uomini pusillanimi e ignavi, se non moveranno la nazione nostra bellicosa e feroce potremo dire certamente esserci mancata pi presto la virt che la fortuna; la quale ci ha arrecato occasione di guadagnare in s piccolo campo, in s poche ore, premi tanto grandi e tanto degni che n pi grandi n pi degni n'aremmo saputo noi medesimi desiderare. - 
Ma in contrario il principe di Oranges parl cos: 
- Se le cose nostre, cristianissimo re, non fussino ridotte in tanta strettezza di tempo, ma fussino in grado che ci dessino spazio d'accompagnare le forze con la prudenza e con la industria, e non ci necessitassino, se vogliamo perseverare nell'armi, a procedere impetuosamente e contro a tutti i precetti dell'arte militare, sarei ancora io uno di quegli che consiglierei che si rifiutasse l'accordo; perch in verit molte ragioni ci confortano a non l'accettare, non si potendo negare che il continuare la guerra sarebbe molto onorevole e molto a proposito delle cose nostre di Napoli. Ma i termini ne' quali  ridotta Novara e la rocca, dove non  da vivere pure per un giorno, ci costringono, se la vogliamo soccorrere, ad assaltare gl'inimici subitamente; e quando pure, lasciandola perdere, pensiamo a trasferire in altra parte dello stato di Milano la guerra, la stagione del verno che si appropinqua, molto incomoda a guerreggiare in questi luoghi bassi e pieni di acqua, la qualit del nostro esercito il quale, per la natura e moltitudine s grande de' svizzeri, se non sar adoperato presto potrebbe essere pi pernicioso a noi che agl'inimici, la carestia grandissima de' danari per la quale  impossibile il mantenerci qui lungamente, ci necessitano, non accettando l'accordo, a cercare di terminare presto la guerra: il che non si pu fare altrimenti che andando a dirittura a combattere con gl'inimici. La qual cosa, per le condizioni loro e del paese,  tanto pericolosa che e' non si potr dire che il procedere in questo modo non sia somma temerit e imprudenza: perch l'alloggiamento loro  tanto forte per natura e per arte, avendo avuto tempo s lungo a ripararlo e a fortificarlo, i luoghi circostanti, che gli hanno messo in guardia sono s opportuni alla difesa loro e s bene muniti, il paese per la fortezza de' fossi e per l'impedimento dell'acque  s difficile a cavalcare, che chi disegna d'andare distesamente a trovargli, e non d'accostarsi loro di passo in passo con le comodit e co' vantaggi e (come si dice) guadagnando il paese e gli alloggiamenti opportuni a palmo a palmo, non cerca altro che avventurarsi con grandissimo e quasi certissimo pericolo. Perch con quale discorso, con quale ragione di guerra, con quale esempio di eccellenti capitani, si debbe egli impetuosamente assaltare un esercito s grosso che sia in uno alloggiamento s forte, e s copioso d'artiglierie? Bisogna, chi vuole procedere altrimenti che a caso, cercare di diloggiargli del forte loro, col prendere qualche alloggiamento che gli soprafaccia o con l'impedire loro le vettovaglie; delle quali cose non veggo se ne possa sperare alcuna se non procedendo maturamente e con lunghezza di tempo, il quale ciascuno conosce che abilit abbiamo di aspettare: senza che, la cavalleria nostra non  n di quel numero n di quel vigore che molti forse si persuadono, essendone, come ognuno sa, ammalati molti, molti ancora, e con licenza e senza licenza, ritornatisene in Francia, e la maggiore parte di quegli che restano, stracchi per la lunga milizia, sono pi desiderosi d'andarsene che di combattere; e il numero grande de' svizzeri, che  il nervo principale del nostro esercito, ci  forse cos nocivo come sarebbe inutile il piccolo numero. Perch chi  quello che, esperto della natura e de' costumi di quella nazione e che sappia quanto sia difficile, quando sono tanti insieme, il maneggiargli, ci assicuri che non faccino qualche pericoloso tumulto, massime procedendo le cose con lunghezza? nella quale, per cagione de' pagamenti ne' quali sono insaziabili, e per altri accidenti, possono nascere mille occasioni di alterargli. Cos restiamo incerti se gli aiuti loro ci abbino a essere medicina o veleno; e in questa incertitudine come possiamo noi fermare i nostri consigli? come possiamo noi risolverci a deliberazione alcuna animosa e grande? Nessuno dubita che pi onorevole sarebbe, pi sicura per la difesa del regno di Napoli, la vittoria che l'accordo; ma in tutte le azioni umane, e nelle guerre massimamente, bisogna spesso accomodare il consiglio alla necessit, n, per desiderio di ottenere quella parte che  troppo difficile e quasi impossibile, esporre il tutto a manifestissimo pericolo; n  manco ufficio del valoroso capitano fare operazione di savio che d'animoso. N  stata l'impresa di Novara principalmente impresa vostra, n appartiene se non per indiretto a voi che non pretendete diritto al ducato di Milano; n fu la partita vostra da Napoli per fermarsi a fare la guerra nel Piemonte ma per ritornare in Francia, a fine di riordinarvi di danari e di genti, da potere pi gagliardamente soccorrere il regno di Napoli: il quale, in questo mezzo, col soccorso dell'armata partita da Nizza, con le genti vitellesche con gli aiuti e co' danari de' fiorentini, si intratterr tanto che potr facilmente aspettare le potenti provisioni che, ricondotto in Francia, voi farete. Non sono gi io di quegli che affermi che il duca di Milano osserver questa capitolazione; ma essendovi da lui e da' genovesi dati gli ostaggi, e depositando il castelletto secondo la forma de' capitoli, n'arete pure qualche arra e qualche pegno. N sarebbe per da maravigliarsi molto che egli, per non avere a essere sempre il primo percosso da voi, desiderasse la pace; n hanno per sua natura le leghe, dove intervengono molti, tale fermezza o tale concordia che non si possa sperare d'averne a raffreddare o a disunire dagli altri qualcuno: ne' quali ogni piccola apertura che noi facessimo, ogni piccolo spiraglio che ci apparisse, aremmo la vittoria facile e sicura. Io finalmente vi conforto, re cristianissimo, all'accordo, non perch per se stesso sia utile o laudabile ma perch appartiene a' prncipi savi, nelle deliberazioni difficili e moleste, approvare per facile e desiderabile quella che sia necessaria o che sia manco di tutte l'altre ripiena di difficolt e di dispiacere. - 
Ripigli il duca d'Orliens le parole del principe di Oranges, e con tanta acerbit che, trascorrendo l'uno e l'altro impetuosamente dalle parole calde alle ingiuriose, Orliens, presenti tutti, lo sment; e nondimeno la inclinazione della maggiore parte del consiglio e quasi di tutto l'esercito era che s'accettasse la pace, potendo tanto in tutti, e non meno nel re che negli altri, la cupidit del ritornarsene in Francia che impediva il conoscere il pericolo del regno di Napoli, e quanto fusse ignominioso il lasciare perdere innanzi agli occhi propri Novara, e la partita d'Italia con condizioni, per la incertitudine della osservanza, cos inique: la quale deliberazione fu con tanta caldezza favorita dal principe di Oranges che molti dubitorono che a requisizione del re de' romani, al quale era deditissimo, non riguardasse meno all'interesse del duca di Milano che a quello del re di Francia. Ed era grande appresso a Carlo la sua autorit, parte per lo ingegno e valore suo, parte perch facilmente da' prncipi sono riputati savi quegli consigli che si conformano pi alla loro inclinazione. Fu adunque stipulata la pace, la quale non prima giurata dal duca di Milano, il re, tutto intento al ritorno di Francia, se ne and subito a Turino; sollecitato anche al partirsi da Vercelli perch quella parte de' svizzeri che era nel campo suo, per assicurarsi d'avere lo stipendio per tre mesi interi, come dicevano avere sempre osservato seco Luigi undecimo, con tutto che e' non fusse stato loro promesso, e che non avessino militato tanto tempo per lui, trattavano di ritenere o il re o i principali della sua corte: dal quale pericolo bench liberatosi con la sbita partita, nondimeno, avendo essi fatto prigioni il bagl di Digiuno e gli altri capi che gli avevano condotti fu alla fine necessitato d'assicurargli, con statichi e con promesse, della dimanda la quale facevano. Da Turino il re, desideroso di stabilire la pace fatta, mand al duca di Milano il marisciallo di Gies il presidente di Gannai e Argenton, per indurlo a parlamento seco, il che egli dimostrava di desiderare ma dubitare di qualche fraude; e o per questo sospetto, o forse studiosamente interponendo difficolt per non ingelosire gli animi de' collegati, o per ambizione di condurvisi come non inferiore al re di Francia, proponeva di fare l'abboccamento in mezzo di qualche riviera, in sulla quale, essendo stabilito un ponte o con le barche o con altra materia, restasse tra loro uno steccato forte di legname: nel qual modo si erano altre volte abboccati insieme i re di Francia e di Inghilterra, e altri prncipi grandi di ponente. Il che essendo ricusato dal re come cosa indegna di s, e avendo ricevuto da lui gli statichi, mand Perone di Baccie a Genova, per ricevere le due caracche promessegli e per armarne a spese proprie quattro altre, per soccorrere le castella di Napoli; le quali era gi certificato non avere ricevuto il soccorso dell'armata mandata da Nizza, e perci avere convenuto di arrendersi se fra trenta d non fussino soccorse: disegnando mettervi su tremila svizzeri, e congiugnerle con l'armata ritiratasi a Livorno e con alcuni altri legni che s'aspettavano di Provenza, i quali senza le navi grosse genovesi non sarebbono stati bastanti a questo soccorso, essendo gi ripieno il porto di Napoli di grossa armata; perch, oltre a' legni condottivi da Ferdinando, vi avevano i viniziani mandate venti galee e quattro navi di quella che aveva espugnato Monopoli. Mand ancora il re Argenton a Vinegia per ricercargli che entrassino nella pace; e dipoi prese il cammino di Francia, con tanta celerit e ardore, egli e tutta la corte, d'esservi presto che, non che altro, non volesse soprasedere in Italia pochi d per aspettare che i genovesi gli dessino gli statichi promessi, come senza dubbio non si partendo cos presto fatto arebbono: e cos, alla fine d'ottobre dell'anno mille quattrocento novantacinque, si ritorn di l da' monti, simile pi tosto, non ostante le vittorie ottenute, a vinto che a vincitore; lasciato in Asti, la quale citt simul d'avere comperata dal duca d'Orliens, governatore Gianiacopo da Triulzi con cinquecento lancie franzesi, le quali quasi tutte, fra pochi d, di propria autorit lo seguitorono; n avendo lasciato al soccorso del regno di Napoli altra provisione che l'ordine delle navi che si armavano a Genova e in Provenza, e l'assegnamento degli aiuti e de' danari promessigli da' fiorentini.

Lib.2, cap.13

(Manifestazione del male detto da' francesi: "di Napoli", e dagli italiani: "francese". Suo luogo d'origine e sua diffusione. )

N pare, dopo la narrazione dell'altre cose, indegno di memoria che, essendo in questo tempo fatale a Italia che le calamit sue avessino origine dalla passata de' franzesi, o almeno a loro fussino attribuite, che allora ebbe principio quella infermit che, chiamata da' franzesi il male di Napoli, fu detta comunemente dagli italiani le bolle o il male franzese; perch, pervenuta in essi mentre erano a Napoli, fu da loro, nel ritornarsene in Francia, diffusa per tutta Italia: la quale infermit o del tutto nuova o incognita insino a questa et nel nostro emisperio, se non nelle sue remotissime e ultime parti, fu massime per molti anni tanto orribile che, come di gravissima calamit, merita se ne faccia menzione. perch scoprendosi o con bolle bruttissime, le quali spesse volte diventavano piaghe incurabili, o con dolori intensissimi nelle giunture e ne' nervi per tutto il corpo, n usandosi per i medici, inesperti di tale infermit, rimedi appropriati ma spesso rimedi direttamente contrari e che molto la facevano inacerbire, priv della vita molti uomini di ciascuno sesso e et, molti diventati d'aspetto deformissimi restorono inutili e sottoposti a cruciati quasi perpetui; anzi la maggiore parte di coloro che pareva si liberassino ritornavano in breve spazio di tempo nella medesima miseria; bench, dopo il corso di molti anni, o mitigato lo influsso celeste che l'aveva prodotta cos acerba, o essendosi per la lunga esperienza imparati i rimedi opportuni a curarla, sia diventata molto manco maligna; essendosi anche per se stessa trasmutata in pi specie diverse dalla prima. Calamit della quale certamente gli uomini della nostra et si potrebbono pi giustamente querelare se pervenisse in essi senza colpa propria: perch  approvato, per consentimento di tutti quegli che hanno diligentemente osservata la propriet di questo male, che o non mai o molto difficilmente perviene in alcuno se non per contagione del coito. Ma  conveniente rimuovere questa ignominia dal nome franzese, perch si manifest poi che tale infermit era stata traportata di Spagna a Napoli, n propria di quella nazione ma condotta quivi di quelle isole le quali, come in altro luogo pi opportunamente si dir, cominciorono, per la navigazione di Cristofano Colombo genovese, a manifestarsi, quasi in questi anni medesimi, al nostro emisperio. Nelle quali isole, nondimeno, questo male ha prontissimo, per benignit della natura, il rimedio; perch beendo solamente del succo d'un legno nobilissimo per molte doti memorabili, che quivi nasce, facilissimamente se ne liberano.

Storia d'Italia libro II - Francesco Guicciardini
