
    Francesco Guicciardini.
    RICORDI POLITICI E CIVILI.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.



















    1.
    Quello che dicono le persone spirituali,  che chi ha fede conduce cose
    grandi;  e  come dice lo Evangelo,  chi ha fede pu comandare a' monti
    ecc.;  procede perch la fede fa ostinazione.  Fede non    altro  che
    credere  con  opinione  ferma,  e  quasi certezza le cose che non sono
    ragionevoli; o, se sono ragionevoli,  crederle con pi resoluzione che
    non  persuadono  le  ragione.  Chi adunque ha fede diventa ostinato in
    quello che crede,  e procede al  cammino  suo  intrepido  e  resoluto,
    sprezzando  le  difficult e pericoli,  e mettendosi a sopportare ogni
    estremit.  Donde nasce che essendo le cose  del  mondo  sottoposte  a
    mille  casi  e accidenti,  pu nascere per molti versi nella lunghezza
    del tempo aiuto insperato a chi ha perseverato nella  ostinazione;  la
    quale  essendo  causata  dalla fede,  si dice meritamente: chi ha fede
    conduce cose grandi.  Esemplo a' d nostri  ne    grandissimo  questa
    ostinazione  de'  Fiorentini,  che essendosi contro a ogni ragione del
    mondo messi a  aspettare  la  guerra  del  papa  e  imperadore,  sanza
    speranza di alcuno soccorso di altri, disuniti e con mille difficult,
    hanno sostenuto in sulle mura gi sette mesi gli eserciti, e quali non
    si sarebbe creduto che avessino sostenuto sette d; e condotte le cose
    in luogo che se ne vincessino, nessuno pi se ne maraviglierebbe, dove
    prima  da  tutti  erano  giudicati  perduti;  e  questa ostinazione ha
    causata in gran  parte  la  fede  di  non  potere  perire  secondo  le
    predizioni di Fra Jeronimo da Ferrara.


    2.
    Sono alcuni principi che agli imbasciadori loro comunicano interamente
    tutto el segreto suo, e a che fine voglio condurre la negoziazione che
    hanno  a  trattare  con l'altro principe al quale sono mandati.  Altri
    giudicano essere meglio non aprire loro se non quello che vogliono  si
    persuada all'altro principe; el quale se vogliono ingannare, pare loro
    quasi  necessario  ingannare  prima lo imbasciadore proprio,  che  el
    mezzo e  instrumento  che  l'ha  a  trattare  e  persuadere  all'altro
    principe.  L'una  e  l'altra opinione ha le ragione sue;  perch da un
    canto pare difficile che lo imbasciadore,  che sa che el principe  suo
    vuole  ingannare  quell'altro,  parli e tratti con quello ardire e con
    quella efficacia e fermezza che farebbe se  credessi  la  negoziazione
    trattarsi  sinceramente  e  sanza  simulazione;  sanza  che,  pu  per
    leggerezza o malignit fare penetrare la mente del  suo  principe;  il
    che, se non la sapessi, non potrebbe fare. Da altro canto accade molte
    volte che quando la pratica  simulata,  lo imbasciadore che crede che
    la sia vera, trasanda molte volte pi che non ricerca el bisogno della
    cosa;  nella quale,  se  crede  veramente  el  principe  suo  desideri
    pervenire a quello fine,  non usa molta moderazione e considerazione a
    proposito del negozio,  quali potrebbe usare se sapessi lo intrinseco.
    E  non  essendo  quasi possibile dare le instruzione agli imbasciadori
    suoi s particulari che l'indirizzino in tutti e particulari,  se  non
    in  quanto la discrezione gli insegni accomodarsi a quello fine che ha
    in generale,  chi non ne ha  notizia  non  pu  fare  questo;  e  per
    facilmente  pu errarvi in mille modi.  La openione mia ,  che chi ha
    imbasciadori prudenti e integri,  e che  siano  affezionati  a  s,  e
    dipendenti  in  modo  che  non  abbino  obietto di dependere da altri,
    faccia meglio acconciare la mente sua;  ma quando el principe  non  si
    risolve che siano totalmente di questa qualit,  manco pericoloso non
    si  lasciare  sempre  intendere  da loro,  e fare che el fondamento di
    persuadere una cosa e altri sia el fare persuasione del  medesimo  nel
    proprio imbasciadore.


    3.
    Vedesi  per  esperienzia  che  e  principi,  ancora che grandi,  hanno
    carestia grandissima di ministri bene qualificati;  di questo  nessuno
    si meraviglier quando e principi non hanno tanto giudicio che sappino
    cognoscere  gli  uomini,  o  quando sono s avari che non gli vogliono
    premiare.  Ma pare bene da maravigliarsene ne' principi che mancano di
    questi  dua  difetti;  perch  si vede quanto gli uomini di ogni sorte
    desiderano servirgli,  e quanta comodit loro abbino di  beneficargli.
    Nondimeno  non debbe parere s maraviglioso a chi considera la cosa in
    s pi profondamente; perch uno ministro di uno principe, io parlo di
    chi ha a servire di cose grande,  bisogna che  sia  di  estraordinaria
    sufficienza,  e  di  questi si truovano rarissimi;  e oltre a questo 
    necessario sia di grandissima fede e integrit,  e questa  forse  pi
    rara  che  la prima.  In modo che se non facilmente si truovano uomini
    che abbino alcuna di queste dua parte,  quanto pi rari si  troveranno
    quegli  che  l'abbino  dua?  Questa  difficult  modererebbe assai uno
    principe prudente,  e che non si riducessi a  pensare  giornalmente  a
    quello  che  gli  bisogna;  ma  anticipando  col pensiere,  scegliessi
    ministri non ancora fatti,  e quali esperimentando di cosa in  cosa  e
    beneficando,  si  assuefacessino  alle  faccende e si mettessino nella
    servit sua;  perch  difficile trovare in uno  tratto  uomini  fatti
    della  qualit  detta  di  sopra,  ma si pu bene sperare col tempo di
    fargli.  Vedrassi bene che pi copia  hanno  di  ministri  e  principi
    seculari che e papi,  quando ne fanno la debita diligenzia; perch pi
    rispetto s'ha al principe seculare e pi speranza di potere perpetuare
    nella sua servit,  vivendo lui per lo ordinario pi lungamente che el
    papa, e succedendogli uno che '  quasi el medesimo che lui; e potendo
    el  successore fidarsi facilmente di quegli che sono stati adoperati o
    cominciati a adoperare dallo antecessore. Aggiungnesi che per essere e
    ministri del principe seculare o sudditi suoi o almeno  beneficati  di
    cose  che  sono  nel  suo  dominio  sono  necessitati  avergli  sempre
    rispetto, o temergli e loro e successori; le quali ragione cessano ne'
    pontefici,  perch,  essendo communemente di brieve  vita,  non  hanno
    molto tempo a fare uomini nuovi; non concorrono le ragione medesime di
    potersi   fidare   uomini   di  diversi  paesi,   non  dependenti  dal
    pontificato;  sono beneficati di cose che sono fuori  delle  mani  del
    principe  e  successori;  non  temono  del  nuovo pontefice;  n hanno
    speranza di continuare el servizio suo con lui; in modo che  pericolo
    non siano pi infedeli e manco affezionati al  servizio  del  padrone,
    che quelli che servono uno principe seculare.


    4.
    Se  e  principi,  quando  viene  loro  bene,  tengono  poco  conto de'
    servitori, per ogni suo piccolo interesse gli disprezzano o mettono da
    canto; che pu sdegnarsi o lamentarsi uno padrone se e ministri,  pure
    che  non manchino al debito della fede e dell'onore,  gli abandonano o
    pigliano quelli partiti che siano pi a loro beneficio?


    5.
    Se gli  uomini  fussino  discreti  o  grati  abastanza,  dovrebbe  uno
    padrone,  in ogni occasione che n'ha, beneficare quanto potessi e suoi
    servitori; ma perch la esperienzia mostra, e io l'ho sentito da' miei
    servitori in me medesimo,  che spesso  come  sono  pieni,  o  come  al
    padrone manca occasione di potergli trattare bene come ha fatto per el
    passato,  lo  piantano;  chi pensa al profitto suo debbe procedere con
    larghezza,  intrattenendogli pi con la speranza che con gli  effetti;
    la quale perch gli possa ingannare,  necessario beneficarne talvolta
    qualcuno largamente,  e questo basta;  perch  naturale degli uomini,
    che in loro possa ordinariamente tanto pi la speranza che el  timore;
    che  pi  gli  conforta  e  intrattiene  lo esemplo di uno che veggono
    beneficato, che non gli spaventa el vedersene innanzi agli occhi molti
    che non sono stati bene trattati.


    6.
    E' grande errore  parlare  delle  cose  del  mondo  indistintamente  e
    assolutamente,  e, per dire cos, per regola; perch quasi tutte hanno
    distinzione ed eccezione per la  variet  delle  circunstanze,  in  le
    quali  non  si  possono  fermare  con  una  medesima misura;  e queste
    distinzione ed eccezione non si truovano  scritte  in  su'  libri,  ma
    bisogna le insegni la discrezione.


    7.
    Advertite bene nel parlare vostro di non dire mai sanza necessit cose
    che riferite possino dispiacere a altri; perch spesso in tempi e modi
    non pensati nuocono grandemente a voi medesimi: advertitevi,  vi dico,
    bene;  perch molti  etiam  prudenti  vi  errano,  e    difficile  lo
    astenersene;  ma se la difficult  grande,  molto maggiore el frutto
    che ne risulta a chi lo sa fare.


    8.
    Quando pure o la necessit o lo sdegno vi induce  a  dire  ingiuria  a
    altri,  advertite  almanco  a  dire cose che non offendono se non lui;
    verbi gratia, se volete ingiuriare una persona propria,  non dite male
    della patria,  della famiglia o parentado suo;  perch  pazzia grande
    volendo offendere uno uomo solo, ingiurarne molti.


    9.
    Leggete spesso e considerate bene questi ricordi,  perch  pi facile
    a cognoscergli e intendergli che osservargli; e questo si facilita col
    farsene tale abito che s'abbino freschi nella memoria.


    10.
    Non  si  confidi alcuno tanto nella prudenzia naturale che si persuada
    quella pi  bastare  sanza  l'accidentale  della  esperienzia;  perch
    ognuno  che  ha maneggiato faccende,  bench prudentissimo,  ha potuto
    cognoscere che con la esperienzia si aggiugne a molte cose, alle quali
     impossibile che el naturale solo possa aggiugnere.


    11.
    Non vi spaventi dal beneficare gli uomini la ingratitudine  di  molti;
    perch  oltre  che el beneficare per s medesimo sanza altro obietto 
    cosa generosa e quasi divina,  si riscontra pure beneficando  talvolta
    in  qualcuno  s  grato,  che  ricompensa tutte le ingratitudini degli
    altri.


    12.
    Quasi tutti e medesimi proverbi o simili,  bench con diverse  parole,
    si  truovono  in ogni nazione;  e la ragione  che e proverbii nascono
    dalla esperienzia o vero osservazione delle cose,  le  quali  in  ogni
    luogo sono le medesime o simili.


    13.
    Chi  vuole vedere quali sieno e' pensieri de' tiranni,  legga Cornelio
    Tacito,  quando riferisce gli ultimi ragionamenti che Augusto  morendo
    ebbe con Tiberio.


    14.
    Non    la  pi preziosa cosa degli amici;  per,  quando potete,  non
    perdete la occasione del  farne;  perch  gli  uomini  si  riscontrano
    spesso,  e gli amici giovano,  e gli inimici nuocono in tempi e luoghi
    che non aresti mai aspettato.


    15.
    Io ho desiderato, come fanno tutti gli uomini,  onore e utile;  e n'ho
    conseguito  molte  volte  sopra quello che ho desiderato o sperato;  e
    nondimeno non v'ho mai trovato drento quella satisfazione  che  io  mi
    ero  immaginato;  ragione,  chi  bene la considerassi,  potentissima a
    tagliare assai delle vane cupidit degli uomini.


    16.
    Le grandezze e gli onori  sono  comunemente  desiderati  perch  tutto
    quello  che vi  di bello e di buono apparisce di fuora,  e  scolpito
    nella superficie; ma le molestie, le fatiche, e fastidii, e e pericoli
    sono nascosti e non si veggono;  e quali se apparissino come apparisce
    el  bene,  non  ci  sarebbe  ragione  nessuna  da dovergli desiderare,
    eccetto una sola,  che quanto pi gli uomini sono onorati,  reveriti e
    adorati,  tanto  pi  pare che si accostino e diventino quasi simili a
    Dio; al quale chi  quello che non volessi assomigliarsi?


    17.
    Non crediate a  coloro  che  fanno  professione  d'avere  lasciato  le
    faccende  e  le  grandezze  volontariamente  e per amore della quiete,
    perch quasi sempre ne  stata cagione o leggerezza o necessit;  per
    si  vede  per  esperienzia che quasi tutti,  come se gli offerisce uno
    spiraglio di potere tornare alla vita  di  prima,  lasciata  la  tanto
    lodata  quiete,  vi  si  gettano con quella furia che fa el fuoco alle
    cose bene unte e secche.


    18.
    Insegna molto bene Cornelio Tacito a chi vive sotto e tiranni el  modo
    di  vivere e governarsi prudentemente,  cosi come insegna a' tiranni e
    modi di fondare la tirannide.


    19.
    Non si possono fare le congiure sanza compagnia di altri,  e per sono
    pericolosissime; perch essendo la pi parte degli uomini o imprudenti
    o  captivi,  si  corre  troppo pericolo a accompagnarsi con persone di
    simile sorte.


    20.
    Non  cosa pi contraria a chi vuole che le sue congiure abbino felice
    fine,  che volerle fondare molto sicure,  e quasi certe  da  riuscire;
    perch  chi  vuole fare questo,  bisogna che implichi pi uomini,  pi
    tempo e pi opportunit, le quali sono tutte la via da farle scoprire.
    E per vedete quanto le congiure sono pericolose,  poi che le cose che
    arrecano sicurt negli altri casi, in questa arrecono pericolo; il che
    credo  sia  anche perch la fortuna,  che in quelle ha gran forza,  si
    sdegni contro a chi fa tanta diligenzia di cavarle dalla sua potest.


    21.
    Io ho detto e scritto altre volte, che e Medici perderono lo Stato nel
    27 per averlo governato in molte cose a uso di libert, e che dubitavo
    che el popolo perderebbe la libert per governarla in molte cose a uso
    di Stato.  La ragione di queste due conclusione  che lo mantenervisi,
    bisognava si facessi uno fondamento di amici partigiani, cio d'uomini
    che da uno canto cavassino beneficio assai dello Stato; dall'altro, si
    cognoscessino  perduti e non potere restare a Firenze,  se e Medici ne
    fussino  cacciati.   E  questo  non  poteva   essere,   distribuendosi
    largamente  come si faceva gli onori e utili della citt,  non volendo
    dare  quasi  punto  di  favore  estraordinario  agli  amici  nel  fare
    parentadi,  e  ingegnandosi  mostrare equalit verso ognuno;  le quali
    cose se si riducessino allo estremo contrario sarebbono  da  biasimare
    assai,  ma  anche tenerle in su questo estremo non facevano fondamento
    di amici allo Stato de' Medici;  e se bene piacevano allo  universale,
    questo non bastava, perch da altro canto era s fisso ne' cuori degli
    uomini  el  desiderio  di  tornare  al  Consiglio Grande,  che nessuna
    mansuetudine,  nessuna dolcezza,  nessuno piacere che  si  facessi  al
    popolo bastava a eradicarlo. E gli amici, se bene piacessi loro quello
    Stato non vi avevano per tanta satisfazione, che per questo volessino
    correre pericolo; e sperando che se si governavano onestamente potersi
    salvare  in sullo esemplo del 94,  erano disposti in uno frangente pi
    presto a lasciare correre che a sostenere una  grossa  piena.  Per  el
    contrario totalmente bisogna che proceda uno governo populare;  perch
    essendo communemente amato in Firenze,  n essendo una machina che  si
    regga con fine certo indirizzato da uno o da pochi, ma facendo ogni d
    per  la  moltitudine  e  ignoranzia  di  quelli  che  vi  intervengono
    variazione nel procedere, ha bisogno volendo mantenersi di conservarsi
    grato allo universale,  fuggire quanto pu le discordie dei cittadini;
    le quali non potendo o non sapendo lui calpestare,  aprono la via alla
    mutazione de' governi;  e in effetto camminare tutto con  giustizia  e
    equalit; donde nascendo la sicurt di tutti, ne seguita in gran parte
    la  satisfazione universale,  e el fondamento di conservare el governo
    populare,  non con pochi partigiani,  e quali  lui  non    capace  di
    reggere,  ma con infiniti amici;  perch continuare a tenerlo a uso di
    Stato non  possibile,  se da reggimento populare non si  trasmuta  in
    un'altra spezie; e questo non conserva la libert, ma la distrugge.


    22.
    Quante  volte  si  dice:  se  si  fussi fatto o non fatto cos,  saria
    succeduta o non succeduta la tale cosa! che se fussi possibile vederne
    el paragone, si cognoscerebbe simile openione essere false.


    23.
    Le cose future sono tanto fallace e sottoposte a tanti  accidenti  che
    el  pi delle volte coloro ancora che sono bene savii se ne ingannano:
    e chi notassi e giudicii loro,  massime ne'  particulari  delle  cose,
    perch  ne'  generali  pi spesso s'appongono,  sarebbe in questo poca
    differenzia da loro agli altri  che  sono  tenuti  manco  savii.  Per
    lasciare uno bene presente per paura di uno male futuro  el pi delle
    volte pazzia,  quando el male non sia molto certo o propinquo, o molto
    grande a comparazione del bene;  altrimenti bene spesso per  paura  di
    una cosa che poi riesce vana, ti perdi el bene che tu potevi avere.


    24.
    Non    la pi labile cosa che la memoria de' beneficii ricevuti: per
    fate pi fondamento in su quegli che sono condizionati in modo che non
    vi possino mancare,  che in su coloro quali avete  beneficati;  perch
    spesso  o non se ne ricordano,  o presuppongono e beneficii minori che
    non sono, o reputano che siano fatti quasi per obligo.


    25.
    Guardatevi da fare quelli piaceri agli uomini che non si possono  fare
    sanza  fare  equale  dispiacere  a altri;  perch chi  ingiuriato non
    dimentica,  anzi reputa la ingiuria maggiore;  chi  beneficato non se
    ne  ricorda,  o  gli  pare  essere  beneficato  manco che non ;  per
    presupposte le altre cose pari,  se ne disavanza pi di gran lunga che
    non si avanza.


    26.
    Gli  uomini  doverebbono  tenere  molto  pi  conto  delle sustanzie e
    effetti che delle cerimonie,  e  nondimeno    incredibile  quanto  le
    umanit  e  gratitudine  di  parole leghi communemente ognuno;  il che
    nasce che a ognuno pare meritare di essere stimato assai,  e  per  si
    sdegna  come gli pare che tu non ne tenga quello conto che si persuade
    meritare.


    27.
    La vera e fondata sicurt di chi tu dubiti,   che le cose  stiano  in
    modo che bench voglia non ti possa nuocere; perch quelle sicurt che
    sono  fondate  in  sulla  volunt e discrezione di altri sono fallace,
    atteso quanto poca bont si truova negli uomini.


    28.
    Io non so a chi dispiaccia pi che a me la ambizione, la avarizia e le
    mollizie de' preti;  s perch ognuno di questi vizii in s   odioso,
    s  perch  ciascuno  e  tutti  insieme  si  convengono  poco a chi fa
    professione di vita dipendente da Dio;  e ancora perch sono vizii  s
    contrarii  che  non possono stare insieme se non in uno subietto molto
    strano.  Nondimeno el grado che  ho  avuto  con  pi  pontefici,  m'ha
    necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non
    fussi  questo  rispetto,  arei amato Martino Luter quanto me medesimo,
    non per liberarmi dalle legge indotte dalla  religione  cristiana  nel
    modo  che  interpretata e intesa communemente,  ma per vedere ridurre
    questa caterva di scelerati a' termini debiti,  cio a restare o sanza
    vizii o sanza autorit.


    29.
    Ho  detto  molte volte,  ed  verissimo,  che pi  stato difficile a'
    Fiorentini a fare quello poco dominio che hanno,  che a' Viniziani  el
    loro  grande;  perch e Fiorentini sono in una provincia che era piena
    di libert,  le quali  difficilissimo a estinguere;  per si  vincono
    con grandissima fatica, e vinte si conservano con non minore. Hanno di
    poi la Chiesa vicina,  che  potente e non muore mai,  in modo che, se
    qualche volta travaglia,  risurge alla fine el suo diritto pi  fresco
    che prima.  E Viniziani hanno avuto a pigliare terre use a servire, le
    quali non hanno ostinazione n nel difendersi n nel ribellarsi; e per
    vicini hanno avuto principi secolari,  la vita e la memoria de'  quali
    non  perpetua.


    30.
    Chi  considera  bene non pu negare che nelle cose umane la fortuna ha
    grandissima potest, perch si vede che a ogn'ora ricevono grandissimi
    moti da accidenti fortuiti,  e che non  in potest degli uomini n  a
    prevedergli n a schifargli;  e bench lo accorgimento e sollecitudine
    degli uomini possa moderare molte cose,  nondimeno sola non basta,  ma
    gli bisogna ancora la buona fortuna.


    31.
    Coloro  ancora  che,  attribuendo  el  tutto  alla  prudenza  e virt,
    escludendo quanto possono la potest della  fortuna,  bisogna  almanco
    confessino che importa assai abattersi o nascere in tempo che le virt
    o  qualit per le quali tu ti stimi siano in prezzo: come si pu porre
    lo essemplo di Fabio Massimo,  al quale lo essere di natura cuntabundo
    dette tanta riputazione,  perch si riscontr in una spezie di guerra,
    nella quale la caldezza era perniziosa, la tardit utile; in uno altro
    tempo sarebbe potuto essere el contrario. Per la fortuna sua consist
    in questo, che e tempi suoi avessino bisogno di quella qualit che era
    in lui; ma chi potessi variare la natura sua secondo le condizione de'
    tempi, il che  difficillimo e forse impossibile,  sarebbe tanto manco
    dominato dalla fortuna


    32.
    La ambizione non  dannabile, n da vituperare quello ambizioso che ha
    appetito d'avere gloria co' mezzi onesti e onorevoli; anzi sono questi
    tali  che  operano  cose  grande  ed  eccelse.  E  chi manca di questo
    desiderio,   spirito freddo  e  inclinato  pi  allo  ozio  che  alle
    faccende. Quella  ambizione perniziosa e detestabile che ha per unico
    fine la grandezza,  come hanno communemente e principi; e quali quando
    la propongono per idolo,  per conseguire ci che  gli  conduce  quella
    fanno uno piano della coscienzia,  dell'onore, della umanit e di ogni
    altra cosa.


    33.
    E' in proverbio,  che delle riccheze male acquistate non gode el terzo
    erede; e se questo nasce per essere cosa infetta, pare che molto manco
    ne  dovessi  godere  quello che l'ha male acquistate.  Dissemi gi mio
    padre che Santo Augustino diceva,  la  ragione  essere  perch  no  si
    truova nessuno s scelerato che non faccia qualche bene; e che Dio che
    non lascia alcuno bene inrenumerato, n alcuno male impunito, dgli in
    satisfazione de' suoi beni questo contento nel mondo,  per punirlo poi
    pienamente del male nell'altro;  e nondimeno perch le ricchezze  male
    acquistate  s'hanno a purgare,  non si perpetuare nel terzo erede.  Io
    gli risposi,  che non sapevo se el detto in s era  vero,  potendosene
    allegare in contrario molte esperienzie; ma quando fussi vero, potersi
    considerare  altra  ragione;  perch la variazione naturale delle cose
    del mondo fa che dove  la ricchezza venga la  povert,  e  pi  negli
    eredi che nel principale;  perch quanto el tempo  pi lungo, tanto 
    pi facile la mutazione.  Dipoi el principale,  cio quello  che  l'ha
    acquistate,  v'ha pi amore;  e avendo saputo guadagnarle, sa anche la
    arte del conservarle, e usato vivere da povero non le dissipa;  ma gli
    eredi  non  avendo tanto amore a quello che sanza loro fatica si hanno
    trovato in casa,  allevati da ricchi e non avendo imparato le arte del
    guadagnare,  che  maravigli    che  o  per troppo spendere o per poco
    governo se le lascino uscire di mano?


    34.
    Tutte le cose che hanno a finire non per impeto  di  violenza,  ma  di
    consunzione, hanno pi lunga vita assai che l'uomo da principio non si
    immagina.  Vedesi  lo  esemplo  in  uno etico,  che quando  giudicato
    essere allo estremo, vive ancora non solo d,  ma talvolta settimane e
    mesi;  in una citt che s'ha da vincere per assedio,  dove le reliquie
    delle vettovaglie ingannano sempre la opinione di ognuno.


    35.
    Quanto  diversa la pratica dalla teorica!  quanti sono che  intendono
    le cose bene, che o non si ricordano o non sanno metterle in atto! E a
    chi fa cos,  questa intelligenzia  inutile;  perch  come avere uno
    tesoro in una arca con obbligo di non potere mai trarlo fuora.


    36.
    Chi attende a acquistare la grazia degli uomini, avvertisca,  quando 
    richiesto,  a non negare mai precisamente,  ma dare risposte generale;
    perch a chi richiede,  talvolta non gli accade  poi  l'opera  tua,  o
    sopravengono  anche  impedimenti  che  fanno la scusa tua capacissima.
    Sanza che molti uomini sono grossi,  e facilmente si lasciano aggirare
    con le parole in modo,  che etiam non facendo tu quello che non volevi
    o non potevi fare,  s'ha  spesso  con  quella  finezza  di  rispondere
    occasione di lasciare bene satisfatto colui,  al quale se da principio
    avessi negato, restava in ogni caso mal contento di te.


    37.
    Nega pure sempre quello che tu non  vuoi  che  si  sappia,  o  afferma
    quello  tu  vuoi  che  si creda;  perch ancora che in contrario siano
    molti riscontri e quasi certezza, lo affermare o negare gagliardamente
    mette spesso a partito el cervello di chi ti ode.


    38.
    E' difficile alla casa  de'  Medici  potentissima  e  con  dua  papati
    conservare  lo  Stato di Firenze molto pi che non fu a Cosimo privato
    cittadino;  perch,  oltre alla potenzia che fu in lui  eccessiva,  vi
    concorse la condizione de' tempi,  avendo Cosimo avuto a combattere lo
    Stato con la potenzia di pochi,  sanza displicenzia dello  universale,
    el  quale  non  cognosceva  la  libert;  anzi  in  ogni quistione tra
    potenti,  e in  ogni  mutazione,  gli  uomini  mediocri  e  pi  bassi
    acquistavano  condizione.  Ma  oggi essendo stato gustato el Consiglio
    Grande,  non si ragiona pi di trre o tenere usurpato  el  governo  a
    quattro, sei, dieci o venti cittadini, ma al popolo tutto; el quale ha
    tanto lo obietto a quella libert, che non si pu sperare di fargliene
    dimenticare  con  tutte  le  dolcezze,  con  tutti  e  buoni governi e
    esaltazione del publico che e Medici o altri potenti usino.


    39.
    Nostro padre ebbe figliuoli s bene qualificati,  che a tempo  suo  fu
    communemente  tenuto  el  pi felice padre di Firenze;  e nondimeno io
    considerai  molte  volte  che,   calculato  tutto,   era  maggiore  el
    dispiacere  che  aveva  di  noi che la consolazione;  pensa quello che
    interviene a chi ha figliuoli pazzi, cattivi o scelerati.


    40.
    Gran cosa  avere potest sopra altri;  la quale chi  sa  usare  bene,
    spaventa  con  essa  gli  uomini pi ancora che non sono le forze sue;
    perch el suddito non sapendo  bene  insno  dove  le  si  distendino,
    bisogna si risolva pi presto a cedere, che a volere far cimento se tu
    puoi fare o no quello di che tu minacci.


    41.
    Se  gli  uomini  fussino  buoni  o  prudenti,  chi   preposto a altri
    legittimamente arebbe a usare pi la  dolcezza  che  la  severit;  ma
    essendo  la  pi parte o poco buoni o poco prudenti,  bisogna fondarsi
    pi in sulla  severit  e  chi  la  intende  altrimenti,  si  inganna.
    Confesso  bene  che  chi  potessi  mescolare  e condire bene l'una con
    l'altra,  farebbe quello ammirabile concento e  quella  armonia  della
    quale  nessuna  pi suave;  ma sono grazie che a pochi el cielo largo
    destina, e forse a nessuno.


    42.
    Non fare pi conto d'avere  grazia  che  d'avere  riputazione;  perch
    perduta la riputazione si perde la benivolenzia,  e in luogo di quella
    succede lo essere disprezzato;  ma a chi mantiene la  riputazione  non
    mancano amici, grazia e benivolenzia.


    43.
    Ho  osservato  io  ne'  miei  governi,  che  molte  cose che ho voluto
    condurre, come pace,  accordi civili e cose simili,  innanzi che io mi
    introduca [ utile] lasciarle bene dibattere e andare a lungo;  perch
    alla fine per stracchezza le parte ti pregano che tu le acconci;  cos
    pregato,  con  riputazione  e  sanza nota alcuna di cupidit,  conduci
    quello a che da principio invano saresti corso drieto.


    44.
    Fate ogni cosa per parere buoni, ch serve a infinite cose;  ma perch
    le  opinione  false  non  durano,  difficilmente vi riuscir el parere
    lungamente buoni,  se in verit non sarete: cos mi  ricord  gi  mio
    padre.


    45.
    El medesimo,  lodando la parsimonia,  usava dire,  che pi onore ti fa
    uno ducato che tu hai in borsa, che dieci che tu n'hai spesi.


    46.
    Non mi piacque mai ne' miei governi la crudelt e le pene eccessive, e
    anche non sono necessarie;  perch da certi casi esemplari  in  fuora,
    basta,  a  mantenere  el  terrore,  el punire e delitti a 15 soldi per
    lira, pure che si pigli regola di punirgli tutti.


    47.
    La dottrina accompagnata co' cervelli deboli, o non gli megliora o gli
    guasta;  ma quando lo accidentale si riscontra col naturale buono,  fa
    gli uomini perfetti e quasi divini.


    48.
    Non  si  pu tenere Stati secondo coscienzia;  perch chi considera la
    origine loro,  tutti sono violenti;  da quelli delle repubbliche nella
    patria  propria  in  fuora,  e  non  altrove:  e  da questa regola non
    eccettuo lo imperadore e manco e  preti,  la  violenzia  de'  quali  
    doppia, perch ci sforzano con le armi temporale e con le spirituale.


    49.
    Non dire a alcuno le cose che tu non vuoi che si sappino,  perch sono
    varie le cose che muovono gli uomini a cicalare,  chi  per  stultizia,
    chi  per profitto,  chi vanamente per parere di sapere;  e se tu sanza
    bisogno hai detto uno tuo segreto a  un  altro,  non  ti  debbi  punto
    maravigliare se colui,  a chi importa el sapersi manco che a te, fa el
    medesimo.


    50.
    Non vi affaticate in quelle mutazione, le quali non mutano gli effetti
    che vi dispiacciono, ma solo e visi degli uomini;  perch si resta con
    la medesima mala satisfazione.  Verbigratia, che rileva cavare di casa
    e Medici ser Giovanni da Poppi,  se in luogo suo entreria ser Bernardo
    da San Miniato, uomo della medesima qualit e condizione?


    51.
    Chi  si  travaglia  in  Firenze  di  mutare  Stati,  se  non lo fa per
    necessit, o che a lui tocchi diventare capo del nuovo governo,  poco
    prudente: perch mette a pericolo s e tutto el suo,  se la  cosa  non
    succede;  succedendo,  non  ha  apena  una piccola parte di quello che
    aveva disegnato.  E quanta pazzia  giucare a uno giuoco che si  possa
    perdere  pi  sanza  comparazione  che  guadagnare;  e  quello che non
    importa forse manco,  mutato che  sia  lo  Stato,  ti  oblighi  a  uno
    perpetuo tormento d'avere sempre a temere di nuova mutazione.


    52.
    Si  vede  per esperienzia che quasi tutti quelli sono stati ministri a
    acquistare grandezza a altri,  in progresso di tempo restano  seco  in
    poco  grado:  la ragione si dice essere,  perch avendo cognosciuto la
    sufficienzia sua,  teme non possa uno giorno trgli quello che gli  ha
    dato.  Ma  non    forse  manco  perch quello tale,  parendogli avere
    meritato assai,  vuole pi che non se gli conviene;  il  che  non  gli
    sendo  concesso,  diventa  mal  contento;  donde tra lui e el principe
    nascono gli sdegni e la suspizione.


    53.
    Ogni volta che tu,  che sei stato  causa  o  m'hai  aiutato  diventare
    principe,  vuoi  che  io mi governi a tuo modo,  o ti conceda cose che
    siano  in  diminuzione  della  mia  autorit,   gi  scancelli  quello
    beneficio  che  tu  m'hai  fatto;  poich cerchi o in tutto o in parte
    trmi lo effetto di quello che m'hai aiutato a acquistare.


    54.
    Chi  ha  carico  di  difendere  terre,  abbi  per  principale  obietto
    allungare quanto pu,  perch, come dice le proverbio, chi ha tempo ha
    vita; la dilazione reca infiniti favori da principio non sperati e non
    cognosciuti.


    55.
    Non spendere in sullo assegnamento de' guadagni futuri,  perch  molte
    volte o ti mancano o riescono minori del disegno;  ma pel contrario le
    spese sempre multiplicono,  e questo  lo inganno che fa fallire molti
    mercanti, che togliendo a cambio per potersi valere di quello mobile a
    fare  maggiori  guadagni,  ogni  volta  che quegli o non riescono o si
    allungano,  entrano in pericolo di essere sopraffatti  da'  cambii,  e
    quali  non  si  fermono  o  diminuiscono  mai,  ma  sempre camminano e
    mangiano.


    56.
    Non consiste tanto la prudenzia della economica  in  sapersi  guardare
    dalle  spese,  perch  sono  molte volte necessarie,  quanto in sapere
    spendere con vantaggio, cio uno grosso per 24 quattrini.


    57.
    Quanto sono pi felici gli astrologi  che  gli  altri  uomini!  Quelli
    dicendo  tra  cento  bugie  una verit,  acquistano fede in modo che 
    creduto loro el falso;  questi dicendo tra molte verit una bugia,  la
    perdono  in  modo  che  non  pi creduto loro el vero.  Procede dalla
    curiosit degli uomini,  che desiderosi sapere el  futuro,  n  avendo
    altro  modo,  sono  inclinati  a  correre  dietro  a chi promette loro
    saperlo dire.


    58.
    Quanto disse bene el  Filosofo:  De  futuris  contingentibus  non  est
    determinata  veritas!  Aggirati  quanto  tu  vuoi,  che  quanto pi ti
    aggiri, tanto pi truovi questo detto verissimo.


    59.
    Dissi gi io a papa Clemente che si spaventava di ogni  pericolo,  che
    buona  medicina a non temere cos di leggieri era ricordarsi di quante
    cose simili aveva temuto invano;  la quale parola non voglio che serva
    a  fare  che  gli uomini non temino mai,  ma che gli assuefaccia a non
    temere sempre.


    60.
    Lo ingegno pi che mediocre  dato agli uomini per la loro  infelicit
    e tormento; perch non serve loro a altro che a tenergli con molte pi
    fatiche e ansiet che non hanno quegli che sono pi positivi.


    61.
    Sono  varie  le nature degli uomini: certi sperano tanto,  che mettono
    per certo quello che non hanno; altri temono tanto, che mai sperano se
    non hanno in mano.  Io mi accosto pi a questi secondi che a' primi  e
    chi  di questa natura si inganna manco, ma vive con pi tormento.


    62.
    E popoli communemente e tutti gli uomini si lasciano pi tirare quando
      proposta  loro  la speranza dello acquistare,  che quando si mostra
    loro  el  pericolo  di  perdere;  e  nondimeno  doverrebbe  essere  el
    contrario,  perch    pi naturale lo appetito del conservare che del
    guadagnare.  La ragione di questa fallacia ,  che  negli  uomini  pu
    ordinariamente  molto  pi la speranza che el timore;  per facilmente
    non temono di quello che dovrebbero temere,  e sperano quello che  non
    doverebbono sperare.


    63.
    Vedesi che e vecchi sono pi avari che giovani, e doverrebbe essere el
    contrario;  perch avendo a vivere meno,  basta loro manco. La ragione
    si dice essere perch sono pi timidi: non credo sia vera;  perch  ne
    veggo  anche  molti pi crudeli,  pi libidinosi,  se non di atto,  di
    desiderio,  dolore loro pi la morte che a' giovani: la ragione  credo
    sia  che  quanto  pi  si vive pi si fa abito,  e pi si appicano gli
    uomini alle cose del mondo;  per vi hanno pi affezione,  e pi se ne
    muovono.


    64.
    Innanzi al 1494 erano le guerre lunghe,  le giornate non sanguinose, e
    modi dello espugnare terre lenti e difficili;  e se bene erano gi  in
    uso  le  artiglierie,  si  maneggiavano con s poca attitudine che non
    offendevano molto;  in  modo  che,  chi  aveva  uno  Stato  era  quasi
    impossibile  lo perdessi.  Vennono e Franzesi in Italia e introdussono
    nelle guerre tanta vivezza,  in modo che  insino  al  21,  perduta  la
    campagna, era perduto lo Stato; primo el signor Prospero cacciandosi a
    difesa di Milano,  insegn frustrare gl'impeti degli eserciti, in modo
    che da questo esemplo   tornata  a  chi    padrone  degli  Stati  la
    medesima  sicurt  che  era  innanzi  al  94,  ma per diverse ragione:
    procedeva allora da non avere bene gli uomini  l'arte  dell'offendere,
    ora procede dall'avere bene l'arte del difendere.


    65.
    Chi chiam e carriaggi impedimenti, non poteva di meglio; chi messe in
    proverbio,  gli    pi  fatica a muovere uno campo che a fare la tale
    cosa,  disse benissimo;  perch  cosa quasi infinita accozzare in uno
    campo tante cose, che abbia el moto suo.


    66.
    Non  crediate  a  costoro  che  predicano s efficacemente la libert,
    perch quasi tutti,  anzi non  forse nessuno che non abbia  l'obietto
    agli  interessi  peculiari;  e  la  esperienzia  mostra  spesso,  ed 
    certissimo,  che se credessimo trovare in uno Stato  stretto  migliore
    condizione, vi correrebbono per le poste.


    67.
    Non    faccenda,  o amministrazione del mondo nella quale bisogni pi
    virt che in uno capitano di eserciti,  s per la importanza del caso,
    come  perch  bisogna  che  pensi  e  ponga  ordine  a infinite cose e
    varissime;  in modo  necessario prevegga assai da discosto,  e sappia
    riparare subito.


    68.
    La neutralit nelle guerre d'altri  buona a chi  potente in modo che
    non  ha  da temere di quello di loro che rester superiore;  perch si
    conserva  senza  travaglio,  e  pu  sperare  guadagno  da'  disordini
    d'altri; fuora di questo  inconsiderata e dannosa, perch si resta in
    preda  del vincitore e del vinto.  E peggiore di tutte  quella che si
    fa non  per  giudicio,  ma  per  irresoluzione;  cio  quando  non  ti
    risolvendo  se  vuoi essere neutrale o no,  ti governi in modo che non
    satisfai anche a chi per allora si contenterebbe che tu lo assicurassi
    di essere  neutrale.  E  in  questa  ultima  spezie  caggiono  pi  le
    repubbliche  che  e  principi,  perch  procede  molte volte da essere
    divisi quelli che hanno a deliberare; in modo che,  consigliando l'uno
    questo,  l'altro  quello,  non  se  ne accordano mai tanti insieme che
    bastino a fare deliberare pi l'una opinione che l'altra;  e questa fu
    proprio lo Stato del 12.


    69.
    Se voi osservate bene,  vedrete che di et in et non solo si mutano i
    modi del parlare, e degli uomini, e e vocaboli, gli abiti del vestire,
    gli ordini dello edificare,  della cultura e cose simili;  ma,  quello
    che  pi,  e gusti ancora, in modo che uno cibo che  stato in prezzo
    in una et,  spesso stimato manco nell'altra.


    70.
    El vero paragone dello animo degli uomini  quando viene loro  addosso
    uno  periculo  improvviso;  chi  regge  a  questo,  che  se  ne truova
    pochissimi, si pu veramente chiamare animoso e imperterito.


    71.
    Se vedete andare a cammino la declinazione di una citt,  la mutazione
    di uno governo, lo argumento di uno imperio nuovo e altre cose simili;
    che  qualche volta si veggono innanzi quasi certe,  avvertite a non vi
    ingannare ne' tempi,  perch e moti delle cose sono per una  natura  e
    per  diversi  impedimenti  molto  pi  tardi  che  gli  uomini  non si
    immaginano;  e lo ingannarti in questo ti pu fare grandissimo  danno:
    avvertiteci bene,  che  uno passo dove spesso si inciampa. Interviene
    anche el medesimo nelle cose private e particulari,  ma molto  pi  in
    queste publiche e universali;  perch hanno per essenza maggiore mole,
    el moto suo pi lento, e anche sono sottoposte a pi accidenti.


    72.
    Non  cosa che gli uomini nel vivere del mondo debbino pi  desiderare
    e che sia pi gloriosa,  che vedersi el suo inimico prostrato in terra
    ed a sua discrezione;  e questa gloria la raddoppia chi la  usa  bene,
    cio con lo adoperare la clemenzia, e col bastargli d'avere vinto.


    73.
    N Alessandro Magno,  n Cesare, n gli altri che sono stati celebrati
    in questa laude,  usarono mai clemenzia  per  la  quale  cognoscessino
    guastare  o mettere in pericolo lo effetto della sua vittoria,  perch
    sarebbe forse pi presto demenzia; ma solo in quegli casi ne' quali lo
    usarla non diminuiva loro sicurt, e gli faceva pi ammirabili.


    74.
    Non procede sempre el vendicarsi da  odio  o  da  mala  natura,  ma  
    talvolta necessario perch con questo esempio gli altri imparino a non
    ti offendere; e sta molto bene questo che uno si vendichi, e tanto non
    abbia rancore di animo contro a colui di chi fa vendetta.


    75.
    Referiva Papa Lione,  Lorenzo de' Medici suo padre essere solito dire:
    Sappiate che chi dice male di noi non ci vuole bene.


    76.
    Tutto quello che  stato per el passato  al presente,  sar ancora in
    futuro;  ma  si mutano e nomi e le superficie delle cose in modo,  che
    chi non ha buono occhio non le ricognosce,  n sa pigliare  regola,  o
    fare giudicio per mezzo di quella osservazione.


    77.
    Osservai  quando  ero  imbasciatore  in Spagna che el re cattolico Don
    Ferrando d'Aragona,  principe  potentissimo  e  prudentissimo,  quando
    voleva  fare  impresa  nuova  o  deliberazione  di  grande importanza,
    procedeva spesso di sorte,  che innanzi si sapessi la mente  sua,  gi
    procedeva  spesso di sorte,  che innanzi si sapessi la mente sua,  gi
    tutta la corte e i popoli desideravano ed esclamavano el re doverrebbe
    fare questo; in modo che scoprendosi la sua deliberazione in tempo che
    gi  era   desiderata   e   chiamata,      incredibile   con   quanta
    giustificazione  e  favore  procedesse  apresso a' sudditi e ne' regni
    suoi.


    78.
    Le cose medesime che tentate in tempo  sono  facili  a  riuscire  anzi
    caggiono quasi per loro medesime,  tentate innanzi al tempo,  non solo
    non riescono allora,  ma ti tolgono ancora spesso quella facilit  che
    avevano di riuscire al tempo suo;  per non correte furiosi alle cose,
    non le precipitate, aspettate la sua maturit, la sua stagione.


    79.
    Sarebbe periculoso proverbio se non fussi bene inteso  quello  che  si
    dice:  el savio debbe godere el beneficio del tempo;  perch quando ti
    viene quello che tu desideri, chi perde la occasione non la ritruova a
    sua posta,  e anche  in  molte  cose    necessaria  la  celerit  del
    risolversi e del fare;  ma quando sei in partiti difficili,  o in cose
    che ti sono moleste,  allunga e  aspetta  tempo  quanto  puoi,  perch
    quello spesso ti illumina o ti libera. Usando cos questo proverbio, 
    sempre salutifero; ma inteso altrimenti, sarebbe pernizioso.


    80.
    Felici  veramente  sono  coloro a chi una medesima occasione torna pi
    che una volta perch la prima lo pu perdere o male usare  uno  ancora
    che sia prudente; ma chi non lo sa cognoscere o usare la seconda volta
     imprudentissimo.


    81.
    Non  abbiate  mai una cosa futura tanto per certa,  ancora che la paia
    certissima,  che potendo sanza guastare el vostro traino riservarvi in
    mano  qualche  cosa a proposito del contrario se pure venissi,  non lo
    facciate;  perch le cose  riescono  bene  spesso  tanto  fuora  delle
    opinione  commune,  che la esperienzia mostra essere stata prudenzia a
    fare cos.


    82.
    Piccoli principii e a pena considerabili sono spesso cagione di grandi
    ruine o di felicit;  per  grandissima prudenzia avvertire e  pesare
    bene ogni cosa bench minima.


    83.
    Fui  io  gi  d'opinione,  che quello che non mi si rapresentava in un
    tratto, non occorressi anche poi; pensandovi,  ho visto in fatti in me
    e  in altri el contrario;  ch quanto pi e meglio si pensa alle cose,
    tanto meglio si intendono e si fanno.


    84.
    Non vi lasciate cavare di possessione  delle  faccende  se  desiderate
    farne,  perch non vi si torna a sua posta; ma se vi ti truovi drento,
    l'una s'avvia doppo l'altra sanza adoperare tu diligenzia o  industria
    per averne.


    85.
    La sorte degli uomini non solo  diversa tra uomo e uomo,  ma etiam in
    s medesimo,  perch sar uno fortunato in una cosa e  infortunato  in
    un'altra.  Sono  stato felice io in quelli guadagni che si fanno sanza
    capitale con la industria sola della persona,  negli  altri  infelice:
    con  difficult ho avuto le cose quando l'ho cercate;  le medesime non
    le cercando, mi sono corse drieto.


    86.
    Chi  in maneggi grandi o tende a grandezza, cuopra sempre le cose che
    gli dispiacciono,  amplifichi quelle che gli sono favorevole.  E'  una
    spezie di ciurmeria,  e assai contro alla natura mia; ma dependendo el
    traino di costoro pi spesso dalla openione  degli  uomini  che  dagli
    effetti,  el  farsi  fama che le cose ti vadino prospere ti giova,  el
    contrario ti nuoce.


    87.
    Molti pi sono e beneficii che tu cavi da' parenti e dagli  amici,  de
    quali n tu n loro si accorgono, che quelli che si cognosce procedere
    da  loro;  perch  rade  volte  accaggiono  cose nelle quali t'abbia a
    servire dello aiuto loro, a comparazione di quelle che quotidianamente
    ti arreca el credersi che tu possa valerti a tua posto di loro.


    88.
    Uno principe o chi  in faccende grande non solo debbe tenere  segrete
    le cose che  bene che non si sappino,  ma ancora avezzare s e e suoi
    ministri a tacere tutte le cose  etiam  minime  e  che  pare  che  non
    importino,  da quelle in fuora che  bene che siano note. Cos, non si
    sapendo da chi ti  intorno n da' sudditi e fatti tuoi, stanno sempre
    gli uomini sospesi e quasi attoniti, e ogni tuo piccolo moto e passo 
    osservato.


    89.
    Credo adagio, insino non ho autore certo, le nuove verisimile;  perch
    essendo  gi  nel  concetto degli uomini,  si truova facilmente chi le
    finge;  non si fingono cos spesso quelle che non sono  verisimile,  o
    non  sono  aspettate;  e  per  quando  ne sento qualcuna sanza autore
    certo, vi sto pi sospeso che a quell'altre.


    90.
    Chi depende dal favore de' principi sta appiccato a ogni gesto, a ogni
    minimo cenno loro,  in modo che facilmente salta a ogni piacere  loro;
    il  che    stato spesso cagione agli uomini di danni grandi.  Bisogna
    tenere bene el capo fermo a non si lasciare levare leggermente da loro
    a cavallo, n si muovere se non per le sustanzialit.


    91.
    Difficilmente mi  potuto entrare mai nel capo che la giustizia di Dio
    comporti che e figliuoli di Ludovico Sforza abbino a godere  lo  Stato
    di  Milano,  el  quale  acquist sceleratamente,  e per acquistarlo fu
    causa della ruina del mondo.


    92.
    Non dire: Dio ha aiutato el tale perch era buono: el tale   capitato
    male  perch era cattivo;  perch spesso si vede el contrario.  N per
    questo dobbiamo dire  che  manchi  la  giustizia  di  Dio,  essendo  e
    consigli suoi s profondi che meritamente sono detti abyssus multa.


    93.
    Quanto  uno  privato  erra  verso el principe e commette crimen laesae
    majestatis, volendo fare quello che appartiene al principe, tanto erra
    uno principe e commette  crimen  laesi  populi,  faccendo  quello  che
    appartiene  a  fare  al  popolo  e a' privati: per merita grandissima
    riprensione el duca di  Ferrara  faccendo  mercantanzie,  monopolii  e
    altre cose meccaniche che aspettano a fare a' privati.


    94.
    Chi  sta  in  corte  de' principi e aspira a essere adoperato da loro,
    stia quanto  pu  loro  innanzi  agli  occhi;  perch  nascono  spesso
    faccende,  che vedendoti, si ricorda di te, e spesso le commette a te;
    le quali, se non ti vedessi, commetterebbe a un altro.


    95.
    Bestiale  quello che non cognoscendo  e  pericoli,  vi  entra  drento
    inconsideratamente;  animoso quello che gli cognosce,  ma non gli teme
    pi che si bisogni.


    96.
    E' antico proverbio, che tutti e savii sono timidi,  perch cognoscono
    tutti e pericoli,  e per temono assai.  Io credo che questo proverbio
    sia falso perch non pu pi  essere  chiamato  savio  chi  stima  uno
    pericolo pi che non merita essere stimato;  savio chiamer quello che
    cognosce quanto pesi el pericolo e lo teme appunto  quanto  si  debbe.
    Per  pi  presto si pu chiamare savio uno animoso che uno timido;  e
    presupposto che  tutta  dua  vegghino  assai,  la  discordia  dall'uno
    all'altro  nasce perch el timido mette a entrata tutti e pericoli che
    cognosce che possono essere,  e presuppone sempre el peggio de' peggi;
    l'animoso,  che  ancora lui cognosce tutti,  considerando quanti se ne
    possino schifare dalla industria degli uomini,  quanti ne fa  smarrire
    el  caso  per s stesso.  non si lascia confondere da tutti,  ma entra
    nelle imprese con fondamento e con speranza,  che non tutto quello che
    pu essere abbia a essere.


    97.
    Dissemi  el  marchese di Pescara,  quando fu fatto papa Clemente,  che
    forse  non  mai  pi  vedde  riuscire  cosa   che   fussi   desiderata
    universalmente.  La ragione di questo detto pu essere,  che e pochi e
    non e molti danno communemente el moto alle cose del mondo,  e e  fini
    di  questi  sono  quasi  sempre  diversi  da'  fini de' molti;  e per
    partoriscono diversi effetti da quello che molti desiderano.


    98.
    Uno tiranno prudente,  bench abbia  caro  e  savii  timidi,  non  gli
    dispiacciono anche gli animosi quando gli cognosce di cervello quieto;
    perch  gli  d el cuore di contentargli.  Sono gli animosi e inquieti
    quelli che sopra tutto gli dispiacciono; perch non pu presupporre di
    potergli contentare, e per  sforzato a pensare di spegnergli.


    99.
    Apresso a uno tiranno prudente,  quando non m'ha per  inimico,  vorrei
    pi  presto  essere  in  concetto  di  animoso inquieto che di timido,
    perch cerca di contentarti, e con quell'altro fa pi a sicurt.


    100.
    Sotto a uno tiranno  meglio essere amico insino a uno certo  termine,
    che  partecipare  degli ultimi intrinsechi suoi;  perch cos,  se sei
    uomo stimato,  godi anche tu della sua grandezza,  e qualche volta pi
    che  quell'altro  con  chi  fa  pi a sicurt,  e nella ruina sua puoi
    sperare di salvarti.


    101.
    A salvarsi da uno tiranno bestiale e crudele non  regola  o  medicina
    che vaglia, eccetto quella che si d alla peste: fuggire da lui el pi
    discosto, e el pi presto che si pu.


    102.
    Uno  assediato  che aspetta soccorso,  publica sempre le necessit sue
    molto maggiori che non sono;  quello  che  non  lo  aspetta,  non  gli
    restando altro disegno che lo straccare lo inimico,  e a quest'effetto
    trgli ogni speranza, le cuopre sempre e publica minore.


    103.
    Fa el tiranno ogni possibile diligenzia per scoprire  el  segreto  del
    cuore tuo, con farti carezze, con ragionare teco lungamente, col farti
    osservare  da  altri  che  per ordine suo si intrinsecano teco,  dalle
    quali rete tutte  difficile guardarsi;  e per se tu vuoi che non  ti
    intenda,  pensavi  diligentemente,  e  guardati con somma industria da
    tutte le cose che ti possono scoprire,  usando tanta diligenzia a  non
    ti lasciare intendere quanta usa lui a intenderti.


    104.
    E'  lodato assai negli uomini,  e  grato a ognuno lo essere di natura
    liberi e reali, e, come si dice in Firenze,  schietti;   biasimata da
    altro  canto  e    odiosa  la simulazione,  ma  molto pi utile a s
    medesimo: e quella realit giova pi presto altri che a s.  Ma perch
    non si pu negare che la non sia bella,  io loderei chi ordinariamente
    avessi  el  traino  suo  del  vivere  libero  e  schietto,  usando  la
    simulazione  solamente  in  qualche  cosa  molto importante,  le quali
    acaggiono rare volte.  Cos acquisteresti  nome  di  essere  libero  e
    reale, e ti tireresti drieto quella grazia che ha chi  tenuto di tale
    natura: e nondimeno nelle cose che importassino pi, caveresti utilit
    della simulazione,  e tanto maggiore quanto, avendo fama di non essere
    simulatore, sarebbe pi facilmente creduto alle arti tue.


    105.
    Ancora che uno abbia nome di simulatore o di ingannatore,  si vede che
    pure  qualche  volta  gli  inganni  suoi truovano fede.  Pare strano a
    dirlo, ma  verissimo, e io mi ricordo,  el re Cattolico pi che tutti
    gli  altri  uomini  essere  in  questo concetto;  e nondimeno ne' suoi
    maneggi non gli mancava mai chi gli credessi  pi  che  el  debito;  e
    questo  bisogna  che proceda o dalla semplicit o dalla cupidit degli
    uomini: questi per credere facilmente quello  che  desiderano,  quelli
    per non cognoscere.


    106.
    Non    cosa  nel vivere nostro civile che abbia pi difficult che el
    maritare convenientemente le sue  figliuole;  il  che  procede  perch
    tutti  gli uomini,  tenendo pi conto di s che non tengono gli altri,
    pensano da principio poter capere ne' luoghi  che  non  gli  riescono.
    Per ho veduto molti rifiutare spesso partiti che quando si sono molto
    aggirati  arebbono accettato di grazia.  E' dunche necessario misurare
    bene le condizioni sue e  degli  altri,  n  si  lasciare  portare  da
    maggiore opinione che si convenga: questo io lo cognosco bene;  non so
    poi come sapr usarlo,  n se cadr  nello  errore  quasi  commune  di
    presummere  pi  che  el  debito;  ma  non serva per questo ricordo a
    avvilirsi tanto, che come Francesco Vettori,  si diano al primo che le
    dimanda.


    107.
    E' da desiderare non nascere suddito; e pure avendo a essere,  meglio
    essere  di  principe  che di repubblica;  perch la repubblica deprime
    tutti e sudditi;  e non fa parte alcuna della sua grandezza se non  a'
    suoi cittadini; el principe  pi commune a tutti, e ha equalmente per
    suddito  l'uno  come  l'altro;  per  ognuno  pu  sperare di essere e
    beneficato e adoperato da lui.


    108.
    Non  uomo s savio che non pigli qualche volta degli  errori;  ma  la
    buona  sorte  degli  uomini consiste in questo: abattersi a pigliargli
    minori, o in cose che non importano molto.


    109.
    Non  le frutto delle libert,  n el fine al quale le furono trovate,
    che ognuno governi;  perch non debbe governare se non chi  atto e lo
    merita;  ma la osservanzia delle buone legge e buoni ordini;  le quali
    sono  pi  sicure  nel vivere libero che fa tanto travagliare la citt
    nostra, perch non basta agli uomini essere liberi e sicuri, ma non si
    fermano se ancora non governano.


    110.
    Quanto si ingannono coloro  che  a  ogni  parola  allegano  e  Romani!
    Bisognerebbe  avere  una  citt  condizionata  come  era  loro,  e poi
    governarsi secondo quello esemplo;  el  quale  a  chi  ha  le  qualit
    disproporzionate   tanto disproporzionato,  quanto sarebbe volere che
    uno asino facessi el corso di uno cavallo.


    111.
    E vulgari riprendono e jurisconsulti per la variet delle opinione che
    sono tra loro,  e non considerano che la non procede da difetto  degli
    uomini, ma dalla natura della cosa in s; la quale non sendo possibile
    che  abbia  compreso  con  regole  generali  tutti e casi particulari,
    spesso e casi non si truovano decisi appunto dalla legge,  ma  bisogna
    conjetturarli con le openione degli uomini,  le quali non sono tutte a
    uno modo. Vediamo el medesimo ne' medici,  ne' filosofi,  ne' giudicii
    mercantili,  ne' discorsi di quelli che governano lo Stato,  tra quali
    non  manco variet di giudicio che sia tra' legisti.


    112.
    Diceva messer Antonio da Venafra,  e dice bene: metti sei o otto savii
    insieme,  diventano  tanti  pazzi;  perch non si accordano mettono le
    cose pi presto in disputa che in resoluzione.


    113.
    Erra chi crede che la legge rimetta mai cosa alcuna in arbitrio,  cio
    in libera volunt del giudice, perch la non lo fa mai padrone di dare
    e  trre;  ma  perch  sono alcuni casi che  stato impossibile che la
    legge termini con regola certa,  gli rimette in arbitrio del  giudice;
    cio  che  el  giudice,  considerate  le  circumstanzie  e  qualit  e
    coscienzia sua.  Di che nasce che bench el giudice  non  possa  della
    sentenzia  sua  starne  a  sindacato  degli  uomini,  ne  ha a stare a
    sindacato di Dio, el quale cognosce se gli ha giudicato o donato.


    114.
    Sono alcuni che sopra le cose che occorsono fanno in scriptis discorsi
    del futuro,  e quali quando sono fatti da chi sa,  paiono  a  chi  gli
    legge molto belli;  non dimeno sono fallacissimi, perch dependendo di
    mano in mano l'una conclusione dell'altra, una che ne manchi, riescono
    vane tutte quelle che se ne deducono;  e ogni minimo  particulare  che
    varii,    atto  a  fare variare una conclusione;  per non si possono
    giudicare le cose del mondo s da discosto  ma  bisogna  giudicarle  e
    resolverle giornata per giornata.


    115.
    Truovo  in  certi  quadernacci scritti insino nel 1457,  che uno savio
    cittadino disse gi: o Firenze disfar el Monte,  o el  Monte  disfar
    Firenze.  Consider  benissimo  essere necessario,  o che la citt gli
    togliessi la riputazione,  o che  farebbe  tanta  multiplicazione  che
    sarebbe impossibile reggerla;  ma questa materia innanzi partorissi el
    disordine, ha avuto pi vita, e in effetto el moto suo pi lento,  che
    lui forse non immagin.


    116.
    Chi  governa gli Stati non si spaventi per e pericoli che si mostrono,
    ancora che pajno grandi,  propinqui e quasi in  essere;  perch,  come
    dice el proverbio,  non  s brutto el diavolo come si dipinge. Spesso
    per varii accidenti e pericoli si resolvono,  e  quando  pure  e  mali
    vengono, vi si truova drento qualche rimedio e qualche alleggerimento,
    pi  che non si immaginava;  e questo ricordo consideratelo bene,  ch
    tuttod viene in fatto.


    117.
    E' fallacissimo il giudicare per  gli  esempli;  perch  se  non  sono
    simili  in tutto e per tutto,  non servono;  conciosia che ogni minima
    variet nel caso pu essere  causa  di  grandissima  variazione  nello
    effetto;  e el discernere questa variet,  quando sono piccole,  vuole
    buono e perspicace occhio.


    118.
    A chi stima l'onore assai, succede ogni cosa; perch non cura fatiche,
    non pericoli,  non danari.  Io l'ho provato in me  medesimo,  per  lo
    posso  dire  e scrivere;  sono morte e vane le azione degli uomini che
    non hanno questo stimulo ardente.


    119.
    Le falsit delle scritture rade volte si fabricano  da  principio;  ma
    dipoi  in progresso di tempo,  secondo che conducono le occasione o la
    necessit;  e per  buono espediente a  difendersene,  subito  che  
    fatto  lo  instrumento o la scrittura,  farsi fare copia autentica per
    tenerla presso di s.


    120.
    La pi parte de' mali che si fanno nelle terre di parte, procedono dal
    sospetto; perch gli uomini dubitando della fede l'uno dell'altro sono
    necessitati a prevenire;  per chi le governa  debbe  avere  el  primo
    intento, e essere sollecito alevare via le suspizione.


    121.
    Non  fate  novit  in  sulla  speranza di essere seguitati dal popolo,
    perch  pericoloso fondamento,  non avendo lui animo a  seguitare,  e
    anche spesso avendo fantasia diversa da quello che tu credi. Vedete lo
    esemplo di Bruto e Cassio, che amazzato Cesare, non solo non ebbono el
    seguito  del  popolo  come si erano presupposti,  ma per paura di esso
    furono forzati a ritirarsi in Capitolio.


    122.
    Guardate quanto gli uomini ingannano loro  medesimi;  ciascuno  reputa
    brutti e peccati che lui non fa,  leggieri quegli che fa; e con questa
    regola si misura spesso el male e el bene pi che  col  considerare  e
    gradi e qualit delle cose.


    123.
    Io  credo facilmente che in ogni tempo siano stati tenuti dagli uomini
    per miracoli molte cose che  non  vi  si  appressavano;  ma  questo  
    certissimo  che  ogni religione ha avuto e suoi miracoli;  in modo che
    della verit di una fede pi  che  di  un'altra    debole  pruova  el
    miracolo. Mostrano bene forse e miracoli la potest di Dio, ma non pi
    di quelli de' Gentili che di quello de' Cristiani; e anche non sarebbe
    forse  peccato  dire,  che  questi,  cos  come anche vaticinii,  sono
    secreti  della  natura,   alla  ragione  de'  quali  non  possono  gli
    intelletti degli uomini aggiungere.


    124.
    Io  ho  osservato  che  in  ogni  nazione  e  quasi in ogni citt sono
    devozione  che  fanno  e  medesimo  effetti:  a  Firenze  Santa  Maria
    Impruneta  fa  piova  e bel tempo;  in altri luoghi,  ho visto Vergini
    Marie o Santi fare el medesimo: segno manifesto che la grazia  di  Dio
    soccorre  ognuno;  e  forse  che  queste  cose  sono pi causate dalle
    opinione degli uomini, che perch in verit se ne vegga lo effetto.


    125.
    E filosofi e teologi e tutti gli altri  che  scrivono  le  cose  sopra
    natura  o che non si veggono,  dicono mille pazzie;  perch in effetto
    gli uomini sono al bujo delle cose,  e questa indagazione ha servito e
    serve pi a esercitare gli ingegni che a trovare la verit.


    126.
    Sarebbe  da  desiderare el potere fare o condurre le cose sue a punto,
    cio in modo che fussino sanza uno minimo disordine o scrupolo;  ma  
    difficile el fare questo;  in modo che  errore lo occuparsi troppo in
    limbiccarle,  perch spesso le occasione fuggono,  mentre che tu perdi
    tempo a condurre quello a punto; e anche quando credi averlo trovato e
    fermo, ti accorgi spesso non essere niente perch la natura delle cose
    del  mondo   in modo,  che  quasi impossibile trovarne alcuna che in
    ogni parte non vi  sia  qualche  disordine  e  inconveniente;  bisogna
    risolversi  a trle come sono e pigliare per buono quello che ha in s
    manco male.


    127.
    Ho veduto nella guerra bene spesso venire nuove per le quali  giudichi
    avere la impresa in mal luogo;  in uno tratto venire altre che pare ti
    promettino la vittoria,  e cos per  contrario;  e  questa  variazione
    accadere  spessisime volte;  per uno capitano buono non facilmente si
    invilisce o esalta.


    128.
    Nelle cose degli Stati non bisogna tanto  considerare  quello  che  la
    ragione  mostra  che  dovessi  fare  uno  principe,  quanto quello che
    secondo la sua natura o consuetudine si pu credere che faccia; perch
    e principi fanno spesso non quello che doverebbono fare, ma quello che
    fanno o pare loro di fare;  e chi si  risolve  con  altra  regola  pu
    pigliare grandissimi granchi.


    129.
    Quello che,  se si facessi, sarebbe maleficio o ingiuria, se non si fa
    non ha per a essere chiamato n buona opera n beneficio;  perch tra
    lo offendere e el beneficare,  tra le opere laudabile e biasimevole, 
    mezzo: come lo astenere  dal  male  lo  astenersi  da  offendere.  Non
    dichino  adunche  gli  uomini:  io  non  feci,  io  non dissi;  perch
    communemente la vera laude  potere dire: io feci, io dissi.


    130.
    Guardinsi e  principi  sopra  tutto  da  coloro  che  sono  di  natura
    incontentabili;  perch non possono beneficargli e empiergli tanto che
    basti a rendersene sicuri.


    131.
    Grande  differenzia    da  avere  e  sudditi  malcontenti  a  avergli
    disperati.  El malcontento se bene desidera di nuocerti,  non si mette
    leggiermente in pericolo,  ma aspetta le occasione,  le quali talvolta
    non vengono mai;  el disperato le va cercando e sollecitando,  e entra
    precipitosamente in speranza e pratiche di  fare  novit;  e  per  da
    quello  t'hai  a  guardare  di rado,  da questo  necessario guardarti
    sempre.


    132.
    Io  sono  stato  di  natura  molto  libero  e  inimico   assai   degli
    stiracchiamenti;  per  ha  avuto  facilit  grande  chi  ha  avuto  a
    convenire meco: nondimeno ho cognosciuto che in tutte  le  cose    di
    somma utilit el negociare con vantaggio;  la somma del quale consiste
    in questo,  non venire subito agli ultimi  partiti,  ma  ponendosi  da
    discosto,  lasciarsi tirare di passo in passo e con difficult; chi fa
    cos,  ha bene spesso pi di quello di che si sarebbe contentato;  chi
    negocia  come  ho  fatto  io,  non  ha mai se non quello sanza che non
    arebbe concluso.


    133.
    E' grandissima prudenzia e da molti poca osservata, sapere dissimulare
    le male satisfazione che hai da altri, quando el fare cos non sia con
    tuo danno  e  infamia;  perch  accade  spesso  che  in  futuro  viene
    occasione  di  averti  a  valere  di  quello.  Il che difficilmente ti
    riesce,  se lui gi sa che tu sia male satisfatto di lui.  E  a  me  
    intervenuto  molte  volte che io ha avuto a ricercare persone,  contro
    alle quali ero malissimo disposto;  e loro credendo  el  contrario,  o
    almeno non si persuadendo questo, m'hanno servito prontissimamente.


    134.
    Gli uomini tutti per natura sono inclinati pi al bene che al male; n
      alcuno  el quale,  dove altro rispetto non lo tiri in contrario non
    facessi pi volentieri bene che male;  ma  tanto  fragile  la  natura
    degli uomini, e s spesse nel mondo le occasione che invitano al male,
    che gli uomini si lasciano facilmente deviare dal bene. E per e savii
    legislatori trovorono e premii e le pene;  che non fu altro che con la
    speranza  e  col  timore  volere  tenere  fermi   gli   uomini   nella
    inclinazione loro naturale.


    135.
    Se alcuno si truova che per natura sia inclinato a fare pi volentieri
    male  che bene,  dite sicuramente che non  uomo,  ma bestia o mostro:
    poi che manca di quella  inclinazione  che    naturale  a  tutti  gli
    uomini.


    136.
    Accade  che  qualche  volta  e  pazzi fanno maggiore cose che e savii;
    procede perch el savio dove non  necessitato si rimette  assai  alla
    ragione  e poco alla fortuna;  el pazzo assai alla fortuna e poco alla
    ragione;  e le  cose  portate  dalla  fortuna  hanno  tal  volta  fini
    incredibili.  E  savii  di  Firenze  arebbono  creduto  alla  tempesta
    presente;  e pazzi avendo contro a ogni ragione voluto opporsi,  hanno
    fatto  insino  a  ora  quello  che non si sarebbe creduto che la citt
    nostra potessi in modo alcuno fare;  e questo  che dice el proverbio:
    Audaces fortuna iuvat.


    137.
    Se  el danno che risulta delle cose male governate,  si scorgessi cosa
    per cosa, chi non sa, o si ingegnerebbe di imparare, o volontariamente
    lascerebbe governarsi a chi sapessi pi;  ma el male  che gli uomini,
    e e popoli massime,  per la ignoranzia loro, non intendendo la cagione
    de' disordini,  non le  attribuiscono  a  quello  errore  che  gli  ha
    prodotti;  e cos non ricognoscendo di quanto male sia causa lo essere
    governati da chi non sa governare,  perseverano nello errore o di fare
    loro  quello  che non sanno,  o di lasciarsi governare dagli imperiti;
    donde nasce spesso la ruina ultima della citt.


    138.
    N e pazzi, n e savi non possono finalmente resistere a quello che ha
    a essere;  per io non lessi mai cosa che mi paressi meglio detta  che
    quella che disse colui: Ducunt volentes fata, nolentes trahunt.


    139.
    E'  vero  che le citt sono mortale come gli uomini: ma  differenzia:
    ch gli uomini per essere  di  materia  corrutibile,  ancora  che  mai
    facessino  disordini,  bisogna  manchino;  le  citt  non  mancano per
    difetto della materia,  la quale sempre si  rinnova,  ma  o  per  mala
    fortuna o per malo reggimento,  cio per e partiti imprudenti presi da
    chi governa.  El  capitare  male  per  mala  fortuna  schiettamente  
    rarissimo,  perch  essendo  una  citt  corpo  gagliardo  o di grande
    resistenzia,  bisogna bene  che  la  violenzia  sia  estraordinaria  o
    impetuosissima  a  atterarla.  Sono  adunche gli errori di chi governa
    quasi sempre causa  delle  ruine  delle  citt;  e  se  una  citt  si
    governassi  sempre  bene,  saria  possibile  che la fussi perpetua,  o
    almanco arebbe vita pi lunga sanza comparazione di quello che non ha.


    140.
    Chi disse uno popolo disse veramente uno animale pazzo, pieno di mille
    errori,  di  mille  confusione,  sanza  gusto,  sanza  diletto,  sanza
    stabilit.


    141.
    Non vi maravigliate che non si sappino le cose delle et passate,  non
    quelle che si fanno  nelle  provincie  o  luoghi  lontani;  perch  se
    considerate bene,  non s'ha vera notizia delle presenti, non di quelle
    che giornalmente si fanno in una  medesima  citt;  e  spesso  tra  il
    palazzo e la piazza  una nebbia s folta,  o uno muro s grosso,  che
    non vi penetrando l'occhio degli uomini,  tanto sa el popolo di quello
    che fa chi governa,  o della ragione per che lo fa,  quanto delle cose
    che fanno in India;  e per si empie facilmente el mondo  di  opinione
    erronee e vane.


    142.
    Una  delle  maggiori  fortune  che  possino  avere  gli uomini  avere
    occasione di potere mostrare che a quelle  cose  che  loro  fanno  per
    interesse  proprio,  siano  stati  mossi  per  causa di pubblico bene.
    Questa fece gloriose le imprese  del  Re  Cattolico;  le  quali  fatte
    sempre  per  sicurt  o  grandezza  sua,  parvono  spesso  fatte o per
    augumento della fede cristiana, o per difesa della Chiesa.


    143.
    Parmi che tutti gli istorici abbino, non eccettuando alcuno, errato in
    questo,  che hanno lasciato di scrivere molte cose che  a  tempo  loro
    erano note,  presupponendole come note;  donde nasce che nelle istorie
    de' Romani,  de' Greci e di tutti  gli  altri,  si  desidera  oggi  la
    notizia  in  molti capi;  verbigratia,  delle autorit e diversit de'
    magistrati,  degli ordini del governo,  de' modi della milizia,  della
    grandezza delle citt e molte cose simili, che a' tempi di chi scrisse
    erano  notissime,   e  per  pretermesse  da  loro.   Ma  se  avessono
    considerato che con la lunghezza del tempo si spengono le citt,  e si
    perdono  le  memorie  delle cose,  e che non per altro sono scritte le
    istorie che per conservarle in perpetuo,  sarebono stati pi diligenti
    a scriverle in modo,  che cos avessi tutte le cose innanzi agli occhi
    chi nasce in una et lontana, come coloro che sono stati presenti, che
     proprio el fine della istoria.


    144.
    Dissemi in Spagna Almazano secretario del Re Cattolico, essendo venuta
    nuova che e Viniziani avevano fatto col re di Francia  accordo  contro
    al  suo  re,  che  in  Castiglia   uno proverbio che in lingua nostra
    significa,  che el filo si rompe dal capo pi debole:  vuole  dire  in
    sustanzia,  che le cose alfine si scaricano sopra e pi deboli, perch
    non si misurano n con la ragione, n con la discrezione;  ma cercando
    ognuno  el  suo  vantaggio,  si  accordano  a fare patire chi ha manco
    forze,  perch gli  avuto minore rispetto;  e per chi ha a negociare
    con pi potenti di s,  abbia sempre l'occhio a questo proverbio che a
    ognora viene in fatto.


    145.
    Abbiate per certo,  che bench la vita degli uomini sia breve,  pure a
    chi  sa  fare capitale del tempo e non lo consumare vanamente,  avanza
    tempo assai; perch la natura dell'uomo  capace,  e chi  sollecito e
    risoluto gli comparisce mirabilmente el fare.


    146.
    Infelicit  grande   essere in grado di non potere avere el bene,  se
    prima non s'ha el male.


    147.
    Erra chi crede che la vittoria delle  imprese  consista  nello  essere
    giuste  o ingiuste,  perch tutti d si vede el contrario,  che non la
    ragione,  ma la prudenzia,  le forze e la buona fortuna danno vinte le
    imprese.  E'  ben  vero,  che  in  chi  ha  ragione  nasce  una  certa
    confidenzia fondata in  sulla  opinione  che  Dio  dia  vittoria  alle
    imprese giuste; la quale fra gli uomini arditi e ostinati; dalle quali
    due  condizione  nascono  talvolta le vittorie.  Cos l'avere la causa
    giusta  pu  per  indiretto  giovare,   ma    falso  che  lo   faccia
    direttamente.


    148.
    Chi vuole espedire troppo presto le guerre,  le allunga spesso; perch
    non avendo a aspettare o le provisione che gli  bisogna  o  la  debita
    maturit della impresa,  fa difficile quello che sarebbe stato facile;
    in modo che per ogni d di tempo che ha voluto avanzare  perde  spesso
    pi  di  uno  mese;  sanza  che  questo  pu  essere causa di maggiore
    disordine.


    149.
    Nelle guerre chi vuole manco spendere, pi spende; perch nessuna cosa
    vuole maggiore e pi inconsiderata effusione di danari;  e  quanto  le
    provisione  sono  pi  gagliarde,  tanto  pi presto si espediscono le
    imprese;  alle quali cose chi manca per risparmiare danari allunga  le
    imprese,  tanto  pi che ne risulta senza comparazione maggiore spesa.
    Per nessuna cosa  pi perniziosa  che  entrare  in  guerre  con  gli
    assegnamenti di tempo in tempo, se non ha numerato grosso; perch  el
    modo non a finire la guerra, ma a nutrirla.


    150.
    Non  basti  a  farvi fidare o rimettere in uomini ingiuriati da voi el
    cognoscere che di quello negocio medesimo  risulterebbe,  conducendolo
    bene,  anche  utilit  e onore a loro;  perch pu in certi uomini per
    natura tanto la memoria delle ingiurie,  che  gli  tira  a  vendicarsi
    contro al proprio commodo; o perch stimino pi quella satisfazione, o
    perch  la  passione gli acciechi in modo che non vi discernino drento
    quello che sarebbe l'onore e  utile  suo,  e  tenete  a  mente  questo
    Ricordo, perch molti ci errano.


    151.
    Abbiate  semper  la mira,  come  anche detto sopra de' principi,  non
    tanto a quello che gli uomini con chi avete a  negociare  doverrebbono
    fare  per  ragione,  quanto  quello  che  si  pu credere che faccino,
    considerata bene la natura e' costumi loro.


    152.
    Abbiate grandissima  circumspezione  innanzi  entriate  in  imprese  o
    faccende   nuove,   perch  doppo  el  principio  bisogna  andare  per
    necessit;  e per interviene spesso che gli  uomini  si  conducono  a
    camminare per difficult, che se prima n'avessino immaginato la ottava
    parte,  se ne sarebbono alienati mille miglia; ma come sono imbarcati,
    non    in  potest  loro  ritirarsi.   Accade  questo  massime  nelle
    inimicizie,  nelle  parzialit,  nelle  guerre;  nelle quali cose e in
    tutte l'altre,  innanzi si piglino,  non  considerazione o diligenzia
    s esatta che sia superflua.


    153.
    Pare  che  gli imbasciadori spesso piglino la parte di quello principe
    apresso al quale sono;  il che gli fa sospetti o di  corruttela  o  di
    speranza  di  premii,  o almanco che le carezze e umanit usategli gli
    abbino fatti diventare loro partigiani;  ma pu  anche  procedere  che
    avendo  al continuo innanzi agli occhi le cose di quello principe dove
    sono,  e non cos particularmente le altre,  paia loro da tenerne  pi
    conto  che  in  verit  non ;  la quale ragione non militando nel suo
    principe che parimente ha noto  el  tutto,  scuopre  con  facilit  la
    fallacia del suo ministro, e attribuisce spesso a malignit quello che
    pi   presto    causato  da  qualche  imprudenzia;   e  per  chi  va
    imbasciadore ci avvertisca bene, perch  cosa che importa assai.


    154.
    Sono infiniti e segreti di  uno  principe,  infinite  le  cose  a  che
    bisogna consideri; per  temerit essere pronto a fare giudicio delle
    azione  loro,  accadendo spesso che quello tu credi che lui faccia per
    uno rispetto sia fatto per un altro; quello che ti pare fatto a caso o
    imprudentemente, sia fatto a arte e prudentissimamente.


    155.
    Dicesi che chi non sa bene tutti e particulari non pu giudicare bene;
    e nondimeno io ho visto molte volte,  che chi non ha el giudicio molto
    buono  giudica meglio,  se ha solo notizia della generalit che quando
    gli sono mostri tutti e particulari;  perch in sul  generale  se  gli
    appresenter  spesso  la  buona  resoluzione;  ma  come  ode  tutti  e
    particulari, si confonde.


    156.
    Io sono stato di natura molto resoluto e fermo  nelle  azioni  mie;  e
    nondimeno  come ho fatto una resoluzione importante,  mi accede spesso
    una certa quasi penitenzia del partito che ho preso;  il  che  procede
    non  perch  io  creda  che  se  io  avessi  di  nuovo a deliberare io
    deliberassi altrimenti, ma perch innanzi alla deliberazione avevo pi
    presente agli occhi le difficult dell'una e l'altra parte; dove preso
    el partito, n temendo pi quelle che col deliberare ho fuggite, mi si
    appresentono solamente quelle con chi mi resta a combattere,  le quali
    considerate  per  se  stesse  paiono  maggiore che non parevano quando
    erano paragonate con l'altre;  donde seguita che a liberarsi da questo
    tormento bisogna con diligenzia rimettersi innanzi agli occhi anche le
    altre difficult che avevi poste da canto.


    157.
    Non  bene vendicarsi nome di essere sospettoso, di essere sfiduciato:
    nondimeno l'uomo  tanto fallace,  tanto insidioso;  procede con tanta
    arte s indirette,  s profonde;   tanto cupido dello interesse  suo,
    tanto  poco  respettivo  a  quello  di altri,  che non si pu errare a
    credere poco, a fidarsi poco.


    158.
    Veggonsi a ognhora e benefici che ti fa l'avere  buono  nome,  l'avere
    buona fama; ma sono pochi a comparazione di quelli che non si veggono,
    che  vengono da per s e sanza che tu ne sappia la causa,  condotti da
    quella buona opinione che  di te: per disse prudentissimamente colui
    che pi valeva el buono nome che molte ricchezze.


    159.
    Non biasimo e digiuni,  le orazione e simili opere  pie  che  ci  sono
    ordinate dalla Chiesa o ricordate da' frati;  ma el bene de' beni , e
    a comparazione di questo tutti gli altri sono leggieri,  non nuocere a
    alcuno, giovare in quanto tu puoi a ciascuno.


    160.
    E'  certo  gran cosa che tutti sappiamo avere a morire,  tutti viviamo
    come se fussimo certi avere sempre a vivere;  non credo sia la ragione
    di  questo  perch  ci muova pi quello che  innanzi agli occhi e che
    apparisce al senso,  che le cose pi lontane e  che  non  si  veggono;
    perch  la  morte    propinqua,  e si pu dire che per la esperienzia
    quotidiana ci apparisca a ogni ora;  credo proceda perch la natura ha
    voluto  che  noi viviamo secondo che ricerca el corso o vero ordine di
    questa machina mondana;  la quale non volendo resti come morta e sanza
    senso,  ci ha dato propriet di non pensare alla morte,  alla quale se
    pensassimo sarebbe pieno el mondo di ignavia e di torpore.


    161.
    Quando io considero a quanti accidenti e  pericoli  di  infirmit,  di
    caso,  di  violenzia,  e  in  modi  infiniti,    sottoposta  la  vita
    dell'uomo;  quante cose bisogna concorrino nello anno a volere che  la
    ricolta sia buona;  non  cosa di che io mi maravigli pi,  che vedere
    uno uomo vecchio, uno anno fertile.


    162.
    E nelle guerre e in molte cose importante ho veduto spesso lasciare di
    fare la provisione per giudicare che le sarebbono tarde;  e nondimanco
    si    visto  poi,   che  le  sarebbono  state  in  tempo,  e  che  el
    pretermetterle ha  fatto  grandissimo  danno;  e  tutto  procede,  che
    communemente  el moto delle cose  molto pi lento che non si disegna,
    in modo che spesso non  fatto in tre o quattro  mesi  quello  che  tu
    giudicavi  doversi  fare  in  uno;  e questo  Ricordo importante e da
    avvertire.


    163.
    Quanto fu accomodato quello detto  degli  antichi:  Magistratus  virum
    ostendit!  Non  cosa che scuopra pi la qualit degli uomini che dare
    loro faccende e autorit.  Quanti dicono bene,  che  non  sanno  fare!
    Quanti  in  sulle  panche  e sulle piazze paiono uomini eccellenti che
    adoperati riescono ombre!


    164.
    La buona fortuna degli uomini  spesso el maggiore inimico che abbino,
    perch gli fa diventare spesso cattivi,  leggieri,  insolenti;  per 
    maggiore  paragone  di  uno  uomo  el  resistere  a  questa  che  alle
    avversit.


    165.
    Da uno canto pare che  uno  principe,  uno  padrone  debba  cognoscere
    meglio la natura de' sudditi e servidori suoi che alcuno altro; perch
    per necessit bisogna gli venghino per le mani molte voglie, disegni e
    andamenti loro: da altro,   tutto el contrario; perch con ogni altro
    negociano pi apertamente,  ma con questi usano ogni diligenzia,  ogni
    arte per palliare la natura e le fantasie loro.


    166.
    Non  pensate  che chi assalta altri,  verbigratia chi si accampa a una
    terra, possi prevedere tutte le difese che far lo inimico; perch per
    natura allo attore,  che  perito,  occorrono e rimedii ordinarii  che
    far  el reo;  ma el pericolo e la necessit in che  quello altro gli
    fa trovare degli estraordinarii, quali  impossibile che pensi chi non
     nel termine di quella necessit.


    167.
    Non credo sia peggiore cosa la mondo che  la  leggerezza,  perch  gli
    uomini  leggieri  sono  instrumenti  atti  a pigliare ogni partito per
    tristo,  pericoloso e pernizioso che  sia;  per  fuggitegli  come  el
    fuoco.


    168.
    Che mi rilieva me,  che colui che mi offende lo facci per ignoranzia e
    non per malignit? anzi,  spesso molto peggio, perch la malignit ha
    e fini suoi determinati,  e procede con le  sue  regole,  e  per  non
    sempre  offende  quanto pu;  ma la ignoranzia non avendo n fine,  n
    regola, n misura, procede furiosamente e d mazzate da ciechi.


    169.
    Abbiate per una massima, che o in citt libera,  o in governo stretto,
    o  sotto  uno principe che voi siate,   impossibile coloriate tutti e
    vostri disegni; per quando qualcuno ve ne manca, non vi adirate,  non
    cominciate a volere rompere,  pure che abbiate tale parte che dobbiate
    contentarvi;  altrimenti faccendo,  sturbate voi  medesimi  e  qualche
    volta  la citt,  e alla fine vi trovate avere quasi sempre peggiorato
    le vostre condizione.


    170.
    Grande sorte  quella de' principi,  che e carichi che meritano essere
    suoi,  facilmente  scaricano  addosso  a altri,  perch pare che quasi
    sempre intervenga che gli errori e le offese che  loro  fanno,  ancora
    che  naschino  da  loro  proprii,   siano  attribuiti  a  consiglio  o
    istigazione di chi   loro  apresso.  Credo,  proceda  non  tanto  per
    industria che usino in fare nascere questa opinione, quanto perch gli
    uomini  volentieri  voltano  lo  odio  o  le  detrazione a chi  manco
    distante da loro,  e contro  a  chi  sperano  potersi  pi  facilmente
    valere.


    171.
    Diceva  el  duca  Lodovico Sforza che una medesima regola serve a fare
    cognoscere e principi e le balestre.  Se la balestra  buona o no,  si
    cognosce  dalle  frecce  che  tira;  cos  el  valore  de' principi si
    cognosce dalla qualit degli  uomini  mandano  fuora.  Dunche  si  pu
    arguire  che  governo  fussi  quello  di Firenze,  quando in uno tempo
    medesimo  adoper  per  imbasciadori  el  Carduccio  in  Francia,   el
    Gualterotto a Vinegia, messer Bardo a Siena, e messer Galetto Giugni a
    Ferrara.


    172.
    Furono ordinati e principi non per interesse proprio, ma per beneficio
    commune,  e  gli  furono  date  le  entrate  e  le utilit,  perch le
    distribuissi a conservazione del dominio e de' sudditi: e per in  lui
      pi  detestabile  la  parsimonia,   che  in  uno  privato;   perch
    accumulando pi che el debito,  appropria a s solo quello  di  che  
    stato  fatto,  a  parlare  propriamente,  non  padrone,  ma esattore e
    dispensatore a beneficio di molti.


    173.
    Pi detestabile e pi perniziosa  in uno principe la prodigalit, che
    la parsimonia; perch non potendo quella essere sanza trre a molti, 
    pi ingiurioso a' sudditi el trre che el non dare;  e nondimeno  pare
    che a' popoli piaccia pi el principe prodigo che lo avaro. La ragione
     che ancora che pochi siano quegli a chi d el prodigo a comparazione
    di  coloro  a chi toglie,  che di necessit sono molti;  pure,  come 
    detto altre volte,  pu tanto pi negli  uomini  la  speranza  che  el
    timore,  che  facilmente  si spera essere pi presto di quegli pochi a
    chi  dato, che di quegli molti a chi  tolto.


    174.
    Fate ogni cosa per intrattenervi bene co' principi e con gli Stati che
    reggono;  perch gli d troppo carico  adoperare  el  braccio  publico
    contro  alle  ingiurie private;  abbia pure pazienzia e aspetti tempo,
    perch  impossibile che spesso non gli venga occasione di potere fare
    lo effetto medesimo giustificatamente, e sanza nota di rancore.


    176.
    Pregate Dio sempre di trovarvi dove si vince,  perch vi  data  laude
    di  quelle  cose  ancora  di  che non avete parte alcuna;  come per el
    contrario chi si truova dove si perde,   imputato  di  infinite  cose
    delle quali  inculpabilissimo.

    177.
    Quasi sempre in Firenze,  per la dapocaggine degli uomini,  quando uno
    ha fatto con violenzia uno scandolo publico non si  fatto  pruova  di
    punirlo,  ma  cercato  a  gara  di deliberargli la impunit,  pure che
    deponga l'arme,  e non ne  faccia  pi;  modi  non  da  reprimere  gli
    insolenti, ma da fare diventare lioni gli agnelli.


    178.
    Allora sono ottime le industrie e le arte de' guadagni,  quando per lo
    universale non sono ancora  cognosciute  buone;  ma  come  vengano  in
    questa opinione,  declinano; perch voltandovisi molti, el concorso fa
    che non sono pi s buone;  per el levarsi  a  buon'ora    vantaggio
    grande in tutte le cose.


    179.
    Io  mi feci beffe da giovane del sapere sonare,  ballare,  cantare,  e
    simili leggiadrie;  dello scrivere ancora bene,  del sapere cavalcare,
    del  sapere  vestire  accomodato,  e di tutte quelle cose che pare che
    diano agli uomini pi presto ornamento  che  sustanzia;  ma  arei  poi
    desiderato  el  contrario;  perch  se  bene   inconveniente perdervi
    troppo tempo e per  forse  nutrirvi  e  giovani,  perch  non  vi  si
    deviino,  nodimeno  ho  visto  per  esperienza  cosa  dnno  degnit e
    riputazione agli uomini etiam bene qualificati,  e in modo che si  pu
    dire che a chi ne manca, manchi qualche cosa; senza che lo abondare di
    tutti gli intrattenimenti apre la via a' favori de' principi, e in chi
    ne  abonda    talvolta  principio  o  cagione  di  grande  profitto e
    esaltazione,  non essendo  pi  el  mondo  e  e  principi  fatti  come
    doverebbono, ma come sono.


    180.
    Le  guerre  non  hanno  el  maggiore  inimico  che  el parere a chi le
    comincia che  le  siano  vinte;  perch  ancora  che  le  si  mostrino
    facillime e sicurissime, sono sottoposte a mille accidenti, e quali si
    disordinano  pi  se  a  chi le apartengono non si trova preparato con
    l'animo e con le forze: come sarebbe  se  da  principio  vi  si  fussi
    ordinato drento, come se le fussino difficile.


    181.
    Sono  stato  undici anni continui ne' governi della Chiesa e con tanto
    favore apresso a' superiori e e popoli, che ero per durarvi lungamente
    se non fussino venuti e casi che nel 27 vennono in Roma e in  Firenze;
    n  trovai  cosa  alcuna  che  mi  vi  conficcassi  drento  pi che el
    procedere come  se  non  mi  curassi  di  starvi;  perch  con  questo
    fondamento facevo sanza rispetto e summissione quello che si conveniva
    al carico che io tenevo: il che mi dava tanta riputazione,  che questa
    sola mi favoriva pi e  con  pi  degnit  che  ogni  intrattenimento,
    amicizia e industria che io avessi usata.


    182.
    Io  ho  visto  quasi  sempre  gli  uomini  bene savii,  quando hanno a
    risolvere  qualche  cosa   importante   procedere   con   distinzione,
    considerando dua o tre casi che verisimilmente possono accadere,  e in
    su quegli fondare la  deliberazione  loro  come  se  fussi  necessario
    venire  uno  di quegli casi.  Avvertite che  cosa pericolosa,  perch
    spesso o forse el pi delle volte viene uno terzo o  quarto  caso  non
    considerato,  e  al quale non  accomodata la deliberazione che tu hai
    fatta: per risolvetevi pi al sicuro che  potete,  considerando,  che
    ancora possi facilmente essere quello che si crede non abbia a essere,
    n vi ristrignendo mai se non per necessit.


    183.
    Non    savio  uno  capitano  che faccia giornate se non lo muove o la
    necessit o el cognoscere d'avere vantaggio  molto  grande;  perch  
    cosa troppo sottoposta alla fortuna, e troppo importante el perderle.


    184.
    Io  non  voglio  escludere gli uomini da' ragionamenti communi,  n da
    conversare insieme con grata e amorevole dimestichezza;  ma dico  bene
    che    prudenzia  parare  se non per necessit delle cose proprie;  e
    quando se ne parla,  non ne dare conto se non quanto   necessario  al
    ragionamento  o  intento  che  allora  si ha;  riservando sempre in s
    medesimo tutto quello che si pu fare,  sanza dire: pi grato    fare
    altrimenti, pi utile el fare cos.


    185.
    Sempre gli uomini lodano in altri lo spendere largamente, el procedere
    nelle  azioni  sue  co' modi generosi e magnifichi,  e nondimeno i pi
    osservano in s medesimi el contrario;  per misurate le  cose  vostre
    con la possibilit con la utilit che sia onesta e ragionevole; ma non
    vi lasciate levare a cavallo a fare altrimenti dalle opinione e parole
    del  vulgo,  dal  darvi  a  credere  di acquistare laude e riputazione
    apresso a chi poi allo stretto non  lauda  in  altri  quello  che  non
    osserva in s.


    186.
    Non  si  pu  in  effetto procedere sempre con una regola indistinta e
    ferma. Se  molte volte inutile lo allargarsi nel parlare, etiam cogli
    amici, dico di cose che meritino essere tenute segrete, da altro canto
    el fare che gli amici si accorghino che tu stai riservato con  loro  
    la via a fare che anche loro faccino el medesimo teco;  perch nessuna
    cosa fa altrui confidarsi di te,  che el presupporsi che tu ti confidi
    di  lui: e cos non dicendo a altri,  tu togli la facult di sapere da
    altri.  Per e in questo e  in  molte  altre  cose  bisogna  procedere
    distinguendo  la  qualit  delle  persone,  de' casi e de' tempi;  e a
    questo  necessaria la discrezione,  la quale se la  natura  non  t'ha
    data,  rade  volte  si impara tanto che basti con la esperienzia;  co'
    libri non mai.


    187.
    Sappiate che chi governa a caso si  ritruova  alla  fine  a  caso;  la
    diritta  pensare, esaminare, considerare bene ogni cosa etiam minima;
    e vivendo ancora cos,  si conducono con fatica bene le cose;  pensate
    come vanno a chi si lascia portare dal corso della acqua.


    188.
    Quanto pi ti discosti dal mezzo per fuggire uno degli estremi,  tanto
    pi  cadi  in quello estremo di che tu temi,  o in uno altro che ha el
    male pari a quello; e quanto pi vuoi cavare frutto di quella cosa che
    tu godi,  tanto  pi  presto  finisce  el  goderla  e  trarne  frutto;
    verbigratia  uno  che popolo che goda la libert,  quanto pi la vuole
    usare tanto manco la gode,  e tanto pi cade o nella tirannide,  o  in
    uno vivere che non  migliore che la tirannide.


    189.
    Tutte le citt, tutti gli Stati, tutti e regni sono mortali; ogni cosa
    o per natura o per accidente termina e finisce qualche volta: per uno
    cittadino  che  si  truova  al  fine  della sua patria,  non pu tanto
    dolersi della disgrazia di quella e chiamarla  mal  fortunata,  quanto
    della  sua  propria;  perch  alla patria  accaduto quello che a ogni
    modo aveva a accadere,  ma disgrazia   stata  di  colui  abattersi  a
    nascere a quella et che aveva a essere tale infortunio.


    190.
    Suolsi  dire per ricordo,  in conforto degli uomini che non sono nello
    stato desiderano: Guardatevi  drieto  e  non  innanzi,  cio  guardate
    quanti pi sono quegli che stanno peggio di voi, che quelli che stanno
    meglio.  E'  detto  verissimo,  e  che doverebbe valere a fare che gli
    uomini si contentassino del grado loro, ma  difficile a farlo; perch
    la natura ci ha posto el viso in modo che non possiamo senza sforzarci
    a guardarci se non innanzi.


    191.
    Non si pu biasimare gli  uomini  che  siano  lunghi  nel  risolversi;
    perch  se  bene  accaggiono  delle  cose  nelle  quali    necessario
    deliberare presto,  pure per lo ordinario erra pi chi delibera presto
    che  chi  delibera tardi;  ma da riprendere  sommariamente la tardit
    dello eseguire,  poi che si  fatta la resoluzione,  la quale  si  pu
    dire che la nuoca sempre e non giovi mai se non per accidente; e ve lo
    dico perch ve ne guardiate,  atteso che in questo molti errano, o per
    ignavia, o per fuggire molestia,. o per altra cagione.


    192.
    Pigliate nelle faccende questa massima: che non  basti  dare  loro  el
    principio,  lo  indirizzo,  el  moto;  ma  bisogna seguitarle e non le
    staccare mai insino al fine;  e chi le accompagna cos  non  fa  anche
    poco  a  conducerle  a  prefezione.  Ma  chi  negocia  altrimenti,  le
    presuppone talvolta finite,  che apena sono cominciate o difficultate;
    tanta    la negligenzia,  la dapocaggine,  la tristizia degli uomini;
    tanti gli impedimenti e le difficult che di sua natura hanno le cose.
    Usate questo Ricordo: m'ha fatto  tal  volta  grande  onore,  come  fa
    vergogna grande a chi usa el contrario.


    193.
    Avvertisca  sopra  tutto chi tiene pratiche contro agli Stati a non le
    tenere con lettere,  perch spesso sono intercette e fanno  testimonio
    che  non  si  pu  negare;  e bench ci siano oggi molti modi cauti di
    scrivere, sono anche molto in luce le arte del ritrovargli. Pi sicuro
    assai  a adoperare uomini  proprii  che  lettere,  e  per    troppo
    difficile e pericoloso agli uomini privati entrare in queste pratiche,
    perch  non  hanno copia d'uomini a chi commettere,  e di quelli pochi
    non si possono molto fidare,  perch  troppo guadagno e poca  perdita
    ingannare privati per fare piacere a' principi.


    194.
    Se  bene  bisogna  procedere alle cose pesatamente,  non si vuole per
    proporsi nelle faccende tanta difficult,  che  l'uomo,  pensando  non
    possino  riuscire,   si  fermi;   anzi,  bisogna  ricordarsi  che  nel
    maneggiare si scuopre pi facilit; e che faccendo,  le difficult per
    s medesime si sgruppano.  E questo  verissimo, e chi negocia lo vede
    tutto d in fatto;  e se papa Clemente se ne  ricordassi  conducerebbe
    spesso le cose sue e pi in tempo con pi riputazione.


    195.
    Chi  apresso a' principi e desidera ottenere grazie o favori per s o
    per  amici,  ingegnisi  quanto  pu  di  non  avere a dimandare spesso
    direttamente,  ma cerchi o aspetti occasione di proporle e  introdurle
    con  qualche  destrezza,  le  quali  quando  vengono bisogna pigliarle
    subito e non le lasciare passare.  Chi fa cos,  conduce le  cose  con
    molto maggiore facilit,  e con molto minore fastidio del principe;  e
    ottenuta che n'ha una,  resta pi fresco e pi libero potere ottenerne
    un'altra.


    196.
    Come  gli  uomini si accorgono che tu se' in grado che la necessit ti
    conduca a quello vogliono,  fanno poca stima di te,  e ne fanno  buono
    mercato;  perch  in  loro  communemente  pu  pi el rispetto del suo
    interesse o la sua mala natura, che non pu la ragione e' meriti tuoi,
    o le obligazione che avessino teco,  o el considerare che tu sia forse
    caduto  per  causa  loro,  o  per  satisfare  a  loro,  in queste male
    condizione;  per guardatevi dal venire in questo  essere  quanto  dal
    fuoco.  E  se  gli uomini avessino bene nel cuore questo Ricordo molti
    sono fuorusciti che non sarebbono;  perch non giova  loro  tanto  che
    siano  cacciati  da  casa per inclinazione a questo o quello principe,
    quanto nuoce che poi che el principe gli vede fuora dice: Costoro  non
    possono  pi  fare sanza me;  e per con poca discrezione gli tratta a
    suo modo.


    197.
    Chi ha a conducere co' popoli cose  che  abbino  difficult  grande  o
    contradizione,  avvertisca, se el caso lo comporte, a separarle, e non
    parlare della seconda insino non sia condotta la  prima;  perch  cos
    faccendo,   pu  accadere  che  quelli  si  opponghino  all'una,   non
    contradichino all'altra;  dove se fussino tutte insieme,  bisognerebbe
    che  a  tutte  contradicessi  ciascuno  a chi dispiacessi qualunque di
    quelle.  E se cos avessi saputo  fare  Piero  Soderini  quando  volle
    riordinare  la legge della Quaranta,  l'arebbe ottenuta,  e stabilito
    forse  con  essa  el  governo  populare;  e  questo  ricordo  di  fare
    inghiottire  le vivande amare,  quando si pu,  in pi di uno boccone,
    serve spesso non manco alle cose private che alle publiche.


    198.
    Crediate che in tutte le faccende e publiche e private  la  importanza
    dello  espedirle  consiste in sapere pigliare el verso;  e per in una
    medesima cosa,  el maneggiarla in uno modo a maneggiarla in uno altro,
    importa el conducerla a non la conducere.


    199.
    Sempre,  quando  con  altri  volete  simulare o dissimulare una vostra
    inclinazione,  affaticatevi a mostrargli con pi  potente  e  efficace
    ragione  che voi potete,  che voi avete in animo el contrario,  perch
    quando agli uomini pare che voi  cognosciate  che  la  ragione  voglia
    cos, facilmente si persuadono che le resoluzione vostre siano secondo
    quello che detta la ragione.


    200.
    Uno  de' modi a fare fautore di qualche vostro disegno qualcuno che ne
    sarebbe stato alieno,  farne capo a lui, e farnelo, come dire, autore
    o principale.  Guadagnansi con questa via massime gli uomini leggieri,
    perch  in  molti  questa  vanit  solo  pu tanto,  che gli conduce a
    tenerne pi conto che de' rispetti  sustanziali  che  si  doverrebbono
    avere nelle cose.


    201.
    Parr  forse  parola  maligna  o sospettosa,  ma Dio volessi non fussi
    vera: sono pi e cattivi uomini che e buoni; massime dove va interesse
    di roba o di Stato; per da quelli in fuora, e quali per esperienzia o
    relazione degnissime di fede cognoscete bene aperti;   bene destrezza
    farlo  in  modo  che  non  vi  vendichiate  nome  di  sfiduciati;   ma
    sustanziale  non vi fidate, se non vedete poterlo fare.


    202.
    Chi si vendica in modo che lo  offeso  non  si  accorga  che  el  male
    proceda  da  lui,  non si pu dire lo faccia se non per satisfare allo
    odio o al rancore;  pi generoso  farlo scopertamente,  e in modo che
    ognuno  sappia  donde nasca: e si pu interpretare lo faccia non tanto
    per odio e desiderio di vendetta,  quanto per onore,  cio per  essere
    cognosciuto per uomo di natura da non sopportare le ingiurie.


    203.
    Avvertino  e principi a non conducere e sudditi in grado prossimo alla
    libert; perch gli uomini naturalmente desiderano essere liberi, e lo
    ordinario di ciascuno  non stare contenti al grado  suo,  ma  cercare
    sempre  di  avanzare  di quello in che si truovano;  e questi appetiti
    possono pi che la  memoria  della  buona  compagnia  che  gli  fa  el
    principe, e de' beneficii ricevuti da lui.


    204.
    Non    possibile  fare tanto che e ministri non rubino: io sono stato
    nettissimo, e ho avuto governatori e altri ministri sotto di me, e con
    tutta la diligenzia che io abbia usata,  e lo  esemplio  che  ho  dato
    loro,  non  ho  potuto provedere tanto che basti.  Enne cagione che le
    danaio serve a ogni cosa,  e che al vivere d'oggi   stimato  pi  uno
    ricco   che  uno  buono;   e  lo  causa  tanto  pi  la  ignoranzia  o
    ingratitudine de' principi che sopportano e tristi, e a chi ha servito
    bene non fanno migliore trattamento che a chi ha fatto el contrario.


    205.
    Io sono stato dua volte con grandissima autorit negli eserciti in  su
    imprese  importantissime,  e  ho  avuto  governatori e in effetto n'ho
    cavato questo costrutto: che se sono  vere,  come  in  gran  parte  io
    credo,  le  cose  che  si  scrivono  della  milizia  antica,  questa a
    comparazione di quella  una  ombra.  Non  hanno  e  capitani  moderni
    virt,  non hanno industria;  procedesi sanza arte,  sanza stratagemi;
    come camminare a lento passo per una strada maestra;  in modo che  non
    fuora di proposito io dissi al signor Prospero Colonna, capitano della
    prima  impresa,  che  mi  diceva  che  io  non ero stato pi in guerra
    alcuna: che mi doleva anche in questa non avere imparato niente.


    206.
    Non voglio  disputare  quale  fussi  pi  utile  a'  corpi  nostri,  o
    governarsi  co'  medici  o  non  ne  avere,  come lungamente feciono e
    Romani; ma dico bene che, o sia per la difficult della cosa in s,  o
    per   la   negligenzia  de'  medici,   e  quali  bisognerebbe  fussino
    diligentissimi  e  osservassino  bene  ogni  minimo  accidente   dello
    infermo,  che e medici de' tempi nostri non sanno medicare altro che e
    mali ordinarii,  e el pi che si distenda la scienzia loro  insino  a
    curare due terzane;  ma come la infermit ha niente di estraordinario,
    mendicano al buio e a caso; sanza che el medico,  per la sua ambizione
    e  per le emulazione che sono tra loro,   uno animale pessimo,  sanza
    coscienza e sanza rispetto; e avendo la sicurt che gli errori loro si
    possino male riprovare, pure che esalti in s,  o deprima el compagno,
    fa ogni d notomia de' corpi nostri.


    207.
    Della astrologia,  cio di quella che giudica le cose future,  pazzia
    parlare; o la scienzia non  vera, o tutte le cose necessarie a quella
    non si possono sapere, o la capacit degli uomini non vi arriva; ma la
    conclusione ,  che pensare di sapere el futuro per quella via    uno
    sogno.  Non sanno gli astrologi quello dicono, non si appongono se non
    a caso: in modo che se tu pigli uno pronostico di qualunque astrologo,
    e di uno di un altro uomo,  fatto a ventura,  non si verificher manco
    di questo che di quello.


    208.
    La  scienzia  delle  legge    ridotta  oggi  in  luogo,  che se nella
    decisione di una causa  da uno canto qualche viva ragione, dall'altro
    la autorit di uno dottore che  abbia  scritto,  pi  si  attende  nel
    giudicare la autorit: per e dottori che praticano,  sono necessitati
    volere vedere ognuno che scrive;  e cos quello tempo che  s'arebbe  a
    mettere  in speculare,  si consuma in leggere libri con stracchezza di
    animo e di corpo, in modo che l'ha quasi pi similitudine a una fatica
    di facchini che di dotti.


    209.
    Io credo siano manco  male  le  sentenzie  de'  Turchi,  le  quali  si
    espediscono  presto  e  quasi a caso,  che el modo de' giudicii che si
    usano communemente tra'  Cristiani;  perch  la  lunghezza  di  questi
    importa  tanto  e  per  le  spese  e  per  e  disturbi che si danno a'
    litiganti,  che non nuoce forse manco che  facessi  la  sentenzia  che
    s'avessi  contro  el  primo  d;  sanza che,  se noi presuppogniamo le
    sentenzie de' Turchi darsi al buio,  ne seguita che,  ragguagliato,  a
    met ne sia giusta;  sanza che non forse minore parte ne sono ingiuste
    di quella date tra noi,  o per la ignoranzia  o  per  la  malizia  de'
    giudici.


    210.
    Poco  e buono,  dice el proverbio:  impossibile che chi dice o scrive
    molte cose non vi metta di molta borra;  ma le  poche  possono  essere
    tutte bene digeste e stringate; per sarebbe forse stato meglio scerre
    di questi Ricordi uno fiore che accumulare tanta materia.


    211.
    Io credo potere affermare che gli spiriti siano;  dico quella cosa che
    noi chiamiamo spiriti, cio di quelli aerei che dimesticamente parlano
    con le persone, perch n'ho visto esperienzia tale che mi pare esserne
    certissimo;  ma quello che siano e quali,  credo lo sappia s poco chi
    si persuade saperlo quanto chi non vi ha punto di pensiero.  Questo, e
    el predire el futuro, come si vede fare talvolta a qualcuno o per arte
    o per furore,  sono potenzie occulte della natura,  o vero  di  quella
    virt  superiore  che  muove  tutto;  palesi a lui,  segreti a noi,  e
    talmente, che e cervelli degli uomini non vi aggiungono.


    212.
    Delle tre spezie di governi, di uno, di pochi o di molti, credo che in
    Firenze quello degli Ottimati sarebbe el peggiore di tutti, perch non
    vi  naturale,  n  vi  pu  essere  accetto,  come  non    anche  la
    tirannide;  e per la ambizione e discordia loro farebbono tutti quelli
    mali che fa la tirannide, e forse pi dividerebbono presto la citt, e
    de' beni che fa el tiranno non ne farebbono nessuno.


    213.
    In tutte le resoluzione e esecuzione che l'uomo fa,  s'ha ostaculo  di
    ragione in contrario;  perch nessuna cosa  s ordinata che non abbia
    in compagnia qualche disordine,  nessuna cosa s trista che non  abbia
    del buono, nessuna cosa s buona che non abbia del tristo; donde nasce
    che molti stanno sospesi perch ogni piccola difficult dispiace loro;
    e  questi  sono quelli che di natura si chiamano rispettivi,  perch a
    ogni cosa hanno  rispetto.  Non  bisogna  fare  cos;  ma  pesati  gli
    inconvenienti di ciascuna parte, resolversi a quelli che pesano manco;
    ricordandosi  non  poter  pigliare partito che sia netto e perfetto da
    ogni parte.


    214.
    Ognuno ha de' difetti,  chi pi e chi manco,  per non pu  durare  n
    amicizia,  n  servit,  n compagnia,  se l'uno non comporta l'altro.
    Bisogna cognoscere l'uno l'altro,  e,  ricordandosi che col mutare non
    si  fuggono  tutti  e difetti ma si riscontra o ne' medesimi o forse n
    maggiori, disporsi a comportare;  pure che tu ti abbatta a cose che si
    possino tollerare; o non siano di molta importanza.


    215.
    Quante cose fatte sono biasimate, che, se si potessi vedere quello che
    sarebbe  se  non fussino fatte,  si loderebbono!  quante pel contrario
    sono lodate che si biasimerebbono!  Per non correte  a  riprendere  o
    commendare secondo la superficie delle cose; e quello che vi apparisce
    innanzi agli occhi, bisogna considerare pi a drento, se volete che el
    giudicio vostro sia vero e pesato.


    216.
    Non  si  pu  in  questo  mondo  eleggere  el grado in che l'uomo ha a
    nascere, non le faccende e la sorte con che l'uomo ha a vivere; per a
    laudare o riprendere gli uomini s'ha a guardare non la fortuna in  che
    sono, ma come vi si maneggiano drento; perch la laude o biasimo degli
    uomini ha a nascere da' comportamenti loro,  non dallo stato in che si
    truovano;  come in una commedia o tragedia non   pi  in  prezzo  chi
    porta  la  persona  del padrone e del re,  che chi porta quella di uno
    servo; ma solamente si attende chi la porta meglio.


    217.
    Non vi guardate tanto di farvi inimici o di fare dispiacere  a  altri,
    che per questo lasciate di fare quello che vi si appartiene; perch el
    fare l'uomo el debito suo gli d riputazione,  e questa giova pi, che
    non nuove el farsi qualche inimico.
    Bisogna o essere morto in questo  mondo,  o  fare  talvolta  cose  che
    offendono altri; ma la medesima virt che  di sapere collocare bene e
    piaceri,  si  truova  in  sapere  cognoscere  quando  s'hanno a fare e
    dispiaceri;  cio fargli con ragione,  con tempo,  con modestia e  per
    cagione e con modi onorevoli.


    218.
    Quegli  uomini conducono bene le cose loro in questo mondo,  che hanno
    sempre innanzi agli occhi lo interesse proprio,  e tutte le azione sue
    misurano  con  questo  fine,  ma  la  fallacia    in  quegli  che non
    cognoscono bene quale sia lo interesse  suo,  cio  che  reputano  che
    sempre consista in qualche commodo pecuniario pi che nell'onore,  nel
    sapere mantenersi la riputazione e el buono nome.


    219.
    E' ingenuit, chi  stato autore di una deliberazione, o affermata una
    opinione,   se  innanzi  ne  vegga  l'esito  muta  per  qualche  segno
    sentenzia,  confessarlo liberamente; pure quando non  in sua potest,
    o non appartiene a lui el correggerla,  si conserva pi la riputazione
    a fare le contrario;  perch ridicendosi non pu pi se non perdere di
    riputazione,  perch sempre succeder el contrario di  quello  che  ha
    detto o nel principio o innanzi al fine; dove stando in sulla opinione
    prima,  riuscir pure veridico in caso che quella succedessi, la quale
    pu ancora succedere.


    220.
    Credo sia uficio di buoni cittadini, quando la patria viene in mano di
    tiranni, cercare d'avere luogo con loro per potere persuadere el bene,
    e detestare el male;  e certo  interesse della citt che in qualunque
    tempo gli uomini da bene abbino autorit; e ancora che gli ignoranti e
    passionati   di   Firenze   l'abbino   sempre   intesa  altrimenti  si
    accorgerebbono quanto pestifero sarebbe el governo de' Medici,  se non
    avessi intorno altri che pazzi e cattivi.


    221.
    Quando pi inimici,  che insieme ti solevano essere uniti contro, sono
    venuti tra loro alle mani,  lo assaltarne uno in  sulla  occasione  di
    potergli  opprimere  separatamente    spesso  causa  che  di nuovo si
    riunischino insieme;  per bisogna bene cosiderare  la  qualit  dello
    odio  che   nato tra loro,  e le altre condizione e circumstanzie per
    poterti bene risolvere quale sia meglio,  o  assaltarne  uno,  o  pure
    stando a vedere, lasciargli combattere tra loro.

    Scritti  innanzi  al 1525 in altri quaderni che in questo,  ma ridotti
    qui nel principio dell'anno 1528,  nel  grandissimo  ozio  che  avevo,
    insieme  con  la  pi  parte  di  quelli  che  sono indrieto in questo
    quaderno.


    222.
    Se bene lo  ozio  solo  non  fa  ghiribizzi,  pure  male  si  fanno  e
    ghiribizzi sanza ozio.


    223.
    Quelli  cittadini  che  appetiscono  onore  e  gloria nella citt sono
    laudabili e utili,  pure che non la cerchino per via  di  sette  e  di
    usurpazione, ma con lo ingegnarsi di essere tenuti buoni e prudenti, e
    fare buone opere per la patria;  e Dio volessi che la republica nostra
    fussi piena  di  questa  ambizione.  Ma  perniziosi  sono  quelli  che
    appetiscono per fine suo la grandezza,  perch chi la piglia per idolo
    non ha freno alcuno,  n di giustizia,  n di onest,  e  farebbe  uno
    piano da ogni cosa per condurvisi.


    224.
    Chi  non   in verit buono cittadino non pu lungamente essere tenuto
    per buono;  per ancora che non desiderano pi presto parere buoni che
    essere,  bisogna  che si sforzino di essere;  altrimenti alla fine non
    possono parere.


    225.
    Gli uomini sono naturalmente inclinati al bene;  in modo che a  tutti,
    quando non cavano piacere o utilit dal male, piace pi el bene che el
    male;  ma  perch  la  natura  loro  fragile,  e le occasione che gli
    invitano al male sono infinite,  si partono facilmente  per  interesse
    proprio dalla inclinazione naturale. Per non per violentargli, ma per
    ritenergli  in  sul naturale suo,  fu trovato da' savii legislatori lo
    sprone e la briglia,  cio el premio e la pena;  e quali quando non si
    usano  in  una  republica,  rarissimi  cittadini di quella si truovano
    buoni; e noi ne veggiamo in Firenze tutto d la esperienzia.


    226.
    Se di alcuno si intende  o  legge  che  sanza  alcuno  suo  commodo  o
    interesse ami pi el male che el bene,  si debbe chiamare bestia e non
    uomo;  poi che manca di quello appetito che naturalmente   commune  a
    tutti gli uomini.


    227.
    Grandi  difetti  e disordini sono in uno vivere populare,  e nondimeno
    nella nostra citt e savii e buoni cittadini lo  appruovono  per  meno
    male.


    228.
    Dunche  si  pu  conchiudere  che in Firenze chi  savio  anche buono
    cittadino, perch se non fussi buono cittadino non sarebbe savio.


    229.
    Quella generosit che piace a' populi si truova rarissime volte  negli
    uomini  veramente savii;  per non  cos laudabile che pare che abbia
    del generoso, come chi ha del maturo.


    230.
    Amano e popoli nelle repubbliche uno cittadino che  faccia  giustizia;
    a' savii portano pi reverenzia che amore.


    23.
    O  Dio!  quante  sono  pi  le  ragione che mostrano che la repubblica
    nostra abbia in breve a venire meno,  che quelle che persuadono che la
    si abbii a conservare molto tempo!


    232.
    Assai si vale chi ha buono giudicio di chi ha buono ingegno; molto pi
    che pel contrario.


    233.
    Non  repugna alla equalit del vivere populare che uno cittadino abbia
    pi riputazione che l'altro, pure che la proceda da amore o reverenzia
    universale, e sia in facult del popolo levargliene a sua posta; anzi,
    sanza simili puntelli male si sostengono le repubbliche;  e buono  per
    la  citt  nostra  se gli sciocchi da Firenze intendessino bene questa
    parte!


    234.
    Chi ha a comandare a  altri  non  debbe  avere  troppa  discrezione  o
    rispetto  nel comandare;  non dico che debba essere sanza essa,  ma la
    molta  nociva.


    235.
    E' molto utile el governare le cose sue segretamente,  ma pi utile in
    chi  si ingegna quanto pu di non parere con gli amici;  perch molti,
    come poco stimati,  si sdegnono  quando  veggono  che  uno  recusa  di
    coferirgli le cose sue.


    236.
    Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte; ma dubito, ancora che
    io vivessi molto,  non ne vedere alcuna; uno vivere di repubblica bene
    ordinato nella citt nostra,  Italia liberata da tutti  e  Barbari,  e
    liberato el mondo dalla tirannide di questi scelerati preti.


    237.
    Chi  non  bene sicuro o per convenzione o per sentirsi s potente che
    non abbia in caso alcuno da temere,  fa pazzia nelle guerre di altri a
    starsi  neutrale,  perch  non  satisf  al  vinto  e rimane preda del
    vincitore;  e chi non crede alla ragione,  guardi allo  esemplo  della
    citt nostra, e a quello che gli intervenne dello stare neutrale nella
    guerra  che papa Julio e el re cattolico d'Aragona ebbono con Luigi re
    di Francia.


    238.
    Se pure vuoi stare neutrale, capitola almanco la neutralit con quella
    parte che la desidera,  perch  uno modo di  aderirsi;  e  se  questa
    vincer, ar pure forse qualche freno o vergogna a offenderti.


    239.
    Molto  maggiore  piacere si truova nel tenersi le voglie oneste che ne
    cavarsele, perch questo  breve, e del corpo;  quello,  raffreddo che
    sia un poco lo appetito,  durabile, e dell'animo e conscienzia.


    240.
    E'  da  desiderare  pi l'onore e la riputazione che le ricchezze;  ma
    perch oggid sanza quelle male  si  ha  e  conserva  la  riputazione,
    debbono  gli uomini virtuosi cercare non d'averne immoderatamente,  ma
    tante che basti allo effetto di avere o conservare  la  riputazione  e
    autorit.


    241.
    El  popolo  di  Firenze    communemente povero,  e per la qualit del
    vivere nostro ognuno desidera assai le ricchezze;  per  male  capace
    di  sostenere  la  libert della citt,  perch questo appetito gli fa
    seguitare l'utile suo privato sanza rispetto o  considerazione  alcuna
    della gloria e onore publico.


    242.
    La  calcina  con  che  si murano gli Stati de' tiranni  el sangue de'
    cittadini;  per doverebbe sforzarsi ognuno che nella  citt  sua  non
    s'avessino a murare tali palazzi.


    243.
    E cittadini che vivono nelle repubbliche, quando la citt ha uno stato
    tollerabile  bench  con  qualche  difetto,  non  cerchino mutarlo per
    averne uno migliore,  perch quasi sempre si peggiora;  non essendo in
    potest  di  chi lo muta fare che el governo nuovo sia appunto secondo
    el disegno e pensiero suo.


    244.
    La pi parte de'  mali  che  fanno  e  grandi  nelle  citt  nasce  da
    sospetto;  per  quando  uno  fatto grande,  la citt non ha da avere
    obligo a chi gli tenta contro cose nuove sanza buone occasione, perch
    si accresce el sospetto, e da quello e mali della tirannide.


    245.
    La malignit ne' poveri pu facilmente procedere  per  accidente,  ne'
    ricchi  pi spesso per natura; per ordinariamente  da biasimare pi
    in uno ricco che in uno povero.


    246.
    Chi  o  principe  o  privato vuole persuadere a uno altro el falso per
    mezzo di uno suo imbasciatore,  o di altri,  debbe prima ingannare  lo
    imbasciatore;  perch  opera  e parla con pi efficacia,  credendo che
    cos sia la mente del suo principe, che non farebbe, se sapessi essere
    simulazione.


    247.
    Dal fare o non fare una cosa che pare minima dipendono spesso  momenti
    di cose importantissime; per si debbe etiam nelle cose piccole essere
    avvertito e considerato.


    248.
    Facile  cosa    guastarsi uno bello essere,  difficile  acquistarlo;
    perch chi si truova in buono grado debbe fare ogni sforzo per non  se
    lo lasciare uscire di mano.


    249.
    E' pazzia sdegnarsi con quelle persone,  con le quali per la grandezza
    loro tu non puoi sperare di poterti vendicare;  per se bene ti  senti
    ingiuriato da questi, bisogna patire e simulare.


    250.
    Nella  guerra nascono da un'ora a un'altra infinite variet;  per non
    si debbe pigliare troppo animo delle nuove prospere,  n  vilt  delle
    avverse; perch spesso nasce qualche mutazione; e questo anche insegni
    a  chi se gli presentano le occasione nella guerra,  che non le perda,
    perch le durano poco.


    251.
    Come el fine de' mercatanti el pi delle volte   el  fallire,  quello
    de' naviganti annegare, cos spesso di chi lungamente governa terre di
    Chiesa el fine  capitare male.


    252.
    Mi   disse  gi  el  marchese  di  Pescara,   che  le  cose  che  sono
    universalmente desiderate, rare volte riescono; se  vero,  la ragione
     che pochi sono quelli che communemente danno el moto alle cose,  e e
    fini de' pochi sono quasi sempre  contrarii  a'  fini  e  appetiti  di
    molti.


    253.
    Non  combattete  mai  con  la  religione,  n con le cose che pare che
    dependono da Dio;  perch questo obietto ha troppa forza  nella  mente
    degli sciocchi.


    254.
    Fu  detto  veramente  che la troppa religione guasta el mondo,  perch
    effemmina  gli  animi,   aviluppa  gli  uomini  in  mille  errori,   e
    divertisceli da molte imprese generose e virile;  n voglio per questo
    derogare alla fede cristiana e al culto  divino,  anzi  confermarlo  e
    augumentarlo,  discernendo el troppo da quello che basta,  e eccitando
    gli ingegni a bene considerare quello di che si debbe tenere conto,  e
    quello che sicuramente si pu sprezzare.


    255.
    Tutte  le  sicurt  che si possono avere dallo inimico sono buone,  di
    fede, di amici, di promesse, e di altre assicurazione;  ma per la mala
    condizione degli uomini e variazione de' tempi,  nessuna ne  migliore
    e pi ferma che lo acconciare le cose in modo che le fondamento  della
    sicurt  tua  consista pi in sul non potere lo inimico tuo offenderti
    che in sul non volere.


    256.
    Non puoi secondo el vivere  del  mondo  avere  maggiore  felicit  che
    vederti   lo  inimico  tuo  prostrato  innanzi  in  terra,   e  a  tua
    discrezione;   e  per  per  avere  questo  effetto   non   si   debbe
    pretermettere  niente.  La  felicit  grande  consiste  in  questo: ma
    maggiore ancora  la gloria in usare tanta fortuna laudabilmente, cio
    essere clemente e perdonare;  cosa  propria  degli  animi  generosi  e
    eccelsi.


    257.
    Questi  Ricordi sono regole che si possono scrivere in su libri;  ma e
    casi particulari,  che per avere diversa ragione s'hanno  a  governare
    altrimenti,  si  possono  male  scrivere  altrove  che nel libro della
    discrezione.


    258.
    E' molto laudato apresso agli antichi el proverbio: Magistratus  virum
    ostendit;  perch  non  solo  fa  cognoscere per el peso che s'ha,  se
    l'uomo  d'assai o da poco, ma ancora perch per la potest e licenzia
    si scuoprono le affezione dello animo,  cio di che natura l'uomo sia;
    atteso che quanto l'uomo  pi grande, tanto manco freno e rispetto ha
    a lasciarsi guidare da quello che gli  naturale.


    259.
    Ingegnatevi  di  non venire in malo concetto apresso a chi  superiore
    nella patria vostra,  n vi fidate che el modo  o  traino  del  vostro
    vivere sia tale che non pensiate avergli a capitare alle mani;  perch
    nascono infiniti e non pensati casi, che  forza avere bisogno di lui.
    E e converso, el superiore se ha voglia di punirti o vendicarsi di te,
    non lo faccia precipitatamente,  ma aspetti el tempo e  la  occasione;
    perch  sanza  dubio  a  lungo  andare  gli verr di sorte,  che sanza
    scoprirsi maligno o passionato,  potr o in tutto o in parte satisfare
    al suo desiderio.


    260.
    Chi  ha  governo  di citt o di popoli,  se gli vuole tenere corretti,
    bisogna che sia severo in  punire  tutti  e  delittti,  ma  pu  usare
    misericordia nella qualit delle pene; perch da' casi atroci e quelli
    che  hanno bisogno di esemplo in fuora,  assai  ordinariamente se gli
    altri delitti sono puniti a quindici soldi per lira.


    261.
    Se e servidori fussino discreti o grati,  sarebbe onesto e debito  che
    el padrone gli beneficassi quanto potessi: ma perch sono el pi delle
    volte  di  altra  natura,  e  quando  sono  pieni  o  ti lasciano o ti
    straccano,  per  pi utile andare con loro con la  mano  stretta;  e
    trattenendoli  con  speranza,  dare  loro di effetti tanto che basti a
    fare che non si disperino.


    262.
    El Ricordo di sopra bisogna usarlo in modo,  che lo acquistare nome di
    non  essere  benefattore  non  faccia che gli uomini ti fugghino,  e a
    questo si provvede facilmente col  beneficarne  qualcuno  fuora  della
    regola;  perch  naturalmente  la  speranza  ha  tanta  signoria negli
    uomini,  che pi ti giova e pi esemplo ti fa apresso agli  altri  uno
    che  tu  n'abbia  beneficato,  che  cento  che  non abbino avuto da te
    remunerazione.


    263.
    Pi tengono a memoria gli uomini le ingiurie che  e  beneficii;  anzi,
    quando  pure  si  ricordano  del beneficio,  lo reputano minore che in
    fatto  non  fu,  persuadendosi  meritare  pi  che  non  meritano;  el
    contrario   si  fa  della  ingiuria,   che  duole  a  ognuno  pi  che
    ragionevolmente non doverria dolere; per, dove gli altri termini sono
    pari, guardatevi da fare piacere a uno,  che di necessit faccia a uno
    altro dispiacere equale, perch per la ragione detta di sopra si perde
    in grosso pi che non si guadagna.


    264.
    Pi fondamento potete fare in uno che abbia bisogno di voi,  o che nel
    caso che corre abbia lo interesse commune,  che in uno  beneficato  da
    voi, perch gli uomini communemente non sono grati; per se non volete
    ingannarvi, fate e calculi con questa misura.


    265.
    Ho posto e Ricordi prossimi perch sappiate vivere e cognoscere quello
    che  le  cose  pesano,  non  per farvi ritirare dal beneficare: perch
    oltre che  cosa generosa e che procede da bello animo,  si vede  pure
    che  talvolta  remunerato qualche beneficio,  e anche di sorte che ne
    paga molti;  e  credibile che a quella potest che  sopra gli uomini
    piaccino le azione nobile,  e per non consenta che sempre siano sanza
    frutto.


    266.
    Ingegnatevi avere degli amici,  perch sono buoni in tempi,  luoghi  e
    casi  che  tu  non  penseresti;  questo Ricordo  vulgato,  ma non pu
    considerare profondamente quanto vaglia colui a chi non  accaduto  in
    qualche sua importanza sentirne la esperienzia.


    267.
    Piace universalmente chi  di natura vera e libera, e  cosa generosa,
    ma  talvolta  nuoce;  da  altro canto la simulazione  utile,  e anche
    spesso necessaria per le male nature degli altri,  ma  odiata,  e  ha
    del  brutto;  donde  non  so  quale sia da eleggere.  Crederrei che si
    potessi usare l'una ordinariamente,  non  abbandonando  per  l'altra;
    cio  nel  caso  tuo ordinario e commune di vivere,  usare la prima in
    modo che acquisti el nome di persona libera; e nondimeno in certi casi
    importanti e rari usare la simulazione,  la quale a chi  vive  cos  
    tanto pi utile e succede meglio,  quanto per avere nome del contrario
    ti  pi facilmente creduto.


    268.
    Per la ragione di sopra non laudo chi vive sempre  con  simulazione  e
    con arte, ma escuso chi qualche volta la usa.


    269.
    Sia  certo  che  se tu desideri che non si sappia che tu abbia fatto o
    tentato qualche cosa, che, acnora che sia quasi scoperto e publico,  
    sempre in proposito el negarla;  perch la negazione efficace,  quando
    bene non persuada a chi ha indizii o creda  el  contrario,  gli  mette
    almanco el cervello a partito.


    270.
    E'  incredibile  quanto giovi a chi ha amministrazione che le cose sua
    siano secrete;  perch non solo e disegni tuoi quando si sanno possono
    essere  prevenuti o interrotti,  ma etiam lo ignorarsi e tuoi pensieri
    fa che gli uomini stanno sempre attoniti e sospesi a osservare le  tue
    azione,  e in su ogni tuo minimo moto si fanno mille commenti;  il che
    ti fa grandissima riputazione.  Per chi  in  tale  grado  doverrebbe
    avvezzare  s e suoi ministri non solo a tacere le cose che  male che
    si sappino, ma ancora tutte quelle che non  utile che si publichino.


    271.
    Conviene a ognuno el Ricordo di non comunicare e secreti suoi  se  non
    per necessit, perch si fanno schiavi di coloro a chi gli comunicano,
    oltre a tutti gli altri mali che el sapersi pu portare;  e se pure la
    necessit vi strigne a dirgli,  metteteli in  altri  per  manco  tempo
    potete, perch nel tempo assai nascono mille pensamenti cattivi.


    272.
    Lo  sfogarsi  qualche  volta  de'  piaceri o dispiaceri suoi  cosa di
    grande conforto, ma  nociva; per  saviezza lo astenersene,  se bene
     molto difficile.


    273.
    Osservai  quando ero imbasciadore in Spagna apresso al re Don Ferrando
    d'Aragona,  principe savio e glorioso,  che lui quando voleva fare una
    impresa  nuova,  o altra cosa di importanza,  non prima la publicava e
    poi  la  giustificava,  ma  si  governava  pel  contrario;  procurando
    artificiosamente  in  modo  che  innanzi  che si intendessi quello lui
    aveva in animo,  si divulgava che el re per le tali ragione doverrebbe
    fare questo;  e per publicandosi poi,  lui volere fare quello che gi
    prima pareva a ognuno giusto e necessario,   incredibile  con  quanto
    favore e con quanta laude fussino ricevute le sue deliberazione.


    274.
    Ancora  quelli  che  attribuendo  el  tutto  alla prudenzia e virt si
    ingegnano escludere la fortuna non  possono  negare  che  almanco  sia
    grandissimo  beneficio  di  fortuna che al tempo tuo corrino occasione
    che abbino a essere in prezzo quelle parte o virt in che tu  vali;  e
    si vede per esperienzia che le medesime virt sono stimate pi o manco
    a  uno  tempo  che  all'altro,  e le medesime cose fatte da uno in uno
    tempo saranno grate, fatte a un altro tempo saranno ingrate.


    275.
    Non voglio gi ritirare coloro che infiammati dallo amore della patria
    si metteriano in pericolo per ridurcela in libert;  ma dico bene  che
    chi  nella citt nostra cerca mutazione di Stato per interesse suo non
     savio,  perch    cosa  pericolosa;  e  si  vede  con  effetto  che
    pochissimi  trattati sono quelli che riescono.  E di poi quando bene 
    successo,  si vede quasi sempre che tu non conseguisci nella mutazione
    di  gran  lunga a quello che tu hai disegnato;  e inoltre ti oblighi a
    uno perpetuo travaglio,  perch sempre hai da dubitare che non tornino
    quelli che tu hai cacciati e che ti ruinino.


    276.
    Non  vi  affaticate  nelle  mutazione  che  non partoriscono altro che
    mutare e visi degli uomini;  perch,  che beneficio ti reca se  quello
    medesimo  male  o  dispetto  che  ti  faceva  Piero,  ti far Martino?
    verbigrazia,  che piacere puoi tu avere  di  vedere  andarsene  messer
    Goro, se in luogo suo entrerr un altro di simile sorte?


    277.
    Chi pure vuole attendere a trattati,  si ricordi che niente gli rovina
    pi che el desiderio di volergli conducere troppo sicuri;  perch  per
    questo si interpone pi tempo,  implicansi pi uomini e mescolansi pi
    cose,  che  causa di fare scoprire simili  pratiche.  A  anche    da
    credere  che  la  fortuna,  sotto dominio di chi sono queste cose,  si
    sdegni con chi vuole tanto liberarsi dalla potest sua e  assicurarsi:
    per conchiudo che  pi sicuro volergli eseguire con qualche pericolo
    che con molta sicurt.


    278.
    Non disegnate in su quello che non avete,  n spendete in su' guadagni
    futuri,  perch molte volte non succedono.  Vedesi  che  e  mercatanti
    grossi  falliscono el pi delle volte per questo,  quando per speranza
    di  uno  maggiore  guadagno  futuro,   entrano  in   su'   cambi,   la
    multiplicazione  de'  quali    certa  e  ha  tempo determinato;  ma e
    guadagni molte volte o non vengono o si allungano pi che el  disegno;
    in modo che quella impresa che avevi cominciata come utile,  ti riesce
    dannosissima.


    279.
    Non crediate a questi che predicano d'avere lasciato le  faccende  per
    amore della quiete, e di essere stracchi dalla ambizione; perch quasi
    sempre  hanno  nel  cuore  el  contrario;  e  si  sono  ridotti a vita
    appartata o per sdegno o per necessit o per pazzia.  Lo esemplo se ne
    vede  tutto  d;  perch  a  questi tali subito si rappresenta qualche
    spiraglio di grandezza,  abbandonata la tanto  lodata  quiete,  vi  si
    gettano con quello impeto che fa el fuoco a una cosa secca o unta.


    280.
    Se avete fallato,  pensatela e misuratela bene innanzi che entriate in
    prigione;  perch ancora che el caso fussi molto difficile a scoprire,
     incredibile a quante cose pensa el giudice diligente e desideroso di
    ritrovarlo;  e ogni minimo spiraglio  bastante a fare venire tutto in
    luce.


    281.
    Io ho desiderato come gli altri uomini l'onore e l'utile,  e insino  a
    qui  per  grazia di Dio e buona sorte mi  succeduto sopra el disegno;
    ma non vi ho poi ritrovato drento alcuna di quelle cose e satisfazione
    che  m'avevo  immaginato;  ragione  che,  chi  bene  la  considerassi,
    doverria bastare a estinguere assai della sete degli uomini.


    282.
    La  grandezza  di  Stato  desiderata universalmente,  perch tutto el
    bene che  in lei apparisce di fuora,  el male sta drento occulto;  el
    quale chi vedessi non arebbe forse tanta voglia,  perch  piena sanza
    dubio di pericoli, di sospetti, di mille travagli e fatiche; ma quello
    che per avventura la fa desiderabile anche agli animi  purgati,    lo
    appetito  che ognuno ha di essere superiore agli altri uomini,  atteso
    massime che in nessuna altra cosa ci possiamo assomigliare a Dio.


    283.
    Le  cose  non  premeditate  muovono  sanza  comparazione  pi  che  le
    previste;  per  chiamo io animo grande e intrrito quello che regge e
    non si sbigottisce per e pericoli e accidenti repentini;  cosa  che  a
    giudicio mio  rarissima.


    284.
    Quando si fa una cosa, se si potessi sapere quello che sarebbe seguito
    se  non  fussi fatta questa,  o se si fussi fatto el contrario,  molte
    cose sono biasimate  e  laudate  dagli  uomini  che  si  cognoscerebbe
    meritano contraria sentenzia.


    285.
    Non  dubbio che quanto l'uomo pi invecchia,  pi cresce la avarizia;
    si dice communemente esserne causa  perch    bene  ignorante  quello
    vecchio  che  non  cognosce  che  sempre  con  la et si diminuisce el
    bisogno. E inoltre veggo che ne' vecchi si augumenta al continuo, cio
    in molti, la lussuria, dico lo appetito,  non le forze,  la crudelt e
    gli  altri  vizii;  per  credo che la ragione possi essere che l'uomo
    quanto pi vive tanto  pi  si  abitua  alle  cose  del  mondo,  e  ex
    consequenti pi le ama.


    286.
    La medesima ragione fa che quanto pi l'uomo invecchia,  tanto pi gli
    pare fatica di morire, e sempre pi vive con le azione e co' pensieri,
    come se fussi certo la vita sua avere a essere perpetua.


    287.
    Si crede e anche spesso si vede per esperienzia, che le ricchezza male
    acquistate non passano la terza generazione. Santo Augustino dice, che
    Dio permette che chi l'ha  acquistate  le  goda  in  remunerazione  di
    qualche bene che ha fatto in vita;  ma poi non passano troppo innanzi,
    perch  giudicio cos ordinato da Dio alla roba male  acquistata.  Io
    dissi  gi a mio padre,  che a me occorreva una altra ragione;  perch
    communemente chi guadagna la roba  allevato da povero,  la ama,  e sa
    la  arte  del  conservarla;  ma  e  figliuoli  poi  e' nipoti che sono
    allevati da ricchi n sanno che cosa sia guadagnare roba,  non  avendo
    arte o modo di conservarla, facilmente la dissipano.


    288.
    Non  si  pu  biasimare  lo  appetito  di  avere  figliuoli,  perch 
    naturale,  ma dico bene che  spezie di  felicit  el  non  ne  avere;
    perch  eziandio  che  gli ha buoni e savii,  ha sanza dubio molto pi
    dispiacere da loro che consolazione.  Lo esemplo n'ho veduto io in mio
    padre,  che  a' d suoi era esemplo in Firenze di padre bene dotato di
    figliuoli; per pensate come stia chi gli ha di mala sorte.


    289.
    Non biasimo interamente la giustizia  civile  del  Turco,  che    pi
    presto  precipitosa  che sommaria;  perch chi giudica a occhi serrati
    espedisce verisimilmente la met delle cause giustamente,  e libera le
    parte  della spesa e perdita di tempo;  ma e nostri giudicii procedono
    in modo,  che spesso farebbe pi,  per chi ha ragione,  avere avuto el
    primo d la sentenzia contro,  che conseguirla doppo tanto dispendio e
    tanti travagli; sanza che,  per la malignit o ignoranzia de' giudici,
    e ancora la oscurit delle legge,  si fa anche a noi troppo spesso del
    bianco nero.


    290.
    Erra chi crede che e casi rimessi dalla legge a arbitrio  del  giudice
    siano rimessi a sua volunt,  e a suo beneplacito, perch la legge non
    gli ha voluto dare potest di farne grazia;  ma non potendo in tutti e
    casi  particulari  per  la  diversit delle circumstanzie dare precisa
    determinazione,  si rimette per necessit allo arbitrio  del  giudice,
    cio  alla sua sinderesi,  alla sua coscienzia,  che considerato tutto
    faccia quello che gli pare pi giusto.  E questa larghezza della legge
    lo  assolve  d'averne  a dare conto pe' palazzi;  perch non avendo el
    caso determinato, si pu sempre escusare; ma non gli d gi facult di
    dare dono della roba di altri.


    291.
    Si  vede  per  esperienzia  che  e  padroni  tengono  poco  conto  de'
    servidori, e per ogni suo interesse o appetito gli mettono da parte, o
    gli strascinano sanza rispetto;  per sono savii e servidori che fanno
    el medesimo verso e padroni,  conservando per sempre la  fede  sua  e
    l'onore.


    292.
    Credano e giovani che la esperienzia insegna molto, e pi ne' cervelli
    grandi che ne' piccoli; e chi lo considerassi ne troverebbe facilmente
    la ragione.


    293.
    Non  si  pu  bench  con  naturale  perfettissimo  intendere bene,  e
    aggiungere a certi particulari  sanza  la  esperienzia  che  sola  gli
    insegna; e questo Ricordo lo guster meglio chi ha maneggiato faccende
    assai,  perch con la esperienzia medesima ha imparato quanto vaglia e
    sia buona la esperienzia.


    294.
    Piace sannza dubio pi uno principe che abbia del prodigo che uno  che
    abbia dello stretto;  e pure doverrebbe essere le contrario, perch el
    prodigo  necessitato fare estorsione e rapine,  lo stretto non toglie
    a  nessuno;  pi sono quelli che patiscono dalle gravezze del prodigo,
    che quelli che hanno beneficio dalla sua larghezza. La ragione adunche
    a mio giudicio  che nelli uomini pu pi la speranza che el timore, e
    pi sono quelli che sperano conseguire qualche cosa da lui, che quelli
    che temono di essere oppressi.


    295.
    Lo intendersi bene co' fratelli e co' parenti ti fa infiniti beneficii
    che tu non cognosci,  perch non appariscono a  uno  per  uno,  ma  in
    infinite  cose  ti  profitta  e  ftti  avere in rispetto;  per debbi
    conservare questa opinione  e  questo  amore  etiam  con  qualche  tua
    incommodit.  E  in  questo si ingannono spesso gli uomini;  perch si
    muovono da quello poco danno che apparisce,  e non considerano  quanto
    siano grandi e beni che non si veggono.


    296.
    Chi  ha  autorit  e  superiorit in altri pu spingersi et estenderla
    ancora sopra le forze sue, perch e sudditi non veggono e non misurano
    apunto quello che tu puoi  o  [non]  puoi  fare;  anzi,  immaginandosi
    spesso la potest tua maggiore che la non ,  cedono a quelle cose che
    tu non gli potresti costringere.


    297.
    Io fui gi di opinione di non vedere, col pensare assai, pi di quello
    che io vedessi presto;  ma con la esperienzia  ho  cognosciuto  essere
    falsissimo;  perch fatevi beffe di chi dice altrimenti. Quanto pi si
    pensano le cose, tanto pi si intendono e fanno meglio.


    298.
    Quando ti viene la occasione  di  cosa  tu  desideri,  pigliala  sanza
    perdere  tempo;  perch  le cose del mondo si variano tanto spesso che
    non si pu dire d'avere la cosa insino non l'hai in  mano.  E  per  la
    medesima  ragione  quando  ti  proposto qualche cosa che ti dispiace,
    cerca differire el pi che puoi,  perch a ogni ora  si  vede  che  el
    tempo  porta accidenti che ti cavano di queste difficult: e cos s'ha
    intendere quello proverbio che si dice avere in bocca e savii: che  si
    debbe godere el beneficio del tempo.


    299.
    Sono  alcuni uomini facili a sperare quello che desiderano,  altri che
    mai lo cedono insino non ne sono bene sicuri;    sanza  dubio  meglio
    sperare  poco  che  molto,  perch la troppa speranza ti fa mancare di
    diligenzia, e ti d pi dispiacere quando la cosa non succede.


    300.
    Se vuoi cognoscere quali sono e pensieri de' tiranni,  leggi  Cornelio
    Tacito,  dove  fa  menzione degli ultimi ragionamenti che ebbe Augusto
    con Tiberio.


    301.
    El medesimo Cornelio Tacito,  a chi bene  lo  considera,  insegna  per
    eccellenzia, come s'ha a governare chi vive sotto e tiranni.


    302.
    Quanto bene disse colui: Ducunt volentes fata, nolentes trahunt! Se ne
    vede ogni di tante esperienzie,  che a me non pare che mai cosa alcuna
    si dicessi meglio.


    303.
    El tiranno fa estrema diligenzia di scoprire lo animo tuo,  cio se ti
    contenti  del  suo  Stato,  con  considerare  gli andamenti tuoi,  con
    cercare di intenderlo da chi conversa teco,  e col ragionare  teco  di
    varie cose,  e proporre partiti, e dimandarti parere. Per se vuoi che
    non ti intenda, bisogna ti guardi con grandissima diligenzia da' mezzi
    che lui usa,  cio non usando termini che gli possono  dare  sospetto;
    guardando  come tu parli etiam cogli intimi tuoi,  e seco ragionando e
    intendendo di sorte che non ti possa cavare;  il che  ti  riuscir  se
    arai  sempre  fisso nell'animo,  che lui quanto pu ti circumviene per
    scoprirti.


    304.
    A chi ha condizione nella patria e sia sotto uno tiranno sanguinoso  e
    bestiale,  si  possono  dare poche regole che siano buone,  eccetto el
    torsi lo esilio.  Ma  quando  el  tiranno,  o  per  prudenzia,  o  per
    necessit  per  le condizione del suo Stato,  si governa con rispetto,
    uno uomo bene qualificato debbe cercare  di  essere  tenuto  dassai  e
    animoso, ma di natura quieto, n cupido di alterare se non  sforzato;
    perch  in tal caso el tiranno ti carezza e cerca di non ti dare causa
    di pensare a fare  novit,  il  che  non  farebbe  se  ti  cognoscessi
    inquieto;  perch allora pensando che a ogni modo tu non sia per stare
    fermo,  necessitato a pensare sempre la occasione di spegnerti.


    305.
    Nel caso di sopra  meglio non essere de' pi confidenti del  tiranno,
    perch  non solo ti carezza,  ma in molte cose fa manco a sicurt teco
    che con li suoi.  Cos tu godi la sua grandezza,  e nella  rovina  sua
    diventi grande: ma non  buono questo
    Ricordo per chi non ha condizione grande nella sua patria.


    306.
    E'  differenzia  da  avere  e sudditi disperati a avergli malcontenti,
    perch quegli non pensano mai a altro che a mutazione,  e  le  cercano
    ancora con suo pericolo;  questi,  se bene desiderano cose nuove,  non
    invitano le occasione, ma le aspettano.


    307.
    Non si possono governare e sudditi  bene  sanza  severit,  perch  la
    malignit degli uomini ricerca cos;  ma si vuole mescolare destrezza,
    e fare ogni dimostrazione perch si  creda  che  la  crudelt  non  ti
    piaccia, ma che tu la usi per necessit, e per salute publica.


    308.
    Si   doverria  attendere  agli  effetti,   non  alle  dimostrazione  e
    superficie; nondimanco  incredibile quanta grazia ti concilia apresso
    agli uomini le varie carezze e umanit di parole; la ragione credo che
    sia, perch a ognuno pare meritare pi che non vale,  e per si sdegna
    quanto  vede  che tu non tieni di lui quello conto che gli pare che si
    convenga.


    309.
    E' cosa onorevole e  da  uomo,  non  promettere  se  non  quanto  vuoi
    attendere; ma communemente ognuno a chi tu nieghi, bench giustamente,
    resta  male  satisfatto  perch  gli  uomini  non  si governano con la
    ragione.  El  contrario  interviene  a  chi  promette  assai,   perch
    intervengono  spesso casi che fanno che non accade fare esperienzia di
    quello che tu hai promesso, e cos hai satisfatto con niente e se pure
    s'ha a venire allo atto,  non mancano spesso scuse: e  molti  sono  s
    grossi, che si lasciano aggirare con le parole. Nondimanco  s brutto
    mancare della parola sua,  che prepondera a ogni utilit che si tragga
    del contrario;  e per l'uomo  si  debbe  ingegnare  di  intrattenersi
    quanto  pu  con  le  risposte generale e piene di speranza,  fuggendo
    quanto si pu el promettere precisamente.


    310.
    Guardatevi da tutto quello che vi pu nuocere e non giovare;  per  n
    in  assenzia  n  in  presenzia di altri non dite mai sanza profitto o
    necessit cose che gli dispiacciono;  perch   pazzia  farsi  inimici
    sanza proposito;  e ve lo ricordo,  perch quasi ognuno erra in questa
    leggerezza.


    311.
    Chi entra ne' pericoli  sanza  considerare  quello  che  importino  si
    chiama  bestiale;  ma  animoso    chi cognoscendo e pericoli vi entra
    francamente, o per necessit o per onorevole cagione.


    312.
    Credono molti che uno savio,  perch vede tutti e pericoli,  non possa
    essere  animoso;  io sono di opinione contraria,  che non possa essere
    savio chi  timido, perch gi manca di giudicio chi stima el pericolo
    pi che non si debbe.  Ma,  per dichiarare bene  questo  passo  che  
    confuso,  dico,  che non tutti e pericoli hanno effetto; perch alcuni
    ne schifa l'uomo con la diligenzia, industria o franchezza sua; altri,
    gli porta via el  caso,  e  mille  accidenti  che  nascono.  Per  chi
    cognosce  e  pericoli  non  gli  debbe  presupporre  tutti  certi;  ma
    discorrendo con prudenzia quello in che lui pu sperare di aiutarsi, e
    dove el caso verisimilmente gli pu fare favore,  farsi animo,  n  si
    ritirare  dalle  imprese  virili  e  onorevole  per  paura  di tutti e
    pericoli che cognosce aversi a correre.


    313.
    Erra chi dice che le lettere guastano e cervelli degli uomini,  perch
     forse vero in chi l'ha debole;  ma dove lo truovano buono,  lo fanno
    perfetto;  perch el buono naturale congiunto col buono accidentale fa
    nobilissima composizione.


    314.
    Non  furono  trovati  e  principi  per  fare beneficio a loro,  perch
    nessuno si sarebbe messo in  servit  gratis;  ma  per  interesse  de'
    populi, perch fussino bene governati; per come uno principe [non] ha
    pi rispetto de' populi, non  pi principe, ma tiranno.


    315.
    E'  sanza comparazione pi detestabile la avarizia in uno principe che
    in uno privato,  non solo perch avendo  pi  facult  da  distribuire
    priva  gli  uomini  di  tanto pi,  ma ancora perch quello che ha uno
    privato  tutto suo e per uso suo,  e ne pu  disporre  sanza  querela
    giusta  di  alcuno;  ma  quanto  ha el principe,  gli  dato per uso e
    beneficio di altri,  e per ritenendolo in s  frauda  gli  uomini  di
    quello che debbe loro.


    316.
    Dico  che  el  duca  di  Ferrara  che fa mercantanzia non solo fa cosa
    vergognosa, ma  tiranno,  faccendo quello che  officio de' privati e
    non suo;  e pecca tanto verso e populi,  quanto peccherebbono e popoli
    verso lui, intromettendosi in quello che  officio solum del principe.


    317.
    Tutti gli Stati, chi bene considera la loro origine, sono violenti; n
    ci  potest che sia legittima, dalle repubbliche in fuora, nella loro
    patria e non pi oltre;  n  anche  quella  dello  imperatore,  che  
    fondata in sulla autorit de' Romani,  che fu maggiore usurpazione che
    nessuna altra; n eccettuo da questa regola e preti,  la violenzia de'
    quali    doppia,  perch a tenerci sotto usano le arme temporali e le
    spirituali.


    318.
    Le cose del mondo sono s varie e dependono da  tanti  accidenti,  che
    difficilmente  si  pu  fare  giudicio  del  futuro;  e  si  vede  per
    esperienzia che quasi sempre le conietture  de'  savii  sono  fallace:
    per non laudo el consiglio di coloro che lasciano la commodit di uno
    bene  presente,  bench minore,  per paura di uno male futuro,  bench
    maggiore,  se  non    molto  propinquo  o  molto  certo;  perch  non
    succedendo  poi  spesso quello di che temevi,  ti truovi per una paura
    vana avere lasciato quello che ti piaceva;  e per  savio  proverbio:
    di cosa nasce cosa.


    319.
    Ne'  discorsi  dello  Stato  ho  veduto spesso errare chi fa giudicio;
    perch si esamina quello che ragionevolmente doverrebbe fare questo  e
    quello  principe,  e  non quello che far secondo la natura e cervello
    suo; pu chi vuole giudicare che far, verbigratia,  el re di Francia,
    debbe  avere  pi  rispetto  a  quale  sia  la natura e costume di uno
    franzese, che a quello che doverrebbe fare uno prudente.


    320.
    Io ho detto molte volte, e lo dico di nuovo,  che uno ingegno capace e
    che  sa fare capitale del tempo,  non debbe lamentarsi che la vita sia
    breve: perch pu  attendere  a  infinite  cose;  e  sapendo  spendere
    utilmente el tempo, gli avanza tempo.


    321.
    Chi  vuole  travagliare  non  si  lasci  cavare  di  possessione delle
    faccende,  perch dall'una nasce l'altra,  s per lo adito che  d  la
    prima  alla seconda,  come per la riputazione che ti porta el trovarti
    in negocio;  e per si pu anche a questo adattare  el  proverbio:  di
    cosa nasce cosa.


    322.
    Non    facile  el  trovare  questi  Ricordi,  ma    pi  difficile a
    eseguirli; perch spesso l'uomo cognosce,  ma non mette in atto;  per
    volendo  usargli,  sforzate  la  natura e fatevi uno buono abito,  col
    mezzo del quale non solo farete questo, ma vi verr fatto sanza fatica
    quanto vi comander la ragione.


    323.
    Non si  maraviglier  dell'animo  servile  de'  nostri  cittadini  chi
    legger in Cornelio Tacito che e Romani,  soliti a dominare el mondo e
    vivere in tanta gloria, servivano s vilmente sotto li imperatori, che
    Tiberio uomo tirannico e superbo aveva nausea di tanta dapocaggine.


    324.
    Se avete mala satisfazione di uno, ingegnatevi quanto potete non se ne
    accorga, perch si aliena tutto da voi; e vengono spesso occasione che
    vi pu servire e vi servirebbe,  se col dimostrare  d'averlo  in  male
    concetto  non  ve  l'avessi  giocato.  E io con mia utilit n'ho fatto
    esperienzia, che in qualche tempo ho avuto malo animo verso uno,  che,
    non se ne accorgendo, m'ha poi in qualche occasione servito bene, e mi
     stato buono amico.


    325.
    Le  cose che hanno a cadere,  non per impeto ma per consumarsi,  vanno
    pi a lungo che non sicredeva da principio;  e perch e moti sono  pi
    lenti  che  non  si crede,  e perch gli uomini,  quando si ostinano a
    patire, fanno e sopportano molto pi che non si sarebbe creduto;  per
    veggiamo che una guerra s'abbia a finire per fame, per incomodit, per
    mancamento  di  danari  e modi simili,  ha tratto pi lungo che non si
    credeva.  Cos la vita di uno tisico si  prolunga  sempre  oltre  alla
    opinione  che  n'hanno avuta e medici e gli astanti;  e uno mercatante
    innanzi fallisca per essere consumato dagli interessi,  si  regge  pi
    tempo che non era creduto.


    326.
    Chi  conversa con grandi non si lasci levare a cavallo dalle carezze e
    demostrazione superficiale,  con  le  quali  loro  fanno  communemente
    balzare  gli  uomini come vogliono e affoganli nel favore;  e quanto 
    pi difficile a difendersene, tanto pi debbi strignerti, e col tenere
    el capo fermo non ti lasciare levare leggiermente.


    327.
    Non potete avere maggiore virt che tenere  conto  dell'onore;  perch
    chi fa questo non teme e pericoli, n fa mai cosa che sia brutta; per
    tenete  fermo  questo capo,  e sar quasi impossibile che tutto non vi
    succeda bene: expertus loquor.


    328.
    Fatevi beffe di questi che predicano la libert: non dico di tutti, ma
    ne eccettuo bene pochi; perch se sperassino avere meglio in uno Stato
    stretto,  vi  correrebbono  per  le  poste;   perch  in  quasi  tutti
    prepondera  el rispetto dello interesse suo,  e sono pochissimi quegli
    che cognoscono quanto vaglia la gloria e l'onore.


    329.
    Mi  stato sempre difficile a credere che Dio abbia a promettere che e
    figliuoli del duca Ludovico abbino a godere lo Stato  di  Milano,  non
    tanto perch lui lo usurp sceleratamente,  quanto che per fare questo
    fu causa della servit e ruina di tutta Italia,  e di  tanti  travagli
    seguiti in tutta la cristianit.


    330.
    Dico,  che  uno  buono cittadino e amatore della patria non solo debbe
    trattenersi col tiranno per sua sicurt, perch  in pericolo quando 
    avuto a  sospetto,  ma  ancora  per  beneficio  della  patria,  perch
    governandosi cos,  gli viene occasione co' consigli e con le opere di
    favorire molti beni  e  disfavorire  molti  mali:  e  questi  che  gli
    biasimano  sono  pazzi,  perch  starebbe fresca la citt e loro se el
    tiranno non avessi intorno altro che tristi!


    331.
    Fa a proposito nostro che in Siena sia uno  Stato  savio,  quando  noi
    siamo  in termini che non possiamo sperare di soggiogarla;  perch uno
    savio si intratterr sempre volentieri con noi, n mai ar caro che in
    Toscana venga guerra,  lasciandosi pi  governare  dalla  ragione  che
    trasportare dallo odio naturale che ci hanno.  Ma ora co' papi farebbe
    pi per noi che vi fussi uno Stato disordinato,  perch pi facilmente
    ci salterebbe in bocca.


    332.
    Chi  non  sa  che  se el papa piglia Ferrara,  sar sempre obietto de'
    futuri pontefici lo insignirorsi di Toscana? perch el regno di Napoli
    ha troppa difficult essendo in mano di potenti.


    333.
    In uno Stato populare  a proposito delle Case simile alla nostra, che
    le Case che si chiamano di  famiglia  si  conservino;  perch  essendo
    esose  al  popolo,  ne  riceviamo  favore  da  tutti;  ma se quelle si
    annichilassino,  lo odio che el popolo ha  a  loro  lo  volterebbe  a'
    nostri pari.


    334.
    Fu  bellissimo  consiglio  quello  di  mio  padre  a Piero Soderini di
    rimettere e Medici da noi medesimi come privati cittadini;  perch  si
    levavano e fuoriusciti,  che non pu essere cosa peggiore a uno Stato,
    e a loro si toglieva la riputazione drento e di fuora. Drento,  perch
    tornandovi e vedendosi equali alli altri, loro medesimi non v'arebbono
    abitato volentieri;  fuora,  perch e principi che si persuadevano che
    avessino drento grande parte,  vedendogli tornare e non essere grandi,
    non  ne  terrebbono  pi  conto;  ma questo consiglio non so se poteva
    riuscire buono,  non avendo gonfaloniere pi vivo e  pi  animoso  che
    Piero Soderini.


    335.
    La  natura  de'  popoli  ,  come ancora  de' privati,  volere sempre
    augumentare el grado in che si truovano,  per  prudenzia negare loro
    le  prime  domande: perch,  concedendole,  non gli fermi;  anzi,  gli
    inciti a domandare pi e con maggiore instanzia che  non  facevano  da
    principio;  perch  quanto pi se gli d bere,  pi se gli accresce la
    sete.


    336.
    Le cose passate fanno lume alle future,  perch el mondo fu sempre  di
    una  medesima  sorte;  e  tutto quello che  e sar,   stato in altro
    tempo,  e le cose medesime ritornano,  ma sotto diversi nomi e colori;
    per  ognuno  non le ricognosce,  ma solo chi  savio,  e le osserva e
    considera diligentemente.


    337.
    Sanza dubio ha migliore tempo nel mondo,  pi lunga vita,  e  in  uno
    certo  modo  pi  felice  chi    di ingegno pi positivo,  che questi
    intelletti elevati;  perch lo  ingegno  nobile  serve  pi  presto  a
    travaglio  e  cruciato di chi l'ha;  ma l'uno participa pi di animale
    bruto che di uomo,  l'altro trascende el grado umano e si accosta alle
    nature celeste.


    338.
    Se  osservate  bene,  troverete che di et in et si mutano non solo e
    vocabuli e e modi del vestire e e costumi;  ma,  quello che   pi,  i
    gusti e le inclinazione degli animi: e questa diversit si vede ancora
    in una et medesima di paese in paese. Non dico de' costumi perch pu
    procedere dalla diversit delle instituzione, ma de' gusti, de' cibi e
    degli appetiti varii degli uomini.


    339.
    Le  medesime  imprese,  che fatte fuora di tempo sono difficilissime o
    impossibile, quando sono accompagnate dal tempo o dalle occasioni sono
    facillime: e a chi  le  tenta  fuori  del  tempo  suo,  non  solo  non
    succedono, ma si porta pericolo che l'averle tentate non le guasti per
    a  quello tempo che facilmente sarebbono riuscite;  per sono tenuti e
    savii pazienti.


    340.
    Ho osservato io ne' miei governi,  che quanto mi  venuta innanzi  una
    causa  che per qualche rispetto ho avuto desiderio di accordarla,  non
    ho parlato di accordo, ma col mettere varie dilazione e stracchezze ho
    causato che le parte medesime l'hanno  cerche.  Cos  quello  che  nel
    principio,  se  io  l'avessi proposto,  sarebbe stato ributtato,  si 
    ridotto in termini,  che quando  venuto el tempo suo,  io sono  stato
    pregato di esserne mediatore.


    341.
    Non    gran cosa che uno governatore usando spesso asprezza e effetti
    di severit si faccia temere,  perch e sudditi facilmente hanno paura
    di chi pu sforzare e rovinare, e viene facilmente alle esecuzione. Ma
    laudo  io  quelli governatori che con fare poche severit e esecuzione
    sanno acquistare e conservare el nome del terribile.


    342.
    Non dico che chi tiene gli Stati non sia sforzato  a  mettere  qualche
    volta mano nel sangue, ma dico bene che non si debbe fare sanza grande
    necessit,  e  che  el  pi  delle  volte  se  ne perde pi che non si
    guadagna: perch non solo si offende quelli che  sono  tocchi,  ma  si
    dispiace  a  molti  altri;  e  se bene ti levi quello inimico e quello
    ostaculo,  non per se ne spegne el seme,  cum sit  che  in  luogo  di
    quello  sottentrano  degli  altri,  e spesso interviene,  come si dice
    della idra, che per ognuno ne nasce sette.


    343.
    Ricordatevi di quello che altra volta ho detto, che questi Ricordi non
    s'hanno a osservare indistintamente;  ma in qualche  caso  particulare
    che ha ragione diversa,  non sono buoni; e quali siano questi casi non
    si pu comprendere con regola  alcuna,  n  si  truova  libro  che  lo
    insegni,  ma  necessario che questo lume ti dia prima la natura e poi
    la esperienzia.


    344.
    Tengo per certo  che  in  nessun  grado  o  autorit  si  ricerca  pi
    prudenzia  e  qualit  eccellente che in uno capitano di uno esercito,
    perch sono infinite le  cose  a  che  ha  a  provedere  e  comandare,
    infiniti  gli  accidenti  e  casi  varii  che  d'ora  in  ora  se  gli
    presentano,  in modo che veramente bisogna che abbia pi che gli occhi
    d'Argo;  n solo per la importanza sua, ma ancora per la prudenzia che
    gli bisogna,  reputo io che a comparazione di questo ogni  altro  peso
    sia leggiere.


    345.
    Chi disse uno populo,  disse veramente uno pazzo;  perch  uno mostro
    pieno di confusione e di errori,  e le sue vane  opinione  sono  tanto
    lontane  dalla  verit,  quanto ,  secondo Ptolomeo,  la Spagna dalla
    India.


    346.
    Io  ho  sempre  desiderato   naturalmente   la   ruina   dello   Stato
    Ecclesiastico,  e  la  fortuna  ha voluto che sono stati dua pontefici
    tali,  che  sono  stato  sforzato  desiderare  e  affaticarmi  per  la
    grandezza  loro;  se  non  fussi  questo rispetto,  amerei pi Martino
    Luther che me medesimo,  perch spererei  che  la  sua  setta  potessi
    ruinare  o  almanco  tarpare  le  ale a questa scelerata tirannide de'
    preti.


    347.
    E' differenzia da  essere  animoso,  a  non  fuggire  e  pericoli  per
    rispetto dell'onore. L'uno e l'altro cognosce e pericoli, ma quello si
    confida potersene difendere, e se non fussi questa confidenzia non gli
    aspetterebbe;  questo  pu  essere che gli tema pi el debito,  n sta
    saldo perch si risolve a volere pi presto el danno che la vergogna.


    348.
    Suole communemente intervenire nella  nostra  citt,  che  chi    de'
    principali  a  fare  che  uno  acquisti  lo Stato,  gli diventa presto
    inimico.  La causa si dice essere,  perch essendo  tali  communemente
    persone di qualit e di ingegno,  e forse inquieti, chi ha lo Stato in
    mano gli piglia a sospetto.  Un'altra se  ne  pu  aggiugnere:  perch
    parendo loro avere meritato molto,  vogliono spesso pi che non se gli
    conviene,  e non l'avendo si sdegnano;  da che  di  poi  tra  l'uno  e
    l'altro nasce l'inimicizia e el sospetto.


    349.
    Come  colui che ha aiutato o  stato causa che uno salga in uno grado,
    lo vuole governare a suo modo,  gi comincia a cancellare el beneficio
    che gli ha fatto, volendo usare lui la autorit che ha operato che sia
    data a quell'altro; e lui ha giusta causa di non lo comportare, n per
    queto merita essere chiamato ingrato.


    350.
    Non  si  attribuisca a laude chi fa o non fa quelle cose,  le quali se
    omettessi o facessi meriterebbe biasimo.


    351.
    Dice el proverbio castigliano: el filo si rompe dal lato  pi  debole.
    Sempre  quando si viene in concorrenzia o in comparazione di chi  pi
    potente o pi rispettato,  succumbe el pi debole,  non ostante che la
    ragione  o  l'onest  o  la  gratitudine volessi el contrario;  perch
    communemente s'ha pi rispetto allo interesse suo che al debito.


    352.
    Non posso io,  n so farmi bello,  n darmi riputazione di quelle cose
    che  in  verit  non sono e tamen sarebbe pi utile fare el contrario;
    perch  incredibile quanto giova la riputazione  e  la  opinione  che
    hanno  gli uomini che tu sia grande,  perch con questo romore solo ti
    corrono drieto sanza che tu n'abbia a venire a cimento.


    353.
    Sono solito a dire,  che pi di ammirazione  che e Fiorentini  abbino
    acquistato  quello  poco  dominio  che hanno,  che e Viniziani o altro
    principe di Italia el suo grande;  perch in  ogni  piccolo  luogo  di
    Toscana era radicata la libert in modo,  che tutti sono stati inimici
    a questa grandeza.  Il che non accade a chi  situato tra popoli usi a
    servire,  a' quali non importa tanto lo essere dominati pi da uno che
    da un altro,  che gli faccino ostinata o perpetua resistenzia.  Di poi
    la  vicinit  della Chiesa  stata e  grandissimo ostaculo;  la quale
    per avere le barbe tanto fondato quanto ha, ha impedito assai el corso
    del dominio nostro.


    354.
    Concludono tutti essere migliore lo Stato di uno quando   buono,  che
    di  pochi  o di molti etiam buoni;  e le ragione sono manifeste.  Cos
    concludono,  che quello di uno diventa di buono pi facilmente cattivo
    che  gli  altri,  e quando  cattivo  peggiore di tutti,  e tanto pi
    quanto va per successione; perch rare volte a uno padre buono o savio
    succede  uno  figliuolo  simile.   Per  vorrei  che  questi  politici
    m'avessino dichiarato, considerato tutte queste condizione e pericoli,
    che  abbia a desiderare pi una citt che nasce,  o di essere ordinata
    nel governo di uno, o di molti, o di pochi.


    355.
    Nessuno  cognosce  peggio  e  servitori  suoi  che   el   padrone,   e
    proporzionatamente   el  superiore  e  sudditi;   perch  non  se  gli
    apresentano innanzi tali quali si apresentano agli altri: anzi cercano
    coprirsi a lui, e parergli di altra sorte che in verit non sono.


    356.
    Tu che stai in Corte o sguiti uno grande, e desideri essere adoperato
    da lui in faccende,  ingegnati di stargli  al  continuo  innanzi  agli
    occhi,  perch  d'ora  in ora nascono occasione che lui commette a chi
    vede o a chi gli    pi  propinquo;  che  se  t'avessi  a  cercare  o
    espettare,  non te le commetterebbe;  e chi perde uno principio bench
    piccolo, perde spesso la introduzione e adito a cose grande.


    357.
    Ancora  che  uno  sia  buono  cittadino  e   non   usurpatore,   tamen
    intrinsicandosi  in  Firenze  con  uno Stato come  questo de' Medici,
    viene in mala opinione e in mala grazia apresso al popolo,  la quale 
    da fuggire quanto si pu,  per tutti e casi che possono occorrere.  Ma
    dico,  che per questo non ti debbi ritirare e perdere e  beni  che  ti
    darebbe  questo  intrinsicarsi;  perch ogni volta che tu non acquisti
    nome di rapace,  o che non offendi qualche particulare di importanza o
    molti,  mutato  che  sia  poi  lo Stato e levatosi el popolo d'addosso
    quella causa che ti faceva esoso,  gli altri carichi si purgano,  e la
    mala grazia alla fine passa, n resti in quella ruina o depressione di
    che prima dubitavi.  Pure sono cose che pesano,  e anche qualche volta
    ingannano,  n si pu negare che almanco non si perda di quello fiore,
    che si conserva chi giuoca pi largo.


    358.
    Io ve lo dico di nuovo; e padroni fanno poco conto de' servitori e per
    ogni  suo  interesse  gli  strascinerebbono sanza rispetto;  per sono
    savii e servitori che fanno el medesimo verso e padroni,  non faccendo
    per cosa che sia contro alla fede e all'onore.


    359.
    Chi  si  cognosce  avere  buona  fortuna,  pu  tentare le imprese con
    maggiore animo;  ma  da avvertire che la fortuna non solo pu  essere
    varia  di  tempo in tempo,  ma ancora in uno tempo medesimo pu essere
    varia nelle cose; perch chi osserva, vedr qualche volta uno medesimo
    essere  fortunato  in  una  spezie  di  cose  e  in  un'altra   essere
    infortunato.  E io in mio particulare ho avuto insino a questi d 3 di
    febbraio 1523 in molte cose bonissima fortuna,  ma non l  '  ho  avuto
    simile  nelle  mercatanzie,  n  anche  negli  onori che ho cercati di
    avere; perch quegli che non ho cercati mi sono corsi da loro medesimi
    drieto; ma quelli che ho cercati,  paruto che si discostino.


    360.
    Non ha maggiore inimico l'uomo che s medesimo;  perch quasi tutti  e
    mali, pericoli e travagli superflui che ha, non procedono da altro che
    dalla sua troppa cupidit.


    361.
    Le  cose  del  mondo non stanno ferme,  anzi hanno sempre progresso al
    cammino a che ragionevolmente per sua natura hanno a andare a  finire,
    ma  tardano pi che non  la opinione nostra;  perch noi le misuriamo
    seconda la vita nostra che  breve,  e non secondo el tempo loro che 
    lungo;  e per sono e passi suoi pi tardi che non sono e nostri, e s
    tardi per sua natura che,  ancora che si muovino,  non  ci  accorgiamo
    spesso  de'  suoi moti;  e per questo sono spesso falsi e giudicii che
    noi facciamo.


    362.
    Lo appetito della roba nascerebbe da animo basso o male  composto,  se
    non  si  desiderassi  per  altro  che  per poterla godere;  ma essendo
    corrotto el vivere del  mondo  come  ,  chi  desidera  riputazione  
    neccessitato  a  desiderare roba;  perch con essa rilucono le virt e
    sono in prezzo,  le quali in uno povero sono  poco  stimate,  e  manco
    cognosciute.


    363.
    Non  so  se  si  debbono  chiamare fortunati quelli a chi una volta si
    presenta una grande occasione; perch chi non  bene prudente,  non la
    sa  bene  usare: ma sanza dubio sono fortunatissimi a chi una medesima
    grande occasione si presenta due volte,  perch  bene dapoco  chi  la
    seconda  volta  non  la sa usare: e cos in questo caso secondo s'ha a
    avere tutta la obligazione con la fortuna,  dove nel primo  ha  ancora
    parte la prudenzia.


    364.
    La  libert  delle republiche  ministra della iustizia,  perch non 
    ordinata a altro fine,  che per defensione che l'uno non sia  oppresso
    dall'altro;  per  chi potessi essere sicuro che in uno Stato di uno o
    di pochi si osservassi la giustizia,  non arebbe causa  di  desiderare
    molto  la  libert.  E  questa    la  ragione che gli antichi savii e
    filosofi non  laudorono  pi  che  gli  altri  e  governi  liberi;  ma
    preposono  quelli,  ne'  quali  era meglio provisto alla conservazione
    delle legge e della giustizia.


    365.
    Quando le nuove s'hanno da autore incerto e siano nuove  verisimile  o
    espettate, io gli presto poca fede, perch gli uomini facilmente fanno
    invenzione di quelli che si aspetta o si crede. Pi orecchi vi presto,
    se sono estravaganti o inespettate;  perch manco soccorre agli uomini
    el  fare  invenzione  o  persuadersi  quello  che  non    in   alcuna
    considerazione; e di questo ho veduto in molte volte esperienzia.


    366.
    Grande  sorte    quella  degli  astrologi,  che se bene la loro  una
    vanit,  o per difetto della arte o per difetto suo,  pi fede gli  d
    una  verit  che  pronosticano  che  non  gli toglie cento falsit.  E
    nondimeno negli altri uomini una bugia che sia reprovata a uno, fa che
    si sta sospeso a crederli tutte le altre verit.  Procede  questo  dal
    desiderio grande che hanno gli uomini di sapere el futuro;  di che non
    avendo altro modo,  credono facilmente a chi fa professione di saperlo
    loro dire, come lo infermo al medico che gli promette la salute.


    367.
    Pregate  Dio  di  non vi trovare dove si perde,  perch ancora che sia
    sanza colpa vostra n'arete sempre carico;  n si  pu  andare  su  per
    tutte  le  piazze e banche a giustificarsi: cos chi si truova dove si
    vince riporta sempre laude etiam sanza suo merito.


    368.
    E'  vantaggio,  come  ognuno  sa,   nelle  cose  private  trovarsi  in
    possesione, ancora che la ragione non si muta, e e modi de' giudicii e
    del  conseguire el suo sono ordinarii e fermi: ma sanza comparazione 
    molto minore vantaggio nelle cose che dependono dagli accidenti  degli
    Stati,  o dalla volunt di quelli che dominano;  perch non s'avendo a
    combattere con ragione immutabile,  o con  giudicii  stabili,  nascono
    ogni d mille casi,  che facilmente si sublevano da chi pu pretendere
    di levarti dal possesso.


    369.
    Chi desidera di essere amato  da'  superiori  di  s,  bisogna  mostri
    d'avere  loro  rispetto  e  riverenzia,  e in questo pi presto essere
    abondante che scarso;  perch nessuna cosa offende pi lo animo di uno
    superiore,  che  el  parergli  che  non  gli  sia  avuto el rispetto o
    reverenzia che giudica convenirsegli.


    370.
    Fu crudele el decreto de' Siracusani,  di che fa menzione  Livio,  che
    insino  alle donne nate de' tiranni fussino ammazzate,  ma non per al
    tutto sanza ragione;  perch mancato el tiranno,  quelli che  vivevano
    volentieri sotto lui,  se potessino,  ne farebbono un altro di cera, e
    non essendo cos facile voltare la riputazione a uno  uomo  nuovo,  si
    ritirano  sotto ogni reliquia che resti di quello.  Per una citt che
    nuovamente esca della  tirannide,  non  ha  mai  bene  sicura  la  sua
    libert,  se non spegne tutta la razza e progenie de' tiranni.  Dicolo
    in quanto a' maschi assolutamente, ma in quanto alle femmine distinguo
    secondo e casi, e secondo le qualit loro e delle citt.


    372.
    Ho detto di sopra che non si assicurano gli Stati per  tagliare  capi,
    perch  pi presto multiplicano gli inimici,  come si dice della idra;
    pure sono molti casi ne' quali cos si legano gli  Stati  col  sangue,
    come  gli  edificii  con  la  calcina.  Ma  la  distinzione  di questi
    contrarii non si  pu  dare  per  regola:  bisogna  gli  distingua  la
    prudenzia e discrezione di chi l'ha a fare.


    373.
    Non  in potest di ognuno eleggersi el grado e le faccende che l'uomo
    vuole,  ma  bisogna spesso fare quelle che ti apresenta la tua sorte e
    che sono conforme allo stato in che sei  nato;  per  tutta  la  laude
    consiste nel fare bene e congruamente le sue. Come in una commedia non
     manco laudato chi bene rapresenta la persona di uno servo che quelli
    a chi sono stati messi in dosso e panni del re;  in effetto ognuno pu
    nel grado suo farsi laude e onore.


    374.
    Ognuno,  e sia chi vuole,  fa in questo mondo degli errori,  da' quali
    nasce  maggiore  o  minore  danno,  secondo li accidenti e casi che ne
    seguitano;  ma buona sorte hanno quelli che si abbattono a  errare  in
    cose di minore importanza, o dalle quali ne seguita minore disordine.


    375.
    E' gran felicit potere vivere in modo che non si riceva, n si faccia
    ingiuria a altri;  ma si riduce in grado che sia necessitato o gravare
    o patire,  debbe pigliare el tratto a vantaggio;  perch  cos giusta
    difesa  quella che si fa per non essere offeso,  come quella che si fa
    doppo la offesa ricevuta. E' vero che bisogna bene distinguere e casi,
    n per superflua paura darsi ad  intendere  di  essere  necessitato  a
    prevenire; n per cupidit o malignit, dove in vero non hai sospetto,
    volere  con  allegare questo timore,  giustificare la violenzia che tu
    fai.


    376.
    Pi difficult ha ora la casa de' Medici con tutta la grandezza sua  a
    conservare  lo  stato  in  Firenze,  che  non ebbono gli antichi suoi,
    privati cittadini, a acquistarlo. La ragione  che allora la citt non
    aveva gustato la libert e el vivere largo,  anzi,  era sempre in mano
    di  pochi,  e  per  chi  reggeva lo Stato non aveva lo universale per
    inimico;  perch a lui importava poco vedere lo Stato pi in  mano  di
    questi,  che  di quelli.  Ma la memoria del vivere populare continuata
    dal 1494 al 1512 si  appiccata tanto nel popolo,  che eccetto  quelli
    pochi  che  in  uno  Stato  stretto  confidano di potere soprafare gli
    altri, el resto  inimico di chi  padrone dello Stato, parendogli sia
    stato tolto a s medesimo.


    377.
    Non disegni alcuno in Firenze potersi fare capo  di  Stato  se  non  
    della  linea  di Cosimo,  la quale anche a mantenervisi ha bisogno de'
    papati. Nessuno altro, e sia chi vuole, ha tante barbe o tanto sguito
    che vi possa pensare,  se gi non  vi  fussi  portato  da  uno  vivere
    populare,  che  ha  bisogno  di  capi  publici;  come fu fatto a Piero
    Soderini: per chi aspira a questi gradi,  e non sia della  linea  de'
    Medici, ami el vivere del populo.


    378.
    Le  inclinazione  e  deliberazione  de'  populi sono tanto fallace,  e
    menate pi spesso dal caso che dalla ragione, che chi regola el traino
    del vivere suo non in altro che in sulla  speranza  d'avere  a  essere
    grande  col popolo,  ha poco giudicio;  perch a opporsi  pi ventura
    che senno.


    379.
    Chi non ha in Firenze qualit da  farsi  capo  di  Stato,    pazzo  a
    ingolfarsi  tanto in uno Stato,  che corra tutta la fortuna sua con la
    fortuna di quello; perch  sanza comparazione maggiore la perdita che
    el guadagno.  N si metta alcuno a pericolo di  diventare  fuoruscito,
    perch non essendo noi capi di parte come sono gli Adorni e Fregosi di
    Genova,  nessuno  ci  si  fa  incontro per intrattenerci;  in modo che
    restiamo fuora danza riputazione e sanza roba,  e ci bisogna mendicare
    la vita.  Esempio abundante  a chi se ne ricorda Bernardo Rucellai; e
    la  medesima  ragione  ci  debbe  consigliare  a   temporeggiarci,   e
    intrattenersi in modo con chi  capo di Stato,  che non abbia causa di
    averci per inimici o sospetti.


    380.
    Io sarei pronto  a  cercare  le  mutazione  degli  Stati  che  non  mi
    piacessino,  se  potessi  sperare  mutargli  da me solo;  ma quando mi
    ricordo che bisogna fare compagnia con altri, e el pi delle volte con
    pazzi e con maligni,  e quali n sanno tacere,  n sanno fare,  non  
    cosa che io aborrisca pi che el pensare a questo.


    381.
    Dua papi sono di natura diversissima, Julio e Clemente: l'uno di animo
    grande,  e forse vasto,  impaziente,  precipitoso,  aperto,  e libero;
    l'altro di mediocre animo,  e forse timido,  pazientissimo,  moderato,
    simulatore.  E  pure gli uomini da nature tanto contrarie si aspettano
    gli effetti medesimi di grande azione.  La ragione  ,  che  ne'  gran
    maestri    atta  a  partorire cose grande e la pazienzia e lo impeto;
    perch l ' uno opera con lo urtare gli uomini e sforzare le cose;  l '
    altro  con  lo  stracciarli,  e vincerle col tempo e con le occasione.
    Per in quello che nuoce l'uno,  giova l'altro,  e e converso;  e  chi
    potessi congiugnerli e usare ciascuno al tempo suo, sarebbe divino; ma
    perch questo  quasi impossibile,  credo che, omnibus computatis, sia
    per conducere maggiore cose la pazienzia e moderazione che lo impeto e
    la precipitazione.


    382.
    Se bene gli uomini deliberano con buono consiglio,  gli  effetti  per
    sono spesso contrarii;  tanto  incerto el futuro. Nondimanco non  da
    darsi come bestia in preda della fortuna,  ma come uomo andare con  la
    ragione; e chi  bene savio ha da contentarsi pi di essersi mosso con
    buono consiglio,  ancora che lo effetto sia stato malo,  che se in uno
    consiglio cattivo avessi avuto lo effetto buono.


    383.
    Chi vuole vivere a Firenze con favore del popolo, bisogna che fugga el
    nome di ambizioso,  e tutte le dimostrazione di volere  parere,  etiam
    nelle  cose  minime e nel vivere quotidiano,  maggiore o pi pomposo o
    delicato che gli altri;  perch a una citt,  che  fondata  tutta  in
    sulla  equalit e  piena di invidia,  bisogna per forza che sia esoso
    ognuno che viene in opinione di non volere essere equale agli altri, o
    che si spicca dal modo del vivere commune.


    384.
    Nelle cose della economica el verbo principale    resecare  tutte  le
    spese  superflue;  ma quello in che mi pare consista la industria  el
    fare le medesime spese con pi vantaggio che non fanno gli  altri;  e,
    come si dice vulgarmente, spendere el quattrino per cinque denari.


    385.
    Tenete  a mente,  che chi guadagna,  se bene pu spendere qualcosa pi
    che chi non  guadagna,  pure    pazzia  spendere  largamente  in  sul
    fondamento de' guadagni, se prima non hai fatto buono capitale; perch
    la  occasione del guadagnare non dura sempre.  E se mentre che la dura
    non ti sei acconcio,  passata che la  ti truovi povero come prima,  e
    di  pi  hai perduto el tempo e l'onore;  perch alla fine  tenuto di
    poco cervello chi ha avuto la occasione bella e non l ' ha saputa bene
    usare; e questo Ricordo tenetelo bene a mente, perch ho visto a' miei
    d infiniti errarci.


    386.
    Diceva mio padre,  che pi onore ti fa uno ducato che tu hai in borsa,
    che dieci che n'hai spesi;  parola molto da notare,  non per diventare
    sordido, n per mancare nelle cose onorevole e ragionevole,  ma perch
    ti sia freno a fuggire le spese superflue.


    387.
    Rarissimi sono gli instrumenti che da principio si fabricano falsi; ma
    da poi secondo che gli uomini pensano la malizia, o che nel maneggiare
    le  cose  si  accorgano di quello che arebbono bisogno,  si cerca fare
    dire agli instrumenti quello che l'uomo vorrebbe che  avessino  detto;
    per  quando  sono  fatti  instrumenti  di  cose vostre che importano,
    abbiate per usanza di farvegli levare subito,  e avergli  in  casa  in
    forma autentica.


    388.
    E'  grandissimo  peso  in Firenze avere figliuole femmine,  perch con
    grandissima difficult si collocano bene, e a non errare nel pigliarne
    partito,  bisognerebbe misurare molto bene s e la natura delle  cose;
    el  che  diminuirebbe  la  difficult,  la  quale  spesso  accresce el
    presummersi troppo di s,  o discorrere male la natura del caso.  E io
    ho   veduto  molte  volte  padri  savii  recusare  nel  principio  de'
    parentadi,  che poi in ultimo hanno invano desiderati;  n per  questo
    anche  debbe l'uomo avilirsi in modo che,  come Francesco Vettori,  si
    diano al primo che le dimanda. E' cosa in effetto che oltre alla sorte
    ricerca prudenzia grande;  e io cognosco pi quello che  bisognerebbe,
    che non so come, quando verr alla pratica, sapr governarla.


    389.
    E'  certo  che  non si tiene conto de' servizii fatti a' populi e agli
    universali,  come di  quegli  che  si  fanno  in  particulare,  perch
    toccando al commune,  nessuno si tiene servito in proprio; per chi si
    affatica per e populi e universit,  non speri che loro si affatichino
    per lui in uno suo pericolo o bisogno,  o che per memoria del servizio
    lascino una sua commodit.  Nondimanco non  sprezzate  tanto  el  fare
    beneficio  a' popoli,  che quando vi si presenta la occasione di farlo
    la perdiate, perch se ne viene in buono nome e in buono concetto, che
     frutto assai della fatica tua.  Sanza che,  pure in qualche caso  ti
    giova quella memoria,  e muove chi  beneficato,  se non s caldamente
    come e beneficii fatti in proprio,  almanco dove non si  sconciano;  e
    sono  tanti  quelli a chi tocca questa leggiere impressione,  che pure
    alcuna volta mettendo insieme la gratitudine che si sente di tutti,  
    notabile.


    390.
    Del  fare  una  opera  laudabile non si vede sempre el frutto,  perch
    spesso chi non si satisf del fare bene solo per s stesso,  lascia di
    farlo,  parendogli perdere el tempo; ma questo in chi la intende cos,
     inganno non piccolo;  perch el fare laudabilmente,  se bene non  ti
    portassi altro frutto evidente,  sparge buono nome e buona opinione di
    te, la quale in molti tempi e casi ti reca utilit incredibile.


    391.
    Chi ha la cura di una terra che abbia a essere combattuta o assediata,
    debbe fare potissimo fondamento in tutti e remedii  che  allungano;  e
    ancora che non abbia certa speranza, stimare assai ogni cosa che tolga
    tempo etiam piccolo allo inimico; perch spesso uno d pi, una ora di
    pi, importa qualche accidente che la libera.


    392.
    Chi  facessi  in  su  qualche accidente giudicare a uno uomo savio gli
    effetti che nasceranno,  e  scrivessi  el  giudicio  suo,  troverebbe,
    tornandolo,  a vedere in progresso di tempo, s poche cose verificate,
    come si truova a capo d'anno nel giudicio degli astrologi;  perch  le
    cose nel mondo sono troppo varie.


    393.
    Nelle  cose  importante  non  pu  fare buono giudicio chi non sa bene
    tutti e particolari,  perch spesso una circumstanzia,  bench minima,
    varia  tutto el caso: ma ho visto spesso giudicare bene uno che non ha
    notizia di altro che de' generali,  e el  medesimo  giudicare  peggio,
    intesi  che  ha  e  particulari;  perch  chi non ha el cervello molto
    perfetto, e molto netto dalle passione,  intendendo molti particulari,
    facilmente si confonde o varia.

    Aggiunta cominciata d'aprile nel 1528


    394.
    Ne'  discorsi del futuro  pericoloso risolversi in sul distinguere: e
    sar o questo caso o questo altro, e se fia questo,  io far cos;  se
    questo  altro,  far cos;  perch spesso viene uno terzo o uno quarto
    caso che  fuora di quegli che tu t'hai presupposti, e resti ingannato
    perch manca el fondamento della tua resoluzione.


    395.
    A' mali che soprastanno,  e  massime  nelle  cose  della  guerra,  non
    recusate  o  mancate  di  fare e rimedii,  per parervi che non possono
    essere a tempo;  perch per camminare spesso le cose pi tardi che non
    si  credeva,  e  per  natura  sua  e  per varii impedimenti che hanno,
    sarebbe molte volte a tempo quello rimedio che tu hai pretermesso, per
    giudicare che non possa essere se non tardi; e io n'ho visto pi volte
    la esperienzia.


    396.
    Non mancate di fare le cose che vi diano riputazione, per desiderio di
    fare piacere e acquistare amici;  perch a chi si mantiene o  accresce
    la riputazione,  corrono gli amici e le benivolenzie drieto;  ma [chi]
    pretermette di fare quello che debbe,  ne  stimato  manco;  e  a  chi
    manca la riputazione, mancano poi gli amici e la grazia.


    397.
    Tanto  pi  si  cade  in  quello estremo che tu fuggi,  quanto pi per
    discostartene ti ritiri in  verso  l'altro  estremo,  non  ti  sapendo
    fermare in sul mezzo;  per e governi populari, quanto pi per fuggire
    la tirannide si accostano alla licenzia, tanto pi vi caggiono drento;
    ma e nostri di Firenze non intendono questa grammatica.


    398.
    E' nostra antica usanza quando vogliamo prevedere a una legge o  altra
    cosa  che  ci  dispiace,  medicarvi  col  fare  o  ordinare  tutto  el
    contrario;  dove trovando poi altri difetti,  perch tutti gli estremi
    sono viziosi,  ci bisogna fare altre legge e altri ordini;  e questo 
    una delle cause che tutto d facciamo nuove legge,  perch  attendiamo
    pi  a  fuggire e mali che ci si presentano,  che a trovare el rimedio
    verso di essi.


    399.
    Quanto  fallace el commune ragionare degli uomini  che  tutto  il  d
    dicono:  se  fussi  stata  la  tale cosa o se non fussi stata la tale,
    sarebbe seguito o non sarebbe seguito el tale effetto;  perch  se  si
    potessi  sapere  el  vero,  el  pi  delle volte gli effetti sarebbono
    seguiti e medesimi, ancora che quelle cose,  che si presuppone che gli
    arebbono potuti variare, fussino state di altra sorte.


    400.
    Quando  e  maligni e gli ignoranti governano,  non  maraviglia che la
    virt e la bont non sia in prezzo; perch e primi l'hanno in odio,  e
    secondi non la cognoscono.


    401.
    Assai  buono cittadino chi  zelante del bene della patria,  e alieno
    da tutte  le  cose  che  pregiudicano  al  terzo;  pure  che  non  sia
    disprezzatore  della  religione  e  de'  buoni  costumi.  Questa bont
    superflua de' nostri da San Marco,  o  spesso  ipocrisia,  o,  quando
    pure non sia simulata,  non  gi troppa a uno cristiano, ma non giova
    niente al buono essere della citt.


    402.
    Errarono e Medici a volere governare  lo  stato  loro  in  molte  cose
    secondo gli ordini della libert,  verbigrazia nel fare gli squittinii
    larghi, in dare parte a ognuno,  e simili cose;  perch non si potendo
    pi  tenere  uno  Stato  stretto in Firenze se non col favore caldo di
    pochi,  questi modi non feciono loro lo universale amico,  n e  pochi
    partigiani.  Errer  la  libert  a  volere  governarsi  in molte cose
    secondo gli ordini di uno Stato  stretto,  massime  in  escludere  una
    parte della citt,  perch la libert non si pu mantenere, se non con
    la satisfazione  universale;  perch  uno  governo  populare  non  pu
    imitare in ogni cosa uno Stato stretto,  e  pazzia imitarlo in quelle
    che lo fanno odioso e non in quelle che lo fanno gagliardo.


    403.
    O ingenia magis acria quam matura,  disse el  Petrarca,  e  veramente,
    degli  ingegni fiorentini;  perch  loro naturale propriet avere pi
    el vivo e lo acuto, che el maturo e el grave.
