CLAUDE GUILLOMIN.

QUANDO BONAPARTE DIVENTO' NAPOLEONE.

INTRODUZIONE DI BERNARD MICHAL.

Le rivoluzioni talvolta scoppiano, non si sa come, da un fatto insignificante
che la Storia dimenticher ben presto. Poi avviene l'esplosione popolare e
spontanea, subito sfruttata da coloro che vogliono un cambiamento radicale o
violento di regime, una trasformazione delle istituzioni politiche. Quando a
Versailles si seppe della presa della Bastiglia, Luigi XVI chiese: E' una
rivolta?  e il duca di La Rochefoucauld-Liancourt gli rispose: No, Sire:  una
rivoluzione!
Il colpo di Stato  molto diverso. E' un'azione minuziosamente preparata da una
minoranza, sebbene spesso l'improvvisazione abbia un ruolo determinante E', in
ogni modo, un'azione pi o meno violenta con cui un uomo o un gruppo di uomini
cercano di impadronirsi del potere.
Il 18 e 19 Brumaio, Anno OTTAVO, Bonaparte porter a termine, non senza danni,
il suo colpo di Stato. Avr bisogno per questo del rinforzo delle baionette
contro i rappresentanti del popolo. Infatti il vero protagonista di Brumaio non
sar Napoleone ma suo fratello Luciano, politicamente molto pi abile di lui.
Alla grinta del glorioso generale, egli aggiunger la sua capacit e la sua
astuzia politica, senza le quali il colpo di Stato avrebbe potuto risolversi in
un fallimento. Bonaparte sognava un'approvazione unanime dei rappresentanti del
popolo, ma avr bisogno del: Granatieri avanti! Tamburi, alla carica! e dello:
Spazzatemi fuori tutta quella gente l!  di Murat per raggiungere i suoi fini.
Il suo viso un po' foruncoloso e ancora emaciato sosterr anch'esso un ruolo
importante. Tuttavia Luciano Bonaparte, allora ventiquattrenne, potr dire,
aprendo l'ultima seduta dei Cinquecento che segner la fine del, Direttorio e
l'inizio del Consolato: Se la libert nacque nel Gioco della Pallacorda a
Versailles, essa fu consolidata nell'Aranciera di Saint-Cloud; i Costituenti del
1789 furono i padri della Rivoluzione, ma i Legislatori dell'anno VIII furono i
padri e i pacificatori della Patria. La Rivoluzione, quel giorno, sar forse
stata salvata, ma la Repubblica scomparir per un po' di tempo. Bonaparte
diverr ben presto Primo Console, poi Imperatore.
All'alba del 2 dicembre 1851, i Parigini apprendono dai manifesti che
l'Assemblea e il Consiglio di Stato sono sciolti, che il suffragio universale 
ristabilito e che vige lo stato d'assedio. Luigi Napoleone Bonaparte, nipote
dell'Imperatore, ha portato a termine, a cinquant'anni di distanza da quello
dello zio, il suo colpo di Stato, preparato da tempo. Seguiranno sanguinosi
massacri e Morny, suo fratellastro e anima del complotto, si limiter a dire:
Sommossa vinta e terrorizzata.
Il Principe presidente otterr il favore del plebiscito senza fatica. La
Repubblica, di cui avrebbe dovuto essere il protettore, avr vissuto il suo
tempo. Meno di un anno dopo, colui che Adolfo Thiers definiva un cretino e si
vantava di manovrare a suo piacimento, salir al trono col nome di Napoleone
TERZO. Trent'anni dopo la fine del Primo Impero, colui che Victor Hugo chiamava
Napoleone il Piccolo, avr realizzato il suo sogno: succedere a suo zio.
Bernard Michal.

QUANDO BONAPARTE DIVENTO' NAPOLEONE.
Il 20 Brumaio dell'Anno ottavo (11 novembre 1799) Sieys, al suo ritorno a casa,
trova alcuni amici e collaboratori in attesa di notizie. Ci sono Talleyrand,
Roederer, Boulay, De Chazal ed altri. E allora, chiede uno, questa prima
riunione dei tre Consoli, fra Bonaparte, Roger Ducos e voi? Sieys si lascia
cadere su una poltrona con un gesto di fatica e di scoraggiamento e guardando i
compagni esclama: Signori, voi avete un padrone!
Nelle sue Memorie, Fouch, un esperto in colpi di Stato, scrive: La rivoluzione
di Saint-Cloud sarebbe fallita se io mi fossi opposto; potevo corrompere Sieys,
insospettire Barras, aprire gli occhi a Gohier e Moulins; non dovevo che
appoggiare Dubois de Cranc, il solo ministro che si opponeva, e tutto sarebbe
crollato. Ma sarei stato stupido a non preferire un avvenire al nulla. Avevo
deciso. Avevo giudicato Bonaparte il solo capace di effettuare le riforme
politiche richieste dai nostri costumi, vizi, errori, eccessi, disfatte e dalle
nostre funeste divisioni... Egli mi parve allora, politicamente parlando,
inferiore a Cromwell; doveva d'altronde temere la sorte di Cesare senza averne
il genio. Ma d'altra parte, che differenza tra lui, La Fayette e Dumouriez!
Tutto ci che era mancato a quei due soldati della rivoluzione, egli lo
possedeva per dominarla o per impadronirsene.
Alcuni giorni dopo il 19 Brumaio, l'ex-presidente del Direttorio Gohier esprime
il suo rancore: Bisognava abbatterlo senza piet: la repubblica esisterebbe
ancora... Se mi avessero ascoltato, tutto si sarebbe sistemato.
Nella sua residenza di Grosbois, Barras, il vero padrone della Francia da cinque
anni, I'anima di tutti il complotti, l'uomo a cui Bonaparte deve in gran parte
la sua posizione, medita. Non si perdona di essersi lasciato mettere nel sacco,
per la prima ed ultima volta nella sua carriera, di non averci creduto: Il 19
Brumaio  il trionfo della violenza cieca sulla ragione, del soldato sul
borghese. Qui sono morte la rappresentanza popolare, la libert di stampa, le
istituzioni popolari e tutte le garanzie che la nazione credeva di aver
conquistato, i tesori della Repubblica, la vita di un milione di cittadini: se
sopravvivesse qualcosa della rivoluzione, Bonaparte verrebbe meno ai suoi
attuali principi. La controrivoluzione  incominciata e le sue basi sono gi
state poste.
Nel suo alloggio di Rue de la Victoire, Giuseppina Bonaparte circondata da
ammiratori, da amici pi o meno interessati, da alcuni membri della famiglia del
marito, non ne pu pi. Gli avvenimenti delle ultime quarantotto ore l'hanno
sfinita. Alle felicitazioni risponde con un sorriso pieno di grazia. Giuseppina
pensa a tutto ci che  accaduto in meno di un mese e che sta per fare di lei,
gi sul punto di essere ripudiata per cattiva condotta, la prima signora di
Francia.
Il popolo di Parigi, per una volta testimone passivo, non si rende ben conto di
ci che  accaduto.. Dopo aver visto e fatto versare tanto sangue da dieci anni
a questa parte non pensa che ad una cosa: non si  sparato nemmeno un colpo.
Istintivamente ha fiducia e pensa che quel piccolo generale gli porter la pace.
Il 5 luglio 1816, a Sant'Elena, dopo il pranzo, Napoleone  in vena di
confidenze. Las Cases annota nel suo Memoriale ci che l'Imperatore gli ha
detto: Certamente mai una rivoluzione pi grande caus meno disordine tanto era
desiderata... Per quanto mi riguarda, il mio compito si limit a riunire, ad
un'ora stabilita, la folla dei miei visitatori e a marciare alla loro testa per
prendere il potere... Si  discusso e si discuter ancora se noi abbiamo violato
le leggi, se siamo stati dei criminali; ma sono solo astrazioni valide per i
libri e le gazzette, che devono sparire davanti alla necessit: tanto varrebbe
allora accusare di danneggiamento il marinaio che taglia gli alberi della sua
nave per non affondare. Il fatto  che la patria senza di noi era perduta e che
noi l'abbiamo salvata.
Tutti coloro che facevano parte del vortice politico hanno avuto almeno il
diritto di proclamare con giustizia che tutti erano d'accordo sul fatto che un
cambiamento era indispensabile, che tutti lo volevano e che tutti volevano
effettuarlo dalla loro parte. Io ho agito. Il giudizio su questa grande
questione spetta solo a uomini lontani nel tempo e disinteressati.
Il 18 Brumaio Anno VIII, 9 novembre 1799, la Francia era pronta per essere presa
da un uomo di polso. Come e perch Bonaparte fu quell'uomo?
Per comprendere il colpo di Stato che doveva mandare al potere uno degli uomini
pi prestigiosi e di conseguenza pi discussi che la Francia abbia avuto, per
spiegarne tutti i particolari, bisogna tornare indietro. Il 18 Brumaio  infatti
solo la conclusione logica di molti anni durante i quali la Francia non era
stata governata o lo era stata male, da uomini privi di capacit o miranti solo
al proprio interesse. Le piaghe della Rivoluzione erano male cicatrizzate, i
francesi soffrivano in mezzo a fazioni diverse: l'una voleva la Restaurazione,
senza per sapere chi mettervi a capo; un'altra voleva conservare interamente le
conquiste del 1789; un'altra ancora pensava che tale esperienza fosse pi che
sufficiente. Per aggravare la situazione essi erano in preda alla miseria,
continuamente chiamati a difendere le frontiere, a battersi, a farsi uccidere.
Il paese pi popolato d'Europa era anche il pi odiato e il pi instabile. Dal
1795 al 1799 si trovava su un vulcano politico, militare e sociale che
presentava, qua e l, dei colpi di Stato senza sangue che facevano cadere sempre
pi in basso coloro che avevano l'incarico di governare e che a poco a poco
pensavano solo a tenersi a galla: i Direttori. La costituzione dell'anno III,
agosto 1795, aveva istituito due Camere rinnovabili annualmente per un quinto:
il consiglio dei Cinquecento e il consiglio degli Anziani. Il potere esecutivo
era affidato a un collegio di cinque membri, Direttorio, anch'esso rinnovabile
annualmente per un quinto. Era previsto che i due terzi dei futuri
rappresentanti fossero eletti fra i membri della Convenzione; per impedire ci
la destra aveva tentato di suscitare una sommossa popolare. Per reprimerla il
governo contava su Barras, allora comandante della piazza di Parigi, il quale si
associava un generale corso di 26 anni, sconosciuto e radiato dai ranghi per
essersi rifiutato di combattere contro i Realisti in Vandea: Napoleone
Buonaparte. Il 13 Vendemmiaio gli insorti avevano tentato di accerchiare il
Louvre e le Tuileries. Buonaparte aveva fatto occupare il quartiere dai soldati
e dall'artiglieria comandati da un certo Murat, che diventer anch'egli celebre,
ma per altre ragioni. La leggenda vuole che Buonaparte abbia assistito di
persona alla cannonata che falci a decine i rivoltosi rifugiatisi sui gradini
della chiesa di S. Rocco. La verit ci obbliga a dire che, se cannonata vi fu,
il giovane generale non era troppo vicino. Ma il risultato fu che i colpi di
cannone permisero a Buonaparte di farsi strada, non verso il potere, ma nella
considerazione dei personaggi influenti dell'epoca, a cominciare da Barras. Come
ricompensa dei suoi buoni e leali servigi aveva ricevuto il comando
dell'esercito nazionale. A questo punto Buonaparte francesizza il suo nome
togliendo la u. Volgendosi indietro, pu constatare che non ha perso tempo.
Luogotenente nel 1792 a Valence, generale di brigata nel dicembre 1793 alla
presa di Tolone, si  tenuto fuori dalle controversie politiche che
interessavano anche l'esercito e che trasformavano i gloriosi ufficiali
repubblicani della vigilia in futuri ghigliottinati. A Tolone, come comandante
dell'artiglieria, ha mostrato del coraggio e un acuto senso tattico che gli sono
serviti per essere raccomandato a Robespierre che per non far in tempo a
servirsi di lui. Per il suo rifiuto di combattere in Vandea  stato messo a
mezza paga. Ci vorr il fiuto di Barras per farlo uscire dall'ombra; quattro
anni pi tardi il Direttore dovr pentirsene. Il generale ventiseienne  oggetto
della curiosit e dell'attenzione dei salotti parigini: l'aspetto fisico 
fragile, il viso  emaciato, i capelli lunghi cadono in disordine, ma  quello
sguardo di fuoco, che inquieta e affascina... soprattutto le donne che non si
accorgono che i suoi vestiti sono logori e che questo corso, dalle maniere
brusche di soldato salito di grado troppo in fretta, non sa parlare con loro.
A casa di Barras, Bonaparte incontra il suo tormento e la sua vera passione:
Giuseppina vedova Beauharnais, al momento amante di Barras e, se si presenta il
caso, di qualche altro dignitario del regime. A Sant'Elena, Napoleone affermer
di aver sposato Giuseppina solo perch pensava fosse un buon affare, ma
riconoscer anche che era una vera donna, la sola che egli abbia veramente
amato.
Improvvisamente, per ragionamento, per interesse e per amore, Bonaparte decide
di sposare Giuseppina per quanto non ignori niente del suo passato e del suo
presente, a dir poco agitato. Il matrimonio  celebrato il 2 marzo 1796. Da una
settimana Bonaparte  comandante in capo dell'armata d'Italia e anche Giuseppina
pensa di aver fatto un buon affare.
In Italia Bonaparte dar l'esatta misura delle sue capacit. Questa nomina non 
dovuta alle sue passate imprese, ma al fatto che il Direttorio pensava che solo
un miracolo potesse ristabilire una situazione militare disastrosa e il piano
presentato dal giovane generale non era peggiore di tanti altri. Forse alcuni
sentivano la necessit di tener fuori dai loro piccoli intrighi un uomo che
aveva dimostrato di avere dell'ambizione e di sapersi destreggiare. Non
immaginavano che, lontano, Bonaparte sarebbe stato pi pericoloso che se lo
avessero tenuto sotto controllo. Bonaparte ha gi deciso di non tener conto
degli ordini di Parigi e di fare di testa sua e, quando riceve le
congratulazioni del Direttorio per una vittoria, risponde in termini appena
cortesi che, come egli si tiene fuori dalla politica, i Direttori non devono
interessarsi al suo modo di fare la guerra. D'altronde i Direttori devono
ammettere che questa campagna d'Italia non solo riempie le casse dello Stato con
i tesori rubati e i bottini di guerra, ma risolleva il morale del popolo, la cui
miseria  una continua minaccia di rivolta.
Nelle campagne spadroneggiano i briganti; nei villaggi si muore di fame e a
Parigi regna il mercato nero. Tutto ci che ha un valore qualsiasi  trasformato
in denaro. Si fa del commercio sugli oggetti d'arte, su un po' di tabacco, su un
palazzo privato, sulla virt di una ragazza. Bisogna pur vivere. I possidenti
sono ridotti a mendicare, i funzionari sono pagati con sei mesi di ritardo,
quando lo sono. Tutto si compra e si vende, anche i Direttori, i Ministri, i
generali, i fornitori dell'esercito. Fortune colossali si formano in pochi
giorni e in un tempo altrettanto breve si distruggono.
Per stordirsi, la buona societ e il buon popolo, ballano. Ci sono trecento sale
da ballo a Parigi! Si balla ovunque: per la strada, nelle case, nelle chiese,
nei conventi e persino nel cimitero di San Sulpizio! Guadagnare denaro in fretta
e senza tregua,  la parola d'ordine della nuova classe uscita dalla
Rivoluzione, di cui ha saputo evitare tutte le insidie. Per essa le vittorie
italiane di Bonaparte non sono che possibili fonti di guadagno. Nel popolo
invece esiste ancora il patriottismo ed esso  grato al giovane generale di aver
tenuto alto il tricolore ed accoglie con entusiasmo la notizia che, ad Arcole,
Bonaparte ha personalmente impugnato la bandiera per trascinare le sue truppe.
La leggenda  bella anche se falsa; ma il buon popolo lo ignora.
Sembra un paradosso, ma per i suoi soldati Napoleone non  il grande uomo che la
leggenda popolare ha creato in Francia. La sua bassa statura, la sua magrezza e
la cattiva salute non sono fatte per imporsi a quei rudi soldati malvestiti e
male pagati; Napoleone diventa veramente popolare tra i suoi soldati solo quando
decide di modificare sistema di paga: ci vale tutte le vittorie. Bonaparte, in
quel periodo, non ha opinioni politiche, ma non ignora nulla di ci che accade a
Parigi. I Realisti vedono in lui la spada che permetter loro di restaurare la
monarchia; i repubblicani pensano che egli spazzer via tutto il marcio e
restaurer una repubblica pura e dura. Ogni fazione gli invia degli agenti
segreti per tentare di comprometterlo; tutti tornano soggiogati dalla sua
autorit e inquieti al pensiero di ci che potrebbe succedere se egli decidesse
di tornare a Parigi a mettere un po' d'ordine. Le Assemblee e il Direttorio
cominciano ad aver paura: bisogna distruggere il prestigio di quest'uomo, e in
fretta. Si scatena una campagna di stampa contro di lui: lo si accusa di non
pensare alla vita dei suoi uomini e di non saper negoziare (il che non  del
tutto falso). Lo si accusa anche di comportarsi da dittatore, cosa a cui egli
non pensa ancora. L'idea di sostenere un ruolo politico nasce in lui solo la
sera della vittoria di Lodi (10 maggio 1796).
Solo quel giorno, egli scriver pi tardi, mi sono creduto un uomo superiore e
mi  venuta l'ambizione di fare grandi cose che, fino ad allora, mi sembravano
un sogno fantastico.
Agli attacchi Bonaparte risponde con gli attacchi: lancia dei proclami ai suoi
soldati per metterli in guardia contro gli intrighi realisti. Soldati, le
montagne ci separano dalla Francia: voi le supererete con la rapidit delle
aquile per mantenere la Costituzione, difendere la libert, proteggere il
governo e i repubblicani (...) Sulle nuove bandiere giuriamo dunque guerra
implacabile ai nemici della Repubblica e della Costituzione dell'anno III.
Contemporaneamente fa uscire a Parigi parecchie pubblicazioni: Il Corriere
dell'Armata d'Italia, La Francia vista dall'Armata d'Italia, in cui si rivelano
gli imbrogli del governo, si attaccano i Realisti, si mettono in ridicolo alcuni
importanti personaggi come Pichegru o Dumolard, si esaltano i meriti dell'armata
d'Italia. A poco a poco con questi giornali Bonaparte si fa una propaganda
personale: un articolo dice che vola come il lampo e colpisce come il fulmine;
un altro loda la sua semplicit, la sua passione, il suo genio militare; un
altro ancora traccia il ritratto di un uomo che soffre lontano dalla moglie.
Per mezzo del generale Augereau, suo messaggero a Parigi presso il Direttorio,
Bonaparte sa quello che il governo pensa di lui; sa anche che la situazione non
 matura, che il suo momento non  ancora venuto. Nessuna fazione riesce a
prendere il sopravvento. Non si tratta di legarsi troppo presto all'uno o
all'altro partito: Bonaparte pensa semplicemente che un giorno potranno aver
bisogno di lui per arbitrare la situazione, per fare da mediatore.
I suoi calcoli sono giusti: assister da lontano ad un colpo di Stato senza
sangue, senza dovervi partecipare.
Mentre in Italia il generale corso si comporta come un padrone assoluto, tratta
da pari a pari con l'Imperatore, rif gli Stati che ha conquistato con gli
eserciti, crea una Repubblica qui, mantiene al potere un principe l, firma
l'armistizio di Leoben ii 18 aprile 1797, e pensa gi ad una Francia pi
mediterranea che renana, a Parigi ci si agita sempre di pi. I Realisti hanno
deciso di passare all'azione e i Direttori lo sanno. A forza di fare il doppio
gioco, tutti hanno delle spie nei campi avversi e i governanti non ignorano
praticamente nulla di ci che si trama. La Costituzione dell'anno III ha
separato in modo troppo netto il potere legislativo da quello esecutivo e non ha
previsto arbitraggio in caso di conflitto fra le Assemblee e il Direttorio: non
vi  altra soluzione che la forza. Per i Cinquecento, come per gli Anziani, il
motto potrebbe essere: Ho paura ma faccio paura, e per i cinque Direttori,
aventi gli stessi diritti e gli stessi poteri,  una lotta continua.
A Fruttidoro, i Realisti decidono che  il momento di agire; alla loro testa 
il generale Pichegru, appoggiato dai due Direttori Carnot e Barthlemy. Il piano
 semplice: si tratta di accusare gli altri tre Direttori, Barras, Larevellire
e Reubell, di aver chiamato nei dintorni di Parigi le truppe di Hoche per
tentare un colpo di forza contro le Assemblee ed eliminare cos i
controrivoluzionari. Carnot dovr accusare i suoi colleghi del Direttorio dalla
tribuna dei Cinquecento; in seguito baster mettere Pichegru a capo dell'armata
di Parigi, arrestare il triumviro, e il gioco sar fatto. In realt non hanno
fatto i conti con l'astuzia di Barras e con gli scrupoli dell'onesto Carnot che,
pur auspicando la Restaurazione, sogna soprattutto l'ordine e la giustizia.
Per parare il colpo, Barras e i suoi due colleghi pensano che basti riprendere
l'operazione del 13 Vendemmiaio, affidando a Augereau la parte di Bonaparte nel
caso di un'insurrezione dei sobborghi. Nel medesimo tempo, ma i Realisti lo
ignorano, Carnot manda lettere ardenti a Bonaparte: Voi avete nelle vostre mani
il destino della Francia... Firmate la pace e venite a ricevere le benedizioni
del popolo francese che vi chiamer suo benefattore.
Per farla breve: al momento di agire Carnot si tira indietro, tanto pi che gli
Anziani respingono ogni progetto di Restaurazione. Per un attimo i Realisti
pensano di appoggiarsi alla forza, rappresentata dall'armata del Reno e della
Mosella al comando di Moreau, i cui soldati, mal nutriti e mal pagati sono
pronti a marciare contro chiunque.
La lotta fratricida sembra inevitabile; i Realisti hanno infatti sopravvalutato
le loro forze e sottovalutato quelle dei loro avversari che passano
improvvisamente all'azione.
Nella notte dal 17 al 18 Fruttidoro, mentre Pichegru e compagni stanno ancora
preparando i capi d'accusa contro Barras, Larevellire e Reubell, mentre alcuni
deputati decidono per prudenza di andare a passare la notte in campagna o di
allontanarsi per timore della ghigliottina, Augereau circonda le Tuileries con i
suoi diecimila uomini. Alle quattro del mattino tuona il cannone. Barthlemy ed
altri cinquantatr deputati sono arrestati; Pichegru viene arrestato da Augereau
in persona mentre tenta di fuggire da una porta segreta; solo Carnot riesce a
fuggire.
Al loro risveglio i Parigini apprendono dai manifesti che un complotto realista
 stato sventato, che i colpevoli saranno severamente puniti e che la Repubblica
 salva. Il Direttorio, o meglio ci che ne resta, ha vinto la prima partita:
terrorizzati o convinti, i parlamentari accettano ogni imposizione. Le elezioni
in cinquantatr dipartimenti sono annullate e i loro rappresentanti condannati
alla deportazione; la stessa sorte subiscono Carnot, Barthlemy, funzionari di
polizia, giornalisti e un ministro.
E' il terrore bianco: non pi ghigliottina sulla piazza da poco ribattezzata
piazza della Concordia, ma la Guiana, la morte lenta. La paura passata rende i
vincitori implacabili: moltiplicano le sanzioni senza capire che violano le
leggi di quella Costituzione dell'anno III nel cui nome dicono di aver agito.
Nessuno sembra rendersi conto che il primo colpo all'edificio pericolante 
stato sferrato dal generale Augereau, emissario di Bonaparte a Parigi, e che il
capo dell'armata d'Italia si  limitato a contare i colpi. Barras e i suoi amici
hanno vinto, ma  una vittoria di Pirro: si accontentano di rabberciare quando
bisognerebbe cambiare tutto.
I superstiti delle Assemblee nominano Direttori, al posto di Carnot e di
Barthlemy, due uomini assolutamente privi di carattere: Fransois de
Neuf-chateau e Merlin de Douai; di essi Larevellire scriver nelle sue Memorie
che erano privi di quella forza di pensiero e di carattere necessaria ad un uomo
di Stato. Barras si mostra ancora pi severo: per lui, Merlin de Douai non  che
uno spirito ristretto e astioso e Francois de Neuf-chateau un libertino che gli
anni non hanno migliorato. Infatti, sia l'uno che l'altro si preoccupano pi dei
loro affari privati che di quelli dello Stato.
Bonaparte non nasconde le sue opinioni; parlando del Direttorio su Il Corriere
dell'Armata d'Italia fa scrivere: L'anarchia regna, il governo  debole e
impotente: non bisogna nascondere la verit.
A Talleyrand, allora ministro degli Affari Esteri e che gi ne prevede la
grandezza futura, Bonaparte scrive una lunga lettera in cui gli confida le sue
idee costituzionali che anticipano il 18 Brumaio. Ma siamo solo nel 1797: per
ora Bonaparte si limita ad imporre da lontano la sua volont; firma il Trattato
di Campoformio e mette il Direttorio di fronte al fatto compiuto. I Direttori
sono costretti a cedere perch capiscono che i francesi hanno bisogno di pace e
perch temono di vederlo arrivare a Parigi.
Quando Bonaparte, dopo venti mesi di lontananza, chiede di tornare, i Direttori
cercano di tenerlo il pi lontano possibile da Parigi lo mandano a Rastadt come
plenipotenziario e lo nominano comandante in capo dell'armata d'Inghilterra.
Bonaparte accetta, ma ha appena iniziato i negoziati a Rastadt che il Direttorio
cambia idea. Barras, che  il solo ad avere le idee chiare e domina tutti i suoi
colleghi, riesce a convincerli che Bonaparte potrebbe essere la loro difesa
contro la Destra delle Assemblee che comincia a risollevarsi dopo i colpi di
Fruttidoro. I Direttori cedono, ma nutrono la segreta speranza di poter
distruggere il prestigio di Bonaparte. Inoltre il popolo ha bisogno di idoli;
gli si dar Bonaparte ed egli far dimenticare ai francesi tutte le loro
miserie, il brigantaggio, i saccheggi, l'inflazione e l'anarchia.
Stendhal scriver ne La Certosa di Parma che in lui Cesare ed Alessandro hanno
un successore.
Dello stesso avviso fu Talleyrand: occhi grigi sotto folte sopracciglia, una
costante piega ironica all'angolo della bocca; di alta statura, sprezzante e
sdegnoso riusciva anche a trarre vantaggio della sua claudicazione, risultato di
una caduta infantile, che gli varr il soprannome di diavolo zoppo. Possedeva in
massimo grado l'arte di mettere a disagio una persona in pochi minuti.
Ed ecco ora, davanti a lui, il grande signore, quel Bonaparte dagli occhi
febbrili, dagli abiti logori e dall'andatura un po' ridicola che non sa come
comportarsi in societ n con le donne. Di questo primo incontro conosciamo il
resoconto dato da Talleyrand: Di primo acchito mi sembr che Bonaparte avesse un
aspetto affascinante: venti battaglie vinte si addicono alla giovinezza, a un
bello sguardo, al pallore e a una specie di spossatezza... Quella conversazione
fu da parte sua molto confidenziale: mi parl con simpatia della mia nomina agli
Affari Esteri e ricord il piacere che aveva provato nel corrispondere con una
persona diversa dai Direttori...
Fin dal primo incontro Bonaparte ha capito che bisognava adulare Talleyrand e
questi non si  mostrato insensibile. Quattro giorni pi tardi Talleyrand non
sar da meno in quanto ad elogi: come ministro degli Esteri tocca a lui dare il
benvenuto al vincitore d'Italia. In fondo al cortile d'onore del Lussemburgo si
erge l'altare della Patria; ai lati sono le statue della Libert,
dell'Uguaglianza e della Pace e le bandiere conquistate al di l della Alpi. I
Direttori indossano l'alta uniforme e tutte le personalit di Francia sono
presenti. Una grande orchestra esegue una sinfonia che  improvvisamente
interrotta da un grande clamore Viva Bonaparte! Viva la Repubblica! L'orchestra
attacca allora l'Inno della Libert; la folla  in delirio e i Direttori hanno
un po' paura di tanta popolarit. Talleyrand chiude un po' gli occhi e cerca di
abbozzare un sorriso; si alza in piedi e comincia a parlare: Portandoci il pegno
certo della pace egli ci ricorda, senza volerlo, le grandi cose meravigliose che
hanno portato a un cos grande avvenimento. Ma voglio tacere, per sua
tranquillit, tutto ci che far l'onore della Storia e l'ammirazione dei
posteri; voglio anche aggiungere, per esaudire il suo desiderio, che questa
gloria che illumina tutta la Francia appartiene alla Rivoluzione. Poi fa
un'allusione molto discreta al futuro: Poich nessuno ignora il suo disprezzo
per il lusso e la magnificenza... io sento che un giorno dovremo fargli violenza
per strapparlo alle dolcezze del suo studioso ritiro. La Francia intera sar
libera; egli, forse, non lo sar mai: questo  il suo destino. Talleyrand si
rimette a sedere, soddisfatto dell'espressione di stupore con cui i Direttori
hanno accolto le sue ultime parole.
Tocca ora a Bonaparte; nella sua divisa di generale appare smarrito: nonostante
il sole d'Italia  pallido e lo si direbbe malato. Ha ascoltato gli elogi di
Talleyrand senza batter ciglio, ma il suo sguardo non ha abbandonato il pubblico
per un solo attimo, come se volesse misurarne le forze.
Quando comincia a parlare la sua voce  brusca e a scatti; l'accento corso rende
molte parole incomprensibili. Rivolgendosi al governo, ai parlamentari, ai
ministri, alla folla, parla come se desse ordine ai suoi soldati di attaccare il
nemico. Bisogna veramente stare molto attenti per cogliere una sola frase,
l'ultima, che avr l'effetto di una bomba: Quando il bene del popolo sar basato
su leggi migliori e pi organiche, l'Europa intera sar libera. Bonaparte ha
finito, ma il colpo ha centrato il bersaglio.
Tutta la cerimonia, i discorsi degli altri e, in particolare quello di Barras,
non hanno pi importanza. La folla applaude, ma i Direttori non dimenticheranno
l'allusione ad una necessaria riforma della Costituzione dell'anno III. Solo
Talleyrand  soddisfatto e sussurra al suo vicino: Avr un avvenire. Per
l'ultima parola spetter a un agente realista, Mallet du Pan, che scriver alla
Corte di Vienna: Bonaparte pu star sicuro che almeno la met di quelli che lo
acclamavano lo avrebbero soffocato sotto le sue corone trionfali...
Bonaparte  ormai al centro dell'attenzione di tutti a Parigi: dei Direttori e
delle dame, dei giacobini e dei realisti; tutti lo temono e vorrebbero averlo
dalla loro parte. Ma istintivamente, a meno che non fosse ben consigliato,
Bonaparte sente che la tattica migliore consiste nel non mostrarsi troppo, nel
restare nell'ombra, presente ma discreto. Prende alloggio in via Chantereine, in
suo onore ribattezzata via della Vittoria, e attende; nel frattempo ascolta i
consigli e studia la situazione. Impara a conoscere gli uomini al potere e cerca
di fare una scelta fra coloro su cui potr contare e coloro che dovr ripiombare
nell'ombra.
Verso la fine del 1797 Bonaparte non pensa a rovesciare il governo a suo
vantaggio, ma a prenderne il posto al momento giusto, quando il governo sar
abbastanza screditato agli occhi di tutti. Bonaparte non ignora di avere degli
avversari che fanno di tutto per rovinarlo. La sua istintiva prudenza  tale
che, ai ricevimenti ai quali  obbligato a partecipare, assaggia il cibo solo
quando gli altri convitati hanno gi cominciato a mangiare. A quelli che si
meravigliano della sua frugalit risponde che ha lo stomaco delicato.
Bonaparte capisce che deve imparare ancora molte cose, che non deve essere solo
il vincitore della campagna d'Italia. A questo scopo egli chiede la poltrona di
Carnot all'Istituto di Francia e ricorre ai consigli di Sieys che, come
Talleyrand, avr un ruolo importante nei mesi futuri.
Il 28 dicembre 1797, Bonaparte  nominato membro dell'Istituto, nell'accademia
delle Scienze, sezione di meccanica, con una elezione trionfale: 308 voti contro
7. I membri dell'Istituto sono lusingati di avere tra loro un generale cos
glorioso; Bonaparte  fiero di entrare in un'Accademia dove si trova il meglio
del genio francese. Con modestia scrive al Presidente: So bene che, prima di
essere loro pari, io sar per molto tempo loro scolaro.
Ha anche la saggezza di ricevere individualmente i membri pi influenti, non
perch tema di non essere eletto, ma per mostrare loro ci che sa e per
riceverne dei suggerimenti. Pu cos parlare di matematica con Lagrange e
Laplace, di poesia con M.-J. Chnier, di legislazione con Daunou, di musica con
Mhul, di pittura con David. Con Sieys, per, Bonaparte capisce che deve agire
in altro modo e chiede di essere ricevuto.
Emanuele-Giuseppe Sieys aveva, come Talleyrand, iniziato la sua carriera
politica prendendo gli ordini sacri. Molto presto si era interessato ai problemi
costituzionali e nel 1789 era deputato del Terzo Stato.
Sono di quel periodo la redazione del testo del giuramento della Pallacorda e la
famosa frase: Che cos' il Terzo Stato? Niente. Che cosa deve diventare? Tutto.
Lasciato in disparte dai suoi colleghi che si occupavano pi di discorsi che di
fatti, Sieys aveva deciso di ascoltare sempre e di non parlare quasi mai.
Questo sconcertava i suoi avversari che, pur riconoscendogli un'intelligenza
superiore, non sapevano mai che cosa pensasse. Come Talleyrand, Sieys sapeva
quando bisognava seguire gli avvenimenti, e quando evitarli; li aveva seguiti
votando la morte del re, ma si era astenuto da ogni attivit troppo in vista
durante il Terrore. A ogni domanda riguardante ci che aveva fatto in quel
periodo rispondeva: Ho vissuto.
Nel 1797 Talleyrand diceva di lui che era stato nelle grazie della Rivoluzione,
ma che era stato disgustato da ci che aveva prima favorito e, ancora una volta,
aveva ragione. Vedeva che Sieys era l'uomo su cui contare e che era meglio
averlo dalla propria parte. Non si sa quasi nulla del primo incontro tra
Bonaparte e Sieys: nessuno dei due ne fa menzione.
Dietro il suo silenzio, la sua untuosit, i suoi giudizi taglienti come una
lama, l'ex-abate cerca, alla fine del 1797, una spada che lo aiuti a mettere in
pratica le sue idee costituzionali, ma non crede ancora che Bonaparte possa
essere tale spada. Ha altri candidati in vista, ma come Talleyrand ha convinto
Bonaparte che non bisogna sottovalutare l'influenza di Sieys, costui capisce
che non bisogna trascurare questo piccolo e ambizioso generale. In altre parole,
non era ancora venuto il momento di una alleanza tra Bonaparte e Sieys.
I giorni passano: nel gennaio 1798, Talleyrand offre un ricevimento memorabile
in onore di Giuseppina, ma l'attenzione di tutti  concentrata su suo marito.
Madame de Stael cerca di conquistarlo, ma invano, e prover una delusione
cocente che non dimenticher mai del tutto.
Il 21 gennaio Bonaparte, sempre spiato e osservato, deve risolvere un problema
molto delicato: assister o no alla festa in ricordo dell'esecuzione di Luigi
XVI? Il suo primo impulso  di non assistervi, ma Talleyrand lo convince che la
sua assenza potrebbe essere interpretata dai repubblicani come una sconfessione
di quel regicidio e lo persuade ad assistere alla cerimonia, ma solo come membro
dell'Istituto, confuso tra gli altri.
Bonaparte si sta facendo molti nemici: i Realisti sentono che non  lui l'uomo
che li aiuter a restaurare la monarchia; i repubblicani lo sospettano di voler
divenire un dittatore. Una campagna di stampa, promossa da Barras, viene
scatenata contro di lui in seguito ad un suo errore. Bonaparte vorrebbe farsi
eleggere Direttore, ma non ha l'et richiesta: 40 anni. Si potrebbe certamente
fare un'eccezione per lui, in considerazione delle sue glorie militari, ma i
Direttori si oppongono categoricamente giacch nessuno di loro ha voglia di
lasciare una posizione tanto lucrosa.
Bonaparte fa marcia indietro: piuttosto che rischiare il discredito politico,
comprende che deve accrescere la sua gloria sui campi di battaglia che gli sono
tanto congeniali: in fondo  il comandante dell'Armata d'Inghilterra. Parte per
una ispezione e si rende conto che, senza una marina molto forte, tale
spedizione  destinata a fallire. Questa debolezza sui mari non gli impedisce di
organizzare un'altra spedizione a cui pensa sin dai tempi della campagna
d'Italia e che coster molto cara alla marina: la campagna d'Egitto.
I Direttori sono d'accordo: vedono in ci una magnifica occasione per
allontanare questo generale che decisamente li infastidisce. Dal momento che 
lui che propone di andarsene, perch non approfittarne? Bonaparte non si fa
illusioni sui sentimenti che i membri del governo nutrono nei suoi confronti.
Al suo segretario Bourrienne, che gli chiede quanto intenda stare assente,
risponde: Pochi mesi o sei anni... tutto dipende dagli avvenimenti. Ho tentato
tutto, ma essi non vogliono saperne di me; bisognerebbe rovesciarli e farmi re,
ma non bisogna ancora pensarci.
Non potendo essere un Cesare o un Cromwell a Parigi, Bonaparte spera di essere
un Alessandro Magno. L'Egitto  la prima tappa obbligata verso le Indie e le
loro favolose leggende e, inoltre, attaccare l'Egitto significa attaccare
l'Inghilterra. Non si deve poter dire che questa spedizione  puramente
militare: si tratta anche di portare la civilt francese agli Arabi. Bonaparte
porter con s molti soldati, ma anche sapienti, scrittori ed artisti. In due
mesi prepara la spedizione pi formidabile che sia mai stata organizzata e, il
19 maggio 1798, la flotta leva l'ancora e salpa da Tolone. E' composta da
tredici vascelli, sette fregate o corvette, trentacinque navi leggere,
duecentottanta battelli per il trasporto delle truppe, cinquantaquattromila
uomini, milleduecento cavalli, centosettantun cannoni, trentadue generali di
Stato Maggiore. Ci sono inoltre gli scrittori Arnault e Parseval-Grandmaison, i
dotti Berthollet, Desgenettes, Geoffroy Saint-Hilaire e soprattutto Monge: una
vera enciclopedia vivente!
Quali sono le ragioni di tutto ci? Bonaparte vuole che i suoi colleghi
dell'Istituto constatino con i loro occhi che egli non  solo un uomo di guerra,
ma un organizzatore, un tecnico. Pensa di conquistare l'Egitto, la Siria, di
vedere le Indie, ma anche di fertilizzare le terre dei Faraoni, di canalizzare
il Nilo, di tagliare l'Istmo di Suez, di effettuare degli scavi.
Quando sar in quei luoghi penser, anche se non lo ha mai detto, che, dall'alto
di quelle Piramidi, quaranta secoli di storia guardano quell'esercito di soldati
e quel gruppo di cartografi, geologi, archeologi che lo hanno accompagnato nella
spedizione.
Mentre Bonaparte si dedica completamente alla preparazione di questa spedizione,
il livello della politica a Parigi si abbassa sempre pi. A maggio si deve
rinnovare la maggioranza dei seggi nel Consiglio dei Cinquecento; il Direttorio
presenta ovunque candidati ufficiosi ma devoti alla sua causa. Non sono i
Realisti gli avversari temuti dai Direttori: essi sono stati decimati a
Fruttidoro. Ora si tratta dei Giacobini che hanno aperto nuovi circoli, che si
sono organizzati e alzano la voce. Se il loro numero nel Consiglio dei
Cinquecento sar troppo alto, tutta la macchina politica si incepper. Per
evitare una sconfitta elettorale, il potere si  servito di ogni mezzo: minacce
ai candidati dell'opposizione, citt poste in stato d'assedio, prevaricazioni,
corruzione segreta. La catastrofe arriva malgrado tutte le precauzioni e tutti
gli intrighi. I candidati ufficiosi ottengono solo settantotto seggi e
l'opposizione giacobina trionfa. Ma ci servir a poco: dopo il fallimento della
manipolazione delle elezioni, occorre truccare anche i risultati. In nome della
difesa della societ e della Repubblica, i deputati al potere invalidano
freddamente l'elezione di un centinaio di loro colleghi. Il Direttorio ha vinto
la seconda partita: in nome della Repubblica ha salvato se stesso, senza
accorgersi che la fossa ai suoi piedi diventava sempre pi profonda. Il popolo,
abbrutito dalla miseria e da quei giochi politici cui  estraneo, non ha mosso
un dito; ha assistito impassibile a questo nuovo colpo di Stato senza sangue,
quello del 22 Floreale Anno VI, 11 maggio 1798, in cui la Costituzione dell'Anno
III  stata violata per la seconda volta. Bonaparte ha capito ogni cosa. Lo
scrittore Arnault vuole convincerlo a restare a Parigi: I Parigini, gli dice, vi
rimproverano di esservi rassegnato. Gridano contro il Governo, non temete che
finiscano per gridare contro di voi? Bonaparte gli risponde: I Parigini gridano,
ma non agirebbero; sono malcontenti ma non sono infelici. Se montassi a cavallo
nessuno mi seguirebbe: non  ancora il momento.
Quando i Cinquecento per paura, debolezza e interesse invalidano un centinaio di
elezioni, Bonaparte discende tranquillamente il Rodano in battello per
raggiungere le sue truppe a Tolone: ancora per un anno il Direttorio avr le
mani libere. Quando gli ultimi battelli scompaiono all'orizzonte il capo della
Tesoreria di Parigi, Vannelet, scrive: Posso assicurarvi che quasi tutti i
Direttori, ad eccezione di Barras, e i corpi legislativi desiderano che
Bonaparte muoia o che sia almeno umiliato. Si sente il peso di un simile uomo o
lo si intuisce.
Dopo la partenza di Bonaparte tutti respirano: molti sono convinti che non
ritorner e che, in caso di necessit, si far il possibile affinch ci accada.
Sempre secondo le leggi dell'equilibrio, dal momento che i Giacobini sono
ridotti al silenzio, i Realisti si risollevano. Lo stesso Vannelet  convinto
che ci sar presto un re in Francia, ma non sar Luigi XVIII. Sieys, Talleyrand
e Barras hanno ciascuno il proprio candidato.
Comincia l'anno VII, 1799: sar l'anno decisivo. Ormai esistono circostanze
politiche, militari, sociali ed economiche che renderanno lo svolgimento dei
fatti ineluttabile. Nessuno sa ancora che cosa accadr, ma a poco a poco i pezzi
del gioco si uniscono: le carte migliori passano di mano in mano. Coloro che
crederanno per un momento di averle tutte, le perderanno di colpo, fino al
momento in cui si riuniranno nelle mani di Bonaparte senza che egli lo abbia
voluto; ma ci vorranno quasi dodici mesi.
All'inizio del 1799 la crisi finanziaria  estremamente grave. Il Direttorio
stesso fa ammontare il deficit a settantasette milioni; tutto  stato tentato
per riempire le casse dello Stato, ma  come riempire un sacco senza fondo: i
contribuenti si rifiutano di pagare le tasse e il popolo, gi spremuto, non ha
pi nulla da dare. La speculazione arriva allora a limiti mai raggiunti: tutti
speculano sulle finanze dello Stato, sulle forniture dell'esercito. Mai la
lussuria e la depravazione sono giunte a un simile livello nei salotti parigini
e Giuseppina non rimane indietro: le sue avventure amorose, le sue scappatelle e
le sue conquiste sono sulla bocca di tutti. Quando ha bisogno di denaro, ella si
rivolge a Barras, che non le nega niente in ricordo del tempo in cui sono stati
felici insieme; ora, per, il loro  puramente un legame di interesse.
La legge della bustarella domina in questa nuova classe sociale uscita dalla
Rivoluzione, la quale non si cura affatto che la Francia sia una Repubblica, una
Monarchia o altro, dal momento che la ghigliottina non riappare pi e che essa
pu ottenere guadagni favolosi. E' l'epoca delle truffe enormi e dei brigantaggi
sfrontati e, dal momento che tutti si servono e nessuno ha le mani pulite, non
si parla neppure di porre fine a questi traffici. Il solo che non sia
compromesso e che potrebbe pulire queste moderne scuderie di Augia  lontano, a
seicento leghe, e ignora ogni cosa. E' anche il periodo in cui il Direttorio
prende una serie di decisioni disastrose.
Bonaparte aveva lasciato sul trono la maggior parte dei principi italiani o
aveva creato repubbliche autonome, malgrado il parere contrario del Direttorio.
Dopo la partenza di Bonaparte, era ora di mostrare all'Europa ci che la Francia
sapeva fare. Gi Berthier aveva detronizzato Pio VI a Roma e lo aveva inviato,
prigioniero, in Francia; gi il re di Sardegna era stato cacciato e le
repubbliche Cisalpina, Ligure e Batava erano state imbrigliate con catene di
ferro; gi la Svizzera era stata saccheggiata e gi Championnet si era gettato
su Napoli. Era il colmo. Il re di Napoli si era rivolto all'Austria: il
Congresso di Rastadt era lettera morta, la guerra poteva ricominciare e infatti
scoppiava nel dicembre 1798.
L'Austria, la Russia, la Germania e l'Inghilterra, visto lo stato di debolezza
della Francia, erano pronte a colpire tutte insieme. Improvvisamente, all'inizio
del 1799, i settantamila uomini della Repubblica si trovano a dover tenere un
fronte che va da Roma allo Zuyderzee contro trecentoventimila avversari i cui
capi sono l'Arciduca Carlo, in Germania, e Suvorov in Italia.
Da marzo a giugno le sconfitte si susseguono senza che gli uomini privi non di
coraggio, ma di viveri, scarpe, pentole, borracce, gamelle e medicine, ne
abbiano colpa... Jourdan  battuto a Stokach e deve riattraversare il Reno,
Scherer e Moreau sono sconfitti in Italia; la Lombardia, la Repubblica Cisalpina
e il Piemonte sono perduti. Le forze del Sud, sotto la minaccia di essere
tagliate fuori dalla Francia, devono evacuare Napoli e Roma; Macdonald salva ci
che resta del suo esercito a costo di gravi perdite. In breve, delle conquiste
di Bonaparte in Italia, resta solo Genova e anche le frontiere naturali sono
minacciate.
L'opposizione giacobina, nuovamente organizzata, fa sentire la sua voce forte e
alta. Chiede conto al Direttorio, che essa giustamente ritiene responsabile di
questa serie di disastri. Anche tra i soldati regna il malcontento contro un
governo che, su certi fronti, li ha condotti a un vero macello: manca soltanto
l'uomo capace di trascinarli. Le Assemblee tengono seduta in continuazione e
tutto ci che sanno fare  esporre in permanenza il libro della Costituzione su
un altare di foggia antica. I Cinquecento, vestiti di una toga rossa, pensano
soprattutto a parlare bene il latino, a fare belle frasi, periodi ridondanti di
reminiscenze greche o latine.
In meno di quattro anni hanno votato tremilaquattrocento leggi che sono per lo
pi eccezionali o di circostanza. Le ultime elezioni legislative non sono state
pi favorevoli al Direttorio delle precedenti, malgrado i favoritismi, i
millantati crediti e le falsificazioni solo un poco meno evidenti che a
Floreale.
In mezzo a questo marasma si verifica un caso nuovo: come successore di Reubell,
il cui mandato scade, gli Anziani eleggono Sieys, il politico intellettuale
che, come tutti sanno, vuole la revisione della Costituzione dell'Anno III ed 
molto pi intelligente dei suoi colleghi, i quali non si fanno illusioni. Per
Larevellire, Barras, Merlin e Treilhard l'elezione di Sieys  una vera
calamit. Lo detestano e l'odio  reciproco: sin dalle prime riunioni Sieys li
gela con i suoi silenzi e con il suo disprezzo. In seno alle Assemblee,
tuttavia, fra i corrotti e i profittatori si trovano anche uomini di valore che
non hanno lasciato il loro nome alla Storia: sono Boulay de la Meurthe,
Cornudet, Regnier, Fargues, Baudin e pochi altri che sentono che bisogna fare
qualcosa per raddrizzare la barra del timone, giacch  in gioco l'esistenza
stessa della nazione. Basterebbe che i nemici coalizzati approfittassero delle
vittorie ottenute in Italia e che attaccassero anche in Francia per far crollate
tutto. Su tali uomini conta Sieys per realizzare i suoi progetti; ma per
raggiungere il suo scopo egli deve dapprima liberarsi dei suoi colleghi per
sostituirli con uomini insignificanti che faranno quanto egli vorr.
Sar il colpo di Stato senza sangue di Pratile, il terzo in tre anni.
Come inizio l'ex-abate regicida cerca fra i Cinquecento un uomo ambizioso, pieno
di talento e che goda la fiducia dei colleghi; lo trova in Luciano Bonaparte, un
uomo che far molto parlare di s. Pi giovane di Napoleone di sei anni, nel
1799 Luciano ha solo ventiquattro anni. Modesto magazziniere al tempo di
Robespierre, ha approfittato, come tutta la famiglia, della gloria del fratello
per raggiungere la notoriet. Ora  deputato dei Cinquecento in seguito ad
un'elezione contestabile, se non contestata. Ha il gesto largo e la parola
facile; malgrado la sua giovane et esercita un'incontestabile influenza sui
colleghi:  proprio l'uomo che fa al caso di Sieys. Inoltre  anche saggio
allearsi al fratello di Bonaparte: il nome pu sempre servire.
Sieys non fa fatica ad incantare il giovane Luciano che scriver pi tardi: Io
lo frequentai assiduamente e nacque in me una profonda stima per lui, tanto che
speravo nella salvezza della Repubblica e nel suo miglioramento legislativo
futuro, se un simile uomo avesse potuto trascinare i suoi colleghi sulla sua
strada. Ma prima di trascinare i colleghi, Sieys deve sbarazzarsi di coloro che
non intendono seguirlo sulla sua strada.
Il 18 Pratile, 18 giugno 1799, in nome della Costituzione, per una volta
rispettata, le Assemblee votano l'annullamento della nomina di Treilhard che,
contrariamente alle regole, era stato eletto Direttore meno di un anno dopo
essere stato deputato. I suoi colleghi Larevellire e Merlin, consci che
toccher anche a loro, se egli se ne andr, lo supplicano di opporsi e gli
consigliano anche di servirsi della armi, ma Treilhard non  di quella tempra:
con le lacrime agli occhi firma le dimissioni, prende l'ombrello e torna a casa.
E uno! Per sostituirlo i Cinquecento avrebbero voluto Lefbvre, un generale, ma
gli Anziani, cui spetta l'ultima parola, pi saggiamente e pi moderatamente
eleggono Gohier, un avvocato onesto ma privo di personalit.
Restavano ancora Larevellire e Merlin. Barras che complotta per il ritorno
della monarchia, perch al momento questa  la parte che paga meglio, si 
alleato con Sieys e tenta prima la dolcezza, poi la persuasione, ma senza
risultato. Allora conta sulla forza, tanto da venire alle riunioni del
Direttorio con una sciabola, ma i due uomini non cedono.
Luciano Bonaparte interviene e convince i suoi colleghi dei Cinquecento a
rendere Larevellire e Merlin responsabili di tutto: delle sconfitte militari e
del marasma economico e finanziario.
Una commissione speciale di undici membri, di destra e di sinistra,  incaricata
di preparare la requisitoria. Tutti i mezzi sono buoni: gli uni supplicano i due
Direttori di lasciare il loro posto per il bene della Francia, gli altri li
minacciano con un'accusa di tradimento. Alcuni generali si fanno avanti e
offrono di usare la forza. Joubert, amico di Sieys, dichiara: Datemi l'ordine,
e quando lo vorrete sistemer tutto con venti granatieri. Bernadotte afferma:
Venti granatieri? sono troppi: bastano quattro soldati e un caporale per farli
sloggiare. Non sar necessario niente di tutto ci. Finalmente, preoccupati
anche per la loro vita, il 30 Pratile alle 17, Larevellire e Merlin rassegnano
le dimissioni. Il primo si ritira nella sua casa di campagna, l'altro scompare,
almeno per qualche tempo. Per la terza volta la Costituzione dell'Anno III 
violata.
Per sostituire i dimissionari, le Assemblee eleggono due uomini molto pi
insignificanti di Gohier. Sono Roger Ducos, ex-giudice di pace a Dax che rester
sempre all'ombra di Sieys, e Moulins, un generale completamente sconosciuto.
Il Direttorio  di nuovo al completo: del vecchio gruppo resta solo Barras, che
 isolato. Sieys diventa il vero padrone. A Fruttidoro e a Floreale il potere
esecutivo aveva sconfitto il potere legislativo. A Pratile succede il contrario
sotto le pressioni di Sieys e con il silenzioso aiuto di Barras. In realt,
per, si colpisce il sistema, gi indebolito dai precedenti colpi di Stato. Ora
 moribondo e i due Direttori al potere e la maggior parte dei parlamentari sono
ben decisi a finirlo: naturalmente a loro vantaggio.
La prima preoccupazione del nuovo Direttorio  di criticare il precedente per
mostrare che ora le cose cambieranno. Viene inviato un messaggio ai Cinquecento:
E' vero che un sistema fatale e una cieca prevenzione avevano escluso dai posti
di comando gli uomini pi adatti a ricoprirli per mantenere la nazione
all'altezza del suo destino, ma, con l'energia, tutto sar salvato.
Le Assemblee promettono al Direttorio di fare ogni cosa per ristabilire la
situazione, ma queste promesse sono frutto di un calcolo. I Giacobini credono
che Sieys e Barras preparino il ritorno della monarchia e, giacch sono pi
forti della destra, chiedono un'epurazione pi severa. Accusano gli ex-direttori
di aver cospirato contro la Repubblica e soprattutto di aver deportato nei
deserti d'Arabia quarantamila uomini che formavano il fiore dei nostri eserciti,
il generale Bonaparte e la parte migliore del mondo della nostra cultura.
Lo scopo di questo attacco  evidente: si tratta di mettere Barras in
difficolt, rendendolo responsabile della spedizione in Egitto, che non  sempre
stata una marcia trionfale. Tutto era cominciato bene: sei settimane dopo la
partenza da Tolone, la flotta era riuscita ad evitare la squadra inglese ed era
in vista di Alessandria. Il 1 luglio, in due ore, i tremila uomini di Klber
avevano battuto la guarnigione turca, facendo a meno della dichiarazione di
guerra. Il 10, prima sorpresa: l'appello alla rivolta lanciato da Bonaparte
contro il potere dei Mamelucchi e del governo turco, che in teoria  il padrone
del paese, non viene raccolto. Al contrario sono i cavalieri mamelucchi che
attaccano, e i francesi faticano a respingerli fino alle Piramidi, il 21 luglio.
Tre giorni pi tardi Bonaparte entra al Cairo e pu credere di aver vinto la
partita, ma le cose andranno diversamente.
Il capo della flotta, ammiraglio Brueys, aveva lasciato i suoi vascelli
all'ancora ad Abukir invece di metterli al sicuro nella rada di Alessandria.
Il 1 aprile, l'ammiraglio Nelson si presentava davanti a loro e riusciva,
aggirandoli, a prenderli tra due fuochi. In poche ore tutte le navi francesi, ad
eccezione di due, erano colate a picco. Il corpo di spedizione era bloccato in
Egitto senza possibilit di ripartire n di ricevere rinforzi: Bonaparte era
prigioniero della propria conquista. Un testimone scriver, poi, che egli aveva
ricevuto la notizia del disastro con calma. Soltanto un'espressione di tristezza
era comparsa sul suo viso, ma egli si era subito ripreso.
Dal momento che un ritorno in Francia era per molto tempo impossibile, bisognava
stabilirsi in Egitto, costruire, fondare un impero alla francese ed estenderlo
al massimo, fare di questo paese una provincia pari alla Bretagna e alla
Piccardia. Con questa previsione si era dedicato, malgrado la sconfitta o grazie
ad essa, all'amministrazione e alla conquista del paese, sempre che i Turchi
fossero d'accordo. Aveva avuto l'abilit di mostrare alle popolazioni che il
Cristianesimo veniva nell'Islam, come alleato, non come conquistatore. I
granatieri di Turenna e di Provenza erano alquanto sorpresi di dover
partecipare, insieme con i loro ufficiali, a cerimonie del culto musulmano.
Contemporaneamente Bonaparte aveva aperto l'Istituto del Cairo, che doveva
creare una scienza nuova, l'egittologia, in quanto era indispensabile utilizzare
la schiera di studiosi portati dalla Francia. Per tenere la truppa occupata
quando non combatteva, per allontanare la nostalgia, Bonaparte aveva autorizzato
i soldati ad approfittare di tutte le occasioni, purch non venisse turbato
l'ordine pubblico. Inoltre bisognava preparare nuove conquiste, essere sempre
pronti a combattere.
Sul piano politico, Bonaparte aveva scritto a Talleyrand per convincerlo a
negoziare con i Turchi e ad andare personalmente a Costantinopoli, ma il
Ministro degli Affari Esteri si era tirato indietro perch non vedeva l'utilit
di tali negoziati in un momento in cui, in Francia, si verificavano avvenimenti
tanto gravi. Al momento Bonaparte si era risentito, poi aveva capito che
Talleyrand aveva avuto ragione.
I mesi erano passati e i Turchi, con l'aiuto degli Inglesi, progettavano di
scacciare l'invasore inviando in Egitto due eserciti, uno dei quali doveva
attaccare dalla Siria. Fedele alla sua tattica, Bonaparte aveva deciso di
attaccare per primo ed era andato in Siria, ma dopo alcune facili vittorie
l'esercito, gi decimato dalla peste, dal deserto e dalla sete, era crollato
davanti a San Giovanni d'Acri. Bonaparte non aveva insistito ed era ritornato al
Cairo appena in tempo. Un altro esercito turco era sbarcato ad Abukir. Il 23
luglio, Lannes aveva compiuto un attacco cos fulmineo che il Pasci Mustaf era
stato catturato nella sua tenda. In poche ore ventimila Turchi erano stati
circondati, massacrati, gettati in mare. All'arrivo di Klber e dei suoi uomini
tutto era finito, e la leggenda vuole che egli abbia abbracciato Bonaparte
dicendogli: a Generale, siete grande come il mondo!
Abukir, che l'anno prima era stata un disastro, diveniva improvvisamente
sinonimo di gloria e la sconfitta siriana era dimenticata. Bonaparte regnava
senza contrasti sull'Egitto, ma a Parigi nessuno lo sapeva. Le notizie
impiegavano parecchie settimane a giungere nella capitale, ed  questa la
ragione per cui, al momento in cui Bonaparte e i suoi generali si coprivano di
gloria, i Giacobini credevano di poter accusare il Direttorio, e soprattutto
Barras, di aver inviato in Arabia quarantamila uomini destinati alla morte. Del
resto si sussurrava anche che Bonaparte fosse stato ucciso e che Talleyrand, una
volta tanto male informato, di fronte all'accusa di essere responsabile di
quella lontana campagna avesse preferito dimettersi. Anche Bonaparte, nel luglio
del 1799, ignora gli ultimi avvenimenti di Parigi. Bisogna sempre tenere
presenti la lontananza ed il ritardo con cui la notizie del Cairo giungevano
nella capitale per capire le reazioni delle due parti.
Dopo il colpo di Stato di Pratile, i due elementi chiave della politica sono
Sieys al Direttorio e i Giacobini in Parlamento. Il primo sospetta che i
Giacobini vogliano fare un'altra rivoluzione, i secondi che Sieys voglia
ristabilire la monarchia e tutti sono nel giusto. Sieys riorganizza dapprima il
governo e come garanzia affida a un Giacobino, il generale Bernadotte, il
Ministero della Guerra, ma continua a cercare il sovrano che potrebbe regnare in
Francia. Pensa a Luigi XVIII o al Duca di Brunswick, lo stesso che, nel 1792,
aveva promesso ai Parigini di mettere la loro citt a ferro e a fuoco se
avessero osato toccare il re, ma cerca anche l'uomo, la spada su cui contare se
fosse necessario ricorrere alla forza e crede di averlo trovato nel generale
Joubert. Trentenne, valoroso soldato, imparentato con l'aristocrazia per mezzo
della moglie, Joubert  appena stato nominato comandante dell'Armata d'Italia
con l'incarico di battere Suvorov e di prendere cos nella leggenda popolare,
che vuole sempre avere degli eroi, il posto di Bonaparte. Se le cose si mettono
male a Parigi, pensa Sieys, richiamo Joubert che distrugge i Giacobini, sciolgo
le Assemblee e impongo la riforma costituzionale. Con un anticipo di quattro
mesi,  pressappoco il piano di Brumaio; si tratta solo di cambiare il nome del
generale. Ma non si  ancora a quel punto, anche se i Giacobini non ignorano le
ambizioni di Sieys. Hanno anch'essi i loro sostenitori fra i generali, e
Bernadotte  il pi importante, ma soprattutto contano su una rivolta popolare
in caso di necessit.
Sotto il nome di a Societ degli amici dell'Uguaglianza e della Libert, essi
ricostituiscono il loro celebre Club, donde sono partite tutte le grandi
correnti della Rivoluzione e si insediano nella Sala del Maneggio, uno dei
luoghi sacri della Rivoluzione, dove si sono riunite la Costituente, la
Legislativa e la Convenzione. Quanti uomini illustri sono venuti in quella Sala,
vi hanno pronunciato discorsi storici e l'hanno lasciata per la Conciergerie, il
tribunale rivoluzionario e la ghigliottina!
Ben presto il Club dei Giacobini del 1799 ritrova la tradizione dei suoi grandi
predecessori:  un focolaio di insurrezione, un crogiolo in cui la parola
Rivoluzione si scrive di nuovo con la maiuscola e si pronuncia con rispetto o
collera.
La storia non si ripete mai allo stesso modo; i Giacobini si spingono troppo in
l e incutono paura. I Parigini non hanno dimenticato il Terrore e i borghesi
usciti dalla Rivoluzione si organizzano in gruppi di difesa. Agli agitatori
giacobini che gridano: Viva la Rivoluzione! essi rispondono: Abbasso la
ghigliottina! cio: Viva il re!
Sieys pu essere contento, si sta verificando quello che egli desiderava: i
Giacobini, con i loro eccessi si condannano da soli. In nome dell'ordine
pubblico hanno dovuto trasferire la sede del loro Club dal Maneggio alla Rue du
Bac, dove  anche meno evidente. Il 10 agosto celebrano l'anniversario della
presa delle Tuileries con dimostrazioni tali che Sieys e Barras, ancora
solidali, ritengono, questa volta, di dovere far tacere gli agitatori. Cercano
un uomo all'altezza del compito. Talleyrand, da loro consultato, dice: Non vi 
che un Giacobino che possa combattere i Giacobini, attaccarli e sconfiggerli e,
sempre pronto, suggerisce il nome di un uomo che ricompare sulla scena politica
per non lasciarla pi: Giuseppe Fouch.
Nel 1799 Fouch ha quarant'anni e un passato movimentato. L'allievo pio e
studioso dei Padri dell'Oratorio, il modesto professore di lettere si  fatto,
durante la Rivoluzione, un nome che non si pu pronunciare senza un fremito
d'orrore. Con lui ritorna il Terrore, ritornano i massacri di Nantes dove la
Loira trasportava i cadaveri, di Lione dove ha fatto fucilare tremila uomini per
ordine di Robespierre prima di suggerire a Barras, a Termidoro, di sbarazzarsi
dello stesso Robespierre per salvare se stesso.
Ma anch'egli era caduto in disgrazia, tanto da dover cercare un lavoro qualunque
per non morire di fame. Della passata grandezza gli restava solo l'amicizia di
Barras, ma era un'amicizia interessata: il Direttore si serviva di lui per
miseri lavori di spionaggio. In quel momento Fouch aveva rivelato la sua vera
natura, le sue vere tendenze che dovevano fare di lui un Ministro di Polizia
temuto e temibile sotto diversi regimi. Era in missione all'Aia quando aveva
saputo che il Direttorio aveva bisogno di lui. Era saltato su una diligenza ed
era ritornato in fretta a Parigi, per essere subito nominato Ministro di
Polizia, ben deciso a farsi una posizione.
Sospettoso, con gli occhi sfuggenti sotto le palpebre sempre semichiuse, dal
viso malaticcio, dotato di un'intelligenza superiore al servizio di un continuo
opportunismo e totalmente privo di scrupoli, Fouch era la personificazione
dell'arrivista sempre pronto a servire quelli che potevano essergli utili, ma
pronto anche a tradirli alla prima occasione. In un periodo di generale
diffidenza era proprio l'uomo adatto ai pi bassi servizi di polizia.
Poche settimane gli bastavano per formare, grazie ad agenti semplici, doppi o
tripli, una rete di informazioni eccellente. Era stato Giacobino sfrenato, ma
gli era bastato poco per rendersi conto che quel tempo era passato; e giacch
doveva dare garanzie ai suoi nuovi padroni, liberarsi dell'accusa di terrorista
che gli era rimasta addosso, non faceva nessuna difficolt per colpire i suoi
vecchi amici. Bisognava solo trovare il modo e per questo il Direttorio si
basava sulla sua predisposizione all'intrigo e sul suo cinismo.
Fouch pensa dapprima di agire legalmente chiedendo ai Cinquecento di prendere
provvedimenti affinch le societ non siano un pericolo per l'ordine pubblico. I
Cinquecento rifiutano di seguirlo, ma ci non importa: Fouch decide di passare
direttamente all'azione. La sera del 14 agosto, 27 Termidoro, si presenta in Rue
du Bac come semplice commissario di polizia ed  acclamato dai Giacobini che lo
credono uno di loro. Ma Fouch, con tutta tranquillit, si alza, annuncia loro
che il Club  sciolto e che i membri hanno tutto l'interesse di rientrare
immediatamente nelle loro abitazioni se non vogliono essere arrestati. I
Giacobini stupefatti lasciano la sala in silenzio; Fouch stesso chiude la porta
del Club e porta via le chiavi. Sieys ha vinto la prima partita grazie a
Fouch, ma la sua posizione nelle Assemblee  sempre fragile, tanto che i suoi
avversari in seno ai Cinquecento hanno chiesto il suo allontanamento. Per
vincerli Sieys ha un asso nella manica: Joubert.
Aspetta di giorno in giorno l'annuncio che il giovane generale ha distrutto
l'avversario, ma gli giunge invece la notizia di una catastrofe: Joubert  stato
ucciso in Italia, nella battaglia di Novi. Il complotto monarchico  divenuto
impossibile: Siamo perduti, confida Sieys ad un amico. In realt  il regime
che  perduto e colui che lo perder definitivamente,  in viaggio:  Bonaparte.
Dopo quattordici mesi di guerra Bonaparte  un uomo stanco e deluso. Senza
dubbio pensava che le cose sarebbero andate meglio e pi in fretta; invece ha
perso in battaglia una buona met del corpo di spedizione e ora teme di doverne
render conto al suo ritorno, giacch non ha mai goduto la fama di preoccuparsi
della vita dei suoi uomini.
Il generale  preoccupato; l'uomo, il marito non ha pi illusioni. Da Luciano e
dall'altro fratello Giuseppe ha avuto notizie di Giuseppina: non ignora niente
delle sue scappatelle, delle sue avventure di cui tutta Parigi parla e ride.
Scrive a Giuseppe: Ho molti dispiaceri familiari poich il velo  completamente
strappato; la natura umana mi disgusta. Ho bisogno di solitudine e di
isolamento. La grandiosit mi d noia, il sentimento  inaridito, la gloria non
ha sapore. A ventinove anni ho esaurito tutto e non mi rimane che diventare
apertamente egoista.
Nel frattempo, dopo la vittoria di Abukir, Bonaparte viene a sapere tutto ci
che succede a Parigi: il colpo di Stato di Pratile, le disfatte militari, la
pressione giacobina. Il negoziatore inglese incaricato dai Turchi di trattare lo
scambio dei prigionieri gli ha fatto portare i giornali con le ultime notizie di
Francia: Miserabili! esclama Bonaparte. E' mai possibile? Povera Francia, che
cosa hanno fatto...
Da parecchie settimane progettava di rientrare; ora decide la partenza
bruscamente, senza chiedere niente a nessuno e tanto meno al Direttorio: forse
sente che  venuto il suo momento.
Ma come fare? Impossibile imbarcare di nuovo l'esercito. Prima di tutto non ci
sono navi, poi sarebbe come rinunciare a tutti i vantaggi che la campagna
d'Egitto ha portato alla Francia. Esiste una sola soluzione: affidare l'esercito
a un sostituto e tentare il tutto per tutto, tentare cio di passare su una
fregata in mezzo alla flotta inglese e... vada come vuole!
L'ammiraglio Ganteaume ha solo due fregate in grado di tenere il mare ed
eventualmente di combattere ed esse serviranno allo scopo. Bonaparte si confida
esclusivamente con il fedele Marmont che si  appena coperto di gloria. Fa
annunciare la sua partenza per un giro d'ispezione sul Nilo. Il 22 agosto scrive
un affrettato messaggio a Klber per affidargli il comando, spiegandogli che a
soltanto l'interesse della patria, la sua gloria, l'obbedienza (sic!), gli
avvenimenti straordinari appena successi lo decidono a passare in mezzo alle
squadre nemiche per andare in Europa... Vi  una parola di incoraggiamento: I
vostri successi mi staranno a cuore quanto i miei. Vi  anche un consiglio: Se
nel prossimo mese di maggio non avrete ricevuto alcuna notizia, alcun aiuto
dalla Francia, se la peste uccidesse pi di millecinquecento uomini, siete
autorizzato a firmare la pace con la Porta Ottomana, anche se doveste evacuare
l'Egitto.
Quando Klber ricever questo strano passaggio di consegne, rester fuori di s
per parecchi giorni, ma sar ormai troppo tardi: il mattino del 23 agosto la
Maliron e la Carrre levano l'ancora. Bonaparte ha con s un piccolo gruppo di
fedelissimi: Murat, Berthier, Lannes, Marmont, Duroc e alcuni Mamelucchi che si
erano uniti a lui. Il viaggio durer quarantun giorni, sei settimane in cui
Bonaparte continuer a temere di essere catturato dagli Inglesi che, a loro
volta, non si perdoneranno mai di esserselo lasciato sfuggire. Dovranno
aspettare sedici anni e la terraferma perch Wellington vendichi Nelson a
Waterloo. Quando Bonaparte sbarca ad Aiaccio il 1 ottobre, egli ignora tutto
ci che  accaduto in Francia negli ultimi tre mesi, durante i quali la
situazione si  aggravata.
Fouch, dopo aver chiuso il Club dei Giacobini, pensa che bisogna anche
imbavagliare la destra e ottiene dal Direttorio l'interdizione dei giornali
contro-rivoluzionari con il pretesto di una grande e atroce congiura contro la
Repubblica. I Cinquecento, di destra o di sinistra, rinfacciano questo pretesto
al Direttorio. Il deputato Briot dalla tribuna proclama: Voi prendete misure
eccezionali in nome di un preteso complotto, ma chi ci dice che non sia il
Direttorio a preparare un complotto a suo vantaggio? Si vuole ridurre al
silenzio la rappresentanza nazionale. Non  che il preludio ad un nuovo
contrasto fra le Assemblee e il governo, ma il vincitore non sar nessuno degli
uomini in esso coinvolti, bens l'uomo che, in quel momento, costeggia l'Africa
per sfuggire agli Inglesi.
Il loro Club  chiuso, la loro stampa  ridotta al silenzio e i Giacobini
gridano alla dittatura. Il loro asso nella manica  Bernadotte, Ministro della
Guerra; il capo dei Giacobini, Jourdan, cerca di convincerlo ad arrestare Sieys
e Barras, ma Bernadotte  molto pi pronto a parlare che ad agire e, sebbene
abbia una gran voglia di occupare il primo posto, non osa e si rifiuta.
I Giacobini tentano allora presso i Cinquecento. Il 27 Fruttidoro, 13 settembre,
Jourdan sale alla tribuna e, nello stile caro agli oratori dell'epoca, proclama:
I pericoli della patria sono tali e tanti che un rappresentante del popolo
sarebbe gravemente colpevole se tacesse i mali presenti e quelli futuri. Io
lacerer il drappo funebre che copre i repubblicani e strapper il bavaglio che
si tenta invano di mettere loro per soffocare i loro pianti... e propone ai
colleghi sbalorditi di proclamare la patria in pericolo.
Sembra di essere tornati indietro di sette anni: la patria in pericolo significa
1792, la porta aperta a tutti gli eccessi, i provvedimenti eccezionali. Molti
dei Cinquecento, con rimorso o con rimpianto, ricordano che ci aveva permesso
di rovesciare il trono. Dopo un primo istante di stupore, tumulti fra i
Giacobini e i loro avversari scoppiano un po' dovunque nell'emiciclo: le toghe
sono lacerate, la tribuna  presa d'assalto, tutti gridano, dieci oratori,
vogliono parlare contemporaneamente. Finalmente un uomo riesce a farsi capire:
Luciano Bonaparte. La cosa  d'importanza rilevante perch, qualche settimana
pi tardi, sar ancora lui che tenter di calmare i Cinquecento scatenati contro
suo fratello. Luciano Bonaparte si oppone alla proposta di Jourdan e suggerisce,
invece, di dare al Direttorio i pieni poteri per fronteggiare la situazione.
Preso tra due fuochi, il presidente aggiorna la seduta; il Direttorio l'ha
scampata bella.
Bernadotte rassegna spontaneamente le dimissioni: a trentasei anni pu pensare
che la sua carriera politico-militare sia terminata. L'indomani, all'ora del
voto, i Giacobini raccolgono alcune centinaia di uomini e di donne dei sobborghi
per fare pressione sull'Assemblea; mancano, per, lo slancio e la forza della
convinzione e Fouch ha preso tutte le precauzioni. Finalmente dopo un lungo e
incoerente dibattito, i Giacobini accettano che la loro proposta sia votata per
appello nominale, anzich per alzata di mano, che avrebbe permesso ogni sorta di
trucchi. La proposta  respinta con 248 voti contrari e 172 favorevoli: i
Giacobini sono sconfitti.
Sieys pu tirare un respiro di sollievo: non sospetta che, eliminando
Bernadotte, avversario oggi, probabile alleato in futuro, si  privato del solo
uomo che, dall'interno, data la sua posizione, avrebbe potuto ostacolare
Bonaparte nella sua marcia verso il potere.
In ogni modo il Governo e il Parlamento hanno perso ogni credito agli occhi dei
Francesi. Qualche giorno pi tardi, Sieys riunisce in casa sua, in grande
segreto, alcuni amici sicuri per esporre loro le sue idee costituzionali:
elezione di tre consoli per dieci anni, di un senato nominato a vita e
instaurazione di un suffragio universale a pi gradi.
Il popolo, forse, avrebbe preferito pi pane e meno briganti sulle strade... Ma,
ancora una volta, si cerca di tenerlo tranquillo con le vittorie militari,
perch in questo campo le cose vanno meglio. Massena ha distrutto un'armata
russa presso Zurigo e Suvorov rinuncia alla riconquista dell'Italia; qualche
giorno dopo, Brune ha approfittato delle discordie interne delle nazioni
coalizzate per sconfiggerle a Bergen e ha continuato la sua avanzata in Olanda.
I due settori principali del fronte sono sbloccati: da quella parte almeno, si
pu tirare il fiato.
Tuttavia le battaglie vinte non bastano a sostenere un regime moribondo e i bei
progetti costituzionali di Sieys resteranno in un cassetto. L'uomo forte del
Direttorio li espone il 29 settembre 1799... Due giorni dopo, Bonaparte sbarca
ad Aiaccio, indubbiamente contento di essere a casa, ma anche molto preoccupato
per aver abbandonato il suo esercito nel mezzo di una campagna. Tutto dipende da
ci che trover: il potere e la gloria oppure la prigione e forse anche il
plotone d'esecuzione per diserzione. In ogni caso egli non sospetta neppure
minimamente che non torner mai pi nella casa natale in cui ora riposa.
I Cinquecento stanno per lanciarsi di nuovo in discussioni interminabili quando
apprendono, il 5 ottobre, la notizia della vittoria di Abukir.
E' un'esplosione di gioia: la banda suona, gli spettatori applaudono e i
deputati in piedi gridano Viva la Repubblica! come se quella battaglia vinta a
un migliaio di chilometri, potesse di colpo risolvere tutti i problemi. Il
giorno seguente, Bonaparte si dirige verso Frjus dove arriva dopo aver evitato,
di stretta misura, una salva di artiglieria sparata dalla costa dove hanno preso
le due fregate per navi inglesi. Ha fretta di arrivare a Parigi... Dai giornali
apprende ora gli ultimi avvenimenti, e agli intimi confida con rabbia: Non
arriver mai in tempo!
La sera del 12 ottobre, 21 Vendemmiaio, si diffonde a Parigi la voce che
Bonaparte sarebbe in cammino... e i Parigini manifestano, prima l'incredulit,
poi lo stupore e infine una segreta contentezza. L'indomani un messaggio del
Direttorio d la conferma ufficiale dell'incredibile notizia. Giuseppina
l'apprende durante un pranzo a casa di Gohier, il presidente del Direttorio in
carica e ne  spaventata. Sa che i due cognati Luciano e Giuseppe, che la
detestano, hanno sempre informato Bonaparte della sua condotta e teme che egli
la ripudii.
Sieys, sempre alla ricerca di una spada per il suo colpo di Stato, riceve nel
suo ufficio il deputato Baudin e il generale Moreau. Moreau legge il messaggio
ufficiale e dice a Sieys: Ecco l'uomo che far il vostro colpo di Stato molto
meglio di me. Baudin  talmente contento che non riesce a parlare; morir il
giorno dopo: di gioia, si dice.
Sieys dice a Luciano Bonaparte: E' troppo tardi... Gohier  contrariato da ci
che egli considera una diserzione. Barras  sconcertato e vorrebbe far
dichiarare il generale fuori legge, ma cambier ben presto opinione.
Ducos e Moulin parlano come coloro che li hanno preposti a quella carica, ma ci
che li colpisce e li preoccupa di pi  che Bonaparte non abbia rispettato la
quarantena e che possa, perci, essere un portatore di peste!
Le Assemblee dimenticano tutti i loro contrasti; il modo in cui Bonaparte
rientra non ha importanza: l'essenziale  che egli sia l. Credono infatti che
egli soltanto sapr difenderle e sostenerle contro il Direttorio.
Nelle strade di Parigi avvengono manifestazioni di entusiasmo che rasentano
talvolta il delirio: si diffonde la notizia, ci si abbraccia, si grida, si
sfila... le bande dei reggimenti della guarnigione percorrono le strade e
migliaia di uomini e donne le seguono passo passo! Un testimone racconta: Si
brinda a questo ritorno anche nelle osterie, gli occhi si inumidiscono, le mani
si cercano e si stringono;  uno slancio del cuore, una gioia dell'anima...
La Francia sembra uscire da un lungo letargo e il delirio si propaga da Sud a
Nord come un'ondata, di citt in citt, ovunque Bonaparte si fermi. Ovunque 
accolto come un eroe: per coloro che lo acclamano, con lui passano Arcole,
Rivoli, le Piramidi, Abukir... Altri generali, Brune, Massena hanno ottenuto
delle vittorie, ma Bonaparte ne ha ottenute tante altre. San Giovanni d'Acri e
l'altra Abukir sono dimenticate. Perch tanto entusiasmo? Perch, secondo un
cronista dell'epoca, i francesi si sono accorti di aver bisogno di un uomo. Non
accolgono Bonaparte come salvatore, ma come generale che ha saputo tenere alta
la bandiera francese tanto screditata. Ignorano chi fossero Cromwell o Cesare;
per loro la frase dittatura personale non ha alcun significato. Sentono che il
regime attuale  cattivo, ma gli uni lo accettano per stanchezza, gli altri non
vedono nessuna altra soluzione che il ritorno di un re. Non si dimenticano tanto
facilmente otto secoli di monarchia!
Le uniche due persone che non dicono niente, ma pensano che questa volta gli
avvenimenti stanno per precipitare, sono Talleyrand e Fouch. Sono ancora
incerti giacch, anche se pensano che quel piccolo generale ha delle ambizioni,
non sanno ancora se riuscir a diventare il padrone. D'altra parte, durante la
sua marcia gloriosa dalla Costa a Parigi, Bonaparte non ha mai fatto alcuna
allusione a ci che potrebbe fare. Ha ascoltato gli elogi e i ditirambi, ma ha
risposto solo con frasi vaghe e gi pronte.
Il 16 ottobre, 24 Vendemmiaio Anno VIII, senza fasto, senza scorta, quasi di
nascosto, Bonaparte arriva a casa sua, in Rue de la Victoire, dove l'attende,
sola, sua madre Letizia. Giuseppina non c'; per cercare di farsi perdonare pi
in fretta ha voluto andare incontro al suo signore e padrone, ma ha seguito la
strada del Borbonese, mentre egli, nella sua fretta di arrivare, veniva a spron
battuto attraverso il centro. Eccolo solo, o quasi. Ha tutta la giornata per
riflettere; poco importano ora gli affari di Stato: quello che conta  quella
donna che egli ha tanto amato, che ama ancora e che lo ha cos ingannato. Non
pu neanche cambiarsi d'abito perch alcuni briganti hanno rubato i suoi bagagli
sulla strada di Aix-en-Provence, e ci d un'idea delle strade in quell'ottobre
1799.
Finalmente in serata si decide ad andare a far visita al Direttore Gohier:  una
semplice visita di cortesia. Vuole anche giustificare il suo precipitoso
ritorno: Le notizie giunte in Egitto erano talmente allarmanti che non ho
esitato a lasciare il mio esercito per condividere i vostri pericoli. Gohier lo
rassicura: non c'era bisogno di lui per sistemare la situazione, si 
preoccupato per niente. L'indomani, davanti ai Direttori riuniti, Bonaparte
ripete quello che ha gi detto a Gohier e, per rassicurarli, mostrando loro la
spada aggiunge: Cittadini Direttori, giuro che essa non si stancher mai di
difendere la Repubblica e il suo governo.
I Direttori fingono di essere convinti, ma in realt non sanno da che parte
prendere quell'uomo che li intimidisce. Erano pronti a condannarlo e avrebbero
dovuto farlo immediatamente, ma non hanno saputo o non hanno osato: ora  troppo
tardi.
Bonaparte che temeva questo confronto, ne esce rafforzato. Alti dignitari,
ministri, parlamentari si affollano davanti alla sua porta per essere ricevuti.
Che cosa si sa? All'esterno, sostano i curiosi e spiano chi va e chi viene: 
come essere a teatro. Infine, il 18 ottobre, compare Giuseppina. Ancora coperta
della polvere del viaggio, sale di corsa le scale per gettarsi nelle braccia del
suo generale, ma la porta della camera  chiusa. Giuseppina bussa, piange,
supplica, chiede perdono, ma invano. Chiede aiuto ai suoi figli, Ortensia ed
Eugenio, che prendono le difese della madre. Tutti e tre in ginocchio, gemono e
implorano davanti alla porta chiusa. Finalmente, dopo alcune ore, Bonaparte
cede; Giuseppina si precipita nelle sue braccia, Bonaparte si intenerisce... Gli
affari di Stato possono aspettare il mattino.
E' certo che egli ha perdonato perch ama sempre Giuseppina, ma si pu pensare
che abbia agito anche per calcolo. Sogna di sostenere un ruolo politico di primo
piano e non vuole rovinare i suoi progetti con uno scandalo privato. Giuseppina
pu essergli utile: conosce i personaggi pi influenti di Parigi,  al corrente
di tutti gli intrighi; con il suo fascino e la sua grazia ella pu legare alla
sua causa i pi reticenti, sopire le diffidenze, fare da intermediaria,
evitargli passi falsi, giacch egli non sa come comportarsi in un salotto. La
conclusione  che rester sua moglie perch pu essere una socia, o meglio una
complice. Non si fa della politica con i buoni sentimenti, ma i sentimenti
talvolta possono essere utili in politica.
Per Giuseppina  pi di quanto abbia mai sperato e non tarder ad accorgersi di
aver fatto, a sua volta, un buon affare; sogna gi di essere la prima dama di
Francia.
Ora tutti i personaggi sono al loro posto per la partita. Ci sono i Direttori
con le loro ambizioni e i loro intrighi, i parlamentari con le loro chimere e i
loro litigi; ci sono Talleyrand e Fouch pronti, l'uno, con la sua intelligenza
e il suo intuito a tirare tutti i fili, l'altro con le sue spie e i suoi agenti,
a volare verso la vittoria. Ci sono Barras, che vede avvicinarsi la tempesta con
la certezza di essere ancora una volta, al riparo e Luciano Bonaparte la cui
giovinezza  pari all'ambizione e che pensa pi alla propria gloria che a quella
del fratello. Ci sono i Giacobini che non hanno rinunciato, i generali, tutti un
po' gelosi del loro collega e ci sono le donne: Giuseppina la pentita, Madame de
Stael la ninfa Egeria, Desire Clary moglie di Bernadotte, l'ingenua, e tutte le
sorelle Bonaparte, cos sensibili al fascino dell'uniforme. E infine c' l'eroe
in persona, discreto, misterioso e nello stesso tempo imperioso, che pu tanto
scomparire al primo atto quanto portare a termine lo spettacolo da solo.
Tutto  a posto: si pu alzare il sipario. Ogni attore conosce la propria parte
ed  pronto anche a recitare a soggetto, se sar necessario.
Il primo atto di Bonaparte  di prendere contatto con i principali personaggi
del dramma: deve conoscere quelli che sono con lui e quelli che sono contro di
lui. In quella fine di ottobre 1799,  lui che ha meno potere proprio per la sua
ignoranza dell'intrigo. Per battersi user la stessa tattica che usa sui campi
di battaglia: se l'attacco frontale fallisce e l'avversario resiste, tentare di
rompere le linee nemiche, di isolarle dalle retroguardie, di separarle dai loro
alleati e di portare attacchi violenti, uno dopo l'altro, oppure cessare la
lotta e ritirarsi.
Bonaparte si d alle consultazioni e ai ricevimenti: il suo salotto di Rue de la
Victoire sembra l'anticamera di un dentista. Spesso il generale sostiene la
conversazione con due persone nello stesso tempo: con un ministro in una stanza,
con un generale in un'altra. Va dall'uno all'altro e si d da fare affinch i
due uomini, che si detestano, ignorino la presenza l'uno dell'altro.
Questi intrighi divertono moltissimo Bonaparte che, in base a una parola,
giudica, decide, valuta... Questo potrebbe servirmi; quello non si muover,
quell'altro ancora bisogner renderlo inoffensivo. Giuseppina svolazza qua e l
come una farfalla: presiede un pranzo o una serata con grazia, eleganza e
disinvoltura, civetta con Gohier, pazzamente innamorato di lei, ascolta tutto
ci che si dice in giro... non capisce sempre tutto, ma riferisce tutto
fedelmente. Bonaparte pesa accuratamente quanto gli viene riferito e fa
un'accurata selezione. Appoggiato al camino, con le mani dietro la schiena sotto
la redingote, ascolta e osserva. Improvvisamente si unisce ad un gruppo, si
rivolge alla persona che lo interessa, la isola e la trascina vicino ad una
finestra iniziando una conversazione misteriosa e importante. In quest'attivit
Bonaparte ha parecchi appoggi: il fratello Luciano, che finalmente preferisce
occupare un brillante secondo posto e che si incarica dei parlamentari moderati,
esitanti, deboli che potrebbero essere utili; i membri dell'Istituto, molto
grati a questo giovane che ha portato la loro nobile societ in Egitto;
Giuseppe, l'altro fratello, uomo di mondo, eloquente, affascinante, il cui
palazzo  uno dei punti d'incontro dell'alta societ parigina; amici come
Roederer, Regnault, Ral e altri ancora, senza i quali Brumaio sarebbe stato
inconcepibile.
L'offensiva  lanciata su tutti i fronti contemporaneamente. Da perfetto
stratega quale egli , Bonaparte si accorge subito che Governo e Assemblee sono
assai screditati presso l'opinione pubblica, e che nessun Parigino muover un
dito per difenderli. In seguito si convince che gli appoggi non gli mancheranno
e che verranno da ogni parte, dato il malcontento generale.
Contrariamente a quanto si crede, Bonaparte non  tornato a Parigi per
impadronirsi del potere ed essere il padrone: questa idea gli verr col passare
del tempo, facendo il conto degli elementi a lui favorevoli. Solo dopo averli
valutati, si  deciso a precipitare le cose sempre con l'idea di non fare uso
della forza. Ne far tuttavia uso, perch anche il colpo di Stato meglio
preparato si trova a dover affrontare difficolt impreviste e imprevedibili.
Vediamo quindi come Bonaparte si comporta con i principali personaggi del regime
e come si destreggia tra la destra e la sinistra che, nelle Assemblee, pensano
solo al potere e si illudono che egli le aiuter a conquistarlo.
Sieys  la parte pi difficile perch, senza di lui, Bonaparte non pu fare
nulla: deve quindi farlo entrare nel suo gioco o eliminarlo. Ora, l'uomo forte
del Direttorio vuole un cambiamento, purch sia a suo vantaggio, e Bonaparte
incarica Luciano, che agisce da intermediario, di esprimere a Sieys, per
adularlo, l'approvazione, sia pure in termini generali, del suo progetto
costituzionale. Teme inoltre di compromettersi apertamente, in quanto Sieys 
bollato per le sue idee monarchiche. All'inizio i due uomini stanno alla larga e
si vedono soltanto in pubblico: ciascuno aspetta che l'altro faccia il primo
passo.
Il 22 ottobre, Gohier in buona fede ha invitato a una serata sia Bonaparte che
Sieys. Il pranzo si svolge in un'atmosfera glaciale, e Bonaparte finge di
ignorare la presenza di Sieys, che se ne va furioso, dopo aver inghiottito
l'ultimo boccone, dicendo a Gohier: Avete notato l'atteggiamento di quel piccolo
insolente verso un membro dell'Autorit che avrebbe dovuto farlo fucilare?
Bonaparte si rende conto che Sieys  l'ostacolo maggiore e che bisogna
screditarlo presso gli altri colleghi che, se ben ricorda, lo detestano. A
Gohier dichiara: Se non state attento, presidente, quel prete bugiardo vi
consegner allo straniero, e lascia capire che accetterebbe la carica di
Direttore. All'obiezione di Gohier che non ha l'et richiesta risponde: E voi
seguireste rigorosamente un regolamento che potrebbe privare la Repubblica di
uomini capaci di governarla e di difenderla? Gohier non cede, ma ormai l'esca 
lanciata. A Moulins, un altro Direttore mediocre e oscuro, Bonaparte dice: Se io
fossi al posto di Sieys, il Direttorio ritroverebbe tutta la forza e la fiducia
di cui ha bisogno. E Barras? Forse  l'uomo al quale sarebbe bene appoggiarsi,
ma il generale lo disprezza, pi per la sua vita privata che per i suoi numerosi
voltafaccia:  una specie di ripugnanza fisica. Una sera Barras lascia capire
che il posto di Bonaparte sarebbe sui campi di battaglia e fa il nome di un
oscuro generale, Hedouville, come futuro presidente, non osando proporre se
stesso. Bonaparte lo guarda con un tale disprezzo che Barras, sconcertato,
farfuglia qualche spiegazione. La conversazione finisce l, ma Barras  ormai un
politicante finito.
Ora  nei pasticci: Sieys gli  ostile e Barras  finito. Tuttavia uno dei due
uomini deve entrare nel suo gioco; l'imbarazzo della scelta  di breve durata:
tutto sommato Bonaparte preferisce ancora Sieys.
A convincerlo c' il sottile e accorto Talleyrand, che non  pi Ministro degli
Affari Esteri, ma che ama sempre gli ambiziosi e a cui quel Bonaparte
decisamente piace. Gli manca ci che egli possiede in abbondanza: la diplomazia,
il tatto, il senso dell'intrigo. Ci completiamo l'un l'altro, pensa Talleyrand,
l'avvenire  nostro, se ci diamo da fare.
Quanto a Bonaparte, egli ha bisogno di Talleyrand per essere messo al corrente
di un certo numero di affari segreti, per avere i contatti necessari. E'
Talleyrand che consiglia a Bonaparte di riavvicinarsi a Sieys e il generale lo
ascolta e non dovr pentirsene. Appena uscito dalla casa di Barras si precipita
da Sieys che, a sua volta, ha avuto il tempo di riflettere dopo il loro primo
incontro, dopo il pranzo mal riuscito. Egli  l'orgoglio, Bonaparte 
l'ambizione. Dopo tutto, pensa Sieys, se egli si mostra troppo avido, si potr
sempre schiacciarlo, ma in questo egli commette un errore di valutazione.
Nessun cambiamento politico  tuttavia possibile senza una buona polizia, e per
questa si pu contare su Fouch. Costui era abbastanza bene informato per sapere
che un rovesciamento stava per verificarsi, ma a vantaggio di chi? dei
Giacobini? di Sieys e dei realisti? di Bonaparte?
Senza che egli lo immaginasse, il generale era spiato di continuo, sorvegliato
dagli uomini di Fouch che teneva aggiornato l'elenco di coloro che Bonaparte
riceveva, e, attraverso Giuseppina che non era in grado di rifiutargli niente
perch spesso l'aveva aiutata ad arrivare alla fine del mese, poteva persino
sapere ci che si diceva nelle sale di Rue de la Victoire.
Fouch tuttavia esita: Bonaparte gli sembra molto audace e poi nota che molte
persone conosciute per la loro abilit politica si riuniscono. Spia le reazioni
di Boulay, un artefice del colpo di Stato di Fruttidoro: anche costui va da
Bonaparte. Allora Fouch si decide a seguire il movimento, sia pure con
prudenza. Da Giuseppina, il generale sa quanto sia necessario che il Ministro di
Polizia entri nel suo gioco e lo accoglie, se non con entusiasmo, perch lo
disprezza conoscendone il passato, almeno con riguardo, perch sa di avere
bisogno di lui.
Dopo qualche giorno di consultazioni, Bonaparte si rende conto che le principali
difficolt rischiano di venire dall'esercito. Infatti, se i cosiddetti Egiziani,
Lannes, Murat, Marmont, Bessires e Junot sono di una fedelt assoluta, altri
come Jourdan, Macdonald, Augereau e, soprattutto, Bernadotte sono apertamente
ostili. Sebbene siano militari e siano stanchi di un potere civile che non li
capisce, temono il cesarismo. Essendo prima di tutto dei soldati, non capiscono
come Bonaparte abbia potuto abbandonare l'esercito. D loro fastidio anche il
fatto che Bonaparte li tenga in disparte, ma egli non vuol dare l'impressione di
preparare un colpo di Stato militare. Cos, a poco a poco, la tela si tesse:
passando da una conversazione a un ricevimento, Bonaparte concepisce il suo
piano; ignora ancora come potr realizzarlo, ma capisce che deve, una volta per
tutte, liberarsi dei Direttori pi imbarazzanti, abbattere coloro che, nelle
Assemblee, vorrebbero opporsi a lui in nome della legalit e, infine,
appoggiarsi ad una parte dell'esercito e al popolo.
Tuttavia nel suo desiderio di agire a colpo sicuro, Bonaparte commette un
errore; i giorni passano ed egli d l'impressione di non fare niente: alcuni
suoi sostenitori si scoraggiano, alcuni avversari si muovono. Sieys, che non sa
pi che pesci pigliare, ottiene dai suoi colleghi che Bonaparte compaia davanti
a loro per giustificare il suo comportamento. Si tratta di tarpare le ali a quel
giovane ambizioso che  al centro di tanta attenzione e al quale si
attribuiscono tanti progetti. Quando Bonaparte arriva al Lussemburgo il 28
ottobre, 6 Brumaio Anno VIII, sa che cosa l'aspetta e decide quindi di attaccare
per primo: Si  insinuato in questo luogo che io ho fatto bene i miei affari in
Italia per non dovervi pi tornare. E' una insinuazione indegna, a cui la mia
condotta militare non ha mai dato adito. Guarda Barras, giacch e a lui che si
riferisce: Barras non si scompone.
Gohier vuole calmare le acque: Nessuno qui mette in discussione la vostra
condotta in Italia... ma se voi aveste veramente fatto fortuna laggi l'avreste
fatta ai danni della Repubblica.
Bonaparte: La mia pretesa fortuna  soltanto una favola a cui non possono
credere nemmeno quelli che l'hanno inventata. In realt si  portato via
dall'Italia due milioni-oro, ma saggiamente non ha cambiato il suo tenore di
vita ed  molto difficile produrre prove contro di lui.
Il terreno  troppo scivoloso, pensa Gohier, meglio cambiare argomento: Il
Direttorio vi ha qui convocato per offrirvi nuove occasioni di gloria. Eccoci al
punto, pensa Bonaparte, non osando farmi fucilare perch sono troppo popolare,
vogliono allontanarmi poich io d loro fastidio e non possono continuare i loro
piccoli intrighi...
Gohler continua: La vostra prolungata permanenza a Parigi sarebbe fonte di
inquietudine e scontento per gli amici della Repubblica che si sono rallegrati
per il vostro ritorno soltanto nelle speranza di rivedervi alla testa dei suoi
difensori... Non ci perdonerebbero se i loro voti non fossero esauditi al pi
presto. Il Direttorio vi lascia la scelta dell'Armata di cui ha stabilito di
affidarvi il comando.
La Repubblica, la Repubblica, brontola Bonaparte tra s e s, non hanno che
quella parola in bocca. Che cosa ne hanno fatto, loro, della Repubblica?
Replica seccamente: La mia salute esige ancora riposo. Si alza e se ne va senza
salutare i Direttori impietriti.
Appena a casa, il generale comprende che, se egli non sceglie un comando, il
Direttorio gliene imporr uno e allora dovr lasciare Parigi, che lo voglia o
no. Esiste una sola soluzione: affrettare gli avvenimenti. Chiede a Roederer se
crede la cosa possibile; questi risponde: Consideratela gi fatta per tre
quarti. Roederer  troppo ottimista, ma la sua risposta  sufficiente a fugare
le ultime esitazioni di Bonaparte. I Direttori vogliono esiliarlo? Saranno loro
a dover partire.
Soltanto Sieys  indispensabile alla riuscita dell'operazione: si potr tentare
di trascinare Gohier dalla propria parte, ma egli non rappresenta un vero e
proprio pericolo. Tutto ormai si svolge in fretta: sui campi di battaglia come
in politica, Bonaparte impiega un certo tempo a decidersi, ma, una volta presa
una decisione, non esita.
Un colloquio decisivo con Sieys avviene il 1 novembre, 10 Brumaio, a casa di
Luciano, recentemente eletto presidente dei Cinquecento.
Bonaparte va diritto allo scopo: Il momento di agire  venuto: sono pronte tutte
le vostre misure? Sieys gli espone i suoi progetti costituzionali, ma Bonaparte
lo interrompe: Mio fratello me ne ha parlato, dice, ma nelle circostanze
attuali  impossibile ottenere un voto favorevole a una nuova costituzione. Ci
vogliono un governo provvisorio di polso e una commissione legislativa che
elabori il progetto di costituzione che sar poi sottoposto all'approvazione
popolare, giacch io non voglio fare niente senza di essa. Se i Realisti e i
Giacobini non sono d'accordo, si facciano avanti e noi li arresteremo. Cercate
di far riunire in seduta le assemblee a Saint-Cloud con un pretesto qualsiasi.
Per quanto riguarda il governo, riduciamolo a tre membri, a tre consoli: io sono
disposto a parteciparvi insieme con voi e Roger Ducos... poi si vedr.
Sieys  sbalordito: egli contava di offrire a Bonaparte solo una spada per
avere un aiuto nell'applicazione dei suoi progetti, ma ora Bonaparte vuole un
posto per s, tutto intero. Poi ci penser, si dice Sieys, ora bisogna prendere
o lasciare.
L'indomani, 11 Brumaio, Bonaparte va da Talleyrand per un esame della
situazione. A un tratto si ode un rumore di carrozze e di cavalli proveniente
dalla strada e alcuni gendarmi si fermano davanti alla casa! Bonaparte
impallidisce, Talleyrand spegne le luci; sono venuti per arrestarli?
L'ex-ministro va ad informarsi: non  nulla, solo un incidente ad una carrozza
in cui un banchiere trasportava del denaro e si faceva, perci, scortare dai
gendarmi. Abbiamo riso molto in seguito, scriver Talleyrand nelle sue Memorie,
ma il nostro panico era naturale quando si conoscevano, come noi li conoscevamo,
gli ordini del Direttorio e gli eccessi a cui poteva arrivare. Quel falso
allarme dimostra quanto Bonaparte fosse preoccupato e ancora poco sicuro di s e
della riuscita del suo progetto.
Il 13 Brumaio ha un nuovo colloquio con Barras. Per sopire i suoi sospetti, gli
lascia intendere che il primo presidente della nuova Repubblica sar lui,
Barras. Costui, che sta sempre preparando un complotto monarchico,  scosso. La
stampa di sinistra comincia ad agitarsi: i Giacobini denunciano i progetti di
Sieys; non attaccano ancora Bonaparte perch pensano che sar dalla loro parte.
Due cose mancano ancora a Bonaparte: il denaro e l'appoggio dei militari. I suoi
amici si rivolgono a tutti i banchieri, ma invano. I finanzieri sono gi tanto
compromessi in affari pi o meno puliti, che ora hanno paura. Solo Collot, che
dalla campagna d'Italia ha tratto grandi benefici, accetta di anticipare del
denaro che tuttavia non servir a molto.
Dal lato dei militari le cose vanno meglio. Il caso ha voluto che il 9
reggimento dei dragoni faccia parte della guarnigione di Parigi. Il comandante
di questo reggimento  un colonnello corso di ventisette anni, Sbastiani, che
ha fatto tutta la campagna d'Italia agli ordini di Bonaparte. I Dragoni del 9,
come sono chiamati, sono pronti a farsi ammazzare per il loro comandante e per
Bonaparte che  il loro eroe.
Inoltre c' anche Murat e il suo 21 reggimento Cacciatori, quindi non c' nulla
da temere. Tuttavia Bonaparte spera sempre di non doversi servire della forza se
non come spauracchio.
Il 14 Brumaio c' un grande ricevimento al Tempio della Vittoria, cio alla
chiesa di S. Sulpizio, in onore di Bonaparte e di Moreau. Tutti i dignitari del
regime, tranne i generali giacobini, sono presenti. L'ambiente, malgrado gli
addobbi, le bandiere e la musica,  sinistro poich i settecentocinquanta
convitati non sono in vena di ridere e di far festa. Marie-Joseph Chnier
mormora al suo vicino: Non siamo ad uno di quei pranzi funebri in uso presso gli
antichi Romani? Che cosa seppelliamo: la gloria militare o la libert?
I rumori della folla giungono fino ai tavoli; i Parigini gridano Viva Bonaparte!
ma anche Pace, pace! e scherniscono i Direttori e i Parlamentari.
Bonaparte assaggia appena il cibo e al brindisi esclama: All'unione di tutti i
francesi! e, pensando di aver fatto abbastanza, se ne va. Poco dopo incontra
Sieys a casa di Luciano. Ora che  stabilito il principio del colpo di Stato,
bisogna fissare la data e prima si far meglio sar, dato che corre gi voce che
i generali giacobini si preparano a parare il colpo di Stato e tentano di
sollevare i sobborghi.
Sieys propone il 16, due giorni dopo, ma proprio quel giorno Bonaparte deve
incontrarsi con i generali giacobini, che spera sempre di convincere ad unirsi a
lui, deve vedere Jourdan e pranzare con Bernadotte. Inoltre bisogna preparare
l'operazione parlamentare nei minimi particolari e due giorni sono pochi;
propone quindi il 18. Sieys  d'accordo e gli espone il suo piano: per prima
cosa Bonaparte prende il comando delle truppe, poi Sieys e Ducos rassegnano le
dimissioni e convincono Barras a fare altrettanto. A questo punto non c' pi
governo e gli Anziani, col pretesto di un complotto, si ritirano a Saint-Cloud
con i Cinquecento e votano una mozione che propone Bonaparte, Sieys e Ducos
come consoli. Ogni Consiglio nomina una commissione per rivedere la Costituzione
e si aggiorna per tre mesi. Cos i Consoli avranno le mani libere e la
commissione potr lavorare tranquillamente.
Tuttavia Sieys, che conosce le abitudini parlamentari meglio di Bonaparte, e
gli avvenimenti lo proveranno, gli suggerisce di convocare soltanto i
Cinquecento che sono del tutto sicuri. Fidatevi della mia lunga esperienza, li
dice. Una ventina di oppositori decisi bastano talvolta a capovolgere la
situazione in una Assemblea. Attento allora a non dover ricorrere alla forza!
Ma Bonaparte  inflessibile: Io non voglio che mi si accusi di aver avuto paura
di Augereau e di Jourdan. Abbiamo dalla nostra parte il popolo, l'esercito, gli
Anziani, una parte dei Cinquecento e la maggioranza del Direttorio. Escludere
venti deputati significherebbe agire come se temessimo di essere sconfessati
dalla nazione. Non voglio. Sieys cede a malincuore, augurandosi di essere in
errore. Tutto  quindi deciso per il 18 Brumaio.
Il 15 Brumaio, per sviare i sospetti, Bonaparte offre un ricevimento a casa sua.
E' possibile che uno inviti il gran mondo di Parigi quando si prepara ad
impadronirsi del potere? Tuttavia la cospirazione  ormai un segreto di
Pulcinella e la scena seguente ne  la prova: Gohier  immerso in un'animata
conversazione con Giuseppina, la padrona di casa, allorquando arriva Fouch. Lo
interpella: Che cosa c' di nuovo, cittadino ministro? In verit niente di
nuovo, risponde Fouch, sempre le solite chiacchiere sulla cospirazione.
Giuseppina, falsamente sbalordita: La cospirazione? quale cospirazione?
Fouch: S, la cospirazione. Ma io so quello che dico e ho le idee chiare.
Cittadino Direttore, fidatevi di me. Se ci fosse la cospirazione di cui da tanto
tempo si parla, se ne avrebbe la prova sulla piazza della Rivoluzione o nella
pianura di Grenelle.
E, come racconter lo scrittore Arnault che era testimone, Fouch era scoppiato
in una risata sarcastica, giacch se vi era un uomo al corrente della
cospirazione, quello era lui. Allo stesso Arnault che si preoccupa che la
congiura e persino la data siano conosciute, Bonaparte dice pochi minuti pi
tardi: Tutti ne parlano e nessuno ci crede. D'altronde sono obbligato ad
aspettare che quegli imbecilli dei Cinquecento si convincano che posso fare
senza di loro ci che vorrei fare con loro.
Il 16 Brumaio, mentre una ventina di deputati mettono a punto con Luciano gli
ultimi particolari, Bonaparte pranza con Jourdan. Che cosa pensate della
situazione in cui si trova la Repubblica? gli chiede Bonaparte. Penso, risponde
Jourdan, che se non si allontanano dal potere gli uomini che governano cos male
e non si instaura un nuovo ordine di cose, bisogner disperare della salvezza
della patria. E continua: I miei amici ed io siamo pronti ad unirci a voi, se
vorrete metterci al corrente dei vostri piani. Bonaparte teme un tranello da
parte dei Giacobini, una volta che il piano sia conosciuto.
Non posso fare niente con voi e con i vostri amici, replica Bonaparte, voi siete
in minoranza e avete spaventato il Consiglio volendo decretare lo stato
d'emergenza... Sono convinto delle vostre buone intenzioni, ma tra di voi ci
sono uomini che vi disonorano. Comunque state tranquilli: tutto sar fatto
nell'interesse della Repubblica.
Alla sera Bonaparte partecipa ad un pranzo presso Bernadotte, la cui moglie, non
dimentichiamolo,  stata la prima fidanzata di Bonaparte quando egli era ancora
un oscuro generale, e la cui sorella  la moglie di Giuseppe. Dopo il pranzo, in
un angolo del giardino, i due uomini hanno un'accesa discussione. Bonaparte fa
delle promesse, ma Bernadotte resta inamovibile. Non ignora che alcuni suoi
amici hanno fissato la data del loro colpo di Stato per il 20 Brumaio, ma non sa
che Bonaparte li batter sul tempo. Tuttavia rifiuta in modo tale da non
precludersi l'avvenire, e anche Bonaparte, diventato Napoleone, dimenticher
l'opposizione del 18 Brumaio da parte di Jourdan e di Bernadotte. Il primo
diventer Maresciallo dell'Impero e il secondo far una brillante carriera che
lo porter sul trono di Svezia, ma la sua ambizione e le sue idee lo porteranno
sempre a dei contrasti con l'Imperatore.
Il 17 Brumaio  una febbrile veglia d'armi. Bonaparte detta al fedele Bourrienne
i proclami che informeranno i Parigini, quando tutto sar finito, di ci che 
successo. Per farli stampare clandestinamente, Roederer ha fatto assumere, come
impiegato, suo figlio presso Demonville. Un giornale Le Surveillant, controllato
dai fratelli Giuseppe e Luciano, riceve un trafiletto da pubblicare il mattino
del 18 in prima pagina: Si dice che uomini influenti pensino di dire la verit,
di farla risuonare dall'alto della tribuna nazionale e di mostrare infine ai
Francesi quali siano i pericoli e quali i rimedi. Sar il solo giornale, e a
ragione, a prevedere l'avvenimento.
Per mezzo di un messaggero, i quaranta aiutanti maggiori della Guardia Nazionale
e tutti i generali e ufficiali di Stato Maggiore presenti a Parigi, ricevono nel
pomeriggio una strana convocazione: Bonaparte chiede loro di recarsi a casa sua
l'indomani, alle sei del mattino, in alta uniforme. Ma il bello  che ciascuno
crede di essere il solo convocato.
Sieys, che ha preso lezioni di equitazione per fare un ingresso trionfale a
Parigi a cavallo, prepara il suo abito da cerimonia! Ducos ha un solo scopo:
seguire Sieys. Barras conosce tutte le voci che corrono, ma inesplicabilmente
non se ne cura. Moulins  del tutto fuori del giro.
Quanto a Gohier,  sorpreso di ricevere un invito da parte di Giuseppina di
presentarsi da lei l'indomani all'ora di colazione. Nel suo ingenuo candore, si
chiede se ella  finalmente disposta a cedere. Le sorti del regime che presiede
sono in gioco, e Gohier sogna soltanto di prendere, nel cuore e nel letto di
Giuseppina, il posto di molti altri.
Nel pomeriggio si ha un momento di panico: corre voce che Bonaparte  stato
arrestato e che tutti i cospiratori saranno fucilati, ma  una voce priva di
fondamento, come tante altre in circostanze analoghe. La sera, sempre per sviare
i sospetti, Bonaparte pranza a casa di Cambacrs, il Ministro della Giustizia.
La maggior parte degli invitati fanno parte del complotto. Cambacrs ha un
fratello arcivescovo e abitudini particolari;  framassone e intelligente. Le
sue funzioni obbligano Bonaparte a non tener conto dei difetti per valutare solo
le qualit... e le relazioni.
Nessuno si ferma fino a tardi: la giornata che li aspetta sar faticosa. Ma
presso Sieys al Lussemburgo, presso Bonaparte in Rue de la Victoire, presso gli
Anziani e presso certi generali le luci resteranno accese a lungo e quelli che
dormono hanno un sonno popolato di dolci sogni o di incubi spaventosi. Tutto 
pronto... ma la riuscita non  mai del tutto sicura.
Il cielo  grigio e basso all'alba del 9 novembre 1799, 18 Brumaio Anno VIII. Vi
 un po' di brina nel giardino di Bonaparte... A piedi, a cavallo, in carrozza
arrivano i generali e gli ufficiali della Guardia Nazionale che sono assai
sorpresi di ritrovarsi in cos gran numero. Bonaparte li riceve, via via che
arrivano, da soli o a piccoli gruppi e spiega loro che cosa vuole fare. Tutti
sono d'accordo, tuttavia Lefebvre, comandante della guarnigione di Parigi e
marito di Madame Sans-Gene, esita un poco. Solennemente Bonaparte gli offre la
sciabola che portava in Egitto... allora Lefebvre gli giura di buttare a fiume
tutti coloro che opporranno resistenza. Ecco arrivare Bernadotte, scortato da
Giuseppe:  in abiti borghesi. Bonaparte lo prende in disparte: Il momento 
venuto. gli dice. Tutti coloro che non sono con me sono contro di me. Andate a
mettervi l'uniforme e raggiungetemi alle Tuileries dove sto per andare. Non lo
rimpiangerete. Bernadotte non vuole prendere parte a una ribellione; Bonaparte
si innervosisce. Bernadotte come semplice cittadino, gli d la sua parola
d'onore di non intraprendere alcuna azione contro di lui e se ne va.
Altra defezione: Gohier ha fiutato un inganno nella lettera di Giuseppina e
preferisce mandare sua moglie ad informarsi. Vedendo tutto quel raduno di
ufficiali, Madame Gohier fa presto a capire. Bonaparte e Giuseppina cercano di
convincerla a far venire suo marito per il suo interesse. Ma Madame Gohier, in
quel momento, non vede dove possano essere gli interessi di suo marito.
All'alba gli Anziani, tranne pochi estremisti, sono convocati immediatamente
alle Tuileries in seduta straordinaria. La maggior parte di essi non si
sorprende perch sono favorevoli a Bonaparte, ma per precauzione, appena
iniziata la seduta, Sbastiani contravvenendo agli ordini del Ministro della
Guerra Dubois de Cranc, che gli aveva ordinato di tenere i suoi uomini in
caserma, li dispone in piazza della Concordia e intorno alle Tuileries. Il
presidente Lemercier apre la seduta. Un oratore, Cornet, proclama: Se non
vengono presi provvedimenti, se il consiglio degli Anziani non difende la patria
e la libert contro i pi grandi pericoli che l'abbiano mai minacciata,
l'incendio si allargher ovunque.
Regnier, un avvocato di Maury, insiste: Il Consiglio non pu riunirsi qui
nell'agitazione: ha bisogno di calma. E propone di trasferire le due Assemblee a
Saint-Cloud a partire dal giorno dopo. Il generale Bonaparte sar incaricato di
sorvegliare l'esecuzione di questi ordini, prendendo il comando delle truppe e,
a questo scopo, prester giuramento.
Fouch si precipita da Gohier per informarlo e Gohier scatta: Invece di farvi
messaggero degli Anziani, come Ministro di Polizia avreste dovuto metterci al
corrente di quegli intrighi criminali! Fouch pu, con ragione, rispondergli che
non gli sono mancati gli avvertimenti a cui, peraltro, non ha voluto credere.
Sieys e Ducos sono gi in cammino, a cavallo, verso le Tuileries dove sperano
di fare un arrivo trionfale, ma, caso strano, la Guardia del Direttorio che
doveva scortarli  assente.
Barras esce dal bagno quando suonano alla porta:  Talleyrand che gli porta...
il testo delle sue dimissioni che egli deve soltanto firmare. Barras si rifiuta.
Talleyrand non insiste, perch  convinto che non si deve mai far pressione
sulla gente.
In Rue de la Victoire Bonaparte  impaziente, ma finalmente arriva il decreto
degli Anziani. Egli ordina subito di fare affiggere certi proclami redatti la
vigilia e monta sul cavallo che gli ha imprestato l'ammiraglio Bruix. Indossa la
semplice uniforme da generale e porta gi il leggendario piccolo copricapo. I
generali e gli ufficiali salutano la sua apparizione con entusiastici urrah! ed
estraggono la spada dal fodero... Seguitemi. ordina Bonaparte, e tutti lo
seguono all'unanimit.
Il corteo splendente e magnifico si snoda verso le Tuileries, scortato dai
Cacciatori di Murat. Dalla finestra il banchiere Ouvrard, che alcuni giorni
prima aveva rifiutato ogni aiuto a Bonaparte, lo segue con lo sguardo; poi
scrive all'ammiraglio Bruix: Sono a vostra disposizione per qualunque cifra
abbiate bisogno.
Sono gi aumentati coloro che, in questo modo, si precipitano in aiuto della
vittoria. In una Parigi gi desta, corre voce che qualcosa sta succedendo alle
Tuileries; quando Bonaparte vi arriva alla testa del solenne corteo,
un'esplosione di gioia parte da quella folla fatta di curiosi, di spettatori e
non di manifestanti. Gi si mormora che il governo dei marci  abbattuto e
Bonaparte viene accolto al grido di Viva il liberatore!
Il portinaio della prigione de la Force si premunisce: si appresta a liberare i
prigionieri incarcerati dal Direttorio per rimpiazzarli eventualmente con... i
Direttori e i loro sostenitori!
Gohier, che ha perso la testa, convoca gli altri Direttori, ma con suo grande
stupore soltanto Moulins si disturba a venire: Sieys e Ducos sono partiti.
Barras ha tranquillamente ripreso la sua toeletta: crede sempre che Bonaparte lo
chiamer, e manda il suo segretario Bottot a prendere informazioni.
Alle 10 del mattino i cancelli delle Tuileries si aprono davanti a Bonaparte.
Lemercier e il comitato degli Anziani sono ad attenderlo e lo conducono
solennemente nella sala delle deliberazioni. La sua scorta lo segue. E' la prima
volta che Bonaparte entra in un'aula parlamentare: dovr fare un apprendistato
veloce. Ora si mostra cattivo oratore, ma con gli Anziani non  una cosa troppo
importante. Lo sar molto pi l'indomani con i Cinquecento e Bonaparte ha
preparato un discorsetto fiorito... di frasi fatte: La Repubblica moriva... col
vostro decreto l'avete salvata... guai a coloro che vorrebbero tumulti e
disordine: io li arrester, aiutato da tutti i miei compagni d'arme. La vostra
saggezza ha fatto questo decreto; il nostro braccio sapr metterlo in
esecuzione. Noi vogliamo una Repubblica fondata sulla libert vera, sulla
libert civile, sulla rappresentanza nazionale: l'avremo, lo giuro! Lo giuriamo!
gridano tutti i soldati raccolti intorno a lui... I Cinquecento sono
impressionati; uno di loro vorrebbe chiedere il rispetto della Costituzione, ma
Lemercier lo fa tacere. La seduta  tolta.
Bonaparte passa in un ufficio vicino a salutare Sieys che sta mettendo a punto
i particolari dell'operazione dell'indomani, ed esce dalle Tuileries. Si ferma
un attimo ad osservare i diecimila soldati, ora ammassati davanti a lui, di cui
ha appena preso il comando. Pi in l, la folla grida e Bottot  in prima fila.
Bonaparte va verso di lui, lo prende per un braccio e lo trascina davanti alle
truppe. A questo punto, ad alta voce per farsi ben udire da tutti, pronuncia la
sua famosa arringa destinata a Barras e, tramite suo, a tutti quelli che sono
ancora in carica: i Direttori in particolar modo. Che cosa avete fatto di questa
Francia che vi avevo lasciata cos splendida? Vi ho lasciato la pace e ho
trovato la guerra! Vi ho lasciato le vittorie e ho trovato le sconfitte! Vi ho
lasciato i milioni d'Italia e ho trovato ovunque leggi spogliatrici e la
miseria. Che cosa avete fatto dei centomila Francesi, miei compagni di gloria
che io comandavo? Sono morti. Questo stato di cose non pu durare. E' ora di
restituire ai difensori della patria la fiducia che loro spetta di diritto. A
sentire alcuni faziosi, noi saremmo i nemici della Repubblica, noi che l'abbiamo
rafforzata con il nostro coraggio e le nostre fatiche; noi non vogliamo gente
pi patriota dei coraggiosi mutilati al servizio della Repubblica.
Queste parole suscitano un'impressione profonda: i soldati hanno le lacrime agli
occhi e la folla non cessa di applaudire e di manifestare il suo entusiasmo. Non
pu nemmeno lontanamente immaginare che questa improvvisazione  stata
direttamente ispirata a Bonaparte da uno scritto che ha ricevuto qualche giorno
addietro dal Club giacobino di Grenoble e che gli ha suggerito intere frasi.
Perch anche le scene pi brillanti della storia debbono avere i loro piccoli
sotterfugi?
Ma che importa! Sottovoce Bonaparte dice a Bottot di riferire a Barras che i
suoi sentimenti nei suoi confronti non sono cambiati: non si sa mai, potr
ancora aver bisogno di lui se le cose non vanno come spera.
Bonaparte risale sul suo cavallo nero che domina a fatica, passa in rivista le
truppe, le arringa e rientra alle Tuileries per conferire con Sieys, Ducos e
gli altri congiurati. La folla si disperde a malincuore, ma intorno ai manifesti
si formano piccoli gruppi. Un manifesto attira gli sguardi di tutti: Hanno fatto
tanto,  scritto a grandi lettere e, molto pi sotto, pi in piccolo: Non c'
pi Costituzione. Altri proclami inneggiano a Bonaparte, l'uomo che la Francia
attendeva, il salvatore, il liberatore...
Sin dall'inizio, il generale d alla sua azione un carattere pi pretoriano che
parlamentare. La legalit assoluta, da cui diceva di non volersi scostare,  gi
calpestata e ci spiega in massima parte perch, l'indomani, l'opposizione sar
molto pi forte di quanto non pensasse.
Altrettanto paradossale  che essa si riveli quando i Cinquecento si riuniscono,
alle undici, sull'altra riva della Senna, a Palazzo Borbone. La maggior parte di
loro non sa quello che  successo: i moderati si inquietano, i giacobini gridano
alla tirannia, alla dittatura e si dichiarano pronti a farsi ammazzare per
quella stessa Costituzione che erano decisi a cambiare due giorni dopo... ma a
loro vantaggio! Luciano Bonaparte arriva appena in tempo ad aggiornare la seduta
al giorno dopo, a mezzogiorno, a Saint-Cloud. Il pericolo, da quella parte, 
sventato, ma  un rimedio provvisorio.
Alle Tuileries Bonaparte conferisce con i suoi collaboratori: il governo
provvisorio  gi al lavoro. Vi sono Sieys e Ducos, ma anche Fouch e
Cambacrs, la Polizia e la Giustizia, Reinhard Ministro degli Affari Esteri e
Lindet, Ministro delle Finanze. Dubois de Cranc  rimasto a casa sua, ma il
decreto degli Anziani gli ha praticamente tolto ogni autorit sulle truppe.
Fouch, zelante all'estremo, ha fatto chiudere le porte di Parigi, ma Bonaparte
gli ordina di riaprirle: Il popolo non  con noi? Fouch obbedisce. Cambacrs,
fedele alle leggi, si azzarda a chiedere a Bonaparte se la Costituzione  ancora
la legge dello Stato. E' importante, spiega, poich solo Gohier, come presidente
del Direttorio, pu firmare quel famoso decreto votato dagli Anziani, e Gohier
non  presente. Questa formalit infastidisce Bonaparte: I legulei ostacolano
sempre il cammino degli avvenimenti. Non si pu far passare Gohier come assente
per caso di forza maggiore e far firmare il decreto da Sieys? Detto e fatto.
Era tempo: Gohier e Moulins arrivano. Giacch tutti sono alle Tuileries, ci
vengono anch'essi e Bonaparte li accoglie con molta affabilit. Gohier accetta
finalmente di firmare il decreto, chiudendo gli occhi di fronte all'illegalit,
poich non toccava agli Anziani dare a Bonaparte il comando della truppe, ma al
Direttorio.
Adesso che Gohier ha firmato, non resta che sbarazzarsi di lui, ma egli  sordo
sia alle suppliche sia alle minacce e cos anche Moulins. Con molta dignit i
due uomini tornano al Lussemburgo per meditare in pace sulle offese. Affinch
non venga loro la tentazione di ribellarsi e di radunare intorno a s dei
soldati, Moreau  incaricato di sorvegliarli da vicino con trecento uomini.
Gohier e Moulins sono praticamente prigionieri. Al calar della notte, verranno
messe alcune sentinelle anche ai piedi del letto e naturalmente tutti i messaggi
di protesta e le richieste di aiuto inviati ai Consigli saranno intercettati.
Barras commette l'errore di non andare alle Tuileries. Malgrado ci che gli ha
detto il suo segretario Bottot, crede sempre che Bonaparte verr a cercarlo, ma
verso mezzogiorno torna Talleyrand, accompagnato dall'ammiraglio Bruix.
Rapidamente, sia pure con qualche esagerazione, lo mettono al corrente dei
pericoli che lo minacciano. Talleyrand estrae dalla tasca la lettera di
dimissioni che Barras deve inviare agli Anziani:  un po' cambiata per non
colpire troppo il Direttore nel suo amor proprio. Si parla della sua devozione
alla causa.
Napoleone, tornato nella sua abitazione, dopo questa prima giornata massacrante,
confida a Bourrienne: Oggi  andata abbastanza bene, domani si vedr, e si
corica con due pistole cariche a portata di mano. L'indomani mattina, quando il
corteo passer in Piazza della Concordia, dove tante teste sono cadute,
Bourrienne esprime ad alta voce il pensiero di molti: Questa sera dormiremo al
Lussemburgo o finiremo qui.
Durante la notte  piovuto, e il mattino del 19 Brumaio  ancora umido e un po'
freddo. La strada di Saint-Cloud  piena di traffico; fin dall'alba gli
squadroni di dragoni e di cacciatori sono partiti in tenuta da campagna con
Lefebvre e tutto lo Stato Maggiore alla loro testa. Poi un battaglione di
granatieri scelti con cura, poich non tutti sono fidati. Lungo tutto il
percorso il generale Srurier dispone i suoi fanti; Leclerc controlla l'insieme.
Questo spiegamento di forza militare impressiona l'uomo della strada, ma
preoccupa i parlamentari e i giornalisti che, in massa, si recano a Saint-Cloud.
Servir alla parata o ad un'azione di forza?
Bonaparte  circondato solo dai fedelissimi e da una piccola scorta. La folla
urla: Viva Bonaparte! i deputati: Viva la Costituzione! due frasi che non vanno
d'accordo tra loro. In ci sta il malinteso: i parlamentari pensano che
Bonaparte si impegner a difendere la Costituzione dell'Anno III che, invece,
egli  ben deciso a cambiare.
Prima di partire Bonaparte ha salutato affettuosamente Giuseppina che avrebbe
voluto accompagnarlo, ma egli le ha risposto: Oggi non  una giornata adatta
alle donne.
Un solo personaggio importante rimane a Parigi: il prudente Fouch. Come prova
della sua buona volont, ha dato ai cospiratori 500.000 franchi, prelevati dai
fondi segreti della polizia, e ha promesso di vegliare con fermezza su Parigi,
affinch niente succeda mentre tutto succeder a Saint-Cloud.
Appena l'ultima carrozza  passata, fa di nuovo chiudere le porte della
capitale: il governo di domani  a Saint-Cloud e ci che resta di quello di ieri
 prigioniero al Lussemburgo. Fouch  padrone. Ha promesso di gettare nel fiume
chi si muover a Parigi, ma, dal momento che non rivela tutti i suoi piani,
intende applicare quello sbrigativo provvedimento alla fazione perdente,
qualunque essa sia. Ha fatto stampare proclami in onore di Bonaparte, e altri
per condannare il dittatore che ha voluto impadronirsi del potere. Tirer fuori
quelli adatti al momento giusto, quando tutto sar finito, e si liberer degli
altri senza lasciarne traccia. Ha gi pronta anche una lista di ministri, nel
caso egli possa volgere il colpo di Stato a suo favore. Bonaparte, giunto al
potere, non ignorer la prudenza di Fouch, ma non gli serber rancore fino al
giorno in cui questi e lo scaltro Talleyrand penseranno che  venuto il momento
di tradire e abbandonare l'uomo che ha fatto la loro gloria e la loro fortuna.
Del resto Fouch non  il solo a premunirsi: anche Cambacrs ha preparato, con
grande rischio, un triumvirato con due generali rimasti a Parigi, nel caso che
Bonaparte e Sieys spariscano nella tempesta. La presenza dietro le quinte di un
secondo governo, non gi fermamente deciso a rovesciare quello in carica, ma
pronto, in ogni caso, a sostituirlo, sar un fenomeno tipico e costante del
regno di Napoleone.
Talleyrand, invece, ha deciso di aspettare e di vedere lo svolgersi degli
avvenimenti. Si sistema in una casa, che gli servir da osservatorio, con alcuni
amici: Roederer e suo figlio, il fedele Desrenaudes, suo ex-vicario generale di
Autun, che piange sulle sorti della Costituzione, il banchiere Collot, che ha
portato con s una cassa piena di denaro, e alcune belle donne.
Sieys, Ducos, i loro agenti e i loro sostenitori, organizzano il loro quartier
generale in una stanza al primo piano del castello di Saint-Cloud. E' una stanza
umida, male riscaldata con uno scarso fuoco di legna, che sar pi tardi
l'anticamera dello studio dell'imperatore.
Il castello  da molto tempo disabitato e nella scelta i cospiratori hanno
sbagliato. Non  fatto per accogliere due Assemblee tanto importanti; gli
Anziani si riuniranno nella Galleria di Apollo il locale pi grande, ma non ci
sono altri locali abbastanza grandi per i Cinquecento. In tutta fretta si 
dovuto mettere in ordine l'Orangerie, una lunga galleria separata dal castello
da un parte della terrazza, a cui si accede solo attraverso una dozzina di
stretti scalini.
Per sistemare i banchi e una tribuna e per coprire i muri di stoffa onde
presentare ai Cinquecento un ambiente pi accogliente, gli operai hanno lavorato
tutta la notte, ma all'arrivo dei deputati l'arredamento non  ancora completo.
Essi aspettano nel cortile, nei giardini, nei viali: chiacchierano, commentano
gli avvenimenti della vigilia, si mescolano agli Anziani che sono anch'essi in
attesa. . . Allora cominciano a nascere i dubbi, sale il tono di voce, si
rafforzano le resistenze...
Il grande numero di soldati inquieta gli uni e indigna gli altri; si comincia a
paragonare Bonaparte a Cesare o a Cromwell. Anche i suoi partigiani non osano
parlare troppo forte per paura delle conseguenze. E' ormai sicuro che la
sorpresa non potr essere decisiva come alla vigilia... e tutto per una semplice
questione di locali! Per mezzo dei loro informatori Sieys e Bonaparte sono al
corrente di questo cambiamento di atmosfera: il primo lo giudica negativo,
mentre il secondo finge di non inquietarsi.
Il suo disprezzo per i parlamentari  tale che egli crede di poterli dominare
senza fatica e da solo. Ma in quel momento non immagina neppure lontanamente che
sar necessario un intervento armato. Quando i Cinquecento iniziano per primi la
seduta verso l'una del pomeriggio, gli spiriti sono eccitati e Luciano, che la
presiede se ne accorge subito. Gaudin, che fa parte della cospirazione, sale
alla tribuna per chiedere la formazione di una commissione di sette membri che
far un rapporto sulla situazione e sui mezzi per salvarla; nel frattempo i
lavori saranno sospesi. La manovra  abile, ma i Giacobini sventano la mossa e
la proposta di Gaudin  accolta con un mormorio di malcontento.
Il giacobino Delbrel si precipita alla tribuna: Per farci venire qui ci hanno
parlato di un complotto. Quale complotto? Vogliamo fatti e spiegazioni, dov' il
pericolo? I suoi amici lo approvano con slancio e Delbrel si riscalda: Vogliamo
la Costituzione o la morte! Le baionette non ci spaventano, qui siamo liberi.
Chiedo che tutti i membri del consiglio, per appello nominale, rinnovino il
giuramento di conservare la Costituzione dell'Anno III. Tutti i deputati si
alzano e si sentono grida di Abbasso la dittatura, Viva la Costituzione.
Luciano  appena riuscito a riportare un po' di calma che un altro giacobino,
Grand-maison, prende la parola e presenta gli stessi argomenti di Delbrel, ma
con maggior violenza. Luciano scriver nelle Memorie: In quel momento...
bisognava cedere alla tempesta e destreggiarsi nell'attesa delle proposte degli
Anziani.
Mette quindi ai voti la proposta giacobina che  approvata all'unanimit.
Tuttavia l'opposizione commette un primo errore chiedendo che il giuramento sia
prestato per appello nominale, per dare alla cosa maggior solennit. Si spreca
cos molto tempo e il colpo inferto dall'opposizione perde molto della sua
forza. I deputati sono sparsi nei corridoi e discutono e parlano ad alta voce.
Gli uscieri devono gridare ogni nome parecchie volte prima che i deputati
vengano a prestare giuramento: le operazioni di voto finiranno alle quattro del
pomeriggio: un solo deputato, Bergoeing, ha rassegnato le dimissioni.
Luciano non esita a prestare giuramento come gli altri, giacch per il momento,
deve soprattutto parare i colpi pi immediati.
Gli Anziani hanno iniziato la seduta con maggior calma e dignit. Il
cerimoniale, prima di tutto, e la banda che suona la Marsigliese. Ma i Giacobini
passano ancora all'attacco. Alcuni Anziani si meravigliano di non essere stati
convocati per la seduta della vigilia, nel corso della quale Bonaparte aveva
preso la parola. La segretaria risponde che si tratta di un semplice errore
nell'invio delle convocazioni, ma i Giacobini non sono convinti e domandano,
anch'essi, spiegazioni sul preteso complotto. Il dibattito  confuso e parecchi
oratori parlano contemporaneamente. Finalmente viene deciso di mandare un
messaggio al Direttorio per chiedere spiegazioni e Lemercier toglie la seduta.
In una stanza vicina Sieys, Bonaparte e i loro amici aspettano notizie; il
generale, molto nervoso, cammina su e gi: le cose non sono n tanto rapide n
tanto facili, come pensava. Sieys, con un sorriso indecifrabile, non dice
niente e aspetta.
Improvvisamente Augereau e Jourdan entrano nella stanza. Si credeva che fossero
a Parigi, ma sono stati misteriosamente avvertiti dell'andamento delle cose.
Vengono a chiedere a Bonaparte di non ostinarsi, di scendere ad un accordo con i
Giacobini, ma il generale seccamente risponde a Augereau: Il vino  spillato,
bisogna berlo; sta tranquillo.
Bonaparte si rende conto di essere ormai troppo avanti per tornare indietro: o
riesce o  perduto. Decide perci di affrettare le cose, di battersi.
Gli Anziani sono rientrati in aula solo per sapere che il loro messaggio al
Direttorio non  arrivato a destinazione, per la semplice ragione che il
Direttorio non esiste pi, giacch quattro Direttori hanno rassegnato le
dimissioni. La cifra  falsa, ma gli Anziani non hanno modo di verificarla e
chiedono, in base alla Costituzione, che i Cinquecento nominino i nuovi
Direttori. Altro duro colpo per Bonaparte, poich lo stato d'animo dei
Cinquecento nei suoi confronti non  certo il pi favorevole; bisogna quindi
impedire le votazioni. Bonaparte sente che non ha un minuto da perdere:
bruscamente lascia Sieys e, scortato da alcuni amici, penetra nella sala degli
Anziani, stupefatti della sua visita, tanto pi che egli non ha il diritto di
intervenire ad una seduta.
Per qualche istante regna il silenzio: i legislatori restano immobili, tesi,
coscienti della gravit del momento. Bonaparte li guarda, li scruta, li giudica.
E' di fronte a loro, ai piedi del palco. Capisce che tocca a lui iniziare
l'attacco e prendere la parola. Ma la voce  male impostata, esitante ed
incerta; l'accento corso rende, anche questa volta, alcune frasi
incomprensibili.
Si riesce a capire Voi siete su un vulcano... Le nostre intenzioni sono pure,
disinteressate. Rappresentanti del popolo, si dice che io voglia instaurare un
governo militare; se avessi voluto usurpare l'autorit suprema, non avrei
obbedito ai vostri ordini, non avrei avuto bisogno di ricevere questa autorit
dal Senato. Pi di una volta, e in circostanze estremamente favorevoli, mi hanno
chiesto di prenderla... Le frasi sono solenni, ma non raggiungono lo scopo. La
vigilia, alle Tuileries, l'atteggiamento degli Anziani era benevolo: oggi a
Saint-Cloud  ostile. Non esiste comunicativa fra l'oratore e la sala; Bonaparte
insiste e si confonde sempre di pi. Continua: Vi giuro che la patria non ha
miglior difensore di me, ma la sua salvezza  affidata a voi soli. Il Direttorio
non esiste pi... In Vandea parecchie localit sono cadute in mano agli
antirepubblicani... Prevenite le discordie... Bonaparte vuole spaventare
evocando i pericoli interni, ma, quando si accinge a continuare, un avvocato di
Arras, Lenglet, si alza e grida: E la Costituzione? Bonaparte, sebbene sorpreso
da questa interruzione, si riprende e pronuncia queste frasi passate alla
storia: La Costituzione? Non vi si addice invocarla, giacch l'avete voi stessi
annientata. L'avete violata il 18 Fruttidoro, il 22 Floreale, il 30 Pratile. Non
 pi rispettata da nessuno... Non  in nome suo che avete esercitato tutte le
tirannie?
Indiscutibilmente Bonaparte in questo ha ragione, ma ha scelto il momento meno
adatto per dire la verit a coloro che, legalmente o no, sono in carica e ai
quali, pochi minuti prima, ha dichiarato di appoggiarsi per rimettere ordine.
Gli Anziani si accorgono improvvisamente che Bonaparte ha gettato la maschera e
che ha rivelato, accusandoli, le sue vere intenzioni. Chiedono precisazioni,
nomi, fatti, date della cospirazione. Bonaparte accusa in modo vago Barras,
Moulins, i Cinquecento e il loro rigido giacobinismo, ma le sue frecce mancano
il bersaglio. L'Assemblea mormora indignata. Credendo di rassicurarla, egli
parla della forza militare che la circonda... per proteggervi, dice. E
improvvisamente si adira: E se qualche oratore pagato dallo straniero dicesse di
mettermi fuori legge, ricorrerei a voi, coraggiosi soldati che ho tante volte
guidato alla vittoria, a voi difensori della Repubblica! Ricordatevi che io
cammino accompagnato dal Dio della Vittoria e dal Dio della Fortuna...
Questa volta  chiaro che Bonaparte progetta di usare la forza per raggiungere
il suo scopo, ma anzich spaventare gli Anziani, questa minaccia li
indispettisce. Bourrienne gli sussurra all'orecchio: Uscite, generale; non
sapete pi quello che dite. Bonaparte protesta ancora le sue buone intenzioni ed
esce in mezzo alle grida. Nel corridoio ritrova ben presto la calma e si rende
conto di aver agito in modo maldestro. Gli Anziani si sottraggono, i Cinquecento
resistono. Vi  una sola soluzione: giocare il tutto per tutto e attaccare
subito. Testa o croce: o domina i Cinquecento o sar arrestato. Due ufficiali lo
avvertono: Non andateci generale; voi non li conoscete: sono capaci di tutto.
Arriva anche un emissario di Fouch: Il ministro risponde di Parigi, ma voi
siete responsabile di Saint-Cloud.
Anche Talleyrand ha inviato un messaggero per esortare Bonaparte a non perdere
un minuto. Un po' di pazienza, gli fa rispondere il generale che ha ritrovato il
sorriso, e tutto si sistemer. Ci crede anche lui in quel momento?
Si trova nella posizione del comandante che, sul campo di battaglia, si accorge
che le ali cedono e che, al centro, la pressione nemica  sempre pi forte. Deve
scegliere tra due soluzioni: la ritirata e di conseguenza il rischio di una
disfatta o un contrattacco improvviso. Questa manovra gli  ben riuscita in
Italia e in Egitto..., ma i Cinquecento non sono gli Austriaci e neanche i
Mamelucchi.
Quando Bonaparte entra nell'Orangerie, i Cinquecento hanno finito di giurare e
hanno appena saputo che Barras si  dimesso. Sono le quattro del pomeriggio.
Il generale avanza con passo deciso verso la tribuna seguito da alcuni
fedelissimi pronti a sguainare le spade in caso di necessit. I Cinquecento
urlano: Baionette e spade qui dentro, a violare il santuario della legge! Fuori
legge il dittatore! Viva la Repubblica! Viva la Costituzione!... In preda al
furore alcuni deputati lasciano i loro posti e vengono ad ingiuriare Bonaparte
da vicino, decisi a conciarlo per le feste. Alcuni granatieri circondano il
generale; Murat e Lefebvre gli fanno scudo con i loro corpi.
Tutti parlano, gridano, inveiscono; un deputato inciampa nella toga e cade a
terra lungo e disteso; fra il pubblico alcune donne hanno crisi di nervi.
Bonaparte, pressato da ogni parte, sballottato, afferrato per i risvolti della
giacca, si sente soffocare e sta per svenire. Murat distribuisce pugni a
casaccio, alcuni deputati vogliono disarmare i granatieri; Destrem, un
giovanottone, urla a Bonaparte: E' per questo che hai vinto?
La scena  di un'estrema brutalit: sembra una battaglia fra teppisti.
Luciano non riesce a riportare la calma e Bonaparte non ha alcuna possibilit di
farsi sentire. Quattro robusti granatieri arrivano infine a liberarlo da quella
stretta urlante: un ufficiale lo prende per le spalle e a malapena riesce a
fargli strada verso l'uscita. Quando arriva nel salone dove si trova Sieys,
Bonaparte non si  ancora ripreso. Pallido e ansimante, con tracce di sangue sul
viso e con alcuni bottoni mancanti, chiama Sieys generale e gli dice indignato:
Mi vogliono mettere fuori legge! Murat, Leclerc, Sieys stesso lo esortano a
prendere misure energiche, a far intervenire le truppe. Ma Bonaparte esita
ancora: sarebbe come entrare veramente nell'illegalit e chiede qualche minuto
per riflettere.
Nel frattempo Luciano cerca di riprendere in pugno i Cinquecento, di scusare
l'intervento di suo fratello, di spiegarne i motivi, ma viene subissato di urla
e deriso. Parecchie voci si levano a chiedere che il generale Bonaparte sia
messo fuori legge. Fuori legge! E' il grido che ha mandato tanti uomini alla
ghigliottina,  la caduta di Robespierre che di colpo risorge negli spiriti...
Gridare Fuori legge  una cosa, ma votare  un'altra. Qualche deputato esita...
Allora i Cinquecento, per la seconda volta, commettono lo stesso errore:
iniziano un dibattito. Luciano, che non ha perso il sangue freddo, vede subito
il vantaggio che pu trarre da una discussione; lentamente e con pazienza riesce
a dominare il tumulto.
I partigiani di Bonaparte riprendono coraggio. Nella confusione si discutono
parecchie proposte contemporaneamente, e non si sa pi ci che  votato e ci
che non lo ...
Successivamente il Consiglio decide di riunirsi in permanenza, di tornare a
Parigi, di trasformare le truppe radunate a Saint-Cloud in Guardia del corpo
legislativo e di affidarne il comando a Bernadotte che non  presente!
E la proposta di mettere Bonaparte fuori legge? grida un deputato. Luciano
capisce che il pericolo non  ancora scongiurato e, giacch le parole non
servono pi, pensa di fare la commedia, salvando cos per la prima volta suo
fratello.
Solennemente si toglie tocco e toga, li pone sulla tribuna ed esclama: Non c'
pi libert. Poich non posso pi farmi intendere, depongo qui, in segno di
lutto, i simboli della magistratura popolare. I deputati sbalorditi si calmano
di colpo: Non farlo, cittadino presidente! Riprendi il tuo posto in nome della
Repubblica, ti scongiuriamo! Luciano si ferma, li guarda esitante e finalmente
ritorna verso la tribuna: in quello stesso momento un ufficiale si presenta con
dieci uomini, prende Luciano per un braccio e lo trascina via. Egli ha appena il
tempo di dire ai deputati sbalorditi; con voce grave e solenne: Mi parlate di
riconciliazione e mi fate arrestare!
In realt, nella confusione nessuno ha notato che, nel pieno della discussione
riguardante la proposta di mettere Bonaparte fuori legge, Luciano  riuscito a
sussurrare a un partigiano di suo fratello, il generale Frgville, queste
parole: Fra dieci minuti bisogna interrompere la seduta o io non rispondo pi di
nulla. Frgville ha riferito il messaggio a Bonaparte, il quale ha capito che,
per togliere ai Cinquecento la possibilit di radunarsi in seduta, bastava
togliere loro il presidente, e nel modo pi teatrale possibile. Di qui il falso
arresto. Rimane in evidenza, tuttavia, il vero lampo di genio di Luciano, che 
riuscito in una delle pi belle manovre parlamentari che si siano mai viste.
Bonaparte crede per che i deputati abbiano ugualmente avuto il tempo di
proclamarlo fuori legge. Deve dunque arrendersi o ricorrere alla forza.
Ad arrendersi non pensa nemmeno per un attimo. Fuori ci sono alcune migliaia di
coraggiosi che aspettano solo il momento di agire. Tanto peggio: l'ultima parola
sar la loro.
Ma si muoveranno? Contrariamente a quanto si crede di solito, questo punto non 
sicuro. Non esistono problemi riguardanti i Cacciatori e i Dragoni di Murat e di
Sbastiani, ma tra loro e il castello ci sono i granatieri che costituiscono la
guardia del corpo legislativo. Sebbene dalla vigilia siano al comando di
Bonaparte, non hanno tuttavia combattuto sotto di lui. Basterebbe forse che una
voce si alzasse dai Cinquecento e li chiamasse in aiuto, in nome della legalit,
perch essi si rivoltassero contro di lui. Potrebbe essere la voce di Jourdan o
di Augereau, ma costoro sono sconcertati dalla piega presa dagli avvenimenti.
Non sapendo cosa fare, esitano proprio nel momento in cui ogni minuto  di
importanza capitale. Questo indugio sar loro fatale: i Giacobini perdono la
loro ultima occasione quando sono ancora in vantaggio.
Bonaparte non esita: Sieys continua a ripetergli: Sognano il '93... ci mettono
fuori legge! Ebbene, generale, accontentatevi di metterli fuori dalla sala!
Bonaparte balza a cavallo e si presenta ai granatieri; Luciano, che  appena
arrivato dall'Orangerie dopo il suo falso arresto, sente che tocca ancora a lui
agire e balza anche lui a cavallo. Come presidente dei Cinquecento,
rappresentante della legalit, i granatieri lo ascolteranno pi di suo fratello.
Quasi fosse ancora alla tribuna arringa i soldati: ...La stragrande maggioranza
dei Cinquecento  ora terrorizzata da alcuni sicari che assediano la tribuna,
minacciano di morte i loro colleghi e sottopongono loro le proposte pi
orribili. Dichiaro che questi audaci briganti, sicuramente al servizio
dell'Inghilterra, si sono ribellati ai Cinquecento e hanno osato proporre di
mettere fuori legge il generale incaricato di eseguire il suo mandato, come se
fossimo ancora al tempo orribile del loro regno in cui la parola fuori legge
bastava per fare cadere le teste pi care alla patria.
Se si eccettua la proposta di mettere Bonaparte fuori legge, che tuttavia non 
ancora stata messa ai voti, tutto ci che Luciano ha detto  falso ma in simili
circostanze questo  un particolare del tutto insignificante!
I granatieri non si muovono e Luciano insiste: Vi assicuro che quei pochi
esagitati si sono posti da soli fuori legge con i loro attentati alla libert
del Consiglio. In nome del popolo che, da tanti anni,  la vittima o il
giocattolo di questi miserabili figli del Terrore, affido ai soldati l'incarico
di liberare la maggioranza dei rappresentanti del popolo affinch, protetti
contro i pugnali dalle baionette si possa deliberare sugli interessi della
patria.
Si noter che non  stato pronunciato il nome di Bonaparte. Luciano ha l'abilit
di non fare apparire gli incidenti verificatisi, come conseguenza della lotta
intrapresa da suo fratello contro i deputati.
Luciano Bonaparte continua il suo discorso e impartisce ordini: Voi
riconoscerete come deputati di Francia solo coloro che stanno in mezzo a voi con
il loro presidente. Quanto a coloro che persisteranno a restare nell'Orangerie
per votare dei fuori legge, allontanateli con la forza... Non sono pi i
rappresentanti del popolo, ma del pugnale. Che questo nome resti... che li segua
ovunque e quando oseranno presentarsi ai loro mandanti, che questi li
sconfessino, che tutti li indichino a dito e diano loro l'appellativo meritato
di rappresentanti del pugnale.
L'espressione infatti rester. Molte incisioni dell'epoca rappresentano i
deputati nell'atto di brandire degli stiletti, dei pugnali su Bonaparte.
Oggi  provato che nessun deputato era armato. La battaglia si  svolta senza
armi e se il brigadiere Thom ha avuto l'uniforme lacerata, non  stato un colpo
di pugnale: molto pi semplicemente la cucitura di una manica ha ceduto durante
la zuffa. Ma per parecchi giorni il brav'uomo sar festeggiato, coccolato,
colmato di onori, ricevuto alla tavola di Bonaparte, baciato da Giuseppina,
citato sui giornali, presentato nei teatri e applaudito dalla folla. Sosterr il
ruolo di salvatore del console con molta buona volont e scomparir dalla storia
con una buona pensione e senza rimpianti.
I rappresentanti del pugnale. L'espressione ottiene l'effetto voluto e i
granatieri, rassicurati, imbracciano il fucile. Quest'uomo che ha parlato cos
bene non pu ingannarli. Inoltre, alle loro spalle, Srurier, Murat, Lefebvre
hanno fatto del loro meglio per eccitare gli ussari e i dragoni che hanno
combattuto sotto Bonaparte, il quale capisce che il momento  favorevole. I
soldati si chiedono se il sangue sul suo viso, colato dai graffi prodotti dai
bottoni, non sia il risultato di una pugnalata.
Pallido, sovraeccitato, dritto sul suo cavallo scalpitante, il generale
proclama: Soldati, io vi ho portato alla vittoria; posso ora contare su di voi?
S, s! gridano i dragoni alle spalle della Guardia, Viva il generale!
Comandate!
Soldati, degli agitatori cercano di sollevare il consiglio contro di me. Posso
contare su di voi?
S, s! Viva Bonaparte!
Ebbene, li ridurr alla ragione.
Bonaparte tiene loro un discorso politico... Vi ingannano, si servono di voi, vi
tradiscono... Lo tollererete ancora a lungo?
No, no, gridano i prodi.
Allora, soldati, avanti!
Come un solo uomo gli ufficiali alzano la sciabola e fanno un segno... Subito i
tamburi rullano la carica e si muovono. Il movimento di quegli uomini che
avanzano lentamente,  bello ed impressionante allo stesso tempo. La Guardia,
che esiterebbe ancora, non pu restare sorda a questa marcia irresistibile.
Una grande confusione regna tra i Cinquecento. Dopo la partenza di Luciano e,
mentre essi stanno ancora discutendo, un rullo di tamburi giunge alle loro
orecchie... insieme alle grida Viva Bonaparte! Si precipitano alle finestre
urlando Viva la Costituzione! Viva la libert! Viva la Repubblica! Fuori legge
il dittatore! Le grida si mescolano, i tamburi si avvicinano ed infine tacciono:
sono ormai alla porta. Leclerc, alla testa dei suoi uomini con la baionetta in
canna, dice educatamente, ma con fermezza: Cittadini rappresentanti, non si pu
pi rispondere della sicurezza del Consiglio. Vi invito a ritirarvi.
La maggior parte dei deputati tace; qualcuno tenta di ribellarsi: Chi siete,
militari? Siete i guardiani della rappresentanza nazionale e osate attentare
alla sua sicurezza, alla sua indipendenza... Parole, sempre parole: i soldati
sono stanchi di parole... Granatieri, avanti! Tamburi, carica! ordina un
ufficiale e Murat si rivolge ai suoi uomini: Gettatemi fuori tutta quella gente!
In ordine, senza brutalit ma con fermezza, i granatieri avanzano e spingono
fuori i deputati; alcuni saltano dalla finestra e corrono, corrono
disperatamente. Nei viali e nei cespugli, ovunque, si ritroveranno toghe,
berrette e piume, simboli della capitolazione del potere legislativo...
Sono le 17.30 del 19 Brumaio, Anno VIII. Scende la sera e tutto  finito;
l'animosit di Bonaparte, il tatto di suo fratello, la prontezza di decisione di
Murat e di qualche altro hanno vinto i rappresentanti del popolo, che hanno
abbandonato il terreno e perso una partita in cui avevano tante possibilit
quante i loro avversari, ma di cui non hanno saputo approfittare al momento
giusto. Forse nel loro intimo avevano compreso che era giunto il momento di
ritirarsi dopo un onorato combattimento.
Buffi e ridicoli nelle loro toghe alla romana, eccoli qui, sparsi per la
campagna, umiliati e derisi tra le urla e i sarcasmi dei futuri veterani.
Malgrado la loro falsa dignit e i loro grandi discorsi hanno perduto tutto.
Quando gli Anziani, che sono sempre in seduta e che si credono al riparo dal
turbine esterno, vengono a sapere quanto  successo capiscono che devono
arrendersi. Protestano per la forma, chiedono di poter ascoltare un
rappresentante dei Cinquecento, ma  Luciano Bonaparte, decisamente
infaticabile, che presenta loro la sua versione dei fatti. Di colpo anch'essi si
sentono stanchi; ammettono la ritirata del Consiglio dei Cinquecento. Quale
eufemismo!
In un certo senso si sentono lusingati di essere ormai la sola Assemblea e
sproloquiano, come se avessero ancora dei poteri. Votano la formazione di un
comitato di cinque membri per riformare la Costituzione, e la nomina di un
comitato esecutivo provvisorio di tre membri che non si chiama ancora Consolato.
Per i cospiratori la vittoria non  eccitante, lascia un gusto amaro in bocca.
Bonaparte non si d pace: Il cittadino Sieys aveva ragione. Che pazzi furiosi!
Confesso che sarebbe stato meglio arrestarli. Sarebbe stato molto meglio non
andare ai Consigli! gli risponde bruscamente Luciano.
Oh, oh, dice Bonaparte, il cittadino presidente ci rimprovera, e forse non ha
torto: a ciascuno il suo mestiere.
Sieys vorrebbe che la vittoria fosse completata in modo pi brillante e ottiene
che i superstiti dei Cinquecento si radunino per ratificare le decisioni prese
dagli Anziani. Cos si potr dire che le due Assemblee sono d'accordo!
Anche di questo si incarica Luciano. Per parecchie ore, allora, si assister
allo sconcertante spettacolo di uscieri e di volontari che vanno a cercare nelle
trattorie di campagna, nelle osterie e nelle case private dei dintorni e sulla
strada di Parigi, i deputati disposti a ritornare sul luogo della sconfitta.
Si ritrovano in meno di un centinaio sui banchi dell'Orangerie, pronti a votare
qualunque cosa pur di salvare la vita e la libert. Talleyrand apprende tutto
ci con un sorriso. Quando  sicuro che la partita  vinta, va a pranzo a
Svres, da una buona amica, Madame Simon, con pochi intimi. Buono il pranzo,
buono l'alloggio e il resto: la politica verr in un secondo tempo.
Alle nove di sera, Luciano apre l'ultima seduta dei Cinquecento. Tutto 
stabilito: la soppressione del Direttorio, l'esclusione dei deputati che si sono
lasciati andare ad eccessi e di cui i colleghi stessi dovranno fare un elenco,
ed infine la creazione di quella famosa commissione consolare esecutiva composta
da Sieys, da Ducos e dal generale Bonaparte, i quali prenderanno il nome di
Consoli della Repubblica.
Bonaparte  ancora al terzo posto per non spaventare nessuno, ma gli basteranno
pochi giorni per passare al primo.
Infine ciascuna Assemblea designer una commissione di venticinque membri che
dovranno tenere i contatti con i Consoli.
Luciano, sempre in gran forma, conclude: Rappresentanti, ascoltate le
benedizioni del popolo e dell'esercito, da sempre giocattolo di diverse fazioni,
e possano le loro grida penetrare in fondo alla vostra anima. Ascoltate il grido
sublime della posterit: se la libert nacque nel Gioco della Pallacorda di
Versailles, essa fu consolidata nell'Orangerie di Saint-Cloud; i membri della
Costituente dello '89 furono i padri della Rivoluzione, ma i legislatori
dell'Anno VIII furono i padri e i pacificatori della Patria.
Questo grido sublime risuona gi per l'Europa: esso aumenter di giorno in
giorno e, nella sua forza universale, infiammer ben presto le cento bocche
della Fama.
Luciano Bonaparte  forse sincero... ha solo ventiquattro anni. Ai tre Consoli
ora non resta che prestare giuramento, cosa che fanno con solennit. Quali
possono essere, in quel momento, i sentimenti di Bonaparte che, poche ore prima,
nella stessa sala sognava un' approvazione unanime, ma che ha avuto bisogno di
un pugno di dragoni per vincere la partita?
Gli sfregi sul suo viso non sanguinano pi, ma la ferita inferta al suo amor
proprio  ancora aperta. Ora trionfa, ma a quali condizioni! Davanti a un
centinaio di deputati, di cui una parte sonnecchia sui banchi. Com' triste
questa vittoria! Il popolo non si  neanche mosso: evidentemente in provincia si
ignorano gli ultimi avvenimenti. A Parigi Fouch, dopo essere stato informato
della vittoria, ha fatto proclamare ovunque che si  voluto assassinare
Bonaparte, che il tentativo  stato sventato e che egli ritorner vincitore a
Parigi il giorno dopo.
Risuonano ovunque grida di entusiasmo. Fouch pu fare affiggere i manifesti che
annunciano la vittoria del generale e bruciare quelli che lo dipingono come un
tiranno. Il suo avvenire  ormai assicurato.
Viva la Repubblica! hanno gridato i Cinquecento togliendo la seduta. Viva la
Repubblica! gridano gli Anziani, a loro volta, dopo che i tre Consoli hanno
prestato giuramento. Sono le quattro del mattino: la partita  vinta e la
commedia  finita.
Nella notte fredda, i granatieri e i dragoni tornano in caserma, marciando al
ritmo delle loro canzoni di guerra del 1789, convinti di aver salvato la
Repubblica e la Rivoluzione.
Bonaparte rientra in carrozza con Bourrienne senza dire una parola. Riflette: ha
vinto, ma tutto  ancora da fare. Si  addossato il peso della Francia e dei
Francesi e ha la loro fiducia. Sieys e Ducos non sono ostacoli, dopo quelli che
ha dovuto superare.
Ma dove porter questo popolo che vede in lui un apportatore di pace? Pu esso
immaginare che quest'uomo gli prepara quindici anni di guerra, ma gli far anche
vivere uno dei periodi pi ricchi di avvenimenti della storia di Francia?
A Versailles, dieci anni prima, Mirabeau in nome del popolo aveva respinto le
baionette. A Saint-Cloud, Bonaparte ha avuto bisogno delle baionette contro i
rappresentanti del popolo, tanto erano screditati. La Rivoluzione  forse salva,
ma la Repubblica ha cessato di esistere. A trent'anni, Bonaparte pu diventare
Napoleone.

Fine.

















































