Pierre Grimal
LA LETTERATURA LATINA

VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
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INDICE
1-  Introduzione
2-  La poesia arcaica
3-  L'epopea da Livio a Ennio
4-  Il teatro romano da Livio a Terenzio
5-  La poesia morale da Appio Claudio a Lucilio
6-  La formazione della prosa - Lo sviluppo della storiografia
7-  La storiografia dopo Catone
8-  L'eloquenza
9-  Cicerone e il suo tempo
10- L'opera di Cicerone
11- La storiografia nel periodo finale della repubblica
12- I generi poetici
13- Il periodo augusteo
14- Virgilio
15- Orazio
16- Gli elegiaci
17- Ovidio
18- La prosa nel periodo Augusto
19- L'epoca dei rtori
20- Seneca il filosofo
21- Da Petronio a Tacito
22- I generi poetici
23- I superstiti
24- Conclusioni

,1, Introduzione
Si potrebbe intendere per letteratura latina l'insieme delle opere
d'intento letterario scritte in latino. Ma questa definizione 
eccessivamente vasta e comprende, di fatto, varie letterature
differenti l'una dall'altra. L'uso letterario del latino, che
comincia ad affermarsi nel corso del terzo secolo a.C.,  destinato
infatti a svilupparsi ininterrottamente da allora in poi. Esiste
cos una letteratura latina moderna, che fa direttamente seguito a
quella dei secoli precedenti. Ma  del tutto evidente che essa non
presenta i medesimi caratteri della letteratura del periodo di
Cicerone o di Augusto, cos com' certo che la letteratura in
lingua latina d'ispirazione cristiana forma, a sua volta, un
settore a s stante: le sue radici, essenzialmente orientali, e il
suo fine, di edificazione e conversione, la distinguono dalla
letteratura "pagana", il cui spirito  del tutto diverso. Infine,
ultima distinzione, andrebbero considerate a parte, anche
all'interno della letteratura antica e "pagana" (il termine "laica"
sarebbe preferibile, se non presentasse inconvenienti d'altro
tipo), le opere composte tra il terzo secolo a.C. e il terzo o, al
massimo, il quarto della nostra era. Nel corso di questo periodo,
infatti, si manifestano possibilit di rinnovamento che, pi tardi,
spariranno; la tradizione corre ininterrotta dalle origini; le
opere sono direttamente accessibili, se non a tutti, almeno a
quanti hanno acquisito i rudimenti della cultura. Senza dubbio si
pu riconoscere, da alcuni indizi, che a partire da questo momento
la letteratura tende a divenire materia di scuola, dunque a sclerotizzarsi,
ma tale sclerosi diventer totale solo nel periodo seguente. Fino a che
sopravvive, tra gli autori, il sentimento di partecipare a una cultura
"romana",  possibile ammettere ancora l'esistenza di una letteratura
latina, nel significato in cui, qui, l'intendiamo.
Questa letteratura, infatti,  essenzialmente quella di Roma, della
Roma repubblicana e conquistatrice, della Roma imperiale e
trionfatrice.  animata dallo spirito romano, celebra la gloria di
coloro che sono divenuti, con molte sofferenze, i padroni del mondo:
ma si sforza anche di definire i valori fondamentali sui quali poggia
questa conquista; segue, e talvolta anticipa, l'evoluzione
intellettuale, contribuendo in questo modo alla formazione di una
civilt originale, quale appunto fu quella di Roma.
Sarebbe dunque allettante chiamarla "romana", pi che "latina", se
anche questa definizione non rischiasse, a sua volta, di creare
confusione. Tra coloro che hanno contribuito a formarla, com'
noto, pochi autori furono romani di Roma: fin dal principio sono
dei sudditi o degli alleati coloro che compongono le prime opere e,
via via che la conquista avanza, si vedono provinciali, i barbari
della vigilia, arricchire la letteratura dei loro vincitori. Il che
lascia intravedere come questa letteratura sia in realt il
prodotto di una convergenza tra uno stato sociale e politico e uno
stato linguistico, tra la citt romana e la lingua latina. Ci che
dobbiamo tentare di cogliere e definire  una letteratura di lingua
latina e di ispirazione romana. Si capisce, allora, perch essa
potesse nascere soltanto nel momento in cui, simultaneamente, si
trovarono realizzate le due condizioni che le erano necessarie, e
perch, inoltre, non potesse sopravvivere alla scomparsa di una
delle due. Alla sua nascita, era necessario che Roma fosse gi
affermata e sufficientemente forte come centro politico, e che la
lingua latina avesse acquistato flessibilit e ricchezza sufficienti. Al
momento del suo declino, fu il crepuscolo dell'Impero, la scomparsa dei valori
tradizionali che ne compromisero definitivamente il vigore.
Alla met del terzo secolo a.C. il mondo greco  all'apogeo della
civilt ellenistica. Il tempo dei diretti successori di Alessandro
(i diadochi)  finito da una cinquantina d'anni, i re della seconda
generazione hanno consolidato stabilmente il loro dominio,
l'ellenismo si  diffuso nelle regioni interne dell'Asia, la
cultura greca, estesa, separata persino da quanto un tempo l'aveva
strettamente unita alla polis, si impone come il modello per
eccellenza di ideale umano. In questa cultura che si irradia fino a
raggiungere l'Occidente mediterraneo, con le colonie della Magna
Grecia, in Italia, con Siracusa, prospera e splendida sotto Gerone secondo,
in Sicilia e con le pi lontane colonie raggruppate intorno a
Massala (Marsiglia), la letteratura resta un elemento essenziale.
Per un verso essa conserva, con le opere dell'ellenismo classico,
il tesoro comune dei poeti, dei filosofi e degli storici. Ma non 
rivolta solo verso il passato: i poeti contemporanei tentano di
rinnovare la creazione letteraria, e vi riescono con quella che
noi oggi chiamiamo letteratura "alessandrina" (perch si svilupp
soprattutto intorno ad Alessandria, la capitale dei Tolomei).
Callimaco, il pi grande dei poeti alessandrini,  il rappresentante
per eccellenza di questa nuova estetica di poesia colta, dalla forma perfetta,
che ai lunghi poemi preferisce le brevi composizioni, che usa la materia
dei miti tradizionali, ma nelle varianti pi rare. Accanto a lui, Teocrito,
siciliano di nascita, che d dignit letteraria al genere popolare
del canto "bucolico", e trasforma in miniature preziose le
improvvisazioni dei bovari e dei caprai. Infine, terzo grande nome di
questa scuola alessandrina, Apollonio Rodio, autore di una lunga
epopea sulle avventure di Giasone e dei suoi compagni. Le sue
Argonautiche eserciteranno, due secoli pi tardi, un'indubbia
influenza sull'Eneide. D'altro canto, il teatro resta molto vitale.
Non c' citt greca che non abbia il proprio teatro, dove in genere
vengono riprese le grandi opere del repertorio classico (quelle di
Euripide, soprattutto), ma modificate per adattarle al gusto
contemporaneo: si conserva il dialogo, ma i cori sono sostituiti da
canti che non hanno pi alcuna relazione con l'azione drammatica. Rispetto al
passato, spettacolo e messa in scena sono pi evoluti, e le nuove
rappresentazioni che i poeti compongono sono conformi a queste tendenze.
La letteratura ellenistica si propone come fine l'esaltazione degli
di e, tramite questi, dei nuovi "eroi" che reggono il mondo. Ad
Alessandria, naturalmente, celebra i Tolomei, altrove Antigono
Gnata, le cui vittorie sui rivali sono glorificate anche dagli
scultori (come nel caso dell'autore della Vittoria di Samotracia).
La tradizione omerica, continuata in epoca classica dagli epinici
di Pindaro, ispira ancora quella che  talvolta chiamata
letteratura di corte. La Chioma di Berenice, scritta da Callimaco,
ne  l'esempio pi compiuto. Questa costante attenzione per la gloria ispirer
anche i primi poeti romani che, in una certa misura, sono essi stessi
"ellenistici", se non propriamente "alessandrini".
Verso la met del terzo secolo, Roma conclude vittoriosamente la
prima guerra contro Cartagine. La potenza punica, che fino a quel
momento occupava gelosamente il bacino occidentale del Mediterraneo
e limitava verso est l'espansione ellenistica, si trova indebolita
e deve retrocedere, abbandonando a Roma la zona del mare
Tirreno e ai focesi, alleati di Roma, quella della Liguria e della
Spagna settentrionale. Roma, la cui parentela con i popoli e le citt
ellenici  avvertita da molto tempo (la prima testimonianza certa,
quella di Aristotele, risale a circa un secolo prima, ma la
tradizione era certamente pi antica e voleva che Roma appartenesse
al gruppo di citt la cui fondazione si collegava ai "ritorni" dei
combattenti di Troia), non consent, certo, di rinnovare l'influenza
politica dei greci sull'Occidente, ma favor, talvolta
inconsciamente, talaltra anche per consapevolmente, l'espansione
della loro cultura anche all'interno del proprio dominio. Una
testimonianza di questa simbiosi  costituita, appunto, dalla nascita
di una letteratura di lingua latina.  certo che la letteratura
latina  figlia della letteratura greca, ma non dobbiamo credere che,
inizialmente, essa non sia stata altro che una copia maldestra,
scolastica, delle opere greche. Le sue composizioni sono una
trasposizione, rispondente ai bisogni culturali propri di Roma, pi
della funzione che della materia di quelle opere che i romani
vedevano vivere all'interno del mondo greco. Si creano, cos, delle
epopee e un teatro tragico, che tenderanno a fissare, per Roma, un
passato mitico; la stessa commedia si svilupper intorno a valori
morali e sociali, come faceva, in Grecia, da tre quarti di secolo, la
"commedia nuova". La prosa, quella degli storici, dei legislatori,
dei giuristi, degli oratori, si integrer anch'essa allo spirito
della citt, e l'imitazione dei grandi prosatori greci non sar una
schiavit sterile, al contrario.
 vano voler opporre una Grecia creatrice a una Roma che ne sarebbe
soltanto l'imitatrice servile: la creativit si sussegue, dall'uno
all'altro campo, tanto che l'anteriorit della letteratura greca
spiega solo come quella di Roma abbia potuto svilupparsi cos rapidamente
e prendere una sorta di scorciatoia per giungere alla perfezione.

,2,  La poesia arcaica
 con la poesia che ha inizio la letteratura latina. Essa fa i suoi
primi passi contemporaneamente con l'epopea e col teatro.
Molteplici sono le ragioni che presiedono a questo sviluppo: alcune
sono da ricercare nella situazione della letteratura greca
contemporanea, nel ruolo giocato insieme dalla tradizione omerica e
dalle rappresentazioni teatrali nella cultura ellenica; altre,
invece, dipendono da condizioni proprie di Roma. Prima della
letteratura scritta era esistita una letteratura orale, i
cosiddetti "carmina convivalia", canti recitati da giovani, durante
i banchetti, per elogiare i grandi uomini del passato. L'influenza
della civilt etrusca aveva diffuso la conoscenza dei miti greci
che si erano fusi con le leggende popolari. Abbiamo un'eco di
questo repertorio preletterario nei dipinti delle necropoli
etrusche arcaiche, dove  possibile veder rappresentate avventure
di guerra (come quella di Macstarna, che  probabilmente un episodio
della storia romana) e leggende epiche (come il sacrificio dei
prigionieri troiani sulla tomba di Patroclo).   molto probabile che
il pi antico passato di Roma sia divenuto dunque, assai presto,
materia "letteraria": antenati delle gentes, re, e soprattutto
Romolo, il fondatore della citt, tutti dovevano figurare, con le
loro imprese, in questi rudimentali poemi. Il metro utilizzato era
probabilmente il "verso saturnio" (cos chiamato a causa della
leggenda secondo cui il dio Saturno sarebbe stato il primo mitico
re del Lazio), del quale tuttavia non conosciamo che forme
relativamente tarde e gi "letterarie". Sembra che fosse composto
di due membri ineguali, il primo formato in genere da tre parole
(di due sillabe le due prime, di tre la terza), il secondo
comprendente invece due parole di tre sillabe ciascuna (secondo il
modello tramandatoci dal primo verso dell'Odyssia di Livio
Andronico: Virum, mihi, Camena / insece versutum (Narrami Camena,
l'uomo dalle mille imprese); esistevano
tuttavia altre combinazioni possibili, come risulta ad esempio dal
verso di Nevio: Fato Metelli Romae / fiunt consules (Al fato si deve se
a Roma i Metelli diventano consoli), nel quale
c' una differente ripartizione delle parole di due e tre sillabe.
La recitazione veniva accompagnata con la lira, che scandiva il
metro. L'influenza esercitata da questi "canti conviviali" sulla
letteratura latina non si lascia cogliere agevolmente. Un tempo si
supponeva che essi avessero costituito la prima forma di storia e
contribuito a formare le leggende che i critici moderni amavano, in
passato, denunciare nella tradizione degli storici posteriori
(soprattutto in Tito Livio). Oggi si  concordi nel ridurne
l'importanza, e nel ritenere che si siano sviluppati ai margini
della storia, senza peraltro sostituirsi ad essa.  certo,
tuttavia, che essi hanno preparato le varianti nazionali di due
generi greci: l'epica romana e la fabula praetexta, rappresentazione
drammatica che fa dei romani stessi i nuovi eroi della scena.
l primo autore di lingua latina  un ex schiavo originario di
Taranto, chiamato Livio Andronico. Pare che fosse condotto a Roma
nel 272, dopo la conquista della sua patria ad opera degli
eserciti romani. l giovane Andronico aveva allora otto anni. Il
suo padrone era un senatore, Livio Salinatore, che l'affranc dopo
avergli affidato l'educazione dei figli. Data la giovane et di
Livio quando giunse a Roma,  facile supporre che in questa citt
egli abbia acquisito la propria cultura, citt in cui, d'altronde,
il grande numero di schiavi e di liberti ma anche di uomini liberi,
mercanti, artigiani, eccetera, originari delle citt dell'Italia
meridionale, aveva reso corrente la conoscenza e la pratica del
greco. Il merito di Livio non fu tanto di introdurre a Roma la
letteratura greca, quanto di concepire la possibilit di una
letteratura in lingua latina, sul modello delle opere greche. Egli
compose al tempo stesso tragedie, commedie e un'epopea, fondando
cos tre generi che avrebbero dato origine, molto presto, a una
straordinaria fioritura con le opere dei suoi contemporanei e
degli immediati successori, Nevio, Plauto, Ennio e Pacuvio.

,3,  L'epopea da Livio a Ennio
Sappiamo che Livio scrisse in latino una Odyssia che fu, in larga
misura, un adattamento, se non una traduzione, della Odissea
omerica. Bench Livio, che di professione era insegnante di
"grammatica", si servisse della sua traduzione per l'insegnamento,
 quasi certo che non compose l'opera con questo scopo. Per quanto
era possibile, tent di romanizzare il testo di Omero, adattando il
nome degli di, trasformando le Muse in "Camene" e la "Cronide Era"
in "Giunone figlia di Saturno". Di questa Odyssia, noi non
possediamo che pochi frammenti isolati e molto brevi, ma la
scelta del soggetto lascia intravedere lo scopo che Livio si
proponeva. Mentre l'Iliade, "libro sacro" per eccellenza della
cultura greca, era centrata sull'Egeo, l'Odissea, al contrario,
guardava verso l'Occidente. Una tradizione di commentatori situava
la maggior parte dei suoi episodi sulle sponde italiane e siciliane.
 in Italia che sono situati gli sviluppi della leggenda di
Ulisse. Un particolare degno di nota era costituito inoltre dal
fatto che la figura di Ulisse aveva incontrato larga fortuna nelle
regioni etrusche; i figli che, a quanto si raccontava, egli aveva
avuto da Circe, erano ritenuti i fondatori di numerose citt
dell'Italia centrale (Tivoli, Ardea). Dietro l'epopea di Livio
possiamo indovinare i racconti leggendari etruschi e l'epopea
"orale" del Lazio truschizzato. Inoltre, in quella seconda met
del terzo secolo, accadeva che Roma fosse impegnata negli affari
dell'Illiria e si preoccupasse delle coste adriatiche, che aveva
raggiunto da molto tempo, ma che, fino a quel momento, non erano
entrate nel suo immediato orizzonte politico.
Ben presto, in questa regione, Roma appare come la
protettrice degli elleni contro i pirati barbari. Ora, uno degli eroi
delle guerre d'Illiria era precisamente un Livio Salinatore, forse la
stessa persona che aveva affrancato Livio, forse il figlio e, in tal
caso, l'antico allievo del poeta. Adattare l'Odissea in latino non
era forse rendere delicato omaggio ai romani che, dall'Italia
centrale, ritornavano da liberatori alla patria di Ulisse?
Delle origini italiche della letteratura latina, dunque, l'epopea
di Livio conservava molto: non soltanto il metro (l'Odyssia era
scritta in versi saturni), ma l'interesse per leggende nelle quali,
da lungo tempo, ci si compiaceva di riconoscere i prolungamenti
occidentali dei cicli epici.
Decisamente italiano anch'esso, e ancor pi romano,  il Bellum
Punicum di Nevio. L'autore era un campano, che aveva fatto recitare
la sua prima rappresentazione nel 235, cinque anni soltanto dopo
quella che aveva segnato gli inizi di Livio. Il Bellum Punicum fu
probabilmente scritto durante la vecchiaia, intorno al 209, nel
momento in cui l'Italia era per gran parte occupata dalle truppe di
Annibale o, quanto meno, minacciata dalle imprese del cartaginese.
Anche questa epopea  in versi saturni; i frammenti che ne
possediamo sono brevi, ma relativamente numerosi, e consentono di
farsi una qualche idea dell'insieme. L'argomento era la prima
guerra punica, alla quale Nevio aveva partecipato come soldato. Ma
i primi canti erano dedicati a un racconto di carattere mitico, che
ripercorreva le avventure di Enea, considerato il fondatore di
Roma, e i suoi amori con la regina Didone, la fondatrice di
Cartagine.  la stessa materia dei primi quattro canti dell'Eneide.
Nevio non aveva inventato tutto questo. Da molto tempo Enea
figurava tra gli eroi "italici": in Italia centrale, dove la sua
presenza  attestata, a Veio, da un santuario mta di
pellegrinaggio etrusco, e in Sicilia, dove si sapeva che coloni
troiani erano giunti e si erano insediati a Segesta, nei lontani
tempi del re Laomedonte, portando il culto di Venere sul monte
Erice. Enea era presente anche nel Lazio, a Lavinio, dove si 
scoperto un santuario a lui dedicato. Ignoriamo come si sia formata
la leggenda degli amori di Enea con Didone; in origine,
probabilmente, essa non aveva alcun rapporto con Roma: l'ellenismo
aveva lungamente conteso ai punici la parte occidentale della
Sicilia, e il mito pu benissimo esser servito a legittimare
le pretese dei coloni di Segesta sul santuario dell'Erice, che
tendevano ad annettersi la "Venere" punica. Comunque, Nevio utilizz
questa storia drammatica per spiegare la rivalit mortale che
opponeva Roma a Cartagine. Il suo scopo  di mostrare che il fato 
dalla parte di Roma; ci assumeva grande importanza negli anni oscuri
della seconda guerra punica. Roma riceveva dal suo poeta una duplice
certezza: che gli di erano con lei, e che le passate viitorie su
Cartagine garantivano il successo finale.
Mentre l'Odyssia di Livio era ispirata dalla tradizione italica, il
Bellum Punicum  pi profondamente romano. Sono cambiate le
circostanze: Roma non  pi l'arbitro dell'Italia, ma una citt che
lotta per la sua stessa esistenza, e questo restringimento dei suoi
orizzonti provoca un accesso di nazionalismo, di cui l'esaltazione
storica degli eroi nazionali  una manifestazione.  il momento,
come vedremo, in cui si forma la tragedia "praetexta".
La terza epopea romana fu quella di Ennio. Scritta dopo la vittoria
che pose fine alla seconda guerra punica, essa non  pi opera di
combattimento, ma di meditazione sulla grandezza e sulla missione
storica di Roma. Ennio era nato a Rudiae (oggi Rugge, tra Brindisi
e Taranto) nel 239 a.C. Apparteneva, dunque, alla generazione
successiva a quella di Livio e di Nevio. Ennio si vantava
volentieri di parlare e di scrivere in tre lingue: il greco, il
latino e l'osco, che era la lingua del suo paese natale. Ma, lungi
dal conservare qualche rancore contro Roma che aveva conquistato il
suo paese, si gloriava d'essere divenuto romano.
Ennio  il pi "ellenistico" dei primi poeti romani. Fu lui che
sospinse la letteratura romana sulle tracce della letteratura
greca, avvicinandosi ai modelli contemporanei. Abbandonando il
verso saturnio, adatta al latino l'esametro dattilico che era, da
Omero in poi, il verso epico greco. Essendo egli stesso un adepto
delle dottrine pitagoriche, che restavano vitali nei dintorni di
Taranto e contavano seguaci nell'aristocrazia romana, pretende di
essere una reincarnazione di Omero: vuole essere l'Omero moderno,
al servizio della grandezza romana. Per tutte queste ragioni, Ennio
 spesso considerato dai romani come il "padre" della loro letteratura, il che
non manc di provocare l'ironia di Orazio, al tempo di Augusto.
La grande epopea di Ennio, il poema Annales, fu iniziata
probabilmente nel 203, un anno prima della battaglia di Zama. Roma
 ormai sicura della vittoria. Si paragona alle grandi potenze
ellenistiche con le quali, ancora, divide l'impero del mondo. Ed 
in sostanza un poema di gusto alessandrino quello composto da Ennio:
nei suoi trentamila versi si trovano scene di battaglia, ma anche
scene di genere, come il famoso "sogno di Ilia", l'annuncio della
nascita dei gemelli Romolo e Remo; il carattere romanzesco, sensuale
di questa scena evoca pi Apollonio Rodio che l'Iliade. Persino il
progetto di mettere in versi la "cronaca" di Roma (Annales era il
nome dei registri dove i pontefici annotavano, anno dopo anno, gli
avvenimenti importanti) pu essere avvicinato ai tentativi compiuti
dai poeti ellenistici che, in versi epici appunto, avevano narrato,
ad esempio, la guerra messenica. Senza dubbio, Nevio aveva seguito i
medesimi modelli per questo aspetto, ma in Ennio l'imitazione sembra essere
stata pi sistematica, mentre  pi esigua la parte accordata al mito: il
racconto delle imprese storiche umane predomina ampiamente sulla leggenda.
Ennio  pi filosofo che "teologo". Insiste di pi sui valori
strettamente umani. Due dei suoi poemi (perduti ancor pi
interamente degli Annales, di cui restano invece numerosi
frammenti), l'Epicharmus e l'Euhemerus, lo rivelano occupato in
speculazioni cosmogoniche e morali molto lontane dall'atteggiamento
religioso tradizionale dei romani. Nel secondo, egli
espone, con particolare congenialit, la dottrina di Evemero di
Messina, secondo il quale gli di e le dee del pantheon
tradizionale altro non sono che re e principesse del tempo antico,
divinizzati per i servizi resi all'umanit. Ci consentiva
naturalmente di esaltare maggiormente i condottieri romani, le cui
imprese dominavano sempre pi la storia umana. Questa prospettiva
storica risalta nei rapporti che unirono Ennio a M. Fulvio
Nobiliore, il console del 191. Questi, che si era legato d'amicizia
con il poeta, lo prese con s nella cohors praetoria, quando part
per la guerra contro gli etoli. Ennio assistette alla presa di
Ambracia, la capitale nemica. E Fulvio, al ritorno, elev un tempio
a "Ercole delle Muse" (Hercules Musarum, probabile traduzione del
greco, "Ercole condottiero delle Muse").
Ennio introdusse l'episodio di Ambracia negli Annales e compose,
sull'argomento, un'opera poetica di cui conosciamo solo il titolo,
probabilmente una tragedia praetexta. Ercole, protettore dei
trionfatori, l'eroe che doveva l'immortalit alle proprie imprese,
domandava alle Muse la consacrazione di questa immortalit, quella
che la poesia perpetua con la parola umana. Fulvio ritrovava, in
tal modo, le preoccupazioni che erano state di Alessandro e, dopo
di lui, di quasi tutti i re ellenistici e dei Tolomei in particolare.

,4,  Il teatro romano da Livio a Terenzio
Il teatro romano aveva debuttato ufficialmente nel 240, in
occasione dei Ludi romani, con la rappresentazione, fatta allestire
dai magistrati, di un'opera teatrale composta da Livio Andronico.
Volevano, probabilmente, mostrare al re Gerone secondo, venuto
quell'anno in visita ufficiale, che Roma non era in nulla inferiore
alle citt greche del Sud. Ma, come per l'epopea, la nascita del
teatro era stata preceduta da una "preistoria", che non manc di
esercitare un notevole influsso sulla produzione dei poeti
successivi. Dal 364 a.C. (se ci si affida a Tito Livio), il senato,
in seguito a un'epidemia di peste e per allontanare la collera
degli di, aveva introdotto l'abitudine dei "ludi scaenici",
ripresi dagli etruschi, che consistevano di danze eseguite al suono
del flauto e di improvvisazioni di mimi, senza sceneggiatura n
libretto. La giovent romana trov tutto ci divertente e imit
quelle danze in occasione delle feste rustiche, mescolando canti e
strofe satiriche. A poco a poco nacque un genere nuovo, che
ricevette in seguito il nome di satura, nel quale si mescolavano
ogni sorta di canti e di gesticolazioni. Era l'abbozzo di un
teatro. Questo nacque quando, nel 240, Livio ebbe l'idea di
servirsi della satura per una regolare rappresentazione. Il teatro
romano conserv per lungo tempo, da quell'origine popolare, alcuni
caratteri originali. Cos, per le parti cantate, il ruolo degli
attori veniva sdoppiato: il gestire, la mimica erano affidati a un
personaggio, mentre un altro aveva il compito di recitare o cantare
le parole. Si raccontava che Livio avesse immaginato questo schema
perch gli si era "spezzata" la voce, a forza di ripresentarsi alle
chiamate del pubblico: allora avrebbe riservato a s la mimica,
mentre un cantor lo assecondava per il resto.  difficile credere
che un incidente cos personale abbia potuto generare un'innovazione
tanto strana se, per l'appunto, il giovane teatro
latino non ne avesse trovato, nella tradizione della satura, l'idea
originaria. N si dovr dimenticare che, accanto al teatro
letterario, i romani praticarono sempre il mimo, che era uno
spettacolo di danza e canto, essendo ridotte al minimo le parti
parlate.  noto che, nei primi tempi del teatro latino, le
rappresentazioni tendevano a sbarazzarsi delle parti cantate, per
avvicinarsi ai modelli classici. Ma questa evoluzione ebbe il
risultato di allontanare il teatro dal proprio pubblico e provoc
la decadenza dei "grandi" generi, mentre il mimo,
al contrario, sopravvisse vigoroso sino alla fine dell'impero. Orazio
invocher, ma invano, una rinascita del teatro letterario.
Noi conosciamo assai poco dell'opera drammatica di Livio, Nevio,
Ennio e Pacuvio, i quattro maggiori poeti di quest'epoca.
Disponiamo, per lo pi, dei titoli o di qualche frammento di versi.
Livio compose almeno nove tragedie: Achilles, Aiax mastigophorus,
Equos troianus, Aegisthus, Hermiona, Andromeda, Tereus, Danae e Ino.
Tutte presentano un soggetto tratto da leggende greche, alcune
delle quali non sono prive di legami con le tradizioni troiane di
Roma: una versione della storia di Danae, per esempio, narrava che
l'eroina argiva era approdata sulle coste del Lazio.
Cinque anni dopo la prima tragedia di Livio, Nevio dava la sua
prima rappresentazione. Della sua opera tragica sopravvivono solo
sei titoli: Equos troianus (l'argomento piaceva ai romani), Aesiona
(altra leggenda relativa alle catastrofi troiane), Hector proficiscens,
Iphigenia (probabilmente un'"Ifigenia in Tauride"), Danae e Lycurgus,
rappresentazione dionisiaca senza alcun dubbio in rapporto col diffondersi
del culto di Bacco nell'Italia meridionale e nel Lazio durante gli ultimi
decenni del terzo secolo.
Ennio compose un gran numero di tragedie. Tra queste, il ciclo
troiano comprendeva i seguenti titoli: Achilles, Aiax, Alexander (era il
soprannome dato a Paride fra i pastori), Hectoris lytra  ("Il riscatto di
Ettore"), Iphigenia, Hecuba, Andromacha aechmalotis ("Andromaca prigioniera di
guerra"), Telamo e Telephus. Aveva, inoltre, trattato leggende di origini
diverse: Alcmeo, Andromeda, Athamas, Cresphontes, Erechtheus, Eumenides,
Medea exul, Melanippa, Nemea, Phoenix e Thyestes, rassegna nella quale si
riconoscono titoli (e senza dubbio i soggetti) ripresi da Euripide.
Dopo Ennio, la tragedia ebbe un altro notevole rappresentante in
suo nipote Pacuvio, nato a Brindisi verso il 220 a.C. e introdotto,
grazie all'influenza dello zio, negli ambienti filoellenici di
Roma, in particolare nel "circolo degli Scipioni". Pacuvio sembra
che abbia imitato pi Sofocle che Euripide, forse sotto l'influsso
dei suoi amici romani, il cui gusto si volgeva verso il classicismo
attico. Ecco i titoli delle sue tragedie che ci sono stati
tramandati: Antiopa, Armorum iudicium (la contesa tra Aiace e Ulisse per
le armi di Achille), Atalanta, Chryses, Dulorestes ("L'Oreste schiavo"),
Hermiona, Iliona, Medus (storia del figlio di Medea, avuto da geo, re di
Atene), Niptra ("Il bagno" in cui, si narrava, Telgono, figlio di Ulisse,
aveva involontariamente ucciso il padre). Nella serie dei
giudizi tradizionali dati al tempo di Orazio sugli antichi tragici
romani, Pacuvio passava per un "vecchio sapiente": forse per il fatto
che si era sforzato di rinnovare le ispirazioni del suo teatro,
ricorrendo a modelli meno ritriti. In ogni caso, le sue opere
teatrali vennero riprese ancora molto tempo dopo la sua morte, e
persino il pubblico popolare ne conosceva a memoria lunghi brani. I
frammenti abbastanza lunghi che ce ne fa conoscere Cicerone lasciano
intravedere, in Pacuvio, un grande vigore di stile, un senso del
patetico moderato dalla preoccupazione per la dignit che conviene
agli eroi, un senso tutto romano della virtus, simile a quello che si
vedeva gi in Alcmena, l'ammirevole "matrona" la cui figura domina
l'Anfitrione di Plauto.
Accanto a queste tragedie, direttamente ispirate a modelli greci, i
poeti romani avevano composto, dopo Nevio, anche delle praetextae,
i cui eroi erano romani (vestiti con la toga praetexta portata dai
magistrati e, nel passato, dai re), i romani non avevano inventato
di sana pianta questo genere. Sappiamo, per esempio, che un autore
ebreo, chiamato Ezechiele, aveva messo in scena la vita di Mos.
Nel mondo ellenistico, ogni popolo tentava di imitare, per la
propria storia nazionale, quanto i greci avevano fatto per il loro
passato. Nevio compose un Romulus ma, cosa senza dubbio pi
originale e pi specificatamente romana, anche una tragedia dal
titolo Clastidium, citt dove s'era svolta la battaglia in cui
Marcello aveva ucciso, di propria mano, il re degli nsubri
Viridomro. La rappresentazione fu tenuta, probabilmente, durante i
ludi funebri per lo stesso Marcello: ecco ancora che una tradizione
propriamente romana, quella della laudatio del defunto durante i
funerali, pu aver suggerito a Nevio questa innovazione. Ma siamo,
adesso, nel 208, cio in piena fase di "reazione nazionale". La
praetexta sulla battaglia di Clastidium  sorta dal medesimo
sentimento del Bellum Punicum, al quale Nevio lavora in quel
periodo. Anche Ennio aveva composto tragedie nazionali: una di
carattere quasi mitico, le Sabinae, e forse un'altra d'argomento
pi recente, l'Ambracia, in onore del suo protettore M. Fulvio
Nobiliore. Un intento analogo muoveva Pacuvio, autore di una
tragedia intitolata Paulus, che doveva celebrare la vittoria di
L. Emilio Paolo a Pidna. Mentre di questa prima fioritura tragica non
possediamo che esigui frammenti, il caso ha fatto in modo di farci
conoscere molto meglio le commedie di questo periodo. Livio era stato
il primo compositore di commedie. Di queste, tuttavia, non conosciamo
con esattezza neppure i titoli. Quanto a Nevio, ne aveva scritte pi di
trenta; i loro titoli rivelano che ne aveva mutuato i soggetti dalla
"commedia di mezzo" e dalla "commedia nuova" del repertorio greco, ma
senza esitare a mescolare intrecci diversi per creare situazioni
originali.  molto probabile che Livio e Nevio ricorressero, per le
loro commedie, anche a elementi tratti dal teatro popolate
"preletterario", che sembra sia stato molto fiorente nell'Italia osca
ed ellenizzata e che, nella stessa Roma, era rappresentato dalla
satura drammatica. Per noi, la commedia romana, sul finire del terzo secolo,
si riassume essenzialmente nel nome e nell'opera di Plauto.
Di Plauto, che era umbro, originario di Srsina (sul versante
adriatico dell'Appennino), possediamo una ventina di commedie,
(Si tratta, nell'ordine, di: Arnphitruo, Asinaria, Aulularia,
Captivi, Curculio, Casina. Cistellaria, Epidicus, BacchideS,
Mostellaria, Menaechmi, Miles gloriosus, Mercator, Pseodolus,
Poenulus, Persa, Rudens, Stichus, Trinummus, Truculentus,
Vidulariaa (quest'ultima molto mulilata),
rappresentate tutte, probabilmente, tra il 212 e il 186 a.C.
Plauto, che fu forse giocoliere di professione prima di diventare
autore, rappresenta appunto quest'unione dei soggetti greci con le
tradizioni popolari: talvolta caratteri derivanti dall'originale
greco sono modificati, romanizzati, il poeta introduce allusioni
alle istituzioni, al luoghi, ai costumi dei romani. Come Nevio,
Plauto condensa spesso in una sola opera la materia di due commedie
greche, secondo un procedimento che, in termini moderni, si
definirebbe di contaminatio. Gli intrecci che ne risultano sono
generalmente molto complicati, e danno ampio spazio alla facolt
d'invenzione verbale e al virtuosismo del poeta. In compenso,
Plauto sopprime certe scene e certe peripezie dell'originale greco.
Plauto  un creatore di azione per eccellenza; il suo teatro
abbonda di colpi di scena, di macchinazioni, di astuzie che si
traducono, sulla scena, in un movimento vertiginoso. Ridotti
all'essenziale, gli intrecci sono abbastanza monotoni, proprio come
quelli della "commedia nuova" di Menandro e dei poeti degli inizi
del terzo secolo, i modelli di Plauto. Quasi sempre si tratta degli
amori di un giovane con una cortigiana o con una fanciulla che si
ritiene di condizione servile e che  alle dipendenze di un leno
("protettore" di prostitute"). Il padre del giovane  avaro e, per
ottenere i favori della bella o per acquistarla dal suo leno,
occorre molto denaro. Uno schiavo del giovane, briccone furbo e
spesso insolente, s'incarica di procurare al padrone la somma
necessaria. Il soggetto consiste appunto nel racconto delle sue
astuzie. Soltanto le circostanze
cambiano tra un'opera e l'altra. A volte (nella Mostellaria ad
esempio) la casa della famiglia viene venduta dallo schiavo durante
l'assenza del padre, e ci si sforzer di far credere al buon uomo che
la dimora  frequentata dagli spiriti e che non deve entrarvi;
talvolta l'impostore si fa versare il denaro che proviene dalla
vendita di un armento di asini e che dovrebbe essere portato al
legittimo proprietario (Asinaria); oppure si abusa della credulit di
un soldato un po' ridicolo per farsi consegnare la fanciulla
agognata, sgraffignando un anello che serve alla vittima come sigillo
(Curculio). Spesso, alla fine della commedia, ci si accorge che la
condizione dei personaggi non  quella che si pensava: il soldato
beffato si scopre essere il fratello della fanciulla ch'egli bramava,
oppure la giovane amata era, in realt, nata libera. In breve, gli
ostacoli si appianano, e il finale  lieto. Lo schiavo, le cui astuzie
hanno rallegrato tutti, ottiene il perdono, mentre il cantor si
rivolge agli spettatori e domanda l'applauso.
In queste commedie compaiono alcune tipiche figure del mondo
ellenistico: per esempio il "soldato smargiasso", uno di quei
mercenari che servivano nelle armate dei re d'Asia o della Grecia,
ma anche in quelle di Cartagine, e che i legionari romani avevano
imparato a conoscere; o le cortigiane, di cui si faceva abbondante
commercio da una sponda all'altra del Mediterraneo; i mercanti
siriani o punici (Poenulus, Rudens), i vecchi imborghesiti, fieri
di appartenere a una citt celebre. Vi si parla di rapimenti, di
pirati, di famiglie separate e miracolosamente riunite, un mondo in
cui avventure che ci appaiono fantastiche erano, se non frequenti,
quanto meno possibili, tanto gli sconvolgimenti politici delle
societ ellenistiche avevano abituato gli uomini a tener conto
della dea Fortuna.
Una commedia si distingue dalle altre per il soggetto e per il tono
di alcune scene: l'Anfitrione, commedia mitologica che ricorda le
parodie tanto care al pubblico dell'Italia meridionale.  la storia
degli amori di Giove e di Alcmena, dai quali  destinato a nascere
Ercole. Alcmena  tanto fedele al marito Anfitrione, che il dio
deve assumerne l'aspetto per soddisfare la sua passione. Essa
disegna una figura di romana pudica, fiera del proprio rango, delle
nobili imprese del marito, di cui ammira la virtus sopra ogni altra
cosa, il valore personale, il coraggio sul campo di battaglia. Con
questa commedia, in modo abbastanza paradossale, penetriamo
nell'intimit di una nobile famiglia romana, dove la tenerezza si
vela di pudore, dove i valori morali hanno la meglio su quelli del cuore.
Il teatro di Plauto implica una morale: i personaggi che ci presenta
conducono una vita "alla greca", e il poeta li condanna perch
questo  contrario ai doveri di un buon cittadino, perch questo
genere di vita trascina chi lo pratica a spese tali da intaccare il
patrimonio. L'ideale di Plauto  quello di tutti i romani dei suoi
tempi: farsi una posizione onorevole nella citt, avere dei figli per
assicurare un avvenire alla repubblica, accrescere la propria
fortuna, rispettare i costumi, temere gli di. La societ  lo scopo dell'uomo.
Tutt'altro accade nelle commedie di Terenzio, che, elaborate a
partire dai medesimi modelli di Plauto, pongono tuttavia problemi
morali estranei a quest'ultimo. Terenzio era uno schiavo africano
condotto giovanissimo a Roma e allevato nella famiglia del senatore
C. Terenzio Lucano. Lui stesso, dopo essere stato affrancato, si
chiamer P. Terenzio Afro. Nato verso il 190, nel 166 diede alla
luce la sua prima opera teatrale, l'Andria ("La fanciulla di
Andro"); vennero poi l'Hecyra ("La suocera"), rappresentata l'anno
seguente, l'Heautontimorumenos ("Il punitore di se stesso"), nel
163, Phormio ed Eunuchus, nel 161 e, infine, nel 160, Adelphoe ("I
fratelli"). L'anno seguente, Terenzio, che era andato in Grecia per
raccogliere delle commedie suscettibili di servirgli da modello,
moriva durante il viaggio.
Terenzio fu amico della "giovane generazione" degli Scipioni:
Scipione Emiliano (del quale era maggiore di circa cinque anni) e
Caio Lelio. Si narra che questi collaborassero con lui, almeno per
alcune scene. Ma, al di l di questo, ci che  certo  che Terenzio
port sulla scena proprio i problemi che preoccupavano la cerchia dei
suoi amici. Il conflitto generazionale, sempre latente, aveva assunto
in quel momento una forma acuta. Il personaggio dell'adulescens, il
giovane, sempre innamorato, in Plauto non era che una maschera la cui
passione dominante serviva a legare l'intreccio; in Terenzio, invece,
 veramente un innamorato, consapevole della sua passione, scontento
di s, ma incapace di resistere al suo cuore. Il biasimo paterno non
ha alcun potere. Non c' opera di Terenzio che, direttamente o
indirettamente, non ponga questo problema dell'educazione: i giovani
devono essere costretti con la forza e l'autorit nelle discipline
tradizionali, oppure formati con il ragionamento, l'esempio, la
comprensione, al rispetto dei doveri fondamentali? Il dibattito
s'imposta tra "pregiudizi" e "verit". Con Terenzio, le
preoccupazioni dei filosofi sono portate sulla scena, e il pubblico 
invitato a giudicare da s. Ma il pubblico preferiva ridere con le
commedie di Plauto, e s'annoiava con quelle di Terenzio
che, per i suoi gusti, non erano sufficientemente movimentate e vivaci.
Il contrasto tra Plauto e Terenzio, cos netto e istruttivo ai
nostri occhi, poich ci rivela l'evoluzione della mentalit
pubblica tra gli anni della seconda guerra punica e quelli delle
conquiste orientali, era attenuato, agli occhi degli antichi,
dall'opera di Cecilio Stazio, un gallo di Milano, vissuto
all'incirca tra il 230 e il 168. Schiavo, era stato allevato a
Roma, poi affrancato. Di gusti pi letterari di Plauto, imitava di
preferenza le opere di Menandro, il pi conforme ai canoni classici
fra i poeti della "commedia nuova". Sotto questo riguardo,
anticipava Terenzio, pur conservando alle proprie commedie un
"movimento" paragonabile a quello di Plauto. Giudicato in seguito
scrittore piuttosto mediocre, si pensava che avesse introdotto
della profondit (gravitas) nelle sue commedie. Come Terenzio,
Cecilio Stazio "fa riflettere". Delle sue opere non conosciamo che
alcuni titoli: Meretrix ("La cortigiana"), Portitor ("Il
doganiere"), Pugil ("Il pugile"), Epistula ("La lettera"), Exul
("L'esule"), Fallacia, ("L'inganno"), eccetera.

,5,  La poesia morale da Appio Claudio a Lucilio
Quando Livio rappresent la sua prima opera teatrale, la
letteratura latina aveva gi fatto il suo debutto, un mezzo secolo
prima, con le Sententiae di Appio Claudio Cieco, il censore del 312.
L'attivit politica di questo personaggio, aperto alle
influenze provenienti dall'Italia meridionale, artefice
dell'espansione romana verso la Campania e la Magna Grecia, sembra
sia stata considerevole. Essa si estese anche ai problemi
culturali: Appio Claudio riform l'ortografia latina, si fece
promotore della nuova legislazione procedurale (affidandone il
lavoro di codificazione al suo segretario Gneo Flavio) e diede egli
stesso esempio d'una eloquenza che i contemporanei ritennero memorabile.
Conosciamo solo alcune delle Sententiae di Appio Claudio. Erano
redatte in una lingua ritmata, abbastanza vicina al verso
"saturnio", i cui esempi pi antichi erano offerti dalle preghiere
e dai ritmi religiosi, ci che i moderni chiamano il carmen (cio
la forma ritmata degli incantesimi). Vi si trovava espressa una
saggezza che non era soltanto popolare, ma che teneva conto anche
di idee diffuse dal teatro e dalla filosofia nelle citt della
Magna Grecia: la necessit di mantenere il controllo di se stessi,
di non abbandonarsi alla ferocia (senza dubbio la hybris, l'efferatezza
dei greci), se non si vogliono commettere azioni di cui ci si
pentir, il valore dell'amicizia, il ruolo della clemenza e
dell'indulgenza verso gli amici autentici. Questa raccolta 
la prima manifestazione di una "saggezza romana", in cui si
intrecciano strettamente la tradizione nazionale e gli
apporti venuti dal Sud. Basandosi su queste massime sar
possibile, per i romani del secondo secolo, pensare che la
coscienza nazionale abbia spontaneamente elaborato una filosofia
paragonabile a quella che, nel frattempo, viene loro fatta conoscere
dai teorici venuti dalla Grecia.
La tradizione della poesia moraleggiante, inaugurata da Appio
Claudio,  destinata a vivere attraverso tutta la letteratura
latina, di cui rappresenta una delle correnti pi originali: quella
della "satira". Al tempo dei Flavi, Quintiliano scriver che "la
satira  un genere interamente romano". Senza dubbio, l'ispirazione
fondamentale che la caratterizz per lungo tempo  esattamente
quella espressa da Appio Claudio e, un secolo pi tardi, da Catone
il Censore, nel suo Carmen de Moribus. In esso,  possibile leggere
massime di questo genere:
La vita degli uomini  simile al ferro; se lo si fa lavorare si
consuma; ma se non lo si fa lavorare,  la ruggine che lo consuma.
Cos  degli uomini. Noi vediamo che se si fanno lavorare li si
consuma; se non si fanno lavorare, l'ozio e l'inattivit fanno pi
male del lavoro.
Qui, Catone non  sicuramente debitore, in nulla, allo stile dei
"filosofi popolari" greci, i "predicatori" cinici che andavano di
citt in citt rimproverando agli uomini i loro vizi, ricorrendo a
parabole e a similitudini familiari.  l'esperienza quotidiana di
un piccolo proprietario attento al suo patrimonio quella che gli
detta le parole con le quali si esprime.
Ma  a Ennio, contemporaneo di Catone, che spetta la vera creazione
della "satira". Il nome di questo genere significa probabilmente
"opera mista" (satura), e non  senza rapporto con quello della
satura drammatica, che  forse il modello dal quale deriva la
satira letteraria. Come quella, infatti, questa conteneva battute,
apostrofi rivolte a un pubblico reale o immaginario, e si
sviluppava in totale libert, passando dall'uno all'altro ritmo,
dalla prosa ai versi senza alcun vincolo formale. La satira di
Ennio era una specie di rapsodia in cui s'intrecciavano scene di
mimo, favole, racconti dai quali si ricavava una morale.
Fu Ennio, per primo, a narrare l'apologo dell'allodola e i suoi piccoli.
Se le Satires di Ennio ci sono note solo attraverso tarde citazioni
e allusioni a volte oscure, l'opera di Lucilio ha invece lasciato
tracce meno sbiadite, anche se non ne possediamo il quadro
d'insieme. Lucilio, un nobile originario di Sessa Aurunca, ai
confini tra il Lazio meridionale e la Campania,  posteriore a
Ennio di ben due generazioni, essendo nato nel 148 (vent'anni dopo
la morte di Ennio). Fu uno fra i primi romani che abbiano
affrontato il viaggio in Grecia per farsi una
cultura filosofica. Amico degli Scipioni, come Terenzio, fu compagno
di Scipione Emiliano in Spagna, nel l33, in occasione della guerra di
Numanzia. Poco dopo, giovanissimo, esordiva come poeta, riprendendo
il genere della satira, e trattandolo inizialmente, come gi
aveva fatto Ennio, in versi trocaici e giambici, i versi dei generi
drammatici. In seguito, nell'ultima parte della sua produzione (quella che,
nella raccolta pubblicata, forma i primi venti libri), user solo
l'esametro, creando in tal modo la forma definitiva della satira,
poema "ragionato", pi narrativo e meditativo che drammatico, portato
gradualmente a quell'ordine formale con cui ci apparir pi tardi.
Per le sue origini aristocratiche, i suoi rapporti, l'ambiente in
cui viveva, Lucilio fu spinto a prendere partito nelle lotte politiche;
lo fece con vivacit e persino con violenza. Evoca per esempio i
grandi processi del tempo, il che lo porta a rappresentare scene di
vita nel foro. Altre volte, affidando ai versi gli avvenimenti della
sua vita quotidiana, racconta un viaggio in Campania e in Sicilia,
dove lo chiamavano gli affari privati. Il realismo, il gusto
dell'aneddoto che ritroviamo nelle arti plastiche romane, l'interesse per i
paesaggi, gli oggetti, i dettagli dell'esistenza quotidiana, tutto
ci traspare nei frammenti rimasti e delinea una tradizione. Aperto alle
influenze elleniche, Lucilio resta partigiano convinto dei valori romani
tradizionali, ma senza essere schiavo dei pregiudizi e della
grettezza della generazione precedente. In un celebre passo, proclama che
il primo posto si deve dare alla patria, il secondo ai componenti la
propria famiglia, e solo il terzo a se stessi, il che significa, in questa
morale della saggezza, subordinare la propria felicit a quella degli           gli altri,
altri,  atteggiamento che,  dopo Epicuro e  Zenone, non  pi
quello dei filosofi greci. Con lui vediamo come la mentalit romana, quanto
meno nell'lite cittadina, abbia superato la crisi, l'inquietudine di
cui l'opera di Terenzio era testimonianza, proseguendo con successo la
sintesi di cultura ellenica e tradizione nazionale.

,6, La formazione della prosa - Lo sviluppo della storiografia
Finora ci  parso  che la letteratura latina si componesse
esclusivamente di opere poetiche o che, quanto meno,
queste predominassero nel corso dei periodi iniziali. I primi testi
letterari furono scritti, e abbiamo gi avuto occasione di
sottolinearlo, in una lingua ritmata, e la prosa non si  liberata
da questa prima forma se non lentamente, ogni
enunciato di rilievo tendendo spontaneamente a "solennizzarsi".
Cos i testi delle "Leggi delle dodici Tavole" (composti verso il 450 a.C.)
sono in forma di carmina. Viceversa, gli Annales dei pontefici, prima
forma di opera storica a Roma, appaiono privi di ogni pretesa letteraria.
In modo abbastanza paradossale, sembra che l'influenza dell'ellenismo
abbia avuto sulla formazione della prosa latina, un ruolo pi importante
che nella formazione della poesia. Questa prosa fece
la sua prima apparizione in coincidenza con la seconda guerra punica,
allorch si avvert il bisogno di opporre agli storiografi greci che si
trovavano nel campo di Annibale, una storiografia d'impronta nazionale.
 significativo, a questo proposito, che il primo storico romano
Q. Fabio Pittore (vissuto all'incirca fra il 260 e il 190 a.C.), abbia
composto la sua opera storica (Rerum gestarum libri) sia in greco che
in latino (salvo che addirittura l'opera non si limitasse in origine
all'edizione greca, e che la versione latina non sia altro, perci,
che un semplice rimaneggiamento successivo).  certo comunque (ed  gi
sufficientemente significativo di per s) che Fabio Pittore ebbe
l'incarico di un'ambasciata sacra a Delfi nel 216, dopo la battaglia
di Canne, per riannodare i rapporti esistenti da molto
tempo fra Roma e il dio. Si pensava, sicuramente, che nessuno
meglio di lui avrebbe potuto perorare la causa di Roma nei confronti
del mondo greco, del quale Delfi era uno dei centri spirituali.
 assai verosimile supporre che Fabio Pittore e il suo contemporaneo
L. Cincio Alimento, autore anch'egli di testi in lingua greca, abbiano
subito l'influenza della storiografia ellenica, e in particolare quella
degli storici siciliani, che a Siracusa, citt con la quale a partire
dalla prima guerra punica si erano stabiliti rapporti
profondi e amichevoli, erano stati numerosi e brillanti. Timeo di Tauromenio,
fra gli altri, pu essere considerato uno dei "padrini" della giovane
storiografia romana. L'opera dei primi annalisti romani  andata quasi
interamente  perduta. Le poche notizie di cui disponiamo provengono tutte
da citazioni di autori pi tardi e dall'uso che delle loro opere  stato
fatto da Tito Livio. Su quali documenti operavano questi primi storiografi?
Possiamo unicamente immaginarlo, ed  questa la ragione fondamentale della
grande variet di ipotesi fatte, al riguardo, dagli studiosi
moderni. Per alcuni, questi disponevano solo di leggende elaborate
dall'orgoglio nazionale o, pi di frequente, dall'orgoglio delle famiglie
nobili. L'indigenza degli archivi di Stato (che, per giunta,
sarebbero andati distrutti durante l'incendio di Roma ad opera dei
galli nel 390 a.C. e sarebbero stati ricostituiti successivamente
alla meno peggio), l'incertezza stessa dell'elenco dei consoli dei
primi secoli, tutto ci avrebbe contribuito a far s che i primi
storici costruissero vicende in gran parte inventate, colmando le
lacune con racconti favolosi forniti dalle epopee popolari (carmina
convivalia), con l'aiuto di "ricalchi" immaginati a partire da
circostanze posteriori o con anticipazioni anacronistiche. Tale 
stata e rimane l'opinione dei moderni "ipercritici". Ma nei casi,
piuttosto rari, nei quali l'archeologia ha potuto stabilire un
qualche riscontro (come sul problema delle origini di Roma, quello
delle tradizioni dei re, eccetera), i fatti tramandati dalla tradizione
annalistica si sono rivelati pi solidi di quanto si potesse immaginare.
Il primo grande prosatore romano fu Catone il Censore (questo
soprannome gli fu imposto dopo la sua censura del 184, rimasta
memorabile). Piccolo proprietario, nato a Tusculo (oggi Frascati)
verso il 234, intraprese la carriera politica grazie all'appoggio
della gens Valeria. Combattente durante la seconda guerra punica,
partecip in seguito alle campagne d'Oriente, di Spagna (dove fu
governatore) e di Sardegna. Si pu dire che nella sua persona
Catone compendiasse la cultura propriamente romana, sicch la sua
opera pu essere vista come una specie di enciclopedia riassuntiva
della tradizione nazionale. Un libro di storia, intitolato
Origines, narrava la fondazione di Roma e di tutte le citt
italiche con le quali Roma era entrata in rapporto, per inoltrarsi
poi nel corso dei tempi ed esporre gli avvenimenti storici
verificatisi nel mondo italico e nell'Occidente romanizzato fino
alla met del secondo secolo. Alla stesura di quest'opera, Catone
continu a lavorare fino alla morte avvenuta nel 149, poich nel
libro erano riferiti eventi accaduti appena due anni prima, nel
151. Delle Origines noi possediamo oggi solo alcuni frammenti.
Questi, tuttavia, sono sufficienti a mostrare come il celebre
censore si fosse sforzato di creare una storia conforme ai valori
morali di Roma: ad esempio, egli si asteneva dal nominare i
comandanti delle armate, gli ufficiali, e cos via, limitandosi a
designarli con l'indicazione dei loro gradi. A quanto pare, l'unica
eccezione da lui fatta fu per un elefante di nome Syrus. Questa
singolare scelta si spiega se si tiene presente che il magistrato e
il dirigente romani contano non in quanto persone, ma in quanto
depositari temporanei del potere ad essi affidato. Catone
intendeva, in questo modo, reagire contro il ruolo sempre maggiore
attribuito alle "personalit". Il tono da lui dato alla sua storia
corrisponde al suo atteggiamento ostile nei confronti di Scipione
l'Africano, vincitore un po' troppo ingombrante, una volta ritornata la
pace. Oltre alle Origines, Catone scrisse anche parecchi libri
dedicati a suo figlio (Praecepta ad filium), nella cui prefazione
prendeva vivacemente partito contro la cultura greca,
disprezzata ma anche temuta. Riconosceva che poteva essere
utile acquisirne una leggera infarinatura, ma senza studiarla a
fondo (illorum litteras inspicere non perdiscere), aggiungendo
con sorprendente ingenuit che la medicina greca era
particolarmente sospetta, giacch, sosteneva, i greci avevano
prestato fra loro il giuramento di uccidere tutti i barbari, e per
questa ragione mandavano medici in Italia. Ma non  certo possibile
giudicare Catone da questa battuta. In realt, questo piccolo
borghese del Lazio  irritato dal disprezzo segreto che i greci
raffinati e colti provano verso la civilt dei loro vincitori. Teme
che quest'ultima possa arretrare di fronte all'invasione
delle idee e delle tecniche provenienti da Oriente.
 consapevole che la passata grandezza di Roma  strettamente
legata a quel modo di vivere e di pensare che in quegli stessi
anni comincia ad essere di moda disprezzare fra gli stessi
romani, e che egli, invece, fa ogni sforzo per mantenere vivo.
Il che non significa affatto che Catone non accetti larga
parte della civilt greca e, pi in generale, dello stato
"culturale" in cui si trova l'insieme del mondo mediterraneo.
 probabile, anzi, che il suo trattato De agri cultura, che fa
parte dell'enciclopedia Ad filium, debba molto alle idee
dell'agronomo cartaginese Magone, la cui opera compendiava
l'esperienza delle agronomie "capitalistiche" sviluppatesi in
Asia e nell'Africa punica e diffusesi, nel periodo ellenistico,
un po' dappertutto. Catone, tuttavia, si sforza di adattare una
tale agronomia alle condizioni economiche e sociali dell'Italia
romana.  il primo a impegnarsi nella lotta per la
"modernizzazione"   dell'agricoltura,   cos da renderla
atta a sostenere   la concorrenza   che, nella corsa   generalizzata
all'arricchimento, le viene da   quella nuova   forma di   capitalismo che
ha nei pubblicani   e, in genere, nei   mercanti attratti   dallo
sfruttamento   delle province   conquistate la   sua agguerrita
rappresentanza sociale. Catone  troppo realista   per pensare ad un
ritorno al   passato, ma   immagina di   adattare ci che   esiste alle nuove
realt,   conservandone lo   spirito e, al di   sopra di ogni
cosa, il   significato   morale. Ritiene   che l'agricoltura
(non la pratica manuale della coltivazione, ma la ricchezza
fondiaria, lo   sfruttamento   diretto   dell'impresa   familiare) sia
l'unica a poter salvaguardare l'esistenza di
quell'esemplare umano da lui considerato superiore ad ogni altro, il
vir bonus, l'uomo solido e sicuro, fedele alla parola data, acerrimo
difensore del proprio diritto, in grado di distinguere fermamente fra
il proprio bene e il bene dello Stato, economo fino alla parsimonia,
ma altrettanto dedito alla patria fino all'abnegazione.
Il De agri cultura, per tutto ci che ci ha tramandato dell'antico
"Latium", riti religiosi, preghiere agli di campestri, ricette
d'ogni genere,  un libro prezioso. Tanto pi si rimpiange la
perdita delle opere sulla medicina, l'arte militare e,
probabilmente, il diritto, che completavano l'enciclopedia Ad filium.
Catone fu uno dei maggiori oratori del suo tempo, come gi lo era
stato Appio Claudio. Tuttavia contestava l'idea che l'eloquenza si
potesse apprendere dai maestri greci. Due delle sue formule
preferite, che ci sono state tramandate, sono: rem tene, verba
sequentur (medita bene l'affare, le parole verranno da sole) e la
definizione dell'oratore come vir bonus dicendi peritus (uomo
onesto esperto nell'arte della parola). L'eloquenza, dunque, altro
non , per Catone, che l'espressione naturale di un pensiero
vigoroso, sicuro della propria verit. Tutto il resto non  che
inganno e menzogna.
Dalle citazioni delle sue orazioni pervenute fino a noi, 
possibile vedere come conoscesse l'impiego delle "figure", ad
esempio l'anafora, l'interrogazione retorica, le assonanze, le
allitterazioni.  probabile che molti di questi giochi fossero
spontanei e nulla dovessero alla scuola. Certi effetti derivavano
anche dalla tradizione latina del carmen o dalla lingua giuridica,
la cui ansia di precisione si traduceva, spesso e volentieri,
nell'accumulo di sinonimi o di termini analoghi (come nel caso, ad
esempio, dei differenti composti di uno stesso verbo).  difficile,
oggi per noi, discernere con sicurezza l'apporto delle due culture,
la greca e la romana, nella pratica di un'eloquenza che ci perviene
unicamente tramite echi remoti e frammentari. Ci limiteremo ad
osservare che Catone giudicava i suoi discorsi abbastanza
importanti da meritare di essere pubblicati: la loro raccolta
comprendeva almeno centocinquanta titoli. In apparenza, egli
seguiva l'esempio di vari uomini politici del passato, Appio
Claudio o Q. Fabio Massimo il Temporeggiatore. Tuttavia c' una
notevole differenza fra questi ultimi e lui. I discorsi di Claudio
e di Fabio erano stati pubblicati cos com'erano stati pronunciati;
quelli di Catone, invece, furono sistematicamente riveduti
dall'autore, e pubblicati molto tempo dopo l'evento che li aveva
occasionati. C', in altri terrini, gi un vero lavoro di scrittore
che si aggiunge all'ispirazione dell'oratore. Catone  giunto
inoltre a comprendere che l'azione dell'eloquenza pu essere prolungata,
moltiplicata dalla pubblicazione. Non si tratta pi soltanto di persuadere
un'assemblea o il senato, ma di offrire a intelletti sottratti
alla dinamica del discorso parlato un oggetto sul quale meditare
a piacere. Nelle mani di Catone la prosa diventa ci che fino ad
allora era stata soltanto la poesia, il veicolo duraturo di un
pensiero.  difficile immaginare che l'austero censore sia
giunto da solo a questa concezione: su questo punto, come su
tanti altri, egli fu, volente o nolente, trascinato
dall'irresistibile evoluzione che portava Roma sulla scia dell'ellenismo.

,7,  La storiografia dopo Catone
Gi nel 149, quando Catone mor, l'ellenismo invadeva Roma o,
quanto meno, produceva nelle coscienze un riequilibrio di
valori del quale abbiamo gi avuto modo di rilevare l'ampiezza,
a proposito di Terenzio e di Lucilio. I generi in prosa non si
sottraevano a tale influenza. Gli eruditi greci cominciavano a
essere conosciuti a Roma parallelamente ai filosofi e, mentre
grazie a questi ultimi gli oratori cominciavano a interrogarsi
sul valore e sui limiti dell'eloquenza, insieme all'erudizione
venivano crescendo anche le esigenze nei confronti della storiografia.
Da questo punto di vista,  caratteristica la parte avuta dallo
scrittore greco Polibio. Alto magistrato della lega achea al
momento di Pidna, si trov compreso nell'elenco degli ostaggi
achei rivendicati da Roma dopo la vittoria (167). Ci spiega la
ragione per cui visse a Roma per molti anni. Legato a L. Emilio
Paolo, fu precettore dei suoi figli e "guida spirituale" del
giovane Scipione Emiliano. Storico egli stesso, cerc di
comprendere il fenomeno storico costituito da Roma: in che
modo, in meno di una generazione, la repubblica avesse
raggiunto i risultati che, nello spazio di due secoli e mezzo,
i re orientali non avevano ottenuto, e cio riportare la pace
nel bacino del Mediterraneo e imporre al mondo un potere forte
e stabile. Intorno a quest'uomo, l'lite dei giovani romani
 portata a riflettere sul ruolo della propria citt, e a
sottoporre ogni azione alla critica della ragione e della
conoscenza. Ma dalle lezioni di Polibio trassero profitto
soprattutto gli uomini di stato filoellenici e i teorici della
filosofia politica; quanto agli storici, bisogner aspettare
fino a Tito Livio, e cio fino ai tempi di Augusto, per trovare in
modo certo un impiego diretto della sua opera. In verit, noi non
conosciamo quasi nulla degli annalisti del secondo secolo a.C. Cosa mai
contenessero le opere storiche di P. Cornelio Scipione, figlio di
Scipione l'Africano, o quelle di C. Acilio o, infine, la storia di
A. Postumio Albino, aspramente ripreso da Catone perch, al pari di
Scipione e Acilio, era uso scrivere in greco, ci  ignoto. Essi
avevano scelto quest'ultima lingua per disprezzo verso il latino, per
conformarsi alla tradizione di Fabio Pittore e di Cincio Alimento, o
perch si trovavano sotto l'influenza di Polibio? Non lo sappiamo. 
probabile per che l'impiego del greco permettesse a questi autori di
rompere il quadro, essenzialmente romano e quasi rituale,
dell'esposizione successiva, anno per anno, degli avvenimenti.
Gli storici di lingua latina di quest'epoca si adattano, infatti,
ancora allo schema annalistico. Cos, oltre a L. Cassio Emina e a
L. Calpurnio Pisone, uno degli autori pi "critici" nei confronti
delle antiche leggende, C. Fannio, genero di C. Lelio e membro,
perci, del "circolo degli Scipioni", nel quale s'incarna la
tendenza modernista e filoellenica. Pisone e Fannio erano stati gli
ascoltatori e, in una certa misura, i discepoli di Panezio, il
filosofo stoico che, trasferitosi a Roma, vi era rimasto fino al
130 circa, in contatto anch'egli col "circolo degli Scipioni".
Com' noto, la dottrina stoica comportava delle riflessioni sulla
storia, attraverso le quali essa si sforzava di dare una lettura
dei disegni della provvidenza, di quel dio che, a suo giudizio,
governa il mondo. La ricerca storiografica delle cause, piuttosto
che dalla diretta imitazione degli storici greci, nei quali la
nozione di causa (ad esempio in Tucidide) rimaneva piuttosto
confusa e relegata nella contingenza, ebbe dunque origine in questo modo.
Vi furono anche, alla fine del secondo secolo e all'inizio del primo, altri
annalisti che si limitarono a dare continuit alla tradizione dei
pi antichi. Claudio Quadrigario, diffidando dei documenti relativi
ai primi passi della repubblica, diede avvio ai suoi Annales con
l'evento della presa di Roma da parte dei Galli. A quanto pare,
tendeva soprattutto ad evidenziare il carattere pittoresco del
racconto e a privilegiare le situazioni drammatiche. Il suo
contemporaneo, Valerio Anziate, si  meritato invece la cattiva
fama d'essere stato un compilatore poco scrupoloso, avendo
inventato particolari che non si trovavano nelle fonti ed esagerato
le cifre (degli armati, dei caduti in battaglia, eccetera), e avendo
scelto sempre, fra le varie versioni di un evento, quella pi ricca
di elementi fantastici.
Tuttavia, in questa seconda met del secondo secolo, si vede sorgere una
forma di narrazione storica che non ha pi nulla a che vedere col
metodo annalistico, e il cui interesse  rivolto, al contrario,
alla trattazione di un periodo o di un evento ben determinati. Cos
i sette libri di Celio Antipatro sulla guerra di Annibale, o le
Historiae di Sempronio Asellione che esaminavano un periodo di cui
l'autore era stato testimone diretto (dal 134 al 90 a.C.).
Antipatro e Asellione applicavano, in questo modo, la concezione
storica prevalente presso i greci in quello stesso periodo. Il fatto
che l'opera di un Posidonio, discepolo di Panezio, sia stata
concepita nel medesimo spirito (la ricerca delle cause all'interno
di un periodo definito), lascia supporre che l'origine comune sia
da ricercare nella dottrina elaborata dagli stoici gi romanizzati
e nell'ambiente dello stesso Polibio, il quale aveva a sua volta
tratto profitto dall'esperienza e dalla riflessione dei suoi amici
sulla gestione pratica degli affari pubblici.  significativo
inoltre che questi storici abbiano cominciato la loro carriera come
uomini d'azione: Sempronio Asellione aveva servito sotto il comando
di Emiliano a Numanzia, Polibio, nella sua giovinezza, aveva
cominciato con l'essere "ipparco" nella lega achea; Posidonio era
stato "pritano" della repubblica di Rodi. Per loro la storia  la
prosecuzione dell'azione, non  ancora diventata opera esclusivamente
erudita o letteraria.

,8,  L'eloquenza
 del tutto naturale che in questa atmosfera intellettuale
caratterizzata dal predominio della riflessione politica
l'eloquenza fosse destinata a conoscere uno sviluppo particolare.
La seconda met del secondo secolo vede aggravarsi i conflitti fra i
gruppi sociali. La crisi provocata dai Gracchi rendeva pi
necessario che mai il ricorso a un'eloquenza appassionata, capace
di muovere le folle. Non c' uomo politico di questo periodo che
non sia perci anche un oratore, degno, a quanto assicura Cicerone
nel suo Brutus (trasmettendoci la lista degli uomini di quella
generazione), di passare alla storia. La quasi totalit della
produzione di questo periodo dovette essere pubblicata, sebbene a
noi non rimangano che esigui frammenti.
Gli oratori appartenenti, con legami pi o meno stretti, al
"circolo degli Scipioni" furono, a quanto pare, i primi a
introdurre nell'eloquenza romana quel gusto di una sobria
eleganza al quale spetter pi tardi il titolo di "stile attico".
 noto che Scipione Emiliano, in giovent, aveva ricevuto in dono
la biblioteca dei re di Macedonia, e che era diventato un grande
estimatore di Senofonte. Questi l'aveva abituato a quel modo
limpido e un po' tenue che caratterizza il suo stile,
trasmettendogli anche una certa dose di ironia socratica.
L'eloquenza di Emiliano  lo stile espressivo di un nobile colto e
padrone del proprio pensiero, non pi la forma d'eloquenza di un
vir bonus, come voleva Catone. La folla romana l'ascoltava come un
oracolo, anche quando egli non era pi investito di una
magistratura e, ancora alla sua morte, s'attendeva con ansia
l'orazione che avrebbe dovuto pronunciare sui progetti di
C. Gracco. In seguito fu detto che sarebbe stato assassinato per
impedirgli di prendere la parola e quindi di trascinare l'opinione
pubblica in una direzione opposta a quella seguita dai Gracchi.
Comunque stiano le cose riguardo a questa che sembra essere quasi
certamente una leggenda, Emiliano appare, nonostante la sua
cultura greca, l'oratore romano per eccellenza, fornito di uno
stile oratorio ricco di gravitas e di una personalit dalla quale
discende quell'autorit che la sua eloquenza non fa che confermare.
I romani nutrivano una diffidenza invincibile nei confronti
degli "oratori alla greca", di coloro che per mestiere si ponevano
come unico scopo quello di parlare e di persuadere: nulla
garantisce, in questo caso, che la tesi ch'essi
sostengono sia conforme alla verit o alla morale. Per cui i
magistrati romani, di tanto in tanto, si spingevano fino ai
provvedimenti di espulsione dalla citt dei maestri di retorica.
L'ultima volta sar nel 92, ma si tratter, in quel caso, di rtori
latini, mentre ai rtori che insegnavano in lingua greca verr
mantenuta l'autorizzazione a dare lezione in Roma.
I maggiori oratori di questo periodo furono senza dubbio i due
fratelli Tiberio e Caio Gracco. Cicerone riferisce le loro pi
celebrate caratteristiche. Anch'essi erano stati educati in
un'atmosfera ellenica. Nipoti, da parte della madre Cornelia, di
Scipione l'Africano, e cognati di Emiliano (che aveva sposato una
loro sorella), appartenevano per la loro cultura a quella stessa
cerchia, ma i loro temperamenti generosi, l'indignazione che
provavano nei confronti delle terribili ingiustizie di una societ
basata sul culto della ricchezza e della forza, davano alla loro
eloquenza un fremito che la distaccava dall'atticismo. Alla pari di
Emiliano e degli altri oratori di quel tempo, essi per si
presentavano al popolo col prestigio della loro nascita: i loro
tentativi di riforme sociali potevano avere qualche possibilit di
riuscita proprio perch presentati dai nipoti dell'Africano.
Anche gli avvocati che prendevano la parola di fronte ai giudici in
processi politici o privati erano a quei tempi personaggi degni di
considerazione, e non solo oscuri patrizi in possesso unicamente
delle doti di parlare in pubblico e di usare sapientemente gli
argomenti in grado di persuadere i giudici. I pi stimati sono
censori, consoli, pretori che hanno governato le province, come
Servio Sulpicio Galba, console nel 144, del quale si elogiava
l'abilit nell'amplificare sviluppi e argomenti sul filo di luoghi
comuni, o Q. Cecilio Metello Macedonico, censore nel 131, che non
esitava a introdurre modi faceti nei suoi discorsi. Tutti, d'altra
parte, si erano formati nello studio del diritto: la conoscenza
delle leggi e della giurisprudenza era uno dei doveri di un romano
nobile, giacch egli aveva la responsabilit degli affari che gli
venivano sottoposti a giudizio dai suoi "clienti". Uomo d'azione,
giurista, oratore, il politico romano di questo periodo tende a
incarnare un ideale che rimane piuttosto lontano dal rtore greco
contemporaneo.  abbastanza significativo che, fra le tre scuole
che si dividevano allora il dominio dell'eloquenza greca,
i romani avessero scelto, di preferenza, la scuola di Rodi.
Questa si situava a mezza strada fra l'eloquenza attica, sobria,
"classica", parsimoniosa negli effetti e nel patetico,
e l'eloquenza "asiatica" (o asiana), che ricercava al
contrario gli effetti violenti, la messa in scena, l'enfasi. Ma non 
certo per l'estetica della via di mezzo che la scuola rodia attrasse
i romani, se si tiene conto che Rodi era la sola grande repubblica
libera che sopravviveva, e da tempo, nell'Oriente mediterraneo. Rodi
conservava ancora le sue istituzioni tradizionali, il suo senato, la
sua assemblea popolare e, oltretutto, dopo l'alleanza obbligata con
Roma nel 164, manteneva in vita la propria diplomazia e la propria
politica. A questo motivo di carattere molto generale ma profondo,
che dell'eloquenza rodia non faceva un esercizio di parata come in
Asia, n un gioco intellettuale come ad Atene, ma una viva funzione
dello Stato, si aggiunsero altri fattori casuali, come il fatto che
Panezio fosse di Rodi e che di Rodi fosse anche il suo discepolo
Posidonio, destinato a esercitare una grande influenza sui romani.
Tuttavia, questi motivi personali non sarebbero stati sufficienti a
creare le strette relazioni intellettuali che finirono con lo
stabilirsi fra Roma e Rodi, se i romani non avessero riconosciuto in
quella repubblica di mercanti, che non aveva mai subito il giogo di
nessun re, l'incarnazione di un ideale affine al loro. Questa
simpatia per Rodi aveva trovato la sua espressione in un discorso che
Catone aveva pronunciato in suo favore, contro coloro che auspicavano
l'annessione dell'isola. E, da allora, nessun romano che attraversava
il mare per recarsi in Asia trascurava di assicurarsi un periodo di
soggiorno a Rodi per ascoltarvi i grandi maestri di eloquenza.
Per tutti questi motivi, i nobili romani acquistarono familiarit
con la teoria dell'eloquenza proprio a Rodi. L Cicerone porter a
termine la sua formazione. L'esempio di Rodi contribu molto a
vincere il pregiudizio nazionale contro l'insegnamento di
quest'arte, che doveva diventare, in breve, fonte di ogni cultura.

,9,   Cicerone e il suo tempo
Nel corso del secondo secolo prima della nostra era, si assiste,
come abbiamo visto, a una sorta di dialogo fra la cultura greca (la
paidea), nella sua duplice forma classica ed ellenistica, e le
necessit dell'azione, l'urgenza degli imperativi imposti ai romani
dalle loro tradizioni e, al tempo stesso, dalle responsabilit
derivanti dalla loro conquista del mondo. In nessun momento abbiamo
visto manifestarsi una letteratura interamente disinteressata,
preoccupata esclusivamente della bellezza e del semplice piacere
estetico. Persino il pi "ellenistico" fra i poeti, Ennio,
intendeva fare opera di pensatore, e di pensatore romano. Gli
spettacoli teatrali comportavano una morale, come si  visto in
Plauto, o una riflessione, come ad esempio in Terenzio. Quanto alla
storia e all'eloquenza, sappiamo che entrambe tendevano a ritrovare
l'azione dalla quale erano scaturite. Sono caratteri che non
verranno mai completamente meno nella storia della letteratura
latina. Ma la nozione stessa di utilizzazione "pratica" diverr
pi sottile. A poco a poco verr sostituita da equivalenti pi
avanzati: la formazione dell'oratore non si proporr pi soltanto
di dare ai giovani l'abitudine al "Forum" e la cultura giuridica
necessaria per prendere la parola in un processo o in un'assemblea,
lasciando alla tradizione familiare il compito di assicurare a
ciascuno di loro un carattere, un pensiero degni della loro gente.
Si arriver ad accettare l'idea che queste profonde qualit possono
essere acquisite con la cultura disinteressata, la conoscenza della
filosofia, il ricorso a un tempo libero (otium) adorno di poesia e
di altri beni dell'arte. Roma ritrover in questo modo, attraverso
una propria evoluzione, il senso stesso della paidea greca, la
cultura formatrice, che era stata l'ideale del pensiero ellenistico
nel suo periodo iniziale.

,10,  L'opera di Cicerone
Questo periodo della letteratura latina  dominato dalla
personalit di Cicerone, che ne incarna quasi tutte le tendenze, e
la cui opera contribuisce ad affermarle e a svilupparne le
conseguenze. Come Catone nel periodo precedente, M. Tullio Cicerone
 un "uomo nuovo", un borghese di una piccola citt di campagna,
Arpino, posta sulle rive del Liri; egli  il primo della sua famiglia
ad accedere alle magistrature curuli. Lo deve al proprio talento,
ma anche agli appoggi che, sin dall'adolescenza, trover presso le
famiglie nobili. L'ambizione principale di Cicerone fu sempre,
fino al termine della sua vita, quella di giocare un ruolo politico di
primo piano, di essere il pi grande personaggio dello Stato.
Fino a un certo punto la sua attivit intellettuale, cos
versatile e ricca, rimase per lui un mezzo al servizio di questo
fine. Fedele alla tradizione, egli non pu immaginare un mondo
dove l'impegno nella gestione della cosa pubblica non sia il
valore supremo. Ed  forse qui che si situa il centro e il fine
ultimo di tutti i suoi pensieri. Ci, ad esempio, spiega le sue
opzioni filosofiche, la ripugnanza che prova nei confronti
dell'epicureismo, non perch Epicuro facesse del piacere il bene
supremo (Cicerone era abbastanza informato della dottrina per
sapere che essa non era quella di un depravato), ma perch
giudicava la felicit incompatibile con la partecipazione ai
pubblici affari. Allo stesso modo, le sue simpatie per lo
stoicismo si rivolgevano a quegli aspetti della dottrina che
mettevano in luce l'importanza delle virt sociali, la
giustizia, l'umanit, il coraggio civico, la devozione alla patria.
Il giovane Cicerone (era nato il 3 gennaio 106 a.C.) si
trasfer prestissimo a Roma per acquisire la formazione pratica
del futuro magistrato, vivendo, come si faceva allora, nella
cerchia di un uomo importante. Fu perci discepolo del giurista
Q. Muzio Scevola e ascoltatore assiduo di Marco Antonio e di
Licinio Crasso, i due oratori pi apprezzati nel senato e fra
il popolo. Nella casa di Scevola, venne a contatto con
l'aristocrazia intellettuale romana raccolta intorno al
"circolo degli Scipioni" (Scevola era il genero di Lelio), al
cui interno erano difesi e salvaguardati i valori della
gravitas, della dignit personale, ma anche il gusto della
cultura. Queste impressioni giovanili s'imprimeranno
duraturamente nell'animo di Cicerone. Verso la fine della sua
vita, ogni volta che vorr animare, in un dialogo, le sue idee
pi care, metter in scena le figure di quel mondo che sar per
lui una specie di et aurea della repubblica, un'et della
quale egli aveva conosciuto solo il crepuscolo. Cicerone vedeva
anche, intorno a s, il quadro animato degli scrittori, dei
poeti, dei filosofi, dei grammatici venuti dalla Grecia, che a
nessuno sarebbe pi venuto in mente di bandire, e di cui anzi i
pi nobili romani ricercavano la compagnia: il poeta Archia, i
filosofi Diodoto e Fedro, stoico il primo, epicureo il secondo,
Filone di Larissa, rappresentante della "Nuova Accademia", che
avrebbe avuto su di lui una notevole influenza.
Questi primi studi furono interrotti dalla Guerra sociale, alla
quale Cicerone partecip nello Stato maggiore di Pompeo Strabone e
poi in quello di Silla. Non appena concluso questo servizio
militare, obbligatorio per chi volesse avviarsi alla carriera
politica, Cicerone cominci a intervenire ai dibattiti nel Foro.
Nell'anno 81, sotto la dittatura di Silla, pronunci l'orazione Pro
Quinctio, in un banale processo giudiziario. L'anno successivo,
per, divenne portavoce dell'opposizione aristocratica a Silla e, prendendo la
difesa di Sesto Roscio Amerino, imputato di parricidio, contribu a screditare
il regime, mostrando gli scandali che esso soffocava. Vinse la causa del
proprio cliente ma, probabilmente su consiglio di coloro che avevano utilizzato
il suo giovane ingegno, part per l'Oriente per farsi dimenticare e rimanere
in attesa che Silla abbandonasse il potere.
Questo viaggio di Cicerone in Asia e in Grecia  uno dei momenti
pi importanti della sua esistenza. Ad Atene egli ritrov il suo
amico Attico, gi suo compagno in casa di Muzio Scevola, che era
sfuggito, nella calma di una Grecia pacificata, ai conflitti civili
che avevano sconvolto Roma dopo la "rivoluzione" operata da Silla.
L Cicerone segu gli insegnamenti dei filosofi e, fedele alla sua
prima vocazione, quello del nuovo capo dell'Accademia, Antioco di
Ascalona, successore di Filone di Larissa. In questo modo diede
inizio alla formazione di quella che possiamo definire la sua
dottrina filosofica: un "probabilismo" pragmatico che subordinava
la conoscenza teorica (giudicata, nella maggior parte dei casi,
inaccessibile nella sua perfezione) all'efficacia e soprattutto al
valore morale dell'azione. Cos egli risolveva, a suo modo, il
problema dell'eloquenza, rispetto ai termini della questione posti
da Platone: non era pi necessario utilizzare tecniche di
persuasione troppo sofisticate per arrivare alla verit; la verit
equivale a ci che  onesto (ci che conviene); un'ulteriore
elaborazione consentiva inoltre di risolvere lo scetticismo degli
accademici, grazie alle soluzioni "medie" immaginate da Panezio,
secondo il quale il bene perfetto del saggio stoico, situato troppo
al di sopra della portata umana, era sostituito dal concetto di
azione "appropriata" e di "dovere". In seguito, nel suo De Officiis,
Cicerone esporr questa dottrina di Panezio e ne far
(come in passato Catone nei suoi libri Ad filium) un testamento
filosofico dedicato al figlio Marco.  evidente, in tal modo, come
possa essere giustificato (e, in una certa misura, anche criticato)
l'epiteto di "eclettico" affibbiato al Cicerone filosofo. Eclettico
egli era come tutti i pensatori del suo tempo, anche nel caso di
capiscuola che non potevano non accettare parte delle critiche che
venivano dalle scuole rivali. Lo stoicismo, da un secolo, prendeva
colore di platonismo in alcuni dei suoi esponenti, mentre in altri
veniva abbondantemente integrato con elementi della dottrina aristotelica.
Ma questo eclettismo non era fatto di elementi presi a destra e a
manca, qui una morale, l una teoria della conoscenza. Sarebbe pi
esatto parlare di una sintesi autonoma operata in funzione di bisogni
spirituali ben definiti e, soprattutto in funzione della necessit di
giustificare l'azione. In tutto questo, Cicerone resta romano,
nonostante la sua immensa cultura greca.
Dopo il soggiorno ateniese, recatosi a Rodi, ritrov il rtore
Molone, che aveva frequentato gi a Roma e dal quale, facendo tesoro
delle esperienze oratorie gi fatte, accett, con maggiore docilit
e anche con pi largo profitto, alcune lezioni. La sua eloquenza,
appassionata e sensibile, era naturalmente incline a una violenza
espressiva che l'avvicinava all'asianesimo. A Rodi, e senza dubbio
anche sotto l'influenza del pensiero stoico che Posidonio insegnava
in quel periodo nell'isola, essa si addolc, temper la sua
veemenza, in breve si sottomise alle leggi di ci che in altri
tempi si sarebbe chiamato "gusto".
Quando Cicerone torn a Roma, Silla aveva abbandonato il potere e
la repubblica era dominata dall'aristocrazia. Il giovane Cicerone
non tard a ricevere la ricompensa per i servizi resi. Eletto
questore, ottenne la circoscrizione di Lilibeo (Marsala), in
Sicilia (75 a.C.). Ricco di umanit, fu in breve popolarissimo fra
i suoi amministrati, e quando i siciliani, alcuni anni dopo,
decisero di intentare causa contro il loro ex governatore, il
propretore Verre, chiesero a lui di sostenere l'accusa. Il processo
non era limitatamente giudiziario. Aveva implicazioni politiche.
Tramite Verre veniva messo in discussione l'intero sistema del
regime oligarchico. Cicerone accett, correndo il rischio di
separarsi dai suoi protettori. Ortensio Ortalo, pi anziano di
Cicerone e oratore rinomato per il suo talento, assunse il compito
della difesa. Cicerone port avanti le cose in tal modo, riun
testimonianze cos schiaccianti, che Verre non os neppure perorare
la sua causa e se ne and in esilio dopo un solo giorno di
dibattimento. Cicerone pubblic ugualmente le orazioni che aveva
preparato (le Verrine), da noi integralmente possedute. Le cinque
orazioni, veri e propri pamphlet, tracciavano la carriera di Verre
ed esponevano i suoi delitti. Esse suscitarono un tale movimento di
opinione che i senatori furono privati del monopolio delle giurie e
furono costretti ad ammettervi gli appartenenti all'ordine equestre
che ne erano stati espulsi dopo la dittatura di Silla. Cicerone
comincia a intravedere che forse non gli  pi indispensabile
appoggiarsi all'aristocrazia, e che per se stesso, grazie alla
propria eloquenza, egli costituisce una forza nella citt.
Profondamente onesto, Cicerone non pens mai di approfittare
del suo ingegno per accumulare beni o per farsi assegnare governi di
province che costituivano sempre la fonte d'immensi vantaggi.
Certamente non disprezza il denaro, ma il suo interesse principale 
rivolto alla patria, alla pace e all'equilibrio dello Stato.
Il ricordo dei grandi sconvolgimenti dei quali era stato testimone nella
sua giovinezza alimenta le sue ansie, e nulla teme di pi della
guerra civile. Perci lo si vede sostenere le cause pi diverse,
secondo ci ch'egli stima l'interesse dello Stato. Edile nel 69,
pretore nel 66, console nel 63,  eletto in ciascuna delle
consultazioni a cui gli  consentito di partecipare come candidato,
con una schiacciante maggioranza di voti. Per lui, sono ora schierate
non tanto le famiglie nobili ma, oltre al popolo, che  sensibile
alla sua parola, le famiglie degli equiti, l'ordine equestre del
quale  egli stesso originario. Nel periodo in cui  pretore,
Cicerone pronuncia un discorso importante, il Pro lege Manilia, a
favore del progetto di conferire a Pompeo poteri straordinari in
Oriente, dove la guerra contro Mitridate si prolunga da tempo. Gli
aristocratici erano ostili a questa legge, per timore di queste
insolite procedure. Ma l'assemblea popolare segu il parere di
Cicerone, e la legge fu approvata.
Durante il suo consolato del 63, Cicerone si schier invece con
fermezza contro un altro progetto che ledeva gli interessi
dell'aristocrazia, una legge agraria appoggiata sottobanco da Cesare.
Le quattro orazioni sulla legge agraria (De lege agraria),
di cui possediamo solo una parte, sbarrarono la strada a questa
mozione. Lo stesso anno Cicerone ebbe la responsabilit di
difendere l'ordine contro una pericolosa congiura ordita da
L. Sergio Catilina con l'aiuto di alcuni altri nobili che speravano di
ripetere, a proprio vantaggio, l'avventura di Silla. La situazione
a Roma si presentava estremamente complessa. Catilina poteva
contare sulla complicit di numerose personalit, alcune delle
quali si sottrassero quando si trovarono di fronte al pericolo.
Ma fu necessaria tutta l'energia del console (il suo collega era
sospetto di simpatie a favore dei congiurati), per evitare che Roma
fosse incendiata e le maggiori autorit dello Stato assassinate.
Quattro orazioni, le Catilinarie, pronunciate alcune al senato
altre davanti al popolo, furono altrettante battaglie vinte.
Cicerone ebbe infine la meglio e, sostenuto da un senatoconsulto,
fece giustiziare i congiurati che era stato possibile arrestare.
Gli altri, compreso Catilina, perirono sul campo di battaglia ai
primi dell'anno successivo. In quel momento, Cicerone poteva dire
di aver realizzato intorno a s l'unione di tutte le "persone
oneste", gli Optimates, ma il trionfo non fu di lunga durata. Dopo
il consolato di Cesare (nel 59), le violenze del partito popolare
condotto da P. Clodio Pulcro, allora tribuno, portarono alla messa
sotto accusa dell'ex console, per aver fatto giustiziare, senza
processo, dei cittadini. La coalizione degli Optimates non fu in
grado di resistere alla volont dei triumviri, Cesare, Pompeo e
Crasso e, mentre Cesare si avviava verso la Gallia di cui s'iniziava
la conquista, Cicerone fu costretto in esilio in Grecia (marzo 58).
Venne per richiamato l'anno successivo. Fu questa, per lui,
l'occasione di un'intensa attivit oratoria: ringraziamenti
ufficiali (Oratio cum Senatui gratias egit, Oratio cum populo),
invettive al senato contro coloro che l'avevano tradito (In Pisonem, eccetera).
In una repubblica lacerata da ambizioni feroci, Cicerone fu costretto per a
rassegnarsi presto all'idea di non poter pi giocare un ruolo da protagonista.
Quando il suo vecchio nemico, Clodio, viene ucciso da Milone, nel 52,
egli non pu neppure pronunciare liberamente l'arringa che
ha composto a favore di quest'ultimo.  costretto a pubblicarla, mentre
Milone  infine, suo malgrado, governatore della Cilicia, mentre la crisi
finale  in pieno sviluppo. Cesare ha gi varcato il Rubicone, quando
Cicerone torna dalla sua missione di governo. Dopo molte
esitazioni si unir al partito del senato, capeggiato da Pompeo, che
abbandoner tuttavia dopo Farslo, ottenendo (senza difficolt) il
perdono di Cesare. Dopo l'assassinio del dittatore, Cicerone
pens che la sua ora fosse tornata. I quattordici discorsi contro
Antonio (le Filippiche) sono l'ultimo capolavoro dell'eloquenza romana
libera. Non furono per sufficienti a salvare la risorta repubblica;
ebbero invece, come conseguenza, l'esilio del loro autore, che
fu ucciso da alcuni soldati tra Formia e Gaeta, il 7 dicembre 43.
Abbiamo visto in quale misura l'arte oratoria, in Cicerone, sia stata
legata all'azione;  chiaro, dunque, che nessuno meglio di
lui era in grado di elaborare una teoria romana dell'eloquenza, come
mezzo di espressione e come strumento politico. Le prime riflessioni al
riguardo risalgono alla sua giovinezza; ma, in quell'epoca,
egli non ha ancora concepito il problema in tutta la sua ampiezza. Ancora
troppo vicino ai suoi maestri greci, per i quali l'eloquenza era una
"tecnica" fra le altre, aveva scritto un manuale scolastico, il De
inventione. Solo nel 55, quando le circostanze lo sollecitarono a
riflettere sulla reale funzione dell'eloquenza all'interno della
citt, compose il De oratore. Il tema non  l'eloquenza in
quanto tale n le regole per praticarla, ma la persona stessa
dell'oratore, assunto come ideale civico e umano. Il vecchio problema di
Catone  riproposto in termini nuovi, ma seguendo il medesimo
spirito. Per Cicerone l'oratore  un pensatore
universale, che deve conoscere a fondo tutto ci su cui si pu
trovare in obbligo di parlare (e in ci Cicerone si avvicina alle
tesi di Platone), ma deve superare anche tutte le tecniche
particolari, essere un artista della parola per persuadere con la
grazia, e al tempo stesso essere un filosofo per scoprire ogni volta
le ragioni profonde delle cose. Questa figura ideale di pensatore e
di artista doveva imporsi a Roma e sopravvivere, al di l di essa,
fino ai giorni nostri, come l'immagine stessa dell'umanesimo.
La riflessione di Cicerone sull'eloquenza trov espressione, in
seguito, nel Brutus, che  un quadro degli oratori romani dalle
origini fino allo stesso Cicerone, e infine nell'Orator, opera
pi tecnica, che affronta in modo tutto particolare il problema del
ritmo e dello stile nella prosa.
Cicerone, sin dalla sua giovinezza, era stato attratto dalla
filosofia. Questa aveva nutrito la sua eloquenza. Quando
l'attenuarsi forzato della sua attivit politica gli concesse
qualche respiro, egli volle trasporre, nella cornice della realt
romana, i dibattiti del pensiero filosofico greco. Partendo dalle
cose pi urgenti, in una citt in piena decomposizione politica,
scrisse (tra il 54 e il 52) i sei libri del De re publica, un
trattato sullo Stato, il cui proposito era ispirato dal celebre
dialogo di Platone. Noi ne conosciamo solo una parte, trasmessaci
principalmente da un palinsesto scoperto nel 1822 da Angelo Mai.
Abbastanza curiosamente, questa riflessione del vecchio ex console
prefigura alcuni degli aspetti che, una trentina d'anni dopo,
assumer il principato augusteo.  probabile che questa coincidenza
derivi soprattutto dal fatto che sia Cicerone che Augusto hanno
attinto il loro pensiero politico alle medesime fonti, lo stoicismo
romanizzato di Panezio e la storia stessa di Roma, della quale
avevano ugualmente assimilato la lezione.
L'opera propriamente filosofica di Cicerone reca la data degli
ultimi anni. Nel trattato De finibus, nelle Tusculanae diputationes, nel
De natura deorum, nel De Fato, nel De Officiis, nei dialoghi De senectute e
De amicitia e in altri scritti che non sono arrivati fino a noi,
Cicerone esaminava tutti quegli aspetti di filosofia teoretica e morale
che gli avevano dato motivo di riflessione nel corso della sua esistenza.
Quest'opera immensa, che colloca Cicerone di gran lunga al primo
posto fra tutti gli autori latini, comprende inoltre 35 libri di
Epistole (altri libri sono andati perduti) indirizzate agli amici,
al fratello Quinto e, soprattutto, al suo fedele amico Attico.
Comprende anche alcuni poemi: una traduzione in versi dei Fenomeni
(poema astronomico, d'ispirazione stoica, scritto dall'alessandrino
Arato), un poemetto epico dedicato alla vita e alle gesta del suo
nobile concittadino C. Mario (Marius) e un poemetto, ancora, dedicato
alla propria attivit nel periodo del consolato (De consulatu meo).

,11, La storiografia nel periodo finale della repubblica
La letteratura di questa prima met del primo secolo a. C. vede
sbocciare un gran numero di ingegni: tutti gli uomini di Stato
sono, in questo periodo, oratori degni di nota. Non solo Q. Ortensio,
il rivale di Cicerone, ma Pompeo e, soprattutto, Cesare.
Nessuno, tuttavia, pu reggere il confronto con Cicerone. L'unica
disciplina nella quale quest'ultimo non si sia esercitato  la
storiografia. Essa conosce, in questo periodo, una fioritura
eccezionale e raggiunge la sua maturit.
Si  gi visto come alcuni storici del periodo precedente
tendessero a fare delle loro opere una testimonianza della loro
personale azione politica. Tale tendenza si riafferma, all'inizio
del secolo, con L. Cornelio Sisenna, le cui Historiae (oggi perdute)
continuano quelle di Sempronio Asellione. Partigiano di
Silla, Sisenna aveva vissuto la guerra civile, della quale fornisce
la sua testimonianza. Sisenna  noto anche, nella storia
letteraria, come il primo autore di un'opera "frivola" scritta in
latino, una raccolta di racconti del genere novellistico milesio di
ispirazione ellenistica, faceti e realistici fino all'erotismo.
Il periodo di Silla  anche il momento in cui fioriscono le Memorie
degli uomini di Stato: quelle di Q. Lutazio Catulo, vincitore dei
Cimbri e collega di Mario, quelle di M. Emilio Scauro, quelle di
Rutilio Rufo, il celebre senatore stoico esiliato a seguito di un
processo nel quale rimase vittima di intrighi orditi da alcuni
cavalieri di cui aveva leso gli interessi, quelle dello stesso
Silla, che comprendevano ventidue libri e arrivavano fino all'ora
della sua morte, continuate e portate a termine da uno dei suoi
liberti. Una ventina d'anni dopo Silla, Cesare presentava un
modello esemplare nei suoi Commentarii: i sette libri del De bello
Gallico (l'ottavo fu scritto dal suo amico Irzio); i tre libri del
De bello civili, oltre al Bellum Africum al Bellum Alexandrinum e al
Bellum Hispaniense, opere (salvo forse la seconda) di continuatori
poco abili. Una differenza, tuttavia separa questi Commentarii di
Cesare dalle "memorie" citate poco prima scritti nel corso degli
avvenimenti o poco dopo, essi servono a fini di "propaganda"
personale, e non sono semplici giustificazioni o testimonianze posteriori.
Il De bello Gallico presenta delle azioni militari condotte da
Cesare un quadro, se non inesatto, tuttavia senz'altro tendenzioso,
nel quale ombre e luci sono proiettate e sapientemente distribuite
per rendere l'immagine desiderata. La sobriet, la quasi aridit di questi
Commentarii ci dicono che Cesare era uno scrittore di gusto
"attico"; tale era anche la sua eloquenza. Spirito aperto a ogni
conoscenza, si era interessato ai problemi filologici che
erano "di moda" da oltre mezzo secolo, e aveva composto un
trattato, De analogia (perduto), che interveniva nella
controversia fra "analogisti" e "anomalisti" sul problema
della natura delle lingue: queste, ci si chiedeva, erano sottoposte
a regole razionali (quelle dell'analogia), o potevano essere
oggetto di creazioni arbitrarie, "senza leggi" (anomale), secondo
la fantasia degli scrittori? Cesare, da buon atticista, propendeva
per la stretta disciplina e per la purezza della lingua. Aveva
dedicato il suo trattato a Cicerone, come maggior stilista del tempo.
Preso dall'azione e assorbito dal compito di ricostruire lo Stato
romano, Cesare non riusc a dar fondo all'opera storica ch'era
possibile attendersi da lui. Ma uno dei suoi amici e partigiani,
C. Sallustio Crispo, sfortunato, forse poco scrupoloso nella gestione
delle sue magistrature, ebbe la possibilit che a Cesare manc.
Oggi non conosciamo pi la sua traduzione dei poemi di Empedocle
(ammesso che l'Empedoclea di cui parla Cicerone in una lettera, sia
davvero opera sua), ma disponiamo, oltre che della sua Guerra di Giugurta
e della sua Congiura di Catilina, di un numero abbastanza
cospicuo di frammenti delle sue Historiae, che riprendono e
sviluppano le Historiae di Sisenna. Sallustio scelse i temi delle
sue due "monografie" con intenti ben precisi: mostrare in che modo
un regime aristocratico, quale quello instaurato dopo la sconfitta
dei Gracchi, fosse andato progressivainente in rovina. La prima
delle cause era da ricercare negli scandali che avevano
accompagnato la guerra contro il re numida Giugurta, e che avevano
messo in luce i compromessi e la corruzione di quegli stessi uomini
che, nel senato, erano i responsabili della politica romana: la
stessa personalit universalmente rispettata di Metello, cui si era
finito per dare il carico della guerra, non bast a impedire
l'ascesa di C. Mario, al quale il popolo affid l'incarico di porre
termine a una guerra quasi conclusa da Metello, raccogliendone i
frutti della gloria. Questo episodio aveva segnato, in effetti,
l'inizio delle guerre civili, che dovevano provocare le smisurate
ambizioni dello stesso Mario. La Congiura di Catilina, mettendo in
luce i crimini di cui erano stati complici un pugno di aristocratici,
esaminava, a sua volta, le cause morali di tale decadenza: gusto del piacere,
corruzione dei costumi, sfrenata avidit di denaro. Il quadro che lo storico
dipinge  gi quasi degno di Tacito. Sallustio scrive queste pagine dopo la
rivoluzione guidata da Cesare (senza dubbio dopo la morte dello stesso
Cesare), e dopo che il mondo da lui evocato si  gi definitivamente
dissolto sul campo di battaglia di Farslo. Si giudicher meglio il
pensiero politico di Sallustio ammettendo (cosa che appare piuttosto
verosimile) l'autenticit delle due Epistole a Cesare, nelle quali lo
storico espone al dittatore un programma realista per porre fine ai profondi
mali di cui soffre lo Stato romano: il ruolo giocato dal denaro, ad esempio,
e l'esorbitante autorit di un'aristocrazia incapace di fare la sua parte.
Sallustio non  un "democratico" che rivendica al popolo una parte di potere.
Come i suoi predecessori, da Catone a Cicerone,  l'avvocato dei
valori morali essenziali, un adepto di quel "conservatorismo intelligente"
che  il solo a poter salvare Roma.  il programma che
Augusto riprender alcuni anni dopo.
Un'altra caratteristica dell'opera di Sallustio  la consapevole
originalit del suo stile, nel quale si giustappongono ricercati
arcaismi e ardite innovazioni, termini presi dal linguaggio
familiare ed ellenismi. Egli vuole, innanzitutto, dare
un'impressione di vita, in virt di scorci rapidi e di giri
sintattici "atemporali", come l'impiego ripetuto dell'infinito
narrativo o lo sviluppo sistematico di proposizioni participiali
che costituiva, tra l'altro, uno dei tratti caratteristici e di
maggior rilievo dello stile narrativo dei greci. Questa lingua
composita suscita oggi l'impressione di una certa artificiosit.
Rimane lontana da quella "naturalezza" ciceroniana che ci 
familiare, da quello sviluppo logico del pensiero in periodi
analitici, dove l'idea  situata al centro del suo contesto di
cause e di circostanze, e dove il ritmo accompagna e prelude ogni
volta il precipitare della frase. Non dobbiamo credere, tuttavia,
che il periodo ciceroniano fosse pi vicino alla lingua parlata e
la frase di Sallustio, invece, la libera creazione di un artista.
La lingua quotidiana si collocava, in realt, alla medesima
distanza sia dall'uno che dall'altra. Per sua natura, non era n
periodizzata n ritmata. Ma neppure disponeva delle molteplici
risorse che Sallustio mette insieme. In questo contrasto fra due
scrittori che forse furono amici per un momento, ma che si
ritrovarono in campi opposti,  possibile osservare quasi i due
poli fra i quali osciller in seguito ogni genere di prosa d'arte
latina: da un lato la linea seguita da Seneca e da Tacito (che
saranno, in una certa misura, prossimi a Sallustio, soprattutto il secondo),
dall'altro la linea di Quintiliano e di Plinio il Giovane, che si
riallacceranno esplicitamente alle forme ciceroniane.
La storiografia del periodo ciceroniano non  rappresentata,
tuttavia, solo da Cesare e da Sallustio. A  T. Pomponio Attico, amico
di Cicerone, si deve il tentativo di stabilire una cronologia esatta
degli annali romani. Al fine di rimettere un po' d'ordine nelle
diverse tradizioni, Pomponio ricorreva ai metodi degli eruditi
ellenistici. Il campo era vasto e il compito non si presentava
facile. La cronologia romana, basata sull'elenco di successione dei
consoli, doveva essere comparata a quella degli altri popoli,
ciascuno dei quali praticava un sistema differente di misurazione.
I greci, in genere, misuravano il tempo sulle "olimpiadi",
sull'intervallo, cio, fra due manifestazioni olimpiche successive,
ma in epoca ellenistica ogni regno adottava ormai un proprio sistema
di misurazione. La confusione era notevolissima, le coincidenze rare
e incerte. Attico riusc, tuttavia, a stabilire un sistema che fece
scuola per molto tempo. Contemporaneamente, tent di ricostruire le
origini di ciascuna famiglia romana. Questa storia minuziosa era ben
lontana dalle analisi politiche di Sallustio o da quella forma quasi
di rapporto militare praticata da Cesare, ma essa doveva facilitare
di molto i compiti di Varrone e di Tito Livio.
Cornelio Nepote, grande amico di Attico, compose su domanda di
quest'ultimo alcune biografie di personaggi celebri, che sono giunte
fino a noi in una raccolta che porta appunto il titolo De viris illustribus.
Il genere era alessandrino. Esso verr ripreso con
grande respiro, in epoca successiva, da Plutarco in greco, e da
Svetonio in latino. Scopo della trattazione era generalmente quello
di caratterizzare, in parallelo, un grande uomo greco e un grande
romano, distintisi, entrambi, nello stesso campo di attivit. Molte
monografie di questo genere, composte da Cornelio Nepote con ancora
maggiori particolari di quelle del De viris, risultano oggi
perdute. Cornelio Nepote  un narratore gradevole, un "vir bonus"
che sa evocare con precisione la figura del personaggio di cui
parla, senza per mai darle consistenza, e limitandosi a seguire il
filo cronologico di ciascuna biografia. Cominciamo a intravedere, in
questo modo, la strada che seguir pi tardi la storiografia latina,
una volta che la passione politica e il vigore della fede romana avranno
smesso di animarla, ed essa assumer i caratteri della pura erudizione.

,12,  I generi poetici
La tragedia romana, cos viva durante la prima parte del secondo secolo a.C.,
 destinata a conoscere ancora qualche splendore con l'opera
di Lucio Accio, composta tra il 140 e l'85 circa. Si tratta di un
poeta "moderno" e "dotto". In viaggio a Pergamo, nel momento in
cui il regno di Attalo terzo diventava provincia romana (133 a.C.),
era stato iniziato ai metodi della filologia pergamena. I suoi
interessi si erano rivolti alla storia del teatro a Roma e anche
in Grecia. Oltre ad alcuni scritti "minori", la cui variet dimostra
la vivace curiosit del suo intelletto e l'estensione della
sua cultura, Accio ha lasciato numerose tragedie, delle quali ci
sono noti circa 45 titoli.  Dei testi di queste opere, per,
possediamo solo alcuni frammenti, che non possono darci che un'idea molto
generale della sua arte.
Le tragedie di Accio trattano in genere di leggende greche gi pi
volte portate sulla scena. I suoi soggetti preferiti sembrano
essere quelli che comportano episodi violenti o atroci. La sua fama
cominci verso il 130, con la messa in scena di un Tereus (storia
del bambino che la madre fa divorare dal marito infedele). Com'era
facile prevedere, Accio tratt in seguito l'intero ciclo dei
Pelopidi, con una tragedia dallo stesso titolo, a cui si
aggiungevano un Atreus, un Chrysippus, una Clytaemestra, un
Aegisthus e una tragedia dal titolo Agamemnonidae, che sviluppavano
tutta intera la serie delle atroci violenze che avevano
caratterizzato ogni generazione di quella dinastia. Al ciclo
troiano appartenevano l'Achilles, l'Epinausimache (la ripresa dei
combattimenti nei pressi delle navi, un celebre episodio
dell'Iliade), l'Armorum iudicium (la controversia fra Ulisse e
Aiace sull'attribuzione delle armi di Achille), la Nyctegresia
(la spedizione notturna di Diomede e Ulisse nel campo troiano),
Troades, Astyanax, Deiphobus, eccetera. Alcune di queste opere si
ricollegano direttamente all'Iliade, altre alla Piccola Iliade e
ad altri poemi ciclici. I soggetti tebani erano rappresentati da
Phoenissae, Thebais, Antigona ed Epigoni. I miti dionisiaci erano
largamente ricordati con Athamas, Bacchae, Tropaeum Liberi e
probabilmente Erigona. Altri soggetti celebri (Medea, Alcestis,
Alcmeo, Andromeda, Meleager, Prometheus, eccetera.) completavano infine
il repertorio tradizionale al quale Accio si ispirava.
 stata avanzata l'ipotesi che il poeta non avesse scelto i suoi
soggetti senza una qualche finalit recondita e che, in una certa
misura, tenesse conto dei problemi di attualit, ad esempio della
questione sociale nel periodo dei Gracchi. La cosa  difficilmente
dimostrabile nei particolari. In se stessa, tuttavia, l'idea  ben
lungi dall'essere inverosimile. Di sicuro c' che i romani (e in
particolare Cicerone, grande ammiratore di Accio) trovavano
sempre, nelle sue opere, materiali per inattese applicazioni.
Il che era agevolato dall'abbondanza delle massime morali e degli
sviluppi di idee comuni, come la tirannide, l'esilio, eccetera.
La ricchezza oratoria di Accio, come traspare anche dai frammenti
rimasti, prelude gi allo stile delle tragedie di Seneca.
La celebrit di Accio si deve anche alle due tragedie praetextae
da lui composte: il Decius o Aeneadae e il Brutus. La prima
ricordava le "devozioni" dei Decii, il sacrificio delle loro vite
che quei tre eroi avevano compiuto, uno dopo l'altro, per
assicurare la vittoria alle armate romane. Di queste due tragedie, noi
conosciamo per molto meglio la seconda, che portava in scena la caduta della
monarchia e l'avvento della repubblica. Si assisteva all'attentato contro
Lucrezia e alla punizione dei tiranni. Un sogno e la sua interpretazione da
parte di un indovino davano luogo a una scena celebre che Cicerone
cita testualmente nel De divinatione. Essa rivela un senso della
gravitas religiosa e della presenza del divino che sembra smentire
le affermazioni dei moderni troppo propensi a considerare la religione
nazionale, in quell'epoea, solo come un'accozzaglia di leggende obsolete.
Qualunque fosse la realt degli di, le anime continuavano a essere agitate
da sogni, da presagi, e conservavano comunque la loro fede nei riti.
Si  spesso rimproverato ad Accio l'eccessiva violenza e
ricercatezza del suo stile, quella sua volont di rimanere nel "sublime" ad
ogni costo che, se non imped il successo delle sue opere, segn tuttavia
l'inizio del declino cui and incontro il genere tragico dopo di lui.
Un declino analogo colpiva la commedia. Dopo Cecilio e Terenzio,
sono pochi i nomi di autori di commedie citati, e tutti, a quanto
pare, privi di eccessivo talento. Un rinnovamento fu tentato
attraverso la trasposizione, sul piano comico, della novit
introdotta con successo da Nevio nel genere tragico. Nacque cos
la fabula togata, la commedia "in toga", che introduceva sulla
scena i "borghesi". Due nomi restano legati a questo genere di spettacolo:
quello di Titinio e quello di Afranio, il primo vissuto probabilmente
nel secondo secolo a.C., il secondo di una generazione pi giovane.
L'ipotesi che  stata formulata  che la togata si riallacciasse a
un genere antichissimo, preletterario (ma sempre vivo a
quell'epoca), l'atellana campana, che forse era essa stessa la
trasposizione popolare, presso gli osci, delle commedie "nuove"
rappresentate nelle colonie greche di Napoli, Taranto, eccetera.
Il gioco delle azioni e reazioni all'interno di queste due culture
vicine e sovrapposte  molteplice, e sarebbe estremamente difficile
distingueme tutti gli episodi. Ma si pu essere certi che i
creatori della togata, se pure trassero profitto dall'atellana,
intesero tuttavia conferire alle loro commedie quella dignit
letteraria di cui quest'ultima era priva. Non senza ragione,
riferendo l'opinione corrente, Orazio pot affermare che "la toga
di Afranio sarebbe convenuta a Menandro". Non  una commedia
originale uscita dalla vena popolare (com'era stata in altri tempi,
ad esempio, la palliata con Plauto), ma l'adattamento a una forma
spettacolare e a costumi differenti di un genere letterario che si
voleva rinnovare.
I titoli di togatae di cui disponiamo ci dicono ben poco. Di Titinio
s citano Il barbuto, Il cieco, L'avvocatessa (il femminile accenna alla
dimensione comica), La gemella, La figliastra, La suonatrice, La donna di
Velletri, eccetera. Si pu osservare, tutt'al pi, come caratteristico,
il numero relativamente alto di titoli che designano, come protagonisti,
personaggi femminili. Forse perch il poeta si rivolgeva di
preferenza al ridicolo femminile, in una societ dove la
condizione femminile veniva affermandosi ogni giorno di pi?
Se questa ipotesi  valida, bisogna dedurne che la togata di Titinio
tendeva ad esprimere un'autentica satira sociale, che le
convenzioni della palliata ormai ostacolavano.
Nell'opera di Afranio si registra la medesima tendenza, ma in
modo pi discreto. Probabiltnente, essa veniva in luce in
commedie il cui titolo accenna a vicende familiari come il
Divortium o l'Abducta ("La separata">, e forse anche nelle
Materterae ("Le zie materne"), sempre, che per quest'ultima
non si tratti invece del rito della Mater Matuta, che
sostituiva le zie alle madri durante le festivit della dea.
Nell'opera del commediografo  da osservare ancora il rilievo
dato ai nomi di mestieri (Il parrucchiere, L'ugure) e di
parentela (I cugini, I mariti, Il figliastro, eccetera), che
fanno pensare a drammi borghesi, di cui un modello era
costituito gi, in Terenzio, dall'Hecyra. Ma a questo punto
poco importa che gli attori indossino il costume greco o quello
romano, che parlino di arconti, di privati, oppure di consoli o
di senatori. La commedia latina si fa astratta e, al pari della
tragedia, si allontana dai gusti del pubblico contemporaneo. A
quest'ultimo piacciono i mimi, per via dello spettacolo, della
danza, della musica che accompagna queste rappresentazioni. E
l'epoca di Cesare e di Cicerone fu, per eccellenza, il periodo del mimo.
Celebri sono rimasti i nomi di Decimo Laberio e di Publilio Siro.
Fino a loro, l'essenziale di un mimo consisteva in
improvvisazioni intorno ad un canovaccio, aneddoto o semplice
situazione, portate sulla scena da attori e da attrici senza
maschera (a differenza di quanto accadeva nella commedia, dove i
ruoli femminili erano impersonati da uomini mascherati o travestiti).
Laberio era un "cavaliere" romano, contemporaneo di Cicerone.
Scrisse libretti per mimi nei quali, valendosi della libert
del genere, inser passaggi di satira politica. In particolare,
prese di mira Cesare, per cui questi, quando fu vincitore, si
vendic costringendolo a salire di persona sulla scena, cosa
giudicata disonorevole. Per quel che ne sappiamo, i mimi ideati
da Laberio si distinguevano per seriet e gravitas morale.
Gli scarsi frammenti che di essi possediamo mettono in luce una sensibilit
poetica che si esprime con sobriet, immagini semplici e vivaci.
Publilio Siro era un ex schiavo siriano, molto pi giovane di
Laberio e, al tempo stesso, autore e attore di mimo. Abbastanza
curiosamente, questo orientale addetto al pubblico divertimento ha
lasciato di s l'immagine di un austero moralista, le cui massime,
tratte dalle sue improvvisazioni e accuratamente raccolte,
ricordano la tradizione severa di un Appio Claudio o di un Catone.
I proverbi di Publilio Siro hanno conquistato, oltre che il suo
pubblico, anche qualche filosofo come Seneca, il quale teneva in
gran conto la sua opera. Sotto il suo nome, possediamo ancora un
libro di Sententiae, che  riuscito a attraversare i secoli.
Fra il tempo di Lucilio e quello di Catullo, che compose la sua
opera durante gli ultimi anni della repubblica, sembrano quasi non
esistere nomi di poeti celebri. Questa  per una prospettiva
falsificata dalle lacune della nostra conoscenza. In realt, sin
dalla fine del secondo secolo a.C., a Roma si era diffusa la pratica di
un genere che gli alessandrini avevano reso particolarmente
illustre, l'epigramma. Il vincitore dei cimbri, Q. Lutazio Ctulo,
aveva raccolto intorno a s un gruppo di poeti, latini e greci, e
composto egli stesso epigrammi amorosi, alcuni dei quali sono
arrivati fino a noi ("Il mio cuore se n' volato via / ora io
penso,  come sempre / accanto a Teotima..."). Nella sfera di
Lutazio Ctulo trovano aiuto e protezione Valerio Edituo e Porcio Licino.
Ma altri scrittori, all'incirca nel medesimo periodo, si
cimentano nel genere epigrammatico (seguendo i modi alessandrini),
e fra questi anche Cicerone. La lingua latina comincia, con i loro
tentativi, ad assumere sfumature carezzevoli e flessibili e perde
la sua asprezza, forse anche un po' della sua energia. Ma senza gli sforzi
compiuti da questi autori, n Catullo n i poeti augustei sarebbero esistiti.
 significativo che a partire dagli ultimi anni del secondo secolo a.C.
la poesia latina accordi un tale spazio ai sentimenti amorosi.  il
segno di un'evoluzione dei sentimenti e dei costumi. L'amore
cantato da Lutazio Ctulo e dai suoi amici  innanzitutto quello
per i bei ragazzi; il che era naturale, dal momento che i modelli
cui essi si ricollegavano erano gli epigrammisti alessandrini, in
genere adepti dell'"amore greco". Ma gli epigrammi latini di questo
periodo indirizzati a donne non mancano. Valerio Edituo adatta, per
dichiarare il suo amore a una certa Pamphila (probabilmente una cortigiana),
una celebre strofe di Saffo. Questo dimostra come l'imitazione
letteraria, presa in se stessa, non sia l'essenziale, ma unicamente
il mezzo per esprimere un vero sentimento. Nel corso della
generazione successiva e di quella che verr dopo, la poesia
amorosa latina acquister la propria autonomia e sar una delle
creazioni pi belle e pi originali di questa letteratura. Saranno
allora le donne ad essere cantate dai poeti, molto pi di frequente
e con maggior ardore rispetto ai canti dedicati agli adolescenti, verso i
quali i romani sono ben lungi dal provare la passione che anima i greci.
Verso la met del secolo, l'imitazione dei poeti alessandrini era
divenuta quasi d'obbligo per quanti, fra i poeti romani, si
preoccupavano di trovare un pubblico. Ma, mentre Lutazio Ctulo e
i suoi amici intendevano esprimere, in modo limitato e in forma
piacevole, sentimenti teneri o leggeri, i poeti della nuova scuola
(quelli che si chiamano poetae novi o, alla greca, neteroi)
spingono pi in alto le loro ambizioni. Non si accontentano pi di
comporre epigrammi. Tentano l'adattamento in latino degli autori
"dotti" per eccellenza fra gli alessandrini, soprattutto Callimaco,
loro maggiore esponente, ma anche altri, le cui opere manierate e
sofisticate assumevano a volte aspetti di epopea in miniatura, a
volte di racconto mitologico, a volte di autoconfessione. In questo
quadro vengono composte operette come la Zmyrna di C. Elvio Cinna
(originario di Brescia, nella Gallia cisalpina), la Dictynna e
la Lydia di Valerio Catone (anch'egli nato in territorio
cisalpino) e, insieme con il poema storico epicheggiante sulla
guerra gallica (Annales belli Gallici), l'Etiopide di Furio Bibculo
(originario di Cremona). Si noter che questi "poeti nuovi" venivano in
gran parte dal nord dell'Italia. Anche Catullo e Virgilio verranno
dagli stessi luoghi, senza che a questo curioso fenomeno di
"geografia poetica" si possa dare alcuna spiegazione convincente.
C. Valerio Catullo, il maggiore e il pi originale dei "poeti nuovi",
nacque intorno all'anno 84 nel territorio della citt di Verona,
quasi certamente a Sirmione, nella villa posseduta dal padre sulle
rive del Lago di Garda. Il padre era un ricco patrizio di Verona, nella
cui casa erano spesso ospiti i magistrati romani che, nei loro viaggi,
passavano in quella zona. Il giovane Catullo conobbe in questo modo
Clodia, moglie del proconsole per il territorio cisalpino (tra il 62 e il 61)
Q. Metello Celere, della quale si innamor perdutamente. La storia di questo
amore costituisce per noi la parte forse pi commovente e, in ogni caso,
la pi famosa della sua opera poetica.
Quando conobbe Clodia (che era sorella di P. Clodio, il nemico di
Cicerone), Catullo andava gi da qualche tempo misurandosi nei suoi
primi tentativi poetici. Nella raccolta delle sue opere, figurano
alcuni epigrammi che alludono a personaggi e a eventi di Verona. 
probabile che il poeta li abbia scritti, dunque, prima di
abbandonare la sua piccola citt.  comunque a Roma che  destinato
a scrivere i suoi carmi pi importanti, quelli consacrati a Lesbia
(cos viene chiamata Clodia, che il poeta implicitamente paragona a
Saffo, la poetessa e la donna amorosa di Lesbo). Le peripezie di
questo romanzo d'amore non ci appaiono molto chiare: dovettero
esservi giorni (e per lo meno una notte) di felicit, ma anche
molte sofferenze, giacch Clodia, checch se ne dica, nutriva
grande attenzione per la sua reputazione e per il suo onore di gran
dama, e anche, probabilmente, perch lei e Catullo non concepivano
l'amore nello stesso modo. Egli l'amava con la foga di un uomo
giovane, si compiaceva nel fantasticare sull'idea che Clodia fosse
per lui "la sposa". A lei, invece, quel nodo nuziale, dal quale la
morte di Metello la liber peraltro piuttosto presto, ripugnava.
Clodia, inoltre, era una donna che amava civettare con uno stuolo
di giovani al suo fianco. Catullo era solo uno fra i tanti, mentre
avrebbe desiderato essere l'unico, in nome degli illusori diritti
che d l'amore. Quando si avvide che non era pi amato, o quando se
ne persuase, lo proclam ad alta voce in versi atroci, dove
pretendeva che Lesbia si prostituisse con chi le capitava. Segu la
separazione, dolorosa per lui e forse non senza noie per lei. "Amo
e odio", le scriveva, "tu vuoi sapere perch  cos? Non so, ma so
che  cos, e soffro."
Deciso, infine, ad allontanarsi da Roma, il poeta accompagn, nel 57
(l'anno che si apre, per Cicerone, con l'esilio e si conclude
col suo ritorno in patria), il pretore Memmio in Bitinia. Laggi,
in Asia, il giovane Catullo entra in contatto con l'ambiente
intellettuale dei paesi d'Oriente.  probabilmente dopo questo
viaggio, una volta tornato in patria, che compone i suoi poemi pi
sofisticati: l'Attis, strana evocazione dei riti dedicati alla dea
Cibele e, pi in particolare, il celebratissimo carme 64, l'Epitalmio
di Pleo e Ttide, che  una piccola epopea mitologica alla maniera
di Callimaco. Catullo mor verso il 54, a trent'anni.
La sua opera, composta da carmi assai diversi l'uno dall'altro e
imbastita su una molteplicit di ritmi metrici, non  ancora quella
di un "elegiaco". La vera nascita dell'elegia romana avverr con
Gallo, nel periodo successivo. Ma l'opera catulliana  l'espressione
vivente di un sentimento personale e profondo che ha gi
acquistato diritto di cittadinanza nella poesia. Per ci che conserva
ancora in s di tumultuoso, di ricercato e, in qualche modo, di
impuro, Catullo  da mettere piuttosto fra i predecessori immediati
che fra i poeti augustei che formeranno in seguito il "classicismo"
della poesia romana. A nostro giudizio  per l'unico a emergere
rispetto alla produzione degli Elvio Cinna e degli altri gi
nominati, condannata in modo cos fermo da Orazio nella sua Ars poetica
in nome del "ritorno ai valori classici dell'atticismo", che
sar la parola d'ordine (quanto meno ufficiale, ma non sempre seguita)
degli augustei. Ci nonostante, Catullo sopravviver a se
stesso presso tutti i poeti dell'epoca imperiale che insisteranno
nella ricerca di nuove strade per esprimere la natura dei loro
sentimenti e per conferire loro, mediante la perfezione di una forma
immune da difetti, una specie di sigillo di eternit.
Il nome di C. Memmio, protettore di Catullo durante il suo
viaggio in Asia, si lega anche al nome di Lucrezio, il poeta del
De Rerum natura, una delle opere pi ammirevoli, e anche pi sorprendenti,
dell'intera letteratura latina.
Di Lucrezio non conosciamo quasi nulla, se non che visse a Roma
fra il 96 a.C. (all'incirca) e, forse, il 51. Era di origine
campana, come  stato sostenuto, visto il suo (cognomen, Carus, che
s'incontra spesso nella regione di Napoli e di Pompei? Aveva
studiato a Rodi, come si  dedotto da alcuni indizi, in verit
alquanto problematici? Non lo sappiamo. Possediamo, invece, i sei
libri del suo poema, che espongono la dottrina epicurea con un
entusiasmo e una forza di persuasione tali, da produrre in noi
ancora tanta emozione, pure a distanza di secoli. Per i romani,
l'epicureismo  sostanzialmente la dottrina del piacere. Su questo
fondamento teorico della morale epicurea, Lucrezio non si diffonde
minimamente (eccetto che nel prologo simbolico, con l'inno a
Venere). Il suo riserbo su questo punto non  stato forse
abbastanza sottolineato. Egli rivolge la sua attenzione, invece, a
ci che nella dottrina era spesso giudicato accessorio: la fisica e
la cosmologia. Ispirandosi all'atomismo di Leucippo, Epicuro
sosteneva che le qualit che noi percepiamo negli oggetti dipendono
dal modo soggettivo in cui veniamo colpiti dalla combinazione degli
atomi; che nelle cose e in tutto l'universo non ci sono che atomi
di materia, particelle estremamente tenui, inaccessibili in forma
diretta ai sensi, troppo dure per essere suddivise da qualunque forza
esistente, e che evolvono senza termine in uno spazio vuoto
dall'estensione infinita. Lo stesso numero degli atomi  infinito, mentre
finita  solo l'estensione della loro forma. Ci basta a spiegare tutta la
"creazione" senza necessit di fare intervenire un fine, di qualunque
genere esso sia, e tanto meno l'intelligenza di un dio. Gli atomi si
combinano in ogni modo possibile, e solo le combinazioni valide
sopravvivono, per una specie di "selezione naturale".
Una volta formato il nostro mondo con i suoi astri, le sue meteore,
i suoi minerali, le sue piante, i suoi animali, e l'uomo stesso,
l'evoluzione naturale prosegue. Due fattori principali agiscono
allora sugli esseri umani: la necessit e la ricerca del piacere.
Sotto questa doppia azione ha inizio e si sviluppa la civilt,
dalla scoperta del fuoco e degli utensili primitivi,
all'organizzazione delle citt, a tutte le forme di cultura.
Dipingendo questo affresco immenso (che si presenta al lettore come
un'epopea in esametri), Lucrezio s propone uno scopo preciso:
eliminare la paura degli di, sapendo che essa, per lo spirito
umano,  un veleno mortale. La paura del divino porta alla paura
della morte, inquina le gioie pi naturali e legittime. Gli di
esistono, ma essi vivono una vita di felicit nella serena
dimensione degli "spazi fra i mondi"; la sottigliezza degli atomi
di cui si compongono permette loro di sfuggire alla corruzione a
cui gli uomini sono destinati. A volte, le loro immagini giungono
fino a noi, ma occorre la quiete di un sonno profondo perch le
antenne pi delicate della nostra anima possano riuscire a
captarle. Allora, noi percepiamo ci che pu essere la felicit
divina, e questo spettacolo ci aiuta a porre in essere la
purificazione interiore che  la condizione necessaria per il
raggiungimento della vera felicit.
Lucrezio mor prima di avere ultimato interamente il suo poema
(forse si suicid, ma su questo permangono tuttora molti dubbi).
Cicerone fu incaricato di assicurare la pubblicazione dell'opera,
in circostanze che rimangono oscure. Il poema di Lucrezio, che deve
molto all'epopea di Ennio, modello dello stile epico tradizionale,
prepara Virgilio. Esso  difatti molto meno isolato di quanto noi
oggi pensiamo, giacch in questo periodo si assiste ad un ritorno
delle antiche cosmogonie. In ogni caso, esso rappresenta uno dei
vertici delta poesia umana e del pensiero romano in particolare. La
sua forza  paragonabile al grido di una coscienza umana di fronte
alle minacce di guerra civile.

,13,  Il periodo augusteo
Se il periodo "ciceroniano" fu, per eccellenza, quello della grande
prosa latina, gli autori di maggior rilievo della generazione successiva
furono poeti. Con loro la poesia latina giunge al suo apogeo. I loro nomi,
da soli, sono sufficienti ad evocare quello che generalmente si
definisce il "classicismo augusteo": Orazio e Virgilio, Tibullo e
Properzio, e infine Ovidio, che raccolse la loro eredit. C'
tuttavia una certa inesattezza nel qualificarli tutti, senza
discriminazione, "augustei" o, quanto meno, se pure meritano in un
modo o nell'altro questo epiteto, non  sempre nel medesimo senso.
"Augusteo" in senso pieno fu Ovidio, l'ultimo e il meno originale di
questi poeti. Visse infatti sotto il regime del principato, e nella
Roma di Augusto svilupp e afferm il suo talento. Tutti gli altri si
formarono durante la guerra civile, e solo nel periodo della loro
maturit vissero "dall'interno" (e nemmeno tutti) l'esperienza del
principato. A differenza di Orazio, di Virgilio e di Properzio,
Tibullo sembra infatti essere rimasto al di fuori della cerchia di
Mecenate, nella quale si raccolsero i poeti "clienti" di Augusto. La
grande fioritura poetica che si produsse tra la morte di Cesare e il
definitivo avvento del periodo augusteo "accompagn", dunque, le
lotte di Ottaviano, ma non fu n il risultato n l'effetto della sua
vittoria. Il passato letterario di Roma e il talento personale dei
poeti di questo periodo sono sufficienti da soli a spiegare quel
"miracolo", che fu solo in parte politico.

,14,   Virgilio
Destinato a divenire il maggiore fra i poeti romani, Virgilio, nato
a Mantova il 15 ottobre 70 a.C., si riallaccia direttamente al gruppo
dei "poeti nuovi" e dei cisalpini. La sua figura  profondamente
contrassegnata dall'infanzia trascorsa in quel paesaggio fresco e
pacifico situato sulle rive dei Mincio, dove l'allevamento del
bestiame e la coltivazione dei campi erano le risorse dominanti, e
dove la sua famiglia possedeva una tenuta. Virgilio apparteneva
alla piccola borghesia locale, romanizzata piuttosto di recente.
Venne avviato agli studi abituali del tempo, di grammatica dapprima
e poi di retorica a Cremona e a Roma, dove si sperava che il
giovane potesse entrare in possesso delle doti oratorie necessarie
allo sviluppo di una carriera politica, vecchio ideale che era gi stato
di Cicerone durante la sua adolescenza, e che continuava ad essere
l'aspirazione di tutti i romani agiati. Ma Virgilio non possedeva le qualit
per affrontare gli uditori del Foro. Timido, maldestro, di aspetto
rustico, sembra che temesse, addirittura, lo sguardo dei passanti. Si
dilettava unicamente in compagnia dei filosofi e, soprattutto, dei
poeti. Il periodo della sua formazione  dominato, sul piano
letterario, dalle personalit di Catullo e di Elvio Cinna (del quale
scriver un elogio discreto nella nona Egloga), e dall'astro nascente
di Cornelio Gallo, un giovane della stessa et di Virgilio, nativo di
Frjus (venuto dunque anch'egli dal territorio gallico), e ardito
traduttore del pi ermetico dei poeti alessandrini, Euforione di
Calcide. Sedotto e affascinato da questo ambiente, Virgilio, quasi
certamente, scrive in questo periodo almeno alcune delle composizioni
che entreranno a far parte della raccolta oggi conosciuta col nome di
Appendix Vergiliana (letteralmente: "Aggiunta a Virgilio"), nella
quale poemi autentici convivono con pastiches di origine incerta.
Insieme con una serie di epigrammi raccolti sotto il titolo di
Catalepton ("componimenti leggeri"), che contengono preziose
informazioni biografiche, nella raccolta si trovano un'epopea ingenua
intitolata La zanzara (Culex) e un racconto leggendario, L'Airone
bianco (Ciris), che prelude alle Metamorfosi di Ovidio e che trova
collegamenti con la poesia erudita alessandrina, che si compiaceva di
leggende bizzarre. Dalla raccolta, apprendiamo inoltre che il poeta,
convertito all'epicureismo, aveva abbandonato lo studio dell'eloquenza e la
stessa poesia per consacrarsi interamente alla filosofia nella scuola di un
maestro greco, Sirone, che abitava nei dintorni di Napoli.
 senza dubbio verso il 45 che Virgilio lasci Roma per trasferirsi
a Napoli, dove trascorse la maggior parte della sua vita. Quando
Sirone mor, Virgilio compr la sua piccola tenuta e vi insedi
tutti i suoi familiari, compreso suo padre che era ancora vivo. In
quel periodo, infatti, i triumviri distribuivano le terre ai
veterani che avevano aperto loro la strada del potere, e una parte
di esse fu presa dal territorio di Mantova. La tenuta familiare di
Virgilio, a quanto pare, venne confiscata, il che allegger
sensibilmente le risorse del poeta. Fu per in quel periodo che
Virgilio, infedele al suo voto di rinunciare alle Muse, riprese a
scrivere e compose le prime egloghe di quella che sarebbe poi
divenuta la raccolta delle Bucoliche. Grazie probabilmente a Gallo e ad
Asinio Pollione, anch'egli poeta, appartenente al partito di Antonio e
governatore per mandato di questi della Gallia cisalpina, Virgilio riusc a
ottenere la restituzione della tenuta o, quanto meno, il
versamento di una sufficiente contropartita in denaro. I
particolari esatti di questo piccolo dramma ci sfuggono. 
sufficiente sapere, per, che Virgilio fu (o si ritenne) debitore
nei confronti dei padroni di allora, Pollione, Gallo e,
soprattutto, Ottaviano. Si presume che Virgilio fosse
istintivamente un "cesariano". D'altro canto, l'epicureismo
invitava i suoi adepti a non occuparsi di politica, ma ad accettare, a
cuor contento, un padrone che assicurasse la pace. E tale , per
l'appunto, l'atteggiamento di quel Titiro che, nella prima egloga delle
Bucoliche, sembra farsi interprete diretto delle posizioni stesse dell'autore.
Le Bucoliche sono un'opera d'ispirazione alessandrina.
Virgilio riprende il genere reso illustre da Teocrito, che a Roma non
aveva ancora trovato dei continuatori. A cantare sono gli stessi
personaggi, pastori, mandriani, butteri. Ma sullo sfondo si
intuisce tutto un complesso di allegorie e di significati
riposti, che ripetute volte si  tentato di penetrare,
probabilmente invano. Non  forse Cesare il Daphnis di cui la
quinta Egloga canta la divinizzazione?  verosimile, ma in
nessun modo dimostrabile. E il Sileno della sesta, che fa
pensare a Lucrezio, ma anche ad altri poeti contemporanei, e persino a Sirone,
l'amato maestro, chi nasconde sotto il suo travestimento? Un personaggio
definito oppure un aspetto, un volto della poesia?
Composta da dieci egloghe, l'ultima delle quali dedicata a Gallo,
la raccolta fu pubblicata quasi certamente negli ultimi mesi
dell'anno 39, momento in cui tutto sembrava sorridere ai
triumviri, dopo la firma della pace con Sesto Pompeo che aveva
fino ad allora affamato Roma con le sue flotte. Le Bucoliche
respirano perci, in genere, un'atmosfera serena, e rendono
omaggio a quel "giovane dio", simile all'Apollo onorato dai
pastori, nel quale  facile riconoscere Ottaviano. Ma, gi
all'inizio del 38, l'orizzonte torna ad offuscarsi. La pace cede
il posto a una nuova guerra. Antonio, in Oriente,  costretto a
contenere un attacco dei parti. Virgilio sembra lasciarsi andare,
almeno per qualche mese, a una crisi di pessimismo. Le circostanze
vengono a coincidere col momento in cui egli d inizio a un nuovo poema,
un'epopea sulla vita rustica. Scegliendo questa tematica, affrontata in
altri tempi da Esiodo nel  poema opere e Giorni, Virgilio rimaneva nell'ambito
dello spirito alessandrino, che considerava Esiodo uno dei poeti pi alti,
forse superiore allo stesso Omero. Per di pi, Virgilio vedeva nel suo
progetto (com'egli stesso orgogliosamente affermer) la possibilit
di annettere una nuova regione poetica alle lettere latine. Le sue
convinzioni epicuree, infine (forse gi un po' scosse, ma delle quali
sarebbe impossibile dubitare), lo portano a emulare Lucrezio in
un'epopea consacrata allo spettacolo del mondo e alle attivit umane.
Se tale  il complesso disegno delle Georgiche che, iniziate nel
39 o nel 38, vennero composte durante gli anni conclusisi con la
battaglia di Azio (2 settembre 31) e col vittorioso ritorno di
Ottaviano (agosto 29),  stata tuttavia avanzata anche l'ipotesi,
peraltro discutibile, che il tema venisse "imposto" (o suggerito)
in realt a Virgilio da Mecenate, amico e "ministro" di Ottaviano,
per facilitare lo sviluppo di quella politica di riforma agraria in
Italia, da entrambi auspicata. In realt, non sembrano esservi
ragioni per pensare che Virgilio avesse bisogno di simili
suggestioni, n sembra che Ottaviano, anche una volta divenuto
Augusto (e le Georgiche portate a termine), si sia distinto per
una sua particolare politica agraria. La realt  pi complessa.
Nel suo poema Virgilio cerca di dimostrare una verit che non
rientra nell'ordine della politica. Mette a confronto l'uomo e la
natura, e dimostra che quest'ultima , per eccellenza, l'ambiente
fisico e morale suscettibile di condurre l'uomo a una felicit
abbastanza prossima a quella predicata dagli epicurei. Ma, a poco a
poco, Virgilio  trascinato a rompere gli schemi un po' angusti
dell'epicureismo, quasi che lo spettacolo e la meditazione dei
grandi momenti della "Natura" gli rivelassero, in essa, la presenza
degli di. Lo fa dapprima attraverso un mito, che mostra come Giove
abbia in realt "dissimulato" negli oggetti ci che l'uomo deve
cercarvi: il fuoco nelle vene silicee o nel legno dei rami, il
ferro nelle viscere delle montagne, imponendo cos la legge,
moralmente salutare, del lavoro. Se in Venere, simbolo della
"volutt", Lucrezio aveva visto, in modo analogo, il motore del
mondo, in Virgilio il mito s'ingrandisce fino a dominare. La
divinit si trasforma nell'aspetto "oggettivato" della sensibilit
del poeta stesso, che si compiace nell'evocare le realt religiose
dell'esistenza rurale. Il calendario del rituale romano riprende il
suo primitivo valore a contatto con la realt fondamentale della terra.
Le Georgiche comprendono quattro canti. Nel primo sono trattati
i precetti di carattere generale e, in particolare, l'enumerazione
dei presagi eccezionali o regolari (moti degli astri) e dei segni che
guidano il lavoro dei campi nel sistema universale del mondo.
Il secondo ha per oggetto, invece, la coltivazione degli alberi e della
vite, che nell'economia italiana di quel tempo, dove vino e olio
costituivano i prodotti principali delle grandi tenute e la prima
fonte d'esportazione verso le province occidentali, occupavano
evidentemente un posto fondamentale. Il terzo libro  consacrato
all'allevamento del grosso e del piccolo bestiame e ai sistemi di
sfruttamento dei terreni, italiani e no (Africa, Spagna, Illiria),
che non si prestavano alla coltivazione della vite o dell'olivo. Il
quarto canto, infine, affronta il tema delle api (il miele aveva un
posto di rilievo in un'alimentazione interamente priva di altre fonti
zuccherine). Ciascun canto presenta una "digressione": nel primo il
racconto dei prodigi che accompagnarono la morte di Cesare; nel
secondo l'elogio dell'Italia; nel terzo la peste (epizootica) che
infier nel Norico (le Alpi tirolesi); nel quarto infine, a
coronamento di tutto, la leggenda di Aristeo, il primo "apicultore",
nella quale si inserisce il mito di Orfeo e di Euridice. Architettura
perfetta, dunque, ma della quale rimangono misteriosi i motivi
profondi: forse per Virgilio si trattava solo di colmare, in questo
finale del quarto libro, il vuoto lasciato dalla soppressione
dell'elogio di Gallo. Cornelio Gallo, infatti, divenuto prefetto
dell'Egitto, aveva offeso Augusto e si era suicidato. Secondo alcuni,
Virgilio avrebbe perci soppresso dal suo poema l'elogio che
inizialmente ne era la conclusione.
Dopo aver dimostrato in questo modo il suo genio epico, in una
creazione che lo metteva alla pari di Esiodo e di Lucrezio e,
al tempo stesso, lo innalzava al di sopra del classicismo greco e
dell'alessandrinismo di un Arato, Virgilio concep il progetto di
un'epopea che avrebbe assicurato ai romani l'equivalente di ci
che era stata (e continuava ad essere) per i greci l'Iliade,
il "libro sacro" per definizione. L'Eneide riprendeva appunto, nel
quadro della tradizione nazionale, le leggende gi narrate da Nevio,
fondendole tuttavia in un'opera nuova, dove non si prefigurava pi,
come in Nevio, la vittoria su Cartagine, ma quella di Augusto,
che cos appariva il fine verso il quale si era orientata l'intera
storia di Roma e dei "figli di Enea" (gli Eneadi), dalla
caduta di Troia fino alla battaglia di Azio. Le Georgiche
furono compiute nell'estate del 29. All'incirca in quello stesso
periodo fu avviata l'Eneide, che Virgilio port avanti fino
alla morte, avvenuta nel 19 a.C. nel corso di un viaggio in
Grecia. Il poema era incompiuto, per cui Virgilio chiese che fosse
dato alle fiamme. Augusto non poteva permetterlo, nello stesso
interesse della coscienza e dell'esistenza spirituale di Roma. Due
poeti amici di Virgilio, Vario e Tucca, furono incaricati di curarne
la pubblicazione.
La linea narrativa dell'Eneide  semplice:  il racconto delle
avventure di Enea, figlio di Venere e di Anchise, dopo che la
caduta di Troia lo costrinse all'esilio in compagnia del padre, del
figlio Ascanio e di un gruppo di compatrioti. Per qualche tempo
essi vanno errando nel Mediterraneo orientale, quindi arrivano in
Sicilia, dove Anchise muore e riceve gli onori funebri. Di l, una
tempesta spinge la flotta verso le coste africane, nei dintorni di
Cartagine, dove la regina Didone si occupa della costruzione della
capitale del regno da lei fondato. Fra lei e Enea si stabilisce un
rapporto amoroso. La regina vuol trattenere il suo ospite, ed egli
consentirebbe se gli di non gli ricordassero che la sua missione 
di dare una citt ai troiani. Partito Enea, Didone, disperata e
umiliata, si uccider. Dopo uno scalo in Sicilia, Enea approda a
Cuma, in Campania, dove, accompagnato dalla Sibilla, scende nel
regno dei morti per consultare l'anima del padre. In fondo al
Tartaro, l'eroe scopre, in una visione presentata come lo sviluppo
di un mito platonico, tutto il futuro di Roma fino ad Augusto.
Riconfortato dalla speranza di questo luminoso avvenire, l'eroe
riprende la navigazione e approda alle foci del Tevere, dove 
accolto con favore dal vecchio re Latino, ma deve far fronte
all'ostilit di una parte degli abitanti. La guerra che segue d
l'opportunit al poeta di cimentarsi in una specie di Iliade, svolta
di seguito ai primi sei canti (fra i quali, in particolare, il
sesto presenta la "Discesa agli Inferi"), nei quali era stata
raccontata l'Odissea dell'eroe troiano. Nel dodicesimo libro, Enea
si assicura la vittoria. Si compie cos il primo atto del destino di Roma.
L'evoluzione religiosa del poeta fa dunque s che egli approdi, dal
suo epicureismo primitivo, a un platonismo mistico (o, se si
preferisce, a un "neo-pitagorismo"), che ammette l'esistenza di
anime sopravvissute al corpo e discerne nel mondo un disegno della
Provvidenza. Virgilio si avvicina, per questa strada, alle idee
che abbiamo visto professate dagli storici intrisi di stoicismo,
epigoni di Polibio. Si realizza in tal modo la sintesi delle
principali correnti spirituali di Roma, che consente all'Eneide di
farsi immagine di quest'ultima e giustificazione del suo
straordinario valore storico. In breve tempo, Virgilio verr
considerato il portavoce di ogni verit direttamente ispirata dagli di.

,15,  Orazio
Fu Virgilio, senza dubbio, a introdurre Orazio, verso l'inizio
dell'anno 38, nella cerchia di amici di Mecenate. Q. Orazio Flacco
era nato a Venosa, fra la Puglia e la Lucania, l'8 dicembre del 65 a.C.
Figlio di un liberto che si era assicurato una relativa
agiatezza, era stato educato con tenerezza e intelligenza da quello
ch'egli stesso definir "il migliore dei padri". Istruito da ottimi
maestri, dapprima a Venosa e successivamente a Roma, si rec in
seguito ad Atene per portare a termine la sua formazione culturale.
L si trovava nel 43 a.C., quando gli assassini di Cesare, Bruto e
Cassio, vi arrivarono e presero a reclutare un esercito per la
lotta che avrebbero affrontato contro i "cesariani" Antonio e
Ottaviano. Orazio ebbe il grado di "tribuno dei soldati",
insperabile per il figlio di un liberto. La battaglia di Filippi
tuttavia gli "tarp le ali". Tornato a Roma dopo la sconfitta,
visse nell'oscurit, dal momento che il suo patrimonio era stato
interamente confiscato. Ma era poeta, e compose, nello stile di
Archiloco, dei versi lirici (riuniti poi nella raccolta degli
Epdi). Vi deplorava le disgrazie della patria e affermava la
propria indignazione per alcuni scandali derivati dalle guerre
civili. Questo fu sufficiente perch Virgilio, il quale lo aveva
probabilmente conosciuto nei gruppi epicurei cui appartenevano
entrambi, lo introducesse in casa di Mecenate. Ha cos inizio
un'amicizia divenuta leggendaria.
L'opera di Orazio si sviluppa in due dimensioni. Da un lato alcuni
componimenti in esametri di ispirazione moralizzante che formano
due raccolte di due libri ciascuna, le Satire e le Epistole.
Dall'altro quattro libri di Odi che egli stesso definir
semplicemente Carmina, e cio canti lirici. Le Satire e le Epistole
si trovano talvolta raccolte sotto il titolo comune di Sermones.
Orazio vi riprende la tradizione e i temi di Lucilio: riflessioni
sui costumi del tempo, sui grandi problemi della vita morale, ma
anche sui temi letterari, sulla natura della poesia (riflessione
destinata ad approdare, in una delle ultime Epistole, ad un vero e
proprio trattato noto, sin dalle edizioni pi antiche, col titolo
di Ars poetica); un'infinit di temi diversi, dunque, che si
prestano a liberi discorsi.
Orazio , come Mecenate, epicureo. Nelle prime Satire, si sforza di
dimostrare che la morale epicurea non  in disaccordo con i valori
tradizionali di Roma: moderazione, saggezza, rispetto dei costumi,
eccetera. Insiste anche sulla semplicit dell'esistenza rurale
quale condizione della felicit, parlando, in questo senso, un
linguaggio simile a quello di Virgilio e precisamente nello stesso
periodo, all'incirca, in cui questi componeva le sue Georgiche.
Affinit vi sono anche, come vedremo, col linguaggio di Tibullo. Egli
stesso aveva ricevuto in dono da Mecenate (molto probabilmente dopo
Azio) una "villa" di modeste dimensioni (per quei tempi), sperduta in
una valletta del territorio sabino a varie miglia da Tivoli. Il poeta
vi trascorse gran parte della sua esistenza, rifiutando a volte di
recarsi a Roma e non raccogliendo le premurose sollecitazioni di
Mecenate, che amava la sua compagnia. Quando Augusto stesso gli
offrir l'incarico di segretario personale, il poeta rifiuter, non
volendo essere privato della propria indipendenza. L'amicizia da lui
spesso elogiata non  scambio di favori, e ancor meno schiavit (come
spesso avveniva a Roma quando gli amici erano di condizioni
ineguali), ma una comunione profondamente spirituale o, anche, ideale.
Le Odi, di cui i primi tre libri furono pubblicati insieme nel 23
a.C., mentre il quarto fu composto dopo il 17 su richiesta di
Augusto, differiscono molto dalla forma dei Sermones, e si
caratterizzano come un riuscito tentativo di trasferire a Roma i
ritmi della poesia eolica. Orazio si presenta, quindi, come
discepolo dei "poeti nuovi", alla ricerca anch'egli della
perfezione formale e delle soddisfazioni derivanti dal superamento
delle difficolt. Come gi aveva fatto Virgilio, si propone di
"annettere" una nuova regione poetica alle lettere latine. Ma
questo virtuosismo non  gratuito, e se Orazio nei Sermones era
apparso poeta e narratore (in uno stile che ai lettori moderni
presenta analogie con le pagine migliori di La Fontaine), nelle Odi
si rivela nelle vesti di un sublime "moralista". Non perch vada
predicando una morale, ma perch eccelle nel cogliere e
nell'esprimere in un ritmo, in un accostamento di parole, nella
suggestione di un'immagine, un'"esperienza" privilegiata che
illumina l'anima e la rivela a se stessa. Una delle intuizioni
fondamentali dell'epicureismo era il valore proprio di ogni
istante. Orazio se ne impadronisce e ne fa uno dei temi del suo
lirismo. Il carpe diem, nel quale si  pensato di poter
riassumere la sua "saggezza" (riducendola, in questo modo, ad una
formula angusta e anche un po' volgare),  innanzitutto il nucleo
di una poetica. Non  tanto la ricerca, fine a se stessa, del
piacere, ma il tentativo di scoprirlo nel puro e semplice fatto di vivere.
In questa prospettiva, Orazio canta il "tempo libero" (otium),
che  anche quiete dell'intelletto e dell'anima, libert interiore:
il carmen prolunga la strada imboccata col sermo, trasfigurando
ci ch'era stato consiglio obiettivo in scoperta dell'anima.
Il poeta evoca i suoi amori (rimasto scapolo per tutta la vita, Orazio
 il pi sublime poeta dell'amore in tutte le sue sfumature crudeli
o tenere), e anche gli spettacoli offerti dalla natura: l'arrivo
della primavera, i caldi rovesci di pioggia portati dai venti
d'Occidente, i paesaggi invernali, quando sull'orizzonte del Lazio
le montagne risplendono di fresca neve. Il pensiero della morte,
anzich rivelarsi amaro, d tutto il suo valore alla rinnovata
presenza della vita. Epicureo, Orazio non crede davvero
all'intervento degli di nel mondo: egli ne fa un gioco, allargando
la sua sensibilit di poeta alla creazione tutta intera, senza
voler scoprire in essa il segno di una trascendenza divina. Ma, in
fondo, non  un problema che lo interessi molto. Egli onora le
divinit campestri della sua tenuta come presenze familiari che
prolungano il suo personale universo interiore, non per manifestare
ad esse la propria "adorazione".
Orazio fu anche il grande poeta della "virt romana", probabilmente
anche per compiacere in qualche modo Augusto. Ha esaltato la
pacificazione del mondo grazie all'azione di Augusto, ed  forse in
questo che scopre pi chiaramente la presenza di valori "divini",
come sembra dimostrare l'inno da lui composto per i ludi secolari
dell'anno 17 a.C., che affida al canto di due cori di giovani,
l'uno maschile e l'altro femminile, il compito di invocare la
protezione degli di su Roma.

,16,   Gli elegiaci
Accanto ai due maggiori poeti della cerchia di Mecenate, altri
autori vengono proseguendo, parallelamente, la composizione delle
loro opere, e acquistando, pur se in tono minore, una certa
importanza nel loro tempo. Vario e Tucca, i due curatori
dell'edizione dell'Eneide, erano anche loro epicurei. Nello
spirito della filosofia di Epicuro, Vario aveva al suo attivo un
poema, Della morte, di cui si conoscono oggi soltanto pochi versi,
che per viene descritto come particolarmente bello. Ma,
soprattutto,  l'autore di una tragedia, Tieste, che diffuse per un
istante l'illusione che il genere drammatico, in decadenza, fosse
risorto. Nel frattempo sorgeva invece un altro genere, l'elegia,
che si sarebbe affermata come un'acquisizione letteraria preziosa
anche al di l delle frontiere di Roma.
I poeti alessandrini avevano impiegato il distico elegiaco
(formato da un esametro di tipo "epico" e da un pentametro, ossia
da due emistichi incompleti di un esametro giustapposti e formanti,
col primo verso, una specie di cadenza ritmica). Lo avevano
introdotto in poemi di ispirazione mitologica e, pi raramente,
personale. Quest'ultima tendenza fu invece quella che prevalse.
progressivamente, a Roma. Dapprima in Cornelio Gallo che, dopo aver
cantato un mito oscuro, consacr i suoi versi all'amore per la
bella mima Licoride. Il suo esempio fu seguito da due poeti, di
maggior talento senza dubbio rispetto a lui, le cui opere sono
pervenute fino a noi: Tibullo e Properzio.
Nato verso il 60 a.C., Tibullo mor nel 19, lo stesso anno della
scomparsa di Virgilio. Era un "latino"; aveva visto la luce
probabilmente in una tenuta di famiglia situata sui monti Albani,
nei pressi di Roma. Aristocratico, provvisto di una fortuna che le
confische conseguenti alle guerre civili dovevano avere un po'
intaccato, aveva trascorso la propria adolescenza in campagna, e
appunto l'amore per la terra, per la vita rustica e per la quiete
della natura costituiscono i temi delle sue prime composizioni in
versi (33 o 32 a.C.). Poco rassegnato a intraprendere una carriera
politica, aveva comunque accettato di seguire Valerio Messalla, suo
protettore, quando questi nel 31 si accingeva a partire per
schierarsi con Ottaviano contro Antonio. In quello stesso periodo,
il poeta aveva per conosciuto una giovane cortigiana, da lui
cantata col nome di Delia, il cui amore aliment in lui l'innato
gusto per la pace. Part ugualmente, ma una malattia provvidenziale
lo ferm mentre si trovava a Corf. Gli fu necessario tornare a
Roma da solo. Questo periodo di malattia aliment nel poeta le
speranze di poter vivere, in compagnia di Delia, in una tenuta di
campagna. Una volta tornato, dovette per arrendersi all'evidenza.
Decisa a continuare la sua esistenza galante, Delia non era certo
il tipo di donna adatto alla quiete di quegli amori. Disperato,
Tibullo l'abbandona e accompagna Messalla, tornato frattanto dall'Oriente,
in Aquitania. Tornato a sua volta a Roma, dopo essersi onorevolmente
comportato in guerra, allaccer una nuova relazione amorosa con una donna
ch'egli chiama Nmesi, e che non lo far soffrire meno di Delia.
Dopo la sua morte, narra maliziosamente Ovidio, entramhe
assistettero alle esequie, scambiandosi accuse reciproche
di avere provocato quella fine.
Tibullo  il poeta della vita rurale. In questo,  simile a
Virgilio, ma il suo senso della natura contiene in s, almeno nella
forma espressiva, una qualche nota di gracile e di alessandrino, e
anche un'amplificazione di carattere religioso che non  affatto
tributaria di una filosofia. Tibullo  il meno "politico" dei poeti
augustei. Non appartiene al gruppo di Mecenate, ma a quello di
Messalla, che conservava una qualche indipendenza e resistenza
all'assorbimento di ogni attivit letteraria da parte dei nuovi
padroni, secondo i criteri caratteristici del periodo.  lo stesso
ambiente nel quale fiorisce il talento di Ovidio. Sopravvive, in
esso, la fedelt alla visione aristocratica, della quale abbiamo
sottolineato l'importanza nei primi decenni del secolo.
All'opera di questo poeta elegiaco rimane associato il Corpus Tibullianum,
raccolta di componimenti nati nella cerchia letteraria
di Messalla, tra i quali il Panegirico in cui si ripercorre e si
esalta appunto la carriera di Messalla, e alcuni brevi componimenti
d'amore scritti da una nobile fanciulla, Sulpicia, per Cerinto,
l'uomo da lei amato, ma appartenente a una condizione sociale inferiore.
Properzio, il poeta di Assisi, era di una decina d'anni pi giovane
di Tibullo. Inizialmente imit il suo predecessore in un "libro unico"
(monbiblos) intitolato Cynthia, e scritto in onore di una
giovane donna della quale era innamorato (una certa Hostia, se si
d ascolto a ci che viene tramandato), che pur appartenendo a una
famiglia stimabile aveva scelto di dedicarsi alle attivit galanti.
Pi vigoroso. come talento, di Tibullo e anche pi "uomo di lettere",
Properzio  pi consapevolmente poeta. Bench preso da
profonda passione, non rinuncia a ricercare le variazioni pi
squisite sui temi amorosi tradizionali. Mentre Tibullo non dava
spazio alla mitologia, Properzio si serve molto delle vecchie
leggende, risalendo alle fonti alessandrine dell'elegia. Aspira al
titolo di Callimaco romano, il che fa di lui un poeta nuovo
"un po' in ritardo". I motivi della vita campestre sono per lo pi
assenti da queste poesie. Ci le situa in un posto a parte nel
panorama della poesia augustea.
Properzio compose successivamente quattro libri di Elegie: il primo
verso il 27, il secondo intorno al 25, il terzo pi o meno nel 22 e
il quarto, infine, nel 16, o gi di l (ma potrebbe trattarsi anche
di opera postuma). Le vicende amorose dell'autore sono narrate in
queste raccolte (quanto meno nelle prime tre) non senza descrizioni
di peripezie: tradimenti, collere, riconciliazioni. Invano,
tuttavia, si cercher l'effettivo sviluppo dei fatti, a tal punto la
copertura poetica riveste questi ultimi di simboli e di allegorie che
si presentano con apparenze di episodi reali, ma altro non sono che
finzioni. Si tratta di amori contrastati dalle leggi "morali" di
Augusto, che vietavano il matrimonio di un uomo di rango senatoriale
con una cortigiana, ma ostacolati anche dall'indole di Cinzia, che va
in cerca di soddisfazioni (denaro, affermazione mondana) che il poeta
non  in grado di offrirle. A poco a poco le composizioni amorose si
diradano, e Properzio, tornando indietro a una delle fonti del
genere elegiaco, e cio all'epigramma narrativo, mette insieme
diverse poesie di circostanza indirizzate ad amici e, soprattutto nel
quarto libro, narrazioni leggendarie innestate sui siti romani.
Cinzia, a quel punto,  morta, ma il suo ricordo agita ancora il
poeta: l'amore rimane vincitore sulla morte. Tale pu essere la
lezione recondita di un'opera le cui intenzioni letterarie non sono
riuscite a corromperne fino in fondo la vigorosa e sincera ispirazione.

,17,  Ovidio
Anche Ovidio  un letterato e un poeta d'amore. Uomo di lettere
forse pi ancora di Properzio, in molti momenti  questo e solo
questo (parla d'amore con l'intelligenza pi che con il cuore, e
ancor meno con i sensi). Sfrutta sistematicamente tutte le idee e
tutti i generi abbozzati intorno a lui. Il suo esordio avviene con
una raccolta di elegie, Amores, in cinque libri, composta fra il 23
e il 14 a.C. e ridotta in seguito a soli tre libri. Vi sono cantati
momenti e sviluppi di una passione vissuta dal poeta per una certa
Corinna (nome scelto volutamente sul modello di Lesbia, dato che
Corinna, al pari di Saffo,  una poetessa greca).  per difficile
stabilire se questa fanciulla ebbe davvero vita o se il romanzo
costruito da Ovidio  solo una bella invenzione. Diversamente dalle
Elegie di Properzio, gli Amores contengono numerose digressioni
aneddoti che che non hanno valore simbolico, ma riproducono
situazioni tradizionali riprese spesso in modo spiritoso. Con ogni
probabilit Ovidio ha rifuso in una raccolta unica il ricordo di
avventure forse numerose, nessuna delle quali, in ogni caso, regge
al confronto della divorante passione di Properzio per la sua
Cinzia. L'amore  l'atmosfera nella quale Ovidio si compiace. Ma
nella realt sembra che sia stato un marito modello, e che
l'immaginazione del letterato gli abbia dato maggiori trasporti
dei suoi sensi. Nel suo operare poetico, ogni cosa acquista le linee di una
storia amorosa. In questo senso, egli compone una summa di lettere
fittizie, le Heroides, scritte da donne leggendarie (Didone, Fedra,
eccetera), ciascuna all'indirizzo dell'eroe del proprio cuore. Il
pensiero pu richiamare la somiglianza con un gioco degno di un
poeta alessandrino, e certamente Ovidio ha seguito modelli del
genere, ma questi "pastiches immaginari" sono concepibili
unicamente nella societ romana di quel tempo, dove la donna ha
assunto una considerevole importanza ed  l'oggetto di un vero e
proprio culto. L'antico puritanesimo romano, che trovava fondamento
nel rispetto della matrona, ha subito una larga evoluzione. La
"signora" non  per questo meno onorata, ma non le viene pi negato
il diritto di amare. E la passione non  pi giudicata una
colpevole debolezza, per lo meno in quelle donne alle quali 
riconosciuto legalmente il diritto di lasciar parlare il proprio cuore.
Ovidio consacra tre libri alla "pratica" dell'amore: oltre ad un
breve poema didascalico sul tema dei belletti femminili
(De medicamine faciei femineae), la famosa Ars amatoria e i Remedia amoris,
piccoli libri ironici che non meritano l'indignazione da
essi suscitata, se si vuole veramente comprenderli. Ovidio non ha
fatto altro che mettere insieme, nella forma di trattati parodici,
ci che si pensava e si diceva nella societ elegante romana. Le
donne di cui si parla sono "cortigiane", nella maggior parte dei
casi liberte o ragazze di oneste famiglie che si sono date a questo
genere di esistenza per scelta. Certo, non si tratta di onorevoli
"madri di famiglia". Il poeta le guarda vivere, conosce i loro
problemi e le preoccupazioni del loro vivere quotidiano, e ne parla
con accenti di verit e di simpatia.
Ovidio, tuttavia, aveva altro genere di ambizioni. Voleva scrivere
un'epopea e, dopo un primo tentativo di Gigantomachia (un tema
ellenistico tradizionale), scelse le Metamorfosi, tema
apparentemente bizzarro, ma che poteva essere concepito come motivo
cosmogonico di un'epopea pitagoricizzante. Nei 15 libri delle
Metamorfosi, Ovidio muove dal caos primitivo e segue la storia del
mondo fino alla morte e all'apoteosi di Cesare. Fra il punto
iniziale e il punto finale, si susseguono le leggende pi note e le pi rare,
quelle che in ogni caso hanno al loro centro una "metamorfosi",
la trasformazione di un essere vivente in cosa diversa da ci
che era. Ovidio, certamente, si diverte, ma pu darsi anche che creda
fermamente nel valore del concetto di mutamento come principio del
divenire universale. Non mancano indizi sulla sua professione di fede
pitagorica, ed  questo che forse spiega, come ha dimostrato
M. J. Carcopino, la condanna all'esilio che lo colpir, per ordine di
Augusto, nell'anno 8 d.C. Il poeta si sarebbe dedicato ad attivit di
divinazione per conoscere il futuro del principe. Comunque sia, le
Metamorfosi sono il tipo stesso dell'epopea alessandrina, costruita
con "scene" ed episodi giustapposti ( ci che i critici moderni
chiamano epilli o "piccole epopee"), in pieno contrasto con
l'estetica illustrata da Orazio nella sua Ars poetica, che auspicava
un'epopea sviluppata con rigore sul modello omerico, come l'Eneide.
La cultura del tempo di Augusto provava compiacimento nelle
ricerche erudite. Scrivendo i Fasti, sorta di calendario
"commentato", Ovidio si assoggett anche a questa moda. Nell'opera
sono esposte le cause (mitiche) delle cerimonie rituali di Roma.
L'opera prevedeva dodici libri. Ovidio ebbe appena il tempo di
finirne sei. Il poema  scritto in distici elegiaci, e nei suoi
propositi si ricollega alle elegie romane di Properzio.
Durante il suo esilio, che lo costrinse a vivere sulle rive del
mar Nero, a Tomi (oggi Costanza), alle frontiere dell'Impero, Ovidio
prese in orrore quel paese, da lui definito barbaro e dove in
realt viveva una popolazione mista di coloni greci e di daci
ellenizzati. Egli rimpiange Roma e scrive ai suoi amici lettere in
versi che, messe insieme, formano la raccolta delle Tristia
(in cinque libri) e delle Epistulae ex Ponto (in quattro libri). Sono
elegie personali sul dolore dell'esilio, e sono probabilmente le
sole opere di Ovidio che abbiano una vera originalit. Ci
nonostante, ogni tanto fa capolino una certa artificiosit.
Il poeta mor a Tomi nel 18 d.C., sotto il regno di Tiberio.

,18,  La prosa nel periodo di Augusto
Il declino della prosa latina  in pieno contrasto, in questo
periodo, con la straordinaria ricchezza della creativit poetica.
L'eloquenza , se non morta con la fine della libert, come spesso
viene ripetuto, profondamente modificata nello spirito e nella pratica,
dopo l'affermazione del principato.  vero che molti discorsi continuano
a essere pronunciati, ma essi o seguono, all'interno del
senato, convenzioni di apparato che assicurano la possibilit di dire
unicamente ci che conviene per non dispiacere al princeps, oppure sono,
nelle aule dei tribunali, arringhe di carattere giuridico.
La "tecnica" retorica ha gi il sopravvento, e questo carattere, che
dominer l'epoca successiva, si delinea ormai sensibilmente. Si formano,
in questo periodo, le scuole dei rtori, che avranno un'influenza
determinante sui giovani. Un uomo che per la sua nascita sarebbe da
considerare del periodo "ciceroniano", se la sua longevit non ne
avesse prolungato l'influenza personale molto avanti nel
"secolo di Augusto", contribu a questa depoliticizzazione della
prosa di cui avevamo osservato i primi segnali a proposito delle opere
storiche. M. Terenzio Varrone, nato a Reate (oggi Rieti) in Sabina,
nel 116 a.C., fu uno scrittore enciclopedico. Poeta, compose alcune satire
analoghe a quelle di Lucilio, intitolate Menippee con l'evidente
intenzione di sottolinearne il carattere filosofico, ponendole sotto
il patronato del celebre "predicatore" cinico Menippo di Gadara.
Ma ancor pi che come poeta moralizzante, Varrone ag sul suo tempo
come erudito. La sua riflessione si estese a tutti i campi che
si presentavano agli "antiquari" del suo secolo: dal passato della
lingua latina (De lingua latina, 45 a.C., in 25 libri, di cui solo sei
ancor oggi in nostro possesso) alla storia letteraria di Roma
(De potis, De pomatis, eccetera, con particolare riguardo per i
problemi sollevati dal teatro di Plauto), alla religione romana e
alla "vetust" delle istituzioni e dei costumi profani
(Antiquitates rerum humanarum et divinarum, in 41 libri), fino al diritto
(15 libri di diritto civile), alla cronologia generale, alla genealogia
delle famiglie nobili, passando ancora per la geografia, l'agricoltura
(possediamo i tre libri del De re rustica ch'egli dedic a questo tema),
la geometria, l'aritmetica, per concludere infine con un quadro dei
differenti sistemi filosofici.
Varrone  uno dei primi e, forse, il pi completo degli enciclopedisti romani.
Il suo pensiero  chiaro, sebbene egli abbia la tendenza a usare e
ad abusare di suddivisioni sistematiche non sempre rispondenti alla realt.
Dall'antichit in poi, ha costituito la fonte inesauribile delle
informazioni cui hanno attinto tutti gli autori successivi e in
particolare sant'Agostino, che da lui ha ricavato moltissimi elementi
relativi alla religione romana. Varrone, dapprima schierato con Pompeo,
fu incaricato in seguito da Cesare di costituire le prime biblioteche
pubbliche di Roma, e pare sia stato anche consigliere di Augusto per
le questioni religiose (mor, infatti, solo nel 27 a.C.). Virgilio,
da parte sua, ha molto utilizzato il suo trattato sull'agricoltura
(che  fra le fonti delle Georgiche). Varrone fornisce perci al proprio
secolo l'impalcatura delle conoscenze sulle quali aspira ad appoggiarsi
una letteratura che si rivela sempre meno una manifestazione di
pensiero e sempre pi un fenomeno di "stile".
Tito Livio, un rtore originario di Padova, sembra realizzare in
s, abbastanza esattamente, quell'equilibrio fra scienza e retorica
che costituisce il vero ideale dell'epoca augustea: preoccupazione,
persino passione della verit, ma anche desiderio di comporre opere
in grado di competere, in quanto a bellezza, con i prodotti della
poesia e dell'arte. Sono questi i caratteri che animano le sue
Storie (142 libri, scritti fra il 25 a.C. e il 9 d.C., data probabile
della morte dello scrittore). Noi oggi possediamo solo una parte molto
esigua dell'intera opera (i primi dieci libri insieme con la terza e con
la quarta "decade", i libri cio dal 20 al 40, met della quinta "decade",
pi alcuni frammenti sparsi e riassunti sistematici, ma brevissimi, di ogni
libro). Tito Livio realizza in pratica una sintesi complessiva dell'opera
degli annalisti. A loro si ricollegava consapevolmente, rompendo cos con
le tendenze dei suoi immediati predecessori. Il piano della sua
narrazione  impostato sull'ordine cronologico, ma egli seppe
introdurre, in quello che poteva risultare un andamento monotono,
varie parentesi drammatiche, episodi che formano quadri naturali.
Il filo narrativo  spesso interrotto da discorsi, ed  difficile
dire se sono un prodotto di pura fantasia o se trovano sostegno in
qualche fonte documentaria pi o meno fedele. Si pu ipotizzare che
la proporzione fra verit e invenzione varia secondo le date dei
discorsi. Le opere pi antiche, probabilmente, non si fondano su
documenti davvero autentici, mentre  probabile che le orazioni pi
recenti, pronunciate da questo o quell'illustre personaggio del secondo
o anche del terzo secolo a.C., fossero conservate pi fedelmente. Lo
stesso vale per gli avvenimenti. Il qudro dei primi secoli di Roma
 pi "restaurato", ma  anche pi semplice e, in una certa misura,
pi direttamente epico di quello riguardante la storia pi vicina.
Tito Livio non , fondamentalmente, un erudito. Egli impiega fonti
gi letterarie, e non "documenti grezzi". Ci si  dilettati, in
altri tempi, a cercare quale fosse la fonte di questo o quel libro
(che si presumeva unica). Si  trattato di un lavoro deludente,
perch impostato su una premessa inesatta, ma che ha avuto il merito
di illuminare il vero carattere della sua informazione.  stato cos
possibile individuare l'influenza avuta su di lui da Polibio, del
quale egli condivide in genere i punti di vista. Come Polibio, Tito
Livio  un "filosofo della storia". S'interroga sulle cause della
grandezza di Roma, e la ricerca nella morale dei romani. Meno
vigoroso di Sallustio, a differenza di quest'ultimo insiste meno sul
ruolo avuto dalla corruzione dei costumi politici e sul declino della
libert (ci si potrebbe chiedere, per, se fosse cos anche nelle
parti che sono andate perdute, dove il problema doveva apparire
certamente pi prossimo e urgente). Noi, tuttavia, affacciamo
l'ipotesi che lo storico non avesse accettato in pieno il regime del
principato; lo stesso Augusto gli rimproverava, amichevolmente, di
essere rimasto, in fondo al cuore, un "partigiano di Pompeo". Ci
che d vita alla sua opera , pi che una fede politica, un
patriottismo profondo, un amore dappertutto sensibile per Roma. Sotto
questo riguardo, Tito Livio  uno degli scrittori che pi efficacemente hanno
contribuito a diffondere e a far accettare, nelle province di lingua latina,
un'immagine "romana" di Roma, esaltante e, per ci stesso, unificante.
Accanto a Tito Livio, l'epoca augustea conosce un altro storico,
Asinio Pollione, che prolunga l'et immediatamente precedente, sia
perch  tra quelli che hanno contribuito a "fare" la storia prima
ancora di scriverla, sia perch, nella sua opera, si ritrova l'eco
delle lotte che si erano appena quietate. Schierato con Cesare, nel 43
aveva seguito Antonio, ma aveva rifiutato, con saggezza e
lealt, di prendere posizione nella guerra fra quest'ultimo e
Ottaviano. Dotato di molteplici qualit, oratore, poeta, autore
tragico, protettore di uomini di lettere (fu amico di Virgilio),
egli  celebre per aver organizzato per primo delle "letture pubbliche"
(recitationes), nelle quali gli scrittori si recavano a
presentare le loro opere a un uditorio di amici. Animato da spirito
di fronda, Asinio Pollione esercit la sua ironia su tutti i
personaggi illustri, vivi o morti che fossero, senza risparmiare
neanche l'ideologia ufficiale. La perdita dei diciassette libri
delle sue Storie, che presentavano gli avvenimenti accaduti fra il
60 e il 42 a.C., non pu dunque che essere fonte, per noi, di grave rammarico.

,19,  L'epoca dei rtori
Seneca il rtore (discendente di una famiglia di coloni romani
stabilitasi a Cordova, in Spagna) ci ha lasciato un quadro
vivacissimo della situazione intellettuale esistente a Roma nei
primi tempi dell'impero. Personalmente non  uno scrittore di
"mestiere", ma un "vir bonus" che, durante la sua giovinezza, ha
seguito a Roma l'insegnamento delle scuole di retorica e che, in et
matura, per istruire i propri figli, mette per iscritto i suoi
ricordi. Dotato di una memoria molto precisa, cita non solo i temi
sui quali abitualmente si esercitavano i giovani, ma anche ampi
frammenti delle loro "composizioni". Nato verso il 50 a.C., era
arrivato a Roma nel 43, dove, a parte alcuni soggiorni a Cordova,
rimase all'incirca fino al 40 d.C. Le sue Controversiae et Suasoriae
costituiscono una riserva di informazioni assai preziose per
ricostruire il modello di formazione dei giovani oratori, modello
che era in realt quello di tutti i giovani di quel periodo, per i
quali l'eloquenza, come aveva auspicato Cicerone, rappresentava
ormai il fondamento di ogni cultura. I maestri proponevano ai
discepoli alcuni temi, fra i quali alcuni (le Contrversiae)
dovevano dar luogo a un dibattito in contraddittorio, come avviene
in un tribunale, mentre gli altri (le Suasoriae) a un'esortazione
in piena regola rivolta a un personaggio per sollecitarlo ad
adottare una determinata condotta (ad esempio, discorso rivolto a
Silla nel momento dell'abbandono del potere, o ad Achille che
rifiuta di riprendere a combattere nel campo degli achei). La
lettura delle "composizioni" fa capire con quale spirito erano
condotte queste esercitazioni: sviluppare l'immaginazione degli
allievi, la loro ingegnosit nello scoprire argomenti imprevisti, il
loro virtuosismo nel trattamento dei luoghi comuni. Un allievo di
levatura media finiva per acquisire un repertorio di svolgimenti
tematici che, assimilati definitivamente, potevano essere
riutilizzati nelle pi diverse circostanze. In questo modo, non
avrebbe mai corso il pericolo di trovarsi sprovvisto di argomenti.
Un insegnamento di tal genere presentava, tuttavia, alcuni aspetti
negativi: non tanto il carattere artificiale delle situazioni
immaginarie e della tematica, cos distanti dalla realt quotidiana,
quanto una certa meccanicit dell'eloquenza, la riduzione a principi
codificati di ci che sarebbe dovuto essere manifestazione spontanea
di un talento personale. La situazione ebbe conseguenze che si
ripercossero sull'intero sviluppo della letteratura latina: essendo
la retorica la base stessa della cultura, essa diffuse un gusto del
virtuosismo fine a se stesso, e impose a tutti i generi, tanto
poetici che in prosa, uno stile tutto particolare. Nessuno scrittore
vi sfugge. Tutti, pi o meno coscientemente, applicano le ricette
dell'"arte di persuadere". Ci che in realt hanno da dire comincia
solo al di l di questa barriera.
In tali condizioni, non pu sorprendere il fatto che gli storici del
primo secolo della nostra era, vissuti sotto gli imperatori
giulio-claudii, siano stati (se dobbiamo giudicare dalle scarse testimonianze
reperibili su opere scomparse nella quasi totalit) autori di pamphlet
anzich veri storici.  il caso dei grandi storici dell'opposizione,
dei senatori nostalgici dei tempi della libert: Tito Labieno, i cui
libri furono bruciati ai tempi dello stesso Augusto, e Cremuzio Cordo,
i cui Annali furono dati anch'essi alle fiamme, per ordine imperiale, negli
anni della tirannide di Seiano, e che fin per suicidarsi.
Queste opere dell'opposizione sono ormai perdute (nonostante alcune
riedizioni posteriori). In compenso, possediamo la Storia di Velleio
Patercolo, cortigiano di Tiberio, scritta in tono di partito preso,
ma che ogni tanto menziona avvenimenti che, senza di lui, avremmo ignorato.
Alcuni indizi, piuttosto tenui in verit, portano ad attribuire a
questo periodo la famosa Storia d'Alessandro di Q. Curzio Rufo,
vera epopea in prosa (o, se si preferisce, romanzo storico) che
glorifica la persona e l'opera di Alessandro il Grande. Lo stile
piuttosto artificioso di Quinto Curzio fa trasparire l'influenza
della retorica, ma forse, pi dello stile,  la ricerca del
pittoresco, il gusto degli episodi e della progressione drammatica a
rispondere alle necessit di un'arte che si propone piuttosto di
agire sullo spirito dei lettori che di arrivare alla verit.

,20,  Seneca il filosofo
All'influenza della retorica, sarebbe assurdo pensare che sfuggisse
il pi illustre dei figli del rtore Seneca, Seneca il filosofo.
In questo caso, per, essa  ben lontana dall'esaurire la sostanza
di un'opera e di un pensiero che dominano, e di molto, la
letteratura di questo periodo. Seneca seppe realizzare una sintesi
profondamente originale fra due correnti delle lettere romane: la
meditazione filosofica e l'arte (e la volont) di persuadere. Nato
a Cordova, forse nel 2 a.C., Seneca giunse a Roma prestissimo (era
nato da appena pochi mesi). Se l'ambiente spagnolo influ sulla
sua formazione, fu tramite ci che il resto della sua famiglia
poteva averne conservato, in particolare suo padre. Questi
diffidava dei filosofi. Seneca invece, sin dall'adolescenza,
assistette con entusiasmo alle loro lezioni. Passando dall'uno
all'altro, fu discepolo al tempo stesso di Sestio figlio, che
insegnava uno stoicismo ascetico piuttosto svincolato (a quanto
pare, ma in proposito siamo molto male informati) dalle
preoccupazioni teoriche del "Portico" pi antico, e di Sozione,
che professava concezioni neopitagoriche. Egli stesso adott un
modo di vivere che portava la frugalit al suo estremo, il che
aggrav uno stato di salute da sempre precario. Ma, su preghiera
del padre, accett di condurre un'esistenza pi in armonia con
quella di un romano del suo rango e che, soprattutto, evitasse il
pericolo di cadere sotto l'accusa di "superstizione", di cui erano
allora, sotto l'impero di Tiberio, minacciati gli adepti delle
religioni orientali. Per riacquistare del tutto la salute, fece un
viaggio in Egitto, e conobbe certamente gli ambienti intellettuali di
Alessandria, dove allora risplendeva l'astro di Filone.
Dopo il ritorno a Roma, Seneca accett di avviarsi alla carriera
politica. La sua eloquenza non tard ad affermarsi e a divenire
celebre, al punto da fare ombra a Caligola. Non disdegnando gli
intrighi politici, si leg piuttosto intimamente con Giulia Livilla
(sorella di Caligola e di Agrippina), tanto da essere accusato,
durante il regno di Claudio, di essere il suo amante, ed essere
mandato in esilio. L'accusa, pi che rispondere a una realt,
nascondeva certamente una manovra destinata a perdere la giovane
donna. Seneca, che prima del suo esilio aveva gi iniziato
l'attivit di scrittore (in particolare con la Consolazione a
Marcia, indirizzata alla figlia di Cremuzio Cordo, che aveva
perduto il figlio), una volta in Corsica (paese da lui giudicato
abominevole), sembra aver operato un ritorno a se stesso ed essersi
riavvicinato progressivamente alla filosofia, dalla quale la
carriera mondana l'aveva alquanto distolto. Scrive e trasmette a un
liberto dell'imperatore, Polibio, una Consolatio per la perdita di
un fratello. Si tratta, in realt, di una lunga supplica per
ottenere il suo richiamo. Ma a questo opuscolo si oppone un'altra
Consolatio, dedicata alla madre Elvia, in cui egli cerca di
alleviarle il dolore causato dal saperlo in esilio. Certo, Seneca
non  ancora diventato un perfetto "saggio", ma  gi persuaso che
la fonte di ogni pace interiore risieda nella pratica della
filosofia. E, quando arriva il suo richiamo a Roma (nella primavera
del 49 d.C., dopo la morte di Messalina e il matrimonio di Claudio
con Agrippina), ha gi concepito il proposito di trasferirsi ad
Atene e di consacrarsi interamente allo studio.
L'intervento di Agrippina, che considerava Seneca uno dei pi
solidi sostenitori del suo partito, gli imped di tradurre in
realt il suo sogno. Volente o nolente, fu costretto a continuare
la propria carriera. Fu pretore, console alcuni anni dopo e
dovette, soprattutto, accettare la responsabilit dell'educazione
di Nerone, che aveva allora 13 anni. Per alcuni anni, dal momento
in cui il suo discepolo fu imperatore, Seneca fu di fatto padrone
del potere. Durante questo periodo, fra il 54 e il 58, porta avanti
nonostante tutto la propria opera, compone libri di "guida morale"
come i dialoghi sulla Costanza del saggio (De constantia sapientis),
sulla Tranquillit dell'anima (De tranquillitate animi) e sul Tempo libero
(De otio), tre scritti dedicati ad Anneo Sereno, il giovane amico
che aspira alla saggezza; al tempo stesso soffre di tutti i mali
che tormentano una coscienza sensibile. Gi nel 49, al suo ritorno
a Roma, aveva esortato il suocero, Pompeo Paolino, ad abbandonare
le funzioni amministrative per dedicarsi alla vita filosofica
(De brevitate vitae). Un terzo gruppo di componimenti sui temi
relativi alla "guida delle coscienze"  formato dagli scritti che sono
indubbiamente il capolavoro di Seneca, le Lettere a Lucilio, composte
durante gli ultimi anni di vita, fra il 62 e il 65 (Epistulae morales
ad Lucilium). Seneca, leale consigliere di Nerone, grazie al quale sperava, a
quanto pare, di porre la filosofia sul trono, divenne d'intralcio
al giovane imperatore quando questi decise di adottare una politica
in contrasto con i principi del suo vecchio maestro. Il filosofo si
trov coinvolto nella congiura di Pisone, e ricevette l'ordine di
uccidersi. La sua morte fu una specie di rottura dell'ultimo legame che teneva
avvinto Nerone al suo modo di essere negli anni pi belli del suo impero.
Oltre ai trattati elencati prima, disponiamo anche, nel gruppo dei
"Dialoghi", del De providentia, De ira (in tre libri), De vita beata,
oltre ad alcuni trattati singoli come i sette libri De beneficiis,
il saggio De clementia (dedicato a Nerone, all'inizio del regno), e
le Questioni naturali (Naturalium quaestionum libri 7), che espongono problemi
di meteorologia, di "fisica del globo", eccetera, secondo la visione stoica.
Il libretto intitolato Ludus de morte Claudi o Apokolokynthosis ("metamorfosi
in zucca", parola modellata per caricatura sul greco apothosis)  un pamphlet
politico, specie di satura, dove prosa e versi si mescolano, mossi
dall'intenzione di coprire di ridicolo il defunto Claudio e di fare
omaggio di maggior gloria a Nerone, giovane imperatore. Molte altre
opere sono andate perdute. Quanto alla parte poetica conservata dei
suoi scritti, essa comprende gli Epigrammi e una larga raccolta di
tragedie, delle quali parleremo fra breve.
 difficile riassumere il pensiero di Seneca, poich 
caratterizzato da un perpetuo zampillare di meditazioni che
indugiano su un fatto, su una circostanza, su un essere
particolare. I grandi temi, come del resto la struttura stessa di
questo pensiero, sono offerti dallo stoicismo ortodosso: fede in
una provvidenza creatrice, i cui disegni, essenzialmente razionali,
sono attingibili dall'intelletto umano. La conoscenza della ragione
divina  mezzo e fine dell'intera vita spirituale, la "virt" consiste
nel consenso dato a questa ragione divina, ed  la condizione necessaria
e sufficiente di questa saggezza che , in definitiva, "vita beata".
Ma, nell'insieme, la ricerca di Seneca mira a scoprire le
conseguenze che derivano, in ogni singolo caso, da questi
principi assunti come regole generali di condotta per la vita.
Ai suoi occhi, quest'ultima possiede il primato.
In questo egli resta profondamente "romano", come Cicerone;
l'azione  il fine della saggezza, o perlomeno l'azione saggia
 sempre presa in considerazione: una saggezza che mancasse di agire,
sarebbe ancora saggezza? Dio stesso attinge la propria perfezione
nella creazione, e la ritrova al termine di ogni "ciclo" di azione.
Al servizio di questo suo pensiero attivo, Seneca ha elaborato uno
stile di innegabile efficacia, intriso di "retorica", ossia di
un'appassionata volont di persuadere. Lo stile non  fine a se
stesso, ma un mezzo per presentare ogni singolo enunciato in tutti
i suoi aspetti e per renderlo direttamente, quasi fisicamente,
tangibile. La frase  a volte breve, a volte sovraccarica di
osservazioni che si aggiungono e incastrano una sull'altra, in
genere, essa rifiuta il periodo costruito in modo "ciceroniano",
considerato come inutilmente artificioso e dannoso per la
riflessione. La frase di Seneca, invece, esplode in immagini
portate in qualche caso fino alle conseguenze estreme dell'analisi,
in altri formulate di passaggio come suggestioni rapidamente
proposte e subito sostituite da altre e poi da altre ancora, fino a
quando l'intero svolgimento viene riassunto in una proposizione
breve e illuminante, la sententia, che ne  insieme la conclusione
morale e logica. Questo stile cos personale (formato, sembra, per
influenza di uno dei maestri di Seneca, Papirio Fabiano, rtore
che si era convertito allo stoicismo seguendo gli insegnamenti di
Sestio padre) non piaceva a Caligola, che lo qualificava "sabbia
senza calce" (ossia cemento friabile), e offendeva sgradevolmente
la sensibilit dei seguaci di Cicerone, ma mandava in visibilio i
giovani presi dalla noia della "gravitas" classica.

,21,   Da Petronio a Tacito
Contemporaneo di Seneca, e forse uno fra i suoi nemici politici, il
Petronio Arbitro di cui ci parla Tacito  molto probabilmente
l'autore del Satyricon, romanzo picaresco del quale possediamo
ormai solo una parte (dove l'episodio principale  la Cena di
Trimalcione, un liberto di origine siriana, un arricchito, che
conserva, tra i fasti del suo lusso di individuo arrivato al vertice
sociale, i gusti del popolino). Il tema d'insieme  offerto dalla
storia di due "ragazzi di vita" in rotta con la scuola, che errano
attraverso la Campania perseguitati dalla maledizione del dio Priapo
da loro offeso. La narrazione ha per oggetto la descrizione delle
conseguenze dei loro misfatti: per procurarsi qualche moneta, si sono
fatti assumere da un maestro di retorica, certo Agamennone, presso il
quale fungono da "ripetitori". Noi, per, non sappiamo come se la
cavano in questo mestiere, giacch alrri frammenti ce li presentano
impegnati in svariate avventure, in compagnia di loro complici e, fra
gli altri, di un tipo di poeta un po' folle che ha la mania di
declamare i propri versi a proposito e a sproposito. In tal modo,
Petronio ha inserito nel suo romanzo una piccola epopea sulla guerra
civile, nella quale in modo illegittimo si  voluto vedere spesso una
parodia di Lucano mentre, invece,  pi probabile che sia il punto di
partenza della Pharsalia.
Il romanzo di Petronio pu rientrare nell'eredit della satura (si
spiega cos la mescolanza di versi e di prosa), ma  evidente che
molto deve alle Milesiae di Sisenna. Il libro ci offre un quadro
estremamente pittoresco dei costumi romani del tempo, nel quale si
d largo spazio alla caricatura e alle esagerazioni di ogni genere.
Uno dei problemi sollevati da Petronio nel Satyricon  quello del
ruolo e dei limiti della retorica, cos come veniva allora
insegnata. Ad alcune delle sue pagine fanno curiosamente eco gli
scritti di M. Fabio Quintiliano, il pi eminente maestro di
retorica che Roma abbia conosciuto. Nato in Spagna, arriv a Roma
nel 68 d.C., e fu considerato, durante il regno dei Flavi, il
rappresentante ufficiale dell'eloquenza. Vespasiano gli accord un
onorario annuo di 100.000 sesterzi, dando cos riconoscimento
all'importanza dell'arte retorica nella formazione della giovent.
La sua Institutio oratoria compendia l'esperienza di un
insegnamento che dur vent'anni (dal 70 al 90 circa).  un manuale
sistematico che accoglie il futuro oratore sin dalla culla e lo
guida fino al momento in cui avr acquistato qualit e mezzi per
affrontare un uditorio. Quintiliano  il pi qualificato
rappresentante del "classicismo". Il suo proposito  di riformare
il gusto corrotto di coloro che preferiscono lo stile di Seneca.
Pur riprendendo le teorie di Cicerone,  tuttavia evidente che la
sua concezione dell'oratore non pu pi essere la stessa.
Le condizioni si sono modificate profondamente.
I precetti formali sostituiscono i concetti originali del grande
oratore. Fra l'uno e l'altro esiste la stessa differenza che
intercorre fra un intelletto geniale e un metodico pedagogo.
Contemporaneo di Quintiliano, Plinio, detto oggi "il Vecchio",
nacque a Como nel 23 d.C. Apparteneva all'ordine equestre romano e
ricopr importanti incarichi amministrativi durante i regni di vari
imperatori. Prefetto della flotta di Capo Miseno durante il regno
di Tito, egli esercitava ancora questo comando quando trov la
morte, inghiottito dall'eruzione del Vesuvio che seppell le citt
campane nel 79 d.C. Per noi, Plinio  soprattutto un enciclopedista
le cui straordinarie conoscenze si trovano compendiate nei 37 libri
della sua Storia naturale, vasta indagine su tutto ci che esiste in
natura, e su argomenti che spaziano dall'arte alla medicina. Plinio
il Vecchio si colloca sulla linea di Varrone, ma senza l'ampiezza
analitica di quest'ultimo.  piuttosto un collezionista che un
pensatore. Le sue idee filosofiche e religiose, impregnate di
stoicismo, non superano i luoghi comuni abituali del suo tempo.
Plinio, tuttavia, non deve la sua fama unicamente a quest'opera di
compilazione. Fu autore anche di saggi storici molto stimati:
venti libri su Le guerre di Germania, e trentuno Dalla fine di Aufidio Basso,
che riprendevano il filo degli eventi dal punto in cui
si era fermata (gli ultimi anni dell'impero di Tiberio) l'opera dello
storico A. Basso, egli stesso continuatore di Tito Livio. Questi
libri di Plinio furono una delle fonti di Tacito.
Una buona parte delle nostre informazioni su Plinio il Vecchio ci
vengono dalla corrispondenza di suo nipote e figlio adottivo,
Plinio "il Giovane", nato anch'egli a Como nel 61 d.C. Plinio il
Giovane fu discepolo di Quintiliano. Considerato dai contemporanei
(ancor pi da se stesso) un oratore di primo piano, pronunci
nell'anno 100 il panegirico ufficiale dell'imperatore Traiano e
questo saggio, di cui disponiamo, ci permette di giudicare delle
sue qualit nell'eloquenza ufficiale. La sua frase  ampia, lunga e
sinuosa; il pensiero aggrovigliato e, per lo pi, banale. Ma
bisogna mitigare questa impressione sfavorevole, tenendo conto che
il genere aveva le sue esigenze, la prima delle quali era che
l'allusione dovesse prevalere sulle affermazioni, e che era
necessario insinuare e pericoloso parlare troppo e chiaro. Ci si
avvede, quindi, che Plinio, in questo genere,  un maestro. Dalle
sue parole emerge un'immagine dell'imperatore che corrisponde
esattamente al modo in cui Traiano desiderava vedersi con i suoi occhi.
L'eloquenza diventa una specie di lavoro poetico, esattamente ci che Platone,
in passato, temeva che potesse divenire: maestra di illusione e di
menzogna.  probabile che l'eloquenza giudiziaria di Plinio (fu un
avvocato di grido) fosse di diversa qualit, giacch Plinio ci appare
nelle sue Lettere (parte fondamentale della sua opera) un onest' uomo,
anche piuttosto scrupoloso (perlomeno quando scrive a Traiano
durante l'esercizio della carica di governo in Bitinia, per
chiedergli consigli sul comportamento da adottare nei confronti dei
suoi amministrati). Mostra notevoli interessi verso le cose
intellettuali, in particolare per la filosofia, ma pi con lo spirito
del dilettante che con quello del vero filosofo.
Plinio ci offre un esempio esauriente della cultura "umanistica",
cos come era concepita al suo tempo.  un po' poeta: scrive brevi
componimenti in versi ("endecasillabi" ora perduti), rivolge la
propria curiosit verso i fenomeni naturali, ma senza cercare di
approfondire nulla.  possibile valutare ci che la perdita della
libert ha potuto produrre nello spirito romano se si paragonano
queste sue Lettere con l'Epistolario di Cicerone.
 un luogo comune avvicinare Plinio a Tacito. Erano grandi amici, e
l'ammirazione popolare li accomunava nella medesima venerazione
(quella che le persone semplici di quell'epoca nutrivano per i
"letterati", dato che esercitare l'attivit letteraria costituiva
un invidiabile privilegio). Tacito, tuttavia,  un intelletto molto
pi vigoroso di Plinio.  probabilmente il maggior storico-rtore
da noi conosciuto. Quest'uomo di provincia (era originario
probabilmente della Gallia transalpina), innalzato al rango di
senatore dal movimento irresistibile che costringeva gli imperatori
a reclutare i membri di quest'ordine in province sempre pi
lontane, dei senatori romani adott subito la fierezza e i
pregiudizi tradizionali. Nel Dialogus de oratoribus (che senza
dubbio non fu scritto all'inizio della sua attivit, ma nel 106,
quand'egli aveva raggiunto ormai la piena maturit), egli medita
sulle cause del declino dell'eloquenza, e ne analizza con molta
penetrazione le varie tappe. La sua nostalgia, anche in questo
caso, va al tempo della "libert". In modo analogo, nel De vita et
moribus Julii Agricolae, elogio funebre in memoria del suocero (un
generale di Domiziano), egli si schierer con toni violenti contro
il modo di governare di quell'imperatore (che nel frattempo,
tuttavia,  morto). I toni violenti di Tacito si esercitano in
effetti sempre su uomini e regimi scomparsi da tempo, la cui memoria,
non a caso,  condannata dal nuovo regime. Le due maggiori opere storiche
da lui composte, le Historiae (sugli avvenimenti che vanno dalla morte di
Nerone fino all'impero di Domiziano; ma la parte conclusiva  ormai perduta)
e gli Annales (racconto della storia di Roma dalla morte di Augusto a
quella di Nerone) si presentano come scritti destinati a piacere a
Traiano sotto apparenze di requisitorie.
Con la Vita di Agricola, che fra l'altro evocava la guerra condotta
in Bretagna dal generale, e poi con la Germania, un trattato sui
costumi dei germani, Tacito aveva gi fatto opera di storico, sulla
linea della grande tradizione di Polibio e di Posidonio.
L'esperienza contribuisce a formare il suo stile, creazione
interamente artificiale che s'ispira allo stile di Sallustio e che
mira ad ottenere gli effetti pi drammatici con la maggiore
sobriet di mezzi. Il capolavoro di Tacito  costituito certamente
dagli Annali, inesauribile riserva di temi tragici, adattati
tuttavia con troppa naturalezza alla trasposizione scenica perch
si possa non dubitare dell'obiettivit dello storico. Dei cinque
imperatori giulio-claudii nessuno si salva dalle critiche di
Tacito. Persino il "divo" Augusto  presentato sotto una luce poco
favorevole. Tiberio  un ipocrita. Caligola un pazzo sanguinario.
Claudio un vecchio libidinoso. Nerone un mostro e, peggio ancora,
un istrione. La verit materiale dei fatti non , certo, da mettere
in dubbio. Ma l'atmosfera nella quale si sviluppa l'intera
narrazione  accentuatamente tendenziosa. Nella prospettiva di
Tacito la storia appare guidata da alcuni uomini (e, piuttosto
vagamente, da una predestinazione astrale), e l'animo di tali uomini
diretto da moventi assai sospetti. Verosimilmente, non sembra esser
questa l'ipotesi suscettibile di spiegare Roma.

,22,  I generi poetici
Dopo lo splendore della poesia augustea, gli scritti degli autori
degli ultimi anni di Augusto e dell'impero di Tiberio e dei suoi
successori ci appaiono privi di spessore. N il poema astrologico
di Manilio, quale che sia la bellezza di questo o quel passaggio,
n le Favole di Fedro reggono il confronto con Orazio e Virgilio.
 col teatro di Seneca che la Musa romana sembra riaffacciarsi sulla
scena. Nonostante gli sforzi di Orazio (nella sua Ars poetica), o
forse in parte proprio a causa di essi, il teatro a Roma non aveva
saputo ritrovare la sua antica popolarit. Era diventato materia letteraria,
troppo sapiente per commuovere un pubblico che non fosse quello
costituito da un uditorio sceltissimo di gente colta. Il che non
significa che le nove tragedie di Seneca (Le Troiane, Tieste, Edipo,
Le Fenicie, Ercole furioso, Ercole sull'Eta, Medea, Agamennone e
Fedra) non siano state concepite per essere rappresentate. Alcuni
indizi tendono a dimostrare proprio il contrario, ma non  certo che esse
siano state recitate alla presenza della folla dei ludi scaenici tradizionali.
In realt questi drammi, che danno l'impressione di essere isolati,
rispondono a una tradizione di lungo periodo, quella del teatro
ellenistico, della quale lasciano trasparire alcune
caratteristiche. I cori dei modelli greci classici sono scomparsi.
Essi sono sostituiti da canti inseriti fra un atto e l'altro, senza
rapporto diretto con l'azione. Quest'ultima, in genere,  lenta o
brusca, raramente equilibrata al punto giusto. Le scene si
risolvono per lo pi in discussioni espresse in prolungati sviluppi
oratori e, solo di rado, in veri dialoghi. I luoghi comuni che le
compongono sono ripresi a volte dal repertorio retorico, altre
volte da quello della predicazione filosofica. Nonostante tutto
quello che oggi pu apparirci come un complesso di difetti, queste
tragedie non mancano di bellezza, purch se ne ristabilisca,
nell'immaginazione, una messa in scena sontuosa come allora era di
moda, e si rianimino i discorsi attraverso l'arte degli attori e il
movimento di un gran numero di comparse. Potr risultare allora che
i sentimenti sono meno "forzati" e piuttosto illuminati nella loro
totale verit, che i luoghi comuni filosofici non sono un maldestro
intervento dell'autore ma una forma di espressione delle pi
autentiche realt spirituali. Non  possibile credere, dando retta
a qualche critico, che Seneca abbia voluto comporre le tragedie
come favole implicanti una morale; ci si convincer, invece, che
questi poemi drammatici sono scaturiti dalla sua vita interiore. Se
meritassero tutti i rimproveri che generalmente vengono loro
rivolti, in che modo si potrebbe spiegare l'influenza considerevole
che hanno esercitato, dal Rinascimento fino al teatro classico
francese, su tutta l'arte scenica europea?
Lucano, il terzo personaggio della famiglia degli Annaei che abbia
iscritto il proprio nome nelle lettere latine, era nipote di Seneca.
Fu un bambino prodigio. Nato il 3 novembre 39, divenne uno dei
compagni di Nerone, nato due anni prima di lui, e fece parte del
gruppetto di poeti che circondavano il giovane principe. Sui rapporti
fra Nerone e Lucano, la tradizione ci ha fornito notizie abbastanza
sospette. Secondo queste, l'imperatore, geloso del poeta, lo avrebbe
allontanato, e Lucano indispettito avrebbe a sua volta cospirato con
gli oppositori nella cerchia di Pisone.  probabile, per, che non
furono i motivi letterari quelli determinanti in questa avventura
politica conclusasi con la morte del poeta, nel 65 d.C.
La grande opera di Lucano  il suo poema sulla Guerra Civile,
noto sin dai tempi antichi sotto il titolo di Pharsalia. Il tema 
dato dal confronto bellico impegnato da Cesare contro i senatori e
il regime "repubblicano". L'episodio centrale  costituito
naturalmente dalla battaglia di Farslo, ma il racconto va al di
l, con la morte di Pompeo e l'organizzazione della resistenza in
Africa. Il poema  rimasto incompiuto al decimo libro, probabilmente
per la morte dell'autore. Si tratta di un'epopea d'impronta stoica,
ma soprattutto "romana". Nella sua composizione narrativa e
cronologica, l'opera  una filiazione del tipo "ellenistico"
dell'epica di Ennio, e non segue affatto il modello di tipo
"omerico" o virgiliano. A questo va ancora aggiunto il fatto che la
Pharsalia non presenta in s alcun aspetto del "meraviglioso"
(a parte la scena della divinazione, che tuttavia rientra pi nella
dimensione religiosa che in quella del meraviglioso vero e
proprio). I motivi, le cause trovano tutti radici negli animi dei
protagonisti e nella "natura" delle cose. Come gli stoici, Lucano
crede a una Provvidenza e a leggi razionali: il dramma della guerra
civile , prima di ogni altra cosa, un dramma spirituale. Per cui
gli avvenimenti sono dominati dalle figure dei loro protagonisti,
da Cesare, ammirato bench biasimato, da Pompeo, che si purifica
nella sconfitta, e soprattutto da Catone, vero "santo" dello
stoicismo. Fra l'estetica di Lucano e quella delle tragedie di
Seneca esiste un'evidente analogia: stessa ricerca di parossismi,
di situazioni, di personaggi e di soluzioni verbali, ma anche
analoga potenza poetica, analoga qualit di evocazione, stessa
eloquenza. Si  molto lontani dalla serena bellezza dell'Eneide,
eppure il poema esprime efficacemente lo spirito di un'epoca e di una societ
nelle quali il dramma si manifesta come un'esperienza quotidiana.
Il dramma domina anche gli scritti di Persio, morto all'et di 28 anni,
il 24 novembre del 62, lasciando una smilza raccolta di Satire
destinate ad assicurargli l'immortalit. Amico e compagno di studi
di Lucano, era lui pure uno stoico. Giovanissimo, aveva composto una
tragedia praetexta, il cui titolo  oggi, anch'esso, incerto. Editore
delle Satire fu, dopo la sua morte, il suo maestro Anneo Cornuto. Le
Satire erano in tutto sei, ed esprimevano i sentimenti, le passioni,
gli odi di un adolescente intransigente che aspira a una purezza
totale, come poteva essere stato Seneca nel periodo del suo ascetismo
mistico. Persio continua la tradizione di Orazio, ma con un vigore e
un rigore dottrinale estranei al modello. Il che comporta spesso
eccessi di oscurit, e qua e l di durezza, in uno stile che si
compiace nel provocare il lettore, escludendo ogni passaggio di transizione
o di semplificazione. Questa poesia irta di difficolt ottenne per subito
i favori del pubblico, e attribu al poeta morto una durevole fama.
Seneca nelle tragedie, e insieme con lui Lucano e Persio
definiscono una corrente poetica dai caratteri ben determinati,
quella che alcuni definiscono del "barocco romano". Ma, come nei
generi in prosa la tradizione classica sopravvive e finisce per
imporre la propria estetica, cos in poesia il classicismo perdura,
sebbene con autori "minori". Fra questi, Calpurnio Siculo, le cui
Egloghe, composte sul modello virgiliano, cantano la felicit e la
prosperit portate dal regno del giovane Nerone. Abbiamo gi detto
in che modo Petronio si fosse divertito a contrapporre alla
Pharsalia un abbozzo di epopea "omerica" sul medesimo tema. Sotto
la dinastia flavia, l'influenza di Virgilio si afferma anche pi
decisamente con Silio Italico, Valerio Flacco e Stazio.
Il primo era un senatore, cortigiano di Nerone, noto durante i
periodi pi cupi della tirannide come delatore. Sotto Vespasiano,
fu proconsole d'Asia; coltiv la poesia nella vecchiaia. La sua
opera maggiore  un poema sulle guerre puniche (Punica) in 17 libri,
ricostruzione della guerra di Roma contro Annibale. Il tema,
gi trattato da Ennio, preannunciato in qualche modo dal Bellum
Punicum di Nevio, era questa volta ripresentato in stile
virgiliano. Ma la presenza sensibile dell'epopea "annalistica"
permane: Silio Italico non ha saputo liberarsi dai quadri storici,
e ci produce una specie di miscela di due estetiche, che mette
allo scoperto per intero l'apparato del "meraviglioso" di tipo
"omerico", come un complesso di artifici ormai sorpassati.
Valerio Flacco, scrittore la cui attivit si compie sotto l'impero
di Domiziano, non visse abbastanza a lungo per portare a termine il
suo poema delle Argonautiche, che s'interrompe bruscamente al
libro ottavo. Dopo Apollonio Rodio, il tema rientrava nel repertorio
dell'epopea ellenistica. Nell'Eneide, Virgilio non aveva trascurato
d'ispirarsi a questo modello, cosicch Valerio Flacco ritrova,
indirettamente, un'ispirazione ellenica tramite la creazione
virgiliana. L'elemento romano  rappresentato dal tentativo del poeta
di comparare l'impresa degli argonauti a quella di Vespasiano che
esplora i mari intorno alla Bretagna. Pi sensibilmente stoica di
quanto non fosse gi in Virgilio,  la presenza di Giove come
provvidenza, aspetto per il quale Valerio Flacco subiva l'influenza
del pensiero contemporaneo.  evidente, inoltre, che il poeta ha
conosciuto e apprezzato le tragedie romane, in modo particolare,
forse, quelle di Seneca. Come quest'ultimo, si mostra sensibile alla
poesia "cosmica". Le evocazioni del cielo stellato, dei venti, del
mare sono introdotte non tanto come forme spettacolari, quanto come
presenze di forze naturali. Discepolo dei poeti tragici, Valerio
Flacco lo  anche nelle sue motivazioni psicologiche (il che fa
pensare a Lucano), e nel dar valore all'eroe (Giasone, eccetera) quale
eroe universale, mentre nell'Eneide esso era collegato maggiormente
al suo contesto religioso e sociale.
P. Papinio Stazio, ultimo cronologicamente di questa trilogia
"neoclassica", incarna invece la figura del poeta "professionista".
Figlio di un maestro di scuola napoletano, Stazio si trasfer a
Roma per tentare la fortuna durante l'impero di Domiziano. In breve
si guadagn il favore del pubblico e dei grandi signori, che
divennero suoi protettori. D'ingegno duttile e versatile, in questo
primo periodo compose libretti per mimi e, oltre al suo primo poema
epico, la Tebaide, alcune Silvae, componimenti lirici di
circostanza in uno stile facile ed elegante. Ma, dopo alcuni
rovesci, nonostante le preghiere insistenti della moglie Claudia,
una musicista, decise di abbandonare la citt per far ritorno in
Campania. Vi condusse lo stesso genere di esistenza di poeta
mondano al servizio dei nobili romani, che vi approdavano in massa
per i loro soggiorni sotto il cielo di Napoli. In questo periodo
della sua attivit, scrisse alcune Silvae e una seconda epopea,
l'Achilleide, che non gli fu possibile compiere, e che  rimasta
interrotta all'inizio del secondo libro.
Stazio  un poeta erudito. I suoi componimenti epici sono pieni di
riferimenti letterari, le leggende da lui trattate sono in molti
casi oscure. In questo, egli si mostra discepolo lontano degli
alessandrini, e spirito alessandrino  quello che appunto si
ritrova nell'abbondanza degli episodi minuti, delle "miniature"
sentimentali o pittoresche. Si pensi alla condanna pronunciata da Orazio
contro i poeti di tale scuola, "incapaci di comporre l'insieme di un'opera".
Nonostante la sua volont di imitare Virgilio, Stazio, ne fosse
cosciente o meno, discende dalla tradizione ovidiana, quella che un
giorno verr rappresentata dalle Dionisiache di Nonno.
 questo, per grandi linee, il bilancio del "neoclassicismo" nella
seconda met del primo secolo d.C. Gli intelletti pi vigorosi si
trovano negli autori detti "realisti": Marziale e, pi tardi, Giovenale.
Marziale era spagnolo (di Bilbilis, nella Spagna terraconense).
Egli ricordava la patria con nostalgia mentre abitava a Roma ma,
una volta tornatovi, naufrag nella noia, evocando le delizie di
Roma. Marziale  per eccellenza un compositore di epigrammi, cio
di brevi liriche in metri vari destinate a commemorare un
avvenimento, un sentimento, un oggetto, considerati degni di
memoria. La tradizione dell'epigramma era di antica data ai tempi
di Marziale. Abbiamo gi visto com' proprio tramite essa che
inizialmente s'introduce a Roma la poesia leggera alessandrina.
Marziale si attiene alle regole del genere, e parecchi libri della
sua raccolta, che ne comprende 14, sono delle massime che
accompagnano un dono a un amico o, come nel libro De spectaculis,
la celebrazione dei giochi offerti da Domiziano per l'inaugurazione
del Colosseo. Ma, nella maggior parte degli altri, che sono i pi
importanti della raccolta, egli opera una metamorfosi profonda del
carattere dell'epigramma, trasformandolo in pagine di un giornale,
inserendovi descrizioni, aneddoti, fatti di cronaca, echi di
conversazioni scherzose o serie, il riflesso stesso della vita.
Marziale , in molte occasioni, uno scrittore satirico pi di fatto
che intenzionalmente, perch ricerca la realt sotto le apparenze
ed esaspera la sua analisi fino a raggiungere la crudelt. Lascia
apparire tutte le brutture della citt, con aspetti di verit fatti
per ricordarci il realismo delle statuette alessandrine, allora
molto di moda, se dobbiamo credere a una lettera di Plinio il
Giovane che esaltava l'accentuata senilit e la laida parvenza di
una statuetta di un vecchio personaggio. Ma in genere non  il
diletto che muove l'artista ad incitare Marziale. La sua
sensibilit lo porta piuttosto a vedere il "lato brutto" delle
cose, a lamentarsene e, insieme, a farsene beffe. Di qui, forse, il
tono di moralista che assume spesso, e che non  n il rigido
didascalismo di Persio n l'umana simpatia di Orazio.
La societ dell'epoca dei Flavi  stata dipinta, dopo Marziale, da
Giovenale, ma per quest'ultimo si tratta ormai di un tempo passato,
non pi del presente. Giovenale scrive durante l'impero di Traiano,
e i rimproveri rivolti a Domiziano, per esempio, sono altrettanti
omaggi indirettarnente resi al nuovo imperatore. Della sua
biografia ignoriamo quasi tutto. Ci che  possibile ricostruirne
non pu che reggere su ipotesi. Giovenale era nato ad Aquino verso
il 55 d.C. Fu probabilmente soldato e poi maestro di scuola, prima
di redigere le 16 Satire che compongono la sua opera. Forse conobbe
rovesci di carriera, e fu mandato in esilio, in una remota
guarnigione dell'Egitto. Sono tutte cose che si possono dedurre
dalla sua opera, a meno che non si tratti, nei brani dove si pensa
di cogliere un'allusione, di semplici finzioni letterarie.
Di certo c' che le Satire recano l'impronta della retorica.
Abbiamo gi sottolineato che  un carattere generale di una certa
estetica del tempo. Declamatore, Giovenale lo  per i temi che
affronta ("luoghi comuni" sui costumi del tempo, la povert, la
ricchezza, eccetera), e pi ancora per il tono che lo distingue, fatto
di una virulenza appassionata e di un'eloquenza che hanno
contribuito a modificare fortemente l'evoluzione del genere satirico.
Nella civilt che gli sta intorno, Giovenale ha in orrore tutto ci
che non  "romano", nella buona tradizione del termine. Detesta gli
orientali, l'ellenismo, i liberti arricchiti, tutto ci che, a suo
giudizio, sottrae ai romani le proprie conquiste. Ma non detesta
meno i senatori che non hanno il coraggio di opporsi al tiranno, o
le donne che si fanno beffe della fedelt coniugale e rendono la
vita del proprio marito un lungo martirio. In ogni modo, combatte
con pari vigore tanto i vizi e le semplici forme di ridicolaggine,
la donna che pratica aborti come la pedante. Per cui ci si pu
chiedere fino a che punto queste satire non siano anzitutto delle
"amplificazioni", espressioni volontarie di estremismo, che non
meritano di essere confuse con delle testimonianze obiettive.

,23,  I superstiti
All'avvento dell'imperatore Adriano, Giovenale osservava che
"gli studi erano ormai privi di speranza e non avevano altro motivo di
essere se non in Cesare", tanto la condizione degli "intellettuali"
sembrava miserabile. I ricchi protettori non sostengono pi i
poeti, e la miseria  incompatibile con le manifestazioni del
talento. C' di pi: i grandi personaggi scrivono versi e si credono geni.
Solo l'imperatore ha il potere di rimediare a tutti questi mali.
Per quanto forzate siano queste tinte, il quadro  estremamente
istruttivo: dopo Domiziano, come gi si  detto, la retorica
diviene quasi un'istituzione statale. A poco a poco, il potere si
preoccupa di tutti gli "intellettuali", e accorda loro dei vantaggi
(di carriera, per esempio, portandoli in senato e affidando loro
cariche di magistrati), riconoscendone, in ultima analisi, la
funzione "culturale" nell'impero. Questa funzionarizzazione
dell'attivit letteraria  in vivo contrasto con la libert, sia
pure anarchica, dei vecchi tempi, e non c' da stupirsi se, a
partire dal secondo secolo d.C., si assiste a una lenta ma irrimediabile
decadenza della letteratura. Un'altra causa contribuisce al
precipitare di questa situazione. L'impero ha sempre meno il suo
centro in Italia o anche in Occidente. I paesi di lingua greca
acquistano un'importanza sempre maggiore, ed  nella letteratura
romana di lingua greca che sembrano rifugiarsi la vita e le facolt
creative. Il "dialogo" fra cultura greca e cultura latina non 
pi, come in altri tempi, fondato sul confronto fra un passato
prestigioso e un presente alla ricerca di se stesso. L'ellenismo ha
dato ormai a Roma tutto ci che gli era possibile. Ora tenta di
gestire nuovi tesori. Quel ribollire di eventi che dalla "seconda
sofistica" (alla fine del primo secolo d.C., con Plutarco e numerosi
altri autori) arriva fino al neoplatonismo di Plotino (verso la
fine del terzo secolo) e produce, ad esempio, il rinnovamento degli
studi storici (con Dione Cassio, nella cerchia dei Severi) e il
fiorire del romanzo (da Longo a Eliodoro), non tocca affatto la
met latina del mondo. L'lite intellettuale di Roma  formata da
maestri greci, e non prova quindi quasi alcun bisogno di curare l'espressione
latina. La letteratura romana, tuttavia, esprime proprio in questo periodo
alcuni "superstiti" di notevole levatura, che riescono a prolungarne
l'esistenza. Il primo nome, fra gli scrittori di quest'et meno felice, 
quello di Svetonio, che fu in realt contemporaneo e amico di
Plinio il Giovane, ma che malgrado ci, per la sua produzione
letteraria e lo spirito che l'anima, rientra piuttosto nel quadro
del periodo successivo. Era nato a Roma, all'incirca nel 70, da una
famiglia dell'ordine equestre, ma rifiut la carriera di
amministratore o di soldato riservata in genere ai "cavalieri".
Uomo dedito agli studi, consacr tutta la sua vita a ricerche
erudite che, per certi aspetti, richiamano quelle di Varrone. La
sua attivit si limit quasi interamente al genere biografico.
Compose un libro sugli uomini "illustri" della latinit (De viris
illustribus) e una grande opera sulla "vita dei Cesari" (De vita
Caesarum), pervenutaci integralmente.
Nella prima di queste opere, Svetonio non limitava la propria
indagine alla cerchia dei politici e dei militari. Un libro era
dedicato agli oratori, un altro ai poeti, altri ancora ai
grammatici, ai rtori, ai filosofi, eccetera. Di questo panorama cos
vasto a noi restano unicamente le notizie riguardanti grammatici e
rtori, particolarmente preziose per la conoscenza
dell'insegnamento a Roma e della sua storia. Degli altri
"capitoli", disponiamo solo di notizie staccate. Quelle sugli
scrittori furono utilizzate da san Gerolamo per la sua Cronaca, ed
 quindi possibile, in una certa misura, ricostruirle. In queste
biografie erudite, Svetonio si preoccupa fondamentalmente di
raccogliere una documentazione, molto meno di controllarne e
criticarne la validit.  un testimone (uno dei primi) della
tradizione scolastica (noi diremmo universitaria) che si forma e si
svilupper, con variazioni diverse, durante tutta la parte finale
dell'antichit e nel Medio Evo, ad esempio nei commentari di Donato
(su Virgilio e su Terenzio) alla fine del quarto secolo, e in quelli di
Servio (che visse intorno al 400 d.C.) su Virgilio.
Qualunque possa essere l'importanza delle biografie composte da
Svetonio sugli scrittori, nella formazione della storia letteraria
come genere, quella delle Vite dei Cesari , ovviamente, di gran
lunga pi considerevole, giacch, per le parti ormai perdute degli
Annali e delle Storie di Tacito, esse rappresentano una preziosa
fonte sostitutiva. Le biografie degli imperatori non sono opere
storiche nel senso comune del termine. Della cronologia e della
concatenazione degli avvenimenti esse tengono conto in modo molto
approssimativo. Ogni fatto  classificato (pressappoco) in una
categoria: infanzia, origine, carattere, ritratto fisico, ritratto
intellettuale, attivit militari, giochi offerti al popolo, eccetera.
Anche in questo caso, la critica  quasi inesistente. Grazie
all'amicizia del prefetto del pretorio Setticio Claro (un amico di
Plinio, sopravvissuto a quest'ultimo, che aveva continuato a
proteggerlo), intorno al 120 Svetonio riusc tuttavia a diventare
segretario ad epistulas (incaricato della corrispondenza) nei servizi
dell'imperatore Adriano. Ci gli permise di accedere liberamente agli
archivi del Palatino, per cui le sue informazioni ci hanno permesso
di ricostruire e di conservare documenti che, senza di lui, sarebbero
andati completamente perduti. Nessun altro storico, infatti, poteva
averne conoscenza. L'incarico di Svetonio presso la corte non dur,
tuttavia, molto a lungo. Nel 122, Adriano lo allontan perch, a
quanto pare, alcuni dignitari, e lui fra gli altri, avevano
instaurato un'eccessiva familiarit nell'ambiente dell'imperatrice
Sabina. Altro vantaggio per noi delle Vite dei Cesari  il fatto che
Svetonio attinge notizie da opere ormai perdute degli storici
dell'impero. Ci permette di ritrovare una prospettiva pi giusta
sugli avvenimenti e sugli uomini che sono stati oggetto a volte di
appassionata ammirazione e a volte di odio feroce.
Accanto a Svetonio, conviene dare qualche spazio a un rtore,
Floro, originario dell'Africa che, a somiglianza degli oratori
greci della "seconda sofistica", ebbe un'attivit di conferenziere
itinerante nelle province. Uno dei temi da lui affrontato era la
questione se "Virgilio era oratore o poeta", problema sul quale ci
 stato conservato uno svolgimento redatto in forma di dialogo.
Floro fin per stabilire a Roma la sua dimora, durante l'impero di
Adriano, e nella citt compose i suoi due libri "sulle guerre romane".
Sotto la vernice del presunto storico, traspare per
l'atteggiamento del rtore: Floro elogia pi che raccontare. Questo
conferenziere, sempre in cerca di brillanti amplificazioni,
immagina di paragonare la vita del popolo romano a quella di un
essere umano le cui differenti et si caratterizzano per una
crescita, una maturit e una decadenza, salvo poi concludere, per
trarsi d'impaccio, che la dinastia antonina aveva restituito a Roma
la sua giovinezza. Quest'opera puerile ci  stata conservata sotto il titolo,
davvero improprio, di Compendio di Tito Livio (Epitome Titi Livii).
Dopo Floro, per la storiografia romana si apre un'epoca oscura,
nella quale i nomi che si possono citare sono quelli di autori di
riassunti come Eutropio, che per l'imperatore Valente (364-378)
compil il suo Breviarium ab Urbe condita, o Giulio Ossequente,
che ricav da Tito Livio tutti i brani riguardanti i presagi e li
riun in un libro (Liber prodigiorum). Non mancano del tutto gli
storici degni di questo nome, ma sono rarissimi. Il pi notevole 
un uomo di Antiochia, Ammiano Marcellino, vissuto fra il 330 e il
400 circa. Soldato, combatt al fianco di Giuliano l'Apostata
contro i parti. Divenne scrittore dopo essersi ritirato dalle altre
attivit, dapprima ad Antiochia e poi a Roma. Concep l'ardito
progetto di dare una continuazione a Tacito. La sua opera (Rerum
Gestarum libri 31) ha inizio, perci, con la morte di Domiziano
(i primi 13 libri sono andati tuttavia perduti), e arriva al
periodo contemporaneo all'autore. Assai bene informato sulla vita
di corte, essendo stato egli stesso un funzionario imperiale,
Ammiano si compiace nell'esporre la serie di intrighi svoltisi per
secoli negli ambienti dei principi. Per questi caratteri,  uno
storico degli imperatori e, pi in generale, del "governo",
piuttosto che del popolo romano. Ma quest'ultima nozione, ancora
cos viva negli anni di Tito Livio, si  a poco a poco dissolta.
Roma non  pi, ormai, che un'immensa monarchia traballante, nella
quale bisogna riparare, in ogni momento, una crepa, difendere una
frontiera, e il racconto di questi incessanti tentativi finisce per
riempire il resto del libro.
Intorno a Ammiano Marcellino, e in date e condizioni sulle quali
l'unanimit della critica moderna  ben lontana dall'essere
possibile, veniva formandosi intanto la raccolta conosciuta sotto
il titolo di Historia Augusta, che riunisce (quanto meno nello
stato presente dell'opera) le biografie degli imperatori succeduti
ad Adriano, fino a Numeriano, e cio fino verso la fine del terzo
secolo. La raccolta fu composta lentamente, e parecchi autori (Elio
Sparziano, Volcacio Gallicano, Elio Lampridio, Trabellio Pollione,
Flavio Vopisco) contribuirono, nel corso del tempo, a questo
corpus, la cui ispirazione originaria risale evidentemente
all'opera di Svetonio. Per noi  un documento prezioso, in molti
casi una fonte unica, sebbene estremamente impura, vista la quasi
totale mancanza di senso storico che caratterizza gli autori di
queste esangui biografie.
Nella lenta decomposizione della letteratura latina, una provincia
dell'impero sembra di volta in volta opporre una resistenza pi
prolungata delle altre. Nel primo secolo d.C. la Spagna si rivel un
grande serbatoio di ingegni. Nel secondo secolo questa funzione viene
assunta dall'Africa. Fra gli scrittori pagani, due dei maggiori di
quest'epoca ne sono originari: il rtore M. Cornelio Frontone e il
"filosofo" Apuleio. Il primo nacque a Cirta (Costantina), il secondo
a Madaura (Mdaourouch). Frontone, il pi anziano dei due, fu
inizialmente allievo di maestri greci. In quell'Africa dove la lingua
abitualmente parlata era il latino (isolotti dove si parlava punico o
numida esistevano ancora, ma erano linguaggi che in nessun modo
contribuivano alla cultura), l'influenza delle province greche si
faceva sentire direttamente. Il mondo ellenico non cominciava forse
con la Cirenaica, limitrofa rispetto a quelle province africane? Una
delle ragioni dello splendore che conobbe allora la cultura romana in
Africa  probabilmente la doppia influenza, occidentale e orientale,
che essa sub. Vi si aggiungevano anche condizioni sociali
favorevoli: in particolare la formazione di una solida borghesia
legata alla terra, il cui arricchimento si pu valutare sul metro
degli sviluppi urbani durante il regno della dinastia antonina.
I rtori locali trovano un pubblico, e la loro crescente ambizione gli
fa sempre pi prendere la strada verso Roma. Il caso dell'Africa
rassomiglia, sotto certi aspetti, a quello della Gallia, terra
anch'essa dove eloquenza e cultura ebbero una loro fioritura.
Frontone apparteneva precisamente a questa aristocrazia africana.
Nominato senatore romano durante l'impero di Adriano, divenne
console sotto Antonino Pio, nel 143. Al senato ebbe occasione di
pronunciare alcuni discorsi ufficiali (come in passato Plinio) e di
prendere la parola in uno degli innumerevoli processi dibattuti
davanti all'ordine. Com'era abituale, Frontone, considerato, se non
il migliore, uno tra i migliori oratori dell'assemblea, fu scelto
dall'imperatore come suo portavoce. Antonino gli affid in seguito
la direzione degli studi dei suoi figli, Marco Aurelio e Lucio
Vero. Fu il punto di partenza di un'amicizia fra il maestro e il
suo allievo preferito, Marco Aurelio, futuro imperatore, che trov
espressione in una copiosa corrispondenza, da noi posseduta almeno in parte.
Frontone , anzitutto, un "uomo di lettere" per il quale misura di
ogni cosa  la retorica. Nei libri antichi, ama scoprire materiali
per citazioni, pensieri di forma rara, formule felici ed eleganti,
e la sua curiosit letteraria lo attrae verso le epoche pi elevate
della prosa e della poesia latine. Il gusto per l'arcaismo non era
nuovo al suo tempo. Esisteva gi, per testimonianza di Orazio, dal
tempo di Virgilio e di Augusto.  una tendenza di fondo dello spirito romano,
facile alle "lodi del passato" (laudatores temporis acti). In
Frontone e in molti suoi contemporanei la tendenza si trasforma in
mania, in uno sforzo costante di dare ricchezza alla lingua e di
difenderla comunque dall'intrusione dei neologismi, preservandola, in
qualche modo, dalla sua naturale evoluzione.  uno sforzo disperato
per salvare una "lingua d'arte", certamente esagerato ma
giustificabile se si pensa al latino che Tertulliano usava nella
medesima epoca. Il rimprovero pi grave che si potrebbe rivolgere a
Frontone  che la sua preoccupazione di decoro formale non  messa al
servizio di un vero pensiero. In lui l'espressione letteraria non ha
altro fine che se stessa. Apuleio, invece, portava in s, insieme con una
profonda sensibilit, tutto un universo di idee, di credenze, di
immaginazioni, che trovarono modo di esprimersi a dispetto delle
convenzioni dominanti. Nato nel 125 circa, studi a Cartagine, dove
apprese le regole dell'eloquenza latina; si rec poi ad Atene, per
avviarsi allo studio del pensiero greco. Ci che principalmente
l'attraeva erano le dottrine nelle quali il pensiero religioso
aveva una sua funzione: lo stoicismo, al quale rimanevano fedeli in
gran parte i nobili romani e di cui Marco Aurelio sar un adepto,
lo attraeva molto meno del platonismo, o della dottrina che allora
passava sotto questo termine, impregnata di misticismo e
addirittura di magia. Apuleio si fece iniziare a tutti i culti pi
o meno segreti che a quei tempi abbondavano nell'Oriente
mediterraneo: misteri di Eleusi, di Mitra, misteri di Iside, culto
dei Cabiri a Samotracia, e tanti altri di minore fama. La sua
speranza era di trovare il "segreto delle cose" e, al pari della
sua eroina Psiche, si abbandonava a tutti i dmoni della curiosit,
avventurandosi fino alle frontiere del sacrilegio. La strada del
ritorno dalla Grecia all'Africa lo condusse attraverso le regioni
asiatiche, in Egitto e quindi in Cirenaica, dove lo attendeva una
straordinaria avventura. La madre di uno dei suoi compagni di studi
ad Atene, rimasta vedova, desiderava riprendere marito. Apuleio le
piacque, e i due si sposarono. I parenti della nobildonna, adirati
nel vedere compromessa l'eredit, intentarono un processo al
"filosofo" straniero accusandolo di arti magiche. Gli imputavano di
avere plagiato la loro congiunta, e lo tradussero davanti al
governatore della provincia. Per difendersi, Apuleio compose
un'arringa scintillante di spirito, che ci  stata conservata col
titolo di Apologia o De magia.  interessante paragonare questo genere
di eloquenza, di discorso effettivamente pronunciato davanti a un
tribunale, con quella dei Florida, estratti di conferenze tenute
dallo scrittore a Cartagine e a Roma.
L'opera meritevole di maggior considerazione scritta da Apuleio
(lasciando da parte alcuni brevi trattati filosofici privi di
originalit) rimane il suo romanzo delle Metamorfosi (denominato a
volte L'asino d'oro), opera stravagante, che forse  l'adattamento
di uno scritto di Luciano di cui non siamo in possesso, ma del
quale ci  pervenuto un plagio intitolato Lucius o L'asino. La
storia narra di un giovane chiamato Lucio (identificato da Apuleio
con lo stesso narratore), appassionato di magia. Originario di
Patrasso, in Grecia, egli si reca in Tessaglia, paese delle
streghe. L, per caso, si trova ad alloggiare in casa di una di
loro, la quale ha la facolt di trasformarsi in uccello. Lucio
vuole imitarla e, valendosi dell'aiuto di una servetta, accede alla
stanza degli unguenti magici della donna. Ma sbaglia unguento, e
viene trasformato in asino. Per una simile disgrazia, il rimedio
sarebbe semplice (gli basterebbe mangiare alcune rose), se un
concatenarsi straordinario di circostanze non gli impedisse di
scoprire l'antidoto indispensabile. Rapito da certi ladri durante
la notte stessa della metamorfosi, egli rimane bestia da soma per
lunghi mesi, si trova coinvolto in mille avventure, ed  testimone
di mille altre; in breve il tema  un comodo pretesto per mettere
insieme una miriade di racconti. Siamo cos nella tradizione della
"milesia", ma anche in quella del romanzo greco contemporaneo.
Tornato, infine, nella regione di Corinto, Lucio, sempre sotto
forma asinina, si addormenta sulla riva del mare e, durante una
notte di plenilunio, vede apparire in sogno la dea Iside che lo
conforta, gli annuncia la fine del supplizio e gli indica dove
potr trovare le benefiche rose. Il giorno dopo, il miracolo si
compie nel corso di una processione di fedeli della dea e Lucio,
per riconoscenza, si fa iniziare ai misteri di Iside. Quest'ultima
parte del romanzo (libro undicesimo) non ha equivalente nel testo del
racconto greco.  evidente che  un'aggiunta di Apuleio, al pari
della "favola" di Amore e Psiche, una delle pi celebri dell'antichit,
che si trova inserita verso la met dell'opera. Ci si pu chiedere se queste
aggiunte non servano a spiegare l'intenzione dell'autore. In realt
l'episodio di Iside, come quello di Amore e Psiche (che racconta
appunto l'avventura di Psiche, l'Anima, innamorata di Eros, dio del
desiderio, uno dei grandi dmoni dell'universo platonico, la quale
possiede senza saperlo, nella notte della propria coscienza, il
dio che lei ama, e che per smarrisce per curiosit, per ritrovarlo
poi nel dolore di un'espiazione che le fa attraversare tutti gli
"elementi" del mondo), ha un evidente significato religioso, indubbio
nel primo, fortemente probabile nel secondo. Del resto, tutto ci
corrisponde a quanto gi sappiamo di Apuleio, eternamente inquieto di
fronte agli di e a tutte le cose che oggi noi definiamo, forse
impropriamente, il "soprannaturale".  comprensibile, dunque, che i
congiunti della moglie lo sospettassero di stregoneria.
Il romanzo delle Metamorfosi, qualunque sia la sua reale
intenzione, ci offre una straordinaria descrizione delle province
dell'impero al tempo degli Antonini e, in modo particolare, della
vita del popolo minuto. Confrontato con quello di Petronio, d la
curiosa impressione che i personaggi vi siano osservati a maggiore
distanza, come in un immenso affresco dove si muovono, agitandosi,
innumerevoli comparse. Il Satyricon, invece, mostra solo alcune
immagini di "primo piano", probabilmente perch l'analisi si
sostituisce di frequente al racconto e, al tempo stesso, perch il
pittoresco finisce, spesso e volentieri, per interiorizzarsi.
Abbiamo descritto le fasi di decadenza della soriografia e
sottolineato, a questo proposito, il ruolo avuto dalla tradizione
scolastica. Ma l'erudizione ha compiuto le sue devastazioni anche tra
i filosofi ammesso che sia possibile attribuire questo titolo ad
autori come Macrobio Accanto ai sette libri dei Saturnalia, nei
quali Macrobio esamina le idee e la "scienza" di Virgilio, va
ricordato ancora il suo commento al Sogno di Scipione, il mito
che concludeva la Repubblica di Cicerone. Macrobio viveva all'inizio
del quinto secolo. Ebbe come suo contemporaneo (un po' pi giovane) Felice
Marziano Capella, autore di un'enciclopedia a cui egli stesso diede
il titolo singolare di De nuptiis Mercurii et Philologiae.
Le nozioni vi sono esposte tramite un apparato allegorico
mitologizzato in parte artificiale, in parte ispirato alla teologia
"platonica" (nel senso che le attribuiva Apuleio). Il dio Mercurio
vi assume in realt la figura dell'Ermes degli egizi (Horos), dio di
ogni scienza. La sua unione con Philologia (con la "scienza delle lettere")
simboleggia il valore universale della cultura letteraria.Philologia ha
sette ancelle: Grammatica, Dialettica, Retorica, Metrica, Aritmetica,
Astronomia e Musica. La soglia del pensiero medievale  gi varcata.

,24, Conclusioni
Molti altri sarebbero i nomi da citare, volendo dare un'idea pi
precisa della ricchezza che contraddistingue le lettere latine.
Quelli che figurano nelle pagine che precedono sono i principali.
Lo sforzo che si  tentato di compiere non mirava tanto a comporre
un catalogo, quanto a seguire, attraverso i meandri delle singole
personalit, le grandi correnti della letteratura legata alle sorti
politiche e spirituali di Roma. Questa letteratura ebbe un suo
corso continuo: si sviluppa, senza intervalli degni di nota, fra il
terzo secolo che precede la nostra era e il quinto secolo d.C.
Superate le incertezze e le esitazioni inevitabili degli inizi
(incertezze ed esitazioni relativamente brevi, visto che fin dalla
seconda generazione, quella di Plauto, si affermano ingegni vigorosi
di valore universale), essa cresce con estrema rapidit verso la sua
perfezione. Bisogna, tuttavia, osservare che prosa e poesia non vanno sempre
di pari passo, non procedono col medesimo ritmo. In alcuni momenti 
l'espressione poetica a dominare, in altri  la prosa che occupa il
primo piano. Ma, nel quadro d'insieme, la poesia prevale. Nata prima
della prosa letteraria, essa visse pi a lungo, e le opere di
Claudiano e di Ausonio, per quanto impregnate di retorica, prolungano
fino all'estremo termine del quarto secolo e all'inizio del quinto gli
echi di Virgilio e di Orazio. Si  portati ad osservare che i romani, spesso
descritti (e ingiustamente) come rozzi contadini o soldatacci dediti
a saccheggi e devastazioni, sono stati da principio e innanzitutto
poeti, e che nella poesia hanno dato vita alle loro creazioni pi
belle e ai loro pi alti titoli di gloria.
Si pu anche osservare che questa letteratura  stata per
lunghissimo tempo l'espressione di sentimenti collettivi. Le opere
maggiori dell'epica romana, da Ennio a Virgilio, a Tito Livio,
cantano ed esaltano non tanto gli uomini quanto un popolo. Il
teatro  stato vitale, fino a quando non si  allontanato dal suo
pubblico, dopo di che,  deperito per mancanza di linfa. La stessa
cosa accade per l'eloquenza, morta con la "libert", nel momento in
cui non  stata pi in grado, cio, di compiere la sua missione di guida
del popolo. Ma questa "letteratura di massa" non ha mai
soffocato n mutilato le personalit degli scrittori. Di fronte
al popolo, che ne costituisce il sostegno e il fondamento, si
affermano uomini che il vigore spirituale, l'efficienza
politica, il prestigio militare isolano, ma designano anche come
guide. Seneca, il pi individualista e, se si vuole, il pi orgoglioso
fra i pensatori,  un maestro di coscienze incomparabile.
Virgilio, il solitario per eccellenza, il poeta timido,  il
fondatore della "romanit", imperiale. Ed  qui che si rivela
il segreto di questa letteratura: nella sua capacit di istituire
e di mantenere aperto un dialogo fra lo scrittore e il lettore, nella sua
volont di persuadere, che attrae a s e che subordina le pi sofisticate
raffinatezze dell'arte. A Roma, tutti i dilettantismi greci si disciplinano
al servizio di un pi largo umanesimo.
FINE
