                        LETTERA ENCICLICA
                       DEL SOMMO PONTEFICE
                        GREGORIO  PP. XVI
                          "MIRARI VOS"
                AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
                   PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
                      E AGLI ALTRI ORDINARI
                  AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
                        PACE E COMUNIONE.
                       VENERABILI FRATELLI
                 SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE
Noi immaginiamo che vi meravigliate, perch dopo essersi imposto
alla Nostra tenuit L'incarico del governo di tutta la Chiesa,
non vi abbiamo per anche indirizzate Nostre lettere, secondo che
 la consuetudine fin dai primi tempi introdotta e la benevolenza
Nostra verso di voi avrebbe richiesto. Era questa per vero dire
una delle Nostre pi vive brame di dilatare senza indugio sopra
di voi il Nostro cuore e di favellarvi nella comunicazione dello
spirito con quella voce, con cui nella persona di Pietro a Noi
divinamente fu ingiunto di confermare i Fratelli. Ma voi ben
sapete per qual procella di mali e di calamit fin dai primi
momenti del Nostro Pontificato fummo tosto sbalzati in un mare si
tempestoso, che se la destra del Signore non avesse fatta palese
la virt sua avreste dovuto per la pi perversa cospirazione
degli empi compiangere il Nostro fatale sommergimento. Rifugge
l'animo dal rinnovare coll'amara esposizione di tanti infortuni
il dolore vivissimo che ne provammo; e pi Ci piace di sollevare
riconoscenti benedizioni al Padre di ogni consolazione, il quale,
con la dispersione dei ribelli, dall'imminente pericolo Ci
trasse, e sedala la furiosa tempesta Ci fece respirare: Noi Ci
proponemmo immediatamente di comunicarvi i Nostri divisamenti
intesi al risanamento delle piaghe di Israele: ma la grave mole
di cure che ne sopraggiunsero per conciliare il ristabilimento
dell'ordine pubblico, pose allora un ostacolo a tal Nostro pensiero.
Novella cagione frattanto di tenerCi in silenzio venne suscitata
dalla insolenza dei faziosi, che tentarono di alzare nuovamente
il vessillo della fellonia. Vero  che, vedendo Noi che la lunga
impunit e la costante Nostra benigna indulgenza, anzich
ammansire, alimentava piuttosto lo sfrenato furor dei ribelli,
dovemmo finalmente, sebbene con acerbissimo dispiacere, ricorrere
alle armi spirituali per frenare tanta lor pervicacia, valendoCi
dell'autorit a cotal fine da Dio a Noi conferita; ma da questo
appunto agevolmente potete comprendere quanto pi laboriosa sia
la Nostra quotidiana sollecitudine.
Ma giunti alla fine a prendere il solenne possesso, secondo il
costume dei Predecessori, della Nostra Basilica Lateranense, il
quale per la cagione medesima avevamo dovuto differire, troncato
ogni indugio Ci rivolgiamo solleciti a voi, Venerabili Fratelli,
e pegno della Nostra dilezione vi indirizziamo questa Lettera,
fra la esultanza di questo giorno lietissimo, in cui festeggiamo
il trionfo della Vergine Assunta in Cielo, onde Essa, che Noi fra
le pi dolorose calamit sperimentammo sempre Avvocata
Liberatrice, tale pure Ci assista propizia nello scrivere a voi,
e con la sua Celeste ispirazione fecondi la Nostra mente di quei
consigli che al cristiano gregge siano per essere sommamente salutari.
Dolenti invero, e col cuore sopraffatto dall'amarezza, a voi
veniamo, Venerabili Fratelli, che atteso il vostro zelo ed
attaccamento alla Religione ben sappiamo essere sommamente
angustiati per tanta acerbit di tempi, in cui essa  ravvolta
miseramente; poich con tutta verit potremmo dire che l'ora 
questa della potest delle tenebre per vagliare, come grano, i
figli di elezione. Piange a ragione pu ripetersi con Isaia
piange, e consumandosi vien meno la terra infetta da' suoi
abitatori, perch hanno trasgredita la legge, hanno mutato il
diritto ed hanno rotto il patto sempiterno .
Diciamo cose, Venerabili Fratelli, le quali avete voi pure di
continuo sotto gli occhi vostri e che deploriamo perci con
pianto comune: superba tripudia l'improbit, insolente la
scienza, licenziosa la sfrontatezza. Vien disprezzata la santit
delle cose sacre, e l'augusta maest del divin culto che pur
tanto possiede di forza e di necessit sull'uman cuore,
indegnamente da uomini ribaldi si riprova, si contamina e oggetto
rendesi di ludibrio. Quindi si travolge e perverte la sana
dottrina ed errori d'ogni genere si disseminano audacemente. Non
leggi sacre, non diritti, non istituzioni, non discipline quali
siansi pi sante, sono al coperto dell'ardire di costoro, che
solo eruttano malvagit dalla sozza loro bocca. Bersaglio di
incessanti durissime vessazioni  fatta questa Romana Nostra Sede
del Beatissimo Pietro, nella quale Ges Cristo stabili la
immobile base della sua Chiesa; ed i vincoli dell'unit di giorno
in giorno sempre pi s'indeboliscono e si disciolgono. Si oppugna
la divina autorit della Chiesa, e calpestandone i diritti,
assoggettare si vuole a ragioni terrene e con eccesso
d'ingiustizia tentasi di renderla odiosa ai popoli, mentre si
riduce ad ignominioso servaggio. Intanto si infrange l'ubbidienza
dovuta ai Vescovi, e la loro autorit vien conculcata. Echeggiano
orribilmente le Accademie e le Scuole di mostruosa novit di
opinioni, con cui non pi occultamente e con secrete mine la
Cattolica fede si attacca, ma scopertamente e sotto gli occhi di
tutti orrida e nefanda guerra le s muove. Imperocch corrotti gli
animi dei giovani allievi per gli Insegnamenti viziosi, e per i
pravi esempi dei precettori, si  dilatato ampiamente il guasto
lacrimevole della religione ed il funestissimo pervertimento dei
costumi. Scosso per tal maniera il freno della Santa Religione,
che  la sola sopra cui si reggono saldi i Regni, e ferma si
mantiene la forza e l'autorit di ogni dominazione, vedesi
aumentare la sovversione dell'ordine pubblico, la decadenza dei
Principati e il disfacimento di ogni legittima potest. Ma un
ammasso si enorme di disavventure devesi in speciale modo
ripetere dalla cospirazione di quelle societ, nelle quali sembra
essersi accolto, come in sozza sentina, quanto v'ha di sacrilego,
di abominevole e di empio nelle eresie e nelle stte pi ree.
Queste, Venerabili Fratelli, e pi altre ancora, e forse pi
gravi cose, che al presente troppo lungo sarebbe L'annoverare, e
che a voi sono ben cognite, in doglia Ci tengono tanto pi acerba
e durevole, in quanto posti sulla Cattedra del Principe degli
Apostoli, Ci conosciamo in dovere di sentirCi divorare pi che
ogni altro dallo zelo della Casa di Dio. Ma scorgendoCi collocati
in una Sede, ove non basta piangere soltanto queste innumerevoli
sciagure, se ogni sforzo non adoperiamo per procurarne
L'estirpamento, ricorriamo a tal fine al sussidio della vostra
fede ed eccitiamo la vostra sollecitudine per la salvezza del
cattolico gregge, Venerabili Fratelli, la cui specchiata virt,
religione, prudenza ed assiduit Ci aggiunge coraggio, ed in
mezzo alla afflizione che Ci cagionano circostanze cosi
disastrose, dolcemente Ci conforta e racconsola. Nostro obbligo 
infatti alzar la voce e tentar ogni prova, perch n il cinghiale
della selva devasti la vigna, n i lupi rapaci piombino a fare
strage del gregge. A Noi spetta guidare le pecorelle a quei
pascoli soltanto, che sian per esse salubri, e scevri d'ogni
anche leggero sospetto d'essere perniciosi. Tolga Iddio, o
Carissimi, tolga Iddio, che mentre pressano tanti mali e tanti
pericoli sovrastano, manchino al proprio officio i Pastori, o
colpiti da sbigottimento abbandonino le pecorelle, o, deposta la
cura del gregge, si abbandonino all'ozio ed alla trascuratezza.
Trattiamo anzi perci nella unit dello Spirito la comune causa
nostra, o a meglio dire la causa di Dio, e contro i comuni nemici
vi sia per la salute d tutto il popolo la medesima vigilanza in
tutti e l'impegno medesimo,
Ci voi felicemente adempirete, se, come esige la ragione del
vostro incarico, attenderete indefessamente a voi stessi e alla
dottrina, richiamando spesso al pensiero che la Chiesa Universale
riceve urto da qualunque novit e che, secondo l'avviso del
Pontefice Sant'Agatone, delle cose che furono regolarmente
definite, nessuna devesi diminuire, nessuna mutare, nessuna
aggiungere, ma tali esse si debbono, nelle parole e nei sensi,
custodire illibate. Immobile cosi rimarr la fortezza di quella
unit, che come in suo fondamento si regge e contiene in questa
Cattedra di Pietro, affinch onde appunto diramansi su tutte le
Chiese i diritti della veneranda Comunione, ivi tutti rivengano e
mura di difesa, e sicurezza, e porto libero dai flutti, e tesoro
di beni innumerevoli. A rintuzzare pertanto la temerit di
quelli, i quali adoperano tutti i mezzi o per abbattere i diritti
di questa Santa Sede o per isciogliere quel nesso e
congiungimento delle Chiese colla medesima, sul quale solo hanno
esse fermezza, solidit e vigore, a tutti inculcate il massimo
impegno di fedelt e di venerazione sincera verso di lei, facendo
altamente intendere con San Cipriano, che falsamente confida di
essere nella Chiesa chi abbandona la Cattedra di Pietro, sopra la
quale  fondata la Chiesa.
A tale scopo devono perci attendere i vostri travagli, le vostre
cure sollecite, l'assidua vigilanza vostra, affinch gelosamente
sia custodito il santo deposito della Fede in mezzo all'infernale
cospirazione degli empi, che con Nostro estremo cordoglio vediamo
intenta a derubarlo e a perderlo. Ricordinsi tutti che il
giudizio intorno alla Santa Dottrina da insegnarsi ai popoli, non
meno che il governo ed il potere giurisdizionale della Chiesa 
presso il Romano Pontefice, a cui fu conferita da Ges Cristo la
piena potest di pascere, reggere e governare la Chiesa
Universale, siccome dichiararono solennemente i Padri del
Concilio di Firenze. Obbligo  poi di ogni Vescovo tenersi
fedelissimamente attaccato alla Cattedra di Pietro, custodire
santamente e scrupolosamente il deposito della Fede e pascere il
gregge di Dio, che gli  affidato. I Sacerdoti debbono stare
soggetti ai Vescovi, i quali, avverte San Girolamo, si devono dai
medesimi riguardare come padri della loro anima: n mai si
dimentichino esser loro anche dagli antichi Canoni vietato
d'intraprendere azione alcuna nel Sacro Ministero, e di assumere
l'ufficio di insegnare e di predicare senza l'annuenza del
Vescovo a cui venne commesso il popolo e a cui si domander conto
delle anime. Tengasi finalmente per regola certa ed immobile, che
tutti quelli i quali macchinassero qualche cosa contro questo
ordine cosi stabilito, perturberebbero, quanto  da loro, lo
stato della Chiesa.
Sarebbe poi troppo nefanda cosa, ed aliena pienamente da
quell'affetto di venerazione con cui debbonsi rispettare le leggi
della Chiesa, il lasciarsi trasportare da forsennata mania di
opinare a capriccio, sicch si permettesse alcuno di
disapprovare, o di accusare quasi contraria a certi principi di
diritto di natura, o di dire manchevole, e imperfetta, e
dipendente dalla civile autorit quella sacra disciplina, che
fiss la Chiesa per l'esercizio del divin culto, per la direzione
dei costumi, per la prescrizione dei suoi diritti e per il
gerarchico regolamento dei suoi Ministri.
Essendo poi massima infrangibile, per valerCi delle parole dei
Padri Tridentini, che la Chiesa fu erudita da Ges Cristo e dai
suoi Apostoli, e che viene ammaestrata dallo Spirito Santo, il
quale di giorno in giorno le suggerisce ogni verit, chiaro
apparisce quanto assurda cosa ed alla stessa Chiesa al sommo
oltraggiosa sia il proporsi una certa restaurazione e
rigenerazione, come necessaria per provvedere alla sua salvezza
ed ai suoi avanzamenti, quasi che riputare essa si potesse
soggetta a difetto, o ad oscuramento, o ad altri inconvenienti di
simile genere: macchine tutte e trame dirette dai novatori al
malaugurato lor fine di gettare le fondamenta di un recente umano
stabilimento, onde quello ne avvenga che tanto detestavasi da San
Cipriano, che umana cosa addivenisse la Chiesa, la quale  cosa
tutta divina. Ma quelli che vanno meditando si fatti disegni,
considerino che per testimonianza di San Leone al solo Romano
Pontefice  affidata la dispensazione dei Canoni, e che ad esso
solo compete, e non a privato uomo chi che sia, il definire
alcuna cosa sulle regole delle paterne sanzioni, e, siccome
scrive San Gelasio, bilanciare di tal maniera i decreti dei
Canoni, e commensurare in guisa i precetti dei Predecessori, che
dopo diligenti riflessioni dia un conveniente temperamento a
quelle cose che la necessit dei tempi richiede doversi in bene
delle Chiese precedentemente moderate.
E qui vogliamo eccitare sempre pi la costanza vostra a pr della
Religione, onde vi opponiate all'immonda congiura contro il
clericale celibato, la quale vi  noto accendersi ogni di pi
estesamente, unendo a quelli dei pi sciagurati filosofi dell'et
nostra i loro tentativi anche alcuni dell'istesso ceto
ecclesiastico, i quali dimentichi della dignit loro e del loro
ministero e trascinati dal lusinghiero torrente della volutt,
proruppero in tale eccesso di licenziosa impudenza, che non si
ristettero di presentare in pi luoghi pubbliche reiterate
postulazioni ai Governi, onde abrogato venisse ed annientato
questo santissimo punto di disciplina. Ma purtroppo C'incresce di
trattenervi lungamente sopra questi attentati di turpitudine, e
piuttosto con fiducia incarichiamo la religione vostra, acciocch
tutto impieghiate il nerbo della vostra industria, per mantener
sempre secondo il prescritto dei Sacri Canoni intatta, custodita
e ferma e difesa una legge di tanto rilievo, contro la quale da
ogni parte si scagliano gli strali degli impudichi.
Esige in seguito la Nostra premura l'onorando matrimonio dei
Cristiani, che Sacramento grande in Cristo e nella Chiesa da San
Paolo si chiama, affinch niente di meno retto si opini o si
tenti di introdurre, che sia contrario alla sua santit o leda la
indissolubilit del suo vincolo. Vi aveva questo gi raccomandato
istantemente nelle sue lettere il Nostro Predecessore Pio VII di
felice memoria; ma ritornano a moltiplicarsi tuttavia contro di
esso gli attentati della empiet. Fa perci di mestieri istruire
accuratamente i popoli, che il matrimonio, una volta
legittimamente incontrato, non pu pi sciogliersi, e che ha Dio
ingiunto ai coniugati una perpetua unione di vita ed un tal
legame, che solo colla morte pu rompersi. Rammentando come il
matrimonio fra le cose sacre si novera, e che per questo 
soggetto alla Chiesa, abbiano di continuo presenti le leggi da
questa stabilite su di esso, e quelle adempiano santamente ed
esattamente, siccome prescrizione dalla cui osservanza fedele
dipende la forza, la validit e la giustizia del medesimo.
Astengasi ognuno dal commettere per qualsivoglia motivo atti che
siano contrari alle canoniche disposizioni e ai decreti dei
Concili ehe lo riguardino, ben riconoscendosi che esito
infelicissimo sogliono avere quei matrimoni che o contro la
disciplina della Chiesa, o non implorata prima la benedizione del
Cielo, o per solo bollore di cieca passione vengono celebrati,
senza che della santit del Sacramento, e dei misteri che vi
assecondano, alcun pensiero si prendano gli sposi.
Veniamo ora ad un'altra sorgente trabocchevole dei mali da cui
compiangiamo affiitta presentemente la Chiesa. L'indifferentismo,
vogliamo dire, ossia quella perversa opinione che per frodolenta
opera degli increduli si dilat in ogni parte, che cio possa in
qualunque professione di fede conseguirsi l'eterna salvezza
dell'anima, se i costumi si conformino alla norma del retto e
dell'onesto. Ma a voi non sar malagevole cosa allontanare dai
popoli alla vostra cura commessi un errore cosi pestilenziale
intorno a una cosa eosi chiara e senza contrasto evidentissimo.
Poich asserendosi dall'Apostolo, esservi un solo Dio, una sola
Fede, un solo Battesimo, temano coloro i quali sognano che
veleggiando sotto bandiera di qualunque religione possa
egualmente approdarsi al porto della eterna felicit, e
considerino che, per testimonianza dello stesso Salvatore, sono
essi contro Cristo, perch non sono con Cristo, e che
sventuratamente disperdono sol perche con lui non raccolgono; e
che quindi senza dubbio periranno in eterno, se non tengano la
fede Cattolica, e questa non conservino intera e inviolata.
ascoltino San Girolamo, il quale, trovandosi divisa per scisma in
tre parti la Chiesa, raccolta che, tenace come egli era nel santo
proposito, quando taluno cercava di attirarlo al suo partito,
alto levando la voce rispondeva costantemente: Chi sta unito alla
Cattedra di Pietro, quegli  mio. A torto poi alcuni di coloro
che a quella non sono congiunti oserebbero trarre ragione di
tranquillante lusinga per essere anche essi rigenerati nell'acqua
di salute, poich gli risponderebbe opportunamente Sant'Agostino:
Anche il sarmento reciso dalla vite ha la stessa forma: ma che
gli giova la forma, se non vive alla radice? E da questa
corrottissima sorgente dell'indifferentismo scaturisce quella
assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che debbasi
ammettere e garantire per ciascuno la libert di coscienza:
errore velenosissimo a cui appiana il sentiero quella piena e
smodata libert d'opinare che va sempre aumentandosi a danno
della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con
impudenza sfrontata provenire da siffatta licenza alcun comodo
alla Religione. Ma qual pu darsi morte peggiore dell'anima che
la libert dell'errore? esclama Sant'Agostino. Tolto infatti ogni
freno che contenga nelle vie della verit gli uomini gi
volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male,
potremmo dire con verit essersi aperto il pozzo dell'abisso dal
qual vide San Giovanni salire tal fumo, che oscurato ne rimase il
sole, uscendone locuste innumerabili a disertare la terra. Indi
infatti deriva sempre il cangiamento degli spiriti, indi la
depravazione della giovent, indi il disprezzo nel popolo delle
cose sacre e delle leggi pi sante, indi in una parola la peste
della societ pi d'ogni altra esiziale, mentre l'esperienza di
tutti i secoli fin dalla pi remota antichit luminosamente
dimostra, che citt per opulenza, per dominazione, per gloria le
pi fiorenti, per questo solo disordine, cio per un'eccessiva
libert di opinioni, per la licenza delle conventicole, per la
smania di novit, andavano infelicemente in rovina.
A questo fine  diretta quella pessima n mai abbastanza esecrata
ed aborrita libert della stampa nel divulgare scritti di
qualunque sia genere; libert che taluni osano invocare e
promuovere con tanto clamore. Inorridiamo, Venerabili Fratelli,
nel rimirare qual Ci opprima stravaganza di dottrine o pi
veramente portentosa mostruosit di errori, che si spargono e
disseminano per ogni dove con quella sterminata moltitudine di
libri, di opuscoli e di scritti piccoli certamente di mole ma per
malizia grandissimi, dai quali vediamo con le lacrime agli occhi
uscire la maledizione ed inondare tutta la faccia della terra.
Eppure (ahi, doloroso riflesso!) vi ha di quelli che giungono
alla sfrontatezza di asserire con insultante protervia che questo
inondamento di errori  pi che abbondevolmente compensato da
qualche opera, che in mezzo a tanta tempesta di pravit si mette
in luce per difesa della religione e della verit. Nefanda cosa 
indubbiamente e da ogni legge riprovata il commettere a bello
studio un male certo e pi grave, perch vi  lusinga di poterne
trarre un qualche bene. Ma potr mai dirsi da chi sia sano di
mente, che debbasi liberamente ed in pubblico spargere, vendere,
trasportare anzi tracannare ancora il veleno, perch esiste un
cotal rimedio, di cui usando, avvenga talvolta che alcuno scampi da morte?
Ma assai ben diverso u il sistema adoperato dalla Chiesa per
sterminare la peste dei cattivi libr fin dall'et degli
Apostoli, i quali leggiamo aver consegnato alle fiamme
pubblicamente quantit ben grande di libri s fatti. Basta
leggere le provvidenze date su tal proposito nel Concilio
Lateranense V e la Costituzione che ne pubblic Leone X di felice
memoria Nostro Predecessore, appunto perch quella stampa che fu
salutevolmente ritrovata per aumento della Fede e per la
propagazione delle buone arti, non venisse a contrari fini
rivolta, e le casse dnno e pregiudizio alla salute dei fedeli di
Cristo. Fu ci parimente a cuore dei Padri Tridentini per tal
maniera, che per applicare opportuno rimedio ad inconveniente s
dannoso e misero emanarono quell'utilissimo decreto sulla
formazione dell'Indice dei libri entro i quali malsane ed impure
dottrine si contenessero. Conviene, dice Clemente XIII Nostro
Predecessore di felice rimembranza nella sua Enciclica sulla
proscrizione de' libri nocivi, conviene combattere valorosnmente
per quanto s grande affare il richiede, ed esterminare per ogni
modo il pernicioso mortifero ammasso di tali libri guasti e
nocivi, poich mai si toglier via la materia dell'errore finch
arsi non periscano tra le fiamme gli impuri elementi della
malvagit. Per tale adunque e cos costante sollecitudine, con
cui in tutti i tempi questa Santa Sede Apostolica studi sempre
di condannare i libri pravi e sospetti, e di strapparli di mano
ai fedeli, rendesi assai palese quanto falsa, temeraria ed
oltraggiosa alla stessa Apostolica Sede, nonch ferace di sommi
mali per il popolo cristiano sia la dottrina di coloro, i quali
non solo rigettano come grave ed onerosa eccessivamente la
censura dei libri, ma a tanto altresi si avanzano di audace
malignit, che la dichiarano perfino aborrente dai princip del
retto diritto e negano arditamente alla Chiesa l'autorit di
ordinarla e di eseguirla.
Avendo poi rilevato da parecchi scritti che circolano fra le mani
di tutti, propagarsi certe dottrine tendenti a far crollare la
fedelt e sommissione dovuta ai Principi, e ad accendere ovunque
le faci della fellonia, vi esortiamo ad essere sommamente
guardinghi, affinch i popoli per tali seduzioni non si lascino
miseramente rimuovere dal diritto sentiero. Riflettano tutti che,
secondo l'avviso dell'Apostolo, non vi ha potest se non da Dio,
e che le cose che sono furono ordinate da Dio. Chi perci resiste
alla potest resiste all'ordinazione di Dio e quelli che
resistono si procurano da se stessi la condanna. Ecco perch: e
il divino e l'umano diritto gridano contro coloro i quali con
infamissime trame e con macchinamenti di fellonia e di sedizioni
impiegano i loro sforzi nel mancare di fede ai Principi e nel
balzarli addirittura dal trono. E fu appunto per non contaminarsi
di tanto obbrobrioso delitto, che gli antichi Cristiani anche nel
bollore delle persecuzioni si videro sempre ben meritare degli
Imperator e della salvezza dell'Impero, n ci solo confermare
colla fedelt pi verace nell'adempiere esattamente e con pronta
alacrit quanto veniva loro ingiunto non contrario alla
Religione, ma con l'inalterabile loro costanza e col sangue
eziandio sparso per essi nei pi rischiosi cimenti. I soldati
Cristiani, dice Sant'Agostino, servivano all'Imperatore infedele;
quando toccavasi la causa di Ges Cristo non conoscevano altri
che quello il quale regna nei Cieli. Distinguevano il Signore
Eterno dal signore terreno e ci nonostante pel Signore Eterno si
tenevano obbedienti anche al signore terreno. E tali motivi
appunto s'era posto innanzi agli occhi dell'invitto martire San
Maurizio, capo della legione Tebana allorch, come riferisce
Sant'Eucherio, cos rispose all'Imperatore: Siamo tuoi soldati, o
Imperatore, tuttavia siamo al tempo istesso servi di Dio; e lo
confessiamo liberamente... che pure neanche questa stessa dura
necessita di serbare la vita ci spinge alla ribellione: ecco
abbiamo le armi, eppure non facciamo resistenza, perch reputiamo
sorte migliore il morire che l'uccidere. La qual fedelt degli
antichi cristiani verso i loro Principi anche pi illustre
risplende, se si rifletta con Tertulliano che a quel tempo non
mancava ai Cristiani gran numero di armi e di armati, se avessero
voluto farla da nemici dichiarati. Siamo sbocciati ieri appena -
egli dice agli Imperatori pagani - e gi abbiamo riempito ogni
vostro luogo, le citt, le isole, le castella, i municip, le
adunanze, gli accompagnamenti istessi, le trib, le curie, il
palazzo, il Senato, il Foro... A quale guerra non saremmo noi
idonei e pronti, quando pure fossimo inferiori di numero, noi che
ci lasciamo trucidare tanto volonterosamente, se dalla nostra
disciplina non fosse permesso pi il lasciarsi uccidere, che
l'uccidere? Se tanta moltitudine di persone qual noi siamo,
allontanandosi da voi, si fosse rifugiata in qualche remotissima
plaga dell'0rbe, avrebbe certamente recata vergogna alla vostra
potenza la perdita di tanti, quali ch'essi fossero, cittadini;
anzi l'avrebbe pur anche punita collo stesso abbandono. Senza
dubbio vi sareste sbigottiti a tal solitudine... E cercato
avreste a chi comandare: vi sarebbero rimasti pi nemici che
cittadini, mentre ora avete minor numero di nemici in vista della
moltitudine dei Cristiani.
Esempi s luminosi di inalterable sommissione ai Principi, che
necessariamente derivavano dai santissimi precetti della
Religione Cristiana, condannano altamente la detestabile
insolenza ed improbit senza ritegno, che sono totalmente rivolte
a manomettere, anzi a svellere, qualunque diritto del Principato,
onde poscia recare ai popoli sotto colore di libert il pi duro
servaggio. A questo scopo per verit cospirano gli scellerati
delir e i disegni dei Valdesi, dei Begardi, dei Wiclefiti e di
altrettali figli di Belial, che furono l'ignominia e la feccia
dell'uman genere, meritamente perci tante volte colpiti
dagl'anatemi di questa Sede Apostolica. N certamente per altro
motivo cotesti pensatori moderni tutte sviluppano le loro forze,
se non perch possano menar festa e trionfo con Lutero e
compiacersi con esso, disposti perci decisamente ad accingersi a
qualunque pi riprovevole impresa, per giungere con pi facilit
e speditezza a conseguire l'intento.
N pi lieti successi potremmo presagire per la Religione ed il
Principato dai voti di coloro che vorrebbero vedere separata la
Chiesa dal Regno e troncata la mutua concordia dell'Impero col
Sacerdozio. Poich troppo  chiaro che dagli amatori
d'un'impudentissima libert assai si teme quella concordia, che
fu sempre al sacro ed al civile governo fausta e vantaggiosa.
Ma a tante e cos amare cagioni che Ci tengono solleciti, e nel
comune pericolo con dolor singolare Ci crucciano, s'unirono certe
associazioni e alcune determinate adunanze, nelle quali, fatta
lega con gente d'ogni religione, anche falsa e di estraneo culto,
si predicano libert d'ogni genere, si suscitano turbolenze
contro l'uno e l'altro potere e si conculca ogni pi veneranda
autorit, sotto lo specioso pretesto di piet e di attaccamento
alla Religione, ma con mira in fatto di promuovere ovunque novit
e sedizione.
Queste cose, Venerabili Fratelli, con animo dolentissimo ma pieno
di fiducia in Colui che comanda ai venti e porta la tranquillit,
abbiamo a voi esposte, affinch impugnato lo scudo della fede
seguitiate animosi a combattere per il Signore. A voi sopra ogni
altro appartiene stare qual muro saldo a fronte di ogni superba
altura, che levar si voglia contro la scienza di Dio; da voi si
brandisca la spada dello spirito, che  la parola di Dio, e siano
per voi provveduti di pane quelli che sono famelici della
giustizia. Chiamati ad essere coltivatori industriosi nella vigna
del Signore, occupatevi di questo solo, e a questo solo volgete
le comuni vostre fatiche, che cio ogni radice di amarezze sia
svelta dal campo a voi assegnato, e spento ogni seme vizioso,
rigogliosa in essa biondeggi ed abbondante vi cresca la messe
della virt. Singolarmente con paterno affetto abbracciando
quelli i quali si applicano ai filosofici studi e pi ancora alle
sacre discipline: inculcate loro premurosamente che si guardino
dal fidarsi alle sole forze del proprio ingegno per non lasciare
il sentiero della verit, e prendere, malaccorti, quello che
dagli empi si calca. Si rammentino che Iddio  il vero Duce della
sapienza e l'emendatore dei sapienti, e che mai pu avvenire che
senza Dio conosciamo Dio, il quale per mezzo del Verbo ammaestra
gli uomini della conoscenza di Dio.
Proprio  del superbo, o piuttosto dello stolto, il volere pesare
sulle umane bilance i misteri della Fede, che avanzano ogni umano
concepimento, e fidare sulla ragione della nostra mente, che per
la condizione istessa dell'umana natura troppo  fiacca e malsana.
Del resto secondino questi comuni voti pel bene della Chiesa e
dello Stato i Figli Nostri Carissimi in Cristo, i Principi, col
loro aiuto e con quella autorit, la quale debbono considerare a
s conferita non pel governo soltanto delle cose terrene, ma in
modo speciale per sostenere la Chiesa. Riflettano seriamente,
farsi per il loro Impero e per la loro quiete, quanto si adopera
per la salvezza della Religione: si persuadano, anzi, dover
essere loro assai pi a cuore la causa della Fede con quella del
Regno, e a grande onore si rechino, lo ripetiamo col Pontefice
San Leone, che al loro diadema per man del Signore la corona si
aggiunga altres della Fede. Posti quasi per padri e tutori dei
popoli, procureranno a questi quiete e tranquillit vera,
costante e doviziosa, se attendono particolarmente a far fiorire
tra essi la religione e la piet verso Dio, il quale porta
scritto nel femore: Re dei Re e Signor dei Signori.
Ma per impetrare successi s prosperi e s felici, solleviamo
supplichevoli gli sguardi e le mani verso la Santissima Vergine
Maria, la quale sola conquide le eresie tutte, ed  la massima
Nostra fiducia, anzi la ragion tutta della Nostra speranza. Ella,
la grande Avvocata, col suo patrocinio, in mezzo a tanta
necessit del Cristian Gregge, implori benigna ai Nostri
consigli, sforzi ed azioni, un esito fortunatissimo. Tanto con
umil preghiera addomandiamo ancora al Principe degli Apostoli San
Pietro e al suo Coapostolo San Paolo, affinch, saldi tutti,
rimaniate a guisa di stabil muro, onde altro fondamento non
pongasi diverso da quello che fu gi posto. Da s gioconda
speranza animati, confidiamo che 1'Autore e Conservatore della
fede Ges Cristo consoler finalmente noi tutti nelle
tribolazioni che troppo ci tengono bersagliati, ed intanto, quasi
foriera ed auspice del Celestiale soccorso, a voi, Venerabili
Fratelli, e a tutto il Gregge alla vostra cura commesso,
affettuosamente impartiamo 1'Apostolica Benedizione.
Dato in Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 15 Agosto, giorno
dell'Assunzione, nell'Anno 1832, secondo del Nostro Pontificato.
GREGORIO PP. XVI
