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Luigi Grande
L'onore

1.
Settanta anni. Tutti di pene, a toglierci i primi dieci o quindici. Che giornataccia per il mio compleanno. Dalla marina continuano a salire nuvole dense. Da giorni e giorni non fanno che rovesciare acqua, ma ora si sono spezzate e sembrano tanti stracci buttati qua e l.
Chiss se qualcuno si ricorder che  il mio compleanno. Settanta anni. Quanti me ne restano? Oh, pochi fortunatamente.
A contarli uno per uno, a risalire la china ricordando i vari compleanni, di ventidue gennaio in ventidue gennaio... l'anno scorso ero qui, due anni fa accanto al capezzale di Paola, tre anni fa Sara mi diceva che si sentiva, lei, vecchia... e quattro anni fa? cinque, sei, mah... dodici anni fa Michela... oh, Michela, ci rivedremo fra poco ormai... sedici anni fa Alessio... me lo rivedo innanzi, come quel lontano giorno, con la pistola puntata... e l'ultima disgrazia, ancora lui con la pistola... e quel sangue, quel sangue innocente invece del sangue che avrebbe voluto versare... e ancora indietro, pi indietro... il mio primo bambino... e cinquantatr anni fa sposina da qualche settimana... Dio, Dio! che nodo alla gola.
Anche a risalirli a gruppi di dieci, di venti alla volta, fino al primo compleanno di cui a stento mi ricordo, cinque anni,  sempre come rifare un calvario.
Forse a cinque anni capii per la prima volta che questo giorno per me era festa. Senza intendere bene, in fondo, che cosa mai fossero gli anni.
Per modo di dire, festa. Allora non si facevano certo ai bambini tutte le smorfie di adesso. Un pezzo di pane e poi via di corsa a giocare in mezzo alla strada, scalzi e piuttosto nudi che vestiti, nella polvere o nel fango. Crescevano cos i ragazzi. Noi femmine giocavamo con bambole di pezza. Eravamo gi delle comari. Imparavamo, fin da allora, a farci dispetti e a tirarci i capelli. I maschi facevano i saltimbanchi passeggiando sulle mani. Oppure davano la baia a qualche vecchio.
A zi'Carmelo, un vecchio incartapecorito, una mummia, che doveva aver toccato a quell'epoca i novant'anni, i ragazzi gridavano insulti di tutti i generi, che egli non sentiva affatto perch era sordo, ma che riusciva, chiss come, a capire ugualmente; si voltava e minacciava agitando in aria un bastone con la mano tremante.
"Un tempo", disse una volta mio padre vedendo zi'Carmelo che andava di porta in porta a chiedere l'elemosina, "alla gente veniva il freddo alla schiena incontrando quest'uomo e pensando a quello che aveva fatto".
La sua storia, colta allora a mezze frasi dalle bocche dei grandi ma rimasta nella mia testa di bambina come un guazzabuglio, si ricolleg poi col tempo e mi divenne chiara.
Carmelo da giovane aveva ucciso la moglie con una coltellata al cuore. Tornato a casa dalla pesca, una notte, prima del previsto, aveva sentito dei rumori sospetti, come di un uomo che fuggisse dalla finestra e, senza dare alla moglie il tempo di dire n ai n bai, l'aveva ammazzata. Al processo, per, sebbene dicessero che in paese non c'era persona che ignorasse la tresca di sua moglie, nessuno aveva testimoniato a suo favore. Lo avevano condannato a una ventina d'anni.
Uscito dal carcere, Carmelo, che intanto aveva saputo il nome del ganzo, aveva liquidato il conto anche con lui. Lo aveva ucciso in un'osteria. Tutti i presenti avevano testimoniato che egli era stato aggredito e che si era soltanto difeso. Era stato assolto. Invece sembra che il rivale se ne stesse tranquillamente giocando a carte, quando Carmelo gli era saltato addosso.
Non capivo per nulla, da bambina, le spiegazioni che i grandi davano di questi fatti. Capii in seguito. Erano stati due delitti d'onore e i vent'anni espiati bastavano per tutt'e due. Anzi ne avanzavano. La prima volta che egli era stato processato, era giusto che nessuno pronunciasse parola sul conto di sua moglie, perch "mai bisogna prendere le corna altrui da terra e mettersele in testa". Il ganzo, poi, era ancora in circolazione e testimoniando si poteva incappare nella vendetta sua o dei suoi. E Carmelo non si era mai lagnato di questo, perch sapeva che il dovere della gente, in quella circostanza, era di tacere. Cos come poi era stato dovere della gente difenderlo al secondo processo, aggiustando la versione dei fatti.
Diventare vecchi. Quei ragazzi che insultavano zi'Carmelo ora sono tutti vecchi, se vivono ancora. Sono sbarcati in un porto che allora non immaginavano nemmeno. Non lo sanno, non lo possono credere i ragazzi che i vecchi sono stati ragazzi e che quel porto aspetta anche loro.
La vecchiaia: una specie di spiaggia deserta dove la corrente, zitta zitta, e senza che tu minimamente te ne accorga, trascina la tua barca. E poterci arrivare senza grandi rimorsi, con le mani pulite. Non da rottame di barca, sbattuto l dalla tempesta, come zi'Carmelo. Le onde gli schiumano attorno e il rottame resta l, ignorato.
Non lega pi con gli altri chi si  macchiato di sangue, anche se la gente, a suo tempo, gli ha battuto le mani. Resta rottame.
I giovani, gli uomini nel pieno delle loro forze non lo sanno, non possono saperle queste cose. Come quando si  bambini, che si sa solo di essere bambini: loro sono bambini e i grandi sono grandi e quasi non sospettano di dover diventare grandi e, meno che mai, vecchi. Dire a un ragazzo: "Che farai quando diventerai grande?"  come dargli un attimo di smarrimento, trascinarlo per i capelli fuori della sua vita e costringerlo a pensare a una cosa che, in fondo in fondo, egli non crede possibile; perci risponder sempre a vanvera. La vita  cos per i piccoli. Come se fosse bloccata per sempre.
Forse  per questo che per loro i giorni sono assai pi lunghi e in ogni anno dei loro rimangono dentro tanto quanto i grandi stanno in dieci o in venti persino.
E da vecchi il tempo si dilata ancora. Un giorno non passa mai. Non resta che prendersi la corona e dirsi un rosario o mettersi a guardare la pioggia e ricordare...
Quand'era festa o quando qualcuno dei ragazzi compiva gli anni, la madre, che proprio per quel giorno aveva riservato l'infornata del pane, gli preparava una ciambella. Vi infilava noccioline o, per Pasqua, uova.
"E allora fai vedere quanti anni hai". E io mostravo una mano con le cinque dita aperte. Gli anni, le dita: doveva esserci una gran confusione nella mia testa. E nell'altra mano stringevo, felice, la ciambella.
Un abisso fra i cinque anni di allora e i settanta di adesso. Una di quelle voragini spaventose come, dice, se ne vedono salendo sulle montagne. E dalla cima della vecchiaia, guardando indietro, non si vede altro che buio.
A guardarli, ora, tutti insieme, i fatti che mi sono successi, i vari guai che ho patito (fatti e guai che cos, si vede, e non diversamente, avevano da essere), mi sembrano favole, storie sentite raccontare, non roba vissuta.
L'ho capito, sai, per forza ti vuoi avvelenare la giornata. Non ti basta quando ti metti a pensare tutta la notte e non puoi chiudere occhio?
L'insonnia dei periodi in cui gli acciacchi mi costringono a restare per giorni e giorni a letto! Passo la notte ascoltando il suono delle campane. Gli orologi che battono le ore e i quarti hanno una voce diversa. Il tocco di uno ha la pesantezza di una persona che discute calma, il tocco di un altro  allegro, e un altro ancora  funereo. Poi, verso le quattro o le cinque, suonano da diversi posti le campane delle prime messe o dell'Angelus.
Quei suoni. Quando mi sforzo di ricordare le vicende della mia vita, mi pare tutto confuso e lontano, le singole pene si confondono fra loro. Ed ecco che un rintocco le piazza in un determinato punto del tempo e posso risentire il fiele di quel momento, il sapore particolarmente salato di quelle lagrime, il tormento di una notte insonne, oppure il lenimento della rassegnazione.
Certo  pi facile cogliere i ricordi cos, nel rintocco di una campana, che non tirarli da dentro a freddo.
Di certi episodi la traccia  cosi viva che pare siano successi ieri. Come mi farebbe bene parlarne.
E molte altre storie, sentite raccontare, mi tornano a mente chiare, tanto che potrei riferirle per filo e per segno come se fossi stata presente. Oppure sono io che ho aggiunto frange con la fantasia? E come posso dire, ora, qual  la parte che mi sono immaginata e quale quella vera a cui ho assistito o che ho sentito raccontare?
Me li sento come accatastati, questi ricordi. Smuovendone uno, si combina uno sfacelo con tutti gli altri. E diventa un affare difficilissimo collocarli nel tempo, nel loro giusto ordine.
Ma a chi pu interessare quello che mi  capitato? Le lagrime che mi  toccato versare, gli sbagli che ho fatto, l'uno dietro l'altro, a catena? Forse neanche ai figli rimastimi dei sei che ho partorito.
Se avessi la capacit di scrivere, lascerei per loro i ricordi della mia travagliata vita di madre.
Imparare a scrivere, tormento e fissazione di tutta un'esistenza. Sapere fare la firma e rabberciare qualche frase non  scrivere.
Mio padre e mia madre analfabeti. Ai loro tempi, in paese, non c'erano forse nemmeno venti persone che sapessero leggere e scrivere. I miei fratelli fino alla terza classe: la massima istruzione che allora si potesse raggiungere in paese. Le mie sorelle niente, credo. Forse perch ero l'ultima nata mi mandarono a scuola. Che festa per me. Non era voglia di imparare, ma curiosit.
Poi la varicella. Tre mesi fra malattia e quarantena. "Statti a casa, ch c' tanto da fare": cos decise mia madre. C'erano due braccia da rimpiazzare dopo il matrimonio di mia sorella Caterina. Nessuno si cur pi di mandarmi a scuola.
"E d'altra parte", udii dire una volta da mia madre, "si pretende che si insegni a scrivere anche alle ragazze? Se ne accorgerebbero che razza di spudorate sono le ragazze d'oggi e che cosa diventerebbero se imparassero a scrivere! La prima cosa che farebbero, sapendo scrivere, sarebbe quella di mandare lettere agli innamorati. Ve lo immaginate?".
Questo era quello che pensava persino don Antonino, il farmacista, che era considerato l'uomo pi istruito del paese, tanto che scriveva poesie e anzi era capace di inventare frasi in poesia l per l. Si lamentava spesso della sua malasorte, di aver dovuto ereditare la farmacia del padre e di esser dovuto restare condannato in paese, come confinato l. E non sapeva, pover'uomo, che la sua vera malasorte era la moglie che gli adornava la casa di corna. Lui, con la testa nelle nuvole delle sue poesie, non si accorgeva di nulla ed era sulla bocca di tutto il paese.  l'uomo cornuto, si sa, non la moglie infedele, lo zimbello della gente. Quando la moglie scapp via insieme con l'ultimo amante, lui si avvelen: invece di ammazzare quei due, si diceva in giro, riacquistando cos il suo onore. Era stato scemo fino all'ultimo.
Be', discorsi che non c'entrano. A ogni modo don Antonino, da persona istruita, diceva anche lui: "Le ragazze, a casa, devono stare a casa, altro che andare a scuola". Ah, se per un attimo potesse aprire gli occhi sul mondo di ora: sulle donne che vanno a votare, che fanno tutti i mestieri e discutono di politica come - e forse meglio - degli uomini, direbbe che non c' pi mondo e, facendosi il segno della croce, con la mano manca, giurerebbe sulla disonest di tutte le donne. E sbaglierebbe. Il mondo  meglio lasciarlo progredire.
Cos per me non se ne parl pi di imparare a leggere e a scrivere frequentando la scuola. Poi mia zia Barbara. Quanti anni avevo, quando mia madre mi mand ad aiutarla? Forse dieci. Senza figli e convalescente d'una malattia seria, la zia aveva proprio bisogno di aiuto, ma a quell'et forse fui un peso per lei.
Quei due anni che rimasi con la zia Barbara, anni importanti della mia vita. Di quante cose mi resi conto. Capire cos' una grande citt: quella lunghissima strada che partiva dal mare e arrivava fino a piazza Duomo (ma da che parte era il forno dello zio? L'ultima volta che passai da quella zona non la riconoscevo pi); e quella vastissima chiesa, almeno dieci volte pi grande di quella del paese; e palazzi di qua e di l, che non finivano pi.
Con tanto di bocca aperta da quella strada vidi passare le prime "carrozze senza cavalli". E un'altra volta passarono gruppi di uomini che portavano cartellini e qualche bandiera rossa.
"Quella  la speranza della povera gente": lo zio don Tino non faceva mistero di essere socialista. "Ma chiudiamo subito porte e finestre, perch le speranze sono un conto e vedersi rompere i vetri da qualche scalmanato  un altro".
La zia Barbara, per non sbagliare, sprang la porta d'ingresso nel negozio di panetteria con la trave di legno, che si soleva mettere di notte, e mise l vicino un'accetta, pronta per tutto quello che poteva capitare.
Mi parve strano quel modo di comportarsi, dato che lo zio diceva di essere a favore della gente che cantava Bandiera rossa. Ma erano molte le cose che mi sembravano strane in quello che diceva e faceva lo zio. Diceva, per esempio, che, quando sarebbe scomparsa la propriet privata e i beni sarebbero stati ripartiti in parti uguali fra poveri e ricchi, l'uomo avrebbe smesso di considerare la donna come sua propriet, perch, in amore, non ci deve essere differenza fra uomo e donna e se due si vogliono, devono volersi liberamente, se non si vogliono pi, devono potersene andare ognuno per la propria strada. Cos non ci sarebbero corna di nascosto e neanche omicidi per causa d'onore. Ma se capitava che qualcuno in negozio, nel comprare il pane, si trattenesse pi del necessario e guardasse con un po'di insistenza sua moglie - la zia Barbara era bellissima e tutti la chiamavano "la Fornarina di Raffaello" - lui cominciava a stare sulle spine. A un tale che aveva fatto l'occhiolino a sua moglie (o cos aveva creduto lui) aveva sferrato un pugno senza tante storie. "Strizzava l'occhio a mia moglie? E io l'ho strizzato per bene a lui. Color melanzana gliel'ho fatto diventare". E la zia, che non aveva occhi che per suo marito, si divertiva e rideva da morire quando lui raccontava questa storia.
La cosa pi importante di quei due anni fu, comunque, che imparai , leggere bene e a scrivere almeno qualche parola. La zia Barbara si accorse per caso che non sapevo leggere nemmeno una riga, perch quelle poche cose che mi avevano insegnato a scuola erano completamente scomparse dalla mia testa.
Che pazienza per insegnarmi a leggere senza l'aiuto di un sillabario, ma servendosi del libro di preghiere e di qualche altro libro. Una bella fatica per tutt'e due. Ma mi ci misi di impegno e imparavo intere pagine a memoria.
Anzi dapprima, per la verit, non leggevo ma recitavo a memoria le frasi che ricordavo, cercando di individuare la pagina da qualche segno. Se per caso, per, confondevo una pagina con un'altra, leggevo una cosa tutta diversa da quella che c'era scritta. La zia, buon'anima, allora si disperava e diceva che era meglio le fosse cascata la lingua quando le era venuto di dire che voleva insegnarmi a leggere.
Ma poi, improvvisamente, dopo qualche mese che recitavo pagine intere imparate a memoria, mi si erano aperti gli occhi e avevo visto ogni parola piazzata al suo posto, nella sua riga, ognuna per i fatti suoi, con un proprio suono e con un proprio significato.
Da allora me la son sempre cavata quanto a leggere. Ma scrivere rimase un desiderio non realizzato. Tutte le volte che ognuno dei miei figli, prima Paola, poi Sara, poi Alessio, poi Michela, incominciava ad andare a scuola, mi mettevo in mente di imparare a scrivere. Li seguivo giorno per giorno nei loro compiti e, un po'fingendo di aiutarli un po'apprendendo da loro, riuscivo a stare alla pari con loro per qualche mese. Ma tutte le volte dovetti interrompere i miei sforzi perch a un certo punto i ragazzi mi sorpassavano e mi distaccavano, lasciandomi nella stessa ignoranza di prima.
Ecco, se fossi riuscita a imparare a scrivere bene, mi sarei messa, zitta zitta, in un angolo e avrei scritto i miei ricordi per lasciarli ai miei figli. E loro, leggendo, avrebbero potuto dire se li ho capiti, se sono riuscita a leggere nel loro cuore, anche quando, per le parole che ci siamo scambiate, sembrava che ognuno, io da una parte e ciascuno di loro dall'altra, stessimo dietro un cancello da dove non era possibile uscire.
Invece i ricordi posso solo pestarmeli e ripestarmeli dentro. Oppure non mi resta che parlarne con qualche altra vecchia, a trovarne qualcuna disposta ad ascoltare. Mi ci vorrebbe un'intera giornata per narrarle tutto. E poi da dove cominciare?
Quanto a narrare dispiaceri, posso cominciare da qualsiasi punto della mia vita. Che, a guardarla con un solo colpo d'occhio, pare che non mi abbia dato altro che bile e veleno.
E spaventi anche. Per due volte davanti al precipizio, quel povero mio figlio, Alessio. E il suo nome sarebbe stato sulla bocca di tutti, sui giornali. E il carcere. E discussioni fra la gente: "Ha fatto bene, se non si ammazza in casi del genere, quando si deve ammazzare?". " sempre un assassino", avrebbe detto un altro.
S, un assassino e basta. Che conta il motivo, quando ci si sporca le mani di sangue? Come avrei potuto ragionare diversamente, io madre di una suora?
Oh, Signore, Ti ringrazio per quello che non  stato e Ti chiedo perdono se non sempre ho saputo rassegnarmi dinanzi a quello che  stato. Quella macchia di sangue... e il suo saio di monaca che si inzuppava tutto...
No, non posso, non potrei raccontarli a nessuno questi fatti. Potrei, tutt'al pi, parlare solo dei giorni sereni della mia vita.
Ma i giorni sereni son tutti uguali. Come la sonata del cieco che passa di tanto in tanto gi per la via e che si va a piazzare sempre nello stesso angolo col suo violino, mentre un altro mendicante tende la mano ai passanti.
Quello che si  ripetuto cento, mille volte, non lascia tracce. I periodi calmi sono sbiaditi di fronte a quelli di tempesta che, invece, ti si scolpiscono dentro. E certi fatti dolorosi restano. Restano per sempre certe parole. Risuonano precise, incancellabili dentro la testa.

2.


Forse, cominciando dalla mia prima figlia, potrei rievocare tutti i miei dispiaceri, perch gran parte di essi si collegano a lei, anche senza sua colpa. Infatti fu quando lei era appena entrata in convento come novizia che conobbi la famiglia Murasi.
Tu fai conoscenza con una persona e non puoi nemmeno immaginare che essa pu stringere in pugno le fila del tuo destino senza saperlo. Non lo sapr mai, anzi. Creder di decidere per s e decider anche della tua sorte. E giocher la tua vita con la stessa facilit con cui i ragazzi si giocano le noccioline.
Le noccioline. Da bambina, quando si era vicini a Natale, me ne riempivo le saccocce del grembiule e andavo in cerca di compagne per giocare. Si facevano dei mucchietti e con una nocciolina pi grossa si tirava per buttare gi i "castelli". Tante noccioline si buttavano gi, tante se ne vincevano.
E il vento si intrufolava in mezzo al nostro gioco, scompigliando capelli e grembiuli e sollevando intorno mulinelli di polvere.
Mi capit pi di una volta di perdere tutte le noccioline e me ne tornavo a casa con una gran voglia di piangere. Quante altre volte, poi, i miei figli sono tornati a casa, dopo lo stesso gioco, con gli occhi gonfi di pianto.
Anche i Murasi avevano una figlia che voleva diventare suora. Cos le nostre due famiglie si incontravano quasi tutte le settimane in parlatorio.
Quei pomeriggi di domenica pieni di sole. Un sole caldo anche in gennaio o febbraio. E odore di bucce d'arance intorno. Ci saranno stati, certo, giorni di pioggia o di vento, quando si andava a trovare Paola; eppure io ricordo solo giornate luminose e calde.
Di solito in parlatorio mi portavo dietro tutti i miei ragazzi, Sara che aveva allora quattordici anni, Alessio che ne aveva dodici e Michela, l'ultima, che era intorno ai nove.
Mio marito non sempre poteva venire anche lui. Cosimo infatti la domenica era spesso impegnato.
Dei Murasi, invece, venivano soltanto padre e madre. L'altro figlio che avevano, Matteo, di circa undici anni, era gi uno spezzacollo. Un legno storto fin da ragazzo, difficile da raddrizzare.
A che fili sottili  legato il nostro destino e da quali piccole cose dipende! Fa terrore quando si cerca di dipanare la matassa in cui si  arrotolato il cammino della nostra vita. e ci accorgiamo che esso  stato tessuto di tanti minuscoli fatti e che sarebbe bastato uno solo fosse stato diverso perch tutta la trama ne risultasse mutata.
Fu sui diciotto anni d'et che Paola un giorno mi disse che voleva diventare suora, ma non ricordo in quale circostanza.
Quand' che l'aveva colpita la bellezza del pensiero di consacrarsi a Dio, di essere, amando e servendo il prossimo, sposa di Ges? Oppure la vocazione di Paola, anzich nascere da questi sentimenti, aveva radice in qualche sua delusione di cui io non riuscii mai a rendermi conto?
Mi era parsa questa la pi sicura spiegazione quando lei me ne parl la prima volta. Avevo notato che un giovane, che abitava nella stessa strada, spesso la guardava quando lei aveva sedici, diciassette anni. Era riuscito a dirle qualche cosa? Poi era scomparso.
Ma Paola insisteva nel dire che sentiva la strada del chiostro come la sua. Parlarne a mio marito: che cosa difficile. E che cosa non usc da quella bocca, quando ebbe ascoltato il discorso. "L'amore del prossimo, roba da pazzi", diceva e ci metteva dentro una bestemmia, "e questa gente che abbandona la famiglia dice di amare il prossimo! Queste tonache nere, questa rovina del mondo".
"Come possiamo", continuava, "consentire che la nostra prima figlia, quella che  il tuo principale aiuto in casa, con quei mocciosi dei piccoli ancora fra i piedi, ci pianti cos, per una fissazione! Si sposasse almeno, pazienza".
Ma, visto che Paola persisteva ancora nella sua intenzione, misi mio marito davanti al fatto compiuto. "Ho gi parlato con la Superiora", dissi una sera, mentre tutta la famiglia sedeva a tavola.
Era una sera d'ottobre. Come restano impressi certi momenti! La pioggia scrosciava fuori con violenza. Alessio aveva tardato un po'ad arrivare, perch aveva finito i compiti in casa di un suo compagno. Perci ci si era messi a tavola per cenare un po'pi tardi del solito. Poi, improvvisamente, era mancata la luce, perch forse il vento aveva rotto qualche filo, e Sara era andata a prendere un lume a petrolio.
Fuori la tempesta e nella famiglia una pace grande. Una pace che uguale non ci sarebbe stata pi. E nessuno poteva allora immaginarlo. L, tutti uniti attorno al lume a petrolio che sembra raccogliere di pi che non la luce elettrica... tutti uniti ancora... e la prima figlia stava per uscire di casa.
"E chi  la Superiora?", replic Cosimo cascando dalle nuvole.
"Quella della Badia di san Benedetto. Paola vuole diventare suora. Non  giusto che ci opponiamo".
Allora Alessio, che da bambino era molto espansivo e nutriva per Paola un affetto particolare (cos' in fondo una differenza di appena sette anni?, eppure Paola gli aveva fatto un po'da mamma e, in parte, l'aveva dovuto allevare lei: una malattia, in quel periodo, mi aveva tenuta a letto per circa quattro mesi), si alz, si avvicin alla sorella e le stamp in faccia quattro o cinque grossi baci, dicendo: "To', te li do tutti adesso, che poi quando sarai monaca non te li potr dare pi".
E tutti ci mettemmo a ridere.
Cosimo continu a brontolare per qualche giorno ancora, anche a causa del denaro che c'era da sborsare per preparare il corredo a Paola, ma poi venne anche lui ad accompagnare la ragazza il giorno che entr in convento.
Per Paola dovettero essere difficili i primi tempi della vita di novizia. Lo capivo dalla sua faccia, da qualche parola. Ma una figlia suora resta sempre un mistero. Non si riesce a capire bene n quello che pensa, n quello che , n quello che ha sofferto o soffre.
Non  facile assoggettarsi a una regola. Ogni comunit d'altra parte deve averla.
Man mano che cerco di spingere lo sguardo in mezzo a tutti questi fatti passati, mentre dapprima sembrava impossibile trovarne il filo con un solo colpo d'occhio, ecco che tutto si assesta e trova giusta collocazione nel tempo.
S, la disciplina, giusto. Quella a cui non seppe mai avvezzare il collo Alessio. Che rompicollo divenne quando fece amicizia con Matteo Murasi. Due ragazzi scatenati.
Quando furono sui quattordici anni, cominciarono a mettersi su una brutta strada. Penetravano nel recinto del deposito delle locomotive della stazione ferroviaria e rubavano rottami di ferro che poi rivendevano. Lo venne a sapere il padre di Matteo che era brigadiere in Questura.
Un inferno. Dovetti strappare il ragazzo dalle mani di Cosimo, che a momenti lo finiva.
Decidemmo di metterlo in collegio. Ma anche l non riuscirono a raddrizzarlo. Una sera me lo vidi piombare a casa. Era scappato. Non avendo un soldo in tasca per salire su un mezzo di trasporto, non so quanti chilometri a piedi aveva dovuto percorrere. E noi abitavamo, per giunta, assai lontano dal centro della citt.


Fin da quando ci eravamo sposati, mio marito e io eravamo vissuti in una contrada abitata prevalentemente da pescatori, che ora la citt ha inghiottito.
Mi sposai che non avevo ancora diciassette anni. Mio padre, un bel giorno, mi disse che il giovane che mi sarebbe stato presentato sarebbe divenuto mio marito. I matrimoni avvenivano cos.
Lasciare la casa paterna. Piansi molto di nascosto, prima di sposarmi. Guardavo ogni cosa di quella piccola, povera casa: gli oggetti che c'erano sul canterano, il Ges bambino sotto la campana di vetro, le immagini sacre appese alle pareti e particolarmente quella della Madonna Addolorata, chiusa tutta nel suo manto da cui fuoriesce un solo pollice, col suo viso dolce, velato d'una tristezza rassegnata e serena.
Mi pareva che per restare la stessa avrei dovuto scolpire nella mia mente, bene bene, tutto ci che mi aveva circondato fin dall'infanzia.
Poi le nuove abitudini della mia vita di giovane sposa mi presero e cancellarono ogni cosa, anche il dispiacere del distacco dalla casa paterna. L'abitudine consola. Ed era come se una persona, la ragazza che io ero, scomparisse a poco a poco e ne nascesse un'altra: la madre di famiglia.
Cosimo era figlio di un carpentiere. La conoscenza con la mia famiglia, che era tutta di pescatori, doveva essere avvenuta in occasione della costruzione di qualche barca. Egli aveva messo su bottega di falegname. Ma, per quanto bravo in quel mestiere, lo faceva contro voglia, perch diceva sempre che egli era nato con i piedi dentro l'acqua salata e che il suo vero mestiere sarebbe stato di avere a che fare col mare. E un po'diceva che voleva imbarcarsi, un po'che voleva costruire delle barche e mettersi a fare il pescatore. Finch, quando s'era diffusa l'abitudine di fare i bagni in mare, Cosimo aveva deciso di mettere su quattro baracche, che poi di anno in anno aveva migliorato e ingrandito. Ed era giunto, persino, a chiamarle "stabilimento balneare".
Cos potendo sguazzare in mare a suo agio, era l'uomo pi felice della terra e, d'altra parte, con quello che si guadagnava d'estate riuscivamo a vivere tutto l'anno e se a Cosimo, durante l'inverno, passava per la testa di accettare l'ordinazione di un tavolino o di un armadio, lo faceva, quasi pi per passatempo che per altro.
Ne erano passati parecchi di anni, per, prima che mio marito realizzasse questo sogno. Deve essere stato, se non ricordo male, una diecina d'anni dopo la fine della prima guerra mondiale. La prima figlia doveva avere dieci o undici anni.
Per la precisione, Paola non era la prima che avevo partorito. Avevo avuto un maschio prima di lei, dopo un anno dal matrimonio. La guerra, intanto. E Cosimo fu subito richiamato. Tornai dai miei col bambino.
Cosimo fu ferito al fronte, torn a casa per una licenza di convalescenza. "Una pallottola intelligente", diceva lui. Ma ne port le conseguenze per tutta la vita.
Perci Paola nacque in piena guerra.
Venuti con cos poca distanza l'uno dall'altro i primi due figli, era stata una gran fatica crescerli. E io avevo appena appena vent'anni quando ero madre di tutt'e due. Poi, quando - a guerra finita e Cosimo congedato - cominciavo gi a respirare, ed ero contenta di vedermeli sgambettare attorno alle sottane, si erano ammalati di spagnola. E Alessio, che aveva gi quattro anni e sembrava il pi sano e forte, se ne era andato in Cielo.
Un coltello piantato nel cuore per anni e anni. Me ne scordai un po'solo quando la vita mi diede una coltellata pi grossa.
Capii allora che significa essere madre. La casa vuota. Mio marito che non sapeva dirmi niente e che, per confortarsi a modo suo, aveva preso l'abitudine di ubriacarsi almeno una volta la settimana. E io, invece di attaccarmi maggiormente alla bambina che mi era rimasta, mi disperavo sempre pi e desideravo la sua e la mia morte.
Mah, visto che doveva essere destino, che forse era scritto quale madre infelice sarei dovuta essere, sarebbe stato meglio che le cose si fossero chiuse cos, con questo mio primo dolore.
Quanti rimproveri da suor Giovanna - s, in quel momento era suor Giovanna e non mia figlia Paola - quando, gi anziana, le espressi, sfogandomi, questo pensiero. Era triste, diceva, che non mi sapessi rassegnare ad accettare la volont di Dio.
Ma  tanto difficile, figlia mia, accettarla, perch non ci raccapezziamo e ci rifiutiamo di non poter capire. Tu, che sei tanto vicina a Dio, dimmelo, dimmelo, ci vuole provare? Ci ricompenser nell'altra vita? Ci vuole fare pagare gli sbagli qui, per non metterceli in conto al momento del giudizio?
Che posso dire io, povera vecchia semianalfabeta? Posso dubitare di queste cose, mentre ho ormai un piede nella fossa e l'ora della resa dei conti  vicina?
Sia come sia, rassegnazione o no, la vita va avanti lo stesso, anche quando si pensa che una non ce la fa pi. E invece, chiss perch, una ce la fa.
Cos la mia vita di madre ricominci e dopo qualche anno mi nacque la seconda femmina, Sara.
Ma mio marito s'era messo in testa che voleva un altro maschio ed eccomi di nuovo incinta. Una femmina, delicatina, che mor di due mesi. E quello, testardo (ch, tanto, non partoriva lui), forza ad andare a prendere un altro figlio. Per tre anni consecutivi sempre con quella pancia davanti, che quasi non ne potevo pi.
Ma non c'era altra soluzione: o lasciare che mio marito se ne andasse, per le faccende sue, fuori casa (e qualche voce di certi lacci che Cosimo stava annodando con fior fiore di donne mi era giunta all'orecchio e figurarsi con che piacere) oppure rassegnarsi a mettere al mondo altri figli. Ch allora, anche in questo, i tempi erano diversi.
Sarebbe nato, dunque, questo figlio maschio?, smaniava mio marito. Voleva o non voleva ritornare Alessio?
Ci si illude che, dando lo stesso nome di un figlio morto a un altro che nasce,  come se il primo rinascesse. Ma i figli, invece, sono tutti diversi. Una sola cosa hanno in comune: danno gioie e qualche piccola pena da piccoli, e pene soltanto, ma pene grandi, da grandi.
Quando partorii per la quinta volta, sentii un urlo di gioia di mio marito, che quasi copr i miei gemiti e il mio affanno: era un maschio, un maschio! Alessio che rinasceva dopo quattro anni dalla morte. E tutti che piangevano attorno!
Una festa grande per il battesimo.
Ero felice. La sola ora di felicit della mia vita. Mi sentivo una madre senza eguali al mondo, con quelle due figlie, una di sette e una di due anni, e quel bambino che era certo l'opera mia pi bella.
Ma non era ancora finita per me. Dopo tre anni, ancora un'altra figlia, Michela. Nata per miracolo. Una caduta, che a momenti ci lasciavo la pelle insieme alla creatura.
Un miracolo l'essere nata viva per Michela? Ah, Signore, Signore, non voglio bestemmiare. Meglio cambiare discorso.
Mio marito avrebbe preferito un altro maschio. Ma, avendo gi Alessio, non se ne rammaric tanto.
Sembrava che avesse vinto un terno al lotto ad avere un figlio. E proprio dal maschio dovevano venirci i pi grossi dispiaceri.
Siamo stati deboli? Il troppo affetto, magari...
Io non ho avuto preferenze per lui. Come neanche per Paola, che ho sempre considerato il mio pegno, la mia caparra per il paradiso, destinata a intercedere con le sue preghiere presso Dio per me e per tutta la sua sfortunata famiglia.
Tutti li ho amati. Con lo stesso amore, che, a volte,  parso pi grande, quanto pi grande era in quel momento la pena o la sventura di ciascuno.
Ma devo riconoscere che tutti i miei discorsi, anche senza volerlo, cominciano da Alessio e finiscono con Alessio.
Quasi che l'averlo fatto, suo padre, il centro di tutte le sue speranze, e le sue tre sorelle l'oggetto principale del loro affetto, abbia finito col renderlo anche per me come il centro della nostra famiglia .
E quando, quella volta, me lo vidi arrivare a casa trafelato, pallido, lo serrai fra le mie braccia lasciando che egli sfogasse la sua pena, prima di parlare e prima di fargli qualsiasi domanda. In collegio soffriva. Giur che avrebbe rimesso giudizio, purch lo riprendessimo in casa.
Cosimo che, con tutti i suoi difetti, buon'anima, aveva il pregio di prendere quasi sempre le cose con calma, parl chiaro al ragazzo. Tornare a casa, s, visto che n la vita di collegio n tanto meno lo studio erano fatti per lui; ma non doveva illudersi che questo significasse riprendere la vita di prima, perch c'era il lavoro ad aspettarlo.
Cosimo non volle che il ragazzo imparasse il mestiere di falegname, che era stato il suo; "mestiere", diceva, "destinato a scomparire nella forma artigianale". Lo mise, invece, a bottega presso un meccanico.
Quel lavoro and a genio ad Alessio. Si sentiva fatto per i motori. Lo rivedo, con quella tuta, ragazzo. E la tuta diventava stretta e corta da un mese all'altro.
In pochi anni me lo vidi attorno giovanotto.

3.


Intanto era arrivata la guerra. Di nuovo il cataclisma sulla gente, sulle famiglie, dopo appena venti anni dalla prima. Venti anni che mi erano scappati dalle mani, senza che me ne fossi accorta. Il tempo di crescere i miei figli: Paola  raffreddata, Sara ha la tosse, Alessio ha preso quattro nel dettato, Michela ha recitato la poesia all'asilo.
E tu neanche fai in tempo a dirle, queste cose, che subito: Paola si fa suora, Sara si  innamorata per la quarta volta senza conclusione, Alessio si  comprato una motocicletta con i suoi guadagni, Michela entra quest'anno alla scuola media.
Cos una mattina Cosimo venne tutto agitato, col giornale in mano, e mi disse: "Sai che i Tedeschi stanotte sono entrati in Polonia?".
Ma io, che in quel periodo ero un po'preoccupata perch Sara, che aveva diciassette anni, per la diciassettesima volta, per lo meno, aveva perso la testa dietro a un cretino e se ne stava tutto il giorno con il broncio, a sentire quel discorso, che per me non significava nulla, perch non sapevo che cosa mai fosse la Polonia, risposi quasi seccata: "E a noi che ce ne importa di chi entra e di chi esce? Sono entrati? E vuol dire che prima o poi usciranno".
Cosimo mi diede dell'ignorante, dicendomi che non avevo capito che era scoppiata la guerra. "Ma dicono che ora le fanno presto le guerre. Dicono che le fanno lampo". Non ricordavo nemmeno da chi avevo sentito questa storia del lampo e, come un pappagallo, la ripetevo. Cosimo tentenn il capo e disse che anche nel '14 volevano fare le cose in quattro e quattr'otto, ma lui, per, era rimasto a marciare per ventisei mesi nelle trincee del Carso. E, brontolando, se ne and alle baracche, sperando che, guerra o no, un po'di gente venisse lo stesso a fare i bagni, approfittando di quegli ultimi giorni di estate.
Ma vennero tempi difficili per il lavoro di Cosimo. Per due estati, ancora, egli mise su le baracche, ma veniva ormai poca gente e ci stava appena dentro con le spese. Poi, infittitisi i bombardamenti, non furono pi aperti stabilimenti balneari.
Cos, proprio mentre tutto aumentava e i pochi soldi risparmiati andavano in fumo, Cosimo si trov senza un lavoro. Fu necessario cominciare a vendere, a barattare, meglio, tutto quello che avevamo per qualche chilo di farina, per una cartata di pasta, per una bottiglia d'olio.
E i bombardamenti poi. Spesso ci ripenso e mi chiedo perch quella volta... Una sera, a tarda ora, mentre eravamo gi a letto, suon l'allarme. Cosimo fece alzare i ragazzi. "Noi scendiamo in ricovero, sbrigati anche tu", mi disse. "Va, va, che arrivo subito anch'io". Invece mi misi in un angolino al buio e guardavo il cielo solcato dal fuoco della contraerea, mentre i bengala si abbassavano sulla citt e la illuminavano a giorno. Poi il fischio delle bombe e lo schianto. Un bengala si accese proprio nella zona dove abitavamo e, prima di rendermi conto di quello che stava per succedere, fui investita da una pioggia di calcinacci. Senza accorgermene, mi trovai in un attimo nel ricovero fra le braccia di Cosimo.
Parecchie bombe - si seppe poi - erano cadute nelle vicinanze e una casa a dieci metri dalla nostra era stata centrata. Ci rimasero sotto una diecina di persone. La morte mi aveva sfiorata e non mi aveva voluta. Se Dio mi avesse chiamato allora...
Ma la guerra, nella mia famiglia, doveva cominciare quando era finita per gli altri. E che cos'era stata per i ragazzi? Un'emozionante avventura, non fosse stato per la fame e per le bombe.
Credo che la simpatia fra Michela e Matteo nacque proprio allora.
Spesso Vincenzo Murasi si lamentava di questo figlio. Gli avevano fatto provare tutte le scuole, lo avevano indirizzato a tutti i mestieri senza nessun risultato. "Tu ce l'hai sempre con quel ragazzo", interveniva allora Concetta, che aveva per Matteo una sfacciata predilezione mentre, la figlia suora, nemmeno la nominava. "Vedrai che, con un po'di pazienza, finir col sistemarsi anche lui".
Un bel ragazzo, Matteo: bisogna ammetterlo. La madre non faceva che decantarne la bellezza. Ma se i ragazzi ragionassero, almeno un po', con la testa dei grandi, saprebbero che in un uomo occorre cercare, non la bellezza, ma l'onest e la capacit di guadagnarsi il pane.
Io non avevo mai trascurato occasione per fare prediche di questo genere alle mie figlie. "Ma s, mamma", replicava solitamente Sara, alla quale piaceva contraddirmi, "appena si presenta qualcuno a chiederci in spose, noi gli domanderemo subito il certificato d'impiego e quello di buona condotta. Ma finora per me non si  presentato neanche un cane".
A Michela discorsi cos non venivano neanche in mente; ma neppure per lei valsero i miei insegnamenti.
Quando capii che lei aveva perduto completamente la testa per Matteo, frequentava il penultimo anno delle magistrali.
Non era stato facile farle proseguire gli studi, perch Cosimo si era opposto. Ma diverse ragazze frequentavano le scuole medie e aveva un bel protestare Cosimo che questo ai suoi tempi non avveniva e che, semmai, erano le famiglie di ceto elevato a mandare le figlie a scuola, perch il mutare dei tempi  legge per tutti.
Michela era andata avanti fino ad allora senza mai un intoppo, n aveva mai dato preoccupazioni di altro genere, perch era seria e badava a studiare senza mettersi grilli per la testa. Diversa, in questo, da Sara che, da sedici anni in poi, aveva continuato a innamorarsi di ogni giovanotto che aveva conosciuto, senza che ne fosse sortito mai un vero fidanzamento.
Era capace di perdere la testa solo perch un tale le aveva fatto un complimento che quello, magari, due minuti dopo aveva gi dimenticato. Lei, invece, continuava a ruzzolarci sopra le sue speranze di matrimonio e poi si dannava quando doveva persuadersi che era stata tutta una fantasia.
Passati i vent'anni, poi, le venne la fissazione che fosse diventata vecchia e cominci ad aver paura di non riuscire a sposarsi pi. Era portata, cos, a civettare.
Il padre, d'estate, se la portava alle baracche e la metteva nel botteghino a fare i biglietti ai bagnanti.
Ogni estate Sara giurava a se stessa che se, contrariamente alle sue speranze, anche quella stagione si fosse chiusa senza la prospettiva di un matrimonio, si sarebbe buttata a mare con un sasso legato al collo, nel momento in cui venivano smontate le baracche. Con questo chiodo fisso in testa, Sara dal botteghino dispensava sorrisi a destra e a manca.
Ma un giorno Cosimo si secc, anche perch tutti quei giovanotti che ronzavano, senza conclusione, attorno a Sara erano pi o meno dei fannulloni. "Basta", le grid. "Da questo momento, il biglietto ai bagnanti, glielo do io. Te ne puoi tornare a casa".
Sara se ne torn piangendo da me. Non riusciva a quietarsi: mentre i rimproveri materni non le facevano n caldo n freddo, si affliggeva molto per quelli del padre, a cui era attaccatissima.
"Ma che ho fatto? Che cosa stavo facendo?", continuava a piagnucolare. "Che ho colpa io se qualche cretino si mette attaccato al botteghino e mi fa un complimento?"
Per parecchi giorni Cosimo lasci Sara a casa. Poi, siccome da solo, per la verit, non poteva badare a tutto, la fece ritornare alle baracche. E lei ricominci come prima. Ma un fidanzato non ci fu verso di poterlo trovare n allora n dopo, n alle baracche n altrove.
Ma erano quelli, salvo queste piccole cose, anni sereni.
Quelle lunghe estati! In maggio Cosimo aveva gi le baracche pronte e non le spiantava che ai primi di ottobre, coi primi acquazzoni.
E ogni anno si lagnava che l'inverno era arrivato troppo presto.
La domenica tutta la famiglia si riuniva alle baracche e ci si restava tutto il giorno.
Mi piaceva vedere scendere la sera sul mare. Cosimo, intanto, faceva i conti dell'incasso. Poi si accendeva un sigaro e veniva a sedersi vicino a me.
E il silenzio calava sempre improvviso. Come se gli ultimi bagnanti andassero via tutti insieme in un attimo. Si udiva solo il rumore delle onde sui ciottoli e sugli scogli e il tonfo dei remi di qualche barca...
Dio, Dio, come si perde il filo quando ci abbandona ai ricordi.


Che dovrei dire di tutti i miei sforzi per cercare di persuadere Michela che, per il momento, a un fidanzamento non si poteva pensare? Intanto parve che l'amicizia dei Murasi si fosse un po'raffreddata. Evidentemente Matteo aveva parlato a casa della sua simpatia per Michela e i suoi erano incerti sul da fare.
Chi invece continuava e frequentare i Murasi era Alessio. Non per loro, ma perch aveva adocchiata una ragazza che stava al piano terreno della stessa casa, Annetta.
La quale, stando a quello che si diceva, aveva avuto una dozzina di fidanzati o amanti. Pare, persino, che avesse avuto un aborto. E con questo si  detto che signorina fosse.
Il padre e il nonno di Annetta erano cocchieri di piazza.
C'era ancora, a quell'epoca, qualche carrozza che circolava in citt. Sostavano principalmente nella piazza della stazione e in altre piazze centrali e ne rendevano l'aria irrespirabile, perch, essendo molti i cavalli in sosta, finito di fare i propri comodi l'uno, cominciava l'altro.
La casa dove abitava Annetta, con il padre, la madre il nonno e un fratello, che faceva il ciabattino, non differiva molto, quanto a pulizia, dalla stalla dove mettevano i due cavalli.
Ma il peggio era che, in quella famiglia, non mancava tanto la pulizia esterna, che  sempre una gran cosa, ma quella interna, che  ancora di pi. Si diceva, per esempio, che il vecchio se la intendesse con la nuora. Il padre di Annetta, poi, aveva fatto parecchi anni in carcere (in collegio, diceva lui, quasi vantandosene) per mancato omicidio e ne parlava ancora con spavalderia. Raccontava che un tale si era permesso di mettere in dubbio l'onore di sua moglie e lui che, il coltello, lo aveva saputo sempre maneggiare, aveva sistemato quel chiacchierone.
Per - se erano vere le dicerie - proprio durante il periodo in cui lui era in carcere, per fare il paladino dell'onore di sua moglie, pare che il padre ne avesse approfittato. Come poi si fossero messe le cose, quando Rocco era uscito dal carcere, sono affari che sa solo Dio e l'animaccia loro.
Annetta era cresciuta come quelli che il cielo ha fatto piovere e che la terra ha ricevuti. Fin da bambina era stata messa a servizio, a ore, presso varie famiglie. Con la scusa dei servizi, andava e veniva da casa con la massima libert, restava presso questa o quell'altra famiglia, pernottava fuori, senza che mai sua madre si preoccupasse del posto dove andava. Il padre, che stava tutto il giorno fuori di casa, non si interessava nemmeno di sapere se esisteva. N il fratello, che passava tutto il giorno cantando e rigirando in mano la stessa scarpa, su cui dava una martellata ogni tanto, e la sera uscendo da un'osteria ed entrando in un'altra, si era mai preso briga di sapere chi frequentasse sua sorella.
Quando Alessio la conobbe aveva press'a poco vent'anni, due meno di lui. Gli occhi neri e vivaci che aveva e il modo di fare studiato per attirare i maschi furono per Alessio - che era piuttosto merlo con le donne - la rete in cui non tard a cascare.
Sebbene ancora molto giovane, Alessio aveva manifestato l'intenzione di accasarsi presto. N io o suo padre l'avremmo contrastato, se avesse fatto una buona scelta. Aveva gi di che mantenere una famiglia. Si era messo in societ con un altro meccanico e aveva aperto una bottega per motociclette e biciclette.
Che scelta, invece. Ma il destino lo chiamava l.
Ah, non vuole Paola, suor Giovanna anzi, che io parli di destino, quando ricordo questi fatti passati.
Tutto, dice lei, ci viene da Dio, salvo i nostri errori. E ha ragione, certo: parlare di destino  un modo di dire, magari un modo come confortarci dinanzi all'esistenza, che  tutta un intrico di decisioni non calcolate, di sbagli altrui e di sbagli nostri, di strade imboccate senza pensarci.
Eppure quante volte mi son chiesta se non ci sia qualche cosa che ci chiama verso strade che dobbiamo percorrere necessariamente, che ci attiri nei burroni in cui per forza dobbiamo cadere. Oppure  tutto un gioco di combinazioni, di coincidenze? E ogni creatura, nata per caso (non  una combinazione anche il nascere?), svolge la propria vita e la chiude secondo i capricci del caso?
Ma che bestemmie vado pensando? Signore, perdonami.
Sar stato quello che sar stato, destino, combinazione, volont di Dio o momento di pazzia, certo  che Alessio, conosciuta quella femmina, cominci a non reggere pi. Attaccava brighe per niente, litigava con suo padre, passava intere settimane fuori casa, venendo solo per i pasti. Spesso, infatti, dicendo che doveva lavorare fino a tardi, restava a dormire su una branda in bottega.
Si arrabbiava a volte, senza nessuna ragione, con le sue sorelle e le ingiuriava chiamandole civette (si capisce che, non potendo sfogarsi con la sua bella, si sfogava con le sorelle) e le minacci, persino, che se le avesse viste affacciate al balcone, mentre da quella strada fosse passato un maschio qualsiasi, lui avrebbe inchiodato la porta che dava sul balcone. Tanto che Cosimo, sentito il discorso, gli disse, calmo, che ci si provasse pure a fare una prodezza del genere: lui l'avrebbe cacciato fuori di casa a calci.
Insomma Alessio era inquieto perch si rendeva pienamente conto che quanto aveva intenzione di fare era una pazzia, ma qualche cosa pi forte di lui, a cui non riusciva a resistere, lo trascinava senza rimedio. E non parliamo di destino, visto che non dobbiamo parlarne. Ma allora questo cos'? Cosa vuol dire, come si chiama, quando dentro di noi c' una forza che  pi potente della nostra ragione e ci porta dove ci vuole portare?
Pi volte, per, io gli avevo aperto gli occhi. "Ma vuoi davvero arrotolarti nel fango? Se sposi quella ragazza, con che faccia potrai comparire davanti al mondo?".
Ed egli che, oltre a essere un minchione, faceva spesso lo spiritoso: "Caso mai, se sposo Annetta, mi copro la faccia con una maschera e cammino lo stesso".
Questa uscita, in fondo, mi aveva tranquillizzata, perch, se Alessio riusciva a scherzare, tanto da sortire con battute del genere, era segno che la sua relazione con quella ragazza era un passatempo.
La mia opposizione a un siffatto matrimonio - non opposizione, anzi, ma rifiuto di pensarlo come cosa possibile - non nasceva da ragioni di denaro, dalla differenza di condizioni economiche delle due famiglie.
Certo, da quando Cosimo aveva messo su le baracche per i bagni, la nostra famiglia viveva abbastanza bene. Mentre nei primi tempi di matrimonio eravamo stati in una modesta casa di affitto, che aveva tre stanze in tutto, di cui una era destinata al laboratorio di falegnameria di Cosimo, col tempo eravamo riusciti a farci costruire una casa. Non una villa, si capisce, ma una casa comoda, sufficiente a tutti i bisogni della famiglia. E con un balcone che aveva una bella vista sul mare e che allargava il cuore.
Quante volte mi ricordo di quella fetta di mare!
La sera, al tramonto, quando la giornata era bella, il mare diveniva tutto rosso: un miracolo. E come faceva, poi, a diventare tutto d'un colpo color viola? Poi veniva il grigio e le prime stelle spuntavano in cielo.
Mah! Certe volte penso che, se si potesse rinascere e ricominciare la vita daccapo, io mi rifiuterei. Ma forse per vivere quei momenti di calma, quel vedere il mondo - quell'angolino di mondo che si scorgeva dal mio balcone - addormentarsi in pace, mentre le barche partivano verso il largo per la pesca notturna e le finestre e le porte si illuminavano a una a una... ma s, discorsi inutili.
In fondo sia io che mio marito avevamo fatto un bel passo avanti rispetto alle nostre famiglie di origine.
Quando la pesca andava male per mio padre - c'erano interi periodi in cui non si poteva andare a pescare - il pane no (quello, per la verit, non era mai mancato) ma tante altre cose mancavano. E altre nemmeno si conoscevano o si immaginavano. Fino a dieci anni io ero andata scalza. A paragone, i miei figli sono cresciuti nella bambagia.
Povera la mia famiglia di origine, povera quella di Cosimo. Che pregiudizio, perci, avrei potuto avere nei confronti della povert? Avrei potuto vedere distanze fra la nostra famiglia e quella di Annetta, solo perch la sorte ci aveva aiutato un poco? Di un peccato di superbia del genere non mi sento, in coscienza, di dovermi accusare davanti a Dio.
Era la poca moralit esistente in quella famiglia che costituiva per me un ostacolo insuperabile. E lo continuavo a dire ad Alessio. Ma egli ora fingeva di essere scocciato e diceva di non avere voglia di sentire chiacchiere, ora minacciava di andarsene da casa se si fosse fatto ancora cenno a quella questione, ora prendeva la cosa a scherzo.
Ma faceva sul serio.
Tanto sul serio che una sera non ritorn a casa.
Noi, dapprima, non ci facemmo caso, perch succedeva spesso che Alessio restasse a dormire in bottega. Ma quando, anche la sera dopo, il suo posto a tavola rimase vuoto, senza che egli si fosse fatto vivo per niente, io cominciai a stare sulle spine.
Cosimo, sempre fresco in ogni circostanza, beato lui, continuava a dire che non era il caso di preoccuparsi, perch quando uno  giovanotto gli pu anche passare per la testa di andarsene per due o tre giorni con una donna che gli piace. E, aggiungeva quello scervellato, peggio per chi questi spassi non se li sa prendere nel momento buono.
"Ma che dici, pazzo? E se Alessio si fosse portata con s Annetta?".
La conferma giunse subito, perch poco dopo si present Rocco. Il quale, senza tanti preamboli, cominci a parlare di coltello e disse che, quanto meno, avrebbe tagliato la faccia ad Alessio.
Cosimo lo liquid in quattro e quattr'otto, dicendogli che, l'interessato, se lo andasse a cercare direttamente e ragionasse pure con lui, perch non si trattava di un bambino. "Quanto al coltello", aggiunse, spingendo verso la porta quella degna persona, "io in tasca non ne porto. Ma, siccome ho anch'io le mani, se fossi aggredito, saprei come difendermi".
Ma messo alla porta quel delinquente, l'affare non era, certo, chiuso. Se, da una parte io avrei voluto che, minacce o no, Alessio restituisse alla famiglia quel campione di femmina che si era preso (e in fin dei conti, non l'avrebbe restituita diversa da com'era quando l'aveva portata via), dall'altra parte le intenzioni che aveva manifestato quell'avanzo di galera mi mettevano in croce.
Era come se in casa si fosse a lutto. Dopo qualche giorno, fui scossa da brividi di febbre e dovetti mettermi a letto. Ne ebbi per un po'. Cosimo non voleva dare a capire quanto fosse amareggiato e, siccome si era gi al principio dell'estate, and a piantare le baracche come al solito; disse, anzi, che quell'anno voleva fare nuove aggiunte allo "stabilimento" e voleva persino chiamarlo lido non so che cosa.
Io mi domandavo come poteva avere, dopo quello che era successo, mente per queste cose. Ma ora capisco che cercava di stordirsi con il lavoro. Quello stesso lavoro che, un tempo, per lui doveva essere un mezzo per fare la dote alle figlie e per lasciare nelle mani dell'unico figlio un'azienda che gli assicurasse l'avvenire e il benessere, ora diventava scopo di vita. Lavorare per lavorare. Che  certo la decisione d'un uomo disperato e che non sa pi cosa fare al mondo.
Il fatto che il padre di Annetta non si fosse fatto pi vivo dimostrava chiaramente che Alessio si era impegnato a sposarla. Le cose ormai avevano preso una strada che era impossibile cambiare.
E quando, dopo circa due settimane, Alessio si present in casa per comunicare il giorno fissato per le nozze, non gli risposi nulla. Che potevo dirgli ormai?
"Non c' bisogno", disse lui andandosene, "di tenere certi musi come se fosse morto qualcuno".
"No", risposi, "nessuno  morto. Ma si dice che il matrimonio  un morire e un rinascere. Tu hai voluto morire e rinascere a modo tuo, che non  quello che speravano tuo padre e tua madre. Sta a te, ora, fare rinascere tua moglie. Aggiustatela, se puoi".
"Un figlio perso", comment Cosimo. E aggiunse che su questo figlio, quasi presentisse tutto, egli non aveva mai fatto affidamento.
Invece tutti ne avevamo fatto il centro della nostra vita.


L'estate se ne and. Sara non riusc a trovare un fidanzato neanche in quella stagione. Alessio per parecchio tempo fece come se padre e madre fossero morti e solo verso la fine di ottobre si present insieme alla moglie. A me venne voglia di non farli entrare in casa. Ma Cosimo, che era l'uomo dell'accomodatutto, li accolse a braccia aperte. E cosi tocc fare anche a me.
Per tutta l'estate la faccenda di Michela e Matteo non fece n un passo avanti n uno indietro. Io continuavo a pregare Dio che distogliesse Michela da quel pensiero. Ma era inutile. E dovettero essere tante le sue insistenze su Matteo e quelle di Matteo sulla sua famiglia, che un giorno i Murasi fecero sapere che sarebbero venuti per discutere della questione dei due ragazzi.
Fui una madre debole? Con la scienza del poi, certo. Ma qual  la madre che non fa di tutto per accontentare propri figli? E che ne sa, in quel momento, se l'accontentarli  sospingerli su una strada sbagliata?
Cosimo, poi, non mi era di nessun aiuto. Quando cercavo di sfogarmi con lui, di decidere insieme a lui qualche cosa, di chiedergli consiglio, rispondeva sempre che a lui bastavano i suoi grattacapi e che tutto era bestialit, minchionerie, cose da nulla. Non aveva in bocca che queste parole.
Appena accennavo, poi, alla questione di Michela, cambiava subito discorso. Non si trattava, certo, di ostruzionismo, ma egli risentiva, senza magari volerlo, del broncio che aveva messo Sara.
Certo Sara voleva bene a Michela e non poteva non essere contenta della sua felicit, ma quando fu dinanzi a quella verit pura e semplice, che la sorella pi giovane si fidanzava e lei no, si senti rivoltare qualche cosa dentro. Faceva tutti gli sforzi, poverina, per dimostrare di essere contenta, ma per ogni minuzia scattava. Si irritava e piangeva per niente.
Non erano poche, un tempo, le famiglie in cui capitava che, se la prima figlia restava zitella, le altre ne seguivano necessariamente la sorte. Non avremmo certo consentito una cosa simile in casa nostra. Eppure l'irritazione di Sara, per il fidanzamento di Michela, era innegabile e passava in suo padre. Forse perch egli preferiva fra le figlie Sara. Gli rassomigliava non soltanto nella faccia ma anche nel carattere. Se avessero messo su una bilancia padre e figlia, per misurare chi dei due fosse pi facilone, ingenuo e leggero, il peso sarebbe risultato uguale.
Ma n il padre n la sorella ostacolarono il fidanzamento di Michela. Avessero, invece, seguito il loro istinto di opporsi!
Michela, il giorno prima della visita dei suoi futuri parenti, non stava pi in s. Ma, poche ore prima che arrivassero, si sedette in un angolino, zitta, come se fosse oppressa da mille pensieri.
A me parve strano, allora, vederla cosi anzich tutta contenta e, per la prima volta, le notai una ruga dritta sulla fronte che partiva dall'estremit del sopracciglio destro e giungeva, quasi, fino alla radice dei capelli. In seguito mi era bastato scorgere quella ruga per capire che la sua anima era carica di pena.
Forse, dinnanzi a quel passo che stava per incamminarla per la sua strada disgraziata, le si era formato dentro qualche cosa, come un grumo di sofferenza. O un presentimento, che non poteva capire, che non accettava, ma che le stava lo stesso sulla faccia: in quella ruga.
Quell'anno Michela non and per niente bene a scuola. Pensava al fidanzato pi che a studiare e cos fu bocciata alla licenza magistrale. Cosimo, che di solito prendeva tutto calmo, si infuri e cominci a sbraitare contro di me, incolpandomi della bocciatura di Michela, perch, secondo lui, ero io che l'avevo voluta fidanzare per forza. Voleva dare ceffoni a me e a Michela, ma poi si sfog bestemmiando. E speriamo che il Signore non glielo abbia scritto come peccato.
Fu quello, se non ricordo male, un periodo difficile anche per Paola. Non riuscii mai a capire che cosa avesse. Non basta, mi disse una volta, non basta la preghiera a dare il sollievo sperato; per noi non ci sono vie di mezzo, o si diviene sante o si  niente, peggio che niente.
Io tacqui. I miei sforzi per leggerle dentro erano inutili.
Aveva toccato la trentina. Vedeva sfiorire, cos, la sua giovinezza, senza essere mai stata donna. Dio mio, che penso? Si sentiva fuori posto nella sua vita di religiosa? Ma non l'avrebbe mai ammesso, neanche fra s e s.
Se ho sbagliato in questo, nell'assecondare Paola, quando da ragazza volle entrare in convento, e se c' stato anche un solo minuto in cui essa si  sentita infelice, allora non so pi che cosa dire: tutta la mia opera di madre  stata sbagliata.
I figli. Li si mette al mondo penando e si  poi felici di avergli dato la vita, ma finisce che loro la sentono poi come un peso. Tu li assecondi, li vuoi aiutare, accontentare, e li affondi. E loro, lo sentono che tu li hai aiutati ad affondare, che non li hai saputo salvare dalle strade sbagliate.
Non te lo dicono in faccia, no, se sono figli educati, come furono tutti i miei. Ma lo pensano. E tu senti che lo pensano ed  come se qualcuno ti strappasse, in silenzio, il cuore dal petto a pezzo a pezzo.
Ma il pi delle volte i genitori non hanno nessuna colpa del destino dei figli e se succede che questi ce l'hanno contro il padre e la madre,  perch ben difficilmente ognuno si assume la colpa di quanto gli accade nella vita.


Certo Alessio no, non poteva addossare colpe ai suoi genitori.
Dovette capire subito a che cosa l'aveva portato il non aver voluto ascoltare i miei consigli. Dopo poco pi di un anno dal matrimonio, da quello scivolone sarebbe meglio dire, che doveva essere l'inizio del suo continuo precipitare, dovette dividersi dal suo socio. Ernesto, infatti, gli tentava la moglie. Ma era Annetta, si capisce, che si lasciava tentare.
Pare che un giorno, mentre Alessio non era in negozio, lei era arrivata a cercarlo e si era messa a chiacchierare nel retrobottega con Ernesto.
Che difficolt a ricostruire i fatti quando ci sono stati raccontati confusamente. O, come in questo caso, in due versioni completamente diverse. Chi diceva la verit? Annetta che giurava sull'innocenza di quel colloquio? O Alessio che asseriva di essersi sentito rimescolare le viscere ascoltando, non visto, i discorsi dei due?
Come mai, le diceva Ernesto, non aveva ancora figli? Forse suo marito non ne era capace? Voleva che le insegnasse lui il metodo? E lei si scialava ridendo.
Era successo il finimondo. Alessio era saltato addosso ad Ernesto con una chiave inglese in mano e lo aveva ferito. Per miracolo non ci furono conseguenze gravi. Ernesto dichiar in ospedale che era caduto.
Dovettero necessariamente rompere i loro rapporti. Erano amici fin da ragazzi ed erano anche compari, perch Alessio aveva tenuto a battesimo il primo bambino di Ernesto.
Cos Alessio and ad aprire un negozio in un'altra zona. Approfitt per cambiare anche casa di abitazione, perch si era accorto che, l dove abitavano, c'era un giovanotto che stava intere ore a una finestra, che fronteggiava quella da cui si affacciava Annetta, e le faceva segni.
Ma non era la casa che doveva cambiare.
Non ricordo se prima o dopo questo fatto, ma forse dopo, perch era la fine di ottobre - mentre il litigio di Alessio col socio era avvenuto negli ultimi scorci dell'estate - accadde una grossa disgrazia in casa dei Murasi. Una sera Vincenzo cominci a dire di sentirsi male e fecero appena in tempo a farlo stendere sul letto che era gi morto. Era ancora giovane.
Fu una disgrazia anche per noi, perch, se Vincenzo Murasi fosse vissuto ancora, molte cose sarebbero andate in maniera diversa.
La fine di quella casa.  l'architrave che crolla quando muore il padre. Concetta, poi, non aveva nessuna capacit di reggere la famiglia e di guidare il figlio.
Michela sent il fatto come un lutto suo e spesso andava in casa della futura suocera per consolarla. Perdeva il suo tempo: quella donna neanche lontanamente apprezzava tutto l'affetto di cui era capace il cuore di Michela. E poi era meglio che lei pensasse a studiare visto che stava ripetendo.
Venisse a quest'altra, dicevo, la vocazione di farsi suora. Quante pene risparmierebbe a se stessa e ai suoi genitori. Ne feci discorso un giorno con Paola.
Come mi tornano chiari i particolari di questo mio incontro con lei. Era una giornataccia. La pioggia veniva gi a rovesci. Il vento mi voleva strappare l'ombrello di mano. Ero arrivata da Paola tutta inzuppata. Ma era una decina di giorni che non la andavo a trovare e, nonostante il cattivo tempo, non avevo voluto pi rimandare.
Paola s'accorse che io ero inquieta. Le dissi che ero preoccupata per Michela. "Vedi,  tanto diversa da Sara. Quella prende fuoco subito, ma poi le passa. Sara non mi preoccupa molto. Si sposer o non si sposer, questo lo sa solo Dio, ma non  tipo che, per una delusione, si maceri il cuore per tutta la vita. Michela no. Michela mi fa paura. Si  attaccata troppo a quel giovane. Che non la merita".
Paola rimase pensierosa. Sentivo che le preoccupazioni che le venivano dalla famiglia la turbavano. Avrebbe preferito non sapere nulla dei suoi, se non che stavano bene in salute. Chi entra nella vita religiosa si stacca dalla famiglia.
Ma se da una parte provava questo senso di distacco, dall'altra l'affetto che aveva per me, cos vivo come quand'era bambina (questa figlia in cui mi son vista rispecchiata), la faceva partecipare intensamente alle mie preoccupazioni e alle mie pene.
"Facesse come te", conclusi, "venisse anche a lei l'ispirazione di farsi suora!".
Vidi Paola impallidire. Mi prese le mani: "Mamma, che dici? Ti prego. Sa Dio se chiamarla o no. Ma se la chiamasse, se la chiamasse..." e le vidi scivolare sul volto qualche lagrima.
Ero incapace di dire mezza sillaba.
"Scusami", si riprese, "non farci caso. Volevo solo dirti che Dio non promette, a chi chiama, strade facili, piene di rose...".
Tuttavia questo mio chiodo fisso, che avrei preferito un'altra figlia suora, piuttosto che vederla avviata verso un destino che non presentivo sereno e facile, fece s che una sera lo dissi anche a Cosimo.
"Ah s", sbott lui allora, "un'altra figlia dovremmo regalare a quei signori che comandano in Vaticano! E si sposino vescovi e preti e le mettano loro al mondo le figlie da fare suore. A me basta averne perduta una".
Era il modo di ragionare di Cosimo. Su queste cose sono stata sempre in contrasto con mio marito.
E in quante altre cose ognuno di noi pareva che parlasse una lingua differente.
Ma quando si vive insieme per diecine e diecine di anni e si fanno figli e si mangia e si dorme insieme, si pu essere diversi quanto si vuole, ma si finisce col volersi ugualmente bene.
E il compagno della vita pare che sia un altro pezzo di s, un s che, magari, ragiona in un altro modo (e quante volte dentro di noi ognuno di noi  pi di uno), che ti contrasta, ti affligge, ti urta, ma  te stesso.

4.


In mezzo alle preoccupazioni che mi derivavano ora da Alessio, ora da Michela, ora dalla stessa Paola che per cause a me incomprensibili sembrava inquieta, ecco che Sara piant il problema pi grosso di tutti.
Cominci col dire che lei i ventisei anni non voleva toccarli senza essersi sposata (Dio solo sa la ragione di questa precisa scadenza!), perch, diversamente, la vigilia del suo compleanno si sarebbe buttata gi dal balcone. Poi aggiunse che c'era una persona che, da un po'di tempo, le stava dietro e lei si sarebbe presto decisa a dirgli di s.
"Eh, adagio", insorsi immediatamente, "che dici tu s? A chi dici s? Chi , dove sta, come si chiama, quanti anni ha? Forza, sputare tutto. E poi, tuo padre e io, quando avremo preso le nostre informazioni, ti comunicheremo se possiamo dirgli, noi e non tu, di s".
Lagrime di Sara. "Ecco, lo sapevo, mi volete fare morire zitella. Lo so che voi direte di no, perci non dico niente. Me ne vado con lui, punto e basta".
Roba da mettersela sotto piedi. Con santa pazienza, fingendo di assecondarla e promettendole che non avrei detto no per partito preso, cominciai a farle dire qualche cosa. Dove l'aveva conosciuto? Sul tranvai. Ma come era cominciata la conversazione. Cos. La solita leggerezza; ma quand' che avrebbe cambiato testa? Broncio di Sara. Ma l'aveva visto ancora? Si era fatta dare appuntamenti? No, l'aveva incontrato due volte, per caso. (Ma non era la verit). Che tipo era? Un uomo sincero, buono, leale. Era vedovo. (Lo disse cos, di sfuggita, sperando che io non ci facessi caso). Come? Ma pensava davvero di sposare un vedovo?  un uomo come un altro. (E qui non aveva torto). Aveva figli? No. Ma che faceva? Niente, era ricco, amministrava i suoi beni. Ma davvero credeva a tutto! E quanti anni aveva? Sara tacque. Dovetti insistere per farle sputare il rospo: quell'uomo aveva venticinque anni pi di lei. " una pazzia", le dissi, "ed  inutile che ne parli ancora".
Giorni di inferno. Sara continuava a piangere e a disperarsi e non valevano n le buone parole di Michela n quelle dure di padre e madre.
Cosimo che, al solito, si diceva capace di aggiustare ogni situazione e di mettere a posto qualsiasi persona, bastandogli prenderla per il bavero della giacca, giur che con due parole dette da lui a questo tizio, la cosa sarebbe andata a posto da s. Gli parl infatti.
Si presentava bene Giacomo Monceri, non c' che dire. Faceva una buona impressione. Ex-ufficiale, tutto compto nel tratto, cerimonioso, sembrava uscito dalle righe del galateo. Non era ricco, come diceva Sara, ma stava bene, possedeva una casa (che chiamava villa) ma in un'altra citt e un piccolo fondo. Con quello che gli affitti gli rendevano e con la pensione - non era gran che perch era stato mandato via dall'esercito a causa dell'epurazione - viveva discretamente.
Cosimo torn smontato. Ricominciai a gridare. Ma come si poteva dare il consenso a un matrimonio simile? Potevamo accettare un genero vecchio quasi quanto noi?
Sara, dopo qualche giorno, si fece un fagottino e stava per scapparsene da casa. Fortunatamente me ne accorsi, la acciuffai per i capelli e la chiusi in camera a chiave.
Ma la cosa non pot durare a lungo, perch Sara si mise a gridare che, se non le si apriva subito, avrebbe fatto un salto dalla finestra in strada, a costo di rompersi l'osso del collo.
Allora Cosimo prese sfacciatamente le parti della figlia. "Sono affari suoi, alla fin fine", diceva quello scervellato, "vuole un vecchio? E se lo prenda. Non sar certo lei n la prima n l'ultima a sposare un vecchio".
Fu quello il giorno in cui fra me e mio marito corsero le parole pi dure e offensive che mai ci fossimo dette. E quando, dopo alcuni anni, Cosimo mor, quelle e non altre di parole mi tornavano vive alla mente. Come se gliele avessi dette il giorno prima. Avrei voluto gridare e chiedergli perdono in ginocchio, anche se in quella discussione la ragione stava dalla parte mia.
E al pensiero che era inutile gridare, che era inutile piangere, che quello che non avevo saputo dirgli in vita, non avrei potuto pi dirglielo, perch se c' un altro mondo dopo la vita - ma c', c', io non ne ho mai dubitato - non  certo quello il posto per mettersi di nuovo a discutere sulle cose di questa terra, mi sentii soffocare. Ma forse fu l'odore di cera delle candele attorno al catafalco. O il caldo.
E a che serv quel litigio fra me e mio marito, se non smosse di un dito Sara dalle sue decisioni? Quando, per, la ragazza si vide spalleggiata dal padre, non si fren pi e divenne persino arrogante. "Ognuno ha il suo destino", continuava a ripetere "e ha il diritto di seguire la propria strada".
Sara l'aveva sentito, si vede, che il suo destino era di sposare un uomo assai pi anziano di lei, che, per giunta, come io subito capii appena lo conobbi bene, aveva la pretesa di essere giovane e che, imbevuto di questa stupida presunzione, si sarebbe comportato nella vita in conseguenza.
Per pi giorni tacqui. Che pu dire, una volta che la si  ridotta all'impotenza, perch nessuno l'ascolta, una povera disgraziata di madre?
Michela non disse nulla in difesa della sorella, ma se ne venne una sera vicino a me e si mise a piangere. "Che hai?" le domandai. Era tanto buona Michela. E forse per questo destinata a soffrire pi degli altri. Le dispiaceva, disse, che la sorella fosse infelice, ma questo non le impediva di capire le mie ragioni; perci non sapeva cosa dire e sapeva solo piangere.
E la ruga le apparve ancora dritta, dal sopracciglio destro tesa su per la fronte, mentre non riusciva pi a dire una sola parola.
Le lagrime di Michela vinsero le ultime mie resistenze. Il giorno dopo dissi a Cosimo che andasse pure a informare Giacomo Monceri che la famiglia non si opponeva.
Cosicch quando venne pure Alessio - certo consigliato dalla moglie - a dire la sua, che non era giusto opporsi alla volont di Sara, che si trattava dopo tutto di un buon partito e che, tutto sommato, se l'uomo che Sara voleva era pi anziano di lei, tanto meglio, cos Sara sarebbe rimasta vedova presto e, con quello che il marito le avrebbe lasciato, si sarebbe potuta sposare con chi voleva (tutti discorsi, certo, concepiti da quella "cosa buona" di Annetta), gli risposi che lo ringraziavo tanto di questi assennati consigli, ma che, ormai, avendo tutta la famiglia contro, non mi era rimasto pi nulla da dire.
"Anzi s", aggiunsi subito dopo, "una cosa mi resta da dire ancora: chi si vuole impiccare, faccia pure. E siccome, in questa casa, ha cominciato il figlio maschio, hai cominciato tu a dare l'esempio di com' bello impiccarsi per fare di testa propria, ecco che ora se ne vedono i frutti con le tue sorelle".
Al che Alessio, arrabbiatissimo, brontol qualche cosa e usc sbattendo la porta.
Dopo qualche giorno, Giacomo si present in casa nostra. Elegantemente vestito, tutto profumato e azzimato come uno zerbinotto. (Ma era stagionato, inutile!).
Disse che tenuto conto delle "circostanze" (diceva sempre questa parola, si vede che gli piaceva), lui non voleva rumore attorno al matrimonio, che si sarebbe potuto celebrare in un santuario di campagna. E aggiunse che era cosa da farsi al pi presto, perch non c'era motivo di aspettare e non c'era da preoccuparsi n per dote n per corredo n per qualsiasi altra spesa. Avrebbe provveduto a tutto lui.
Figurarsi la contentezza di Cosimo a queste parole.
La sera dopo port a Sara un anello con un brillante grosso come la capocchia di un chiodo. Lasciare tutti con tanto di bocca, ecco che cosa si proponeva. Nulla c'era in quell'uomo di vero, di sincero. Faceva tutto per farsi ammirare, per dimostrarsi uomo superiore a ogni critica.
I primi tempi del matrimonio di Sara e Giacomo scorsero lisci. L'unica cosa di cui qualche volta si lamentava Sara - parlando col padre e non con me - era che Giacomo nominava troppo spesso la prima moglie: "La buon'anima faceva cos", "La buon'anima avrebbe fatto cos", "La buon'anima qui e la buon'anima l".
"Ben ti sta" avrei voluto dire a Sara. Ma non ne ebbi il coraggio. Perch i figli sono figli e le loro pene, anche quando hanno sbagliato per testardaggine e si trovano nei guai per colpa loro, sono pene dei genitori, pene centuplicate.
Finch c'era stato da risolvere il problema di Sara, avevo un po'trascurato la situazione di Michela.
Matteo era rimasto senza un'occupazione e non pareva preoccuparsene gran che. Non si vergognava di vivere alle spalle della madre, che non nuotava certo nell'oro con quattro soldi di pensione. E faceva, per giunta, il fidanzato.
Fu difficile affrontare l'argomento con Michela. Cominciai dapprima a parlare in generale: quando un uomo ha passato i vent'anni, si vede gi quello che . Se fino a quell'et un individuo dimostra di non aver voglia di lavorare, si pu essere certi che sar cos per tutta la vita e, sposandosi, finir col farsi mantenere dalla moglie.
Michela si fece scura in faccia e, senza dire una parola, and ad affacciarsi al balcone. "No", dissi,"tu non devi andartene: il discorso, lo devi sentire tutto". Era stata quella una sua fantasia di bambina. Basta, era tempo che si svegliasse.
A queste parole, Michela scoppi a piangere e non c'era verso di poterla calmare. Poi si chiuse nella sua stanza e non volle nemmeno mangiare.
"Dov' Michela?", chiese Matteo la sera.
"Non c' ", risposi.
"Come non c'? Dove  andata?".
" in casa, ma per te non c'".
"Come?", scatt Matteo.
Mi tocc fare anche a lui un discorso. Doveva capire, gli dissi all'incirca, che noi non avevamo nulla contro di lui. Che gli volevamo bene, anzi. E s, perch quello che facevamo, lo facevamo per il suo bene. Voleva provare, almeno, a vedere se era capace di guadagnarsi il pane? Insomma era una prova a cui lo mettevamo.
Se Matteo non fosse stato quello scervellato che era, avrebbe messo a profitto la lezione ricevuta e si sarebbe cercato un lavoro. Egli, invece, la prese come un torto.
Il suo orgoglio di maschio ne era rimasto offeso: essere messo alla porta dalla famiglia della fidanzata, un oltraggio. Perch, secondo i nostri costumi, il maschio poteva rompere il fidanzamento e peggio per la fidanzata che si era fatta abbandonare, sul cui onore un'ombra sarebbe sempre rimasta - ma non poteva, senza sentirsi squalificato agli occhi della gente, essere "congedato" dalla fidanzata o dalla sua famiglia. Nell'immensa diversit che c'era da noi, fra la condizione della donna e quella dell'uomo, questa differente situazione di fronte al fidanzamento, non era certo una delle cose meno importanti.
Ah, come capisco, ora che sono vecchia, ora che l'esperienza mi ha insegnato tante cose, perch mio marito, ogni volta che mi nasceva una femmina dapprima si immusoniva. Sapendo in che mondo era venuta ad accendersi quella vita, il padre, che forse pi della madre poteva misurare bene bene ogni cosa, non poteva rallegrarsene. Poi, certo, anch'egli si affezionava alla creatura.
Quando Matteo rifer a sua madre che era stato messo alla porta, ci volevano quattro persone per tenerla, come venne subito a riferirmi una comune conoscente. Con quel cervello da gallina di cui era dotata, anzich persuadere il figlio a dare l'unica risposta adatta, dimostrando al pi presto di essere in grado di mantenere una famiglia, continuava a rafforzargli la convinzione di avere subito un affronto.
Fu sbagliata quella mia decisione? Avevo torto? Certo, se avessi potuto... ma si riesce a capire veramente quello che si fa, mentre si fa?
Dopo qualche giornata di broncio, Michela parve quietarsi. Quando, poi, ebbe a dirmi che aveva deciso di mettersi a studiare per fare la maestra, ritenni di avere la prova che stava liberandosi della sua fissazione. Perci persuasi Cosimo a tirar fuori po'di quattrini - il che gli veniva sempre dalla parte mancina - per mandare la ragazza a lezione per la preparazione al concorso.
Fu quello un periodo sereno, una pausa nelle mie traversie.
Ricordo le serate tranquille trascorse in compagnia di Michela. Ci affacciavamo al balcone dopo cena. Era primavera, inizio dell'estate. Un gruppo di ragazzi schiamazzava sempre nella strada. Qualche ubriaco, da lontano, sbraitava parole sconnesse. Dalle radio dei vicini uscivano fiotti di musica che, mescolata a quel baccano, sembrava uno scherzo infernale.
Erano poche le parole che io scambiavo con Michela. Ognuna poi si chiudeva in s e restava assorta nei propri pensieri.
Non Michela soltanto, ma anche tutti gli altri figli sembravano quieti in quel periodo.
Alessio, che, pur continuando a fare scenate di gelosia alla moglie, era sicuro che Annetta non lo avrebbe tradito nemmeno per tutti i tesori del mondo ("Che bisogno ne avrebbe?", diceva l'imbecille. "Le faccio mancare qualche cosa? La trascuro forse?"), attraversava un periodo particolarmente felice: finalmente la moglie l'aveva reso padre.
E io ero divenuta nonna.
Che  una cosa tanto diversa dal diventare madre o padre. E fa capire, meglio, forse, cosa stiamo a fare su questa terra. Non ci si sente vecchi, no, divenendo nonni, ma si capisce, meglio di quanto possa capitare prima, che la vita non  una cosa che abbiamo dentro di noi e che, bene o male, spendiamo nel giro di alcuni anni, ma  invece, una cosa dentro cui stiamo noi, di cui noi facciamo parte... un qualche cosa, insomma, che dura pi di noi, che era prima di noi e che sar dopo di noi: ci che si  ricevuto da quelli che furono prima di noi, ci che noi facciamo in bene e in male e che soffriamo, ci che di noi lasciamo ai nostri figli.  perci che, morendo, non finisce la vita, la "nostra" vita, perch la vita non  affatto nostra, ma noi apparteniamo alla vita.


Che altro potrei ricordare di allora? I giorni uguali e calmi scivolano via e si perdono.
Anche Sara attraversava un periodo sereno.  vero che qualche volta confidava al padre (a me non voleva darla vinta) che il marito, cos noioso e musone com'era, spesso le riusciva intollerabile. Ma, in complesso, si vedeva che stava bene. Si era ingrassata e sembrava divenuta anche bella. Sebbene bella, a essere sinceri, Sara non sia mai stata, avendo occhi piccoli, due o tre dita di fronte e il naso un po'grosso e gobbo: tutta suo padre.
Ma i guai non tardarono a maturare.
Michela non si era tolto per niente Matteo dalla testa. E disgrazia volle che trovasse chi si prese la briga di portarle le sue ambasciate e poi di farla incontrare con lui, completando l'opera col mettere la casa a completa disposizione dei due fidanzati.
Le donnacce hanno bisogno di fare le ruffiane. Non si sentono complete se non fanno tale mestiere.
Michela all'improvviso cominci a dimostrare una grande affezione per la cognata. Non ci feci dapprima molto caso. Poi, saputo che tutte le volte che andava a lezione, passava da Annetta, le raccomandai di non perdere tempo e di ritirarsi pi presto a casa.
Ma figurarsi che voglia poteva avere Michela di seguire le mie raccomandazioni, quando la sua beneamata cognata le faceva trovare in casa ad attenderla il fidanzato e, per giunta, ora con una scusa ora con un'altra, li lasciava soli.
E, una sera, lo spavento. Non riesco a raccontarlo bene quello che accadde. Ancora dopo tanti anni mi tremano le gambe solo a ripensarci.
Michela si mise a letto un po'prima del solito. Aveva un po'di mal di testa, disse. Dopo una mezz'oretta, prima un lamento debole, poi sempre pi forte. Corro e trovo Michela sul letto che si torce dal dolore.
Poi una gran confusione, medici, autoambulanza e io come una pazza che non sapevo pi quello che facevo. Si era avvelenata.
Quando fu fuori pericolo, mi si aggrapp al collo e, singhiozzando, mi confid il suo stato: era gi al terzo mese di gravidanza. Piuttosto che dirlo aveva tentato di morire: le sembrava pi facile. Ma finito di sfogarsi, si quiet: si era affidata nelle mani di chi l'aveva messa al mondo. E non poteva assolutamente capire che, liberandosi dalla disperazione, la scaricava moltiplicata per cento e poi ancora per cento su di me.
Io, io volevo morire. Non era la fuga solita di due fidanzati quello che era accaduto a casa mia, che d ai genitori, certo, un grosso dispiacere, ma non ti mette alla gogna, non ti sporca la faccia. Fosse stato almeno il rapimento con la forza di una ragazza da parte di un uomo che la vuole: un ratto, come lo chiamano. E neanche si poteva fingerlo.
Compromesso, certo, nell'uno e nell'altro caso, l'onore della ragazza; ma  salvo quello dei genitori, del padre soprattutto, purch segua il matrimonio. Ma una figlia che, senza allontanarsi dalla casa paterna, resta incinta, non solo ha perduto lei l'onore, ma ha buttato la vergogna sulla faccia di padre e madre.
Quando mi potei allontanare dal capezzale di Michela e mi ritrovai, come impazzita, in mezzo al corridoio dell'ospedale, mi parve che le pareti del corridoio si stringessero sempre pi attorno a me, fino ad avvicinarsi alle mie tempie e a stritolarmi il cranio. Mi raccont poi Cosimo che io, in preda a una crisi, avevo dato pi volte la testa contro le pareti del corridoio.
Non era il caso di fare queste scene, insisteva Cosimo, portando quello che era successo a conoscenza anche di chi non lo sapeva. Ci voleva silenzio, silenzio. Nessuno doveva sapere nulla. Un attacco di appendicite, si poteva dire. E nel giro di un mese Matteo la doveva sposare.
"S", gli dissi, "e quando sarebbe nato il bambino la gente non avrebbe potuto capire benissimo che il fattaccio era successo prima? Sarebbe stato impossibile fare passare il bambino come settimino. E la gente se li fa questi conti. E come!".
"Come si fa, allora, come si fa?", si disperava Cosimo, "con che faccia potremo comparire davanti alla gente?".
Stette per un po'zitto. Poi, come concludendo un suo pensiero, "quasi quasi" disse "io domani mattina mi apposto e, appena Matteo esce di casa, gli sparo. Cos gli faccio pagare lo sgarbo che ha fatto alla nostra famiglia ".
"Tu hai voglia di scherzare!", gli dissi sentendogli fare un discorso del genere con tanta calma.
"Scherzare? Ma che altra soluzione abbiamo? Dillo tu. Anzi, ora vado a vedere dove ho messo quella mia vecchia rivoltella".
"Ma sei pazzo, Cosimo? La chiami soluzione tu, questa? Cos oltre a una figlia disonorata avrei anche il marito in galera".
S, diceva Cosimo, in galera, ma con una soddisfazione levata. E poi quanto credevo che avrebbero potuto dargli di prigione? Sei o sette anni al massimo. Glielo aveva assicurato, una volta che il discorso era caduto su queste faccende, un suo amico che si intendeva di legge.
Io non seppi frenarmi e gli dissi di non raccontare bestialit, perch a me pareva che quello che diceva lui, cio una pena cos, da niente, a chi ha levato la vita a un uomo, era proprio una favola e tutt'al pi supponevo che potevano dare una quindicina d'anni, anzich trenta, a chi trova la moglie a letto con un altro uomo.
Ma Cosimo mi disse che mi sbagliavo: anzitutto, in quel caso, era proprio come diceva lui, sei o sette anni al massimo e poi lo stesso discorso valeva anche per la figlia o la sorella, minorenni o maggiorenni, sposate o non sposate. E non c'era bisogno affatto, per niente, di trovare i due colpevoli sul fatto, ma bastava ammazzare subito, a poca distanza da quando si viene a sapere la cosa che ti disonora.
"Se l'ammazzo entro stanotte o al massimo domani mattina io sono a posto. Ho il momento segnato dal ricovero di mia figlia all'ospedale. Non posso perdere tempo, se me la voglio cavare con pochi anni".
"Ma ragiona, Cosimo, ragiona!", continuai a pregarlo io tutta la notte notando che, man mano, un'idea passatagli dalla testa come per caso cominciava a divenire proposito. Infine Cosimo sembr calmarsi un poco e si butt su una poltrona a dormire.
Non credetti, allora, a Cosimo, ma seppi poi che la legge  davvero come diceva lui. E non ho saputo mai capacitarmi di come possa essere cos. Erano pazzi, si erano ubriacati quelli che l'hanno fatta?
Come si spiega che uno, facciamo un esempio, ti trova a casa la moglie, una figlia, una sorella ammazzata e sa in maniera sicura chi  stato, perch l'ha visto scappare, supponiamo; lo rincorre e gli spara. Allora niente,  una vendetta e si prende gli anni di carcere che spettano a chi ammazza: semmai gliene levano un po', perch considerano che uno in quel momento non ragiona: gli danno l'"attenuante" come dicono gli uomini di legge. Invece quella stessa persona trova la moglie, una figlia o una sorella in un atteggiamento sospetto, viene a sapere chi era il complice e lo va ad ammazzare: allora non  pi un omicidio con l'attenuante,  un'altra cosa, una cosa speciale, e se la cava con gli anni di carcere che si prendono per essere andati a rubare in una casa, aprendo la porta con una chiave falsa. Non c' che dire, un trattamento da amici a chi ammazza per onore. E come si pu pretendere, allora, che gli uomini nostri cambino testa?
Chi mi chiar le idee su queste cose fu la persona pi istruita della nostra famiglia, il marito di Sara. Dapprima Giacomo mi fece capire, sia pure pulitamente e con belle parole, che io ero un'ignorante a meravigliarmi tanto del fatto che a chi ammazza per causa d'onore tocca una pena tanto lieve. Dovevo sapere, infatti, che anticamente, dai tempi dei tempi, era stabilito per legge che il marito potesse uccidere la moglie se la trovava sul fatto e poteva uccidere anche il ganzo. Poi, si capisce, col tempo quelli che fanno le leggi pensarono che era meglio mettere un certo freno e cos decisero che un po'di carcere era bene farlo fare a chi aveva ucciso sia pure per salvare il suo onore.
Perch, diceva Giacomo, tutto, alla fin fine,  questione di ordine e di disciplina. Ammazzare la moglie che sgarra cosa significa? Conservare l'ordine nella famiglia. Ma siccome c' anche la societ che ha un suo ordine, secondo il quale nessuno pu uccidere e farsi giustizia da s, ecco che, pur riconoscendo a colui che ammazza per causa d'onore tutte le ragioni, si stabil che una piccola lezione bisogna pur dargliela.
Ora chi  che aveva capito bene bene che la questione  una questione di ordine e di disciplina? Il fascismo. Infatti proprio con le leggi che erano state fatte sotto il fascismo queste faccende erano state regolate proprio come si deve. Anzitutto, nel codice fascista (che  ancora bello vivo sano e vegeto e, se dura ancora, si vede che questi signori che comandano ora non ne sanno fare uno migliore), si precis che ammazzare per causa d'onore non significa fare un omicidio col diritto ad avere un'attenuante, ma significa fare un'azione di un altro genere, che fino a un certo limite  giustificata. Poi si pens che non era giusto fare differenze fra chi sorprende i colpevoli sul fatto e chi invece lo viene a sapere. Che fa, non  cornuto lo stesso un marito, un padre o un fratello, anche se non riesce a scoprire sul fatto la femminaccia che lo disonora?
Non voleva maschi cornuti il fascismo. Il maschio  il maschio. Egli  il capo e il padrone della famiglia. Perci deve avere il diritto di mettere ordine e disciplina fra le donne a lui sottoposte, allo stesso modo come chi governa un popolo deve saperlo reggere con pugno di ferro. Non come ora, precisava Giacomo, che con questa cosiddetta democrazia non si capisce pi niente.
Perci il maschio che comanda in una famiglia deve sapere inculcare alle sue donne di casa il senso, la "religione" dell'onore. All'onore bisogna credere come ai principi della religione. In tutt'e due i casi si tratta proprio di ordine e di disciplina. Che fa la religione? Tiene a freno il popolo. Se poi paradiso, inferno e purgatorio non ci fossero proprio, non ha nessuna importanza. L'interessante  che la gente ci creda. Ed  proprio per questo che il fascismo aveva tanti riguardi per la religione.
"Io che sono un uomo disciplinato e che ha il senso dell'ordine e del dovere", precisava Giacomo, "non sono stato mai a domandarmi se c' o non c' un Aldil e se tutto quello che ci insegnano i preti sia o non sia verit. Certo, qualche volta, pu anche passare per la testa la domanda: "Ma dove mai potr essere il paradiso?" Di certe stelle, dicono, non ci  arrivata n ci arriver mai la luce, tanto sono lontane. L'uomo si prepara a dominare lo spazio astrale e viene difficile, perci, pensare a un "posto" dove vanno le anime dopo la morte; oppure uno deve concludere che  un "posto" che non  "posto" e che rassomiglia, quindi, a niente. Ma questo non significa che uno non debba andarsene lo stesso, disciplinato, ogni domenica a messa e fare tutto ci che la Chiesa comanda.
"Che importanza ha se Dio c' o non c'", concluse, "e se Cristo era veramente suo figlio o se fosse, invece, soltanto un uomo? L'importante  che la gente continui a crederci e che sia sempre persuasa che i peccati del mondo sono stati, sono e saranno tanti e tanto grandi che per lavarli c' voluto il sangue del Figlio stesso di Dio. Esattamente come per l'onore: l'Agnello di Dio tolse, col suo sangue, i peccati del mondo e cosi l'onore macchiato viene lavato dal sangue. Ecco la ragione del perch un uomo che ammazza, potendo provare che  un delitto d'onore, ha la coscienza a posto e la legge stessa lo giustifica e, se non viene mandato assolto, lo si fa per mettere sempre un certo freno. L'onore  tanto sacro, tanto intangibile, che per lavarlo ci vuole il sacrificio di una vittima umana.  come certe divinit dei tempi antichi, che volevano sacrifici umani per essere placate o come nella nostra stessa religione, in cui si perpetua un sacrificio umano per placare Dio".
Io, sentendo queste cose, non sapevo ribattere nulla, perch la mia fede  quella di una povera donna, ma avvertivo, chiaro, un senso di nausea

5.


L'indomani mattina Cosimo era un po'pi calmo. Non parl pi di armarsi di rivoltella. "Ma che venga", diceva, "che venga subito a sposarsela. Subito, mentre  ancora all'ospedale".
Sarebbe stato un matrimonio scombinato, osservai io. E la vera disgrazia non stava tanto nell'offesa all'onore, che pure aveva il suo peso (mi affrettai ad aggiungere, vedendo Cosimo farsi scuro in faccia), quanto nella vita incerta che quel matrimonio preparava certamente a Michela: Matteo senza un lavoro, senza voglia di lavorare, senza denaro.
L'onore, dissi press'a poco, ormai  compromesso e se il bambino nascer a sei o addirittura a cinque mesi dal matrimonio si scateneranno le chiacchiere della gente; allora  meglio farsene una spalla cascata della opinione della gente e pensare piuttosto a Michela, alla sua vita e al suo avvenire. Non sarebbe stato meglio tenersi Michela cos? Lei avrebbe potuto andare a fare la maestra lontano, dove nessuno sapeva quello che era successo, e il bambino l'avrei allevato io. Cosimo, allora, butt fuori certe bestemmie, da fare cascare il Cielo. Dovetti rimangiarmi subito quelle parole. Per sulla decisione di tenere la cosa nascosta quanto pi possibile ci trovammo d'accordo. Ma poich l'indomani c'era sul giornale: "tentativo di suicidio per dispiaceri sentimentali", ci dovemmo rassegnare a essere al centro delle chiacchiere di chi ci conosceva e alla merc delle maldicenze della famiglia di Annetta.
Mi riferirono che, secondo quella lingua velenosa di Nunzia, i "dispiaceri sentimentali" di cui parlava il giornale significavano gravidanza e magari tentativo non riuscito di abortire. E mi toccava tacere.
Ma, proprio mentre mi rodevo pensando a Nunzia, mi venne in mente la degna sua figlia, quel campione di nuora che mi era toccata in sorte. Allora un sospetto attravers la mia mente e corsi al capezzale di Michela. La ragazza stava gi meglio.
"Ti conviene dire tutto", feci con decisione, "tutto, ogni minimo particolare: come  successo il fatto e dove".
Michela, per tutta risposta, si mise a piangere e a mordersi le mani. Bisognava lasciarla morire, diceva, non voleva sentire pi niente.
"Dillo, dillo", insistevo, "che  stato in casa di tua cognata, di quella dannata femmina".
"S", ammise infine Michela, "ma la colpa  mia, non di Annetta". E cercava di giustificare la cognata.
Ma io non le diedi pi retta e, avuta quella risposta, corsi da Alessio.
Egli era in bottega e stava lavorando attorno a una motocicletta. Pur avendomi vista, aveva continuato a girare attorno al motore toccando ora un aggeggio ora un altro, facendo un gran rumore.
Dovetti gridare per costringerlo ad ascoltarmi, e in quattro e quattr'otto gli spiattellai come stavano le cose.
Alessio non sapeva nemmeno che Michela aveva tentato di togliersi la vita. Era senza parole e continuava a guardarmi pallido e con gli occhi sbarrati.
"Com' vero Dio", grid a un certo punto, come svegliandosi da una botta in testa che l'avesse stordito, "io, questa, gliela faccio passare da parte a parte", e afferr una lima dal banco degli attrezzi.
Vedendolo scatenato, feci di tutto per calmarlo, per strappargli di mano quell'arnese, e mi tolsi dalla porta solo quando egli mi promise che non avrebbe fatto pazzie.
Poi, quando egli si calm un poco, ci avviammo insieme verso casa sua, che non era molto distante dalla bottega.
Annetta cap subito che le cose si mettevano male, vedendo entrare il marito con quella faccia da selvaggio. Indietreggi e si addoss a una parete tremando.
"Hai fatto perdere mia sorella!", cominci a gridare Alessio, "questa me la pagherai, questa me la pagherai". E cominci a sferrarle dei pugni.
Poich Annetta era nuovamente incinta, non mi bast il coraggio di lasciargliela tra le mani e mi misi in mezzo, cercando di trattenere mio figlio, prima che succedesse qualche guaio pi grosso.
Dalla bocca di Alessio continuavano a uscire le parole pi brutte che mai io avessi udito. Gridava a sua moglie che era certo di essere stato ingannato fin dai primi giorni di matrimonio ed era pronto a scommettere che n la bambina n quello che doveva ancora nascere erano suoi. Ma si vedeva chiaro che lo diceva per rabbia e senza credere minimamente alle proprie parole.
Annetta, che fino a quel momento aveva taciuto e si era rifugiata in un angolo piangendo, sbott fra un singhiozzo e l'altro: "Per la bambina no, non lo devi dire, non lo puoi dire, questo!".
"E per l'altro? Per quello che deve ancora nascere?", le salt addosso Alessio.
Ma Annetta non rispondeva.
"Avanti, su, parla!" gridava Alessio e quasi la strozzava.
Annetta taceva. Non riusciva a parlare? Oppure, non sapendo fino a che punto suo marito fosse informato delle sue disonest, non osava dire una parola?
Io ero impietrita e guardavo sgomenta mia nuora che non si difendeva da una simile accusa.
Allora Alessio cacci un urlo. Parve una bestia ferita. Come un pazzo, usc e corse non so dove ad armarsi di una rivoltella.
Ma quando torn Annetta era gi scappata da sua madre. Io lo affrontai: "Che fai, pazzo?".
"Dimmi dove s' nascosta", continuava a ripetermi, sempre con la rivoltella impugnata e continuando a cercare intorno.
"Non c'. Se n' andata".
"Bene, so dov'". E s'avvi verso l'uscita.
Mi parai davanti a lui.
"Scansati", grid. E teneva sempre l'arma impugnata.
"Non mi scanso", ebbi la forza di dirgli. "Ammazzami, ma non mi scanso".
"Fammi passare, ti ho detto". Ma il tono era gi pi moderato.
"Se devi ammazzare, ammazza me, che sono tua madre. Ma bada che nelle nostre famiglie, quella di tuo padre e quella mia, e in tutta la nostra parentela, non c' stato mai un assassino. Vuoi essere tu il primo?".
Egli rest per un po'davanti a me come intontito. Poi si accasci su una sedia singhiozzando.


 sempre cos: un guaio tira l'altro. Dopo la disgrazia di Michela, ora anche la tempesta sulla famiglia di Alessio.
Tutta la notte mi voltai e mi rigirai nel letto. I rintocchi degli orologi dei campanili. Sentii suonare le due, le tre, le quattro. Come lo ricordo. E ogni rintocco era come una domanda che mi si abbatteva sull'anima, a cui non sapevo dare una risposta.
Che disastro avevo provocato. Un disastro che poteva finire davanti ai giudici, sui giornali, in bocca a tutti. Sarebbe stato un delitto d'onore, certo. Chi avrebbe potuto negarlo? Quel tacere non era stata una confessione? Ma basta questo per chiamare un omicidio delitto d'onore? E le mani di mio figlio sporche di sangue. Dice la nostra gente che il sangue lava l'onore. Ah, non lo so, non lo so, Dio mio. Io so soltanto che sporca le mani per sempre. Ma se da una parte mi pentivo di essere andata da mio figlio e di avergli fatto aprire gli occhi sulla condotta di sua moglie, dall'altra mi sentivo rimescolare le viscere al pensiero che egli dovesse continuare a vivere come un cieco, fidando in lei.
Ma ora, mi tormentavo subito dopo, che sarebbe successo? Che avrebbero fatto? Si sarebbero divisi? Con una bambina di nemmeno due anni e un'altra creatura che stava per nascere?
La questione di Michela passava, quasi, in seconda linea, perch tutto sommato si sarebbe arrivati al matrimonio e dopo si sarebbe visto il da fare.
Ma, a volte, cose che ci sembravano senza via d'uscita, secondo il nostro corto giudizio, per le quali abbiamo avuto travasi di bile da morirne, finiscono che si accomodano da sole e, a ripensarci dopo, dobbiamo riconoscere che ci siamo avvelenati il sangue per niente.
La faccenda di Alessio e di sua moglie and a posto prima del tempo minimo indispensabile perch la riconciliazione apparisse una cosa appena decente. Non poteva vivere senza sua moglie Alessio. Si sentiva davvero un uomo morto. E Annetta che, questo, l'aveva capito da un pezzo, quella volta ne ebbe conferma e fu sicura che lei, il marito, non l'avrebbe perduto per nessuna cosa al mondo, pur facendo tutti propri comodi.
Fatto sta che Alessio, dopo quella scenata, era come pentito d'averla fatta. Appena, difatti, sua suocera (che sapeva fare la commediante come non se ne trovano uguali) gli si butt ai piedi piangendo e dicendo che per un momento di esitazione di Annetta, causato dalla paura (e ci credette Alessio, gonzo com'era), egli voleva mandare a catafascio la famiglia, non ci pens due volte a ricaricarsi le sue corna.
Nunzia and persino dalla madre di Matteo e si mise, manco a dirlo, a recitare la parte anche li: la pace, la pace di due famiglie in ballo, bisognava passarsi una mano sulla coscienza.
Al che pare che quell'altra eccellente donna di Concetta abbia risposto che non erano affari che la riguardassero; che quanto alla storia di Michela e Matteo, lei era la madre del maschio e gli altri si arrangiassero.
Visto, diceva, che suo figlio era stato cacciato dai genitori della fidanzata, perch non aveva una occupazione, questi signori genitori avrebbero dovuto, a rigore, aspettare a maritare la figlia, finch il ragazzo non si fosse trovato un posto. E se poi si trovavano in condizioni di non potere aspettare... e qui le solite meschinerie: che l'uomo  cacciatore, si sa, e che a badare all'onore delle figlie devono pensarci le madri e che, in fin dei conti, la porta si apre di dentro e, quindi, la colpa  sempre della femmina. Ma se, insomma, questo figlio, proprio proprio lo volevano, glielo avrebbe dato per marito, cos com'era, nudo e crudo, senza n arte n parte.
Comuni conoscenti, intanto, prepararono un incontro fra me e Concetta, per decidere sul matrimonio.
Che parte fu per me e mio marito quella! Andare con la coda fra le gambe, come due cani bastonati, proprio da chi avrei voluto riempire di sputi in faccia. Ma quando una figlia sgarra,  cos.
Quella spudorata di Concetta, quando io e Cosimo le dicemmo che il matrimonio non si poteva pi rimandare di un giorno, perch la ragazza era gi entrata nel quarto mese di gravidanza, fece finta di cascare dalle nuvole: oh, che terribile, che inaspettata notizia! Ma che cosa mai le raccontavamo? Ma davvero?
Roba da aver voglia di passeggiarle sullo stomaco.
Poi aveva continuato con la storia delle figlie femmine, che bisogna tenere ben custodite e, quando non ci si pu fidare di una figlia, l'antica saggezza insegna che bisogna tenerla legata alla sottana.
Io, che ero gi intossicata, a queste parole, stavo saltandole addosso per tirarle i capelli. Tanto che Cosimo dovette afferrarmi per un braccio. "Con le fesserie che combinano i ragazzi", disse, calmando un po'la discussione, "non  giusto andare in cerca di chi  la colpa. E quando c' un buco in una situazione, bisogna metterci una pezza sopra per rattoppare e non parlarne pi".
Cos, siccome si trattava davvero di rattoppare, dovemmo piegarci a tutte le condizioni di quell'eccellente donna. Da parte sua, disse, non avrebbe tirato fuori un soldo, perch non ne aveva. Poi, suo figlio era disoccupato e, sposandosi, dovevano provvedere i genitori della sposa a mantenere i due ragazzi. Pi che raccomandare a Matteo di mettere la testa a posto e di cercarsi un lavoro, da parte sua non ci si poteva aspettare.
Il destino di Michela fu sigillato.
E quella mattina - mi pare di rivederla, mentre le accomodavo il vestito, che non era, no, un vestito bianco di sposa come ogni madre sogna! - nella faccia di Michela c'era, s, tanta felicit e sorrideva, sorrideva... perch quell'uomo, a cui lei voleva bene pi che a se stessa, a cui avrebbe voluto bene fino all'ultimo suo respiro, stava per unirsi a lei davanti a Dio; ma di tanto in tanto, come quando in una chiara nottata di luna una nuvola ci si incolla sopra per qualche attimo, sulla faccia di Michela passava un'ombra e le sue sopracciglia si contraevano leggermente e la ruga della sua fronte appariva rapida, per poi sparire.
I ricordi di quel giorno in cui Michela si spos non sono pi tanto chiari nella mia testa. Fu un giorno di gran confusione, questo s, lo ricordo bene. Cosimo aveva voluto fare le cose in grande.
Io non volli andare in chiesa, perch a un certo punto mi sentii come soffocare e dovetti buttarmi sul letto. "Non fare questa parte!" mi faceva Cosimo. Ma io mi sentivo proprio male e volli rimanere a casa. Avevo una gran voglia di mettermi a gridare e di mandare tutto in malora.
Cos, non vidi sposarsi nessuno dei miei figli. Non Alessio, perch il suo matrimonio era stato quello che era stato; non Sara, che si spos alla chetichella in un santuario ed era stata accompagnata soltanto dal padre; non Michela, perch le cose andarono cos.
E nemmeno, ora che ci penso, avevo potuto assistere alla cerimonia dei voti di Paola, perch mi pare che fossi malata.
Quasi che l'assenza della madre, il giorno in cui tutt'e quattro avevano iniziato il cammino che si erano scelto, significasse o che non ero d'accordo con la loro scelta o che avrei dovuto fermarli prima che intraprendessero quella strada. Ma io o non avevo saputo o non avevo potuto oppormi.


Cos Matteo si stabil in casa nostra. Passava tutto il giorno fuori, in cerca di un posto, e ogni sera rientrava stanco e sfiduciato. Gli riusciva difficile trovare un'occupazione soprattutto perch, non sapendo fare niente, richiesto cosa sapesse fare, rispondeva, naturalmente, che sapeva fare tutto.
Cosimo per aiutarlo si rivolse a parecchi suoi conoscenti e finalmente Matteo pot essere assunto presso un pastificio.
Ma non era il lavoro che sperava: egli voleva un lavoro dove non si faticasse. Invece l c'era da rompersi la schiena, senza dire che, spratico come era, doveva fare una grande attenzione per imparare il mestiere. Ed egli di attenzione ce ne metteva poca. La mattina, poi, non riusciva ad alzarsi presto e perci non arrivava mai in orario. Durante la giornata, probabilmente, si andava scansando di qua e di l, battendo la fiacca. Perci, dopo due o tre mesi, con la stessa facilit con cui era stato accettato, fu mandato via.
Intanto era quasi arrivata l'estate e Cosimo gli disse che poteva mettersi a lavorare insieme con lui, aiutandolo a piantare le baracche. E visto che sapeva nuotare bene, lo incaric di fare il bagnino.
Ma anche l dimostr quello che era. Finch Cosimo si lament dell'incapacit di Matteo di mettere bene un solo chiodo, quando era stato il momento di piantare le baracche, io non ci feci nemmeno caso; ma quando precis che Matteo, una volta cominciata la stagione balneare, scompariva intere giornate e si era fatto una comitiva di amici e amiche, di cui era diventato il capo, la cosa non mi piacque.
Intanto Michela era prossima al parto e, mentre se ne stava rincantucciata a preparare il corredo per il bambino, diveniva sempre pi immusonita. Come avrebbe potuto non accorgersi di come il marito la trascurava?
Per giunta, dopo un po'di tempo, si venne a sapere che ogni sera quel galantuomo se ne andava a ballare sempre con lo stesso gruppo di amici. Ma a lui interessavano le amiche.
Quella volta Cosimo sbott e gli disse che se si illudeva di fare, nella casa in cui era stato accolto come un figlio, il mangiapane a tradimento, si era proprio fatto male i conti.
Matteo, dapprima, non neg la storia che andava qualche sera a ballare e anzi precis che, bravo come era a ballare il tuisti o qualche altra faccenda di questo genere (che il diavolo se li porti!), non si poteva rifiutare di insegnare alla gente questo ballo e, quindi, se andava a ballare, lo faceva per assolvere a doveri di cortesia e, tutto sommato, si proponeva anche di attirare, in questo modo, nuova clientela alle baracche. Insomma, quasi quasi, Cosimo doveva ringraziarlo.
In effetti, da quando c'era Matteo alle baracche, si notava un po'pi di movimento, ma era perch avevano cominciato a venire a farsi i bagni l un gruppo di signorine (signorine? Mah, Dio solo sa da che parte lo fossero!), attorno alle quali Matteo e un po'di ragazzacci facevano un vero e proprio bordel... ma s, teniamo la lingua a posto, diciamo: confusione.
Ma Cosimo che, quella sera, contrariamente al suo solito, diventava sempre pi nervoso, si mise a gridare che la verit era che al signorino Matteo piaceva fare il cascamorto con le donne.
Michela, allora, and a buttarsi sul letto singhiozzando. Non sapevo cosa fare per mettere fine a quella scenata.
Matteo si mise a gridare anche lui dicendo che non poteva tollerare di essere trattato come un bambino e, insultando e imprecando, afferr una valigia, ci butt dentro i suoi quattro stracci e se ne and.
"Acqua davanti e vento di dietro!", mi scapp di dire. "Che gli si spezzino le gambe, se rifar la strada per tornare in questa casa!".
Ma Michela, a quelle parole, cominci a fare come una che ha addosso tutte le brutte bestie dell'inferno: si strapp i capelli, si graffi la faccia e, gridando: "Quello  mio marito, quello  mio marito, dove va lui vado io, se si spezza le gambe lui, me le voglio spezzare anch'io", gli si precipit dietro.
Da quel momento fino a quando mi trovai seduta accanto al capezzale di Michela, ormai fuori pericolo, c' come un salto, un vuoto nella mia memoria. Il grido di Michela, il suo corpo raggomitolato in fondo alle scale, poi il bambino morto: un angiolo. Non riesco a ricordare altro.
Michela stette parecchi giorni fra la vita e la morte. Quando si riebbe, si tocc il ventre e chiese per prima cosa: "Dov' il bambino?". Cap dallo sguardo di quelli che eravamo attorno al suo letto e si mise a piangere in silenzio.
Piangeva in un modo curioso: le lagrime le scorrevano una dietro l'altra dagli occhi socchiusi e pareva che dormisse. Ogni tanto un singhiozzo soffocato la scuoteva tutta.
Ritornava alla vita, perch le restava un'altra dose di sofferenze. "Il Signore le ha fatto il miracolo", avevo detto la prima volta, quando si era salvata dopo che si era avvelenata. "Il Signore le ha fatto ancora il miracolo", avevo ripetuto ancora, quando si era salvata da quel parto prematuro. Il miracolo, mah! Forse la verit  che viene fissato all'atto della nascita di ognuno quanto deve patire e, se la dose di sofferenze non  completa, si pu buttare dal terzo piano di una casa, ma non muore. Cos per Michela: aveva da patire ancora ed era per questo, e non per altro, che riusc a vivere.
I rimproveri di Paola quando, molti anni dopo, ricordando la disgraziata vita di Michela, mi vennero queste parole alle labbra! Mi disse - e mai mi aveva parlato cos duramente - che io non ero per niente cristiana, che neanche lontanamente avevo capito che cosa significa credere in Cristo, che potevo continuare a dire tutti i rosari e tutte le preghiere che volevo, ma non sarei per questo diventata cristiana.
Certo, bisogna sapere chinare il capo davanti ai patimenti e accettare quello che Dio ci manda. Dicono che le pene sono espiazione dei nostri peccati. Ma che aveva fatto Michela? Che doveva espiare? E tante altre creature innocenti che soffrono? Pagano i peccati degli altri? E Dio, nella sua immensa giustizia, pu consentire questo?
Se fosse pi chiara la ragione delle sofferenze, ci si rassegnerebbe meglio. Ma finch non troviamo una spiegazione, non abbiamo colpa se ci disperiamo. E Dio, io credo, non pu non perdonare la nostra disperazione.
Allora, per, tutti avevano parlato di miracolo attorno al capezzale di Michela. Tutti erano venuti a confortarla e a dirle di non affliggersi perch un altro figlio, cos giovane com'era, lo avrebbe potuto avere certamente.
Anzi Alessio, per darle maggior conforto, senza rendersi conto che invece le scavava di pi la piaga, le parlava del bambino che sua moglie aveva partorito tre o quattro mesi prima, decantandone le bellezze e le prodezze.
Sara, da parte sua, pretendeva di confortare Michela dicendole che, quanto ai figli, in fondo  meglio non averne. Perch, quando non c' il legame dei figli, se il marito  un farabutto,  pi facile piantarlo.
Giacomo in quell'occasione, non si fece neanche vedere.
Le parole di Sara e l'assenza di Giacomo mi fecero nascere il sospetto che le cose tra i due non corressero pi lisce. Il vecchio, seppi poi, rimbecilliva sempre pi: voleva fare il dongiovanni.
Michela, una volta guarita, cominci a smaniare perch non riceveva notizie dal marito e diceva che voleva persino partire per andare a cercarlo.
"Ma dove?", le dicevo, "dove lo vuoi cercare? Se ti vuole bene, sa dove sei. Se veramente ti vuole bene".
Finch da un conoscente fummo informati che Matteo era a Torino. C'era da immaginarselo, perch proprio l aveva fatto il soldato. Da altre informazioni si seppe che viveva insieme a una donna di malaffare. E, amante del lavoro com'era, si vede che aveva trovato un'occupazione adatta per lui.

6.


Se avessi dovuto tirare, a quel punto, le somme della situazione della mia famiglia, dovevo per forza concludere che l'onore se ne era completamente andato: un figlio che aveva sposato una donnaccia, una figlia che non faceva mistero di avere sbagliato il matrimonio e di essere intenzionata a separarsi e l'ultima figlia, dopo tante peripezie, abbandonata dal marito.
E tutti, tutti s, in quella situazione per colpa loro.
Mia madre, quando ero bambina e combinavo qualche piccola monelleria, mi diceva sempre che andavo a cercare i guai con la lanterna. Ma io che avrei dovuto dire dei miei figli?
I ricordi dell'infanzia. Mi tornano improvvisi. E, forse, fuori posto. Come quando una, che sta mettendo un po'di ordine in un cassetto, pesca una vecchia fotografia. Di quelle tutte ingiallite, con le facce delle persone sbiadite, che non si riconoscono pi, e a stento si riconosce la propria faccia.
Ero io quella bambina, a cui la madre gridava quella frase? Una volta mi spaccai un ginocchio fra gli scogli, mentre andavo in cerca di patelle. Mia madre me l'aveva proibito, ma io, testarda, ci andavo sempre.
Le mattine d'estate, quando il mare era calmo come l'olio e gli scogli non erano ancora arroventati dal sole, appena mi alzavo, mi mettevo in cerca di patelle e di granchi, insieme ad altre bambine.
Pi in l, fra gli scogli che sbucavano dal mare, un gruppo di ragazzi continuava a fare tuffi per prendere i ricci dal fondo. Poi li andavano a vendere in citt. Qualche volta noi ragazze riuscivamo a barattare un po'di patelle con uno o due ricci.
Le barche rientravano, intanto, dalla pesca notturna e, appena le tiravano sulla spiaggia, tutta la frotta dei ragazzi attorno per vedere se avevano fatto buona pesca.
E nessuno di noi ragazzi pensava che era questione di qualche anno ancora e presto sarebbe cominciata per tutti, maschi e femmine, la stessa vita di fatiche.
La salsedine avrebbe bruciato la pelle degli uomini, il sonno perduto, le lotte col mare, gli stenti avrebbero scavato di rughe le loro facce, il mare avrebbe lentamente distrutto o divorato, in una notte di tempesta, la loro vita. E le donne, cariche di figli, avrebbero condiviso le stesse pene e le stesse ansie in uno stesso vivere di stenti.
Stenti, fatiche. Ma io, che ero l'ultima di dieci figli e ricordo mio padre gi vecchio, quand'ero ancora ragazza, non sentii mai uscire dalla sua bocca una parola di lamentela. La parola "stanco" forse egli non la pronunci mai.
Le sue parole, tutte tutte, mi tornano a mente. Ripeteva sempre che egli aveva calcolato la sua vita, dinanzi ai pericoli, quanto un "fondello". Ma, con questo, la sua vita di povero, la sua vita di affanni, non l'avrebbe cambiata, anche se fosse stato possibile, con quella di nessun ricco, di quelli che non possono avere la coscienza a posto, perch non conoscono l'onest.
"La famiglia?", diceva, "cos' una famiglia se non c' onest? L'onest di tutti: del padre, della madre, dei figli. Una barca senza timone. E l'onest non  la stessa cosa di quello che chiamiamo onore, anche se non ci pu essere onore senza onest. A chi ti leva l'onore, si dice, levagli la vita. S, ma l'onore si perde solo quando qualcuno della famiglia lo vuole perdere, perch non  onesto. E allora  giusto che un altro si macchi le mani di sangue?".
Come, ricordando queste parole di mio padre, mi pare di saltare tutta questa lunga serie di anni. Un tuffo da far paura.
Mi rivedo l, lontano, lontano... ragazza. La nostra casa era l'ultima di un vicoletto che portava alla spiaggia. Quando avevo una quindicina d'anni, lavoravo per prepararmi il corredo da sposa. Mi sedevo in cortile dove c'erano una pianta rampicante di gelsomino e un limone che facevano molta ombra. E vi arrivava il respiro fresco del mare.
Mio padre si veniva a sedere vicino a me con la pipa in bocca e si metteva a discorrere della sua vita, dei suoi figli. Ero l'ultima figlia rimasta in casa. Tutti gli altri si erano sposati e avevano preso ognuno la propria strada. Alcuni erano in America e mandavano a volte un po'di denaro. Altri erano imbarcati e stavano bene anche loro. Mio padre era contento di tutti e ringraziava il Signore che aveva tenuto a posto la mente di tutti i suoi figli. Altro nella sua vita non aveva desiderato.
"Si sa", aggiungeva, "che la mente umana  come un filo di capello, che fa presto a spezzarsi, a volar via e, se non c' Dio che ce la regge, si fanno delle grandi pazzie".
"E la pazzia di uno della famiglia", precisava a volte, "ricade, necessariamente, sulle spalle di tutti gli altri. Basta che sbagli uno e la famiglia si sfascia. E una volta che  sfasciata,  sfasciata. E ognuno di quella famiglia ne porta il peso e, solo quando riesce a crearsi lui una nuova famiglia assestata, pu togliersi dalla faccia la vergogna che pu avergli buttato o il padre o la madre o un fratello o una sorella".
Quando faceva questi discorsi, tentennava la testa, povero vecchio, e aggiungeva che forse a qualcuno questa storia che la colpa di uno deve pesare su tutta la famiglia pu sembrare ingiusta. Ma, giusto o ingiusto che fosse, era proprio questo ci che faceva l'unit della famiglia e il freno maggiore perch ognuno sapesse dove metteva i piedi e non sgarrasse.
Ma gi lui diceva che i tempi erano cambiati e che questo senso di responsabilit di ognuno di fronte a tutti i suoi si stava perdendo. Gli sembrava che il cambiamento dipendesse dalle novit che man mano si introducevano in paese: il suo ingrandirsi, la linea del tram che ci passava in mezzo e le case che venivano costruite diversamente, con mille finezze e con poca robustezza. E i tetti che invece di essere di canne intrecciate, ricoperte di tegole, ora li facevano col cemento, in modo che sopra ci fosse la terrazza. Perch era venuta la moda di affittare la casa ai forestieri che venivano a farsi i bagni d'estate. E il paese era diventato un via vai di gente di citt, rumorosa e sfaccendata.
In questa baraonda ognuno viveva per s, cercava di rassomigliare sempre pi alla gente di citt e si sganciava, a poco a poco e senza saperlo, dalla famiglia.
Mi viene da sorridere ripensando a queste parole di mio padre e ricordando com'era la mia borgata l'ultima volta che ci sono passata. Mio padre, certo, non riconoscerebbe pi il suo paese, se potesse vederlo ora.
Ma, se c'era un tantino di verit in quello che egli diceva, ora veramente  venuta l'epoca in cui la famiglia, come la intendeva lui,  proprio finita e ognuno, se sbaglia, sbaglia per s solo.
Che, magari,  una cosa giusta.
Per, una volta sganciato dalla famiglia, ognuno di noi non , nel mondo, che una barca in mezzo a un mare in tempesta.


I commenti di certa gente. Come hanno avvelenato, a volte, la mia vita.
Se suo figlio, andava dicendo Concetta - come non mancarono di riferirmi - se ne era scappato da quella casa lasciando la moglie, si vede che aveva le sue buone ragioni e doveva averne viste tante che infine non aveva sopportato pi.
Nunzia, poi, rinforzava il discorso dicendo che io, tutti gli scrupoli, li avevo per la nuora che, per, messa a confronto con le sue cognate, era uno specchio d'onest.
Io, secondo lei, non avevo fatto altro che calunniare Annetta, sorvolando invece sui cento e pi fidanzati di Sara; che, infine, se si era voluta sposare, poich  difficile che un giovane a modo si persuada a sposare una gi "caduta dall'asino", aveva dovuto acconciarsi a prendersi un vedovo, vecchio o quasi. E la suora? E che ne sappiamo perch si era fatta suora? Sarebbe stata la prima che, avuta una "disgrazia", preferisce, visto che nessuno la sposerebbe, farsi suora? Non parliamo poi dell'ultima della famiglia, che si comporta in modo tale da fare scappar via il marito.
Pi di ogni altra cosa, mi faceva soffrire l'accenno a Michela. Lei, che non aveva meritato l'abbandono del marito, che soffriva in silenzio, che sperava sempre nel ritorno di lui e non aveva occhi per nessun altro uomo al mondo, non solo non meritava quelle parole, ma, se  vero che ci pu essere santit in terra anche in chi non fa miracoli, poteva stare sugli altari.
Da mesi deperiva, si consumava come una candela. Per un certo periodo, ogni sera, le veniva un po'di febbre. Due o tre linee. Avremmo dovuto allarmarci e invece... Poi la febbre scomparve e, a poco a poco, and rifiorendo.
Verso l'inizio dell'estate - era gi quasi trascorso un anno da quando Matteo l'aveva abbandonata - cominci a sembrare serena. E certe volte era persino allegra. Aveva ripreso i libri e diceva che presto si sarebbe presentata al concorso magistrale.
Dopo un po'di tempo venni a sapere da che cosa derivava tutta questa sua contentezza. Matteo aveva cominciato a scriverle, promettendole che presto (non appena avesse trovato un lavoro stabile: ma lui non aveva fretta di trovarlo n stabile n instabile!) sarebbe venuto a riprendersela. E Michela aveva replicato che si era messa a studiare e, una volta che avesse avuto il posto di maestra, si potevano riunire.
"Ma bene, battiamo le mani!" dissi io, quando sentii questi propositi di Michela. "Certo, era quello che sperava quel modello di marito: che tu lavorassi e lui vivesse a tuo carico".
Ma Michela scroll le spalle e continu a studiare. Forse pensava che io fossi contro Matteo per partito preso e dovevo apparirle una madre ingiusta.
 spaventoso sentirsi giudicare cosi dai figli! Io, invece, continuavo a pregare perch i disegni di Michela riuscissero e toccasse anche alla sua povera vita almeno un briciolo di felicit.
L'uomo propone e Dio dispone, si sa. E deve, deve esserci una ragione del perch dispone in un modo anzich in un altro, anche se noi non la vediamo. Dobbiamo crederci se non vogliamo impazzire.
Tutte le speranze di Michela di riunirsi al marito, di formarsi anch'essa il suo nido, andarono in fumo. Proprio mentre era impegnata con gli esami scritti del concorso, arriv Matteo dicendo che finalmente aveva trovato un lavoro, ma purtroppo lontano, in Africa, nei pozzi di petrolio.
Abbracci e commozione di Michela quand'egli arriv. Poi due giorni in cui lei si sent folle di gioia. Due giorni che passarono come un lampo. Ma lunghissimi, perch durarono tutta la vita nell'anima di Michela.
E altri abbracci, altra commozione alla partenza di Matteo per l'Africa.
Pareva destino che, ora per una ragione ora per un'altra, ora perch era storto lui, ora perch ci si mettevano di mezzo le cose stesse della vita, questo marito era come se Michela non l'avesse.
Alcuni mesi dopo si seppe che Michela aveva vinto il concorso e l'avevano destinata in un paese molto lontano, di un'altra regione, di cui non ricordo nemmeno il nome.
Io non volevo che Michela accettasse il posto. Le mancava il pane forse? Come poteva avere il coraggio di lasciarmi, lei, l'ultima dei figli rimastami in casa?
Sentendo questo discorso, Michela mi abbracci tante e tante volte. Ma non volle lo stesso sentire ragioni. Diceva che non era questione di pane e, tanto meno, mancanza di affetto ma si trattava soltanto di pensare seriamente al suo avvenire. Se lei aveva studiato per fare la maestra, ora non si poteva tirare indietro.
Mentre il treno se la portava via, vidi scomparire il sorriso dalla sua faccia, che divenne pallida e affilata. Mi venne da gridare e, siccome non mi dominavo pi, Cosimo mi afferr per le spalle e mi trascin fuori dalla stazione.
Tutti i figli lontani.
Anche Sara da un po'di tempo era partita. Il marito si era sistemato a Roma. Tutto decoro di fuori, Giacomo non mi aveva mai ispirato simpatia. Dopo l'epurazione, non era pi rientrato nell'esercito, ma si era buttato in politica e non so cosa facesse. Le poche volte che parlai con lui, non gli sentii in bocca altre parole che: Patria, Religione, Dovere e Onore. E come se ne riempiva la bocca. Come si scandalizzava, poi, di tutto, di quello che avveniva in politica, di quello che capitava intorno, dei fatti di cronaca, dei matrimoni sfasciati, di quello che facevano i ragazzi delle nuove generazioni, dei nuovi balli, delle nuove canzoni, di una mezza parola non del tutto pulita che poteva sentire casualmente in giro o, peggio, che poteva magari scappare di bocca a Cosimo. Di tutto si scandalizzava.
Non me ne dispiacque quando se ne and fuori dai piedi, ma mi si strinse il cuore a pensare alla vita di Sara. Almeno, vivendo vicino a noi, aveva agio di venirsi a sfogare di tanto in tanto, specie con suo padre.
Per Giacomo non andava bene nulla di quello che faceva Sara. Poteva essere diversamente? Allegra di carattere, anche se a volte un po'lunatica, capace di pigliare fuoco e di smorzarsi nel giro di due minuti per qualsiasi progetto: una gita, un viaggio, la visita a un'amica, facile a parlare a vanvera, a cambiare parere nello stesso momento che lo esprimeva, a esaltare una persona per poi sminuirla subito dopo, a farsi mille illusioni, a dare la sua fiducia a chiunque, Sara non poteva assolutamente andare d'accordo con il marito, che era un libro stampato di regole, di etichetta e di ostentato decoro.
N il suo cuore grande, generoso, tutto impulsi e scatti, poteva essere apprezzato da un uomo cos. Cominciarono a litigare fin dai primi anni di matrimonio.
S, Sara lontana, Alessio come se fosse chilometri lontano anche lui, perch non si ricordava mai dell'esistenza dei genitori, Michela a fare la maestra... e Paola, s, spesso la trovavo, ma a volte c'era solo suor Giovanna. Oh, suor Giovanna, figlia mia, non voglio offenderti pensando queste cose. Ma spesso come ti sentivo distante. Lo so, lo so, sei di Dio, sposa di Ges. Ma che bisogno avevo di conforto, quando venivo a trovarti in quel periodo. E non sempre riuscivo a chiedertelo. Una figlia suora  suora; esitavo, quasi, ad abbracciarti. Ma spesso non potevo frenarmi e mi mettevo a piangere.
"Mamma, mamma", mi facevi, "lo sai che Dio ci affligge, ma non ci abbandona. Prega, prega. Egli ti dar tanta pace, vedrai. Bisogna mettersi nelle Sue grandi mani".
"Come?", aggiungevi con un sorriso. "Sono le mani che reggono tutto l'universo e vuoi che non possano reggere anche il nostro piccolo cuore?".
Cosimo e io eravamo rimasti soli soli.
Tutta la nostra vita consisteva nell'aspettare notizie dei figli. Certe sere ci guardavamo in faccia e non sapevamo che dirci. A volte Cosimo prendeva un mazzo di carte. "Facciamoci una briscola", mi diceva.
Vedevo passarmi le carte in mano senza quasi riconoscerle e le giocavo sbadatamente, perch i miei pensieri mi portavano altrove. Poi Cosimo cominciava a sbadigliare: "Andiamo a letto?".
Ma spesso io non riuscivo a chiudere occhio per l'intera notte. I rintocchi delle ore mi facevano sussultare. In ogni rintocco il volto di ciascuno dei miei figli in pena.
Quello di Paola, quando dinanzi al mio desiderio di veder divenire suora anche Michela si era silenziosamente rigato di pianto. Ah, suor Giovanna, tu sei serena, sempre sorridente, pronta ad accorrere accanto a chi soffre. Ma dentro? E io non l'ho saputo n lo sapr mai, il motivo delle tue pene.
Turbato mi appariva anche il volto di Sara che non poteva non essersi pentita mille volte di non avere ascoltato i miei consigli e che certo, anche se nulla traspariva dalle lettere, ogni giorno inghiottiva un boccone amaro.
Ma quanto pi straziante l'apparizione del volto di Michela, tutto teso di ansia per il marito. Non faceva che parlare di lui nelle lettere. "Matteo mi ha scritto che si trova nel deserto...", "Non mi scrive da dieci giorni", "Sono felice, torna in Italia ". (Era stato, manco a dirlo, licenziato). Ogni suo respiro era per lui.
E il volto chiuso di Alessio. Lo immaginavo, questo povero mio figlio, roso dalla gelosia e poi, pentito, chiedere perdono alla moglie di avere ingiustamente sospettato.
Ogni volta che mi veniva riferita qualche cosa sul conto di Annetta - perch c'era sempre chi si prendeva la briga di informarmi - sentivo una fitta al cuore e una furia, una smania mi prendeva di correre da mio figlio a gridargli: "Apri gli occhi, Alessio. Guarda che fango c' attorno a te".
Ma dovevo farmi forza a frenarmi. Sapevo come avrebbe reagito Alessio. O non mi avrebbe creduto e avrei cos ottenuto solo di farmi odiare, o avrebbe cercato prove e le prove gli sarebbero servite per un solo scopo: uccidere. Ero certa che Alessio non avrebbe esitato. La furia di quel giorno me lo confermava.
Dovevo tenermi tutto nel cuore. No, non ci sarebbe stato il delitto d'onore a casa mia. Finch io avessi avuto fiato, nella mia famiglia nessuno si sarebbe sporcate le mani di sangue, n si sarebbe servito del sangue altrui per lavare il proprio onore.
Una sera, appena a letto, col cuore gonfio di quell'angoscia che avevo dovuto chiudere in me e di quel grande silenzio che da quasi un anno c'era nella casa, mi ero sentita stringere la gola e, a un certo punto, i singhiozzi avevano cominciato a scuotermi.
Cosimo se ne accorse. "Che hai? Che hai? Pensi sempre ai tuoi figli?".
Non seppi dire una parola. Ma non c'era bisogno di nessuna spiegazione, perch certo anche lui doveva sentire attorno a s un vuoto da dare il capogiro.
"Stupida, stupida! Non fare cos. Non ci sono io con te?".
Mi ricordavo dei primi tempi del nostro matrimonio, quando avevo una terribile nostalgia della casa paterna e mi veniva ogni sera da piangere. Ma mio marito mi abbracciava e avevo imparato, volendogli bene, a vincermi e a divenire donna.
Dovevo vincermi ancora.

7.


Ritorn l'estate. (Ma perch, perch tutti i miei ricordi sono collegati, in un modo o nell'altro, a questa stagione? Quasi che vivessi per l'estate, prima attendendola, poi vedendomela scappare dalle mani e infine rimpiangendola e preparandomi all'altra. Era il mestiere di Cosimo, forse, che influenzava cos la mia vita). Con la fine delle scuole mi sentii risollevata: Michela tornava a casa, dopo il suo primo anno di insegnamento.
Si dice sempre che l'ultimo figlio o l'ultima figlia sono quelli che mettono radici nel cuore dei genitori, che sono le foglie tenerelle, che la pianta quasi tiene strette ancora a s e protegge. E tanto pi le protegge, quanto pi la pianta si avvia a invecchiare.
E, certo, quando io avevo Michela vicina era come se avessi, in lei, tutti gli altri miei figli.
Volevo per questo meno bene ad Alessio, l'unico maschio? Ogni giorno stavo in ansia per lui, ogni notte mi tormentavo per lui.
Oppure Sara occupava meno posto di Michela nel mio cuore? Cos diversa da me di carattere e tanto simile a suo padre, Sara mi piaceva. Era la pi divertente delle mie figlie. Un'allegria, quando c'era lei in casa! Cantava dalla mattina alla sera, con una voce terribilmente stonata, ma mettendoci dentro tutta la sua gioia di vivere. Salvo i periodi in cui si innamorava - che erano brevi fortunatamente, perch le passava subito - si allargava il cuore di chi le viveva vicino. Mia povera Sara, come sei cambiata anche tu, ora. Da non riconoscerti pi.
No, nessuno dei miei figli ha rubato posto ai fratelli nel mio cuore. Neanche la prima, quella in cui mi vidi rispecchiata e fu ci che io, forse, avrei voluto essere, una religiosa; quella che mi fa ricordare sempre che questo mio vivere non  stato altro che un viaggio, penoso, s, ma alla fine del quale ci si incontra, certamente, tutti in Dio.
Tutti presenti i miei figli in Michela. E degli altri, infatti, parlavo con lei continuamente. Anche se lei, invece, non faceva altro che parlare di Matteo.
Lo aspettava quell'estate; le aveva assicurato che gli avrebbero dato una quindicina di giorni di ferie e lui se li sarebbe venuti a godere vicino alla sua "adorata mogliettina". Oh, disgraziato. Non fece che rimandare il suo arrivo di lettera in lettera; poi scrisse che per quell'anno le ferie se le poteva scordare. Si seppe poi che aveva passato le vacanze all'estero e che non era affatto occupato presso una ditta. Alcuni mesi dopo giunse la notizia che era stato arrestato non so se per contrabbando o per altre malefatte.
Per distoglierla un po'dal suo pensiero fisso su questo marito, che aspettava di giorno in giorno e non arrivava mai, io parlavo a Michela degli altri. Di Alessio soprattutto e della sua disgrazia.
"Ma come  possibile, come  possibile?", faceva Michela. "Una donna che vuole bene a suo marito... piuttosto morta".
"Sempre, meglio morta", replicai, "piuttosto che perdere l'onore".
"Ma se non vuole bene a suo marito, perch non scappa via con l'uomo...".
"Scappare? E con chi? Con quale dei suoi amanti?".
"Ma  una puttana, allora! Scusami, mamma".
La parola, come un sasso caduto nel mare, produsse un tonfo. Restammo tutt'e due un attimo a guardarci.
Eravamo nella terrazza di casa nostra. (Se chiudo gli occhi, mi ci rivedo ancora in quella casa. E quanto dovevo rimpiangerla dopo). Sedevamo su due poltrone di vimini, all'ombra, e una fresca brezza stemperava l'arsura della giornata.
Doveva persuadersi, continuavo a dire a Michela, che non era un fatto nuovo questo per Annetta. Lo era sempre stata, donnaccia. Anche allora, quando lei aveva per questa cognata tanto affetto e tanta fiducia.
Sembr non gradire questo ricordo, Michela, e mi disse di lasciare stare le cose passate. Ma io insistevo dicendo che, se allora questa donna non fosse stata quello che era, non avrebbe potuto consentire che in casa sua avvenisse quello che era avvenuto. Da quel fatto io la misuravo.
Michela, invece, non vi vedeva che una leggerezza. E questo non aveva niente a che fare con il tradire l'amore del proprio marito.
L'amore era la parola al centro di tutti i discorsi di Michela.
"L'onore?", diceva. "Ma che discorsi, che discorsi, i nostri. Siamo arretrati, barbari. L'amore, non l'onore  quel che conta nella vita. L'amore che  dedizione totale di due esseri, l'amore che non conosce tradimento, perch diversamente non  niente".
E io pensavo ai miei zii, Barbara e Tino, che ora sono, da tanti anni, nella pace dei giusti e che nella vita erano stati veramente l'esempio, l'unico esempio che io ho potuto vedere con i miei occhi, di quello che, secondo Michela, avrebbero dovuto essere un uomo e una donna.
Sentivo che era giusto quello che diceva, ma potevo assicurarle che le coppie, come diceva lei, forse si possono contare sulle punta della dita in tutto il mondo.
"Quando c', c'", diceva ancora Michela, "e quando non c', non c'. E se non c'  inutile fare drammi, tirare fuori coltelli, rivoltelle e ammazzare. Ognuno per la sua strada, punto e basta. Cos Alessio.  stato tradito nel suo amore? La lascia e basta".
I discorsi di Michela mi avevano un po'frastornata la testa. Una sera, quando lei era gi ripartita, mi venne fatto di dire, parlando con Cosimo, che bisogna distinguere fra "onore vero e onore che non significa nulla" Quello vero, diceva Michela, dipende dal proprio comportamento; l'altro, invece,  legato al pudore della famiglia e perci  affidato alla sorte, alla combinazione e ai guai della vita.
Ma Cosimo disse che queste novit lo facevano ridere. Cosa pretendevano i giovani, di ribaltare il mondo? Volevano modificare le basi sulle quali ha sempre poggiato e i principi per mezzo dei quali ha potuto andare avanti? Magari sar sbagliato, ingiusto - chi dice di no? - che uno debba perdere l'onore senza colpa propria. Ma sono cose a cui si  sempre creduto e a cui bisogna continuare a credere.
"Affonda il mondo, diversamente, capisci?  necessario che una moglie sappia sempre, si ricordi ogni minuto che campa, che se sgarra compromette l'onore del marito. E cos le altre donne della famiglia, siano figlie, siano sorelle; devono ricordarsi che  l'uomo che ci va di mezzo, che a lui, facendo certe cose, insozzano la faccia. A certe cose bisogna credere. Come nella religione. Ti ricordi che lo diceva anche Giacomo?".
"Lascia andare, non lo nominare, che  meglio!".
E qui Cosimo, volendo riprendere i discorsi di Giacomo e atteggiandosi a miscredente, diceva un sacco di sciocchezze.
Oh, Cosimo, Cosimo! Quando infilavi lo scivolo su queste cose, chi ti fermava pi? Ora tu la conosci, la verit, perch sei nel mondo della verit... e a me basta, per credere in tutto quello che mi  stato insegnato, sentirvi, quelli che non ci siete pi, dentro di me e parlarvi come se foste ancora vivi. Ed  questa la prova che sono nel vero.


L'anno delle sciagure stava, ormai, alle porte. I guai cominciarono con la completa rovina economica di Cosimo.
Il danno che egli aveva subito nel periodo di guerra, a causa della forzata interruzione della sua attivit e della completa volatilizzazione di tutti i suoi capitali, non pot mai essere completamente pareggiato con i guadagni degli anni successivi.
Era un peso che Cosimo si trascinava di anno in anno, come una palla al piede, che ora diminuiva - e allora lui felice mi comunicava, con la sua solita leggerezza, che entro il giro di qualche mese non avrebbe avuto pi debiti - e a volte invece aumentava e in tal caso egli restava abbattuto l'intero anno, non pensando ad altro che al ritorno dell'estate, agli incassi che avrebbe fatto e magari a qualche novit da introdurre nelle baracche, a qualche ingrandimento, a qualche iniziativa, che, alla resa dei conti, spesso si risolveva in altri debiti.
"L'industria del divertimento!", diceva continuamente: "ci potrebbe essere fonte di guadagno pi sicura! A pensarci per da lontano, senza esserci dentro. Ma mettetevi dentro e vedrete che bisogna inventarne sempre una nuova per attirare la gente".
E lui ne aveva inventate di ogni specie, ma non gliene era mai andata dritta una. Finch, un anno, verso i primi di ottobre, alle normali delusioni che da un po'di tempo venivano succedendosi alla chiusura di ogni stagione balneare, venne ad aggiungersi la rovina completa.
Si scaten una tempesta quale io non ricordavo di avere mai visto. I marosi gli schiantarono completamente le baracche, gliele ridussero a un ammasso di rottami, che non pot nemmeno recuperare.
Un mare, quell'anno, veramente da far paura. Nel porto stesso della citt molte navi ebbero gravi danni e un pezzo di molo fu distrutto dalle onde.
L'impressione che fa la tempesta a tutti noi, gente nata e vissuta sulle rive del mare. Uno spettacolo che atterrisce e che pure ti costringe a metterti l a guardare.
Quand'ero bambina, tutta la gente accorreva sugli scogli in un punto elevato, al sicuro, a guardare quello che succedeva e spesso ad aspettare qualcuna delle barche che non era rientrata ancora. Allora l'attesa diventava angosciosa e c'era l'intero paese in ansia. Ma anche quando tutte le barche del paese erano al sicuro, trascinate sul greto del porticciolo, fin quasi sotto i gradini della chiesa, si formava sul punto pi alto della scogliera, che era quasi all'imbocco dell'insenatura, un gruppo di persone, specialmente ragazzi.
E, tutti zitti, stavamo a guardare il mare. "Fa come un pazzo", commentava tutt'al pi qualche vecchio. Lo sentivamo come il padrone delle nostre esistenze, come un essere consapevole che poteva darci felicit o disgrazie.
E lontano lontano, per tutta l'immensa distesa, le onde schiumavano le une sulle altre. I cavalloni che si avventavano contro la scogliera superavano d'un balzo quell'altezza e gli spruzzi giungevano fino a noi. Atterriti e affascinati, stavamo l ore e ore.
Quell'anno, altro che fare il pazzo, il mare. Divenne un demonio. Cosimo ci rimise tutto. L'estate successiva gli fu necessario fare debiti per cifre enormi per impiantare di nuovo le baracche. Le banche vollero ipoteche sulla casa. Per due anni ancora tir avanti come pot e infine il crollo. A fine ottobre non riusc a fare fronte a tutte le scadenze per le quali si era impegnato. Il fallimento. La casa fu messa all'asta, tutto sigillato. Cosimo e io ci sistemammo in un buco di casa, due stanzette alla periferia della citt.
Oramai, nella nostra vita tutto era andato in fumo. I figli sparpagliati, ognuno per i fatti propri e lontani, la casa espropriata e Cosimo senza lavoro. E fu tanto il veleno che egli inghiott che, giorno per giorno, pareva si disfacesse. "Presto saremo all'elemosina!", continuava a ripetere.
Si guardava attorno, come se non riuscisse a credere a quanto era accaduto. Poi si buttava su una sedia e stava lunghe ore in silenzio con gli occhi perduti nel vuoto. A volte io, tornando a casa, lo ritrovavo nella stessa posizione in cui l'avevo lasciato.
Era il male che covava gi in lui? Oppure i dispiaceri che si era preso negli ultimi tempi gli avevano rovinato la salute? Una malattia al fegato che non perdona se lo port via nel giro di un mese. Nel corso della breve malattia solo Alessio e Paola poterono venire a fargli visita.
Egli nomin, fino a quando riusc a parlare, tutt'e quattro i figli e poi, quando dalla bocca non gli usciva pi neanche un filo di voce, continu a girare gli occhi intorno come se li cercasse.
Ma furono tutti presenti ai funerali. Fu l'ultima volta che ebbi i miei figli attorno a me. Tutti riuniti per riversare su me le loro pene con uno sfogo anche con una mezza parola o con un semplice sospiro.
La stessa Paola, da cui aspettavo le parole di conforto che in circostanze del genere possono venire dalle persone votate a Dio, pareva chiusa nei suoi pensieri.
Fu in quell'occasione che Sara, piangendo, mi confid la vera natura di quel vecchiaccio di suo marito. L'uomo specchio di rettitudine, l'uomo che si scandalizzava di tutto, aveva una decisa inclinazione per le minorenni, per le bambine anzi. Dapprima aveva cominciato con le servette che avevano in casa e, quando Sara, capito che pi suo marito diventava vecchio pi si interessava alle ragazzine, cambi il tipo delle persone di servizio, orientandosi verso donne anziane, l'uomo tutto d'un pezzo aveva cominciato a infastidire le dodicenni, le decenni persino, ai giardini pubblici. E se una volta non avesse sborsato a una famiglia fior di biglietti da diecimila lire, sarebbe scoppiato uno scandalo.
Per certa gente l'onore non ha niente a che fare con l'onest. E mentre non transige sull'onore, chiude gli occhi sulla propria onest. Per Giacomo, l'uomo senza onore della nostra famiglia non era lui, ma Alessio perch era sulla bocca di tutti avendo una moglie che lo tradiva in continuazione.
Non uno dei matrimoni dei miei figli era stato felice. Erano tutti in balia di un destino avverso. Mi tremava l'anima per quello che si stava preparando ancora per me, altri dispiaceri, altri veleni. E mi pareva di non poterne pi.
Dopo qualche mese dai funerali di mio marito, cambiai casa e andai ad abitare in una zona vicino al mare. Ripensavo ai luoghi dov'ero nata: gli scogli, il piccolo promontorio e, pi in l, un grande scoglio, quasi una penisoletta, a forma di cono. Mi ricordavo quando, da bambina, facevo un giro in barca attorno a questo scoglio con qualcuno dei miei fratelli. E mi pareva un posto selvaggio, lontano dal mondo, dove avrebbero potuto succedere tutte le cose che si raccontano nelle favole.
Invece ora so che tutte le cose belle che si raccontano nelle favole non ci sono proprio al mondo.
Stanca stanca, ritornavo nelle vicinanze del mare, con la speranza di un po'di pace, ma senza nessuna sicurezza di poterla davvero avere.


Ero tornata alla povert della mia infanzia. Certo, se Cosimo fosse vissuto ancora alcuni anni, avrebbe potuto riprendere la sua attivit... Ma che dico? Beato lui, che era morto! Gli era stato risparmiato il pi grande dolore che un padre e una madre possono avere.
Il destino di Michela ormai era segnato. Gi nei pochi giorni che si era trattenuta con me, in occasione dei funerali del padre, mi ero un po'impressionata: l'avevo sentita spesse volte tossire in maniera strana, senza che fosse raffreddata: una tosse secca, stizzosa.
Da anni e anni Michela aveva trascurato la sua salute. Gi alcuni anni prima, quando i dispiaceri che si era presi a causa di Matteo l'avevano consumata dentro, mi ero accorta che la sera le veniva un po'di febbre. Il clima, poi, del paese dove era stata mandata a insegnare non poteva certo averle giovato.
Mi scrisse dapprima che, per ragioni di salute, da alcuni giorni non poteva pi andare a scuola e poi mi comunic che per un po'di tempo doveva lasciare l'insegnamento e che presto sarebbe ritornata a casa. Torn malata di polmoni. E, a questo punto, una madre che deve fare? Voltare pagina e cambiare discorso? Oppure, uno per uno, ricordare tutti i particolari, le minuzie, i giorni d'ansia, quelli di speranza, gli alti e bassi della malattia? E darsi, a ogni ricordo, una coltellata al cuore?
"Niente, niente!", dicevano i medici, quando Michela entr in sanatorio: "un po'di tempo qui e poi la guarigione. Una bella ragazza cos non deve guarire? Con i mezzi di oggi? Che cos' la tisi? Una malattia un po'pi complicata delle altre e un po'pi lunga di durata, ma non pi una malattia che non perdona".
E io, cieca, non capivo che, tutte queste cose, i medici le dicevano per incoraggiare Michela. Certo lei si aggrappava, con tutte le sue forze, alla speranza di guarire, ma non era a se stessa, mai, che pensava; non faceva altro che pensare a Matteo e si struggeva per il desiderio di rivederlo.
Quando, dopo qualche mese che si trovava in sanatorio, giunse la notizia che Matteo, a causa di un'amnistia, sarebbe uscito presto dal carcere, non stava pi nella pelle per la gioia; dall'ansia spingeva avanti i giorni con gli occhi.
In queste condizioni, perse quel po'di appetito che aveva e continuava a dimagrire.
Allora volli parlare col Professore che era a capo del sanatorio. " inutile", disse, "se il malato non ci aiuta, noi non possiamo fare niente o ben poco".
Michela non si metteva quieta e tranquilla, come deve stare un ammalato di polmoni, ma la cosa pi grave era che il pneumotorace non le giovava. Quando i medici si decisero a comunicarmi queste notizie, capii che ormai non c'erano pi speranze per Michela. Ma questo successe dopo pi di un anno che Michela era in sanatorio. E prima c'erano stati altri dispiaceri.
Matteo, appena uscito dalla prigione, venne a trovare Michela in sanatorio, come se fosse andato a trovare un amico malato per un debito di cortesia; si trattenne ancora in citt per due o tre giorni e poi, con la scusa che doveva andare a cercarsi un'occupazione (era l'eterno disoccupato, dava persino nausea a sentirlo parlare della sua ricerca di un lavoro!), era partito per Torino, da dove ogni tanto mandava una cartolina. Dio solo sapeva cos'era andato a fare. Preferisco non immaginarlo.
Michela gli scriveva lunghe lettere, pregandolo, supplicandolo di venire a trovarla, di scriverle una parola di speranza, ma egli non le dava neanche retta.
Mi decisi ad andare a trovare la madre di Matteo. "Bisogna ricordarglielo", le dissi, "a questo benedetto uomo che ha moglie e che non  pi un ragazzo".
E quella disgraziata mi rispose tranquilla che non si poteva pretendere che un povero giovane, appena appena risollevatosi da uno scivolone, mentre stava lottando per sistemarsi, si occupasse della moglie tisica e le facesse l'infermiere.
"Se Michela", aveva concluso, " stata disgraziata, non si pu certo dire che Matteo  stato fortunato. Perci  giusto che ognuno si tenga la propria disgrazia".
S, aveva ragione: ognuno si tenga le proprie disgrazie. Che pu pretendere dagli altri?
Quando subentrarono per Michela le complicazioni intestinali, la sua salute cominci a peggiorare rapidamente. Ogni giorno andavo accanto al suo capezzale a tenerle compagnia. Ormai non si alzava pi dal letto.
Si sentiva, certo, morire a poco a poco, ma non lo dava a capire e anzi fingeva di credere che presto sarebbe guarita.
Era un fingere terribile da una parte e dall'altra.
Ma un giorno Michela non seppe contenersi e disse chiaro: "Tu credi che lo rivedr ancora, prima di morire?".
Non faceva altro che pensare a lui. E Matteo, in tutto il tempo della malattia, non le mand che tre lettere.
Un giorno, ancora, mentre si stava discorrendo d'altro e, fingendo tutt'e due di credere alla guarigione, si parlava dell'avvenire, Michela disse improvvisamente che non aveva importanza vivere qualche anno in pi o qualche anno in meno; anzi per chi, come lei, aveva tutta la strada ricoperta di spine, era meglio andarsene prima.
Dovetti uscire dalla stanza per non farmi vedere piangere. Ma c'era un urlo dentro di me, che dovevo contenere, un urlo grande quanto il mio dolore.
Qualche tempo dopo cominciarono le crisi. In una di queste, lasciarono capire i medici, Michela sarebbe morta.
Alessio e Sara venivano a farle visita quando potevano. Paola veniva pi spesso. La distraeva riferendole della sua attivit e delle sue occupazioni, la confortava parlandole di Dio e spesso la faceva sorridere ricordandole episodi della sua infanzia.
Una sera, mentre Paola parlava, Michela sembr assopirsi. Paola si alz e, in punta di piedi, stava per andarsene. "Trattieniti qui stanotte", le dissi, "Michela sta troppo male. Ho paura". Ci sedemmo vicine al letto, in silenzio.
Michela respirava affannosamente e sembrava dormire. Poi si svegli come di soprassalto. A stento si rizz a sedere in mezzo al letto. Si capiva che voleva dire qualche cosa. E un peso le calava sulle palpebre che non potevano pi aprirsi. La bocca si mosse appena.
"Vuoi appoggiarti un po'? " domand Paola.
Michela fece di s con la testa. Paola, sostenendola con un braccio, la adagi pian piano sul cuscino. Con l'altro braccio le fece il segno di croce. Era morta.
E l'urlo, contenuto per mesi e mesi, usc dal mio petto.
Null'altro, null'altro ricordo. Basta, basta.
Ma so che da dodici anni pi dico basta e pi ricado in questo discorso. E se non ho nessuno con cui parlarne, macino dentro di me i ricordi. E le lagrime, quasi senza che io me ne accorga, colano lente lungo le rughe che hanno scavato nel mio viso.

8.


E che altro dovrei aggiungere? Potrei proprio fermarmi qui. Dinanzi a questa mia grande pena, tutto il resto che accadde poi quasi scompare. Accennare ancora a qualche altro dispiacere? A quelli di Paola? Continuare a esporre i guai di Sara? Quelli di Alessio? Non so nemmeno se mi basta la forza per farlo. Li sento quasi come fatti che non mi sono appartenuti pi. Ma ho dovuto viverli. E sono stati fatti miei come dei miei figli.
Vennero anni grigi, uniformi. Senza pene. Sereni, dunque. Quasi non mi occupavo pi dei miei figli. Sapevo che ormai la mia vita di madre si doveva limitare a pregare in silenzio per loro.
Di tanto in tanto venivano a trovarmi i figli di Alessio. Io me li stringevo al cuore, mi pareva di risentire la gioia di quando avevo piccoli i miei; ma poi, un piccolo gesto, una parola, il loro andar via da me con indifferenza, me li faceva sentire improvvisamente lontani. Lontani, come solo i nipoti riescono a essere dai nonni.
S,  vero, i vecchi sono niente per i ragazzi: qualche cosa di dimenticato, buttato l. Come un giocattolo o un oggetto caro qualsiasi che pu, anche, far piacere prendere di tanto in tanto in mano; ma di cui, dopo, non ci si occupa pi.
Sereni del tutto questa diecina d'anni della mia vita? Forse no. Anche per Paola giunse, a gran passi, il momento dei dispiaceri. Ma, quando si tratta di lei, non so cosa dire, temo di non essere nel vero, mi confondo. Chi pu capirla, una figlia suora? A un certo punto fu trasferita nell'ospedale di un grosso centro vicino. Perch? Lo chiese lei? Era accaduta qualche cosa che io non seppi mai?
Decisi di trasferirmi anch'io nello stesso paese.
La vita riprese per me il suo ritmo lento e tranquillo. Mi piaceva la campagna dov'ero capitata. Me ne stavo lunghe ore dietro la finestra a guardare i contadini che lavoravano nelle vigne: la potatura autunnale e i fasci di sarmenti che venivano formati da portare sul fuoco... era come se le viti venissero preparate per il lungo sonno invernale; poi spuntavano le gemme, le foglie, e tutto, a perdita d'occhio, diveniva verde; e il sole che indorava i grappoli e, infine, la vendemmia. Un ciclo.
Cos il ciclo della mia vita stava per chiudersi. Rassegnata e serena, mi avviavo verso la fine. Credevo che nel ciclo delle pene, che Dio aveva voluto darmi e che infine avevo accettato cristianamente, non potesse aggiungersi pi nulla. Ma non era cos.
Un giorno il figlio di Alessio arriv dalla citt in motocicletta, tutto agitato.
Un discorso confuso; stentavo a coglierne il filo. E piangeva. Sembrava, nei suoi quattordici anni, ora un uomo, per le cose gravi che riferiva, ora un bambino che esitava a entrare nel mondo dei grandi e non capiva nulla se non che la sciagura si era abbattuta sulla sua casa.
Annetta aveva dovuto essere improvvisamente ricoverata in ospedale e Alessio aveva fatto un inferno. Precipitatosi nel reparto dove era stata portata la moglie, era stato cacciato via dagli infermieri perch gridava come un pazzo che la voleva ammazzare.
Corsi da Paola. "Occorre che torniamo in citt", le dissi, "dobbiamo scongiurare una disgrazia".
Prendemmo una corriera. Io guardavo la campagna dal finestrino, le colline, gli alberi. E tutto veniva travolto velocemente da quella fuga. La mia vita: di tanto in tanto un precipitare, un fuggire senza respiro, attraverso guai e dispiaceri, da lasciarmi	intontita.
Alessio si era chiuso in una stanza. "Che volete?" ci grid da dietro la porta. "Tornatevene da dove siete venute. Non voglio vedervi".
"Alessio, ti prego, aprici", lo scongiurava Paola, "lascia che ti parli. Raccontaci almeno quello che  successo". Non volle aprirci.
Andammo all'ospedale a trovare Annetta. Si era presa una malattia che diceva chiaramente il genere di vita che aveva condotto.
Piangeva e continuava a giurare sulla sua innocenza.
"Non nominare Dio e la Madonna", le disse Paola severa, "e ringraziali del castigo che ti danno da espiare".
Allora (e mi parve di rivedere sua madre, che sapeva fare le scene da commediante cos bene che nessuno la superava, ma che in me per non facevano pi presa), si and a buttare ai piedi di Paola.
Come?, le diceva press'a poco, lei, che era una religiosa, si era scordata di quello che aveva detto Cristo? Che nessuno pu scagliare la prima pietra? E poi, chi poteva veramente dire come vengono quelle malattie? Per forza ci deve essere il peccato di mezzo? E se l'infezione  venuta in un altro modo? E se anche ci fosse il peccato, non esiste pi perdono? E Cristo perch  morto sulla croce?
Paola ne fu colpita e prese a confortarla e a rassicurarla. Anzi le promise che non si sarebbe pi mossa dal suo fianco, finch Alessio non si fosse calmato.
Ma Alessio continuava, chiuso ancora nella stanza, a smaniare. Tanto picchiai alla porta, finch riuscii a farmi aprire.
"Non devi fare pazzie. Per i tuoi figli. Per noi tutti", ripetevo. "Se vuoi lasciarla, lasciala. Verr io da te a servire te e i tuoi figli".
Alessio non rispondeva e mi lanciava di tanto in tanto rapide occhiate, torvo.
"Devi pensare a questi figli", incalzava Paola, "non puoi distruggere la famiglia. La famiglia va salvata a ogni costo. Appena Annetta sar guarita..."
Allora Alessio, come se qualcuno in quel momento l'avesse ferito, "No, no" si mise a gridare, "l'ammazzo, devo ammazzarla. Con tre o quattro anni di galera me la cavo. Cornuto, no, non voglio viverci".
"Che dici, che dici, pazzo?" gli si avvicin Paola. "Ma non credi in Dio?".
"Tu levati", e le diede uno spintone che quasi la fece cadere a terra.
Mi cominciarono a tremare le gambe e dovetti sedermi.
"Dio?", faceva Alessio, "e che c'entra Dio? Se qualcuno ti leva l'onore, tu levagli la vita". E infil le mani nel cassetto del com per cercare qualcosa.
Paola cap che stava prendendo una rivoltella. Gli si lanci addosso. Fu questione di un attimo. Un colpo. Paola si premette una mano sul ventre e si accasci per terra. Si form una gran macchia di sangue.
Ero impietrita. Poi mi inginocchiai accanto a Paola sicura che stesse per spirare. Dio, Dio, come tutto si confonde nella mia memoria. Le sirene dell'autoambulanza, l'arresto di Alessio e gente, gente, gente...
A lungo restai in un corridoio dell'ospedale ad aspettare l'esito dell'intervento. Come una visione pazza, ruotavano davanti ai miei occhi quei lunghi corridoi d'ospedale, le persone che andavano e venivano indaffarate, le corsie che intravedevo.
L'ospedale in cui Michela era stata ricoverata dopo il tentato suicidio e in seguito quando era caduta dalle scale, il sanatorio in cui era morta, la stanza in cui ero riuscita a fermare Alessio nella sua furia omicida e quella in cui Paola si era abbattuta in una pozza di sangue, tutto girava confusamente nella mia testa.
"Mamma, mamma", mi diceva Michela, "riuscir a vederlo ancora prima di morire?".
"Scostati, mamma. Devo ammazzarla!".
"Di noi, di noi, della nostra famiglia dice che siamo senza onore. E lui, mamma, lui, il vecchiaccio, va in cerca di bambine...".
"Mamma, mamma", risorgeva Michela dalla mia memoria, "perch, perch non sono riusciti a salvare il mio bambino?".
"Tu, tu, mamma", pareva che mi gridasse Alessio dal carcere, "mi hai impedito di ammazzarla. L'avessi fatto allora. Cos mi hai costretto a portare il mio disonore senza saperlo per tanti anni ancora. E ora che ho saputo, ho ammazzato mia sorella, quella che mi allev, che mi teneva in braccio quand'ero bambino. Ho le mani sporche del suo sangue innocente".
"Perch ti disperi, mamma?", pareva dirmi Paola. "Io muoio senza colpa, ma perdono. Muoio perch cos ha voluto Dio, perch forse io possa insegnare alla gente della mia famiglia che ammazzare non serve, che l'onore non si riscatta con l'omicidio. Confida in Dio, mamma. Metti il cuore nelle Sue grandi mani...".
E il suo volto diveniva quello di allora, di una giovane suora... "Nelle Sue mani, mamma", e sorrideva, sorrideva, " sono le mani che reggono l'universo. Vuoi che non possano reggere il nostro piccolo cuore?".


Paola sopravvisse per miracolo. Soltanto dopo oltre due mesi di letto, pot alzarsi. Alessio, quando anche Paola conferm che si era trattato di un colpo partito per disgrazia, fu rilasciato dal carcere.
Corse subito al capezzale della sorella. Ma non riusc a parlare quando le fu accanto. Si mise a piangere come un bambino.
"Su, su", disse Paola sorridendo a stento, "cosa ci piangi adesso? Ti  passata la voglia di ammazzare?".
Alessio abbozz un sorriso e non rispose.
Il delitto d'onore era stato scongiurato per sempre dalla nostra famiglia.
Sentendomi strozzare dalla commozione, mi alzai e mi affacciai alla finestra. Signore, pensai, presto la mia anima davanti a Te. Metti questo, ti prego, nella bilancia, nel piatto delle mie opere buone: che ho scongiurato sempre, finch ho potuto, che mio figlio divenisse assassino. Questo e le mie lagrime: non ho altro da portarti in mio favore.
Nel giardino dell'ospedale, in mezzo alle aiuole cariche di rose, dei bambini giocavano a rincorrersi.
Rivedevo Alessio bambino, la sera in cui avevo comunicato alla famiglia che Paola si sarebbe fatta suora, mentre quasi a nome di tutti l'abbracciava e la baciava.
Non sarebbe stato il delitto a far rinascere Alessio: egli che per due volte era stato davanti al precipizio e che avrebbe voluto ammazzare per poter gridare al mondo: "Ecco, delitto d'onore!". Solo se avesse potuto ridiventare bambino, come quelli che giocavano in cortile, sarebbe stato rinascere.
Alessio dopo un po'di tempo, disse che gli toccava rabberciare la sua vita in qualche modo. Sua moglie, una volta guarita, torn da sua madre. E lui parve a poco a poco quietarsi.
Poi conobbe una certa Monica, non pi tanto giovane, che accett di convivere con lui.
Paola tent di dissuaderlo, dicendogli che le situazioni irregolari sono sempre fonti di guai. Ma io non mi sentii di sconsigliarlo. Lo pregai solo di non immischiarmi in questa faccenda.
Non so se, per questo suo passo, Alessio ebbe questioni con i parenti di Monica, che erano un fratello e una sorella, del resto sposati per i fatti propri (Monica viveva da anni presso una famiglia, facendo da bambinaia); ma credo di s. Litigi, minacce, immagino. Anche, in questa vicenda, la cosa messa sul piano dell'onore.
Io non volli neanche sentirne parlare. Pare che tutto fin con querele, in Pretura, e poi con una pace generale.
La mia stanchezza era tale che non mi pareva di potermi pi interessare di nulla.
L'artrite aveva fatto intanto passi da gigante in me e spesso mi costringeva a letto per intere giornate. Un rottame, ormai.
Il mio compleanno. La pioggia  cessata ed ecco, anzi, che filtra un tantinello di sole.
E subito quelle tre o quattro vecchie che passeggiano nel cortile si spostano verso l'ultimo sedile, per cogliere quest'occhio di sole.
Il "mio" sedile. Appartato, nella parte opposta al portone d'ingresso. Quante volte mi ci sono seduta da quando mi trovo ricoverata qui. Quante altre volte, salute permettendo, mi ci sieder ancora? Che compagnia mi fanno quei due grossi platani! Ora non hanno pi nemmeno una foglia, ma solo quelle pallottoline che pendono dai rami e che il vento sbatte qua e l.
La camerata dell'ospizio, tutta bianca, pulita.  triste. Ma non  che io stia male qui. Certo a volte la disciplina pesa. C' qualche suora che esagera. Sono, a volte, rimproveri per cose da nulla. Rimproveri che ci fanno avvertire ancor pi il peso, l'umiliazione di essere ridotte alle proporzioni di una piccola creatura che va guidata e corretta. E bambini sono i vecchi, talora, s. Ma dentro quello che agli altri pu sembrare una bambinata, un capriccio senza senso, c' il carico di tutta la loro esperienza e delle loro pene.
Dopo un po'di tempo che ero qui, ho avuto la lieta sorpresa di ritrovare una vecchia amica, la Mascanello. Arzilla ancora, anche se pi vecchia di me, e la lingua le va avanti e indietro con la stessa velocit di prima. Sa mille storie la Mascanello, le storie di tutti. La tale, che  figlia della vattelapesca, ha fatto le corna a suo marito. Il talaltro, il nipote di nonmiricordochi, ha piantato la moglie. Tizio ha ammazzato Caia. Sempronio  stato ammazzato dalla ragazza che aveva sedotto.
E spesso discute con le altre vecchie su questi fatti. Quello ha fatto bene. Quell'altro ha fatto male. Non  cos che si agisce. E quando si sent che a un maestro di scuola, che aveva ammazzato il professore che aveva sedotto sua figlia, avevano dato due anni e undici mesi in tutto di carcere, in tutto il ricovero nacquero, come certo anche altrove, discussioni a non finire.
E la Mascanello sempre a tenere concione e a fronteggiare un'altra vecchia che diceva: "Ma allora la donna  sempre sotto tutela? Secondo voi s, prima sotto quella del padre e poi sotto quella del marito. Ma quand' che cambierete testa?".
Ma io nemmeno li stavo a sentire, questi fatti. Ha fatto bene, ha fatto male, non lo so. Hanno sbagliato a dargli cosi poco di carcere? Non hanno sbagliato?  la legge che  sbagliata?
Il mio povero Alessio mi parve stroncato per mesi e mesi, dopo quello che era accaduto. Pareva piegarsi sempre pi su se stesso. Il non essere stato capace di ammazzare sembrava la sua condanna.
E io a volte sentivo persino rimorso di avere impedito che egli si salvasse a modo suo. S, egli sentiva l'omicidio come l'unica salvezza e gliela avevamo tolta.
E allora sentivo Michela - oh, come chiara, distinta, a volte, in me la sua voce - che mi rimproverava. "L'amore, non l'onore, mamma,  ci che conta nella vita".
"La felicit", essa diceva spesso, " fatta di piccolissime cose. Di niente anzi. Ma bisogna sapere apprezzare questo niente. E soprattutto bisogna sapere voler bene".
Amare, voler bene... oh, mia povera Michela, anche quando, come te, non si  per nulla ripagati? Anche allora, Michela?  davvero questo il segreto della vita?
Il vento sferza i due platani spogli. No, nessuno verr a trovarmi per il mio compleanno.

- FINE -

Appendice A

Art.587 codice penale Rocco
(in vigore dal 1930 e abrogato con la legge n.442 del 5.8.1981)

"Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia,  punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella"

Si noti che la legge, parlando di scoperta della "illegittima relazione carnale" non esigeva la scoperta in flagranza dei due "amanti illegittimi", come gli articoli  del precedente codice Zanardelli, ma bastava la "scoperta" della relazione e quindi anche la notizia nell'ampio significato latino della parola.

(Per ulteriori approfondimenti sull'argomento si veda Luigi Grande, Eros alla sbarra, Firenze, Vallecchi, 1992)

Appendice B

Biografia di Luigi Grande

Nasce ad Acireale (Catania) il 13 maggio 1921. Laureato in scienze politiche (a Catania nel 1943) in lettere (a Milano nel 1946) e in giurisprudenza (a Milano nel 1949) dopo quella di cancelliere (dal 1945, prima ad Acireale, poi a Crema) intraprende la carriera di magistrato nel 1953 a Cremona, dove stabilisce definitivamente la sua residenza.
Dopo il collocamento a riposo (nel 1979 con il titolo di Presidente di Cassazione) collabora con varie associazioni cremonesi culturali e di volontariato e si dedica in modo pi intenso alla produzione letteraria e saggistica, iniziata gi negli anni della giovinezza con la pubblicazione di racconti, saggi e scritti vari su quotidiani e periodici (tra i quali Il Giorno, L'Arena, Il Ponte di Calamandrei e Il Mondo di Pannunzio).
Pubblica: Diritto all'ozio, divagazioni e racconti, Milano, 1956; I piedi di carta, racconto vincitore del premio Stradanova, Padova, 1960; L'onore, romanzo, Milano, 1969; Il broglio, commedia, Milano, 1972; L'incoerenza, romanzo, Milano, 1975; Dall'Europa un nuovo galateo fra stati, saggio, Milano, 1982; Diritto positivo e storto effettivo, poesie, Milano, 1983; Disatomic Community, romanzo, Milano, 1984; Gli sbagli di Vostro Onore, saggio, Milano, 1988; Un edificio incrollabile, racconti e profili biografici, Roma, 1990; Eros alla sbarra, saggio, Firenze, Vallecchi, 1992; Buon governo: speranza o utopia?, saggio, Roma, 1994.
Alla sua morte, avvenuta il 25 agosto 1995, a Cremona, la cittadinanza gli tributa affetto e stima e l'Universit della terza et e del tempo libero di Cremona, di cui era stato fondatore nel 1982 e presidente, viene a lui intitolata.
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