Questo e-text  stato gratuitamente scaricato da
www.liberliber.it
e adattato dalla Fondazione Ezio Galiano per
renderne autonoma la lettura ai privi della vista.

L'incoerenza
di Luigi Grande

Premessa

Pubblicato nel 1975, il romanzo narra la vicenda umana e spirituale di un giovane neofascista che crede onestamente nelle sue idee, ma che, trovandosi in disaccordo con il suo partito nel momento in cui deve optare per il referendum sul divorzio (vedi nota), entra in crisi, cominciando a dubitare dei propri convincimenti.

Nota:

Il referendum del 12 maggio 1974
La legge che introdusse in Italia, come in quasi tutti i paesi civili, lo scioglimento sia del matrimonio civile, sia degli "effetti civili" del matrimonio canonico  la legge Fortuna - Baslini (n. 898, 1 dicembre 1970), che fu poi oggetto di referendum il 12 maggio 1974.
Tale referendum fu il primo referendum abrogativo della Repubblica Italiana. Lo scontro trascese la questione specifica per diventare ideologico e politico: da una parte la Chiesa cattolica e quasi tutta la DC, nonch l'M.S.I., dall'altra i partiti laici, quelli di sinistra e i cosiddetti "cattolici del no".
La larga maggioranza della popolazione italiana vot per il mantenimento in vigore della legge. Si ebbero infatti il 59,3% di no all'abrogazione della legge.
[da: Luigi Grande, Eros alla sbarra, Firenze, Vallecchi, 1992 pag.59 e da: Gentile - Ronga - Salassa, Percorsi nella Storia, vol.3, La Scuola pagg. 403, 404, 405]

-------------------------------

L'incoerenza
di Luigi Grande

I


Permettete che mi presenti? Rodolfo Izzo.  Da Lecce. Ma sono cresciuto a Milano. Gi, il solito  "complesso di inferiorit" del meridionale che vuole atteggiarsi a settentrionalizzato. Se penso agli sberleffi dei miei compagni di scuola, quando a sedici anni venni a frequentare l'istituto commerciale a Milano, a causa del mio accento leccese...
Che  rimasto, non c' niente da fare. Imposto, a volte, il mio parlare con piglio e tonalit milanese. Specie nelle frasi interrogative non  difficile.  Ma non  questione di accento, si tratta di fonetica. O di fonazione, se pi vi piace (che, fra l'altro,  pi esatto). Resta sempre, nei suoni che mi escono di bocca, quell'asprezza leccese, quella venatura meridionale, quel non so che di cadenza mediterranea che caratterizza la parlata della citt che  e resta "mia".  Perci consonanti irragionevolmente rafforzate e  quell'indifferenziazione fra i suoni "nt" e "nd" che fa suonare sovente "quanto" come "quando" e viceversa e altre peculiarit di pronuncia che tradiscono la mia vera origine. E ho un bell'appiccicare la cantatina milanese alle frasi interrogative. Non ci concludo nulla. E allora mi arrabbio con me stesso - ma ho ben pi gravi motivi di questo per essere in litigio con me - e mi dico "ma parla come madre natura, o l'ambiente in cui hai emesso i primi suoni, t'ha fatto le corde vocali."
Eppure, sapete, a rigore, non sono neanche leccese. Sono nato a Secugnago, il paese di mia madre. Pi lombardo di cos? L'anno di nascita chiarisce tutto: 1944. Mio padre - lui s veramente di Lecce - faceva il soldato in provincia di Milano, non ricordo pi se a Lodi, Codogno o Casalpusterlengo.
Fatto il calcolo fra la mia data di nascita e quella di matrimonio dei miei genitori, mi risult chiaro che dovette essere "un matrimonio di gran fretta".  E anche una sorta di fortuna per mio padre, che non fin  impacchettato dai tedeschi, come tutti i soldati del suo reparto, e spedito in carro piombato in un campo di concentramento per "traditori italiani". Scusate, non so come la pensiate voi, ma il voltafaccia di quella mezza-calzetta del re e di Badoglio voi come lo chiamate?
Insomma i miei genitori si sposarono alla fine di agosto 1943. Cos l'8 settembre mio padre era in licenza matrimoniale e si intan nella cascina dove lavorava mio nonno. Il resto - come mio padre se la cav fino alla Liberazione (cosiddetta) - non sto a raccontarvelo, perch se no finirei col raccontarvi la storia sua e non la mia.
Potreste dirmi: ma chi mi ha pregato di raccontarvela? Giusto,  una libert che mi prendo io... e, stavo per scrivere "prento", come pronuncio dentro di me. Mi son messo in testa di fare il narratore. Vogliate scusarmene. Ero bravo nei temi fin dalle elementari (c' chi crede che sia questa l'"investitura" alla carriera, se cos vogliamo chiamarla, di scrittore). La mia maestra, nella sua presuntuosa ignoranza di cose linguistiche, aveva un odio viscerale per il dialetto. E io ero il ragazzo che padroneggiava meglio degli altri la lingua nazionale. Era ovvio d'altra parte. Mio padre e mia madre usavano fra loro l'italiano, anche se mia madre fin col capire benissimo il dialetto leccese e io stesso mi rivolgevo spesso a lei in dialetto. Ma lei preferiva che parlassi in lingua e mi fece imparare qualche espressione dialettale lombarda. Continuarono anche dopo le elementari i risultati positivi nei compiti in classe di italiano e a qualche mio professore, non so se della media o dei primi anni dell'istituto, deve essere scappata di bocca una frase come "particolare disposizione allo scrivere" o "stoffa del futuro giornalista" che non  stata senza conseguenze dentro di me.
Mi "sospettai" scrittore una diecina d'anni fa, sui vent'anni, e mi sarebbe piaciuto coltivare questa vocazione, ma non mi ci son potuto dedicare mai con impegno e quelle poche e brevi cose che ho scritto non sono riuscito mai a pubblicarle. Vocazione, dunque, la narrativa per me? O tentazione? Non lo so n me ne importa. Mi  venuta voglia di parlare degli anni della mia giovinezza travagliata o ormai, direi, conclusa. E lo far.
A chi, d'altronde, fa di professione come me il giornalista  una tentazione, quella del narrare, che pu venire. Dalla matrice del giornalismo, si sa, provengono le leve pi fitte di coloro che si cimentano con la narrativa. Di cui tutti annunciano, con accenti apocalittici, la morte, ma con la quale - statene certi - dovremo fare i conti per anni e anni ancora. Il narratore per immagini ha, s, tutto per s il futuro, ma il rapporto di muto colloquio fra pagina scritta e lettore non perder mai il suo fascino.
Sono giornalista, dunque. Regolarmente iscritto all'albo. Cronista, per l'esattezza, di un giornale romano. Un giornale che vi dice subito la mia fede politica, "Il secolo d'Italia". Ma di questo dopo, se permettete. Voglio venire subito ai fatti.
E da dove posso cominciare per narrarvi la mia storia, cari amici - ch tali m'apparite, se siete arrivati a voltare pagina, e meritate perci, comunque voi la pensiate in fatto di politica, che io vi chiami cos - da dove per rievocare i miei errori, le mie incertezze, le mie crisi? Questo quaderno, cos, tutto bianco ancora, mi fa persino paura. Eppure so che lo riempir. Ne sento il bisogno.
Lascio Roma: mi son dovuto licenziare. Ho trovato lavoro in un giornale di Milano. Un giornale non politico "Il Sole-24 ore". Ho bisogno, per un po'di tempo, di non pensare pi alla politica, di infischiarmene. O, forse, di portare un po'di ordine nella confusione che mi si  creata in testa.
Vorrei, quasi, non portarmi dietro me stesso rientrando a Milano, per iniziare una vita rinnovata. Forse  un tentativo di liberarmi dai miei ricordi la stesura di questa specie di confessione che ho intrapreso. Ma le mille cose di cui vorrei parlare mi si affollano, carosellando, in testa e non so come sceverarle per dipanare l'intricata matassa. Ma s, cominciamo ab ovo.
Se ne sentono mille, s'intende, storie come la mia, la storia di un matrimonio fallito. Che interesse pu avere? direte. Ma la mia s'intreccia con quella della mia collocazione politica, di cui non so se riuscirei, anche volendo, a spiegare bene le origini, perch anch'essa, come il matrimonio,  scaturita da tanti e tanti fattori, fra cui la libera determinazione non so quanto posto occupi. Matrimonio sbagliato e collocazione politica sono venuti, com'era naturale, in frizione quando, postosi il problema del referendum abrogativo del divorzio, la mia parte si trov schierata per il s. E io ero con una causa di separazione ancora in corso, in attesa di potermi assestare legalmente con la mia nuova famiglia e "bisognoso" quindi del divorzio. Mentre, per coerenza ideologica verso il mio partito, ero chiamato a dire "s, toglietelo pure di mezzo il divorzio."
Non so quale sia stato il dramma interiore dei "cattolici del no"; forse il loro avr avuto una dimensione pi generale, un respiro magari universale,  se  vero - come credo sia vero - che per molti di essi votare "no" significava imprimere ancora una svolta, dopo quella, in parte ormai rientrata, del Vaticano Secondo, all'ansia, al bisogno della Chiesa di svincolarsi dalle beghe politiche e di stemporalizzarsi (se mi consentite di usare questo neologismo brutto ma sintetico e quindi comodo). Ma non credo che di assai minore entit sia stato il dramma dei "camerati del no" (e se fate bene i conti, ce ne sono stati parecchi e vi basti pensare solo ai dati della citt "nera" d'Italia: Catania), che non potevano, o per situazioni personali o per esperienze familiari o per precise convinzioni, condividere la posizione, tutto sommato fatta per tatticismo politico, del partito.
Tattica del resto sbagliata, come poi s' visto e come io continuavo a "predicare" nel nostro ambiente (creando i primi dissapori e buttando il seme delle prime diffidenze verso di me).
E, comunque, il mio dramma  il "mio". Allo stesso modo come - l'ho sentito dire tante volte a un mio antico compagno di scuola, Antonio, rimastomi amico e da qualche anno entrato in magistratura - allo stesso modo come, per chi  implicato in un episodio giudiziario, "quel" processo  "il" processo. E il giudice, aggiungevi, non deve scordarselo.
Anche a te, vedi, dirigo queste mie righe. E vorrei proprio che tu, almeno tu, le leggessi.  necessario, sai, che tu mi legga. Mi pare che s' creata fra noi una certa aria di incomprensione, quando ci siamo visti l'ultima volta a Milano. Tu, sostituto procuratore, con istruttorie in mano contro uomini della mia parte e io, con tuo grande disappunto, nelle file cosiddette neofasciste (locuzione, per, che io rifiuto, almeno per me). E lo strano fu, poi, che, caduto il discorso sull'imminente referendum, ero io a sostenere la tesi divorzista, mentre tu - che ti dichiari di fede "democratica" e ti atteggi a progressista (ma un magistrato pu essere progressista?) - esitavi e dicevi che, s, in fondo, la legge del divorzio era bene che restasse, soprattutto per allineare l'Italia agli altri paesi (una questione, precisavi, per non creare discrepanze nel diritto internazionale privato), ma che, tutto sommato, l'ideale del matrimonio indissolubile...
E io a cercare di persuaderti. A dirti che tu, proprio tu, uomo di legge, avevi il dovere di riflettere sulle norme che regolavano il matrimonio da noi prima della Baslini-Fortuna. A precisarti che, anni or sono, avevo meditato di lasciare l'Italia proprio per sciogliermi dal vincolo che soffocava la mia vita e poter dire agli italiani: non volete il divorzio?  affari vostri, mettetelo, toglietelo, io me ne vado e non me ne impiccio pi, sbrogliatevela voi. Ci pensavo seriamente, sai? Ho parenti di mia madre in Australia, e son certo che mi avrebbero aiutato a sistemarmi. Ma tu pensaci, ti dicevo. E pensa proprio a questo, che, per chi riesce ad andarsene, il problema non esiste pi, perch altrove, prima o poi, il divorzio si ottiene. E ci riuscir sempre, e con grande velocit, chi ha molto denaro. Se ti sembra, tutto questo, aggiungevo un tantino polemico, applicazione del principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, vedi un po'tu. Sapevo di toccarti cos nel tuo "punto debole", il punto dolente dell'anima di ogni magistrato che crede nel suo mestiere: il conflitto fra giustizia e legalit.
"Lo so bene, " ti avevo sentito dire una volta non so a che proposito, ma certo, comunque, sulla non rispondenza di certe leggi, specie vecchie, al senso attuale della giustizia, "lo so bene, il giudice non  legislatore. Ma ha le leggi, ogni giorno, in mano. E se esse sono vecchie o inefficienti o ingiuste, egli deve averne coscienza, avvertirlo e fare in modo che altri lo avverta, perch il congegno che porta alla loro modificazione si metta in moto. Penso che ogni giudice debba rendere testimonianza alle leggi, con la sua fedelt innanzi tutto, ma anche, quando occorre, con la sua critica, fatta da uomo onesto".
Non so se sono riuscito a persuaderti. Ti lasciai perplesso. Ma credo che anche tu, come me, avrai votato "no". La magistratura italiana (si vedeva chiaramente) era compatta per il mantenimento della legge sul divorzio. Era in fondo una questione di "gelosia di mestiere". Perch far regolare le questioni di scioglimento del matrimonio ai giudici con tonaca di prete e non ai giudici dello Stato che portano pantaloni e hanno moglie e figli? Disquisiscano pure i giudici rotali (che, da preti, a rigore, non dovrebbero avere pratica di sesso) dei vari tipi di coitus e delle varie forme di impotentia vel coeundi vel generandi e ci parlino nelle loro sentenze con  abbondanza di particolari degli acta per se idonea ad generandum, ma lascino che i drammi delle famiglie li risolvano coloro che sono inseriti nelle famiglie e nella societ statale. Il matrimonio appartiene alla gelosa giurisdizione dello Stato dalla Rivoluzione francese in poi.
Ma divago. Ab ovo ho detto che voglio cominciare la mia storia. S, forse, se non voglio perdermi in chiacchiere,  bene attaccare subito da quel viaggio da Genova a Milano di tanti anni fa.
Ero andato a trovare mio cugino Davide che lavorava presso un'importante industria siderurgica. Un tecnico altamente specializzato. E dirigente sindacale per giunta. Speravo che egli riuscisse a mettermi al lavoro in fabbrica. O mi trovasse una qualche sistemazione altrove.
Da qualche mese era morto, ancora in giovane et, mio padre. Neanche tre anni era riuscito a mettere insieme della sua "nuova vita" milanese, da quando aveva afferrato... al volo un posto di operaio in un'industria chimica, riportando nella sua terra mia madre, che per quindici anni si era sentita in esilio, sradicando me dalla mia, e togliendo se stesso da una situazione, nell'ambito della sua famiglia di origine, divenuta intollerabile.
Precipitammo, mia madre e io, dopo la sua improvvisa scomparsa, nella pi nera disperazione. Mi restavano ancora pochi mesi di scuola per diventare ragioniere. Decisi di lasciare gli studi e trovarmi assolutamente un lavoro. Avrei completato il corso alle scuole serali. Mia madre, che si era trovato intanto un lavoro come donna di servizio, non consent che io lasciassi la scuola. Ma raggiunto il traguardo del diploma, mi pareva un impegno d'onore lavorare.
Facevo tanto assegnamento su Davide. Di qualche anno pi vecchio di me, era stato la prima persona a cui, appena giunto a Milano, mi ero attaccato. Fratelli pi che cugini.
Suo padre, che era fratello di mia madre, lavorava come contadino, capo-uomo per l'esattezza, in una azienda agricola di Secugnago. Perci Davide, nell'ultimo anno del suo corso scolastico, aveva abitato da noi, da poco arrivati a Milano, nella nostra povera casetta al terzo piano - un abbano quasi - in Ripa Alzaia del Naviglio grande.
Ero certo, andandolo a trovare, che egli non mi avrebbe lesinato il suo aiuto. Ma le sue promesse erano state vaghe: egli aveva poche conoscenze, poca influenza; avrei potuto trovare pi facilmente un lavoro a Milano; e poi... con la crisi di Cuba...
La crisi di Cuba. Ne sentii parlare per tutto il viaggio di ritorno, il pericolo di una guerra di proporzioni planetarie, i missili sovietici, la ferma posizione di Kennedy. E chi diceva che terza guerra mondiale, fatta dapprima a base di "confetti" atomici distribuiti a manciate qua e l e poi da una logorante lotta fra i superstiti, era ormai inevitabile. E chi diceva che questa, davvero, sarebbe stata, a differenza della seconda, una "guerra-lampo", un lampo che avrebbe inghiottito il mondo. E chi, invece, insisteva nel dire che un conto  il lampo e un conto la tempesta. E tempesta  la guerra, non lampo.
" uno schifo!" aveva esclamato un tale che sedeva in un angolo dello scompartimento e raramente interveniva nella conversazione. Aveva tutta l'aria di un professore in pensione. "Ma mi facciano il piacere. Le bombe atomiche! La prospettiva soltanto di un conflitto nucleare avrebbe dovuto far scomparire dal mondo l'idea stessa della guerra. Se nell'umanit ci fosse un residuo di saggezza. Ma non c'. A paragone i carri armati e i bombardamenti sulle citt della seconda guerra mondiale hanno la nobilt di armi di "cavalieri antiqui"!"
Aveva detto proprio cos il "professore": antiqui. E a me era venuta voglia di ridere, ma il discorso era, invece, serio. Quelle discussioni su una possibile guerra non mi facevano n caldo n freddo. Mi sembravano fastidiose, come se non mi riguardassero.
Guardavo fuori dal finestrino. Nel cielo batuffoli di nuvole sparsi qua e l raccoglievano gli ultimi raggi del sole. C'era tanta pace.
Oppure, di sfuggita, di tanto in tanto, mentre gli altri nello scompartimento s'accaloravano nella discussione guardavo una ragazza che stava seduta, timida timida (o cos pareva), di fronte a me.
Da dove viene? Dove  diretta? Come si chiama? Mi sarebbe piaciuto saperlo. Ogni essere umano che si incontra  un mondo sconosciuto. Quello fu, certo, il primo mondo a cui avrei voluto accostarmi.
Cosa pensava? Pareva ora annoiata, ora malinconica. Ma noia e malinconia non ne alteravano i bei lineamenti.
I viaggiatori che occupavano lo scompartimento erano scesi via via, chi a Serravalle, chi a Tortona, chi a Voghera, l'ultimo, il "professore", a Pavia. Eravamo rimasti solo io e quella ragazza ancora sconosciuta.
C'era in me un'impazienza, un nervosismo che non riuscivo pi a dominare. La sosta in stazione mi parve estremamente lunga. E forse lo fu davvero. Si aspettava una coincidenza.
Altra gente era salita e io seguivo, senza riuscire a capire il perch, il rumore dei passi. Poi, messosi il treno in moto, lo scalpicco nel corridoio era andato cessando, ognuno aveva trovato da sistemarsi.
Capii che se volevo "vincere il mistero" della sconosciuta dovevo cominciare a parlare subito, che tra Pavia e Milano non mi restava, ormai, che pochissimo tempo.
Con che pretesto cominciai a parlare? Non me lo ricordo pi. Probabilmente con la storia del finestrino che mi dichiarai disposto a chiudere o aprire, non saprei, secondo che a lei facesse pi comodo. Ma mi piacque poi, per molto tempo, immaginare che la conversazione fosse scaturita spontanea dai nostri sguardi, che gli occhi avessero fatto un lungo e chiaro discorso e le labbra si fossero mosse inconsapevolmente.
Seppi poi che quello era stato il primo viaggio da sola di Silvia, che tornava a casa dopo aver trascorso un periodo di vacanza a Sestri Levante con la nonna.
Di quante cose, che poi mi turbinarono nel cervello farraginosamente, avevo parlato con Silvia. Di letteratura e di cinema, di sport e di scuola. Certi momenti, la mia timidezza aveva fatto arenare la conversazione. E un silenzio, che mi faceva quasi paura, era dilagato ogni volta nello scompartimento. In quegli attimi, forse pesanti per entrambi, perch certo in entrambi era vivo il desiderio di parlare, di conoscerci, di fare amicizia, il mio sguardo correva fuori, quasi per afferrare, fermare un pensiero qualsiasi.
Ma era come se la mia capacit di formulare pensieri e di esprimerli... sobbalzasse ritmicamente col vagone, girasse oziosamente intorno e si disperdesse nella campagna circostante.




II


Ma credo che son partito col piede sbagliato. Mi son messo subito a parlare del mio incontro con Silvia, credendo cos di entrare in medias res e dimenticando che altre cose sono ugualmente (e forse pi) importanti nella mia vita.
Per capire su quale terreno cadeva il germe di quell'incontro forse sarebbe stato meglio parlare del me di prima, del me ragazzo, del me adolescente. Allora, scusate, facciamo un passo indietro. Mi sbrigo presto, non abbiate paura.
E poi come potrei omettere di dire quanto felice ero stato a Lecce fino a quindici anni e quanto infelice mi sentii a Milano?
La mia Lecce. Chi me la toglier mai dal cuore? Ogni citt italiana, si sa, ha una sua fisionomia particolare e distinta da ogni altra e dire perci che Lecce non  uscita da una catena di montaggio, come le parti moderne delle citt attuali,  dire meno che niente. Ogni centro storico di tutti, indistintamente tutti, gli agglomerati urbani italiani ha un suo tono, un suo sapore. Cos la mia citt.
Lecce, decisamente barocca in quasi l'interezza dei suoi edifici,  profondamente diversa da altre citt dove il barocco predomina, Catania per esempio, o Noto, Acireale e cos via. Il barocco leccese - sempre ugualmente folle -  di una follia allegra, ridanciana.
 una torta Lecce, una torta decorata con riccioli di crema.  tutta una panna montata che sfuma in ghirigori. Una pasta di mandorle tutta arabeschi. Un pasticciotto dolcissimo del Sud.
Il suo  un barocco zuccheroso. Che stufa, forse, il forestiero come un dolce troppo dolce, ma che rende allegro, sereno, ottimista chi ci vive dentro.
Nella tenera pietra bianca, che la natura metteva l a disposizione e di cui si servirono i costruttori degli inizi del sec. XVII, quando la Lecce attuale venne formandosi, fu facile  "ricamare" secondo il barocco esige, ma in misura tale come sarebbe stato impossibile con altro materiale costruttivo.
Quel duttile elemento e l'esuberanza meridionale fecero esplodere, straripare il barocco come in altri posti mai. Il gusto della linea curva, il piacere dell'ornato, la mania del ricciolo, del controricciolo, del ghirigoro, a Lecce divennero incontenibili onde spumeggianti... schiuma del mare spazzato dal vento.
Non avete visto ancora Lecce? E che ci state a leggere, allora, queste righe? Buttate via questo libro e prendetevi un aereo (se ci fosse) o un treno per Lecce.
E quando siete l, ascoltatemi, prendetela da dove volete Lecce. Portatevi, se credete, subito in piazza Duomo - una strana piazza chiusa come la corte di un castello, con fondali da teatro, ch tali appaiono i palazzi che la circondano, l'episcopio, il seminario, fondali per recitarvi un'opera di Mozart o un risuscitato melodramma del Metastasio - oppure cominciate dal castello - fortezza costruita per difendere Lecce dai turchi quando questi tenevano Otranto - o dal centro, piazza S. Oronzo, dove tutto  mescolato, dagli avanzi di un anfiteatro romano a un loggiato cinquecentesco, il Sedile, fatto costruire da un sindaco (pensate un po') veneziano e perci vi fa spicco il Leone di San Marco, dagli edifici moderni alla colonna dove  sistemato il santo protettore, colonna romana perch si tratta di una delle due colonne che a Brindisi segnavano la fine della via Appia. Da qualunque parte comincerete la visita, il barocco leccese vi assalir. Ma non potrete che andare a finire nel clou di tale stile, la facciata di Santa Croce.
No, non star a dire che  bella. Se il barocco  tutto carico, se quello leccese  stracarico, quello di Santa Croce  strabocchevole.
 la festa del santo patrono di un paese del Sud,  tutta fuochi di artificio, canti, strilli, piedigrotta, canta tu che canto io, orgia, baccanale, paganesimo, banda cittadina, chiasso, risate...
S, non colpisce il senso estetico del visitatore, non suggestiona come le grandi cattedrali romaniche, o gotiche, non fa pensare come le costruzioni dei grandi artisti, non stupisce e sconcerta come il barocco a livello d'arte, ma diverte, mette allegria.  uno spasso, insomma, e fa soltanto dire: ma come si pu concepire una cosa tanto pazza?
Vi ci ho portato per mano. Ecco, in quest'angolo di Lecce aprii gli occhi alla conoscenza. Forse fu questo il primo "bello" che ammirai. Da un lato della facciata sta attaccato l'antico monastero dei Celestini - ora sede della prefettura, che non  da meno degli altri edifici in ghirigori ornamentali - e dall'altro lato si apre un vicolo. E nel vicolo si forma uno slargo, quasi una piazzetta (un budello diciamo) e l apriva le fauci l'osteria di mio nonno. E che vino ci si beveva, e ci si beve credo! E il vino di Lecce non scherza...fa scherzare, semmai.
L'osteria col bancone zincato e sei belle botti, antichissime (forse fatte costruire dal mio bisnonno), bene allineate, dalle quali il vino viene spillato direttamente per i clienti. E due enormi tavoli e gli sgabelli attorno. Un'osteria, gente, come ormai ne son rimaste poche in Italia. Non so, per, se mio zio l'ha voluta "rimodernare" e guastare perci. Ci son capitato sette-otto anni fa e non mi parve pi quella dove ero vissuto dai due ai quindici anni.
S, vissuto in osteria. Perch in osteria stavamo, tutti, bambini e grandi. E spesso io mi ci facevo anche i compiti. E d'altra parte i componenti della famiglia dovevano darsi il turno per servire la clientela.
Ma, un momento, procediamo con ordine. Due soli figli aveva mio nonno: mio padre che era il pi giovane e mio zio Oronzo - ogni due o tre famiglie leccesi c', almeno, un Oronzo - che, sebbene pi vecchio, si spos tre o quattro anni dopo di mio padre. Di questi figli egli avrebbe voluto fare due grossi commercianti di vino, persuaso com'era - non so se a torto o a ragione - che era destino di tutte le famiglie (ordinate, s'intende) migliorare di generazione in generazione le proprie condizioni economiche. Se, perci, - egli veniva ragionando - suo padre era riuscito a metter su, dopo una vita di economie, un'osteria, se lui a sua volta l'aveva ingrandita e corredata di altre attrezzature e soprattutto era riuscito a comperare un vigneto, il cui prodotto forniva il vino consumato all'osteria per almeno una parte dell'anno, che altro dovevano fare i suoi figli se non divenire due grossisti di vino? E, perci, due veri signori.
Mio nonno non aveva voluto che mancasse ai propri figli quel tantino di necessaria istruzione adatta a uomini di commercio. Ma n Oronzo n mio padre avevano fatto grandi passi nella "via della sapienza". Erano inciampati dopo due o tre corsi postelementari e non se n'era parlato pi. N si erano avviati gran che bene nel mestiere dei traffici. L'unica cosa che erano riusciti a imparare era quella di andare a contrattare l'acquisto del vino presso i vari vignaioli.
La guerra poi aveva portato via i due ragazzi, sovvertendo i progetti di mio nonno che, a stento, in quegli anni difficili era riuscito a mandare avanti l'osteria col solo aiuto della moglie. Mio zio era tornato assai malconcio nella salute dopo molti anni di prigionia in India. Mio padre invece - ve l'ho gi detto - aveva pensato bene di... buttare le premesse per farmi venire al mondo e cos finita la guerra s'era presentato con moglie e figlio di quasi due anni.
Cesira, la nuora settentrionale, era piaciuta moltissimo al nonno ma era rimasta sul gozzo alla nonna che, forse un po'anche per questo - lei diceva perch ero troppo monello - aveva in uggia anche me.
Per l'uno e per l'altra, comunque, restai il primo, e perci il pi "importante" dei nipoti. Ma di una nidiata di nipoti, alla maniera delle prolifiche donne meridionali, provvide a rifornirli la seconda nuora, la moglie di zio Oronzo che, lei s, and a fagiolo alla nonna e rimase, invece, un tantino in antipatia al nonno.
Le ostilit furono presto aperte fra mia madre da un lato e mia nonna e zia Concetta dall'altra. Ma finch visse il nonno, che teneva sempre in pugno la situazione e si riteneva - ed era - il "padrone" di tutti, moglie, figli, nuore e nipoti, un vero pater familias nel senso (mi sia concesso questo piccolo sfoggio di erudizione) giusromanistico dell'espressione, la guerriglia contro mia madre si limit al settore dei dispetti, cui mia madre reagiva con una chiara posizione razzistica, ostentando continuamente il disprezzo pi netto per tutto il "modo d'essere" meridionale: dialetto, costumi, abitudini e soprattutto (lei diceva) la sporcizia "innata" dei terroni.
L'urto fra la settentrionale Cesira e la meridionale Concetta spesso, proprio nel terreno della pulizia e dell'ordine, si risolveva a favore della prima. "Se non ci fosse lei," gridava sovente il nonno (e appena alzava minimamente la voce tutti ammutolivano) "sia in casa che in bottega faremmo schifo, sarebbe cosa da vomitare in continuazione".
Io, sebbene bambino, avvertivo che mia madre era, a causa della protezione del nonno, in una posizione privilegiata, ma non mi rendevo conto del razzismo che essa impersonava e di cui un giorno avrei sofferto. Mi pareva che il nonno - che io adoravo sopra ogni altra persona - non facesse altro che dare il giusto riconoscimento ai meriti di mia madre. E poi mi pareva bello che il nonno dicesse dei settentrionali, in linea generale, il bene che essi certamente meritano. Ritenevo che questo fosse in lui una manifestazione di autentica italianit, sentimento che forse, pi che da altri, ho imparato da lui. Insieme -  ovvio (o cos mi  parso finora) - a una chiara impostazione anticomunista.
Mio nonno s'era fatto da s. Era riuscito a crearsi una solida posizione economica e quando sentiva parlare di dividere i beni, di occupazione di terreni e "amenit" del genere, andava in bestia. "Chi vuole star meglio, impari a sgobbare come ho fatto io! Sarebbe bello che, dopo aver buttato sangue tutta la vita, venisse uno e mi dicesse: adesso quello che hai va diviso fra tutti in parti uguali".
Ogni tanto, nell'osteria, capitava qualcuno che si professava comunista o socialista e dichiarava che solo nella "propriet collettiva dei mezzi di produzione" (per usare una locuzione appropriata, ma avvertendo che, naturalmente, gli avventori dell'osteria erano ben lontani da questo tecnicismo di linguaggio) sta il rimedio di tutti i mali. Ma mio nonno, sempre con tono garbato - perch un oste deve trattare bene qualsiasi tipo di cliente - lo distoglieva da questi pensieri, che egli riteneva fossero panzane da far bere ai gonzi, portandolo invece a ragionare secondo le sue vedute.
Mi piaceva sentire il nonno dare, nei suoi discorsi, prova di tanto buon senso e da lui ho ricavato la persuasione che non c' bene pi alto, in un agglomerato sociale, dell'ordine.  inutile, mi son detto, almeno fino a ieri, che veniamo blaterando di libert di tutti i generi. La libert "vera" l'uomo se la gioc quando decise di associarsi in trib e di dare la caccia all'orso delle caverne e al mammuth. Per procedere su questo cammino dovette sacrificare molto della sua indipendenza, ma solo attraverso questo cammino  giunto all'era dei viaggi spaziali.
Proprio cos: rinuncia alla propria libert. Limitazioni, condizionamenti nelle proprie scelte, apparenti autodeterminazioni che sono invece precise manifestazione di obbedienza al milieu dove si vive, repressioni in tutti i campi, divenendo di volta in volta reprimenti o repressi:  questo il volto della societ. Perch dobbiamo blaterare, mi son venuto persuadendo, di retoriche libert? Dove stanno? Spiegatemelo. Perci sto (o stavo?) al parere di mio nonno: ordine e disciplina.
Quell'ordine e quella disciplina che avevano protetto la mia infanzia e la mia adolescenza, che avevano tessuto attorno a me un bozzolo di sicurezza, da cui era scaturita la felicit dei miei primi anni (che, forse s, ora me ne vengo con sofferenza accorgendo, mi avevano dato un mondo gi "precostituito" che non bisognava affannarsi a scoprire, a criticare, a cercare di modificare, un mondo di princpi, di certezze, di regole fisse), quell'ordine e quella disciplina, che avevo visto regolare l'andamento dell'agglomerato familiare dentro cui m'era stato dato di vivere, restano per me i soli valori su cui si pu costruire una societ politica.
Ma non capisco perch, anche non volendo, son cascato nell'esposizione dei miei convincimenti. Volevo, invece, parlare della serenit dei miei primi anni ai vita.
Adorato da tutti, considerato un ragazzo eccezionale, un enfant prodige addirittura per i miei successi scolastici - del resto assolutamente normali - non crebbi viziato e capriccioso come pu avvenire facilmente in casi del genere (il polso fermo del nonno si avvertiva anche nell'educazione dei nipoti), crebbi sereno e perci diffondevo, con il solo mio esistere, serenit intorno a me.
Che dovrei dire ai quegli anni? Forse la felicit  pi difficile da descrivere e da spiegare dell'infelicit, che di solito ha cause precise, fatti che la determinano, stati d'animo identificabili che ne stanno alla base.
Parlare di che? dei coetanei amici? dei giorni di scuola che raramente, dato il mio impegno nello studio, mi riuscivano di peso? delle vacanze estive e dei bagni nella spiaggia di Frgole? delle gite? delle monellerie? (Di una, per, mi ricordo in modo particolare: un giorno sei-sette ragazzi, che formavamo una vera squadra che appestava i giardini pubblici, che erano a due passi dall'osteria di mio nonno, decidemmo di rompere i nasi a tutti i busti degli "uomini illustri" che scocciano con la loro presenza - secondo il nostro concetto - coloro che vanno a prendersi un po'di fresco. Ma avevamo appena portato a termine la prima delle nostre imprese - se non ricordo male il naso che ci and di mezzo fu quello di un certo Palmieri, un "patriota", un nobile liberaleggiante, e voltagabbana, perci, della met circa del secolo scorso, cui  dedicata anche una strada a Lecce - quando ci piomb addosso un vigile urbano. Ce la squagliammo e i pi svelti ci intanammo nell'osteria. Ma uno non tanto svelto a scappare e che era stato, forse, il meno colpevole di tutti, perch non era munito di martello e si era limitato ad assistere al nostro vandalismo, rest nelle mani del vigile e pass i guai suoi.)
Niente. Niente di tutto questo. Quando ho detto che fui un bambino e un ragazzo felice, ho detto tutto.
Poich tutto, unit della famiglia, coesione dei vari componenti di essa, sicurezza economica e prosperit dell'azienda, poggiava sulla guida del nonno, fu logico che alla sua morte - una morte improvvisa e immatura che doveva ripetersi, a et tanto pi giovane, per mio padre: un congenito difetto cardiaco? - ogni cosa sembrasse precipitare.
Piansi tanto la morte del nonno. Pi di quella di mio padre qualche anno dopo. Avvertii che tutto stava per mutare attorno a me. E bastarono, infatti, pochi mesi, perch risultasse impossibile ai miei genitori convivere nella stessa casa dove erano vissuti fino allora.
Mio padre si fece dare dallo zio Oronzo la sua parte di eredit paterna sull'azienda, restando per comproprietario della vigna, trov - non so come, forse attraverso un'amicizia contratta ai tempi della guerra - un posto di operaio in un'industria milanese e ci unimmo anche noi al flusso migratorio che caratterizza la storia italiana di questi ultimi anni e che da un paio di decenni riempie, ogni giorno, di valige legate con lo spago e di scure facce incavate dall'ansia la "freccia del Sud" e il direttissimo Lecce-Milano.
Quel primo autunno a Milano. La prima nebbia. La solitudine a scuola. La solitudine a casa. Non posso ripensarci. Cominciavo intanto a crescere. Lasciai Lecce ancora ragazzo e non pi alto di un metro e quaranta e nel giro di due o tre mesi raggiunsi a Milano quasi la statura attuale.
Un mondo era stato smontato attorno a me, come quinte di un palcoscenico rimosse improvvisamente e irragionevolmente, e in quello scenario che mi vedevo sorgere al suo posto non mi ci trovavo, lo sentivo non legare con me.
In quel primo anno scolastico frequentato a Milano mi fu di grande aiuto mio cugino Davide, il solo amico. Attenu, certo, la mia solitudine. Ma non la elimin.
E se solo , sempre, un ragazzo alle soglie della pubert, se l'improvviso insorgere dell'istinto sessuale, che si traduce contemporaneamente in un bisogno fisico dell'"altra" persona e nello stesso tempo in uno spasimo di comprensione, di corrispondenza di anime, precipita sempre il ragazzo in uno stato di segreta tortura che non  molto lontano, talora, dalla disperazione, ancor pi grande fu lo stato di infelicit per me che non avevo pi gli amici di prima e non ero riuscito a trovarmene.
Certo, da una parte mio cugino mi aiut a sentirmi meno solo, almeno nei primi tempi. Ma dall'altra egli cominci a far sorgere i miei primi dubbi, incrin le mie certezze, fece ulteriormente precipitare il mondo della mia fanciullezza. I miei genitori, prendendo la decisione di trasferirsi a Milano, avevano distrutto il mio mondo "esterno". Davide provvide a distruggere quello "interno". Egli, s'intende, non lo fece coscientemente. Ma io vedevo in lui il modello secondo cui atteggiarmi nella vita e le sue idee, i suoi convincimenti trapassavano dritti in me.
Ero venuto su nell'ambito della vita parrocchiale e non c'era in me certezza pi certa del corredo delle dottrine cattoliche. Ed ecco che Davide faceva improvvisamente, in vari punti del cristallo di tali mie certezze, scattare una quasi inavvertibile crepa. E le crepe poi si delinearono chiaramente e mandarono in frantumi il cristallo. Nel campo religioso il seme del dubbio, infatti, fruttific abbondantemente e le certezze ne rimasero offuscate per sempre.
Non cos nel campo dei convincimenti politici. Anche in questo settore Davide attacc le certezze che mi provenivano da mio nonno - il rifiuto della demagogia, la credenza nella necessit della conservazione dell'ordine sociale - cercando di convertirmi alle sue idee socialiste (come? mi diceva, apparteniamo a famiglie proletarie noi! Lo sai? S o no? E tu ti schieri a destra?), ma c'era qualcosa che mi immunizzava contro i suoi vaneggiamenti internazionalistici e marxistici ed era il comportamento razzistico dei settentrionali verso di me che ero e avevo deciso - dopo i miei inutili tentativi di farmi intus et in cute lombardo - di "restare" meridionale. Mi dicevo che solo un regime politico che puntasse - come quello amaramente finito nel 1945 per avversa sorte - sull'unit degli italiani e sul sentimento nazionale avrebbe potuto por fine alle assurde divisioni fra nord e sud e risolvere una volta per sempre la "questione meridionale".




III


O la "questione meridionale", nata da dislivelli economici, solo in forze economiche, sapientemente (e non dilettantescamente come oggi) messe in moto, pu trovare la sua soluzione?
Non so. Da un po'di tempo ho un gran guazzabuglio in testa. E mi pento di essermi lasciato trascinare dalla foga dello scrivere su questioni politiche, generali e un po'astratte.
 meglio piantarla qua e riprendere la narrazione vera dal punto in cui l'avevo lasciata, dal mio incontro con Silvia.
Scendemmo insieme dallo scalone della Centrale, conversando ancora e avviandoci alle fermate dei tram. Io dovevo andare in centro e poi prendere un tram da via Orefici, Silvia, invece, doveva andare a Porta Romana. Le fermate erano perci diverse, ma io presi la valigia di Silvia e l'accompagnai alla sua fermata. Non osai chiederle - che tenerezza fa il pensare alle proprie timide perplessit giovanili e che tortura  il viverle - se ci saremmo potuti incontrare ancora.
Dopo, non mi ricordavo nemmeno di una sola delle parole che avevo detto. E invece chiare e distinte mi tornavano a mente quelle di Silvia. Ne percepii, per pi giorni, persino il tono. E le diverse modulazioni della voce di lei risuonavano come una musica dentro di me e spesso mi parevano riecheggiare nella stanza.
La mia squallida casa di Ripa Alzaia del Naviglio grande. La rivedo. Il cortile umido e senza mai uno spiraglio di sole, pieno di mucchi di neve sporca d'inverno, con i bidoni della spazzatura allineati in un angolo. E le scale trasudanti umido dalle pareti. E i ballatoi - le "ringhiere" meglio - che giravano tutto intorno al cortile, quella del primo, del secondo e del terzo piano, con tutte quelle porte o buchi di un formicaio. E le tre stanze, in tutto, di cui si componeva la casa, cucina compresa.
Ma, quella sera, si illumin di una luce speciale che la trasfigurava. Non divenne anche il sorriso della mia povera mamma, gi allora cos precocemente invecchiata, pi luminoso e pi largo?
"Come sta, dunque, Davide?" "Bene, mamma, ti manda tanti saluti." I soliti discorsi pi o meno vuoti di cui riempiamo le nostre giornate: ma con il vuoto non si riempie... E che cosa poteva contare, per me e per lei, chiedere e dire come stava Davide, parlare di sua moglie, Carla, e del suo carattere difficile? Tornavo da mia madre a mani vuote, ecco tutto. Una mia sistemazione in un posto di lavoro restava ancora oltre la linea di orizzonte.
Dissi a mia madre che Davide mi aveva dato una lettera per un suo amico sindacalista, ma che ci speravo poco. "Speriamo, invece, in bene.  necessario che ti trovi una sistemazione, prima o poi. E parlo mica per me, lo sai. Io non mi lamento del mio lavoro.  per te. Ti vedo inquieto, insoddisfatto." "S, s, speriamo," tagliai corto io.
Non volevo pensarci, non volevo assillarmi, quella sera rivivendo le pene dell'ultimo periodo. "Mi manda il commendator Tizio, con questa lettera." "Sa, oggi  cos difficile, dove potrei metterlo?" "Mi manda l'onorevole Caio per vedere se..." "Ah, s, s, Caio, che cara persona. Ma per ora non c' niente da fare. Ripassi fra qualche mese." "Il segretario del senatore Sempronio mi manda da lei. Sa, sono rimasto da poco orfano. Ho conseguito il diploma di ragioniere..."
Deputati e senatori democristiani, ai quali con gran fatica arrivavo, mi facevano consegnare ciclostilate "lettere di segnalazione".
Presi allora a odiare questo regime che guida (fingendo di non essere "regime") l'Italia da quasi trent'anni. Questo regime la cui... ispirazione cristiana  soltanto puzzo di sacrestia, che mi apparve ipocrita, scorretto e sorridente, rapace e zuccheroso, torvo e cane con i suoi sudditi - come la gerarchia cattolica nei secoli passati con i suoi - e tutto mellifluo e bonario alle apparenze.
Siete anticomunisti, gente? Allora state con noi, facciamo un regime forte e mettiamo tutti a posto, sindacalisti e anarchici. Mettiamogli, per dirla con un'espressione dialettale del sud, cara a mio padre, mettiamogli i testicoli nella cassa.
Non lo siete? E allora prendeteveli a braccetto, fate la societ socialista, nazionalizzate ogni cosa e benedite il tutto con acqua santa e aspersorio.
Che odio dai precordi mi sal allora per questo sgangherato carrozzone che dovrebbe portare ancora avanti l'Italia per chiss quanto.
Ma via dalla testa tutte queste storie, mi dicevo quella sera. Via tutte le ore di  anticamera, le file negli uffici, le corse da un capo all'altro della citt. Il giorno dopo ci avrei ripensato, forse. Ma quella sera, no.
Mi affacciai alla finestra. La notte autunnale era limpidissima e fresca. Del cielo si vedeva solo un settore, ma abbastanza vasto. Il Naviglio era buio buio. Qualche luce della strada vi si rifletteva. Le stelle che si intravedevano dalla finestra erano, data l'aria tersa, quanto mai lucenti. Ce n'era un gruppetto di piccole, ma vividissime, tutte ammucchiate. Forse le Pleiadi. Ma io non conoscevo e non conosco il nome delle stelle: il cielo mi incuriosisce di pi. Quante volte mi era capitato, da quando vivevo a Milano - mi sentivo cos spesso soffocare dalla realt, da me stesso che non capivo e, a volte, mi sembrava di odiare - di guardare il cielo stellato. E il provare un attimo di smarrimento dinanzi a quello sconfinato scintillo  come un liberarsi da se stessi. Da ragazzo mi accadeva. Ora, ovviamente, no.
Ma quella sera il cielo era per me un brulichio di sorrisi. Il riflesso degli occhi di Silvia. Quanta altra gente, mi chiesi, guarda in questo momento le stesse stelle? Gli astronomi, certo, sono intenti a scrutarle con i loro telescopi per penetrare nei misteri dell'universo. Ma gli altri? Quelli che non si ricordano mai delle stelle, perch l'illuminazione delle citt moderne ne ha fatto dimenticare l'esistenza. Deve esserci, mi dicevo, gente come me, comuni mortali, che le guarda. Chi con malinconia, chi con ansia, chi con gioia, chi con tormento.
Perdo il filo, me ne sto accorgendo! Ma lasciate - e tu, in particolare, Antonio, che spero mi leggerai, consentilo (ma, tra parentesi, toglimi una curiosit: il ragazzo che rimase nelle mani del vigile e che pag per tutti la rottura del naso di Palmieri non fosti, per caso, tu?) - lasciate, dicevo, che io mi fermi a questo lontano ricordo. Il ricordo dei pensieri di quella sera. A volte il ricordo dei pensieri  pi importante di quello dei fatti.
Fu quella la prima volta che io pensai al matrimonio. Le ragazze, a quell'et, ci pensano spesso, forse. Ma i ragazzi no. Quasi mi sorpresi io stesso di pensare con tanta lucidit ai problemi della vita in due.
Direte voi che non si capisce come si combinano il mio guardare le stelle con il pensare al matrimonio. Ma ve lo spiegher subito.
Certo, non pensavo al matrimonio come potrei pensarci adesso, come a un fenomeno sociale, cio, regolato da un insieme di leggi di varia natura. Mi son fatto una cultura in materia. Te ne sei accorto subito, tu, da buon giurista, Antonio, e con garbo un tantino mi hai preso in giro. Ti parve che ero diventato un maniaco degli istituti giuridici matrimoniali. Allo stesso modo come - mi raccontasti sorridendo - quel tale professore di lettere che, avendo cominciato con un ricorso gerarchico contro un provvedimento del suo preside, fin, a furia di ricorsi, col diventare uno specialista di diritto amministrativo.
Allora, ragazzo, non sapevo niente intorno alle nullit previste dal diritto canonico e a quelle previste dal diritto civile. Ignoravo che il divorzio esiste in quasi la totalit degli stati e l'indissolubilit del matrimonio continua a sussistere solo in pochissimi e arretrati paesi, fra cui, fino a pochi anni fa, il nostro (e il referendum di qualche giorno fa pareva dovesse risospingerci indietro). Non mi intendevo affatto di quella brutta copia che era la separazione personale dei coniugi, prima di diventare, come ora, un esperimento predivorziale.
Pensavo, invece, al matrimonio come a una svolta, una svolta meravigliosa che la vita mi avrebbe messo un giorno davanti. E ci pensai quella sera, per la prima volta. Guardando le stelle.
Mi piacque, infatti, immaginare che anche Davide, quella sera, guardasse le stesse stelle. Davide, questo cugino-fratello al quale mi sforzavo, ma inutilmente di rassomigliare - cercando addirittura di comprenderne le idee politiche che sentivo, per, non poter divenire mai le mie - questo "maestro" nella mia ricerca (non coronata da successo) di farmi lombardo e di "inserirmi".
La fantasia mi costru dinanzi un brano della vita di Davide. Supponevo l'insorgere di un litigio fra lui e sua moglie che avesse peggiorato l'atmosfera un po'elettrica che regnava in casa loro. L'immaginazione ha bisogno, di solito, per sbrigliarsi, di una base concreta, un dato della realt o un'ipotesi plausibile.
Immaginavo parole aspre correre fra loro, rimproveri e offese. E infine la decisione di Davide di rompere la convivenza, che si traduce poi in una pi modesta risoluzione: uscire di casa sbattendo la porta. Raffigurandomi per la prima volta rapporti coniugali difficili, ero proprio lontano dal pensare che era la sorte che mi aspettava.
Il tonfo che fa la porta - e gi, perch la fantasia si dilettava a dipingere anche i minimi particolari - chiudendosi dietro di lui, lo ferma per un attimo. Gli pare che quel tonfo deve aver ferito Carla assai pi delle sue dure parole, che forse si ripercuote nell'animo di lei, come un'eco impazzita, mille volte. Ma Davide scrolla le spalle. L'amarezza, il risentimento, l'astio traboccano. Egli sente che era stato cattivo, ma prova un amaro gusto a questo pensiero. E le strade, ecco, si vanno vieppi spopolando e le stelle (capite il filo del discorso? le stelle che guardavo io e che immaginavo guardasse anche Davide, le stelle causa di tutta quella scorribanda dell'immaginazione) sembrano pi fredde e ostili. Rientrare? No, mai, sarebbe andato via. Per sempre. L'avrebbe fatta finita, maledizione! E invece, dopo aver girovagato, solo, mentre alla domanda "rientrare?" risponde ancora: "no, mai" le mani stringono istintivamente le chiavi di casa.
Quando Davide rientra, Carla  gi a letto, il viso affondato nel cuscino. Di tanto in tanto un singulto la scuote. Sono gli ultimi strascichi di una crisi di pianto. E a questo punto li immaginavo abbracciati, riconciliati nell'amore.
Non cercher di ripescare dal pozzo della memoria le altre acrobazie della mia fantasia di ragazzo. Vi farei sorridere. Ma una cosa  certa: che quella sera mi parve di scoprire il punctum dolens dei matrimoni falliti. Una delle scoperte di cose ovvie, che a ognuno di noi tocca ripetere nella vita.
Se Davide e Carla si amano cos come penso io, mi dicevo, possono litigare mille volte al giorno, ma non succede niente. Gi bravo, mi ribattevo. Che discorsi sono? Allora secondo te - che ero sempre io stesso - due coniugi si dilaniano a parole, poi vanno a letto insieme e con quella "faccenda" (perch da ragazzo la mia pudicizia era persino interiore) mettono a posto tutto? Non  scendere al livello delle bestie?
Ma scemo, mi rispondevo, che vuoi tu capire di una cosa che non hai ancora provato? Nella pienezza dell'atto d'amore si scorda tutto, si bruciano i dissapori, s'annullano le divergenze. Ne sono certo.
I matrimoni falliscono per mancanza d'amore, concludevo sicuro di avere attinto una "verit suprema".  E non posso dire, ora, col peso di tutti questi anni passati e delle varie esperienze fatte, che questa banale constatazione sia sbagliata. Solo che si tratta di intendersi bene sul significato da dare alla parola amore.
I matrimoni falliti, il divorzio:  il mio chiodo fisso. Casco in questo discorso da qualunque parte prendo le mosse. Una rabbia, quando in occasione del referendum, il mio schieramento politico, coltivando chiss che illusioni, si pronunzi contro il divorzio. Non  il divorzio, continuavo a dire in giro fra gli amici, nel mio ambiente di lavoro, mettendomi in chiaro conflitto con coloro di cui avevo sempre condiviso le idee, non  il divorzio che pu mandare a rotoli la famiglia.  la mancanza di amore. Di quello vero, di cui nel mondo c' tanto difetto. E rifiutare il divorzio a chi  veramente - come sono stato io - infelice , se avete voglia di pensarci bene, una grande mancanza di amore.
Ma andiamo avanti coi fatti.
Coricandomi, quella sera, e ripiegando i pantaloni, ne guardai i lembi smozzicati. Mi ricordai dello stato di povert in cui mi trovavo. Forse non avrei pi rivisto Silvia o, se l'avessi incontrata ancora, mi sarei sentito handicappato dalle mie condizioni economiche.
Naturalmente - continuai a ripetermi finche presi sonno - anche quella, come tante altre simpatie sorte e subito spente, sarebbe finita nel mondo dei sogni.
Ed ecco dalla strada si lev un canto. Un canto triste, con le note strascicate, come una nenia. Forse un ubriaco. L'ascoltai col cuore sospeso, quasi vi sentissi tutto il pianto chiuso in me, tutti i miei tormenti dalla pubert in poi. Sentivo che l'unica sera di felicit era ormai avvelenata.
Ma dovevo, mi dissi l'indomani, dovevo ritrovare Silvia. Non mi aveva dato un appuntamento, n io avevo osato chiederglielo. Non c'era che affidarsi al caso.
Il caso, questo padrone assoluto - me ne dichiaravo convinto - delle sorti umane, questa legge suprema, in cui le cosiddette leggi scientifiche, come  ormai riconosciuto, tutte si ricomprendono.
Allo stesso modo come un individuo, chiuso in una stanza, non cade a terra asfissiato perch le molecole d'aria ivi contenute, anzich raccogliersi tutte nel lato opposto della stanza dove sta l'uomo, si dispongono uniformemente e ci non perch le molecole abbiano l'"obbligo" di disporsi uniformemente, ma perch la distribuzione uniforme ha un numero di probabilit di innumerevoli miliardi di miliardi maggiore di quante ne abbia una concentrazione in un sol punto (badate che l'esempio non  mio, ma del fisico, premio Nobel, Max Born); cos io pensavo che fra i milioni di incontri, che si possono fare in una citt come Milano, sussiste sempre la possibilit di un incontro fra me e Silvia.
Essa non mi aveva dato il suo indirizzo, ma mi aveva indicato soltanto la zona dove abitava. Era troppo poco, ma gi qualcosa. Non potevo pi dire che la concentrazione delle molecole d'aria in un sol punto di una stanza - questa possibilit di morte per un uomo - aveva lo stesso numero di probabilit: una contro un'infinit di miliardi, quanto un mio incontro con Silvia, questa possibilit di "vita" per me.




IV


L'autunno, quell'anno, matur in pochissimi giorni. I viali di Milano si riempirono rapidamente di foglie secche. Io uscivo ogni giorno, aggirandomi senza meta, a piedi, per i vari quartieri della citt.
Dicevo a mia madre, ogni mattina, che mi mettevo in moto per cercarmi un'occupazione, ma in effetti non concludevo, forse volutamente, nulla.
Le ore ruzzolavano con un ritmo lentissimo. Mi pareva di essere affogato in un'eternit senza uscita e priva di significato.
A volte mi fermavo a leggere qualche titolo dei giornali nelle edicole. Vi si parlava sovente di fine della guerra fredda e disgelo fra le due superpotenze e dei due pi grandi protagonisti della scena mondiale di allora: Kennedy e Kruscev.
Ma io venivo macinando in me i miei assiomi politici e, convinto che il comunismo  la rovina del mondo, cos come avevo sentito dire da mio nonno fin da quando avevo cominciato a capire, diffidavo di questi patteggiamenti opportunistici chiamati "distensione" e pensavo che solo il fascismo era il sistema adatto per estirpare il male. Sapevo che il comunismo fa leva sulle sofferenze umane, sulla miseria, sulle condizioni economiche disagiate, come era la mia, e mi sentivo vaccinato contro infezioni sinistrorse.
Non potevo, per, non accorgermi che in una societ ordinata i giovani che si sono preparati, studiando e sacrificandosi, per un avvenire non possono essere lasciati in bala a se stessi, ma devono essere, con opportuni programmi elaborati in base a precisi piani, avviati ognuno al posto pi adatto per il singolo e per la collettivit.
Dunque, mi rimproveravo all'affacciarsi di questo pensiero, vagheggiavo un'economia pianificata di tipo sovietico? No, mi rispondevo, io pensavo al corporativismo, quello che non aveva potuto nemmeno essere sperimentato, perch il dannato, fatale errore della guerra lo aveva impedito.
In ogni caso, come potevo apprezzare il sistema politico in cui mi ero trovato a dover vivere? Che affidamento e che speranza potevo riporre in tutto ci che mio cugino Davide rappresentava per me?
Ma poi scrollavo le spalle, mi stringevo nel mio striminzito, e piuttosto malandato, impermeabile e continuavo, impassibile e abulico, il mio giro di Milano.
Un piovigginoso giorno di novembre m'ero portato in una zona periferica presso un'azienda che, secondo un'inserzione sul Corriere capitatami casualmente sotto gli occhi, cercava personale contabile per un lavoro di qualche mese. Mi presentai e mi fu spiegato il lavoro che dovevo fare. L'aver trovato lavoro, sia pure per poco tempo, mi rese euforico. Mi avviai verso casa, ma giunto a Porta Romana e, accortomi che avevo in tasca qualche spicciolo, decisi di aspettare un tram.
A una delle fermate c'era Silvia. La scorsi da lontano. Le molecole d'aria si erano, dunque, concentrate tutte in una sola parte della stanza e, anzich morirne asfissiato, io ne vivevo. Non mi ero detto mille volte che Silvia sarebbe stata l'ossigeno della mia vita? A volte avevo tentato di sbarazzarmi di quel ricordo. Mi dicevo che, in fondo, essa non mi piaceva, non corrispondeva al tipo di bellezza femminile che la mia mente aveva accarezzato lungo l'adolescenza. Occhi e capelli chiari, non proprio biondi. Qualche lentiggine sul volto. Di linea esile. Braccia e gambe sottili. Ma continuavo a pensarla. La sentivo, nel mio vuoto, come la salvezza.
Era l. A pochi passi da me. Mi feci incontro a lei sorridendo e anche lei mi sorrise. Ci tenemmo la mano stretta a lungo.
"Ho desiderato tanto rivederti Silvia."
Ci incontrammo spesso da allora. Tutti i ritagli ai tempo libero che mi lasciava la mia nuova occupazione, io li dedicavo a Silvia.
Essa frequentava allora l'ultimo corso del liceo scientifico. Era figlia unica. La famiglia era di condizioni assai migliori della mia (sebbene negli ultimi tempi la situazione nostra fosse un po'migliorata, essendoci stata liquidata da mio zio Oronzo la parte del vigneto spettante a me per eredit paterna; n si corse il rischio di essere messi troppo nel sacco, perch fu necessario il controllo del tribunale, essendo io ancora minorenne, sulla base di una perizia che, ammesso pure fosse stata un po'"addomesticata" dallo zio non poteva per denominare del tutto nero il bianco).
Il padre di Silvia era direttore di una succursale del Banco Ambrosiano. Scusate, mi perdo in minuzie. Che rilevanza possono avere questi particolari? Ammesso poi che non ne abbia gi scritto. Aspettate che controllo, visto che sto tirando gi a scrivere le cose a come vengono. No, non ne ho fatto ancora cenno. Be's, avete ragione, sono particolari inutili. Ma siamo tutti cos quando parliamo di noi stessi o narriamo la nostra vita. Ci addentriamo nelle minuzie, vogliamo puntualizzare fino all'esasperazione, precisare e spiegare fino alla nausea. E tu, amico mio, che fai il giudice e ascolti quotidianamente le vicende di tante persone, non puoi ignorarlo.
Per, accennare alle idee politiche del padre di Silvia non mi pare che sia una minuzia. Forse non  nemmeno, questo, il punto giusto della narrazione per parlarne. Ma mi viene a tiro adesso, ne parlo e cos non ci penso pi.
Fu enorme il mio stupore quando appresi che il padre di Silvia votava da sempre socialdemocratico e si vantava del suo "socialismo moderato" (cos diceva lui). A me pareva pi logico che egli, come chiunque occupa posti di dirigente o  alla testa di aziende, industrie o uffici, fosse di idee liberali. Di destra, cio, differendo da noi missini soltanto in un punto: che loro credono (o fingono di credere) in quella barzelletta che penso sia la democrazia, almeno cos come  stata in concreto attuata in Italia, e noi, invece, la riteniamo una fase transitoria del nostro assetto politico, che prelude a un meno disarticolato rapporto di poteri da instaurare per mezzo di una repubblica presidenziale o con la creazione di una sola camera, espressione delle lites dirigenti, che si potrebbe chiamare delle corporazioni per esempio, o in altro modo. Ma i nomi non contano, il problema  dare infine un vero equilibrio al nostro Stato.
Parlava spesso, il signor Scalet (era di origine valdostana), con enfasi del suo socialismo moderato. E a me veniva da ridere. Ripensavo a mio cugino Davide che chiamava i socialdemocratici "socialprofilattici": evitano, cio, che il "germe" - o, per essere pi aderenti al nome, il "seme" - del socialismo prolifichi. Gliene avevo chiesto la ragione, nel periodo in cui egli mi aveva catechizzato un po'in tutti i campi (raggiungendo, per, scarsi risultati nel terreno politico che era, poi, quello che gli stava maggiormente a cuore) e cercando di capire la differenza fra il credo dei comunisti, quello dei socialisti e quello dei socialdemocratici.
 presto detto, mi aveva risposto Davide che aveva idee semplici - o fors'anche semplicistiche - e  comunque amava esprimersi in termini chiari e sintetici. I comunisti vogliono instaurare, o con le buone o con le cattive, la propriet collettiva dei mezzi di produzione, terre e fabbriche, sostituendo alla societ capitalistica quella socialistica. I socialisti pensano allo stesso traguardo e sperano di arrivarci, anche se a tempo di mazurca, gestendo intanto da socialisti la societ capitalistica. I socialdemocratici, infine, si contentano di avere un tantino di potere nella gestione della societ capitalistica per poter attuare - loro dicono - delle riforme e del traguardo si sono scordati completamente.
Ma naturalmente non dissi mai al signor Scalet la definizione che degli uomini della sua parte aveva escogitato Davide. N per la verit ebbi, mai, in seguito, con lui veri e propri scontri a causa delle nostre diverse fedi politiche.
Gli scontri ebbero altra origine. Ma non anticipiamo i tempi e torniamo all'alba dei miei rapporti con Silvia: un'alba tanto serena per una giornata tanto tempestosa.
Neanche Silvia aveva molto tempo libero (si impegnava seriamente negli studi) e solo raramente la madre, che teneva ben salde in mano le redini della famiglia, le consentiva di trascorrere qualche ora fuori di casa, specie di sera.
Ci si dava appuntamento di solito a una fermata tranviaria nelle vicinanze di casa sua. Nei giorni di festa, quando non c'era nebbia o cattivo tempo, ci si trovava a Porta Venezia e si filava ai giardini, a quel rachitico e moribondo angolo di verde rimasto nel cuore della metropoli odiosamata. Diversamente ci ficcavamo in un cinema. Quando Silvia, per una ragione o per un'altra, mi diceva che non poteva venire a un appuntamento credevo di cadere nella disperazione.
Qualche volta le tenevo la mano fra le mie, cercavo, mentre si stava seduti al cinema, di starle quanto pi vicino possibile. Una sola volta avevo osato, sempre al cinema, cingerle le spalle con un braccio. Ero di una timidezza terribile e ridicola. Eppure mi sembrava che l'incontrarsi, il guardarsi negli occhi bastasse. E bastava.
Quando il primo giorno di primavera ruppe l'uggia dell'inverno, io e Silvia ci guardammo sorridenti. Non ci sembrava nemmeno vero che fosse cos velocemente trascorso l'inverno e che da circa cinque mesi noi continuavamo a vederci quasi ogni giorno, sia pure, a volte, solo per pochi minuti. E che ci eravamo detti in tutto quel tempo?
La mia pi grande felicit era stata intessuta di una serie di niente. Di silenzi. Di un mazzetto di viole offerto a Silvia. Del continuo domandarle "mi vuoi bene?". Del sorriso del mondo intorno.
Ma non lo vedi? mi obietterete, non lo vedi che sei ancora innamorato di tua moglie? Che altro  questo tuo ricordare se non nostalgia?
Se voi, miei ipotetici lettori, e tu, Antonio, mio buon amico e lettore "certo", leggendo queste righe, vi convincerete che soffro di rimpianto per quel periodo della mia vita, che fu l'unico veramente felice, sarete nel vero. Ma se da questo vorrete arguire che io sono ancora innamorato di mia moglie o, peggio, che il mio matrimonio sia ancora recuperabile, allora sarete del tutto in errore.
Silvia -  proprio quello che tenter di puntualizzare - fu nella mia vita come due donne diverse. E non ditemi per favore (con la falsa scienza dell'esperienza generale da cui nasce il luogo comune) che ogni donna , nella vita di un uomo, due donne diverse, quella prima e quella dopo il matrimonio. E del resto ogni uomo, a sua volta,  due uomini diversi nella vita di ogni donna. No, non parlo di questo luogo comune, stupido e generalmente infondato. Parlo di un farsi, volutamente, due.
E della prima Silvia, che non esiste pi, potrei anche, in linea di ipotesi, essere innamorato. Ma della seconda non vedo come potrei sentire la mancanza. E, ammesso che io ne fossi inconsciamente innamorato, son certo che l'amore sarebbe ricambiato con odio.
"Hai tolto ogni senso alla mia vita!" mi disse l'ultima volta che ci vedemmo in tribunale. Mi sibil la frase passandomi accanto. C'era una carica di odio, che ci si rifiuta di pensare possa esser contenuta nel petto di un essere umano.
Ogni senso alla sua vita. Se questo senso essa l'aveva trovato nel rimpiangere un uomo amato, che non ero io, e perduto in una disgrazia, allora veramente sono stato colpevole di aver tolto questo senso alla sua vita. Ma se fosse dipeso da me, immediatamente glielo avrei restituito, cancellando persino il ricordo del nostro matrimonio.
Quando cominci a parlarsi, con seriet di intenti, nelle nostre Camere, di divorzio, io ero gi fra gli "irregolari del matrimonio". M'ero fatto una nuova famiglia e il pensiero che il figlio che stava per nascere sarebbe stato "figlio di ignoto" mi rendeva feroce.
Fu allora che cominciai a pensare a un trasferimento in Australia. Vi ci si erano stabiliti, e con successo, i figli di un cugino di mia madre. Presi contatto. Ma cercai di saperne qualcosa di pi circa la possibilit di ottenere il divorzio in Australia. Non venni a capo di nulla.
Supposi che le leggi australiane non fossero diverse da quelle inglesi e che solo acquistando la nazionalit australiana, avrei potuto ottenere il divorzio. Ma, approfondendo la questione, appresi che due criteri regolano il divorzio nei paesi di diritto a tradizione anglosassone: o quello dell'ultima legge nazionale comune dei due coniugi (nel qual caso io non avrei mai potuto ottenere il divorzio) o quello della legge del luogo dove la domanda di divorzio  proposta. Insomma le cose non sono poi cos semplici come si pensa per chi, trapiantatosi all'estero, intenda ivi ottenere il divorzio.
A parte poi - incongruenza che andava assolutamente riparata e cui provvide la recente legge - che per il coniuge rimasto in Italia il matrimonio continuava a essere indissolubile, perch era ben difficile che una sentenza di divorzio, ottenuta dall'altro coniuge all'estero, potesse essere, come si suol dire, "delibata" e resa quindi efficace nel territorio nazionale.
Un conflitto di leggi, insomma, che da solo avrebbe dovuto bastare a fare adottare il divorzio in Italia almeno vent'anni prima e avrebbe dovuto far tingere il volto di "rossore giuridico" a quelli che - non digiuni certo di diritto - misero in moto il congegno del referendum.
Ricordo che quando ci capit, caro Antonio (mio unico lettore e unico amico leccese, il solo compagno di scuola, sia delle elementari che delle medie, con cui ho mantenuti i legami... e ora che ci penso, s, sei stato proprio tu il ragazzo rimasto, dopo la rottura del marmoreo naso di Palmieri, in mano al vigile urbano; perci, se non ricordo male, la tua famiglia si vide presentare un "conticino" dal Comune e fui io - non ti dispiaccia ch'io lo ricordi - che mi feci promotore di una colletta fra gli altri ragazzi veramente colpevoli), quando ci capit, dicevo, di conversare, di discutere quasi, insieme del conflitto di leggi di stati diversi in materia di matrimonio e divorzio, notando che razza di confusione si era creata nel mio cervello, mi dicevi benevolmente, con modestia certo eccessiva, che anche per i giuristi non  facile orientarsi in quel particolare settore del diritto internazionale privato che riguarda il matrimonio. E ricordo che tu continuavi a parlare di Convenzioni dell'Aja, sottoscritte dall'Italia e sempre valide, dei cosiddetti princpi dell'ordine pubblico, del Concordato con la Santa Sede, dell'art. 7 della Costituzione. Cos la confusione nella mia testa cresceva.
Ma a un certo punto tu stesso, deciso assertore dell'indissolubilit del vincolo matrimoniale ("Quali mani possono avere il potere di scioglierlo?" chiedesti perentoriamente e io pronto: "Quelle stesse degli sposi che l'hanno annodato"), tentennando la testa, finisti col concludere che, nel vertiginoso infittirsi di rapporti fra cittadini di nazionalit diversa e nel crescente movimento migratorio, sarebbe stato assurdo per l'Italia ostinarsi a considerarsi un'"isola giuridica" in punto di divorzio. Un'isola di uno sparutissimo arcipelago che non brilla nel campo dei progressi sociali.
Quella lunga conversazione con te, Antonio, mi fece apprendere tante cose e mi forn argomenti validissimi, quando nelle discussioni che precedettero il 12 maggio mi trovavo da solo, in mezzo ai colleghi di lavoro e a rappresentanti di partito, a sostenere la tesi a favore della conservazione del divorzio.
Probabilmente, dicevo, non c' nulla da controbattere quando si afferma che un ordinamento giuridico tanto pi si avvicina alla perfezione quanto pi corrisponde alle naturali esigenze dell'uomo. E do per ammesso anche - lo do addirittura come un'affermazione ineccepibile - che  esigenza della natura umana creare un consorzio fra uomo e donna destinato a durare tutta la vita e che, per conseguenza, sia pi conforme agli ideali del diritto naturale quell'ordinamento che sancisca, come quello canonico, l'indissolubilit del matrimonio.
Ma allora, continuavo non senza un tantino di enfasi, perch tutti gli ordinamenti moderni hanno considerato il divorzio una conquista? E mi volete dire, per favore, perch nella cattolica Austria una sola legge, fra quelle imposte dal nazismo,  stata conservata, la legge del divorzio?
Ma s, sono polemiche passate. La maggioranza del popolo italiano ha ragionato come me,  inutile riparlarne. Meglio riprendere a narrare la mia storia.




V


Un amore semplice fu, dunque, quello tra me e Silvia. Un amore limpido, senza scosse, che avrebbe potuto portarci a un matrimonio sereno, fare di me e di lei due buoni coniugi come tanti altri. Ma il diavolo ci mise dentro la coda.
So che tu, Antonio, odii la concezione fatalistica del matrimonio: il matrimonio-scatola-chiusa, il matrimonio-salto-nel-buio. E forse ha ragione chi dice che al matrimonio occorre arrivare con una adeguata preparazione spirituale (e non dico necessariamente un corso cattolico organizzato in parrocchia). Forse il matrimonio , davvero, una conquista che va fatta, rifatta e mantenuta ogni giorno. Perci la preoccupazione che la valvola del divorzio pu far dimenticare questa verit, degradando il matrimonio a un'avventura che o la va o la spacca, non era e non  senza consistenza. Onestamente bisogna riconoscerlo.
Ma lasciatemi dire che anche la sfortuna ha giocato il suo ruolo nella mia vicenda, come certo nella vita di tanti altri infelici come me.
La strada mia e la strada di Silvia furono intersecate da altri viandanti.
Fu verso la fine dell'estate - io ero gi in attesa di partire da un momento all'altro per il servizio militare - che avvenne un fatto decisivo per il destino di Silvia e, quindi, anche mio.
Destino, diciamo tutti. E lo ripeto anch'io. In questa parola, forse, non occorre ravvisare altro che il fortuito intrecciarsi delle vite di quegli esseri che il Caso ha avvicinato. E non scandalizzatevi, vi prego, se scrivo Caso con la lettera maiuscola, quasi fosse il dio cui io credo. Concedetemi che a un arbitro di tali proporzioni, che ha acceso la scintilla della vita o meglio che consent il formarsi degli anelli del DNA, che ha manovrato tutta l'evoluzione della specie sul nostro pianeta, che tira le fila di ogni essere vivente, si conceda la lettera maiuscola. Se poi il Caso sia l'articolarsi delle decisioni di un indecifrabile Dio non tocca a me stabilire. N, in fondo, mi interessa gran che.
Un fatto decisivo, dicevo. Ma piccolo piccolo, in apparenza. Margherita, la figlia di mio zio Ambrogio e sorella di Davide, si sposava. Io persuasi Silvia a venire con me a quella festa di nozze. Ci volle del bello e del buono per convincere la madre di Silvia, che era gi a conoscenza della simpatia sorta fra me e la figlia e stava sempre sul chi vive. In quella circostanza Silvia mi consigli di farmi conoscere da sua madre. L'accoglienza non fu per nulla calorosa.
La famiglia di Silvia, infatti, aveva gi progetti diversi per lei. Anche quell'estate - per completare il discorso, scusate, devo tornare di qualche passo indietro - Silvia era andata a trascorrere parte delle vacanze con la nonna. Si trattava della nonna paterna, una distinta signora, nella quale erano ancora chiari i segni di un'antica bellezza. Essa era stata - non seppi mai perch - abbandonata ancora giovane dal marito, partito per uno Stato del Sud-America, da dove non aveva pi dato notizie di s. Si era poi unita more uxorio a un ingegnere calabrese, che per un certo tempo aveva lavorato a Milano. Con lui aveva trascorso tutta la vita e con lui trascorreva la vecchiaia a Roma.
Silvia era al centro dell'attenzione, della vita sarebbe meglio dire, non solo dei genitori ma anche della nonna e del nonno "acquisito".
Da tempo si progettava di dare a Silvia come marito un nipote dell'ingegnere, ingegnere anche lui, che aveva per una quindicina d'anni pi di Silvia. La quale, si capisce, non lo digeriva.
Nell'ultimo periodo di vacanze trascorso da Silvia con la nonna, sempre a Sestri Levante, si era fatto in modo che i due "promessi" si incontrassero, anzi che stessero insieme quanto pi a lungo possibile. Ma credo che Silvia restasse nella sua posizione di cortese indifferenza.
Avevo intuito, da mezze parole, tutto ci, quello che la famiglia tramava e il suo dissenso. M'ero sentito, perci, morire - e non fate una smorfia a questa parola, tacciandomi di esagerazione : i sentimenti bisogna misurarli col metro di allora, perch se li guardiamo con gli occhi di un decennio, o pi, dopo, non riusciamo a capirli - "morire" dicevo dunque, quando, verso la seconda met di luglio, Silvia aveva preso congedo da me per un mese. M'era parso che quella prima separazione non le desse troppo pensiero.
Fu per me, al contrario, un distacco che mi fece soffrire immensamente. Mi dannavo di non avere denaro sufficiente per permettermi un po'di vacanze anch'io vicino a Silvia. Ma una capatina di un giorno riuscii a combinarla.
Come attesi quel giorno. E quanti progetti, nella notte quasi insonne che l'aveva preceduto... la trover certamente in spiaggia, mi avviciner "Ciao, Silvia, come stai?" Lei sorrider felice. Star qualche attimo, incantato, a guardarla mentre i suoi capelli, al sole, manderanno riflessi d'oro... Non c'era particolare di quell'incontro che io non mi prefigurassi. Mi vedevo fare il bagno con lei, invitarla a salire su un sandolino e remare felice mettendo in mostra la mia bravura. Lontano, lontano... soli, si elettrizzava la mia immaginazione. E dietro le palpebre vedevo l'azzurro abbagliante di quel panorama, il golfo del Tigullio, il promontorio di Portofino reso bluastro dalla lontananza. Una cornice di lusso per il nostro amore. Avremmo traversato col sandolino la Baia del Silenzio (il quale silenzio, per, ormai  un mito)...e aprivo quasi la bocca per chiedere a Silvia se preferiva andare ancora pi al largo o dirigersi verso quegli scogli laggi. Li vedi? quelli l. Punta Manara. E tutta docile la Silvia fabbricata: "Come preferisci, Rodolfo." Ecco un tratto di spiaggia deserto - cose che nell'immaginazione potevano ancora sussistere - un triangolo di greto, fra gli scogli, nascosto. Lo vedo, lo tocco quasi. Vi avrei tirato il sandolino, ci saremmo seduti. Baciarla! Baciarla per la prima volta, afferrare infine quest'attimo sospirato per mesi e mesi. Essa mi avrebbe serrate le braccia al collo, si sarebbe stretta a me. Con la punta delle dita avrei lievemente accarezzato le sue spalle nude... Ma possibile che ricordo ancora questi miei sospiri giovanili dopo un decennio, mentre di tante altre cose, di emozioni assai pi profonde si  perduta ogni traccia? Come  chiaro e vivo ancora in me, invece, il tumulto del sangue nelle mie vene in quella struggente notte di desideri e di sogni.
E non era solo lo slancio erotico che sembrava, in quella vigilia, mettermi le ali verso la ragazza che amavo, ma anche un altro impellente bisogno: parlare a qualcuno di ci che da un paio di mesi mi accadeva, la "tentazione" di scrivere. Mi stavo cimentando con un lungo racconto, ambientato negli anni della guerra, e lavoravo completamente, mancandomi ogni esperienza diretta, sul filo della fantasia. Naturalmente non vi nascondevo i miei convincimenti politici. L'"eroe", quindi, non era un partigiano ma chi, fino in fondo, aveva creduto, obbedito, combattuto in una specie di cupio dissolvi. Mi occorreva il parere di qualcuno per quella mia prima prova narrativa, quello di Silvia, almeno. Non  affatto vero che la soddisfazione di chi scrive si addensa soprattutto nel momento in cui si crea. Senza la prospettiva di "comunicare" nessuno mai al mondo, piccolo o grande scrittore che fosse, avrebbe messo insieme un rigo.
Non ricordo nemmeno se quel primo lavoro lo feci leggere mai a qualcuno n, addirittura, se riuscii a completarlo.
So solo che finora nessun critico letterario, nessuna giuria per lavori inediti, nessun "lettore" di casa editrice ha mai apprezzato ci che son venuto scrivendo. Ma in fondo la mia prosa l'ho sempre sentita come un esercizio per il giornalismo.
Mi si rimprovera soprattutto la minuzia del narrare, l'amore dei particolari anche pi inutili, la precisione al limite della pignoleria, talch non lascio al lettore nessun margine per intuire, collegare, integrare. Un modo di narrare ottocentesco, in una parola, e quindi del tutto sorpassato.
Ma io - e certo voi che mi avete seguito ve ne siete venuti accorgendo - penso che narrare sia soddisfare tutte le curiosit del lettore, sia sedersi al centro di un crocchio di amici e parlare, parlare non consentendo che nessuno si distragga o faccia domande o perda il flo, quindi esporre fatti, o pensieri agganciati ai fatti, senza svaporamenti in nebulosit, riferire dialoghi che significhino qualcosa, che si inseriscano nel tessuto narrativo e delineino i personaggi, descrivere persone, luoghi e cose, anche se non per forza con pignoleria curialesca (come faccio, a volte, io) ma in modo tale che tutto sia nitidamente preciso, illuminato da sole mediterraneo davanti agli occhi del lettore (quel sole mediterraneo che spesso manca in certa letteratura narrativa, pur grandissima, di altri paesi).
Forse sbaglio. Anzi, senz'altro sbaglio. Non ho capito niente, voi direte, delle esigenze del lettore moderno, della rivoluzione di tutte le tecniche narrative operata da Joyce, in testa, e poi, ognuno per la sua parte, da Kafka e da Musil, da Proust e da Sartre, da Bulgakov e da Soltjenitsin.
Ma son persuaso che non si possano condividere le impostazioni di coloro che narrano solo di non sapere - o di non potere, a causa dell'incomunicabilit - narrare o di chi, negando ogni valore semantico alle parole cos come la grammatica e la sintassi vogliono siano strutturate e collegate fra loro, preferiscono fonemi disarticolati. "Le veglie di Finnegan", che nessuno ancora  riuscito a tradurre in italiano, poteva scriverle solo Joyce. Ma Joyce era Joyce e aveva scritto gi l'"Ulisse". E francamente per me - e per molti lettori italiani -  come se non avesse scritto il suo ultimo libro.
Nei miei modestissimi limiti, se devo dire una cosa, amo dirla con chiarezza. E se c' confusione, contrasto, sommovimento di idee in me, non lo nascondo. E cerco le parole pi chiare per esprimere la mia non chiarezza interiore.  quello, infatti, che sto facendo per narrare la mia vita. Mi attengo, da buon giornalista, alla fedelt della relazione ai lettori.
Da buon cronista, anzi, sto attaccato alle "cinque W": who? what? when? where? why? Dire tutto - di chi o di che cosa si tratta, in che tempo, in che luogo e per quali motivi il fatto  accaduto - e ogni cosa in breve spazio.
Chiedo scusa per queste chiacchiere. Non pretendo di fare, come quando ero ragazzo, il narratore. E meno che mai di esporre teorie estetiche in fatto di narrativa. Ho voluto solo giustificarmi, visto che il discorso ci  caduto sopra, del mio sistema di portare avanti questo "sfogo rievocativo della mia vita" (non ha altre pretese il libro), cercando di non trascurare nulla n fatti piccoli e superflui n fatti grandi e importanti. Diranno i lettori se qualcosa serviva e qualche altra no, distingueranno essi stessi le cose ultronee e quelle, invece, che non potevano essere dimenticate. E mi concederanno, spero, in ogni caso, venia.
Quanto a quel primo esperimento di narrativa cui altri ne seguirono, tutti, in fondo, a vederli oggi, non riusciti o forse puramente "propedeutici" rispetto a questo lavoro, in cui, senza preoccupazioni di invenzione, senza schemi narrativi preconcetti, senza cercare di accostarmi all'una o all'altra tecnica dei maggiori narratori attuali, altro non sto facendo che "buttare tutto me stesso" in queste pagine - non ebbi nemmeno occasione di parlarne a Silvia.
E del resto le cose, nella realt di quel giorno tanto atteso, andarono ben diversamente da come le avevo sognate. Dovetti penare per trovare Silvia nella spiaggia, fra file interminabili di sedie a sdraio e di ombrelloni. L'intera mattinata and via cos. Trovai finalmente Silvia insieme alla nonna e al "pretendente". Presentazione, scambio di poche chiacchiere, fingendo un incontro casuale. Consumammo insieme una bibita al bar. Neanche il bagno fece Silvia, prefer restare al sole. Poi con i suoi and a fare colazione e per il pomeriggio non si profil alcuna speranza di rivederci, perch avevano gi progettato una gita in vaporetto, n mi si precis per dove.
Deluso, tornandomene a Milano, cercavo di confortarmi ripensando al lampo di gioia - o era sorpresa? era comunque troppo poco - che avevo colto negli occhi di Silvia.
Ma chiudiamo la lunga digressione e torniamo al matrimonio della figlia di zio Ambrogio.
Riuscii, dunque, a ottenere il permesso di condurre Silvia a Secugnago al pranzo di nozze.
Nella cascina - tenuto conto che lo zio era il capo dei contadini - si fece gran festa. La tavola, lunghissima, perch c'era un intero paese invitato, fu imbandita sull'aia. Canti, fisarmoniche, balli e "ciucchi" a ogni angolo.
Silvia, in tutta quell'allegria campagnola, sembrava un po'spaesata. Poi Davide cominci a farla ridere e ball a lungo con lei.
Una corrente, una corrente sotterranea e prepotente, di simpatia si stabil quel giorno fra Silvia e Davide. Io lo avvertii immediatamente, anche se in modo oscuro. Ma mi distoglievo da questo pensiero, da questa sensazione confusa. Una morbosa manifestazione, mi dicevo, di un'irrazionale gelosia. Ma per lunghe ore, la sera, ripensandoci, non riuscii a prender sonno.
E, certo, anche Davide, proprio fin da quella prima sera, doveva avere avuto precisa coscienza di quello che era nato in lui. Forse, con gli occhi aperti nel buio e le braccia incrociate sotto la testa ripensava agli avvenimenti di quella giornata, vedeva Silvia davanti, la sentiva ancora fra le sue braccia come nella danza.
E Silvia? Istituiva, senza volerlo, confronti fra me e Davide? Se rivedeva quella bella figura di giovane, alto, atletico, bruno, pieno di maschio vigore, l'immagine mia - del povero Rodolfo, esile, pallido e timido - ne rimaneva offuscata, cancellata.
N io n Silvia stessa, per parecchio tempo, ci rendemmo conto che fra noi tutto era finito. Il suo trasporto per Davide nacque senza che lei stessa riuscisse mai ad ammetterlo come una realt, prima ancora, forse, che il suo sentimento, la sua simpatia per me raggiungesse la pienezza dell'amore.
Spesso, negli anni, nei tanti anni, che sono venuti dopo, mi son chiesto se Silvia mi abbia veramente amato, allora quando eravamo ragazzi, dopo quando fummo marito e moglie. E il mio per Silvia fu veramente amore? E, messo a confronto con l'altro sentimento che doveva dominare la mia vita, merita ancora il nome di amore?
Se mi sforzo di capire il me stesso di allora, il ragazzo che ero, se cerco di riafferrarne i sentimenti, mi pare di provare un senso di smarrimento. Non riesco pi a veder chiaro. Ma forse non sbaglio pensando che, allora, dovette essere amore. Era un sentimento timido e impacciato, etereo e pieno di idealistiche esaltazioni, senza dubbio. Suppongo, anzi, che io non sapessi raffigurarmi la mia unione con Silvia se non come un tenersi per mano, per andare incontro alla vita (e come questi teneri luoghi comuni possono riempire il cuore di un giovane!). Ma c'era - ed  il ricordo preciso della prima lontananza che me lo conferma - la pienezza del trasporto fisico. Certamente dentro la estrema "spiritualit" del mio sentimento gi sentivo avvampare il desiderio. Ma Silvia, pur nei momenti in cui la brama di lei me la costruiva vicina, restava per me, secondo quell'ingenua e forse un po'ridicola definizione trovata allora, l'angioletta aureolata di sogno.
Frasi e parole, s senz'altro, ridicole, a ripensarle da tanta distanza di tempo e dopo tutto quello che  successo.
L'"angioletta", divenuta mia moglie, mi diede una volta un morso in un braccio da staccarmi quasi un pezzo di carne. Ma lasciamo andare.
E del resto di questo episodio si parla nella sentenza del tribunale, quella che dava la colpa a tutt'e due. Poi in appello, morso o non morso, la colpa fu tutta mia. Ma lasciamo andare anche questo.
Cos la chiamavo, comunque, con un amico di cui mi sia consentito tacere il nome e che fu quello che mi inser nelle fle di quel movimento che con disprezzo qualcuno chiamava neo-fascismo e che io ho sempre considerato e chiamato "di riscossa nazionale" (ma una profonda crisi, in questi giorni in cui sto scrivendo, mi dilania il cervello).
L'amico aveva subito cominciato a prendermi in giro con questa storia dell'"angioletta". E tutte le volte che mi incontrava, ci tornava su, abbinando questa storia a quell'altra delle stelle. E questo perch io una volta avevo avuto l'ingenuit di dirgli che, quando la tristezza pi cupa mi pesava addosso, riuscivo guardando il miracolo del cielo stellato a scrollarmela un po'.
Ma per lui un ragazzo moderno se ne doveva impipare delle stelle. Che se ne fa? Le stelle ci sono nelle canzoni e nei presepi e buona notte al secchio.




VI


Non so se mi convenga, per riuscire a parlare con assoluta chiarezza di me stesso, dire qualche parola in pi di questo mio amico. Lo potrei chiamare XY o indicarlo - come ha fatto per i personaggi di un suo libro uno scrittore a cui son disposto a fare tanto di cappello - con una formula matematica. Ma gli do un nome fittizio. Quasi un nome di battaglia. Del resto egli usava fra gli amici (o i camerati, se cos preferite) nomi di battaglia che cambiava sovente. Lo chiamer "Marco", Marco fra virgolette.
Di lui a te, Antonio, dir che il suo nome sta scritto su una copertina di uno dei fascicoli processuali che girano nel tuo ufficio e che  attualmente... ospite di San Vittore, coinvolto mani e piedi in quelle indagini processuali chiamate "trame nere".
Non dir nulla di lui, n l'et, n la citt di provenienza (era, quando lo conobbi, anche lui un immigrato a Milano), n l'attivit economica che svolgeva, n per che e per come si trova implicato in quella grossa faccenda che  definita ormai da tutti - dagli stessi iscritti e simpatizzanti del M.S.I. - "eversione nera", che ci ha veramente sconvolti - me e tutti gli altri che, come me, credono nella necessit di una svolta a destra, ma senza nefandezze - e che ci tiene in uno stato di grave disagio. O siamo degli ingenui?
Non importa, qui, del resto, parlare di lui, mi importa dire ci che egli ha rappresentato nella mia esistenza.
Era ancora vivo mio padre e frequentavo l'ultimo corso dell'istituto commerciale quando, per ripicca contro le botte che mi ero preso dai miei compagni di scuola in occasione di uno sciopero a cui non volevo partecipare, accortomi, poco tempo dopo, che si stava costituendo un gruppo di contro-manifestanti per non so quale agitazione o dimostrazione, mi inserii in tale gruppo. Era guidato da "Marco": cos lo conobbi. Ci munirono di fionde e di catene di biciclette. Usai quella che capit a me con la furia con cui un antico guerriero faceva roteare uno spadone sulle teste dei saraceni. Avevo da vendicarmi delle botte e delle umiliazioni che, per razzismo antimeridionalistico, avevo subito dal miei compagni. Pensavo a quel tal giovane meridionale, di cui non ricordavo bene se avevo sentito parlare da mio padre o letto in cronaca su un giornale, che venuto a Milano per cercare dei parenti, era stato trovato sfinito di stanchezza e di fame non avendo osato interpellare nessuno per informarsi, non volendo svelare, attraverso il suo accento, la sua "negritudine" di meridionale.
A voi, dicevo esaltandomi fra me e me, a voi studenti, che figli di pap capitalisti vi atteggiate a filoproletari, che parlate di fratellanza universale e ostentate la vostra pura "razza" milanese di fronte ai terroni, a voi che disprezzando i meridionali violate il sentimento di italianit e ora fate scioperi e dimostrazioni a servizio del nuovo zar che siede al Cremlino, botte da orbo in testa. E con quella catena di bicicletta continuavo a menare staffilate e a rotearla sopra di me.
M'accorsi a un certo punto di aver colpito in pieno viso un ragazzo. Lo vidi coprirsi gli occhi con le mani e spill sangue fra le dita. Atterrito, angosciato, me la diedi a gambe.
Seppi poi che un ragazzo era stato in ospedale, per una grave lesione a un occhio. Stetti molto tempo in ansia per lui. Ero certo che si trattava dello studente che avevo colpito in piena faccia. Giurai da allora che mai pi avrei partecipato a quelle mischie che definii schifose.
"Marco", per, mi aveva notato. Aveva apprezzato la mia furia, la mia risolutezza nel "combattere". Egli usava, sempre, questo verbo. Venne a cercarmi a scuola, mi port alla sezione del M.S.I. dove operava lui e cominci a discorrere del pi e del meno, ma soprattutto di politica, con me.
Accert dapprima il mio risoluto anticomunismo. Se ne congratul, anzi, dicendomi che su questa base, e solo su questa, si poteva procedere alla formazione di un nuovo "camerata".
Egli adoperava chiaramente questa e altre parole del vocabolario fascista. Io, invece, avrei preferito che di questo frasario non si facesse pi uso, perch il fascismo, secondo me, era stata una sperimentazione fallita - e ci che la storia condanna con il fallimento o con la sconfitta  vano volerlo riesumare - e occorreva trovare "qualcosa" di nuovo che al fascismo, s, (alle cose che allora almeno mi apparivano le "migliori" di esso: il patriottismo, il senso di disciplina da inculcare in tutte le categorie sociali, la autorit degli organismi statali, la potenza e onnipresenza della polizia) si ispirasse, ma che fosse tagliato secondo la misura dei nuovi tempi, delle nuove esigenze e, soprattutto, secondo i bisogni ideologici delle nuove generazioni.
Dissi, perci, a "Marco" con molta schiettezza che a me l'ideale della rinascita, sic et sempliciter, del fascismo non mi andava assolutamente a fagiolo. Che io pensavo, piuttosto, a dei "correttivi" del tipo di Stato esistente gi in Italia, a una democrazia di tipo gollista (De Gaulle, allora, nel nostro ambiente, era... di gran moda), a una repubblica presidenziale, alla gerarchizzazione dei sindacati inquadrati nella struttura piramidale corporativa. E tutto questo da raggiungere gradualmente, con la lotta politica in parlamento e, quando occorreva, nelle piazze.
"Allora," disse "Marco" "avrai da fare sempre i conti con la dicc che, ogni tanto, lo vedi tu stesso, il recente esempio della caduta di Tambroni docet, ha dei ripensamenti e, dopo averci schiacciato l'occhiolino, si sente presa da soprassalti resistenziali e antifascisti e ci manda al diavolo."
"Non hanno importanza," replicai "nella realizzazione dello Stato a cui penso io, i momenti tattici e le alleanze contingenti.  l'ampia portata del disegno che conta. Occorre guardare all'esercito e penetrarlo, con le nostre vedute, nei suoi quadri. Occorre far leva sulla burocrazia, specie quella alta, perch capisca che, volgendo le sue simpatie verso di noi, riguadagner il perduto prestigio. Occorre lavorare seriamente, con scritti, opuscoli, giornali, nell'ambito della magistratura - terreno sempre un po'difficile, perch  l'intellighentsia dell'impiego pubblico - dove si avverte qualche sintomo di sbandamento a sinistra, perch al momento giusto non ci siano defezioni, che sarebbero pericolose, in questo importante apparato statale. Occorre far capire a tutti i corpi di polizia e ai singoli gregari che solo in chi ha i nostri ideali di ordine e disciplina sociale essi possono trovare appoggio, potenziamento, autorevolezza. Occorre inserirsi bene nella classe imprenditoriale e fare entrare chiaramente in testa agli operatori economici che siamo solo noi la garanzia del loro successo e della prosperit economica generale. Non possiamo fare salti nel vuoto. La politica, come la natura secondo Leibniz, non facit saltus. Seminiamo nella macchina statale e nell'ambito delle forze economiche, facciamole ideologicamente nostre, fascistizziamole se cos pi ti piace dire, e allora l'instaurazione di uno Stato forte, di tipo gollista o, che so io, anche peronista ( perch qualche concessione alla classe operaia bisogner pur farla), sar operazione quanto mai facile."
Non giurerei, certo, che parlai proprio cos a "Marco" - forse allora, nemmeno ventenne, non avevo cos chiaramente delineate nei dettagli le mie idee politiche, ma la sostanza c'era - n che quello riportato sopra fu un discorso di una sola "seduta". Probabilmente lo facemmo in pi volte. Ci incontrammo spesso, infatti, sia negli ultimi mesi del mio corso scolastico sia successivamente.
"Marco" mi disse che, a esser sincero, lui aveva sperato di aver fatto con me un "arruolamento" per nuclei "operativi" e che, invece, ora veniva scoprendo un ideologo. "E ne sono contento, bada, perch abbiamo bisogno degli ideologi. Mi piace, per esempio, questo tuo teorizzare un nuovo Stato che sorge da questo che c', senza scossoni rivoluzionari ma per naturale evoluzione."
"Vedi," precisai "in fondo anche Mussolini che fece? tolse forse di mezzo lo statuto albertino? abol la monarchia? No, corresse il primo, condizion l'altra al suo potere. Cos dovrebbe avvenire per l'instaurazione dello Stato a cui penso io. In un periodo, per esempio, in cui una lunga crisi di governo travaglia la vita pubblica, come quella di quest'estate, basta un gesto "forte", per cominciare, del presidente della repubblica. Se esercito, polizia, magistratura, burocrazia e, soprattutto, confindustria sono per la "correzione" delle istituzioni, queste muteranno con gran facilit e..."
"Mi pare," m'interruppe "Marco" "che sei un ideologo in gamba... ma troppo idealista."
"No, lasciami dire. Guarda, io conosco bene la costituzione dell'attuale nostra sgangherata repubblica. A scuola ho studiato un po'di diritto, ma io in questo settore ho voluto approfondire un po'la mia cultura. Credi, davvero, che attraverso gli articoli stessi della costituzione non si riuscirebbe a creare uno Stato forte, autoritario, avente il pieno controllo delle forze sociali? Si dovrebbe cominciare dall'articolo 40, quello che dice "Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano". Dove sono queste leggi? Subito, facciamole: divieto di sciopero agli statali e agli addetti ai servizi pubblici, decisione dello sciopero rimesso agli organi rappresentativi dei lavoratori, previo un tentativo di arbitrato affidato per legge a un organo statale. E sistemato l'articolo 40, pensare subito al precedente, il 39, per mezzo del quale, dando regolamentazione ai sindacati, si possono creare organismi unitari nazionali coordinati in gruppi per settore economico, insieme alle associazioni imprenditoriali: le corporazioni insomma. Il resto verrebbe da s: una legge elettorale maggioritaria, un uso pi frequente da parte dell'esecutivo dei decreti-legge e deleghe, deleghe al Governo da parte del Parlamento per legiferare ampiamente. S'intende che uno Stato cos dovrebbe anche garantire gli essenziali diritti ai lavoratori. La sicurezza sociale dovrebbe essere uno dei pilastri del nuovo regime. Ma niente indisciplina: ogni lavoratore al suo posto e basta coi mestatori e gli sfruttatori dei malcontenti"
"Marco" seguiva i miei discorsi affascinato. Ma sorrideva e tentennava la testa. "Non lo so se queste tue teorie coincidono col programma del partito, del resto neanche le mie sono assolutamente coincidenti con quelle dei nostri capi. Trovo molto interessante questo tipo di regime che dovrebbe germogliare dal demomarciume di adesso. Ma dove tu pecchi assolutamente di ingenuit idealistica  nel concepire il modo di realizzarlo. Del resto la tua giovane et e la tua inesperienza ti giustificano. Un regime forte, amico mio, lo si pu instaurare solo con la forza."
"Un colpo di Stato? E dove trovarne le premesse?"
"Le premesse, appunto. Dobbiamo fare in modo che la gente, la gente comune che vuole lavorare in pace, il bottegaio, il camionista, l'avvocato o che so io, si stufino del disordine, degli scioperi, del casino che fanno gli studenti, dello strapotere dei sindacalisti..."
Mi distrassi per un attimo e pensai a mio cugino Davide, il quale, chiaramente, una volta, mi aveva esposto le sue teorie sul sindacato e sulla necessit che esso acquistasse sempre pi forza e peso nella vita politica. "Qualcosa, aveva precisato, come il gabinetto-ombra inglese, la vera opposizione a un governo che  espressione della classe padronale."  vero, pensai, facendo stufare la gente, sar questa stessa democrazia che si scaver la fossa.
"Ma non dobbiamo rifuggire," diceva intanto "Marco", "dallo scontro fisico. Nelle agitazioni operaie e nelle manifestazioni studentesche intervenire sempre. Dapprima sparpagliati per suscitare tafferugli o fomentarli. Poi a fianco delle forze dell'ordine. Farci vedere, con ostentazione, a fianco della polizia. Unire il nostro al manganello dei poliziotti. Quando saremo abbastanza organizzati, abbastanza forti, vedrai che il mantenimento dell'ordine pubblico passer in mani nostre. I governi deboli che continueranno a susseguirsi con questo centro-sinistra, che tutti vogliono e nessuno sa con precisione cosa effettivamente sia perch tutti lo interpretano a modo loro, si dimostreranno sempre pi incapaci di mantenere l'ordine pubblico.  qui il nostro spazio."
Ma forse io ricordo male. Queste teorie cos precise per giungere al potere "Marco" non me le espose allora, una diecina di anni fa, quando ci conoscemmo, ma in seguito.
Per alcuni mesi, anzi, non lo rividi pi. Io ero assillato di ben altro: cercavo un'occupazione dopo quella di un paio di mesi trovata nel corso dell'inverno. Non mi importava pi nemmeno delle idee politiche che avevo nutrito, non mi perdevo in vagheggiamenti di un diverso tipo di Stato. N frequentavo pi la sezione del partito.
Fu verso l'inizio del nuovo inverno che incontrai  "Marco". In quell'occasione parlammo a lungo e forse molte delle cose che ho riferito ce le dicemmo allora.
"Ehil!" mi apostrof "Marco" da lontano. "A che punto  la contemplazione delle stelle e l'estasi con l'angioletta?". Gli piaceva, sempre, sottolineare la mia inclinazione alle cose astratte e romantiche.
Sorrisi e gli annunciai che presto sarei partito per il servizio militare. "Gi, non ti fa comodo per via dell'angioletta. Ma guarda che  una cosa importante per noi il servizio militare. E impara bene l'uso degli esplosivi."
"Perch?"
"Niente, niente, pu servire."
Io non avevo particolari impegni, perci rimasi con lui tutto il pomeriggio e finimmo coll'andare a cena insieme.
Non so se faccio confusione, ma credo che fu proprio allora che "Marco" mi parl della tecnica del colpo di Stato: due, tre reparti dell'esercito, qualche carro armato nel centro della capitale e delle principali citt, un gruppo di carabinieri in azione e il fermo notturno di tutti gli esponenti della sinistra.
Ricordai queste "teorie" quando si fece tanto discutere su ci che nell'estate 1964 e nel dicembre 1970 poteva essere, per dirla alla guidogozzano, e non era stato.
Altri "discorsi" - mezzi discorsi piuttosto - ho colto poi nelle conversazioni con "Marco" che mi si sono chiariti in seguito... che cosa significava per esempio "fare in modo che gli anarchici e gli ultrasinistri compissero gesti nefandi, da suscitare l'abominio di tutti"? come "fare in modo"? E la precisazione fatta una volta che in politica non  necessario che un avversario "abbia fatto" ma basta che "sembri aver fatto"? E il ricordo dell'incendio del Reichstag? E perch, una volta, aveva parlato della bomba al cinema Diana di Milano che di poco aveva preceduto la marcia su Roma?
Negli anni che seguirono scoprii sempre pi in "Marco" un machiavellismo cinico che non sospettavo in lui e che lo allontanava sempre pi da me. Ma forse sto precorrendo i tempi di questa narrazione ed  meglio tornare alla vigilia della mia partenza per il servizio militare.
L'addio con Silvia, il giorno prima della partenza, fu convenzionale, freddo. E perci amaro.
Passeggiammo un po'per il centro. Era un giorno di festa e c'era tanto sole, pur essendo pieno inverno, sul sagrato del Duomo (e chi non l'ha visto in una di queste rare, inimmaginabili, eppur vere, giornate invernali non pu avere idea di che cosa sia questa stupenda piazza).
La testa ciondolone, triste, accanto a Silvia, parlavo di cose futili. E ogni tanto le chiedevo "Mi dimenticherai?"
E giravamo, intanto, per quella parte di Milano che, forse, perch era stata cara a mio padre, era cara anche a me. La parte che dall'abside del Duomo, il "Camposanto", si apre a ventaglio fino alla linea dei Navigli. Ben altra cosa - diceva mio padre spesso - di quello che  adesso. Allora, allora, avresti dovuto vederla, prima dei bombardamenti. Era innamorato, pover'uomo, di Milano.
Io no, invece, anche se ci torno volentieri. Roma mi  tanto estranea. Ma quell'angolo della vecchia citt, pur come  adesso,  caro a me come a mio padre. Forse perch con quell'ultimo incontro con Silvia si chiuse definitivamente una breve, indimenticabile stagione della mia vita.
All'ora di pranzo Silvia prese il suo tram. Ci stringemmo la mano e tutto fin l.




VII


E mi trovai cos in una caserma. Recluta. Attanagliato dalla malinconia. Il pensiero fisso a Silvia. Ma le sue lettere si facevano aspettare a lungo ed erano sempre pi tiepide e talvolta superficiali. Io non sapevo conformarmi alla vita militare e non riuscivo a legare con nessuno dei miei nuovi compagni. Continuando a chiudermi e appartarmi, non facevo che aumentare l'atmosfera gelida che mi ero creato attorno.
E un giorno l'antipatia, che io senza saperlo ispiravo, esplose in un litigio - Dio solo sa quale, e quanto futile, fosse il motivo - con un compagno, che era tanto pi robusto di me. Ebbi la peggio e la cosa si concluse prima in infermeria e poi in prigione per sette giorni.
Quell'episodio veniva a dare terribilmente peso ai pensieri, che, da quand'ero militare e forse anche da prima, si agitavano in me in modo informe, senza che io ne sapessi o ne volessi prendere piena coscienza .
Nella vita - mi dissi finalmente in maniera chiara - c' un solo valore: la forza. La bont, l'onest, tutte le altre cose tanto belle a dirsi e di cui gli uomini si riempiono la bocca, che peso hanno? sono retorica. Il diritto non  che il diritto del pi forte.
Su quali fattori poggia - mi chiedevo abbastanza ingenuamente e forse stoltamente - la valutazione dell'individuo nella vita militare? Sulla sua capacit e resistenza fisica, sulla sua forza, sul suo addestramento muscolare, sulla sua abilit sportiva. Io che possiedo, concludevo sconfortato, questi requisiti in misura assai limitata, sono l'ultimo degli ultimi. E la vita militare - specialmente quella che si fa "gustare" agli allievi ufficiali perch se ne imprimano bene in mente il sapore - altro non  che una sintesi, una prova generale della vita vera e propria, che in fondo - cos mi sembrava - non ho ancora pienamente affrontato. (Del resto il vezzo di rimandare l'"inizio" della vita vera e propria  un difetto di tutti: "la vita comincia a quarant'anni" si dice quando cominciano gli anni della discesa).
L'idolatria della forza era propria dell'ideologia che avevo accettato e poteva accadere che anche a individui come me, miti nel fondo e sostanzialmente alieni dalla violenza, gli atti che denunciano l'origine ferina dell'uomo - come il colpo di catena sulla faccia dello studente, per cui a volte avvertivo un invincibile senso di colpa - apparissero come qualcosa di cui andare orgogliosi, qualcosa che li svincolava, almeno per un'ora, un attimo, dal loro destino di pecore, e l'idolatria della forza apparisse come la vera religione.
In questo inizio di estate 1974 - a un mese circa dal referendum e a pochi giorni dalla strage di Piazza della Loggia - in cui sto scrivendo queste righe e tutto quello in cui finora ho creduto  smosso dal fondo, ribaltato, spappolato in un cumulo di frantumi che non so pi ricomporre, mi chiedo con angoscia come era possibile che io fossi giunto a ragionare cos, a credere nella "legittimit" della forza e della violenza.
Se a un giovane come me, che pure aveva una sua cultura anche extrascolastica, che aveva un suo, per lo meno normale, spirito critico, cui non erano mancate altre "fonti di convincimento" politico - in particolare mio cugino Davide - che aveva sempre istintivamente aborrito dal sangue e dalla violenza, poteva a un certo punto apparire saggio il culto della forza, che cosa poteva far germogliare un "vangelo della violenza politica" in uno spirito pi debole, in una mente meno perspicace e pi culturalmente impreparata?
Ricordo, comunque, che quei pensieri mi crocifiggevano. Era un continuo accorgermi di essere sbagliato, un continuo rimproverarmi di essere in preda a un sentimentalismo non pi di moda e ridicolo nel mondo d'oggi, un constatare che il rimuginio interiore, il ripiegarsi su di s non potevano che portarmi a risultati disgraziati. Continuando a ragionare, o a sragionare, io sovrapponevo una testa gigantesca a un corpo estremamente fragile. Mi costruisco, dicevo, l'infelicit con le mie stesse mani. O meglio, ce l'ho bell'e pronta. Il motivo  semplice: sono un debole.
Passavo cos da considerazioni di ordine generale a "querimonie" sulla mia vita interiore. Devo, devo cambiare, mi ostinavo. La vita va vissuta nella sua pienezza: movimento, sviluppo e armonia dell'organismo, soddisfazione dei sensi, lotta (che mescolanza di cose! E come potevo metterle insieme?) Per vivere - cos venivo... scoprendo l'America -  necessario essere forti, non sentimentali inquieti rosi da scrupoli: perch, per esempio, continuare a vedere quelle mani sugli occhi e di tra le dita sgorgare il sangue? Solo i forti hanno il diritto di vivere, concludevo da... autentico idiota.
Certo oltre all'influsso che aveva esercitato su di me "Marco" con le sue teorie sulla necessit che il comunismo, peste del mondo, doveva essere combattuto con la violenza, influivano in questo guazzabuglio di pensieri i tormenti del mio farmi adulto.
Mi accorgevo delle pecche del mio carattere: una certa dose di abulia, un continuo tentennare dinanzi a qualsiasi decisione, e quell'inclinazione di non pochi esseri umani a lasciarsi trascinare nei fatti pi che a entrare in essi, imprimendovi l'impronta della propria volont.
Se esaminavo, persino, i miei rapporti con Silvia, mi accorgevo che era lei a dare l'indirizzo, il tono, e non io. Scoprivo, quasi con sorpresa improvvisamente, che mi lasciavo guidare interamente da lei. Io ero stato, infatti, di fronte a lei come in una specie di adorazione, stordito in un'ubriacatura sentimentale, incapace di manifestare veramente il mio amore e, quel che  peggio, incapace di suscitare in lei vero amore. Devo mutare, dobbiamo mutare io e lei. L'amore non pu continuare a essere amicizia spirituale.
Di tutti questi miei pensieri, certo, non traspariva che una minima parte nelle lettere dirette a Silvia, ma tanto quanto bastava per metterla in apprensione.
Doveva essere quello un periodo particolarmente difficile per lei. In un modo o nell'altro, forse scrivendole, forse chiedendo e, magari, ottenendo un incontro, Davide doveva gi averle manifestato i suoi sentimenti. Probabilmente Silvia cercava di sfuggire a ci che sentiva nascere e crescere in lei, tentava di aggrapparsi a quello che credeva amore per me. Perci nelle sue lettere c'erano frasi come queste: "Se crediamo a tutto ci che ci siamo detti in pi di un anno, se abbiamo fede in noi e nei nostri sentimenti, questa lontananza non deve farci paura. Non sappiamo cosa ci riserva l'avvenire (questa ansia di Silvia per il futuro mi stupiva), ma qualunque cosa avvenga, io sono certa di me: ti vorr bene sempre."
Era una grande, inconsapevole bugia.
Io non so quando Silvia si scoperse irrimediabilmente innamorata di Davide. Allora, certo, non sapeva di mentirmi.
Forse anche lo stesso Davide, dapprima, doveva essere ben lontano dal progettare una relazione con Silvia e magari si illudeva di spegnere quella simpatia. Sentiva l'assurdit del pensiero che da un po'di tempo lo crucciava? Ma  assai raro che gli uomini siano pi forti dei propri sentimenti.
Le cose, con la loro forza oscura, sembrarono favorire il sorgere della loro relazione. Silvia, non so perch, finito il liceo, anzich iscriversi all'universit, tronc gli studi e and a vivere con la nonna a Roma, forse su insistenza di costei o perch si sperava che presto si sarebbe persuasa a dire di s al "pretendente". Contemporaneamente Davide, che si era fatto sempre pi strada in sede sindacale, ottenne un incarico presso la sede centrale della CGIL a Roma.
Fu proprio da Roma che mi giunse una lettera di Silvia nella quale mi scriveva che notava in me, da qualche tempo, una diversit che non riusciva a definire. Le sembravo, s, sempre affettuoso, ma a volte strano, strampalato addirittura in certe affermazioni. E questo, concludeva, non poteva che condurre a un allontanamento delle nostre anime (non era piuttosto il suo inconscio che preparava una "onorevole ritirata"?).
Gi in una precedente lettera Silvia mi aveva fatto chiaramente intendere - poich io, non so a che proposito, mi ero lasciato sfuggire una frase sarcastica sulla "Repubblica nata dalla Resistenza" - che non poteva condividere le mie idee. E mi aveva cos rivelato che suo padre aveva fatto il partigiano e che parlava sempre di un suo caro amico fucilato dai fascisti e il cui corpo era stato buttato, a piazzale Loreto, il 10 agosto 1944, insieme a quelli di altri quattordici partigiani. Quell'essere, diceva sempre suo padre, che sembrava tanto scettico, che sghignazzava quando gli si parlava di dovere, di ideali, seppe combattere per un ideale vero, di quelli che la gente nemmeno chiama cos, tanto son veri, e morire da eroe. "Era la difesa della dignit dell'uomo l'ideale per cui egli era morto - precisava Silvia, riferendo le parole di suo padre - ma forse lui stesso nemmeno gli dava un nome. Non gli sentii mai in bocca parole come: patria, libert, democrazia. Gli sentii dire solo una volta: "Ci vorrebbero trattare come scarafaggi, i nazisti." E c'era, tutta, in queste parole, la spiegazione della sua rivolta. Ora ce li siamo scordati, lui e gli altri. O meglio vengono esaltati nella retorica delle celebrazioni ufficiali ogni 25 aprile. Il che non serve a niente."
Replicai a quella lettera un po'scocciato, quasi sprezzante. Dopo tutto, scrissi, ogni fatto storico pu essere narrato da diverse angolazioni ideologiche e appare un fatto diverso. Ma alcune parole del padre di Silvia mi restarono impresse. E in modo particolare: "Un ideale vero, di quelli che la gente nemmeno chiama cos, tanto son veri."
Oggi, non so perch, continuo a pensare a quella frase e credo che essa ben si attaglia a quella fede, che mi pare sorgere dalle macerie che ho dentro di me, la fede nella dignit e nell'intangibilit di ogni, dico "ogni", vita umana.
Ma  chiaro che allora quella lettera di Silvia e poi le successive in cui essa trovava strampalate le mie idee - che presentavo come "nuove certezze" - sull'idolatria della forza fisica e sull'ineluttabilit della violenza, cominciarono a creare nel mio sentimento d'amore screpolature da... abbassamento di temperatura.
Intanto, sebbene continuassi a proclamare dentro di me il mio amore per Silvia quasi fosse un articolo di fede, un inattaccabile dogma, ero tutto proteso alla ricerca dell'amore fisico. Di un'avventuraccia, magari, purch raggiungessi il traguardo della mia prima relazione erotica con una donna. Mi pareva che, solo in questo modo, non mi sarei pi sentito un essere debole.
Forse vi faccio sorridere, miei pazienti amici (e se siete arrivati a leggere fin qui, il titolo di amici, ormai, ve lo meritate di pieno diritto) e viene voglia di sorridere anche a me, riesumando questi miei pensieri di ragazzo.
Ero, e sono per molti aspetti ancora, un essere debole. Ma, cercando di non esserlo, riuscii solo a divenire cattivo.
La fermezza, la fortitudo, invece, pu andare d'accordo con la bont. Com' stato difficile per me arrivare a questa certezza, che , in fondo, un luogo comune.
Non  vero che il mondo, come ho creduto per tanti anni, appartiene e apparterr sempre a chi detiene la forza e che spesso si tratta di un forte malvagio. Certo la storia non manca di esempi di tal genere e il passaggio del potere, quasi senza soluzione di continuit, da un detentore a un altro detentore, spesso pi bieco, della forza pu fare accettare questa errata concezione come un'ineluttabile verit.
Ora so che la civilt umana  stata creata dalla tenerezza e dalla mansuetudine, dai fondatori di religioni, dai portatori di parole ai amore e di pace, e non dai conquistatori, dai carnefici, dai guerrieri. Da Zoroastro e non da Assurbanipal, da Cristo e non da Giulio Cesare, da Francesco d'Assisi e non da GengisKhan, da Gandhi e non da Hitler.
E so, quindi, ora, che il mondo appartiene, e apparterr sempre pi ai buoni, a una sola condizione, per, che essi abbiano la forza di sapere restare se stessi, agnelli cio, anche in mezzo ai lupi. E salire, quand' il momento, il Calvario e lasciarsi inchiodare in croce. La funzione del Cristianesimo nel mondo, perci, non  finita a dispetto di diciannove secoli di nauseante storia ecclesiastica.
Son caduto, senza volerlo, in una specie di predicozzo, di quelli che anche un parroco di campagna appiccica sempre alla sua omelia domenicale. Scusate. Ma non ho saputo significare meglio di cos il mutare faticoso, quasi lacerante delle mie idee. Quello che mi premeva dire - e non so se ci sono riuscito  questo: non era del tutto colpa mia se allora ragionavo in ben altro modo. Mescolavo insieme, in un unico giudizio di riprovazione, debolezza e bont. E, ci che  pi ridicolo, nel gran caos di idee che regnava in me, mi pareva che la debolezza fosse collegata con la temperanza sessuale.
Ogni sera, in libera uscita, mi disponevo alla ricerca di un'avventura amorosa. Ma me ne tornavo sempre con le pive nel sacco. "C' chi dice di s, c' chi dice di no" squillava la tromba suonando le note della ritirata, secondo l'ingenua versificazione che i soldati hanno appioppato a tutti i segnali di tromba, "lascia la bionda, ch passa la ronda, ritrati cappelln!"
E per me, ogni sera, quelle note erano la sinfonia mesta, la musica desolata, che accompagnava la mia sconfitta.
Mi giustificavo, per. Mi dicevo che le cose mi andavano cos male, perch ero troppo fedele (fedele anche senza volerlo, per inclinazione incoercibile) a Silvia. Cos rifacevo i miei propositi per la sera successiva, ripetendomi che era illogico mantenermi fedele a un sentimento "tutto spirito". Basta, giuravo, con la vita balorda che ho condotto fino adesso. Sono un giovane come gli altri. Devo vivere, pensare, godere come gli altri.
Questa mia interna inquietudine non giovava alla mia salute, che era stata ottima finch ero vissuto a Lecce e che aveva avuto poi un brusco cambiamento - una tonsillite dietro l'altra, bronchite quasi cronicizzata, continue emicranee - non solo per il clima di Milano ma per il mio precipitare in uno stato, quasi continuo, di infelicit. Da militare la mia infelicit si era dilatata nuovamente. Cos, mentre c' gente che dal servizio di leva trae benefici alla salute, io invece ne ricavai una malattia piuttosto seria, pleurite.
Guarito dopo circa due mesi, ottenni una licenza di convalescenza. Silvia mi aveva scritto affettuosamente mentr'ero ammalato e fece in modo - o capit cos, non saprei - di rientrare a casa a Milano, dai suoi genitori, in occasione della mia licenza.
In quei giorni, brevissimi e felicissimi, non mi ricordavo nemmeno pi dei miei crucci. Non c'era che Silvia a occupare il mio cuore. Quasi tutti i pomeriggi ci incontravamo e qualche volta si riusciva a uscire dopo cena.
Colsi cos, una sera, l'occasione per baciarla. Attrattala in un angolo un po'appartato, dapprima le accarezzai le mani. Ma non sapevo andare oltre. Dovetti farmi forza per vincere la mia timidezza.
Fu in questa svolta dei nostri rapporti che capii di non essere amato da Silvia. C'era ormai Davide nel suo cuore. Ignaro di ci, avvertivo tuttavia la sua freddezza. " amore il nostro?  amicizia. E allora salutiamoci da buoni amici e facciamo punto." Ma non ci lasciammo.
Dovrei parlare, ora, dei rapporti fra Silvia e Davide. Ma  il brano pi difficile per me. E non perch mi siano ignote le varie circostanze o perch debba fare sforzi per immaginare i loro pensieri, le loro ansie.
A lungo, nel corso della nostra breve vita in comune, Silvia mi parl di questo periodo della sua esistenza. Essa stessa, come in una specie di confessione, cerc di spiegarmi il suo comportamento e quello di Davide, quasi fosse possibile, dopo avere sviscerato ogni angolo buio, metterci una pietra tombale sopra e iniziare una nuova vita.
Non ci accorgevamo che io con la mia morbosa curiosit provocata da gelosia postuma, lei con la sua voglia di continuare a parlare di quel periodo, per sbarazzarne, diceva, la sua memoria, ma obbedendo, invece. all'inconscio bisogno di restarvi ancorata con il rimpianto, continuavamo a scavare un abisso fra noi che divenne incolmabile.
Forse a un certo punto, cominciammo a odiarci senza saperlo. La radice del fallimento del nostro matrimonio sta qui.
Se volessi esporre quel che avvenne nella vita di Silvia, non mi mancherebbe dunque il materiale per farlo. Ma quanto mi pesa.
Per soffrirne meno, dovrei essere capace, affrontando la narrazione di questo brano importante della vita di Silvia e per riflesso importante anche per me, di spersonalizzarmi. Dovrei saper essere un narratore quanto pi obiettivo si possa immaginare. E capisco che  estremamente difficile. Far del mio meglio.



VIII


Quando, dopo la fine della mia licenza, ritornai al mio reggimento, non ero riuscito, non dico a capire, ma neanche a intravedere, a sospettare, la silenziosa lotta che Silvia conduceva contro se stessa.
Invano, forse, essa si diceva pazza. Davide aveva preso posto, con prepotenza, fin dal primo momento, nelle sue fibre pi segrete. Allietava e crucciava i suoi sogni.
Forse al primo incontro essa accondiscese per leggerezza, senza rifletterci, ma poi, quando entrambi si trovarono a Roma, le parve una cosa quasi naturale continuare a incontrare Davide, che le parlava di amicizia sincera, priva di sottintesi, che voleva "soltanto" parlare con lei della sua infelicit coniugale. E lei lo ascoltava, lo confortava, e il loro legame, ancora da nessuno di loro chiamato con il vero nome, diventava sempre pi saldo.
Ma a un certo punto Davide non volle pi mentire con se stesso e con lei. Durante una sua breve assenza da Roma, le scrisse parole chiare d'amore e le fiss un appuntamento.
Era il periodo in cui Silvia era in ansia per la mia salute. Ma la lettera di Davide distrusse - ne sono certo - ogni altra preoccupazione, ogni altro pensiero.
Si propose (cos ebbe a narrarmi) di non andare all'appuntamento fissatole da Davide. Ma pass una notte d'inferno. Da una parte un'immagine scialba e lontana, la mia, cui essa cerca invano di aggrapparsi, e dall'altra Davide e un desiderio violento di lui, come in vita sua mai aveva provato. Nonostante tutti i propositi contrari, Silvia va all'appuntamento. La scena  viva in me, come se l'avessi vista proiettata su uno schermo. E certo  stata la mia fantasia a fissarla cos. Sono imbarazzati. Davide non sa da che parte incominciare il suo difficile discorso. E Silvia  inquieta, intanto. Vuole andarsene senza neanche lasciarlo parlare. Non riesce a capire come si sia decisa a incontrarsi con lui. Le pare di avere agito come un automa.
Davide accenna alle ultime vicende con sua moglie. Carla, dopo un altro violento litigio, l'ha piantato portandosi via tutto. Si interrompe e le parole, che da un po'viene cercando, scaturiscono spontanee: "In mezzo a tante amarezze, non c' stato che il pensiero di te a sostenermi."
Silvia abbassa gli occhi. Tace per un po'. "Ma lo sai che io voglio bene a Rodolfo."
"Anch'io voglio bene a Rodolfo. Ma l'amore non  solo voler bene."
"Restiamo amici, Davide. La questione di una scelta non posso neanche pormela. Tu sei sposato. Forse vi riconcilierete. Ragiona, ti prego. E lascia che anch'io mi faccia guidare dalla ragione."
Silvia si rifiutava, ancora, di ammettere il suo amore per Davide e di riconoscere di avermi mentito e di continuare a mentirmi. Ma ogni sera la figura di Davide  piantata l davanti ai suoi occhi, nel buio della stanza. Rivede il suo sguardo pieno di desiderio, le sue labbra, risente la sua voce.
Finch era sveglia - mi confess una volta - le pareva di saper combattere e allontanare quell'immagine, invocando quella mia. Ma nel dormiveglia, mentre pensieri indefiniti svaporano dal suo cervello, era come se si abbandonasse fra le braccia di Davide e cos, rannicchiata in lui, vibrante e quieta insieme, riusciva a prender sonno.
A volte la mattina si sentiva interiormente svuotata. Senza desideri, senza rimorsi, senza amore. Cercava, invano, di studiarsi, di esaminare serenamente la situazione e la verit dei suoi sentimenti, di capirsi insomma.
Quell'incontro, comunque, fin con un nulla di fatto. Ma Davide insisteva con altre lettere.
Fu tutta un'altalena di propositi, di pentimenti, di smarrimenti, la vita di Silvia in questo periodo. N io posso, per quanti sforzi possa fare per essere narratore obiettivo, riuscire a metter su un'esatta ricostruzione.
Ecco, piuttosto, cercher di far rivivere un momento della vita di Silvia di allora, un momento di cui lei ebbe a parlarmi. Uno di quei momenti - ci capita a tutti di viverne - in cui facciamo come un bilancio di ci che ci  accaduto, tentiamo una valutazione delle nostre azioni, abbozziamo il punto della situazione e cerchiamo di proiettarci, con propositi, verso l'avvenire.
Malinconia d'un quieto pomeriggio domenicale, mentre il tempo si dilata, si stende sonnacchioso...Quel po'di verde, un angolo di villa Borghese, che s'intravede dalla sua finestra sembra diluirsi nei bagliori del tramonto. Tinte leggere, incerte. Anche i suoni smorzati. Il chiasso che fanno giocando alcuni bambini giunge come un'eco velata.
Silvia ripensa all'ultima lettera di Davide. Le chiede di andare a vivere con lui. Sente che deve decidere, in un senso o nell'altro non importa, ma decidere definitivamente.
Dopo una sua breve assenza da Roma (quasi mensilmente andava a trovare i genitori) aveva acconsentito a incontrarsi ancora con lui, ma subito dopo si era eclissata. Gli aveva scritto pregandolo di non cercarla pi.
Davide insiste, riesce diverse volte a parlarle. Dopo un po'di tempo Silvia si irrigidisce di nuovo. Lo saluta "per sempre" dicendogli che ha deciso di farsi suora. Poi s'accorge che la sua decisione  inconsistente, che non ha alcuna vocazione per la vita del chiostro, che non riesce a soffocare il sentimento, lo spasimo meglio, che si  impadronito ormai della sua esistenza.
Quando incontra ancora Davide, acconsente a seguirlo in albergo. Tenta qui un'ultima e illogica resistenza. Poi si abbandona.
Si allontana da lui, dopo, senza guardarlo, salutandolo appena. Non vuole pensare a quello che  avvenuto. Il cervello le ronza in maniera strana. L'unica immagine su cui il pensiero riesce a fermarsi  un ricordo di bambina: il suo stupore dinanzi a una grande ruota da mulino azionata da un corso d'acqua. L'acqua sbatte violenta sulle pale e la ruota gira, gira...
A casa Silvia cerca di calmarsi, di assumere un aspetto normale, ma sua nonna vede che  sconvolta, gliene chiede la ragione ma ne ottiene una risposta elusiva. La sera, dopo cena, mentre son sole, torna a insistere, le  venuto un dubbio. Le telefonate e le lettere di Davide erano state abbastanza eloquenti. Silvia si sforza di non tradirsi, ma non sa negare e arrossisce finendo coll'ammettere che il cugino di Rodolfo le aveva dato fastidio ma lei, per, se ne era sbarazzata.
Per una reazione illogica, ma spiegabilissima, Silvia dopo essersi data a Davide decide di non incontrarlo pi. Fa assurdi acrobatici ragionamenti: che era stato soltanto il corpo a cedere ma non lo spirito, rimasto legato, le sembra, al suo primo amore. Rimacina il progetto di farsi suora. Ma se si mette a pregare, prega solo con le labbra.  libert, si dice, quanto  avvenuto, libert dalla tentazione. Aveva trepidato, difatti, al pensiero di essere stretta dalle braccia di Davide, ma ora che questo  avvenuto in modo tanto banale e meschino, prova solo disgusto ripensandoci. Immagina, anzi, che tale episodio possa divenire una barriera che le impedir di seguire il suo istinto, il principio di una vita emancipata dal richiamo che fino a quel momento l'ha turbata.
L'arrivo della lettera di Davide, che le chiede, in maniera perentoria, di andare a vivere con lui ("che senso hanno, ora, i tuoi tentennamenti?") manda a gambe in aria i suoi propositi e i suoi arzigogoli.
E nel quieto pomeriggio domenicale la decisione  presa.
La notizia della separazione di Davide da sua moglie aveva gi turbato abbastanza la famiglia di mio zio Ambrogio, nella quale regnavano princpi piuttosto tradizionali, ma quella che aveva portato via la "morosa" a me fu motivo di autentico scandalo.
Io l'appresi poco prima della fine del mio servizio militare. Mi ci dannai, perch pensavo meno al torto che mi faceva Silvia, quanto a quello che subivo da Davide. Come ha potuto avere il coraggio di tradirmi cos? Come pu vivere senza rimorso? Come pu pretendere di costruire la sua felicit sull'infelicit altrui?
Crollava dentro di me il "mito di Davide". Era la persona, l'unica, a cui da ragazzo avevo voluto rassomigliare, il mio modello, colui che, forse, pi di ogni altro aveva modificato la chimica, se cos mi consentite di dire (e come pare debba correttamente dirsi secondo gli scienziati) delle mie cellule cerebrali. Aveva in misura notevole plasmato il mio modo d'essere. E se non ero riuscito a far miei i suoi convincimenti politici era perch essi erano stati screditati in me, fin da ragazzo. Eppure il fatto stesso che egli professasse idee marxiste, me le rendeva per lo meno rispettabili.
Il suo tradimento, il suo "sgarbo" a me meridionale fatto da lui settentrionale, a me uomo di destra da lui militante nel comunismo, facendomi odiare tutto ci che si riferiva a lui, aggravava il mio complesso sudvittimistico, mi faceva deridere la sua fede democratica, destava il mio scherno per la stessa parola democrazia, per il mito della societ socialista, per la beffa autentica che il marxismo, secondo me, costituisce per le classi meno abbienti.
Ecco, mi dicevo il frutto di un comportamento "democratico", disordinato cio, negatore delle norme della civile convivenza, nell'ambito della stessa famiglia.
Io non so se siano stati felici Silvia e Davide in quel periodo di poco pi di un anno in cui vissero assieme. Silvia tent pi volte di farmi credere che fu un vivere inquieto, con trasferimenti continui da una pensione all'altra, da un appartamento mobiliato all'altro - quasi la precariet e irregolarit della loro convivenza si riflettesse nella mancanza di un ubi consistam - e con continui reciproci rimproveri che inquinavano quel rapporto nato da tanto slancio...di anime, dicevano loro, erotico dico io.
Forse, nel dipingermi gli aspetti negativi della loro convivenza, esagerava un po'per farsi perdonare pi facilmente da me. Mi ripetevo, quando Silvia mi parlava di quel periodo, la stessa frase che mi ero detto subito: non si costruiscono grandi felicit sull'infelicit altrui. Davide, del resto, scont tutto con la sua morte atroce. Uscito dalla carreggiata, forse per un colpo di sonno, mentre percorreva di notte un'autostrada, era rimasto privo di soccorso per ore e ore. Mor dissanguato per ferite non gravi e forse rendendosi pienamente conto della fine.
Ho detto "scont", adeguandomi anch'io a quella concezione che vede in una disgrazia, che pu capitare nella vita, una contropartita di eventuali colpe. Ma forse una concezione pi inumana e ingiusta di questa non pu esistere, perch postula un "reggitore del mondo" gretto e vendicativo.
Davide mor cos perch cos capit. Come mille altre cose cpitano indotte dal capitare di un milione di altre premesse.
Intanto io, ultimato il servizio militare, ero andato a vivere con mia madre a Cassano d'Adda. Mio zio Ambrogio era riuscito, dopo anni e anni di risparmi, a prendere un piccolo fondo in affitto proprio nei pressi di Cassano, da salariato aveva fatto il salto - un salto notevole - a coltivatore diretto. Perci egli aveva sollecitato la sorella Cesira a stabilirsi nella sua cascina, anzich continuare a vivere a Milano facendo la donna di servizio. Qualche lavoretto in campagna le sarebbe bastato per vivere. Per mia madre era il ritorno alla sua giovinezza.
Ma col mio rientro a casa, il problema di una mia occupazione si pose in maniera pi seria perch del mio diploma di ragioniere c'era poco da servirsi in mezzo alla campagna.
Cos ogni mattina, insieme a tanti altri pendolari, prendevo il treno per Milano e, sulla guida degli annunci economici, tentavo tutte le possibilit che c'erano. Prima o poi, come il protagonista di un indimenticabile film di Ermanno Olmi, anch'io avrei raggiunto il traguardo de... "Il posto".
Quieto, la sera, mi mettevo a guardare la campagna dalla mia finestra e il cielo che era, sebbene fosse autunno, ancora limpido.
L'aria spesso profumava di passato. Riportava, come in un soffio, come in un alito che subito per dileguava, inquietudini pensieri sogni perduti. Era come un affacciarsi, per un attimo, dentro un me stesso scomparso. E Silvia era come un detrito di questo me stesso, che non riuscivo, non potevo pi essere. Prima ancora che fossi informato del suo abbandono, s'era insinuata in me una freddezza verso di lei mai ancora avvertita, nemmeno quando il mio amore m'era parso inquinato da esaltazioni puerili e romantiche. Certo il "tradimento" di Silvia e Davide mi schiant, mi sembr una mazzata in testa da cui non sarei pi riuscito a riprendermi. Ma poi venni persuadendomi che, da un po'di tempo, in fondo, Silvia io non l'amavo pi.
Un'esperienza della mia vita, concludevo, che andava evidentemente vissuta, che magari  servita a qualche cosa, forse alla conquista della mia vera personalit, ma che, vissuta, superata, non occorreva pi ricordare.
Esperienze, mi ripetevo. E tutto il passato pareva quasi perdere significato e polverizzarsi. Diveniva scialbo, incolore, come vissuto da altri, alla luce di quella parola.
Da questa malinconica calma vennero a scuotermi due fatti importanti: l'esplodere di un nuovo sentimento d'amore e un incontro con una persona che aveva esercitato gi un influsso importante nella mia formazione giovanile: " Marco".
Penso che sia bene cominciare da questo secondo fatto. Non vedevo "Marco" da prima di partire per il servizio militare. "Raccontami, raccontami!" mi faceva. N si accontentava della mia reiterata assicurazione che non avevo nulla da narrargli. E intanto, in pochi minuti, egli mi veniva ruzzolando addosso mille cose, fatti suoi personali, considerazioni sul momento politico, previsioni sul futuro assetto degli stati europei : una federazione di stati fascigollisti che avrebbe riportato l'America alla sua vera funzione anticomunista assegnatale dalla storia.
Poi mi parl di suoi recenti, "misteriosi", viaggi all'estero, mi accenn anche a un viaggio in aereo in Grecia per incontri che non mi precis ma che mi lasci capire assai importanti per il fermentare in quel paese di nuovi eventi (pochi mesi dopo, quando avvenne il colpo di Stato del 21 aprile, ripensai a quell'accenno) e infine torn a chiedermi che gli parlassi di me. "Ma, insomma, cosa fai di bello tu?"
"Come di bello?"
"Te ne stai con le mani sulla pancia in momenti come questi, in cui per noi camerati c' tanto da fare?"
"Cerco un'occupazione, te l'ho detto. E finora nulla."
"E per far che? Il ragioniere in una ditta? L'impiegato di banca? Ce l'ho io l'occupazione per te. Nei quadri del partito. Tu scrivi bene. Ne avessimo di giovani come te!"
Cos entrai nel pieno della mia carriera politica con un regolare stipendio. Mi fu affidato dapprima il lavoro di preparazione di ciclostilati, manifestini, materiale propagandistico. Poi fui destinato al settore dell'organizzazione giovanile "La giovane Italia", come si chiamava allora, poi divenuta "Fronte della giovent" e cos mi toccava muovermi sovente da un posto all'altro. Cogli introiti del mio nuovo lavoro, intanto, avevo potuto comprarmi una moto. Venne poi la volta dell'organizzazione dei campeggi. Su questa faccenda dei campeggi del nostro colore - quelli che parte della stampa ha definito con ironia "campeggi dux" - si  fatto tanto parlare in questi ultimi tempi. Ma cos come li vidi sorgere io, non mi parve che ci fosse motivo di "scandalo democratico". Nego che avessero carattere militare. Almeno dapprima.
D'altra parte io non mi occupavo di questioni di addestramento dei giovani, a me toccava la parte amministrativa, logistica.
Naturalmente i campeggi avevano luogo nella stagione estiva, che divenne per me il periodo del massimo lavoro. Mi ridussi stanco dopo la prima stagione di campeggi.
Mi rivedo, una mattina d'autunno, mentre andavo in moto in un paesino della Valle d'Aosta per questioni riguardanti un campeggio.
Ero partito presto. Il sole rompeva appena le brume del mattino. In mezzo ai campi fumavano mucchi di concime. Le zolle smosse di recente, in alcuni punti, stavano a indicare che era gi cominciata l'aratura e la semina. Percorrevo una strada fiancheggiata da un canale, che lambiva filari di platani e di pioppi. Era tutta tappezzata di foglie secche. Scarsissimo il traffico. A un certo punto mi fermai e mi sedetti su un paracarro. Mi piaceva quel posto.
Dove correvo, mi chiesi, e perch? Tutto girava attorno a me e dentro di me con una precipitazione da far pensare a un film proiettato vertiginosamente da un operatore impazzito. E mi pareva di non capire niente n di me n del mondo in cui stavo.
Da mesi, da quando ero entrato nell'organizzazione attiva del partito, non avevo avuto un momento di pausa. Non l'avevo cercato nemmeno, forse. L'"attivismo"  una delle componenti della fede politica che avevo accettato. Ma erano i traguardi che non capivo. Che non intravedevo, meglio. Era soprattutto l'argomento di eventuali esercitazioni con armi e con esplosivi, di cui si cominciava a parlare per i futuri campeggi, che mi turbava. Ma allora si preparava una guerra civile? Secondo la teoria di "Marco" no. Erano gli altri, i comunisti e gli ultramarxisti, che erano sempre pronti a scatenare la rivoluzione. Noi, stante la fiacchezza dello Stato, dovevamo prepararci a dare man forte alla polizia e all'esercito. E, parato il colpo rivoluzionario, si sarebbe potuto concretare un "assetto saldo e ben piantato".
Si , a un certo punto, presi dal giro delle cose, dal turbine degli avvenimenti e dei fatti. E il turbine spinge avanti verso l'avvenire.
Mi sentivo "spinto". Anzi fu, in quell'attimo di pausa, che m'accorsi di essere spinto in avanti dalle cose, senza che io avessi avuto il tempo di indugiare un istante a riflettere, a ponderare.
Nell'appartamentino che avevo preso in affitto a Milano c'era ormai un piccolo arsenale: bombe a mano, due mitragliatori e alcuni moschetti. Roba vecchia, per la verit, ma funzionante.
Facevo bene a espormi cos? E a che scopo? Certo mi sembrava di esser saldo, allora, nei miei convincimenti politici. Avevo un chiaro disprezzo per la barzellettistica nostra democrazia che, presto o tardi, finir coll'alzare bandiera bianca verso il comunismo. L'anticomunismo della dicc, mi dicevo,  tutto finto, e non soltanto perch non tutti i democristiani sono anticomunisti e, se lo sono, il motivo  soltanto religioso, ma soprattutto perch si tratta di un anticomunismo tattico, che serve solo per non dare grattacapi ai nostri "tutori" americani. Se la dicc volesse essere veramente anticomunista, solo in noi avrebbe i veri alleati. Forse fra comunismo e fascismo tertium non datur.
Non sapevo individuare le ragioni attraverso cui la mia diffidenza verso il comunismo si fosse tramutata in odio. Ma ripensandoci ora, a distanza di tempo, m'accorgo che in tale evoluzione non era stata ultima causa il crollo del mito di Davide, originato da quello che io chiamavo il suo tradimento.
E m'accorsi, quella mattina, che quest'odio, trapassato da una persona a un'ideologia, era l'unico moto del mio animo che mi faceva sentire la pienezza della vita.
Io che tanto spesso mi ero sentito fuori della mia epoca - romantico, sentimentaloide - vi rientravo, o cos mi sembrava, proprio attraverso questo sentimento. In me moriva il fanciullo e nasceva l'uomo ed era l'odio a operare la metamorfosi.



IX


Sono andato troppo avanti. La necessit di stare in argomento mi ci ha costretto. Ma devo tornare indietro, perch era successa, nell'arco di tempo in cui si stendono gli eventi di cui ho parlato, una cosa troppo importante nella mia vita. Ne ho fatto cenno, era esploso un nuovo amore. Avevo conosciuto Anna. Essa aveva allora diciott'anni e abitava a Cassano d'Adda. Io ero da poco rientrato dal servizio di leva.
Non lo so se capii subito che sarebbe entrata nella mia vita in maniera decisiva. Ma forse s.
Colpito, fin dal primo incontro, sentii che me ne sarei innamorato in maniera... catastrofica. E non volevo che accadesse. La recente bruciante esperienza con Silvia mi induceva a girare alla larga da altre donne e a evitare altri legami.
Ne avevo sofferto, dapprima, in maniera che non so se sono riuscito a dire. Mi pare proprio di no, ma confido che si possa immaginare. Poi mi accorsi, a un certo punto, quasi improvvisamente, di non soffrirne pi. Non sentivo neanche pi quella sorta di umiliazione - mista di gelosia amore rabbia impotente - propria di chi viene piantato dalla persona amata. Ma quando la sofferenza vera e propria scomparve, mi rimase dentro un senso di vuoto che non sapevo come colmare, una sensazione simile a quella di vedersi crollare tutto attorno, restando indifferenti.
Ricorder sempre un episodio di guerra che continuava a raccontare mio padre.  proprio di ognuno continuare a rinarrare una diecina - o poco pi - di episodi della propria vita, ripetere una ventina di frasi fatte, per lo pi luoghi comuni, arroccarsi su alcuni "princpi" continuamente sciorinati.
Un giorno, raccontava mio padre, il reparto a cui egli apparteneva era stato impiegato per prestare soccorsi e rimuovere macerie dopo i bombardamenti su Milano dell'agosto 1943. Mentre spalava, egli s'era fermato - non si ricordava perch - a guardare in alto un appartamento sventrato. C'erano ancora i quadri appesi e in un angolo, quasi sospesa sul vuoto, una macchina per cucire. "Ma guardi" egli aveva detto a un uomo sulla cinquantina che, zitto zitto, se ne stava l vicino con gli occhi anche lui in alto "guardi che strano quella macchina rimasta lass in bilico." " casa mia" aveva risposto l'uomo, "mia moglie e i miei bambini sono l sotto." E gli aveva indicato un mucchio di macerie cadute davanti all'entrata di un rifugio, dove altri soldati spalavano.
I commenti di mio padre erano, a questo punto, in ogni sua rinarrazione dell'episodio, sempre diversi. Ora diceva che si era sentito correre un brivido per la schiena e, senza dire una parola, aveva voltato le spalle all'uomo riprendendo a spalare. Ora precisava che, di fronte alla fredda calma di quell'uomo, il solo sentimento possibile non era la piet ma il terrore. Ora aggiungeva che forse, quando il dolore  troppo grande, non pu trovare manifestazione, e perci n l'impassibilit apparente di una persona tanto duramente colpita n il suo tacere e l'incapacit di trovare anche mezza parola consolatoria dovevano destare sorpresa.
Vedersi crollare tutto attorno e restare indifferenti: ci ho ripensato spesso. Mi son sentito, non poche volte, in tali condizioni interiori.
Il paragone pu sembrare - , anzi, certamente - esagerato, ma io, quando il dolore vivo dell'abbandono di Silvia cominci ad attutirsi e subentr quello stato di indifferenza cui ho accennato, pensai pi volte, senza volerlo, a quell'episodio narrato da mio padre e mi sentii, per la prima volta, nelle condizioni di quell'uomo.
Ricordo che una sera mi misi a guardare il cielo che era coperto di nubi. Lasciavano trasparire appena il chiarore della luna. Venti contrastanti le spingevano. Si spezzavano, si riunivano, si perdevano all'orizzonte. Mi sembravano i frammenti di un mondo crollato in bala di forze ignote. Cos tutta la mia vita passata, i sogni fatti, le speranze della prima giovinezza, frantumati da una bufera, venivano trascinati verso l'oblio.
Anna era destinata - come poi dir: ma a volte non ci resisto al bisogno di anticipare qualcosa, e voi scusatemi - era destinata a ricomporre i frantumi di un naufragio ancora pi grande che non quello derivante dalla mia prima delusione amorosa. Un naufragio vero e non piuttosto immaginario come quello che, con spirito romantico, m'ero voluto "costruire" da quella delusione.
Non volevo, dapprima, dare briglia sciolta alla simpatia che avevo sentito nascere in me per Anna. Da ragazzi, si sa, si  portati a generalizzare (e del resto, questa inclinazione tipicamente infantile o da uomini primitivi di dedurre da una sola esperienza particolare una regola valevole per tutti i casi,  una delle pi gravi debolezze del vivere umano). Dopo quello che aveva fatto Silvia, ero portato a definire tutte le donne leggere, perverse addirittura. Ma mi bastava vedere qualcuno avvicinarsi ad Anna, farla sorridere o darle un passaggio in macchina, farla salire in moto o farle anche un semplice complimento, che tutta la mia misoginia andava in fumo.
Quando questi moti di gelosia divennero frequenti e chiari, capii che ero davvero innamorato di Anna. Cessai di contrastare questo sentimento. Che non fu, per, corrisposto subito. Pass un po'di tempo fra i primi approcci e l'inizio del nostro "parlare insieme", come si dice in Lombardia.
Ma come ogni minuzia, ogni attimo dello sbocciare di quell'amore  scritto in maniera indelebile nella mia memoria. E non so se scriverne o tacerne.
M'accorgo, riguardando a quello che son venuto scrivendo, che ho dato pi spazio di quello che forse avrei voluto - e dovuto - alle osservazioni politiche, all'evolversi, all'ingarbugliarsi meglio, dei miei convincimenti, alle mie professioni di fede e all'insinuarsi in esse di filoni di dubbi. E non volevo scrivere altro, invece, che una spiegazione del perch io, uomo di parte missina, avevo votato "no" al referendum. Ma da un canto mi  accaduto di trovar modo di chiarire a me stesso che cosa, nel campo del pensiero politico,  avvenuto in questi ultimi tempi in me. E dall'altro mi  parso che, nel settore delle mie vicende personali, questo arruffato racconto, a cui da una quindicina di giorni di ozio forzato mi sto dedicando, veniva ad avere per me un valore di liberazione.
Ma se scopo di questo libro-sfogo dev'esser soprattutto quello di distruggere, nello stesso tempo che li fisso, i ricordi pi sgradevoli della mia vita e anche quelli lieti che sono avvelenati dai loro legami con le cose tristi, allora qui, del mio amore per Anna, che dura ancora, che  l'unica base, ormai, della mia vita, una base sicura - lontana dalla politica, dalle crisi, dalle incertezze, dai ripensamenti non dovrei parlare.
Non  mancato chi, nelle polemiche tutt'altro che serene e intellettualmente oneste contro il divorzio, ha osato sostenere che nei paladini di questo c' sotto sotto, confessata o no, una visione amor-liberistica dei rapporti fra i sessi o, addirittura, una decisa inclinazione alla poligamia e alla poliandria. Tale falsa semplificazione  stata respinta da oltre diciassette milioni di "no".
Ma, di me, io chiedo a coloro che fossero venuti fin qui leggendomi, se come mi sembra, sono riuscito a delinearmi pur nelle mie contraddizioni, e chiedo anche a te, Antonio - ch tu, non deludermi, devi leggermi - di me, dicevo, si pu onestamente sostenere che ho avuto inclinazioni poligame? Avrei voluto una donna per farne la regina della mia vita. Una donna sola. L'amore  come la divinit, a mio parere. O non esiste o  uno. E quell'Uno - appunto come la divinit -  il Tutto. Nell'amore uno c' infatti tutto, persino tutte le anomalie sessuali. Un pizzico di esse, intendo: di feticismo, di esibizionismo, di sadismo, di masochismo (e chi pi ne ha pi ne metta...). Le anomalie sessuali, infatti, altro non sono che esagerate esplosioni di un solo aspetto del rapporto sessuale a scapito della sua unitariet. Nell'unit, invece, pu stare tutto, ma sapientemente dosato in un assoluto equilibrio. In una donna il tutto.
E questa donna unica e sola fu destino che non dovesse essere mia moglie, ma Anna. Mi ha dato due figli. I nostri poveri figli "adulterini" come dite voi giuristi, amico mio, nati da padre "ignoto" alla legge. Ma spero che, prima di iscriverli a scuola (l'ultimo  appena nato) io avr ottenuto il divorzio e potranno avere il cognome Izzo e non subire cos il trauma di un cambiamento di cognome... ma non  di questo che voglio parlare: appena si affacciano i problemi pratici della mia situazione familiare, sbando e perdo la... sinderesi narrativa. Scusate, volevo dire - e torno a bomba - che proprio per dimostrarvi che in me non c' mai stata alcuna inclinazione, non dico alla poligamia, ma neanche allo sfarfallare, frequente in et giovanile, da una donna all'altra, vorrei parlare del mio amore per Anna, l'unica "cosa in s" della mia vita, qualcosa cio che non ha legami - o cos mi pare - con altri fatti o pensieri, con le mie idee politiche, con la mia condizione di meridionale settentrionalizzato, con la mia vocazione giornalistica in cui fa capolino il gusto del narrare, con la mia situazione di infortunato del matrimonio e cos via. Forse non mi spiego bene: come ogni fatto della vita, certamente, anche il mio incontro e il mio amore per Anna nasceva, prodotto dal caso, per l'intrecciarsi di mille altri casi, ma tale amore fu autonomo, colmo di se stesso, autosufficiente, svincolato da ogni altro fatto, pieno e completo. S, la "cosa in s", realt noumenica (e voltiamo subito, dopo questa parola, le spalle alla filosofia).
Non riuscir mai a dir tutto di esso. Ma qualche momento voglio fissarlo. Sar un rispolverarlo e renderne pi viva la luce.
Ricordo il primo bacio... anzi, no, non il primo bacio ricordo, ma il mio sforzo di indovinare quali potessero essere state le interne reazioni di Anna, di afferrare i suoi pensieri. La vidi allontanarsi veloce in bicicletta dal viottolo di campagna dove c'eravamo trovati. "Ecco" mi dicevo "adesso se lo porta l, incollato sulle labbra il mio bacio. Forse brucia ancora. Lo sente come se la gente glielo potesse leggere stampato sopra? Ripensa ai brevi attimi di attesa? Brevi ma lunghissimi. Risente il pulsare del cuore? Per quanto tempo si ripercuoter in lei questa emozione? Oppure vi ripensa delusa? Questo il bacio? Tutto qui? Questo ci di cui romanzieri e poeti l'hanno fatta sognare negli anni della sua adolescenza, di cui le dive dello schermo l'hanno fatta trepidare? E tutto, allora, le apparir come menzogna, si dir che la sua fantasia, galoppando dietro alle sue prime impressioni, ai suoi primi sogni, le ha mentito... No, essa sentir che da questo piccolo avvenimento qualcosa di nuovo e di decisivo  nato per entrambi."
Ci incontravamo ogni sera. Era il periodo in cui mi recavo giornalmente a Milano per trovare lavoro, dapprima, e successivamente per lavorare nella sede della federazione provinciale del partito.
Ci si aspettava nelle vicinanze del fiume. Di solito ero io che arrivavo per primo. Ma a volte era Anna ad attendermi da qualche minuto, ancora a cavalcioni della bicicletta, un piede poggiato a terra, l'altro sul pedale. Come mi pare ai rivederla.
Il tramonto aveva ogni sera colori diversi. Certe sere il colore arancione si stingeva lentamente senza dar luogo a forti variazioni. Certe sere invece una lunga striscia di nubi intensamente colorate in rosa inghirlandava il cielo che sovrastava sull'immensa pianura. A volte infine un turchino intenso degradava da oriente a occidente attraverso tutte le tonalit del violetto, del giallo, del rosa fino a un rosso smagliante. Era l'amore nostro una gamma di colori, una gamma di profumi, ogni sera pi intensi, ogni sera diversi.
Sentivo che amavo "veramente" e per la prima volta. I ricordi del rapporto con Silvia impallidivano di fronte a una realt cos nuova, cos stupenda. Mi convinsi che amare  solo quando si sente questo sentimento ingigantire ogni giorno, fino a temere di non poterlo pi contenere, fino a sentirsene travolti.
Dal molle tappeto dei prati, dai verdi nascondigli che la campagna ci offriva benigna, esalava un intenso fresco profumo di giovinezza da inebriare e smemorare. Che significato aveva per noi tutto ci che stava all'esterno dello stretto cerchio in cui si circoscriveva il nostro rapporto? Apparteneva alla realt ci che succedeva intorno nel mondo? La mia stessa nuova occupazione non aveva per me alcuna incidenza dentro di me. Lavoravo l come avrei potuto lavorare altrove. O non lavorare. Non intendo dire, certo, che io lavoravo per un partito di cui non condividevo idee e princpi. No, c'ero dentro - e fino a poco tempo fa ci son rimasto dentro - con piena convinzione, con interiore aderenza completa. No, non dicevo questo.  che, in quel periodo, vivevo quella stagione meravigliosa della vita umana in cui, di fronte allo sbocciare dell'amore, ogni cosa sembra perdere significato.
Mi ero incamminato, nella vita, su una strada giusta? Ero in perfetta consonanza nello svolgimento della mia attivit con il mio io interiore? O ero su una strada sbagliata? La mia particolare conformazione psichica, incline alla mitezza, all'accettazione serena di s, degli altri, del mondo, il mio sotterraneo e sorpassato - come, dannandomi, venivo costatando-  romanticismo, non facevano di me un camerata anomalo? Erano problemi che non sentivo. Che non potevo sentire. Tutto privo di rilevanza di fronte al pensiero di Anna. E tutto niente, per entrambi, mentre vivevamo il nostro amore.
Le stesse parole ci sembrarono, a un certo punto, che potessero sciuparlo. Appena ci incontravamo, pedalavamo velocemente, muti, o procedevamo sulla mia moto, con lei avvinghiata a me, alla ricerca di un angolino solitario. Solo quando eravamo seduti sull'erba, appartati, ci sembrava di incontrarci veramente. Ci sorridevamo e ci abbracciavamo. Questa stagione "immensa" dur un mese o poco pi.
Una sera l'attesi inutilmente. Rifeci triste la strada verso il paese ripetendo cento, mille volte, fra me e me: "Perch non sei venuta? Se tu avessi sentito come fra le alte cime dei filari dei pioppi stormiva il vento, annunciando l'autunno! Pareva dicesse di amarci, di non sciupare il tempo, ch l'estate  fuggita."
Vissi giorni tormentosi, in cui mi sembrava di non essere in uno stato di normalit psichica. Non immaginavo che l'amore potesse fare spasimare cos. Mi giunse infine un biglietto di Anna che mi spiegava la ragione della sua assenza: eravamo stati visti uscire assieme da una stradetta di campagna e la cosa era stata riferita a casa sua. Le sue sortite erano perci sorvegliate. Mi dava tuttavia appuntamento per il giorno dopo. Ma un acquazzone ci pose in fuga.
Mi parve, quello, il primo segno di una forza malvagia che ci avrebbe disunito. Come si  superstiziosi a volte, anche quando si crede di essere immuni da paure insensate. Certo il presentire  una facolt della nostra mente che avvertiamo di rado e cui non diamo il peso che dovremmo.
No, mi ribellavo, nessun ostacolo riuscir a disunirci. Anna  la sola creatura che il destino pu avermi assegnato, essa sola  fatta della mia stessa sostanza. La sento in me, non ne uscir mai.
Prima che l'estate morisse del tutto riuscimmo a trovarci ancora nel posto divenuto solito. Il granoturco era stato raccolto e gli steli abbattuti. Ma la nostra "alcova verde" formata da alcune piante di platano e di salice sulle rive di un fosso era ancora intatta.
La sera scese improvvisa senza che ce ne accorgessimo. Una stella cominci a luccicare all'orizzonte. Forse la stella della sera, Venere. Ci richiamava alla realt, dicendoci che era il momento di tornare? O ci sorrideva?
Sono stupidamente romantico? Non lo so, amici miei. Ma il luccichio di quella stella , dopo tanti anni, vivo nel mio cuore. E quel luccichio chiuse il primo capitolo del mio amore per Anna.
Fu tosto inverno. Io avevo dovuto sistemarmi di nuovo a Milano. M'ero trovato un appartamentino di minuscole proporzioni in zona non eccessivamente periferica. Mia madre dapprima aveva manifestato l'intenzione di ritrasferirsi con me a Milano, poi prefer restare, dissuasa anche da me, nella cascina di mio zio. Che era, come ormai tutte le cascine della pianura padana, quasi disabitata. La meccanizzazione consentiva che un fondo delle dimensioni di quello condotto da mio zio potesse tenere occupato non pi di un contadino estraneo alla famiglia del coltivatore.
Non volevo che venisse recisa la mia "seconda radice". La prima, e pi importante, era Lecce e da essa non potevo trarre pi linfa. L'altra era la campagna della pianura padana, da cui traeva origine e a cui era legata mia madre. Occorreva che essa vi restasse, perch tale mia, sia pur secondaria, radice non venisse tagliata.
Ogni settimana, tornando nella cascina, mi riempivo gli occhi della visione della pianura, i filari di pioppi lontani, i prati, il fumigare della nebbia e la neve poi quando veniva a coprirla...




X


M'accadde, proprio nel periodo in cui cominciai a vivere da solo a Milano, di pensare con una certa frequenza a mio padre. Nei quasi cinque anni da quando era morto, non me ne ero ricordato che raramente.
E superficialmente, nel senso che lo ricordavo per quanto aveva rappresentato per me, non senza avvertire la quantit di posto che sarebbe spettata a lui occupare nel mio cuore e che era stata, invece, occupata dal nonno.
Improvvisamente mi misi a pensare a lui non per quello che era stato per me, ma per quello che era stato per se stesso. Lo immaginai giovane, alla mia et o poco pi, mentre prestava servizio militare in Lombardia, in tempo di guerra.
Egli era rimasto "sbandato" non avendo voluto presentarsi ai comandi militari della repubblica di Sal. Perci il suo rifugio nella casa del suocero divenne presto malsicuro. Per mezzo di parenti o conoscenti la famiglia di mia madre riusc a collocarlo a Milano, dove gli fu trovato anche un lavoro. Poich io stavo per nascere o ero appena nato, mia madre rest in campagna con i suoi.
Mio padre parlava spesso di questo periodo di otto-dieci mesi in cui era rimasto solo, fin tanto che mia madre, con me gi un po'cresciuto, era andata a vivere con lui. Egli tornava ogni domenica a Secugnago in bicicletta. Era, raccontava, l'unico mezzo sicuro per sfuggire ai blocchi di pattuglie fasciste e per salvarsi dai mitragliamenti degli aerei americani. Appena un apparecchio scendeva in picchiata a mitragliare un camion, un'automobile, qualsiasi cosa transitasse per la strada, si riusciva sempre a fare in tempo ad appiattarsi in una buca, in un fosso lungo i margini della strada. L'aviazione alleata, negli ultimi mesi di guerra, era padrona assoluta del cielo e Milano visse questi ultimi tempi assediata, perch non c'era veicolo che vi affluisse che non veniva preso di mira, con i rifornimenti cos quasi completamente tagliati, e perci affamata.
Mi pareva di rivedere mio padre che, secondo le sue solitamente colorite narrazioni, faceva, mezzogiorno e sera, la fila davanti a una "mensa di guerra", battendo i piedi sopra una lastra di ghiaccio.
"Avevo in tasca" gli piaceva precisarmi "una preziosa bustina che conteneva sale..."
"Sale?" chiedevo stupito io.
"Mancava anche quello. Ora immagina, se puoi immaginarlo tu che sei cresciuto nei tempi in cui non manca niente, cosa significa la mancanza del sale in tutti i cibi. Bene. Un pochino in una busta me l'aveva messo tua madre. Ti ricordi, Cesira?" E mia madre sorrideva proiettandosi col pensiero a quei primi tempi del loro matrimonio, in cui tanta doveva essere stata la fame, immense le difficolt per sopravvivere, ma sconfinato il loro amore.
"Con un pizzico di sale," riprendeva "riuscivo a dare un po'di sapore all'intruglio acquoso e nero che costituiva il piatto di minestra. Accadeva, a volte, di trovare due o tre fagioli. Invidiosi, con occhi avidi, i vicini guardavano quel " miracolo" nel cucchiaio. Poi arrivava la "pietanza": una specie di frittata fatta certo senza uova, senza patate, senza verdura, senza nessun altro ingrediente. Ma che cosa la teneva assieme? Di che cosa mai poteva esser fatta?"
"Non sar stata" interloquivo io, gi studentino sui quindici o sedici anni, tutto voglioso di far sfoggio di locuzioni dotte "non sar stata un'illusione dei vostri sensi?".
Mio padre sorrideva tutto compiaciuto della mia "cultura" e riprendeva il racconto della "grande fame". Ogni sera egli cercava di sedare gli stimoli della fame, nel chiuso della sua stanzetta, rosicchiando un pezzo di pan biscottato. Anche questo era una provvista costituitagli dalla sua giovane sposa.
"Rosicchiavo, rosicchiavo" continuava nella sua narrazione "sorseggiando di tanto in tanto... immagina che cosa io, che ero nato in mezzo, si pu dire, al vino, ero costretto a sorseggiare..."
"Acqua?" chiedevo io divertito, con finta esterrefazione.
"Acqua " assentiva. "Sorseggiavo acqua e... pensavo a lei..." E indicava mia madre. I cui occhi si riempivano di un luccichio felice e commosso.
"E anche a te pensavo. Che dovevi ancora nascere o eri appena nato."
E una volta, sempre parlando di quel periodo che di tutto il suo passato era quello al quale tornava con maggiore insistenza, aveva aggiunto, trovando una espressione piuttosto inconsueta nel suo linguaggio di solito scarno e nel quale non si faceva largo posto alla descrizione dei sentimenti: "Ero felice e infelice insieme, come pu esserlo un giovane, un ragazzo quasi, quando  veramente innamorato e lontano dalla donna che ama. La fame non aveva senso. Nessun'altra cosa aveva senso. Se non il pensare continuamente a lei."
Come capivo finalmente mio padre ora che anch'io provavo le pene della lontananza dalla persona amata. Anch'io, come lui, ogni settimana lasciavo Milano - sebbene in condizioni di maggiore comodit e non in mezzo ai pericoli della guerra - e tornavo al paese. Vi trovavo Anna. Era inverno e si andava in un caff o in un cinema. Si era vicini s, ma il ricordo della maggiore libert che la campagna nel periodo estivo ci aveva offerto, mi riempiva di struggimento. Si restava inchiodati a due sedie, mentre spasimavo di tenerla fra le mie braccia.
Tornato a Milano, mi sfogavo in lunghe lettere. Pagine e pagine non bastavano per dare fondo alla piena delle "pene d'amore" di cui mi sentivo ricolmo. Cose trite e ritrite, certo, avr scritto, ma per me che le scrivevo e per Anna che le leggeva c'era dentro l'universo intero.
Fu proprio mentre mi sembrava di rivivere la vita di mio padre che mi chiesi, per la prima volta (non ci avevo, infatti, riflettuto ancora), come mai mio padre, dando prova di un preciso convincimento antifascista, aveva preferito soffrire la fame, essere passibile di persecuzioni, vivere fra i pericoli, piuttosto che fare il militare nell'esercito della repubblica di Sal.
Non era, certo, per vago spirito antimilitarista o per lavativismo che egli aveva affrontato sofferenze e rischi. Qualcosa doveva avergli vietato, dentro, di fare il militare. Opporsi a quel potere politico gli era parso, evidentemente, un suo preciso dovere morale.
E io mi trovavo inglobato ormai, "inquadrato" anzi, in uno schieramento politico che si richiamava agli "ideali" di quello Stato, che mio padre aveva ritenuto illegittimo, che aveva disprezzato.
Era stato in errore mio padre o ero in errore io?
Mi torn in mente, a un certo punto, che mio padre sul finire della guerra era stato arrestato. Un giorno s'era trovato, non so per che motivo, in pieno centro di Milano e alcuni reparti avevano bloccato gli accessi a piazza Duomo. Una retata di giovani, in gran parte militari sbandati o renitenti alla leva. Cos era stato processato come disertore. La condanna era stata dura. Ma raccontava che egli e i suoi compagni di carcere, fra cui molti partigiani, avevano una sola paura, quella di una condanna a morte. Le altre condanne apparivano parole prive di significato. Si erano visti partigiani, condannati all'ergastolo, fare salti di gioia. Si sapeva ormai che l'ergastolo dato dai tribunali fascisti non poteva durare che pochi mesi.
Questo discorso che mio padre aveva fatto quando io ero ancora quasi bambino - forse non avevo pi di dieci o undici anni - non doveva tornargli molto gradito, se non l'aveva ripetuto pi. Ma ricordo bene che pose l'accento sul rischio della vita che tutti i detenuti correvano in quel periodo. "Io non ero" disse press'a poco "un pezzo importante. Ero uno dei tanti anonimi che avrebbero potuto costituire materiale umano di riserva per rappresaglie. Condanne o no, il pericolo di essere mandati a morte, dunque, poteva maturare per quelli come me in qualsiasi momento. Com'era accaduto per le vittime delle Fosse Ardeatine. Ma il tempo lavorava per me e per chi come me attendeva l'aurora della salvezza. Ogni giorno era come se si sgretolasse un pezzo del muro della prigione. Era (questa frase m' rimasta impressa e forse la mia memoria l'ha resa pi pregnante, perch non so se mio padre la formul proprio cos) era come se la notte in cui eravamo immersi si avvicinasse, attimo per attimo, alla fine."
La notte in cui eravamo immersi. E che cosa faceva la notte? La guerra con la sua ineluttabile, schifosa presenza nelle vicende umane? O il regime fascista che aveva portato l'Italia a una tragedia cos enorme? E la guerra era stata solo uno "sbaglio" o era l'epilogo di tutta un'impostazione politica interna e internazionale che l'aveva deliberatamente, criminosamente preparata?
Quando cominciai a riflettere sulle opposte posizioni in cui c'eravamo trovati mio padre giovane e io all'inizio della mia "presenza attiva" nella societ, questi e altri interrogativi, specie quelli sulla mostruosit dell'avventura hitleriana, cominciarono a crucciarmi.
Essi divennero pi assillanti, quando un giorno venni arrestato e portato a San Vittore per ragioni opposte a quelle per cui, a suo tempo, vi era stato "ospitato" mio padre.
Ho sorvolato su un particolare importante, perch finora non mi si era presentata l'occasione di parlarne. Consigliato da "Marco", fin dai primi tempi del mio inserimento nell'organizzazione del partito, mi ero iscritto all'universit. Facolt di economia e commercio della Bocconi. Giunto il momento della cosiddetta contestazione studentesca, il compito che il partito mi affidava era ovviamente quello della controcontestazione. Raramente, per, io partecipavo ai tafferugli, in quanto il mio era lavoro preparatorio e organizzativo fra le file degli studenti. E il terreno non era affatto sfavorevole alla diffusione del nostro "verbo".
Una volta rimasi impigliato in una "battaglia" fra due gruppi contrapposti. Non m'era capitato pi da quando, ancora ragazzo, avevo ferito negli occhi con una catena di bicicletta uno studente e per anni mi ero visto davanti quell'immagine del sangue che spillava fra gli interstizi delle dita con cui il ragazzo s'era coperto gli occhi.
Non potevo sottrarmi in quella contingenza dal menare anch'io le mani. La polizia intervenne con tempestivit. Mi arriv una manganellata in testa che mi stord e fui caricato su una camionetta.
Sarei stato rilasciato subito, come molti altri giovani della mia e della parte opposta, se non ci fosse stato un "ma": appresosi che io facevo parte dei quadri del partito e disposta una perquisizione - gli zelanti antifascisti fra la polizia e la magistratura non sono tanti, ma non mancano - furono trovati nella mia abitazione esplosivi e armi. Poca roba, ne ho gi parlato, ma quanto bastava per mettermi nei pasticci.
Ero incensurato, come potevano negarmi la libert provvisoria? - si arrabbiava il mio difensore, un parlamentare del nostro partito, quando veniva al colloquio. Invece di uscire da San Vittore in libert, ne uscii una mattina per essere trasferito in un altro carcere della Lombardia. Per "sfollamento" dicevano. In effetti c'erano stati litigi e botte fra detenuti politici e si era preferito sparpagliarci.
Quel viaggio, di prima mattina, nel pieno della stagione invernale, in cellulare, ammanettato. L'alba cominciava ad alzarsi pigramente e la campagna veniva a poco a poco invasa da un grigiore di perla. Lontano un po'di nebbia andava man mano sfumando e ridava i contorni netti ai filari d'alberi intorno. Ma pareva che dai canali e dai corsi d'acqua altra nebbia, levandosi pian piano come tenuissimo fumo, venisse a sostituire quella gi scomparsa. Poche stelle tremolavano ancora, incerte a occidente. Rimasi a lungo a guardarle, finche le vidi scomparire a una a una.
Ero precipitato in una crisi profonda. Mi sentivo veramente incanalato in un sentiero sbagliato, che, dopo avermi portato in prigione, poteva addirittura condurmi a un precipizio.
La libert provvisoria mi fu concessa dopo un mese circa. Mi sostenne, in quel mese che fu certo il peggiore della mia vita, il ricordo di Anna. Mi chiedevo se fosse stato un sogno fugace la felicit che essa mi aveva dato o se fosse, invece, frutto di un incubo il mondo in cui vivevo. E, sforzandomi di illudermi che fosse vera questa seconda ipotesi, rivivevo ogni istante, ogni pi piccola inezia dei miei rapporti con Anna: il modo come abbassava le palpebre e come piegava la testa, le parole, anche le pi insignificanti, che io le avevo rivolto e quelle che lei mi aveva risposto, l'attimo in cui l'avevo vista procedere da lontano in bicicletta e l'ultima volta che eravamo stati insieme al cinema, senza per nulla impicciarci della trama del vecchissimo film, ma intenti solo a stringerci le mani e a stare quanto pi vicini possibile.
Uscii dal carcere profondamente diverso. Da una parte il bisogno di creare per me e per Anna una vita serena mi induceva a ritirarmi dalla attivit esplicata come da un campo minato, dall'altra il ricordo di mio padre, arrestato dai fascisti, mi faceva apparire il partito in cui ero inserito sotto una luce del tutto diversa. Non mi sentivo di abbandonarlo,  vero, ma preferivo non legarmici mani e piedi. Da queste due componenti usciva una sola decisione; trovarmi un lavoro e non impicciarmi pi di politica.
Decisi di rivolgermi a un amico, Stefano Corsari, che sapevo inserito bene nel campo delle rappresentanze. Io avevo gi da qualche tempo acquistata una utilitaria e mi fu facile presentarmi e farmi assumere come agente di commercio. Il settore era quello delle vernici e di altri prodotti chimici.
Ma, all'uscita dal carcere, avevo trovato anche un'altra grossa sorpresa. La famiglia di Anna si era trasferita a Novara, di dove il padre era originario; egli aveva lasciato il fondo che conduceva in affitto dalle parti di Cassano e si era dato al commercio.
Per giunta le mie traverse politiche non mi mettevano in buona luce agli occhi della famiglia di Anna: gli "scalmanati", da qualunque parte stiano, che vanno a finire in prigione per politica non godevano le simpatie di quella gente "ordinata".
Cercai di mantenere con Anna rapporti almeno epistolari. Ma notavo anche in lei un certo raffreddamento. Pensai che dovevo consolidare la mia posizione economica e presentarmi ai familiari di Anna con un'occupazione "seria", perci mi buttai nel mio nuovo lavoro a capofitto. Volli inoltre riprendere gli studi universitari. Una laurea avrebbe potuto aprirmi nuove prospettive. Ma ero gi sui venticinque anni, quando forse si comincia a non essere pi adatti per studi metodici scolastici.
Mi interessavo, invece, di altri argomenti soprattutto di studi sociologici. Volli leggere le pagine del "profeta" delle nuove generazioni, Marcuse, che fu per un'enorme delusione. Eppure molti suoi concetti hanno lavorato dopo dentro di me, come, per dirne qualcuno, quello del carattere razionale dell'irrazionalit della nostra attuale civilt e quello che l'unidimensionalit dell'uomo  la fine della sua libert interiore.
E, prima o poi, i miei stessi studi economici dovevano portarmi a una migliore conoscenza del marxismo. Avevo, come tutti - credo - coloro che professano idee di destra estrema una conoscenza grossolana e manichea del pensiero di Marx. Mi venivo accorgendo, attraverso lo studio, che molta ruggine antimarxista, che io non so se avessi ereditato direttamente dal nonno o mi si fosse venuta formando attraverso altre suggestioni, era priva di serio contenuto e derivava soprattutto dall'ignoranza. Ma contemporaneamente scoprivo valide motivazioni per rifiutare il marxismo come panacea dei mali della societ umana.
Cominciai cos a temere che nella parte dove mi ero messo la sola tessera d'ingresso fosse molta disinformazione dei fenomeni storici, economici, sociologici. Pi studiavo e pi il fascismo mi appariva condannabile e il suo pi brutto parto, il nazismo, mi si mostrava in tutta la sua nefandezza. Quanto pi nobile, e come pi confacente a quelle che erano in fondo le vere idee da me professate, mi appariva il conservatorismo inglese. La difesa convinta dell'assetto socio-politico esistente, ammettendo solo dei cauti e sperimentati ritocchi, mi parve che potesse essere una bandiera degna di tutto rispetto. Mi parve e mi pare.
Forse le cose della vita, l'educazione ricevuta, la estrazione sociale, che non era propriamente borghese ma neanche da sottoproletariato, gli incontri fatti, tutte le vicende che ho tentato via via di delineare, facevano di me un conservatore, ma non un neofascista.
Avevo sbagliato collocazione. In una delle prime competizioni elettorali a cui mi fu possibile partecipare per l'et, restai a lungo indeciso se dare il voto al partito per il quale avevo lavorato. Ma poi mi parve che avrei dato una smentita a tutto ci che ero stato e che, forse, ero ancora.



XI



La mia attivit di rappresentante di commercio, che mi assorbiva interamente, mi ricordava anch'essa un periodo della vita di mio padre, di cui l'avevo sentito parlare abbastanza spesso (e questo accorgermi delle tracce profonde che mio padre aveva lasciato nella mia memoria e, certo, anche nel mio modo di essere, mi stupiva, persuaso com'ero sempre stato che fossero scarsi i legami spirituali con lui, e nello stesso tempo mi rallegrava perch mi sentivo meno privo di radici di quanto avessi pensato).
Raccontava mio padre che, finita la guerra, aveva cercato di fare un po'di commercio. Ma quello, diceva, che si scaten come una bufera sull'Italia dell'immediato dopoguerra non fu commercio ma caotico traffico. Si comprava e vendeva di tutto. Le autorit dapprima posero una specie di cordone economico fra nord e sud, ma senza con questo spaventare troppo i trafficanti. I camions andavano e venivano da un capo all'altro della penisola. Andava e veniva il denaro, anche, con grande facilit. Sembrava di arricchirsi ogni momento - sorrideva mio padre - ma si restava invece sempre al punto di prima. Sicch, concludeva il suo racconto, la piantai presto perch  meglio fare nella vita il mestiere che si sa fare e non improvvisarsi commercianti.
Non ero scontento del mio lavoro n mi sentivo un "addetto al commercio" improvvisato, perch mi ero fatto, coscienziosamente, una cultura nel settore in cui m'ero introdotto. Mi rammaricavo solo che l'intensa attivit mi lasciasse pochissimo tempo e che, stanco com'ero ogni sera, non riuscivo a trovare la forza per dedicarmi allo studio.
Ma, individuo aggrovigliato in mille contraddizioni come mi venivo sempre pi scoprendo, ero da una parte contento di una vita vissuta intensamente, senza tregua, con dinamismo, e dall'altra in certi momenti mi pareva di bruciare inutilmente i giorni della mia vita e sentivo un forte bisogno di una pausa, di una sosta soprattutto interiore.
Mi pareva che, sebbene gravi vicende si fossero verificate intorno a me - la morte di mio padre, l'abbandono di Silvia, la fine tragica di Davide e, soprattutto, il crescere della parte politica a cui m'ero legato , un crescere anche in numero, s, ma principalmente in potenza, in disponibilit di forze da potere imporsi prima o poi sulle altre parti e ridurle al silenzio - io ero passato sopra a tutto con grande indifferenza.
Non era forse, mi venivo chiedendo, un difetto comune a me come a tutti i giovani della mia et quello di trasvolare da un giorno all'altro, da un anno all'altro, quasi non facendo caso al vero valore degli eventi? E i giovani delle generazioni anteriori alla mia si erano resi conto della tragicit, della grandezza, dell'apocalitticit di alcuni fatti, cui non erano stati estranei o cui avevano addirittura dato esca? E quelli dell'et all'incirca di mio padre, che erano stati chiamati ad assistere agli avvenimenti pi grandi e terribili della storia del secolo ventesimo, che altro avevano fatto se non ficcarcisi dentro con la pi assoluta indifferenza, intenti solo a passare velocemente da un giorno all'altro? Ci si rende mai conto, mentre si vive, di ci che si vive, e, mentre si opera, della storia che si viene creando?
Mi parve, a un certo punto, di intuire con estrema lucidit che ci che stava ineluttabilmente maturando nel mondo era un ritorno a regimi saldi e forti - autoritari se cos pi vi piace dire - e che presto da noi avremmo avuto un ritorno, puro e semplice, al fascismo, forse sotto altro nome, forse in forma ipocrita e pseudodemocratica, continuando a far retorica sui "valori della Resistenza" e sulla repubblica nata da essa, oppure, con pi schiettezza, smettendola di parlare di antifascismo e parlando seriamente di anticomunismo.
Capii che io ero stato una pedina, piccola quanto si vuole, ma pur sempre inserita nelle regole e nelle mosse del gioco, di questo qualcosa che veniva preparandosi.
E, all'improvviso, ora che avevo sentito il bisogno di disertare la vita di partito, che mi ero dato a una attivit non politica, mi sorgeva una necessit di capire, di approfondire, di meditare su ci che accadeva intorno a me, sul mondo che mutava sotto i miei piedi e sulla necessit di essere inserito consapevolmente nei moti che si vogliono determinare.
Non avevo fatto altro - e ricordavo di avere fatto questa constatazione anni prima - che farmi trascinare dalle cose. Ero stato in un modo anzich in un altro, non perch io lo avessi voluto, ma perch cos dall'esterno mi era stato "comandato". E le "cose" cui avevo partecipato, sia pure in misura modesta e limitata, erano forse pi importanti di quanto avessi creduto: forse la preparazione di un'altra "era fascista", forse l'intrappolamento nelle file del neofascismo di una parte delle forze armate e dei servizi del controspionaggio, forse lo sgretolamento delle basi dello Stato antifascista attraverso l'alleanza - dite pure la connivenza - di alcuni centri di potere politici ed economici; attraverso l'"apoliticit" - o il sonno - della magistratura e della polizia; attraverso alcuni riusciti colpi di mano terroristici da attribuire ai sovversivi di sinistra.
E di tutto quello che avevo fatto, che avevo visto fare - certamente poco, meno che poco, anzi, un nulla di fronte a un cos vasto disegno (che solo perch fallito pu esser chiamato "disegno eversivo nero", ma che avrebbe avuto ben pi glorioso nome se fosse riuscito) - non restava nulla nella mia memoria, perch c'ero stato dentro con superficialit e noncuranza. Nulla, fuorch pochi pensieri, pochi stati d'animo.
Ma questa constatazione  riferibile all'intera mia vita, mi sembra, cio, di aver divorato i miei giorni, senza aver dato il dovuto peso a ci che accadeva in me e attorno a me, con una superficialit che credo mi faccia un campione abbastanza esemplificativo della mia epoca. Dovendo, infatti, ora che mi son messo a fare il "narratore di me stesso", parlare di anni passati, a cos tanta distanza di tempo, a stento ritrovo nella memoria le vicende esteriori di cui fu intessuta la mia vita, e devo orientarmi, in questa ricostruzione, con qualche frammento di vita interiore. Non so - a voler essere d'una precisione da atto notarile - se questo mio accorgermi di esser stato "dentro le cose" senza pienamente comprenderle, questo mio sforzo di capire a posteriori sia stato assolutamente chiaro gi allora, in quel periodo - non molto lungo peraltro, perch dur appena un anno - in cui non mi occupai pi di politica e facevo il procacciatore d'affari. O se, invece, questo bisogno di chiarificazione sia sorto ora, in questa mia seconda, pi manifesta e definitiva, crisi interiore.
Ricordo certo con chiarezza che mi condannavo per la mia superficialit, mentre accarezzavo segretamente il sogno di "scrivere" e quindi cercavo di capirmi e di capire il mondo circostante.
Ma, in fondo, la mia vita in quei mesi trascorse serena e, dal punto di vista economico, in maniera un po'pi agiata di prima. Un po'meno stentata, sarebbe pi esatto dire. Dalla morte di mio padre in poi, non mi ero mai potuto concedere pi del necessario e spesso, nei primi tempi, neanche quello. Ed ecco che mi trovavo improvvisamente, se non a largheggiare, a... saziarmi in abiti, in locali da frequentare, in divertimenti.
Feci anche nuove amicizie particolarmente per mezzo di Stefano Corsari - un buontempone, senza complessi, senza preoccupazioni, senza pensieri politici ("dei partiti" diceva e bisogna fedelmente citare la sua espressione "me ne sbatto altamente le palle"). Tutti i giovani e le ragazze che conobbi, con cui parecchie sere si andava a ballare o si andava in gita la domenica ai laghi o al mare, non avevano un solo - dico uno solo - pensiero rivolto alla politica. Con loro io parlavo soltanto di campionato di calcio, delle canzoni in voga, delle avventure dei divi del cinema e del canto. Io stesso mi stupivo di essere stato fino a quel momento un "fanatico".
Se non fosse stato per il processo che era ancora pendente a mio carico, mi sarei persino scordato di aver fatto parte di squadre "attive" di destra. E quanto al processo, nessuno ne sentiva pi parlare. "Meglio" diceva il mio difensore "con una giustizia che va avanti a suon di rinvii e che sembra priva della forza di portare a termine una sola vicenda, il tempo lavora non solo per i nostri giovani camerati, come te, accusati da questa repubblica ipocrita, ma lavora anche per l'instaurazione di uno Stato come diciamo noi: una giustizia in sfacelo, come questa,  il chiaro segno di uno Stato putrido, anzi in via di putrefazione, perch  gi cadavere."
Alla politica, perci, non pensavo pi. E quanto alla mia vita sentimentale fu quello un periodo di sbandamento. Ero andato a trovare Anna pochi mesi dopo la mia uscita dal carcere. Ma poi, dopo averle scritto un po'di volte e dopo un diradarsi della corrispondenza, non tentai pi di rivederla. Un paio di lettere, infine, rimasero senza risposta. Allora - non so nemmeno io come sia potuto accadere - subentr in me una forma di indifferenza per quel sentimento che, fino a poco prima, sembrava fosse la cosa pi grande che avesse occupato la mia vita.
Non mi mancavano, a dir vero, le avventure con donne. Forse  questa la spiegazione vera dell'improvviso affievolirsi del mio sentimento per Anna. Forse ci rimasi male perch lei non aveva risposto alle mie ultime lettere. Forse era la mia natura fatta cos: incoerente.
Ma a volte il ricordo di Anna tornava in me. Mi proponevo di scriverle, di darle un appuntamento. Poi non ne facevo nulla e i mesi passavano. A un certo punto mi parve che era passato troppo tempo perch potessi decentemente rifarmi vivo. Mi persuasi che essa, ormai, non poteva non avermi dimenticato.
E mi parve di averne conferma, quando, dopo quasi un anno dacch non ci si vedeva, ci incontrammo casualmente.
Anna lavorava a Milano. C'era stato un grosso rovescio economico a casa sua. Il padre aveva tentato speculazioni nel campo granario, risultate sbagliate, e tutti i loro beni erano andati sotto sequestro.
Ebbi l'ardire di muovere io, e con convinzione, rimproveri ad Anna. Perch non mi aveva risposto? Anna si sorprese, disse di aver ricevuto poche lettere da me e di aver risposto a tutte. (Forse le mie ultime erano andate smarrite con il trasloco della famiglia). Dopo di che non aveva saputo come spiegarsi il mio silenzio.
Ma ebbi l'impressione che essa parlasse di tutto come di cose passate, che guardasse al nostro amore come a un episodio concluso.
La verit, invece, era che essa non voleva farsi pi illusioni su me. Non riuscimmo, con uno sforzo di sincerit, a superare la barriera di convenzioni dietro cui ognuno si nasconde nei suoi rapporti con gli altri.
Mi finsi allegro, spensierato. Conversammo come due buoni amici che si incontrano dopo parecchio tempo. Insistetti perch accettasse di entrare in un bar, ma essa disse che aveva fretta, mi spieg dove era impiegata e aggiunse che non voleva arrivare tardi in ufficio. Ci stringemmo la mano a lungo. Forse in quel gesto ciascuno di noi mise tutto quello che non avevamo saputo dirci.
Avvertii come un leggero capogiro nel vederla allontanare. Sal su un tram e scomparve.
Cos ci smarrimmo. Io per una strada, lei per un'altra. Tutt'e due sbagliate. Quante volte ho ripensato a quel distacco. Perch non ebbi il coraggio di richiamarla? "Aspetta, Anna, non te ne andare. Io ti voglio bene, ti ho voluto sempre bene." Spezzare, con la mia sincerit, quella specie di lastra di freddezza che si era interposta fra noi, che le aveva vietato di capirmi e di dirmi quanto aveva sofferto pensando a me. Niente, invece.
La guardai, finch mi fu possibile, tristemente. Un pezzo della mia vita che se ne va, pensai. Cos, a brani a brani, che il tempo strappa, lacera come un vecchio manifesto dal muro, la vita si consuma tutta. E per ogni brano strappato un pezzo di rimpianto. E quando tutto sar rimpianto in noi, concludevo, non ci rester pi nulla da vivere. (Da giovane facevo certe "scoperte"!)
Per parecchio tempo, dopo quell'incontro, provai un senso di vuoto che non riuscivo a colmare in nessuna maniera. Mangiare, dormire, camminare, andare in giro, fare affari, tutto ci che avevo sempre fatto mi parve improvvisamente privo di senso. Cominciai a disertare il lavoro. Preferivo, quando potevo, starmene lunghe ore ozioso, inerte. Ad ascoltare il vuoto dentro di me. Niente pensieri, niente ricordi, niente propositi. Mi pareva che la mia anima, la mia vita si racchiudesse ed esaurisse nel respiro.
Non so se fu il mio spirito a fare ammalare il mio corpo o viceversa o, come  pi probabile, se malattia dello spirito e malattia del corpo furono manifestazioni di un unico fenomeno patologico.
Rivedo quella grigia giornata d'autunno - la risento anzi - in cui, cedendo alle insistenze di mia madre (che era intanto venuta a vivere con me a Milano), preoccupata della mia tosse continua, andai a farmi visitare da uno specialista in malattie polmonari. Non ne uscii, nonostante il responso, sconvolto. Guardavo, anzi, intorno distrattamente, con indifferenza.
Sebbene lo specialista mi avesse consigliato di prendere al pi presto la via del sanatorio, la sua diagnosi non era stata catastrofica. Si trattava di un male appena insorto e la guarigione doveva considerarsi - sempre come previsione umana - certa.
Trascorsi poco pi di un anno al sanatorio di Sondalo. Per non lasciarmi sommergere dalla noia dedicavo parecchio tempo alla lettura. Ma mi venne voglia anche di scrivere. Mi era ripresa la fissazione della narrativa.
Nei primi tempi, ogni sera, una febbre leggera, impalpabile come la nebbia, pareva avvolgermi e attutire le mie sensazioni. E quel leggero prurito dentro, nel petto. Come se la crisalide di una farfalla tentasse di svolazzare dentro con le sue ali appena nate. La tosse, allora, stizzosa, secca.
A un certo punto, come se il mio organismo si fosse ribellato a quel mio deliberato lasciarmi andare, come se mi fosse nata dentro un'inconscia volont di vivere, ci fu una svolta nella mia malattia. Il pneumotorace cominci a produrre i suoi effetti. Mi sorse un formidabile appetito. Scomparve la tosse incoercibile. Scomparve infine anche la febbre serale. Uscii dal sanatorio perfettamente guarito.
Non mi soffermer su questa "pausa" della mia vita, su questo brano di tempo che sembra non appartenere a quell'unit esistenziale che ognuno di noi costituisce. La memoria non ama neanche riportarvisi. Ricorder solo che, quando le migliorate condizioni di salute cominciarono a consentirmelo, presi l'abitudine di fare lunghe passeggiate nei dintorni del sanatorio. Spesso mi sedevo a scrivere. Sfornavo soprattutto racconti, a volte allo stato di abbozzo, ma anche divagazioni e piccoli "pezzi" di giornalismo sul tipo di corrispondenze o quasi.
Un sentiero mi era particolarmente caro. Esso si addentrava in un bosco di abeti, poi sboccava in una piccola gola fra due alture. Un rigagnolo, sbucando da una parete a strapiombo, andava a confondere le sue acque con quelle di un torrente che, tortuoso, precipitando di sasso in sasso, assordava la piccola valle.
Mi sedevo sulle rive del torrente e stavo ad ascoltare il suo scrosciare. A volte sentivo il mio pensiero disperdersi e un senso di beatitudine mi invadeva. A volte invece, inseguivo i mille pensieri che passavano per la mia mente. Tentavo di guardare la mia vita con un colpo d'occhio unico e la trovavo priva di un filo logico, inconcludente. Che avrei fatto se fossi guarito? E valeva la pena guarire?
Quando i miei pensieri, per, prendevano questa piega, cercavo di strapparmi a essi quasi a viva forza. Mi rimettevo ad ascoltare la voce del torrente. Che cosa narrava, in quel linguaggio strano in cui si mescolavano mormorii e scrosci? Forse ricordi di antiche leggende, di maghi, di cavalieri in cerca della propria Angelica, di orde di barbari che valicavano quelle valli per rovesciarsi sulla fertile pianura, di feudatari crudeli scorazzanti lontani dai loro castelli, di resti di compagnie di ventura che si allontanavano dal luogo della sconfitta... E tutti i tempi si fondevano in quel racconto al di fuori del tempo.
Uno degli ultimi giorni della mia vita di sanatorio non resistetti al desiderio di andare a rivedere quel luogo caro. Bisognava, dunque, reimmergersi nel torrente della vita? Era come se, in quell'anno, io fossi rimasto ai margini della vita a vederla scorrere, senza alcun desiderio di starvi dentro. E il flusso mi aveva investito, mi aveva restituito la salute. Via, allora.
Il primo segno che ero di nuovo dentro il flusso fu la fissazione del processo.
Fu un processo agli "opposti estremismi". Da una parte un gruppo del movimento studentesco, dall'altro un gruppo pi sparuto di "sanbabilini", come erano chiamati ormai i giovani delle nostre organizzazioni milanesi. Il mio lavoro aveva dato anch'esso i suoi frutti e ci fu un tempo in cui andavo orgoglioso di essere uno dei "fondatori" dei sanbabilini. Ma se dovessi dire perch fosse stata scelta come nostra "zona d'operazioni" piazza san Babila, dovrei ammettere di non saperne niente.
Le imputazioni erano di resistenza alla forza pubblica, di rissa, di porto d'armi, per lo pi "improprie", qualcuno, specie quelli di sinistra, di oltraggio e infine io di detenzioni d'armi da guerra ed esplosivi.
Io e quelli della mia parte fummo assolti dal reato di resistenza, anche se non pass del tutto la tesi del nostro difensore che noi eravamo intervenuti per dare man forte alla polizia. Per le armi e gli esplosivi mi affibbiarono sei mesi con la condizionale.
E tornai cos fra le "braccia paterne" del partito. Dopo circa due anni che me ne ero allontanato, sentivo di non condividerne pi le posizioni. Ma non sempre nella vita si riesce ad agire in maniera conseguente a ci che si pensa.
Lieto ai avermi ritrovato, "Marco" mi rimprover del mio assenteismo, anche se le ragioni gravi di salute mi giustificavano, disse, di questo e d'altro.
Gli parlai delle mie "esercitazioni" letterarie e giornalistiche e della necessit di trovare un'altra sistemazione di lavoro, pi confacente alle mie possibilit, alle mie inclinazioni e alla mia salute non certo di ferro. Per esempio, azzardai, presso il giornale del partito.
L'idea non parve malvagia a "Marco". Egli aveva sempre ritenuto che io dovessi far parte dell'intellighentsia del partito e nel giornale mi ci vedeva a pennello. Ma, disse, per il momento i quadri erano al completo e doveva ottenere un'assunzione che gli stava particolarmente a cuore, quella d'un giovane che aveva "entrature" presso i servizi segreti di informazione dello Stato e che, collocato nel giornale, poteva svolgere un lavoro assai importante.
Cos "Marco" ebbe occasione di parlarmi degli ultimi sviluppi della situazione. Si era all'inizio dell'estate 1969. "Siamo all'alba," disse "di grandi eventi. Forse  questo l'anno della vigilia dell'era nostra. Gli anni settanta ci apparterranno."
Sui particolari di cui mi parl "Marco", scusate, non intendo soffermarmi: se ne sta occupando la magistratura nei processi per i tentativi di golpe e per ricostituzione del partito fascista. E d'altra parte io ho gi fatto il mio dovere di cittadino di questo Stato (mi piaccia o no), ho spontaneamente deposto davanti al giudice istruttore che dipana i principali grovigli neri.
Tu, Antonio, che mi hai indotto a questo passo, sai quanto mi  pesato: mi sembrava di tradire la mia parte. Ora so che  stato necessario e onesto farlo.




XII



Perch il mio destino volle che incontrassi ancora Silvia? Continuo a parlare di destino. Sbaglio, lo so. Ma quando le "coincidenze" sono cos precise da sembrare architettate da un compilatore di orario ferroviario, non si sa cosa dire.
Poich le promesse di " Marco" per una assunzione al giornale erano state molto aleatorie, mi diedi da fare per riprendere il mio lavoro di agente presso la stessa ditta. Fui riassunto ma destinato a una zona molto lontana e scomoda da girare. Mi accontentai, ma non cessavo dall'andare negli uffici della ditta per lagnarmi e chiedere un cambiamento. Fu cos che scopersi una volta che nella stessa azienda lavorava Silvia da un paio d'anni come addetta alla contabilit.
Non l'avevo pi rivista dagli anni della prima giovinezza, da quando aveva piantato me e lasciato i suoi e la sua casa per seguire Davide. L'avevo cancellata - mi ero illuso - dentro di me. Ma niente e nessuno cancelliamo dentro di noi.
Il primo incontro non fu nemmeno imbarazzante, come avrei creduto se lo avessi immaginato. Silvia mi rivolse la parola con naturalezza, rispose alle mie domande, mi sorrise.
E ora? mi chiesi per tutto quel giorno. Come avrei dovuto comportarmi? Come un qualsiasi conoscente? Un compagno di scuola? di infanzia?
Alcuni giorni dopo giunsi davanti ai locali della ditta con qualche minuto di anticipo. Speravo di incontrarla e di parlarle ancora. Ma forse era giunta prima di me. L'attesi all'uscita. Stavolta lei era con colleghi d'ufficio, rispose al mio saluto e tir dritto.
Per pi giorni stetti sulle spine. Che fare? O trovarmi un altro lavoro, eliminando ogni possibilit di ulteriori incontri, o avere un chiarimento con Silvia. Ma chiarire che? Sentivo, comunque, il bisogno di parlarle.
Una sera mi decisi. Presi l'elenco telefonico e cercai il suo numero. Mi rispose sua madre. "Sono Rodolfo "dissi. "Ah" rispose senza sorpresa la signora Aldina "le chiamo Silvia."
La invitai al cinema. Silvia si fece pregare un po', ma poi accondiscese. Non parlammo che della trama del film quella sera. Ma essa - sebbene si trattasse di un film sentimental-stupido-americano - parl per noi, imperniandosi tutta sul rinascere di un sentimento amoroso. Perch noi due non potevamo tornare a essere quelli di prima? Perch l'abbandono di Silvia non poteva essere annullato nei nostri ricordi?
E, in fondo, era giusto che io drammatizzassi tanto l'errore di Silvia? Tutto sommato avevo avuto anch'io un'altra esperienza amorosa. Dovevo ragionare secondo le mie origini di "terrone" i cui princpi consentono all'uomo di fare quello che vuole, ma vietano alla donne di sbagliare? Far mia l'etica meridionale della "integrit e illibatezza" della donna? Sarebbe stato proprio impossibile, dopo le nostre diverse e cocenti esperienze, ricucire il nostro antico amore?
Cos fui riammesso in casa di Silvia. Quasi tutte le sere uscivamo insieme. Talvolta si andava al cinema o a qualche spettacolo di prosa o rivista, spesso facevamo dei giri a piedi in centro. Arrivava la primavera e Milano mi appariva bella - mah! punti di vista - come non mai.
Tutto era avvenuto con semplicit, come una cosa logica, attesa da tempo. "E allora a quando le nozze?" mi chiese una sera la madre di Silvia.
Dissi che avrei voluto metter su casa, come si deve, come avevo sempre sperato. Dato il costo degli affitti, pensavo piuttosto a un appartamento a riscatto. Perci mi occorreva ancora del tempo. Del resto n io n Silvia - che eravamo quasi coetanei - avevamo ancora compiuto i ventisette anni.
Ma i genitori di Silvia non riuscirono a dissimulare la loro fretta. Il ragionier Scalet elogi l'ampiezza del loro appartamento e disse che, essendo Silvia figlia unica, ci si poteva sistemare tutti nella stessa casa. La signora Aldina tacque e non fece alcun segno di assenso. Non pareva molto d'accordo, ma sentiva anche lei la necessit di sistemare presto questa figlia che aveva dato e continuava a dare grattacapi. Silvia, infatti, come seppi in seguito, aveva avuto altre "simpatie" verso uomini sposati e d'et (era e restava ultrasensibile alla bellezza maschile di tipo atletico e un tantino matura) e aveva preteso di avere una propria indipendenza con un impiego, soprattutto per godere di maggiore libert.
La convivenza con persone alle quali non ero mai riuscito a voler bene, che un tempo mi avevano visto come il fumo negli occhi, non era per me una lieta prospettiva. Se, ora, con tanta entusiastica fretta, il ragionier Scalet e la signora Aldina volevano darmi in moglie la figlia, era perch l'antico "pretendente", dopo il colpo di testa di Silvia, si era ritirato. Il legame, poi, di quasi-parentela che li legava a lui si era spezzato a seguito della morte della nonna di Silvia. Si era perci rifatto vivo quel fesso di Rodolfo? Ma bene, prendiamolo al laccio.
Mia madre mise il broncio quando le dissi che avevo intenzione di sposarmi con Silvia. Ma non disse nulla, sebbene anch'essa designasse quella donna che era passata da un uomo all'altro dello stesso ambito familiare con le stesse parole con le quali la si designava in casa di mio zio Ambrogio: "la puttana che fece morire Davide". Il che era, chiaramente, una cosa falsa.
Quando le nozze furono imminenti, mia madre osserv che, tutto sommato, era meglio che io e Silvia fossimo andati a vivere con lei.
"In questa casa, che ci sta appena una persona in piedi?"
" la casa che sei riuscito a metter su tu con le tue possibilit. Per lo meno  tua."
Non risposi nulla. Mi limitai a una alzata di spalle.
Era fatale che, non rimandando il matrimonio, io e Silvia ci sistemassimo in casa dei suoi genitori. Quasi quattro anni sono trascorsi da quel passo sbagliato. Ci sposammo senza amore, illusi di averlo ripescato dal fondo del nostro passato. L'unione fu triste fin dai primi giorni: c'era poco slancio da una parte e dall'altra. Cominciammo dapprima a pensare, poi ad accusarci a vicenda di essere ancorati ai nostri ricordi. Una mano di ghiaccio sembrava serrarmi allo stomaco, negli attimi in cui un uomo e una donna non dovrebbero avere altri pensieri se non quello di essere un maschio e una femmina, se appena appena la mia "partner" mi appariva distratta, poco partecipe. "Pensa a lui ancora." "Fa confronti fra me e lui." E tutto finiva amaramente.
Chi cominci per primo a rinfacciare all'altro il passato?
Amico mio, caro Antonio che, spero, mi hai seguito fin qui leggendo queste pagine - checch esse si siano - come fate voi giudici quando dovete ricercare la causa di un matrimonio fallito? Vi contentate delle semplificazioni della realt che vi offrono gli schemi legali, delle formulette insomma?
La moglie  andata via di casa?  Bene, dite, "abbandono del tetto coniugale". E se  giunta a uno stato di esasperazione tale da non poterne pi? Ma, mi sembra di sentirti obiettare, lo stato di esasperazione nascer pure da una serie di fatti, che sono suscettibili di prova in giudizio. Oh s, certo. Ma l'esasperazione non pu nascere anche da fatti che non sono propriamente "fatti", da un'atmosfera, da screzi irrazionali, da dissapori taciuti, malintesi inesplosi e, perci, insanabili, non propriamente riducibili in "capitoli" di prova?
Il marito ha mollato un ceffone? O, peggio, ha preso la moglie per il collo, come avvenne a me di fare, s da strozzarla quasi? Bene, dite ancora voi, "sevizie" "eccessi". Ma se la moglie ha lacerato in lui ogni residuo di umana dignit?
Come ci arrivammo? Chi cominci? Dio mio, non lo so pi, forse non l'ho mai saputo.
Che pazzia fu quella di raccontarci a vicenda, prima ancora di sposarci, le nostre passate esperienze. "Dobbiamo liberarcene," diceva Silvia. "S" rispondevo "hai ragione" e continuavo a torturarla con domande, richieste di ulteriori dettagli. Da sposati, poi, quando il fallimento cominci a delinearsi nel settore dell'intimit, fu facile buttarci in faccia a vicenda un "tu non pensi che a quella donna" e un "tu non pensi che a quel morto". E fu la fine. Da allora i litigi, i bronci, i dispetti. Poi ci si misero di impegno i miei suoceri a scavare l'abisso.
Nemmeno tre mesi riuscii a resistere in quella casa. Me ne tornai da mia madre. Cercai e trovai un altro lavoro presso un'altra industria. Non me la sentivo pi di lavorare per la stessa ditta dove lavorava mia moglie. Conclusione: mi ritrovai con tutti i colleghi d'ufficio di mia moglie e i miei colleghi agenti e piazzisti schierati come testimoni contro di me, nella causa di separazione.
Dapprima restammo separati circa due mesi. Comuni amici ci fecero incontrare, di sorpresa, in terreno neutro. Silvia acconsent a venire a vivere presso mia madre. E fu questo uno degli argomenti maggiormente sbandierati dall'avvocato di mia moglie, questa donna "piena di virt" che si era persino piegata a seguirmi nella modesta casa dove abitava mia madre, pur di farmi contento, acconciandosi anche al "capriccio" del marito di non voler pi vivere coi suoceri.
Ce le ho tutte stampate in testa le frasi della sentenza sia del tribunale che della corte d'appello. Quest'ultima  fresca fresca, di pochi giorni fa. Forse voi giudici, caro Antonio, non potete rendervi conto di come certe frasi scritte nelle vostre sentenze ( che per voi sono pane quotidiano, esercizio giornaliero, noia o diletto intellettuale, tormento o asfissiante buro-lavoro) si imprimano nella mente delle persone implicate in cause e processi.
"Il contrasto portato al giudizio del Collegio deve essere valutato inquadrandolo nell'ambiente donde scaturisce." E qui si poneva in rilievo la diversit sociale fra la famiglia di origine della moglie e quella del marito: da una parte una famiglia "borghese", dall'altra una famiglia "operaio-contadina" e il trapianto "irragionevole e ingiustificato" di mia moglie nella mia famiglia, dopo l'"incapacit" del marito di adattarsi all'ambiente della famiglia della moglie. "Tale convivenza, sia nella prima che nella seconda soluzione, doveva portare a insanabili dissidi. Le parti e i testi hanno riferito puntualmente screzi sempre pi gravi fra i coniugi. Vi son state scenate con reciproche ingiurie: i testi attribuiscono le ingiurie all'uno o all'altro coniuge, secondo che si tratta di testi indicati dall'uno o dall'altro, ma v' chi riferisce imparzialmente che, quella volta che egli fu presente, gli insulti furono reciproci. E non solo alle parole si limitarono le parti, ma trascesero a vie di fatto: la moglie fu percossa e ferita, almeno una volta, e per ritorsione morse a un braccio e graffi il marito."
Nella fredda prosa giudiziaria continuava l'elenco degli episodi accaduti nei giorni di inferno che furono quelli, pochi del resto - non pi di un mese - in cui Silvia visse con me nella casa di mia madre e che furono l'epilogo della nostra vita coniugale.
"Inutile elencare" concludeva la sentenza "altri fatti a riprova della miseria di un matrimonio fallito."
Ma Silvia e i suoi non si acquietarono alla sentenza del tribunale che addossava la colpa a entrambi. Vollero il giudizio d'appello. Tre anni in tutto: una velocit - mi dicono coloro che si intendono dei "tempi" della giustizia - assolutamente supersonica. Tant' che, vista la mia "fortuna " in velocit giudiziaria, ho pensato che proporr ricorso per cassazione. Non mi va di inghiottire questa pillola che ha addossato l'intera colpa a me.
Mi ha spiegato l'avvocato che mi ha nuociuto in sede di appello la mia relazione con Anna, che in primo grado non era venuta fortunatamente a galla.
Appena Silvia mi piant - e seppi poi che s'era intanto fatto un... amico che pare rassomigliasse fisicamente a Davide - io mi diedi da fare per riagganciarmi ad Anna. Non fu difficile ritrovarla. Le narrai tutto. Piansi, disperato, fra le sue braccia. Un naufrago - le dissi di essere - che cercava salvezza in lei. Non esageravo.
Anche lei aveva imboccato una strada sbagliata: era l'amica del suo principale, come mi confess poi. In un baratro tutt'e due, in un fondo cieco e buio, dal quale l'unica via di uscita sarebbe stata la nostra unione.
Fu allora che pensai di emigrare in Australia e mi misi a contatto con i parenti di mia madre. Ma una novit graditissima, inaspettata, mi cambi le carte in mano, venivo assunto come giornalista a "Il secolo d'Italia". Era la professione sognata. Di andarmene non era pi il caso di parlare.
Qualche mese dopo, per giunta, il divorzio in Italia era gi divenuto realt. Iniziai subito la causa di separazione e intanto vivevo segretamente con Anna.
Ed ecco che siamo arrivati al punto di partenza, perch non mi resta pi nulla da narrarti, Antonio. Siamo cio giunti al nostro ultimo incontro al palazzo di giustizia di Milano.
Non parlammo di politica o del ruolo della giustizia nella societ, come era accaduto in nostri precedenti incontri, per paura di mutare l'incontro in scontro. Preferimmo ricordare qualche episodio di quando eravamo ragazzi a Lecce. Ma poi, non so come, il discorso cadde sulle mie traverse coniugali e ti confessai che vivevo gi con un'altra donna. Ci rimanesti male, ricordo. "E la causa di separazione l'hai promossa tu?" mi chiedesti. "S, per forza, io spero di sposarla la donna con cui vivo." "Ma la perdi la causa, se si viene a sapere che vivi con un'altra donna, perch prende consistenza il sospetto che ti dividi dalla moglie per un incapricciamento. E se tua moglie rifiuta la separazione consensuale o non chiede, a sua volta, la separazione per colpa tua, il tribunale rigetter la tua domanda e tu il divorzio te lo scordi."
"Come sarebbe?" chiesi io stupito. E tu mi spiegasti che, secondo la nostra legge, il coniuge incolpevole, se tale  veramente e tale riesce ad apparire davanti al tribunale,  nelle condizioni di impedire, volendo, all'altro coniuge il divorzio. Il che, con molta disonest intellettuale, democristiani e uomini della mia parte, si guardavano bene dal fare apparire nella recente campagna pre-referendum.
Ho il dente avvelenato con la storia del divorzio?
E per forza. Metterei chiunque nelle mie condizioni e vorrei vedere se non c'era da rodersi il fegato, da dannarsi, da aver voglia di distribuire legnate attorno, sentendo che si voleva spazzare via dalle nostre leggi il divorzio.
Ho finito. Non ho altro da dire.



XIII


O, meglio, qualche altra cosina mi resterebbe da dire. Fate pazienza, vi prego. Se m'avete sopportato fin qui, un piccolo sforzo siete in grado di farlo ancora, via.
Qualche altra "cosina" che sono, poi, un gruppetto di considerazioni che io butter senza un ordine preciso, ma a mano a mano che me le trover sotto la penna.
Innanzi tutto la prima considerazione  che voi dall'esposizione della mia vita tirerete subito una conseguenza: che io non ho mai brillato n per fermezza di propositi n per logicit di decisioni e consequenzialit di comportamenti.
Incline alla vita di pensiero, propria di chi scrive, ho trovato sempre (e non, certo, senza averle cercate) occupazioni confacenti a chi fa professione di "attivismo".
Negato per la vita militare perch mi  connaturato un individualismo che nulla si sente di sacrificare allo "spirito del clan", mi sono imbevuto di un'ideologia che vede nell'individuo solo una componente della societ e a questa lo asserve, ho sguazzato dentro formazioni paramilitari e ho scelto un "inquadramento" che predilige la disciplina militare e il culto delle forze armate.
Di indole mite, alieno dalla violenza e dal sangue, impressionabile pi del necessario, ho idolatrato la forza e la violenza e ho creduto per lungo tempo anch'io che i problemi politici andassero risolti con la forza perch l'historia  s magistra, ma non di vita, di violenza.
Amo una ragazza, negli anni della prima giovinezza e non riesco a suscitare in lei vero amore, ad accendere fra noi due - o con il fuoco dello spirito o con le attrattive dell'ardore sessuale - alcunch di duraturo, sicch un altro pu portarmi via facilmente tale donna; trovo finalmente la donna con cui c' perfetta consonanza, ma la lascio andare per la sua strada e mentre amo ancora questa seconda, sposo la prima che non amo pi.
S, lo riconosco, una serie di contraddizioni nella mia vita, da poter pretendere il diploma di maestro di incoerenza.
Oh, certo, se volessi, potrei trovare giustificazione per ognuna di queste contraddizioni. Potrei dire che, s, mi sarebbe piaciuto fin dagli anni della prima giovinezza fare unicamente lo scrittore. Ma questo  destino di pochi privilegiati, non soltanto toccati dal dito della divinit, quella che non distribuisce fra gli uomini il genio a manciate, ma per di pi favoriti anche da particolari circostanze. Sicch  riuscito di fare soltanto il letterato al Petrarca ma non all'Ariosto, a D'Annunzio ma non a Pascoli, a Proust ma non a Kafka.
E se, perci, accortomi che la mia "vocazione" allo scrivere non solo era incostante, ma mancava di quegli estri e quegli slanci che antepongono una certa attivit dello spirito a qualsiasi altra cosa della vita, e per giunta non trovava occasioni di amicizie opportune, agganci con intenditori, quel pizzico di fortuna insomma che, in questa come in ogni altra cosa, non pu mancare, mi decisi a dedicarmi ad attivit pratiche, non posso muovermi grossi rimproveri.
L'antimilitarismo, poi, di tipo innato - forse mi proveniva da mio padre, direttamente attraverso i cromosomi - mi dava e mi d nausea anche alla sola vista delle divise e di certi tavolati pettorali che sembrano medaglieri (i sovietici poi - ve li raccomando - i medaglieri li fanno anche sull'abito civile) e mi faceva e mi fa stare, senza volerlo, male quando sentivo e sento che in una parte del mondo si instaura un altro regime militare. Ma poi alle idee "innate" (oh, se aveva ragione Platone e se in ogni pensiero di filosofo antico non c' una grande intuizione di un futuro accertamento operato dalla scienza moderna!) si aggiungevano le idee acquisite: la necessit di combattere il comunismo, il mito dell'ordine sociale e cos via. Perci mi piegavo alle esigenze pratiche che imponevano alla parte in cui mi ero messo di conservare, come una preziosa tradizione da perpetuare, lo spirito militarista.
E lo stesso discorso vale per la violenza e l'idolatria della forza come fermento della storia. Ci che si rifiuta, in linea personale, nell'ambito dei rapporti privati, perch contro i propri princpi etici o semplicemente contro il proprio modo di sentirsi uomo, pu invece apparire del tutto giustificabile, superiore a ogni morale, nell'ambito dei rapporti fra gruppi, fra partiti, fra stati.
Su tale argomento m'accadde - e non  trascorso molto tempo - di avere un'animata discussione con "Marco".
"Non posso ammettere" mi scapp detto "che quello che  ingiusto o, addirittura, infame se fatto a scopo privato, una rapina, un'estorsione, un omicidio per esempio, possa trovare giustificazione se si fa per uno scopo politico."
"Guarda che tu sei ancorato a certi idealismi, a certe vedute romantiche da cui ti devi sganciare. Ti devi svegliare!" replic "Marco". "Di fronte alle concezioni che i comunisti impongono ai loro iscritti, guarda che tu stai proprio dormendo. Il partito pu esigere tutto da loro, anche la rinuncia alla loro personale dignit di uomini, come quando si riconoscono colpevoli di misfatti politici inesistenti. Come possiamo combatterli se non adottiamo, quanto meno, la loro stessa disciplina?"
Mi ribellai a queste concezioni e questionammo. Velatamente (ma poi non tanto) rivolsi a "Marco" l'accusa di machiavellismo di basso conio.
Ma tutto sommato finivo coll'accettare almeno una parte del suo corredo di idee. E se vim vi repellere licet, se la legge penale stessa autorizza, in sede privata, a opporre violenza a violenza per difesa che, se proporzionata all'offesa, diventa legittima, a maggior ragione in sede politica si pu opporre violenza a violenza.
Da queste asserzioni a quelle di "Marco", secondo cui la violenza pu e deve essere stroncata anticipatamente con la violenza e che il terrorismo rosso va prevenuto con terrorismo "preventivo" o "dimostrativo", il passo non  poi molto lungo.
Se da queste contraddizioni che si riferiscono ai convincimenti, alle attivit, alla posizione che si assume nel consorzio umano, passiamo alle contraddizioni pi intime, quelle della vita dei sentimenti, allora ben pi ampie e ben pi convincenti possono essere le mie giustificazioni. E se tutto quello che son venuto scrivendo circa i miei rapporti con Silvia e con Anna, i miei errori, le ansie, gli impulsi irragionevoli, le illusioni, le speranze di rapporti d'amore duraturi, non  servito a farmi assolvere da voi - come ogni essere umano va, per tutto ci che concerne le vicende del cuore, assolto sempre - allora ho fatto una ben inutile fatica.
Ma, poi, tutto sommato, che i miei improbabili lettori mi assolvano o meno, non  cosa che mi assilla tanto, se scopo essenziale di queste mie righe era lo sfogo e dar prova a me stesso di una sincerit, se necessario, anche spietata.
Ci si nasconde, spesso, a se stessi.  comodo. No, io avevo bisogno di verit. Ecco, in questo senso, mi sento assolutamente giornalista.
Chi scrive per l'informazione, qualunque sia la sua fede politica, non pu che amare la verit. E in questo, date retta a me, il giornalista di destra non differisce da quello di sinistra. Certo ognuno di essi presenter la "notizia" secondo il proprio angolo visuale, ma l'accertamento della verit di essa sar un'ansia per l'uno come per l'altro.
Ma, nel sommovimento di idee, che si  prodotto dentro di me in questi ultimi tempi, anche il problema della posizione di un giornalista in un regime autoritario mi si  posto dinanzi con un'evidenza dilemmatica come mai prima d'ora m'era apparsa: la libert di stampa non pu andare a braccetto con nessun regime, comunque esso si denomini, se di "regime" si tratti, cio una detenzione del potere che non solo non ammette alternative ma schiaccia le opposizioni, soffoca le irrequietezze, condanna le critiche e le censure, imbavaglia la stampa.
Come potevo, dunque, io giornalista, che avevo sempre sognato di divenirlo, che avevo ritenuto, divenendolo, di essermi veramente realizzato, accettare l'idea di uno Stato autoritario che, per il solo fatto di esser tale, non pu che sopprimere la libert di stampa?
Questa s mi appare la mia pi grande incoerenza. E me l'ha resa manifesta, scaturendone come tutta la mia crisi, una incoerenza apparente: l'avere io, militante nelle file della destra, votato "no" al referendum.
S, certo, l'incoerenza  una gran brutta piaga della vita umana. Ma guardate intorno quanta ce n'. L'incoerenza di chi predica bene e razzola male, di chi non sa essere come  e si adatta a essere come la societ vuole che sia. L'incoerenza di chi smentisce continuamente i propri princpi, di chi li cambia come le carte d'un gioco, di chi finisce col deriderli. L'incoerenza di chi si adatta al mutare del vento politico, di chi, pur di restare sempre a galla, adotta una sola bandiera, il camaleontismo. L'incoerenza di chi non sa fare andare d'accordo il sentimento d'amore con le pulsioni sessuali, tradendo il coniuge cui pure vuole bene. L'incoerenza di chi, perduta la fede in Dio, si tiene addosso la tonaca di prete o, se  laico, la sovrastruttura di pratiche religiose. E cos via. Ognuno di noi, se ci guardiamo bene dentro,  impastato di incoerenze.
Ma se l'incoerenza  il frutto dell'accendersi in noi di una luce che fuga le tenebre in cui vivevamo immersi, se  il colpo di timone che ci evita di fare arenare la nostra barca, se  il campanello d'allarme che ci avverte di un imminente disastro, allora benedetta l'incoerenza.
"Ma come? Tu, missino, giornalista del Secolo, voti "no" il 12 maggio?"
"Missino, giornalista del Secolo, voter "no"."
"Ma non  un'incoerenza?" S, amici miei,  tale incoerenza che mi ha svegliato, che mi ha fatto cambiare di rotta, che ha messo un punto fermo con il me stesso di prima e apre un nuovo capitolo della mia vita.  tale incoerenza che mi ha fatto dire, definitivamente, chiaramente, no al neofascismo.
Fascista, forse, nel senso pi pieno della parola non lo sono mai stato e ho continuato, pur vivendo e lavorando in mezzo ai neofascisti, a rifiutare questa denominazione. Ma allettato da molte delle premesse e delle vedute politiche proprie del fascismo e dei sistemi affini, certamente, s.
Ho vergato queste righe tra la fine di maggio, poco dopo la strage di Piazza della Loggia e i primi di agosto. La strage dell'"Italicus"  di ieri.
Basta, grida la maggioranza degli italiani indignata, con questi nefandi tentativi di instaurare in Italia un nuovo fascismo. Basta, ho detto anch'io a me stesso. Son giunto, perci, a una specie di esame di coscienza.
Mi smarrisco io stesso cercando le cause della mia collocazione politica. In che terreno ha potuto germogliare e poi prosperare, dando anche copiosi frutti - in contributi attivi, in sincero convincimento propagandato attorno - l'ideologia neofascista? Detriti romantici e sentimentaloidi? Contraddittorie concezioni filosofiche della vita? Nessuna chiarezza di idee sui processi storici, sui conflitti sociali degli ultimi centocinquant'anni, sui problemi dilemmatici che incombono sopra l'avvenire dell'umanit? Non so. Forse tutte queste cose messe assieme.
Ma una ragione - e chi di dovere dovrebbe farci bene attenzione - mi pare abbia influito sopra ogni altra nella determinazione della scelta politica degli anni della mia giovinezza ed  questa: il fascismo esercita ancora, sui giovani della mia et e su quelli delle generazioni che vengono via via alzandosi al livello dell'et adulta, un'indiscutibile attrazione. E non parlo del fascismo come fatto storico, che i nostalgici di esso sono ormai una scarsa frangia in seno allo stesso M.S.I., ma parlo di fascismo come atteggiamento dello spirito: prepotenza giovanile, sfoggio di forza e di virilit, ambizione di leadership, gusto di appartenere a una lite "produttrice" di storia, disprezzo aristocratico delle masse, mitologia nazionalistica, pretesa di ergersi a castigatore dei matti, svegliarino dell'avventura per l'avventura, fascino del diverso, comunque, dalla realt politica che si vive.
Si aggiunga a ci che sono poche le ideologie in auge che riescono a far presa nei giovani. Non il comunismo per le sue chiare, abominevoli dimostrazioni di sopraffazione dell'uomo, da Stalin in poi, ch la musica non  gran che mutata. Non il socialismo che non sa pi lui stesso da che parte voltarsi per indicare la sua strada e non  pi in grado di dire se il sole che mostra sul suo simbolo sia nascente o calante. Non il cristianesimo "applicato alla politica" che ha dato le pi nauseanti prove di cesaro-papismo - nonostante la parentesi giovannea - che si potesse immaginare. Da che parte, dunque, devono voltarsi i giovani?
E intanto, fatalmente, la "precipitazione" in senso fascistico degli stati a struttura capitalistica, anche di quelli che hanno adottato correttivi neocapitalistici, si va sempre pi determinando.
E non parlo, come penso crediate, soltanto dell'Italia, in cui  ormai chiaro, in questa estate 1974, che da un quinquennio si stava preparando l'instaurazione dello stato neofascista e che solo alcuni errori di manovra, qualche imprevisto, qualche colpo di sfortuna (sfortuna per i neofascisti e fortuna, forse, per tutti) hanno potuto fare cos miseramente naufragare il piano. Piano che, solo perch non  riuscito, viene chiamato con dispregio "eversivo", ma che se fosse andato a buon fine, si sarebbe detto "piano di ripristino dell'atlantismo", "piano del ritorno all'ordine democratico", "piano del potenziamento della stabilit delle istituzioni", "piano della ricristianizzazione dell'Italia" allo stesso modo come il 21 aprile 1967 instaur la Hells tn christiann!
Ma qualcuno, suppongo, ha sbagliato i calcoli, qualche altro ha pensato ingenuamente che in Italia il neofascismo si possa instaurare senza passare per la dicc o per il portone di bronzo (e forse sia a piazza del Ges che in Vaticano c' qualche idea "variante" o addirittura diversa in proposito), qualche altro si  scordato che un colpo di Stato in Italia si pu fare solo con il beneplacito della CIA (e forse zio Tom ha in questo momento altri grattacapi e, tutto sommato, d'un'Italia cos "senza infamia e senza lodo" dal punto di vista atlantico ci si pu anche accontentare); forse, infine, qualche frangia fanatica ha precorso i tempi e si  illusa che si pu far tutto a suon di bombe e seminando il terrore fra la gente pacifica e innocente.
L'ondata di sdegno antifascista comunque passer. I morti di piazza della Loggia e dell'"Italicus" saranno dimenticati come quelli di piazza Fontana. I processi sulle stragi e sulle trame nere si rinvieranno, si sparpaglieranno, si riuniranno, si ingarbuglieranno con conflitti di competenza, decisioni della Cassazione, altri rinvii, altre decisioni della Suprema Corte, altre istanze, altre impugnative, eccezioni, nullit, supernullit, annullamenti e ricominciate, signori, tutto daccapo...
Il neofascismo riprender, intanto, lentamente il suo lavoro continuo e metodico, quello legittimo nella sede del "partito ad hoc", quello fra il legittimo e il clandestino nei movimenti affiancati che, appena sciolti, si ricostituiscono, e quello segreto e sotterraneo fatto dentro i servizi segreti dello Stato, dentro la magistratura, dentro la polizia, dentro i ministeri e gli uffici statali periferici, dentro gli istituti previdenziali, dentro i mille e mille enti statali. E, in questo settore, il neofascismo non chiede "adesioni", no, non vuole che si indossino camicie, cerca solo insofferenza e stanchezza verso il sistema democratico, verso la dialettica politica, verso il dinamismo delle lotte sociali che si manifestano negli scioperi e nelle irrequietudini di piazza.
Passato lo scossone delle recenti bombe fasciste, tutto l'apparato burocratico torner quello che  sempre stato: neutrale e talora non alieno dal fascismo. Terreno, dunque, praticabile al fascismo.
E continuer poi, oltre al lavoro visibile e invisibile, il lavoro sotterraneo nelle coscienze dei cittadini: ah questo carovita! ah questi scioperi! ah questi disordini studenteschi! ah questo disservizio di tutti i servizi statali! ah questa delinquenza! ah questa debolezza della polizia! ah questi sbandamenti filo-operai e sinistrorsi di certi settori della magistratura!
Il fascismo come "stato d'animo" comincer di nuovo a sormontare le coscienze, perch il futuro  - e me ne dispiace, ora che si  operato in me questo rovesciamento di idee - il futuro, dicevo,  del fascismo.
Un fascismo che sar di tutti gli ordinamenti, anche di quelli che si servono del pi verboso antifascismo, come l'Unione Sovietica, un fascismo che attanaglier nella disciplina e nel pi assoluto rigore il mondo e impregner di s gli stati, qualunque sia la loro struttura economica, privata o pubblica o mista che sia la propriet dei mezzi di produzione.
Perch l'essenza del vero fascismo, di quello che si deline in Italia fra la prima e la seconda guerra mondiale (la cui importanza storica, come capostipite, rester inoppugnabile), di quelli che son via via sorti con vari nomi, di quello che tenter, e forse otterr, la conquista del mondo (e solo un comunismo democratizzatosi gliela potrebbe contrastare, ma per ora fra comunismo e democrazia c' contraddizione in termini), sta nella soppressione intera della libert del singolo a favore di un'"organizzazione purchessia", ma sempre a profitto di pochi privilegiati, costituiscano essi una classe economica o una casta di superburocrati insediata nei vari cremlini.
 fatale, imprescindibile alla societ umana la legge della "complessificazione esponenziale", tutto cio va complicandosi moltiplicando il tipo di complicazione sempre per due. Mi spiego meglio: se una cosa  oggi complicata una volta, domani sar complicata due volte e dopodomani quattro volte, e fra tre giorni otto volte, e poi sedici, trentadue, sessantaquattro... e vi saluto, continuate voi a farli i conti. In fondo rassomiglia alla legge naturale della complessificazione degli organismi, che ha guidato l'evoluzione della specie dal protozoo all'uomo. Cos ogni problema che concerne l'organizzazione sociale si sdoppia (ogni cellula si divide in due cellule) e i due problemi ne creano due per ciascuno e cos via e, come ogni cellula viene poi specializzandosi - la legge della specializzazione, si sa, affianca in natura quella della complessificazione - ogni problema diventa uno specialissimo complicato problema.
Ma quanto pi le cose si complicano, tanto pi ci vuole organizzazione. Ci vogliono leggi, regolamenti, controlli, supercontrolli, disciplina. Tanto pi, dunque, bisogna sacrificare la libert umana...
E allora ecco la tentazione. Poich organizzare, quanto pi le cose si complicano, diventa sempre pi difficile, "affrontiamo" si dice "il problema alla base, tagliamo il male, la libert, alla radice, facciamo un ordine assoluto, cio il fascismo."
Non lo so, tutto sommato, se queste "profezie" abbiano il bench minimo fondamento n mi spiego come la mia mente sia riuscita a formulare questi pensieri.
Quando ho scritto le prime righe di questa narrazione, il pensiero di un mondo fascistizzato (o, per non usare questa parola che allora evitavo, diciamo, gerarchizzato, impiramidato) mi avrebbe fatto piacere se fossi riuscito a formularlo come una prospettiva dell'avvenire, come un "futuribile". Ma, nella crisi di idee con cui ho cominciato a scrivere, questa prospettiva non mi si affacciava alla mente. Ed ecco che essa mi arriva alla fine di questa fatica.
E mi arriva proprio quando, forse perch attraverso la narrazione sono riuscito a chiarire me a me stesso, m'accorgo che in mezzo alle mie vedute filofasciste ha sempre serpeggiato una certa inclinazione alle idee di libert. Sarei ora capace di stare, qualunque cosa avvenga, dalla parte della libert? Saprei lottare per difenderla con le unghie e coi denti?
Le mie previsioni - ammesso che non siano balordaggini di un momento di confusione della mente non sono davvero rosee per chi avesse il culto della libert umana. E se il mio "posto" fosse, come mi pare ormai certo, scelto definitivamente, esse sono pessimistiche anche per me.
Temo davvero che non si tratti, proprio no, di balordaggini di un visionario. Probabilmente la marea autoritaria, la necessit di ordine - sia rosso, che nero, che giallo, che color-cane-che-fugge - ci sormonter, ci travolger tutti. Tutti quelli che amiamo, chi da sempre, chi da poco come me, la libert. Ci schiaccer.
Ma star sulle barricate dove la vera essenza dell'uomo, prima che egli diventi fantoccio, sar venduta cara.
E dopo una sparata di tal fatta, posso posare la penna. "Sparata" s. Perch penso che, come milioni di altri individui, se il "fascismo universale" ci arrivasse addosso veramente, sar pecora anch'io, fra le pecore.
