GUIDO GOZZANO.
La via del rifugio

Trenta quaranta,
tutto il Mondo canta
canta lo gallo
risponde la gallina...

Socchiusi gli occhi, sto
supino nel trifoglio,
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglier.

Madama Colombina
si affaccia alla finestra
con tre colombe in testa:
passan tre fanti...

Belle come la bella
vostra mammina, come
il vostro caro nome,
bimbe di mia sorella!

...su tre cavalli bianchi:
bianca la sella
bianca la donzella
bianco il palafreno...

Ne fare il giro a tondo
estraggono le sorti.
(I bei capelli corti
come caschetto biondo

rifulgono nel sole.)
Estraggono a chi tocca
la sorte, in filastrocca
segnado le parole.

Socchiudo gli occhi, estranio
ai casi della vita.
Sento fra le mie dita
la forma del mio cranio...

Ma dunque esisto! O Strano!
vive tra il Tutto e il Niente
questa cosa vivente
detta guidogozzano!

Resupino sull'erba
(ho detto che non voglio
raccorti, o quatrifoglio)
non penso a che mi serba

la Vita. Oh la carezza
dell'erba! Non agogno
cha la virt del sogno:
l'inconsapevolezza.

Bimbe di mia sorella,
e voi, senza sapere
cantate al mio piacere
la sua favola bella.

Sognare! Oh quella dolce
Madama Colombina
protesa alla finestra
con tre colombe in testa!

Sognare. Oh quei tre fanti
su tre cavalli bianchi:
bianca la sella,
bianca la donzella!

Chi fu l'anima sazia
che tolse da un affresco
o da un missale il fresco
sogno di tanta grazia?

A quanti bimbi morti
pass di bocca in bocca
la bella filastrocca
signora delle sorti?

Da trecent'anni, forse,
da quattrocento e pi
si canta questo canto
al gioco del cuc.

Socchiusi gli occhi, sto
supino nel trifoglio,
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglier.

L'aruspice mi segue
con l'occhio d'una donna...
Ancora si prosegue
il canto che m'assonna.

Colomba colombita
Madama non resiste,
discende gi seguita
da venti cameriste,

fior d'aglio e fior d'aliso,
chi tocca e chi non tocca...
La bella filastrocca
si spezza d'improvviso.

Una farfalla! Di!
Di! - Scendon pel sentiere
le tre bimbe leggere
come paggetti gai.

Una Vanessa Io
nera come il carbone
aleggia in larghe rote
sul prato solatio,

ed ebra par che vada.
Poi - ecco - si risolve
e ratta sulla polvere
si posa della strada.

Sandra, Simona, Pina
silenziose a lato
mettonsile in agguato
lungh'essa la cortina.

Belle come la bella
vostra mammina, come
il vostro caro nome
bimbe di mia sorella!

Or la Vanessa aperta
indugia e abbassa l'ali
volgendo le sue frali
piccole antenne all'erta.

Ma prima la Simona
avanza, ed il cappello
toglie ed il braccio snello
protende e la persona.

Poi con pupille intente
il colpo che non falla
cala sulla farfalla
rapidissimamente.

Presa! Ecco lo squillo
della vittoria. Aiuto!
 tutta di velluto:
Oh datemi uno spillo!

Che non ti sfugga, zitta!
Si adempie la condanna
terribile; si affanna
la vittima trafitta.

Bellissima. D'inchiostro
l'ali, senza rintocchi,
avvivate dagli occhi
d'un favoloso mostro.

Non vuol morire! Lesta!
ch soffre ed ho rimorso!
Trapassale la testa!
Ripungila sul dorso!

Non vuol morire! Oh strazio
d'insetto! Oh mole immensa
di dolore che addensa
il Tempo nello Spazio!

A che destino ignoto
si soffre? Va dispersa
la lacrima che versa
l'Umanit nel vuoto?

Colombina colombita
Madama non resiste:
discende gi seguita
da venti cameriste...

Sognare! Il sogno allenta
la mente che prosegue:
si adagia nelle tregue
l'anima sonnolenta,

siccome quell'antico
brahamino del Pattarsy
che per racconsolarsi
si fissa l'umbilico.

Socchiudo gli occhi, estranio
ai casi della vita;
sento fra le mie dita
la forma del mio cranio.

Verr da s la cosa
vera chiamata Morte:
che giova ansimar forte
per l'erta faticosa?

Trenta quaranta
tutto il Mondo canta
canta lo gallo
canta la gallina...

La Vita? Un gioco affatto
degno di vituperio,
se si mantenga intatto
un qualche desiderio.

Un desiderio? sto
supino nel trifoglio
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglier.



L'analfabeta

Nascere vide tutto ci che nasce
in una casa, in cinquant'anni. Sposi
novelli, bimbi... I bimbi gi corrosi
oggi dagli anni, vide nella fasce.

Passare vide tutto ci che passa
in una casa, in cinquant'anni. I morti
tutti, egli solo, con le braccia forti
compose lacrimando nella cassa.

Tramonta il giorno, fra le stelle chiare,
placido come l'agonia del giusto.
L'ottuagenario candido e robusto
viene alla soglia, con il suo mangiare.

Sorride un poco, siede sulla rotta
panca di quercia; serra per sostegno
fra i ginocchi la ciotola di legno;
mangia in pace cos, mentre che annotta.

Con la barba prolissa come un santo
arissecchito, calvo, con gli orecchi
la fronte coronati di cernecchi
il buon servo somiglia il Tempo... Tanto,

tanto simile al Nume pellegrino,
che io lo vedo recante nella destra
non la ciotola colma di minestra,
ma la falce corrusca e il polverino.

Biancheggia tra le glicini leggiadre
l'umile casa ove ritorno solo.
Il buon custode parla: O figliuolo,
come somigli al padre di tuo padre!

Ma non amava le citt lontane
egli che am la terra e i buoni studi
della terra e la casa che tu schiudi
alla vita per poche settimane....

Dolce restare! E forza  che prosegua
pel mondo nella sua torbida cura
quei che ritorna a questa casa pura
soltanto per concedersi una tregua;

per lungi, lungi riposare gli occhi
(di che riposi parlano le stelle!)
da tutte quelle sciocche donne belle,
da tutti quelli cari amici sciocchi...

Oh! il piccolo giardino ormai distrutto
dalla gramigna e dal navone folto...
Ascolto il buon silenzio, intento, ascolto
il tonfo malinconico d'un frutto.

Si rispecchia nel gran Libro sublime
la mente faticata dalle pagine,
il cuore devastato dall'indagine
sente la voce delle cose prime.

Tramonta il giorno. Un vespero d'oblio
riconsola quest'anima bambina;
giunge un riso, laggi dalla cucina
e il ritmo eguale dell'acciottolio.

In che cortile si lavora il grano?
Sul rombo cupo della trebbiatrice
si innalza un canto giovine che dice:
anche il buon pane - senza sogni -  vano!

Poi tace il grano e la canzone. I greggi
dormono al chiuso. Nella sera pura
indugia il sole: Or fammi un po' lettura:
te beato che sai leggere! Leggi!.

Me beato! Ah! Vorrei ben non sapere
leggere, o Vecchio, le parole d'altri!
Berrei, inconscio di sapori scaltri,
un puro vino dentro il mio bicchiere.

E la gioia del canto a me randagio
scintillerebbe come ti scintilla
nella profondit della pupilla
il buon sorriso immune dal contagio.

Gli leggo le notizie del giornale:
i casi della guerra non mai sazia
e l'orrore dei popoli che strazia
la gran necessit di farsi male.

Ripensa i giorni dell'armata Sarda,
la guerra di Crimea, egli che seppe
la tristezza ai confini delle steppe
e l'assedio nemico che si attarda.

Poi cade il giorno col silenzio. Poi
rompe il silenzio immobile di tutto
il tonfo malinconico d'un frutto
che giunge rotolando sino a noi.

E m'inchino e raccolgo e addento il pomo...
Serenit!... L'orrore della guerra
scende in me: cittadino della Terra,
in me: concittadino d'ogni uomo.

Ora il vecchio mi parla d'altre rive
d'altri tempi, di sogni... E pi m'alletta
di tutte, la parola non costretta
di quegli che non sa leggere e scrivere.

Sereno  quando parla e non disprezza
il presente pel meglio d'altri tempi:
O figliuolo il meglio d'altri tempi
non era che la nostra giovinezza!.

Anche dice talvolta, se mi mostro
taciturno: Tu hai l'anima ingombra.
Tutto  fittizio in noi: e Luce ed Ombra:
giova molto foggiarci a modo nostro!

E se l'ombra si indugia e tu rimuovine
la tristezza. Il dolore non esiste
per chi si innalza verso l'ora triste
con la forza d'un cuore sempre giovine.

Fissa il dolore e armati di lungi,
ch la malinconia, la gran nemica,
si piega inerme, come fa l'ortica
che pi forte l'acciuffi e men ti pungi.

E viene allo scrittoio, se m'indugio:
Ah! Gi i capelli ti si fan pi radi,
sei pallido... Da tempo  che non badi
per queste carte al remo e all'archibugio.

Chi troppo studia e poi matto diventa!
Giova il saper al corpo che ti langue?
Vale ben meglio un'oncia di buon sangue
che tutta la saggezza sonnolenta.

Cos ragiona quegli che non crede
la troppo umana favola d'un Dio,
che rinneg la chiesa dell'oblio
per la necessit d'un'altra fede.

Dice: Ritorna il fiore e la bisavola.
Tutto ritorna vita e vita in polve:
ritorneremo, poich tutto evolve
nella vicenda d'un'eterna favola.

Ma come, o Vecchio, un giorno fu distrutto
il sogno della tua mente fanciulla?
E chi ti apprese la parola nulla,
e chi ti apprese la parola tutto?

Certo, fissando un cielo puro, un fiume
antico, meditando nello specchio
dell'acque e delle nubi erranti, il Vecchio
lesse i misteri, come in un volume.

Come dal tutto si rinnovi in cellula
tutto; e la vita spenta dei cadaveri
resusciti le selve ed i papaveri
e l'ingegno dell'uomo e la libellula.

Come una legge senza fine domini
le cose nate per se stesse, eterne...
Tanto discerne quei che non discerne
i segni convenuti dagli uomini.

Ma come cadde la tua fede illesa:
fede ristoratrice d'ogni piaga
per l'anima fanciulla che si appaga
nei simulacri della Santa Chiesa?

Come vedi le cose? Senza fedi,
stanco, sul limitare della morte,
sai vivere sereno, o vecchio forte,
sorridere pacato... Come vedi?

Guardi le stelle attingere i fastigi
dell'abetaia, contro il cielo, e l'orsa
volger le sette gemme alla sua corsa:
senti il ritmo macbro delle strigi

e il frullo della nottola ed il frullo
della falena... Pel sereno illune
spazi tranquillo, vecchio saggio immune.
La tua pupilla  quella d'un fanciullo.

Qualche cosa tu vedi che non vedo
in quell'immensit, con gli occhi puri:
Buona  la morte dici e t'avventuri
serenamente al prossimo congedo.

Ancora sento al tuo cospetto il simbolo
d'una saggezza mistica e solenne;
quello mi tiene ancora che mi tenne
strano mistero, di quand'ero bimbo.

Allora che su questa soglia stessa
mi narravi di guerre e d'altri popoli,
dicevi del Mar Nero e Sebastopoli,
dei Turchi, di Lamarmora, d'Odessa.

E nel mio sogno si accendean le vampe
sopra le mura. Entrava la milizia
nella citt: una citt fittizia
quali si vedono nelle vecchie stampe,

le vecchie stampe incorniciate in nero:
...i panorami di Gerusalemme,
il Gran Sultano, carico di gemme...:
artificiose, belle pi del vero;

le vecchie stampe, care ai nostri nonni
...il minareto e tre colonne infrante,
il mare, la galea, il mercatante...
citt vedute nei miei primi sonni.

Ed ora, o vecchio, e sazi la tua fame
sulla panca di quercia, ove m'indugio;
altro sentiero tenta al suo rifugio
il bimbo illuso dalle stampe in rame.



Le due strade

Tra le bande verdi gialle d'innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.

Andavo con l'Amica, recando nell'ascesa
la triste che gi pesa nostra catena antica;

quando nel lento oblio, rapidamente in vista
apparve una ciclista a sommo del pendio.

Ci venne incontro; scese. Signora! Sono Grazia!
sorrise nella grazia dell'abito scozzese.

Graziella, la bambina? - Mi riconosce ancora?
Ma certo! E la Signora baci la Signorina.

La piccola Graziella! Diciott'anni? Di gi?
La Mamma come sta? E ti sei fatta bella!

La piccola Graziella, cos cattiva e ingorda!...
Signora, si ricorda quelli anni? - E cos bella

vai senza cavalieri in bicicletta? - Vede...
Ci segui un tratto a piede? - Signora, volentieri...

Ah! ti presento, aspetta, l'Avvocato, un amico
caro di mio marito... Dagli la bicicletta.

Sorrise e non rispose. Condussi nell'ascesa
la bicicletta accesa d'un gran mazzo di rose.

E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacci dell'altra.

Adolescente l'una nelle gonnelle corte,
eppur gi donna: forte bella vivace bruna

e balda nel solino dritto, nella cravatta,
la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.

Ed io godevo senza parlare, con l'aroma
degli abeti, l'aroma di quell'adolescenza.

- O via della salute, o vergine apparita,
o via tutta fiorita di gioie non mietute,

forse la buona via saresti al mio passaggio,
un dolce beveraggio alla malinconia.

O bimba, nelle palme tu chiudi la mia sorte;
discendere alla Morte come per rive calme,

discendere al Niente pel mio sentiere umano,
ma avere te per mano, o dolce sorridente! -

Cos dicevo senza parola. E l'Altra intanto
vedevo: triste accanto a quell'adolescenza!

Da troppo tempo bella, non pi bella tra poco,
colei che vide al gioco la piccola Graziella.

Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
d'un fiore che disfiora e non avr domani.

Al freddo che si annunzia piegan le rose intatte,
ma la donna combatte nell'ultima rinunzia.

O pallide leggiadre mani per voi trascorse-
ro gli anni! Gli anni, forse, gli anni di mia Madre!

Sotto l'aperto cielo, presso l'adolescente
come terribilmente m'apparve lo sfacelo!

Nulla fu pi sinistro che la bocca vermiglia
troppo, le tinte ciglia e l'opera del bistro

intorno all'occhio stanco, la piega di quei labri,
l'inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,

gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
in altro tempo belli d'un bel biondo sereno.

Da troppo tempo bella, non pi bella tra poco,
colei che vide al gioco la piccola Graziella.

- O mio cuore che valse la luce mattutina
raggiante sulla china tutte le strade false?

Cuore che non fioristi,  vano che t'affretti
verso miraggi schietti, in orti meno tristi.

Tu senti che non giova all'uomo soffermarsi,
gittare i sogni sparsi per una vita nuova.

Discenderai al niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolce sorridente,

ma l'altro beveraggio avrai fino alla morte:
il tempo  gi pi forte di tutto il tuo coraggio. -

Queste pensavo cose, guidando nell'ascesa
la bicicletta accesa d'un gran mazzo di rose.

Erano folti intorno gli abeti nell'assalto
dei greppi fino all'alto nevaio disadorno.

I greggi, sparsi a picco, in gran tinniti e mugli
brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;

e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.

- Lungi i pensieri foschi! Se non verr l'amore -
che importa? Giunge al cuore il buono odor dei boschi:

di quali aromi opimo odore non si sa:
di resina? di timo? e di serenit?... -

Sostammo accanto a un prato e la Signora china
baci la Signorina, ridendo nel commiato:

Bada che aspetter, che aspetteremo te;
si prende un po' di the, si maledice un po'...

Verr, Signora, grazie! Dalle mie mani in fretta
prese la bicicletta. E non mi disse grazie.

Non mi parl. D'un balzo sal, prese l'avvio;
la macchina il frusco ebbe d'un piede scalzo,

d'un batter d'ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d'alato volgente con le ruote.

Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d'alabastro, scendeva nella valle.

Vol, come sospesa la bicicletta snella:
O piccola Graziella, attenta alla discesa!.

Signora! arrivederla! Grid di lungi, ai venti:
di lungi ebbero i denti un balenio di perla.

Graziella  lungi. Vola vola la bicicletta:
Amica! E non m'ha detta una parola sola!.

Te ne duole? - Chi sa! - Fu taciturna, amore,
per te, come il Dolore... - O la Felicit!

E seguitai l'amica, recando nell'ascesa
la triste che gi pesa nostra catena antica.



Il responso

Or vado, Marta, suona la mezzanotte... O casa
di pace, o dolce casa di quell'amica buona...

L'alta lucerna ingombra segnava in luce i rari
pizzi dei suoi velari, ergendosi nell'ombra

come un piccolo sole... Durava nella stanza
l'eco d'una speranza data senza parole.

Nella zona di luce v'erano fiori, carte,
volumi, sogni d'arte... Contro una stampa truce

del Durero, una grigia volpe danese il terso
muso tendeva verso l'alto, con cupidigia.

C'era un profumo mite che mi tornava bimbo:
...un gracile corimbo di primule fiorite.

E c'era una blandizie mondana acuta fine:
...di essenze parigine, di sigarette egizie...

C'era un profumo forte che inebbriava i sensi:
...i bei capelli densi come matasse attorte...

Sotto il prodigio nero di quella chioma unica,
vestita di una tunica molle, di foggia impero.

Marta teneva gli occhi assorti ed un pugnale
fra mano, e non so quale volume sui ginocchi.

Tagliava, china in non so che taciturna indagine,
lentamente le pagine del gran volume intonso.

La mezzanotte, Marta... Non mi rispose, udivo
soltanto il ritmo vivo del ferro nella carta.

La taciturna amica con quel volume austero
m'apparve nel mistero d'una sibilla antica.

Se le dicessi? Sa ella, forse, il responso,
forse nel libro intonso legge la Verit!

E a quella donna, avezza a me come a un fratello
buono, mi parve bello dire la mia tristezza.

Ah! Se potessi amare! - Vi giuro, non ho amato
ancora: il mio passato  di menzogne amare.

- Mi piacquero leggiadre bocche, ma non ho pianto
mai, mai per altro pianto che il pianto di mia Madre.

Come una sorte trista  sul mio cuore, immagine
(se vi piace l'immagine un poco secentista)

d'un misterioso scrigno d'ogni tesoro grave,
me ne gitt la chiave l'artefice maligno,

l'artefice maligno, in chi sa quali abissi...
Marta, se rinvenissi la chiave dello scrigno!

Se al cuore che ricusa d'aprirsi, una divota
rechi la chiave ignota dentro la palma chiusa,

per lei che nel deserto far sbocciare fiori,
saran tutti i tesori d'un cuore appena aperto.

Perch, Marta, non sono cattivo, non  vero?
O Marta non  vero, dite, che sono buono?

Molte mani soavi apersi a poco a poco
come si fa nel gioco, ma non trovai le chiavi.

O dita appena tocche, forse amer domani!
e abbandonai le mani e ribaciai le bocche...

Ma pesa la menzogna terribilmente! O maschera
fittizia che mi esaspera nell'anima che sogna!

Perch, Marta, non sono cattivo, non  vero?
O Marta non  vero, dite, che sono buono?

Tutte, persin le brutte, mi danno un senso lento
di tenerezza... Sento - risi - di amarle tutte!

Non sorridete, Marta? Non sorrideva. Udivo
soltanto il ritmo vivo del ferro nella carta.

E ripensavo: - Se ella, forse, il responso,
forse nel libro intonso legge la Verit -.

Nel cuore senza fuoco gi l'anima  pi stanca,
pi d'un capello imbianca, qui, sulla tempia, un poco.

Ogni sera pi lunge qualche bel sogno  fatto:
aspetta il cuore intatto l'amore che non giunge

O beva chi non beve, doni chi si rifiuta
prima che sia compiuta la mia favola breve!

Fanciullo, e verrai tu, compagno alato della
seconda cosa bella - il non essere pi -

verrai con bende e dardi, anche, Fanciullo, a me?
O amare prima che si faccia troppo tardi!

L'amore giunger, Marta? (Nel libro intonso,
pensavo, ecco il responso lesse di Verit)

l'Amore come un sole (durava nella stanza
l'eco d'una speranza data senza parole)

irragger l'assedio dell'anima autunnale,
se pure questo male non  senza rimedio...

Ella dal Libro, in quiete, tolse l'arme, mi porse
l'arme. Rispose: Forse! - Perch non v'uccidete?.



L'amica di nonna Speranza

                                ...alla sua Speranza
                                   la sua Carlotta...

                                         28 giugno 1850
                  (dall'album: dedica d'una fotografia)

Loreto impagliato e il busto d'Alfieri, di Napoleone,
i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)

il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti,
i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
gli oggetti con mnito, salve, ricordo, le noci di
cocco,

Venezia ritratta a musaici, gli acquerelli un po' scialbi,
le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici,

le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
i dagherottipi: figure sognanti in perplessit,

il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
e immilla nel quarto le buone cose di pessimo gusto,

il ccu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco
chermisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!

I fratellini alla sala quest'oggi non possono accedere
che cauti (hanno tolte le fodere ai mobili:  giorno di gala)

ma quelli v'irrompono in frotta.  giunta  giunta in vacanza
la grande sorella Speranza con la compagna Carlotta.

Ha diciassette anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso:
da poco hanno avuto il permesso d'aggiungere un cerchio alla
gonna;

il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine:
pi snella da la crinoline emerge la vita di vespa.

Entrambe hanno uno scialle ad arancie, a fiori, a uccelli, a
ghirlande:
divisi i capelli in due bande scendenti a mezzo le guance.

Son giunte da Mantova senza stanchezza al Lago Maggiore
sebbene quattordici ore viaggiassero in diligenza.

Han fatto l'esame pi egregio di tutta la classe. Che affanno
passato terribile! Hanno lasciato per sempre il collegio.

O Belgirate tranquilla! La sala d sul giardino:
fra i tronchi diritti scintilla lo specchio del Lago turchino.

Silenzio, bambini! Le amiche - bambini, fate pian piano! -
le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche:

motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto
di Arcangelo del Leuto e di Alessandro Scarlatti;

innamorati dispersi, gementi il core e
l'augello,
languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi:

        ...caro mio ben
        credimi almen,
        senza di te
        languisce il cor!
        il tuo fedel
        sospira ognor
        cessa crudel
        tanto rigor!

Carlotta canta, Speranza suona. Dolce e fiorita
si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita.

O musica, lieve sussurro! E gi nell'animo ascoso
d'ognuna sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro,

lo sposo dei sogni sognati... O margherite in collegio
sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati!

Giungeva lo Zio, signore virtuoso di molto riguardo,
ligio al Passato al Lombardo-Veneto e all'Imperatore.

Giungeva la Zia, ben degna consorte, molto dabbene,
ligia al Passato sebbene amante del Re di Sardegna.

Baciate la mano alli Zii! - dicevano il Babbo e la Mamma,
e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii.

E questa  l'amica in vacanza: madamigella Carlotta
Capenna: l'alunna pi dotta, l'amica pi cara a Speranza.

Ma bene... ma bene... ma bene... - diceva gesuitico e tardo
lo Zio di molto riguardo - Ma bene... ma bene... ma bene...

Capenna? Conobbi un Arturo Capenna... Capenna... Capenna...
Sicuro! Alla Corte di Vienna! Sicuro... sicuro... sicuro...

Gradiscono un po' di marsala? Signora Sorella: magari.
E sulle poltrone di gala sedevano in bei conversari.

...ma la Brambilla non seppe... -  pingue gi per
lErnani;
la Scala non ha pi soprani... - Che vena quel Verdi...
Giuseppe!...

...nel marzo avremo un lavoro - alla Fenice, m'han detto -
nuovissimo: il Rigoletto; si parla d'un capolavoro. -

...azzurri si portano o grigi? - E questi orecchini! Che bei
rubini! E questi cammei?... La gran novit di Parigi...

...Radetzki? Ma che! L'armistizio... la pace, la pace che
regna...
Quel giovine Re di Sardegna  uomo di molto giudizio! -

 certo uno spirito insonne... - ... forte e vigile e scaltro.
 bello? - Non bello: tutt'altro... - Gli piacciono molto le
donne...

Speranza! (chinavansi piano, in tono un po' sibillino)
Carlotta! Scendete in giardino: andate a giuocare al volano!

Allora le amiche serene lasciavano con un perfetto
inchino di molto rispetto gli Zii molto dabbene.

Oim! Ch giocando, un volano, troppo respinto all'assalto,
non pi ridiscese dall'alto dei rami d'un ippocastano!

Si inchinano sui balaustri le amiche e guardano il Lago,
sognando l'amore presago nei loro bei sogni trilustri.

...se tu vedessi che bei denti! - Quant'anni? - Vent'otto.
- Poeta? Frequenta il salotto della Contessa Maffei!

Non vuole morire, non langue il giorno. Si accende pi ancora
di porpora: come un'aurora stigmatizzata si sangue;

si spenge infine, ma lento. I monti si abbrunano in coro:
il Sole si sveste dell'oro, la Luna si veste d'argento.

Romantica Luna fra un nimbo leggero, che baci le chiome
dei pioppi arcata siccome un sopracciglio di bimbo,

il sogno di tutto un passato nella tua curva si accampa:
non sorta sei da una stampa del Novelliere Illustrato?

Vedesti le case deserte di Parisina la bella
non forse? Non forse sei quella amata dal giovane Werther?

...Mah!... Sogni di l da venire. - Il Lago si  fatto pi denso
di stelle - ...che pensi?... - Non penso... - Ti piacerebbe
morire?

S! - Pare che il cielo riveli pi stelle nell'acqua e pi
lustri.
Inchnati sui balaustri: sognano cos fra due cieli...

Son come sospesa: mi libro nell'alto!... - Conosce Mazzini...
- E l'ami? - Che versi divini!... Fu lui a donarmi quel libro,

ricordi? che narra siccome amando senza fortuna
un tale si uccida per una: per una che aveva il mio nome.

Carlotta! Nome non fine, ma dolce! Che come l'essenze
risusciti le diligenze, lo scialle, le crinoline...

O amica di Nonna conosco le aiuole per ove leggesti
i casi di Jacopo mesti nel tenero libro del Foscolo.

Ti fisso nell'albo con tanta tristezza, ov' di tuo pugno
la data: vent'otto di Giugno del mille ottocento cinquanta.

Stai come rapita in un cantico; lo sguardo al cielo profondo,
e l'indice al labbro, secondo l'atteggiamento romantico.

Quel giorno - malinconia! - vestivi un abito rosa
per farti - novissima cosa! - ritrarre in fotografia...

Ma te non rivedo nel fiore, o amica di Nonna! Ove sei
o sola che - forse - potrei amare, amare d'amore?



I sonetti del ritorno


I.

Sui gradini consunti, come un povero
mendicante mi seggo, umilicorde:
o Casa, perch sbarri con le corde
di glicine la porta del ricovero?

La clausura dei tralci mi rimorde
l'anima come un gesto di rimprovero:
da quanto tempo non dischiudo il rovero
di quei battenti sulle stanze sorde!

Sorde e gelide e buie... Un odor triste
 nell'umile casa centenaria
di cotogna, di muffa, di campestre...

Dalle panciute grate secentiste
il cemento si sgretola se all'aria
rinnovatrice schiudo le finestre.


II.

Il profumo di glicine disspi
l'odor di muffa e di cotogna. Sotto
la viva luce palpiti il salotto!
E il mio sogno riveda i suoi princpi

nei frutti d'alabastro sugli stipi -
martirio un tempo del fanciullo ghiotto -
nei fiori finti, nello specchio rotto,
nelle sembianze dei dagherottipi.

O casa fra l'agreste e il gentilizio,
coronata di glicini leggiadre,
o in mezzo ai campi dolce romitaggio!

Fu bene in te, che, immune d'artifizio,
serenamente il padre di mio padre
visse la vita d'un antico saggio!


III.

O Nonno! E tu non mi perdoneresti
ozi vani di sillabe sublimi,
tu che amasti la scienza dei concimi
dell'api delle viti degli innesti!

Eppur la fonte trover di questi
sogni nei tuoi ammonimenti primi,
quando, contento dei raccolti opimi,
ti compiacevi dei tuoi libri onesti:

il tuo Manzoni... Prati... Metastasio...
Le sere lunghe! E quelle tue malferme
dita sui libri che leggevi! E il tedio,

il sonno... il Lago... Errina... ed il Parrasio...
E in me cadeva forse il primo germe
di questo male che non ha rimedio.


IV.

Nonno, l'argento della tua canizie
rifulge nella luce dei sentieri:
passi tra i fichi, tra i susini e i peri
con nelle mani un cesto di primizie:

Le piogge di Settembre gi propizie
gonfian sul ramo fichi bianchi e neri,
susine claudie... A chi lavori e speri
Ges concede tutte le delizie!.

Dopo vent'anni, oggi, nel salotto
rivivo col profumo di mentastro
e di cotogna tutto ci che fu.

Mi specchio ancora nello specchio rotto,
rivedo i finti frutti d'alabastro...
Ma tu sei morto e non c' pi Ges.


V.

O tu che invoco, se non fosse l'io
una sola virt dell'Apparenza,
ritorneresti dopo tanta assenza
tra i frutti del frutteto solatio.

Verresti dal frutteto dell'oblio,
d'oltre i confini della conoscenza,
a me che vivo senza fedi, senza
l'immaginosa favola d'un Dio...

Ma non ritorni! Sei come chi sia
non stato mai, o tu che vai disperso
nel tutto della gran Madre Natura.

Ohim! Sul pianto pianto nella via
l'implacabilit dell'Universo
ride d'un riso che mi fa paura.


VI.

                Beati mortui qui in domino moriuntur
                      (Cartiglio dell'orologio solare)

Avventurato se colui che visse
pellegrinando, eppure cos v'agogna,
o vecchie stanze, aulenti di cotogna,
o tetto dalle glicini prolisse,

avventurato se colui morisse
in voi! E in Te, Ges, nella menzogna
dolce, rendesse l'anima che sogna
alle tue buone mani crocefisse!

Questo  nei voti del perduto alunno,
o Ges Cristo! Un letto centenario
m'accolga sotto il monito dell'Ore.

Ritorna la viola a tardo autunno:
non morir premendomi il rosario
contro la bocca, in grazia del Signore?



 La differenza

Penso e ripenso: - Che mai pensa l'oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:
n certo sogna d'essere mortale
n certo sogna il prossimo Natale
n l'armi corruscanti della cuoca.

- O ppera, mia candida sorella,
tu insegni che la Morte non esiste:
solo si muore da che si  pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte  bella!
Ch l'esser cucinato non  triste,
triste  il pensare d'esser cucinato.



Il filo

Ma questo filo... tutto questo filo!...
In pensieri non dolci e non amari
il Vecchio stava chino sulli alari
con le molle, cos, come uno stilo.

Scrivi? Bruci? Miei versi? I sillabari?
Il nome dell'Amata e dell'Asilo!
(nel Vecchio riconobbi il mio profilo)
Lettere? Buste? Annunzi funerari?

Un nome, un nome! Quello della Mamma!
E caddi singhiozzando sulli alari.
Il Vecchio tacque. M'addit la fiamma.

Da trent'anni?! Perdute le pi tenere
mani! Ma resta il sogno! I sogni cari...
Il Vecchio tacque. M'addit la cenere.



Ora di grazia

Son nato ieri che mi sbigottisce
il carabo fuggente, e mi trastullo
della cetonia risopita sullo
stame, dell'erba, delle pietre lisce?

E quel velario azzurro tutto a strisce,
si chiama cielo? E monti questo brullo?
Oggi il mio cuore  quello d'un fanciullo,
se pur la tempia gi si impoverisce.

Non la voce cos dell'Infinito,
n mai cos la verit del Tutto
sentii levando verso i cieli puri

la maschera del volto sbigottito:
Nulla si acquista e nulla va distrutto:
o eternit dei secoli futuri!.



Speranza

Il gigantesco rovere abbattuto
l'intero inverno giacque sulla zolla,
mostrando, in cerchi, nelle sue midolla
i centonovant'anni che ha vissuto.

Ma poi che Primavera ogni corolla
dischiuse con le mani di velluto,
dai monchi nodi qua e l rampolla
e sogna ancora d'essere fronzuto.

Rampolla e sogna - immemore di scuri -
l'eterna volta cerula e serena
e gli ospiti canori e i frutti e l'ire

aquilonari e i secoli futuri...
Non so perch mi faccia tanta pena
quel moribondo che non vuol morire!



L'inganno

Primavera non  che si avventuri
un'altra volta e cinga di tripudi
un'altra volta i rami seminudi,
tutti raggiando questi cieli puri?

Madre Terra, sei tu che trasfiguri
la vigilia dei giorni foschi e crudi?
O Madre Terra buona, tu che illudi
fino all'ultimo giorno i morituri!

Essi non piangono la sentenza amara.
Domani si morr. Che importa? Oggi
sorride il colco tra le stoppie invalide...

Tutto muore con gioia (Impara! Impara!)
E forse ancora si apre contro i poggi
l'ultimo fiore e l'ultima crisalide.



Parabola

Il bimbo guarda fra le dieci dita
la bella mela che vi tiene stretta;
e indugia - tanto  lucida e perfetta -
a dar coi denti quella gran ferita.

Ma dato il morso primo ecco si affretta:
e quel che morde par cosa scipita
per l'occhio intento al morso che l'aspetta...
E gi la mela  per met finita.

Il bimbo morde ancora - e ad ogni morso
sempre  lo sguardo che precede il dente -
fin che si arresta al torso che gi tocca.

Non sentii quasi il gusto e giungo al torso!
Pensa il bambino... Le pupille intente
ogni piacere tolsero alla bocca.



Ignorabimus

Certo un mistero altissimo e pi forte
dei nostri umani sogni gemebondi
governa il ritmo d'infiniti mondi
gli enimmi della Vita e della Morte.

Ma ohim, fratelli, giova che si affondi
lo sguardo nella notte della sorte?
Volere un Dio? Irrompere alle porte
siccome prigionieri furibondi?

Amare giova! Sulle nostre teste
par che la falce sibilando avverta
d'una legge di pace e di perdono:

Non fate agli altri ci che non vorreste
fosse a voi fatto!. Nella notte incerta
ben questo  certo: che l'amarsi  buono!



La morte del cardellino

Chi pur ieri cantava, tutto spocchia,
e saltellava, caro a Tita,  morto.
Tita singhiozza forte in mezzo all'orto
e gli risponde il grillo e la ranocchia.

La nonna si alza e lascia la conocchia
per consolare il nipotino smorto:
invano! Tita, che non sa conforto,
guarda la salma sulle sue ginocchia.

Poi, con le mani, nella zolla rossa
scava il sepolcro piccolo, tra un nimbo
d'asfodeli di menta e lupinella.

Ben io vorrei sentire sulla fossa
della mia pace il pianto di quel bimbo.
Piccolo morto, la tua morte  bella!



L'intruso

Le tre sorelle dalla tela rozza
levano gli occhi sbigottite, poi
che una voce pervade i corridoi
come d'uno che irride o che singhiozza.

Il vento in casa! Il vento cresce, cozza,
sibila, mugge come cento buoi.
Ogni sorella pensa ai casi suoi,
l'altra chiamando con la voce mozza.

In breve dai soppalchi al limitare
discacciano il nemico, nell'assedio
invocando a gran voce tutti i santi.

Ognuna torna poi ad agucchiare,
ed accompagna il ritmo del suo tedio
all'orchestra dei tremoli svettanti.



La forza

                A Mario B., lottatore

Bestialit divina, amico Mario,
quando affatichi i muscoli ben atti
e cingi e premi, ansando, e scuoti a tratti
il torso dell'atletico avversario!

Bene sai l'arte della forza. In vario
modo lo spossi e incalzi e pieghi e abbatti;
ti sussulta nei muscoli contratti
non so che desiderio sanguinario.

Grvagli sopra, crudelmente bello,
con le scapole fa che egli riverso
tocchi la rena e vinto gli si gridi!

Ridevole miseria d'un cervello
quando il proteso gi pollice verso
Uccidi - griderei - Uccidi! Uccidi!



La medicina

                Alla signora C. R. dalla bella voce

Non so che triste affanno mi consumi:
sono malato e nei miei d peggiori...
Tra i balaustri il mar scintilla fuori
la zona dei palmeti e degli agrumi.

Ah! Se voi foste qui, tra questi fiori,
amica! O bella voce tra i profumi!
Se recaste con voi tutti i volumi
di tutti i nostri dolci ingannatori!

Mi direste il Congedo, oppur la Morte
del cervo, oppure la Sementa... E queste
bellezze, pi che l'aria e pi che il sole,

mi farebbero ancora sano e forte!
E guarirei: Voi mi risanereste
con la grande virt delle parole!



Il sogno cattivo

Se guardo questo pettine sottile
di tartaruga e d'oro, che affigura -
opera egregia di cesellatura -
un germoglio di vischio in novo stile,

risogno un sogno atroce. Dal monile
divampa quella gran capellatura
vostra, fiammante nella massa oscura.
E pur non vedo il volto giovenile.

Solo vedo che il pettino produce
sempre capelli biondo-bruni e scorgo
un cielo fatto delle loro trame:

un cielo senza vento e senza luce!
E poi un mare... e poi cado in un gorgo
tutto di bande di color di rame.



Miecio Horszovski

Piccole dita che baciai, che tenni
fra le mie, pensando ai derelitti
consolati di affanni e di delitti
dal gioco delle mani dodicenni:

o le tue mani, bimbo, se tu accenni
sui tasti muti, a pena! Ecco, e tragitti
un popolo di sazi e di sconfitti
alle rive del sogno alte e solenni.

E tu non sai! Il suono t' un trastullo:
tu suoni e ridi sotto il cielo grigio
nostro piccolo gran consolatore!

E l'usignolo, come te, fanciullo,
canta ai poeti intenti al suo prodigio;
e non conosce le virt canore.



In morte di Giulio Verne

O che l'Eroe che non sa riposi
discenda nella Terra, o che si libri
per le virt di cifre e d'equilibri
oltre gli spazi inesplorati ed osi

tentar le stelle, o il Nautilo rivibri
e si inabissi in mari spaventosi:
Maestro, quanti sogni avventurosi
sognammo sulle trame dei tuoi libri!

La Terra il Mare il Cielo l'Universo
per te, con te, poeta dei prodigi,
varcammo in sogno oltre la scienza.

Pace al tuo grande spirito disperso,
tu che illudesti molti giorni grigi
della nostra pensosa adolescenza.



La bella del Re

Ciaramella che a' verd'anni
fu l'amica del Gran Re
(era prode e pi non c',
era bella e ha settant'anni),

Ciaramella la comare
con il fuso e la conocchia,
se ne viene tutta spocchia
sulla soglia per filare.

Che furori, cari miei!
Delle belle la pi bella
(ora, gi, non son pi quella:
parlo del cinquanta... sei...).

E gioielli e sete fine
(ora gi non son pi quella)
e la chioma ricciutella
fino a mezza crinoline;

occhi neri ed i pi bei
denti, sana, bionda, snella
(ora gi non son pi quella;
parlo del cinquantasei!).

Nella tabe che la rde
fila: tira prilla accocca
con il filo della rocca
i ricordi del Re Prode.

Egli, fiero alla battaglia
nell'ardore delle squadre,
qui passava come un padre
vero padre dell'Italia...

Ma cessarono i favori
con il Tempo e con la Morte:
ora filo a mala sorte
per le tele dei signori...

Un soffiar di tramontana
scende gi dalla foresta:
fa tremare ci che resta
della regia cortigiana.

Tira, prilla, accocca, immota,
ma si inchina a volta a volta
col pennecchio, intenta, e ascolta
i ricordi che la ruota

le sussurra nell'orecchio...
E la canape l'innonda,
disfacendosi, il pennecchio,
d'una gran cesarie bionda.

Ciaramella come sei
bionda! Torni in giovent!
- e la canape la illude -
siamo del cinquantasei...

Ciaramella sta sicura
che Gli piaci, Ciaramella!
Ella sogna... Crede quella
la sua gran capellatura.

Ecco i miei capelli d'oro!
Vo' spartirmeli in due bande:
su recate le ghirlande,
perch ormai lascio il lavoro.

Chi mi disse della fine?
Il Passato... l'Avvenire...
Oh! Li scialli Casimire,
oh le gonne a crinoline!...

Dite al Re che delle belle
la pi bella... E resta immota,
resta prona sulla ruota.
Gi si accendono le stelle.

nella notte fresca e oscura:
la vecchietta sonnolenta
dolcemente si addormenta
nella gran capellatura.

Ecco, e all'alba, in su la rocca
prona  ancor la Ciaramella.
Ciaram, non sei pi quella?
E un'amica va e la tocca.

Ma si ferma in sulla porta
e poi grida all'impazzata:
Ciaramella morta! Morta!
Satanasso l'ha portata!.



Il giuramento

Ritorna col redo,
mi guarda sott'occhi;
un bacio le chiedo:
mi fissa nelli occhi
con occhi sicuri -
e vuole
           che giuri.

- O molle trifoglio,
o mani di gelo!
Che bene ti voglio!
Ti giuro sul cielo! -
Solleva una mano,
mi dice:
            lontano!.

- Che sete di baci!
Morire mi pare.
Ah! Come mi piaci!
Ti giuro sul mare! -
Riflette un secondo,
mi dice:
            profondo!.

Biancheggia sospesa
in fondo al tratturo
la Chiesa. - Ti giuro
fin sopra la Chiesa! -
Sorride bambina,
mi dice:
            calcina!.

- Il fieno ci copra.
Ah! T'amo di fiamma!
Ti giuro fin sopra
la testa di mamma: -
Mi guarda supino,
mi dice:
           assassino!.

M'irride, ma poi
si piega ...m'inganni?
- Ti giuro, se vuoi,
pei belli vent'anni! -
Solleva lo sguardo,
mi dice:
           bugiardo!.



Nemesi

Tempo che i sogni umani
volgi sulla tua strada:
la chioma che dirada,
le case dei Titani,

o tu che tutte fai
vane le nostre tempre:
e vano dire sempre
e vano dire mai,

se dunque eternamente
tu fai lo stesso gioco
tu sei una ben poco
persona intelligente!

Cangiare i monti in piani
cangiare i piani in monti,
deviare dalle fonti
antiche i fiumi immani,

cangiar la terra in mare
e il mare in continente:
gran cosa non mi pare
per te, onnipossente!

Giocare con le cellule
al gioco dei cadaveri:
i rospi e le libellule
le rose ed i papaveri

rifare a tuo capriccio:
poi cucinare a strati
i tuoi pasticci andati
e il nuovo tuo pasticcio:

ma, scusa, ci vuol poca
intelligenza! Basta -
di' non ti pare? - basta
il genio d'una cuoca.

Bada che non ti parlo
per acrimonia mia:
da tempo ho ucciso il tarlo
della malinconia.

Inganno la tristezza
con qualche bella favola.
Il saggio ride. Apprezza
le gioie della tavola

e i libri dei poeti.
La favola divina
m' come ai nervi inqueti
un getto di morfina,

ma il canto pi divino
sarebbe un sogno vano
senza un torace sano
e un ottimo intestino.

Amo le donne un poco -
o bei labbri vermigli! -
Tempo, ma so il tuo gioco:
non ti far dei figli.

Ah! Se noi tutti fossimo
(Tempo, ma c' chi crede
di darti ancora prede!)
d'intesa, o amato prossimo,

a non far bimbi (i dardi
d'amor... fasciare e i tirsi
di gioia; - premunirsi
coi debiti riguardi),

certo - se un dio ci dmini -
n'avrebbe un po' dispetto;
gli uomini l'han detto:
ma chi sono gli uomini?

Chi sono?  tanto strano
fra tante cose strambe
un coso con due gambe
detto guidogozzano!

Bada che non ti parlo
per acrimonia mia:
da tempo ho ucciso il tarlo
della malinconia.

Socchiudo gli occhi, estranio
ai casi della vita:
sento fra le mie dita
la forma del mio cranio.

Rido nell'abbandono:
o Cielo o Terra o Mare,
comincio a dubitare
se sono o se non sono!

Ma ben verr la cosa
vera chiamata Morte:
che giova ansimar forte
per l'erta faticosa?

N voglio pi, n posso.
Pi scaltro degli scaltri
dal margine d'un fosso
guardo passare gli altri.

E mi fan pena tutti,
contenti e non contenti,
tutti pur che viventi,
in carnevali e in lutti.

Tempo, non entusiasma
saper che tutto ha il dopo:
o buffo senza scopo
malnato protoplasma!

E non l'Uomo Sapiente,
solo, ma se parlassero
la pietra, l'erba, il passero,
sarebbero pel Niente.

Tempo, se dalla guerra
restassi e dall'evolvere
in Acqua, Fuoco, Polvere
questa misera Terra?

E invece, o Vecchio pazzo,
d fine ai giochi strani!
Sul ciel senza domani
farem l'ultimo razzo.

Sprofonderebbe in cenere
il povero glomerulo
dove tronfieggia il querulo
sciame dell'Uman Genere.

Cesserebbe la trista
vicenda della vita e in sogno.
Certo. Ma che bisogno
c' mai che il mondo esista?



Un rimorso

I.

O il tetro Palazzo Madama...
la sera... la folla che imbruna...
Rivedo la povera cosa,

la povera cosa che m'ama:
la tanto simile ad una
piccola attrice famosa.

Ricordo. Sul labbro contratto
la voce a pena si ud:
O Guido! Che cosa t'ho fatto
di male per farmi cos?


II.

Sperando che fosse deserto
varcammo l'androne, ma sotto
le arcate sostavano coppie

d'amanti... Fuggimmo all'aperto:
le cadde il bel manicotto
adorno di mammole doppie.

O noto profumo disfatto
di mammole e di petit-gris...
Ma Guido che cosa t'ho fatto
di male per farmi cos?.


III.

Il tempo che vince non vinca
la voce con che mi rimordi,
o bionda povera cosa!

Nell'occhio azzurro pervinca,
nel piccolo corpo ricordi
la piccola attrice famosa...

Alz la veletta. Si ud
(o misera tanto nell'atto!)
ancora: Che male t'ho fatto,
o Guido, per farmi cos?.


IV.

Varcammo di tra le rotaie
la Piazza Castello, nel viso
sferzati dal gelo pi vivo.

Passavano giovani gaie...
Avevo un cattivo sorriso:
eppure non sono cattivo,

non sono cattivo, se qui
mi piange nel cuore disfatto
la voce: Che male t'ho fatto,
o Guido per farmi cos?.



L'ultima rinunzia

                ...l'una a soffrire e l'altro a far
soffrire.

I.

- O Poeta, la tua mamma
che ti diede vita e latte,
che le guance si  disfatte
nel cantarti ninna-nanna,

lei che non si disfam,
perch tu ti disfamassi,
lei che non si disset,
perch tu ti dissetassi,

la tua madre ha fame, tanta
fame! E cade per fatica,
si accontenta d'una mica;
tu soccorri quella santa!

Ella ha sete! Non t'incresca
di portarle tu da bere:
si accontenta d'un bicchiere,
d'un bicchiere d'acqua fresca.

- Perch sali alle mie celle?
Che mi ciarli, che mi ciarli?
Non concedo mi si parli
quando parlo con le Stelle.

Mamma ha fame? E vada al tozzo
e potr ben disfamarsi.
Mamma ha sete? E vada al pozzo
e potr ben dissetarsi.

O si affacci al limitare,
si rivolga alla comare:
ma lasciatemi sognare,
ma lasciatemi sognare!


II.

- O Poeta, la tua mamma
che ti diede vita e latte,
che le guance si  disfatte
nel cantarti ninna-nanna,

la tua mamma che quand'eri
ammalato t'assisteva,
non mangiava, non beveva
nei tristissimi pensieri,

lei che t'era sempre intorno
per rifarti sano e forte
per contenderti alla Morte,
e piangeva, notte e giorno

invocava Ges Cristo
e la Vergine Maria:
o Poeta! ed oggi ho visto
la tua madre in agonia!

Oh! l'atroce dipartita!
Chinerai la testa bionda
sulla fronte incanutita
della santa moribonda?

- Taciturna  la fortuna.
Che mi ciarli, che mi ciarli?
Non concedo mi si parli
quando parlo con la Luna!

Forse che dallo speziale
non c' benda e medicina?
Forse che nel casolare
non c' Ghita la vicina?

La vicina a confortare,
medicina a risanare:
ma lasciatemi sognare,
ma lasciatemi sognare!


III.

- O Poeta, la tua mamma
che ti diede vita e latte,
che le guance si  disfatte
nel cantarti ninna-nanna,

- odi, anco se t'annoia! -
lei che t'ebbe come un sole,
che t'apprese le parole
che ora sono la tua gioia,

la tua mamma in sulla porta
fu trovata sola e morta!
Sola e morta chi sa come
singhiozzando nel tuo nome...

Vieni a piangere la cara,
prima che altri le ritocchi
gi le palpebre sugli occhi
e la metta nella bara.

Son le donne gi raccolte
l, nell'opera funesta:
ma tu chiamala tre volte
si ella vuol che tu la vesta.

- Che mi dici, che mi dici,
che mi parli tu di lutto?
Non intendo ci che dici
quando parlo con il Tutto.

Forse che lamentatrici
non ci sono a lamentare?
Forse che becchini e preti
non ci sono a sotterrare?

E la fate lamentare
e la fate sotterrare:
ma lascatemi sognare,
ma lasciatemi sognare!

Ma lasciatemi sognare!
POESIE SPARSE
di Guido Gozzano


Primavere romantiche

                          Tu parlavi, Mamma: la melodia
                        della voce suscitava alla mia mente
                        la visione del tuo sogno perduto. Or
                        ecco: ho imprigionato il sogno con
                        una sottile malia di sillabe e di versi
                        e te lo rendo perch tu riviva le
                        gioie della giovinezza.

Non turbate il silenzio. Tutto tace
verso la donna rivestita a lutto:
la campagna, lo stagno, il cielo, tutto
illude la dolente... O pace! pace!

O pace, pace! Poich nulla spera
ormai la donna declinante. Invano
fiorisce di viole il colle e il piano:
non ritorna per lei la primavera.

Oh antiche primavere! Oh i suoi vent'anni
oim per sempre dileguati. Quanto,
oh quanto ella ha sofferto e come ha pianto!
Atroci sono stati i suoi affanni.

Nulla pi spera ormai: per la bella
timida primavera che sorride
dilegua la mestizia che la uccide,
e un sogno antico in lei si rinnovella.

Non pure ieri il piede ella volgea
allo stagno che l'isola circonda?
Ella recava un libro ove la bionda
reina per il paggio si struggea:

(avea il volume incisioni rare
dove il bel paggio con la mano manca
alla donna offeria la rosa bianca
e si inchinava in atto d'adorare).

O sogni d'altri tempi, o tanto buoni
sogni d'ingenuit e di candore,
non sapevate il vuoto e il vostro errore
o innocenti d'allor decameroni!

Ella col libro qui venia leggendo
e a quando a quando in terra si inchinava
la mammola, l'anemone, e la flava
primula prestamente raccogliendo.

Oh tutto Ella ricorda: le turchine
rose trapunte della bianca veste,
la veste bianca in seta, e la celeste
fascia che le gonfiava il crinoline.

Poi apriva il cancello, e il ponte stesso
dove or riposa la persona stanca
allora trascorreva agile e franca
n si indugiava come indugia adesso.

Poi entrava nell'isola, e furtiva
in fra il tronco del tremulo e del faggio
guatava se al boschivo romitaggio
l'amico del suo sogno conveniva.

Oh tutto Ella ricorda! Ecco apparire
l'Amato: giunge al margine del vallo
dell'acque, e raffrenato il suo cavallo
il cancello la supplica d'aprire.

Non dunque accetta  l'umile dimanda
del vostro paggio, o bella castellana?
Combattuto ha per voi; fatto gualdana
egli ha per voi, magnifica Jolanda.

Egli disse per gioco. D'un soave
sorriso ella rispose: assai le piacque
il madrigale, ed al di l dell'acque,
sorridendo d'amor, getta la chiave.

Oh tutto Ella rammemora. Non fu
ieri? No, non fu ieri. Il lungo affanno
ella dunque gi scorda? O atroce inganno
quel dolce aprile non verr mai pi...

Non turbate il silenzio. Tutto tace
verso la donna rivestita a lutto,
la campagna, lo stagno, il cielo, tutto
illude la dolente... O pace, pace!



La preraffaelita

Sopra lo sfondo scialbo e scolorito
surge il profilo della donna intenta,
esile il collo; la pupilla spenta
pare che attinga il vuoto e l'infinito.

Avvolta d'ermesino e di sciamito
quasi una pompa religiosa ostenta;
niuna mollezza femminile allenta
l'esilit del busto irrigidito.

Tien fra le dita de la manca un giglio
d'antico stile, la sua destra posa
sopra il velluto d'un cuscin vermiglio.

Niuna dolcezza  ne l'aspetto fiero;
emana da la bocca lussuriosa
l'essenza del Silenzio e del Mistero.



Vas voluptatis

                        A Voi, casta P.

Dal pavimento di musaico, snelli
colonnati surgevano a spirale
si attorcevano in forma vegetale
li acanti d'oro sotto i capitelli.

Quivi posava un vaso - trionfale
sculptura greca - e ai d lontani e belli
di Venere accorrean schiave a drappelli
per colmarlo di mirra e d'aromale.

E le turbe obliavano l'orrore
aspirando l'aulir dell'incensiere
lenitore d'affanni e di dolore.

Simile a l'urna Voi amo vedere,
dolce Signora, che col vostro amore,
m'offerite la coppa del Piacere.



Il Castello d'Agli

                        ...Princesse, pardonnez, en lisant cet
ouvrage
                          Si vous y retrouvez, crayonns par ma
main,
                                  Les traits charmant de votre
image:
                          J'ai voulu de mes vers assurer le
destin...
                                              (Le chevalie de
Florian
                               la Srnissime Princesse de
Lamballe)

Poi che il romano Uccello lo stendardo
latino impose su l'itale terre
surgesti minaccioso baluardo.

Surgesti minaccioso e nelle guerre
che devastaron la campagna opima
gran nerbo di guerrieri entro rinserre.

Allora Duca non v'era non Rena,
ma molti feditori e balestrieri
per il peggio dell'oste e la ruina.

Rozzo sorgevi allora, ma tra i neri
fianchi adunavi impavida coorte
d'uomini armati di coraggio e fieri.

Da i tuoi muri turriti da la forte
ossatura dei fianchi da i bastioni
le bertesche gittavano la morte

su i signori feudali, su i baroni
vogliosi di posar la man predace
su nuove terre e aver nuovi blasoni.

L'Evo Medio pass, ma non si tace
per anco il ferro: i Conti San Martino
nell'antico manier non hanno pace.

Il Torresan, secondo Attila, insino
questi colli per ordine di Francia
porta guerra con suo stuolo ferino.

Ma il Bassignana sua coorte slancia
e, mentre fra le braccia di Leonarda
meretrice quei dorme, ecco l'abbrancia.

Nel diruto castello fino a tarda
etade vive Donna Caterina
sposa esemplare in epoca beffarda.

E contro il Cardinale che Cristina
di Francia come sua suddita guarda
Don Filippo difende la Regina.

Per alcun tempo qui, quando la tarda
baronia declin, ristette l'urna
che d'Arduino il cenere riguarda.

Ma invidosa poi ladra notturna
viene coi bravi antica Marchesana,
l'urna si toglie e fugge taciturna.

O quante larve vivono d'arcana
vita in miei sogni! Parlano gli abeti
del grande parco, si anima la piana

dei prati illustri. Appare fra i laureti
bella ospite del Re Carlo Felice
Maria Luisa da i grandi occhi inquieti

ed ecco il Re che un'era nuova indice,
ecco Maria Cristina sua consorte,
ecco risorta l'epoca felice.

Cos mentre m'aggiro e su le morte
foglie premo col piede lungo il viale
mille imagini son da me risorte.

E tutto tace. Non il sepolcrale
silenzio rompe il suono delli squilli
non latrato di veltri. L'autunnale

luce  silente. Non canto di grilli
estivo e roco. Solo indefinito
fievole viene un suono di zampilli.

 il ferro di cavallo. Quivi ardito
sul delfino cavalca ancor Nettuno
di verdi-gialli licheni vestito.

Le sirene lapidee dal bruno
manto di musco accennano al ferrigno
Signor del luogo. E non risponde alcuno.

Per su l'acque in tempo eguale il Cigno
muove le palme con ritmo silente
e volge attorno l'occhio fiero e arcigno.

Sogna ancor forse Leda nelle intente
pupille nere lungo la divina
sponda d'Eurota? Ahim, la Dea  assente.

Ma fra i mirti, fra i lauri la Regina
del luogo appare cavalcante e bionda
come bianca matrona bizantina.

Avanza il baio fino su la sponda
del bacino. Si specchia trepidante
la signora nell'acqua. E il sol la inonda.

E l'erme antiche memori di tante
Iddie pagane del bel mito assente
la rediviva Diana cavalcante

guatano immote, misteriosamente.



Laus Matris

                        Laudato sii, mi Domine, cum tucte le
criature
                                 (FRATE SERAFICO: Cantico del
sole)

                                 O figlio, canta anche il tuo
alloro!
                                 (Laus vitae - GABRIELE
D'ANNUNZIO)

Laudata sii dal figlio
che, compiuti vent'anni
oggi lascia li inganni
ritorna come giglio.
Oggi il candor riceve
sull'anima perduta
della bianca caduta
in terra prima neve,
se la tua mano fina
s tenera e s affranta
recando l'Ostia Santa
verso di lui si inchina.
Egli che tu ben sai
per motivo nessuno
ai ginocchi d'alcuno
non si prostese mai,
ai tuoi ginocchi indice
l'umilicordia e attende
mentre i labbri protende
all'ostia redentrice.
Oggi, lasciati i gaudi
e i canti del Piacere,
solleva l'incensiere
di tutte le sue laudi.
Laudata per l'amore
- il solo di sua vita -
per sua dolce infinita
pazienza nel dolore.
Eretta sullo stelo
o Rosa adamantina
invitta a la ruina,
invitta a lo sfacelo,
la casa il gran valore
sorregge di sue vene,
come i solchi trattiene
la radice di un fiore.
Pi che la laboriosa
femina dell'Ebreo,
Madre di Galileo,
o madre mia dogliosa,
voglio esaltarti: voglio
su le tempie che adoro
recingere l'alloro
del mio protervo orgoglio.
Laudata sii. Il greve
peso dell'esser mio
nel mese che un iddio
nasceva su la neve
tu desti in luce. Forse
venne l'Annunciatore
e il bacio del Signore
anche al tuo labbro porse?
O sogno! Allora anche io
(il supremo che agogno
sogno  raggiunto. O sogno!)
son figlio d'un iddio?

Ho un biasimo solo dal quale
saprai la mia gioia di vita.
Perch non mi hai fatto immortale?



Parabola dei frutti

                        Ecce Ancilla Domini.
                        Fiat mihi secundum verbum tuum.
                        (Salmo dell'Immacolata Concezione)

Il volto un poco inchina
- n triste n giocondo -
sopra il seno infecondo
la Donna sibillina.

Il piucheumano mesto
volto sacerdotale
l'assembra una vestale
senza parola e gesto.

Da lunga data tiene
i frutti contro il seno,
n i polsi vengon meno
nella fatica lene.

Ardon di pari ardore
i frutti della Terra
che Ella commisti serra
con quelli dell'Amore.

E nel suo cuore ascoso
un brivido la scuote:
pensa dolcezze ignote
in braccio dello Sposo.

Quando l'Annunciatore
verr nel suo cospetto
recando il bacio e il detto
del dolce suo Signore,

allor su l'origliere
per Lui tutti disserra
e i frutti della Terra
e i frutti del Piacere.



L'incrinatura

Perch nel vetro di Boemia antica,
dopo un'ora, gi langue l'aromale
fior che m'offerse la mia dolce Amica?

Ch la verbena vi languisce, quale
la Donna amante il biondo Garcilaso
gi martoriata dal segreto male.

Io so quel male: il calice del vaso
la bella mano - o gran disavventura! -
col ventaglio d'avorio urt per caso.

E pur bast. La lieve incrinatura
 insanabile ormai; il morituro
fiore si inchina, stanco, nell'arsura,

ch la ferita del cristallo duro
tacitamente compie tutto il giro
per cammino invisibile e sicuro.

Vanisce l'acqua e muore il fiore. Io miro
il calice mortifero che serba
quasi non traccia di ferita in giro,

e una assai trista simiglianza e acerba
sento fra il vetro e il calice d'un cuore
sfiorato a pena da una man superba.

La ferita da s, senza romore,
il calice circonda nel rotondo
e il fior d'amore a poco a poco muore.

Il cuor che sano e forte pare al mondo
srpere senta la segreta pena
in cerchio inesorabile e profondo.

E pur la mano l'ha sfiorata a pena...
Perch nel vetro di Boemia antica,
dopo un'ora, gi langue la verbena

che vi compose la mia dolce Amica?


La falce

I.

Giugno. Per le finestre il sole inonda
la bella stanza d'una luce aurina:
freme la messe ai solchi della china,
la messe ormai matureggiante e bionda.

La bruna sposa sede alla vicina
cuna ancor vuota: pare che Ella asconda
un gran segreto quando l'occhio inchina
al seno stanco che l'amor feconda.

 la cuna ancor vuota, ma Ella sente
che l'ora dell'avvento  assai vicina
che ben presto il Messia sar presente.

E a quel pensiero il bruno capo inchina
al lavoro sottil, le mani adopra
su le fasce su i lini su la trina.


II.

Ottobre. Per i vetri Autunno inonda
la bella stanza delle luci estreme:
vanno i bifolchi cospargendo il seme
su per la china con canzon gioconda.

La sposa agonizzante in su la sponda
del letto sta riversa e pi non geme
e accanto a lei nato e morto insieme
 il bambino difforme. Una profonda

quiete  d'intorno: sopra il lin vermiglio
tutto di sangue che un baglior rischiara
la sposa muore, bianca come un giglio.

La Morte, intanto, il feretro prepara:
e l'alba di diman la madre e il figlio
saran racchiusi nella stessa bara.



Suprema quies

Serrati i pugni bianchi come cera
giace supino in terra arrovesciato
e la faccia pel rivo insanguinato
         quasi nera.

Con orrido rilievo l'apertura
della ferita tutto il sangue aduna
su la nuca, sul collo, su la bruna
        capellatura.

Giace supino. E non sembra dolere
la bella bocca. Quasi che Egli avvinga
ancor la Donna e la sua bocca attinga
        tutto il piacere.

Due lumi sopra un cofano. Quei lumi
rischiarano il silenzio sepolcrale:
allineati stan nello scaffale
        mille volumi

che alluminava un mastro fiorentino
d'orifiamme e d'armille in cento nodi.
Aperti sul divano soni i Modi
        dell'Aretino

e sul divano  un guanto che rimosse
qui, nell'entrar, la Donna del Convito
ed un mazzo sfasciato ed avvizzito
        di rose rosse.

Guata con gli occhi di mestizia pieni
in capo al letto sull'arazzo infisso
dolentemente immoto il crocifisso
        di Guido Reni.

Notte e silenzio intorno. Tutto tace.
Come in un sogno d'armonia perplessa
al Poeta ventenne  gi concessa
        l'ultima pace.



A Massimo Bontempelli

                        Il passato obliar, veder sagace
                        in un dolce avvenir, forse non vero
                        ma che rinnova quanto  pi fallace...
                        BONTEMPELLI: Egloghe (Le
Compagne)

I.

Poeta, or che pi lieto arride Maggio
ritornerai al verde nido ombroso
con Quella che d'Amor ti tiene ostaggio.

E lieto pi che mai ti sia il riposo
per che al tuo fratello hai dato il bene
del libro salutifero e gioioso.

Il senso della Vita alle mie vene
ritorna ed alla mente il dolce lume
e fuggonsi i fantasmi di mie pene

se vado rileggendo il tuo volume.


II.

Ma tu non sa che io sia: io son la trista
ombra di un uomo che divenne fievole
pel veleno dell'altro evangelista.

Mia puerizia, illusa dal ridevole
artificio dei suoni e dagli affanni
di un sogno esasperante e miserevole,

apprest la cicuta ai miei vent'anni:
amai stolidamente, come il Fabro,
le musiche composite e gli inganni

di donne belle solo di cinabro.


III.

Or troppo il sole aperto mi commuove
tanto fui uso alla penombra esigua
che avvolgon le cortine delle alcove.

Tu mi richiami alla campagna irrugua?
Troppo m'illuse il sogno di Sperelli,
troppo mi piacque nostra vita ambigua.

O benedetti siate voi, ribelli,
che verso la salute e verso il vero
ritemprate le sorti dei fratelli.

Per me nulla tentar. Pi nulla spero.


IV.

Me non solleverai. Forse gi sono
troppo malato e forse pi non vale
temprarmi alle terzine del tuo dono.

Per senti e rispondimi: gi un tale
morbo tenne te pur? Tu pur malato
fosti e guaristi del mio stesso male?

Sorella Terra dunque t'ha sanato?
Io pure ne andr a lei, ma le mie smorte
membra distender, come il Beato,

per aspettare la sorella Morte.


L'Antenata

Nel fino cerchio di chelonia e d'oro -
ove un ignoto artefice costrinse
il bel sembiante, poi che lo dipinse
sopra l'avorio, con sottil lavoro -

per qual virt la dama antica avvinse
il pallido nipote? In qual tesoro
di sogni fu che il giovinetto attinse
la mestizia pi dolce dell'alloro?

L'Ava mi guata. - Nella manca ha un giglio
di stile antico; la sua destra posa
sopra il velluto d'un cuscin vermiglio.

Nuna dolcezza  nell'aspetto fiero:
emana dalla bocca disdegnosa
l'orgoglio, la tristezza ed il mistero.


Il viale delle Statue

    ...le bianche antiche statue
    acefale o camuse,
    di mistero soffuse
    nelle pupille vacue:

    Stagioni che le copie
    dei fiori e delle ariste
    arrecano commiste
    entro le cornucopie,

    Diane reggenti l'arco
    e le braccia protese
    e le pupille intese
    verso le prede al varco,

    Leda che si rimira
    nell'acque con il reo
    candido cigno, Orfeo
    che accorda la sua lira,

    Giunone, Ganimede,
    Mercurio, Deucalione
    e tutta la legione
    di un'altra morta fede:

    erme tutelatrici
    di un bello antico mito,
    del mio tedio infinito
    sole consolatrici,

    creature sublimi
    di marmo, care antiche
    compagne e sole amiche
    dei miei dolci anni primi;

    ecco: ritorno a Voi
    dopo una lunga assenza
    senza pi vita, senza
    illusoni, poi

    che tutto m'ha tentato,
    tutto: anche l'immortale
    Gloria, e il Bene ed il Male,
    e tutto m'ha tediato.

    La bisavola mia
    voi gi consolavate
    ed ora consolate
    pur la malinconia

    del pallido nipote.
    Parlategli dell'Ava
    quando pellegrinava
    nell'epoche remote

    recando i suoi affanni
    per questi stessi viali
    all'ombre sepolcrali,
    or  pi di cent'anni.

     certo che la stessa
    mia pena la teneva
    per che un senso aveva
    fine di poetessa.

    Soltanto a dolorare
    veniva a questa volta
    oppure qualche volta
    piacevale rimare

    cantando il suo dolore
    tra Voi, erme, lungh'essi
    i bussi ed i cipressi,
    e il suo lontano amore?

    Era la sua figura
    meravigliosa e fina,
    la bocca piccolina
    qual nella miniatura?

    Divisi i bei capelli
    in due bande ondulate
    siccome le beate
    di Sandro Botticelli?

    Aveva un peplo bianco
    di seta adamascata
    e che la grazia usata
    apriva un po' di fianco?

    (In vano l'apertura
    fermavan tre borchiati
    finissimi granati,
    ch la camminatura

    lenta scopriva all'occhio
    il polpaccio scultorio
    e la gamba d'avorio
    fino quasi al ginocchio.)

    Portava un cinto a belle
    Meduse in ciel sereno
    che costringeva il seno
    fin sopra delle ascelle?

    Ed ostentava i bei
    piedini incipriati
    da i diti costellati
    di gemme e di cammei?

Io rivedo cos la solitaria
lenta innalzare ancora tra gli spessi
mirti e fra l'urne e l'erme ed i cipressi
la candida persona statuaria.

I fauni si piegavano a guatarne
cupidi la bellezza; al suo passare
volgevansi le iddie, a riguardare
la sorella magnifica di carne.

Ma non sempre fu sola. Un d riscosso
sembr il ricordo delle antiche larve:
la Poetessa in quel mattino apparve
tutta vestita di broccato rosso.

Anche recava, contro il suo costume,
due rose rosse nelle nere chiome:
lucevan le pupille azzurre come
rinnovellate da inconsueto lume.

Scende nel parco e pone sovra un coro
due libri: Don Giovanni e Parisina.
Poi trascolora: un'ombra si avvicina
fra i boschetti del mirto e dell'alloro.

Chi viene? Ecco nel folto delle verdi piante
un giovane bellissimo avanzare
(Anima, non tremare, non tremare.)
ed il suo passo  un poco claudicante.

Chi viene dunque ai sogni ed all'oblio?
(Anima, non tremare, non tremare.)
Ha l'iridi color di verde mare;
nelle sembianze  simile ad un dio.

 Lui,  Lui che vien per la maestra
strada dei lauri. Or ecco,  gi da presso
(ed era questo il luogo? questo stesso?)
Vedo gi l'Ava porgergli la destra

e il Poeta ribelle dei Britanni
la bianca mano inchinasi a baciare
(Anima, non tremare, non tremare)
fra questi bussi... Or  quasi cent'anni.



Il frutteto

Anche n malinconico n lieto
(forse la consuetudine assecondo
cara d'un tempo al bel fanciullo biondo)
oggi varco la soglia del frutteto.

Ah! Vedo, vedo! Come lo ravviso!
 bene questo il luogo; in questa calma
conchiusa, certo l'intangibil salma
giacque per sempre dell'amor ucciso,

del vero antico Amore che io cercai
malinconicamente per l'inquieta
mia giovinezza, la raggiante mta
s perseguta e non raggiunta mai.

Or mi soffermo con pupille intente:
le cose mi ritornano lontano
nel Tempo - irrevocabile richiamo! -
mi rivedo fanciullo, adolescente.

O belle, belle come i belli nomi,
Simona e Gasparina, le gemelle!
Pur vi rivedo in vesta d'angelelle
dolce-ridenti in mezzo a questi pomi.

Ed anche qui le statue e le siepi
ed il busso ribelle alle cesoie.
(Natali dell'infanzia, o buone gioie,
quando n'ornavo i colli dei presepi!)

Ma sull'erme, sui cori, sopra il busso
simmetrico, sui lauri, sugli spessi
carpini, sulle rose, sui cipressi,
sulle vestigia dell'antico lusso

da cento anni un folto si compose
di pomi e peri; il regno statuario
ricoperse; nel florido sudario
sfiorirono le siepi delle rose;

nell'ombre il musco ricoperse i cori
curvi di marmo intatto (l'Antenata
non vede lo sfacelo, contristata?)
e nell'ombre languirono gli allori.

Son l'ombre di una gran pace tranquille:
il sole, trasparendo dall'intrico,
segna la ghiaia del giardino antico
di monete, di lunule, d'armille.

M'avanzo pel sentiero ormai distrutto
dalla gramigna e dal navone folto;
ascolto il gran silenzio, intento, ascolto
il tonfo malinconico d'un frutto.

Ma quanti frutti! Cadono in gran copia
in terra, sui busseti, sui rosai:
sire Autunno, quest'anno come mai,
munifico vuot la cornucopia.

O gioco strano! Pur nella faretra
di Diana cadde una perfetta pera,
cos perfetta che non sembra vera
ma sculturata nell'istessa pietra.

Il frutto altorecato assai mi tenta:
balzo sul plinto, il dono della Terra
tolgo alli acuti simboli di Guerra,
avvincendomi all'erma sonnolenta.

Si adonta ella, forse, che io la tocchi,
l'erma dal guardo gelido e sinistro?
(il tempo edace line di bistro
le palpebre lapidee delli occhi).

Ma un sorriso ermetico, ha la faccia
attirante, soffuso di promesse,
- O miti elleni! - si ella mi stringesse
d'improvviso, cos, tra le sue braccia! -

E tolgo e mordo il frutto avventurato
e mi pare di suggere dal frutto
un'infinita pace, un bene, tutto
tutto l'oblio del tedio e del passato.

Ma guardo in torno. Vedo teoria
d'erme ridenti in loro bianche clamidi,
ridendi tra le squallide piramidi
del busso. - Torna la malinconia:

Ridevano cos quando mio padre
esal la grande anima e pur tali
(udranno allor le mie grida mortali?)
sorrideranno e morir mia madre.

Ridevano cos che nella culla
dormivo inconsapevole d'affanno:
implacabili ancor sorrideranno
quando di me non rester pi nulla.



Domani

                                         per l'amico
                        Silla Martini de Valle Aperta

I.

Il corruscante cielo d'Oriente
a gran distesa lodano gli uccelli,
Aurora arrossa i bianchi capitelli
sul tempietto di Leda, intensamente.

Tolgon commiato tra le faci spente
gli ospiti stanchi. Un servo aduna i belli
fiori che inghirlandano i capelli
e li gitta allo stagno, indifferente.

Le rose aulenti nella notte insonne,
le rose agonizzanti, morte ai baci
nelle capellature delle donne,

scendon piano con l'alighe tenaci,
in su la melma livida e profonda,
con le viscide larve dei batraci.


II.

Pace alle rose in fondo dello stagno,
in loro fredda orrenda sepoltura;
pur anche la sua gran capellatura
dischioma l'olmo il pioppo ed il castagno.

Il cigno guata, mutolo e grifagno,
lo stagno ricolmarsi di frondura.
Silla, sognamo. Tutto ci assicura
l'ultima pace e l'ultimo guadagno.

Guarda, fratello: innumeri le foglie
attorte e rosse e gialle, senza strazio,
distaccansi dal ramo, lentamente;

la Madre antica in s tutte le accoglie.
Sognamo, Silla, memori d'Orazio,
quel sogno confortante che non mente.


III.

Perch morire? La citt risplende
in Novembre di faci lusinghiere;
e molli chiome avrem per origliere,
bendati gli occhi dalle dolci bende.

Dopo la tregua  dolce risapere
coppe obliate e trepide vicende -
bendati gli occhi dalle dolci bende -
novellamente intessere al Piacere.

Ma pur cantando il canti di Mimnerno
sento che morta  l'Ellade serena
in questo giorno triste ed autunnale.

L'anima trema sull'enigma eterno;
fratello, soffro la tua stessa pena:
attendo un'Alba e non so dirti quale.


IV.

Che giov dunque il gesto di chi disse:
Il gran Pan non  morto! Ecco la via
dell'allegrezze nove. Ovunque sia
dato l'annunzio del novello Ulisse!

Il flavo Galileo che ci afflisse
di tenebrore e di malinconia
e quella scialba vergine Maria
e quella croce diamo alle favisse!?

Nulla giov. L'impavide biasteme
non rianimeran lo spento sguardo
dei numi elleni sugli antichi marmi.

Lor giuventude vive sol nei carmi.
Secondo la parola del Vegliardo
il fato ineluttabile li preme.



I Fratelli

Nell'impero dell'acque e delle nubi
dove regnava il pecoraio e il gregge,
o Numero, gi fatta  la tua legge
dalla potenza delli ordegni indubi.

Conduce un filo il moto che tu rubi
all'acqua e vola cento miglia e regge
gli opifici rombanti di pulegge
e di magli terribili e di tubi.

Ben riconosco il Verso tuo fratello
onnipossente Numero! Tu fai
a noi men disagevole il sentiero.

E il tuo parente pi leggiadro e snello
ci fiorisce le soste di rosai
e di menzogne dolci pi del Vero.



Garessio

Dalle finestre medioevali e oscure
non pi le dame guardano i cavalli
e i cavalier passar per queste valli,
corruscanti di lucide armature.

Dalle finestre medioevali e oscure
non pi ridon le dame ai bei vassalli,
ma i garofani bianchi, rossi, gialli
protendono le gran capigliature...

Pace e Silenzio! Fiori alle finestre
che invitano a piacevoli pensieri!
Ed ecco in alto, nel dirupo alpestre

fra le balze dei ripidi sentieri
Voi, o Maria, Voi che date al vento
il dolce riso e i bei capelli neri!



L'esilio

                        per una demi-vierge

I.

Non ti conobbi mai. Ti riconosco.
Perch gi vissi; e quando fui ministro
d'un rito osceno, agitator di sistro
t'ho posseduta al limite d'un bosco.

Bene ravviso il sopracciglio fosco
le bande fulve... Chi segn di bistro
l'occhio caprino gelido sinistro?
Or ti rivedo in un giardino tosco,

vergine impura, dopo mille e mille
anni d'esilio. Tu, fatta Britanna,
scendi in Italia a ricercarvi il sogno.

Sono tre mila anni che t'agogno!
Ma com' lungi il sogno che m'affanna!
Dove sono la tunica e le armille?


II.

Dove sono la tunica e le armille
d'elettro che portavi a Siracusa?
E le fontane e i templi d'Aretusa
e l'erme e gli oleandri delle ville?

Del tempo ti rest nelle pupille
soltanto la lussuria che t'accusa,
vergine impura dalla fronte chiusa
tra le due bande lucide e tranquille.

E questa sera tu lasci le danze
(per quel ricordo al limite d'un bosco?)
tutta fremendo, come un'arpa viva.

Giungono i suoni dalle aperte stanze
fin nel giardino... O bocca! Riconosco
bene il profumo della tua genciva!



La loggia

I.

Noi ci vedemmo sotto cieli tetri,
vite di Cipro, al tempo che tu arricci
pochi rimasti pampini ed arsicci
sui tralci immiseriti come spetri.

Ci rivediamo che ricopri i vetri
di verde folto, allacci di viticci
e attingi coi tuoi grappoli biondicci
la loggia, in alto, pi di venti metri.

Chi vede le tue prime foglie vizze,
o loggia solatia, in Vigna Colta,
come un'amica dolce ti ricorda.

Tu fosti che indulgesti alle sue bizze,
quando Centa vietava la raccolta
alla piccola mano troppo ingorda.


II.

M' caro, loggia, poi che le tue pigne
la nuova luna di settembre invaia,
piluccare i bei chicchi a centinaia
fra le grandi compagini rossigne.

Pi mi compiaccio in te che nelle vigne,
ma, poich getto i fiocini ne l'aia,
Centa si avvede, Centa la massaia
mi ricerca con l'iridi benigne.

Bevesti il latte che non  mezz'ora!
Uva e latte dispandon per le membra
tossico fino! Quella gola stolta!...

Sgridami, Centa! Sali come allora
a condurmi pel braccio via! mi sembra
che tu debba allevarmi un'altra volta...



A un demagogo

Tu dici bene:  tempo che consacri
ai fratelli la mente che si estolle
anche il poeta, citaredo folle
rapido negli antichi simulacri!

Non pi le tempie coronate d'acri
serti di rose alla Bellezza molle;
venga all'aperto! Canti tra le folle,
stenda la mano ai suoi fratelli sacri!

E tu non mi perdoni se m'indugio,
poich di rose non si fanno spade
per la lotta dei tuoi sogni vermigli.

Ma un fiore gitter dal mio rifugio
sempre a chi soffre e sogna e piange e cade.
Eccoti un fiore, o tu che mi somigli!



Il modello

Perch non tenteremo la fortuna
d'un bel sonetto biascicante in ore
e dove il core rimi con amore
e dove luna rimi con laguna?

Pensiero! - E non bellezza inopportuna.
Sincerit! - Il tema delle otto ore.
Amore! - Un tal che si trapassa il core
per una sarta, al chiaro della luna.

Ma che arte, che lima!... Chi si adopra,
scrivendo, a farsi intendere con poca
fatica, sar valido e sincero...

Cos far. Cos, lasciata l'opra
del paiolo e del mestolo, la cuoca
dir con te: Ma qui c' del pensiero!.



Mammina diciottenne

Non mai - dico non mai - cos m'infiamma
il senso d'una vita bella e forte
come quando apparite nelle corte
gonnelle d'alpinista, esile damma!

Non m'irridete! Ch nessuna fiamma
come costoro che vi fan coorte
m'invita a seguitar la vostra sorte,
o Margherita, giovinetta Mamma!

O Margherita, mamma diciottenne,
chinatevi sul bimbo vostro e ad ogni
bacio si unisca l'oro delle teste.

Guardandovi cos fu che mi venne
come un rimorso di cattivi sogni
e un desiderio di parole oneste.



L'invito

Uscite, o capre, or che la luna attinga
la prateria! Il pecoraio dorme.
Giunge sul vento, nella pace enorme
il suono della mitica siringa.

Dolce richiamo! Il dmone vi cinga
danzando erette. Andate orme su l'orme
dell'amatore musico biforme,
inebbriate dalla sua lusinga.

Danzate, o capre! Steso sulla madia,
chiusi gli orecchi nel berretto frigio
il pecoraio dorme alle Capanne.

O risognate i monti dell'Arcadia,
dimenticate l'onta ed il servigio
sulla dolcezza delle sette canne!



Elogio del sonetto

Lodati, o Padri, che per le Madonne
amate nel platonico supplizio,
edificaste il nobile edifizio
eretto su quattordici colonne!

Nulla  pi dolce al vivere fittizio
di te, compenso della notte insonne,
non la capellatura delle donne,
non metri novi in gallico artifizio.

Nessuna forma d questa che dai
al sognatore ebbrezza non dicibile
quand'egli con sagacia ti prepari!

O forma esatta pi che ogni altra mai,
prodigio di parole indistruttibile,
come i vecchi gioielli ereditati!



La beata riva

Quegli che sazio della vita grigia
navig verso l'isole custodi
una levarsi intese fra melodi
voce pi dolce della canna frigia:

Uomo! Ritorna sulle tue vestigia
al dolce mondo! Pel tuo bene m'odi!
Ch l'acqua stessa dei canori approdi
quella  che nutre la palude stigia.

Con un fiore il passato si cancella!
Cancellerai la faccia della Madre
e della Sposa? - Tu sola mi piaci!

L'amarsi  bello! - Ma tu sei pi bella!
Fra queste braccia soffrirai! - Leggiadre!
Verr la Morte. - Pur che tu mi baci!



Non radice, sed vertice...

                        a Golia
                        per la molto fogazzariana Circe famelica
                        che tu sai...

Un tulle, verdognolo d'alga,
l'avvolge: bellissimo all'occhio,
ed Ella m'accenna dal cocchio -
si sfolla il teatro - che io salga:

Positivista irredento
un'ora fraterna e un the raro
a casa vo' darle e il commento
dell'opere di Fogazzaro.

S! Vengo! Ideale, convertirci
gli ardori dell'anime calme;
uniscile come le palme
toccantesi solo coi vertici.

Le forme bellissime sue
non curo, o Signora! Il Maestro
(non so se pudco o maldestro)
ci vieta servircene a due.

Daniele non bacia la bocca,
ma fugge per Fede e Speranza,
vaporeggiando a distanza
l'amor della Donna non tocca.

Ah! Lungi l'orrore dei sensi!
E noi penseremo, o Signora,
l'azzurreggiante d'incensi
Cappella Sistina canora.

Papaveri! E l'ora pi blanda
faremo, Signora, con quella
del Sonno tremenda sorella:
(prodigio di versi!...) Miranda.

Dispongo le carni compunte,
Marchesa, mia pura sorella,
la palma pensando, che snella
non lega le basi alle punte.

Le basi... le punte incorrotte...
il the... Fogazzaro... Marchesa!
Ma questo sparato mi pesa!
Non ho la camicia da notte...



L'altro

L'Iddio che a tutto provvede
poteva farmi poeta
di fede; l'anima queta
avrebbe cantata la fede.

Mi  strano l'odore d'incenso:
ma pur ti perdono l'aiuto
che non mi desti, se penso
che avresti anche potuto,

invece di farmi gozzano
un po' scimunito, ma greggio,
farmi gabrieldannunziano:
sarebbe stato ben peggio!

Buon Dio, e puro conserva
questo mio stile che pare
lo stile d'uno scolare
corretto un po' da una serva.

Non ho nient'altro di bello
al mondo, fra crucci e malanni!
M' come un minore fratello,
un altro gozzano: a tre anni.

Gli devo le ore di gaudi
pi dolci! Lo tengo vicino;
non cedo per tutte Le Laudi
quest'altro gozzano bambino!

Gli prendo le piccole dita,
gli faccio vedere pel mondo
la cosa che dicono Mondo,
la cosa che dicono Vita...



Le golose

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine -
le dita senza guanto -
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perch nun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C' quella che si informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
n cura tinta e forma.

L'una, pur mentre inghiotte,
gi pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

un'altra - il dolce crebbe -
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un'altra, con bell'arte,
sugge la punta estrema:
invano! ch la crema
esce dall'altra parte!

L'una, senz'abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D'Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!

Perch non m' concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.



Al mio Adolfo

Ofo ha il naso a patatina
Nani fatto a pisellino
Si risveglian la mattina
stretti insiem vicino vicino

Ofo dice scimiottino
Nani dice scimiottina
E posando la testina
fa la nanna in l'angolino.



Nell'Abazia di San Giuliano

Buon Dio nel quale non credo, buon Dio che non esisti,
(non sono gli oggetti mai visti pi cari di quelli che vedo?)

Io t'amo! Ch non c' bisogno di creder in te per amarti
(e forse che credo nell'arti? E forse che credo nel sogno?)

Io t'amo, Purissima Fonte che non esisti, e t'anelo!
(Esiste l'azzurro del cielo? Esiste il profilo del monte?)

M'accolga l'antica Abazia;  ricca di luci e di suoni.
Mi piacciono i frati; son buoni pel cuore in malinconia.

Son buoni. Non credi? Che importa? Riposati un poco sui banchi.
Su, entra, su, varca la porta. Si accettano tutti gli stanchi.

Vi seggo - la mente suasa - ma come potrebbe sedervi
un tale invitato dai servi e non dal padrone di casa.

- Riposati, o anima sazia! Riposati, piega i ginocchi!
Chiss che il Signore ti tocchi, chiss che ti faccia la grazia.

- Mi piace il Signore, mi garba il volto che gli avete fatto.
Oh, il Nonno! Lo stesso ritratto! Portava pur egli la barba!

O Preti, ma  assurdo che dmini sul tutto inumano ed amorfo
quell'essere antropomorfo che hanno creato gli uomini!

- E non ragionare! L'indagine  quella che offscati il lume.
Inchnati sopra il volume, ma senza voltarne le pagine,

o anima senza conforti, e pensa che solo una fede
rivede la vita, rivede il volto dei poveri morti.

- O Prete, l'amore  un istinto umano. Si spegne alle porte
del Tutto. L'amore e la morte son vani al tomista convinto.



L'ipotesi

I.

Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia,
se gi la Signora vestita di nulla non fosse per via...

E penso pur quale Signora m'avrei dalla sorte per moglie,
se quella tutt'altra Signora non gi si affacciasse alle soglie.


II.

Sposare vorremmo non quella che legge romanzi, cresciuta
tra gli agi, mutevole e bella, e raffinata e saputa...

Ma quella che vive tranquilla, serena col padre borghese
in un'antichissima villa remota del Canavese...

Ma quella che prega e digiuna e canta e ride, pi fresca
dell'acqua, e vive con una semplicit di fantesca,

ma quella che porta le chiome lisce sul volto rosato
e cuce e attende al bucato e vive secondo il suo nome:

un nome che  come uno scrigno di cose semplici e buone,
che  come un lavacro benigno di canfora spigo e sapone...

un nome cos disadorno e bello che il cuore ne trema;
il candido nome che un giorno vorr celebrare in poema,

il fresco nome innocente come un ruscello che va:
Felcita! Oh! Veramente Felcita!... Felicit...


III.

Quest'oggi il mio sogno mi canta figure, parvenze tranquille
d'un giorno d'estate, nel mille e... novecento... quaranta.

(Adoro le date. Le date: incanto che non so dire,
ma pur che da molto passate o molto di l da venire.)

Sfioriti sarebbero tutti i sogni del tempo gi lieto
(ma sempre l'antico frutteto darebbe i medesimi frutti).

Sopita quell'ansia dei venti anni, sopito l'orgoglio
(ma sempre i balconi ridenti sarebbero di caprifoglio).

Lontano i figli che crebbero, compiuti i nostri destini
(ma sempre le stanze sarebbero canore di canarini).

Vivremo pacifici in molto agiata semplicit;
riceveremmo talvolta notizie della citt...

la figlia: ...l'evento si avanza, sarete Nonni ben presto:
entro fra poco nel sesto mio mese di gravidanza...

il figlio: ...la Ditta ha ripreso le buone giornate. Precoci
guadagni. Non  pi dei soci quel tale ingegnere svedese.

Vivremmo, diremmo le cose pi semplici, poi che la Vita
 fatta di semplici cose, e non d'eleganza forbita.


IV.

Da me converrebbero a sera il Sindaco e gli altri ottimati,
e nella gran sala severa si giocherebbe, pacati.

Da me converrebbe il Curato, con gesto canonicale.
Sarei - sui settanta - tornato nella giovent clericale,

poi che la ragione sospesa a lungo sul nero Infinito
non trova migliore partito che ritornare alla Chiesa.


V.

Verreste voi pure di spesso, da lungi a trovarmi, o non vinti
ma calvi grigi ritinti superstiti amici d'adesso...

E tutta sarebbe per voi la casa ricca e modesta;
si ridesterebbero a festa le sale ed i corridoi...

Verreste, amici d'adesso, per ritrovare me stesso,
ma chi sa quanti me stesso sarebbero morti in me stesso!

Che importa! Perita gran parte di noi, calate le vele,
raccoglieremmo le sarte intorno alla mensa fedele.

Per che compita la favola umana, la Vita concilia
la breve tanto vigilia dei nostri sensi alla tavola.

Ma non  senza bellezza quest'ultimo bene che avanza
ai vecchi! Ha tanta bellezza la sala dove si pranza!

La sala da pranzo degli avi pi casta d'un refettorio
e dove, bambino, pensavi tutto un tuo mondo illusorio.

La sala da pranzo che sogna nel meriggiar sonnolento
tra un buono odor di cotogna, di cera da pavimento,

di fumo di zigaro, a nimbi... La sala da pranzo, l'antica
amica dei bimbi, l'amica di quelli che tornano bimbi!


VI.

Ma a sera, se fosse deserto il cielo e l'aria tranquilla
si cenerebbe all'aperto, tra i fiori, dinnanzi alla villa.

Non villa. Ma un vasto edifizio modesto dai piccoli e tristi
balconi settecentisti fra il rustico ed il gentilizio...

Si cenerebbe tranquilli dinnanzi alla casa modesta
nell'ora che trillano i grilli, che l'ago solare si arresta

tra i primi guizzi selvaggi dei pippistrelli all'assalto
e l'ultime rondini in alto, garrenti negli ultimi raggi.

E noi ci diremmo le cose pi semplici poi che la vita
 fatta di semplici cose e non d'eleganza forbita:

Il cielo si mette in corruccio... Si vede pi poco turchino...
In sala ha rimesso il cappuccio il monaco benedettino.

Peccato! - Che splendide sere! - E pur che domani si
possa...
Oh! Guarda!... Una macroglossa caduta nel tuo bicchiere!

Mia moglie, pur sempre bambina tra i giovani capelli bianchi,
zelante, le mani sui fianchi andrebbe sovente in cucina.

Ah! Sono cos malaccorte le cuoche... Permesso un istante
per vigilare la sorte d'un dolce pericolante...

Riapparirebbe ridendo fra i tronchi degli ippocastani
vetusti, altoreggendo l'opera delle sua mani.

E forse il massaio dal folto verrebbe del vasto frutteto,
recandone con viso lieto l'omaggio appena raccolto.

Bei frutti deposti dai rami in vecchie fruttiere custodi
ornate a ghirlande, a episodi romantici, a panorami!

Frutti! Delizia di tutti i sensi! Bellezza concreta
del fiore! Ah! Non  poeta chi non  ghiotto dei frutti!

E l'uve moscate pi bionde dell'oro vecchio; le fresche
susine claudie, le pesche gialle a met rubiconde,

l'enormi pere mostruose, le bianche amandorle, i fichi
incisi dai beccafichi, le mele che sanno di rose

emanerebbero, amici, un tale aroma che il cuore
ricorderebbe il vigore dei nostri vent'anni felici.

E sotto la volta trapunta di stelle timide e rare
oh! dolce resuscitare la giovinezza defunta!

Parlare dei nostri destini, parlare di amici scomparsi
(udremmo le sfingi librarsi sui cespi di gelsomini...)

Parlare d'amore, di belle d'un tempo... Oh! breve la vita!
(la mensa ancora imbandita biancheggierebbe alle stelle).

Parlare di letteratura, di versi del secolo prima:
Mah! Come un libro di rima dilegua, passa, non dura!

Mah! Come son muti gli eroi pi cari e i suoni diversi!
 triste pensare che i versi invecchiano prima di noi!

Mah! Come sembra lontano quel tempo e il coro febeo
con tutto l'arredo pagano, col Re-di-Tempeste Odisseo...

Or mentre che il dialogo ferve mia moglie, donnina che pensa,
per dare una mano alle serve sparecchierebbe la mensa.

Pur nelle bisogna modeste ascolterebbe curiosa;
- Che cosa vuol dire, che cosa faceva quel Re-di-Tempeste?

Allora, tra un riso confuso (con pace d'Omero e di Dante)
diremmo la favola ad uso della consorte ignorante.

                Il Re di Tempeste era un tale
                che diede col vivere scempio
                un bel deplorevole esempio
                d'infedelt maritale,
                che visse a bordo d'un yacht
                toccando tra liete brigate
                le spiaggie pi frequentate
                dalle famose cocottes...
                Gi vecchio, rivolte le vele
                al tetto un giorno lasciato,
                fu accolto e fu perdonato
                dalla consorte fedele...
                Poteva trascorrere i suoi
                ultimi giorni sereni,
                contento degli ultimi beni
                come si vive tra noi...
                Ma n dolcezza di figlio,
                n lagrime, n piet
                del padre, n il debito amore
                per la sua dolce met
                gli spensero dentro l'ardore
                della speranza chimerica
                e volse coi tardi compagni
                cercando fortuna in America...
                - Non si pu vivere senza
                danari, molti danari...
                Considerate, miei cari
                compagni, la vostra semenza! -
                Vaggia vaggia vaggia
                vaggia nel folle volo
                vedevano gi scintillare
                le stelle dell'altro polo...
                vaggia vaggia vaggia
                vaggia per l'alto mare:
                si videro innanzi levare
                un'alta montagna selvaggia...
                Non era quel porto illusorio
                la California o il Per,
                ma il monte del Purgatorio
                che trasse la nave all'in gi.
                E il mare sovra la prora
                si fu rinchiuso in eterno.
                E Ulisse piomb nell'Inferno
                dove ci resta tuttora...

Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia,
se gi la Signora vestita di nulla non fosse per via.
Io penso talvolta...



Il commesso farmacista

Ho per amico un bell'originale
commesso farmacista. Mi conforta
col ragionarmi della sposa, morta
priva di nozze del mio stesso male.

Lei guarir: coi debiti riguardi,
lei guarir. Lei pu curarsi in ozio;
ma pensi una modista, in un negozio...
Tossiva un poco... me lo scrisse tardi.

Torna!... Torn, s, morta, al suo villaggio.
Pagai le spese del viaggio. E costa!
Vede quel muro bianco a mezza costa?
 il cimitero piccolo e selvaggio.

Mah! Pi ci penso e pi mi pare un sogno.
La dovevo sposare nell'aprile;
nell'aprile mor di mal sottile.
Vede che piango... non me ne vergogno.

Piangeva. O morta giovane modista,
dal cimitero pendulo fra i paschi
non vedi il pianto sopra i baffi maschi
del fedele commesso farmacista?

Lavoro tutto il giorno: avrei bisogno
a sera, di svagarmi; lo potrei...
Preferisco restarmene con lei
e faccio versi... non me ne vergogno.

Sposa che senza nozze hai gi varcato
la fiumana dell'ultima rinunzia,
vedi lo sposo che per te rinunzia
alle dolci serate del curato?

Vedi che, solo, e affaticati gli occhi
fra scatole, barattoli, cartine,
preferisce le tue veglie meschine
alle gioie del vino e dei tarocchi?

Non glie li dico: ch una volta detti
quei versi perderebbero ogni pregio;
poi, sarebbe un'offesa, un sacrilegio
per la morta a cui furono diretti.

Mi pare che soltanto al cimitero,
protetti dalle risa e dallo scherno
i versi del mio povero quaderno
mi parlino di lei, del suo mistero.

Imaginate con che rime rozze,
con che nefandit da melodramma
il poveretto cinger di fiamma
la sposa che mor priva di nozze!

Il cor... l'amor... l'ardor... la fera vista...
il vel... il ciel... l'augel... la sorte infida...
Ma non si rida, amici, non si rida
del povero commesso farmacista.

Non si rida alla pena solitaria
di quel poeta; non si rida, poi
che egli vale ben pi di me, di voi
corrosi dalla tabe letteraria.

Egli certo non pensa all'euritmia
quando si toglie il camice di tela,
chiude la porta, accende la candela
e piange con la sua malinconia.

Egli  poeta pi di tutti noi
che, in attesa del pianto che si avanza,
apprestiamo con debita eleganza
le fialette dei lacrimatoi.

Vale ben pi di noi che, fatti scaltri,
saputi all'arte come cortigiane,
in modi vari, con lusinghe piane
tentiamo il sogno per piacere agli altri.

Per lui soltanto il verso messaggiero
va dal finito all'infinito eterno.
Vede, se chiudo il povero quaderno
parlo con lei che dorme in cimitero.

A lui soltanto, o gran consolatrice
poesia, tu consoli i giorni grigi,
tu che fra tutti i sogni prediligi
il sogno che si sogna e non si dice.

Non glie li dico: ch una volta detti
quei versi perderebbero ogni pregio:
poi sarebbe un'offesa, un sacrilegio
per la morta a cui furono diretti.

Saggio, tu pensi che impallidirebbe
al mondo vano il fiore di parole
come il cielo notturno che lo crebbe
impallidisce al sorgere del sole.

Di me molto pi saggio, che licenzio
i miei sogni, o fratello, tu mantieni
intatti fra le pillole e i veleni
i sogni custoditi dal silenzio!

Buon custode  il silenzio. E le tue grida
solo la morta giovane modista
ode: non altri della folla, trista
per chi fraternamente si confida.

Non si rida, compagni, non si rida
del poeta commesso farmacista.



Historia

E l'anno scorso  morta.
Ebbe un amante. Pare.

Ricordi? Io la rivedo,
rivedo la compagna,
la classe, la lavagna,
e lei china alla filza
dei verbi greci... Smilza
e mascula: un cinedo
molto ricciuto e bello...
Ricordi? Io la rivedo
bionda, sciocchina, gaia:
un piccolo cervello
poco intellettuale
di piccola crestaia
molto sentimentale.
Non la ricordi? Smorta,
con certe iridi chiare
dal vasto arco ciliare...

E l'anno scorso  morta.
Ebbe un amante. Pare.

Quella  la casa dove
crebbe fanciulla. Guarda
quella finestra dove
vegliava ad ora tarda;
il biondo capo chino
su pergamene rozze
di greco e di latino,
sugli assiomi nudi...
Ma poi lascia gli studi
maschi, passando a nozze
cospicue: un amico,
pare, un amico antico
della madre, uno sposo
ricchissimo ed annoso,
inglese, che la porta
in terra d'oltremare...

E l'anno scorso  morta.
Ebbe un amante. Pare.

Volsero gli anni. Ed ella
esule sul Tamigi
non dava pi novella...
Pure, nei giorni grigi,
tra i miei grigi ricordi,
vedevo a quando a quando
i coniugi discordi:
lo sposo venerando
e l'esile compagna
signora in Gran Bretagna...

Quand'ecco fa ritorno
fra noi, senza marito;
e fu rivista un giorno
pi bella nel vestito
cupo... Cercava intorno
col volto sbigottito,
con pupilla assorta,
chi la volesse amare...

E l'anno scorso  morta.
Ebbe un amante. Pare.



L'esperimento

Carlotta... Vedo il nome che sussurro
scritto in oro, in corsivo, a mezzo un fregio
ovale, sui volumi di collegio
d'un tempo, rilegati in cuoio azzurro...

Nel salone ove par morto da poco
il riso di Carlotta, fra le buone
brutte cose borghesi, nel salone
quest'oggi, amica, noi faremo un gioco.
Parla il salone all'anima corrotta,
d'un'altra et beata e casalinga:
pel mio rimpianto voglio che tu finga
una commedia: tu sarai Carlotta.

Svesti la gonna d'oggi che assottiglia
la tua persona come una guaina,
scomponi la tua chioma parigina
troppo raccolta sulle sopracciglia;
vesti la gonna di quel tempo: i vecchi
tessuti a rombi, a ghirlandette, a strisce,
bipartisci le chiome in bande lisce
custodi delle guancie e degli orecchi.

Poni a gli orecchi gli orecchini arcaici
oblunghi, d'oro lavorato a maglia,
e al collo una collana di musaici
effiganti le citt d'Italia...
T'aspetter sopra il divano, intento
in quella stampa: Venere e Vulcano...
Tu cerca nell'immenso canterano
dell'altra stanza il tuo travestimento.
Poi, travestita dei giorni lontani,
(commediante!) vieni tra le buone
brutte cose borghesi del salone,
vieni cantando un'eco dell'Ernani,
vieni dicendo i versi delicati
d'una musa del tempo che fu gi:
qualche ballata di Giovanni Prati,
dolce a Carlotta, sessant'anni fa...
...
        Via per le cerule
        volte stellate
        pi melanconica
        la Luna err.
        E il lene e pallido
        stuol delle fate
        nel mar dell'etere
        si dilegu...
        Solo uno spirito
        sotto quel tiglio
        dev'ei si amavano
        si udia cantar.
        Ahi! Fra le lacrime
        di quest'esiglio
        che importa vivere,
        che giova amar?...
        ...
        ...
        ...
Che giova amar?... La voce si avvicina,
Carlotta appare. Veste d'una stoffa
a ghirlandette, cos dolce e goffa
nel cerchio immenso della crinolina.
Vieni, fantasma vano che m'appari,
qui dove in sogno gi ti vidi e udii,
qui dove un tempo furono gli Zii
molto dabbene, in belli conversari.

Ah! Per te non sar, piccola allieva
diligente, il sofista schernitore;
ma quel cugin che si premeva il cuore
e che diceva t'amo! e non rideva.
Oh! La collana di citt! Vaggio
lungo la filza grave di musaici:
dolce seguire i panorami arcaici,
far con le labbra tal pellegrinaggio!

Come sussulta al ritmo del tuo fiato
Piazza San Marco e al ritmo d'una vena
come sussulta la citt di Siena...
Pisa... Firenze... tutto il Gran Ducato!
Seguo tra i baci molte meraviglie,
colonne mozze, golfi sorridenti:
Castellamare... Napoli... Girgenti...
Tutto il Reame delle Due Sicilie!

Dolce tentare l'ultime che tieni
chiuse tra i seni piccole cornici:
Roma papale! Palpita tra i seni
la Roma degli Stati Pontifici!
Alterno, amica, un bacio ad ogni grido
della tua gola nuda e palpitante;
Carlotta non  pi! Commedante
del mio sognare fanciullesco, rido!

Rido! Perdona il riso che mi tiene,
mentre mi baci con pupille fisse...
Rido! Se qui, se qui ricomparisse
lo Zio con la Zia molto dabbene!
Vesti la gonna, pettina le chiome,
riponi i falbal nel canterano.
Commediante del tempo lontano,
di Carlotta non resta altro che il nome.

Il nome!... Vedo il nome che sussurro,
scritto in oro, in corsivo, a mezzo fregio
ovale, sui volumi di collegio
d'un tempo, rilegati in cuoio azzurro...



[Stecchetti]

Perch dalla tua favola compianta -
Renzo Stecchetti, musa prediletta
dello scolaro e della feminetta -
resuscita un passato che m'incanta?

Tu mi ricordi l'ottocento e ottanta
mi ricordi la mamma giovinetta
che ti rilegge e ti ripone in fretta;
e intorno un maggio antico odora e canta.

Per quel passato, pel destino bieco
tu mi sei caro, finto morituro
che piangi e imprechi e gemi nello strazio.

Io non gemo, fratello, e non impreco:
scendo ridendo verso il fiume oscuro
che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio.



Congedo

Anche te, cara, che non salutai
di qui saluto, ultima. Coraggio!
Viaggio per fuggire altro viaggio.
In alto, in alto i cuori. E tu ben sai.

In alto, in alto i cuori. I marinai
cantano leni, ride l'equipaggio;
l'aroma dell'Atlantico selvaggio
mi guarir, mi guarir, vedrai.

Di qui, fra cielo e mare, o Benedetta,
io ti chiedo perdono nel tuo nome
se non cercai parole alla tua pena,

se il collo liberai da quella stretta
spezzando il cerchio della braccia, come
si spezza a viva forza una catena.



La pi bella

I.

Ma bella pi di tutte l'Isola Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna si ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma sugellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.

L'Infante fece vela pel regno favoloso,
vide le fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell'isola cercando... Ma l'isola non c'era.

Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
con pace del Pontefice l'isola si nasconde,
e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.


II.

L'isola esiste. Appare talora di lontano
tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:
...l'Isola Non-Trovata! Il buon Canarano
dal Picco alto di Teyde l'addita al forestiero.

La segnano le carte antiche dei corsari.
...Hifola da - trovarfi? ...Hifola pellegrina?...
 l'isola fatata che scivola sui mari;
talora i naviganti la vedono vicina...

Radono con le prore quella beata riva:
tra fiori mai veduti svettano palme somme,
odora la divina foresta spessa e viva,
lacrima il cardamomo, trasudano le gomme...

Si annuncia col profumo, come una cortigiana,
l'Isola Non-Trovata... Ma, se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell'azzurro color di lontananza...



Le non godute

Desiderate pi delle devote
che lasceremmo gi senza rimpianti,
amiche alcune delle nostre amanti,
altre note per nome ed altre ignote
passano, ai nostri giorni, con il viso
seminascosto dal cappello enorme,
svegliando il desiderio che dorme
col baleno degli occhi e del sorriso.

E l'affanno sottile non ci lascia
tregua; ma pi si intorbida e si affina
idealmente dentro la guaina
morbida della veste che le fascia...
Desiderate e non godute - ancora
nessuna prova ci deluse - alcune
serbano come una purezza immune
dalla folla che passa e che le sfiora.

Altre, consunte, taciturne, assorte
guardano e non sorridono: ma sembra
che la profferta delle belle membra
renda l'Amore simile alla Morte;
ardenti tutte d'una febbre e cieche
di vanit; biondissime, d'un biondo
oro, le cinge il pettine, secondo
l'antica foggia delle donne greche.

Per altre, il nodo greve dell'oscura
treccia  d'insostenibile tormento;
sembra che il collo, esile troppo, a stento,
sorregga il peso dell'acconciatura;
l'opera dei veleni in altre adempie
un prodigio purpureo: le chiome
splendono di riflessi senza nome
dilatandosi ai lati delle tempie...

Belle promesse inutili d'un bene
lusingatore della nostra brama,
quando una sola donna che non si ama
c'incatena con tutte le catene;
quando ogni giorno l'anima delusa
sente che sfugge il meglio della vita,
come sfugge la sabbia tra le dita
stretta nel cavo della mano chiusa...

Le incontrammo dovunque: nelle sere
di teatro, alla luce che c'illude;
la bella curva delle spalle ignude
ci avvinse del suo magico potere;
e quando l'ombra si abbatt su loro
addensandosi cupa entro le file
dei palchi, il freddo lampo d'un monile
fu l'indice del duplice tesoro.

E le avemmo compagne, ma per brevi
ore, in vaggi taciti, in ritorni,
le ritrovammo dopo pochi giorni
nei rifugi dell'Alpi, tra le nevi;
le ritrovammo sulla spiaggia, al mare,
dove la brama ci fer pi acuta:
ah! Per quella signora sconosciuta
ore insonni, nella notte, lungo il mare!...

Chi sono e dove vanno? Dove vanno
le crature nomadi? Per quanti
anni, nel tempo, furono gli amanti
presi e delusi dall'eterno inganno?
Ah! Noi saremmo lieti d'un destino
impreveduto che ce le ponesse
a fianco, tristi e pellegrine anche esse
nel nostro malinconico cammino.

Pi d'un inganno lasci largo posto
a pi d'una ferita ancora viva...
Taluna - intatta - ci attir furtiva
seco, ma per un utile nascosto;
altre, gi quasi vinte, quasi dome,
nella nostra fiducia troppo inerte,
fantasticate quali prede certe,
furono salve, non sappiamo come...

Ed altre... Ma perch tanti ricordi
salgono dall'inutile passato?
Salgono col profumo del passato
da un cofanetto pieno di ricordi?
Ed ecco i segni, ecco le cose mute,
superstiti d'amori nuovi e vecchi,
lettere stinte, nastri, fiori secchi,
delle godute e delle non godute...

Desideri e stanchezze, indizi certi
d'un avvenire dedito all'ambascia
torbida che si schianta e che ci sfascia
rendendoci pi tristi e pi deserti...
Eppure, un giorno, questa febbre interna
parve svanire: quando ci si accorse,
tardi, di quella che sarebbe forse
per noi la sola vera amante eterna...

Tanto l'amammo per quel solo istante
che ella si volse pallida su noi
nell'offerta di un attimo, ma poi,
sparve, ella pure; sparve come tante
altre donne che passano, col viso
seminascosto dal cappello enorme
inasprendo la brama che non dorme
col baleno degli occhi e del sorriso...



L'amico delle crisalidi

Una crisalide svelta e sottile
  quasi monile
pende sospesa dalla cimasa
  della mia casa.

Salgo talora sull'abbaino
  per contemplarla
e guardo e interrogo quell'esserino
  che non mi parla:

O prigioniero delle tue bende
  pendulo e solo,
soffri? il tuo cuore sente che attende
  l'ora del volo?

Tu ti profili dal tetto antico
  sui cieli pallidi...
No, non temere: sono l'amico
  delle crisalidi!

No, non temere l'orride stragi
  care una volta:
mi dan rimorso gli anni malvagi
  della raccolta.

Papili Arginnidi Vanesse Pieridi
  Satiri Esperidi:
contemplo triste con la mia musa
  la tomba chiusa.

Dormono in pace tutte le morte
  sotto il cristallo;
fra tutte domina la sfinge forte
  dal teschio giallo.

O prigioniero delle tue bende
  pendulo e solo
soffri? Il tuo cuore sente che attende
  l'ora del volo?

Ti riconosco. Profilo aguzzo,
  dorso crostaceo
irto, brunito, con qualche spruzzo
  madreperlaceo:

sei la crisalide d'una Vanessa:
  la Policlora
che vola a Maggio. Maggio si appressa,
  tra poco  l'ora!

Tra poco l'ospite della mia casa
  sar lontana;
pender vota dalla cimasa
  la spoglia vana.

Andrai perfetta dove ti porta
  l'alba fiorita;
e sar come tu fossi morta
  per altra vita.

L'ale! Si muoia, per che morendo,
  sogno mortale,
si appaghi alfine questo tremendo
  sforzo dell'ale!

L'ale! Sull'ale l'uomo sopito,
  sopravvissuto,
attinga i cieli dell'Infinito,
  dell'Assoluto...

E tu che canti fisso nel sole,
  mio cuore ansante,
e tu non credi quelle parole
  che disse Dante?



Dante

Un giorno, al chiuso, il pedagogo fiacco
m'impose la sciattezza del comento
alternato alla presa di tabacco.

Mi rammento la classe, mi rammento
la scolaresca muta che si tedia
al commentare lento sonnolento;

rivedo sobbalzare sulla sedia
il buon maestro, per uno scolaro
che si addormenta su di te, Comedia!

Attento! Attento! - Ah! pi dolce sognare
con la gota premuta al frontispizio
e l'occhio intento alle finestre chiare!

Ad ora ad ora un alito propizio
alitava un effluvio di ginestre
sul comento retorico e fittizio.

La Primavera, l'esule campestre,
conturbava la gran pace scolastica
pel vano azzurro delle due finestre.

Io fissavo gli attrezzi di ginnastica,
gli olmi gemmati, l'infinito azzurro
in non so che perplessit fantastica;

e tendevo l'orecchio ad un sussurro,
ad un garrito di sperdute gaie,
in alto in alto in alto, nell'azzurro.

Guizzavano, da presso, l'operaie
affacendate in paglia in creta in piume,
riattando le case alle grondaie...

Con gli occhi abbarbagliati da quel lume
primaverile, mi chinavo stracco,
ripremevo la gota sul volume.

E riudivo il pedagogo fiacco
alternare alla chiosa d'ogni verso
la consueta presa di tabacco...

Ah! non al chiuso, ma nel cielo terso,
nel fiato novo dell'antica madre,
nella profondit dell'universo,

nell'Infinito mi parlavi, o Padre!



Ex voto

Si alza la neve in pace;
la valle che si imbianca
spicca sul cielo bruno.

Il Santuario tace
nella gran pace bianca
dove non c' nessuno.

Nessuno per guarire
del male che lo strazia
pi giunge di lontano...

Sol io potrei salire,
salire per la grazia:
mi rifarebbe sano...

Ma non vedr la faccia
nera e la mitra aguzza...
Troppo ai bei d sereni,

avvinto a quelle braccia
baciai la medagliuzza
tepente tra i due seni...



La statua e il ragno crociato

Io so il mistero di colei che abbassa
l'antiche ciglia in vigilanza estrema,
quasi, nel marmo trepidando, tema
d'aggrovigliare un'esile matassa.

Io so. Guardate contro il sole: passa
dall'una all'altra mano e splende e trema
il filo che un'epeira diadema
conduce senza spola e senza cassa.

Aracne fu pietosa. E chi non mai
pi rivedr la terra sacra abbassa
le ciglia illuse e vede il mare Egeo,

vede una schiava al ritmo dei telai,
appenderle dal plinto una matassa:
e canta un canto dolce il gineceo.



Im Spiele der Wellen

Tra le sirene che Boecklin gittava
nel fremito dell'onde verdazzurre
una ne manca, appena adolescente,
agile pi di tutte e la pi bella.

Poich non quella che supina ascolta
il Tritone soffiare nella conca,
non quella che si gode la bonaccia
con tre scherzosi albtri affaticati,

e non quelle che fuggono al Centauro,
l'una presa alle chiome, l'altra emersa
con volto sorridente, l'altra immersa
col busto, eretta con le gambe snelle:

non tutte quelle vincono la grazia
appena adolescente che abbandona
il mare caro al grande basilese,
il mare Azzurro per il mare Grigio!

E al mare nostro pi non resta viva
che l'immagine fatta di memoria,
svelta nel solco dove pi ribolle
la spuma e dove l'onda  tutta gemme!



Ad un'ignota

Tutto ignoro di te: nome, cognome,
l'occhio, il sorriso, la parola, il gesto;
e sapere non voglio, e non ho chiesto
il colore nemmen delle tue chiome.

Ma so che vivi nel silenzio; come
care ti sono le mie rime: questo
ti fa sorella nel mio sogno mesto,
o amica senza volto e senza nome.

Fuori del sogno fatto di rimpianto
forse non mai, non mai c'incontreremo,
forse non ti vedr, non mi vedrai.

Ma pi di quella che ci siede accanto
cara  l'amica che non mai vedremo;
supremo  il bene che non giunge mai!



Ketty

I.

Supini al rezzo ritmico del panka.

Sull'altana di cedro, il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.

Bel fiore del carbone e dell'acciaio
Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.

Sputa. Nell'arco della sua saliva
m'irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.

Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,

ma signora di s della sua sorte
sola giunse a Ceylon da Baltimora
dove un cugino le sar consorte.

Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l'esplora.

Error prudenti e senza rimembranza:
Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l'inurbana tracotanza

attira il mio latin sangue gentile.


II.

Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme si ingemmano di stelle.

Ora di sogno! E Ketty sogna: ...or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?
 quotato in Italia il vostro nome?

Da noi procaccia dollari l'inchiostro...
Oro ed alloro!... - Dite e traducete
il pi bel verso d'un poeta vostro...

Dico e la bocca stridula ripete
in italo-britanno il grido immenso:
Due cose belle ha il mon... Perch ridete?.

Non rido. Oim! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri i mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.

(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti.)

Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d'infelici
come quei monni astratti e solitari.

Sui venti giri non degli edifici
vostri si accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;

sete di lucro, gara fuggitiva,
elogio insulso, ghigno degli stolti
pi non attinge la beata riva;

l'arte  paga di s, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore...
Ma intender non mi pu, bench m'ascolti,

la figlia della cifra e del clamore.


III.

Intender non mi pu. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.

Gelido  il braccio che ella m'abbandona
come cosa non sua. Come una cosa
non sua concede l'agile persona...

- O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l'Illustrious lchs collection pi famosa.

Ciocche illustri in scienza in guerra in arte
corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte...

(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all'ascella
a tratti brevi, come uno stromento)

e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie...
- Dischiomer per Voi l'Italia bella!

Manca D'Annunzio tra le mie primizie;
vane l'offerte furono e gli inviti
per tre capelli della sua calvizie...

- Vi prometto sin d'ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti...

L'attiro a me (l'audacia superando
per cui va celebrato un cantarino
napolitano, dagli Stati in bando...)

Imperterrita indulge al resupino,
al temerario - o Numi! - che l'esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,

ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte... In Baltimora

il cugino l'attende a giuste nozze.



Risveglio sul Picco d'Adamo

Cantare udivo un gallo in sogno... Sognavo un villaggio
canavesano forse... L'aurora improvvisa mi desta.

Mi desta nel rifugio di stuoia sul Picco selvaggio:
d'un tremolo d'acquario scintilla la selva ridesta.

Le felci arborescenti contendono i raggi all'aurora,
dall'uno all'altro fusto si allaccia la flora demente,

spezzo ghirlande azzurre gialle sanguigne, m'irrora
la coppa del calladio, l'orciuolo della nepente...

Cantava un gallo in sogno... Ma un gallo ben vivo risponde.
Sobbalzo. Ascolto. Il cuore col battito colma le tregue.

Regna il Re dei cortili le vergini selve profonde?
M'illude un negromante per gioco? Il mio sogno prosegue?

Non il Re dei cortili qui regna, ma l'avo selvaggio
(gi cantava sul Picco d'Adamo che Adamo non era).

Canta il gallo bankywa l'aurora del Tropico, il raggio
d'oro che scende obliquo dove la jungla  pi nera.



La bella preda

I.

Fanciullo formidabile: soldato
dell'Alpi e tu mi chiedi
che io celebri il tuo gesto in versi miei!
Non trovo ritmi - oim! - non trovo rime
cos come vorrei
al tuo gesto sublime!
Ma sai tu quanto sia bello il tuo gesto,
simbolica la spoglia
dell'aquila regale che t'offerse
l'Altissimo - redento! - a guiderdone
della baldanza tua liberatrice?
La vittima che dice:
Terra d'Italia  questa!
a consenso palese
dei cieli sommi nella santa gesta?


II.

Tu non sapevi. Solo con te stesso
e coi fratelli in una forza sola,
sostavi sulla gola
vertiginosa, l'anima in vedetta,
protetto dalla vetta
signoreggiata. Il cuore
batteva impaziente dell'assalto.
Il cielo era di smalto
cerulo, nel silenzio intatto come
quando non era l'uomo ed il dolore...
Era il meriggio alpino,
splendeva il sole nella valle sgombra.
In larghe rote si annunci dall'alto
l'olocausto divino,
la messaggiera, disegnando un'ombra.


III.

Che pensasti nell'attimo? Colpisti.
Bene colpisti. Il vortice dell'ale
precipit ventandoti sul viso.
E l'aquila regale
ecco immolasti sul granito alpino
come sull'ara sacra alla riscossa
del popolo latino.
E la tua mano rossa
fu del sangue ricchissimo aquilino.
Battezzasti cos la tua mano,
nella stretta che tutti ebbero a gara,
commentando l'augurio e la bravura,
battezzasti cos con la tua mano
tutti i compagni tuoi,
dal giovinetto imberbe al capitano!


IV.

Sarcasmo inconsapevole! E tu mandi
oggi la spoglia a noi che con bell'arte
le si ridoni immagine di vita;
ma quale arte iscaltrita
pu simulare l'irto palpitare
di penne e piume, il demone gagliardo
tutto rostro ed artigli e grido e sguardo
nell'ora che si scaglia?
Nessuna sorte  triste
in questi giorni rossi di battaglia:
fuorch la sorte di colui che assiste...
E - sarcasmo indicibile per noi
scelti ai congegni ed alla vettovaglia -
tu strappasti l'emblema degli eroi
ed a noi mandi un'aquila di paglia!...



[Ah! Difettivi sillogismi!]

Ah! Difettivi sillogismi! L'io
che c' s caro, muore ad ogni istante
senza rimpianto. Muore nel riposo
e nella veglia. Un calice di vino
un grano d'oppio, uno sbigottimento
una ferita, basta a dileguarlo.
Ma ci acqueta il pensiero che al risveglio
ritroveremo intatto e vigilante
il buono fanciulletto interore
che ci ripete d'esser sempre noi...
Ah! Fanciullesca  veramente questa
anima semplicetta che riduce
alla nostra stadera l'infinito;
nutre speranze, chiede privilegi
pi spaventosi del pi spaventoso
nulla, ch il nulla  non poter morire.
Come pensare senz'abbrividire
tutta l'eternit chiusa nell'io
in quest'angusto carcere terreno?
Quasi bramosi fantolini e vani
preghiamo un bene e non sappiamo quale.
Quando per anni o per follia si offusca
l'altrui cervello, quella decadenza
pi non c'inquieta della decadenza
corporea. Permane la speranza
che l'io del caro sopravviva ancora
mentre  gi come se non fosse pi.
Ora se quasi ci si acqueta in vita
allo sfacelo della mente immemore
che mai vogliamo dalla morte immune?
Questa cosa di noi che vuol persistere
indefinita,  dunque indefinibile
come il raggio che emana dalla lampada,
come il suono che emana dal luto;
lampada e luto sono tra gli arredi
pi famigliari e semplici che posso
scomporre ricomporre con le mani;
il mistero m'appare se mi chiedo
che sia, di dove venga, dove vada
il prodigio del suono e della luce...
Oim! L'essenza che rivibra in noi
non pu per intelletto esser compresa
da poi che l'io solo con se stesso,
soggetto, oggetto della conoscenza,
come uno specchio vano si moltiplica
inutilmente ed infinitamente
e nel riflesso  prigioniero il raggio
di verit che l'occhio non discerne.
Giova quindi sottrarci all'incantesimo
alla voce che implora di rivivere
come a un morbo insanabile terrestre.
Negli attimi di grazia, quando l'io
dilegua nei pensier contemplativi
quando l'istinto tace e si compiace
nella gioia dell'utile non nostro
o freme ad una strofe ad una musica
nell'ebrezza senz'utile dell'arte,
forse ci giunge il pallido riflesso
d'una luce remota, della vita
che ci attende al di l, nel puro spirito,
nel non essere noi, nell'ineffabile.
 la fede che Socrate morente
predicava all'alunno: Datti pace!
Non morir: seppelliranno l'altro.
 la luce che Baghava Purana
rivelava sul tronco del palmizio:
Solo eterno  lo spirito. Non piangere
su te su me su altri. Perch l'io
ed il non io son frutto d'ignoranza.
Desideravi un figlio, o Re; l'avesti;
oggi provi lo strazio del distacco,
strazio che dnno tutte le fortune
a chi si illude e pensa durature
l'apparenze caduche della vita.
Solo eterno  lo spirito. Nei tempi
chi fu per te quel figlio che tu piangi?
Chi tu fosti per lui? Che voi sarete
l'uno per l'altro nell'ignoto andare?
Sabbia del mare, foglie date al vento...
Solo eterno  lo spirito. Consolati.
Ma il re singhiozza disperato ancora
e pel prodigio d'uno di quei rishy
l'anima si ridesta nel cadavere,
si guarda intorno sbigottita, dice:
In quale delle innumeri apparenze
d'animali, di uomini, di devhas
m'ebbi per padre questo che m'abbraccia?
Non mi toccare: io non ti riconosco.
O tu che piangi su di me non piangere.
Solo eterno  lo spirito. Consolati!.
Cos parlato il giovinetto muore
un'altra volta. L'anima si invola
eternamente. E il Re non piange pi.



La ballata dell'Uno

L'Uno  tutto esaurito,
non lo trova pi nessuno,
a chi d copia dell'Uno
un milione  profferito.

Col pi gran caff concerto
vien Giolitti un poco male
per un male un poco incerto,
vien con tutto il personale
del Suffragio Universale.
Ma - pagliaccio o rosso o bruno -
tutti chiedono dell'Uno,
l'Uno gi tutto esaurito.

Finalmente il Vaticano
lascia il Papa ed il Concilio,
balla il tango col sovrano
dal garofano vermiglio.
Tutti vanno in visibilio:
il prelato col tribuno,
tutti chiedono dell'Uno:
l'Uno - ahim - tutto esaurito!

Trema all'Uno e terra e mare!
la San Giorgio per isbaglio
si rimette a galleggiare,
perci grato l'ammiraglio
contro un gi prossimo incaglio
contro i tiri di Nettuno
premunirsi vuol dell'Uno,
l'Uno - ohim - tutto esaurito!

Stanco d'essere il fantoccio
d'un insipido frasario
grida Verdi: Alfin mi scoccio
di cotesto centenario.
Qui m'annoio solitario.
Ecco il Numero. Ma l'Uno?
L'Uno - ohim - non l'ha nessuno,
l'Uno  gi tutto esaurito!

Levigandosi l'alloro
Gabriele inquieto appare:
un mistero: il Pomo d'oro
ben volevo ricercare
sul rarissimo esemplare.
Gabriele andr digiuno;
splende il numero, ma l'Uno,
l'Uno  gi tutto esaurito.

Vien Mascagni truce in vista
ch su l'Uno spera gi
e gi teme un'intervista
Poich io sono - ognun lo sa -
mammoletta d'umilt...
- Che voi siate un fiore o un pruno,
gran maestro, fa tutt'uno,
l'Uno  gi tutto esaurito.

Trsah, Carola, Amalia,
l'altre insigni letterate,
che oggi infiammano l'Italia,
si presentano infiammate
come tante forsennate:
un prurito inopportuno
tutte sentono dell'Uno,
l'Uno - ohim - tutto esaurito.

Non resiste la Gioconda,
balla fuori arguta e gaia
con la sua facciona tonda
di perfetta giornalaia.
Cento quindici migliaia
mi richiedono dell'Uno!
A chi d copia dell'Uno
un milione  profferito.

Oh successo inopportuno!
L'Uno  gi tutto esaurito!



La messaggiera senza ulivo

Bene scegliesti l'unico rifugio,
trepida messaggiera insanguinata!
(Sangue d'amico? Sangue di nemico?
Ah! Che il sangue  tutt'uno, oltre la soglia!)

Palpiti esausta e sfuggi la carezza
e temi il rombo...  il rombo del tuo cuore.
Socchiudi gli occhi dove trema ancora
lo spaventoso tuo pellegrinare.

Ah! Sarcasmo indicibile! Tu sacra
dai tempi delle origini alla pace
la novella ci rechi - ah, senza ulivo! -
del flagello di Dio sopra la Terra.

Ma non del Dio Signore Nostro: il dio
feticcio irsuto della belva bionda:
- Rinascono le donne ed i fanciulli,
uccideremo ci che non rinasce! -

E le trine di marmo, le corolle
di bronzo, gli edifici unici al mondo,
i vetri istoriati, i palinsesti
alluminati, i codici ammirandi,

ci che un popolo mite ebbe in retaggio
dalla Fede e dall'Arte in un millennio
ritorna al nulla sotto i nuovi barbari:
non pi barbari, no: ladri del mondo!

Tu non tremare, messaggiera bianca;
bene scegliesti l'unico rifugio:
la spalla manca della bella Donna
eretta in pace nel suo bel giardino.

La riconosci? Dolce ti sorride
piegando il capo sotto la corona
turrita a vellicarti con la gota
e con l'ulivo ti ravvia le penne.

Ma tien la destra all'elsa e le pupille
chiaroveggenti fissano il destino;
non fu mai cos forte e cos bella
e palpitante dalla nuca al piede.

La riconosci? Non ti dico il nome
troppo gi detto, sacro all'ora sacra!
Bene sciegliesti l'unico rifugio,
trepida messaggiera insanguinata!



La basilica notturna

                        Pax tibi, Marce, Evangelista meus

I.

D'oro si fanno brune le cupole stupende,
ma sotto il cielo illune il cielo d'oro splende.

Splende l'emblema come nel codice ammirando:
Venezia trepidando nel sacrosanto nome.

Sta l'Angelo di Dio, sta col fatale incarco
lass Pace a Te, Marco, Evangelista mio!

Intorno gli fan coro tutti i Profeti, in rari
musaici millenari. Palpita il cielo d'oro.

Il palpito millenne corre Santi e Madonne;
vivono le colonne, le fragili transenne.

Ma quale antica Ambascia il Tempio oggi ricorda,
difeso nella sorda materia che lo fascia?


II.

Pei ciechi balaustri, per le navate ingombre
passano grigie l'ombre di tutti i dogi illustri.

Dice uno Zani: Vissi pel tempio apparituro.
Quale nemico oscuro sale dai ciechi abissi?

Dov' l'icona fine di quattromila perle,
mirabili a vederle tra l'opre bizantine?

Dove le croci greche, sante in Gerusalemme,
i codici, le gemme, i calici, le teche?

E dice un Selvo: Tolsi i marmi d'oltremare:
posi con questi polsi la pietra dell'altare.

La Bibbia m'ammoniva. Sculpii divotamente.
La pietra fu vivente: dov' la pietra viva?

Gli Zorzi i Mocenigo i Vanni i Contarini
i Gritti i Morosini i Celsi i Gradenigo

guatano il legno greggio che cela marmi ed ori.
- Minacciano i tesori i barbari e il saccheggio?

- Risorgono al reame i Turchi gli Unni i Galli?
Tornarono i cavalli all'ippodromo infame?


III.

Sta l'Angelo di Dio, sta col fatale incarco
lass Pace, a Te, Marco, Evangelista mio!

Santo dei Santi eroi guerrieri e marinai,
o Santo, o tu che fai che noi si dica noi,

quale remota ambascia il Tempio tuo ricorda,
difeso nella sorda materia che lo fascia?

Minacciano i tuoi beni, la Chiesa disadorna
Barbari e Saraceni! Ah! Ci che fu ritorna! -



Ai soldati alladiesi combattenti

O tu, che d'odio sacrosanto avvampi
i confini del Barbaro cancella!
Con l'anno sorga una migliore stella
a consolar gli insanguinati campi!

Tu che combatti per l'Italia bella,
tra cupi rombi e balenar di lampi,
salve! Ed il cielo provvido ti scampi
alla sposa, alla madre, alla sorella!

Il tuo paese attende il tuo ritorno.
Tempi migliori ti saran concessi,
se in dolce pace finir la guerra.

I nostri voti affrettano quel giorno;
tra belle vigne e biondeggiar di messi,
ritornerete, figli della terra!



Prologo

Dice il Sofista amaro: ...il Passato  passato;
 come un'ombra,  come se non fosse mai stato.
Impossibile  trarlo dal sempiterno oblio;
impossibile all'uomo, impossibile a Dio!
Il Passato  passato... Il buon Sofista mente:
basta un accordo lieve e il Passato  presente.
Basta una mano bianca sulla tastiera amica
ed ecco si ridesta tutta la grazia antica!
Anche se il tempo edace o il barbaro cancella
i tesori che all'arte diede l'Italia bella,
v' un'arte pi del marmo, del bronzo duratura
fatta di suoni, fatta di una bellezza pura,
un'arte che sussiste pur fra i tesori infranti
finch una corda vibri e una fanciulla canti!
Il Seicento rivive con la sua grazia ornata
in Orazio dell'Arpa od in Mazzaferrata;
si eterna il Settecento pi che in marmi o ritratti,
in un motivo lieve di Blangini... Scarlatti...

Melodrammi, oratorii, messe, vespri, mottetti:
odor sacro e profano d'incensi e belletti!
La musica da camera risorge in guardinfante
tra una dama che ride e un abate galante!
N il Settecento solo, ma noi risaliremo
all'origini prime, fino al limite estremo,
quando non anche noto era il cembalo e l'ale
scioglieva il canto al ritmo del liuto provenzale.
Ad evocare il sogno che l'anima riceve
si alterni la parola nella cornice breve.
Ch pei Maestri antichi non fu la scena immota,
ma sognarono vive la sillaba e la nota.
Rivivano quai furono. E dell'et passate
risorgano, col canto, le fogge disusate.
Non per arte femminea, n per vezzo leggiadro,
ma perch il vero viva nell'armonia del quadro.

Questo  l'intento nostro. Coi Maestri pi noti
e men noti rivivere i secoli remoti.
Nostre canzoni, gemme dei nostri orafi insigni
un po' dimenticate nei loro antichi scrigni!
Tutti i motivi italici noi tratteremo in parte
se fortuna  propizia al nostro sogno d'arte.
Questo  l'intento nostro. E ci valga l'intento,
se le forze non sempre son pari all'argomento.
E - se faremo bene - decretate il successo...
e... se male faremo... applaudite lo stesso!



Carolina di Savoia

Dopo un anno moriva quella che usciva sposa
da questa Reggia... Visse la vita d'una rosa:
un mattino! Bel fiore non sedicenne ancora
colto da mano ignota in sulla prima aurora!

Principessa Maria Carolina Antonietta
di Savoia! Lo sposo da me scelto v'aspetta:
il Duca di Sassonia: Marcantonio Clemente.
...Cos parlava il padre, il Re, solennemente.

- Cognata Carolina - le disse quel mattino -
giunto  l'ambasciatore di Sassonia a Torino!
Verso il promesso sposo tra poco te ne andrai!
- Verso il promesso sposo? Non l'ho veduto mai! -
- Ha visto il tuo ritratto, hai visto il suo: ti piace? -
- Mi piace?  un po' di tela dipinta, che tace...
Oh! sposerei ben meglio un umile artigiano
che il Duca di Sassonia - oim - cos lontano! -
- Un umile artigiano! Son miti le pretese! -
- Oh sposerei ben meglio un povero borghese!... -
- Un povero borghese! Cognata mia bizzosa!... -
E le adattava intanto la ghirlanda di sposa.
Le cameriere intente all'opra delicata
guardavano la bimba pensosa ed accorata.
- Duchessa di Sassonia! Se questo  il mio destino,
non rivedr l'Italia, non rivedr Torino!...

La Regina Maria, Re Vittorio Amedeo,
la Corte, il Clero, i Nobili aprivano il corteo.
Le carrozze di gala avanzavano lente
per Torino infiorata, tra la folla piangente.

- La Bela Carlin (la folla la chiamava
cos, familiarmente, la folla che l'amava!)
La Bela Carlin ci lascia e va lontano!
Il Duca di Sassonia ha chiesto la sua mano!
L'Ambasciatore  giunto e se la porta via...
Nozze senza lo sposo! Oh! che malinconia! -
Malinconiche nozze ed allegrezze vane:
archi di fiori, canti, clangori di campane...
Mille mani plebee cercavano la stretta
della mano ducale, la mano prediletta...
- Ti segua il voto nostro! Ti benedica Iddio! -
Carolina piangeva a quel supremo addio.
La figlia dalla madre divisa fu - che pena! -
a viva forza, come si spezza una catena...
- Piangete cittadini, piangete il mio destino!
Non rivedr mia madre, non rivedr Torino!

Dopo un anno moriva quella che usciva sposa
da questa Reggia. Visse la vita d'una rosa:
un mattino! E si spense nel paese lontano
senza una mano amica nella piccola mano!
Oggi rivive. Il popolo che l'adorava tanto
la canta. E non  morto chi rivive nel canto!



La culla vuota

                        (Una madre giovinetta veglia sulla
grande culla
                        velata, accompagnando il dondolo della
mano
                        col ritmo del canto.)

Ninna-nanna, bimbo mio!
Ninna-nanna, dolce Re!
Mentre Mamma pensa a Dio,
c' il buon Dio che pensa a te!
Quando tu nascesti venne
la Madonna a contemplare,
si fermarono le penne
dei Cherbi ad adorare!
E nel cielo fu la Stella
e si udirono parole
e pi fulgido fu il Sole
e la Terra fu pi bella!
Ninna-nanna, pupo biondo,
Ninna-nanna, dolce Re!
Non si trova in tutto il mondo
pupo bello come te!...

                        (Solleva i veli della culla vuota. La
fruga. Balza
                        in piedi, indietreggia barcollando: poi
passa le
                        mani sul volto atterrito, quasi per
sentirsi ben
                        viva.)

Vuota  la culla...  vero od  menzogna?
Menzogna atroce, incubo fugace!
Togli al martirio il cuore di chi sogna!

                        (Giunge la voce della Morte invisibile.
Prima
                        fioca e remota, indi pi cruda e
distinta.)

LA MORTE INVISIBILE

Sogno non ! Non incubo fugace.
Tuo figlio non  pi! Ma datti pace!
Ma datti pace! Non lagnarti forte,
non ti lagnare a voce cos sciolta,
va il tuo lamento, ma nessun l'ascolta.
Povera donna taci!  cosa stolta
cercar d'opporsi a me che son la Morte!


LA MADRE

Oh! voce roca, funebre sul vento
sei tu, la Morte? che m'hai tolto il figlio?
Ah! L'odo urlare, urlare di spavento,
bianco lo vedo com' bianco un giglio,
un giglio chiuso dall'ossuto artiglio...

                        (Breve silenzio. Il volto di lei  come
quello di
                        una demente.)

No! Non  vero!  il mio vaneggiamento...


LA MORTE

Non  vaneggiamento! Il bimbo giace
sotto la terra ancor molle e smossa
ma l'alba nuova sorge e si compiace
d'educar fiori su l'angusta fossa
e l'anima innocente si  gi mossa
verso le stelle per l'eterna pace!


LA MADRE

O Morte, dammi l'angioletto biondo
che tu celasti nella terra oscura;
l'abisso dove giace  troppo fondo
la pietra che lo copre  troppo dura;
scampalo, Morte, dalla sepoltura,
poi manda in sepoltura tutto il mondo!


LA MORTE

Ti rendo il figlio, o donna, ma rammenta
che ti sar martirio l'avvenire.


LA MADRE

Soffrir pel figlio mio! Non mi spaventa
l'ammonimento che io dovr soffrire;
per veder vivo lui vorrei morire
e nel morire riderei contenta!


LA MORTE

Ti rendo il figlio, o donna, ma t'avverto
che gli scorre il delitto entro le vene!
l'occhio avr torvo, il cuor di frode esperto...


LA MADRE

Rendimi il figlio! So che mi conviene
col buon consiglio di condurlo al bene,
farne un cuor saggio ed uno sguardo aperto.


LA MORTE

Il figlio tuo ti verr reso, ma
non ti scordare mai di questo giorno;
egli dormiva gi felice l
donde nessuno fece mai ritorno.
Donna,  ben meglio il funebre soggiorno,
meglio la pace dell'eternit.


LA MADRE

Io ti ringrazio, o Morte! Infine il povero
figliolo mio torna alle mie braccia;
su questo seno trover ricovero,
su questo seno celer la faccia,
e far il bene sotto la minaccia
dell'amoroso tenero rimprovero...


LA MORTE

Io te lo rendo, ma non tarderai
a lacerarti il cuor dallo sconforto.
Mi supplicavi, o donna, e t'ascoltai.
Ti feci lieta, ma per tempo corto;
e un giorno tu dirai: fosse pur morto
e non si fosse ridestato mai.


LA MADRE

Perch, perch codesto tuo parlare,
si egli sar per sempre a me vicino?
Se ogni mattin lo guider all'altare,
se fogger pi bello il suo destino?


LA MORTE

Appena il braccio sar forte al remo
lascer la sua madre e il casolare;
dalla deserta riva sentiremo
d e notte, notte e giorno il tuo gridare;
e forse un giorno lancerai sul mare
invano, invano il tuo lamento estremo.
Ed egli dove il cielo di turchese
scende nell'onda, ove si estingue il sole,
rimpianger il minuscolo paese,
rimpianger le tue buone parole.
E grider nell'anima che duole;
grider: Morte! Con me sii cortese!
Chieder morte! E appagher mie brame
non lui sopendo sopra un letto molle,
tra dolci preci e candide corolle...
Morr sul palco, infamia del reame,
morr sul palco. Maleoprando volle
rendersi degno della morte infame!

                        (La madre si copre con le mani il volto
disfatto
                        dalla visione spaventosa.)

Io te lo rendo. Ma tu sappi ancora...


LA MADRE

(con un brivido d'orrore) No! taci! taci!

                        (La madre si accascia; con un moto
d'orrore cre-
                        scente si fa difesa con le braccia, come
sotto
                        una percossa. Lungo silenzio. Poi alza il
volto
                        trasfigurata.)

No! taci! taci! non mi dir pi nulla!
Non mi ridire ci che m'addolora...


LA MORTE

Io te lo rendo. Ma tu sappi ancora...


LA MADRE

Lasciami sola sopra questa culla
a piangere quest'anima fanciulla
che tramont nel sorger dell'aurora!



Natale

La pecorina di gesso,
sulla collina in cartone,
chiede umilmente permesso
ai Magi in adorazione.

Splende come acquamarina
il lago, freddo e un po' tetro,
chiuso fra la borraccina,
verde illusione di vetro.

Lungi nel tempo, e vicino
nel sogno (pianto e mistero)
c' accanto a Ges Bambino,
un bue giallo, un ciuco nero.



Pasqua

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile si affaccia
ai muri della casa centenaria.

Il ciel di pioggia  tutto una minaccia
sul bosco triste, ch lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.

Quand'ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l'antica pia favola dell'ovo.



La Befana

Discesi dal lettino
son l presso il camino,
grandi occhi estasiati,
i bimbi affaccendati

a metter la scarpetta
che invita la Vecchietta
a portar chicche e doni
per tutti i bimbi buoni.

Ognun, chiudendo gli occhi,
sogna dolci e balocchi;
e Dori, il pi piccino,
accosta il suo visino

alla grande vetrata,
per veder la sfilata
dei Magi, su nel cielo,
nella notte di gelo.

Quelli passano intanto
nel lor gemmato manto,
e li guida una stella
nel cielo, la pi bella.

Che visione incantata
nella notte stellata!
E la vedono i bimbi,
come vedono i nimbi

degli angeli festanti
ne' lor candidi ammanti.
Bambini! Gioia e vita
son la vision sentita

nel loro piccolo cuore
ignaro del dolore.



Oroscopo

                                        Alla mamma
                per la nascita del fratello Renato

La bionda fata sollev le mani
sopra la culla in atto di preghiera
e nel chiaro mattin di primavera
suon la bella voce in ritmi arcani:

Spiriti eterni, Geni sovrumani
viventi dove il sol non ha mai sera,
scendete dalla vostra eccelsa sfera...
Venite, o Geni, dai regni lontani.

Donategli la forza e la saviezza,
la nobilt dell'animo e del core;
che io l'ho predestinato alla bellezza:

e dategli la grazia delicata
della sua Mamma, dategli l'amore...
Disse: e in ciel dilegu la bionda fata!



Dolci rime

                        a Luisa Giusti, amica minuscola,
                        con un cartoccio di cioccolatto

Sola bellezza al mondo
che l'anima non sazia,
fiore infantile, biondo
miracolo di grazia;

grazia di capinera
che canta e tutto ignora,
grazia che attende ancora
la terza primavera!

Tu credi che io commerci
(poi che poeto un poco)
in chi sa quali merci
buone alla gola o al gioco!

- Dammi una poesia! -
Cos, come un confetto,
mi chiedi... E t'hanno detto
che sia?... Non sai che sia!

Che sia, come va fatto
il dono che vorresti,
ti spiegher con questi
dischi di cioccolatto.

Due volte quattro metti
undici dischi in fila
(gi dolce si profila
sonetto dei sonetti).

Due volte tre componi
undici dischi alfine
(compiute in versi buoni
quartine ecco e terzine).

Color vari di rime
(tu ridi e n'hai ben onde)
poni: terze e seconde
concordi, ultime e prime.

Molto noioso? O quanto
noioso pi se fatto
di sillabe soltanto
e non di cioccolatto!

Di qui potrai vedere
la mia tristezza immensa:
piccola amica, pensa
che questo  il mio mestiere!



Prima delusione

La bionda bimba coi capelli al vento
correva per i viali del giardino
rossa nel volto, respirando a stento
per sfuggire al suo bruno fratellino.

Mamma!: era giunta all'albero di pesco,
calpestandone i fiori scossi dal vento:
poi rise, del suo riso argenteo e fresco,
al fratellino giunto in quel momento.

Non mi prendesti! disse e rise ancora
al fratellino un po' mortificato;
e il sol, che traversava i rami allora,
baci quel capo piccolo e dorato.

Fulvio, perch la bamboletta parla?
Dici che sia una bambina vera?
Chiss! Bisognerebbe un po' osservarla,
guardarle il viso che pare di cera.

Vai a prenderla:  dentro nella serra.
Il fratellino corse, e lei rimase
coll'occhio fisso all'ombre, che per terra
formava il sol nell'ultima sua fase.

Torn il fratello con la bamboletta:
Guardala, Fulvio, a me par proprio viva,
se tiri quello spago parla, e, aspetta,
se la bacio e la lodo si ravviva.

S, s! Se io le parlo mi comprende,
se la rimbrotto subito si attrista;
quando la bacio, il bacio lei mi rende
e poi, del resto, ridere l'ho vista.

L'accarezzava intanto, la bimbetta,
sui bei capelli morbidi e ricciuti,
ma ad una mossa falsa la pupetta
cadde e si infranse in cocci assai minuti.

Turbata in cuore da lacrime ardenti
la bimba curva cerca in mezzo ai cocci:
occhi di vetro, due piccoli denti
e le manine simili a due bocci.

Le lacrime le scendon, sul visino,
su la parrucca che trattiene in mano;
cerca di consolarla il fratellino:
Ti do il mio cerchio, e anche quel buffo nano.

Ma no: non  la bambola perduta
che fa piangere tanto la bambina:
vera, parlante, sempre l'ha creduta;
invece  sol di porcellana fina.

Piange la bimba perch fu delusa.
L'aveva tanto amata come viva
e che la ricambiasse si era illusa,
povera bimba! e l'illusion finiva.

Il sole tramontava tutto fuoco,
da lungi si sentiva batter l'ore
ed in quel giorno destinato al gioco
pianse la bimba il primo suo dolore.



La canzone di Piccolino

(dal bretone)

Piccolino, morta mamma,
non ha pi di che campare;
resta solo con la fiamma
del deserto focolare;
poi le poche robe aduna,
mette l'abito pi bello
per venirsene in citt.
Invocando la fortuna
con il misero fardello,
Piccolino se ne va.

E cammina tutto il giorno,
si presenta ad un padrone:
- Buon fornaio al vostro forno
accoglietemi garzone. -
Ma il fornaio con la moglie
ride ride trasognato:
- Piccolino, in verit
il mio forno non accoglie
un garzone appena nato!
Non sei quello che mi va. -

Giunge al re nel suo palagio,
si presenta ardito e fiero:
- Sono un piccolo randagio,
Sire, fatemi guerriero. -
Il buon Re sorride: - Omino,
vuoi portare lancia e mlia?
Un guerriero? In verit
tu hai bisogno della balia!
Tu sei troppo piccolino:
Non sei quello che mi va. -

Vien la guerra, dopo un poco,
sono i campi insanguinati;
Piccolino corre al fuoco
tra le schiere dei soldati.
Ma le palle nell'assalto
lo sorvolano dall'alto
quasi n'abbiano piet.
-  carino quell'omino,
ma per noi troppo piccino:
non  quello che ci va! -

Finalmente una di loro
lo trafora in mezzo al viso;
esce l'anima dal foro,
vola vola in Paradiso.
Ma San Pietro: - O Piccolino,
noi si occorre d'un Arcangelo
ben pi grande, in verit.
Tu non fai nemmeno un Angelo
e nemmeno un Cherubino...
Non sei quello che ci va. -

Ma dal trono suo divino
Ges Cristo scende intanto,
e sorride a Piccolino
e l'accoglie sotto il manto:
- Perch parli in questo metro,
o portiere d'umor tetro?
Piccolino resti qua.
Egli  piccolo e mendico
senza tetto e senz'amico:
egli  quello che mi va...
O San Pietro, te lo dico,
te lo dico in verit!...



La Notte Santa

(Melologo popolare)

- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell'osteria potremo riposare,
ch troppo stanco sono e troppo stanca sei.

                Il campanile scocca
                lentamente le sei.

- Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po' di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole:  notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

                Il campanile scocca
                lentamente le sette.

- Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie pi non regge ed io son cos rotto!
- Tutto l'albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell'osteria pi sotto.

                Il campanile scocca
                lentamente le otto.

- O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- Si attende la cometa. Tutto l'albergo ho pieno
d'astronomi e di dotti, qui giunti d'ogni dove.

                Il campanile scocca
                lentamente le nove.

- Ostessa dei Tre Merli, piet d'una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
-  Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...

                Il campanile scocca
                lentamente le dieci.

- Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L'albergo  tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell'alta e bassa gente.

                Il campanile scocca
                le undici lentamente.

La neve! - ecco una stalla! - Avr posto per due?
- Che freddo! - Siamo a sosta - Ma quanta neve, quanta!
Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue...
Maria gi trascolora, divinamente affranta...

                Il campanile scocca
                La Mezzanotte Santa.

 nato!
                Alleluja! Alleluja!

 nato il Sovrano Bambino.
La notte, che gi fu s buia,
risplende d'un astro divino.
Ors, cornamuse, pi gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill'anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill'anni si attese
quest'ora su tutte le ore.
 nato!  nato il Signore!
 nato nel nostro paese!
Risplende d'un astro divino
La notte che gi fu s buia.
 nato il Sovrano Bambino.
 nato!
                Alleluja! Alleluja!
I COLLOQUI
di Guido Gozzano


IL GIOVENILE ERRORE


I colloqui

                ...reduce dall'Amore e dalla Morte
                gli hanno mentito le due cose belle...

I.

Venticinqu'anni!... sono vecchio, sono
vecchio! Pass la giovinezza prima,
il dono mi lasci dell'abbandono!

Un libro di passato, ov'io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio
riconosca di lei, tra rima e rima.

Venticinqu'anni! Medito il prodigio
biblico... guardo il sole che declina
gi lentamente sul mio cielo grigio.

Venticinqu'anni... ed ecco la trentina
inquietante, torbida d'istinti
moribondi... ecco poi la quarantina

spaventosa, l'et cupa dei vinti,
poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti.

O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
il tuo sorriso, amante che si apprezza

solo nell'ora trista del congedo!
Venticinqu'anni!... Come pi m'avanzo
all'altra meta, giovent, m'avvedo

che fosti bella come un bel romanzo!


II.

Ma un bel romanzo che non fu vissuto
da me, che io vidi vivere da quello
che mi segu, dal mio fratello muto.

Io piansi e risi per quel mio fratello
che pianse e rise, e fu come lo spetro
ideale di me, giovine e bello.

A ciascun passo mi rivolsi indietro,
curioso di lui, con occhi fissi
spiando il suo pensiero, or gaio or tetro.

Egli pens le cose che io ridissi,
confort la mia pena in s romita,
e visse quella vita che non vissi.

Egli ama e vive la sua dolce vita;
non io che, solo nei miei sogni d'arte,
narrai la bella favola compita.

Non vissi. Muto sulle mute carte
ritrassi lui, meravigliando spesso.
Non vivo. Solo, gelido, in disparte,

sorrido e guardo vivere me stesso.



L'ultima infedelt

Dolce tristezza, pur t'aveva seco,
non  molt'anni, il pallido bambino
sbocconcellante la merenda, chino
sul tedioso compito di greco...

Pi tardi seco t'ebbe in suo cammino
sentimentale, adolescente cieco
di desiderio, se giungeva l'eco
d'una voce, d'un passo femminino.

Oggi pur la tristezza si dilegua
per sempre da quest'anima corrosa
dove un riso amarissimo persiste,

un riso che mi torce senza tregua
la bocca... Ah! veramente non so cosa
pi triste che non pi essere triste!



Le due strade

I.

Tra bande verdigialle d'innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.

Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vista
apparve una ciclista a sommo del pendio.

Ci venne incontro: scese. Signora: Sono Grazia!
sorrise nella grazia dell'abito scozzese.

Tu? Grazia? la bambina? - Mi riconosce ancora?
Ma certo! E la Signora baci la Signorina.

La bimba Graziella! Diciott'anni? Di gi?
La Mamma come sta? E ti sei fatta bella!

La bimba Graziella: cos cattiva e ingorda!...
Signora, si ricorda quelli anni? - E cos bella

vai senza cavalieri in bicicletta?... - Vede...
Ci segui un tratto a piede? - Signora, volentieri...

Ah! ti presento, aspetta, l'Avvocato: un amico
caro di mio marito. Dagli la bicicletta...

Sorrise e non rispose. Condussi nell'ascesa
la bicicletta accesa d'un gran mazzo di rose.

E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacci dell'altra.


II.

Adolescente l'una nelle gonnelle corte,
eppur gi donna: forte bella vivace bruna

e balda nel solino dritto, nella cravatta,
la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.

Ed io godevo, senza parlare, con l'aroma
degli abeti l'aroma di quell'adolescenza.

- O via della salute, o vergine apparita,
o via tutta fiorita di gioie non mietute,

forse la buona via saresti al mio passaggio,
un dolce beveraggio alla malinconia!

O bimba nelle palme tu chiudi la mia sorte;
discendere alla Morte come per rive calme,

discendere al Niente pel mio sentiere umano,
ma avere te per mano, o dolcesorridente!

Cos dicevo senza parola. E l'altra intanto
vedevo: triste accanto a quell'adolescenza!

Da troppo tempo bella, non pi bella tra poco
colei che vide al gioco la bimba Graziella.

Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
d'un fiore che disfiora, e non avr domani.

Sotto l'aperto cielo, presso l'adolescente
come terribilmente m'apparve lo sfacelo!

Nulla fu pi sinistro che la bocca vermiglia
troppo, le tinte ciglia e l'opera del bistro

intorno all'occhio stanco, la piega di quei labri,
l'inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,

gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
in altro tempo belli d'un bel biondo sereno.

Da troppo tempo bella, non pi bella tra poco,
colei che vide al gioco la bimba Graziella.

- O mio cuore che valse la luce mattutina
raggiante sulla china tutte le strade false?

Cuore che non fioristi,  vano che t'affretti
verso miraggi schietti in orti meno tristi;

tu senti che non giova all'uomo soffermarsi,
gettare i sogni sparsi, per una vita nuova.

Discenderai al niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolcesorridente,

ma l'altro beveraggio avrai fino alla morte:
il tempo  gi pi forte di tutto il tuo coraggio. -

Queste pensavo cose, guidando nell'ascesa
la bicicletta accesa d'un gran mazzo di rose.


III.

Erano folti intorno gli abeti nell'assalto
dei greppi fino all'alto nevaio disadorno.

I greggi, sparsi a picco, in lenti beli e mugli
brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;

e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.

Lungi i pensieri foschi! Se non verr l'amore
che importa? Giunge al cuore il buono odor dei boschi.

Di quali aromi opimo odore non si sa:
di resina? di timo? o di serenit?...


IV.

Sostammo accanto a un prato e la Signora, china,
baci la Signorina, ridendo nel commiato.

Bada che aspetter, che aspetteremo te;
si prenda un po' di the, si cicaleccia un po'...

Verr, Signora; grazie! Dalle mie mani, in fretta,
tolse la bicicletta. E non mi disse grazie.

Non mi parl. D'un balzo sal, prese l'avvio;
la macchina il frusco ebbe d'un piede scalzo,

d'un batter d'ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d'alato volgente con le rote.

Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d'alabastro, scendeva nella valle.

Signora!... Arrivederla!... grid di lungi, ai venti.
Di lungi ebbero i denti un balenio di perla.

Tra la verzura folta disparve, apparve ancora.
Ancor si ud: ...Signora!.... E fu l'ultima volta.

Grazi  scomparsa. Vola - dove? -  la bicicletta...
Amica, e non m'ha detto una parola sola!

Te ne duole? - Chi sa! - Fu taciturna, amore,
per te, come il Dolore... - O la Felicit!...



Elogio degli amori ancillari

I.

Allor che viene con novelle sue,
ghermir mi piace l'agile fantesca
che secretaria antica  fra noi due.

M'accende il riso della bocca fresca,
l'attesa vana, il motto arguto, l'ora,
e il profumo d'istoria boccaccesca...

Ella m'irride, si dibatte, implora,
invoca in nome della sua padrona:
Ah! Che vergogna! Povera Signora!

Ah! Povera Signora!... E si abbandona.


II.

Gaie figure di decamerone
le cameriste dan, senza tormento,
pi sana volutt che le padrone.

Non la scaltrezza del martirio lento,
non da morbosit polsi riarsi,
e non il tedioso sentimento

che fa le notti lunghe e i sonni scarsi,
non dopo volutt l'anima triste:
ma un pi sereno e maschio sollazzarsi.

Lodo l'amore delle cameriste!



Il gioco del silenzio

Non so se veramente fu vissuto
quel giorno della prima primavera.
Ricordo - o sogno? - un prato di velluto,
ricordo - o sogno? - un cielo che si annera,
e il tuo sgomento e i lampi e la bufera
livida sul paese sconosciuto...

Poi la cascina rustica sul colle
e la corsa e le grida e la massaia
e il rifugio notturno e l'ora folle
e te giuliva come una crestaia,
e l'aurora ed i canti in mezzo all'aia
e il ritorno in un velo di corolle...

- Parla! - Salivi per la bella strada
primaverile, tra pescheti rosa,
mandorli bianchi, molli di rugiada...
- Parla! - Tacevi, rigida pensosa
della cosa carpita, della cosa
che accade e non si sa mai come accada...

- Parla! - seguivo l'odorosa traccia
della tua gonna... Tutto rivedo
quel tuo sottile corpo di cinedo,
quella tua muta corrugata faccia
che par sogni l'inganno od il congedo
e che piacere a me par che le spiaccia...

E ancor mi negasti la tua voce
in treno. Supplicai, chino rimasi
su te, nel rombo ritmico e veloce...
Ti scossi, ti parlai con rudi frasi,
ti feci male, ti percossi quasi,
e ancora mi negasti la tua voce.

Giocosa amica, il Tempo vola, invola
ogni promessa. Dissip coi baci
le tue parole tenere fugaci...
Non quel silenzio. Nel ricordo, sola
rest la bocca che non di parola,
la bocca che tacendo disse: Taci!...



Il buon compagno

Non fu l'Amore, no. Furono i sensi
curiosi di noi, nati pel culto
del sogno... E l'atto rapido, inconsulto
ci parve fonte di misteri immensi.

Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi
l'ultimo bacio e l'ultimo sussulto,
non udii che quell'arido singulto
di te, perduta nei capelli densi.

E fu vano accostare i nostri cuori
gi riarsi dal sogno e dal pensiero;
Amor non lega troppo eguali tempre.

Scenda l'oblio; immuni da languori
si prosegua pi forti pel sentiero,
buoni compagni ed alleati: sempre.



Invernale

...cri...i...i...i...icch...
                                l'incrinatura
il ghiaccio rabesc, stridula e viva.
A riva! Ognuno guadagn la riva
disertando la crosta malsicura.
A riva! A riva!... Un soffio di paura
disperse la brigata fuggitiva.

Resta! Ella chiuse il mio braccio conserto,
le sue dita intrecci, vivi legami,
alle mie dita. Resta, se tu m'ami!
E sullo specchio subdolo e deserto
soli restammo, in largo volo aperto,
ebbri d'immensit, sordi ai richiami.

Fatto lieve cos come uno spetro,
senza passato pi, senza ricordo,
m'abbandonai con lei, nel folle accordo,
di larghe rote disegnando il vetro.
Dall'orlo il ghiaccio fece cricch, pi tetro...
dall'orlo il ghiaccio fece cricch, pi sordo...

Rabbrividii cos, come chi ascolti
lo stridulo sogghigno della Morte,
e mi chinai, con le pupille assorte,
e trasparire vidi i nostri volti
gi risupini lividi sepolti...
Dall'orlo il ghiaccio fece cricch, pi forte...

Oh! Come, come, a quelle dita avvinto,
rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!
O voce imperiosa dell'istinto!
O volutt di vivere infinita!
Le dita liberai da quelle dita,
e guadagnai la ripa, ansante, vinto...

Ella solo rest, sorda al suo nome,
rotando a lungo, nel suo regno solo.
Le piacque, alfine, ritoccare il suolo;
e ridendo approd, sfatta le chiome,
e bella ardita palpitante come
la procellaria che raccoglie il volo.

Non curante l'affanno e le riprese
dello stuolo gaietto femminile,
mi cerc, mi raggiunse tra le file
degli amici con ridere cortese:
Signor mio caro grazie! E mi protese
la mano breve, sibilando: Vile!.



L'assenza

Un bacio. Ed  lungi. Dispare
gi in fondo, l dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi
vestiva il bell'abito grigio:
rivedo l'uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio...

Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
pi triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l'estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio...

L'azzurro infinito del giorno
 come seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna gi pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d'acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore...

E non son triste. Ma sono
stupito se guardo il giardino...
stupito di che? non  mi sono
sentito mai tanto bambino...

Stupito di che? Delle cose.
I fiori mi paiono strani:
Ci sono pur sempre le rose,
ci sono pur sempre i gerani...



Convito

I.

M' dolce cosa nel tramonto, chino
sopra gli alari dalle braci roche,
m' dolce cosa convitar le poche
donne che mi sorrisero in cammino.


II.

Trasumanate gi, senza persone,
sorgono tutte... E quelle pi lontane,
e le compagne di speranze buone
e le piccole, ancora, e le pi vane:
mime crestaie fanti cortigiane
argute come in un decamerone...

Tra le faville e il crepitio dei ceppi
sorgono tutte, pallida falange...
Amore no! Amore no! Non seppi
il vero Amor per cui si ride e piange:
Amore non mi tanse e non mi tange;
invano m'offersi alle catene e ai ceppi.

O non amate che mi amaste, a Lui
invan proffersi il cuor che non si appaga.
Amor non mi piag di quella piaga
che mi parve dolcissima in altrui...
A quale gelo condannato fui?
Non varr succo d'erbe o l'arte maga?


III.

- Un maleficio fu dalla tua culla,
n varr l'arte maga, o sognatore!
Fino alla tomba il tuo gelido cuore
porterai con la tua sete fanciulla,
fanciullo triste che sapesti nulla,
ch ben sa nulla chi non sa l'Amore.

Una ti bacier con la sua bocca,
sforzando il chiuso cuore che resiste;
e quell'una verr, fratello triste,
forse l'uscio picchi con la sua nocca,
forse alle spalle gi ti sta, ti tocca;
gi ti cinge di sue chiome non viste...

Si dilegua con occhi di sorella
indi ciascuna. E si riprende il cuore.

Fratello triste, cui ment l'Amore,
che non ti menta l'altra cosa bella!



ALLE SOGLIE


Alle soglie

I.

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che  tanto felice d'esistere al mondo,

pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori
sovente qualcuno che picchia, che picchia... Sono i dottori.

Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni,
m'auscultano con gli ordegni il petto davanti e di dietro.

E sentono chi sa quali tarli i vecchi saputi... A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli..

Appena un lieve sussulto all'apice... qui... la clavicola...
E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.

Nutrirsi... non fare pi versi... nessuna notte pi insonne...
non pi sigarette... non donne... tentare bei cieli pi tersi:

Nervi... Rapallo... San Remo... cacciare la malinconia;
e se permette faremo qualche radioscopia...


II.

O cuore non forse che avvisi solcarti, con grande paura,
la casa ben chiusa ed oscura, di gelidi raggi improvvisi?

Un fluido investe il torace, frugando il men peggio e il peggiore,
trascorre, e senza dolore disegna su sfondo di brace

e l'ossa e gli organi grami, al modo che un lampo nel fosco
disegna il profilo d'un bosco, coi minimi intrichi dei rami.

E vedon chi sa quali tarli i vecchi saputi... A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non fosse mestiere pagarli.


III.

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che  tanto felice d'esistere al mondo,

mio cuore dubito forte - ma per te solo m'accora -
che venga quella Signora dall'uomo detta la Morte.

(Dall'uomo: ch l'acqua la pietra l'erba l'insetto l'aedo
le danno un nome, che, credo, esprima un cosa non tetra.)

 una Signora vestita di nulla e che non ha forma.
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.

Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.

Ti svegli dagli incubi innocui, diverso ti senti, lontano;
n pi ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.

Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio,
sereno come uno sposo e placido come un novizio.



Il pi atto

Adolescente forte, quadre le spalle e il busto,
irride al mio tramonto con chiari occhi sereni;
sdegna i pensieri torpidi, gli studi vani, i freni;
tempra in cimenti rudi il bel corpo robusto.

Il ramo  che rallevi gi sullo stesso fusto
accanto al ramo spoglio, Morte che sopravvieni...
A lui vada la vita! A lui le rose, i beni,
le donne ed i piaceri! Madre Natura,  giusto.

Ed egli sia quell'uno felice che io non fui!
Questa speranza non m'addolcir lo strazio
del Nulla... Sulle soglie del Tempo e dello Spazio
 pur dolce conforto rivivere in altrui.

Senza querele, o Morte, discendo ai regni bui;
di ci che tu mi desti, o Vita, io ti ringrazio.
Sorrido al mio fratello... Poi, rassegnato e sazio,
a lui cedo la coppa. E gi mi sento lui.



Salvezza

Vivere cinque ore?
Vivere cinque et?...
Benedetto il sopore
che m'addormenter...

Ho goduto il risveglio
dell'anima leggiera:
meglio dormire, meglio
prima della mia sera.

Poi che non ha ritorno
il riso mattutino.
La bellezza del giorno
 tutta nel mattino.



Paolo e Virginia

I figli dell'infortunio

                        Amanti, miserere
                        miserere di questa mia giocosa
                        aridit larvata di chimere!

I.

Io fui Paolo gi. Troppo mi scuote
il nome di Virginia. Ebbro e commosso
leggo il volume senza fine amaro;
chino su quelle pagine remote
rivivo tempi gi vissuti e posso
piangere (ancora!) come uno scolaro...
Splende nel sogno chiaro
l'isola dove nacqui e dove amai;
rivedo gli orizzonti immaginari
e favolosi come gli scenari,
la rada calma dove i marinai
trafficavano spezie e legni rari...
Virginia ride al limite del bosco
e trepida saluta...
Risorge chiara dal passato fosco
la patria perduta
che non conobbi mai, che riconosco...


II.

O soave contrada! O palme somme
erette verso il cielo come dardi,
flabelli verdi sibilanti ai venti!
Alberi delle manne e delle gomme,
ebani cupi, sandali gagliardi,
liane contorte, felci arborescenti!
Virginia, ti rammenti
di quella sempiterna primavera?
Rammenti i campi d'indaco e di the,
e le Missioni e il Padre e il Vicer,
quel Tropico rammenti, di maniera,
un poco falso, come piace a me?...
Ti rammenti il colore
del Settecento esotico, l'odore
di pace, filtro di non so che frutto
e di non so che fiore,
il filtro che dismemora di tutto?...


III.

Ti chiamavo sorella, mi chiamavi
fratello. Tutto favoriva intorno
le nostre adolescenze ignare e belle.
Era la vita semplice degli avi,
la vita delle origini, il Ritorno
sognato da Gian Giacomo ribelle.
Di tutto ignari: delle
Scienze e dell'Indagine che prostra
e della Storia, favola mentita,
abitavamo l'isola romita
senz'altro dove che la terra nostra
senz'altro quando che la nostra vita.
Le dolci madri a sera
c'insegnavano il Bene, la Piet.
la Fede unica e vera;
e lenti innalzavamo la preghiera
al Padre Nostro che nei cieli sta...


IV.

Seduti in coro, nelle sere calme,
seguivamo i pirfori che ardeano
nella verzura dell'Eremitaggio;
fra i dolci intercolunni delle palme
scintillava la Luna sull'oceano,
giungeva un canto flebile e selvaggio...
Tra noi sedeva il Saggio
e ci ammoniva con forbiti esempi
ispirati da Omero e da Virgilio...
L'isola si chiam per suo consiglio
secondo la retorica dei tempi:
Rivo dell'Amist, Colle del Giglio,
Fonte dei Casti Accenti...
Era il tempo dei Nestori morali,
dei saggi ammonimenti,
era il tempo dei buoni sentimenti,
delle virt, dei semplici ideali.


V.

Immuni dalla gara che divampa
nel triste mondo, crescevamo paghi
dei beni della rete e della freccia;
belli e felici come in una stampa
del tuo romanzo, correvamo i laghi
nella svelta piroga di corteccia;
sull'ora boschereccia
numeravamo l'ora il giorno l'anno:
- Quanti anni avrete poi? - Quanti n'avranno
quei due palmizi dispari, alle soglie...
- Verrete? - Quando i manghi fioriranno...
- Sorella, gi si chiudono le foglie,
trema la prima stella...
- Il sicomoro ha l'ombra alle radici:
 mezzod, sorella...
Era la nostra vita come quella
dei Fauni e delle Driadi felici.


VI.

Ma giunse l'ora che non ha conforto.
Seco ti volle nei suoi feudi vasti
la zia di Francia, perfida in vedetta.
Il Vicer ti fece trarre al porto
dalle sue genti barbare! E lasciasti
lacrimando la terra benedetta,
ogni cosa diletta
pi caramente, per la nave errante!
Solo, malcerto della mia sciagura,
vissi coi negri e le due madri affrante;
ti chiamavo; nei sassi e nelle piante
rivedevo la tua bianca figura
che non avrei rivista...
E volse l'anno disperato... Un giorno
il buon Padre Battista
annunci la tua fuga e il tuo ritorno,
ed una nave, il San Germano, in vista!


VII.

Folle di gioia, con le madri in festa,
scesi alla rada: - Giunge la mia sposa,
ritorna a me Virginia mia fedele!...
Or ecco sollevarsi la Tempesta,
una tempesta bella e artificiosa
come il Diluvio delle vecchie tele.
Appaiono le vele
del San Germano al balenar frequente,
stridono procellarie gemebonde,
albtri cupi. Il mare si confonde
col cielo apocalittico. La gente
guata la nave tra il furor dell'onde.
Tutto l'Oceano Indiano
ribolle spaventoso, ulula, scroscia,
ma sul fragore si alza un grido umano
terribile d'angosca:
- Virginia  l! Salvate il San Germano!... -


VIII.

Il San Germano affonda. I marinai
tentano indarno il salvataggio. Tutti
balzano in mare, da che vana  l'arte.
Rotto ha la nave contro i polipai,
sovra coperta gi fremono i flutti,
spezza il vento governi alberi sarte...
Virginia ecco in disparte
pallida e sola!... Un marinaio nudo
tenta svestirla e seco darsi all'onda;
si rifiuta Virginia pudibonda
(retorica del tempo!) e si fa scudo
delle due mani... Il San Germano affonda;
il San Germano affonda... Un sciabordare
ultimo, cupo, mozzo:
e non rivedo al chiaro balenare
la nave!... Il mio singhiozzo
disperde il vasto singhiozzar del mare.


IX.

Era l'alba e il tuo bel corpo travolto
stava tra l'alghe e le meduse attorte,
placido come in placido sopore.
Muto mi reclinai sopra quel volto
dove gi le viole della morte
mescevansi alle rose del pudore...
Disperato dolore!
Dolore senza grido e senza pianto!
Morta giacevi col tuo sogno intatto,
tornavi morta a chi t'amava tanto!
Nella destra chiudevi il mio ritratto,
con la manca premevi il cuore infranto...
- Virginia! O sogni miei!
Virginia! - E ti chiamai, con occhi fissi...
- Virginia! Amore che ritorni e sei
la Morte! Amore... Morte... - E pi non dissi.


X.

Morii d'amore. Oggi rinacqui e vivo,
ma pi non amo. Il mio sogno  distrutto
per sempre e il cuore non fiorisce pi.
E chiamo invano Amore fuggitivo,
invano piange questa Musa a lutto
che porta il lutto a tutto ci che fu.
Il mio cuore  laggi,
morto con te, nell'isola fiorente,
dove i palmizi gemono sommessi
lungo la Baia della Fede Ardente...
Ah! Se potessi amare! Ah! Se potessi
amare, canterei s novamente!
Ma l'anima corrosa
sogghigna nelle sue gelide sere...
Amanti! Miserere,
miserere di questa mia giocosa
aridit larvata di chimere!



La signorina Felicita ovvero la Felicit

                        10 luglio: Santa Felicita.

I.

Signorina Felicita, a quest'ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita,  il tuo giorno!
A quest'ora che fai? Tosti il caff:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all'avvocato che non fa ritorno?
E l'avvocato  qui: che pensa a te.

Pensa i bei giorni d'un autunno addietro,
Vill'Amarena a sommo dell'ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l'orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa...

Vill'Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vest da contadina.

Bell'edificio triste inabitato!
Grate panciute, logore, contorte!
Silenzio! Fuga dalle stanze morte!
Odore d'ombra! Odore di passato!
Odore d'abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!

Ercole furibondo ed il Centauro,
le gesta dell'eroe navigatore,
Fetonte e il Po, lo sventurato amore
d'Arianna, Minosse, il Minotauro,
Dafne rincorsa, trasmutata in lauro
tra le braccia del Nume ghermitore...

Penso l'arredo - che malinconia! -
penso l'arredo squallido e severo,
antico e nuovo: la pirografia
sui divani corinzi dell'Impero,
la cartolina della Bella Otero
alle specchiere... Che malinconia!

Antica suppellettile forbita!
Armadi immensi pieni di lenzuola
che tu rammendi pazente... Avita
semplicit che l'anima consola,
semplicit dove tu vivi sola
con tuo padre la tua semplice vita!


II.

Quel tuo buon padre - in fama d'usuraio -
quasi bifolco, m'accoglieva senza
inquietarsi della mia frequenza,
mi parlava dell'uve e del massaio,
mi confidava certo antico guaio
notarile, con somma deferenza.

Senta, avvocato... E mi traeva inqueto
nel salone, talvolta, con un atto
che leggeva lentissimo, in segreto.
Io l'ascoltavo docile, distratto
da quell'odor d'inchiostro putrefatto,
da quel disegno strano del tappeto,

da quel salone buio e troppo vasto...
...la Marchesa fugg... Le spese cieche...
da quel parato a ghirlandette, a greche...
dell'ottocento e dieci, ma il catasto...
da quel tic-tac dell'orologio guasto...
...l'ipotecario  morto, e l'ipoteche...

Capiva poi che non capivo niente
e sbigottiva: Ma l'ipotecario
 morto,  morto!!.... - E se l'ipotecario
 morto, allora... Fortunatamente
tu comparivi tutta sorridente:
Ecco il nostro malato immaginario!.


III.

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di belt fiamminga...

E rivedo la tua bocca vermiglia
cos larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia...

Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e pi d'ogni conquista cittadina
mi lusing quel tuo voler piacermi!

Ogni giorno salivo alla tua volta
pel soleggiato ripido sentiero.
Il farmacista non pens davvero
un'amicizia cos bene accolta,
quando ti present la prima volta
l'ignoto villeggiante forestiero.

Talora - gi la mensa era imbandita -
mi trattenevi a cena. Era una cena
d'altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita...

Per la partita, verso ventun'ore
giungeva tutto l'inclito collegio
politico locale: il molto Regio
Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
ma - poich trasognato giocatore -
quei signori m'avevano in dispregio...

M'era pi dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d'aglio di cedrina...

Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi,
rigovernava lentamente ed io,
gi smarrito nei sogni pi diversi,
accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell'acciottolio.

Sotto l'immensa cappa del camino
(in me rivive l'anima d'un cuoco
forse...) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d'un grillo canterino
mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio e il mio destino...

Vedevo questa vita che m'avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell'altra stanza.


IV.

Bellezza riposata dei solai
dove il rifiuto secolare dorme!
In quella tomba, tra le vane forme
di ci che  stato e non sar pi mai,
bianca bella cos che sussultai,
la Dama apparve nella tela enorme:

 quella che lasci, per infortuni,
la casa al nonno di mio nonno... E noi
la confinammo nel solaio, poi
che porta pena... L'han veduta alcuni
lasciare il quadro; in certi noviluni
si ode il suo passo lungo i corridoi....

Il nostro passo diffondeva l'eco
tra quei rottami del passato vano,
e la Marchesa dal profilo greco,
altocinta, l'un piede ignudo in mano,
si riposava all'ombra d'uno speco
arcade, sotto un bel cielo pagano.

Intorno a quella che rideva illusa
nel ricco peplo, e che mor di fame,
v'era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, cos caro alla mia Musa!

Tra i materassi logori e le ceste
v'erano stampe di persone egregie;
incoronato dalle frondi regie
v'era Torquato nei giardini d'Este.
Avvocato, perch su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliege?

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oim! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell'Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!

Allora, quasi a voce che richiama,
esplorai la pianura autunnale
dall'abbaino secentista, ovale,
a telaietti fitti, ove la trama
del vetro deformava il panorama
come un antico smalto innaturale.

Non vero (e bello) come in uno smalto
a zone quadre, apparve il Canavese:
Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso ed alto.

Ecco - pensavo - questa  l'Amarena,
ma laggi, oltre i colli dilettosi,
c' il Mondo: quella cosa tutta piena
di lotte e di commerci turbinosi,
la cosa tutta piena di quei cosi
con due gambe che fanno tanta pena...

L'Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere
vane, divisi e suddivisi a schiere
opposte, intesi all'odio e alle percosse:
cos come ci son formiche rosse,
cos come ci son formiche nere...

Schierati al sole o all'ombra della Croce,
tutti travolge il turbine dell'oro;
o Musa - oim! - che pu giovare loro
il ritmo della mia piccola voce?
Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell'oro, dell'alloro...

L'alloro... Oh! Bimbo semplice che fui,
dal cuore in mano e dalla fronte alta!
Oggi l'alloro  premio di colui
che tra clangor di buccine si esalta,
che sale cerretano alla ribalta
per far di s favoleggiar altrui...

Avvocato, non parla: che cosi ha?
Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla citt...
Sarebbe dolce restar qui, con Lei!...
Qui, nel solaio?... - Per l'eternit!
Per sempre? Accetterebbe?... - Accetterei!

Tacqui. Scorgevo un atropo soletto
e prigioniero. Stavasi in riposo
alla parete: il segno spaventoso
chiuso tra l'ali ripiegate a tetto.
Come lo vellicai sul corsaletto
si libr con un ronzo lamentoso.

Che ronzo triste! -  la Marchesa in pianto...
La Dannata sar che porta pena...
Nulla si udiva che la sfinge in pena
e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:
O mio carino tu mi piaci tanto,
siccome piace al mar una sirena...

Un richiamo si alz, querulo e rco:
 Maddalena inqueta che si tardi:
scendiamo;  l'ora della cena!. - Guardi,
guardi il tramonto, l... Com' di fuoco!...
Restiamo ancora un poco! - Andiamo,  tardi!
Signorina, restiamo ancora un poco!...

Le fronti al vetro, chini sulla piana,
seguimmo i neri pippistrelli, a frotte;
giunse col vento un ritmo di campana,
disparve il sole fra le nubi rotte;
a poco a poco si annunci la notte
sulla serenit canavesana...

Una stella!... - Tre stelle!... - Quattro stelle!...
Cinque stelle! - Non sembra di sognare?...
Ma ti levasti su quasi ribelle
alla perplessit crepuscolare:
Scendiamo!  tardi: possono pensare
che noi si faccia cose poco belle...


V.

Ozi beati a mezzo la giornata,
nel parco dei marchesi, ove la traccia
restava appena dell'et passata!
Le Stagioni camuse e senza braccia,
fra mucchi di letame e di vinaccia,
dominavano i porri e l'insalata.

L'insalata, i legumi produttivi
deridevano il busso delle aiole;
volavano le pieridi nel sole
e le cetonie e i bombi fuggitivi...
Io ti parlavo, piano, e tu cucivi
innebriata dalle mie parole.

Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
terminare la vita che m'avanzi
tra questo verde e questo lino bianco!
Se Lei sapesse come sono stanco
delle donne rifatte sui romanzi!

Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dilegu, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
mai non comparve sul mio cielo grigio
quell'aurora che dicono: l'Amore...

Tu mi fissavi... Nei begli occhi fissi
leggevo uno sgomento indefinito;
le mani ti cercai, sopra il cucito,
e te le strinsi lungamente, e dissi:
Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?.

Perch mi fa tali discorsi vani?
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!...
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia, come fa la scolaretta.

Ma, nel chinarmi su di te, m'accorsi
che sussultavi come chi singhiozza
veramente, n sa pi ricomporsi:
mi parve udire la tua voce mozza
da gli ultimi singulti nella strozza:
Non mi ten...ga mai pi... tali dis...corsi!

Piange? E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l'orecchio, il collo snello...
Gi tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d'improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.

Donna: mistero senza fine bello!


VI.

Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e pi d'ogni conquista cittadina
mi lusing quel tuo voler piacermi!

Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l'aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte...

Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
s, mi vergogno d'essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t'han detto che la Terra  tonda,
ma tu non credi... E non mediti Nietzsche...
Mi piaci. Mi faresti pi felice
d'un'intellettuale gemebonda...

Tu ignori questo male che si apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piace. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio pi essere io!
Non pi l'esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista...

Ed io non voglio pi essere io!


VII.

Il farmacista nella farmacia
m'elogiava un farmaco sagace:
Vedr che dorme le sue notti in pace:
un sonnifero d'oro, in fede mia!
Narrava, intanto, certa gelosia
con non so che loquacit mordace.

Ma c' il notaio pazzo di quell'oca!
Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!
La Signorina  brutta, senza seno,
volgaruccia, Lei sa, come una cuoca...
E la dote... la dote  poca, poca:
diecimila, chi sa, forse nemmeno...

Ma dunque? - C' il notaio furibondo
con Lei, con me che volli presentarla
a Lei; non mi saluta, non mi parla...
 geloso? - Geloso! Un finimondo!...
Pettegolezzi!... - Ma non Le nascondo
che temo, temo qualche brutta ciarla...

Non tema! Parto. - Parte? E va lontana?
Molto lontano... Vede, cade a mezzo
ogni motivo di pettegolezzo...
Davvero parte? Quando? - In settimana...
Ed uscii dall'odor d'ipecacuana
nel plenilunio settembrino, al rezzo.

Andai vagando nel silenzio amico,
triste perduto come un mendicante.
Mezzanotte scocc, lenta, rombante
su quel dolce paese che non dico.
La Luna sopra il campanile antico
pareva un punto sopra un I gigante.

In molti mesti e pochi sogni lieti,
solo pellegrinai col mio rimpianto
fra le siepi, le vigne, i castagneti
quasi d'argento fatti nell'incanto;
e al cancello sostai del camposanto
come si usa nei libri dei poeti.

Voi che posate gi sull'altra riva,
immuni dalla gioia, dallo strazio,
parlate, o morti, al pellegrino sazio!
Giova guarire? Giova che si viva?
O meglio giova l'Ospite furtiva
che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?

A lungo meditai, senza ritrarre
la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno
si udiva il grido delle strigi alterno...
La Luna, prigioniera fra le sbarre,
imitava con sue luci bizzarre
gli amanti che si baciano in eterno.

Bacio lunare, fra le nubi chiare
come di moda settant'anni fa!
Ecco la Morte e la Felicit!
L'una m'incalza quando l'altra appare;
quella m'esilia in terra d'oltremare,
questa promette il bene che sar...


VIII.

Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell'estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti gi spogli, tra i pendii
gi trapunti da bei colchici lilla.

Forse vedendo il bel fiore malvagio
che i fiori uccide e semina le brume,
le rondini addestravano le piume
al primo volo, timido, randagio;
e a me randagio parve buon presagio
accompagnarmi loro nel costume.

Vaggio con le rondini stamane...
Dove andr? - Dove andr? Non so... Vaggio,
vaggio per fuggire altro vaggio...
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell'Atlantico selvaggio...

Signorina, si io torni d'oltremare,
non sar d'altri gi? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salir l'altare?
E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro.

Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette,
coi nomi e con la data memoranda:
trenta settembre novecentosette...
Io non sorrisi. L'animo godette
quel romantico gesto d'educanda.

Le rondini garrivano assordanti,
garrivano garrivano parole
d'addio, guizzando ratte come spole,
incitando le piccole migranti...
Tu seguivi gli stormi lontananti
ad uno ad uno per le vie del sole...

Un altro stormo si alza!... - Ecco si avvia!
Sono partite... - E non le salut!...
Lei devo salutare, quelle no:
quelle terranno la mia stessa via:
in un palmeto della Barberia
tra pochi giorni le ritrover...

Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d'altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine...

M'apparisti cos come in un cantico
del Prati, lacrimante l'abbandono
per l'isole perdute nell'Atlantico;
ed io fui l'uomo d'altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico...

Quello che fingo d'essere e non sono!



L'amica di nonna Speranza

                                       28 giugno 1850
                                 ...alla sua Speranza
                                  la sua Carlotta...
              (dall'album: dedica d'una fotografia)

I.

Loreto impagliato ed il busto d'Alfieri, di Napoleone
i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto),

il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti,
i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
gli oggetti col monito, salve, ricordo, le noci di
cocco,

Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po' scialbi,
le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici,

le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
i dagherottpi: figure sognanti in perplessit,

il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,

il ccu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco
chrmisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!


II.

I fratellini alla sala quest'oggi non possono accedere
che cauti (hanno tolte le fodere ai mobili.  giorno di gala).

Ma quelli v'irrompono in frotta.  giunta,  giunta in vacanza
la grande sorella Speranza con la compagna Carlotta.

Ha diciassett'anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso:
da poco hanno avuto il permesso d'aggiungere un cerchio alla
gonna,

il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine.
Pi snella da la crinoline emerge la vita di vespa.

Entrambe hanno uno scialle ad arancie a fiori a uccelli a
ghirlande;
divisi i capelli in due bande scendenti a mezzo le guance.

Han fatto l'esame pi egregio di tutta la classe. Che affanno
passato terribile! Hanno lasciato per sempre il collegio.

Silenzio, bambini! Le amiche - bambini, fate pian piano! -
le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche.

Motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto
di Arcangelo del Leto e d'Alessandro Scarlatti.

Innamorati dispersi, gementi il core e l'augello,
languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi:

        ...
        ...caro mio ben
        credimi almen!
        senza di te
        languisce il cor!
        Il tuo fedel
        sospira ognor,
        cessa crudel
        tanto rigor!
        ...

Carlotta canta. Speranza suona. Dolce e fiorita
si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita.

O musica. Lieve sussurro! E gi nell'animo ascoso
d'ognuna sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro,

lo sposo dei sogni sognati... O margherite in collegio
sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati!


III.

Giungeva lo Zio, signore virtuoso, di molto riguardo,
ligio al Passato, al Lombardo-Veneto, all'Imperatore;

giungeva la Zia, ben degna consorte, molto dabbene,
ligia al passato, sebbene amante del Re di Sardegna...

Baciate la mano alli Zii! - dicevano il Babbo e la Mamma,
e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii.

E questa  l'amica in vacanza: madamigella Carlotta
Capenna: l'alunna pi dotta, l'amica pi cara a Speranza.

Ma bene... ma bene... ma bene... - diceva gesuitico e tardo
lo Zio di molto riguardo Ma bene... ma bene... ma bene...

Capenna? Conobbi un Arturo Capenna... Capenna... Capenna...
Sicuro! Alla Corte di Vienna! Sicuro... sicuro... sicuro...

Gradiscono un po' di moscato? Signora sorella magari...
E con un sorriso pacato sedevano in bei conversari.

...ma la Brambilla non seppe... -  pingue gi per
lErnani...
La Scala non ha pi soprani... - Che vena quel Verdi...
Giuseppe!...

...nel marzo avremo un lavoro alla Fenice, m'han detto,
nuovissimo: il Rigoletto. Si parla d'un capolavoro.

...Azzurri si portano o grigi? - E questi orecchini? Che bei
rubini! E questi cammei... - la gran novit di Parigi...

...Radetzki? Ma che? L'armistizio... la pace, la pace che
regna...
...quel giovine Re di Sardegna  uomo di molto giudizio!

 certo uno spirito insonne, e forte e vigile e scaltro...
 bello? - Non bello: tutt'altro. - Gli piacciono molto le
donne...

Speranza! (chinavansi piano, in tono un po' sibillino)
Carlotta! Scendete in giardino: andate a giocare al volano!

Allora le amiche serene lasciavano con un perfetto
inchino di molto rispetto gli Zii molto dabbene.


IV.

Oim! che giocando un volano, troppo respinto all'assalto,
non pi ridiscese dall'alto dei rami d'un ippocastano!

Si inchinano sui balaustri le amiche e guardano il Lago
sognando l'amore presago nei loro bei sogni trilustri.

Ah! se tu vedessi che bei denti! - Quant'anni?... -
Vent'otto.
Poeta? - Frequenta il salotto della Contessa Maffei!

Non vuole morire, non langue il giorno. Si accende pi ancora
di porpora: come un'aurora stigmatizzata di sangue;

si spenge infine, ma lento. I monti si abbrunano in coro:
il Sole si sveste dell'oro, la Luna si veste d'argento.

Romantica Luna fra un nimbo leggiero, che baci le chiome
dei pioppi, arcata siccome un sopracciglio di bimbo,

il sogno di tutto un passato nella tua curva si accampa:
non sorta sei da una stampa del Novelliere Illustrato?

Vedesti le case deserte di Parisina la bella?
Non forse non forse sei quella amata dal giovine Werther?

...mah! Sogni di l da venire! - Il Lago si  fatto pi denso
di stelle - ...che pensi? - ...Non penso. - ...Ti piacerebbe
morire?

S! - Pare che il cielo riveli pi stelle nell'acqua e pi
lustri.
Inchnati sui balaustri: sognamo cos, tra due cieli...

Son come sospesa! Mi libro nell'alto... - Conosce Mazzini...
- E l'ami?... - Che versi divini! - Fu lui a donarmi quel
libro,

ricordi? che narra siccome, amando senza fortuna,
un tale si uccida per una, per una che aveva il mio nome.


V.

Carlotta! nome non fine, ma dolce che come l'essenze
risusciti le diligenze, lo scialle, le crinoline...

Amica di Nonna, conosco le aiuole per ove leggesti
i casi di Jacopo mesti nel tenero libro del Foscolo.

Ti fisso nell'albo con tanta tristezza, ov' di tuo pugno
la data: vent'otto di Giugno del mille ottocento cinquanta.

Stai come rapita in un cantico: lo sguardo al cielo profondo
e l'indice al labbro, secondo l'atteggiamento romantico.

Quel giorno - malinconia - vestivi un abito rosa,
per farti - novissima cosa! - ritrarre in fotografia...

Ma te non rivedo nel fiore, amica di Nonna! Ove sei
o sola che, forse, potrei amare, amare d'amore?



Cocotte

I.

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto...


II.

Piccolino, che fai solo soletto?
Sto giocando al Diluvio Universale.

Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chin come chi abbia
fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baci di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre che io viva rivedr l'incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serr con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!

Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate l?
S... vedi la mia mamma e il mio Pap?
Subito mi lasci, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai pi tardi)
un vano sogno di maternit...

Una cocotte!...
        Che vuol dire, mammina?
Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d'ovo e di gallina...

Pensavo deit favoleggiate:
i naviganti e l'Isole Felici...
Co-co-tte... le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate...
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!


III.

Un giorno - giorni dopo - mi chiam
tra le sbarre fiorite di verbene:
O piccolino, non mi vuoi pi bene!...
 vero che tu sei una cocotte?
Perdutamente rise... E mi baci
con le pupille di tristezza piene.


IV.

Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent'anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso... Dove sei, cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere pi viva!)
la discesa terribile degli anni?

Oim! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico gi fa mala prova
l'ultimo amante disert l'alcova...
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d'un bacio e d'un confetto,
dopo vent'anni, oggi ti ritrova

in sogno, e t'ama, in sogno, e dice: T'amo!
Da quel mattino dell'infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t'aspetta, o creatura!

Vieni! Che importa se non sei pi quella
che mi baci quattrenne? Oggi t'agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifar bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno  nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state... Vedo la case, ecco le rose
del bel giardino di vent'anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia...
Vieni! T'accoglier l'anima sazia.
Fa che io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacier; rifiorir, nell'atto,
sulla tua bocca l'ultima tua grazia.

Vieni! Sar come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d'allora.
Il bimbo parler con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sar come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.



IL REDUCE


Tot Mermeni

I.

Col suo giardino incolto, le sale vaste, i bei
balconi secentisti guarniti di verzura,
la villa sembra tolta da certi versi miei,
sembra la villa-tipo, del Libro di Lettura...

Pensa migliori giorni la villa triste, pensa
gaie brigate sotto gli alberi centenari,
banchetti illustri nella sala da pranzo immensa
e danze nel salone spoglio da gli antiquari.

Ma dove in altri tempi giungeva Casa Ansaldo,
Casa Rattazzi, Casa d'Azeglio, Casa Oddone,
si arresta un'automobile fremendo e sobbalzando,
villosi forestieri picchiano la gorgne.

Si ode un latrato e un passo, si schiude cautamente
la porta... In quel silenzio di chiostro e di caserma
vive Tot Mermeni con una madre inferma,
una prozia canuta ed uno zio demente.


II.

Tot ha venticinque anni, tempra sdegnosa,
molta cultura e gusto in opere d'inchiostro,
scarso cervello, scarsa morale, spaventosa
chiaroveggenza:  il vero figlio del tempo nostro.

Non ricco, giunta l'ora di vender parolette
(il suo Petrarca!...) e farsi baratto o gazzettiere,
Tot scelse l'esilio. E in libert riflette
ai suoi trascorsi che sar bello tacere.

Non  cattivo. Manda soccorso di danaro
al povero, all'amico un cesto di primizie;
non  cattivo. A lui ricorre lo scolaro
pel tema, l'emigrante per le commendatizie.

Gelido, consapevole di s e dei suoi torti,
non  cattivo.  il buono che derideva il Nietzsche
...in verit derido l'inetto che si dice
buono, perch non ha l'ugne abbastanza forti...

Dopo lo studio grave, scende in giardino, gioca
coi suoi dolci compagni sull'erba che l'invita;
i suoi compagni sono: una ghiandaia rca,
un micio, una bertuccia che ha nome Makakita...


III.

La Vita si ritolse tutte le sue promesse.
Egli sogn per anni l'Amore che non venne,
sogn pel suo martirio attrici e principesse
ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne.

Quando la casa dorme, la giovinetta scalza,
fresca come una prugna al gelo mattutino,
giunge nella sua stanza, lo bacia in bocca, balza
su lui che la possiede, beato e resupino...


IV.

Tot non pu sentire. Un lento male indomo
inarid le fonti prime del sentimento;
l'analisi e il sofisma fecero di quest'uomo
ci che le fiamme fanno d'un edificio al vento.

Ma come le ruine che gi seppero il fuoco
esprimono i giaggioli dai bei vividi fiori,
quell'anima riarsa esprime a poco a poco
una fiorita d'esili versi consolatori...


V.

Cos Tot Mermeni, dopo tristi vicende,
quasi  felice. Alterna l'indagine e la rima.
Chiuso in se stesso, medita, si accresce, esplora, intende
la vita dello Spirito che non intese prima.

Perch la voce  poca, e l'arte prediletta
immensa, perch il Tempo - mentre che io parlo! - va,
Tot opra in disparte, sorride, e meglio aspetta.
E vive. Un giorno  nato. Un giorno morir.



Una risorta

I.

Chiesi di voi: nessuno
sa l'eremo profondo
di questo morto al mondo.
Son giunta! V'importuno?

No!... Sono un po' smarrito
per vanit: non oso
dirvi: Son vergognoso
del mio rude vestito.

Trovate il buon compagno
molto mutato, molto
rozzo, barbuto, incolto,
in giubba di fustagno!...

Oh! Guido! Tra di noi!
Pel mio dolce passato,
in giubba o in isparato
Voi siete sempre Voi...

Muta, come chi pensa
casi remoti e vani,
mi strinse le due mani
con tenerezza immensa.

E in quella famigliare
mitezza di sorella
forse intravidi quella
che avrei potuto amare.


II.

 come un sonno blando,
un ben senza tripudio;
leggo lavoro studio
ozio filosofando...

La mia vita  soave
oggi, senza perch;
levata si  da me
non so qual cosa grave...

Il Desiderio! Amico
il Desiderio ucciso
vi d questo sorriso
calmo di saggio antico...

Ah! Voi beato! Io
nel mio sogno errabondo
soffro di tutto il mondo
vasto che non  mio!

Ancor sogno un'aurora
che gli occhi miei non videro;
desidero, desidero
terribilmente ancora!...

Guardava i libri, i fiori,
la mia stanza modesta:
 la tua stanza questa?
Dov' che tu lavori?.

L, nel laboratorio
delle mie poche fedi...
Passammo tra gli arredi
di quel mondo illusorio.

Frusci nella cornice
severa la sottana,
pass quella mondana
grazia profanatrice...

E questi sali gialli
in questo vetro nero??
Medito un gran mistero:
l'amore dei cristalli.

Amano?!... - A certi segni
pare. Gi i saggi chini
cancellano i confini,
uniscono i Tre Regni.

Nel disco della lente
si apre l'ignoto abisso,
gi sotto l'occhio fisso
la pietra vive, sente...

Cadono i dogmi e l'uso
della Materia. In tutto
regna l'Essenza, in tutto
lo Spirito  diffuso...

Mi stava ad ascoltare
con le due mani al mento
maschio, lo sguardo intento
tra il vasto arco cigliare,

cos svelta di forme
nella guaina rosa,
la nera chioma ondosa
chiusa nel casco enorme.

Ed in quell'urna appesa
con quella fitta rete?
Dormono cento quete
crisalidi in attesa...

Fammi vedere... Oh! Strane!
Son d'oro come bei
pendenti... Ed io vorrei
foggiarmene collane!

Gemme di stile egizio
sembrano... - O gnomi od anche
mute regine stanche
sopite in malefizio...

Le segui per vedere
lor fasi e lor costume?
S, medito un volume
su queste prigioniere.

Le seguo d'ora in ora
con pazienza estrema;
dir su questo tema
cose non dette ancora.

Chini su quelle vite
misteriose e belle,
ragionavamo delle
crisalidi sopite.

Ma come una sua ciocca
mi vellic sul viso,
mi volsi d'improvviso
e le baciai la bocca.

Sentii l'urtare sordo
del cuore, e nei capelli
le gemme degli anelli,
l'ebbrezza del ricordo...

Vidi le nari fini,
riseppi le sagaci
labbra e commista ai baci
l'asprezza dei canini,

e quel si abbandonare,
quel sogguardare blando,
simile a chi sognando
desidera sognare...



Un'altra risorta

Solo, errando cos come chi erra
senza meta, un po' triste, a passi stanchi,
udivo un passo frettoloso ai fianchi;
poi l'ombra apparve, e la conobbi in terra...
Tremante a guisa d'uom che aspetta guerra,
mi volsi e vidi i suoi capelli: bianchi.

Ma fu l'incontro mesto, e non amaro.
Proseguimmo tra l'oro delle acace
del Valentino, camminando a paro.
Ella parlava, tenera, loquace,
del passato, di s, della sua pace,
del futuro, di me, del giorno chiaro

Che bel Novembre!  come una menzogna
primaverile! E lei, compagno inerte,
se ne va solo per le vie deserte,
col trasognato viso di chi sogna...
Fare bisogna. Vivere bisogna
la bella vita dalle mille offerte.

Le mille offerte... Oh! vana fantasia!
Solo in disparte dalla molta gente,
ritrovo i sogni e le mie fedi spente,
solo in disparte l'anima si obla...
Vivo in campagna, con una prozia,
la madre inferma ed uno zio demente.

Sono felice. La mia vita  tanto
pari al mio sogno: il sogno che non varia:
vivere in una villa solitaria,
senza passato pi, senza rimpianto:
appartenersi, meditare... Canto
l'esilio e la rinuncia volontaria.

Ah! lasci la rinuncia che non dico,
lasci l'esilio a me, lasci l'oblo
a me che rassegnata gi m'avvio
prigioniera del Tempo, del nemico...
Dove Lei sale c' la luce, amico!
Dov'io scendo c' l'ombra, amico mio!...

Ed era lei che mi parlava, quella
che risorgeva dal passato eterno
sulle tiepide soglie dell'inverno?...
La quarantina la faceva bella,
diversamente bella: una sorella
buona, dall'occhio tenero materno.

Tacevo, preso dalla grazia immensa
di quel profilo forte che m'adesca;
tra il cupo argento della chioma densa
ella appariva giovenile e fresca
come una deit settecentesca...
Amico neghittoso, a che mai pensa?

Penso al Petrarca che raggiunto fu
per via, da Laura, com'io son la Lei...
Sorrise, rise discoprendo i bei
denti... Che Laura in fior di giovent!...
Irriverente!... Pensi invece ai miei
capelli grigi... Non mi tingo pi.



L'onesto rifiuto

Un mio gioco di sillabe t'illuse.
Tu verrai nella mia casa deserta:
lo stuolo accrescerai delle deluse.
So che sei bella e folle nell'offerta
di te. Te stessa, bella preda certa,
gi quasi m'offri nelle palme schiuse.

Ma prima di conoscerti, con gesto
franco t'arresto sulle soglie, amica,
e ti rifiuto come una mendica.
Non sono lui, non sono lui! S, questo
voglio gridarti nel rifiuto onesto,
perch pi tardi tu non maledica.

Non sono lui! Non quello che t'appaio,
quello che sogni spirito fraterno!
Sotto il verso che sai, tenero e gaio,
arido  il cuore, stridulo di scherno
come siliqua stridula d'inverno,
vta di semi, pendula al rovaio...

Per te serbare immune da pensieri
bassi, la coscienza ti congeda
onestamente, in versi pi sinceri...
Ma (tu sei bella) fa che io non ti veda:
il desiderio della bella preda
mentirebbe l'amore che tu speri.

Non posso amare, Illusa! Non ho amato
mai! Questa  la sciagura che nascondo.
Triste cercai l'amore per il mondo,
triste pellegrinai pel mio passato,
vizioso fanciullo viziato,
sull'orme del piacere vagabondo...

Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi
verso l'anima buia di chi tace!
Non mi tentare, pallida seguace!...
Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,
non son colui, non son colui che credi!

Curiosa di me, lasciami in pace!



Torino

I.

Quante volte tra i fiori, in terre gaie,
sul mare, tra il cordame dei velieri,
sognavo le tue nevi, i tigli neri,
le dritte vie corrusche di rotaie,
l'arguta grazia delle tue crestaie,
o citt favorevole ai piaceri!

E quante volte gi, nelle mie notti
d'esilio, resupino a cielo aperto,
sognavo sere torinesi, certo
ambiente caro a me, certi salotti
beoti assai, pettegoli, bigotti
come ai tempi del buon Re Carlo Alberto...

...se 'l Cnt ai ciapa ai rangia pr le rime...
Che a staga ciut... - 'L caso a l' stupend!...
E la Duse ci piace? - Oh! mi m'antend
p vaire... I neg p, sar sublime,
ma mi a teatr i vad pr divertime...
Che a staga ciut!... A jntra 'l Reverend!...

Si avanza un barnabita, lentamente...
stringe la mano alla Contessa amica
siede con gesto di chi benedica...
Ed il poeta, tacito ed assente,
si gode quell'accolita di gente
che  la tristezza d'una stampa antica...

Non soffre. Ama quel mondo senza raggio
di bellezza, ove cosa di trastullo
 l'Arte. Ama quei modi e quel linguaggio
e quell'ambiente sconsolato e brullo.
Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo
e la siepe e il nato borgo selvaggio.


II.

Come una stampa antica bavarese
vedo al tramonto il cielo subalpino...
Da Palazzo Madama al Valentino
ardono l'Alpi tra le nubi accese...
 questa l'ora antica torinese,
 questa l'ora vera di Torino...

L'ora che io dissi del Risorgimento,
l'ora in cui penso a Massimo d'Azeglio
adolescente, a I miei ricordi, e sento
d'essere nato troppo tardi... Meglio
vivere al tempo sacro del risveglio,
che al tempo nostro mite e sonnolento!


III.

Un po' vecchiotta, provinciale, fresca
tuttavia d'un tal garbo parigino,
in te ritrovo me stesso bambino,
ritrovo la mia grazia fanciullesca
e mi sei cara come la fantesca
che m'ha veduto nascere, o Torino!

Tu m'hai veduto nascere, indulgesti
ai sogni del fanciullo trasognato:
tutto me stesso, tutto il mio passato,
i miei ricordi pi teneri e mesti
dormono in te, sepolti come vesti
sepolte in un armadio canforato.

L'infanzia remotissima... la scuola...
la pubert... la giovinezza accesa...
i pochi amori pallidi... l'attesa
delusa... il tedio che non ha parola...
la Morte e la mia Musa con s sola,
sdegnosa, taciturna ed incompresa.


IV.

Che io perseguendo mie chimere vane
pur t'abbandoni e cerchi altro soggiorno,
che io pellegrini verso il Mezzogiorno
a belle terre tiepide e lontane,
la met di me stesso in te rimane
e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.

A te ritorno quando si rabbuia
il cuor deluso da mondani fasti.
Tu mi consoli, tu che mi foggiasti
quest'anima borghese e chiara e buia
dove ride e singhiozza il tuo Gianduia
che teme gli orizzonti troppo vasti...

Evviva i bgianen... S, dici bene,
o mio savio Gianduia ridarello!
Buona  la vita senza foga, bello
godere di cose piccole e serene...
A l' questin d' nen piessla... Dici bene
o mio savio Gianduia ridarello!...



In casa del sopravissuto

I.

Dalle profondit dei cieli tetri
scende la bella neve sonnolenta,
tutte le cose ammanta come spetri;
Scende, risale, impetuosa, lenta,
di su, di gi, di qua, di l, si avventa
alle finestre, tamburella i vetri...

Turbina densa in fiocchi di bambagia,
imbianca i tetti ed i selciati lordi,
piomba dai rami curvi, in blocchi sordi...
Nel caminetto crepita la bragia
e l'anima del reduce si adagia
nella bianca tristezza dei ricordi.

Reduce dall'Amore e dalla Morte
gli hanno mentito le due cose belle!
Gli hanno mentito le due cose belle:
Amore non lo volle in sua coorte,
Morte l'illuse fino alle sue porte,
ma ne respinse l'anima ribelle.

In braccio ha la compagna: Makakita;
e Makakita trema freddolosa,
stringe il poeta e guarda quella cosa
di l dai vetri, guarda sbigottita
quella cosa monotona infinita
che tutto avvolge di bianchezza ondosa.

Forse essa pensa i boschi dove nacque,
i tamarindi, i cocchi ed i banani,
il fiume e le sorelle quadrumani,
e il gioco favorito che le piacque,
quando in catena pendula sull'acque
stuzzicava le nari dei caimani.

Con la Mamma vicina e il cuore in pace,
si aggira, canticchiando un melodramma;
sospira un po'... Ravviva dalla brace
il guizzo allegro della buona fiamma...
Canticchia. E tace con la cara Mamma;
la cara Mamma sa quel che si tace.

Egli si aggira. Toglie di sul piano-
forte un ritratto: Quest'effigie!... Mia?...
E fissa a lungo la fotografia
di quel se stesso gi cos lontano:
S, mi ricordo... Frivolo... mondano...
vent'anni appena... Che malinconia!...

Mah! Come l'io trascorso  buffo e pazzo!
Mah!... - Che sospiri amari! Che rammenti?
Penso, mammina, che avr tosto venti-
cinqu'anni! Invecchio! E ancora mi sollazzo
coi versi!  tempo d'essere il ragazzo
pi serio, che vagheggiano i parenti.

Dilegua il sogno d'arte che m'accese;
risano a poco a poco anche di questo!
Lungi dai letterati che detesto,
tra saggie cure e temperate spese,
sia la mia vita piccola e borghese:
c' in me la stoffa del borghese onesto...

Sogghigna un po'. Ricolloca sul piano-
forte il ritratto Quest'effigie! Mia?...
E fissa a lungo la fotografia
di quel se stesso gi cos lontano.
Un po' malato... frivolo... mondano...
S, mi ricordo... Che malinconia!...



Pioggia d'agosto

Nel mio giardino triste ulula il vento,
cade l'acquata a rade goccie, poscia
pi precipite gi crepita scroscia
a fili interminabili d'argento...
Guardo la Terra abbeverata e sento
ad ora ad ora un fremito d'angoscia...

Soffro la pena di colui che sa
la sua tristezza vana e senza mete;
l'acqua tessuta dall'immensit
chiude il mio sogno come in una rete,
e non so quali voci esili inquiete
sorgano dalla mia perplessit.

La tua perplessit mediti l'ale
verso meta pi vasta e pi remota!
 tempo che una fede alta ti scuota,
ti levi sopra te, nell'Ideale!
Guarda gli amici. Ognun palpita quale
demagogo, credente, patriota...

Guarda gli amici. Ognuno gi ripose
la varia fede nelle varie scuole.
Tu non credi e sogghigni. Or quali cose
darai per meta all'anima che duole?
La Patria? Dio? l'Umanit? Parole
che i retori t'han fatto nauseose!...

Lotte brutali d'appetiti avversi
dove l'anima putre e non si appaga...
Chiedi al responso dell'antica maga
la sola verit buona a sapersi;
la Natura! Poter chiudere in versi
i misteri che svela a chi l'indaga!

Ah! La Natura non  sorda e muta;
se interrogo il lichne ed il macigno
essa parla del suo fine benigno...
Nata di s medesima, assoluta,
unica verit non convenuta,
dinanzi a lei si arresta il mio sogghigno.

Essa conforta di speranze buone
la giovinezza mia squallida e sola;
e l'achenio del cardo che si invola,
la selce, l'orbettino, il macaone,
sono tutti per me come personae,
hanno tutti per me qualche parola...

Il cuore che ascolt, pi non si acqueta
in visoni pallide fugaci,
per altre fonti va, per altra meta...
O mia Musa dolcissima che taci
allo strido dei facili seguaci,
con altra voce torner poeta!



I colloqui

I.

I colloqui... Rifatto agile e sano
aduna i versi, rimaneggia, lima,
bilancia il manoscritto nella mano...

- Pochi giochi di sillaba e di rima:
questo rimane dell'et fugace?
 tutta qui la giovinezza prima?

Meglio tacere, dileguare in pace
or che fiorito ancora  il mio giardino,
or che non punta ancora invidia tace.

Meglio sostare a mezzo del cammino
or che il mondo alla mia Musa maldestra.
quasi a mima che canta il suo mattino,

soccorrevole ancor porge la destra.


II.

Ma la mia Musa non sar l'attrice
annosa che si trucca e pargoleggia,
e la folla deride l'infelice;

giovine tacer nella sua reggia,
come quella Contessa Castiglione
bellissima, di cui si favoleggia.

Allo sfiorire della sua stagione,
disparve al mondo, sigill le porte
della dimora, e ne rest prigione.

Sola col Tempo, tra le stoffe smorte,
attese gli anni, senz'amici, senza
specchi, celando al Popolo, alla Corte

l'onta suprema della decadenza.


III.

L'immagine di me voglio che sia
sempre ventenne, come in un ritratto;
amici miei, non mi vedrete in via,

curvo dagli anni, tremulo, e disfatto!
Col mio silenzio rester l'amico
che vi fu caro, un poco mentecatto;

il fanciullo sar tenero e antico
che sospirava al raggio delle stelle,
che meditava Arturo e Federico,

ma lasciava la pagina ribelle
per seppellir le rondini insepolte,
per dare un'erba alle zampine delle

disperate cetonie capovolte...
LE FARFALLE - Epistole entomologiche
di Guido Gozzano


STORIA DI CINQUECENTO VANESSE


[Come dal germe]

Come dal germe ai suoi perfetti giorni
giunga una schiera di Vanesse; quali
speranze buone e quali fantasie
la cratura per volar su nata
susciti in cuore di colui che sogna
col suo lento mutare e trasmutare,
la maraviglia delle opposte maschere,
la varia grazia delle varie specie,
in versi canter... Non vi par egli,
non vi par egli d'essere in Arcadia?

Dolce Parrasio! Dileguati giorni
dell'Accademia, quando il Mascheroni
con sottile argomento di metalli
le risentite rane interrogava.
Le querule presaghe della pioggia
(altro presagio al secolo vicino!)
stavano tronche il collo. Con sagace
man le immolava vittime a Minerva
su l'ara del saper l'abate illustre,
e se all'argentea benda altra di stagno
dalle vicine carni al lembo estremo
appressava, le vittime risorte
vibravan tutte con tremor frequente.
L'orobia pastorella impallidiva
sotto le fresche rose del belletto,
meravigliando alla virt che cieca
passa per interposti umidi tratti
dal vile stagno al ricco argento e torna
da questo a quello con perenne giro.
Di sua perplessit - dubito forte -
si giovava l'abate bergamasco
per cingere lo snello guardinfante
e baciare furtivo (auspice Volta!)
tra l'orecchio e la vasta chioma nivea
la dotta pastorella sbigottita.
Ma voi, sorella, non temete agguati

dal fratello salvatico in odore
di santit? Con certo ritale
arcadico (per gioco!) e bello stile
(per gioco!) altosonante, come si offre
nova un'essenza in un cristallo arcaico,
queste pagine v'offro, ove si aduna
non la galanteria settecentesca,
ma il superstite amore adolescente
per l'animato fiore senza stelo;
offro al vostro tormento il mio tormento,
vano spasimo oscuro d'esser vivi,
a voi di me pi tormentata, a voi
che la sete d'esistere conduce
per sempre false imagini di bene.
Forse lo stanco spirito moderno
altro bene non ha che rifugiarsi
in poche forme prime, interrogando,
meditando, adorando; altra salute
non ha che nella cerchia disegnata
intorno dall'assenza volontaria,
come la cerchia disegnata in terra
dal ramoscello dell'incantatore:
magico segno che respinge tutte
e le lusinghe e le insensate cure;
solo rifugio dove il cuore spento
vibri fraterno e riconosca l'Uomo,
ch pi non vede l'esemplare astratto,
ma la specie universa eletta al regno
del mondo. E come il Dio d'antichi tempi
appariva all'asceta d'altri tempi,
cos l'asceta d'oggi senza Dio
sente nel cuor pacificato un bene
sommo, una grazia nova illuminante,
lo Spirito immanente, l'acqua viva,
e si disseta pi che alle sorgenti
che mai non troverete, o sitibonda...

Queste, che dico, dissi a voi parole
or  gi molto, camminando a paro
per una landa sconsolata e voi,
mal soffrendo il velen dell'argomento,
con la mano inguantata il ciuffo a sommo
coglieste d'un'ortica e mi premeste
sulla gota la fronda folgorante,
tortuosamente. Non mi punse quella
che pi forte si accosta e men ci punge;
e nel gesto passare vidi un cumulo
minuscolo di germi di Vanesse
sulla villosa nervatura e forse
dal vostro gesto, ancor agropungente,
nato  il poema, poi che sul mistero
del piccolo tesoro accumulato,
gi in quell'istante, con parole sciolte
taluna esposi delle meraviglie
che pi tardi nel mio silenzio attento
passo passo tentai chiudere in versi.


Dei bruchi

Redimita di fronde agropungenti -
ahi! non d'alloro - la mia Musa canta.
Alti cespi d'ortica alzano intorno
alle mie carte un cerchio folgorante,
mensa ed albergo ai numerosi alunni.
Dalle schiuse finestre entra l'Estate;
brilla sui campi, sul tripudio verde,
puro l'abisso cerulo del cielo.
A me dintorno un crepito di pioggia
fanno le lime assidue infinite
degli alunni famelici. Da tempo
convivo solo, con la mia brigata.
Animarsi dal cumulo dei semi
li vidi quasi miglio germinante,
piccoli, inermi, sotto tende lievi,
in groppo avvinti, trarre i giorni primi.
Volsero i giorni, crebbero gli alunni;
per ben tre volte usciti di se stessi
tre volte tanto apparvero voraci.
Or fatti pesi, flettono le cime
della mia selva, ammantano le foglie
con loro mole fosca, irta di punte.

Inorridite? Nulla v'ha d'orrendo
per chi fissa le linee le tinte
con occhi nuovi, sempre bene aperti.
Meditiamo i villosi prigionieri
senza ribrezzo, con piet forsi anco,
se piet di lor vita oscura e prona
non dileguasse la speranza certa:
il guiderdone del risveglio alato.
Tratto ad inganno un bruco, ecco, abbandona
l'ospiti foglie, segue la mia mano:
considerate senza abbrividire
quanta pose Natura intorno a lui,
dotta nei suoi lavori, intima cura!
E quanti occhi gli diede a che d'intorno
scorger potesse in ogni dove e quante
ha per muoversi zampe e varie: alcune
squammose adunche forti, zampe vere
della farfalla apparitura: alcune
brevi aderenti flaccide contrattili:
atte al passo del bruco sulle foglie,
come ginnasta bene assicurato.

Mirabile  la bocca, ordigno armato
d'acute lime in gemina ordinanza.
Concavo un labbro chiude nell'incavo
il margine fogliare che due salde
mandibole con moto orrizzontale
tagliano a scatto, in guisa di cesoja.
Sotto queste maggiori altre minori
mandibole triturano le fibre,
quattro palpi n'adunano il tritume;
tra quelli e queste un foro sericparo
svolge all'aria un sottil filo di seta.
Ma piaccia a voi questo cristallo terso
all'occhio intento sottoporre, mentre
con lama breve, dentro chiara coppa,
la necessaria vittima divido.
Come in un bosco l'intrecciata massa
di rami e ramuscei fende le nubi,
cos, ma con pi bello ordin, vedete
quale per lungo dell'aperto dorso
va di tremila muscoli la selva:
ecco il sangue che scorre i molti vasi
di rete in guisa da Natura orditi
e le vie mirabili dell'aria
ad ogni nodo rinnovate e il cuore
come collana multipla che pulsa
del corpo in ogni dove e i molti ventri
e del dorso la spina in tanti nodi
divisa e l'ammirabile del capo
figura interor eccovi aperta.
Questo - bench pi delicato ordigno
offra il bombice industre -  il laberinto
misteroso della seta fusa.
Discende il vaso dall'estrema bocca,
come fiume che va, poi si biparte;
dall'una e l'altra banda i rami pari
si avvolgono ai precordi intimi e dove
l'uno si fa maggior pur l'altro  tale;
poi, quasi giunti al fin, piegano e al capo
ascendono e gi tornano ed ascendono,
elaborato alfin recano al labbro
l'umor tenace che diventa seta;
non altrimenti il sangue dei vulcani
si addensa all'aria in rivoli di lava.

Ma, oim, che vedo? Addormentata quasi,
esanimi gli sguardi, con la mano
un mal frenate languido sbadiglio!
Che pi? Si tace il crepito di pioggia:
i bruchi alunni in vario atteggiamento
mi stanno intorno addormentati tutti
mirabilmente! Vince Anatomia
le droghe oppiate dell'Arabia estrema.
Amica sonnacchiosa e perdonate,
voi nata al sogno libero e alla grazia,
perdonate la Musa pazente
osservatrice. Ben si addice al lento
trasmutare dei bruchi prigionieri;
pi tardi, al tempo del risveglio alato,
anche essa certo spiegher nei cieli
l'ali del sogno per seguirli a volo.
Eccoli intanto, bruchi tuttavia,
stinto il velluto, tumefatti i nodi,
eretto il capo immobile, le zampe
fisse alle foglie da sottili bave,
giacersi infermi nella sesta muta.
Per tutto un giorno in torpida quiete
uno spasimo ignoto li tormenta:
essere un altro, uscire di se stessi!
Uscire di se stessi! E li vedete
or gonfiarsi, or contrarsi, ora dibattersi,
or delle membra tremule far arco,
fin che sul terzo nodo ecco si fende
l'antica spoglia e sul velluto stinto
vivida splende la divisa nuova.
Ed uno appare in due e due in uno,
ma gi l'infermo tutto si distorce,
come da un casco liberando il capo
dal capo antico, dalle antiche zampe
le antiche zampe liberando, lento
movendo gi, lasciandosi alle spalle
quegli che fu, come guaina floscia.


Delle crisalidi

Ma il sesto d la mia famiglia trovo
dispersa tutta lungo le pareti.
Come le sacre vittime d'un tempo
si apprestavano degne col digiuno,
i bruchi alunni mondano i precordi,
ricusano la fronda.  giunta l'ora.
Consapevoli quasi del mistero
imminente, si ammusano l'un l'altro,
lenti volgendo ad ora ad or la testa,
esplorano gli arredi gli scaffali
le cimase gli spigoli, un rifugio
cercando eccelso come gli stiliti.
Cercano in vero il luogo ove celarsi
dai nemici del cielo e della terra;
quale vigilia torpida li attenda
ben sanno e sotto quale spoglia inerte
pendula ignuda, senza la custodia
del bombice di sua seta fasciato;
ch le Diurne mutansi in crisalidi
non difese che dalla forma subdola,
dalla tinta sfuggente, non armate
che di silenzio immobile e d'attesa.

Dato  perci seguire nel mistero
i pellegrini della forma. Eletto
un rifugio sicuro, il bruco intreccia
poche fila in un cumulo, a sostegno,
v'infigge i ganci delle zampe estreme
e si abbandona capovolto come
l'acrobata al trapezio. Un giorno intero
resta pendulo immoto, in doglia grande,
fin che si fende a sommo e la crisalide
convulsa vibra, si sguaina lenta
dalla spoglia villosa che risale,
si aggrinza, cade all'ultimo sussulto.
Ogni forma di bruco  dileguata:
la crisalide splende, il nuovo mostro
inquietante ambigo diverso
da ci che fu da ci che dovr essere!
Pendula, immota, senza membra, fusa
nel bronzo verde maculato d'oro,
cosa rimorta la direste, cosa
d'arte, monile antico dissepolto;
un minuscolo drago vi ricorda
il dorso formidabile di punte,
la maschera d'un satiro v'appare
nel profilo gibboso e bicornuto.
Dove il bruco defunto, la farfalla
apparitura? La Natura, scaltra
nasconditrice, devi lo sguardo
dell'uomo del ramarro della passera.
Ma la farfalla tutta, se badate
ben sottilmente, appare a parte a parte
in rilievo leggiero: il capo chino
tra l'ali ripiegate come bende,
l'antenne la proboscide le zampe
giustacongiunte al petto. La crisalide
ritrae la farfalla mascherata
come il coperchio egizio ritraeva
le membra della vergine defunta.

Ma gi - mentre che io parlo - i bruchi tutti
sono vlti in crisalidi. Al soffitto
agli scaffali al dorso dei volumi
famosi, alle cornici delle stampe,
financo - irriverenza - al naso adunco,
alla mascella scarna del Poeta,
ovunque la mia stanza  un scintillare
di pendule crisalidi sopite.
Guardo e sorrido. E un velo di tristezza
mi tiene gi gli alunni ripensando
che pi non sono e loro schiera bruna
raccolta intorno alle mie carte quando
rinnovavo la selva agropungente
e m'era caro il crepito di lime
dei compagni famelici a seguirne
i moti e l'attitudini e ritrarne
col pennello e col verso il divenire.
Oggi tutto  silenzio di clausura,
digiuno, attesa immobile, sgomento
di necropoli tetra. Alle pareti
ogni defunto  un pendulo monile,
ogni monile un'anima che attende
l'ora certa del volo. Ed io mi sono
quel negromante che nel suo palagio
senza fine, in clessidre senza fine,
custodisce gli spiriti captivi
dei trapassati, degli apparituri.
Veramente la mia stanza modesta
 la reggia del non essere pi,
del non essere ancora. E qui la vita
sorride alla sorella inconciliabile
e i loro volti fanno un volto solo.

Un volto solo. Mai la Morte si ebbe
pi delicato simbolo di Psiche:
psiche ad un tempo anima e farfalla
scolpita sulle stele funerarie
da gli antichi pensosi del prodigio.
Un volto solo...



MONOGRAFIA DI VARIE SPECIE


Del parnasso

Parnassus Apollo

Non sente la montagna chi non sente
questa farfalla, simbolo dell'Alpi...
Segantini pittore fu compagno
intimo del Parnasso. Tutta l'arte
del maestro non  che la montagna
intravista dall'ala trasparente...
Voi sorridete, incredula, scorrendo
l'ali chiare. Passate sui Papili,
le Pieridi, le Coliadi, l'Antocari,
cercate invano, sorridendo muta.
Ma il vostro riso incredulo si arresta,
sostate appena sopra una farfalla
ignota e dite risoluta: -  questa! -
Questa e non altra. Tolgo l'esemplare:
osservate la grazia! Col Papilio
e la Vanessa,  certo la farfalla
dei nostri climi pi meravigliosa.
Ma pure al vostro sguardo di novizia
non  questa bellezza singolare?
Mentre pensate il volo del Papilio
sul trifoglio fiorito e la Vanessa
in larghe rote lente sulle ajole,
non tollerate il volo del Parnasso
in un campo, in un orto, in un giardino:
evocate un pendio di rododendri,
coronato d'abeti, e di nevai,
e la bella farfalla ecco si adagia
sullo scenario, in armonia perfetta.
 giusto. Meditate l'ali tonde
(frastagli e dentature le sarebbero
d'impaccio contro i venti delle alture)
meditate quest'ali trasparenti,
lastre di ghiaccio lucide all'esterno,
nell'interno soffuse di nevischio,
gelide in vista tanto che vi sembra
di vederle squagliare a poco a poco;
spiccano sul candore alcune chiazze
vermiglie come fior di rododendro,
come stille di sangue sulla neve,
cerchiano l'ali zone bigio-nere
che tengono del musco e del macigno:
il corsaletto  fitto di pelurie
bianca, d'argento come il leontopodi
e l'antenne le zampe la proboscide
n'escono brevi come dalla giubba
folta d'un alpigiano freddoloso.

La Natura, l'esteta insuperabile,
la mima senza pari, volle esprimere
la montagna in un essere dell'aria;
si giov della gamma circostante,
diede l'ali alla neve ed al ghiacciaio,
al macigno al lichene al rododendro;
ma da quanti millenni, ma da quali
misteri giunse il genetto alato?
In altra et, per certo, quando l'Alpi
erano miti come Taprobane,
la farfalla aveva l'abito conforme
con le felci i palmizi l'orchidee
dei nostri monti in quell'et remote.
Com'era allora il genetto? Certo
non trasparente, candido, villoso...

Voi contemplate, amica, la farfalla
infissa da molt'anni. Ben pi dolce
 meditarla viva nel suo regno.
La rivedo con gioia ad ogni estate;
sfuggito all'afa cittadina, appena
giunto al rifugio sospirato, indago
con occhi inquieti lo scenario alpestre:
senza l'ospite candida le nevi
sarebbero per me senza commento.

Ma rade volte scende a valle. Giova
attenderla sull'orlo degli abissi,
fra gli alti cardi i tassi i rododendri.
In quel silenzio primo, intatto come
quando non era l'uomo ed il dolore,
ecco la bella principessa alpestre!
Giunge dall'alto scende con un volo
solenne e stanco, noto all'entomologo,
si arresta sulle cuspidi dei cardi,
si adonta di un erebia, d'un virgaurea,
suoi commensali sullo stesso fiore;
si avvia, si innalza, saggia il vento, scende,
vibra, si libra, si equilibra, esplora
l'abisso, cade lungo le pareti
vertiginose ad ali tese: morta.
Dispare, appare sui macigni opposti,
dispare sul candore delle spume,
appare sopra il verde degli abeti,
dispare sul candore dei nevai,
appare, spare, minima... Si perde...
Parnasso Apollo!... Il genetto lascia
un solco di mistero al suo passaggio.
Il volo stanco, ritmico, diverso
dall'aliar plebeo delle pieridi,
ha un che di malinconico e si accorda
mirabilmente con la gamma chiara
dell'alte solitudini montane.
E il poeta disteso sull'abisso,
col mento chiuso tra le palme, oblia
la pagina crudele di sofismi,
segue con occhi estatici il Parnasso
e bene intende il sorgere dei miti
nei primi giorni dell'umanit;
pensa una principessa delle nevi
volta in farfalla per un malefizio...



Della cavolaia

Pieris brassicae

Se la Vanessa ed il Papilio sono
nobili forme alate e dnno immagine
d'un cavaliere e d'una principessa,
la Pieride comune fa pensare
una fantesca od una contadina.
 volgare, dal nome alla divisa
scialba, dal volo vagabondo al bruco
nero-verde, flagello delle ortaglie.

Ridotte queste a nuda nervatura,
i bruchi vanno su pei muri a mille,
fissano le crisalidi alle mensole,
ai capitelli, ai pepli delle statue,
curose crisalidi, sorrette
alla vita da un filo e non appese,
angolari, sfuggevoli, aderenti,
concolori cos col marmo e il muro
che lo sguardo le fissa e non le vede.

Se tutte si schiudessero, la Terra
sarebbe invasa d'ali senza fine.
Ma gran parte ha con s, gi nello stato
di bruco, i germi della morte certa.
Chi si aggiri in un orto vede all'opra
il Microgastro, piccolo imenottero
dall'ali e dall'antenne rivibranti,
smilzo, cornuto, negro come un dmone.
Vola, scorre sui bruchi delle Pieridi,
inarca, infigge l'ovopositore,
immerge nei segmenti della vittima
il germe della morte ad ogni assalto.
Ad ogni assalto il bruco si contorce,
ma quando il Microgastro l'abbandona
non sembra risentirsi dell'offesa:
cresce, vive coi germi della morte...

Vive e i germi si schiudono, le larve
del parassita invadono la vittima
ignara; ne divorano i tessuti,
ma, rette dall'istinto prodigioso,
non intaccano gli organi vitali.
Il bruco vive ancora, si tramuta
sognando il giorno del risveglio alato;
ma gli ospiti hanno uccisa la crisalide,
la fendono sul dorso e dalla spoglia
non la Pieride bianca, ma si invola
uno sciame ronzante d'imenotteri.

Come in questa vicenda e in altre molte,
la Natura, che i retori vantarono
perfetta ed infallibile, si svela
stretta parente col pensiero umano!
Non divina e perfetta, ma potenza
maldestra, spesso incerta, esita, inventa,
tenta ritenta elimina corregge.
Popola il campo semplice del Tutto
d'opposte leggi e d'infiniti errori.
Madre cieca e veggente, avara e prodiga,
grande meschina, tenera e crudele,
per non perder piet si fa spietata.

E quando vede rotta l'armonia
riconosce l'errore, vi rimedia
con nascite novelle ed ecatombi.
Essa accenna alla Vita ed alla Morte;
e le custodi appaiono, cancellano,
ritracciano la strada ed i confini.

La Cavolaia predilige gli orti,
l'attira il bianco delle case umane;
se scorge un muro, subito si innalza,
lo valica, discende alla ricerca
di compagne festevoli ed ortaglie.
E l'istinto sovente la sospinge
nel cuor della citt. Da primavera
a tardo autunno, giunge nelle vie.
E nulla  strano, come l'apparire,
dell'invata candida degli orti
tra il rombo turbinoso cittadino.
Allora si interrompe il ragionare
dell'amico loquace: - Una farfalla! -

Com' giunta nel cuor della citt?
Aveva la crisalide sui colli
oltre il fiume, nell'orto di una villa.
L'istinto delle razze numerose
sospinge la farfalla ad emigrare;
discese al piano, trasvol sul fiume,
valic gli edifici, immaginando
orti propizi e si trov perduta,
prigioniera nel grande laberinto
di pietra che costrussero gli uomini.
Da ore ed ore, forse dal mattino,
si aggira stanca per le vie diritte
dove non cresce un filo d'erba o un fiore.
Come si specchia nei diciottomila
occhi stupiti il turbino dell'uomo?
Forse a quei sensi minimi, la folla,
le case, i carri, quei corpi grandi
sono come la frana, il fuoco, l'acqua,
fenomeni malvagi da fuggirsi.
Fugge. L'attira un cespo semovente
di fiori finti, un cencio verde, azzurro,
si libra sulla folla, sull'intrico
metallico, tra il rombo e le faville,
e va senza riposo, un carro passa
e la travolge nella scia ventosa...
Con volo ravvivato dal terrore
cerca uno scampo in alto, sale obliqua
contro le case, attinge i tetti, il sole;
si ristora ad un cespo di geranii,
fugge lasciando un lembo d'ala a un mostro
tentacolare e candido: una mano;
vola sopra il deserto delle tegole
n pi discende nelle vie profonde,
va tra la selva di colmigni spessi,
da tetto a tetto, va senza riposo.
Ed ecco aprirsi sotto la randagia
l'abisso verde di un giardino; scende
scende verso il colore che l'attira.
Il giardino  degli uomini: ingannevole.
Vi trova l'erba tenera, le fronde,
i fiori, una brigata di sorelle
sbandite, riparate in quell'osi.

Ma l'erba cittadina non ha steli;
gli alberi, mostri ignoti d'oltremare,
non hano nella fronda coriacea
un fiore. E l'uomo medit nel fiore
l'ultima frode: suggell il nettario,
con arte maga trasmut gli stami
in multiple sorelle mostruose.
Le Pieridi si aggirano sui fiori
tentano le azalee ed i giacinti,
ma le corolle suggellate al bacio
son come belle donne senza bocca.
Poche Pieridi trovano la via
dei campi. Grande parte  prigioniera
del chiuso laberinto cittadino;
e nel triste detrito che raccoglie
la scopa mattinale delle vie
biancheggiano falangi d'ali morte...



Dell'aurora

Anthocaris cardamines

Primavera per me non  la donna
botticelliana dell'Allegoria.
Primavera  per me questa farfalla
fatta di grazia e di fragilit!

Oggi, lungo il sentiero solatio
dove sosta la lepre alle vedette,
un orecchio diritto e l'altro floscio,
tra il grano verdazzurro, lungo il rivo
costellato di primule e d'anemoni,
tra il biancospino, che fiorisce appena,
ho rivisto l'Antcari volare
e il cuore mi sobbalza nell'attesa
senza nome che tutte in me resuscita
le primavere dell'adolescenza...

Ma primavera non  giunta ancora.
 la quinta stagione. Un chiaro Marzo
canavesano, inverno gi non pi,
non primavera ancora.  l'anno vecchio
tinto a verde d'Enrico l'amarissimo.
Se cantano le allodole perdute
nella profonda cavit dei cieli,
non si odono le rondini garrire;
lasciano appena il Delta o la Gran Sirte
o riposano a Cipro ovver vaggiano
sul cordame d'un legno tunisino...

Ma l'Antcari vola e il cuore esulta!
 la farfalla della novit,
la messaggiera della Primavera,
la grazia mite, l'anima del Marzo.
Essa avviva la linfa nelle scorze,
il brusio, il ronzio, lo stridio,
risuscita l'incognito indistinto.

Oh! Messaggiera della Primavera!
La Terra attende. Il cielo che riempie
il frastaglio dei rami e delle roccie
sembra intagliato nel cristallo terso;
il profilo dell'Alpi  puro argento;
pallido  il verde primo, il pioppo  brullo,
la quercia ancor non abbandona il fulvo
stridulo manto che sfid l'inverno;
allieta lo squallore la pannocchia
pendula verdechiara del noccilo,
la nubecola timida del mandorlo;
tiepido  il sole, ma la neve intatta
sta nelle forre squallide, a baco.

La Primavera non  giunta ancora,
ma l'Antcari vola e il cuore esulta!
La messaggiera della Primavera
 timida, sfuggevole alle dita,
coscente di sua fragilit;
quasi non vola, si abbandona al vento
e visita la primula e l'anemone,
la pervinca, il galanto, il bucaneve;
il vento marzolino fa tremare
petali ed ali dello stesso tremito
e l'occhio mal discerne la farfalla:
l'ali minori, marezzate in verde,
chiudono come un calice l'insetto.
Insetti e fiori; mimi scaltri, come
v'accordaste nei tempi delle origini?
Le pagine di pietra dissepolte
attestano che i fiori precedettero
gli insetti sulla terra: fu l'anemone
che alla farfalla ragion cos:
Sorella senza stelo, come sei
fragile d'ali e debole di volo!
Salvati dal ramarro e dalla passera:
rivestiti di me, tingiti in verde
ai lati, in bianco a mezzo, in fulvo a sommo,
e con l'antenne simula i pistilli!.

E il fior primaverile alla farfalla
primaverile diede i suoi colori:
dolce alleato nella vita breve...

E la caduca musa marzolina
sa che deve sparire con l'anemone,
sparire prima della Primavera...

Visita i fiori, intepidisce il regno
per le grandi farfalle che verranno,
poi, giunta al varco della vita breve,
congeda il Marzo, volgesi all'Aprile:

Aprile! Marzo and: tu puoi venire!...



Dell'ornitottera

Ornithoptera Pronomus

Sopra l'astuccio nitido di lacca
una fascia di seta giavanese
evoca un mare calmo che scintilla
tra i palmizi dai vertici svettanti.

Mi saluta un mio pallido fratello
navigatore in quelle parti calde
d'India, mi parla delle mie raccolte,
ricorda la mia grande tenerezza
per le cose che vivono, rimpiange
di non avermi seco nelle valli
favolose, mi manda una farfalla
che mi porti il saluto d'oltremare
attraverso la mole della Terra,
dalle selve incantate degli antipodi.

Con un tremito lieve delle dita
apro l'astuccio d'erba contessuta
e in un bagliore d'oro e di smeraldo
ecco m'appare la farfalla enorme
che mi giunge di l, che riconosco.
L'Ornithoptera Pronomus, la specie
simbolica dell'isole remote,
la meraviglia che i naturalisti
del tempo andato, reduci da Giava,
dalle Molucche, dalla Polinesia,
ci descrissero in libri malinconici.
L'Ornithoptera Pronomus, la mole
abbagliante che supera ed offusca
le pi belle farfalle dei musei.

Con un tremito lieve nelle dita,
il tremito che forse l'entomologo
comprende... estraggo delicatamente,
esamino il magnifico esemplare.
Mistero intraducibile che emana
dalle farfalle esotiche! Lo sguardo
si perde, si confonde sbigottito
come da forme soprannaturali;
misera veste delle nostre Arginnidi,
delle nostre Vanesse, delle nostre
pi belle specie, comparate a questa
meravigliosa forma d'oltremare!
Medito a lungo e l'occhio indagatore
pur gi discerne qualche analogia;
anche questa bellezza che m'abbaglia
come una forma non terrestre, come
una specie selenica, fa parte
della grande catena armonosa,
ha remoti parenti anche tra noi.
Le zampe lunghe speronate, l'ali
angolari dal margine ondulato,
l'addome snello pur nella sua mole,
un po' ricurvo, il corsaletto breve,
la breve testa dalle antenne a clava,
fanno dell'Ornithoptera il cugino
barbaro del Papilio Podalirio.
Ma come travestito! L'ali sono
immense, di velluto nero, accese
da larghe zone d'una brace verde,
un verde inconciliabile col nostro
pallido sole settentronale,
l'addome  giallo, un giallo polinese
intollerando sotto i nostri climi.

La farfalla  brevissima, tutt'ala,
stupendamente barbara, inquietante
come un gioiello d'oro e di smeraldo
foggiato per la fronte tatata
d'un principe, da un orafo papuaso
che abbia tolto a modello il Podalirio
nostrano, ingigantendolo, avvivandolo
di colori terribili, secondo
l'arte dell'arcipelago selvaggio.

E la farfalla, che non so pensare
sui nostri fiori, sotto il nostro cielo,
ben si accorda coi mostri floreali:
gnomi panciuti dalle barbe pendule,
ampolle inusitate, coni lividi
evocanti la peste e il malefizio;
si accorda coi paesi della favola
sopravissuti al tempo delle origini:
vulcani ardenti, moli di basalto,
foreste dal profilo mocenico
dall'aria dolce senza mutamento,
dove la luce tremola e scintilla
tra il fasto delle felci arborescenti.



Della testa di morto

Acherontia Atropos

D'estate, in un sentiero di campagna,
v'occorse certo d'incontrare un bruco
enorme e glabro, verde e giallo, ornato
di sette zone oblique turchiniccie.
Il bruco errava in cerca della terra
dove affondare e trasmutarsi in ninfa;
e dalla gaia larva, a smalti chiari,
nasceva nell'autunno la pi tetra
delle farfalle: l'Acherontia Atropos.

Certo vi  nota questa cupa sfinge
favoleggiata, dal massiccio addome,
dal corsaletto folto, con impresso
in giallo d'ocra il segno spaventoso.

Natura, che dispensa alle Durne
i colori dei fiori e delle gemme,
Natura volle l'Acherontia Atropos
simbolo della Notte e della Morte,
messaggiera del Buio e del Mistero,
e la segn con la divisa fosca
e d'un sinistro canto. L'entomologo
tuttora indaga come l'Acherontia
si lagni. Disse alcuno, col vibrare
dei tarsi. Ma non . Mozzato ho i tarsi
all'Acherontia e si  lagnata ancora.
Parve ad altri col fremito dei palpi.
Io cementai di mastice la bocca
all'Acherontia e si  librata ancora
per la mia stanza, ha proseguito ancora
pi furibondo il grido d'oltretomba;
grido che pare giungere da un'anima
penante che preceda la farfalla,
misteroso lagno che riempie
uomini e bestie d'un ignoto orrore:
ho veduto il mio cane temerario
abbiosciarsi tremando foglia a foglia,
rifiutarsi d'entrare nella stanza
dov'era l'Acherontia lamentosa.

L'apicultore sa che questo lagno
imita il lagno dell'ape regina
quando  furente contro le rivali
e concede alla sfinge d'aggirarsi
pei favi, sazandosi di miele.
L'operaie non pungono l'intrusa,
si dispongono in cerchio al suo passaggio,
con l'ali chine e con l'addome alzato,
l'atteggiamento mite e riverente
detto la rosa dall'apicultore.
E la nemica dell'apicultore
col triste canto incanta l'alveare.

All'alba solo, quando l'Acherontia
intorpidita e sazia tace e dorme,
l'operaie decretano la morte.
Depone ognuna sopra l'assopita
un granello di propoli, il cemento
resinoso che tolgono alle gemme.
E la nemica  rivestita in breve
d'una guaina e non ha pi risveglio.
L'apicultore trova ad ogni autunno,
tra i favi, questi grandi mausolei.

Farfalla strana, figlia della Notte,
sorella della nottola e del gufo,
opra non di Natura, ma di dmoni,
evocata con filtri e segni e cabale
dalle profondit d'una caverna!
Bimbo, ricordo, per le mie raccolte,
sempre immolai con trepidanza questa
cupa farfalla, quasi nel terrore
di suscitare con la fosca vittima
l'ira d'una potenza tenebrosa.
E anche perch l'Atropo mi parla
di cose rare, dell'antiche ville.
Sul canterano dell'Impero, sotto
la campana di vetro che racchiude
le madrepore rare e le conchiglie,
sta quasi sempre l'Acherontia Atropos
depostavi da un nonno giovinetto.

L'Acherontia frequenta le campagne,
i giardini degli uomini, le ville;
di giorno giace contro i muri e i tronchi,
nei corridoi pi cupi, nei solai
pi desolati, sotto le grondaie,
dorme con l'ali ripiegate a tetto.
E n'esce a sera. Nelle sere illuni
fredde stellate di settembre, quando
il crepuscolo gi cede alla notte
e le farfalle della luce sono
scomparse, l'Acherontia lamentosa
si libra solitaria nelle tenebre
tra i camerops, le tuje, sulle ajole
dove dianzi scherzavano i fanciulli,
le Vanesse, le Arginnidi, i Papil.
L'Acherontia si aggira: il pippistrello
l'evita con un guizzo repentino.
L'Acherontia si aggira. Alto  il silenzio
comentato, non rotto, dalle strigi,
dallo stridio monotono dei grilli.
La villa  immersa nella notte. Solo
spiccano le finestre della sala
da pranzo dove la famiglia cena.
L'Acherontia si appressa esita spia
numera i commensali ad uno ad uno,
sibila un nome, cozza contro i vetri
tre quattro volte come nocca ossuta.
La giovinetta pi pallida si alza
con un sussulto, come ad un richiamo.
Chi c'? Socchiude la finestra, esplora
il giardino invisibile, protende
il capo d'oro nella notte illune.
Chi c'? Chi c'? Non c' nessuno. Mamma!
Richiude i vetri, con un primo brivido,
risiede a mensa, tra le sue sorelle.
Ma gi si ode il garrito dei fanciulli
giubilante per l'ospite improvvisa,
per l'ospite guizzata non veduta.
Intorno al lume turbina ronzando
la cupa messaggiera funeraria.



Della passera dei santi

Macroglossa Stellatarum

Non tenebrosa come l'Acherontia -
bench sfinge e parente - ma latrice
di pace, messaggiera di speranze:
portanovelle, passera dei Santi,
col mattino chiarissimo di giugno
penetr nella mia stanza tranquilla
la macroglossa rapida. L'illuse
questa banda di sole, questa rosa
vermiglia che rallegra le mie carte,
turbin prigioniera visitando
le dipinte ghirlande del soffitto,
rapida gi per le finestre aperte
si dilegu come da corda cocca.

Certo in giardino la ritroveremo
sul caprifoglio che ricopre i muri
d'una cortina folta innebriante.
Eccola in opra sui corimbi; guizza
da fiore a fiore come una saetta,
sosta, si libra, immobile nell'aria,
immerge la proboscide nel calice,
e il corpo appare immoto nell'aureola
dell'ali rivibranti: spola aerea,
prodigio di sveltezza equilibrata!

Tutto - nel capo aguzzo, nelle antenne
reclini sotto i palpi, nelle zampe
brevi aderenti al corsaletto lustro,
nell'addome sfuggente affusolato,
munito d'una spata di pelurie
mobile forte come cocca espansa
atta a guidare e a mitigare il volo -
tutto si affina nella macroglossa
a fender l'aria, vincere lo spazio
visitare i giardini pi remoti
in brev'istanza, messaggiera arcana
da fiore a fiore. E i fiori si protendono
verso l'insetto, come ad un'offerta.

Amica, sotto il nostro sguardo ignaro
si celebra tra il fiore e la farfalla
il rito pi mirabile, il mistero
pi tenero: le nozze floreali.

Mariti uxores unoeodemque thalamo
gaudent..., Linneo meditabondo scrive.
Degli sposi gran parte nasce vive
ama nel tabernacolo smagliante
della stessa corolla; sul pistillo
giunge dall'alto degli stami il bacio
desiderato, il polline fecondo.

Ma dopo esperenze millenarie
molti fiori si avvidero che il bacio
nella stessa corolla, che lo stimma
fecondato dal polline fraterno,
conduceva la stirpe in decadenza,
e vollero l'amplesso dell'amante
lontano e meditarono le nozze
non possibili. Alcuni, gli anemofili
affidarono i baci d'oro al vento;
gli entomofili vollero gli insetti
paraninfi discreti e vigilanti.
Ma il fiore - che sa tutto - non ignora
che vano  al mondo attendere conforto
se non da noi, che la farfalla esiste
pel suo bene soltanto e la sua specie;
ed ecco le scaltrezze del richiamo:
i colori magnifici, i profumi
ineffabili, il nettare che il fiore
distilla in fondo al calice, a compenso
del messaggio d'amore, per attingere
la coppa ambrosia con la sua proboscide,
la macroglossa deve tutti compiere
i riti delle nozze floreali.

Dall'epoca dell'arco e della clava
ai giorni pi recenti del telaio,
del paranco, del fuso , dell'ariete,
quando - e fu ieri - nostre meraviglie
erano l'archibugio e l'orologio,
i piccoli inventori propagavano
la specie con mirabili congegni:
l'elica rapidissima, il velivolo
dell'acero, del tiglio, il vagabondo
paracadute argenteo del cardo,
la capsula esplosiva dell'euforbia,
l'arma della mormodica potente,
il gioco delle valvole, dei tubi
intercomunicanti d'Archimede
bene eseguito dalle piante acquatiche,
l'ampolla chiusa, i piani inclini della
ginestra, i raffi che lo scantio aggancia
al pelo od alla veste del passante,
tutti gli ordegni meditati, tutti
gli accorgimenti per coperte vie,
adatti a propagare la semenza
schiusa dall'ombra torpida materna.

Questo popolo verde che ci appare
inerte e rassegnato,  il pi ribelle
alla fatalit che lo condanna
in terra, dalla nascita alla morte.
Un desiderio senza tregua, come
di trasformarsi, sale dalla tenebra
delle radici, grida nella luce
delle corolle, cerca la sua legge:
liberarsi, fuggire, modulare
l'ali, imitare le farfalle al volo.

A tante meraviglie il nostro vano
orgoglio mal si oppone col sofisma
che l'intesa tra il fiore e la farfalla
 fissa, che il mirabile congegno
non muta. Ma il convolvo domestico
abolisce il nettario, pi non chiama
la macroglossa da che sente l'uomo
paraninfo sicuro e vigilante;
altri fiori depongono gli aculei,
il latice, i viticci, da che l'uomo
li difende li guida li sorregge.

I fiori precedettero gli insetti
sulla terra nel tempo delle origini;
questa sola certezza ci rivela
un'intesa tra il fiore e la farfalla,
ci rivela che i piccoli inventori
sovvertono le leggi ed i modelli.
All'apparire della macroglossa
il caprifoglio congegn se stesso
all'indole dell'ospite imprevista.
Altri dica:  Natura, e non il fiore,
 Natura che fa tanto sottili
provvedimenti! Menoma per questo
forse il fervore della nostra indagine?
Un enimma pi forte ci tormenta:
penetrare lo spirito immanente,
l'anima sparsa, il genio della Terra,
la virt somma (poco importa il nome!),
leggere la sua meta ed il suo primo
perch nel suo visibile parlare.

Per chi cerca il volume a foglio a foglio
il genio della Terra - il genio certo
dell'Universo intero - si comporta
non come Dio ma come Uomo, attinge
le stesse mete con gli stessi metodi:
tenta si inganna elimina corregge
sosta dispera spera come noi;
scopre ed inventa lento come il fisico,
calcola incerto come il matematico,
orna la terra come il buono artista.
Come noi lotta con la massa oscura
pesante enorme della sua materia;
non sa meglio di noi dov'esso vada,
agogna verso un ideale solo:
elaborare tutto ci che vive
in sostanza pi duttile e sottile,
trarre dalla materia il puro spirito.
Dispone d'alleanze innumerevoli,
ma le sue forze intellettive sono
pari alle nostre, nella nostra sfera.

E se non sdegna gli argomenti umani,
se tutto ci che vibra in noi rivibra
in lui; se attende come noi quel Bene
sommo che la speranza ci promette,
giusto  pensare che su questa Terra
la traccia nostra non  fuor di strada,
giusto  pensare che un'intelligenza
sola, universa, sparsa ed immanente
penetra in guisa varia i corpi buoni
men buoni conduttori dello spirito;
giusto  pensare che tra questi l'uomo
 lo stromento dove pi rivibra
la grande volont dell'Universo.

Se la Natura mai non si ingannasse
e tutto conoscesse e ovunque e sempre
rivelasse un ingegno senza fine,
noi dovremmo temere dell'enigma,
vacillare tremanti e sbigottiti;
ma il genio della Terra e il nostro spirito
attingono fraterni a una sorgente
sola; noi siamo nello stesso mondo
ribelli alla materia, eguali, a fronte
non di numi tremendi inaccessibili
ma di fraterne volont velate.

Amica, forse troppo a lungo e troppo
superbamente noi c'immaginammo
creature divine incomparabili
senza parenti sulla Terra. Meglio
ritrovarsi tra i fiori e le farfalle,
essere peregrin come son quelli,
verso la meta sconosciuta e certa.
Certa  la meta. Com' dato leggere
tutto il destino della Macroglossa
in ogni parte del suo corpo aereo
foggiato ad eternare la bellezza
d'una fragile stirpe floreale,
chiaro si legge il compito dell'uomo
nel suo cervello e nei suoi nervi acuti.
Nessuno si ebbe pi palese il dono
d'elaborare la materia sorda
in un'essenza non mortale: anelito
di tutto ci che vive sulla Terra
fluido strano che ebbe nome Spirito,
Pensiero, Intelligenza, Anima, fluido
dai mille nomi e dall'essenza unica.
Tutto di noi gli  dato in sacrificio:
la ricchezza del sangue, l'equilibrio
degli organi, la forza delle membra,
l'agilit dei muscoli, la bella
bestialit, l'istinto della vita.
IN QUESTO ARCHIVIO:


TITOLO: Gozzano: Tutte le poesie
AUTORE: Guido Gozzano [Agli Canavese (To), 1883 - Aghi, 1916]
NOTE: la raccolta comprende:
      La via del rifugio [file RIFUGIO.TXT]
      -------------------------------------
        La via del rifugio
        L'analfabeta
        Le due strade
        Il responso
        L'amica di nonna Speranza
        I sonetti del ritorno
        La differrenza
        Il filo
        Ora di grazia
        Speranza
        L'inganno
        Parabola
        Ignorabimus
        La morte del cardellino
        L'intruso
        La forza
        La medicina
        Il sogno cattivo
        Miecio Horszovski
        In morte di Giulio Verne
        La bella del Re
        Il giuramento
        Nemesi
        Un rimorso
        L'ultima rinunzia


      I colloqui [file COLLOQUI.TXT]
      ------------------------------
      Il giovenile errore:
        I colloqui
        L'ultima infedelt
        Le due strade
        Elogio degli amori ancillari
        Il gioco del silenzio
        Il buon compagno
        Invernale
        L'assenza
        Convito

      Alle soglie:
        Alle soglie
        Il pi atto
        Salvezza
        Paolo e Virginia
        La signorina Felicita ovvero la Felicit
        L'amica di nonna Speranza
        Cocotte

      Il reduce:
        Tot Mermeni
        Una risorta
        Un'altra risorta
        L'onesto rifiuto
        Torino
        In casa del sopravissuto
        Pioggia d'agosto
        I colloqui


      Le farfalle [file FARFALLE.TXT]
      -------------------------------
      Storia di cinquecento Vanesse:
        [Come dal germe]
        Dei bruchi
        Delle crisalidi

      Monografie di varie specie
        Del parnasso
        Della cavolaia
        Dell'aurora
        Dell'ornitottera
        Della testa di morto
        Della passera dei santi


      Poesie sparse [file POESIE.TXT]
      -------------------------------
        Primavere romantiche
        La preraffaelita
        Vas voluptatis
        Il Castello d'Agli
        Laus Matris
        Parabola dei frutti
        L'incrinatura
        La falce
        Suprema quies
        A Massimo Bontempelli
        L'Antenata
        Il viale delle statue
        Il frutteto
        Domani
        I fratelli
        Garessio
        L'esilio
        La loggia
        A un demagogo
        Il modello
        Mammina diciottenne
        L'invito
        Elogio del sonetto
        La beata riva
        Non radice, sed vertice...
        L'altro
        Le golose
        Al mio Adolfo
        Nell'Abazia di San Giuliano
        L'ipotesi
        Il commesso farmacista
        Historia
        L'esperimento
        [Stecchetti]
        Congedo
        La pi bella
        Le non godute
        L'amico delle crisalidi
        Dante
        Ex voto
        La statua e il ragno crociato
        Im Spiele der Wellen
        Ad un'ignota
        Ketty
        Risveglio sul Picco d'Adamo
        La bella preda
        [Ah! Difettivi sillogismi!]
        La ballata dell'Uno
        La messaggiera senza ulivo
        La basilica notturna
        Ai soldati alladiesi combattenti
        Prologo
        Carolina di Savoia
        La culla vuota
        Natale
        Pasqua
        La Befana
        Oroscopo
        Dolci rime
        Prima delusione
        La canzone di Piccolino
        La Notte Santa

