GUIDO GOZZANO.

Nei primi anni dd Novecento, mentre D'Annunzio inaugura la sta-
gione solenne delle Laudi, si fa udire una voce diversa: una voce che
alla superumanit dannunziana oppone una minore umanit2, che al
clima eroico oppone un clima sentiunentale e stilistico caratterizzato
dal gusto dei toni spenti, delle emozioni lang ude, delle perplessit
fra luce e ombra. questa la voce del poeta pi significativo di quelli
che furon denominati crepuscolari, il torinese GUII)O GOZZANO (1883-
1916), autore di due libri di versi, La via del rifugio (1907) e I
collogui (1911), di un libro di viaggio, Yerso la cuna del mondo
(scritto al ritorno da un viaggio in India) e di due raccolte di fiabe e
due di novelle, pubblicate postume (La principessa si sposa, I tre ta-
lismani, L'ultima traccia, L'altare del passato).
   Nella scrittura di Gozzano ricorre con frequenza una coppia ver-
bale, quella di "spazio" e "tempo". La poesia di Gozzano parte di
qui: da uno  sgomento  dello spazio e del tempo e da un'esigenza di
rifugio contro il loro inquietante incombere. Il cuore che batte in
questa lirica  teme gli orizzonti troppo vasti , come ci suggerisce lo
stesso poeta, e ama la protezione dei confini limitati e familiari. Tut-
ta questa poesia vuol essere anzi in un certo senso una celebrazione
di superfici e sfondi ben definiti: Torino (la citt in cui visse Gozza-
no), che non  per lui la grande citt industriale, ma la citt che
ispira una cordiale e proteKiva fiducia:  Un po' vecchiotta, pro-
vinciale, fresca / tuttavia d'un tal garbo parigino, / in te ritrovo me
stesso barnbino, / ritrovo la mia grazia fanciullesca / e mi sei cara
come la fantesca / che m'ha veduto nascere, o Torino! . E poi le
Alpi, ma scnza immensit di panorami, al contrario intime e ripo-
sate, rivestite di boschi, ma senza mai perturbanti vastit; il Canave-
se, la terra della sua infanzia e dei suoi rifugi estivi; quel  Canavese
privo di fulgidi passati, ma verde di riposi ristoratori, dove l'anima
s adagia come una buona borghese .
   Un senso di borghese benessere, temperato e calmo, di soddisfat-
to edonismo, di intimismo raffinato, si pu isolare facilmente nella
poesia gozzaniana. Una delle presenze pi costanti di questa poesia 
costituita dalla "villa", con il suo frutteto e con il suo giardino (che
sembrano opporsi polemicamente al parco della poesia dannunzia-
na), con i1 suo "salotto" popolato di piccole cose domestiche che se-
gnano un orizzonte quieto e angusto; come quel "salotto" rimasto
poi famoso:  Loreto impagliato ed il busto d'Alfieri, di Napoleo-
ne /i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto !) / il caminetto
un orologio, il ritmo dell'acciottolio della cucina, il suono lontano
dalle campane di vetro... . Sempre insomma uno spazio raccolto
colmo di pace e di silenzio. Un  buon silenzio  fatto pi rassicu-
rante da qualche suono, il tonfo di un frutto che cade, il tic-tac di
un orologio, il ritmo dell'acciottolio della cucina, il suono lontano
di una trebbiatrice. Una pace fatta pi confidenziale dagli odori  di
basilico, d aglio, di cedrina , dal  buon aroma  di caff (e viene
in mente, per contrasto, ancora una volta, l'universo raffinato di suo-
ni e di odori della poesia decadente). Mentre su queste ville e su
qUeSti PaeSi S1 apre un cielo familiare: con una luna tranquilla, e
magari libresca, spoglia di ogni rabbrividente qualit astrlale ( La
luna sopra il campanile antico / pareva "un punto sopra un I gigan-
te" ). In sostanza tutto un album poetico di paesi e di cose, una ri-
cerca di scenari ridotti, per suscitare come una difesa preventiva
contro il sentimento dello spazio senza confini.
   Eppure in questo ritrovamento confortante di un dolce rifugio si
afferma una inattesa presenza di vastit, un bisogno turbato di eva-
sione, un'ansia sospesa di orizzonti lontani, una nostalgia esotica. E
basterebbe pensare alle tante pagine di Verso la cuna del mondo,
dove  la spaventosa distanza dalla patria , determina un desiderio
e insieme un'angoscia di lontananza. La poesia di Gozzano vive in
questa condizione di perplessa inquietudine, in questo oscillare conti-
nuo fra poli opposti (tra un desiderio di evasione e un'ebbrezza di
immensit e una volont di rifugio in un mondo quieto e riposato).
 ci che accade, come abbiamo visto, nell'esperienza dello spazio,
ed  ci che accade nell'esperienza del tempo.
   Innanzi tutto opera nella poesia di Gozzano un sentimento del
tempo in fuga, il senso del tempo che trascorre e dissolve le certezze
umane:  Tempo che i sogni umani / volgi sulla tua strada... / o tu
che tutte fai / vane le nostre tempre: / e vano dire sempre / e vano
dire mai... . Ma da questo rimpianto del tempo, che dilegua con
l'immagine delle cose ( le vane forme / di ci ch' stato e non sar
pi mai ), sorge l'urgenza di un rifugio nella memoria, e un inte-
riore processo quasi di proustiana  ricerca del tempo perduto . Na-
sce di qui il motivo lirico della stampa, che  appunto un modo di
tradurre questo desiderio di fissare il tempo. E la poesia di Gozzano
appare tutta arredata di suggestive stampe: stampe ottocentesche
sembrano il salotto di Torino, certi scorci dall'Amica di Nonna Spe-
ranza, della Signorina Felicita, tante pagine dell'Altare del Passato.
   Ancora una volta dunque ritorna questa condizione di perplessa
inquietudine, di sofferta instabilit, di continua oscillazione fra poli
opposti. La poesia di Gozzano consiste proprio in questo contrappun-
to di temi contrastanti di cui OgIU singola unit linguistica non con-
ta, ma conta il totale valore di somma di questi motivi. L'immagine
complessa di Gozzano  compiutamente rappresentata solo dalla
completa vicenda fantastica di questi temi: dalla risultante armonia
fuga-rifugio. Da quella perpetua ricerca di un riparo e dalla eterna
evasione da esso. Dal desiderio di spazi limitati e quieti, e dall'im-
prowisa nostalgia di vasti e diversi orizzonti; dalla ricerca del tempo
perduto, dall'ansia di fermare il tempo e dalla volont di abbando-
narsi al suo fluire. E, su questa trama, potremmo continuare a se-
gnare altri motivi. Cos in Gozzano si coglie un'angoscia delle cose
che invecchiano e muoiono e si rintraccia al tempo stesso una forte
adesione alla freschezza della natura florida e intatta; si osserva un te-
dio delle cose quotidiane, che lo porta a sospirare favole e sogni, e
nello stesso tempo un turgido desiderio di vita reale e concreta. In
questa mobilissima oscillazione di contrasti (una oscillazione che si
osserva anche sotto il profilo stilistico, tra cadenze prosastiche e raffi-
natezze espressive) in questo palpito musicale dal rifugio all'evasione,
 l'autentica voce della poesia gozzaniana.
