
    Carlo Goldoni.
    IL BUGIARDO - LA LOCANDIERA.


    Questa edizione del "Bugiardo"  e  della  "Locandiera"    identica  a
    quella  pubblicata  nella  Collezione  "Classici  italiani"  curata da
    GIUSEPPE ORTOLANI.

    Copyright 1950 Arnoldo Mondadori Editore.
    Prima edizione B. M. M. SETTEMBRE 1950.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.











    INDICE.

    Saggio introduttivo: pagina 3.

    IL BUGIARDO: pagina 39.
    LA LOCANDIERA: pagina 169.

    CARLO GOLDONI.

    In una certa scena dei "Rusteghi",  i quattro protagonisti  lodano  il
    vivere  "ala  vecia",  la  saggezza  del buon tempo antico.  Un attore
    famoso, in veste di Lunardo, soleva inserire un soggetto,  pressappoco
    cos:  "Eh,  nualtri  venieziani  del  Settecento,  vegnmo  a dir el
    merito..." eccetera eccetera.  Del resto,  un Lunardo  ammiratissimo:
    Emilio  Zago,  quaranta  o  cinquant'anni  fa  il  pi  celebrato  dei
    goldoniani in dialetto.  Gli attori veneziani si richiamano  ancora  a
    lui come a un modello: anzi, pi a lui che all'altro grande veneziano,
    Ferruccio Benini, che pure era artista pi fine e profondo. Dicono gli
    esperti   che  Zago  era  goldoniano,   cio  aveva  stile  goldoniano
    autentico,  e Benini invece no,  o molto meno.  Benini era  interprete
    sommo  di  un  teatro  pi  intimo,  tormentoso,  doloroso  - Giacinto
    Gallina,  Renato Simoni -;  ed era pi verista di Zago,  come Simoni e
    Gallina  son  pi  veristi  di  Goldoni.  Per verista era anche Zago;
    verista e anche - se si pu dire -  storicista.  Credeva  alla  verit
    storica  dei  personaggi goldoniani con fede innocente,  come prova il
    soggetto che ho ricordato. E s'intende,  non era un mostro di cultura,
    il  buon  Zago.  Per  esaltare il suo Goldoni,  per celebrarne la gran
    ricchezza,  lo diceva un vero  pozzo  artesiano.  Oggi  amenit  del
    genere non si dicono pi. Oggi gli attori italiani son tutti colti. Ce
    n'  persino  che  leggono Kant,  Hegel,  e dicono di capirli.  Per i
    dialettali seguono ancora Zago,  quasi tutti,  e per di pi lo seguono
    male,  sono  eredi scialbi,  immiseriti,  decaduti.  Il loro verismo 
    insistito, pettegolo,  meschino,  mentre quello del maestro era largo,
    pastoso,  colorito,  robusto.  E  c'  ancora tutto un armamentario di
    trovate, effetti o effettucci che dovrebbero dare il colore del tempo,
    il Settecento:  nei,  occhialetti,  tabacchiere,  inchini,  smancerie,
    "stomeghezzi", "cargadure". Una volta facevano il loro effetto ma oggi
    il  primo  accenno fa sbadigliare.  Cose simili si potrebbero ripetere
    per qualche goldoniano in lingua,  per gli eredi - pochissimi oramai -
    del  potente  e  strapotente  Ermete Novelli,  forse il pi grande dei
    nostri attori veristi.
    Del resto,  Goldoni "verista" o "realista"   idea  vecchia  quanto  
    possibile; e non solo in teatro. Nelle "Memorie", lo stesso Goldoni ha
    scritto:  Tutta  l'applicazione  che  ho  messo  nel costruire le mie
    commedie  stata quella di non guastare la natura.  E  si  pu  anche
    diffidare,  perch  gli  artisti  son cattivi giudici delle cose loro,
    molto spesso.  Ma in questo caso si sono  avute  conferme  notevoli  e
    numerose.  Gli avversari pi accaniti, i contemporanei Pietro Chiari e
    Carlo Gozzi,  accusarono Goldoni  di  aver  ucciso,  con  la  Commedia
    dell'Arte, la poesia, la fantasia, la variet, la sorpresa, il teatro,
    per  portare  sui  palcoscenici  la grigia,  monotona,  insignificante
    verit. Ma per Voltaire la verit, la naturalezza, la Natura fu motivo
    di lode: "On ne savait  quel titre - On doit  juger  ses  crits.  -
    Dans  ce  procs on a pris - La Nature pour arbitre.  - Aux critiques,
    aux rivaux,  - la Nature a dit,  sans leinte:  -  Tout  auteur  a  ses
    dfauts,  - Mais ce Goldoni m'a peinte". Verit e naturalezza lod il
    grande Goethe,  che aveva sentito a Venezia le "Baruffe  chioggiotte".
    Alla  verit  si  rifece  Giosue  Carducci  in  un sonetto famoso: La
    commedia de l'arte si dorma - Ebra vecchiarda ed ei con un suo  gesto
    - Le spicc su dal fianco disonesto - La giovinetta verit giula.  E
    il Carducci,  si sa,  non  era  un  grande  critico,  Ma  era  grande,
    grandissimo  critico  Francesco De Sanctis: e conferm il giudizio dei
    contemporanei e dei predecessori.  Dopo il De Sanctis e  il  Carducci,
    ancora  per qualche decennio,  Goldoni "verista" o "realista" fu luogo
    comune, idea pacifica e convenzionale. Le storie della letteratura,  i
    manuali  per  le  scuole  non  parlavano  che  di Goldoni creatore di
    caratteri,  cio d'uomini vivi e veri e svariati in contrapposto alle
    maschere   della   Commedia   dell'Arte,   ch'eran  personaggi  fissi,
    stilizzati, irreali.  I pittori e gli scultori rappresentavano Goldoni
    in giro per calli e campielli,  teatri e ridotti, fondachi e botteghe
    del caff,  occhialetto alla mano a  coglier  tipi  e  macchiette  da
    mettere in commedia.
    Oggi  idee  o  definizioni di questo tipo hanno ancora un certo corso.
    Per molto meno di un tempo.  Una certa attenuazione  o  trasmutazione
    comincia,  se non erro,  con Eleonora Duse.  La pi grande attrice dei
    tempi moderni, l'attrice senza pari,  principi verista,  anzi verista
    schietta   e   violenta;   e   vera   e   umana  si  mantenne  sempre,
    incomparabilmente,  anche quando lasci  il  verismo  per  l'arte,  lo
    stile,  la poesia, quando mise da parte Zola, Sudermann, Dumas figlio,
    Praga, Verga per Ibsen, Maeterlinck, D'Annunzio. Per, nel trapasso la
    verit fu elevata a stile,  filtrata a un  gusto  a  un  senso  d'arte
    supremi.  E cos avvenne per Goldoni e per Shakespeare,  che erano gi
    nel repertorio della Duse verista.  Forse prima fra i nostri attori la
    Duse  sent  Goldoni  come arte o come stile oltre che come verit.  I
    veristi puri trovarono la sua Mirandolina troppo stilizzata, preziosa,
    artificiosa. Eleonora dalle belle mani avrebbe portato D'Annunzio in
    Goldoni, lei che faceva umano il D'Annunzio pi retorico.
    Comunque, dopo la Duse il giudizio tradizionale s' venuto mutando e a
    fondo. La verit, in Goldoni, varrebbe meno di tutto. Dal vero Goldoni
    non avrebbe preso che  spunti,  tenui  pretesti  a  giochi,  capricci,
    "divertissements" abbondantemente liberi,  estrosi, fantasiosi. Valore
    fondamentale,  elemento preminente o  informatore  sarebbe  il  ritmo.
    Goldoni  in  essenza,  sarebbe  musica,  opera buffa pi che commedia;
    Goldoni  assimilato  a  Piccinni,  Galluppi,   Pergolesi,   Paisiello,
    Cimarosa:   non  atti  o  scene  ma  duetti,   terzetti,   concertati,
    contrappunti  rigorosi.  In  certi  allestimenti,   i  personaggi  son
    figurine di Svres e di Sassonia animate da un "carillon";  si muovono
    a scatti in un Settecento di maniera,  pallido e lucente,  languido  e
    vaporoso: Fragonard,  Watteau.  Fuori d'Italia poi,  o particolarmente
    fuori d'Italia,  si riporta  Goldoni,  tutto  Goldoni,  alla  Commedia
    dell'Arte.  Si preferisce il Goldoni con maschere,  che  quasi sempre
    il minore,  al Goldoni senza maschere,  o si riportano  alla  maschera
    personaggi  che  non  lo  sono  pi:  Mirandolina  ritorna  Colombina,
    Forlimpopoli  rifatto in Fracassa o in Pantalone. (Del resto,  fra le
    commedie  di  carattere  fuori  d'Italia  non  si  rappresenta  che la
    "Locandiera": e a Goldoni si preferisce Carlo  Gozzi.)  Lo  spettacolo
    vuol rifare la Commedia dell'Arte ed  teatralit esasperata,  accesa,
    violenta, acrobatica, urlante;  ballo o circo equestre.  Sovente,  per
    maggiore   violenza,   si   aggiunge   un  po'  di  surrealismo  o  di
    espressionismo: Longhi, Tiepolo,  Callot rifatti da Picasso,  Chagall,
    Severini.
    E sono rappresentazioni discutibili,  arbitrarie,  non c' dubbio, Non
    per quanto si  crede  generalmente,  almeno  in  Italia,  dove  fanno
    scandalo.   A  parte  gli  eccessi,  c'  qualcosa  di  legittimo,  di
    autentico,  che manca alle interpretazioni veriste o realiste;  e  chi
    non  ne  tien  conto  si fa di Goldoni un'idea impropria o incompleta.
    Qualche studioso italiano (D'Amico,  Flora,  Sapegno) s' accorto  che
    Goldoni non  solamente verit o verismo. E lo aveva sospettato gi il
    Carducci. Pure, ancora oggi non  ben chiaro e definito l'elemento che
    in  Goldoni    essenziale  o  fondamentale,  l'elemento che  forma o
    ragione d'ogni altro, voglio dire il teatro o la teatralit.

    Effettivamente,   negare  in  Goldoni  la  verit,   la   natura,   la
    rappresentazione  del vero,   paradosso troppo difficile.  A non dire
    altro, non pochi personaggi goldoniani son passati in proverbio,  sono
    popolari: e ci non avviene se non di quei personaggi che rispondono a
    una  verit  riconosciuta,  che  nella  vita  hanno  dei  simili o dei
    "simillimi",   o  che  riflettono   sentimenti,   passioni   pensieri,
    atteggiamenti che tutti conoscono. Cos Francesca, Giulietta, Climne
    Manon,  Emma  Bovary,  oppure Ugolino,  Fra' Cipolla,  Don Chisciotte,
    Amleto, Otello Alceste,  Don Abbondio.  In un piano meno alto,  si pu
    aggiungere  Mirandolina,   Eugenia,   Pamela,   Giannina,  Ripafratta,
    Fulgenzio, Geronte, Tdero, Lunardo, Don Marzio, Proverbiale  Goldoni
    pittore del popolino e Goldoni pittore d'ambienti.  Chi  dice  Goldoni
    parente  degli  operisti buffi,  deve ricordare almeno questo: l'opera
    comica,  quella del Settecento e quella di ogni  tempo,    la  faccia
    verista  o  realista,  popolana  o  borghese  del  melodramma  eroico,
    fantastico,  romantico o romanzesco.  Serpina  e  Uberto,  Carolina  e
    Robinson  la Buona figliola e il Filosofo di campagna,  e poi Rosina e
    Figaro,  Nemorino e  Don  Pasquale,  tutti  costoro  son  parenti  del
    personaggi goldoniani; qualcuno  addirittura fratello, perch Goldoni
    scrisse libretti per operisti famosi.  Ma son fratelli o parenti anche
    per la verit non solo per la musica.  Chi vede  Goldoni  come  gioco,
    fantasia,  capriccio,  "divertissement",  Commedia dell'Arte  pregato
    almeno di questo: rileggere un qualunque "scenario" o  "canovaccio"  e
    confrontare non dico coi "Rusteghi" o la "Casa nova",  con le "Baruffe
    chiozzotte" o "Sior Tdero", ma col "Bugiardo", la "Serva amorosa",  i
    "Gemelli  veneziani",  il  "Servo  di due padroni",  che alla Commedia
    dell'Arte sono ancora tanto  vicini.  Ci  che  in  Goldoni    verit
    s'impone  ancora  oggi  che in fatto di verismo o realismo si  veduto
    ben altro. E si vedrebbe meglio quando si avesse presente, sempre, ci
    che la Commedia dell'Arte veramente fu.
    In origine fu  soltanto  questo:  le  prime  compagnie  di  attori  di
    mestiere e non altro che attori.  Il teatro medievale allestiva i suoi
    spettacoli,  sacre rappresentazioni o  misteri,  moralit  o  farse  o
    "giochi"  saltuariamente;  e  all'ufficio  d'attori  si prestava gente
    d'ogni condizione: artigiani,  studenti,  borghesi,  padroni e  servi,
    preti  e  secolari.  Col  Rinascimento  l'amore del teatro si fece pi
    forte: era pur esso amore del piacere,  della gioia,  della  vita.  Il
    teatro   divenne   abitudine,   piacere  di  ogni  giorno:  donde  una
    professione particolare, quella degli attori o comici,  e le compagnie
    regolari,  e  i  teatri.  In  origine  gli attori eran gente da poco o
    peggio che da poco, gente di vita libera o torbida,  irregolari d'ogni
    genere  e  specie: giullari e cantastorie,  giocolieri e saltimbanchi,
    vagabondi e pezzenti,  ladri  e  tagliaborse,  mezzani  e  prostitute.
    Naturalmente,   gente  di  cultura  misera,   spesso  analfabeti.   Il
    repertorio  non  aveva  dignit  letteraria,  imbastito  dagli  stessi
    attori.  E costoro,  con l'andar del tempo, sempre meglio affinati; si
    addestravano fin dall'infanzia, di padre in figlio,  di generazione in
    generazione.  Con  l'andar  del  tempo,  col fiorire del Rinascimento,
    teatri sempre pi vasti e ricchi, e compagnie sempre meglio dotate,  e
    attori colti o coltissimi: cos il repertorio ammetteva opere grandi e
    scrittori   famosi.   Tuttavia  l'impianto  primitivo  sostanzialmente
    rimase.  Prevalsero sempre gli attori,  padroni  e  signori  assoluti.
    Erano attori nel senso moderno,  e insieme cantanti, musici, ballerini
    mimi,  acrobati e giocolieri: qualcosa e pi di qualcosa  era  rimasto
    degli  antichi  cantastorie  e  giullari e saltimbanchi.  Le compagnie
    rappresentavano di tutto: commedie e farse,  drammi e tragedie,  opere
    in musica seria e buffe, e varie sottospecie: tragicommedie o commedie
    eroiche,   drammi  eroici  o  eroicomici,  pastorali  e  "intermezzi",
    eccetera  eccetera.  Ricordate  la  filastrocca  di  Polonio,   quando
    annuncia  ad  Amleto l'arrivo dei comici in Elsinor?  Ci furono attori
    meravigliosi, esaltati da artisti e poeti, principi e sovrani, adorati
    dalle folle come semidei.  Gli allestimenti erano raffinati e fastosi,
    spesso  creati  da  pittori e architetti grandi.  La scenografia tocc
    vette mai conosciute;  le opere in musica e le musiche di scena  erano
    scritte  da compositori famosi.  Ma il grosso del repertorio fu sempre
    costituito da opere senza dignit; anzi neppure opere, non copioni nel
    senso moderno,  scritti per disteso da veri scrittori,  con  parti  da
    mandare  a  memoria  e  interpretare  pi  o  meno  fedelmente,  bens
    "scenari" o "canovacci": azioni distribuite in atti e scene,  ma delle
    battute solo un accenno,  una traccia,  e su questa traccia gli attori
    tessevano la parte vera e propria,  ciascuno secondo il suo talento  o
    estro o capriccio,  inventando "a soggetto",  come si diceva. C'era il
    poeta di teatro,  per lo pi aggregato alla  compagnia;  ma  era  un
    mestierante  grosso,  un  povero  abborracciatore  o raffazzonatore di
    "canovacci" o "scenari".
    A proposito di Commedia dell'Arte s' parlato e  si  parla  ancora  di
    improvvisazione,  di  commedie  "all'improvviso",  con parti o battute
    create l per l,  al momento dello spettacolo.  Ma  pi leggenda che
    verit.  Agli  attori  italiani,  troppo  spesso  pigri,  pasticcioni,
    presuntuosi,   vanitosi,     sempre  piaciuto  farsi  credere   genii
    soprannaturali.  L'improvvisazione  qualche volta ci sar stata,  come
    c' ancora, qualche volta. Ma una volta trovate, le battute eran messe
    per iscritto,  fissate e ripetute a ogni recita,  magari trasferite da
    un  copione  all'altro.  Son  giunte  fino  a  noi raccolte ingenti di
    battute gi pronte, per ogni caso o situazione: "sortite" o "chiuse" o
    "chiusette", saluti e addii, tirate e monologhi,  botte e risposte per
    scene d'amore, di gelosia di dispetto, di sdegno, sentenze e proverbi,
    "lazzi" o buffonate. E si potevan trasferire agevolmente da un copione
    all'altro,  perch  le situazioni si somigliavano tutte e i personaggi
    eran sempre i medesimi: le "maschere".  Alcuni portavan sul volto  una
    maschera che rendeva le fattezze fisse,  immobili;  e anche quelli che
    non portavano la maschera avevan sempre  un  nome,  un  carattere,  un
    abbigliamento,    una   condizione.   Non   erano   pure   invenzioni,
    cervellotiche o fantastiche: rispondevano anzi, in certa misura, a una
    realt umana,  etnica,  storica,  e ci le variava un poco col variare
    dei tempi,  dei paesi,  degli ordinamenti sociali.  La plebe suggeriva
    gli "zanni", i buffoni, servi ora tonti, ora astuti,  sempre affamati,
    sempre  in  fregola,  sempre disposti ai servigi pi umili o abbietti,
    sempre all'erta a studiar l'occasione per risolvere  il  problema  del
    pasto quotidiano: la plebe miserabile,  inebetita, brutale del Cinque,
    del Sei,  del Settecento.  Arlecchino e altri "zanni" tonti e mangioni
    venivano  dalle  valli  bergamasche,  dove  anche allora non abbondava
    l'intelligenza.  Il  Dottor  Graziano,  o  Dottor  Balanzoni,  era  di
    Bologna,  per  via  della famosa universit;  ed era il medico di quei
    tempi,  ignorante,  saccente,  ciarlatano,  spacciatore di frottole in
    italiano,  in  bolognese e in latino.  Il Capitan Fracassa,  Spavento,
    Bombarda o di Vallinferno, era il soldataccio di ventura eroe a parole
    e vilissimo a fatti, a sentir lui ricchissimo e di gran lignaggio,  in
    realt   morto   di   fame   e  di  estrazione  vilissima;   seduttore
    irresistibile,  in realt sempre beffato e scorbacchiato.  Sovente era
    spagnolo  -  Matamoros  -  perch dalla Spagna venivano gli "hidalghi"
    affamati, a stormi come le cavallette. Erano un flagello terribile,  e
    gli  italiani si vendicavan come potevano,  con una feroce caricatura.
    Pantalone era il vecchio danaroso, taccagno,  libidinoso e rimbambito,
    gabbato  e  sfruttato  dai  figli,  dai  servi,  dalle  amanti  (Paga
    Pantalone).   Fu  dapprima  un  magnifico,   cio   un   nobile,   un
    aristocratico,  ma  poi  divenne  borghese e mercante.  Rosaura era la
    "puta de casa soa",  la fanciulla di famiglia,  delicata e  svenevole,
    timida  e  sentimentale,  severamente  sorvegliata.  Ce  n'era ancora,
    Rosaure,  non  gran tempo,  ma  oggi  le  figlie  di  famiglia,  sono
    tutt'altra cosa.  Ci sono ancora oggi,  invece,  Colombina, Corallina,
    Argentina,  Smeraldina,  Serpina,  Olivetta,  Vespina,  e  ci  saranno
    sempre,  finch  al  mondo ci saranno cameriere,  servette e servotte.
    Intorno alle maschere e al loro fondo reale ci sarebbe ancora molto da
    dire,  e  ne  varrebbe  la  pena.  Ma  l'argomento  non    mai  stato
    approfondito,  almeno in questo senso, perch quel fondo reale non era
    poi cos ricco,  e quel tanto di umano  era  stilizzato  o  tipizzato,
    schematizzato o irrigidito, esagerato nella caricatura, quasi sommerso
    nella  deformazione  estrosa,  irreale  o  surreale.  Non per nulla la
    Commedia dell'Arte piace ancora tanto ai  nordici,  ai  romantici,  ai
    gotici.  Federico  Schiller tradusse Carlo Gozzi e lo fece di casa nei
    teatri tedeschi, dov' ancora repertorio normale.
    Era regola che ogni attore o attrice recitasse per tutta la  vita  una
    certa maschera,  la pi adatta al suo estro,  al suo temperamento,  ai
    suoi mezzi fisici,  o tutt'al pi mutava due,  tre maschere col passar
    degli  anni,  dall'adolescenza  alla vecchiaia.  Aveva perci tutto il
    tempo di studiare la sua maschera,  di perfezionarla,  di arricchirla,
    di   fissarne   e   meccanizzarne  ogni  parola,   ogni  gesto,   ogni
    atteggiamento. Insomma, i comici dell'Arte improvvisavano meno,  molto
    meno  degli  attori  moderni,  i quali recitano,  nella loro carriera,
    decine o centinaia di personaggi  diversi.  Oggi  in  teatro  ci  sono
    ancora i "ruoli",  e sono eredit delle maschere,  indicano quel tanto
    di limitazione o distribuzione delle parti che  imposta dalle diverse
    attitudini o dai mezzi fisici. Ma sono distribuzioni o limitazioni pi
    ricche e varie delle maschere, senza confronto.  Oggi la prima attrice
    (cio  Rosaura,  o  Isabella  o  Silvia)  pu  essere  Edda  Gabler  o
    Margherita Gautier,  Climne o Fedra,  Mila di Codra o Lady  Macbeth;
    oggi  il  primo  attore pu essere Amleto o Lear,  Osvaldo o Borkmann,
    Ripafratta o Figaro, Faust o Alceste.
    Quando Goldoni apparve,  la Commedia dell'Arte dominava da  oltre  due
    secoli,  ed  era ormai stanca,  logora,  in evidente declino.  C'erano
    ancora attori valenti;  ma s'imprigionavano  nelle  situazioni,  nelle
    maschere,  nei  soggetti  esauriti  e ripetuti,  L'improvvisazione non
    c'era mai stata che in misura modestissima;  ma ora veniva  a  mancare
    anche  l'invenzione,  la fertilit delle trovate.  E poi,  la Commedia
    dell'Arte aveva avuto il suo splendore tra la fine del  Cinquecento  e
    la  prima  met  del  Settecento,  con  l'Et  barocca.  Era la faccia
    teatrale del Barocco,  l'epoca pi teatrale che sia mai stata;  era il
    trionfo della fantasia,  dell'estro, del capriccio, della stravaganza,
    dell'assurdo,  era delirio sensitivo sensoriale fantastico  in  enorme
    sopraffazione  su  tutto ci che  logica,  ragione,  verosimiglianza,
    buonsenso o senso comune. Di l gli argomenti fantastici, strampalati,
    cervellotici; di l un fasto scenico visionario, incredibile; di l le
    maschere,  un linguaggio del pi strabocchevole marinismo;  e in  fine
    l'abbondanza  e  sovrabbondanza di musica,  canto,  danza,  pantomima,
    acrobazia, gioco di prestigio. E' del "teatro" il fin la meraviglia -
    chi non sa far stupir vada alla striglia. Ed  risaputo:  il  Barocco
    s'attenu,  s'ingentil  nel Rococ,  indi si spense nell'Illuminismo,
    che   era   semplicit,   chiarezza,    equilibrio,    ragionevolezza,
    moderazione,  "buon gusto",  verit o realismo.  Accanto al melodramma
    eroico o fantastico, creazione esclusiva dell'Et barocca, si svilupp
    l'opera buffa, spiccatamente razionale o realistica.  Il teatro comico
    francese ebbe Molire, Marivaux, Beaumarchais; il teatro italiano ebbe
    la riforma di Goldoni,  che fu riforma appunto in senso illuministico.
    Sparirono a poco a poco la musica,  il canto,  la  danza  e  tutto  il
    resto: spar la messinscena fastosa e macchinosa;  il linguaggio scese
    dai trampoli del marinismo per farsi parlato, quotidiano,  dialettale,
    sparirono  le  maschere  e  vennero  i "caratteri",  vennero affetti e
    vicende e fatti ispirati alla vita reale,  anzi alla vita pi semplice
    e modesta, borghese o popolana. Goldoni ebbe, s, esempi o precedenti:
    gli antichi,  Machiavelli,  il gran Molire;  nulla,  per, che sappia
    d'imitazione. Il suo modo di vedere l'uomo e la vita  quello dell'Et
    dei Lumi, cio un nuovo o rinnovato amore di verit. Per non guastare
    la natura Goldoni ripudia la Commedia dell'Arte,  ma tralascia  anche
    l'imitazione degli antichi, coi loro intrecci quasi obbligati e i loro
    personaggi quasi fissi,  quasi maschere.  I pedanti, gli accademici, i
    conservatori del suo tempo lo trovarono plebeo, volgare, triviale; gli
    fecero anche colpa  -  al  solito  -  di  aver  abbandonato  le  sacre
    aristoteliche  "unit  di  tempo,  di  luogo e d'azione".  Come sempre
    avviene,   quando  un'arte  o  un  gusto  dnno   nel   convenzionale,
    nell'abusato,   nel  falso,   Goldoni  aveva  rinnovato  modi,  forme,
    espressioni, riprendendo i contatti con la verit; e come sempre aveva
    urtato contro le tradizioni, le antiche glorie e le sante memorie.  La
    portata  storica  o  il significato storico della riforma goldoniana 
    tutto qui. E non  poco, ma non  tanto quanto si crede.
    Perch con la verit goldoniana si  esagerato e non poco. In effetti,
    in Goldoni il vero a volte c' e a volte non c'. E anche quando c' 
    limitato o condizionato in vario senso;  anche dove c' non ha mai  il
    peso,  l'importanza,  la  seriet,  la  significazione  che riveste in
    quegli scrittori cui si d nome di  "veristi"  o  "realisti".  Per  la
    verit,  nessuno  ha  mai  pensato  - almeno che io sappia - a mettere
    Goldoni  insieme  coi  pi  strenui   veristi   ottocenteschi:   Zola,
    Maupassant,  Verga. Ma nemmeno si pu pensare al verismo o alla verit
    di Manzoni o del Porta, del Boccaccio o di Dante,  nemmeno alla verit
    di un Molire,  di Prvost, di Laclos o di Beaumarchais, scrittori pi
    vicini a Goldoni per epoca e gusto.  Giosue Carducci,  in  un  sonetto
    delle  "Juvenilia",   accosta  Goldoni  a  Terenzio:  O  Terenzio  de
    l'Adria... Avesse detto Plauto, Machiavelli,  Molire,  Beaumarchais,
    il  Carducci  sarebbe pure stato lontano,  molto lontano dal vero.  Ma
    Terenzio!  Terenzio  scrittore pi malinconico  che  comico,  umanit
    dolente  e  compatita,  indagatore  d'affetti  e  tormenti  profondi e
    pudichi, artista sensitivo e contenuto,  intimo o intimista;  direi il
    Giacinto  Gallina  dell'antichit,  un Gallina ancor pi malinconico e
    dolente.  Goldoni  scrittore tutto aperto e scoperto,  colore unito e
    vivace,  disegno netto,  plastica evidente. Infine Goldoni  scrittore
    esclusivamente comico;  e non si pu nemmeno  dire  umorista,  se  per
    umorismo s'intenda una comicit a fondo serio, riso o sorriso pensoso:
    Cervantes,  Molire,  Manzoni,  Dickens,  Ccov. Goldoni scrisse anche
    drammi,  melodrammi e tragedie.  Era poeta di teatro,  secondo l'uso
    dei tempi. In un altro sonetto il Carducci lo ricorda anche tragedo,
    autore  di  un  "Belisario":  Conduci  a mendicar di campo in campo -
    L'eroica cecit di Belisario.  Ma il Goldoni serio  morto e sepolto.
    Gli   storici  rilevano  nell'opera  sua  tracce  o  presentimenti  di
    letteratura  "larmoyante"  o  di  Romanticismo;   ma  ci  riguarda  i
    soggetti, gli argomenti, non il sentimento genuino. Nelle commedie c'
    qualche  situazione  dolorosa,  o  che potrebbe essere dolorosa;  ma 
    voltata  in  comico.  Cos  il  dolore  paterno  di  Pantalone  -  nel
    "Bugiardo"  -  o  la  passione di Ripafratta,  nella "Locandiera".  Lo
    spettatore pu farsi serio: situazioni simili possono affacciarsi alla
    sua mente, osservate o vissute nella realt.  Ma  cosa di un istante:
    subito il volto si spiana e torna a ridere.  Benini,  interprete sommo
    di Gallina,  era  meno  goldoniano  di  Zago,  perch  pi  verista  e
    intimista, pi profondo e doloroso.
    Il  verismo,  o  il realismo,  di solito fa pensare,  perch scrivendo
    pensava l'autore,  anche se poi non lo ha detto,  e il pensiero rimane
    implicito  nella  rappresentazione,  magari  nascosto  in  una  voluta
    impassibilit.  Di fronte alla realt,  alla realt nuda,  per lo  pi
    dolorosa,    difficile  che  lo  scrittore non si faccia pensoso.  Ma
    Goldoni non fa pensare;  o solo quel poco che consiste nel  constatare
    la  verit  dei  suoi personaggi,  che non  poi molto: una psicologia
    fine,  intelligente,  spiritosa,  ma insomma  nulla  di  profondo,  di
    abissale;  una verit alla portata di tutti, e anche per questo piace:
    diverte,  non affatica.  La verit di Goldoni  gran cosa  considerata
    nel suo tempo, in confronto alla Commedia dell'Arte o alla letteratura
    italiana  del  Sei  e  del  Settecento,  quasi  tutta  superficiale  o
    parolaia;  ma  povera cosa  in  confronto  ad  altri  tempi  o  altri
    scrittori.  Parecchi  personaggi  di  Goldoni  -  l'ho gi detto - son
    popolari perch veri;  per - ho aggiunto - su un  piano  minore,  con
    molto minor peso e ricchezza e significazione.  Chi metterebbe Goldoni
    fra  i  grandi  indagatori  di  anime  d'ogni  tempo?   Si   confronti
    Mirandolina a Manon,  Ripafratta ad Alceste,  Tdero a Pap Grandet; e
    non parliamo di Dante, Manzoni,  Shakespeare,  Dostoievskij.  I grandi
    sentimenti,  le  grandi  passioni  per  Goldoni son terra inesplorata.
    Qualche volta li sfiora ma non  se  ne  accorge,  perch  ride:  anche
    l'amore,  anche  la  gelosia,  anche  il dolore paterno.  Si confronti
    Pantalone deluso da Lelio - nel "Bugiardo"  -  a  Lear  tradito  dalle
    figlie.  E  so  bene che accostamenti simili son troppo forti.  Ma c'
    pure uno scrittore italiano,  il quale ha detto che le profondit e le
    complicazioni  e gli abissi delle moderne psicologie sono invenzione o
    montatura.   In  Goldoni  sarebbe  ricchezza  psicologica  quanta   in
    Dostoievskij;  o  Cecov o Proust;  soltanto,  meno appariscente,  meno
    montata,  contenuta,  sana,  sobria classicit.  In realt,  il  mondo
    goldoniano    tutto  piccole  cose,  sentimenti modesti,  quotidiani,
    lievi,  spiccioli.  Il gran mondo del  male  si  riduce  a  difetti  o
    difettucci,  smanie  e  manie  senza  conseguenze,  fissazioni  e tic:
    pettegolezzi, maldicenze (ma senza fiele), puntigli, dispetti, gelosie
    (ma senza sangue),  bugie (ma  divertenti),  salvatichezza,  tirannia,
    avarizia (ma senza fame),  smania di comparire, smania di villeggiare,
    smania di piacere, "morbin".
    E non parliamo  di  reazioni  morali,  d'intenzioni  o  preoccupazioni
    morali   o  moralistiche,   sociali  o  politiche;   non  parliamo  di
    significati storici gravi,  di vasta portata.  Non sarebbe proprio  il
    caso.  Eppure il Carducci ha pensato proprio a questo: e cos studiosi
    pi recenti.  L'americano  Chatfield  Taylor,  che  fuori  d'Italia  
    un'autorit,  ha  molto  insistito  su  Goldoni  realista e su Goldoni
    scrittore morale. O Terenzio de l'Adria, al cui pennello - di Italia
    serva i vindici colori: vale  a  dire  una  rappresentazione  la  cui
    verit  condanna o vendetta di una condizione vile. E poi - sempre il
    Carducci  -  Goldoni  pittore  della  sanit plebea,  creatore della
    scena  popolar  contro  la  Commedia  dell'Arte,  disonesta,  cio
    immorale,  sboccata;  e la Commedia dell'Arte ebra vecchiarda, piace
    ai signori, alla oligarchia,  la quale dai palchi sputa in platea,
    cio   sul   popolo.   Giosue  vedeva  vilt  e  servilismo  dovunque,
    nell'Italia del suo tempo,  e prestava al  buon  Goldoni,  due  secoli
    avanti,  i  suoi  propri  corrucci  un  po' finti un po' veri,  un po'
    montati un po' sinceri.
    Probabilmente Carducci,  o altri,  ha confuso la moralit col  parlare
    pulito (bench,  a dir vero, qualche doppio senso sia scappato anche a
    Goldoni).  Forse si  pensato che basti non dire porcherie per  essere
    morali, o che sia morale solo chi non dice porcherie, o che il non dir
    porcherie sia il colmo della moralit.  In questo caso Goldoni sarebbe
    molto pi morale  di  Shakespeare,  e  Shakespeare  sarebbe  scrittore
    immorale,  O  forse  -  pi probabile - si  scambiata la moralit col
    conformismo, con l'ossequio alle idee o ai pregiudizi correnti,  che 
    piuttosto indifferenza o acquiescenza, cio difetto di senso morale.
    Per Goldoni,  in verit, non  il caso di usar parole grosse. Egli non
    fu n immorale ne amorale.  Nella sua vita d'uomo  non  c'  nulla  di
    grave;  qualche  scappata  di  giovent,  qualche  divagazione  extra-
    matrimoniale, con le attrici. Aveva un debole per le servette, che gli
    ispiravano parti bellissime,  molto superiori  a  quelle  delle  prime
    donne tragiche o drammatiche,  delle amorose languide e svenevoli.  Il
    suo tipo di donne non era Rosaura, Isabella, Silvia,  bens Colombina,
    Corallina,  Argentina,  una donnetta rotonda e briosa;  e anche questo
    dice il suo carattere d'uomo,  incline al faceto,  non al  dramma.  La
    Marliani,  una servetta famosa, gl'ispir la "Locandiera", nientemeno.
    E questo  tutto o quasi tutto.  Per un uomo di  teatro    ben  poco.
    Piuttosto  la debolezza morale di Goldoni sta proprio nella sua indole
    bonaria,  conciliante e tollerante,  troppo tollerante,  senza mai una
    riserva o un'obiezione.  Leggi,  usi,  costumi del suo tempo,  Goldoni
    accett tutto;  accett persino le usanze immorali,  come il  cavalier
    servente,  il  cicisbeo.  Non  gi  che approvasse in cuor suo.  Nelle
    commedie i mariti delle mogli servite non fanno una bella  figura.  Ma
    era  costume  ammesso  e  scoperto,  e  anche  ammirato  come segno di
    eleganza,  di  spregiudicatezza,  di  saper  vivere;  ed  era  costume
    diffusissimo,  generale nel gran mondo, fra i signori. E Goldoni, come
    Don Abbondio non era nato con un cuor di leone.  Le  premesse  e  le
    dediche  di  questa  o  quella  commedia  lodano spesso regole di vita
    simili a quelle del curato  manzoniano:  prudenza,  cautela,  rispetto
    dell'ordine  costituito,  non  toccare tasti scabrosi,  non comprarsi
    gl'impicci a contanti, non raddrizzar le gambe ai cani. E poi c'era
    di mezzo il pubblico, e non bisognava guastarlo. La cassetta ha la sua
    importanza,  e Goldoni era uomo  pratico,  direttore  di  compagnia  e
    capocomico.  Nel pubblico chi sa quante dame avevano il cicisbeo,  chi
    sa quanti mariti chiudevano un occhio, o gradivano l'usanza,  perch a
    loro volta servivano una dama che non era la moglie.  E allora ecco la
    Siora Felice, nei "Rusteghi", a difendere il cavalier servente con una
    bella "renga".  Si pu giurare che a  quel  punto  venisse  un  grande
    applauso, proprio di quelli sentiti.
    Ed    vero;  nelle commedie vizi e difetti son deplorati o derisi: ci
    sono personaggi che si ravvedono: le dedicatorie  e  gli  avvertimenti
    sono  talora  fervorini  morali,  spiegazioni  e  giustificazioni.  Ma
    veramente  sentiti?  o  non  piuttosto  scuse  non  richieste?   Certi
    personaggi,  certe  situazioni  sono di una immoralit evidente;  ma a
    Goldoni non dnno veramente noia,  non lo sdegnano come egli vuol  far
    credere.  Nei  capolavori il fervorino morale o il pentimento - quando
    c' -  l'unica nota stonata,  che  quanto dire insincera.  A guardar
    bene,  Mirandolina  una civetta scaltra, fredda, avida, calcolatrice.
    La differenza fra lei e una  qualunque  mercenaria    tutta  qui;  la
    mercenaria  prende  ma  anche d,  laddove Mirandolina prende e non d
    niente.  Eppure Mirandolina    incantevole,  perch  Goldoni  ne  era
    incantato.  In  arte l'impressione non  determinata dalla cosa in s,
    bens dal modo come la vede e la presenta l'autore.  Nell'avvertimento
    che  precede  la  "Locandiera",  Mirandolina    messa  fra le civette
    pericolose,   devastatrici  di  cuori  e  di  famiglie.   Per   questo
    avvertimento qualcuno ha chiamato Goldoni faccia fresca,  e ha detto
    bene. A guardar bene Lelio Bisognosi  un fior di canaglia; libertino,
    diffamatore, sfruttatore, truffatore e altro ancora.  Ma ascoltando la
    commedia  chi  ci  pensa?  Ed    quanto  dire:  Ci  pensava  Goldoni?
    Nonostante tutto Lelio  simpatico come in  genere  gli  avventurieri.
    Per  gli  avventurieri,  i  lestofanti,  gli  imbroglioni intelligenti
    Goldoni aveva una certa indulgenza, una certa simpatia sorridente.  Un
    po'  avventuriero,   sia  pure  "onorato",  era  anche  lui,  Goldoni.
    L'"Avventuriero onorato"  una commedia il  cui  protagonista  adombra
    l'autore.  Eran  pure  i  tempi di Casanova e Cagliostro di Lorenzo da
    Ponte e Ranieri de' Calzabigi.  All'ultima scena dei "Bugiardo"  Lelio
    si  pente,  c' il classico pentimento caro alle anime timorate o agli
    spettatori cui piace passar per  timorati:  Signor  Dottore,  signora
    Rosaura, vi chiedo perdono e prometto che bugie non ne voglio dire mai
    pi.  Ma non ci crede neppure Arlecchino,  il servo tonto. Arlecchino
    commenta: "Sta canzonetta l'ho imparada a memoria. Busse mai pi,  ma
    qualche  volta,  qualche spiritosa invenzion".  Un tempo le compagnie
    veneziane mutavano il finale del "Bugiardo" nel modo seguente. In casa
    del Dottore,  presenti tutti i personaggi,  Lelio  viene  smascherato:
    Pantalone  rompe  ogni  rapporto  con  lui  e  poi  va via,  il Dottor
    Balanzoni e gli altri rimproverano a Lelio  il  dolore  di  quel  buon
    padre;  ma Lelio non si perde d'animo e spara l'ultimo razzo: Signori
    miei,  voi non conoscete il grave arcano?.  E gli altri:  Ancora  un
    arcano?!.  E  Lelio: Quell'uomo...  non  mio padre!.  Indignazione
    generale e sipario.  Il  finale  spurio    pi  autentico  di  quello
    autentico,  cio pi goldoniano. Mantiene a Lelio, fino all'ultimo, la
    sua vera natura,  che    quella  del  contafrottole  irresistibile  e
    inesauribile, artista o pirotecnico della spiritosa invenzione.
    Oggi  sensibile,  nei critici italiani, una certa tendenza a cogliere
    nei nostri classici i motivi di storia o di progresso, di evoluzione o
    di rivoluzione,  a distinguere ci che  morto da ci che  vivo,  ci
    che  superato da ci ch' ancora attuale. Tendenza pi che legittima,
    anche in opposizione a un'altra,  molto diffusa,  volta a illustrare e
    lodare  nei  nostri  grandi  tutto  ci  che    passato,  tradizione,
    conservazione,   restaurazione,  controriforma,  con  uno  spirito  da
    oratori funebri o da becchini,  pi che da critici.  Ma  purtroppo,  
    vero  che  i  nostri  grandi  son  volti  pi  spesso  al  passato che
    all'avvenire;  oppure,  spesso,  riflettono  la  loro  et  e  i  suoi
    fermenti,  ma  senza vera partecipazione,  in una specie di tranquilla
    indifferenza.  Sono spesso artisti grandi,  stupendi,  portentosi,  ma
    scarsi  di  vita morale,  alieni dalle partecipazioni o dagli impegni,
    indifferenti o conformisti.
    Goldoni  dei pi indifferenti. Con Goldoni, vissuto alle soglie della
    Rivoluzione,  vengono alla ribalta della  storia  la  borghesia  e  il
    popolo;  mentre  i  nobili,  i signori,  i grandi,  passano in secondo
    piano,   son  personaggi  di  fianco,   e  spesso  derisi:  svaporati,
    infrolliti,  boriosi spiantati, scrocconi. Ma di essi Goldoni non ride
    molto pi che del popolo o dei borghesi,  ed  riso  bonario,  punture
    senz'acrimonia,   senza  veleno.   Goldoni  non  amava  toccare  tasti
    scabrosi;  e per i nobili non c' satira  ma  bonaria  caricatura.  Si
    pensi  al "Giorno",  alle novelle del Porta,  ai "Promessi Sposi".  Un
    secolo prima di Goldoni Molire era in rissa violenta con la  moralit
    e il costume del suo tempo;  e gliene vennero guai non pochi in vita e
    in morte: Molire grande immoralista,  empio  e  blasfemo,  avverso  a
    tutti i conformismi,  i pregiudizi,  le ipocrisie,  le repressioni, in
    esclusiva,  appassionata,  aperta difesa di tutto ci che  sincerit,
    vita,   natura,   istinto,   gioia,   piacere.  Ai  tempi  di  Goldoni
    Beaumarchais scaravent contro il gran mondo la bomba del  "Matrimonio
    di  Figaro".  La Rivoluzione batteva alle porte,  ma Goldoni non se ne
    accorgeva.  Guardava la vita e ne prendeva  ci  che  serviva  al  suo
    teatro.  Coglieva il declino dei grandi,  ma senza darvi gran peso.  E
    ritraeva gli umili con simpatia,  li vedeva pi vivi e attivi,  ma  la
    loro condizione vera,  a quei tempi,  bisogna cercarla altrove che nel
    teatro di Goldoni. I suoi popolani paiono, a pi di un critico, simili
    a quelli del Manzoni,  La stessa verit  -  si  dice  -  o  la  stessa
    naturalezza.  Ma per l'appunto: Lucia e Giannina,  Agnese e Donna Cate
    Panchiana,  Renzo e Titta Nane,  Bortolo  e  Toffolo  Marmottina  sono
    popolani  un po' accomodati: son pulitissimi,  portano abiti freschi e
    stirati,  odorano di bucato,  non dicono parolacce,  non  soffrono  la
    miseria,  la fame,  l'abbrutimento; e son popolani del Settecento, nel
    Veneto; son popolani lombardi, nel Seicento,  sotto gli Spagnoli.  Che
    strano  concetto hanno certi critici,  della verit storica.  Direi un
    concetto arcadico.  O forse sono i poveri come li vedono i  ricchi,  o
    come li vogliono vedere.
    Ma per Goldoni - dicevo - non  il caso di usare parole gravi. Se mai,
    le parole gravi andrebbero bene per altri scrittori, che avevano altre
    intenzioni,  intenzioni  morali  e  sociali  e  politiche e religiose.
    Goldoni aveva altro pel capo, e certe cose,  forse,  non le sospettava
    neppure.  Forse  per  lui  la  Rivoluzione  non  fu  che  una  grande,
    sconcertante,  orribile sorpresa.  L'indole vera  e  gli  ideali  veri
    dell'uomo  Goldoni  li  ha  colti il Carducci.  Il Carducci - l'ho gi
    ricordato - non era  un  grande  critico,  ma  non    detto  che  non
    azzeccasse,  qualche  volta.  I  cinque  sonetti  intitolati  a "Carlo
    Goldoni - uno nelle "Juvenilia", gli altri quattro in "Rime e Ritmi" -
    contengono parecchie storture e qualche  intuizione  felice.  Carducci
    parla  di  verit  giula,  e  per  la verit goldoniana  un limite
    giusto:  Goldoni  pittore  del  vero,  ma  dove  il  vero    lieto,
    sorridente  spensierato.  Carducci  accenna  al Goldoni tragedo,  ma
    subito riprende il tono giusto parlando di Arlecchino  e  del  Capitan
    Fracassa  cio  di  teatro: Dal mondo de la luna ecco Arlecchino - Al
    brigadier di Spagna. E c' un sonetto interamente felice,  un sonetto
    tutto  goldoniano,  tutto lieto e luminoso e,  che pi importa,  tutto
    pieno di teatro: A te porgente su l'argenteo  Sile  -  Le  braccia  a
    l'avo da l'opima cuna, - Ne la festante ilarit senile - Parve la vita
    accorrere con una - Maronetta in mano.  Al sol d'aprile - Te fuggente
    la logica importuna - Presago accolse il comico navile  -  Veleggiando
    la  tacita  lagrima.  -  E  Florindi  e  Lindori  e Pantaloni - Fur la
    famiglia tua;  d'entro i suoi scialli - Rosaura  ti  dicea:  "Bon  d,
    putelo, - Fumavan su la tolda i maccheroni, - Su l'albero le scimmie e
    i  pappagalli  -  Garrian.  Su l'Adria ridea grande il cielo.  Dunque
    Marionette e teatro,  l'avo maniaco di teatro e il nipotino che scappa
    di casa con una compagnia di comici. Insomma teatro fin dalla nascita,
    teatro la vocazione autentica, l'istinto pi vero e profondo, e teatro
    senza  peso  di  moralit  n  di  pensiero,  fatto  per  divertire: e
    nonostante la verit o il realismo,  un  mondo  artistico  ben  lieve,
    ancora  pi  lieve  di  quello  del contemporaneo Metastasio,  l'altro
    grande superficiale della nostra letteratura. In Goldoni l'ispirazione
    pi profonda  ci che a Venezia  si  dice  morbin,  cio  gioia  di
    vivere,  smania  di  piacere    di  divertimento,  e  la particolare,
    personale espressione del "morbin" per Goldoni  il teatro.  E in quel
    teatro c' molta verit, ma solo in funzione di teatro, solo in quanto
    fa gioco,  spettacolo,  divertimento. Cos le canagliate di Lelio o le
    smanie di Ripafratta,  cos le baruffe chioggiotte.  Dice a  un  certo
    momento il Cogidor - cio Goldoni - alle prese coi baruffanti: "Mi so
    cossa  ghe  vorra  per  giustarli.  Un pezzo di legno ghe vorra.  Ma
    averave perso el divertimento" (Atto  terzo,  scena  diciannovesima).
    Che altro?  In un certo momento della sua vita, Goldoni non si trovava
    pi bene a Venezia: troppe  beghe,  troppe  incomprensioni,  ostilit,
    invidie:  e  allora  egli  lasci  Venezia per Parigi.  Il distacco fu
    doloroso. Ma la lettera d'addio sapete cos'? E' un pezzo di teatro. E
    niente di patetico,  di dolente,  di lacrimante,  bens  una  commedia
    bella  e  vispa  come  le  sue  pi  belle:  "Una delle ultime sere di
    Carnevale". Tanto, anche a Parigi si poteva fare del teatro,  e questo
    importava soprattutto.
    E  d'altra  parte al divertimento,  al teatro pu giovare altro che la
    verit: e allora Goldoni accoglie quest'altro: accoglie il  ritmo,  la
    musica, la stilizzazione, la caricatura e anche - entro certi limiti -
    la fantasia. Tutto questo  una grazia di pi, un divertimento di pi.
    E  se la verit  pi ricca della fantasia,  ci  perch a quel tempo
    la verit era  pi  nuova  della  fantasia,  faceva  pi  novit,  pi
    sorpresa,  cio  pi  teatro.  Goldoni  demol  la Commedia dell'Arte,
    quando era stracca vecchiarda e il pubblico ne era stufo.  Ma non la
    demol tutta. Nel suo teatro le maschere vissero a lungo, anzi vissero
    sempre.  Le  donne  e  donnette  han  sempre  qualcosa  di  Rosaura  o
    Colombina; gli uomini son sempre un po' Florindo,  Lelio,  Arlecchino,
    Brighella,  Pantalone. Del resto, anche come autore dell'Arte, Goldoni
    sapeva il fatto suo.  Il "Servo di  due  padroni"  e  i  "Due  gemelli
    veneziani"   sono   canovacci,   ma  purgati  d'ogni  trivialit  sono
    meccanismi scenici  agili,  eleganti,  briosi.  E  il  "Bugiardo",  lo
    stupendo  "Bugiardo",  non  tanto riforma o trapasso dalla Commedia
    dell'Arte   alla   commedia   di   carattere,   quanto   elegantissima
    contaminazione:  il  vero tempera il fantastico e gli da sangue nuovo;
    il fantastico  dona  al  vero  un  colore,  un  brio,  un  incantevole
    scintillio.  L'argomento non  pi cos strampalato,  le maschere sono
    umanizzate.   Pantalone    addirittura  uno  dei  grandi   personaggi
    goldoniani,  fratello a Geronte,  Lunardo, Tdero, Cristofolo: non pi
    il vecchio rimbambito,  acciaccoso,  sporcaccione,  taccagno,  ma  uno
    stimato  mercante  veneziano,  un  ottimo padre un po' all'antica ma
    indulgente,  comprensivo e affettuoso.  Emilio Zago lo recitava  senza
    maschera, con intuizione felice. Ma la Venezia del "Bugiardo"  un po'
    vera  un  po' fantastica,  una Venezia carnevalesca,  un capriccio del
    Tiepolo; e le inverosimiglianze, le maschere,  le battute paradossali,
    le spiritose invenzioni mirano all'effetto, non alla verit.
    Del  resto,  tutta  dominata  dal  teatro,  tutta sotto il segno di un
    teatro sorridente,   la vita dell'uomo Goldoni.  Il teatro fu la sola
    attivit  che Goldoni abbia preso veramente sul serio,  la sola cui si
    sia dedicato  con  una  costanza,  un'ostinazione  che    passione  e
    vocazione. Lope de Vega, autore di teatro dei pi autentici e fecondi,
    disse una volta d'esser violentato al teatro da una sorta di dmone.
    Qualcosa  di  simile disse di s Goldoni.  E l'accostamento pu stare,
    purch si tenga presente  che  quello  di  Goldoni  fu  un  dmone  di
    carattere bonario, faceto e burlone: nulla di esaltato, di eroico o di
    tempestoso.

    Carlo  Goldoni  nacque  a  Venezia  il  26 febbraio 1707,  di famiglia
    modenese.  Buon umore e teatro eran di casa,  genii tutelari innocenti
    se  non innocui.  I Goldoni erano ricchi,  ma il nonno paterno,  Carlo
    egli pure,  distrusse il patrimonio.  Dice di  lui  il  nipote,  nelle
    "Memorie": Era... un brav'uomo, ma niente economo. Amava i piaceri, e
    accomodavasi  bene  all'allegro  umore  dei veneziani.  Aveva preso in
    affitto una bella casa di campagna... sul Sile...  distante da Venezia
    circa diciotto miglia e l faceva scialacquo...  Dava Commedia e Opera
    in casa sua: tutti i migliori attori,  tutti i  pi  celebri  cantanti
    erano  per  lui:  gente  accorreva da tutte le parti.  Nato in mezzo a
    questo fracasso e a quest'abbondanza,  come  poteva  io  sprezzar  gli
    spettacoli,  e  non  amar l'allegria?...  Mia madre mi aveva partorito
    quasi senza dolori, e m'aveva perci pi caro,  e non avendo io pianto
    allorch  comparvi  la  prima volta alla luce,  questa placidit parve
    manifestare fin d'allora il mio carattere pacifico, che mai in seguito
    venne meno.  Ero la gioia della casa.  La mia governante diceva  ch'io
    era spiritoso;  mia madre si prese cura d'educarmi, mio padre di farmi
    divertire.  Fece egli fabbricare  un  teatro  di  fantoccini,  che  ei
    medesimo faceva muovere in compagnia di tre o quattro amici; e all'et
    di quattro anni io lo trovavo un giocondissimo divertimento.
    Senonch,  alla morte del nonno il divertimento fu troncato,  o almeno
    sospeso. La famiglia si trov in strettezze e si trasfer da Venezia a
    Chioggia,  dove condusse vita molto modesta.  Il padre  di  Carlo  era
    medico,  e accett incarichi a Perugia e poi a Rimini. Si port con s
    il figlio  per  seguirlo  nei  primi  studi,  lasciando  la  moglie  a
    Chioggia,  Ma  appunto  da Rimini il fanciullo scapp per ritrovare la
    madre; fugg per via di mare, con una compagnia d'attori. Quel viaggio
    nella barca dei comici  raccontato nelle "Memorie" ed  commedia  del
    Goldoni migliore. Del resto, a Perugia e a Rimini Carlo aveva iniziato
    gli  studi,  ma  aveva frequentato assiduamente il teatro,  e fatto le
    prime letture teatrali, e persino scritto una commediola.
    Di tutto questo,  il nonno sarebbe  stato  felice,  il  nonno  maniaco
    bonario.  Non  cos il padre,  o non altrettanto.  Nel 1723,  a sedici
    anni,  Carlo fu avviato agli studi giuridici;  e frequent i corsi dal
    '23 al '26 a Pavia. Aveva ottenuto un posto al collegio Ghislieri. Era
    uno  scolaro  brillante,  per  monello.  Compose una satira contro le
    donne di Pavia, una satira sboccatissima,  intitolata il "Colosso",  e
    la lasci divulgare.  Scoperto come autore, fu cacciato dal collegio e
    pass all'universit di Modena.
    Frattanto aveva letto,  anzi divorato  innumerevoli  opere  di  teatro
    antiche  e  moderne,  italiane e straniere.  Aveva ammirato Aristofane
    Plauto, Terenzio, Machiavelli e Metastasio;  e sopra tutti,  molto pi
    di  tutti,  il  gran Molire.  Aveva anche notato con rammarico che il
    teatro italiano, il teatro come letteratura, era povero in confronto a
    quello  d'altri  paesi;  povero  come  qualit,   perch  soltanto  la
    "Mandragola",  capolavoro  solitario,  poteva reggere certi confronti.
    Cominci a nascere fin d'allora l'idea che pi  tardi  sar  proposito
    chiaro,  ponderato  e  deciso:  dare  all'Italia  un teatro comico non
    inferiore a quello d'altri paesi,  o almeno aprire a ci la strada  in
    modo degno.
    Negli anni fra il '28 e il '31 gli studi procedettero in qualche modo.
    Bisognava aiutare la famiglia. Fra il '28 e il '29 Carlo fu coadiutore
    del  Cancelliere  criminale  a  Chioggia  -  il Cogidor delle "Baruffe
    chiozzotte",  una specie di pretore - e poi a Feltre.  Ci furono anche
    scapestrataggini, dissipazioni, amorucci e amorazzi e, pi pericoloso,
    il vizio del gioco.  Fare il magistrato o l'avvocato, non era certo la
    sua vocazione.  Cos pi tardi,  non sar vocazione la diplomazia.  E'
    per da notare che il giovane Goldoni non fece tragedie. Non ci furono
    smanie,  disperazioni, fughe, tentativi di suicidio. L'uomo si conosce
    da quello che  fa  o  da  quello  che  non  fa.  Il  senso  pratico  o
    realistico,  la  mente  equilibrata,  non impedirono a Goldoni qualche
    sciocchezza, in giovent. Ma pi tardi furon moderatori efficacissimi.
    E  poi,  giurisprudenza,  magistratura,  diplomazia  sono  teatro.  Un
    processo  sempre uno spettacolo, spettacolo  la diplomazia, coi suoi
    intrighi,  finzioni,  colpi di scena; e gli avvocati, i diplomatici, i
    politici tengono sempre dell'attore.  Infine - lo abbiamo gi detto  -
    c'era  in  Goldoni  qualcosa  dell'avventuriero: e anche l'avventura 
    spettacolo.
    A 48 anni Goldoni padre mor,  e Goldoni figlio condusse a termine gli
    studi  di  legge.  Si  laure  a  Padova  nel 1731,  e anche in questa
    circostanza fece del teatro, fu comico dell'Arte dei pi consumati.  A
    quei tempi non si presentavano tesi di laurea scritte;  si discuteva a
    voce un  certo  argomento  assegnato  qualche  giorno  prima.  Goldoni
    improvvis  senza  preparazione alcuna,  e dopo aver passato un'intera
    notte al tavolo da  gioco.  Lelio,  il  Bugiardo,  non  avrebbe  avuto
    migliore faccia tosta.  Nel 1732 venne la nomina di avvocato veneto,
    qualcosa come l'iscrizione all'albo,  e cominci la professione.  Per
    in quello stesso anno il neo avvocato scrisse "Amalasunta", melodramma
    serio,  e  anche  uno  scherzo  comico,  un  "intermezzo": "Gli sdegni
    amorosi" ossia il "Gondoliere veneziano".  La  professione  d'avvocato
    Goldoni la eserciter fino al 1747, quando avr una regolare scrittura
    dal  capocomico  Medebach.  Alterner  la  professione  con  incarichi
    diplomatici e soste pi o meno lunghe in diverse citt: Milano, Crema,
    Parma, Brescia, Verona, Bologna, Rimini, Firenze, Siena,  Volterra.  A
    Genova nel '35,  spos Nicoletta Conio, che gli fu moglie affettuosa e
    fedele nella buona e nell'avversa fortuna, per tutta la vita.  Dal '45
    al '48 si trattenne a Pisa facendo l'avvocato.  Ma i legami col teatro
    si stringevano sempre pi.  L'impresario del Teatro San  Samuele,  nel
    '36, gli fece rappresentare a Venezia il "Belisario", tragicommedia in
    versi:  una cosa modesta,  ma significativa in questo,  che al tragico
    unisce il comico contro tutte le regole classiche  o  classiciste.  Al
    "Belisario"   seguirono   altri   melodrammi,   e   poi  "intermezzi",
    tragicommedie e commedie.  Sono in parte rifacimenti da altri  autori,
    in parte "scenari". Lo scrittore si faceva la mano al teatro, saggiava
    il pubblico e preparava il pubblico e se stesso alla famosa riforma.
    Aveva  senso  pratico,  conosceva  l'ambiente,  procedeva  per  gradi.
    Cominci  col  "Momolo  Cortesan"  nel  1738:  solo   la   parte   del
    protagonista  era  scritta  per intero.  Poi attese ancora cinque anni
    prima di presentare una commedia con tutte le parti scritte;  e fu  la
    "Donna  di  Garbo".  Scrisse ancora commedie tipo "scenario" anche pi
    tardi: "La serva padrona"  del '53: e le maschere  vissero  ancora  a
    lungo,  anche in capolavori come il "Bugiardo",  la "Finta ammalata" e
    la "Figlia obbediente".  Molto della  Commedia  dell'Arte  era  ancora
    vivo,  e  Goldoni  era  troppo  uomo  di teatro per non approfittarne.
    Cionondimeno,  la lotta per  la  riforma  fu  lunga  e  difficile.  Il
    consenso  del  pubblico  venne subito,  come sempre quando la novit 
    fresca e ardita;  ma furono avversi in  gran  parte  gli  attori  e  i
    mestieranti del teatro.  La riforma scomodava la pigrizia, scopriva la
    presunzione, comprometteva molti interessi. Furono avversi anche molti
    letterati,  e qualcuno non volgare come Carlo Gozzi,  il  Conte  Carlo
    Gozzi,  patrizio  della  Serenissima,  uomo ricco d'ingegno,  ma tutto
    rivolto al passato,  tutto attaccato a un mondo che stava per  morire.
    Del  resto  il  letterato  italiano,   e  spesso  anche  l'artista,  
    conservatore  e  attaccato  alla  tradizione.  La  compagnia  Medebach
    recitava Goldoni al teatro Sant'Angelo; gli avversari si annidavano al
    teatro  San  Samuele  sostenuti  dall'Accademia  dei Granelleschi dove
    primeggiavano i fratelli Gaspare e  Carlo  Gozzi.  Qualche  volta  gli
    avversari  riuscirono a montare contro Goldoni anche il pubblico.  Nel
    1750 cadde una commedia mediocre,  l'"Erede fortunata": e come avviene
    gli  invidiosi  ne  approfittarono:  Goldoni    finito,  deve essere
    finito.  Ma Goldoni rispose con un colpo di testa  che  fu  anche  un
    colpo  di  genio.  Per  l'anno  1751 promise sedici commedie nuove,  e
    mantenne l'impegno,  anzi ne  present  diciassette;  fra  l'altro  la
    "Bottega  del  caff",  il  "Bugiardo",  "Pamela  nubile",  la  "Finta
    ammalata".  La vittoria fu clamorosa ma le ostilit non cessarono.  Si
    aggiunsero  dissensi  col  Medebach,  amministratore poco corretto;  e
    Goldoni pass a scrivere per un'altra compagnia,  al teatro San  Luca.
    Per  quel teatro lavor dal '55 al '62 e ottenne grandi successi,  con
    opere delle  sue  pi  belle:  "Le  morbinose",  gli  "Innamorati",  i
    "Rusteghi", "Un curioso accidente", la "Trilogia della Villeggiatura",
    la "Casa nova",  "Sior Tdero brontolon",  le "Baruffe chiozzotte". Ma
    nel '60,  al teatro San Samuele,  Carlo Gozzi ottenne un  trionfo  con
    l'"Amore delle tre melarance",  e i nemici di Goldoni si fecero ancora
    pi insolenti.  Eppure i due scrittori avrebbero potuto  dividersi  il
    successo  in  piena  armonia,  o  almeno  senza guerra.  Indubbiamente
    Goldoni   ben  altro  artista  che  non  Gozzi;  ma  anche  costui  
    tutt'altro  che  spregevole:  le sue fiabe son cose lievi ma ricche di
    garbo, di spirito, d'estro, di fantasia,  di vitalit teatrale: ancora
    oggi resistono ottimamente alla ribalta.  Finalmente Goldoni, stanco e
    disgustato,  cedette le armi: nel '68 accett l'invito  di  recarsi  a
    Parigi a dirigere gli spettacoli della Comdie Italienne.
    L'addio  a Venezia fu doloroso.  Ma a Parigi si poteva fare ancora del
    teatro, e Goldoni non si sentiva n stanco n esaurito, A 55 anni ebbe
    ancora la forza di ricominciare da capo  la  grande  battaglia,  e  di
    vincerla.  Dominando ancora,  a Parigi, la Commedia dell'Arte, Goldoni
    riprese a conquistare il pubblico e gli attori,  un  poco  per  volta.
    Scrisse "scenari" e raffazzon lavori altrui come un principiante, poi
    fece conoscere cose pi sue,  fra grandi consensi. Sono di quegli anni
    il "Ventaglio" e la trilogia di "Zelinda e  Lindoro".  Addirittura  in
    francese,  nel  '71,  compose  "Le  bourru  bienfaisant",  l'ultimo  e
    assoluto,  squisitissimo capolavoro: una  cosa  incantevole  fatta  di
    niente.   Appunto  il  "Burbero  benefico"  riscosse  l'entusiasmo  di
    Voltaire.
    I successi parigini procurarono a Goldoni riconoscimenti ufficiali: fu
    nominato maestro di lingua italiana delle principesse reali;  nel  '69
    la  Corte  gli  assegn una pensione di lire tremilaseicento all'anno:
    per quei tempi una bella somma.  Fra l'84  e  l'87  furono  scritti  i
    "Mmoires",  pubblicati a Parigi appunto nell'87; un libro che rievoca
    tutte le passate vicende con sorridente serenit.  Ma gli ultimi  anni
    furono  tristi:  Goldoni vide la Rivoluzione,  il crollo di quel mondo
    cui aveva dedicato l'opera sua.  Nel '92 le pensioni di  Corte  furono
    soppresse per decreto dell'Assemblea Legislativa: e fu la povert. Nel
    1793,  per  intercessione  del  poeta  Giuseppe Chnier,  fratello del
    grande Andrea,  la pensione fu ripristinata;  ma  Goldoni  nemmeno  lo
    seppe: si era spento pochi giorni prima, il 6 febbraio 1793.

    GIOVANNI CESARI.


    IL BUGIARDO.
    (Commedia  di  tre  atti  in prosa rappresentata per la prima volta in
    Mantova la primavera dell'Anno 1750).


    L'AUTORE A CHI LEGGE.

    Il valoroso Pietro Cornelio,  colla pi bella ingenuit del mondo,  ha
    confessato  al Pubblico aver lavorato il suo "Bugiardo" sul modello di
    quello che fu attribuito in Ispagna a Lopez  de  Vega,  quantunque  un
    altro Autore Spagnuolo lo pretendesse per suo.
    Io con altrettanta sincerit sveler a miei Leggitori aver il soggetto
    della  presente  Commedia  tratto  in  parte da quella del sopraddetto
    Cornelio.  Vanta l'Autor Francese aver condotto l'opera sua con quella
    variet  nell'intreccio,  che  pi  gli  parve adattata al gusto della
    nazione, a cui doveva rappresentarsi. Tanto ho fatto io nel valermi di
    un tal soggetto: servito appena mi sono dell'argomento;  seguito ho in
    qualche  parte  l'intreccio;  ma  chi vorr riscontrarlo,  dopo alcune
    scene che si somigliano, trover il mio "Bugiardo" assai diverso dagli
    altri due;  talmentech  avrei  potuto  darmi  merito  dell'invenzione
    ancora,  se  sopra  un  tal  punto  non  fossi io assai scrupoloso,  e
    nemicissimo di qualunque impostura.
    Pur troppo nella edizione di Venezia,  stampandosi dal  Bettinelli  le
    mie Commedie, senza le piccole mie Prefazioni, e non leggendosi questa
    tale  premessa  al  mio "Bugiardo",  non mancher chi dir il bugiardo
    esser io medesimo,  arrogandomi l'altrui merito e l'altrui fatica;  ed
    ecco  la  necessit de' miei ragionamenti al Lettore,  la mancanza de'
    quali fa difetto notabilissimo nella prenarrata Edizione.
    Io per altro, come diceva,  ho dato un giro assai pi brillante ad una
    tale Commedia.  Ho posto al confronto dell'uomo franco un timido,  che
    lo fa risaltare.  Ho posto il  mentitore  in  impegni  molto  ardui  e
    difficili  da  superare,  per  maggiormente  intralciarlo  nelle bugie
    medesime,  le quali sono per natura cos  feconde,  che  una  ne  suol
    produr pi di cento, e l'une han bisogno dell'altre per sostenersi.
    Il  "sonetto"    forse  la  parte  pi  ridicola  della Commedia.  Le
    "lettere" a Pantalone e a Lelio dirette accrescono  l'imbarazzo  e  la
    sospensione.  Tutte  cose  da  me  inventate,  le quali potevano darmi
    sufficiente materia per una Commedia,  che si potesse dir  tutta  mia;
    ci non ostante,  sapendo io d'aver fatto uso del soggetto dell'Autore
    Francese, non ho voluto abusarmene, e Dio volesse che cos da tutti si
    praticasse,   che   non   si   vederebbono   tante   maschere,   tanti
    rappezzamenti, tante manifeste imposture.


    PERSONAGGI.

    Il DOTTOR BALANZONI: bolognese, medico in Venezia.
    ROSAURA, BEATRICE: sue figlie.
    COLOMBINA: loro cameriera.
    OTTAVIO: cavaliere padovano, amante di Beatrice.
    FLORINDO: cittadino bolognese,  che impara la medicina e abita in casa
    del Dottore; amante timido di Rosaura.
    BRIGHELLA: suo confidente.
    PANTALONE: mercante veneziano, padre di
    LELIO: il bugiardo.
    ARLECCHINO: suo servo.
    Un VETTURINO napolitano.
    Un GIOVINE di mercante.
    Un PORTALETTERE.
    Una DONNA che canta.
    Suonatori.
    Barcaiuoli di peota (La peota in Venezia   una  barca  assai  comoda,
    capace per molte persone, coperta di un panno rosso, con buoni sedili,
    ed  una  tavola  in  mezzo.  Serve  per alcuni piccioli viaggi,  e per
    divertimento in citt).
    Barcaiuoli di gondola.

    La Commedia si rappresenta in Venezia.



    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA.

    Notte con luna.
    Strada con veduta del canale. Da una parte la casa del Dottore, con un
    terrazzino. Dall'altra locanda, con l'insegna dell'Aquila.

    (Nell'alzar della tenda vedesi una peota illuminata,  disposta per una
    serenata,  con dentro i suonatori ed una donna che canta.  I suonatori
    suonano una sinfonia).

    (FLORINDO e BRIGHELLA in terra da  un  lato  della  scena.  ROSAURA  e
    BEATRICE vengono sul terrazzino).

    FLORINDO: Osserva,  osserva,  Brighella,  ecco la mia cara Rosaura sul
    terrazzino,  con  sua  sorella  Beatrice;  sono  venute  a  godere  la
    serenata.  Ora    tempo  ch'io  faccia  cantare  la  canzonetta da me
    composta, per ispiegare con essa a Rosaura l'affetto mio.
    BRIGHELLA: Mi non ho mai visto un amor  pi  curioso  del  vostro  (Il
    linguaggio  di  Brighella pu passare per veneziano).  Vussignoria ama
    teneramente la signora Rosaura: el ghe sta in casa, facendo pratica de
    medicina col signor Dottor,  padre  della  ragazza;  el  gh'ha  quanto
    comodo  el  vol  de  parlarghe,  e  invece  de  farlo a bocca,  el vol
    spiegarse con una serenada, el voi dirghelo con una canzonetta? Eh, no
    la butta via el so tempo cuss miseramente.  La  parla,  la  se  fazza
    intender,   la  senta  l'inclinazion  della  giovine;   e  se  la  ghe
    corrisponde, allora po la ghe fazza delle serenade,  che almanco no la
    butter via cuss malamente i so bezzi.
    FLORINDO: Caro Brighella,  te l'ho detto altre volte: non ho coraggio.
    Amo Rosaura, ma non trovo la via di spiegarle che l'amo. Credimi, se a
    faccia a faccia giungessi a dirle qualche cosa dell'amor mio,  morirei
    di rossore.
    BRIGHELLA: Donca la vol tirar avanti cuss? Penar senza dirlo?
    FLORINDO:  Via,  va  alla  peota,  e  ordina che si canti la nuova mia
    canzonetta.
    BRIGHELLA: La me perdona. Ho servido in Bologna so sior padre.  V.  S.
    l'ho  vista  a nascer,  e ghe voio ben.  Siben che adesso in sta citt
    servo un altro,  co la vedo ella,  me par de vder el  mio  patron,  e
    quelle ore che posso robar, le impiego volontiera...
    FLORINDO: Brighella,  se mi vuoi bene, fa quello che ora ti ordino; va
    alla peota, e di' che si canti.
    BRIGHELLA: La servir come la comanda.
    FLORINDO: Mi ritirer dietro di questa casa.
    BRIGHELLA: Perch retirarse?
    FLORINDO: Per non esser da nessuno osservato.
    BRIGHELLA: (Oh che amor stravagante!  Oh che zovene fatto  all'antiga!
    Ai nostri d se ne trova pochi de sta sorte de mammalucchi).  (s'avvia
    verso la peota).
    FLORINDO: Cara Rosaura,  tu  sei  l'anima  mia.  Tu  sei  l'unica  mia
    speranza. Oh, se sapessi quanto ti amo! (si ritira).

    (I  suonatori  nella peota suonano il ritornello della canzonetta e la
    donna dalla stessa peota canta la seguente canzonetta veneziana).

    Idolo del mio cuor,
    Ardo per vu d'amor,
    E sempre, o mia speranza,
    Se avanza - el mio penar.

    Vorria spiegar, o cara,
    La mia passion amara;
    Ma un certo no so che...
    No so, se m'intend,
    Fa che non so parlar.

    Quando lontana s,
    Quando non me ved,
    Vorria, senza parlarve,
    Spiegarve - el mio dolor;

    Ma co ve son arente,
    No son pi bon da gnente.
    Un certo no so che...
    No so, se m'intend,
    Me fa serrar el cuor.

    Se in viso me vard,
    Fursi cognosser
    Quel barbaro tormento,
    Che sento - in tel mio sen.

    Dissimular vorria
    La cruda pena mia;
    Ma un certo no so che...
    No so, se m'intend,
    Ve dise: el te vol ben.

    Mio primo amor vu s,
    E l'ultimo sar,
    E se ho da maridarme,
    Sposarme - voi con vu;

    Ma, cara, femo presto...
    Vorave dire el resto,
    Ma un certo non so che...
    No so, se m'intend,
    No vol che diga pi.

    Peno la notte e el d
    Per vu sempre cuss.
    Sta pena (se ho da dirla)
    Soffrirla - pi no so.

    Donca, per remediarla,
    Cara, convien che parla:
    Ma un certo no so che...
    No so, se m'intend,
    Fa che parlar no so.

    Sento che dise amor:
    Lassa sto to rossor,
    E spiega quel tormento,
    Che drento - in cuor ti gh'ha.

    Ma se a parlar me provo,
    Parole pi no trovo,
    E un certo no so che...
    No so, se m'intend,
    Pur troppo m'ha incant.

    (Frattanto che si canta la canzonetta escono Lelio ed Arlecchino dalla
    locanda,  e stanno godendo la serenata.  Terminata  la  canzonetta,  i
    suonatori suonano, e la peota parte).

    BRIGHELLA: Ela contenta? (piano a Florindo).
    FLORINDO: Sono contentissimo.
    BRIGELLA: Ela andada ben?
    FLORINDO: Non poteva andar meglio.
    BRIGHELLA: Ma siora Rosaura no sa chi gh'abbia fatto sta serenada.
    FLORINDO: Ci non m'importa: mi basta che l'abbia ella goduta.
    BRIGHELLA:  La  vada  in  casa,  la  se fazza vder,  la fazza almanco
    sospettar che sta finezza vegna da V. S.
    FLORINDO: Il cielo me ne liberi. Anzi, per non dar sospetto di ci, vo
    per di qua. Faccio un giro, ed entro in casa per l'altra porta.  Vieni
    con me.
    BRIGHELLA: Vegno dove la vol.
    FLORINDO: Questo  il vero amore. Amar senza dirlo. (partono).


    SCENA SECONDA.

    (LELIO e ARLECCHINO, ROSAURA e BEATRICE sul terrazzino).

    LELIO: Che ne dici,  Arlecchino, eh? Bel paese ch' questa Venezia! In
    ogni stagione qui si godono divertimenti.  Ora che il caldo chiama  di
    nottetempo al respiro, si godono di queste bellissime serenate.
    ARLECCHINO:  Mi  sta  serenada no la stimo un soldo (Gli Arlecchini in
    oggi comunemente usano il linguaggio veneziano).
    LELIO: No? perch?
    ARLECCHINO: Perch me piase le serenade, dove se canta e se magna.
    LELIO: Osserva,  osserva,  Arlecchino,  quelle due signore che sono su
    quel terrazzino. Le ho vedute anche dalla finestra della mia camera, e
    bench fosse nell'imbrunir della sera, mi parvero belle.
    ARLECCHINO: Per vussioria tutte le donne le son belle a un modo.  Anca
    la siora Cleonice in Roma la ve pareva  una  stella,  e  adesso  l'av
    lassada.
    LELIO: Non me ne ricordo nemmeno pi.  Stando tanto quelle signore sul
    terrazzino,  mi do a credere che non sieno delle pi ritirate.  Voglio
    tentar la mia sorte.
    ARLECCHINO: Con patto che ghe dis ogni quattro parole diese busie.
    LELIO:   Sei  un  impertinente.   Io  non  dico  che  delle  spiritose
    invenzioni.
    ARLECCHINO: Faressi meio andar a casa del sior Pantalon vostro padre.
    LELIO: Egli  in campagna.  Quando verr a Venezia,  andr a stare con
    lui.
    ARLECCHINO: E intanto vol star alla locanda?
    LELIO:  S,  per  godere  la  mia  libert.  E'  tempo di fera,  tempo
    d'allegria: sono vent'anni che manco dalla mia  cara  patria.  Osserva
    come  al chiaro della luna paiono brillanti quelle due signore.  Prima
    d'inoltrarmi a parlar con esse, bramerei sapere chi sono. Fa una cosa,
    Arlecchino,  va alla locanda,  e chiedi ad alcuno  de'  camerieri  chi
    sono, se son belle, e come si chiamano.
    ARLECCHINO: Per tutta sta roba ghe vol un mese.
    LELIO: Va, sbrigati, e qui ti attendo.
    ARLECCHINO: Ma sto voler cercar i fatti di altri...
    LELIO: Non far che la collera mi spinga a bastonarti.
    ARLECCHINO:  Per  levarghe  l'incomodo,  vado  a  servirla.  (entra in
    locanda).
    LELIO: Vo' provarmi,  se mi riesce in questa  sera  profittar  di  una
    nuova avventura. (va passeggiando).
    ROSAURA: E' vero,  sorella,   vero; la serenata non poteva essere pi
    magnifica.
    BEATRICE: Qui d'intorno non mi pare  vi  sieno  persone  che  meritino
    tanto, onde mi lusingo che sia stata fatta per noi.
    ROSAURA:  Almeno  si  sapesse  per  quale  di noi,  e da chi sia stata
    ordinata.
    BEATRICE: Qualche incognito amante delle vostre bellezze.
    ROSAURA: O piuttosto qualche segreto ammiratore del vostro merito.
    BEATRICE: Io non saprei a chi attribuirla.  Il signore Ottavio par  di
    me innamorato, ma s'egli avesse fatta fare la serenata, non si sarebbe
    celato.
    ROSAURA: Nemmen io saprei sognarmi l'autore.  Florindo non pu essere.
    Pi volte ho procurato dirgli qualche  dolce  parola,  ed  egli  si  
    sempre mostrato nemico d'amore.
    BEATRICE: Vedete col un uomo che passeggia?
    ROSAURA: S, e al lume di luna pare ben vestito.
    LELIO:  (Arlecchino  non torna;  non so chi sieno,  n come regolarmi.
    Basta, star sui termini generali). (da s passeggiando).
    ROSAURA: Ritiriamoci.
    BEATRICE: Che pazzia! Di che avete paura?
    LELIO: Gran bella serenit di cielo!  Che notte  splendida  e  quieta!
    Mah!  Non    maraviglia,  se il cielo splende pi dell'usato,  poich
    viene illuminato da due vaghissime stelle. (verso il terrazzino).
    ROSAURA: (Parla di noi). (a Beatrice).
    BEATRICE: (Bellissima! Ascoltiamo). (a Rosaura).
    LELIO: Non vi  pericolo che l'umido raggio  della  luna  ci  offenda,
    poich due soli ardenti riscaldano l'aria.
    BEATRICE:  (o    qualche  pazzo,  o  qualche  nostro innamorato).  (a
    Rosaura).
    ROSAURA: (Pare un giovine molto ben fatto,  e parla  assai  bene).  (a
    Beatrice).
    LELIO:  Se non temessi la taccia di temerario,  ardirei augurare a lor
    signore la buona notte.
    ROSAURA: Anzi ci fa onore.
    LELIO: Stanno godendo il fresco? Veramente la stagion lo richiede.
    BEATRICE: Godiamo questo poco di  libert,  per  l'assenza  di  nostro
    padre.
    LELIO: Ah, non  in citt il loro genitore?
    BEATRICE: No, signore.
    ROSAURA: Lo conosce lei nostro padre?
    LELIO: Oh,  molto mio amico. Dove  andato, se  lecito saperlo?
    ROSAURA: A Padova, per visitar un infermo.
    LELIO:  (Sono  figlie  d'un medico).  (da s) Certo  un grand'uomo il
    signor Dottore:  l'onore del nostro secolo.
    ROSAURA: Tutta bont di chi lo sa compatire.  Ma in grazia,  chi  lei
    che ci conosce, e non  da noi conosciuto?
    LELIO: Sono un adoratore del vostro merito.
    ROSAURA: Del mio?
    LELIO: Di quello di una di voi, mie signore.
    BEATRICE: Fateci l'onore di dirci di qual di noi v'intendiate.
    LELIO: Permettetemi che tuttavia tenga nascosto un tale arcano.  A suo
    tempo mi spiegher.
    ROSAURA: (Questo vorr una di noi per consorte). (a Beatrice).
    BEATRICE: (Sa il cielo a chi toccher tal fortuna). (a Rosaura).



    SCENA TERZA.

    (ARLECCHINO dalla locanda, e detti).

    ARLECCHINO: Dov'el and? (cercando Lelio).
    LELIO:  (E  bene,   sai  tu  il  loro  nome?)  (piano  ad   Arlecchino
    incontrandolo).
    ARLECCHINO: (So tutto. El camerier m'ha dito tutto).
    LELIO: (Presto).
    ARLECCHINO: (Le son fie d'un certo...)
    LELIO: (Non voglio saper questo. Dimmi il loro nome).
    ARLECCHINO: (Adesso. So pader l' un medico).
    LELIO: (Lo so. Dimmi il loro nome, che tu sia maledetto).
    ARLECCHINO: (Una se chiama Rosaura, e l'altra Beatrice).
    LELIO:  (Basta cos).  (torna sotto al terrazzino) Perdonino.  Ho data
    una commissione al mio servitore.
    ROSAURA: Ma voi siete veneziano, o pur forestiere?
    LELIO: Sono un cavaliere napolitano.
    ARLECCHINO: (Cavaliere e napolitano? Do buse in t'una volta). (da s)
    ROSAURA: Ma come ci conoscete?
    LELIO: Sar ormai un anno, ch'io albergo incognito in questa citt.
    ARLECCHINO: (Semo arrivadi ier sera). (da s).
    LELIO: Appena arrivato,  mi si presentarono  agli  occhi  le  bellezze
    della  signora Rosaura e della signora Beatrice.  Stetti qualche tempo
    dubbioso a chi dovessi donar il cuore,  sembrandomi tutte due  esserne
    degne, ma finalmente sono stato costretto a dichiararmi...
    ROSAURA: Per chi?
    LELIO: Questo  quello che dir non posso per ora.
    ARLECCHINO: (Se le ghe tender, el le torr tutte do). (da s).
    BEATRICE: Ma perch avete renitenza a spiegarvi?
    LELIO: Perch temo prevenuta quella belt ch'io desidero.
    ROSAURA: Io vi assicuro che non ho amanti.
    BEATRICE: Nemmen io sono con alcuno impegnata.
    ARLECCHINO:  (Do  piazze  vacanti!  l' la vostra fortuna).  (a Lelio,
    piano).
    LELIO: Per si fanno le serenate sotto le vostre finestre.
    ROSAURA: Vi giuro sull'onor mio, che non ne sappiamo l'autore.
    BEATRICE: Il cielo mi fulmini, se mi  noto chi l'abbia fatta.
    LELIO: Lo credo anch'io che  non  lo  saprete.  Ma  veramente  avreste
    curiosit di saperlo?
    ROSAURA: Io ne muoio di volont.
    BEATRICE: Siamo donne, e tanto basta.
    LELIO:  Ors,  vi  lever  io  di  queste pene.  La serenata che avete
    goduta,   un piccolo testimonio di quell'affretto che io nutro per la
    mia bella.
    ARLECCHINO: (Oh maledettissimo! Che boccon de carota!) (da s).
    ROSAURA: E non volete dire per chi?
    LELIO: No certamente.  Avete voi sentita quella canzonetta, ch'io feci
    cantare? Non parlava ella d'un amante segreto e timido? Quello appunto
    son io.
    ROSAURA: Se dunque alcuna di noi non vi ringrazia,  imputatelo  a  voi
    stesso,  che  non  volete dichiarar a chi sieno stati diretti i vostri
    favori.
    LELIO: Non merita ringraziamenti una tenue dimostrazione di stima.  Se
    avr  l'onore di servire scopertamente quella ch'io amo,  far stupire
    Venezia per il buon gusto, con cui soglio dare i divertimenti.
    ARLECCHINO: (E un de sti d s'impegna i abiti,  se no vien so  padre).
    (da s).
    ROSAURA: (Sorella, questo  un cavalier molto ricco). (a Beatrice).
    BEATRICE: (Non sar per me. Son troppo sfortunata). (a Rosaura).
    ROSAURA: Signore, favoritemi almeno il vostro nome.
    LELIO: Volentieri. Don Asdrubale de' marchesi di Castel d'Oro.
    ARLECCHINO: (Nomi e cognomi no ghe ne manca). (da s).
    BEATRICE:  (Ritiriamoci.  Non  ci  facciamo  credere due civette).  (a
    Rosaura).
    ROSAURA: (Dite  bene.  Usiamo  prudenza).  Signor  marchese,  con  sua
    licenza, l'aria principia a offenderci il capo.
    LELIO: Volete gi ritirarvi?
    BEATRICE: Una vecchia di casa ci sollecita, perch andiamo al riposo.
    LELIO: Pazienza! Resto privo di un gran contento.
    ROSAURA: In altro tempo goderemo le vostre grazie.
    LELIO: Domani, se il permettete, verr in casa a riverirvi.
    ARLECCHINO: (S, a drettura in casa). (da s).
    ROSAURA: Oh, bel bello, signor amante timido. In casa non si viene con
    questa facilit.
    LELIO: Almeno vi riverir alla finestra.
    ROSAURA: Sin qui ve lo concediamo.
    BEATRICE: E se vi dichiarerete, sarete ammesso a qualche cosa di pi.
    LELIO: Al ritorno del signor Dottore, ne parleremo. Intanto...
    ROSAURA: Signor marchese, la riverisco. (entra).
    BEATRICE: Signor Asdrubale, le son serva. (entra).


    SCENA QUARTA.

    (LELIO ed ARLECCHINO).

    ARLECCHINO: Signor napolitano, ghe baso la man. (a Lelio, ridendo).
    LELIO: Che ne dici? Mi sono portato bene?
    ARLECCHINO:  Mi no so come diavolo fe a inventarve tante filastrocche,
    a dir tante buse senza mai confonderve.
    LELIO: Ignorante!  Queste non sono bugie;  sono spiritose  invenzioni,
    prodotte  dalla  fertilit  del mio ingegno pronto e brillante.  A chi
    vuol godere il mondo,  necessaria  la franchezza,  e  non  s'hanno  a
    perdere le buone occasioni. (parte).


    SCENA QUINTA.

    (ARLECCHINO, poi COLOMBINA sul terrazzino).

    ARLECCHINO:  Non  vedo l'ora che vegna a Venezia so padre,  perch sto
    matto el se vol precipitar.
    COLOMBINA: Ora che le padrone vanno a letto, posso anch'io prendere un
    poco d'aria.
    ARLECCHINO: Un altra femena sul terrazzin!  No la me  par  nissuna  de
    quelle do.
    COLOMBINA:  Un uomo passeggia e mi guarda;  sarebbe tempo che anch'io,
    poverina, trovassi la mia fortuna.
    ARLECCHINO: Voi veder se me basta l'animo anca a mi  de  infilzarghene
    quattro, sul gusto del mio padron.
    COLOMBINA: In verit, che si va accostando.
    ARLECCHINO:  Riverisco quel bello che anche di notte risplende,  e non
    veduto innamora (Affetta di parlar toscano, per finzione).
    COLOMBINA: Signore, chi siete voi?
    ARLECCHINO: Don Piccaro di Catalogna.
    COLOMBINA: (Il don  titolo di cavaliere). (da s).
    ARLECCHINO: Son uno che more, spasima e diventa matto per voi.
    COLOMBINA: Ma io non vi conosco.
    ARLECCHINO: Sono un amante timido e vergognoso.
    COLOMBINA: Con me pu parlare con  libert,  mentre  sono  una  povera
    serva.
    ARLECCHINO:  (Serva!  Giusto  un  bon negozi per mi).  (da s) Ditemi,
    bella servetta, avete voi sentita a cantare quella canzonetta?
    COLOMBINA: S signore, l'ho sentita.
    ARLECCHINO: Sapete chi l'ha cantata?
    COLOMBINA: Io no certamente.
    ARLECCHINO: L'ho cantata io.
    COLOMBINA: La voce pareva di donna.
    ARLECCHINO: Io ho l'abilit di cantare in tutte le voci.  I miei acuti
    vanno due ottave fuori del cembalo.
    COLOMBINA: Era veramente una bella canzonetta amorosa.
    ARLECCHINO: L'ho composta io.
    COLOMBINA: E' anche poeta?
    ARLECCHINO: Ho succhiato anch'io il latte di una mussa (Mussa, con due
    "esse", in veneziano vuol dire asina).
    COLOMBINA: Ma per chi ha fatto tutte queste fatiche?
    ARLECCHINO: Per voi, mia cara, per voi.
    COLOMBINA:   Se   credessi   dicesse   il   vero,    avrei   occasione
    d'insuperbirmi.
    ARLECCHINO: Credetelo,  ve lo giuro  per  tutti  i  titoli  della  mia
    nobilt.
    COLOMBINA: Vi ringrazio di tutto cuore.
    ARLECCHINO: Mia bella, che non farei per le vostre luci vermiglie?
    COLOMBINA: Vengo, vengo. Signore, le mie padrone mi chiamano.
    ARLECCHINO:  Deh,  non mi private delle rubiconde tenebri della vostra
    bellezza.
    COLOMBINA: Non posso pi trattenermi.
    ARLECCHINO: Ci rivedremo.
    COLOMBINA:  S,  ci  rivedremo.  Signor  don  Piccaro,  vi  riverisco.
    (entra).
    ARLECCHINO: Gnanca mi no m'ho port mal. Dise ben el proverbi, che chi
    sta col lovo,  impara a urlar.  Fara tort al me padron, se andass via
    dal so servizio,  senza aver impar a dir  centomille  buse.  (va  in
    locanda).


    SCENA SESTA.

    (Giorno. FLORINDO e BRIGHELLA).

    BRIGHELLA:  Ecco  qua:  tutta la notte in serenada,  e po la mattina a
    bonora fora de casa. L'amor, per quel che vedo, ghe leva el sonno.
    FLORINDO: Non ho potuto dormire,  per  la  consolazione  recatami  dal
    bell'esito della mia serenata.
    BRIGHELLA:  Bella  consolazion!  Aver speso i so bezzi,  aver perso la
    notte, senza farse merito colla morosa!
    FLORINDO: Bastami che Rosaura l'abbia goduta. Io non ricerco di pi.
    BRIGHELLA: La se contenta de troppo poco.
    FLORINDO: Senti,  Brighella,  intesi dire l'altr'ieri dalla  mia  cara
    Rosaura,  ch'ella  aveva  desiderio  d'avere un fornimento di pizzi di
    seta; ora che siamo in occasione di fiera,  voglio io provvederglieli,
    e farle questo regalo.
    BRIGHELLA:  Ben,  e  co sta occasion la poder scomenzar a introdur el
    discorso, per descovrirghe el so amor.
    FLORINDO: Oh, non glieli voglio dar io. Caro Brighella, ascoltami e fa
    quanto ti dico, se mi vuoi bene.  Prendi questa borsa,  in cui vi sono
    dieci zecchini;  va in merceria,  compra quaranta braccia di pizzi de'
    pi belli che aver si possano,  a mezzo filippo al braccio.  Ordina al
    mercante che li faccia avere a Rosaura, ma con espressa proibizione di
    svelar chi li manda.
    BRIGHELLA: Diese zecchini buttadi via.
    FLORINDO: Perch?
    BRIGHELLA:  Perch no savendo la siora Rosaura da chi vegna el regalo,
    non l'aver n obbligazion, n gratitudine con chi la regala.
    FLORINDO: Non importa,  col tempo lo sapr.  Per ora voglio  acquistar
    merito senza scoprirmi.
    BRIGHELLA: Ma come av fatto a unir sti diese zecchini?
    FLORINDO:  Fra le mesate che mi manda da Bologna mio padre,  e qualche
    incerto delle visite ch'io vo facendo in luogo del mio principale...
    BRIGHELLA: Se unisce tutto, e se butta via.
    FLORINDO: Via, Brighella, va subito a farmi questo piacere.  Oggi  il
    primo  giorno  di fiera: vorrei ch'ella avesse i pizzi avanti l'ora di
    pranzo.
    BRIGHELLA: No so cossa dir, lo fazzo de mala voia, ma lo servir.
    FLORINDO: Avverti che sieno belli.
    BRIGHELLA: La se fida de mi.
    FLORINDO: Ti sar eternamente obbligato.
    BRIGHELLA: (co sti diese zecchini,  un omo de spirito el goderia mezzo
    mondo). (parte).


    SCENA SETTIMA.

    (FLORINDO, poi OTTAVIO).

    FLORINDO: Ecco l quel caro terrazzino,  a cui s'affaccia il mio bene.
    S'ella ora venisse,  mi pare che vorrei azzardarmi  di  dirle  qualche
    parola. Le direi, per esempio...
    OTTAVIO:  (Sopraggiunge  dalla  parte  opposta  al  terrazzino  e  sta
    osservando Florindo).
    FLORINDO: S,  le direi: Signora,  io vi amo  teneramente:  non  posso
    vivere senza di voi;  siete l'anima mia.  Cara, movetevi a compassione
    di me.  (si volta e vede Ottavio) (Oim,  non  vorrei  che  mi  avesse
    veduto).  (da s) Amico, che dite voi della bella architettura di quel
    terrazzino?
    OTTAVIO: Bellissimo;  ma ditemi,  in grazia,  siete voi  architetto  o
    ritrattista?
    FLORINDO: Che cosa volete voi dire?
    OTTAVIO:  Voglio  dire  se  siete  qui  per  copiare  il  disegno  del
    terrazzino, o il bel volto delle padrone di casa.
    FLORINDO: Io non so quel che voi vi diciate.
    OTTAVIO: Bench con pi comodo, potete ritrarle in casa.
    FLORINDO: Io attendo alla mia professione.  Fo il  medico,  e  non  il
    pittore.
    OTTAVIO:  Caro amico,  avete voi sentita la serenata,  che fu fatta in
    questo canale la scorsa notte?
    FLORINDO: Io vado a letto per tempo. Non so di serenate.
    OTTAVIO: Eppure siete stato veduto passar di qui,  mentre  si  cantava
    nella peota.
    FLORINDO:  Sar  passato  a  caso.   Io  non  so  nulla.   Io  non  ho
    innamorate...
    OTTAVIO: (Parmi che si confonda.  Sempre pi credo ch'ei ne sia  stato
    l'autore). (da s).
    FLORINDO: Signor Ottavio, vi riverisco.
    OTTAVIO:  Fermatevi  per  un momento.  Sapete che siamo amici.  Non mi
    nascondete la verit.  Io amo la signora Beatrice,  e  a  voi  non  ho
    difficolt  di  svelarlo.  Se  voi amate la signora Rosaura,  potr io
    forse contribuire a giovarvi: se amate la signora Beatrice, son pronto
    a cederla, se ella vi preferisce.
    FLORINDO: Vi torno a dire che io non faccio  all'amore.  Applico  alla
    medicina e alla chirurgia, e non mi curo di donne.
    OTTAVIO:  Eppure  non  vi  credo.  Pi  volte vi ho sentito gettar de'
    sospiri. Per la medicina non si sospira.
    FLORINDO: Ors,  se non mi volete credere,  non m'importa.  Vi torno a
    dire che io non amo donna veruna, e se guardavo quella finestra. erano
    attratti  i  miei  lumi  dalla  vaghezza  del suo disegno.  (guarda le
    finestre, e parte).


    SCENA OTTAVA.

    (OTTAVIO, poi LELIO).

    OTTAVIO: Senz'altro  innamorato, e non volendolo a me confidare, temo
    che sia la sua diletta Beatrice. Se la scorsa notte foss'io stato alla
    locanda,  e non l'avessi perduta miseramente al giuoco,  avrei  veduto
    Florindo,  e mi sarei d'ogni dubbio chiarito;  ma aprir gli occhi,  e
    sapr svelare la verit.
    LELIO: Che vedo! Amico Ottavio. (uscendo dalla locanda).
    OTTAVIO: Lelio mio dilettissimo.
    LELIO: Voi qui?
    OTTAVIO: Voi ritornato alla patria?
    LELIO: S, vi giunsi nel giorno di ieri.
    OTTAVIO: Come avete voi fatto a lasciar Napoli, dove eravate ferito da
    cento strali amorosi?
    LELIO: Ah,  veramente sono di  l  con  troppa  pena  partito,  avendo
    lasciate  tante bellezze da me trafitte.  Ma appena giunto in Venezia,
    le belle avventure che qui mi sono accadute,  m'hanno  fatto  scordare
    tutte le bellezze napoletane.
    OTTAVIO: Mi rallegro con voi. Sempre fortunato in amore.
    LELIO: La fortuna qualche volta sa far giustizia, e amore non  sempre
    cieco.
    OTTAVIO:  Gi  si  sa;    il  vostro  merito,  che  vi arricchisce di
    pellegrine conquiste.
    LELIO: Ditemi, siete voi pratico di questa citt?
    OTTAVIO: Qualche poco. Sar un anno che vi abito.
    LELIO: Conoscete voi quelle due sorelle, che abitano in quella casa?
    OTTAVIO: (Voglio scoprir terreno). (da s) Non le conosco.
    LELIO: Amico, sono due belle ragazze.  Una ha nome Rosaura,  e l'altra
    Beatrice;  sono  figlie  di un dottore di medicina,  e tutt'e due sono
    innamorate di me.
    OTTAVIO: Tutt'e due?
    LELIO: S, tutt'e due. Vi par cosa strana?
    OTTAVIO: Ma come avete fatto a innamorarle s presto?
    LELIO: Appena mi videro,  furono esse le prime a farmi un  inchino,  e
    m'invitarono a parlar seco loro.
    OTTAVIO: (Possibile che ci sia vero!) (da s).
    LELIO: Pochissime delle mie parole bastarono per incantarle,  e tutt'e
    due mi si dichiararono amanti.
    OTTAVIO: Tutt'e due?
    LELIO: Tutt'e due.
    OTTAVIO: (Fremo di gelosia). (da s).
    LELIO: Volevano ch'io entrassi in casa...
    OTTAVIO: (Anco di pi!) (da s).
    LELIO: Ma siccome si avvicinava la sera, mi venne in mente di dar loro
    un magnifico divertimento, e mi licenziai.
    OTTAVIO: Avete forse fatto fare una serenata?
    LELIO: Per l'appunto. Lo sapete anche voi?
    OTTAVIO: S,  mi fu detto.  (Ora ho scoperto l'autore della  serenata;
    Florindo ha ragione). (da s).
    LELIO:  Ma  non  termin  colla  serenata il divertimento della scorsa
    notte.
    OTTAVIO: Bravo, signor Lelio, che faceste di bello? (con ironia).
    LELIO: Smontai dalla peota,  feci portar in terra da'  miei  servidori
    una  sontuosa cena,  e impetrai dalle due cortesi sorelle l'accesso in
    casa, ove si termin la notte fra i piatti e fra le bottiglie.
    OTTAVIO: Amico,  non per far torto alla vostra onest,  ma  giudicando
    che  vogliate  divertirvi  meco,  sospendo di credere ci che mi avete
    narrato.
    LELIO: Che?  vi paiono cose  straordinarie?  Che  difficolt  avete  a
    crederlo?
    OTTAVIO:  Non    cosa tanto ordinaria che due figlie oneste e civili,
    mentre il loro genitore  in campagna, aprano la porta di notte ad uno
    che pu passare per forestiere,  permettano che in casa loro si faccia
    un tripudio.


    SCENA NONA.

    (ARLECCHINO e detti).

    LELIO: Ecco il mio servo. Ricercatelo minutamente, se  vero quanto vi
    dissi.
    OTTAVIO:  (Sarebbe  un  gran  caso  che  avessero  commessa una simile
    debolezza!) (da s).
    LELIO: Dimmi un poco, Arlecchino, dove sono stato la scorsa notte?
    ARLECCHINO: A chiappar i freschi.
    LELIO: Non ho parlato io sotto quel terrazzino con due signore.
    ARLECCHINO: Gnor s, l' vera.
    LELIO: Non ho fatta fare una serenata?
    ARLECCHINO: Siguro, e mi ho cant la canzonetta.
    LELIO: Dopo non abbiamo fatto la cena?
    ARLECCHINO: La cena?...
    LELIO: S,  la gran cena in casa della signora Rosaura e della signora
    Beatrice. (gli fa cenno che dica di s).
    ARLECCHINO: Sior s, dalla siora Rosaura e dalla siora Beatrice.
    LELIO: Non fu magnifica quella cena?
    ARLECCHINO: E che magnada che avemo d!
    LELIO: Sentite? Eccovi confermata ogni circostanza. (ad Ottavio).
    OTTAVIO: Non so che ripetere: siete un uomo assai fortunato.
    LELIO:  Non  dico per dire,  ma la fortuna non  il primo motivo delle
    mie conquiste.
    OTTAVIO: Ma da che derivano queste?
    LELIO: Sia detto colla dovuta modestia, da qualche poco di merito.
    OTTAVIO: S,  ve l'accordo.  Siete un giovine di  brio,  manieroso;  a
    Napoli  ho avuto occasione di ammirare il vostro spirito: ma innamorar
    due sorelle cos su due piedi... mi par troppo.
    LELIO: Eh amico! ne vedrete delle pi belle.
    OTTAVIO: Sono schiavo del vostro merito  e  della  vostra  fortuna.  A
    miglior tempo ci godremo.  Ora,  se mi date licenza, devo andare nella
    mia camera a prendere del denaro,  per pagare la perdita della  scorsa
    notte. (s'incammina verso la locanda).
    LELIO: Dove siete alloggiato?
    OTTAVIO: In quella locanda.
    LELIO:  (Oh  diavolo!) (da s) Alloggio anch'io nella locanda istessa,
    ma n ieri, n la notte passata vi ho qui veduto.
    OTTAVIO: Andai a pranzo fuori di casa, ed ho giuocato tutta la notte.
    LELIO: Siete qui da tanto tempo alloggiato e non conoscete quelle  due
    signore?
    OTTAVIO: Le conosco di vista,  ma non ho seco loro amicizia.  (Non vo'
    scoprirmi). (da s).
    LELIO: Sentite: se mai v'incontraste a parlar con esse,  avvertite non
    far loro nota la confidenza che a voi ho fatta. Sono cose che si fanno
    segretamente.  Ad  altri  che  a  un  amico  di  cuore,  non  le avrei
    confidate.
    OTTAVIO: Amico, a rivederci.
    LELIO: Vi sono schiavo.
    OTTAVIO: (Non mi sarei mai creduto che  Rosaura  e  Beatrice  avessero
    cos poca riputazione). (da s, entra in locanda).




    SCENA DECIMA.

    (LELIO ed ARLECCHINO).

    ARLECCHINO: Sior padron, se far cuss, s'imbroieremo.
    LELIO: Sciocco che sei, secondami e non pensar altro.
    ARLECCHINO: Fem una cossa. Quando vol dir qualche busa...
    LELIO: Asinaccio! Qualche spiritosa invenzione.
    ARLECCHINO: Ben.  Quando vol dir qualche spiritosa invenzion, feme un
    segno, acci che anca mi possa segondar la spiritosa invenzion.
    LELIO: Questa tua goffaggine m'incomoda infinitamente.
    ARLECCHINO: Fe cuss, quando vol che segonda, tir un stranudo.
    LELIO: Ma vi vuol tanto a dir come dico io?
    ARLECCHINO: Me confondo.  Non so quando abbia da parlar e quando abbia
    da taser.


    SCENA UNDICESIMA.

    (ROSAURA e COLOMBINA mascherate, di casa, e detti).

    LELIO: Osserva,  Arlecchino,  quelle due maschere che escono di quella
    casa.
    ARLECCHINO: Semio de carneval?
    LELIO: In questa citt,  il primo giorno della fiera si fanno maschere
    ancor di mattina.
    ARLECCHINO: Chi mai sarale?
    LELIO: Assolutamente saranno le due sorelle, colle quali ho parlato la
    scorsa notte.
    ARLECCHINO: Sti mustazzi coverti l' una brutta usanza.
    LELIO:  Signore,  non  occorre  celar  il  volto per coprire le vostre
    bellezze,  mentre la luce tramandata da' vostri occhi bastantemente vi
    manifesta.
    ROSAURA: Anco questa? (accennando Colombina).
    LELIO:  Sono  impegnato  per  ora  a  non distinguere il merito di una
    sorella da quello dell'altra.
    ROSAURA: Ma questa  la cameriera.
    ARLECCHINO: Alto l, sior padron, questa l' roba mia.
    LELIO: Non  gran cosa ch'io abbia equivocato con due maschere.
    ROSAURA: Per i raggi delle luci di Colombina fanno nel vostro spirito
    l'istessa impressione de' miei.
    LELIO: Signora,  ora che posso parlarvi con libert,  vi dir che  voi
    sola siete quella che attraete tutte le mie ammirazioni,  che occupate
    intieramente il mio cuore, e se parlai egualmente della creduta vostra
    sorella, lo feci senza mirarla.
    ROSAURA: E mi distinguete da mia sorella, bench mascherata?
    LELIO: E come! Vi amerei ben poco, se non sapessi conoscervi.
    ROSAURA: E da che mi conoscete?
    LELIO: Dalla voce, dalla figura, dall'aria nobile e maestosa, dal brio
    de' vostri occhi, e poi dal mio cuore, che meco non sa mentire.
    ROSAURA: Ditemi, in grazia, chi sono io?
    LELIO: Siete l'idolo mio.
    ROSAURA: Ma il mio nome qual ?
    LELIO: (Convien indovinarlo). (da s) Rosaura.
    ROSAURA: Bravo! ora vedo che mi conoscete. (si scopre).
    LELIO: (Questa volta la sorte mi ha fatto coglier nel vero).  (da  s)
    Osserva, Arlecchino, che volto amabile! (piano ad Arlecchino).
    ARLECCHINO:  (Crepo  dalla  curiosit  de  veder in tel babbio [Volto,
    detto burlescamente.] quell'altra). (da s)
    ROSAURA: Posso veramente assicurarmi dell'amor vostro?
    LELIO: Asdrubale non sa mentire.  Vi amo,  vi adoro,  e  quando  mi  
    vietato  il vedervi,  non fo che da me stesso ripetere il vostro nome,
    lodar le vostre bellezze. Di' tu, non  vero? (ad Arlecchino).
    ARLECCHINO: (Se podesse veder quella mascheretta!) (da s)
    LELIO: Rispondi, non  vero? (starnuta).
    ARLECCHINO: Sior s, l' verissimo.
    ROSAURA: Perch dunque,  se  tanto  mi  amate,  non  vi  siete  finora
    spiegato?
    LELIO:  Vi dir,  mia cara.  Il mio genitore voleva accasarmi a Napoli
    con una palermitana, ed io che l'aborriva anzi che amarla, mi assentai
    per non esser astretto alle odiose nozze.  Scrissi a  mio  padre  che,
    acceso delle vostre bellezze,  vi desiderava in consorte,  e solo ieri
    ne ebbi con lettera il di lui assenso.
    ROSAURA: Mi par difficile che vostro padre vi accordi che sposiate  la
    figlia di un medico.
    LELIO: Eppure  la verit. (starnuta).
    ARLECCHINO: Signora s, la lettera l'ho letta mi.
    ROSAURA: Ma la dote che potr darvi mio padre, non sar corrispondente
    al merito della vostra casa.
    LELIO: La casa di Castel d'Oro non ha bisogno di dote. Il mio genitore
      un  bravo  economo.  Sono venti anni che egli accumula gioje,  ori,
    argenti per le mie nozze. Voi sarete una ricca sposa.
    ROSAURA: Rimango sorpresa,  e le troppe grandezze che  mi  mettete  in
    vista, mi fanno temere che mi deludiate per divertirvi.
    LELIO: Guardimi il cielo,  che io dica una falsit; non sono capace di
    alterare in una minima parte la verit. Da che ho l'uso della ragione,
    non vi  persona  che  possa  rimproverarmi  di  una  leggiera  bugia.
    (Arlecchino ride) Domandatelo al mio servitore. (starnuta).
    ARLECCHINO: Signora s; el me padron l' la bocca della verit.
    ROSAURA:  Quando potr sperare veder qualche prova della verit che mi
    dite?
    LELIO: Subito che ritorna vostro padre in Venezia.
    ROSAURA: Vedr se veramente mi amate di cuor leale.
    LELIO: Non troverete l'uomo pi sincero di me.


    SCENA DODICESIMA.

    (Un GIOVINE di merceria, con scatola di pizzi, e detti).

    GIOVINE: Questa mi par la casa del signor  Dottore.  (si  accosta  per
    battere).
    ROSAURA: Chi domandate, quel giovine?
    GIOVINE: Perdoni, signora maschera,  questa la casa del signor dottor
    Balanzoni?
    ROSAURA: Per l'appunto: che ricercate?
    GIOVINE:  Ho  della  roba  da consegnare alla signora Rosaura,  di lui
    figliuola.
    ROSAURA: Quella sono io. Che roba ? Chi la manda?
    GIOVINE: Questi sono quaranta braccia di bionda.  Il mio padrone  m'ha
    detto che viene a lei;  ma n egli,  n io sappiamo chi sia la persona
    che l'ha comprata.
    ROSAURA: Quand' cos, riportatela pure. Io non ricevo la roba, se non
    so da chi mi viene mandata.
    GIOVINE: Io ho l'ordine di lasciargliela in ogni forma. Se non la vuol
    ricevere per la strada, batter e la porter in casa.
    ROSAURA: Vi dico che non la voglio assolutamente.
    GIOVINE: E' pagata: costa dieci zecchini.
    ROSAURA: Ma chi la manda?
    GIOVINE: Non lo so, da giovine onorato.
    ROSAURA: Dunque non la voglio.
    LELIO: Signora Rosaura, ammiro la vostra delicatezza. Prendete i pizzi
    senza riguardo,  e poich li ricusate per non sapere da qual  mano  vi
    vengono  presentati,  sono forzato a dirvi esser quei pizzi un piccolo
    testimonio della mia stima.
    GIOVINE: Sente? Li ha comprati questo signore.
    ARLECCHINO: (Si maraviglia).
    ROSAURA: Voi me li regalate? (a Lelio).
    LELIO: S, mia signora,  e volevo aver il merito di farlo senza dirlo,
    per non avere il rossore di offerirvi una cosa cos triviale.
    GIOVINE: Sappia, signora, che di meglio difficilmente si trova.
    LELIO: Io poi sono di buon gusto. Il mio denaro lo spendo bene.
    ARLECCHINO: (Oh che galiotto!) (da s).
    ROSAURA:  Gradisco  sommamente  le  vostre grazie.  Credetemi che quei
    pizzi mi sono cari all'eccesso.  Per  l'appunto  li  desideravo  e  li
    volevo  comprare,  non  per  cos belli.  Prendi,  Colombina.  Domani
    principierai a disporli peli fornimento. (Colombina riceve dal Giovine
    la scatola).
    GIOVINE: Comanda altro? (a Lelio).
    LELIO: No, andate pure.
    GIOVINE: Illustrissimo, mi dona la cortesia?
    LELIO: Ci rivedremo.
    GIOVINE: Signora, l'ho servita puntualmente. (a Rosaura).
    ROSAURA: Aspettate, vi dar la mancia...
    LELIO: Mi maraviglio. Far io.
    GIOVINE: Grazie infinite. Son qui da lei. (a Lelio).
    LELIO: Andate, che ci rivedremo.
    GIOVINE: (Ho inteso, non lo vedo mai pi). (parte).


    SCENA TREDICESIMA.

    (LELIO, ROSAURA, COLOMBINA e ARLECCHINO).

    ROSAURA: Se mi date licenza, torno in casa.
    LELIO: Non volete ch'io abbia l'onore di servirvi?
    ROSAURA: Per ora no.  Uscii mascherata solo per vedervi e parlarvi,  e
    sentire   da   voi   chi   era  la  fortunata  favorita  dalla  vostra
    predilezione. Ora tutta lieta me ne ritorno dentro.
    LELIO: Vi portate con voi il mio cuore.
    ROSAURA: A mia sorella che dovr dire?
    LELIO: Per ora non vi consiglio scoprire i nostri interessi.
    ROSAURA: Tacer, perch m'insinuate di farlo.
    LELIO: Sposina, amatemi di buon cuore.
    ROSAURA: Sposa? Ancor ne dubito.
    LELIO: Le mie parole sono contratti.
    ROSAURA: Il tempo ne sar giudice. (entra in casa).
    COLOMBINA: (Quel morettino mi pare quello che parl meco stanotte,  ma
    l'abito non  di don Piccaro.  Or ora, senza soggezione, mi chiarir).
    (entra in casa).


    SCENA QUATTORDICESIMA.

    (LELIO ed ARLECCHINO, poi COLOMBINA).

    ARLECCHINO: Sia maledetto,  l' andada via senza che la possa veder in
    fazza.
    LELIO: Che dici della bellezza di Rosaura? Non  un capo d'opera?
    ARLECCHINO:  Ella  l' un capo d'opera de bellezza,  e V.  S.  un capo
    d'opera per le spiritose invenzion.
    LELIO: Dubito ch'ella abbia qualche incognito amante,  il quale aspiri
    alla sua grazia e non ardisca di dirlo.
    ARLECCHINO:  E  vu  mo,  prevalendove  dell'occasion,  suppl  alle so
    mancanze.
    LELIO: Sarei pazzo, se non mi approfittassi d'una s bella occasione.
    COLOMBINA: (Torna a uscire di casa, senza maschera).
    ARLECCHINO: Oe,  la cameriera torna in strada.  La mia in  materia  de
    muso, no la gh'ha gnente d'invidia della vostra.
    LELIO: Se puoi,  approfittati; se fai breccia, procura ch'ella cooperi
    colla sua padrona per me.
    ARLECCHINO: Insegneme qualche busa.
    LELIO: La natura a tutti ne somministra.
    ARLECCHINO: Signora, se non m'inganno, ella  quella de sta notte.
    COLOMBINA: Sono quella di questa notte,  quella di ieri e  quella  che
    ero gi vent'anni.
    ARLECCHINO:  Brava,  spiritosa!  Mi  mo son quello che sta notte gh'ha
    dito quelle belle parole.
    COLOMBINA: Il signor don Piccaro?
    ARLECCHINO: Per servirla.
    COLOMBINA: Mi perdoni, non posso crederlo. L'abito che ella porta, non
     da cavaliere.
    ARLECCHINO: Son cavaliere,  nobile,  ricco  e  grande;  e  se  non  lo
    credete, domandatelo a questo mio amico. (starnuta verso Lelio).
    COLOMBINA: Evviva.
    ARLECCHINO:  Obbligatissimo.  (Sior padron,  ho stranudado).  (piano a
    Lelio).
    LELIO: (Sbrigati e vieni meco). (piano ad Arlecchino).
    ARLECCHINO: (Ve prego,  conferm anca vu le mie spiritose  invenzion).
    (piano a Lelio).
    COLOMBINA: Di che paese , mio signore? (ad Arlecchino).
    ARLECCHINO:  Io  sono  dell'alma  citt di Roma.  Sono imparentato coi
    primi cavalieri d'Europa,  ed ho i miei feudi nelle quattro parti  del
    mondo. (starnuta forte).
    COLOMBINA: Il ciel l'aiuti!
    ARLECCHINO:  Non  s'incomodi,  ch'  tabacco.  (Gnanca  per servizio?)
    (piano a Lelio).
    LELIO: (Le dici troppo pesanti).
    ARLECCHINO: (Gnanca le vostre no le son liziere).
    COLOMBINA: Il signor marchese, che ama la mia padrona,  l'ha regalata;
    se V. S. facesse stima di me, farebbe lo stesso.
    ARLECCHINO:  Comandate.  Andate in Fiera,  prendete quel che vi piace,
    ch'io pagher; e disponete sino ad un mezzo milione.
    COLOMBINA: Signor don Piccaro,  troppo grossa. (entra in casa).


    SCENA QUINDICESIMA.

    (LELIO ed ARLECCHINO).

    LELIO: Non te l'ho detto? Sei un balordo.
    ARLECCHINO: Se l'ho da sbarar,  tanto serve metter man  al  pezzo  pi
    grosso.
    LELIO:  Ors,  seguimi:  voglio andar nell'albergo.  Non vedo l'ora di
    veder Ottavio, per raccontargli questa nuova avventura.
    ARLECCHINO: Me par a mi che no sia troppo ben fatto raccontar tutti  i
    fatti si.
    LELIO:  Il miglior piacer dell'amante  il poter raccontare con vanit
    i favori della sua bella.
    ARLECCHINO: E con qualche poco de zonta.
    LELIO: Il racconto delle avventure amorose non pu aver  grazia  senza
    un po' di romanzo. (entra in locanda).
    ARLECCHINO: Evviva le spiritose invenzion. (entra in locanda).


    SCENA SEDICESIMA.

    (Una gondola condotta da due barcaioli, dalla quale sbarcano PANTALONE
    e il DOTTORE, vestiti da campagna).

    DOTTORE: Grazie al cielo, siamo arrivati felicemente.
    PANTALONE:  Dalla  Mira  a Venezia no se pol vegnir pi presto de quel
    che semo vegnui (Il linguaggio di Pantalone  tutto veneziano).
    DOTTORE: Questo per me  stato un viaggio felicissimo.  In primo luogo
    sono  stato  a  Padova,  dove  in  tre  consulti  ho  guadagnato dieci
    zecchini. Questa notte sono stato in casa vostra trattato in Apolline,
    e poi soprattutto il matrimonio che abbiamo  concluso  fra  il  signor
    Lelio,  vostro figlio,  e Rosaura, mia figlia, mi colma d'allegrezza e
    di consolazione.
    PANTALONE: Xe tanti anni  che  semo  amici,  ho  gusto  che  deventemo
    parenti.
    DOTTORE: Quando credete che vostro figlio possa arrivare in Venezia?
    PANTALONE: Coll'ultima lettera che el m'ha scritto da Roma, el me dise
    che el parte subito. Ancuo (Oggi) o doman l'averave da esser qua.
    DOTTORE:  Ditemi,  caro  amico,    poi  un giovane ben fatto?  Forte,
    prosperoso? Mia figlia sar in grado di esser contenta?
    PANTALONE: Mi veramente xe vinti anni che no  lo  vedo.  De  dies'anni
    l'ho mand a Napoli da un mio fradello, col qual negozievimo insieme.
    DOTTORE: Se lo vedeste, non lo conoscereste?
    PANTALONE: Siguro,  perch el xe anda via putello.  Ma per le relazion
    ch'ho avude de elo, l' un zovene de proposito,  de bona presenza e de
    spirito.
    DOTTORE: Ho piacere. Tanto pi mia figlia sar contenta.
    PANTALONE: Xe assae che no l'abbi maridada avanti d'adesso.
    DOTTORE: Vi dir la verit.  Ho in casa uno scolaro del mio paese,  un
    certo signor Florindo, giovine di buona casa e d'ottimi costumi. Io ho
    sempre desiderato di darla a lui per moglie,  ma  finalmente  mi  sono
    assicurato  ch'  contrarissimo  al  matrimonio  e  nemico  del  sesso
    femminino,  onde ho  risoluto  di  collocarla  in  qualch'altra  casa.
    Fortunatamente son venuto da voi, e in quattro parole abbiamo concluso
    il miglior negozio di questo mondo.
    PANTALONE: E siora Beatrice la voleu maridar?
    DOTTORE: Ora che marito Rosaura,  se posso, voglio spicciarmi anche di
    lei.
    PANTALONE: Far ben.  Le putte in casa,  specialmente co  no  gh'  la
    madre, no le sta ben.
    DOTTORE:  Vi    un  certo signor Ottavio,  cavalier padovano,  che la
    prenderebbe,  ma sin ad ora non ho voluto  che  la  maggiore  restasse
    indietro. Ora pu darsi che gliela dia.
    PANTALONE:  Sior Ottavio lo cognosso: cognosso so sior pare e tutta la
    so casa. Dghela, che fe un bon negozio.
    DOTTORE: Tanto pi gliela dar,  perch voi mi date questo  consiglio.
    Signor  Pantalone,  vi ringrazio d'avermi fatto condurre sin qui dalla
    vostra gondola. Vado in casa,  vado a principiare il discorso a tutt'e
    due le mie figlie,  ma specialmente a Rosaura,  che, se non m'inganno,
    parmi di vedere in quegli occhi una grand'inclinazione al  matrimonio.
    (apre la porta, ed entra in casa)


    SCENA DICIASSETTESIMA.

    (PANTALONE solo).

    Sta  inclinazion  ghe  xe  poche  putte  che  no la gh'abbia.  Chi per
    meggiorar condizion,  chi per aver un poco pi de libert,  chi per no
    dormir sole, no le vede l'ora de maridarse.


    SCENA DICIOTTESIMA.

    (LELIO ed un VETTURINO dalla locanda, e detto).

    VETTURINO: Mi maraviglio di lei, che non si vergogni darmi un zecchino
    di mancia da Napoli sino a Venezia.
    LELIO:  La  mancia    cortesia,  e  non  obbligo;  e quando ti do un
    zecchino, intendo trattarti bene.
    VETTURINO: Le mance sono il  nostro  salario.  Da  Napoli  a  qui,  mi
    aspettavo almeno tre zecchini.
    PANTALONE: (Sto zentilomo vien da Napoli,  chi sa che no l'abbia visto
    mio fio). (da s).
    LELIO: Ors, se vuoi lo zecchino, bene; se no, lascialo,  e ti dar in
    cambio una dozzina di bastonate.
    VETTURINO:  Se non fossimo a Venezia,  le farei vedere quel che sono i
    vetturini napoletani.
    LELIO: Vattene, e non mi rompere il capo.
    VETTURINO:  Ecco  cosa  si  guadagna  a  servire  questi  pidocchiosi.
    (parte).
    LELIO: Temerario! Ti romper le braccia. (E' meglio lasciarlo andare).
    (da s).
    PANTALONE: (Che el fusse elo mio fio?) (da s).
    LELIO: Vetturini!  Non si contentano mai. Vorrebbero potere scorticare
    il povero forestiere.
    PANTALONE: (Voggio assicurarme con bona maniera,  per no fallar).  (da
    s) Lustrissimo, la perdona l'ardir, vienla da Napoli?
    LELIO: S signore.
    PANTALONE: A Napoli gh'ho dei patroni e dei amici assae; carteggio con
    molti cavalieri;  se mai vusustrissima fusse un de quelli,  sarave mia
    fortuna el poderla servir.
    LELIO: Io sono il conte d'Ancora per servirvi.
    PANTALONE: (Cancarazzo! Nol xe mio fio. M'aveva ingann). (da s).  La
    perdona,  lustrissimo  sior conte,  l'ardir: ala cognoss in Napoli un
    certo sior Lelio Bisognosi?
    LELIO: L'ho conosciuto benissimo: anzi era molto mio amico. Un giovane
    veramente di tutto garbo, pieno di spirito,  amato,  adorato da tutti.
    Le donne gli corrono dietro,  egli  l'idolo di Napoli; e quello che 
    pi rimarcabile,  d'un cuore schietto e sincero, ch' impossibile che
    egli non dica sempre la verit.
    PANTALONE: (Cielo,  te ringrazio.  El me consola con ste bone notizie.
    Me vien da pianzer dall'allegrezza). (da s).



    SCENA DICIANNOVESIMA.

    (OTTAVIO dalla locanda, e detti).

    OTTAVIO:   Signore,   mi   rallegro  delle  vostre  consolazioni.   (a
    Pantalone).
    PANTALONE: De cossa, sior Ottavio, se rallegrela con mi?
    OTTAVIO: Dell'arrivo di vostro figlio.
    PANTALONE: El xe arriv? Dove xelo?
    OTTAVIO: Bellissima! Non  qui il signor Lelio a voi presente?
    LELIO: (Questi  mio padre? L'ho fatta bella). (da s).
    PANTALONE: Come? Sior conte d'Ancora? (verso Lelio).
    LELIO: Ah,  ah,  ah.  (ridendo) Caro signor  padre,  perdonate  questo
    piccolo  scherzo.  Gi vi avevo conosciuto,  e stavo in voi osservando
    gli effetti della natura. Perdonatemi,  ve ne prego,  eccomi a' vostri
    piedi.
    PANTALONE:  Vien  qua  el  mio  caro  fio,  vien qua.  Xe tanto che te
    desidero,  che te sospiro.  Ti un baso,  el mio caro Lelio,  ma varda
    ben, gnanca da burla no dir de sta sorte de falsit.
    LELIO:  Credetemi,  che questa  la prima bugia che ho detto da che so
    d'esser uomo.
    PANTALONE: Benissimo,  fa che la sia anca l'ultima.  Caro el mio  caro
    fio, me consolo a vederte cuss bello, cuss spiritoso. Astu fatto bon
    viazo? Perch no xestu vegn a casa a drettura?
    LELIO: Seppi che eravate in villa, e se oggi non vi vedeva in Venezia,
    veniva certamente a ritrovarvi alla Mira.
    PANTALONE: Oh magari!  Andemo a casa, che parleremo. T'ho da dir delle
    gran cosse. Sior Ottavio, con so bona grazia.
    OTTAVIO: Son vostro servo.
    PANTALONE: (Oh caro! Siestu benedio! Vard che putto!  Vard che tocco
    de  omo!   Gran  amor  xe  l'amor  de  pare!  Son  fora  de  mi  dalla
    consolazion). (da s, parte).
    LELIO: Amico. Stamane ho pagata la fiera alle due sorelle.  Son venute
    in maschera a cercare di me, le ho condotte al moscato. Ve lo confido,
    ma state cheto. (va dietro a Pantalone).


    SCENA VENTESIMA.

    (OTTAVIO, poi il DOTTORE).

    OTTAVIO:  Resto  sempre pi maravigliato della debolezza di queste due
    ragazze.  Mi compariscono d'un carattere affatto nuovo.  Per l'assenza
    del  padre  si  prendono  libert;  ma  di tanto non le ho mai credute
    capaci.
    DOTTORE: Gli son servitore,  il mio caro signor Ottavio.  (uscendo  di
    casa).
    OTTAVIO: (Povero padre!  Bell'onore che gli rendono le sue figliuole!)
    (da s).
    DOTTORE: (Egli sta sulle sue.  Sar disgustato,  perch sino adesso ho
    negato di dargli Beatrice). (da s).
    OTTAVIO:  (Manco  male,  che  avendomi  egli  negato  Beatrice,  mi ha
    sottratto dal pericolo di avere una cattiva moglie). (da s).
    DOTTORE: (Ora l'aggiuster io).  (da s) Signor Ottavio,  gli do nuova
    che ho fatta sposa Rosaura mia figlia.
    OTTAVIO:  Me ne rallegro infinitamente.  (Lo sposo  aggiustato bene).
    (da s).
    DOTTORE: Ora mi resta da collocare Beatrice.
    OTTAVIO: Non durer fatica a trovarle marito.
    DOTTORE: So ancor io che ci sar pi d'uno che aspirer ad  esser  mio
    genero,  poich  non ho altro che queste due figlie,  e alla mia morte
    tutto sar di loro;  ma siccome il signor Ottavio pi e pi  volte  ha
    mostrato della premura per Beatrice, dovendola maritare, la dar a lui
    piuttosto che ad un altro.
    OTTAVIO: Vi ringrazio infinitamente. Non sono pi in grado di ricevere
    le vostre grazie.
    DOTTORE:  Che  vuol ella dire?  Pretende di voler vendicarsi della mia
    negativa?  Allora non era in grado di maritarla:  ora  mi  ritrovo  in
    qualche disposizione.
    OTTAVIO:  La dia a chi vuole.  Io non sono in caso di prenderla.  (con
    alterezza).
    DOTTORE: V.  S.  parla con  tal  disprezzo?  Beatrice    figlia  d'un
    ciabattino?
    OTTAVIO: E' figlia d'un galantuomo;  ma degenerando dal padre, fa poco
    conto del suo decoro.
    DOTTORE: Come parla, padron mio?
    OTTAVIO: Parlo con fondamento.  Dovrei tacere,  ma la passione che  ho
    avuta  per  la  signora Beatrice,  e che tuttavia non so staccarmi dal
    seno, e la buona amicizia che a voi professo,  mi obbliga ad esagerare
    cos e ad illuminarvi, se foste cieco.
    DOTTORE: Ella mi rende stupido e insensato. Che mai vi  di nuovo?
    OTTAVIO: Sia quello ch'esser si voglia,  non vo' tacere. Le vostre due
    figlie,  la  scorsa  notte,  dopo  aver  goduta  una  serenata,  hanno
    introdotto   un  forestiere  nella  loro  casa,   con  cui  cenando  e
    tripudiando, hanno consumata la notte.
    DOTTORE: Mi maraviglio di voi, signore; questa cosa non pu essere.
    OTTAVIO: Quel che io vi dico, son pronto a mantenervelo.
    DOTTORE: Se siete galantuomo, preparatevi dunque a farmelo constatare;
    altrimenti,  se  una impostura  la  vostra,  trover  la  maniera  di
    farmene render conto.
    OTTAVIO:  Obbligher  a confermarlo quello stesso che,  venuto ieri da
    Napoli,  stato ammesso alla loro conversazione.
    DOTTORE: Mie figlie non sono capaci di commettere tali azioni.
    OTTAVIO: Se sono capaci,  lo vedremo.  Se prendete la cosa  da  me  in
    buona  parte,  sono  un  amico  che vi rende avvisato;  se la prendete
    sinistramente,  son uno che in qualunque maniera render  conto  delle
    sue parole. (parte).


    SCENA VENTUNESIMA.

    (Il DOTTORE solo).

    Oh misero me!  Povera mia casa! Povera mia riputazione! Questo s  un
    male,  cui n Ippocrate,  n Galeno mi insegnano a risanare.  Ma sapr
    ben  trovare  un sistema di medicina morale,  che troncher la radice.
    Tutto consiste a far presto,  non lasciar che il mal s'avanzi  troppo,
    che  non  pigli possesso.  "Principiis obsta,  sero medicina paratur".
    (entra in casa).

    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA.

    Camera in casa del Dottore.

    (Il DOTTORE e FLORINDO).

    FLORINDO: Creda, signor Dottore,  glielo giuro sull'onor mio.  In casa
    questa notte non  venuto nessuno.
    DOTTORE: So di certo che alle mie figlie  stata fatta una serenata.
    FLORINDO:  E'  verissimo,  ed  esse  l'hanno  goduta  sul  terrazzino,
    modestissimamente.  Le serenate non  rendono  alcun  pregiudizio  alle
    figlie  oneste.  Far  all'amore  con  onest    lecito ad ogni civile
    fanciulla.
    DOTTORE: Ma ricevere  di  notte  la  gente  in  casa?  Cenare  con  un
    forestiere?
    FLORINDO: Questo  quello che non  vero.
    DOTTORE: Che ne potete saper voi? Sarete stato a letto.
    FLORINDO: Sono stato svegliato tutta la notte.
    DOTTORE: Perch svegliato?
    FLORINDO: Per causa del caldo io non poteva dormire.
    DOTTORE: Conoscete il signor Ottavio?
    FLORINDO: Lo conosco.
    DOTTORE:  Egli  mi ha detto tutto ci,  ed  pronto a sostenere che ha
    detto la verit.
    FLORINDO: Il signor Ottavio mentisce.  Lo troveremo;  si far  che  si
    spieghi con qual fondamento l'ha detto,  e son certo ritroverete esser
    tutto falso.
    DOTTORE: Se fosse cos,  mi spiacerebbe aver date tante mortificazioni
    alle mie figliuole.
    FLORINDO: Povere ragazze! Le avete ingiustamente trattate male.
    DOTTORE: Specialmente Rosaura piangeva dirottamente,  n si poteva dar
    pace.
    FLORINDO: Povera innocente! Mi fa compassione. (si asciuga gli occhi).
    DOTTORE: Che cosa avete, figliuolo, che sembra che piangiate?
    FLORINDO: Niente: mi  andato del  tabacco  negli  occhi.  (mostra  la
    tabacchiera).


    SCENA SECONDA.

    (COLOMBINA e detti).

    COLOMBINA: Presto, signor padrone, presto. La povera signora Rosaura 
    svenuta,  e non so come fare a farla rinvenire;  correte per carit ad
    aiutarla. (al Dottore)
    FLORINDO: (Smania).
    DOTTORE: Presto, un poco di spirito di melissa.
    COLOMBINA: Se sentiste come le palpita il cuore! Avrebbe bisogno d'una
    cavata di sangue.
    DOTTORE: Signor Florindo, andate a vederla,  toccatele il polso,  e se
    vi pare che abbia bisogno di sangue,  pungetele la vena.  So che siete
    bravissimo in queste operazioni. Io intanto vado a prendere lo spirito
    di melissa. (parte).
    COLOMBINA: Per amor del cielo, non abbandonate la povera mia padrona.
    FLORINDO: Ecco l'effetto de' rimproveri  ingiusti  di  suo  padre.  La
    soccorrer, se potr. (parte).


    SCENA TERZA.

    Camera di Rosaura con sedie.

    (ROSAURA svenuta sopra una sedia;  poi COLOMBINA,  poi FLORINDO, e poi
    il DOTTORE).

    COLOMBINA: Ecco qui,  poverina!  non  ancor rinvenuta;  e sua sorella
    non la soccorre,  non ci pensa;  vorrebbe che ella morisse. Queste due
    sorelle non si amano, non si possono vedere.
    FLORINDO: Dove sono? Io non ci vedo.
    COLOMBINA: Come non ci vedete?  se siamo in una  camera  cos  chiara?
    Guardate la povera signora Rosaura svenuta.
    FLORINDO: Oim!  non posso pi.  Colombina, andate a prendere quel che
    bisogna per cavarle sangue.
    COLOMBINA: Vado subito.  Per  l'amor  del  cielo,  non  l'abbandonate.
    (parte, e poi ritorna).
    FLORINDO: Son solo,  nessuno mi vede,  posso toccar quella bella mano.
    S,  cara,  ti taster il polso.  Quanto  bella bench  svenuta!  (le
    tocca il polso) Ahim,  ch'io muoio.  (cade svenuto in terra,  o sopra
    una sedia vicina).
    COLOMBINA: Oh bella! Il medico fa compagnia all'ammalata. (portando il
    cerino e qualche altra cosa per il sangue).
    DOTTORE: Son qui, son qui; non  ancor rinvenuta?
    COLOMBINA: Osservate.  Il signor Florindo  venuto meno ancor esso per
    conversazione.
    DOTTORE: Oh diavolo!  Che cos' quest'istoria?  Presto, bisogna dargli
    soccorso.  Piglia questo spirito e bagna sotto il naso Rosaura,  ch'io
    assister questo ragazzo.
    COLOMBINA:  Ecco,   ecco,  la  padrona  si  muove.  (bagnandola  collo
    spirito).
    DOTTORE: Anche Florindo si desta. Vanno di concerto.
    ROSAURA: Oim! Dove sono?
    DOTTORE: Via, figlia mia, fatti animo, non  niente.
    FLORINDO: (Povero me! Che mai ho fatto?) (s'alza,  vede il Dottore,  e
    si vergogna).
    DOTTORE: Che cosa  stato, Florindo? Che avete avuto?
    FLORINDO: Signore...  non lo so nemmen io... Con vostra buona licenza.
    (parte confuso).
    DOTTORE: Se ho da dire la verit, mi sembra un pazzerello.
    COLOMBINA: Animo, signora padrona, allegramente.
    ROSAURA: Ah signor padre, per carit...
    DOTTORE: Figlia mia,  non ti affligger pi.  Sono stato assicurato non
    esser vero ci che mi  stato detto di te.  Voglio credere che sia una
    calunnia, un'invenzione. Verremo in chiaro della verit.
    ROSAURA: Ma,  caro signor padre,  chi mai  vi  ha  dato  ad  intendere
    falsit cos enormi, cos pregiudicievoli alla nostra riputazione?
    DOTTORE: E' stato il signor Ottavio.
    ROSAURA: Con qual fondamento ha egli potuto dirlo?
    DOTTORE: Non lo so. Lo ha detto e s'impegna di sostenerlo.
    ROSAURA:  Lo  sostenga,  se  pu.  Signor  padre,  si tratta dell'onor
    vostro,  si tratta dell'onor mio: non vi gettate dietro le spalle  una
    cosa di tanto rimarco.
    DOTTORE: S, lo ritrover e me ne far render conto.
    COLOMBINA: Aspettate.  Ander io a ritrovarlo.  Io lo condurr in casa
    e, cospetto di bacco, lo faremo disdire.
    DOTTORE: Va, e se lo trovi, digli che io gli voglio parlare.
    COLOMBINA: Or ora lo conduco qui a suo dispetto. (parte).


    SCENA QUARTA.

    (ROSAURA e il DOTTORE).

    ROSAURA: Gran dolore mi avete fatto provare!
    DOTTORE: Ors via,  medicheremo  il  dolore  sofferto  con  una  nuova
    allegrezza. Sappi, Rosaura, che io ti ho fatta sposa.
    ROSAURA: A chi mai mi avete voi destinata?
    DOTTORE: Al figlio del signor Pantalone.
    ROSAURA: Deh, se mi amate, dispensatemi per ora da queste nozze.
    DOTTORE: Dimmi il perch, e pu essere che ti contenti.
    ROSAURA:  Una figlia obbediente e rispettosa non deve celar cos'alcuna
    al suo genitore.  Sappiate,  signore,  che un cavalier forestiere,  di
    gran sangue e di grandi fortune, mi desidera per consorte.
    DOTTORE:  Dunque    vero  che  vi  il forestiere,  e sar vero della
    serenata e della cena.
    ROSAURA: E' vero che un forestiere mi ama,  e  che  mi  ha  fatta  una
    serenata,  ma  mi ha parlato una sol volta sotto del terrazzino,  e mi
    fulmini il cielo s'egli ha posto piede mai in questa casa.
    DOTTORE: E' un signor grande, e ti vuole per moglie?
    ROSAURA: Cos almeno mi fa sperare.
    DOTTORE: Guarda bene che egli non sia qualche impostore.
    ROSAURA: Oggi si dar a conoscere a voi.  Voi aprirete gli  occhi  per
    me.
    DOTTORE: Senti, figlia mia: quando il cielo ti avesse destinata questa
    fortuna,  non  sarei  s  pazzo a levartela.  Con Pantalone ho qualche
    impegno,  ma  solamente  di  parole;   non  mancheranno  pretesti  per
    liberarmene.
    ROSAURA: Basta dire ch'io non lo voglio.
    DOTTORE:  Veramente non basterebbe,  perch son io quello che comanda:
    ma troveremo  una  miglior  ragione.  Dimmi,  come  si  chiama  questo
    cavaliere?
    ROSAURA: Il marchese Asdrubale di Castel d'Oro.
    DOTTORE: Capperi! figlia mia, un marchese?

    SCENA QUINTA.

    (BEATRICE che ascolta, e detti).

    ROSAURA:  E'  un  anno  ch'  innamorato di me,  e solo ieri sera si 
    dichiarato.
    DOTTORE: Ti vuole veramente bene?
    ROSAURA: Credetemi, che mi adora.
    DOTTORE: Sei sicura che ti voglia prender per moglie?
    ROSAURA: Me ne ha data positiva parola.
    DOTTORE: Quando  cos, procurer di assicurare la tua fortuna.
    BEATRICE: Signor padre,  non crediate s facilmente alle parole di mia
    sorella.  Non    vero  che il marchese Asdrubale siasi dichiarato per
    lei. Egli ama una di noi due e, senza troppo lusingarmi, ho ragione di
    credere ch'egli mi preferisca.
    DOTTORE: Oh bella! Come va questa storia? (a Rosaura).
    ROSAURA: Dove appoggiate le vostre speranze? (a Beatrice).
    BEATRICE: Dove avete appoggiate le vostre. (a Rosaura).
    ROSAURA: Signor padre, io parlo con fondamento.
    BEATRICE: Credetemi, ch'io so quel che dico. (al Dottore).
    DOTTORE: Questa  la pi bella favoletta del mondo. Ors, sentite cosa
    vi dico per concluderla in poche parole.  Intanto state  dentro  delle
    finestre,  e non andate fuori di casa senza licenza mia.  Se il signor
    marchese parler con me,  sentir se sia vero quello m'avete detto,  e
    chi di voi sia la prediletta; se poi sar una favola, come credo, avr
    motivo di dire,  senza far torto n all'una,  n all'altra, che tutt'e
    due siete pazze. (parte).


    SCENA SESTA.

    (ROSAURA e BEATRICE).

    BEATRICE: Signora sorella, qual fondamento avete voi di credere che il
    signor marchese si sia dichiarato per voi?
    ROSAURA: Il fondamento l'ho infallibile,  ma  non  sono  obbligata  di
    dirvi tutto.
    BEATRICE: S,  s,  lo so.  Siete stata fuori di casa in maschera.  Vi
    sarete ingegnata di tirar l'acqua al vostro mulino; ma giuro al cielo,
    non vi riuscir forse di macinare.
    ROSAURA: Che pretensione avete voi?  Ha  egli  detto  essere  per  voi
    inclinato? Ha dimostrato volervi?
    BEATRICE:  Ha  detto a me quello che ha detto a voi;  e non so ora con
    quanta franchezza lo pretendiate per vostro.
    ROSAURA: Basta, si vedr.
    BEATRICE: Se sapr che mi abbiate fatta qualche soverchieria, sorella,
    me la pagherete.
    ROSAURA: Mi pare  che  dovreste  avere  un  poco  di  convenienza.  Io
    finalmente son la maggiore.
    BEATRICE: Di grazia, baciatele la mano alla signora superiora.
    ROSAURA: Gi, l'ho sempre detto. Insieme non si sta bene.
    BEATRICE:  Se  non era per causa vostra,  sarei maritata che sarebbero
    pi di tre anni.  Cinquanta mi volevano.  Ma il signor  padre  non  ha
    voluto far torto alla sua primogenita.
    ROSAURA:  Certo,  gran  pretendenti  avete  avuti!  Fra  gli  altri il
    garbatissimo signor Ottavio,  il quale forse per vendicarsi de' vostri
    disprezzi,  ha inventate tutte le indegnit raccontate di noi a nostro
    padre.
    BEATRICE: Ottavio n' stato inventore?
    ROSAURA: Test me lo disse il genitore medesimo.
    BEATRICE: Ah indegno! Se mi capita alle mani, vo' che mi senta.
    ROSAURA: Meriterebbe esser trucidato.




    SCENA SETTIMA.

    (COLOMBINA, poi OTTAVIO, e dette).

    COLOMBINA: Signore padrone,  ecco qui il signor Ottavio  che  desidera
    riverirle.
    OTTAVIO: Son qui pien di rossore e di confusione...
    ROSAURA: Siete un mentitore.
    BEATRICE: Siete un bugiardo.
    OTTAVIO: Signore, il mentitore, il bugiardo, non sono io.
    ROSAURA: Chi ha detto a nostro padre che abbiamo avuta una serenata?
    OTTAVIO: L'ho detto io, ma per...
    BEATRICE: Chi gli ha detto che abbiamo ricevuto di notte un forestiere
    in casa?
    OTTAVIO: Io, ma sappiate...
    BEATRICE: Siete un bugiardo.
    ROSAURA: Siete un mentitore.
    OTTAVIO: Sappiate che Lelio Bisognosi...
    ROSAURA: Avete voi detto che siamo state sul terrazzino?
    OTTAVIO: S, signore, ascoltatemi...
    BEATRICE: Avete detto che siamo state trattate dal forestiere?
    OTTAVIO: L'ho detto, perch egli stesso...
    BEATRICE: Siete un bugiardo. (parte).
    ROSAURA: Siete un mentitore. (parte).


    SCENA OTTAVA.

    (OTTAVIO e COLOMBINA).

    OTTAVIO:  Ma  se non mi lasciate parlare...  Colombina,  ti raccomando
    l'onor mio.  Va dalle tue padrone,  di' loro che,  se mi ascolteranno,
    saranno contente.
    COLOMBINA: Che cosa potete dire in vostra discolpa?
    OTTAVIO: Moltissimo posso dire,  e che sia la verit,  senti e giudica
    tu, se ho ragione...
    COLOMBINA: Veniamo alle corte.  Voi avete  detto  al  padrone  che  il
    forestiere  entrato in casa di notte.
    OTTAVIO: Ma se...
    COLOMBINA: Voi avete detto che ha dato loro una cena.
    OTTAVIO: S, ma tutto questo...
    COLOMBINA: L'avete detto, o non l'avete detto?
    OTTAVIO: L'ho detto...
    COLOMBINA: Dunque siete un mentitore, un bugiardo. (parte).
    SCENA NONA.

    (OTTAVIO, poi il DOTTORE).

    OTTAVIO:  Anche  la  cameriera  si  burla  di  me?  Vi  pur troppo il
    bugiardo, ma non sono io quello, e non posso giustificarmi.  Il signor
    Florindo  mi assicura non esser vero che Lelio sia stato introdotto in
    casa,  e molto meno che abbia seco loro cenato.  Una serenata non reca
    pregiudizio all'onest d'una giovine,  onde mi pento d'aver creduto, e
    molto pi mi pento d'aver parlato.  Lelio  l'impostore,  Lelio    il
    bugiardo,  ed  io,  acciecato dalla gelosia,  ho avuta la debolezza di
    credere,   e  non  ho  avuto  tempo  di  riflettere  che  Lelio    un
    giovinastro,  venuto recentemente da Napoli.  Come l'aggiuster io con
    Beatrice?  E quel che pi importa,  come l'aggiuster con  suo  padre?
    Eccolo ch'egli viene; merito giustamente i di lui rimproveri.
    DOTTORE: Che c', signor Ottavio? Che fate in casa mia?
    OTTAVIO: Signore, eccomi a' vostri piedi.
    DOTTORE: Dunque mi avete raccontate delle falsit.
    OTTAVIO: Tutto quello ch'io ho detto, non fu mia invenzione, ma troppo
    facilmente ho creduto,  e troppo presto vi ho riportato,  quanto da un
    bugiardo mi fu asserito.
    DOTTORE: E chi  costui?
    OTTAVIO: Lelio Bisognosi.
    DOTTORE: Il figlio del signor Pantalone?
    OTTAVIO: Egli per l'appunto.
    DOTTORE: E' venuto a Venezia?
    OTTAVIO: Vi  giunto ieri, per mia disgrazia.
    DOTTORE: Dov'? E in casa di suo padre?
    OTTAVIO: Credo di no. E' un giovine scapestrato, che ama la libert.
    DOTTORE: Ma come ha potuto dire questo disgraziato tutto quello che ha
    detto?
    OTTAVIO: L'ha detto con tanta  costanza,  che  sono  stato  forzato  a
    crederlo,  e  se il signor Florindo,  che so essere sincero e onorato,
    non mi avesse chiarito,  forse  forse  ancora  non  ne  sarei  appieno
    disingannato.
    DOTTORE: Io resto attonito come colui, appena arrivato, abbia avuto il
    tempo  di piantare questa carota.  Sa che Rosaura e Beatrice sieno mie
    figlie?
    OTTAVIO: Io credo di s. Sa che sono figlie d'un medico.
    DOTTORE: Ah disgraziato!  Cos le tratta?  Non gli do pi Rosaura  per
    moglie.
    OTTAVIO: Signor Dottore, vi domando perdono.
    DOTTORE: Vi compatisco.
    OTTAVIO: Non mi private della vostra grazia.
    DOTTORE: Vi sar amico.
    OTTAVIO: Ricordatevi che mi avete esibita la signora Beatrice.
    DOTTORE: Mi ricordo che l'avete rifiutata.
    OTTAVIO: Ora vi supplico di non negarmela.
    DOTTORE: Ne parleremo.
    OTTAVIO: Ditemi di si, ve ne supplico.
    DOTTORE: Ci penser.
    OTTAVIO: Vi chiedo la figlia, non vi disturber per la dote.
    DOTTORE: Via, non occorre altro, ci parleremo. (parte).
    OTTAVIO:  Non  mi curo perder la dote,  se acquisto Beatrice.  Ma vuol
    essere difficile l'acquistarla.  Le donne sono pi costanti nell'odio,
    che nell'amore. (parte).


    SCENA DECIMA.

    Camera in casa di Pantalone.

    (LELIO ed ARLECCHINO).

    LELIO: Arlecchino, sono innamorato davvero.
    ARLECCHINO: Mi, con vostra bona grazia, no ve credo una maledetta.
    LELIO: Credimi che  cos.
    ARLECCHINO: No ve lo credo, da galantomo.
    LELIO: Questa volta dico pur troppo il vero.
    ARLECCHINO: Sar vero, ma mi no lo credo.
    LELIO: E perch, s' vero, non lo vuoi credere?
    ARLECCHINO: Perch al busiaro no se ghe crede gnanca la verit.
    LELIO:  Dovresti  pur  conoscerlo ch'io sono innamorato,  dal sospirar
    ch'io faccio continuamente.
    ARLECCHINO: Siguro!  perch non savi suspirar  e  pianzer,  quando  ve
    comoda. Lo sa la povera siora Cleonice, se savi planzer e suspirar, se
    savi tirar zo le povere donne.
    LELIO: Ella  stata facile un poco troppo.
    ARLECCHINO:  Gh'av  promesso  sposarla,  e  la  povera romana la v'ha
    credesto.
    LELIO: Pi di dieci donne hanno ingannato me; non potr io burlarmi di
    una?
    ARLECCHINO: Basta: pregh el cielo che la ve vaga ben e che la  romana
    non ve vegna a trovar a Venezia.
    LELIO: Non avr tanto ardire.
    ARLECCHINO: Le donne, co se tratta d'amor, le fa delle cosse grande.
    LELIO: Ors,  tronca ormai questo discorso odioso.  A Cleonice pi non
    penso. Amo adesso Rosaura, e l'amo con un amore straordinario,  con un
    amore particolare.
    ARLECCHINO: Se vede veramente che ghe vol ben, se non altro per i bei
    regali che gh'and facendo. Corpo de mi! Diese zecchini in merlo.
    LELIO  (Ridendo):  Che  dici,  Arlecchino?  come  a  tempo  ho  saputo
    prevalermi dell'occasione?
    ARLECCHINO: L' una bella spiritosa invenzion. Ma,  sior padron,  semo
    in casa de vostro padre, e gnancora no se magna?
    LELIO: Aspetta, non essere tanto ingordo.
    ARLECCHINO:  Com'lo  fatto  sto  vostro  padre,  che no l'ho gnancora
    visto.
    LELIO: E' un buonissimo vecchio. Eccolo che viene.
    ARLECCHINO: Oh, che bella barba!


    SCENA UNDICESIMA.

    (PANTALONE e detti).

    PANTALONE: Fio mio, giusto ti te cercava.
    LELIO: Eccomi a' vostri comandi.
    ARLECCHINO: Signor don Pantalone (Affetta di parlar toscano), essendo,
    come sarebbe a dire,  il servo della mascolina prole,  cos mi  do  il
    bell'onore  di  essere,   cio  di  protestarmi  di  essere,   suo  di
    vussignoria!... Intendetemi senza ch'io parli.
    PANTALONE: Oh, che caro matto! Chi lo cost?
    LELIO: E' un mio servitore, lepido ma fedele.
    PANTALONE: Bravo, pulito. El sar el nostro divertimento.
    ARLECCHINO: Far il buffone, se ella comanda.
    PANTALONE: Me far servizio.
    ARLECCHINO: Ma avvertite,  datemi ben da mangiare,  perch  i  buffoni
    mangiano meglio degli altri.
    PANTALONE: Gh'av rason. No ve mancher el vostro bisogno.
    ARLECCHINO: Veder se s galantomo.
    PANTALONE: Quel che prometto, mantegno.
    ARLECCHINO: Alle prove. Mi adesso gh'ho bisogno de magnar.
    PANTALONE: And in cusina, e fvene dar.
    ARLECCHINO: S ben,  s galantomo. Vago a trovar el cogo. Sior padron,
    una parola. (a Lelio).
    LELIO: Cosa vuoi?
    ARLECCHINO: (Ho paura che nol sia voster pader). (a Lelio, piano).
    LELIO: (E perch?) (ad Arlecchino).
    ARLECCHINO: (Perch lu el dis la verit, e vu s busiaro). (parte).
    LELIO: (Costui si prende troppa confidenza). (da s).

    SCENA DODICESIMA.

    (PANTALONE e LELIO).

    PANTALONE: L' curioso quel to servitor. E cuss,  come che te diseva,
    fio mio, t'ho da parlar.
    LELIO: Son qui ad ascoltarvi con attenzione.
    PANTALONE:  Ti ti xe l'unico erede de casa mia,  e za che la morte del
    povero mio fradello t'ha lass pi  ricco  ancora  de  quello  che  te
    podeva  lassar to pare,  bisogna pensar alla conservazion della casa e
    della fameggia: onde, in poche parole, voi maridarte.
    LELIO: A questo gi ci aveva pensato.  Ho qualche cosa in vista,  e  a
    suo tempo si parler.
    PANTALONE: Al tempo d'ancuo, la zovent, co se tratta de maridarse, no
    pensa  altro  che  a  sodisfar  el  caprizio,  e dopo quattro zorni de
    matrimonio,  i se pente de averlo fatto.  Sta sorte de negozi  bisogna
    lassarli manizar ai pari.  Eli, interessai per el ben dei fioi pi dei
    fioi medesimi, senza lassarse orbar n dalla passion, n dal caldo,  i
    fa  le  cosse  con  pi  giudizio,  e cuss col tempo i fioi se chiama
    contenti.
    LELIO: Certo che senza di voi  non  lo  farei.  Dipender  sempre  da'
    vostri consigli, anzi dalla vostra autorit.
    PANTALONE: Oh ben,  co l' cuss, fio mio, sappi che za t'ho marid, e
    giusto, stamattina ho stabilito el contratto delle to nozze.
    LELIO: Come! Senza di me?
    PANTALONE: L'occasione no podeva esser meggio.  Una bona putta de casa
    e  da qualcossa,  con una bona dota,  ha d'un omo civil bolognese,  ma
    stabilio  in  Venezia.  Te  dir  anca,  a  to  consolazion,  bella  e
    spiritosa.  Cossa  vustu  de  pi?  Ho  chiapp so pare in parola,  el
    negozio xe stabilio.
    LELIO: Signor padre,  perdonatemi:  vero che i padri pensano bene per
    i figliuoli, ma i figliuoli devono star essi colla moglie, ed  giusto
    che si soddisfacciano.
    PANTALONE: Sior fio, questi no xe quei sentimenti de rassegnazion, coi
    quali me av fin adesso parl. Finalmente son pare, e se per esser st
    arlev lontan da mi,  no av impar a respettarme,  son ancora a tempo
    per insegnarvelo.
    LELIO: Ma non volete nemmeno che prima io la veda?
    PANTALONE: La veder,  quando aver sottoscritto  el  contratto.  Alla
    vecchia se fa cuss. Quel che ho fatto, ho fatto ben: son vostro pare,
    e tanto basta.
    LELIO: (Ora  tempo di qualche spiritosa invenzione). (da s).
    PANTALONE: E cuss, cossa me respondeu?
    LELIO: Ah, signor padre, ora mi veggo nel gran cimento, in cui mi pone
    la vostra autorit; non posso pi a lungo tenervi celato un arcano.
    PANTALONE: Coss'? Cossa gh' da niovo?
    LELIO:  Eccomi a' vostri piedi.  So che ho errato,  ma fui costretto a
    farlo. (s'inginocchia).
    PANTALONE: Mo via, di' su, coss'astu fatto?
    LELIO: Ve lo dico colle lagrime agli occhi.
    PANTALONE Destrighete (Spicciati.), parla.
    LELIO: A Napoli ho preso moglie.
    PANTALONE: E adesso ti me lo disi? E mai no ti me l'ha scritto?  E mio
    fradello no lo saveva?
    LELIO: Non lo sapeva.
    PANTALONE: Levete su: ti meriteressi che te depennasse de fio,  che te
    scazzasse de casa mia. Ma te voio ben, ti xe el mio unico fio, e co la
    cossa xe fatta,  no gh' remedio.  Se el matrimonio sar da par nostro
    se  la  niora  me  far  scriver,   o  me  far  parlar,  fursi  fursi
    l'accetter.  Ma se ti avessi spos qualche squaquarina (Donna di  mal
    affare)...
    LELIO: Oh,  che dite mai,  signor padre? Io ho sposato una onestissima
    giovane.
    PANTALONE: De che condizion?
    LELIO: E' figlia di un cavaliere.
    PANTALONE: De che paese?
    LELIO: Napoletana.
    PANTALONE: Ala dota?
    LELIO: E' ricchissima.
    PANTALONE: E d'un matrimonio de sta sorte no ti me avvisi? Gh'avevistu
    paura, che disesse de no? No son miga matto.  Ti ha fatto ben a farlo.
    Ma  perch  no dir gnente n a mi,  n a to barba (Zio)?  L'astu fursi
    fatto in scondon (Di nascosto) dei si?
    LELIO: Lo sanno tutti.
    PANTALONE: Ma perch tser con mi e co mio fradello?
    LELIO: Perch ho fatto il matrimonio su due piedi.
    PANTALONE: Come s'intende un matrimonio su do pi?
    LELIO: Fui sorpreso dal padre in camera della sposa...
    PANTALONE: Perch geristu and in camera della putta?
    LELIO: Pazzie amorose, frutti della giovent.
    PANTALONE: Ah desgrazi!  Basta,  ti xe marid,  la sar fenia.  Cossa
    gh'ala nome la to novizza?
    LELIO: Briseide.
    PANTALONE: E so pare?
    LELIO: Don Policarpio.
    PANTALONE: El cognome?
    LELIO: Di Albacava.
    PANTALONE: Xela zovene?
    LELIO: Della mia et.
    PANTALONE: Come astu fatto amicizia?
    LELIO: La sua villa era vicina alla nostra.
    PANTALONE: Come t'astu introdotto in casa?
    LELIO: Col mezzo d'una cameriera.
    PANTALONE: E i t'ha trov in camera?
    LELIO: S, da solo a sola.
    PANTALONE: De d, o de notte?
    LELIO: Fra il chiaro e l'oscuro.
    PANTALONE:  E  ti  ha avudo cuss poco giudizio de lassarte trovar,  a
    rischio che i te mazza?
    LELIO: Mi son nascosto in un armadio.
    PANTALONE: Come donca t'ali trov?
    LELIO: Il mio orologio di ripetizione ha suonate le ore, e il padre si
     insospettito.
    PANTALONE: Oh diavolo! Coss'alo dito?
    LELIO: Ha domandato alla figlia da chi aveva avuta quella ripetizione.
    PANTALONE: E ella?
    LELIO: Ed ella disse subito averla avuta da sua cugina.
    PANTALONE: Chi ela sta so cugina?
    LELIO: La duchessa Matilde,  figlia del principe Astolfo,  sorella del
    conte Argante, sopraintendente alle caccie di S. M.
    PANTALONE: Sta to novizza la gh'ha un parent strepitoso.
    LELIO: E' d'una nobilt fioritissima.
    PANTALONE: E cuss, del relogio cossa ha dito so pare? S'alo quiet?
    LELIO: L'ha voluto vedere.
    PANTALONE: Oh bella! Com'la andada?
    LELIO:  E' venuta Briseide,  ha aperto un pocolino l'armadio,  e mi ha
    chiesto sotto voce l'orologio.
    PANTALONE: Bon; co ti ghel davi, no giera altro.
    LELIO: Nel levarlo dal saccoccino, la catena si  riscontrata col cane
    d'una pistola che tenevo montata, e la pistola spar.
    PANTALONE: Oh poveretto mi? T'astu fatto mal?
    LELIO: Niente affatto.
    PANTALONE: Cossa hai dito? Cossa xe st?
    LELIO: Strepiti grandi. Mio suocero ha chiamata la servit.
    PANTALONE: T'hai trov?
    LELIO: E come!
    PANTALONE: Me trema el cuor. Cossa t'ali fatto?
    LELIO: Ho messo mano alla spada, e sono tutti fuggiti.
    PANTALONE: E se i te mazzava?
    LELIO: Ho una spada che non teme di cento.
    PANTALONE: In semola ("Mettere la spada nella crusca",  detto burlesco
    derisorio), padron, in semola. E cuss, xestu scampa?
    LELIO: Non ho voluto abbandonar la mia bella.
    PANTALONE: Ella coss'ala dito?
    LELIO: Mi si  gettata a' piedi colle lagrime agli occhi. (tenero).
    PANTALONE: Par che ti me conti un romanzo.
    LELIO: Eppure vi narro la semplice verit.
    PANTALONE: Come ha fenio l'istoria?
    LELIO: Mio suocero  ricorso alla giustizia. E' venuto un capitano con
    una compagnia di soldati,  me l'hanno fatta sposare,  e per castigo mi
    hanno assegnato ventimila scudi di dote.
    PANTALONE: (Questa la xe fursi la prima  volta,  che  da  un  mal  sia
    deriv un ben). (da s).
    LELIO:  (Sfido il primo gazzettiere d'Europa a inventare un fatto cos
    bene circostanziato). (da s).
    PANTALONE: Fio mio,  ti xe and a un brutto rischio,  ma za che ti  xe
    riuscio con onor, ringrazia el cielo, e per l'avegnir abbi un poco pi
    de giudizio. Pistole, pistole! Cossa xe ste pistole? Qua no se usa ste
    cosse.
    LELIO: Da quella volta in qua, mai pi non ho portate armi da fuoco.
    PANTALONE: Ma de sto matrimonio, perch no dirlo a to barba?
    LELIO: Quando  successo il caso, era gravemente ammalato.
    PANTALONE: Perch no scriverlo a mi?
    LELIO: Aspettai a dirvelo a voce.
    PANTALONE: Perch no astu men la sposa con ti a Venezia?
    LELIO: E' gravida in sei mesi.
    PANTALONE: Anca gravia?  In sie mesi? Una bagattella! El negozio no xe
    tanto fresco. Va l,  che ti ha fatto una bella cossa a no me avvisar.
    Dir ben to missier (Suocero), che ti gh'ha un pare senza creanza, non
    avendoghe  scritto una riga per consolarme de sto matrimonio.  Ma quel
    che non ho fatto, far. Sta sera va via la posta de Napoli, ghe voggio
    scriver subito, e sora tutto ghe voggio raccomandar la custodia de mia
    niora (Nuora) e de quel putto  che  vegnir  alla  luse,  che  essendo
    frutto de mio fio,  el xe anca parto delle mie viscere. Vago subito...
    Ma no me arrecordo pi el cognome de don Policarpio.  Tornemelo a dir,
    caro fio.
    LELIO:  (Non  me  lo  ricordo  pi  nemmen io!) (da s) Don Policarpio
    Carciofoli.
    PANTALONE: Carciofoli?  Non me par che ti abbi dito cuss.  Adesso  me
    l'arrecordo. Ti m'ha dito d'Albacava.
    LELIO:  Ebbene,  Carciofoli  il cognome,  Albacava  il suo feudo: si
    chiama nell'una e nell'altra maniera.
    PANTALONE: Ho capio. Vago a scriver. Ghe dir, che subito che la xe in
    stato de vegnir,  i me la manda a Venezia la mia cara niora.  No  vedo
    l'ora  de  vderla:  no  vedo l'ora de basar quel caro putello,  unica
    speranza e sostegno de casa Bisognosi,  baston  della  vecchiezza  del
    povero Pantalon. (parte).


    SCENA TREDICESIMA.

    (LELIO solo).

    Che  fatica  terribile  ho  dovuto  fare per liberarmi dall'impegno di
    sposare questa bolognese,  che  mio  padre  aveva  impegnata  per  me!
    Quand'abbia  a  far  la pazzia di legarmi colla catena del matrimonio,
    altre spose non voglio che Rosaura. Ella mi piace troppo. Ha un non so
    che, che a prima vista m'ha colpito. Finalmente  figlia di un medico,
    mio padre non pu disprezzarla.  Quando l'avr sposata,  la napolitana
    si convertir in veneziana.  Mio padre vuol dei bambini? Gliene faremo
    quanti vorr. (parte).


    SCENA QUATTORDICESIMA.

    Strada col terrazzino della casa del Dottore.

    (FLORINDO e BRIGHELLA).

    FLORINDO: Brighella, son disperato.
    BRIGHELLA: Per che causa?
    FLORINDO: Ho inteso dire che il dottor Balanzoni voglia dar per moglie
    la signora Rosaura ad un marchese napolitano.
    BRIGHELLA: Da chi av sentido a dir sta cossa?
    FLORINDO: Dalla signora Beatrice sua sorella.
    BRIGHELLA: Donca no bisogna perder pi tempo.  Bisogna che parl,  che
    ve dichiar.
    FLORINDO: S, Brighella, ho risolto spiegarmi.
    BRIGHELLA: Sia ringrazi el cielo. Una volta ve veder fursi contento.
    FLORINDO:  Ho  composto un sonetto,  e con questo penso di scoprirmi a
    Rosaura.
    BRIGHELLA: Eh, che no ghe vol sonetti. L' meio parlar in prosa.
    FLORINDO: Il sonetto  bastantemente chiaro per farrni intendere.
    BRIGHELLA: Quando l' chiaro, e che siora Rosaura el capissa,  anca el
    sonetto pol servir. Possio sentirlo anca mi?
    FLORINDO: Eccolo qui. Osserva come  scritto bene.
    BRIGHELLA: No l' miga scritto de vostro carattere.
    FLORINDO: No, l'ho fatto scrivere.
    BRIGHELLA: Perch mo l'av fatto scriver da un altro?
    FLORINDO: Acci non si conosca la mia mano.
    BRIGHELLA: Mo no s'ha da saver che l'av fatto vu?
    FLORINDO: Senti, se pu parlare pi chiaramente di me.

    SONETTO.

    "Idolo del mio cor, nume adorato,
    Per voi peno tacendo, e v'amo tanto
    Che temendo d'altrui vi voglia il fato,
    M'esce dagli occhi, e pi dal cuore il pianto.
    Io non son cavalier, n titolato,
    N ricchezze o tesori aver mi vanto;
    A me diede il destin mediocre stato,
    Ed  l'industria mia tutto il mio vanto.
    Io nacqui in Lombardia sott'altro cielo.
    Mi vedete sovente a voi d'intorno.
    Tacqui un tempo in mio danno, ed or mi svelo,
    Sol per vostra cagion fo qui soggiorno.
    A voi, Rosaura mia, noto  il mio zelo,
    E il nome mio vi far noto un giorno.

    FLORINDO: Ah, che ne dici?
    BRIGHELLA: L' bello, l' bello, ma nol spiega gnente.
    FLORINDO:  Come  non  spiega niente?  Non parla chiaramente di me?  La
    seconda quaderna mi dipinge esattamente.  E  poi,  dicendo  nel  primo
    verso  del primo terzetto: "Io nacqui in Lombardia",  non mi manifesto
    per bolognese?
    BRIGHELLA: Lombardia  anca Milan, Bergamo, Bressa,  Verona,  Mantova,
    Modena  e  tante altre citt.  Come ala mo da indovinar,  che voia dir
    bolognese?
    FLORINDO: E questo verso,  "Mi vedete sovente a  voi  d'intorno",  non
    dice espressamente che sono io?
    BRIGHELLA: El pol esser qualchedun altro.
    FLORINDO:  Eh  via,  sei troppo sfistico.  Il sonetto parla chiaro,  e
    Rosaura l'intender.
    BRIGHELLA: Se ghel dar vu, la l'intender meio.
    FLORINDO: Io non glielo voglio dare.
    BRIGHELLA: Donca come vol far?
    FLORINDO: Ho pensato  di  gettarlo  sul  terrazzino.  Lo  trover,  lo
    legger, e capir tutto.
    BRIGHELLA: E se lo trova qualchedun altro?
    FLORINDO: Chiunque lo trover, lo far leggere anche a Rosaura.
    BRIGHELLA: No saria meio...
    FLORINDO:   Zitto;   osserva  come  si  fa.   (getta  il  sonetto  sul
    terrazzino).
    BRIGHELLA: Pulito! S pi franco de man, che de lengua.
    FLORINDO: Parmi di vedere che venga gente sul terrazzino.
    BRIGHELLA: Stemo qua a goder la scena.
    FLORINDO: Andiamo, andiamo. (parte).
    BRIGHELLA: El parler, quando no ghe sar pi tempo. (parte).


    SCENA QUINDICESIMA.

    (COLOMBINA sul terrazzino, poi ROSAURA)

    COLOMBINA: Ho veduto venire un non so che sul terrazzino.  Son curiosa
    sapere che cos'.  Oh ecco un pezzo di carta. Che sia qualche lettera?
    (l'apre) Mi dispiace che so poco leggere. "S, o, So, n, e,  t,  Sonet,
    t,  o  to,  Sonetto".  E'  un  sonetto.  Signora  padrona,  venite sul
    terrazzino. E' stato gettato un sonetto. (verso la casa).
    ROSAURA: Un sonetto? Chi l'ha gettato? (viene sul terrazzino).
    COLOMBINA: Non lo so. L'ho ritrovato a caso.
    ROSAURA: Da' qui, lo legger volentieri.
    COLOMBINA: Leggetelo,  che poi lo farete sentire anche a  me.  Vado  a
    stirare, sin tanto che il ferro  caldo. (parte).
    ROSAURA: Lo legger con piacere. (legge piano).
    SCENA SEDICESIMA.

    (LELIO e detta).

    LELIO:  (Ecco  la mia bella Rosaura;  legge con grande attenzione: son
    curioso di saper cosa legga). (da s)
    ROSAURA: (Questo sonetto ha delle espressioni,  che  mi  sorprendono).
    (da s)
    LELIO:  Permette  la  signora  Rosaura,  ch'io  abbia  il vantaggio di
    riverirla?
    ROSAURA: Oh perdonatemi, signor marchese, non vi aveva osservato.
    LELIO: Che legge di bello? Poss'io saperlo?
    ROSAURA: Ve lo dir.  Colombina mi ha chiamato sul terrazzino: ha ella
    ritrovato  a  caso  questo  sonetto,  me lo ha consegnato,  e lo trovo
    essere a me diretto.
    LELIO: Sapete voi chi l'abbia fatto?
    ROSAURA: Non vi  nome veruno.
    LELIO: Conoscete il carattere?
    ROSAURA: Nemmeno.
    LELIO: Potete immaginarvi chi l'abbia composto?
    ROSAURA: Questo  quello ch'io studio, e non l'indovino.
    LELIO: E' bello il sonetto?
    ROSAURA: Mi par bellissimo.
    LELIO: Non  un sonetto amoroso?
    ROSAURA: Certo,  egli parla d'amore.  Un amante non pu  scrivere  con
    maggior tenerezza.
    LELIO: E ancor dubitate chi sia l'autore?
    ROSAURA: Non me lo so figurare.
    LELIO: Quello  un parto della mia musa.
    ROSAURA: Voi avete composto questo sonetto?
    LELIO:  Io,  s,  mia  cara;  non cesso mai di pensare ai vari modi di
    assicurarvi dell'amor mio.
    ROSAURA: Voi mi fate stupire.
    LELIO: Forse non mi credete capace di comporre un sonetto?
    ROSAURA: S, ma non vi credeva in istato di scriver cos.
    LELIO: Non parla il sonetto d'un cuor che vi adora?
    ROSAURA: Sentite i primi versi, e ditemi se il sonetto  vostro:

    "Idolo del mio cor, nume adorato,
    Per voi peno tacendo, e v'amo tanto..."
    LELIO: Oh,  mio senz'altro. "Idolo del mio cor,  nume adorato,  - Per
    voi peno tacendo, e v'amo tanto. Sentite? Lo so a memoria.
    ROSAURA: Ma perch "tacendo", se ieri sera gi mi parlaste?
    LELIO: Non vi dissi la centesima parte delle mie pene. E poi  un anno
    che taccio: e posso dir ancora ch'io peno tacendo.
    ROSAURA: Andiamo avanti:

    "Che temendo d'altrui vi voglia il fato,
    M'esce dagli occhi, e pi dal cuore il pianto".

    Chi mi vuole? Chi mi pretende?
    LELIO:  Solita  gelosia  degli  amanti.  Io  non ho ancora parlato con
    vostro padre, non siete ancora mia, dubito e dubitando io piango.
    ROSAURA: Signor marchese, spiegatemi questi quattro versi bellissimi:

    "Io non son cavalier, n titolato,
    N ricchezze o tesori aver mi vanto;
    A me diede il destin mediocre stato,
    Ed  l'industria mia tutto il mio vanto".
    LELIO: (Ora s, che sono imbrogliato). (da s).
    ROSAURA: E' vostro questo bel sonetto?
    LELIO: S,  signora,   mio.  Il sincero e leale amore,  che a voi  mi
    lega,  non mi ha permesso di tirar pi a lungo una favola,  che poteva
    un giorno esser a voi di  cordoglio,  e  a  me  di  rossore.  Non  son
    cavaliere,  non  son  titolato,   vero.  Tale mi finsi per bizzarria,
    presentandomi a due sorelle,  dalle quali non volevo esser conosciuto.
    Non volevo io avventurarmi cos alla cieca,  senza prima esperimentare
    se potea lusingarmi  della  vostra  inclinazione:  ora  che  vi  veggo
    pieghevole a' miei onesti desiri,  e che vi spero amante,  ho risoluto
    di dirvi il vero,  e non avendo coraggio  di  farlo  colla  mia  voce,
    prendo  l'espediente di dirvelo in un sonetto.  Non sono ricco,  ma di
    mediocri fortune,  ed  esercitando  in  Napoli  la  nobil  arte  della
    mercatura,  vero che l'industria mia  tutto il mio vanto.
    ROSAURA: Mi sorprende non poco la confessione che voi mi fate;  dovrei
    licenziarvi dalla mia presenza,  trovandovi menzognero: ma l'amore che
    ho concepito per voi, non me lo permette. Se siete un mercante comodo,
    non sarete un partito per me disprezzabile. Ma il resto del sonetto mi
    pone in maggiore curiosit. Lo finir di leggere.
    LELIO: (Che diavolo vi pu essere di peggio!) (da s).
    ROSAURA: "Io nacqui in Lombardia sott'altro cielo".
    Come si adatta a voi questo verso, se siete napoletano?
    LELIO: Napoli  una parte della Lombardia.
    ROSAURA:  Io  non  ho  mai  sentito  dire,  che  il regno di Napoli si
    comprenda nella Lombardia.
    LELIO: Perdonatemi,  leggete le istorie,  troverete che  i  Longobardi
    hanno  occupata  tutta  l'Italia: e da per tutto dove hanno occupato i
    Longobardi,  poeticamente si chiama Lombardia.  (Con una  donna  posso
    passar per istorico). (da s).
    ROSAURA: Sar come dite voi: andiamo avanti.

    "Mi vedete sovente a voi d'intorno"
    .
    Io  non vi ho veduto altro che ieri sera: come potete dire,  mi vedete
    sovente?
    LELIO: Dice "vedete"?
    ROSAURA: Cos per l'appunto.
    LELIO: E' error di penna,  deve dire "vedrete";  "mi vedrete sovente a
    voi d'intorno".
    ROSAURA: "Tacqui un tempo in mio danno, ed or mi svelo".
    LELIO: E' un anno ch'io taccio, ora non posso pi.
    ROSAURA: All'ultima terzina.
    LELIO: (Se n'esco,  un prodigio). (da s).
    ROSAURA: "Sol per vostra cagion fo qui soggiorno".
    LELIO:  Se  non  fosse  per voi,  sarei a quest'ora o in Londra,  o in
    Portogallo. I miei affari lo richiedono, ma l'amor che ho per voi,  mi
    trattiene in Venezia.
    ROSAURA: "A voi, Rosaura mia, noto  il mio zelo".
    LELIO: Questo verso non ha bisogno di spiegazione.
    ROSAURA: Ne avr bisogno l'ultimo.

    "E il nome mio vi far noto un giorno".
    LELIO: Questo  il giorno, e questa  la spiegazione. Io non mi chiamo
    Asdrubale di Castel d'Oro, ma Ruggiero Pandolfi.
    ROSAURA: Il sonetto non si pu intendere, senza la spiegazione.
    LELIO: I poeti sogliono servirsi del parlar figurato.
    ROSAURA: Dunque avete finto anche il nome.
    LELIO: Ieri sera era in aria di fingere.
    ROSAURA: E stamane in che aria siete?
    LELIO: Di dirvi sinceramente la verit.
    ROSAURA: Posso credere che mi amiate senza finzione?
    LELIO: Ardo per voi, n trovo pace senza la speranza di conseguirvi.
    ROSAURA: Io non voglio essere soggetta a nuovi inganni. Spiegatevi col
    mio genitore.  Datevi a lui a conoscere,  e se egli acconsentir,  non
    sapr ricusarvi. Ancorch mi abbiate ingannata non so disprezzarvi.
    LELIO: Ma il vostro genitore dove lo posso ritrovare?
    ROSAURA: Eccolo che viene.






    SCENA DICIASSETTESIMA.

    (Il DOTTORE e detti).

    DOTTORE: E' questi? (a Rosaura, di lontano).
    ROSAURA: S, ma...
    DOTTORE: Andate dentro. (a Rosaura, non sentito da Lelio)
    ROSAURA: Sentite prima...
    DOTTORE: Va dentro, non mi fare adirare. (come sopra).
    ROSAURA: Bisogna ch'io l'obbedisca. (entra).
    LELIO: (Veramente mi sono portato bene.  Gil Blas  non  ha  di  queste
    belle avventure). (da s).
    DOTTORE:  (All'aria  si vede ch' un gran signore;  ma mi pare un poco
    bisbetico). (da s).
    LELIO: (Ora conviene infinocchiare il padre,  se sia  possibile).  (da
    s) Signor Dottore, la riverisco divotamente.
    DOTTORE: Le fo umilissima riverenza.
    LELIO: Non  ella il padre della signora Rosaura?
    DOTTORE: Per servirla.
    LELIO: Ne godo infinitamente, e desidero l'onore di poterla servire.
    DOTTORE: Effetto della sua bont.
    LELIO: Signore,  io son uomo che in tutte le cose mie vado alle corte.
    Permettetemi dunque,  che senza preamboli vi dica ch'io sono invaghito
    di vostra figlia, e che la desidero per consorte.
    DOTTORE: Cos mi piace: laconicamente; ed io le rispondo, che mi fa un
    onor che non merito,  che gliela dar pi che volentieri, quando la si
    compiaccia darmi gli opportuni attestati dell'esser suo.
    LELIO: Quando mi accordate la  signora  Rosaura,  mi  do  a  conoscere
    immediatamente.
    DOTTORE: Non  ella il marchese Asdrubale?
    LELIO: Vi dir, caro amico...


    SCENA DICIOTTESIMA.

    (OTTAVIO e detti).

    OTTAVIO:  Di  voi  andava  in  traccia.  Mi avete a render conto delle
    imposture inventate contro il decoro delle figlie del signor  Dottore.
    Se siete un uomo d'onore, ponete mano alla spada. (a Lelio).
    DOTTORE: Come? Al signor marchese?
    OTTAVIO: Che marchese! Questi  Lelio, figlio del signor Pantalone.
    DOTTORE: Oh diavolo, cosa sento!
    LELIO: Chiunque mi sia, avr spirito bastante per rintuzzare la vostra
    baldanza. (mette mano alla spada)
    OTTAVIO: Venite, se avete cuore. (mette mano egli ancora).
    DOTTORE: (Entra in mezzo) Alto,  alto,  fermatevi, signor Ottavio, non
    voglio certamente.  Perch vi volete battere con questo  bugiardaccio?
    Andiamo, venite con me. (ad Ottavio).
    OTTAVIO: Lasciatemi, ve ne prego.
    DOTTORE: Non voglio, non voglio assolutamente. Se vi preme mia figlia,
    venite meco.
    OTTAVIO:  Mi  conviene  obbedirvi.  Ad  altro  tempo ci rivedremo.  (a
    Lelio).
    LELIO: In ogni tempo sapr darvi soddisfazione.
    DOTTORE: Bello il signor marchese!  Il signor  napoletano!  Cavaliere!
    Titolato! Cabalone, impostore, bugiardo. (parte con Ottavio).


    SCENA DICIANNOVESIMA.

    (LELIO, poi ARLECCHINO).

    LELIO:  Maledettissimo  Ottavio!  Costui  ha preso a perseguitarmi: ma
    giuro al cielo,  me la pagher.  Questa spada lo far pentire d'avermi
    insultato.
    ARLECCHINO: Sior padron, cossa feu colla spada alla man?
    LELIO: Fui sfidato a duello da Ottavio.
    ARLECCHINO: Av combatt?
    LELIO: Ci battemmo tre quarti d'ora.
    ARLECCHINO: Com'ela andada?
    LELIO: Con una stoccata ho passato il nemico da parte a parte.
    ARLECCHINO: El sar morto.
    LELIO: Senz'altro.
    ARLECCHINO: Dov' el cadavere?
    LELIO: L'hanno portato via.
    ARLECCHINO: Bravo,  sior padron,  s un omo de garbo,  non av mai pi
    fatto tanto ai vostri zorni.


    SCENA VENTESIMA.

    (OTTAVIO e detti).

    OTTAVIO: Non sono di voi soddisfatto.  V'attendo domani alla Giudecca:
    se siete uomo d'onore, venite a battervi meco.
    ARLECCHINO: (Fa degli atti di ammirazione, vedendo Ottavio).
    LELIO: Attendetemi, che vi prometto venire.
    OTTAVIO: Imparerete ad esser meno bugiardo. (parte).
    ARLECCHINO: Sior padron, el morto cammina. (ridendo).
    LELIO: La collera mi ha acciecato. Ho ucciso un altro invece di lui.
    ARLECCHINO: L'immagino che l'aver ammazz colla spada d'una spiritosa
    invenzion. (starnuta, e parte)


    SCENA VENTUNESIMA.

    (LELIO solo).

    Non   pu   passare   per   spiritoso,   chi  non  ha  il  buon  gusto
    dell'inventare.  Quel sonetto per mi ha posto in un  grande  impegno.
    Potea dir peggio?  "Io non son cavalier n titolato,  - N ricchezze o
    tesori aver mi vanto!" E poi: "nacqui in Lombardia  sott'altro  celo!"
    Mi  ha  preso per l'appunto di mira quest'incognito mio rivale,  ma il
    mio spirito, la mia destrezza,  la mia prontezza d'ingegno supera ogni
    strana avventura. Quando faccio il mio testamento, voglio ordinare che
    sulla lapide mia sepolcrale sieno incisi questi versi:

    Qui giace Lelio. per voler del fato,
    Che per piantar carote a prima vista
    Ne sapeva assai pi d'un avvocato,
    E ne inventava pi d'un novellista.
    Ancorch morto, in questa tomba il vedi:
    Fai molto, passeggier, se morto il credi. (parte).


















    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA.

    Strada.

    (FLORINDO di casa, BRIGHELLA l'incontra).

    BRIGHELLA: Sior Florindo, giusto de ella andava in traccia.
    FLORINDO: Di me! Cosa vuoi, il mio caro Brighella?
    BRIGHELLA: Ala parl? S'ala dichiar colla siora Rosaura?
    FLORINDO: Non ancora. Dopo il sonetto, non l'ho pi veduta.
    BRIGHELLA: Ho paura che nol sia pi a tempo.
    FLORINDO: Oh dio! Perch?
    BRIGHELLA: Perch un certo impostor,  busiaro e cabalon,  l' drio per
    levarghe la polpettina dal tondo.
    FLORINDO: Narrami: chi  costui? E' forse il marchese di Castel d'Oro?
    BRIGHELLA: Giusto quello.  Ho trov el so servitor,  che  l'  un  mio
    patrioto,  e siccome l' alquanto gnochetto,  el me ha cont tutto. La
    sappia che cost s'ha finto con siora Rosaura  autor  della  serenada,
    autor del sonetto, e el gh'ha piant centomille filastrocche, una pezo
    dell'altra.  V.  S. spende, e lu gode. V. S. sospira, e lu ride. V. S.
    tase, e lu parla. Lu goder la macchina, e V. S. rester a muso secco.
    FLORINDO: Oh Brighella, tu mi narri delle gran cose!
    BRIGHELLA: Qua bisogna  resolver.  O  parlar  subito,  o  perder  ogni
    speranza.
    FLORINDO: Parlerei volentieri, ma non ho coraggio di farlo.
    BRIGHELLA: Ch'el parla con so padre.
    FLORINDO: Mi d soggezione.
    BRIGHELLA: Ch'el trova qualche amigo.
    FLORINDO: Non so di chi fidarmi.
    BRIGHELLA:  Parleria  mi,  ma  a  un servitor da livrea no convien sta
    sorte d'uffizi.
    FLORINDO: Consigliami: che cosa ho da fare?
    BRIGHELLA: Andemo in casa,  e studieremo la maniera pi facile  e  pi
    adattada.
    FLORINDO: Se perdo Rosaura, son disperato.
    BRIGHELLA: Per no perderla, bisogna remediar subito.
    FLORINDO:  S,  non  perdiamo  tempo.  Caro Brighella,  quanto ti sono
    obbligato! Se sposo Rosaura,  riconoscer dal tuo amore la mia maggior
    felicit. (entra in casa).
    BRIGHELLA:  Chi sa se po dopo el se recorder pi de mi?  Ma pazienza,
    ghe vi ben, e lo fazzo de cuor. (entra).


    SCENA SECONDA.

    (PANTALONE con lettera in mano).

    Mi,  mi in persona,  voggio andar a metter sta lettera alla  posta  de
    Napoli;  no  voggio ch'el servitor se la desmentega;  no voi mancar al
    mio debito col sior Policarpio.  Ma gran matto,  gran desgrazi che xe
    quel mio fio!  Ei xe marid, e el va a far l'amor, el va a metter suso
    la fia del Dottor!  Questo vol dir averlo mand a Napoli.  S'el  fusse
    st arlev sotto i mi occhi,  nol sarave cuss.  Basta,  siben che l'
    grando e grosso, e marid, el saver castigar.  El Dottor gh'ha rason,
    e  bisogna  che  cerca  de  farghe dar qualche sodisfazion.  Furbazzo!
    Marchese de Castel d'Oro, serenade,  cene,  lavarse la bocca contra la
    reputazion d'una casa! L'aver da far con mi. Voi destrigarme a portar
    sta lettera, e po col sior fio la discorreremo.


    SCENA TERZA.

    (Un PORTALETTERE e detto).

    PORTALETTERE: Sior Pantalon, una lettera. Trenta soldi.
    PANTALONE: Da dove?
    PORTALETTERE: La vien dalla posta de Roma.
    PANTALONE: La sar da Napoli. Tol trenta soldi. La xe molto grossa!
    PORTALETTERE: La me favorissa. Un tal Lelio Bisognosi chi xelo?
    PANTALONE: Mio fio.
    PORTALETTERE: Da quando in qua?
    PANTALONE: El xe vegn da Napoli.
    PORTALETTERE: Gh'ho una lettera anca per elo.
    PANTALONE: Demela a mi, che son so pare.
    PORTALETTERE: La toga. Sette soldi.
    PANTALONE: Tol, sette soldi.
    PORTALETTERE:  Strissima  (Modo  di  dire:  Servo  di  Vosustrissima).
    (parte)


    SCENA QUARTA.

    (PANTALONE solo).

    Chi mai xe quello che scrive?  Cossa mai ghe xe drento?  Sto carattere
    mi no me par de cognosserlo.  El sigillo gnanca. L'averzir, e saver.
    Solito vizio!  voler  indivinar  chi  scrive,  avanti  de  averzer  la
    lettera.  "Signor  mio  riveritissimo".  Chi  elo  questo  che scrive?
    "Masaniello Capezzali.  Napoli,  24 Aprile 1750".  No so chi  el  sia;
    sentimo.  "Avendo scritto due lettere per cost al signor Lelio di Lei
    figliuolo,  e non avendo avuto risposta..." Mio fio s'ha ferm a Roma,
    ste  do lettere le sar alla posta.  "Risolvo a scrivere la presente a
    V.  S.  mio signore,  temendo  ch'egli  o  non  sia  arrivato,  o  sia
    indisposto.  Il signor Lelio, due giorni prima di partir da Napoli, ha
    raccomandato a me,  suo buon amico,  di fargli avere le fedi  del  suo
    stato libero, per potersi ammogliare in altre parti, occorrendo..." Oh
    bella!  S'el gera marid!  "Niuno poteva servirlo meglio di me, mentre
    sino all'ultima ora della sua partenza sono stato quasi sempre al  suo
    fianco,  per  legge  di buona amicizia..." Questo doveria saver tutto,
    anca  del  matrimonio.   "Onde  unitamente  al  nostro  comune   amico
    Nicoluccio,  abbiamo ottenute le fedi del suo stato libero, le quali a
    ci  non  si  smarriscano,  mando  incluse  a  V.  S.,   autentiche  e
    legalizzate..." Com'ela? Coss' sto negozio? Le fede del stato libero?
    No  l' marid?  O le fede xe false,  o el matrimonio xe un'invenzion.
    Andemo avanti.  "E' un prodigio che il signor Lelio torni alla  patria
    libero  e  non  legato,  dopo  gl'infiniti  pericoli  ne'  quali  si 
    ritrovato per il suo buon cuore;  ma posso darmi io il vanto  d'averlo
    per  buona  amicizia  sottratto da mille scogli: ond'egli  partito da
    Napoli libero e sciolto, lo che render non poca consolazione a V.  S.
    potendo  procurargli  cost un accasamento comodo e di suo piacere;  e
    protestandomi sono." Cossa sentio?  Lelio no xe marid?  Queste xe  le
    fede  del  stato  libero.  (le  spiega)  S  ben,  fede  autentiche  e
    recognossue.  False no le pol esser.  Sto galantomo  che  scrive,  per
    cossa s'averavelo da inventar una falsit?  No pol esser,  no ghe vedo
    rason. Ma perch Lelio contarme sta filastrocca?  No so in che modo la
    sia.  Sentimo  se  da  sta  lettera,  diretta  a  lo,  se pol rilevar
    qualcossa. (vuol aprire la lettera)


    SCENA QUINTA.

    (LELIO e detto).

    LELIO: Signor padre, di voi appunto cercava.
    PANTALONE: Sior fio, vegni giusto a tempo. Diseme,  cognosseu a Napoli
    un certo sior Masaniello Capezzali?
    LELIO:  L'ho conosciuto benissimo.  (Costui sa tutte le mie bizzarrie,
    non vorrei che mio padre gli scrivesse). (da s).
    PANTALONE: Elo un omo de garbo? Un omo schietto e sincero?
    LELIO: Era tale, ma ora non  pi.
    PANTALONE: No? Mo perch?
    LELIO: Perch il poverino  morto.
    PANTALONE: Da quando in qua xelo morto?
    LELIO: Prima ch'io partissi da Napoli.
    PANTALONE: No xe tre mesi che s partio da Napoli?
    LELIO: Per l'appunto
    PANTALONE: Ve voggio dar una consolazion;  el vostro caro  amigo  sior
    Masaniello xe resuscit.
    LELIO: Eh! Barzellette!
    PANTALONE: Vard, questo xelo el so carattere?
    LELIO:  Oib,  non    suo carattere.  (Pur troppo  suo;  che diavolo
    scrive?) (da s). PANTALONE: Seu seguro che nol sia el so carattere?
    LELIO: Son sicurissimo... E poi, se e morto.
    PANTALONE: (O che ste fede xe false,  o che mio fio xe el prencipe dei
    busiari. Ghe vol politica per scoverzer la verit). (da s).
    LELIO: (Sarei curioso di sapere che cosa contiene quella lettera). (da
    s)  Signor  padre,  lasciatemi  osservar  meglio  s'io  conosco  quel
    carattere.
    PANTALONE: Sior Masaniello no xelo morto?
    LELIO: E' morto senz'altro.
    PANTALONE: Co l' morto,  la xe fenia.  Lassemo sto tomo da  parte,  e
    vegnimo a un altro. Cossa aveu fatto al dottor Balanzoni?
    LELIO: A lui niente.
    PANTALONE: A lu gnente; ma a so fia?
    LELIO: Ella ha fatto qualche cosa a me.
    PANTALONE: Ella a ti? Cossa diavolo te porla aver fatto?
    LELIO: Mi ha incantato, mi ha acciecato. Dubito che mi abbia stregato.
    PANTALONE: Contime mo, com'ela stada?
    LELIO: Ieri,  verso sera,  andava per i fatti miei. Ella mi vide dalla
    finestra;  bisogna dire che l'abbia innamorata quel certo non  so  che
    del  mio  viso,  che innamora tutte le donne,  e mi ha salutato con un
    sospiro. Io,  che quando sento sospirar una femmina,  casco morto,  mi
    son fermato a guardarla.  Figuratevi!  I miei occhi si sono incontrati
    nei suoi.  Io credo che in quei due occhi abbia  due  diavoli,  mi  ha
    rovinato subito, e non vi  stato rimedio.
    PANTALONE:  Ti  xe  molto  facile  a  andar  zo col brenton (Proverbio
    veneziano; vuol dire "esser facile a far qualche cosa"). Dime, gh'astu
    fatto una serenata?
    LELIO: Oh pensate! Pass accidentalmente una serenata.  Io mi trovai a
    sentirla.  La  ragazza ha creduto che l'avessi fatta far io,  ed io ho
    lasciato correre.
    PANTALONE: E ti t'ha invent d'esser st in casa dopo la serenata?
    LELIO: Io non dico bugie. In casa ci sono stato.
    PANTALONE: E ti ha cen con ella?
    LELIO: Per dirvi la verit, s signore, ho cenato con lei.
    PANTALONE: E no ti gh'ha riguardo  a  torte  ste  confidenze  con  una
    putta?
    LELIO: Ella mi ha invitato, ed io sono andato.
    PANTALONE: Te par che un omo marid abbia da far de ste cosse?
    LELIO: E' vero, ho fatto male: non lo far pi.
    PANTALONE: Marid ti xe certo.
    LELIO: Quando non fosse morta mia moglie.
    PANTALONE: Perch ala da esser morta?
    LELIO: Pu morire di parto.
    PANTALONE: Se la xe in sie mesi.
    LELIO: Pu abortire.
    PANTALONE: Dime un poco. Sastu chi sia quella siora Rosaura colla qual
    ti ha parl e ti xe st in casa?
    LELIO: E' la figlia del dottor Balanzoni.
    PANTALONE:  Benissimo:  e la xe quella che stamattina t'aveva proposto
    de darte per muggier.
    LELIO: Quella?
    PANTALONE: S, quella.
    LELIO: M'avete detto la figlia d'un bolognese.
    PANTALONE: Ben, el dottor Balanzoni xe bolognese.
    LELIO: (Oh diavolo, ch'ho io fatto!) (da s).
    PANTALONE: Cossa  distu?  Se  ti  geri  libero,  l'averessistu  tiolta
    volentiera?
    LELIO: Volentierissima,  con tutto il cuore. Deh, signor padre, non la
    licenziate; non abbandonate il trattato, pacificate il signor Dottore,
    teniamo in buona fede la figlia. Non posso vivere senza di lei.
    PANTALONE: Ma se ti xe marid.
    LELIO: Pu essere che mia moglie sia morta.
    PANTALONE: Queste le xe speranze da matti. Abbi giudizio tendi a far i
    fatti toi. Lassa star le putte. Siora Rosaura xe licenziada, e per dar
    una sodisfazion al Dottor, te torner a mandar a Napoli.
    LELIO: No, per amor del cielo.
    PANTALONE: No ti va volentiera a veder to muggier?
    LELIO: Ah, voi mi volete veder morire!
    PANTALONE: Per cossa?
    LELIO: Morir, se mi private della signora Rosaura.
    PANTALONE: Ma quante muggier voressistu tior? Sette, co fa i Turchi?
    LELIO: Una sola mi basta.
    PANTALONE: Ben, ti gh'ha siora Briseide.
    LELIO: Oim... Briseide...
    PANTALONE: Cossa gh'?
    LELIO: Signor padre, eccomi a' vostri piedi. (s'inginocchia).
    PANTALONE: Via mo, cossa vorressi dir?
    LELIO: Vi domando mille volte perdono.
    PANTALONE: Mo via, no me fe penar.
    LELIO: Briseide  una favola, ed io non sono ammogliato.
    PANTALONE: Bravo, sior, bravo!  Sta sorte de panchiane piant a vostro
    pare?  Leveve  su,  sier cabalon,  sier busiaro;  xela questa la bella
    scuola de Napoli?  Vegn a Venezia,  e appena arriv,  avanti de veder
    vostro  pare,  ve  tacch  con  persone che no sav chi le sia.  D da
    intender de esser napolitan,  don Asdrubale de Castel d'Oro,  ricco de
    milioni,  nevodo  de  prencipi,  e  poco  manco che fradello de un re;
    invent mille porcarie in pregiudizio de do putte oneste e  civil.  S
    arriv  a segno de ingannar el vostro povero pare.  Ghe d da intender
    che s marid a Napoli: tir fuora la siora Briseide, sior Policarpio,
    el relogio de repetizion,  la pistola;  e permett che butta via delle
    lagreme  de  consolazion  per  una  niora  imaginaria,  per  un nevodo
    invent;  e lass che mi scriva una  lettera  a  vostro  missier,  che
    sarave stada fidecommisso perpetuo alla posta de Napoli.  Come diavolo
    feu a insuniarve ste cosse?  Dove diavolo troveu  la  materia  de  ste
    maledette  invenzion?  L'omo  civil no se destingue dalla nascita,  ma
    dalle azion. El credito del mercante consiste in dir sempre la verit.
    La fede xe el nostro mazor capital.  Se no gh'av fede,  se no  gh'av
    reputazion,  sar sempre un omo sospetto, un cattivo marcante, indegno
    de sta piazza,  indegno della mia casa,  indegno de  vantar  l'onorato
    cognome dei Bisognosi.
    LELIO:  Ah,  signor  padre,  voi  mi  fate  arrossire.  L'amore che ho
    concepito per  la  signora  Rosaura,  non  sapendo  esser  quella  che
    destinata mi avevate in isposa, mi ha fatto prorompere in tali e tante
    menzogne,  contro la delicatezza dell'onor mio,  contro il mio sincero
    costume.
    PANTALONE: Se fusse vero che fussi pentio,  no sarave  gnente.  Ma  ho
    paura che si busiaro per natura, e che fe pezo per l'avegnir.
    LELIO:  No  certamente.  Detesto le bugie e le aborrisco.  Sar sempre
    amante della verit. Giuro di non lasciarmi cader di bocca una sillaba
    nemmeno equivoca,  non che falsa.  Ma per piet,  non mi  abbandonate.
    Procuratemi  il perdono dalla mia cara Rosaura,  altrimenti mi vedrete
    morire. Anche poc'anzi,  assalito dall'eccessiva passione,  ho gettato
    non poco sangue travasato dal petto.
    PANTALONE: (Poverazzo! El me fa pecc). (da s) Se me podesse fidar de
    ti, vorave anca procurar de consolarte: ma gh'ho paura.
    LELIO: Se dico pi una bugia, che il diavolo mi porti.
    PANTALONE: Donca a Napoli no ti xe marid?
    LELIO: No certamente.
    PANTALONE: Gh'astu nissun impegno con nissuna donna?
    LELIO: Con donne non ho mai avuto verun impegno.
    PANTALONE: N a Napoli, n fora de Napoli?
    LELIO: In nessun luogo.
    PANTALONE: Varda ben, veh!
    LELIO: Non direi pi una bugia per tutto l'oro del mondo.
    PANTALONE: Gh'astu le fede del stato libero?
    LELIO: Non le ho, ma le aspetto a momenti.
    PANTALONE: Se le fusse vegnue, averessistu gusto?
    LELIO:  Il  ciel  volesse;  spererei  pi presto conseguir la mia cara
    Rosaura.
    PANTALONE: Varda mo. Cossa xele queste? (d le fedi a Lelio).
    LELIO: Oh me felice! Queste sono le mie fedi dello stato libero.
    PANTALONE: Me despiase che le sar false.
    LELIO: Perch false? Non vedete l'autentica?
    PANTALONE: Le xe false, perch le spedisse un morto.
    LELIO: Un morto? Come?
    PANTALONE: Varda,  le spedisse sior Masaniello Capezzali,  el qual  ti
    disi che l' morto che xe tre mesi.
    LELIO: Lasciate vedere;  ora riconosco il carattere. Non  Masaniello,
    il vecchio, che scrive;   suo figlio,  il mio caro amico.  (ripone le
    fedi).
    PANTALONE: E el fio se chiama Masaniello, come el pare?
    LELIO: S,  per ragione di una eredit, tutti si chiamano col medesimo
    nome.
    PANTALONE: L' tanto to amigo, e no ti cognossevi el carattere?
    LELIO: Siamo sempre stati insieme,  non  abbiamo  avuto  occasione  di
    carteggiare.
    PANTALONE: E ti cognossevi el carattere de so pare?
    LELIO:  Quello lo conoscevo,  perch era banchiere e mi ha fatto delle
    lettere di cambio.
    PANTALONE: Ma xe morto so pare,  e sto sior Masaniello no  sigilla  la
    lettera col bollin negro?
    LELIO: Lo sapete pure: il bruno non si usa pi.
    PANTALONE: Lelio, no vorria che ti me contassi delle altre fandonie.
    LELIO: Se dico pi una bugia sola, possa morire.
    PANTALONE: Tasi l, frasconazzo. Donca ste fede le xe bone?
    LELIO: Buonissime; mi posso ammogliar domani.
    PANTALONE: E i do mesi e pi che ti xe st a Roma?
    LELIO:  Questo  non  si  dice  a nessuno.  Si d ad intendere che sono
    venuto a dirittura da Napoli a Venezia.  Troveremo due  testimoni  che
    l'affermeranno.
    PANTALONE: Da resto po, no s'ha da dir altre busie.
    LELIO: Questa non  bugia,  un facilitare la cosa.
    PANTALONE:  Basta.  Parler col Dottor,  e la discorreremo.  Vard sta
    lettera, che m'ha d el portalettere.
    LELIO: Viene a me?
    PANTALONE: A vu; gh'ho d sette soldi. Bisogna che la vegna da Roma.
    LELIO: Pu essere. Datemela, che la legger.
    PANTALONE: Con vostra bona grazia,  la voggio lezer  mi.  (l'apre  bel
    bello).
    LELIO: Ma favoritemi... la lettera  mia.
    PANTALONE: E mi son vostro pare. La posso lezer.
    LELIO:  Come volete...  (Non vorrei nascesse qualche nuovo imbroglio).
    (da s).
    PANTALONE: (Legge)  "Carissimo  sposo".  Carissimo  sposo?  (guardando
    Lelio).
    LELIO: Quella lettera non viene a me.
    PANTALONE: Questa x la mansion: "All'illustriss.  sign. sign. e padron
    colendiss. il sign. Lelio Bisognosi. Venezia".
    LELIO: Vedete che non viene a me.
    PANTALONE: No, perch?
    LELIO: Noi non siamo illustrissimi.
    PANTALONE: Eh, al di d'ancuo i titoli i xe a bon marc, e po ti, ti te
    sorbiressi anca dell'Altezza.  Vardemo chi scrive: "Vostra fedelissima
    sposa. Cleonice Anselmi".
    LELIO: Sentite? La lettera non viene a me.
    PANTALONE: Mo perch?
    LELIO: Perch io questa donna non la conosco.
    PANTALONE: Busie non ti ghe n'ha da dir pi.
    LELIO: Il cielo me ne liberi.
    PANTALONE: Ti ha fina zur.
    LELIO: Ho detto, possa morire.
    PANTALONE: A chi vustu che sia indrizzada sta lettera?
    LELIO: Vi sar qualcun altro che avr il nome mio ed il cognome.
    PANTALONE: Mi gh'ho tanti anni sul cesto,  e non ho mai sentio che ghe
    sia nissun a Venezia de casa Bisognosi, altri che mi.
    LELIO: A Napoli ed a Roma ve ne sono.
    PANTALONE: La lettera xe diretta a Venezia.
    LELIO: E non vi pu essere a Venezia qualche Lelio Bisognosi di Napoli
    o di Roma?
    PANTALONE: Se pol dar. Sentimo la lettera.
    LELIO: Signor padre,  perdonatemi,  non  buona azione leggere i fatti
    degli altri.  Quando si apre una lettera per errore, si torna a serrar
    senza leggerla.
    PANTALONE: Una lettera de mio fio la posso lezer.
    LELIO: Ma se non viene a me.
    PANTALONE: Lo vederemo.
    LELIO: (Senz'altro, Cleonice mi d de' rimproveri. Ma sapr schermirmi
    colle mie invenzioni). (da s).
    PANTALONE: "La vostra partenza da Roma mi ha lasciata  in  una  atroce
    malinconia,  mentre mi avevate promesso di condurmi a Venezia con voi,
    e poi tutto in un tratto siete partito..."
    LELIO: Se lo dico, non viene a me.
    PANTALONE: Mo se la dise che l' partio per Venezia.
    LELIO: Bene: quel tale sar a Venezia.
    PANTALONE: "Ricordatevi che mi avete data la fede di sposo".
    LELIO: Oh, assolutamente non viene a me.
    PANTALONE: Digo ben; vu no gh'av impegno con nissuna.
    PANTALONE: No certamente.
    PANTALONE: Busie no ghe ne dis pi.
    LELIO: Mai pi.
    PANTALONE: Andemo avanti.
    LELIO: (Questa lettera vuol esser compagna del sonetto). (da s).
    PANTALONE: "Se mai aveste intenzione d'ingannarmi,  state certo che in
    qualunque luogo sapr farmi fare giustizia".
    LELIO: Qualche povera diavola abbandonata.
    PANTALONE: Bisogna che sto Lelio Bisognosi sia un poco de bon.
    LELIO: Mi dispiace che faccia torto al mio nome.
    PANTALONE: Vu s un omo tanto sincero...
    LELIO: Cos mi vanto.
    PANTALONE:  Sentimo  el fin.  "Se voi non mi fate venire cost,  e non
    risolvete sposarmi,  far scrivere da persona di  autorit  al  signor
    Pantalone vostro padre..." Ol! Pantalon?
    LELIO: Oh bella! S'incontra anco il nome del padre.
    PANTALONE:   "So  che  il  signor  Pantalone    un  onorato  mercante
    veneziano..." Meggio! "E,  bench siate stato allevato a Napoli da suo
    fratello..."  Via,  che la vaga.  "Avr dell'amore e della premura per
    voi,  e non vorr vedervi  in  una  prigione,  mentre  sar  obbligata
    manifestare  quello che avete levato dalle mie mani in conto di dote".
    Possio sentir de pezo?
    LELIO: Io gioco che questa  una burla d'un mio caro amico...
    PANTALONE: Una burla de un vostro amigo?  Se vu la  tiol  per  burla,
    sent  cossa che mi ve digo dasseno.  In casa mia no ghe mett n pi,
    n passo.  Ve dar la vostra legittima.  And a Roma  a  mantegnir  la
    vostra parola.
    LELIO: Come, signor padre...
    PANTALONE:  Via  de  qua,  busiaro infame,  busiaro baron,  muso duro,
    sfront, pezo d'una palandrana (Donna di mal affare). (parte).
    LELIO: Forti, niente paura. Non mi perdo d'animo per queste cose.  Per
    altro  non  voglio  dir  pi bugie.  Voglio procurare di dir sempre la
    verit. Ma se qualche volta il dir la verit non mi giovasse a seconda
    de'  miei  disegni?   L'uso  delle  bugie  mi  sar  sempre  una  gran
    tentazione. (parte).


    SCENA SESTA.

    Camera in casa del Dottore.

    (DOTTORE e ROSAURA).

    DOTTORE: Ditemi un poco,  la mia signora figlia, quant' che non avete
    veduto il signor marchese Asdrubale di Castel d'Oro?
    ROSAURA: So benissimo ch'egli non  marchese.
    DOTTORE: Dunque saprete chi .
    ROSAURA: S signore, si chiama Ruggiero Pandolfi, mercante napolitano.
    DOTTORE: Ruggiero Pandolfi?
    ROSAURA: Cos mi disse.
    DOTTORE: Mercante napolitano?
    ROSAURA: Napolitano.
    DOTTORE: Pazza, stolida, senza giudizio; sai chi  colui?
    ROSAURA: Chi mai?
    DOTTORE: Lelio, figlio di Pantalone.
    ROSAURA: Quello che mi avevate proposto voi per consorte?
    DOTTORE: Quello, quella buona lana.
    ROSAURA: Dunque, s' quello, la cosa  pi facile ad accomodarsi.
    DOTTORE: Senti, disgraziata,  senti dove ti potea condurre il tuo poco
    giudizio,  la facilit colla quale hai dato orecchio ad un forestiere.
    Lelio Bisognosi,  che con nome finto ha cercato sedurti,  a  Napoli  
    maritato.
    ROSAURA: Lo sapete di certo? Difficilmente lo posso credere.
    DOTTORE: S, lo so di certo. Me l'ha detto suo padre.
    ROSAURA: Oh me infelice! Oh traditore inumano! (piange).
    DOTTORE:  Tu piangi,  frasconcella?  Impara a vivere con pi giudizio,
    con pi cautela. Io non posso abbadare a tutto.  Mi conviene attendere
    alla  mia  professione.  Ma  giacch non hai prudenza,  ti porr in un
    luogo dove non vi sar pericolo che  tu  caschi  in  questa  sorta  di
    debolezze.
    ROSAURA: Avete ragione.  Castigatemi,  che ben lo merito.  (Scellerato
    impostore, il cielo ti punir). (da s, parte).


    SCENA SETTIMA.

    (Il DOTTORE, poi OTTAVIO).

    DOTTORE: Da una parte la compatisco,  e me  ne  dispiace;  ma  per  la
    riputazione, la voglio porre in sicuro.
    OTTAVIO:  Signor  Dottore,  la  vostra  cameriera  di casa mi ha fatto
    intendere,  che la signora Beatrice desiderava parlarmi.  Io  sono  un
    uomo  d'onore,  non  intendo trattar colla figlia senza l'intelligenza
    del padre.
    DOTTORE: Bravo, siete un uomo di garbo.  Ho sempre fatta stima di voi,
    ed ora mi cresce il concetto della vostra prudenza. Se siete disposto,
    avanti  sera  concluderemo  il contratto con mia figliuola.  (Non vedo
    l'ora di sbrattarla di casa). (da s).
    OTTAVIO: Io per me son disposto.
    DOTTORE: Ora chiameremo Beatrice, e sentiremo la di lei volont.


    SCENA OTTAVA.

    (COLOMBINA e detti).

    COLOMBINA:  Signor  padrone,  il  signor  Lelio  Bisognosi,  "quondam"
    marchese, gli vorrebbe dire una parola.
    OTTAVIO: Costui me la pagher certamente.
    DOTTORE:  Non  dubitate,  che si castigher da se stesso.  Sentiamo un
    poco che cosa sa dire. Fallo venire innanzi.
    COLOMBINA: Oh che bugiardo! E poi dicono di noi altre donne. (parte).
    OTTAVIO: Avr preparata qualche altra macchina.
    DOTTORE: S'egli  maritato, ha finito di macchinar con Rosaura.


    SCENA NONA.

    (LELIO, OTTAVIO ed il DOTTORE).

    LELIO: Signor Dottore,  vengo pieno  di  rossore  e  di  confusione  a
    domandarvi perdono.
    DOTTORE: Bugiardaccio!
    OTTAVIO: Domani la discorreremo fra voi e me. (a Lelio).
    LELIO: Voi vi volete batter meco,  voi mi volete nemico; ed io son qui
    ad implorare la vostra amichevole protezione. (ad Ottavio).
    OTTAVIO: Presso di chi?
    LELIO: Presso il mio amatissimo signor Dottore.
    DOTTORE: Che vuole dai fatti miei?
    LELIO: La vostra figlia in consorte.
    DOTTORE: Come! Mia figlia in consorte? E siete maritato?
    LELIO: Io ammogliato? Non  vero. Sarei un temerario, un indegno, se a
    voi facessi una tale richiesta, quando ad altra donna avessi solamente
    promesso.
    DOTTORE: Vorreste voi piantarmi un'altra carota?
    OTTAVIO: Le vostre bugie hanno perduto il credito.
    LELIO: Ma chi vi ha detto che io sono ammogliato?
    DOTTORE: Vostro padre l'ha detto;  m'ha detto  che  avete  sposata  la
    signora Briseide, figlia di don Policarpio.
    LELIO: Ah, signor Dottore, mi dispiace dover smentire mio padre; ma il
    zelo della mia riputazione,  e l'amore che ho concepito per la signora
    Rosaura, mi violentano a farlo. No, mio padre non dice il vero.
    DOTTORE: Tacete;  vergognatevi di favellare cos.  Vostro padre    un
    galantuomo: non  capace di mentire.
    OTTAVIO: Quando cesserete d'imposturare? (a Lelio).
    LELIO:  Osservate,  se  io  dico  il  falso.  Mirate quali sono le mie
    imposture.  Ecco le mie fedi dello stato  libero,  fatte  estrarre  da
    Napoli.  Voi,  signor  Ottavio,  che  siete  pratico  di  quel  paese,
    osservate,  se sono legittime ed autenticate.  (mostra ad  Ottavio  le
    fedi avute da Napoli).
    OTTAVIO: E vero; conosco i caratteri, mi sono noti i sigilli.
    DOTTORE: Poter del mondo! Non siete voi maritato?
    LELIO: No certamente.
    DOTTORE:  Ma  per  qual  causa  dunque  il signor Pantalone mi ha dato
    intendere che lo siete?
    LELIO: Ve lo dir io il perch.
    DOTTORE: Non mi state a raccontar qualche favola.
    LELIO: Mio padre si  pentito di aver dato a voi la parola per  me  di
    prendere vostra figlia.
    DOTTORE: Per che causa?
    LELIO:  Perch  stamane  in  piazza  un sensale,  che ha saputo la mia
    venuta, gli ha offerto una dote di cinquantamila ducati.
    DOTTORE: Il signor Pantalone mi fa questo aggravio?
    LELIO: L'interesse accieca facilmente.
    OTTAVIO: (Io resto maravigliato. Non so ancor cosa credere). (da s).
    DOTTORE: Dunque, siete voi innamorato della mia figliuola?
    LELIO: S signore, pur troppo.
    DOTTORE: Come avete fatto ad innamorarvi s presto?
    LELIO: S presto? In due mesi, amor bambino si fa gigante.
    DOTTORE: Come in due mesi, se siete arrivato ier sera?
    LELIO: Signor Dottore, ora vi svelo, tutta la verit.
    OTTAVIO: (Qualche altra macchina). (da s).
    LELIO: Sapete voi quanto tempo sia, ch'io sono partito da Napoli?
    DOTTORE: Vostro padre mi ha detto, che saranno tre mesi in circa.
    LELIO: Ebbene, dove sono stato io questi tre mesi?
    DOTTORE: Mi ha detto che siete stato in Roma.
    LELIO: Questo  quello che non  vero.  Mi fermai a Roma tre o quattro
    giorni, e venni a dirittura a Venezia.
    DOTTORE: E il signor Pantalone non l'ha saputo?
    LELIO:  Non l'ha saputo,  perch quando giunsi,  egli era al solito al
    suo casino alla Mira.
    DOTTORE: Ma perch non vi siete fatto vedere da lui?  Perch non siete
    andato a ritrovarlo in campagna?
    LELIO:  Perch,  veduto  il  volto  della signora Rosaura,  non ho pi
    potuto staccarmi da lei.
    OTTAVIO: Signor Lelio,  voi le infilzate sempre pi grosse.  Sono  due
    mesi ch'io alloggio alla locanda dell'Aquila, e solo ieri voi ci siete
    arrivato.
    LELIO:  Il  mio  alloggio  sinora   stato lo Scudo di Francia,  e per
    vagheggiare pi facilmente la signora Rosaura,  sono venuto all'Aquila
    ieri sera.
    DOTTORE:  Perch,  se  eravate innamorato di mia figlia,  inventare la
    serenata e la cena in casa?
    LELIO: Della serenata  vero, l'ho fatta far io.
    DOTTORE: E della cena?
    LELIO: Ho detto di aver fatto quello che avrei desiderato di fare.
    OTTAVIO: E  la  mattina,  che  avete  condotto  le  due  sorelle  alla
    malvaga?
    LELIO: Oh via!  Ho detto delle facezie,  son pentito,  non ne dir mai
    pi.  Venghiamo alla conclusione.  Signor Dottore,  io son  figlio  di
    Pantalone de' Bisognosi, e questo lo crederete.
    DOTTORE: Pu esser anche che non sia vero.
    LELIO: Io son libero, ed ecco gli attestati della mia libert.
    DOTTORE: Basta che siano veri.
    LELIO: Il signor Ottavio li riconosce.
    OTTAVIO: Certamente; mi paion veri.
    LELIO:  Il matrimonio fra la signora Rosaura e me  stato trattato fra
    voi e mio padre.
    DOTTORE: Mi dispiace  che  il  signor  Pantalone,  colla  lusinga  dei
    cinquantamila ducati, manca a me di parola.
    LELIO: Vi dir.  La dote dei cinquantamila ducati  andata in fumo,  e
    mio padre  pentito d'aver inventato la favola del matrimonio.
    DOTTORE: Perch non viene egli a parlarmi?
    LELIO: Non ardisce di farlo. Ha mandato me in vece sua.
    DOTTORE: Eh! Mi pare un imbroglio.
    LELIO: Ve lo giuro sulla mia fede.
    DOTTORE: Ors,  sia come esser si voglia,  ve la dar.  Perch,  se il
    signor Pantalone  contento,  avr piacere e se non fosse contento, mi
    ricatterei dell'affronto ch'egli voleva  farmi.  Che  dice  il  signor
    Ottavio?
    OTTAVIO: Voi pensate benissimo.  Finalmente, quando sar maritata, non
    vi sar da dir altro.
    DOTTORE: Date a me quelle fedi di stato libero.
    LELIO: Eccole.
    DOTTORE: Ma in questi tre mesi potreste esser obbligato.
    LELIO: Se sono stato sempre in Venezia.
    DOTTORE: Ve l'ho da credere?
    LELIO: Non direi una bugia per diventare monarca.
    DOTTORE: Ora chiamer mia figlia;  se ella  contenta,  si concluder.
    (parte).


    SCENA DECIMA.

    (LELIO, OTTAVIO; poi il DOTTORE e ROSAURA).

    LELIO:  (Il  colpo    fatto.  Se  mi marito,  cadono a terra tutte le
    pretensioni della romana). (da s).
    OTTAVIO: Signor Lelio, voi siete fortunato nelle vostre imposture.
    PANTALONE: Amico, domani non mi potr venire a batter con voi.
    OTTAVIO: Perch?
    LELIO: Perch spero di fare un altro duello.
    DOTTORE: Ecco qua ii signor Lelio.  Egli si  esibisce  di  essere  tuo
    marito, che cosa dici? Sei tu contenta? (a Rosaura).
    ROSAURA: Ma non mi avete detto che era ammogliato?
    DOTTORE: Credevo che avesse moglie, ma  libero ancora.
    ROSAURA: Mi pareva impossibile, ch'ei fosse capace di una tal falsit.
    LELIO:  No,  mia cara,  non sono capace di mentire con voi,  che v'amo
    tanto.
    ROSAURA: Per mi avete dette delle belle bugie.
    DOTTORE: Animo, concludiamo. Lo vuoi per marito?
    ROSAURA: Se me lo date, lo prender.


    SCENA UNDICESIMA.

    (PANTALONE e detti).

    PANTALONE: Sior Dottor, con vostra bona grazia. Cossa fa qua mio fio?
    DOTTORE: Sapete cosa fa vostro figlio?  Rende soddisfazione  alla  mia
    casa del torto e dell'affronto che voi mi avete fatto.
    PANTALONE: Mi? Cossa voggio fatto?
    DOTTORE:   Mi  avete  dato  ad  intendere  che  era  ammogliato,   per
    disobbligarvi dell'impegno di dargli la mia figliuola.
    PANTALONE: Ho dito che el gera marid,  perch lu el me lo  ha  d  da
    intender.
    LELIO: Oh via,  tutto  finito.  Signor padre,  questa  la mia sposa.
    Voi me l'avete destinata.  Tutti sono contenti.  Tacete,  e  non  dite
    altro.
    PANTALONE: Che tasa?  Tocco de desgrazia! Che tasa? Sior Dottor, sent
    sta lettera,  e vard se sto  matrimonio  pol  andar  avanti.  (d  al
    Dottore la lettera di Cleonice).
    LELIO: Quella lettera non viene a me.
    DOTTORE: Bravo, signor Lelio! Due mesi e pi che siete in Venezia? Non
    avete impegno con nessuna donna?  Siete libero,  liberissimo? Rosaura,
    scostati da questo bugiardaccio. E' stato a Roma tre mesi, ha promesso
    a  Cleonice  Anselmi.   Non  pu  sposare  altra  femmina.   Impostore
    menzognero, sfacciatissimo, temerario!
    LELIO: Giacch mio padre mi vuol far arrossire,  sono obbligato a dire
    essere colei  una  trista  femmina,  colla  quale  mi  sono  ritrovato
    casualmente all'albergo in Roma tre soli giorni, che col ho dimorato.
    Una  sera,  oppresso  dal vino,  mi ha tirato nella rete e mi ha fatto
    promettere,  senza saper quel ch'io facessi;  avr i testimoni  ch'ero
    fuori di me quando parlai, quando scrissi.
    DOTTORE: Per mettere in chiaro questa verit,  vi vuol tempo;  intanto
    favorisca di andar fuori di questa casa.
    LELIO: Voi mi volete veder morire.  Come potr resistere lontano dalla
    mia cara Rosaura?
    DOTTORE:  Sempre  pi  vado  scoprendo  il vostro carattere,  e credo,
    sebben fingete di morir per mia figlia, che non ve ne importi un fico.
    LELIO: Non me ne importa? Chiedetelo a lei, se mi preme l'amor suo, la
    sua grazia.  Dite,  signora Rosaura con quanta attenzione ho procurato
    io in poche ore di contentarvi.  Narrate voi la magnifica serenata che
    ieri sera vi ho fatta,  e la sincerit colla quale mi son fatto a  voi
    conoscere con un sonetto.


    SCENA DODICESIMA.

    (FLORINDO, BRIGHELLA e detti).

    FLORINDO: Signor Dottore,  signora Rosaura,  con vostra buona licenza,
    permettetemi che io vi  sveli  un  arcano,  finora  tenuto  con  tanta
    gelosia  custodito.  Un  impostore  tenta  usurpare il merito alle mie
    attestazioni, onde forzato sono a levarmi la maschera e manifestare la
    verit. Sappiate,  signori miei,  che io ho fatto fare la serenata,  e
    del sonetto io sono stato l'autore.
    LELIO: Siete un bugiardo. Non  vero.
    FLORINDO: Questa  la canzonetta da me composta,  e questo  l'abbozzo
    del mio sonetto.  Signora Rosaura,  vi supplico riscontrarli.  (d due
    carte a Rosaura).
    BRIGHELLA: Sior Dottor,  se la me permette,  dir,  per la verit; che
    son st mi,  che d'ordine del sior Florindo ho ordin la  serenada,  e
    che me son trov presente, quando colle so man l'ha butt quel sonetto
    sul terrazzin.
    DOTTORE: Che dice il signor Lelio?
    LELIO:  Ah,  ah,  rido  come  un  pazzo.  Non poteva io preparare alla
    signora Rosaura una commedia pi graziosa di  questa.  Un  giovinastro
    sciocco  e senza spirito fa fare una serenata,  e non si palesa autore
    di essa. Compone un sonetto, e lo getta sul terrazzino, e si nasconde,
    e tace;  sono cose che fanno crepar di ridere.  Ma io ho resa la scena
    ancor pi ridicola, mentre colle mie spiritose invenzioni ho costretto
    lo stolido a discoprirsi.  Signor incognito, che pretendete voi? Siete
    venuto a discoprirvi un poco tardi.  La signora Rosaura    cosa  mia;
    ella mi ama, il padre suo me l'accorda, e alla vostra presenza le dar
    la mano di sposo.
    PANTALONE: (Oh che muso! Oh che lengua!) (da s).
    DOTTORE: Adagio un poco,  signore dalle spiritose invenzioni.  Dunque,
    signor Florindo, siete innamorato di Rosaura mia figlia?
    FLORINDO: Signore, io non ardiva manifestare la mia passione.
    DOTTORE: Che dite, Rosaura.  il signor Florindo lo prendereste voi per
    marito?
    ROSAURA:  Volesse  il  cielo  che io conseguir lo potessi!  Lelio  un
    bugiardo, non lo sposerei per tutto l'oro del mondo.
    PANTALONE: (E mi bisogna che soffra.  Me vien voggia de scannarlo  con
    le mie man).
    LELIO: Come,  signora Rosaura? Voi mi avete data la fede, voi avete da
    esser mia.
    DOTTORE: Andate a sposar la romana.
    LELIO: Una donna di mercato non pu obbligarmi a sposarla.


    SCENA TREDICESIMA.

    (ARLECCHINO e detti).

    ARLECCHINO: Sior padron, salveve. (a Lelio).
    LELIO: Che c ?
    PANTALONE: Dime a mi, coss' st?
    ARLECCHINO: No gh' pi tempo de dir busie.  La romana l'  vegnuda  a
    Venezia. (a Lelio).
    DOTTORE: Chi  questa romana?
    ARLECCHINO: Siora Cleonice Anselmi.
    DOTTORE: E' una femmina prostituita?
    ARLECCHINO: Via, tas l. L' fiola d'un dei primi mercanti de Roma.
    LELIO:  Non    vero,  costui  mentisce.  Non  sar  quella,  sono  un
    galantuomo. Io non dico bugie.
    OTTAVIO: Voi galantuomo?  Avete prostituito l'onor vostro,  la  vostra
    fede, con falsi giuramenti, con testimoni mendaci.
    DOTTORE: Via di questa casa.
    PANTALONE: Cuss scazz un mio fio? (al Dottore).
    DOTTORE: Un figlio che deturpa l'onorato carattere di suo padre.
    PANTALONE:  Pur  troppo  dis  la  verit.  Un fio scellerato,  un fio
    traditor,  che a forza de busie mette  sottosora  la  casa,  e  me  fa
    comparir un babbuin anca mi. Fio indegno, fio desgrazi. Va, che no te
    voggio  pi  vder;  vame lontan dai occhi,  come te scazzo lontan dal
    cuor. (parte).
    LELIO: Scellerate bugie, vi abomino, vi maledico.  Lingua mendace,  se
    pi ne dici, ti taglio.
    ROSAURA: Colombina. (chiama).


    SCENA ULTIMA.

    (COLOMBINA e detti).

    COLOMBINA: Signora.
    ROSAURA: (Le parla all'orecchio).
    COLOMBINA: Subito. (parte, poi torna).
    DOTTORE: Vergognatevi di esser cos bugiardo.
    LELIO: Se mi sentite pi dire una bugia, riputatemi per uomo infame.
    OTTAVIO: Cambiate costume, se volete vivere fra gente onesta.
    LELIO: Se pi dico bugie, possa essere villanamente trattato.
    COLOMBINA: (Colla scatola con i pizzi) Eccola. (la d a Rosaura).
    ROSAURA: Tenete,  signor impostore.  Questi sono i pizzi, che mi avete
    voi regalati.  Non voglio nulla del vostro.  (offre a Lelio la scatola
    con i pizzi).
    FLORINDO: Come! Quei pizzi li ho fatti comprar io.
    BRIGHELLA: Sior s, mi ho pag i dieci zecchini all'insegna del Gatto,
    e  li  ho  mandadi  alla  signora Rosaura per el zovene della bottega,
    senza dir chi ghe li mandasse.
    ROSAURA: Ora intendo: Florindo mi ha regalata, e l'impostore s' fatto
    merito. (li prende).
    LELIO: Il silenzio del signor Florindo mi ha  stimolato  a  prevalermi
    dell'occasione,  per  farmi merito con due bellezze.  Per sostenere la
    favola,  ho principiato a dire qualche bugia,  e  le  bugie  sono  per
    natura cos feconde,  che una ne suole partorir cento. Ora mi converr
    sposar la romana. Signor Dottore, signora Rosaura, vi chiedo umilmente
    perdono, e prometto che bugie non ne voglio dire mai pi. (parte).
    ARLECCHINO: Sta canzonetta l'ho imparada a memoria. Busie mai pi,  ma
    qualche volta, qualche spiritosa invenzion.
    DOTTORE:  Ors,  andiamo.  Rosaura  sposer  il signor Florindo,  e il
    signor Ottavio dar la mano a Beatrice.
    OTTAVIO: Saremo quattro persone felici, e godremo il frutto de' nostri
    sinceri affetti. Ameremo noi sempre la bellissima verit,  apprendendo
    dal nostro Bugiardo,  che le bugie rendono l'uomo ridicolo,  infedele,
    odiato da tutti;  e che per non esser bugiardi,  conviene parlar poco,
    apprezzare il vero, e pensare al fine.

    Fine della Commedia.











    LA LOCANDIERA.
    (Commedia  di  tre atti in prosa,  rappresentata per la prima volta in
    Venezia nel Carnovale dell'anno 1753).


    L'AUTORE A CHI LEGGE.

    Fra tutte le Commedie da me sinora composte,  starei per  dire  essere
    questa la pi morale,  la pi utile,  la pi istruttiva.  Sembrer ci
    essere un paradosso a chi soltanto vorr  fermarsi  a  considerare  il
    carattere della "Locandiera",  e dir anzi non aver io dipinto altrove
    una donna pi lusinghiera, pi pericolosa di questa. Ma chi rifletter
    al carattere e agli avvenimenti  del  Cavaliere,  trover  un  esempio
    vivissimo  della  presunzione  avvilita,  ed  una scuola che insegna a
    fuggire i pericoli, per non soccombere alle cadute.
    Mirandolina fa altrui vedere come s'innamorano gli uomini. Principia a
    entrar in grazia del disprezzator delle donne,  secondandolo nel  modo
    suo  di  pensare,  lodandolo  in  quelle cose che lo compiacciono,  ed
    eccitandolo perfino a biasimare le donne  istesse.  Superata  con  ci
    l'avversione  che  aveva  il  Cavaliere per essa,  principia a usargli
    delle attenzioni,  gli fa delle finezze studiate,  mostrandosi lontana
    dal volerlo obbligare alla gratitudine. Lo visita, lo serve in tavola,
    gli  parla  con  umilt  e con rispetto,  e in lui veggendo scemare la
    ruvidezza,  in lei s'aumenta  l'ardire.  Dice  delle  tronche  parole,
    avanza  degli sguardi,  e senza ch'ei se ne avveda gli d delle ferite
    mortali. Il pover'uomo conosce il pericolo, e lo vorrebbe fuggire,  ma
    la femmina accorta con due lagrimette l'arresta,  e con uno svenimento
    l'atterra, lo precipita, l'avvilisce.  Pare impossibile,  che in poche
    ore  un  uomo  possa  innamorarsi  a  tal segno: un uomo,  aggiungasi,
    disprezzator delle donne,  che mai ha seco loro trattato;  ma  appunto
    per  questo  pi  facilmente  egli  cade,  perch  sprezzandole  senza
    conoscerle, e non sapendo quali sieno le arti loro,  e dove fondino la
    speranza  de'  loro  trionfi,  ha  creduto  che  bastar  gli dovesse a
    difendersi la sua avversione,  ed ha offerto il petto ignudo ai  colpi
    dell'inimico.
    Io   medesimo  diffidava  quasi  a  principio  di  vederlo  innamorato
    ragionevolmente sul  fine  della  Commedia,  e  pure,  condotto  dalla
    natura,  di passo in passo, come nella Commedia si vede, mi  riuscito
    di darlo vinto al fine dell'Atto secondo.
    Io non sapeva quasi cosa mi fare nel terzo, ma venutomi in mente,  che
    sogliono  coteste  lusinghiere  donne quando vedono ne' loro lacci gli
    amanti,  aspramente trattarli,  ho voluto dar  un  esempio  di  questa
    barbara  crudelt,  di  questo ingiurioso disprezzo con cui si burlano
    dei miserabili che hanno vinti, per mettere in orrore la schiavit che
    si procurano gli sciagurati,  e  rendere  odioso  il  carattere  delle
    incantatrici  Sirene.  La  Scena  dello  "stirare",  allora  quando la
    Locandiera si burla del Cavaliere che languisce, non muove gli animi a
    sdegno contro colei,  che dopo averlo innamorato l'insulta?  Oh  bello
    specchio agli occhi della giovent! Dio volesse che io medesimo cotale
    specchio  avessi avuto per tempo,  che non avrei veduto ridere del mio
    pianto qualche  barbara  Locandiera.  Oh  di  quante  Scene  mi  hanno
    provveduto le mie vicende medesime!...  Ma non  il luogo questo n di
    vantarmi delle mie follie, n di pentirmi delle mie debolezze. Bastami
    che alcun mi sia grato della lezione che gli offerisco.  Le donne  che
    oneste  sono,   giubileranno  anch'esse  che  si  smentiscano  codeste
    simulatrici, che disonorano il loro sesso, ed esse femmine lusinghiere
    arrossiranno  in  guardarmi,   e  non  mi  importa   che   mi   dicano
    nell'incontrarmi: che tu sia maledetto!
    Deggio  avvisarvi,  Lettor carissimo,  di una picciola mutazione,  che
    alla presente Commedia ho fatto. Fabrizio, il cameriere della Locanda,
    parlava in veneziano,  quando si recit la  prima  volta;  l'ho  fatto
    allora per comodo del personaggio, solito a favellar da Brighella; ove
    l'ho  convertito  in toscano,  sendo disdicevole cosa introdurre senza
    necessit in una Commedia  un  linguaggio  straniero.  Ci  ho  voluto
    avvertire,  perch  non so come la stamper il Bettinelli;  pu essere
    ch'ei si serva di questo mio originale, e Dio lo voglia, perch almeno
    sar a dover penneggiato.  Ma lo scrupolo ch'ei si  fatto di stampare
    le  cose mie come io le ho abbozzate,  lo far trascurare anche questa
    comodit.



    PERSONAGGI.

    Il CAVALIERE DI RIPAFRATTA.
    Il MARCHESE DI FORLIMPOPOLI.
    Il CONTE D'ALBAFIORITA.
    MIRANDOLINA: locandiera.
    ORTENSIA, DEJANIRA: comiche.
    FABRIZIO: cameriere di locanda.
    SERVITORE del Cavaliere.
    SERVITORE del Conte.

    La Scena si rappresenta in Firenze, nella locanda di Mirandolina.




    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA.

    Sala di locanda.

    (Il MARCHESE DI FORLIPOPOLI ed il CONTE D'ALBAFIORITA).

    MARCHESE: Fra voi e me vi  qualche differenza.
    CONTE: Sulla locanda tanto vale il vostro denaro, quanto vale il mio.
    MARCHESE: Ma se la locandiera  usa  a  me  delle  distinzioni,  mi  si
    convengono pi che a voi.
    CONTE: Per qual ragione?
    MARCHESE: Io sono il marchese di Forlipopoli.
    CONTE: Ed io sono il conte d'Albafiorita.
    MARCHESE: S, conte! Contea comprata.
    CONTE:  Io  ho  comprata  la  contea,  quando  voi  avete  venduto  il
    marchesato.
    MARCHESE: Oh basta: son chi sono, e mi si deve portar rispetto.
    CONTE: Chi ve lo perde il rispetto?  Voi siete quello,  che con troppa
    libert parlando...
    MARCHESE: Io sono in questa locanda,  perch amo la locandiera.  Tutti
    lo sanno, e tutti devono rispettare una giovane che piace a me.
    CONTE: Oh,  questa  bella!  Voi mi  vorreste  impedire  ch'io  amassi
    Mirandolina? Perch credete ch'io sia in Firenze? Perch credete ch'io
    sia in questa locanda?
    MARCHESE: Oh bene. Voi non farete niente.
    CONTE: Io no, e voi s?
    MARCHESE:.  Io s,  e voi no.  Io son chi sono. Mirandolina ha bisogno
    della mia protezione.
    CONTE: Mirandolina ha bisogno di denari, e non di protezione.
    MARCHESE: Denari?... non ne mancano.
    CONTE: Io spendo uno zecchino il giorno, signor Marchese,  e la regalo
    continuamente.
    MARCHESE: Ed io quel che fo non lo dico.
    CONTE: Voi non lo dite, ma gi si sa.
    MARCHESE: Non si sa tutto.
    CONTE: S,  caro signor Marchese,  si sa.  I camerieri lo dicono.  Tre
    paoletti il giorno.  MARCHESE: A proposito di  camerieri;  vi    quel
    cameriere che ha nome Fabrizio, mi piace poco. Parmi che la locandiera
    lo guardi assai di buon occhio.
    CONTE:  Pu essere che lo voglia sposare.  Non sarebbe cosa mal fatta.
    Sono sei mesi che  morto il di lei padre. Solo una giovane alla testa
    di una locanda si trover imbrogliata.  Per me,  se si marita,  le  ho
    promesso trecento scudi.
    MARCHESE: Se si mariter, io sono il suo protettore, e far io... E so
    io quello che far.
    CONTE:  Venite qui: facciamola da buoni amici.  Diamole trecento scudi
    per uno.
    MARCHESE: Quel ch'io faccio,  lo faccio  segretamente,  e  non  me  ne
    vanto. Son chi sono. Chi  di l? (chiama).
    CONTE: (Spiantato! Povero e superbo!) (da s).


    SCENA SECONDA.

    (FABRIZIO e detti).

    FABRIZIO: Mi comandi signore. (al Marchese).
    MARCHESE: Signore? Chi ti ha insegnato la creanza?
    FABRIZIO: La perdoni.
    CONTE: Ditemi: come sta la padroncina? (a Fabrizio).
    FABRIZIO: Sta bene, illustrissimo.
    MARCHESE: E' alzata dal letto?
    FABRIZIO: Illustrissimo s.
    MARCHESE: Asino.
    FABRIZIO: Perch, illustrissimo signore?
    MARCHESE: Che cos' questo illustrissimo?
    FABRIZIO: E' il titolo che ho dato anche a quell'altro cavaliere.
    MARCHESE: Tra lui e me vi  qualche differenza.
    CONTE: Sentite? (a Fabrizio).
    FABRIZIO: (Dice la verit.  Ci  differenza: me ne accorgo nei conti).
    (piano al Conte).
    MARCHESE: Di' alla padrona che venga da me, che le ho da parlare.
    FABRIZIO: Eccellenza s. Ho fallato questa volta?
    MARCHESE: Va bene. Sono tre mesi che lo sai; ma sei un impertinente.
    FABRIZIO: Come comanda, Eccellenza.
    CONTE: Vuoi vedere la differenza che passa fra il Marchese e me?
    MARCHESE: Che vorreste dire?
    CONTE: Tieni.  Ti dono uno zecchino.  Fa che anch'egli te ne  doni  un
    altro.
    FABRIZIO:  Grazie,   illustrissimo.   (al  Conte)  Eccellenza...   (al
    Marchese).
    MARCHESE: Non getto il mio, come i pazzi. Vattene.
    FABRIZIO: Illustrissimo signore,  il cielo  la  benedica.  (al  Conte)
    Eccellenza.  (Rifinito.  Fuor  del suo paese non vogliono esser titoli
    per farsi stimare, vogliono esser quattrini). (da s, parte).


    SCENA TERZA.

    (Il MARCHESE ed il CONTE).

    MARCHESE: Voi credete di soverchiarmi con  i  regali,  ma  non  farete
    niente. Il mio grado val pi di tutte le vostre monete.
    CONTE: Io non apprezzo quel che vale, ma quello che si pu spendere.
    MARCHESE: Spendete pure a rotta di collo.  Mirandolina non ha stima di
    voi.
    CONTE: Con tutta la vostra gran nobilt,  credete voi di essere da lei
    stimato? Vogliono esser denari.
    MARCHESE:  Che  denari?  Vuol  esser  protezione.  Esser  buono  in un
    incontro di far un piacere.
    CONTE: S, esser buoni in un incontro di prestar cento doppie.
    MARCHESE: Farsi portar rispetto bisogna.
    CONTE: Quando non mancano denari, tutti rispettano.
    MARCHESE: Voi non sapete quel che vi dite.
    CONTE: L'intendo meglio di voi.




    SCENA QUARTA.

    (Il CAVALIERE DI RIPAFRATTA dalla sua camera e detti).

    CAVALIERE: Amici,  che cos' questo rumore?  Vi  qualche  dissenzione
    fra di voi altri? CONTE: Si disputava sopra un bellissimo punto.
    MARCHESE: Il Conte disputa meco sul merito della nobilt. (ironico).
    CONTE:  Io  non  levo  il  merito  alla nobilt: ma sostengo,  che per
    cavarsi dei capricci, vogliono esser denari.
    CAVALIERE: Veramente, Marchese mio...
    MARCHESE: Ors, parliamo d'altro.
    CAVALIERE: Perch siete venuti a simil contesa?
    CONTE: Per un motivo il pi ridicolo della terra.
    MARCHESE: S, bravo! il Conte mette tutto in ridicolo.
    CONTE: Il signor Marchese ama la nostra locandiera. Io l'amo ancor pi
    di lui.  Egli  pretende  corrispondenza,  come  un  tributo  alla  sua
    nobilt.  Io la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni. Pare a
    voi che la questione non sia ridicola?
    MARCHESE: Bisogna sapere con quanto impegno io la proteggo.
    CONTE: Egli la protegge, ed io spendo. (al Cavaliere).
    CAVALIERE: In verit non si pu contendere per ragione alcuna  che  lo
    meriti meno. Una donna vi altera? vi scompone? Una donna? che cosa mai
    mi convien sentire? Una donna? Io certamente non vi  pericolo che per
    le donne abbia che dir con nessuno. Non le ho mai amate, non le ho mai
    stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l'uomo una infermit
    insopportabile.
    MARCHESE:   In   quanto  a  questo  poi,   Mirandolina  ha  un  merito
    estraordinario.
    CONTE: Sin qua il signor Marchese ha  ragione.  La  nostra  padroncina
    della locanda  veramente amabile.
    MARCHESE:  Quando  l'amo io,  potete credere che in lei vi sia qualche
    cosa di grande.
    CAVALIERE: In verit mi fate ridere.  Che mai pu avere di stravagante
    costei, che non sia comune all'altre donne?
    MARCHESE: Ha un tratto nobile, che incatena.
    CONTE: E' bella, parla bene, veste con pulizia,  di un ottimo gusto.
    CAVALIERE: Tutte cose che non vagliono un fico.  Sono tre giorni ch'io
    sono in questa locanda, e non mi ha fatto specie veruna.
    CONTE: Guardatela, e forse ci troverete del buono.
    CAVALIERE: Eh,  pazzia!  L'ho veduta  benissimo.  E'  una  donna  come
    l'altre.
    MARCHESE:  Non    come  l'altre,  ha  qualche cosa di pi.  Io che ho
    praticate le prime dame,  non ho trovato una donna che  sappia  unire,
    come questa, la gentilezza e il decoro.
    CONTE: Cospetto di bacco! Io son sempre stato solito trattar donne: ne
    conosco li difetti ed il loro debole.  Pure con costei, non ostante il
    mio lungo corteggio e le tante spese per essa  fatte,  non  ho  potuto
    toccarle un dito.
    CAVALIERE: Arte,  arte sopraffina.  Poveri gonzi! Le credete, eh? A me
    non la farebbe. Donne? Alla larga tutte quante elle sono.
    CONTE: Non siete mai stato innamorato?
    CAVALIERE: Mai,  n mai lo sar.  Hanno fatto  il  diavolo  per  darmi
    moglie, n mai l'ho voluta.
    MARCHESE:  Ma  siete  unico della vostra casa: non volete pensare alla
    successione?
    CAVALIERE: Ci ho pensato pi volte,  ma quando considero che per  aver
    figliuoli  mi  converrebbe  soffrire  una  donna,  mi  passa subito la
    volont.
    CONTE: Che volete voi fare delle vostre ricchezze?
    CAVALIERE: Godermi quel poco che ho con i miei amici.
    MARCHESE: Bravo, cavaliere, bravo; ci goderemo.
    CONTE: E alle donne non volete dar nulla?
    CAVALIERE: Niente affatto. A me non ne mangiano sicuramente.
    CONTE: Ecco la nostra padrona. Guardatela, se non  adorabile.
    CAVALIERE: Oh la bella cosa!  Per me stimo pi di lei quattro volte un
    bravo cane da caccia.
    MARCHESE: Se non la stimate voi, la stimo io.
    CAVALIERE: Ve la lascio, se fosse pi bella di Venere.


    SCENA QUINTA.

    (MIRANDOLINA e detti).

    MIRANDOLINA:  M'inchino  a  questi  cavalieri.  Chi  mi domanda di lor
    signori?
    MARCHESE: Io vi domando, ma non qui.
    MIRANDOLINA: Dove mi vuole, Eccellenza?
    MARCHESE: Nella mia camera.
    MIRANDOLINA: Nella sua camera? Se ha bisogno di qualche cosa, verr il
    cameriere a servirla.
    MARCHESE: (Che dite di quel contegno?) (al Cavaliere).
    CAVALIERE:  (Quello  che  voi  chiamate  contegno,   io  lo  chiamerei
    temerit, impertinenza). (al Marchese).
    CONTE:  Cara  Mirandolina,  io  vi  parler  in pubblico,  non vi dar
    l'incomodo di venire nella mia camera. Osservate questi orecchini.  Vi
    piacciono?
    MIRANDOLINA: Belli.
    CONTE: Sono diamanti, sapete?
    MIRANDOLINA: Oh, li conosco. Me ne intendo anch'io dei diamanti.
    CONTE: E sono al vostro comando.
    CAVALIERE: (Caro amico, voi li buttate via). (piano al Conte).
    MIRANDOLINA: Perch mi vuol ella donare quegli orecchini?
    MARCHESE:  Veramente sarebbe un gran regalo!  Ella ne ha de' pi belli
    al doppio.
    CONTE: Questi sono legati alla moda. Vi prego riceverli per amor mio.
    CAVALIERE: (Oh che pazzo!) (da s).
    MIRANDOLINA: No, davvero, signore...
    CONTE: Se non li prendete, mi disgustate.
    MIRANDOLINA: Non so che dire...  mi preme tenermi amici gli  avventori
    della mia locanda. Per non disgustare il signor Conte, li prender.
    CAVALIERE: (Oh che forca!) (da s).
    CONTE: (Che dite di quella prontezza di spirito?) (al Cavaliere).
    CAVALIERE:  (Bella  prontezza!  Ve  li  mangia,  e  non  vi  ringrazia
    nemmeno). (al Conte).
    MARCHESE: Veramente, signor Conte, vi siete acquistato un gran merito.
    Regalare una donna in pubblico,  per vanit!  Mirandolina,  vi  ho  da
    parlare a quattr'occhi, fra voi e me: son cavaliere.
    MIRANDOLINA: (Che arsura! Non gliene cascano). (da s) Se altro non mi
    comandano, io me n'ander.
    CAVALIERE:  Ehi!  padrona.  La  biancheria  che mi avete dato,  non mi
    gusta. Se non ne avete di meglio, mi provveder. (con disprezzo).
    MIRANDOLINA: Signore, ve ne sar di meglio.  Sar servita,  ma mi pare
    che la potrebbe chiedere con un poco di gentilezza.
    CAVALIERE:  Dove  spendo  il  mio  denaro,   non  ho  bisogno  di  far
    complimenti.
    CONTE:  Compatitelo.   Egli    nemico  capitale   delle   donne.   (a
    Mirandolina).
    CAVALIERE: Eh, che non ho bisogno d'essere da lei compatito.
    MIRANDOLINA:  Povere  donne!  che  cosa  le  hanno fatto?  Perch cos
    crudele con noi, signor Cavaliere?
    CAVALIERE: Basta cos.  Con me non  vi  prendete  maggior  confidenza.
    Cambiatemi la biancheria.  La mander a prender pel servitore.  Amici,
    vi sono schiavo. (parte).


    SCENA SESTA.

    (Il MARCHESE, il CONTE e MIRANDOLINA).

    MIRANDOLINA: Che uomo salvatico! Non ho veduto il compagno.
    CONTE: Cara Mirandolina, tutti non conoscono il vostro merito.
    MIRANDOLINA: In verit, son cos stomacata del suo mal procedere,  che
    or ora lo licenzio a dirittura.
    MARCHESE:  S;  e  se  non  vuol andarsene,  ditelo a me,  che lo far
    partire immediatamente. Fate pur uso della mia protezione.
    CONTE: E per il denaro che aveste a perdere,  io  supplir  e  pagher
    tutto.  (Sentite,  mandate  via  anche  il Marchese,  che pagher io).
    (piano a Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Grazie, signori miei, grazie. Ho tanto spirito che basta,
    per dire ad un forestiere ch'io non lo voglio,  e circa all'utile,  la
    mia locanda non ha mai camere in ozio.


    SCENA SETTIMA.

    (FABRIZIO e detti).

    FABRIZIO: Illustrissimo, c' uno che la domanda. (al Conte).
    CONTE: Sai chi sia?
    FABRIZIO:  Credo  ch'egli  sia  un  legatore  di gioje.  (Mirandolina,
    giudizio; qui non istate bene). (piano a Mirandolina, e parte).
    CONTE: Oh s,  mi ha da  mostrare  un  gioiello.  Mirandolina,  quegli
    orecchini, voglio che li accompagniamo.
    MIRANDOLINA: Eh no, signor Conte...
    CONTE: Voi meritate molto,  ed io i denari non li stimo niente. Vado a
    vedere  questo  gioiello.  Addio,  Mirandolina;  signor  Marchese,  la
    riverisco! (parte).


    SCENA OTTAVA.

    (Il MARCHESE e MIRANDOLINA).

    MARCHESE:  (Maledetto Conte!  Con questi suoi denari mi ammazza).  (da
    s).
    MIRANDOLINA: In verit il signor Conte s'incomoda troppo.
    MARCHESE: Costoro hanno quattro soldi,  e li spendono per vanit,  per
    albagia. Io li conosco, so il viver del mondo.
    MIRANDOLINA: Eh, il viver del mondo lo so ancor io.
    MARCHESE:  Pensano  che  le  donne della vostra sorta si vincano con i
    regali.
    MIRANDOLINA: I regali non fanno male allo stomaco.
    MARCHESE: Io crederei di farvi un'ingiuria, cercando di obbligarvi con
    i donativi.
    MIRANDOLINA: Oh,  certamente il signor Marchese non mi  ha  ingiuriato
    mai.
    MARCHESE: E tali ingiurie non ve le far.
    MIRANDOLINA: Lo credo sicurissimamente.
    MARCHESE: Ma dove posso, comandatemi.
    MIRANDOLINA:  Bisognerebbe  ch'io  sapessi,  in  che  cosa  pu Vostra
    Eccellenza.
    MARCHESE: In tutto. Provatemi.
    MIRANDOLINA: Ma verbigrazia, in che?
    MARCHESE: Per bacco! Avete un merito che sorprende.
    MIRANDOLINA: Troppe grazie Eccellenza.
    MARCHESE: Ah!  direi quasi uno  sproposito.  Maledirei  quasi  la  mia
    Eccellenza.
    MIRANDOLINA: Perch, signore?
    MARCHESE: Qualche volta mi auguro di essere nello stato del Conte.
    MIRANDOLINA: Per ragione forse de' suoi denari?
    MARCHESE:  Eh!  Che  denari!  Non li stimo un fico.  Se fossi un conte
    ridicolo come lui... MIRANDOLINA: Che cosa farebbe?
    MARCHESE: Cospetto del diavolo... vi sposerei. (parte).




    SCENA NONA.

    (MIRANDOLINA sola).

    Uh che mai ha  detto!  L'eccellentissimo  signor  marchese  Arsura  mi
    sposerebbe?  Eppure,  se  mi  volesse sposare,  vi sarebbe una piccola
    difficolt.  Io non lo vorrei.  Mi piace l'arrosto,  e del fumo non so
    che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh,
    avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me
    s'innamorano,  tutti  mi  fanno  i  cascamorti;  e  tanti  e  tanti mi
    esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor cavaliere, rustico
    come un orso,  mi tratta s bruscamente?  Questi  il primo forestiere
    capitato  alla  mia  locanda,  il  quale  non  abbia  avuto piacere di
    trattare  con  me.  Non  dico  che  tutti  in  un  salto  s'abbiano  a
    innamorare:  ma  disprezzarmi  cos?    una cosa che mi muove la bile
    terribilmente. E' nemico delle donne? Non le pu vedere? Povero pazzo!
    Non avr ancora trovato quella che sappia  fare.  Ma  la  trover.  La
    trover. E chi sa che non l'abbia trovata? Con questi per l'appunto mi
    ci metto di picca.  Quei che mi corrono dietro, presto mi annoiano. La
    nobilt non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo.  Tutto il
    mio piacere consiste in vedermi servita,  vagheggiata, adorata. Questa
     la mia debolezza, e questa  la debolezza di quasi tutte le donne. A
    maritarmi non ci penso  nemmeno;  non  ho  bisogno  di  nessuno;  vivo
    onestamente,  e  godo  la  mia  libert.  Tratto  con  tutti,  ma  non
    m'innamoro mai di nessuno.  Voglio burlarmi  di  tante  caricature  di
    amanti spasimati;  e voglio usar tutta l'arte per vincere, abbattere e
    conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo
    la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.


    SCENA DECIMA.

    (FABRIZIO e detta).

    FABRIZIO: Ehi, padrona.
    MIRANDOLINA: Che cosa c'?
    FABRIZIO: Quel forestiere che   alloggiato  nella  camera  di  mezzo,
    grida della biancheria; dice che  ordinaria, e che non la vuole.
    MIRANDOLINA:  Lo  so,  lo  so.  Lo  ha  detto anche a me,  e lo voglio
    servire.
    FABRIZIO: Benissimo. Venitemi dunque a metter fuori la roba che gliela
    possa portare.
    MIRANDOLINA: Andate, andate, gliela porter io.
    FABRIZIO: Voi gliela volete portare?
    MIRANDOLINA: S, io.
    FABRIZIO: Bisogna che vi prema molto questo forestiere.
    MIRANDOLINA: Tutti mi premono. Badate a voi.
    FABRIZIO: (Gi me n'avvedo. Non faremo niente. Ella mi lusinga; ma non
    faremo niente). (da s).
    MIRANDOLINA: (Povero sciocco! Ha delle pretensioni.  Voglio tenerlo in
    isperanza, perch mi serva con fedelt. (da s).
    FABRIZIO: Si  sempre costumato, che i forestieri li serva io.
    MIRANDOLINA: Voi con i forestieri siete un poco troppo ruvido.
    FABRIZIO: E voi siete un poco troppo gentile.
    MIRANDOLINA: So quel che fo, non ho bisogno di correttori.
    FABRIZIO: Bene, bene. Provvedetevi di cameriere.
    FABRIZIO: Perch signor Fabrizio?  disgustato di me?
    FABRIZIO:  Vi  ricordate voi che cosa ha detto a noi due vostro padre,
    prima ch'egli morisse?
    MIRANDOLINA: S; quando mi vorr maritare, mi ricorder di quel che ha
    detto mio padre.
    FABRIZIO: Ma io son  delicato  di  pelle,  certe  cose  non  le  posso
    soffrire.
    MIRANDOLINA:  Ma che credi tu ch'io mi sia?  Una frasca?  Una civetta?
    Una pazza? Mi meraviglio di te.  Che voglio fare io dei forestieri che
    vanno e vengono? Se li tratto bene, lo fo per mio interesse, per tener
    in  credito  la  mia  locanda.  De' regali non ne ho bisogno.  Per far
    all'amore? Uno mi basta: e questo non mi manca; e so chi merita,  e so
    quello  che mi conviene.  E quando vorr maritarmi...  mi ricorder di
    mio padre. E chi mi aver servito bene, non potr lagnarsi di me.  Son
    grata. Conosco il merito... Ma io non son conosciuta. Basta, Fabrizio,
    intendetemi, se potete. (parte).
    FABRIZIO:  Chi  pu  intenderla,   bravo davvero.  Ora pare che la mi
    voglia, ora che la non mi voglia.  Dice che non  una frasca,  ma vuol
    far a suo modo.  Non so che dire.  Staremo a vedere. Ella mi piace, le
    voglio bene,  accomoderei con essa i miei interessi per tutto il tempo
    di  vita  mia.  Ah!  bisogner  chiuder  un occhio,  e lasciar correre
    qualche cosa.  Finalmente i  forestieri  vanno  e  vengono.  Io  resto
    sempre. Il meglio sar sempre per me. (parte).


    SCENA UNDICESIMA.

    Camera del Cavaliere.

    (Il CAVALIERE ed un SERVITORE).

    SERVITORE: Illustrissimo, hanno portato questa lettera.
    CAVALIERE: Portami la cioccolata. (il Servitore parte).

    (Il Cavaliere apre la lettera).

    "Siena,  primo  Gennaio 1753".  (Chi scrive?) "Orazio Taccagni.  Amico
    carissimo.  La tenera amicizia che a voi mi lega mi rende sollecito ad
    avvisarvi  essere necessario il vostro ritorno in patria.  E' morto il
    conte Manna..." (Povero cavaliere!  Me ne dispiace).  "Ha lasciato  la
    sua unica figlia nubile erede di centocinquanta mila scudi.  Tutti gli
    amici vostri vorrebbero che toccasse a voi una tal  fortuna  e  stanno
    maneggiando..."  Non  s'affatichino  per  me,  che non ne voglio saper
    nulla. Lo sanno pure ch'io non voglio donne per i piedi.  E questo mio
    caro  amico,  che  lo  sa pi d'ogni altro,  mi secca peggio di tutti.
    (straccia la lettera) Che importa a me di centocinquanta  mila  scudi?
    Finch  son  solo,  mi  basta  meno.  Se  fossi  accompagnato,  non mi
    basterebbe mai pi. Moglie a me! Piuttosto una febbre quartana.


    SCENA DODICESIMA.

    (Il MARCHESE e detto).

    MARCHESE: Amico, vi contentate ch'io venga a stare un poco con voi?
    CAVALIERE: Mi fate onore.
    MARCHESE: Almeno fra me e voi possiamo trattarci  con  confidenza;  ma
    quel somaro del Conte non  degno di stare in conversazione con noi.
    CAVALIERE: Caro Marchese, compatitemi; rispettate gli altri, se volete
    essere rispettato voi pure.
    MARCHESE: Sapete il mio naturale.  Io fo le cortesie a tutti, ma colui
    non lo posso soffrire.
    CAVALIERE: Non lo potete  soffrire,  perch  vi    rivale  in  amore?
    Vergogna!   Un   cavaliere   della   vostra  sorta  innamorarsi  d'una
    locandiera! Un uomo savio, come siete voi, correr dietro a una donna?
    MARCHESE: Cavaliere mio, costei mi ha stregato.
    CAVALIERE: Oh! pazzie! debolezze!  Che stregamenti!  Che vuol dire che
    le  donne  non  mi stregheranno?  Le loro fattucchierie consistono nei
    loro vezzi, nelle loro lusinghe, e chi ne sta lontano, come fo io, non
    ci  pericolo che si lasci ammaliare.
    MARCHESE: Basta!  ci penso e non ci penso: quel che mi d  fastidio  e
    che m'inquieta,  il mio fattor di campagna.
    CAVALIERE: Vi ha fatto qualche porcheria?
    MARCHESE: Mi ha mancato di parola.


    SCENA TREDICESIMA.

    (Il SERVITORE con una cioccolata, e detti).

    CAVALIERE: Oh mi dispiace... Fanne subito un'altra. (al Servitore).
    SERVITORE: In casa per oggi non ce n' altra, illustrissimo.
    CAVALIERE:  Bisogna  che ne provveda.  Se vi degnate di questa...  (al
    Marchese).
    MARCHESE: (Prende la cioccolata e si mette a berla senza  complimenti,
    seguitando  poi  a discorrere e bere,  come segue) Questo mio fattore,
    come io vi diceva... (beve).
    CAVALIERE: (Ed io rester senza). (da s).
    MARCHESE: Mi aveva promesso mandarmi con l'ordinario...  (beve)  venti
    zecchini... (beve).
    CAVALIERE: (Ora viene con una seconda stoccata). (da s)
    MARCHESE: E non me li ha mandati... (beve).
    CAVALIERE: Li mander un'altra volta.
    MARCHESE:  Il punto sta...  il punto sta...  (finisce di bere) Tenete.
    (d la chicchera al Servitore) Il punto sta  che  sono  in  un  grande
    impegno, e non so come fare.
    CAVALIERE: Otto giorni pi, otto giorni meno...
    MARCHESE:  Ma  voi  che siete cavaliere,  sapete quel che vuol dire il
    mantener la parola. Sono in impegno; e... corpo di bacco!  Darei delle
    pugna in cielo.
    CAVALIERE: Mi dispiace di vedervi scontento.  (Se sapessi come uscirne
    con riputazione!) (da s).
    MARCHESE: Voi avreste difficolt per otto giorni di farmi il piacere?
    CAVALIERE: Caro Marchese,  se potessi,  vi servirei di  cuore;  se  ne
    avessi, ve li avrei esibiti a dirittura. Ne aspetto, e non ne ho.
    MARCHESE: Non mi darete ad intendere d'esser senza denari.
    CAVALIERE: Osservate.  Ecco tutta la mia ricchezza. Non arrivano a due
    zecchini. (mostra uno zecchino e varie monete).
    MARCHESE: Quello  uno zecchino d'oro.
    CAVALIERE: S;  l'ultimo, non ne ho pi.
    MARCHESE: Prestatemi quello, che vedr intanto...
    CAVALIERE: Ma io poi...
    MARCHESE: Di che avete paura? Ve lo render.
    CAVALIERE: Non so che dire, servitevi. (Agli d lo zecchino).
    MARCHESE: Ho un affare di premura...  amico;  obbligato  per  ora:  ci
    rivedremo a pranzo. (prende lo zecchino e parte).




    SCENA QUATTORDICESIMA.

    (Il CAVALIERE solo).

    Bravo! Il signor Marchese mi voleva frecciare venti zecchini, e poi si
     contentato di uno. Finalmente uno zecchino non mi preme di perderlo,
    e se non me lo rende, non mi verr pi a seccare. Mi dispiace pi, che
    mi  ha  bevuto  la mia cioccolata.  Che indiscretezza!  E poi: Son chi
    sono. Son cavaliere. Oh garbatissimo cavaliere!


    SCENA QUINDICESIMA.

    (MIRANDOLINA colla biancheria e detto).

    MIRANDOLINA:   Permette,   illustrissimo?    (entrando   con   qualche
    soggezione).
    CAVALIERE: Che cosa volete? (con asprezza).
    MIRANDOLINA: Ecco qui della biancheria migliore. (s'avanza un poco).
    CAVALIERE: Bene. Mettetela l. (accenna il tavolino).
    MIRANDOLINA: La supplico almeno degnarsi vedere se  di suo genio.
    CAVALIERE: Che roba ?
    MIRANDOLINA: Le lenzuola sono di rensa. (s'avanza ancor pi).
    CAVALIERE: Rensa?
    MIRANDOLINA: S signore, di dieci paoli al braccio. Osservi.
    CAVALIERE: Non pretendevo tanto. Bastavami qualche cosa meglio di quel
    che mi avete dato.
    MIRANDOLINA:  Questa  biancheria  l'ho fatta per personaggi di merito:
    per quelli che la sanno conoscere; e in verit,  illustrissimo,  la do
    per esser lei, ad un altro non la darei.
    CAVALIERE: Per esser lei! Solito complimento.
    MIRANDOLINA: Osservi il servizio di tavola.
    CAVALIERE:  Oh!  Queste  tele  di Fiandra,  quando si lavano,  perdono
    assai. Non vi  bisogno che le insudiciate per me.
    MIRANDOLINA: Per un cavaliere della sua qualit,  non guardo a  queste
    piccole cose.  Di queste salviette ne ho parecchie e le serber per V.
    S. illustrissima.
    CAVALIERE: (Non si pu per negare,  che  costei  non  sia  una  donna
    obbligante). (da s).
    MIRANDOLINA:  (Veramente  ha  una  faccia  burbera da non piacergli le
    donne). (da s).
    CAVALIERE: Date la mia biancheria al mio cameriere, o ponetela l,  in
    qualche luogo. Non vi  bisogno che v'incomodiate per questo.
    MIRANDOLINA: Oh,  io non m'incomodo mai,  quando servo cavaliere di s
    alto merito.
    CAVALIERE: Bene,  bene,  non occorr'altro.  (Costei vorrebbe adularmi.
    Donne! Tutte cos). (da s).
    MIRANDOLINA: La metter nell'arcova.
    CAVALIERE: S, dove volete. (con seriet).
    MIRANDOLINA: (Oh!  vi  del duro. Ho paura di non far niente). (da s;
    va a riporre la biancheria).
    CAVALIERE: (I gonzi sentono queste belle  parole,  credono  a  chi  le
    dice, e cascano). (da s).
    MIRANDOLINA:  A  pranzo,   che  cosa  comanda?  (ritornando  senza  la
    biancheria).
    CAVALIERE: Manger quello che vi sar.
    MIRANDOLINA: Vorrei pur sapere il suo genio.  Se le piace una cosa pi
    dell'altra, lo dica con libert.
    CAVALIERE: Se vorr qualche cosa, lo dir al cameriere.
    MIRANDOLINA:  Ma in queste cose gli uomini non hanno l'attenzione e la
    pazienza  che  abbiamo  noi  altre  donne.   Se  le  piacesse  qualche
    intingoletto, qualche salsetta, favorisca di dirlo a me.
    CAVALIERE:  Vi  ringrazio: ma n anche per questo verso vi riuscir di
    far con me quello che avete fatto col Conte e col Marchese.
    MIRANDOLINA: Che dice della debolezza di quei due  cavalieri?  Vengono
    alla  locanda per alloggiare,  e pretendono poi di voler far all'amore
    colla locandiera. Abbiamo altro in testa noi,  che dar retta alle loro
    ciarle.  Cerchiamo  di  fare il nostro interesse;  se diamo loro delle
    buone  parole,  lo  facciamo  per  tenerli  a  bottega;   e  poi,   io
    principalmente, quando vedo che si lusingano, rido come una pazza.
    CAVALIERE: Brava! Mi piace la vostra sincerit.
    MIRANDOLINA: Oh! non ho altro di buono, che la sincerit.
    CAVALIERE: Ma per, con chi vi fa la corte, sapete fingere.
    MIRANDOLINA: Io fingere? Guardimi il cielo. Domandi un poco a quei due
    signori  che fanno gli spasimati per me,  se ho mai dato loro un segno
    d'affetto.  Se ho mai scherzato con loro in maniera che  si  potessero
    lusingare  con fondamento.  Non li strapazzo,  perch il mio interesse
    non lo vuole,  ma poco meno.  Questi uomini effeminati  non  li  posso
    vedere.  S  come  abborrisco anche le donne,  che corrono dietro agli
    uomini.  Vede?  Io non sono una ragazza.  Ho qualche annetto;  non son
    bella,  ma  ho  avute delle buone occasioni;  eppure non ho mai voluto
    maritarmi, perch stimo infinitamente la mia libert.
    CAVALIERE: Oh s, la libert  un gran tesoro.
    MIRANDOLINA: E tanti la perdono scioccamente.
    CAVALIERE: So ben io quel che faccio. Alla larga.
    MIRANDOLINA: Ha moglie V. S. illustrissima?
    CAVALIERE: Il cielo me ne liberi. Non voglio donne.
    MIRANDOLINA: Bravissimo. Si conservi sempre cos. Le donne, signore...
    basta, a me non tocca a dirne male.
    CAVALIERE: Voi siete per altro la  prima  donna,  ch'io  senta  parlar
    cos.
    MIRANDOLINA:  Le  dir:  noi altre locandiere vediamo e sentiamo delle
    cose assai;  e in verit compatisco quegli uomini che hanno paura  del
    nostro sesso.
    CAVALIERE: (E' curiosa costei). (da s).
    MIRANDOLINA:  Con  permissione di V.  S.  illustrissima.  (finge voler
    partire).
    CAVALIERE: Avete premura di partire?
    MIRANDOLINA: Non vorrei esserle importuna.
    CAVALIERE: No, mi fate piacere; mi divertite.
    MIRANDOLINA: Vede,  signore?  Cos fo  con  gli  altri.  Mi  trattengo
    qualche  momento;  sono piuttosto allegra,  dico delle barzellette per
    divertirli,  ed essi subito credono...  Se la m'intende,  e mi fanno i
    cascamorti.
    CAVALIERE: Questo accade, perch avete buona maniera.
    MIRANDOLINA: Troppa bont, illustrissimo. (con una riverenza).
    CAVALIERE: Ed essi s'innamorano.
    MIRANDOLINA: Guardi che debolezza! Innamorarsi subito di una donna!
    CAVALIERE: Questa io non l'ho mai potuta capire.
    MIRANDOLINA: Bella fortezza! Bella virilit!
    CAVALIERE: Debolezze! Miserie umane!
    MIRANDOLINA: Questo  il vero pensare degli uomini.  Signor Cavaliere,
    mi porga la mano.
    CAVALIERE: Perch volete ch'io vi porga la mano?
    MIRANDOLINA: Favorisca; si degni; osservi, sono pulita.
    CAVALIERE: Ecco la mano.
    MIRANDOLINA: Questa  la prima volta,  che ho l'onore  d'aver  per  la
    mano un uomo, che pensa veramente da uomo.
    CAVALIERE: Via, basta cos. (ritira la mano).
    MIRANDOLINA:  Ecco.  Se  io  avessi  preso per la mano uno di que' due
    signori sguaiati,  avrebbe tosto creduto  ch'io  spasimassi  per  lui.
    Sarebbe andato in deliquio.  Non darei loro una semplice libert,  per
    tutto l'oro del mondo.  Non sanno vivere.  Oh benedetto il  conversare
    alla  libera!  senza  attacchi,  senza  malizia,  senza tante ridicole
    scioccherie.  Illustrissimo,  perdoni la mia impertinenza.  Dove posso
    servirla,  mi comandi con autorit,  e avr per lei quella attenzione,
    che non ho mai avuto per alcuna persona di questo mondo.
    CAVALIERE: Per qual motivo avete tanta parzialit per me?
    MIRANDOLINA: Perch,  oltre il suo merito,  oltre la  sua  condizione,
    sono  almeno  sicura  che  con  lei posso trattare con libert,  senza
    sospetto che voglia fare cattivo uso delle mie attenzioni,  e  che  mi
    tenga in qualit di serva, senza tormentarmi con pretensioni ridicole,
    con caricature affettate.
    CAVALIERE: (Che diavolo ha costei di stravagante,  ch'io non capisco!)
    (da s).
    MIRANDOLINA: (Il satiro si ander a poco a poco  addomesticando).  (da
    s).
    CAVALIERE: Ors,  se avete da badare alle vostre cose, non restate per
    me.
    MIRANDOLINA: S signore,  vado ad attendere  alle  faccende  di  casa.
    Queste  sono  i  miei amori,  i miei passatempi.  Se comander qualche
    cosa, mander il cameriere.
    CAVALIERE: Bene...  Se qualche  volta  verrete  anche  voi,  vi  vedr
    volentieri.
    MIRANDOLINA: Io veramente non vado mai nelle camere dei forestieri, ma
    da lei ci verr qualche volta.
    CAVALIERE: Da me... Perch?
    MIRANDOLINA: Perch, illustrissimo signore, ella mi piace assaissimo.
    CAVALIERE: Vi piaccio io?
    MIRANDOLINA: Mi piace, perch non  effeminato, perch non  di quelli
    che   s'innamorano.   (mi  caschi  il  naso,   se  avanti  domani  non
    l'innamoro). (da s, parte).


    SCENA SEDICESIMA.

    (Il CAVALIERE, solo).

    Eh! So io quel che fo. Colle donne? Alla larga.  Costei sarebbe una di
    quelle  che  potrebbero farmi cascare pi delle altre.  Quella verit,
    quella scioltezza di dire,   cosa poco comune.  Ha un non so  che  di
    estraordinario; ma non per questo mi lascierei innamorare. Per un poco
    di divertimento, mi fermerei pi tosto con questa che con un'altra. Ma
    per far all'amore?  Per perdere la libert?  Non vi  pericolo. Pazzi,
    pazzi quelli che s'innamorano delle donne. (parte).


    SCENA DICIASSETTESIMA.

    Altra camera di locanda.

    (ORTENSIA, DEJANIRA, FABRIZIO).

    FABRIZIO:  Che   restino   servite   qui,   illustrissime.   Osservino
    quest'altra  camera.  Quella per dormire,  e questa per mangiare,  per
    ricevere, per servirsene come comandano.
    ORTENSIA: Va bene, va bene. Siete voi padrone, o cameriere?
    FABRIZIO: Cameriere, ai comandi di V. S. illustrissima.
    DEJANIRA: (Ci d delle illustrissime). (piano a Ortensia, ridendo).
    ORTENSIA: (Bisogna secondare il lazzo). Cameriere?
    FABRIZIO: Illustrissima.
    ORTENSIA: Dite al padrone che venga qui,  voglio parlar con lui per il
    trattamento.
    FABRIZIO:  Verr  la  padrona;  la servo subito.  (Chi diamine saranno
    queste due signore cos sole? All'aria, all'abito,  paiono dame).  (da
    s, parte)


    SCENA DICIOTTESIMA.

    (DEJANIRA e ORTENSIA)

    DEJANIRA: Ci d dell'illustrissime. Ci ha creduto due dame.
    ORTENSIA: Bene. Cos ci tratter meglio.
    DEJANIRA: Ma ci far pagare di pi.
    ORTENSIA:  Eh,  circa  i conti,  avr da fare con me.  Sono degli anni
    assai, che cammino il mondo.
    DEJANIRA: Non vorrei che  con  questi  titoli  entrassimo  in  qualche
    impegno.
    ORTENSIA: Cara amica, siete di poco spirito. Due commedianti avvezze a
    far  sulla  scena da contesse,  da marchese e da principesse,  avranno
    difficolt a sostenere un carattere sopra di una locanda?
    DEJANIRA: Verranno i nostri compagni, e subito ci sbianchiranno (Gergo
    de' commedianti, che vuol dire: "ci scopriranno").
    ORTENSIA: Per oggi non possono arrivare a Firenze.  Da Pisa a  qui  in
    navicello vi vogliono almeno tre giorni.
    DEJANIRA: Guardate che bestialit! Venire in navicello!
    ORTENSIA:  Per  mancanza  di  lugagni (Gergo: "danari").  E' assai che
    siamo venute noi in calesse.
    DEJANIRA: E' stata buona quella recita di pi che abbiamo fatto.
    ORTENSIA: S, ma se non istavo io alla porta, non si faceva mente.


    SCENA DICIANNOVESIMA.

    (FABRIZIO e dette).

    FABRIZIO: La padrona or ora sar a servirle.
    ORTENSIA: Bene.
    FABRIZIO: Ed io le supplico a comandarmi.  Ho servito altre  dame:  mi
    dar  l'onor  di  servir  con  tutta attenzione anche le signorie loro
    illustrissime.
    ORTENSIA: Occorrendo, mi varr di voi.
    DEJANIRA: (Ortensia queste parti le fa benissimo). (da s).
    FABRIZIO: Intanto le supplico,  illustrissime  signore,  favorirmi  il
    loro  riverito  nome  per  la consegna.  (tira fuori un calamaio ed un
    libriccino).
    DEJANIRA: (Ora viene il buono).
    ORTENSIA: Perch ho da dar il mio nome?
    FABRIZIO: Noialtri locandieri  siamo  obbligati  a  dar  il  nome,  il
    casato,  la  patria  e  la  condizione  di  tutti  i  passeggieri  che
    alloggiano alla nostra locanda. E se non lo facessimo, meschini noi.
    DEJANIRA: (Amica, i titoli sono finiti). (piano ad Ortensia).
    ORTENSIA: Molti daranno anche il nome finto.
    FABRIZIO: In quanto a questo poi,  noialtri scriviamo il nome  che  ci
    dettano, e non cerchiamo di pi.
    ORTENSIA: Scrivete. La baronessa Ortensia del Poggio, palermitana.
    FABRIZIO: (Siciliana?  Sangue caldo). (scrivendo) Ella, illustrissima?
    (a Dejanira).
    DEJANIRA: Ed io... (Non so che mi dire).
    ORTENSIA: Via, contessa Dejanira, dategli il vostro nome.
    FABRIZIO: La supplico. (a Dejanira).
    DEJANIRA: Non l'avete sentito? (a Fabrizio).
    FABRIZIO: L illustrissima signora contessa Dejanira...  (scrivendo) Il
    cognome?
    DEJANIRA: Anche il cognome? (a Fabrizio).
    ORTENSIA: S, dal Sole, romana. (a Fabrizio).
    FABRIZIO:  Non  occorr'altro.   Perdonino  l'incomodo.  Ora  verr  la
    padrona. (L'ho io detto, che erano due dame?  Spero che far de' buoni
    negozi. Mancie non ne mancheranno). (parte).
    DEJANIRA: Serva umilissima della signora Baronessa.
    ORTENSIA: Contessa, a voi m'inchino. (si burlano vicendevolmente).
    DEJANIRA:   Qual  fortuna  mi  offre  la  felicissima  congiuntura  di
    rassegnarvi il mio profondo rispetto?
    ORTENSIA: Dalla fontana del vostro  cuore  scaturir  non  possono  che
    torrenti di grazie.


    SCENA VENTESIMA.

    (MIRANDOLINA e dette).

    DEJANIRA: Madama, voi mi adulate. (ad Ortensia con caricatura).
    ORTENSIA: Contessa,  al vostro merito si converrebbe assai pi. (fa lo
    stesso).
    MIRANDOLINA: (Oh che dame cerimoniose!) (da s, in disparte).
    DEJANIRA: (Oh quanto mi vien da ridere!) (da s).
    ORTENSIA: Zitto:  qui la padrona. (piano a Dejanira).
    MIRANDOLINA: M'inchino a queste dame.
    ORTENSIA: Buon giorno, quella giovane.
    DEJANIRA: Signora padrona, vi riverisco. (a Mirandolina).
    ORTENSIA: Ehi! (fa cenno a Dejanira, che si sostenga).
    MIRANDOLINA: Permetta ch'io le baci la mano. (ad Ortensia).
    ORTENSIA: Siete obbligante. (le d la mano).
    DEJANIRA: (Ride da s).
    MIRANDOLINA: Anche ella, illustrissima. (chiede la mano a Dejanira).
    DEJANIRA: Eh, non importa...
    ORTENSIA: Via, gradite le finezze di questa giovane. Datele la mano.
    MIRANDOLINA: La supplico.
    DEJANIRA: Tenete. (Le d la mano, si volta e ride).
    MIRANDOLINA: Ride, illustrissima? Di che?
    ORTENSIA:  Che  cara  Contessa!  Ride  ancora  di  me.  Ho  detto  uno
    sproposito, che l'ha fatta ridere.
    MIRANDOLINA:  (io giuocherei che non sono dame.  Se fossero dame,  non
    sarebbero sole). (da s).
    ORTENSIA:  Circa  il  trattamento,   converr   poi   discorrere.   (a
    Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Ma!  Sono sole? Non hanno cavalieri, non hanno servitori,
    non hanno nessuno?
    ORTENSIA: Il Barone mio marito...
    DEJANIRA: (Ride forte).
    MIRANDOLINA: Perch ride, signora? (a Dejanira).
    ORTENSIA: Via, perch ridete?
    DEJANIRA: Rido del Barone di vostro marito.
    ORTENSIA: S,   un cavaliere giocoso: dice sempre delle  barzellette;
    verr quanto prima col conte Orazio, marito della Contessina.
    DEJANIRA: (Fa forza per trattenersi da ridere).
    MIRANDOLINA: La fa ridere anche il signor Conte? (a Dejanira).
    ORTENSIA: Ma via, Contessina, tenetevi un poco nel vostro decoro.
    MIRANDOLINA: Signore mie,  favoriscano in grazia.  Siamo sole, nessuno
    ci sente. Questa contea, questa baronia, sarebbe mai...
    ORTENSIA:. Che cosa vorreste voi dire?  Mettereste in dubbio la nostra
    nobilt?
    MIRANDOLINA:  Perdoni,  illustrissima,  non  si riscaldi,  perch far
    ridere la signora Contessa.
    DEJANIRA: Eh via, che serve?
    ORTENSIA: Contessa. Contessa! (minacciandola).
    MIRANDOLINA: Io so che cosa voleva dire, illustrissima. (a Dejanira).
    DEJANIRA: Se l'indovinate, vi stimo assai.
    MIRANDOLINA: Voleva dire: Che serve che fingiamo d'esser due dame,  se
    siamo due pedine? Ah! non  vero?
    DEJANIRA: E che s che ci conoscete? (a Mirandolina).
    ORTENSIA:  Che  brava  commediante!   Non    buona  da  sostenere  un
    carattere.
    DEJANIRA: Fuori di scena io non so fingere.
    MIRANDOLINA: Brava,  signora Baronessa;  mi piace il di  lei  spirito.
    Lodo la sua franchezza.
    ORTENSIA: Qualche volta mi prendo un poco di spasso.
    MIRANDOLINA:  Ed  io amo infinitamente le persone di spirito Servitevi
    pure nella mia locanda,  che siete padrone;  ma vi prego bene,  se  mi
    capitassero  persone  di rango,  cedermi quest'appartamento,  ch'io vi
    dar dei camerini assai comodi.
    DEJANIRA: S, volentieri.
    ORTENSIA: Ma io,  quando spendo il mio denaro,  intendo  volere  esser
    servita come una dama,  e in questo appartamento ci sono,  e non me ne
    ander.
    MIRANDOLINA:  Via,  signora  Baronessa,  sia  buona...  Oh!   Ecco  un
    cavaliere  che    alloggiato  in  questa locanda!  Quando vede donne,
    sempre si caccia avanti.
    ORTENSIA: E' ricco?
    MIRANDOLINA: Io non so i fatti suoi.


    SCENA VENTUNESIMA.

    (Il MARCHESE e dette).

    MARCHESE: E' permesso? Si pu entrare?
    ORTENSIA: Per me  padrone.
    MARCHESE: Servo di lor signore.
    DEJANIRA: Serva umilissima.
    ORTENSIA: La riverisco divotamente.
    MARCHESE: Sono forestiere? (a Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Eccellenza s. Sono venute ad onorare la mia locanda.
    ORTENSIA: (E' un'Eccellenza! Capperi!) (da s).
    DEJANIRA: (Gi Ortensia lo vorr per s). (da s).
    MARCHESE: E' chi sono queste signore? (a Mirandolina)
    MIRANDOLINA: Questa  la baronessa Ortensia del Poggio,  e  questa  la
    contessa Dejanira dal Sole.
    MARCHESE: Oh compitissime dame!
    ORTENSIA: E ella chi , signore?
    MARCHESE: Io sono il marchese di Forlipopoli.
    DEJANIRA: (La locandiera vuol seguitare a far la commedia.) (da s).
    ORTENSIA: Godo aver l'onore di conoscere un cavaliere cos compito.
    MARCHESE:  Se  vi potessi servire,  comandatemi.  Ho piacere che siate
    venute ad alloggiare in  questa  locanda.  Troverete  una  padrona  di
    garbo.
    MIRANDOLINA:  Questo  cavaliere   pieno di bont.  Mi onora della sua
    protezione.
    MARCHESE: S, certamente. Io la proteggo,  e proteggo tutti quelli che
    vengono nella sua locanda; e se vi occorre nulla, comandate.
    ORTENSIA: Occorrendo, mi prevarr delle sue finezze.
    MARCHESE: Anche voi, signora Contessa, fate capitale di me.
    DEJANIRA:  Potr ben chiamarmi felice,  se avr l'alto onore di essere
    annoverata nel ruolo delle sue umilissime serve.
    MIRANDOLINA: (Ha detto un concetto da commedia). (ad Ortensia).
    ORTENSIA: (Il  titolo  di  contessa  l'ha  posta  in  soggezione).  (a
    Mirandolina).
    (Il Marchese tira fuori di tasca un bel fazzoletto di seta,  lo spiega
    e finge volersi asciugar la fronte).
    MIRANDOLINA: Un gran fazzoletto, signor Marchese!
    MARCHESE: Ah!  Che ne dite?  E' bello?  Sono  di  buon  gusto  io?  (a
    Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Certamente  di ottimo gusto.
    MARCHESE: Ne avete pi veduti di cos belli ? (ad Ortensia).
    ORTENSIA: E' superbo.  Non ho veduto il compagno (Se me lo donasse, lo
    prenderei). (de s).
    MARCHESE: Questo viene da Londra. (a Dejanira).
    DEJANIRA: E' bello, mi piace assai.
    MARCHESE: Son di buon gusto io?
    DEJANIRA: (E non dice a' vostri comandi). (da s).
    MARCHESE: M'impegno che il Conte non sa spendere. Getta via il denaro,
    e non compra mai una galanteria di buon gusto.
    MIRANDOLINA: Il signor Marchese conosce, distingue, sa, vede, intende.
    MARCHESE: (Piega il fazzoletto con attenzione) Bisogna piegarlo  bene,
    acci  non  si  guasti.  Questa  sorta  di roba bisogna custodirla con
    attenzione. Tenete. (lo presenta a Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Vuole ch'io lo faccia mettere nella sua camera?
    MARCHESE: No. Mettetelo nella vostra.
    MIRANDOLINA: Perch... nella mia?
    MARCHESE: Perch... ve lo dono.
    MIRANDOLINA: Oh, Eccellenza, perdoni...
    MARCHESE: Tant'. Ve lo dono.
    MIRANDOLINA: Ma io non voglio...
    MARCHESE: Non mi fate andar in collera.
    MIRANDOLINA: Oh, in quanto a questo poi, il signor Marchese lo sa,  io
    non voglio disgustar nessuno. Perci non vada in collera, lo prender.
    DEJANIRA: (Oh che bel lazzo!) (ad Ortensia).
    ORTENSIA: (E poi dicono delle commedianti!) (a Dejanira).
    MARCHESE:  Ah!  Che dite?  Un fazzoletto di quella sorta,  l'ho donato
    alla mia padrona di casa. (ad Ortensia).
    ORTENSIA: E' un cavaliere generoso.
    MARCHESE: Sempre cos.
    MIRANDOLINA: (Questo  il primo regalo che mi ha fatto,  e non so come
    abbia avuto questo fazzoletto). (da s).
    DEJANIRA:  Signor  Marchese,  se  ne  trovano  di  quei  fazzoletti in
    Firenze? Avrei volont d'averne uno compagno.
    MARCHESE: Compagno di questo sar difficile; ma vedremo.
    MIRANDOLINA: (Brava la signora Contessina). (da s).
    ORTENSIA: Signor Marchese,  voi che siete pratico della citt,  fatemi
    il  piacere  di  mandarmi  un  bravo  calzolaro,  perch ho bisogno di
    scarpe.
    MARCHESE: S. Vi mander il mio.
    MIRANDOLINA: (Tutte alla vita;  ma non ce n' uno per la rabbia).  (da
    s).
    ORTENSIA: Caro signor Marchese, favorir tenerci un poco di compagnia.
    DEJANIRA: Favorir a pranzo con noi.
    MARCHESE: S,  volentieri.  (Ehi Mirandolina, non abbiate gelosia, son
    vostro, gi lo sapete).
    MIRANDOLINA:  (S'accomodi  pure:  ho  piacere  che  si  diverta).  (al
    Marchese).
    ORTENSIA: Voi sarete la nostra conversazione.
    DEJANIRA: Non conosciamo nessuno. Non abbiamo altri che voi.
    MARCHESE: Oh care le mie damine! Vi servir di cuore.


    SCENA VENTIDUESIMA.

    (Il CONTE e detti).

    CONTE: Mirandolina, io cercava di voi.
    MIRANDOLINA: Son qui con queste dame.
    CONTE: Dame? M'inchino umilmente.
    ORTENSIA:  Serva  divota.  (Questo    un  guasco  pi badial ("Guasco
    badiale" in gergo vuol dire "un nobile ricco") di quell'altro). (piano
    a Dejanira).
    DEJANIRA: (Ma io non sono buona per  miccheggiare  ("Miccheggiare"  in
    gergo  vuol  dire  "domandar  regali  e  cose  simili")).   (piano  ad
    Ortensia).
    MARCHESE:  (Ehi!   Mostrate  al  Conte  il   fazzoletto).   (piano   a
    Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Osservi,  signor Conte,  il bel regalo che mi ha fatto il
    signor Marchese. (mostra il fazzoletto al Conte).
    CONTE: Oh, me ne rallegro! Bravo, signor Marchese.
    MARCHESE: Eh niente, niente.  Bagattelle.  Riponetelo via;  non voglio
    che lo diciate. Quel che fo, non s'ha da sapere.
    MIRANDOLINA:  (Non  s'ha da sapere,  e me lo fa mostrare.  La superbia
    contrasta con la povert). (da s).
    CONTE: Con licenza  di  queste  dame,  vorrei  dirvi  una  parola.  (a
    Mirandolina).
    ORTENSIA: S'accomodi con libert.
    MARCHESE:   Quel   fazzoletto  in  tasca  lo  manderete  a  male.   (a
    Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Eh, lo riporr nella bambagia, perch non si ammacchi!
    CONTE: Osservate questo piccolo gioiello di diamanti. (a Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Bello assai.
    CONTE: E' compagno degli orecchini che vi ho donato.
    (Ortensia e Dejanira osservano e parlano piano fra loro).
    MIRANDOLINA: Certo  compagno, ma  ancora pi bello.
    MARCHESE: (Sia maledetto il Conte, i suoi diamanti,  i suoi denari,  e
    il suo diavolo che se lo porti). (da s).
    CONTE: Ora,  perch abbiate il fornimento compagno, ecco ch'io vi dono
    il gioiello. (a Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Non lo prendo assolutamente.
    CONTE: Non mi farete questa mala creanza.
    MIRANDOLINA: Oh!  delle male  creanze  non  ne  faccio  mai.  Per  non
    disgustarla, lo prender.
    (Ortensia e Dejanira parlano come sopra,  osservando la generosit del
    Conte).
    MIRANDOLINA: Ah! Che ne dice,  signor Marchese?  Questo gioiello non 
    galante?
    MARCHESE: Nel suo genere il fazzoletto  pi di buon gusto.
    CONTE: S, ma da genere a genere vi  una bella distanza.
    MARCHESE: Bella cosa! Vantarsi in pubblico di una grande spesa.
    CONTE: S, s, voi fate i vostri regali in segreto.
    MIRANDOLINA:  (Posso  ben  dire  con verit questa volta,  che fra due
    litiganti il terzo gode). (da s).
    MARCHESE: E cos, damine mie, sar a pranzo con voi.
    ORTENSIA: Quest'altro signore chi ? (al Conte).
    CONTE: Sono il conte d'Albafiorita, per obbedirvi.
    DEJANIRA: Capperi! E' una famiglia illustre, io la conosco. (anch'ella
    s accosta al Conte).
    CONTE: Sono a' vostri comandi. (a Dejanira).
    ORTENSIA: E' qui alloggiato? (al Conte).
    CONTE: S, signora.
    DEJANIRA: Si trattiene molto? (al Conte).
    CONTE: Credo di s.
    MARCHESE: Signore mie, sarete stanche di stare in piedi,  volete ch'io
    vi serva nella vostra camera?
    ORTENSIA:  Obbligatissima.  (con  disprezzo)  Di  che paese ,  signor
    Conte?
    CONTE: Napolitano.
    ORTENSIA: Oh! Siamo mezzi patriotti. Io sono palermitana.
    DEJANIRA: Io son romana; ma sono stata a Napoli,  e appunto per un mio
    interesse desiderava parlare con un cavaliere napolitano.
    CONTE: Vi servir, signore. Siete sole? Non avete uomini?
    MARCHESE: Ci sono io, signore; e non hanno bisogno di voi.
    ORTENSIA: Siamo sole, signor Conte. Poi vi diremo il perch.
    CONTE: Mirandolina.
    MIRANDOLINA: Signore.
    CONTE:  Fate  preparare  nella  mia  camera  per tre.  Vi degnerete di
    favorirmi? (ad Ortensia e Dejanira).
    ORTENSIA: Riceveremo le vostre finezze.
    MARCHESE: Ma io sono stato invitato da queste dame.
    CONTE: Esse sono padrone di  servirsi  come  comandano,  ma  alla  mia
    piccola tavola in pi di tre non ci si sta.
    MARCHESE: Vorrei veder anche questa...
    ORTENSIA:  Andiamo.  andiamo,  signor  Conte.  Il  signor  Marchese ci
    favorir un'altra volta. (parte).
    DEJANIRA: Signor Marchese,  se trova  il  fazzoletto,  mi  raccomando.
    (parte).
    MARCHESE: Conte, Conte, voi me la pagherete.
    CONTE: Di che vi lagnate?
    MARCHESE: Son chi sono,  e non si tratta cos. Basta... Colei vorrebbe
    un fazzoletto? Un fazzoletto di quella sorta? Non l'avr. Mirandolina,
    tenetelo caro.  Fazzoletti di quella sorta  non  se  ne  trovano.  Dei
    diamanti  se  ne trovano,  ma dei fazzoletti di quella sorta non se ne
    trovano. (parte).
    MIRANDOLINA: (Oh che bel pazzo!) (da s).
    CONTE: Cara Mirandolina,  avrete voi dispiacere ch'io serva queste due
    dame?
    MIRANDOLINA: Niente affatto, signore.
    CONTE:  Lo faccio per voi.  Lo faccio per accrescer utile ed avventori
    alla vostra locanda; per altro io son vostro,  vostro il mio cuore, e
    vostre sono le mie ricchezze, delle quali disponetene liberamente, che
    io vi faccio padrona. (parte).


    SCENA VENTITREESIMA.

    (MIRANDOLINA sola).

    Con tutte le sue ricchezze, con tutti li suoi regali, non arriver mai
    ad innamorarmi;  e molto meno lo far il Marchese colla  sua  ridicola
    protezione.  Se dovessi attaccarmi ad uno di questi due, certamente lo
    farei con quello che spende di pi.  Ma non mi preme  n  dell'uno  n
    dell'altro.  Sono in impegno d'innamorar il cavaliere di Ripafratta, e
    non darei un tal piacere per un  gioiello  il  doppio  pi  grande  di
    questo.  Mi  prover;  non  so  se avr l'abilit che hanno quelle due
    brave comiche, ma mi prover.  Il Conte ed il Marchese,  frattanto che
    con quelle si vanno trattenendo,  mi lasceranno in pace; e potr a mio
    bell'agio trattar col Cavaliere.  Possibile  ch'ei  non  ceda?  Chi  
    quello  che possa resistere ad una donna,  quando le d tempo di poter
    far uso dell'arte sua?  Chi fugge non pu temer d'esser vinto,  ma chi
    si ferma,  chi ascolta,  e se ne compiace, deve o presto o tardi a suo
    dispetto cadere. (parte).




    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA.

    Camera del Cavaliere, con tavola apparecchiata per il pranzo e sedie.

    (Il  CAVALIERE  ed  il  suo  SERVITORE,  poi  FABRIZIO.  Il  CAVALIERE
    passeggia con un libro. FABRIZIO mette la zuppa in tavola).

    FABRIZIO:  Dite  al  vostro padrone,  se vuol restare servito,  che la
    zuppa  in tavola. (al Servitore).
    SERVITORE: Glielo potete dire anche voi. (a Fabrizio).
    FABRIZIO: E' tanto stravagante, che non gli parlo niente volentieri.
    SERVITORE: Eppure non  cattivo.  Non pu veder le  donne,  per  altro
    cogli uomini  dolcissimo.
    FABRIZIO:  (Non  pu  veder le donne?  Povero sciocco!  Non conosce il
    buono). (da s, parte).
    SERVITORE: Illustrissimo, se comanda,  in tavola.
    (Il Cavaliere mette gi il libro e va a sedere a tavola).
    CAVALIERE: Questa mattina parmi che si pranzi prima  del  solito.  (al
    Servitore, mangiando).
    (Il  Servitore  dietro  la  sedia  del  Cavaliere,  col tondo sotto il
    braccio).
    SERVITORE: Questa camera  stata servita prima  di  tutte.  Il  signor
    conte d'Albafiorita strepitava che voleva essere servito il primo,  ma
    la  padrona  ha  voluto  che  si  desse  in  tavola  prima  a  V.   S.
    illustrissima.
    CAVALIERE: Sono obbligato a costei per l'attenzione che mi dimostra.
    SERVITORE: E' una assai compita donna,  illustrissimo.  In tanto mondo
    che ho veduto, non ho trovato una locandiera pi garbata di questa.
    CAVALIERE: Vi piace, eh? (voltandosi un poco indietro).
    SERVITORE: Se non fosse per far torto al mio padrone,  vorrei venire a
    stare con Mirandolina per cameriere.
    CAVALIERE:  Povero  sciocco!  Che cosa vorresti ch'ella facesse di te?
    (Gli d il tondo, ed egli lo muta).
    SERVITORE: Una donna  di  questa  sorta,  la  vorrei  servir  come  un
    cagnolino. (va per un piatto).
    CAVALIERE:  Per  bacco!  Costei  incanta tutti.  Sarebbe da ridere che
    incantasse anche me. Ors, domani me ne vado a Livorno.  S'ingegni per
    oggi,  se  pu,  ma  si assicuri che non sono s debole.  Avanti ch'io
    superi l'avversion per le donne, ci vuol altro.




    SCENA SECONDA.

    (Il SERVITORE col lesso ed un altro piatto, e detto).

    SERVITORE: Ha detto la padrona,  che se non le piacesse il  pollastro,
    le mander un piccione.
    CAVALIERE: Mi piace tutto, E questo che cos'?
    SERVITORE:  Dice  la  padrona,  ch'io  le  sappia  dire  se  a  V.  S.
    illustrissima piace questa salsa, che l'ha fatta ella colle sue mani.
    CAVALIERE: Costei mi obbliga sempre  pi.  (l'assaggia)  E'  preziosa.
    Dille che mi piace, che la ringrazio.
    SERVITORE: Glielo dir, illustrissimo.
    CAVALIERE: Vaglielo a dir subito.
    SERVITORE:  Subito.  (Oh  che  prodigio!  Manda  un  complimento a una
    donna!) (da s, parte).
    CAVALIERE: E' una salsa  squisita.  Non  ho  sentito  la  meglio.  (va
    mangiando)  Certamente,  se  Mirandolina  far  cos,  avr sempre de'
    forestieri.  Buona tavola,  buona biancheria.  E poi non si pu negare
    che non sia gentile; ma quel che pi stimo in lei,  la sincerit. Oh,
    quella  sincerit  pure la bella cosa!  Perch non posso io vedere le
    donne?  Perch sono finte,  bugiarde,  lusinghiere.  Ma  quella  bella
    sincerit...
    SCENA TERZA.

    (Il SERVITORE e detto).

    SERVITORE:  Ringrazia  V.  S.  illustrissima  della  bont  che  ha di
    aggradire le sue debolezze.
    CAVALIERE: Bravo, signor cerimoniere, bravo.
    SERVITORE: Ora sta facendo colle sue mani un altro piatto;  ma non  so
    dire che cosa sia.
    CAVALIERE: Sta facendo?
    SERVITORE: S signore.
    CAVALIERE: Dammi da bere.
    SERVITORE: La servo. (va a prendere da bere).
    CAVALIERE: Ors, con costei bisogner corrispondere con generosit. E'
    troppo compita; bisogna pagare il doppio. Trattarla bene, ma andar via
    presto. (Il Servitore gli presenta da bere).
    CAVALIERE: Il Conte  andato a pranzo? (beve).
    SERVITORE: Illustrissimo s,  in questo momento.  Oggi fa trattamento.
    Ha due dame a tavola con lui.
    CAVALIERE: Due dame? Chi sono?
    SERVITORE: Sono arrivate a questa locanda poche ore sono.  Non so  chi
    sieno.
    CAVALIERE: Le conosceva il Conte?
    SERVITORE:  Credo  di  no;  ma  appena le ha vedute,  le ha invitate a
    pranzo seco.
    CAVALIERE: Che debolezza! Appena vede due donne, subito si attacca. Ed
    esse accettano. E sa il cielo chi sono; ma sieno quali esser vogliono,
    sono donne, e tanto basta. Il Conte si roviner certamente.  Dimmi: il
    Marchese  a tavola?
    SERVITORE: E' uscito di casa, e non si  ancora veduto.
    CAVALIERE: In tavola. (fa mutare il tondo).
    SERVITORE: La servo.
    CAVALIERE: A tavola con due dame!  Oh che bella compagnia!  Colle loro
    smorfie mi farebbero passar l'appetito.


    SCENA QUARTA.

    (MIRANDOLINA con un tondo in mano ed il SERVITORE, e detto).

    MIRANDOLINA: E' permesso?
    CAVALIERE: Chi  l?
    SERVITORE: Comandi.
    CAVALIERE: Leva l quel tondo di mano.
    MIRANDOLINA: Perdoni.  Lasci ch'io abbia l'onore di metterlo in tavola
    colle mie mani. (mette in tavola la vivanda).
    CAVALIERE: Questo non  offizio vostro.
    MIRANDOLINA:  Oh signore,  chi son io?  Una qualche signora?  Sono una
    serva di chi favorisce venire alla mia locanda.
    CAVALIERE: (Che umilt!) (da s).
    MIRANDOLINA: In verit,  non avrei difficolt  di  servire  in  tavola
    tutti,  ma non lo faccio per certi riguardi: non so s'ella mi capisca.
    Da lei vengo senza scrupoli, con franchezza.
    CAVALIERE: Vi ringrazio. Che vivanda  questa?
    MIRANDOLINA: Egli  un intigoletto fatto colle mie mani.
    CAVALIERE: Sar buono. Quando lo avete fatto voi, sar buono.
    MIRANDOLINA: Oh! troppa bont, signore.  Io non so far niente di bene;
    ma bramerei saper fare, per dar nel genio ad un cavalier s compito.
    CAVALIERE: (Domani a Livorno). (da s) Se avete che fare, non istate a
    disagio per me.
    MIRANDOLINA:  Niente,  signore:  la  casa  ben provveduta di cuochi e
    servitori. Avrei piacer di sentire, se quel piatto le d nel genio.
    CAVALIERE: Volentieri, subito. (lo assaggia) Buono,  prezioso.  Oh che
    sapore! Non conosco che cosa sia.
    MIRANDOLINA: Eh,  io, signore, ho de' secreti particolari. Queste mani
    sanno far delle belle cose!
    CAVALIERE: Dammi da bere. (al Servitore, con qualche passione).
    MIRANDOLINA: Dietro questo piatto, signore, bisogna beverlo buono.
    CAVALIERE: Dammi del vino di Borgogna. (al Servitore).
    MIRANDOLINA: Bravissimo.  Il vino di Borgogna  prezioso.  Secondo me,
    per  pasteggiare    il miglior vino che si possa bere.  (Il Servitore
    presenta la bottiglia in tavola con un bicchiere).
    CAVALIERE: Voi siete di buon gusto in tutto.
    MIRANDOLINA: In verit, che poche volte m'inganno.
    CAVALIERE: Eppure questa volta voi v'ingannate.
    MIRANDOLINA: In che, signore?
    CAVALIERE: In credere ch'io meriti d'essere da voi distinto.
    MIRANDOLINA: Eh, signor Cavaliere... (sospirando).
    CAVALIERE: Che cosa c'? Che cosa sono questi sospiri? (alterato).
    MIRANDOLINA: Le dir: delle attenzioni ne uso a tutti,  e mi rattristo
    quando penso che non vi sono che ingrati.
    CAVALIERE: Io non vi sar ingrato. (con placidezza).
    MIRANDOLINA:  Con  lei  non  pretendo  di  acquistar  merito,  facendo
    unicamente il mio dovere.
    CAVALIERE: No, no, conosco benissimo...  Non sono cotanto rozzo quanto
    voi  mi  credete.  Di  me  non  avrete  a dolervi.  (versa il vino nel
    bicchiere).
    MIRANDOLINA: Ma... signore.. io non l'intendo.
    CAVALIERE: Alla vostra salute. (beve).
    MIRANDOLINA: Obbligatissima; mi onora troppo.
    CAVALIERE: Questo vino  prezioso.
    MIRANDOLINA: Il Borgogna  la mia passione.
    CAVALIERE: Se volete, siete padrona. (le offerisce il vino).
    MIRANDOLINA: Oh! Grazie, signore.
    CAVALIERE: Avete pranzato?
    MIRANDOLINA: Illustrissimo s.
    CAVALIERE: Ne volete un bicchierino?
    MIRANDOLINA: Io non merito queste grazie.
    CAVALIERE: Davvero, ve lo do volentieri.
    MIRANDOLINA: Non so che dire. Ricever le sue finezze.
    CAVALIERE: Porta un bicchiere. (al Servitore).
    MIRANDOLINA: No,  no,  se mi permette;  prender  questo.  (prende  il
    bicchiere del Cavaliere).
    CAVALIERE: Oib. Me ne sono servito io.
    MIRANDOLINA: Bever le sue bellezze. (ridendo).
    (Il Servitore mette l'altro bicchiere nella sottocoppa).
    CAVALIERE: Ah galeotta! (versa il vino).
    MIRANDOLINA:  Ma    qualche  tempo  che ho mangiato: ho timore che mi
    faccia male.
    CAVALIERE: Non vi  pericolo.
    MIRANDOLINA: Se mi favorisse un bocconcino di pane...
    CAVALIERE: Volentieri. Tenete. (le d un pezzo di pane).
    (Mirandolina col bicchiere in una mano e nell'altra il pane mostra  di
    stare in disagio e non saper come fare la zuppa).
    CAVALIERE: Voi state in disagio. Volete sedere?
    MIRANDOLINA: Oh! Non son degna di tanto, signore.
    CAVALIERE: Via, via, siamo soli. Portale una sedia. (al Servitore).
    SERVITORE: (Il mio padrone vuol morire: non ha mai fatto altrettanto).
    (da s; va a prendere la sedia).
    MIRANDOLINA:  Se  lo  sapessero il signor Conte ed il signor Marchese,
    povera me!
    CAVALIERE: Perch?
    MIRANDOLINA: Cento volte mi hanno  voluto  obbligare  a  bere  qualche
    cosa, o a mangiare, e non ho mai voluto farlo.
    CAVALIERE: Via, accomodatevi.
    MIRANDOLINA: Per obbedirla. (siede e fa la zuppa nel vino).
    CAVALIERE: Senti.  (al Servitore piano) (Non lo dire a nessuno, che la
    padrona sia stata a sedere alla mia tavola).
    SERVITORE: (Non dubiti).  (piano) (Questa novit  mi  sorprende).  (da
    s).
    MIRANDOLINA:  Alla  salute  di  tutto  quello che d piacere al signor
    Cavaliere.
    CAVALIERE: Vi ringrazio, padroncina garbata.
    MIRANDOLINA: Di questo brindisi alle donne non ne tocca.
    CAVALIERE: No? perch?
    MIRANDOLINA: Perch so che le donne non le pu vedere.
    CAVALIERE: E' vero, non le ho mai potute vedere.
    MIRANDOLINA: Si conservi sempre cos.
    CAVALIERE: Non vorrei... (si guarda dal Servitore).
    MIRANDOLINA: Che cosa, signore?
    CAVALIERE: Sentite.  (le parla nell'orecchio) (Non vorrei che  voi  mi
    faceste mutar natura).
    MIRANDOLINA: Io, signore? Come?
    CAVALIERE: Va via. (al Servitore).
    SERVITORE: Comanda in tavola?
    CAVALIERE: Fammi cucinare due uova, e quando son cotte, portale.
    SERVITORE: Come le comanda le uova?
    CAVALIERE: Come vuoi, spicciati.
    SERVITORE: Ho inteso. (Il padrone si va riscaldando) (da s, parte).
    CAVALIERE: Mirandolina, voi siete una garbata giovane.
    MIRANDOLINA: Oh signore, mi burla.
    CAVALIERE:  Sentite.  Voglio  dirvi  una  cosa  vera,  verissima,  che
    ritorner in vostra gloria.
    MIRANDOLINA: La sentir volentieri.
    CAVALIERE: Voi siete la prima donna di questo mondo,  con cui ho avuto
    la sofferenza di trattar con piacere.
    MIRANDOLINA:  Le dir,  signor Cavaliere: non gi ch'io meriti niente,
    ma  alle  volte  si  danno  questi  sangui  che  s'incontrano.  Questa
    simpatia,  questo genio, si d anche fra persone che non si conoscono.
    Anch'io provo per lei quello che non ho sentito per alcun altro.
    CAVALIERE: Ho paura che voi mi vogliate far perdere la mia quiete.
    MIRANDOLINA: Oh via,  signor Cavaliere,  se  un uomo savio,  operi da
    suo  pari.  Non  dia  nelle  debolezze degli altri.  In verit,  se me
    n'accorgo,  qui non ci vengo pi.  Anch'io mi sento un non so  che  di
    dentro,  che non ho pi sentito; ma non voglio impazzire per uomini, e
    molto meno per uno che ha in odio le donne;  e  che  forse  forse  per
    provarmi,  e  poi  burlarsi  di me,  viene ora con un discorso nuovo a
    tentarmi. Signor Cavaliere, mi favorisca un altro poco di Borgogna.
    CAVALIERE: Eh! Basta... (versa il vino in un bicchiere).
    MIRANDOLINA: (Sta l l per cadere). (da s).
    CAVALIERE: Tenete. (le d il bicchiere col vino).
    MIRANDOLINA: Obbligatissima. Ma ella non beve?
    CAVALIERE: S,  bever.  (Sarebbe meglio che  io  mi  ubbriacassi.  Un
    diavolo  scaccerebbe  l'altro).   (da  s,   versa  il  vino  nel  suo
    bicchiere).
    MIRANDOLINA: Signor Cavaliere. (con vezzo).
    CAVALIERE: Che c'e ?
    MIRANDOLINA: Tocchi.  (gli fa toccare il bicchiere col suo) Che vivano
    i buoni amici. CAVALIERE: Che vivano. (un poco languente).
    MIRANDOLINA: Viva... chi si vuol bene... senza malizia tocchi.
    CAVALIERE: Evviva...


    SCENA QUINTA.

    (Il MARCHESE e detti).

    MARCHESE: Son qui ancor io. E che viva?
    CAVALIERE: Come, signor Marchese? (alterato).
    MARCHESE: Compatite, amico. Ho chiamato. Non c' nessuno.
    MIRANDOLINA: Con sua licenza... (vuol andar via).
    CAVALIERE: Fermatevi. (a Mirandolina) Io non mi prendo con voi cotanta
    libert. (al Marchese).
    MARCHESE: Vi domando scusa.  Siamo amici.  Credeva che foste solo.  Mi
    rallegro vedervi accanto alla nostra  adorabile  padroncina.  Ah!  Che
    dite? Non  un capo d'opera?
    MIRANDOLINA: Signore, io era qui per servire il signor Cavaliere. Mi 
    venuto  un  poco di male,  ed egli mi ha soccorso con un bicchierin di
    Borgogna.
    MARCHESE: E' Borgogna quello? (al Cavaliere).
    CAVALIERE: S,  Borgogna.
    MARCHESE: Ma di quel vero?
    CAVALIERE: Almeno l'ho pagato per tale.
    MARCHESE: Io me n'intendo.  Lasciate che lo senta,  e vi sapr dire se
    , o se non .
    CAVALIERE: Ehi! (chiama).


    SCENA SESTA.

    (Il SERVITORE colle ova e detti).

    CAVALIERE: Un bicchierino al Marchese. (al Servitore).
    MARCHESE:  Non tanto piccolo il bicchierino Il Borgogna non  liquore.
    Per giudicare bisogna beverne a sufficienza.
    SERVITORE: Ecco le ova. (vuol metterle in tavola).
    CAVALIERE: Non voglio altro.
    MARCHESE: Che vivanda  quella?
    CAVALIERE: Ova.
    MARCHESE: Non mi piacciono. (il Servitore le porta via).
    MIRANDOLINA: Signor Marchese, con licenza del signor Cavaliere,  senta
    quell'intingoletto fatto colle mie mani.
    MARCHESE: Oh s.  Ehi.  Una sedia.  (il Servitore gli reca una sedia e
    mette il bicchiere sulla sottocoppa) Una forchetta.
    CAVALIERE: Via, recagli una posata. (il Servitore la va a prendere).
    MIRANDOLINA: Signor Cavaliere, ora sto meglio. Me n'ander. (s'alza).
    MARCHESE: Fatemi il piacere, restate ancora un poco.
    MIRANDOLINA: Ma signore,  ho da attendere a'  fatti  miei;  e  poi  il
    signor Cavaliere...
    MARCHESE: Vi contentate ch'ella resti ancora un poco? (al Cavaliere).
    CAVALIERE: Che volete da lei?
    MARCHESE: Voglio farvi sentire un bicchierino di vin di Cipro che,  da
    che siete al mondo,  non avrete sentito il compagno.  E ho piacere che
    Mirandolina lo senta, e dica il suo parere.
    CAVALIERE:  Via,  per  compiacere  il  signor  Marchese,  restate.  (a
    Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Il signor Marchese mi dispenser.
    MARCHESE: Non volete sentirlo?
    MIRANDOLINA: Un'altra volta, Eccellenza.
    CAVALIERE: Via, restate.
    MIRANDOLINA: Me lo comanda? (al Cavaliere).
    CAVALIERE: Vi dico che restiate.
    MIRANDOLINA: Obbedisco. (siede)
    CAVALIERE: (Mi obbliga sempre pi). (da s).
    MARCHESE: Oh che roba! Oh che intingolo! Oh che odore!  Oh che sapore!
    (mangiando).
    CAVALIERE: (Il Marchese avr gelosia, che siate vicina a me). (piano a
    Mirandolina).
    MIRANDOLINA:  (Non  m'importa  di  lui n poco,  n molto).  (piano al
    Cavaliere).
    CAVALIERE:  (Siete  anche  voi  nemica   degli   uomini?)   (piano   a
    Mirandolina).
    MIRANDOLINA: (Come ella lo  delle donne). (come sopra).
    CAVALIERE:  (Queste  mie  nemiche  si  vanno vendicando di me).  (come
    sopra).
    MIRANDOLINA: (Come, signore?) (come sopra).
    CAVALIERE: (Eh! furba! Voi vedrete benissimo...) (come sopra).
    MARCHESE: Amico, alla vostra salute. (beve il vino di Borgogna).
    CAVALIERE: Ebbene? Come vi pare?
    MARCHESE: Con vostra buona grazia, non val niente.  Sentite il mio vin
    di Cipro.
    CAVALIERE: Ma dov' questo vino di Cipro?
    MARCHESE: L'ho qui, l'ho portato con me, voglio che ce lo godiamo: ma!
     di quello. Eccolo. (tira fuori una bottiglia assai piccola).
    MIRANDOLINA: Per quel che vedo,  signor Marchese, non vuole che il suo
    vino ci vada alla testa.
    MARCHESE: Questo? Si beve a gocce, come lo spirito di melissa. Ehi? Li
    bicchierini. (apre la bottiglia)
    SERVITORE: (Porta de' bicchierini di vino di Cipro).
    MARCHESE: Eh, son troppo grandi.  Non ne avete di pi piccoli?  (copre
    la bottiglia colla mano).
    CAVALIERE: Porta quei da rosolio. (al Servitore).
    MIRANDOLINA: Io credo che basterebbe odorarlo.
    MARCHESE: Uh caro! Ha un odor che consola. (lo annusa).
    SERVITORE: (Porta tre bicchierini sulla sottocoppa).
    MARCHESE:  (Versa  pian  piano  e  non  empie  li bicchierini,  poi lo
    dispensa al Cavaliere, a Mirandolina e l'altro per s, turando bene la
    bottiglia) Che nettare! Che ambrosia! Che manna distillata! (bevendo).
    CAVALIERE: (Che vi pare di questa porcheria?) (a Mirandolina, piano).
    MIRANDOLINA: (Lavature di fiaschi). (al Cavaliere, piano).
    MARCHESE: Ah! Che dite? (al Cavaliere).
    CAVALIERE: Buono, prezioso.
    MARCHESE: Ah! Mirandolina, vi piace?
    MIRANDOLINA: Per me, signore, non posso dissimulare; non mi piace,  lo
    trovo cattivo,  e non posso dir che sia buono. Lodo chi sa fingere. Ma
    chi sa fingere in una cosa, sapr fingere nell'altre ancora.
    CAVALIERE: (Costei mi d un rimprovero;  non capisco il  perch).  (da
    s).
    MARCHESE:  Mirandolina,  voi  di  questa  sorta  di  vini  non  ve  ne
    intendete.  Vi compatisco.  Veramente il fazzoletto che vi ho  donato,
    l'avete  conosciuto  e  vi    piaciuto,  ma  il  vin  di Cipro non lo
    conoscete. (Finisce di bere).
    MIRANDOLINA: (Sente come si vanta?) (al Cavaliere, piano).
    CAVALIERE: (Io non farei cos). (a Mirandolina, piano).
    MIRANDOLINA: (Il di lei vanto sta nel  disprezzare  le  donne).  (come
    sopra).
    CAVALIERE: (E il vostro nel vincere tutti gli uomini). (come sopra).
    MIRANDOLINA: (Tutti no). (con vezzo al Cavaliere, piano).
    CAVALIERE: (Tutti s). (con qualche passione, piano a Mirandolina).
    MARCHESE: Ehi?  Tre bicchierini politi. (al Servitore, il quale glieli
    porta sopra una sottocoppa).
    MIRANDOLINA: Per me non ne voglio pi.
    MARCHESE: No, no, non dubitate: non faccio per voi. (mette del vino di
    Cipro nei tre bicchierini) Galantuomo, con licenza del vostro padrone,
    andate dal conte d'Albafiorita,  e ditegli per parte mia,  forte,  che
    tutti  sentano,  che  lo  prego  di assaggiare un poco del mio vino di
    Cipro.
    SERVITORE: Sar servita.  (Questo non  li  ubbriaca  certo).  (da  s;
    parte).
    CAVALIERE: Marchese, voi siete assai generoso.
    MARCHESE: Io? Domandatelo a Mirandolina.
    MIRANDOLINA: Oh certamente!
    MARCHESE: L'ha veduto il fazzoletto il Cavaliere? (a Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Non lo ha ancora veduto.
    MARCHESE:  Lo  vedrete.  (al  Cavaliere)  Questo poco di balsamo me lo
    salvo per questa sera.  (ripone la  bottiglia  con  un  dito  di  vino
    avanzato).
    MIRANDOLINA: Badi che non gli faccia male, signor Marchese.
    MARCHESE: Eh! Sapete che cosa mi fa male? (a Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Che cosa?
    MARCHESE: I vostri begli occhi.
    MIRANDOLINA: Davvero?
    MARCHESE: Cavaliere mio, io sono innamorato di costei perdutamente.
    CAVALIERE: Me ne dispiace.
    MARCHESE:  Voi  non  avete  mai provato amor per le donne.  Oh,  se lo
    provaste, compatireste ancora me.
    CAVALIERE: S, vi compatisco.
    MARCHESE: E son geloso come una bestia.  La lascio stare vicino a voi,
    perch so chi siete; per altro non lo soffrirei per centomila doppie.
    CAVALIERE: (Costui principia a seccarmi). (da s).
    SCENA SETTIMA.

    (Il SERVITORE con la bottiglia sulla sottocoppa e detti).

    SERVITORE: Il signor Conte ringrazia V.  E.,  e manda una bottiglia di
    vino di Canarie. (al Marchese).
    MARCHESE: Oh, oh,  vorr mettere il suo vin di Canarie col mio vino di
    Cipro?  Lascia  vedere.  Povero  pazzo!  E' una porcheria,  lo conosco
    all'odore. (s'alza, e tiene la bottiglia in mano.
    CAVALIERE: Assaggiatelo prima. (al Marchese).
    MARCHESE: Non voglio assaggiar niente.  Questa  una impertinenza  che
    mi  fa  il  Conte,  compagna di tante altre.  Vuol sempre starmi al di
    sopra.  Vuol  soverchiarmi,  vuol  provocarmi,  per  farmi  far  delle
    bestialit.  Ma  giuro  al  cielo,  ne  far  una che varr per cento.
    Mirandolina, se non lo cacciate via, nasceranno delle cose grandi, s,
    nasceranno delle cose grandi. Colui  un temerario. Io son chi sono, e
    non  voglio  soffrire  simili  affronti.   (parte,   e  porta  via  la
    bottiglia).




    SCENA OTTAVA.


    (Il CAVALIERE, MIRANDOLINA, ed il SERVITORE).

    CAVALIERE: Il povero Marchese  pazzo.
    MIRANDOLINA: Se a caso mai la bile gli facesse male, ha portato via la
    bottiglia per ristorarsi.
    CAVALIERE: E' pazzo, vi dico. E voi lo avete fatto impazzare.
    MIRANDOLINA: Sono di quelle che fanno impazzare gli uomini?
    CAVALIERE: S, voi siete... (con affanno).
    MIRANDOLINA: Signor Cavaliere, con sua licenza. (s'alza).
    CAVALIERE: Fermatevi.
    MIRANDOLINA: Perdoni; io non faccio impazzare nessuno. (andando).
    CAVALIERE: Ascoltatemi. (s'alza ma resta alla tavola).
    MIRANDOLINA: Scusi. (andando).
    CAVALIERE: Fermatevi, vi dico. (con imperio).
    MIRANDOLINA: Che pretende da me? (con alterezza voltandosi).
    CAVALIERE: Nulla. (si confonde) Beviamo un altro bicchier di Borgogna.
    MIRANDOLINA: Via signore, presto, presto, che me ne vada.
    CAVALIERE: Sedete.
    MIRANDOLINA: In piedi, in piedi.
    CAVALIERE: Tenete. (con dolcezza le d il bicchiere).
    MIRANDOLINA: Faccio un brindisi,  e me ne vado subito. Un brindisi che
    mi ha insegnato mia nonna.

    Viva Bacco, e viva Amore:
    L'uno e l'altro ci consola;
    Uno passa per la gola,
    L'altro va dagli occhi al cuore.
    Bevo il vin, cogli occhi poi...
    Faccio quel che fate voi. (parte).


    SCENA NONA.

    (Il CAVALIERE, ed il SERVITORE).

    CAVALIERE: Bravissima,  venite qui: sentite.  Ah  malandrina!  Se  n'
    fuggita.  Se  n'  fuggita,  e  mi  ha  lasciato  cento diavoli che mi
    tormentano.
    SERVITORE: Comanda le frutta in tavola? (al Cavaliere).
    CAVALIERE: Va al diavolo ancor tu.  (il Servitore parte) "Bevo il vin;
    cogli occhi poi,  faccio quel che fate voi?" Che brindisi misterioso 
    questo?  Ah  maladetta,  ti  conosco.  Mi  vuoi  abbattere,   mi  vuoi
    assassinare.  Ma lo fa con tanta grazia! Ma sa cos bene insinuarsi...
    Diavolo, diavolo, me la farai tu vedere? No, ander a Livorno.  Costei
    non  la  voglio  pi  rivedere.  Che  non  mi  venga  pi tra i piedi.
    Maledettissime donne! Dove vi sono donne, lo giuro,  non vi ander mai
    pi. (parte).


    SCENA DECIMA.

    Camera del Conte.

    (Il CONTE D'ALBAFIORITA, ORTENSIA e DEJANIRA).

    CONTE: Il marchese di Forlipopoli  un carattere curiosissimo.  E nato
    nobile, non si pu negare; ma fra suo padre e lui hanno dissipato,  ed
    ora non ha appena da vivere. Tuttavolta gli piace fare il grazioso.
    ORTENSIA: Si vede che vorrebbe essere generoso, ma non ne ha.
    DEJANIRA:  Dona  quel  poco  che  pu,  e  vuole che tutto il mondo lo
    sappia.
    CONTE: Questo sarebbe un bel carattere per una delle vostre commedie.
    ORTENSIA: Aspetti che arrivi la compagnia, e che si vada in teatro,  e
    pu darsi che ce lo godiamo.
    DEJANIRA: Abbiamo noi dei personaggi,  che per imitar i caratteri sono
    fatti a posta.
    CONTE: Ma se volete che ce lo godiamo,  bisogna che con lui seguitiate
    a fingervi dame.
    ORTENSIA: Io lo far certo. Ma Dejanira subito d di bianco.
    DEJANIRA: Mi vien da ridere, quando i gonzi mi credono una signora.
    CONTE: Con me avete fatto bene a scoprirvi.  In questa maniera mi date
    campo di far qualche cosa in vostro vantaggio.
    ORTENSIA: Il signor Conte sar il nostro protettore.
    DEJANIRA: Siamo amiche, goderemo unitamente le di lei grazie.
    CONTE: Vi dir.  Vi parler con  sincerit.  Vi  servir,  dove  potr
    farlo,  ma  ho un certo impegno,  che non mi permetter frequentare la
    vostra casa.
    ORTENSIA: Ha qualche amoretto, signor Conte?
    CONTE: S, ve lo dir in confidenza. La padrona della locanda.
    ORTENSIA: Capperi!  Veramente una gran signora!  Mi maraviglio di lei,
    signor Conte, che si perda con una locandiera.
    DEJANIRA:  Sarebbe  minor male,  che si compiacesse d'impiegare le sue
    finezze per una comica.
    CONTE: Il far all'amor con voi altre, per dirvela, mi piace poco.  Ora
    ci siete, ora non ci siete.
    ORTENSIA:  Non    meglio  cos,  signore?  In  questa  maniera non si
    eternano le amicizie, e gli uomini non si rovinano.
    CONTE: Ma io,  tant',  sono impegnato;  le voglio bene,  e non la vo'
    disgustare.
    DEJANIRA: Ma che cosa ha di buono costei?
    CONTE: Oh! Ha del buono assai.
    ORTENSIA: Ehi, Dejanira. E' bella, rossa. (fa cenno che si belletta).
    CONTE: Ha un grande spirito.
    DEJANIRA: Oh, in materia di spirito, la vorreste metter con noi?
    CONTE: Ora basta. Sia come esser si voglia; Mirandolina mi piace, e se
    volete  la  mia amicizia,  avete a dirne bene altrimenti fate conto di
    non avermi mai conosciuto.
    ORTENSIA: Oh signor Conte,  per me dico  che  Mirandolina    una  dea
    Venere.
    DEJANIRA: S, s, vero. Ha dello spirito, parla bene.
    CONTE: Ora mi date gusto.
    ORTENSIA: Quando non vuol altro, sar servito.
    CONTE:  Oh!  Avete  veduto  quello ch' passato per sala?  (osservando
    dentro la scena).
    ORTENSIA: L'ho veduto.
    CONTE: Quello  un altro bel carattere da commedia.
    ORTENSIA: In che genere?
    CONTE: E' uno che non pu vedere le donne.
    DEJANIRA: Oh che pazzo!
    ORTENSIA: Avr qualche brutta memoria di qualche donna.
    CONTE: Oib; non  mai stato innamorato. Non ha mai voluto trattar con
    donne.  Le sprezza tutte,  e basta  dire  che  egli  disprezza  ancora
    Mirandolina.
    ORTENSIA: Poverino!  Se mi ci mettessi attorno io,  scommetto lo farei
    cambiare opinione.
    DEJANIRA: Veramente una gran cosa!  Questa  un'impresa che la  vorrei
    pigliare sopra di me.
    CONTE: Sentite,  amiche.  Cos per puro divertimento. Se vi d l'animo
    d'innamorarlo, da cavaliere vi faccio un bel regalo.
    ORTENSIA: Io non intendo essere ricompensata per questo: lo  far  per
    mio spasso.
    DEJANIRA: Se il signor Conte vuol usarci qualche finezza,  non l'ha da
    fare per questo. Sinch arrivano i nostri compagni,  ci divertiremo un
    poco.
    CONTE: Dubito che non farete niente.
    ORTENSIA: Signor Conte, ha ben poca stima di noi.
    DEJANIRA:  Non siamo vezzose come Mirandolina;  ma finalmente sappiamo
    qualche poco il viver del mondo.
    CONTE: Volete che lo mandiamo a chiamare?
    ORTENSIA: Faccia come vuole.
    CONTE: Ehi? Chi  di l?


    SCENA UNDICESIMA.

    (Il SERVITORE del Conte, e detti).

    CONTE: Di' al cavaliere di Ripafratta, che favorisca venir da me,  che
    mi preme parlargli. (al Servitore).
    SERVITORE: Nella sua camera so che non c'.
    CONTE: L'ho veduto andar verso la cucina. Lo troverai.
    SERVITORE: Subito. (parte).
    CONTE: (Che mai  andato a far verso la cucina? Scommetto che  andato
    a  strapazzare Mirandolina,  perch gli ha dato mal da mangiare).  (da
    s).
    ORTENSIA: Signor Conte,  io aveva pregato il signor  Marchese  che  mi
    mandasse il suo calzolaro, ma ho paura di non vederlo.
    CONTE: Non pensate altro. Vi servir io.
    DEJANIRA:  A  me aveva il signor Marchese promesso un fazzoletto.  Ma!
    ora me lo porta!
    CONTE: De' fazzoletti ne troveremo.
    DEJANIRA: Egli  che ne avevo proprio di bisogno.
    CONTE: Se questo vi gradisce, siete padrona.  E' pulito.  (le offre il
    suo di seta).
    DEJANIRA: Obbligatissima alle sue finezze.
    CONTE:  Oh!  Ecco  il  Cavaliere.  Sar  meglio  che  sostenghiate  il
    carattere di dame,  per poterlo meglio  obbligare  ad  ascoltarvi  per
    civilt. Ritiratevi un poco indietro; che, se vi vede, fugge.
    ORTENSIA: Come si chiama?
    CONTE: Il cavaliere di Ripafratta, toscano.
    DEJANIRA: Ha moglie?
    CONTE: Non pu vedere le donne.
    ORTENSIA: E' ricco? (ritirandosi).
    CONTE: S. Molto.
    DEJANIRA: E' generoso? (ritirandosi).
    CONTE: Piuttosto.
    DEJANIRA: Venga, venga. (si ritira).
    ORTENSIA: Tempo, e non dubiti. (si ritira).


    SCENA DODICESIMA.

    (Il CAVALIERE e detti).

    CAVALIERE: Conte, siete voi che mi volete?
    CONTE: Si; io v'ho dato il presente incomodo.
    CAVALIERE: Che cosa posso far per servirvi?
    CONTE: Queste due dame hanno bisogno di voi. (gli addita le due donne,
    le quali subito s'avanzano).
    CAVALIERE: Disimpegnatemi. Io non ho tempo di trattenermi.
    ORTENSIA: Signor Cavaliere, non intendo di recargli incomodo.
    DEJANIRA: Una parola in grazia, signor Cavaliere.
    CAVALIERE:  Signore  mie,  vi  supplico  perdonarmi.  Ho  un affare di
    premura.
    ORTENSIA: In due parole vi sbrighiamo.
    DEJANIRA: Due paroline, e non pi, signore.
    CAVALIERE: (Maledettissimo Conte!) (da s).
    CONTE: Caro amico,  due dame che pregano,  vuole  la  civilt  che  si
    ascoltino.
    CAVALIERE:  Perdonate.  In  che  vi  posso servire?  (alle donne,  con
    seriet).
    ORTENSIA: Non siete voi toscano, signore?
    CAVALIERE: S, signora.
    DEJANIRA: Avrete degli amici in Firenze?
    CAVALIERE: Ho degli amici, e ho de' parenti.
    DEJANIRA: Sappiate,  signore...  Amica,  principiate a  dir  voi.  (ad
    Ortensia).
    ORTENSIA: Dir, signor Cavaliere... Sappia che un certo caso...
    CAVALIERE: Via, signore, vi supplico. Ho un affar di premura.
    CONTE: Ors, capisco che la mia presenza vi d soggezione. Confidatevi
    con libert al Cavaliere, ch'io vi levo l'incomodo. (partendo).
    CAVALIERE: No, amico, restate... Sentite...
    CONTE: So il mio dovere. Servo di lor signore. (parte).


    SCENA TREDICESIMA.

    (ORTENSIA, DEJANIRA ed il CAVALIERE).

    ORTENSIA: Favorisca, sediamo.
    CAVALIERE: Scusi, non ho volont di sedere.
    DEJANIRA: Cos rustico colle donne?
    CAVALIERE: Favoriscano dirmi che cosa vogliono.
    ORTENSIA:  Abbiamo bisogno del vostro aiuto,  della vostra protezione,
    della vostra bont.
    CAVALIERE: Che cosa vi  accaduto?
    DEJANIRA: I nostri mariti ci hanno abbandonate.
    CAVALIERE: Abbandonate? Come! Due dame abbandonate?  Chi sono i vostri
    mariti? (con alterezza).
    DEJANIRA: Amica, non vado avanti sicuro. (ad Ortensia).
    ORTENSIA: (E' tanto indiavolato, che or ora mi confondo ancor io). (da
    s).
    CAVALIERE: Signore, vi riverisco. (in atto di partire).
    ORTENSIA: Come! Cos ci trattate?
    DEJANIRA: Un cavaliere tratta cos?
    CAVALIERE:  Perdonatemi.  Io son uno che amo assai la mia pace.  Sento
    due dame abbandonate dai loro mariti.  Qui ci saranno degl'impegni non
    pochi;   io  non  sono  atto  a'  maneggi.  Vivo  a  me  stesso.  Dame
    riveritissime, da me non potete sperare n consiglio, n aiuto.
    ORTENSIA: Oh via, dunque; non lo tenghiamo pi in soggezione il nostro
    amabilissimo cavaliere.
    DEJANIRA: S, parliamogli con sincerit.
    CAVALIERE: Che nuovo linguaggio  questo?
    ORTENSIA: Noi non siamo dame.
    CAVALIERE: No?
    DEJANIRA: Il signor Conte ha voluto farvi uno scherzo.
    CAVALIERE: Lo scherzo  fatto. Vi riverisco. (vuol partire).
    ORTENSIA: Fermatevi un momento.
    CAVALIERE: Che cosa volete?
    DEJANIRA: Degnateci per un momento della vostra amabile conversazione.
    CAVALIERE: Ho che fare. Non posso trattenermi.
    ORTENSIA: Non vi vogliamo gi mangiar mente.
    DEJANIRA: Non vi leveremo la vostra riputazione.
    ORTENSIA: Sappiamo che non potete vedere le donne.
    CAVALIERE: Se lo sapete, l'ho caro. Vi riverisco. (vuol partire).
    ORTENSIA: Ma sentite: noi non siamo donne che possano darvi ombra.
    CAVALIERE: Chi siete?
    ORTENSIA: Diteglielo voi, Dejanira.
    DEJANIRA: Glielo potete dire anche voi.
    CAVALIERE: Via, chi siete?
    ORTENSIA: Siamo due commedianti.
    CAVALIERE: Due commedianti! Parlate, parlate,  che non ho pi paura di
    voi. Sono ben prevenuto in favore dell'arte vostra.
    ORTENSIA: Che vuol dire? Spiegatevi.
    CAVALIERE:  So  che  fingete  in  iscena  e fuori di scena;  e con tal
    prevenzione non ho paura di voi.
    DEJANIRA: Signore, fuori di scena io non so fingere.
    CAVALIERE: Come si chiama ella? La signora Sincera? (a Dejanira).
    DEJANIRA: Io mi chiamo...
    CAVALIERE: E' ella la signora Buonalana? (ad Ortensia).
    ORTENSIA: Caro signor Cavaliere...
    CAVALIERE: Come si diletta di miccheggiare? (ad Ortensia).
     ORTENSIA: Io non sono...
    CAVALIERE: I gonzi come li tratta, padrona mia? (a Dejanira).
    DEJANIRA: Non son di quelle...
    CAVALIERE: Anch'io so parlar in gergo.
    ORTENSIA: Oh  che  caro  signor  Cavaliere!  (vuol  prenderlo  per  un
    braccio).
    CAVALIERE:  Basse  le  cere  ("Le cere" in gergo vuol dire "le mani").
    (dandole nelle mani).
    ORTENSIA: Diamine! Ha pi del contrasto, che del cavaliere.
    CAVALIERE: Contrasto vuol dir contadino.  Vi ho capito.  E vi dir che
    siete due impertinenti.
    DEJANIRA: A me questo?
    ORTENSIA: A una donna della mia sorte?
    CAVALIERE:   Bello  quel  viso  trionfato!   (Vuol  dire  "bellettato,
    lisciato") (ad Ortensia).
    ORTENSIA: (Asino!) (parte).
    CAVALIERE: Bello quel tupp tinto! (a Dejanira).
    DEJANIRA: (Maledetto!) (parte).



    SCENA QUATTORDICESIMA.

    (Il CAVALIERE, poi il di lui SERVITORE).

    CAVALIERE: Ho trovata ben io  la  maniera  di  farle  andare.  Che  si
    pensavano?  Di  tirarmi  nella rete?  Povere sciocche!  Vadano ora dal
    Conte e gli narrino la bella scena.  Se erano dame,  per  rispetto  mi
    conveniva fuggire;  ma quando posso, le donne le strapazzo col maggior
    piacere del mondo. Non ho per potuto strapazzar Mirandolina.  Ella mi
    ha vinto con tanta civilt, che mi trovo obbligato quasi ad amarla. Ma
     donna; non me ne voglio fidare. Voglio andar via. Domani ander via.
    Ma se aspetto a domani?  Se vengo questa sera a dormir a casa,  chi mi
    assicura  che  Mirandolina  non  finisca  di  rovinarmi?  (pensa)  S;
    facciamo una risoluzione da uomo.
    SERVITORE: Signore.
    CAVALIERE: Che cosa vuoi?
    SERVITORE:  Il  signor  Marchese    nella di lei camera che l'aspetta
    perch desidera di parlargli.
    CAVALIERE: Che vuole codesto pazzo?  Denari non  me  ne  cava  pi  di
    sotto.  Che aspetti,  e quando sar stracco di aspettare, se n'ander.
    Va dal cameriere della locanda, e digli che subito porti il mio conto.
    SERVITORE: Sar obbedita. (in atto di partire).
    CAVALIERE: Senti. Fa che da qui a due ore siano pronti i bauli.
    SERVITORE: Vuol partir forse?
    CAVALIERE: S,  portami qui la spada ed  il  cappello,  senza  che  se
    n'accorga il Marchese.
    SERVITORE: Ma se mi vede fare i bauli?
    CAVALIERE: Dica ci che vuole. M'hai inteso.
    SERVITORE:   (Oh,   quanto  mi  dispiace  andar  via,   per  causa  di
    Mirandolina!) (da s, parte).
    CAVALIERE: Eppur  vero.  Io sento nel partire di qui una  dispiacenza
    nuova,  che non ho mai provata.  Tanto peggio per me,  se vi restassi.
    Tanto pi presto mi convien partire. S,  donne,  sempre pi dir male
    di  voi;  s,  voi ci fate del male,  ancora quando ci volete fare del
    bene.


    SCENA QUINDICESIMA.

    (FABRIZIO e detto).

    FABRIZIO: E' vero, signore, che vuole il conto?
    CAVALIERE: Si, l'avete portato?
    FABRIZIO: Adesso la padrona lo fa.
    CAVALIERE: Ella fa i conti?
    FABRIZIO: Oh, sempre ella. Anche quando viveva suo padre.  Scrive e sa
    far di conto meglio di qualche giovane di negozio.
    CAVALIERE: (Che donna singolare  costei!) (da s).
    FABRIZIO: Ma vuo' ella andar via cos presto?
    CAVALIERE: S, cos vogliono i miei affari.
    FABRIZIO: La prego di ricordarsi del cameriere.
    CAVALIERE: Portate il conto, e so quello che devo fare.
    FABRIZIO: Lo vuol qui il conto?
    CAVALIERE: Lo voglio qui; in camera per ora non ci vado.
    FABRIZIO:  Fa  bene;  in  camera  sua  vi   quel seccatore del signor
    Marchese Carino!  Fa l'innamorato della padrona;  ma pu  leccarsi  le
    dita. Mirandolina deve esser mia moglie.
    CAVALIERE: Il conto. (alterato).
    FABRIZIO: La servo subito. (parte).


    SCENA SEDICESIMA.

    (Il CAVALIERE solo).

    Tutti  sono  invaghiti di Mirandolina.  Non  maraviglia,  se ancor lo
    principiava a sentirmi  accendere.  Ma  ander  via;  superer  questa
    incognita  forza...  Che  vedo?  Mirandolina?  Che vuole da me?  Ha un
    foglio in mano.  Mi porter il conto.  Che cosa ho  da  fare?  Convien
    soffrire quest'ultimo assalto. Gi da qui a due ore io parto.


    SCENA DICIASSETTESIMA.

    (MIRANDOLINA con un foglio in mano, e detto).

    MIRANDOLINA: Signore. (mestamente).
    CAVALIERE: Che c', Mirandolina?
    MIRANDOLINA: Perdoni. (stando indietro).
    CAVALIERE: Venite avanti.
    MIRANDOLINA: Ha domandato il suo conto; l'ho servita. (mestamente).
    CAVALIERE: Date qui.
    MIRANDOLINA: Eccolo.  (si asciuga gli occhi col grembiale,  nel dargli
    il conto).
    CAVALIERE: Che avete? Piangete?
    MIRANDOLINA: Niente, signore, mi  andato del fumo negli occhi.
    CAVALIERE: Del fumo negli occhi? Eh! basta... quanto importa il conto?
    (legge) Venti paoli?  In quattro giorni un  trattamento  s  generoso:
    venti paoli?
    MIRANDOLINA: Quello  il suo conto.
    CAVALIERE: E i due piatti particolari che mi avete dato questa mattina
    non ci sono nel conto?
    MIRANDOLINA: Perdoni. Quel ch'io dono, non lo metto in conto.
    CAVALIERE: Me li avete voi regalati?
    MIRANDOLINA: Perdoni la libert.  Gradisca per un atto di... (si copre
    mostrando di piangere).
    CAVALIERE: Ma che avete?
    MIRANDOLINA: Non so se sia il fumo, o qualche flussione di occhi.
    CAVALIERE: Non vorrei che aveste patito, cucinando per me due preziose
    vivande.
    MIRANDOLINA:  Se  fosse  per  questo,  lo  soffrirei...  volentieri...
    (mostra trattenersi di piangere)
    CAVALIERE: (Eh,  se non vado via!) (da se) Ors,  tenete.  Queste sono
    due doppie. Godetele per amor mio... e compatitemi... (s'imbroglia).
    MIRANDOLINA: (Senza parlare cade come svenuta sopra una sedia).
    CAVALIERE: Mirandolina.  Ahim!  Mirandolina.  E' svenuta.  Che  fosse
    innamorata di me?  Ma cos presto? E perch no? Non sono io innamorato
    di lei?  Cara Mirandolina...  Cara?  Io cara ad una  donna?  Ma  se  
    svenuta per me.  Oh,  come tu sei bella! Avessi qualche cosa per farla
    rinvenire. Io che non pratico donne,  non ho spiriti,  non ho ampolle.
    Chi  di l?  Vi  nessuno?  Presto... Ander io. Poverina! Che tu sia
    benedetta! (parte, e poi ritorna).
    MIRANDOLINA: Ora poi  caduto affatto.  Molte  sono  le  nostre  armi,
    colle quali si vincono gli uomini.  Ma quando sono ostinati,  il colpo
    di riserva sicurissimo  uno svenimento. Torna, torna.  (si mette come
    sopra).
    CAVALIERE:  (Torna  con un vaso d'acqua) Eccomi eccomi.  E non  ancor
    rinvenuta.  Ah,  certamente costei mi ama.  (la spruzza ed ella si  va
    movendo) Animo, animo. Son qui, cara. Non partir pi per ora.


    SCENA DICIOTTESIMA.

    (Il SERVITORE colla spada e cappello, e detti).

    SERVITORE: Ecco la spada ed il cappello. (al Cavaliere).
    CAVALIERE: Va via. (al Servitore, con ira).
    SERVITORE: I bauli...
    CAVALIERE: Va via, che tu sia maledetto.
    SERVITORE: Mirandolina...
    CAVALIERE:  Va,  che  ti  spacco la testa.  (lo minaccia col vaso;  il
    Servitore parte) E non rinviene ancora? La fronte le suda.  Via,  cara
    Mirandolina, fatevi coraggio, aprite gli occhi. Parlatemi con libert.


    SCENA DICIANNOVESIMA.

    (Il MARCHESE ed il CONTE, e detti).

    MARCHESE: Cavaliere?
    CONTE: Amico?
    CAVALIERE: (Oh maledetti!) (va smaniando)
    MARCHESE: Mirandolina.
    MIRANDOLINA: Oim! (s'alza).
    MARCHESE: Io l'ho fatta rinvenire.
    CONTE: Mi rallegro, signor Cavaliere.
    MARCHESE: Bravo quel signore, che non pu vedere le donne.
    CAVALIERE: Che impertinenza?
    CONTE: Siete caduto?
    CAVALIERE: Andate al diavolo quanti siete.  (getta il vaso in terra, e
    lo rompe verso il Conte ed il Marchese, e parte furiosamente).
    CONTE: Il Cavaliere  diventato pazzo. (parte).
    MARCHESE: Di questo affronto voglio soddisfazione. (parte)
    MIRANDOLINA: L'impresa  fatta. Il di lui cuore  in fuoco, in fiamma,
    in cenere.  Restami solo,  per compiere la mia vittoria,  che si renda
    pubblico il mio trionfo, a scorno degli uomini presuntuosi, e ad onore
    del nostro sesso. (parte).



















    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA.

    Camera di Mirandolina con tavolino e biancheria da stirare.

    (MIRANDOLINA, poi FABRIZIO).

    MIRANDOLINA: Ors, l'ora del divertimento  passata. Voglio ora badare
    a'  fatti  miei.  Prima che questa biancheria si prosciughi del tutto,
    voglio stirarla. Ehi, Fabrizio.
    FABRIZIO: Signora.
    MIRANDOLINA: Fatemi un piacere. Portatemi il ferro caldo.
    FABRIZIO: Signora s. (con seriet, in atto di partire).
    MIRANDOLINA: Scusate, se do a voi questo disturbo.
    FABRIZIO: Niente,  signora.  Finch io  mangio  il  vostro  pane  sono
    obbligato a servirvi. (vuol partire).
    MIRANDOLINA:  Fermatevi;  sentite:  non  siete obbligato a servirmi in
    queste cose; ma so che per me lo fate volentieri, ed io... basta,  non
    dico altro.
    FABRIZIO: Per me vi porterei l'acqua colle orecchie. Ma vedo che tutto
     gettato via.
    MIRANDOLINA: Perch gettato via? Sono forse un'ingrata?
    FABRIZIO: Voi non degnate i poveri uomini. Vi piace troppo la nobilt.
    MIRANDOLINA:  Uh  povero  pazzo!  Se vi potessi dir tutto!  Via,  via,
    andatemi a pigliar il ferro.
    FABRIZIO: Ma se ho veduto io con questi miei occhi...
    MIRANDOLINA: Andiamo, meno ciarle. Portatemi il ferro.
    FABRIZIO: Vado, vado, vi servir, ma per poco. (andando).
    MIRANDOLINA: Con questi uomini,  pi che loro  si  vuol  bene,  si  fa
    peggio. (mostrando parlar da s, ma per esser sentita).
    FABRIZIO: Che cosa avete detto? (con tenerezza, tornando indietro).
    MIRANDOLINA: Via, mi portate questo ferro?
    FABRIZIO: S,  ve lo porto.  (Non so niente. Ora la mi tira su, ora la
    mi butta gi. Non so niente). (da s, parte).


    SCENA SECONDA.

    (MIRANDOLINA, poi il SERVITORE del Cavaliere).

    MIRANDOLINA: Povero sciocco!  Mi ha da servire a suo marcio  dispetto.
    Mi par di ridere a far che gli uomini facciano a modo mio. E quel caro
    signor Cavaliere,  ch'era tanto nemico delle donne?  Ora,  se volessi,
    sarei padrona di fargli fare qualunque bestialit.
    SERVITORE: Signora Mirandolina.
    MIRANDOLINA: Che c', amico?
    SERVITORE: Il mio padrone la riverisce, e manda a vedere come sta.
    MIRANDOLINA: Ditegli che sto benissimo.
    SERVITORE: Dice cos,  che beva un poco di questo spirito di  melissa,
    che le far assai bene. (le d una boccetta d'oro).
    MIRANDOLINA: E' d'oro questa boccetta?
    SERVITORE: S signora, d'oro, lo so di sicuro.
    MIRANDOLINA: Perch non mi ha dato lo spirito di melissa,  quando mi 
    venuto quell'orribile svenimento?
    SERVITORE: Allora questa boccetta egli non l'aveva.
    MIRANDOLINA: Ed ora come l'ha avuta?
    SERVITORE: Sentite.  In confidenza.  Mi ha mandato ora  a  chiamar  un
    orefice,  l'ha  comprata,  e l'ha pagata dodici zecchini;  e poi mi ha
    mandato dallo speziale a comprar lo spirito. MIRANDOLINA: Ah, ah,  ah.
    (ride).
    SERVITORE: Ridete?
    MIRANDOLINA:  Rido,  perch  mi  manda  il  medicamento,  dopo che son
    guarita del male.
    SERVITORE: Sar buono per un'altra volta.
    MIRANDOLINA: Via,  ne bever un poco per preservativo.  (beve) Tenete,
    ringraziatelo. (gli vuol dar la boccetta).
    SERVITORE: Oh! la boccetta  vostra.
    MIRANDOLINA: Come mia?
    SERVITORE: S. Il padrone l'ha comprata a posta.
    MIRANDOLINA: A posta per me?
    SERVITORE: Per voi, ma zitto.
    MIRANDOLINA: Portategli la sua boccetta, e ditegli che lo ringrazio.
    SERVITORE: Eh via.
    MIRANDOLINA: Vi dico che gliela portiate, che non la voglio.
    SERVITORE: Gli volete far quest'affronto?
    MIRANDOLINA: Meno ciarle. Fate il vostro dovere. Tenete.
    SERVITORE:  Non occorr'altro.  Gliela porter.  (Oh che donna!  Ricusa
    dodici zecchini! Una simile non l'ho pi ritrovata,  e durer fatica a
    trovarla). (da s, parte).


    SCENA TERZA.

    (MIRANDOLINA, poi FABRIZIO).

    MIRANDOLINA: Uh,   cotto, stracotto e biscottato! Ma siccome quel che
    ho fatto con lui, non l'ho fatto per interesse,  voglio ch'ei confessi
    la forza delle donne, senza poter dire che sono interessate e venali.
    FABRIZIO:  Ecco  qui  il  ferro.  (sostenuto,  col ferro da stirare in
    mano).
    MIRANDOLINA: E' ben caldo?
    FABRIZIO: Signora si,  caldo; cos foss'io abbruciato.
    MIRANDOLINA: Che cosa vi  di nuovo?
    FABRIZIO: Questo signor Cavaliere manda le ambasciate, manda i regali.
    Il servitore me l'ha detto.
    MIRANDOLINA: Signor s,  mi ha mandato una  boccettina  d'oro,  ed  io
    gliel'ho rimandata indietro.
    FABRIZIO: Gliel'avete rimandata indietro?
    MIRANDOLINA: S, domandatelo al servitore medesimo.
    FABRIZIO: Perch gliel'avete rimandata indietro?
    MIRANDOLINA:  Perch...  Fabrizio...  non dica...  Ors,  non parliamo
    altro.
    FABRIZIO: Cara Mirandolina, compatitemi.
    MIRANDOLINA: Via, andate, lasciatemi stirare.
    FABRIZIO: Io non v'impedisco di fare...
    MIRANDOLINA: Andatemi a preparare un altro ferro,  e quando    caldo,
    portatelo.
    FABRIZIO: S, vado. Credetemi, che se parlo...
    MIRANDOLINA: Non dite altro. Mi fate venire la rabbia.
    FABRIZIO:  Sto  cheto.  (Ell'  una  testolina bizzarra,  ma le voglio
    bene). (da s, parte).
    MIRANDOLINA: Anche questa   buona.  Mi  faccio  merito  con  Fabrizio
    d'aver ricusata la boccetta d'oro del Cavaliere. Questo vuol dir saper
    vivere,  saper fare,  saper profittare di tutto, con buona grazia, con
    pulizia,  con un poco di disinvoltura.  In materia  d'accortezza,  non
    voglio che si dica ch'io faccio torto al sesso. (va stirando).


    SCENA QUARTA.

    (Il CAVALIERE e detta).

    CAVALIERE:  (Eccola.  Non  ci  volevo  venire,  e  il diavolo mi ci ha
    strascinato). (da s, indietro).
    MIRANDOLINA: (Eccolo,  eccolo).  (lo vede colla  coda  dell'occhio,  e
    stira).
    CAVALIERE: Mirandolina?
    MIRANDOLINA: Oh signor Cavaliere! Serva umilissima. (stirando).
    CAVALIERE: Come state?
    MIRANDOLINA: Benissimo, per servirla. (stirando senza guardarlo).
    CAVALIERE: Ho motivo di dolermi di voi.
    MIRANDOLINA: Perch, signore? (guardandolo un poco).
    CAVALIERE:  Perch  avete  ricusato una piccola boccettina,  che vi ho
    mandato.
    MIRANDOLINA: Che voleva ch'io ne facessi? (stirando).
    CAVALIERE: Servirvene nelle occorrenze.
    MIRANDOLINA: Per grazia del cielo,  non sono soggetta agli svenimenti.
    Mi  accaduto oggi quello che non mi  accaduto mai pi. (stirando).
    CAVALIERE:  Cara  Mirandolina...  non vorrei esser io stato cagione di
    quel funesto accidente.
    MIRANDOLINA: Eh s,  ho timore che ella appunto ne sia stata la causa.
    (stirando).
    CAVALIERE: Io? Davvero? (con passione).
    MIRANDOLINA: Mi ha fatto bere quel maledetto vino di Borgogna, e mi ha
    fatto male. (stirando con rabbia).
    CAVALIERE: Come? Possibile? (rimane mortificato).
    MIRANDOLINA:  E' cos senz'altro.  In camera sua non ci vengo mai pi.
    (stirando).
    CAVALIERE: V'intendo.  In camera mia non ci verrete  pi?  Capisco  il
    mistero.  S,  lo  capisco.  Ma  veniteci,  cara,  che  vi  chiamerete
    contenta. (amoroso).
    MIRANDOLINA: Questo ferro  poco  caldo.  Ehi;  Fabrizio?  se  l'altro
    ferro  caldo, portatelo. (forte verso la scena).
    CAVALIERE: Fatemi questa grazia, tenete questa boccetta.
    MIRANDOLINA: In verit, signor Cavaliere, dei regali io non ne prendo.
    (con disprezzo, stirando).
    CAVALIERE: Li avete pur presi dal conte d'Albafiorita.
    MIRANDOLINA: Per forza. Per non disgustarlo. (stirando).
    CAVALIERE: E vorreste fare a me questo torto? e disgustarmi?
    MIRANDOLINA:  Che  importa  a lei,  che una donna la disgusti?  Gi le
    donne non le pu vedere.
    CAVALIERE: Ah, Mirandolina! ora non posso dire cos.
    MIRANDOLINA: Signor Cavaliere, a che ora fa la luna nuova?
    CAVALIERE: Il mio cambiamento non  lunatico.  Questo    un  prodigio
    della vostra bellezza, della vostra grazia.
    MIRANDOLINA: Ah, ah, ah. (ride forte, e stira).
    CAVALIERE: Ridete?
    MIRANDOLINA: Non vuol che rida? Mi burla, e non vuol ch'io rida?
    CAVALIERE: Eh furbetta! Vi burlo eh? Via, prendete questa boccetta.
    MIRANDOLINA: Grazie, grazie. (stirando).
    CAVALIERE: Prendetela, o mi farete andare in collera.
    MIRANDOLINA: Fabrizio, il ferro. (chiamando forte, con caricatura).
    CAVALIERE: La prendete, o non la prendete? (alterato).
    MIRANDOLINA:  Furia,  furia.  (prende la boccetta,  e con disprezzo la
    getta nel paniere della biancheria).
    CAVALIERE: La gettate cos?
    MIRANDOLINA: Fabrizio! (chiama forte, come sopra).


    SCENA QUINTA.

    (FABRIZIO col ferro, e detti).

    FABRIZIO: Son qua. (vedendo il Cavaliere, s'ingelosisce).
    MIRANDOLINA: E' caldo bene? (prende il ferro).
    FABRIZIO: Signora s. (sostenuto).
    MIRANDOLINA: Che avete,  che  mi  parete  turbato?  (a  Fabrizio,  con
    tenerezza).
    FABRIZIO: Niente, padrona, niente.
    MIRANDOLINA: Avete male? (come sopra).
    FABRIZIO: Datemi l'altro ferro, se volete che lo metta nel fuoco.
    MIRANDOLINA: In verit, ho paura che abbiate male. (come sopra).
    CAVALIERE: Via, dategli il ferro, e che se ne vada.
    MIRANDOLINA: Gli voglio bene, sa ella? E' il mio cameriere fidato. (al
    Cavaliere).
    CAVALIERE: (Non posso pi). (da s, smaniando).
    MIRANDOLINA: Tenete, caro, scaldatelo. (d il ferro a Fabrizio).
    FABRIZIO: Signora padrona... (con tenerezza).
    MIRANDOLINA: Via, via, presto. (lo scaccia).
    FABRIZIO:  (Che  vivere   questo?  Sento che non posso pi).  (da s,
    parte).


    SCENA SESTA.

    (Il CAVALIERE e MIRANDOLINA).

    CAVALIERE: Gran finezze, signora, al suo cameriere!
    MIRANDOLINA: E per questo, che cosa vorrebbe dire?
    CAVALIERE: Si vede che ne siete invaghita.
    MIRANDOLINA: Io innamorata di un cameriere?  Mi fa un bel complimento,
    signore;  non sono di s cattivo gusto io.  Quando volessi amare,  non
    getterei il mio tempo s malamente. (stirando).
    CAVALIERE: Voi meritereste l'amore di un re.
    MIRANDOLINA: Del re di spade, o del re di coppe? (stirando).
    CAVALIERE: Parliamo sul serio, Mirandolina, e lasciamo gli scherzi.
    MIRANDOLINA: Parli pure, che io l'ascolto. (stirando).
    CAVALIERE: Non potreste per un poco lasciar di stirare?
    MIRANDOLINA: Oh perdoni!  Mi preme  allestire  questa  biancheria  per
    domani.
    CAVALIERE: Vi preme dunque quella biancheria pi di me?
    MIRANDOLINA: Sicuro. (stirando).
    CAVALIERE: E ancora lo confermate?
    MIRANDOLINA: Certo. Perch di questa biancheria me ne ho da servire, e
    di lei non posso far capitale di niente. (stirando).
    CAVALIERE: Anzi potete dispor di me con autorit.
    MIRANDOLINA: Eh, che ella non pu vedere le donne.
    CAVALIERE: Non mi tormentate pi. Vi siete vendicata abbastanza. Stimo
    voi, stimo le donne che sono della vostra sorte, se pur ve ne sono. Vi
    stimo, vi amo, e vi domando piet.
    MIRANDOLINA:  S signore,  glielo diremo.  (stirando in fretta,  si fa
    cadere un manicotto).
    CAVALIERE: (Leva di terra il manicotto, e glielo d) Credetemi...
    MIRANDOLINA: Non s'incomodi.
    CAVALIERE: Voi meritate di esser servita.
    MIRANDOLINA: Ah, ah, ah. (ride forte).
    CAVALIERE: Ridete?
    MIRANDOLINA: Rido, perch mi burla.
    CAVALIERE: Mirandolina, non posso pi.
    MIRANDOLINA: Le vien male?
    CAVALIERE: S, mi sento mancare.
    MIRANDOLINA: Tenga il suo spirito di melissa. (gli getta con disprezzo
    la boccetta).
    CAVALIERE: Non mi trattate con tanta asprezza. Credetemi,  vi amo,  ve
    lo giuro. (vuol prenderle la mano, ed ella coi ferro lo scotta) Aim!
    MIRANDOLINA: Perdoni: non l'ho fatto apposta.
    CAVALIERE:  Pazienza!  Questo  niente.  Mi avete fatto una scottatura
    pi grande.
    MIRANDOLINA: Dove, signore?
    CAVALIERE: Nel cuore.
    MIRANDOLINA: Fabrizio. (chiama ridendo).
    CAVALIERE: Per carit, non chiamate colui.
    MIRANDOLINA: Ma se ho bisogno dell'altro ferro.
    CAVALIERE: Aspettate... (ma no...) chiamer il mio servitore.
    MIRANDOLINA: Eh! Fabrizio... (torna chiamar Fabrizio).
    CAVALIERE: Giuro al cielo, se viene colui, gli spacco la testa.
    MIRANDOLINA: Oh, questa  bella! Non mi potr servire della mia gente?
    CAVALIERE: Chiamate un altro: colui non lo posso vedere.
    MIRANDOLINA:  Mi  pare  ch'ella  si  avanzi  un  poco  troppo,  signor
    Cavaliere. (si scosta dal tavolino col ferro in mano).
    CAVALIERE: Compatitemi... son fuor di me.
    MIRANDOLINA: Ander io in cucina, e sar contento.
    CAVALIERE: No, cara, fermatevi.
    MIRANDOLINA: E' una cosa curiosa questa. (passeggiando).
    CAVALIERE: Compatitemi. (le va dietro).
    MIRANDOLINA: Non posso chiamar chi voglio? (passeggia).
    CAVALIERE: Lo confesso. Ho gelosia di colui. (le va dietro).
    MIRANDOLINA: (Mi vien dietro come un cagnolino). (da s passeggiando).
    CAVALIERE: Questa  la prima volta ch'io provo che cosa sia amore.
    MIRANDOLINA: Nessuno mi ha mai comandato. (camminando).
    CAVALIERE: Non intendo di comandarvi: vi prego. (la segue).
    MIRANDOLINA: Che cosa vuole da me? (voltandosi con alterezza).
    CAVALIERE: Amore, compassione, piet.
    MIRANDOLINA:  Un  uomo che stamattina non poteva veder le donne,  oggi
    chiede amore e piet? Non gli abbado,  non pu essere,  non gli credo.
    (Crepa, schiatta, impara a disprezzar le donne). (da s, parte).


    SCENA SETTIMA.

    (CAVALIERE solo).

    Oh  maledetto  il  punto,  in  cui ho principiato a mirar costei!  Son
    caduto nel laccio, e non vi  pi rimedio.


    SCENA OTTAVA.

    (Il MARCHESE e detto).

    MARCHESE: Cavaliere, voi mi avete insultato.
    CAVALIERE: Compatitemi, fu un accidente.
    MARCHESE: Mi maraviglio di voi.
    CAVALIERE: Finalmente il vaso non vi ha colpito.
    MARCHESE: Una gocciola d'acqua mi ha macchiato il vestito.
    CAVALIERE: Torno a dir, compatitemi.
    MARCHESE: Questa  una impertinenza.
    CAVALIERE: Non l'ho fatto apposta. Compatitemi per la terza volta.
    MARCHESE: Voglio soddisfazione.
    CAVALIERE: Se non volete compatirmi, se volete soddisfazione, son qui,
    non ho soggezione di voi.
    MARCHESE: Ho paura che questa macchia non voglia andar via;  questo  
    quello che mi fa andare in collera. (cangiandosi).
    CAVALIERE:  Quando  un  cavaliere vi chiede scusa,  che prentendete di
    pi? (con isdegno).
    MARCHESE: Se non l'avete fatto a malizia, lasciamo andare.
    CAVALIERE: Vi dico, che son capace di darvi qualunque soddisfazione.
    MARCHESE: Via, non parliamo altro.
    CAVALIERE: Cavaliere malnato.
    MARCHESE: Oh questa  bella!  A me  passata la collera,  e voi ve  la
    fate venire.
    CAVALIERE: Ora per l'appunto mi avete trovato in buona luna.
    MARCHESE: Vi compatisco, so che male avete.
    CAVALIERE: I fatti vostri non li ricerco.
    MARCHESE: Signor inimico delle donne, ci siete caduto eh?
    CAVALIERE: Io? Come?
    MARCHESE: Si, siete innamorato...
    CAVALIERE: Sono il diavolo che vi porti.
    MARCHESE: Che serve nascondersi?...
    CAVALIERE:  Lasciatemi  stare,  che giuro al cielo ve ne far pentire.
    (parte).


    SCENA NONA.

    (MARCHESE solo).

    E' innamorato,  si vergogna,  e non vorrebbe che si sapesse.  Ma forse
    non  vorr  che  si sappia,  perch ha paura di me;  avr soggezione a
    dichiararsi per mio rivale.  Mi dispiace assaissimo di questa macchia;
    se  sapessi  come  fare  a levarla!  Queste donne sogliono avere della
    terra da levar le macchie. (osserva nel tavolino e nel paniere). Bella
    questa  boccetta!  Che  sia  d'oro  o  di  princisbech?  Eh,  sar  di
    princisbech:  se  fosse d'oro,  non la lascierebbero qui;  se vi fosse
    dell'acqua della regina,  sarebbe  buona  per  levar  questa  macchia.
    (apre,  odora e gusta) E' spirito di melissa. Tant'e tanto sar buono.
    Voglio provare.


    SCENA DECIMA.

    (DEJANIRA e detto).

    DEJANIRA: Signor Marchese, che fa qui solo? Non favorisce mai?
    MARCHESE: Oh signora Contessa. Veniva or ora per riverirla.
    DEJANIRA: Che cosa stava facendo?
    MARCHESE: Vi dir.  Io sono amantissimo della pulizia.  Voleva  levare
    questa piccola macchia.
    DEJANIRA: Con che, signore?
    MARCHESE: Con questo spirito di melissa.
    DEJANIRA:  Oh perdoni,  lo spirito di melissa non serve,  anzi farebbe
    venire la macchia pi grande.
    MARCHESE: Dunque, come ho da fare?
    DEJANIRA: Ho io un segreto per cavar le macchie.
    MARCHESE: Mi farete piacere a insegnarmelo.
    DEJANIRA: Volentieri.  M'impegno con uno scudo far  andar  via  quella
    macchia, che non si vedr nemmeno dove sia stata.
    MARCHESE: Vi vuole uno scudo?
    DEJANIRA: S, signore, vi pare una grande spesa?
    MARCHESE: E' meglio provare lo spirito di melissa.
    DEJANIRA: Favorisca:  buono quello spirito?
    MARCHESE: Prezioso, sentite. (le d la boccetta).
    DEJANIRA: Oh, io ne so fare del meglio. (assaggiandolo).
    MARCHESE: Sapete fare degli spiriti?
    DEJANIRA: S, signore, mi diletto di tutto.
    MARCHESE: Brava, damina, brava. Cos mi piace.
    DEJANIRA: Sar d'oro questa boccetta?
    MARCHESE:  Non  volete?   E'  oro  sicuro.   (Non  conosce  l'oro  dal
    princisbech). (da s).
    DEJANIRA: E' sua, signor Marchese?
    MARCHESE: E' mia, e vostra se comandate.
    DEJANIRA: Obbligatissima alle sue grazie. (la mette via).
    MARCHESE: Eh! so che scherzate.
    DEJANIRA: Come? Non me l'ha esibita?
    MARCHESE: Non  cosa da vostra pari. E' una bagattella.  Vi servir di
    cosa migliore, se ne avete voglia.
    DEJANIRA: Oh,  mi maraviglio.  E' anche troppo.  La ringrazio,  signor
    Marchese.
    MARCHESE: Sentite. In confidenza. Non  oro. E' princisbech.
    DEJANIRA: Tanto meglio. La stimo pi che se fosse oro. E poi, quel che
    viene dalle sue mani,  tutto prezioso.
    MARCHESE: Basta. Non so che dire: servitevi, se vi degnate.
    (Pazienza!  Bisogner pagarla a Mirandolina.  Che cosa pu valere?  Un
    flippo?) (da s).
    DEJANIRA: Il signor Marchese  un cavalier generoso,
    MARCHESE:  Mi vergogno a regalar queste bagattelle.  Vorrei che quella
    boccetta fosse d'oro.
    DEJANIRA: In verit,  pare propriamente oro.  (la  tira  fuori,  e  la
    osserva) Ognuno s'ingannerebbe.
    MARCHESE: E' vero,  chi non ha pratica dell'oro,  s'inganna;  ma io lo
    conosco subito.
    DEJANIRA: Anche al peso par che sia oro.
    MARCHESE: E pur non  vero.
    DEJANIRA: Voglio farla vedere alla mia compagna.
    MARCHESE: Sentite, signora Contessa, non la fate vedere a Mirandolina.
    E' una ciarliera. Non so se mi capite.
    DEJANIRA: Intendo benissimo. La fo vedere solamente ad Ortensia.
    MARCHESE: Alla Baronessa?
    DEJANIRA: S, s, alla Baronessa. (ridendo parte).


    SCENA UNDICESIMA.

    (Il MARCHESE, poi il SERVITORE del Cavaliere).

    MARCHESE: Credo che se ne rida, perch mi ha levato con quel bel garbo
    la boccettina. Tant'era se fosse stata d'oro. Manco male, che con poco
    l'aggiuster.  Se Mirandolina vorr la sua boccetta,  gliela  pagher,
    quando ne avr.
    SERVITORE: (Cerca sul tavolino) Dove diamine sar questa boccetta?
    MARCHESE: Che cosa cercate, galantuomo?
    SERVITORE:  Cerco  una  boccettina  di spirito di melissa.  La signora
    Mirandolina la vorrebbe.  Dice  che  l'ha  lasciata  qui,  ma  non  la
    ritrovo.
    MARCHESE: Era una boccettina di princisbech?
    SERVITORE: No signore, era d'oro.
    MARCHESE: D'oro?
    SERVITORE:  Certo  che  era  d'oro.  L'ho veduta comprar io per dodici
    zecchini. (cerca).
    MARCHESE: (Oh povero me!) (da s) Ma come lasciar  cos  una  boccetta
    d'oro? SERVITORE: Se l' scordata, ma io non la trovo.
    MARCHESE: Mi pare ancora impossibile che fosse d'oro.
    SERVITORE: Era oro, gli dico. L'ha forse veduta V. E.?
    MARCHESE: Io?... Non ho veduto niente.
    SERVITORE:  Basta.  Le  dir  che  non  la  trovo.  Suo danno.  Doveva
    mettersela in tasca. (parte).


    SCENA DODICESIMA.

    Il MARCHESE, poi il CONTE).

    MARCHESE: Oh povero marchese di Forlipopoli!  Ho donata  una  boccetta
    d'oro, che val dodici zecchini, e l'ho donata per princisbech. Come ho
    da  regolarmi in un caso di tanta importanza?  Se ricupero la boccetta
    dalla Contessa,  mi fo ridicolo presso di lei;  se Mirandolina viene a
    scoprire  ch'io  l'abbia  avuta,    in  pericolo  il mio decoro.  Son
    cavaliere. Devo pagarla. Ma non ho danari.
    CONTE: Che dite, signor Marchese, della bellissima novit?
    MARCHESE: Di qual novit?
    CONTE:  Il  cavaliere  Selvatico,  il  diprezzatore  delle  donne,   
    innamorato di Mirandolina.
    MARCHESE:  L'ho caro.  Conosca suo malgrado il merito di questa donna;
    veda che io non m'invaghisco di chi non merita;  e peni  e  crepi  per
    gastigo della sua impertinenza.
    CONTE: Ma se Mirandolina gli corrisponde?
    MARCHESE: Ci non pu essere.  Ella non far a me questo torto. Sa chi
    sono. Sa cosa ho fatto per lei.
    CONTE: Io ho fatto per essa assai pi di  voi.  Ma  tutto    gettato.
    Mirandolina coltiva il cavaliere di Ripafratta,  ha usato verso di lui
    quelle attenzioni che non ha praticato n a voi,  n a  me;  e  vedesi
    che, colle donne, pi che si sa, meno si merita, e che burlandosi esse
    di chi le adora, corrono dietro a chi le disprezza.
    MARCHESE: Se ci fosse vero... ma non pu essere.
    CONTE: Perch non pu essere?
    MARCHESE: Vorreste mettere il Cavaliere a confronto di me?
    CONTE:  Non  l'avete veduta voi stesso sedere alla di lui tavola?  Con
    noi ha praticato mai un atto di simile confidenza?  A  lui  biancheria
    distinta. Servito in tavola prima di tutti. Le pietanze gliele fa ella
    colle sue mani. I servidori vedono tutto, e parlano. Fabrizio freme di
    gelosia.  E poi quello svenimento, vero o finto che fosse, non  segno
    manifesto d'amore?
    MARCHESE: Come! A lui si fanno gl'intingoli saporiti, e a me carnaccia
    di bue, e minestra di riso lungo? S,   vero,  questo  uno strapazzo
    al mio grado, alla mia condizione.
    CONTE: Ed io che ho speso tanto per lei?
    MARCHESE: Ed io che la regalava continuamente? Le ho fino dato da bere
    di  quel mio vino di Cipro cos prezioso.  Il Cavaliere non avr fatto
    con costei una minima parte di quello che abbiamo fatto noi.
    CONTE: Non dubitate, che anch'egli l'ha regalata.
    MARCHESE: S? Che cosa le ha donato?
    CONTE: Una boccettina d'oro con dello spirito di melissa.
    MARCHESE: (Oim!) (da s) Come lo avete saputo?
    CONTE: Il di lui servidore l'ha detto al mio.
    MARCHESE: (Sempre peggio. Entro in un impegno col Cavaliere). (da s).
    CONTE: Vedo che costei  un'ingrata;  voglio assolutamente  lasciarla.
    Voglio partire or ora, da questa locanda indegna.
    MARCHESE: S, fate bene, andate.
    CONTE:  E  voi  che siete un cavaliere di tanta riputazione,  dovreste
    partire con me.
    MARCHESE: Ma... dove dovrei andare?
    CONTE: Vi trover io un alloggio. Lasciate pensare a me.
    MARCHESE: Quest'alloggio... sar per esempio...
    CONTE: Andremo in casa d'un mio paesano. Non ispenderemo nulla.
    MARCHESE: Basta, siete tanto mio amico, che non posso dirvi di no.
    CONTE: Andiamo, e vendichiamoci di questa femmina sconoscente.
    MARCHESE:  S,  andiamo.  (Ma  come  sar  poi  della  boccetta?   Son
    cavaliere, non posso fare una mal'azione). (da s).
    CONTE:  Non vi pentite,  signor Marchese,  andiamo via di qui.  Fatemi
    questo piacere, e poi comandatemi dove posso, che vi servir.
    MARCHESE: Vi dir.  In confidenza,  ma che nessuno lo sappia.  Il  mio
    fattore mi ritarda qualche volta le mie rimesse...
    CONTE: Le avete forse da dar qualche cosa?
    MARCHESE: S, dodici zecchini.
    CONTE: Dodici zecchini? Bisogna che sia dei mesi, che non pagate.
    MARCHESE:  Cos ,  le devo dodici zecchini.  Non posso di qua partire
    senza pagarla. Se voi mi faceste il piacere...
    CONTE: Volentieri. Eccovi dodici zecchini. (tira fuori la borsa).
    MARCHESE: Aspettate. Ora che mi ricordo, sono tredici. (Voglio rendere
    il suo zecchino anche al Cavaliere). (da s).
    CONTE: Dodici o tredici  lo stesso per me. Tenete.
    MARCHESE: Ve li render quanto prima.
    CONTE: Servitevi quanto vi piace. Danari a me non me ne mancano; e per
    vendicarmi di costei, spenderei mille doppie.
    MARCHESE: S,  veramente  un'ingrata.  Ho speso tanto per lei,  e  mi
    tratta cos.
    CONTE: Voglio rovinare la sua locanda. Ho fatto andar via anche quelle
    due commedianti.
    MARCHESE: Dove sono le commedianti?
    CONTE: Erano qui: Ortensia e Dejanira.
    MARCHESE: Come! Non sono dame?
    CONTE:  No.  Sono  due  comiche.  Sono arrivati i loro compagni,  e la
    favola  terminata.
    MARCHESE: (La mia boccetta!) (da s) Dove sono alloggiate?
    CONTE: In una casa vicino al teatro.
    MARCHESE: (Vado subito a ricuperare le mia boccetta). (da s, parte).
    CONTE: Con costei mi voglio vendicar cos.  Il Cavaliere poi,  che  ha
    saputo  fingere  per  tradirmi,  in altra maniera me ne render conto.
    (parte).


    SCENA TREDICESIMA.

    Camera con tre porte.

    (MIRANDOLINA sola).

    Oh meschina me!  Sono nel brutto impegno!  Se il Cavaliere mi  arriva,
    sto fresca. Si  indiavolato maledettamente. Non vorrei che il diavolo
    lo  tentasse  di  venir qui.  Voglio chiudere questa porta.  (serra la
    porta da dove  venuta) Ora principio quasi a pentirmi di quel che  ho
    fatto.  E'  vero che mi sono assai divertita nel farmi correr dietro a
    tal segno un superbo,  un disprezzator delle  donne;  ma  ora  che  il
    satiro    sulle  furie,  vedo in pericolo la mia riputazione e la mia
    vita medesima.  Qui mi convien risolvere qualche cosa di  grande.  Son
    sola,  non  ho nessuno dal cuore che mi difenda.  Non ci sarebbe altri
    che quel buon uomo di Fabrizio, che in un tal caso mi potesse giovare.
    Gli prometter di sposarlo... Ma... prometti,  prometti,  si stancher
    di  credermi...  Sarebbe  quasi  meglio  ch'io  lo  sposassi  davvero.
    Finalmente con un tal matrimonio posso sperar di mettere al coperto il
    mio interesse e  la  mia  riputazione,  senza  pregiudicare  alla  mia
    libert.


    SCENA QUATTORDICESIMA.

    (Il CAVALIERE di dentro, e detta; poi FABRIZIO).
    (Il CAVALIERE batte per di dentro alla porta).

    MIRANDOLINA: Battono a questa porta: chi sar mai? (s'accosta).
    CAVALIERE: Mirandolina. (di dentro).
    MIRANDOLINA: (L'amico  qui). (da s).
    CAVALIERE: Mirandolina, apritemi. (come sopra).
    MIRANDOLINA:  (Aprirgli?  Non  sono  s  gonza).  Che domanda,  signor
    Cavaliere?
    CAVALIERE: Apritemi. (di dentro).
    MIRANDOLINA: Favorisca andare nella sua camera,  e mi aspetti,  che or
    ora sono da lei.
    CAVALIERE: Perch non volete aprirmi? (come sopra).
    MIRANDOLINA: Arrivano de' forestieri.  Mi faccia questa grazia,  vada,
    che or ora sono da lei.
    CAVALIERE: Vado; se non venite, povera voi. (parte).
    MIRANDOLINA: Se non venite, povera voi! Povera me,  se vi andassi.  La
    cosa va sempre peggio.  Rimediamoci, se si pu. E' andato via? (guarda
    al buco della chiave) S, s,  andato.  Mi aspetta in camera,  ma non
    vi  vado.  Ehi?  Fabrizio.  (ad  un'altra porta) Sarebbe bella che ora
    Fabrizio si vendicasse di me, e non volesse... Oh,  non vi  pericolo.
    Ho  certe manierine,  certe smorfiette,  che bisogna che caschino,  se
    fossero di macigno. Fabrizio. (chiama ad un'altra porta).
    FABRIZIO: Avete chiamato?
    MIRANDOLINA: Venite qui; voglio farvi una confidenza.
    FABRIZIO: Son qui.
    MIRANDOLINA: Sappiate che il cavaliere di  Ripafratta  si    scoperto
    innamorato di me.
    FABRIZIO: Eh, me ne son accorto.
    MIRANDOLINA: S?  Ve ne siete accorto? Io in verit non me ne sono mai
    avveduta.
    FABRIZIO: Povera semplice! Non ve ne siete accorta!  Non avete veduto,
    quando stiravate col ferro,  le smorfie che vi faceva?  La gelosia che
    aveva di me?
    MIRANDOLINA:  Io  che  opero  senza  malizia,   prendo  le  cose   con
    indifferenza.  Basta;  ora  mi  ha dette certe parole,  che in verit,
    Fabrizio, mi hanno fatto arrossire.
    FABRIZIO: Vedete: questo vuol dire  perch  siete  una  giovane  sola,
    senza  padre,  senza  madre,  senza  nessuno.  Se foste maritata,  non
    anderebbe cos.
    MIRANDOLINA: Ors, capisco che dite bene; ho pensato di maritarmi.
    FABRIZIO: Ricordatevi di vostro padre.
    MIRANDOLINA: S, me ne ricordo.


    SCENA QUINDICESIMA.

    (Il CAVALIERE di dentro e detti).
    (Il CAVALIERE batte alla porta dove era prima).

    MIRANDOLINA: Picchiano. (a Fabrizio).
    FABRIZIO: Chi  che picchia? (forte verso la porta).
    CAVALIERE: Apritemi. (di dentro).
    MIRANDOLINA: Il Cavaliere. (a Fabrizio).
    FABRIZIO: Che cosa vuole? (s'accosta per aprirgli).
    MIRANDOLINA: Aspettate ch'io parta.
    FABRIZIO: Di che avete timore?
    MIRANDOLINA: Caro  Fabrizio,  non  so,  ho  paura  della  mia  onest.
    (parte).
    FABRIZIO: Non dubitate, io vi difender.
    CAVALIERE: Apritemi, giuro al cielo. (di dentro).
    FABRIZIO:  Che  comanda,  signore?  Che  strepiti sono questi?  In una
    locanda onorata non si fa cos.
    CAVALIERE: Apri questa porta. (si sente che la sforza).
    FABRIZIO: Cospetto del diavolo! Non vorrei precipitare. Uomini,  chi 
    di l? Non ci  nessuno?




    SCENA SEDICESIMA.

    (Il MARCHESE ed il CONTE dalla porta di mezzo, e detti).

    CONTE: Che c'? (sulla porta).
    MARCHESE: Che rumore  questo? (sulla porta).
    FABRIZIO:  Signori,  li  prego: il signor cavaliere di Ripafratta vuol
    sforzar quella porta. (piano che il Cavaliere non senta).
    CAVALIERE: Aprimi, o la getto abbasso. (di dentro).
    MARCHESE: Che sia diventato pazzo? Andiamo via. (al Conte).
    CONTE: Apritegli.  (a Fabrizio) Ho volont per appunto di  parlar  con
    lui.
    FABRIZIO: Aprir; ma le supplico...
    CONTE: Non dubitate. Siamo qui noi.
    MARCHESE: (Se vedo niente niente, me la colgo). (da s).

    (Fabrizio apre, ed entra il Cavaliere).

    CAVALIERE: Giuro al cielo, dov'?
    FABRIZIO: Chi cerca. signore?
    CAVALIERE: Mirandolina dov'?
    FABRIZIO: Io non lo so.
    MARCHESE: (L'ha con Mirandolina. Non  niente). (da s).
    CAVALIERE: Scellerata,  la trover.  (s'incammina, e scopre il Conte e
    il Marchese).
    CONTE: Con chi l'avete? (al Cavaliere).
    MARCHESE: Cavaliere, noi siamo amici.
    CAVALIERE: (Oim!  Non vorrei per tutto l'oro del mondo che nota fosse
    questa mia debolezza). (da s).
    FABRIZIO: Che cosa vuole, signore, dalla padrona?
    CAVALIERE: A te non devo rendere questi conti.  Quando comando, voglio
    esser servito. Pago i miei denari per questo,  e giuro al cielo,  ella
    avr che fare con me.
    FABRIZIO:  V.  S.  paga  i  suoi  denari per essere servito nelle cose
    lecite e oneste: ma non ha poi da pretendere,  la mi perdoni,  che una
    donna onorata...
    CAVALIERE: Che dici tu? Che sai tu? Tu non entri ne' fatti miei. So io
    quel che ho ordinato a colei.
    FABRIZIO: Le ha ordinato di venire nella sua camera.
    CAVALIERE: Va via, briccone, che ti rompo il cranio.
    FABRIZIO: Mi maraviglio di lei.
    MARCHESE: Zitto. (a Fabrizio).
    CONTE: Andate via. (a Fabrizio).
    CAVALIERE: Vattene via di qui. (a Fabrizio).
    FABRIZIO: Dico, signore... (riscaldandosi).
    MARCHESE: Via.
    CONTE: Via.

    (Lo scacciano via).

    FABRIZIO: (Corpo di bacco!  Ho proprio voglia di precipitare). (da s,
    parte).


    SCENA DICIASSETTESIMA.

    (Il CAVALIERE, il MARCHESE ed il CONTE).

    CAVALIERE: (Indegna! Farmi aspettar nella camera?) (da s).
    MARCHESE: (Che diamine ha?) (piano al Conte).
    CONTE: (Non lo vedete? E' innamorato di Mirandolina).
    CAVALIERE: (E si trattiene con Fabrizio?  E parla seco di matrimonio?)
    (da s).
    CONTE: (Ora  il tempo di vendicarmi).  (da s) Signor Cavaliere,  non
    conviene ridersi delle altrui debolezze,  quando si ha un cuor fragile
    come il vostro.
    CAVALIERE: Di che intendete voi di parlare?
    CONTE: So da che provengono le vostre smanie.
    CAVALIERE: Intendete voi di che parli? (alterato, al Marchese).
    MARCHESE: Amico io non so niente.
    CONTE: Parlo di voi,  che col pretesto di non poter soffrire le donne,
    avete  tentato  rapirmi  il  cuore  di  Mirandolina,  ch'era  gi  mia
    conquista.
    CAVALIERE: Io? (alterato, verso il Marchese).
    MARCHESE: Io non parlo.
    CONTE: Voltatevi a me, a me rispondete. Vi vergognate forse d'aver mal
    proceduto?
    CAVALIERE: Io mi vergogno d'ascoltarvi pi oltre,  senza dirvi che voi
    mentite.
    CONTE: A me una mentita?
    MARCHESE: (La cosa va peggiorando). (da s).
    CAVALIERE: Con qual fondamento potete voi dire?...  (Il Conte  non  sa
    ci che si dica). (al Marchese, irato).
    MARCHESE: Ma io non me ne voglio impicciare.
    CONTE: Voi siete un mentitore.
    MARCHESE: Vado via. (vuol partire).
    CAVALIERE: Fermatevi. (lo trattiene per forza).
    CONTE: E mi renderete conto...
    CAVALIERE:  S,  vi  render  conto...  Datemi  la  vostra spada.  (al
    Marchese).
    MARCHESE: Eh via, acquietatevi tutti due.  Caro Conte,  cosa importa a
    voi che il Cavaliere ami Mirandolina?...
    CAVALIERE: Io l'amo? Non  vero; mente chi lo dice.
    MARCHESE: Mente? La mentita non viene a me. Non sono io che lo dico.
    CAVALIERE: Chi dunque?
    CONTE: Io lo dico e lo sostengo, e non ho soggezione di voi.
    CAVALIERE: Datemi quella spada. (al Marchese).
    MARCHESE: No, dico.
    CAVALIERE: Siete ancora voi mio nemico?
    MARCHESE: Io sono amico di tutti.
    CONTE: Azioni indegne son queste.
    CAVALIERE:  Ah  giuro al cielo!  (leva la spada al Marchese,  la quale
    esce col fodero).
    MARCHESE: Non mi perdete il rispetto. (al Cavaliere).
    CAVALIERE: Se vi chiamate offeso, dar soddisfazione anche a voi.  (al
    Marchese).
    MARCHESE:   Via;   siete  troppo  caldo.   (Mi  dispiace...)  (da  s,
    rammaricandosi).
    CONTE: Io voglio soddisfazione. (si mette in guardia).
    CAVALIERE: Ve la dar. (vuol levar il fodero, e non pu).
    MARCHESE: Quella spada non vi conosce...
    CAVALIERE: Oh maledetta! (sforza per cavarlo).
    MARCHESE: Cavaliere, non farete niente...
    CONTE: Non ho pi sofferenza.
    CAVALIERE: Eccola.  (cava la spada,  e vede essere senza lama)  Che  
    questo?
    MARCHESE: Mi avete rotta la spada.
    CAVALIERE: Il resto dov'? Nel fodero non v' niente.
    MARCHESE:  S,    vero;  l'ho  rotta  nell'ultimo  duello;  non me ne
    ricordavo.
    CAVALIERE: Lasciatemi provveder d'una spada. (al Cante).
    CONTE: Giuro al cielo, non mi fuggirete di mano.
    CAVALIERE: Che fuggire?  Ho cuore di farvi  fronte  anche  con  questo
    pezzo di lama.
    MARCHESE: E' lama di Spagna, non ha paura.
    CONTE: Non tanta bravura, signor gradasso.
    CAVALIERE: S, con questa lama. (s'avventa verso il Conte).
    CONTE: Indietro. (si pone in difesa).




    SCENA DICIOTTESIMA.

    (MIRANDOLINA, FABRIZIO e detti).

    FABRIZIO: Alto, alto, padroni.
    MIRANDOLINA: Alto, signori miei, alto.
    CAVALIERE: (Ah maledetta!) (vedendo Mirandolina).
    MIRANDOLINA: Povera me! Colle spade?
    MARCHESE: Vedete? Per causa vostra.
    MIRANDOLINA: Come per causa mia?
    CONTE: Eccolo l il signor Cavaliere. E' innamorato di voi.
    CAVALIERE: Io innamorato? Non  vero; mentite.
    MIRANDOLINA:  Il  signor  Cavaliere  innamorato di me?  Oh no,  signor
    Conte, ella s'inganna. Posso assicurarla, che certamente s'inganna.
    CONTE: Eh, che siete voi pur d'accordo...
    MARCHESE: Si sa, si vede...
    CAVALIERE: Che si sa? Che si vede? (alterato, verso il Marchese).
    MARCHESE: Dico, che quando , si sa... Quando non , non si vede.
    MIRANDOLINA: Il signor Cavaliere innamorato di me?  Egli  lo  nega,  e
    negandolo  in  presenza  mia,  mi  mortifica,  mi  avvilisce,  e mi fa
    conoscere la sua costanza e la mia debolezza. Confesso il vero, che se
    riuscito mi fosse d'innamorarlo,  avrei creduto  di  fare  la  maggior
    prodezza  del  mondo.  Un  uomo  che  non pu vedere le donne,  che le
    disprezza,   che  le  ha  in  mal  concetto,   non  si   pu   sperare
    d'innamorarlo.  Signori  miei,  io  sono una donna schietta e sincera:
    quando devo dir,  dico,  e non posso  celare  la  verit.  Ho  tentato
    d'innamorare  il  signor Cavaliere,  ma non ho fatto niente.  E' vero,
    signore? Ho fatto, ho fatto, e non ho fatto niente. (al Cavaliere).
    CAVALIERE: (Ah! Non posso parlare). (da s).
    CONTE: Lo vedete? Si confonde. (a Mirandolina).
    MARCHESE: Non ha coraggio di dir di no. (a Mirandolina).
    CAVALIERE: Voi non sapete quel che vi dite. (al Marchese, irato).
    MARCHESE: E sempre l'avete con me. (al Cavaliere, dolcemente).
    MIRANDOLINA: Oh,  il signor Cavaliere non s'innamora.  Conosce l'arte.
    Sa  la furberia delle donne: alle parole non crede;  delle lagrime non
    si fida. Degli svenimenti poi se ne ride.
    CAVALIERE: Sono dunque finte le lagrime delle donne,  sono mendaci gli
    svenimenti?
    MIRANDOLINA: Come! Non lo sa, o finge di non saperlo?
    CAVALIERE: Giuro al cielo!  Una tal finzione meriterebbe uno stile nel
    cuore.
    MIRANDOLINA: Signor Cavaliere, non si riscaldi,  perch questi signori
    diranno ch' innamorato davvero.
    CONTE: S, lo , non lo pu nascondere.
    MARCHESE: Si vede negli occhi.
    CAVALIERE: No, non lo sono. (irato al Marchese).
    MARCHESE: E sempre con me.
    MIRANDOLINA: No signore, non  innamorato. Lo dico, lo sostengo, e son
    pronta a provarlo.
    CAVALIERE: (Non posso pi). (da s) Conte, ad altro tempo mi troverete
    provveduto di spada. (getta via la mezza spada del Marchese).
    MARCHESE: Ehi! la guardia costa denari. (la prende di terra).
    MIRANDOLINA:  Si  fermi,   signor  Cavaliere,  qui  ci  va  della  sua
    riputazione.  Questi signori credono ch'ella sia  innamorato;  bisogna
    disingannarli.
    CAVALIERE: Non vi  questo bisogno.
    MIRANDOLINA: Oh s, signore. Si trattenga un momento.
    CAVALIERE: (Che far intende costei?) (da s).
    MIRANDOLINA:  Signori,  il  pi  certo  segno  d'amore   quello della
    gelosia, e chi non sente la gelosia, certamente non ama.  Se il signor
    Cavaliere mi amasse,  non potrebbe soffrire ch'io fossi d'un altro, ma
    egli lo soffrir, e vedranno...
    CAVALIERE: Di chi volete voi essere?
    MIRANDOLINA: Di quello a cui mi ha destinato mio padre.
    FABRIZIO: Parlate forse di me? (a Mirandolina).
    MIRANDOLINA: S, caro Fabrizio,  a voi in presenza di questi cavalieri
    vo' dar la mano di sposa.
    CAVALIERE:  (Oim!  Con  colui?  non  ho  cuor di soffrirlo).  (da s,
    smaniando).
    CONTE: (Se  sposa  Fabrizio,  non  ama  il  Cavaliere).  (da  s)  S,
    sposatevi, e vi prometto trecento scudi.
    MARCHESE: Mirandolina,   meglio un ovo oggi,  che una gallina domani.
    Sposatevi ora, e vi do subito dodici zecchini.
    MIRANDOLINA: Grazie, signori, non ho bisogno di dote.  Sono una povera
    donna  senza  grazia,  senza  brio,  incapace  d'innamorar  persone di
    merito. Ma Fabrizio mi vuol bene,  ed io in questo punto alla presenza
    loro lo sposo...
    CAVALIERE:  S,   maledetta,   sposati  a  chi  tu  vuoi.  So  che  tu
    m'ingannasti,  so che trionfi dentro di te medesima d'avermi avvilito,
    e  vedo sin dove vuoi cimentare la mia tolleranza.  Meriteresti che io
    pagassi gl'inganni tuoi con un pugnale nel seno;  meriteresti ch'io ti
    strappassi il cuore,  e lo recassi in mostra alle femmine lusinghiere,
    alle femmine ingannatrici.  Ma ci sarebbe un  doppiamente  avvilirmi.
    Fuggo dagli occhi tuoi: maledico le tue lusinghe,  le tue lagrime,  le
    tue finzioni;  tu mi hai fatto conoscere qual  infausto  potere  abbia
    sopra  di noi il tuo sesso,  e mi hai fatto a costo mio imparare,  che
    per vincerlo non basta,  no,  disprezzarlo,  ma ci conviene  fuggirlo.
    (parte).
    SCENA DICIANNOVESIMA.

    (MIRANDOLINA, il CONTE, il MARCHESE e FABRIZIO).

    CONTE: Dica ora di non essere innamorato.
    MARCHESE: Se mi d un'altra mentita, da cavaliere lo sfido.
    MIRANDOLINA: Zitto,  signori,  zitto. E' andato via, e se non torna, e
    se la cosa passa cos,  posso dire di essere  fortunata.  Pur  troppo,
    poverino,  mi    riuscito d'innamorarlo,  e mi son messa ad un brutto
    rischio. No ne vo' saper altro.  Fabrizio,  vien qui,  caro,  dammi la
    mano.
    FABRIZIO: La mano?  Piano un poco,  signora. Vi dilettate di innamorar
    la gente in questa maniera, e credete ch'io vi voglia sposare?
    MIRANDOLINA: Eh via, pazzo!  E' stato uno scherzo,  una bizzarria,  un
    puntiglio.  Ero fanciulla, non avevo nessuno che mi comandasse. Quando
    sar maritata, so io quel che far.
    FABRIZIO: Che cosa farete?


    SCENA ULTIMA.

    (Il SERVITORE del Cavaliere e detti).

    SERVITORE: Signora padrona, prima di partire son venuto a riverirvi.
    MIRANDOLINA: Andate via?
    SERVITORE: S.  Il padrone va alla Posta.  Fa  attaccare;  mi  aspetta
    colla roba, e ce ne andiamo a Livorno.
    MIRANDOLINA: Compatite, se non vi ho fatto...
    SERVITORE: Non ho tempo da trattenermi.  Vi ringrazio, e vi riverisco.
    (parte).
    MIRANDOLINA: Grazie al cielo,   partito.  Mi resta  qualche  rimorso;
    certamente   partito con poco gusto.  Di questi spassi non me ne cavo
    mai pi.
    CONTE: Mirandolina, fanciulla o maritata che siate, sar lo stesso per
    voi.
    MARCHESE: Fate pur capitale della mia protezione.
    MIRANDOLINA: Signori miei,  ora che mi marito,  non voglio protettori,
    non voglio spasimati,  non voglio regali.  Sinora mi sono divertita, e
    ho fatto male, e mi sono arrischiata troppo,  e non lo voglio fare mai
    pi. Questi  mio marito...
    FABRIZIO: Ma piano, signora...
    MIRANDOLINA: Che piano! Che cosa c'? Che difficolt ci sono? Andiamo.
    Datemi quella mano.
    FABRIZIO: Vorrei che facessimo prima i nostri patti.
    MIRANDOLINA: Che patti?  Il patto  questo: o dammi la mano, o vattene
    al tuo paese.
    FABRIZIO: Vi dar la mano... ma poi...
    MIRANDOLINA: Ma poi, s, caro, sar tutta tua; non dubitare di me,  ti
    amer sempre, sarai l'anima mia.
    FABRIZIO: Tenete, cara, non posso pi. (le d la mano).
    MIRANDOLINA: (Anche questa  fatta). (da s).
    CONTE: Mirandolina,  voi siete una gran donna,  voi avete l'abilit di
    condur gli uomini dove volete.
    MARCHESE: Certamente la vostra maniera obbliga infinitamente.
    MIRANDOLINA: Se  vero ch'io possa sperar grazie da lor  signori,  una
    ne chiedo loro per ultimo.
    CONTE: Dite pure.
    MARCHESE: Parlate.
    FABRIZIO: (Che cosa mai adesso domander?) (da s).
    MIRANDOLINA: Le supplico per atto di grazia,  a provvedersi d'un'altra
    locanda.
    FABRIZIO: (Brava; ora vedo che la mi vuol bene). (da s).
    CONTE: S,  vi capisco e vi lodo.  Me n'ander,  ma dovunque  io  sia,
    assicuratevi della mia stima.
    MARCHESE: Ditemi: avete voi perduta una boccettina d'oro?
    MIRANDOLINA: S signore.
    MARCHESE: Eccola qui.  L'ho io ritrovata,  e ve la rendo.  Partir per
    compiacervi, ma in ogni luogo fate pur capitale della mia protezione.
    MIRANDOLINA: Queste  espressioni  mi  saran  care,  nei  limiti  della
    convenienza e dell'onest.  Cambiando stato, voglio cambiar costume; e
    lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto,  in vantaggio  e
    sicurezza  del loro cuore;  e quando mai si trovassero in occasioni di
    dubitare,  di dover cedere,  di dover  cadere,  pensino  alle  malizie
    imparate, e si ricordino della Locandiera.

    Fine della Commedia.

