WALTER BINNI.

Da Carlo Goldoni, in Storia della letterattura italiana, volume sesto, Il
Settecento, Milano, Garzanti, 1968, pp, 730-736.

Posizione del Goldoni nella cultura del Settecento.

Il Goldoni visse le condizioni, le aspirazioni, le idealit dello sviluppo da
preilluminismo a vero e proprio illuminismo, in una misura personale sincera,
ma culturalmente e ideologicamente poco approfondita senza giungere (ch
semmai nel periodo francese, fuori ormai della linea pi attiva della sua
opera poetica, egli pot meglio adeguarsi a una mentalit di pieno
illuminismo) ad una posizione illuministica decisa e pienamente consapevole,
quale fu quella di un Parini, uomo di una generazione successiva e gi
sviluppatasi, prima del Giorno, in una cultura e civilt nettamente
riformatrice e sempre pi illuministica sin nelle direttive del governo
riformatore austriaco e nella vicinanza di collaborazione e discussione con
giovani illuminati della Societ dei Pugni e del Caff.
Al Goldoni manc lo stimolo di una situazione concreta di quel tipo ed egli
oper piuttosto nelle condizioni politico-culturali tanto meno favorevoli
della societ veneta in genere e di Venezia in particolare, non prive certo di
aperture alle nuove idee, ma infrenate dalla posizione di difesa conservatrice
del regime oligarchico e mancanti di saldi gruppi di pensatori e letterati
attivi nella filosofia dei lumi e nella riforma illuministica. Sicch mentre
si deve parlare giustamente per lui di consonanze illuministiche, o
addirittura di illuminismo popolare e medio, e di quel candido liberalismo che
fu definito cos acutamente in lui da un celebre saggio di Nino Valeri non si
pu, senza gravi forzature, costruire un'immagine del Goldoni come illuminista
persuaso e deciso, come rappresentante o addiEittura propagandista di una
precisa riforma sociale (e tanto meno politica), di un chiaro precursore di
idealit democratiche, egualitarie e miranti (non importa se attraverso
riforme od eversione) ad instaurare un ordine nuovo.
Certo gli uomini del periodo rivoluzionario poterono avvertire nella sua opera
(cos piena di spunti egualitari, cos ricca di un senso schietto della
dignit umana, cos aperta a cogliere e seguire aperture di libert di
rapporti e a sottolineare con viva simpatia i lavori della laboriosit
borghese e popolare, il significato letificante dell'onesto esercizio di una
vita attiva e razional-naturale) la voce poetica di temps voisins de la
libert. Ma andare al di l di questo non  lecito, ch altrimenti si rischia
una patente falsificazione della reale figura goldoniana.
E cos ugualmente non si pu scambiare con un preciso programma di riforma
sociale e di poetica sociale come programmatica collaborazione poetica ad un
preciso movimento di riforma integrale dell'ordine sociale, la sua acutissima
sensibilit per le condizioni sociali, per il legame fra carattere individuale
e i suoi connotati sociali, per i mutamenti di generazioni e di condizioni
sociali pur nel ristretto ambito della difficile e viscosa situazione
veneziana.
Cos pi che puntare sulla mediocre commedia Il feudatario in cui lo scatto di
ribellione di qualche contadino (oltretutto tanto pi di maniera di quanto non
siano i vivacissimi personaggi popolari scaturiti dalla sua profonda
esperienza veneziana) si risolve in un facile lieto fine di pacificazione
dovuto al rinsavirsi di un giovane aristocratico scapestrato e prepotente, si
dovr rilevare la pi generale e crescente simpatia goldoniana per un'ideale
situazione di equilibrio, di saggezza umana, di consapevolezza dei limiti
della propria condizione sociale che ben si inscrive in una lata tendenza
storica e in una mentalit latamente illuministica dominata da valori di
rispetto della dignit umana, di riconoscimento della sostanziale comune
natura degli uomini pur nella variet della loro condizione sociale, di
simpatia per quanti in quella sappian vivere relazioni di reciproca
benevolenza e sappiano opporsi alle tentazioni della sopraffazione, della
prepotenza, dell'avido egoismo.
Solo in tale direzione non eversiva e non arditamente e programmaticamente
riformatrice  dato di valorizzare, con pieno rapporto di stimolo alla forza
poetica che ne scaturisce, il forte, schietto amore del Goldoni per gli
uomini, per la loro vita di civile ed umano rapporto, per le loro gioie, per
il loro impegno laborioso, per la loro onest, per i loro diritti alla vita e
alla dignit personale.
Solo in tale direzione  dato anche sottolineare fortemente la novit
goldoniana di caratterizzazione personale-sociale, il risultato di nuovo
schietto realismo (non naturalismo mimetico e fotografico) scaturito nella
mossa, simpatica rappresentazione teatrale di situazioni concrete, non
generiche e standardizzate, nella profonda simpatia per la vita autentica e
nella critica di tutto ci che ad essa si oppone e che si configura
(nell'acuta sensibilit goldoniana alle condizioni sociali) nel rilievo comico
(pi che isolatamente satirico) della chiusura e grettezza della vana boria
dei nobili decaduti e squattrinati (i barnabotti della nobilt veneziana) con
le loro sciocche pretese di privilegi senza nessun corrispettivo di forza e di
funzione effettiva, della prepotenza egoistica e dissoluta di aristocratici
oziosi e viziosi, ma anche della stoltezza di borghesi arricchiti e
pretenziosi, aspiranti ai privilegi pi esterni e colpevoli della classe
nobiliare e persino di popolani che reagiscono ai limiti della loro condizione
non con la dignit e la laboriosit, ma con la furfanteria e l'abbandono a
basse passioni.
In tale prospettiva e nei limiti di una posizione storica senza diretto sfocio
(e tanto meno volont di sfocio) nella distruzione dell'ordine sociale
esistente, si pu e si deve calcolare la forza di acutezza psicologico-sociale
e di simpatia del Goldoni per i nobili di buon gusto, capaci di far valere la
loro situazione privilegiata in favore di una maggiore saggezza e di una pi
libera attivit civile e benefica, per i borghesi e i mercanti onesti, gelosi
della loro onesta reputazione, laboriosi e generosi, per i popolani schietti e
autentici anche nelle loro passeggere risse e baruffe: i gondolieri gelosi
della dignit del loro mestiere e della loro qualit di cittadini della
repubblica, le fanciulle, le mogli, le massere oneste e attente alla loro
virt, i pescatori chiozzotti di cui il poeta nella prefazione delle Baruffe
disse di voler rappresentare i loro costumi e i loro difetti e, mi sia
permesso di dirlo, la loro virt.
Il fatto che le commedie popolari si accrescano nell'ultimo periodo veneziano
vorr confermare, pi che il preciso culmine di un preciso programma legato ad
un'altrettanto precisa diagnosi della situazione veneziana (che avrebbe
portato il Goldoni a perder fiducia nel ceto dei mercanti e dei borghesi e a
sentire il popolo come vera risorsa e riserva di energie della sua citt in
declino), una crescente apertura della sua simpatia umana e poetica (gi viva
del resto per i gondolieri e le putte oneste in commedie giovanili), a strati
che la convenzione teatrale e una concezione reazionaria riteneva bassi e
indegni di rappresentazione teatrale (con l'incentivo della polemica con il
conservatore Gozzi) e che egli sentiva invece parte viva, essenziale di un
vasto tessuto sociale, parte viva, essenziale della vita, anche se il cogidore
autobiografico non mancher di rilevarne con affettuosa curiosit i limiti
della loro stessa incantevole istintivit. E allora, pi che alla luce di un
preciso programma eversivo e combattivo, si potr pur ben capire, alla luce
della crescente forza e apertura di simpatia umana e poetica del Goldoni, il
valore implicito di una tale acquisizione del mondo popolare alla dignit del
teatro e della rappresentazione poetica, si potr capire l'estensione e
l'importanza del candido liberalismo del Goldoni e del suo illuminismo medio e
poco ideologicamente approfondito, ma concretamente vivo e capace di farsi
sostegno di vera poesia.
E tanto pi questa rifiuter giustamente, vera poesia perch veramente
scaturita da una tensione personale accordata con un tempo e una civilt, la
sua riduzione alle forme del teatro puro, dell'alto divertimento
scenico-ritmico senza interna tensione e giustificazione, della sua pura
continuit con la commedia dell'arte dalla cui schematicit e astrattezza
viceversa il Goldoni, in forza della sua tensione umano-poetica, del suo
realismo, della sua sensibilit sociale, della sua fiducia in un mondo vero e
naturale seppe sciogliere il suo teatro pieno di una formidabile vita di
persone e di situazioni, di un'eccezionale carica di realt storicamente e
socialmente connotata, pur recuperando da quella la lezione di ritmo scenico,
di azione scattante e inventiva. Ch la meta alta dell'iter poetico goldoniano
non sono Arlecchino servitore di de padroni o I due gemelli e neppure il
tardo e pur geniale Ventaglio, ma le grandi commedie dell'ultimo periodo
veneziano in cui la perfezione tecnico-teatrale nasce tutta interamente dalla
sua giustificazione interna, dalla forza del mondo portato in teatro, dalla
simpatia poetica per un ritmo vitale prima che teatrale, costretto e perci
poeticamente liberato in situazioni concrete, in spazi e tempi concreti, in
azioni mosse dagli uomini e per gli uomini risolte.
Poeta dell'umano e dei rapporti umani, della poetica simpatia per la vita
nella sua concretezza associata (mai dell'uomo solo o dei suoi problemi
astratti e metafisici), il Goldoni trae la forza del suo grande teatro, della
sua perfezione di ritmo scenico, dalla forza del suo sentimento profondo e
poetico di questa vita di rapporti, di dialogo, di colloquio ora pi
circoscritto in urto e attrito di pochi personaggi pi rilevati e
particolareggiati ora pi aperto e corale, ma sempre bisognoso, per intima
necessit del saldo tessuto di una societ e di una situazione concreta e in
interno movimento, in cui inquietudini e pene non sono assenti, ma sono vinte
e superate da quella umana letizia, da quella lieta energia della vitalit in
movimento che pu ben compensare, anche ammessa la dubbia liceit di tale
richiesta, la mancanza di una divina malinconia che, secondo De Sanctis e
Croce, limiterebbe (ma cos fuori della sua vera realt umana, storica,
poetica) la poesia del Goldoni.
Anche in sede letteraria il Goldoni non ha posizioni eversive n una chiarezza
di poetica che rompa decisamente e clamorosamente con la tradizione, anche
perch la sua cultura  piuttosto limitata e soprattutto teatrale.
Eppure non  accettabile una sua definizione di semplice prosecutore della
riforma arcadica rispetto alla quale anche in sede di letteratura e di
linguaggio troppa  la differenza di livello e di intensit della sua
concreta, attiva prospettiva di poetica, troppa  la novit della sua opera
anche quando e li riprende motivi e programmi che risalgono al Muratori, al
Maffei, al Marcello, ai trattatisti arcadici o ai comici pregoldoniani di
primo Settecento.
Nelle linee pienerali della riforma arcadica Goldoni porta una pienezza di
vita, una forza di simpatia attiva per la vita e per la societ umana che di
fatto le rinnovano e le caricano di un ben diverso valore storico e poetico.
Lo vedremo direttamente parlando della sua riforma.
Ma fin d'ora van fermati chiaramente alcuni punti fondamentali: il profondo
senso che il Goldoni ebbe della realt umana non preventivamente selezionata e
idealizzata, la schiettezza del suo interesse per il naturale, il vero, del
suo amore per le situazioni effettive nel loro limite concreto amato contro
ogni decurtazione ideale e contro ogni svaporamento fantastico e sentimentale,
la intensa ricerca dell'alacrit e spontaneit del movimento e del ritmo della
realt e dentro la realt delle situazioni e dei personaggi sempre connotati
socialmente e umanamente (carattere e ambiente si fondono, pur nelle varie
punte della ricerca poetica, al culmine della prospettiva goldoniana); la
sicurezza e vocazione del dialogo, fino al dialogo concertato e corale che
presuppone un possesso intimo del rapporto umano e civile tanto superiore e
pi maturo della prudente socievolezza arcadica e sorregge il dialogo teatrale
con la poetica intuizione storico-personale appunto di un dialogo preteatrale,
come forma fondamentale di vita tutta realmente immanente e inimmaginabile
fuori dei rapporti e dei nessi fra gli uomini, del cerchio saldo e fervido dei
loro interessi ed affetti.
Cos si capiscono e si possono valorizzare anche certe affermazioni del
Goldoni, fuori del pi precis campo teatrale, quali si ritrovano in una zona
solitamente meno esplorata: quella dei componimenti poetici occasionali e per
lo pi artigianali e commissionati in cui (oltre a tanti elementi che
confrontano la nostra precedente interpretazione della misura umana del
Goldoni) spiccano ironiche dichiarazioni sia contro i residui barocchi (ch la
netta antipatia goldoniana per il barocco sembra prendere di mira anche quanto
di baroccheggiante poteva celarsi entro la stessa rivolta antibarocca operata
dall'Arcadia) soprattutto in nome di una comunicabilit e comprensibilit pi
generale e democratica (Qua no ghe xe metafore o conceti / el stil tuti
l'intende e tuti el sa), sia contro le tentazioni erudite-classicistiche (un
componimento per nozze inizia con una invocazione mitologica, Pronuba omai
discendi / bella dea di Amatunta, ma subito si interrompe dichiarando: la via
che io presi  al mio costume ignota) sia contro la Crusca bersagliata
spessissimo per le sue pretese dell'esclusivit linguistica fiorentina (Per
mieter palme all'apollinea riva / deesi la crusca adoperare ovunque) sia
contro il fare grande pindarico-chiabreresco, di fronte al quale e alle varie
forme arcadiche petrarchistiche e bernesche, il Goldoni afferma sempre pi
chiaramente la sua volont di naturalezza e semplicit, la fedelt del suo
stile al vero: stile che egli sente vicino pi che a quello di qualunque
letterato, allo stile del Longhi.
Ed  cos che la stessa umilt con cui il Goldoni distingue il suo stile
solito sia che parli in prosa o in rima, dai voli poetici sonori, dalla poesia
alta, viene in realt a cambiarsi nella affermazione della sua poetica del
naturale (l'Apollo mio della natura  il lume), e in una certa giustificazione
del valore limitato, ma programmaticamente indicativo di questa stessa
produzione minore volta, nei limiti di occasione notata, all'espressione del
vero nelle sue forme pi umili e quotidiane.
E' su tale direzione che si pu anche meglio spiegare il ricambio effettivo
nell'unitario linguaggio comico goldoniano fra la lingua nazionale e il
dialetto veneziano (magari con la sua variante chiozzotta nella Baruffe) verso
un linguaggio vero e inventato, naturale e poetico che  certo fra le vie
espressive pi originali e moderne della nostra letteratura settecentesca:
senza con ci volere poi nascondere il fatto che viceversa la linea pi
classicistica fu, specie nella direzione pariniana e nell'uso preromantico che
ne fece genialmente l'Alferi, pi centrale e operante e fu pure storicamente
capace di esprimere, entro i limiti della civilt settecentesca, contenuti
vigorosi e nuovi.
Il linguaggio goldoniano, articolato in dialetto, lingua italiana e francese
(soprattutto come linguaggio narrativo-dialogante dei Mmoires) nasce come
risposta a un'esigenza anzitutto di comunicazione e di dialogo, di colloquio
che  esigenza preteatrale e profondamente inserita nella stessa viva
interpretazione goldoniana della spinta settecentesca (gi viva nell'epoca
arcadico-razionalistica e pi sviluppata a met Settecento nell'insorgere
della civilt illuministica) ad una vita di rapporti attuali, presenti,
quotidiani fra uomini concreti, in tempo concreto, in una societ effettiva,
progressivamente liberata da ogni vera tensione al trascendente, persuasa del
fatto che la stessa intimit personale non  mai veramente acquistabile ed
esercitabile se non nella sollecitazione del rapporto con gli altri.
In tal modo si comprende come la stessa riforma teatrale corrisponda a tale
profonda esigenza e irnplichi non la facile continuit fra la commedia
dell'arte e la commedia riformata (o viceversa l'assoluto rifiuto delle
offerte positive della prima), ma un recupero profondo dell'improvviso
teatrale in forme pi interne di spontaneit dialogica e colloquiale che, nel
linguaggio teatrale maturo del Goldoni, vengono risolte nelle forme superiori
e poetiche di un concertato (per usare termini del migliore studioso del
linguaggio goldoniano, il Folena) in cui la concretezza del dialogo come
espressione del contingente, del quotidiano, dello attuale della vita si
esalta in una specie di sublimazione poetica dell'effimero e del fluire della
realt umana della profonda, istintiva e razionale simpatia per la vita.
Tale conquista attuata nel teatro (dove dialetto e lingua italiana convergono
in una condizione di lingua teatrale che sottrae anche la lingua italiana a
ogni esigenza normativa strettamente letteraria) si realizza attraverso il
vivo scambio delle due esperienze di dialetto e lingua (questa accetta dal
primo la sua elementare struttura ipotattica con povert di nessi
subordinativi, quello riprende da quella la tendenza ad un lessico ricco e
neologistico) e culmina, in coerenza con tutta la organica maturazione della
personalit e dell'arte goldoniana, nelle grandi commedie dell'ultimo periodo
veneziano in cui il concertato teatrale  perfetto e traduce la pi profonda
poesia goldoniana nella sua globale e concreta espressione della gioia vitale,
della vita di tutti i giorni.
