/:/ I Rusteghi.

    Presi nel loro complesso, questi  quattro cai sulla giusta ,
al loro primo presentarsi sulla scena, colla loro smorfia, coi loro
gesti, coi loro intercalari, hanno qualche cosa della maschera. So-
no le quattro maschere dei Vecchi della Commedia dell'Arte: quei
Vecchi, su cui Goldoni si  sempre con tanta compiacenza ferma-
to. Ma per poco che si guardino, sotto queste maschere si ricono-
scono quattro uomini; ed  qui dove la concordia diventa discor-
de. Ancora una volta -- n mai forse come questa volta -- il
ridicolo comune assimila senza annullare. Certo non ognuno dei
quattro si distingue cos nettamente dagli altri come Canciano, il
rustico umiliato. Le caratteristiche degli altri sono assai meno
intuitive: ma solo perch la commedia non ha ragione di metter-
le altrettanto in luce. Il rustico Lunardo  nelle sue collere alme-
no tanto espansivo e violento, quanto Simone  chiuso e freddo.
L'uno vuol vincere colla furia, l'altro colla flemma. Quanto al
rustico Maurizio, egli si distingue da tutti gli altri per il suo
egoismo autoritario. Forse perch non ha moglie, ha fatto del fi-
glio l'unico oggetto della sua passione di tirannia. Nel momento
deile nozze il suo grido dell'anima  questo:  Varda ben che, an-
ca se ti te maridi, voggio che ti me usi l'istessa ubbidienza, e che
ti dipendi da mi . Terr soggiogato il figlio, soggiogher la nuo-
ra; e per poco che Filippetto abbia la stoffa di Pellegrino, egli ha
gi tutti i numeri per diventare Todaro brontolon.
    Eppure, appena il quartetto si  risolto innanzi a noi nei
suoi elementi, subito si ricompone, non pi forse in virt del
ridicolo comune, ma in virt di una comune qualit. Si direbbe
anzi che queste maschere non si umanizzino tanto per i tratti spe-
cifici onde si distinguono l'una dall'altra, quanto per l'umanit stes-
sa del poeta che  in tutte trasfusa. In nessun altro carattere forse
del mondo poetico goldoniano, si sente come qui la personalit
intima di Goldoni, che, prima di annullarsi,  passata dappertutto
e ha di s tutto compenetrato. Con tutte le loro malegrazie, coi
loro cospetti e colle loro minacce, nessuno dei quattro  malefico.
Sono tutti innocui, come il poeta li ha voluti. 
    Pi si studiano i Rusteghi e pi si sente che, in onta ad ogni con-
traria apparenza, il carattere del burbero benefico, che fu sempre il
gran sogno di Goldoni, il sogno che egli realizzer nel suo tramonto
parigino, aveva gi qui i suoi germi in tutti e quattro questi vecchi. 

   La loro avversione per le mode del secolo in fondo  fatta tut-
ta di amore: l'amore nostalgico del buon tempo antico. Essi tuo-
nano,  vero, contro le mamme della giornata che vantano in con-
versazione alle amiche i meriti dei loro rampolli:  No digo per
dir, ma el sa far de tutto; el balla; el zoga le carte, el fa dei so-
netti, el g'ha la morosa, el dise che el se vol maridar , ma solo
perch sono innamorati del tempo in cui i figli non facevano n
pi n manco di quel che volevano i padri. Sono i venezianis-
simi appassionati di una Venezia che a poco a poco non ha pi
veneziani, e perch in fondo sono un poco poeti, hanno fin dal
principio, come tutti i poeti, partita perduta. Tanto pi che si sa
bene che cosa vuol dire essere poeti quando gli avversari sono
donne. Poich la commedia dei salvadeghi, chi ben guardi,  tut-
ta attraversata dalla sottocommedia delle desmesteghe; e in que-
sto contrasto, comico sempre, ma a volte anche serio,  tutto il
senso dell'opera.
   Questa sottocommedia guardata in se stessa, nel suo interno,
 tutta costruita sul materiale che pi di frequente ricorre nel
mondo femminile goldoniano. Maldicenze, gelosie, invidie, punti-
gli, baruffe. E non  un caso che qui Goldoni--con un esempio
pi unico che raro-- abbia rinunciato a sceneggiare servi e ser-
vette. Infatti i tre di cui la commedia fa cenno, il servitore di
Maurizio, la serva di Lunardo e quella di Simone, non compaio-
no affatto sulla scena. Evidentemente Goldoni pensava che il
pettegolezzo avesse qui gi di per s la materia pi abbondante
e pi ghiotta. C' infatti gi in prima linea il dissidio classico fra
figliastra e matrigna. Margarita, pure essendo tutt'altro che cat-
tiva di cuore, invidia probabilmente alla tanciulla la freschezza
dei suoi anni. Forse quella ragazzona diciottenne in casa le d fa-
stidio; essa la chiama figlia con la bocca stretta, e quando la figlia
le dice  siora madre  ha paura che essa le faccia crescere gli an-
ni. Infatti, quando parla di Lucietta colle amiche, non risparmia
qualche malignit per metterla in una luce che non  la migliore;
le trova catarri e magagne; la chiama ingrata, altera e sofistica.
D'altra parte Lucietta esagera nel credersi perseguitata. Ci che
viene da Margarita le pare sempre sospetto; le cascate che costei
le offre, le sembrano  scovoli da lavar i piatti ; la collana di
perle, una raccolta di rottami d'et indefinita. Basta che la matri-
gna le assicuri che quei vezzi le stanno bene, perch ella tiri fuo-
ri lo specchio, temendo un inganno. Tutte le obiezioni che Marga-
rita affaccia al pericoloso stratagemma proposto da siora Felice,
Lucietta le interpreta come altrettanti ostacoli trovati a suo danno
Cosicch l'una e l'altra, o per sospetto, o per ritorsione, sono
sempre su piede di guerra. Ma oltre a questo dissidio, ci sono le
solite gelosie, i soliti pettegolezzi fra amiche. Marina e Margarita
hanno invidia di Felice che va a far visita in tabarrin e coll'ar-
gento a sguazzo, mentre esse sono tutt'al pi in andri. Inoltre
Felice tiene il marito a bacchetta e si fa servire dal cicisbeo, men-
tre esse sono ognuna tiranneggiate da un tanghero incivile. Sen-
nonch tra Marina e Margarita regna tutt'altro che armonia, spe-
cialmente per colpa di Marina che invidia l'altra, assai pi bella
e pi giovane di lei. La invidia, e non risparmia occasione di sfo-
gare il suo dispetto; e, non contenta di metter su Lunardo contro
di lei, inasprisce anche Lucietta, tanto che nella brevissima assen-
za di Margarita nella nona scena del secondo atto, con una tro-
vata degna di Don Marzio, insinua che la matrigna, essendole toc-
cato un marito vecchio, si rode perch alla figliastra ne tocchi uno
giovane. E l'aria di pettegolezzo di quella concitata scenetta avvol-
ge a tal punto le tre donne che perfino la saggia Felice butta le-
gna sul fuoco.
   Prese insieme, Margarita coll'ostinazione delle sue collere ag-
gressive, Marina colla bassa furberia proveniente dalla sua stessa
balordaggine, e Lucietta coll'accortezza della sua ingenuit, ba-
sterebbero da sole, anche senza il contributo di Siora Felice, a
far prevalere la loro commedia sulla commedia dei rusteghi. Se
insomma, per ipotesi, Marina riuscisse a mantenere col concorso
delle altre due, la mezza promessa fatta a Filippetto--prima del-
la visita di Siora Felice -- di fargli vedere Lucietta, senza alcun
dubbio i rusteghi alla fine cederebbero. In fondo le loro minacce
non hanno mai avuto un serio effetto. Una volta sola, proprio
quando scopre lo scandalo, Lunardo fa per slanciarsi su Margarita.
Fa per slanciarsi ma non si slancia; e se Simone e Canciano lo
trascinano via si pu giurare che egli non ne  troppo malcon-
tento. E anche Maurizio si limita a dire a Filippetto:  A casa la
giustaremo- e chi sa che colla strada di mezzo la collera non ab-
bia il tempo di sbollire. Del resto nei dissidi quotidiani tanto Ma-
trna quanto Margarita non cedono che quando vogliono. Se Si-
mone dice a Marina tantin ella risponde tanton; e se Lunardo di-
ce  Siora Margarita, la gh'abbia giudizio! , ella gli risponde:
Sior Lunardo no la me stuzzega!  Toccate sul sodo, resistono
a tutta oltranza; e quando i mariti le vogliono costringere a to-
gliersi gli abiti di gala, non solo non ubbidiscono, ma si ridono
della pretesa e di chi la mette in campo. La prova del fuoco del
resto si ha nel terzetto con cui si apre l'ultimo atto. Siora Felice
non  ancora intervenuta; anzi, ha gi fatto il male, ma non ha
messo ancora in opera il rimedio. Eppure tutte le proposte di
vendetta sono l'una dopo l'altra immediatamente scartate. I pi
seri propositi sfumano nelle solite nostalgie accorate. Gi vinto,
Simone borbotta:  Ma no saravela una contentezza, aver una
muggier bona, quieta, ubbidiente; no saravela una consolazion? 
e Lunardo, vinto anche lui, rincalza:  Mi l'ho provada una vol-
ta; la mia prima, poveretta, la giera un angelo; questa la xe un
basilisco . E infine concludono che il meglio  di godersi queste
mogli coscome sono. Qui si riaffaccia uno dei problemi dominan-
ti nel mondo poetico goldoniano. La donna  un male immedicato
e inevitabile. Sotto la comicit goldoniana spunta l'amari aliquid
del pensiero biblico. Non per niente, quando Lunardo ha detto
a chi dise donna dise danno  Simone ha sentito il bisogno di ab-
bracciarlo. Lo abbraccia ridendo, ma non  facile dire se in quel
riso non affiori qualche commozione segreta. duro riconoscere i
difetti, gli inguaribili difetti, della nostra compagna, sentirsene
offesi e sentire nello stesso tempo che non si pu fare a meno di
lei. Ma qui il problema si risolve nel suo senso pi disperata-
mente definitivo. Si risolve in quanto si mette in luce per sem-
pre la sua insolubilit. Piuttosto che restar soli conviene cedere:
ridursi piuttosto uno dei tanti mariti scempdel mondo goldo-
niano, come il Don Policarpio della sposa sagace, come il Gaspero
delle Donne de casa soa, o addirittura come quel  can barbino 
del loro compare Canciano. Da cui del resto sono assai meno lon-
tani di quel che possa parere; e forse Goldoni non ha mai avuto
una cos acuta comprensione critica dei suoi personaggi come quan-
do ha lasciato intendere nelle sue Memorie che Lunardo e Simo-
ne, se avessero trovato mogli meno fastidiose, avrebbero sacrifi-
cato ad esse la loro stessa rusticit.
   Per tutto questo dunque la partita, anche senza Siora Felice,
per i rusteghi sarebbe stata perduta. Siora Felice, insomma, non
ha compiuto in verit nessuna conversione, nessun miracolo. E
anche di qui s'intende come male s'appongano coloro che chiama-
no i Rusteghi una commedia d'intrigo. Mai, come qui, l'intrigo 
una pura posizione del carattere. E certo di tutte le commedie
goldoniane nessuna  cos strettamente di carattere come questa.
Sennonch una soluzione siffatta noA sarebbe potuta piacere
a Goldoni. Tutte le volte che una commedia aveva in s elementi
onde il ridicolo potesse essere vinto dal virtuoso. Goldoni non
permise che il ridicolo fosse vinto dal ridicolo. E qui al consegui-
mento del fine c'era una materia magnifica nel personaggio di
siora Felice. Siora Felice non rappresenta certo quel virtuoso che
i rusteghi avrebbero voluto trovare nelle loro consorti: il virtuoso
della prima moglie di Lunardo, l'agnello che egli contrappone al
basilisco che l'ha sostituita. Essa rappresenta il classico virtuoso
goldoniano della moglie manierosa e accorta, onorata e civile. Ma
qui si compie il miracolo: un miracolo ben pi grande della con-
versione dei rusteghi Quel virtuoso che altrove spesso c'infasti-
disce, e a volte, come nel Ridolfo della Bottega del caff, ci offen-
de, qui diventa una forza della commedia, perch si fonde miraco-
losamente col ridicolo. Siora Felice anzi esprime, in un col virtuo-
so e indissolubilmente da esso, due ridicoli: quello della moglie
tiranna e quello della donna di maneggio. Dopo averci fatto ride-
re nel primo atto per il modo con cui tratta il povero Canciano, ci
fa ridere nel secondo per il trucco che essa inscena: un trucco che
--fra parentesi--d modo al poeta di metter in luce due altri
caratteri, sia pure di secondo piano: quello di Filippetto, un Flo-
rindo timido e goffo, e quello di Riccardo, il solito forestiero in-
namorato della Venezia carnevalesca, onesto cicisbeo, stilizzato
cavaliere d'onore.
    Per questi ruoli di ridicolo che si esprimono in Siora Felice
con tanta vivacit e con tanta chiarezza, convinti che non abbia-
mo da fare con una comoda astrazione del poeta, ma con una per-
sona viva, non ci lasciamo mettere in sospetto dalla sua eloquen-
za. Fin dal principio del resto della seconda scena del terzo atto,
tutto appare cos armonicamente fuso in lei, che non sappiamo
bene s'ella sia l per farci ridere a spese di Canciano o per placare
sul serio i rusteghi. E il gioco le riesce cos bene, che a una certa
svolta del discorso ci sentiamo inteneriti senza possibilit di di-
fesa, proprio come sta per accadere a Lunardo. In verit, io ven-
derei volentieri tutte le commedie sentimentali di Goldoni per le
parole semplici che, a proposito di Lucietta, Felice sa trovare:
 Seu siguro, vegnimo a dir el merito, che el putto el gh'abbia
da piaser? E se nol ghe piasesse? Una putta arlevada alla casa-
lina, con un mario, fio d'un pare salvadego, sul vostro andar, che
vita doveravela far?  Il limite  raggiunto tanto che, se la com-
media ha un piccolo neo, questo si avverte nel patetico delle paro-
le di Margarita dell'ultima scena, che non ci possono pi commuo-
vere perch hanno il torto di arrivare in ritardo. I rusteghi intan-
to restano presi da una specie di tenerezza rabbiosa, analoga a
quella che prova Don Abbondio dopo il colloquio con Federigo.
Qui  la crisi che  gi una catarsi, mentre prelude a un ritorno:
n mai, come qui, questa crisi--con tutte le attrazioni del nuovo
-- aspettata, perch essa nasce dall'intimo cuore della commedia.
    Cos la commedia si conchiude con quello stesso miracolo di
cordiale armonia, con cui sempre aveva proceduto. Tutti i motivi
si fondono sempre in un unico motivo. Nella quinta scena del
primo atto e nella quinta del secondo, quando i rusteghi indugiano
nelle nostalgie, c' per un momento la paura che nella concita-
zione lirica l'azione possa deviare; ma la commedia rientra sempre
in carreggiata prima che nessuno se ne accorga. inutile, del
resto, cercar di saldare, perch il poeta ha gi saldato lui, ma con
saldature invisibili. La commedia ha, per cos dire, le sue radici
tanto pi salde quanto pi profonde e segrete. L'azione  densa,
perch tutto s'incornicia nelle ultime ore d'un pomeriggio, nella
attesa--forse troppo prolungata -- d'un pranzo; eppure tutto
si vede come nell'ariosa levit d'un paesaggio incantato. E l'in-
canto non finirebbe mai se a un certo punto non ci pensasse l'au-
tore: il quale  proprio lui che ci disincanta, perch si  prima
lui stesso disincantato. Non si tratta della consueta battuta finale:
ma gi alla fine del secondo atto, Felice taglia corto alle domande
meravigliate del forestiero, interrompendo bruscamente:  Come,
come! se ghe digo el come, xe finia la commedia .  il poeta che,
accampandosi al di fuori dell'opera sua--con una di quelle punte
pessimistiche di cui solo gli ottimisti sono capaci--ci offre la sua
favola per niente altro che per una favola, per un puro gioco della
fantasia.
    E infatti per gioco--per un gioco da gran signore--chis-
s! in qualche soffocata notte veneziana, passeggiando per quelle
calli della Venezia pi appartata, arcaiche e accigliate come i volti
e i parlari dei quattro salvadeghi, e poi riuscendo a un tratto in
quell'altrVenezia pi festaiuola, dove i caff erano aperti a tutte
l'ore alla gente allegra e i venditori cantavano e i gondolieri can-
tavano, e Lelio andava attorno cercando spiritose invenzioni da
spacciare a Don Marzio occhieggiava spiando reputazioni da lace-
rare, Goldoni--a cinquant'anni! --pens questa sua commedia.
    Che, in fondo, segna il pi solenne giorno di festa nel teatro
comico universale.
                                  
EUGENIO LEVI:
Da Il lettore inquieto, Milano, Il Saggiatore, 1964, 242-248.


