ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

LELIO ed  ANSELMO.

LELIO  Signor Anselmo, son disperato.
ANSELMO  Ma, caro signor,  la ghe va a proponer per prima commedia una
strazza  d'un  soggetto,  che  no  l' gnanca bon per una compagnia de
burattini.
LELIO  In quanto al soggetto mi rimetto,  ma il mio  dialogo,  non  lo
dovevano strapazzare cos.
ANSELMO   Ma no sla,  che dialoghi,  uscite,  soliloqui,  rimproveri,
concetti, disperazion, tirade, le son cosse, che no le usan pi?
LELIO  Ma presentemente che cosa si usa?
ANSELMO  Commedie de carattere.
LELIO  Oh, delle commedie di carattere, ne ho quante ne voglio.
ANSELMO  Perch donca no ghe  n'la  proposto  qualcheduna  al  nostro
capo?
LELIO    Perch  non credeva,  che gli Italiani avessero il gusto delle
commedie di carattere.
ANSELMO  Anzi l'Italia adesso corre drio unicamente  a  sta  sorte  de
commedie, e ghe dir de pi, che in poco tempo ha tanto profit el bon
gusto nell'animo delle persone,  che adesso anca la zente bassa decide
francamente sui caratteri, e su i difetti delle commedie.
LELIO  Quella  una cosa assai prodigiosa.
ANSELMO  Ma ghe dir anca el perch.  La commedia l' stada  inventada
per corregger i vizi, e metter in ridicolo i cattivi costumi; e quando
le  commedie  dai  antighi  se  faceva cos,  tuto el popolo decideva,
perch vedendo la copia d'un carattere in scena,  ognun trovava,  o in
se  stesso,  o in qualchedun'altro l'original.  Quando le commedie son
deventade meramente ridicole,  nissun ghe abbadava  pi,  perch,  col
pretesto  de  far  rider,  se  ammetteva  i  pi  alti,  i  pi sonori
spropositi.  Adesso che se torna a pescar le commedie nel mare  magnum
della  natura,  i omeni se sente a bisegar in tel cor,  e investindose
della passion, o del carattere, che se rappresenta,  i sa discerner se
la  passion  sia ben sostegnuda,  se il carattere sia ben condotto,  e
osserv.
LELIO  Voi  parlate  in  una  maniera,  che  parete  pi  poeta,   che
commediante.
ANSELMO    Ghe  dir,  patron.  Colla  maschera  son Brighella,  senza
maschera son un omo, che se non  poeta per l'invenzion,  ha per quel
discernimento,  che  basta  per  intender  el  so  mestier.  Un comico
ignorante no pol riuscir in nessun carattere.
LELIO  (Ho gran timore, che questi comici ne sappiano pi di me). Caro
amico,  fatemi il piacere di dire al vostro capo di compagnia,  che ho
delle commedie di carattere.
ANSELMO    Ghe  lo dir,  e la pol tornar stassera,  o domattina,  che
gh'aver parl.
LELIO  No; avrei fretta di farlo adesso.
ANSELMO  La vede; si ha da concertar alcune scene de commedia per doman
de sera; adesso nol ghe poder abbadar.
LELIO  Se non mi ascolta subito,  vado via,  e dar le mie commedie  a
qualche altra compagnia.
ANSELMO  La se comodi pur. Nu no ghe n'avemo bisogno.
LELIO  Il vostro teatro perder molto.
ANSELMO  Ghe vorr pazienza.
LELIO    Domani  devo partire;  se ora non mi ascolta non faremo pi a
tempo.
ANSELMO  La vaga a bon viazo.
LELIO  Amico, per dirvi tutto col cuore sulle labbra, non ho denari, e
non so come far a mangiare.
ANSELMO  Questa l' una bella rason, che me persuade.
LELIO  Mi raccomando alla vostra assistenza; dite una buona parola per
me.
ANSELMO  Vado da sior Orazio, e spero,  che el vegnir a sentir subito
cossa  che  la gh'ha,  circa ai caratteri.  (Ma credo,  che el pi bel
carattere de commedia sia el suo, cio el poeta affamado). (parte)

SCENA SECONDA.
LELIO e poi PLACIDA.

LELIO  Sono venuto in una congiuntura pessima.  I comici  sono  oggid
illuminati;  ma non importa.  Spirito, e franchezza. Pu darsi, che mi
riesca di far valere l'impostura. Ma ecco la prima donna che torna. Io
credo di aver fatta qualche impressione sullo spirito di lei.
PLACIDA  Signor Lelio ancora qui?
LELIO  S mia  signora,  qual  invaghita  farfalla  mi  vo  raggirando
intorno al lume delle vostre pupille.
PLACIDA  Signore, se voi seguiterete questo stile, vi farete ridicolo.
LELIO  Ma i vostri libri, che chiamate "generici" non sono tutti pieni
di questi concetti?
PLACIDA    I  miei  libri,  che contenevano tali concetti gli ho tutti
abbruciati,  e cos hanno fatto tutte quelle recitanti,  che sono  dal
moderno  gusto  illuminate.  Noi  facciamo  per  lo  pi  commedie  di
carattere, premeditate, ma quando ci accade di parlare all'improvviso,
ci  serviamo  dello  stil  familiare,  naturale,  e  facile,  per  non
distaccarsi dal verisimile.
LELIO   Quand' cos,  vi dar io delle commedie scritte con uno stile
s dolce, che nell'impararle v'incanteranno.
PLACIDA  Basta che non sia stile  antico,  pieno  d'"antitesi",  e  di
"traslati".
LELIO    L'"antitesi"  forse non fa bell'udire?  Il contrapposto delle
parole non suona bene all'orecchio?
PLACIDA  Fin che l'"antitesi"   "figura", va bene;  ma quando diventa
"vizio"   insoffribile.
LELIO  Gli uomini della mia sorta, sanno dai "vizi"  trar le "figure",
e  mi  d  l'animo di rendere una graziosa figura di "repetizione"  la
pi ordinaria "cacofonia".
PLACIDA  Sentir volontieri le belle produzioni dello spirito di lei.
LELIO  Ah, signora Placida, voi avete ad essere la mia sovrana, la mia
stella, il mio nume.
PLACIDA  Questa "figura"  mi pare "iperbole".
LELIO  Andr investigando colla mia  pi  fina  "retorica"    tutti  i
"luoghi topici"  del vostro cuore.
PLACIDA  (Non vorrei, che la sua "retorica"  intendesse di passare pi
oltre).
LELIO    Dalla  vostra  bellezza "argomento fiosoficamente"  la vostra
bont.
PLACIDA  Piuttosto che "filosofo", mi parete un bel "matematico".
LELIO  Mi render "speculativo"  nelle prerogative del vostro merito.
PLACIDA  Fallate il "conto", siete un cattivo "aritmetico".
LELIO  Spero,  che colla perfezione dell'"optica"   potr  "speculare"
la vostra bellezza.
PLACIDA  Anche in questo siete un pessimo "astrologo".
LELIO   possibile, che non vogliate esser "medica"  amorosa delle mie
piaghe?
PLACIDA  Sapete cosa sar?  Un "giudice legale", che vi far legare, e
condurre allo spedale d pazzi.  (Se troppo stessi con  lui,  farebbe
impazzire  ancora  me.  Mi  ha  fatto dire di quei concetti,  che sono
proibiti, come le pistole corte). (parte)

SCENA TERZA.

LELIO e poi ORAZIO.

LELIO  Queste principesse di teatro pretendono d'aver troppa sovranit
su i poeti, e se non fossimo noi, non riscuoterebbero dall'udienza gli
applausi.  Ma ecco il signor capo;  conviene contenersi con  esso  con
umilt. Oh fame, fame, sei pur dolorosa!
ORAZIO  Mi ha detto il signor Brighella,  che V.  S. ha delle commedie
di carattere, e ancorch io non ne abbia bisogno, tuttavolta per farle
piacere, ne prender qualcheduna.
LELIO  Le sar eternamente obbligato.
ORAZIO  Da sedere. (i servi portano due sedie, e partono)
LELIO  (Fortuna aiutami).
ORAZIO  Favoritemi, e mostratemi qualche cosa di bello.
LELIO  Ora vi  servo  subito.  Questa    una  commedia  tradotta  dal
francese, ed  intitolata...
ORAZIO   Non occorre altro.  Quando  una commedia tradotta non fa per
me.
LELIO  Perch? Disprezzate voi l'opere dei Francesi?
ORAZIO  Non le disprezzo; le lodo, le stimo, le venero, ma non sono il
caso per me.  I Francesi hanno trionfato nell'arte delle commedie  per
un secolo intiero; sarebbe ormai tempo, che l'Italia facesse conoscere
non  essere  in  ella spento il lume d buoni autori,  i quali dopo i
Greci,  ed i Latini sono stati i primi ad arricchire,  e ad illustrare
il  teatro.  I  Francesi nelle loro commedie,  non si pu dire che non
abbiano d bei caratteri, e ben sostenuti, che non maneggiano bene le
passioni,  e che i  loro  concetti  non  siano  arguti,  spiritosi,  e
brillanti,  ma  gli uditori  di  quel paese si contentano del poco.  Un
carattere solo basta per sostenere una commedia francese.  Intorno  ad
una sola passione ben maneggiata e condotta, raggirano una quantit di
periodi, i quali colla forza dell'esprimere prendono aria di novit. I
nostri  Italiani  vogliono  molto  pi.  Vogliono,  che  il  carattere
principale sia forte,  originale,  e conosciuto,  che quasi  tutte  le
persone,  che  formano  gli  episodi siano altrettanti caratteri;  che
l'intreccio  sia  mediocremente  fecondo  d'accidenti,  e  di  novit.
Vogliono  la morale mescolata coi sali,  e colle facezie.  Vogliono il
fine inaspettato,  ma bene originato dalla  condotta  della  commedia.
Vogliono  tante  infinite cose,  che troppo lungo sarebbe il dirle,  e
solamente,  coll'uso,  colla pratica,  e col tempo si  pu  arrivar  a
conoscerle, e ad eseguirle.
LELIO    Ma quando poi una commedia ha tutte queste buone qualit,  in
Italia, piace a tutti?
ORAZIO  Oh signor no.  Perch,  siccome ognuno,  che va alla  commedia
pensa in un modo particolare, cos fa in lui vario effetto, secondo il
modo  suo  di  pensare.   Al  malinconico  non  piace  la  barzeletta;
all'allegro non piace la moralit.  Questa  la  ragione  per  cui  le
commedie non hanno mai, e mai non avranno l'applauso universale. Ma la
verit per si , che quando sono buone, alla maggior parte piacciono,
quando sono cattive quasi a tutti dispiacciono.
LELIO    Quand'  cos,  io  ho  una  commedia  di  carattere  di  mia
invenzione,  che son sicuro che piacer alla maggior  parte.  Mi  pare
d'avere  osservati  in essa tutti i precetti,  ma quando non li avessi
tutti adempiuti, son certo d'avere osservato il pi essenziale,  che 
quello della scena stabile.
ORAZIO    Chi  vi  ha  detto,  che  la  scena  stabile sia un precetto
essenziale?
LELIO  Aristotile.
ORAZIO  Avete letto Aristotile?
LELIO  Per dirla, non l'ho letto, ma ho sentito a dire cos.
ORAZIO  Vi spiegher io cosa dice  Aristotile.  Questo  buon  filosofo
intorno alla commedia ha principiato a scrivere,  ma non ha terminato,
e non abbiamo di lui, sopra tal materia,  che poche imperfette pagine.
Egli  ha prescritta nella sua poetica l'osservanza della scena stabile
rispetto alla tragedia,  e non ha parlato della  commedia.  Vi    chi
dice,  che  quanto  ha  detto della tragedia si debba intendere ancora
della commedia,  e che se avesse terminato il trattato della commedia,
avrebbe  prescritta  la  scena  stabile.  Ma a ci rispondesi,  che se
Aristotile  fosse  vivo  presentemente,  cancellerebbe  egli  medesimo
quest'arduo precetto, perch da questo ne nascono mille assurdi, mille
impropriet,  e indecenze.  Due sorti di Commedia distinguo: "commedia
semplice", e "commedia d'intreccio".  La commedia "semplice" pu farsi
in iscena stabile.  La commedia d'"intreccio" cos non pu farsi senza
durezza, e impropriet.  Gli antichi non hanno avuta la facilit,  che
abbiamo  noi  di cambiar le scene,  e per questo ne osservano l'unit.
Noi avremo osservata l'unit del luogo, semprecch si far la commedia
in una stessa citt, e molto pi se si far in un'istessa casa;  basta
che  non si vada da Napoli in Castiglia come senza difficolt solevano
praticar gli  Spagnuoli,  i  quali  oggid  principiano  a  correggere
quest'abuso,  e  a  farsi scrupolo della distanza,  e del tempo.  Onde
concludo,  che se la commedia senza stiracchiature,  o impropriet pu
farsi in iscena stabile,  si faccia; ma se per l'unit della scena, si
hanno a introdurre  degli  assurdi;    meglio  cambiar  la  scena,  e
osservare le regole del verisimile.
LELIO  Ed io ho fatto tanta fatica per osservare questo precetto.
ORAZIO  Pu essere,  che la scena stabile vada bene.  Qual  il titolo
della vostra commedia?
LELIO  Il padre mezzano delle proprie figliuole.
ORAZIO  Oim! Cattivo argomento. Quando il protagonista della commedia
 di  cattivo  costume,  o  deve  cambiar  carattere  contro  i  buoni
precetti, o deve riescire la commedia stessa una scelleraggine.
LELIO    Dunque non si hanno a mettere sulla scena i cattivi caratteri
per correggerli, e svergognarli?
ORAZIO  I cattivi caratteri si mettono in iscena,  ma non i  caratteri
scandolosi,  come  sarebbe  questo di un padre,  che faccia il mezzano
alle proprie figliuole.  E poi quando si vuole introdurre  un  cattivo
carattere in una commedia, si mette di fianco, e non in prospetto, che
vale a dire, per episodio, in confronto del carattere virtuoso, perch
maggiormente si esalti la virt, e si deprima il vizio.
LELIO    Signor  Orazio,  non  so  pi  cosa dire.  Io non ho altro da
offerirvi.
ORAZIO  Mi spiace infinitamente,  ma quanto mi avete offerito  non  fa
per me.
LELIO  Signor Orazio, le mie miserie sono grandi.
ORAZIO  Mi rincresce, ma non so come soccorrervi.
LELIO    Una  cosa mi resta a offerirvi,  e spero,  che non vi dar il
cuore di sprezzarla.
ORAZIO  Ditemi in che consiste?
LELIO  Nella mia stessa persona.
ORAZIO  Che cosa dovrei fare di voi?
LELIO  Far il comico, se vi degnate accettarmi.
ORAZIO  (si alza) Voi vi esibite per comico?  Un poeta,  che deve esser
maestro  d  comici,   discende  al  grado  di  recitante?  Siete  un
impostore, e come siete stato un falso poeta;  cos sareste un cattivo
comico.  Onde  rifiuto  la  vostra persona come ho le opere vostre gi
rifiutate,  dicendovi per ultimo,  che v'ingannate,  se credete che  i
comici onorati, come noi siamo, diano ricetto  vagabondi. (parte)
LELIO   Vadano al diavolo i soggetti,  le commedie,  e la poesia.  Era
meglio,  che mi mettessi a recitare alla prima.  Ma se ora il capo  mi
scaccia,  e non mi vuole,  chi sa!  col mezzo del signor Brighella pu
essere, che mi accetti. Tant';  mi piace il teatro.  Se non son buono
per comporre,  mi metterr a recitare. Come quel buon soldato, che non
potendo essere capitano, si content del grado di tamburino. (parte)


SCENA QUARTA.

Il SUGGERITORE con fogli in mano  e  cerino  acceso;  poi  PLACIDA  ed
EUGENIO.

SUGGERITORE  Animo,  signori,  che l'ora vien tarda. Vengano a provare
le loro scene. Tocca a Rosaura, e a Florindo.
PLACIDA  Eccomi, io son pronta.
EUGENIO  Son qui, suggerite. (al Suggeritore)
PLACIDA   Avvertite  bene,  signor  suggeritore:  dove  so  la  parte,
suggerite piano, dove non la so, suggerite forte.
SUGGERITORE  Ma come far io a conoscere dove la sa, e dove non la sa?
PLACIDA  Se sapete il vostro mestiere,  l'avete a conoscere. Andate, e
se mi farete sbagliare, povero voi.
SUGGERITORE  (Gi,   l'usanza d commedianti: quando  non  sanno  la
parte, danno la colpa al suggeritore). (entra e va a suggerire)

SCENA QUINTA.

ROSAURA e FLORINDO.

ROSAURA  Caro Florindo,  mi fate torto se dubitate della mia fede. Mio
padre non arriver mai a disporre della mia mano.
FLORINDO  Non mi fa temer vostro padre,  ma il mio.  Pu darsi che  il
signor Dottore,  amandovi teneramente, non voglia la vostra rovina; ma
l'amore,  che ha per voi mio padre,  mi mette in angoscia,  e  non  ho
cuore per dichiararmi ad esso rivale.
ROSAURA    Mi  credete  voi tanto sciocca,  che voglia consentire alle
nozze del signor Pantalone?  Ho detto che sar sposa in casa Bisognosi
ma fra me intesi del figliuolo, e non del padre.
FLORINDO    Eppure  egli si lusingava di possedervi,  e guai a me,  se
discoprisse la nostra corrispondenza.
ROSAURA  Terr celato il mio amore fino a tanto,  che dal mio silenzio
mi venga minacciata la vostra perdita.
FLORINDO  Addio, mia cara, conservatemi la vostra fede.
ROSAURA  E mi lasciate s tosto?
FLORINDO    Se  il  vostro  genitore  vi sorprende,  sar svelato ogni
arcano.
ROSAURA  Egli non viene a casa per ora.


SCENA SESTA.
PANTALONE  e detti.

PANTALONE  (di dentro)O de casa; se pol vegnr?
FLORINDO  Oim. mio padre.
ROSAURA  Nascondetevi in quella camera.
FLORINDO  Verr a parlarvi d'amore.
ROSAURA  Lo seconder per non dar sospetto.
FLORINDO  Secondatelo fino a certo segno.
ROSAURA  Presto, presto, partite.
FLORINDO  Oh amor fatale, che mi obbliga ad essere geloso di mio padre
medesimo! (si ritira)
PANTALONE  Gh' nissun? Se pol vegnr?
ROSAURA  Venga, venga, signor Pantalone.
PANTALONE  Siora Rosaura, patrona reverita. Xla sola?
ROSAURA  S, signore, son sola. Mio padre  fuori di casa.
PANTALONE  Se contentela,  che me ferma un pochetto con ela,  o vorla,
che vaga via?
ROSAURA  Ella  il padrone di andare, e di stare, a suo piacere.
PANTALONE  Grazie,  la mia cara fia.  Benedetta quella bocchetta,  che
dise quele bele parole.
ROSAURA  Mi fa ridere, signor Pantalone.
PANTALONE  Cuor allegro el Ciel l'aiuta.  Gh'ho gusto,  che rid,  che
st alegra, e quando ve vedo de bona vogia, sento propriamente, che el
cuor me bagola.
ROSAURA  M'imagino che sar venuto per ritrovare mio padre.
PANTALONE  No,  colonna mia,  no speranza mia, che no son vegn per el
pap, son vegn per la tata.
ROSAURA  E chi  questa tata?
PANTALONE  Ah furbetta!  Ah ladra de sto cuor!  Lo sav,  che spasemo,
che muoro per vu?
ROSAURA  Vi sono molto tenuta del vostro amore.
PANTALONE    Ale  curte.  Za  che  semo  soli,  e nissun ne sente,  ve
contenteu, ve degneu, de compagnarve in matrimonio con mi?
ROSAURA  Signore, bisogner parlarne a mio padre.
PANTALONE  Vostro sior pare x mio bon amigo,  e spero che nol me dir
de  no.  Ma  vorave sentir da vu le mie care viscere,  do parole,  che
consolasse el mio povero cuor.  Vorrave,  che vu me disessi: Sior  s;
sior Pantalon lo tor,  ghe voggio tutto el mio ben;  sibben,  che l'
vecchio,  el me piase tanto;  se me dis cus,  me f andar in bruo de
lasagne.
ROSAURA  Io queste cose non le so dire.
PANTALONE  Dis, fia mia, aveu mai fatto l'amor?
ROSAURA  Non, signore, mai.
PANTALONE  No sav, come che se fazza a far l'amor?
ROSAURA  Non lo so, in verit.
PANTALONE  Ve l'insegner mi, cara; ve l'insegner mi.
ROSAURA  Queste non mi paiono cose per la sua et.
PANTALONE  Amor no porta respetto a nissun. Tanto el ferisce i zoveni,
quanto i vecchi;  e tanto i vecchi, quanto i zoveni bisogna compatirli
co i x innamorai.
FLORINDO  Dunque avrete compassione ancora a me, se sono innamorato.
PANTALONE  Come? Qua ti x?
FLORINDO  S; signore,  son qui per quella stessa cagione,  che fa qui
essere voi.
PANTALONE    Confesso  el  vero,  che tremo dala colera,  e dal rossor
vedendo in fazza de mio fio scoverte le mie debolezze.  X  granda  la
temerit  da comparirme davanti in t'una congiuntura tanto pericolosa,
ma sta sorpresa,  sto scoprimento,  servir de fren ai to dessegni,  e
alle  mie  passion.  Per  remediar al mal esempio,  che t'ho d in sta
occasion, sappi che me condanno da mi medesimo, che confesso esser st
tropo debole, tropo facile, tropo matto. Se ho dito, che i vecchi, e i
zoveni che si innamora,  merita  compatimento,  l'  st  un  trasporto
dell'amorosa passion. Per altro i vecchi, che gh'ha fioi, no i si ha da
innamorar con pregiudizio della so famegia. I fioi, che gh'ha pare, no
i si ha da incapriziar senza el consenso de quello,  che li ha messi al
mondo.  Onde fora  tutti  do  desta  casa.  Mi  per  elezion,  ti  per
obbedienza. Mi per remediar al scandalo, che t'ho d: ti per imparar a
viver con cautela, con pi giudizio, e con pi respetto a to pare.
FLORINDO  Ma, signore...
PANTALONE  Animo, digo, fora subito de sta casa.
FLORINDO  Permetetemi...
PANTALONE  Obedissi, o te trarr zoso della scala con le mie man.
FLORINDO  (Maledettissima gelosia, che mi rendesti impaziente).
PANTALONE   Siora Rosaura,  no so cossa dir.  V'ho volesto ben,  ve ne
vogio ancora, e ve ne vorr. Ma un momento solo ha deciso de vu,  e de
mi.  De vu,  che no sar pi tormentada da sto povero vecchio;  de mi,
che morir quanto prima, sacrificando la vita al mio decoro,  alla mia
estimazion.
ROSAURA    Oim!  Qual gelo mi ricerca le vene?  In qual'agitazione si
ritrova il mio core?   (Dite piano,  che la parte la  so).  (verso  il
Suggeritore) Florindo,  scoperto dal padre, non verr pi in mia casa,
non sar pi mio sposo?  Ahi,  che  il  dolore  mi  uccide.  Ahi,  che
l'affanno...    (Suggerite,  che  non me ne ricordo) Ahi che l'affanno
m'opprime,  Infelice Rosaura,  e potrai vivere senza  il  tuo  diletto
Florindo?  E  soffrirai  questa dolorosa...   Zitto.  (al Suggeritore)
Questa dolorosa separazione? Ah no.  A costo di perder tutto,  a costo
di perigli, e di morte, voglio andare in traccia dell'idol mio, voglio
superare  l'avverso...  l'avverso  fato...  E  voglio far conoscere al
mondo...   Maledetto suggeritore,  che non si sente;  non  voglio  dir
altro. (parte)

SCENA SETTIMA.

Il SUGGERITORE col libro in mano, poi VITTORIA.

SUGGERITORE  Animo Colombina.  Tocca a Colombina, e poi ad Arlecchino.
Non la finiscono mai. Maladetto questo mestiere! Bisogna star qui tre,
o quattr'ore a sfiatarsi, e poi i signori comici sempre gridano, e non
si contentano mai. Sono vent'ore sonate,  e sa il Cielo,  se il signor
capo di compagnia mi dar nemmeno da pranzo. Colombina. (chiama forte)
VITTORIA  Son qui, son qui.
SUGGERITORE  Animo, che  tardi. (entra e va a suggerire)
COLOMBINA  Povera signora Rosaura, povera la mia padrona! Che cosa mai
ha  che  piange,  e si dispera?  Eh so ben io cosa vi vorrebbe pel suo
male!  Un pezzo di giovinotto ben fatto,  che le  facesse  passare  la
malinconia.  Ma  il  punto  sta,  che  anche io ho bisogno dello stesso
medicamento. Arlecchino,  e Brighella sono ugualmente accesi delle mie
strepitose  bellezze,  ma  non  saprei  a  qual di loro dar dovessi la
preferenza.  Brighella  troppo furbo,  Arlecchino   troppo  sciocco.
L'accorto  vorr  fare  a modo suo,  l'ignorante non sapr fare a modo
mio.  Col furbo star male di giorno,  e collo sciocco star  male  di
notte.  Se  vi  fosse  qualcheduno  a  cui potessi chiedere consiglio,
glielo chiederei volontieri.

SCENA OTTAVA.

BRIGHELLA e ARLECCHINO che ascoltano, e detta.

COLOMBINA  Basta,  andr girando  per  la  citt,  e  a  quante  donne
incontrer,  voglio  dimandare,  se  sia  meglio  prendere  un  marito
accorto, o un marito ignorante.
BRIGHELLA  Accorto, accorto. (si avanza)
ARLECCHINO  Ignorante, ignorante. (si avanza)
COLOMBINA  Ognuno difende la propria causa.
BRIGHELLA  Mi digo el vero.
ARLECCHINO  Mi gh'ho rason.
BRIGHELLA  E te lo prover con argomenti in forma.
ARLECCHINO  E mi lo prover con argomenti in scarpa.
COLOMBINA  Bene, chi di voi mi persuader, sar mio marito.
BRIGHELLA  Mi come omo accorto, sfadigher, suder,  perch in casa no
te manca mai da magnar.
COLOMBINA  Questo  un buon capitale.
ARLECCHINO  Mi,  come omo ignorante, che no sa far gnente, lasser che
i boni amici porta in casa da magnar, e da bever.
COLOMBINA  Anche cos, potrebbe andar bene.
BRIGHELLA  Mi, come omo accorto, che sa sostegnir el ponto d'onor,  te
far respettar da tutti.
COLOMBINA  Mi piace.
ARLECCHINO  Mi,  come omo ignorante,  e pacifico,  far,  che tutti te
voia ben.
COLOMBINA  Non mi dispiace.
BRIGHELLA  Mi, come omo accorto, regoler perfettamente la casa.
COLOMBINA  Buono.
ARLECCHINO  Mi, come omo ignorante, lasser che ti la regoli ti.
COLOMBINA  Meglio.
BRIGHELLA  Se ti vorr divertimenti, mi te condurr da per tutto.
COLOMBINA  Benissimo.
ARLECCHINO  Mi, se ti vorr andar a spasso, te lasser andar sola dove
ti vol.
COLOMBINA  Ottimamente.
BRIGHELLA    Mi,   se  veder,   che  qualche  zerbintoto  vegna   per
insolentarte, lo scazzer colle brutte.
COLOMBINA  Bravo.
ARLECCHINO  Mi,  se veder qualchedun, che te zira d'intorno dar logo
alla fortuna.
COLOMBINA  Bravissimo.
BRIGHELLA  Mi, se trover qualchedun in casa el copper!
ARLECCHINO  E mi torr ed candelier, e ghe far lume.
BRIGHELLA  Cossa dixeu?
ARLECCHINO  Cossa te par?
COLOMBINA  Ora,  che ho  sentite  le  vostre  ragioni,  concludo,  che
Brighella  pare troppo rigoroso,  e Arlecchino troppo paziente.  Onde,
fate cos, impastatevi tutti due, fate di due pazzi un uomo savio,  ed
allora vi sposer.
BRIGHELLA  Arlecchin?
ARLECCHINO  Brighella?
BRIGHELLA  Com'ela?
ARLECCHINO  Com'ela?
BRIGHELLA  Ti, che ti  un maccaron, ti te pol impastar facilmente.
ARLECCHINO    Piuttosto  ti,  che ti  una lasagna senza dreto e senza
roverso.
BRIGHELLA  Basta,  no l' mio decoro,  che me metta in competenza  con
ti.
ARLECCHINO  Sastu cossa che podemo far?  Colombina sa far la furba,  e
l'accorta,  quando che la vol;  ergo impastemose tutti do con  ela,  e
faremo de tre paste una pasta da far biscotto per le galere. (parte)

SCENA NONA.

BRIGHELLA, poi ORAZIO ed EUGENIO.

BRIGHELLA   Cost per quel che vedo,  l' goffo e destro;  ma no saria
mio decoro,  che me lassasse da lu superar.  Qua ghe vol spirito,  ghe
vol  inzegno.  Qual  piloto,  che  trovandose  in alto mar colla nave,
osservando dalla bussola della calamita, che el vento sbalza da garbin
a sirocco, ordena ai marineri zirar le vele; cus anca mi, ai marineri
dei mii  pensieri...
ORAZIO  Basta cos, basta cos.
ANSELMO  Obbligatissimo alle sue grazie. Perch no volela, che fenissa
la mia scena?
ORAZIO  Perch queste comparazioni, queste allegorie non si usano pi.
ANSELMO  E pur quando le se fa, la zente sbate le man.
ORAZIO  Bisogna vedere chi ,  che batte.  La gente dotta non si appaga
di  queste  freddure.  Che  diavolo  di bestialit?  paragonare l'uomo
innamorato al piloto,  che  in mare,  e poi dire: I marinari dei miei
pensieri! Queste cose il poeta non le ha scritte. Questo  un paragone
recitato di vostra testa.
ANSELMO  Donca non ho da dir paralleli?
ORAZIO  Signor no.
ANSELMO  Non ho da cercar allegorie?
ORAZIO  Nemmeno.
ANSELMO  Manco fadiga, e pi sanit. (parte)


SCENA DECIMA.

ORAZIO ed EUGENIO.

ORAZIO   Vedete?  Ecco la ragione per cui bisogna procurar di tenere i
commedianti  legati   al   premeditato,   perch   facilmente   cadono
nell'antico, e nell'inverisimile.
EUGENIO      Dunque   si hanno  da  abolire  intieramente  le  commedie
all'improviso?
ORAZIO  Intieramente no;  anzi va bene,  che gli Italiani si mantengano
in  possesso  di  far  quello,  che non hanno avuto coraggio di far le
altre nazioni.  I Francesi sogliono dire,  che i comici italiani  sono
temerari,  arrischiandosi  a  parlare  in pubblico all'improvviso;  ma
questa,  che pu dirsi temerit nei comici ignoranti  una bella virt
n comici virtuosi; e ci sono tuttavia d personaggi eccellenti, che
ad onor dell'Italia,  e a gloria dell'arte nostra,  portano in trionfo


con merito e  con  applauso  l'ammirabile  prerogativa  di  parlare  a
soggetto,  con  non minor eleganza di quello che potesse fare un poeta
scrivendo.
EUGENIO    Ma  le  maschere  ordinariamente  patiscono   a   dire   il
premeditato.
ORAZIO  Quando il premeditato  grazioso,  e brillante,  bene adattato
al carattere del personaggio,  che deve  dirlo,  ogni  buona  maschera
volentieri lo impara.
EUGENIO  Dalle nostre commedie di carattere non si potrebbero levar le
maschere?
ORAZIO  Guai a noi,  se facessimo una tal novit: non  ancor tempo di
farla.   In  tutte  le  cose  non    da  mettersi  di  fronte  contro
all'universale. Una volta il popolo andava alla commedia solamente per
ridere,  e non voleva vedere altro che le maschere in iscena,  e se le
parti  serie  avevano  un  dialogo   un   poco   lungo,   si annoiavano
immediatamente;  ora  si vanno avvezzando a sentir volentieri le parti
serie, e godono le parole, e si compiacciono degli accidenti, e gustano
la morale, e ridono dei sali, e dei frizzi, cavati dal serio medesimo,
ma vedono volentieri anco le  maschere,  e  non  bisogna  levarle  del
tutto,  anzi  convien  cercare di bene allogarle,  e di sostenerle con
merito nel loro carattere ridicolo anco a fronte del serio pi lepido,
e pi grazioso.
EUGENIO  Ma questa  una maniera di comporre assai difficile.
ORAZIO   una maniera ritrovata,  non ha molto,  alla di cui  comparsa
tutti si sono invaghiti, e non andr gran tempo, che si sveglieranno i
pi  fertili ingegni a migliorarla,  come desidera di buon cuore,  chi
l'ha inventata.


SCENA UNDICESIMA .
PETRONIO e detti.

PETRONIO  Servitor di lor signori.
ORAZIO  Riverisco il signor Petronio.
PETRONIO  Voleva provar ancor io le mie scene,  ma parmi,  che ci  sia
poco buona disposizione.
ORAZIO    Per questa mattina basta cos.  Proveremo qualche altra cosa
dopo pranzo.
PETRONIO  Io sto lontano  di  casa,  mi  rincresce  aver  d'andare,  e
tornare.
EUGENIO  Eh resterete qui a pranzo dal signor Orazio: gi faccio conto
di restarvi ancor io.
ORAZIO  Padroni; si accommodino.


SCENA DODICESIMA.

Il SUGGERITORE della scena; e poi ANSELMO, LELIO e detti.

SUGGERITORE  Quand' cos, star anche io a ricevere le sue grazie. (ad
Orazio)
ORAZIO  S signore, mi maraviglio. (il Suggeritore entra)
ANSELMO    Sior Orazio,  so che l'ha tanta bont per mi,  che no la me
negher una grazia.
LELIO (fa riverenze)
ORAZIO  Dite pure; in quel che posso, vi servir.
LELIO (come sopra)
ANSELMO  L' qua el sior Lelio. El desidera de far el comico: el gh'ha
del spirito,  dell'abilit;  sta compagnia la gh'ha bisogno d'un altro
moroso; la me fazza sta finezza; la lo riceva in grazia mia.
ORAZIO    Per  compiacere  il  mio  caro  signor  Anselmo,   lo  farei
volentieri, ma chi mi assicura, che possa riuscire?
ANSELMO  Fermo cus, provemolo.  Se contentela sior Lelio,  de far una
piccola prova?


LELIO  Sono contentissimo. Mi rincresce, che ora non posso, mentre non
avendo  bevuto  la  cioccolata,  sono  di  stomaco,  e di voce un poco
debole.
ORAZIO  Faremo cos; torni dopo pranzo, e si prover.
LELIO  Ma frattanto dove avrei io d'andare?
ORAZIO  Vada a casa, poi torni.
LELIO  Casa io non ne ho.
ORAZIO  Ma dove  alloggiato?
LELIO  In nessun luogo.
ORAZIO  Quant'e, che  in Venezia?
LELIO  Da ieri in qua.
ORAZIO  E dove ha mangiato ieri?
LELIO  In nessun luogo.
ORAZIO  Ieri non ha mangiato?
LELIO  N ieri, n stamattina.
ORAZIO  Ma dunque come far...
EUGENIO  Signor poeta, venga a pranzo dal capo di compagnia.
LELIO  Ricever le sue grazie, signor capo; perch questi appunto sono
gli incerti d poeti.
ORAZIO  Io non la ricevo per poeta, ma per comico.
PETRONIO  Venga, venga,  signore,  questo  un incerto anco dei comici
quando si fa la prova.
ORAZIO  Oh mi perdoni! Mi tornerebbe un bel conto.
LELIO  Questa  fatta, non se ne parla pi. Oggi vedr la mia abilit.
PETRONIO  E la principieremo a vedere alla tavola.


SCENA TREDICESIMA.

VITTORIA e detti.

VITTORIA  Signor Orazio,  arrivata alla porta una forestiera piena di
ricciolini,  tutta brio,  col tabarrino, col cappellino, e domanda del
capo di compagnia.
ORAZIO  Venga avanti.
LELIO  Non sarebbe meglio riceverla dopo desinare?
ORAZIO  Sentiamo cosa vuole.
VITTORIA  Ora la faccio passare.
ORAZIO  Mandiamo un servitore.
VITTORIA  Eh io fo la serva da burla, la far anche davvero.


SCENA QUATTORDICESIMA.
PLACIDA, BEATRICE e detti.

PLACIDA  Grand'aria! grand'aria!
BEATRICE  Bellezze grandi! bellezze grandi!
ORAZIO  Che cosa c', signore mie?
PLACIDA  Vien su della scala una forestiera, che incanta.
BEATRICE  Ha il servitore colla livrea, sar qualche gran signora.
ORAZIO  Or ora la vedremo. Eccola.


SCENA QUINDICESIMA.

ELEONORA, con un SERVITORE, e detti.

ELEONORA  Serva a lor signori.
ORAZIO  Servitor ossequiosissimo,  mia signora.  (le  donne  le  fanno
riverenza, e tutti gli uomini stanno col cappello in mano)
ELEONORA  Sono comici, lor signori?
ORAZIO  S, signora, per servirla.
ELEONORA  Chi  il capo della compagnia?
ORAZIO  Io per obbedirla.
ELEONORA   questa  la prima donna? (verso Placida)
PLACIDA  A suoi comandi. (con una riverenza)
ELEONORA  Brava; so che vi fate onore.
PLACIDA  Grazie alla sua bont.
ELEONORA    Io  pure  vado volentieri alle commedie,  e quando vedo le
vostre buffonerie, rido, come una pazza.
ORAZIO  Ci favorisca di grazia,  acci  che io  non  mancassi  del  mio
dovere; mi dica con chi ho l'onor di parlare.
ELEONORA  Sono una virtuosa di musica.
ORAZIO  Ella  dunque una cantatrice?
ELEONORA  Cantatrice?  Sono una virtuosa di musica. (tutti si guardano
fra di loro, e si mettono il cappello in testa)
ORAZIO  Insegna forse la musica?
ELEONORA  No, signore, canto.
ORAZIO  Dunque  cantatrice.
PLACIDA  Fate voi da prima donna? (ad Eleonora)
ELEONORA  Qualche volta.
PLACIDA  Brava ragazza, vi verr a vedere. (burlandola)
PETRONIO  Anche io, signora,  quando sento le smorfie delle cantatrici,
crepo dalle risa.
LELIO  Perdoni in grazia, non  ella la signora Eleonora?
ELEONORA  S signore per l'appunto.
LELIO  Non si ricorda, che ha recitato in un mio dramma?
ELEONORA  Dove? Non mi sovviene.
LELIO  A Firenze.
ELEONORA  Il dramma com'era intitolato?
LELIO  La Didone in bernesco.
ELEONORA    S,  signore,    vero.  Io  faceva  la prima parte.  Anzi
l'impressario and fallito per cagione del libro.
LELIO  Tutti dicevano a cagione  della  prima  donna;  per  altro,  mi
rimetto.
BEATRICE  Dunque ella recita in opere buffe?
ELEONORA  S signora, qualche volta.
BEATRICE  E viene a ridere delle buffonerie dei commedianti?
ELEONORA    Vi  dir.  Mi piace tanto il vostro modo di trattare,  che
verrei volentieri ad unirmi con voi.
ORAZIO  Vuol fare la commediante?
ELEONORA  Io la commendiante!
ORAZIO  Ma dunque cosa vuol fare con noi?
ELEONORA Verr a cantar gli intermezzi.
ORAZIO  Obbligatissimo alle sue grazie.
ELEONORA   Il  compagno  lo  trover  io,  e  con  cento  zecchini  vi
assolverete dalla spesa di tutti due.
ORAZIO  Non pi di cento zecchini?
ELEONORA  Viaggi, alloggi, piccolo vestiario, queste sono cose, che ci
si intendono.
ORAZIO  Eh benissimo, cose che si usano.
ELEONORA  Gli intermezzi gli abbiamo noi; ne faremo quattro per obbligo
in  ogni  piazza,  e  volendone  di pi,  ci farete un regalo di dieci
zecchini per ogni muta.
ORAZIO  Anche qui non c' male.
ELEONORA  L'orchestra poi, deve esser sufficiente.
ORAZIO  Questo si intende.
ELEONORA  Abiti sempre nuovi.
ORAZIO  Ho il sarto in casa.
ELEONORA  Il mio staffiere fa la parte muta, e si contenter di quello
che gli darete.
ORAZIO  Anche il servitore  discreto.
ELEONORA  Tutto va bene.
ORAZIO  Va benissimo.
ELEONORA  La cosa  aggiustata, mi pare
ORAZIO  Aggiustatissima.
ELEONORA  Dunque...
ORAZIO  Dunque, signora, non abbiamo bisogno di lei.
TUTTI  Bravo, bravo. (con allegria)
ELEONORA  Come! Mi disprezzate cos?


ORAZIO  Cosa credete, signora mia,  che i comici abbiano bisogno,  per
far  fortuna,  dell'animo della vostra musica?  Pur troppo per qualche
tempo l'arte nostra si  avvilita a segno di mendicar dalla  musica  i
suffragi  per  tirar la gente al teatro.  Ma grazie al Cielo,  si sono
tutti disingannati,  ed    stata  intieramente  sbandita  dai  nostri
teatri.  Io  non  voglio  entrare  nel  merito,  o  nel  demerito  d
professori di canto,  ma vi dico,  che tanto    virtuoso  il  musico,
quanto  il  comico,  quando ognuno sappia il suo mestiere;  con questa
differenza, che noi per comparire, dobbiamo studiare per necessit, ma
voi altre piccole cantatrici, vi fate imboccare un paio di arie,  come
i  pappagalli,  e  a  forza d'impegni vi fate batter le mani.  Signora
virtuosa, la riverisco. (parte)
ELEONORA  Ecco qui.  I comici  sono  sempre  nemici  dei  virtuosi  di
musica.
PLACIDA  Non  vero,  signora,  non  vero.  I comici sanno rispettare
quei musici,  che hanno del merito e  della  virt;  ma  i  musici  di
merito,  e virtuosi rispettano altres i comici onorati, e dabbene. Se
foste voi una virtuosa di grado,  non verreste a offerirvi  a  cantare
gli intermezzi  nella  commedia.  Ma  quando ci vi riuscisse,  avreste
migliorato assai di condizione,  mentre   molto  meglio  vivere  fr
comici mediocri,  come siamo noi,  che fra i cattivi musici, coi quali
sarete sin'ora stata. Signora virtuosa a lei m'inchino. (parte)
ELEONORA  Questa prima donna avr fatto da principessa,  e si crede di
esser ancora tale.
BEATRICE    Come voi,  che avrete veduti i cartoni di qualche libro di
musica,  e vi date a credere di essere virtuosa.   passato il  tempo,
signora  mia,  che  la  musica  si teneva sotto i piedi l'arte comica.
Adesso abbiamo anche noi il  teatro  pieno  di  nobilt,  e  se  prima
venivano da voi per ammirare,  e da noi per ridere; ora vengono da noi
per goder la commedia, e da voi per la conversazione. (parte)
ELEONORA  Sono ardite davvero queste commedianti, signori miei, non mi
credeva d'avere un simile trattamento.
EUGENIO  Sareste stata meglio trattata,  se foste venuta  con  miglior
maniera.
ELEONORA  Noi altre virtuose parliamo quasi tutte cos.
EUGENIO  E noi altri comici rispondiamo cos. (parte)
ELEONORA  Sia maladetto quando son qui venuta.
PETRONIO    Certo che ha fatto male a venir a sporcare i virtuosi suoi
piedi sulle tavole della commedia.
ELEONORA  Voi, chi siete?
PETRONIO  Il Dottor per servirla.
ELEONORA  Dottor di commedia.
PETRONIO  Com'ella virtuosa di teatro.
ELEONORA  Che vuol dire, dottore senza dottrina.
PETRONIO  Che vuol dire: virtuosa senza saper n legger;  n scrivere.
(parte)
ELEONORA    Ma  questo    troppo;  se  qui  resto,  ci  va  della mia
riputazione. Staffiere, voglio andar via.
ANSELMO  Siora virtuosa, se la volesse restar servida a magnar quattro
risi coi commedianti, l' padrona.
ELEONORA  Oh voi siete un uomo proprio, e civile.
ANSELMO  Mi no son padron de casa,  mal el capo di compagnia l' tanto
mio amigo, che se ghe la condurr, so che el la veder volentiera.
ELEONORA  Ma le donne, mi perderanno il rispetto.
ANSELMO  Basta che la se contegna con prudenza, e la veder, che tutte
le ghe far ciera.
ELEONORA  Andate,  ditelo al capo di compagnia, e si egli m'invita, pu
essere, che mi lasci indurre a venire.
ANSELMO  Vado subito.  (Ho inteso.  La  musica  de  sta  patrona,  l'
compagna  della  poesia  del  sior Lelio.  Fame tanta,  che fa paura).
(parte)
LELIO  Signora Eleonora,  a me  che  sono  vostro  conoscente  antico,
potete parlare con libert. Come vanno le cose vostre?
ELEONORA  Male assai.  L'impresario dell'opera,  in cui io recitava, 
fallito; ho perduta la paga,  ho dovuto far il viaggio a mie spese,  e
per dirvi tutto, non ho altro che quello che mi vedete intorno.
LELIO    Anche io,  signora  mia,  sono nello stesso caso,  e se volete
prendere il partito, che ho preso io, starete bene ancor voi.
ELEONORA  A che cosa vi siete voi appigliato?
LELIO  A fare il comico.
ELEONORA  Ed io dovr abbassarmi a tal segno?
LELIO  Signora mia, come state d'appetito?
ELEONORA  Alquanto bene.
LELIO  Ed io benissimo. Andiamo a desinare, che poi ne parleremo.
ELEONORA  Il capo di compagnia non mi ha mandato l'invito.
LELIO  Non importa: andiamo, che  galantuomo. Non vi rifiuter.
ELEONORA  Ho qualche difficolt.
LELIO  Se avete difficolt voi, non l'ho io.  Vado a sentire l'armonia
d cucchiai, che  la pi bella musica di questo mondo. (parte)
ELEONORA  Staffiere, che facciamo?
STAFFIERE  Io ho una fame, che non posso pi.
ELEONORA  Andiamo, o non andiamo?
STAFFIERE  Andiamo per amor del Cielo.
ELEONORA    Bisogner  superar la vergogna.  Ma che far?  Mi lascier
persuadere a  far  la  comica?  Mi  regoler  secondo  la  tavola  dei
commedianti.  Gi, per dirla,  tutto teatro, e di cattiva musica, pu
essere, che io diventi, mediocre comica.  Quante mie compagne farebbero
cos,  se  potessero!   meglio guadagnarsi il pane colle sue fatiche,
che dar occasione di mormorare. (parte collo Staffiere)



