
    Carlo Goldoni.
    LE AVVENTURE DELLA VILLEGGIATURA - UNA DELLE ULTIME SERE DI  CARNOVALE
    - LA FAMIGLIA DELL'ANTIQUARIO OSSIA LA SUOCERA E LA NUORA.

    Il Bivacco, Melegnano, 2000.

















    INDICE.

    LE AVVENTURE DELLA VILLEGGIATURA.
    L'Autore a chi legge: pagina 3

    Atto primo: pagina 6.
    Atto secondo: pagina 31.
    Atto terzo: pagina 68.

    UNA DELLE ULTIME SERE DI CARNOVALE.
    L'Autore a chi legge: pagina 107.

    Atto primo: pagina 115.
    Atto secondo: pagina 159.
    Atto terzo: pagina 194.

    LA FAMIGLIA DELL'ANTIQUARIO ossia La suocera e la nuora.
    L'Autore a chi legge: pagina 235.

    Atto primo: pagina 239.
    Atto secondo: pagina 285.
    Atto terzo: pagina 327.
    LE AVVENTURE DELLA VILLEGGIATURA.


    L'autore a chi legge.

    L'azione  della  precedente  Commedia    l'andata  in  campagna.   Le
    difficolt insorte l'hanno ritardata, e quasi impedita;  le difficolt
    superate,  gli  Attori hanno il loro intento,  e la Commedia  finita.
    Guglielmo in essa  un personaggio necessario,  poich    quegli  che
    eccita  le gelosie di Leonardo,  e d i movimenti all'azione,  ora col
    ritardo ed ora colla sollecitazione al  fine;  ma  senza  una  seconda
    Commedia,  il  suo  carattere  freddo e flemmatico lascierebbe qualche
    cosa a desiderare.  Questo personaggio si disviluppa a questa  seconda
    Commedia,  e  lo  stesso  carattere  freddo  e  flemmatico  produce la
    principale delle Avventure, cio l'azione principale di questo secondo
    dramma.
    Questa continuazione produce qualche altro buon effetto.  La  baldanza
    di Giacinta  mortificata. La follia di Filippo  derisa. I pronostici
    di  Fulgenzio  verificati.  In  fine  l'abuso  delle  Villeggiature  
    provato,  e le conseguenze pericolose sono esposte  alla  vista  e  al
    disinganno degli Spettatori.  Anche questa Commedia  finita. Non dir
    come essa finisce,  per non prevenire il Lettore,  e togliere a lui il
    piacere della sospensione; ma si accorger egli al fine della lettura,
    che  vi  resta qualche cosa a desiderare,  e sar contento,  io spero,
    alla lettura della terza Commedia.
    Tutti gli Attori della prima  intervengono  in  questa  seconda,  alla
    riserva  di  Fulgenzio,  di  cui per altro si parla,  e figurer nella
    terza. Oltre gli Attori suddetti,  se ne introducono quattro nuovi,  i
    quali   tutti   contribuiscono   a  moltiplicar  le  "Avventure  della
    Villeggiatura",   e  tutti  servono  all'azion   principale.   L'unit
    dell'azione    un  precetto  indispensabile da osservarsi ne' Drammi,
    quando l'argomento riguarda un personaggio principalmente.  Ma  quando
    il  titolo  collettivo abbraccia pi persone,  l'unit stessa si trova
    nella moltiplicit delle azioni. Di questo genere sono (parlando delle
    mie  commedie)  il  "Teatro  Comico",   "La  Bottega  del  caff",   i
    "Pettegolezzi  delle Donne";  e precisamente le tre Commedie presenti.
    Tutti i personaggi agiscono per  lo  stesso  fine,  e  tutte  le  loro
    diverse azioni si riducono a provar l'argomento.






    PERSONAGGI dell'altra commedia:

    Filippo.
    Giacinta.
    Leonardo.
    Vittoria.
    Ferdinando.
    Guglielmo.
    Brigida.
    Paolino.

    Nuovi:

    Sabina, vecchia, zia di Giacinta.
    Costanza.
    Rosina, sua nipote.
    Tognino, giovane sciocco, amante di Rosina.
    Tita, Servitore di Costanza.
    Beltrame, Servitor del padre di Tognino.
    Un altro Servitore di Filippo.
    La  scena  si  rappresenta  a  Montenero,  luogo  di villeggiatura de'
    Livornesi, poche miglia distante da Livorno.
    ATTO PRIMO.


    SCENA PRIMA.
    Sala terrena in casa di Filippo, con tavolini da gioco, sedie,  canap
    eccetera. Gran porta aperta nel fondo, per dove si passa nel giardino.
    Brigida, Paolino, Tita, Beltrame.

    Brigida: Venite, venite, che tutti dormono.
    Paolino: Anche da noi non  molto che si son coricati.
    Tita:  E  le  mie  padrone  non c' dubbio che si sveglino per tre ore
    almeno.
    Beltrame: Se vegliano tutta la notte, bisogna che dormano il giorno.
    Paolino: E voi,  signora Brigida,  come avete fatto a  levarvi  s  di
    buon'ora?
    Brigida:  Oh!  io  ho  dormito  benissimo.  Quando  ha  principiato la
    conversazione, io sono andata a dormire. Hanno giocato,  hanno cenato,
    hanno  ritornato a giocare,  ed io me la godeva dormendo.  A giorno la
    padrona mi ha fatto chiamare;  mi sono alzata,  l'ho  spogliata,  l'ho
    messa a letto,  ho serrata la camera, e mi sono bravamente vestita. Ho
    fatto una buona passeggiata in giardino, ho raccolto i miei gelsomini,
    e ho goduto il maggior piacere di questo mondo.
    Paolino: Cos veramente qualche cosa si gode.  Ma che  cosa  godono  i
    nostri padroni?
    Brigida: Niente.  Per loro la citt e la villa  la stessa cosa. Fanno
    per tutto la medesima vita.
    Paolino: Non vi  altra differenza,  se non che in  campagna  trattano
    pi persone, e spendono molto pi.
    Brigida: Ors,  questa mattina voglio aver anch'io l'onore di trattare
    i miei cavalieri.  (Scherzando.) Come volete  essere  serviti?  Volete
    caff, cioccolata, bottiglia? Comandate.
    Paolino: Io prender piuttosto la cioccolata.
    Tita: Anch'io cioccolata.
    Beltrame: Ed io un bicchiere di qualche cosa di buono.
    Brigida: Volentieri; vi servo subito. (In atto di partire.)
    Tita: Ehi! la cioccolata io non la prendo senza qualche galanteria. (A
    Brigida.)
    Brigida: Eh! ci s'intende.
    Paolino: La signora Brigida sa ben ella quel che va fatto.
    Brigida: Gi della roba ce n',  gi la consumano malamente;   meglio
    che godiamo qualche cosa anche noi. (Parte.)


    SCENA SECONDA.
    Paolino, Tita, Beltrame.

    Paolino: Domani mattina, alla stessa ora, vi aspetto a favorire da me.
    Tita: Bene, e un'altra mattina favorirete da me.
    Paolino: Il vostro padrone  in campagna? (A Tita.)
    Tita: Il mio padrone  a Livorno, e la padrona sta qui a godersela. Il
    marito fatica in citt a lavorare,  e la moglie in campagna a spendere
    e a divertirsi.
    Paolino: S, certo, la signora Costanza fa qui la sua gran figura. Chi
    non la conoscesse, non direbbe mai che  moglie d'un bottegaio.
    Beltrame:  Capperi,  se  fa  figura!  La  chiamano  per  soprannome la
    governatrice di Montenero.
    Paolino: E  chi    quella  giovane  che  in  quest'anno    venuta  a
    villeggiare con lei?
    Tita:  E'  una sua nipote,  povera,  miserabile,  che non ha niente al
    mondo.  Tutto quello che ha  in  dosso,  glielo  ha  prestato  la  mia
    padrona.
    Paolino: E perch aggravar suo marito di quest'altra spesa? Perch far
    venire in campagna una nipote, col peso di doverla vestire?
    Tita:  Vi  dir,  ci    il  suo perch.  La signora Costanza,  la mia
    padrona,   ancora giovane,   vero;  ma in oggi a Montenero  ci  sono
    delle giovani pi di lei. E dove vi  la giovent, vi  il gran mondo;
    ed  ella,  per  non  esser  di meno,  si  provveduta di una nipote di
    sedici anni.


    SCENA TERZA.
    Brigida, Servitori che portano cioccolate, vino eccetera; e detti.

    Brigida: Eccomi, eccomi, compatite se vi ho fatto un poco aspettare.
    Paolino: Niente, ci siamo benissimo divertiti.
    Brigida: Come?
    Paolino: A dir bene del prossimo. (Ridendo.)
    Brigida: Bravi, bravi, ho capito. Oh! chi volesse dire...  chi volesse
    discorrere su quel che succede in villa, vi sarebbero da far de' tomi.
    Si  vanno  a  struggere  i  poeti  per far commedie?  Vengano qui,  se
    vogliono fare delle commedie.  Signor  Paolino,  a  voi.  (Gli  d  la
    cioccolata.)  Che  vengano a vedere la nostra vecchia,  se vogliono un
    bell'argomento.  A voi,  Tita.  (Gli d la cioccolata.) Sessantacinque
    anni,  e  si  d  ancora  ad  intendere  di essere corteggiata.  (D i
    biscottini a tutti e due.)  E  il  signor  Ferdinando  la  sa  s  ben
    secondare,  che pare innamorato morto di lei, e la buona vecchia se ne
    lusinga;  ma credo che quel drittaccio la pilucchi  ben  bene.  Signor
    Beltrame,  questo vi dovrebbe piacere. (Vuota il vino in un bicchiere,
    e glielo d.)
    Beltrame: Questa mi pare la miglior cioccolata del mondo.
    Brigida: Tenete due biscottini.  E questa novit di cui tutti parlano,
    che il signor Guglielmo si sia scoperto amante della signora Vittoria,
     vera, o non  vera? Voi, Paolino, lo dovrete sapere.
    Paolino: Dicono che in calesso sia corsa qualche parola. Lo staffiere,
    ch'era di dietro al calesso, dice ch'era il finestrino aperto, che poi
    l'hanno serrato, ma che tant'e tanto qualche cosa ha sentito.
    Brigida: Eh! s, due giovani in un calesso  una bella occasione.
    Beltrame: Buono, veramente buono. (Vuol rendere il bicchiere.)
    Brigida: Ne volete un altro?
    Beltrame: No; sto bene.
    Brigida: Eh! via, un altro.
    Beltrame: No, davvero, sto bene.
    Brigida: Per amor mio, un altro.
    Beltrame: Corpo di bacco! date qui. Si pu far meno per amor vostro?
    Brigida: Cos mi piace, che gli uomini sian compiacenti.
    Paolino: Domattina,  signora Brigida, signor Tita, signor Beltrame, vi
    aspetto da me.
    Tita: E dopo domani da me.
    Beltrame: Io non sono in caso di potervi trattare. Il mio padrone beve
    il caff e la cioccolata fuori di casa,  e da  noi  non  se  ne  sente
    l'odore.
    Paolino:  Il  vostro  padrone  non   il signor dottore,  il medico di
    condotta di Montenero? (A Beltrame.)
    Beltrame: S, appunto. Sono tant'anni che  medico di campagna,  e non
    ha mai potuto avere la grazia di essere medico di citt.
    Paolino: Ieri  stato da noi a bevere la cioccolata.
    Brigida: Da voi? L'ha bevuta anche da noi.
    Tita: E se vi dicessi, che l'ha bevuta anche da noi?
    Brigida: Buon pro faccia al signor dottore.
    Paolino: Questa mattina far probabilmente lo stesso giro.
    Beltrame: Per questa mattina no, perch non c' a Montenero. E' andato
    a fare una visita in Maremma, e non vi torner fin domani.
    Brigida: Che vuol dire, che voi non siete andato con lui?
    Beltrame:  Sono  venuti  a  prenderlo  con  sedia  e servitore,  ed ha
    lasciato me in custodia di suo figliuolo.
    Brigida: Di quello sciocco del signor Tognino?
    Tita: S, sciocco! E' un certo sciocco!  Fa l'amore da disperato colla
    signora Rosina.
    Brigida: Colla nipote della signora Costanza?
    Beltrame: S,   vero. L'hanno tirato gi ben bene. Coll'occasione che
    il signor dottore suo padre fa il servente alla signora Costanza, egli
    si  attaccato alla nipote.
    Brigida: Davvero, raccontatemi...
    Paolino: Vien gente.
    Tita: Andiamo via.
    Brigida: Andiamo, andiamo in giardino; vo' saper la cosa com'.
    Paolino: Cose belle. (Parte.)
    Tita: Cose solite. (Parte.)
    Beltrame: Frutti di giovent! (Parte.)
    Brigida: Avventure della campagna. (Parte.)


    SCENA QUARTA.
    Ferdinando in abito di confidenza, poi un Servitore.

    Ferdinando: Ehi!  chi  di l?  Chi  di  l?  Non  c'  nessuno?  Che
    dormano ancora tutti costoro? Ehi, chi  di l?
    Servitore: Comandi.
    Ferdinando: Che diavolo, s'ha da sfiatarsi per aver un servitore.
    Servitore: Perdoni.
    Ferdinando: Portatemi la cioccolata.
    Servitore: Sar servita.  (Scroccone! comanda con questa buona grazia,
    come se fosse in casa sua, o come se fosse in un'osteria). (Parte.)
    Ferdinando: Il signor Filippo  un buonissimo galantuomo;  ma  non  sa
    farsi servire.  Tuttavolta si sta meglio qui, che in ogni altro luogo.
    Si gode pi libert, si mangia meglio,  e vi  migliore conversazione.
    E'  stato  bene  per  me,  che  mi  sia  accompagnato in calesso colla
    cameriera di casa;  con questo pretesto sono restato qui,  in luogo di
    andar  dal signor Leonardo.  Col pure non si sta male,  ma qui si sta
    egregiamente.  In somma tutto va bene,  e per colmo  di  buona  sorte,
    quest'anno  il  gioco  non  mi  va male.  Facciamo un po' di bilancio;
    veggiamo in che stato si trova la nostra cassa. (Siede ad un tavolino,
    e cava un libretto di tasca.) A minchiate, vincita, lire dieciotto.  A
    primiera,  vincita,  lire  sessantadue.  Al  trentuno,  vincita,  lire
    novantasei;  a faraone,  vincita,  zecchini sedici,  fanno in tutto...
    (Conteggia.)  in tutto sar in avvantaggio di trenta zecchini incirca.
    Eh!  se continua cos...  Ma  che  diavolo  fate?  Mi  portate  questa
    cioccolata? Venite mai, che siate maledetti? (Grida forte.)


    SCENA QUINTA.
    Filippo ed il suddetto.

    Filippo: Caro amico, fatemi la finezza di non gridare.
    Ferdinando:  Ma voi non dite mai niente,  e la servit fa tutto quello
    che vuole.
    Filippo: Io son servito benissimo, e non grido mai.
    Ferdinando: Per me non ci penso.  Ma avete degli altri ospiti in casa;
    e si lamentano della servit.
    Filippo:  Vi  dir,  amico;  i miei servitori li pago io,  e chi non 
    contento, se ne pu andare liberamente.
    Ferdinando: Avete ancora bevuto la cioccolata?
    Filippo: Io no.
    Ferdinando: E che cosa aspettate a prenderla?
    Filippo: Aspetto il mio comodo, la mia volont e il mio piacere.
    Ferdinando: Ma io la prenderei volentieri.
    Filippo: Servitevi.
    Ferdinando: Son tre ore che l'ho ordinata. Ehi, dico, vi  caso d'aver
    questa cioccolata? (Alla scena, forte.)
    Filippo: Ma non gridate.
    Ferdinando: Ma se non la portano.
    Filippo: Abbiate pazienza.  Saranno pi del solito affaccendati;  oggi
    si d pranzo.  Saremo in undici o dodici a tavola;  la servit non pu
    far tutto in un fiato.
    Ferdinando: (Per quel ch'io vedo,  questa mattina non ci ha da  essere
    fondamento). Schiavo, signor Filippo.
    Filippo: Dove andate?
    Ferdinando: A bevere la cioccolata in qualche altro luogo.
    Filippo: Caro amico,  fra voi e me,  che nessuno ci senta: voi peccate
    un poco di ghiottoneria.
    Ferdinando: Il mio stomaco ci patisce.  Non  mangio  quasi  niente  la
    sera.
    Filippo:  Mi  pare,  per  altro,  che  ieri alla bella cena del signor
    Leonardo vi siate portato bene.
    Ferdinando: Oh! ieri sera  stato un accidente.
    Filippo: Se avessi mangiato quel che avete  mangiato  voi,  digiunerei
    per tre giorni.
    Ferdinando: Oh! ecco la cioccolata. (Il Servitore ne porta una tazza.)
    Filippo:  Non  andate  a  prenderla  fuori?  Accomodatevi.  Questa  la
    prender io.
    Ferdinando: Ve ne avete avuto a male?
    Filippo: No,  non mi ho per male di queste cose.  Andate  liberamente,
    che questa la prender io.
    Ferdinando:  Siete pure grazioso,  signor Filippo.  Siamo buoni amici;
    non voglio  che  andiate  in  collera.  La  prender  io.  (Prende  la
    cioccolata.)
    Filippo:  Benissimo.  La  ceremonia  non  pu  essere  pi obbligante.
    Sbattetene una per me. (Al Servitore.)
    Servitore: Signore, se non viene Brigida, non ce n'.
    Filippo: Ieri sera non ne avete messo in infusione, secondo il solito?
    Servitore: S, signore, ma ora non ce n' pi.
    Filippo: Mia figlia non l'ha bevuta,  mia sorella non l'ha bevuta,  il
    signor Guglielmo non l'ha bevuta; dove  andata la cioccolata?
    Servitore: Io non so altro, signore; so che nella cioccolatiera non ce
    n' pi.
    Filippo: Bene,  se non ce n' pi,  toccher a me a star senza.  Oh! a
    queste cose gi sono avvezzo.
    Ferdinando: E' buona. Veramente la vostra cioccolata  perfetta.
    Filippo: Procuro di farla fare senza risparmio.
    Ferdinando: Con permissione. Vado a far quattro passi.
    Filippo: Venite qua; giochiamo due partite a picchetto.
    Ferdinando: A quest'ora?
    Filippo:  S,  ora  che  non  c'  nessuno;  se  aspetto  l'ora  della
    conversazione, si mettono a tagliare, fanno le loro partite, ed io non
    trovo un can che mi guardi.
    Ferdinando: Caro signor Filippo, io ora non ho volont di giocare.
    Filippo: Due partite, per compiacenza.
    Ferdinando: Scusatemi,  ho bisogno di camminare; pi tardi, pi tardi,
    giocheremo pi al tardi.  (Figurarsi s'io voglio star l a giocare due
    soldi la partita con questo vecchio). (Parte.)
    Filippo:  Se  lo  dico!  nessuno mi bada.  Tutti si divertono alle mie
    spalle, ed io, se vorr divertirmi,  mi converr andare alla spezieria
    a giocare a dama collo speziale.  Oh! mi ha parlato pur bene il signor
    Fulgenzio.  Basta;  anche per quest'anno ci sono.  Se  marito  la  mia
    figliuola,  vo'  appigionare  la  casa e la possessione,  e non voglio
    altra villeggiatura. Ma io,  se non villeggio,  ci patisco.  Se non ho
    compagnia, son morto. Non so che dire. Sono avvezzato cos. Il mio non
    ha da essere mio; me l'hanno da divorare; e la minor parte ha da esser
    sempre la mia. (Parte.)


    SCENA SESTA.
    Saletta in casa di Costanza.
    Costanza e Rosina.

    Costanza:  Brava,   nipote,   brava,   mi  piacete.   Siete  assettata
    perfettamente.
    Rosina: Ci ho messo tutto il  mio  studio  questa  mattina  per  farmi
    un'acconciatura di gusto.
    Costanza:  Avete  fatto  benissimo,  perch oggi dal signor Filippo ci
    saranno  tutte  le  bellezze  di  Montenero,   e  si  vedranno   delle
    acconciature stupende.
    Rosina:  Oh!  s;  si vedranno le solite caricature.  Furie,  teste di
    leoni e medaglioni antichi.
    Costanza: E' vero; propriamente si disfigurano.
    Rosina: Che si  tengano  i  loro  parrucchieri,  ch'io  non  li  stimo
    un'acca. Questi non fanno che copiar le mode che vengono; e non badano
    se la moda convenga o disconvenga all'aria e al viso della persona.
    Costanza:  Verissimo;   una cosa mostruosa vedere un visino minuto in
    mezzo una macchina di capelli, che cambia perfino la fisionomia.
    Rosina: Che mai vuol dire,  che non  si    ancora  veduto  il  signor
    Tognino? Mi ha detto che sarebbe venuto a far colazione con noi.
    Costanza: Eh! verr, non temete. Si vede che vi vuol bene.
    Rosina: S, s'io volessi, mi sposerebbe domani.
    Costanza:  La  professione  del  medico    finalmente una professione
    civile, e potreste andar del pari con chi che sia.
    Rosina: Mi dispiace che vi vuol tempo,  prima ch'egli sia in istato di
    esercitarla.
    Costanza: Oh!  quanto ci vuole?  E' stato a Pisa a studiare; presto si
    addottora, e presto pu fare il medico.
    Rosina: Dicono che sa poco,  e che se non istudia un po' meglio,  sar
    difficile ch'egli riesca.
    Costanza: Eh!  mi fate ridere.  Per addottorarsi non ci vuol molto. Un
    poco di memoria,  un poco di protezione,  in quindici giorni   bell'e
    spicciato.  Quando   addottorato,  non gli manca subito una condotta.
    Gli amici suoi, gli amici nostri gliela faranno ottenere.
    Rosina: E la pratica?
    Costanza: La pratica la far in condotta.
    Rosina: Beati i primi che gli capitan sotto.
    Costanza: Se sar fortunato, tutte le cose gli anderan bene.
    Rosina: Suo padre sar poi contento?
    Costanza: Io spero di s. Il signor dottore, non fo per dire, ha della
    bont grande per me.


    SCENA SETTIMA.
    Ferdinando e le suddette.

    Ferdinando: O di casa. Si pu venire? (Di dentro.)
    Costanza: Venga,  venga,    padrone.  (Verso  la  scena.)  Il  signor
    Ferdinando. (A Rosina.)
    Rosina: Che vuol da noi questo seccatore?
    Costanza:  Non  lo sapete?  E' uno che si caccia per tutto;  e bisogna
    fargli delle finezze, perch  una lingua che taglia e fende.
    Rosina: Corbella quella povera vecchia, che  una compassione.
    Ferdinando: Servo, signore, padrone mie riverite.
    Rosina: Serva.
    Costanza: Serva divota.
    Ferdinando: Cospetto! che bellezze son queste?
    Rosina: Ci burla, signore.
    Ferdinando: Ma  siete  cos  sole?  Non  avete  compagnia,  non  avete
    nessuno?
    Costanza: Questa mattina non  ancora venuto nessuno.
    Ferdinando: E il signor dottore non  ancora venuto questa mattina?
    Costanza: Non signore,  in Maremma a fare una visita.
    Ferdinando: E il dottorino in erba non si  veduto?
    Costanza: Non ancora.
    Ferdinando: Gran bel capo d'opera  quel ragazzo!  Ma, oh diavolo! non
    mi ricordava ch' l'idolo della signora  Rosina.  Scusatemi,  signora,
    voi siete una giovane che ha del talento;  non credo che la parzialit
    vi possa dare ad intendere, ch'egli sia spiritoso.
    Rosina: Io non dico che abbia molto spirito; ma non mi pare che sia da
    porre in ridicolo.
    Ferdinando: No, no, ha il suo merito,  di buona grazia. (Il secondare
    non costa niente).
    Costanza: Signor Ferdinando, volete che vi faccia fare il caff?
    Ferdinando: Obbligatissimo. La mattina non lo prendo mai.
    Costanza: Avrete preso la cioccolata.
    Ferdinando: S, una pessima cioccolata.
    Costanza: E dove l'avete avuta cos cattiva?
    Ferdinando: Dove sto,  dal signor Filippo.  Un uomo che spende  assai,
    che  spende  quello  che  pu e quello che non pu,  ed  pessimamente
    servito.
    Rosina: Oggi siamo invitate a pranzo da lui.
    Ferdinando: S,  vedrete della  robaccia;  della  roba,  se  siamo  in
    dodici,  bastante per ventiquattro, ma senza gusto, senza delicatezza:
    carnaccia,  piatti ricolmi,  montagne di roba mal cotta,  mal condita,
    tutta  grasso,  carica di spezierie;  roba che sazia a vederla,  e non
    s'ha un piacere al mondo a mangiarla.
    Costanza: Per dir la verit,  ieri sera dal signor Leonardo  ci  hanno
    dato una cena molto polita.
    Ferdinando: S, polita se voi volete. Ma niente di raro.
    Costanza: C'erano de' beccafichi sontuosi.
    Ferdinando:  Ma  quanti  erano?  Io  non  credo che arrivassero a otto
    beccafichi per ciascheduno.
    Rosina: Io mi sono divertita bene col tonno.
    Ferdinando: Oib! era condito con dell'olio cattivo. Quando non  olio
    di Lucca del pi perfetto, io non lo posso soffrire.
    Rosina: Oh! vedete chi viene, signora zia?
    Costanza: S, s, Tognino.
    Ferdinando: Ho ben piacere che venga il signor Tognino.
    Costanza: Vi prego,  signor Ferdinando: quel  povero  ragazzo  non  lo
    prendete per mano.
    Ferdinando: Mi maraviglio, signora Costanza, io non sono capace...
    Rosina:  Perch  poi  chi volesse dire del signor Ferdinando colla sua
    vecchia, se ne potrebbono dir di belle.
    Ferdinando: Lasciatemi star la mia vecchia,  che quella  l'idolo mio.
    (Ironicamente.)
    Costanza: S s, l'idolo vostro, ho capito.


    SCENA OTTAVA.
    Tognino e detti.

    Tognino: Padrone, ben levate. Cosa fanno? Stanno bene? Me ne consolo.
    Rosina: Buon giorno, signor Tognino.
    Ferdinando: Signor Tognino carissimo,  ho l'onor di protestarle la mia
    umilissima servit. (Con caricatura.)
    Tognino: Padrone. (Salutando Ferdinando.)
    Costanza: Avete dormito bene la scorsa notte?
    Tognino: Signora s.
    Rosina: Vi ha fatto male la cena?
    Tognino: Oh male! Perch male? Non mi ha fatto niente male.
    Ferdinando: E poi, se gli avesse fatto male,  non sa egli di medicina?
    Non saprebbe egli curarsi?
    Tognino: Signor s, che saprei curarmi.
    Ferdinando:  A  un  uomo  che avesse mangiato troppo,  che si sentisse
    aggravato lo stomaco, che cosa ordinereste voi, signor Tognino?
    Rosina: Oh! egli non  ancor medico;  e non  obbligato a saper queste
    cose.
    Tognino: Signora s, ch'io lo so.
    Ferdinando:  Egli  lo sa,  signora mia,  egli lo sa benissimo,  e voi,
    compatitemi,  gli fate torto,  e non avete di lui quella  stima  ch'ei
    merita. Dite a me, signor Tognino, che cosa gli ordinereste?
    Tognino: Gli ordinerei della cassia,  e della manna,  e della sena,  e
    del cremor di tartaro, e del sal d'Inghilterra.
    Costanza: Cio, o una cosa, o l'altra.
    Ferdinando: E tutto insieme, se ve ne fosse bisogno.
    Tognino: E tutto insieme, se ve ne fosse bisogno.
    Ferdinando: Bravo; evviva il signor dottorino.
    Rosina: Ors, mutiamo discorso.
    Costanza: A che ora  partito vostro signor padre? (A Tognino.)
    Tognino: Quando  partito, io dormiva. Non so che ora fosse.
    Costanza: Non ve l'hanno detto in casa a che ora  partito?
    Tognino: Me l'hanno detto, ma non me ne ricordo.
    Ferdinando: (Spiritosissima creatura!).
    Rosina: E quando credete ch'egli ritorni?
    Tognino: Io credo che ritorner, quando avr finito di fare quello che
    deve fare.
    Ferdinando:  Non  c'  dubbio.  Dice  benissimo.  In  quell'et,  pare
    impossibile ch'ei sappia dir tanto.
    Rosina: Ors, signore, gliel'ho detto e glielo torno a dire: guardi se
    stesso, e non istia a corbellare. (A Ferdinando.)
    Tognino: Mi corbella il signor Ferdinando? (A Ferdinando.)
    Costanza: Ditemi. Avete fatto colezione? (A Tognino.)
    Tognino: Io no, sono venuto qui a farla.
    Rosina: Ed io v'ho aspettato, e la faremo insieme.
    Ferdinando: Ma!  fortunato il signor Tognino.
    Tognino: Perch fortunato?
    Ferdinando: Perch fa spasimar le fanciulle.
    Costanza: Lasciamo andare questi discorsi. (A Ferdinando.)
    Rosina: (Povero il mio Tognino, non gli badate). (Piano a Tognino.)
    Tognino:  (Quando  sarete  mia,  per casa non ce lo voglio).  (Piano a
    Rosina, e battendo i piedi.)
    Ferdinando: Che cosa ha il signor Tognino?
    Costanza: Lasciatelo stare.
    Ferdinando: Ma io gli voglio bene.
    Tognino: E a me non importa  niente  del  vostro  bene.  (Gli  fa  uno
    sgarbo.)
    Ferdinando: Grazioso, amabile, delizioso!


    SCENA NONA.
    Tita e detti.

    Tita: Signora, una visita. (A Costanza.)
    Costanza: E chi ?
    Tita: La signora Vittoria
    Costanza: Padrona, mi fa grazia. (A Tita.)
    Tognino: E la colazione?
    Rosina: Vi contentate, signora zia, che andiamo a far colazione?
    Costanza: Tita,  conducete di l mia nipote e il signor Tognino,  date
    loro qualche cosa di buono,  e state  l  con  essi  loro,  e  non  vi
    partite.
    Tita: S, signora. (Parte.)
    Ferdinando:  (Donna  di garbo!  Buona custodia!  Ammirabile cautela!).
    (Con ironia.)
    Rosina: Andiamo. (A Tognino.)
    Ferdinando: Buon pro faccia al signor Tognino.
    Tognino: Grazie. Padrone.
    Ferdinando: Mi faccia un brindisi.
    Rosina: Oh, sono pure annoiata! (A Ferdinando.)
    Ferdinando: Viva mille anni il signor Tognino.
    Tognino: Oh, sono pure annoiato! (A Ferdinando.)
    Rosina: Andiamo.  (Prende Tognino per un braccio,  e lo  strascina  in
    maniera che si vede la goffaggine di Tognino.)


    SCENA DECIMA.
    Costanza e Ferdinando, poi Vittoria.

    Costanza: Ma, caro signor Ferdinando...
    Ferdinando: Ma, cara signora Costanza, chi si pu tenere, si tenga.
    Vittoria: Serva sua, signora Costanza. Perdoni se ho tardato a fare il
    mio debito.
    Costanza: Cosa dice mai?  In ogni tempo mi fa onore;  mi favorisce. La
    prego d'accomodarsi. (Siedono.)
    Ferdinando: (Che dite eh? In che gala si  messa?). (Sedendo,  piano a
    Vittoria.)
    Vittoria: (Tutto cattivo; non si sa nemmeno vestire). (A Ferdinando.)
    Costanza: (Oh,  che ti venga la rabbia!  Ha il mariage alla moda). (Si
    guardano sott'occhio, e non parlano.)
    Ferdinando: (Si sono ammutolite, non parlano).  E cos,  signore,  che
    cosa dicono di questo tempo?
    Vittoria: Eh! per la stagione che corre, non c' male.
    Costanza:  (Ora  capisco,  perch   venuta da me: per farsi vedere il
    bell'abito. Ma non le vo' dar piacere, non le vo' dir niente).
    Ferdinando:  E'  molto  magnifica  la  signora  Vittoria,     vestita
    veramente di gusto.
    Vittoria: E' una galanteria;  un abitino alla moda.
    Costanza: Star molto in campagna la signora Vittoria?
    Vittoria: Fino che durer la villeggiatura.
    Ferdinando: Mi piace infinitamente la distribuzion dei colori.
    Vittoria:  In  questa  sorta  d'abiti  tutto consiste nell'armonia de'
    colori.
    Costanza: (L'armonia de' colori!). (Caricandola.)
    Ferdinando: Questo vuol dire essere di buon gusto.
    Costanza: Questa mattina,  m'immagino,  sar anch'ella invitata  dalla
    signora Giacinta.
    Vittoria: S, signora. Ci va ella pure?
    Costanza: Oh! non vuole?
    Vittoria: Va a piedi, se  lecito, o va in isterzo?
    Costanza:  Oh!  vado a piedi.  Io lo sterzo non l'ho,  ch non sono s
    ricca;  ma quando anche  l'avessi,  per  quattro  passi  mi  parerebbe
    un'affettazione.
    Vittoria: Eh! non si fa per questo, si fa per la propriet.
    Costanza: Se vogliamo parlare di propriet...
    Ferdinando: Saremo in molti, io credo, questa mattina.
    Vittoria: Per me,  ci sia chi ci vuol essere, non mi voglio mettere in
    soggezione. Mi sono vestita cos in abito di confidenza.
    Ferdinando: Ma questo, signora,   un abito con cui pu presentarsi in
    qualunque luogo.
    Costanza: (Ma che maladetto ciarlone!).
    Ferdinando:  Che dic'ella,  signora Costanza?  Non  questo un vestito
    magnifico, e di buon gusto?
    Costanza: Vossignoria non sa che interrompere quand'uno parla.  A  che
    ora fa conto d'andare dalla signora Giacinta? (A Vittoria.)
    Vittoria: (Oh! si vede che quest'abito la fa delirare). Dir, signora,
    ho da fare ancora due visite, e poi passer dalla signora Giacinta. Se
    sar presto, si far una partita.
    Costanza: Oh!  s, per giocare poi, in quella casa si gioca a tutte le
    ore.   Pazienza  che  giocassero  a  piccioli  giochi,   ma  c'  quel
    maladettissimo faraone, che ha da essere la rovina di qualcheduno.
    Ferdinando:  Io  non  so  che  finora  sia  accaduto  alcuno di questi
    malanni.
    Vittoria: Quest'anno,  per dirla,  ho perduto anch'io quanto basta,  e
    poi ho fatto delle spesette. Mi piace andar ben vestita. Ogni stagione
    mi piace farmi qualche cosa di nuovo. Tutti hanno la loro passione. Io
    ho quella del vestir bene, e di vestir alla moda. Ecco qui, quest'anno
     uscita la moda del mariage, e sono stata io delle prime.
    Costanza: (Fa propriamente venire il vomito. Non si pu soffrire).
    Ferdinando:  La  pulizia  certamente    quella  che fa distinguere le
    persone.
    Vittoria: Che dice,  signora Costanza,  ella che  di buon  gusto,  le
    piace quest'abito?
    Costanza:  Signora,  io  non voleva dir niente,  perch sono una donna
    sincera, e non mi piace adulare,  e dall'altra parte sprezzare la roba
    degli altri non  buona creanza;  ma se deggio dirle la verit, non mi
    piace niente.
    Vittoria: Non le piace?
    Costanza: Non so che dire, sar di cattivo gusto, ma non mi piace.
    Ferdinando: Cospetto! Questa  una cosa grande.  Ma che ci trova,  che
    non le piace?
    Costanza:  Ma che cosa ci trova di bello,  di maraviglioso,  il signor
    lodatore?  E' altro che un abito di  seta  schietto,  guarnito  a  pi
    colori,  come si guarniscono le livree?  Con sua buona grazia,  non mi
    piace, e mi pare che non meriti tanti elogi.
    Ferdinando: Eh! i gusti sono diversi.
    Vittoria: Per altro,  signora Costanza,  io  non  sono  venuta  mai  a
    disprezzare i suoi abiti. (Si alzano.)
    Costanza: N io, mi perdoni...
    Ferdinando: Io vedo che la signora Vittoria ha volont di partire.  Se
    comanda, la servir io.
    Vittoria: Mi far piacere.
    Costanza: Ella  padrona di servirsi come comanda.
    Vittoria: Serva umilissima.
    Costanza: Serva divota.
    Ferdinando: Il mio rispetto alla signora Costanza.
    Vittoria: (Merito peggio,  non ci doveva  venire.  Povera,  superba  e
    ignorante). (Parte.)
    Ferdinando:  (Bel  soggetto per una cantata per musica!  L'ambizione e
    l'invidia). (Parte.)
    Costanza: Gran signora! Gran principessa! Piena di debiti e di vanit,
    senza fondamento. (Parte.)






    ATTO SECONDO.


    SCENA PRIMA.
    Sala in casa di Filippo.
    Giacinta e Brigida.

    Brigida:  Che  ma  vuol  dire,   signora  padrona,   ch'ella     cos
    melanconica?  Quest'anno  pare  ch'ella  non  goda  il  piacere  della
    villeggiatura.
    Giacinta: Maledico l'ora e il punto che ci sono venuta.
    Brigida: Ma perch mai questa cosa?
    Giacinta: Lasciami stare, non m'inquietar d'avvantaggio.
    Brigida: Ma io lo voglio sapere assolutamente.  La mia padrona non  mi
    ha  mai  tenuto  nascosto  niente,  e spero non vorr darmi ora questa
    mortificazione.
    Giacinta: Brigida mia, conosco che sono stata una pazza,  che sono una
    pazza, e che le mie pazzie mi voglion far sospirare.
    Brigida:  Ma  perch  mai?  E' ella pentita d'aver a sposare il signor
    Leonardo?
    Giacinta: No, non mi pento di questo.  Leonardo ha del merito,  mi ama
    teneramente,  e  non  indocile da farmi temere di essere maltrattata.
    Mi pento bens,  ed amaramente mi pento,  d'aver insistito ad onta  di
    tutto di voler con noi il signor Guglielmo, e di aver permesso che mio
    padre lo abbia alloggiato in casa.
    Brigida: Si  forse perci disgustato il signor Leonardo?
    Giacinta:  Ma  lascia  stare il signor Leonardo,  ch'egli non c'entra.
    Egli  soffre  anche  troppo,  ed  arrossisco  io  per  lui  della  sua
    sofferenza.
    Brigida:  Ma che cosa le ha fatto dunque il signor Guglielmo?  Mi pare
    un giovane tanto onesto e civile...
    Giacinta: Ah!  s,  per l'appunto,  la sua civilt,  la sua politezza;
    quella maniera sua insinuante,  dolce,  patetica,  artifiziosa, mi ha,
    mio malgrado,  incantata,  oppressa,  avvilita.  S,  sono innamorata,
    quanto pu essere donna al mondo.
    Brigida:  Come,  signora?  Ma come mai?  Se di lui,  mi ha detto tante
    volte, non ci pensava n poco, n molto?
    Giacinta: E' vero, non ho mai pensato a lui,  l'ho sempre trattato con
    indifferenza,  e  ho  riso  dentro  di me di quelle attenzioni ch'egli
    inutilmente mi usava.  Ma oim!  Brigida mia,  quel convivere insieme,
    quel vedersi ogni d,  a tutte l'ore,  quelle continue finezze, quelle
    parole a tempo,  quel trovarsi vicini a  tavola,  sentirmi  urtare  di
    quando  in  quando  (sia per accidente,  o per arte),  e poi chiedermi
    scusa, e poi accompagnare le scuse con qualche sospiro, sono occasioni
    fatali,  insidie orribili,  e non so,  e non so dove voglia  andare  a
    finire.
    Brigida: Ma ella non ne ha colpa. E' causa il padrone.
    Giacinta:  S,    vero,  vo  studiando  anch'io di dar la colpa a mio
    padre. Da lui  venuto il primo male; ma toccava a me a rimediarvi, ed
    io sola poteva farlo, ed io lo doveva fare;  ma la maledetta ambizione
    di  non  voler  dipendere,  e  di  voler  essere servita,  mi ha fatto
    soffrire i primi atti  d'indifferenza,  e  l'indifferenza    divenuta
    compiacimento, ed il compiacimento passione.
    Brigida: S' accorto di niente il signor Leonardo?
    Giacinta: Non credo.  Uso ogni arte perch egli non se ne accorga,  ma
    ti giuro ch'io patisco pene  di  morte.  Quel  dover  usar  al  signor
    Leonardo  le distinzioni che sono da una sposa ad uno sposo dovute,  e
    vedere dall'altra parte a languire,  a patire colui che mi  ha  saputo
    vincere  il  cuore,    un  tale  inferno,  che non lo saprei spiegare
    volendo.
    Brigida: Ma come ha da finire, signora mia?
    Giacinta: Questo  quello ch'io non so dire, e che mi fa continuamente
    tremare.
    Brigida: Finalmente ella non  ancora sposata.
    Giacinta: E che vorresti tu  ch'io  facessi?  Che  mancassi  alla  mia
    parola?  Che  si  lacerasse un contratto?  L'ho io sottoscritto.  L'ha
    sottoscritto mio padre.  E' noto ai parenti,   pubblico per la citt.
    Che direbbe il mondo di me?  Ma vi  di peggio.  Se si scoprisse ch'io
    avessi della passione per questo  giovane,  chi  non  direbbe  che  io
    l'amava  in  Livorno,  che  ho  procurato d'averlo meco per un attacco
    d'amore,  e che ho avuto la temerit di sottoscrivere un contratto  di
    nozze  col  cuore  legato,  e  coll'amante al fianco?  Si tratta della
    riputazione. Sono cose che fanno inorridire a pensarvi.
    Brigida: Per bacco!  Me ne dispiace  infinitamente.  Ma  non  dicevasi
    comunemente,  che  il  signor  Guglielmo  avesse  della premura per la
    signora Vittoria?
    Giacinta: Non    vero  niente.  E'  arte  la  sua,    finzione,  per
    nascondere la parzialit che ha per me.
    Brigida:  Dunque  lo sa il signor Guglielmo,  che vossignoria ha della
    passione per lui.
    Giacinta: Ho procurato nascondermi quanto ho potuto, ma se n' accorto
    benissimo,   e  poi  quella  vecchia  pazza  di   mia   zia,   vecchia
    maliziosissima,  se n' anch'ella avveduta,  e in luogo d'impedire, di
    rimediare,  pare che ci abbia gusto ad attizzare il foco,  ed ha  ella
    una gran parte in questa mia debolezza.
    Brigida: A proposito della vecchia, eccola qui per l'appunto.
    Giacinta:   L'et   l'ha  fatta  ritornare  bambina.   Fa  ella  mille
    sguaiataggini, e vorrebbe che tutte fossero del di lei umore.
    Brigida: Diciamole qualche cosa. Avvisiamola che non istia a lusingare
    il signor Guglielmo.
    Giacinta: No, no, per amor del cielo, non le diciamo niente,  lasciamo
    correre, perch si farebbe peggio.
    Brigida: (Ho capito.  La mia padrona  un'ammalata, che ha paura della
    medicina).


    SCENA SECONDA.
    Sabina e dette.

    Sabina: Nipote, avete veduto il signor Ferdinando?
    Giacinta: Non signora, questa mattina non l'ho veduto.
    Sabina: E voi, Brigida, l'avete veduto?
    Brigida: L'ho veduto di  buonissima  ora:    sortito,  e  non    pi
    ritornato.
    Sabina:  Guardate  che  malagrazia!  Mi  ha  detto  ieri  sera,  ch'io
    l'aspettassi questa mattina a bevere la cioccolata nella mia camera, e
    non si  ancora veduto: va tutto il d a girone;  ha cento visite,  ha
    cento  impegni.  Pi  che  si fa,  meno si fa con questi uomini.  Sono
    propriamente ingrati.
    Brigida: (Povera giovanetta! Le fanno veramente un gran torto).
    Sabina: Voi avete presa la cioccolata? (A Giacinta.)
    Giacinta: Non signora.
    Sabina: Perch non siete venuta da me quando vi ho mandato a chiamare,
    che l'avremmo bevuta insieme?
    Giacinta: Non ne aveva volont stamattina.
    Sabina: C'era anche il signor Guglielmo. (Sorridendo.)
    Brigida: (La buona vecchia!).
    Sabina: E' venuto a favorirmi in camera il signor Guglielmo;  ho fatto
    portare  la  cioccolata,  ed ha avuto egli la bont di frullarla colle
    sue mani. Se vedeste come sa frullare con buona grazia!  Quel giovane,
    tutto quello che fa, lo fa bene.
    Brigida: (Ed ella, per verit, non si porta male).
    Sabina: Che avete? Siete ammalata?
    Giacinta: Mi duole un poco la testa.
    Sabina:  Io non so che razza di giovent sia quella del giorno d'oggi.
    Non si sente altro che mali di stomaco, dolori di testa e convulsioni.
    Tutte hanno le convulsioni.  Io non mi cambierei con una di voi altre,
    per tutto l'oro del mondo.
    Giacinta:   Dice   bene   la  signora  zia;   ella  ha  un  buonissimo
    temperamento.
    Sabina: Mi diverto almeno,  e non ist qui a piangere il morto,  e non
    vengo  in  villeggiatura  per  annoiarmi.  Mi  dispiace che non ci sia
    Ferdinando;  chiamatemi un servitore,  che lo voglio mandar a cercare.
    (A Brigida.)
    Giacinta: Eh!  via,  signora zia, non vi fate scorgere, non vi rendete
    ridicola in questo modo.
    Sabina: Che cosa intendereste di dire? Io mi fo scorgere?  Io mi rendo
    ridicola?  Non  posso  avere  della  stima,  della  parzialit per una
    persona? Non sono vedova? Non sono libera? Non sono padrona di me?
    Giacinta: S,  verissimo. Ma nell'et in cui siete...
    Sabina: Che et,  che et?  Non sono una  giovinetta;  ma  sono  ancor
    fresca donna, ed ho pi spirito e pi buona grazia di voi.
    Giacinta: Io, se fossi in voi, mi vergognerei a dire di queste cose.
    Sabina: Per che cosa ho da vergognarmi? A una donna libera, sia vedova
    o sia fanciulla,   permesso avere un amante.  Ma due alla volta non 
    permesso. Credo che mi possiate capire.
    Giacinta: Mi maraviglio, signora, che parliate in tal modo.  Fate quel
    che  vi  piace.  Io  non  entrer  pi  ne'  fatti  vostri,  e voi non
    v'impicciate ne' miei. (Parte.)


    SCENA TERZA.
    Sabina e Brigida.

    Sabina: Fraschetta, insolente! Se non si sapessero i suoi segreti!
    Brigida: Ma mi compatisca,  signora,  ella si regola male.  Se conosce
    che vi sia qualche cosa,  ella lo ha da impedire,  o per lo meno ha da
    procurare che non si sappia.  Non si tratta  mica  di  bagattelle,  si
    tratta di riputazione.  Le parerebbe di aver fatta una bella cosa,  se
    fosse causa del precipizio di sua nipote?  Se ella  vede  che  vi  sia
    qualche  cosa,  non ha da permettere che continui,  e non ha da essere
    quella che attizzi il foco,  stuzzichi la giovent,  ch pur troppo il
    diavolo  grande;  e quel ch' stato,  stato, e non bisogna parlarne,
    e non mettere degli scandali e delle dissensioni nella famiglia.
    Sabina: Mandatemi a chiamare il signor Ferdinando.


    SCENA QUARTA.
    Ferdinando e dette.

    Ferdinando: Eccomi, eccomi. Sono qui; sono qui a servirla.
    Sabina: Dove siete stato finora? (Sdegnata.)
    Ferdinando: Sono stato dallo speziale.  Mi sentiva un poco di  mal  di
    stomaco, e sono stato a masticar del reobarbaro.
    Sabina: State meglio ora? (Dolcemente.)
    Ferdinando: S, sto un poco meglio.
    Sabina:  Poverino!  Per  questo  non sarete venuto da me a prendere la
    cioccolata. (Come sopra.)
    Brigida: (Ma si pu dare una vecchia pi pazza, pi rimbambita?).
    Ferdinando: Mi  dispiaciuto moltissimo a non poter venire.  Ma so che
    ha dell'amore per me, mi compatir.
    Sabina: Andate via di qua, voi. (A Brigida.)
    Brigida: Oh!  s,  signora, non dubiti, che io non interromper le sue
    tenerezze. (Parte.)


    SCENA QUINTA.
    Ferdinando e Sabina.

    Sabina: (Dicano quel che vogliono;  mi basta che il mio Ferdinando  mi
    voglia bene).
    Ferdinando:  (Ora  ho  da  digerire tutto il divertimento che ho avuto
    questa mattina).
    Sabina: Caro il mio Ferdinando.
    Ferdinando: Cara la mia cara signora Sabina.
    Sabina: Datemi da sedere.
    Ferdinando: Subito. Volentieri. (Le porta una sedia.)
    Sabina: E voi, perch non sedete? (Siede.)
    Ferdinando: Sono stato a sedere finora.
    Sabina: Sedete, vi dico.
    Ferdinando: Me lo comanda?
    Sabina: S, posso comandarvelo, e ve lo comando.
    Ferdinando: Ed io deggio obbedire,  e obbedisco.  (Va  a  prendere  la
    sedia.)
    Sabina: (Ma che figliuolo adorabile!).
    Ferdinando: (Quanto ha da durare questa seccatura?). (Porta la sedia.)
    Sabina: (Ma quanto ben che mi vuole!).
    Ferdinando: Eccola obbedita. (Siede.)
    Sabina: Accostatevi un poco.
    Ferdinando: S, signora. (Si accosta un poco.)
    Sabina: Via, accostatevi bene.
    Ferdinando: Signora... ho preso il reobarbaro...
    Sabina: Ah bricconcello! M'accoster io. (S'accosta.)
    Ferdinando: (Che ti venga la rabbia).
    Sabina: Caro figliuolo,  governatevi, non disordinate. Ieri sera avete
    mangiato un poco  troppo.  Basta;  questa  mattina  a  tavola  starete
    appresso  di me.  Vi voglio governar io;  mangerete quello che vi dar
    io.
    Ferdinando: Eh! da qui all'ora del pranzo vi  tempo. Pu essere ch'io
    stia bene, e che mangi bene.
    Sabina: No, gioia mia; voglio che vi regoliate.
    Ferdinando: Che ora  presentemente?
    Sabina:  Ecco,   diciassett'ore;   osservate.   Non  avete  anche  voi
    l'oriuolo? (Mostrando il suo.)
    Ferdinando: Ne aveva uno... non saprei... andava male; l'ho lasciato a
    Livorno.
    Sabina: Perch lasciarlo?  Un galantuomo senza l'oriuolo, specialmente
    in campagna, fa cattiva figura.
    Ferdinando: E' vero, se sapessi come fare... Arrossisco di non averlo.
    Andrei quasi a posta a pigliarlo.
    Sabina:  Se  il  mio  avesse  la  catena  da  uomo,  ve  lo  presterei
    volentieri.
    Ferdinando:   Una  catena  d'acciaio  si  pu  trovare  facilmente:  a
    Montenero se ne trovano.
    Sabina: S,  si potrebbe trovare.  Ma io poi avrei da restare senza il
    mio oriuolo?
    Ferdinando: Che serve?  Credete ch'io non lo sappia, che l'avete detto
    per ridere, per burlarmi? Andr a Livorno...
    Sabina: No,  no,  caro;  ve l'ho detto di cuore.  Tenete,  gioia  mia,
    tenete. Ma ve lo presto, sapete?
    Ferdinando: Oh! ci s'intende. (Questo non lo avr pi).
    Sabina: Vedete, se vi voglio bene?
    Ferdinando: Cara signora Sabina, siete certa di essere corrisposta.
    Sabina:  E  se  continuerete  ad  amarmi,  avrete da me tutto quel che
    volete.
    Ferdinando: Io non vi amo per interesse.  Vi amo perch  lo  meritate,
    perch mi piacete, perch siete adorabile.
    Sabina:  Anima  mia,   metti  via  quell'oriuolo,   che  te  lo  dono.
    (Piangendo.)
    Ferdinando: (Oh! se potessi ridere! Riderei pur di cuore).
    Sabina: Senti, figliuolo mio, io ho avuto diecimila scudi di dote. Col
    primo marito non ho avuto figliuoli. Sono miei,  sono investiti,  e ne
    posso  disporre.  Se mi vorrai sempre bene,  io ho qualche anno pi di
    te, e un giorno saranno tuoi.
    Ferdinando: E non vi volete rimaritare?
    Sabina: Briccone! per che cosa credi ch'io ti voglia bene? Pensi ch'io
    sia una fraschetta?  Se non avessi intenzione di maritarmi,  non farei
    con te quel ch'io faccio.
    Ferdinando:  Cara  signora  Sabina,  questa sarebbe per me una fortuna
    grandissima.
    Sabina: Gioia mia, basta che tu lo voglia.  Quest' una cosa che si fa
    presto.
    Ferdinando: E avete diecimila scudi di dote?
    Sabina:  S,  e  in  sei  anni che sono vedova,  ho accumulati anche i
    frutti.
    Ferdinando: E ne potete disporre liberamente?
    Sabina: Sono padrona io.
    Ferdinando: Che vuol dire,  non avreste difficolt a farmi una piccola
    donazione.
    Sabina:  Donazione?  A  me  si domanda una donazione?  Sono io in tale
    stato da non potermi maritare senza una donazione?
    Ferdinando: Ma non avete detto,  che un  giorno  la  vostra  dote  pu
    essere cosa mia?
    Sabina: S, dopo la mia morte.
    Ferdinando: Farlo prima, o farlo dopo, non  lo stesso?
    Sabina: E se ci nascono dei figliuoli?
    Ferdinando: (Oh vecchia pazza! Ha ancora speranza di far figliuoli).
    Sabina:  Ditemi  un  poco,  signorino,   questo il bene che mi volete
    senza interesse?
    Ferdinando: Io non parlo per interesse. Parlo perch, se fossi padrone
    di questo danaro,  potrei mettere un negozietto a Livorno,  e  farmelo
    fruttare il doppio,  e star bene io, e fare star bene benissimo la mia
    cara consorte.
    Sabina: No, disgraziato, tu non mi vuoi bene. (Piange.)
    Ferdinando:  Cospetto!  se  non  credete  ch'io  vi  ami,  far  delle
    bestialit, mi dar alla disperazione.
    Sabina:  No,  caro,  no,  non  ti  disperare,  ti  credo:  che  tu sia
    benedetto!
    Ferdinando: Ho un  amore  per  voi  cos  grande,  che  non  lo  posso
    soffrire.
    Sabina:  S,  ti credo,  ma non mi parlare di donazione.  Non ti basta
    ch'io t'abbia donato il core?
    Ferdinando: (Eh! col tempo pu essere che ci caschi).


    SCENA SESTA.
    Filippo e detti.

    Filippo: E cos,  signor Ferdinando,  volete ora che facciamo  quattro
    partite a picchetto?
    Sabina: Cosa ci venite voi a seccare col vostro picchetto?
    Filippo: Io non parlo con voi. Parlo col signor Ferdinando.
    Sabina: Il signor Ferdinando non vuol giocare.
    Ferdinando:  (Non  saprei  dire  delle  due seccature,  quale fosse la
    peggio).
    Filippo: Volete giocare, o non volete giocare? (A Ferdinando.)
    Ferdinando: Con permissione. (S'alza.)
    Filippo: Dove andate?
    Ferdinando: Con permissione. (Corre via.)
    Sabina: Lasciatelo andare. Ha pigliato il reobarbaro.
    Filippo: Mangia come un lupo, e poi gli si aggrava lo stomaco.
    Sabina: Non  vero,  delicato, e ogni poco di pi gli fa male.
    Filippo: Dove ha preso il reobarbaro?
    Sabina: Dallo speziale.
    Filippo: Non  vero niente: appena   egli  uscito  di  qui,  sono  io
    andato dallo speziale.  Ho giocato a dama finora,  e non c' stato,  e
    non ci pu essere stato.
    Sabina: Siete orbo, e non l'avrete veduto.
    Filippo: Ci vedo meglio di voi.
    Sabina: Il signor Ferdinando non  capace di dir bugie.
    Filippo: Sapete,  quando dice la verit?  Quando  dice  per  tutto  il
    mondo, che voi siete una vecchia pazza. (Parte.)
    Sabina: Bugiardo, vecchio catarroso, maligno! Lo so perch lo dice, lo
    so perch lo perseguita.  Ma s,  gli voglio bene, e lo voglio sposare
    al dispetto di tutto il mondo. (Parte.)


    SCENA SETTIMA.
    Giacinta, poi Guglielmo.

    Giacinta: Ah!  Guglielmo vuol essere il mio precipizio.  Non  so  dove
    salvarmi. Mi seguita dappertutto. Non mi lascia in pace un momento.
    Guglielmo: Ma perch mi fuggite, signora Giacinta?
    Giacinta: Io non fuggo; bado a me, e vado per la mia strada.
    Guglielmo: E' vero,  ed io sono s temerario di seguitarvi.  Un'altra,
    che non avesse la bont che voi avete,  mi avrebbe a quest'ora per  la
    mia  importunit  discacciato.  Ma  voi  siete  tanto gentile,  che mi
    soffrite. Sapete la ragione che mi fa ardito, e la compatite.
    Giacinta: (Non so che cosa abbiano  le  sue  parole.  Paiono  incanti,
    paiono fattucchierie).
    Guglielmo:  S'io  credessi  che  la  mia  persona  vi  fosse veramente
    molesta,  o ch'io potessi pregiudicarvi,  a costo di tutto  vorrei  in
    questo  momento  partire;  ma  esaminando  me  stesso,  non mi pare di
    condurmi s male,  che possa io produrre verun disordine,  n alterare
    la vostra tranquillit.
    Giacinta: (Eh!  pur troppo mi ha fatto del male pi di quello che egli
    si pensa).
    Guglielmo: Signora, per grazia,  due parole a proposito di quel che vi
    ho detto.
    Giacinta:  Quest'anno  non ci possiamo discontentare.  Il bel tempo ci
    lascia godere una bella villeggiatura.
    Guglielmo: Ci non ha niente che fare con quello ch'io vi diceva.
    Giacinta: Che cosa dite della cena di ieri sera?
    Guglielmo: Tutto  per me indifferente,  fuor che l'onore della vostra
    grazia.
    Giacinta:  Non  so se il nostro pranzo di questa mattina corrisponder
    al buon gusto del trattamento, che abbiamo avuto iersera.
    Guglielmo: In casa vostra non si pu essere che ben trattati.  Qui  si
    gode  una vera felicit,  e s'io sono il solo a rammaricarmi,   colpa
    mia, non  colpa di nessun altro.
    Giacinta: (Si pu dare un'arte pi sediziosa di questa?).
    Guglielmo: Signora Giacinta,  scusatemi  se  v'infastidisco.  Mi  date
    permissione ch'io vi dica una cosa?
    Giacinta: Mi pare che abbiate parlato finora quanto avete voluto. (Con
    un poco di caldo.)
    Guglielmo: Non vi adirate: tacer, se mi comandate ch'io taccia.
    Giacinta: (Che mai voleva egli dirmi?).
    Guglielmo:  Comincio  ad essere pi sfortunato che mai.  Veggio che le
    mie parole v'annoiano. Signora, vi lever l'incomodo.
    Giacinta: E che cosa volevate voi dirmi?
    Guglielmo: Mi permettete ch'io parli?
    Giacinta: Se  cosa da dirsi, ditela.
    Guglielmo: So il mio dovere,  non temete ch'io ecceda,  e che mi abusi
    della vostra bont.  Dirovvi solamente ch'io vi amo;  ma che se l'amor
    mio potesse recare il menomo pregiudizio o agli  interessi  vostri,  o
    alla  vostra  pace,  son  pronto  a  sagrificarmi in qualunque modo vi
    aggrada.
    Giacinta: (Chi pu rispondere ad una proposizione s generosa?).
    Guglielmo: Ho detto io cosa tale, che non meriti da voi risposta?
    Giacinta: Una fanciulla impegnata con altri non dee rispondere  ad  un
    tale ragionamento.
    Guglielmo:  Anzi  una  fanciulla  impegnata  pu  rispondere,  e  deve
    rispondere liberamente.
    Giacinta: Sento gente, mi pare.
    Guglielmo: S, ecco visite. Rispondetemi in due parole.
    Giacinta: E' la signora Costanza con sua nipote.
    Guglielmo: Vi sar tanto importuno, fino che mi dovrete rispondere.
    Giacinta: (Sono cos confusa,  che non so come ricevere queste  donne.
    Converr ch'io mi sforzi per non mi dar a conoscere).


    SCENA OTTAVA.
    Costanza Rosina, Tognino e detti.

    Guglielmo (si ritira da una parte).
    Costanza: Serva, signora Giacinta.
    Giacinta: Serva sua, signora Costanza.
    Rosina: Serva divota.
    Giacinta: Serva, signora Rosina.
    Tognino: Servitor suo.
    Giacinta: Signor Tognino, la riverisco.
    Costanza: Siamo qui a darle incomodo.
    Giacinta:  Anzi  a  favorirci;  mi  dispiace che saranno venute a star
    male.
    Costanza: Oh! cosa dice?  Non  la prima volta ch'io abbia ricevute le
    sue finezze.
    Giacinta: Ehi, chi  di l? Da sedere. (I Servitori portano le sedie.)
    (Perch non venite avanti?) (A Guglielmo, piano.)
    Guglielmo: (Sono mortificato). (A Giacinta.)
    Giacinta:  Le  prego  di  accomodarsi.  (Siedono.)  Favorisca,  signor
    Guglielmo, qui c' una seggiola vuota. vicino a lei.
    Guglielmo: (Quella non  per me, signora).
    Giacinta: (E per chi dunque?).
    Guglielmo:  (Non  tarder  a  venire  chi  ha  pi  ragion  di  me  di
    occuparla).
    Giacinta:  (Se principiate a far delle scene,  vi dar quella risposta
    che non ho avuto cuore di darvi).
    Guglielmo: (Vi obbedir, come comandate). (Siede.)
    Costanza: (Che dite,  eh?  Anch'ella ha  il  mariage  alla  moda).  (A
    Rosina.)
    Rosina: (Eh! s, queste due signore illustrissime vanno a gara).
    Giacinta: Che fa il signor Tognino? Sta bene?
    Tognino: Servirla.
    Giacinta: Che fa il signor padre?
    Tognino: Servirla.
    Giacinta: Non  andato in Maremma, mi pare?
    Tognino: Servirla.
    Giacinta: (Che sciocco!). (Piano a Guglielmo.)
    Guglielmo: (Ma  fortunato in amore). (Piano a Giacinta.)
    Costanza: Anch'ella, signora Giacinta, s' fatto il mariage alla moda?
    Giacinta: Eh! un abitino di poca spesa.
    Costanza:  S,    vero,    un  cosettino di gusto.  Mi piace almeno,
    ch'ella lo spaccia per quel che ;  ma la signora Vittoria ne  ha  uno
    cento  volte  peggio di questo,  e si d ad intendere d'avere una cosa
    grande, un abito spaventoso.
    Giacinta:  Vogliono  divertirsi?  Vogliono  fare  una  partita?  Gioca
    all'ombre la signora Costanza?
    Costanza: Oh! s signora.
    Giacinta: E la signora Rosina?
    Rosina: Per obbedirla.
    Giacinta: E il signor Tognino?
    Tognino: Oh! io non so giocare che a bazzica.
    Giacinta: Gioca a bazzica la signora Rosina?
    Rosina: Perch vuol ella ch'io giochi a bazzica?
    Giacinta: Non saprei. Vorrei fare il mio debito. Non vorrei dispiacere
    a nessuno; s'ella volesse far la partita col signor Tognino...
    Rosina: Oh! non vi  questo bisogno, signora.
    Costanza: Via, la signora Giacinta  una signora compita, e fra di noi
    c'intendiamo.  Ma il signor Tognino,  che giochi o che non giochi, non
    preme;  star a veder a giocare all'ombre,  imparer: star a veder la
    Rosina.
    Giacinta: Ella sa meglio di me,  signora Costanza,  l'attenzion che ci
    vuole nel distribuir le partite.
    Costanza: Oh!  lo so,  per esperienza.  Lo so che si procura di  unire
    quelle  persone,  che  non istanno insieme mal volentieri.  Anch'io ho
    tutta l'attenzione per questo;  ma quel che mi fa disperare si ,  che
    qualche volta vi  fra di loro qualche grossezza, o per gelosia, o per
    puntiglio,  e s'ingrugnano, senza che si sappia il perch: a chi duole
    il capo,  a chi duole lo stomaco,  e si dura fatica a mettere  insieme
    due tavolini.  Verr una per esempio,  e dir: ehi, questa sera vorrei
    far la partita col  tale.  Verr  un'altra:  ehi,  avvertite,  non  mi
    mettete  a  tavolino  col  tale  e  colla  tale,  che non mi ci voglio
    trovare. Pazienza anche, se lo dicessero sempre.  Il peggio si ,  che
    qualche  volta  pretendono  che  s'indovini.  Ci  vuole  un'attenzione
    grandissima: pensare alle  amicizie  e  alle  inimicizie.  Cercare  di
    equilibrar  le  partite fra chi sa giocare.  Scegliere quel tal gioco,
    che piace meglio a quei tali. Dividere chi va via presto, e chi va via
    tardi, e qualche volta procurar di mettere la moglie in una camera, ed
    il marito nell'altra.
    Giacinta: Vero,  vero;  lo provo ancor io: sono cose vere.  Sento  una
    carrozza,  mi  pare.  Sar  la  signora Vittoria e il signor Leonardo.
    Fatemi un piacere, signor Guglielmo, andate a vedere se sono dessi.
    Guglielmo: S,  signora,   giusto;  questa seggiola  non    per  me.
    (S'alza.)
    Giacinta: Se non volete, non preme...
    Guglielmo:  Contentatevi.  Son  giovane  onesto,  e  so il mio dovere.
    (Parte.)
    Giacinta: (Oggi m'aspetto di dover passare una giornata crudele).
    Costanza: Dica, signora Giacinta,   egli vero che il signor Guglielmo
    si sia dichiarato per la signora Vittoria?
    Giacinta: Lo dicono.
    Costanza: Siccome deve essere sua cognata, ella lo dovrebbe sapere.
    Giacinta: Finora non c' stata gran confidenza fra lei e me.
    Costanza: E le nozze sue si faranno presto?
    Giacinta: Non so, non glielo so dire. E ella, signora Costanza, quando
    fa sposa la signora Rosina?
    Costanza: Chi sa? potrebbe darsi.
    Rosina: Oh! non c' nessun che mi voglia.
    Tognino: (Nessuno?). (Piano a Rosina, urtandola forte.)
    Rosina: (Zitto, malagrazia). (Piano a Tognino.)
    Giacinta: Mi pare, se non m'inganno... (Verso Tognino ecc..)
    Costanza: Le pare, signora Giacinta? (Sogghignando per piacere.)
    Rosina: Qualche volta l'apparenza inganna.
    Giacinta: Il signor Tognino non  giovane capace di burlare.
    Tognino: Ah?  (Fa uno scherzo a Rosina ridendo, poi s'alza e passeggia
    sgarbatamente.)
    Giacinta: (E' un buon ragazzo, mi pare). (A Costanza.)
    Costanza: (Non ha molto spirito). (A Giacinta.)
    Giacinta: (Cosa importa?  Basta che abbia il modo di  mantenerla).  (A
    Costanza.)
    Costanza: (Oh! s,  figlio solo). (A Giacinta.)


    SCENA NONA.
    Leonardo e Vittoria,  servita di braccio da Guglielmo,  e detti. Tutti
    s'alzano.

    Giacinta: Serva, signora Vittoria. (Incontrandola.)
    Vittoria: Serva, la mia cara signora Giacinta. (Si baciano.)
    Leonardo: Scusate, vi prego,  signora Giacinta,  se ho tardato pi del
    solito questa mattina a venire a vedervi.  Ho dovuto far delle visite,
    ho avuto degli altri affari domestici,  che mi hanno tenuto  occupato.
    Spero che compatirete la mia mancanza,  n mi vorrete perci incolpare
    di trascuratezza, o di poco amore.
    Giacinta: Io non credo  che  mi  abbiate  mai  conosciuta  indiscreta.
    Quando venite, mi fate grazia; quando non potete, io non vi obbligo di
    venire.
    Leonardo:  (Non  so  s'io  l'abbia  da  credere  discretezza,  o  poca
    curanza).
    Giacinta:  Favoriscano  d'accomodarsi.  (Costanza,  Rosina  e  Tognino
    siedono ai loro posti.) Signor Guglielmo,  favorisca presso la signora
    Vittoria.
    Guglielmo: Come comanda.  (Siede presso a  Vittoria,  Giacinta  presso
    Guglielmo, e Leonardo presso Giacinta.)
    Vittoria:  Questa  mattina  non  si    degnato di favorirmi il signor
    Guglielmo.
    Guglielmo: In verit, signora, non ho potuto.
    Vittoria: So pure che siete stato tutta la mattina in casa.
    Guglielmo: E' verissimo, s signora ho avuto da scrivere delle lettere
    di premura.
    Vittoria: C'era anche da noi il calamaio e la carta.
    Guglielmo: Non mi sarei presa una simile libert.
    Vittoria: S, s, carino, ho capito. (Sdegnosa.)
    Giacinta: Signora Vittoria, non bisogna essere s puntigliosa.
    Leonardo: Imparate dalla signora Giacinta.  Ella    compiacentissima.
    Non tormenta mai per iscarsezza di visite.
    Giacinta:  Io non credo che vi siano degli uomini,  a' quali piacciano
    le seccature.
    Leonardo:  Eppure  vi  sono  di  quelli  che  volentieri  si   sentono
    rimproverare, e prendono qualche volta i rimproveri per segni d'amore.
    Giacinta: Tutti pensano diversamente; ed io non amo le affettazioni.
    Leonardo:  Ora  che so il genio vostro,  mi affanner molto meno nella
    premura di rivedervi.
    Giacinta: Siete padrone d'accomodarvi, come vi pare.
    Costanza: (Ho paura che voglia essere il loro un  matrimonio  di  poco
    amore). (A Rosina.)
    Rosina: (S, sar un matrimonio pi per impegno che per inclinazione).
    (A Costanza.)


    SCENA DECIMA.
    Sabina, servita di braccio da Ferdinando, e detti.

    Tognino: (Ehi, la vecchia). (A Rosina.)
    Rosina: (La vecchia). (A Costanza.)
    Costanza: (S, col suo amorino). (A Rosina.)
    Sabina: Serva umilissima di lor signori.
    Vittoria: Serva sua, signora Sabina.
    Costanza: Riverisco la signora Sabina.
    Rosina: Come sta la signora Sabina?
    Sabina:  Bene,  bene,  sto  bene.  Che  bella  compagnia!  Chi   quel
    giovanotto? (Accennando a Tognino.)
    Tognino: Servitor suo, signora Sabina.
    Sabina: Vi saluto, caro: chi siete?
    Rosina: Non lo conosce? E' il figliuolo del signor dottore.
    Sabina: Di qual dottore?
    Costanza: Del medico; del nostro medico.
    Sabina: Bravo,  bravo,  me ne consolo.  E' un giovanetto di garbo.  E'
    maritato? (A Rosina.)
    Rosina: Signora no.
    Sabina: Quanti anni avete? (A Tognino.)
    Tognino: Sedici anni.
    Sabina: Perch non ci venite mai a trovare?
    Rosina: Ha da fare.
    Costanza: Ha da studiare.
    Rosina: Non va in nessun luogo.
    Sabina: S,  s,  ho capito.  Bravi,  bravi;  non dico altro.  Io poi,
    quando si tratta... se mi capite,  non abbiate paura,  che non sono di
    quelle. Ferdinando.
    Ferdinando: Signora.
    Sabina: Cara gioia, datemi il fazzoletto.
    Ferdinando: Vuole il bianco?
    Sabina:  S,  il  bianco.  Ieri  sera  ho  preso  dell'aria  ed ho una
    flussioncella a quest'occhio.
    Ferdinando: Eccola servita.  (Le d  il  fazzoletto  con  un  poco  di
    sdegno.)
    Sabina: Cos', che mi parete turbato? (A Ferdinando.)
    Ferdinando: (Niente, signora). (A Sabina.)
    Sabina:  (Avete  rabbia,  perch ho parlato con quel giovanotto?).  (A
    Ferdinando.)
    Ferdinando: Eh!  signora no.  (Ho rabbia di dovermi  in  pubblico  far
    minchionare).
    Sabina:  (No,  caro,  non  abbiate  gelosia,  che  non parler pi con
    nessuno). (A Ferdinando.)
    Ferdinando: (Parli anche col diavolo, che non ci penso).
    Sabina: (Tenete il fazzoletto). (A Ferdinando.)
    Ferdinando: (Mi stanno sul cuore quei diecimila scudi).
    Sabina: (Non dico tutto,  ma qualche  cosa  bisogner  poi  ch'io  gli
    doni).
    Giacinta: Ors,  signori, si vogliono divertire? Vogliono fare qualche
    partita?
    Vittoria: Per me faccio quello che fanno gli altri.
    Costanza: Disponga la signora Giacinta.
    Sabina: Di me non  disponete,  ch  la  mia  partita  l'ho  fatta.  (A
    Giacinta.)
    Giacinta: E a che vuol giocare la signora zia?
    Sabina: A tresette in tavola col signor Ferdinando.
    Ferdinando: (Oh povero me! Sto fresco). Signora, questo  un gioco che
    annoia infinitamente. (A Sabina.)
    Sabina: Eh!  signor no,  un bellissimo gioco. E poi, che serve? Avete
    da giocare con me.
    Ferdinando: (Ci vorr pazienza).
    Sabina: Avete sentito? Per me sono accomodata. (A Giacinta.)
    Giacinta: Benissimo. Faranno un ombre in terzo la signora Vittoria, la
    signora Costanza e il signor Guglielmo.
    Costanza: (Poteva far a meno di mettermi a tavolino con quella signora
    del mariage).
    Vittoria: (Mettermi con lei! Non sa distribuir le partite). (Da s.)
    Guglielmo: (Non sono degno della vostra partita?). (A Giacinta.)
    Giacinta: (Mi maraviglio che abbiate ardir di parlare). (A Guglielmo.)
    Faremo un altro tavolino d'ombre il signor Leonardo, la signora Rosina
    ed io.
    Rosina: Come comanda. (Pu essere ch'io goda qualche bella scena). (Da
    s.)
    Giacinta: E' contento, signor Leonardo?
    Leonardo: Io sono indifferentissimo.
    Giacinta: Se volesse servirsi a qualche altro tavolino,  padrone.
    Leonardo: Veda ella,  se le pare che le  partite  non  sieno  disposte
    bene.
    Giacinta: Io non posso sapere precisamente il genio delle persone.
    Leonardo:  Per me non ho altro desiderio che di dar piacere a lei,  ma
    mi pare che sia difficile.
    Giacinta: Oh!   pi facile ch'ella non  crede.  Ehi!  chi    di  l?
    (Vengono i Servitori.)
    Guglielmo:  Accomodate  tre tavolini.  Due per l'ombre,  ed uno per un
    tresette in tavola. (I Servitori eseguiscono.)
    Vittoria:  Mi  pare  un  po'  melanconico  il  signor  Guglielmo.   (A
    Guglielmo.)
    Guglielmo: Non lo sa, signora? Son cos di natura.
    Vittoria: Voi amate poco, signor Guglielmo.
    Guglielmo: Anzi amo pi di quello che vi credete.
    Vittoria: (Manco male, che mi ha detto una buona parola).
    Giacinta:  (Bravo,  signor  Guglielmo,  me ne consolo.  Ho piacere che
    amiate la signora Vittoria). (A Guglielmo.)
    Guglielmo: (Ognuno pu interpretar le cose a suo modo). (A Giacinta.)
    Leonardo: (Signora Giacinta,  che cosa avete  detto  piano  al  signor
    Guglielmo?). (A Giacinta.)
    Giacinta:  (Ho  da  rendervi  conto  di  tutte  le  mie  parole?).  (A
    Leonardo.)
    Leonardo: (Mi pare che ci  sia  un  poco  troppo  di  confidenza).  (A
    Giacinta.)
    Giacinta:  (Questi ingiuriosi sospetti non sono punto obbliganti).  (A
    Leonardo.)
    Leonardo: (E' una condizione la mia un poco troppo crudele). (Da s.)
    Giacinta: Ors,   preparato,  signori.  L'ora  tarda,  e se  non  si
    sollecita, or ora ci danno in tavola.
    Sabina: Per me son lesta. Andiamo, Ferdinandino.
    Ferdinando: Eccomi ad obbedirla.  (Per una volta si pu soffrire). (Da
    s, e va a sedere al tavolino indietro con Sabina.)
    Vittoria: Favorite, signor Guglielmo.
    Guglielmo: Sono a servirla.
    Vittoria: S'accomodi, signora Costanza.
    Costanza: (Vuole stare nel mezzo  per  non  guastare  il  bell'abito).
    (Siedono a tavolino.)
    Giacinta: Se comanda, signora Rosina...
    Rosina: Eccomi. (Tognino, venite con me.) (A Tognino.)
    Tognino:  Signora,  s.  (Vorrei  che  si  andasse  a tavola).  (Tutti
    siedono, e principiano a giocare.)


    SCENA UNDICESIMA.
    Filippo e detti.

    Filippo: Servo di lor signori.  (Tutti salutano senza moversi.)  E  io
    non ho da far niente? Tutti giocano, e per me non c' da giocare?
    Giacinta: Vuol giocare, signor padre?
    Filippo: Mi parerebbe di s.
    Giacinta: Ehi! portate un altro tavolino. Vada a giocare a bazzica col
    signor Tognino.
    Filippo: A bazzica?
    Giacinta: Non c' altra partita.  Il signor Tognino non sa giocare che
    a bazzica.
    Filippo: E non posso giocare con qualcun altro?  Non posso  giocare  a
    picchetto col signor Ferdinando?
    Sabina: Il signor Ferdinando  impegnato.
    Filippo: Oh! questa  bella da galantuomo.
    Rosina:  Caro  signor  Filippo,  non  si  degna  di giocare col signor
    Tognino?
    Filippo: Non occorr'altro. Andiamo a giocare a bazzica. (A Tognino.)
    Tognino: Avverta ch'io non gioco di pi d'un soldo la partita.
    Filippo:  S,   andiamo;   giocheremo  d'un  soldo.   (S'incammina  al
    tavolino.)  Ehi!  senti,  va  subito in cucina,  e di' al cuoco che si
    solleciti quanto pu,  e che,  crudo o cotto,  dia in tavola.  (Ad  un
    Servitore,  che  parte.)  (Figurarsi  s'io  voglio  star  qui un'ora a
    giocare a bazzica con questo ceppo!). (Siede al tavolino con Tognino e
    giocano.)
    Vittoria: Mi pare che un addio stamane si poteva venire a darmelo.  (A
    Guglielmo.)
    Guglielmo: Ma non vi ho detto, signora, che non sono uscito di casa?
    Vittoria: S,   vero; state in casa assai volentieri. Io dubito che a
    questa casa siate un poco troppo attaccato.
    Guglielmo: Non so con qual fondamento lo possiate dire.
    Costanza: Ma, signori miei, si gioca o non si gioca?
    Guglielmo: Ha ragione la signora Costanza.
    Vittoria: (Or ora getto le carte in tavola).
    Giacinta: (Vittoria,  per quel ch'io sento,  vuol  far  nascere  delle
    scene).
    Leonardo: Perch non bada al suo gioco, signora Giacinta?
    Rosina: Via, risponda. Ho giocato picche.
    Giacinta: Taglio.
    Rosina: Taglia? Se ha rifiutato a trionfo.
    Leonardo: Non vuol che rifiuti? Non ha il cuore al gioco.
    Giacinta: Fo il mio dovere. Sento che qualcheduno si lamenta, e non so
    di che.
    Leonardo:   (Non   veggio   l'ora   che   finisca   questa   maladetta
    villeggiatura).
    Sabina: Ah! ah! gli ho dato un cappotto;  un cappotto,  gli ho dato un
    cappotto.
    Ferdinando: Brava, brava; mi ha dato un cappotto.
    Vittoria: Ha sempre gli occhi qui la signora Giacinta. (A Guglielmo.)
    Guglielmo: La padrona di casa ha da tenere gli occhi per tutto.
    Vittoria: S, s, difendetela. Trionfo. (Giocando con dispetto.)
    Costanza: Questo non  trionfo, signora.
    Vittoria: Che so io che diavolo giochi?
    Costanza: In verit, cos non si pu giocare. (Forte.)
    Giacinta: Che ha, signora Costanza?
    Costanza: Sono cose...
    Vittoria: Eh! badi al suo gioco, signora Giacinta. (Ridendo.)
    Giacinta: Perdoni... sento che si lamentano...
    Tognino: Bazzicotto, bazzicotto.
    Filippo: S, s, bazzicotto, bazzicotto. (Con rabbia.)
    Giacinta:  Mi  pare  che  la  signora Vittoria non abbia per me grande
    amicizia. (Piano a Leonardo.)
    Leonardo: Non so che dire;  ma in ogni  caso  si  mariter.  (Piano  a
    Giacinta.)
    Giacinta: Quando?
    Leonardo: Pu essere che non passi molto.
    Giacinta: Sperate voi che il signor Guglielmo la sposi?
    Leonardo: Se il signor Guglielmo non prender mia sorella, n anche in
    casa vostra non ci verr pi.
    Giacinta: Davvero?
    Leonardo: Davvero.
    Rosina: Ma via, risponda. (A Giacinta.)
    Vittoria: (Parlano di me, mi pare).


    SCENA DODICESIMA.
    Servitore e detti.

    Servitore: Signori,  in tavola. (Parte.)
    Costanza: (Sia ringraziato il cielo). (S'alza.)
    Sabina: Io voglio finire la mia partita.
    Filippo: Finitela, che noi pranzeremo. (S'alza.)
    Ferdinando: Con sua permissione, ho appetito. (S'alza.)
    Sabina: Bravo, bravo; il reobarbaro ha operato bene. (S'alza.)
    Tognino: Tre soldi, signor Filippo.
    Filippo: (Scioccone!). Via, favoriscano. Andiamo.
    Giacinta: Si servino. Fanno ceremonie?
    Vittoria: Si servino pure.
    Rosina: Io non vado avanti sicuro.
    Sabina: Ors,  senz'altri complimenti.  Favorisca,  signor Ferdinando.
    (Gli chiede la mano.)
    Ferdinando: Sono a servirla. (Le d braccio.)
    Sabina: Con permissione. (Fa una riverenza.)
    Ferdinando: E chi ha invidia, suo danno. (Parte con Sabina.)
    Giacinta: Via, si serva, signora Vittoria.
    Vittoria: Favorisce? (A Guglielmo, chiedendogli che la serva.)
    Guglielmo: Sono a servirla. (Le d braccio.)
    Vittoria: Soffra; compatisca. (Parte con Guglielmo.)
    Guglielmo: (S,  soffro pi di quello ch'ella si  crede).  (Parte  con
    Vittoria.)
    Giacinta: Vadano, signore. (A Costanza e Rosina.)
    Costanza: Andate innanzi, Rosina.
    Rosina: Andiamo, Tognino.
    Tognino: (Oh! che mangiata che voglio dare). (Parte con Rosina.)
    Costanza: Con licenza. (A Giacinta, in atto di partire.)
    Filippo: Vuole che abbia l'onor di servirla? (A Costanza.)
    Costanza: Mi fa grazia. (A Filippo.)
    Filippo: Se si degna. (A Costanza.)
    Costanza: Mi fa onore. (A Filippo.)
    Filippo: Qualche cosa anche a me poveruomo. (Le d braccio.)
    Costanza: Povero signor Filippo!  Qualche cosa anche a lui. (Parte con
    Filippo.)
    Giacinta: Vuol che andiamo? (A Leonardo.)
    Leonardo: Vuol che la serva? (A Giacinta.)
    Giacinta: Se non lo merito, non lo faccia.
    Leonardo: Ah crudele!
    Giacinta: Non facciamo scene, signor Leonardo.
    Leonardo: Vi amo troppo, Giacinta.
    Giacinta: S, al mio merito sar troppo.
    Leonardo: E voi mi amate pochissimo.
    Giacinta: Vi amo quanto so, e quanto posso.
    Leonardo: Non mi mettete alla disperazione.
    Giacinta: Non facciamo scene,  vi dico.  (Lo prende  con  forza  e  lo
    tira.)
    Leonardo: (Sorte spietata!). (Parte con Giacinta.)
    Giacinta: (Oh amore!  oh impegno! oh maladetta villeggiatura!). (Parte
    con Leonardo.)
















    ATTO TERZO.


    SCENA PRIMA.
    Boschetto.
    Brigida e Paolino.

    Brigida: Qui, qui, signor Paolino. Fermiamoci qui, che godremo un poco
    di fresco.
    Paolino: Ma se il padrone mi cerca, e non mi trova...
    Brigida: Ora sono tutti in sala a pigliare il caff.  Dopo il caff si
    metteranno a giocare.  State un poco con me, se non vi dispiace la mia
    compagnia.
    Paolino: Cara signora Brigida, la vostra compagnia mi  carissima.
    Brigida: Propriamente desiderava di star con voi mezz'oretta.
    Paolino: Bisogna poi dire la verit,  in campagna si  possono  trovare
    pi  facilmente dei buoni momenti,  delle ore libere,  dei siti comodi
    per ritrovarsi a quattr'occhi.
    Brigida: Li trovano le padrone e i padroni?  Li possiamo trovare anche
    noi.
    Paolino:  S,   vero,  nascono in villa di quegli accidenti,  che non
    nascerebbono facilmente in citt.
    Brigida: N' nato uno alla mia padrona degli accidenti,  che dubito se
    ne voglia ricordar per un pezzo.
    Paolino: Che cosa le  accaduto?
    Brigida: Mi dispiace che non posso parlare; del resto sentireste delle
    cose da far arricciar i capelli.
    Paolino: Qualche cosa certo convien dir che sia nato. Il mio padrone 
    agitatissimo;  la signora Giacinta pare stordita. Io sono stato dietro
    di loro, come sapete, a servire a tavola;  e so che in tutti e due non
    hanno mangiato un'oncia di roba.
    Brigida: E chi era dall'altra parte della mia padrona?
    Paolino: Il signor Guglielmo.
    Brigida: Maladetto colui! non la vuol finire. Vuol essere la rovina di
    questa casa.
    Paolino: Vi  qualche imbroglio forse fra lui e la vostra padrona?
    Brigida: Eh! no, non c' niente. E la signora Vittoria dov'era?
    Paolino: Vicino anch'essa al signor Guglielmo.
    Brigida: Guardate che galeotto!  Andarsi a mettere in mezzo di tutte e
    due.
    Paolino: Di quando  in  quando  con  quella  sua  patetichezza  diceva
    qualche parola alla signora Giacinta; ma non ho potuto capire.
    Brigida: Se n' accorto il signor Leonardo?
    Paolino: Una volta mi pare di s.  Tant' vero, che nel darmi il tondo
    da mutare,  l'ha fatto con tal dispetto,  che ha urtato  nella  spalla
    della signora Giacinta, e le ha un poco macchiato l'abito.
    Brigida:  Le ha macchiato l'abito nuovo?  Avr dato nelle furie la mia
    padrona.
    Paolino: No, no, se l' passata con somma disinvoltura.
    Brigida: E' molto;  si vede bene che qualche cosa le sta nel cuore pi
    dell'abito.
    Paolino: Anzi il padrone la volea ripulire, ed ella non ha voluto.
    Brigida:  Eppure  la  pulizia    la  sua  gran  passione.  Oh  povera
    fanciulla! E' fuor di s propriamente.
    Paolino: Ci  gioco  io,  che  l'occasione  ed  il  comodo  l'ha  fatta
    innamorare del signor Guglielmo.
    Brigida: Eh!  via,  che diavolo dite?  Vi pare? Non  ella promessa al
    signor Leonardo? Non ci sono dei discorsi fra il signor Guglielmo e la
    signora Vittoria?
    Paolino: Oh!  io credo che la mia padrona si lusinghi assai male.  Non
    faceva a tavola che tormentar il signor Guglielmo, ed egli non le dava
    risposta, non le badava nemmeno.
    Brigida: E parlava colla mia padrona?
    Paolino: S,  qualche volta colla bocca, e qualche volta col gomito, e
    qualche volta coi piedi.
    Brigida: Cospetto di bacco!  Se fossi stata l io,  dove eravate  voi,
    non so se mi sarei tenuta di dargli il tondo sul capo.
    Paolino: Vedete? Se non ci fossero delle cose fra loro, non ci sarebbe
    bisogno che deste voi in queste smanie.
    Brigida: Ors,  parliamo d'altro.  La vecchia sar stata vicina a quel
    drittaccio di Ferdinando.
    Paolino: S,  certo;  e non faceva che dirgli delle cosette tenere  ed
    amorose,  ed  egli  mangiava,  o piuttosto divorava,  che pareva fosse
    digiuno da quattro giorni.
    Brigida: E la povera padrona non mangiava niente?
    Paolino: Come poteva ella mangiare, s'era l angustiata fra lo sposo e
    l'amante?
    Brigida: Eh!  via,  lasciamo questi discorsi.  Come si sono portate  a
    tavola la signora Costanza e la signora Rosina?
    Paolino: Eh!  non si sono portate male;  ma chi ha fatto bene la parte
    sua, quasi quanto il signor Ferdinando,   stato quella cara gioia del
    signor Tognino.
    Brigida: Era vicino alla sua Rosina?
    Paolino:  Ci  s'intende,  e come se la godevano!  Hanno sempre parlato
    sottovoce fra loro due, che era una cosa che faceva male allo stomaco.
    Brigida: Anche quello  un matrimonio vicino.
    Paolino: Per quel che si vede.
    Brigida: Anche quella  un'amicizia  fatta  in  villeggiatura.  Se  la
    signora  Rosina  non  veniva qui,  difficilmente in Livorno si sarebbe
    maritata, ed io, in tanti anni che ci vengo, sono ancora cos. Convien
    dire, o che non abbia alcun merito, o che sia sfortunata.
    Paolino: Signora Brigida, avete desiderio di maritarvi?
    Brigida: Ho anch'io quel desiderio che hanno tutte  le  fanciulle  che
    non si vogliono ritirare dal mondo.
    Paolino: Quando si vuole, si trova.
    Brigida: Per me,  so che non l'ho ancora trovato;  eppure son giovane.
    Bella non sono,  ma non mi pare di esser deforme: dell'abilit  ne  ho
    quant'un'altra,  e  forse  pi di tant'altre.  Per dote,  fra denari e
    roba, tre o quattrocento scudi non mi mancano.
    Eppure nessun mi cerca, e nessun mi vuole.
    Paolino: Mi dispiace che devo andar via,  per altro vi  direi  qualche
    cosa su questo proposito.
    Brigida: Dite, dite, non mi lasciate con questa curiosit.
    Paolino: E' peccato che perdiate cos il vostro tempo.
    Brigida: Avreste qualche cosa voi da propormi?
    Paolino: Avrei io... ma...
    Brigida: Ma che?
    Paolino: Non so se fosse di vostro genio.
    Brigida:  Quando  non ho da prendere un galantuomo,  un uomo proprio e
    civile come siete voi, voglio star piuttosto cos come sono.
    Paolino: Signora Brigida, ci parleremo.
    Brigida: Questa sera, in tempo della conversazione.
    Paolino: S,  avremo quanto tempo vorremo.  Verr da voi,  verremo qui
    nel boschetto.
    Brigida: Oh! di notte poi nel boschetto...
    Paolino:  Via,  via,  ho detto cos per ischerzo.  Son galantuomo,  fo
    stima di voi, e spero che le cose anderanno bene.
    Brigida: Voi mi consolate a tal segno...
    Paolino: Addio, addio. A questa sera (Parte.)
    Brigida: Chi sa che la campagna in quest'anno non produca qualche cosa
    di buono ancora per me? (Parte.)


    SCENA SECONDA.

    Giacinta (sola): Vorrei respirare un momento.  Vorrei  un  momento  di
    quiete. Giochi chi vuol giocare. Niente mi alletta, niente mi diverte,
    tutto  anzi  m'annoia,  tutto  m'inquieta.  Bella villeggiatura che mi
    tocca fare quest'anno!  Non l'avrei mai pensato.  Io che mi rideva  di
    quelle che spasimavano per amore,  ci son caduta peggio dell'altre. Ma
    perch,  pazza ch'io sono stata,  perch lasciarmi indurre s presto e
    s  facilmente  a  dar  parola  a Leonardo,  ed a permettere che se ne
    facesse  il  contratto?  S,  ecco  l'inganno.   Ho  avuto  fretta  di
    maritarmi, pi per uscire di soggezione, che per volont di marito. Ho
    creduto, che quel poco d'amore ch'io sentia per Leonardo, bastasse per
    un  matrimonio civile,  e non mi ho creduto capace d'innamorarmi poi a
    tal segno.  Ma qui convien rimediarci.  Quest'amicizia non  pu  tirar
    innanzi  cos.  Ho  data  parola ad un altro.  Quegli ha da essere mio
    marito,  e voglia o non voglia s'ha da  vincere  la  passione.  Finir
    quest'indegna villeggiatura.  A Livorno Guglielmo non mi verr pi per
    i piedi.  Sfuggir le occasioni di ritrovarmi con esso lui.  Possibile
    che  col  tempo non me ne scordi?  Ma intanto come ho da vivere qui in
    campagna?  Le  cose  sono  a  tal  segno,  che  temo  di  non  potermi
    nascondere.
    Cent'occhi  mi guardano;  tutti mi osservano.  Leonardo  in sospetto.
    Vittoria mi teme.  La vecchia  imprudente,  ed io  non  posso  sempre
    dissimulare.   Oh  cieli!   cieli,  aiutatemi.  Mi  raccomando,  e  mi
    raccomando di cuore.


    SCENA TERZA.
    Guglielmo e la suddetta.

    Guglielmo: Finalmente vi ho potuto poi rinvenire.
    Giacinta: Che volete da me? Anche qui venite ad importunarmi?
    Guglielmo: Parto,  s,  non temete.  Concedetemi ch'io possa dirvi due
    parole soltanto.
    Giacinta: Spicciatevi. (Guardando d'intorno.)
    Guglielmo: Vi supplico della risposta, di cui vi avea pregato stamane.
    Giacinta: Io non mi ricordo che cosa mi abbiate detto.
    Guglielmo: Ve lo torner a replicare.
    Giacinta: Non c' bisogno.
    Guglielmo: Dunque ve ne sovverrete benissimo.
    Giacinta: Andate, vi prego, e lasciatemi in pace.
    Guglielmo: Due parole, e me ne vado subito.
    Giacinta: (Qual arte, qual incanto  mai questo!). E cos?
    Guglielmo: Ho da vivere, o ho da morire?
    Giacinta: Sono queste domande da fare a me?
    Guglielmo:  Bisogna  ch'io lo domandi a chi ha l'autorit di potermelo
    comandare.
    Giacinta: Pretendereste voi ch'io mancassi al signor Leonardo,  e  che
    mi facessi scorgere da tutto il mondo?
    Guglielmo:  Io  non  ho l'ardir di pretendere;  ho quello solamente di
    supplicare.
    Giacinta: Fareste meglio a tacere.
    Guglielmo: Non isperate ch'io taccia, senza una positiva risposta.
    Giacinta: Ors dunque, giacch s'ha da parlare, si parli.  Riflettete,
    signor Guglielmo, che voi ed io siamo due persone infelici, e lo siamo
    entrambi  per  la  cagione  medesima.   Se  la  nostra  infelicit  si
    estendesse  soltanto  a  farci  vivere  in  pene,  si  potrebbe  anche
    soffrire;  ma  il  peggio  si  ,  che  andiamo  a  perdere il decoro,
    l'estimazione,  l'onore.  Io manco al mio  dovere,  ascoltandovi;  voi
    mancate  al  vostro,  insidiandomi  il cuore.  Io manco al rispetto di
    figlia, al dovere di sposa,  all'obbligo di fanciulla saggia e civile;
    voi  mancate  alle leggi dell'amicizia,  dell'ospitalit,  della buona
    fede. Qual nome ci acquisteremo noi fra le genti?  Qual figura dovremo
    fare nel mondo?  Pensateci per voi stesso,  e pensateci per me ancora.
    Se  vero che voi mi amiate, non procacciate la mia rovina. Avrete voi
    un animo s crudele di sagrificare alla  vostra  passione  una  povera
    sfortunata,  che  ha avuto la debolezza d'aprire il seno alle lusinghe
    d'amore? Avrete un cuore s nero per ingannare mio padre,  per tradire
    Leonardo,  per deludere sua germana?  Ma a qual pro tutto questo? Qual
    mercede vi  promettete  voi  da  s  vergognosa  condotta?  Tutt'altro
    aspettatevi, fuor ch'io receda dal primo impegno. S, vel confesso, io
    vi amo,  dicolo a mio rossore,  a mio dispetto,  vi amo. Ma questa mia
    confessione  quanto potete da me sapere.  Assicuratevi ch'io far  il
    possibile  per  l'avvenire  o  per iscordarmi di voi,  o per lasciarmi
    struggere dalla passione,  e morire.  Ad ogni costo noi ci abbiamo  da
    separare per sempre.  Se avrete voi l'imprudenza d'insistere,  avr io
    il coraggio di cercar le vie di mortificarvi.  Far il mio dovere,  se
    voi  non  farete  il  vostro.  Avete  voluto obbligarmi a parlare.  Ho
    parlato. Vi premea d'intendere il mio sentimento,  l'avete inteso.  Mi
    chiedeste,  se dovevate vivere o morire; a ci vi rispondo, che non so
    dire quel che sar di me stessa;  ma che l'onore si dee preferire alla
    vita.
    Guglielmo:  (Oim!  Non  so  in che mondo mi sia.  Mi ha confuso a tal
    segno, che non so pi che rispondere).
    Giacinta: (Ah!   pur grande  lo  sforzo  che  fare  mi    convenuto!
    Grand'affanno, gran tormento mi costa!).


    SCENA QUARTA.
    Leonardo e detti.

    Leonardo: Voi qui, signora?
    Giacinta: (Oh cieli!).
    Leonardo: Quali affari segreti vi obbligano a ritirarvi qui col signor
    Guglielmo?
    Guglielmo: (Ah!  inevitabile il precipizio).
    Giacinta:  (Si  tratta  dell'onore.  Vi  vuol coraggio).  (Da s.) Gli
    affari ch'io tratto con esso lui, dovrebbero interessar voi pi di me.
    L'onore  che  ho  di  essere  vostra  sposa,   rende  mie  proprie  le
    convenienze  della vostra famiglia.  Parlasi per Montenero,  che siano
    corse parole di qualche impegno fra lui e la signora Vittoria.  So che
    ella se ne lusinga,  e in pubblico ha dimostrata la sua passione. Cose
    son queste delicatissime,  dalle quali pu dipendere il buon  concetto
    di una fanciulla.
    Io non sapeva precisamente di qual animo fosse il signor Guglielmo. Ho
    cercato  di  assicurarmene,  ed  ecco  ci  che ne ho ricavato.  Ei sa
    benissimo,  che un uomo d'onore non dee abusarsi  della  debolezza  di
    un'onesta fanciulla. Conosce il proprio dovere, fa quella stima di lei
    che merita la vostra casa, e se voi gliela concedete, col mezzo mio ve
    la domanda in isposa.
    Guglielmo: (Misero me! in qual impegno mi trovo!).
    Leonardo: Me la domanda col mezzo vostro? (A Giacinta.)
    Giacinta: S, signore, col mezzo mio.
    Leonardo: Non v'erano altri nel mondo, se non si prevaleva di voi?
    Giacinta:  Io  sono quella che gli ha parlato.  Sa il signor Guglielmo
    quel che gli ho detto.  Le mie parole deggiono aver fatta  impressione
    in un uomo d'onore,  in un cuore onesto e civile;  ed  ben giusto che
    io medesima compisca un'opera, che non pu essere che applaudita.
    Leonardo: Che dice il signor Guglielmo?
    Guglielmo: (Ceda la passione al dovere). S,  amico,  se non isdegnate
    accordarmela, vi chiedo la sorella vostra in consorte.
    Giacinta: (Ah! la sinderesi lo ha convinto).
    Leonardo: Signore, questa sera vi dar la risposta. (A Guglielmo.)
    Giacinta: Che difficolt avete voi di accordargliela presentemente?
    Leonardo: E' giusto ch'io parli con mia sorella.
    Giacinta: Ella non pu essere che contenta.
    Leonardo: Andiamo,  signora,  ci aspettano per andare al passeggio. (A
    Giacinta.)
    Giacinta: Eccomi. Andiamo pure.
    Leonardo: Vuol ch'io abbia l'onor di servirla?
    Giacinta: Mi maraviglio di voi,  che mi facciate di queste scene.  C'
    bisogno de' complimenti? Se non mi date il braccio voi, chi me l'ha da
    dare?
    Leonardo: Siete qui venuta senza di me...
    Giacinta:  E  ora  voglio  ritornare  a  casa con voi.  (Lo prende pel
    braccio con forza.) (Costa pene il dissimulare). (Da s, partendo.)
    Leonardo: (Ancora non sono quieto che basti). (Parte con Giacinta.)
    Guglielmo: Chi ha mai veduto caso pi stravagante e pi  doloroso  del
    mio? (Parte.)


    SCENA QUINTA.
    Camera in casa di Filippo.
    Filippo e Vittoria.

    Vittoria: Favorisca, signor Filippo. Ho piacer di dirle due parole qui
    in questa camera, che nessuno ci senta.
    Filippo:  S,  volentieri.  Gi  io  in  sala  ci sto come una statua.
    Giocano al faraone, ed io al faraone non gioco.
    Vittoria: Fatemi grazia. Presentemente la signora Giacinta dov'?
    Filippo: Io non so dove sia. Io non le tengo dietro.  Oh!  s,  che in
    campagna si pu tener dietro a voialtre fanciulle.
    Vittoria: E il signor Guglielmo dov'?
    Filippo: Peggio.  Volete ch'io sappia dove vanno tutti quelli che sono
    in casa da me?
    Vittoria: Il punto sta, signore, che mancano tutti e due.
    Filippo: E chi sono questi due?
    Vittoria: Il signor Guglielmo e la signora Giacinta.
    Filippo: E che importa questo?  Uno sar in un loco,  e  l'altra  sar
    nell'altro.
    Vittoria: E se fossero insieme?
    Filippo: Oh! in materia di questo poi, mia figlia non  una frasca.
    Vittoria: Io non dico diversamente.  Ma so bene che alla tavola,  dove
    ora si gioca, non si fa che parlare di questa cosa; e vedendo che sono
    tutti e due spariti...
    Filippo: Spariti?
    Vittoria: Mancano tutti e due, e non si sa dove siano.
    Filippo: Cospetto! cospetto! Cosa dice il signor Leonardo?
    Vittoria: Mio fratello  andato in traccia di loro.
    Filippo: Se scopro niente... Se me ne accorgo...  Vo' andare in questo
    momento... Ma ecco il signor Leonardo, sentiremo qualche cosa da lui.


    SCENA SESTA.
    Leonardo e detti.

    Leonardo:  Signor Filippo,  mi fareste il piacere di permettermi ch'io
    scrivessi una lettera?
    Filippo: Accomodatevi. L vi  carta, penna e calamaio.
    Vittoria: (Mi pare torbido. Vi dovrebbero essere delle novit).
    Filippo: Ditemi un poco,  signor Leonardo,  sapete voi  dove  sia  mia
    figliuola?
    Leonardo: S, signore. (Accomodandosi al tavolino.)
    Filippo: E dov'?
    Leonardo: Gi in sala. (Come sopra.)
    Filippo: E dov' stata finora?
    Leonardo:  Era  andata a visitar la castalda,  che la notte passata ha
    avuto un poco di febbre. (Come sopra.)
    Filippo: E con chi  andata?
    Leonardo: Sola.
    Filippo: E' andata sola?
    Leonardo: S, signore.
    Filippo: Non  andato il signor Guglielmo con lei?
    Leonardo: E perch il signor Guglielmo doveva andare con lei?  Non pu
    andar sola dalla castalda?  E se aveva bisogno di compagnia, non c'era
    io da poterla servire?
    Filippo: Sentite, signora Vittoria?
    Vittoria: Avete pure sentito in sala cosa dicevano.  So pure che anche
    voi eravate fuor di voi stesso. (A Leonardo.)
    Leonardo:  Presto  si  pensa  male,  e  con troppa facilit si giudica
    indegnamente.  Sono stato io a rintracciarla.  L'ho trovata sola dalla
    castalda,  e l'ho servita a casa io medesimo. (Vuol il dovere che cos
    si dica.  Tutti non sarebbero persuasi del motivo che li faceva essere
    nel   boschetto;   intieramente   non  ne  son  nemmen  io  persuaso).
    (Principiando a scrivere.)
    Filippo: Ha sentito, signora Vittoria? Mia figlia non  capace...
    Vittoria: E il signor Guglielmo  tornato? (A Leonardo.)
    Leonardo: E' tornato. (Scrivendo.)
    Vittoria: E dov'era andato? (A Leonardo.)
    Leonardo: Non lo so. (Come sopra.)
    Vittoria: Sar stato a visitare il castaldo. (A Leonardo, ironica.)
    Leonardo: Prudenza, sorella, prudenza. (Come sopra.)
    Vittoria: Io ne ho poca,  ma non vorrei che voi ne aveste  troppa.  (A
    Leonardo.)
    Leonardo: Lasciatemi terminar questa lettera.
    Vittoria: Scrivete a Livorno?
    Leonardo:  Scrivo  dove  mi  pare.  Signor Filippo,  la supplico d'una
    grazia: favorisca mandar uno  de'  suoi  servitori  a  cercar  il  mio
    cameriere,  e  dirgli  che venga subito qui,  e se non mi trovasse pi
    qui, che verso sera sia alla bottega del caff, e che non manchi.
    Filippo: S, signore, vi servo subito. (Signora Vittoria, pensi meglio
    di me,  e della  mia  famiglia,  e  della  mia  casa.  Basta!  A  buon
    intenditor poche parole.) (Parte.)


    SCENA SETTIMA.
    Leonardo scrivendo, e Vittoria.

    Leonardo:   (Questa   mi  pare  la  miglior  risoluzione  ch'io  possa
    prendere). (Da s, poi scrive.)
    Vittoria: Ditemi,  signor fratello,  siete voi contento della condotta
    della signora Giacinta?
    Leonardo: S, signora. (Scrivendo.)
    Vittoria: Le apparenze per altro non vi dovrebbero contentar molto.
    Leonardo: Son contentissimo. (Scrivendo.)
    Vittoria: E del signor Guglielmo?
    Leonardo: Anche di lui. (Scrivendo.)
    Vittoria: Vi par che si porti bene egli pure?
    Leonardo:  Il  signor  Guglielmo   un galantuomo,   un uomo d'onore.
    (Scrivendo.)
    Vittoria: Eppure io so che da tutti...
    Leonardo: Ma lasciatemi scrivere, tormentatrice perpetua. (Sdegnato.)
    Vittoria: Lasciate ch'io dica una cosa, e poi vi levo il disturbo.
    Leonardo: Che cosa volete dirmi? (Scrivendo.)
    Vittoria: Non s'era egli spiegato d'aver dell'inclinazione per me?
    Leonardo: S, signora. (Scrivendo.)
    Vittoria: E come si pu credere questa cosa?
    Leonardo: Si pu credere. (Scrivendo.)
    Vittoria: Si pu credere?
    Leonardo: (Oh! sono pure annoiato). (Scrivendo.)
    Vittoria: Ha fatto nessun passo con voi?
    Leonardo: L'ha fatto. (Come sopra.)
    Vittoria: L'ha fatto?
    Leonardo: S, lasciatemi terminare. (Come sopra.)
    Vittoria: E a me non si dice niente?
    Leonardo: Vi parler, se mi lascierete finir questa lettera.
    Vittoria: S,  finitela pure.  (Io non so che cosa m'abbia da credere.
    Potrebbe  anche  darsi  che m'ingannassi,  che fosse la gelosia che mi
    facesse travedere).  Quando vi ha  parlato  il  signor  Guglielmo?  (A
    Leonardo.)
    Leonardo:  Acchetatevi  una  volta.  Che vi si possa seccar la lingua.
    (Una lettera artifiziosa ha bisogno di essere studiata bene,  e costei
    mi tormenta). (Rilegge piano la lettera.)
    Vittoria: (Ardo, muoio di curiosit di sapere). (Da s.)
    Leonardo: (S,  s,  cos va bene.  La cosa parer naturale. Basta che
    sia bene eseguita). (Da s.)


    SCENA OTTAVA.
    Brigida e detti.

    Brigida: Signori,  hanno terminato di giocare.  Vogliono andare a  far
    due  passi  fino  al  caff,  e  mandano  a  vedere se vogliono restar
    serviti.
    Leonardo: Andiamo. (S'alza.)
    Vittoria: E non mi volete dir niente?
    Leonardo: Vi parler questa sera.
    Vittoria: Datemi un cenno di qualche cosa.
    Leonardo: Questo non  n il tempo, n il luogo.
    Vittoria: Ma io non posso resistere.
    Leonardo: Ma voi siete la pi inquieta donna del mondo. (Parte.)


    SCENA NONA.
    Vittoria e Brigida.

    Vittoria: Dite,  Brigida.  Dov' stata  oggi  dopo  pranzo  la  vostra
    padrona?
    Brigida: Che vuol ch'io sappia? Non so niente io.
    Vittoria: Come sta la castalda?
    Brigida: La castalda? Io credo stia bene.
    Vittoria: Non ha avuto la febbre la notte passata?
    Brigida:  Oh!  la  febbre.  Se  ha  aiutato anch'ella in cucina per il
    pranzo d'oggi.
    Vittoria: (Se lo dico! Tutti m'ingannano, tutti mi deridono,  ma mi fa
    specie quello sciocco di mio fratello).
    Brigida: Non va ella cogli altri al caff?
    Vittoria:  Sono  ritornati  insieme  il  signor Guglielmo e la signora
    Giacinta?
    Brigida: Oh!  io non so niente.  A me non si domandano di queste cose.
    La mia padrona  una signora onesta e civile, e se vi sono dei giovani
    poco  di buono,  non si pu dar la colpa alle persone savie e da bene.
    Se vuol andar, vada, se non vuole, io ho fatto il mio debito. (Parte.)
    Vittoria: Tanto pi mi mette in sospetto.  Basta,  da qui a  sera  c'
    poco. Sentir che cosa m'ha da dire Leonardo. Taccio, taccio; ma se mi
    fanno  parlare,  s'hanno da sentire di quelle cose che non si sono mai
    pi sentite. (Parte.)


    SCENA DECIMA.
    Campagna con bottega di caff e qualche casa.  Due o  tre  panche  per
    comodo di quelli che vanno al caff, situate bene.
    Tita e Beltrame, garzoni del caff.

    Beltrame: Tita, come stai d'appetito?
    Tita: Oh! bene. Non veggio l'ora d'andar a cena.
    Beltrame:  Questa  mattina  dal signor Filippo ci credevamo di fare un
    gran pasto, e non c'era da cavarsi la fame.
    Tita: Venivano via i piatti di tavola netti  netti,  che  non  c'erano
    appena l'ossa.
    Beltrame: E di quel poco che  avanzato, che cosa ha toccato a noi?
    Tita: Niente.  S'hanno portato via tutto. Il castaldo, la castalda, la
    giardiniera,  la lavandaia,  i famigli,  tutti hanno voluto  la  parte
    loro.
    Beltrame:  S'intende  che ci abbiano fatto un regalo grande a farci la
    minestra a posta.
    Tita: Ma che minestra! Pareva fatta nelle lavature de' piatti.
    Beltrame: Vino pessimo.
    Tita: Di quello che si pu dar da bere ai feriti.
    Beltrame: Ci fosse stato almeno del pane.
    Tita: Bisognava, chi voleva del pane, domandarlo per elemosina.
    Beltrame: Io mi sono attaccato ad un buon  pezzo  di  manzo,  che  per
    verit era tenero come il latte.
    Tita:  Ed  io  ho  adocchiato un cossame di cappone,  a cui vi era per
    accidente un'ala intiera attaccata, e me l'ho pappolata in due colpi.
    Beltrame: Non era cattivo quel pasticcio di maccheroni.
    Tita: Mi sono anche piaciute quelle polpette.
    Beltrame: L'arrosto, se fosse stato caldo, era di buona ragione.
    Tita: S, era vitella di latte. Ne ho portato via un buon pezzo in una
    carta, per mangiarmelo questa sera.
    Beltrame: Ed io mi ho portato via quattro pasticciotti ed un pezzo  di
    parmigiano.
    Tita: Oh! se fosse stato un pranzo, come dich'io, si poteva portar via
    un buon tovagliolo di roba.
    Beltrame: E che non ci fossero stati tanti occhi d'intorno.
    Tita:  Basta dire,  che se avanzava roba sui tondi,  erano l pronti i
    servitori di  casa,  per  paura  che  ci  ponessimo  noi  la  roba  in
    saccoccia.
    Beltrame: Oh! io non sono di quelli che portano le saccoccie di pelle.
    Tita: Io pure di queste vilt non ne faccio. Se ce n', mangio, se non
    ce n', buon viaggio.
    Beltrame: Poco pi, poco meno, pur che si viva.
    Tita: Oh! ecco la compagnia; diamo luogo.
    Beltrame: E la vecchia innanzi di tutti.
    Tita: E come mangia quella vecchietta!
    Beltrame: E il signor Ferdinando?
    Tita: E il vostro caro signor Tognino?
    Beltrame:  Ma  ehi!  avete  veduto  come  si  portava  bene con quella
    ragazza?
    Tita: E come!
    Beltrame: Se succede, vuol essere il gran bel matrimonio.
    Tita: L'appetito e la fame. (Parte.)
    Beltrame: Il bisogno e la necessit. (Parte.)


    SCENA UNDICESIMA.
    Vengono tutti accompagnati come segue:
    Sabina e Ferdinando, Giacinta e Leonardo, Vittoria e Guglielmo, Rosina
    e Tognino, Costanza e Filippo.
    Si pongono tutti a sedere.  Un Garzone si  presenta  a  domandar  cosa
    vogliono,  andando  da  tutti  a uno per uno,  e ciaschedun domanda al
    Garzone come segue.

    Giacinta: Un caff.
    Leonardo: Un bicchier d'acqua pura.
    Rosina: Un cedrato.
    Tognino: Una cioccolata.
    Vittoria: Un caff senza zucchero.
    Costanza: Una limonata.
    Filippo: Dell'acqua con dell'agro di cedro.
    Ferdinando: Un bicchier di rosolio.
    Sabina: E a me portatemi una pappina.
    Vittoria: (Sapete quel che mi dee dir mio fratello,  e non  mi  volete
    far il piacere di dirmelo voi?). (A Guglielmo.)
    Guglielmo:  (Perdonatemi;  tocca  a  lui,  ed io non mi ho da prendere
    questa libert). (A Vittoria.)
    Vittoria: (Se mi voleste bene,  sareste un poco pi  compiacente).  (A
    Guglielmo.)
    Giacinta:  (Tutto posso soffrire,  ma vederlo cogli occhi miei,  mi fa
    dar nelle smanie). (Da s, osservando Guglielmo.)
    Leonardo: (Che avete, signora Giacinta?).
    Giacinta: A questa bottega non si pu venire.  Per un caff  ci  fanno
    aspettare mezz'ora.
    Leonardo:  Ci vuol pazienza.  Non avete sentito che siamo in dieci,  e
    nessuno ha ordinato la stessa cosa?
    Giacinta: Pazienza dunque. (Ne ho tanta della pazienza, che or ora non
    posso pi). (Da s, fremendo.)
    Rosina: (Avete sentito? La principessa vuol essere servita subito). (A
    Tognino.)
    Tognino: (Oh! mi sono scordato di dire, che mi portino due ciambelle).
    (A Rosina.)
    Rosina: (Avete fame a quest'ora?). (A Tognino.)
    Tognino: (Sicuro. Non ho mica merendato). (A Rosina.)
    Filippo: (Non mi dite niente, signora Costanza?).
    Costanza: (Che cosa volete ch'io dica?).
    Filippo: (Raccontatemi qualche cosa.  E' vero  che  vostra  nipote  fa
    l'amore con quel babbeo di Tognino?).
    Costanza: (Non so niente. Per dirvi la verit, a queste cose ci abbado
    e non ci abbado; finalmente non  mia figlia).
    Sabina:  (Mi  pare  che  l'aria  cominci ad essere un poco umida.  Non
    vorrei raffreddarmi). (A Ferdinando.)
    Ferdinando:   (Poverina!   copritevi   il   capo.   Non   l'avete   il
    cappuccietto?).
    Sabina:  (No,  no,  aspettate).  (Tira  fuori di tasca un ombrellino.)
    (Tenetemi quest'ombrellino). (A Ferdinando.)
    Ferdinando: (Oh, povero me!).  (Da s.) (E ho da star qui mezz'ora con
    quest'imbroglio?) (A Sabina.)
    Sabina:  (Quando  si  vuol  bene,  niente incomoda,  niente pesa).  (A
    Ferdinando.)
    Ferdinando: (Dunque voi non mi volete bene). (A Sabina.)
    Sabina: (Perch?). (A Ferdinando.)
    Ferdinando: (Perch  vi  pesa  farmi  una  miserabile  donazione).  (A
    Sabina.)
    Sabina: (Ancora mi tormentate?). (A Ferdinando.)
    Ferdinando: (O donazione, o vi pianto). (A Sabina.)
    Sabina: (Ingrato!). (Piangendo, e si asciuga gli occhi.)
    (Vengono  i  garzoni  a  portare le cose ordinate,  e sbagliano,  e si
    confondono.)
    Tognino: La cioccolata a me.
    Rosina: A me il sorbetto.
    Costanza: Ehi, limonata.
    Sabina: La mia pappina.
    Leonardo: Un bicchier d'acqua.
    Vittoria: Il caff!
    Giacinta: Il caff! (Danno il caff a Giacinta.) Sciocchi! io non l'ho
    domandato senza lo zucchero.
    Ferdinando: Si pu avere questo rosolio?
    Filippo: Quel giovane! La sapete anche voi la lezione? Lo sapete anche
    voi,  ch'io ho da essere sempre l'ultimo?  Se tutti si  sono  serviti,
    fatemi l'alto onore di darmi l'agro di cedro che vi ho domandato.


    SCENA DODICESIMA.
    Paolino e detti.

    PAOLINO (Si fa veder dal padrone.)
    Leonardo:  Ora  vengo.  (A  Paolino,  e s'alza.) Scusatemi.  Ho da dir
    qualche cosa al mio servitore. (A Giacinta, e si scosta.)
    Giacinta: Servitevi pure.  (A Leonardo.) (Pagherei  non  so  quanto  a
    poter sentire quel che dicono Guglielmo e Vittoria). (Da s.)
    Ferdinando: Con permissione. (A Sabina, e s'alza.)
    Sabina: Dove andate? (A Ferdinando.)
    Ferdinando: Vengo subito. (Va a sedere dov'era Leonardo.)
    Sabina: (Briccone! mi vuol bene, e mi fa centomila dispetti). (Da s.)
    Ferdinando: Oim; non ne poteva pi. (A Giacinta.)
    Giacinta:  Mi maraviglio di voi,  che abbiate ardire di corbellare mia
    zia. E' vecchia,  semplice, ma  una donna civile. (A Ferdinando.)
    Ferdinando: Ma io, signora... (A Giacinta.)
    Giacinta: Tacete, che sar meglio per voi.
    Ferdinando: E cos, signora Rosina, come vi divertite?
    Rosina: Lasciatemi stare, che io non ho che fare con voi.
    Ferdinando: (Ho capito. Qui non vi  da far bene). Eccomi qui con voi,
    la mia cara gioia. (Siede presso Sabina.)
    Sabina: Meritereste ch'io non vi guardassi.  Ma non ho cuore di farlo.
    (A Ferdinando.)
    Leonardo:  (S,  trovate qualcheduno che copi la lettera,  o copiatela
    voi,  e procurate di contraffare il carattere.  Sigillatela,  fate  la
    soprascritta  diretta  a  me;  poi,  quando  siamo  in casa del signor
    Filippo,  sul punto di principiar la conversazione,  venitemi a portar
    la lettera,  come se da un uomo a posta mi fosse da Livorno spedita, e
    trovate un uomo che, instruito da voi,  vaglia a sostener la finzione.
    Regolatevi  poscia  anche  voi,  secondo  il  contenuto  della lettera
    stessa. Fate la cosa come va fatta,  assicurandovi che estremamente mi
    preme). (A Paolino.)
    Paolino: Sar puntualmente servita. (Parte.)
    Giacinta:  (La  scena  va  troppo  lunga,  non la posso pi tollerare:
    accordo e desidero che Guglielmo si determini a  sposar  Vittoria;  ma
    non ho cuor di vederlo cogli occhi miei). (Da s, alzandosi.)
    Guglielmo:  (Giacinta  smania.  E  non sa forse in quali affanni io mi
    trovi). (Da s.)
    Leonardo: Eccomi qui. Vi veggo molto agitata. (A Giacinta.)
    Giacinta: Quest'aria assolutamente m'offende.
    Leonardo: Andiamo a casa, se comandate.
    Vittoria: S,  andiamo,  andiamo.  (Non veggo l'ora  di  saper  tutto.
    Questa faccia tosta non c' caso che mi voglia dir niente). (S'alza, e
    tutti s'alzano.)
    Sabina:  Lasciatemi  andar innanzi.  Sapete ch'io sono sempre stata di
    vista corta.  (Andiamo;  non voglio che chi   avanti  di  noi,  senta
    quello che noi diciamo). (A Ferdinando.)
    Ferdinando: (S, andiamo, che parleremo della donazione). (A Sabina.)
    Sabina: (Che tu sia maladetto!).  (Lo prende per mano con dispetto,  e
    partono.)
    Giacinta: Vadano pure, se vogliono.
    Vittoria: No, no, servitevi.  Seguitiamo l'ordine,  come siamo venuti.
    (A Giacinta.)
    Leonardo: Andiamo, senza ceremonie. (D mano a Giacinta.)
    Giacinta: (Oh cieli!  mi par d'andar alla morte).  (Da s, e parte con
    Leonardo.)
    Vittoria: (Oh! io m'aspetto delle cattive nuove, signor Guglielmo).
    Guglielmo: (E perch, signora?).
    Vittoria: (Vi veggo troppo melanconico).
    Guglielmo: (Son cos di temperamento). (Parte con Vittoria.)
    Costanza: (Ehi! Rosina, cosa vi pare?). (A Rosina.)
    Rosina: (Veggo di gran nuvoloni per aria). (A Costanza.) (Oh!  caro il
    mio Tognino, andiamo). (Parte con Tognino.)
    Costanza: Andiamo, signor Filippo?
    Filippo:  S,  eccomi  qui.  Gi  si sa;  sempre l'ultimo.  (Parte con
    Costanza.)


    SCENA TREDICESIMA.
    Sala in casa di Filippo, con lumiere eccetera.
    Brigida e Servitori.

    Brigida: Presto, preparate i lumi. Li ho veduti venire dalle finestre.
    (I Servitori preparano.) (Mi  confido  che  verr  anche  Paolino.  In
    questi  sette  o  otto giorni che mancano a terminar la villeggiatura,
    spero di condur a fine l'affare mio.  Oh!  la sarebbe  bella  che,  in
    mezzo a tanti matrimoni,  il mio si facesse prima di tutti).  Sentite,
    se viene Paolino, il cameriere del signor Leonardo, avvisatemi. (Ad un
    Servitore.) Bisogner ch'io stia qui a  levar  le  mantiglie  a  tutte
    queste signore. Oh! eccole, eccole.


    SCENA QUATTORDICESIMA.
    Vengono  tutti  i  suddetti  coll'ordine  istesso,  e  Brigida leva la
    mantiglia alle donne, e i Servitori prendono i cappelli.

    Sabina: Oim!  sono un poco stracchetta.  (Siede.) Venite qui voi.  (A
    Ferdinando.)
    Ferdinando: Eccomi,  eccomi.  (La cosa va lunga.  Domani,  o dentro, o
    fuori). (Siede presso di lei.)
    Giacinta: Se vogliono accomodarsi,  qui ci son delle seggiole.  (Tutti
    siedono, e non vi resta da seder per Filippo.)
    Filippo: E per me, non c' da sedere?
    Brigida: Io, io, signor padrone. (Va a prender una sedia.)
    Filippo: S, una sedia anche a me per limosina.
    Brigida: Eccola servita. (Gli porta una sedia.)
    Filippo:  (Oh!  un  altr'anno  voglio  essere padrone io in casa mia).
    (Siede.)
    Vittoria: (S'alza.) Signor fratello, una parola in grazia.
    Leonardo: (Ho capito. La curiosit la tormenta). (S'alza.)
    Vittoria: E cos, che cosa avete da dirmi? (In disparte.)
    Leonardo: (In due parole vi dico tutto.  Il  signor  Guglielmo  vi  ha
    domandata in isposa).
    Vittoria: (Davvero?). (Guarda ridendo verso Guglielmo.)
    Guglielmo (s'accorge di Vittoria, e si volge altrove per non vederla.)
    Leonardo: (Onde tocca a voi a risolvere).
    Vittoria: (Per me, quando siete contento voi, sono contentissima).
    Leonardo: Favorisca, signor Guglielmo. (Lo chiama.)
    Guglielmo: Eccomi. (Andiamo a sagrificarci).
    Giacinta (mostra ansiet di sentire.)
    Leonardo:  Mia  sorella  ha  inteso con piacere la bont che avete per
    lei, ed  pronta ad acconsentire.
    Guglielmo: Benissimo.
    Vittoria: Benissimo? Non sapete dir altro che benissimo?
    Guglielmo: Signora, che cosa volete ch'io dica?
    Vittoria: Io non so che naturale sia il vostro.  Non  si  sa  mai,  se
    siate disgustato o se siate contento.
    Guglielmo: Soffritemi come sono.
    Vittoria: (Pu essere, che quando  mio marito, si svegli).
    Leonardo: Signor Filippo, signor Ferdinando, favoriscano in grazia una
    parola.
    Filippo: Volentieri. (S'alza e s'avanza.)
    Ferdinando: Sono a' vostri comandi. (S'alza e s'avanza.)
    Leonardo:   Si   compiacciano   d'esser  testimoni  della  vicendevole
    promissione di matrimonio fra  il  signor  Guglielmo  e  Vittoria  mia
    sorella.
    Giacinta: (E' fatta). (Si getta a sedere con passione.)
    Filippo: Bravi!
    Ferdinando: Me ne consolo infinitamente.
    Sabina: (Vedete? Cos si fa). (A Ferdinando.)
    Ferdinando: Donazione, e facciamolo. (A Sabina.)
    Sabina: Sia maladetta la donazione. (Va a sedere.)
    Leonardo:  Or ora si far la scritta,  e lor signori porranno in carta
    la loro testimonianza.
    Filippo: S, signore.
    Ferdinando: Se volete che vi serva io della scritta, ne ho fatte delle
    altre, in un momento vi servo.
    Vittoria: Ci farete piacere.
    Leonardo: S, fatela.
    Ferdinando: Vado subito.  (A queste nozze ci voglio essere ancor  io).
    (Parte.)
    Vittoria: E voi non dite niente, signore? (A Guglielmo.)
    Guglielmo: Approvo tutto. Che volete ch'io dica di pi?
    Vittoria: Pare che lo facciate pi per forza, che per amore.
    Guglielmo: Anzi lo faccio, perch amore mi costringe a doverlo fare.
    Vittoria: (Manco male. Ha confessato una volta che mi vuol bene). Via,
    andiamo a sedere. (A Guglielmo. Vanno tutti al loro posto.)
    Costanza: Mi consolo, signora Vittoria.
    Vittoria: Grazie.
    Rosina: Mi consolo. (A Vittoria.)
    Vittoria: Obbligatissima.
    Rosina: (Vedete? Essi l'hanno fatta). (A Tognino.)
    Tognino: (E noi la faremo). (Ridendo, a Rosina)


    SCENA QUINDICESIMA.
    Paolino e detti.

    Paolino: Signore. (A Leonardo.)
    Leonardo: Cosa c'?
    Paolino:  Un  messo,  spedito  a posta da Livorno,  ha portato per lei
    questa lettera di premura.
    Leonardo: Vediamo che cosa . Date qui.  (S'alza,  e apre la lettera.)
    E' il signor Fulgenzio che scrive. (Verso Filippo.)
    Filippo: S, il nostro amicone. Che cosa dice?
    Leonardo:  Cospetto!  Una  novit che mi mette in agitazione.  Sentite
    cosa mi scrive. Amico carissimo. Vi scrivo in fretta, e vi spedisco un
    uomo a posta per avvisarvi che vostro zio Bernardino per  un  male  di
    petto  in  tre giorni si  ridotto agli estremi,  e i medici gli danno
    poche ore di vita.  Ha mandato a chiamare il notaro,  onde pensate  a'
    casi  vostri,  perch  si tratta del vostro stato,  ed io vi consiglio
    venire immediatamente a Livorno.
    Filippo: Per bacco!  Vi consiglio anch'io che non  vi  tratteniate  un
    momento. Si dice che sar padrone di cinquanta e pi mille scudi.
    Vittoria: S, certo, subito, subito. E ci vengo anch'io.
    Leonardo: Mi dispiace dover abbandonare la compagnia.
    Vittoria: A buon conto il signor Guglielmo verr con noi.
    Guglielmo: (Tutto si combina per mio malanno).
    Giacinta: (S,  sar bene per me. Mi sento rodere, mi sento crepare Ma
    una volta s'ha da finire).
    Leonardo: Paolino,  andate  subito  alla  posta,  e  ordinate  quattro
    cavalli,  e  fate  preparare  lo  sterzo,  che si ander a Livorno con
    quello. Siamo in quattro, il signor Guglielmo, mia sorella,  io e voi.
    Non ci  bisogno di far bauli.
    Paolino: Sar servita.
    Brigida: (Paolino).
    Paolino: (Figliuola mia).
    Brigida: (Andate via?)
    Paolino: (S, ma torner a pigliar la roba).
    Brigida: (Per amor del cielo, non vi scordate di me).
    Paolino: (Non c' pericolo. Vi do parola). (Parte.)
    Brigida:  (Povera  me!  Sul  pi  bello  mi  tocca  a  provare  questo
    disgusto). (Parte.)
    Filippo: Quando siete a  Livorno,  scrivete  subito.  Se  tornate,  vi
    aspettiamo qui. Quando no, verremo presto anche noi. (A Leonardo.)
    Vittoria: Non perdiamo tempo. Signora Giacinta, compatisca l'incomodo.
    Mi conservi la sua buona grazia, e a buon riverirla a Livorno.
    Giacinta: S, vita mia, a buon rivederci. (Si baciano.)
    Guglielmo: (Mi tremano le gambe, mi manca il fiato).
    Leonardo:  E non volete aspettare che si sottoscriva il contratto?  (A
    Vittoria.)
    Vittoria: Ma s,  s'ha da sottoscrivere.  Ehi!  signor Ferdinando,  ha
    finito? (Forte alla scena.)


    SCENA ULTIMA.
    Ferdinando e detti.

    Ferdinando:  Eccomi,  eccomi.  Che novit son queste?  Andate via?  Ci
    lasciate?
    Vittoria: E' terminata la scritta?
    Ferdinando: Eccola terminata.
    Guglielmo: Scusatemi.  Non si pu far a Livorno?  Non   meglio  farla
    stendere da un notaio?
    Ferdinando: Ma se  gi fatta!
    Guglielmo:  S'ha  da  leggere,  s'ha da firmare.  Signor Leonardo,  vi
    consiglio non perder tempo.  E' meglio assai partir subito,  e si far
    la scritta a Livorno.  Eccomi,  io sono con voi. Io non mi distacco da
    voi.
    Leonardo: Non dite male. Andiamo, si far a Livorno.
    Guglielmo: (Respiro un poco. Qualche cosa pu nascere).
    Leonardo: Signora Giacinta,  venite  presto,  conservatemi  il  vostro
    affetto.  (Le  tocca  la  mano.)  Signor Filippo,  addio.  (Lo bacia.)
    Padroni tutti.  Schiavo di  lor  signori.  (A  Livorno  ci  regoleremo
    diversamente). (Parte.)
    Vittoria: Nuovamente,  signora Giacinta.  Padrone mie riverite. Signor
    Filippo! Padroni tutti. Andiamo. (Prende per mano Guglielmo.)
    Costanza: Buon viaggio.
    Rosina: Buon viaggio.
    Sabina: Buon viaggio.
    Guglielmo: Contentatevi.  (A Vittoria,  con un poco di sdegno.) Signor
    Filippo, scusate, e vi ringrazio.
    Filippo: Addio, a rivederci a Livorno.
    Guglielmo: Signora Giacinta... perdoni... (Confuso.)
    Giacinta: Buon viaggio. (Non posso pi).
    Vittoria: Che diavolo avete? Par che piangete. (A Guglielmo.)
    Guglielmo: Andiamo. (Risoluto.)
    Vittoria: Cos! Andiamo. (Parte con Guglielmo.)
    Ferdinando: Signora Sabina.
    Sabina: Che cosa volete?
    Ferdinando: Tenga, che gliene faccio un presente.
    Sabina: Cosa mi date?
    Ferdinando: Una scritta di matrimonio.
    Sabina: E' per me forse?
    Ferdinando: Veramente non  per lei.  Perch nella sua ci ha da essere
    la donazione.
    Sabina: Ors,  questa  un'insolenza,  e ne sono  stufa.  Avete  avuto
    abbastanza,  e vi dovreste contentare cos. Ingrato, tigna, avaraccio.
    (Parte.)
    Ferdinando: La vecchia  in collera.  La donazione   in  fumo,  e  la
    commedia per me  finita. (Parte.)
    Costanza: Signora Giacinta, le vogliamo levar l'incomodo.
    Giacinta: Vogliono andar via?
    Filippo: Non vogliono far da noi la partita?
    Costanza: Ho premura d'andar a casa.
    Giacinta: S'accomodi, come comanda.
    Costanza:  (Andiamo,  giacch  Tognino  disposto,  non ce lo lasciamo
    scappare). (A Rosina.)
    Rosina: Serva umilissima. Compatisca. (A Giacinta, e parte.)
    Tognino: Servo suo. Compatisca. (A Giacinta, e parte.)
    Filippo: Andiamo, che vi voglio servire a casa. (A Costanza.)
    Costanza: Mi far finezza.  (Gi di questo  vecchio  non  ci  prendiam
    soggezione). (Parte.)
    Filippo:  (Se  non c' altro,  giocher due partite a bazzica con quel
    baggiano). (Parte.)
    Giacinta: Lode al cielo,  son sola.  Posso liberamente sfogare la  mia
    passione, e confessando la mia debolezza... Signori miei gentilissimi,
    qui  il  poeta  con tutto lo sforzo della fantasia aveva preparata una
    lunga disperazione, un combattimento di affetti,  un misto d'eroismo e
    di tenerezza. Ho creduto bene di ommetterla per non attediarvi di pi.
    Figuratevi   qual   esser  puote  una  donna  che  sente  gli  stimoli
    dell'onore,  ed  afflitta dalla pi  crudele  passione.  Immaginatevi
    sentirla a rimproverare se stessa per non aver custodito il cuore come
    doveva;  indi  a  scusarsi coll'accidente,  coll'occasione e colla sua
    diletta villeggiatura.  La commedia non par finita;  ma pure  finita,
    poich l'argomento delle Avventure  completo.  Se qualche cosa rimane
    a dilucidare,  sar forse materia di una terza  commedia,  che  a  suo
    tempo ci daremo l'onore di rappresentarvi,  ringraziandovi per ora del
    benignissimo vostro  compatimento  alle  due  che  vi  abbiamo  sinora
    rappresentato.

    Fine della Commedia.











    UNA DELLE ULTIME SERE DI CARNOVALE.


    L'AUTORE A CHI LEGGE.

    In  fondo  di  questa  Commedia    un'allegoria,  che  ha  bisogno di
    spiegazione.  Essendo io in quell'anno chiamato in Francia,  e  avendo
    risolto  di  andarvi,  per lo spazio almeno di due anni,  immaginai di
    prender congedo dal Pubblico di Venezia col mezzo di una  commedia;  e
    come  non  mi  pareva  ben  fatto  di  parlare  sfacciatamente ed alla
    scoperta di me, e delle cose mie, ho fatto de' Commedianti una societ
    di Tessitori,  o sia di fabbricanti di stoffe,  e mi sono coperto  col
    titolo di Disegnatore.
    L'allegoria  non  male adattata.  I Comici eseguiscono le opere degli
    Autori, ed i Tessitori lavorano sul modello de' loro Disegnatori.
    La similitudine sarebbe pi  vera,  se  si  trattasse  di  Commedie  a
    soggetto, nelle quali i Comici ci mettono pi del loro, ma pu passare
    anche  per  le  Commedie  scritte;  e  l'allegoria fu ben compresa,  e
    gustata. Vero ,  che la Commedia non potea passare che in quella tale
    occasione,  e credo,  dopo quel tempo, non sia stata rappresentata; ma
    vi sono delle cose in essa, che anche senza l'allegoria possono recare
    qualche diletto,  e credo non  dispiacer  ai  Leggitori  d'averla.  I
    caratteri sono veri, semplici e piacevoli, indipendentemente dal fondo
    della  Commedia:  un  Marito  e  una Moglie che si amano,  e taroccano
    sempre insieme. Una Donna, che sa essere ammalata, quando s'annoia;  e
    diventa  sanissima  quando trova da divertirsi.  Un giovane brillante,
    faceto,  che diverte gli altri,  divertendo se stesso: un  buon  uomo,
    capo  di famiglia,  che sa unire alla pi esatta condotta l'allegria e
    l'onesto divertimento.
    La caricatura di una vecchia,  che vuol fare la spiritosa: due Amanti,
    infine,  che  alla vista di una societ numerosa trovano i momenti per
    intendersi insieme,  e procurarsi onestamente il fine dei loro  amori.
    Tutto  ci,  aggiunto  alla  pittura del sistema e del costume di quel
    ceto di persone, che ho introdotte in quest'opera, basta, mi pare, per
    dar materia ad una Commedia, anche senza il merito dell'allegoria.
    Vi ho introdotto,  per adornarla,  il giuoco detto  della  Meneghella,
    giuoco  di  carte  particolar  di  Venezia,  che non giuocasi in altre
    parti, e serve di trattenimento alle Societ che si trovano numerose e
    si compiacciono di giuocar tutti insieme,  potendo  giuocare  fino  in
    sedici, alla stessa tavola, e nella medesima compagnia. Come la scena,
    in  cui  giuocano i miei personaggi,   lunga,  ed i termini di cui si
    servono non possono essere compresi da quelli  che  non  conoscono  un
    simil  giuoco,  m'ingegner  di  darne  un'idea;  e  non  credo fatica
    inutile,  facendo conoscere il giuoco  favorito  delle  belle  giovani
    Veneziane.
    Principiando  dall'etimologia  del nome,  dir che Menega in Veneziano
    vuol dire Domenica e Meneghella   il  diminutivo,  come  chi  dicesse
    Domenichella, o Domenichina. La carta che chiamasi la Meneghella,  il
    due  di  spade.  Quei che conoscono le carte italiane,  sapranno che i
    quattro semi che  le  compongono  formano:  Spade,  Coppe,  Bastoni  e
    Danari.  Le  figure di questi semi variano secondo i paesi.  Le Spade,
    per esempio,  in varie parti sono  impresse  diritte,  ed  in  Venezia
    ritorte,  a  guisa  di sciabole.  Il due di Spade  composto di due di
    queste sciabole, che incrocicchiando le guardie e le punte, formano un
    ovale nel mezzo, nel cui vacuo  scritto il nome del fabbricatore,  ed
    ordinariamente  vi  si  legge:  Messer Domenico Cartoler,  all'insegna
    della Perletta.
    Io credo che il nome di Domenico abbia dato il nome di Domenichina,  o
    Domenichella, e in Veneziano di Meneghella: almeno questa etimologia 
    molto  pi  onesta  di  quella  che alcuni libertini ritrar pretendono
    dalla figura. Questa dunque  la carta trionfante,  la carta superiore
    di questo gioco; e dopo di essa gli Assi, i Cavalli, i Fanti, i Dieci,
    i  Nove  ecc.  impiegandosi tutte le cinquantadue carte che formano il
    mazzo.  I Giuocatori si distribuiscono a due per due,  i quali  devono
    esser vicini, veggendosi le carte fra di loro,. E facendo banco comune
    di quel denaro che mettono sopra la tavola,  met per uno, e dividendo
    alla fine il resto,  se perdono,  o la vincita oltre  il  capital,  se
    guadagnano,  e  rimettendone  fuori  di nuovo,  se il primo capitale 
    perduto,  prima che il giuoco finisca.  Le coppie de' Giuocatori  sono
    per lo pi composte di un uomo e di una donna, e la Padrona di casa ha
    la  prudente  attenzione  di  unire  le  persone che stanno volentieri
    insieme,  cosa che rende oltremodo piacevole questo giuoco  all'onesta
    ma tenera giovent.  Nel mezzo della tavola si mette un tondino,  dove
    ciascheduno dee porre quella moneta ch' destinata per  il  fondo  del
    giuoco; per esempio, un soldo. Se i Giuocatori sono dodici, come nella
    mia  Commedia,  ecco  dodici  soldi  nel  tondo.  Come,  e  da  chi si
    guadagnano, lo vedremo in appresso.
    Per vedere chi  quegli,  o quella,  che dee dar  le  carte  la  prima
    volta,  qualcheduno prende il mazzo,  mescola, fa alzare, d una carta
    scoperta a ciascheduno, e quegli a cui tocca la Meneghella,  il primo
    a dar le carte. Questi dunque mescola,  fa alzare il suo vicino,  e se
    questi  alza,  per ventura,  e fa vedere la Meneghella,  tira i dodici
    soldi del tondo;  passano la mano,  e tutti rimettono nel  tondino  un
    soldo per ciascheduno.  Se non alzasi la Meneghella,  quegli che fa le
    carte,  ne d tre a ciascheduno e ne prende sei per se  stesso,  delle
    quali  sceglie le tre migliori;  e questo chiamasi far "lissia",  cio
    fare il "bucato".  Volta  poi  la  quarantesima  carta,  s'ella    la
    Meneghella,  tira il tondo,  come quegli che l'alza, e passa avanti il
    mazzo. Colui che ha la mano,  giuoca la carta che pi gli torna conto,
    e come vede le carte del suo Compagno, o giuoca un Asso, s'egli ne ha,
    o giuoca nell'Asso del suo compagno.
    Gli Assi,  come abbiamo detto, sono le prime carte dopo la Meneghella.
    La Meneghella pu prender l'Asso,  e si chiama  "tagliare";  e  questo
    succede,  se  quegli,  per esempio,  che ha la Meneghella ha tre carte
    sicure, e teme di doverne perdere due, rispondendo a quei Semi ch'egli
    non ha, ma rade volte si fa, mentre per lo pi l'ultima carta  la pi
    interessante.
    Chi prende dunque la prima mano,  tira  quattro  soldi  dal  tondo,  e
    giuoca poi la carta che vuole,  la pi utile al suo giuoco, o a quello
    del suo Compagno;  e chi prende la seconda mano,  tira  ancor  quattro
    soldi.  I quattro che restano,  dopo le due mani suddette, si dice che
    restano per l'invito;  ed ecco come si fa l'invito.  La persona che ha
    guadagnato  la seconda mano,  se resta con una terza carta,  giudicata
    buona,  o perch sia un Asso,  o un Re,  o perch sia di un Seme,  del
    quale se ne vedono molte sulla tavola,  invita, e si dice "un soldo, o
    due soldi, o tre ecc.  chi vuol veder la mia carta",  e mette la somma
    nel tondino.  Quelli che hanno carte buone,  e sperano che siano dello
    stesso Seme,  e superiori in valore alla  carta  coperta  dell'invito,
    tengono l'invito, e mettono la somma invitata.
    Quegli che ha la Meneghella, tiene sicuramente, ed  certo di vincere;
    per  questa  ragione rade volte si tagliano gli Assi colla Meneghella,
    sperando di far miglior giuoco alla  fine.  Il  giuoco    pi  bello,
    quando  la  Meneghella  stata forzata;  cio quando qualcheduno,  per
    necessit o per elezione,  giuocando Spade,  trova  la  Meneghella  in
    mando  di  qualcheduno  senz'altre  Spade,  e la fa cadere: allora chi
    l'ha, e la giuoca forzata, si fa dare un soldo da ciascheduno,  e tira
    i  quattro  soldi  dal tondo;  ma questo premio qualche volta non vale
    quello che si pu guadagnare nell'invito.  Quando l'invito  fatto,  e
    tenuto,  quegli  che  ha invitato,  scopre,  e fa veder la sua carta.-
    Allora quei che han tenuto l'invito,  se si trovano aver la  carta  in
    mano  di quel Seme,  e che sia superiore,  dicono: "io ci fo su quella
    carta", per esempio, "dieci, quindici,  o venti soldi".  Qualche volta
    saranno  in  due  o  in tre a far lo stesso,  perch la carta scoperta
    sar, mettiamo, il Fante o il Cavallo di bastoni, ed uno avr il Re, e
    l'altro avr l'Asso;  e quegli che ha  la  Meneghella,  tiene  sempre,
    perch  sicuro di vincere;  se gli altri si piccano, tanto meglio per
    lui, anzi non solo tiene tutto quello che invitano,  ma aumenta quando
    pu davantaggio, e l'ultimo a scoprire  sempre l'ultimo ad aumentare.
    Sovente accade,  che un Giuocatore non avr carta buona,  o non l'avr
    del Seme della carta scoperta,  e non  ostante  rinforza,  ed  aumenta
    l'invito. Questa si chiama "Cazzada", una bravata per far ritirare gli
    altri,  e  guadagnare  il resto del tondo,  e la somma del primo o del
    secondo invito; e chi ha la Meneghella ride, e profitta delle Cazzade.
    Ecco a poco presso tutto  il  famoso  giuoco  della  Meneghella.  Dir
    qualcheduno, ch'esso non meritava una s esatta descrizione. Spero che
    questo  tale  me la perdoner,  poich non gli costa gran cosa.  Altri
    aspettano forse,  ch'io faccia parola sull'articolo della promessa del
    Disegnatore,  con  cui  si era impegnato a mandar di Moscovia de' suoi
    Disegni  ai  fabbricatori  di  stoffe  in  Venezia.   Levate  il  velo
    dell'allegoria,  e  preso  me  in impegno di mandar Commedie in Italia
    durante il mio soggiorno in Francia,  pretendono forse ch'io qui renda
    conto di quel che ho fatto,  o ch'io mi abbia a giustificare di quello
    ch'io non ho fatto. Ma questo non  il luogo, n il tempo.  Mi riserbo
    di  farlo  in  altra  occasione,  allora quando col racconto della mia
    vita,  arriver a parlare della mia andata  e  del  mio  soggiorno  in
    Francia.








    Personaggi.

    Sior Zamaria testor, cio fabbricatore di stoffe.
    Siora Domenica, figlia di Zamaria.
    Sior Anzoletto, disegnatore di stoffe.
    Sior Bastian, mercante di seta.
    Siora Marta, moglie di Bastian.
    Sior Lazaro, fabbricatore di stoffe.
    Sior'Alba, moglie di Lazaro.
    Sior Agustin, fabbricatore di stoffe.
    Siora Elenetta, moglie di Agustin.
    Siora Polonia, che fila oro.
    Sior Momolo, manganaro.
    Madama Gatteau, vecchia francese ricamatrice.
    Cosmo, garzone lavorante di Zamaria.
    Baldissera, garzone lavorante di Zamaria.
    Martin, garzone lavorante di Zamaria.
    La scena si rappresenta in venezia in casa di Zamaria.




    ATTO PRIMO.


    SCENA PRIMA.
    Camera e lumi sul tavolino
    ZAMARIA, BALDISSERA, COSMO e MARTIN.

    Zamaria: Putti,  vegn qua.  Stassera ve dago festa. Semo in ti ultimi
    zorni de carneval.  Dago da cena ai mi  amici;  dopo  cena  se  baler
    quatro  menueti;  vualtri  dar  una  man,  se bisogna,  e po magner,
    goder, ve devertir.
    Baldissera: Sior s, sior patron; grazie al so bon amor.
    Martin: Semo qua a servirla, e goderemo anca nu le so grazie.
    Cosmo: Oe,  stassera no sentiremo la realtina al  teler.  (agli  altri
    giovani)
    Zamaria: Ah! baron, veh! lo so, che ti gh'ha manco voggia dei altri de
    laorar.  Pecc,  pecc,  che no ti applichi, che no ti voggi tender al
    sodo.  Se ti vol,  ti  x  un  bon  laorante;  e  se  ti  volessi,  ti
    deventeressi el pi bravo testor de sto paese.  Ma, sia dito a to onor
    e gloria, no ti gh'ha volont de far ben.
    Cosmo: No so cossa dir. Pol esser anca, che la diga la verit.
    Zamaria: Oh!  via,  per stassera no disemo altro.  Devertmose,  e che
    tutti goda.  Doman po,  sior Cosmo carissimo,  d drio a quel drapeto.
    Vu, sior Baldissera, domattina a bon'ora and dal manganer, a vder se
    i ha d l'onda a quel amuer,  e vu,  sior Martin,  scomenzer a  ordir
    quel camelotto color de gaza.
    Martin: Benissimo; e adesso cossa vorla, che femo?
    Zamaria: Adesso,  and de l;  vard, se a mia fia ghe bisogna gnente;
    f qualcossa,  se ghe n'av voggia;  e se no sav cossa far,  tol  el
    trottolo, e devertive.
    Martin:  Oh,  che  caro  sior  patron!  Almanco  el x sempre aliegro.
    (parte)
    Baldissera: La diga. Balermio anca nu un per de balloni?
    Zamaria: Sior s. No se slo? Ha da balar tutti; baler anca mi.
    Baldissera: Grazie; e viva;  oh che gusto!  (El x un vecchietto,  che
    propriamente el fa voggia).
    Cosmo:  La  diga,  sior patron: me dla licenza,  che alla festa fazza
    vegnir una putta?
    Zamaria: Una putta?
    Cosmo: La vegnir co so madre.
    Zamaria: Chi la?
    Cosmo: Tognina, fia de siora Gnese, che incana sea.
    Zamaria: Coss'?  Com'la?  Gh' pericolo,  che  sta  putta  perda  el
    giudizio?
    Cosmo: Per cossa?
    Zamaria: Gh' pericolo, che la te creda?
    Cosmo: Cossa songio?
    Zamaria: Un furbazzo, un galiotto, che ghe n'ha burl cinque.
    Cosmo: E una sie.  Patron,  grazie.  La far vegnir.  A bon reverirla.
    (parte)


    SCENA SECONDA.
    ZAMARIA, poi DOMENICA.

    Zamaria: Pecc de cost!  el gh'ha un'abilitadazza terribile;  ma  nol
    ghe  tende.  I  fa cuss costori.  I laora co i gh'ha bisogno;  e co i
    gh'ha un ducato, a revderse fina che l' feno. M'ha piasso anca a mi
    a divertirme, e me piase ancora; ma per diana de dia! ai mii interessi
    ghe tendo; e son quel, che son a forza de tenderghe, e de laorar. Sior
    s,  sfadigarse co se ghe x,  e gder i amici ai so  tempi,  alle  so
    stagion.
    Domenica: Oh! son qua, sior padre. ggio fatto presto a vestirme?
    Zamaria: Brava! chi t'ha conz
    Domenica: Mi; da mia posta.
    Zamaria: Mo va l, che ti par conzada dal Veronese.
    Domenica: E s,  tra conzarme e vestirme,  a un'ora e un quarto no ghe
    son arivada.
    Zamaria: Brava! Ti x una putta de garbo.
    Domenica: E avanti de prencipiar,  son andada in cusina;  ho d  i  mi
    ordeni;  ho agiut a far suso i raffioi;  ho fatto metter el stuff in
    pignatta, e ho volesto metterghe mi la so conza; ho fatto, che i torna
    a lavar el polame; ho fatto el pien alla dindietta, ho volesto vder a
    impastar le polpette;  ho d fora el vin;  ho messo fora la biancaria.
    No  me manca altro che tirar fora le possae,  le sottocoppe,  e quelle
    quatro bottiglie de vin de Cipro.
    Zamaria: Mo via; mo se lo so; mo se ti x una donetta de garbo.
    Domenica: A cena, in quanti sarmio, sior padre?
    Zamaria: Aspetta. No m'arecordo. Mio compare Lazaro co so muggier.
    Domenica: Credmio,che la vegna sior'Alba?
    Zamaria: La m'ha dito de s. Per cossa no avervela da vegnir?
    Domenica: No slo, che cossa lessa, che la x? La gh'ha sempre mal. No
    la magna, no la parla, no la sa zogar: ora ghe diol la testa,  ora ghe
    diol el stomego, ora ghe vien le fumane.
    Zamaria:  Cossa vustu far?  Sior Lazaro el x mio compare.  El x anca
    elo de la mia profession;  gh'avemo insieme de'  negozieti.  Qualcossa
    bisogna ben soportar.
    Domenica: E chi altri ghe sar?
    Zamaria: Ho invid sior Bastian.
    Domenica: Sior Bastian Caparetti?
    Zamaria: Siora s. Anca elo; perch el x mercante da sea, ch'el me d
    tutto l'anno da laorar.
    Domenica: E so muggier?
    Zamaria: Anca siora Marta.
    Domenica: Siora Marta se degnerala mo de vegnir?
    Zamaria: Per cossa no s'avervela da degnar?
    Domenica:  So  che  la  sta  sull'aria,  che la pratica tutte le prime
    signore de Marzaria; che la va in te le prime conversazion.
    Zamaria: E per questo?  Nu cossa smio?  No podemo star al pari de chi
    se sia?  Sngio qualche laorante?  Son paron anca mi. Negozio col mio;
    non ho da dar gnente a nissun.  E po,  cossa serve?  Siora Marta x la
    pi bona creatura de sto mondo.  Credeu,  perch la sta ben, perch la
    gh'ha dei bezzi,  che la sia  superba?  Gnanca  per  insonio;  veder,
    veder, co allegramente che la ne far star.
    Domenica: E chi altri vien, sior padre? Vienla sior'Elenetta?
    Zamaria: Siora s. No voleu, che abbia invid mia fiozza Elenetta?
    Domenica: E so mario?
    Zamaria: S'intende. Anca mio fiozzo Agustin.
    Domenica: Mo, co a bon'ora che quel putto s'ha marid!
    Zamaria:  El s'ha marid,  perch bisognava,  ch'el se maridasse.  Sto
    matrimonio l'ho fatto mi. El x rest fio solo,  senza padre,  e senza
    madre.  L'ho  fatto passar capo mistro testor.  L'ha tolto in casa sta
    putta; la gh'ha d dei bezzetti; la gh'ha una madre,  che per el teler
    x un oracolo; la sta con lori...
    Domenica:  So  madona  sar  un  oracolo;  ma  Agustin  x  el pi bel
    pampalugo del mondo.
    Zamaria: Cossa saveu?
    Domenica: No se vdelo!
    Zamaria: El x ben altrettanto bon.
    Domenica: Bon el x?  E mi ho sentio a dir,  che tutto el d  mario  e
    muggier no i fa altro che rosegarse.
    Zamaria: Saveu perch?  Perch i se vol ben.  I x tutti do zelosi;  e
    per questo ogni men de che i ha qualcossa da tarocar;  da resto,  quel
    putto el x l'istessa bont. Cuss te ne capitasse uno a ti.
    Domenica:  Mi?  de  diana!  Un  mario alocco,  no lo torave,  se el me
    cargasse de oro.
    Zamaria: Cossa vorssistu?  Un  spuzzetta?  Un  scartozzetto?  Che  te
    magnasse tutto? Che te fasse patir la fame?
    Domenica: No ghe n' dei putti, che gh'ha del spirito, e che x boni?
    Zamaria: Mi ho paura de no.
    Domenica: Eh!  sior s,  che ghe n'. (modestamente, ma con artifizio,
    mostrando ch'ella ne ha qualcheduno in veduta)
    Zamaria: Molto pochi, fia mia.
    Domenica: E cuss? I lo minzonai tutti queli, che ha da vegnir?
    Zamaria: Aspett. Chi ggio dito?
    Domenica: No me par,  che  l'aveva  dito  de  invidar  sior  Anzoletto
    dessegnador?
    Zamaria: Ah! s ben. Anca elo.
    Domenica: (Questo giera quello, che me premeva).
    Zamaria: Tornemo a dir: mio compare...
    Domenica: Eh!  sior s;  m'arecordo tutti. I x sette, e nu do, che fa
    nove.
    Zamaria: E la mistra, che fa diese.
    Domenica: Quala mistra?
    Zamaria: La filaoro.
    Domenica: Oh! gh'ho gusto, che vegna siora Polonia.  El doveva invidar
    anca sior Momolo manganer.
    Zamaria:  L'ho invid,  l'ho preg;  ho fatto de tutto per obligarlo a
    vegnir, e no gh' st caso. El dise,  ch'el gh'ha un impegno,  che nol
    pol vegnir.
    Domenica:  Me  despiase;  perch  el  x  unico per tegnir in viva una
    conversazion. Donca co la mistra saremo diese.
    Zamaria: Siora s,  a tola saremo diese;  e f parechiar de l  per  i
    putti.
    Domenica: Sior s.
    Zamaria: E dghe anca a lori le so possade d'arzento, e la so bozzetta
    de vin de Cipro.
    Domenica: Eh! a lori podemo dar del moscato.
    Zamaria: Siora no;  vi,  che i magna,  e che i beva de tutto quel che
    magnemo e bevemo anca nu.
    Domenica: Oh! x qua sior'Elena, e sior Agustin.
    Zamaria: Oh! via, bravi; i ha fatto ben a vegnir. Scomenzemo a aver un
    pocheto de compagnia.
    Domenica: (Mi vorave, che vegnisse sior Anzoletto).


    SCENA TERZA.
    AUGUSTIN, ELENETTA e i suddetti.

    Zamaria: Oe, fiozza!
    Elenetta: Sior santolo, patron
    Zamaria: Bond, fiozzo.
    Elenetta: Patrona, siora Domenica.
    Domenica: Sior'Elena, patrona.
    Agustin: Patrona. (a Domenica)
    Domenica: Patron. (ad Agustin)
    Elenetta: Semo qua a incomodarli.
    Domenica: Cossa dsela? La ne fa finezza.
    Zamaria: Oh!  via.  A monte le cerimonie.  Mett zoso el tabaro,  e 'l
    capelo. (a Agustin)
    Agustin: (vuol metter il tabarro sul tavolino)
    Zamaria: De l, de l, in quell'altra camera.
    Agustin: (va a mettere gi ecc. e poi torna)
    Domenica: La vegna qua; la resta servida. (fa sedere Elenetta)
    Zamaria:  Fiozza,  senza  gnente  in  testa  s?  No  gh'av  paura de
    sfredirve?
    Elenetta: Cossa volvelo, che me mettesse el zend?
    Zamaria: No gh'av una prigioniera?
    Elenetta: La gh'ho, ma no me l'ho messa.
    Domenica: Mo, che caro sior padre! L'ha da balar, e el vol,  che la se
    desconza la testa!
    Zamaria: In verit,  che vualtre done s bele;  s bele, da galantomo.
    Ora ve mett in testa un stramazzo, ora and colla testa nua.
    Domenica: Eh! via, caro elo; cossa slo elo?
    Elenetta: Voleva metterme qualcossa in testa, e Agustin no ha volesto.
    Zamaria: Per cossa no lo volesto?
    Elenetta: Perch el m'ha conz elo.
    Zamaria: Oh bella! el v'ha conz elo? Per cossa?
    Elenetta: Perch mio mario no vol perucchieri per casa.
    Zamaria: El v'ha conz elo?  Bravo,  pulito.  Oe,  fiozzo,  vegn qua.
    L'av conzada da frzer vostra muggier.
    Agustin: Per cossa?
    Zamaria: No seu st vu, che l'ha infarinada?
    Agustin: Oh! che caro sior santolo!
    Domenica:  La  diga,  sior'Elenetta:  cossa  fa  so  siora  madre?  (a
    Elenetta)
    Elenetta: Eh! cuss, cuss.  La m'ha dito,  che la reverissa.  (con un
    poco di sussiego)
    Domenica: Grazie.
    Zamaria: Perch no xla vegnua anca ela vostra madona? (a Agustin)
    Agustin:  No  so...   No  la  x  vegnua;   ma  la  x  stada  a  casa
    malvolentiera.
    Zamaria: Oh bela! Perch no vegnir?
    Elenetta: Caro sior santolo, perch volvelo,  che la vegnisse?  No la
    x miga invidada.
    Zamaria:  E  per  questo?  Mi  no  son  and drio a quelo.  No girela
    patrona, se la voleva?
    Elenetta: Oh! no slo:
    Che chi va, e no x invidai,
    X mal visti, o descazzai.
    Zamaria: And l, fiozzo, andla a levar
    Elenetta: No, no, no st a andar, che za no la vegnir. (a Agustin)
    Zamaria: Se no la vol vegnir, che la lassa star.
    Domenica: (Vard dove,  che se cazza l'ira!  Le gh'ha  bisogno,  e  le
    gh'ha tanta superbia!)
    Agustin: Elena, voleu, che vaga?
    Elenetta: Sior no; no voggio, che and.
    Agustin: Mo per cossa?
    Elenetta: Perch no voggio.
    Agustin: Vard, che sesti; no la vol, che vaga!
    Elenetta: Sior no: no me f inrabiar.
    Zamaria: Animo, butt a monte. No crie; che la x una vergogna. St in
    pase. Voggive ben.
    Agustin: Mi? De diana! che la 'l diga ela, se ghe voggio ben.
    Elenetta: E mi, sior? Podeu dir, che no ve ne voggia?
    Agustin: Mi no digo ste cosse.
    Zamaria: V'av tolto con tanto amor.
    Elenetta: E se no l'avesse fatto, la torneria a far.
    Zamaria: Sentu, come che la parla? (a Agustin)
    Agustin:  In  quanto  a questo,  anca mi,  se no l'avesse sposada,  la
    sposeria.
    Zamaria: Via, siu benedetti! Me consolo de cuor.
    Agustin: Ma quela so ustinazion, mi no la posso soffrir.
    Elenetta: Cossa ve fazzio?
    Agustin: Tutto el d la me brontola.
    Elenetta: Perch gh'ho rason.
    Agustin: Per cossa gh'aveu rason?
    Elenetta: Perch gh'ho rason.
    Zamaria: Oe! volmio fenirla? Fiozzo, vegn con mi, che ve vi mostrar
    un drapeto, che gh'ho sul teler, che no ve despiaser.
    Agustin: Sior s. Lo veder volentiera.
    Zamaria: Sent, fioi;  mi ve parlo schietto.  Sta sera gh'ho voggia de
    devertirme; v'ho invid con tanto de cuor; ma musoni no ghe ne voggio;
    e criori no ghe ne voggio sentir. Se ve piase, paroni; se no ve piase,
    ada. M'aveu capo? Andmo. (parte, conducendo via Agustin)


    SCENA QUARTA.
    ELENETTA, e poi DOMENICA.

    Elenetta: In verit dasseno,  per non darghe desturbo,  squasi, squasi
    anderave via.
    Domenica: Eh! via, cara ela, la lassa andar.
    Elenetta: Mo, no sntela?
    Domenica: Ghe vorla veramente bene a sior Agustin?
    Elenetta: Se ghe voggio ben?  De diana!  Se stago un'ora senza de elo,
    me par de esser persa.
    Domenica: No dseli, ch'el x tanto un bon putto?
    Elenetta: Siora s, dasseno.
    Domenica: E i cria donca?
    Elenetta:  Cossa  dsela?  Se  volemo ben,  e tutto el d se magnemo i
    occhi.
    Domenica: A mi mo, vdela, sto ben nol me comoderia gnente affatto.
    Elenetta: E mi son contenta,  che no scambierave el mio stato con  chi
    se sia.
    Domenica: La gh'ha gusto a criar?
    Elenetta: Crio, ma ghe voggio ben.
    Domenica: E lu?
    Elenetta: E lu el cria, e el me vol ben.
    Domenica: Oh! cari.
    Elenetta: Cuss la x.
    Domenica: Chi contenta gode.
    Elenetta: Mi son contenta, e godo.
    Domenica:  (Oh  siestu!  e po te pustu!) Oh!  x qua siora Marta co so
    mario.
    Elenetta: Chi xli?
    Domenica: No la li cognosse?
    Elenetta: Oh! mi no cognosso nissun.
    Domenica: I x marcanti da sea;  ma de queli,  sla?  che ghe piove la
    roba in casa da tutte le bande.
    Elenetta: Sia malignazo! Gh'ho suggizion. Me vergogno.
    Domenica:  Eh!  via,  cara  ela;  la  lassa,  che la vaga a incontrar.
    (s'alza e va incontro a Marta)


    SCENA QUINTA.
    MARTA, BASTIAN e dette.

    Elenetta: (Anderave pi volentiera dessuso con mio mario).
    Domenica: Patrona riverita.
    Marta: Patrona, siora Domenica.
    Domenica: Che grazie, che favori x questi?
    Marta: Cossa dsela? Semo qua a darghe incomodo.
    Domenica: Anzi el x un onor, che nol meritemo.
    Bastian: Patrona; son qua anca mi a ricever le so care grazie.
    Domenica: Patron,  sior Bastian.  La se comoda;  la me daga  a  mi  el
    tabarin. (a Marta)
    Marta: Quel, che la comanda. (si cava il tabarin, e lo d a Domenica)
    Domenica: Anca elo, sior Bastian, el me daga el tabaro, e 'l capelo.
    Bastian: Eh! ander mi...
    Domenica:  Sior  no,  sior  no;  cossa serve?  Che el daga qua.  Za ho
    d'andar de l a far un servizieto!
    Bastian: Me despiase de incomodarla.  (si  cava  ecc.  e  d  tutto  a
    Domenica, ed ella parte)


    SCENA SESTA.
    MARTA, BASTIAN ed ELENETTA.

    Marta: Patrona mia riverita. (ad Elenetta, sedendo)
    Elenetta: Serva.
    Marta: (La cognosseu?) (a Bastian)
    Bastian: (Mi no). (a Marta)
    Marta: Cossa dsela de sto fredo? (a Elenetta)
    Elenetta: Cossa vorla? Semo in tel cuor de l'inverno. (a Marta)
    Bastian:  (Son  ben  curioso de saver chi la x).  (andando dall'altra
    parte)
    Marta: La x zovene assae. La lo sentir poco el fredo.
    Elenetta: Oh! cossa dsela?  No son tanto zovene.  X un ano,  che son
    maridada.
    Marta: Maridada la x!
    Elenetta: Servirla.
    Marta: Vard, ved! Mi no credeva.
    Bastian: Permttela? (siede presso di Elena)
    Elenetta:  (Oh  caro!  Perch  no  se  sntela  arente de so muggier?)
    (guardando verso la scena, e scostandosi)
    Bastian: Coss'? No la vol, che me senta arente de ela? (accostandosi)
    Elenetta: La se comoda  pur.  Con  grazia.  (s'alza,  e  va  a  sedere
    dall'altra parte)
    Marta: (Mo, la godo ben dasseno).
    Bastian: Coss',  signora?  Cossa gh'la paura?  Cossa crdela, che mi
    sia? (a Elena)
    Elenetta: Caro elo, el compatissa. So, che fazzo una mala creanza;  ma
    se vien mio mario, poveretta mi.
    Bastian: Xlo qualche vecchio sto so mario?
    Elenetta: Oh! sior no; el x zovene pi de mi.
    Bastian: E patisse sto boccon de malinconia?
    Marta: Chi xlo so consorte?
    Elenetta: Sior Agustin Menueli.
    Marta: (Oh! lo cognosso. No me dago gnente de maraveggia).
    Bastian: (L'ho dito, che nol podeva esser altro, che un pampalugo).
    Marta: Cossa vol dir, che nol x qua anca elo, sior Agustin?
    Elenetta: Siora s,  che 'l ghe x. El x and de suso co sior santolo
    Zamaria. De diana! la vorave, che fosse vegnua senza mio mario?
    Marta: Sarvelo un gran delitto?  In casa de persone oneste,  e civil,
    no se pol andar qualche volta senza so mario?
    Elenetta: Oh! mi no vago fora della porta senza de elo.
    Bastian: E sior Agustin lo lssela andar? Lo lssela praticar?
    Elenetta: De dia! che sgrafferave i occhi.
    Bastian: Oh! se fusse mi so mario...
    Elenetta: Cossa farvelo?
    Bastian: Ghe taggierave le ongie.
    Elenetta: Che 'l se consola, che so muggier no lo sgraffer.
    Marta: Dasseno! cossa vorvela dir?
    Bastian: (Eh! no ghe bad. No vedeu cossa, che la x?) (a Marta)


    SCENA SETTIMA.
    DOMENICA, e detti.

    Domenica:  Oh!  son  qua;  che  i compatissa,  se son stada un pocheto
    tropo. I m'ha chiam in cusina; son andada a dar un'occhiada.  Perch,
    sla? se no fusse mi in sta casa, no se farave mai gnente.
    Marta: Eh! savemo, che puta, che la x.
    Bastian: Quando magnmio sti confetti, siora Domenica?
    Domenica: Oh! per mi? l'ha ancora da nasser.
    Elenetta: (Sarave ora, che 'l fusse nato).
    Bastian: La diga: quanto x, che no la vede sior Anzoletto?
    Domenica: Qualo sior Anzoletto?
    Bastian: Qualo? Quelo...
    Domenica: Chi quelo?
    Marta: Mo via con quela bocca, che no pol tser. (a Bastian)
    Bastian: Mi no digo gnente.
    Domenica: (Come l'li savesto,  che tra Anzoletto, e mi ghe x qualche
    prencipio? Non l'ho dito a nissun; no lo sa gnanca mio padre).
    Elenetta: (Mo che zente,  che se ne vol  impazzar,  dove  che  no  ghe
    tocca!)
    Domenica: Oh! vard chi x qua!
    Bastian: Chi? sior Anzoletto?
    Domenica: (Magari!) Sior Momolo, el manganer.
    Marta: Gh'ho ben gusto dasseno. El x el pi caro matto del mondo.
    Domenica: El belo x,  che sior padre l'aveva invid, e 'l gh'ha dito,
    che nol podeva vegnir.
    Bastian: No sla?  Lu gh'ha l'abilit de zirar in t'un zorno sette,  o
    otto conversazion.
    Marta: Cossa flo, che nol vien avanti?
    Domenica:  L'  capace d'averse ferm coi zoveni,  a dirghe cento mile
    minchionerie.
    Marta: Fermo de tutto, che 'l staga qua stassera.
    Domenica: Oh! mi no lo lasso andar via seguro.
    Elenetta: (Cossa mai flo sto mio maro, che nol vien? El me fa pensar
    cento cosse).
    Domenica: Vlo qua, vlo qua sior Momolo.


    SCENA OTTAVA.
    MOMOLO, e detti.

    Momolo: Patrone riverite.
    Marta: Bravo, sior Momolo.
    Bastian: Bond, Momolo.
    Momolo: Paron benedetto. (a Bastian)
    Domenica: Cossa feu qua? Meriteressi giusto, che ve mandassimo via.
    Momolo: Saldi; le se ferma, che ghe conter, come che la x stada.
    Domenica: Mo che panchiana!
    Momolo: Gnente. L'ascolta un omo,  col parla.  Giera impegn d'andar a
    cena in t'un logo.  Son and; m'ho inform chi ghe giera; i m'ha dito,
    che ghe giera un muso, che no me piase;  una certa signora,  che 'l so
    sangue no se conf col mio; e mi ho fatto dir alla parona de casa, che
    me x vegn la freve; e ho chiapp suso, e son vegn via.
    Marta: Bravo; av fatto ben.
    Domenica: Panchiane! panchiane!
    Momolo:  S,  anca  da  putto,  che  la  x cuss.  (si volta) Patrona
    reverita, ghe domando umilmente perdon, se gh'ho volt,  co riverenza,
    el  tabaro;  perch  giera  sora pensier.  Me premeva,  no so se la me
    capissa...
    Elenetta: Eh! sior s, l'ho capio. (voltandosi con disprezzo)
    Momolo: Chi la sta signora?
    Marta: No la cognoss? Sior'Elena, muggier de sior Agustin Menueli.
    Momolo: La me permetta, che fazza el mio debito. (a Elena)
    Bastian: Momolo, abbi giudizio.
    Momolo: Fermve. (a Bastian) Ho tutta la sodisfazion de aver l'onor de
    conoscerla.  Sior Agustin x mio amigo,  e mio bon paron;  e la  prego
    anca ela degnarse...
    Elenetta: Grazie, grazie.
    Momolo: Se la gh'avesse qualcossa da manganar.
    Elenetta: Oh! mi in ste cosse no me n'impazzo.
    Momolo: Se la me permette, la vegnir a reverir.
    Elenetta: Mi no ricevo visite; da mi no vien nissun.
    Momolo: La se ferma. Sla chi son mi?
    Elenetta: A mi no m'importa de saver.
    Momolo: Mo via, no la me fazza inspasemar.
    Elenetta: Son stuffa.
    Momolo: De cossa?
    Elenetta: Siora Domenica, co so bona grazia. (s'alza)
    Domenica: Che la se comoda.
    Elenetta: (Ander a vder, dove che s'ha ficc mio mario). (in atto di
    partire)
    Momolo: Patrona.
    Elenetta: Patron. (andando via)
    Momolo: Gnanca?
    Elenetta: Oh! mi non son de quelle da sbuffonar. (parte. Tutti ridono)


    SCENA NONA.
    DOMENICA, MARTA, BASTIAN, MOMOLO.

    Momolo:  In  fatti:  gh'aveva  bisogno  di sentarme;  senza che nissun
    s'incomoda, i m'ha favorio la carega.
    Domenica: Cavve el tabaro.
    Momolo: La se fermi. Me lo caver adessadesso.
    Domenica: Cavvelo, co vol; per mi no me movo.
    Momolo: Dove xlo sior Zamaria?
    Domenica: El x dessuso co sior Agustin.
    Momolo: Cossa diralo, col me veder?
    Domenica: Meriteressi, che 'l ve disesse...
    Momolo: Va' via, che no te voggio.  E mi ghe dirave: fermve,  che ghe
    son, e ghe voggio star.
    Marta: L',  che se volessi andar via,  siora Domenica no ve lasserave
    andar.
    Momolo: Per so grazia, e non per mio merito.
    Domenica: Manco mal, che ve cognoss!
    Momolo: Mi almanco, in bon ponto lo possa dir, tutti me vol ben.
    Domenica: Per cossa mo credeu, che i ve voggia ben?
    Momolo: Perch son belo.
    Domenica: Va' via, malagrazia.
    Marta: E mi cossa sngio?
    Momolo: Sela benedetta;  la x la mia  parona  anca  ela;  ma  no  me
    n'impazzo. Lasso fari onori de la casa a mio compare Bastian.
    Bastian: Momolo, quanto x, che no and a la comedia? (a Momolo)
    Momolo: X un pezzo.  In sti ultimi zorni mi no ghe vago. Me piase pi
    cuss, quatro amici, un gotto de vin, una fersora de maroni.
    Domenica: Stassera cener con nu.
    Momolo: No la posso servir.
    Domenica: Per cossa? Averessi ardir de impiantarne?
    Momolo: Mi no;  stago qua  fin  doman,  fin  doman  l'altro;  fin  sta
    quaresema, fin che la vol.
    Domenica: Cossa donca disu de no voler cenar?
    Momolo:  Digo  cuss,  perch gh'averave voggia de servirla ben,  e x
    otto d che desordeno, e gh'ho paura de no farme onor.
    Domenica: Eh! no v'indubit, che qua da nu no ghe sar da desordenar.
    Momolo: Ghe n' pi de quel vin da galantomeni?
    Domenica: Ghe ne x ancora.
    Momolo: Co gh' de quelo, gnente paura.
    Domenica: Via, and de l, andve a cavar el tabaro.
    Momolo: Con so bona grazia. (in atto d'andare)
    Domenica: Saveu chi vien stassera da nu? (a Momolo)
    Momolo: Chi, cara ela?
    Domenica: Siora Polonia.
    Momolo: Cara cula;  ghe vi proprio  ben;  ma  semo  in  baruffa.  Me
    raccomando a ele;  le diga do parolete,  cuss senza malizia; le fazza
    del ben a sto povero pupillo. (parte)
    Marta: L'assicuro, che in t'una compagnia el x un oracolo.
    Bastian: Stimo, che 'l x sempre de sto bon umor.
    Domenica: Sempre cuss; el x nato cuss, e 'l morir cuss.
    Marta: X vero, che tra lu e Polonia ghe sia qualcossa?
    Domenica: Oh! la se fegura.  El dise.  Ma in quela testa crdela,  che
    ghe sia fondamento?  Ela s piutosto, credo, che la ghe tenderia se 'l
    disesse dasseno.
    Bastian: Ghe dir: el x cuss alegro, maturlo;  ma ai so interessi el
    ghe tende.
    Domenica: Sior s,  sior s;  el x onorato, co fa una perla. Oh! vien
    zente.
    Marta: Chi xli?
    Domenica: Sior'Alba co so mario. Con grazia. (s'alza, e va incontro)
    Bastian: Xla quela, che gh'ha sempre mal? (a Marta)
    Marta: S, chi la sente ela,  la x sempre amalada: ma no la starave a
    casa una sera, chi la copasse. (a Bastian)


    SCENA DECIMA.
    ALBA, LAZARO e detti.

    Domenica: Patrona, sior'Alba.
    Alba: Patrona. (si baciano) Patrona. (a Marta)
    Marta: Patrona. (si baciano)
    Bastian: Compare Lazaro.
    Lazaro: Patron sior Bastian. (si baciano Bastian e Lazaro fra di loro)
    Domenica: Cossa fla? Stla ben? (ad Alba)
    Alba: Gh'ho un dolorazzo de testa, che no ghe vedo.
    Domenica: La se senta. La me daga qua el tabarin.
    Alba: No,  no,  la lassa; che gh'ho piuttosto fredo. Gh'ho un tremazzo
    intorno...
    Domenica: Vorla un poco de fogo?
    Alba: La me far grazia.
    Domenica: Adesso gh'ander a tir el scaldapi. E ela ghe ne vorla?
    Marta: Oh! mi no, la veda, stago benissimo.
    Domenica: Le compatissa, vago mi,  perch la donna no pol.  (La podeva
    far de manco de vegnir sta giazzra). (parte)
    Lazaro: Co gh'avevi mal, dovevi star a casa, cara fia.
    Alba: Eh! me passer.
    Bastian:  (Bisogna,  che ghe sia vegn mal per strada.  Se la s'avesse
    sentio qualcossa a casa, no la sarave vegnua).
    Marta: (Ghe credeu vu, che la gh'abbia mal?) (a Bastian)
    Lazaro: Cossa ve sentu? (ad Alba)
    Alba: Gnente.
    Marta: Mo via, la staga alegra, la se diverta.
    Alba: Gh'ho una mancanza de respiro, che no posso tirar el fi.
    Lazaro: Voleu gnente? Voleu andarve a molar el busto?
    Alba: Eh! sior no; n'importa.
    Bastian: (El gh'ha una gran pazzenzia. Mi no sarave bon).
    Domenica: Son qua  col  fogo.  La  resta  servida.  (vuol  mettere  lo
    scaldapi ecc.)
    Alba:  No  la  s'incomoda.  Gh'ho sto busto cuss stretto,  che non me
    posso gnanca sbassar. (vuol mettere lo scaldapi, e non pu)
    Domenica: La servir mi. (mette lo scaldapi)
    Lazaro: Ma no voleu star mal con quel busto cuss ser? And l,  cara
    fia, andve a molar.
    Alba: Eh! (con disprezzo)
    Lazaro: F a vostro modo, che viver dies'anni de pi.
    Alba: Gh'la un garfolo? (a Domenica)
    Domenica: Ander de l a trghelo.
    Marta: Mi, mi se la vol. (vuol tirar fuori un garofano ecc.)
    Bastian: Vorla un diavolon? (apre una scatoletta ecc.)
    Alba: Sior s.
    Domenica: Cossa se sntela?
    Alba: No so gnanca mi. Gh'ho un affanno!...


    SCENA UNDICESIMA.
    MOMOLO e detti.

    Momolo: Oh! son qua.
    Alba: Oh! sior Momolo, sior Momolo. (rallegrandosi)
    Momolo: Sior'Alba, ghe son servitor.
    Alba: Anca elo x qua?
    Momolo: No sla? Mi penetro per tutto, co fa la luse del sol.
    Alba: Ah! ah! (ride moderatamente)
    Domenica: Ghe x pass? (ad Alba)
    Alba: Un pochetto.
    Momolo: Gh'la mal? Vorla, che mi ghe daga un recipe per varir?
    Alba: Via mo; che recipe?
    Momolo: Recipe,  no ghe pensar. Recipe, devertirse. Recipe, sior s, e
    ste cosse.
    Alba: Oh! che matto: ah ah ah ah, oh che matto! (ridendo forte)
    Domenica: Oh! via via, me consolo: la x vara.
    Marta: No ghe voleva altri, che sior Momolo a farla varir.
    Momolo: Vorle,  che ghe ne conta una bela?  Son  st  de  su  da  sior
    Zamaria.  Ho trov i do novizzi,  uno in t'un canton,  l'altro in t'un
    altro.  I ha cri,  i s'ha dito roba,  i pianzeva.  Sior Zamaria giera
    desper. Mi ho procur de giustarli. Ho chiap
    Agustin per un brazzo.  L'ho men da la novizza.  Le indivina mo? Vien
    qua,  va' via;  sent,  lsseme star: i  m'ha  strazz  un  manegheto.
    (mostra il manichetto rotto)
    Alba: Oh bela! oh bela! Oh che gusto! oh bela! (ridendo)
    Momolo: Grazie del so bon amor. (ad Alba)
    Domenica: Via, via; ve dar mi una camisa.
    Momolo: N'importa; lo ficco sotto.
    Domenica: Bisogna ben, che ve mu, s'av da balar.
    Momolo: Se bala anca?
    Domenica: I dise. Balerala anca ela, sior'Alba?
    Alba: Siora s; no vorla?
    Domenica: Oh! via, me consolo.
    Marta: (La gh'ha tanto mal ela, quanto che ghe n'ho mi).
    Momolo: Ghe digo ben, che ho visto desuso in teler un drapo, che no ho
    visto  el  pi belo.  Un dessegno de sior Anzoletto,  che x una cossa
    d'incanto, che no gh'ha invidia a uno dei pi beli de Franza.
    Bastian: Cossa serve?  I nostri drapi,  co se vol,  che  i  riessa,  i
    riesse. Gh'avemo omeni, che x capaci; gh'avemo sede; gh'avemo colori;
    gh'avemo tutto.
    Lazaro:  Cossa  disu,  sior  Bastian,  de quei drapi,  che st'anno x
    vegnui fora dai mii teleri?
    Bastian: Stupendi: i me li ha magnai da le man.  V'arecordeu quel raso
    con  quei  finti  mrtori?  Tutti lo credeva de Franza.  I voleva fina
    scometter;  ma per grazia del Cielo,  roba forestiera  in  te  la  mia
    bottega no ghe ne vien.
    Lazaro: I me fa da rider!  Che i ordena,  e che i paga, e i veder, se
    savemo far.
    Alba: (butta via lo scaldapiedi e il tabarrin)
    Domenica: Coss'?
    Marta: Cossa gh'la?
    Alba: Me vien una fumana.
    Momolo: Com'la? Saldi, sior'Alba; saldi, sior'Alba.
    Alba: Eh! and via de qua; no me romp la testa.
    Momolo: Me cavo: fogo in camin; me cavo.
    Alba: Son tutta in t'un'acqua.
    Domenica: Vorla despogiarse?
    Alba: Siora no.
    Marta: Vorla, che ghe metta un fazzoleto in te le spalle?
    Alba: Oh! giusto.
    Lazaro: Voleu gnente, fia?
    Alba: No voggio gnente.
    Lazaro: Voleu, che andemo a casa?
    Alba: La me favorissa el mio tabarin.
    Domenica: La toga.
    Lazaro: Andmo; le compatissa.
    Alba: Se la me d licenza, voggio andar dessuso a vder sto drapo.  (a
    Domenica)
    Domenica: Ghe x pass?
    Alba: Me x pass. Sior Momolo, la favorissa.
    Momolo: La comandi.
    Alba: El me compagna dessuso.
    Momolo: Volentiera.
    Lazaro: Ve compagner mi. (ad Alba)
    Momolo: Fermve. (a Lazaro) So qua a servirla. Benedeta la mia parona!
    Saldi, sior'Alba.
    Alba: Coss' sto saldi?
    Momolo: Gnente. Saldi. Perch son debole de zonture. (parte con Alba)


    SSENA DODICESIMA.
    DOMENICA, MARTA, BASTIAN e LAZARO.

    Bastian: (Se vede, che tutto el so mal la lo gh'ha in te la testa).
    Domenica: Via, che i vaga anca lori.
    Bastian: Eh! mi l'ho visto; so, che drapo, ch'el x.
    Domenica: Che i vaga; che i vaga a trovar sior padre.
    Bastian: Coss'? Vorle restar sole?
    Domenica: Sior s; volemo restar sole.
    Lazaro: Andemo,  sior Bastian.  Se savessi!  gh'ho sempre paura, che a
    mia muggier no ghe vegna mal!
    Bastian: Gh'av una gran pazzenzia, compare!
    Lazaro: Cossa voleu far? La x mia muggier.
    Bastian: Voleu, che mi v'insegna a varirla?
    Lazaro: Come?
    Bastian: Se ghe dise: stu mal? sta in casa. Anca s, che ghe passa el
    dolor de stomego?
    Lazaro: No son bon; no gh'ho cuor; no me basta l'anemo. (parte)
    Bastian: To danno; gditela donca, che bon pro te fazza. (parte)


    Scena TREDICESIMA.
    DOMENICA e MARTA.

    Domenica: Manco mal, che semo un pocheto sole.  Gh'ho voggia de parlar
    con ela.
    Marta: Son qua, siora Domenica; cossa gh'la da comandarme?
    Domenica: La diga: cossa intendvelo de dir sior Bastian,  col parlava
    de sior Anzoletto?
    Marta: Mi no so in verit.
    Domenica: Eh! via, cara ela. La gh'ha pur dito, ch'el tasa.
    Marta: Ghe dir,  co la vol,  che ghe diga la verit: ne x st  dito,
    che sior Anzoleto gh'ha de la stima per ela; e che anca ela no lo vede
    mal volentiera.
    Domenica: Ghe x mal per questo?
    Marta: Gnente; anzi in verit dasseno, ho dito co mio mario; el sarave
    un negozio a proposito per tutti do.
    Domenica: Anca mi,  per parlarghe col cuor in man,  ghe dir, che sior
    Anzoletto,  co l'occasion,  ch'el vien qua da sior padre  a  portar  i
    dessegni...
    Marta:  Via.  Cossa  serve?  Nualtri  marcanti  gh'avemo  bisogno  de'
    testori; i testori ha bisogno del dessegnador...
    Domenica: Siora s. Co l'occasion, che 'l vien qua...
    Marta: Ho capio; i x zoveni tutti do...
    Domenica: Ma gnente, sla? No averemo dito trenta parole.
    Marta: Via!
    Domenica: El m'ha domand, se gh'ho morosi.
    Marta: Bon!
    Domenica: El m'ha tratto un moto, se ghe tenderave.
    Marta: Gh'la dito de s?
    Domenica: Mai.
    Marta: Mo per cossa?
    Domenica: Oh! la vede ben. (con modestia)
    Marta: No so cossa dir.
    Domenica: La mistra Polonia, la tiraoro, la conssela?
    Marta: La conosso.
    Domenica: Ela, vdela, ela m'ha dito qualcossa.
    Marta: E ela gh'la fatto dir gnente?
    Domenica: Gnente. S'avemo scritto una polizeta.
    Marta: S ben, s ben. La gh'la sta polizeta?
    Domenica: Siora s. La vorla vder?
    Marta: Magari!
    Domenica: Adesso ghe la mostro. (si guarda in tasca)
    Marta: (Eh, s ben. Trenta parole, e una polizeta x quel, che basta).
    Domenica: Oh! x qua la mistra Polonia. (ripone la carta)
    Marta: Gh'la suggizion?
    Domenica: No vorave, che la disesse... Ghe la mostrer un'altra volta.


    SCENA QUATTORDICESIMA.
    POLONIA col zendale sulle spalle, e dette.

    Polonia: Patrone riverite.
    Domenica: Siora Polonia!
    Marta: Patrona, siora Polonia.
    Domenica: Sola s?
    Polonia: M'ho fato compagnar da un zovene.
    Domenica: Coss', che me par scalmanada?
    Polonia: Gnente, gnente. La lassa, che me cava el zend.
    Domenica: Saveu, chi ghe x dessuso?
    Polonia: Chi?
    Domenica: Sior Momolo.
    Polonia: El manganer?
    Domenica: Siora s dasseno.
    Polonia: Uh!  selo malignazo anca elo.  Asti omeni no gh' da creder;
    no gh' da fidarse: i x tutti compagni.
    Domenica: Dis: cossa x st?
    Polonia:  La lassa,  che me cava el zend.  (va a porre il zendale sul
    tavolino)
    Marta: Bisogna, che ghe sia nato qualcossa.
    Domenica: Sentiremo. Son curiosa anca mi.
    Polonia: Gh'ho da parlar. (a Domenica)
    Domenica: A mi?
    Polonia: A ela.
    Domenica: De cossa?
    Polonia: De un no so che.
    Domenica: Parl, parl liberamente.  De siora Marta (la x tanto bona)
    mi no gh'ho suggizion.
    Marta: Se le vol parlar in secreto, le se comoda pur.
    Domenica: Oh! giusto. Cossa gh'? (a Polonia)
    Polonia: Gh'ho da parlar dell'amigo.
    Domenica: De sior Anzoletto?
    Polonia: Giusto de elo.
    Domenica: Mo via, parl.
    Polonia: Sla gnente, siora Marta? (a Domenica)
    Domenica: Parl, ve digo; no abbi suggizion.
    Marta: Per so grazia, la m'ha dito qualcossa.
    Polonia: Co l' cuss donca, ghe conter una bella novit.
    Domenica: Che x mo?
    Polonia:  Che  x?  Che  ho  savesto de certo,  e de seguro,  che sior
    Anzoletto ha av una lettera da  Moscovia;  che  ghe  x  dei  testori
    italiani, che vol, che 'l vaga l a far el dessegnador.
    Domenica: Poveretta mi!
    Marta: E elo, cossa dselo?
    Polonia: El va.
    Marta: El va?
    Polonia: Ma siora s, lu, che 'l va.
    Domenica: Lo saveu de seguro?
    Polonia: Segurissimo.
    Marta: Come l'aveu savesto?
    Polonia: Che dir... No vorave, che 'l me sentisse.
    Domenica: Eh!  no v'indubit,  che nol ghe x, no. E chi sa gnanca, se
    'l vien.
    Polonia: Eh! el vien, el vien; e 'l pol esser poco lontan. Co ho pass
    el ponte de Canareggio, l'ho visto su la fondamenta in bottega de quel
    dal tabaco.
    Domenica: Dis, contme. (mortificata)
    Polonia: Ghe x a Venezia una recamadora franzese,  che vien da  nu  a
    tr  de l'oro per recamar,  che la va in Moscovia anca ela,  e la m'ha
    cont tutto,  e la m'ha mostr la lettera,  dove che i ghe  scrive  de
    sior Anzoletto, e la m'ha anca dito, che la va in Moscovia con elo.
    Domenica: Come! Anca con una donna el va via?
    Polonia: Oh!  la x vecchia,  sla?  La x vecchia; la gh'aver pi de
    sessant'anni. La x madama Gatteau. La conssela?
    Domenica: S, la conosso.  Ho parl con ela;  la x stada anca in casa
    mia.
    Marta:  Mo  ve  digo  mo ben la verit,  che 'l me despiase assae,  ma
    assae.
    Domenica: Eh! cara ela, la me 'l lassa dir a mi, che me despiase.
    Marta: Dasseno me despiase anca a mi;  perch in materia de drapi,  la
    sa,  che ogni ano ghe vol de le novit; e lu, per dir quel che x, per
    la nostra bottega,  l'ha sempre trov qualcossa che ha d in tel genio
    all'universal.
    Polonia: Zito, zito; el x qua.
    Domenica: Me vien voggia da darghe una strapazzada...
    Polonia: No,  cara ela,  no la fazza scene. No la diga gnente, che ghe
    l'abia dito mi.
    Domenica: Taser fin che poder.
    Marta: La me lassa parlar a mi. (siedono)
    Polonia: La prego de no  me  minzonar,  per  amor  de  quella  vecchia
    recamadora; che se la savesse, che raccola, che la x!


    SCENA QUINDICESIMA.
    ANZOLETTO e dette; poi COSMO.

    Anzoletto: Patrone mie riverite.
    Marta: Patron.
    Domenica: (E co allegro, che 'l x!)
    Anzoletto: Son qua anca mi a recever le grazie de siora Domenica, e de
    sior Zamaria.
    Domenica: Le mie no, la veda. Mi no despenso grazie a nissun.
    Polonia: (X impossibile, che la tasa).
    Anzoletto: Cossa gh'la, siora Domenica?
    Domenica: Me dol la testa.
    Anzoletto: Me despiase ben.
    Marta: La mastega del reobarbaro,  che 'l ghe far ben.  La manda alla
    spezieria;  la procura de farse dar de quel de Moscovia.  (a Domenica,
    con caricatura)
    Anzoletto: De Moscovia?
    Marta: Sior s.  No x vero, che 'l meggio reobarbaro x de quelo, che
    vien de Moscovia?
    Anzoletto: Mi no so. Mi no me n'intendo.
    Polonia: Che bon tabaco lo tolto, sior Anzoleto?
    Anzoletto: Padoan. M'la visto a comprarlo?
    Polonia: Sior s. Che 'l me ne daga una presa.
    Anzoletto: M'ha parso anca a mi de vderla a trapassar. (d il tabacco
    ecc.)
    Polonia: (Me pento adesso de aver parl).
    Anzoletto: Comndela? (offre tabacco a Domenica)
    Domenica: Grazie. No ghe ne togo. (con disprezzo)
    Anzoletto: Pazzenzia. E ela, comndela? (a Marta)
    Marta: Ch'el diga: ghe n'lo compr assae de  sto  tabaco?  (prendendo
    tabacco)
    Anzoletto: No la vede? Mez'onza.
    Marta: Credeva, che 'l ghe n'avesse compr do, o tre lire.
    Anzoletto: Perch tanto?
    Marta: Credeva, che 'l s'avesse fatto la provision per el viazo.
    Anzoletto: Per el viazo?
    Polonia: Che 'l diga, sior Anzoleto...
    Anzoletto: La prego: de che viazo prlela? (a Marta)
    Marta: Eh! gnente; ho fal. Diseva de quel de la recamadora franzese.
    Polonia: (Porla tser, in so tanta malora?)
    Anzoletto: Siora, capisso benissimo...
    Domenica: Eh!  via, cara siora Marta, la tasa. I omeni x paroni de la
    so libert. Vorlo andar? che 'l vaga.
    Anzoletto: La me permetta...
    Marta: Ben, che 'l vaga. Nissun ghe lo pol impedir. Ma perch no dirlo
    almanco?
    Anzoletto: La prego...
    Domenica: Oh! questo po s. Sperava anca mi,  che 'l gh'avesse almanco
    tanta propriet de farme sta confidenza.
    Anzoletto: Permttele?...
    Marta: Bisogna vder...
    Domenica: La lassa, ch'el parla.
    Marta: Che 'l diga pur.
    Polonia: (Podeva pur anca mi aspettar a doman).
    Anzoletto: Ghe dir. X vero, che ho una lettera de Moscovia, che l i
    me  chiama  a  esercitarme  in  tel  mio  mestier.  X  vero,  che  la
    proposizion me convien; x vero anca,  che l'ho accettada.  Ma x vero
    altres...
    Marta: Belo quel "altres"; el scomenza a parlar forestier.
    Anzoletto: Tutto quelo,  che la comanda.  Parler venezian. Ma x anca
    vero, che ancuo solamente ho risolto;  e che prima de adesso no ghe lo
    podeva comunicar.
    Marta: Tutte chiaccole, che no val un bezzo.
    Domenica: Basta. Se per elo ha da esser ben, me consolo.
    Anzoletto: No so cossa dir. Sar quel, che piaser al Cielo.
    Marta:  Sent,  fio caro;  lassemo le burle da banda.  Mi vorave,  che
    fessi del ben. Ma finalmente, qua s ben visto; e in Moscovia, no sav
    come che la ve possa andar.
    Polonia: De dia! No digo, che sior Anzoleto sia un cativo dessegnador.
    Ma che ghe sia in Moscovia sta carestia de dessegnadori,  che i  abbia
    de grazia de vegnirghene a cercar uno a Venezia?
    Anzoletto: Ghe dir, patrona...
    Cosmo: Sior Anzoletto,  che 'l vegna dess dal patron,  che 'l ghe vol
    parlar.
    Anzoletto: Vegno.  And;  disghe,  che vegno subito.  (a  Cosmo,  che
    parte) Ghe dir, se le me permette. X un pezzo, che i dessegni de sto
    paese piase,  e incontra per tutto. Sia merito dei dessegnadori, o sia
    merito dei testori, i nostri drapi ha chiap concetto. X and via dei
    laoranti, e i x stai ben accolti.  Se gh'ha mand dei dessegni,  i ha
    av del compatimento;  ma no basta gnancora. Se vol provar, se una man
    italiana, dessegnando sul fatto, sul gusto dei Moscoviti, possa formar
    un misto, capace de piaser a le do nazion.  La cossa no x facile,  ma
    no la x gnanca impussibile. El mal grando x questo, che i ha fal in
    te  la  scielta,  che  mi son l'infimo dessegnador,  e che 'l progetto
    bellissimo x in pericolo per causa mia.  Ci non ostante  ho  risolto
    d'andar.  Chi sa?  Son st compato, senza merito, al mio paese; posso
    aver sta fortuna anca via de qua.  Far el mio  dover.  De  questo  me
    comprometto;  l'ho sempre fatto,  e procurer sempre de farlo; e se la
    mia insuficienza no permetter che sia applaudido in Moscovia  le  mie
    operazion;  almanco  cercher  d'imparar;  torner  qua con delle nove
    cognizion, con dei novi lumi, e proveder i mii testori,  e servir la
    mia  patria,  che  ha  sempre  avudo  per  mi  tanta  clemenza e tanta
    benignit. (parte)


    SCENA SEDICESIMA.
    DOMENICA, MARTA e POLONIA.

    Marta: Respondghe, se ve basta l'anemo.
    Domenica: El x and via,  perch no ghe  responda;  ma  ghe  ne  dir
    tante, che spero, che no l'ander.
    Polonia: Vorla,  che ghe insegna,  mi cossa che l'ha da far?  La parla
    con quela vecchia recamadora;  altri che ela  no  poderave  trovar  la
    strada de farlo restar.
    Domenica: Ghe parleria volentiera; ma la parla tanto poco italian, che
    stento a intenderla, che mai pi.
    Polonia: Se stenta,  ma se capisse.  La fazza a mio modo, la parla con
    madama Gatteau.
    Domenica: Come podervio far a parlarghe?
    Polonia: Oe! la sta qua ai "do Ponti".  Vago a vder,  se de l ghe x
    el putto,  che m'ha compagn; e se no, ghel digo a un dei so zoveni, e
    la mando a chiamar. Poverazza!  la me fa pecc.  I ghe d speranza,  e
    po,  tol suso.  Omeni!  Omeni!  Son squasi in tel caso anca mi. Se la
    savesse! Basta, no digo altro. E po i dise de nu. Uh!  che gh'avemo un
    cuor nu, che no fazzo per dir, ma semo proprio da imbalsamar. (parte)


    SCENA DICIASSETTESIMA.
    MARTA e DOMENICA.

    Marta: Siora Domenica, cossa gh'la intenzion de far?
    Domenica: No so gnanca mi.
    Marta: Ma pur?
    Domenica: Vorla, che andmo dessuso anca nu?
    Marta: Quel che la comanda.
    Domenica: La resta servida, che adessadesso vegno anca mi.
    Marta: Vorla restar qua?
    Domenica: Un pochetto. Se la me permette?
    Marta: La se comoda.  (Ho capio; la se vol conseggiar da so posta. Che
    la varda de no far pezo. Ho sempre sentio a dir,  che amor x orbo;  e
    chi se lassa menar da un orbo, va a pericolo de cascar in t'un fosso).
    (parte)


    SCENA DICIOTTESIMA.

    Domenica:  No  so  quala far.  No voria,  che l'andasse;  ma no vorave
    gnanca esser causa mi, che 'l perdesse la so fortuna. Certo, za che se
    vede, che sta recamadora gh'ha corrispondenza in Moscovia,  se poderia
    farghe parlar per qualchedun, e obligarla a scriver de l, che nol sa,
    che  no  l' bon,  che ghe n' de meggio...  E mi,  che a Anzoleto ghe
    voggio ben;  mi saria capace de farghe perder el so  conceto?  No,  no
    sar mai vero. Che 'l vaga, se l'ha d'andar; patir, me despiaser; ma
    pazzenzia.  No  faria sto torto n a lu,  n a nissun,  se credesse de
    deventar principessa. No, no certo; patir,  crepar;  ma rassegnarse al
    Cielo, e perder tutto, pi tosto che far una mala azion. (parte)



















    ATTO SECONDO.


    SCENA PRIMA.
    ZAMARIA e ANZOLETTO.

    Zamaria: Vegn qua mo, sior Anzoleto.
    Anzoletto: Son qua a servirla, sior Zamaria.
    Zamaria: Com'la,  compare?  X vero quel, che i dise? Xla la verit,
    che and via?
    Anzoletto: Sior s, x verissimo. Son chiam in Moscovia.
    Zamaria: Seu mo veramente chiam, o seu vu che ha brogi per andar?
    Anzoletto: V'assicuro,  da omo d'onor,  che mi  a  sta  cossa  no  ghe
    pensava; ve posso mostrar le lettere. Le ha viste i mii patroni, i mii
    amici; e i fatti mii li sa tutto el mondo. E po, caro sior Zamaria, me
    crederessi cuss minchion,  che, stando ben dove son, dove no me manca
    da laorar,  volesse lassar el  certo  per  l'incerto,  e  rischiar  de
    precipitarme?  Consider  un'altra  cossa.  I  me paga i viazi.  Co se
    cerca, co se prega, co se fa brogio, ve par a vu,  che se possa sperar
    i viazi d'andar, e tornar?
    Zamaria: F conto de tornar donca.
    Anzoletto: Se el Cielo me lassa in vita,  lo spero,  lo desidero, e lo
    far.
    Zamaria: No so cossa dir; and che 'l Cielo ve benediga.  Me despiase,
    che fin che st via, no gh'averemo dei vostri dessegni.
    Anzoletto:  E per questo?  Manca in sto paese dei ottimi dessegnadori?
    Venezia no x scarsa de bei talenti.  In tutte le arte,  in  tutte  le
    scienze la x stada sempre felice;  e adesso pi che mai in ste lagune
    fiorisse i bei spiriti, e 'l bon gusto,  e le novit.  Per mi ho fatto
    troppo. Son st pi sofferto de quel, che merito.
    Zamaria:  Mi no so gnente.  Sav,  che nualtri testori no semo boni da
    altro, che da eseguir; e no tocca a nu a giudicar. Ma girimo usai con
    vu.  I mii teleri principalmente i giera provisti da vu,  e la  nostra
    roba incontrava, e i nostri aventori giera contenti.
    Anzoletto: Caro sior Zamaria,  vu parl con tropa bont.  De cento,  e
    pi dessegni,  che ho fatto,  qualchedun ghe n' and mal,  e  qualche
    volta av but la seda, l'oro, e l'arzento per causa mia.
    Zamaria:  Mi  no  digo  cuss.  So,  che i mii drapi laorai sui vostri
    dessegni, se no i ho smaltii a Venezia, i ho smaltii in terraferma;  e
    se  in qualcun ho descapit,  m'ho reffatto sora la brocca con quelli,
    che x andai ben.
    Anzoletto: Siu benedeto! Vu s un omo onesto. Vu s un omo da ben. Ma
    ghe x dei altri testori, che no parla cuss.
    Zamaria: Vegn qua, sent. No poderessi, fin che st via, mandarme dei
    dessegni da dove che s?
    Anzoletto: Perch no? Se ve compiasessi de comandarme, e se ve fidessi
    de mi, ve servirave con tutto el cuor.
    Zamaria: Sior s; mandghene, e non ve dubit.
    Anzoletto: Ghe ne mander.
    Zamaria: V'impegneu?
    Anzoletto: M'impegno.
    Zamaria: Me prometteu?
    Anzoletto: Ve prometto.
    Zamaria: Vard ben,  che su la vostra parola tor  l'impegno  coi  mii
    aventori.
    Anzoletto:  Gh'ho  tanto respetto,  e tante obligazion coi aventori de
    sta bottega, che sarave un ingrato, se trascurasse de corisponder a le
    finezze, che i m'ha pratic. Se vu dis dasseno; se vol, se ve preme,
    anca mi v'assicuro, no mancher.
    Zamaria: Bravo,  son contento;  me  fido  de  vu.  No  parlemo  altro.
    Devertmose,  godmose in bona pase. Oe, zente, dove seu? Animo, vegn
    de qua.


    SCENA SECONDA.
    Tutti.

    Momolo: Son qua, paron, comand.
    Zamaria: E vu prima de tutti.
    Momolo: Son qua mi; capo de ballo mi.
    Zamaria: Adesso no se bala. Se baler dopo cena. Che ora x?
    Momolo: No so; ho lass el reloggio dal reloggier.
    Marta: X tre ore, sior Zamaria.
    Marta: Tre, e do cinque. A cinqu'ore anderemo a cena. Via intanto, che
    i fazza qualcossa, che i se deverta. Presto, carte, luse, taolini.
    Domenica: (Gh'ho altra voggia mi, che zogar).
    Zamaria: Zoghemo a un zogo, che zoga tutti.
    Alba: Per mi, che i me lassa fora.
    Zamaria: Siora no; l'ha da zogar anca ela. (ad Alba)
    Alba: Mi no so zogar.
    Lazaro: Eh! s, cara fia, che sav zogar. (ad Alba)
    Alba: No so, me stuffo, vago via co la testa; fazzo dei spropositi,  e
    i cria, e mi co i cria, butto le carte in tola.
    Marta: Oh! via, a cossa se zoga? (a Domenica)
    Domenica: A quel, che i comanda lori. Mi za no zogo.
    Marta: Gnanca ela no zoga? Oh! bella. Donca lassemo star de zogar. (Ho
    capio; el reobarbaro gh'ha fatto mal).
    Zamaria: Oe, Domenica, xstu matta? Coss' ste scene?
    Domenica: Via, via; per no desgustar la compagnia, zogher anca mi.
    Marta: A cossa podmio zogar?
    Momolo:  La  se  ferma.  Mi  gh'ho in scarsela la facolt de cinquanta
    soldi; se le vol, che li taggia, le servo.
    Zamaria: No, compare, in casa mia no se zoga a la basseta.
    Bastian: Zoghemo al mecante in fiera.
    Marta: Sior no, sior no. Mi me piase zogar co le carte in man.
    Zamaria: Dix vu,  compare Lazaro.  Trov un zogo,  che piasa  anca  a
    vostra muggier.
    Alba: Mo se mi no zogo.
    Zamaria: Mo se mi vi, che la zoga.
    Lazaro: Zoghemo a barba Valerio.
    Polonia:  Oh!  che  zogo  sempio che 'l trova fora.  Pi tosto po a la
    tondina.
    Marta: Ih! un zogo, che no fenisse mai. Vorli, che diga mi?
    Zamaria: S, la diga ela.
    Marta: Zoghemo a la meneghela.
    Zamaria: S, per diana. A la meneghela.
    Marta: In quanti smio? Chi zoga?
    Momolo: Mi, per no me perder.
    Alba: Mi no seguro.
    Zamaria: Giusto mo vu, comare, av da zogar per la prima.  Zogher con
    mi.
    Alba: Mo se mi no so.
    Marta: E elo, sior Zamaria, ghe ne slo?
    Zamaria: Mi sar vint'ani che no ho zog.
    Marta: Bisogna compagnar un che sa, e un che no sa. Via, la fazza ela,
    siora Domenica; la unissa ela i zogadori; da brava.
    Domenica: Mi no so, no gh'ho pratica; la fazza ela.
    Marta: Vorla, che fazza mi?
    Domenica: S, la me fa finezza.
    Marta: Sior'Alba...
    Alba: La me metta con uno,  che ghe ne sappia, perch, prima mi no ghe
    ne so, e po me diol la testa, che la me va in pezzi.
    Marta: La zogher con mio mario, che 'l x bravo.
    Bastian: (Cospetto! M'la fatto un bel regalo mia muggier!)
    Marta: Sior Momolo zogher co siora Eleneta.
    Elenetta: Siora?
    Marta: La zogher co sior Momolo.
    Elenetta: Mi no, la veda.
    Momolo: La me refuda
    Marta: Via, via, ho inteso. La zogher co so mario.
    Momolo: La se ferma.  Son qua;  chi me vol?  Son  reffud.  I  bocconi
    reffudai x meggio dei altri.
    Marta: Vu zogher con siora Polonia.
    Polonia: No lo voggio.
    Momolo: Chi no me vol, no me merita.
    Polonia: Var, che fusto!
    Marta:  Via,  via,  destrighmose,  che  vien tardi.  L' dita.  Siora
    Polonia, e sior Momolo. Mi zogher co sior Lazaro, e siora Domenica co
    sior Anzoleto.
    Anzoletto: (S ben; sto incontro lo desiderava). (si accosta)
    Domenica: No, cara siora Marta, mi la me lassa fora.
    Zamaria: Coss'? Farastu anca ti de le putelae?
    Domenica: Mi ho da tender de l.
    Zamaria: Ghe tender mi.
    Marta: Aponto. Nol gh'ha compagno, sior Zamaria?
    Zamaria: Mi no m'importa; che i zoghi loro. Za mi no so, e po anca ghe
    vedo poco. Animo, la taolada x fatta. Putti,  port de qua quela tola
    longa,  e delle carieghe.  Port un mazzo de carte,  e un piatelo.  (i
    giovani portano tutto) Gh'li soldoni? Gh'li bisogno de soldoni?
    Agustin: (Sior santolo, caro elo, el me impresta un da vinti).
    Zamaria: (Coss', fiozzo? No gh'av bezzi?)
    Agustin: (Sior no; mia muggier no voi, che porta bezzi in scarsella).
    Zamaria: Oe, fiozza. (ad Elena)
    Elenetta: Sior. (a Zamaria)
    Zamaria: (Che diavolo de vergogna!  Gnanca vinti soldi in scarsella no
    vol, che gh'abbia vostro mario?) (ad Elena)
    Elenetta: (Eh! caro sior; coi omeni gh'ha dei bezzi in scarsela, no se
    sa, che occasion, che ghe possa vegnir). (a Zamaria)
    Zamaria:  (Da  una  banda no la gh'ha gnanca torto.  Digo ben,  che x
    assae, che Agustin ghe staga). (Tol, fiozzo, queste x tre lire).
    Agustin: (Cossa vorlo, che fazza de tanti bezzi?)
    Zamaria: (Pod perder anca de pi).
    Agustin: (Oh! mi no perdo pi de un da vinti).
    Marta: Animo, patroni. Tutti ai so posti.
    (Si dispongono tutti a sedere. Domenica in principio della tavola; poi
    Anzoletto, poi Marta, poi Lazaro,  poi Alba,  poi Bastian,  poi Elena,
    poi Agostino, poi Polonia, poi Momolo)
    Anzoletto:  (Gh'ho  ben  piacer  de  aver l'onor de zogar con ela.  La
    fortuna m'ha volesto beneficar). (a Domenica)
    Domenica: (Eh!  via,  caro sior,  ch'el vaga a burlar in qualche altro
    logo). (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (La me permetta, che me possa giustificar).
    Domenica:  (Zitto,  zitto;  za  che mio padre no ha savesto gnente fin
    adesso,  no voggio,  che 'l se n'incorza,  e che 'l m'abbia  da  criar
    senza sugo). (siedono ai loro posti)
    Marta:  Mettemo  suso  do soldi per omo.  Semo in diese;  do fia diese
    vinti. La prima carta tira sette.  La segonda sie,  perch se lassa el
    soldo  dell'invido;  e  in ultima resta sette.  (tutti pongono il loro
    soldo nel tondino)
    Anzoletto: (Ghe vi pi ben de quelo, che la se imagina). (a Domenica)
    Domenica: (Eh!  caro sior,  s'el me  volesse  ben,  no  l'anderave  in
    Moscovia). (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (Ma la prego de considerar...)
    Domenica: (Zitto, zitto, ch'el tasa).
    Polonia: La diga, siora Domenica. M'imagino, che faremo l'invido lig.
    Domenica: Per mi, quel, che la comanda.
    Polonia: Che no se passa un traero.
    Marta: Oh! per un traero no se pol far cazzade! Cossa dsela ela?
    Alba: Che i fazza pur quel,  che i vol.  (a Marta) Me casca i occhi da
    sonno. (a Bastian)
    Bastian: (Stago fresco! M'ha tocc una bona compagna).
    Marta: (dando le carte per veder a chi tocca) Mi diria, che se podesse
    invidar almanco do traeri.
    Agustin: Mi no voggio che se invida pi de do soldi.
    Marta: Tanto fa, che lassemo star.
    Zamaria: Via, fiozzo, no si cuss spilorza. Co se ghe x, se ghe sta.
    Elenetta: Ben; co avemo perso un da vinti, no zoghemo altro.
    Zamaria: Gh'aveu paura? Zogh per mi.
    Elenetta: Eh! sior no; zogheremo per nu.
    Marta: Oh!  tocca a far le carte a siora Polonia.  (passano il mazzo a
    Polonia)
    Zamaria: (va girando dietro le sedie, e guarda coll'occhialetto)
    Momolo: Vorla, che le fazza mi per ela? (a Polonia)
    Polonia:  Eh!  sior  no,  le so far anca mi.  (a Momolo) Se fa lissa?
    (mescolando le carte)
    Marta: Siora s. No vorla?
    Zamaria: Via, da bravi, e f de le bele cazzade.
    Bastian: Sior'Alba gh'ha sonno. La me dar licenza,  che parla qualche
    volta con ela. (a Elena)
    Elenetta: (Eh! sior no; che 'l tenda a la so compagna). (a Bastian)
    Bastian: (Mo via, no la sia cuss cattiva). (a Elena)
    Agustin: (Cossa te dselo?) (a Elena)
    Elenetta: (Se ti savessi! el me fa una rabia!...) (a Agostino)
    Agustin:  (Vien qua da mi,  che mi vegnir l).  (Agostino ed Elena si
    mutano di posto)
    Bastian: (Mo che razza de zente).
    Zamaria: Coss'? Coss' ste muanze? (ad Agostino e ad Elena)
    Agustin: Oh! vdelo? Mi bisogna, che regola el zogo;  de l no podeva,
    e qua son a bona man.
    Marta: (Mo che scempiezzi!)
    Zamaria:  Putto,  f a modo mio.  St a casa,  no and in nissun logo,
    perch al tempo d'ancuo, i ve tacher i moccoli drio. (ad Agostino,  e
    parte)


    SCENA TERZA.
    Tutti, fuori di ZAMARIA.

    Polonia: Alz.
    Momolo: Se almanco alzasse la meneghela. (alzando)Dmele bone, che son
    bon anca mi. (a Polonia)
    Polonia: (S,  s,  sior baron).  (dando fuori le carte,  che si fanno
    passare di mano in mano)
    Momolo: (Mo via, che s la mia cara colona). (a Polonia)
    Polonia: (No ve credo una maledetta). (a Momolo)
    Momolo: (Mettme a la prova, e veder, se digo la verit). (a Polonia)
    Polonia: (Ben, ben. Vederemo). (a Momolo, facendo lissa)
    Elenetta: Mo che carte, che la n'ha d; se pol far pezo?
    Domenica: (Mi no gh'ho gnente;  tanto fa,  che le butta a monte).  (ad
    Anzoletto)
    Anzoletto: (No,  no;  la tegna le carte in man.  Vardando le carte, se
    pol dir qualche paroleta). (a Domenica)
    Domenica:  (Cossa  serve  parlar?  Le  x  parole  buttade  via).  (ad
    Anzoletto)
    Anzoletto: (Me preme de dirghe le mie rason). (a Domenica)
    Elenetta: El re de bastoni. (giuocando) Butt zo quela. (ad Agostino)
    Agustin: Sior no; questa.
    Elenetta: E mi voggio questa.  (leva una carte delle tre di Agostino e
    la butta in tavola)
    Bastian: (d gi la sua carta) Via, la responda. (ad Alba)
    Alba: Cossa ggio da responder?
    Bastian: No la vede? Bastoni.
    Alba: Quala ggio da dar?
    Bastian: Mo via. L'asso. (le fa dar gi l'asso di bastoni)
    Elenetta: Sia malignazo!  Subito l'asso.  (tutti gettano la loro carta
    in tavola)
    Marta:  (Che  'l  tegna  su  le  so  carte.  Vorlo,  che i ghe veda la
    meneghela?) (a Lazaro, piano)
    Lazaro: (Eh no gh' pericolo, che nissun me la veda). (piano a Maria)
    Bastian: Via, la zoga.
    Alba: Cossa i da zogar? (ad Alba)
    Bastian: Quel fante.
    Alba: Qual fante?
    Bastian: Mo quelo, quelo. No la ghe vede? (con impazienza)
    Alba: Mi deboto buto le carte in tola.
    Bastian: Mo no la vaga in colera.  El fante de danari.  (giuocando  la
    carta di sior'Alba)
    Lazaro: Ve sentu gnente?  (ad Alba,  giuocando,  e si lascia veder le
    carte)
    Alba: Gnente. (a Lazaro) (Oe, mio mario gh'ha la meneghela).  (piano a
    Bastian, ridendo)
    Marta: Vorlo tegnir su le so carte? (a Lazaro)
    Polonia: Coss', patroni, gh'li la meneghela? (a Marta e a Lazaro)
    Marta: Eh! gh'avemo dei totani. (rispondendo per s e per Lazaro)
    Anzoletto: Danari no ghe n'avemo. (rispondendo)
    Domenica:  (Sti maledetti danari x queli,  che lo fa andar via).  (ad
    Anzoletto, rispondendo colla carta)
    Anzoletto: (No solamente i danari,  ma anca un pocheto  de  onor).  (a
    Domenica)
    Momolo: El cavalo, sarvelo bon? (giuocando)
    Elenetta: Sior no; gh'avemo el re. (giuocando)
    Bastian: E mi l'asso.
    Elenetta: S! i gh'ha tutti i assi del mondo.
    Bastian:  Tiremo  tredese  soldi;  e  quel  soldo chi vol vder la mia
    carta. (tira i soldi dal piatto)
    Marta: Nualtri un soldeto per omo. (mettono due soldi in piatto)
    Anzoletto: Nu no volemo gnente.
    Momolo: Un soldeto mi.
    Polonia: Eh! no, caro vu, che i gh'ha la meneghela. (a Momolo)
    Momolo: Vedmola.
    Polonia: Mi no voggio.
    Momolo: Co no vol, s parona.  Co una donna dise no voggio,  me rendo
    subito.
    Marta: Gh' altri, che voggia gnente?
    Agustin: Mi un soldo.
    Elenetta: Sior no.
    Agustin: Un soldo!
    Elenetta: Sparagnmolo.
    Marta: E lori, vorli gnente? (a Bastian e ad Alba)
    Bastian: Gnente a sto mondo.
    Marta: Vostro danno.  Vedeu?  V'av fatto cognosser che la gh'av.  (a
    Lazaro, tirando il piatto)
    Lazaro: Mi? Come?  (tutti mettono di nuovo i loro due soldi nel tondo,
    fuori di Domenica e Anzoletto, perch parlano e non badano)
    Marta: Eh! s, s, careto; no st ben a rente vostra muggier.
    Alba: Poverazzo! el x de bon cuor mio mario. (ridendo)
    Marta:  Tocca  a far le carte a sior'Elenetta.  (d le carte ad Elena)
    Via, chi manca a metter su?
    Anzoletto: Mancheremo nualtri. (prende i quattro soldi)
    Marta: (Mo i compatisso, poverazzi!)
    Anzoletto: (Se la savesse, quanto che me despiase). (a Domenica)
    Domenica: (De cossa?)
    Anzoletto: (De doverla lassar). (mettendo i soldi nel piatto)
    Domenica: (Busiaro!) (ad Anzoletto)
    Elenetta: Che la leva. (a Polonia, dandole le carte perch alzi)
    Marta: (Siora Domenica, come vla?) (a Domenica)
    Domenica: (Qua no se sente altro, che de le busie). (a Marta)
    Marta: (Se s un  putto  civil,  trat  almanco  con  sincerit).  (ad
    Anzoletto)
    Anzoletto:  (Per  farghe  vder,  che  no  son  busiaro,  ghe far una
    proposizion). (a Domenica, che senta anche Marta)
    Domenica: (Che x?)
    Anzoletto: (Vorla vegnir in Moscovia con mi?) (come sopra)
    Marta: (S ben, che l'accetta. Nol dise mal). (a Domenica)
    Domenica: (Come?) (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (Col consenso de so sior padre). (come sopra)
    Marta: (Se gh'intende). (a Domenica)
    Domenica: (Sposai?) (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (No vorla?) (come sopra)
    Marta: (Bravo, bravo dasseno). (ad Anzoletto, rimettendosi al giuoco)
    Agustin: Spade, che la vegna. (giuocando)
    Domenica: Spade? Chi zoga spade? (con allegria)
    Agustin: Mi; el cinque de spade.
    Domenica: E mi el cavalo. (allegra butta gi la carta)
    Marta: L'aspetta,  che no tocca a ela.  (a  Domenica)  (Adesso  la  se
    confonde per l'allegrezza). Via a lori. (a Bastian e ad Alba)
    Bastian: El re. (dando gi la carta) A ela, la responda. (ad Alba)
    Alba: Son stuffa. (rispondendo con disprezzo)
    Bastian: (Anca mi).
    Marta:  Mi  ghe  metto  l'asso;  ma  ghe  scometto,  che  vien fora la
    meneghella. (d gi la carta)
    Domenica: Via, che 'l responda. (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (Me preme, che la me responda ela). (a Domenica, giuocando)
    Domenica: (Ghe responder). (ad Anzoletto)
    Elenetta: Presto, che i se destriga. (a Momolo e Polonia)
    Polonia: Cossa serve? (risponde)
    Momolo: Vienla? (ad Elena, rispondendo)
    Elenetta: Vla qua. (d gi la meneghella con allegrezza)
    Momolo: Cara cula!
    Agustin: Che i la paga. (con allegria)
    Marta: Xla sforzada?
    Elenetta: Siora s. (raccoglie i soldi) Tir sette soldi. (ad Agostino
    che li tira dal piatto) Coppe, el sette. (giuoca)
    Agustin: El re. (giuoca)
    Bastian: No tiremo mai. (giuoca)
    Alba: Me vien l'accidia. (giuoca, e si tocca la testa)
    Marta: No ghe n'ho coppe.  (giuoca) Via el traga zo  quel  baston.  (a
    Lazaro)
    Domenica: (Se mio padre volesse...) (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (Se podemo provar). (a Domenica)
    Marta: Via, che i responda. (a Domenica e ad Anzoletto)
    Domenica: Cossa zgheli?
    Marta: Coppe.
    Domenica: Cossa gh' de coppe?
    Elenetta: El re. No la vede?
    Domenica: Ghe n'avmio nu coppe?  Ah! s, l'asso. (giuoca, e poi parla
    piano ad Anzoletto)
    Elenetta: Malignazzo! e tanto la sta?
    Marta: (Mi la compatisso).
    Momolo: Bon pro ve fazza, compare Anzoleto. (forte ad Anzoletto)
    Anzoletto: De cossa?
    Momolo: Eh! gnente; de quel asso de coppe, che av zog.
    Domenica: Xela nostra?
    Polonia: No vorla? El x l'asso, e x zoso la meneghela.
    Domenica: La meneghela x zo? Aspett.  Tutti quei bezzi chi vol vder
    la mia carta.
    Polonia: Ih! ih! (meravigliandosi)
    Elenetta: Sior no, sior no.
    Domenica: Ben. Chi no vol, vaga via.
    Polonia: A monte, a monte. (a Momolo)
    Momolo: Mi mo la vederia volentiera.
    Polonia: E mi no.
    Momolo: Ghe scometto, che la x una bulada in credenza.
    Polonia: Voleu vderla? Soddisfve.
    Momolo: Cossa dsela ela colla so prudenza? (ad Elenetta)
    Elenetta: Mi? che 'l fazza el so zogo. (a Momolo, ruvidamente)
    Momolo: Mo via, no la me tratta mal, che son una persona civil.
    Agustin: La fenmio, sior Momolo?
    Momolo: Fermve. Quanto li dito su la so carta?
    Domenica: Sette soldi, seu sordo?
    Momolo:  Mora l'avarizia,  e crepa la gnagnera: sette soldi.  (mette i
    soldi in piatto)
    Domenica: Che x altri?
    Agustin: Ghe semo nu.
    Marta: E nu gnente. (getta via le carte)
    Elenetta: Oh! figurve, se vi buttar via sette soldi. D qua, d qua.
    (prende le carte di Agostino e le butta a monte)
    Agustin: Mo via, siora, seu patrona vu? (a Elena)
    Elenetta: Mi la voggio cuss. (ad Agostino)
    Agustin: Debotto, debotto...
    Elenetta: Coss' sto debotto?
    Agustin: Insolente.
    Elenetta: Musso.
    Momolo: Le se ferma.
    Marta: Mo no fali stomego? (a Lazaro, parlando di Agostino e di Elena)
    Domenica: Via, ghe x altri?
    Bastian: Vorla, che i mettemo? (ad Alba)
    Alba: Cossa?
    Bastian: Sti sette soldi?
    Alba: Per mi, che 'l ghe ne metta anca trenta, cossa m'importa?
    Bastian: Mo la zoga molto de gusto! Ecco qua sette soldi. (li mette)
    Domenica: Questo x el fante de danari. (scopre la carta)
    Agustin: Vedeu, siora? (ad Elena)
    Elenetta: E cuss?
    Agustin: Col re la m'ha fatto andar via.
    Elenetta: Chi se podeva imaginar,  che co  una  strazza  de  carta  la
    andasse  a  invidar  sette soldi?  Se vede,  che la gh'ha dei bezzi da
    buttar via.
    Domenica: Cara siora,  se zoga;  se fa per tegnir el zogo in viva.  No
    gh'avemo bezzi da buttar via; ma no semo gnanca spilorzi.
    Momolo: La se ferma. Su quel fante altri diese soldetti
    Bastian: Vorla, che ghe tegnimo? (ad Alba)
    Alba: A mi el me domanda?  Co sto sussuro me va atorno la testa che no
    ghe vedo.
    Bastian: Son qua mi con diese soldetti.
    Momolo: Cossa dsela ela? (a Domenica)
    Domenica: Per mi, no vi altro.
    Momolo: Questo qua x el lustrissimo sior cavalo.
    Bastian: Altri diese soldetti su quel  lustrissimo  sior  cavalo.  (li
    mette in piatto)
    Momolo:  El re x a monte;  la meneghela x zoso;  no gh' altro,  che
    l'asso. O l'asso, o una cazzada. A Momolo manganer cazzae no se ghe ne
    fa. Son qua, diese soldi, compare Bastian.
    Bastian: Aspett; avanti che i mett suso, voleu, che spartimo?
    Momolo: No, compare, o tutti vostri, o tutti mii. (li mette)
    Bastian: Co l' cuss, tirveli.
    Momolo: Grazie. (vuol tirare il piatto)
    Bastian: Fermve. Questo x l'asso, compare.
    Momolo: Tegnme la testa, tegnme la testa.
    Elenetta: Vdistu? (ad Agostino)
    Agustin: Ti gh'ha rason. (ad Elena)
    Bastian: Tiremo sto piatelo. (tira il piatto)
    Alba: Xli tutti nostri?
    Bastian: Tutti nostri.
    Alba: Tutti nostri?
    Bastian: Tutti nostri.
    Alba: Oh! bravo sior Bastian, bravo sior Bastian,  bravo sior Bastian.
    (ridendo)
    Marta:  Vedeu?  Questo  x  un bel incontro.  Nu de ste fortune no ghe
    n'avemo. (a Lazaro)
    Lazaro: Gh'ho gusto, che mia muggier se diverta. la sentio,  come che
    l'ha ridesto?
    Marta: Vard,  ved!  F sbarar i mascoli per sta bela cossa. Oh! via,
    che i metta suso,  patroni.  Tocca a far  le  carte  a  sior  Agustin.
    (Agostino mescola le carte, e tutti mettono)
    Domenica: (Caro sior Anzoleto,  saria troppo felice, se succedesse sta
    cossa!)
    Anzoletto: (Se sior Zamaria se contenta, mi la gh'ho per fatibile).
    Domenica: Mettemo suso.
    Anzoletto: Son qua mi. (Se la vol, mi ghe parler). (a Domenica)
    Domenica: (Magari!)
    Agustin: Alza, via, da brava, alza la meneghela. (ad Elena)
    Elenetta: Vla qua, vla qua. (alza la meneghella)
    Agustin: El piato,  el piato.  (tira il piatto,  e passa  le  carte  a
    Bastian)
    Momolo: Brava, me consolo con ela. (ad Elena)
    Polonia: (Ghe scometto,  che so mario ha fatto qualche fufigna per far
    alzar la meneghela). (a Momolo)
    Momolo: (S,  ho visto tutto;  la meneghela giera fora del mazzo).  (a
    Polonia)
    Marta: Animo, patroni. Bisogna tornar a metter suso.
    Anzoletto: (Subito, che s'ha fenio de zogar, mi ghe parlo).
    Domenica: (Se savesse, come far a fenir). (mettono i denari nel tondo)
    Bastian:  Via,  da bravo,  alzla anca vu.  (ad Agostino,  dandogli da
    alzare)
    Agustin: Eh! sior no. (Basta una volta). (alza)
    Bastian: (d fuori le carte)


    SCENA QUARTA.
    ZAMARIA e detti.

    Zamaria: Come vla? (a Domenica)
    Domenica: Eh! la va ben. (con allegria)
    Zamaria: Vadagneu? (a Domenica)
    Domenica: Ho speranza de vadagnar. (guardando Anzoletto)
    Anzoletto: Cuss spero anca mi. (guardando Domenica)
    Zamaria: E qua, come vla? (a Lazaro e Marta)
    Lazaro: Ben, sior compare.
    Marta: Ben dis? Se perdemo.
    Lazaro: Oe, mia muggier x de bona voggia. (a Zamaria)
    Zamaria: S? Me consolo. Come vla, siora comare? (ad Alba)
    Alba: Oimei; che odor gh'lo intorno, sior compare?
    Zamaria: Pol esser, che me sapia le man da nosa muschiada.
    Alba: Oh! che 'l vaga via, che no posso soffrir sta spuzza.
    Zamaria: Spuzza, ghe dis?
    Alba: Che 'l vaga via, che debotto me vien mal.
    Lazaro: Mo, and via, caro sior compare. (alzandosi un poco)
    Zamaria: Ih! ih! cossa gh'ggio intorno? El contagio? E qua come xla?
    (a Momolo)
    Momolo: Mi son el tipo del delirio.  Sfortun  al  zogo;  sfortun  in
    amor.  Chi me scazza,  chi me brontola,  chi me cria; all'ultima de le
    ultime, fazzo conto, che ander in Moscovia anca mi.
    Polonia: Cossa andereu a far in Moscovia?
    Momolo: A impastar el caviaro.
    Zamaria: Oh! che caro matto. (va del bello girando dietro le sedie)
    Marta: Oh! via, a chi tocca a zogar?
    Bastian: Aspett, che fazza la mia lissa. (fa la scelta delle carte)
    Domenica: (Se 'l savesse!  gh'ho una paura,  che 'l  diga  de  no  mio
    padre, che tremo). (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (Crdela, che a mi nol me la voggia dar?)
    Domenica:  (Se  'l  stasse a Venezia,  no gh'averia nissun dubbio;  ma
    andando via, nol gh'ha altro, che mi;  e so che l'ha dito cento volte,
    che lontana da elo, nol vol assolutamente, che vaga).
    Anzoletto: (Questa la me despiaserave infinitamente).
    Zamaria:  (arriva  sopra  la  sedia  di Domenica,  senza ch'ella se ne
    accorga)
    Domenica: (E per questo s'avemio da abandonar?) (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (Mi no me perdo de coragio cuss per poco). (a Domenica)
    Zamaria: (Che interessi gh'li sti siori?)
    Bastian: Via, che la zoga quel asso. (ad Alba)
    Alba: L'asso de coppe. (giuocando)
    Domenica: Oh! qua el x? (a Zamaria scoprendolo, mortificata)
    Zamaria: De cossa se descorre, patroni?
    Domenica: Consegivimo le nostre carte.
    Zamaria: E cossa parlvi de abandonar?
    Domenica: De abandonar?
    Anzoletto: Sior s; ghe par a elo,  che queste sia carte da abandonar?
    Ghe par a elo, che qua no se possa chiapar? La voleva buttar via le so
    carte;  no,  digo  mi,  tegnmole suso.  Mi no me perdo de coragio per
    cuss poco.
    Zamaria: S ben; se i zoga qua, se ghe d questa, e co st'altra se pol
    far zogo.
    Bastian: A proposito de abandonar, aveu savesto sior Zamaria, che sior
    Anzoleto ne abandona?
    Zamaria: Sior s,  l'ho savesto;  ma el m'ha anca promesso,  che 'l me
    mander dei dessegni; n' vero, fio mio?
    Anzoletto: Sior s, ho promesso, e li mander.
    Bastian: Caro sior Anzoleto,  co and via vu, cossa serve, che mand i
    dessegni? Co no s vu assistente al teler,  credeu che i testori possa
    redur i drappi segondo la vostra intenzion?
    Anzoletto: Caro sior Bastian,  la perdona. La fa torto, a dir cuss, a
    persone che gh'ha la  pratica,  che  gh'ha  esperienza,  e  che  gh'ha
    abilit.  X  tanti anni,  che i laora sui mii dessegni,  che oramai i
    gh'ha poco bisogno de mi.  Per maggior cautela,  far i  dessegni  pi
    sminuzzadi,  con  tutti  quei  chiari,  e  scuri,  e  con  tutti  quei
    ombrizamenti,  che sar necessari.  Minier le carte;  ghe sar  su  i
    colori.  No la s'indubita;  gh'ho tanta speranza,  che i aventori sar
    contenti;  e che 'l so servitor Anzoleto no ghe sar  desutile  gnanca
    lontan.
    Bastian: Cossa disu, sior Lazaro? Seu persuaso?
    Lazaro: Mi s, che 'l manda pur, e che nol se dubita gnente.
    Zamaria: E po, cossa serve? No dselo, che 'l torner?
    Bastian: Oh! mi mo credo, che nol torna altro,
    Anzoletto: Per cossa crdelo, che non abbia pi da tornar?
    Zamaria:  Che  i  zoga,  che  i  zoga,  che co i aver fenio de zogar,
    parleremo. Gh'ho una cossa in mente. Chi sa? Co se vol,  che 'l torna,
    so mi quel,  che ghe vol per farlo tornar. Via, che i se destriga, che
    debotto x ora da andar a cena.
    Bastian: Nu gh'avemo in tola l'asso de coppe.  (tutti  rispondono)  La
    zoga quel,  che la vol.  Quel diese de bastoni. (Ad Alba. Tira i sette
    soldi)


    SCENA QUINTA.
    COSMO e detti.

    Cosmo: Siora Polonia, x qua una franzese, che la domanda ela.
    Polonia: Dasseno? (Me despiase, che semo qua).
    Zamaria: Chi la sta franzese, che ve domanda? (a Polonia)
    Polonia: La sar madama Gatteau, la recamadora.
    Zamaria: S, la cognosso. Se vol, fela vegnir avanti.
    Anzoletto: (Madama Gatteau!) (a Domenica)
    Domenica: (Sior s, ghe conter tutto). (ad Anzoletto)
    Polonia: Via; za che sior Zamaria se contenta,  disghe,  che la resta
    servida. (a Cosmo)
    Cosmo: Benissimo. (La par la marantega vestia da festa). (parte)


    SCENA SESTA.
    MADAMA GATTEAU e detti.

    Madama:  Messieurs,  mesdames.  J'ai  l'honneur  de  vous saluer.  (fa
    riverenza a tutti)
    Zamaria: Madama, la reverisso.
    Madama: Votre servante, monsieur.
    Anzoletto: Servo, madama Gatteau.
    Madama: Bon soir, mon cher Anjoletto. (riverenza amorosa)
    Polonia: Madama Gatteau. (chiamandola)
    Madama: Me voici, madamoiselle. (fa riverenza a tutti,  e passa vicino
    a Polonia)
    Alba: (si agita, fa dei contorcimenti)
    Momolo: Forti. Com'la? (verso sior'Alba, alzandosi)
    Marta: Coss'? Cossa gh'la? (ad Alba)
    Bastian: Ghe vien le fumane? (ad Alba)
    Lazaro: Cossa gh'aveu, fia mia?
    Alba: Ho sentio un odor, che me fa morir. (come sopra)
    Marta: Anca mi ho sentio qualcossa, ma no capisso.
    Momolo: Lavanda, sampareglie, odori che consola el cuor.
    Bastian: Odori de madama Gatteau.
    Lazaro: Sia maledo sti odori.
    Alba: Me vien mal.
    Momolo: Fermve, che so qua mi. (s'alza)
    Zamaria: Presto, va l, agitila. No ti vedi? (a Domenica)
    Domenica: (Cossa vorlo? Che impianta qua madama Gatteau? Le x tante).
    (a Zamaria)
    Marta: La vegna qua, sior'Elena, la me daga una man.
    Elenetta: Son qua. Poveretta! la me fa pecc.
    Domenica:  Siora  Polonia,  cara fia,  menla in te la mia camera.  (a
    Polonia)
    Polonia: Siora s, volentiera. (Sia malignazo sti muri de meza piera).
    (Polonia e Marta conducono via sior'Alba)
    Momolo: Aso, bulgaro, assa fetida,  pezza brusada;  presto,  miedego,
    chirurgo, spizier. Mi vago intanto a darme una scaldadina. (parte)
    Lazaro: Caro sior Zamaria, che 'l vegna de l con mi.
    Zamaria: No ghe x tre done?
    Lazaro: Se bisognasse mandar a chiamar qualchedun.
    Zamaria: Pod andar anca va, se bisogna.
    Lazaro: Mi no gh'ho cuor de abandonar mia muggier. (parte)
    Zamaria: Anca mi gh'ho qualcossa da far.
    Bastian: Ander mi,  sior Zamaria,  ander mi.  Cara madama,  con quei
    vostri odori...
    Madama: Pardonnez-moi, monsieur. Je n'ai pas de mauvaises odeurs.
    Bastian: Pardonnez-moi,  madame;  vous avez  des  odeurs  dtestables.
    (parte)
    Madama: Fy donc, fy donc.
    Agustin: (Dove che x mia muggier,  ghe posso andar anca mi). (in atto
    di partire)
    Zamaria: Dove andeu, fiozzo?
    Agustin: Vago de l un pocheto.
    Zamaria: Aveu paura, che i ve magna vostra muggier?
    Agustin: Oh!  giusto;  vago cuss,  per vder se bisognasse qualcossa.
    (va via correndo)
    Zamaria: Mo el x ridicolo quel, che sta ben.
    Anzoletto: (Sior Zamaria;  za che gh'avemo sto poco de tempo, se me d
    licenza, ve vorave parlar).
    Zamaria: Sior s, volentiera; vegn de l con mi. (parte)
    Anzoletto: Prego el Cielo, che nol me diga de no.  Quella povera putta
    me despiaserave tropo a lassarla. (parte)


    SCENA SETTIMA.
    DOMENICA e MADAMA GATTEAU.

    Domenica: Ve prego de compatir,  madama,  se siora Polonia,  per causa
    mia, v'ha mand a incomodar.
    Madama: C'est un honneur pour moi. (riverenza)
    Domenica: Mo fme el servizio de parlar italian.
    Madama: Io so poco parlare, poco.
    Domenica: Eh! che parl benissimo.
    Madama: Vous tes bien bonne, mademoiselle. (riverenza)
    Domenica:  Disme,   cara  madama;   sior  Anzoleto  dessegnador  xlo
    veramente impegn d'andar in Moscovia?
    Madama: Oui, mademoiselle, il est engag, trs engag.
    Domenica: E gh'av d'andar anca vu?
    Madama: Oui,  mademoiselle. Nous irons ensemble. Il y aura une voiture
     nous deux.
    Domenica: Mo fme el servizio de parlar italian.
    Madama: Alons toujours italiano; parlare sempre italiano.
    Domenica: Disme,  cara madama;  se 'l menasse con elo una zovene,  no
    l'anderave in sedia con vu? (scherzando)
    Madama: Ah fy,  mademoiselle! Me connoissez-vous bien? Je suis honnte
    femme, et en outre...  e oltre questo,  come potrebbe esser possibile,
    ch'io vedessi altra femmina con Anjoletto,  qui est mon cher ami,  mon
    cher amour, mon mignon?
    Domenica: Come! s innamorada de sior Anzoleto? (con maraviglia)
    Madama: Hlas! mademoiselle, je ne vous le cacherai pas.
    Domenica: (Oh!  vecchia del diavolo.  Squasi squasi me l'ho imaginada.
    Ma,  grazie al Cielo,  no la me d zelosia).  Lo slo elo,  che ghe s
    inamorada?
    Madama: Mademoiselle; pas encore tout affait.
    Domenica: Perch no ghe l'aveu dito?
    Madama: Ah! la pudeur... Come voi dite? Il rossore me lo ha impedito.
    Domenica: Seu ancora da maridar?
    Madama: Non, mademoiselle. Io ho avuto trois mariti.
    Domenica: E ve x rest ancora la pudeur?
    Madama: Oui, per la grazia du Ciel.
    Domenica: E andar con elo da sola a solo da Venezia fin a Moscovia, no
    patiria gnente la pudeur?
    Madama: Io son sicura della mia virt.
    Domenica: S,  per la vostra virt,  e anca un pocheto per  la  vostra
    et.
    Madama: Pour mon ge?  Pour mon ge,  vous dites, mademoiselle? Quanti
    anni mi donate voi?
    Domenica: Mi no saveria; no vorave dir un sproposito.  Sessanta?  (per
    farghe grazia).
    Madama: Beaucoup moins, beaucoup moins.
    Domenica: Come? Cossa disu?
    Madama: Molto meno, molto meno.
    Domenica: Cinquanta?
    Madama: Molto meno.
    Domenica: Quaranta?
    Madama: Un poco meno.
    Domenica: Bisogna dir,  madama,  che le donne al vostro paese,  de tre
    mesi le parla, de tre ani le se marida, de vinti ani le sia vecchie, e
    de quaranta decrepite.
    Madama: Vous vous moquez de moi, mademoiselle. (sdegnosa)
    Domenica: Mi no moco gnente. Digo cuss per modo de dir.
    Madama: Io amo molto monsieur  Anjoletto;  e  il  Cielo  lo  ha  fatto
    nascere per la mia consolassione.  Lui faira suoi dissegni;  je fairai
    miei ricami, e guadagneremo beaucoup d'argento, e viveremo ensemble in
    perfecta pace, in perfecto amore; je l'adorerai, il m'adorera.
    Domenica: Ho paura, madama, che 'l v'adorer poco.
    Madama: Pourquoi donc, s'il vous plat?
    Domenica: Purqu, purqu el x inamor de una zovene.
    Madama: Est-il possible?
    Domenica: La x cuss, come che ve digo mi;  e ve dir mo anca de pi:
    che  pol esser,  che sta zovene el la voggia sposar,  che 'l la voggia
    menar in Moscovia con elo.
    Madama: Je ne puis pas croire; mais si tout  vero quel, che voi dite;
    si monsieur Anjoletto  amoroso di  un'altra  giovine,  je  fairai  le
    diable  quatre;  et monsieur Anjoletto non ander pi in Moscovia. Je
    n'irai pas, mais il n'ira pas; oui: je n'irai pas, mais il n'ira pas.
    Domenica: Poveretta! me despiase de averve d sto travaggio.
    Madama: E chi  questa femmina, che mi vuol rapire mon petit coeur?
    Domenica: No so; no so ben chi la sia.
    Madama: Si vous ne la connoissez-pas, je me flate, mademoiselle...
    Domenica: Cossa? Ve vien el flato?
    Madama: Point de plesanteries; je dico, ch'io mi lusingo, che monsieur
    Anjoletto non sar amoroso di altra, che de moi.
    Domenica: E mi ve digo de certo, che 'l x amoroso de un'altra,  e che
    son squasi segura, che 'l la sposer.
    Madama: Non, non; je ne le crois pas.
    Domenica: Se vol crepar, mi no so cossa farve.
    Madama: Je dis,  non lo credo, non lo credo. Il faut que je lui parle;
    bisogna,  che io gli parli,  che io lo  veda.  Il  faut,  que  je  lui
    dcouvre ma flamme,  et je suis sure,  qu'il saura me prfrer  toute
    autre.  D'ailleurs,  s'il est cruel,  s'il est barbare contre moi,  je
    jure,  parole d'honnte femme: je n'irai pas en Russie,  mais il n'ira
    pas; je n'irai pas, mais il n'ira pas. (parte)
    Domenica: Mo va l,  fia mia,  che ti x  un  capo  d'opera.  Prleghe
    quanto,  che  ti  vol,  che  per grazia del Cielo no ti x in stato de
    metterme in zelosia.  Me despiase,  che la dise,  per quel  che  posso
    capir: mi non ander,  ma non l'ander gnanca lu.  No so, perch la lo
    diga; no so, che man,  che la gh'abbia;  e se possa depender da ela el
    farlo  andar,  o  no farlo andar.  Pol esser anca,  che la se lusinga,
    senza rason, come che la se lusingava,  che 'l gh'avesse da voler ben;
    e che la creda,  che,  scrivendo ai so amici, ghe possa bastar l'anemo
    de farlo restar, per astio, per vendetta,  o per speranza col tempo de
    farlo  zo.  Mi  no  so  cossa dir;  se no l'andasse per causa mia,  me
    despiaserave, e per dir la verit,  gh'averave gusto de andar anca mi;
    ma finalmente,  se 'l restasse a Venezia,  che mal sarave per elo?  Za
    nol ghe n'ha bisogno; el sta ben dove che 'l x, e qua no ghe manca da
    laorar.  El va via,  pi per capricio,  che per  interesse.  Bezzi  no
    credo,  che 'l ghe ne voggia avanzar.  Lo conosso, el x un galantomo:
    vadagna poco, vadagna assae, in fin dell'anno sar l'istesso. El dise,
    che 'l va via per l'onor.  Cossa vorlo de pi de quel,  che l'ha avudo
    qua?  No s'ha visto fina quatro, o cinque teleri in t'una volta laorar
    sui so dessegni?  No x piene le boteghe de  roba  dessegnada  da  lu?
    Vorlo  statue?  Vorlo trombe?  Vorlo tamburi?  Sarave forsi meggio per
    elo,  e per mi,  che 'l restasse qua: che se a diese ghe  despiaseria,
    che 'l restasse;  ghe sar cento,  che gh'aver da caro, che 'l resta.
    (parte)

















    ATTO TERZO.


    SCENA PRIMA.
    DOMENICA e POLONIA.

    Domenica: La x cuss, fia mia, come che ve conto.
    Polonia: Tutto averave credesto, ma no mai, che quela vecchia s'avesse
    incaprici de quel putto.
    Domenica: Poverazza! La vorave el quarto mario.
    Polonia: E se vede, che la 'l vol zovene.
    Domenica: No crederave mai, che Anzoleto fasse sta bestialit.
    Polonia: No lo credo cuss minchion;  e po no m'la dito,  che 'l s'ha
    dichiar de volerla sposar?
    Domenica:  S,  cuss l'ha dito;  ma bisogna sentir cossa che dir mio
    sior padre.
    Polonia: Sentiremo. No prleli insieme adesso?
    Domenica: I parla; ma i va drio molto un pezzo.  Se savessi co curiosa
    che son!
    Polonia: Mi la compatisso.
    Domenica: Ho paura, che sior padre no me voggia lassar andar.
    Polonia:  No  se x gnancora seguri,  che sior Anzoleto abbia d'andar.
    Per quel, che ha dito la vecchia, no xlo ancora in forsi d'andar?
    Domenica: Basta; sia quel, ch'esser se voggia;  che 'l vaga,  o che 'l
    staga, me basta, che 'l sia mio mario.
    Polonia: El Cielo ghe conceda la grazia.
    Domenica: E vu, fia, co sior Momolo, come vla?
    Polonia: No vdela, che corlo che 'l x? Come pssio fidarme?
    Domenica: Mettlo alle strette, e che 'l ve resolva; o un bel s, o un
    bel no.
    Polonia: Certo, che cuss mi no voggio pi star.
    Domenica: Oh! x qua siora Marta. Sentimo, cossa che fa sior'Alba.


    SCENA SECONDA.
    MARTA e dette.

    Marta: Mo quante scene! mo quante smorfie! mo quante scene!
    Domenica: De chi, siora Marta?
    Marta: De quela cara sior'Alba.
    Polonia:  Causa  so  mario.  Se  so  mario no la segondasse,  no la le
    farave.
    Domenica: Ghe x pass? (a Marta)
    Marta: Ghe x pass,  ghe x torn;  ghe x torn  a  passar.  Ora  la
    pianze, ora la ride; la x una cossa, che se i la mettesse in comedia,
    no i lo crederia.
    Domenica: Debotto x ora de andar a cena. Vegnirala a tola sior'Alba?
    Marta: Rstela qua la recamadora franzese?
    Domenica:  Sior padre l'ha invidada;  no so,  pol esser de s,  che la
    resta; ma per certe scenette, che x nate, pol esser anca de no.
    Marta: Oh! se la ghe x ela, sior'Alba no vien a tola seguro.
    Polonia: Per i odori forsi?
    Marta: Per i odori.
    Polonia: Adesso, adesso ander mi de l;  e sentir dove diavolo,  che
    la gh'ha sti odori; e veder, se ghe li posso levar.
    Domenica: S,  cara fia,  and de l; parlghe, e ved de scavar circa
    quel negozio, che vu sav.
    Polonia: Siora s; la lassa far a mi.  Mi con madama gh'ho confidenza;
    posso parlarghe con libert.
    Domenica: F per mi, che anca mi far qualcossa per vu.
    Polonia:  Ghe  raccomando;  se  la  pol dirghe do parole a Momolo,  la
    senta, che intenzion, che 'l gh'ha.
    Domenica: Siora s; lo far volentiera.
    Marta: Brave! Da bone amighe: ve aggiut una con l'altra.
    Polonia: Cossa vorla far? Una man lava l'altra.
    Marta: E tutte do, cossa lvele?
    Polonia: Tutto quel, che la vol. (parte)


    SCENA TERZA.
    DOMENICA e MARTA.

    Marta: Ghe x gnente da novo de sior Anzoleto?
    Domenica: No so; el x de l co sior padre.
    Marta: Spermio ben?
    Domenica: Chi sa?
    Marta: Vlo qua; vlo qua sior Anzoleto.
    Domenica: Oim! propriamente me trema el cuor.


    SCENA QUARTA.
    ANZOLETTO e dette.

    Marta: Com'la, sior Anzoleto?
    Anzoletto: Mal.
    Domenica: Come mal?
    Anzoletto: No gh' caso; ho dito tutto quel,  che podeva dir: e nol se
    vol persuder, e no gh' remedio che 'l se voggia piegar.
    Domenica: Poveretta mi!
    Marta: Mo, per cossa?
    Anzoletto:  Per  dir  la verit,  el m'ha parl con tanto amor,  e con
    tanta bont,  che 'l m'ha intenerio.  El dise,  e 'l protesta,  che se
    stasse qua,  el me la daria la so putta con tutto el cuor;  ma andando
    via,  e andando cuss lontan,  nol gh'ha cuor de lassarla  andar.  Nol
    gh'ha altri, che ela; el ghe vol ben; el x vecchio; el gh'ha paura de
    no  vderla  pi;  nol vol restar solo,  senza nissun dal cuor.  No so
    cossa dir,  el m'ha fato pianzer;  me diol in te l'anema,  me sento  a
    morir; ma co no gh' remedio, bisogna rassegnarse al destin.
    Domenica: Ah! pazzenzia.
    Anzoletto: Cara siora Domenica,  el Cielo sa,  se ghe voggio ben.  Ghe
    prometto alla presenza de sta  signora,  sull'onor  mio,  in  fede  de
    galantomo,  de  omo  onesto,  e  da ben: altre che ela no sposer.  La
    lassa, che vaga; torner presto;  vegnir a sposarla;  ghe lo zuro con
    tutto el cuor.
    Marta:  (Propriamente  me intenerisso anca mi).  Via,  siora Domenica,
    cossa vorla far? No sntela? El ghe promette de vegnirla a sposar.
    Domenica: Eh! cara ela,  col sar via de qua,  nol s'arecorder pi de
    mi.
    Anzoletto: No son capace de usar ingratitudine con chi che sia,  molto
    manco con ela, verso la qual gh'ho tanta stima, tanto debito,  e tanto
    amor.
    Marta: Mo,  caro sior Anzoleto, za che profess a siora Domenica tanto
    amor; perch no ve resolveu de restar?
    Anzoletto: No posso; son in impegno. Ho d parola; bisogna andar.
    Domenica: Ma seu seguro veramente de andar?
    Anzoletto: Se vivo, son segurissimo.
    Domenica: Aveu parl con madama Gatteau?
    Anzoletto: Mi no. Cosa dsela? Apponto; cossa xla vegnua a far qua?
    Domenica: No sav, che la ve vol ben? Che la x inamorada de vu?
    Anzoletto: De mi?
    Marta: Disu dasseno, siora Domenica?
    Domenica: Pur tropo digo la verit.
    Anzoletto: Pur tropo, la dise? Cossa x sto pur tropo?  Me credervela
    cuss matto?
    Domenica: Eh!  caro sior;  la x vecchia,  x vero;  ma soli,  in t'un
    calesse, in t'un viazo cuss lontan, no se sa quel, che possa nasser.
    Marta: Cossa diavolo voleu, che nassa?
    Anzoletto: Se credesse, che sta cossa ghe fasse ombra, ander solo, no
    m'importa de compagnia.  Intanto ho accett  d'andar  con  madama,  in
    quanto m'ha parso, che la so et me podesse assicurar da ogni critica,
    e da ogni mormorazion.  Da resto,  no m'importa d'andar con ela,  e no
    gh'ander.
    Domenica: S;  ma la se protesta,  che se ghe negher corespondenza al
    so amor, no l'ander ela, e no ander gnanca vu.
    Anzoletto: Cossa gh'ntrela in t'i fatti mii?  Xla ela forsi,  che me
    fa andar?
    Domenica: Mi no so altro;  ve digo,  che a mi colla so bocca  la  m'ha
    dito cuss.
    Marta: Sior s; la x capace de scriver de le lettere contra de vu; de
    farve perder el credito, e de farve del mal.
    Anzoletto: Mi no so cossa dir.  Se la gh'ha sto cuor, che la 'l fazza,
    che gnanca per questo mi  no  me  saver  vendicar.  Mi  stimo  madama
    Gatteau.  La  x  una brava recamadora,  e dei so recami mi non ho mai
    dito mal.  Perch me vorla insolentar mi?  Perch vorla dir mal de mi?
    Lassemo  star  da  una  banda  sto  so  ridicolo  amor,  che  'l x un
    pettegolezzo,  che no  val  gnente.  In  cossa  se  vorla  taccar  per
    descreditarme?  Forsi, perch i mii dessegni x d'un gusto diverso dai
    so recami?  Mi venero i si,  e ela no poder mai arivar a destruzer i
    mii.  El  Cielo  benedissa le so fatture,  e a mi me daga grazia de no
    pezorar ne le mie.  Fazza madama quel,  che  ghe  par;  mi  ander  in
    Moscovia, e sar de mi quel che 'l Cielo destiner.
    Marta:  Sior  s;  parla,  parla.  La  conclusion x questa: ander in
    Moscovia.
    Domenica: E mi poverazza rester qua.
    Anzoletto: La veda ela,  se ghe basta l'anemo co so sior  padre...  (a
    Domenica)
    Marta: Vorla,  che ghe parlemo? Vorla, che andmo insieme a parlarghe?
    (a Domenica)
    Domenica: S, cara ela. La me fazza sto ben. La vegna de l con mi. Da
    mia posta no gh'averia coraggio de parlar.
    Marta: Andmo.
    Anzoletto: Prego el Cielo, che le gh'abia pi fortuna de mi.
    Domenica: Lo disu de cuor?
    Anzoletto: El Cielo me fulmina, se no digo la verit.
    Marta: Andmo, siora Domenica, andmo, che gh'ho bona speranza. Mi, co
    me metto in te le cosse, ghe riesso. (parte)
    Domenica: Caro Anzoleto, e averessi cuor de lassarme?
    Anzoletto: No so cossa dir... La vede, in che stato, che son...
    Domenica: Mo and l, che saressi un gran can. (parte)


    SCENA QUINTA.
    ANZOLETTO, poi MADAMA GATTEAU.

    Anzoletto: Veramente a sta putta x qualche tempo, che ghe voggio ben;
    ma la so modestia no ha mai fatto, che conossa el so amor. Adesso, che
    son per partir,  la me fa saver quel che  no  saveva  e  s'ha  aument
    estremamente  la  mia  passion.  Con  tutto questo,  nassa quel che sa
    nasser, ho rissolto, ho promesso, e bisogna andar. Se non andasse,  no
    se dirave miga: nol va,  perch el s'ha pentio; ma se dirave piutosto:
    nol va,  perch no i lo vol.  L'ha parl senza fondamento;  no i giera
    altro  i  si  che casteli in aria;  coss'hai da far in Moscovia de un
    cattivo dessegnador?  A ste cosse ghe son avezzo.  No le me  fa  certo
    specie; ma la prudenza insegna de schivarle, co le se pol schivar.
    Madama: Ah! mon cher Anjoletto...
    Anzoletto: Coss', madama, cossa me voressi dir? (alterato)
    Madama: Doucement, mon ami, doucement, s'il vous plat.
    Anzoletto: Scusme. Son un poco alter.
    Madama: J'ai quelque chose  vous dire.
    Anzoletto: Av da dirme qualcossa?
    Madama: Oui, mon cher ami.
    Anzoletto: E ben; cossa voleu dirme?
    Madama:  J'ai  de  la  peine    me dclarer;  mais il le faut pour ma
    tranquillit. Hlas! je meurs pour vous.
    Anzoletto: Permettme madama, che ve diga con pienissima libert,  che
    ve  ringrazio  de  l'amor  che  gh'av  per  mi;  ma  che 'l mio stato
    presente, e l'impegno, che gh'ho co siora Domenica, che amo, quanto mi
    stesso, me rende incapace d'ogni altro amor.
    Sta vostra dichiarazion me mette in necessit de abandonar  l'idea  de
    vegnir in Moscovia con vu;  ma in Moscovia spero de andarghe,  e se 'l
    Cielo vol,  ghe ander.  So,  che ve s protestada  de  voler  scriver
    contro de mi;  sfoghve pur, se vol; ma sappi, che no gh'ho paura de
    vu. Ve digo per ultimo, per via de amichevole amonizion,  tra vu e mi,
    che nissun ne sente: pens ai vostri anni, e vergognve d'una passion,
    che  x  indegna  dela  vostra  et,  e  che  ve pol render oggetto de
    derision.
    (parte)


    SCENA SESTA.
    MADAMA GATTEAU.

    Madama: Oh Ciel! quel coup de foudre! Suis-je moi-mme?  ou ne suis-je
    plus qu'une ombre,  un fantme? Ai-je tout d'un coup perdu ces grces,
    ces charmes?... (tira fuori uno specchio, e si guarda) Hlas!  suis-je
    donc si vieille, si laide, si affreuse? Ah! malheureuse Gatteau.


    SCENA SETTIMA.
    ZAMARIA e la suddetta, poi COSMO.

    Zamaria: Coss', madama? cossa x st?
    Madama: Ce n'est rien,  ce n'est rien,  monsieur; c'est une fleur, que
    je ne saurois placer,  qui me met en colre.  (mostra accomodarsi  un
    fiore della cuffia)
    Zamaria: Parl italian, se vol, che ve intenda.
    Madama: Je dis, ch'io sono arrabbiata con un fiore della mia cuffia.
    Zamaria:  Mo via,  cara madama,  no ve desper per sta sorte de cosse.
    (Oh! povereto mi!  Xla questa per mi una sera de carneval,  o xla la
    sera dei desperai?)
    Madama: Dite,  monsieur Jamaria: pare a voi,  ch'io sia vecchia, ch'io
    sia brutta, ch'io sia detestabile?
    Zamaria: No, madama;  chi v'ha dito sta cossa?  Vu brutta?  No x vero
    gnente. S in bona et, s pulita, f la vostra fegura.
    Madama: Ah! l'honnt homme, que vous tes, monsieur Jamaria!
    Zamaria: (Per dir la verit,  la gh'ha i so anetti, ma la i porta ben,
    e la x una dona de sesto).
    Madama: Monsieur Anjoletto  ha  avuto  la  tmrit  de  me  dire  des
    sottises, des impertinences.
    Zamaria:  Cara  fia,  i x cuss i zoveni;  no i gh'ha giudizio.  No i
    pensa, che i ha da vegnir vecchi anca lori.
    Madama: Est-il vrai,  monsieur  Jamaria,  che  vostra  figlia  ira  in
    Moscovia avec monsieur Anjoletto?
    Zamaria: Cara vu,  tas.  No so gnente.  M'ha parl el putto,  e gh'ho
    dito de no;  m'ha parl la putta,  m'ha parl siora Marta,  e no gh'ho
    dito n s, n no. Le ho voleste tegnir in speranza, per non desturbar
    la conversazion. Se vol andar in Moscovia con Anzoleto, comodve, che
    mia fia no gh'ho intenzion, che la vaga.
    Madama: Non,  monsieur Jamaria;  monsieur Anjoletto non  pas digne de
    moi. Il a avuto la tmrit di sprezzarmi. Je mourerois piuttosto, che
    andar con lui.  Il  vrai,  che sola non posso andare.  Che  non  sono
    ancora s vecchia,  e che ho con me molto argento,  e avrei bisogno de
    la compagnie di  un  onest'uomo;  mais  je  aborrisco  questi  giovani
    impertinenti, e je voudrois accompagnarmi con un uomo avanzato.
    Zamaria: S ben, ve lodo, e sar meggio per vu.
    Madama: Est-il vrai, monsieur Jamaria, que vous tes veuf?
    Zamaria: Come? Se mi son vovi?
    Madama: Voglio dire:  vero che voi siete vedovo?
    Zamaria: Siora s; son veduo.
    Madama: Oh!  la miserabile vita,  ch' quella di noi poveri vedovelli!
    Pourquoi non vi maritate, monsieur Jamaria?
    Zamaria: Oh!  che cara  madama.  Ve  par,  che  mi  sia  in  stato  de
    maridarme?
    Madama:  Comment,   monsieur?  Un  homme,  come  voi  siete,  potrebbe
    svegliare le fiamme de Cupidon dans le coeur d'une jolie dame.
    Zamaria: Oh! che cara madama.
    Madama: Voi siete fresco, robusto, adorabile.
    Zamaria: Disu dasseno?
    Cosmo: Sior padron,  la vegna de l in cusina  a  dar  un'occhiada,  e
    ordenar cossa che s'ha da metter in tola.
    Zamaria: Dove x mia fia?
    Cosmo: La x de l con quelle altre signore.
    Zamaria: Vegno mi donca. (Cosmo parte) Con grazia, madama, vago de l,
    perch  i  vol  metter  in  tola.  Se vol andar in camera da mia fia,
    comodve.
    Madama:  Non,  monsieur,  je  resterai  ici,   se  voi  mi  donate  la
    permission.
    Zamaria: Comodve, come vol. A revderse a tola.
    Madama: Ricordatevi, ch'io voglio a table sedere appresso di voi.
    Zamaria: Arente de mi?
    Madama: Oui, monsieur, si vous plat. (riverenza)
    Zamaria: (Oh! che cara madama. La x godibile, da galantomo). (parte)


    SCENA OTTAVA.
    MADAMA GATTEAU, poi MOMOLO.

    Madama:  Oui,  monsieur  Jamaria seroit mieux mon fait.  Il n'est plus
    jeune, mais il est encore frais. Il est libre sur tout. Il trouve, que
    je ne suis pas vieille ni laide, et il a raison. Voyons un peu.  (tira
    fuori lo specchietto) Oui,  mes yeux sont toujours frippons. La colre
    m'a fait changer. Mettons du rouge.  (tira fuori una scatoletta,  e si
    d il belletto col pennello)
    Momolo: Madama, vostro servitor tre tombole.
    Madama:  Monsieur,  votre  servante.  (fa  la  riverenza,  e seguita a
    bellettarsi)
    Momolo: Brava! pulito, cuss me piase; senza suggizion.
    Madama: Monsieur,  so bene,  che questo si fa in Italia  segretamente;
    mais nous en France ci diamo il rosso pubblicamente,  et parmi nous ce
    n'est pas un inganno, mais un usage, une galanterie. (ripone il tutto)
    Momolo: Siora s;  la x un'usanza,  che no me despiase.  Piutosto una
    riosa de so man,  che un cogumero de so pi. La favorissa de vegnir al
    sup.
    Madama:  Pardonnez-moi,  monsieur.  Je  n'ai  pas  l'honneur  de  vous
    connotre.
    Momolo: No la me conosse? Mi son el complimentario de la maison.
    Madama: tes vous de ces messieurs? De ces ouvriers en soie?
    Momolo: Coman, madama? Io non intender.
    Madama: Siete voi di questi signori...  Come si dice?  Che fanno: tri,
    tra, tri, tra, tri, tra? (fa il moto di quei che tessono)
    Momolo: No, madama. Io sono di queli che fano: i, u, i, u, i,  u.  (fa
    il moto della ruota del mangano)
    Madama: tes vous gondoliere? (fa il cenno di vogare)
    Momolo: No, diable, no star barcariolo. Star patron de mangano.
    Madama: Che cosa vuol dir mangano?
    Momolo: Vuol dir gran pietra,  gran pietra, e metter sopra tutto quel,
    che voler; e dar onda, e manganar, sea, lana, tela, e anca vecchia, se
    bisognar.
    Madama: Oui, oui, la calandre, la calandre.
    Momolo: La calandra, la calandra.
    Madama: Eh bien, monsieur, ne m'avez vous pas dit, qu'on a servi?
    Momolo: Comudo?
    Madama: Non m'avete voi detto, che hanno servito la soupe?
    Momolo: I ha servio la sopa? (con maraviglia, non intendendo)
    Madama: Oui, che hanno messo in tavola?
    Momolo: U, u, hanno messo in tavola.
    Madama: Allons donc, si vous plat.
    Momolo: Comndela, che la serva? (le offerisce la mano)
    Madama: Bien oblige, monsieur Mangan.
    Momolo: M'la tolto mi per el mangano?
    Madama: tes vous mari?
    Momolo: Siora no, son putto.
    Madama: Et pourquoi no vi maritate?
    Momolo: No me marido, perch nessuna me vol.
    Madama: Cependant, vous meritez beaucoup.
    Momolo: Grazie a la so bont.
    Madama: Je ne puis pas dire d'avantage.
    Momolo: Chi l'impedisce, che non la parla?
    Madama: C'est la pudeur.
    Momolo: Mo cara quela pudor! Mo cara! mo benedetta!
    Madama: Frippon, coquin, badin! (vezzosamente)
    Momolo: Me vorla ben?
    Madama: (Mais non; il est trop babillard). Allons,  monsieur,  si vous
    plat. (sostenuta)
    Momolo: Son qua a servirla. (le d la mano)
    Madama:  Bien  oblige,  monsieur  Mangan.  (gli  d  la mano con una
    riverenza)
    Momolo: Andmo. (Che pssistu esser manganada!) (partono)


    SCENA NONA.
    Tinello, con tavola lunga apparecchiata per dodici persone, con tondi,
    posate,  sedie ecc.  con quattro lumi in tavola,  e varie pietanze  in
    mezzo,  fra  le quali dei ravioli,  un cappone,  delle paste sfogliate
    ecc. Una credenziera in fondo,  con lumi,  tondi,  bicchieri,  boccie,
    bottiglie, eccetera. Si tira avanti la tavola. - Tutti, fuorch Madama
    e Momolo.

    Zamaria: Animo; presto, che i raffioi se giazza.
    Domenica: (El m'ha d speranza. Nol m'ha dito de no). (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (Mo via; gh'ho un poco pi de consolazion). (a Domenica)
    Zamaria:  (No  i  voggio miga arente quei putti).  Siora Marta,  la se
    senta qua. (quasi in mezzo)
    Marta: Sior s, dove che 'l comanda. (siede)
    Zamaria: Sior Anzoleto, vegn qua arente de siora Marta.
    Anzoletto: (Oh!  questa no me l'aspettava).  (s'incammina mortificato,
    spiacendogli non dover sedere vicino a Domenica)
    Domenica:  (Poveretta  mi!  Sta cossa me mette in agitazion).  (per la
    stessa causa)
    Marta: Perch no se sentmio,  come che girimo sentai ala  meneghela?
    (a Zamaria)
    Zamaria:  Per  stavolta la se contenta cuss;  gh'ho gusto de disponer
    mi. Sior Anzoleto qua. (gli assegna la sedia vicino a Marta)
    Anzoletto: Son qua. (siede melanconico)
    Marta: (Coss', putto? I ve l'ha fatta, ah!) (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (La tasa, cara ela, che son fora de mi). (a Marta)
    Zamaria: Siora comare, qua. (ad Alba)
    Marta: Do done arente? (a Zamaria)
    Zamaria: Eh!  siora no,  qua in mezzo vegnir sior Momolo,  che 'l  sa
    trinzar. Dov'lo sior Momolo? Vard, chiamlo, che 'l vegna; che vegna
    anca madama Gatteau. Qua, siora comare. (ad Alba)
    Alba: Che 'l varda ben,  che madama no gh'abbia odori, che se la gh'ha
    odori, mi scampo via. (siede)
    Polonia: No la s'indubita, sior'Alba, che gh'ho fatto la visita mi,  e
    odori no la ghe n'ha pi.
    Zamaria: Qua, Sior Bastian.
    Bastian:  (Per  dia,  che  anca  a  tola  m'ha  da toccar sto sorbetto
    impetro!) (siede presso sior'Alba)
    Zamaria: Vegn qua, siora Polonia, sentve qua.
    Polonia: Volentiera, dove che 'l vol. (siede presso a Bastian)
    Zamaria: E qua, sior compare. (a Lazaro)
    Lazaro: Mo caro, sior compare...
    Zamaria: Coss',  no st ben?  Ve metto arente mia  fia.  Domenica  se
    senter qua. (nell'ultimo luogo)
    Domenica: (Pazzenzia! Me toccher a magnar del velen). (siede)
    Zamaria: Via, no ve sent, sior compare? (a Lazaro)
    Lazaro: Son tropo lontan da mia mugier.
    Zamaria: Com'la? Seu devent zeloso anca vu?
    Lazaro: Eh! giusto. X, che mi so el so natural, e a tola son avezzo a
    governarmela mi.
    Alba: Eh! per quel, che magno mi, no gh' pericolo che me fazza mal.
    Bastian: E po, son qua mi; no ve dubit gnente. La governer mi.
    Lazaro: Caro sior Bastian ve la raccomando. (siede)
    Zamaria: Qua mia fiozza.  (a Elena,  presso Bastian) E qua mio fiozzo.
    (ad Agostino, presso a Elena)
    Agustin: Mi qua? (Agostino va presso Bastian)
    Zamaria: No, no, qua ela, e vu qua. (a Agostino)
    Elenetta: Eh! sior no, mi stago ben qua. (presso Agostino)
    Zamaria: Sior no,  ve digo omo,  e donna.  Che diavolo!  No ve basta a
    esser  arente  a  vostra muggier?  Cossa gh'aveu paura?  Sior Anzoleto
    sav, che putto, che 'l x.
    Agustin: Caro sior santolo,  se el me vol ben,  che el me  lassa  star
    qua. (a Zamaria)
    Zamaria: St, dove, diavolo, che vol. (a Agostino)
    Agustin: (Magner de pi gusto). (a Elena, sedendo)
    Elenetta: (Anca mi star con pi libert). (a Agostino, sedendo)


    SCENA DECIMA.
    MOMOLO e detti.

    Momolo: La se fermi, che so qua anca mi.
    Zamaria: Via, destrighve. Dove x madama?
    Momolo: Madama gh'ha riguardo a vegnir, per amor de la pudeur.
    Zamaria: Eh! and l; disghe, che la vegna.
    Momolo: No,  dasseno, sul sodo. La gh'ha riguardo a vegnir per amor de
    sior Anzoleto.
    Anzoletto: Per mi disghe, che no la se toga nissun pensier.  Quel che
    x  st,   x  st.  Se  l'ha  parl  per  rabia,  la  merita  qualche
    compatimento. Ghe sar bon amigo; basta che la me lassa star.
    Momolo: Co l' cuss,  la vago  donca  a  levar.  Sle,  chi  son  mi?
    Monsieur Mangan per servirle. (parte)
    Marta: Mo, che caro matto, che 'l x!
    Polonia: (Gh'la po dito gnente, siora Domenica?) (a Domenica)
    Domenica: (Cara fia, ve prego, lassme star). (a Polonia)
    Polonia: (Poveretta! la compatisso). No se pol miga dir:
    La lontananza ogni gran piaga sana.
    Bisogna dir in sto caso:
    La  lontananza  fa  mazor la piaga.  (accennando la distanza in cui si
    trovano Domenica e Anzoletto)


    SCENA UNDICESIMA.
    MADAMA GATTEAU, MOMOLO e detti.

    Momolo: Largo, largo al complimentario. (dando braccio a Madama,  e la
    conduce presso a Zamaria)
    Zamaria: Oh! via, manco mal; ghe semo tutti.
    Madama: J'ai l'honneur de prsenter mon trs-humble respect  toute la
    compagnie. (facendo la riverenza, ed  risalutata)
    Zamaria:  Son qua,  madama;  av dito de voler restar arente de mi,  e
    v'ho salv el posto.
    Momolo: Fermve, che madama ha da star in mezzo. (a Zamaria)
    Zamaria: Sior no, che in mezzo av da star vu per taggiar.
    Momolo: Mi, compare, fazzo conto de sentarme qua. (presso Elena)
    Elenetta: Sior no.
    Agustin: Sior no.
    Zamaria: And l, ve digo; andve a sentar in mezzo.
    Momolo: Sior s; gh'av rason.  Son el pi belo,  ho da star in mezzo.
    (va a sedere)
    Zamaria: Sentve qua, madama. (le assegna l'ultimo posto)
    Madama:  Bien  oblige   votre politesse.  Je vous remercie.  (fa una
    riverenza a Zamaria, e siede)
    Zamaria: Fiozza, ve contenteu, che me senta qua? (ad Elena, sedendo)
    Elenetta: Oh sior s; no xlo patron? (a Zamaria)
    Agustin: (No ghe star tanto d'arente). (ad Elena)
    Elenetta: (Oh! no lo tocco, no t'indubitar). (ad Agostino)
    Momolo: (D i ravioli a tutti. Tutti si mettono la salvietta)
    Madama: Faites-moi l'honneur, monsieur. (a Zamaria,  facendosi puntare
    la salvietta)
    Zamaria:  Saveroggio  far?  (si  mette  gli  occhiali  per  puntare la
    salvietta)
    Madama: Trs-parfaitement; oblige, monsieur.
    Momolo: Siora  Marta.  Sior  Anzoletto.  (dando  i  ravioli)  Siora...
    Com'la?  X  fal  el scacco.  Una pedina fora de logo.  (vedendo che
    Agostino  presso Anzoletto, e non una donna)
    Agustin: D qua, d qua, destrighve. (a Momolo)
    Momolo: Tol, compare; e questi... tol: drio man. (fa passar i tondi)
    Agustin: A mia muggier.
    Momolo:  Vedeu?  Non  ardisso  gnanca  de  nominarla.   (ad  Agostino,
    burlandosi di lui) Questi a sior Zamaria; e questi a madama.
    Madama: Bien oblige,  monsieur.  (si mette a mangiare col cucchiaro e
    forchetta)
    Elenetta: (Cossa distu? Co pochi, che 'l me n'ha d?) (ad Agostino)
    Agustin: (E a mi? Varda. El lo fa per despetto). (a Elena)
    Lazaro: Muggier? (a sior'Alba)
    Alba: Cossa gh'?
    Lazaro: Ve piseli?
    Alba: Oh! mi, sav, che de sta roba no ghe ne magno.
    Lazaro: Poverazza! Mi no so de cossa, che la viva. (a Polonia)
    Polonia: (No voleu, che no la gh'abbia fame?  Avanti de vegnir de qua,
    la  x andada in cusina,  e la s'ha fatto far tanto de zina de pan in
    brodo). (a Lazaro)
    Lazaro: (S,  ah!  poverazza.  Bisogna,  che no la  podesse  pi).  (a
    Polonia)
    Marta: Forti, siora Domenica. Coss'? No la magna?
    Domenica: Siora s, magno. (Me sento, che no posso pi).
    Marta: (Poverazza! la compatisso). (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (No so, chi staga pezo da ela a mi). (a Marta)
    Zamaria: Ve piseli sti rafioletti? (a Madama)
    Madama: Ils sont dlicieux, sur ma parole. (a Zamaria)
    Zamaria: Fme servizio de parlar italian. (a Madama)
    Madama:  (Oui,  monsieur.  Non so per voi,  che cosa non facessi).  (a
    Zamaria)
    Zamaria: (Per mi?) (a Madama)
    Madama: (Per voi, mon cher). (a Zamaria)
    Zamaria: (Cossa x sto ser?) (a Madama)
    Madama: (Vuol dire, mio caro). (a Zamaria)
    Zamaria: (Caro, a mi me dis?) (a Madama)
    Momolo: Patroni: chi vol del fig, se ne toga.
    Polonia: D qua, dmene una fetta a mi.
    Momolo: A vu, fia mia? No solamente el fig, ma el cuor ve darave,  el
    cuor. (a Polonia, dandole il fegato)
    Madama: Ah! le bon morceau qu'est le coeur. (a Zamaria)
    Zamaria: Cossa, fia? (a Madama)
    Madama: Il cuore  il miglior boccone del mondo. (a Zamaria)
    Zamaria: Ve piselo? (a Madama)
    Madama: Oui,  molto mi piace il cuore;  ma tutti i cuori non farebbero
    il mio piacere.  Il vostro,  monsieur  Jamaria,  il  vostro  cuore  mi
    potrebbe fare contenta. (a Zamaria)
    Zamaria: Disu dasseno? (a Madama)
    Marta: Sior Zamaria, com'la?
    Polonia: Oe, me consolo, sior Zamaria.
    Momolo:  Le se ferma.  (alle donne) Seguit,  compare,  che mi intanto
    taggier sto capon. (a Zamaria. Taglia un cappone, poi lo presenta)
    Zamaria: Coss',  male lengue?  Cossa voressi dir?  No se pol discorer
    gnanca?
    Bastian: Lass che i diga,  sior Zamaria; co capita de ste fortune, no
    le se lassa scampar. (ridendo)
    Marta: Mo vardli,  se no i par do sposini!  Se no i fa invidia  a  la
    zovent!
    Polonia: Eh! co gh' la salute, i ani no i stimo gnente.
    Bastian: I x tutti do prosperosi;  el Ciel li benediga, che i consola
    el cuor.
    Zamaria: Dis quel che vol,  che mi no ve bado.  (Tendmo a  nu).  (a
    Madama)
    Madama: (On parle per rabbia, per rabbia). (a Zamaria)
    Momolo:  Che i se serva de capon;  co i s'aver po servio,  taggieremo
    st'altro, se bisogner.
    Marta: Patroni: a la salute de chi se vol ben. (beve)
    Madama: Je vous fais raison, madame,  et que vive l'amour.  (guardando
    Zamaria, e beve)
    Zamaria: Evviva l'amor. (beve)
    Bastian: E viva sior Zamaria. (beve)
    Polonia: Evviva madama Gatteau. (beve)
    Madama: Vous me faites bien de l'honneur.
    Momolo: Fermve.  A la salute del pi belo de tutti; e viva mi; grazie
    a la so bont. (beve)
    Elenetta: Oh! a la salute de tutta sta compagnia. (beve)
    Agustin: A la confermazion del detto. (beve)
    Lazaro: A la salute de mia muggier. (beve)
    Alba: Grazie. A la salute de mio mario. (beve acqua, ridendo)
    Lazaro: Co l'acqua me lo f el prindese?
    Alba: Con cossa? No saveu, che no bevo vin?
    Polonia: (In cusina la ghe n'ha bev tanto de gotto). (a Lazaro)
    Lazaro: (S ben;  per qualche volta el miedego ghe  l'ha  orden).  (a
    Polonia)
    Marta: Via,  nol beve, sior Anzoleto? Portghe un gotto de vin, che 'l
    fazza un prindese almanco.
    Polonia: E ela, siora Domenica, no la beve?  Via,  portghe da bever a
    la padroncina.
    Domenica: No, no; no ve incomod, che no bevo. (ai servitori)
    Zamaria: Cossa fastu?  No ti magni, no ti bevi, ti pianzi el morto. (a
    Domenica)
    Domenica: Eh! caro sior padre, mi lasso, che 'l se diverta elo.
    Zamaria: Coss'? Cossa vorssistu dir?
    Domenica: Mi? Gnente.
    Marta: Caro sior Zamaria,  no  vorlo,  che  quella  povera  putta  sia
    malinconica? El x causa elo.
    Zamaria: Mo per cossa?
    Marta: El parla in t'una maniera, e po el se contien in t'un'altra. El
    ghe d de le bone speranze, e po, e po... no digo altro.
    Zamaria: Co gh'ho d speranza, che la gh'abbia pazzenzia.
    Marta:  E  per  cossa  mttelo  sti  putti  uno a Mestre,  e l'altro a
    Malghera?
    Zamaria: Mo, cara siora Marta...
    Marta: Mo, caro sior Zamaria... (con calore)
    Momolo: Fermve.
    Bastian: Tas, quietve, no interomp. (a Momolo)
    Momolo: Lass parlar i omeni.
    Bastian: Lass parlar mia muggier.
    Marta: Gh'ho parl mi a sior Zamaria; so quel,  che 'l m'ha dito a mi.
    (verso Bastian)
    Momolo: La se fermi.
    Bastian: Tas.
    Alba: (s'alza con impeto)
    Marta: Coss'? Ghe vien mal?
    Lazaro: Coss' st?
    Alba: Ghe domando scusa; che i compatissa. Gh'ho tanto de testa. Mi in
    mezzo a ste ose no ghe posso star.
    Lazaro: Voleu, che andmo a casa?
    Zamaria: Mo via, compare, mo via, siora comare, quietve per carit.
    Marta:  La vaga l in tel posto de siora Domenica,  che so mario no la
    stordir.
    Lazaro: S ben, vegn qua. Se contntela? (a Domenica)
    Domenica: Per mi, che la se comoda pur. (s'alza)
    Alba: Mi son cuss;  le me compatissa.  Gh'ho una testa cuss  debole,
    che la se me scalda per gnente. (parte dal suo posto)
    Lazaro: Poverazza la x delicata. (a Polonia)
    Marta:  Anca  mi voggio star arente de mio mario.  (va a sedere presso
    Bastian)
    Bastian: Per cossa sta novit? (a Marta)
    Marta: (Eh! tas vu, che no sav gnente). (a Bastian, piano)
    Domenica: Perch no vala al so posto? (a Marta)
    Marta: Perch stago ben qua.
    Domenica: E mi, dove vorla, che vaga?
    Marta: No ghe x una carega voda? (accenna dov'ella era prima,  presso
    Anzoletto)
    Domenica: Vorlo vegnir qua elo, sior padre? (a Zamaria)
    Madama: Pardonnez-moi,  mademoiselle, monsieur votre pre, ne me faira
    pas cette incivilit. (a Domenica)
    Domenica: Me senter mi donca. (siede)
    Zamaria: (Cossa  ggio  da  far?  Bisogna,  che  gh'abbia  pazzenzia).
    (vedendo Domenica presso Anzoletto)
    Anzoletto: (Sia ringrazi el Cielo!) (a Domenica)
    Domenica: (Ghe son po arivada). (ad Anzoletto)
    Anzoletto: (No podeva pi).
    Marta: Siora Domenica?
    Domenica: Siora.
    Marta: (Oggio fatto pulito?) (alzandosi davanti a Momolo)
    Domenica: (Pulitissimo). (alzandosi davanti a Momolo)
    Momolo:  Vorle,  che  ghe  diga,  patrone?  che sto vegnir davanti dei
    galantomeni in sta maniera no la sta ben, e no la par bon.  Voggio ben
    esser tutto quel, che le vol; ma gnanca per el so zogattolo no le m'ha
    da tr. (con faccia soda)
    Marta: Coss'? Seu matto? (a Momolo)
    Domenica: Che grilo ve x salt? (a Momolo)
    Zamaria: Momolo. Cossa x st? Cossa v'li fatto?
    Momolo:  Caro  sior  Bastian,  la  me  fazza la finezza de vegnir qua,
    perch ste signore le me tol un pochetto troppo per man. (s'alza)
    Bastian: Son qua, compare. No ve scald,  perch qua no ghe vedo rason
    de scaldarse. (s'alza dal suo posto, e va nell'altro)
    Marta: No me par d'averve struppi. (a Momolo)
    Momolo:  Le  se  ferma,  che me x pass.  (sedendo presso Polonia,  e
    ridendo)
    Marta: Spieghmola mo. (a Momolo)
    Momolo: Adesso ghe la spiego in  volgar.  Tutti  x  arente  a  la  so
    colona,  e anca mi me son rampeg.  Cossa disu, vita mia? ggio fatto
    ben? (a Polonia)
    Polonia: Mo quando, quando fareu giudizio?
    Momolo: El mese de mai, quando vienlo?
    Marta: And l, che m'avevi fatto vegnir suso el mio caldo.  Ma stimo,
    con che muso duro! (a Momolo)
    Agustin: (Nu almanco no se scambiemo). (a Elena)
    Elenetta: (Oh! nu stemo ben). (a Agostino)
    Agustin: (Oh! che magnada, che ho d). (a Elena)
    Elenetta: (No x miga gnancora fenio). (a Agostino)
    Marta: E cuss, gh' altri prindesi?
    Momolo: Son qua mi. Al bon viazo de compare Anzoleto. (beve)
    Marta: Petvelo el vostro prindese.
    Momolo: Per cossa me l'i da petar?
    Marta: Co no va via anca siora Domenica, petvelo.
    Momolo:  Dme  da  bever.  Al  bon  viazo  de  sior Anzoleto,  e siora
    Domenica. (beve)
    Marta: Petvelo. (a Momolo)
    Momolo: Anca questo m'ho da petar? (a Marta)
    Marta: Co sior Zamaria no dise de s, petvelo. (a Momolo)
    Momolo: Dme da bever. (forte ai servitori)
    Bastian: Compare, ve ne peter de quei pochi.
    Momolo: Fermve, dme da bever.
    Alla salute de sior Zamaria,
    Che la so putta lasser andar via. (beve)
    Marta: Petvelo. (a Momolo)
    Momolo: Dme da bever. (forte ai servitori)
    Polonia: Oe, seu matto? (gli leva il bicchiere)
    Momolo: La se fermi. (a Polonia)
    Polonia: No vi, che bev altro, ve digo.
    Madama: Alons,  monsieur,  alons,  facciamo  la  partita  in  quattro.
    Monsieur  Anjoletto,  e mademoiselle Dominique.  Monsieur Jamaria,  et
    moi.
    Marta: Animo, da bravo, sior Zamaria.
    Lazaro: Sior compare? (a Zamaria)
    Zamaria: Cossa gh'?
    Lazaro: Badme a mi. Un poco de muggier la x una gran bela cossa.
    Zamaria: Disu dasseno?
    Momolo: Fermve. Ascolt un omo, che parla. Chi sngio mi? Sior Momolo
    manganer. Un bon putto, un putto civil, che laora, che fa el so dover;
    ma che no gh'ha mai un ducato in scarsela.  Per cossa no gh'ggio  mai
    un ducato in scarsela? Perch no son marid. No gh'ho regola, no gh'ho
    governo.  Vago a trzio co fa le barche rotte.  Mardete. Me marider.
    Quando? Quando? Co sta zoggia vorr. (accennando Polonia)
    Polonia: F giudizio, e ve sposer. (a Momolo)
    Momolo: Sposme, e far giudizio. (a Polonia)
    Polonia: No me fido. (a Momolo)
    Momolo: Prov. (a Polonia)
    Marta: Ors, sior Momolo, fenla. Maridve, se vol: se no vol, lass
    star; ma a nu ne preme, che se marida siora Domenica, e sior Anzoleto.
    Zamaria: Patrona, in sta cossa gh'ho da intrar anca mi?
    Marta: Sior s; ma che dificolt ghe x?
    Zamaria: Ghe x,  che no gh'ho altri a sto mondo,  che ela,  e che  no
    gh'ho cuor de lassarla andar.
    Marta: E per el ben, che ghe vol, voleu vderla desperada? Voleu, che
    la se ve inferma in t'un letto?(a Zamaria)
    Zamaria: In sto stato ti x? (a Domenica, pateticamente)
    Domenica: Caro sior padre, mi so so cossa dir. Ghe confesso la verit;
    la mia passion x granda; e no so cossa che sar de mi.
    Zamaria: E ti gh'aver cuor de lassarme?  In sta et, senza nissun dal
    cuor, te dar l'anemo de abandonarme?
    Marta: Per cossa non andeu con ela, sior Zamaria?
    Bastian: Perch no ve marideu?
    Polonia: Perch non andeu con madama?
    Momolo: Tol esempio da un omo. Maridve, compare.
    Marta: E and via co la vostra creatura.
    Zamaria: E i mii interessi? E i mii teleri? E la mia bottega?
    Domenica: Caro sior padre,  co torner sior Anzoleto,  torneremo  anca
    nu.
    Zamaria:  Ma  intanto,  avervio  da  spiantar qua el mio negozio?  Da
    perder el mio inviamento? Da abandonar i mii teleri?
    Momolo: Fermve, compare. Se av bisogno de un agente, de un direttor,
    pontual, onorato; me conoss, sav chi son. Son qua mi.
    Bastian: E mi ve prometto,  che per el  mio  negozio  no  lasser  che
    servirme  dei vostri omeni,  e dei vostri teleri;  basta che s'impegna
    sior Anzoleto, anca che vu no ghe si, de mandar i dessegni,  che l'ha
    promesso.
    Anzoletto:  Sior  s;  quel che ho dito a sior Zamaria,  lo ratifico a
    sior Lazaro,  e a sior Agustin.  Mander i mii dessegni,  e no ghe  ne
    lasser mai mancar.
    Marta: E cuss, cossa reslvelo, sior Zamaria?
    Zamaria: No so gnente. No le x cosse da resolver cuss in t'un fi.
    Madama: Ascoltate,  monsieur Jamaria. Voi avete del bene, e qui non lo
    perderete.  Io poi ho tanto in mio pouvoir,  che potreste essere trs-
    contento di passare avec moi vostra vita.
    Zamaria:  Madama,  fme  una  finezza,  vegn un pocheto de l con mi.
    (s'alza)
    Madama: Trs-volontiers, monsieur. (s'alza)
    Zamaria: Domenica, vien de l anca ti.
    Domenica: Sior s, sior pare, vegno anca mi. (St alliegro,  Anzoleto,
    che spero ben). (s'alza)
    Zamaria:  (Voggio  vder  prima  in  quanti  pi  de acqua,  che son).
    Patroni, con so bona grazia. (parte)
    Madama: Messieurs, avec votre permission. (parte)
    Domenica: Prego el Cielo, che la vaga ben. (parte)


    SCENA DODICESIMA.
    Tutti,  fuorch i tre suddetti.  Tutti  s'alzano,  vengono  avanti.  I
    servitori sparecchiano. AGOSTINO ed ELENA restano indietro.

    Marta: Sior Anzoleto, me ne consolo.
    Anzoletto: Sprela ben?
    Marta: Oh! mi s; mi ve la dago per fatta.
    Bastian: El x un omo cauto sior Zamaria. El vorr segurarse del stato
    de madama.
    Polonia: Eh!  madama gh'ha dei bezzi,  gh'ha delle zoggie; la sta ben,
    ben; ma tre volte ben.
    Momolo: No la av tre marii? Un poco de pele de uno,  un poco de pele
    de un altro, la s'aver fatto el borson.
    Marta: Ne scriveralo, sior Anzoleto?
    Anzoletto:  No  vorla?  Scriver  ai  mii cari amici;  scriver ai mii
    patroni; se saver frequentemente de mi; e se saver sempre la verit.
    Perch mi no gh'ho altro de bon a sto mondo,  che  la  schiettezza  de
    cuor,  la  verit in bocca,  e la sincerit su la penna.  (Agostino ed
    Elena parlano piano fra di loro, e partono)
    Momolo: Oe! i do zelosi se l'ha moccada.
    Anzoletto: Lass,  che i fazza.  Bisogna soffrir tutti col so difetto.
    Specialmente  co i x de quei,  che no d molestia a nissun.  Credme,
    compare,  che 'l pi bel studio x quelo de conoscer i caratteri de le
    persone,  e prevalerse del bon esempio,  e correger se stessi, vedendo
    in altri quele cosse, che no par bon.
    Marta: Scrivne spesso, sior Anzoleto.
    Anzoletto: Scriver; ma che i scriva anca lori.
    Momolo: Mi ve scriver le novit.
    Anzoletto: Me far un piaser grandissimo.
    Momolo: E se vien fora critiche, voleu che ve le manda?
    Anzoletto: Ve dir; se le x critiche, sior s; se le x satire,  sior
    no.  Ma  al  d  d'ancuo,  par  che  sia  dificile  el  criticar senza
    satirizar; onde no ve incomod de mandarmele.  No le me piase,  n per
    mi, n per altri. Se vegnir fora de le cosse contra de mi, pazzenzia:
    za el responder no serve a gnente;  perch se gh'av torto,  f pezo a
    parlar; e se gh'av rason, o presto, o tardi, el mondo ve la far.
    Cosmo: Patroni, dise sior Zamaria, che i se contenta de andar tutti de
    l.
    Marta: Dove?
    Cosmo: In portego, che x parechi per balar.
    Marta: Andmo, sior Anzoleto; bon augurio,  andmo.  (prende Anzoletto
    per mano)
    Anzoletto: E pur ancora me trema el cuor.
    Marta:  Mario,  vegn anca va,  andmo.  (prende anch'ella Bastian per
    mano)
    Bastian: Mia muggier almanco x  de  bon  cuor.  (parte  con  Marta  e
    Anzoletto)
    Momolo: Comndela, che la serva?
    Polonia:  Magari,  che  sior  Zamaria  ve  lassasse  vu diretor del so
    negozio de testor.
    Momolo: Ve par, che saria capace de portarme ben?
    Polonia: S un poco matturlo;  ma gh'av de l'abilit,  e s un zovene
    pontual.
    Momolo: Oh! sia benedeto, chi me vol ben. (a Polonia)
    Polonia: Animo, animo, andmo. (lo prende per un braccio)
    Momolo: Con so portazion. (a Lazaro e Alba, e parte)
    Lazaro: Via, muggier, andmo. Andmose a devertir.
    Alba: Mi anderave in letto pi volentiera.
    Lazaro: Voleu, che andmo a casa?
    Alba: Cossa voleu? Che i se n'abbia per mal?
    Lazaro: Voleu andarve a buttar sul letto un tantin?
    Alba: Andmo de l, che voggio balar. (s'alza, e parte)
    Lazaro: (Brava! Mo che cara cossa, che x sta mia muggier!) (parte)


    SCENA TREDICESIMA.
    Sala illuminata per il ballo.  - DOMENICA,  ZAMARIA,  MADAMA, AGUSTIN,
    ELENA,  con altre persone,  tutte a sedere.  Poi  MARTA,  ANZOLETTO  e
    BASTIAN, poi POLONIA e MOMOLO, poi ALBA, poi LAZARO.

    Marta: Semo qua, sior Zamaria.
    Zamaria:  (s'alza  dal  suo posto,  e corre incontro a Anzoletto)Vegn
    qua, sior Anzoleto, vegn qua,  fio mio.  Ho risolto,  ho stabilio: ve
    dar mia fia,  vegnir con vu.  Sieu benedetto;  s mio zenero, s mio
    fio.
    Marta: Evviva, evviva siora Domenica, me ne consolo.
    Domenica: Grazie, grazie. (alzandosi)
    Anzoletto:  Caro  sior  Zamaria,   no  gh'ho  termini  che  basta  per
    ringraziarlo; l'allegrezza me impedisce el parlar.
    Bastian: Me consolo co sior Anzoleto, e co siora Domenica.
    Momolo: Compare Anzoleto, anca mi co tanto de cuor.
    Polonia: Anca mi, con tutti, dasseno.
    Lazaro: Bravi,  bravi;  anca mi gh'ho consolazion.  Muggier, vegn qua
    anca va, sent. (ad Alba)
    Alba: Eh! ho sentio; me ne consolo. (colla solita flemma)
    Lazaro: Poverazza! la x debole; no la pol star in pi. (a tutti)
    Elenetta: Sior santolo, siora Domenica, me ne consolo.
    Agustin: (prende Elena per mano,  e  la  conduce  a  sedere  dov'erano
    prima)
    Zamaria: Scamp, ved, che no i ve la sorba. (a Agostino) Sior Momolo,
    vegn qua.
    Momolo: Comand, paron.
    Zamaria:  Za che v'av esebo de favorirme;  fazzo conto de lassarve a
    vu el manizo dei mii interessi.
    Momolo: E mi pontualmente ve servir.
    Zamaria: Ve dar un tanto a l'anno,  e un terzo dei utili,  acci  che
    v'interess con amor.
    Momolo: Tutto quello, che comand.
    Zamaria: Ma f da omo.
    Momolo: Se ho da far da omo, bisogna, che me marida.
    Zamaria: Maridve.
    Momolo: Me marider, se sta cara zoggia me vol. (a Polonia)
    Polonia: Sior s: adesso, co sto poco de fondamento, ve sposer!
    Marta: Oh! via, le candele se brusa. Prencipiemo a balar.
    Zamaria:   Siora   s,   subito;   ma  avanti  de  prencipiar:  putti,
    destrighve, dve la man. (a Anzoletto e Domenica)
    Anzoletto: Son qua, con tutta la consolazion.
    Domenica: Son fora de mi da la contentezza.
    Anzoletto: Mario, e muggier. (si danno la mano)
    Bastian: Sior Anzoleto, novamente me ne consolo.  And a bon viazo,  e
    no ve desmentegh de nu.
    Anzoletto:  Cossa dsela mai,  caro sior Bastian?  Mi scordarme de sto
    paese?  De la mia adoratissima patria?  Dei mii patroni?  Dei mii cari
    amici?  No x questa la prima volta, che vago; e sempre, dove son st,
    ha port el nome de Venezia  scolpo  nel  cuor;  m'ho  record  delle
    grazie,  dei benefizi, che ho recevesto; ho sempre desider de tornar;
    co son torn, me x st sempre de consolazion. Ogni confronto,  che ho
    av  occasion  de  far,  m'ha  sempre  fatto  comparir  pi belo,  pi
    magnifico, pi respetabile el mio paese; ogni volta, che son torn, ho
    scoverto de le belezze maggior;  e cuss sar anca sta  volta,  se  'l
    Cielo  me  conceder de tornar.  Confesso,  e zuro su l'onor mio,  che
    parto col cuor strazz; che nissun allettamento,  che nissuna fortuna,
    se ghe n'avesse,  compenser el despiaser de star lontan da chi me vol
    ben. Conservme el vostro amor, cari amici,  el Cielo ve benedissa,  e
    ve lo diga de cuor.
    Marta:  Via,  no  parlemo  altro.  No  dis  altro,  che debotto me f
    contaminar. Sior Zamaria, prencipiemo a balar.
    Zamaria: Un momento de tempo.  La lassa,  che destriga un'altra picola
    facendetta, e po son con ela. Madama. (chiamandola)
    Madama: Que voulez-vous, monsieur? (s'alza)
    Zamaria: Favor de vegnir qua.
    Madama: Me voici  vos ordres. (s'accosta)
    Zamaria: Mia fia x maridada.
    Madama:  Madame,  monsieur.  (a Domenica e Anzoletto) Je vous fais mon
    compliment.
    Zamaria: Se vol, se podemo sposar anca nu.
    Madama: Quel bonheur!  quel plaisir!  que je suis heureuse,  mon  cher
    ami!
    Zamaria: Voleu, o no voleu, in bon italian?
    Madama: Voici la main, mon petit coeur. (gli d la mano)
    Zamaria: Mario, e muggier.
    Madama: Ah mon mignon! (a Zamaria)
    Momolo: Fermve.  Con un ambo se vadagna poco.  Siora Polonia, ghe vol
    el terno.
    Polonia: Ho capio. Me voressi sposar co sto sugo?
    Momolo: Sti altri con che sugo s'li spos?
    Zamaria: Via, siora Polonia, f anca vu quel, che avemo fatto nu.
    Polonia: Me consggielo, che la fazza?
    Zamaria: S, ve conseggio, e me sar de consolazion.
    Polonia: Co l' cuss, son qua co vol. (a Momolo)
    Momolo: Mia muggier.
    Polonia: Mio mario.
    Marta: Bravi.
    Lazaro: Pulito.
    Anzoletto: Me ne consolo.
    Momolo: Fermve. Che ho prencipi a far giudizio. (serio)
    Zamaria: Oh! adesso andmo a balar.
    Domenica: Andmo, che anca mi baler de cuor.  Mi circa l'andar via no
    serve,  che  diga gnente: ha dito tanto che basta sior Anzoleto.  Digo
    ben, che anca mi son piena de obligazion con chi m'ha fatto del ben, e
    che se degna de volerme ben. Andmo, fenimo de gder una de ste ultime
    sere de carneval. Signori con tanta bont n'av favorio; vualtri,  che
    s avezzi a gder de le belissime sere de carneval,  ve parla muffa la
    nostra? Compatla, ve supplico, compatla almanco in grazia del vostro
    povero dessegnador.



    LA FAMIGLIA DELL'ANTIQUARIO ossia La suocera e la nuora.


    L'AUTORE A CHI LEGGE.

    In questa commedia non ho fatto che scrivere la parte del Brighella  e
    dell'Arlecchino,  li  quali  furono  da  me prima lasciati in libert,
    acciocch si sfogassero questi due personaggi,  malcontenti  forse  di
    me, siccome io non di essi, ma delle loro maschere, non son contento.
    Osservate  per  che  dopo  il primo e secondo anno non ho lasciato le
    Maschere in libert,  ma dove ho creduto  doverle  introdurre,  le  ho
    legate  a  parte  studiata,  mentre  ho  veduto  per esperienza che il
    personaggio talora pensa pi a se medesimo che alla  commedia;  e  pur
    che  gli riesca di far ridere,  non esamina se quanto dice convenga al
    suo carattere e alle sue circostanze;  e sovente,  senza  avvedersene,
    imbroglia la Scena e precipita la Commedia.
    Io  sono costantissimo a non voler dir nulla sopra le mie Commedie;  e
    molto meno a volerle difendere dalle critiche, che hanno con ragione o
    senza ragione sofferte.  Ho letto il  libro  ultimamente  uscito  alla
    luce, e con una risata ho terminato di leggerlo. Pu bene parlar degli
    altri  chi  non  la perdona a se stesso,  ed io sono molto contento di
    trovarmi col in un fascio con Plauto, con Terenzio,  con Aristofane e
    con  cent'altri  ch'io  non  ho  letto,  siccome letti non li aver n
    tampoco quel medesimo che li ha citati.
    Circa il titolo della Commedia,  io l'ho intitolata  in  due  maniere,
    cio: "La famiglia dell'antiquario", o sia "La Suocera e la Nuora", lo
    stesso  trovandosi  in  quasi  tutte  le Commedie di Molier e in altre
    d'antichi Autori.  I due titoli mi pare che convengano  perfettamente.
    La  Suocera  e  la  Nuora  sono  le  due  persone che formano l'azione
    principale della Commedia; e l'Antiquario,  capo di casa,  per ragione
    del  suo  fanatismo  per le antichit,  non badano agl'interessi della
    famiglia,  non accorgendosi de' disordini,  e non prendendosi cura  di
    correggere  a tempo la Moglie e la Nuora,  d adito alle loro pazzie e
    alle loro dissensioni perpetue,  onde e nell'una e nell'altra  maniera
    la Commedia pu essere intitolata.
    Aggiunger  soltanto aver io rilevato che alcuni giudicano la presente
    Commedia terminar male,  perch non seguendo alcuna pacificazione  fra
    Suocera e Nuora, manca, secondo loro, il fine della morale istruttiva,
    che  dovrebbe  essere,  nel  caso  nostro,  d'insegnar  agli  uomini a
    pacificare queste due persone, per ordinario nemiche.  Ma io rispondo,
    che quanto facile mi sarebbe stato il renderle sulla scena pacificate,
    altrettanto  sarebbe  impossibile  dar  ad  intendere agli Uditori che
    fosse per essere la loro pacificazione durevole;  e desiderando io  di
    preferire la verit disaggradevole ad una deliziosa immaginazione,  ho
    voluto dar un esempio della costanza femminile nell'odio. Ci per non
    sar senza profitto di chi si trovasse nel caso. I Capi di famiglia si
    specchieranno nell'Antiquario, e trovandosi disattenti alle case loro,
    se  non  per  ragione  della  Galleria,   per  qualche  altra,   o  di
    conversazione,   o  di  giuoco,  potranno  rimediare  per  tempo  alle
    discordie domestiche,  alle pretensioni delle donne,  e soprattutto ai
    rapporti maligni della servit.















    PERSONAGGI.

    Il Conte Anselmo Terrazzani, dilettante di antichit;
    La Contessa Isabella, sua moglie;
    Il Conte Giacinto, suo figlio;
    Doralice, sposata al Conte Giacinto, figlia di Pantalone;
    Pantalone de' Bisognosi, ricco mercante veneziano;
    Il Cavaliere del Bosco;
    Il  dottore  Anselmi,   uomo  d'et  avanzata,  amico  della  Contessa
    Isabella;
    Colombina, cameriera della Contessa Isabella;
    Brighella, servitore del Conte Anselmo;
    Arlecchino, amico e paesano di Brighella;
    Pancrazio, intendente d'antichit;
    Servitori del Conte Anselmo.
    La scena si rappresenta in Palermo.






    ATTO PRIMO.


    SCENA PRIMA.
    Camera del Conte Anselmo,  con vari tavolini,  statue,  busti e  altre
    cose antiche.
    Il Conte Anselmo ad un tavolino, seduto sopra una poltrona, esaminando
    alcune medaglie, con uno scrigno sul tavolino medesimo; poi Brighella.

    Anselmo: Gran bella medaglia! questo  un Pescennio originale. Quattro
    zecchini? L'ho avuto per un pezzo di pane.
    Brighella: Lustrissimo (con vari fogli in mano).
    Anselmo: Guarda,  Brighella,  se hai veduto mai una medaglia pi bella
    di questa.
    Brighella: Bellissima. De medaggie no me ne intendo troppo, ma la sar
    bella.
    Anselmo: I Pescenni sono rarissimi; e questa pare coniata ora.
    Brighella: Gh' qua ste do polizze...
    Anselmo: Ho fatto un bell'acquisto.
    Brighella: Comndela, che vada via?
    Anselmo: Hai da dirmi qualche cosa?
    Brighella: Gh'ho qua ste do  polizze.  Una  del  mercante  da  vin,  e
    l'altra de quello della farina.
    Anselmo: Gran bella testa! Gran bella testa! (osservando la medaglia).
    Brighella:  I  x qua de fra,  i voleva intrar,  ma gh'ho dito che la
    dorme.
    Anselmo:  Hai  fatto  bene.  Non  voglio  essere  disturbato.   Quanto
    avanzano?
    Brighella: Uno sessanta scudi, e l'altro cento e trenta.
    Anselmo:  Tieni questa borsa,  pgali,  e mndali al diavolo (leva una
    borsa dallo scrigno).
    Brighella: La sar servida (parte).
    Anselmo: Ora posso sperare di fare la collana perfetta degl'imperatori
    romani. Il mio museo a poco a poco si render famoso in Europa.
    Brighella: Lustrissimo (torna con altri fogli).
    Anselmo: Che cosa c'?  Se venisse quell'Armeno con  i  cammi,  fallo
    passare immediatamente.
    Brighella: Benissimo; ma son capitadi altri tre creditori: el mercante
    de' panni, quel della tela, e el padron de casa che vuol l'affitto.
    Anselmo: E ben, pgali e mndali al diavolo.
    Brighella: Da qua avanti no la sar tormentada dai creditori.
    Anselmo: Certo che no.  Ho liberate tutte le mie entrate. Sono padrone
    del mio.
    Brighella: Per la confidenza che vossustrissima se degna  de  donarme,
    ardisso  dir  che  l'ha fatto un bon negozio a maridar l'illustrissimo
    signor contin, suo degnissimo fiol, con la fia del sior Pantalon.
    Anselmo: Certo che i ventimila scudi di dote,  che m  ha  portato  in
    casa  in  tanti  bei  denari contanti,   stato il mio risorgimento Io
    aveva ipotecate, come sai, tutte le mie rendite.
    Brighella: Za che la x in pagar debiti,  la sappia che,  co vago fra
    de casa,  no me posso salvar: quattro ducati qua,  tre l; a chi dise
    lire, a chi otto, a chi si; s'ha da dar a un mondo de botteghieri.
    Anselmo: E bene, che si paghino,  che si paghino.  Se quella borsa non
    basta, vi  ancor questa, e poi  finito (mostra un'altra borsa, che 
    nello scrigno).
    Brighella: De ventimile scudi no la ghe n' ha altri?
    Anselmo:  Per  dir  tutto  a  te,  che sei il mio servitor fedele,  ho
    riposto duemila scudi per  il  mio  museo,  per  investirli  in  tante
    statue, in tante medaglie.
    Brighella: La me perdona; ma buttar via tanti bezzi in ste cosse...
    Anselmo: Buttar via? Buttar via? Ignorantaccio! Senti se vuoi avere la
    mia  protezione,  non  m  parlar  mai  contro  il  buon  gusto  delle
    antichit; altrimenti ti licenzier di casa mia.
    Brighella: Diseva cuss, per quello che sento a dir in casa; per altro
    accordo anca m,  che el studio delle medaggie l' da omeni letterati;
    che sto diletto  da cavalier nobile e de bon gusto;  e che son sempre
    ben spesi quei denari che contribuisce all'onor  della  casa  e  della
    citt. (El vol esser adul? bisogna adularlo) (parte).


    SCENA SECONDA.
    Il Conte Anselmo solo.

    Anselmo:  Bravo.   Brighella    un  servitore  di  merito.   Ecco  un
    bell'anello etrusco.  Con questi anelli gli antichi Toscani  sposavano
    le  loro  donne.  Quanto pagherei avere un lume eterno,  di quelli che
    ponevano i Gentili nelle sepolture de' morti! Ma a forza d'oro, l'avr
    senz'altro.


    SCENA TERZA.
    La Contessa Isabella e detto.

    Isabella: (Ecco qui la solita pazzia delle medaglie!)
    Anselmo: Oh, Contessa mia, ho fatto il bell'acquisto!  Ho ritrovato un
    Pescennio.
    Isabella: Voi colla vostra gran mente fate sempre de' buoni acquisti.
    Anselmo: Direste forse che non  vero?
    Isabella:  Si,    verissimo.  Avete  fatto  anche  l'acquisto  di una
    nobilissima nuora.
    Anselmo: Che! sono stati cattivi ventimila scudi?
    Isabella: Per il vilissimo prezzo di ventimila scudi avete sacrificato
    il tesoro della nobilt.
    Anselmo: Eh via,  che l'oro non prende macchia.  Siam nati  nobili,  e
    siamo  nobili,  e  una  donna  venuta  in casa per accomodare i nostri
    interessi, non guasta il sangue delle nostre vene.
    Isabella: Una mercantessa mia nuora? Non lo soffrir mai.
    Anselmo: Ors, non m rompete il capo.  Andate via,  che ho da mettere
    in ordine le mie medaglie.
    Isabella: E il mio gioiello quando me lo riscuotete?
    Anselmo: Subito. Anche adesso, se volete.
    Isabella: L'ebreo lo ha portato, ed  in sala che aspetta.
    Anselmo: Quanto vi vuole?
    Isabella: Cento zecchini coll'usura.
    Anselmo: Eccovi cento zecchini. Ehi! sono di quelli della mercantessa.
    Isabella: Non m nominate colei.
    Anselmo: Se temete che vi sporchino le mani nobili, lasciateli stare.
    Isabella: Date qua, date qua (li prende).
    Anselmo: Volesse il cielo che avessi un altro figliuolo.
    Isabella: E che vorreste fare?
    Anselmo:  Un'altra  intorbidata  alla  purezza  del  sangue  con altri
    ventimila scudi.
    Isabella: Animo vile!  Vi lasciate contaminar dal denaro?  Mi vergogno
    di essere vostra moglie.
    Anselmo: Quanto sarebbe stato meglio, che voi ancora m aveste portato
    in casa meno grandezze e pi denari.
    Isabella: Ors, non entriamo in ragazzate. Ho bisogno di un abito
    Anselmo: Benissimo. Farlo!
    Isabella: Per la casa abbisognano cento cose.
    Anselmo: Ors,  tenete.  Questi,  con i cento zecchini che vi ho dato,
    sono quattrocento zecchini.  Fate quel che bisogna  per  voi,  per  la
    casa,  per  la  sposa.  Io non me ne voglio impacciare.  Lasciatemi in
    pace, se potete. Ma ehi! questi denari sono della mercantessa.
    Isabella: Il fate apposta per farmi arrabbiare.
    Anselmo: Senza di lei la faremmo magra.
    Isabella: In grazia delle vostre medaglie.
    Anselmo: In grazia della vostra albaga.
    Isabella: Io son chi sono.
    Anselmo: Ma senza questi non si fa niente (accenna i denari).
    Isabella: Avvertite bene, che Doralice non venga nelle mie camere
    Anselmo: Chi? vostra nuora?Isabella: Mia nuora, mia nuora,  giacch il
    diavolo vuol cos (parte).


    SCENA QUARTA.
    II Conte Anselmo solo.

    Anselmo:  E'  pazza,  e  pazza la poverina.  Prevedo che fra suocera e
    nuora vi voglia essere il solito divertimento.  Ma io  non  ci  voglio
    pensare.  Voglio attendere alle mie medaglie, e se si vogliono rompere
    il capo,  lo facciano,  che  non  m'importa.  Non  posso  saziarmi  di
    rimirare  questo Pescennio!  E questa tazza di diaspro orientale non 
    un tesoro?  Io credo senz'altro sia quella in cui Cleopatra stempr la
    perla alla famosa cena di Marcantonio.


    SCENA QUINTA.
    Doralice e detto.

    Doralice: Serva, signor suocero.
    Anselmo:  Schiavo,   nuora,   schiavo.   Ditemi,  v'intendete  voi  di
    anticaglie?
    Doralice: S,signore, me n'intendo.
    Anselmo: Brava! me ne rallegro; e come ve n'intendete?
    Doralice: Me n'intendo,  perch tutte  le  mie  gioje,  tutti  i  miei
    vestiti sono anticaglie.
    Anselmo:  Brava!  spiritosa!  Vostro  padre  prima di maritarvi doveva
    vestirvi alla moda.
    Doralice: Lo avrebbe fatto,  se voi non  aveste  preteso  i  ventimila
    scudi  in  denari  contanti,  e  non  aveste  promesso di farmi il mio
    bisogno per comparire.
    Anselmo: Ors,  lasciatemi un po' stare;  non ho tempo da  perdere  in
    simili frascherie.
    Doralice: Vi pare una bella cosa,  che io non abbia nemmeno un vestito
    da sposa?
    Anselmo: Mi pare che siate decentemente vestita.
    Doralice: Questo  l'abito ch'io aveva ancor da fanciulla.
    Anselmo:  E,  perch  siete  maritata,  non  vi  sta  bene?  Anzi  sta
    benissimo, e quando occorrer, si allargher.
    Doralice: Non  vostro decoro, ch'io vada vestita come una serva.
    Anselmo: (Non darei questa medaglia per cento scudi)
    Doralice: Finalmente ho portato in casa ventimila scudi.
    Anselmo: (A compir la collana m mancano ancora sette medaglie).
    Doralice:  Avete  voluto  fare il matrimonio in privato,  ed io non ho
    detto niente.
    Anselmo: (Queste sette medaglie le trover).
    Doralice: Non avete invitato nessuno de' miei parenti; pazienza.
    Anselmo: (Vi sono ancora duemila scudi, le trover).
    Doralice: Ma ch'io debba  stare  confinata  in  casa,  perch  non  ho
    vestiti da comparire,  una indiscretezza.
    Anselmo: (Oh,  son pur annoiato!). Andate da vostra suocera, ditele il
    vostro bisogno;  a lei ho dato l'incombenza: ella far quello che sar
    giusto.
    Doralice:  Con  la  signora suocera non voglio parlare di queste cose;
    ella non m vede di buon occhio. Vi prego, datemi voi il denaro per un
    abito, che io penser a provvederlo.
    Anselmo: Denaro io non ne ho.
    Doralice: Non ne avete?  I ventimila scudi dove  sono  andati?  (parla
    sempre flemmaticamente).
    Anselmo: A voi non devo rendere questi conti.
    Doralice:  Li  renderete  a  mio  marito.  La  dote    sua,  voi  non
    gliel'avete a mangiare.
    Anselmo: E lo dite con questa flemma?
    Doralice: Per dir la sua ragione,  non vi  bisogno  di  scaldarsi  il
    sangue.
    Anselmo: Ors,  fatemi il piacere, andate via di qua; che se il sangue
    non si scalda a voi, or ora si scalda a me.
    Doralice: Mi maraviglio di mio marito.  E un  uomo  ammogliato,  e  si
    lascia strapazzare Cos.
    Anselmo: Per carit, andate via.


    SCENA SESTA.
    Il Conte Giacinto e detti.

    Giacinto: Ha ragione mia moglie, ha ragione; una sposa non va trattata
    cos.
    Anselmo: (Uh, povere le mie medaglie!).
    Giacinto: Nemmeno un abito?
    Anselmo: Andate da vostra madre, le ho dato quattrocento zecchini.
    Giacinto: Voi, signor padre, siete il capo di casa.
    Anselmo: Io non posso abbadare a tutto.
    Giacinto: Maledette quelle anticaglie!
    Doralice: Dei ventimila scudi dice che non ne ha pi.
    Giacinto: Non ne ha pi? Dove sono andati?
    Doralice: Per me non si  speso un soldo.
    Giacinto: Io non ho avuto un quattrino.
    Doralice: Signor suocero, come va questa faccenda?
    Giacinto:  Signor  padre,  ho  moglie,  sono  obbligato a prevedere il
    futuro.
    Anselmo: (Non posso pi, non posso pi;  ho tanto di testa;  non posso
    pi) (prende le medaglie, le mette nello scrigno, e le porta via).


    SCENA SETTIMA.
    Il Conte Giacinto e Doralice.

    Doralice: Che ne dite, eh? Ci ha data questa bella risposta.
    Giacinto: Che volete ch'io dica? Le medaglie lo hanno incantato.
    Doralice: Se egli  incantato, non siate incantato voi.
    Giacinto: Cosa m consigliereste di fare?
    Doralice: Dir le vostre e le mie ragioni.
    Giacinto:  Finalmente   mio padre;  non posso e non deggio mancare al
    dovuto rispetto.
    Doralice: Avete sentito?  Vostra madre  ha  quattrocento  zecchini  da
    spendere. Fate che ne spenda ancora per me.
    Giacinto: Sar difficile cavarglieli dalle mani.
    Doralice: Se non vuol colle buone, obbligatela colle cattive.
    Giacinto: E' mia madre.
    Doralice: E io son vostra moglie.
    Giacinto: Vi vorrei pur vedere in pace.
    Doralice: E' difficile.
    Giacinto: Ma perch?
    Doralice: Perch ella  troppo superba.
    Giacinto: E voi convincetela coll'umilt.  Sentite,  Doralice mia, due
    donne che gridano,  sono come due  porte  aperte,  dalle  quali  entra
    furiosamente il vento; basta chiuderne una, perch il vento si moderi.
    Doralice: La mia collera  un vento, che in casa non fa rumore.
    Giacinto: S  vero;   un vento leggiero; ma tanto fino ed acuto, che
    penetra nelle midolle dell'ossa.
    Doralice: Vuol atterrar tutti colla sua furia.
    Giacinto: E voi non vi perdete colla vostra flemma.
    Doralice: Sempre mette in campo la sua nobilt.
    Giacinto: E voi la vostra dote.
    Doralice: La mia dote  vera.
    Giacinto: E la sua nobilt non  una cosa ideale.
    Doralice: Dunque date ragione a vostra madre, e date torto a me?
    Giacinto: Vi do ragione, quando l'avete.
    Doralice: Ho forse torto a pretendere d'esser vestita decentemente?
    Giacinto: No,  ma per mia madre desidero che abbiate un  poco  pi  di
    rispetto.
    Doralice: Ors, sapete che far? Per rispettarla, per non inquietarla,
    ander a star con mio padre.
    Giacinto: Vedete,  ecco il vento leggiero leggiero,  ma fino ed acuto.
    Con tutta placidezza vorreste fare la peggior cosa del mondo.
    Doralice: Farei s gran male a tornar con mio padre?
    Giacinto: Fareste malissimo a lasciare il marito.
    Doralice: Potete venire ancor voi.
    Giacinto: Ed io farei peggio ad uscire di casa mia.
    Doralice: Dunque stiamo qui, e tiriamo avanti Cos.
    Giacinto: E' poco che siete in casa.
    Doralice: Dal buon mattino si conosce qual esser debba essere la buona
    sera.
    Giacinto: Mia madre vi prender amore.
    Doralice: Non lo credo.
    Giacinto: Procurate di farvi ben volere.
    Doralice: E' impossibile con quella bestia.
    Giacinto: Bestia a mia madre?
    Doralice: Si, bestia;  una bestia.
    Giacinto: E lo dite con quella flemma?
    Doralice: Io non m voglio scaldare il sangue.
    Giacinto: Cara Doralice, abbiate giudizio.
    Doralice: Ne ho anche troppo.
    Giacinto: Via, se m volete bene, regolatevi con prudenza.
    Doralice: Fate che  io  abbia  quello  che  m  si  conviene,  e  sar
    pazientissima.
    Giacinto: Il merito della virt consiste nel soffrire.
    Doralice: S, soffrir, ma voglio un abito.
    Giacinto: L'avrete, l'avrete.
    Doralice:  Lo  voglio,  se  credessi che me ne andasse la testa.  Sono
    impuntata, lo voglio.
    Giacinto: Vi dico che lo avrete.
    Doralice: E presto lo voglio, presto.
    Giacinto: Or ora vado per il mercante.  (Bisogna  in  qualche  maniera
    acquietarla).
    Doralice: Dite: che abito avete intenzione di farmi?
    Giacinto: Vi far un abito buono.
    Doralice: M'immagino vi sar dell'oro o dell'argento.
    Giacinto: E se fosse di seta schietta, non sarebbe a proposito?
    Doralice:  Mi  pare  che  ventimila  scudi di dote possano meritare un
    abito con un poco d'oro.
    Giacinto: Via, vi sar dell'oro.
    Doralice: Mandatemi la cameriera, ch le voglio ordinare una cuffia.
    Giacinto: Sentite: anche con Colombina siate tollerante.  E' cameriera
    antica  di casa;  mia madre le vuol bene,  e pu mettere qualche buona
    parola.
    Doralice: Che! Dovr aver soggezione anche della cameriera? Mandatela,
    mandatela, ch ne ho bisogno.
    Giacinto: La  mando  subito.  (Sto  fresco.  Madre  collerica,  moglie
    puntigliosa:  due  venti  contrari.  Voglia  il cielo che non facciano
    naufragare la casa) (parte).


    SCENA OTTAVA.
    Doralice e poi Colombina.

    Doralice:  Oh,   in  quanto  a  questo  poi  non  m  voglio   lasciar
    soverchiare.  La  mia ragione la voglio dir certamente.  Mio marito si
    maraviglia,  perch dico l'animo mio senza alterarmi.  Mi pare di  far
    meglio cos.  Chi va pazzamente in collera, pregiudica alla sua salute
    e fa rider i suoi nemici.
    Colombina: Il signor Contino m ha detto che la padrona m domanda, ma
    non la vedo. E' forse andata via?
    Doralice: Io sono la padrona che ti domanda.
    Colombina: Oh!  m perdoni,  la mia padrona  l''illustrissima signora
    Contessa.
    Doralice: Io in questa casa non son padrona?
    Colombina: Io servo la signora Contessa.
    Doralice: Per domani m farai una cuffia.
    Colombina: Davvero che non posso servirla.
    Doralice: Perch?
    Colombina: Perch ho da fare per la padrona.
    Doralice:  Padrona  sono anch'io,  e voglio essere servita,  o ti far
    cacciar via.
    Colombina: Sono dieci anni ch'io sono in questa casa.
    Doralice: E che vuoi dire per questo?
    Colombina: Voglio dire che forse non le riuscir di farmi andar via.
    Doralice: Villana! Malcreata!
    Colombina: Io villana? Lei non m conosce bene, signora.
    Doralice: Oh, chi  vossignoria?  Me lo dica,  acci non manchi al mio
    debito.
    Colombina:  Mio  padre  vendeva  nastri e spille per le strade.  Siamo
    tutti mercanti.
    Doralice: Siamo tutti mercanti!  Non vi  differenza da uno che va per
    le strade, a un mercante di piazza?
    Colombina: La differenza consiste in un poco di danari.
    Doralice: Sai, Colombina, che sei una bella impertinente?
    Colombina: A me,  signora,  impertinente? A me che sono dieci anni che
    sono in questa casa, che sono pi padrona della padrona medesima?
    Doralice: A te, s, a te; e se non m porterai rispetto, vedrai quello
    che far.
    Colombina: Che cosa farete?
    Doralice: Ti dar uno schiaffo (glielo d, e parte).


    SCENA NONA.
    Colombina sola.

    Colombina: A me uno schiaffo? Me lo d, e poi dice: te lo dar? Cos a
    sangue freddo,  senza scaldarsi?  Non me l'aspettavo mai.  Ma giuro al
    cielo,  m vendicher. La padrona lo sapr. Toccher a lei vendicarmi.
    Sono dieci anni che sto in casa sua.
    Senza di me non pu  fare;  e  non  m  vorr  perdere  assolutamente.
    Maladetta! uno schiaffo? Se me l'avesse dato la padrona, che  nobile,
    lo soffrirei. Ma da una mercante non lo posso soffrire (parte).


    SCENA DECIMA.
    Camera della Contessa Isabella.
    La Contessa Isabella, poi il Conte Giacinto.

    Isabella: Questa signora nuora e un'acqua morta,  che a poco a poco si
    va dilatando;  e s'io non vi riparo per  tempo,  ci  affogher  quanti
    siamo.  Ho  osservato  che ella tratta volentieri con tutti quelli che
    praticano in questa casa; e m pare che vada acquistando credito.  Non
     gi che sia bella;  ma la giovent, la novit, l'opinione, pu tirar
    gente dal suo partito. In casa mia non voglio essere soverchiata.  Non
    sono ancora in et da cedere l'armi al tempio.
    Giacinto: Riverisco la signora madre.
    Isabella: Buon giorno.
    Giacinto: Che avete, signora, che m parete turbata?
    Isabella: Povero figlio! tu sei sagrificato.
    Giacinto: Io sagrificato? Perch?
    Isabella: Tuo padre, tuo padre ti ha assassinato.
    Giacinto: Mio padre? Che cosa m ha fatto?
    Isabella: Ti ha dato una moglie che non  degna di te.
    Giacinto:  In  quanto  a  mia  moglie,  ne  sono contentissimo;  l'amo
    teneramente, e ringrazio il cielo d'averla avuta.
    Isabella: E la tua nobilt?
    Giacinto: La  nostra  nobilt  era  in  pericolo,  senza  la  dote  di
    Doralice.
    Isabella: Si poteva trovare una ricca che fosse nobile.
    Giacinto:  Era difficile,  nel disordine in cui si ritrovava la nostra
    casa.
    Isabella: Con questi sentimenti non m comparir pi davanti.
    Giacinto: Signora, sono venuto da voi per un affar di rilievo.
    Isabella: Come sarebbe a dire?
    Giacinto: A una sposa, che ha portato in casa ventimila scudi, m pare
    che sia giusto di far un abito.
    Isabella: Per quel che deve fare,  vestita anche troppo bene.
    Giacinto: Se non le si fa un abito buono,  io non la posso condurre in
    veruna conversazione.
    Isabella: Che? La vorresti condurre nelle conversazioni? Un bell'onore
    che faresti alla nostra famiglia. Se le faranno un affronto, la nostra
    casa vi andr di mezzo.
    Giacinto: Dovr dunque star sempre in casa?
    Isabella: Signor s,  signor s, sempre in casa. Ritirata, senza farsi
    vedere da chi che sia.
    Giacinto: Ma tutti sanno che Doralice  mia moglie; gli amici verranno
    a visitarla; alcune dame me l'hanno detto.
    Isabella: Chi  vuol  venire  in  questa  casa,  ha  da  mandare  a  me
    l'ambasciata.  Io sono la padrona;  e chiunque ardir venirci senza la
    mia intelligenza, ritrover la porta serrata.
    Giacinto: Via,  si far tutto quello che  voi  volete.  Ma  anch'ella,
    poverina, bisogna contentarla. Bisogna farle un abito.
    Isabella:  Per  contentar lei,  niente affatto;  ma per te,  perch ti
    voglio bene,  lo faremo.  Di che  cosa  lo  vuoi?  Di  baracane  o  di
    cambellotto?
    Giacinto: Diavolo! vi pare che questa sia roba da dama?
    Isabella: Colei non  nata dama.
    Giacinto: E' mia moglie.
    Isabella: Ebbene, di che vorresti che si facesse?
    Giacinto: D'un drappo moderno con oro o con argento.
    Isabella: Sei pazzo? Non si gettano i denari in questa maniera.
    Giacinto: Ma, finalmente, m pare di poterlo pretendere.
    Isabella:  Che  cos'  questo pretendere?  Questa parola non l'hai pi
    detta a tua madre.  Ecco i frutti delle belle lezioni della tua sposa.
    Fraschetta, fraschetta!
    Giacinto: Ma che ha da fare quella povera donna in questa casa?
    Isabella: Mangiare,  bere,  lavorare e allevare i figliuoli, quando ne
    avr.
    Giacinto: Cos non pu durare.
    Isabella: O cos, o peggio.
    Giacinto: Signora madre, un poco di carit.
    Isabella: Signor figliuolo, un poco pi di giudizio.
    Giacinto: Fatele quest'abito, se m volete bene.
    Isabella: Prendi, ecco sei zecchini, pensa tu a farglielo.
    Giacinto: Sei zecchini? Fatelo alla vostra serva (parte).


    SCENA UNDICESIMA.
    La Contessa Isabella, poi il Dottore.

    Isabella:    E'    diventato    un    bell'umorino    costui.    Causa
    quell'impertinente di Doralice.
    Dottore: Con permissione; posso venire? (di dentro).
    Isabella: Venite, Dottore, venite.
    Dottore: Fo riverenza alla signora Contessa.
    Isabella: E' qualche tempo che non vi lasciate vedere.
    Dottore: Ho avuto in questi giorni di molti affari.
    Isabella: Eh! le amicizie vecchie si raffreddano un poco per volta.
    Dottore:  Oh  signora,  m  perdoni.  La non pu dire Cos.  Dal primo
    giorno che ella m ha onorato della sua buona grazia, non pu dire che
    io abbia mancato di servirla in tutto quello che ho potuto.
    Isabella: Datemi quella sedia.
    Dottore: Subito la servo (le porta una sedia).
    Isabella: Avete tabacco? (sedendo).
    Dottore: Per dirla, m sono scordato della tabacchiera.
    Isabella: Guardate in quel  cassettino,  che  vi    una  tabacchiera;
    portatela qui.
    Dottore: S signora (va a prendere la tabacchiera).
    Isabella: (Mi piace il dottore,  perch conosce i suoi doveri;  non fa
    come quelli che, quando hanno un poco di confidenza, se ne prendono di
    soverchio).
    Dottore: Eccola (presenta la tabacchiera alla Contessa).
    Isabella: Sentite questo tabacco (gli offerisce il tabacco).
    Dottore: Buono per verit.
    Isabella: Tenete, ve lo dono.
    Dottore: Anche la tabacchiera?
    Isabella: S, anche la tabacchiera.
    Dottore: Oh! le sono bene obbligato.
    Isabella: Oggi starete a pranzo con me.
    Dottore: Mi fa  troppo  onore.  Ho  piacere,  cos  vedr  la  signora
    Doralice, che non ho mai veduta.
    Isabella: Non m parlate di colei.
    Dottore: Perch,  signora? E' pure la moglie del signor Contino di lei
    figliuolo.
    Isabella: Se l'ha presa, che se la goda.
    Dottore: E' vero ch'ella non  nobile;  ma gli ha  portato  una  bella
    dote.
    Isabella: Oh! anche voi m rompete il capo con questa dote.
    Dottore: La non vada in collera, non parlo pi.
    Isabella: Che cos'ha portato?
    Dottore: Oh! che cos'ha portato? Quattro stracci.
    Isabella: Non era degna di venire in questa casa.
    Dottore: Dice bene,  la non era degna. Io m sono maravigliato, quando
    ho sentito concludere un tal matrimonio.
    Isabella: Mi vengono i rossori sul viso.
    Dottore: La compatisco. Non lo doveva mai accordare.
    Isabella: Ma voi pure avete consigliato a farlo.
    Dottore: Io? non me ne ricordo.
    Isabella: M'avete detto che la nostra casa era  in  disordine,  e  che
    bisognava pensare a rimediarvi.
    Dottore: Pu essere ch'io l'abbia detto.
    Isabella: Mi avete fatto vedere che i ventimila scudi di dote potevano
    rimetterla in piedi.
    Dottore: L'avr detto; e infatti il signor Conte ha ricuperato tutti i
    suoi beni, ed io ho fatto l'istrumento.
    Isabella: L'entrate dunque sono libere?
    Dottore: Liberissime
    Isabella:  Non  si  pener  pi  di  giorno in giorno.  Non avremo pi
    occasione d'incomodare gli amici.  Anche voi,  caro dottore,  m avete
    pi volte favorita. Non me ne scordo.
    Dottore: Non parliamo di questo. Dove posso, la m comandi.


    SCENA DODICESIMA.
    Colombina e detti.

    Colombina:  Signora  padrona,    qui  il  signor  cavaliere del Bosco
    (mesta, quasi piangendo).
    Isabella: Andate, andate, ch viene il signor Cavaliere (al Dottore).
    Dottore: Perdoni, non ha detto ch'io resti?...
    Isabella: Chi v'ha insegnato la creanza?  Quando vi dico che  andiate,
    dovete andare.
    Dottore: Pazienza. Ander. Le son servitore (partendo).
    Isabella: Ehi! A pranzo vi aspetto.
    Dottore: Ma se ella va in collera cos presto...
    Isabella: Manco ciarle. Andate, e venite a pranzo.
    Dottore: (Sono tanti anni che pratico in questa casa,  e non ho ancora
    imparato a conoscere il suo temperamento) (parte).


    SCENA TREDICESIMA.
    La Contessa Isabella e Colombina.

    Isabella: E' il signor cavaliere?
    Colombina: Signora si (mesta come sopra).
    Isabella: Da Doralice vi  stato nessuno?
    Colombina: Signora no (come sopra).
    Isabella: Che hai che piangi? (a Colombina)
    Colombina: La signora Doralice m ha dato uno schiaffo.
    Isabella: Come? Che dici? Colei ti ha dato uno schiaffo?  Uno schiaffo
    alla mia cameriera? Perch? Cntami: com' stato?
    Colombina: Perch m diceva che ella  la padrona;  che Vossustrissima
    non conta pi niente,  che    vecchia.  Io  m  sono  riscaldata  per
    difendere la mia padrona, ed ella m ha dato uno schiaffo (piangendo).
    Isabella: Ah!  indegna,  petulante,  sfacciata.  Me la pagher,  me la
    pagher. Giuro al cielo, me la pagher.


    SCENA QUATTORDICESIMA.
    Il Cavaliere Del Bosco e dette.

    Cavaliere: Permette la signora Contessa?
    Isabella: Cavaliere, siete venuto a tempo. Ho bisogno di voi.
    Cavaliere: Comandate, signora. Disponete di me.
    Isabella: Se m siete veramente amico, ora  tempo di dimostrarlo.
    Cavaliere: Far tutto per obbedirvi.
    Isabella: Doralice, che per mia disgrazia  sposa di mio figliuolo, m
    ha gravemente offesa; pretendo le mie soddisfazioni,  e le voglio.  Se
    lo  dico  a  mio  marito,  egli   uno stolido che non sa altro che di
    medaglie. Se lo dico a mio figlio,   innamorato della moglie e non m
    abbader. Voi siete cavaliere voi siete il mio pi confidente, tocca a
    voi sostenere le mie ragioni.
    Cavaliere: In che consiste l'offesa?
    Colombina: Ha dato uno schiaffo a me.
    Cavaliere: Non vi  altro male?
    Isabella: Vi par poco dare uno schiaffo alla mia cameriera?
    Colombina: Sono dieci anni ch'io servo in questa casa.
    Cavaliere: Non m pare motivo per accendere un s gran fuoco.
    Isabella: Ma bisogna sapere perch l'ha fatto.
    Colombina: Oh! qui sta il punto.
    Cavaliere: Via, perch l'ha fatto?
    Isabella:  Tremo  solamente in pensarlo.  Non posso dirlo.  Colombina,
    diglielo tu.
    Colombina: Ha detto che la mia padrona non comanda pi.
    Isabella: Che vi pare? (al Cavaliere).
    Colombina: Ha detto che  vecchia...
    Isabella: Zitto,  bugiarda;  non ha detto cos.  Pretende  voler  ella
    comandare.  Pretende essere a me preferita,  e perch la mia cameriera
    tiene da me, le d uno schiaffo!
    Cavaliere: Signora Contessa, non facciamo tanto rumore.
    Isabella: Come? dovr dissimulare un'offesa di questa sorta?  E voi me
    lo consigliereste?  Andate,  andate,  che siete un mal cavaliere; e se
    non volete voi abbracciare l'impegno,  ritrover chi avr pi spirito,
    chi avr pi convenienza di voi.
    Cavaliere: (Bisogna secondarla). Cara Contessa, non andate in collera;
    ho  detto  cos  per  acquietarvi  un  poco;   per  altro  l'offesa  
    gravissima, e merita risarcimento.
    Isabella: Dare uno schiaffo alla mia cameriera?
    Cavaliere: E' una temerit intollerabile.
    Isabella: Dir ch'io non comando pi?
    Cavaliere: E' una petulanza. E poi dire che siete vecchia?
    Isabella: Questo vi dico che non l'ha detto; non lo poteva dire, e non
    l'ha detto.
    Colombina: L'ha detto, in coscienza mia.
    Isabella: Va via di qua.
    Colombina: E ha detto di pi: che avete da stare accanto al fuoco.
    Isabella: Va via di qua; sei una bugiarda.
    Colombina: Se non  vero, m caschi il naso.
    Isabella: Va via, o ti bastono.
    Colombina: Se non l'ha detto, possa crepare (parte).


    SCENA QUINDICESIMA.
    La Contessa Isabella e il Cavaliere Del Bosco.

    Isabella: Non le credete: Colombina dice delle bugie.
    Cavaliere: Dunque non sar vero nemmeno dello  schiaffo.Isabella:  Oh!
    lo schiaffo poi gliel'ha dato. Cavaliere: Lo sapete di certo?
    Isabella:  Lo so di certo.  E qui bisogna pensare a farmi avere le mie
    soddisfazioni.
    Cavaliere: Ci penser.  Studier l'articolo,  e vedr qual compenso si
    pu trovare, perch siate soddisfatta.
    Isabella: Ricordatevi ch'io son dama, ed ella no.
    Cavaliere: Benissimo.
    Isabella: Ch'io sono la padrona di casa.
    Cavaliere: Dite bene. E che anche per ragione d'et vi si deve maggior
    rispetto.
    Isabella:  Come  c'entra  l'et?  Per questo capo non pretendo ragione
    alcuna.
    Cavaliere: Voglio dire...
    Isabella: M'avete inteso.  Ditelo  al  Conte  mio  marito,  ditelo  al
    Contino mio figlio,  ch'io voglio le mie soddisfazioni,  altrimenti so
    io quel che far. Cavaliere, vi attendo colla risposta (parte).
    Cavaliere: Poco m costa secondar l'umore di questa pazza,  tanto  pi
    che  con questa occasione spero introdurmi dalla signora Doralice,  la
    quale  pi giovine ed  pi bella (parte).


    SCENA SEDICESIMA.
    Salotto nell'appartamento del Conte Anselmo.
    Brighella ed Arlecchino vestito all'armena, con barba finta.

    Brighella: Cuss,  come ve diseva,  el me padron l' impazzido per  le
    antichit;  el tl tutto,  el crede tutto; el butta via i so denari in
    cosse ridicole, in cosse che no val niente.
    Arlecchino: Cossa avi intenzion? Che el me tga m per un'antigja?
    Brighella: V'ho vestido con sti abiti,  e v'ho fatto metter sta barba,
    per condurve dal me padron,  dargh da intender che si un antiquario, e
    farghe comprar tutte quelle strazzare che v'ho d.  E po i denari  li
    spartirem met per uno.
    Arlecchino:  Ma se el signor cont me scovre,  e inveze de denari el me
    favorisse delle bastonade, le spartiremo met per un?
    Brighella: Nol v'ha mai visto; nol ve conosce. E po, co sta barba e co
    sti abiti par un armeno d'Armenia.
    Arlecchino: Ma se d'Armenia no so parlar!
    Brighella: Ghe vol tanto a finzer  de  esser  armeno?  Gnanca  lu  nol
    l'intende quel linguagio;  basta terminar le parole in ira,  in ara, e
    el ve crede un armeno italian.
    Arlecchino: Volra, vedra, comprra; dghia ben?
    Brighella: Benissimo.  Arecordve i nomi che v'ho dito per vendergh le
    rarit, e faremo pulito!
    Arlecchino: Un gran ben che ghe vol al voster padron!
    Brighella:  Ve dir.  Ho procur de illuminarlo,  de disingannarlo: ma
    nol vl.  El butta via i so denari con questo e con quello;  za che la
    casa se brusa, me voi scaldar anca m.
    Arlecchino: Bravissim. Tutt sta che me recorda tutto.
    Brighella: Vard no fallar... Oh! eccolo che el vien.


    SCENA DICIASSETTESIMA.
    Il Conte Anselmo e detti.

    Brighella: Signor padron, l' qua l'armeno dalle antigggie.
    Anselmo:  Oh bravo!  Ha delle cose buone?BRIGHELLA Cosse belle!  cosse
    stupende!Anselmo: Amico, vi saluto (ad Arlecchino).
    Arlecchino: Saludara, patrugna cara. (Dghia ben?) (a Brighella).
    Brighella: (Pulito).
    Anselmo: Che avete di bello da mostrarmi?
    Arlecchino: (fa vedere un lume da  olio,  ad  uso  di  cucina)  Questo
    stara... stara. (cossa stara?) (piano a Brighella).
    Brighella: (Lume eterno) (piano ad Arlecchino).
    Arlecchino:  Stara  luma  lanterna,  trovata in Palmida de getto,  in
    sepolcro Bartolomeo.
    Anselmo: Cosa diavolo dice? Io non l'intendo.
    Brighella:  L'aspetta;  m  intendo  un  pochetto  l'armeno.  Aracapi,
    nicoscpi, ramarcat (finge parlare armeno).
    Arlecchino: La racarac,  taratapat,  baracac, curoc, carac (finge
    risponder armeno a Brighella).
    Brighella: Vedela?  Ho inteso tutto.  El dis che l'  un  lume  eterno
    trov nelle piramidi d'Egitto, nel sepolcro de Tolomeo.
    Arlecchino: Stara, stara.
    Anselmo: Ho inteso,  ho inteso.  (Oh che cosa rara! Se lo posso avere,
    non m scappa dalle mani). Quanto ne volete?
    Arlecchino: Vinta zecchina.
    Anselmo: Oh!   troppo.  Se me lo deste per  dieci,  ancor  ancora  lo
    prenderei.
    Arlecchino: No podra, no podra.
    Anselmo:  Finalmente...   non    una  gran  rarit.  (Oh!  lo  voglio
    assolutamente).
    Brighella: Volela che l'aggiusta m?
    Anselmo: (gli fa cenno con le mani che gli offerisca dodici zecchini).
    Brighella: Lamac, volench, calab?
    Arlecchino: Salamn, salamn, salam.
    Brighella: Curch, marads, chiribra?
    Arlecchino: Sarich, micn, tiribio.
    Anselmo: (Che linguaggio curioso! E Brighella l'intende!).
    Brighella: Sior padron, l' aggiustada.
    Anselmo: S, quanto?
    Brighella: Quattrdese zecchini
    Anselmo:  Non  vi    male.  Son  contento.  Galantuomo,   quattordici
    zecchini?
    Arlecchino: Stara, stara.
    Anselmo: S, stara, stara. Ecco i vostri denari (glie li conta).
    Arlecchino: Obbligra, obbligra.
    Anselmo: E se avera altra... altra... rara, portra.
    Arlecchino: Si, portra, vegnra, cuccra.
    Anselmo: Che cosa vuol dir cuccara? (a Brighella).
    Brighella: Vuol dir distinguer da un altro.
    Anselmo: Benissimo: se cuccra m, m cuccra ti (ad Arlecchino).
    Arlecchino: Mi cuccra ti, ma ti no cuccra m.
    Anselmo: Si, promettra.
    Brighella: Andara, andara.
    Arlecchino: Saludara. Patrugna (parte).
    Brighella: Aspettara, aspettara (vuol seguirlo).
    Anselmo: Senti (a Brighella).
    Brighella: La lassa che lo compagna... (in atto di andarsene).
    Anselmo: Ma senti (lo vuol trattenere).
    Brighella:  Vegnira,  vegnira.  Pl  esser  che  el gh'abbia qualcossa
    altro. (Maladetto! I m sette zecchini) (parte correndo).


    SCENA DICIOTTESIMA.
    Il Conte Anselmo, poi Pantalone.

    Anselmo: Gran fortuna  stata la mia!  Questa sorta d'antichit non si
    trova   cos  facilmente.   Gran  Brighella  per  trovare  i  mercanti
    d'antichit! Questo lume eterno l'ho tanto desiderato,  e poi trovarlo
    s raro!  Di quei d'Egitto?  Quello di Tolomeo? Voglio farlo legare in
    oro, come una gemma.
    Pantalone: Con grazia, se pl vegnir? (di dentro).
    Anselmo: E' il signor Pantalone? Venga, venga.
    Pantalone: Servitore umilissimo, sior Conte.
    Anselmo: Buon giorno, il mio caro amico. Voi che siete mercante,  uomo
    di mondo, e intendente di cose rare, stimatemi questa bella antichit.
    Pantalone:  La  me  ha  ben  in  concetto de un bravo mercante a farme
    stimar una luse da oggio!
    Anselmo: Povero signor Pantalone, non sapete niente.  Questo  il lume
    eterno del sepolcro di Tolomeo.
    Pantalone: (ride).
    Anselmo: S, di Tolomeo, ritrovato in una delle piramidi d'Egitto.
    Pantalone: (ride).
    Anselmo: Ridete, perch non ve n'intendete.
    Pantalone: Benissimo,  m son ignorante,  ella x virtuoso,  e non voi
    catar bega  su  questo.  Ghe  digo  ben  che  tutta  la  citt  se  fa
    maravggia,  che  un  cavalier  della  so  sorte perda el so tempo,  e
    sacrifica i so bezzi, in sta sorte de minchionerie.
    Anselmo: L'invidia fa  parlare  i  malevoli;  e  quei  stessi  che  m
    condannano in pubblico, m applaudiscono in privato.
    Pantalone:  No ghe nissun che gh'abbia invidia della so galleria,  che
    consiste in tun capital de strazze.  No gh' nissun che ghe  pensa  un
    bezzo  de  vederlo un'altra volta andar in malora;  ma m che gh'ho in
    sta casa mia fia;  m che gh'ho d el mio sangue,  non  posso  far  de
    manco  da no sentir con della passion le pasquinade che se fa della so
    mala condotta.
    Anselmo: Ognuno a questo mondo ha qualche divertimento. Chi gioca, chi
    va all'osteria; io ho il divertimento delle antichit.
    Pantalone: Me dispiase de mia fia, da resto no ghe penso un figo.
    Anselmo: Vostra figlia sta bene, e non le manca niente.
    Pantalone: No ghe manca gnente!  ma no la gh'ha gnanca un  strazzo  de
    abito d'andar fra de casa.
    Anselmo:  Sentite,   amico;  io  in  queste  cose  non  me  ne  voglio
    impicciare.
    Pantalone: Ma qua bisogna trovarghe remedio assolutamente.
    Anselmo: Andate da mia moglie,  parlate con lei,  intendetevi con lei,
    non m rompete il capo.
    Pantalone: E se no la ghe remedier la, ghe remedier m.
    Anselmo:  Lasciatemi in pace;  ho da badare alle mie medaglie,  al mio
    museo, al mio museo.
    Pantalone: Perch mia fia la x fia de un galantomo,  e la pl star al
    pari de chi se sia.
    Anselmo:  Io non so che cosa vi dite.  S che questo lume eterno  una
    gioja. Signor Pantalone, vi riverisco (parte).


    SCENA DICIANNOVESIMA.
    Pantalone, poi Doralice.

    Pantalone: Cus el me ascolta?  A so tempo se parleremo.  Ma vien  mia
    fia; bisogna regolarse con prudenza.
    Doralice: Caro signor padre, venite molto poco a vedermi.
    Pantalone:  Cara  fia;  sav  che gh'ho i m interessi.  E po no vegno
    tanto spesso, per no sentir pettegolezzi.
    Doralice: Quello che vi ho scritto in quel biglietto,   pur troppo la
    verit.
    Pantalone: Mo za, vu altre donne dis sempre la verit.
    Doralice: Dopo ch'io sono in questa casa, non ho avuto un'ora di bene.
    Pantalone: Vostro maro come ve trtelo?
    Doralice: Di lui non m posso dolere.  E' buono, m vuol bene e non m
    d mai un disgusto.
    Pantalone: Cossa volu de pi? No ve basta?
    Doralice: Mia suocera non m pu vedere.
    Pantalone:  And  colle  bone,   procur  de   segondarla,   dissimul
    qualcossa; f finta de no saver; f finta de no sentir. Col tempo anca
    la la ve vorr ben.
    Doralice: In casa tutti si vestono,  tutti spendono,  tutti godono, ed
    io niente.
    Pantalone: Abbi pazienzia; vegnir el zorno che star ben anca vu. S
    ancora novella in casa; gnancora no pod comandar.
    Doralice: Sino la cameriera m maltratta, e non m vuol obbedire.
    Pantalone: La x cameriera vecchia de casa.
    Doralice: Per le ho dato uno schiaffo.
    Pantalone: Gh'av d un schiaffo?
    Doralice: E come che gliel'ho dato! E buono!
    Pantalone: E me lo cont a m? e me lo dis co sta bella disinvoltura?
    Quattro zorni che s in sta casa, scomenz subito a menar le man, e po
    pretend che i ve voggia ben,  che i ve tratta ben e che i ve sodisfa?
    Me  maraveggio  dei fatti vostri;  se saveva sta cossa,  no ve vegniva
    gnanca a trovar.  Se el fumo della nobilt che  av  acquist  in  sta
    casa, ve va alla testa, consider un poco mggio quel che s, quel che
    s stada,  e quel che poderessi esser, se m no ve avesse volesto ben.
    S muggier de un conte,  s deventada contessa,  ma el titolo no basta
    per  farve  portar respetto,  quando no ve acquist l'amor della zente
    colla dolcezza e colla umilt. s stada una povera putta perch, co s
    nassua,  no gh'aveva i capitali che gh'ho in  ancuo,  e  col  tempo  e
    coll'industria i ho multiplicai pi per vu,  che per m. Consider che
    poderessi esser ancora una miserabile,  se vostro pare no avesse fatto
    quel  che  l'ha  fatto per vu.  Ringrazi el cielo del ben che gh'av.
    Port respetto ai vostri maggiori; si umile, si paziente,  si bona,
    e allora sar nobile, sar ricca, sar respettada.
    Doralice:  Signor  padre,  vi ringrazio dell'amorosa correzione che m
    fate.
    Pantalone: Vostra madonna sar in tutte le furie, e con rason.
    Doralice: Non so ancora se lo abbia saputo.
    Pantalone: Procur che no la lo sappia. E se mai la lo avesse savesto,
    recordve de far el vostro debito.
    Doralice: Qual  questo mio debito?
    Pantalone: And da vostra madonna, e domandeghe scusa.
    Doralice: Domandarle scusa poi non m par cosa da mia pari.
    Pantalone: No la ve par cossa da par vostro?  Cossa seu vu?  Chi  seu?
    Seu qualche principessa?  Povera sporca!  Via, via; s matta la vostra
    parte.
    Doralice: Non  andate  in  collera.  Le  domander  scusa.  Ma  voglio
    assolutamente che m faccia quest'abito.
    Pantalone:  Adesso,  dopo la strambara che av fatto,  no x tempo da
    domandarghelo.
    Doralice: Dunque star senza?  Dunque non ander in nessun luogo?  Sia
    maladetto quando sono venuta in questa casa.
    Pantalone: Via, vipera, via, subito maledir.
    Doralice: Ma se m veggio trattata peggio di una serva.
    Pantalone:  Ors,  vegn  qua;  per  sta  volta  voi  remediar  m sti
    desordini.  Tiol sti cinquanta zecchini;  fve el vostro bisogno;  ma
    recordeve ben che no senta mai pi reclami dei fatti vostri.
    Doralice: Vi ringrazio,  signor padre,  vi ringrazio.  Vi assicuro che
    non avrete a dolervi di me. Un'altra cosa m avreste a regalare, e poi
    non vi disturbo mai pi.
    Pantalone: Cossa vorressi, via, cossa vorressi?
    Doralice: Quell'orologio. Voi ne avete altri due.
    Pantalone: Voi contentarve anca in questo. Tiol.  (No gh'ho altro che
    sta putta).  Ma ve torno a dir, abbi giudizio e feve voler ben (le da
    il suo orologio d'oro).
    Doralice: Non dubitate; sentirete come m conterr.
    Pantalone: Via, cara fia, dme un poco de consolazion.  No gh'ho altri
    a sto mondo che ti.  Dopo la mia morte, ti sar parona de tutto. Tutte
    le mie strscie, tutte le mie fadighe le ho fatte per ti.  Co te vedo,
    me  consolo.  Co  so  che  ti sta ben,  vegno tanto fatto,  e co sento
    criori, pettegolezzi, me casca el cuor, me vien la morte, pianzo co fa
    un putello (piangendo parte).


    SCENA VENTESIMA.
    Doralice, poi Brighella.

    Doralice: Povero padre,   molto buono.  Non somiglia a queste bestie,
    che  sono qui in casa.  Se non fosse per mio marito,  non ci starei un
    momento.
    Brighella: Signora, gh' qua un cavalier che ghe vorave far visita.
    Doralice: Un cavaliere? Chi ?
    Brighella: II signor Cavalier del Bosco.
    Doralice: Mi dispiace ch sono cos in confidenza.  Venga,  non so che
    dire. Ehi, sentite!
    Brighella: La comandi.
    Doralice:  Andate subito da un mercante,  e ditegli che m porti tre o
    quattro pezze di drappo con oro o argento, per farmi un abito.
    Brighella: La sar servida. Ma la perdona, lo salo el padron?
    Doralice: Che impertinenza!  Fate quello che vi ordino,  e non pensate
    altro.
    Brighella: (Eh, la se far, la se far) (parte).


    SCENA VENTUNESIMA.
    Doralice, poi il Cavaliere Del Bosco.

    Doralice: In questa casa hanno molto avvezzata male la servit;  ma io
    col tempo vi porr la riforma. Oh, non ha d'andare cos. Un poco colle
    buone,  un poco colle cattive,  ha da venire il tempo che ho da essere
    io la padrona.
    Cavaliere: Madama, vi sono schiavo.
    Doralice: Vi son serva.
    Cavaliere:  Perdonate  se  m son preso l'ardire di venirvi a fare una
    visita.  Doralice: E' molto che il signor cavaliere si sia degnato  di
    venire da me.  Favorisce tutti i giorni questa casa,  ma la mia camera
    mai.
    Cavaliere: Non ardivo di farlo, per non darvi incomodo.
    Doralice: Dite per non dispiacere alla signora Contessa Isabella.
    Cavaliere: A proposito,  madama,  avrei da discorrervi qualche poco di
    un affare che interessa tutte due egualmente.
    Doralice:  V'ascolter  volentieri.El,  da sedere (viene un servitore
    che porta le sedie).
    Cavaliere: So che voi,  o signora,  siete piena di bont;  onde  spero
    riceverete in buon grado un ufficio amichevole, ch'io sono per farvi.
    Doralice: Quando sapr di che, vi risponder.
    Cavaliere:  Ditemi,  signora  Contessa,  cosa  avete  fatto  voi  alla
    cameriera di vostra suocera?
    Doralice: Le ho dato uno schiaffo. E per questo? Se  cameriera sua, 
    cameriera anche mia.  Voglio esser servita,  e non m si ha da perdere
    il rispetto; e se questa volta le ho dato uno schiaffo, un'altra volta
    le romper la testa.
    Cavaliere: Signora, io credo che voi scherziate.
    Doralice: Perch lo credete?
    Cavaliere:  Perch  m dite queste cose con placidezza,  e si vede che
    non siete in collera.
    Doralice: Questo  il mio naturale. Io vado in collera sempre cos.
    Cavaliere: La signora Contessa Isabella si chiama offesa.
    Doralice: Mi dispiace.
    Cavaliere: E sarebbe bene vedere di aggiustar la cosa,  prima che  gli
    animi s'intorbidassero soverchiamente.
    Doralice: Io non ci penso pi.
    Cavaliere:  Lo credo che non ci penserete pi;  ma ci pensa la signora
    suocera, che  restata offesa.
    Doralice: E cos, che cosa pretenderebbe?
    Cavaliere: Troveremo il modo dell'aggiustamento.
    Doralice: Il modo  facile,  ve l'insegner io.  Cacciar  di  casa  la
    cameriera.
    Cavaliere: In questa maniera la parte offesa pagherebbe la pena.
    Doralice: Ors, signor cavaliere, mutiamo discorso.
    Cavaliere:  Signora mia,  quando il discorso vi offende,  lo tralascio
    subito. (Non la vo' disgustare).
    Doralice: Mi pareva impossibile che foste venuto a visitarmi per farmi
    una finezza.
    Cavaliere: Perch, signora, perch?
    Doralice: La signora suocera  m  tien  lontana  dalle  conversazioni;
    dubito sia perch tema ch'io le usurpi gli adoratori.
    Cavaliere: (E' furba quanto il diavolo).
    Doralice: Ma non dubiti,  non dubiti.  Io prima non sono n bella,  n
    avvenente; e poi abbado a mio marito, e non altro.
    Cavaliere: Sdegnereste dunque  l'offerta  d'un  cavaliere,  che  senza
    offesa della vostra modestia aspirasse a servirvi?
    Doralice: E chi volete che si perda con me?
    Cavaliere: Io m chiamerei fortunato,  se vi compiaceste ricevermi per
    vostro servo.
    Doralice: Signor cavaliere, siete impegnato colla Contessa Isabella.
    Cavaliere:  Io  sono  amico  di  casa;  ma  per  essa  non  ho  alcuna
    parzialit. Ella ha il suo dottore, quello  il suo cicisbeo antico.
    Doralice: E' antica ancor ella.
    Cavaliere: S, ma non vuol esserlo.
    Doralice:  Non si vergogna mettersi colla giovent.  Ella fa le grazie
    con tutti,  vuol saper di tutto,  vuol entrare in  tutto.  Mi  fa  una
    rabbia che non la posso soffrire.
    Cavaliere: E avvezzata cos.
    Doralice:  Bene,  ma    passato  il suo tempo;  adesso deve cedere il
    luogo.
    Cavaliere: Deve cedere il luogo a voi.
    Doralice: Mi parrebbe di s.
    Cavaliere: Eppure ancora ha i suoi grilli in capo.
    Doralice: Causa quel pazzo di suo marito.
    Cavaliere: Signora,  direte ch'io sono un temerario a  supplicarvi  di
    una  grazia  il  primo  giorno  che  ho  l'onore  di  offerirvi la mia
    servit?.
    Doralice: Comandate; dove posso, vi servir.
    Cavaliere: Vorrei che m faceste comparir bene colla signora  Contessa
    Isabella.
    Doralice: Se lo dico: avete paura di lei.
    Cavaliere:  Ma  se  possiamo  coltivare  la nostra amicizia con pace e
    quiete, non  meglio?
    Doralice: Con quella bestiaccia sar impossibile.
    Cavaliere: (Vorrei vedere se potessi essere amico di tutte due).
    Doralice: Lo sapete pure: mia suocera  una pazza.
    Cavaliere: S,  vero,  una pazza.
    Doralice: Come pensereste di accomodare questa gran  cosa?  Non  credo
    mai vi verr in capo di consigliarmi a cedere.
    Cavaliere: Anzi avete a star sulle vostre.
    Doralice: Scusi, non m pare che tocchi a me domandarla.
    Cavaliere: No, certamente, non tocca a voi.
    Doralice: (E mio padre m diceva che toccava a me).
    Cavaliere: (Sono imbrogliato pi che mai).
    Doralice: La servit m ha da portar rispetto.
    Cavaliere: Senz'altro.
    Doralice: E a chi m perde il rispetto, non devo perdonare.
    Cavaliere: No certamente.
    Doralice: (Oh guardate! Mio padre che m vorrebbe umile!).
    Cavaliere:  Ma  pure  qualche maniera bisogna ritrovare per accomodare
    questa differenza.
    Doralice: Purch io non resti pregiudicata, qualche cosa far.
    Cavaliere: Faremo cos.  Procurer  che  vi  troviate  a  caso  in  un
    medesimo luogo. Dir io qualche cosa per l'una e per l'altra. Mi basta
    che voi vi contentiate di salutar prima la vostra suocera.
    Doralice: Salutarla prima? Perch?
    Cavaliere: Perch  suocera.
    Doralice: Oh! questo non fa il caso
    Cavaliere: Perch  pi vecchia di voi.
    Doralice: Oh! perch  pi vecchia, lo far.
    Cavaliere: Eccola che viene.
    Doralice: Mi si rimescola tutto il sangue, quando la vedo. (s'alzano).


    SCENA VENTIDUESIMA.
    La Contessa Isabella e detti.

    Isabella: Signor cavaliere, vi siete divertito bene? Me ne rallegro.
    Cavaliere: (la tira in disparte) Signora Contessa,  ho fatto tutto. La
    signora Doralice  pentita del suo trascorso.  E' pronta a  domandarvi
    scusa;  ma voi, savia e prudente, non l'avete a permettere. Vi avete a
    contentare della sua disposizione; e per prova di questa basta ch'ella
    sia la prima a salutarvi.
    Isabella: Salutarmi, e non altro? (piano al Cavaliere).
    Cavaliere: (Adesso,  adesso,  aspettate).  Signora Contessina,  a voi.
    Compiacetemi di fare quello che avete detto (piano a Doralice).
    Doralice: Signora,  perch siete pi vecchia di me, vi riverisco (alla
    Contessa Isabella, e parte).
    Isabella: Temeraria! Me la pagherai (parte).
    Cavaliere: Ecco fatto l'aggiustamento (parte).








    ATTO SECONDO.


    SCENA PRIMA.
    Camera di Doralice
    Doralice ed il Conte Giacinto.

    Giacinto: Gran disgrazia! Gran disgrazia! In questa nostra casa non si
    pu vivere un giorno in pace.
    Doralice: Lo dite a me? Io non do fastidio a nessuno.
    Giacinto: Eh,  Doralice mia,  se m voleste bene,  non vi  regolereste
    cos.
    Doralice: Ma di che mai vi potete dolere?
    Giacinto: Voi non volete rispettare mia madre.
    Doralice: Che cosa pretendete ch'io faccia, per darle un segno del mio
    rispetto?  Volete che vada a darle l'acqua da lavare le mani? Che vada
    a tirarle le calze, quando va a letto?
    Giacinto: Oh! non la vogliamo finir bene.
    Doralice: Dite,  non lo sapete ch'io sono stata stamattina la prima  a
    salutarla?
    Giacinto: S, e nel salutarla l'avete strapazzata.
    Doralice: L'ho strapazzata? Non  vero.
    Giacinto: Le avete detto vecchia.
    Doralice:  Oh,  oh,  oh!  Mi fate ridere.  Perch le ho detto vecchia,
    s'intende ch'io l'abbia strapazzata? Pretende forse di essere giovane?
    Giacinto: Non  una giovanetta, ma non le si pu dire ancor vecchia.
    Doralice: E' vostra madre.
    Giacinto: Quando sarete voi di quell'et, avrete piacere che vi dicano
    vecchia?
    Doralice: Quando sar di quell'et, vi risponder.
    Giacinto: Fate con gli altri quello che vorreste che fosse  fatto  con
    voi.
    Doralice:  Se  a mia suocera le dicessi che  giovane,  m parrebbe in
    verit di burlarla.
    Giacinto: Che bisogno c' che le diciate giovane o vecchia?  Questo  
    il  discorso  pi  odioso che possa farsi a voi altre donne.  Non vi 
    nessuna,  per vecchia che sia,  che se lo voglia sentir dire.  Sino ai
    trent'anni  ve li nascondete a tre o quattro per volta;  dai trenta in
    su, si nascondono a decine e dozzine.  Voi adesso avete ventitr anni;
    scommetto  qualche  cosa  di bello,  che da qui a dieci anni ne avrete
    ventiquattro.
    Doralice: Via,  bravo.  Se volete che vostra madre sia pi giovane  di
    me, lo sar.
    Giacinto:  Queste  sono  freddure.   Vorrei,  vi  torno  a  dire,  che
    consideraste che ella  mia madre,  che le portaste  un  poco  pi  di
    rispetto.
    Doralice:  S,  le far carezze,  le baller anche una furlanetta alla
    veneziana.
    Giacinto: Ors,  vedo che non posso sperar niente;  e converr pensare
    al rimedio.
    Doralice:  Se  foste  un  uomo,  a  quest'ora ci avreste pensato.  Ma,
    compatitemi, siete ancora ragazzo.
    Giacinto: Io? Perch?
    Doralice: Perch se foste un uomo di senno,  non avreste permesso  che
    vostro  padre e vostra madre consumassero miseramente ventimila scudi,
    senza nemmeno fare un abito alla vostra moglie.
    Giacinto: A proposito, l'abito m ha detto mia madre che si far...
    Doralice: Non ho bisogno di lei.  Lo far senza di  lei;  questi  sono
    denari, e or ora verr il mercante (gli fa vedere una borsa).
    Giacinto: Chi ve li ha dati?
    Doralice:  Mio  padre  m  ha  regalato  cinquanta  zecchini  e questo
    orologio.
    Giacinto: Ho rossore che vostro padre abbia ad incomodarsi per voi. Ma
    gli sono obbligato e voglio andare io medesimo a ringraziarlo.
    Doralice: Fatemi un piacere, mandatemi Colombina.
    Giacinto: Non vorr venire.
    Doralice: Mandatela con qualche pretesto; m preme di parlarle.
    Giacinto: Per amor del cielo, non fate peggio.
    Doralice: Non dubitate.
    Giacinto: Avrei piacere che vedeste mia madre.
    Doralice: Se m vuol vedere, questa  la mia camera.
    Giacinto: Non so che dire, vi vuol pazienza (parte).


    SCENA SECONDA.
    Doralice sola.

    Doralice: Giacinto facilmente si fa piegare dove e come si  vuole.  Mi
    preme tenerlo forte e costante dal mio partito,  perch,  a suo tempo,
    spero ridurlo a far quello che non ha coraggio di fare.


    SCENA TERZA.
    Colombina e detta.

    Colombina: Oh,  questa  bella!  Tutti m comandano.  Anche il  signor
    Contino si vuol far servire da me.
    Doralice: Colombina.
    Colombina: Signora.
    Doralice:  Poverina!  ti  ho  dato  quello  schiaffo;  me  ne dispiace
    infinitamente.
    Colombina: Ancora sento il bruciore.
    Doralice: Vieni qua, voglio che facciamo la pace.
    Colombina: La mia padrona, in tant'anni ch'io la servo,  non m ha mai
    toccato.
    Doralice: La tua padrona?
    Colombina: Signora s, signora s, la mia padrona.
    Doralice: Dimmi un poco, quanto ti d di salario la tua padrona?
    Colombina: Mi d uno scudo il mese.
    Doralice: Povera ragazza! non ti d altro che uno scudo il mese? Ti d
    molto poco.
    Colombina:  Certo,  per dirla,  m d poco,  perch a servirla come la
    servo io...
    Doralice: Quando io era a casa mia,  la mia  cameriera  aveva  da  mio
    padre uno zecchino il mese.
    Colombina: Uno zecchino?
    Doralice: S, uno zecchino, e gl'incerti arrivavano fino a una doppia.
    Colombina: Oh, se capitasse a me una fortuna simile!
    Doralice: Lascieresti la tua padrona?
    Colombina:  Per  raddoppiare  il  salario,  sarei  ben pazza se non la
    lasciassi.
    Doralice: Senti, Colombina, se vuoi, l'occasione  pronta.
    Colombina: Oh, il cielo lo volesse! E con chi?
    Doralice: Con me, se non isdegni di venirmi a servire.
    Colombina: Con voi, signora?
    Doralice: S,  con me.  Vedi bene che senza una  cameriera  non  posso
    stare,  e  mio  padre  supplir al salario.  Io,  bench abbia un poco
    gridato con te,  finalmente capisco che sei una  giovane  di  abilit,
    fedele ed attenta;  onde, se non ricusi l'offerta, eccoti due zecchini
    per il salario anticipato dei due primi mesi.
    Colombina: Vossignoria illustrissima m obbliga in  una  maniera,  che
    non posso dire di no.
    Doralice: Dunque starai al mio servizio?
    Colombina: Illustrissima s.
    Doralice: Ma mia suocera che dir?
    Colombina: Questo  il punto. Che dir?
    Doralice:  Troveremo  la maniera di farglielo sapere.  Per oggi non le
    diciamo nulla.
    Colombina:   Benissimo,    far   quello   che   comanda   Vossignoria
    Illustrissima.  Ma  se  la  signora  Isabella m chiama,  se m ordina
    qualche cosa, l'ho da servire?
    Doralice: S, l'hai da servire. Anzi non hai da mostrare di essere per
    me, prima che di ci le sia parlato.
    Colombina: Ma io sono la cameriera di Vossignoria Illustrissima.
    Doralice: Per ora m basta che tu non m sia nemica,  e che fedelmente
    m riporti tutto quello che mia suocera dice di me.
    Colombina: Oh!  circa alla fedelt,  potete di me star sicura. Vi dir
    tutto; anzi, per farvi vedere che sono al vostro servizio, principier
    fin da ora a dirvi alcune coserelle che ha dette di voi la mia padrona
    vecchia.
    Doralice: Dimmele, dimmele, che ti sar grata.
    Colombina: Ha detto... Ma per amor del cielo, non le dite nulla.
    Doralice: Non dubitate, non parler.
    Colombina: Ha detto che siete una donna ordinaria, che non si degna di
    voi, e che vi tiene come la sua serva.
    Doralice: Ha detto questo?
    Colombina: L'ha detto in coscienza mia.  Ha detto che vostro marito fa
    male a volervi bene, e che vuol far di tutto perch vi prenda odio.
    Doralice: Ha detto?
    Colombina: Ve lo giuro l'onor mio.
    Doralice: Ha detto altro?
    Colombina:  Non  me ne ricordo;  ma star attenta,  e tutto quello che
    sapr, ve lo dir.
    Doralice: Non occorr'altro, ci siamo intese.
    Colombina: Vado, per non dar sospetto. (Per uno zecchino il mese,  non
    solo  riporter  quello  che  si  dice di lei,  ma vi aggiunger anche
    qualche cosa del mio) (parte).


    SCENA QUARTA.
    Doralice, poi Colombina.

    Doralice: Io sono una donna ordinaria?  una donna  ordinaria?  Ardita!
    Non  si  degna di me?  Io non m degno di lei,  che se non era io,  si
    morirebbe di fame.  Mio marito fa male a volermi  bene?  Fa  male  mio
    marito  a  rompermi  il  capo,  perch io porti rispetto a questa gran
    dama. Vuol farmi odiare da suo figliuolo?  E' difficile,  poich ho io
    delle  maniere  da  farmi  amar  da  chi  voglio,   e  da  mettere  in
    disperazione chi non m va a genio.
    Colombina: Illustrissima.
    Doralice: Che c' ?
    Colombina: Il signor cavaliere del Bosco vorrebbe riverirla.
    Doralice: Digli che passi.
    Colombina: La servo subito.  A Vossignoria Illustrissima sta  bene  un
    poco di cavalier servente, ma la signora Isabella dovrebbe aver finito
    (parte).


    SCENA QUINTA.
    Doralice, poi il Cavaliere Del Bosco.

    Doralice: Questi due zecchini gli ho spesi bene.
    Cavaliere: Madama, compatite s'io torno a darvi il secondo incomodo.
    Doralice: Signor cavaliere,  conosco di non meritare le vostre grazie,
    e  perci  permettetemi  che,  prima  d'ogni  altra  cosa,  vi  faccia
    un'interrogazione.
    Cavaliere: V'ascolter colla maggior premura del mondo.
    Doralice: Ditemi in grazia,  ma non m adulate,  perch vi riuscir di
    farlo per poco.
    Cavaliere: Vi giuro la pi rigorosa sincerit.
    Doralice: Ditemi se siete venuto a favorirmi  per  qualche  bont  che
    abbiate  concepita  per  me,  oppure  perch  unicamente  vi  prema di
    riconciliarmi colla Contessa Isabella.
    Cavaliere: Se ci m riuscisse di fare,  sarei contento;  ma  in  ogni
    modo  vi  accerto,  o  signora,  che unicamente m preme l'onore della
    vostra grazia.
    Doralice: Siete disposto a preferirmi a mia suocera?
    Cavaliere:  Lo  esige  il  vostro  merito,   e   una   rispettosissima
    inclinazione m obbliga a desiderarlo.
    Doralice:  Non  avrete dunque difficolt a dichiararvi in faccia della
    medesima.
    Cavaliere: Mi basta non mancare alla civilt, per non offendere il mio
    carattere.
    Doralice: Non sono capace di chiedervi una mala azione.
    Cavaliere: Comandate, e far tutto per obbedirvi.
    Doralice: Sappiate ch'io sono da mia suocera gravemente offesa.
    Cavaliere: Ma come? anzi m pare, perdonatemi, che voi l'abbiate molto
    bene beffata.
    Doralice: Eh, queste sono bagattelle.  Le offese che ella m ha fatte,
    sono di maggior rilievo.
    Cavaliere: Sono passate poche ore, dacch ho avuto l'onore di vedervi.
    E' accaduto qualche cosa di nuovo?
    Doralice: E' accaduto tanto,  che mia suocera vuol vedere la rovina di
    casa sua.
    Cavaliere: Per amor del cielo, non dite cos.
    Doralice: Che non dica cos?  che non dica cos?  Dunque avete  ancora
    della parzialit per lei.
    Cavaliere:  Ma,  contessina  mia,  la  rovina  di  questa casa viene a
    comprendere vostro marito e voi medesima.
    Doralice: Vada tutto, ma la cosa non ha da passare cos.
    Cavaliere: Son curiosissimo di sapere che cosa  stato.
    Doralice: Colei ha avuto la temerit di dire che mio marito fa male  a
    volermi bene, e che vuol fare il possibile perch m odii.
    Cavaliere: Signora mia, l'avete sentita voi dir queste cose?
    Doralice: Non l'ho sentita, ma lo so di certo.
    Cavaliere: Duro fatica a crederlo; non m pare ragionevole.
    Doralice: Mi credete capace di rappresentarvi una falsit?
    Cavaliere:  Non  ardisco  ci  pensare di voi.  Ma chi vi ha riportate
    queste ciarle, pu aver errato, o per malizia, o per ignoranza.
    Doralice: Bene. Colombina! (chiama).


    SCENA SESTA.
    Colombina e detti.

    Colombina: Illustrissima.
    Doralice: Dimmi un poco, che cosa ha detto mia suocera di me?
    Colombina: Signora... m perdoni.
    Doralice: No, non aver riguardo. Gi il signor cavaliere non parla.
    Cavaliere: Oh! non parlo, non dubitate.
    Doralice: Via, di' s, che ha detto quella cara signorina di me?
    Colombina: Ha detto che siete una donna ordinaria...
    Doralice: Non dico di questo. Che cosa ha detto di mio marito?
    Colombina: Che fa male a volervi bene.
    Doralice: Sentite? E poi?
    Colombina: Che vi vuol far odiare da lui.
    Doralice: Avete inteso?
    Colombina: Perch siete una donna ordinaria.
    Doralice: Va via di qui. Queste pettegole vi aggiungono sempre qualche
    cosa del loro.
    Colombina: E poi ha detto che non si degna...
    Doralice: Va via, non voglio altro.
    Colombina: Per amor del cielo, non m assassinate (al Cavaliere).
    Cavaliere: Per me non dubitare, ch non parler.
    Colombina: Ha detto anche qualche cosa di voi... (al Cavaliere).
    Cavaliere: E che cosa ha detto di me?
    Colombina: Che siete un cavaliere che pratica per le case,  e non dona
    mai niente alla servit (parte).


    SCENA SETTIMA.
    Doralice ed il Cavaliere Del Bosco.

    Cavaliere:  Cara  signora  Contessa,  volete credere a questa sorta di
    gente?
    Doralice: Me lo ha detto in una maniera,  che m  assicura  essere  la
    verit.
    Cavaliere:  Sapete  pure  che  ella   cameriera antica della Contessa
    Isabella.
    Doralice: Appunto per questo;  se non fosse la verit,  non m avrebbe
    detto cosa che potesse pregiudicare alla sua padrona.
    Cavaliere: Le avr gridato; sar disgustata.
    Doralice: Signor cavaliere, la riverisco (vuol partire).
    Cavaliere: Perch privarmi delle vostre grazie?
    Doralice: Perch siete parziale della signora suocera.
    Cavaliere:  Io  son  servitore  vostro.  Ma  vorrei  vedervi  quieta e
    contenta.
    Doralice: Una delle due: o siete per me, o siete per lei.
    Cavaliere: Da cavaliere, ch'io sono per voi.
    Doralice: Se siete con me, non m avete da contraddire.
    Cavaliere: Dir tutto quello che dite voi.
    Doralice: Fra mia suocera e me, chi ha ragione?
    Cavaliere: Voi.
    Doralice: Chi  l'offesa?
    Cavaliere: Voi.
    Doralice: Chi ha da pretendere risarcimento?
    Cavaliere: Voi.
    Doralice: Chi ha da cedere?
    Cavaliere: Voi...
    Doralice: Io?
    Cavaliere: Voi no, volevo dire
    Doralice: Ella ha da cedere
    Cavaliere: Certamente.
    Doralice: Se c'incontriamo, chi ha da essere la prima a parlare?
    Cavaliere: Direi...
    Doralice: Come pi vecchia non la posso nemmeno salutare.
    Cavaliere: Si potrebbe vedere...
    Doralice: Alle corte. Ella ha da essere la prima a parlarmi.
    Cavaliere: S, lo dicevo. Tocca a lei.
    Doralice: L'accordate anche voi?
    Cavaliere: Non posso contraddirlo.
    Doralice: Quando l'accordate voi, che siete un cavaliere di garbo, son
    sicura di non fallare.
    Cavaliere: Ma io, perdonatemi...
    Doralice: Se m parler con amore, io le risponder con rispetto.
    Cavaliere: Brava, bravissima. Lodo la vostra rassegnazione.
    DORALlCE E m diranno poi ch'io son cattiva.
    Cavaliere: Siete la pi buona damina del mondo!
    Doralice: Credetemi,  che altro non desidero che farmi voler  bene  da
    tutti.
    Cavaliere: Si vede in effetto.
    Doralice: La servit m adora.
    Cavaliere: Anco Colombina?
    Doralice:  Colombina    tutta  mia.  Star  con me,  e le ho dato due
    zecchini.
    Cavaliere: Se farete cos, sarete adorabile.
    Doralice: Mia suocera,  che ha  avuto  ventimila  scudi,  non  m  pu
    vedere.
    Cavaliere: Perch, perch...
    Doralice: Perch  una donna cattiva.
    Cavaliere: Sar cos.
    Doralice: E' cos senz'altro.
    Cavaliere: S, senz'altro.


    SCENA OTTAVA.
    Colombina e detti.

    Colombina:  Illustrissima,  vi   l'illustrissimo suo signor padre che
    vorrebbe dirle una parola.
    Doralice: Digli che venga.
    Colombina: Non vuol venire; l'aspetta nella camera dell'arcova.
    Doralice: Vorr farmi fare qualche figura ridicola con mia suocera.
    Cavaliere: Se il padre comanda...
    Doralice: Eh, ora ha finito di comandare. Son maritata.
    Cavaliere: S, ma da lui potete sempre sperare qualche cosa.
    Doralice: Oh, per questo lo ascolto. Basta,  se vorr ch'io parli alla
    Contessa  Isabella,  quando  ella  sia la prima,  lo far.  Cavaliere,
    quando  partito mio padre, vi aspetto (parte).
    Cavaliere: Che  vuol  dire,  Colombina,  cos  attenta  a  servire  la
    contessina?
    Colombina: Io sono una ragazza di buon cuore. Fo servizio volentieri a
    chi  generoso con me.
    Cavaliere: Ors,  sentite;  acci la vostra padrona non dica ch'io non
    d mai nulla alla servit, tenete questo mezzo ducato.
    Colombina: Grazie. Sapete ora che cosa dir?
    Cavaliere: E che dir?
    Colombina: Che avete fatto una gran cascata (parte).
    Cavaliere: Che maladettissima cameriera!  Costei  e  causa  principale
    degli  scandali  di  questa  casa.  Ella  riporta a questa,  riporta a
    quella;  le donne ascoltano volentieri tutte  le  ciarle  che  sentono
    riportare;  quando  odono dir male,  credono tutto con facilit,  e si
    rendono nemiche senza ragione. Se posso,  voglio vedere che Colombina,
    scoperta dall'una e dall'altra, paghi la pena delle sue imposture. Pur
    troppo    vero,  tante e tante volte dipende la quiete d'una famiglia
    dalla lingua di una serva o di un servitore (parte).


    SCENA NONA.
    Salotto.
    Il Conte Anselmo con un libro grosso manoscritto e Brighella.

    Anselmo: Quanto m dispiace non  intendere  la  lingua  greca!  Questo
    manoscritto  un tesoro, ma non l'intendo. Brighella.
    Brighella: Illustrissimo.
    Anselmo: Ho trovato un manoscritto greco, antichissimo, che vale cento
    zecchini, e l'ho avuto per dieci.
    Brighella: (De questi a m non me ne tocca).
    Anselmo: Questo  un Codice originale.
    Brighella:  Una  bagattella!  Un  Codice  original?  Cara  la,  cossa
    contienlo?
    Anselmo: Sono i trattati di pace fra la repubblica di Sparta e  quella
    d'Atene.
    Brighella: Oh che bella cossa!
    Anselmo: Questo posso dir che  una gioia,  perch  l'unica copia che
    vi sia al mondo. E poi senti,  e stupisci.  E' scritto di propria mano
    di Demostene.
    Brighella: Cospetto del diavolo!  Cossa me tocca a sentir?  Che la sia
    po cuss?
    Anselmo: Sarei un bell'antiquario, se non conoscessi i caratteri degli
    antichi.
    Brighella: Cara ella, la prego. La me leza almanco el titolo.
    Anselmo: Ti ho pur detto tante volte, che non intendo il greco.
    Brighella: Ma come conossela el carattere, se no la ntende la lingua?
    Anselmo: Oh bella! Come uno che conosce le pitture e non sa dipingere.
    Brighella: (Sa el cielo chi gh'ha magna sti dise zecchini.  Za che el
    vl andar in malora, l' mggio che me profitta m che un altro).
    Anselmo: Gran bel libro, gran bel codice! Pare scritto ora.
    Brighella: La diga, sior padron, conscela el sior capitanio Saracca?
    Anselmo:  Lo  conosco,  lo  conosco.  Egli pretende avere una sontuosa
    galleria; ma non ha niente di buono.
    Brighella: Eppur l'ha speso dei denari assai.
    Anselmo: Avr speso in vent'anni pi di diecimila  scudi.  Ma  non  ha
    niente di buono.
    Brighella:  La  sappia  che l'ha avudo una desgrazia.  L'ha bisogno de
    quattrini, e el vol vender la galleria.
    Anselmo: La vuol  vendere?  Oh,  la  vi  sarebbe  da  fare  de'  buoni
    acquisti.
    Brighella: Se la vol, adesso x el tempo.
    Anselmo: Le cose migliori le prender io.
    Brighella: El vuol vender tutto in una volta.
    Anselmo: Ma vorr de' migliaia di zecchini.
    Brighella:  Manco  de  quello che la se pensa.  Con tre mille scudi se
    porta via tutta quella gran roba.
    Anselmo: Con tre mila scudi?  Questo  un  negozio  da  impegnarvi  la
    camicia per farlo.  Se l'avessi saputo quattro giorni prima, non avrei
    consumato il denaro con quegl'impertinenti de' creditori.
    Brighella: La senta,  se no la  gh'ha  tutti  i  denari,  no  importa;
    m'impegno  de farghe dar la roba,  parte col denaro contante,  e parte
    con un biglietto.
    Anselmo: Oh il ciel volesse!  Caro Brighella,  sarebbe la mia fortuna.
    Quanto denaro credi tu che vi vorr alla mano?
    Brighella: Almanco domille scudi.
    Anselmo:  Io  non  ne ho altri che mille cinquecento,  gli altri li ho
    spesi tutti.
    Brighella: Veder che el se contenta de questi.
    Anselmo: Brighella mio,  non bisogna perder tempo;  va subito a serrar
    il contratto.
    Brighella: Bisogner darghe la caparra.
    Anselmo: S, tieni questi venti zecchini. Daglieli per caparra.
    Brighella: Vado subito.
    Anselmo:  Ma  avverti  di farti dare l'inventario,  riscontra cosa per
    cosa, poi vienmi ad avvisare, che verr a vedere ancor io.
    Brighella: Vado;  perch,  se se perde tempo,  el negozio pl andar in
    qualch'altra man.
    Anselmo: No, per amor del cielo. Mi appiccherei dalla disperazione.
    Brighella: (E' vero che el signor capitanio vl vender la galleria, ma
    con   questi  venti  zecchini  comprer  i  so  scarti,   ghe  porter
    qualch'altra freddura,  e el gonzo,  che non sa gnente,  li pagher  a
    caro prezzo) (parte).


    SCENA DECIMA.
    Il Conte Anselmo, poi Pantalone.

    Anselmo:  Non  m sarei mai creduto un incontro simile.  Ma la fortuna
    capita, quando men si crede.
    Pantalone: Se pl vegnir? (di dentro).
    Anselmo: Ecco qui quel buon uomo di Pantalone.  Non sa niente,  non sa
    niente. Venite, venite, signor Pantalone.
    Pantalone: Fazzo reverenza al sior Conte.
    Anselmo:  Ditemi,  voi  che  avete  delle corrispondenze per il mondo,
    sapete la lingua greca?
    Pantalone: La so perfettamente. Son st dies'anni a Corf. Ho scomenz
    l a far el mercante, e tutto el mio devertimento giera a imparar quel
    linguaggio.
    Anselmo: Dunque saprete leggere le scritture greche?
    Pantalone: Ghe dir: altro x el greco litteral,  altro  x  el  greco
    volgar. Me n'intendo per un pochetto e dell'un e dell'altro.
    Anselmo: Quand' cos, vi voglio far vedere una bella cosa.
    Pantalone: La vedr volentiera.
    Anselmo: Un codice greco.
    Pantalone: Bon, ghe n'ho visto dei altri.
    Anselmo: Scritto di propria mano di Demostene.
    Pantalone: El sar una bella cossa.
    Anselmo: Osservate, e se sapete leggere, leggete.
    Pantalone: (osserva) Questo x scritto da Demostene?
    Anselmo: S, e sono i trattati di pace tra Sparta e Atene.
    Pantalone:  I  trattati  di  pace  tra Sparta e Atene?  Sala cossa che
    contien sto libro?
    Anselmo: Via, che cosa contiene?
    Pantalone: Questo x un libro de canzonette alla grega,  che  canta  i
    putelli a Corf.
    Anselmo: Gi lo sapeva. Voi non sapete leggere il greco.
    Pantalone: La senta: Mattiam, mattachiam, callispra, mattiam.
    Anselmo:  Ebbene,  questi  saranno  i nomi propri degli Spartani o de'
    Tebani.
    Pantalone: Vuol dir: Vita mia, dolce mia vita; bonasera, vita mia.
    Anselmo: Non sapete leggere.  Questo  un codice greco  che  m  costa
    dieci zecchini, e ne vale pi di cento.
    Pantalone: El formaggier nol ghe d tre soldi.
    Anselmo:  Andate  a  intender  di panni e di sete,  e non di scritture
    antiche.
    Pantalone: Me despiase, sior Conte,  che per quel che vedo,  andmo de
    mal in pzo.
    Anselmo: Come sarebbe a dire?
    Pantalone:  Ella  se  perde  in  ste  freddure,  e  la  so  casa va in
    precipizio.
    Anselmo: Io m diverto senza incomodar la casa.  L'entrate le maneggia
    mia moglie, n io pregiudico agl'interessi della famiglia.
    Pantalone: E alla pase e alla quiete de casa no la ghe pensa?
    Anselmo: Io penso a me, e non penso agli altri.
    Pantalone: Mo no sala,  che quando el capo de casa no gh'abbada, tutto
    va alla roversa?
    Anselmo: Quando tacciono, sono capo; quando gridano, sono coda.
    Pantalone: Dise mia fia che l'  stada  offesa  dalla  siora  Contessa
    Isabella.
    Anselmo:  E  dice mia moglie che  stata offesa da vostra figlia;  ora
    guardate con che razza di matti abbiamo da fare.
    Pantalone: Eppur bisogna remediarghe.
    Anselmo: Io vi consiglierei a fare quello che fo io.
    Pantalone: Che vuol dir?
    Anselmo: Lasciarle friggere nel proprio grasso.
    Pantalone: Ma se ste cosse  le  va  avanti,  no  so  cossa  che  possa
    succeder.
    Anselmo: Che cosa volete che succeda?
    Pantalone: Siora Contessa x un poco troppo altiera.
    Anselmo: E vostra figlia  troppo fastidiosa.
    Pantalone: Volmio veder de far sta pase tra niora e madonna?
    Anselmo: Che cosa vi vuole per far questa pace?
    Pantalone: Mi ho parl con mia fia; e so che la far a mio modo.
    Anselmo: E' inutile ch'io parli a mia moglie.
    Pantalone: Perch?
    Anselmo: Perch mai abbiamo fatto n ella a mio modo, n io al suo.
    Pantalone:  Ma  questa  l'avera da esser una pase general de tutta la
    fameggia.
    Anselmo: Io non sono in collera con nessuno.
    Pantalone: Mo no l' gnanca  so  decoro,  voler  comparir  un  omo  de
    stucco.
    Anselmo: Che cosa volete ch'io faccia?
    Pantalone:  Avemo da procurar che ste d creature se unissa.  Avemo da
    far che le se parla,  che le se giustifica,  che le se pacifica,  e x
    ben che la ghe sia anca ella.
    Anselmo: Via, vi sar.
    Pantalone: Bisogna metter qualche bona parola.
    Anselmo: La metter.
    Pantalone:  Ho parl anca colla siora Contessa,  e la m'ha promesso de
    vegnir in camera d'udienza, dove ghe sar anca mia fia.
    Anselmo: Buono, avete fatto assai.
    Pantalone: Saremo nualtri soli;  la,  m,  so consorte,  mia fia e mio
    zenero.
    Anselmo: E non altri?
    Pantalone: No gh'ha da esser altri.
    Anselmo: Sar difficile.
    Pantalone: Perch? Chi gh'ha da esser?
    Anselmo: Le donne hanno sempre i loro consiglieri.
    Pantalone: Mia fia no credo che la gh'abbia nissun.
    Anselmo: Eh, l'avr, l'avr.
    Pantalone: Siora Contessa lo gh'ala?
    Anselmo: Oh, se l'ha? E come!
    Pantalone: E ella lo comporta?
    Anselmo: Io abbado alle mie medaglie.
    Pantalone: Mio zenero non far cuss.
    Anselmo: Ognun dal canto suo cura si prenda.
    Pantalone: Questa no x la regola che ha da tegnir un capo de casa.
    Anselmo: Ditemi: quant'anni avete!
    Pantalone: Sessanta, per servirla.
    Anselmo: Volete vivere sino a cento?
    Pantalone: Magari, ch'el ciel volesse!
    Anselmo:  Se  volete vivere sino a cent'anni,  prendetevi quei fastidi
    che m prendo io (parte).


    SCENA UNDICESIMA.
    Pantalone solo.

    Pantalone: Vard che bell'omo! Vard in che bella casa che ho messo la
    mia povera fia! - Un de sti d,  co ste s medaggie,  nol gh'ha pi un
    soldo,  e  quel  che x pezo,  el lassa che vaga in desordene la casa,
    senza abbadarghe.  Ma se no 'l ghe bada lu,  ghe bader m.  No  gh'ho
    altro  a  sto  mondo  che  sta unica fia;  se posso,  no vi morir col
    rammarico de vederla  malamente  sagrificada.  Oh  quanto  mggio  che
    giera, che l'avesse maridada con uno da par mio! Anca a m me x vegn
    el catarro della nobilt.
    Ho  speso vintimile scudi.  Ma cosa hggio fatto?  Ho butt i bezzi in
    canal, e ho neg la putta.


    SCENA DODICESIMA.
    Arlecchino, travestito con altr'abito, e detto.

    Arlecchino: (Oh,  se  trovass  sto  sior  Conte,  ghe  vorria  piantar
    dell'altre belle antichit, senza spartir l'utile con Brighella).
    Pantalone: (Chi diavolo x cost?).
    Arlecchino: (Sto barbetta m nol conoss).
    Pantalone: Galantomo, chi seu? Chi domandu?
    Arlecchino:  Innanz  che m responda,  l'am favorissa de dirme chi l'
    vussiora.
    Pantalone: Son un amigo del sior Conte Anselmo.
    Arlecchino: Se dilettela de antichit?
    Pantalone: Oh assae!  (St a veder che l' un de quei che lo  tira  in
    trappola).
    Arlecchino: Za che vussiora se diletta de antichit, la sappia che m
    son un antiquari. Son vegn per far la fortuna del sior Conte Anselmo.
    Pantalone:  (voi torme spasso e scovrzer terren).  Caro amigo,  se me
    far a m sto piaser,  oltre al pagamento,  ve  servir  in  quel  che
    poder, in quel che ve occorrer.
    Arlecchino:  Za  che  ved  che  l' un galantomo,  l'osserva che roba!
    L'osserva che antichit!  che rarit!  che preziosit!  Vedel  questa?
    (mostra una pantofola vecchia).
    Pantalone: Questa la par una pantofola vecchia.
    Arlecchino:  Questa  l'era  la pantofola de Neron,  colla qual l'ha d
    quel terribil calzo a Poppea, quand el l'ha scazzada dal trono.
    Pantalone: Bravo! Oh che rarit! Gh'aveu altro? (Oh che ladro!).
    Arlecchino: Vedel questa? (mostra una treccia di capelli).  Questa l'
    la  drezza  de  cavelli  de  Lugrezia  romana,  restada in man a Sesto
    Tarquini..
    Pantalone: Bellissima! (Ah tocco de furbazzo!).
    Arlecchino: La veder...
    Pantalone: No voggio veder altro. Baron,  ladro,  desgrazi!  Crdistu
    che  sia  un  mamalucco?  A  m  ti  me  d  da intender ste fandonie?
    Furbazzo, te far andar in gala.
    Arlecchino: Ah signor, per amor del cielo, ghe domand piet.
    Pantalone: Chi t'ha introdotto in sta casa?
    Arlecchino: L'  st Brighella, signor.
    Pantalone: Come! Brighella?
    Arlecchino: Sior s, avem spart l'altra volta met per un.
    Pantalone: Donca Brighella sassna el so patrn?
    Arlecchino: El fa anca lu, come che fan tanti alter.
    Pantalone: Ors,  vegni con m.  (Voggio co sto mezzo disingannar  sto
    sior Conte). Vegni con m.
    Arlecchino: Dove?
    Pantalone: No ve dubit. Vegni con m, e non abbi paura.
    Arlecchino: Abbi carit de un pover omo.
    Pantalone: Meriteressi de andar in preson;  ma no son capace de farlo.
    Me basta che dis a sior Conte quel che av dito a m, e no vi altro.
    Arlecchino: Sior s, dir tutt quel che voll.
    Pantalone: Andemo.
    Arlecchino: Son qua.  (Tol,  anca a robar ghe vol grazia  e  ghe  vol
    fortuna) (s'incammina).
    Pantalone: Femo sta pase, e po con cost far veder al Conte che tutti
    lo burla, che tutti lo sassina.
    (Partono).


    SCENA TREDICESIMA.
    Camera della Contessa Isabella.
    La Contessa Isabella e il Dottore.

    Isabella: Anche voi m rompete la testa?
    Dottore: Io non parlo;  ma ha ella sentito che cosa ha detto il signor
    Pantalone?
    Isabella: Come c'entra quel vecchio in casa mia? Qui comando io, e poi
    mio marito.
    Dottore: Benissimo, non pretende gi voler far da padrone; egli mostra
    dell'amore per questa casa, e desidera di vedere in tutti la concordia
    e la pace.
    Isabella: Se vuol che vi sia la pace,  faccia  che  sua  figlia  abbia
    giudizio.
    Dottore: Egli protesta ch'ella  innocente.
    Isabella:  E'  innocente?  E'  innocente?  E  voi ancora lo dite?  Sia
    maladetto quando il diavolo vi porta qui!
    Dottore: E' il signor Pantalone che dice ch'ella  innocente.  Io  non
    lo dico.
    Isabella:  Basta,  se  vi  sentite  di  dirlo,  andate fuori di questa
    camera.
    Dottore: Questa  una bellissima cosa. Ora m vuole, ora m scaccia.
    Isabella: Se m fate rabbia! Andatemi a prender da bere.
    Dottore: Vado (si parte per prendere da bere).
    Isabella: Maladettissima! A me vecchia?
    Dottore:  Eccola  servita  (le  porta  un  bicchier  di   vino   colla
    sottocoppa).
    Isabella: Non voglio vino.
    Dottore: Ander a pigliar dell'acqua (si parte, come sopra).
    Isabella: Vi saluto, perch siete pi vecchia di me?
    Dottore: Ecco l'acqua (porta un bicchier d'acqua).
    Isabella: Maladetto! Fredda me la portate?
    Dottore: Ma la calda dov'?
    Isabella: Al fuoco, al fuoco.
    Dottore: La prender calda (si parte, come sopra).
    Isabella:  Questa  parola  non  me  l'ha ancora detta nessuno.  Ma che
    faceva il signor cavaliere in compagnia di colei?  Sarebbe  bella  che
    avesse lasciata me, per servir Doralice!


    SCENA QUATTORDICESIMA.
    Colombina e detta.

    Colombina:   Signora,   il   padrone  la  prega  di  passare  nel  suo
    appartamento.
    Isabella: Che cosa vuole da me?
    Colombina: Non lo so, signora; so che vi  il signor Pantalone.
    Isabella: Bene, bene, sentiremo le novit.  Dimmi un poco,  hai veduto
    quando il cavaliere  andato nelle camere di Doralice?
    Colombina: L'ho veduto benissimo.
    Isabella: Quanto vi e stato?
    Colombina: Pi di due ore; e poi poco fa, vi e tornato.
    Isabella: Vi  tornato?
    Colombina: S, signora, vi  tornato.
    Isabella: Sei punto stata in camera? Hai sentito nulla?
    Colombina: Oh! io in quella camera non ci vado. Servo la mia padrona e
    non servo altri.
    Isabella: Che balorda! n anche andar in camera a sentir qualche cosa,
    per sapermelo dire; va, che sei una scimunita.
    Colombina: Balorda! scimunita! Non voleva dirvelo; ma ci sono stata.
    Isabella: Si? contami, che cosa facevano?
    Colombina: Parlavano segretamente.
    Isabella: Discorrevano forse di me?
    Colombina: Sicuro.
    Isabella: Che cosa dicevano?
    Colombina: Che siete fastidiosa, sofistica, e che so io.
    Isabella: Cavaliere malnato!


    SCENA QUINDICESIMA.
    Il Dottore con l'acqua calda, e dette.

    Dottore: Ecco l'acqua calda.
    Isabella: Andate al diavolo;  non sentite che scotta?  (la prende,  le
    pare bollente, e gettandola via, coglie il Dottore).
    Dottore: Obbligatissimo alle sue grazie.
    Isabella: Di grazia, che vi avr stroppiato!
    Dottore: Io non parlo.
    Isabella: E cos, che altro hanno detto di me? (a Colombina).
    Colombina: Non ho potuto sentir altro. Ma se sentir, dir tutto.
    Isabella: Sta attenta; ascolta e osserva, che m preme infinitamente.
    Colombina: Signora padrona, vi ricordate quant' che m avete promesso
    un paio di scarpe?
    Isabella: Tieni, comprale a tuo modo (le d un ducato).
    Colombina: Che siate benedetta! (cos si macina a due mulini) (parte).
    Isabella: (Il cavaliere m tratta Cos?).
    Dottore: Vuole ch'io le vada a prendere dell'acqua un poco tiepida?
    Isabella: (In casa mia? sugli occhi miei?).
    Dottore: Signora,  in collera? Non l'ho fatto apposta.
    Isabella: (Bell'azione!).
    Dottore: Dica, signora Contessa...
    Isabella: Non m rompete la testa.
    Dottore: Ma che cosa le ho fatto? Sempre la m strapazza; sempre la m
    mortifica.
    Isabella: Venite con me nell'appartamento di mio marito (parte).


    SCENA SEDICESIMA.
    Il Dottore solo.

    Dottore: Ecco il bell'onor che si acquista a servire  una  signora  di
    rango! Per un poco di vanit m convien soffrir cento villanie. Ma non
    so che fare. Ci sono avvezzo, e non so distaccarmi (parte).


    SCENA DICIASSETTESIMA.
    Camera del Conte Anselmo.
    Il Conte Anselmo e Pantalone.

    Anselmo: Eccomi qui, eccomi qui. Ma quanto ci dovr stare?
    Pantalone:  Aspettemo  che le vegna.  Dismo quattro parole;  fmo sto
    aggiustamento, e l'ander dove che la vl.
    Anselmo: (Brighella non si vede colla risposta della galleria).
    Pantalone: Vien zente. Chi la questa, che no ghe vedo troppo?
    Anselmo: E' mia moglie.
    Pantalone: E con la chi gh'?
    Anselmo: Non ve L'ho detto? Il suo consigliere.
    Pantalone: L' el dottor Balanzoni!
    Anselmo: Cose vecchie, cose vecchie.
    Pantalone: Ma cossa gh'intrelo? Averia gusto che fossimo soli.
    Anselmo: Eh, lasciatelo venire; che v'importa?
    Pantalone: (Che bel carattere che x sto sior Conte!).


    SCENA DICIOTTESIMA.
    La Contessa Isabella col Dottore, che le d mano, e detti.

    Anselmo: Ben venuti, ben venuti.
    Dottore: Fo riverenza al signor Conte.
    Pantalone: Siora Contessa, ghe son umilissimo servitor.
    Isabella: La riverisco.
    Pantalone: (La ghe diga qualcossa. Fmo pulito) (piano al Conte).
    Anselmo: (Ors, giacch ci siamo,  bisogna fare uno sforzo).  Contessa
    mia, vi ho fatto qui venire per un affar d'importanza; in poche parole
    m sbrigo.  In casa mia voglio la pace.  Se qualche cosa  passata fra
    voi e vostra nuora,  s'ha da obliare  il  tutto.  Voglio  che  ora  vi
    pacifichiate,  e  che  alla mia presenza torniate come il primo giorno
    che Doralice  venuta in casa. Avete inteso? Voglio che si faccia cos
    (alterato).
    Isabella: Voglio?
    Anselmo: Signora s,  voglio.  Questa parola la dico una volta l'anno;
    ma quando la dico, la sostengo (come sopra).
    Isabella: E volete dunque...
    Anselmo:  Quello  ch'io  voglio,  l'avete inteso.  Non vi  bisogno di
    repliche.
    Isabella: Io dubito sia diventato pazzo: non ha mai pi parlato cos.
    Anselmo: (Che dite? Mi sono portato bene?) (a Pantalone).
    Pantalone: Benissimo.
    Anselmo: (Ho fatto una fatica terribile).

    SCENA DICIANNOVESIMA.
    Doralice, il Cavaliere Del Bosco, Giacinto e detti.

    Pantalone: (Cossa gh'intra quel sior co mia fia?) (ad Anselmo).
    Anselmo: (Non ve l'ho detto? Il suo consigliere).
    Cavaliere: Padroni miei, con tutto il rispetto.
    Doralice: Serva di lor signori.
    Anselmo: E voi, signora, non dite niente? (ad Isabella).
    Isabella: Divotissima, divotissima (sostenuta).
    Anselmo: Sediamo un poco,  e quello che  abbiamo  a  fare,  facciamolo
    presto.  (Brighella non si vede). Che ora ? Signor cavaliere, che ora
    ? (Tutti siedono).
    Cavaliere: Non lo so davvero. Ho dato il mio orologio ad accomodare.
    Doralice: Guarder io:  mezzogiorno vicino (guarda sull'orologio).
    Anselmo: Avete un bell'orologio. Lasciatemelo un poco vedere.
    Doralice: Eccolo.
    Isabella: Mi rallegro con lei, signora (a Doralice).
    Doralice: E' necessario un orologio,  dove ognora  si  scandagliano  i
    quarti della nobilt.
    Isabella: (L' impertinente!).
    Anselmo: Mi piace questo cammeo; sar antico: da chi l'avete avuto?
    Doralice: Me l'ha dato mio padre.
    Isabella: Oh, oh, oh, suo padre! (ridendo forte).
    Pantalone: Siora s, ghe l'ho d m, siora s.
    Anselmo: Questo cammeo  bellissimo.
    Pantalone:  (Ors,  vrla  che  scomenzmo  a parlar?  Vrla dir la?)
    (piano ad Anselmo).
    Anselmo: La chioma di quella sirena non pu esser pi bella. La voglio
    veder colla lente (tira fuori una lente, osserva il cammeo, e non bada
    a chi parla).
    Pantalone: (El tempo passa) (come sopra).
    Anselmo: Principiate voi,  poi dir  io.  Intanto  lasciatemi  prender
    gusto in questo cammeo.
    Pantalone: Signore,  se le me permette,  qua per ordine del sior Conte
    mio padron, del qual ho l'onor de esser anca parente...
    Doralice: Per mia disgrazia.
    Pantalone: Tas l,  siora,  e fin che parlo,  no  m'interromp.  Come
    diseva,  se le me permette, far un piccolo discorsetto. Pur troppo x
    vero che tra la madonna e la niora poche volte se va d'accordo...
    Isabella: Quando la nuora non ha giudizio.
    Pantalone: Cara ella,  per carit,  la prego,  la me lassa parlar;  la
    sentir  con  che  rispetto,  con  che  venerazion,  con che giustizia
    parler de la (ad Isabella).
    Isabella: Io non apro bocca.
    Pantalone: E vu tas (a Doralice).
    Doralice: Non parlo.
    Pantalone: Credo che per ordinario le dissension che nasce tra ste  d
    persone, le dipenda da chiccole e pettegolezzi.
    Isabella: Questa volta son cose vere.
    Doralice: Vere, verissime.
    Pantalone: Oh poveretto m! me lssele dir?
    Isabella: Avete finito? Vorrei parlar anch'io.
    Doralice: Una volta per uno, toccher ancora a me...
    Pantalone: Mo se non ho gnancora principi.  Sior Conte, la parla la,
    che m no posso pi (ad Anselmo).
    Anselmo: Avete finito? Si sono aggiustate? E' fatta la pace?
    Pantalone: Dov'elo st fina adesso? Non l'ha sento ste d campane che
    no tase mai?
    Anselmo: Con un cammo di questa sorta  davanti  agli  occhi,  non  si
    sentirebbero le cannonate.
    Pantalone: Cossa avemio da far?
    Anselmo:  Parlate  voi,  ch  poi  parler  io  (torna ad osservare il
    cammeo).
    Pantalone: Me prover un'altra volta.  Siora Contessa,  voria pregarla
    de dir i motivi dei s desgusti contro mia fia (ad Isabella).
    Isabella: Oh, sono assai.
    Doralice: I miei sono molto pi.
    Pantalone: Tas l, siora; lass che la parla la, e po parler vu.
    Doralice:  Ah!  s,  deve ella parlare la prima,  perch...  (Ho quasi
    detto, perch  pi vecchia) (al Cavaliere).
    Cavaliere: (Avreste fatto una bella scena!)
    Pantalone: La favorissa de dirghene qualchedun (ad Isabella).
    Isabella: Non so da qual parte principiare.
    Giacinto: Signor suocero,  se aspettiamo che  esse  dicano  tutto  con
    regola  e quiete,   impossibile.  Io,  che so le doglianze dell'una e
    dell'altra,  parler io per tutte due.  Signora madre,  vi  contentate
    ch'io parli?
    Isabella: Parlate pure. (Gi m'aspetto che tenga dalla consorte).
    Giacinto: E voi, Doralice, vi contentate che parli per voi?
    Doralice: S, s, quel che volete. (Gi terr dalla madre).
    Giacinto:  Prima  di  tutto mia madre si lamenta che Doralice le abbia
    detto vecchia.
    Isabella: Via di qua, temerario (a Giacinto).
    Giacinto: Diceva...
    Isabella: Va' via, che ti do una mano nel viso.
    Giacinto: Perdonatemi.
    Isabella: Va', ti dico, impertinente.
    Giacinto: (Ander per non irritarla. Eh! lo vedo, lo vedo;  qui non si
    pu pi vivere) (parte).
    Doralice:  (Mi  ha  dato  pi  gusto,  che  se avessi guadagnato cento
    zecchini) (al Cavaliere).
    Cavaliere: (Quella parola le fa paura).
    Pantalone: Cossa dsela, sior Conte? No se pl miga andar avanti.
    Anselmo: Ors,  la finir io.  Signore mie...  Ma prima che m scordi,
    questo cammeo si potrebbe avere?
    Pantalone: El x de mia fia, la ghe domanda a la.
    Anselmo: Mi volete vendere questo cammeo? (a Doralice).
    Doralice: Venderlo? m maraviglio. Se ne serva,  padrone.
    Anselmo: Me lo donate?
    Doralice: Se si degna.
    Anselmo: Vi ringrazio,  la mia cara nuora, vi ringrazio. Lo staccher,
    e vi render l'orologio.
    Isabella: Via,  ora che la vostra dilettissima  signora  nuora  vi  ha
    fatto quel bel regalo, pronunziate la sentenza in di lei favore.
    Anselmo: A proposito.  Ora, gi che ci siamo, bisogna terminare questa
    faccenda.  Signore mie,  in casa mia non vi    la  pace,  e  mancando
    questa,  manca  la  miglior cosa del mondo.  Sinora ho mostrato di non
    curarmene,  per stare a vedere sin dove giungevano  i  vostri  opposti
    capricci; ora non posso pi, e pensandovi seriamente, ho deliberato di
    porvi  rimedio.  Ho piacere che si trovino presenti questi signori,  i
    quali saranno giudici delle vostre ragioni e delle mie  deliberazioni.
    Principiamo dunque...


    SCENA VENTESIMA.
    Brighella e detti.

    Brighella: Sior padron (al Conte Anselmo).
    Anselmo: Che c' ?
    Brighella:  El  negozio    fatto,  la galleria  nostra,  e gh'ho qua
    l'inventario.
    Anselmo: Con licenza di lor signori (s'alza).
    Pantalone: Tornela presto?
    Anselmo: Per oggi non torno pi (parte con Brighella).
    Pantalone: Bella da galantuomo!
    Doralice: Possiamo andarcene ancora noi.
    Pantalone: Senza el sior Conte ghe remedio che vegnimo in  chiaro  del
    motivo de ste discordie?
    Isabella:  Ecco qui;  il signor dottore  qualche anno che m conosce.
    Mi ha tenuta in braccio da bambina,  e sa chi sono.  Dica egli,  se io
    vado in collera senza ragione.
    Dottore: Oh;  vero. Ella non parla mai senza fondamento.
    Doralice: Il signor cavaliere  buon testimonio di quello che ha detto
    di me la signora suocera, e sa egli se con ragione m lamento.
    Cavaliere:  Signore,  lasciamo  queste  leggerezze  da  parte.  Stiamo
    allegramente in buona pace, con buona armonia.
    Doralice: Leggerezze le chiamate? Leggerezze?  Mi avete pure accordato
    anche voi che io ho ragione,  che io sono l'offesa, che non tocca a me
    cedere.
    Isabella: Bravo, signor cavaliere!  Vossignoria  quello che consiglia
    la signora Doralice.
    Cavaliere:  Io non consiglio nessuno,  parlo come l'intendo.  Servitor
    umilissimo di lor signori (parte).
    Pantalone: Voleu che ve la diga? S una chebba de matti. Destrighvela
    tra de vu altri, e chi ha la rogna, se la gratta (parte).
    Isabella: Son offesa, sapr vendicarmi, e la mia vendetta sar da dama
    qual sono. Dottore, andiamo (parte col Dottore).
    Doralice: M'impegno colla mia  placidezza  di  confondere  e  superare
    tutte le pi furiose del mondo (parte).










    ATTO TERZO.


    SCENA PRIMA.
    Camera del Conte Anselmo con tavolini.
    Il Conte Anselmo e Brighella.

    Brighella: Ecco qua. Per tre mila scudi la varda quanta gran roba.
    Anselmo:  Caro  Brighella,  son fuor di me dall'allegrezza.  Qual  la
    cassa dei crostacei?
    Brighella: El numero uno l' la cassa dei  crostacei,  dove  ghe  sar
    drento  tre  mila capi de frutti marini,  cio ostreghe,  cappe e cose
    simili, trovade su le cime de' monti.
    Anselmo: Questi soli vagliono i tremila scudi.
    Brighella: El numero d l' una cassa de pesci petrificadi de tutte le
    sorte.
    Anselmo: Questo sarebbe per la galleria d'un monarca.
    Brighella: El numero tre l' una  cassa  con  una  raccolta  de  mmie
    d'Aleppo: tutte de animali uno differente dall'altro, fra i quali gh'
    un basilisco.
    Anselmo: V' anche il basilisco?
    Brighella: E come! L' grando come un quaggiotto.
    Anselmo: Si sa da dove l'abbiano portato?
    Brighella: Se sa tutto. L' nato da un uovo de gallo.
    Anselmo: S,  S,  ho inteso dire che i galli dopo tanti anni fanno un
    uovo, da cui nasce poi il basilisco. L'ho sempre creduta una favola.
    Brighella: No l' favola, e l drento gh' la prova della verit.
    Anselmo: Brighella,  ti sono obbligato.  M'hai fatto fare dei preziosi
    acquisti.
    Brighella: Son un omo fatto a posta per sti negozi; gnancora non la me
    cognosse  intieramente;  fra  poco la me cognosser meggio.  (Ma el me
    cognosser in tempo che m'avr messo in salvo m e sti bezzi che gh'ho
    cucco) (parte).


    SCENA SECONDA.
    Il Conte Anselmo, poi Pantalone.

    Anselmo: Io ho qui da divertirmi per due o tre mesi.  Fino che non  ho
    posto in ordine tutta questa roba,  non vado in campagna,  non vado in
    conversazioni,  non vado nemmeno fuori di casa.  Mi far portar qui da
    mangiare.  Mi  voglio  far  portar qui un lettino da campagna e dormir
    qui;  cos non avr  lo  stordimento  di  quella  fastidiosissima  mia
    consorte. Non voglio nessuno, non voglio nessuno.
    Pantalone: Sior Conte, se pl vegnir? (di dentro).
    Anselmo: Non voglio nessuno.
    Pantalone: La senta, ghe x sior Pancrazio, quel famoso antiquario (di
    dentro).
    Anselmo: Oh!  venga, venga,  padrone. Capperi! Ha saputo che ho fatta
    questa bella spesa e subito corre.


    SCENA TERZA.
    Pantalone, Pancrazio e detto.

    Pantalone: Caro sior Conte, la sa che ghe son bon amigo.
    Anselmo: Compatitemi, ero imbarazzato. Signor Pancrazio, che fortuna 
    la mia che siate venuto a favorirmi?
    Pancrazio: Ho  saputo  che  Vossignoria  ha  fatto  una  bella  compra
    d'antichit,  e  sono  venuto,  se m permette,  a vedere le sue belle
    cose.
    Pantalone: L'ho men m, sior Conte,  l'ho men m,  perch anca m ho
    savesto  che  l'ha  fatto  una  bella spesa (Credo che l'abbia butt i
    bezzi in canal, e pl esser che me riessa d'illuminarlo).
    Anselmo: Sentite, signor Pancrazio, ora posso dire che in questa citt
    niuno possa arrivare alla mia galleria. Ho delle cose preziose.
    Pancrazio: Le vedr volentieri. Vossignoria sa ch'io ne ho cognizione.
    Anselmo: E' vero;  voi siete  il  pi  pratico  e  il  pi  intendente
    antiquario di Palermo. Date un'occhiata a quelle casse e vedete se son
    piene di piccoli tesoretti.
    Pancrazio: Con sua licenza (va a vedere nelle casse).
    Anselmo:  Caro signor Pantalone,  compatite se vi ho piantato,  quando
    eravamo in camera colle due pazze.  Moriva di voglia di  veder  queste
    belle cose.
    Pantalone:  Sior  Conte,  possibile  che alla s casa no la ghe vggia
    pensar gnente?
    Anselmo: Se ci penso? E come! Ditemi, come  andata la cosa? Come si 
    terminato il congresso?
    Pantalone: Ghe dir; dopo che la x andada via ella...
    Anselmo: Ebbene, signor Pancrazio, che dite? Sono cose stupende,  cose
    rare, non pi vedute?
    Pantalone: (Vard come che el m'ascolta).
    Pancrazio: Signor Conte, m permette ch'io parli con libert?
    Anselmo: S, dite liberamente il vostro parere.
    Pancrazio: Prima di tutto, crede ella ch'io sia un uomo d'onore?
    Anselmo: Vi tengo per un uomo illibatissimo, come siete e come decanta
    tutta Palermo.
    Pancrazio: Crede ch'io abbia cognizione di queste cose?
    Anselmo: Dopo di me, non vi  nessuno meglio di voi.
    Pancrazio: Quanto ha pagato tutta questa roba?
    Anselmo: Sentite,  ma in confidenza, che nessuno lo sappia; l'ho avuta
    a un prezzo bassissimo. Per tremila scudi.
    Pancrazio: Signor Conte, in confidenza, che nessuno ci senta: questa 
    roba che non vale tremila soldi.
    Anselmo: Come non vale tremila soldi?
    Pantalone: (Bella da galantomo!).
    Anselmo: L'avete bene osservata?
    Pancrazio: Ho veduto quanto basta per assicurarmi di ci.
    Anselmo: Ma i crostacei?
    Pancrazio: Sono ostriche trovate nell'immondizie,  o gettate dal  mare
    quando  in burrasca.
    Pantalone: Trovate sui monti del poco giudizio.
    Anselmo: E i pesci petrificati?
    Pancrazio: Sono sassi un poco lavorati collo scarpello,  per ingannare
    chi crede.
    Pantalone: Ghe sar anca petrific e indurio el  cervello  de  qualche
    antiquario.
    Anselmo: E le mummie?
    Pancrazio:  Sono  cadaveri  di  piccoli cani,  e di gatti,  e di sorci
    sventrati e seccati.
    Anselmo: Ma il basilisco?
    Pancrazio: E' un pesce marino che i ciarlatani sogliono accomodare  in
    figura  di  basilisco,  e  se ne servono per trattenere i contadini in
    piazza, quando vogliono vendere il loro balsamo.
    Anselmo: Signor Pancrazio, voi m'uccidete, voi m cavate il cuore. E i
    quadri, le pitture, le miniature?
    Pancrazio: Per quel poco che ho veduto,  sono cose che possono  valere
    cento scudi, se vi arrivano.
    Anselmo:  Dubito  che  vi  vogliate  prendere  spasso di me,  o che lo
    facciate per indurmi  a  vendervi  queste  robe  a  buon  mercato;  ma
    v'ingannate, se lo credete.
    Pancrazio: Io sono un uomo d'onore. Non son capace d'ingannarvi; ma vi
    dico bens che siete stato tradito.
    Pantalone: E chi l'ha tradio x quel baron de Brighella.
    Anselmo: Brighella  onorato.
    Pantalone: Brighella x un furbazzo, e ghe lo prover.
    Anselmo: Come lo potete dire! Come lo potete provare?
    Pantalone:  Se  recrdela  dell'armeno  che gh'ha vend el lume eterno
    delle piramidi d'Egitto e tutte quell'altre belle cosse?
    Anselmo: Me ne ricordo sicuro; e quella pure  stata un'ottima spesa.
    Pantalone: Co s bona grazia,  l'aspetta un momento: el x  qua,  ghel
    fazzo vegnir (parte).
    Anselmo: Avr qualche altra cosa rara da vendere.
    Pancrazio:  Caro  signor  Conte,  m  dispiace  sentire  ch'ella getti
    malamente i suoi denari.
    Anselmo: Compatitemi,  non ne sono ancor  persuaso.  Brighella  m  ha
    fatto fare questo negozio. Brighella se ne intende quanto voi, e non 
    capace d'ingannarmi.
    Pancrazio:  Brighella  se  ne intende quanto me?  Mi fa un bell'onore.
    Signor Conte,  io sono venuto per illuminarla,  mosso  dall'onest  di
    galantuomo  ed  eccitato  a farlo dal signor Pantalone.  Vossignoria 
    attorniato da bricconi che  l'ingannano  e  le  fanno  comprare  delle
    porcherie, e per...
    Anselmo: Mi maraviglio, me n'intendo; non sono uno sciocco (alterato).
    Pancrazio: Servitore umilissimo (parte).
    Anselmo:  Che  caro  signor  Pancrazio!  Parla  per invidia.  Vorrebbe
    discreditare la mia galleria,  per accreditare la sua.  Me  n'intendo;
    conosco; non m lascio gabbare.


    SCENA QUARTA.
    Pantalone, Arlecchino e detto.

    Pantalone:  (conducendo  per mano Arlecchino) Vegn qua,  sior,  no ve
    vergogn,  no ve tir indrio;  confess a sior Conte la bella  vendita
    che gh'av fatto, e chi ve l'ha fatta far.
    Arlecchino: Siori, ve domando perdon...
    Anselmo: (Questi  l'armeno). Siete voi l'armeno? (ad Arlecchino)
    Arlecchino: Sior s; son un Armeno da Bergamo.
    Anselmo: Come!
    Pantalone: Chi v'ha introdotto in sta casa? Parl (ad Arlecchino).
    Arlecchino: Brighella (sempre timoroso).
    Pantalone: A cossa far?
    Arlecchino: A vender le strazze al sior antiquario.
    Pantalone: Sntela, patron? (ad Anselmo).
    Anselmo: Come, stracci? Il lume eterno...
    Arlecchino: L' una luse da ggio che val d soldi.
    Anselmo: Oim! non  il lume eterno trovato nelle piramidi d'Egitto?
    Arlecchino: Stara, stara, e m cuccra.
    Anselmo:  Ah  son  tradito,  sono assassinato!  Ladro infame,  anderai
    prigione.
    Pantalone: El ladro,  el baron x Brighella che l'ha men in  casa,  e
    s'ha servido de st martuffo per tr in mezzo el patron.
    Arlecchino:  E  m che aveva impar da quel bon maestro,  son po vegn
    colle drezze de Lucrezia romana.
    Anselmo: Dove sono le treccie di Lucrezia romana?
    Pantalone: Eh, no vedela che le x furbarie? Mi l'ho scoverto, e gh'ho
    tolto de man tutte quelle cargadure che el vegniva a venderghe a la.
    Anselmo: Ah scellerato!  Signor Pantalone,  mandiamo  a  chiamare  gli
    sbirri. Facciamolo cacciar prigione.
    Pantalone:   Mi   no   vggio  altri  impegni;   l'ho  tegn  qua  per
    disingannarla, e me basta cuss. Va' l, tcco de furbazzo. Va' lontan
    de sta casa, e ringrazia el cielo che la te passa cuss.
    Arlecchino: Grazie della s carit... (in atto di partire).
    Anselmo: Maladetto! ti accopper (vuol seguirlo).
    Arlecchino: No me cuccra, no me cuccra (correndo parte).


    SCENA QUINTA.
    Il Conte Anselmo e Pantalone.

    Pantalone: Cossa disela, sior Conte? Brighella xlo un galantomo?
    Anselmo: E' un briccone,  un traditore.
    Pantalone: Cossa vrla far de sti mobili?
    Anselmo: Non saprei...  lasciamoli qui,  serviranno per accrescere  la
    galleria.
    Pantalone: Ah! donca la vol seguitar a tegnir galleria?
    Anselmo:   Ma   che   cosa   vorreste  ch'io  facessi,   senza  questo
    divertimento?
    Pantalone: Vorria che l'abbadasse alla  s  fameggia.  Vorra  che  se
    giustasse ste differenze tra niora e madonna.
    Anselmo: Bene, aggiustiamole.
    Pantalone: Se ghe vrla metter de cuor?
    Anselmo: Mi ci metter con tutto lo spirito.
    Pantalone:  Se  la  far  cuss,  no  mancher  de assisterla dove che
    poder. Me preme mia fia: no gh'ho altri al mondo che la.  La vorrave
    veder quieta e contenta;  se se pl,  ben; se no, sala cossa che far?
    La tor suso e la mener a casa mia.
    Anselmo: Signor Pantalone, preme anche a me la mia pace. Voglio che ci
    mettiamo in quest'affare con tutto lo spirito.
    Pantalone: La me consola; me vien tanto de cuor.
    Anselmo: Caro amico,  giacch avete  dell'amore  per  me,  fatemi  una
    finezza.
    Pantalone: Comandela qualcossa? Son a servirla.
    Anselmo: Prestatemi otto o dieci zecchini,  che poi,  ricuperando quei
    di Brighella, ve li render.
    Pantalone: La toga, e la se serva.
    Anselmo: Ve li render.
    Pantalone: Me maravggio.  Vago da mia fia.  La vaga la  dalla  siora
    Contessa, e vedemo de pacificarle.
    Anselmo: Operate voi, e operer ancor io.
    Pantalone: Vorrave aver da giustar un fallimento in piazza,  piuttosto
    che trattar una pase tra niora e madonna (parte).
    Anselmo: Giacch ho questi dieci zecchini,  non voglio tralasciare  di
    comprare quei due ritratti del Petrarca e madonna Laura. In questi son
    sicuro  che  spendo  bene  il  denaro.  Non  m lascer pi ingannare.
    Imparer a mie spese. Imparer a mie spese (parte).


    SCENA SESTA.
    Camera con tre porte, due laterali ed una in prospetto Il Cavaliere da
    una parte laterale,  il Dottore dall'altra;  poi  tutti  i  personaggi
    vanno  e  vengono in questa scena,  e tutte le loro entrate e tutte le
    loro sortite non fanno che una scena sola.

    Dottore: Caro signor Cavaliere, giacch siamo qui soli,  e che nessuno
    ci sente, m permette ch'io le dica quattro parole, da suo servitore e
    da buon amico?
    Cavaliere: Dite pure, v'ascolto.
    Dottore: Non sarebbe meglio che vossignoria, per la parte della nuora,
    ed io, per la parte della suocera, procurassimo di far questa pace?
    Cavaliere: Io non ho questa autorit sopra la signora Doralice.
    Dottore:  Nemmeno  io sopra la signora Isabella,  ma spero che,  se le
    parler, si rimetter in me.
    Cavaliere: Cos spererei anch'io della contessina.
    Dottore: Facciamo una cosa,  proviamo;  e se ci riesce di  far  questo
    bene,  avremo  il  merito  di mettere in quiete,  in concordia,  tutta
    questa famiglia.
    Cavaliere: Benissimo,  vado a ricevere le  commissioni  dalla  signora
    Doralice.
    Dottore: Ed io nello stesso tempo dalla signora Isabella.
    Cavaliere:  Attendetemi,  che  ora  torno  (entra nell'appartamento di
    Doralice).
    Isabella:  (esce)  Signor  dottore,   che  discorsi  avete  avuti  col
    Cavaliere?
    Dottore: Tanto egli che io desideriamo di procurare la sua quiete,  la
    sua pace, la sua tranquillit.
    Isabella: Fino che colei sta in questa casa,  non l'avr mai.  Ditemi,
    il Cavaliere continua a dichiararsi per Doralice?
    Dottore:  Egli  un galantuomo,  che fa per l'una e per l'altra parte.
    Mi creda: si fidi di me, si rimetta in me, e le prometto che ella sar
    contenta.
    Isabella: Benissimo, io m rimetto in voi.
    Dottore: Quello che far io, sar ben fatto?
    Isabella: Sar ben fatto.
    Dottore: Lo approver?
    Isabella: L'approver.
    Dottore: Dunque stia quieta, e non pensi altro.
    Isabella: Avvertite per di non  risolver  niente,  senza  che  io  lo
    sappia.
    Dottore: In questa maniera ella non si rimette in me.
    Isabella: Vi lascio la libert di trattare.
    Dottore: Ma non di concludere?
    Isabella: Signor no, di concludere no.
    Dottore: Dunque tratteremo.
    Isabella: Il primo patto, che Doralice vada fuori di questa casa.
    Dottore: E la dote?
    Isabella: Prima la mia, e poi la sua.
    Dottore: S'ha da rovinare la casa?
    Isabella: Rovinar la casa; ma via Doralice.
    Dottore: Eccola.
    Isabella: Temeraria!  Ha tanto ardire di venirmi davanti gli occhi? Il
    sangue m bolle.  Non la voglio vedere.  Venite con me (entra nel  suo
    appartamento).
    Dottore: Vengo. Ho paura che non facciamo niente (entra).
    Doralice: (esce, e il Cavaliere corre dal suo appartamento) Vedete! Io
    vengo per parlare con lei, ed ella m fugge.
    Cavaliere: Giacch siete tanto discreta e ragionevole, m date licenza
    che,  salve  tutte  le vostre convenienze,  tratti l'aggiustamento con
    vostra suocera?
    Doralice: S, m farete piacere.
    Cavaliere: Volete rimettervi in me?
    Doralice: Vi d ampia facolt di far tutto.
    Cavaliere: Mi date parola?
    Doralice: Ve la d,  con patto per che l'aggiustamento  sia  fatto  a
    modo mio.
    Cavaliere: Prescrivetemi le condizioni.
    Doralice:  Una  delle due,  o che io debba essere la padrona in questa
    casa, senza che la suocera se ne abbia da ingerire punto,  n poco;  o
    ch'io voglio la mia dote, e tornarmene in casa di mio padre.
    Cavaliere: Troveremo qualche temperamento.
    Doralice: S,  via, trovate de' mezzi termini, de' buoni temperamenti;
    ma ricordatevi che non voglio restare al disotto una punta  di  spilla
    (va nel suo appartamento).
    Cavaliere:  Oh,  questo    un  grande imbarazzo!  Ma ecco il dottore.
    Sentiamo che cosa dice della Contessa Isabella.
    Dottore: (esce  dall'appartamento  d'Isabella)  Signor  cavaliere,  ha
    parlato colla signora Doralice?
    Cavaliere: Signor s, ho parlato ed ho facolt di trattare.
    Dottore: Io pure ho l'istessa facolt da quest'altra.
    Cavaliere:  Dunque  trattiamo.  Vi  faccio  a prima giunta un progetto
    alternativo.  O la signora Doralice vuol esser  anch'ella  padrona  in
    questa casa, o vuole la sua dote e se n'ander con suo padre.
    Dottore:  Rispondo  per  la signora Contessa.  Se vuole andare,  se ne
    vada;  ma prima s'ha da levare la dote della  suocera,  e  poi  quella
    della nuora.
    Cavaliere: Facciamo cos: che la signora Isabella dia il manggio alla
    nuora di quattro cento scudi l'anno,  e penser ella alle spese per s
    e per la cameriera.
    Dottore: Con licenza, ora torno (va da Isabella, poi torna).
    Cavaliere: Non pu risolvere.  Anch'egli ha lo stesso arbitrio che  ho
    io. Questa sarebbe la meglio. Ognun pensar per s.
    Dottore: (ritorna dall'appartamento d'Isabella) Quattrocento scudi non
    si possono accordare. Se ne accorderanno trecento.
    Cavaliere: Attendetemi, che ora vengo (va da Doralice).
    Dottore: E' plenipotenziario anch'egli, come sono io.
    Pantalone:  (esce  dalla  porta  di  mezzo) Sior dottor,  la riverisco
    (incamminandosi verso l'appartamento di Doralice).
    Dottore: Dove, signor Pantalone?
    Pantalone: Da mia fia.
    Dottore: Ora si tratta l'aggiustamento fra lei e la suocera.
    Pantalone: E chi lo tratta st aggiustamento?
    Dottore: Per la sua parte il cavaliere del Bosco.
    Pantalone: Come gh'intrelo sto sior Cavalier?
    Cavaliere: (ritorna dall'appartamento di Doralice)  L'aggiustamento  
    fatto.
    Pantalone: S? come, cara la?
    (esce il Conte Anselmo dalla porta di mezzo).
    Dottore: Signor Conte, l'aggiustamento  fatto.
    Anselmo: Ne godo, ne godo; e come?
    Cavaliere: La signora Doralice si contenta di trecento scudi l'anno.
    Dottore: E la signora Contessa Isabella glieli accorda.
    Pantalone: Xla matta mia fia? Adesso mo (va da Doralice, poi torna).
    Anselmo: E' spiritata mia moglie? ora m sentir (va da Isabella).
    Cavaliere:  Questi  vecchi  vogliono  guastare  il nostro manggio (al
    Dottore).
    Dottore: Questa era una convenzione  onesta,  perch,  per  dirla,  la
    signora Doralice  troppo inquieta.
    Cavaliere:  Ha  ragione  se  vede di mal occhio la suocera,  per tutto
    quello che ha saputo dire di lei.
    Dottore: Anzi la nuora ha strapazzata la suocera fieramente.
    Cavaliere: Siete male informato.
    Dottore: Ehi, Colombina.
    Colombina: (esce dalla camera d'Isabella) Signore!
    Dottore: Dimmi un poco,  che cosa ha detto la signora  Doralice  della
    Contessa Isabella?
    Colombina: Oh! Io non so nulla.
    Cavaliere: Non crediate a costei, mentre ella alla signora Doralice ha
    detto tutto il male della sua padrona.
    Colombina: Io non ho detto nulla.
    Cavaliere: Credetelo, da cavaliere.
    Dottore: Dunque la ciarliera di Colombina ha messo male fra queste due
    signore.
    Cavaliere: Senz'altro.
    Dottore: Vado dalla Contessa Isabella (va da Isabella).
    Colombina: Avete fatto una bella cosa! (al Cavaliere).
    Cavaliere:  Bricconcella,  tu sei stata quella che ha detto male della
    nuora alla suocera? Ora vado dalla signora Doralice a scuoprire le tue
    iniquit (va da Doralice).
    Colombina: Oh, questa  bella! Se m pagano acci dica male,  non l'ho
    da fare?
    Anselmo: (ritorna dall'appartamento d'Isabella) Tu,  disgraziata,  sei
    cagione di tutto (va da Doralice).
    Colombina: Anche questo stolido l'ha con me.
    Dottore: (dall'appartamento d'Isabella) Or ora si scoprir  ogni  cosa
    (va nell'appartamento di Doralice).
    Colombina: Mi vogliono tutti mangiare.
    Pantalone: (dall'appartamento di Doralice) X vero,  desgraziada,  che
    ti ha dito mal de mia fia alla to parona?
    Colombina: Io non so niente.
    Pantalone: Aspetta, aspetta (va da Isabella).
    Colombina: Credono di farmi paura.
    Anselmo: (dall'appartamento di Doralice) Or ora ho scoperto tutto.  Te
    n'accorgerai (va da Isabella).
    Colombina: Principio ad avere un poco di paura.
    Dottore:  (dall'appartamento di Doralice) Non me lo sarei mai creduto:
    oh che lingua! (va da Isabella).
    Colombina: Sono in cattura davvero.
    Cavaliere: (dall'appartamento di Doralice) Colombina, sei scoperta. Tu
    sei quella che hai riportato le ciarle da una parte e dall'altra.  Ora
    tutte  sono  contro  di  te,  e  vogliono che tu ne paghi la pena.  Ti
    consiglio andartene.
    Colombina: Ma dove? povera me! Dove?
    Cavaliere: Presto,  va nella tua camera e chiuditi  dentro.  Vedr  io
    d'aiutarti.
    Colombina: Per amor del cielo, non m abbandonate.
    Cavaliere: Presto, che vien gente.
    Colombina:  Maladetta fortuna!  E stato quel zecchino al mese che m'ha
    acciecata (parte per la porta di mezzo).
    Cavaliere: Ora che si  scoperta la malizia di costei,    pi  facile
    l'accomodamento.
    Giacinto: (esce dalla porta di mezzo) Cavaliere,  che ha Colombina che
    piange e pare spaventata?
    Cavaliere: E' stata scoperta essere quella che ha  seminato  discordie
    fra suocera e nuora; ed ora fra esse trattasi l'aggiustamento.
    Giacinto: Voglia il cielo che segua!
    Dottore: (dall'appartamento d'Isabella) La signora Isabella  persuasa
    di tutto, e se la signora Doralice verr nella sua camera a riverirla,
    l'abbraccer con amore e con tenerezza.
    Cavaliere: Vado a dirlo alla signora Doralice (va da Doralice).
    Giacinto: Dunque mia madre  placata?
    Dottore: Placatissima; tutto  accomodato.
    Giacinto: Sia ringraziato il cielo!
    Cavaliere:  (dall'appartamento  di  Doralice)  La  signora  Doralice 
    prontissima a ricevere l'abbraccio  della  signora  Isabella.  Ma  che
    venga ella nella sua camera.
    Dottore: Glielo dir, ma dubito non si far nulla (va da Isabella).
    Giacinto: Mi pare veramente che tocchi a mia moglie.
    Cavaliere: Pretende ella d'essere l'offesa.
    Pantalone:  (dall'appartamento d'Isabella) Mia fia no vol vegnir da so
    madonna? Aspett, aspett, che ander m a farla vegnir,  e la vegnir
    (va da Doralice).
    Giacinto: Vedete? Anche suo padre le d il torto.
    Cavaliere: Il buon vecchio fa per metter bene.
    Anselmo:  (dall'appartamento  d'Isabella) Oh questa s ch' bella!  La
    suocera ander ad umiliarsi alla nuora?
    Pantalone: (dall'appartamento di Doralice) La  x  giustada.  Mia  fia
    vegnir  da  siora Contessa;  basta che la ghe vegna incontra co la la
    vede, per darghe coraggio.
    Anselmo: Bene,  bene,  lo far.  Vado a dirlo  a  mia  moglie  (va  da
    Isabella).
    Pantalone: Vard cossa che ghe vl a unir ste d donne!
    Cavaliere: Voi l'avete ridotta a fare un bel passo (a Pantalone).
    Giacinto: Lodo la vostra prudenza (a Pantalone).
    Dottore: (dall'appartamento d'Isabella) Signor Pantalone,  dite pure a
    vostra figlia che non s'incomodi altrimenti.
    Pantalone: Perch?
    Dottore: Perch la signora Contessa dice cos che,  essendo dama,  non
    si deve muovere dalla sedia per venire a riceverla.
    Cavaliere: Ora vado io a dirlo alla signora Doralice (va da Doralice).
    Pantalone: Vard che catarri, vard che freddure!
    Giacinto: Ander io da mia madre, e vedr di persuaderla.
    Pantalone: S, caro fio, f sto ben.
    Giacinto: Mia madre a me non dir di no (va da Isabella).
    Pantalone: E a vu mo la ve par una bella cossa? (al Dottore).
    Dottore: La pretensione non  stravagante.
    Pantalone: Mia fia no la gh'ha tante pretension.
    Cavaliere:  (dall'appartamento  di Doralice) Dice la signora Doralice,
    che non  dama,  ma ha portato ventimila scudi di  dote,  e  non  vuol
    essere strapazzata.
    Dottore: Vado subito a dirlo alla signora Contessa.
    Pantalone: Vegn qua, fermeve.
    Dottore: Viene o non viene?
    Doralice:  (sulla  porta;  la  Contessa Isabella dal suo appartamento)
    Signor no, non vengo. Dite alla vecchia, che se vuol, venga lei.
    Isabella: Sfacciatella, a me vecchia?
    Doralice: Signora giovinetta, la riverisco (parte).
    Isabella: O via lei, o via io (parte).
    Pantalone: Oh poveretto m! Coss' sta cossa?
    Cavaliere: La signora Doralice ha ragione.
    Dottore: Avete sentito vostra figlia? (a Pantalone).
    Pantalone: Oh che donne! Oh che donne!
    Anselmo:  (dall'appartamento  d'Isabella)  Le  mie  medaglie,  le  mie
    medaglie.  Mai  pi  non  m'intrico  con  queste pazze.  Dite quel che
    volete,  voglio spendere il mio tempo nelle mie medaglie (parte per la
    porta di mezzo).
    Pantalone: Oh che matti! Oh che casa da matti!
    Giacinto: (dalla camera d'Isabella) Signor suocero, son disperato.
    Pantalone: Coss' st?
    Giacinto: Avete sentito?  Mia moglie ha detto vecchia a mia madre, mia
    madre ha detto sfacciatella a mia moglie.  Vi  il diavolo  in  questa
    casa, vi  il diavolo (parte per la porta di mezzo).
    Pantalone: Se ghe x el diavolo, che el ghe staga. No so cossa farghe,
    gh'ho tanto de testa. No so in che mondo che sia.
    Cavaliere: Ander io a placare la signora Doralice.
    Dottore: E io ander a calmare la signora Isabella.
    Pantalone:  E  m  credo  che vualtri si quelli che le fazza deventar
    sempre pzo.
    Cavaliere: Io sono un cavaliere onorato.
    Dottore: Io non sono un ragazzo.
    Cavaliere: Sapr la signora Doralice il torto che voi m fate  (va  da
    Doralice).
    Dottore:  Voglio  dire alla signora Contessa in qual concetto m tiene
    il signor Pantalone (va da Isabella).
    Pantalone: Oh che bestie!  Ma stimo quel vecchio matto.  Se  pl  dar!
    Come  che  el  se mette anca ello in riga de protettor!  E mia fia col
    Cavalier che la serve? E quel matto de mio znero lo comporta?  Questi
    x i motivi delle discordie de sta fameggia.
    Donne capricciose;  marii senza cervello;  serventi per casa.  Bisogna
    per forza che tutto vaga a roverso (parte).


    SCENA SETTIMA.
    Il Conte Anselmo, poi il Contino Giacinto.

    Anselmo: Se avessi atteso solamente alle medaglie e ai cammi,  non m
    sarebbe successo quello che m  successo.  Maladetto Brighella! Mi ha
    rovinato.
    Giacinto: Brighella non si trova pi; egli  partito di Palermo, e non
    si sa per qual parte.
    Anselmo: Pazienza! Mi ha rovinato.
    Giacinto: Ah signor padre,  siamo rovinati tutti.  Dei ventimila scudi
    non  ve  ne  sono  pi.  Alla  raccolta vi  tempo.  E per mangiare ci
    converr far dei debiti.
    Anselmo: Se lo dico: Brighella m ha rovinato.
    Giacinto: E per condimento delle nostre felicit,  abbiamo una  moglie
    per uno, che formano una bella pariglia.
    Anselmo: Io non ci penso pi.
    Giacinto: E chi ci ha da pensare?
    Anselmo:  Oh!  non  ci  penso  pi.  M'hanno fatto impazzire tanto che
    basta.


    SCENA OTTAVA.
    Pantalone e detti.

    Pantalone: Con so bona grazia.
    Anselmo: (Eccolo qui il mio tormento).
    Pantalone: Sior Conte,  sior znero,  me compatissa,  se vegno  avanti
    arditamente.  Se  tratta de asse,  se tratta de tutto,  e qua bisogna
    trovarghe qualche remedio.
    Anselmo: Io lascio fare a voi.
    Pantalone: Ella vl tender alle s medaggie.
    Anselmo: Fin che posso, non le voglio lasciare.
    Pantalone: E vu, sior znero,  cossa disu?  Ve par che se possa tirar
    avanti cuss? Ve par che vaga ben i affari della vostra casa?
    Giacinto:  Io  dico  che  in poco tempo ci ridurremo miserabili pi di
    prima.
    Pantalone: Sior Conte, sntela cossa che dise s fio?
    Anselmo: Lo sento, ma non so come rimediarvi.
    Pantalone: Se vrla redur a non aver da magnar?
    Anselmo: Ci sono l'entrate.
    Pantalone: Co le se magna in erba,  no le frutta el terzo.  E  de  ste
    care, niora e madonna, cossa dsela?
    Anselmo: Io dico che non si pu far peggio.
    Pantalone: No la pensa a remediarghe?
    Anselmo: Io non ci vedo rimedio.
    Pantalone: Ghe lo vederve ben m,  se gh'avesse un poco d'autorit in
    sta casa.
    Anselmo: Caro signor Pantalone, io vi d tutta l'autorit che volete.
    Giacinto: S,  caro signor  suocero,  prendete  voi  l'economia  della
    nostra casa; assisteteci per amor del cielo; fatelo per vostra figlia,
    per il vostro sangue.
    Pantalone: Me despiase che anca la x mezza matta. Ma in casa mia non
    la  giera cuss;  la s'ha fatto dopo che la x qua,  onde spereria con
    facilit redurla in tel stato de prima.
    Anselmo: Anche mia moglie  una  volta  era  una  buona  donna,  ora  
    diventata un serpente.
    Pantalone: Credme,  paroni,  che ste donne le x messe suso da sti s
    conseggieri.
    Anselmo: Credo anch'io ch'ella sia cos.
    Giacinto: Ne dubito ancora io.
    Pantalone: Qua ghe vl resoluzion.  Vrla che m ghe fazza da  fattor,
    da spendidor,  da mistro de casa, senza vadagnar un soldo, e solamente
    per l'amor che porto a mia fia, a mio zenero e a tutta sta casa?
    Giacinto: Lo volesse il cielo!
    Anselmo: Non m  levate  le  mie  medaglie,  e  per  il  resto  vi  d
    amplissima facolt di far tutto.
    Pantalone:  D  righe de scrittura,  che me fazza arbitro del manizo e
    dell'economia della casa,  e m'impegno che in pochi anni la se  veder
    qualche centenr la de zecchini; e criri ghe ne sar pochi.
    Anselmo: Fate la carta, ed io la sottoscriver.
    Pantalone: La carta non gh'ho aspett adesso a farla;  x un pezzo che
    vedo  el  bisogno  che  ghe  ne  giera.  Gh'ho  da  zontar  do  o  tre
    capitoletti,  e  credo  che  l'ander ben.  Andemola a lezer in tel so
    mezz.
    Anselmo: Non vi  bisogno di leggerla. La sottoscrivo senz'altro.
    Pantalone: Sior no. Vi che la la senta,  e che la la sottoscriva alla
    presenza de testimoni, e cuss anca el sior znero.
    Giacinto: Lo far con tutto il cuore.
    Anselmo:  Andiamo,  ma  ci  siamo  intesi:  il  primo patto che non m
    tocchiate le mie medaglie (parte).
    Pantalone: Poverazzo!  Anche questa x una malattia: chi vl  varirlo,
    no bisogna farlo violentemente, ma un pochetto alla volta.
    Giacinto:  Caro  signor suocero,  vi raccomando la quiete della nostra
    famiglia.  Mio padre non  atto per questa briga;  fate voi da capo di
    casa,  e  son  certo  che,  se  il  capo avr giudizio,  tutte le cose
    anderanno bene (parte).
    Pantalone: Questa x la verit.  El capo de casa x quello che fa bona
    e  cattiva  la  fameggia.  Vi  veder se me riesse de far sto ben,  de
    drezzar sta barca, e za che co ste donne no se pl sperar gnente colle
    bone, vi provarme colle cattive (parte).


    SCENA NONA.
    La Contessa Isabella ed il Dottore.

    Isabella: Non m parlate pi di riconciliarmi con Doralice,  perch  
    impossibile.
    Dottore: Ella ha ragione, signora Contessa.
    Isabella: Pu darsi una impertinente maggiore di questa?
    Dottore: E' una petulante.
    Isabella:  Assolutamente,  assolutamente,  la  voglio  fuori di questa
    casa.
    Dottore: Savissima risoluzione.
    Isabella: Io sono la padrona.
    Dottore: E' verissimo.
    Isabella: E non  degna di stare in casa con me.
    Dottore: Non  degna.
    Isabella: Dottore,  se mio marito non la  manda  via,  voglio  che  le
    facciate fare un precetto.
    Dottore: Ma! vuole accendere una lite?
    Isabella: Non siete capace di sostenerla?
    Dottore: Per me la sosterr; ma s'ella ander via, vorr la dote.
    Isabella:  La dote,  la dote!  Sempre si mette in mezzo la dote.  V'ho
    detto un'altra volta, che prima vi  la mia.
    Dottore: E' verissimo,  ma la dote della signora  Doralice  ascende  a
    ventimila scudi, e la sua non  che di due mila.
    Isabella: Siete un ignorante, non sapete niente.
    Dottore:  (Gi,   quando  non  si  dice  a  modo  suo,  si  comparisce
    ignorante).


    SCENA DECIMA.
    Pantalone, il Conte Anselmo e detti.

    Isabella: Che cosa c',  signori miei?  qualche altra bella novit  al
    solito?
    Anselmo: La novit la sentirete or ora.
    Pantalone: La compatissa se vegno a darghe un poco d'incomodo.
    Isabella: Vostra figlia ha poco giudizio.
    Pantalone: Adess'adesso la sar qua anca la.
    Isabella: Ella qui? Come c'entra nelle mie camere?
    Anselmo: Deve venire per un affar d'importanza.
    Isabella: E non vi  altro luogo che questo?
    Pantalone: Avemo fatto per no incomodarla la fra della s camera.
    Isabella: La ricever come merita.
    Pantalone: La la riceva come che la vl, che no importa.


    SCENA ULTIMA.
    Doralice, Giacinto, il Cavaliere Del Bosco e detti.

    Cavaliere: Servitor umilissimo di lor signori.
    Anselmo: Sediamo, sediamo.
    (Tutti siedono).
    Doralice:  Si  pu  sapere  per  che  cosa  m avete condotta qui?  (a
    Giacinto).
    Giacinto: Or ora lo saprete.
    Anselmo: Moglie mia carissima, nuora mia dilettissima,  sappiate ch'io
    non sono pi capo di casa.
    Isabella: Gi si sa, quest'impiccio ha da toccare a me.
    Anselmo: Non dubitate, l'impiccio non tocca a voi. Il signor Pantalone
    ha  assunto  l'impegno  di  regolare la nostra casa.  Mio figlio ed io
    abbiamo ceduto a lui tutte le  nostre  azioni  e  ragioni,  e  abbiamo
    sottoscritto alcuni capitoli, che ora anche voi sentirete.
    Isabella: Questo  un torto che fate a me.
    Doralice: In quanto a questo poi,  in mancanza del capo di casa, tocca
    a me.
    Isabella: Io sono la padrona principale.
    Dottore: Brava!
    Pantalone: Ors,  un poco de silenzio.  Mi  lezer  i  capitoli  della
    convenzion  fermada e sottoscritta,  e che i l'ascolta,  perch ghe x
    qualcossa per tutti.
    Capitoli convenzionali. Primo.
    Anselmo: Che io possa divertirmi colle medaglie.
    Pantalone: Primo: che Pantalon dei Bisognosi abbia da riscuotere tutte
    l'entrate appartenenti alla casa del Conte Anselmo  Terrazzani,  tanto
    di citt che di campagna.
    Isabella: E consegnar il denaro o a mio marito, o a me.
    Doralice: (La signora economa!).
    Pantalone:  Secondo:  che Pantalon abbia da provveder la casa di detto
    Conte Anselmo di vitto e vestito a tutti della casa medesima.
    Doralice: Ho bisogno di tutto, che non ho niente di buono.
    Pantalone: Terzo: che sia in arbitrio di detto Pantalon di procurar  i
    mezzi  per la quiete della famiglia,  e sopra tutto per far che stiano
    in pace la suocera e la nuora di detta casa.
    Isabella: E' impossibile,  impossibile.
    Doralice: E' un demonio,  un demonio.
    Pantalone: Quart: ,  che n l'una n  l'altra  di  dette  due  signore
    abbiano  d'avere  amicizie  continue e fisse,  e quella che ne volesse
    avere, possa essere obbligata andar ad abitare in campagna.
    Isabella: Oh, questo  troppo!
    Doralice: Questo capitolo offende la civilt.
    Cavaliere:  Questo  capitolo  offende  me.  L'intendo,  signori  miei,
    l'intendo; e giacch vedo che la mia servit colla signora Doralice si
    rende  a  voi molesta,  parto in questo punto,  mentre un cavalier ben
    nato  non  deve  in  verun  modo  contribuire  all'inquietudine  delle
    famiglie.  (Mai pi vado in veruna casa, ove vi siano suocera e nuora)
    (parte).
    Doralice: Se   andato  via  il  cavaliere,  non  rester  nemmeno  il
    dottore.
    Pantalone:  Cossa disela,  sior Dottor,  la visto con che prudenza ha
    oper el sior cavalier?
    Isabella: Il signor dottore non ha da partire di casa mia
    Dottore: La nostra  amicizia vecchia.
    Pantalone: Giusto per questo la s'avera da fenir.
    Dottore: La finir: ander via e non ci torner pi;  ma vorrei sapere
    per che causa con una s bella frase si licenzia di casa un galantuomo
    della mia sorta?
    Isabella: Il signor Dottore non ha da partire da casa mia.
    Pantalone: Co nol sav,  ve lo dir m, sior. Perch vu altri che vol
    far i ganimedi, no s boni da altro che da segondar i mattezzi.
    Dottore: Ho secondato la signora Contessa Isabella, perch,  quando si
    ha della stima per una persona,  non le si pu contraddire.  Vado via,
    signora Contessa.
    Isabella: L'ho sempre detto che siete un dottore senza spirito e senza
    dottrina.
    Dottore: Sentono,  miei signori?  Dopo che  ho  l'onore  di  servirla,
    queste sono le finezze che ho sempre avute (parte).
    Pantalone:  Andemo  avanti  coi capitoli.  Quinto: che ste due signore
    suocera e nuora, per maggiormente conservar la pace fra loro,  abbiano
    d'abitare in due diversi appartamenti, una di sopra ed una di sotto
    Isabella: Quello di sopra lo voglio io.
    Doralice: Io prender quello di sotto, che far meno scale.
    Pantalone: Sentiu? Le se scomenza a accordar. Sesto: che si licenzi di
    casa Colombina.
    Isabella: S,s, licenziarla.
    Doralice: S, mandarla via.
    Pantalone: Anca qua le x d'accordo.  Via,  me consolo; da brave, alla
    presenza dei so maridi, che le se abbrazza, che le se basa in segno de
    pase.
    Isabella: Oh! questo poi no.
    Doralice: Non sar mai vero.
    Pantalone:  Via,  quella  che  sar  la  prima  a  abbrazzar  e  basar
    quell'altra, la gh'aver sto anello de diamanti (mostra un anello).
    Tutte due s'alzano un poco in atto di andar ad abbracciar l'altra, poi
    si pentono e tornano a sedere.
    Isabella: (Piuttosto crepare!).
    Doralice: (Piuttosto senza anelli tutto il tempo di vita mia!).
    Pantalone: Gnanca per un anello de diamanti?
    Anselmo: Se  antico, lo prender io.
    Pantalone:  Ors,  vedo  che x impossibile de far che le se abbrazza,
    che le se basa, che le se pacifica;  e se le lo fasse le lo farve per
    forza,  e doman se tornarave da capo. Av sento i capitoli; m son el
    direttor de sta casa,  e m penser a provveder tutto,  e  no  lasser
    mancar el bisogno.  Sior Conte,  che el tenda pur alle so medaggie,  e
    ghe fazzo un assegnamento de cento  scudi  all'anno  per  soddisfarse.
    Sior  znero  m'agiuter  a  tegnir  l'economia  della  casa,  e cuss
    l'imparer.  Vualtre d  s  stae  nemighe  per  causa  de  una  serva
    pettegola  e de do conseggieri adulatori e cattivi;  remosse le cause,
    sar remossi i effetti. Siora Contessa Isabella, che la vaga in tel so
    appartamento de sra, mia fia in quel de sotto. Ghe dar una cameriera
    per una,  ghe far per un poco tla separada,  e  no  vedendose  e  no
    trattandose,  pl esser che le se quieta;  e questo x l'unico remedio
    per far star in pase la Niora e la Madonna.
