
    Carlo Goldoni.
    IL RITORNO DALLA VILLEGGIATURA - IL VENTAGLIO.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.



















    INDICE.

    IL RITORNO DALLA VILLEGGIATURA.
    L'Autore a chi legge: pagina 3.

    Atto primo: pagina 7.
    Atto secondo: pagina 36.
    Atto terzo: pagina 74.

    IL VENTAGLIO.
    Atto primo: pagina 113.
    Atto secondo: pagina 141.
    Atto terzo: pagina 182.









    IL RITORNO DALLA VILLEGGIATURA.


    L'Autore a chi legge.

    Non trovo che gli Autori antichi,  n gli  Autori  moderni,  si  siano
    molto  divertiti a comporre pi di una Commedia sullo stesso soggetto.
    Non conosco che il "Menteur" e la "Suite du Menteur", due Commedie che
    Cornelio ha in parte tradotte ed  in  parte  imitate  dallo  spagnuolo
    Lopez  de  Vega.  Ma  mi  sia  permesso  di  dire  che il "Seguito del
    Bugiardo" non ha niente che fare colla commedia  che  lo  precede.  E'
    vero che Damone,  il Bugiardo, e Clitone suo servitore sono i medesimi
    personaggi nell'una e  nell'altra,  che  si  parla  nella  seconda  di
    qualche avventura della prima,  ma il soggetto  differentissimo, e il
    carattere  dello  stesso  Bugiardo    cangiato:  poich  nella  prima
    commedia  Damone  mente  per  difetto,   e  nella  seconda  mente  per
    generosit, e quasi per una indispensabile necessit. Io non ho inteso
    dunque d'imitare alcuno,  allora quando ho cominciato  a  tentare  una
    seconda  Commedia  in  seguito  di  una  prima,  ed anche una terza in
    seguito delle altre due.  La prima volta che ci mi accadde,  fu  dopo
    l'esito  fortunato  della  "Putta onorata",  Commedia Veneziana,  alla
    quale feci succedere la "Buona Moglie".  Pamela e Pamela maritata sono
    due  Commedie  che hanno la stessa continuazione.  Animato dalla buona
    riuscita di due Commedie consecutive,  ho tentato le  tre.  Ci  mi  
    riuscito  felicemente  nelle  "Tre Persiane",  di modo che il pubblico
    attendeva e domandava la quarta,  e sempre pi incoraggiato dall'esito
    fortunato,  ho  composto collo stesso legame le tre Commedie presenti;
    con questa differenza per,  che le altre le ho  immaginate  una  dopo
    dell'altra, e queste tutte e tre in una volta.
    Qual  difficolt  (dir  forse  taluno)  il compor tre Commedie sullo
    stesso soggetto?  Quelle che ora tu doni al Pubblico,  non formano che
    una  sola  Commedia,  in  nove atti divisa.  "Calisto e Melibea"  una
    Commedia Spagnuola in quindici atti;  non  maraviglia che tu ne abbia
    composta  una  in nove.  Risponderei a chi parlasse in tal guisa,  che
    Calisto e Melibea non potrebbe  rappresentarsi  in  una  sera,  e  non
    potrebbe dividersi in tre rappresentazioni;  poich l'azione di questa
    Commedia,  irregolare e scandalosa,  non  suscettibile  di  divisione
    alcuna.  Ciascheduna delle mie tre Commedie principia all'incontro,  e
    finisce, di maniera che se uno ne vede la seconda,  e non ha veduto la
    prima,  pu  esser  contento,  trovando  una  Commedia  intelligibile,
    principiata e finita, e lo stesso si pu dir della terza.
    Egli  vero che alla fine della seconda questa terza  promessa, ed ho
    lasciato ad arte qualche cosa  indecisa  per  continuare  il  soggetto
    nella  seguente;  ma  con  dieci  righe di pi si poteva nella seconda
    terminare l'azione perfettamente.  Ho voluto lasciarmi libero il campo
    per una terza Commedia, la quale servisse come di conclusione alle due
    precedenti,  per  provare  la  follia  delle  smoderate villeggiature.
    Figurano in questa tutti i Personaggi della  prima  e  della  seconda,
    alla riserva di Sabina,  che resta a Montenero,  ma non  scordata del
    tutto, poich una lettera arriva a tempo per farcela risovvenire.
    Questa continuazion dei caratteri, degl'interessi e delle passioni non
    dovrebbe sembrare indifferente e di  poca  fatica  a  chi  ha  qualche
    tintura di questa sorta di Componimenti teatrali.
    Mi   resta   a   dir  qualche  cosa  sul  personaggio  di  Bernardino,
    novellamente in questa Commedia introdotto.  Un personaggio che non ha
    che una scena sola, se non  un Servitore, un Notaro, un Messo, o cosa
    simile,  pare debba essere un personaggio o inutile, o mal introdotto.
    Vedr il Lettore che non  inutile,  e comprender facilmente  che  un
    carattere  odioso,  come  quello di Bernardino,  pu essere sofferto e
    anche goduto in una Scena; ma diverrebbe noioso ed insopportabile,  se
    una seconda volta si rivedesse.





    PERSONAGGI.

    Filippo.
    Giacinta.
    Leonardo.
    Vittoria.
    Guglielmo.
    Costanza.
    Rosina.
    Tognino.
    Bernardino, zio di Leonardo.
    Fulgenzio.
    Ferdinando.
    Brigida.
    Paolino.
    Cecco.
    Servitori.
    La scena si rappresenta, come nella prima, parte in casa di Filippo, e
    parte in casa di Leonardo.



    ATTO PRIMO.


    SCENA PRIMA.
    Camera in casa di Leonardo.
    Leonardo, poi Cecco.

    Leonardo:  Tre  giorni  ch'io  son  tornato  in Livorno,  e la signora
    Giacinta e il signor Filippo non si veggiono. Mi hanno promesso,  s'io
    non ritornava subito a Montenero, che sarebbero qui rivenuti bentosto,
    e  non  vengono,  e  non  mi  scrivono,  e  ho loro scritto,  e non mi
    rispondono.  La mia lettera l'avranno ricevuta ieri.  Oggi dovrei aver
    la  risposta.  Ma  l'ora   passata;  dovrei averla gi avuta.  Se non
    iscrivono, probabilmente verranno.
    Cecco: Signore.
    Leonardo: Che cosa c ?
    Cecco: E' domandato.
    Leonardo: E da chi?
    Cecco: E' un giovane che ha una polizza in mano.  Credo sia il giovane
    del droghiere.
    Leonardo: Perch non dirgli ch'io non ci sono?
    Cecco: Gliel'ho detto ieri e l'altr'ieri, com'ella mi ha comandato: ma
    vedendolo  venire  tre o quattro volte il giorno,   meglio ch'ella lo
    riceva, e lo spicci poi come vuole.
    Leonardo: Va,  digli che ho dato ordine a Paolino che saldi il  conto.
    Che aspettasi a momenti da Montenero,  e subito che sar ritornato, lo
    salder.
    Cecco: S, signore. (Parte.)
    Leonardo: Ah!  le cose mie vanno sempre di male in peggio.  Quest'anno
    poi la villeggiatura mi  costata ancor pi del solito.
    Cecco: Signore,  qui quello della cera.
    Leonardo: Ma bestia, perch non dirgli che non ci sono?
    Cecco: Ho detto secondo il solito: vedr se c',  non so se ci sia; ed
    egli ha detto: se non c', ho ordine di aspettarlo qui fin che torna.
    Leonardo: Questa  un'impertinenza.  Digli che  lasci  il  conto,  che
    mander al negozio a pagarlo.
    Cecco: Benissimo, glielo dir. (Parte.)
    Leonardo:  Pare  che costoro non abbiano altro che fare;  pare che non
    abbiano pan da mangiare.  Sono sempre coll'arco teso a ferire il cuore
    de' galantuomini che non hanno con che pagare.
    Cecco:  Anche  questi  se n' andato poco contento,  ma se n' andato.
    Ecco il conto. (D il conto a Leonardo.)
    Leonardo: Sieno maledetti i conti. (Straccia il conto.)
    Cecco: (Conto stracciato, debito saldato).
    Leonardo: Va un po' a  vedere  dal  signor  Filippo,  se  fossero  per
    avventura arrivati.
    Cecco: La servo subito. (Parte.)
    Leonardo: Sono impazientissimo. In primo luogo per l'amore ch'io porto
    a quell'ingrata,  a quella barbara di Giacinta; secondariamente, nello
    stato in cui sono,  l'unico mio risorgimento potrebbe  essere  la  sua
    dote.
    Cecco: Signore...
    Leonardo: Spicciati; perch non vai dove ti ho mandato?
    Cecco: Vi  un'altra novit, signore.
    Leonardo: E che cosa c ?
    Cecco: Osservi. Una citazione.
    Leonardo: Io non so niente di citazioni.  Io non accetto le citazioni:
    che la portino al mio procuratore.
    Cecco: Il procuratore non  in citt.
    Leonardo: E dov' andato?
    Cecco: E' andato in villeggiatura.
    Leonardo:  Cospetto!   anche  il  mio  procuratore  in  villeggiatura?
    Abbandona  anch'egli  per il divertimento gl'interessi propri e quelli
    de' suoi clienti! Io lo pago, gli do il salario, lascio di pagare ogni
    altro per pagar lui,  fidandomi ch'ei m'assista,  ch'ei mi difenda;  e
    quando  preme,  non c',  non si trova,   in villeggiatura?  A me una
    citazione? Dov' il messo che l'ha portata?
    Cecco: Oh! il messo  partito. L'ha consegnata a me; ha notato nel suo
    libretto il mio nome, ed  immediatamente partito.
    Leonardo: Io non so che mi fare,  aspetter che torni il  procuratore.
    Ors, affrettati. Va a vedere se son tornati.
    Cecco: Vado immediatamente. (Parte.)
    Leonardo:  Sempre guai,  sempre citazioni,  sempre ricorsi.  Ma giusto
    cielo! s'io non ne ho. E mi vogliono tormentare, e vogliono obbligarmi
    a quel ch'io non posso fare.  Abbiano un po' di pazienza,  li pagher.
    Se sar in istato di poterli pagare, li pagher.
    Cecco:  Signore,  nello  scendere  le  scale  ho incontrato appunto il
    servitore del signor Filippo,  che veniva per dar parte a lei ed  alla
    signora Vittoria che sono ritornati a Livorno.
    Leonardo: Fallo venire innanzi.
    Cecco: E' partito subito.  Mi ha fatto vedere una lista di trentasette
    case,  alle quali prima del mezzogiorno  ha  da  partecipare  l'arrivo
    loro.
    Leonardo: Portami il cappello e la spada.
    Cecco: S, signore. (Parte.)
    Leonardo:  Sono  impazientissimo  di  riveder  Giacinta.  Chi  sa qual
    accoglimento mi  far  ella  in  Livorno,  dopo  le  cose  occorse  in
    campagna?  Guglielmo  tuttavia  differisce  a  far  la scritta con mia
    sorella.  Sono in un mare d'agitazioni,  e  di  pi  mi  affliggono  i
    debiti, mi tormentano i creditori.
    Cecco: Eccola servita. (Gli d la spada e il cappello.)
    Leonardo: Guarda se c' nessuno in sala, o per le scale, o in terreno.
    Cecco: S, signore. (Parte.)
    Leonardo:  Ho  sempre  timore  d'incontrar  qualcheduno  che mi faccia
    arrossire.  Converr,  per andare dal signor Filippo,  che allunghi la
    strada il doppio, per non passare dalle botteghe de' creditori.
    Cecco: Signore, vi sono due che l'aspettano.
    Leonardo: M'aspettano? Sanno eglino che ci sono?
    Cecco: Lo sanno, perch quello sciocco di Berto ha detto loro che c'.
    Leonardo: E chi sono costoro?
    Cecco: Il sarto e il calzolaio.
    Leonardo: Licenziali; fa che vadano via.
    Cecco: E che cosa vuole ch'io loro dica?
    Leonardo: Di' tutto quello che vuoi.
    Cecco: Non potrebbe dar loro qualche cosa a conto?
    Leonardo: Mandali via, ti dico.
    Cecco:  Signore,    impossibile.  Costoro me l'hanno fatta dell'altre
    volte. Sono capaci di star qui fino a sera.
    Leonardo: Hai tu le chiavi della porticina segreta?
    Cecco: Sono sulla porta, signore.
    Leonardo: Bene; andr per di l.
    Cecco: Badi che la scala  oscura,  precipitosa.
    Leonardo: Non importa; voglio andar via per di l.
    Cecco: Sar piena di ragnatele, si sporcher il vestito.
    Leonardo: Poco male; non preme. (In atto di partire.)
    Cecco: E vuol che stieno col ad aspettare?
    Leonardo: S, che aspettino fin che il diavolo se li porti. (Parte.)


    SCENA SECONDA.
    Cecco, poi Vittoria.

    Cecco: Ecco i deliziosi frutti della bella villeggiatura.
    Vittoria: Dov' mio fratello?
    Cecco: Non c',  andato via. (Piano.)
    Vittoria: Perch lo dici piano, che  andato via?
    Cecco: Perch non sentino certe persone che sono in sala.
    Vittoria: Se sono in sala, l'avranno veduto a partirsi.
    Cecco: Non signora,  andato per la porta segreta.
    Vittoria: Questa mi  pare  una  scioccheria,  un'increanza.  Ha  delle
    visite in sala, e va via senza riceverle, e senza almen congedarle? Se
    sono persone di garbo, le ricever io.
    Cecco: Le vuol ricever ella, signora?
    Vittoria: S! chi son eglino?
    Cecco: Il sarto ed il calzolaro.
    Vittoria: Di chi?
    Cecco: Del padrone.
    Vittoria: E che cosa vogliono?
    Cecco: Niente altro che ricevere il saldo de' loro conti.
    Vittoria: E perch mio fratello non li ha soddisfatti?
    Cecco:  Io  credo  ch'egli  presentemente  non  si ritrovi in grado di
    farlo.
    Vittoria: (Poveri noi!). Bada bene, non lo dir a nessuno; procura anzi
    che non si sappia.  Vedi di mandar via quella gente  con  delle  buone
    parole,  che  non  s'abbiano a lamentare e che non facciano perdere la
    riputazione alla casa. Mio fratello non la vuol intendere,  che quando
    si ha da dare, bisogna pagare o pregare.
    Cecco:  (Parla assai bene la mia padrona.  Ma anch'ella non opera come
    parla).
    Vittoria: E dove  andato il signor Leonardo?
    Cecco: A far visita alla signora Giacinta.
    Vittoria: E' ritornata?
    Cecco: S, signora.
    Vittoria: Quando?
    Cecco: Questa mattina.
    Vittoria: Ed a me non ha mandato a dir niente? (Con isdegno.)
    Cecco: S,  signora.  Ha mandato il servitore coll'imbasciata  per  il
    padrone e per lei.
    Vittoria: E perch non dirmelo?
    Cecco: Perdoni. Sono mezzo stordito. S'ella sapesse quanti imbrogli ci
    sono stati questa mattina.
    Vittoria: Mi pareva impossibile che avesse trascurato di far con me il
    suo dovere.
    Cecco: Sento dello strepito in sala. Con sua licenza.
    Vittoria: Cacciate via quei bricconi.
    Cecco: (Eh!  gi,  ci s'intende.  I poveri operai, quando domandano il
    sangue loro, sono tutti bricconi). (Parte.)
    Vittoria:  Converr  ch'io  vada  a  farle  una  visita.  Come  ultima
    ritornata, converr ch'io sia la prima a complimentarla. Vi ander, ma
    vi ander di malanimo.  Non l'ho mai potuta soffrire; ma ora poi, dopo
    le coserelle che nate sono in villeggiatura, quando mi viene in mente,
    mi si rimescola tutto il sangue. Guglielmo non ha ancora voluto firmar
    la scritta. Pochissimo si lascia da me vedere;  sono in una agitazione
    grandissima.
    Cecco:  Signora,    venuto  il  signor  Fulgenzio.  Ha  domandato del
    padrone;  gli ho detto che non c',  ed ei lo vorrebbe  aspettare.  Se
    ella lo volesse ricevere...
    Vittoria: S, s, venga pure. Sono andati via coloro?
    Cecco: Parlano col signor Fulgenzio. (Parte.)
    Vittoria:  Ho  piacere di parlare con questo vecchio,  che ci ha fatto
    perdere sul pi bello il piacere della campagna.


    SCENA TERZA.
    Fulgenzio e la suddetta.

    Fulgenzio: (Povera casa! In che stato sei tu ridotta!).
    Vittoria: Bravo, bravo, signor Fulgenzio.
    Fulgenzio: Servitor suo, signora Vittoria.
    Vittoria: Che voglia  venuta a vossignoria di scrivere a mio fratello
    che nostro zio stava mal per morire,  per farci  venire  a  Livorno  a
    rotta di collo?
    Fulgenzio: Io,  dacch siete di qua partiti, non ho scritto una riga a
    vostro fratello;  e vostro zio sta benissimo di salute,  ed io in  tal
    proposito non so quello che vi diciate.
    Vittoria: Ma la lettera l'ho veduta io.
    Fulgenzio: Che lettera avete veduto?
    Vittoria: Quella che fu scritta da voi.
    Fulgenzio: A chi?
    Vittoria: A mio fratello.
    Fulgenzio: Signora, io dubito che ve lo abbiate sognato.
    Vittoria:  Come sognato,  se siamo corsi a Livorno per essere a tempo,
    pria che spirasse lo zio?
    Fulgenzio: E chi vi ha detto questa bestialit?
    Vittoria: La vostra lettera.
    Fulgenzio: Cospetto! voi mi fareste uscire de' gangheri. Vi dico ch'io
    non l'ho scritta, e non poteva ci scrivere, e non l'ho scritta.  (Con
    isdegno.)
    Vittoria: Ma che pu essere dunque questa faccenda?
    Fulgenzio: Che pu essere? Ve lo dir io: cabale, invenzioni, alzature
    d'ingegno.
    Vittoria: E di chi?
    Fulgenzio: Di vostro fratello.
    Vittoria: Come di mio fratello?
    Fulgenzio: S,  di lui, che ha menato finora una vita la pi pazza, la
    pi disordinata del mondo.  Mi era stato detto da qualcheduno  che  le
    cose  sue  andavano  per  la  mala strada;  ma non credeva ch'ei fosse
    giunto a tal segno.  Mi pento di essere entrato nell'affare di  questo
    suo  matrimonio;  di  aver  colle mie parole accreditato in faccia del
    signor Filippo un uomo che non merita la sua figliuola.
    Vittoria: Signor Fulgenzio,  ella   un  signore  di  garbo,  le  sono
    obbligata del panegirico che ci ha fatto, e della buona intenzione che
    ha di precipitar mio fratello.
    Fulgenzio:  Si  precipitato da s.  Io sono portato per far del bene;
    ma quando per il bene di uno non rechi danno o disonore ad un altro.
    Vittoria: Se foste portato per far del bene,  procurereste  almeno  di
    liberare ora la nostra casa da questi insolenti,  che per poche monete
    mettono a repentaglio la nostra riputazione.
    Fulgenzio: Fin qui ho potuto farlo,  e l'ho fatto.  In grazia  mia  si
    sono tutti partiti.  Non ho fatto loro la sicurt,  perch non sono s
    pazzo;  ma con delle buone parole mi  riuscito far che si partissero,
    e  sospendessero  quella  risoluzione  che  avevano  in animo di voler
    prendere.  Ma,  signora  mia,  se  non  possono  essere  pagati,   non
    gl'insultate almeno,  non dite loro insolenti.  Quando vostro fratello
    ha avuto d'essi bisogno,  li ha maltrattati,  li ha insultati;  oppure
    con carezze,  con parole dolci, con buone grazie ha cercato blandirli,
    allettarli, per essere servito, e servito bene? Ed ora che vengono per
    la quinta, sesta o settima volta a chiedere le loro mercedi, e perdono
    le  loro  giornate  per  essere  stentatamente  pagati,   il  fratello
    s'asconde  e  la  sorella  gl'insulta?   E'  una  ingiustizia,    una
    ingratitudine,  una tirannia.
    Vittoria: A me non serve che facciate di tai sermoni.
    Fulgenzio: S, lo so benissimo. E' un predicare a' sordi.
    Vittoria: Fateli a mio fratello, che ne ha pi bisogno di me.
    Fulgenzio: E dov' egli vostro fratello?
    Vittoria: E' andato a far visita alla signora Giacinta.
    Fulgenzio: Sono anch'eglino ritornati? Ho piacere...
    Vittoria: Avvertite di non andar col a far  degli  strepiti  fuor  di
    proposito.
    Fulgenzio: Far tutto quello che creder dover fare.
    Vittoria:  Non vi mettete all'azzardo di far disciogliere un contratto
    di matrimonio, ch queste cose non si possono fare.
    Fulgenzio: Eh!  signora mia...  scusatemi...  Sapete cosa non  si  dee
    fare?  Spendere pi di quel che si pu;  far debiti per divertirsi;  e
    stancheggiare e vilipendere i creditori. (Parte.)


    SCENA QUARTA.
    Vittoria, poi Ferdinando.

    Vittoria: Non si pu dire ch'ei non dica la verit.  Ma quando  tocca,
    dispiace.
    Ferdinando: Chi  qui? C' nessuno? (Di dentro.)
    Vittoria:  Oh!  il  signor  Ferdinando.  Sapr  da lui qualche novit.
    Venga, venga, signore: ci sono io.
    Ferdinando: M'inchino alla signora Vittoria.
    Vittoria: Serva sua. Ben tornato.
    Ferdinando: Obbligatissimo.  Ma non mi credea di  dover  ritornare  s
    presto.
    Vittoria: Sarete venuto col signor Filippo e colla signora Giacinta.
    Ferdinando: S,  e si  fatto un viaggio cos piacevole, che se durava
    due ore di pi, mi veniva la febbre.
    Vittoria: E perch?
    Ferdinando: Perch la signora Giacinta non faceva  che  sospirare.  Il
    signor  Filippo  ha dormito da Montenero sino a Livorno.  La cameriera
    piangeva il morto; ed io ho patito una noia infinita.
    Vittoria: E che aveva la signora Giacinta che sospirava?
    Ferdinando: Aveva,  aveva...  delle pazzie per il capo,  tante  e  poi
    tante, che io ne ho vergogna per parte sua.
    Vittoria: Ma in che consistono le sue pazzie?
    Ferdinando: Parliamo d'altro. L'avete saputa la nuova?
    Vittoria: Di che?
    Ferdinando: Di Tognino.
    Vittoria: Del figliuolo del signor dottore?
    Ferdinando:  S;    tornato  suo padre.  Ha saputo che voleva sposare
    quella ragazza.  L'ha cacciato di casa,  e non  sapeva  dove  andar  a
    mangiare  e  a dormire.  La signora Costanza,  che non vorrebbe che il
    matrimonio della nipote le costasse un quattrino, si  fatta pregare a
    riceverlo. Finalmente non ha potuto fare di meno. L'ha messo a dormire
    col servitore,  gli d la tavola;  ma c'  poco  da  sbattere,  ed  il
    ragazzo  di buona bocca.  Oggi dicevano di voler venire a Livorno, ed
    intendono di condur seco loro Tognino e mover lite a suo padre per gli
    alimenti,   farlo   sposar   la   fanciulla,    e   poi   addottorarlo
    nell'universit de' balordi.
    Vittoria:  L'istoriella    graziosa,  ma  non m'interessa gran fatto.
    Vorrei che mi diceste qualche cosa intorno la melanconia della signora
    Giacinta.
    Ferdinando: Io, compatitemi, non soglio entrare ne' fatti altrui.
    Vittoria: Ci siete entrato tanto,  che basta per pormi in sospetto,  e
    siete in obbligo di disingannarmi.
    Ferdinando: E di che cosa potete voi sospettare?
    Vittoria:  Di  quello  che  ho  sospettato,  anche prima di partire da
    Montenero.
    Ferdinando: Io non so  che  pensaste  allora,  n  quel  che  pensiate
    adesso.
    Vittoria: S'ella sospira, avr qualche cosa che la molesta.
    Ferdinando: Naturalmente.
    Vittoria: Per mio fratello non crederei ch'ella sospirasse.
    Ferdinando:  Oh!  non  mi   mai passato per mente di credere che ella
    sospirasse per lui.
    Vittoria: E per chi dunque?
    Ferdinando: Chi sa? Non potrebbe ella sospirare per me? (Ridendo.)
    Vittoria: Eh! no, per voi no; sospirer forse per qualcun altro.
    Ferdinando: A proposito. Ho perduto l'amante. La signora Sabina non mi
    vuol pi.  Dopo che le ho parlato di donazione,  s'  affrontata,  s'
    fieramente sdegnata, e non ha pi voluto nemmen vedermi; anzi, sentite
    s'ella   da ridere: per timore di dover venire con me,  non ha voluto
    venire a Livorno.  E' restata l a  Montenero,  e  credo  che  ora  si
    vergogni delle sue ragazzate e non voglia pi venire in citt, per non
    essere posta in ridicolo da tutto il mondo.
    Vittoria: E voi avete il merito d'aver fatto s buona opera.
    Ferdinando:   Io   ho   inteso   di  divertirmi,   e  di  divertir  la
    conversazione.
    Vittoria: Lodatevi, che avete ragione di farlo. (Ironica.)
    Ferdinando: Non mi pare di  aver  fatto  cosa  che  meriti  di  essere
    criticata. Peggio assai mi parerebbe s'io tenessi a bada due fanciulle
    da  marito,  e  fingessi  d'amarne  una per coprire la mia passion per
    un'altra.
    Vittoria: E dove vanno a battere queste vostre parole?
    Ferdinando: Battono nell'aria e lascio che l'aria  le  porti  dove  le
    vuol portare.
    Vittoria:  Sono  parole  le vostre orribili,  velenose;  parole che mi
    passano il cuore.
    Ferdinando: E che cosa c'entrate voi? Io non le ho dette per voi.
    Vittoria: E perch sospirava la signora Giacinta?
    Ferdinando: Domandatelo a lei.
    Vittoria: E chi  che tiene a bada due fanciulle?
    Ferdinando: Domandatelo a lui.
    Vittoria: E chi  questo lui?
    Ferdinando: Il signor lui in caso obbliquo,   il signor egli in  caso
    retto. Nominativo hic, egli, genitivo huius, di lui. Signora Vittoria,
    ella mi pare di cattivo umore questa mattina.  All'onore di riverirla;
    vado al caff,  dove mi aspettano i curiosi di sapere le avventure  di
    Montenero.  Ho  da  discorrerne  per  due  settimane.  Ho da divertire
    Livorno. Ho da far ridere mezzo mondo. (Parte.)
    Vittoria: Oh lingua indemoniata! Si pu sentire di peggio? Mi ha posto
    mille pulci nel capo.  Ho da gran tempo de' sospetti,  de' dubbi,  de'
    batticuori.  Costui ha finito di rovinarmi. Ho male in casa, vanno mal
    gl'interessi,  sto pessimamente nel cuore.  Povera me!  Sconto bene il
    piacere della villeggiatura.  Meglio per me ch'io non ci fossi nemmeno
    andata! (Parte.)


    SCENA QUINTA.
    Camera in casa di Filippo.
    Giacinta e Brigida.

    Brigida: Via, via, signora padrona, non pensi tanto. Si diverta,  stia
    allegra. Avverta bene, che la melanconia fa de' brutti scherzi.
    Giacinta: A me non pare presentemente di essere melanconica, anzi sono
    cos contenta,  che non mi cambierei con una regina. Dopo che non vedo
    colui, mi pare di essere rinata. Sto cos bene, che non sono mai stata
    meglio.
    Brigida: Perdoni, non vorrei equivocare; per colui chi intende ella di
    dire?
    Giacinta: Che sciocca difficolt di capirmi!  Non si  sa,  che  quando
    dico colui, m'intendo di dire di Guglielmo?
    Brigida: (Io tremava che dicesse colui allo sposo).
    Giacinta:  Non  ho ragione di parlar di lui con disprezzo,  con astio,
    con villania? Potea far peggio di quel che ha fatto? Tirarmi gi a tal
    segno? Innamorarmi s pazzamente? Che vita miserabile non ho io menata
    per causa sua?  Che spasimi,  che timori non mi ha egli fatto provare?
    Non  ho  goduto  un'ora di bene.  Ha principiato a insidiarmi sino dal
    primo giorno.  Ah!  con qual arte si  egli insinuato nell'animo  mio,
    nel mio cuore! Che artifiziose parole! Che sguardi languidi traditori!
    Che studiate attenzioni! E come sapea trovare i momenti per esser meco
    a  quattr'occhi,  e  che soavi termini sapeva egli trovare,  e con che
    grazia li pronunciava! (Con passione.)
    Brigida: (Oh! non ci pensa pi, me n'accorgo). (Ironica.)
    Giacinta: Basta,  grazie al cielo me ne son liberata.  Parmi di  avere
    avuto una malattia, ed essere perfettamente guarita.
    Brigida: Perdoni, mi pare che vi sia un poco di convalescenza.
    Giacinta: No,  t'inganni.  Sono sana,  sanissima,  com'era prima.  Ora
    tutti i mei pensieri sono occupati all'allestimento che si ha da  fare
    per  le mie nozze.  Per quello che tocca a fare per mio padre,  ho gi
    pensato quello ch'io voglio ch'egli mi  faccia.  Per  quello  poi  che
    appartiene  allo  sposo,  io  non  voglio  assolutamente che il signor
    Leonardo si riporti alla di lui sorella.  Non voglio che diasi  a  lei
    l'incombenza  di  porre  in  ordine  il  mio  vestiario;  prima non le
    conviene, perch  fanciulla; e poi  di cattivo gusto.  Si veste male
    per s,  e son sicura che sarebbe peggio per me. Ecco tutti i pensieri
    che mi occupano di presente;  io non ho  altro  in  testa  che  abiti,
    guarnizioni,  gioje,  pizzi  di Fiandra,  pizzi d'aria,  fornimenti di
    bionda,  scarpe,  cuffie,   ventagli.   Questo    quanto  m'interessa
    presentemente,   e  non  penso  ad  altro.   (Forzandosi  di  mostrare
    intrepidezza.)
    Brigida: E fra tanti pensieri non le passa per mente un po' di  amore,
    un po' di bene allo sposo?
    Giacinta: Io spero d'amarlo un giorno teneramente. Ho sentito dire che
    tanti  che  si sono sposati per amore,  si sono prestissimo annoiati e
    pentiti; e che altri che l'hanno fatto per impegno,  per rassegnazione
    semplice,  e con poco amore,  si sono poi innamorati col tempo, e sono
    stati bene fino alla morte.
    Brigida: Certo,  signora,  ella non correr pericolo  d'annoiarsi  per
    averlo  troppo  amato  finora.  Prego il cielo che la virt del legame
    operi meglio per l'avvenire.
    Giacinta: S,  cos ha da essere,  e cos sar.  Io prendo  il  signor
    Leonardo  come un marito che mi  stato destinato dal cielo,  che mi 
    dato dal  padre.  So  ch'io  devo  rispettarlo  ed  amarlo.  Circa  al
    rispetto, far il mio dovere; e circa all'amore, far tutto quel ch'io
    potr.
    Brigida: Perdoni,  proponendosi ella di volerlo s ben rispettare, non
    far dunque n pi n meno di quello ch'egli vorr.
    Giacinta: S,  ma il rispetto ha  da  esser  reciproco.  S'io  ho  del
    rispetto  per  lui,  egli  ne  ha  d'avere  per  me.  Non ha perci da
    trattarmi villanamente, e da tenermi in conto di schiava.
    Brigida: (Eh!  gi;  vuol rispettare il marito,  ma vorr fare  a  suo
    modo).
    Giacinta:  E'  molto  che quel temerario di Guglielmo non abbia ancora
    tentato di farmi una visita.
    Brigida: S'egli venisse, m'immagino ch'ella non lo vorrebbe ricevere.
    Giacinta: Perch,  non l'ho da ricevere?  Perch,  ho da usare  questa
    vilt di mostrar paura di lui? Non ho da esser padrona di me medesima?
    Non avr bastante virt per vederlo e trattarlo con indifferenza? Sono
    stata debole,   vero;  ma in tre giorni ch'io non lo tratto, ho avuto
    campo di ravvedermi, e di fortificarmi lo spirito e il cuore.  Bisogna
    pur  ch'io  mi  avvezzi  a  ritrovarmi  con  esso  lui,  come mi ho da
    ritrovare con tanti altri.  Ha da esser marito di mia cognata.  Poco o
    molto,  dobbiamo  essere  qualche  volta insieme.  Che cosa direbbe il
    mondo, se io sfuggissi la di lui vista?  No,  no,  vo' principiare per
    tempo  ad accostumarmi a trattarlo come se mai non lo avessi n amato,
    n conosciuto;  e son capace di farlo,  ed ho  coraggio  di  farlo,  e
    vedrai tu stessa con che bravura,  con che spirito, mi dar l'animo di
    eseguirlo.
    Brigida: E se il signor Leonardo non volesse ch'ella lo trattasse?
    Giacinta: Il signor Leonardo sarebbe un pazzo.  Perch non ha da voler
    che io pratichi un suo cognato?
    Brigida: Non sa ella quanto  sottile la gelosia?
    Giacinta: Il signor Leonardo sa che gelosie non ne voglio.
    Brigida: Ma per altro,  diciamola qui fra noi, ha avuto qualche motivo
    d'averne.
    Giacinta: Quello che  stato,   stato.  Ha avuto la soddisfazione che
    Guglielmo  dia parola di sposar sua sorella,  e la sposer,  e ci gli
    deve bastare. Finalmente Guglielmo  un giovane onesto e civile, ed io
    sono  una  donna  d'onore;   e  sarebbe  una   temerit   il   pensare
    diversamente.
    Brigida:  (Pu  dir  quel  che vuole,  io non mi persuader mai che la
    piaga sia risanata).


    SCENA SESTA.
    Servitore e le suddette.

    Servitore: Signora,   qui il signor Guglielmo  che  le  vorrebbe  far
    riverenza.
    Brigida: (Veggiamo un poco la sua bravura).
    Giacinta:   (Oim!   che   mai   vuol   dire   questo  gran  foco  che
    improvvisamente m'accende?).
    Brigida: (Oh! come vien rossa la poverina!).
    Giacinta: (Eh! coraggio ci vuole. Superiamola quest'indegna passione).
    Venga pure,  padrone.
    Servitore: (parte.)
    Brigida: Coraggio, signora padrona.
    Giacinta: Perch coraggio? A che mi vai tu insinuando il coraggio?  Di
    che cosa ho d'aver timore?  (Eccolo. Oh cieli? tremo tutta, la passion
    mi tradisce ed il valore mi manca).  Brigida,  un improvviso dolor  di
    stomaco mi obbliga a ritirarmi. Ricevi tu il signor Guglielmo, e digli
    che mi perdoni... (Ah! mi ucciderei colle mie mani). (Parte.)


    SCENA SETTIMA.
    Brigida, poi Guglielmo.

    Brigida: Gran virt,  gran coraggio! Eh poverina!  donna anch'ella, 
    di carne e d'ossa come le altre.
    Guglielmo: Dov' la signora Giacinta?
    Brigida: Perdoni, signore, mi ha imposto di far le sue scuse.
    Guglielmo: Mi ha pur detto il servitore ch'ella era qui.
    Brigida: C'era, per verit; ma l'ha chiamata il suo signor padre.  (Se
    gli dico che ha mal di stomaco, non lo crede,  una magra scusa).
    Guglielmo: Aspetter il suo comodo.
    Brigida: Scusi. Che cosa vuole da lei?
    Guglielmo:  Ho  da  renderne  conto  a  voi?  Vo'  fare il mio debito,
    riverirla,  consolarmi del suo ritorno.  Ecco quello ch'io voglio;  ed
    ecco soddisfatta la vostra curiosit.
    Brigida:  Bene,  signore.  Io  rappresenter  alla  padrona  le di lei
    finezze, e sar come se le avesse ricevute in persona.
    Guglielmo: Non mi  permesso il vederla?
    Brigida: Non mancher tempo. E' ancora stanca dal viaggio.
    Guglielmo: Questo  un  insulto  che  mi  vien  fatto.  Sono  un  uomo
    d'onore, e non credo di meritarlo.
    Brigida: Caro signor mio,  prenda la cosa come le pare;  io non so che
    dirle. (Voglio veder io di rompere quest'amicizia, se posso).
    Guglielmo: Dite alla signora Giacinta  che  io  sono  lo  sposo  della
    signora Vittoria.
    Brigida: Credo ch'ella lo sappia, senza ch'io glielo dica.
    Guglielmo:  E  se  non  avessi  questo carattere,  non sarei venuto ad
    incomodarla.
    Brigida: In virt di questo carattere,  avr tempo  di  vederla  e  di
    rivederla, e di dirle tutto quello che vuole.
    Guglielmo: Voi dunque non le volete dir niente?
    Brigida: Niente affatto, con sua buona licenza.
    Guglielmo: C' in casa il signor Filippo?
    Brigida: Io non lo so, signore.
    Guglielmo: Come dite di non saperlo,  se poco fa mi diceste ch'egli ha
    chiamato la signora Giacinta?
    Brigida: E se io gli ho detto che ha  chiamato  la  signora  Giacinta,
    perch mi domanda se c'?
    Guglielmo: Per dir la verit, voi siete particolare.
    Brigida: Perdoni...  ho qualche cosa anch'io per il capo... (Ha ragion
    da una parte; il zelo mi trasporta un po' troppo).


    SCENA OTTAVA.
    Leonardo e detti.

    Leonardo: (Come! Guglielmo qui? Appena giunta Giacinta).
    Brigida: (Ecco il signor Leonardo.  E questo diavolo di Guglielmo  non
    ha voluto andarsene).
    Leonardo: Dov' la signora Giacinta? (A Brigida.)
    Brigida: E' di l col suo signor padre. (A Leonardo.)
    Guglielmo: Amico. (Salutando Leonardo.)
    Leonardo: Schiavo suo. (A Guglielmo, bruscamente.) Domandatele se mi 
    permesso di riverirla. (A Brigida.)
    Brigida:  S,   signore,  la  servo.  Perdoni:  Paolino  non    ancor
    ritornato?
    Leonardo: No, non  ancor ritornato.
    Brigida: Compatisca. Quando ritorner?
    Leonardo: Volete andare, o non volete andare?
    Brigida: Vado, vado. (Oh! quest' bella! Preme anche a me quanto possa
    premere a loro). (Parte.)
    Leonardo: Siete molto sollecito a venir  a  complimentare  la  signora
    Giacinta.
    Guglielmo: Fo il mio dovere.
    Leonardo: Non siete n s attento, n s polito verso la vostra sposa.
    Guglielmo: Favorite dirmi in che cosa ho mancato.
    Leonardo: Non mi fate parlare.
    Guglielmo: Se non parlerete, sar impossibile ch'io vi capisca.
    Leonardo: L'avete veduta la signora Giacinta?
    Guglielmo:  Non  signore.  Volea  riverirla,  e  non mi  stato ancora
    permesso. A voi non sar negato l'accesso; onde vi supplico, col mezzo
    vostro, far ch'io possa esercitar con lei il mio dovere.
    Leonardo: Signor Guglielmo,  quando pensate voi di concludere le nozze
    con mia sorella?
    Guglielmo: Caro amico,  io non credo che un matrimonio fra due persone
    civili s'abbia a formare senza le debite convenienze.
    Leonardo: Ma perch intanto si differisce di sottoscrivere  il  nuzial
    contratto?
    Guglielmo: Questo pu farsi qualunque volta vi piaccia.
    Leonardo: Facciamolo dentro d'oggi.
    Guglielmo: Benissimo...
    Leonardo: Favorite di andar dal notaro a renderlo di ci avvisato.
    Guglielmo: Bene. Andr ad avvisarlo.
    Leonardo: Ma andate subito, se lo volete trovare in casa.
    Guglielmo: S,  vado subito.  Vi prego di pormi a' piedi della signora
    Giacinta;  dirle ch'era venuto per un atto del mio rispetto.  (Convien
    dissimulare.  Non  son  contento  s'io non le parlo ancora una volta).
    (Parte.)


    SCENA NONA.
    Leonardo, poi Brigida.

    Leonardo: Costui  d'un carattere che non arrivo ancora a comprendere.
    Mi d motivo di sospettare,  e poi mi fa  talvolta  pentire  de'  miei
    sospetti.  La  premura  ch'egli  ha  di  veder  Giacinta,  pare un po'
    caricata;  ma se fosse reo di qualche indegna passione,  non ardirebbe
    di  parlar  con me come parla,  ed esibirsi ad accelerare il contratto
    con mia sorella.
    Brigida: Signore, la mia padrona la riverisce,  la ringrazia della sua
    attenzione,  e  la  supplica  di  perdono  se  questa  mattina non pu
    ricevere le di lei grazie,  perch sta poco bene,  ed  ha  bisogno  di
    riposare.
    Leonardo: E' a letto la signora Giacinta?
    Brigida: Non  a letto veramente,  ma  sdraiata sul canap.  Le duole
    il capo, e non pu sentire a parlare.
    Leonardo: E non mi  permesso di vederla,  di riverirla,  e di sentire
    da lei medesima il suo incomodo?
    Brigida: Cos m'ha detto, e cos le dico.
    Leonardo: Bene.  Ditele che mi dispiace il suo male, che ne prevedo la
    causa,  e che dal canto mio cercher di contribuire alla  sua  salute.
    (Con isdegno.)
    Brigida: Signore, non pensasse mai...
    Leonardo: Andate, e ditele quel che v'ho detto. (Come sopra.)
    Brigida: (Ha ragione,  per verit,  ha ragione. E' cieca affatto, e la
    sua gran virt se n' andata in fumo). (Parte.)


    SCENA DECIMA.
    Leonardo, poi il Servitore.

    Leonardo:  S,  merito  questo,  e  merito  ancor  di  peggio.   Dovea
    avvedermene prima d'ora,  ch'ella non ha per me n amore, n stima, n
    gratitudine. Sono perdute le mie attenzioni;  vana la mia speranza, e
    guai a me se io arrivassi a sposarla.  Ho dunque da  perderla?  Ho  da
    metterla in libert,  perch poi con mio scorno,  e con disonore della
    mia casa, si vegga ella sposar Guglielmo,  e quell'indegno burlarsi di
    me,  e  dell'impegno  contratto  con mia sorella?  No,  non lo sperino
    certamente. Sapr scordarmi di quest'ingrata, ma non soffrir vilmente
    l'insulto.  Trover la maniera di vendicarmi.  Mi vendicher  ad  ogni
    costo.  A  costo di perdermi,  di precipitarmi.  Sono in disordine,  
    vero, ma ho tanto ancora da potermi prendere una soddisfazione.
    Vo' far vedere al mondo che ho spirito, che ho sentimento d'onore. S,
    perfida, s, amico traditore, mi vendicher, me la pagherete.
    Servitore: Signore, un di lei servo ha portata per lei questa lettera.
    Leonardo: E dov' costui?
    Servitore: Mi ha domandato se ella c'era.  Gli ho detto che s.  Mi ha
    dato la lettera, ed  partito.
    Leonardo: Bene, bene. Non occorr'altro. (Legge la lettera piano.)
    Servitore: (E' molto in collera questo signore.  Ma anche la padrona 
    furente.  Sono andati in campagna con allegria,  e  sono  tornati  col
    diavolino pel capo). (Parte.)


    SCENA UNDICESIMA.

    Leonardo  (solo):  Povero me!  Che sento!  Che lettera  questa che mi
    scrive Paolino!  Sequestrati i beni miei di  campagna?  Sequestrati  i
    mobili del palazzino? Sino la biancheria, le posate e l'argenteria che
    mi  fu  prestata?  Paolino  medesimo  arrestato in campagna per ordine
    della giustizia?  Questa   l'ultima  mia  rovina,  la  riputazione  
    perduta.  Piena  ancora di gente  la villeggiatura di Montenero.  Che
    diranno di me i villeggianti?  Quale strapazzo si far  col  del  mio
    nome?  Che  serve  ch'io  abbia figurato sinora con tanto sfarzo e con
    tanto lustro, se ora si scoprono le mie miserie,  e sar condannata la
    mia ambizione?  Ah!  questo colpo mi avvilisce,  mi atterra. Giacinta,
    Guglielmo,  si burleranno  anch'essi  di  me.  Qual  vendetta  vo'  io
    meditando contro di loro? Chi  il nemico maggiore ch'io abbia fuor di
    me  stesso?  Io sono il pazzo,  lo stolido,  il nemico di me medesimo.
    (Parte.)








    ATTO SECONDO.


    SCENA PRIMA.
    Camera di Leonardo.

    Leonardo (solo): Io non so  che  mi  fare.  Penso,  e  i  miei  tristi
    pensieri,   anzich   suggerirmi   il   rimedio,   mi   spingono  alla
    disperazione.  Io non so pi in Livorno come sussistere,  e non ho  il
    modo  e non ho il coraggio di allontanarmi.  Che dir di me la signora
    Giacinta?  Come potr io pretendere  dal  signor  Filippo  la  di  lui
    figliuola  e  gli ottomila scudi di dote nello stato miserabile in cui
    ora sono?  Povero me!  Fra  le  mie  disgrazie  non  cessa  ancora  di
    tormentarmi l'amore. Oh cieli! Ecco il signor Fulgenzio. Arrossisco in
    vederlo;  mi  ricordo delle sue ammonizioni,  de' suoi consigli,  e so
    d'averne abusato.


    SCENA SECONDA.
    Fulgenzio e il suddetto.

    Fulgenzio: (Eccolo qui il pazzo, il prodigo, l'infatuato).
    Leonardo: Riverisco il mio carissimo signor Fulgenzio.
    Fulgenzio: Servitor suo. (Sostenuto.) Si  divertito bene in campagna?
    Leonardo: Caro  signore,  non  mi  parlate  pi  di  campagna.  Le  ho
    concepito  un  odio  s  grande,  che non andrei pi a villeggiare per
    tutto l'oro del mondo.
    Fulgenzio: S, il proponimento  buono. Il male  che l'avete fatto un
    po' tardi.
    Leonardo: E' meglio tardi che mai.
    Fulgenzio: Basta che si sia in tempo,  e che il proponimento non nasca
    dall'impotenza, piuttosto che dalla volont di far bene. (Con caldo.)
    Leonardo: Io non credo di essere in tal precipizio...
    Fulgenzio:  E  che cosa vi resta per essere rovinato pi di quello che
    siete?  Volete vendere a me pure lucciole per lanterne?  Mi maraviglio
    di  voi.  Mi maraviglio che abbiate avuto il coraggio d'imbarazzare un
    galantuomo della mia sorte a chiedere per voi una fanciulla in isposa.
    Voi sapevate lo stato vostro, e chiamasi un tradimento, una baratteria
    bella e buona.  Ma dal canto mio ci rimedier: far sapere  al  signor
    Filippo la verit; faccia poi egli quel che vuole, me ne vo' lavare le
    mani, e faccio un solenne proponimento di non imbarazzarmi mai pi.
    Leonardo:  Ah!  signor Fulgenzio,  per amor del cielo,  non mi mettete
    all'ultima disperazione.  Giacch sapete  lo  stato  mio,  movetevi  a
    compassione di me.  Io sono in circostanze lagrimose, che non mi resta
    alcun  angolo  in  cui  sperare  di  rifugiarmi,   sar  costretto  ad
    abbandonarmi  alla  pi  disperata  risoluzione.   Senza  roba,  senza
    credito,  senza amici,  senza assistenza,  la vita non mi serve che di
    rossor,  che di pena. Assistetemi, signor Fulgenzio, assistetemi; sono
    sull'orlo del precipizio,  non fate che termini la mia  casa  con  una
    tragedia, con uno spettacolo della mia persona.
    Fulgenzio:   Se  foste  mio  figliuolo,   vorrei  rompervi  l'ossa  di
    bastonate. Ecco il linguaggio de' vostri pari: sono disperato,  voglio
    strozzarmi,  voglio affogarmi.  A me poco dovrebbe premere, perch non
    ho  verun  interesse  con  voi.  Ma  son  uomo,  sento  l'umanit,  ho
    compassione di tutti;  meritate di essere abbandonato, ma non ho cuore
    di abbandonarvi.
    Leonardo: Ah!  il cielo vi benedica.  Salvate  un  uomo,  salvate  una
    desolata famiglia.  Liberatemi dal rossore, dalla miseria, dalla folla
    de' creditori.
    Fulgenzio: Ma che credete?  Ch'io voglia rovinar me  per  aiutar  voi?
    Ch'io voglia pagarvi i debiti, perch ne facciate degli altri?
    Leonardo: No, signor Fulgenzio, non ne far pi.
    Fulgenzio: Io non vi credo un zero.
    Leonardo:  In  che consistono dunque le esibizioni che finora mi avete
    fatte?
    Fulgenzio: Consistono in volermi  adoperare  per  voi  con  dei  buoni
    uffizi verso di vostro zio Bernardino, con delle buone parti verso chi
    ha  pi  il modo di me,  e qualche maggior obbligazione di soccorrervi
    nelle vostre disgrazie. E se impiego per voi il tempo,  i passi,  e le
    parole, e i consigli, faccio pi ancora di quello che mi s'aspetta.
    Leonardo:  Signore,  io  sono  nelle  vostre  mani;  ma  con  mio  zio
    Bernardino non si far niente.
    Fulgenzio: E perch non si far niente?
    Leonardo: Perch  sordido,  avaro,  e non darebbe un  quattrino,  chi
    l'appiccasse;  e  poi  ha una maniera cos insultante,  che non si pu
    tollerare.
    Fulgenzio: Sia come esser si voglia, si ha da far questo passo,  si ha
    da principiare da qui per andare innanzi.  Se non v'aiuta lo zio,  chi
    volete voi che lo faccia?
    Leonardo: E' vero, non so negarlo; tutto quello che dite,  verissimo.
    Fulgenzio: Venite dunque con me.
    Leonardo: S,  vengo,  ma ci vengo malissimo volentieri.  (In atto  di
    partire.)


    SCENA TERZA.
    Vittoria in abito di gala, e detti.

    Vittoria: Una parola, signor Leonardo.
    Leonardo: Ditela presto, ch'io non ho tempo da trattenermi.
    Vittoria:  Voleva  dirvi  se  volevate  venir  con  me  dalla  signora
    Giacinta.
    Leonardo: Ci verrei volentieri,  ma presentemente non posso.  Andateci
    voi.  Sappiatemi dire come sta, come vi riceve, come parla di me, e in
    quale disposizione si trovi rispetto ai nostri sponsali.
    Vittoria: Voi non l'avete ancora veduta?
    Leonardo: No, non l'ho potuta ancora vedere.
    Fulgenzio: (Sollecitatevi, signor Leonardo).
    Leonardo: Eccomi. (A Fulgenzio.)
    Vittoria: Caro fratello,  se principiate a diminuire le attenzioni per
    lei, sapete com'ella , vi resta pochissimo da sperare.
    Leonardo:  Signor Fulgenzio,  mezz'ora prima o mezz'ora dopo,  mi pare
    sia lo stesso.
    Fulgenzio: (Vostro zio va a pranzo per tempo,  e dopo pranzo   solito
    di dormire). (A Leonardo.)
    Leonardo: (Non perdiamo tempo dunque). (A Fulgenzio.)
    Vittoria: S'ella mi domanda di voi, s'ella si lamenta che non mostrate
    premura di rivederla, che cosa volete ch'io le dica per iscusarvi?
    Leonardo:   (Non   si  potrebbe  differire  a  andar  dallo  zio  dopo
    desinare.). (A Fulgenzio.)
    Fulgenzio:  (Volete  un'altra  volta  vedervi   la   casa   piena   di
    creditori?).
    Leonardo: (Cospetto! sarebbe per me una nuova disperazione).
    Fulgenzio: (Andiamo. Liberatevi da quest'affanno di cuore).
    Vittoria: Stupisco,  signor fratello,  che dopo quel che  accaduto in
    villa usiate tanta freddezza in una cosa che vi  dovrebbe  interessare
    all'estremo.
    Leonardo:   (Ah!   s:   Vittoria   non   dice  male.   E'  pericolosa
    l'indifferenza.  Giacinta non mostra per me grand'amore,  e  tutto  le
    potrebbe servir di pretesto).
    Fulgenzio: (O venite, o vi pianto). (A Leonardo.)
    Leonardo: (Un momento per carit). (A Fulgenzio.)
    Vittoria:  (Ehi!  Ricordatevi di quella visita che ha fatto la signora
    Giacinta alla gastalda di Montenero). (A Leonardo.)
    Leonardo:  (Oh  malizioso  rimprovero  che   mi   trafigge!).   Signor
    Fulgenzio,  non potreste andar voi dallo zio Bernardino,  e parlargli,
    ed intendere...
    Fulgenzio: Ho capito! buon giorno a vossignoria. (In atto di partire.)
    Leonardo: No,  trattenetevi;  verr con voi.  (Dovunque mi volga,  non
    ravviso che scogli,  che tempeste,  che precipizi).  Andate, dite alla
    signora Giacinta...  non so che risolvere...  ditele quel che vi pare.
    Andiamo.  (A  Fulgenzio.) Son fuori di me;  non so quel che mi voglia.
    S'accrescono  i  miei  timori,   le  mie  angustie,   le  mie  crudeli
    disperazioni. (Parte con Fulgenzio.)


    SCENA QUARTA.
    Vittoria, poi Guglielmo e Ferdinando.

    Vittoria:  E'  insolentissimo  questo  vecchio.  Ma nello stato in cui
    siamo,  convien credere che mio  fratello  abbia  bisogno  di  lui,  e
    convien soffrirlo.  Oh,  oh, ecco il signor Guglielmo! E' tempo che si
    degni di favorirmi. Ma c' con lui quello sguaiato di Ferdinando. Pare
    che Guglielmo lo faccia a posta.  Pare  ch'egli  fugga  l'incontro  di
    esser meco da solo a sola.  Quest' segno di poco amore. Sempre pi si
    aumentano i miei sospetti.
    Ferdinando: (Ma,  caro amico,  ho i  miei  affari:  io  non  mi  posso
    trattener lungamente). (A Guglielmo.)
    Guglielmo:  (Scusatemi.   La  visita  sar  breve.   Ho  necessit  di
    parlarvi).  (A Ferdinando.) (Giacch ci ho da venire per mio  malanno,
    la compagnia d'un terzo mi giova). (Da s.)
    Vittoria: (Hanno de' gran segreti que' due signori).
    Ferdinando: M'inchino alla signora Vittoria.
    Vittoria:  Signore,  che  mai  vuol  dire  ch'ella  con tanta bont mi
    frequenta le di lei grazie? (A Ferdinando.)
    Ferdinando: Sono qui in compagnia dell'amico.
    Vittoria: Ha paura a venir solo il signor Guglielmo?
    Guglielmo: Signora,  scusatemi.  Fin ch'io non ho  l'onore  di  essere
    vostro sposo, parmi che il decoro vostro esiga questo rispetto.
    Ferdinando: Ma, signori miei, quando si concludono le vostre nozze?
    Vittoria: Quando piacer al gentilissimo signor Guglielmo.
    Guglielmo:  Signora,  sapete meglio di me che un matrimonio non si pu
    concludere su due piedi.
    Ferdinando: Avete fatta ancora la scritta?
    Vittoria: Signor no,  non ha ancora  trovato  il  tempo  per  eseguire
    questa  gran cosa che si fa in un momento,  e che dovea esser fatta al
    nostro arrivo in Livorno.
    Guglielmo: Non mi  ancora riuscito di poter avere il notaro.
    Ferdinando: E che bisogno ci  di  notaro?  Tali  scritture  si  fanno
    anche  privatamente.  Mi era esibito di servirvi io a Montenero;  e lo
    posso far qui, se volete.
    Vittoria: Se si contenta il signor Guglielmo.
    Guglielmo:  Per  verit,  il  signor  Leonardo  mi  ha  incaricato  di
    rintracciar il notaro.  L'ho gi veduto,  e siamo in concerto ch'ei si
    ritrovi qui questa sera.  Non mi pare che gli  si  abbia  a  fare  una
    malagrazia,  e  che  dalla  mattina  alla  sera  vi  sia quest'estrema
    necessit per anticipare.
    Vittoria: Via, via, quando si ha da far questa sera...
    Ferdinando: Io credo che la signora Vittoria di gi lo sapesse che  si
    doveva in oggi sottoscrivere questa scritta.
    Vittoria: Perch credete voi ch'io il sapessi?
    Ferdinando: Perch si  vestita da sposa.
    Vittoria: No,  v'ingannate.  Sono vestita un poco decentemente per far
    visita alla signora Giacinta.
    Guglielmo: Volete andar ora dalla signora Giacinta?
    Vittoria: S, certo;  giacch l'ho da far questa ceremonia,  me ne vo'
    spicciare immediatamente.
    Guglielmo: Andate sola?
    Vittoria: Voleva che venisse con me mio fratello; ma i suoi affari non
    gliel'hanno permesso.
    Guglielmo: Vi servir io, se lo comandate.
    Vittoria:  Oh!  signor Guglielmo,  la ringrazio della bont che ha per
    me;  questa  la prima volta ch'io la ritrovo meco cos  gentile.  No,
    no, signore, non le voglio dar quest'incomodo. (Ironicamente.)
    Ferdinando: (Ora principia la visita a divertirmi).
    Guglielmo: Signora,  scusatemi. Io credo che l'andarvi insieme non sia
    che bene.  Sono in debito anch'io di far un simil  dovere  col  signor
    Filippo e colla signora Giacinta;  e se mi accompagno con voi,  non ne
    dovreste essere malcontenta.
    Vittoria: Mi ricordo il vostro saggio riflesso.  Finch non siete  mio
    sposo, non  conveniente che ci veggano andar insieme.
    Ferdinando: Dice bene;  parla prudentemente.  Andate voi a sollecitare
    il notaio. Io avr l'onor di servirla dalla signora Giacinta.
    Vittoria: Non sarebbe mal fatto che al mio ritorno, fra un'ora al pi,
    vi ritrovassi qui col notaio. (A Guglielmo.)
    Guglielmo: E volete andare col signor Ferdinando?
    Vittoria: S, andr con lui, per non andar sola.
    Guglielmo: Con lui vi piace, e con me vi dispiace?
    Ferdinando: Io mi esibisco per far piacere ad entrambi.
    Vittoria: Con lui non posso essere criticata. (A Guglielmo.)
    Guglielmo:  S,  signora,  ho  capito.  Il  mio  cattivo  temperamento
    v'annoia.  Il  signor Ferdinando  spiritoso e brillante.  Principiate
    assai di buon'ora a farmi comprendere che io  devo  essere  un  marito
    poco felice.  Parliamoci chiaro,  signora: se io vi dispiaccio,  siete
    ancora in libert di risolvere.
    Vittoria: Se non avessi amore per voi non m'inquieterei per la  vostra
    freddezza, e non vi darei tanti stimoli per sollecitare la scritta.
    Guglielmo: Dite d'amarmi, e in faccia mia preferite un altro?
    Ferdinando: Ehi! amico, sareste per avventura di me geloso?
    Vittoria:  Non credo mai che vi venissero in capo di tai pensieri.  (A
    Guglielmo.)
    Guglielmo: Io non penso fuor di ragione;  e mi persuado di quel  ch'io
    vedo.
    Vittoria: Signor Guglielmo, parlatemi con sincerit.
    Guglielmo:  Io  non  vi  posso  parlare in miglior modo di quel che vi
    faccio.  Dicovi che questo  un torto che voi mi fate,  e che  non  mi
    credeva di meritarlo.
    Vittoria: (Mi ama dunque pi di quello ch'io supponeva).
    Ferdinando:  Signori,  se  io  ho  da  esser  d'incomodo,  me  ne vado
    immediatamente.
    Guglielmo: No, no, restate pure; e servite la signora Vittoria.
    Vittoria: No, caro signor Guglielmo,  non prendete la cosa in sinistra
    parte.  Vi  chiedo scusa se ho potuto spiacervi.  Vi amo colla maggior
    tenerezza del mondo. Ho da essere vostra sposa,  e da voi solo vogl'io
    dipendere.   Verr   con  voi  dalla  signora  Giacinta.   Tralascier
    d'andarvi, se pur piace.
    Guglielmo: Il nostro debito  ci  sprona  egualmente  a  quest'atto  di
    convenienza.
    Vittoria: Andiamoci dunque immediatamente.  Scusi,  signor Ferdinando,
    s'io non mi prevalgo delle sue grazie.
    Ferdinando: Si serva pure. Per me sono indifferente.
    Guglielmo: Il signor Ferdinando favorir di venir con noi.
    Vittoria: Ma non c' bisogno...
    Guglielmo: S,  signora,  ce n' bisogno per quella massima di onest,
    di decoro, che io ho suggerita, e che voi avete approvata.
    Ferdinando: Sicch dunque io ho da servire di comodino.
    Vittoria: Ah! signor Guglielmo, se  ver che mi amate...
    Guglielmo: Via, andiamo, prima che si avvicini l'ora del pranzo.
    Vittoria: Eccomi pronta, come vi piace.
    Guglielmo: Amico, favorite la signora Vittoria. (A Ferdinando.)
    Ferdinando: Volete ch'io le dia braccio? (A Guglielmo.)
    Guglielmo: S, fateci quest'onore.
    Vittoria: E perch non lo fate voi?
    Guglielmo:  So  le  mie convenienze,  signora.  Mi basta di non essere
    maltrattato.
    Vittoria: Ma, io certamente...
    Guglielmo:  Signora,  un  poco  pi  di  rassegnazione:  vi  prego  di
    lasciarvi servire.
    Vittoria: Obbedisco. (Principio ad essere un po' pi contenta). (D la
    mano a Ferdinando.)
    Ferdinando: (Per dire la verit,  mi fanno fare certe figure... Basta;
    mi consolo che al pasto nuziale ci avr  da  essere  la  mia  posata).
    (Parte con Vittoria.)
    Guglielmo:  (Quanto  mai  ho  dovuto fingere e faticare,  per cogliere
    l'opportunit di rivedere Giacinta). (Parte.)


    SCENA QUINTA.
    Camera in casa di Bernardino.
    Bernardino in veste da camera all'antica,  e Pasquale  servitore;  poi
    Fulgenzio.

    Bernardino: Chi  che mi vuole? Chi mi domanda? (A Pasquale.)
    Pasquale: E' il signor Fulgenzio che desidera riverirla.
    Bernardino: Padrone, padrone. Venga il signor Fulgenzio, padrone.
    Fulgenzio: Riverisco il signor Bernardino.
    Bernardino: Buon giorno,  il mio caro amico.  Che fate? State bene? E'
    tanto che non vi vedo.
    Fulgenzio: Grazie al cielo sto bene,  quanto   permesso  ad  un  uomo
    avanzato che principia a sentire gli acciacchi della vecchiaia.
    Bernardino:  Fate come fo io,  non ci abbadate.  Qualche male si ha da
    soffrire;  ma chi non ci abbada,  lo sente meno.  Io  mangio  quand'ho
    fame,  dormo quando ho sonno,  mi diverto quando ne ho volont.  E non
    bado; non bado. E a che cosa s'ha da badare? Ah, ah,  ah,   tutt'uno!
    non ci s'ha da badare. (Ridendo.)
    Fulgenzio: Il cielo vi benedica: voi avete un bellissimo temperamento.
    Felici quelli che sanno prendere le cose come voi le prendete.
    Bernardino: E' tutt'uno,  tutt'uno. Non ci s'ha da badare. (Ridendo.)
    Fulgenzio:  Sono  venuto  ad  incomodarvi  per  una  cosa di non lieve
    rimarco.
    Bernardino: Caro signor Fulgenzio, sono qui, siete padrone di me.
    Fulgenzio: Amico,  io vi ho da  parlare  del  signor  Leonardo  vostro
    nipote.
    Bernardino: Del signor marchesino?  Che fa il signor marchesino?  Come
    si porta il signor marchesino?
    Fulgenzio: Per dir la verit, non ha avuto molto giudizio.
    Bernardino: Non ha avuto giudizio?  Eh capperi!  Mi pare che abbia pi
    giudizio di noi.  Noi fatichiamo per vivere stentatamente; ed ei gode,
    scialacqua,  tripudia,  sta allegramente: e vi pare  ch'ei  non  abbia
    giudizio?
    Fulgenzio: Capisco che voi lo dite per ironia, e che nell'animo vostro
    lo detestate, lo condannate.
    Bernardino:   Oh!    io   non   ardisco   d'entrare   nella   condotta
    dell'illustrissimo signor marchesino Leonardo.  Ho troppo rispetto per
    lui, per il suo talento, per i suoi begli abiti gallonati. (Ironico.)
    Fulgenzio: Caro amico, fatemi la finezza, parliamo un poco sul serio.
    Bernardino: S, anzi; parliamo pure sul serio.
    Fulgenzio: Vostro nipote  precipitato.
    Bernardino: E' precipitato?  E' caduto forse di sterzo?  I cavalli del
    tiro a sei hanno forse levato la mano al cocchiere?
    Fulgenzio: Voi ridete,  e la cosa non  da ridere.  Vostro  nipote  ha
    tanti debiti, che non sa da qual parte scansarsi.
    Bernardino: Oh!  quando non c' altro mal,  non  niente. I debiti non
    faranno sospirar lui, faranno sospirare i suoi creditori.
    Fulgenzio: E se non vi  pi  roba,  n  credito,  come  far  egli  a
    vivere?
    Bernardino: Niente; non  niente. Vada un giorno per uno da quelli che
    hanno mangiato da lui, e non gli mancher da mangiare.
    Fulgenzio:  Voi continuate sul medesimo tuono,  e pare che vi burliate
    di me.
    Bernardino: Caro il signor Fulgenzio,  sapete quanta amicizia,  quanta
    stima ho per voi.
    Fulgenzio:  Quand'  cos,  ascoltatemi  come  va,  e  rispondetemi in
    miglior  maniera.  Sappiate  che  il  signor  Leonardo  ha  una  buona
    occasione per maritarsi.
    Bernardino: Me ne consolo, me ne rallegro.
    Fulgenzio: Ed  per avere ottomila scudi di dote.
    Bernardino: Me ne rallegro, me ne consolo.
    Fulgenzio:  Ma  se  non  si  rimedia alle sue disgrazie,  non aver la
    figlia, e non aver la dote.
    Bernardino: Eh!  un uomo come lui?  Batte un pi per terra,  e saltano
    fuori i quattrini da tutte le parti.
    Fulgenzio:  (Or  ora  perdo  la  sofferenza.  Me  l'ha detto il signor
    Leonardo). Io vi dico che vostro nipote  in rovina. (Sdegnato.)
    Bernardino: S eh? Quando lo dite, sar cos. (Fingendo seriet.)
    Fulgenzio: Ma si potrebbe rimettere facilmente.
    Bernardino: Benissimo, si rimetter.
    Fulgenzio: Per ha bisogno di voi.
    Bernardino: Oh! questo poi non pu essere.
    Fulgenzio: E si raccomanda a voi.
    Bernardino: Oh il signor marchesino!  impossibile.
    Fulgenzio: E' cos,  vi dico,  si raccomanda  alla  vostra  bont,  al
    vostro  amore.  E  se  non temessi che lo riceveste male,  ve lo farei
    venire in persona a  far  un  atto  di  sommissione,  e  a  domandarvi
    perdono.
    Bernardino: Perdono?  Di che mi vuol domandare perdono? Che cosa mi ha
    egli fatto da domandarmi perdono? Eh! mi burlate: io non merito queste
    attenzioni;  a me non si fanno di  tali  uffizi.  Siamo  amici,  siamo
    parenti.  Il signor Leonardo?  Oh! il signor Leonardo mi scusi, non ha
    da far con me queste ceremonie.
    Fulgenzio: Se verr da voi, l'accoglierete con buon amore?
    Bernardino: E perch non l'ho da ricevere con buon amore?
    Fulgenzio: Se mi permettete dunque, lo far venire.
    Bernardino: Padrone, quando vuole; padrone.
    Fulgenzio: Quand' cos, ora lo chiamo, e lo fo venire.
    Bernardino: E dov' il signor Leonardo?
    Fulgenzio: E' di l in sala, che aspetta.
    Bernardino: In sala, che aspetta? (Con qualche maraviglia.)
    Fulgenzio: Lo far venire, se vi contentate.
    Bernardino: S, padrone; fatelo venire.
    Fulgenzio: (Sentendo lui, pu essere che si muova.  Per me mi  venuto
    a noia la parte mia). (Parte.)


    SCENA SESTA.
    Bernardino, poi Fulgenzio e Leonardo, poi Pasquale.

    Bernardino:  Ah,  ah,  il buon vecchio!  se l'ha condotto con lui.  Ha
    attaccato egli la breccia, e poi ha il corpo di riserva per invigorire
    l'assalto.
    Fulgenzio: Ecco qui il signor Leonardo.
    Leonardo: Deh! scusatemi, signor zio...
    Bernardino: Oh! signor nipote,  la riverisco;  che fa ella?  Sta bene?
    Che  fa la sua signora sorella?  Che fa la mia carissima nipotina?  Si
    sono bene divertiti in campagna? Sono tornati con buona salute?  Se la
    passano bene? S, via, me ne rallegro infinitamente.
    Leonardo:  Signore,  io  non merito di esser da voi ricevuto con tanto
    amore,  quanto ne dimostrano le cortesi vostre parole;  onde ho ragion
    di  temere,  che  con eccessiva bont vogliate mascherare i rimproveri
    che a me sono dovuti.
    Bernardino: Che dite eh?  Che bel talento che ha questo  giovane!  Che
    maniera di dire! che bel discorso! (A Fulgenzio.)
    Fulgenzio:  Tronchiamo gl'inutili ragionamenti.  Sapete quel che vi ho
    detto.  Egli ha estremo bisogno della bont vostra,  e si raccomanda a
    voi caldamente.
    Bernardino: Che possa... in quel ch'io posso... se mai potessi...
    Leonardo: Ah! signor zio... (Col cappello in mano.)
    Bernardino: Si copra.
    Leonardo: Pur troppo la mia mala condotta...
    Bernardino: Metta il suo cappello in capo.
    Leonardo: Mi ha ridotto agli estremi.
    Bernardino: Favorisca. (Mette il cappello in testa a Leonardo.)
    Leonardo: E se voi non mi prestate soccorso...
    Bernardino: Che ora abbiamo? (A Fulgenzio.)
    Fulgenzio: Badate a lui, se volete. (A Bernardino.)
    Leonardo: Deh! signor zio amatissimo... (Si cava il cappello.)
    Bernardino: Servitor umilissimo. (Si cava la berretta.)
    Leonardo: Non mi voltate le spalle.
    Bernardino: Oh!  non farei questa mal'opera per tutto l'oro del mondo.
    (Colla berretta in mano.)
    Leonardo:  L'unica  mia  debolezza    stata   la   troppa   magnifica
    villeggiatura. (Sta col cappello in mano.)
    Bernardino:  Con licenza.  (Si pone la berretta.) Siete stati in molti
    quest'anno? Avete avuto divertimento?
    Leonardo: Tutte pazzie, signore; lo confesso,  lo vedo,  e me ne pento
    di tutto cuore.
    Bernardino: E' egli vero che vi fate sposo?
    Leonardo:  Cos  dovrebbe essere,  e ottomila scudi di dote potrebbono
    ristorarmi. Ma se voi non mi liberate da qualche debito...
    Bernardino: S, ottomila scudi sono un bel danaro.
    Fulgenzio: La sposa  figliuola del signor Filippo Ganganelli.
    Bernardino:  Buono,  lo  conosco,    un  galantuomenone;    un  buon
    villeggiante;  uomo allegro,  di buon umore. Il parentado  ottimo, me
    ne rallegro infinitamente.
    Leonardo: Ma se non rimedio a una parte almeno delle mie disgrazie...
    Bernardino: Vi prego di salutare il signor Filippo per parte mia.
    Leonardo: Se non rimedio, signore, alle mie disgrazie...
    Bernardino: E ditegli che me ne congratulo ancora con esso lui.
    Leonardo: Signore, voi non mi abbadate.
    Bernardino: S, signore, sento che siete lo sposo, e me ne consolo.
    Leonardo: E non mi volete soccorrere?...
    Bernardino: Che cosa ha nome la sposa?
    Leonardo: Ed avete cuore d'abbandonarmi?
    Bernardino: Oh!  che consolazione ch'io ho  nel  sentire  che  il  mio
    signor nipote si fa sposo.
    Leonardo: La ringrazio della sua affettata consolazione,  e non dubiti
    che non verr ad incomodarla mai pi.
    Bernardino: Servitore umilissimo.
    Leonardo: (Non ve l'ho detto? Mi sento rodere; non la posso soffrire).
    (A Fulgenzio, e parte.)
    Bernardino: Riverisco il signor nipote.
    Fulgenzio: Schiavo suo. (A Bernardino, con sdegno.)
    Bernardino: Buond, il mio caro signor Fulgenzio.
    Fulgenzio: Se sapeva cos, non veniva ad incomodarvi.
    Bernardino: Siete padroni di giorno, di notte, a tutte le ore.
    Fulgenzio: Siete peggio d'un cane.
    Bernardino: Bravo, bravo. Evviva il signor Fulgenzio.
    Fulgenzio: (Lo scannerei colle mie proprie mani). (Parte.)
    Bernardino: Pasquale?
    Pasquale: Signore.
    Bernardino: In tavola. (Parte.)


    SCENA SETTIMA.
    Camera in casa di Filippo.
    Giacinta e Brigida, poi il Servitore.

    Brigida: No, signora, non occorre dire: dir, far, cos ha da essere,
    cos voglio fare. In certi incontri non siamo padrone di noi medesime.
    Giacinta: E che s,  che in un altro incontro  non  mi  succeder  pi
    quello che mi  succeduto?
    Brigida: Prego il cielo che cos sia, ma ne dubito.
    Giacinta: Ed io ne son sicurissima.
    Brigida: E donde pu ella trarre una tal sicurezza?
    Giacinta:   Senti:   convien  dire  che  il  cielo  mi  vuol  aiutare.
    Nell'agitazione in cui era,  per cercare di  divertirmi  ho  preso  un
    libro.  L'ho preso a caso,  ma cosa pi a proposito non mi potea venir
    alle mani;  intitolato: Rimedi per le malattie dello spirito.  Fra le
    altre  cose  ho  imparato  questa:  Quand'uno  si trova occupato da un
    pensiere molesto, ha da cercar d'introdurre nella sua mente un pensier
    contrario.  Dice che il nostro cervello   pieno  d'infinite  cellule,
    dove  stan  chiusi e preparati pi e diversi pensieri.  Che la volont
    pu aprire e chiudere queste cellule a suo piacere,  e che la  ragione
    insegna  alla  volont  a chiuder questa e ad aprire quell'altra.  Per
    esempio,  s'apre nel mio cervello la celletta  che  mi  fa  pensare  a
    Guglielmo, ho da ricorrere alla ragione, e la ragione ha da guidare la
    volont  ad  aprire  de'  cassettini ove stanno i pensieri del dovere,
    dell'onest, della buona fama;  oppure se questi non s'incontrano cos
    presto,  basta  anche  fermarsi in quelli delle cose pi indifferenti,
    come sarebbe a dire d'abiti,  di manifatture,  di giochi di carte,  di
    lotterie, di conversazioni, di tavole, di passeggi e di cose simili; e
    se  la  ragione    restia,  e se la volont non  pronta,  scuoter la
    macchina,  moversi  violentemente,  mordersi  le  labbra,  ridere  con
    veemenza,  finch  la fantasia si rischiari,  si chiuda la cellula del
    rio pensiero,  e s'apra quella cui la ragione addita ed il buon  voler
    ci presenta.
    Brigida: Mi dispiace non saper leggere; vorrei pregarla mi permettesse
    poter anch'io leggere un poco su questo libro.
    Giacinta: Hai tu pure de' pensieri che ti molestano?
    Brigida:  Ne  ho uno,  signora,  che non mi lascia mai,  n men quando
    dormo.
    Giacinta: Dimmi qual ,  che pu essere ch'io t'insegni  qual  cellula
    devi aprire per discacciarlo.
    Brigida: Egli ,  signora mia,  per confessarle la verit,  ch'io sono
    innamoratissima di Paolino, ch'ei mi ha dato speranza di sposarmi;  ed
    ora    a  Montenero per servizio del suo padrone,  e non si sa quando
    possa tornare.
    Giacinta: Eh!  Brigida,  questo tuo pensiere non  s cattivo,  n pu
    essere  s  molesto,  che tu abbia d'affaticarti per discacciarlo.  Il
    partito non isconviene n a te, n a lui.  Non ci vedo ostacoli al tuo
    matrimonio;  basta che,  senza chiudere la cellula dell'amore, tu apra
    quella della speranza.
    Brigida: Per dir la verit, mi pare che tutte e due sieno ben aperte.
    Servitore: Signora,  vengono per riverirla  la  signora  Vittoria,  il
    signor Ferdinando ed il signor Guglielmo.
    Giacinta: (Oim!). Niente, niente, vengano. Son padroni.
    Servitore: (parte.)
    Brigida: Eccoci al caso, signora padrona.
    Giacinta: S, ho piacere di trovarmi nell'occasione.
    Brigida: Si ricordi della lezione.
    Giacinta:   L'ho   messa  in  pratica  immediatamente.   Appena  volea
    molestarmi un pensier cattivo,  l'ho subito  discacciato  pensando  al
    signor  Ferdinando,   che    persona  giocosa,  che  mi  far  ridere
    infinitamente.
    Brigida: Rida e scuota la macchina, e si diverta.


    SCENA OTTAVA.
    Vittoria, Guglielmo, Ferdinando e le suddette.

    Vittoria: Ben venuta, la mia cara Giacinta.
    Giacinta: Ben trovata, ben trovata. Padroni. Presto,  da sedere.  (Con
    grande allegria.)
    Ferdinando: Sta bene la signora Giacinta?
    Giacinta: Bene, benissimo. Non sono mai stata meglio.
    Guglielmo: Mi consolo di vederla star bene.
    Giacinta: Grazie,  grazie.  Presto, le sedie. Date qui, una sedia qui.
    (Prende una sedia con forza.)
    Brigida: (Ha bisogno di scuoter la macchina).
    Giacinta: Via,  seggano,  favoriscano.  Che novit ci sono in Livorno?
    (Con allegria.)
    Vittoria: Io non ho sentito a dir niente di particolare.
    Giacinta: Qui,  qui,  il signor Ferdinando che sa tutto,  che gira per
    tutto, ci dir egli le novit del paese.
    Ferdinando: Signora,  io sono venuto  stamattina  con  voi;  che  cosa
    volete  ch'io  sappia  dirvi?  Quando  non  sa  qualche cosa il signor
    Guglielmo.
    Guglielmo: Ci  una novit, ma qui non la posso dire.
    Giacinta: Eh!  diteci voi qualche  cosa  di  allegro.  (A  Ferdinando,
    battendolo con forza nel braccio.)
    Ferdinando: Ma io non so cosa dire.
    Vittoria:  Sentiamo,  se  non  tutto,  qualche  cosa almeno di ci che
    voleva dire il signor Guglielmo.
    Giacinta: Voi, voi, raccontateci voi.  (A Ferdinando,  battendolo come
    sopra.)
    Brigida: (Ora scuote la macchina del signor Ferdinando).
    Ferdinando: Signora, voi mi volete rompere questo braccio.
    Giacinta: Poverino! povero delicatino! V'ho fatto male?
    Guglielmo: Un poco di carit, signora, un poco di carit.
    Giacinta:  (Oh!  che  tu sia maladetto!).  Ma quanto  grazioso questo
    signor Ferdinando! Mi fa ridere, mi fa crepar di ridere, e quando rido
    di core, mi manca il fiato.
    Vittoria: Che vuol dire, signora Giacinta, che oggi siete s allegra?
    Giacinta: Non lo so nemmen io.  Ho un brio,  ho un'allegrezza di core,
    che non ho mai provata la simile.
    Ferdinando: Ci deve essere il suo perch.
    Guglielmo: Sar probabilmente perch si avvicinano le sue nozze.
    Giacinta: (Gli si possa seccar la lingua!).  Avete un gran bell'abito,
    Vittorina.
    Vittoria: Eh! un abitino passabile.
    Ferdinando: Principia anche in  lei  ad  esservi  qualche  segnale  di
    sposa.
    Giacinta: L'avete fatto quest'anno?
    Vittoria: Veramente  dell'anno passato.
    Giacinta: E' alla moda per altro.
    Vittoria: S, l'ho fatto un po' ritoccare.
    Giacinta: Ve l'ha fatto monsieur de la Rjouissance?
    Vittoria: S, quello che mi ha fatto il mio mariage.
    Ferdinando:  A proposito di mariage,  signore mie,  quando si fanno le
    loro nozze?
    Giacinta (d una spinta forte a Ferdinando): Gran vizio che avete  voi
    di voler sempre interrompere quando si parla.
    Ferdinando: Questa mattina voi mi avete preso a perseguitare.
    Giacinta: S,  voglio perseguitarvi.  Voglio far le vendette di quella
    povera vecchia di mia zia, che voi avete s maltrattata.
    Ferdinando: E che cosa ho fatto io alla signora Sabina?
    Giacinta: Che cosa le avete  fatto?  Tutto  quel  peggio  che  far  le
    poteste.  (Durante questo discorso,  Giacinta va guardando Guglielmo.)
    Avete  conosciuto  la  sua  debolezza.  L'avete  tirata  gi,  l'avete
    innamorata  perdutamente.  E  un uomo d'onore non ha da fare di queste
    azioni;  un galantuomo non  ha  da  cercar  d'innamorare  una  persona
    vecchia, o giovane ch'ella sia, quando l'amore non pu avere un onesto
    fine;  e quando sa di poter essere di pregiudizio agl'interessi,  o al
    buon concetto di  una  donna,  sia  vedova  o  sia  fanciulla,  ha  da
    desistere,  ha  da  ritirarsi,  e non ha da seguitare a insidiarla,  a
    tormentarla con visite,  con importunit,  con simulazioni.  Sono cose
    barbare, pericolose, inumane.
    Ferdinando (si volta a guardare Guglielmo.)
    Giacinta: Dico a voi, dico a voi. Non occorre che vi voltiate. Intendo
    di parlare con voi. (A Ferdinando.)
    Ferdinando:  (La  burla  passa  il  segno.  I  suoi  scherzi diventano
    impertinenze).
    Vittoria: (Si  riscaldata bene la signora Giacinta.  Per una parte ha
    ragione, ma lo ha strapazzato un po' troppo).
    Guglielmo: (Povero Ferdinando! Egli non capisce dove vanno a ferire le
    sue parole. Tol di mezzo per causa mia).
    Ferdinando:  (Non voglio espormi a soffrir di peggio).  Con licenza di
    lor signore. (S'alza.)
    Giacinta: Dove andate?
    Ferdinando: Vo' levarle l'incomodo.
    Giacinta: Eh! via, non fate scene, restate qui. (Allegra.)
    Vittoria: Povero galantuomo, l'avete malmenato un po' troppo.
    Giacinta: Eh! via, sedete qui.  Ho scherzato.  (Lo fa sedere a forza.)
    Povero signor Ferdinando, ve n'avete avuto per male?
    Ferdinando: Signora, gli scherzi quando sono pungenti...
    Giacinta: Oh! ecco, ecco mio padre. Ora la conversazione sar compita.
    Cos vecchio com',  il cielo lo benedica,  terrebbe in allegria mezzo
    mondo. E' pi allegro di me cento volte. (Con allegria.)
    Vittoria: (Ma oggi Giacinta    in  un'allegria  stupenda).  (Piano  a
    Guglielmo.)
    Guglielmo: (S,   vero).  (Piano a Vittoria.) (Ed io credo ch'ella si
    maceri dal veleno. Ma se patisco io, patisca ella ancor qualche cosa).
    (Da s.)


    SCENA NONA.
    Filippo e detti poi il Servitore.

    Filippo: Servo di lor signori.
    Vittoria: Benvenuto, signor Filippo.
    Filippo: Sono venuti a pranzo con noi?
    Vittoria: Oh! no, signore, per me sono venuta a fare il mio debito.
    Giacinta: (Poteva far di meno di venir con colui).
    Filippo: Se vogliono  favorire,  sono  padroni.  Mi  faranno  piacere.
    Faremo conto di essere in villeggiatura.
    Vittoria:  Per  parte  mia  vi  ringrazio.  Oggi aspetto visite,  ed 
    necessario che mi trovi in casa.
    Filippo: E che cos' del signor Leonardo? (A Vittoria.)
    Vittoria: Sta bene. Non l'avete ancora veduto?
    Filippo: Ancora non ci ha favorito, e ho volont di vederlo. Suo zio 
    vivo, o morto?
    Vittoria: E' vivo,  vivo:  tornato indietro, non ha ancor volont di
    morire.
    Filippo: Oh!  guardate.  E i medici l'avevano dato  per  ispedito.  Ho
    piacere,  povero  galantuomo!  Dite  al  signor Leonardo che favorisca
    venir da noi,  che si ha da parlare.  Si hanno  da  concludere  queste
    nozze colla mia figliuola.
    Giacinta: (Ecco qui, pare che non si possa parlare, se non si parla di
    nozze).
    Vittoria: Glielo dir, signore, e credo ch'egli sar dispostissimo.
    Guglielmo:  E'  poco sollecito il signor Leonardo.  Fa torto al merito
    della signora Giacinta.
    Giacinta: (Ma che hanno quelle sue indegne parole,  che mi fan perfino
    sudare?). (Cava il fazzoletto e si asciuga.)
    Servitore: Signori,  manda a riverirli la signora Costanza, e dar loro
    parte ch' tornata ora a Livorno colla sua nipote. (Parte.)
    Giacinta: Oh!  brava,  ho piacer grandissimo.  Sar  venuto  anche  il
    dottorino.  Sentiremo  le  novit di questo bel matrimonio.  Quel caro
    Tognino me lo voglio proprio godere. (Con allegria forzata.)
    Ferdinando: Gran matrimoni! Gran nozze! Ecco qua la signora Rosina, la
    signora Vittoria, la signora Giacinta.
    Giacinta: (Oh! che ti venga la rovella!).  Oh,  voglio subito andar da
    loro.  Ho  curiosit  grandissima  di  sapere.  Ci  andrete anche voi,
    Vittoria? (Alzandosi.)
    Vittoria: Ci ander. Ma non a quest'ora.
    Filippo: E' ora di desinare. Che bisogno c' che ci andiate adesso?
    Giacinta: S,   vero,  ci ander dopo pranzo.  Ho da vestirmi,  ho da
    acconciarmi. Ho d'andare alla tavoletta...
    Vittoria: Signora Giacinta, vi leveremo l'incomodo. (S'alza.)
    Giacinta: Addio, Vittorina.
    Vittoria: Serva, signor Filippo.
    Filippo:  All'onore  di  riverirla.  Si  ricordi  di  dire  al  signor
    Leonardo...
    Giacinta: Voi avete questo vizio di dir cento volte una cosa.  Credete
    che  tutti  abbiano  la  poca memoria che avete voi?  (A Filippo,  con
    sdegno.)
    Filippo: Via, via, signora, la non mi mangi. (A Giacinta.)
    Vittoria: A buon rivederci. (Partendo.)
    Giacinta: Addio.
    Guglielmo: Servo di lor signori. (Saluta Filippo e Giacinta.)
    Filippo: Riverisco il signor Guglielmo.
    Guglielmo: M'inchino alla signora Giacinta. (Partendo.)
    Giacinta: Serva,  serva.  (A Guglielmo.)  Ci  divertiremo  col  signor
    dottorino. (A Ferdinando.)
    Ferdinando: Moltissimo. Servitor loro. (Partendo.)
    Filippo: Padrone. (A Ferdinando.)
    Giacinta: Padrone. (A Ferdinando; partono i tre suddetti.)
    Filippo: Se andate alla tavoletta, spicciatevi, ch'io ho fame e voglio
    andar a pranzare. (Parte.)


    SCENA DECIMA.
    Giacinta, poi Brigida.

    Giacinta: Son fuor di me. Non so in che mondo mi sia.
    Brigida: Signora padrona, come va la macchina?
    Giacinta: Taci, per carit. Non cimentarti con barzellette a provocare
    la mia sofferenza.
    Brigida:  Signora,  avrei  una  cosa  da  dirvi;  ma non vorrei che vi
    metteste in maggior ardenza.
    Giacinta: E che cosa vorresti dirmi?
    Brigida: Se non vi calmate, non ve la dico.
    Giacinta: Via, compatiscimi, che merito di essere compatita.  Parlami,
    che ti ascolter senza sdegno.
    Brigida: Nell'atto che scendeva le scale la signora Vittoria,  servita
    dal signor Ferdinando...
    Giacinta: Non la serviva Guglielmo? Era servita da Ferdinando?
    Brigida: S, signora, il signor Ferdinando le dava braccio.
    Giacinta: (L'ho sempre detto. Guglielmo non la pu soffrire).
    Brigida: Nell'atto dunque ch'essi scendevano, rest indietro il signor
    Guglielmo. Mi chiam sottovoce...
    Giacinta: E che cosa ti ha detto quel temerario?
    Brigida: Se andate in collera, non vi dico altro.
    Giacinta: No, non sono in collera.  Ti ascolto placidamente.  Che cosa
    ti ha detto?
    Brigida: Aveva in mano una lettera...
    Giacinta: Per chi una lettera?
    Brigida: Per voi.
    Giacinta: Per me una lettera? Hai tu avuto l'imprudenza di prenderla?
    Brigida: Signora no, signora no; non l'ho presa. (Se le dico di averla
    presa, mi salta agli occhi).
    Giacinta:  (A  me  una  lettera?   Che  mai  avrebbe  egli  ardito  di
    scrivermi?).
    Brigida: (Non la voleva; me l'ha voluta dare per forza).
    Giacinta: (Per  altro  mi  avrebbe  potuto  giovar  moltissimo  sentir
    com'egli pensa presentemente).
    Brigida: (Faccio conto di gettarla nel foco).
    Giacinta: Ti ha detto nulla nel volerti dare la lettera?
    Brigida: Niente affatto, signora.
    Giacinta: Come hai fatto a capire che ti voleva dare una lettera?
    Brigida: Mi ha chiamato. Ho veduto ch'egli aveva la carta in mano.
    Giacinta: E come sapesti che quella carta veniva a me?
    Brigida: Me l'ha detto.
    Giacinta: Dunque ti ha parlato.
    Brigida: Due parole si dicon presto.
    Giacinta: E perch hai tu ricusato di pigliar quella lettera?
    Brigida: Perch  un impertinente, che non vuol finire d'importunarvi.
    Giacinta:  Gran  disgrazia    la mia,  che tu abbia sempre da fare il
    peggio. Sono in un'estrema curiosit.  Pagherei quanto ho al mondo,  a
    poter veder quella lettera che tu hai ricusato di prendere.
    Brigida: Ma io, signora...
    Giacinta:  Tu  vuoi  far  sempre  la  sufficiente,   la  politica,  la
    dottoressa.
    Brigida: Eh! vi conosco,  signora,  voi dite cos per assicurarvi s'io
    l'ho presa, o s'io non l'ho presa.
    Giacinta: Brigida, l'hai tu pigliata la lettera? (Dolcemente.)
    Brigida: E se l'avessi pigliata, mi dareste voi delle bastonate?
    Giacinta: No,  cara, ti ringrazierei, ti benedirei, ti farei un regalo
    che ne resteresti contenta.
    Brigida: (Io non so se mi possa fidare).
    Giacinta: Brigida, l'hai tu presa? (Dolcemente.)
    Brigida: Se devo  dirvi  la  verit,  dubitando  ch'egli  la  desse  a
    qualchedun altro, ho creduto meglio di prenderla.
    Giacinta: Ah! dammela. Non mi far morire.
    Brigida: Eccola. Ho fatto male a pigliarla?
    Giacinta: No, che tu sia benedetta. Lasciala un po' vedere.
    Brigida: Tenete.
    Giacinta: Oh cieli! Mi trema il core, mi trema la mano. Ah! che questa
    lettera potrebbe essere la mia rovina.
    Brigida: Fate a modo mio, signora, abbruciatela, non la leggete.
    Giacinta: Va via. Lasciami sola.
    Brigida: Oh! no, compatitemi, non vi lascio sola.
    Giacinta: Va via, dico, non m'inquietare. (Sdegnata.)
    Brigida:  S,  signora,  come  comanda.  (Eh!  gi il mio regalo ha da
    consistere in ingiurie, in rimproveri; gi me l'aspetto). (Parte.)


    SCENA UNDICESIMA.

    Giacinta (sola): Non gli basta tormentarmi  con  delle  visite,  vuole
    ancora  insolentire  con  lettere.  Ma dica tutto quel che sa dire,  
    tutt'uno.  La massima  gi fissata.  Gli risponder in un modo che lo
    far  arrossire,  che lo far desistere e disperare.  Se si  scordato
    ci che ho avuto il coraggio di dirgli  nel  boschetto  di  Montenero,
    potr,  scrivendo,  farglielo  risovvenire.  Veggiamo  ci  ch'egli ha
    l'ardire di scrivermi.  (Apre la lettera e siede.) "Madamigella.  Sono
    venuto  questa  mattina  per  riverirvi.  Non mi  stato permesso.  La
    cameriera vostra  mi  ha  trattato  alquanto  villanamente...  Brigida
    qualche  volta   una ragazza arditissima,  petulante.  Perch trattar
    male colle persone?" S'io non voleva ricevere il signor Guglielmo, non
    aveva ella per questo da prendersi  la  libert  di  rispondergli  con
    impertinenza.
    "Sopraggiunto  il vostro futuro sposo,  quello che avr la felicita di
    possedere la vostra mano ed il vostro cuore..." Ah! non so,  il cuore,
    non  so.  "Con  maniere  anch'egli non meno aspre e insultanti,  mi ha
    costretto ad allontanarmi..." Come!  In casa mia?  Principia a far  da
    padrone?  Vuol  comandare prima del tempo?  Oh!  questo poi non lo vo'
    soffrire. Ma, povero Leonardo, non ha egli forse motivo di sospettare?
    Amandomi com'egli mi ama,  non  sono  compatibili  i  suoi  trasporti?
    Dovendo essere mio consorte,  non ha egli da vedere mal volentieri chi
    gli fa ombra,  chi lo inquieta,  chi  lo  conturba?  S,  Leonardo  ha
    ragione.  Guglielmo  ha  il  torto.  "Non  so  quand'io potr avere la
    fortuna di rivedervi".  Volesse il cielo ch'io non lo vedessi mai pi!
    "Onde  mi sono preso l'ardire di scrivervi quest'umilissimo foglio per
    due ragioni.  La prima si  per farvi noto ch'io non ho mancato al mio
    debito..."  Non  si  pu  dire  ch'egli  non sia civile e cortese.  "E
    assicurarvi  che  dal   canto   mio   non   soffrirete   inquietudini,
    promettendovi  sull'onor  mio che,  a costo ancor di morire,  sfuggir
    ogn'incontro d'importunarvi".  Questa  virtuosa  rassegnazione  ha  un
    grado di merito che non  indifferente. Ah! se prima avessi conosciuto
    il pregio del suo bel cuore...  Ma non vi  pi rimedio.  Vuol cos il
    mio decoro, il mio impegno, il mio nemico destino.
    "La seconda ragione che mi muove ad importunarvi con  questa  lettera,
    assicuratevi  non  procedere in me da mal animo,  ma da cuor sincero e
    leale.  Si dice pubblicamente,  e si  sa  di  certo,  essere  in  tale
    sconcerto  ed  in  tale rovina il signor Leonardo,  che egli non potr
    assolutamente supplire ai pesi di un maritaggio, n vostro padre vorr
    vedervi precipitata". Oh cieli! che colpo  questo! Che sconvolgimento
    d'affari!  Che novit inaspettata!  "Seguite ad amare colui  che  deve
    essere  vostro  sposo.  Ma se mai tal non fosse,  se mai,  senza colpa
    vostra,  vi trovaste disobbligata,  permettetemi ch'io vi  dica  ch'io
    sono libero tuttavia,  che non ho ancora firmata la scritta, e che non
    m'indurr mai a sottoscriverla,  se non quando vi vedr  maritata.  Di
    pi  non ardisco dirvi.  Compatitemi,  e sono col maggior rispetto,  e
    colla pi sincera rassegnazione, vostro umilissimo servitore..."
    Ah!  non vi voleva di pi per mettermi nella maggiore  agitazione  del
    mondo.  Poss'io credere a questo foglio? Ma ei non ardirebbe inventare
    una falsit che si ha ben tosto a  verificare;  e  se  Leonardo    in
    rovina,  sono io per questo in libert di lasciarlo? Ci dee dipendere
    da mio padre.  E  se  mio  padre  fosse  debole  a  segno  di  volermi
    sagrificare,  sarei io obbligata ad acconsentire alla mia rovina?  No,
    non sarei obbligata. Ogni ragione mi scioglierebbe da un tale impegno.
    E sciolta ch'io fossi dal vincolo di tali sponsali, potrei dar la mano
    liberamente a Guglielmo?  Che dice il cuore?  La ragion che  dic'ella?
    Ah!  la  ragione  ed  il  cuore  mi parlano con due diversi linguaggi.
    Questo mi stimola a lusingarmi, quella mi anima ai pi giusti,  ai pi
    virtuosi riflessi. Che cosa mi ha trattenuto finora dal recedere da un
    impegno  che  non  indissolubile,  e preferire ad uno sposo,  s poco
    amato,  un oggetto amabile agli occhi  miei?  Non  altro  che  il  mio
    decoro,  il  giusto  timore  di  essere  criticata;  qualunque  trista
    avventura dell'infelice Leonardo non  metterebbe  al  coperto  la  mia
    debolezza.  L'aver  io  stessa  procurato  gli sponsali fra Vittoria e
    Guglielmo,  mi vieta assolutamente di farmi io  stessa  l'origine  del
    loro  discioglimento.  Guglielmo con questa lettera viene a tentare la
    mia virt.  Si ha da  resistere  ad  ogni  costo.  Si  ha  da  lasciar
    Leonardo,  s'ei  non  mi  merita;  ma  non si ha da rapire alla di lui
    germana il consorte.  Si ha da penare,  si ha da morire.  Ma si ha  da
    vincere, e da trionfare. (Parte.)


















    ATTO TERZO.


    SCENA PRIMA.
    Camera in casa di Filippo.
    Fulgenzio, Leonardo ed un Servitore.

    Fulgenzio:  Quant'  ch'  andato  a  pranzo  il  signor Filippo?  (Al
    Servitore.)
    Servitore: E' un pezzo, signore. Hanno messo in tavola i frutti e poco
    pu tardar a finire. Se vuol ch'io l'avvisi...
    Fulgenzio: No, no, lasciatelo terminar di mangiare. So che la tavola 
    la sua passione, e gli dispiace assaissimo d'incomodarsi. Non gli dite
    niente per ora; ma quando  alzato, avvisatelo allora ch'io sono qui.
    Servitore: Sar servita. (Parte.)
    Leonardo: Voglia il cielo che il signor  Filippo  non  sappia  i  miei
    disordini, le mie disgrazie.
    Fulgenzio: Sono poche ore ch'egli  arrivato in citt. Non  uscito di
    casa, probabilmente non sapr nulla.
    Leonardo:  Sono  s pieno di rossore e di confusione,  che non ardisco
    presentarmi a nessuno.  Quel  sordido  di  mio  zio  ha  terminato  di
    avvilirmi, di mortificarmi.
    Fulgenzio: Venga il canchero all'avaraccio.
    Leonardo:  Ma  non  ve  l'ho  detto,  signor  Fulgenzio?  Non  v'ho io
    prevenuto di quel che si poteva sperare da quel cuore disumanato?
    Fulgenzio: Non ho mai creduto una simil cosa. Pazienza il dire: non ne
    ho,  non ne posso dare,  non ne vo' saper niente.  Mi  dispiaciuto la
    manieraccia  impropria  con  cui  ci  ha  trattati;  quella  derisione
    continua, quella corbellatura sfacciata.
    Leonardo: Ho incontrato questo dispiacere per voi, e l'ho sofferto per
    amor vostro.
    Fulgenzio: Non so che dire.  Me  ne  dispiace  infinitamente;  ma  per
    l'altra parte questo tentativo doveva farsi,  ed ho piacere che si sia
    fatto.  Se  andato male,  pazienza.  Io non vi abbandoner.  Mi  sono
    sempre   pi   interessato   nelle   cose  vostre.   Sono  in  impegno
    d'assistervi, e vi assister. Ponetevi in quiete,  rasserenatevi,  che
    vi assister.
    Leonardo: Ah!  s,  il cielo non abbandona nessuno. E' una provvidenza
    per me il vostro tenero cuore, la vostra generosa bont.
    Fulgenzio: Facciamo ora questo secondo tentativo col  signor  Filippo.
    Io mi lusingo riuscirne.  Ma in caso contrario non vi perdete d'animo,
    non vi lascier perire sicuramente.
    Leonardo: Il progetto vostro non pu essere  meglio  concepito,  e  il
    facile  temperamento  del  signor  Filippo ci pu lusingare d'un esito
    fortunato.  Preveggo bens difficile il persuadere Giacinta a  lasciar
    Livorno, e venir meco lontana dal suo paese.
    Fulgenzio:  Quando  non  vi  siano maggiori obbietti per concludere le
    vostre nozze,  ella,  o per amore o per forza,  sar obbligata a venir
    con voi.
    Leonardo: E' vero,  ma vorrei ci venisse amorosamente;  e dubito molto
    della sua resistenza.
    Fulgenzio: Veramente la signora  Giacinta    un  po'  capricciosa  ed
    ostinatella.  Me  ne  sono  avveduto  allora quando ha voluto seco per
    forza quel ganimede. Ditemi, come  poi passata in campagna?
    Leonardo:  Non  so  che  dire.  Ho  avuto  delle  inquietudini  e  dei
    dispiaceri  non  pochi.  Finalmente  poi  il  signor Guglielmo ha dato
    parola di sposar mia sorella.
    Fulgenzio: S, s, lo so,  un altro frutto della villeggiatura.  Se va
    bene,  un miracolo. (Oh libert, libert! Oh come in oggi si maritano
    le fanciulle!)
    Leonardo: Ecco il signor Filippo.
    Fulgenzio:  Ritiratevi,  se  volete.  Lasciate  che  io  introduca  il
    discorso.
    Leonardo: Ne attendo l'esito con un'estrema impazienza. (Parte.)


    SCENA SECONDA.
    Fulgenzio, poi Filippo.

    Fulgenzio: Poh!  io sono inimicissimo degl'impicci;  e ora mi ci trovo
    dentro  senza  volerlo.  Ci sono entrato per bene,  e vo' vedere se mi
    riesce di far del bene.
    Filippo: Oh! oh! ecco qui il mio caro signor Fulgenzio.
    Fulgenzio: Ben tornato, signor Filippo.
    Filippo: Ben trovato il mio caro amico.
    Fulgenzio: Vi siete divertito bene in campagna?
    Filippo: Benissimo;  siamo stati in ottima compagnia.  Si    mangiato
    bene: vitello prezioso,  capponi stupendi, tordi, beccafichi, quaglie,
    starne, pernici. Ho dato mangiate, v'assicuro io, solennissime.
    Fulgenzio: Ho piacere che ve  la  siate  goduta.  Ora  poi  che  siete
    ritornato...
    Filippo: Quel pazzo di Ferdinando ci ha fatto crepar di ridere.
    Fulgenzio:  S,  in campagna ci vuol sempre qualcheduno che promova il
    divertimento.
    Filippo: Si  messo in capo di far disperare quella povera sciocca  di
    mia sorella. Sentite se  maladetto...
    Fulgenzio: Mi racconterete con comodo; permettete che ora vi dica...
    Filippo: No, no, sentite, se volete ridere...
    Fulgenzio: Ora non ho gran voglia di ridere. Ho necessit di parlarvi.
    Filippo: Eccomi, parlate pure come vi aggrada.
    Fulgenzio: Ora, signor Filippo, che siete ritornato in citt...
    Filippo: Conoscete voi il medico di Montenero?
    Fulgenzio: Lo conosco.
    Filippo: E il suo figliuolo lo conoscete?
    Fulgenzio: No, non l'ho mai veduto.
    Filippo: Oh che capo d'opera!  Oh che testa balorda!  Oh che carattere
    delizioso! Cose, cose da smascellarsi.
    Fulgenzio: Non mancher tempo. Sentir anch'io volentieri...
    Filippo: Ed  toccato a me giocare a bazzica con questo sciocco.
    Fulgenzio: Amico, se non mi volete ascoltare, ditemelo liberamente. Me
    n'ander.
    Filippo: Oh! cosa dite mai?  Se vi voglio ascoltare?  Capperi!  Il mio
    caro amico Fulgenzio, v'ascolterei se veniste di mezzanotte.
    Fulgenzio: Alle corte. Ora che siete tornato a Livorno, pensate voi di
    voler concludere il maritaggio di vostra figliuola?
    Filippo: Ci ho pensato, e ci penser.
    Fulgenzio: Avete ancora veduto il signor Leonardo?
    Filippo: No,  non l'ho ancora veduto.  So che  stato qui; ma non l'ho
    ancora veduto.  Gi io ho da esser l'ultimo in tutto,  e sar l'ultimo
    ancora in questo.
    Fulgenzio: (Da quel ch'io sento,  pare non sappia niente dei disordini
    di Leonardo).
    Filippo: A Montenero io era sempre l'ultimo  in  ogni  cosa.  Sino  al
    caff i garzoni servivano tutti, ed io l'ultimo.
    Fulgenzio: Ora,  nell'affare di cui si tratta,  voi avete da essere il
    primo.
    Filippo: Eh!  lo so perch ho da essere il primo.  Perch ho da metter
    fuori gli ottomila scudi di dote.
    Fulgenzio: Ditemi,  in confidenza, fra voi e me: questi ottomila scudi
    li avete voi preparati?
    Filippo: Per dirvi sincerissimamente la verit,  presentemente non  le
    potrei dare nemmeno ottomila soldi.
    Fulgenzio: E come intendereste dunque di fare?
    Filippo: Non saprei.  Ho de' fondi,  ho de' capitali;  credete voi che
    non si potessero ritrovare?
    Fulgenzio: S, a interesse si potrebbero ritrovare.
    Filippo: Bisogner dunque ch'io li ritrovi a interesse.
    Fulgenzio: E che paghiate almeno il quattro per cento.
    Filippo: Bisogner ch'io paghi il quattro per cento.
    Fulgenzio: Sapete voi che il quattro per cento,  per  un  capitale  di
    ottomila  scudi,  porta  in  capo  all'anno  trecento  e  venti  scudi
    d'aggravio?
    Filippo: Corpo di bacco! Trecento e venti scudi di meno?
    Fulgenzio: Eppure questo matrimonio si ha da concludere.  La scritta 
    fatta. La dote voi l'avete promessa.
    Filippo:  Ma  io  son  uno  che fa e promette,  perch mi fanno fare e
    promettere.  Quando siete venuto voi a parlarmi,  perch non mi  avete
    fatti allora que' conti che mi fate presentemente? Scusatemi, io credo
    di  aver  occasione di lamentarmi di voi.  Se mi foste quel buon amico
    che dite...
    Fulgenzio: S,  vi son buon amico.  E un mio consiglio vi  metter  in
    calma di tutto,  e vi far comparir con onore. Voglio che maritiate la
    figlia senza incomodarvi di un paolo,  senza dipendere da  nessuno.  E
    colla sicurezza ch'ella stia bene, e che non le possa essere intaccata
    la dote.
    Filippo: Se mi fate veder questa,  vi stimo per il primo uomo,  per la
    prima testa di questo mondo.
    Fulgenzio: Ditemi un poco: a Genova non avete voi degli effetti?
    Filippo: S, ci ho qualche cosa che mi ha lasciato un mio zio.  Ma non
    so dire precisamente che cosa. Maneggia uno ch'era il di lui ministro.
    In sei anni non mi ha mandato altro che due ceste di maccheroni.
    Fulgenzio:  Io  sono stato a Genova in vita di vostro zio e dopo la di
    lui morte,  e so quel che c' e che non c'.  Il  ministro  vi  mangia
    tutto, e giacch per l'incuria vostra non ne ricavate profitto alcuno,
    fate  cos:  assegnate  in dote a vostra figliuola i beni che avete in
    Genova.  Io far che il signor Leonardo li accetti,  e se ne contenti.
    Andr  egli  ad  abitare  in Genova colla consorte,  maneggier uxorio
    nomine quegli effetti,  non li potr consumare  o  disperdere,  perch
    saranno  ipotecati alla dote;  e per dirvela schiettamente,  a voi non
    rendono nulla,  e a lui sul fatto,  con un poco di direzione,  possono
    rendere il doppio di quello che gli renderebbero gli ottomila scudi in
    Livorno. Ah! cosa dite?
    Filippo: Bene, benissimo, glieli do volentieri. Vadano a Genova; se li
    godano in pace,  rendano quel che san rendere, non ci penso. Fate voi,
    mi rimetto in voi.
    Fulgenzio: Non occorr'altro. Lasciate operare a me.
    Filippo: Ehi!  dite: non si potrebbe vedere di  obbligare  Leonardo  a
    mandarmi qualche cesta di maccheroni?
    Fulgenzio:  S,  vi mander delle paste quante volete,  dei canditi di
    Genova, delle melarancie di Portogallo.
    Filippo: Oh!  che  le  melarancie  mi  piacciono  tanto.  Oh!  che  mi
    piacciono tanto i canditi. La cosa  fatta.
    Fulgenzio: E' fatta dunque.
    Filippo: E' fattissima.
    Fulgenzio: E vostra figlia sar poi contenta?
    Filippo: Questo  il diavolo.
    Fulgenzio: Ma voi non avete animo di farla fare a modo vostro?
    Filippo: Non ci sono avvezzo.
    Fulgenzio: Questa volta dovete farlo.
    Filippo: Lo far.
    Fulgenzio: Si tratta di tutto.
    Filippo: Lo far, vi dico, lo far.
    Fulgenzio: Quando le parlerete?
    Filippo:  Ora,  in  questo  momento.  Vado immediatamente: aspettatemi
    colla risposta.  (In atto di partire.) Non  sarebbe  meglio  ch'io  la
    facessi venir qui, e che le diceste qualche cosa voi?
    Fulgenzio: Perch non le volete parlar voi?
    Filippo: Le parler poi ancor io.
    Fulgenzio: Via, andate, e fatela venir, se volete.
    Filippo:  Subito,  immediatamente.  (Felice me,  se succede!  Se resto
    solo,  se non isminuisco l'entrata,  me la voglio godere da paladino).
    (Parte.)


    SCENA TERZA.
    Fulgenzio, poi Leonardo.

    Fulgenzio:  La cosa finora va bene.  Basta che non ci faccia disperare
    quel capolino di sua figliuola.
    Leonardo: Signor Fulgenzio, mi par che siamo a buon porto.
    Fulgenzio: Avete sentito?
    Leonardo: Ho sentito  ogni  cosa.  Prego  il  cielo  che  Giacinta  si
    accomodi a questa nuova risoluzione.
    Fulgenzio: Or or sentiremo. Finalmente, se il padre non  un babbuino,
    la figliuola dee rassegnarsi.
    Leonardo: Pensava a un'altra cosa,  signor Fulgenzio.  Come ho da fare
    per i debiti di Livorno?  Ho d'andarmene di nascosto?  Ho da fare  una
    figura trista?
    Fulgenzio:  Ho  pensato  anche  a  questo.  Stabilito che sia il nuovo
    accordo col signor Filippo,  voi farete a me una procura.  Metterete i
    beni vostri nelle mie mani, ed io mi far mallevadore per voi: pagher
    i creditori,  e col tempo vi render i vostri effetti liberi, netti, e
    ben custoditi.
    Leonardo: Oh cieli! Io non ho termini sufficienti per ringraziarvi.
    Fulgenzio: Ringraziate vostro zio Bernardino.
    Leonardo: E perch ho da ringraziare quel sordido?
    Fulgenzio: Perch io ho sempre desiderato di farvi del  bene;  ma  per
    cagion sua mi ci sono impegnato a tal segno, che sagrificherei del mio
    se occorresse.
    Leonardo: S, ma non lo fareste se non aveste un cuor buono.


    SCENA QUARTA.
    Filippo e detti.

    Filippo: La sapete la nuova?... Oh! schiavo, signor Leonardo.
    Leonardo: Riverisco il signor Filippo.
    Fulgenzio: E che c' di nuovo? (A Filippo.)
    Filippo: Mia figlia  sortita di casa, e mi hanno detto che  andata a
    far visita alla signora Costanza.
    Leonardo: Ah! me ne dispiace infinitamente.
    Filippo: Vi ha detto nulla il signor Fulgenzio? (A Leonardo.)
    Leonardo: S, signore. Qualche cosa mi ha detto.
    Filippo: Ebbene, siete voi contento? (A Leonardo.)
    Leonardo: Son contentissimo.
    Filippo: Sia ringraziato il cielo, saremo tutti contenti.
    Leonardo: Ma la signora Giacinta?
    Filippo: Andiamola a ritrovare dalla signora Costanza.
    Fulgenzio: Si pu aspettar ch'ella torni.
    Leonardo:  Mia  sorella  deve  andarci ancor ella.  Pu esser ci siano
    insieme.
    Filippo: Non sarebbe mal fatto che ci andassimo ancora noi.
    Leonardo: E' vero. Noi dobbiamo una visita alla signora Costanza.
    Filippo: E con questa occasione parleremo a Giacinta.
    Fulgenzio: Ma in casa d'altri non si pu parlare liberamente.
    Filippo: Se non si potr parlare, la far venir via.
    Leonardo: Che dite, signor Fulgenzio?
    Fulgenzio: Io dico che un'ora prima, un'ora dopo...
    Filippo: Ed io vi dico  che  si  ha  da  andare  immediatamente.  (Con
    sdegno.)
    Leonardo: Andiamo, non lo facciamo irritare. (Parte.)
    Fulgenzio: Siete ben ostinato, signor Filippo! (Parte.)
    Filippo:  Eh!  son  uomo.  So quel che faccio,  so quel che dico.  Per
    politica,  per direzione,  non la cedo  a  nessuno  di  questo  mondo.
    (Parte.)


    SCENA QUINTA.
    Camera in casa di Costanza.
    Costanza e Rosina.

    Costanza:  Rosina,  mettetevi  all'ordine,  che  andiamo  a far queste
    visite.
    Rosina: E dove abbiamo da andare s presto? Siamo appena arrivate.
    Costanza: Voglio che andiamo dalla signora Giacinta  e  dalla  signora
    Vittoria.
    Rosina: Scusatemi,  signora zia,  essendo noi venute a Livorno dopo di
    loro, tocca a loro a far visita prima a noi.
    Costanza: E questo  quello ch'io non vorrei.  Se  vengono  qui,  come
    volete  ch'io  le  riceva?  Non vedete che casa  questa?  Non c' una
    camera propria, tutto vecchio, tutto antico, tutto in disordine.
    Rosina: Per dire la verit, c' una gran differenza da questa casaccia
    al bel casin di campagna.
    Costanza: La differenza si ,  che quello me l'ho fornito  io  di  mio
    gusto, e questa casa  fornita secondo il genio zotico di mio marito.
    Rosina: Oh!  il signor zio non ci pensa. Egli non tratta che bottegai,
    e non gli preme niente la pulizia.
    Costanza: Questa cosa io non la posso soffrire;  da qui innanzi voglio
    stare in campagna dieci mesi dell'anno. Almeno l sono rispettata.
    Rosina: Il signor dottore non vi servir pi.
    Costanza:  Per  verit  mi dispiace aver perduta l'amicizia del signor
    dottore.  Ho fatto questo sacrifizio per amor vostro.  Vi voglio bene,
    desiderava di maritarvi,  voi non avete dote ed io non poteva darvene;
    e se non capitava questo ragazzo,  ho timore che sareste stata l  per
    un pezzo.
    Rosina:  Son maritata,   vero;  ma questo mio matrimonio mi d finora
    pochissima consolazione.  Non ho un anelletto,  non ho un  abitino  da
    sposa,  non  ho  niente  da  comparire;  che cosa volete che dicano le
    persone?
    Costanza: Col tempo avrete il vostro bisogno. Per ora non  necessario
    di dire che vi ha sposata.  Si sono fatte le cose segretamente,  e non
    l'ha da sapere nessuno.  Quando poi il signor dottore sar obbligato a
    passar gli alimenti al figliuolo, allora si pubblicher il matrimonio.
    Rosina: Tutto sta che Tognino non lo vada egli dicendo a  chi  non  lo
    vorrebbe sapere.
    Costanza: Basta avvisarlo. Dov' Tognino che non si vede?
    Rosina: E' di l che si veste.
    Costanza: Si veste? E come si veste?
    Rosina: Mi ha detto che essendo in citt, si vuol vestire con pulizia.
    Costanza:  E  cosa  si  vuol  mettere,  se  non  ha altro al mondo che
    quell'anticaglia che portava per Montenero?
    Rosina: Mi ha detto che ha portato via un abito di suo padre.
    Costanza: Suo padre  un palmo pi alto di lui.
    Rosina: Eh, Tognino non  tanto piccolo di statura.
    Costanza: Bisogner che subito subito ei vada a Pisa, e che si metta a
    studiare.
    Rosina: Subito subito ha da andare a Pisa?
    Costanza: Volete voi ch'egli perda il tempo?
    Rosina: No, ma cos subito!
    Costanza: Quanto vorreste ch'egli aspettasse?
    Rosina: Un mese almeno.
    Costanza: Basta, poco pi, poco meno.
    Rosina: Eccolo, eccolo,  gi vestito.


    SCENA SESTA
    Tognino con un abito assai lungo,  con parrucca lunga  a  tre  nodi  e
    cappello colla piuma all'antica; poi un Servitore.

    Tognino: Oh! eccomi. Ah! sto bene?
    Costanza: Oh che figura!  Non ve l'ho detto io,  che sarebbe stato una
    caricatura? (A Rosina.)
    Rosina: Eh! gli  un poco lungo, ma non vi  male.
    Costanza: Eh!  andatevi a levar  quel  vestito.  Parete  in  veste  da
    camera.
    Tognino: Volete ch'io vada per citt col giubbone da viaggio?
    Costanza: E non avete il vostro abito consueto?
    Tognino: Signora no.
    Costanza: E che cosa ne avete fatto?
    Tognino: L'ho dato al servitore acci m'aiutasse a portar via questo a
    mio padre.
    Costanza: Certo avete fatto un bel cambio!
    Tognino: E' bello,   gallonato.  E' un po' lunghetto, ma non importa.
    Ah! non mi sta bene? Ah! cosa dite, Rosina? Ah!
    Rosina: Bisognerebbe che ve lo faceste accomodare alla vita.
    Tognino: Me lo farete accomodare, signora zia? (A Costanza.)
    Costanza: Zitto,  malagrazia.  Non mi dite zia;  per ora non si ha  da
    sapere  che  sia  seguito  fra  di  voi  il matrimonio.  Non lo dite a
    nessuno, e abbiate giudizio, e non vi fate scorgere.
    Tognino: Oh! io non parlo.
    Rosina: E bisogner che pensiate a mettere il cervello a partito.
    Tognino: Cosa vuol dire mettere il cervello a partito?
    Rosina: Far  giudizio,  studiare,  imparar  bene  la  professione  del
    medico.
    Tognino: Oh!  per istudiare, studier quanto voi volete. Basta che non
    mi lasciate mancar da mangiare,  che mi conduciate a  spasso,  che  mi
    lasciate giocar a bazzica.
    Costanza: Eh povero scimunito!
    Tognino: Che cos' questo scimunito?
    Costanza: Se non avrete cervello...
    Tognino: Io non voglio essere strapazzato...
    Servitore: Signora... (A Costanza.)
    Tognino: Son maritato, e non voglio essere strapazzato.
    Costanza: Zitto.
    Rosina: Zitto.
    Servitore: E' maritato il signor Tognino?
    Costanza:  Egli non sa quello che si dica.  E tu non entrare in quelle
    cose che non ti appartengono. (Al Servitore.)
    Servitore: Perdoni. La signora Giacinta  qui poco lontana,  che viene
    per riverirla.
    Costanza: (Povera me!). La signora Giacinta! (A Rosina.)
    Rosina: Cosa volete fare? Convien riceverla. (A Costanza.)
    Costanza: Sa che sono in casa? (Al Servitore.)
    Servitore:  Lo  sapr  certamente.  Ha  mandato  il  servitore,  e  il
    servitore lo sa.
    Costanza:  (Ci  vuol  pazienza,   convien  riceverla).   Dille  che  
    padrona...  Senti: dille che compatisca, che sono venuta ora di villa,
    che ho la casa sossopra.  Senti: va alla bottega ad ordinare il caff.
    Ehi!  senti:  se viene a casa mio marito,  digli che non mi comparisca
    dinanzi come sta in bottega: o che si vesta bene, o che si contenti di
    stare nella sua camera.
    Servitore: (Oh quanta maladetta superbia!). (Parte.)
    Costanza: E voi andate via di qui.  Non vi lasciate vedere  in  quella
    caricatura. (A Tognino.)
    Tognino:  Certo,  mi  mandate  via  perch non beva il caff;  e io ci
    voglio stare.
    Costanza: Andate,  vi dico,  che se mi fate muover la bile,  vi caccio
    via di casa come un birbante.
    Tognino: Son maritato.
    Costanza: Rosina, or ora non posso pi.
    Rosina: Via, via, caro, andate di l, che il caff lo porter io.
    Tognino: Son maritato, e son maritato. (Parte.)


    SCENA SETTIMA.
    Costanza, Rosina, poi Giacinta.

    Costanza: Sentite,  se continua cos,  io non lo soffro assolutamente.
    (A Rosina.)
    Rosina: Compatitelo,  ancor ragazzo.
    Costanza: Ehi! s, scusatelo.
    Rosina: Ma,  signora,  se  mio marito,  convien ben ch'io  lo  scusi.
    Finalmente me l'avete dato voi, ed io l'ho preso per consiglio vostro.
    Costanza: Ecco la signora Giacinta. (Mi sta bene, merito peggio).
    Rosina: Se non sa pi di cos,  inutile di rimproverarlo.
    Giacinta: Serva, signora Costanza.
    Costanza: Serva umilissima.
    Rosina: Serva divota.
    Giacinta: Riverisco la signora Rosina.
    Costanza: Si  voluta incomodare la signora Giacinta.
    Giacinta: Anzi son venuta a fare il mio debito.
    Costanza:  Mi  spiace infinitamente ch'ella mi trova qui colla casa s
    malandata, che propriamente mi fa arrossire.
    Giacinta: Oh! sta benissimo. Non ha da far con me queste ceremonie.
    Costanza: E' poco tempo ch'io sono venuta  a  star  qui,  e  poi  sono
    andata in campagna, e tutte le cose sono ancora alla peggio. Favorisca
    d'accomodarsi. Compatisca se la seggiola non  propria.
    Giacinta: Anzi  proprissima.  (Tanto sfarzo in campagna, e sta qui in
    un porcile). (Da s.)
    Rosina: (Che dite eh? Si  messa in magnificenza). (A Costanza.)
    Costanza: (Eh! in quanto a questo,  se  venuta per farmi visita,  non
    doveva venire in succinto).
    Giacinta: Che nuove mi portano di mia zia?
    Rosina: Oh!  la povera signora Sabina  travagliatissima. Sono stata a
    farle una visita prima di partire,  e mi ha dato una  lettera  per  il
    signor Ferdinando.
    Giacinta: Oh! quanto volentieri sentirei quello che gli scrive.
    Rosina:  Io  credo  che  il  signor  Ferdinando non avr difficolt di
    mostrarla.
    Giacinta: (Cerco ogni strada per divertirmi;  ma ho una spina nel core
    che mi tormenta).
    Costanza: Come sta il signor Leonardo, signora Giacinta?
    Giacinta: Sta bene.
    Rosina: E la signora Vittoria?
    Giacinta: Benissimo.
    Costanza: E il signor Guglielmo?...
    Giacinta:  E'  egli  vero che il signor Tognino  venuto a Livorno con
    loro?
    Costanza: S, signora, ci  venuto per qualche giorno.
    Rosina: Perch deve passare a Pisa.
    Costanza: Per istudiare.
    Rosina: Per addottorarsi.
    Giacinta: S,  s,   venuto per andare  a  Pisa,  e  le  male  lingue
    dicevano che aveva sposato la signora Rosina.
    Rosina: Le male lingue dicevano?
    Giacinta:  Io  ho  sempre detto,  ch'ella non avrebbe mai fatta questa
    bestialit.
    Rosina: Sarebbe una bestialit veramente?
    Costanza: Favorisca, le di lei nozze si faranno presto?
    Giacinta: Non lo so ancora. Io dipender da mio padre.
    Rosina: E quelle della signora Vittoria col signor Guglielmo?
    Giacinta: Che vuol dire che sono anch'esse ritornate quest'anno  prima
    del solito?
    Costanza:  Non c'era pi nessuno in campagna.  Il signor Leonardo e la
    signora Vittoria hanno sconcertato il divertimento.
    Rosina: Ma quando si marita la signora Vittoria? (A Giacinta.)
    Giacinta: Io non lo so, signora, lo domandi a lei.
    Rosina: Per  quel  ch'io  vedo,  anche  il  matrimonio  della  signora
    Vittoria a lei deve parere un'altra bestialit. (A Giacinta.)
    Giacinta: Con permissione. Le voglio levar l'incomodo. (Si alza.)
    Costanza: Favorisca, aspetti, che prenderemo il caff.
    Giacinta: No, le sono obbligata.
    Costanza: Eccolo, eccolo. Mi faccia questa finezza.
    Giacinta: Per non ricusar le sue grazie.  (Siedono. Portano il caff.)
    (Pare che lo facciano apposta per tormentarmi).
    Costanza: Si serva. (D il caff a Giacinta.)
    Rosina: Con permissione.  (Vuol portare il caff a Tognino;  lo d  al
    Servitore,  e ritorna subito.) Visite, signora zia; abbiamo dell'altre
    visite.
    Costanza: E chi viene?
    Rosina:  La  signora  Vittoria,  il  signor  Ferdinando  e  il  signor
    Guglielmo.
    Giacinta: (Oh povera me!)
    Rosina: Guardi, guardi, che ha versato il caff sull'andriene.
    Giacinta: (Maladetto sia chi mi ha obbligato a restare). (Si pulisce.)
    Rosina: Vuole dell'acqua fresca?
    Giacinta: Eh! Non s'incomodi, non importa. (Con dispetto.)
    Rosina: Eccoli, eccoli.


    SCENA OTTAVA.
    Vittoria, Guglielmo e dette.

    Vittoria: Serva sua, ben trovate.
    Costanza: Serva.
    Rosina: Serva.
    Guglielmo: Servitor loro.
    Vittoria: Voi pure siete qui, signora Giacinta?
    Giacinta: Sono venuta anch'io a fare il mio debito.
    Rosina: A farmi grazia.
    Giacinta: (Cos mi fossi rotto uno stinco pria di venirci).
    Costanza:  Favoriscano.  Ho  fatte  gi  le  mie  scuse  colla signora
    Giacinta;  non ho ancora potuto ammobigliar la  casa;  favoriscano  di
    seder come possono.
    Guglielmo:  Scusi,  signora  Costanza,  se  sono  venuto  io  pure  ad
    incomodarla. Mi ha ritrovato a caso per istrada la signora Vittoria, e
    mi ha obbligato ad accompagnarla.
    Giacinta: (Lo capisco, il perfido! lo capisco).
    Rosina: Anzi mi ha fatto grazia;  e sono obbligata di ci alla signora
    Vittoria.
    Giacinta:  Dite,   signora  Vittoria,   non  era  con  voi  il  signor
    Ferdinando?
    Vittoria: S, il signor Ferdinando  stato a pranzo da noi.  Il signor
    Guglielmo si compiace poco di favorirmi, ed io, per non venir sola, ho
    profittato della compagnia del signor Ferdinando.
    Giacinta:  E  che  vuol  dire  ch'ei  vi  ha  lasciata sola col signor
    Guglielmo?
    Guglielmo: Egli  venuto fino alla porta di questa camera.
    Vittoria: Ella parla con me, e volete risponder voi?  (A Guglielmo.) E
    che  importa  alla  signora  Giacinta  che  sia venuto o non venuto il
    signor Ferdinando?
    Giacinta: M'importa,  perch queste signore hanno da presentargli  una
    lettera della signora Sabina.
    Rosina: S, certo. Eccola qui; e gliela devo dare in mano propria.
    Costanza: Anch'io, stando qui, l'ho veduto in sala: non so dove si sia
    trattenuto.
    Rosina: Sar in casa; sar in qualche camera. Io non lo vado a cercare
    sicuramente.
    Costanza:  (Non  vorrei che si divertisse a far parlare quello stolido
    di Tognino).
    Guglielmo: La signora Sabina scrive  adunque  una  lettera  al  signor
    Ferdinando?
    Rosina: S, signore, e l'ha consegnata a me.
    Guglielmo: Sar giusto che il signor Ferdinando risponda.
    Rosina: Risponder, se avr volont di rispondere.
    Guglielmo: Vuole la convenienza,  che quando si riceve una lettera, si
    risponda. (Guardando Giacinta.)
    Giacinta: Bisogna vedere se la lettera merita una risposta.
    Guglielmo: Qualunque lettera costringe le persone civili a rispondere;
    molto pi se  una lettera onesta, scritta con sincerit e con amore.
    Giacinta: L'amore non   lecito  in  tutti,  e  l'onest  si  confonde
    talvolta coll'interesse.
    Vittoria:  Per  quel  ch'io  sento,  il  signor Guglielmo e la signora
    Giacinta sono bene informati del contenuto di quella lettera.
    Guglielmo: A tutti  nota la passione della signora Sabina.
    Giacinta: E tutti sanno essere una passione che non merita  di  essere
    secondata.
    Vittoria:  Questa  lettera  la  sentirei  anch'io volentieri.  Eccolo,
    eccolo, il signor Ferdinando.


    SCENA NONA.
    Ferdinando, Tognino e detti; poi il Servitore.

    Ferdinando: Venite qui, gioia mia,  dolcezza mia,  amabilissimo il mio
    Tognino.
    Vittoria: (Oh bello!).
    Costanza: (L'ho detto!).
    Rosina: (Grand'impertinente  quel signor Ferdinando!).
    Tognino: Padroni. Servitor suo.
    Costanza: Andate via di qua. (A Tognino.)
    Ferdinando: Lasciatelo stare,  signora,  e portategli rispetto,  che 
    maritato.
    Costanza: Chi ve l'ha detto che  maritato?
    Ferdinando: Mi  stato detto da lui.
    Costanza: Non  vero niente. (A Ferdinando.)
    Ferdinando: Non  vero niente? (A Tognino.)
    Tognino: Non  vero niente. (A Ferdinando, mortificato.)
    Ferdinando: Oh! bene dunque se non  vero,  ci ho gusto.  Se non siete
    sposato colla signora Rosina,  sappiate che io ci pretendo,  e che voi
    non l'avrete, e la sposer io.
    Tognino: Cu cu! (Fa il verso del cucco, burlandosi di lui.)
    Ferdinando: Cu, cu? Che cosa vuol dire questo cu, cu?
    Tognino: Corpo di bacco! Vuol dire che la Rosina...
    Rosina: Tacete voi.  Dite al signor Ferdinando che vada a  sposare  la
    signora Sabina. Ecco una sua lettera che viene a lui.
    Ferdinando: Una lettera della mia cara Sabina?
    Rosina: S, signore, me l'ha consegnata questa mattina.
    Ferdinando: Oh!  cara la mia gioietta!  La legger col maggior piacere
    del mondo.
    Vittoria: La vogliamo sentire anche noi.
    Costanza: S, certo, anche noi.
    Guglielmo: Ricordatevi che alle lettere si risponde. (A Ferdinando.)
    Giacinta: Quando meritino d'aver risposta. (A Ferdinando.)
    Ferdinando: Benissimo, ci s'intende.
    Vittoria: Leggete forte, che tutti sentano.
    Ferdinando: Vi prometto di non lasciar fuori  una  virgola.  (Apre  la
    lettera.)
    Servitore: Signora,  il signor Filippo, il signor Leonardo e il signor
    Fulgenzio, che bramano riverirla. (A Costanza.)
    Costanza: Dite loro che son padroni, che restino serviti.  Portate qui
    delle seggiole. (Al Servitore.)
    Servitore:  (Se  ce ne fossero;  ma non ce ne sono tante che bastino).
    (Parte.)
    Vittoria: Mi dispiace ora quest'interrompimento.  Vorrei sentir quella
    lettera.  Date  qui,  non  l'avete  da leggere senza di noi.  (Leva la
    lettera di mano a Ferdinando.)


    SCENA DECIMA.
    Filippo, Leonardo, Fulgenzio e detti.

    Filippo: Servo di lor signori. (Tutti si alzano.)
    Tognino: Oh! padrone, signor Filippo.
    Filippo: Oh la bella figura!
    Tognino: Vuol giocare a bazzica?
    Filippo: Eh!  non mi seccate.  Giacinta,  con licenza della padrona di
    casa, avrei bisogno di dirvi una parolina.
    Costanza: Servitevi come vi piace.
    Leonardo: Scusatemi,  signore. Noi siamo qui per fare il nostro dovere
    colla signora Costanza.  Non vi mancher tempo di parlare alla signora
    Giacinta. (A Filippo.)
    Filippo: Ma io,  quando ho qualche cosa nel capo,  sono impaziente. La
    signora Costanza  buona, e me lo permetter.
    Costanza: Vi torno a dire, signore, accomodatevi come vi piace.
    Giacinta:  (Che  mai  vuol  dirmi  mio  padre?   Sono  in   un'estrema
    curiosit).
    Filippo:  Se  ci  favorisce  una  camera,  le  dico due parole,  e poi
    torniamo qui a godere della sua amabile compagnia. (A Costanza.)
    Giacinta: Se la ci facesse questo piacere... (A Costanza.)
    Costanza: Perdonino,  le camere sono ancora ingombrate.  Se comandano,
    si ponno servire in sala.
    Filippo: S,  s, tutto comoda; andiamo, andiamo. Con permissione. (Oh
    io, quando si tratta di far presto, e bene!). (Parte.)
    Giacinta: Con licenza. Ora torno. (Mi trema il core). (Parte.)
    Fulgenzio: (Oh! cosa sperate.?). (A Leonardo.)
    Leonardo: (Pochissimo).  (A Fulgenzio.) (Ah!  Guglielmo vuol essere la
    mia rovina). (Parte.)
    Fulgenzio:  (Se  fosse  mia  figlia,  o  dovrebbe  fare a mio modo,  o
    crepare). (Parte.)
    Tognino: (Voglio andare in cucina a sentir quel che dicono). (Parte.)


    SCENA UNDICESIMA.
    Vittoria, Guglielmo, Costanza, Rosina e Ferdinando.

    Guglielmo: (Mi par  di  essere  al  punto  di  dover  sentire  la  mia
    sentenza. Chi sa ancora ch'ella non sia favorevole?).
    Ferdinando: Chi sa quanto staranno in questo colloquio; ed io muoio di
    volont di leggere quella lettera.
    Vittoria: Via, se la volete legger, leggetela. La sentiremo noi; e non
    mancher tempo di farla sentire alla signora Giacinta.
    Costanza: Confesso il vero, che la sento anch'io volentieri.
    Rosina: Povera donna! quando me l'ha data, piangeva.
    Ferdinando: Cospetto! pare scritta in arabico.
    Vittoria: Signor Guglielmo, dormite?
    Guglielmo: Signora no, non dormo.
    Vittoria: (Io non so come abbia da essere con quest'uomo. Egli  tutto
    flemma, io son tutta foco).
    Ferdinando: Ora ho principiato a trovare il filo.
    Vittoria:  Leggete  tutto,  e non ci fate la baronata di lasciar fuori
    qualche bel sentimento.
    Ferdinando: Colla maggiore onoratezza del  mondo.  Sentite:  "Crudele:
    (tutti  ridono moderatamente) voi mi avete ferito il cuore;  voi siete
    il primo che abbia avuto la gloria di vedermi piangere per  amore.  Se
    sapeste,  se  vi  potessi  dir  tutto,  vi  farei  forse  piangere per
    compassione. Ah! la modestia non mi permette dir d'avvantaggio. Dacch
    siete di qua partito,  non ho mangiato,  non ho bevuto,  non ho potuto
    dormire.  Povera me! mi son guardata allo specchio, e quasi pi non mi
    riconosco.
    S'impassiscono le mie guancie,  e il  lungo  pianto  m'indebolisce  la
    vista  a  segno,  che  appena  veggio  la carta su cui vi scrivo.  Ah!
    Ferdinando,  cuor mio,  mia speranza,  bellezza mia".  (Tutti ridono.)
    Ridete forse perch mi dice bellezza sua?
    Vittoria: Ci vede poco la poverina.
    Rosina: Ha cispi gli occhi.
    Costanza: Ha la lacrimetta perenne.
    Ferdinando: Bene, bene. Ella conosce il merito, e tanto basta.
    Vittoria: Sentiamo la conclusion della lettera.
    Ferdinando: Meritereste che non leggessi pi oltre.
    Vittoria: Eh! via, vogliamo sentire.
    Ferdinando: Dove sono? Dove ho lasciato?
    Vittoria: Dormite, signor Guglielmo?
    Guglielmo: Signora no.
    Ferdinando: Ecco,  l'ho ritrovato. "Mia speranza, bellezza mia, venite
    per piet a consolarmi.  Ah!  s,  venite;  se voi mi amate,  non sar
    ingrata;  e se non vi basta il cuore che vi ho donato, venite, o caro,
    che vi esibisco e prometto..." Che diavolo!  Scrive qui,  che  non  si
    capisce;  quando  ha  scritte  queste  due righe,  convien dire che le
    tremasse molto la mano. Ora, ora,  principio a intendere.  "Venite,  o
    caro, che vi esibisco e prometto una donazione, la donazione, un'ampia
    donazione,  vi prometto la donazione (un'altra volta), la donazione vi
    prometto di tutto il mio! Vostra fedelissima amante e futura sposa
    Sabina Borgna".
    Vittoria: Bravo!
    Costanza: Me ne consolo.
    Rosina: E che vivano le bellezze del signor Ferdinando.
    Vittoria: Sicch dunque cosa risolvete di fare?
    Ferdinando: Un'eroica risoluzione.  Prendo immediatamente la posta,  e
    me  ne  vo a consolare,  a soccorrere la mia adorata Sabina.  Servitor
    umilissimo di lor signori. (Parte.)
    Vittoria: Si va a consolar colla donazione.
    Costanza: Povera vecchia pazza!
    Vittoria: Signor Guglielmo, dormite?
    Guglielmo: Non signora.
    Vittoria: Non ridete di queste cose?
    Guglielmo: Non ho voglia di ridere.
    Vittoria: (Oh che satiro!).
    Rosina: Oh! eccoli: il congresso  finito.
    Guglielmo: (Sono in ansiet di sapere). (S'alza.)
    Vittoria: Pare che ora vi risvegliate. (A Guglielmo.)
    Guglielmo: Credetemi, che non ho mai dormito. (Tutti si alzano.)


    SCENA DODICESIMA.
    Giacinta, Filippo, Fulgenzio, Leonardo e detti.

    Filippo: Siamo qui, scusateci, signora Costanza.
    Costanza: Padrone, signor Filippo.
    Vittoria: Che nuove abbiamo, signor fratello? (Con caricatura.)
    Leonardo: Buonissime, signora sorella;  domani di buon mattino partir
    per Genova.
    Vittoria: Per Genova?
    Leonardo: S, signora.
    Vittoria: Solo, o in compagnia?
    Leonardo: In compagnia.
    Vittoria: Con chi, se  lecito?...
    Leonardo: Colla signora Giacinta.
    Vittoria: M'immagino che prima vi sposerete.
    Leonardo: Senz'alcun dubbio.
    Vittoria: E noi, signor Guglielmo?
    Guglielmo: Va a Genova la signora Giacinta?
    Giacinta:  S,  signore,  vo  a  Genova: per grazia del cielo,  di mio
    padre, e dell'amorosissimo signor Fulgenzio.  Vi stupirete tutti ch'io
    vada a Genova,  tutti vi farete le maraviglie che in un momento mi sia
    lasciata condurre ad una s  violenta  risoluzione.  Confesso  che  il
    distaccarmi dalla mia Patria, che abbandonare quella persona ch'io amo
    pi di me stessa...  parlo di voi,  caro padre, padre mio tenerissimo;
    ah!  nell'abbandonare un s caro oggetto mi si  stacca  il  cuore  dal
    seno,  ed    un  miracolo  ch'io  non  soccomba.  Ma  lo stato mio lo
    richiede, la mia virt mi sollecita,  l'onore a ci mi consiglia.  Chi
    mi ascolta,  m'intende.  Voi,  sposo mio,  m'intendete; voi, che nelle
    contingenze in cui siamo,  miglior destino  non  potevate  desiderare.
    Partir da una patria per me funesta,  mi scorder i miei deliri,  gli
    affanni  miei,  le  mie  debolezze...  S,  scorderommi,  voglio  dir,
    l'ambizione,  la vanit, il fanatismo delle mie superbe villeggiature.
    Se seguitata avessi la strada incautamente calcata,  chi  sa  in  qual
    precipizio  sarei caduta?  Cangiando cielo,  si ha da cangiar sistema.
    Ecco il mio sposo,  ecco colui che mi destinano i numi,  e che  mi  ha
    accordato  mio  padre.  Io  far il mio dovere,  facciano gli altri il
    loro.
    Signor Leonardo, domani si ha da partire: voi avrete gli affari vostri
    da porre  in  ordine.  A  me  pure  non  mancheranno  le  occupazioni,
    gl'impicci.  Senza  perdere  molto  tempo  in  cosa che si pu far sul
    momento, alla presenza del padre mio, della padrona di questa casa, di
    tutti questi signori, vi esibisco la mano, e vi ridomando la vostra.
    Filippo: Ah! che ne dite? Mi fa piangere per tenerezza. (A Fulgenzio.)
    Leonardo: S, adorata Giacinta, se il vostro genitor lo acconsente...
    Filippo: Contentissimo, contentissimo.
    Leonardo: Eccovi la mano accompagnata dal cuore.
    Giacinta: S,  anch'io...  (Oim!  mi si oscura la  vista,  non  posso
    reggermi in piedi).
    Leonardo: Oh cieli!  impallidite?  tremate?  Ah! quest' segno di poco
    amore. Deh! se forzatamente vi uniste meco...
    Giacinta: No,  forzatamente non mi conduco a sposarvi.  Niuno potrebbe
    usarmi violenza,  quand'io non fossi da me medesima persuasa.  Scusate
    la debolezza del sesso,  se non vi pare che  meriti  qualche  lode  la
    verecondia.  Passar  dallo stato di libera a quello di maritata non si
    pu far senza orgasmo,  senza una interna commozione di spiriti  e  di
    pensieri.  Staccarsi  tutt'ad  un  tratto  un  affetto  dal  seno  per
    introdurne un novello, lasciar il padre per seguire lo sposo,  non pu
    a  meno di non agitar un cuor tenero,  un cuor sensibile e indebolito.
    La ragione mi scuote.  La mia virt mi soccorre,  ecco  la  mano:  son
    vostra sposa. (D la mano a Leonardo.)
    Leonardo:  S,  cara,  io  son  vostro,  voi siete mia.  (D la mano a
    Giacinta.)


    SCENA ULTIMA.
    Tognino e detti.

    Tognino: Nozze, nozze, evviva: si son fatte le nozze. (Saltando.)
    Costanza: Sciocco!
    Rosina: Ma via! Sempre lo mortificate. (A Costanza.)
    Leonardo: Signor Guglielmo,  prima ch'io  parta,  mi  lusingo  che  si
    stabilir un po' meglio l'impegno vostro con mia sorella.
    Vittoria: Questa sera io spero che si sottoscriver questa carta.
    Giacinta:  A  che  servon  le  carte?  A  che  servon le scritture?  A
    null'altro che a intorbidar gli animi  e  ad  inquietare.  Volesse  il
    cielo ch'io avessi sposato il signor Leonardo quel giorno medesimo che
    io  mi  sono  in  carta obbligata.  Vari disordini sono nati,  che non
    sarebbero succeduti.  La signora Vittoria ha in deposito la sua  dote;
    che il signor Guglielmo si ricordi de' suoi doveri,  le dia la mano, e
    la sposi.
    Vittoria: Dormite, signor Guglielmo?
    Guglielmo: Non dormo,  signora  mia,  non  dormo.  Sono  bastantemente
    svegliato  per  intendere  gli  altrui  detti,  e per conoscere i miei
    doveri. Sono un uomo d'onore; se tal non fossi, non avrei impegnata la
    mia parola.  Merita lode la signora Giacinta,  meritano lode i di  lei
    consigli;   ho  sempre  ammirato  la  di  lei  virt,   e  per  ultimo
    contrassegno della mia stima, eccomi, signora Vittoria,  eccomi pronto
    ad offerirvi la mano.
    Vittoria:  Per  la  stima  che  avete di lei,  non per l'amore che voi
    provate per me?
    Giacinta: Ha ragione la signora Vittoria,  e mi maraviglia  che  siate
    cos poco compiacente...
    Guglielmo:  Non v'inquietate,  di grazia;  son ragionevole pi di quel
    che  credete.  Signora  Vittoria,  assicuratevi  di  avere  in  me  un
    conoscitore  del  vostro  merito,  uno  sposo  fedele,  un  rispettoso
    consorte.
    Vittoria: Tutto, fuori che amante.
    Leonardo: Finiamola con queste vostre caricature. O porgete ad esso la
    mano, o vi metter in un ritiro.
    Vittoria: Mi fa ridere  il  signor  fratello.  Signor  Guglielmo,  non
    forzata, come voi parete di esserlo, ma del miglior cuore del mondo vi
    do la mano.
    Guglielmo: E per mia sposa vi accetto.
    Vittoria:   Abbiate   almeno   compassione   di   me.   (A  Guglielmo,
    teneramente.)
    Guglielmo: (Io merito pi compassione di lei).
    Tognino: Nozze, nozze, dell'altre nozze. (Saltando.)
    Filippo: S,  nozze,  nozze.  E quando si faranno le vostre nozze?  (A
    Tognino.)
    Tognino: Sono fatte,  le abbiamo fatte.  S,  s,  lo voglio dire, son
    maritato.
    Costanza: Sciocco, imprudente, senza giudizio. (A Tognino.)
    Rosina: S, s, non si pu nascondere, si ha da sapere,  ed ho piacere
    ch'ei l'abbia detto.
    Giacinta: Compatisco la signora Costanza,  s'ella desiderava di celare
    un maritaggio che pu essere criticato;  e voglia il cielo che non  si
    lagnino un giorno questi due sposi,  del comodo che ha loro offerto la
    troppo libera villeggiatura.  Di pi non dico;  so io qual piacere  ho
    provato,  e  quanto  caro mi costa il divertimento.  Lode al cielo son
    maritata;  parto per  Genova,  e  parto  con  animo  risoluto  di  non
    rammentarmi  che  il mio dovere.  Desidero a mia cognata quella pace e
    quella tranquillit ch'io bramo per me medesima.  Supplico il caro mio
    genitore amarmi sempre,  bench lontano; e se non fosse temerit in me
    soverchia,  lo pregherei di regolare un po' meglio gli affari suoi,  e
    villeggiar con giudizio, e spendere con parsimonia.
    Ringrazio il signor Fulgenzio del bene che dall'opera sua riconosco; e
    vi assicuro, signore, che non me ne scorder fin ch'io viva. Fo il mio
    dovere  colla  padrona  di  questa  casa;  auguro  ogni bene ai di lei
    nipoti.  Riverisco il signor Guglielmo.  (Patetica.) Parto per  Genova
    col  mio  caro sposo.  (Risoluta.) Prima di andarmene,  mi si permetta
    rivolgermi rispettosa a chi mi ascolta e mi onora.  Vedeste le  Smanie
    per villeggiare.  Godeste le Avventure de' villeggianti,  compatite il
    Ritorno dalla campagna;  e se aveste occasione di  ridere  dell'altrui
    cattiva  condotta,  consolatevi  con voi stessi della vostra prudenza,
    della vostra moderazione, e se non siete di noi malcontenti, dateci un
    cortese segno d'aggradimento.

    Fine della Commedia.














    IL VENTAGLIO.


    PERSONAGGI.

    Il signor Evaristo.
    La signora Geltruda, vedova.
    La signora Candida, sua nipote.
    Il Barone del Cedro.
    Il Conte di Rocca Marina.
    Timoteo, speziale.
    Giannina, giovane contadina.
    La signora Susanna, merciaia.
    Coronato, oste.
    Crespino, calzolaio.
    Moracchio, contadino fratello di Giannina.
    Limoncino, garzone di caff.
    Tognino, servitore delle due signore.
    Scavezzo, servitore d'osteria.
    La scena  una villa del Milanese della Case nuove.


    ATTO PRIMO.


    SCENA PRIMA.
    TUTTI - Disposizione  e  colpo  d'occhio  di  questa  prima  scena.  -
    GELTRUDA  e  CANDIDA  a  seder  sulla  terrazza.  La prima facendo de'
    gruppetti, la seconda dell'"entoilage".  EVARISTO ed il BARONE vestiti
    propriamente  da  cacciatori,  sedendo  su i seggioloni,  e bevendo il
    caff  co'  loro  schioppi  al  fianco.   Il  CONTE  da  campagna  con
    rodengotto,   cappello  di  paglia  e  bastone,  sedendo  vicino  allo
    Speciale, e leggendo un libro. TIMOTEO dentro la sua bottega, pestando
    in un mortaio di bronzo sulla balconata. GIANNINA da paesana,  sedendo
    vicino  alla  sua  porta  filando.  SUSANNA  sedendo  vicino  alla sua
    bottega,  e lavorando  qualcosa  di  bianco.  CORONATO  sedendo  sulla
    banchetta,  vicino all'osteria, con un libro di memorie in mano ed una
    penna da lapis.  CRESPINO a sedere al suo banchetto,  e  lavorando  da
    calzolaro  con  una  scarpa  in forma.  MORACCHIO di qua dalla casa di
    Giannina verso i lumi, tenendo in mano una corda con un cane da caccia
    attaccato, dandogli del pane a mangiare. SCAVEZZO di qua dell'osteria,
    verso i lumini, pelando un pollastro. LIMONCELLO presso alli due,  che
    bevono il caff colla sottocoppa in mano, aspettando le tazze. TOGNINO
    spazzando  dinanzi  alla  porta  del  palazzino,  e sulla facciata del
    medesimo.  Alzata  la  tenda,  tutti  restano  qualche  momento  senza
    parlare,  ed  agendo  come  si  detto,  per dar tempo all'uditorio di
    esaminare un poco la scena.

    Evaristo: Che vi pare di questo caff? (al Barone)
    Barone: Mi par buono.
    Evaristo: Per me lo trovo perfetto.  Bravo,  signor Limoncino,  questa
    mattina vi siete portato bene.
    Limoncino: La ringrazio dell'elogio,  ma la prego di non chiamarmi con
    questo nome di Limoncino.
    Evaristo: Oh bella!  Tutti vi conoscono per questo nome,  siete famoso
    col  nome di Limoncino.  Tutti dicono: andiamo alle Case nove a bevere
    il caff da Limoncino, e ve ne avete a male per questo?
    Limoncino: Signore questo non  il mio nome.
    Barone: Oh via da qui innanzi vi  chiameremo  signor  Arancio,  signor
    Bergamotto. (bevendo il caff)
    Limoncino: Le dico che io non son fatto per far il buffone.
    Candida: (ride forte)
    Evaristo: Che ne dice signora Candida?
    Candida:  (si  fa  fresco col ventaglio,  e lo rimette sul poggio) Che
    vuole ch'io dica? Sono cose da ridere veramente.
    Geltruda: Via signori, lasciatelo stare quel buon ragazzo, egli fa del
    buon caff, ed  sotto la mia protezione.
    Barone: Oh quando  sotto la protezione della signora Geltruda, gli si
    porter rispetto.  (Sentite la buona vedova lo  protegge).  (piano  ad
    Evaristo)
    Evaristo: Non dite male della signora Geltruda.  Ella  la pi saggia,
    e la pi onesta donna del mondo. (piano al Barone)
    Barone: Tutto quel che volete, ma si d aria di protezione come lei...
    il signor Conte, che siede e legge con un'aria da giurisdicente. (come
    sopra)
    Evaristo: Oh in  quanto  a  lui,  non  avete  il  torto,    una  vera
    caricatura,  ma    troppo  ingiusta  la  comparazione  colla  signora
    Geltruda. (come sopra)
    Barone: Un per un verso, l'altra per l'altro, per me li trovo ridicoli
    tutti due. (come sopra)
    Evaristo: E cosa trovate di ridicolo nella signora Geltruda?
    Barone: Troppa dottrina, troppo contegno, troppa sufficienza.
    Evaristo: Scusatemi, voi non la conoscete. (piano fra loro)
    Barone: Stimo pi la signora Candida cento volte.
    (Il Barone ed Evaristo finiscono di bere il caff. Si alzano,  rendono
    le tazze a Limoncino. Tutti e due vogliono pagare. Il Barone previene;
    Evaristo  lo ringrazia piano.  Limoncino con le tazze e i denari va in
    bottega. In questo tempo Timoteo pesta pi forte)
    Evaristo: S,   vero...  La nipote ha del merito...  (Non vorrei  che
    costui mi fosse rivale).
    Conte: Eh! signor Timoteo (grave)
    Timoteo: Che mi comanda?
    Conte: Questo vostro pestamento m'annoia.
    Timoteo: Perdoni... (battendo)
    Conte: Non posso leggere, mi rompete la testa.
    Timoteo: Perdoni, or ora ho finito. (seguita, staccia e ripesta)
    Crespino: Ehi Coronato. (lavorando e ridendo)
    Coronato: Cosa volete mastro Crespino?
    Crespino:  Il signor Conte non vuole che si batta.  (batte forte sulla
    forma)
    Conte:  Che  diavolo  d'impertinenza!  Non  la  volete  finire  questa
    mattina?
    Crespino: Signor illustrissimo non vede cosa faccio?
    Conte: E cosa fate? (con sdegno)
    Crespino: Accomodo le sue scarpe vecchie.
    Conte: Zitto l impertinente. (si mette a leggere)
    Crespino: Coronato! (ridendo batte, e Timoteo batte)
    Coronato: Or ora non posso pi. (dimenandosi sulla sedia)
    Scavezzo: Moracchio. (chiamandolo e ridendo)
    Moracchio: Cosa c' Scavezzo?
    Scavezzo: Il signor Conte! (ridendo e burlandosi del Conte)
    Moracchio: Zitto, zitto che finalmente  un signore...
    Scavezzo: Affamato.
    Giannina: Moracchio. (chiamandolo)
    Moracchio: Cosa vuoi?
    Giannina: Cosa ha detto Scavezzo?
    Moracchio: Niente, niente bada a te, e fila.
    Giannina:  Oh    gentile veramente il mio signor fratello.  Mi tratta
    sempre cos.  (Non vedo l'ora di  maritarmi).  (con  sdegno  volta  la
    sedia, e fila con dispetto)
    Susanna: Cos' Giannina? Che cosa avete?
    Giannina: Oh se sapeste signora Susanna! Non credo che si dia al mondo
    un uomo pi grossolano di mio fratello.
    Moracchio:  Eh  bene!  Son quel che sono.  Cosa vorresti dire?  Finch
    state sotto di me...
    Giannina: Sotto di te?  Oh,  spero che vi star  poco.  (con  dispetto
    fila)
    Evaristo:  Via  cosa  c'?  (a Moracchio) Voi sempre tormentate questa
    povera ragazza. (s'accosta a lei) E non lo merita, poverina.
    Giannina: Mi fa arrabbiare.
    Moracchio: Vuol saper tutto.
    Evaristo: Via via basta cos.
    Barone: E' compassionevole il signor Evaristo. (a Candida)
    Candida: Pare anche a me veramente. (con un poco di passione)
    Geltruda: Gran cosa!  Non si fa che criticare le azioni altrui,  e non
    si prende guardia alle proprie. (a Candida)
    Barone: (Ecco questi sono que' dottoramenti ch'io non posso soffrire).
    Crespino: (Povera Giannina!  Quando sar mia moglie, quel galeotto non
    la tormenter pi). (lavorando)
    Coronato: (S la voglio sposare se non fosse che per  levarla  da  suo
    fratello).
    Evaristo:  Ebbene  signor  Barone volete che andiamo?  (accostandosi a
    lui)
    Barone: Per dirvi la verit,  questa mattina non mi  sento  in  voglia
    d'andar alla caccia. Sono stanco di ieri...
    Evaristo: Fate come vi piace. Mi permetterete che ci vada io?
    Barone: Accomodatevi.  (Tanto meglio per me. Avr comodo di tentare la
    mia sorte colla signora Candida).
    Evaristo: Moracchio.
    Moracchio: Signore.
    Evaristo: Il cane ha mangiato?
    Moracchio: Signor s.
    Evaristo: Prendete lo schioppo, e andiamo.
    Moracchio: Vado a prenderlo subito. Tieni. (a Giannina)
    Giannina: Cosa ho da tenere?
    Moracchio: Tieni questo cane fin che ritorno.
    Giannina: Date  qui  mala  grazia.  (prende  il  cane  e  lo  carezza;
    Moracchio va in casa)
    Coronato:  (E'  proprio  una  giovane  di  buon cuore.  Non vedo l'ora
    ch'ella divenga mia).
    Crespino: (Che bella grazia che ha a far carezze!  Se le fa ad un cane
    tanto pi le far ad un marito).
    Barone: Scavezzo.
    Scavezzo: Signore. (si avanza)
    Barone: Prendete questo schioppo e portatelo nella mia camera.
    Scavezzo: S,  signore.  (Questo almeno  ricco e generoso.  Altro che
    quello spiantato del Conte!) (porta lo schioppo nell'osteria)
    Evaristo: Pensate voi di restar qui per oggi? (al Barone)
    Barone: S, mi riposer all'osteria.
    Evaristo: Fate preparare che verr a pranzo con voi.
    Barone: Ben volentieri,  vi aspetto.  Signore a buon riverirle.  (alle
    signore)  (Partir  per non dar sospetto).  Vado nella mia camera,  ed
    oggi preparate per due. (a Coronato, ed entra)
    Coronato: S'accomodi, sar servita.


    SCENA SECONDA.
    MORACCHIO, EVARISTO e dette.

    Moracchio: (collo schioppo esce di casa,  e si  fa  dare  il  cane  da
    Giannina) Eccomi, signore sono con lei. (ad Evaristo)
    Evaristo: Andiamo. (a Moracchio) Signore mie, se me lo permettono vado
    a  divertirmi  un  poco  collo schioppetto.  (verso le due signore,  e
    prende lo schioppo)
    Geltruda: S'accomodi, e si diverta bene.
    Candida: L'auguro buona preda, e buona fortuna.
    Evaristo: Son sicuro d'essere fortunato,  se sono  favorito  da'  suoi
    auspizi.  (a  Candida,  e va accomodando lo schioppo e gli attrezzi di
    caccia)
    Candida: (Veramente  gentile il signor Evaristo!) (a Geltruda)
    Geltruda: (S  vero.  E' gentile e compito.  Ma  nipote  mia  non  vi
    fidate, di chi non conoscete perfettamente).
    Candida: (Per che cosa dite questo signora zia?)
    Geltruda: (Perch da qualche tempo ho ragione di dirlo).
    Candida: (Io non credo di poter esser condannata...)
    Geltruda:  (No  non  mi  lamento  di  voi,  ma  vi  prevengo perch vi
    conserviate sempre cos).
    Candida: (Ah,  tardo il suo avvertimento.  Sono innamorata quanto mai
    posso essere).
    Evaristo:  Oh  tutto   all'ordine: andiamo.  (a Moracchio) Nuovamente
    servitor umilissimo di lor signore.  (saluta le due signore in atto di
    partire)
    Geltruda: Serva. (s'alza per fargli riverenza)
    Candida: Serva umilissima.  (s'alza ancor ella,  urta, ed il ventaglio
    va in istrada)
    Evaristo: Oh! (raccoglie il ventaglio)
    Candida: Niente, niente.
    Geltruda: La non s'incomodi.
    Evaristo: Il ventaglio  rotto, me ne dispiace infinitamente.
    Candida: Eh non importa,  un ventaglio vecchio.
    Evaristo: Ma io sono la cagione ch' rotto.
    Geltruda: Non si metta in pena di ci.
    Evaristo: Permettano ch'abbia l'onore... (vorrebbe portarlo in casa)
    Geltruda: La non s'incomodi. Lo dia al servo Tognino. (chiama)
    Tognino: Signora. (a Geltruda)
    Geltruda: Prendete quel ventaglio.
    Tognino: Favorisca. (lo dimanda ad Evaristo)
    Evaristo: Quando non mi vonno permettere... tenete... (d il ventaglio
    a Tognino, che lo prende e va dentro)
    Candida: Guardate  quanta  pena  si  prende,  perch  si    rotto  il
    ventaglio! (a Geltruda)
    Geltruda:  Un  uomo pulito,  non pu agir altrimenti.  (Lo conosco che
    c'entra della passione).


    SCENA TERZA.
    TOGNINO sulla terrazza d il ventaglio alle donne;  esse lo guardano e
    l'accomodano. EVARISTO, SUSANNA, e detti.

    Evaristo: (Mi spiace infinitamente che quel ventaglio si sia rotto per
    causa mia; ma vo' tentare di rimediarvi). Signora Susanna. (piano alla
    stessa)
    Susanna: Signore.
    Evaristo: Vorrei parlarvi. Entriamo in bottega.
    Susanna: Resti servita. S'accomodi. (s'alza)
    Evaristo: Moracchio.
    Moracchio: Signore.
    Evaristo: Andate innanzi. Aspettatemi all'entrata del bosco, ch'or ora
    vengo. (entra con Susanna)
    Moracchio:  Se perde il tempo cos prenderemo delle zucche,  e non del
    selvatico. (via col cane)
    Giannina: Manco male che mio fratello  partito.  Non  vedo  l'ora  di
    poter  dire  due  parole  a Crespino;  ma non vorrei che ci fosse quel
    diavolo di Coronato.  Mi perseguita,  e non lo posso soffrire.(da  s,
    filando)
    Conte: Oh oh bella, bellissima. (leggendo) Signora Geltruda.
    Crespino: Cosa ha trovato di bello signor Conte?
    Conte:   Eh  cosa  c'entrate  voi?   Cosa  sapete  voi  che  siete  un
    ignorantaccio?
    Crespino: (Ci scometto che ne so  pi  di  lei).  (batte  forte  sulla
    forma)
    Geltruda: Che mi comanda il signor Conte?
    Conte: Voi che siete una donna di spirito,  se sentiste quello,  ch'io
    leggo presentemente  un capo d'opera.
    Geltruda: E' qualche istoria?
    Conte: Eh! (con sprezzatura)
    Geltruda: Qualche trattato di filosofia?
    Conte: Oh! (come sopra)
    Geltruda: Qualche bel pezzo di poesia?
    Conte: No. (come sopra)
    Geltruda: E ch' dunque?
    Conte: Una cosa stupenda,  meravigliosa,  tratta dal francese:    una
    novella, detta volgarmente una favola.
    Crespino: (Maledetto! Una favola! stupenda! maravigliosa!)
    Geltruda: E' di Esopo?
    Conte: No.
    Geltruda: E' di monsieur de la Fontaine?
    Conte: Non so l'autore, ma non importa... La volete sentire?
    Geltruda: Mi far piacere.
    Conte: Aspettate.  Oh ch'ho perduto il segno.  La trover... (cerca la
    carta)
    Candida: Voi che leggete de' buoni libri amate di sentir delle favole?
    (a Gertruda)
    Geltruda:  Perch  no?  Se  sono  scritte  con  sale,  istruiscono,  e
    divertono infinitamente.
    Conte: Oh, l'ho trovata. Sentite...
    Crespino: (Maledetto! legge le favole!) (pesta forte)
    Conte: Oh principiate a battere? (a Crespino)
    Crespino: Non vol che li metta li soprattacchi? (al Conte, e batte)
    Timoteo: (torna a pestar forte nel mortaio)
    Conte:  Ecco qui quest'altro canchero che viene a pestar di nuovo.  La
    volete finire? (a Timoteo)
    Timoteo: Signore io faccio il mio mestiere. (pesta)
    Conte: Sentite. "Eravi una donzella di tal bellezza...".  (a Gertruda)
    Ma quietatevi, o andate a pestare in un altro luogo. (a Timoteo)
    Timoteo: Signore,  mi scusi.  Io pago la mia pigione, e non ho miglior
    luogo di questo. (pesta)
    Conte: Eh andate al diavolo con questo maledetto mortaio.  Non si  pu
    leggere,  non  si  pu  resistere.  Signora  Geltruda  verr  da  voi.
    Sentirete che pezzo, che robba, che novit. (batte sul libro, ed entra
    in casa di Gertruda)
    Geltruda: E' un poco troppo ardito questo signor speziale.  Andiamo  a
    ricevere il signor Conte. (a Candida)
    Candida: Andate pure, sapete che le favole non mi divertono.
    Geltruda: Non importa, venite, che la convenienza lo vuole.
    Candida: Oh questo signor Conte! (con sprezzo)
    Geltruda: Nipote mia; rispettate, se volete essere rispettata. Andiamo
    via.
    Candida: S s verr per compiacervi. (s'alza per andarvi)


    SCENA QUARTA.
    EVARISTO e SUSANNA escono dalla bottega, CANDIDA, SUSANNA e detti.

    Candida:  Come!  Ancora  qui  il  signor  Evaristo!  Non  andato alla
    caccia? Son ben curiosa di sapere il perch. (osserva in dietro)
    Susanna: La non si lagni di me,  perch le assicuro che le ho dato  il
    ventaglio a buonissimo prezzo. (a Evaristo)
    Evaristo:  (Non  v'  pi la signora Candida!) Mi dispiace che non sia
    qualche cosa di meglio.
    Susanna: Non ne ho n di meglio,  n di  peggio:  questo    il  solo,
    questo  l'ultimo che m'era restato in bottega.
    Evaristo: Benissimo mi converr valermi di questo.
    Susanna: M'immagino che ne vorr fare un presente. (ridendo)
    Evaristo: Certo ch'io non l'avr comprato per me.
    Susanna: Alla signora Candida?
    Evaristo:  (E'  un  poco  troppo  curiosa la signora Susanna).  Perch
    credete voi, ch'io voglia darlo alla signora Candida?
    Susanna: Perch ho veduto che si  rotto il suo.
    Evaristo: No, no il ventaglio l'ho disposto diversamente.
    Susanna: Bene  bene  lo  dia  a  chi  vuole.  Io  non  cerco  i  fatti
    degl'altri. (ride e lavora)
    Evaristo: (Non li cerca ma li vuol sapere.  Questa volta per, non l'
    andata fatta). (si accosta a Giannina)
    Candida: Gran segreti colla merciaia.  Sarei bene  curiosa  di  sapere
    qualche cosa. (s'avanza un poco)
    Evaristo: Giannina. (piano accostandosi a lei)
    Giannina: Signore. (sedendo e lavorando)
    Evaristo: Vorrei pregarvi d'una finezza.
    Giannina: Oh cosa dice! comandi se la posso servire.
    Evaristo: So che la signora Candida ha dell'amore per voi.
    Giannina: S signor per sua grazia.
    Evaristo: Anzi m'ha ella parlato,  perch m'interessi presso di vostro
    fratello.
    Giannina: Ma  una gran disgrazia la mia! Sono restata senza padre,  e
    senza  madre,  e  mi  tocca  essere soggetta ad un fratello,  ch' una
    bestia, signore,  veramente una bestia. (fila con sdegno)
    Evaristo: Ascoltatemi.
    Giannina: Parli pure che il filare non mi tura  l'orecchie.  (altiera,
    filando)
    Evaristo: (Suo fratello  stravagante,  ma ha anche ella il suo merito
    mi pare). (ironico)
    Susanna: (Che avesse comprato il ventaglio  per  Giannina,  non  credo
    mai).
    Coronato  e  Crespino:  (mostrano  curiosit  di  sentir quel che dice
    Evaristo a Giannina, ed allungano il collo per sentire)
    Candida:  (Interessi  colla  merciaia,  interessi  con  Giannina!  non
    capisco niente). (si avanza sulla terrazza)
    Evaristo: Posso pregarvi di una finezza? (a Giannina)
    Giannina: Non le ho detto di s? Non le ho detto che mi comandi? Se la
    rocca le d fastidio,  la butter via.  (s'alza,  e getta la rocca con
    dispetto)
    Evaristo: (Quasi quasi non direi altro, ma ho bisogno di lei).
    Candida: (Cosa sono mai queste smanie?)
    Crespino: (Getta via la rocca?)  (colla  scarpa  e  martello  in  mano
    s'alza e s'avanza un poco)
    Coronato:  (Mi pare che si riscaldino col discorso!) (col libro s'alza
    e s'avanza un poco)
    Susanna:  (Se  le  facesse  un  presente  non  andrebbe  in  collera).
    (osservando)
    Giannina: Via eccomi qua mi comandi. (ad Evaristo)
    Evaristo: Siate buona, Giannina.
    Giannina: Io non so d'essere mai stata cattiva.
    Evaristo: Sapete che la signora Candida ha rotto il ventaglio?
    Giannina: Signor s. (col muso duro)
    Evaristo: Ne ho comprato uno dalla merciaia.
    Giannina: Ha fatto bene. (come sopra)
    Evaristo: Ma non vorrei lo sapesse la signora Geltruda.
    Giannina: Ha ragione. (come sopra)
    Evaristo: E vorrei che voi glie lo deste secretamente.
    Giannina: Non lo posso servire. (come sopra)
    Evaristo: (Che risposta villana!)
    Candida: (Mi d ad intendere che va alla caccia, e si ferma qui).
    Crespino: (Quanto pagherei sentire!) (s'avanza e mostra di lavorare)
    Coronato:  (Sempre  pi mi cresce la curiosit).  (s'avanza,  fingendo
    sempre di conteggiare)
    Evaristo: Perch non volete farmi questo piacere? (a Giannina)
    Giannina: Perch non ho ancora imparato questo bel mestiere.
    Evaristo: Voi prendete la cosa sinistramente.
    La signora Candida ha tanto amore per voi.
    Giannina: E' vero ma in queste cose...
    Evaristo: Mi ha detto che vorreste maritarvi  a  Crespino...  (dicendo
    cos  si volta,  e vede li due che ascoltano) Che fate voi altri?  Che
    baronata  questa?
    Crespino: Io lavoro, signore. (torna a sedere)
    Coronato: Non posso scrivere, e passeggiare? (torna a sedere)
    Candida: (Hanno dei segreti importanti).
    Susanna: (Che diavolo  ha  costei,  che  tutti  gl'uomini  le  corrono
    dietro?)
    Giannina: Se non ha altro da dirmi, torno a prendere la mia rocca.
    Evaristo: Sentite: mi ha pregato la signora Candida, acci m'interessi
    per  voi,  per  farvi  avere  delle doti,  e acci Crespino sia vostro
    marito.
    Giannina: Vi ha pregato? (cangia tuono, e getta via la rocca)
    Evaristo: S, ed io sono impegnatissimo perch ci segua.
    Giannina: Dov'avete il ventaglio?
    Evaristo: L'ho qui in tasca.
    Giannina: Date qui, date qui, ma che nessuno veda.
    Evaristo: Eccolo. (glie lo d di nascosto)
    Crespino: (Le d qualche cosa). (tirando il collo)
    Coronato: (Cosa mai le ha dato?) (tirando il collo)
    Susanna: (Assolutamente le ha donato il ventaglio).
    Candida: (Ah s, Evaristo mi tradisce. Il Conte ha detto la verit).
    Evaristo: Ma vi raccomando la segretezza. (a Giannina)
    Giannina: Lasci far a me, e non dubiti niente.
    Evaristo: Addio.
    Giannina: A buon riverirla.
    Evaristo: Mi raccomando a voi.
    Giannina: Ed io a lei. (riprende la rocca, siede e fila)
    Evaristo: (vuol partire,  si volta e vede Candida sulla terrazza) (Oh,
    eccola un'altra volta sulla terrazza.  Se potessi prevenirla!) (guarda
    intorno, e le vuol parlare) Signora Candida?
    Candida: (gli volta le spalle, e parte senza rispondere)
    Evaristo: Che vuol dir questa novit? Sarebbe mai un disprezzo?  Non 
    possibile...  So  che mi ama,  ed  sicura che io l'adoro.  Ma pure...
    Capisco ora cosa sar.  Sua zia l'avr veduta,  l'avr osservata,  non
    avr voluto mostrare presso di lei...  S s,   cos,  non pu essere
    diversamente. Ma bisogna rompere questo silenzio, bisogna parlare alla
    signora Geltruda,  ed ottenere da lei il prezioso dono di sua  nipote.
    (via)
    Giannina: In verit sono obbligata alla signora Candida che si ricorda
    di  me.  Posso far meno per lei?  Fra noi altre fanciulle sono piaceri
    che si fanno, e che si cambiano senza malizia. (filando)
    Coronato: (s'alza,  e  s'accosta  a  Giannina)  Grand'interessi,  gran
    segreti col signor Evaristo!
    Giannina: E cosa c'entrate voi? e cosa deve premere a voi?
    Coronato: Se non mi premesse non parlerei.
    Crespino: (s'alza pian piano dietro Coronato per ascoltare)
    Giannina: Voi non siete niente del mio, e non avete alcun potere sopra
    di me.
    Coronato: Se non sono ora niente del vostro, lo sar quanto prima.
    Giannina: Chi l'ha detto? (con forza)
    Coronato:  L'ha  detto e l'ha promesso,  e mi ha data parola,  chi pu
    darla, e chi pu disporre di voi.
    Giannina: Mio fratello forse... (ridendo)
    Coronato: S vostro fratello, e gli dir i segreti,  le confidenze,  i
    regali...
    Crespino:  Alto  alto  padron mio!  (entra fra li due) Che pretensione
    avete voi sopra questa ragazza?
    Coronato: A voi non deggio rendere questi conti.
    Crespino: E voi che confidenza avete col signor Evaristo? (a Giannina)
    Giannina: Lasciatemi star tutti due, e non mi rompete la testa.
    Crespino: Voglio saperlo assolutamente. (a Giannina)
    Coronato: Cos' questo voglio?  Andate a comandare a chi v'appartiene.
    Giannina m' stata promessa da suo fratello.
    Crespino:  Ed  io  ho  la  parola  da lei,  e val pi una parola della
    sorella che cento parole di suo fratello.
    Coronato: Su questo ci toccheremo la mano. (a Crespino)
    Crespino: Cosa vi ha dato il signor Evaristo? (a Giannina)
    Giannina: Un diavolo che vi porti.
    Coronato: Eh ora ora. L'ho veduto sortire dalla merciaia.  La merciaia
    me lo dir. (corre da Susanna)
    Crespino: Che abbia comprato qualche galanteria? (va alla medesima)
    Giannina: (Oh, io non dico niente sicuro... Non vorrei che Susanna...)
    Coronato:  Ditemi  in  grazia.  Che  cosa ha comprato da voi il signor
    Evaristo? (a Susanna)
    Susanna: Un ventaglio. (ridendo)
    Crespino: Sapete voi che cosa ha donato a Giannina?
    Susanna: Oh bella! Il ventaglio. (ridendo)
    Giannina: Non  vero niente. (contro Susanna)
    Susanna: Come non  vero niente? (a Giannina, alzandosi)
    Coronato: Lasciate veder quel ventaglio. (a Giannina, con forza)
    Crespino: Voi non c'entrate.  (d una spinta a Coronato) Voglio  veder
    quel ventaglio. (a Giannina)
    Coronato: (alza la mano, e minaccia Crespino)
    Crespino: (lo stesso)
    Giannina: Per causa vostra. (a Susanna)
    Susanna: Per causa mia? (a Giannina, con sdegno)
    Giannina: Siete una pettegola.
    Susanna: A me pettegola? (s'avanza minacciando)
    Giannina: Alla larga che giuro al Cielo... (alza la rocca)
    Susanna: Vado via perch ci perdo del mio. (ritirandosi)
    Giannina: Ci perde del suo?
    Susanna: Siete una contadina, trattate da quella che siete. (corre via
    in bottega)
    Giannina:  (vorrebbe  seguitarla.  Crespino  la  trattiene) Lasciatemi
    stare.
    Crespino: Lasciatemi vedere il ventaglio. (con forza)
    Giannina: Io non ho ventaglio.
    Coronato: Cosa vi ha dato il signor Evaristo? (a Giannina)
    Giannina: Vi dico ch' un'impertinenza la vostra. (a Coronato)
    Coronato: Voglio saperlo. (si accosta a Giannina)
    Crespino: Non tocca a voi vi dico. (lo rispinge)
    Giannina: Non si tratta cos colle fanciulle onorate.  (s'accosta alla
    sua casa)
    Crespino: Ditelo a me Giannina. (accostandosi a lei)
    Giannina: Signor no. (s'accosta di pi alla sua porta)
    Coronato:  Io,  io  ho da saperlo.  (rispinge Crispino,  e s'accosta a
    Giannina)
    Giannina: Andate al diavolo.  (entra in casa,  e li serra la porta  in
    faccia)
    Coronato:  A  me  quest'affronto?   (a  Crespino)  Per  causa  vostra.
    (minacciandolo)
    Crespino: Voi siete un impertinente.
    Coronato: Non mi fate riscaldare il sangue. (minacciandosi)
    Crespino: Non ho paura di voi. (minacciandosi)
    Coronato: Giannina dev'esser mia. (con forza)
    Crespino: No, non lo sar mai. E se questo fosse, giuro al Cielo...
    Coronato: Cosa sono queste minaccie? Con chi credete di aver che fare?
    Crespino: Io sono un galantuomo, e son conosciuto.
    Coronato: Ed io cosa sono?
    Crespino: Non so niente.
    Coronato: Sono un oste onorato.
    Crespino: Onorato?
    Coronato: Come! ci avreste voi qualche dubbio?
    Crespino: Non sono io che lo mette in dubbio.
    Coronato: E chi dunque?
    Crespino: Tutto questo villaggio.
    Coronato: Eh amico non  di me che si parla.  Io non  vendo  il  cuoio
    vecchio per il cuoio nuovo.
    Crespino: N io vendo l'acqua per vino,  n la pecora per castrato, n
    vado di notte a rubbar i gatti per  venderli  o  per  agnelli,  o  per
    lepre.
    Coronato: Giuro al Cielo... (alza la mano)
    Crespino: Ehi!... (fa lo stesso)
    Coronato: Corpo di bacco! (mette la mano in tasca)
    Crespino: La mano in tasca! (corre al banchetto per qualche ferro)
    Coronato: Non ho coltello... (corre, e prende la sua banchetta)
    Crespino:  (lasciai ferri e prende un seggiolone dello speciale,  e si
    vogliono dare)


    SCENA QUINTA.
    TIMOTEO, SCAVEZZO e detti.

    Timoteo: (dalla sua bottega, col pisteto in mano)
    Limoncino: (dal caff, con un legno)
    Scavezzo: (dall'osteria, con uno spiedo)
    Conte: (dalla casa di Gertruda, per dividere) Alto,  alto,  fermatevi,
    ve  lo  comando.  Sono io,  bestie,  sono il conte di Roccamonte;  ehi
    bestie, fermatevi, ve lo comando. (temendo per di buscare)
    Crespino: Hai ragione che porto rispetto al signor Conte. (a Coronato)
    Coronato: S, ringrazia il signor Conte, altrimenti t'avrei fracassato
    l'ossa.
    Conte: Animo, animo, basta cos.  Voglio saper la contesa.  Andate via
    voi altri. Ci sono io, e non c' bisogno di nessuno.
    Timoteo: C' alcuno che sia ferito? (Limoncino e Scavezzo partono)
    Conte:  Voi  vorreste  che  si  avessero rotto il capo,  scavezzate le
    gambe,  slogato un braccio,  non  egli vero?  Per avere occasione  di
    esercitare il vostro talento, la vostra abilit.
    Timoteo:  Io non cerco il mal di nessuno,  ma se avessero bisogno,  se
    fossero feriti, storpiati, fracassati,  li servirei volentieri.  Sopra
    tutti servirei di cuore in uno di questi casi V. S. illustrissima.
    Conte: Sei un temerario, ti far mandar via.
    Timoteo: I galantuomini non si mandano via cos facilmente.
    Conte: Si mandano via i speciali ignoranti,  temerari, impostori, come
    voi siete.
    Timoteo: Mi maraviglio, ch'ella parli cos, signore; ella che senza le
    mie pillole sarebbe morto.
    Conte: Insolente!
    Timoteo: E le pillole non me l'ha ancora pagate. (via)
    Coronato: (Il Conte in questo caso mi potrebbe giovare).
    Conte: Ebbene cosa  stato?  cos'avete?  qual  il motivo della vostra
    contesa?
    Crespino: Dir, signore... Non ho riguardo di dirlo in faccia di tutto
    il mondo... Amo Giannina...
    Coronato: E Giannina dev'esser mia.
    Conte: Ah,  ah ho capito.  Guerra amorosa. Due campioni di Cupido. Due
    valorosi rivali.  Due pretendenti della bella Venere,  della bella dea
    delle Case nove. (ridendo)
    Crespino: Se ella crede di volermi porre in ridicolo... (vuol partire)
    Conte: No. Venite qui. (lo ferma)
    Coronato: La cosa  seriosa, glie l'assicuro.
    Conte: S lo credo.  Siete amanti,  e siete rivali. Cospetto di bacco!
    guardate le combinazioni!  Pare la favola  ch'ho  letto  alla  signora
    Geltruda.  (mostrando  il  libro,  e  legge) "Eravi una donzella d'una
    bellezza s rara..."
    Crespino: (Ho capito). Con sua licenza.
    Conte: Dov'andate? Venite qui.
    Crespino: Se mi permette, vado a terminar di accomodare le sue scarpe.
    Conte: Oh s, andate che siano finite per domattina.
    Coronato: E sopra tutto che non siano accomodate col cuoio vecchio.
    Crespino: Verr da voi per avere del cuoio nuovo.
    Coronato: Per grazia del Cielo, io non faccio n il ciabattino,  n il
    calzolaro.
    Crespino: Non importa,  mi darete della pelle di cavallo,  della pelle
    di gatto.
    Coronato: (Certo colui ha da morire per le mie mani).
    Conte: Che ha detto di gatti? Ci fareste voi mangiare del gatto?
    Coronato: Signore,  io sono un galantuomo,  e colui  un impertinente,
    che mi perseguita a torto.
    Conte: Questo  un effetto della passione,  della rivalit.  Siete voi
    dunque amante di Giannina?
    Coronato: S  signore,  ed  anzi  voleva  raccomandarmi  alla  di  lei
    protezione.
    Conte: Alla mia protezione? (con aria) Bene si vedr. Siete voi sicuro
    ch'ella vi corrisponda?
    Coronato: Veramente dubito, ch'ella sia portata pi per colui, che per
    me.
    Conte: Male.
    Coronato: Ma io ho la parola di suo fratello.
    Conte: Non  da fidarsene molto.
    Coronato: Moracchio me l'ha promessa sicuramente.
    Conte: Questo va bene, ma non si pu violentare una donna. (con forza)
    Coronato: Suo fratello pu disporre di lei.
    Conte: Non  vero: il fratello non pu disporre di lei. (con caldo)
    Coronato: Ma la di lei protezione...
    Conte:  La  mia  protezione    bella  e  buona;  la  mia protezione 
    valevole; la mia protezione  potente.  Ma un cavaliere,  come son io,
    non arbitra, e non dispone del cuor di una donna.
    Coronato: Finalmente  una contadina.
    Conte: Che importa questo? La donna  sempre donna; distinguo i gradi,
    le condizioni, ma in massima rispetto il sesso.
    Coronato: (Ho capito la sua protezione non val niente).
    Conte: Come state di vino? Ne avete provveduto di buono?
    Coronato: Ne ho del perfetto, dell'ottimo, dell'esquisito.
    Conte: Verr a sentirlo. Il mio quest'anno  riuscito male.
    Coronato: (Son due anni che l'ha venduto).
    Conte: Se il vostro  buono mi provveder da voi.
    Coronato: (Non mi curo di questo vantaggio).
    Conte: Avete capito?
    Coronato: Ho capito.
    Conte:  Ditemi  una  cosa.  S'io  parlassi  alla giovane,  e con buona
    maniera la disponessi?
    Coronato: Le sue parole potrebbero forse oprar  qualche  cosa  in  mio
    vantaggio.
    Conte: Voi finalmente meritate d'essere preferito.
    Coronato: Mi parrebbe che da me a Crespino...
    Conte:  Oh,  non  vi  paragone.  Un uomo come voi,  proprio,  civile,
    galantuomo...
    Coronato: Ella ha troppo bont per me.
    Conte: E poi rispetto alle  donne,    vero,  ma  appunto  per  questo
    trattandole,  com'io le tratto,  vi assicuro che fanno per me quel che
    non farebbero per nessuno.
    Coronato: Questo  quello che  pensavo  anch'io,  ma  ella  mi  voleva
    disperare.
    Conte:   Io  faccio,   come  quegli  avvocati  che  principiano  dalle
    difficolt. Amico, voi siete un uomo che ha una buona osteria, che pu
    mantenere  una  moglie  con  propriet,  fidatevi  di  me,  mi  voglio
    interessare per voi.
    Coronato: Mi raccomando alla sua protezione.
    Conte: Ve l'accordo, e ve la prometto.
    Coronato: Se volesse darsi l'incomodo di venir a sentir il mio vino...
    Conte: Ben volentieri. In casa vostra non vi ho alcuna difficolt.
    Coronato: Resti servita.
    Conte:  Buon  galantuomo!  (gli  mette  la mano sulla spalla) Andiamo.
    (entra)
    Coronato: Due o tre barili di vino non saranno mal impiegati.
    ATTO SECONDO.


    SCENA PRIMA.
    SUSANNA sola, ch'esce dalla bottega, e accomoda la roba della mostra.

    Susanna: Gran poche faccende si fanno  in  questo  villaggio!  Non  ho
    venduto  che un ventaglio fin ora,  ed anche l'ho dato ad un prezzo...
    Veramente per disfarmene.  Le persone che ponno spendere,  vanno  alla
    citt a provvedersi. Dai poveri vi  poco da guadagnare. Sono una gran
    pazza  a  perdere  qui  il mio tempo;  e poi in mezzo a questi villani
    senza  convenienza,  senza  rispetto,  non  fanno  differenza  da  una
    mercante merciaia a quelle che vendono il latte, l'insalata, e le ova.
    L'educazione  ch'io  ho  avuta  alla citt non mi val niente in questa
    campagna.   Tutte  eguali,   e  tutti  compagni:  Susanna,   Giannina,
    Margherita, Lucia, la mercante, la capraia, la contadina; si fa d'ogni
    erba  un  fascio.  Si distinguono un poco queste due signore,  ma poco
    v'; poco pochissimo. Quell'impertinente di Giannina poi, perch ha un
    poco di protezione,  si crede di essere qualche cosa  di  grande.  Gli
    hanno  donato  un  ventaglio!  Cosa  vuol  fare  una contadina di quel
    ventaglio? Oh, far la bella figura! Si far fresco...  la...  cos...
    Oh,  che ti venga del bene!  Sono cose da ridere;  ma cose che qualche
    volta mi fan  venire  la  rabbia.  Son  cos,  io  che  sono  allevata
    civilmente, non posso soffrire le male grazie. (siede e lavora)


    SCENA SECONDA.
    CANDIDA, ch'esce dal palazzino, e detta.

    Candida:  Non son quieta,  se non vengo in chiaro di qualche cosa.  Ho
    veduto Evaristo sortire dalla merciaia,  e poi andar  da  Giannina,  e
    qualche  cosa  sicuramente  le ha dato.  Vo' veder se Susanna sa dirmi
    niente.  Dice bene mia zia,  non bisogna fidarsi delle persone,  senza
    bene conoscerle.  Povera me!  Se lo trovassi infedele! E' il mio primo
    amore.  Non ho amato altri che lui.  (a poco  a  poco  s'avanza  verso
    Susanna)
    Susanna: Oh signora Candida, serva umilissima.(si alza)
    Candida: Buon giorno, signora Susanna che cosa lavorate di bello?
    Susanna: Mi diverto, metto assieme una cuffia.
    Candida: Per vendere?
    Susanna: Per vendere, ma il Cielo sa quando.
    Candida: Pu essere, ch'io abbia bisogno d'una cuffia da notte.
    Susanna: Ne ho di fatti. Vuol restar servita?
    Candida: No no, c' tempo, un'altra volta.
    Susanna: Vuol accomodarsi qui un poco? (le offre la sedia)
    Candida: E voi?
    Susanna:  Oh,  io prender un'altra sedia.  (entra in bottega e piglia
    una sedia di paglia) S'accomodi qui che star meglio.
    Candida: Sedete anche voi, lavorate. (siede)
    Susanna: Mi fa grazia a degnarsi della mia compagnia.  (siede) Si vede
    ch'  nata  bene.  Chi  ben nato si degna di tutti.  E questi villani
    sono superbi come luciferi, e quella Giannina poi...
    Candida: A proposito di Giannina, avete osservato quando le parlava il
    signor Evaristo?
    Susanna: Se ho osservato? e come!
    Candida: Ha avuto una lunga conferenza con lei.
    Susanna: Sa dopo cosa  succeduto? Sa la baruffa ch' stata?
    Candida: Ho sentito uno strepito,  una contesa.  Mi  hanno  detto  che
    Coronato e Crespino si volevano dare.
    Susanna: Certo, e per causa di quella bella grazia, di quella gioia.
    Candida: Ma perch?
    Susanna: Per gelosia fra di loro, per gelosia del signor Evaristo.
    Candida:  Credete voi che il signor Evaristo abbia qualche attacco con
    Giannina?
    Susanna: Io non so niente, non bado ai fatti degli altri,  e non penso
    mal  di  nessuno,  ma  l'oste,  e  il calzolaio se sono gelosi di lui,
    avranno le loro ragioni.
    Candida: (Povera me! L'argomento  troppo vero in mio danno!)
    Susanna: Perdoni, non vorrei commettere qualche fallo.
    Candida: A proposito di che?
    Susanna: Non vorrei,  ch'ella avesse qualche parzialit per il  signor
    Evaristo...
    Candida: Oh io!  non ce n'ho nessuna. Lo conosco, perch viene qualche
    volta in casa;  amico di mia zia.
    Susanna: Le dir la verit. (Non credo,  ch'ella si potr offendere di
    questo).  Credeva  quasi  che  fra  lei ed il signor Evaristo vi fosse
    qualche buona corrispondenza... lecita e onesta, ma dopo ch' stato da
    me questa mattina, mi sono affatto disingannata.
    Candida: E' stato da voi questa mattina?
    Susanna: S signora, le dir... E' venuto a comprar un ventaglio.
    Candida: Ha comprato un ventaglio? (con premura)
    Susanna: S certo, e come io aveva veduto, ch'ella aveva rotto il suo,
    quasi per causa di quel signore,  dissi subito fra me: lo comprer per
    darlo alla signora Candida...
    Candida: L'ha dunque comprato per me?
    Susanna:  Oh  signora  no;  anzi  le  dir che ho avuto la temerit di
    domandarglielo,  se lo comprava per lei.  In verit mi ha risposto  in
    una maniera,  come se io l'avessi offeso;  non tocca a me,  dice, cosa
    c'entro io colla signora Candida? L'ho destinato altrimenti.
    Candida: E che cosa ha fatto di quel ventaglio?
    Susanna: Cosa ne ha fatto? L'ha regalato a Giannina.
    Candida: (Ah, son perduta, son disperata!) (agitandosi)
    Susanna: Signora Candida. (osservando la sua inquietudine)
    Candida: (Ingrato! Infedele! E perch? per una villana?)
    Susanna: Signora Candida. (con premura)
    Candida: (L'offesa  insopportabile).
    Susanna: (Povera me l'ho fatta!) Signora s'acquieti la cosa  non  sar
    cos.
    Candida: Credete voi, ch'egli abbia dato a Giannina il ventaglio?
    Susanna: Oh, in quanto a questo l'ho veduto io con questi occhi.
    Candida: E cosa dunque mi dite che non sar?
    Susanna: Non so... non vorrei vederla per causa mia...


    SCENA TERZA.
    GELTRUDA sulla porta del palazzino.

    Susanna: Oh, ecco la sua signora zia. (a Candida)
    Candida: Per amor del cielo, non dite niente. (a Susanna)
    Susanna: Non v' pericolo.  (E voleva dirmi di no.  Suo danno,  perch
    non dirmi la verit?)
    Geltruda: Che fate qui nipote? (Candida e Susanna si alzano)
    Susanna: E' qui a favorirmi, a tenermi un poco di compagnia.
    Candida: Son venuta a vedere se ha una cuffia da notte.
    Susanna: S  vero, me l'ha domandata. Oh, non dubiti niente,  che con
    me  pu  esser  sicura.  Non  sono una frasca,  e in casa mia non vien
    nessuno.
    Geltruda: Non vi giustificate fuor di proposito signora Susanna.
    Susanna: Oh io sono assai dilicata signora.
    Geltruda: Perch non dirlo a me se avete bisogno d'una cuffia?
    Candida: Voi eravate nel vostro gabinetto a scrivere;  non  ho  voluto
    sturbarvi.
    Susanna: Vuol vederla?  La vado a prendere. S'accomodi qui, favorisca.
    (d la sua sedia a Geltruda, ed entra in bottega)
    Geltruda: Avete saputo niente di quella contesa  ch'  stata  qui  fra
    l'oste, ed il calzolaio? (a Candida, e siede)
    Candida: Dicono per amore,  (siede) per gelosie.  Dicono che sia stata
    causa Giannina.
    Geltruda: Mi dispiace, perch  una buona ragazza.
    Candida: Oh signora zia scusatemi,  ho sentito delle cose di  lei  che
    sar bene che non la facciamo pi venire per casa.
    Geltruda: Perch? cosa hanno detto?
    Candida: Vi racconter poi.  Fate a modo mio signora,  non la ricevete
    pi che farete bene.
    Geltruda: Siccome ella veniva pi da voi  che  da  me,  vi  lascio  in
    libert di trattarla, come volete.
    Candida: (Indegna! Non avr pi l'ardire di comparirmi dinnanzi).
    Susanna:  (che  torna) Ecco le cuffie signora,  guardi,  scelga,  e si
    soddisfi. (tutte e tre si occupano alla scelta delle cuffie, e parlano
    piano tra loro)


    SCENA QUARTA.
    Il CONTE ed il BARONE escono insieme dall'osteria.

    Conte: Ho piacere che  mi  abbiate  fatto  la  confidenza.  Lasciatevi
    servire da me, e non dubitate.
    Barone: So che siete amico della signora Geltruda.
    Conte: Oh amico vi dir.  Ella  una donna che ha qualche talento,  io
    amo la  letteratura,  mi  diverto  con  lei  pi  volentieri  che  con
    un'altra.  Del resto poi ella  una povera cittadina. Suo marito le ha
    lasciato quella casuppola con qualche pezzo di  terra,  e  per  essere
    rispettata in questo villaggio ha bisogno della mia protezione.
    Barone: Viva il signor Conte,  che protegge le vedove, che protegge le
    belle donne.
    Conte: Che volete?  A questo mondo bisogna  essere  buoni  da  qualche
    cosa.
    Barone: Mi farete dunque il piacere...
    Conte:  Non  dubitate,  le  parler,  le  domander  la  nipote per un
    cavaliere mio amico;  e quando gliela dimando io son  sicuro  che  non
    avr ardire, che non avr coraggio di dire di no.
    Barone: Ditele chi sono.
    Conte: Che serve? Quando gliela domando io.
    Barone: Ma la domandate per me?
    Conte: Per voi.
    Barone: Sapete voi bene chi sono?
    Conte: Non volete che io vi conosca? Non volete che io sappia i vostri
    titoli,  le  vostre  facolt,  i  vostri  impieghi?  Eh  fra noi altri
    titolati ci conosciamo.
    Barone: (Oh come me lo goderei, se non avessi bisogno di lui!)
    Conte: Oh, collega amatissimo... (con premura)
    Barone: Cosa c'?
    Conte: Ecco la signora Geltruda con sua nipote.
    Barone: Sono occupate, credo che non ci abbiano veduto.
    Conte: No certo.  Se Geltruda  mi  avesse  veduto,  si  sarebbe  mossa
    immediatamente.
    Barone: Quando le parlerete?
    Conte: Subito se volete.
    Barone: Non  bene che io ci sia.  Parlatele,  io ander a trattenermi
    dallo speciale.
    Conte: Perch dallo speciale?
    Barone: Ho bisogno di un poco di reobarbaro per la digestione.
    Conte: Del reobarbaro? Vi dar della radica di sambuco.
    Barone: No no lo conosco.  Se non  sar  buono  non  lo  prender.  Mi
    raccomando a voi.
    Conte: Collega amatissimo. (lo abbraccia)
    Barone:  Addio  collega  carissimo.  (E'  il  pi  bel pazzo di questo
    mondo). (entra nella bottega dello speziale)
    Conte: Signora Geltruda. (chiama forte)
    Geltruda: Oh, signor Conte, perdoni, non l'aveva veduta. (si alza)
    Conte: Una parola in grazia.
    Susanna: Favorisca se comanda si servi qui;  padrone.
    Conte:  No  no;  ho  qualche  cosa  da  dirvi  segretamente.   Scusate
    l'incomodo, ma vi prego di venir qui. (a Geltruda)
    Geltruda: La servo subito. Mi permetta di pagar una cuffia che abbiamo
    preso,  e sono da lei.  (tira fuori la borsa per pagare Susanna, e per
    tirare in lungo)
    Conte: Vuol pagar subito! questo vizio io non l'ho mai avuto.


    SCENA QUINTA.
    CORONATO esce dall'osteria con SCAVEZZO,  che porta un barile di  vino
    in spalla.

    Coronato: Illustrissimo questo  un barile che viene a lei.
    Conte: E l'altro?
    Coronato: Dopo questo si porter l'altro; dove vuol che si porti?
    Conte: Al mio palazzo.
    Coronato: A chi vuole che si consegni?
    Conte: Al mio fattore, se c'.
    Coronato: Ho paura che non vi sar.
    Conte: Consegnatelo a qualcheduno.
    Coronato: Benissimo, andiamo.
    Scavezzo: Mi dar poi la buona mano il signor Conte.
    Conte: Bada bene a non bever il vino,  e non vi metter dell'acqua. Non
    lo lasciate andar solo. (a Coronato)
    Coronato: Non dubiti, non dubiti, ci sono anch'io. (via)
    Scavezzo: (S s non dubiti  che  fra  io  ed  il  padrone,  l'abbiamo
    accomodato a quest'ora). (via)
    Geltruda:  (ha  pagato,  e  si avanza verso il Conte.  Susanna siede e
    lavora. Candida resta a sedere, e pralano piano fra di loro) Eccomi da
    lei signor Conte. Cosa mi comanda?
    Conte: In poche parole. Mi volete dar vostra nipote?
    Geltruda: Dare? Cosa intendete per questo dare?
    Conte: Diavolo! non capite? In matrimonio.
    Geltruda: A lei?
    Conte: Non a me,  ma a una persona che conosco io,  e che vi  propongo
    io.
    Geltruda:  Le  dir signor Conte,  ella sa che mia nipote ha perduto i
    suoi genitori, e ch'essendo figliuola d'un unico mio fratello, mi sono
    io caricata di tenerle luogo di madre.
    Conte: Tutti questi, compatitemi sono discorsi inutili.
    Geltruda:  Mi  perdoni.   Mi  lasci  venire  al  proposito  della  sua
    proposizione.
    Conte: Bene, e cos?
    Geltruda:  Candida  non  ha  ereditato  dal  padre tanto che basti per
    maritarla secondo la sua condizione.
    Conte: Non importa, non vi  questione di ci.
    Geltruda: Ma mi lasci dire. Io sono stata beneficata da mio marito.
    Conte: Lo so.
    Geltruda: Non ho figliuoli...
    Conte: E voi le darete una dote... (impaziente)
    Geltruda: S signore, quando il partito le convenir.(con caldo)
    Conte: Oh ecco il proposito necessario.  Lo propongo io,  e quando  lo
    propongo io, le convenir.
    Geltruda:  Son  certa che il signor Conte non  capace che di proporre
    un soggetto accettabile, ma spero che mi far l'onore di dirmi, chi .
    Conte: E' un mio collega.
    Geltruda: Come? Un suo collega?
    Conte: Un titolato, come son io.
    Geltruda: Signore...
    Conte: Non ci mettete difficolt.
    Geltruda:  Mi  lasci  dire  se  vuole;  e  se  non  vuole  gli  lever
    l'incomodo, e me n'ander.
    Conte: Via via siate buona;  parlate,  vi ascolter.  Colle donne sono
    civile, sono compiacente; vi ascolter.
    Geltruda: In poche parole le dico il  mio  sentimento.  Un  titolo  di
    nobilt  fa il merito di una casa,  ma non quello di una persona.  Non
    credo mia nipote ambiziosa,  n io lo sono per sacrificarla  all'idolo
    della vanit.
    Conte: Eh si vede che voi avete letto le favole.
    Geltruda:  Questi sentimenti non s'imparano n dalle favole,  n dalle
    storie. La natura gl'ispira, e l'educazione li coltiva.
    Conte: La natura, la coltivazione, tutto quel che volete. Quello ch'io
    vi propongo  il barone del Cedro.
    Geltruda: Il signor Barone  innamorato di mia nipote?
    Conte: Oui madame.
    Geltruda: Lo conosco, ed ho tutto il rispetto per lui.
    Conte: Vedete che pezzo ch'io vi propongo?
    Geltruda: E' un cavaliere di merito...
    Conte: E' mio collega.
    Geltruda: E' un poco franco di lingua, ma non c' male.
    Conte: Animo dunque. Cosa mi rispondete?
    Geltruda: Adagio,  adagio,  signor Conte,  non si decidono queste cose
    cos sul momento. Il signor Barone avr la bont di parlare con me...
    Conte: Quando lo dico io,  scusatemi, non si mette in dubbio, io ve la
    domando per parte sua, e si  raccomandato,  e mi ha pregato,  e mi ha
    supplicato,  ed io vi parlo,  vi supplico,  non vi supplico,  ma ve la
    domando.
    Geltruda: Supponiamo che il signor Barone dica davvero.
    Conte: Cospetto! Cos' questo supponiamo? La cosa  certa; e quando lo
    dico io...
    Geltruda: Via la cosa  certa. Il signor Barone la brama.  Vossignoria
    la domanda. Bisogna bene, ch'io senta se Candida vi acconsente.
    Conte: Non lo sapr, se non glie lo dite.
    Geltruda: Abbia la bont di credere che glielo dir.
    Conte: Eccola l, parlatele.
    Geltruda: Li parler.
    Conte: Andate, e vi aspetto qui.
    Geltruda:  Mi  permetta,  e sono da lei.  (fa riverenza) (Se il Barone
    dicesse davvero,  sarebbe una  fortuna  per  mia  nipote.  Ma  dubito,
    ch'ella sia prevenuta). (va verso la merciaia)
    Conte:  Oh,  io  poi  colla mia buona maniera faccio fare alle persone
    tutto quello che io voglio.  (tira fuori  un  libro,  si  mette  sulla
    banchetta, e legge)
    Geltruda: Candida andiamo a fare due passi. Ho necessit di parlarvi.
    Susanna:  Se  vogliono restar servite nel mio giardinetto,  saranno in
    pienissima libert. (si alzano)
    Geltruda: S andiamo che sar meglio,  perch devo tornar qui  subito.
    (entra in bottega)
    Candida: Cosa mai vorr dirmi?  Son troppo sfortunata,  per aspettarmi
    alcuna consolazione. (entra in bottega)
    Conte: E' capace di farmi star qui un'ora ad  aspettarla.  Manco  male
    che ho questo libro che mi diverte.  Gran bella cosa  la letteratura!
    Un uomo con un buon libro alla mano non  mai solo.(legge piano)


    SCENA SESTA.
    GIANNINA di casa, ed il CONTE.

    Giannina: Oh via, il desinare  preparato,  quando verr quell'animale
    di  Moracchio  non grider.  Nessuno mi vede;   meglio che vada ora a
    portar il ventaglio alla signora Candida. Se posso darglielo senza che
    la zia se ne accorga glielo do; se no aspetter un altro incontro.
    Conte:  Oh  ecco  Giannina.  Ehi!  quella  giovine.   (s'incammina  al
    palazzino)
    Giannina: Signore. (dove si trova, voltandosi)
    Conte: Una parola. (la chiama a s)
    Giannina: Ci mancava quest'impiccio ora. (si avanza bel bello
    Conte:  (Non bisogna che io mi scordi di Coronato.  Gli ho promesso la
    mia protezione, e la merita). (si alza e mette via il libro)
    Giannina: Son qui, cosa mi comanda?
    Conte: Dove eravate indirizzata?
    Giannina: A fare i fatti miei, signore. (rusticamente)
    Conte: Cos mi rispondete? Con quest'audacia? con quest'impertinenza?
    Giannina: Come vuol ch'io parli?  Parlo come so,  come sono  avezza  a
    parlare.  Parlo  cos  con  tutti,  e nessuno mi ha detto che sono una
    impertinente.
    Conte: Bisogna distinguere con chi si parla.
    Giannina: Oh io non so altro distinguere. Se vuol qualche cosa,  me lo
    dica;   se   vuol   divertirsi,   io  non  ho  tempo  da  perdere  con
    vossignoria...
    Conte: Illustrissima.
    Giannina: E eccellentissima ancora se vuole.
    Conte: Venite qui.
    Giannina: Son qui.
    Conte: Vi volete voi maritare?
    Giannina: Signor s.
    Conte: Brava, cos mi piace.
    Giannina: Oh io quel che ho in core ho in bocca.
    Conte: Volete che io vi mariti?
    Giannina: Signor no.
    Conte: Come no?
    Giannina: Come no?  perch no.  Perch per maritarmi non ho bisogno di
    lei.
    Conte: Non avete bisogno della mia protezione?
    Giannina: No in verit, niente affatto. (ridendo dolcemente)
    Conte: Sapete voi quel che io posso in questo villaggio?
    Giannina:  Potr tutto in questo villaggio,  ma non pu niente nel mio
    matrimonio.
    Conte: Non posso niente?
    Giannina: Niente in verit, niente affatto.
    Conte: Voi siete innamorata in Crespino.
    Giannina: Oh, per me ha dello spirito che mi basta.
    Conte: E lo  preferite  a  quel  galantuomo,  a  quell'uomo  ricco,  a
    quell'uomo di proposito di Coronato?
    Giannina: Oh, lo preferirei bene ad altri che a Coronato.
    Conte: Lo preferireste a degli altri?
    Giannina:  Se  sapesse  a  chi lo preferirei!  (ridendo,  ed a moti si
    spiega per lui)
    Conte: E a chi lo preferireste?
    Giannina: Cosa serve? non mi faccia parlare.
    Conte: No, perch sareste capace di dire qualche insolenza.
    Giannina: Comanda altro da me?
    Conte: Ors io proteggo  vostro  fratello,  vostro  fratello  ha  dato
    parola per voi a Coronato, e voi dovete maritarvi con Coronato.
    Giannina: Vossignoria...
    Conte: Illustrissima.
    Giannina: Vossignoria illustrissima protegge mio fratello?
    Conte: Cos , sono impegnato.
    Giannina: E mio fratello ha dato parola a Coronato?
    Conte: Sicuramente.
    Giannina: Oh, quando  cos...
    Conte: E bene?
    Giannina: Mio fratello sposer Coronato.
    Conte: Giuro al Cielo, Crespino non lo sposarete.
    Giannina: No? perch?
    Conte: Lo far mandar via di questo villaggio.
    Giannina: Ander a cercarlo dove sar.
    Conte: Lo far bastonare.
    Giannina: Oh in questo ci penser lui.
    Conte: Lo far accoppare.
    Giannina: Questo mi dispiacerebbe veramente.
    Conte: Cosa fareste s'egli fosse morto?
    Giannina: Non so.
    Conte: Ne prendereste un altro?
    Giannina: Potrebbe darsi di s.
    Conte: Fate conto ch'egli sia morto.
    Giannina: Signor non so n leggere, n scrivere, n far conti.
    Conte: Impertinente!
    Giannina: Mi comanda altro?
    Conte: Andate al diavolo.
    Giannina: M'insegni la strada.
    Conte: Giuro al cielo, se non foste una donna!
    Giannina: Cosa mi farebbe?
    Conte: Andate via di qua.
    Giannina:  Subito l'obbedisco,  e poi mi dir ch'io non so le creanze.
    (s'incammina verso il palazzino)
    Conte: Creanze,  creanze!  Va via senza salutare.  (sdegnato dietro  a
    Giannina)
    Giannina: Oh, perdoni. Serva di vossignoria...
    Conte: Illustrissima. (sdegnato)
    Giannina: Illustrissima. (ridendo corre nel palazzino)
    Conte:  Rustica progenies nescit habere modum.  (sdegnato) Non so cosa
    fare, se non vuol Coronato, io non la posso obbligare;  non ha mancato
    da  me.  Cosa  si  messo in capo colui di voler una moglie che non lo
    vuole! Mancano donne al mondo?  Glie ne trover una io.  Una meglio di
    questa. Vedr, vedr l'effetto della mia protezione.


    SCENA SETTIMA.
    GELTRUDA e CANDIDA fuori dalla bottega della merciaia, e detto.

    Conte: E cos, signora Geltruda?
    Geltruda: Signore, mia nipote  una giovane saggia e prudente.
    Conte: E cos, alle corte.
    Geltruda: Ma ella m'affatica in verit, signor Conte.
    Conte: Scusatemi;  se sapeste quel ch'ho passato con una donna!  vero
    che un'altra donna...  (Ma tutte donne!) E cos cosa dice la saggia  e
    prudente signora Candida?
    Geltruda: Supposto che il signor Barone...
    Conte: Supposto, maledetti i vostri supposti!
    Geltruda:  Dato,   concesso,   assicurato,   concluso,   come  comanda
    vossignoria.
    Conte: Illustrissima. (fr denti, da s)
    Geltruda: Signore. (domandandogli cosa ha detto)
    Conte: Niente niente, tirate innanzi.
    Geltruda: Accordate le condizioni  e  le  convenienze,  mia  nipote  
    contenta di sposare il signor Barone.
    Conte:  Brava,  bravissima.  (a  Candida) (Questa volta almeno ci sono
    riuscito).
    Candida: (S, per vendicarmi di quel perfido d'Evaristo).
    Geltruda: (Non credeva,  certo,  ch'ella  v'acconsentisse.  Mi  pareva
    impegnata in certo amoretto... ma mi sono ingannata).


    SCENA OTTAVA.
    GIANNINA sulla terrazza, e detti.

    Giannina: (Non c', non la trovo in nessun luogo). Oh, eccola l.
    Conte:  Cos  dunque  la  signora Candida sposer il signor barone del
    Cedro.
    Giannina: (Cosa sento? cosa risponder?)
    Geltruda: Ella lo far quando le condizioni... (al Conte)
    Conte: Quali condizioni ci mettete voi? (a Candida)
    Candida: Nessuna, signore, lo sposer in ogni modo. (al Conte)
    Conte: Viva la signora Candida, cos mi piace. (Eh!  quando mi meschio
    io negli affari, tutto va a meraviglia). (si pavoneggia)
    Giannina:  (Questa   una cosa terribile.  Povero signor Evaristo!  E'
    inutile ch'io le dia il ventaglio).(via)
    Geltruda: (Mi sono ingannata.  Ella amava il Barone,  ed io la credeva
    accesa del signor Evaristo).
    Conte:  Se mi permette,  vado a dare questa buona nuova al Barone,  al
    mio caro amico, al mio caro collega.
    Geltruda: E dov' il signor Barone?
    Conte: Mi aspetta dallo speziale. Fate una cosa. Andate a casa;  ed io
    ve lo conduco immediatamente.
    Geltruda: Cosa dite nipote?
    Candida: S, parler con voi. (a Geltruda)
    Conte: E con voi. (a Candida)
    Candida:  Mi  rimetto  a quello che far la signora zia.  (Morir,  ma
    morir vendicata).
    Conte: Vado subito.  Aspettateci.  Verremo da voi...  Come l'ora   un
    poco avanzata non sarebbe male che gli offeriste di tenerlo a pranzo.
    Geltruda: Oh per la prima volta!
    Conte:  Eh queste sono delicatezze superflue.  L'accetter volentieri,
    mi impegno io, e per obbligarlo ci rester ancor io. (parte,  ed entra
    dallo speziale)
    Geltruda: Andiamo ad attenderli adunque. (a Candida)
    Candida: Andiamo. (malenconica)
    Geltruda: Che cosa avete? Lo fate voi di buon animo? (a Candida)
    Candida: S, di buon animo. (Ho data la mia parola, non vi  rimedio).
    Geltruda:   (Povera   fanciulla,   la  compatisco.   In  questi  casi,
    (s'incammina verso il palazzino) malgrado l'amore,  si sente sempre un
    poco di confusione). (come sopra)


    SCENA NONA.
    GIANNINA dal palazzino, e CANDIDA.

    Giannina: Oh signora Candida.
    Candida: Cosa fate voi qui? (in collera)
    Giannina: Veniva in traccia di lei...
    Candida:  Andate  via,  e in casa nostra non ardite pi di mettervi il
    piede.
    Giannina: Come! A me quest'affronto?
    Candida: Che affronto! Siete un'indegna, e non deggio, e non posso pi
    tollerarvi. (entra nel palazzino)
    Geltruda: (E' un poco troppo veramente).
    Giannina: (Io resto di sasso!) Signora Geltruda...
    Geltruda: Mi dispiace della mortificazione che avete provata,  ma  mia
    nipote   una giovane di giudizio,  e se vi ha trattata male,  avr le
    sue ragioni per farlo.
    Giannina: Che ragioni pu avere? Mi maraviglio di lei. (forte)
    Geltruda: Ehi portate rispetto. Non alzate la voce.
    Giannina: Voglio andare a giustificarmi... (in atto di partire)
    Geltruda: No no fermatevi. Ora non serve, lo farete poi.
    Giannina: Ed io le dico che voglio andare adesso. (vuol andare)
    Geltruda: Non ardirete di passare per questa porta.  (si  mette  sulla
    porta)


    SCENA DECIMA.
    CONTE e BARONE dallo speciale, per andar al palazzino, e dette.

    Conte: Andiamo, andiamo.
    Barone: Ci verr per forza.
    Geltruda:  Impertinente!  (a  Giannina;  poi  entra  e chiude la porta
    nell'atto che si presentano il Conte ed il Barone, non veduti da lei)
    Giannina: (arrabbiata s'allontana e smania)
    Conte: (resta senza parlare, guardando la porta)
    Barone: Come ci chiude la porta in faccia?
    Conte: In faccia? Non  possibile.
    Barone: Non  possibile? Non  possibile quel ch' di fatto?
    Giannina: A me un affronto? (da s, passeggiando e fremendo)
    Conte: Andiamo a battere, a vedere, a sentire. (al Barone)
    Barone: No,  fermatevi,  non ne vo' saper altro.  Non voglio espormi a
    novelli  insulti.  Mi  son  servito  di voi male a proposito.  V'hanno
    deriso voi, ed hanno posto in ridicolo me per cagion vostra.
    Conte: Che maniera di parlare  codesta? (si scalda)
    Barone: E ne voglio soddisfazione.
    Conte: Da chi?
    Barone: Da voi.
    Conte: Come?
    Barone: Colla spada alla mano.
    Conte: Colla spada? Sono vent'anni che sono in questo villaggio, e che
    non adopero pi la spada.
    Barone: Colla pistola dunque.
    Conte: S,  colle pistole.  Ander a prendere le  mie  pistole.  (vuol
    partire)
    Barone: No,  fermatevi. Eccone due. Una per voi e una per me. (le tira
    di saccoccia)
    Giannina: Pistole? Ehi gente. Aiuto, pistole. Si ammazzano.  (corre in
    casa)
    Conte: (imbarazzato)


    SCENA UNDICESIMA.
    GELTRUDA sulla terrazza, e detti [poi LIMONCINO e TOGNINO].

    Geltruda: Signori miei, cos' questa novit?
    Conte: Perch ci avete serrata la porta in faccia? (a Geltruda)
    Geltruda: Io?  Scusatemi. Non sono capace di un'azione villana con chi
    che sia.  Molto meno con voi,  e col signor Barone  che  si  degna  di
    favorir mia nipote.
    Conte: Sentite. (al Barone)
    Barone:  Ma,  signora  mia  nell'atto che volevamo venir da voi,  ci 
    stata serrata la porta in faccia.
    Geltruda: Vi protesto che non vi aveva veduti,  ed ho serrato la porta
    per impedire che non entrasse quella scioccherella di Giannina.
    Giannina:  (mette  fuori  la  testa  con  pausa dalla sua porta) Cos'
    questa scioccarella? (caricando con disprezzo, e torna dentro)
    Conte: Zitto l impertinente. (contro Giannina)
    Geltruda: Se vogliono favorire dar ordine che sieno introdotti. (via)
    Conte: Sentite? (al Barone)
    Barone: Non ho niente che dire.
    Conte: Cosa volete fare di quelle pistole?
    Barone: Scusate la delicatezza d'onore... (mette via le pistole)
    Conte: E volete presentarvi a due donne colle pistole in saccoccia?
    Barone: Le porto in campagna per mia difesa.
    Conte: Ma se lo sanno che abbiate quelle pistole: sapete cosa sono  le
    donne, non vorranno che vi accostiate.
    Barone: Avete ragione.  Vi ringrazio di avermi prevenuto,  e per segno
    di buona amicizia, ve ne faccio un presente. (le torna a tirar fuori e
    gliele presenta)
    Conte: Un presente a me? (con timore)
    Barone: S, spero che non lo ricusarete.
    Conte: Le accetter perch vengono dalle vostre mani. Sono cariche?
    Barone: Che domanda! Volete ch'io porti le pistole vuote?
    Conte: Aspettate. Ehi dal caff.
    Limoncino: (dalla bottega del caff) Cosa mi comanda?
    Conte: Prendete  queste  pistole,  e  custoditele  che  le  mander  a
    pigliare.
    Limoncino: Sar servito. (prende le pistole del Barone)
    Conte: Badate bene che sono cariche.
    Limoncino: Eh ch'io le so maneggiare. (scherza con le pistole)
    Conte: Ehi, ehi non fate la bestia. (con timore)
    Limoncino: (E' valoroso il signor Conte). (via)
    Conte: Vi ringrazio, e ne terr conto. (Dimani le vender).
    Tognino: (dal palazzino) Signori, la padrona li aspetta.
    Conte: Andiamo.
    Barone: Andiamo.
    Conte: Ah! che ne dite? Sono uomo io? Eh collega amatissimo. Noi altri
    titolati! La nostra protezione val qualche cosa. (s'incammina)
    Giannina:  (di  casa,  pian piano,  va dietro di loro per entrare.  Il
    Conte ed il Barone entrano,  introdotti da Tognino,  che  resta  sulla
    porta. Giannina vorrebbe entrare, e Tognino la ferma)
    Tognino: Voi non ci avete che fare.
    Giannina: Signor s, ci ho che fare.
    Tognino: Ho ordine di non lasciarvi entrare. (entra e chiude la porta)
    Giannina:  Ho una rabbia a non potermi sfogare,  che sento proprio che
    la bile mi affoga. (avanzandosi) A me un affronto? A una giovane della
    mia sorte? (smania per la scena)


    SCENA DODICESIMA.
    EVARISTO di strada,  collo  schioppo  in  spalla,  e  MORACCHIO  collo
    schioppo  in mano,  una sacchetta col salvatico,  ed il cane attaccato
    alla corda; e detta [poi TOGNINO].

    Evaristo: Tenete,  portate il mio schioppo da  voi.  Custodite  quelle
    pernici  fino  che  io ne dispongo.  Vi raccomando il cane.  (siede al
    caff, piglia tabacco e s'accomoda)
    Moracchio: Non dubiti che sar tutto ben custodito.  (ad Evaristo)  Il
    desinare  all'ordine? (a Giannina, avanzandosi)
    Giannina: E' all'ordine.
    Moracchio: Cosa diavolo hai? Sei sempre in collera con tutto il mondo,
    e poi ti lamenti di me.
    Giannina: Oh  vero. Siamo fratelli, non vi  niente che dire...
    Moracchio: Via andiamo a desinare ch' ora. (a Giannina)
    Giannina:  S s va' avanti che poi verr.  (Voglio parlare col signor
    Evaristo).
    Moracchio: Se vieni, vieni, se non vieni manger io. (entra in casa)
    Giannina: Se ora mangiassi, mangerei del veleno.
    Evaristo: (Non si  vede  nessuno  nella  terrazza.  Saranno  a  pranzo
    probabilmente.   E'  meglio  ch'io  vada  all'osteria.  Il  Barone  mi
    aspetta).  (si alza) Ebbene Giannina avete niente da  dirmi?  (vedendo
    Giannina)
    Giannina: Oh s signore ho qualche cosa da dirli. (bruscamente)
    Evaristo: Avete dato il ventaglio?
    Giannina: Eccolo qui il suo maladetto ventaglio.
    Evaristo: Che vuol dire? non avete potuto darlo?
    Giannina:  Ho ricevuto mille insulti,  mille impertinenze,  e mi hanno
    cacciato di casa come una briccona.
    Evaristo: Si  forse accorta la signora Geltruda?
    Giannina: Eh,  non  stata solamente la signora Geltruda.  Le maggiori
    impertinenze me l'ha dette la signora Candida.
    Evaristo: Perch? Cosa li avete fatto?
    Giannina: Io non le ho fatto niente, signore.
    Evaristo: Le avete detto che avevate un ventaglio per lei?
    Giannina: Come poteva dirglielo,  se non mi ha dato tempo,  e mi hanno
    scacciata come una ladra?
    Evaristo: Ma ci deve esser il suo perch.
    Giannina: Per me so  di  non  averle  fatto  niente.  E  tutto  questo
    maltrattamento  son  certa,  son  sicura  che me lo ha fatto per causa
    vostra.
    Evaristo: Per causa mia? La signora Candida che mi ama tanto?
    Giannina: Vi ama tanto la signora Candida?
    Evaristo: Non vi  dubbio, ne son sicurissimo.
    Giannina: Oh s vi assicuro anch'io che vi ama bene, bene, ma bene.
    Evaristo: Voi mi mettete in una agitazione terribile.
    Giannina: Andate, andate a ritrovare la vostra bella, la vostra cara.
    Evaristo: E perch non vi posso andare?
    Giannina: Perch il posto  preso.
    Evaristo: Da chi? (affannato)
    Giannina: Dal signor barone del Cedro.
    Evaristo: Il Barone  in casa? (con meraviglia)
    Giannina: Che difficolt c' che sia in casa,  se    lo  sposo  della
    signora Candida?
    Evaristo: Giannina,  voi sognate,  voi delirate, voi non fate che dire
    degli spropositi.
    Giannina: Non mi credete,  andate a vedere,  e saprete,  s'io dico  la
    verit.
    Evaristo: In casa della signora Geltruda...
    Giannina: E della signora Candida.
    Evaristo: Vi  il Barone?
    Giannina: Del Cedro...
    Evaristo: Sposo della signora Candida...
    Giannina: L'ho veduto con questi occhi, e sentito con queste orecchie.
    Evaristo: Non pu stare, non pu essere, voi dite delle bestialit.
    Giannina:  Andate,   vedete,   sentite,  e  vedrete  s'io  dico  delle
    bestialit. (cantando)
    Evaristo: Subito immediatamente. (corre al palazzino e batte)
    Giannina: Povero sciocco!  Si fida dell'amore d'una giovane di  citt!
    Non sono come noi no, le cittadine.
    (Evaristo freme, e poi torna a battere)
    Tognino: (apre, e si fa vedere sulla porta)
    Evaristo: E bene!
    Tognino: Perdoni, io non posso introdur nessuno.
    Evaristo: Avete detto che sono io?
    Tognino: L'ho detto.
    Evaristo: Alla signora Candida?
    Tognino: Alla signora Candida.
    Evaristo: E la signora Geltruda non vuole ch'io entri?
    Tognino: Anzi la signora Geltruda aveva detto di lasciarla entrare,  e
    la signora Candida non ha voluto.
    Evaristo: Non ha voluto? Ah, giuro al Cielo! Entrer. (vuol sforzare e
    Tognino gli serra la porta in faccia)
    Giannina: Ah! cosa le ho detto io?
    Evaristo: Son fuor di me.  Non so in che mondo mi  sia.  Chiudermi  la
    porta in faccia?
    Giannina:  Oh,  non si maravigli.  L'hanno fatto anche a me questo bel
    trattamento.
    Evaristo: Com' possibile che Candida m'abbia potuto ingannare?
    Giannina: Quel ch' di fatto non si pu mettere in dubbio.
    Evaristo: Ancora non lo credo,  non lo posso credere,  non lo  creder
    mai.
    Giannina: Non lo crede?
    Evaristo: No,  vi sar qualche equivoco,  qualche mistero,  conosco il
    cuore di Candida; non  capace.
    Giannina: Bene. Si consoli cos.  Speri,  e se la goda che buon pro le
    faccia.
    Evaristo: Voglio parlar con Candida assolutamente.
    Giannina: Se non l'ha voluto ricevere!
    Evaristo:  Non importa.  Vi sar qualche altra ragione.  Andr in casa
    del caffettiere. Mi basta di vederla, di sentire una parola da lei. Mi
    basta un cenno per assicurarmi della mia vita, o della mia morte.
    Giannina: Tenga.


    SCENA TREDICESIMA.
    CORONATO e SCAVEZZO vengono da dove sono andati. SCAVEZZO va dirittura
    all'osteria,  CORONATO resta in disparte ad ascoltare;  e  detti  [poi
    CRESPINO.]

    Evaristo: Cosa volete darmi?
    Giannina: Il ventaglio.
    Evaristo: Tenetelo, non mi tormentate.
    Giannina: Me lo dona il ventaglio?
    Evaristo: S tenetelo, ve lo dono. (Son fuor di me stesso).
    Giannina: Quand' cos, la ringrazio.
    Coronato: (Oh oh, ora ho saputo cos' il regalo. Un ventaglio). (senza
    esser veduto entra nell'osteria)
    Evaristo:  Ma se Candida non si lascia da me vedere,  se per avventura
    non si affaccia alle sue finestre,  se vedendomi ricusa di ascoltarmi,
    se la zia glielo vieta, sono in un mare di agitazioni, di confusioni.
    Crespino: (con un sacco di curame e scarpe ecc. va per andare alla sua
    bottega, vede li due, si ferma ad ascoltare)
    Giannina: Caro signor Evaristo ella mi fa piet, mi fa compassione.
    Evaristo: S, Giannina mia lo merito veramente.
    Giannina: Un signore s buono, s amabile, s cortese!
    Evaristo:  Voi  conoscete il mio core,  voi siete testimonio dell'amor
    mio.
    Crespino: (Buono, sono arrivato a tempo). (col sacco in spalla)
    Giannina: In verit, se sapessi io la maniera di consolarlo!
    Crespino: (Brava!)
    Evaristo: S ad ogni costo voglio tentar  la  mia  sorte.  Non  voglio
    potermi rimproverare di aver trascurato di sincerarmi.  Vado al caff,
    Giannina,  vado e vi vado tremando.  Conservatemi l'amor vostro,  e la
    vostra bont. (la prende per mano, ed entra nel caff)
    Giannina: Da una parte mi fa ridere, dall'altra mi fa compassione.
    Crespino: (mette qui il sacco, tira fuori le scarpe ecc., le mette sul
    banchetto e in bottega, senza dir niente)
    Giannina: Oh, ecco Crespino. Ben ritornato. Dove siete stato sin ora?
    Crespino: Non vedete?  A comprare del cuoio, e a prendere delle scarpe
    d'accomodare.
    Giannina: Ma voi non fate che  accomodar  delle  scarpe  vecchie.  Non
    vorrei che dicessero... Sapete che non vi sono che delle male lingue.
    Crespino: Eh le male lingue avranno da divertirsi pi sopra di voi che
    sopra di me. (lavorando)
    Giannina: Sopra di me? che cosa possono dire di me?
    Crespino:  Cosa  m'importa che dicano,  ch'io faccio pi il ciabattino
    che il calzolaro? Mi basta d'essere un galantuomo, e di guadagnarmi il
    pane onoratamente. (lavorando)
    Giannina: Ma io non vorrei mi dicessero la ciabattina.
    Crespino: Quando?
    Giannina: Quando sar vostra moglie.
    Crespino: Eh!
    Giannina: Eh! cosa questo eh? cosa vuol dir questo eh?
    Crespino: Vuol dire che la signora Giannina non sar n ciabattina, n
    calzolaia, ch'ella ha delle idee vaste e grandiose.
    Giannina: Siete pazzo, o avete bevuto questa mattina?
    Crespino: Non son pazzo, non ho bevuto, ma non sono n orbo, n sordo.
    Giannina: E che diavolo volete dire?  Spiegatevi,  se volete ch'io  vi
    capisca.
    Crespino: Vuol che mi spieghi?  Mi spiegher.  Credete ch'io non abbia
    sentito le belle parole col signor Evaristo?
    Giannina: Col signor Evaristo?
    Crespino: S Giannina mia...  voi conoscete il mio core...  voi  siete
    testimonio dell'amor mio. (contrafacendo Evaristo)
    Giannina: Oh matto! (ridendo)
    Crespino:   In   verit   se   sapessi   la   maniera  di  consolarlo!
    (contrafacendo Giannina)
    Giannina: Oh matto! (come sopra)
    Crespino: Giannina conservatemi  l'amor  vostro  e  la  vostra  bont.
    (contrafacendo Evaristo)
    Giannina: Matto, e poi matto. (come sopra)
    Crespino: Io matto?
    Giannina: S, voi, voi, matto, stramatto, e di l di matto.
    Crespino: Corpo del diavolo non ho veduto io?  Non ho sentito la bella
    conversazione col signor Evaristo?
    Giannina: Matto.
    Crespino: E quello che gli avete risposto?
    Giannina: Matto.
    Crespino: Giannina finite con questo matto che far da matto da  vero.
    (minacciando)
    Giannina: Ehi ehi!  (con seriet, poi cangia tuono) Ma credete voi che
    il signor Evaristo abbia della premura per me?
    Crespino: Non so niente.
    Giannina: E ch'io sia cos bestia per averne per lui?
    Crespino: Non so niente.
    Giannina: Venite qua, sentite. (dice presto presto) Il signor Evaristo
     amante della signora Candida, e la signora Candida lo ha burlato,  e
    vuol  sposare  il signor Barone.  E il signor Evaristo  disperato,  
    venuto a sfogarsi meco, ed io lo compassionava per burlarmi di lui, ed
    egli si consolava con me. Avete capito?
    Crespino: N anche una parola.
    Giannina: Siete persuaso della mia innocenza?
    Crespino: Non troppo.
    Giannina: Quando    cos,  andate  al  diavolo.  Coronato  mi  brama,
    Coronato mi cerca. Mio fratello gli ha dato parola. Il signor Conte mi
    stimola, mi prega. Sposer Coronato. (presto)
    Crespino:  Adagio,  adagio.  Non  andate  subito  sulle  furie.  Posso
    assicurarmi che dite la verit?  Che non avete niente a che  fare  col
    signor Evaristo?
    Giannina: E non volete che vi dica matto?  Caro il mio Crespino che vi
    voglio tanto bene che siete l'anima mia,  il mio caro coccolo,  il mio
    caro sposino. (accarezzandolo)
    Crespino: E cosa vi ha donato il signor Evaristo? (dolcementei)
    Giannina: Niente.
    Crespino: Niente sicuro? niente?
    Giannina:  Quando vi dico niente,  niente.  (Non voglio che sappia del
    ventaglio che subito sospetterebbe).
    Crespino: Posso esser certo?
    Giannina: Ma via non mi tormentate.
    Crespino: Mi volete bene?
    Giannina: S vi voglio bene.
    Crespino: Via facciamo la pace. (le tocca la mano)
    Giannina: Matto. (ridendo)
    Crespino: Ma perch matto? (ridendo)
    Giannina: Perch siete un matto.


    SCENA QUATTORDICESIMA.
    CORONATO ch'esce dall'osteria, e detti.

    Coronato: Finalmente ho saputo il  regalo  che  ha  avuto  la  signora
    Giannina.
    Giannina: Cosa c'entrate con me voi?
    Crespino: Da chi ha avuto un regalo? (a Coronato)
    Coronato: Dal signor Evaristo.
    Giannina: Non  vero niente.
    Crespino: Non  vero niente?
    Coronato: S s, e so che regalo . (a Giannina)
    Giannina:  Sia quel ch'esser si voglia,  a voi non deve importare,  io
    amo Crespino, e sar moglie del mio Crespino.
    Crespino: E bene che regalo ? (a Coronato)
    Coronato: Un ventaglio.
    Crespino: Un ventaglio? (a Giannina, in collera)
    Giannina: (Maladetto colui).
    Crespino: Avete ricevuto un ventaglio? (a Giannina)
    Giannina: Non  vero niente.
    Coronato: Tanto  vero che lo avete ancora in saccoccia.
    Crespino: Voglio veder quel ventaglio.
    Giannina: Signor no. (a Crespino)
    Coronato: Trover io la maniera di farvelo metter fuori.
    Giannina: Siete un impertinente.


    SCENA QUINDICESIMA.
    MORACCHIO di casa colla salvietta, e mangiando; e detti.

    Moracchio: Cos' questo baccanale?
    Coronato: Vostra sorella ha avuto un ventaglio in  regalo,  lo  ha  in
    saccoccia, e nega di averlo.
    Moracchio: A me quel ventaglio. (a Giannina con comando)
    Giannina: Lasciatemi stare. (a Moracchio)
    Moracchio: Dammi quel ventaglio che giuro al Cielo... (minacciandola)
    Giannina: Maladetto! Eccolo qui. (lo fa vedere)
    Crespino: A me, a me. (lo vorrebbe prendere)
    Coronato: Lo voglio io.(con collera lo vuole prendere)
    Giannina: Lasciatemi stare, maladetti.
    Moracchio: Presto, da' qui che lo voglio io.
    Giannina:  Signor  no.  (a  Moracchio)  Piuttosto  lo  voglio  dare  a
    Crespino.
    Moracchio: Da' qui dico.
    Giannina: A Crespino. (d il ventaglio a Crespino, e corre in casa)
    Coronato: Date qui.
    Moracchio: Date qui.
    Crespino: Non l'avrete. (tutti due attorno a Crespino per averlo, egli
    fugge via per le quinte, e loro appresso)


    SCENA SEDICESIMA.
    CONTE sulla terrazza, TIMOTEO alla balconata [poi il BARONE e detti].

    Conte: Ehi, signor Timoteo. (forte con premura)
    Timoteo: Cosa comanda?
    Conte: Presto, presto,  portate dei spiriti,  dei cordiali.  E' venuto
    male alla signora Candida.
    Timoteo: Subito vengo. (entra in bottega)
    Conte:  Che  diavolo  ha  avuto  a  quella  finestra?  Bisogna che nel
    giardino del caffettiere vi siano delle piante avvelenate. (entra)
    Crespino: (traversa il teatro, e va dall'altra parte correndo)
    Coronato: e Moracchio: (gli corrono dietro senza dir niente,  e  tutti
    via)
    Barone: (dal palazzo va a sollecitare lo speziale) Animo presto signor
    Timoteo.
    Timoteo:  (dalla  speziaria  con  una  sottocoppa  di  varie boccette)
    Eccomi, eccomi.
    Barone: Presto che vi  bisogno di voi. (corre nel palazzino)
    Timoteo: Son qui, son qui. (va per entrare)
    (Crespino, Coronato,  Moracchio da un'altra quinta corrono come sopra.
    Urtano  Timoteo,  e lo fanno cadere con tutte le sue boccette,  che si
    fracassano. Crespino casca e perde il ventaglio.  Coronato lo prende e
    lo porta via. Timoteo si alza e torna in bottega)
    Coronato: Eccolo, eccolo lo ho avuto io. (a Moracchio)
    Moracchio: Ci ho gusto, tenetelo voi. Giannina mi render conto da chi
    l'ha avuto. (entra in casa)
    Coronato:  Intanto  gliel'ho  fatta  vedere,  l'ho  avuto  io.  (entra
    nell'osteria)
    Crespino: Oh maladetti! Mi hanno stroppiato. Ma pazienza.  Mi dispiace
    pi che Coronato abbia avuto il ventaglio. Pagherei sei para di scarpe
    a  poterlo  ricuperare,  per  farlo  in  pezzi...  Per farlo in pezzi?
    Perch?  Perch  un regalo fatto alla mia amorosa?  Eh pazzie pazzie:
    Giannina  una buona ragazza, le voglio bene, e non bisogna esser cos
    delicati. (zoppicando entra in bottega)





    ATTO TERZO.


    SCENA PRIMA.
    Muta  sino alla sortita del CONTE e del BARONE.  - CRESPINO esce dalla
    bottega con del pane,  del formaggio,  un piatto con qualche  cosa  da
    mangiare,  ed  un  boccale  vuoto.  Si  fa  luogo al suo banchetto per
    desinare.  TOGNINO dal palazzino con  la  scopa  in  mano  corre  alla
    speziaria ed entra. Crespino si mette a tagliare il pane, sempre senza
    parlare.  CORONATO dall'osteria con SCAVEZZO,  che porta una barila in
    spalla,  simile a quella che  ha  portato  al  Conte.  Coronato  passa
    davanti  a  Crespino,  lo  guarda e ride,  Crespino lo guarda e freme.
    Coronato ridendo passa oltre,  e va per la stessa scena ove ha portato
    la prima barila. Crespino guarda dietro a Coronato che parte e, quando
    non lo vede pi,  seguita le sue faccende.  Tognino,  dalla speziaria,
    viene a spazzare i vetri delle caraffe rotte. TIMOTEO,  correndo dalla
    speziaria  ,  passa  al palazzino con sottocoppe e caraffe,  ed entra.
    Tognino spazza,  Crespino prende il suo boccale  e  va  pian  piano  e
    malenconico  all'osteria,  ed entra.  Tognino spazza.  SUSANNA esce di
    bottega,  accomoda la sua mostra,  poi si mette a sedere  e  lavorare.
    Tognino va in casa,  e serra la porta.  Crespino esce dall'osteria col
    boccale pieno di vino,  e ridendo guarda il ventaglio che ha sotto  la
    gabbana,  per consolarsi da s, ma per farlo vedere al popolo; e va al
    suo banchetto e mette il boccale in  terra.  GIANNINA  esce  di  casa,
    siede  e  si mette a filare.  Crespino si mette a sedere;  fa vedere a
    tirar fuori il ventaglio, e lo nasconde ridendo sotto il curame,  e si
    mette  a  mangiare.  Coronato  solo  torna dalla stessa strada.  Passa
    davanti a Crespino e ride. Crespino mangia e ride. Coronato alla porta
    dell'osteria mangia, ride ed entra.  Crespino tira fuori il ventaglio,
    lo guarda e ride,  poi lo rimette,  poi seguita a mangiare e bere (Qui
    termina la scena muta). - Il CONTE e il BARONE escono dal palazzo.

    Conte: No, amico, scusatemi, non vi potete doler di niente.
    Barone: Vi assicuro che non ho nemmeno ragione di lodarmi.
    Conte: Se la signora Candida si  trovata male,    un  accidente,  vi
    vuol  pazienza.  Sapete  che  le  donne sono soggette ai vapori,  agli
    affetti sterili.
    Barone: Sterili? Isterici vorrete dire...
    Conte: S,  isterici,  isterici come volete.  In somma,  se non vi  ha
    fatto tutta l'accoglienza, non  colpa sua,  colpa della malattia.
    Barone:  Ma  quando  siamo entrati,  non era ammalata,  e appena mi ha
    veduto si  ritirata nella sua camera.
    Conte: Perch si sentiva il cominciamento del male.
    Barone: Avete osservato la signora Geltruda,  quando   sortita  dalla
    camera  della  nipote,  con  che premura,  con che ammirazione leggeva
    alcuni fogli che parevano de' viglietti?
    Conte: E' una donna che  ha  degli  affari  assai.  Saranno  viglietti
    arrivati allora di fresco.
    Barone: No,  erano viglietti vecchi.  Ci scommetto,  ch' qualche cosa
    che ha trovato o sul tavolino, o indosso della signora Candida.
    Conte: Siete curioso, collega mio, siete caro, siete particolare. Cosa
    vi andate voi immaginando?
    Barone: M'immagino quel che potrebbe essere.  Ho sospetto che  vi  sia
    dell'intelligenza fra la signora Candida, ed Evaristo.
    Conte: Oh non vi  dubbio.  Se fosse cos lo saprei.  Io so tutto. Non
    si fa niente nel villaggio che io non sappia.  E poi se  fosse  quello
    che  dite  voi,  credete  ch'ella  avrebbe  acconsentito  alla  vostra
    proposizione? Ch'ella avrebbe ardito di compromettere la mediazione di
    un cavaliere della mia sorte?
    Barone: Questa  una buona ragione.  Ella ha detto di s  senza  farsi
    pregare. Ma la signora Geltruda dopo la lettura di quei viglietti, non
    mi ha fatte pi le gentilezze di prima, anzi in certo modo ha mostrato
    piacere che ce ne andiamo.
    Conte: Vi dir.  Tutto quello, di cui si possiamo dolere della signora
    Geltruda si ,  ch'ella non ci abbia proposto di restar  a  pranzo  da
    lei.
    Barone: Per questo non mi fa spezie.
    Conte: Le ho dato io qualche tocco, ma ha mostrato di non intendere.
    Barone:  Vi  assicuro,  ch'ella  aveva  gran volont che le si levasse
    l'incomodo.
    Conte: Mi dispiace per voi... Dove pranzate oggi?
    Barone: Ho ordinato all'oste il desinare per due.
    Conte: Per due?
    Barone: Aspetto Evaristo ch' andato alla caccia.
    Conte: Se volete venire a pranzo da me...
    Barone: Da voi?
    Conte: Ma il mio palazzo  mezzo miglio lontano.
    Barone: Vi  ringrazio,  perch  il  pranzo    di  gi  ordinato.  Ehi
    dall'osteria. Coronato.


    SCENA SECONDA.
    CORONATO dall'osteria, e detti.

    Coronato: Mi comandi.
    Barone: E' venuto il signor Evaristo?
    Coronato: Non l'ho ancora veduto, signore. Mi dispiace che il pranzo 
    all'ordine, e che la robba patisce.
    Conte:  Evaristo  capace di divertirsi alla caccia fin sera,  e farvi
    star senza pranzo.
    Barone: Cosa volete che io faccia? Ho promesso aspettarlo.
    Conte: Aspettarlo, va bene fino ad un certo segno. Ma caro amico,  non
    siete  fatto  per  aspettare  un uomo di una condizione inferiore alla
    vostra.  Accordo  la  civilt,  l'umanit,  ma,   collega  amatissimo,
    sosteniamo il decoro.
    Barone:  Quasi  quasi  vi  pregherei  di venir a occupare il posto del
    signor Evaristo.
    Conte: Se non volete aspettare,  e se vi rincresce  di  mangiar  solo,
    venite da me, e mangeremo quello che ci sar.
    Barone: No caro Conte fatemi il piacere di venir con me.  Mettiamoci a
    tavola, e se Evaristo non ha discrezione a suo danno.
    Conte: Che impari la civilt. (contento)
    Barone: Ordinate che diano in tavola. (a Coronato)
    Coronato: Subito resti servita. (Avanzer poco per la cucina).
    Barone: Andr a vedere che cosa ci hanno preparato da pranzo. (entra)
    Conte: Avete portato l'altro barile di vino? (a Coronato)
    Coronato: Signor s l'ho mandato.
    Conte:  L'avete  mandato?   Senz'accompagnarlo?   Mi  faranno  qualche
    baronata.
    Coronato:  Le  dir,  ho accompagnato il garzone fino alla punta dello
    stradone, ho incontrato il suo uomo...
    Conte: Il mio fattore?
    Coronato: Signor no.
    Conte: Il mio cameriere?
    Coronato: Signor no.
    Conte: Il mio lacch?
    Coronato: Signor no.
    Conte: E chi dunque?
    Coronato: Quell'uomo che sta con  lei  che  va  a  vendere  i  frutti,
    l'insalata, gli erbaggi...
    Conte: Come! quello...
    Coronato: Tutto quel che comanda.  L'ho incontrato, gli ho fatto veder
    il barile, ed egli ha accompagnato il garzone.
    Conte: (Diavolo!  colui che non vede mai vino  capace  di  bevere  la
    met del barile). (vuol entrare)
    Coronato: Favorisca.
    Conte: Cosa c'? (brusco)
    Coronato: Ha parlato per me a Giannina?
    Conte: S, l'ho fatto.
    Coronato: Cosa ha detto?
    Conte: Va bene, va bene. (imbarazzato)
    Coronato: Va bene?
    Conte: Parleremo, parleremo poi. (in atto di entrare)
    Coronato: Mi dica qualche cosa.
    Conte:  Andiamo,  andiamo  che  non  voglio  far  aspettare il Barone.
    (entra)
    Coronato: (Ci ho buona  speranza...  E'  un  uomo  che  quando  vi  si
    mette... qualche volta ci riesce). Giannina. (amoroso e brusco)
    Giannina: (fila e non risponde)
    Coronato: Almeno lasciatevi salutare.
    Giannina: Fareste meglio a rendermi il mio ventaglio.  (senza guardar,
    e filando)
    Coronato: S...  (Uh,  a proposito mi  ho  scordato  il  ventaglio  in
    cantina!)  S  s,  parlaremo  poi  del  ventaglio.  (Non  vorrei  che
    qualcheduno lo portasse via). (entra)
    Crespino: (ride forte)
    Susanna: Avete il cuor  contento  signor  Crespino,  ridete  molto  di
    gusto.
    Crespino: Rido perch ho la mia ragione di ridere.
    Giannina: Voi ridete, ed io mi sento rodere dalla rabbia. (a Crespino)
    Crespino: Rabbia? E di che avete rabbia?
    Giannina: Che quel ventaglio sia nelle mani di Coronato.
    Crespino: S,  nelle mani di Coronato. (ridendo)
    Giannina: E per che cosa ridete?
    Crespino:  Rido  perch    nelle mani di Coronato.  (si alza,  prende
    gl'avanzi del desinare, ed entra in bottega)
    Giannina: E' un ridere veramente da sciocco.
    Susanna: Non credeva che il mio ventaglio avesse da passare per  tante
    mani. (lavorando)
    Giannina: Il vostro ventaglio? (voltandosi con dispetto)
    Susanna:  S,  dico  il  mio  ventaglio,  perch    sortito dalla mia
    bottega.
    Giannina: M'immagino che ve l'avranno pagato.
    Susanna: Ci s'intende. Senza di questo non l'avrebbero avuto.
    Giannina: E l'avranno anche pagato il doppio di quel che vale.
    Susanna: Non  vero, e se fosse anche vero, cosa v'importa? Per quello
    che vi costa lo potete prendere.
    Giannina: Cosa sapete voi quello che mi costi?
    Susanna: Oh se vi costa poi qualche cosa... non so niente io... Se chi
    ve l'ha dato ha delle obbligazioni... (con flemma caricata, satirica)
    Giannina: Che obbligazioni? Cosa parlate d'obbligazioni? Mi maraviglio
    de' fatti vostri. (balza in piedi)
    Susanna: Ehi, ehi non crediate di farmi paura.
    Crespino: (dalla bottega) Cosa c'? Sempre strepiti, sempre gridori.
    Giannina: (Ho una volont di rompere questa rocca). (siede e fila)
    Susanna: Non fa che pungere, e non vuol che si parli.
    Crespino: Siete in collera Giannina? (siede e si mette a lavorare)
    Giannina: Io in collera? Non vado mai in collera io. (filando)
    Susanna: Oh ella  pacifica, non si altera mai. (ironica)
    Giannina: Mai,  quando non mi tirano per li  capelli,  quando  non  mi
    dicono delle impertinenze,  quando non pretendono di calpestarmi.  (in
    modo che Susanna senta)
    Susanna: (mena la testa, e brontola da s)
    Crespino: Sono io che vi maltratta che vi calpesta? (lavorando)
    Giannina: Io non parlo per voi. (filando con dispetto)
    Susanna: No non parla per voi, parla per me. (burlandosi)
    Crespino: Gran cosa!  In questo recinto di quattro  case  non  si  pu
    stare un momento in pace.
    Giannina: Quando vi sono delle male lingue...
    Crespino: Tacete, ch' vergogna...
    Susanna: Insulta, e poi non vuol che si parli.
    Giannina: Parlo con ragione, e con fondamento.
    Susanna: Oh  meglio, ch'io taccia, ch'io non dica niente.
    Giannina: Certo, ch' meglio tacere che dire delle scioccherie.
    Crespino: E vuol esser l'ultima.
    Giannina: Oh s anche in fondo d'un pozzo.
    Timoteo: (dal palazzino,con sottocoppa e caraffe)
    Giannina: Chi mi vuole mi prenda, e chi non mi vuole mi lasci.
    Crespino: Zitto, zitto non vi fate sentire.
    Timoteo:  (In  questa  casa  non ci vado pi.  Che colpa ci ho io,  se
    queste acque non vagliano niente?  Io non posso dare che di quello che
    ho.  In  una  campagna  pretenderebbero  di ritrovare le delizie della
    citt.  E poi cosa sono  i  spiriti,  gli  elisiri,  le  quintessenze?
    Ciarlatanate.  Questi  sono  i cardini della medicina: acqua,  china e
    mercurio). (entra nella speziaria)
    Crespino: Bisogna che ci sia  qualcheduno  d'ammalato  in  casa  della
    signora Geltruda. (verso Giannina)
    Giannina: S quella cara gioia della signora Candida.(con disprezzo)
    Susanna: Povera signora Candida! (forte)
    Crespino: Che male ha?
    Giannina: Che so io che male abbia! Pazzia.
    Susanna: Eh, so io che male ha la signora Candida.
    Crespino: Che male ha? (a Susanna)
    Susanna: Dovrebbe saperlo anche la signora Giannina. (caricata)
    Giannina: Io? Cosa c'entro io?
    Susanna: S, perch  ammalata per causa vostra.
    Giannina: Per causa mia? (balza in piedi)
    Susanna: Gi con voi non si pu parlare.
    Crespino: Vorrei ben sapere, come va quest'imbroglio. (si alza)
    Giannina: Non siete capace che di dire delle bestialit. (a Susanna)
    Susanna: Via, via la non si scaldi.
    Crespino: Lasciatela dire. (a Giannina)
    Giannina: Con qual fondamento potete dirlo? (a Susanna)
    Susanna: Non parliamo altro.
    Giannina: No, no parlate.
    Susanna: No Giannina non mi obbligate a parlare.
    Giannina: Se siete una donna d'onore parlate.
    Susanna: Oh quando  cos, parler.
    Crespino: Zitto zitto,  viene la signora Geltruda,  non facciamo scene
    dinnanzi a lei. (si ritira al lavoro)
    Giannina: Oh,  voglio che mi renda ragione di quel che ha  detto.  (da
    s, camminando verso la sua causa)
    Susanna: (Vuol che si parli? S parler). (siede e lavora)
    Crespino:  (Se  posso  venire  in  chiaro di quest'affare...) (siede e
    lavora)


    SCENA TERZA.
    GELTRUDA dal palazzino, e li suddetti.

    Geltruda: Dite voi.  E' ritornato vostro fratello?  (a  Giannina,  con
    gravit)
    Giannina: Signora s. (con malagrazia, e camminando verso casa sua)
    Geltruda: Sar tornato anche il signor Evaristo. (come sopra)
    Giannina: Signora s. (come sopra)
    Geltruda: Sapete dove sia il signor Evaristo? (a Giannina)
    Giannina: Non so niente. (con dispetto) Serva sua. (entra in casa)
    Geltruda: (Che maniera gentile!) Crespino.
    Crespino: Signora. (si alza)
    Geltruda: Sapete voi dove si trovi il signor Evaristo?
    Crespino: No signora, in verit non lo so.
    Geltruda: Fatemi il piacere di andare a vedere se fosse nell'osteria.
    Crespino: La servo subito. (va nell'osteria)
    Susanna: Signora Geltruda. (sottovoce)
    Geltruda: Che volete?
    Susanna: Una parola. (si alza)
    Geltruda: Sapete niente voi del signor Evaristo?
    Susanna:  Eh signora mia so delle cose assai.  Avrei delle cose grandi
    da dirle.
    Geltruda: Oh Cieli! Ho delle cose anch'io che m'inquietano.  Ho veduto
    delle  lettere  che  mi hanno sorpreso.  Ditemi,  illuminatemi,  ve ne
    prego.
    Susanna: Ma qui in pubblico?...  Si ha da fare con delle  teste  senza
    ragione... Se vuole ch'io venga da lei...
    Geltruda: Vorrei prima vedere il signor Evaristo.
    Susanna: O se vuol venire da me...
    Geltruda: Piuttosto. Ma aspettiamo Crespino.
    Susanna: Eccolo.
    Crespino: (dall'osteria)
    Geltruda: E cos?
    Crespino: Non c', signora. L'aspettavano a pranzo, e non  venuto.
    Geltruda: Eppure dalla caccia dovrebbe essere ritornato.
    Crespino: Oh,  ritornato sicuramente. L'ho veduto io.
    Geltruda: Dove mai pu essere?
    Susanna: Al caff non c'. (guarda in bottega)
    Crespino: Dallo speziale nemmeno. (guarda dallo speziale)
    Geltruda: Vedete un poco.  Il villaggio non  assai grande, vedete, se
    lo ritrovate.
    Crespino: Vado subito per servirla.
    Geltruda: Se lo  trovate,  ditegli  che  mi  preme  parlargli,  e  che
    l'aspetto qui in casa della merciaia. (a Crespino)
    Crespino: Sar servita. (s'incammina)
    Geltruda: Andiamo, ho ansiosit di sentire. (entra in bottega)
    Susanna: Vada, vada; sentir delle belle cose. (entra)
    Crespino:  Vi  sono  degl'imbrogli con questo signor Evaristo.  E quel
    ventaglio... Ho piacere di averlo io nelle mani. Coronato si  accorto
    che gli  stato portato via...  Manco male che  non  sospetta  di  me.
    Nessuno gli avr detto che sono stato a comprar del vino.  Sono andato
    a tempo.  Chi mai mi avrebbe detto che io avrei trovato  il  ventaglio
    sopra  una  botte?  Sono  casi  che si danno,  accidenti che accadono.
    Sciocco!  lasciar il ventaglio sopra una botte!  Il garzone tirava  il
    vino,  ed  io prendilo,  e mettilo via.  E Coronato ha la debolezza di
    domandar a me se l'ho veduto, se ne so niente!  Sono pazzo io a dirgli
    che l'ho preso io?  Acci vada dicendo che sono andato a posta, che ho
    rubato...  E' capace di dirlo.  Oh  cos  briccone,  ch'  capace  di
    dirlo.  Ma dove ho d'andar io per trovar il signor Evaristo? Dal Conte
    no,  perch  all'osteria che lavora di gusto.  (d cenno che  mangia)
    Basta cercher nelle case buone.  Sono sei,  o sette,  lo trover.  Mi
    dispiace che sono ancora all'oscuro di quel che ha detto  Susanna.  Ma
    le parler. Oh se trovo Giannina in difetto, se la trovo colpevole!...
    Cosa far? L'abbandoner? Eh poco pi, poco meno. Le voglio bene. Cosa
    mai sar? (va per partire)


    SCENA QUARTA.
    LIMONCINO dal caff, e detto [poi CORONATO].

    Crespino: Oh, mi sapreste dire dove sia il signor Evaristo?
    Limoncino: Io? Cosa sono? Il suo servitore?
    Crespino:  Gran  cosa  veramente!  non  potrebbe  esser  nella  vostra
    bottega?
    Limoncino: Se ci fosse lo vedreste. (si avanza)
    Crespino: Limoncino del diavolo.
    Limoncino: Cos' questo Limoncino?
    Crespino: Vieni vieni a farti rappezzare le scarpe. (via)
    Limoncino: Birbante!  Subito ander a dirgli che il signor Evaristo  
    nel  nostro  giardino.  Ora ch' in giubilo,  in consolazione,  non ha
    bisogno di essere disturbato. Ehi dall'osteria. (chiama)
    Coronato: (alla porta) Cosa c'?
    Limoncino: Ha mandato a dire il signor Evaristo  che  dite  al  signor
    Barone  che  desini,  e non l'aspetti,  perch  impegnato,  e non pu
    venire.
    Coronato: Ditegli che l'ambasciata  arrivata tardi,  e che il  signor
    Barone ha quasi finito di pranzare.
    Limoncino: Bene, bene, glie lo dir quando lo vedr. (va per partire)
    Coronato: Dite quel giovane.
    Limoncino: Comandate.
    Coronato:  A  caso,  avreste  sentito  a  dire  che qualcheduno avesse
    ritrovato un ventaglio?
    Limoncino: Io no.
    Coronato: Se mai sentiste a parlare, vi prego farmi avvisato.
    Limoncino: Signor s, volentieri. L'avete perduto voi?
    Coronato: L'aveva io.  Non so come diavolo  si  sia  perduto.  Qualche
    briccone  l'ha portato via,  e quei stolidi de' miei garzoni non sanno
    nemmeno chi sia stato a prender del vino.  Ma  se  lo  scopro!  Se  lo
    scopro! Mi raccomando a voi. (entra)
    Limoncino: Dal canto mio far il possibile. (s'incammina)


    SCENA QUINTA.
    Il CONTE alla finestra dell'osteria, e LIMONCINO [poi GIANNINA].

    Conte: Ho sentito la voce di Limoncino. Ehi quel giovane. (forte)
    Limoncino: Signore. (si volta)
    Conte: Portateci due buoni caff.
    Limoncino: Per chi, illustrissimo?
    Conte: Per me.
    Limoncino: Tutti due per lei?
    Conte: Uno per me, ed uno per il Barone del Cedro.
    Limoncino: Sar servita.
    Conte: Subito, e fatto a posta. (entra)
    Limoncino:  (Ora che so che vi  il Barone che paga,  glieli porter).
    (s'incammina)
    Giannina: (di casa, senza la rocca) Ehi Limoncino.
    Limoncino: Anche voi volete seccarmi con questo nome di Limoncino?
    Giannina: Via via non andate in collera.  Non vi ho detto n rava,  n
    zucca, n cocomero, n melenzana.
    Limoncino: Ne avete ancora?
    Giannina: Venite qui, ditemi: il signor Evaristo e ancor l?
    Limoncino: Dove l?
    Giannina: Da voi.
    Limoncino: Da noi?
    Giannina: S da voi. (si scalda un poco)
    Limoncino: La bottega  l, se ci fosse lo vedreste.
    Giannina: Puh! nel giardino.
    Limoncino: Puh! non so niente. (via, ed entra in bottega)
    Giannina:  Pezzo d'animalaccio!  Se avessi la rocca gliela scavezzerei
    sul collo. E poi dicono ch'io son cattiva. Tutti mi strapazzano; tutti
    mi  maltrattano.  Quelle  signore  di  l,  questa  sguaiata  di  qua,
    Moracchio, Coronato, Crespino... Uh maledetti quanti che siete.


    SCENA SESTA.
    EVARISTO dal caff. Correndo con allegria, e detta [poi CORONATO].

    Evaristo: Oh eccola, eccola. Son fortunato. (a Giannina)
    Giannina: Ih! ih! Cosa vuol dir quest'allegria?
    Evaristo: Oh Giannina,  sono l'uomo il pi felice, il pi contento del
    mondo.
    Giannina: Bravo, me ne consolo. Spero che mi farete dare soddisfazione
    delle impertinenze che m'hanno detto.
    Evaristo: S tutto quel volete. Sappiate, Giannina mia che voi eravate
    presa in sospetto.  La signora Candida ha saputo ch'io aveva  dato  il
    ventaglio,  credeva che lo avessi comprato per voi,  era gelosa di me,
    era gelosa di voi.
    Giannina: Era gelosa di me?
    Evaristo: S, certo.
    Giannina: Ah che ti venga la rabbia! (verso il palazzino)
    Evaristo: Si voleva maritar con altri per sdegno,  per  vendetta,  per
    disperazione.  Mi ha veduto,   caduta,  svenuta. Sono stato un pezzo
    senza pi poterla vedere. Finalmente per sorte,  per fortuna sua zia 
    sortita  di  casa.  Candida    discesa nel suo giardino;  ho rotto la
    siepe, ho saltato il muro, mi son gettato a' suoi piedi; ho pianto, ho
    pregato, l'ho sincerata,  l'ho vinta,   mia,   mia,  non vi  pi da
    temere. (con giubilo, e affannoso)
    Giannina: Me ne rallegro,  me ne congratulo,  me ne consolo. Sar sua,
    sua sempre sua, ne ho piacer, ne ho contento, ne ho soddisfazione. (lo
    carica un poco)
    Evaristo: Una sola condizione ella ha posto alla mia sicura,  alla mia
    intera felicit.
    Giannina: E qual  questa condizione?
    Evaristo:  Per  giustificare me intieramente,  per giustificar voi nel
    medesimo  tempo,  e  per  dar  a  lei  una  giusta  soddisfazione,   
    necessario, ch'io le presenti il ventaglio. (come sopra)
    Giannina: Ora stiamo bene.
    Evaristo:  Ci  va  del  mio,  e  del vostro decoro.  Parerebbe,  ch'io
    l'avessi comprato per voi, si darebbe credito a' suoi sospetti. So che
    siete una giovane  saggia,  e  prudente.  Favoritemi  quel  ventaglio.
    (sempre con premura)
    Giannina: Signore... Io non l'ho pi il ventaglio. (confusa)
    Evaristo: Oh via,  avete ragione. Ve l'ho donato, e non lo domanderei,
    se non mi trovassi in questa estrema  necessit.  Ve  ne  comprer  un
    altro.  Un altro molto meglio di quello;  ma per amor del cielo datemi
    subito quel che vi ho dato.
    Giannina: Ma vi dico signore, ch'io non l'ho pi.
    Evaristo:  Giannina  si  tratta  della  mia  vita,   e  della   vostra
    riputazione.
    Giannina:  Vi  dico sull'onor mio,  e con tutti i giuramenti del mondo
    che io non ho quel ventaglio.
    Evaristo: Oh cielo! cosa dunque ne avete fatto? (con caldo)
    Giannina: Hanno saputo,  ch'io aveva quel ventaglio,  mi sono  saltati
    intorno come tre cani arrabbiati...
    Evaristo: Chi? (infuriato)
    Giannina: Mio fratello...
    Evaristo: Moracchio... (corre a chiamrlo alla casa)
    Giannina: No fermate, non l'ha avuto Moracchio.
    Evaristo: Ma chi dunque? (battendo i piedi)
    Giannina: Io l'ho dato a Crespino...
    Evaristo: Ehi? Dove siete? Crespino! (corre alla bottega)
    Giannina: Ma venite qui, sentite...
    Evaristo: Son fuor di me.
    Giannina: Non l'ha pi Crespino.
    Evaristo: Ma chi lo ha? Chi lo ha? Presto.
    Giannina: Lo ha quel birbante di Coronato.
    Evaristo: Coronato? Subito. Coronato? (all'osteria)
    Coronato: Signore.
    Evaristo: Datemi quel ventaglio.
    Coronato: Qual ventaglio?
    Giannina: Quello che avevo io, e ch' robba sua.
    Evaristo: Animo, subito, senza perder tempo.
    Coronato: Signore, me ne dispiace infinitamente...
    Evaristo: Che?
    Coronato: Ma il ventaglio non si trova pi.
    Evaristo: Non si trova pi?
    Coronato:  Per  distrazione l'ho messo sopra una botte.  L'ho lasciato
    l, son andato, son ritornato, non l'ho trovato pi,  qualcheduno l'ha
    portato via.
    Evaristo: Che si trovi.
    Coronato: Dove? Ho fatto di tutto.
    Evaristo: Dieci, venti, trenta zecchini lo potrebbero far ritrovare?
    Coronato: Quando non c', non c'.
    Evaristo: Son disperato.
    Coronato: Mi dispiace, ma non so cosa farle. (entra)
    Evaristo:  Voi  siete  la  mia  rovina,  il  mio  precipizio.  (contro
    Giannina)
    Giannina: Io? Che ci ho colpa io?


    SCENA SETTIMA.
    CANDIDA sulla terrazza, e detti.

    Candida: Signor Evaristo. (lo chiama)
    Evaristo: (Eccola, eccola: son disperato).
    Giannina: Che diavolo! E' finito il mondo per questo?
    Candida: Signor Evaristo! (torna a chiamare)
    Evaristo: Ah Candida mia dilettissima sono l'uomo  pi  afflitto,  pi
    mortificato del mondo.
    Candida: Eh che s che il ventaglio non si pu pi avere?
    Giannina: (L'ha indovinata alla prima).
    Evaristo: Quante combinazioni in mio danno! S pur troppo  la verit.
    Il ventaglio  smarrito,  e non  possibile di ritrovarlo per ora.  (a
    Candida)
    Candida: Oh, so dove sar.
    Evaristo: Dove? dove? Se aveste qualche indizio per ritrovarlo...
    Giannina: Chi sa? Pu essere che qualcheduno l'abbia trovato.
    Evaristo: Sentiamo. (a Giannina)
    Candida: Il ventaglio sar nelle  mani  di  quella,  a  cui  lo  avete
    donato, e non vuol renderlo, ed ha ragione.
    Giannina: Non  vero niente. (a Candida)
    Candida: Tacete.
    Evaristo: Vi giuro sull'onor mio...
    Candida: Basta cos.  Il mio partito  preso. Mi meraviglio di voi che
    mi mettete a fronte di una villana. (via)
    Giannina: Cos' questa villana? (alla terrazza)
    Evaristo: Giuro al cielo,  voi siete cagione della  mia  disperazione,
    della mia morte. (contro Giannina)
    Giannina: Ehi, ehi non fate la bestia.
    Evaristo:  Ella  ha  preso il suo partito.  Io deggio prendere il mio.
    Aspetter il mio rivale, l'attaccher colla spada, o morir l'indegno,
    o sagrificher la mia vita... Per voi, per voi a questo duro cimento.
    Giannina: Oh  meglio che vada via.  Ho paura che diventi  matto.  (va
    pian piano verso la casa)
    Evaristo:  Ma  come!  la  passione  mi  opprime  il core;  mi manca il
    respiro. Non mi regge il piede; mi si abbagliano gli occhi. Misero me!
    chi m'aiuta? (si lascia cadere su una sedia del caff,  e si abbandona
    affatto)
    Giannina:  (voltandosi  lo  vede  cadere)  Cos'?  cos'?  More povero
    diavolo! More, aiuto gente, ehi Moracchio! Ehi dal caff!


    SCENA OTTAVA.
    LIMONCINO dal caff, con le due tazze di caff per andare all'osteria;
    MORACCHIO dalla casa accorre in aiuto di Evaristo [seguono CRESPINO  e
    TIMOTEO, poi il CONTE].

    Crespino: (di strada) Oh eccolo qui il signor Evaristo. Cos' stato?
    Giannina: Dell'acqua, dell'acqua. (a Limoncino)
    Crespino: Del vino, del vino. (corre in bottega)
    Limoncino: Dategli del vino. Io porter il caff all'osteria. (parte)
    Moracchio: Animo, animo, signor Evaristo. Alla caccia, alla caccia.
    Giannina: S altro che caccia! E' innamorato. Ecco tutto il suo male.
    Timoteo: (dalla speziaria) Cosa c'?
    Moracchio: Venga qui, venga qui, signor Timoteo
    Giannina: Venga a soccorrere questo povero galantuomo.
    Timoteo: Che male ha?
    Giannina: E' in accidente.
    Timoteo: Bisogna cavargli sangue.
    Moracchio: E' capace vossignoria?
    Timoteo: In caso di bisogno si fa di tutto. (va alla speziaria)
    Giannina: (Oh povero signor Evaristo, lo stroppia assolutamente).
    Crespino: (dalla bottega con un fiasco di vino) Ecco,  ecco, questo lo
    far rinvenire,  vino vecchio di cinque anni.
    Giannina: Pare che rinvenga un poco.
    Crespino: Oh questo fa risuscitare i morti.
    Moracchio: Animo animo si dia coraggio.
    Timoteo: (dalla speziaria con bicchiere,  pezze e rasoio) Eccomi  qui,
    presto, spogliatelo.
    Moracchio: E cosa volete far del rasoio?
    Timoteo: In caso di bisogno serve meglio di una lancetta.
    Crespino: Un rasoio?
    Giannina: Un rasoio?
    Evaristo:  Chi  che vuol assassinarmi con un rasoio?  (pateticamente,
    alzandosi)
    Giannina: Il signor Timoteo
    Timoteo: Son un galantuomo,  non assassino  alcuno,  e  quando  si  fa
    quello  che  si  pu,  e  quello  che  si sa,  nessuno ha occasione di
    rimproverare. (Che mi chiamino un'altra volta che or verr!) (entra in
    bottega)
    Moracchio: Vuol venire da me, signor Evaristo? Riposer sul mio letto.
    Evaristo: Andiamo dove volete.
    Moracchio: Mi dia il braccio, s'appoggi.
    Evaristo: Quanto meglio saria per  me  che  terminassi  questa  misera
    vita!(s'incammina sostenuto da Moracchio)
    Giannina:  (Se  ha  volont  di  morire  basta  che si raccomandi allo
    speziale).
    Moracchio: Eccoci alla porta. Andiamo.
    Evaristo: Piet inutile a chi non desidera che di morire. (entrano)
    Moracchio: Giannina,  vieni  ad  accomodar  il  letto  per  il  signor
    Evaristo. (sulla porta, ed entra)
    Giannina: (vorrebbe andare anch'ella)
    Crespino: Giannina? (la chiama)
    Giannina: Cos'?
    Crespino: Siete molto compassionevole per quel signore!
    Giannina:  Faccio il mio debito perch io e voi siamo la causa del suo
    male.
    Crespino: Per voi non so che dire. Ma io? Come c'entro io?
    Giannina: Per causa di quel maladetto ventaglio. (entra)
    Crespino: Maladetto ventaglio!  L'avr sentito nominare un milione  di
    volte.  Ma ci ho gusto per quell'ardito di Coronato.  E' mio nemico, e
    lo sar sempre, fino che non arrivo a sposar Giannina. Potrei metterlo
    quel ventaglio in terra,  in qualche loco,  ma se gli camminano sopra,
    se lo fracassano?  Qualche cosa far,  io non voglio che mi mettano in
    qualche imbarazzo.  Ho sentito a dire che in certe occasioni i stracci
    vanno  all'aria.  Ed io i pochi che ho,  me li vo' conservare.  (va al
    banco suo, e prende il ventaglio)
    Limoncino: Ed il...
    Conte:  (dall'osteria)  Vien  qui  aspetta.  (prende  un  pezzetto  di
    zucchero e se lo mette in bocca) Per il raffreddore.
    Limoncino: Per la gola.
    Conte: Che?
    Limoncino: Dico che fa bene alla gola. (parte e va in bottega)
    Conte: (passeggia contento, mostrando aver ben mangiato)
    Crespino: (Quasi,  quasi... S questo  il meglio di tutto). (s'avanza
    col ventaglio)
    Conte: Oh buon giorno, Crespino.
    Crespino: Servitor di V. S. illustrissima.
    Conte: Sono accomodate le scarpe? (piano)
    Crespino: Domani sar servita. (fa vedere il ventaglio)
    Conte: Che cosa avete di bello in quella carta?
    Crespino: E' una cosa che ho  trovato  per  terra  vicino  all'osteria
    della posta.
    Conte: Lasciate vedere.
    Crespino: Si servi. (glie lo d)
    Conte:  Oh  un ventaglio!  Qualcheduno passando l'aver perduto.  Cosa
    volete fare di questo ventaglio?
    Crespino: Io veramente non saprei cosa farne.
    Conte: Lo volete vendere?
    Crespino: Oh venderlo!  Io non saprei cosa  domandarne.  Lo  crede  di
    prezzo questo ventaglio?
    Conte:  Non  so,  non  me  n'intendo.  Vi  sono delle figure...  ma un
    ventaglio trovato in campagna non pu valere gran cosa.
    Crespino: Io avrei piacere che valesse assai.
    Conte: Per venderlo bene.
    Crespino: No in verit, illustrissimo. Per aver il piacere di farne un
    presente a V. S. illustrissima.
    Conte: A me? Me lo volete donare a me? (contento)
    Crespino: Ma come non sar cosa da par suo...
    Conte: No no, ha il suo merito,  mi par buonino.  Vi ringrazio,  caro.
    Dove posso,  vi esibisco la mia protezione.  (Ne far un regalo,  e mi
    far onore).
    Crespino: Ma la supplico d'una grazia.
    Conte: (Oh, gi lo sapevo.  Costoro non danno niente senza interesse).
    Cosa volete? Parlate.
    Crespino: La prego non dire di averlo avuto da me.
    Conte: Non volete altro?
    Crespino: Niente altro.
    Conte: (Via via  discreto).  Quando non volete altro...  ma ditemi in
    grazia, non volete che si sappia che l'ho avuto da voi?  Per avventura
    l'avreste rubbato?
    Crespino: Perdoni illustrissimo, non son capace...
    Conte:  Ma  perch non volete che si sappia che l'ho avuto da voi?  Se
    l'avete trovato,  e se il padrone non lo domanda,  io non ci so vedere
    la ragione.
    Crespino: Eh c' la sua ragione. (ridendo)
    Conte: E qual ?
    Crespino: Le dir. Io ho un'amorosa.
    Conte: Lo so benissimo. E' Giannina.
    Crespino:  E se Giannina sapesse che io aveva questo ventaglio,  e che
    non l'ho donato a lei se ne avrebbe a male.
    Conte: Avete fatto bene a non  darglielo.  Non    ventaglio  per  una
    contadina. (lo mette via) Non dubitate, non dir niente d'averlo avuto
    da  voi.  Ma  a  proposito: come vanno gli affari vostri con Giannina?
    Avete veramente volont di sposarla?
    Crespino: Per dirle  la  verit...  Le  confesso  il  mio  debole.  La
    sposerei volontieri.
    Conte: Quand' cos non dubitate.  Ve la faccio sposar questa sera, se
    voi volete.
    Crespino: Davvero!
    Conte: Che sono io? Cosa val la mia protezione!
    Crespino: Ma Coronato che la pretende?
    Conte: Coronato?... Coronato  uno sciocco. Vi vuol bene Giannina?
    Crespino: Assai.
    Conte: Bene dunque.  Voi siete amato,  Coronato non lo  pu  soffrire:
    fidatevi della mia protezione.
    Crespino: Fin qui l'intendo ancor io. Ma il fratello?
    Conte: Che fratello?  che fratello? Quando la sorella  contenta, cosa
    c'entra il fratello? Fidatevi della mia protezione.
    Crespino: Mi raccomando dunque alla sua bont.
    Conte: S, alla mia protezione.
    Crespino: Vado a terminare d'accomodar le sue scarpe.
    Conte: Dite piano. Ne avrei bisogno d'un paio di nuove.
    Crespino: La servir.
    Conte: Eh! le voglio pagare, sapete? Non credeste mai...  Io non vendo
    la mia protezione.
    Crespino: Oh per un paio di scarpe!
    Conte: Andate, andate a fare le vostre faccende.
    Crespino: Vado subito. (va per andare al banco)
    Conte: (tira fuori il ventaglio, e a poco a poco lo esamina)
    Crespino: (Oh cospetto di bacco! Mi era andato di mente. Mi ha mandato
    la signora Geltruda a cercar il signor Evaristo,  l'ho trovato qui,  e
    non gli ho detto niente. Ma la sua malattia...  Il ventaglio...  Me ne
    sono  scordato.  Andarei ad avvertirlo,  ma in quella casa non ci vado
    per cagion di Moracchio.  Far cos,  ander a  ritrovare  la  signora
    Geltruda.  Le dir che il signor Evaristo  in casa di Giannina,  e lo
    mander a chiamare da chi vorr). (entra nella bottega della merciaia)
    Conte: Eh!  (con sprezzo) Guarda e riguarda:  un ventaglio.  Che  pu
    costar?...  che  so io?  Sette o otto paoli.  Se fosse qualche cosa di
    meglio,  lo donerei alla signora Candida,  che questa mattina ha rotto
    il suo. Ma perch no? Non  poi tanto cattivo.
    Giannina:  (alla  finestra)  (Non  vedo  Crespino.  Dove sar andato a
    quest'ora?)
    Conte: Queste figure non sono ben dipinte,  ma mi pare che  non  siano
    mal disegnate.
    Giannina: (Oh cosa vedo! Il ventaglio in mano del signor Conte! Presto
    presto andiamo a risvegliare il signor Evaristo). (via)
    Conte: Basta, non si ricusa mai niente. Qualche cosa far.


    SCENA NONA.
    BARONE dall'osteria, e detto [poi TOGNINO].

    Barone: Amico, mi avete piantato l.
    Conte: Ho veduto che non avevate volont di parlare.
    Barone: S,   vero; non posso ancor darmi pace... Ditemi, vi pare che
    possiamo ora tentar di riveder queste signore?
    Conte: Perch no? Mi viene ora in mente una cosa buona. Volete,  ch'io
    vi  faccia  un  regalo?  Un regalo,  con cui vi potete far onore colla
    signora Candida.
    Barone: Cos' questo regalo?
    Conte: Sapete che questa mattina ella ha rotto il suo ventaglio?
    Barone: E' vero; m' stato detto.
    Conte: Ecco un ventaglio.  Andiamola a ritrovare,  e  presentateglielo
    voi  colle  vostre  mani.  (lo d al Barone) Guardate,  guardate non 
    cattivo.
    Barone: E volete dunque...
    Conte: S,  presentatelo come voi.  Io non voglio farmi alcun  merito.
    Lascio tutto l'onore a voi.
    Barone:  Accetter volentieri quest'occasione,  ma mi permetterete che
    dimandi cosa vi costa?
    Conte: Cosa v'importa a sapere quel che mi costa?
    Barone: Per soddisfarne il prezzo.
    Conte: Oh cosa serve! Mi meraviglio.  Anche voi mi avete donato quelle
    pistole...
    Barone: Non so che dire. Accetter le vostre finezze. (Dove diavolo ha
    trovato  questo  ventaglio?   Mi  pare  impossibile,  ch'egli  l'abbia
    comprato). (guardandolo)
    Conte: Ah cosa dite? Non  una galanteria? Non  venuto a tempo? Oh io
    in queste occasioni so quel che ci vuole. So prevedere.  Ho una camera
    piena  di queste galanterie per le donne.  Ors andiamo,  non perdiamo
    tempo. (corre e batte al palazzino)
    Tognino: (sulla terrazza) Cosa comanda?
    Conte: Si pu riverire queste signore?
    Tognino: La signora Geltruda  fuori di casa,  e la signora Candida  
    nella sua camera che riposa.
    Conte: Subito che si sveglia avvisateci.
    Tognino: Sar servita. (via)
    Conte: Avete sentito?
    Barone: Bene,  bisogna aspettare. Ho da scrivere una lettera a Milano,
    andr a scriverla dallo speziale. Se volete venire anche voi...
    Conte: No no da colui vi vado mal volentieri.  Andate  a  scrivere  la
    vostra lettera, io rester qui ad aspettare l'avviso del servitore.
    Barone: Benissimo. Ad ogni cenno sar con voi.
    Conte: Fidatevi di me, e non dubitate.
    Barone: (Ah,  mi fido poco di lui, meno della zia, e meno ancora della
    nipote). (va dallo speziale)
    Conte: Mi divertir col mio libro;  colla  mia  preziosa  raccolta  di
    favole meravigliose. (tira fuori il libro, e siede)


    SCENA DECIMA.
    EVARISTO dalla casa di Giannina, e detto.

    Evaristo: (Oh,  eccolo ancora qui,  dubitava, ch'ei fosse partito. Non
    so come il sonno abbia  potuto  prendermi  fra  tante  afflizioni.  La
    stanchezza...  la lassitudine. Ora mi par di rinascere. La speranza di
    ricuperar il ventaglio...) Signor Conte la riverisco divotamente.
    Conte: Servitor suo. (leggendo e ridendo)
    Evaristo: Permette, ch'io possa dirle una parola?
    Conte: Or ora son da voi. (come sopra)
    Evaristo: (Se non ha il ventaglio in mano, io non so come introdurmi a
    parlare).
    Conte: (si alza ridendo,  mette cvia il libro e s'avanza) Eccomi  qui.
    Cosa posso fare per servirvi?
    Evaristo:  Perdonate  se  vi  ho  disturbato.  (osservando  se vede il
    ventaglio)
    Conte: Niente, niente finir la mia favola un'altra volta.
    Evaristo: Non vorrei che mi accusaste di troppo ardito.
    Conte: Cosa guardate? Ho qualche macchia d'intorno? (si guarda)
    Evaristo: Scusatemi. Mi  stato detto che voi avevate un ventaglio.
    Conte: Un ventaglio?  (confondendosi) E' vero,  l'avete forse  perduto
    voi?
    Evaristo: S signor l'ho perduto io.
    Conte:  Ma  vi  sono  bene dei ventagli al mondo.  Cosa sapete che sia
    quello che avete perduto?
    Evaristo: Se volete aver la bont di lasciarmelo vedere...
    Conte: Caro amico mi dispiace che siete venuto un po' tardi.
    Evaristo: Come tardi?
    Conte: Il ventaglio non  pi in mano mia.
    Evaristo: Non  pi in mano vostra? (agitato)
    Conte: No, l'ho dato ad una persona.
    Evaristo: E a qual persona l'avete dato? (riscaldandosi)
    Conte: Questo  quello, ch'io non voglio dirvi.
    Evaristo: Signor Conte mi preme saperlo; mi preme aver quel ventaglio,
    e mi avete a dire chi l'ha.
    Conte: Non vi dir niente.
    Evaristo: Giuro al cielo, voi lo direte. (trasportato)
    Conte: Come! mi perdereste il rispetto?
    Evaristo: Lo dico,  e lo sosterr;  non  azione da  galantuomo.  (con
    caldo)
    Conte: Sapete voi che ho un paio di pistole cariche? (caldo)
    Evaristo:  Che  importa  a  me delle vostre pistole?  Il mio ventaglio
    signore.
    Conte: Che diavolo di vergogna!  Tanto strepito per  uno  straccio  di
    ventaglio che valer cinque paoli.
    Evaristo: Vaglia quel che sa valere,  voi non sapete quello che costa,
    ed io darei per riaverlo... S, darei cinquanta zecchini.
    Conte: Dareste cinquanta zecchini!
    Evaristo: S, ve lo dico,  e ve lo prometto.  Se si potesse ricuperare
    darei cinquanta zecchini.
    Conte:  (Diavolo,  bisogna  che sia dipinto da Tiziano,  o da Raffaelo
    d'Urbino).
    Evaristo: Deh signor Conte fatemi questa grazia, questo piacere.
    Conte: Vedr se si potesse ricuperare, ma sar difficile.
    Evaristo: Se la persona  che  l'ha,  volesse  cambiarlo  in  cinquanta
    zecchini, disponetene liberamente.
    Conte: Se l'avessi io, mi offenderei d'una simile proposizione.
    Evaristo:  Lo  credo benissimo.  Ma pu essere che la persona che l'ha
    non si offenda.
    Conte: Oh in quanto a questo, la persona si offenderebbe quanto me,  e
    forse forse... Amico, vi assicuro che sono estremamente imbrogliato.
    Evaristo: Facciamo cos, signor Conte. Questa  una scattola d'oro, il
    di cui solo peso val cinquantaquattro zecchini.  Sapete che la fattura
    raddoppia il prezzo;  non importa,  per ricevere  quel  ventaglio,  ne
    offerisco il cambio assai volentieri. Tenete. (glie la d)
    Conte: Ci sono de' diamanti in quel ventaglio? Io non ci ho badato.
    Evaristo: Non ci sono diamanti, non val niente, ma per me  prezioso.
    Conte: Bisogner vedere di contentarvi.
    Evaristo: Vi prego, vi supplico, vi sar obbligato.
    Conte:  Aspettate  qui.  (Sono un poco imbrogliato!) Far di tutto per
    soddisfarvi... e volete, ch'io dia in cambio la tabacchiera?
    Evaristo: S datela liberamente.
    Conte: Aspettate qui.  (s'incammina) E se la persona  mi  rendesse  il
    ventaglio, e non volesse la tabacchiera?
    Evaristo:  Signore  la  tabacchiera  l'ho  data a voi,   cosa vostra,
    fatene qual uso che vi piace.
    Conte: Assolutamente?
    Evaristo: Assolutamente.
    Conte: (Il Barone finalmente  galantuomo,    mio  amico).  Aspettate
    qui.  (Se  fossero  i  cinquanta  zecchini  non li accetterei,  ma una
    tabacchiera d'oro?  S signore,   un presente da titolato).  (va alla
    spezieria)
    Evaristo:  S  per giustificarmi presso dell'idol mio farei sagrifizio
    del mio sangue medesimo, se abbisognasse.


    SCENA UNDICESIMA.
    CRESPINO dalla bottega della merciaia, e detti [poi GIANNINA].

    Crespino: (Oh, eccolo qui). Signore la riverisco.  La signora Geltruda
    vorrebbe parlar con vossignoria.  E' qui in casa dalla merciaia,  e la
    prega di darsi l'incomodo di andar col che l'aspetta.
    Evaristo: Dite alla signora  Geltruda  che  sar  a  ricevere  i  suoi
    comandi,  che  la supplico d'aspettar un momento,  tanto ch'io vedo se
    viene una persona, che mi preme vedere, e verr subito ad obbedirla.
    Crespino: Sar servito. Come sta? Sta meglio?
    Evaristo: Grazie al cielo sto meglio assai.
    Crespino: Me ne consolo infinitamente. E Giannina sta bene?
    Evaristo: Io credo di s.
    Crespino: E' una buona ragazza Giannina.
    Evaristo: S  vero; e so che vi ama teneramente.
    Crespino: L'amo anch'io, ma...
    Evaristo: Ma che?
    Crespino: Mi hanno detto certe cose...
    Evaristo: Vi hanno detto qualche cosa di me?
    Crespino: Per dir la verit, signor s.
    Evaristo: Amico io sono un galantuomo, e la vostra Giannina  onesta.
    Crespino: (Oh s,  lo  credo  anch'io.  Non  mancano  mai  delle  male
    lingue).
    Conte: (sulla porta della spezieria, che torna)
    Evaristo:  Oh  andate  dalla  signora  Geltruda,  e  ditele  che vengo
    subito.(a Crespino)
    Crespino: Signor s. (s'incammina) Son sicuro, non vi  pericolo,  son
    sicuro. (passa vicino al Conte) Mi raccomando a lei per Giannina.
    Conte: Fidatevi della mia protezione.
    Crespino: Non vedo l'ora. (entra da Susanna)
    Evaristo: Ebbene, signor Conte?
    Conte: Ecco il ventaglio. (lo fa vedere)
    Evaristo: Oh, che piacere! Oh quanto vi sono obbligato! (lo prende con
    avidit)
    Conte: Guardate se  il vostro?
    Evaristo: S,  il mio senza altro. (vuol partire)
    Conte: E la tabacchiera?
    Evaristo: Non ne parliamo pi.  Vi son schiavo.  (corre ed entra dalla
    merciaia)
    Conte: Cosa vuol dire non  conoscere  le  cose  perfettamente!  Io  lo
    credevo un ventaglio ordinario, e costa tanto! Costa tanto, che merita
    il  cambio  d'una  tabacchiera  d'oro  di  questo  prezzo!  (piglia la
    tabacchiera) Evaristo  non  l'ha  voluta  indietro.  Il  Barone  forse
    forse...  non  l'avrebbe voluta ricevere...  S,   un poco disgustato
    veramente,  ch'io gli abbia ridomandato  il  ventaglio,  ma  avendogli
    detto,  ch'io lo presenter in nome suo,  si  un poco acquietato.  Ne
    comprer uno di tre, o quattro paoli, che far la stessa figura.
    Crespino: (che torna dalla merciaia) Manco male che la mia commissione
     poi andata assai bene.  La signora Geltruda merita d'esser  servita.
    Oh, signor Conte, adunque ella mi d buone speranze?
    Conte:  Buonissime.  Oggi  una giornata per me fortunata,  e tutte le
    cose mi vanno bene.
    Crespino: Se gli andasse bene anche questa!
    Conte: S, subito aspettate. Ehi Giannina.
    Giannina: (di casa) Signore, cosa vuole? Cosa pretende? (in collera)
    Conte: Non tanta furia,  non tanto caldo.  Voglio farvi  del  bene,  e
    maritarvi.
    Giannina: Io non ho bisogno di lei.
    Crespino: Sente? (al Conte)
    Conte:  Aspettate.  (a  Crespino)  Voglio  maritarvi  a  modo mio.  (a
    Giannina)
    Giannina: Ed io gli dico di no.
    Conte: E voglio darvi per marito Crespino.
    Giannina: Crespino? (contenta)
    Conte: Ah! cosa dite? (a Giannina)
    Giannina: Signor s, con tutta l'anima, con tutto il core.
    Conte: Vedete l'effetto della mia protezione? (a Crespino)
    Crespino: S signore lo vedo.


    SCENA DODICESIMA.
    MORACCHIO di casa, e detti.

    Moracchio: Cosa fate qui?
    Giannina: Cosa c'entrate voi?
    Conte: Giannina  si  ha  da  maritare  sotto  gli  auspici  della  mia
    protezione.
    Moracchio: Signor s, son contento, e tu vi acconsentirai o per amore,
    o per forza.
    Giannina: Oh vi acconsentir volentieri. (con seriet)
    Moracchio: Sar meglio per te.
    Giannina: E per farti vedere che vi acconsento, do la mano a Crespino.
    Moracchio: Signor Conte. (con affanno)
    Conte: Lasciate fare. (placidamente)
    Moracchio: Non era ella signor Conte impegnata per Coronato?


    SCENA TREDICESIMA.
    CORONATO dall'osteria, e detti.

    Coronato: Chi mi chiama?
    Moracchio: Venite qui, vedete. Il signor Conte vuol che mia sorella si
    mariti.
    Coronato: Signor Conte... (con smania)
    Conte:  Io sono un cavalier giusto,  un protettor ragionevole,  umano.
    Giannina non vi vuole,  ed io non posso,  non  deggio,  e  non  voglio
    usarle violenza.
    Giannina: Signor s, voglio Crespino a dispetto di tutto il mondo.
    Coronato: Cosa dite voi? (a Moracchio)
    Moracchio: Cosa dite voi? (a Coronato)
    Coronato: Non me n'importa un fico. Chi non mi vuol, non mi merita.
    Giannina: Cos va detto.
    Conte: Ecco l'effetto della mia protezione. (a Crespino)
    Coronato: Signor Conte ho mandato l'altro barile di vino.
    Conte: Portatemi il conto,  e vi pagher. (dicendo cos, tira fuori la
    scatola d'oro e prende tabacco)
    Coronato: (Ha la scatola d'oro, mi pagher). (via)
    Moracchio: Hai poi voluto fare a modo tuo. (a Giannina)
    Giannina: Mi par di s.
    Moracchio: Se te ne pentirai sar tuo danno.
    Conte: Non se ne pentir mai; avr la mia protezione.
    Moracchio: Pane, pane, e non protezione. (entra in casa)
    Conte: E cos quando si faranno le vostre nozze?
    Crespino: Presto.
    Giannina: Anche subito.


    SCENA QUATTORDICESIMA.
    BARONE dalla spezieria, e detti.

    Barone: Ebbene signor Conte, avete veduta la signora Candida? Le avete
    dato il ventaglio?  Perch non avete voluto che avessi io il  contento
    di presentarglielo?
    Giannina: (Come! non l'ha avuto il signor Evaristo?)
    Conte:  Io  non  ho  ancora  veduto  la  signora  Candida,  e circa il
    ventaglio ne ho degli altri, e ve ne ho destinato un migliore. Oh ecco
    qui la signora Geltruda.


    SCENA QUINDICESIMA.
    GELTRUDA, EVARISTO, SUSANNA, tutti tre dalla bottega di Susanna.

    Geltruda: Favoritemi di far discendere mia nipote, ditele che li ho da
    parlare, che venga qui. (a Susanna)
    Susanna: Sar servita. (va al palazzino, batte, aprono ed entra)
    Geltruda: Non ho piacere che il signor  Conte,  ed  il  signor  Barone
    entrino  in  casa.  A  quest'ora  possiamo  discorrere qui.  (piano ad
    Evaristo)
    Conte: Signora Geltruda,  appunto il signor  Barone,  ed  io  volevamo
    farvi una visita.
    Geltruda: Obbligatissima.  Adesso  l'ora del passeggio, prenderemo un
    poco di fresco.
    Barone: Ben tornato signor Evaristo. (serio)
    Evaristo: Vi son servitore. (serio)


    SCENA SEDICESIMA.
    CANDIDA e SUSANNA dal palazzino, e detti.

    Candida: Che mi comanda la signora zia?
    Geltruda: Andiamo a far quattro passi.
    Candida: (Ah,  qui quel perfido d'Evaristo!)
    Geltruda: Ma che vuol dire che non avete il ventaglio? (a Candida)
    Candida: Non sapete che questa mattina si  rotto?
    Geltruda: Ah s  vero; se si potesse trovarne uno!
    Barone: (Ora  il tempo di darglielo). (piano al Conte,  urtandolo con
    premura)
    Conte: (No in pubblico, no). (piano al Barone)
    Geltruda: Signor Evaristo, ne avrebbe uno a sorte?
    Evaristo: Eccolo a' vostri comandi.  (a Gertruda lo fa vedere,  ma non
    lo d)
    Candida: (si volta dall'altra parte con dispetto)
    Barone: (Il vostro ventaglio). (piano al Conte)
    Conte: (Diavolo! oib). (al Barone)
    Barone: (Fuori il vostro). (al Conte)
    Conte: (No, ora no). (al Barone)
    Geltruda: Nipote non volete ricevere le grazie del signor Evaristo?
    Candida: No signora, scusatemi; non ne ho di bisogno.
    Conte: (Vedete non l'accetta). (al Barone)
    Barone: (Date a me, date a me il vostro). (al Conte)
    Conte: (Volete far nascere una disfida?) (al Barone)
    Geltruda:  Si  potrebbe  sapere,   perch  non  volete  ricevere  quel
    ventaglio?
    Candida:  Perch  non    mio,  perch  non  era destinato per me.  (a
    Geltruda, con caricatura) E perch non  mio, n vostro decoro,  ch'io
    lo riceva.
    Geltruda: Signor Evaristo a voi tocca a giustificarvi.
    Evaristo: Lo far, se mi vien permesso.
    Candida: Con licenza. (vuol andar via)
    Geltruda: Restate qui che ve lo comando. (Candida resta)
    Barone: (Che imbroglio  questo?) (al Conte)
    Conte: (Io non so niente). (al Barone)
    Evaristo: Signora Susanna conoscete voi questo ventaglio?
    Susanna: S signore,  quello che avete comprato da me questa mattina,
    e ch'io imprudentemente ho creduto che l'aveste comprato per Giannina.
    Giannina: Oh cos mi piace: imprudentemente! (a Susanna)
    Susanna:  S,  confesso  il  mio torto,  e voi imparate da me a render
    giustizia alla verit.  Per altro io aveva qualche ragione,  perch il
    signor Evaristo ve l'aveva dato.
    Evaristo: Perch vi aveva io dato questo ventaglio? (a Giannina)
    Giannina:  Per  darlo alla signora Candida: ma quando voleva darglielo
    mi ha strapazzato;  e non  mi  ha  lasciato  parlare.  Io  poi  voleva
    rendervelo, voi non l'avete voluto, ed io lo ho dato a Crespino.
    Crespino: Ed io son caduto, e Coronato l'ha preso.
    Evaristo:  Ma  dov'  Coronato?  Come  poi    sortito  dalle  mani di
    Coronato?
    Crespino: Zitto,  non lo stiano a chiamare che giacch non c' dir io
    la verit. Piccato sono entrato nell'osteria per trovar del vino, l'ho
    trovato a caso, e l'ho portato via.
    Evaristo: E che cosa ne avete fatto?
    Crespino: Un presente al signor Conte.
    Conte: Ed io un presente al signor Barone.
    Barone: Voi l'avete riavuto! (al Conte, con sdegno)
    Conte: S, e l'ho rimesso nelle mani del signor Evaristo.
    Evaristo: Ed io lo presento alle mani della signora Candida.
    Candida: (fa una riverenza, prende il ventaglio, e ridendo si consola)
    Barone:  Che scena  questa?  Che impiccio  questo?  Sono io messo in
    ridicolo per cagione vostra? (al Conte)
    Conte: Giuro al Cielo, giuro al Cielo signor Evaristo!
    Evaristo: Via via signor Conte si quieti.  Siamo  amici,  mi  dia  una
    presa di tabacco.
    Conte: Io son cos, quando mi prendono colle buone non posso scaldarmi
    il sangue.
    Barone: Se non ve lo scaldate voi, me lo scalder io.
    Geltruda: Signor Barone...
    Barone: E voi signora vi prendete spasso di me? (a Geltruda)
    Geltruda: Scusatemi,  voi mi conoscete poco, signore. Non ho mancato a
    tutti i numeri del mio dovere.  Ho ascoltate le  vostre  proposizioni,
    mia  nipote  le  aveva ascoltate,  ed accettate,  ed io con piacere vi
    acconsentiva.
    Conte: Sentite? Perch le avevo parlato io. (al Barone)
    Barone: E voi, signora, perch lusingarmi? Perch ingannarmi?
    Candida: Vi domando  scusa,  signore.  Ero  agitata  da  due  passioni
    contrarie.  La  vendetta mi voleva far vostra,  e l'amore mi ridona ad
    Evaristo.
    Conte: Oh qui non c'entro.
    Evaristo: E se foste stato amante meno sollecito,  ed  amico  mio  pi
    sincero, non vi sareste trovato in caso tale.
    Barone:  S    vero,  confesso  la  mia  passione,  condanno  la  mia
    debolezza.  Ma detesto l'amicizia,  e la condotta  del  signor  Conte.
    (saluta e via)
    Conte: Eh niente,  siamo amici.  Si scherza. Fra noi altri colleghi ci
    conosciamo. Animo facciamo queste nozze, questo matrimonio.
    Geltruda: Entriamo  in  casa,  e  spero  che  tutto  si  adempir  con
    soddisfazione comune.
    Candida: (si fa fresco col ventaglio)
    Geltruda:  Siete  contenta d'aver nelle mani quel sospirato ventaglio?
    (a Candida)
    Candida: Non posso spiegare l'eccesso della mia contentezza.
    Giannina: Gran ventaglio!  ci  ha  fatto  girar  la  testa  dal  primo
    all'ultimo.
    Candida: E' di Parigi questo Ventaglio?
    Susanna: Vien di Parigi ve l'assicuro.
    Geltruda: Andiamo;  v'invito tutti a cena da noi. Beveremo alla salute
    di chi l'ha fatto.  (ai comici) Ringrazieremo  umilmente,  chi  ci  ha
    fatto l'onore di compatirlo.
