
    Carlo Goldoni.
    LA BOTTEGA DEL CAFFE'.




















    INDICE.

    L'autore a chi legge: pagina 3.
    Personaggi: pagina 5.

    ATTO PRIMO: pagina 7.
    ATTO SECONDO: pagina 54.
    ATTO TERZO: pagina 99.














    L'AUTORE A CHI LEGGE.

    Quando composi da prima la presente Commedia,  lo feci col Brighella e
    coll'Arlecchino,  ed ebbe,  a dir vero,  felicissimo incontro per ogni
    parte.  Ci non ostante,  dandola io alle stampe,  ho  creduto  meglio
    servire il Pubblico,  rendendola pi universale, cambiando in essa non
    solamente in toscano i due Personaggi suddetti,  ma tre altri  ancora,
    che col dialetto veneziano parlavano.
    Corse  in Firenze una Commedia con simil titolo e con vari accidenti a
    questa simili, perch da questa copiati.  Un amico mio di talento e di
    spirito  fece  prova di sua memoria;  ma avendola uno o due volte sole
    veduta rappresentare in Milano,  molte cose da lui  inventate  dovette
    per  necessit framischiarvi.  Donata ho all'amicizia la burla,  ed ho
    lodato l'ingegno; nulladimeno,  n voglio arrogarmi il buono che non 
    mio, n voglio che passi per mia qualche cosa che mi dispiace.
    Ho  voluto  pertanto  informare il Pubblico di un simil fatto,  perch
    confrontandosi la mia,  che  ora  io  stampo,  con  quella  dell'amico
    suddetto,  sia  palese  la  verit,  e  ciascheduno profitti della sua
    porzione di lode, e della sua porzione di biasimo si contenti.
    Questa Commedia ha caratteri tanto universali,  che in ogni luogo  ove
    fu  ella  rappresentata,  credevasi  fatta  sul  conio degli originali
    riconosciuti.  Il Maldicente fra gli altri trov il suo  prototipo  da
    per tutto,  e mi convenne soffrir talora,  bench innocente, la taccia
    d'averlo maliziosamente copiato.  No certamente,  non  son  capace  di
    farlo.
    I miei caratteri sono umani,  sono verisimili,  e forse veri, ma io li
    traggo dalla turba universale degli uomini, e vuole il caso che alcuno
    in essi si riconosca.  Quando ci accade,  non    mia  colpa  che  il
    carattere tristo a quel vizioso somigli;  ma colpa  del vizioso,  che
    dal carattere ch'io dipingo, trovasi per sua sventura attaccato.














    PERSONAGGI.

    RIDOLFO: (caffettiere).
    DON MARZIO: (gentiluomo napolitano).
    EUGENIO: (mercante).
    FLAMINIO (sotto nome di Conte Leandro).
    PLACIDA: (moglie di Flaminio, in abito di pellegrina).
    VITTORIA: (moglie di Eugenio).
    LISAURA: (ballerina).
    PANDOLFO: (biscazziere).
    TRAPPOLA: (garzone di Ridolfo).
    Un garzone del parrucchiere, che parla.
    Altro garzone del caffettiere, che parla.
    Un cameriere di locanda, che parla.
    Capitano di birri, che parla.
    Birri, che non parlano.
    Altri camerieri di locanda, che non parlano.
    Altri garzoni della bottega di caff, che non parlano.

    La scena stabile rappresenta una  piazzetta  in  Venezia,  ovvero  una
    strada  alquanto  spaziosa con tre botteghe: quella di mezzo ad uso di
    caff;  quella alla diritta,  di parrucchiere e barbiere;  quella alla
    sinistra  ad  uso di giuoco,  o sia biscazza;  e sopra le tre botteghe
    suddette si  vedono  alcuni  stanzini  praticabili  appartenenti  alla
    bisca, colle finestre in veduta della strada medesima. Dalla parte del
    barbiere  (con  una  strada in mezzo) evvi la casa della ballerina,  e
    dalla parte della  bisca  vedesi  la  locanda  con  porte  e  finestre
    praticabili.
















    ATTO PRIMO.

    Scena prima.
    (Ridolfo, Trappola e altri garzoni).

    RIDOLFO:  Animo,  figliuoli,  portatevi  bene;  siate lesti e pronti a
    servire gli avventori, con civilt,  con propriet: perch tante volte
    dipende  il  credito  di  una  bottega dalla buona maniera di quei che
    servono.
    TRAPPOLA: Caro signor padrone, per dirvi la verit,  questo levarsi di
    buon ora, non  niente fatto per la mia complessione.
    RIDOLFO:  Eppure  bisogna  levarsi  presto;  bisogna  servir tutti.  A
    buon'ora vengono quelli che hanno  da  far  viaggio,  i  lavoranti,  i
    barcaruoli, i marinai, tutta gente che si alza di buon mattino.
    TRAPPOLA: E' veramente una cosa che fa crepar di ridere vedere anche i
    facchini venire a bevere il loro caff.
    RIDOLFO:  Tutti  cercan di fare quello che fanno gli altri.  Una volta
    correva l'acquavite, adesso  in voga il caff.
    TRAPPOLA: E quella signora,  dove porto il  caff  tutte  le  mattine,
    quasi  sempre mi prega che io le compri quattro soldi di legna,  e pur
    vuole bere il suo caff.
    RIDOLFO: La gola  un vizio che non finisce mai,  ed  quel vizio  che
    cresce sempre quanto pi l'uomo invecchia.
    TRAPPOLA:  Non  si  vede  venir  nessuno a bottega;  si poteva dormire
    un'altra oretta.
    RIDOLFO: Or ora verr della gente;  non  poi tanto di  buon'ora.  Non
    vedete?  Il  barbiere  ha  aperto:    in bottega lavorando parrucche.
    Guarda, anche il botteghino del giuoco  aperto.
    TRAPPOLA: Oh in quanto poi a questa biscazza,  aperta che  un pezzo.
    Hanno fatto nottata.
    RIDOLFO: Buono! A messer Pandolfo avr fruttato bene.
    TRAPPOLA: A quel  cane  frutta  sempre  bene:  guadagna  nelle  carte,
    guadagna  negli  scrocchi,  guadagna  a  far di balla coi baratori.  I
    denari di chi va l dentro sono tutti suoi.
    RIDOLFO: Non v'innamorate mai di questo guadagno, perch la farina del
    diavolo va tutta in crusca.
    TRAPPOLA: Quel povero signor Eugenio! Lo ha precipitato.
    RIDOLFO: Guardate anche quello,  che  poco  giudizio!  Ha  moglie  una
    giovane  di garbo e di proposito,  e corre dietro a tutte le donne,  e
    poi di pi giuoca da disperato.
    TRAPPOLA: Piccole galanterie della giovent moderna.
    RIDOLFO: Giuoca con quel conte Leandro, e li ha persi sicuri.
    TRAPPOLA: Oh quel signor conte  un fior di virt!
    RIDOLFO: Oh via, andate a tostare il caff,  per farne una caffettiera
    di fresco.
    TRAPPOLA: Vi metto gli avanzi di ieri sera?
    RIDOLFO: No, fatelo buono.
    TRAPPOLA:  Signor padrone,  ho poca memoria.  Quant' che avete aperto
    bottega?
    RIDOLFO: Lo sapete pure. Saranno circa otto mesi.
    TRAPPOLA: E' tempo di mutar costume.
    RIDOLFO: Come sarebbe a dire?
    TRAPPOLA: Quando si apre una bottega nuova,  si fa il caff  perfetto.
    Dopo sei mesi al pi, acqua calda e brodo lungo. (parte)
    RIDOLFO:  E' grazioso costui!  spero che far bene per la mia bottega,
    perch in quelle botteghe dove vi  qualcheduno  che  sappia  fare  il
    buffone, tutti corrono.


    Scena seconda.
    (Ridolfo e Messer Pandolfo dalla bottega del giuoco, strofinandosi gli
    occhi come assonnato).

    RIDOLFO: Messer Pandolfo, volete il caff?
    PANDOLFO: S, fatemi il piacere.
    RIDOLFO:   Giovanni,   date  il  caff  a  messer  Pandolfo.   Sedete,
    accomodatevi.
    PANDOLFO: No,  no,  bisogna che io lo beva presto,  e che  ritorni  al
    travaglio. (Un giovane porta il caff a Pandolfo).
    RIDOLFO: Giuocano ancora in bottega?
    PANDOLFO: Si lavora a due telai.
    RIDOLFO: Cos presto?
    PANDOLFO: Giuocano da ieri in qua.
    RIDOLFO: A che giuoco?
    PANDOLFO: A un giuoco innocente: (prima e seconda.)
    RIDOLFO: E come va?
    PANDOLFO: Per me va bene.
    RIDOLFO: Vi siete divertito anche voi a giuocare?
    PANDOLFO: S, anch'io ho tagliato un poco.
    RIDOLFO: Compatite,  amico, io non ho da entrare ne' vostri interessi;
    ma non ist bene che il padrone della bottega giuochi anche lui perch
    se perde, si fa burlare, e se guadagna, fa sospettare.
    PANDOLFO: A me basta che non mi burlino; del resto poi, che sospettino
    quanto vogliono, non ci penso.
    RIDOLFO: Caro amico,  siamo vicini,  e non vorrei,  che vi accadessero
    delle  disgrazie.   Sapete  che  per  il  vostro  giuoco  siete  stato
    dell'altre volte in cattura.
    PANDOLFO: Mi contento di poco.  Ho buscati  due  zecchini,  e  non  ho
    voluto altro.
    RIDOLFO: Bravo!  pelar la quaglia senza farla gridare.  A chi li avete
    vinti?
    PANDOLFO: Ad un garzone d'orefice.
    RIDOLFO: Male,  malissimo: cos si da mano ai giovani perch rubino ai
    loro padroni.
    PANDOLFO:  Eh!  non  mi venite a moralizzare.  Chi  gonzo stia a casa
    sua. Io tengo giuoco per chi vuole giocare.
    RIDOLFO: Tener giuoco stimo il meno;  ma voi siete preso di  mira  per
    giuocator  di  vantaggio,  e  in  questa  sorta di cose si fa presto a
    precipitare.
    PANDOLFO: Io bricconate non ne fo.  So giuocare.  Son fortunato e  per
    questo vinco.
    RIDOLFO:  Bravo,  tirate  innanzi cos.  Il signor Eugenio ha giuocato
    questa notte?
    PANDOLFO: Giuoca anche adesso.  Non ha cenato,  non ha  dormito  e  ha
    perso tutti i denari.
    RIDOLFO: (Povero giovine!)(da s). Quanto avr perduto?
    PANDOLFO: Cento zecchini in contanti, e ora perde sulla parola.
    RIDOLFO: Con chi giuoca?
    PANDOLFO: Col signor Conte.
    RIDOLFO: Con quello s fatto?
    PANDOLFO: Appunto con quello.
    RIDOLFO: E con chi altri?
    PANDOLFO: Loro due soli: a testa a testa.
    RIDOLFO: Poveraccio! Sta fresco davvero!
    PANDOLFO: Che importa? A me basta che scozzino delle carte assai.
    RIDOLFO: Non terrei giuoco, se credessi di farmi ricco.
    PANDOLFO: No? Per quale ragione?
    RIDOLFO:  Mi  pare,  che  un  galantuomo  non  debba soffrire di veder
    assassinar la gente.
    PANDOLFO: Eh,  amico,  se sarete cos delicato di pelle,  farete pochi
    quattrini.
    RIDOLFO: Non me ne importa niente.  Finora sono stato a servire,  e ho
    fatto il mio debito onoratamente.  Mi sono avanzato quattro  soldi,  e
    coll'aiuto  del mio padrone di allora,  ch'era il padre,  come sapete,
    del signor Eugenio,  ho aperta  questa  bottega,e  con  questa  voglio
    vivere onoratamente, e non voglio far torto alla mia professione.
    PANDOLFO:  Oh!  anche  nella  vostra  professione  vi sono de'bei capi
    d'opera!
    RIDOLFO: Ve ne sono in tutte le professioni. Ma da quelli non vanno le
    persone ragguardevoli che vengono alla mia bottega.
    PANDOLFO: Avete anche voi gli stanzini segreti.
    RIDOLFO: E' vero; ma non si chiude la porta.
    PANDOLFO: Il caff non potete negarlo a nessuno.
    RIDOLFO: Le chicchere non si macchiano.
    PANDOLFO: Eh via! si serra un occhio.
    RIDOLFO: Non si serra niente;  in questa bottega non  vien  che  gente
    onorata.
    PANDOLFO: S, s, siete principiante.
    RIDOLFO: Che vorreste dire?
    (Gente della bottega del giuoco chiama:) Carte!)
    PANDOLFO: La servo. (verso la sua bottega).
    RIDOLFO: Per carit, levate dal tavolino quel povero signore Eugenio.
    PANDOLFO:  Per  me,   che  perda  anche  la  camicia,  non  ci  penso.
    (s'incammina verso la sua bottega).
    RIDOLFO: Amico, il caff ho da notarlo?
    PANDOLFO: Niente, lo giuocheremo a primiera.
    RIDOLFO: Io non sono un gonzo, amico.
    PANDOLFO: Via, che serve?  Sapete pure che i miei avventori si servono
    alla  vostra  bottega.  Mi  meraviglio  che attendiate a quete piccole
    cose. (s'incammina)
    (Tornano a chiamare).
    PANDOLFO: Eccomi. (entra nel giuoco).
    RIDOLFO: Bel mestiere!  vivere sulle  disgrazie,  sulla  rovina  della
    giovent!  Per  me  non  vi  sar  mai  pericolo che tenga giuoco.  Si
    principia con i giuochetti, e poi si termina colla bassetta.  No,  no,
    caff,  caff;  giacch  col caff si guadagna il cinquanta per cento,
    che cosa vogliamo cercar di pi?


    Scena terza.
    (Don Marzio e Ridolfo).

    RIDOLFO: (Ecco qui,  quel che non tace mai,  e che sempre  vuole  aver
    ragione.) (da s)
    DON MARZIO: Caff!
    RIDOLFO: Subito, sar servita.
    DON MARZIO: Che vi  di nuovo, Ridolfo?
    RIDOLFO: Non saprei, signore.
    DON MARZIO: Non si  ancora veduto nessuno a questa vostra bottega.
    RIDOLFO: E' anco buon'ora.
    DON MARZIO: Buon'ora? Sono sedici ore sonate.
    RIDOLFO: Oh illustrissimo no, non sono ancora quattordici.
    DON MARZIO: Eh, via, buffone!
    RIDOLFO: Le assicuro io che le quattordici ore non sono sonate.
    DON MARZIO: Eh, via, asino!
    RIDOLFO: Ella mi strapazza senza ragione.
    DON  MARZIO:  Ho  contato  in questo punto le ore,  e vi dico che sono
    sedici;  e poi guardate il mio orologio (gli mostra l'orologio);questo
    non fallisce mai.
    RIDOLFO:  Bene,  se  il  suo  orologio non fallisce,  osservi;  il suo
    orologio medesimo mostra tredici ore e tre quarti.
    DON MARZIO: Eh, non pu essere. (cava l'occhialetto e guarda)
    RIDOLFO: Che dice?
    DON MARZIO: Il mio orologio va male.  Sono sedici ore.  Le ho  sentite
    io.
    RIDOLFO: Dove l'ha comprato quell'orologio?
    DON MARZIO: L'ho fatto venir di Londra.
    RIDOLFO: L'hanno ingannata.
    DON MARZIO: Mi hanno ingannato? Perch?
    RIDOLFO: Le hanno mandato un orologio cattivo. (ironicamente)
    DON MARZIO: Come cattivo?  E' uno dei pi perfetti, che abbia fatto il
    Quare.
    RIDOLFO: Se fosse buono, non fallirebbe di due ore.
    DON MARZIO: Questo va sempre bene, non fallisce mai.
    RIDOLFO: Ma se fa quattordici ore meno un  quarto,  e  dice  che  sono
    sedici.
    DON MARZIO: Il mio orologio va bene.
    RIDOLFO: Dunque saranno or ora quattordici, come dico io.
    DON MARZIO: Sei un temerario.  Il mio orologio va bene, tu di' male, e
    guarda ch'io non ti dia qualche cosa nel capo.  (un giovane  porta  il
    caff)
    RIDOLFO: E' servita del caff. (con sdegno)(Oh che bestiaccia!)(da s)
    DON MARZIO: Si  veduto il signor Eugenio?
    RIDOLFO: Illustrissimo signor no.
    DON  MARZIO: Sar in casa a carezzare la moglie.  Che uomo effeminato!
    Sempre moglie! Non si lascia pi vedere, si fa ridicolo. E' un uomo di
    stucco.  Non sa quel che si  faccia.  Sempre  moglie!  sempre  moglie!
    (bevendo il caff)
    RIDOLFO:  Altro che moglie!  E' stato tutta la notte a giuocare qui da
    messer Pandolfo.
    DON MARZIO: Se lo dico  io.  Sempre  giuoco.  Sempre  giuoco!  (da  la
    chicchera e s'alza)
    RIDOLFO: (Sempre giuoco;  sempre moglie;  sempre il diavolo, che se lo
    porti!) (da s)
    DON MARZIO: E' venuto da me l'altro  giorno  con  tutta  segretezza  a
    pregarmi  che  gli prestassi dieci zecchini sopra un paio di orecchini
    di sua moglie.
    RIDOLFO: Vede bene;  tutti gli uomini sono soggetti ad  avere  qualche
    volta  bisogno;  ma  non tutti hanno piacere poi che si sappia,  e per
    questo sar venuto da lei, sicuro che non dir niente a nessuno.
    DON MARZIO: Oh io non parlo. Fo volentieri servizio a tutti,  e non me
    ne  vanto.  (mostra gli orecchini in una custodia) Eccoli qui;  questi
    sono gli orecchini sua moglie. Gli ho prestato dieci zecchini; vi pare
    che io sia coperto?
    RIDOLFO: Io non me ne intendo, ma mi par di s.
    DON MARZIO: Avete il vostro garzone?
    RIDOLFO: Ci sar.
    DON MARZIO: Chiamatelo. Ehi, Trappola.


    Scena quarta.
    (Trappola dall'interno della bottega, detti.)

    TRAPPOLA: Eccomi.
    DON MARZIO: Vieni qui.  Va dal gioielliere qui  vicino,  fagli  vedere
    questi  orecchini,  che  sono  della  moglie  del  signor  Eugenio,  e
    dimandagli da parte mia, se io sono al coperto di dieci zecchini,  che
    gli ho prestati.
    TRAPPOLA: Sar servita.  Dunque questi orecchini sono della moglie del
    signor Eugenio?
    DON MARZIO: S, or ora non ha pi niente;  morto di fame.
    RIDOLFO: (Meschino, in che mani  capitato!) (da s)
    TRAPPOLA: E al signor Eugenio non importa niente di far sapere i fatti
    suoi a tutti?
    DON MARZIO: Io sono una  persona,  alla  quale  si  pu  confidare  un
    segreto.
    TRAPPOLA:  Ed  io  sono  una  persona,  alla quale non si pu confidar
    niente.
    DON MARZIO: Perch?
    TRAPPOLA: Perch ho un vizio, che ridico tutto con facilit.
    DON MARZIO: Male malissimo;  se farai  cos  perderai  il  credito,  e
    nessuno si fider di te.
    TRAPPOLA:  Ma  come  ella  l'ha detto a me,  cos io posso dirlo ad un
    altro.
    DON MARZIO: Va a vedere se il barbiere  a tempo per farmi la barba.
    TRAPPOLA: La servo (da s) (per dieci quattrini vuole bere il caff, e
    vuole un servitore a suo comando.) (entra dal barbiere)
    DON MARZIO: Ditemi, Ridolfo: che cosa fa quella ballerina qui vicina?
    RIDOLFO: In verit non so niente.
    DON MARZIO: Mi  stato detto che il conte Leandro la  tiene  sotto  la
    sua tutela.
    RIDOLFO: Con grazia,  signore,  il caff vuol bollire. (da s) (Voglio
    badare a' fatti miei.) (entra in bottega)

    Scena quinta.
    (Trappola e Don Marzio.)

    TRAPPOLA: Il  barbiere  ha  uno  sotto;  subito  che  avr  finito  di
    scorticar quello, servir V. S. illustrissima.
    DON  MARZIO:  Dimmi:  sai  niente  tu  di quella ballerina che sta qui
    vicino?
    TRAPPOLA: Della signora Lisaura?
    DON MARZIO: S.
    TRAPPOLA: So, e non so.
    DON MARZIO: Raccontami qualche cosa.
    TRAPPOLA: Se racconter i fatti degli altri,  perder  il  credito,  e
    nessun si fider pi di me.
    DON MARZIO: A me lo puoi dire.  Sai chi sono,  io non parlo.  Il conte
    Leandro la pratica?
    TRAPPOLA: Alle sue ore la pratica.
    DON MARZIO: Che vuol dire alle sue ore?
    TRAPPOLA: Vuol dire, quando non  in caso di dar soggezione.
    DON MARZIO: Bravo;  ora capisco.  E' un amico di buon cuore,  che  non
    vuole recarle pregiudizio.
    TRAPPOLA: Anzi desidera che la si profitti per far partecipe anche lui
    delle sue care grazie.
    DON MARZIO: Meglio! Oh che Trappola malizioso! Va via, va a far vedere
    gli orecchini.
    TRAPPOLA:  Al  gioielliere  lo  posso  dire  che sono della moglie del
    signor Eugenio?
    DON MARZIO: S, diglielo pure.
    TRAPPOLA: (da s) (Fra il signor Don Marzio, ed io, formiamo
    una bellissima segreteria.) (parte)


    Scena sesta.
    (Don Marzio, poi Ridolfo.)

    DON MARZIO: Ridolfo.
    RIDOLFO: Signore.
    DON MARZIO: Se voi non sapete niente della  ballerina,  vi  racconter
    io.
    RIDOLFO:  Io,  per  dirgliela,  dei  fatti  degli altri non me ne curo
    molto.
    DON MARZIO: Ma sta bene saper qualche cosa per potersi regolare.  Ella
      protetta  da  quella  buona pezza del conte Leandro,  ed egli,  dai
    profitti della ballerina ricava il prezzo della sua protezione. Invece
    di spendere,  mangia tutto a quella povera diavola;  e per cagione  di
    lui forse  costretta a fare quello che non farebbe. Oh che briccone!
    RIDOLFO: Ma, io son qui tutto il giorno, e posso attestare che in casa
    sua non vedo andare altri, che il conte Leandro.
    DON  MARZIO:  Ha  la porta di dietro;  pazzo,  pazzo!  Sempre flusso e
    riflusso. Ha la porta di dietro, pazzo!
    RIDOLFO: Io bado alla mia bottega,  s'ella ha la porta di dietro,  che
    importa a me? Io non vado a dar di naso a nessuno.
    DON MARZIO: Bestia! Cos parli con un par mio? (s'alza)
    RIDOLFO: Le domando perdono, non si pu dire una facezia?
    DON MARZIO: Dammi un bicchier di rosolio.
    RIDOLFO:  (da s) (Questa barzelletta mi coster due soldi.) (fa cenno
    ai giovani, che dieno il rosolio)
    DON MARZIO: (Oh  questa  poi  della  ballerina  voglio  che  tutti  la
    sappiano.) (da s)
    RIDOLFO: Servita del rosolio.
    DON  MARZIO:  Flusso  e  riflusso per la porta di dietro.  (bevendo il
    rosolio)
    RIDOLFO: Ella star male quando ha il flusso e riflusso per  la  porta
    di dietro.



    Scena settima.
    (Eugenio  dalla  bottega  del  giuoco,  vestito da notte e stralunato,
    guardando il cielo, e battendo i piedi; e detti.)

    DON MARZIO: Schiavo, signor Eugenio.
    EUGENIO: Che ora ?
    DON MARZIO: Sedici ore sonate.
    RIDOLFO: E il suo orologio va bene.
    EUGENIO: Caff!
    RIDOLFO: La servo, subito. (va in bottega)
    DON MARZIO: Amico, com' andata?
    EUGENIO: Caff! (non abbadando a Don Marzio)
    RIDOLFO: Subito. (di lontano)
    DON MARZIO: Avete perso? (ad Eugenio)
    EUGENIO: Caff. (gridando forte)
    DON MARZIO: (Ho inteso, gli ha persi tutti.) (da s, va a sedere)


    Scena ottava.
    (Pandolfo dalla bottega del giuoco, e detti.)

    PANDOLFO: Signor Eugenio, una parola. (lo tira in disparte)
    EUGENIO: So quel che volete dirmi.  Ho  perso  trenta  zecchini  sulla
    parola. Son, galantuomo, li pagher.
    PANDOLFO: Ma il signor Conte  l, che aspetta. Dice che ha esposto al
    pericolo i suoi denari, e vuol essere pagato.
    DON MARZIO: (Quanto pagherei a sentire che cosa dicono.) (da s)
    RIDOLFO: (ad Eugenio) Ecco il caff.
    EUGENIO: (a Ridolfo) Andate via.  (a Pandolfo) Ha vinti cento zecchini
    in contanti; mi pare che non abbia gettato via la notte.
    PANDOLFO: Queste non sono parole da giuocatore; V. S.  sa meglio di me
    come va l'ordine in materia di giuoco.
    RIDOLFO: (ad Eugenio) Signore, il caff si raffredda.
    EUGENIO: (a Ridolfo) Lasciatemi stare.
    RIDOLFO: Se non lo voleva...
    EUGENIO: Andate via.
    RIDOLFO: Lo bever io (si ritira col caff)
    DON MARZIO: (a Ridolfo, che non gli risponde) (Che cosa dicono?)
    EUGENIO:  (a  Pandolfo) So ancor io,  che quando si perde,  si paga ma
    quando non ve n', non si pu pagare.
    PANDOLFO: Sentite, per salvare la vostra riputazione,  son uomo capace
    di ritrovare trenta zecchini.
    EUGENIO: Oh bravo! (chiama forte) Caff!
    RIDOLFO: (ad Eugenio) Ora bisogna farlo.
    EUGENIO: Sono tre ore che domando caff, e ancora non l'avete fatto?
    RIDOLFO: L'ho portato, ed ella mi ha cacciato via.
    PANDOLFO: Gliel'ordini con premura, che lo far da suo pari.
    EUGENIO: (a Ridolfo) Ditemi, vi d l'animo di darmi un caff ma buono?
    Via, da bravo.
    RIDOLFO: Quando mi dia tempo, la servo. (va in bottega)
    DON MARZIO: (da s) (Qualche grand'affare. Sono curioso di saperlo.)
    EUGENIO: Animo, Pandolfo, trovatemi questi trenta zecchini.
    PANDOLFO: Io ho un amico, che gli dar; ma pegno, e regalo.
    EUGENIO:  Non  mi parlate di pegno,  che non facciamo niente.  Ho que'
    panni a Rialto,  che voi sapete;  obbligher que' panni,  e quando  li
    vender pagher
    DON  MARZIO:  (da  s)  (Pagher.  Ha  detto  pagher.  Ha perso sulla
    parola.)
    PANDOLFO: Bene: che cosa vuol dar di regalo?
    EUGENIO: Fate voi quel che credete a proposito.
    PANDOLFO: Senta; non vi vorr meno di un zecchino alla settimana.
    EUGENIO: Un zecchino di usura alla settimana?
    RIDOLFO: (col caff, ad Eugenio) Servita del caff.
    EUGENIO: (a Ridolfo) Andate via.
    RIDOLFO: La seconda di cambio.
    EUGENIO: (a Pandolfo) Un zecchino alla settimana?
    PANDOLFO: Per trenta zecchini  una cosa discreta.
    RIDOLFO: (ad Eugenio) Lo vuole, o non lo vuole?
    EUGENIO: (a Ridolfo) Andate via, che ve lo getto in faccia.
    RIDOLFO: (da s) (Poveraccio!  Il giuoco l'ha  ubriacato.)  (porta  il
    caff in bottega)
    DON  MARZIO:  (s'alza,  e  va vicino ad Eugenio) Signor Eugenio,  vi 
    qualche differenza? Volete che l'aggiusti io?
    EUGENIO: Niente, signor Don Marzio: la prego lasciarmi stare.
    DON MARZIO: Se avete bisogno, comandate.
    EUGENIO: Le dico che non mi occorre niente.
    DON MARZIO: Messer Pandolfo, che avete voi col signor Eugenio?
    PANDOLFO: Un piccolo affare,  che non abbiamo piacere di far sapere  a
    tutto il mondo.
    DON MARZIO: Io sono amico del signor Eugenio, so tutti i fatti suoi, e
    sa  che  non  parlo con nessuno.  Gli ho prestati anche dieci zecchini
    sopra un paio d'orecchini;  non   egli  vero?  e  non  l'ho  detto  a
    nessuno.
    EUGENIO: Si poteva anche risparmiare di dirlo adesso.
    DON  MARZIO:  Eh,  qui con messer Pandolfo si pu parlate con libert.
    Avete perso sulla parola? Avete bisogno di nulla? Son qui.
    EUGENIO: Per dirgliela, ho perso sulla parola trenta zecchini.
    DON MARZIO: Trenta  zecchini,  e  dieci,  che  ve  ne  ho  dati,  sono
    quaranta, gli orecchini non possono valer tanto,
    PANDOLFO: Trenta zecchini glieli trover io.
    DON MARZIO: Bravo;  trovateneglie quaranta;  mi darete i miei dieci, e
    vi dar i suoi orecchini.
    EUGENIO: (da s) (Maledetto sia quando mi sono impicciato con costui.)
    DON MARZIO:  (ad  Eugenio)  Perch  non  prendere  il  danaro  che  vi
    offerisce il signor Pandolfo?
    EUGENIO: Perch vuole un zecchino alla settimana.
    PANDOLFO:  Io per me non voglio niente;   l'amico che fa il servizio,
    che vuole cos.
    EUGENIO: Fate una cosa: parlate col signor Conte,  ditegli che mi  dia
    tempo ventiquattr'ore; son galantuomo, lo pagher.
    PANDOLFO: Ho paura ch'egli abbia da andar via,  e che voglia il danaro
    subito.
    EUGENIO: Se potessi  vendere  una  pezza  o  due  di  que'  panni,  mi
    spiccerei.
    PANDOLFO: Vuole che veda io di ritrovare il compratore?
    EUGENIO: S,  caro amico,  fatemi il piacere, che vi pagher la vostra
    sensaria.
    PANDOLFO: Lasci che io dica una parola al signor Conte, e vado subito.
    (entra nella bottega del giuoco)
    DON MARZIO: (ad Eugenio) Avete perso molto?
    EUGENIO: Cento zecchini,  che aveva riscossi ieri,  e poi trenta sulla
    parola.
    DON MARZIO: Potevate portarmi i dieci, che vi ho prestati.
    EUGENIO:  Via,  non  mi  mortificate  pi;  ve  li dar i vostri dieci
    zecchini.
    PANDOLFO: )(col tabarro e cappello,  dalla sua  bottega).)  Il  signor
    Conte si  addormentato colla testa sul tavolino. Intanto vado a veder
    di  far  quel  servizio.  Se  si  risveglia,  ho  lasciato l'ordine al
    giovane, che gli dica il bisogno. V.S. non si parta di qui.
    EUGENIO: Vi aspetto in questo luogo medesimo.
    PANDOLFO: (da s) Questo tabarro  vecchio; ora  tempo di farmene uno
    nuovo a ufo. (parte)


    Scena nona.
    (Don Marzio ed Eugenio, poi Ridolfo.)

    DON MARZIO: Venite qui, sedete, beviamo il caff.
    EUGENIO: Caff! (siedono)
    RIDOLFO: A che giuoco giuochiamo, signor Eugenio? Si prende spasso de'
    fatti miei?
    EUGENIO: Caro amico, compatite, sono stordito.
    RIDOLFO: Eh, caro, signor Eugenio, se V.S.  volesse badare a me la non
    si troverebbe in tal caso.
    EUGENIO: Non so che dire, avete ragione.
    RIDOLFO:  Vado  a  farle un altro caff,  e poi la discorreremo.  (si,
    ritira in bottega)
    DON MARZIO: Avete  saputo  della  ballerina  che  pareva  non  volesse
    nessuno? Il Conte la mantiene.
    EUGENIO:  Credo  di  s,  che  possa  mantenerla,  vince  i zecchini a
    centinaia.
    DON MARZIO: Io ho saputo tutto.
    EUGENIO: Come l'avete saputo, caro amico?
    DON MARZIO: Eh, io so tutto. Sono informato di tutto. So quando vi va,
    quando esce. So quel che spende, quel che mangia; so tutto.
    EUGENIO: Il Conte  poi solo?
    DON MARZIO: Oib; vi  la porta di dietro.
    RIDOLFO: (col caff) Ecco qui il terzo caff. (ad Eugenio)
    DON MARZIO: Ah! che dite, Ridolfo? So tutto io della ballerina?
    RIDOLFO: Io le ho detto un'altra volta che non me ne intrico.
    DON MARZIO: Grand'uomo son io,  per saper ogni cosa!  Chi vuol  sapere
    quel che passa in casa di tutte le virtuose,  e di tutte le ballerina,
    ha da venir da me.
    EUGENIO: Dunque questa signora ballerina  un capo d'opera?
    DON MARZIO: L'ho veramente scoperta come va.  E' roba di tutto  gusto.
    Ah, Ridolfo, lo so io?
    RIDOLFO: Quando V.  S.  mi chiama in testimonio, bisogna ch'io dica la
    verit. Tutta la contrada la tiene per una donna da bene.
    DON MARZIO: Una donna da bene? una donna da bene?
    RIDOLFO: Io le dico che in casa sua non vi va nessuno.
    DON MARZIO: Per la porta di dietro, flusso e riflusso.
    EUGENIO: E s ella pare una ragazza pi tosto savia.
    DON MARZIO: S savia!  Il conte Buonatesta la mantiene.  Poi vi va chi
    vuole.
    EUGENIO: Io ho provato qualche volta a dirle delle paroline,  e non ho
    fatto niente.
    DON MARZIO: Avete un filippo da scommettere? Andiamo.
    RIDOLFO: (da s) (Oh che lingua!)
    EUGENIO: Vengo qui a bever il caff ogni giorno; e, per dirla,  non ho
    veduto andarvi nessuno.
    DON  MARZIO:  Non  sapete  che  ha  la  porta segreta qui nella strada
    remota? Vanno per di l.
    EUGENIO: Sar cos.
    DON MARZIO: E' senz'altro.


    Scena decima.
    (Il garzone del barbiere e detti.)

    GARZONE: (a Don Marzio) Illustrissimo, se vuol farsi far la barba,  il
    padrone l'aspetta.
    DON MARZIO: Vengo. E' cosi come vi dico. Vado a farmi la barba, e come
    torno vi dir il resto. (entra dal barbiere, e poi a tempo ritorna)
    EUGENIO: Che dite, Ridolfo? La ballerina si  tratta fuori.
    RIDOLFO: Cred'ella al signor Don Marzio? Non sa la lingua ch'egli ?
    EUGENIO:  Lo  so,  che ha una lingua che taglia e fende.  Ma parla con
    tanta franchezza, che convien dire che ei sappia quel che dice.
    RIDOLFO: Osservi, quella  la porta della stradetta.  A star qui la si
    vede; e giuro da uomo d'onore, che per di l in casa non va nessuno.
    EUGENIO: Ma il Conte la mantiene?
    RIDOLFO: Il Conte va per casa, ma si dice che la voglia sposare.
    EUGENIO:  Se  fosse cosi,  non vi sarebbe male;  ma dice il signor Don
    Marzio, che in casa vi va chi vuole.
    RIDOLFO: Ed io le dico che non vi va nessuno.
    DON MARZIO: (esce dal barblere col panno bianco al collo e la saponata
    sul viso) Vi dico che vanno per la porta di dietro.
    GARZONE: Illustrissimo, l'acqua si raffredda.
    DON MARZIO: Per la porta di dietro. (entra dal barbiere col garzone)
    Scena undicesima.
    (Eugenio e Ridolfo.)

    RIDOLFO: Vede? E' un uomo di questa fatta. Colla saponata sul viso...
    EUGENIO: S,  quando si  cacciata una cosa in testa vuole che sia  in
    quel modo.
    RIDOLFO: E dice male di tutti.
    EUGENIO: Non so come faccia a parlar sempre de' fatti altrui.
    RIDOLFO:  Le  dir: egli ha pochissime facolt,  ha poco da pensare a'
    fatti suoi, e per questo pensa sempre a quelli degli altri.
    EUGENIO: Veramente  fortuna il non conoscerlo.
    RIDOLFO: Caro signor Eugenio, come ha ella fatto a intricarsi con lui?
    Non aveva altri da domandare dieci zecchini in prestito?
    EUGENIO: Anche voi lo sapete?
    RIDOLFO: L'ha detto qui pubblicamente in bottega.
    EUGENIO: Caro amico,  sapete come va: quando uno ha bisogno si attacca
    a tutto.
    RIDOLFO: Anche questa mattina,  per quel che ho sentito,  V.  S.  si 
    attaccata poco bene.
    EUGENIO: Credete che messer Pandolfo mi voglia gabbare?
    RIDOLFO: Vedr che razza di negozio le verr a proporre.
    EUGENIO: Ma che devo fare?  Bisogna che io paghi trenta zecchini,  che
    li  ho  persi  sulla  parola.  Mi  vorrei liberare dal tormento di Don
    Marzio. Ho qualche altra premura; se posso vendere due pezze di panno,
    fo' tutti i fatti miei.
    RIDOLFO: Che qualit di panno  quello che vorrebbe esitare?
    EUGENIO: Panno padovano, che vale quattordici lire il braccio.
    RIDOLFO: Vuol ella che veda io di farglielo vendere con riputazione?
    EUGENIO: Vi sarei bene obbligato.
    RIDOLFO: Mi dia un poco di tempo, e lasci operare a me.
    EUGENIO: Tempo? Volentieri. Ma quello aspetta i trenta zecchini.
    RIDOLFO: Venga qui,  favorisca,  mi faccia un  ordine,  che  mi  sieno
    consegnate  due  pezze  di panno,  ed io medesimo le prester i trenta
    zecchini.
    EUGENIO: S, caro, vi sar obbligato. Sapr le mie obbligazioni.
    RIDOLFO: Mi maraviglio, non pretendo nemmeno un soldo.  Lo far per le
    obbligazioni ch'io ho colla buona memoria del suo signor padre,  che 
    stato mio buon padrone,  e dal quale riconosco la mia fortuna.  Non ho
    cuor di vederla assassinare da questi cani.
    EUGENIO: Voi siete un gran galantuomo.
    RIDOLFO: Favorisca di stender l'ordine in carta.
    EUGENIO: Son qui; dettatelo voi, ch'io scriver.
    RIDOLFO: Che nome ha il primo giovane del suo negozio?
    EUGENIO: Pasquino de' Cavoli.
    RIDOLFO:   (detta,   ed   Eugenio   scrive)   Pasquino  de'  Cavoli...
    consegnerete a Messer Ridolfo Gamboni... pezze due panno padovano... a
    sua elezione,  acci egli ne faccia esito per  conto  mio...  avendomi
    prestato  gratuitamente...  zecchini  trenta.)  Vi  metta la data e si
    sottoscriva.
    EUGENIO: Ecco fatto.
    RIDOLFO: Si fida ella di me?
    EUGENIO: Capperi! Non volete?
    RIDOLFO: Ed io mi fido di lei.  Tenga,  questi sono  trenta  zecchini.
    (gli numera trenta zecchini)
    EUGENIO: Caro amico, vi sono obbligato.
    RIDOLFO: Signor Eugenio,  glieli do,  acci possa comparire puntuale e
    onorato; le vender il panno io,  acci non le venga mangiato,  e vado
    subito  senza  perder  tempo:  ma la mi permetta che faccia con lei un
    piccolo sfogo d'amore,  per l'antica servit che le  professo.  Questa
    che V.  S.  tiene,  la vera strada di andare in rovina. Presto presto
    si perde il credito e si fallisce.  Lasci andare il giuoco,  lasci  le
    male pratiche,  attenda al suo negozio, alla sua famiglia, e si regoli
    con giudizio. Poche parole, ma buone,  dette da un uomo ordinario,  ma
    di buon cuore; se le ascolter, sar meglio per lei. (parte)


    Scena dodicesima.
    (Eugenio solo, poi Lisaura alla finestra.)

    EUGENIO: Non dice male; confesso che non dice male. Mia moglie, povera
    disgraziata,  che  mai  dir?  Questa  notte non mi ha veduto;  quanti
    lunari ella avr fatti?  Gi le donne,  quando non vedono il marito in
    casa, pensano cento cose una peggio dell'altra. Avr pensato, o che io
    fossi con altre donne, o che fossi caduto in qualche canale, o che per
    i debiti me ne fossi andato.  So che l'amore, ch'ella ha per me, la fa
    sospirare; le voglio bene ancor io,  ma mi piace la mia libert.  Vedo
    per,  che da questa mia libert ne ricavo pi mal che bene,  e che se
    facessi a modo di mia moglie,  le  faccende  di  casa  mia  andrebbero
    meglio.  Bisogner poi risolversi,  e metter giudizio. Oh quante volte
    ho detto cos! (vede Lisaura alla finestra) (Capperi!  Grand'aria!  Ho
    paura  di  s io,  che vi sia la porticina col giuocolino) Padrona mia
    riverita!
    LISAURA: Serva umilissima!
    EUGENIO: E' molto, signora, che  alzata dal letto?
    LISAURA: In questo punto.
    EUGENIO: Ha bevuto il caff?
    LISAURA: E' ancora presto. Non l'ho bevuto.
    EUGENIO: Comanda che io la faccia servire?
    LISAURA: Bene obbligata: non s'incomodi.
    EUGENIO: Niente,  mi maraviglio.  Giovani,  portate a  quella  signora
    caff, cioccolata; tutto quel ch'ella vuole, pago io.
    LISAURA:  La  ringrazio,  la  ringrazio.  Il  caff e la cioccolata li
    faccio in casa.
    EUGENIO: Avr della cioccolata buona?
    LISAURA: Per dirla,  perfetta.
    EUGENIO: La sa far bene?
    LISAURA: La mia serva s'ingegna.
    EUGENIO: Vuole che venga io a darle una frullatina?
    LISAURA: E' superfluo che s'incomodi.
    EUGENIO: Verr a beverla con lei, se mi permette.
    LISAURA: Non  per lei, signore.
    EUGENIO: Io mi degno  di  tutto;  apra,  via,  che  staremo  un'oretta
    insieme.
    LISAURA: Mi perdoni, non apro con questa facilit.
    EUGENIO: Ehi, dica, vuole che io venga per la porta di dietro?
    LISAURA: Le persone, che vengono da me, vengono pubblicamente.
    EUGENIO: Apra, via, non facciamo scene.
    LISAURA:  Dica  in  grazia,  signor  Eugenio:  ha veduto ella il conte
    Leandro?
    EUGENIO: Cos non lo avessi veduto.
    LISAURA: Hanno forse giuocato insieme la scorsa notte?
    EUGENIO: Pur troppo;  ma che serve,  che stiamo qui a  far  sentire  a
    tutti i fatti nostri? Apra, che le dir ogni cosa.
    LISAURA: Vi dico, signore, che io non apro a nessuno.
    EUGENIO:  Ha  forse  bisogno  che  il signor Conte le dia licenza?  Lo
    chiamer.
    LISAURA: Se cerco del signor Conte, ho ragione di farlo.
    EUGENIO: Ora la servo subito. E' qui in bottega, che dorme.
    LISAURA: Se dorme, lasciatelo dormire.


    Scena tredicesima.
    (Leandro dalla bottega del giuoco e detti.)

    LEANDRO: Non  dormo,  no,  non  dormo.  Son  qui  che  godo  la  bella
    disinvoltura del signor Eugenio.
    EUGENIO:  Che  ne  dite  dell'indiscretezza di questa signora?  Non mi
    vuole aprire la porta.
    LEANDRO: Chi vi credete ch'ella sia?
    EUGENIO: Per quel che dice Don Marzio, flusso e riflusso.
    LEANDRO: Mente don Marzio, e chi lo crede.
    EUGENIO: Bene.  Non sar cos;  ma col vostro mezzo non potrei io aver
    la grazia di riverirla?
    LEANDRO: Fareste meglio a darmi i miei trenta zecchini.
    EUGENIO:  I trenta zecchini ve li dar.  Quando si perde sulla parola,
    vi  tempo a pagare ventiquattr'ore.
    LEANDRO: Vedete, signora Lisaura? Questi sono quei gran soggetti,  che
    si  piccano  d'onoratezza.  Non  ha  un  soldo,  e pretende di fare il
    grazioso.
    EUGENIO: I giovani della mia sorta, signor Conte caro, non sono capaci
    di mettersi in un impegno senza  fondamento  di  comparir  con  onore.
    S'ella mi avesse aperto,  non avrebbe perduto il suo tempo,  e voi non
    sareste restato al di sotto coi vostri incerti.  Questi  sono  danari,
    questi  sono trenta zecchini,  e queste facce quando non ne hanno,  ne
    trovano.  Tenete i vostri trenta zecchini,  e imparate a  parlare  coi
    galantuomini della mia sorta. (va a sedere in bottega del caff)
    LEANDRO:  (da  s)  (Mi  ha  pagato,  dica  che  che  vuole,  che  non
    m'importa.) (a Lisaura) Aprite!
    LISAURA: Dove siete stato tutta questa notte?
    LEANDRO: Aprite!
    LISAURA: Andate al diavolo!
    LEANDRO: Aprite!  (versa gli zecchini nel Cappello,  acci Lisaura gli
    veda.)
    LISAURA: Per questa volta vi apro. (si ritira ed apre)
    LEANDRO:  Mi  fa  grazia,  mediante la raccomandazione di queste belle
    monete. (entra in casa)
    EUGENIO: Egli s,  ed io no?  Non sono chi sono,  se non gliela faccio
    vedere.


    Scena quattordicesima.
    (Placida da pellegrina ed Eugenio.)

    PLACIDA: Un poco di carit alla povera pellegrina.
    EUGENIO: (da s) (Ecco qui; corre la moda delle pellegrine.)
    PLACIDA:  (ad  Eugenio)  Signore,  per amor del cielo,  mi dia qualche
    cosa.
    EUGENIO: Che vuol dir questo,  signora  pellegrina?  Si  va  cosi  per
    divertimento o per pretesto?
    PLACIDA: N per l'un, n per l'altro.
    EUGENIO: Dunque per qual causa si gira il mondo?
    PLACIDA: Per bisogno.
    EUGENIO: Bisogno, di che?
    PLACIDA: Di tutto.
    EUGENIO: Anche di compagnia.
    PLACIDA:  Di  questa  non  avrei bisogno,  se mio marito non mi avesse
    abbandonata.
    EUGENIO: La solita canzonetta.  Mio marito mi ha abbandonata.  Di  che
    paese siete, signora?
    PIACIDA Piemontese.
    EUGENIO: E vostro marito?
    PLACIDA: Piemontese egli pure.
    EUGENIO: Che facev'egli al suo paese?
    PLACIDA: Era scritturale d'un mercante.
    EUGENIO: E perch se n' andato via?
    PLACIDA: Per poca volonta di far bene.
    EUGENIO:  Questa   una malattia che l'ho provata anch'io,  e non sono
    ancora guarito.
    PLACIDA: Signore, aiutatemi per carit.  Sono arrivata in questo punto
    a Venezia. Non so dove andare, non conosco nessuno, non ho danari, son
    disperata.
    EUGENIO: Che cosa siete venuta a fare a Venezia?
    PLACIDA: A vedere se trovo quel disgraziato di mio marito.
    EUGENIO: Come si chiama?
    PLACIDA: Flaminio Ardenti.
    EUGENIO: Non ho mai sentito un tal nome.
    PLACIDA: Ho timore che il nome se lo sia cambiato.
    EUGENIO: Girando per la citt, pu darsi che, se vi , lo troviate.
    PLACIDA: Se mi vedr, fuggir.
    EUGENIO:  Dovreste  far  cosi.   Siamo  ora  di  carnovale,   dovreste
    mascherarvi, e cos pi facilmente lo trovereste.
    PLACIDA: Ma come posso farlo, se non ho alcuno che mi assista?  Non so
    nemmeno dove alloggiare.
    EUGENIO: (da s) (Ho inteso,  or ora vado in pellegrinaggio ancor io).
    Se volete, questa  una buona locanda.
    PLACIDA: Con che coraggio ho da presentarmi alla locanda,  se  non  ho
    nemmeno da pagare il dormire?
    EUGENIO: Cara pellegrina, se volete un mezzo ducato, ve lo posso dare.
    (da s) (Tutto quello che mi  avanzato dal giuoco.)
    PLACIDA:  Ringrazio la vostra piet.  Ma pi del mezzo ducato,  pi di
    qual si sia moneta, mi sarebbe cara la vostra protezione.
    EUGENIO: (da s) (Non vuole il mezzo ducato;  vuole  qualche  cosa  di
    pi.)


    Scena quindicesima.
    (Don Marzio dal barbiere e detti.)

    DON MARZIO: (da s) (Eugenio con una pellegrina!  Sar qualche cosa di
    buono!) (siede al caff, guardando la pellegrina coll'occhialetto)
    PLACIDA:  Fatemi  la   carit;   introducetemi   voi   alla   locanda.
    Raccomandatemi al padrone di essa,  acci, vedendomi cos sola, non mi
    scacci, o non mi maltratti.
    EUGENIO: Volentieri.  Andiamo,  che vi accompagner.  Il locandiere mi
    conosce,  e  a riguardo mio,  spero che vi user tutte le cortesie che
    potr.
    DON MARZIO: (da s) (Mi pare d'averla veduta altre volte).  (guarda di
    lontano coll'occhialetto)
    PLACIDA: Vi sar eternamente obbligata.
    EUGENIO:  Quando  posso,  faccio del bene a tutti.  Se non ritroverete
    vostro marito, vi assister io. Sono di buon cuore.
    DON MARZIO: (da s) (Pagherei qualche cosa  di  bello  a  sentir  cosa
    dicono.)
    PLACIDA:  Caro  signore,  voi  mi  consolate colle vostre cortesissime
    esibizioni. Ma la carit d'un giovane, come voi, ad una donna, che non
     ancor vecchia, non vorrei che venisse sinistramente interpretata.
    EUGENIO: Vi dir,  signora: se  in  tutti  i  casi  si  avesse  questo
    riguardo,  si  verrebbe  a levare agli uomini la libert di fare delle
    opere di piet.  Se la mormorazione  fondata  sopra  un'apparenza  di
    male,  si  minora  la  colpa  del mormoratore;  ma se la gente cattiva
    prende motivo di sospettare da un'azione buona o  indifferente,  tutta
    la  colpa   sua,  e non si leva il merito a chi opera bene.  Confesso
    d'esser anch'io uomo di mondo;  ma mi picco insieme  d'esser  un  uomo
    civile, ed onorato.
    PLACIDA: Sentimenti d'animo onesto, nobile, e generoso.
    DON MARZIO: (ad Eugenio) Amico, chi  questa bella pellegrina?
    EUGENIO: (da s) (Eccolo qui;  vuol dar di naso in tutto). (a Placida)
    Andiamo in locanda.
    PLACIDA: Vi seguo. (entra in locanda con Eugenio)


    Scena sedicesima.
    (Don Marzio, poi Eugenio dalla locanda.)

    DON MARZIO: Oh, che caro signor Eugenio!  Egli applica a tutto,  anche
    alla  pellegrina.  Colei  mi  pare  certamente  sia  quella  dell'anno
    passato.  Scommetterei che  quella che veniva ogni sera  al  caff  a
    domandar l'elemosina.  Ma io per non glie ne ho mai dati, veh! I miei
    danari, che sono pochi, li voglio spender bene. Ragazzi,  non  ancora
    tornato  Trappola?  Non ha riportati gli orecchini,  che mi ha dati in
    pegno per dieci zecchini il signor Eugenio?
    EUGENIO: Che cosa dice de' fatti miei?
    DON MARZIO: Bravo, colla pellegrina!
    EUGENIO: Non si pu assistere una povera creatura,  che si ritrova  in
    bisogno?
    DON MARZIO: S,  anzi fate bene.  Povera diavola! Dall'anno passato in
    qua, non ha trovato nessuno che la ricoveri?
    EUGENIO: Come dall'anno passato! La conoscete quella pellegrina?
    DON MARZIO: Se la conosco? E come!  E' vero che ho corta vista,  ma la
    memoria mi serve.
    EUGENIO: Caro amico, ditemi chi ella .
    DON  MARZIO:  E'  una,  che  veniva l'anno passato a questo caff ogni
    sera, a frecciare questo e quello.
    EUGENIO: Se ella dice che non  mai pi stata in Venezia?
    DON MARZIO: E voi glielo credete? Povero gonzo!
    EUGENIO: Quella dell'anno passato di che paese era?
    DON MARZIO: Milanese.
    EUGENIO: E questa  piemontese.
    DON MARZIO: Oh s,  vero; era di Piemonte.
    EUGENIO: E' moglie d'un certo Flaminio Ardenti.
    DON MARZIO: Anche l'anno passato aveva con lei uno,  che  passava  per
    suo marito.
    EUGENIO: Ora non ha nessuno.
    DON MARZIO: La vita di costoro; ne mutano uno al mese.
    EUGENIO: Ma come potete dire che sia quella?
    DON MARZIO: Se la riconosco!
    EUGENIO: L'avete ben veduta?
    DON  MARZIO:  Il  mio  occhialetto  non  isbaglia;  e poi l'ho sentita
    parlare.
    EUGENIO: Che nome aveva quella dell'anno passato?
    DON MARZIO: Il nome poi non mi sovviene.
    EUGENIO: Questa ha nome Placida.
    DON MARZIO: Appunto; aveva nome Placida.
    EUGENIO: Se fossi sicuro di questo,  vorrei ben dirle quello che  ella
    si merita.
    DON  MARZIO: Quando dico una cosa io,  la potete credere.  Colei  una
    pellegrina, che invece d'essere alloggiata, cerca di alloggiare.
    EUGENIO: Aspettate,  che ora torno.  (Voglio sapere la verit.) (entra
    in locanda)


    Scena diciassettesima.
    (Don Marzio, poi Vittoria mascherata.)

    DON MARZIO: Non pu essere altro, che quella assolutamente; l'aria, la
    statura,  anche l'abito mi par quello.  Non l'ho veduta bene nel viso,
    ma  quella senz'altro;  e poi  quando  mi  ha  veduto,  subito  si  
    nascosta nella locanda.
    VITTORIA: Signor Don Marzio, la riverisco. (si smaschera)
    DON MARZIO: Oh signora mascheretta, vi sono schiavo.
    VITTORIA: A sorte, avreste voi veduto mio marito?
    DON MARZIO: S, signora, l'ho veduto.
    VITTORIA: Mi sapreste dire dove presentemente egli sia?
    DON MARZIO: Lo so benissimo.
    VITTORIA: Vi supplico dirmelo per cortesia.
    DON  MARZIO:  Sentite.  (la tira in disparte) E' qui in questa locanda
    con un pezzo di pellegrina, ma co' fiocchi.
    VITTORIA: Da quando in qua?
    DON MARZIO: Or ora,  in questo punto,   capitata qui una  pellegrina;
    l'ha veduta, gli  piaciuta, ed  entrato subitamente nella locanda.
    VITTORIA: Uomo senza giudizio! Vuol perdere affatto la riputazione.
    DON MARZIO: Questa notte l'avrete aspettato un bel pezzo.
    VITTORIA: Dubitava gli fosse accaduta qualche disgrazia.
    DON  MARZIO:  Chiamate  poca  disgrazia  aver  perso cento zecchini in
    contanti, e trenta sulla parola?
    VITTORIA: Ha perso tutti questi danari?
    DON MARZIO: S! Ha perso altro! Se giuoca tutto il giorno,  e tutta la
    notte, come un traditore.
    VITTORIA: (Misera me! Mi sento o strappar il cuore.) (da s)
    DON  MARZIO: Ora gli converr vendere a precipizio quel poco di panno,
    e poi ha finito.
    VITTORIA: Spero che non sia in istato di andar in rovina.
    DON MARZIO: Se ha impegnato tutto!
    VITTORIA: Mi perdoni; non  vero.
    DON MARZIO: Lo volete dire a me?
    VITTORIA: Io l'avrei a saper pi di voi.
    DON MARZIO: Se ha impegnato a me... Basta. Son galantuomo,  non voglio
    dir altro.
    VITTORIA: Vi prego dirmi che cosa ha impegnato.  Pu essere che io non
    lo sappia.
    DON MARZIO: Andate, che avete un bel marito.
    VITTORIA: Mi volete dire che cosa ha impegnato?
    DON MARZIO: Son galantuomo, non vi voglio dir nulla.


    Scena diciottesima.
    (Trappola colla scatola degli orecchini e detti.)

    TRAPPOLA: Oh, son qui; il gioielliere... (Uh! che vedo!  La moglie del
    signor Eugenio; non voglio farmi sentire.) (da s)
    DON MARZIO: (piano a Trappola) Ebbene, cosa dice il gioielliere?
    TRAPPOLA:  (piano  a  Don Marzio) Dice che saranno stati pagati pi di
    dieci zecchini, ma che non glieli darebbe.
    DON MARZIO: (a Trappola) Dunque non sono al coperto?
    TRAPPOLA: (a Don Marzio) Ho paura di no.
    DON MARZIO: (a Vittoria)  Vedete  le  belle  baronate  che  fa  vostro
    marito? Egli mi di in pegno questi orecchini per dieci zecchini, e non
    vagliono nemmeno sei.
    VITTORIA: Questi sono i miei orecchini.
    DON MARZIO: Datemi dieci zecchini, e ve li do.
    VITTORIA: Ne vagliono pi di trenta.
    DON MARZIO: Eh! trenta fichi! Siete d'accordo anche voi.
    VITTORIA: Teneteli fin a domani, ch'io trover i dieci zecchini.
    DON MARZIO: Fin a domani?  Oh non mi corbellate. Voglio andare a farli
    vedere da tutti i giolellieri di Venezia.
    VITTORIA: Almeno non dite che sono miei, per la mia riputazione.
    DON MARZIO: Che importa a me della vostra riputazione!  Chi  non  vuol
    che si sappia, non faccia pegni. (parte)


    Scena diciannovesima.
    (Vittoria e Trappola.)

    VITTORIA:  Che uomo indiscreto,  incivile!  Trappola,  dov' il vostro
    padrone?
    TRAPPOLA: Non lo so; vengo ora a bottega.
    VITTORIA: Mio marito dunque ha giuocato tutta la notte?
    TRAPPOLA: Dove l'ho lasciato iersera, l'ho ritrovato questa mattina.
    VITTORIA: Maledettissimo vizio! E ha perso cento e trenta zecchini?
    TRAPPOLA: Cos dicono.
    VITTORIA: Indegnissimo gioco!  E ora se ne sta con una  forestiera  in
    divertimenti?
    TRAPPOLA:  Signora s,  sar con lei.  L'ho veduto varie volte girarle
    d'intorno; sar andato in casa.
    VITTORIA: Mi dicono che questa forestiera sia arrivata poco fa.
    TRAPPOLA: No signora; sar un mese che la c'.
    VITTORIA: Non  una pellegrina?
    TRAPPOLA: Oib pellegrina; ha sbagliato perch finisce in (ina);  una
    ballerina.
    VITTORIA: E sta qui alla locanda!
    TRAPPOLA: Signora no, sta qui in questa casa. (accennando la casa)
    VITTORIA: Qui? Se mi ha detto il signor Don Marzio,  ch'egli ritrovasi
    in quella locanda con una pellegrina.
    TRAPPOLA: Buono! Anche una pellegrina?
    VITTORIA: Oltre la pellegrina vi  anche la ballerina?  Una di qua,  e
    una di l?
    TRAPPOLA: S,  signora;  far per navigar col vento sempre  in  poppa.
    Orza, e poggia, secondo soffia la tramontana, o lo scirocco.
    VITTORIA: E sempre ha da far questa vita?  Un uomo di quella sorta, di
    spirito,  di talento,  ha da perdere cos miseramente  il  suo  tempo,
    sacrificare  le  sue  sostanze,  rovinar  la  sua casa?  Ed io l'ho da
    soffrire?  Ed io mi ho da lasciar  maltrattare  senza  risentirmi?  Eh
    voglio  esser  buona,  ma  non  balorda;  non voglio che il mio tacere
    faciliti la sua mala condotta. Parler,  dir le mie ragioni;  e se le
    parole non bastano, ricorrer alla giustizia.
    TRAPPOLA: E' vero,  vero. Eccolo, che viene dalla locanda.
    VITTORIA: Caro amico, lasciatemi sola.
    TRAPPOLA: Si serva pure,  come pi le piace. (entra nell'interno della
    bottega)


    Scena ventesima.
    (Vittoria, poi Eugenio dalla locanda.)

    VITTORIA: Voglio accrescere la di lui sorpresa  col  mascherarmi.  (si
    maschera)
    EUGENIO: Io non so quel ch'io m'abbia a dire; questa nega, e quei tien
    sodo.  Don  Marzio  so  che    una  mala  lingua.  A queste donne che
    viaggiano non  da credere.  Mascheretta?  A buon'ora!  Siete  mutola?
    Volete caff? Volete niente? Comandate.
    VITTORIA: Non ho bisogno di caff, ma di pane. (si smaschera)
    EUGENIO: Come! Che cosa fate voi qui?
    VITTORIA: Eccomi qui strascinata dalla disperazione.
    EUGENIO: Che novit  questa? A quest'ora in maschera?
    VITTORIA: Cosa dite eh? Che bel divertimento! A quest'ora in maschera.
    EUGENIO: Andate subito a casa vostra!
    VITTORIA: Ander a casa, e voi resterete al divertimento.
    EUGENIO: Voi andate a casa, ed io rester dove mi piacer di restare.
    VITTORIA: Bella vita, signor consorte!
    EUGENIO: Meno ciarle, signora: vada a casa, che far meglio.
    VITTORIA: S, ander a casa; ma ander a casa mia, non a casa vostra.
    EUGENIO: Dove intendereste d'andare?
    VITTORIA:  Da mio padre;  il quale,  nauseato dei mali trattamenti che
    voi mi fate,  sapr farsi render ragione del vostro procedere e  della
    mia dote.
    EUGENIO: Brava,  signora,  brava. Questo  il gran bene che mi volete;
    questa  la premura che avete di me e della mia riputazione.
    VITTORIA: Ho sempre sentito dire che crudelt consuma amore.  Ho tanto
    sofferto, ho tanto pianto, ma ora non posso pi.
    EUGENIO: Finalmente, che cosa vi ho fatto?
    VITTORIA: Tutta la notte al giuoco!
    EUGENIO: Chi vi ha detto che io abbia giuocato?
    VITTORIA:  Me  l'ha  detto  il signor Don Marzio,  e che avete perduto
    cento zecchini in contanti, e trenta sulla parola.
    EUGENIO: Non gli credete, non  vero.
    VITTORIA: E poi ai divertimenti con la pellegrina.
    EUGENIO: Chi vi ha detto questo?
    VITTORIA: Il signor Don Marzio.
    EUGENIO: (Che tu sia maledetto!) Credetemi, non  vero.
    VITTORIA: E di pi  impegnare  la  roba  mia;  prendermi  un  paio  di
    orecchini,  senza  dirmi  niente.  Sono  azioni da farsi ad una moglie
    amorosa, civile e onesta come sono io?
    EUGENIO: Come avete saputo degli orecchini?
    VITTORIA: Me l'ha detto il signor Don Marzio.
    EUGENIO: Ah lingua da tanaglie!
    VITTORIA: Gi dice il signor Don Marzio,  e lo diranno tutti,  che uno
    di  questi  giorni  sarete  rovinato del tutto;  ed io,  prima che ci
    succeda, voglio assicurarmi della mia dote.
    EUGENIO: Vittoria, se mi voleste bene, non parlereste cos.
    VITTORIA: Vi voglio bene anche troppo, e se non vi avessi amato tanto,
    sarebbe stato meglio per me.
    EUGENIO: Volete andare da vostro padre?
    VITTORIA: S, certamente.
    EUGENIO: Non volete pi star con me?
    VITTORIA: Vi sar quando avrete messo giudizio.
    EUGENIO: (alterato) Oh, signora dottoressa, non mi stia ora a seccare.
    VITTORIA: Zitto; non facciamo scene per la strada.
    EUGENIO: Se aveste riputazione non verreste a cimentare vostro  marito
    in una bottega da caff.
    VITTORIA: Non dubitate, non ci verr pi.
    EUGENIO: Animo! via di qua.
    VITTORIA: Vado,  vi obbedisco,  perch una moglie onesta deve obbedire
    anche un marito  indiscreto.  Ma  forse,  forse  sospirerete  d'avermi
    quando non mi potrete vedere. Chiamerete forse per nome la vostra cara
    consorte,  quando  ella  non  sar  pi  in  grado di rispondervi e di
    aiutarvi.  Non vi potrete dolere dell'amor mio.  Ho fatto  quanto  far
    poteva una moglie innamorata di suo marito.  M'avete con ingratitudine
    corrisposto;  pazienza.  Pianger da voi lontana,  ma non  sapr  cos
    spesso i torti che voi mi fate.  V'amer sempre, ma non mi vedrete mai
    pi. (parte)
    EUGENIO: Povera donna!  Mi ha intenerito.  So che lo dice,  ma  non  
    capace  di farlo;  le andr dietro alla lontana,  e la piglier con le
    buone. S'ella mi porta via la dote, son rovinato. Ma non avra cuore di
    farlo.  Quando la moglie  in collera,  quattro  carezze  bastano  per
    consolarla. (parte)





















    ATTO SECONDO.

    Scena prima.
    (Ridolfo dalla strada, poi Trappola dalla bottega interna.)

    RIDOLFO: Ehi, giovani, dove siete?
    TRAPPOLA: Son qui, padrone.
    RIDOLFO: Si lascia la bottega sola, eh?
    TRAPPOLA: Ero l coll'occhio attento, e coll'orecchio in veglia. E poi
    che volete voi che rubino? Dietro al banco non vien nessuno.
    RIDOLFO: Possono rubar le chicchere.  So io,  che vi  qualcheduno che
    si fa l'assortimento di chicchere,  sgraffignandone una alla  volta  a
    danno dei poveri bottegai.
    TRAPPOLA:  Come  quelli  che  vanno  dove  sono rinfreschi,  per farsi
    provvisione di tazze, e di tondini.
    RIDOLFO: Il signor Eugenio  andato via?
    TRAPPOLA: Oh se sapeste! E' venuta sua moglie.  Oh che pianti!  Oh che
    lamenti!  Barbaro,  traditore,  crudele!  Un  poco  amorosa,  un  poco
    sdegnata. Ha fatto tanto che lo ha intenerito.
    RIDOLFO: E dove  andato?
    TRAPPOLA: Che domande?  Stanotte non  stato a  casa.  Sua  moglie  lo
    viene a ricercare; e domandate dove  andato?
    RIDOLFO: Ha lasciato nessun ordine?
    TRAPPOLA:  E'  tornato per la porticina di dietro a dirmi che a voi si
    raccomanda per il negozio de' panni, perch non ne ha uno.
    RIDOLFO: Le due pezze di  panno  le  ho  vendute  a  tredici  lire  il
    braccio,  ed ho tirato il denaro, ma non voglio ch'egli lo sappia; non
    glieli voglio dar tutti, perch se gli ha nelle mani, gli fara saltare
    in un giorno.
    TRAPPOLA: Quando sa che li avete, li vorr subito.
    RIDOLFO: Non gli dir d'averli avuti,  gli dar il suo bisogno,  e  mi
    regoler con prudenza.
    TRAPPOLA: Eccolo che viene: (Lupus est in fabula.)
    RIDOLFO: Cosa vuol dire questo latino?
    TRAPPOLA:  Vuol  dire:  il  lupo pesta la fava.  (si ritira in bottega
    sorridendo)
    RIDOLFO: E' curioso costui.  Vuol parlar  latino,  e  non  sa  nemmeno
    parlare italiano.


    Scena seconda.
    (Ridolfo, ed Eugenio.)

    EUGENIO: Ebbene, amico Ridolfo, avete fatto niente?
    RIDOLFO: Ho fatto qualche cosa.
    EUGENIO: So che avete avute le due pezze di panno, il giovine me lo ha
    detto. Le avete esitate?
    RIDOLFO: Le ho esitate.
    EUGENIO: A quanto?
    RIDOLFO: A tredici lire il braccio.
    EUGENIO: Mi contento: danari subito?
    RIDOLFO: Parte alla mano, e parte col respiro.
    EUGENIO: Oim! Quanto alla mano?
    RIDOLFO: Quaranta zecchini.
    EUGENIO: Via non vi  male. Datemeli, che vengono a tempo.
    RIDOLFO: Ma piano,  signor Eugenio: V.  S.  sa pure che le ho prestati
    trenta zecchini.
    EUGENIO: Bene, vi pagherete quando verr il restante del panno.
    RIDOLFO: Questo, la mi perdoni, non  un sentimento onesto da par suo.
    Ella sa  come  l'ho  servita,  con  prontezza,  spontaneamente,  senza
    interesse,  e la mi vuol far aspettare? Anch'io, o signore, ho bisogno
    del mio.
    EUGENIO: Via,  avete ragione.  Compatitemi,  avete ragione.  Tenete li
    trenta zecchini, e date quei dieci a me.
    RIDOLFO:  Con  questi  dieci  zecchini  non  vuol pagare il signor Don
    Marzio? Non si vuol levar d'intorno codesto diavolo tormentatore?
    EUGENIO: Ha il pegno in mano, aspetter.
    RIDOLFO: Cos poco stima V.  S.  la sua riputazione?  Si vuol  lasciar
    malmenare  dalla  lingua d'un chiacchierone?  Da uno che fa servizio a
    posta per vantarsi d'averlo fatto,  e che non ha  altro  piacere,  che
    mettere in discredito i galantuomini?
    EUGENIO: Dite bene,  bisogna pagarlo. Ma ho io da restar senza danari?
    Quanto respiro avete accordato al compratore?
    RIDOLFO: Di quanto avrebbe bisogno?
    EUGENIO: Che so io? Dieci, o dodici zecchini.
    RIDOLFO: Servita subito; questi sono dieci zecchini, e quando viene il
    signor Don Marzio, io ricuperer gli orecchini.
    EUGENIO: Questi dieci zecchini che mi date,  di qual ragione s'intende
    che sieno?
    RIDOLFO: Li tenga, e non pensi altro. A suo tempo conteggeremo.
    EUGENIO: Ma quando tireremo il resto del panno?
    RIDOLFO: La non ci pensi.  Spenda quelli,  e poi qualche cosa sar; ma
    badi bene di spenderli a dovere, di non gettarli.
    EUGENIO: S, amico, vi sono obbligato. Ricordatevi nel conto del panno
    tenervi la vostra senseria.
    RIDOLFO: Mi maraviglio;  fo il caffettiere,  e non fo il  sensale.  Se
    m'incomodo  per  un padrone,  per un amico,  non pretendo di farlo per
    interesse. Ogni uomo  in obbligo di aiutare l'altro quando pu, ed io
    principalmente ho obbligo di farlo con V. S.  per gratitudine del bene
    che  ho  ricevuto  dal  suo  signor  padre.  Mi chiamer bastantemente
    ricompensato,  se di questi danari,  che onoratamente le ho procurati,
    se ne servir per profitto della sua casa, per risarcire il suo decoro
    e la sua estimazione.
    EUGENIO:  Voi  siete  un  uomo  molto proprio e civile;   peccato che
    facciate  questo  mestiere;   meritereste  miglior  stato  e   fortuna
    maggiore.
    RIDOLFO:  Io  mi  contento  di  quello che il cielo mi concede,  e non
    cambierei il mio stato con tanti altri, che hanno pi apparenza e meno
    sostanza. A me nel mio grado non manca niente. Fo un mestiere onorato,
    un mestiere nell'ordine degli artigiani pulito, decoroso e civile.  Un
    mestiere che, esercitato con buona maniera e con riputazione, si rende
    grato a tutti gli ordini delle persone. Un mestiere reso necessario al
    decoro delle citt, alla salute degli uomini e all'onesto divertimento
    di chi ha bisogno di respirare. (entra in bottega)
    EUGENIO:  Costui   un uomo di garbo;  non vorrei per che qualcheduno
    dicesse che  troppo dottore.  In fatti per un  caffettiere  pare  che
    dica  troppo;  ma  in  tutte  le  professioni  ci sono degli uomini di
    talento e di probit.  Finalmente non parla n  di  filosofia,  n  di
    matematica: parla da uomo di buon giudizio;  e volesse il cielo che io
    ne avessi tanto, quanto egli ne ha.
    Scena terza.
    (Conte Leandro di casa di Lisaura ed Eugenio.)

    LEANDRO: Signor Eugenio, questi sono i vostri denari; eccoli qui tutti
    in questa borsa; se volete che ve gli renda, andiamo.
    EUGENIO: Son troppo sfortunato, non giuoco pi.
    LEANDRO: Dice il proverbio: una volta corre  il  cane,  e  l'altra  la
    lepre.
    EUGENIO: Ma io sono sempre la lepre, e voi sempre il cane.
    LEANDRO:  Ho un sonno che non ci vedo.  Son sicuro di non poter tenere
    le carte in mano;  eppure per questo maledetto vizio non m'importa  di
    perdere, purch giuochi.
    EUGENIO: Anch'io ho sonno. Oggi non giuoco certo.
    LEANDRO: Se non avete denari, non m'importa, io vi credo.
    EUGENIO: Credete,  che sia senza denari?  Questi sono zecchini; ma non
    voglio giuocare. (mostra la borsa con i dieci zecchini)
    LEANDRO: Giuochiamo almeno una cioccolata.
    EUGENIO: Non ne ho volont.
    LEANDRO: Una cioccolata per servizio.
    EUGENIO: Ma se vi dico...
    LEANDRO: Una cioccolata sola,  e chi parla di giuocar di pi perda  un
    ducato.
    EUGENIO: Via,  per una cioccolata,  andiamo. (da s) (Gi. Ridolfo non
    mi vede.)
    LEANDRO: (Il merlotto  nella rete.) (entra con Eugenio nella  bottega
    del giuoco)


    Scena quarta.
    (Don Marzio, poi Ridolfo dalla bottega.)

    DON  MARZIO:  Tutti gli orefici gioiellieri mi dicono che non vagliono
    dieci zecchini. Tutti si maravigliano che Eugenio m'abbia gabbato. Non
    si pu far servizio: non do pi, pi un soldo a nessuno, se lo vedessi
    crepare. Dove diavolo sar costui? Si sar nascosto per non pagarmi.
    RIDOLFO: Signore, ha ella gli orecchini del signor Eugenio?
    DON MARZIO: Eccoli qui;  questi belli orecchini non vagliono un corno;
    mi ha trappolato.  Briccone! si  ritirato per non pagarmi;  fallito,
     fallito.
    RIDOLFO: Prenda,  signore,  e non faccia altro fracasso;  questi  sono
    dieci zecchini, favorisca darmi i pendenti.
    DON MARZIO: Sono di peso? (osserva coll'occhialetto)
    RIDOLFO: Glieli mantengo di peso e se calano son qua io.
    DON MARZIO: Li mettete fuori voi?
    RIDOLFO: Io non c'entro: questi sono denari del signor Eugenio.
    DON MARZIO: Come ha fatto a trovare questi denari?
    RIDOLFO: Io non so i fatti suoi.
    DON MARZIO: Gli ha vinti al giuoco?
    RIDOLFO: Le dico che non lo so.
    DON MARZIO: Ah,  ora che ci penso,  avr venduto il panno.  S, s, ha
    venduto il panno; gliel'ha fatto vender messer Pandolfo.
    RIDOLFO: Sia come esser  si  voglia,  prenda  i  denari,  e  favorisca
    rendere a me gli orecchini.
    DON  MARZIO: Ve gli ha dati da s il signor Eugenio,  o ve gli ha dati
    Pandolfo?
    RIDOLFO: Oh l' lunga! Gli vuole, o non gli vuole?
    DON MARZIO: Date qua, date qua. Povero panno! L'avr precipitato.
    RIDOLFO: Mi d gli orecchini?
    DON MARZIO: Gli avete a portar a lui?
    RIDOLFO: A lui.
    DON MARZIO: A lui, o a sua moglie?
    RIDOLFO: (con impazienza) O a lui, o a sua moglie.
    DON MARZIO: Egli dov'?
    RIDOLFO: Non lo so.
    DON MARZIO: Dunque gli porterete a sua moglie?
    RIDOLFO: Gli porter a sua moglie.
    DON MARZIO: Voglio venire anch'io.
    RIDOLFO: Gli dia a me, e non pensi altro. Sono un galantuomo.
    DON MARZIO: Andiamo, andiamo, portiamoli a sua moglie. (s'incammina)
    RIDOLFO: So andarvi senza di lei.
    DON MARZIO: Voglio farle questa finezza. Andiamo, andiamo.(parte)
    RIDOLFO: Quando vuole una cosa, non vi  rimedio.  Giovani badate alla
    bottega. (lo segue)


    Scena quinta.
    (Garzoni in bottega, Eugenio dalla biscazza.)

    EUGENIO: Maledetta fortuna!  Gli ho persi tutti. Per una cioccolata ho
    perso dieci zecchini.  Ma l'azione che mi ha  fatto  mi  dispiace  pi
    della  perdita.  Tirarmi  sotto,  vincermi  tutti i denari,  e poi non
    volermi credere sulla parola? Ora s, che son punto; ora s, che darei
    dentro a giuocare sino a  domani.  Dica  Ridolfo  quel  che  sa  dire;
    bisogna che mi dia degli altri denari. Giovani, dov' il padrone?
    GARZONI: E' andato via in questo punto.
    EUGENIO: Dov' andato?
    GARZONI: Non lo so, signore.
    EUGENIO:  Maledetto  Ridolfo!  Dove  diavolo sar andato?  (alla porta
    della bisca) Signor Conte, aspettatemi, che or ora torno.  (in atto di
    partire) Voglio veder se trovo questo diavolo di Ridolfo.


    Scena sesta.
    (Pandolfo dalla strada e detto.)

    PANDOLFO: Dove, dove, signor Eugenio, cos riscaldato?
    EUGENIO: Avete veduto Ridolfo?
    PANDOLFO: Io no.
    EUGENIO: Avete fatto niente del panno?
    PANDOLFO: Signor s, ho fatto.
    EUGENIO: Via bravo, che avete fatto?
    PANDOLFO:  Ho  ritrovato  il compratore del panno;  ma con che fatica!
    L'ho fatto vedere da pi di dieci, e tutti lo stimano poco.
    EUGENIO: Questo compratore, quanto vuol dare?
    PANDOLFO: A forza di parole l'ho tirato a darmi otto lire al braccio.
    EUGENIO: Che diavolo dite?  Otto lire il braccio?  Ridolfo  me  ne  ha
    fatto vendere due pezze a tredici lire.
    PANDOLFO: Denari subito?
    EUGENIO: Parte subito, e il resto con respiro.
    PANDOLFO:  Oh  che  buon negozio!  Col respiro!  Io vi fo dare tutti i
    denari uno sopra l'altro.  Tante braccia di panno,  tanti  bei  ducati
    d'argento veneziani.
    EUGENIO: (da s) (Ridolfo non si vede! Vorrei denari; son punto.)
    PANDOLFO:  Se  avessi  voluto  vendere  il  panno a credenza,  l'avrei
    venduto anche sedici lire.  Ma col denaro alla  mano,  al  di  d'oggi,
    quando si possono pigliare, si pigliano.
    EUGENIO: Ma se costa a me dieci lire?
    PANDOLFO: Cosa importa perder due lire al braccio nel panno,  se avete
    i quattrini per fare i fatti vostri,  e da potervi riscattare di  quel
    che avete perduto?
    EUGENIO: Non si potrebbe migliorare il negozio? Darlo per il costo?
    PANDOLFO: Non vi  speranza di crescere un quattrinello.
    EUGENIO: (da s) (Bisogna farlo per necessit.) Via,  quel che s'ha da
    fare si faccia subito.
    PANDOLFO: Fatemi l'ordine per  aver  le  due  pezze  di  panno,  e  in
    mezz'ora vi porto qui il denaro.
    EUGENIO:  Son  qui  subito.  Giovani,  datemi da scrivere.  (I garzoni
    portano il tavolino col bisogno per scrivere)
    PANDOLFO: Scrivete al giovane che mi dia quelle due pezze di panno che
    ho segnate io.
    EUGENIO: Benissimo, per me  tutt'uno. (scrive)
    PANDOLFO: (da s) (Oh che bell'abito, che mi voglio fare.)
    Scena settima.
    (Ridolfo dalla strada e detti.)

    RIDOLFO: (da s)  (Il  signor  Eugenio  scrive  d'accordo  con  messer
    Pandolfo. Vi  qualche novit.)
    PANDOLFO:  (da s vedendo Ridolfo) (Non vorrei che costui mi venisse a
    interrompere sul pi bello.)
    RIDOLFO: Signor Eugenio, servitor suo.
    EUGENIO: (seguitando a scrivere) Oh, vi saluto.
    RIDOLFO: Negozi, negozi, signor Eugenio? negozi?
    EUGENIO: (scrivendo) Un piccolo negozietto.
    RIDOLFO: Posso esser degno di saper qualche cosa?
    EUGENIO: Vedete cosa vuol dire dar la roba a credenza?  Non  mi  posso
    prevalere  del  mio,  ho bisogno di denari,  e conviene ch'io rompa il
    collo ad altre due pezze di panno.
    PANDOLFO: Non si dice che rompa il collo a due pezze di panno,  ma che
    le vende come si pu.
    RIDOLFO: Quanto le danno il braccio?
    EUGENIO: Mi vergogno a dirlo. Otto lire.
    PANDOLFO: Ma i suoi quattrini l'un sopra all'altro.
    RIDOLFO: E vossignoria vuol precipitar la roba cos miseramente?
    EUGENIO: Ma se non posso far a meno. Ho bisogno di denari.
    PANDOLFO: Non  anche poco da un'ora all'altra trovar i denari che gli
    bisognano.
    RIDOLFO: (ad Eugenio) Di quanto avrebbe bisogno?
    EUGENIO: Che? avete da darmene?
    PANDOLFO: (da s) (Sta a vedere che costui mi rovina il negozio.)
    RIDOLFO: Se bastassero sei o sette zecchini, li troverei.
    EUGENIO: Eh via! Freddure, freddure! Ho bisogno di denari. (scrive)
    PANDOLFO: (da s) (Manco male!)
    RIDOLFO:  Aspetti;  quanto  importeranno  le due pezze di panno a otto
    lire il braccio?
    EUGENIO: Facciamo il conto.  Le pezze tirano sessanta braccia l'una: e
    due via sessanta, cento e venti. Cento e venti ducati d'argento.
    PANDOLFO: Ma vi  poi la senseria da pagare.
    RIDOLFO: (a Pandolfo) A chi si paga la senseria?
    PANDOLFO: (a Ridolfo) A me, signore, a me.
    RIDOLFO: Benissimo. Cento e venti ducati d'argento, a lire otto l'uno,
    quanti zecchini fanno?
    EUGENIO: Ogni undici quattro zecchini. Dieci via undici cento e dieci;
    e  undici,  cento  e  vent'uno.  Quattro via undici,  quarantaquattro.
    Quarantaquattro zecchini meno un  ducato.  Quarantatr  e  quattordici
    lire, moneta veneziana.
    PANDOLFO: Dica pure quaranta zecchini. I rotti vanno per la senseria.
    EUGENIO: Anche i tre zecchini vanno ne' rotti?
    PANDOLFO: Certo; ma i denari subito.
    EUGENIO: Via, via, non importa. Ve li dono.
    RIDOLFO:  (O che ladro!) Faccia ora il conto,  signor Eugenio,  quanto
    importano le due pezze di panno a tredici lire?
    EUGENIO: Oh, importano molto pi.
    PANDOLFO: Ma col respiro; e non pu fare i fatti suoi.
    RIDOLFO: Faccia il conto.
    EUGENIO: Ora il far colla penna.  (Cento  e  venti  braccia,  a  lire
    tredici il braccio. Tre via nulla; due via tre sei; un via tre; un via
    nulla;  un via due;  un via uno.  Somma: nulla; sei; due e tre cinque;
    uno. Mille cinquecento e sessanta lire. )
    RIDOLFO: Quanti zecchini fanno?
    EUGENIO: Subito ve lo so dire.  (conteggia) Settanta zecchini e  venti
    lire.
    RIDOLFO: Senza la senseria?
    EUGENIO: Senza la senseria.
    PANDOLFO: Ma aspettarli chi sa quanto.  Val pi una pollastra oggi che
    un cappone domani.
    RIDOLFO: Ella ha avuto da me: prima trenta zecchini, e poi dieci,  che
    fan  quaranta;  e  dieci  degli orecchini che ho ricuperati,  che sono
    cinquanta; dunque ha avuto da me, a quest'ora dieci zecchini di pi di
    quello che  gli  d  subito,  alla  mano,  un  sopra  l'altro,  questo
    onoratissimo signor sensale!
    PANDOLFO: (da s) (Che tu sia maledetto!)
    EUGENIO: E', vero, avete ragione; ma adesso ho necessit di danari.
    RIDOLFO:  Ha  necessit  di  danari?  ecco i danari: questi sono venti
    zecchini e venti lire che formano il  resto  di  settanta  zecchini  e
    venti  lire,  prezzo  delle cento e venti braccia di panno,  a tredici
    lire il braccio, senza pagare un soldo di senseria; subito, alla mano,
    un sopra l'altro, senza ladronerie,  senza scrocchi,  senza bricconate
    da truffatori.
    EUGENIO: Quand' cosi, Ridolfo caro, sempre pi vi ringrazio; straccio
    quest'ordine,  (a Pandolfo) e da voi,  signor sensale,  non mi occorre
    altro.
    PANDOLFO: (da s) (Il diavolo l'ha condotto qui.  L'abito  andato  in
    fumo.) Bene, non importa, avr gettati via i miei passi.
    EUGENIO: Mi dispiace del vostro incomodo.
    PANDOLFO: Almeno da bevere l'acquavite.
    EUGENIO: Aspettate;  tenete questo ducato (cava un ducato dalla borsa,
    che gli ha dato Ridolfo.)
    PANDOLFO: Obbligatissimo.  (da s) (Gi vi cascher  un'altra  volta.)
    (ad Eugenio) Mi comanda altro?
    EUGENIO: La grazia vostra.
    PANDOLFO:  (Vuole?)  (gli  fa  cenno se vuol giuocare,  in maniera che
    Ridolfo non veda)
    EUGENIO: (di nascosto egli pure a Pandolfo) (Andate, che vengo.)
    PANDOLFO: (Gi se gli  giuoca  prima  del  desinare.)  (va  nella  sua
    bottega e poi torna fuori)
    EUGENIO: Come  andata, Ridolfo? Avete veduto il debitore cosi presto?
    Vi ha dati subito i danari?
    RIDOLFO:  Per  dirgli  la  verit,  gli avevo in tasca sin dalla prima
    volta;  ma io non glieli  voleva  dar  tutti  subito,  acci  non  gli
    mandasse a male s presto.
    EUGENIO: Mi fate torto a dirmi cos; non sono gi un ragazzo. Basta...
    dove sono gli orecchini?
    RIDOLFO:  Quel  caro,  signor  Don  Marzio,  dopo  aver  avuti i dieci
    zecchini, ha voluto per forza portar gli orecchini colle sue mani alla
    signora Vittoria.
    EUGENIO: Avete parlato voi con mia moglie?
    RIDOLFO: Ho parlato certo; sono andato anch'io col signor Don Marzio.
    EUGENIO: Che dice?
    RIDOLFO: Non fa altro che piangere poverina! Fa compassione.
    EUGENIO: Se sapeste come era arrabbiala contro di me!  Voleva andar da
    suo padre, voleva la sua dote, voleva far delle cose grandi.
    RIDOLFO: Come l'ha accomodata?
    EUGENIO: Con quattro carezze.
    RIDOLFO: Si vede che le vuol bene:  assai di buon cuore.
    EUGENIO: Ma quando va in collera, diventa una bestia.
    RIDOLFO:  Non  bisogna  poi  maltrattarla.  E'  una signora nata bene,
    allevata bene.  M'ha detto,  che s'io lo vedo,  gli dica  che  vada  a
    pranzo a buon'ora.
    EUGENIO: S, s, ora vado.
    RIDOLFO: Caro signor Eugenio,  la prego,  badi al sodo, lasci andar il
    giuoco;  non si perda dietro alle donne;  giacch V.S.  ha una  moglie
    giovine, bella, e che le vuol bene; che vuol cercare di pi?
    EUGENIO: Dite bene, vi ringrazio davvero.
    PANDOLFO:  (dalla  sua bottega si spurga,  acci Eugenio lo senta e lo
    guardi.  Eugenio si volta.  Pandolfo fa cenno che Leandro l'aspetta  a
    giuocare,  Eugenio  fa  cenno  che ander.  Pandolfo torna in bottega;
    Ridolfo non se ne avvede)
    RIDOLFO: Io lo  consiglierei  andar  a  casa  adesso.  Poco  manca  al
    mezzogiorno. Vada, consoli la sua cara sposa.
    EUGENIO: S, vado, subito. Oggi ci rivedremo.
    RIDOLFO: Dove posso servirla, la mi comandi.
    EUGENIO:  Vi sono tanto obbligato.  (vorrebbe andare al giuoco ma teme
    che Ridolfo lo veda)
    RIDOLFO: Comanda niente? Ha bisogno di niente?
    EUGENIO: Niente, niente. A rivedervi.
    RIDOLFO: Le son servitore. (si volta verso la sua bottega)
    EUGENIO: (vedendo che Ridolfo non l'osserva,  entra nella bottega  del
    giuoco)


    Scena ottava.
    (Ridolfo, poi Don Marzio.)

    RIDOLFO:  Spero  un  poco alla volta tirarlo in buona strada.  Mi dir
    qualcuno: perch vuoi tu romperti il capo per un giovine,  che  non  
    tuo parente,  che non  niente del tuo? E per questo? Non si pu voler
    bene ad un amico?  Non si pu far del bene a una  famiglia,  verso  la
    quale  ho  delle  obbligazioni?  Questo  nostro  mestiere ha dell'ozio
    assai. Il tempo, che avanza,  molti l'impiegano o a giuocare,  o a dir
    male del prossimo. Io l'impiego a far del bene se posso.
    DON MARZIO: Oh che bestia! Oh che bestia! Oh che asino!
    RIDOLFO: Con chi l'ha signor Don Marzio?
    DON  MARZIO: Senti,  senti,  Ridolfo,  se vuoi ridere.  Un medico vuol
    sostenere che l'acqua calda sia pi sana dell'acqua fredda.
    RIDOLFO: Ella non  di quest'opinione?
    DON MARZIO: L'acqua calda debilita lo stomaco.
    RIDOLFO: Certamente rilassa la fibra.
    DON MARZIO: Cos' questa fibra?
    RIDOLFO: Ho sentito dire che nel nostro stomaco  vi  sono  due  fibre,
    quasi come due nervi,  dalle quali si macina il cibo,  e quando queste
    fibre si rallentano, si fa una cattiva digestione.
    DON MARZIO:  S,  signore;  s,  signore;  l'acqua  calda  rilassa  il
    ventricolo,  e  la  (sistole) e la (diastole) non possono triturare il
    cibo.
    RIDOLFO: Come c'entra la (sistole) e la (diastole)?
    DON MARZIO: Che cosa sai tu, che sei un somaro? (Sistole) e (diastole)
    sono i nomi delle due  fibre,  che  fanno  la  triturazione  del  cibo
    digestivo.
    RIDOLFO: (da s)(Oh che spropositi! altro che il mio Trappola!)


    Scena nona.
    (Lisaura alla finestra e detti.)

    DON MARZIO: (a Ridolfo) Ehi? L'amica della porta di dietro.
    RIDOLFO:  Con  sua licenza,  vado a badare al caff.  (va nell'interno
    della bottega)
    DON MARZIO: Costui  un asino,  vuol  serrar  presto  la  bottega.  (a
    Lisaura,  guardandola  di  quando  in  quando  col solito occhialetto)
    Servitor suo, padrona mia.
    LISAURA: Serva umilissima.
    DON MARZIO: Sta bene?
    LISAURA: Per servirla.
    DON MARZIO: Quant' che non ha veduto il conte Leandro?
    LISAURA: Un'ora circa.
    DON MARZIO: E' mio amico il conte.
    LISAURA: Me ne rallegro.
    DON MARZIO: Che degno galantuomo!
    LISAURA: E' tutta sua bont.
    DON MARZIO: Ehi! E' vostro marito?
    LISAURA: I fatti miei non li dico sulla finestra.
    DON MARZIO: Aprite, aprite, che parleremo.
    LISAURA: Mi scusi, io non ricevo visite.
    DON MARZIO: Eh via!
    LISAURA: No davvero.
    DON MARZIO: Verr per la porta di dietro.
    LISAURA: Anche ella si sogna della porta di  dietro?  Io  non  apro  a
    nessuno.
    DON MARZIO: A me non avete a dir cos. So benissimo che introducete la
    gente per di l.
    LISAURA: Io sono una donna onorata.
    DON  MARZIO:  Volete  che vi regali quattro castagne secche?  (le cava
    dalla tasca)
    LISAURA: La ringrazio infinitamente.
    DON MARZIO: Sono buone, sapete? Le fo seccare io ne' miei beni.
    LISAURA: Si vede che ha buona mano a seccare.
    DON MARZIO: Perch?
    LISAURA: Perch ha seccato anche me.
    DON MARZIO: Brava! Spiritosa! Se siete cosi pronta a fare le capriole,
    sarete una brava ballerina.
    LISAURA: A lei non deve premere che sia brava, o non brava.
    DON MARZIO: In verit non me ne importa un fico.


    Scena decima.
    (Placida, da pellegrina, alla finestra della locanda, e detti.)

    PLACIDA: (da s) (Non vedo pi il signor Eugenio.)
    DON MARZIO: (a Lisaura dopo avere osservato Placida  coll'occhialetto)
    Ehi! Avete veduto la pellegrina?
    LISAURA: E chi  colei?
    DON MARZIO: Una di quelle del buon tempo.
    LISAURA: E il locandiere riceve gente di quella sorta?
    DON MARZIO: E' mantenuta.
    LISAURA: Da chi?
    DON MARZIO: Dal signor Eugenio.
    LISAURA: Da un uomo ammogliato? Meglio!
    DON MARZIO: L'anno passato ha fatto le sue.
    LISAURA: (ritirandosi) Serva sua.
    DON MARZIO: Andate via?
    LISAURA:  Non  voglio  stare alla finestra,  quando in faccia vi  una
    donna di quel carattere. (si ritira)


    Scena undicesima.
    (Placida alla finestra, Don Marzio nella strada.)

    DON MARZIO: Oh,  oh,  oh,  questa  bella!  La ballerina si ritira per
    paura di perdere il suo decoro! (coll'occhialetto) Signora pellegrina,
    la riverisco.
    PLACIDA: Serva devota.
    DON MARZIO: Dov' il signor Eugenio?
    PLACIDA: Lo conosce ella il signor Eugenio?
    DON MARZIO: Oh, siamo amicissimi. Sono stato, poco fa, a ritrovare sua
    moglie.
    PLACIDA: Dunque il signor Eugenio ha moglie?
    DON  MARZIO:  Sicuro,  che  ha  moglie;  ma  ci non ostante gli piace
    divertirsi coi bei visetti: avete veduto  quella  signora  che  era  a
    quella finestra?
    PLACIDA: L'ho veduta;  mi ha fatto la finezza di chiudermi la finestra
    in faccia, senza fare alcun motto, dopo avermi ben bene guardata.
    SON MARZIO Quella  una, che passa per ballerina, ma! m'intendete.
    PLACIDA: E' una poco di buono?
    DON MARZIO: S; e il signor Eugenio  uno dei suoi protettori.
    PLACIDA: E ha moglie!
    DON MARZIO: E bella ancora.
    PLACIDA: Per tutto il mondo vi sono de' giovani scapestrati.
    DON MARZIO: Vi ha forse dato ad intendere che non era ammogliato?
    PLACIDA: A me poco preme che lo sia, o non lo sia.
    DON MARZIO: Voi siete indifferente. Lo ricevete com'.
    PLACIDA: Per quello che ne ho da far io, mi  tutt'uno.
    DON MARZIO: Gi si sa. Oggi uno, domani un altro.
    PLACIDA: Come sarebbe a dire? Si spieghi.
    DON MARZIO: Volete quattro castagne secche? (le cava di tasca)
    PLACIDA: Bene obbligata.
    DON MARZIO: Davvero se volete, ve le do.
    PLACIDA: E' molto generoso, signore.
    DON MARZIO: Veramente al vostro merito quattro castagne sono poche. Se
    volete, aggiunger alle castagne un paio di lire.
    PLACIDA: Asino senza creanza. (serra la finestra e parte)
    DON MARZIO: Non si degna di due lire,  e l'anno passato si degnava  di
    meno. (chiama forte) Ridolfo?


    Scena dodicesima.
    (Ridolfo e detto.)

    RIDOLFO: Signore?
    DON MARZIO: Carestia di donne. Non si degnano di due lire.
    RIDOLFO: Ma ella le mette tutte in un mazzo.
    DON MARZIO: Roba che gira il mondo? Me ne rido.
    RIDOLFO: Gira il mondo anche della gente onorata.
    DON MARZIO: Pellegrina! Ah, buffone!
    RIDOLFO: Non si pu saper chi sia quella pellegrina.
    DON MARZIO: Lo so. E' quella dell'anno passato.
    RIDOLFO: Io non l'ho pi veduta.
    DON MARZIO: Perch sei un balordo.
    RIDOLFO: Grazie alla sua gentilezza. (da s) (Mi vien volont di
    pettinargli quella parrucca.)


    Scena tredicesima.
    (Eugenio dal giuoco e detti.)

    EUGENIO: (allegro e ridente) Schiavo, signori, padroni cari.
    RIDOLFO: Come! Qui il signor Eugenio?
    EUGENIO: (ridendo) Certo, qui sono.
    DON MARZIO: Avete vinto?
    EUGENIO: S, signore, ho vinto, s, signore.
    DON MARZIO: Oh! Che miracolo!
    EUGENIO: Che gran caso!  Non posso vincere io?  Chi sono io?  Sono uno
    stordito?
    RIDOLFO: Signor Eugenio,  questo il proponimento di non giuocare?
    EUGENIO: State zitto. Ho vinto.
    RIDOLFO: E se perdeva?
    EUGENIO: Oggi non potevo perdere.
    RIDOLFO: No? Perch?
    EUGENIO: Quando ho da perdere me lo sento.
    RIDOLFO: E quando se lo sente, perch giuoca?
    EUGENIO: Perch ho da perdere.
    RIDOLFO: E a casa quando si va?
    EUGENIO: Via, mi principierete a seccare?
    RIDOLFO: Non dico altro. (da s) (Povere le mie parole)


    Scena quattordicesima.
    (Leandro dalla bottega del giuoco e detti.)

    LEANDRO: Bravo,  bravo;  mi ha guadagnati i miei denari;  e  s'io  non
    lasciava stare, mi sbancava.
    EUGENIO: Ah? Son uomo io? In tre tagli ho fatto il servizio.
    LEANDRO: Mette da disperato.
    EUGENIO: Metto da giuocatore.
    DON MARZIO: (a Leandro) Quanto vi ha guadagnato?
    LEANDRO: Assai.
    DONN MARZIO (ad Eugenio) Ma pure quanto avete vinto?
    EUGENIO: (con allegria) Ehi, sei zecchini.
    RIDOLFO:  (da  s)  (Oh pazzo maledetto!  Da jeri in qua ne ha perduti
    cento e trenta, e gli pare aver vinto un tesoro,  ad averne guadagnati
    sei.)
    LEANDRO:   (da  s)  (Qualche  volta  bisogna  lasciarsi  vincere  per
    allettare.)
    DON MARZIO: (ad Eugenio) Che volete voi fare di questi sei zecchini.
    EUGENIO: Se volete che li mangiamo, io ci sono.
    DON MARZIO: Mangiamoli pure.
    RIDOLFO: (da s) (O povere le mie fatiche!)
    EUGENIO: Andiamo all'osteria? Ognuno pagher la sua parte.
    RIDOLFO: (piano ad Eugenio) (Non vi vada, la tireranno a giuocare.)
    EUGENIO: (piano a Ridolfo) (Lasciateli fare; oggi sono in fortuna.)
    RIDOLFO: (da s) (Il male non ha rimedio.)
    LEANDRO: In vece di andare  all'osteria,  potremo  far  preparare  qui
    sopra nei camerini di messer Pandolfo.
    EUGENIO: S,  dove volete, ordineremo il pranzo qui alla locanda, e lo
    faremo portar l sopra.
    DON MARZIO: Io con voi altri, che siete galantuomini, vengo per tutto.
    RIDOLFO: (da s) (Povero gonzo! non se ne accorge.)
    LEADRO Ehi, messer, Pandolfo?


    Scena quindicesima.
    (Pandolfo dal giuoco e detti.)

    PANDOLFO: Sono qui a servirla.
    LEANDRO: Volete farci il piacere di prestarci i  vostri  stanzini  per
    desinare?
    PANDOLFO: Sono padroni; ma vede, anch'io... pago la pigione.
    LEANDRO: Si sa, pagheremo l'incomodo.
    EUGENIO: Con chi credete aver che fare? Pagheremo tutto.
    PANDOLFO:  Benissimo;  che  si  servano.  Vado a far ripulire.  (va in
    bottega del giuoco)
    EUGENIO: Via, chi va a ordinare?
    LEANDRO: (ad Eugenio) Tocca a voi come il pi pratico del paese.
    DON MARZIO: (ad Eugenio) S, fate voi.
    EUGENIO: Che cosa ho da ordinare?
    LEANDRO: Fate voi.
    EUGENIO: Ma dice la canzone: L'allegria non  perfetta,  quando  manca
    la donnetta.
    RIDOLFO: (Anche di pi vuol la donna!)
    DON MARZIO: Il signor Conte potrebbe far venire la ballerina.
    LEANDRO:  Perch  no?  In  una  compagnia d'amici non ho difficolt di
    farla venire.
    DON MARZIO: (a Leandro) E' vero che la volete sposare?
    LEANDRO: Ora non  tempo di parlare di queste cose.
    EUGENIO: E io vedr di far venire la pellegrina.
    LEANDRO: Chi  questa pellegrina?
    EUGENIO: Una donna civile e onorata.
    DON MARZIO: (da s) (S, s, l'informer io di tutto.)
    LEANDRO: Via, andate a ordinare il pranzo?
    EUGENIO: Quanti siamo? Noi tre,  due donne,  che fanno cinque;  signor
    Don Marzio, avete dama?
    DON MARZIO: Io no. Sono con voi.
    EUGENIO: Ridolfo, verrete anche voi a mangiare un boccone con noi?
    RIDOLFO: Le rendo grazie; io ho da badare alla mia bottega.
    EUGENIO: Eh via, non vi fate pregare.
    RIDOLFO: (piano ad Eugenio) Mi pare assai, che abbia tanto cuore.
    EUGENIO: Che volete voi fare? Giacch ho vinto, voglio godere.
    RIDOLFO: E poi?
    EUGENIO:  E poi,  buona notte;  all'avvenire ci pensano gli astrologi.
    (entra nella locanda)
    RIDOLFO: (Pazienza. Ho gettato via la fatica.) (si ritira)


    Scena sedicesima.
    (Don Marzio e il Conte Leandro.)

    DON MARZIO: Via, andate a prendere la ballerina.
    LEANDRO: Quando sar preparato, la far venire.
    DON MARZIO: Sediamo. Che cosa v' di nuovo delle cose di mondo?
    LEANDRO: Io di nuove non me ne diletto. (siedono)
    DON MARZIO: Avete saputo  che  le  truppe  moscovite  sono  andate  a'
    quartieri d'inverno?
    LEANDRO: Hanno fatto bene; la stagione lo richiedeva.
    DON MARZIO: Signor no,  hanno fatto male;  non dovevano abbandonare il
    posto che avevano occupato.
    LEANDRO: E'  vero.  Dovevano  soffrire  il  freddo,  per  non  perdere
    l'acquistato.
    DON  MARZIO:  Signor no;  non avevano da arrischiarsi a star l con il
    pericolo di morire nel ghiaccio.
    LEANDRO: Dovevano dunque tirare avanti.
    DON MARZIO: Signor no.  Oh che bravo  intendente  di  guerra!  Marciar
    nella stagione d'inverno!
    LEANDRO: Dunque che cosa avevano da fare?
    DON MARZIO: Lasciate ch'io veda la carta geografica, e poi vi dir per
    l'appunto dove avevano da andare.
    LEANDRO: (Oh che bel pazzo!)
    DON MARZIO: Siete stato all'Opera?
    LEANDRO: Signor s.
    DON MARZIO: Vi piace?
    LEANDRO: Assai.
    DON MARZIO: Siete di cattivo gusto.
    LEANDRO: Pazienza.
    DON MARZIO: Di che paese siete?
    LEANDRO: Di Torino.
    DON MARZIO: Brutta citt.
    LEANDRO: Anzi passa per una delle belle d'Italia.
    DON MARZIO: Io son napolitano. Vedi Napoli e poi muori.
    LEANDRO: Vi darei la risposta del Veneziano.
    DON MARZIO: Avete tabacco?
    LEANDRO: (gli apre la scatola) Eccolo.
    DON MARZIO: Oh! che cattivo tabacco.
    LEANDRO: A me piace cos.
    DON MARZIO: Non ve n'intendete. Il vero tabacco  rap.
    LEANDRO: A me piace il tabacco di Spagna.
    DON MARZIO: Il tabacco di Spagna  una porcheria.
    LEANDRO: Ed io dico che  il miglior tabacco che si possa prendere.
    DON  MARZIO:  Come!  A  me volete insegnare che cosa  tabacco?  Io ne
    faccio, ne faccio fare, ne compro di qua, ne compro di l. So quel che
     questo,  so quel che  quello.  (gridando  forte)  Rap,  rap  vuol
    essere, rap.
    LEANDRO: (forte ancor esso) Signor s,  rap,  rap  vero; il miglior
    tabacco  il rap.
    DON MARZIO: Signor no.  Il miglior  tabacco  non    sempre  il  rap.
    Bisogna distinguere, non sapete quel che vi dite.


    Scena diciassettesima.
    (Eugenio ritorna dalla locanda e detti.)

    EUGENIO: Che  questo strepito?
    DON MARZIO: Di tabacco non la cedo a nessuno.
    LEANDRO: (ad Eugenio) Come va il desinare?
    EUGENIO: Sar presto fatto.
    DON MARZIO: Viene la pellegrina?
    EUGENIO: Non vuol venire.
    DON  MARZIO: Via,  signor dilettante di tabacco,  andate a prendere la
    vostra signora.
    LEANDRO: Vado.  (da s)(Se a tavola fa cos  gli  tiro  un  tondo  nel
    mostaccio.) (picchia dalla ballerina)
    DON MARZIO: Non avete le chiavi?
    LEANDRO: Signor no. (gli aprono ed entra)
    DON MARZIO: (ad Eugenio) Avr quella della porta di dietro.
    EUGENIO: Mi dispiace che la pellegrina non vuol venire.
    DON MARZIO: Far per farsi pregare.
    EUGENIO: Dice che assolutamente non  pi stata in Venezia.
    DON MARZIO: A me non lo direbbe.
    EUGENIO: Siete sicuro che sia quella?
    DON MARZIO: Sicurissimo;  e poi, se, poco fa, ho parlato con lei, e mi
    voleva aprire... Basta, non sono andato, per non far torto all'amico.
    EUGENIO: Avete parlato con lei?
    DON MARZIO: E come!
    EUGENIO: Vi ha conosciuto?
    DON MARZIO: E chi non mi conosce? Sono conosciuto pi della bettonica.
    EUGENIO: Dunque fate una cosa. Andate voi a farla venire.
    DON MARZIO: Se vi vado io,  avr soggezione.  Fate cos: aspettate che
    sia in tavola; andatela a prendere, e senza dir nulla conducetela su.
    EUGENIO:  Ho fatto quanto ho potuto,  e m'ha detto liberamente che non
    vuol venire.


    Scena diciottesima.
    (Camerieri di  locanda  che  portano  tovaglia,  tovaglioli,  tondini,
    posate,  vino,  pane,  bicchieri  e  pietanze  in bottega di Pandolfo,
    andando e tornando varie volte, poi Leandro, Lisaura e detti.)

    UN CAMERIERE: Signori,  la minestra  in tavola.  (va cogli  altri  in
    bottega del giuoco)
    EUGENIO: (a don Marzio) Il Conte dov'?
    DON  MARZIO:  (batte  forte alla porta di Lisaura) Animo,  presto,  la
    zuppa si fredda.
    LEANDRO: (dando mano a Lisaura) Eccoci, eccoci.
    EUGENIO: (a Lisaura) Padrona mia riverita.
    DON MARZIO: Schiavo suo. (a Lisaura, guardandola con l'occhialetto)
    LISAURA: Serva di lor signori.
    EUGENIO: (a Lisaura) Godo che siamo degni della sua compagnia.
    LISAURA: Per compiacere il signor Conte.
    DON MARZIO: E per noi niente.
    LISAURA: Per lei particolarmente, niente affatto.
    DON MARZIO: Siamo d'accordo (piano ad Eugenio)  (Di  questa  sorta  di
    roba non mi degno.)
    EUGENIO:  (a  Lisaura) Via,  andiamo,  che la minestra patisce;  resti
    servita.
    LISAURA: Con sua  licenza.  )(entra  con  Leandro  nella  bottega  del
    giuoco)
    DON MARZIO: Ehi!  che roba!  Non ho mai veduta la peggio. (ad Eugenio,
    col suo occhialetto, poi entra nella bisca)
    EUGENIO: N anche la volpe non voleva le  ciliege.  Io  per  altro  mi
    degnerei. (entra ancor esso)

    Scena diciannovesima.
    (Ridolfo dalla bottega.)

    RIDOLFO: Eccolo l,  pazzo pi che mai.  A tripudiare con donne, e sua
    moglie sospira,  e sua moglie patisce.  Povera  donna!  Quanto  mi  fa
    compassione.


    Scena ventesima.
    (Eugenio,  Don Marzio,  Leandro, e Lisaura negli stanzini della bisca,
    aprono le tre finestre  che  sono  sopra  le  tre  botteghe,  ove  sta
    preparato  il  pranzo,  e  si fanno vedere dalle medesime.  Ridolfo in
    istrada, poi Trappola.)

    EUGENIO: (alla finestra) Oh che bell'aria! Oh che bel sole! Oggi non 
    niente freddo.
    DON MARZIO: (ad altra finestra) Pare propriamente di primavera.
    LEANDRO: (ad altra finestra) Qui almeno si gode la gente, che passa.
    LISAURA: (vicino a Leandro) Dopo pranzo vedremo le maschere.
    EUGENIO: A tavola,  a tavola.  (siedono,  restando Eugenio  e  Leandro
    vicini alla finestra)
    TRAPPOLA: (a Ridolfo) Signor padrone, che cos' questo strepito?
    RIDOLFO:  Quel  pazzo del signor Eugenio col signor Don Marzio,  ed il
    Conte colla ballerina,  che pranzano qui sopra nei camerini di  messer
    Pandolfo.
    TRAPPOLA: (vien fuori e guarda in alto) Oh bella!  (verso le finestre)
    Buon pro a lor signori.
    EUGENIO: (dalla finestra) Trappola, evviva.
    TRAPPOLA: Hanno bisogno d'aiuto?
    EUGENIO: Vi venire a dar da bere?
    TRAPPOLA: Dar da bere, se mi daranno da mangiare.
    EUGENIO: Vieni, vieni che mangerai.
    TRAPPOLA: (a Ridolfo) Signor padrone,  con licenza.  (va  per  entrare
    nella bisca, ed un cameriere lo trattiene)
    CAMERIERE: (a Trappola) Dove andate?
    TRAPPOLA: A dar da bere ai miei padroni.
    CAMERIERE: Non hanno bisogno di voi; ci siamo noi altri.
    TRAPPOLA:  Mi    stato  detto una volta,  che oste in latino vuol dir
    nemico. Osti veramente nemici del pover uomo!
    EUGENIO: Trappola, vieni su.
    TRAPPOLA: Vengo. (al Cameriere) A tuo dispetto. (entra)
    CAMERIERE: Badate ai piatti,  che non si attacchi su i nostri  avanzi.
    (entra in locanda)
    RIDOLFO:  Io  non  so  come  si possa dare al mondo gente di cos poco
    giudizio!   Il  signor  Eugenio  vuole  andare  in  rovina,   si  vuol
    precipitare per forza.  A me, che ho fatto tanto per lui, che vede con
    che cuore, con che amore lo tratto, corrisponde cos? Mi burla,  mi fa
    degli  scherzi?  Basta:  quel che ho fatto l'ho fatto per bene,  e del
    bene non mi pentir mai.
    EUGENIO: (forte) Signor don Marzio, e viva questa signora! (bevendo)
    TUTTI: E viva! e viva!


    Scena ventunesima.
    (Vittoria mascherata e detti.)

    VITTORIA: (passeggia avanti la bottega del caff,  osservando se vi  
    suo marito)
    RIDOLFO: Che c', signora maschera? che domanda?
    EUGENIO: (bevendo) Vivano i buoni amici.
    VITTORIA: (sente la voce di suo marito,  si avanza,  gurda in alto, lo
    vede e smania).)
    EUGENIO: (col bicchiere di vino fuor della finestra,  fa un brindisi a
    Vittoria non conoscendola) Signora maschera, alla sua salute!
    VITTORIA: (freme, e dimena il capo)
    EUGENIO:  (a Vittoria come sopra) Comanda restar servita?  E' padrona,
    qui siamo tutti galantuomini.
    LISAURA: (dalla finestra) Chi  questa maschera, che volete invitare?
    VITTORIA: (smania)


    Scena ventiduesima.
    (Camerieri con altra portata vengono dalla locanda,  ed entrano  nella
    solita bottega, e detti.)

    RIDOLFO: E chi paga? Il gonzo.
    EUGENIO: (a Vittoria come sopra) Signora maschera, se non vuol venire,
    non importa. Qui abbiamo qualche cosa meglio di lei.
    VITTORIA: Oim! Mi sento male. Non posso pi!
    RIDOLFO: (a Vittoria) Signora maschera, si sente male?
    VITTORIA: (si leva la maschera) Ah Ridolfo, aiutatemi per carit.
    RIDOLFO: Ella  qui?
    VITTORIA: Son io pur troppo!
    RIDOLFO: Beva un poco di rosolio.
    VITTORIA: No, datemi dell'acqua.
    RIDOLFO:  Eh  no  acqua;  vuol esser rosolio.  Quando gli spiriti sono
    oppressi, vi vuol qualche cosa che li metta in moto. Favorisca,  venga
    dentro.
    VITTORIA: Voglio andar su da quel cane;  voglio ammazzarmi sugli occhi
    suoi.
    RIDOLFO: Per amor del cielo, venga qui, s'acqueti.
    EUGENIO: (bevendo) E viva quella bella giovinotta. Cari quegli occhi.
    VITTORIA: Lo sentite il briccone? Lo sentite? Lasciatemi andare.
    RIDOLFO: (la trattiene) Non sar mai vero che io la lasci precipitare.
    VITTORIA: Non posso pi. Aiuto, ch'io muoio. (cade svenuta)
    RIDOLFO: Ora sto bene! (la va aiutando, e sostenendo alla meglio)


    Scena ventitreesima.
    (Placida sulla porta della locanda e detti.)

    PLACIDA: Oh cielo!  Dalla finestra mi parve sentire  la  voce  di  mio
    marito; se fosse qui, sarei giunta bene in tempo a svergognarlo. (esce
    il  cameriere  dalla bisca) Quel giovine,  ditemi in grazia,  chi vi 
    lass in quei camerini? (al cameriere, che viene dalla bisca)
    CAMERIERE: Tre galantuomini. Uno il signor Eugenio,  l'altro il signor
    Don Marzio napolitano, ed il terzo il signor conte Leandro Ardenti.
    PLACIDA:  (da  s) (Fra questi non vi  Flaminio,  quando non si fosse
    cangiato nome.)
    LEANDRO: E viva la bella fortuna del signor Eugenio!
    TUTTI (bevendo) E viva!
    PLACIDA: (Questo  il mio  marito  senz'altro.)  (al  cameriere)  Caro
    galantuomo,  fatemi un piacere,  conducetemi su da questi signori, che
    voglio loro fare una burla.
    CAMERIERE: Sar servita.  (Solita carica dei camierieri.) (l'introduce
    per la solita bottega del gioco)
    RIDOLFO: (a Vittoria) Animo, prenda coraggio, non sar niente.
    VITTORIA: (rinviene) Io mi sento morire.  (dalle finestre dei camerini
    si vedono alzarsi tutti da tavola in confusione  per  la  sorpresa  di
    Leandro vedendo Placida, e perch mostra di volerla uccidere)
    EUGENIO: No, fermatevi!
    DON MARZIO: Non fate!
    PLACIDA: Aiuto,  Aiuto! (fugge via per la scala, Leandro vuol seguirla
    colla spada, Eugenio lo trattiene)
    TRAPPOLA: (con un tondino di roba  in  un  tovagliuolo  salta  da  una
    finestta, e fugge in bottega del caff)
    PLACIDA: (esce dalla bisca correndo, e fugge nella locanda)
    EUGENIO: (con arme alla mano in difesa di Placida, contro Leandro, che
    la insegue)
    DON MARZIO: (esce pian piano dalla bisca, e fugge via dicendo) Rumores
    fuge.
    I CAMERIERI (dalla bisca passano nella locanda, e serrano la porta)
    VITTORIA: (resta in bottega assistita da Ridolfo)
    LEANDRO:  (colla  spada  alla  mano contro Eugenio) Liberate il passo.
    Voglio entrare in quella locanda.
    EUGENIO: No,  non sar mai vero.  Siete un barbaro  contro  la  vostra
    moglie, ed io la difender fino all'ultimo sangue.
    LEANDRO:  Giuro  al  cielo,  ve  ne pentirete.  (incalza Eugenio colla
    spada)
    EUGENIO: Non  ho  paura  di  voi.  (incalza  Leandro,  e  l'obbliga  a
    rinculare tanto, che trovando la casa della ballerina aperta, entra in
    quella e si salva)


    Scena ventiquattresima.
    (Eugenio, Vittoria e Ridolfo.)

    EUGENIO:  (Bravando  verso  la  porta della ballerina) Vile,  codardo,
    fuggi? Ti nascondi? Vien fuori, se hai coraggio.
    VITTORIA: (si presenta ad Eugenio) Se volete sangue, spargete il mio.
    EUGENIO: Andate via di qui, donna pazza, donna senza cervello.
    VITTORIA: Non sar mai vero ch'io mi stacchi viva da voi.
    EUGENIO: (minacciandola con la spada) Corpo di bacco, andate via,  che
    far qualche sproposito.
    RIDOLFO: (con arme alla mano corre in difesa di Vittoria e si presenta
    contro Eugenio) Che pretende di fare,  padron mio? Che pretende? Crede
    per aver quella spada di atterrir tutto il mondo?  Questa povera donna
    innocente  non  ha  nessuno  che la difenda,  ma finch avr sangue la
    difender io.  Anche minacciarla?  Dopo tanti  strapazzi,  che  le  ha
    fatti,  anche minacciarla?  (a Vittoria) Signora,  venga con me, e non
    abbia timor di niente.
    VITTORIA: No, caro Ridolfo; se mio marito vuol la mia morte,  lasciate
    che  si soddisfaccia.  Via,  ammazzami,  cane,  assassino,  traditore:
    ammazzami,  disgraziato,  uomo senza riputazione,  senza cuore,  senza
    coscienza.
    EUGENIO: (rimette la spada nel fodero senza parlare, mortificato)
    RIDOLFO: (ad Eugenio) Ah,  signor Eugenio,  vedo che gi  pentito, ed
    io  le  domando  perdono,   se  troppo  temerariamente   ho   parlato.
    Vossignoria  sa  se le voglio bene,  e sa cosa ho fatto per lei,  onde
    anche questo mio trasporto lo prenda per un  effetto  d'amore.  Questa
    povera  signora  mi  fa  piet.  E' possibile,  che le sue lagrime non
    inteneriscano il di lei cuore?
    EUGENIO: (si asciuga gli occhi, e non parla)
    RIDOLFO: (piano a Vittoria)  Osservi,  signora  Vittoria,  osservi  il
    signor Eugenio;  piange,   intenerito, si pentir , muter vita, stia
    sicura, che le vorr bene.
    VITTORIA: Lacrime di coccodrillo! Quante volte mi ha promesso di mutar
    vita!  Quante volte colle lagrime agli occhi mi ha incantata!  Non gli
    credo pi;  un traditore, non gli credo pi.
    EUGENIO:  (freme  tra  il rossore,  e la rabbia.  Getta il cappello in
    terra da disperato,  e senza parlare  va  nella  bottega  interna  del
    caff)


    Scena venticinquesima.
    (Vittoria e Ridolfo.)

    VITTORIA: (a Ridolfo) Che vuol dire che non parla?
    RIDOLFO: E' confuso.
    VITTORIA: Che si sia in un momento cambiato?
    RIDOLFO:  Credo di s.  Le dir: se tanto ella,  che io,  non facevamo
    altro che piangere, e che pregare, si sarebbe sempre pi imbestialito.
    Quel poco di muso duro, che abbiam fatto,  quel poco di bravata,  l'ha
    messo in suggezione, e l'ha fatto cambiare. Conosce il fallo, vorrebbe
    scusarsi, e non sa come fare.
    VITTORIA: Caro Ridolfo, andiamolo a consolare.
    RIDOLFO: Questa  una cosa che l'ha da fare V. S. senza di me.
    VITTORIA: Andate prima voi, sappiatemi dire come ho da contenermi.
    RIDOLFO:  Volentieri.  Vado a vedere;  ma lo spero pentito.  (entra in
    bottega)


    Scena ventiseiesima.
    (Vittoria e poi Ridolfo.)

    VITTORIA: Questa  l'ultima volta che mi vede piangere. O si pente,  e
    sar il mio caro marito; o persiste, e non sar pi buona a soffrirlo.
    RIDOLFO: Signora Vittoria,  cattive nuove; non vi  pi. E' andato via
    per la porticina.
    VITTORIA: Non ve l'ho detto ch' perfido, ch' ostinato?
    RIDOLFO: Ed io credo  che  sia  andato  via  per  vergogna,  pieno  di
    confusione,  per  non aver coraggio di chiederle scusa,  di domandarle
    perdono.
    VITTORIA: Eh,  che da una moglie tenera,  come son io,  sa egli quanto
    facilmente pu ottenere il perdono.
    RIDOLFO: Osservi. E' andato via senza cappello. (prende il cappello in
    terra)
    VITTORIA: Perch  un pazzo.
    RIDOLFO: Perch  un confuso; non sa quel che si faccia.
    VITTORIA: Ma se  pentito, perch non dirmelo?
    RIDOLFO: Non ha coraggio.
    VITTORIA: Ridolfo, voi mi lusingate.
    RIDOLFO: Faccia cos: si ritiri nel mio camerino;  lasci che io vada a
    ritrovarlo, e spero di condurglielo qui, come un cagnolino.
    VITTORIA: Quanto sarebbe meglio, che non ci pensassi pi!
    RIDOLFO: Anche per questa volta faccia a modo mio, e spero ch'ella non
    si pentir.
    VITTORIA: S, cos far. Vi aspetter nel camerino.  Voglio poter dire
    che  ho  fatto tutto per un marito.  Ma se egli se ne abusa,  giuro di
    cambiare in altrettanto sdegno d'amore. (entra nella bottega interna)
    RIDOLFO: Se fosse un mio figlio non avrei tanta pena. (parte)


    Scena ventisettesima.
    (Lisaura sola dalla bottega del giuoco, osservando se vi  nessuno che
    la veda.)

    LISAURA: Oh! povera me, che paura! Ah conte briccone! Ha moglie,  e mi
    lusinga  di  volermi  sposare!  In  casa  mia  non  lo voglio mai pi.
    Quant'era meglio ch'io seguitassi  a  ballare,  e  non  concepissi  la
    malinconia  di  diventar  contessa.  Piace  un poco troppo a noi altre
    donne il viver senza fatica. (entra nella sua casa, e serra la porta)
    ATTO TERZO.

    Scena prima.
    (Leandro scacciato di casa da Lisaura.)

    LEANDRO: A me un simile trattamento?
    LISAURA: (sulla porta) S, a voi, falsario, impostore!
    LEANDRO: Di che vi potete dolere di me?  D'aver abbandonata mia moglie
    per causa vostra?
    LISAURA:  Se  avessi  saputo,  che  eravate  ammogliato,  non vi avrei
    ricevuto in casa mia .
    LEANDRO: Non sono stato io il primo a venirvi.
    LISAURA: Siete per stato l'ultimo.


    Scena seconda.
    (Don Marzio che osserva coll'occhialetto, e ride fra s, e detti.)

    LEANDRO: Non avete meco gittato il tempo.
    LISAURA: S,  sono stata anch'io a parte de' vostri indegni  profitti.
    Arrossisco  in pensarlo;  andate al diavolo,  e non vi accostate pi a
    questa casa.
    LEANDRO: Ci verr a prendere la mia roba.
    DON MARZIO: (ride, e burla di nascosto Leandro)
    LISAURA: La vostra roba vi sar consegnata dalla mia serva. (entra,  e
    chiude la porta)
    LEANDRO: A me un insulto di questa sorta? Me la pagherai.
    DON MARZIO: (ride, e, voltandosi Leandro, si compone in seriet)
    LEANDRO: Amico, avete veduto?
    DON MARZIO: Che cosa? Vengo in questo punto.
    LEANDRO: Non avete veduto la ballerina sulla porta?
    DON MARZIO: No, certamente, non l'ho veduta.
    LEANDRO: (da s) (Manco male!)
    DON MARZIO: Venite qua, parlatemi da galantuomo, confidatevi con me, e
    state sicuro,  che i fatti vostri non si sapranno da chi che sia.  Voi
    siete forestiere, come sono io, ma io ho pi pratica del paese di voi.
    Se  vi  occorre  protezione,  assistenza,  consiglio,  e  sopra  tutto
    segretezza,  son  qua  io.  Fate  pur  capitale di me.  Di cuore,  con
    premura, da buon amico; senza che nessuno sappia niente.
    LEANDRO: Giacch con tanta bont vi esibite di favorirmi, aprir a voi
    tutto il mio cuore, ma per amor del cielo vi raccomando la segretezza.
    DON MARZIO: Andiamo avanti.
    LEANDRO: Sappiate che la pellegrina  mia moglie.
    DON MARZIO: Buono!
    LEANDRO: Che l'ho abbandonata in Torino.
    DON MARZIO: (da s, guardandolo con l'occhialetto) (Oh che briccone!)
    LEANDRO: Sappiate ch'io non sono altrimenti il conte Leandro.
    DON MARZIO: (da s, come sopra) (Meglio.)
    LEANDRO: I miei natali non sono nobili.
    DON MARZIO: Non sareste gi figliuolo di qualche birro?
    LEANDRO: Mi maraviglio, signore; son nato povero, ma di gente onorata.
    DON MARZIO: Via, via: tirate avanti.
    LEANDRO: Il mio esercizio era di scritturale...
    DON MARZIO: Troppa fatica, non  egli vero?
    LEANDRO: E desiderando vedere il mondo...
    DON MARZIO: Alle spalle de' gonzi.
    LEANDRO: Son venuto a Venezia...
    DON MARZIO: A fare il birbante.
    LEANDRO: Ma voi mi strapazzate. Questa non  la maniera di trattare.
    DON MARZIO: Sentite:  io  ho  promesso  proteggervi,  e  lo  far;  ho
    promesso  segretezza,  e  la  osserver;  ma  fra  voi  e  me avete da
    permettermi che possa dirvi qualche cosa amorosamente.
    LEANDRO: Vedete il caso in cui mi ritrovo;  se mia moglie  mi  scopre,
    sono esposto a qualche disgrazia.
    DON MARZIO: Che pensereste di fare?
    LEANDRO: Si potrebbe vedere di far cacciar via di Venezia colei?
    DON MARZIO: Via, via. Si vede che siete un briccone.
    LEANDRO: Come parlate, signore?
    DON MARZIO: Fra voi e me, amorosamente.
    LEANDRO: Dunque ander via io; basta che colei non lo sappia.
    DON MARZIO: Da me non lo sapr certamente.
    LEANDRO: Mi consigliate ch'io parta?
    DON MARZIO: S,  questo  il miglior ripiego.  Andate subito: prendete
    una gondola; fatevi condurre a Fusina, prendete le poste, e andatevene
    a Ferrara.
    LEANDRO: Ander questa sera;  gi poco manca alla notte.  Voglio prima
    levar le mie poche robe, che sono qui in casa della ballerina.
    DON MARZIO: Fate presto, e andate via subito. Non vi fate vedere.
    LEANDRO: Uscir per la porta di dietro, per non esser veduto.
    DON MARZIO: (da s) (Lo diceva io; si serve per la porta di dietro.)
    LEANDRO: Sopra tutto vi raccomando la segretezza.
    DON MARZIO: Di questa siete sicuro.
    LEANDRO: Vi prego d'una grazia, datele questi due zecchini (gli d due
    zecchini); poi mandatela via. Scrivetemi, e torno subito.
    DON MARZIO: Le dar i due zecchini. Andate via.
    LEANDRO: Ma assicuratevi che ella parta...
    DON MARZIO: Andate via, che siate maledetto!
    LEANDRO: Mi scacciate?
    DON MARZIO: Ve lo dico amorosamente,  per vostro bene;  andate, che il
    diavolo vi porti.
    LEANDRO: (Oh che razza d'uomo!  Se strapazza gli amici,  che far  poi
    coi nemici!) (va in casa di Lisaura)
    DON  MARZIO:  Il signor Conte!  Briccone!  Il signor Conte!  Se non si
    fosse raccomandato a me, gli farei romper l'ossa di bastonate.


    Scena terza.
    (Placida dalla locanda e detto.)

    PLACIDA:  S,   nasca  quel  che   pu   nascere,   voglio   ritrovare
    quell'indegno di mio marito.
    DON MARZIO: Pellegrina, come va?
    PlACIDA  Voi,  se  non  m'inganno,  siete uno di quelli che erano alla
    tavola con mio marito?
    DON MARZIO: Si, son quello delle castagne secche.
    PLACIDA: Per carit ditemi dove si trova quel traditore.
    DON MARZIO: Io non lo so, e quand'anche lo sapessi, non ve lo direi.
    PLACIDA: Per che causa?
    DON MARZIO: Perch se lo trovate, farete peggio. Vi ammazzer.
    PLACIDA: Pazienza. Avr terminato almen di penare.
    DON MARZIO: Eh, spropositi! Bestialit! Ritornate a Torino.
    PLACIDA: Senza mio marito?
    DON MARZIO: S;  senza vostro marito.  Ormai,  che volete fare?  E' un
    briccone.
    PLACIDA: Pazienza! almeno vorrei vederlo.
    DON MARZIO: Oh, non lo vedete pi.
    PLACIDA: Per carit, ditemi, se lo sapete;  egli forse partito?
    DON MARZIO: E' partito, e non  partito.
    PLACIDA: Per quel che vedo, V. S. sa qualche cosa di mio marito?
    DON MARZIO: Io? So, e non so, ma non parlo.
    PLACIDA: Signore, muovetevi a compassione di me.
    DON MARZIO: Andate a Torino,  e non pensate ad altro.  Tenete, vi dono
    questi due zecchini.
    PLACIDA: Il Cielo vi rimeriti la vostra carit;  ma non  volete  dirmi
    nulla  di mio marito?  Pazienza!  me ne ander disperata.  (in atto di
    partire piangendo)
    DON MARZIO: Povera donna! (da s) Ehi? (la chiama)
    PLACIDA: Signore!
    DON MARZIO: Vostro marito  qui in casa della ballerina, che prende la
    sua roba, e partir per la porta di dietro. (parte)
    PLACIDA: E' in Venezia! Non  partito! E' in casa della ballerina!  Se
    avessi qualcheduno che mi assistesse,  vorrei di bel nuovo azzardarmi.
    Ma cosi sola temo di qualche insulto.


    Scena quarta.
    (Ridolfo ed Eugenio e detta.)

    RIDOLFO: Eh via,  cosa sono queste  difficolt?  Siamo  tutti  uomini,
    tutti  soggetti  ad  errare.  Quando  l'uomo  si  pente,  la virt del
    pentimento cancella tutti il demerito dei mancamenti.
    EUGENIO: Tutto va bene, ma mia moglie non mi creder pi.
    RIDOLFO: Venga con me; lasci parlare a me. La signora Vittoria le vuol
    bene; tutto si aggiuster.
    PLACIDA: Signor Eugenio?
    RIDOLFO: Il signor Eugenio si contenti di lasciarlo  stare.  Ha  altro
    che fare, che badare a lei.
    PLACIDA: Io non pretendo di sviarli da' suoi interessi.  Mi raccomando
    a tutti nello stato miserabile in cui mi ritrovo.
    EUGENIO:  Credetemi,   Ridolfo,   che  questa  povera   donna   merita
    compassione;  onestissima, e suo marito  un briccone.
    PLACIDA:  Egli  mi  ha  abbandonata in Torino.  Lo ritrovo in Venezia,
    tenta uccidermi, ed ora  sulle mosse per fuggirmi nuovamente di mano.
    RIDOLFO: Sa ella dove egli sia?
    PLACIDA: E' qui in casa della ballerina;  mette insieme le sue robe  e
    fra poco se ne andr.
    RIDOLFO: Se andr via, lo vedr.
    PLACIDA: Partir per la porta di dietro, ed io non lo vedr, o se sar
    scoperta mi uccider.
    RIDOLFO: Chi ha detto che ander via per la porta di dietro?
    PLACIDA: Quel signore che si chiama Don Marzio.
    RIDOLFO:  La tromba della comunit.  Faccia cos: si ritiri in bottega
    qui del barbiere;  stando l si vede la porticina segreta.  Subito che
    lo vede uscire, mi avvisi, e lasci operare me.
    PLACIDA: In quella bottega non mi vorranno.
    RIDOLFO: Ora... Ehi, messer Agabito? (chiama)


    Scena quinta.
    (Il garzone del barbiere dalla sua bottega e detti.)

    GARZONE: Che volete messer Ridolfo?
    RIDOLFO:  Dite  al  vostro  padrone  che mi faccia il piacere di tener
    questa pellegrina in  bottega  per  un  poco,  fino  che  venga  io  a
    ripigliarla.
    GARZONE: Volentieri,  venga,  venga,  padrona,  che imparer a fare la
    barba.  Bench,  per pelare,  la ne sapr pi di noi  altri  barbieri.
    (rientra in bottega)
    PLACIDA: Tutto mi convien soffrire per causa di quell'indegno.  Povere
    donne!  meglio affogarsi, che maritarsi cos. (entra dal barbiere)


    Scena sesta.
    (Ridolfo ed Eugenio.)

    RIDOLFO: Se posso, voglio vedere di far del bene anche a questa povera
    diavola.  E nello stesso tempo facendola partire con  suo  marito,  la
    signora Vittoria non avr pi di lei gelosia.  Gi mi ha detto qualche
    cosa della pellegrina.
    EUGENIO: Voi siete  un  uomo  di  buon  cuore.  In  caso  di  bisogno,
    troverete cento amici che s'impegneranno per voi.
    RIDOLFO:  Prego  il cielo di non aver bisogno di nessuno.  In tal caso
    non so che cosa potessi sperare.  Al  mondo  vi    dell'ingratitudine
    assai.
    EUGENIO: Di me potrete disporre finch'io viva.
    RIDOLFO: La ringrazio infinitamente.  Ma badiamo a noi. Che pensa ella
    di fare? Vuol andar in camerino da sua moglie,  o vuol farla venire in
    bottega? Vuol andar solo? Vuole che venga anch'io? Comandi.
    EUGENIO:  In  bottega  non  ist  bene;  se  venite  anche  voi,  avr
    soggezione.  Se vado solo,  mi vorr cavare gli occhi...  Non importa;
    ch'ella si sfoghi; che poi la collera passer. Ander solo.
    RIDOLFO: Vada pure col nome del cielo.
    EUGENIO: Se bisogna, vi chiamer.
    RIDOLFO: Si ricordi che io non servo per testimonio.
    EUGENIO: Oh, che caro Ridolfo! Vado. (in atto di incamminarsi)
    RIDOLFO: Vai bravo!
    EUGENIO: Che cosa credete che abbia da essere?
    RIDOLFO: Bene.
    EUGENIO: Pianti, o graffiature?
    RIDOLFO: Un poco di tutto.
    EUGENIO: E poi?
    RIDOLFO: Ognun dal canto suo cura si prenda.
    EUGENIO: Se non chiamo, non venite.
    RIDOLFO: Gi ci s'intende.
    EUGENIO: Vi racconter tutto.
    RIDOLFO: Via, andate.
    EUGENIO: (Grand'uomo  Ridolfo! Gran buon amico!) (entra nella bottega
    interna)


    Scena settima.
    (Ridolfo, poi Trappola e giovani.)

    RIDOLFO:  Marito  e  moglie?  gli  lascio stare quanto vogliono.  Ehi,
    Trappola, giovani, dove siete?
    TRAPPOLA: Son qui.
    RIDOLFO: Badate alla bottega,  che io vado qui  dal  barbiere.  Se  il
    signor Eugenio mi vuole, chiamatemi, che vengo subito.
    TRAPPOLA: Posso andar io a far compagnia al signor Eugenio?
    RIDOLFO: Signor no,  non avete da andare,  e badate bene che l dentro
    non vi vada nessuno.
    TRAPPOLA: Ma perch?
    RIDOLFO: Perch no!
    TRAPPOLA: Ander a vedere se vuol niente.
    RIDOLFO: Non andar,  se non chiama.  (Voglio intendere un  po'  meglio
    dalla pellegrina,  come va questo suo negozio, se posso, voglio vedere
    d'accomodarlo.) (entra dal barbiere)


    Scena ottava.
    (Trappola, poi Don Marzio.)

    TRAPPOLA: Appunto perch mi ha detto che  non  vi  vada,  son  curioso
    d'andarvi.
    DON MARZIO: Trappola, hai avuto paura?
    TRAPPOLA: Un poco.
    DON MARZIO: Si  pi veduto il signor Eugenio?
    TRAPPOLA: S, signore, si  veduto; anzi  l dentro. Ma zitto!
    DON MARZIO: Dove?
    TRAPPOLA: Zitto! nel camerino.
    DON MARZIO: Che vi fa? Giuoca?
    TRAPPOLA: (ridendo) Signor s, giuoca.
    DON MARZIO: Con chi?
    TRAPPOLA: (sotto voce) Con sua moglie.
    DON MARZIO: Vi  sua moglie?
    TRAPPOLA: Vi ; ma zitto!
    DON MARZIO: Voglio andare a ritrovarlo.
    TRAPPOLA: Non si pu.
    DON MARZIO: Perch?
    TRAPPOLA: Il padrone non vuole.
    DON MARZIO: (vuole andare) Eh, via, buffone!
    TRAPPOLA: (lo ferma) Le dico che non si va!
    DON MARZIO: (come sopra) Ti dico che voglio andare!
    TRAPPOLA: (come sopra) Ed io dico che non ander!
    DON MARZIO: Ti caricher di bastonate!


    Scena nona.
    (Ridolfo dalla bottega del barblere e detti.)

    RIDOLFO: Che c'?
    TRAPPOLA: Vuol andare per forza a giuocar in terzo col matrimonio.
    RIDOLFO: Si contenti, signore, che l dentro non vi si va.
    DON MARZIO: Ed io ci voglio andare!
    RIDOLFO: In bottega mia comando io,  e non vi ander.  Porti rispetto,
    se non vuol che ricorra. (a Trappola, ed altri garzoni) E voi,  finch
    torno,  l  dentro  non lasciate entrar chicchessia.  (batte alla casa
    della ballerina ed entra)


    Scena decima.
    (Don Marzio, Trappola e garzoni, poi Pandolfo.)

    TRAPPOLA: Ha sentito? Al matrimonio si porta rispetto.
    DON MARZIO: (A un par mio? Non vi ander?...  Porti rispetto?...  A un
    par  mio?  E  sto  cheto?  E  non parlo?  E non lo bastono?  Briccone!
    Villanaccio! A me? A me?) (sempre passeggiando) Caff. (siede)
    TRAPPOLA: Subito. (va a prendere il caff, e glielo porta)
    PANDOLFO: Illustrissimo, ho bisogno della sua protezione.
    DON MARZIO: Che c', biscazziere?
    PANDOLFO: C' del male.
    DON MARZIO: Che male c'? Confidami, che t'aiuter.
    PANDOLFO: Sappia, signore, che ci sono dei maligni invidiosi,  che non
    vorrebbero  veder  bene  ai  pover  uomini.  Vedono  che  io m'ingegno
    onoratamente per  mantener  con  decoro  la  mia  famiglia,  e  questi
    bricconi mi hanno dato una querela di baro di carte.
    DON  MARZIO:  (ironico) Bricconi!  Un galantuomo della tua mora!  Come
    l'hai saputo?
    PANDOLFO: Me l'ha detto un amico.  Mi  confido  per,  che  non  hanno
    prove,  perch nella mia bottega praticano tutti galantuomini, e niuno
    pu dir male di me.
    DON MARZIO: Oh s'io avessi da esaminarmi contro di  te,  ne  so  delle
    belle della tua abilita!
    PANDOLFO: Caro illustrissimo, per amor del cielo, la non mi rovini; mi
    raccomando  alla  sua carit,  alla sua protezione,  per le mie povere
    creature.
    DON MARZIO: Via, s, t'assister, ti protegge.  Lascia fare a me.  Ma
    bada bene. Carte segnate ne hai in bottega?
    PANDOLFO: Io non le segno... Ma qualche giuocatore si diletta.
    DON MARZIO: Presto, abbruciatele subito. Io non parlo.
    PANDOLFO: Ho paura di non aver tempo per abbruciarle.
    DON MARZIO: Nascondile!
    PANDOLFO: Vado in bottega, le nascondo subito.
    DON MARZIO: Dove le vuoi nascondere?
    PANDOLFO:  Ho  un  luogo  segreto sotto le travature,  che n anche il
    diavolo le ritrova. (entra in bottega del giuoco)
    DON MARZIO: Va, che sei un gran furbo!


    Scena undicesima.
    (Don Marzio,  poi  un  capo  de'  birri  mascherato,  ed  altri  birri
    nascosti, poi Trappola.)

    DON  MARZIO:  Costui  alla vigilia della galera.  Se trova alcuno che
    scopra  la  met  delle   sue   bricconate,   lo   pigliano   prigione
    immediatamente.
    CAPO:  (ai  birri  sulla cantonata della strada,  i quali si ritirano)
    (Girate qui d'intorno, e quando chiamo venite.)
    DON MARZIO: (da s) (Carte segnate! Oh che ladri!)
    CAPO: (siede) Caff!
    TRAPPOLA: La servo. (va per il caff, e lo porta)
    CAPO: Abbiamo delle buone giornate.
    DON MARZIO: Il tempo non vuol durare.
    CAPO: Pazienza. Godiamolo finch  buono.
    DON MARZIO: Lo goderemo per poco.
    CAPO: Quando  mal tempo, si va in un casino, e si giuoca.
    DON MARZIO: Basta andare in luoghi dove non rubino!
    CAPO: Qui, questa bottega vicina mi pare onorata.
    DON MARZIO: Onorata? E' un ridotto di ladri.
    CAPO: Mi pare sia messer Pandolfo il padrone.
    DON MARZIO: Egli per l'appunto.
    CAPO: Per dir il vero,  ho  sentito  dire  che  sia  un  giuocator  di
    vantaggio.
    DON MARZIO: E' un baro solennissimo.
    CAPO: Ha forse truffato ancora a lei?
    DON MARZIO: A me no,  che non son gonzo. Ma quanti capitano, tutti gli
    tira al trabocchetto.
    CAPO: Bisogna ch'egli abbia qualche timore, che non si vede.
    DON MARZIO: E' dentro in bottega, che nasconde le carte.
    CAPO: Perch mai nasconde le carte?
    DON MARZIO: M'immagino, perch sieno fatturate.
    CAPO: Certamente. E dove le nasconder?
    DON MARZIO: Volete ridere?  Le nasconde in  un  ripostiglio  sotto  le
    travature.
    CAPO: (da s) (Ho rilevato tanto che basta.)
    DON MARZIO: Voi, signore, vi dilettate di giuocare?
    CAPO: Qualche volta.
    DON MARZIO: Non mi par di conoscervi.
    CAPO: Or ora mi conoscerete. (s'alza)
    DON MARZIO: Andate via?
    CAPO: Ora torno.
    TRAPPOLA: (al Capo) Eh? Signore; il caff.
    CAPO: Or ora lo pagher.  (si accosta alla strada,  e fischia. I birri
    entrano in bottega di Pandolfo)


    Scena dodicesima.
    (Don Marzio e Trappola.)

    DON MARZIO: (s'alza, e osserva attentamente senza parlare)
    TRAPPOLA: (anch'egli osserva attentamente)
    DON MARZIO: Trappola...
    TRAPPOLA: Signor Don Marzio...
    DON MARZIO: Chi son coloro?
    TRAPPOLA: Mi pare l'onorata famiglia.


    Scena tredicesima.
    (Pandolfo legato, birri e detti.)

    PANDOLFO: Signor Don Marzio, gli sono obbligato.
    DON MARZIO: A me? Non so nulla.
    PANDOLFO: Io andr forse  in  galera,  ma  la  sua  lingua  merita  la
    berlina. (va via coi birri)
    CAPO:  (a  Don  Marzio)  S,  signore,  l'ho trovato che nascondeva le
    carte. (parte)
    TRAPPOLA: Voglio andargli dietro, per veder dove va. (parte)


    Scena quattordicesima.
    (Don Marzio solo.)

    DON MARZIO: Oh diavolo, diavolo! Che ho io fatto? Colui che io credeva
    un signore di conto,  era un birro travestito.  Mi ha tradito,  mi  ha
    ingannato. Io son di buon cuore; dico tutto con facilit.

    Scena quindicesima.
    (Ridolfo e Leandro di casa della ballerina e detto.)

    RIDOLFO: (a Leandro) Bravo;  cos mi piace;  chi intende la ragione fa
    conoscere che  un uomo di  garbo;  finalmente  in  questo  mondo  non
    abbiamo altro che il buon nome, la fama e la riputazione.
    LEANDRO: Ecco l quello che mi ha consigliato a partire.
    RIDOLFO: Bravo,  signor Don Marzio;  ella d di questi buoni consigli;
    invece di procurare di unirlo con la moglie lo persuade  abbandonarla,
    e andar via?
    DON  MARZIO: Unirsi con sua moglie?  E' impossibile,  non la vuole con
    lui.
    RIDOLFO: Per  me    stato  possibile;  io  con  quattro  parole  l'ho
    persuaso. Torner con la moglie.
    LEANDRO: (da s) (Per forza, per non esser precipitato.)
    RIDOLFO:  Andiamo  a  ritrovare  la  signora  Placida,  che   qui dal
    barbiere.
    DON MARZIO: (a Leandro) Andate  a  ritrovare  quella  buona  razza  di
    vostra moglie.
    LEANDRO:  Signor  Don  Marzio,  vi dico in confidenza tra voi e me che
    siete una gran lingua cattiva. (entra dal barbiere con Ridolfo)

    Scena sedicesima.
    (Don Marzio, poi Ridolfo.)

    DON MARZIO: Si lamentano della mia lingua,  e a  me  pare  di  parlare
    bene.  E'  vero  che  qualche  volta  dico di questo e di quello;  ma,
    credendo dire la verit, non me ne astengo. Dico facilmente quello che
    so; ma lo faccio, perch son di buon cuore.
    RIDOLFO: (dalla bottega del barbiere) Anche questa    accomodata.  Se
    dice davvero,  pentito, se finge, sar peggio per lui.
    DON MARZIO: Gran Ridolfo! Voi siete quello che unisce i matrimoni.
    RIDOLFO: E ella  quello che cerca di disunirli.
    DON MARZIO: Io ho fatto per far bene.
    RIDOLFO:  Chi pensa male non pu mai sperar di far bene.  Non s'ha mai
    da lusingarsi,  che da una cosa cattiva ne possa derivare  una  buona.
    Separare il marito dalla moglie,   un'opera contro tutte le leggi,  e
    non si possono sperare che disordini e pregiudizi.
    DON MARZIO: (con disprezzo) Sei un gran dottore.
    RIDOLFO: Ella intende pi di me;  ma mi  perdoni,  la  mia  lingua  si
    regola meglio della sua.
    DON MARZIO: Tu parli da temerario.
    RIDOLFO:  Mi  compatisca,  se  vuole;  e se non vuole,  mi levi la sua
    protezione.
    MARZIO Te la lever,  te la lever.  Non ci verr  pi  a  questa  tua
    bottega.
    RIDOLFO: (da s) (Oh il ciel lo volesse!)


    Scena diciassettesima.
    (Un garzone della bottega del caff e detti.)

    GARZONE: Signor padrone, il signor Eugenio vi chiama. (si ritira)
    RIDOLFO: Vengo subito; (a Don Marzio) con sua licenza.
    DON  MARZIO:  Riverisco  il  signor  politico.  Che cosa guadagnate in
    questi vostri maneggi?
    RIDOLFO: Guadagno il merito di far del bene; guadagno l'amicizia delle
    persone; guadagno qualche marca d'onore, che stimo sopra tutte le cose
    del mondo. (entra in bottega)
    DON MARZIO: Che pazzo!  Che idee da ministro,  da uomo  di  conto!  Un
    caffettiere fa l'uomo di maneggio! E quanto s'affatica! E quanto tempo
    vi mette! Tutte cose che io le avrei accomodate in un quarto d'ora.


    Scena diciottesima.
    (Ridolfo, Eugenio, Vittoria dal caff e Don Marzio.)

    DON  MARZIO:  (da  s) (Ecco i tre pazzi.  Il pazzo discolo,  la pazza
    gelosa, e il pazzo glorioso.)
    RIDOLFO: (a Vittoria) In verit provo una consolazione infinita.
    VITTORIA: Caro Ridolfo, riconosco da voi la pace,  la quiete,  e posso
    dire la vita.
    EUGENIO: Credete,  amico,  ch'io era stufo di far questa vita,  ma non
    sapeva come fare a distaccarmi dai vizi. Voi siate benedetto,  m'avete
    aperto  gli occhi,  e un poco coi vostri consigli,  un poco coi vostri
    rimproveri,  un poco colle buone grazie,  e un poco  coi  benefizi  mi
    avete illuminato, mi avete fatto arrossire: son un altro uomo, e spero
    che sia durabile il mio cambiamento,  a nostra consolazione,  a gloria
    vostra,  e ad esempio degli uomini savi,  onorati e dabbene,  come voi
    siete.
    RIDOLFO: Dice troppo, signore: io non merito tanto.
    VITTORIA:  Sino  ch'io  sar  viva mi ricorder sempre del bene che mi
    avete fatto.  Mi avete restituito il mio caro consorte,  l'unica cosa,
    che  ho  di  bene  in  questo  mondo.  Mi  ha costato tante lacrime il
    prenderlo, tante me ne ha costato il perderlo,  e molte me ne costa il
    riacquistarlo;  ma queste sono lacrime di dolcezza, lacrime d'amore, e
    di tenerezza, che m'empiono l'anima di diletto,  che mi fanno scordare
    ogni  affanno  passato,  rendendo grazie al cielo,  e lode alla vostra
    piet.
    RIDOLFO: Mi fa piangere dalla consolazione.
    DON MARZIO: (da s,  guardando sempre  con  l'occhialetto)  (Oh  pazzi
    maledetti!)
    EUGENIO: Volete che andiamo a casa?
    VITTORIA:  Mi dispiace,  ch'io sono ancora tutta lacrime,  arruffata e
    scomposta.  Vi  sar  mia  madre,  e  qualche  altra  mia  parente  ad
    aspettarmi; non vorrei che mi vedessero col pianto agli occhi.
    EUGENIO: Via, acchetatevi; aspettiamo un poco.
    VITTORIA:  Ridolfo non avete uno specchio?  Vorrei un poco vedere come
    sto.
    DON MARZIO: (da s coll'occhialetto) (Suo marito le avr  guastato  il
    tupp.)
    RIDOLFO:  Se  si  vuol  guardar nello specchio,  andiamo qui sopra nei
    camerini del giuoco.
    EUGENIO: No, l dentro non vi metto pi piede.
    RIDOLFO: Non sa la nuova? Pandolfo  ito prigione.
    EUGENIO: S? Se lo merita; briccone! Me ne ha mangiati tanti.
    VITTORIA: Andiamo, caro consorte.
    EUGENIO: Quando non vi  nessuno, andiamo.
    VITTORIA: Cosi arruffata non mi posso vedere. (entra nella bottega del
    giuoco con allegria)
    EUGENIO: Poverina! Giubila dalla consolazione! (entra come sopra)
    RIDOLFO: Vengo ancor io a servirli. (entra come sopra)


    Scena diciannovesima.
    (Don Marzio, poi Leandro e Placida.)

    DON MARZIO: Io so perch Eugenio  tornato in  pace  con  sua  moglie.
    Egli    fallito,  e  non  ha  pi da vivere.  La moglie  giovine,  e
    bella... Non l'ha pensata male, e Ridolfo gli far il mezzano.
    LEANDRO: (uscendo dal barbiere) Andiamo dunque alla locanda a prendere
    il vostro piccolo bagaglio.
    PLACIDA: Caro marito, avete avuto tanto cuore di abbandonarmi?
    LEANDRO: Via non ne parliamo pi. Vi prometto di cambiare vita.
    PLACIDA: Lo voglia il cielo. (s'avvicina alla locanda)
    DON MARZIO: (a Leandro burlandolo)  Servo  di  vossustrissima,  signor
    Conte.
    LEANDRO: Riverisco il signor protettore, il signor buona lingua.
    DON MARZIO: (a Placida deridendola) M'inchino alla signora contessa.
    PLACIDA:  Serva,  signor  cavaliere  delle castagne secche.  (entra in
    locanda con Leandro)
    DON MARZIO: Andranno tutti e due in pellegrinaggio a battere la birba.
    Tutta la loro entrata consiste in un mazzo di carte.


    Scena ventesima.
    (Lisaura alla finestra e Don Marzio.)

    LISAURA: La pellegrina  tornata alla locanda con quel disgraziato  di
    Leandro.  S'ella  ci  sta  troppo,  me ne vado assolutamente di questa
    casa. Non posso tollerare la vista, n di lui, n di lei.
    DON MARZIO: (coll'occhialetto) Schiavo, signora ballerina.
    LISAURA: (bruscamente) La riverisco.
    DON MARZIO: Che cosa avete? Mi parete alterata.
    LISAURA: Mi maraviglio del locandiere,  che tenga  nella  sua  locanda
    simil sorta di gente.
    DON MARZIO: Di chi intende parlare?
    LISAURA: Parlo di quella pellegrina, la quale  donna di mal affare, e
    in questi contorni non ci sono mai state di queste porcherie.





    Scena ventunesima.
    (Placida dalla finestra della locanda e detti.)

    PLACIDA: Eh, signorina, come parlate dei fatti miei? Io sono una donna
    onorata, non so se cosi si possa dir di voi.
    LISAURA:   Se  foste  una  donna  onorata,   non  andreste  pel  mondo
    birboneggiando.
    DON MARZIO: (ascolta,  e osserva di qua e di  la  coll'occhialetto,  e
    ride)
    PLACIDA: Son venuta in traccia di mio matito.
    LISAURA: S, e l'anno passato in traccia di chi eravate?
    PLACIDA: Io a Venezia non ci sono pi stata.
    LISAURA:  Siete  una  bugiarda.  L'anno passato avete fatta una trista
    figura in questa citt. (Don Marzio osserva, e ride come sopra)
    PLACIDA: Chi vi ha detto questo?
    LISAURA: Eccolo l; il signor Don Marzio me l'ha detto.
    DON MARZIO: Io non ho detto nulla.
    PLACIDA: Egli non pu aver detto una tal bugia;  ma di voi  si  mi  ha
    narrato  la  vita  e  i  bei costumi.  Mi ha egli informato dell'esser
    vostro, e che ricevete le genti di nascosto per la porta di dietro.
    DON MARZIO: Io non l'ho detto.  (sempre coll'occhialetto di qua,  e di
    l)
    PLACIDA: S che l'avete detto.
    LISAURA:  E'  possibile che il signor Don Marzio abbia detto di me una
    simile iniquit?
    DON MARZIO: Vi dico, non l'ho detto.


    Scena ventiduesima.
    (Eugenio alla finestra de' camerini, poi Ridolfo da altra simile,  poi
    Vittoria  dall'altra,  aprendole  di  mano  in  mano,  e detti a' loro
    luoghi.)

    EUGENIO: S, che l'ha detto,  e l'ha detto anche a me,  e dell'una,  e
    dell'altra.  Della pellegrina,  che  stata l'anno passato a Venezia a
    birboneggiare; e della signora ballerina,  che riceve le visite per la
    porta di dietro.
    DON MARZIO: Io l'ho sentito dir da Ridolfo.
    RIDOLFO: Io non son capace di far queste cose.  Abbiamo anzi altercato
    per questo. Io sosteneva l'onore della signora Lisaura, e V. S. voleva
    che fosse una donna cattiva.
    LISAURA: Oh disgraziato!
    DON MARZIO: Sei un bugiardo.
    VITTORIA: A me ancora ha detto che mio  marito  teneva  pratica  colla
    ballerina,   e   colla  pellegrina;   e  me  le  ha  dipinte  per  due
    scelleratissime femmine.
    PLACIDA: Ah scellerato!
    LISAURA: Ah maledetto!


    Scena ventitreesima.
    (Leandro sulla porta della locanda e detti.)

    LEANDRO: Signor s, signor s, V. S. ha fatto nascere mille disordini!
    ha levata la riputazione colla sua lingua a due donne onorate.
    DON MARZIO: Anche la ballerina onorata?
    LISAURA: Tale mi vanto di essere.  L'amicizia col signor  Leandro  non
    era che diretta a sposarlo, non sapendo che egli avesse altra moglie.
    PLACIDA: La moglie l'ha; e son io quella.
    LEANDRO: E se avessi abbadato al signor Don Marzio, l'avrei nuovamente
    sfuggita.
    PLACIDA: Indegno!
    LISAURA: Impostore!
    VITTORIA: Maldicente!
    EUGENIO: Ciarlone!
    DON  MARZIO:  A  me questo?  A me,  che sono l'uomo il pi onorato del
    mondo?
    RIDOLFO: Per essere onorato non basta non  rubare,  ma  bisogna  anche
    trattar bene.
    DON MARZIO: Io non ho mai commesso una mala azione.


    Scena ventiquattresima.
    (Trappola e detti.)

    TRAPPOLA: Il signor Marzio l'ha fatta bella.
    RIDOLFO: Che ha fatto?
    TRAPPOLA:  Ha  fatto la spia a Messer Pandolfo;  l'hanno legato,  e si
    dice che domani lo frusteranno.
    RIDOLFO: E' uno spione! via dalla mia bottega. (parte dalla finestra)


    Scena venticinquesima.
    (Il garzone del barbiere e detti.)

    GARZONE: Signore spione,  non venga pi a farsi  far  la  barba  nella
    nostra bottega. (entra nella sua bottega)

    Scena ultima.
    (Il cameriere della locanda e detti.)

    CAMERIERE:  Signora  spia,  non  venga  pi a far desinari alla nostra
    locanda. (entra nella locanda)
    LEANDRO: Signor protettore, tra voi e me in confidenza,  far la spia 
    azion da briccone. (entra nella locanda)
    PLACIDA:  Altro  che  castagne secche!  Signor soffione.  (parte dalla
    finestra)
    LISAURA: Alla berlina, alla berlina! (parte dalla finestra)
    VITTORIA: O che caro Don Marzio!  Quei dieci zecchini che prestasti  a
    mio  marito,  saranno  stati  una  paga  di esploratore.  (parte dalla
    finestra)
    EUGENIO: Riverisco il signor confidente. (Parte dalla finestra)
    TRAPPOLA: Io fo riverenza al signor referendario. (entra in bottega)
    DON MARZIO: Sono stordito, sono avvilito, non so in qual mondo mi sia.
    Spione a me?  A me spione?  Per avere svelato accidentalmente  il  reo
    costume  di  Pandolfo,  sar  imputato di spione?  Io non conosceva il
    birro, non prevedeva l'inganno,  non sono reo di quest'infame delitto.
    Eppur tutti m'insultano,  tutti mi vilipendono, niuno mi vuole, ognuno
    mi scaccia. Ah s, hanno ragione, la mia lingua, o presto o tardi,  mi
    doveva  condurre  a  qualche  gran  precipizio.  Ella mi ha acquistato
    l'infamia, che  il peggiore de' mali. Qui non serve il giustificarmi.
    Ho perduto il credito e non lo  riacquisto  mai  pi.  Ander  via  di
    questa  citt;  partir  a mio dispetto;  e per causa della mia trista
    lingua mi priver d'un paese,  in cui tutti vivono bene,  tutti godono
    la libert,  la pace,  il divertimento,  quando sanno essere prudenti,
    cauti ed onorati. (parte)

