
    Carlo Goldoni.
    Il servitore di due padroni.




















    INDICE.

    L'autore a chi legge: pagina 3.
    Personaggi: pagina 7.

    ATTO PRIMO: pagina 8.
    ATTO SECONDO: pagina 56.
    ATTO TERZO: pagina 96.














    L'autore a chi legge.

    Troverai,  Lettor carissimo,  la presente Commedia diversa  moltissimo
    dall'altre mie,  che lette avrai finora.  Ella non  di carattere,  se
    non se carattere considerare si voglia quello del Truffaldino,  che un
    servitore sciocco ed astuto nel medesimo tempo ci rappresenta: sciocco
    cio in quelle cose le quali impensatamente e senza studio egli opera,
    ma  accortissimo  allora quando l'interesse e la malizia l'addestrano,
    che  il vero carattere del villano.
    Ella pu chiamarsi piuttosto Commedia giocosa, perch di essa il gioco
    di Truffaldino forma la maggior  parte.  Rassomiglia  moltissimo  alle
    commedie  usuali  degl'Istrioni,  se  non  che scevra mi pare di tutte
    quelle  impropriet  grossolane,   che  nel  mio  Teatro   Comico   ho
    condannate, e che dal Mondo sono oramai generalmente aborrite.
    Impropriet potrebbe parere agli scrupolosi,  che Truffaldino mantenga
    l'equivoco della sua doppia servit,  anche in faccia dei due  padroni
    medesimi  soltanto per questo,  perch niuno di essi lo chiama mai col
    suo nome;  che se una volta sola,  o Florindo,  o Beatrice,  nell'Atto
    terzo, dicessero Truffaldino, in luogo di dir sempre il mio Servitore,
    l'equivoco sarebbe sciolto e la commedia sarebbe allora terminata.  Ma
    di questi equivoci, sostenuti dall'arte dell'Inventore,  ne sono piene
    le Commedie non solo, ma le Tragedie ancora; e quantunque io m'ingegni
    d'essere osservante del verisimile in una Commedia giocosa,  credo che
    qualche cosa, che non sia impossibile, si possa facilitare.
    Sembrer a taluno ancora,  che troppa distanza siavi dalla sciocchezza
    l'astuzia  di  Truffaldino;  per  esempio:  lacerare  una cambiale per
    disegnare  la  scalchera  di  una  tavola,   pare   l'eccesso   della
    goffaggine.  Servire a due padroni, in due camere, nello stesso tempo,
    con tanta prontezza e celerit,  pare  l'eccesso  della  furberia.  Ma
    appunto  quel  ch'io  dissi  a principio del carattere di Truffaldino:
    sciocco allor che  opera  senza  pensamento,  come  quando  lacera  la
    cambiale; astutissimo quando opera con malizia, come nel servire a due
    tavole comparisce.
    Se poi considerar vogliamo la catastrofe della Commedia, la peripezia,
    l'intreccio,  Truffaldino  non  fa  figura da protagonista,  anzi,  se
    escludere vogliamo la  supposta  vicendevole  morte  de'  due  amanti,
    creduta per opera di questo servo,  la Commedia si potrebbe fare senza
    di lui;  ma anche di ci abbiamo infiniti esempi,  quali io non adduco
    per non empire soverchiamente i fogli; e perch non mi credo in debito
    di  provare  ci  che mi lusingo non potermi essere contraddetto;  per
    altro  il  celebre  Molire  istesso  mi  servirebbe   di   scorta   a
    giustificarmi.
    Quando  io  composi  la presente Commedia,  che fu nell'anno 1745,  in
    Pisa,  fra le cure legali,  per trattenimento  e  per  genio,  non  la
    scrissi io gi,  come al presente si vede.  A riserva di tre o quattro
    scene per atto, le pi interessanti per le parti serie, tutto il resto
    della Commedia  era  accennato  soltanto,  in  quella  maniera  che  i
    commedianti  sogliono  denominare  "a  soggetto";  cio  uno  scenario
    disteso, in cui accennando il proposito, le tracce, e la condotta e il
    fine de' ragionamenti,  che dagli Attori dovevano farsi,  era  poi  in
    libert  de'  medesimi supplire all'improvviso,  con adattate parole e
    acconci lazzi,  spiritosi concetti.  In fatti fu questa  mia  Commedia
    all'improvviso   cos   bene   eseguita   da'   primi  Attori  che  la
    rappresentarono, che io me ne compiacqui moltissimo, e non ho dubbio a
    credere che meglio essi  non  l'abbiano  all'improvviso  adornata,  di
    quello  possa  aver io fatto scrivendola.  I sali del Truffaldino,  le
    facezie,  le vivezze sono  cose  che  riescono  pi  saporite,  quando
    prodotte  sono  sul fatto dalla prontezza di spirito,  dall'occasione,
    dal brio.  Quel celebre eccellente comico,  noto all'Italia tutta  pel
    nome  appunto  di Truffaldino,  ha una prontezza tale di spirito,  una
    tale abbondanza di sali e naturalezza di  termini,  che  sorprende:  e
    volendo  io  provvedermi  per  le  parti di lui.  Questa Commedia l'ha
    disegnata espressamente per lui,  anzi mi ha egli medesimo l'argomento
    proposto,  argomento un po' difficile in vero, che ha posto in cimento
    tutto il genio mio per la Comica artificiosa,  e tutto il talento  suo
    per l'esecuzione.
    L'ho  poi  veduta in altre parti da altri comici rappresentare,  e per
    mancanza forse non di merito,  ma di quelle notizie che dallo scenario
    soltanto  aver  non  poteano,  parmi  ch'ella decadesse moltissimo dal
    primo aspetto.  Mi sono per questa ragione indotto a scriverla  tutta,
    non  gi  per  obbligare  quelli  che  sosterranno  il  carattere  del
    Truffaldino a dir per l'appunto le parole mie,  quando  di  meglio  ne
    sappian  dire,  ma per dichiarare la mia intenzione,  e per una strada
    assai dritta condurli al fine.
    Affaticato mi sono a distendere tutti i lazzi pi necessari,  tutte le
    pi minute osservazioni,  per renderla facile quanto mai ho potuto,  e
    se  non  ha  essa  il  merito  della  Critica,  della  Morale,   della
    istruzione,  abbia  almeno  quello di una ragionevole condotta e di un
    discreto ragionevole gioco.
    Prego per que' tali,  che la parte del Truffaldino  rappresenteranno,
    qualunque  volta  aggiungere  del  suo  vi volessero,  astenersi dalle
    parole sconce,  da' lazzi sporchi;  sicuri che  di  tali  cose  ridono
    soltanto quelli della vil plebe, e se ne offendono le gentili persone.





    PERSONAGGI.

    Pantalone de' Bisognosi.
    Clarice, sua figliuola.
    Il Dottore Lombardi.
    Silvio, di lui figliuolo.
    Beatrice, torinese, in abito da uomo sotto nome di Federigo Rasponi.
    Florindo Aretusi, torinese di lei amante.
    Brighella, locandiere.
    Smeraldina, cameriera di Clarice.
    Truffaldino, servitore di Beatrice, poi di Florindo.
    Un cameriere della locanda, che parla.
    Un servitore di Pantalone, che parla.
    Due facchini, che parlano.
    Camerieri d'osteria, che non parlano.

    La scena si rappresenta in Venezia.





    ATTO PRIMO.

    SCENA PRIMA.
    Camera in casa di Pantalone.
    Pantalone,  il Dottore,  Clarice,  Silvio,  Brighella,  Smeraldina, un
    altro Servitore di Pantalone.

    SILVIO: Eccovi la mia destra,  e con questa vi dono tutto il mio cuore
    (a Clarice, porgendole la mano).
    PANTALONE:  Via,  no  ve  vergogn;  dghe  la man anca vu.  Cus sar
    promessi, e presto presto sar maridai (a Clarice).
    CLARICE: S caro Silvio,  eccovi la mia  destra.  Prometto  di  essere
    vostra sposa.
    SILVIO: Ed io prometto esser vostro. (Si danno la mano.)
    DOTTORE:  Bravissimi,  anche  questa    fatta.  Ora  non si torna pi
    indietro.
    SMERALDINA: (Oh bella cosa!  Propriamente anch'io  me  ne  struggo  di
    voglia).
    PANTALONE:  Vualtri  sar  testimoni  de  sta promission,  seguida tra
    Clarice mia fia e el sior  Silvio,  fio  degnissimo  del  nostro  sior
    dottor Lombardi (a Brighella ed al Servitore).
    BRIGHELLA: Sior s, sior compare, e la ringrazio de sto onor che la se
    degna de farme (a Pantalone).
    PANTALONE:  Vedeu?  Mi  son  st  compare  alle vostre nozze,  e vu se
    testimonio alle nozze de mia fia.  Non  ho  volesto  chiamar  compari,
    invidar  parenti,  perch anca sior Dottor el x del mio temperamento;
    ne piase far le  cosse  senza  strepito,  senza  grandezze.  Magneremo
    insieme,  se goderemo tra de nu,  e nissun ne disturber. Cossa diseu,
    putti, faremio pulito? (a Clarice e Silvio).
    SILVIO: Io non desidero altro che essere vicino alla mia cara sposa.
    SMERALDINA: (Certo che questa  la migliore vivanda).
    DOTTORE: Mio figlio non  amante della vanit.  Egli  un  giovane  di
    buon cuore. Ama la vostra figliuola, e non pensa ad altro.
    PANTALONE: Bisogna dir veramente che sto matrimonio el sia st destin
    dal  cielo,  perch  se  a Turin no moriva sior Federigo Rasponi,  mio
    corrispondente,  sav che mia fia ghe l'aveva promessa a elo,  e no la
    podeva toccar al mio caro sior zenero (verso Silvio).
    SILVIO:  Certamente io posso dire di essere fortunato.  Non so se dir
    cos la signora Clarice.
    CLARICE: Caro Silvio,  mi fate  torto.  Sapete  pur  se  vi  amo;  per
    obbedire il signor padre avrei sposato quel torinese,  ma il mio cuore
     sempre stato per voi.
    DOTTORE: Eppur  vero; il cielo,  quando ha decretato una cosa,  la fa
    nascere  per vie non prevedute.  Come  succeduta la morte di Federigo
    Rasponi? (a Pantalone).
    PANTALONE: Poverazzo!  L'  st  mazz  de  notte  per  causa  de  una
    sorella...  No  so  gnente.  I  gh'ha d una fera e el x rest sulla
    botta.
    BRIGHELLA: Elo successo a Turin sto fatto? (a Pantalone).
    PANTALONE: A Turin.
    BRIGHELLA: Oh, povero signor! Me despiase infinitamente.
    PANTALONE: Lo conossevi sior Federigo Rasponi? (a Brighella).
    BRIGHELLA: Siguro che lo conosseva.  So st a  Turin  tre  anni  e  ho
    conossudo  anca so sorella.  Una zovene de spirito,  de corazo;  la se
    vestiva da omo,  l'andava a cavallo,  e lu el giera innamor de sta so
    sorella. Oh! chi l'avesse mai dito!
    PANTALONE: Ma!  Le disgrazie le x sempre pronte.  Ors, no parlemo de
    malinconie.  Saveu cossa che v'ho da dir,  missier Brighella caro?  So
    che  ve dilet de laorar ben in cusina.  Vorave che ne fessi un per de
    piatti a vostro gusto.
    BRIGHELLA: La servir volentiera.  No  fazzo  per  dir,  ma  alla  mia
    locanda tutti se contenta. I dis cus che in nissun logo i magna, come
    che se magna da mi. La sentir qualcossa de gusto.
    PANTALONE: Bravo.  Roba brodosa,  ved,  che se possa bagnarghe drento
    delle molene de pan. (Si sente picchiare). Oh!  i batte.  Varda chi ,
    Smeraldina.
    SMERALDINA: Subito (parte, e poi ritorna).
    CLARICE: Signor padre, con vostra buona licenza.
    PANTALONE: Aspett; vegnimo tutti. Sentimo chi x.
    SMERALDINA:  (torna)  Signore,    un  servitore  di un forestiere che
    vorrebbe farvi un'imbasciata.  A me non ha voluto dir nulla.  Dice che
    vuol parlar col padrone.
    PANTALONE: Diseghe che el vegna avanti. Sentiremo cossa che el vol.
    SMERALDINA: Lo far venire (parte).
    CLARICE: Ma io me ne anderei, signor padre.
    PANTALONE: Dove?
    CLARICE: Che so io? Nella mia camera.
    PANTALONE: Siora no,  siora no; st qua. (Sti novizzi non vi gnancora
    che i lassemo soli) (piano al Dottore).
    DOTTORE: (Saviamente, con prudenza) (piano a Pantalone).

    SCENA SECONDA.
    Truffaldino, Smeraldina e detti.

    TRUFFALDINO: Fazz umilissima reverenza a  tutti  lor  siori.  Oh,  che
    bella compagnia! Oh, che bella conversazion!
    PANTALONE: Chi seu, amigo? Cossa comandeu? (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO:  Chi  la sta garbata signora?  (a Pantalone,  accennando
    Clarice).
    PANTALONE: La x mia fia.
    TRUFFALDINO: Me ne ralegher.
    SMERALDINA: E di pi  sposa (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Me ne consolo. E ella chi la? (a Smeraldina).
    SMERALDINA: Sono la sua cameriera, signore.
    TRUFFALDINO: Me ne congratulo.
    PANTALONE: Oh via, sior, a monte le cerimonie. Cossa voleu da mi?  Chi
    seu? Chi ve manda?
    TRUFFALDINO: Adasio,  adasio,  colle bone.  Tre interrogazion in t'una
    volta l' troppo per un poveromo.
    PANTALONE: (Mi credo che el sia un sempio cost) (piano al Dottore).
    DOTTORE: (Mi par piuttosto un uomo burlevole) (piano a Pantalone).
    TRUFFALDINO: V. S.  la sposa? (a Smeraldina).
    SMERALDINA: Oh! (sospirando) Signor no.
    PANTALONE: Voleu dir chi s, o voleu andar a far i fatti vostri?
    TRUFFALDINO: Co no la vol altro che saver chi son,  in  do  parole  me
    sbrigo.  Son servitor del me padron (a Pantalone). E cus, tornando al
    nostro proposito... (voltandosi a Smeraldina).
    PANTALONE: Mo chi xlo el vostro padron?
    TRUFFALDINO: L' un forestier che vorave vegnir a farghe una visita (a
    Pantalone). Sul proposito dei sposi, discorreremo (a Smeraldina,  come
    sopra).
    PANTALONE: Sto forestier chi xlo? Come se chiamelo?
    TRUFFALDINO: Oh,  l' longa. L' el sior Federigo Rasponi torinese, el
    me padron, che la reverisse, che l' vegn a posta,  che l' da basso,
    che  el  manda  l'ambassada,  che el vorria passar,  che el me aspetta
    colla risposta. E'la contenta? Vorla saver altro? (a Pantalone.  Tutti
    fanno degli atti di ammirazione).  Tornemo a nu... (a Smeraldina, come
    sopra).
    PANTALONE: Mo vegni qua, parl co mi. Cossa diavolo diseu?
    TRUFFALDINO: E  se  la  vol  saver  chi  son  mi,  mi  son  Truffaldin
    Batocchio, dalle vallade de Bergamo.
    PANTALONE:  No m'importa de saver chi si vu.  Voria che me tornessi a
    dir chi x sto vostro padron. Ho paura de aver strainteso.
    TRUFFALDINO: Povero vecchio! El sar duro de recchie. El me padron l'
    el sior Federigo Rasponi da Turin.
    PANTALONE: And via,  che s un pezzo de matto.  Sior Federigo Rasponi
    da Turin el x morto.
    TRUFFALDINO: L' morto?
    PANTALONE: L' morto seguro. Pur troppo per elo.
    TRUFFALDINO: (Diavol!  Che el me padron sia morto? L'ho pur lass vivo
    da basso!). Dis da bon, che l' morto?
    PANTALONE: Ve digo assolutamente che el x morto.
    DOTTORE: S,  la verit;  morto; non occorre metterlo in dubbio.
    TRUFFALDINO: (Oh,  povero el me padron!  Ghe sar vegn un accidente).
    Con so bona grazia (si licenzia).
    PANTALONE: No vol altro da mi?
    TRUFFALDINO: Co l' morto, no m'occorre altro. (Voi ben andar a veder,
    se l' la verit) (da s, parte e poi ritorna).
    PANTALONE: Cossa credemio che el sia cost? Un furbo, o un matto?
    DOTTORE:  Non  saprei.  Pare  che  abbia  un  poco  dell'uno e un poco
    dell'altro.
    BRIGHELLA: A mi el me par piuttosto un semplizotto. L' bergamasco, no
    crederia che el fuss un baron
    SMERALDINA: Anche l'idea l'ha buona. (Non mi dispiace quel morettino).
    PANTALONE: Ma cossa se insonielo de sior Federigo?
    CLARICE: Se fosse vero ch'ei fosse  qui,  sarebbe  per  me  una  nuova
    troppo cattiva.
    PANTALONE:  Che  spropositi!  No  aveu  visto  anca vu le lettere?  (a
    Clarice).
    SILVIO: Se anche fosse egli vivo e fosse qui, sarebbe venuto tardi.
    TRUFFALDINO: (ritorna) Me maraveio de lor siori.  No  se  tratta  cus
    colla povera zente.  No se inganna cus i forestieri.  No le son azion
    da galantomeni. E me ne far render conto.
    PANTALONE: (Vardemose,  che el x  matto).  Coss'  st?  Cossa  v'ali
    fatto?
    TRUFFALDINO: Andarme a dir che sior Federigh Rasponi l' morto?
    PANTALONE: E cus?
    TRUFFALDINO: E cus l' qua,  vivo, san, spiritoso e brillante, che el
    vol reverirla, se la se contenta.
    PANTALONE: Sior Federigo?
    TRUFFALDINO: Sior Federigo.
    PANTALONE: Rasponi?
    TRUFFALDINO: Rasponi.
    PANTALONE: Da Turin?
    TRUFFALDINO: Da Turin.
    PANTALONE: Fio mio, and all'ospeal, che s matto.
    TRUFFALDINO: Corpo del diavolo!  Me farissi bestemiar come un zogador.
    Mo se l' qua, in casa, in sala, che ve vegna el malanno.
    PANTALONE: Adessadesso ghe rompo el muso.
    DOTTORE:  No,  signor  Pantalone,  fate  una cosa;  ditegli che faccia
    venire innanzi questo tale, ch'egli crede essere Federigo Rasponi.
    PANTALONE: Via, felo vegnir avanti sto morto ressuscit.
    TRUFFALDINO: Che el sia st morto e che el sia resuscit pol esser, mi
    no gh'ho niente in contrario.  Ma adesso l' vivo,  e  el  veder  coi
    vostri  occhi.  Vagh  a dirghe che el vegna.  E da qua avanti impar a
    trattar coi forestieri,  coi omeni della  me  sorte,  coi  bergamaschi
    onorati  (a  Pantalone,  con collera).  Quella giovine,  a so tempo se
    parleremo (a Smeraldina, e parte).
    CLARICE: (Silvio mio, tremo tutta) (piano a Silvio).
    SILVIO: (Non dubitate;  in  qualunque  evento  sarete  mia)  (piano  a
    Clarice).
    DOTTORE: Ora ci chiariremo della verit.
    PANTALONE:  Pol  vegnir  qualche  baronato  a  darme da intender delle
    fandonie.
    BRIGHELLA: Mi, come ghe diseva,  sior compare,  l'ho conossudo el sior
    Federigo; se el sar lu, vederemo.
    SMERALDINA:  (Eppure  quel morettino non ha una fisonomia da bugiardo.
    Voglio veder se  mi  riesce...).  Con  buona  grazia  di  lor  signori
    (parte).


    SCENA TERZA.
    Beatrice in abito da uomo, sotto nome di Federigo, e detti.

    BEATRICE:  Signor  Pantalone,  la  gentilezza che io ho ammirato nelle
    vostre lettere,  non corrisponde al trattamento che  voi  mi  fate  in
    persona.  Vi mando il servo,  vi fo passar l'ambasciata, e voi mi fate
    stare all'aria aperta,  senza degnarvi di farmi entrare che  dopo  una
    mezz'ora?
    PANTALONE: La compatissa... Ma chi xla ella, patron?
    BEATRICE: Federigo Rasponi di Torino, per obbedirvi. (Tutti fanno atti
    d'ammirazione).
    BRIGHELLA: (Cossa vedio?  Coss' sto negozio?  Questo no l' Federigo,
    l' la  siora  Beatrice  so  sorella.  Voi  osservar  dove  tende  sto
    inganno).
    PANTALONE:  Mi  resto  attonito...  Me  consolo de vederla san e vivo,
    quando avevimo avudo delle cattive nove.  (Ma gnancora no  ghe  credo,
    sav) (piano al Dottore).
    BEATRICE:  Lo so: fu detto che in una rissa rimasi estinto.  Grazie al
    cielo, fui solamente ferito; e appena risanato,  intrapresi il viaggio
    di Venezia, gi da gran tempo con voi concertato.
    PANTALONE:  No so cossa dir.  La so ciera x da galantomo: ma mi gh'ho
    riscontri certi e seguri,  che sior Federigo sia morto;  onde la  vede
    ben... se no la me d qualche prova in contrario...
    BEATRICE:  E'  giustissimo  il vostro dubbio;  conosco la necessit di
    giustificarmi. Eccovi quattro lettere dei vostri amici corrispondenti,
    una delle quali  del ministro della nostra  banca.  Riconoscerete  le
    firme,   e  vi  accerterete  dell'esser  mio  (d  quattro  lettere  a
    Pantalone, il quale le legge da s).
    CLARICE: (Ah Silvio, siamo perduti!) (piano a Silvio).
    SILVIO: (La vita perder, ma non voi!) (piano a Clarice).
    BEATRICE: (Oim!  Qui Brighella?  Come diamine qui si ritrova  costui?
    Egli  mi conoscer certamente;  non vorrei che mi discoprisse) (da s,
    avvedendosi di Brighella).  Amico,  mi  par  di  conoscervi  (forte  a
    Brighella).
    BRIGHELLA: S signor, no la s'arrecorda a Turin Brighella Cavicchio?
    BEATRICE: Ah s, ora vi riconosco (si va accostando a Brighella) Bravo
    galantuomo, che fate in Venezia? (Per amor del cielo, non mi scoprite)
    (piano a Brighella).
    BRIGHELLA:  (Non gh' dubbio) (piano a Beatrice).  Fazzo el locandier,
    per servirla (forte alla medesima).
    BEATRICE: Oh, per l'appunto; giacch ho il piacer di conoscervi, verro
    ad alloggiare alla vostra locanda.
    BRIGHELLA: La me far grazia. (Qualche contrabando, siguro).
    PANTALONE: Ho sentio tutto.  Certo che ste lettere le me accompagna el
    sior  Federigo Rasponi,  e se ella me le presenta,  bisognerave creder
    che la fosse... come che dise ste lettere.
    BEATRICE: Se  qualche  dubbio  ancor  vi  restasse,  ecco  qui  messer
    Brighella; egli mi conosce, egli pu assicurarvi dell'esser mio.
    BRIGHELLA: Senz'altro, sior compare, lo assicuro mi.
    PANTALONE: Co la x cus,  co me l'attesta, oltre le lettere, anca mio
    compare Brighella, caro sior Federigo,  me ne consolo con ella,  e ghe
    domando scusa se ho dubita.
    CLARICE: Signor padre, quegli  dunque il signor Federigo Rasponi?
    PANTALONE: Mo el x elo lu.
    CLARICE: (Me infelice, che sar di noi?) (piano a Silvio).
    SILVIO:  (Non  dubitate,  vi dico;  siete mia e vi difender) (piano a
    Clarice).
    PANTALONE: (Cossa diseu,  dottor,  xlo  vegn  a  tempo?)  (piano  al
    Dottore).
    DOTTORE: Accidit in puncto, quod non contingit in anno.
    BEATRICE: Signor Pantalone, chi  quella signora (accennando Clarice).
    PANTALONE: La x Clarice mia fia.
    BEATRICE: Quella a me destinata in isposa?
    PANTALONE: Sior s, giusto quella. (Adesso son in t'un bell'intrigo).
    BEATRICE:  Signora,  permettetemi  ch'io abbia l'onore di riverirvi (a
    Clarice).
    CLARICE: Serva divota (sostenuta).
    BEATRICE: Molto freddamente m'accoglie (a Pantalone).
    PANTALONE: Cossa vorla far? La x timida de natura.
    BEATRICE: E quel signore    qualche  vostro  parente?  (a  Pantalone,
    accennando Silvio).
    PANTALONE: Sior s; el x un mio nevodo.
    SILVIO:  No  signore,  non  sono suo nipote altrimenti,  sono lo sposo
    della signora Clarice (a Beatrice).
    DOTTORE:  (Bravo!  Non  ti  perdere.  Di'la  tua  ragione,   ma  senza
    precipitare) (piano a Silvio).
    BEATRICE:  Come!  Voi  sposo  della  signora Clarice?  Non  ella a me
    destinata?
    PANTALONE: Via,  via.  Mi scoverzir tutto.  Caro  sior  Federigo,  se
    credeva  che  fosse vera la vostra disgrazia che fussi morto,  e cussi
    aveva d mia fia a sior Silvio;  qua  no  ghe  x  un  mal  al  mondo.
    Finalmente s arriva in tempo. Clarice x vostra, se la vol, e mi son
    qua a mantegnirve la mia parola.  Sior Silvio,  no so cossa dir;  ved
    coi vostri occhi la verit.  Sav cossa che v'ho dito,  e de mi no  ve
    pod lamentar.
    SILVIO: Ma il signor Federigo non si contenter di prendere una sposa,
    che porse ad altri la mano.
    BEATRICE:  Io  poi  non  sono  si  delicato.  La prender non ostante.
    (Voglio anche prendermi un poco di divertimento).
    DOTTORE: (Che buon marito alla moda! Non mi dispiace).
    BEATRICE: Spero che la signora Clarice non ricuser la mia mano.
    SILVIO: Ors, signore,  tardi siete arrivato.  La signora Clarice deve
    esser  mia,  n  sperate che io ve la ceda.  Se il signor Pantalone mi
    far torto, sapr vendicarmene; e chi vorr Clarice, dovr contenderla
    con questa spada (parte).
    DOTTORE: (Bravo, corpo di Bacco!).
    BEATRICE: (No, no, per questa via non voglio morire).
    DOTTORE: Padrone mio, V. S.  arrivato un po'tardi. La signora Clarice
    l'ha da sposare mio figlio.  La legge parla chiaro.  Prior in tempore,
    potior in iure (parte).
    BEATRICE: Ma voi, signora sposa, non dite nulla? (a Clarice).
    CLARICE: Dico che siete venuto per tormentarmi (parte).


    SCENA QUARTA.
    Pantalone, Beatrice e Brighella, poi il Servitore di Pantalone.

    PANTALONE: Come, pettegola? Cossa distu? (le vuol correr dietro).
    BEATRICE:  Fermatevi,  signor Pantalone;  la compatisco.  Non conviene
    prenderla con asprezza.  Col tempo spero di potermi meritare la di lei
    grazia.  Intanto andremo esaminando i nostri conti,  che  uno dei due
    motivi per cui, come vi  noto, mi son portato a Venezia.
    PANTALONE: Tutto x all'ordine per el nostro conteggio. Ghe far veder
    el conto corrente;  i so bezzi x parechiai,  e faremo el saldo co  la
    vorr.
    BEATRICE: Verro con pi comodo a riverirvi; per ora, se mi permettete,
    andr con Brighella a spedire alcuni piccioli affari che mi sono stati
    raccomandati.  Egli    pratico della citt,  potr giovarmi nelle mie
    premure.
    PANTALONE: La se serva come che la vol;  e  se  la  gh'ha  bisogno  de
    gnente, la comanda.
    BEATRICE:  Se mi darete un poco di denaro,  mi farete piacere;  non ho
    voluto prenderne meco per non discapitare nelle monete.
    PANTALONE: Volentiera, la servir.  Adesso no gh' el cassier.  Subito
    che  el vien,  ghe mander i bezzi fina a casa.  No vala a star da mio
    compare Brighella?
    BEATRICE: Certamente,  vado da lui;  e poi mander il  mio  servitore;
    egli  fidatissimo, gli si pu fidar ogni cosa.
    PANTALONE: Benissimo;  la servir come la comanda,  e se la vol restar
    da mi a far penitenza, la x parona.
    BEATRICE: Per oggi vi ringrazio. Un'altra volta sar a incomodarvi.
    PANTALONE: Donca star attendendola.
    SERVITORE: Signore,  domandato (a Pantalone).
    PANTALONE: Da chi?
    SERVITORE: Di l...  non saprei...  (Vi sono degl'imbrogli)  (piano  a
    Pantalone, e parte).
    PANTALONE:  Vegno  subito.  Con  so  bona grazia.  La scusa,  se no la
    compagno. Brighella, vu s de casa; servilo vu sior Federigo.
    BEATRICE: Non vi prendete pena per me.
    PANTALONE: Bisogna che vaga. A bon reverirla.  (Non voria che nascesse
    qualche diavolezzo) (parte).


    SCENA QUINTA.
    Beatrice e Brighella.

    BRIGHELLA: Se pol saver, siora Beatrice?...
    BEATRICE: Chetatevi,  per amor del cielo,  non mi scoprite.  II povero
    mio fratello  morto,  ed  rimasto ucciso o dalle  mani  di  Florindo
    Aretusi,  o  da  alcun  altro  per  di lui cagione.  Vi sovverrete che
    Florindo  mi  amava,   e  mio  fratello  non   voleva   che   io   gli
    corrispondessi. Si attaccarono non so come: Federigo mor, e Florindo,
    per  timore  della  giustizia,  se  n'  fuggito senza potermi dare un
    addio. Sa il cielo se mi dispiace la morte del povero mio fratello,  e
    quanto ho pianto per sua cagione; ma oramai non vi  pi rimedio, e mi
    duole  la  perdita di Florindo So che a Venezia erasi egli addrizzato,
    ed io ho fatto la risoluzione  di  seguitarlo.  Cogli  abiti  e  colle
    lettere  credenziali  di  mio  fratello,  eccomi  qui  arrivata  colla
    speranza di ritrovarvi l'amante.  Il signor Pantalone,  in  grazia  di
    quelle  lettere,  e  in  grazia molto pi della vostra asserzione,  mi
    crede gi Federigo.  Faremo il saldo dei nostri conti,  riscuoter del
    denaro,  e  potr  soccorrere  anche Florindo,  se ne avr di bisogno.
    Guardate dove conduce amore! Secondatemi,  caro Brighella,  aiutatemi;
    sarete largamente ricompensato.
    BRIGHELLA:  Tutto  va  bene,  ma  no  vorave  esser  causa mi che sior
    Pantalon,  sotto bona fede,  ghe pagasse  el  contante  e  che  po  el
    restasse burl.
    BEATRICE: Come burlato? Morto mio fratello, non sono io l'erede?
    BRIGHELLA: L' la verit. Ma perch no scovrirse?
    BEATRICE:  Se  mi  scopro,  non faccio nulla.  Pantalone principier a
    volermi far da tutore, e tutti mi seccheranno, che non ist bene,  che
    non  conviene,  e che so io?  Voglio la mia libert.  Durer poco,  ma
    pazienza. Frattanto qualche cosa sar.
    BRIGHELLA: Veramente, signora,  l' sempre stada un spiritin bizzarro.
    La lassa far a mi, la staga su la mia fede. La se lassa servir.
    BEATRICE: Andiamo alla vostra locanda.
    BRIGHELLA: El so servitor dov'elo?
    BEATRICE: Ha detto che mi aspetter sulla strada.
    BRIGHELLA: Dove l'ala tolto quel martuffo? Nol sa gnanca parlar.
    BEATRICE: L'ho preso per viaggio.  Pare sciocco qualche volta,  ma non
    lo ; e circa la fedelt non me ne posso dolere.
    BRIGHELLA: Ah,  la fedelt l'  una  bella  cossa.  Andemo,  la  resta
    servida, vard amor cossa che el fa far.
    BEATRICE: Questo non  niente. Amor ne fa far di peggio (parte).
    BRIGHELLA:  Eh,  avemo  principi ben.  Andando in l,  no se sa cossa
    possa succeder (parte).


    SCENA SESTA.
    Strada colla locanda di Brighella.

    Truffaldino solo.

    TRUFFALDINO: Son stuffo d'aspettar, che no posso pi. Co sto me patron
    se magna poco,  e quel poco el me lo  fa  suspirar.  Mezzozorno  della
    citt  l' son che  mezz'ora,  e el mezzozorno delle mie budelle l'
    son che sar do ore.  Almanco savesse dove s'ha da andar a alozar.  I
    alter  subit  che  i  arriva  in  qualche  citt,  la prima cossa i va
    all'osteria. Lu, sior no, el lassa i bauli in barca del corrier. el va
    a far visite,  e nol se recorda del povero servitor.  Quand ch'i  dis,
    bisogna servir i padroni con amor!  Bisogna dir ai padroni, ch'i abbia
    un poco de carit per la servit.  Qua gh' una locanda;  quasi  quasi
    anderia  a veder se ghe fuss da devertir el dente;  ma se el padron me
    cerca?  So danno,  che l'abbia un poco de discrezion.  Voi  andar;  ma
    adess  che  ghe  penso,  gh'  un'altra piccola difficolt,  che no me
    l'arrecordava;  non ho gnanca un quattrin.  Oh povero Truffaldin!  Pi
    tost  che  far el servitor,  corpo del diavol,  me voi metter a far...
    cossa mo? Per grazia del Cielo, mi no so far gnente


    SCENA SETTIMA.
    Florindo da viaggio con un Facchino col baule in spalla, e detto.

    FACCHINO: Ghe digo che no posso pi; el pesa che el mazza.
    FLORINDO: Ecco qui un'insegna d'osteria o di  locanda.  Non  puoi  far
    questi quattro passi?
    FACCHINO: Aiuto; el baul va in terra.
    FLORINDO:  L'ho  detto  che  tu  non saresti stato al caso: sei troppo
    debole: non hai forza (regge il baule sulle spalle del Facchino).
    TRUFFALDINo (Se podess vadagnar diese soldi) (osservando il Facchino).
    Signor, comandela niente da mi? La possio servir? (a Florindo).
    FLORINDO:  Caro  galantuomo,   aiutate  a  portare  questo  baule   in
    quell'albergo.
    TRUFFALDINO: Subito, la lassa far a mi. La varda come se fa. Passa via
    (va colla spalla sotto il baule, lo prende tutto sopra di s, e caccia
    in terra il Facchino con una spinta).
    FLORINDO: Bravissimo.
    TRUFFALDINO: Se nol pesa gnente! (entra nella locanda col baule).
    FLORINDO: Vedete come si fa? (al Facchino).
    FACCHINO: Mi no so far de pi.  Fazzo el facchin per desgrazia; ma son
    fiol de una persona civil.
    FLORINDO: Che cosa faceva vostro padre?
    FACCHINO: Mio padre? El scortegava i agnelli per la citt.
    FLORINDO: (Costui  un pazzo;  non occorr'altro)  (vuol  andare  nella
    locanda).
    FACCHINO: Lustrissimo, la favorissa.
    FLORINDO: Che cosa?
    FACCHINO: I bezzi della portadura.
    FLORINDO:  Quanto  ti ho da dare per dieci passi?  Ecco l la corriera
    (accenna dentro alla scena).
    FACCHINO: Mi no conto i passi; la me paga (stende la mano).
    FLORINDO: Eccoti cinque soldi (gli mette una moneta in mano).
    FACCHINO: La me paga (tiene la mano stesa).
    FLORINDO: O che pazienza! Eccotene altri cinque (fa come sopra).
    FACCHINO: La me paga (come sopra).
    FLORINDO: (gli d un calcio) Sono annoiato.
    FACCHINO: Adesso son pag (parte).


    SCENA OTTAVA.
    Florindo, poi Truffaldino.

    FLORINDO: Che razza di umori si danno!  Aspettava proprio  che  io  lo
    maltrattassi. Oh, andiamo un po'a vedere che albergo  questo...
    TRUFFALDINO: Signor, l' restada servida.
    FLORINDO: Che alloggio  codesto?
    TRUFFALDINO: L' una bona locanda,  signor.  Boni letti,  bei specchi,
    una cusina bellissima, con un odor che consola. Ho parl col camerier.
    La sar servida da re.
    FLORINDO: Voi che mestiere fate?
    TRUFFALDINO: El servitor.
    FLORINDO: Siete veneziano?
    TRUFFALDINO: No son venezian,  ma son qua del Stato.  Son  bergamasco,
    per servirla.
    FLORINDO: Adesso avete padrone?
    TRUFFALDINO: Adesso... veramente non l'ho.
    FLORINDO: Siete senza padrone?
    TRUFFALDINO: Eccome qua;  la vede,  son senza padron. (Qua nol gh' el
    me padron, mi no digo busie).
    FLORINDO: Verreste voi a servirmi?
    TRUFFALDINO: A servirla?  Perch no?  (Se i  patti  fusse  meggio,  me
    cambieria de camisa).
    FLORINDO: Almeno per il tempo ch'io sto in Venezia.
    TRUFFALDINO: Benissimo. Quanto me vorla dar?
    FLORINDO: Quanto pretendete?
    TRUFFALDINO: Ghe dir: un altro padron che aveva, e che adesso qua nol
    gh'ho pi, el me dava un felippo al mese e le spese.
    FLORINDO: Bene, e tanto vi dar io.
    TRUFFALDINO: Bisognerave che la me dasse qualcossetta de pi.
    FLORINDO: Che cosa pretendereste di pi?
    TRUFFALDINO: Un soldetto al zorno per el tabacco.
    FLORINDO: S, volentieri; ve lo dar.
    TRUFFALDINO: Co l' cus, stago con lu.
    FLORINDO: Ma vi vorrebbe un poco d'informazione dei fatti vostri.
    TRUFFALDINO: Co no la vol altro che informazion dei fatti mii, la vada
    a Bergamo, che tutti ghe dir chi son.
    FLORINDO: Non avete nessuno in Venezia che vi conosca?
    TRUFFALDINO: Son arriv stamattina, signor.
    FLORINDO: Ors; mi parete un uomo da bene. Vi prover.
    TRUFFALDINO: La me prova, e la veder.
    FLORINDO:  Prima  d'ogni altra cosa,  mi preme vedere se alla Posta vi
    siano lettere per me. Eccovi mezzo scudo; andate alla Posta di Torino,
    domandate se vi sono lettere di  Florindo  Aretusi;  se  ve  ne  sono,
    prendetele e portatele subito, che vi aspetto.
    TRUFFALDINO: Intanto la fazza parecchiar da disnar.
    FLORINDO: S,  bravo,  far preparare.  (E' faceto: non mi dispiace. A
    poco alla volta ne far la prova) (entra nella locanda).


    SCENA NONA.
    Truffaldino, poi Beatrice da uomo e Brighella.

    TRUFFALDINO: Un soldo al zorno de pi,  i  trenta soldi al  mese;  no
    l'  gnanca  vero  che quell'alter me daga un felippo;  el me d diese
    pauli,  Pol esser che diese pauli i fazza un felippo,  ma mi nol so de
    seguro.  E  po quel sior turinese nol vedo pi.  L' un matto.  L' un
    zovenotto che no gh'ha barba e no  gh'ha  giudizio.  Lassemolo  andar;
    andemo alla Posta per sto sior... (vuol partire ed incontra Beatrice).
    BEATRICE: Bravissimo. Cos mi aspetti?
    TRUFFALDINO: Son qua, signor. V'aspetto ancora.
    BEATRICE: E perch vieni a aspettarmi qui,  e non nella strada dove ti
    ho detto? E' un accidente che ti abbia ritrovato.
    TRUFFALDINO: Ho spasseggi un pochetto, perch me passasse la fame.
    BEATRICE: Ors,  va in questo momento alla barca del  corriere.  Fatti
    consegnare il mio baule e portalo alla locanda di messer Brighella...
    BRIGHELLA: Eccola l' la mia locanda; nol pol fallar.
    BEATRICE: Bene dunque, sbrigati, che ti aspetto.
    TRUFFALDINO: (Diavolo! In quella locanda!).
    BEATRICE:  Tieni,  nello  stesso  tempo anderai alla Posta di Torino e
    domanderai se vi sono mie lettere.  Anzi domanda se vi sono lettere di
    Federigo Rasponi e di Beatrice Rasponi.  Aveva da venir meco anche mia
    sorella,  e per un incomodo   restata  in  villa,  qualche  amica  le
    potrebbe scrivere; guarda se ci sono lettere o per lei, o per me.
    TRUFFALDINO: (Mi no so quala far. Son l'omo pi imbroi de sto mondo).
    BRIGHELLA: (Come aspettela lettere al so nome vero e al so nome finto,
    se l' partida segretamente?) (piano a Beatrice).
    BEATRICE:  (Ho  lasciato  ordine  che  mi si scriva ad un servitor mio
    fedele che amministra le cose della mia casa;  non so  con  qual  nome
    egli  mi  possa scrivere.  Ma andiamo,  che con comodo vi narrer ogni
    cosa) (piano  a  Brighella).  Spicciati,  va  alla  Posta  e  va  alla
    corriera.  Prendi  le  lettere,  fa portar il baule nella locanda,  ti
    aspetto (entra nella locanda).
    TRUFFALDINO: S vu el padron della locanda? (a Brighella).
    BRIGHELLA: Si ben, son mi.  Porteve ben,  e no ve dubit,  che ve far
    magnar ben (entra nella locanda).


    SCENA DECIMA.
    Truffaldino, poi Silvio.

    TRUFFALDINO:  Oh  bella!  Ghe n' tanti che cerca un padron,  e mi ghe
    n'ho trov do.  Come diavol oia da far?  Tutti do no li posso  servir.
    No?  E  perch  no?  No la saria una bella cossa servirli tutti do,  e
    guadagnar do salari, e magnar el doppio? La saria bella, se no i se ne
    accorzesse.  E se i se ne accorze,  cossa prdio?  Gnente.  Se uno  me
    manda via,  resto con quell'altro. Da galantomo, che me vai provar. Se
    la durasse anca un d solo, me vi provar. Alla fin aver sempre fatto
    una  bella  cossa.   Animo;   andemo   alla   Posta   per   tutti   do
    (incamminandosi).
    SILVIO:  (Questi    il  servo  di  Federigo  Rasponi).  Galantuomo (a
    Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Signor.
    SILVIO: Dov' il nostro padrone?
    TRUFFALDINO: El me padron? L' l in quella locanda.
    SILVIO: Andate subito dal vostro padrone,  ditegli  ch'io  gli  voglio
    parlare; s' uomo d'onore, venga gi, ch'io l'attendo.
    TRUFFALDINO: Ma caro signor...
    SILVIO: Andate subito (con voce alta).
    TRUFFALDINO: Ma la sappia che el me padron...
    SILVIO: Meno repliche, giuro al cielo.
    TRUFFALDINO: Ma qualo ha da vegnir?...
    SILVIO: Subito, o ti bastono.
    TRUFFALDINO: (No so gnente, mander el primo che trover) (entra nella
    locanda).


    SCENA UNDICESIMA.
    Silvio, poi Florindo e Truffaldino.

    SILVIO: No,  non sar mai vero ch'io soffra vedermi innanzi agli occhi
    un rivale.  Se Federigo scamp la vita una volta,  non  gli  succeder
    sempre  la  stessa  sorte.  O  ha da rinunziare ogni pretensione sopra
    Clarice, o l'avr da far meco...  Esce altra gente dalla locanda.  Non
    vorrei essere disturbato (si ritira dalla parte opposta).
    TRUFFALDINO:  Ecco  l  quel  sior  che  butta  fogo da tutte le bande
    (accenna Silvio a Florindo).
    FLORINDO: Io non lo conosco. Che cosa vuole da me? (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Mi no so gnente.  Vado a tor  le  lettere;  con  so  bona
    grazia. (No voggio impegni) (da s, e parte).
    SILVIO: (E Federigo non viene).
    FLORINDO: (Voglio chiarirmi della verit).  Signore,  siete voi che mi
    avete domandato? (a Silvio)
    SILVIO: Io? Non ho nemmeno l'onor di conoscervi.
    FLORINDO: Eppure quel servitore, che ora di qui  partito, mi ha detto
    che con voce imperiosa e con minaccie avete preteso di provocarmi.
    SILVIO: Colui m'intese  male;  dissi  che  parlar  volevo  al  di  lui
    padrone.
    FLORINDO: Bene, io sono il di lui padrone.
    SILVIO: Voi, il suo padrone?
    FLORINDO: Senz'altro. Egli sta al mio servizio.
    SILVIO:  Perdonate dunque,  o il vostro servitore  simile ad un altro
    che ho veduto stamane, o egli serve qualche altra persona.
    FLORINDO: Egli serve me, non ci pensate.
    SILVIO: Quand' cos, torno a chiedervi scusa.
    FLORINDO: Non vi  male. Degli equivoci ne nascon sempre.
    SILVIO: Siete voi forestiere, signore?
    FLORINDO: Turinese, a'vostri comandi.
    SILVIO: Turinese appunto era quello con cui desiderava sfogarmi.
    FLORINDO: Se  mio paesano,  pu essere ch'io lo conosca,  e s'egli vi
    ha   disgustato,   m'impiegher   volentieri   per  le  vostre  giuste
    soddisfazioni.
    SILVIO: Conoscete voi un certo Federigo Rasponi?
    FLORINDO: Ah! l'ho conosciuto pur troppo.
    SILVIO: Pretende egli per una parola avuta dal padre togliere a me una
    sposa, che questa mane mi ha giurato la fede.
    FLORINDO: Non dubitate,  amico,  Federigo Rasponi non pu involarvi la
    sposa. Egli  morto.
    SILVIO: Si,  tutti credevano ch'ei fosse morto, ma stamane giunse vivo
    e sano in Venezia, per mio malanno, per mia disperazione.
    FLORINDO: Signore, voi mi fate rimaner di sasso.
    SILVIO: Ma! ci sono rimasto anch'io.
    FLORINDO: Federigo Rasponi vi assicuro che  morto.
    SILVIO: Federigo Rasponi vi assicuro che  vivo.
    FLORINDO: Badate bene che v'ingannerete.
    SILVIO: Il signor Pantalone  de'Bisognosi,  padre  della  ragazza,  ha
    fatto tutte le possibili diligenze per assicurarsene, ed ha certissime
    prove che sia egli proprio in persona.
    FLORINDO:  (Dunque  non  rest  ucciso,  come tutti credettero,  nella
    rissa!).
    SILVIO: O egli, o io,  abbiamo da rinunziare agli amori di Clarice,  o
    alla vita.
    FLORINDO: (Qui Federigo? Fuggo dalla giustizia, e mi trovo a fronte il
    nemico!).
    SILVIO:  E' molto che voi non lo abbiate veduto.  Doveva alloggiare in
    codesta locanda.
    FLORINDO: Non l'ho veduto; qui m'hanno detto che non vi era forestiere
    nessuno.
    SILVIO: Avr cambiato pensiere. Signore,  scusate se vi ho importunato
    Se  lo  vedete,  ditegli che per suo meglio abbandoni l'idea di cotali
    nozze. Silvio Lombardi  il mio nome; avr l'onore di riverirvi.
    FLORINDO: Gradir sommamente  la  vostra  amicizia.  (Resto  pieno  di
    confusione).
    SILVIO: Il vostro nome, in grazia, poss'io saperlo?
    FLORINDO: (Non vo'scoprirmi). Orazio Ardenti per obbedirvi.
    SILVIO: Signor Orazio, sono a'vostri comandi (parte).


    SCENA DODICESIMA.
    Florindo solo.

    FLORINDO:  Come  pu  darsi che una stoccata,  che lo pass dal fianco
    alle reni,  non l'abbia ucciso?  Lo vidi pure  io  stesso  disteso  al
    suolo,  involto  nel proprio sangue.  Intesi dire che spirato egli era
    sul colpo.  Pure potrebbe darsi che morto non fosse.  Il ferro toccato
    non lo avr nelle parti vitali. La confusione fa travedere. L'esser io
    fuggito  da  Torino  subito dopo il fatto,  che a me per la inimicizia
    nostra venne imputato,  non mi ha lasciato luogo a rilevare la verit.
    Dunque, giacch non  morto, sar meglio ch'io ritorni a Torino, ch'io
    vada  a consolare la mia diletta Beatrice,  che vive forse penando,  e
    piange per la mia lontananza.


    SCENA TREDICESIMA.
    Truffaldino con un altro Facchino che porta il baule  di  Beatrice,  e
    detto.
    Truffaldino  s'avanza  alcuni passi col Facchino,  poi accorgendosi di
    Florindo e dubitando esser veduto, fa ritirare il Facchino.

    TRUFFALDINO: Andemo con mi...  Oh diavol!  L  qua quest'alter padron.
    Retirete,  camerada,  e  aspetteme  su  quel  canton  (il  Facchino si
    ritira).
    FLORINDO: (S, senz'altro. Ritorner a Torino).
    TRUFFALDINO: Son qua, signor...
    FLORINDO: Truffaldino, vuoi venir a Torino con me?
    TRUFFALDINO: Quando?
    FLORINDO: Ora, subito.
    TRUFFALDINO: Senza disnar?
    FLORINDO: No; si pranzer, e poi ce n'andremo.
    TRUFFALDINO: Benissimo; disnando ghe penser.
    FLORINDO: Sei stato alla Posta?
    TRUFFALDINO: Signor s.
    FLORINDO: Hai trovato mie lettere?
    TRUFFALDINO: Ghe n'ho trov.
    FLORINDO: Dove sono?
    TRUFFALDINO: Adesso le trover (tira fuori di tasca tre lettere).  (Oh
    diavolo!  Ho  confuso quelle de un padron con quelle dell'altro.  Come
    faroio a trovar fora le soe? Mi no so lezer).
    FLORINDO: Animo, d qui le mie lettere.
    TRUFFALDINO: Adesso, signor. (Son imbroiado).  Ghe dir,  signor.  Ste
    tre  lettere  no  le  vien tutte a V.  S.  Ho trov un servitor che me
    cognosse,  che semo stadi a servir a Bergamo insieme;  gh'ho  dit  che
    andava alla Posta, e el m'ha preg che veda se gh'era niente per el so
    padron. Me par che ghe ne fusse una, ma no la conosso pi, no so quala
    che la sia.
    FLORINDO:  Lascia  vedere  a  me;  prender  le  mie,  e l'altra te la
    render.
    TRUFFALDINO: Tol pur. Me preme de servir l'amigo.
    FLORINDO: (Che  vedo?  Una  lettera  diretta  a  Beatrice  Rasponi?  A
    Beatrice Rasponi in Venezia!).
    TRUFFALDINO: L'av trovada quella del me camerada?
    FLORINDO:  Chi    questo  tuo  camerata,  che  ti  ha  dato  una tale
    incombenza?
    TRUFFALDINO: L' un servitor... che gh'ha nome Pasqual.
    FLORINDO: Chi serve costui?
    TRUFFALDINO: Mi no lo so, signor.
    FLORINDO: Ma se ti ha detto di cercar le lettere del suo  padrone,  ti
    avr dato il nome.
    TRUFFALDINO: Naturalmente. (L'imbroio cresce).
    FLORINDO: Ebbene, che nome ti ha dato?
    TRUFFALDINO: No me l'arrecordo.
    FLORINDO: Come!...
    TRUFFALDINO: El me l'ha scritto su un pezzo de carta.
    FLORINDO: E dov' la carta?
    TRUFFALDINO: L'ho lassada alla Posta.
    FLORINDO: (Io sono in un mare di confusioni).
    TRUFFALDINO: (Me vado inzegnando alla meio).
    FLORINDO: Dove sta di casa questo Pasquale?
    TRUFFALDINO: Non lo so in verit.
    FLORINDO: Come potrai ricapitargli la lettera?
    TRUFFALDINO: El m'ha dito che se vederemo in piazza.
    FLORINDO: (Io non so che pensare).
    RUFFALDINO (Se la porto fora netta,  l' un miracolo). La me favorissa
    quella lettera, che veder de trovarlo.
    FLORINDO: No, questa lettera voglio aprirla.
    TRUFFALDINO: Ohib; no la fazza sta cossa. La sa pur,  che pena gh' a
    avrir le lettere.
    FLORINDO:  Tant',  questa  lettera  m'interessa troppo.  E' diretta a
    persona, che mi appartiene per qualche titolo. Senza scrupolo la posso
    aprire (l'apre).
    TRUFFALDINO: (Schiavo siori. El l'ha fatta).
    FLORINDO: (legge)

    Illustrissima signora padrona.
    La di lei partenza da questa citt ha  dato  motivo  di  discorrere  a
    tutto il paese; e tutti capiscono ch'ella abbia fatto tale risoluzione
    per  seguitare  il signor Florindo.  Lo Corte ha penetrato ch'ella sia
    fuggita  in  abito  da  uomo,  e  non  lascia  di  far  diligenze  per
    rintracciarla  e  farla  arrestare.  Io  non ho spedito la presente da
    questa Posta di Torino per Venezia a dirittura,  per non iscoprire  il
    paese  dov'ella mi ha confidato che pensava portarsi;  ma l'ho inviata
    ad un amico di Genova, perch poi di la la trasmettesse a Venezia.  Se
    avr  novit  di rimarco,  non lascer di comunicargliele collo stesso
    metodo, e umilmente mi rassegno.
    Umilissimo e fedelissimo servitore
    Tognin della Doira.

    TRUFFALDINO: (Che bell'azion! Lezer i fatti d'i altri).
    FLORINDO: (Che intesi mai? Che lessi? Beatrice partita di casa sua? in
    abito d'uomo?  per venire in traccia  di  me?  Ella  mi  ama  davvero.
    Volesse  il  cielo  che  io  la  ritrovassi  in  Venezia!).  Va,  caro
    Truffaldino,  usa ogni diligenza per ritrovare  Pasquale;  procura  di
    ricavare da lui chi sia il suo padrone, se uomo, se donna. Rileva dove
    sia alloggiato,  e se puoi, conducilo qui da me, che a te e a lui dar
    una mancia assai generosa.
    TRUFFALDINO: Deme la lettera; procurer de trovarlo.
    FLORINDO:  Eccola,   mi  raccomando  a  te.   Questa  cosa  mi   preme
    infinitamente.
    TRUFFALDINO: Ma ghe l'ho da dar cus averta?
    FLORINDO: Digli che  stato un equivoco,  un accidente. Non mi trovare
    difficolt.
    TRUFFALDINO: E a Turin se va pi per adesso?
    FLORINDO: No,  non si va pi per ora.  Non perder  tempo.  Procura  di
    ritrovar Pasquale.  (Beatrice in Venezia,  Federigo in Venezia.  Se la
    trova il fratello,  misera lei;  far io tutte le diligenze  possibili
    per rinvenirla) (parte).


    SCENA QUATTORDICESIMA.
    Truffaldino solo, poi il Facchino col baule.

    TRUFFALDINO: Ho gusto da galantomo,  che no se vada via. Ho volont de
    veder come me riesce sti do servizi.  Vi provar la  me  abilit.  Sta
    lettera,  che  va  a  st'alter  me padron,  me despias de averghela da
    portar averta.  M'inzegner de piegarla (fa varie piegature  cattive).
    Adess mo bisogneria bollarla.  Se savess come far! Ho vist la me siora
    nonna,  che delle volte la bollava le lettere col  pan  masteg.  Voio
    provar (tira fuori di tasca un pezzetto di pane). Me despiase consumar
    sto  tantin  de  pan;  ma  ghe vol pazenzia (mastica un po'di pane per
    sigillare la lettera,  ma non volendo l'inghiotte).  Oh  diavolo!  L'
    and  zo.  Bisogna  mastegarghene  un  altro  boccon  (fa  lo stesso e
    l'inghiotte). No gh' remedio, la natura repugna.  Me prover un'altra
    volta  (mastica,  come  sopra.  Vorrebbe  inghiottir  il  pane,  ma si
    trattiene,  e con gran fatica se lo leva di  bocca).  Oh,  l'  vegn.
    Boller  la  lettera  (la sigilla col pane).  Me par che la staga ben.
    Gran mi per far le cosse pulito! Oh, no m'arrecordava pi del facchin.
    Camerada, vegn avanti, tol su el baul (verso la scena).
    FACCHINO: (col baule in spalla) Son qua, dove l'avemio da portar?
    TRUFFALDINO: Portel in quella locanda, che adess vegno anca mi.
    FACCHINO: E chi pagher?
    SCENA QUINDICESIMA.
    Beatrice, che esce dalla locanda, e detti.

    BEATRICE: E'questo il mio baule? (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Signor s.
    BEATRICE: Portatelo nella mia camera (al Facchino).
    FACCHINO: Qual la la so camera?
    BEATRICE: Domandatelo al cameriere.
    FACCHINO: Semo d'accordo trenta soldi.
    BEATRICE: Andate, che vi pagher.
    FACCHINO: Che la fazza presto.
    BEATRICE: Non mi seccate.
    FACCHINO: Adessadesso ghe butto el baul in mezzo  alla  strada  (entra
    nella locanda).
    TRUFFALDINO: Gran persone gentili che son sti facchini!
    BEATRICE: Sei stato alla Posta?
    TRUFFALDINO: Signor si.
    BEATRICE: Lettere mie ve ne sono?
    TRUFFALDINO: Ghe n'era una de vostra sorella.
    BEATRICE: Bene, dov'?
    TRUFFALDINO: Eccola qua (le d la lettera).
    BEATRICE: Questa lettera  stata aperta.
    TRUFFALDINO: Averta? Oh! no pol esser.
    BEATRICE: Aperta e sigillata ora col pane.
    TRUFFALDINO: Mi no saveria mai come che la fusse.
    BEATRICE: Non lo sapresti, eh? Briccone, indegno; chi ha aperto questa
    lettera? Voglio saperlo.
    TRUFFALDINO: Ghe dir,  signor,  ghe confesser la verit.  Semo tutti
    capaci de fallar. Alla Posta gh'era una lettera mia; so poco lezer;  e
    in  fallo,  in vece de averzer la mia,  ho averto la soa.  Ghe domando
    perdon.
    BEATRICE: Se la cosa fosse cos, non vi sarebbe male.
    TRUFFALDINO: L' cos da povero fiol.
    BEATRICE: L'hai letta questa lettera? Sai che cosa contiene?
    TRUFFALDINO: Niente affatto. L' un carattere che no capisso.
    BEATRICE: L'ha veduta nessuno?
    TRUFFALDINO: Oh! (maravigliandosi).
    BEATRICE: Bada bene, veh!
    TRUFFALDINO: Uh! (come sopra).
    BEATRICE: (Non vorrei che costui m'ingannasse) (legge piano).
    TRUFFALDINO: (Anca questa l' tacconada).
    BEATRICE: (Tognino  un servitore fedele.  Gli ho  dell'obbligazione).
    Ors,  io vado per un interesse poco lontano Tu va nella locanda, apri
    il baule, eccoti le chiavi e da'un poco d'aria ai miei vestiti. Quando
    torno,  si pranzer (Il signor Pantalone non si vede,  ed a me premono
    queste monete) (parte).


    SCENA SEDICESIMA.
    Truffaldino, poi Pantalone.

    TRUFFALDINO:  Mo l' andada ben,  che no la podeva andar meio.  Son un
    omo de garbo; me stimo cento scudi de pi de quel che no me stimava.
    PANTALONE: Dis, amigo, el vostro padron xlo in casa?
    TRUFFALDINO: Sior no, nol ghe x.
    PANTALONE: Saveu dove che el sia?
    TRUFFALDINO: Gnanca.
    PANTALONE: Vienlo a casa a disnar?
    TRUFFALDINO: Mi crederave de s.
    PANTALONE: Tol, col vien a casa, deghe sta borsa co sti cento ducati.
    No posso trattegnirme, perch gl'ho da far. Ve reverisso (parte).





    SCENA DICIASSETTESIMA.
    Truffaldino, poi Florindo.

    TRUFFALDINO: La diga, la senta. Bon viazo. Non m'ha gnanca dito a qual
    dei mi padroni ghe l'ho da dar.
    FLORINDO: E bene, hai tu ritrovato Pasquale?
    TRUFFALDINO: Sior no, no l'ho trov Pasqual, ma ho trov uno, che m'ha
    d una borsa con cento ducati.
    FLORINDO: Cento ducati? Per farne che?
    TRUFFALDINO: Disim la verit, sior padron,  aspetteu denari da nissuna
    banda?
    FLORINDO: S ho presentata una lettera ad un mercante.
    TRUFFALDINO: Donca sti quattrini i sar vostri.
    FLORINDO: Che cosa ha detto chi te li ha dati?
    TRUFFALDINO: El m'ha dit, che li daga al me padron.
    FLORINDO: Dunque sono miei senz'altro. Non sono io il tuo padrone? Che
    dubbio c'?
    TRUFFALDINO: (Nol sa gnente de quell'alter padron).
    FLORINDO: E non sai chi te li abbia dati?
    TRUFFALDINO:  Mi no so;  me par quel viso averlo visto un'altra volta,
    ma no me recordo.
    FLORINDO: Sar un mercante, a cui sono raccomandato.
    TRUFFALDINO: El sar lu senz'altro.
    FLORINDO: Ricordati di Pasquale.
    TRUFFALDINO: Dopo disnar lo trover.
    FLORINDO:  Andiamo  dunque  a  sollecitare  il  pranzo  (entra   nella
    locanda).
    TRUFFALDINO:  Andemo  pur.  Manco  mal che sta volta non ho fall.  La
    borsa l'ho dada a chi l'aveva d'aver (entra nella locanda).


    SCENA DICIOTTESIMA.
    Camera in casa di Pantalone Pantalone e Clarice, poi Smeraldina.

    PANTALONE: Tant';  sior Federigo ha da  esser  vostro  mario.  Ho  d
    parola, e no son un bambozzo.
    CLARICE: Siete padrone di me,  signor padre; ma questa, compatitemi, 
    una tirannia.
    PANTALONE: Quando sior Federigo v'ha fatto domandar, ve l'ho dito;  vu
    non  m'av resposo de no volerlo.  Allora dovevi parlar;  adesso no s
    pi a tempo.
    CLARICE: La soggezione, il rispetto, mi fecero ammutolire.
    PANTALONE: F che el respetto e  la  suggizion  fazza  l'istesso  anca
    adesso.
    CLARICE: Non posso, signor padre.
    PANTALONE: No? per cossa?
    CLARICE: Federigo non lo sposer certamente.
    PANTALONE: Ve despiaselo tanto?
    CLARICE: E' odioso agli occhi miei.
    PANTALONE: Anca s che mi ve insegno el modo de far che el ve piasa?
    CLARICE: Come mai, signore?
    PANTALONE: Desmenteghve sior Silvio, e veder che el ve piaser.
    CLARICE:  Silvio    troppo fortemente impresso nell'anima mia;  e voi
    coll'approvazione vostra lo avete ancora pi radicato.
    PANTALONE: (Da una banda la  compatisso).  Bisogna  far  de  necessit
    vert.
    CLARICE: Il mio cuore non  capace di uno sforzo s grande.
    PANTALONE: Feve animo, bisogna farlo...
    SMERALDINA:  Signor  padrone,    qui  il  signor  Federigo,  che vuol
    riverirla.
    PANTALONE: Ch'el vegna, che el x patron.
    CLARICE: Oim! Che tormento! (piange).
    SMERALDINA: Che avete,  signora padrona?  Piangete?  In  verit  avete
    torto.  Non avete veduto com' bellino il signor Federigo? Se toccasse
    a me una tal fortuna, non vorrei piangere, no; vorrei ridere con tanto
    di bocca (parte).
    PANTALONE: Via, fia mia, no te far veder a pianzer.
    CLARICE: Ma se mi sento scoppiar il cuore.


    SCENA DICIANNOVESIMA.
    Beatrice da uomo, e detti.

    BEATRICE: Riverisco il signor Pantalone.
    PANTALONE: Padron reverito. A'la recevesto una borsa con cento ducati?
    BEATRICE: Io no.
    PANTALONE: Ghe l'ho dada za un poco al so servitor.  La m'ha dito  che
    el x un omo fid.
    BEATRICE: S,  non vi  pericolo.  Non l'ho veduto: me li dar, quando
    torno a casa.  (Che ha  la  signora  Clarice  che  piange?)  (piano  a
    Pantalone).
    PANTALONE: (Caro sior Federigo,  bisogna compatirla.  La nova della so
    morte x stada causa de sto mal.  Col tempo spero che la se scambier)
    (piano a Beatrice).
    BEATRICE: (Fate una cosa,  signor Pantalone,  lasciatemi un momento in
    libert con lei,  per vedere se mi riuscisse d'aver una buona  parola)
    (come sopra).
    PANTALONE: Sior S;  vago e vegno.  (Voggio provarle tutte).  Fia mia,
    aspetteme, che adesso torno.  Tien un poco de compagnia al to novizzo.
    (Via, abbi giudizio) (piano a Clarice, e parte).


    SCENA VENTESIMA.
    Beatrice e Clarice.

    BEATRICE: Deh, signora Clarice...
    CLARICE: Scostatevi, e non ardite d'importunarmi.
    BEATRICE: Cos severa con chi vi  destinato in consorte?
    CLARICE: Se sar strascinata per forza alle vostre nozze, avrete da me
    la mano, ma non il cuore.
    BEATRICE: Voi siete sdegnata meco, eppure io spero placarvi.
    CLARICE: V'aborrir in eterno.
    BEATRICE: Se mi conosceste, voi non direste cos.
    CLARICE: Vi conosco abbastanza per lo sturbatore della mia pace.
    BEATRICE: Ma io ho il modo di consolarvi.
    CLARICE: V'ingannate; altri che Silvio consolare non mi potrebbe.
    BEATRICE:  Certo  che non posso darvi quella consolazione,  che dar vi
    potrebbe il vostro Silvio, ma posso contribuire alla vostra felicit.
    CLARICE: Mi par assai,  signore,  che parlandovi io in una maniera  la
    pi aspra del mondo, vogliate ancor tormentarmi.
    BEATRICE: (Questa povera giovane mi fa piet;  non ho cuore di vederla
    penare).
    CLARICE: (La passione mi fa diventare ardita, temeraria, incivile).
    BEATRICE: Signora Clarice, vi ho da confidare un segreto.
    CLARICE: Non vi prometto la segretezza. Tralasciate di confidarmelo.
    BEATRICE: La vostra austerit mi toglie  il  modo  di  potervi  render
    felice.
    CLARICE: Voi non mi potete rendere che sventurata.
    BEATRICE: V'ingannate;  e per convincervi vi parler schiettamente. Se
    voi non volete me,  io non saprei che fare di voi.  Se avete ad  altri
    impegnata la destra, anch'io con altri ho impegnato il cuore.
    CLARICE: Ora cominciate a piacermi.
    BEATRICE: Non vel dissi che aveva io il modo di consolarvi?
    CLARICE: Ah, temo che mi deludiate.
    BEATRICE: No, signora, non fingo. Parlovi col cuore sulle labbra; e se
    mi promettete quella segretezza che mi negaste poc'anzi,  vi confider
    un arcano, che metter in sicuro la vostra pace.
    CLARICE: Giuro di osservare il pi rigoroso silenzio.
    BEATRICE: Io non sono Federigo Rasponi, ma Beatrice di lui sorella.
    CLARICE: Oh! che mi dite mai! Voi donna?
    BEATRICE: S, tale io sono. Pensate,  se aspiravo di cuore alle vostre
    nozze.
    CLARICE: E di vostro fratello che nuova ci date?
    BEATRICE: Egli mor pur troppo d'un colpo di spada.  Fu creduto autore
    della di lui morte un amante mio,  di cui sotto di queste  spoglie  mi
    porto  in  traccia.  Pregovi  per  tutte  le  sacre leggi d'amicizia e
    d'amore di non tradirmi.  So che incauta sono io stata confidandovi un
    tale arcano,  ma l'ho fatto per pi motivi;  primieramente,  perch mi
    doleva vedervi afflitta; in secondo luogo, perch mi pare conoscere in
    voi che siate una ragazza da potersi compromettere di segretezza;  per
    ultimo,  perch  il  vostro  Silvio mi ha minacciato e non vorrei che,
    sollecitato da voi, mi ponesse in qualche cimento.
    CLARICE: A Silvio mi permettete voi ch'io lo dica?
    BEATRICE: No, anzi ve lo proibisco assolutamente.
    CLARICE: Bene, non parler.
    BEATRICE: Badate che mi fido di voi.
    CLARICE: Ve lo giuro di nuovo, non parler.
    BEATRICE: Ora non mi guarderete pi di mal occhio.
    CLARICE: Anzi vi sar amica; e, se posso giovarvi, disponete di me.
    BEATRICE: Anch'io vi giuro eterna la mia amicizia.  Datemi  la  vostra
    mano.
    CLARICE: Eh, non vorrei...
    BEATRICE:  Avete  paura  ch'io  non sia donna?  Vi dar evidenti prove
    della verit.
    CLARICE: Credetemi, ancora mi pare un sogno.
    BEATRICE: Infatti la cosa non  ordinaria.
    CLARICE: E' stravagantissima.
    BEATRICE: Ors,  io me ne voglio andare.  Tocchiamoci la mano in segno
    di buona amicizia e di fedelt.
    CLARICE: Ecco la mano; non ho nessun dubbio che m'inganniate.


    SCENA VENTUNESIMA.
    Pantalone e dette.

    PANTALONE:  Bravi!  Me  ne rallegro infinitamente.  (Fia mia,  ti t'ha
    giust molto presto) (a Clarice).
    BEATRICE: Non vel dissi, signor Pantalone, ch'io l'avrei placata?
    PANTALONE: Bravo!  Av fatto pi vu in quattro minuti,  che no averave
    fatto mi in quattr'anni.
    CLARICE: (Ora sono in un laberinto maggiore).
    PANTALONE: Donca stabiliremo presto sto matrimonio (a Clarice).
    CLARICE: Non abbiate tanta fretta, signore.
    PANTALONE:  Come!  Se  se tocca le manine in scondon,  e non ho d'aver
    pressa?  No,  no,  no voggio che me succeda desgrazie.  Doman se  far
    tutto.
    BEATRICE: Sar necessario,  signor Pantalone, che prima accomodiamo le
    nostre partite, che vediamo il nostro conteggio.
    PANTALONE: Faremo tutto.  Queste le x cosse che le se fa in  do  ore.
    Doman daremo l'anello.
    CLARICE: Deh, signor padre...
    PANTALONE: Siora fia, vago in sto ponto a dir le parole a sior Silvio.
    CLARICE: Non lo irritate, per amor del cielo.
    PANTALONE: Coss'? Ghe ne vustu do?
    CLARICE: Non dico questo. Ma...
    PANTALONE: Ma e mo, la x finia. Schiavo, siori (vuol partire).
    BEATRICE: Udite... (a Pantalone).
    PANTALONE: S mario e muggier (partendo).
    CLARICE: Piuttosto... (a Pantalone).
    PANTALONE: Stassera la descorreremo (parte).


    SCENA VENTIDUESIMA.
    Beatrice e Clarice.

    CLARICE:  Ah,  signora Beatrice,  esco da un affanno per entrare in un
    altro.
    BEATRICE: Abbiate pazienza. Tutto pu succedere, fuor ch'io vi sposi.
    CLARICE: E se Silvio mi crede infedele?
    BEATRICE: Durer per poco l'inganno.
    CLARICE: Se gli potessi svelare la verit...
    BEATRICE: Io non vi disimpegno dal giuramento.
    CLARICE: Che devo fare dunque?
    BEATRICE: Soffrire un poco.
    CLARICE: Dubito che sia troppo penosa una tal sofferenza.
    BEATRICE: Non dubitate, che dopo i timori, dopo gli affanni,  riescono
    pi graditi gli amorosi contenti (parte).
    CLARICE:  Non  posso  lusingarmi di provar i contenti,  finch mi vedo
    circondata da pene. Ah,  pur troppo egli  vero: in questa vita per lo
    pi o si pena, o si spera, e poche volte si gode (parte).










    ATTO SECONDO.

    SCENA PRIMA.
    Cortile in casa di Pantalone.
    Silvio e il Dottore.

    SILVIO: Signor padre, vi prego lasciarmi stare.
    DOTTORE: Fermati; rispondimi un poco.
    SILVIO: Sono fuori di me.
    DOTTORE:  Per  qual  motivo  sei  tu  venuto  nel  cortile  del signor
    Pantalone?
    SILVIO: Perch voglio,  o che egli mi mantenga quella parola che mi ha
    dato, o che mi renda conto del gravissimo affronto.
    DOTTORE:  Ma  questa    una cosa che non conviene farla nella propria
    casa di Pantalone.  Tu sei  un  pazzo  a  lasciarti  trasportar  dalla
    collera.
    SILVIO: Chi tratta male con noi, non merita alcun rispetto.
    DOTTORE: E' vero,  ma non per questo si ha da precipitare. Lascia fare
    a me,  Silvio mio,  lascia un po'ch'io gli parli;  pu essere ch'io lo
    illumini  e  gli  faccia conoscere il suo dovere.  Ritirati in qualche
    loco,  e aspettami;  esci  di  questo  cortile,  non  facciamo  scene.
    Aspetter io il signor Pantalone.
    SILVIO: Ma io, signor padre...
    DOTTORE: Ma io, signor figliuolo, voglio poi esser obbedito.
    SILVIO:  S,  v'obbedir.  Me n'ander.  Parlategli.  Vi aspetto dallo
    speziale.  Ma se il signor Pantalone persiste,  avr che fare  con  me
    (parte).


    SCENA SECONDA.
    Il Dottore, poi Pantalone.

    DOTTORE:  Povero  figliuolo,  lo compatisco.  Non doveva mai il signor
    Pantalone lusingarlo a tal segno,  prima di essere certo  della  morte
    del torinese.  Vorrei pure vederlo quieto, e non vorrei che la collera
    me lo facesse precipitare.
    PANTALONE: (Cossa fa el Dottor in casa mia?).
    DOTTORE: Oh, signor Pantalone, vi riverisco.
    PANTALONE: Schiavo, sior Dottor.  Giusto adesso vegniva a cercar de vu
    e de vostro fio.
    DOTTORE: S?  Bravo,  m'immagino che dovevate venir in traccia di noi,
    per assicurarci che la signora Clarice sar moglie di Silvio.
    PANTALONE:  Anzi  vegniva  per  dirve...   (mostrando  difficolt   di
    parlare).
    DOTTORE: No,  non c' bisogno di altre giustificazioni.  Compatisco il
    caso in cui vi siete trovato.  Tutto vi si passa in grazia della buona
    amicizia.
    PANTALONE:   Seguro,   che  considerando  la  promessa  fatta  a  sior
    Federigo... (titubando, come sopra).
    DOTTORE: E colto all'improvviso  da  lui,  non  avete  avuto  tempo  a
    riflettere; e non avete pensato all'affronto che si faceva alla nostra
    casa.
    PANTALONE: No se pol dir affronto, quando con un altro contratto...
    DOTTORE: So che cosa volete dire. Pareva a prima vista che la promessa
    col  turinese  fosse  indissolubile,   perch  stipulata  per  via  di
    contratto.  Ma quello era un contratto seguito fra voi  e  lui;  e  il
    nostro  confermato dalla fanciulla.
    PANTALONE: X vero; ma...
    DOTTORE:  E  sapete bene che in materia di matrimoni: Consensus et non
    concubitus facit virum.
    PANTALONE: Mi no so de latin; ma ve digo...
    DOTTORE: E le ragazze non bisogna sacrificarle.
    PANTALONE: Aveu altro da dir?
    DOTTORE: Per me ho detto.
    PANTALONE: Aveu fenio?
    DOTTORE: Ho finito.
    PANTALONE: Possio parlar?
    DOTTORE: Parlate.
    PANTALONE: Sior dottor caro, con tutta la vostra dottrina...
    DOTTORE: Circa alla dote ci aggiusteremo.  Poco pi,  poco  meno,  non
    guarder.
    PANTALONE: Semo da capo. Voleu lassarme parlar?
    DOTTORE: Parlate.
    PANTALONE:  Ve digo che la vostra dottrina x bella e bona;  ma in sto
    caso no la conclude.
    DOTTORE: E voi comporterete che segua un tal matrimonio?
    PANTALONE: Per mi giera impegn,  che no me podeva cavar.  Mia fia  x
    contenta; che difficolt possio aver? Vegniva a posta a cercar de vu o
    de sior Silvio,  per dirve sta cossa. La me despiase assae, ma non ghe
    vedo remedio.
    DOTTORE: Non mi maraviglio della vostra figliuola;  mi  maraviglio  di
    voi,  che  trattiate si malamente con me.  Se non eravate sicuro della
    morte del signor Federigo, non avevate a impegnarvi col mio figliuolo;
    e se con lui vi siete impegnato, avete a mantener la parola a costo di
    tutto.  La nuova della morte di Federigo  giustificava  bastantemente,
    anche  presso  di  lui,  la  vostra nuova risoluzione,  n poteva egli
    rimproverarvi,  n aveva luogo a pretendere veruna soddisfazione.  Gli
    sponsali  contratti  questa  mattina  fra la signora Clarice ed il mio
    figliuolo coram testibus non potevano essere sciolti da  una  semplice
    parola  data  da voi ad un altro.  Mi darebbe l'animo colle ragioni di
    mio figliuolo render nullo ogni nuovo  contratto,  e  obbligar  vostra
    figlia  a prenderlo per marito;  ma mi vergognerei d'avere in casa mia
    una nuora di cos poca  riputazione,  una  figlia  di  un  uomo  senza
    parola,  come  voi  siete.  Signor Pantalone,  ricordatevi che l'avete
    fatta a me,  che l'avete fatta alla casa Lombardi verr il  tempo  che
    forse  me  la dovrete pagare: s,  verr il tempo: omnia tempus habent
    (parte).


    SCENA TERZA.
    Pantalone, poi Silvio.

    PANTALONE: And,  che ve mando.  No me n'importa un figo,  e no  gh'ho
    paura de vu.  Stimo pi la casa Rasponi de cento case Lombardi. Un fio
    unico e ricco de sta qualit se  stenta  a  trovarlo.  L'ha  da  esser
    cuss.
    SILVIO: (Ha bel dire mio padre. Chi si pu tenere, si tenga).
    PANTALONE: (Adesso, alla segonda de cambio) (vedendo Silvio).
    SILVIO: Schiavo suo, signore (bruscamente).
    PANTALONE: Patron reverito. (La ghe fuma).
    SILVIO:  Ho inteso da mio padre un certo non so che;  crediamo poi che
    sia la verit?
    PANTALONE: Co ghe l'ha dito so sior padre, sar vero.
    SILVIO: Sono dunque stabiliti gli sponsali della signora  Clarice  col
    signor Federigo?
    PANTALONE: Sior s, stabiliti e conclusi.
    SILVIO: Mi maraviglio che me lo diciate con tanta temerit. Uomo senza
    parola, senza riputazione.
    PANTALONE: Come parlela,  padron? Co un omo vecchio della mia sorte la
    tratta cuss?
    SILVIO: Non so chi mi tenga, che non vi passi da parte a parte.
    PANTALONE: No son miga una rana, padron. In casa mia se vien a far ste
    bulae?
    SILVIO: Venite fuori di questa casa.
    PANTALONE: Me maraveggio de ella, sior.
    SILVIO: Fuori, se siete un uomo d'onore.
    PANTALONE: Ai omeni della mia sorte se ghe porta respetto.
    SILVIO: Siete un vile, un codardo, un plebeo.
    PANTALONE: S un tocco de temerario.
    SILVIO: Eh, giuro al Cielo... (mette mano alla spada).
    PANTALONE: Agiuto (mette mano al pistolese).

    SCENA QUARTA.
    Beatrice colla spada alla mano, e detti.

    BEATRICE: Eccomi; sono io in vostra difesa (a Pantalone,  e rivolta la
    spada contro Silvio).
    PANTALONE: Sior zenero, me raccomando (a Beatrice).
    SILVIO: Con te per l'appunto desideravo di battermi (a Beatrice).
    BEATRICE: (Son nell'impegno).
    SILVIO: Rivolgi a me quella spada (a Beatrice).
    PANTALONE: Ah, sior zenero... (timoroso).
    BEATRICE: Non  la prima volta che io mi sia cimentato.  Son qui,  non
    ho timore di voi (presenta la spada a Silvio).
    PANTALONE: Aiuto.  No gh' nissun?  (Parte correndo verso la  strada).
    Beatrice e Silvio si battono.  Silvio cade e lascia la spada in terra,
    e Beatrice gli presenta la punta al petto.


    SCENA QUINTA.
    Clarice e detti.

    CLARICE: Oim! Fermate (a Beatrice).
    BEATRICE: Bella Clarice,  in grazia vostra dono a Silvio  la  vita;  e
    voi,  in  ricompensa  della  mia  piet,  ricordatevi  del  giuramento
    (parte).


    SCENA SESTA.
    Silvio e Clarice.

    CLARICE: Siete salvo o mio caro?
    SILVIO: Ah,  perfida ingannatrice!  Caro a Silvio?  Caro ad un  amante
    schernito, ad uno sposo tradito?
    CLARICE: No,  Silvio,  non merito i vostri rimproveri. V'amo, v'adoro,
    vi son fedele.
    SILVIO: Ah menzognera!  Mi sei fedele,  eh?  Fedelt chiami  prometter
    fede ad un altro amante?
    CLARICE: Ci non feci, ne far mai. Morir, prima d'abbandonarvi.
    SILVIO: Sento che vi ha impegnato con un giuramento.
    CLARICE: Il giuramento non mi obbliga ad isposarlo.
    SILVIO: Che cosa dunque giuraste?
    CLARICE: Caro Silvio, compatitemi, non posso dirlo.
    SILVIO: Per qual ragione?
    CLARICE: Perch giurai di tacere.
    SILVIO: Segno dunque che siete colpevole.
    CLARICE: No, sono innocente.
    SILVIO: Gl'innocenti non tacciono.
    CLARICE: Eppure questa volta rea mi farei parlando.
    SILVIO: Questo silenzio a chi l'avete giurato?
    CLARICE: A Federigo.
    SILVIO: E con tanto zelo l'osserverete?
    CLARICE: L'osserver per non divenire spergiura.
    SILVIO: E dite di non amarlo?  Semplice chi vi crede.  Non vi credo io
    gi, barbara, ingannatrice! Toglietevi dagli occhi miei.
    CLARICE: Se non vi amassi,  non  sarei  corsa  qui  a  precipizio  per
    difendere la vostra vita.
    SILVIO: Odio anche la vita, se ho da riconoscerla da un'ingrata.
    CLARICE: Vi amo con tutto il cuore.
    SILVIO: Vi aborrisco con tutta l'anima.
    CLARICE: Morir, se non vi placate.
    SILVIO: Vedrei il vostro sangue pi volentieri della infedelt vostra.
    CLARICE: Sapr soddisfarvi (toglie la spada di terra).
    SILVIO: S, quella spada potrebbe vendicare i miei torti.
    CLARICE: Cos barbaro colla vostra Clarice?
    SILVIO: Voi mi avete insegnata la crudelt.
    CLARICE: Dunque bramate la morte mia?
    SILVIO: Io non so dire che cosa brami.
    CLARICE: Vi sapr compiacere (volta la punta al proprio seno).


    SCENA SETTIMA.
    Smeraldina e detti.

    SMERALDINA: Fermatevi;  che diamine fate? (leva la spada a Clarice). E
    voi, cane rinnegato, l'avreste lasciata morire? (a Silvio).  Che cuore
    avete di tigre,  di leone,  di diavolo? Guardate l il bel suggettino,
    per cui le donne s'abbiano a sbudellare!  Oh siete pur buona,  signora
    padrona.  Non vi vuole pi forse? Chi non vi vuol, non vi merita. Vada
    all'inferno questo sicario, e voi venite meco, che degli uomini non ne
    mancano;  m'impegno avanti sera trovarvene una dozzina (getta la spada
    in terra, e Silvio la prende).
    CLARICE:  (piangendo)  Ingrato!  Possibile  che  la  mia  morte non vi
    costasse un  sospiro?  S,  mi  uccider  il  dolore;  morir,  sarete
    contento.  Per  vi  sar  nota  un  giorno la mia innocenza,  e tardi
    allora, pentito di non avermi creduto, piangerete la mia sventura e la
    vostra barbara crudelt (parte).



    SCENA OTTAVA.
    Silvio e Smeraldina.

    SMERALDINA: Questa  una cosa che non so capire. Veder una ragazza che
    si  vuol  ammazzare,   e  star  l  a  guardarla,   come  se   vedeste
    rappresentare una scena di commedia.
    SILVIO: Pazza che sei! Credi tu ch'ella si volesse uccider davvero?
    SMERALDINA:  Non  so  altro  io  so che,  se non arrivavo a tempo,  la
    poverina sarebbe ita.
    SILVIO: Vi voleva ancor tanto prima che la spada giungesse al petto.
    SMERALDINA: Sentite che bugiardo! Se stava l l per entrare.
    SILVIO: Tutte finzioni di voi altre donne.
    SMERALDINA: S, se fossimo come voi. Dir, come dice il proverbio: noi
    abbiamo le voci, e voi altri avete le noci.  Le donne hanno la fama di
    essere infedeli, e gli uomini commettono le infedelt a pi non posso.
    Delle  donne  si  parla,  e degli uomini non si dice nulla.  Noi siamo
    criticate,  e a voi altri si passa tutto.  Sapete  perch?  Perch  le
    leggi le hanno fatte gli uomini; che se le avessero fatte le donne, si
    sentirebbe tutto il contrario.  S'io comandassi,  vorrei che tutti gli
    uomini infedeli portassero un ramo d'albero in mano, e so che tutte le
    citt diventerebbero boschi (parte).

    SCENA NONA.
    Silvio solo.

    SILVIO: S,  che Clarice  infedele,  e col pretesto di un  giuramento
    affetta  di  voler celare la verit.  Ella  una perfida,  e l'atto di
    volersi  ferire  fu  un'invenzione  per  ingannarmi,  per  muovermi  a
    compassione  di lei.  Ma se il destino mi fece cadere a fronte del mio
    rivale,   non  lascier  mai  il  pensiero   di   vendicarmi.   Morir
    quell'indegno,  e  Clarice  ingrata  vedr nel di lui sangue il frutto
    de'suoi amori (parte)


    SCENA DECIMA.
    Sala della locanda con due porte in prospetto e due laterali.
    Truffaldino, poi Florindo.

    TRUFFALDINO: Mo gran desgrazia che l' la mia!  De do padroni nissun 
    vegnudo ancora a disnar. L' do ore che  son mezzozorno, e nissun se
    vede.  I vegnir po tutti do in una volta,  e mi sar imbroiado; tutti
    do no li poder servir, e se scovrir la fazenda.  Zitto,  zitto,  che
    ghe n' qua un. Manco mal.
    FLORINDO: Ebbene, hai ritrovato codesto Pasquale?
    TRUFFALDINO: No avemio dito,  signor, che el cercher dopo che averemo
    disn?
    FLORINDO: Io sono impaziente.
    TRUFFALDINO: El doveva vegnir a disnar un poco pi presto.
    FLORINDO: (Non vi  modo ch'io  possa  assicurarmi  se  qui  si  trovi
    Beatrice).
    TRUFFALDINO: El me dis, andemo a ordinar el pranzo, e po el va fora de
    casa. La roba sar andada de mal.
    FLORINDO: Per ora non ho volont di mangiare. (Vo' tornare alla Posta.
    Ci voglio andare da me; qualche cosa forse rilever).
    TRUFFALDINO: La sappia, signor, che in sto paese bisogna magnar, e chi
    no magna, s'ammala.
    FLORINDO:  Devo  uscire  per  un affar di premura.  Se torno a pranzo,
    bene;  quando no,  manger questa sera.  Tu,  se vuoi,  fatti  dar  da
    mangiare.
    TRUFFALDINO: Oh,  non occorr'altro. Co l' cus, che el se comoda, che
    l' padron.
    FLORINDO: Questi danari mi  pesano;  tieni,  mettili  nel  mio  baule.
    Eccoti  la  chiave  (d  a  Truffaldino la borsa dei cento ducati e la
    chiave).
    TRUFFALDINO: La servo, e ghe porto la chiave.
    FLORINDO: No, no,  me la darai.  Non mi vo'trattenere.  Se non torno a
    pranzo,  vieni  alla  piazza;  attender  con  impazienza che tu abbia
    ritrovato Pasquale (parte).


    SCENA UNDICESIMA.
    Truffaldino, poi Beatrice con un foglio in mano.

    TRUFFALDINO: Manco mal che l'ha dito che me fazza dar da magnar;  cus
    andaremo d'accordo.  Se nol vol magnar lu,  che el lassa star.  La mia
    complession no l' fatta per dezunar.  Voi metter via sta borsa,  e po
    subito...
    BEATRICE: Ehi, Truffaldino!
    TRUFFALDINO: (Oh diavolo!).
    BEATRICE:  Il  signor  Pantalone de'Bisognosi ti ha dato una borsa con
    cento ducati?
    TRUFFALDINO: Sior s, el me l'ha dada.
    BEATRICE: E perch dunque non me la dai?
    TRUFFALDINO: Mo vienla a vussioria?
    BEATRICE: Se viene a me?  Che cosa ti ha detto,  quando ti ha dato  la
    borsa?
    TRUFFALDINO: El m'ha dit che la daga al me padron.
    BEATRICE: Bene, il tuo padrone chi ?
    TRUFFALDINO: Vussioria.
    BEATRICE: E perch domandi dunque, se la borsa  mia?
    TRUFFALDINO: Donca la sar soa.
    BEATRICE: Dov' la borsa?
    TRUFFALDINO: Eccola qua (gli d la borsa).
    BEATRICE: Sono giusti?
    TRUFFALDINO: Mi no li ho toccadi, signor.
    BEATRICE: (Li conter poi).
    TRUFFALDINO:  (Aveva fall mi colla borsa;  ma ho rimedi.  Cossa dir
    quell'altro? Se no i giera soi, nol dir niente).
    BEATRICE: Vi  il padrone della locanda?
    TRUFFALDINO: El gh' , signor si.
    BEATRICE: Digli che avr un amico a pranzo con me,  che presto  presto
    procuri di accrescer la tavola pi che pu.
    TRUFFALDINO: Come vorla restar servida? Quanti piatti comandela?
    BEATRICE:  Il  signor  Pantalone  de'Bisognosi  non    uomo  di  gran
    soggezione.  Digli che faccia cinque o sei  piatti;  qualche  cosa  di
    buono.
    TRUFFALDINO: Se remettela in mi?
    BEATRICE: S,  ordina tu,  fatti onore.  Vado a prender l'amico, che 
    qui poco lontano;  e quando torno,  fa che sia preparato (in  atto  di
    partire).
    TRUFFALDINO: La veder, come la sar servida.
    BEATRICE: Tieni questo foglio, mettilo nel baule. Bada bene veh, che 
    una lettera di cambio di quattromila scudi.
    TRUFFALDINO: No la se dubita, la metter via subito.
    BEATRICE: Fa' che sia tutto pronto. (Povero signor Pantalone, ha avuto
    la gran paura. Ha bisogno di essere divertito) (parte).


    SCENA DODICESIMA.
    Truffaldino, poi Brighella.

    TRUFFALDINO:  Qua bisogna veder de farse onor.  La prima volta che sto
    me padron me ordina un disnar,  voi farghe veder se son de bon  gusto.
    Metter  via  sta carta,  e po...  La metter via dopo,  no vi perder
    tempo. Oe de l; gh' nissun? Chiameme missier Brighella,  diseghe che
    ghe vi parlar (verso la scena). No consiste tanto un bel disnar in te
    le pietanze,  ma in tel bon ordine; val pi una bella disposizion, che
    no val una montagna de piatti.
    BRIGHELLA: Cossa gh', sior Truffaldin? Cossa comandeu da mi?
    TRUFFALDINO: El me padron el gh'ha un amigo a disnar con  lu;  el  vol
    che radoppi la tavola, ma presto, subito. Aveu el bisogno in cusina?
    BRIGHELLA:  Da  mi  gh'  sempre  de  tutto.  In mezz'ora posso metter
    all'ordine qualsesia disnar.
    TRUFFALDINO: Ben donca. Disme cossa che ghe dar.
    BRIGHELLA: Per do persone,  faremo do portade de quattro piatti l'una;
    ander ben?
    TRUFFALDINO: (L'ha dito cinque o sie piatti; sie o otto, no gh' mal).
    Ander ben. Cossa ghe sar in sti piatti?
    BRIGHELLA:  Nella prima portada ghe daremo la zuppa,  la frittura,  el
    lesso e un fracand.
    TRUFFALDINO: Tre piatti li cognosso; el quarto no so cossa che el sia.
    BRIGHELLA: Un piatto alla franzese, un intingolo, una bona vivanda.
    TRUFFALDINO: Benissimo, la prima portada va ben; alla segonda.
    BRIGHELLA: La segonda ghe daremo l'arrosto,  l'insalata,  un pezzo  de
    carne pastizzada e un bodin.
    TRUFFALDINO:  Anca  qua  gh'  un  piatto che no cognosso;  coss' sto
    budellin?
    BRIGHELLA: Ho dito un bodin, un piatto all'inglese, una cossa bona.
    TRUFFALDINO: Ben,  son contento;  ma come disponeremio le  vivande  in
    tavola?
    BRIGHELLA: L' una cossa facile. El camerier far lu.
    TRUFFALDINO: No, amigo, me preme la scalcaria; tutto consiste in saver
    metter in tola ben.
    BRIGHELLA: Se metter,  per esempio,  qua la soppa, qua el fritto, qua
    l'alesso e qua el fracand (accenna una qualche distribuzione).
    TRUFFALDINO: No, no me piase; e in mezzo no ghe mett gnente?
    BRIGHELLA: Bisognerave che fessimo cinque piatti.
    TRUFFALDINO: Ben, far cinque piatti.
    BRIGHELLA: In mezzo ghe metteremo una salsa per el lesso.
    TRUFFALDINO: No,  no sav gnente,  caro amigo;  la salsa no va ben  in
    mezzo; in mezzo ghe va la minestra.
    BRIGHELLA:  E  da  una  banda  metteremo  el  lesso,  e da st'altra la
    salsa...
    TRUFFALDINO:  Oib,  no  faremo  gnente.  Voi  altri  locandieri  sav
    cusinar,  ma  no  savi metter in tola.  Ve insegner mi.  F conto che
    questa sia la tavola (s'inginocchia con un  ginocchio,  e  accenna  il
    pavimento).  Osserv  come  se  distribuisse  sti  cinque piatti;  per
    esempio: qua in mezzo la minestra (straccia un pezzo della lettera  di
    cambio,  e figura di mettere per esempio un piatto nel mezzo).  Qua da
    sta parte el lesso (fa  lo  stesso,  stracciando  un  altro  pezzo  di
    lettera, e mettendo il pezzo da un canto). Da st'altra parte el fritto
    (fa  lo  stesso con un altro pezzo di lettera,  ponendolo all'incontro
    dell'altro). Qua la salsa,  e qua el piatto che no cognosso (con altri
    due pezzi della lettera compisce la figura di cinque piatti). Cossa ve
    par? Cus anderala ben? (a Brighella).
    BRIGHELLA: Va ben; ma la salsa l' troppo lontana dal lesso.
    TRUFFALDINO: Adesso vederemo come se pol far a tirarla pi da visin.


    SCENA TREDICESIMA.
    Beatrice, Pantalone e detti.

    BEATRICE: Che cosa fai ginocchioni? (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Stava qua disegnando la scalcaria (s'alza).
    BEATRICE: Che foglio  quello?
    TRUFFALDINO: (Oh diavolo! la lettera che el m'ha da!).
    BEATRICE: Quella  la mia cambiale.
    TRUFFALDINO: La compatissa. La torneremo a unir...
    BEATRICE: Briccone!  Cos tieni conto delle cose mie? Di cose di tanta
    importanza?  Tu meriteresti che io ti  bastonassi.  Che  dite,  signor
    Pantalone? Si pu vedere una sciocchezza maggior di questa?
    PANTALONE:  In  verit che la x da rider.  Sarave mal se no ghe fusse
    caso de remediarghe; ma co mi ghe ne fazzo un'altra, la x giustada.
    BEATRICE:  Tant'era  se  la   cambiale   veniva   di   lontan   paese.
    Ignorantaccio!
    TRUFFALDINO:  Tutto el mal l' vegn,  perch Brighella no sa metter i
    piatti in tola.
    BRIGHELLA: El trova difficolt in tutto.
    TRUFFALDINO: Mi son un omo che sa...
    BEATRICE: Va via di qua (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Val pi el bon ordine...
    BEATRICE: Va via, ti dico.
    TRUFFALDINO: In  materia  de  scalcheria  no  ghe  la  cedo  al  primo
    marescalco del mondo (parte).
    BRIGHELLA: No lo capisso quell'omo: qualche volta l' furbo, e qualche
    volta l' alocco.
    BEATRICE:  Lo  fa lo sciocco,  il briccone.  Ebbene,  ci darete voi da
    pranzo? (a Brighella).
    BRIGHELLA: Se la vol cinque piatti per portada,  ghe vol  un  poco  de
    tempo.
    PANTALONE:  Coss' ste portade?  Coss  sti cinque piatti?  Alla bona,
    alla bona. Quattro risi, un per de piatti, e schiavo. Mi no son omo da
    suggizion.
    BEATRICE: Sentite? Regolatevi voi (a Brighella).
    BRIGHELLA: Benissimo; ma averia gusto, se qualcossa ghe piasesse,  che
    la me lo disesse.
    PANTALONE: Se ghe fusse delle polpette per mi, che stago mal de denti,
    le magneria volentiera.
    BEATRICE: Sentite? Delle polpette (a Brighella).
    BRIGHELLA:  La  sar  servida.  La  se  comoda  in quella camera,  che
    adessadesso ghe mando in tola.
    BEATRICE: Dite a Truffaldino che venga a servire.
    BRIGHELLA: Ghe lo dir, signor (parte).


    SCENA QUATTORDICESIMA.
    Beatrice, Pantalone, poi Camerieri, poi Truffaldino.

    BEATRICE: Il signor Pantalone si contenter di quel poco che daranno.
    PANTALONE: Me maraveggio, cara ella,  x anca troppo l'incomodo che la
    se tol;  quel che averave da far mi con elo,  el fa elo con mi;  ma la
    vede ben, gh'ho quella putta in casa; fin che no x fatto tutto, no x
    lecito che la staga insieme. Ho accett le so grazie per devertirme un
    pochetto;  tremo ancora dalla paura.  Se no gieri vu,  fio  mio,  quel
    cagadonao me sbasiva.
    BEATRICE:  Ho piacere d'esser arrivato in tempo.  (I Camerieri portano
    nella camera indicata da Brighella tutto l'occorrente per preparare la
    tavola, con bicchieri, vino, pane ecc.)
    PANTALONE: In sta locanda i x molto lesti.
    BEATRICE: Brighella  un uomo di garbo.  In  Torino  serviva  un  gran
    cavaliere, e porta ancora la sua livrea.
    PANTALONE:  Ghe x anca una certa locanda sora Canal Grando,  in fazza
    alle Fabbriche de Rialto, dove che se magna molto ben; son st diverse
    volte con certi galantomeni, de quei della bona stampa, e son st cus
    ben, che co me l'arrecordo,  ancora me consolo.  Tra le altre cosse me
    recordo d'un certo vin de Borgogna che el dava el becco alle stelle.
    BEATRICE: Non vi  maggior piacere al mondo, oltre quello di essere in
    buona compagnia.
    PANTALONE: Oh se la savesse che compagnia che x quella! Se la savesse
    che  cuori  tanto  fatti!  Che sincerit!  Che schiettezza!  Che belle
    conversazion, che s'ha fatto anca alla Zuecca! Siei benedetti. Sette o
    otto galantomeni, che no ghe x i so compagni a sto mondo.
    (I Camerieri escono dalla stanza e tornano verso la cucina.)
    BEATRICE: Avete dunque goduto molto con questi?
    PANTALONE: L' che spero de goder ancora.
    TRUFFALDINO: (col piatto in mano della  minestra  o  della  zuppa)  La
    resta servida in camera, che porto in tola (a Beatrice).
    BEATRICE: Va innanzi tu; metti gi la zuppa.
    TRUFFALDINO: Eh, la resti servida (fa le cerimonie).
    PANTALONE: El x curioso sto so servitor. Andemo (entra in camera).
    BEATRICE: Io vorrei meno spirito,  e pi attenzione (a Truffaldino, ed
    entra).
    TRUFFALDINO: Guard che bei  trattamenti!  Un  piatto  alla  volta!  I
    spende i so quattrini, e no i gh'ha niente de bon gusto. Chi sa gnanca
    se  sta  minestra  la  sar  bona  da niente;  voi sentir (assaggia la
    minestra,  prendendone con un cucchiaio che ha  in  tasca).  Mi  gh'ho
    sempre le mie arme in scarsella.  Eh!  no gh' mal;  la poderave esser
    pezo (entra in camera).


    SCENA QUINDICESIMA.
    Un Cameriere  con  un  piatto,  poi  Truffaldino,  poi  Florindo,  poi
    Beatrice ed altri Camerieri.

    CAMERIERE: Quanto sta costui a venir a prender le vivande?
    TRUFFALDINO: (dalla camera) Son qua, camerada; cossa me deu?
    CAMERIERE: Ecco il bollito. Vado a prender un altro piatto (parte).
    TRUFFALDINO:  Che  el  sia  castr,  o  che el sia vedllo?  El me par
    castr. Sentimolo un pochetin (ne assaggia un poco). No l' n castr,
    n vedllo: l' pegora bella e bona (s'incammina verso  la  camera  di
    Beatrice).
    FLORINDO: Dove si va? (l'incontra).
    TRUFFALDINO: (Oh poveretto mi!).
    FLORINDO: Dove vai con quel piatto?
    TRUFFALDINO: Metteva in tavola, signor.
    FLORINDO: A chi?
    TRUFFALDINO: A vussioria.
    FLORINDO: Perch metti in tavola prima ch'io venga a casa?
    TRUFFALDINO: V'ho visto a vegnir dalla finestra. (Bisogna trovarla).
    FLORINDO:  E  dal  bollito  principi  a metter in tavola,  e non dalla
    zuppa?
    TRUFFALDINO: Ghe dir,  signor,  a Venezia la zuppa  la  se  magna  in
    ultima.
    FLORINDO: Io costumo diversamente.  Voglio la zuppa. Riporta in cucina
    quel piatto.
    TRUFFALDINO: Signor s la sar servida.
    FLORINDO: E spicciati, che voglio poi riposare.
    TRUFFALDINO: Subito (mostra di ritornare in cucina).
    FLORINDO: (Beatrice non la ritrover mai?) (entra nell'altra camera in
    prospetto).
    Truffaldino, entrato Florindo in camera, corre col piatto e lo porta a
    Beatrice.
    CAMERIERE: (torna  con  una  vivanda)  E  sempre  bisogna  aspettarlo.
    Truffaldino (chiama).
    TRUFFALDINO:  (esce  di  camera di Beatrice) Son qua.  Presto,  and a
    parecchiar  in  quell'altra  camera,   che  l'  arrivado  quell'altro
    forestier, e port la minestra subito.
    CAMERIERE: Subito (parte).
    TRUFFALDINO: Sta piatanza coss'la mo? Bisogna che el sia el fracastor
    (assaggia).  Bona, bona, da galantomo (la porta in camera di Beatrice.
    Camerieri passano e portano l'occorrente per preparare  la  tavola  in
    camera  di  Florindo).  Bravi.  Pulito.  I  lesti come gatti (verso i
    Camerieri).  Oh se me riuscisse de servir a tavola do padroni;  mo  la
    saria la gran bella cossa.  (Camerieri escono dalla camera di Florindo
    e vanno verso la cucina). Presto, fioi, la menestra.
    CAMERIERE: Pensate alla  vostra  tavola,  e  noi  penseremo  a  questa
    (parte).
    TRUFFALDINO:  Voria  pensar a tutte do,  se podesse.  (Cameriere torna
    colla minestra per Florindo). D qua a mi, che ghe la porter mi; and
    a parecchiar la roba per quell'altra camera. (Leva la minestra di mano
    al Cameriere e la porta in camera di Florindo).
    CAMERIERE: E curioso costui.  Vuol servire di qua e di la.  Io  lascio
    fare: gi la mia mancia bisogner che me la diano. Truffaldino esce di
    camera di Florindo.
    BEATRICE: Truffaldino (dalla camera lo chiama).
    CAMERIERE: Eh! servite il vostro padrone (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Son qua (entra in camera di Beatrice; i Camerieri portano
    il bollito per Florindo).
    CAMERIERE: Date qui (lo prende). Camerieri partono.
    Truffaldino esce di camera di Beatrice con i tondi sporchi.
    FLORINDO: Truffaldino (dalla camera lo chiama forte).
    TRUFFALDINO:   De  qua  (vuol  prendere  il  piatto  del  bollito  dal
    Cameriere).
    CAMERIERE: Questo lo porto io.
    TRUFFALDINO: No sent che el me chiama mi?  (gli leva  il  bollito  di
    mano e lo porta a Florindo).
    CAMERIERE:  E'  bellissima.  Vuol  far tutto.  (I Camerieri portano un
    piatto di polpette, lo danno al Cameriere e partono).
    CAMERIERE: Lo porterei io in camera,  ma non voglio aver che dire  con
    costui.  (Truffaldino esce di camera di Florindo con i tondi sporchi).
    Tenete, signor faccendiere; portate queste polpette al vostro padrone.
    TRUFFALDINO: Polpette? (prendendo il piatto in mano).
    CAMERIERE: S, le polpette ch'egli ha ordinato (parte).
    TRUFFALDINO: Oh bella!  A chi le i  da  portar?  Chi  diavol  de  sti
    padroni le aver ordinade? Se ghel vago a domandar in cusina, no voria
    metterli in malizia;  se fallo e che no le porta a chi le ha ordenade,
    quell'altro le domander e se scoverzir l'imbroio. Far cussi...  Eh,
    gran mi! Far cus; le spartir in do tondi, le porter met per un, e
    cus chi le aver ordinade, le veder (prende un altro tondo di quelli
    che sono in sala,  e divide le polpette per met).  Quattro e quattro.
    Ma ghe n' una de pi.  A chi ghe l'ia da dar?  No voi che nissun  se
    n'abbia per mal; me la magner mi (mangia la polpetta). Adesso va ben.
    Portemo le polpette a questo (mette in terra l'altro tondo, e ne porta
    uno da Beatrice).
    CAMERIERE: (con un bodino all'inglese) Truffaldino (chiama)
    TRUFFALDINO: Son qua (esce dalla camera di Beatrice).
    CAMERIERE: Portate questo bodino...
    TRUFFALDINO: Aspett che vegno (prende l'altro tondino di polpette,  e
    lo porta a Florindo).
    CAMERIERE: Sbagliate; le polpette vanno di la.
    TRUFFALDINO: Sior si, lo so, le ho portade de l; e el me padron manda
    ste quattro a regalar a sto forestier (entra).
    CAMERIERE: Si conoscono dunque, sono amici. Potevano desinar insieme.
    TRUFFALDINO: (torna in  camera  di  Florindo)  E  cus,  coss'elo  sto
    negozio? (al Cameriere).
    CAMERIERE: Questo  un bodino all'inglese.
    TRUFFALDINO: A chi valo?
    CAMERIERE: Al vostro padrone (parte).
    TRUFFALDINO:  Che  diavolo   sto bodin?  L'odor l' prezioso,  el par
    polenta.  Oh,  se el fuss polenta,  la saria pur una bona  cossa!  Voi
    sentir (tira fuori di tasca una forchetta).  No l' polenta, ma el ghe
    someia (mangia). L' meio della polenta (mangia).
    BEATRICE: Truffaldino (dalla camera lo chiama).
    TRUFFALDINO: Vegno (risponde colla bocca piena).
    FLORINDO: Truffaldino (lo chiama dalla sua camera).
    TRUFFALDINO: Son qua (risponde colla bocca piena, come sopra).  Oh che
    roba preziosa! Un altro bocconcin, e vegno (segue a mangiare).
    BEATRICE: (esce dalla sua camera e vede Truffaldino che mangia; gli d
    un  calcio  e  gli  dice)  Vieni  a  servire (torna nella sua camera).
    Truffaldino mette il bodino in terra, ed entra in camera di Beatrice.
    FLORINDO: (esce dalla sua camera) Truffaldino (chiama). Dove diavolo 
    costui?
    TRUFFALDINO:  (esce  dalla  camera  di  Beatrice)  L'  qua   (vedendo
    Florindo).
    FLORINDO: Dove sei? Dove ti perdi?
    TRUFFALDINO: Era and a tor dei piatti, signor.
    FLORINDO: Vi  altro da mangiare?
    TRUFFALDINO: Ander a veder.
    FLORINDO: Spicciati,  ti dico, che ho bisogno di riposare (torna nella
    sua camera).
    TRUFFALDINO: Subito. Camerieri, gh' altro? (chiama).  Sto bodin me lo
    metto via per mi (lo nasconde).
    CAMERIERE: Eccovi l'arrosto (porta un piatto con l'arrosto).
    TRUFFALDINO: Presto i frutti (prende l'arrosto).
    CAMERIERE: Gran furie! Subito (parte).
    TRUFFALDINO: L'arrosto lo porter a questo (entra da Florindo).
    CAMERIERE: Ecco le frutta, dove siete? (con un piatto di frutta).
    TRUFFALDINO: Son qua (di camera di Florindo).
    CAMERIERE: Tenete (gli d le frutta). Volete altro?
    TRUFFALDINO: Aspett (porta le frutta a Beatrice).
    CAMERIERE: Salta di qua, salta di l;  un diavolo costui.
    TRUFFALDINO: Non occorr'altro. Nissun vol altro.
    CAMERIERE: Ho piacere.
    TRUFFALDINO: Parecchi per mi.
    CAMERIERE: Subito (parte).
    TRUFFALDINO:  Togo su el me bodin;  evviva,  l'ho superada,  tutti i 
    contenti,  no i vol alter,  i  stadi servidi.  Ho servido a tavola do
    padroni, e un non ha savudo dell'altro. Ma se ho servido per do, adess
    voio andar a magnar per quattro (parte).


    SCENA SEDICESIMA.
    Strada con veduta della locanda.
    Smeraldina, poi il Cameriere della locanda.

    SMERALDINA: Oh,  guardate che discretezza della mia padrona!  Mandarmi
    con un viglietto ad una locanda,  una giovane  come  me!  Servire  una
    donna innamorata  una cosa molto cattiva. Fa mille stravaganze questa
    mia  padrona;  e  quel  che  non so capire si ,  che  innamorata del
    signor Silvio a segno di sbudellarsi per  amor  suo,  e  pur  manda  i
    viglietti  ad  un  altro.  Quando  non fosse che ne volesse uno per la
    state e l'altro per l'inverno.  Basta...  Io nella locanda  non  entro
    certo. Chiamer; qualcheduno uscir. O di casa! o della locanda!
    CAMERIERE: Che cosa volete, quella giovine?
    SMERALDINA: (Mi vergogno davvero,  davvero).  Ditemi.. Un certo signor
    Federigo Rasponi  alloggiato in questa locanda?
    CAMERIERE: S, certo. Ha finito di pranzare che  poco.
    SMERALDINA: Avrei da dargli una cosa.
    CAMERIERE: Qualche ambasciata? Potete passare.
    SMERALDINA: Ehi, chi vi credete ch'io sia? Sono la cameriera della sua
    sposa.
    CAMERIERE: Bene, passate.
    SMERALDINA: Oh, non ci vengo io l dentro.
    CAMERIERE: Volete ch'io lo faccia venire sulla  strada?  Non  mi  pare
    cosa ben fatta;  tanto pi ch'egli  in compagnia col signor Pantalone
    de'Bisognosi.
    SMERALDINA: Il mio padrone? Peggio! Oh, non ci vengo.
    CAMERIERE: Mander il suo servitore, se volete.
    SMERALDINA: Quel moretto?
    CAMERIERE: Per l'appunto.
    SMERALDINA: Si, mandatelo.
    CAMERIERE: (Ho inteso.  Il moretto  le  piace.  Si  vergogna  a  venir
    dentro.  Non  si  vergogner  a  farsi  scorgere in mezzo alla strada)
    (entra).


    SCENA DICIASSETTESIMA.
    Smeraldina, poi Truffaldino.

    SMERALDINA: Se il padrone mi vede, che cosa gli dir?  Dir che venivo
    in  traccia  di  lui;  eccola bella e accomodata.  Oh,  non mi mancano
    ripieghi.
    TRUFFALDINO:  (con  un  fiasco  in  mano,  ed  un  bicchiere,   ed  un
    tovagliolino) Chi  che me domanda?
    SMERALDINA: Sono io, signore. Mi dispiace avervi incomodato.
    TRUFFALDINO: Niente; son qua a ricever i so comandi.
    SMERALDINA: M'immagino che foste a tavola, per quel ch'io vedo.
    TRUFFALDINO: Era a tavola, ma ghe torner.
    SMERALDINA: Davvero me ne dispiace.
    TRUFFALDINO: E mi gh'ho gusto.  Per dirvela, ho la panza piena, e quei
    bei occhietti i  giusto a proposito per farme digerir.
    SMERALDINA: (Egli  pure grazioso!).
    TRUFFALDINO: Metto zo el fiaschetto e son qua da vu, cara.
    SMERALDINA: (Mi ha detto cara).  La mia padrona manda questo viglietto
    al signor Federigo Rasponi;  io nella locanda non voglio entrare, onde
    ho pensato di dar a voi quest'incomodo, che siete il suo servitore.
    TRUFFALDINO: Volentiera,  ghe lo porter;  ma prima sappi che anca mi
    v'ho da far un'imbassada.
    SMERALDINA: Per parte di chi?
    TRUFFALDINO: Per parte de un galantomo.  Disime, conossive vu un certo
    Truffaldin Battocchio?
    SMERALDINA: Mi pare averlo sentito nominare una volta,  ma non  me  ne
    ricordo. (Avrebbe a esser lui questo).
    TRUFFALDINO: L' un bell'omo: bassotto,  traccagnotto,  spiritoso, che
    parla ben. Maestro de cerimonie...
    SMERALDINA: Io non lo conosco assolutamente.
    TRUFFALDINO: E pur lu el ve cognosse, e l' innamorado de vu.
    SMERALDINA: Oh! mi burlate.
    TRUFFALDINO: E se el podesse sperar un tantin de corrispondenza, el se
    daria da cognosser.
    SMERALDINA: Dir, signore; se lo vedessi e mi desse nel genio, sarebbe
    facile ch'io gli corrispondessi.
    TRUFFALDINO: Vorla che ghe lo fazza veder?
    SMERALDINA: Lo vedr volentieri.
    TRUFFALDINO: Adesso subito (entra nella locanda).
    SMERALDINA: Non  lui dunque.  (Truffaldino  esce  dalla  locanda,  fa
    delle  riverenze a Smeraldina,  le passa vicino;  poi sospira ed entra
    nella locanda). Quest'istoria non la capisco.
    TRUFFALDINO: L'ala visto? (tornando a uscir fuori).
    SMERALDINA: Chi?
    TRUFFALDINO: Quello che  innamorato delle so bellezze.
    SMERALDINA: Io non ho veduto altri che voi.
    TRUFFALDINO: Mah! (sospirando).
    SMERALDINA: Siete voi forse quello che dice di volermi bene?
    TRUFFALDINO: Son mi (sospirando).
    SMERALDINA: Perch non me l'avete detto alla prima?
    TRUFFALDINO: Perch son un poco vergognosetto.
    SMERALDINA: (Farebbe innamorare i sassi).
    TRUFFALDINO: E cus, cossa me disela?
    SMERALDINA: Dico che...
    TRUFFALDINO: Via, la diga.
    SMERALDINA: Oh, anch'io sono vergognosetta.
    TRUFFALDINO: Se se unissimo insieme,  faressimo el  matrimonio  de  do
    persone vergognose.
    SMERALDINA: In verit, voi mi date nel genio.
    TRUFFALDINO: E'la putta ella?
    SMERALDINA: Oh, non si domanda nemmeno.
    TRUFFALDINO: Che vol dir, no certo.
    SMERALDINA: Anzi vuol dir, s certissimo.
    TRUFFALDINO: Anca mi son putto.
    SMERALDINA:  Io  mi  sarei  maritata  cinquanta  volte,  ma non ho mai
    trovato una persona che mi dia nel genio.
    TRUFFALDINO: Mi possio sperar de urtarghe in tela simpatia?
    SMERALDINA: In verit,  bisogna che io lo dica,  voi avete un  non  so
    che... Basta, non dico altro.
    TRUFFALDINO: Uno che la volesse per muier, come averielo da far?
    SMERALDINA:  Io non ho n padre,  n madre.  Bisognerebbe dirlo al mio
    padrone, o alla mia padrona.
    TRUFFALDINO: Benissimo, se ghel dir, cossa dirali?
    SMERALDINA: Diranno, che se sono contenta io...
    TRUFFALDINO: E ella cossa dirala?
    SMERALDINA: Dir... che se sono contenti loro...
    TRUFFALDINO: Non occorr'altro. Saremo tutti contenti. Deme la lettera,
    e co ve porter la risposta, discorreremo.
    SMERALDINA: Ecco la lettera.
    TRUFFALDINO: Saviu mo cossa che la diga sta lettera?
    SMERALDINA: Non lo so,  e  se  sapeste  che  curiosit  che  avrei  di
    saperlo!
    TRUFFALDINO: No voria che la fuss una qualche lettera de sdegno, e che
    m'avess da far romper el muso.
    SMERALDINA: Chi sa? D'amore non dovrebbe essere.
    TRUFFALDINO: Mi no vi impegni.  Se no so cossa che la diga, mi no ghe
    la porto.
    SMERALDINA: Si potrebbe aprirla... ma poi a serrarla ti voglio.
    TRUFFALDINO: Eh,  lass far a mi;  per serrar le lettere son  fatto  a
    posta; no se cognosser gnente affatto.
    SMERALDINA: Apriamola dunque.
    TRUFFALDINO: Saviu lezer vu?
    SMERALDINA: Un poco. Ma voi saprete legger bene.
    TRUFFALDINO: Anca mi un pochettin.
    SMERALDINA: Sentiamo dunque.
    TRUFFALDINO: Averzimola con pulizia (ne straccia una parte).
    SMERALDINA: Oh! che avete fatto?
    TRUFFALDINO:  Niente.  Ho  el segreto d'accomodarla.  Eccola qua,  l'
    averta.
    SMERALDINA: Via, leggetela.
    TRUFFALDINO: Lezila vu.  El carattere della vostra padrona l'intender
    meio de mi.
    SMERALDINA: Per dirla, io non capisco niente (osservando la lettera).
    TRUFFALDINO: E mi gnanca una parola (fa lo stesso).
    SMERALDINA: Che serviva dunque aprirla?
    TRUFFALDINO:  Aspett;  inzegnemose;  qualcossa capisso (tiene egli la
    lettera).
    SMERALDINA: Anch'io intendo qualche lettera.
    TRUFFALDINO: Provemose un po'per un. Questo non elo un emme?
    SMERALDINA: Oib; questo  un erre.
    TRUFFALDINO: Dall'erre all'emme gh' poca differenza.
    SMERALDINA: Ri, ri, a,  ria.  No,  no,  state cheto,  che credo sia un
    emme, mi, mi, a, mia.
    TRUFFALDINO: No dir mia, dir mio.
    SMERALDINA: No, che vi  la codetta.
    TRUFFALDINO: Giusto per questo: mio.


    SCENA DICIOTTESIMA.
    Beatrice e Pantalone dalla locanda, e detti.

    PANTALONE: Cossa feu qua? (a Smeraldina).
    SMERALDINA: Niente, signore, venivo in traccia di voi (intimorita).
    PANTALONE: Cossa voleu da mi? (a Smeraldina).
    SMERALDINA: La padrona vi cerca (come sopra).
    BEATRICE: Che foglio  quello? (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Niente, l' una carta... (intimorito).
    BEATRICE: Lascia vedere (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Signor s (gli d il foglio tremando).
    BEATRICE: Come!  Questo  un viglietto che viene a me. Indegno! Sempre
    si aprono le mie lettere?
    TRUFFALDINO: Mi no so niente, signor...
    BEATRICE: Osservate,  signor Pantalone,  un  viglietto  della  signora
    Clarice,  in  cui  mi  avvisa delle pazze gelosie di Silvio;  e questo
    briccone me l'apre.
    PANTALONE: E ti, ti ghe tien terzo? (a Smeraldina).
    SMERALDINA: Io non so niente, signore.
    BEATRICE: Chi l'ha aperto questo viglietto?
    TRUFFALDINO: Mi no.
    SMERALDINA: Nemmen io.
    PANTALONE: Mo chi l'ha port?
    SMERALDINA: Truffaldino lo portava al suo padrone.
    TRUFFALDINO: E Smeraldina l'ha port a Truffaldin.
    SMERALDINA: (Chiacchierone, non ti voglio pi bene).
    PANTALONE: Ti, pettegola desgraziada, ti ha fatto sta bell'azion?  Non
    so chi me tegna che no te daga una man in tel muso.
    SMERALDINA:  Le  mani  nel  viso  non  me  le  ha  date nessuno;  e mi
    maraviglio di voi.
    PANTALONE: Cus ti me rispondi? (le va da vicino).
    SMERALDINA: Eh,  non mi pigliate.  Avete  degli  impedimenti  che  non
    potete correre (parte correndo).
    PANTALONE:  Desgraziada,  te  far veder se posso correr;  te chiaper
    (parte correndo dietro a Smeraldina).


    SCENA DICIANNOVESIMA.
    Beatrice, Truffaldino, poi Florindo alla finestra della locanda.

    TRUFFALDINO: (Se savess come far a cavarme).
    BEATRICE: (Povera Clarice,  ella  disperata per la gelosia di Silvio;
    converr ch'io mi scopra, e che la consoli) (osservando il viglietto).
    TRUFFALDINO:  (Par  che  nol  me veda.  Voi provar de andar via) (pian
    piano se ne vorrebbe andare).
    BEATRICE: Dove vai?
    TRUFFALDINO: Son qua (si ferma).
    BEATRICE: Perch hai aperta questa lettera?
    TRUFFALDINO: L' stada Smeraldina. Signor, mi no so gnente.
    BEATRICE: Che Smeraldina? Tu sei stato, briccone. Una, e una due.  Due
    lettere mi hai aperte in un giorno. Vieni qui.
    TRUFFALDINO: Per carit, signor (accostandosi con paura).
    BEATRICE: Vien qui, dico.
    TRUFFALDINO: Per misericordia (s'accosta tremando).  Beatrice leva dal
    fianco di Truffaldino il bastone,  e  lo  bastona  ben  bene,  essendo
    voltata colla schiena alla locanda.
    FLORINDO:  (alla  finestra  della  locanda)  Come!  Si  bastona il mio
    servitore? (parte dalla finestra).
    TRUFFALDINO: No pi, per carit.
    BEATRICE: Tieni,  briccone.  Imparerai a aprir le  lettere  (getta  il
    bastone per terra e parte).


    SCENA VENTESIMA.
    Truffaldino, poi Florindo dalla locanda.

    TRUFFALDINO: (dopo partita Beatrice) Sangue de mi!  Corpo de mi!  Cus
    se tratta coi omeni della me sorte? Bastonar un par mio?  I servitori,
    co no i serve, i se manda via, no i se bastona.
    FLORINDO:  Che  cosa  dici?   (uscito  dalla  locanda  non  veduto  da
    Truffaldino).
    TRUFFALDINO:  (Oh!)  (avvedendosi  di  Florindo).   No  se  bastona  i
    servitori  dei  altri  in sta maniera.  Quest'l' un affronto,  che ha
    ricevudo el me padron (verso la parte per dove  andata Beatrice).
    FLORINDO: S,   un affronto che ricevo io.  Chi   colui  che  ti  ha
    bastonato?
    TRUFFALDINO: Mi no lo so, signor: nol conosso.
    FLORINDO: Perch ti ha battuto?
    TRUFFALDINO: Perch... perch gh'ho spud su una scarpa.
    FLORINDO: E ti lasci bastonare cos?  E non ti muovi, e non ti difendi
    nemmeno?  Ed esponi il tuo padrone ad un affronto,  ad un  precipizio?
    Asino,  poltronaccio  che  sei  (prende  il bastone di terra).  Se hai
    piacere a essere bastonato, ti dar gusto,  ti bastoner ancora io (lo
    bastona, e poi entra nella locanda).
    TRUFFALDINO: Adesso posso dir che son servitor de do padroni.  Ho tir
    el salario da tutti do (entra nella locanda).










    ATTO TERZO.

    SCENA PRIMA.
    Sala della locanda con varie porte.
    Truffaldino solo, poi due Camerieri.

    TRUFFALDINO: Con una scorladina ho mand  via  tutto  el  dolor  delle
    bastonade;  ma ho magn ben,  ho disn ben,  e sta sera cener meio, e
    fin che posso vi servir do padroni,  tanto almanco che podesse  tirar
    do salari. Adess mo coss'ia da far? El primo patron l' fora de casa,
    el  segondo dorme;  poderia giust adesso dar un poco de aria ai abiti;
    tirarli fora dei bauli, e vardar se i ha bisogno de gnente.  Ho giusto
    le  chiavi.  Sta sala l' giusto a proposito.  Tirer fora i bauli,  e
    far pulito. Bisogna che me fazza aiutar. Camerieri (chiama).
    CAMERIERE: (viene in compagnia d'un garzone) Che volete?
    TRUFFALDINO: Voria che me dessi una man a tirar fora  certi  bauli  da
    quelle camere, per dar un poco de aria ai vestidi.
    CAMERIERE: Andate: aiutategli (al garzone).
    TRUFFALDINO:  Andemo,  che  ve  dar  de  bona man una porzion de quel
    regalo che m'ha fatto i me padroni (entra in una camera col garzone).
    CAMERIERE: Costui pare  sia  un  buon  servitore.  E'  lesto,  pronto,
    attentissimo; per qualche difetto anch'egli avr. Ho servito anch'io,
    e so come la va.  Per amore non si fa niente.  Tutto si fa o per pelar
    il padrone, o per fidarlo.
    TRUFFALDINO: (dalla suddetta camera col  garzone,  portando  fuori  un
    baule) A pian;  mettemolo qua (lo posano in mezzo alla sala). Andemo a
    tor st'altro. Ma femo a pian, che el padron l' in quell'altra stanza,
    che el dorme (entra col garzone nella camera di Florindo).
    CAMERIERE: Costui o  un grand'uomo di  garbo,  o    un  gran  furbo:
    servir due persone in questa maniera non ho pi veduto. Davvero voglio
    stare un po'attento;  non vorrei che un giorno o l'altro, col pretesto
    di servir due padroni, tutti due li spogliasse.
    TRUFFALDINO: (dalla suddetta camera col garzone con l'altro  baule)  E
    questo  mettemolo  qua  (lo  posano  in poca distanza da quell'altro).
    Adesso, se vol andar, and, che no me occorre altro (al garzone).
    CAMERIERE: Via,  andate in cucina (al garzone che  se  ne  va).  Avete
    bisogno di nulla? (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Gnente affatto. I fatti mii li fazzo da per mi.
    CAMERIERE: Oh va, che sei un omone; se la duri, ti stimo (parte).
    TRUFFALDINO:  Adesso  far  le cosse pulito,  con quiete,  e senza che
    nissun me disturba (tira fuori di tasca una chiave) Qual  la  mo  sta
    chiave?  Qual averzela de sti do bauli?  Prover (apre un baule). L'ho
    indovinada subito.  Son el primo omo del mondo.  E  st'altra  averzir
    quell'altro  (tira  fuori  di  tasca  l'altra  chiave,  e apre l'altro
    baule). Eccoli averti tutti do. Tiremo fora ogni cossa (leva gli abiti
    da tutti due i bauli  e  li  posa  sul  tavolino,  avvertendo  che  in
    ciaschedun  baule  vi  sia  un abito di panno nero,  dei libri e delle
    scritture, e altre cose a piacere).  Voio un po veder,  se gh' niente
    in te le scarselle. Delle volte i ghe mette dei buzzolai, dei confetti
    (visita  le  tasche  del  vestito  nero  di  Beatrice,  e  vi trova un
    ritratto). Oh bello! Che bel ritratto! Che bell'omo!  De chi saral sto
    ritratto?  L' un'idea,  che me par de cognosser, e no me l'arrecordo.
    El ghe someia un tantinin all'alter me padron; ma no, nol gh'ha n sto
    abito, n sta perrucca.


    SCENA SECONDA.
    Florindo nella sua camera, e detto.

    FLORINDO: Truffaldino (chiamandolo dalla camera).
    TRUFFALDINO: O sia maledetto!  El s'ha svei.  Se el diavol fa che  el
    vegna fora, e el veda st'alter baul, el vorr saver... Presto, presto,
    lo serrer, e dir che no so de chi el sia (va riponendo le robe).
    FLORINDO: Truffaldino (come sopra).
    TRUFFALDINO: La servo (risponde forte).  Che metta via la roba. Ma! No
    me recordo ben sto abito dove che el vada.  E ste carte no me  recordo
    dove che le fusse.
    FLORINDO: Vieni, o vengo a prenderti con un bastone? (come sopra).
    TRUFFALDINO: Vengo subito (forte,  come sopra).  Presto, avanti che el
    vegna. Co l'ander fora de casa,  giuster tutto (mette le robe a caso
    nei due bauli, e li serra).
    FLORINDO:  (esce dalla sua stanza in veste da camera) Che cosa diavolo
    fai? (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Caro signor, no m'ala dito che repulissa i panni? Era qua
    che fava l'obbligo mio.
    FLORINDO: E quell'altro baule di chi ?
    TRUFFALDINO: No so gnente; el sar d'un altro forestier.
    FLORINDO: Dammi il vestito nero.
    TRUFFALDINO: La servo (apre il baule di Florindo,  e  gli  d  il  suo
    vestito nero).  Florindo si fa levare la veste da camera, e si pone il
    vestito; poi, mettendo le mani in tasca, trova il ritratto.
    FLORINDO: Che  questo? (maravigliandosi del ritratto).
    TRUFFALDINO: (Oh diavolo! Ho fall. In vece de metterlo in tel vestido
    de quel alter, l'ho mess in questo. El color m'ha fatto fallar).
    FLORINDO: (Oh cieli!  Non m'inganno io gi.  Questo  il mio ritratto;
    il mio ritratto che donai io medesimo alla mia cara Beatrice).  Dimmi,
    tu,  come  entrato nelle tasche del mio vestito questo ritratto,  che
    non vi era?
    TRUFFALDINO: (Adesso mo no so come covrirla. Me inzegner).
    FLORINDO: Animo,  dico;  parla,  rispondi. Questo ritratto, come nelle
    mie tasche?
    TRUFFALDINO: Caro sior padron,  la compatissa la confidenza che me son
    tolto. Quel ritratt l' roba mia; per no perderlo, l'aveva nascosto l
    drento. Per amor del ciel, la me compatissa.
    FLORINDO: Dove hai avuto questo ritratto?
    TRUFFALDINO: L'ho eredit dal me padron.
    FLORINDO: Ereditato?
    TRUFFALDINO: Sior S,  ho servido un padron,  l' morto, el m'ha lassa
    delle bagattelle che le ho vendude, e m' resta sto ritratt.
    FLORINDO: Oim! Quanto tempo  che  morto questo tuo padrone?
    TRUFFALDINO: Sar una settimana. (Digo quel che me vien alla bocca).
    FLORINDO: Come chiamavasi questo tuo padrone?
    TRUFFALDINO: Nol so, signor; el viveva incognito.
    FLORINDO: Incognito? Quanto tempo lo hai tu servito?
    TRUFFALDINO: Poco: diese o dodese zorni.
    FLORINDO: (Oh cieli!  Sempre pi tremo,  che non sia  stata  Beatrice!
    Fuggi in abito d'uomo...  viveva incognita... Oh me infelice, se fosse
    vero!).
    TRUFFALDINO: (Col crede tutto, ghe ne racconter delle belle).
    FLORINDO: Dimmi, era giovine il tuo padrone? (con affanno).
    TRUFFALDINO: Sior si, zovene.
    FLORINDO: Senza barba?
    TRUFFALDINO: Senza barba.
    FLORINDO: (Era ella senz'altro) (sospirando).
    TRUFFALDINO: (Bastonade spereria de no ghe n'aver).
    FLORINDO: Sai la patria almeno del tuo defonto padrone?
    TRUFFALDINO: La patria la saveva, e no me l'arrecordo.
    FLORINDO: Turinese forse?
    TRUFFALDINO: Sior si, turinese.
    FLORINDO: (Ogni accento di costui  una stoccata  al  mio  cuore).  Ma
    dimmi:  egli veramente morto questo giovine torinese?
    TRUFFALDINO: L' morto siguro.
    FLORINDO: Di qual male  egli morto?
    TRUFFALDINO: Gh' vegn un accidente, e l' and. (Cus me destrigo).
    FLORINDO: Dove  stato sepolto?
    TRUFFALDINO: (Un altro imbroio). No l' st sepolto, signor; perch un
    alter servitor,  so patrioto, l'ha av la licenza de metterlo in t'una
    cassa, e mandarlo al so paese.
    FLORINDO: Questo servitore  era  forse  quello  che  ti  fece  stamane
    ritirar dalla Posta quella lettera?
    TRUFFALDINO: Sior s, giusto Pasqual.
    FLORINDO: (Non vi  pi speranza. Beatrice  morta. Misera Beatrice! i
    disagi del viaggio,  i tormenti del cuore l'avranno uccisa.  Oim! non
    posso reggere all'eccesso del mio dolore (entra nella sua camera).


    SCENA TERZA.
    Truffaldino, poi Beatrice e Pantalone.

    TRUFFALDINO:  Coss'  st'imbroio?  L'  addolor,  el  pianze,  el  se
    despera.  No  voria  mi co sta favola averghe svei l'ippocondria.  Mi
    l'ho fatto per schivar  el  complimento  delle  bastonade,  e  per  no
    scovrir  l'imbroio  dei  do  bauli.  Quel ritratto gh'ha fatto mover i
    vermi. Bisogna che el lo conossa. Ors, l' mei che torna a portar sti
    bauli in camera, e che me libera da un'altra seccatura compagna.  Ecco
    qua quell'alter padron.  Sta volta se divide la servit, e se me fa el
    ben servido (accennando le bastonate).
    BEATRICE: Credetemi, signor Pantalone, che l'ultima partita di specchi
    e cere  duplicata.
    PANTALONE: Poderia esser che i zoveni avesse fall.  Faremo  passar  i
    conti  un'altra  volta  col  scrittural;  incontreremo  e  vederemo la
    verit.
    BEATRICE: Ho fatto anch'io un estratto di diverse partite  cavate  dai
    nostri  libri.  Ora lo riscontreremo.  Pu darsi che si dilucidi o per
    voi, o per me. Truffaldino?
    TRUFFALDINO: Signor.
    BEATRICE: Hai tu le chiavi del mio baule?
    TRUFFALDINO: Sior s; eccole qua.
    BEATRICE: Perch l'hai portato in sala il mio baule?
    TRUFFALDINO: Per dar un poco de aria ai vestidi.
    BEATRICE: Hai fatto?
    TRUFFALDINO: Ho fatto.
    BEATRICE: Apri e dammi... Quell'altro baule di chi ?
    TRUFFALDINO: L' d'un altro forestier, che  arrivado.
    BEATRICE: Dammi un libro di memorie, che troverai nel baule.
    TRUFFALDINO: Sior s.  (El ciel me la manda bona)  (apre  e  cerca  il
    libro).
    PANTALONE: Pol esser,  come ghe digo,  che i abbia fall. In sto caso,
    error no fa pagamento.
    BEATRICE: E pu essere che cos vada bene; lo riscontreremo.
    TRUFFALDINO: Elo questo? (presenta un libro di scritture a Beatrice).
    BEATRICE: Sar questo (lo prende senza molto osservarlo,  e lo  apre).
    No, non  questo... Di chi  questo libro?
    TRUFFALDINO: (L'ho fatta).
    BEATRICE:  (Queste  sono  due lettere da me scritte a Florindo.  Oim!
    Queste memorie, questi conti appartengono a lui. Sudo,  tremo,  non so
    in che mondo mi sia).
    PANTALONE: Cossa gh', sior Federigo? Se sentelo gnente
    BEATRICE: Niente.  (Truffaldino,  come nel mio baule evvi questo libro
    che non  mio?) (piano a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Mi no saveria..
    BEATRICE: Presto, non ti confondere, dimmi la verit.
    TRUFFALDINO: Ghe domando scusa dell'ardir che ho avudo de metter  quel
    libro in tel so baul. L' roba mia, e per non perderlo, l'ho messo l.
    (L'  andada  ben con quell'alter,  pol esser che la vada ben anca con
    questo).
    BEATRICE: Questo libro  tuo,  e non lo conosci,  e me lo dai in  vece
    del mio?
    TRUFFALDINO: (Oh,  questo l' ancora pi fin). Ghe dir: l' poc tempo
    che l' mio, e cus subito no lo conosso.
    BEATRICE: E dove hai avuto tu questo libro?
    TRUFFALDINO: Ho servido un padron a  Venezia,  che  l'  morto,  e  ho
    eredit sto libro.
    BEATRICE: Quanto tempo ?
    TRUFFALDINO: Che soia mi? Dies o dodese zorni.
    BEATRICE: Come pu darsi, se io ti ho ritrovato a Verona?
    TRUFFALDINO:  Giust  allora vegniva via da Venezia per la morte del me
    padron.
    BEATRICE: (Misera me!). Questo tuo padrone aveva nome Florindo?
    TRUFFALDINO: Sior s, Florindo.
    BEATRICE: Di famiglia Aretusi?
    TRUFFALDINO: Giusto, Aretusi.
    BEATRICE: Ed  morto sicuramente?
    TRUFFALDINO: Sicurissimamente.
    BEATRICE: Di che male  egli morto? Dove  stato sepolto?
    TRUFFALDINO: L' casc in canal, el s'ha neg, e nol s'ha pi visto.
    BEATRICE: Oh me infelice! Morto  Florindo, morto  il mio bene, morta
     l'unica mia speranza.  A che ora mi serve questa  inutile  vita,  se
    morto   quello per cui unicamente viveva?  Oh vane lusinghe!  Oh cure
    gettate al vento!  Infelici strattagemmi d'amore!  Lascio  la  patria,
    abbandono i parenti,  vesto spoglie virili,  mi avventuro ai pericoli,
    azzardo la vita istessa,  tutto fo per Florindo e il  mio  Florindo  
    morto.  Sventurata Beatrice!  Era poco la perdita del fratello, se non
    ti si aggiungeva quella ancor dello  sposo?  Alla  morte  di  Federigo
    volle  il cielo che succedesse quella ancor di Florindo.  Ma se io fui
    la cagione delle morti loro,  se io sono la rea,  perch contro di  me
    non  s'arma  il  Cielo  a vendetta?  Inutile  il pianto,  vane son le
    querele, Florindo  morto. Oim!  Il dolore mi opprime.  Pi non veggo
    la luce.  Idolo mio, caro sposo, ti seguir disperata (parte smaniosa,
    ed entra nella sua camera).
    PANTALONE:  (inteso  con  ammirazione  tutto   il   discorso,   e   la
    disperazione di Beatrice) Truffaldino!
    TRUFFALDINO: Sior Pantalon!
    PANTALONE: Donna!
    TRUFFALDINO: Femmena!
    PANTALONE: Oh che caso!
    TRUFFALDINO: Oh che maraveia!
    PANTALONE: Mi resto confuso.
    TRUFFALDINO: Mi son incanta.
    PANTALONE: Ghe lo vago a dir a mia fia (parte).
    TRUFFALDINO:  No  so pi servitor de do padroni,  ma de un padron e de
    una padrona (parte).


    SCENA QUARTA.
    Strada colla locanda.
    Dottore, poi Pantalone dalla locanda.

    DOTTORE: Non mi posso dar pace di questo vecchiaccio di Pantalone. Pi
    che ci penso, pi mi salta la bile.
    PANTALONE: Dottor caro, ve reverisso (con allegria).
    DOTTORE: Mi maraviglio che abbiate anche tanto ardire di salutarmi.
    PANTALONE: V'ho da dar una nova. Sappi...
    DOTTORE: Volete forse dirmi che avete fatto le nozze? Non me n'importa
    un fico.
    PANTALONE: No x vero gnente. Lassme parlar, in vostra malora.
    DOTTORE: Parlate, che il canchero vi mangi.
    PANTALONE: (Adessadesso me vien voggia de  dottorarlo  a  pugni).  Mia
    fia, se vol, la sar muggier de vostro fio.
    DOTTORE:  Obbligatissimo,  non  v'incomodate.  Mio  figlio non  di s
    buono stomaco. Datela al signor turinese.
    PANTALONE: Co saver chi x quel turinese, no dir cus.
    DOTTORE: Sia chi esser si voglia.  Vostra figlia   stata  veduta  con
    lui, et hoc sufficit.
    PANTALONE: Ma no x vero che el sia...
    DOTTORE: Non voglio sentir altro.
    PANTALONE: Se no me ascolter, sar pezo per vu.
    DOTTORE: Lo vedremo per chi sar peggio.
    PANTALONE: Mia fia la x una putta onorata; e quella...
    DOTTORE: Il diavolo che vi porti.
    PANTALONE: Che ve strascina.
    DOTTORE: Vecchio senza parola e senza riputazione (parte).


    SCENA QUINTA.
    Pantalone e poi Silvio.

    PANTALONE:  Siestu  maledetto.  El  x una bestia vestio da omo cost.
    Gh'oggio mai podesto dir che quella x una donna? Mo, sior no, nol vol
    lassar parlar.  Ma x qua quel spuzzetta de so fio;  m'aspetto qualche
    altra insolenza.
    SILVIO:  (Ecco Pantalone.  Mi sento tentato di cacciargli la spada nel
    petto).
    PANTALONE: Sior Silvio, con so bona grazia, averave da darghe una bona
    niova,  se la se degnasse de lassarme parlar,  e che no la fusse  come
    quella masena de molin de so sior pare.
    SILVIO: Che avete a dirmi? Parlate.
    PANTALONE:  La sappia che el matrimonio de mia fia co sior Federigo x
    and a monte.
    SILVIO: E' vero? Non m'ingannate?
    PANTALONE: Ghe digo la verit,  e se la x pi de quell'umor,  mia fia
    x pronta a darghe la man.
    SILVIO: Oh cielo! Voi mi ritornate da morte a vita.
    PANTALONE: (Via, via, nol x tanto bestia, come so pare).
    SILVIO:  Ma!  oh cieli!  Come potr stringere al seno colei che con un
    altro sposo ha lungamente parlato?
    PANTALONE: Alle  curte.  Federigo  Rasponi  x  devent  Beatrice,  so
    sorella.
    SILVIO: Come! Io non vi capisco.
    PANTALONE: S' ben duro de legname. Quel che se credeva Federigo, s'ha
    scoverto per Beatrice.
    SILVIO: Vestita da uomo?
    PANTALONE: Vestia da omo.
    SILVIO: Ora la capisco.
    PANTALONE: Alle tante.
    SILVIO: Come and? Raccontatemi.
    PANTALONE: Andemo in casa. Mia fia non sa gnente. Con un racconto solo
    soddisfar tutti do.
    SILVIO: Vi seguo, e vi domando umilmente perdono, se trasportato dalla
    passione...
    PANTALONE: A monte;  ve compatisso.  So cossa che x amor. Andemo, fio
    mio, veng con mi (parte).
    SILVIO: Chi pi felice  di me? Qual cuore pu essere pi contento del
    mio? (parte con Pantalone).


    SCENA SESTA.
    Sala della locanda con varie porte.
    Beatrice e Florindo escono ambidue dalle loro camere con un ferro alla
    mano,  in atto di volersi uccidere: trattenuti quella da Brighella,  e
    questi  dal  Cameriere  della locanda;  e s'avanzano in modo che i due
    amanti non si vedono fra di loro.

    BRIGHELLA: La se fermi (afferrando la mano a Beatrice).
    BEATRICE:  Lasciatemi  per  carit  (si  sforza   per   liberarsi   da
    Brighella).
    CAMERIERE: Questa  una disperazione (a Florindo, trattenendolo).
    FLORINDO: Andate al diavolo (si scioglie dal Cameriere).
    BEATRICE: Non vi riuscir d'impedirmi (si allontana da Brighella).
    Tutti due s'avanzano,  determinati di volersi uccidere,  e vedendosi e
    riconoscendosi, rimangono istupiditi.
    FLORINDO: Che vedo!
    BEATRICE: Florindo!
    FLORINDO: Beatrice!
    BEATRICE: Siete in vita?
    FLORINDO: Voi pur vivete?
    BEATRICE: Oh sorte!
    FLORINDO: Oh anima mia!
    Si lasciano cadere i ferri, e si abbracciano.
    BRIGHELLA: Tol su quel sangue,  che nol vada  de  mal  (al  Cameriere
    scherzando, e parte).
    CAMERIERE: (Almeno voglio avanzare questi coltelli. Non glieli do pi)
    (prende i coltelli da terra, e parte).


    SCENA SETTIMA.
    Beatrice, Florindo, poi Brighella.

    FLORINDO: Qual motivo vi aveva ridotta a tale disperazione?
    BEATRICE: Una falsa novella della vostra morte.
    FLORINDO: Chi fu che vi fece credere la mia morte?
    BEATRICE: Il mio servitore.
    FLORINDO:  Ed  il  mio  parimente  mi  fece  credere  voi  estinta,  e
    trasportato da egual dolore volea privarmi di vita.
    BEATRICE: Questo libro fu cagion ch'io gli prestai fede.
    FLORINDO: Questo libro era nel mio  baule.  Come  pass  nelle  vostre
    mani?  Ah  si,  vi  sar pervenuto,  come nelle tasche del mio vestito
    ritrovai il mio ritratto;  ecco il mio ritratto,  ch'io diedi a voi in
    Torino.
    BEATRICE: Quei ribaldi dei nostri servi,  sa il cielo che cosa avranno
    fatto.  Essi sono stati la causa del  nostro  dolore  e  della  nostra
    disperazione.
    FLORINDO: Cento favole il mio mi ha raccontato di voi.
    BEATRICE: Ed altrettante ne ho io di voi dal servo mio tollerate.
    FLORINDO: E dove sono costoro?
    BEATRICE: Pi non si vedono.
    FLORINDO: Cerchiamo di loro e confrontiamo la verit. Chi  di l? Non
    vi  nessuno? (chiama).
    BRIGHELLA: La comandi.
    FLORINDO: I nostri servidori dove son eglino?
    BRIGHELLA: Mi no lo so, signor. I se pol cercar.
    FLORINDO: Procurate di ritrovarli, e mandateli qui da noi.
    BRIGHELLA:  Mi no ghe ne conosso altro che uno;  lo dir ai camerieri;
    lori li cognosser tutti do. Me rallegro con lori che i abbia fatt una
    morte cussi dolce;  se i se volesse far seppelir,  che i  vada  in  un
    altro logo, che qua no i st ben. Servitor de lor signori (parte).


    SCENA OTTAVA.
    Florindo e Beatrice.

    FLORINDO: Voi pure siete in questa locanda alloggiata?
    BEATRICE: Ci sono giunta stamane.
    FLORINDO: Ed io stamane ancora. E non ci siamo prima veduti?
    BEATRICE: La fortuna ci ha voluto un po'tormentare.
    FLORINDO: Ditemi: Federigo, vostro fratello,  egli morto?
    BEATRICE: Ne dubitate? Spir sul colpo.
    FLORINDO:  Eppure  mi  veniva  fatto  credere  ch'ei fosse vivo,  e in
    Venezia.
    BEATRICE: Quest' un inganno di chi sinora mi ha preso  per  Federigo.
    Partii di Turino con questi abiti e questo nome sol per seguire...
    FLORINDO: Lo so,  per seguir me,  o cara;  una lettera,  scrittavi dal
    vostro servitor di Turino, mi assicur di un tal fatto.
    BEATRICE: Come giunse nelle vostre mani?
    FLORINDO: Un servitore,  che credo sia stato il vostro,  preg il  mio
    che ne ricercasse alla Posta. La vidi, e trovandola a voi diretta, non
    potei a meno di non aprirla.
    BEATRICE: Giustissima curiosit di un amante.
    FLORINDO: Che dir mai Turino della vostra partenza?
    BEATRICE: Se torner col vostra sposa, ogni discorso sar finito.
    FLORINDO:  Come posso io lusingarmi di ritornarvi s presto,  se della
    morte di vostro fratello sono io caricato?
    BEATRICE: I capitali ch'io porter di Venezia,  vi  potranno  liberare
    dal bando.
    FLORINDO: Ma questi servi ancor non si vedono.
    BEATRICE: Che mai li ha indotti a darci s gran dolore?
    FLORINDO:  Per  saper  tutto  non  conviene  usar  con essi il rigore.
    Convien prenderli colle buone.
    BEATRICE: Mi sforzer di dissimulare.
    FLORINDO: Eccone uno (vedendo venir Truffaldino).
    BEATRICE: Ha cera di essere il pi briccone.
    FLORINDO: Credo che non diciate male.


    SCENA NONA.
    Truffaldino, condotto per forza da Brighella e dal Cameriere, e detti.

    FLORINDO: Vieni, vieni, non aver paura.
    BEATRICE: Non ti vogliamo fare alcun male.
    TRUFFALDINO: (Eh! me recordo ancora delle bastonade) (parte).
    BRIGHELLA: Questo l'avemo trov;  se troveremo quell'altro,  lo faremo
    vegnir.
    FLORINDO: S,  necessario che ci sieno tutti due in una volta.
    BRIGHELLA: (Lo conosseu vu quell'altro?) (piano al Cameriere).
    CAMERIERE: (Io no) (a Brighella).
    BRIGHELLA:  (Domanderemo  in  cusina.  Qualchedun  lo  cognosser) (al
    Cameriere, e parte).
    CAMERIERE: (Se ci fosse, l'avrei da conoscere ancora io) (parte).
    FLORINDO: Ors,  narraci un poco come and la faccenda del cambio  del
    ritratto  e  del libro,  e perch tanto tu che quell'altro briccone vi
    uniste a farci disperare.
    TRUFFALDINO: (fa cenno col dito a tutti due che stiano cheti) Zitto (a
    tutti  due).  La  favorissa,  una  parola  in  disparte  (a  Florindo,
    allontanandolo  da  Beatrice).  (Adessadesso  ghe racconter tutto) (a
    Beatrice, nell'atto che si scosta per parlare a Florindo). (La sappia,
    signor (parla a Florindo) che mi de tutt sto negozi no ghe n'ho colpa,
    ma chi  st causa l' st Pasqual, servitor de quella signora ch' l
    (accennando cautamente Beatrice).  Lu l' sta quello che ha confuso la
    roba,  e  quel  che  andava  in t'un baul el l'ha mess in quell'alter,
    senza che mi me ne accorza.  El poveromo s'ha raccomand a mi  che  lo
    tegna coverto, acci che el so padron no lo cazza via, e mi che son de
    bon  cor,  che  per i amici me faria sbudellar,  ho trov tutte quelle
    belle invenzion per veder d'accomodarla. No me saria mo mai stim, che
    quel ritratt fosse voster,  e che tant v'avess da despiaser che  fusse
    morto  quel  che  l'aveva.  Eccove  cont  l'istoria come che l',  da
    quell'omo sincero, da quel servitor fedel che ve ne son).
    BEATRICE: (Gran discorso lungo gli fa colui. Son curiosa di saperne il
    mistero).
    FLORINDO: (Dunque colui  che  ti  fece  pigliar  alla  Posta  la  nota
    lettera, era servitore della signora Beatrice?) (piano a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: (Sior S, el giera Pasqual) (piano a Florindo).
    FLORINDO: (Perch tenermi nascosta una cosa,  di cui con tanta premura
    ti aveva ricercato?) (piano a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: (El m'aveva preg che no lo disesse) (piano a Florindo).
    FLORINDO: (Chi?) (come sopra).
    TRUFFALDINO: (Pasqual) (come sopra).
    FLORINDO: (Perch non obbedire al tuo padrone?) (come sopra).
    TRUFFALDINO: (Per amor de Pasqual) (come sopra).
    FLORINDO: (Converrebbe che io bastonassi Pasquale e  te  nello  stesso
    tempo) (come sopra).
    TRUFFALDINO:  (In quel caso me toccherave a mi le mie e anca quelle de
    Pasqual).
    BEATRICE: E ancor finito questo lungo esame?
    FLORINDO: Costui mi va dicendo...
    TRUFFALDINO: (Per amor  del  cielo,  sior  padron,  no  la  descoverza
    Pasqual.  Piuttosto la diga che son st mi,  la me bastona anca, se la
    vol, ma no la me ruvina Pasqual) (piano a Florindo).
    FLORINDO:  (Sei  cos  amoroso  per  il  tuo   Pasquale?)   (piano   a
    Truffaldino).
    TRUFFALDINO: (Ghe voi ben, come s el fuss me fradel Adess voi andar da
    quella signora,  voi dirghe che son sta mi, che ho fall; vai che i me
    grida, che i me strapazza, ma che se salva Pasqual) (come sopra,  e si
    scosta da Florindo).
    FLORINDO: (Costui  di un carattere molto amoroso).
    TRUFFALDINO: Son qua da ella (accostandosi a Beatrice).
    BEATRICE:  (Che lungo discorso hai tenuto col signor Florindo?) (piano
    a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: (La sappia che quel signor el gh'ha un servidor che gh'ha
    nome Pasqual;  l' el pi gran mamalucco del mondo;  l' st lu che ha
    fatt quei zavai della roba,  e perch el poveromo l'aveva paura che el
    so patron lo cazzasse via,  ho trov mi quella scusa  del  libro,  del
    padron morto, nega, etecetera. E anca adess a sior Florindo gh'ho ditt
    che mi son st causa de tutto) (piano sempre a Beatrice).
    BEATRICE:  (Perch accusarti di una colpa che asserisci di non avere?)
    (a Truffaldino, come sopra).
    TRUFFALDINO: (Per l'amor che porto a Pasqual) (come sopra).
    FLORINDO: (La cosa va un poco in lungo).
    TRUFFALDINO: (Cara ella,  la prego,  no  la  lo  precipita)  (piano  a
    Beatrice).
    BEATRICE: (Chi?) (come sopra).
    TRUFFALDINO: (Pasqual) (come sopra).
    BEATRICE: (Pasquale e voi siete due bricconi) (come sopra).
    TRUFFALDINO: (Eh, sar mi solo).
    FLORINDO:  Non cerchiamo altro,  signora Beatrice,  i nostri servitori
    non l'hanno fatto a malizia;  meritano essere corretti,  ma in  grazia
    delle nostre consolazioni, si pu loro perdonare il trascorso.
    BEATRICE: E' vero, ma il vostro servitore...
    TRUFFALDINO:  (Per  amor  del  cielo,  no  la nomina Pasqual) (piano a
    Beatrice).
    BEATRICE: Ors, io andar dovrei dal signor Pantalone de'Bisognosi;  vi
    sentireste voi di venir con me? (a Florindo).
    FLORINDO: Ci verrei volentieri, ma devo attendere un banchiere a casa.
    Ci verr pi tardi, se avete premura.
    BEATRICE:  Si,   voglio  andarvi  subito.   Vi  aspetter  dal  signor
    Pantalone; di l non parto, se non venite.
    FLORINDO: Io non so dove stia di casa.
    TRUFFALDINO: Lo so mi, signor, lo compagner mi.
    BEATRICE: Bene, vado in camera a terminar di vestirmi.
    TRUFFALDINO: (La vada, che la servo subito) (piano a Beatrice).
    BEATRICE: Caro Florindo,  gran pene che ho provate per voi  (entra  in
    camera).





    SCENA DECIMA.
    Florindo e Truffaldino.

    FLORINDO: Le mie non sono state minori (dietro a Beatrice).
    TRUFFALDINO: La diga,  sior patron, no gh' Pasqual; siora Beatrice no
    gh'ha nissun che l'aiuta  a  vestir;  se  contentelo  che  vada  mi  a
    servirla in vece de Pasqual?
    FLORINDO: Si, vanne pure; servila con attenzione, avr piacere.
    TRUFFALDINO:  (A  invenzion,  a  prontezza,  a cabale,  sfido el primo
    sollicitador de Palazzo) (entra nella camera di Beatrice).


    SCENA UNDICESIMA.
    Florindo, poi Beatrice e Truffaldino.

    FLORINDO: Grandi accidenti accaduti sono in questa  giornata!  Pianti,
    lamenti,  disperazioni, e all'ultimo consolazione e allegrezza. Passar
    dal pianto al riso  un dolce salto che fa scordare  gli  affanni,  ma
    quando dal piacere si passa al duolo,  pi sensibile la mutazione.
    BEATRICE: Eccomi lesta.
    FLORINDO: Quando cambierete voi quelle vesti?
    BEATRICE: Non ist bene vestita cos?
    FLORINDO:  Non  vedo  l'ora di vedervi colla gonnella e col busto.  La
    vostra bellezza non ha da essere soverchiamente coperta.
    BEATRICE: Ors,  vi aspetto dal signor Pantalone;  fatevi accompagnare
    da Truffaldino.
    FLORINDO:  L'attendo  ancora  un  poco;  e  se il banchiere non viene,
    ritorner un'altra volta.
    BEATRICE: Mostratemi l'amor vostro nella vostra sollecitudine (s'avvia
    per partire).
    TRUFFALDINO: (Comandela che resta  a  servir  sto  signor?)  (piano  a
    Beatrice, accennando Florindo).
    BEATRICE: (Si, lo accompagnerai dal signor Pantalone) (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO:  (E da quella strada lo servir,  perch no gh' Pasqual)
    (come sopra).
    BEATRICE: Servilo,  mi farai cosa grata.  (Lo amo pi  di  me  stessa)
    (parte).


    SCENA DODICESIMA.
    Florindo e Truffaldino.

    TRUFFALDINO:  Tol,  nol  se vede.  El padron se veste,  el va fora de
    casa, e nol se vede.
    FLORINDO: Di chi parli?
    TRUFFALDINO: De Pasqual.  Ghe voio  ben,  l'  me  amigo,  ma  l'  un
    poltron. Mi son un servitor che valo per do.
    FLORINDO: Vienmi a vestire. Frattanto verr il banchiere.
    TRUFFALDINO:  Sior  padron,  sento che vussioria ha d'andar in casa de
    sior Pantalon.
    FLORINDO: Ebbene, che vorresti tu dire?
    TRUFFALDINO: Vorria pregarlo de una grazia.
    FLORINDO: S, te lo meriti davvero per i tuoi buoni portamenti.
    TRUFFALDINO: Se  nato qualcossa, la sa che l' st Pasqual.
    FLORINDO: Ma dov' questo maledetto Pasquale? Non si pu vedere?
    TRUFFALDINO:  El  vegnir  sto  baron.  E  cus,  sior  padron,  voria
    domandarghe sta grazia.
    FLORINDO: Che cosa vuoi?
    TRUFFALDINO: Anca mi, poverin, son innamorado.
    FLORINDO: Sei innamorato?
    TRUFFALDINO: Signor s;  e la me morosa l' la serva de sior Pantalon;
    e voria mo che vussioria...
    FLORINDO: Come c entro io?
    TRUFFALDINO: Oh,  no digo che la  ghe  intra;  ma  essendo  mi  el  so
    servitor, che la disess una parola per mi al sior Pantalon.
    FLORINDO: Bisogna vedere se la ragazza ti vuole.
    TRUFFALDINO: La ragazza me vol.  Basta una parola al sior Pantalon; la
    prego de sta carit.
    FLORINDO: Si, lo far; ma come la manterrai la moglie?
    TRUFFALDINO: Far quel che poder. Me raccomander a Pasqual.
    FLORINDO: Raccomandati a un poco pi di giudizio (entra in camera).
    TRUFFALDINO: Se non fazzo giudizio sta volta,  no  lo  fazzo  mai  pi
    (entra in camera, dietro a Florindo).


    SCENA TREDICESIMA.
    Camera in casa di Pantalone.
    Pantalone, il Dottore, Clarice, Silvio, Smeraldina.

    PANTALONE:  Via,  Clarice,  non  esser cus ustinada.  Ti vedi che l'
    pentio sior Silvio,  che el te domanda perdon;  se l'ha d in  qualche
    debolezza, el l'ha fatto per amor; anca mi gh'ho perdon i strambezzi,
    ti ghe li ha da perdonar anca ti.
    SILVIO:  Misurate dalla vostra pena la mia,  signora Clarice,  e tanto
    pi assicuratevi che vi amo davvero,  quanto pi il timore di perdervi
    mi aveva reso furioso. Il Cielo ci vuol felici, non vi rendete ingrata
    alle beneficenze del Cielo. Coll'immagine della vendetta non funestate
    il pi bel giorno di nostra vita.
    DOTTORE:  Alle  preghiere  di  mio figliuolo aggiungo le mie.  Signora
    Clarice,  mia cara nuora,  compatitelo il poverino;   stato l l per
    diventar pazzo.
    SMERALDINA: Via,  signora padrona,  che cosa volete fare?  Gli uomini,
    poco  pi,  poco  meno,   con  noi  sono  tutti  crudeli.   Pretendono
    un'esattissima  fedelt,  e per ogni leggiero sospetto ci strapazzano,
    ci maltrattano, ci vorrebbero veder morire.  Gi con uno o con l'altro
    avete da maritarvi; dir, come si dice agli ammalati, giacch avete da
    prender la medicina, prendetela.
    PANTALONE:  Via,  sentistu?  Smeraldina  al  matrimonio  la  ghe  dise
    medicamento.  No far  che  el  te  para  tossego.  (Bisogna  veder  de
    devertirla) (piano al Dottore).
    DOTTORE:  Non   ne veleno,  n medicamento,  no.  Il matrimonio  una
    confezione, un giulebbe, un candito.
    SILVIO: Ma,  cara Clarice mia,  possibile che un accento non  abbia  a
    uscire dalle vostre labbra? So che merito da voi essere punito, ma per
    piet,  punitemi  colle  vostre  parole,  non  con il vostro silenzio.
    Eccomi ai vostri piedi; movetevi a compassione di me (s'inginocchia).
    CLARICE: Crudele! (sospirando verso Silvio).
    PANTALONE: (Aveu sentio  quella  sospiradina?  Bon  segno)  (piano  al
    Dottore).
    DOTTORE: (Incalza l'argomento) (piano a Silvio).
    SMERALDINA: (Il sospiro  come il lampo: foriero di pioggia).
    SILVIO:  Se  credessi  che pretendeste il mio sangue in vendetta della
    supposta mia crudelt,  ve lo esibisco di buon animo.  Ma oh  Dio!  in
    luogo del sangue delle mie vene, prendetevi quello che mi sgorga dagli
    occhi (piange).
    PANTALONE: (Bravo!).
    CLARICE: Crudele! (come sopra, e con maggior tenerezza).
    DOTTORE: (E' cotta) (piano a Pantalone).
    PANTALONE:  Animo,  leveve  su  (a Silvio,  alzandolo).  Vegni qua (al
    medesimo, prendendolo per la mano).  Vegni qua anca vu,  siora (prende
    la  mano  di Clarice).  Animo,  torneve a toccar la man;  fe pase,  no
    pianz pi, consoleve, fenila,  tol;  el cielo ve benediga (unisce le
    mani d'ambidue).
    DOTTORE: Via,  fatta.
    SMERALDINA: Fatta, fatta.
    SILVIO: Deh, signora Clarice, per carit (tenendola per la mano).
    CLARICE: Ingrato!
    SILVIO: Cara.
    CLARICE: Inumano!
    SILVIO: Anima mia.
    CLARICE: Cane!
    SILVIO: Viscere mie.
    CLARICE: Ah! (sospira).
    PANTALONE: (La va).
    SILVIO: Perdonatemi, per amor del cielo.
    CLARICE: Ah! vi ho perdonato (sospirando).
    PANTALONE: (La x andada).
    DOTTORE: Via, Silvio, ti ha perdonato.
    SMERALDINA: L'ammalato  disposto, dategli il medicamento.


    SCENA QUATTORDICESIMA.
    Brighella e detti.

    BRIGHELLA: Con bona grazia, se pol vegnir? (entra).
    PANTALONE: Vegni qua mo, sior compare Brighella. Vu s quello che m'ha
    d da intender ste belle fandonie, che m'ha assicur che sior Federigo
    gera quello, ah?
    BRIGHELLA: Caro signor,  chi non s'averave ingann?  I era do fradelli
    che se somegiava come un pomo spartido.  Con quei abiti averia zog la
    testa che el giera lu.
    PANTALONE: Basta; la x passada. Cossa gh' da niovo?
    BRIGHELLA: La signora Beatrice l' qua, che la li vorria reverir.
    PANTALONE: Che la vegna pur, che la x parona.
    CLARICE: Povera signora Beatrice, mi consolo che sia in buono stato.
    SILVIO: Avete compassione di lei?
    CLARICE: Si, moltissima.
    SILVIO: E di me?
    CLARICE: Ah crudele!
    PANTALONE: Sentiu che parole amorose? (al Dottore).
    DOTTORE: Mio figliuolo poi ha maniera (a Pantalone).
    PANTALONE: Mia fia, poverazza, la x de bon cuor (al Dottore).
    SMERALDINA: (Eh, tutti due sanno fare la loro parte).


    SCENA QUINDICESIMA.
    Beatrice e detti.

    BEATRICE: Signori, eccomi qui a chiedervi scusa, a domandarvi perdono,
    se per cagione mia aveste dei disturbi...
    CLARICE: Niente, amica, venite qui (l'abbraccia).
    SILVIO: Ehi? (mostrando dispiacere di quell'abbraccio).
    BEATRICE: Come! Nemmeno una donna? (verso Silvio).
    SILVIO: (Quegli abiti ancora mi fanno specie).
    PANTALONE:  And l,  siora Beatrice,  che per esser donna e per esser
    zovene, gh'av un bel coraggio.
    DOTTORE: Troppo spirito, padrona mia (a Beatrice).
    BEATRICE: Amore fa fare delle gran cose.
    PANTALONE: I s'ha trov, n vero, col so moroso? Me x st conta.
    BEATRICE: Si, il cielo mi ha consolata.
    DOTTORE: Bella riputazione! (a Beatrice).
    BEATRICE: Signore, voi non c'entrate nei fatti miei (al Dottore).
    SILVIO: Caro signor padre,  lasciate che tutti facciano il fatto  loro
    non vi prendete di tai fastidi.  Ora che sono contento io,  vorrei che
    tutto il mondo godesse. Vi sono altri matrimoni da fare? Si facciano.
    SMERALDINA: Ehi, signore, vi sarebbe il mio (a Silvio).
    SILVIO: Con chi?
    SMERALDINA: Col primo che viene.
    SILVIO: Trovalo, e son qua io.
    CLARICE: Voi? Per far che? (a Silvio).
    SILVIO: Per un poco di dote.
    CLARICE: Non vi  bisogno di voi.
    SMERALDINA: (Ha paura che glielo mangino. Ci ha preso gusto).





    SCENA SEDICESIMA.
    Truffaldino e detti.

    TRUFFALDINO: Fazz reverenza a sti signori.
    BEATRICE: Il signor Florindo dov'? (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: L' qua, che el voria vegnir avanti, se i se contenta.
    BEATRICE:  Vi  contentate,  signor  Pantalone,  che  passi  il  signor
    Florindo?
    PANTALONE: Xlo l'amigo s fatto? (a Beatrice).
    BEATRICE: S, il mio sposo.
    PANTALONE: Che el resta servido.
    BEATRICE: Fa che passi (a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Zovenotta, ve reverisso (a Smeraldina, piano).
    SMERALDINA: Addio, morettino (piano a Truffaldino).
    TRUFFALDINO: Parleremo (come sopra).
    SMERALDINA: Di che? (come sopra).
    TRUFFALDINO: Se volessi (fa cenno di darle l'anello, come sopra).
    SMERALDINA: Perch no? (come sopra).
    TRUFFALDINO: Parleremo (come sopra, e parte).
    SMERALDINA:  Signora  padrona,  con licenza di questi signori,  vorrei
    pregarla di una carit (a Clarice).
    CLARICE: Che cosa vuoi? (tirandosi in disparte per ascoltarla).
    SMERALDINA: (Anch'io sono una povera giovine, che cerco di collocarmi:
    vi  il servitore della  signora  Beatrice  che  mi  vorrebbe;  s'ella
    dicesse  una  parola  alla  sua  padrona,  che si contentasse ch'ei mi
    prendesse, spererei di fare la mia fortuna) (piano a Clarice).
    CLARICE: (S,  cara Smeraldina,  lo far volentieri: subito che  potr
    parlare  a  Beatrice  con  libert,  lo far certamente) (torna al suo
    posto).
    PANTALONE: Cossa x sti gran secreti (a Clarice).
    CLARICE: Niente, signore. Mi diceva una cosa.
    SILVIO: (Posso saperla io?) (piano a Clarice).
    CLARICE: (Gran curiosit! E poi diranno di noi altre donne).


    SCENA ULTIMA.
    Florindo, Truffaldino e detti.

    FLORINDO: Servitor umilissimo di lor signori. (Tutti lo salutano).  E'
    ella il padrone di casa? (a Pantalone).
    PANTALONE: Per servirla.
    FLORINDO:  Permetta  ch'io  abbia l'onore di dedicarle la mia servit,
    scortato a farlo dalla signora Beatrice di cui,  siccome di  me,  note
    gli saranno le vicende passate.
    PANTALONE:  Me  consolo de conoscerla e de reverirla,  e me consolo de
    cuor delle so contentezze.
    FLORINDO: La signora Beatrice deve esser  mia  sposa,  e  se  voi  non
    isdegnate onorarci, sarete pronubo delle nostre nozze.
    PANTALONE: Quel che s'ha da far, che el se fazza subito. Le se daga la
    man.
    FLORINDO: Son pronto, signora Beatrice.
    BEATRICE: Eccola, signor Florindo.
    SMERALDINA: (Eh, non si fanno pregare).
    PANTALONE:  Faremo  po  el  saldo  dei  nostri conti.  Le giusta le so
    partie, che po giusteremo le nostre.
    CLARICE: Amica, me ne consolo (a Beatrice).
    BEATRICE: Ed io di cuore con voi (a Clarice).
    SILVIO: Signore, mi riconoscete voi? (a Florindo).
    FLORINDO: Si, Vi riconosco; siete quello che voleva fare un duello.
    SILVIO: Anzi l'ho fatto per mio malanno.  Ecco chi mi ha  disarmato  e
    poco meno che ucciso (accennando Beatrice).
    BEATRICE: Potete dire chi vi ha donato la vita (a Silvio).
    SILVIO: Si,  vero.
    CLARICE: In grazia mia per (a Silvio).
    SILVIO: E' verissimo.
    PANTALONE: Tutto x giust, tutto x fenio.
    TRUFFALDINO: Manca el meggio, signori.
    PANTALONE: Cossa manca?
    TRUFFALDINO: Con so bona grazia,  una parola (a Florindo, tirandolo in
    disparte).
    FLORINDO: (Che cosa vuoi?) (piano a Truffaldino).
    TRUFFALDINO:  (S'arrecordel  cossa  ch'el  m'ha  promesso?)  (piano  a
    Florindo).
    FLORINDO: (Che cosa? Io non me ne ricordo) (piano a Truffaldino).
    TRUFFALDINO:  (De  domandar  a sior Pantalon Smeraldina per me muier?)
    (come sopra).
    FLORINDO: (S, ora me ne sovviene. Lo faccio subito) (come sopra).
    TRUFFALDINO: (Anca mi, poveromo, che me metta all'onor del mondo).
    FLORINDO: Signor Pantalone,  bench sia questa  la  prima  volta  sola
    ch'io  abbia  l'onore  di  conoscervi,  mi fo ardito di domandarvi una
    grazia.
    PANTALONE: La comandi pur. In quel che posso, la servir.
    FLORINDO: Il mio servitore bramerebbe per moglie la vostra  cameriera;
    avreste voi difficolt di accordargliela?
    SMERALDINA: (Oh bella!  Un altro che mi vuole.  Chi diavolo ?  Almeno
    che lo conoscessi).
    PANTALONE: Per  mi  son  contento.  Cossa  disela  ella,  patrona?  (a
    Smeraldina).
    SMERALDINA: Se potessi credere d'avere a star bene...
    PANTALONE: Xlo omo da qualcossa sto so servitor? (a Florindo).
    FLORINDO:  Per quel poco tempo ch'io l'ho meco,   fidato certo,  e mi
    pare di abilita.
    CLARICE: Signor Florindo,  voi mi avete  prevenuta  in  una  cosa  che
    dovevo far io.  Dovevo io proporre le nozze della mia cameriera per il
    servitore della signora Beatrice.  Voi l'avete chiesta per il  vostro;
    non occorr'altro.
    FLORINDO: No, no; quando voi avete questa premura, mi ritiro affatto e
    vi lascio in pienissima libert.
    CLARICE: Non sar mai vero che voglia io permettere che le mie premure
    sieno preferite alle vostre. E poi non ho, per dirvela, certo impegno.
    Proseguite pure nel vostro.
    FLORINDO: Voi lo fate per complimento.  Signor Pantalone,  quel che ho
    detto, sia per non detto. Per il mio servitore non vi parlo pi,  anzi
    non voglio che la sposi assolutamente.
    CLARICE:  Se  non  la  sposa  il  vostro,  non l'ha da sposare nemmeno
    quell'altro. La cosa ha da essere per lo meno del pari.
    TRUFFALDINO: (Oh bella!  Lori fa  i  complimenti,  e  mi  resto  senza
    muier).
    SMERALDINA: (Sto a vedere che di due non ne avr nessuno).
    PANTALONE: Eh via,  che i se giusta;  sta povera putta gh'ha voggia de
    maridarse, dmola o all'uno, o all'altro.
    FLORINDO: Al mio no. Non voglio certo far torto alla signora Clarice.
    CLARICE: N io permetter mai che sia fatto al signor Florindo.
    TRUFFALDINO: Siori, sta faccenda l'aggiuster mi.  Sior Florindo,  non
    ala domand Smeraldina per el so servitor?
    FLORINDO: S, non l'hai sentito tu stesso?
    TRUFFALDINO: E ella,  siora Clarice, non la destin Smeraldina per el
    servidor de siora Beatrice?
    CLARICE: Dovevo parlarne sicuramente.
    TRUFFALDINO: Ben, co l' cus, Smeraldina, deme la man.
    PANTALONE: Mo per cossa  voleu  che  a  vu  la  ve  daga  la  man?  (a
    Truffaldino).
    TRUFFALDINO:  Perch  mi,  mi son servitor de sior Florindo e de siora
    Beatrice.
    FLORINDO: Come?
    BEATRICE: Che dici?
    TRUFFALDINO: Un pochetto de flemma. Sior Florindo, chi v'ha pregado de
    domandar Smeraldina al sior Pantalon?
    FLORINDO: Tu mi hai pregato.
    TRUFFALDINO: E ella, siora Clarice, de chi intendevela che l'avesse da
    esser Smeraldina?
    CLARICE: Di te.
    TRUFFALDINO: Ergo Smeraldina l' mia.
    FLORINDO: Signora Beatrice, il vostro servitore dov'?
    BEATRICE: Eccolo qui. Non  Truffaldino?
    FLORINDO: Truffaldino? Questi  il mio servitore.
    BEATRICE: Il vostro non  Pasquale?
    FLORINDO: Pasquale? Doveva essere il vostro.
    BEATRICE: Come va la faccenda? (verso Truffaldino).
    (Truffaldino con lazzi muti domanda scusa).
    FLORINDO: Ah briccone!
    BEATRICE: Ah galeotto!
    FLORINDO: Tu hai servito due padroni nel medesimo tempo?
    TRUFFALDINO: Sior si,  mi ho fatto  sta  bravura.  Son  intr  in  sto
    impegno senza pensarghe; m'ho volesto provar. Ho dur poco,  vero, ma
    almanco ho la gloria che nissun m'aveva ancora scoverto,  se da per mi
    no me descovriva per l'amor de  quella  ragazza.  Ho  fatto  una  gran
    fadiga,  ho fatto anca dei mancamenti,  ma spero che,  per rason della
    stravaganza, tutti sti siori me perdoner.

    Fine della commedia.
