                    ESORTAZIONE APOSTOLICA
                         POST-SINODALE
                     CHRISTIFIDELES LAICI
                        DI SUA SANTITA'
                       GIOVANNI PAOLO II
               SU VOCAZIONE E MISSIONE DEI LAICI
                   NELLA CHIESA E NEL MONDO
                          Ai Vescovi
                   Ai sacerdoti e ai diaconi
                 Ai religiosi e alle religiose
                    A tutti i fedeli laici
INTRODUZIONE
1. I FEDELI LAICI (Christifideles laici), la cui " vocazione e
missione nella Chiesa e nel mondo a vent'anni dal Concilio
Vaticano secondo"  stato l'argomento del Sinodo dei Vescovi del
1987, appartengono a quel Popolo di Dio che  raffigurato dagli
operai della vigna, dei quali parla il Vangelo di Matteo: " Il
regno dei cieli  simile a un padrone di casa che usc all'alba
per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.
Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mand nella
sua vigna " (Mt 20, 1-2).
La parabola evangelica spalanca davanti al nostro sguardo
l'immensa vigna del Signore e la moltitudine di persone, uomini
e donne, che da Lui sono chiamate e mandate perch in essa
abbiano a lavorare. La vigna  il mondo intero (cf. Mt 13, 38),
che dev'essere trasformato secondo il disegno di Dio in vista
dell'avvento definitivo del Regno di Dio.
Andate anche voi nella mia vigna
2. " Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che
stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: "andate anche
voi nella mia vigna" " (Mt 20, 3-4).
L'appello del Signore Ges "Andate anche voi nella mia vigna "
non cessa di risuonare da quel lontano giorno nel corso della
storia:  rivolto a ogni uomo che viene in questo mondo.
Ai nostri tempi, nella rinnovata effusione dello Spirito
pentecostale avvenuta con il Concilio Vaticano secondo, la Chiesa ha
maturato una pi viva coscienza della sua natura missionaria e
ha riascoltato la voce del suo Signore che la manda nel mondo
come " sacramento universale di salvezza".
Andate anche voi. La chiamata non riguarda soltanto i Pastori,
i sacerdoti, i religiosi e le religiose, ma si estende a tutti:
anche i fedeli laici sono personalmente chiamati dal Signore,
dal quale ricevono una missione per la Chiesa e per il mondo.
Lo ricorda S. Gregorio Magno che, predicando al popolo, cos
commenta la parabola degli operai della vigna: "Guardate al
vostro modo di vivere, fratelli carissimi, e verificate se
siete gi operai del Signore. Ciascuno valuti quello che fa e
consideri se lavora nella vigna del Signore".
In particolare il Concilio, con il suo ricchissimo patrimonio
dottrinale, spirituale e pastorale, ha riservato pagine quanto
mai splendide sulla natura, dignit, spiritualit, missione e
responsabilit dei fedeli laici. E i Padri conciliari,
riecheggiando l'appello di Cristo, hanno chiamato tutti i
fedeli laici, uomini e donne, a lavorare nella sua vigna: "Il
sacro Concilio scongiura nel Signore tutti i laici a rispondere
volentieri, con animo generoso e con cuore pronto, alla voce di
Cristo, che in quest'ora li invita con maggiore insistenza, e
all'impulso dello Spirito Santo. In modo speciale i pi giovani
sentano questo appello come rivolto a se stessi, e l'accolgano
con slancio e magnanimit. Il Signore stesso infatti ancora una
volta per mezzo di questo Santo Sinodo invita tutti i laici ad
unirsi sempre pi intimamente a Lui e, sentendo come proprio
tutto ci che  di Lui (cf. Fil 2, 5), si associno alla sua
missione salvifica; li manda ancora in ogni citt e in ogni
luogo dov'egli sta per venire (cf. Lc 10, 1)".
Andate anche voi nella mia vigna. Queste parole sono
spiritualmente risuonate, ancora una volta, durante la
celebrazione del Sinodo dei Vescovi, tenutosi a Roma dall'1 al
30 ottobre 1987. Ponendosi sui sentieri del Concilio e
aprendosi alla luce delle esperienze personali e comunitarie di
tutta la Chiesa, i Padri, arricchiti dai Sinodi precedenti,
hanno affrontato in modo specifico e ampio l'argomento
riguardante la vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo.
In questa Assemblea episcopale non  mancata una qualificata
rappresentanza di fedeli laici, uomini e donne, che hanno
portato un contributo prezioso ai lavori del Sinodo, come 
stato pubblicamente riconosciuto nell'omelia di conclusione:
"Ringraziamo per il fatto che nel corso del Sinodo abbiamo
potuto non solo gioire per la partecipazione dei laici
(auditores e auditrices), ma ancor di pi perch lo svolgimento
delle discussioni sinodali ci ha permesso di ascoltare la voce
degli invitati, i rappresentanti del laicato provenienti da
tutte le parti del mondo, dai diversi Paesi, e ci ha consentito
di profittare delle loro esperienze, dei loro consigli, dei
suggerimenti che scaturiscono dal loro amore per la causa comune".
Con lo sguardo rivolto al dopo-Concilio i Padri sinodali hanno
potuto costatare come lo Spirito abbia continuato a
ringiovanire la Chiesa, suscitando nuove energie di santit e
di partecipazione in tanti fedeli laici. Ci  testimoniato,
tra l'altro, dal nuovo stile di collaborazione tra sacerdoti,
religiosi e fedeli laici; dalla partecipazione attiva nella
liturgia, nell'annuncio della Parola di Dio e nella catechesi;
dai molteplici servizi e compiti affidati ai fedeli laici e da
essi assunti; dal rigoglioso fiorire di gruppi, associazioni e
movimenti di spiritualit e di impegno laicali; dalla
partecipazione pi ampia e significativa delle donne nella vita
della Chiesa e nello sviluppo della societ.
Nello stesso tempo, il Sinodo ha rilevato come il cammino
postconciliare dei fedeli laici non sia stato esente da
difficolt e da pericoli. In particolare si possono ricordare
due tentazioni alle quali non sempre essi hanno saputo
sottrarsi: la tentazione di riservare un interesse cos forte
ai servizi e ai compiti ecclesiali, da giungere spesso a un
pratico disimpegno nelle loro specifiche responsabilit nel
mondo professionale, sociale, economico, culturale e politico;
e la tentazione di legittimare l'indebita separazione tra la
fede e la vita, tra l'accoglienza del Vangelo e l'azione
concreta nelle pi diverse realt temporali e terrene.
Nel corso dei suoi lavori il Sinodo ha fatto costante
riferimento al Concilio Vaticano II, il cui insegnamento sul
laicato, a distanza di vent'anni,  apparso di sorprendente
attualit e talvolta di portata profetica: tale insegnamento 
capace di illuminare e di guidare le risposte che oggi devono
essere date ai nuovi problemi. In realt, la sfida che i Padri
sinodali hanno accolto  stata quella di individuare le strade
concrete perch la splendida "teoria" sul laicato espressa dal
Concilio possa diventare un'autentica "prassi" ecclesiale.
Alcuni problemi poi s'impongono per una certa loro "novit",
tanto da poterli chiamare postconciliari, almeno in senso
cronologico: ad essi i Padri sinodali hanno giustamente
riservato una particolare attenzione nel corso della loro
discussione e riflessione. Tra questi problemi sono da
ricordare quelli riguardanti i ministeri e i servizi ecclesiali
affidati o da affidarsi ai fedeli laici, la diffusione e la
crescita di nuovi "movimenti" accanto ad altre forme
aggregative di laici, il posto e il ruolo della donna sia nella
Chiesa che nella societ.
I Padri sinodali, al termine dei loro lavori, svolti con grande
impegno, competenza e generosit, mi hanno manifestato il
desiderio e mi hanno rivolto la preghiera perch, a tempo
opportuno, offrissi alla Chiesa universale un documento
conclusivo sui fedeli laici.
Questa Esortazione Apostolica post-sinodale intende valorizzare
tutta quanta la ricchezza dei lavori sinodali, dai Lineamenta
all'Instrumentum laboris, dalla relazione introduttiva agli
interventi dei singoli vescovi e laici e alla relazione di
sintesi dopo la discussione in aula, dalle discussioni e
relazioni dei "circoli minori" alle "proposizioni" e al
Messaggio finale. Per questo il presente documento non si pone
a lato del Sinodo, ma ne costituisce la fedele e coerente
espressione,  il frutto d'un lavoro collegiale, al cui esito
finale hanno apportato il loro contributo il Consiglio della
Segreteria Generale del Sinodo e la stessa Segreteria.
Suscitare e alimentare una pi decisa presa di coscienza del
dono e della responsabilit che tutti i fedeli laici, e
ciascuno di essi in particolare, hanno nella comunione e nella
missione della Chiesa  lo scopo che l'Esortazione intende perseguire.
Le urgenze attuali del mondo: perch ve ne state qui tutto il giorno oziosi?
3. Il significato fondamentale di questo Sinodo, e quindi il
frutto pi prezioso da esso desiderato,  l'ascolto da parte
dei fedeli laici dell'appello di Cristo a lavorare nella sua
vigna, a prendere parte viva, consapevole e responsabile alla
missione della Chiesa in quest'ora magnifica e drammatica della
storia, nell'imminenza del terzo millennio.
Situazioni nuove, sia ecclesiali sia sociali, economiche,
politiche e culturali, reclamano oggi, con una forza del tutto
particolare, l'azione dei fedeli laici. Se il disimpegno 
sempre stato inaccettabile, il tempo presente lo rende ancora
pi colpevole. Non  lecito a nessuno rimanere in ozio.
Riprendiamo la lettura della parabola evangelica: "Uscito
ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano l e
disse loro: "Perch ve ne state qui tutto il giorno oziosi?".
Gli risposero: "Perch nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli
disse loro: "Andate anche voi nella mia vigna"" (Mt 20, 6-7).
Non c' posto per l'ozio, tanto  il lavoro che attende tutti
nella vigna del Signore. Il "padrone di casa" ripete con pi
forza il suo invito: "Andate anche voi nella mia vigna".
La voce del Signore risuona certamente nell'intimo dell'essere
stesso d'ogni cristiano, che mediante la fede e i sacramenti
dell'iniziazione cristiana  configurato a Ges Cristo, 
inserito come membro vivo nella Chiesa ed  soggetto attivo
della sua missione di salvezza. La voce del Signore passa per
anche attraverso le vicende storiche della Chiesa e
dell'umanit, come ci ricorda il Concilio: "Il Popolo di Dio,
mosso dalla fede, per cui crede di essere condotto dallo
Spirito del Signore, che riempie l'universo, cerca di
discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle
aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del
nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza e del
disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce
nuova e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale
dell'uomo, e perci guida l'intelligenza verso soluzioni
pienamente umane".
 necessario, allora, guardare in faccia questo nostro mondo,
con i suoi valori e problemi, le sue inquietudini e speranze,
le sue conquiste e sconfitte: un mondo le cui situazioni
economiche, sociali, politiche e culturali presentano problemi
e difficolt pi gravi rispetto a quello descritto dal Concilio
nella Costituzione pastorale Gaudium et spes.  comunque
questa la vigna,  questo il campo nel quale i fedeli laici
sono chiamati a vivere la loro missione. Ges li vuole, come
tutti i suoi discepoli, sale della terra e luce del mondo (cf.
Mt 5, 13-14). Ma qual  il volto attuale della "terra" e del
"mondo", di cui i cristiani devono essere "sale" e "luce"?
 assai grande la diversit delle situazioni e delle
problematiche che oggi esistono nel mondo, peraltro
caratterizzate da una crescente accelerazione di mutamento. Per
questo  del tutto necessario guardarsi dalle generalizzazioni
e dalle semplificazioni indebite.  per possibile rilevare
alcune linee di tendenza che emergono nella societ attuale.
Come nel campo evangelico insieme crescono la zizzania e il
buon grano, cos nella storia, teatro quotidiano di un
esercizio spesso contraddittorio della libert umana, si
trovano, accostati e talvolta profondamente aggrovigliati tra
loro, il male e il bene, l'ingiustizia e la giustizia,
l'angoscia e la speranza.
Secolarismo e bisogno religioso
4. Come non pensare alla persistente diffusione
dell'indifferentismo religioso e dell'ateismo nelle sue pi
diverse forme, in particolare nella forma, oggi forse pi
diffusa, del secolarismo? Inebriato dalle prodigiose conquiste
di un inarrestabile sviluppo scientifico-tecnico e soprattutto
affascinato dalla pi antica e sempre nuova tentazione, quella
di voler diventare come Dio (cf. Gen 3, 5) mediante l'uso d'una
libert senza limiti, l'uomo taglia le radici religiose che
sono nel suo cuore: dimentica Dio, lo ritiene senza significato
per la propria esistenza, lo rifiuta ponendosi in adorazione
dei pi diversi "idoli".
 veramente grave il fenomeno attuale del secolarismo: non
riguarda solo i singoli, ma in qualche modo intere comunit,
come gi rilevava il Concilio: "Moltitudini crescenti
praticamente si staccano dalla religione". Pi volte io
stesso ho ricordato il fenomeno della scristianizzazione che
colpisce i popoli cristiani di vecchia data e che reclama,
senza alcuna dilazione, una nuova evangelizzazione.
Eppure l'aspirazione e il bisogno religiosi non possono essere
totalmente estinti. La coscienza di ogni uomo, quando ha il
coraggio di affrontare gli interrogativi pi gravi
dell'esistenza umana, in particolare l'interrogativo sul senso
del vivere, del soffrire e del morire, non pu non fare propria
la parola di verit gridata da Sant'Agostino: "Tu ci hai fatto
per te, o Signore, e il nostro cuore  inquieto sino a quando
non riposa in Te". Cos anche il mondo attuale testimonia,
in forme sempre pi ampie e vive, l'apertura ad una visione
spirituale e trascendente della vita, il risveglio della
ricerca religiosa, il ritorno al senso del sacro e alla
preghiera, la richiesta di essere liberi nell'invocare il Nome del Signore.
La persona umana: dignit calpestata ed esaltata
5. Pensiamo, inoltre, alle molteplici violazioni alle quali
viene oggi sottoposta la persona umana. Quando non 
riconosciuto e amato nella sua dignit di immagine vivente di
Dio (cf. Gen 1, 26), l'essere umano  esposto alle pi
umilianti e aberranti forme di "strumentalizzazione", che lo
rendono miseramente schiavo del pi forte. E "il pi forte" pu
assumere i nomi pi diversi: ideologia, potere economico,
sistemi politici disumani, tecnocrazia scientifica, invadenza
dei mass-media. Di nuovo ci troviamo di fronte a moltitudini di
persone, nostri fratelli e sorelle, i cui diritti fondamentali
sono violati, anche in seguito all'eccessiva tolleranza e
persino alla palese ingiustizia di certe leggi civili: il
diritto alla vita e all'integrit, il diritto alla casa e al
lavoro, il diritto alla famiglia e alla procreazione
responsabile, il diritto alla partecipazione alla vita pubblica
e politica, il diritto alla libert di coscienza e di
professione di fede religiosa.
Chi pu contare i bambini non nati perch uccisi nel seno delle
loro madri, i bambini abbandonati e maltrattati dagli stessi
genitori, i bambini che crescono senza affetto ed educazione?
In alcuni Paesi intere popolazioni sono sprovviste di casa e di
lavoro, mancano dei mezzi assolutamente indispensabili per
condurre una vita degna di esseri umani e sono private persino
del necessario per la stessa sussistenza. Tremende sacche di
povert e di miseria, fisica e morale ad un tempo, stanno
oramai di casa ai margini delle grandi metropoli e colpiscono
mortalmente interi gruppi umani.
Ma la sacralit della persona non pu essere annullata,
quantunque essa troppo spesso venga disprezzata e violata:
avendo il suo incrollabile fondamento in Dio Creatore e Padre,
la sacralit della persona torna ad imporsi, sempre e di nuovo.
Di qui il diffondersi sempre pi vasto e l'affermarsi sempre
pi forte del senso della dignit personale di ogni essere
umano. Una corrente benefica oramai percorre e pervade tutti i
popoli della terra, resi sempre pi consapevoli della dignit
dell'uomo: non  affatto una "cosa" o un "oggetto" di cui
servirsi, ma  sempre e solo un "soggetto", dotato di coscienza
e di libert, chiamato a vivere responsabilmente nella societ
e nella storia, ordinato ai valori spirituali e religiosi.
E stato detto che il nostro  il tempo degli "umanesimi":
alcuni, per la loro matrice atea e secolaristica, finiscono
paradossalmente per mortificare e annullare l'uomo; altri
umanesimi invece lo esaltano a tal punto da giungere a forme di
vera e propria idolatria; altri, infine, riconoscono secondo
verit la grandezza e la miseria dell'uomo, manifestando,
sostenendo e favorendo la sua dignit totale.
Segno e frutto di queste correnti umanistiche  il crescente
bisogno della partecipazione.  questa, indubbiamente, uno dei
tratti distintivi dell'umanit attuale, un vero "segno dei
tempi" che viene maturando in diversi campi e in diverse
direzioni: nel campo soprattutto delle donne e del mondo
giovanile, e nella direzione della vita non solo familiare e
scolastica, ma anche culturale, economica, sociale e politica.
L'essere protagonisti, in qualche modo creatori di una nuova
cultura umanistica,  un'esigenza insieme universale e individuale.
Conflittualit e pace
6. Non possiamo infine, non ricordare un altro fenomeno che
contraddistingue l'attuale umanit: forse come non mai nella
sua storia, l'umanit  quotidianamente e profondamente colpita
e scardinata dalla conflittualit.  questo un fenomeno
pluriforme, che si distingue dal pluralismo legittimo delle
mentalit e delle iniziative, e si manifesta nell'infausto
contrapporsi di persone, gruppi, categorie, nazioni e blocchi
di nazioni.  una contrapposizione che assume forme di
violenza, di terrorismo, di guerra. Ancora una volta, ma con
proporzioni enormemente ampliate, diversi settori dell'umanit
d'oggi, volendo dimostrare la loro "onnipotenza", rinnovano la
stolta esperienza della costruzione della "torre di Babele"
(cf. Gen 11, 1-9), la quale per prolifera confusione, lotta,
disgregazione ed oppressione. La famiglia umana  cos in se
stessa drammaticamente sconvolta e lacerata.
D'altra parte, del tutto insopprimibile  l'aspirazione dei
singoli e dei popoli al bene inestimabile della pace nella
giustizia. La beatitudine evangelica: "Beati gli operatori di
pace" (Mt 5, 9) trova negli uomini del nostro tempo una nuova e
significativa risonanza: per l'avvento della pace e della
giustizia popolazioni intere oggi vivono, soffrono e lavorano.
La partecipazione di tante persone e gruppi alla vita della
societ  la strada oggi sempre pi percorsa perch da
desiderio la pace diventi realt. Su questa strada incontriamo
tanti fedeli laici generosamente impegnati nel campo sociale e
politico, nelle pi varie forme sia istituzionali che di
volontariato e di servizio agli ultimi.
Ges Cristo, la speranza dell'umanit
7. Questo  l'immenso e travagliato campo che sta davanti agli
operai mandati dal "padrone di casa" a lavorare nella sua vigna.
In questo campo  presente e operante la Chiesa, noi tutti,
pastori e fedeli, sacerdoti, religiosi e laici. Le situazioni
ora ricordate toccano profondamente la Chiesa: da esse  in
parte condizionata, non per schiacciata n tanto meno
sopraffatta, perch lo Spirito Santo, che ne  l'anima, la
sostiene nella sua missione.
La Chiesa sa che tutti gli sforzi che l'umanit va compiendo
per la comunione e la partecipazione, nonostante ogni
difficolt, ritardo e contraddizione causati dai limiti umani,
dal peccato e dal Maligno, trovano piena risposta
nell'intervento di Ges Cristo, Redentore dell'uomo e del mondo.
La Chiesa sa di essere mandata da Lui come "segno e strumento
dell'intima unione con Dio e dell'unit di tutto il genere umano".
Nonostante tutto, dunque, l'umanit pu sperare, deve sperare:
il Vangelo vivente e personale, Ges Cristo stesso,  la
"notizia" nuova e apportatrice di gioia che la Chiesa ogni
giorno annuncia e testimonia a tutti gli uomini.
In questo annuncio e in questa testimonianza i fedeli laici
hanno un posto originale e insostituibile: per mezzo loro la
Chiesa di Cristo  resa presente nei pi svariati settori del
mondo, come segno e fonte di speranza e di amore.
CAPITOLO 1
IO SONO LA VITE, VOI I TRALCI
La dignit dei fedeli laici nella Chiesa-Mistero
Il mistero della vigna
8. L'immagine della vigna viene usata dalla Bibbia in molti
modi e con diversi significati: in particolare, essa serve ad
esprimere il mistero del Popolo di Dio. In questa prospettiva
pi interiore i fedeli laici non sono semplicemente gli operai
che lavorano nella vigna, ma sono parte della vigna stessa: "Io
sono la vite, voi i tralci" (Gv 15, 5),dice Ges.
Gi nell'Antico Testamento i profeti per indicare il popolo
eletto ricorrono all'immagine della vigna. Israele  la vigna
di Dio, l'opera del Signore, la gioia del suo cuore: "Io ti
avevo piantato come vigna scelta" (Ger 2, 21); "Tua madre era
come una vite piantata vicino alle acque. Era rigogliosa e
frondosa per l'abbondanza dell'acqua" (Ez 19, 10); "Il mio
diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli
l'aveva vangata e sgombrata dai sassi, e vi aveva piantato
scelte viti (...)" (Is 5, 1-2).
Ges riprende il simbolo della vigna e se ne serve per rivelare
alcuni aspetti del Regno di Dio: "Un uomo piant una vigna, vi
pose attorno una siepe, scav un torchio, costru una torre,
poi la diede in affitto a dei vignaioli e se ne and lontano"
(Mc 12, 1; cf. Mt 21, 28 ss.).
L'evangelista Giovanni ci invita a scendere in profondit e ci
introduce a scoprire il mistero della vigna: essa  il simbolo
e la figura non solo del Popolo di Dio, ma di Ges stesso. Lui
 il ceppo e noi, i discepoli, siamo i tralci; Lui  la "vera
vite", nella quale sono vitalmente inseriti i tralci (cf. Gv 15, 1 seguenti).
Il Concilio Vaticano secondo, riferendo le varie immagini bibliche
che illuminano il mistero della Chiesa, ripropone l'immagine
della vite e dei tralci: "Cristo  la vera vite, che d vita e
fecondit ai tralci, cio a noi, che per mezzo della Chiesa
rimaniamo in Lui, e senza di Lui nulla possiamo fare (Gv 15, 1-5)". 
La Chiesa stessa , dunque, la vigna evangelica. 
mistero perch l'amore e la vita del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo sono il dono assolutamente gratuito offerto a
quanti sono nati dall'acqua e dallo Spirito (cf. Gv 3, 5),
chiamati a rivivere la comunione stessa di Dio e a manifestarla
e comunicarla nella storia (missione): "In quel giorno - dice
Ges - voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in 
voi" (Gv 14, 20).
Ora solo all'interno del mistero della Chiesa come mistero di
comunione si rivela l'"identit" dei fedeli laici, la loro
originale dignit. E solo all'interno di questa dignit si
possono definire la loro vocazione e la loro missione nella
Chiesa e nel mondo.
Chi sono i fedeli laici
9. I Padri sinodali hanno giustamente rilevato la necessit di
individuare e di proporre una descrizione positiva della
vocazione e della missione dei fedeli laici, approfondendo lo
studio della dottrina del Concilio Vaticano II alla luce sia
dei pi recenti documenti del Magisterio sia dell'esperienza
della vita stessa della Chiesa guidata dallo Spirito Santo.
Nel dare risposta all'interrogativo "chi sono i fedeli laici",
il Concilio, superando precedenti interpretazioni
prevalentemente negative, si  aperto ad una visione
decisamente positiva e ha manifestato il suo fondamentale
intento nell'asserire la piena appartenenza dei fedeli laici
alla Chiesa e al suo mistero e il carattere peculiare della
loro vocazione, che ha in modo speciale lo scopo di "cercare il
Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo
Dio". "Col nome di laici - cos la Costituzione Lumen
gentium li descrive - si intendono qui tutti i fedeli ad
esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso
sancito dalla Chiesa, i fedeli cio, che, dopo essere stati
incorporati a Cristo col Battesimo e costituiti Popolo di Dio
e, a loro modo, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale,
profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella
Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano".
Gi Pio 12esimo diceva: "I fedeli, e pi precisamente i laici, si
trovano nella linea pi avanzata della vita della Chiesa; per
loro la Chiesa  il principio vitale della societ umana.
Perci essi, specialmente essi, debbono avere una sempre pi
chiara consapevolezza, non soltanto di appartenere alla Chiesa,
ma di essere la Chiesa, vale a dire la comunit dei fedeli
sulla terra sotto la condotta del Capo comune, il Papa, e dei
Vescovi in comunione con lui. Essisono la Chiesa(...)".
Secondo l'immagine biblica della vigna, i fedeli laici, come
tutti quanti i membri della Chiesa, sono tralci radicati in
Cristo, la vera vite, da Lui resi vivi e vivificanti.
L'inserimento in Cristo per mezzo della fede e dei sacramenti
dell'iniziazione cristiana  la radice prima che origina la
nuova condizione del cristiano nel mistero della Chiesa, che
costituisce la sua pi profonda "fisionomia", che sta alla base
di tutte le vocazioni e del dinamismo della vita cristiana dei
fedeli laici: in Ges Cristo, morto e risorto, il battezzato
diventa una "creatura nuova" (Gal 6, 15; 2 Cor 5, 17), una
creatura purificata dal peccato e vivificata dalla grazia.
In tal modo, solo cogliendo la misteriosa ricchezza che Dio
dona al cristiano nel santo Battesimo  possibile delineare la
"figura" del fedele laico.
Il battesimo e la novit cristiana
10. Non  esagerato dire che l'intera esistenza del fedele
laico ha lo scopo di portarlo a conoscere la radicale novit
cristiana che deriva dal Battesimo, sacramento della fede,
perch possa viverne gli impegni secondo la vocazione ricevuta
da Dio. Per descrivere la "figura" del fedele laico prendiamo
ora in esplicita e pi diretta considerazione, tra gli altri,
questi tre fondamentali aspetti: il Battesimo ci rigenera alla
vita dei figli di Dio, ci unisce a Ges Cristo e al suo Corpo
che  la Chiesa, ci unge nello Spirito Santo costituendoci
templi spirituali.
Figli nel Figlio
11. Ricordiamo le parole di Ges a Nicodemo: "In verit, in
verit ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non pu
entrare nel regno di Dio" (Gv 3, 5). Il santo Battesimo ,
dunque, una nuova nascita,  una rigenerazione.
Proprio pensando a questo aspetto del dono battesimale
l'apostolo Pietro prorompe nel canto: "Sia benedetto Dio e
Padre del Signore nostro Ges Cristo; nella sua grande
misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di
Ges Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredit
che non si corrompe, non si macchia e non marcisce" (1 Pt 1, 3-4). 
E chiama i cristiani coloro che sono stati "rigenerati non
da un seme corruttibile, ma immortale, cio dalla parola di Dio
viva ed eterna" (1 Pt 1, 23).
Con il santo Battesimo diventiamo figli di Dio nell'Unigenito
suo Figlio, Cristo Ges. Uscendo dalle acque del sacro fonte,
ogni cristiano riascolta la voce che un giorno si  udita sulle
rive del fiume Giordano: "Tu sei il mio figlio prediletto, in
te mi sono compiaciuto" (Lc 3, 22), e capisce che  stato
associato al Figlio prediletto, diventando figlio di adozione
(cf. Gal 4, 4-7) e fratello di Cristo. Si compie cos nella
storia di ciascuno l'eterno disegno del Padre: "quelli che egli
da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere
conformi all'immagine del Figlio suo, perch egli sia il
primogenito tra molti fratelli" (Rom 8, 29).
 lo Spirito Santo che costituisce i battezzati in figli di
Dio e nello stesso tempo membra del corpo di Cristo. Lo ricorda
Paolo ai cristiani di Corinto: "Noi tutti siamo stati
battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo" (1 Cor 12, 13),
sicch l'apostolo pu dire ai fedeli laici: "Ora voi
siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte"
(1 Cor 12, 27);"Che voi siete figli ne  prova il fatto che Dio
ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio" (Gal 4, 6; 
cf. Rom 8, 15-16).
Un solo corpo in Cristo
12. Rigenerati come "figli nel Figlio", i battezzati sono
inscindibilmente "membri di Cristo e membri del corpo della
Chiesa", come insegna il Concilio di Firenze.
Il Battesimo significa e produce un'incorporazione mistica ma
reale al corpo crocifisso e glorioso di Ges. Mediante il
sacramento Ges unisce il battezzato alla sua morte per unirlo
alla sua risurrezione (cf. Rom 6, 3-5), lo spoglia dell'"uomo
vecchio" e lo riveste dell'"uomo nuovo", ossia di Se stesso:
"Quanti siete stati battezzati in Cristo - proclama l'apostolo
Paolo - vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,27; cf. Ef 4, 22-
24; Col 3, 9-10). Ne risulta che "noi, pur essendo molti, siamo
un solo corpo in Cristo" (Rom 12, 5).
Ritroviamo nelle parole di Paolo l'eco fedele dell'insegnamento
di Ges stesso, il quale ha rivelato la misteriosa unit dei
suoi discepoli con Lui e tra di loro, presentandola come
immagine e prolungamento di quell'arcana comunione che lega il
Padre al Figlio e il Figlio al Padre nel vincolo amoroso dello
Spirito (cf. Gv 17, 21).
 la stessa unit di cui Ges parla con l'immagine della vite
e dei tralci: "Io sono la vite, voi i tralci" (Gv 15, 5),
un'immagine che fa luce non solo sull'intimit profonda dei
discepoli con Ges ma anche sulla comunione vitale dei
discepoli tra loro: tutti tralci dell'unica Vite.
Templi vivi e santi dello Spirito
13. Con un'altra immagine, quella di un edificio, l'apostolo
Pietro definisce i battezzati come "pietre vive" fondate su
Cristo, la "pietra angolare", e destinate alla "costruzione di
un edificio spirituale" (1 Pt 2, 5 ss). L'immagine ci introduce
a un altro aspetto della novit battesimale, cos presentato
dal Concilio Vaticano secondo: "Per la rigenerazione e l'unzione
dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare
una dimora spirituale".
Lo Spirito Santo "unge" il battezzato, vi imprime il suo
indelebile sigillo (cf. 2 Cor 1, 21-22), e lo costituisce
tempio spirituale, ossia lo riempie della santa presenza di Dio
grazie all'unione e alla conformazione a Ges Cristo.
Con questa spirituale "unzione", il cristiano pu, a suo modo,
ripetere le parole di Ges: "Lo Spirito del Signore  sopra di
me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato
per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai
prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere
in libert gli oppressi, e predicare un anno di grazia del
Signore" (Lc 4, 18-19; cf. Is 61, 1-2). Cos con l'effusione
battesimale e cresimale il battezzato partecipa alla medesima
missione di Ges il Cristo, il Messia Salvatore.
Partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Ges Cristo
14. Rivolgendosi ai battezzati come a "bambini appena nati",
l'apostolo Pietro scrive: "Stringendovi a lui, pietra viva,
rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio,
anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione
di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire
sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Ges Cristo
(...). Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la
nazione santa, il popoio che Dio si  acquistato perch
proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle
tenebre alla sua ammirabile luce (...)" (1 Pt 2, 4-5. 9).
Ecco un nuovo aspetto della grazia e della dignit battesimale:
i fedeli laici partecipano, per la loro parte, al triplice
ufficio - sacerdotale, profetico e regale - di Ges Cristo. E
questo un aspetto non mai dimenticato dalla tradizione viva
della Chiesa, come appare, ad esempio, dalla spiegazione che
del Salmo 26 offre Sant'Agostino. Scrive: "Davide fu unto re. A
quel tempo si ungevano solo il re e il sacerdote. In queste due
persone era prefigurato il futuro unico re e sacerdote, Cristo
(e perci "Cristo" viene da "crisma"). Non solo per  stato
unto il nostro capo, ma siamo stati unti anche noi, suo corpo
(...). Perci l'unzione spetta a tutti i cristiani, mentre al
tempo dell'Antico Testamento apparteneva a due sole persone.
Appare chiaro che noi siamo il corpo di Cristo dal fatto che
siamo tutti unti e tutti in lui siamo cristi e Cristo, perch
in certo modo la testa e il corpo formano il Cristo nella sua integrit".
Nella scia del Concilio Vaticano secondo, sin dall'inizio del
mio servizio pastorale, ho inteso esaltare la dignit
sacerdotale, profetica e regale dell'intero Popolo di Dio
dicendo: "Colui che  nato dalla Vergine Maria, il Figlio del
falegname - come si riteneva - il Figlio del Dio vivente, come
ha confessato Pietro,  venuto per fare di tutti noi "un regno
di sacerdoti". Il Concilio Vaticano secondo ci ha ricordato il
mistero di questa potest e il fatto che la missione di Cristo
- Sacerdote, Profeta-Maestro, Re - continua nella Chiesa.
Tutti, tutto il Popolo di Dio  partecipe di questa triplice
missione".
Con questa Esortazione i fedeli laici sono invitati ancora una
volta a rileggere, a meditare e ad assimilare con intelligenza
e con amore il ricco e fecondo insegnamento del Concilio circa
la loro partecipazione al triplice ufficio di Cristo. Ecco
ora in sintesi gli elementi essenziali di questo insegnamento.
I fedeli laici sono partecipi dell'ufficio sacerdotale, per il
quale Ges ha offerto Se stesso sulla Croce e continuamente si
offre nella celebrazione eucaristica a gloria del Padre per la
salvezza dell'umanit. Incorporati a Ges Cristo, i battezzati
sono uniti a Lui e al suo sacrificio nell'offerta di se stessi
e di tutte le loro attivit (cf. Rom 12, 1-2). Parlando dei
fedeli laici il Concilio dice: "Tutte le loro opere, le
preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e
familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e
corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le
molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano
spirituali sacrifici graditi a Dio per Ges Cristo (cf. 1 Pt 2,
5), i quali nella celebrazione dell'Eucaristia sono
piissimamente offerti al Padre insieme all'oblazione del Corpo
del Signore. Cos anche i laici, operando santamente
dappertutto come adoratori, consacrano a Dio il mondo stesso".
La partecipazione all'ufficio profetico di Cristo, "il quale e
con la testimonianza della vita e con la virt della parola ha
proclamato il Regno del Padre", abilita e impegna i fedeli
laici ad accogliere nella fede il Vangelo e ad annunciarlo con
la parola e con le opere non esitando a denunciare
coraggiosamente il male. Uniti a Cristo, il "grande profeta"
(Lc 7, 16), e costituiti nello Spirito "testimoni" di Cristo
Risorto, i fedeli laici sono resi partecipi sia del senso di
fede soprannaturale della Chiesa che "non pu sbagliarsi nel
credere" sia della grazia della parola (cf. At 2, 17-18;
Ap 19, 10); sono altres chiamati a far risplendere la novit e
la forza del Vangelo nella loro vita quotidiana, familiare e
sociale, come pure ad esprimere, con pazienza e coraggio, nelle
contraddizioni dell'epoca presente la loro speranza nella
gloria "anche attraverso le strutture della vita secolare".
Per la loro appartenenza a Cristo Signore e Re dell'universo i
fedeli laici partecipano al suo ufficio regale e sono da Lui
chiamati al servizio del Regno di Dio e alla sua diffusione
nella storia. Essi vivono la regalit cristiana, anzitutto
mediante il combattimento spirituale per vincere in se stessi
il regno del peccato (cf. Rom 6, 12), e poi mediante il dono di
s per servire, nella carit e nella giustizia, Ges stesso
presente in tutti i suoi fratelli, soprattutto nei pi piccoli
(cf. Mt 25, 40).
Ma i fedeli laici sono chiamati in particolare a ridare alla
creazione tutto il suo originario valore. Nell'ordinare il
creato al vero bene dell'uomo con un'attivit sorretta dalla
vita di grazia, essi partecipano all'esercizio del potere con
cui Ges Risorto attrae a s tutte le cose e le sottomette, con
Se stesso, al Padre, cos che Dio sia tutto in tutti (cf. Gv 12, 32; 
1 Cor 15, 28).
La partecipazione dei fedeli laici al triplice ufficio di
Cristo Sacerdote, Profeta e Re trova la sua radice prima
nell'unzione del Battesimo, il suo sviluppo nella Confermazione
e il suo compimento e sostegno dinamico nell'Eucaristia. E una
partecipazione donata ai singoli fedeli laici, ma in quanto
formano l'unico Corpo del Signore. Infatti, Ges arricchisce
dei suoi doni la Chiesa stessa, quale suo Corpo e sua Sposa. In
tal modo i singoli sono partecipi del triplice ufficio di
Cristo in quanto membra della Chiesa, come chiaramente insegna
l'apostolo Pietro, che definisce i battezzati come "la stirpe
eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che
Dio si  acquistato" (1 Pt 2, 9). Proprio perch deriva dalla
comunione ecclesiale, la partecipazione dei fedeli laici al
triplice ufficio di Cristo esige d'essere vissuta e attuata
nella comunione e per la crescita della comunione stessa.
Scriveva Sant'Agostino: "Come chiamiamo tutti cristiani in
forza del mistico crisma, cos chiamiamo tutti sacerdoti perch
sono membra dell'unico sacerdote".
I fedeli laici e l'indole secolare
15. La novit cristiana  il fondamento e il titolo
dell'eguaglianza di tutti i battezzati in Cristo, di tutti i
membri del Popolo di Dio: "comune  la dignit dei membri per
la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia dei figli,
comune la vocazione alla perfezione, una sola salvezza, una
sola speranza e indivisa carit". In forza della comune
dignit battesimale il fedele laico  corresponsabile, insieme
con i ministri ordinati e con i religiosi e le religiose, della
missione della Chiesa.
Ma la comune dignit battesimale assume nel fedele laico una
modalit che lo distingue, senza per separarlo, dal
presbitero, dal religioso e dalla religiosa. Il Concilio
Vaticano II ha indicato questa modalit nell'indole secolare:
"L'indole secolare  propria e peculiare dei laici".
Proprio per cogliere in modo completo, adeguato e specifico la
condizione ecclesiale del fedele laico  necessario
approfondire la portata teologica dell'indole secolare alla
luce del disegno salvifico di Dio e del mistero della Chiesa.
Come diceva Paolo sesto, la Chiesa "ha un'autentica dimensione
secolare, inerente alla sua intima natura e missione, la cui
radice affonda nel mistero del Verbo Incarnato, e che 
realizzata in forme diverse per i suoi membri".
La Chiesa, infatti, vive nel mondo anche se non  del mondo
(cf. Gv 17, 16) ed  mandata a continuare l'opera redentrice di
Ges Cristo, la quale "mentre per natura sua ha come fine la
salvezza degli uomini, abbraccia pure la instaurazione di tutto
l'ordine temporale".
Certamente tutti i membri della Chiesa sono partecipi della sua
dimensione secolare; ma lo sono in forme diverse. In
particolare la partecipazione dei fedeli laici ha una sua
modalit di attuazione e di funzione che, secondo il Concilio,
 loro "propria e peculiare": tale modalit viene designata con
l'espressione "indole secolare".
In realt il Concilio descrive la condizione secolare dei
fedeli laici indicandola, anzitutto, come il luogo nel quale
viene loro rivolta la chiamata di Dio: "Ivi sono da Dio
chiamati". Si tratta di un "luogo" presentato in termini
dinamici: i fedeli laici "vivono nel secolo, cioimplicati in
tutti e singoli gli impieghi e gli affari del mondo e nelle
ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la
loro esistenza  come intessuta". Essi sono persone che
vivono la vita normale nel mondo, studiano, lavorano,
stabiliscono rapporti amicali, sociali, professionali,
culturali, eccetera. Il Concilio considera la loro condizione non
semplicemente come un dato esteriore e ambientale, bens come
una realt destinata a trovare in Ges Cristo la pienezza del
suo significato. Anzi afferma che "lo stesso Verbo
incarnato volle essere partecipe della convivenza umana (...)
Santific le relazioni umane, innanzitutto quelle familiari,
dalle quali traggono origine i rapporti sociali,
volontariamente sottomettendosi alle leggi della sua patria.
Volle condurre la vita di un lavoratore del suo tempo e della sua regione".
Il "mondo" diventa cos l'ambito e il mezzo della vocazione
cristiana dei fedeli laici, perch esso stesso  destinato a
glorificare Dio Padre in Cristo. Il Concilio pu allora
indicare il senso proprio e peculiare della vocazione divina
rivolta ai fedeli laici. Non sono chiamati ad abbandonare la
posizione ch'essi hanno nel mondo. Il Battesimo non li toglie
affatto dal mondo, come rileva l'apostolo Paolo: "Ciascuno,
fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era
quando  stato chiamato" (1 Cor 7, 24); ma affida loro una
vocazione che riguarda proprio la situazione intramondana: i
fedeli laici, infatti, "sono da Dio chiamati a contribuire,
quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del
mondo mediante l'esercizio della loro funzione propria e sotto
la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a rendere
visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza
della loro vita e con il fulgore della fede, della speranza e
della carit". Cos l'essere e l'agire nel mondo sono per i
fedeli laici una realt non solo antropologica e sociologica,
ma anche e specificamente teologica ed ecclesiale. Nella loro
situazione intramondana, infatti, Dio manifesta il suo disegno
e comunica la particolare vocazione di "cercare il Regno di Dio
trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio".
Proprio in questa prospettiva i Padri sinodali hanno detto:
"L'indole secolare del fedele laico non  quindi da definirsi
soltanto in senso sociologico, ma soprattutto in senso
teologico. La caratteristica secolare va intesa alla luce
dell'atto creativo e redentivo di Dio, che ha affidato il mondo
agli uomini e alle donne, perch essi partecipino all'opera
della creazione, liberino la creazione stessa dall'influsso del
peccato e santifichino se stessi nel matrimonio o nella vita
celibe, nella famiglia, nella professione e nelle varie
attivit sociali".
La condizione ecclesiale dei fedeli laici viene radicalmente
definita dalla loro novit cristiana e caratterizzata dalla
loro indole secolare.
Le immagini evangeliche del sale, della luce e del lievito, pur
riguardando indistintamente tutti i discepoli di Ges, trovano
una specifica applicazione ai fedeli laici. Sono immagini
splendidamente significative, perch dicono non solo
l'inserimento profondo e la partecipazione piena dei fedeli
laici nella terra, nel mondo, nella comunit umana; ma anche e
soprattutto la novit e l'originalit di un inserimento e di
una partecipazione destinati alla diffusione del Vangelo che salva.
Chiamati alla santit
16. La dignit dei fedeli laici ci si rivela in pienezza se
consideriamo la prima e fondamentale vocazione che il Padre in
Ges Cristo per mezzo dello Spirito rivolge a ciascuno di loro:
la vocazione alla santit, ossia alla perfezione della carit.
Il santo  la testimonianza pi splendida della dignit
conferita al discepolo di Cristo.
Sull'universale vocazione alla santit ha avuto parole
luminosissime il Concilio Vaticano II. Si pu dire che proprio
questa sia stata la consegna primaria affidata a tutti i figli
e le figlie della Chiesa da un Concilio voluto per il
rinnovamento evangelico della vita cristiana. Questa
consegna non  una semplice esortazione morale, bens
un'insopprimibile esigenza del mistero della Chiesa: essa  la
Vigna scelta, per mezzo della quale i tralci vivono e crescono
con la stessa linfa santa e santificante di Cristo;  il Corpo
mistico, le cui membra partecipano della stessa vita di santit
del Capo che  Cristo;  la Sposa amata dal Signore Ges, che
ha consegnato se stesso per santificarla (cf. Ef 5, 25 ss.). Lo
Spirito che santific la natura umana di Ges nel seno
verginale di Maria (cf. Lc 1, 35)  lo stesso Spirito che 
dimorante e operante nella Chiesa al fine di comunicarle la
santit del Figlio di Dio fatto uomo.
 quanto mai urgente che oggi tutti i cristiani riprendano il
cammino del rinnovamento evangelico, accogliendo con generosit
l'invito apostolico ad "essere santi in tutta la condotta" (1Pt 1, 15). 
Il Sinodo straordinario del 1985, a vent'anni dalla
conclusione del Concilio, ha opportunamente insistito su questa urgenza:
"Poich la Chiesa in Cristo  mistero, deve essere considerata
segno e strumento di santit (...). I santi e le sante sempre
sono stati fonte e origine di rinnovamento nelle pi difficili
circostanze in tutta la storia della Chiesa. Oggi abbiamo
grandissimo bisogno di santi, che dobbiamo implorare da Dio con assiduit".
Tutti nella Chiesa, proprio perch ne sono membri, ricevono e
quindi condividono la comune vocazione alla santit. A pieno
titolo, senz'alcuna differenza dagli altri membri della Chiesa,
ad essa sono chiamati i fedeli laici: "Tutti i fedeli di
qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita
cristiana e alla perfezione della carit"; "Tutti i fedeli
sono invitati e tenuti a tendere alla santit e alla perfezione
del proprio stato".
La vocazione alla santit affonda le sue radici nel Battesimo e
viene riproposta dagli altri Sacramenti, principalmente
dall'Eucaristia: rivestiti di Ges Cristo e abbeverati dal suo
Spirito, i cristiani sono "santi" e sono, perci, abilitati e
impegnati a manifestare la santit del loro essere nella
santit di tutto il loro operare. L'apostolo Paolo non si
stanca di ammonire tutti i cristiani perch vivano "come si
addice a santi" (Ef 5, 3).
La vita secondo lo Spirito, il cui frutto  la santificazione
(cf. Rom 6, 22; Gal 5, 22), suscita ed esige da tutti e da
ciascun battezzato la sequela e l'imitazione di Ges Cristo,
nell'accoglienza delle sue Beatitudini, nell'ascolto e nella
meditazione della Parola di Dio, nella consapevole e attiva
partecipazione alla vita liturgica e sacramentale della Chiesa,
nella preghiera individuale, familiare e comunitaria, nella
fame e nella sete di giustizia, nella pratica del comandamento
dell'amore in tutte le circostanze della vita e nel servizio ai
fratelli, specialmente se piccoli, poveri e sofferenti.
Santificarsi nel mondo
17. La vocazione dei fedeli laici alla santit comporta che la
vita secondo lo Spirito si esprima in modo peculiare nel loro
inserimento nelle realt temporali e nella loro partecipazione
alle attivit terrene.  ancora l'apostolo ad ammonirci:
"Tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel
nome del Signore Ges, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio
Padre" (Col 3, 17). Riferendo le parole dell'apostolo ai fedeli
laici, il Concilio afferma categoricamente: "N la cura della
famiglia n gli altri impegni secolari devono essere estranei
all'orientamento spirituale della vita". A loro volta i
Padri sinodali hanno detto: "L'unit della vita dei fedeli
laici  di grandissima importanza: essi, infatti, debbono
santificarsi nell'ordinaria vita professionale e sociale.
Perch possano rispondere alla loro vocazione, dunque, i fedeli
laici debbono guardare alle attivit della vita quotidiana come
occasione di unione con Dio e di compimento della sua volont,
e anche di servizio agli altri uomini, portandoli alla
comunione con Dio in Cristo".
La vocazione alla santit dev'essere percepita e vissuta dai
fedeli laici, prima che come obbligo esigente e irrinunciabile,
come segno luminoso dell'infinito amore del Padre che li ha
rigenerati alla sua vita di santit. Tale vocazione, allora,
deve dirsi una componente essenziale e inseparabile della nuova
vita battesimale, e pertanto un elemento costitutivo della loro
dignit. Nello stesso tempo la vocazione alla santit 
intimamente connessa con la missione e con la responsabilit
affidate ai fedeli laici nella Chiesa e nel mondo. Infatti, gi
la stessa santit vissuta, che deriva dalla partecipazione alla
vita di santit della Chiesa, rappresenta il primo e
fondamentale contributo all'edificazione della Chiesa stessa,
quale "Comunione dei Santi". Agli occhi illuminati dalla fede
si spalanca uno scenario meraviglioso: quello di tantissimi
fedeli laici, uomini e donne, che proprio nella vita e nelle
attivit d'ogni giorno, spesso inosservati o addirittura
incompresi, sconosciuti ai grandi della terra ma guardati con
amore dal Padre, sono gli operai instancabili che lavorano
nella vigna del Signore, sono gli artefici umili e grandi -
certo per la potenza della grazia di Dio - della crescita del
Regno di Dio nella storia.
La santit, poi, deve dirsi un fondamentale presupposto e una
condizione del tutto insostituibile per il compiersi della
missione di salvezza nella Chiesa.  la santit della Chiesa
la sorgente segreta e la misura infallibile della sua operosit
apostolica e del suo slancio missionario. Solo nella misura in
cui la Chiesa, Sposa di Cristo, si lascia amare da Lui e Lo
riama, essa diventa Madre feconda nello Spirito.
Riprendiamo di nuovo l'immagine biblica: lo sbocciare e
l'espandersi dei tralci dipendono dal loro inserimento nella
vite. "Come il tralcio non pu far frutto da se stesso se non
rimane nella vite, cos anche voi se non rimanete in me. Io
sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa
molto frutto, perch senza di me non potete far nulla" (Gv 15, 4-5).
 naturale qui ricordare la solenne proclamazione di fedeli
laici, uomini e donne, come beati e santi, avvenuta durante il
mese del Sinodo. L'intero Popolo di Dio, e i fedeli laici in
particolare, possono trovare ora nuovi modelli di santit e
nuove testimonianze di virt eroiche vissute nelle condizioni
comuni e ordinarie dell'esistenza umana. Come hanno detto i
Padri sinodali: "Le Chiese locali e soprattutto le cosiddette
Chiese pi giovani debbono riconoscere attentamente fra i
propri membri quegli uomini e quelle donne che hanno offerto in
tali condizioni (le condizioni quotidiane del mondo e lo stato
coniugale) la testimonianza della santit e che possono essere
di esempio agli altri affinch, se si dia il caso, li
propongano per la beatificazione e la canonizzazione".
Al termine di queste riflessioni, destinate a definire la
condizione ecclesiale del fedele laico, ritorna alla mente il
celebre monito di San Leone Magno: "Agnosce, o Christiane,
dignitatem tuam".  lo stesso monito di San Massimo,
vescovo di Torino, rivolto a quanti avevano ricevuto l'unzione
del santo Battesimo: "Considerate l'onore che vi  fatto in
questo mistero!". Tutti i battezzati sono invitati a
riascoltare le parole di Sant'Agostino: "Rallegriamoci e
ringraziamo: siamo diventati non solo cristiani, ma Cristo
(...). Stupite e gioite: Cristo siamo diventati!".
La dignit cristiana, fonte dell'eguaglianza di tutti i membri
della Chiesa, garantisce e promuove lo spirito di comunione e
di fraternit, e, nello stesso tempo, diventa il segreto e la
forza del dinamismo apostolico e missionario dei fedeli laici.
 una dignit esigente, la dignit degli operai chiamati dal
Signore a lavorare nella sua vigna: "Grava su tutti i laici -
leggiamo nel Concilio - il glorioso peso di lavorare, perch il
divino disegno di salvezza raggiunga ogni giorno di pi tutti
gli uomini di tutti i tempi e di tutta la terra".
CAPITOLO 2
TUTTI TRALCI DELL'UNICA VITE
La partecipazione dei fedeli laici alla vita della Chiesa-Comunione
Il mistero della Chiesa-Comunione
18. Riascoltiamo le parole di Ges: "Io sono la vera vite e il
Padre mio  il vignaiolo (...). Rimanete in me e io in voi" (Gv 15, 1-4).
Con queste semplici parole ci viene rivelata la comunione
misteriosa che vincola in unit il Signore e i discepoli,
Cristo e i battezzati: una comunione viva e vivificante, per la
quale i cristiani non appartengono a se stessi ma sono
propriet di Cristo, come i tralci inseriti nella vite.
La comunione dei cristiani con Ges ha quale modello, fonte e
meta la comunione stessa del Figlio con il Padre nel dono dello
Spirito Santo: uniti al Figlio nel vincolo amoroso dello
Spirito, i cristiani sono uniti al Padre.
Ges continua: "Io sono la vite, voi i tralci" (Gv 15, 5).
Dalla comunione dei cristiani con Cristo scaturisce la
comunione dei cristiani tra di loro: tutti sono tralci
dell'unica Vite, che  Cristo. In questa comunione fraterna il
Signore Ges indica il riflesso meraviglioso e la misteriosa
partecipazione all'intima vita d'amore del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo. Per questa comunione Ges prega: "Tutti
siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te,
siano anch'essi in noi una cosa sola, perch il mondo creda che
tu mi hai mandato" (Gv 17, 21).
Tale comunione  il mistero stesso della Chiesa, come ci
ricorda il Concilio Vaticano secondo, con la celebre parola di San
Cipriano: "La Chiesa universale si presenta come "un popolo
adunato dall'unit del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo"". A questo mistero della Chiesa-Comunione siamo
abitualmente richiamati all'inizio della celebrazione
eucaristica, allorquando il sacerdote ci accoglie con il saluto
dell'apostolo Paolo: "La grazia del Signore Ges Cristo,
l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con
tutti voi" (2 Cor 13, 13).
Dopo aver delineato la "figura" dei fedeli laici nella loro
dignit dobbiamo ora riflettere sulla loro missione e
responsabilit nella Chiesa e nel mondo: ma queste si possono
comprendere adeguatamente solo nel contesto vivo della Chiesa-Comunione.
Il Concilio e l'ecclesiologia di comunione
19.  questa l'idea centrale che di se stessa la Chiesa ha
riproposto nel Concilio Vaticano secondo, come ci ha ricordato il
Sinodo straordinario del 1985, celebratosi a vent'anni
dall'evento conciliare: "L'ecclesiologia di comunione  l'idea
centrale e fondamentale nei documenti del Concilio. La koinonia-comunione,
fondata sulla Sacra Scrittura,  tenuta in grande
onore nella Chiesa antica e nelle Chiese orientali fino ai
nostri giorni. Perci molto  stato fatto dal Concilio Vaticano
II perch la Chiesa come comunione fosse pi chiaramente intesa
e concretamente tradotta nella vita. Che cosa significa la
complessa parola "comunione"? Si tratta fondamentalmente della
comunione con Dio per mezzo di Ges Cristo, nello Spirito
Santo. Questa comunione si ha nella parola di Dio e nei
sacramenti. Il Battesimo  la porta ed il fondamento della
comunione nella Chiesa. L'Eucaristia  la fonte ed il culmine
di tutta la vita cristiana (cf. LG, 11). La comunione del corpo
eucaristico di Cristo significa e produce, cio edifica
l'intima comunione di tutti i fedeli nel corpo di Cristo che 
la Chiesa (cf. 1 Cor 10, 16 s.)".
All'indomani del Concilio cos Paolo sesto si rivolgeva ai fedeli:
"La Chiesa  una comunione. Che cosa vuol dire in questo caso:
comunione? Noi vi rimandiamo al paragrafo del catechismo che
parla della sanctorum communionem, la comunione dei santi.
Chiesa vuol dire comunione dei santi. E comunione dei santi
vuol dire una duplice partecipazione vitale: l'incorporazione
dei cristiani nella vita di Cristo, e la circolazione della
medesima carit in tutta la compagine dei fedeli, in questo
mondo e nell'altro. Unione a Cristo ed in Cristo; e unione fra
i cristiani, nella Chiesa".
Le immagini bibliche, con cui il Concilio ha voluto introdurci
a contemplare il mistero della Chiesa, pongono in luce la
realt della Chiesa-Comunione nella sua inscindibile dimensione
di comunione dei cristiani con Cristo e di comunione dei
cristiani tra loro. Sono le immagini dell'ovile, del gregge,
della vite, dell'edificio spirituale, della citt santa.
Soprattutto  l'immagine del corpo presentata dall'apostolo
Paolo, la cui dottrina rifluisce fresca e attraente in numerose
pagine del Concilio. A sua volta il Concilio riprende
dall'intera storia della salvezza e ripropone l'immagine della
Chiesa come Popolo di Dio: "Piacque a Dio di santificare e
salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra
loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo
riconoscesse nella verit e santamente Lo servisse". Gi
nelle sue primissime righe, la Costituzione Lumen gentium
compendia in modo mirabile questa dottrina scrivendo: "La
Chiesa  in Cristo come sacramento, cio segno e strumento
dell'intima unione con Dio e dell'unit di tutto il genere umano".
La realt della Chiesa-Comunione , allora, parte integrante,
anzi rappresenta il contenuto centrale del "mistero", ossia del
disegno divino della salvezza dell'umanit. Per questo la
comunione ecclesiale non pu essere interpretata in modo
adeguato se viene intesa come una realt semplicemente
sociologica e psicologica. La Chiesa-Comunione  il popolo
"nuovo", il popolo "messianico", il popolo che "ha per Capo
Cristo (...) per condizione la dignit e la libert dei figli
di Dio (...) per legge il nuovo precetto di amare come lo
stesso Cristo ci ha amati (...) per fine il Regno di Dio (...
ed ) costituito da Cristo in una comunione di vita, di carit
e di verit". I vincoli che uniscono i membri del nuovo
Popolo tra di loro - e prima ancora con Cristo - non sono
quelli della "carne" e del "sangue", bens quelli dello
spirito, pi precisamente quelli dello Spirito Santo, che tutti
i battezzati ricevono (cf. Gl 3, 1).
Infatti, quello Spirito che dall'eternit vincola l'unica e
indivisa Trinit, quello Spirito che "nella pienezza del tempo"
(Gal 4, 4) unisce indissolubilmente la carne umana al Figlio di
Dio, quello stesso e identico Spirito  nel corso delle
generazioni cristiane la sorgente ininterrotta e inesauribile
della comunione nella e della Chiesa.
Una comunione organica: diversit e complementariet
20. La comunione ecclesiale si configura, pi precisamente,
come una comunione "organica", analoga a quella di un corpo
vivo e operante: essa, infatti,  caratterizzata dalla
compresenza della diversit e della complementariet delle
vocazioni e condizioni di vita, dei ministeri, dei carismi e
delle responsabilit. Grazie a questa diversit e
complementariet ogni fedele laico si trova in relazione con
tutto il corpo e ad esso offre il suo proprio contributo.
Sulla comunione organica del Corpo mistico di Cristo insiste in
modo tutto particolare l'apostolo Paolo, il cui ricco
insegnamento possiamo riascoltare nella sintesi tracciata dal
Concilio: Ges Cristo - leggiamo nella Costituzione Lumen
gentium - "comunicando il suo Spirito, costituisce misticamente
come suo corpo i suoi fratelli, chiamati da tutte le genti. In
quel corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti (...).
Come tutte le membra del corpo umano, anche se numerose,
formano un solo corpo, cos i fedeli in Cristo (cf. 1 Cor 12,
12). Anche nell'edificazione del corpo di Cristo vige la
diversit delle membra e delle funzioni. Uno  lo Spirito, il
quale per l'utilit della Chiesa distribuisce i suoi vari doni
con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle
necessit dei servizi (cf. 1 Cor 12, 1-11 ). Fra questi doni
viene al primo posto la grazia degli Apostoli, alla cui
autorit lo stesso Spirito sottomette anche i carismatici (cf.
1 Cor 14). Ed  ancora lo Spirito stesso che, con la sua forza
e mediante l'intima connessione delle membra, produce e stimola
la carit tra i fedeli. E quindi se un membro soffre, soffrono
con esso tutte le altre membra; se un membro  onorato, ne
gioiscono con esso tutte le altre membra (cf. 1 Cor 12, 26)".
 sempre l'unico e identico Spirito il principio dinamico
della variet e dell'unit nella e della Chiesa. Leggiamo di
nuovo nella Costituzione Lumen gentium: "Perch poi ci
rinnovassimo continuamente in Lui (Cristo) (cf. Ef 4, 23), ci
ha dato del suo Spirito, il quale, unico e identico nel Capo e
nelle membra, d a tutto il corpo la vita, l'unit e il
movimento, cos che i santi Padri poterono paragonare la sua
funzione con quella che esercita il principio vitale, cio
l'anima, nel corpo umano". E in un altro testo,
particolarmente denso e prezioso per cogliere l'"organicit"
propria della comunione ecclesiale anche nel suo aspetto di
crescita incessante verso la perfetta comunione, il Concilio
scrive: "Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli
come in un tempio (cf. 1 Cor 3, 16; 6, 19) e in essi prega e
rende testimonianza dell'adozione filiale (cf. Gal 4, 6; Rom 8,
15-16. 26). Egli guida la Chiesa verso tutta intera la verit
(cf. Gv 16, 13), la unifica nella comunione e nel servizio, la
istruisce e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici,
la abbellisce dei suoi frutti (cf. Ef 4, 11-12; 1 Cor 12, 4;
Gal 5, 22). Con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa,
continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione con
il suo Sposo. Poich lo Spirito e la Sposa dicono al Signore
Ges: Vieni! (cf. Ap 22, 17".
La comunione ecclesiale , dunque, un dono, un grande dono
dello Spirito Santo, che i fedeli laici sono chiamati ad
accogliere con gratitudine e, nello stesso tempo, a vivere con
profondo senso di responsabilit. Ci si attua concretamente
mediante la loro partecipazione alla vita e alla missione della
Chiesa, al cui servizio i fedeli laici pongono i loro diversi e
complementari ministeri e carismi.
Il fedele laico "non pu mai chiudersi in se stesso, isolandosi
spiritualmente dalla comunit, ma deve vivere in un continuo
scambio con gli altri, con un vivo senso di fraternit, nella
gioia di una uguale dignit e nell'impegno di far fruttificare
insieme l'immenso tesoro ricevuto in eredit. Lo Spirito del
Signore dona a lui, come agli altri, molteplici carismi, lo
invita a differenti ministeri e incarichi, gli ricorda, come
anche lo ricorda agli altri in rapporto con lui, che tutto ci
che lo distingue non  un di pi di dignit, ma una speciale e
complementare abilitazione al servizio (...).Cos, i carismi, i
ministeri, gli incarichi ed i servizi del Fedele Laico esistono
nella comunione e per la comunione. Sono ricchezze
complementari a favore di tutti, sotto la saggia guida dei Pastori".
I ministeri e i carismi, doni dello Spirito alla Chiesa
21. Il Concilio Vaticano II presenta i ministeri e i carismi
come doni dello Spirito Santo per l'edificazione del Corpo di
Cristo e per la sua missione di salvezza nel mondo. La
Chiesa, infatti,  diretta e guidata dallo Spirito che
elargisce diversi doni gerarchici e carismatici a tutti i
battezzati chiamandoli ad essere, ciascuno a suo modo, attivi e
corresponsabili.
Consideriamo ora i ministeri e i carismi in diretto riferimento
ai fedeli laici e alla loro partecipazione alla vita della
Chiesa-Comunione.
Ministeri, uffici e funzioni
I ministeri presenti e operanti nella Chiesa sono tutti, anche
se in modalit diverse, una partecipazione al ministero di Ges
Cristo, il buon Pastore che d la vita per le sue pecore (cf.
Gv 10, 11 ), il servo umile e totalmente sacrificato per la
salvezza di tutti (cf. Mc 10, 45). Paolo  oltremodo chiaro nel
parlare della costituzione ministeriale delle Chiese
apostoliche. Nella Prima Lettera ai Corinzi scrive: "Alcuni Dio
li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in
secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri (...)"
(1 Cor 12, 28). Nella Lettera agli Efesini leggiamo: "A
ciascuno di noi  stata data la grazia secondo la misura del
dono di Cristo (...).  lui che ha dato da una parte gli
apostoli, d'altra parte i profeti, gli evangelisti, i pastori e
i maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il
ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finch
arriviamo tutti all'unit della fede e della conoscenza del
Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che
conviene alla piena maturit di Cristo" (Ef 4, 7. 11-13; cf.
Rom 12, 4-8). Come appare da questi e da altri testi del Nuovo
Testamento, i ministeri, come pure i doni e i compiti
ecclesiali, sono molteplici e diversi.
I ministeri derivanti dall'Ordine
22. Nella Chiesa si trovano in primo luogo, i ministeri
ordinati, ossia i ministeri che derivano dal sacramento
dell'Ordine. Il Signore Ges, infatti, ha scelto e costituito
gli Apostoli, seme del Popolo della Nuova Alleanza e origine
della sacra Gerarchia, affidando loro il mandato di fare
discepole tutte le genti (cf. Mt 28, 19), di formare e di
reggere il popolo sacerdotale. La missione degli Apostoli, che
il Signore Ges continua a trasmettere ai pastori del suo
popolo,  un vero servizio, significativamente chiamato nella
Sacra Scrittura "diakonia", ossia servizio, ministero. Nella
ininterrotta successione apostolica i ministri ricevono il
carisma dello Spirito Santo dal Cristo Risorto mediante il
sacramento dell'Ordine: ricevono cos l'autorit e il potere
sacro di agire "in persona Christi Capitis" (nella persona di
Cristo Capo) per servire la Chiesa e per radunarla nello
Spirito Santo per mezzo del Vangelo e dei sacramenti.
I ministeri ordinati, prima ancora che per le persone che li
ricevono, sono una grazia per l'intera Chiesa. Essi esprimono e
attuano una partecipazione al sacerdozio di Ges Cristo che 
diversa, non solo per grado ma per essenza, dalla
partecipazione donata con il Battesimo e con la Confermazione a
tutti i fedeli. D'altra parte il sacerdozio ministeriale, come
ha ricordato il Concilio Vaticano II,  essenzialmente
finalizzato al sacerdozio regale di tutti i fedeli e ad esso ordinato.
Per questo, per assicurare e per far crescere la comunione
nella Chiesa, in particolare nell'ambito dei diversi e
complementari ministeri, i pastori devono riconoscere che il
loro ministero  radicalmente ordinato al servizio di tutto il
Popolo di Dio (cf. Eb 5, 1), e, a loro volta, i fedeli laici
devono riconoscere che il sacerdozio ministeriale  del tutto
necessario per la loro vita e per la loro partecipazione alla
missione nella Chiesa.
Ministeri, uffici e funzioni dei laici
23. La missione salvifica della Chiesa nel mondo  attuata non
solo dai ministri in virt del sacramento dell'Ordine ma anche
da tutti i fedeli laici: questi, infatti, in virt della loro
condizione battesimale e della loro specifica vocazione, nella
misura a ciascuno propria, partecipano all'ufficio sacerdotale,
profetico e regale di Cristo.
I pastori, pertanto, devono riconoscere e promuovere i
ministeri, gli uffici e le funzioni dei fedeli laici, che hanno
il loro fondamento sacramentale nel Battesimo e nella
Confermazione, nonch, per molti di loro, nel Matrimonio.
Quando poi la necessit o l'utilit della Chiesa lo esige, i
pastori possono affidare ai fedeli laici, secondo le norme
stabilite dal diritto universale, alcuni compiti che sono
connessi con il loro proprio ministero di pastori ma che non
esigono il carattere dell'Ordine. Il Codice di Diritto Canonico
scrive: "Ove le necessit della Chiesa lo suggeriscano, in
mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o
accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cio
esercitare il ministero della parola, presiedere alle preghiere
liturgiche, amministrare il Battesimo e distribuire la sacra
Comunione, secondo le disposizioni del diritto".L'esercizio
per di questi compiti non fa del fedele laico un pastore: in
realt non  il compito a costituire il ministero, bens
l'ordinazione sacramentale. Solo il sacramento dell'Ordine
attribuisce al ministero ordinato una peculiare partecipazione
all'ufficio di Cristo Capo e Pastore e al suo sacerdozio
eterno. Il compito esercitato in veste di supplente deriva
la sua legittimazione immediatamente e formalmente dalla
deputazione ufficiale data dai pastori, e nella sua concreta
attuazione  diretto dall'autorit ecclesiastica.
La recente Assemblea del Sinodo ha presentato un ampio e
significativo panorama della situazione ecclesiale circa i
ministeri, gli uffici e le funzioni dei battezzati. I Padri
hanno vivamente apprezzato l'apporto apostolico dei fedeli
laici, uomini e donne, in favore dell'evangelizzazione, della
santificazione e dell'animazione cristiana delle realt
temporali, come pure la loro generosa disponibilit alla
supplenza in situazioni di emergenza e di croniche necessit.
In seguito al rinnovamento liturgico promosso dal Concilio, gli
stessi fedeli laici hanno acquisito pi viva coscienza dei loro
compiti nell'assemblea liturgica e nella sua preparazione, e si
sono resi ampiamente disponibili a svolgerli: la celebrazione
liturgica, infatti,  un'azione sacra non soltanto del clero,
ma di tutta l'assemblea.  naturale, pertanto, che i compiti
non propri dei ministri ordinati siano svolti dai fedeli
laici. Il passaggio poi da un effettivo coinvolgimento dei
fedeli laici nell'azione liturgica a quello nell'annuncio della
Parola di Dio e nella cura pastorale  stato spontaneo.
Nella stessa Assemblea sinodale non sono mancati per, insieme
a quelli positivi, giudizi critici circa l'uso troppo
indiscriminato del termine "ministero", la confusione e
talvolta il livellamento tra il sacerdozio comune e il
sacerdozio ministeriale, la scarsa osservanza di certe leggi e
norme ecclesiastiche, l'interpretazione arbitraria del concetto
di "supplenza", la tendenza alla "clericalizzazione" dei fedeli
laici e il rischio di creare di fatto una struttura ecclesiale
di servizio parallela a quella fondata sul sacramento dell'Ordine.
Proprio per superare questi pericoli i Padri sinodali hanno
insistito sulla necessit che siano espresse con chiarezza,
anche servendosi di una terminologia pi precisa, l'unit
di missione della Chiesa, alla quale partecipano tutti i
battezzati, ed insieme l'essenziale diversit di ministero dei
pastori, radicato nel sacramento dell'Ordine, rispetto agli
altri ministeri, uffici e funzioni ecclesiali, che sono
radicati nei sacramenti del Battesimo e della Confermazione.
 necessario allora, in primo luogo, che i pastori, nel
riconoscere e nel conferire ai fedeli laici i vari ministeri,
uffici e funzioni, abbiano la massima cura di instruirli sulla
radice battesimale di questi compiti.  necessario poi che i
pastori siano vigilanti perch si eviti un facile ed abusivo
ricorso a presunte "situazioni di emergenza" o di "necessaria
supplenza", l dove obiettivamente non esistono o l dove 
possibile ovviarvi con una programmazione pastorale pi razionale.
I vari ministeri, uffici e funzioni che i fedeli laici possono
legittimamente svolgere nella liturgia, nella trasmissione
della fede e nelle strutture pastorali della Chiesa, dovranno
essere esercitati in conformit alla loro specifica vocazione
laicale, diversa da quella dei sacri ministri. In tal senso,
l'Esortazione Evangelii nuntiandi, che tanta e benefica parte
ha avuto nello stimolare la diversificata collaborazione dei
fedeli laici alla vita e alla missione evangelizzatrice della
Chiesa, ricorda che "il campo proprio della loro attivit
evangelizzatrice  il mondo vasto e complicato della politica,
della realt sociale, dell'economia; cos pure della cultura,
delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli
strumenti della comunicazione sociale; ed anche di altre realt
particolarmente aperte all'evangelizzazione, quali l'amore, la
famiglia, l'educazione dei bambini e degli adolescenti, il
lavoro professionale, la sofferenza. Pi ci saranno laici
penetrati di spirito evangelico, responsabili di queste realt
ed esplicitamente impegnati in esse, competenti nel promuoverle
e consapevoli di dover sviluppare tutta la loro capacit
cristiana spesso tenuta nascosta e soffocata, tanto pi queste
realt, senza nulla perdere n sacrificare del loro
coefficiente umano, ma manifestando una dimensione trascendente
spesso sconosciuta, si troveranno al servizio dell'edificazione
del Regno di Dio, e quindi della salvezza in Ges Cristo".
Durante i lavori del Sinodo i Padri hanno dedicato non poca
attenzione al Lettorato e all'Accolitato. Mentre in passato
esistevano nella Chiesa Latina soltanto come tappe spirituali
dell'itinerario verso i ministeri ordinati, con il Motu proprio
di Paolo VI Ministeria quaedam (15Agosto 1972) essi hanno
ricevuto una loro autonomia e stabilit, come pure una loro
possibile destinazione agli stessi fedeli laici, sia pure
soltanto uomini. Nello stesso senso si  espresso il nuovo
Codice di Diritto Canonico. Ora i Padri sinodali hanno
espresso il desiderio che "il Motu proprio "Ministeria quaedam"
sia rivisto, tenendo conto dell'uso delle Chiese locali e
soprattutto indicando i criteri secondo cui debbano essere
scelti i destinatari di ciascun ministero".
In tal senso  stata costituita un'apposita Commissione non
solo per rispondere a questo desiderio espresso dai Padri
sinodali, ma anche e ancor pi per studiare in modo
approfondito i diversi problemi teologici, liturgici, giuridici
e pastorali sollevati dall'attuale grande fioritura di
ministeri affidati ai fedeli laici.
In attesa che la Commissione concluda il suo studio, perch la
prassi ecclesiale dei ministeri affidati ai fedeli laici
risulti ordinata e fruttuosa, dovranno essere fedelmente
rispettati da tutte le Chiese particolari i principi teologici
sopra ricordati, in particolare la diversit essenziale tra il
sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune e,
conseguentemente, la diversit tra i ministeri derivanti dal
sacramento dell'Ordine e i ministeri derivanti dai sacramenti
del Battesimo e della Confermazione.
I carismi
24. Lo Spirito Santo, mentre affida alla Chiesa-Comunione i
diversi ministeri, l'arricchisce di altri particolari doni e
impulsi, chiamati carismi. Possono assumere le forme pi
diverse, sia come espressione dell'assoluta libert dello
Spirito che li elargisce, sia come risposta alle esigenze
molteplici della storia della Chiesa. La descrizione e la
classificazione che di questi doni fanno i testi del Nuovo
Testamento sono un segno della loro grande variet: "E a
ciascuno  data una manifestazione particolare dello Spirito
per l'utilit comune: a uno viene concesso dallo Spirito il
linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello
stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per
mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far
guarigioni per mezzo dell'unico Spirito; a uno il potere dei
miracoli, a un altro il dono della profezia; a un altro il dono
di distinguere gli spiriti; a un altro le variet delle lingue;
a un altro infine l'interpretazione delle lingue" (1 Cor 12, 7-10;
cf. 1 Cor 12, 4-6. 28-31; Rom 12, 6-8; 1 Pt 4, 10-11).
Straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello
Spirito Santo che hanno, direttamente o indirettamente,
un'utilit ecclesiale, ordinati come sono all'edificazione
della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessit del mondo.
Anche ai nostri tempi non manca la fioritura di diversi carismi
tra i fedeli laici, uomini e donne. Sono dati alla persona
singola, ma possono anche essere condivisi da altri e in tal
modo vengono continuati nel tempo come una preziosa e viva
eredit, che genera una particolare affinit spirituale tra le
persone. Proprio in riferimento all'apostolato dei laici il
Concilio Vaticano II scrive: "Per l'esercizio di tale
apostolato lo Spirito Santo, che opera la santificazione del
Popolo di Dio per mezzo del ministero e dei sacramenti,
elargisce ai fedeli anche dei doni particolari (cf. 1 Cor 12,
7), "distribuendoli a ciascuno come vuole" (1 Cor 12, 11),
affinch, "mettendo ciascuno a servizio degli altri la grazia
ricevuta", contribuiscano anch'essi, "come buoni dispensatori
delle diverse grazie ricevute da Dio" (1 Pt 4, 10), alla
edificazione di tutto il corpo nella carit (cf. Ef 4,16)".
Nella logica dell'originaria donazione da cui sono scaturiti, i
doni dello Spirito esigono che quanti li hanno ricevuti li
esercitino per la crescita di tutta la Chiesa, come ci ricorda
il Concilio.
I carismi vanno accolti con gratitudine: da parte di chi li
riceve, ma anche da parte di tutti nella Chiesa. Sono, infatti,
una singolare ricchezza di grazia per la vitalit apostolica e
per la santit dell'intero Corpo di Cristo: purch siano doni
che derivino veramente dallo Spirito e vengano esercitati in
piena conformit agli impulsi autentici dello Spirito. In tal
senso si rende sempre necessario il discernimento dei carismi.
In realt, come hanno detto i Padri sinodali, "l'azione dello
Spirito Santo, che soffia dove vuole, non  sempre facile da
riconoscere e da accogliere. Sappiamo che Dio agisce in tutti i
fedeli cristiani e siamo coscienti dei benefici che vengono dai
carismi sia per i singoli sia per tutta la comunit cristiana.
Tuttavia, siamo anche coscienti della potenza del peccato e dei
suoi sforzi per turbare e per confondere la vita dei fedeli e
della comunit".
Per questo nessun carisma dispensa dal riferimento e dalla
sottomissione ai Pastori della Chiesa. Con chiare parole il
Concilio scrive: "Il giudizio sulla loro (dei carismi)
genuinit e sul loro esercizio ordinato appartiene a quelli che
presiedono nella Chiesa, ai quali spetta specialmente, non di
estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ci che
 buono (cf. 1 Tess 5, 12 e 19-21)", affinch tutti i
carismi cooperino, nella loro diversit e complementariet, al
bene comune.
La pertecipazione dei fedeli laici alla vita della Chiesa
25. I fedeli laici partecipano alla vita della Chiesa non solo
mettendo in opera i loro compiti e carismi, ma anche in molti
altri modi.
Tale partecipazione trova la sua prima e necessaria espressione
nella vita e missione delle Chiese particolari, delle diocesi,
nelle quali " veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo,
una, santa, cattolica e apostolica".
Chiese particolari e Chiesa universale
Per un'adeguata partecipazione alla vita ecclesiale  del tutto
urgente che i fedeli laici abbiano una visione chiara e precisa
della Chiesa particolare nel suo originale legame con la Chiesa
universale. La Chiesa particolare non nasce da una specie di
frammentazione della Chiesa universale, n la Chiesa universale
viene costituita dalla semplice somma delle Chiese particolari;
ma un vivo, essenziale e costante vincolo le unisce tra loro,
in quanto la Chiesa universale esiste e si manifesta nelle
Chiese particolari. Per questo il Concilio dice che le Chiese
particolari sono "formate a immagine della Chiesa universale,
nelle quali e a partire dalle quali esiste la sola e unica
Chiesa cattolica".
Lo stesso Concilio stimola con forza i fedeli laici a vivere
operosamente la loro appartenenza alla Chiesa particolare,
assumendo nello stesso tempo un respiro sempre pi "cattolico":
"Coltivino costantemente - leggiamo nel Decreto sull'apostolato
dei laici - il senso della diocesi, di cui la parrocchia  come
una cellula, sempre pronti, all'invito del loro Pastore, ad
unire anche le proprie forze alle iniziative diocesane. Anzi,
per venire incontro alle necessit delle citt e delle zone
rurali, non limitino la loro propria cooperazione entro i
confini della parrocchia o della diocesi, ma procurino di
allargarla all'ambito interparrocchiale, interdiocesano,
nazionale o internazionale, tanto pi che il crescente
spostamento delle popolazioni, lo sviluppo delle mutue
relazioni e la facilit delle comunicazioni non consentono pi
ad alcuna parte della societ di rimanere chiusa in se stessa.
Cos abbiano a cuore le necessit del Popolo di Dio sparso su
tutta la terra".
Il recente Sinodo ha chiesto, in tal senso, che si favorisca la
creazione dei Cansigli Pastorali diocesani, ai quali ricorrere
secondo le opportunit. Si tratta, in realt, della principale
forma di collaborazione e di dialogo, come pure di
discernimento, a livello diocesano. La partecipazione dei
fedeli laici a questi Consigli potr ampliare il ricorso alla
consultazione e il principio della collaborazione - che in
certi casi  anche di decisione - verr applicato in un modo
pi esteso e forte.
La partecipazione dei fedeli laici nei Sinodi diocesani e nei
Concili particolari, provinciali o plenari,  prevista dal
Codice di Diritto Canonico; essa potr contribuire alla
comunione e alla missione ecclesiale della Chiesa particolare,
sia nel suo proprio ambito sia in relazione con le altre Chiese
particolari della provincia ecclesiastica o della Conferenza Episcopale.
Le Conferenze Episcopali sono chiamate a valutare il modo pi
opportuno di sviluppare, a livello nazionale o regionale, la
consultazione e la collaborazione dei fedeli laici, uomini e
donne: si potranno cos soppesare bene i problemi comuni e
meglio si manifester la comunione ecclesiale di tutti.
La parrocchia
26. La comunione ecclesiale, pur avendo sempre una dimensione
universale, trova la sua espressione pi immediata e visibile
nella parrocchia: essa  l'ultima localizzazione della Chiesa,
 in un certo senso la Chiesa stessa che vive in mezzo alle
case dei suoi figli e delle sue figlie.
 necessario che tutti riscopriamo, nella fede, il vero volto
della parrocchia, ossia il "mistero" stesso della Chiesa
presente e operante in essa: anche se a volte povera di persone
e di mezzi, anche se altre volte dispersa su territori quanto
mai vasti o quasi introvabile all'interno di popolosi e caotici
quartieri moderni, la parrocchia non  principalmente una
struttura, un territorio, un edificio;  piuttosto "la famiglia
di Dio, come una fraternit animata dallo spirito d'unit",
 "una casa di famiglia, fraterna ed accogliente",  la
"comunit di fedeli". In definitiva, la parrocchia 
fondata su di una realt teologica, perch essa  unacomunit
eucaristica. Ci significa che essa  una comunit idonea a
celebrare l'Eucaristia, nella quale stanno la radice viva del
suo edificarsi e il vincolo sacramentale del suo essere in
piena comunione con tutta la Chiesa. Tale idoneit si radica
nel fatto che la parrocchia  una comunit di fede e una
comunit organica, ossia costituita dai ministri ordinati e
dagli altri cristiani, nella quale il parroco - che rappresenta
il Vescovo diocesano -  il vincolo gerarchico con tutta la
Chiesa particolare.
 certamente immane il compito della Chiesa ai nostri giorni e
ad assolverlo non pu certo bastare la parrocchia da sola. Per
questo il Codice di Diritto Canonico prevede forme di
collaborazione tra parrocchie nell'ambito del territorio e
raccomanda al Vescovo la cura di tutte le categorie di fedeli,
anche di quelle che non sono raggiunte dalla cura pastorale
ordinaria. Infatti, molti luoghi e forme di presenza e di
azione sono necessari per recare la parola e la grazia del
Vangelo nelle svariate condizioni di vita degli uomini d'oggi,
e molte altre funzioni di irradiazione religiosa e d'apostolato
d'ambiente, nel campo culturale, sociale, educativo,
professionale, eccetera, non possono avere come centro o punto di
partenza la parrocchia. Eppure anche oggi la parrocchia vive
una nuova e promettente stagione. Come diceva Paolo sesto,
all'inizio del suo pontificato, rivolgendosi al Clero romano:
"Crediamo semplicemente che questa antica e venerata struttura
della parrocchia ha una missione indispensabile e di grande
attualit; ad essa spetta creare la prima comunit del popolo
cristiano; ad essa iniziare e raccogliere il popolo nella
normale espressione della vita liturgica; ad essa conservare e
ravvivare la fede nella gente d'oggi; ad essa fornirle la
scuola della dottrina salvatrice di Cristo; ad essa praticare
nel sentimento e nell'opera l'umile carit delle opere buone e fraterne".
I Padri sinodali, dal canto loro, hanno attentamente
considerato l'attuale situazione di molte parrocchie,
sollecitando un loro pi deciso rinnovamento : "Molte
parrocchie, sia in regioni urbanizzate sia in territorio
missionario, non possono funzionare con pienezza effettiva per
la mancanza di mezzi materiali o di uomini ordinati, o anche
per l'eccessiva estensione geografica e per la speciale
condizione di alcuni cristiani (come, per esempio, gli esuli e
gli emigranti). Perch tutte queste parrocchie siano veramente
comunit cristiane, le autorit locali devono favorire: a)
l'adattamento delle strutture parrocchiali con la flessibilit
ampia concessa dal Diritto Canonico, soprattutto promuovendo la
partecipazione dei laici alle responsabilit pastorali; b) le
piccole comunit ecclesiali di base, dette anche comunit vive,
dove i fedeli possano comunicarsi a vicenda la Parola di Dio ed
esprimersi nel servizio e nell'amore; queste comunit sono vere
espressioni della comunione ecclesiale e centri di
evangelizzazione, in comunione con i loro Pastori". Per il
rinnovamento delle parrocchie e per meglio assicurare la loro
efficacia operativa si devono favorire forme anche
istituzionali di cooperazione tra le diverse parrocchie di un
medesimo territorio.
L'impegno apostolico nella parrocchia
27.  necessario ora considerare pi da vicino la comunione e
la partecipazione dei fedeli laici alla vita della parrocchia.
In tal senso  da richiamarsi l'attenzione di tutti i fedeli
laici, uomini e donne, su di una parola tanto vera,
significativa e stimolante del Concilio: "All'interno delle
comunit della Chiesa - leggiamo nel Decreto sull'apostolato
dei laici - la loro azione  talmente necessaria che senza di
essa lo stesso apostolato dei pastori non pu per lo pi
raggiungere la sua piena efficacia". , questa,
un'affermazione radicale, che dev'essere evidentemente intesa
nella luce della "ecclesiologia di comunione": essendo diversi
e complementari, i ministeri e i carismi sono tutti necessari
alla crescita della Chiesa, ciascuno secondo la propria modalit.
I fedeli laici devono essere sempre pi convinti del
particolare significato che assume l'impegno apostolico nella
loro parrocchia.  ancora il Concilio a rilevarlo
autorevolmente: "La parrocchia offre un luminoso esempio di
apostolato comunitario, fondendo insieme tutte le differenze
umane che vi si trovano e inserendole nell'universalit della
Chiesa. Si abituino i laici a lavorare nella parrocchia
intimamente uniti ai loro sacerdoti, ad esporre alla comunit
della Chiesa i propri problemi e quelli del mondo e le
questioni che riguardano la salvezza degli uomini, perch siano
esaminati e risolti con il concorso di tutti; a dare, secondo
le proprie possibilit, il loro contributo ad ogni iniziativa
apostolica e missionaria della propria famiglia ecclesiastica".
L'accenno conciliare all'esame e alla risoluzione dei problemi
pastorali "con il concorso di tutti" deve trovare il suo
adeguato e strutturato sviluppo nella valorizzazione pi
convinta, ampia e decisa dei Consigli pastorali parrocchiali,
sui quali hanno giustamente insistito i Padri sinodali.
Nelle circostanze attuali i fedeli laici possono e devono fare
moltissimo per la crescita di un'autentica comunione ecclesiale
all'interno delle loro parrocchie e per ridestare lo slancio
missionario verso i non credenti e verso gli stessi credenti
che hanno abbandonato o affievolito la pratica della vita cristiana.
Se la parrocchia  la Chiesa posta in mezzo alle case degli
uomini, essa vive e opera profondamente inserita nella societ
umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi
drammi. Spesso il contesto sociale, soprattutto in certi paesi
e ambienti,  violentemente scosso da forze di disgregazione e
di disumanizzazione: l'uomo  smarrito e disorientato, ma nel
cuore gli rimane sempre pi il desiderio di poter sperimentare
e coltivare rapporti pi fraterni e pi umani La risposta a
tale desiderio pu venire dalla parrocchia, quando questa, con
la viva partecipazione dei fedeli laici, rimane coerente alla
sua originaria vocazione e missione: essere nel mondo "luogo"
della comunione dei credenti e insieme "segno" e "strumento"
della vocazione di tutti alla comunione; in una parola, essere
la casa aperta a tutti e al servizio di tutti o, come amava
dire il Papa Giovanni 23esimo, la fontana del villaggio alla
quale tutti ricorrono per la loro sete.
Forme di partecipazione nella vita della Chiesa
28. I fedeli laici, unitamente ai sacerdoti, ai religiosi e
alle religiose, formano l'unico Popolo di Dio e Corpo di Cristo.
L'essere "membri" della Chiesa nulla toglie al fatto che
ciascun cristiano sia un essere "unico e irripetibile", bens
garantisce e promuove il senso pi profondo della sua unicit e
irripetibilit, in quanto fonte di variet e di ricchezza per
l'intera Chiesa. In tal senso Dio in Ges Cristo chiama
ciascuno col proprio inconfondibile nome. L'appello del
Signore: "Andate anche voi nella mia vigna" si rivolge a
ciascuno personalmente e suona: "Vieni anche tu nella mia vigna!".
Cos ciascuno nella sua unicit e irripetibilit, con il suo
essere e con il suo agire, si pone al servizio della crescita
della comunione ecclesiale, come peraltro singolarmente riceve
e fa sua la comune ricchezza di tutta la Chiesa.  questa la
"Comunione dei Santi", da noi professata nel Credo: il bene di
tutti diventa il bene di ciascuno e il bene di ciascuno diventa
il bene di tutti. "Nella santa Chiesa - scrive San Gregorio
Magno - ognuno  sostegno degli altri e gli altri sono suo sostegno".
Forme personali di partecipazione
 del tutto necessario che ciascun fedele laico abbia sempre
viva coscienza di essere un "membro della Chiesa", al quale 
affidato un compito originale insostituibile e indelegabile, da
svolgere per il bene di tutti. In una simile prospettiva assume
tutto il suo significato l'affermazione conciliare circa
l'assoluta necessit dell'apostolato della singola persona:
"L'apostolato che i singoli devono svolgere, sgorgando
abbondantemente dalla fonte di una vita veramente cristiana
(cf. Gv 4, 14),  la prima forma e la condizione di ogni
apostolato dei laici, anche di quello associato, ed 
insostituibile. A tale apostolato, sempre e dovunque proficuo,
ma in certe circostanze l'unico adatto e possibile, sono
chiamati e obbligati tutti i laici, di qualsiasi condizione,
anche se manca loro l'occasione o la possibilit di collaborare
nelle associazioni".
Nell'apostolato personale ci sono grandi ricchezze che chiedono
di essere scoperte per un'intensificazione del dinamismo
missionario di ciascun fedele laico. Con tale forma di
apostolato, l'irradiazione del Vangelo pu farsi quanto mai
capillare, giungendo a tanti luoghi e ambienti quanti sono
quelli legati alla vita quotidiana e concreta dei laici. Si
tratta, inoltre, di un'irradiazione costante, essendo legata
alla continua coerenza della vita personale con la fede; come
pure di un'irradiazione particolarmente incisiva, perch, nella
piena condivisione delle condizioni di vita, del lavoro, delle
difficolt e speranze dei fratelli, i fedeli laici possono
giungere al cuore dei loro vicini o amici o colleghi, aprendolo
all'orizzonte totale, al senso pieno dell'esistenza: la
comunione con Dio e tra gli uomini.
Forme aggregative di partecipazione
29. La comunione ecclesiale, gi presente e operante
nell'azione della singola persona, trova una sua specifica
espressione nell'operare associato dei fedeli laici, ossia
nell'azione solidale da essi svolta nel partecipare
responsabilmente alla vita e alla missione della Chiesa.
In questi ultimi tempi il fenomeno dell'aggregarsi dei laici
tra loro  venuto ad assumere caratteri di particolare variet
e vivacit. Se sempre nella storia della Chiesa l'aggregarsi
dei fedeli ha rappresentato in qualche modo una linea costante,
come testimoniano sino ad oggi le varie confraternite, i terzi
ordini e i diversi sodalizi, esso ha per ricevuto uno speciale
impulso nei tempi moderni, che hanno visto il nascere e il
diffondersi di molteplici forme aggregative: associazioni,
gruppi, comunit, movimenti. Possiamo parlare di una nuova
stagione aggregativa dei fedeli laici. Infatti, "accanto
all'associazionismo tradizionale, e talvolta alle sue stesse
radici, sono germogliati movimenti e sodalizi nuovi, con
fisionomia e finalit specifiche: tanta  la ricchezza e la
versatilit delle risorse che lo Spirito alimenta nel tessuto
ecclesiale, e tanta  pure la capacit d'iniziativa e la
generosit del nostro laicato".
Queste aggregazioni di laici si presentano spesso assai diverse
le une dalle altre in vari aspetti, come la configurazione
esteriore, i cammini e metodi educativi, e i campi operativi.
Trovano per le linee di un'ampia e profonda convergenza nella
finalit che le anima: quella di partecipare responsabilmente
alla missione della Chiesa di portare il Vangelo di Cristo come
fonte di speranza per l'uomo e di rinnovamento per la societ.
L'aggregarsi dei fedeli laici per motivi spirituali e
apostolici scaturisce da pi fonti e corrisponde ad esigenze
diverse: esprime, infatti, la natura sociale della persona e
obbedisce all'istanza di una pi vasta ed incisiva efficacia
operativa. In realt, l'incidenza "culturale", sorgente e
stimolo ma anche frutto e segno di ogni altra trasformazione
dell'ambiente e della societ, pu realizzarsi solo con l'opera
non tanto dei singoli quanto di un "soggetto sociale", ossia di
un gruppo, di una comunit, di un'associazione, di un
movimento. Ci  particolarmente vero nel contesto della
societ pluralistica e frantumata - com' quella attuale in
tante parti del mondo - e di fronte a problemi divenuti
enormemente complessi e difficili. D'altra parte, soprattutto
in un mondo secolarizzato, le varie forme aggregative possono
rappresentare per tanti un aiuto prezioso per una vita
cristiana coerente alle esigenze del Vangelo e per un impegno
missionario e apostolico.
Al di l di questi motivi, la ragione profonda che giustifica
ed esige l'aggregarsi dei fedeli laici  di ordine teologico: 
una ragione ecclesiologica, come apertamente riconosce il
Concilio Vaticano II che indica nell'apostolato associato un
"segno della comunione e dell'unit della Chiesa in Cristo".
 un "segno" che deve manifestarsi nei rapporti di "comunione"
sia all'interno che all'esterno delle varie forme aggregative
nel pi ampio contesto della comunit cristiana. Proprio la
ragione ecclesiologica indicata spiega, da un lato il "diritto"
di aggregazione proprio dei fedeli laici, dall'altro lato la
necessit di "criteri" di discernimento circa l'autenticit
ecclesiale delle loro forme aggregative.
 anzitutto da riconoscersi la libert associativa dei fedeli
laici nella Chiesa. Tale libert  un vero e proprio diritto
che non deriva da una specie di "concessione" dell'autorit, ma
che scaturisce dal Battesimo, quale sacramento che chiama i
fedeli laici a partecipare attivamente alla comunione e alla
missione della Chiesa. Al riguardo  del tutto chiaro il
Concilio: "Salva la dovuta relazione con l'autorit
ecclesiastica, i laici hanno il diritto di creare e guidare
associazioni e dare nome a quelle fondate". E il recente
Codice testualmente afferma: "I fedeli hanno il diritto di
fondare e di dirigere liberamente associazioni che si
propongano un fine di carit o di piet, oppure associazioni
che si propongano l'incremento della vocazione cristiana nel
mondo; hanno anche il diritto di tenere riunioni per il
raggiungimento comune di tali finalit".
Si tratta di una libert riconosciuta e garantita dall'autorit
ecclesiastica e che dev'essere esercitata sempre e solo nella
comunione della Chiesa: in tal senso il diritto dei fedeli
laici ad aggregarsi  essenzialmente relativo alla vita di
comunione e alla missione della Chiesa stessa.
Criteri di ecclesialit per le aggregazioni laicali
30.  sempre nella prospettiva della comunione e della
missione della Chiesa, e dunque non in contrasto con la libert
associativa, che si comprende la necessit di criteri chiari e
precisi di discernimento e di riconoscimento delle aggregazioni
laicali, detti anche "criteri di ecclesialit".
Come criteri fondamentali per il discernimento di ogni e
qualsiasi aggregazione dei fedeli laici nella Chiesa si possono
considerare, in modo unitario, i seguenti:
-Il primato dato alla vocazione di ogni cristiano alla santit,
manifestata "nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei
fedeli" come crescita verso la pienezza della vita
cristiana e la perfezione della carit. In tal senso ogni
e qualsiasi aggregazione di fedeli laici  chiamata ad essere
sempre pi strumento di santit nella Chiesa, favorendo e
incoraggiando "una pi intima unit tra la vita pratica dei
membri e la loro fede".
-La responsabilit di confessare la fede cattolica, accogliendo
e proclamando la verit su Cristo, sulla Chiesa e sull'uomo in
obbedienza al Magistero della Chiesa, che autenticamente la
interpreta. Per questo ogni aggregazione di fedeli laici
dev'essere luogo di annuncio e di proposta della fede e di
educazione ad essa nel suo integrale contenuto.
-La testimonianza di una comunione salda e convinta, in
relazione filiale con il Papa, perpetuo e visibile centro
dell'unit della Chiesa universale, e con il Vescovo
"principio visibile e fondamento dell'unit" della Chiesa
particolare, e nella "stima vicendevole fra tutte le forme di
apostolato nella Chiesa".
La comunione con il Papa e con il Vescovo  chiamata ad
esprimersi nella leale disponibilit ad accogliere i loro
insegnamenti dottrinali e orientamenti pastorali. La comunione
ecclesiale esige, inoltre, il riconoscimento della legittima
pluralit delle forme aggregative dei fedeli laici nella Chiesa
e, nello stesso tempo, la disponibilit alla loro reciproca
collaborazione.
- La conformit e la partecipazione al fine apostolico della
Chiesa, ossia "l'evangelizzazione e la santificazione degli
uomini e la formazione cristiana della loro coscienza, in modo
che riescano a permeare di spirito evangelico le varie comunit
e i vari ambienti".
In questa prospettiva, da tutte le forme aggregative di fedeli
laici, e da ciascuna di esse,  richiesto uno slancio
missionario che le renda sempre pi soggetti di una nuova
evangelizzazione.
- L'impegno di una presenza nella societ umana che, alla luce
della dottrina sociale della Chiesa, si ponga a servizio della
dignit integrale dell'uomo.
In tal senso le aggregazioni dei fedeli laici devono diventare
correnti vive di partecipazione e di solidariet per costruire
condizioni pi giuste e fraterne all'interno della societ.
I criteri fondamentali ora esposti trovano la loro verifica nei
frutti concreti che accompagnano la vita e le opere delle
diverse forme associative quali: il gusto rinnovato per la
preghiera, la contemplazione, la vita liturgica e sacramentale;
l'animazione per il fiorire di vocazioni al matrimonio
cristiano, al sacerdozio ministeriale, alla vita consacrata; la
disponibilit a partecipare ai programmi e alle attivit della
Chiesa a livello sia locale sia nazionale o internazionale;
l'impegno catechetico e la capacit pedagogica nel formare i
cristiani; l'impulso a una presenza cristiana nei diversi
ambienti della vita sociale e la creazione e animazione di
opere caritative, culturali e spirituali; lo spirito di
distacco e di povert evangelica per una pi generosa carit
verso tutti; la conversione alla vita cristiana o il ritorno
alla comunione di battezzati "lontani".
Il servizio dei Pastori per la comunione
31. I Pastori nella Chiesa, sia pure di fronte a possibili e
comprensibili difficolt di alcune forme aggregative e
all'imporsi di nuove forme, non possono rinunciare al servizio
della loro autorit, non solo per il bene della Chiesa, ma
anche per il bene delle stesse aggregazioni laicali. In tal
senso devono accompagnare l'opera di discernimento con la guida
e soprattutto con l'incoraggiamento per una crescita delle
aggregazioni dei fedeli laici nella comunione e nella missione
della Chiesa.
 oltremodo opportuno che alcune nuove associazioni e alcuni
nuovi movimenti, per la loro diffusione spesso nazionale o
anche internazionale, abbiano a ricevere un riconoscimento
ufficiale, un'approvazione esplicita della competente autorit
ecclesiastica. In questo senso gi il Concilio affermava:
"L'apostolato dei laici ammette certo vari tipi di rapporti con
la Gerarchia secondo le diverse forme e oggetti dell'apostolato
stesso (...). Alcune forme di apostolato dei laici vengono in
vari modi esplicitamente riconosciute dalla Gerarchia.
L'autorit ecclesiastica, per le esigenze del bene comune della
Chiesa, fra le associazioni e iniziative apostoliche aventi un
fine immediatamente spirituale, pu inoltre sceglierne in modo
particolare e promuoverne alcune per le quali assume una
speciale responsabilit".
Tra le diverse forme apostoliche dei laici che hanno un
particolare rapporto con la Gerarchia i Padri sinodali hanno
esplicitamente ricordato vari movimenti e associazioni di
Azione Cattolica, in cui "i laici si associano liberamente in
forma organica e stabile, sotto la spinta dello Spirito Santo,
nella comunione con il Vescovo e con i sacerdoti, per poter
servire, nel modo proprio della loro vocazione, con un
particolare metodo, all'incremento di tutta la comunit
cristiana, ai progetti pastorali e all'animazione evangelica di
tutti gli ambiti della vita, con fedelt e operosit".
Il Pontificio Consiglio per i Laici  incaricato di preparare
un elenco delle associazioni che ricevono l'approvazione
ufficiale della Santa Sede e di definire, insieme al
Segretariato per l'Unione dei Cristiani, le condizioni in base
alle quali pu essere approvata un'associazione ecumenica in
cui la maggioranza sia cattolica e una minoranza non cattolica,
stabilendo anche in quali casi non si pu dare un giudizio
positivo.
Tutti, Pastori e fedeli, siamo obbligati a favorire e ad
alimentare di continuo vincoli e rapporti fraterni di stima, di
cordialit, di collaborazione tra le varie forme aggregative di
laici. Solo cos la ricchezza dei doni e dei carismi che il
Signore ci offre pu portare il suo fecondo e ordinato
contributo all'edificazione della casa comune: "Per la solidale
edificazione della casa comune  necessario, inoltre, che sia
deposto ogni spirito di antagonismo e di contesa, e che si
gareggi piuttosto nello stimarsi a vicenda (cf. Rom 12, 10),
nel prevenirsi reciprocamente nell'affetto e nella volont di
collaborazione, con la pazienza, la lungimiranza, la
disponibilit al sacrificio che ci potr talvolta
comportare".
Ritorniamo ancora una volta alle parole di Ges: "Io sono la
vite, voi i tralci" (Gv 15, 5), per rendere grazie a Dio del
grande dono della comunione ecclesiale, riflesso nel tempo
dell'eterna e ineffabile comunione d'amore di Dio Uno e Trino.
La coscienza del dono si deve accompagnare ad un forte senso di
responsabilit: , infatti, un dono che, come il talento
evangelico, esige d'essere trafficato in una vita di crescente comunione.
Essere responsabili del dono della comunione significa,
anzitutto, essere impegnati a vincere ogni tentazione di
divisione e di contrapposizione, che insidia la vita e
l'impegno apostolico dei cristiani. Il grido di dolore e di
sconcerto dell'apostolo Paolo: "Mi riferisco al fatto che
ciascuno di voi dice: "Io sono di Paolo", "Io invece sono di
Apollo", "E io di Cefa", "E io di Cristo!". Cristo  stato
forse diviso?" (1 Cor 1, 12-13 ) continua a suonare come
rimprovero per le "lacerazioni del Corpo di Cristo". Risuonino,
invece, come appello persuasivo queste altre parole
dell'apostolo: "Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore
nostro Ges Cristo, ad essere unanimi nel parlare, perch non
vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di
pensiero e d'intenti" (1 Cor 1, 10).
Cos la vita di comunione ecclesiale diventa un segno per il
mondo e una forza attrattiva che conduce a credere in Cristo:
"Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi
una cosa sola, perch il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv
17, 21). In tal modo la comunione si apre alla missione, si fa
essa stessa missione.
CAPITOLO 3
VI HO COSTITUITI PERCH ANDIATE E PORTIATE FRUTTO
La corresponsabilit dei fedeli laici nella Chiesa-Missione
Comunione missionaria
32. Riprendiamo l'immagine biblica della vite e dei tralci.
Essa ci apre, in modo immediato e naturale, alla considerazione
della fecondit e della vita. Radicati e vivificati dalla vite,
i tralci sono chiamati a portare frutto: "Io sono la vite, voi
i tralci. Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto" (Gv 15,
5). Portare frutto  un'esigenza essenziale della vita
cristiana ed ecclesiale. Chi non porta frutto non rimane nella
comunione: "Ogni tralcio che in me non porta frutto, (il Padre
mio) lo toglie" (Gv 15, 2).
La comunione con Ges, dalla quale deriva la comunione dei
cristiani tra loro,  condizione assolutamente indispensabile
per portare frutto: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15,
5). E la comunione con gli altri  il frutto pi bello che i
tralci possono dare: essa, infatti,  dono di Cristo e del suo Spirito.
Ora la comunione genera comunione, e si configura
essenzialmente come comunione missionaria. Ges, infatti, dice
ai suoi discepoli: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto
voi e vi ho costituiti perch andiate e portiate frutto e il
vostro frutto rimanga" (Gv 15, 16).
La comunione e la missione sono profondamente congiunte tra
loro, si compenetrano e si implicano mutuamente, al punto che
la comunione rappresenta la sorgente e insieme il frutto della
missione: la comunione  missionaria e la missione  per la
comunione.  sempre l'unico e identico Spirito colui che
convoca e unisce la Chiesa e colui che la manda a predicare il
Vangelo "fino agli estremi confini della terra" (At 1, 8). Da
parte sua, la Chiesa sa che la comunione, ricevuta in dono, ha
una destinazione universale. Cos la Chiesa si sente debitrice
all'umanit intera e a ciascun uomo del dono ricevuto dallo
Spirito che effonde nei cuori dei credenti la carit di Ges
Cristo, prodigiosa forza di coesione interna ed insieme di
espansione esterna. La missione della Chiesa deriva dalla sua
stessa natura, cos come Cristo l'ha voluta: quella di "segno e
strumento (...) di unit di tutto il genere umano". Tale
missione ha lo scopo di far conoscere e di far vivere a tutti
la "nuova" comunione che nel Figlio di Dio fatto uomo  entrata
nella storia del mondo. In tal senso la testimonianza
dell'evangelista Giovanni definisce oramai in modo irrevocabile
il termine beatificante al quale punta l'intera missione della
Chiesa: "Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo
anche a voi, perch anche voi siate in comunione con noi. La
nostra comunione  col Padre e col Figlio suo Ges Cristo" (1 Gv 1, 3).
Ora nel contesto della missione della Chiesa il Signore affida
ai fedeli laici, in comunione con tutti gli altri membri del
Popolo di Dio, una grande parte di responsabilit. Ne erano
pienamente consapevoli i Padri del Concilio Vaticano II: "I
sacri Pastori, infatti, sanno benissimo quanto contribuiscano i
laici al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati
istituiti da Cristo per assumersi da soli tutta la missione
della salvezza che la Chiesa ha ricevuto nei confronti del
mondo, ma che il loro magnifico incarico  di pascere i fedeli
e di riconoscere i loro servizi e i loro carismi, in modo che
tutti concordemente cooperino, nella loro misura, all'opera
comune". La loro consapevolezza  ritornata poi, con
rinnovata chiarezza e con vigore accresciuto, in tutti i lavori del Sinodo.
Annunciare il Vangelo
33. I fedeli laici, proprio perch membri della Chiesa, hanno
la vocazione e la missione di essere annunciatori del Vangelo:
per quest'opera sono abilitati e impegnati dai sacramenti
dell'iniziazione cristiana e dai doni dello Spirito Santo.
Leggiamo in un testo limpido e denso del Concilio Vaticano II:
"In quanto partecipi dell'ufficio di Cristo sacerdote, profeta
e re, i laici hanno la loro parte attiva nella vita e
nell'azione della Chiesa (...). Nutriti dell'attiva
partecipazione alla vita liturgica della propria comunit,
partecipano con sollecitudine alle opere apostoliche della
medesima; conducono alla Chiesa gli uomini che forse ne vivono
lontani; cooperano con dedizione nel comunicare la parola di
Dio, specialmente mediante l'insegnamento del catechismo;
mettendo a disposizione la loro competenza rendono pi efficace
la cura delle anime ed anche l'amministrazione dei beni della Chiesa".
Ora  nell' evangelizzazione che si concentra e si dispiega
l'intera missione della Chiesa, il cui cammino storico si snoda
sotto la grazia e il comando di Ges Cristo: "Andate in tutto
il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura" (Mc 16, 15);
"Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo" (Mt 28, 20). "Evangelizzare - scrive Paolo VI -  la
grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identit pi profonda".
Dall'evangelizzazione la Chiesa viene costruita e plasmata come
comunit di fede: pi precisamente, come comunit di una fede
confessata nell'adesione alla Parola di Dio, celebrata nei
sacramenti, vissuta nella carit, quale anima dell'esistenza
morale cristiana. Infatti, la "buona novella" tende a suscitare
nel cuore e nella vita dell'uomo la conversione e l'adesione
personale a Ges Cristo Salvatore e Signore; dispone al
Battesimo e all'Eucaristia e si consolida nel proposito e nella
realizzazione della vita nuova secondo lo Spirito.
Certamente l'imperativo di Ges: "Andate e predicate il
Vangelo" mantiene sempre vivo il suo valore ed  carico di
un'urgenza intramontabile. Tuttavia la situazione attuale, non
solo del mondo ma anche di tante parti della Chiesa, esige
assolutamente che la parola di Cristo riceva un'obbedienza pi
pronta e generosa. Ogni discepolo  chiamato in prima persona;
nessun discepolo pu sottrarsi nel dare la sua propria
risposta: "Guai a me, se non predicassi il Vangelo!" (1 Cor 9, 16).
L'ora  venuta per intraprendere una nuova evangelizzazione
34. Interi paesi e nazioni, dove la religione e la vita
cristiana erano un tempo quanto mai fiorenti e capaci di dar
origine a comunit di fede viva e operosa, sono ora messi a
dura prova, e talvolta sono persino radicalmente trasformati,
dal continuo diffondersi dell'indifferentismo, del secolarismo
e dell'ateismo. Si tratta, in particolare, dei paesi e delle
nazioni del cosiddetto Primo Mondo, nel quale il benessere
economico e il consumismo, anche se frammisti a paurose
situazioni di povert e di miseria, ispirano e sostengono una
vita vissuta "come se Dio non esistesse". Ora l'indifferenza
religiosa e la totale insignificanza pratica di Dio per i
problemi anche gravi della vita non sono meno preoccupanti ed
eversivi rispetto all'ateismo dichiarato. E anche la fede
cristiana, se pure sopravvive in alcune sue manifestazioni
tradizionali e ritualistiche, tende ad essere sradicata dai
momenti pi significativi dell'esistenza, quali sono i momenti
del nascere, del soffrire e del morire. Di qui l'imporsi di
interrogativi e di enigmi formidabili che, rimanendo senza
risposta, espongono l'uomo contemporaneo alla delusione
sconsolata o alla tentazione di eliminare la stessa vita umana
che quei problemi pone.
In altre regioni o nazioni, invece, si conservano tuttora molto
vive tradizioni di piet e di religiosit popolare cristiana;
ma questo patrimonio morale e spirituale rischia oggi d'essere
disperso sotto l'impatto di molteplici processi, tra i quali
emergono la secolarizzazione e la diffusione delle sette. Solo
una nuova evangelizzazione pu assicurare la crescita di una
fede limpida e profonda, capace di fare di queste tradizioni
una forza di autentica libert.
Certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della
societ umana. Ma la condizione  che si rifaccia il tessuto
cristiano delle stesse comunit ecclesiali che vivono in questi
paesi e in queste nazioni.
Ora i fedeli laici, in forza della loro partecipazione
all'ufficio profetico di Cristo, sono pienamente coinvolti in
questo compito della Chiesa. Ad essi tocca, in particolare,
testimoniare come la fede cristiana costituisca l'unica
risposta pienamente valida, pi o meno coscientemente da tutti
percepita e invocata, dei problemi e delle speranze che la vita
pone ad ogni uomo e ad ogni societ. Ci sar possibile se i
fedeli laici sapranno superare in se stessi la frattura tra il
Vangelo e la vita, ricomponendo nella loro quotidiana attivit
in famiglia, sul lavoro e nella societ, l'unit d'una vita che
nel Vangelo trova ispirazione e forza per realizzarsi in pienezza.
A tutti gli uomini contemporanei ripeto, ancora una volta, il
grido appassionato con il quale ho iniziato il mio servizio
pastorale: "Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le
porte a Cristo! Alla Sua salvatrice potest aprite i confini
degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti
campi di cultura, di civilt, di sviluppo. Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa  dentro l'uomo". Solo Lui lo sa! Oggi cos
spesso l'uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo
animo, del suo cuore. Cos spesso  in certo del senso della
sua vita su questa terra.  invaso dal dubbio che si tramuta
in disperazione. Permettete, quindi - vi prego, vi imploro con
umilt e con fiducia - permettete a Cristo di parlare all'uomo.
Solo Lui ha parole di vita, s! di vita eterna".
Spalancare le porte a Cristo, accoglierlo nello spazio della
propria umanit non  affatto una minaccia per l'uomo, bens 
l'unica strada da percorrere se si vuole riconoscere l'uomo
nell'intera sua verit ed esaltarlo nei suoi valori.
Sar la sintesi vitale che i fedeli laici sapranno operare tra
il Vangelo e i doveri quotidiani della vita la pi splendida e
convincente testimonianza che, non la paura, ma la ricerca e
l'adesione a Cristo sono il fattore determinante perch l'uomo
viva e cresca, e perch si costituiscano nuovi modi di vivere
pi conformi alla dignit umana.
L'uomo  amato da Dio!  questo il semplicissimo e
sconvolgente annuncio del quale la Chiesa  debitrice all'uomo.
La parola e la vita di ciascun cristiano possono e devono far
risuonare questo annuncio: Dio ti ama, Cristo  venuto per te,
per te Cristo  "Via, Verit, Vita!" (Gv 14, 6).
Questa nuova evangelizzazione, rivolta non solo alle singole
persone ma anche ad intere fasce di popolazioni nelle loro
varie situazioni, ambienti e culture,  destinata alla
formazione dicomunit ecclesiali mature, nelle quali cio la
fede sprigioni e realizzi tutto il suo originario significato
di adesione alla persona di Cristo e al suo Vangelo, di
incontro e di comunione sacramentale con Lui, di esistenza
vissuta nella carit e nel servizio.
I fedeli laici hanno la loro parte da compiere nella formazione
di simili comunit ecclesiali, non solo con una partecipazione
attiva e responsabile nella vita comunitaria, e pertanto con la
loro insostituibile testimonianza, ma anche con lo slancio e
l'azione missionaria verso quanti ancora non credono o non
vivono pi la fede ricevuta con il Battesimo.
In rapporto alle nuove generazioni un contributo prezioso,
quanto mai necessario, deve essere offerto dai fedeli laici con
una sistematica opera di catechesi. I Padri sinodali hanno
accolto con gratitudine il lavoro dei catechisti, riconoscendo
che essi "hanno un compito di grande peso nell'animazione delle
comunit ecclesiali". Certamente i genitori cristiani sono
i primi e insostituibili catechisti dei loro figli, a ci
abilitati dal sacramento del Matrimonio; nello stesso tempo
per dobbiamo essere tutti coscienti del "diritto" che ogni
battezzato ha di venire istruito, educato, accompagnato nella
fede e nella vita cristiana.
Andate in tutto il mondo
35. La Chiesa, mentre avverte e vive l'urgenza attuale di una
nuova evangelizzazione, non pu sottrarsi alla missione
permanente di portare il Vangelo a quanti - e sono milioni e
milioni di uomini e di donne - ancora non conoscono Cristo
Redentore dell'uomo.  questo il compito pi specificamente
missionario che Ges ha affidato e quotidianamente riaffida
alla sua Chiesa.
L'opera dei fedeli laici, che peraltro non  mai mancata in
questo ambito, si rivela oggi sempre pi necessaria e preziosa.
In realt, il comando del Signore "Andate in tutto il mondo"
continua a trovare molti laici generosi, pronti a lasciare il
loro ambiente di vita, il loro lavoro, la loro regione o patria
per recarsi, almeno per un determinato tempo, in zone di
missione. Anche coppie di sposi cristiani, a imitazione di
Aquila e Priscilla (cf. At 18; Rom 16, 3 s), vanno offrendo una
confortante testimonianza di amore appassionato a Cristo e alla
Chiesa mediante la loro presenza operosa nelle terre di
missione. Autentica presenza missionaria  anche quella di
coloro che, vivendo per vari motivi in paesi o ambienti dove la
Chiesa non  ancora stabilita, testimoniano la loro fede.
Ma il problema missionario si presenta attualmente alla Chiesa
con un'ampiezza e con una gravit tali che solo un'assunzione
veramente solidale di responsabilit da parte di tutti i membri
della Chiesa, sia come singoli sia come comunit, pu far
sperare in una risposta pi efficace.
L'invito che il Concilio Vaticano II ha rivolto alle Chiese
particolari conserva tutto il suo valore, anzi esige oggi
un'accoglienza pi generalizzata e pi decisa: "La Chiesa
particolare, dovendo rappresentare nel modo pi perfetto la
Chiesa universale, abbia la piena coscienza di essere inviata
anche a coloro che non credono in Cristo".
La Chiesa deve fare oggi un grande passo in avanti nella sua
evangelizzazione, deve entrare in una nuova tappa storica del
suo dinamismo missionario. In un mondo che con il crollare
delle distanze si fa sempre pi piccolo, le comunit ecclesiali
devono collegarsi tra loro, scambiarsi energie e mezzi,
impegnarsi insieme nell'unica e comune missione di annunciare e
di vivere il Vangelo. "Le Chiese cosiddette pi giovani - hanno
detto i Padri sinodali - abbisognano della forza di quelle
antiche, mentre queste hanno bisogno della testimonianza e
della spinta delle pi giovani, in modo che le singole Chiese
attingano dalle ricchezze delle altre Chiese".
In questa nuova tappa, la formazione non solo del clero locale
ma anche di un laicato maturo e responsabile si pone nelle
giovani Chiese come elemento essenziale e irrinunciabile della
plantatio Ecclesiae. In tal modo le stesse comunit
evangelizzate si slanciano verso nuove contrade del mondo per
rispondere anch'esse alla missione di annunciare e testimoniare
il Vangelo di Cristo.
I fedeli laici, con l'esempio della loro vita e con la propria
azione, possono favorire il miglioramento dei rapporti tra i
seguaci delle diverse religioni, come hanno opportunamente
rilevato i Padri sinodali: "Oggi la Chiesa vive dappertutto in
mezzo a uomini di religioni diverse (...). Tutti i fedeli,
specialmente i laici che vivono in mezzo ai popoli di altre
religioni, sia nelle regioni di origine, sia in terre di
emigrazione, debbono essere per costoro un segno del Signore e
della sua Chiesa, in modo adatto alle circostanze di vita di
ciascun luogo. Il dialogo tra le religioni ha un'importanza
preminente perch conduce all'amore e al rispetto reciproco,
elimina, o almeno diminuisce, i pregiudizi tra i seguaci delle
diverse religioni e promuove l'unit e l'amicizia tra i popoli".
Per l'evangelizzazione del mondo occorrono, anzitutto, gli
evangelizzatori. Per questo tutti, a cominciare dalle famiglie
cristiane, dobbiamo sentire la responsabilit di favorire il
sorgere e il maturare di vocazioni specificamente missionarie,
sia sacerdotali e religiose sia laicali, ricorrendo ad ogni
mezzo opportuno, senza mai trascurare il mezzo privilegiato
della preghiera, secondo la parola stessa del Signore Ges: "La
messe  molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il
padrone della messe che mandi operai nella sua messe!" (Mt 9,37-38).
Vivere il Vangelo servendo la persona e la societ
36. Accogliendo e annunciando il Vangelo nella forza dello
Spirito la Chiesa diviene comunit evangelizzata ed
evangelizzante e proprio per questo si fa serva degli uomini.
In essa i fedeli laici partecipano alla missione di servire la
persona e la societ. Certamente la Chiesa ha come supremo fine
il Regno di Dio, del quale "costituisce in terra il germe e
l'inizio", ed  quindi totalmente consacrata alla
glorificazione del Padre. Ma il Regno  fonte di liberazione
piena e di salvezza totale per gli uomini: con questi, allora,
la Chiesa cammina e vive, realmente e intimamente solidale con
la loro storia.
Avendo ricevuto l'incarico di manifestare al mondo il mistero
di Dio che splende in Cristo Ges, al tempo stesso la Chiesa
svela l'uomo all'uomo, gli fa noto il senso della sua
esistenza, lo apre alla verit intera su di s e sul suo
destino. In questa prospettiva la Chiesa  chiamata, in
forza della sua stessa missione evangelizatrice, a servire
l'uomo. Tale servizio si radica primariamente nel fatto
prodigioso e sconvolgente che "con l'incarnazione il Figlio di
Dio si  unito in certo modo a ogni uomo".
Per questo l'uomo " la prima strada che la Chiesa deve
percorrere nel compimento della sua missione: egli  la prima
fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso,
via che immutabilmente passa attraverso il mistero
dell'Incarnazione e della Redenzione".
Proprio in questo senso si  espresso, ripetutamente e con
singolare chiarezza e forza, il Concilio Vaticano II nei suoi
diversi documenti. Rileggiamo un testo particolarmente
illuminante della Costituzione Gaudium et spes: "La Chiesa,
certo, perseguendo il suo proprio fine di salvezza, non solo
comunica all'uomo la vita divina, ma anche diffonde la sua luce
con ripercussione, in qualche modo, su tutto il mondo,
soprattutto per il fatto che risana ed eleva la dignit della
persona umana, consolida la compagine dell'umana societ, e
immette nel lavoro quotidiano degli uomini un pi profondo
senso e significato. Cos la Chiesa, con i singoli suoi membri
e con tutta intera la sua comunit, crede di poter contribuire
molto a rendere pi umana la famiglia degli uomini e la sua storia".
In questo contributo alla famiglia degli uomini, del quale 
responsabile l'intera Chiesa, un posto particolare compete ai
fedeli laici, in ragione della loro "indole secolare", che li
impegna, con modalit proprie e insostituibili, nell'animazione
cristiana dell'ordine temporale.
Promuovere la dignit della persona
37. Riscoprire e far riscoprire la dignit inviolabile di ogni
persona umana costituisce un compito essenziale, anzi, in un
certo senso, il compito centrale e unificante del servizio che
la Chiesa e, in essa, i fedeli laici sono chiamati a rendere
alla famiglia degli uomini.
Tra tutte le creature terrene, solo l'uomo  "persona",
soggetto cosciente e libero e, proprio per questo, "centro e
vertice" di tutto quanto esiste sulla terra.
La dignit personale  il bene pi prezioso che l'uomo
possiede, grazie al quale egli trascende in valore tutto il
mondo materiale. La parola di Ges: "Che giova all'uomo
guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?" (Mc
8, 36) implica una luminosa e stimolante affermazione
antropologica: l'uomo vale non per quello che "ha" - possedesse
pure il mondo intero! - , quanto per quello che "". Contano
non tanto i beni del mondo, quanto il bene della persona, il
bene che  la persona stessa.
La dignit della persona manifesta tutto il suo fulgore quando
se ne considerano l'origine e la destinazione: creato da Dio a
sua immagine e somiglianza e redento dal sangue preziosissimo
di Cristo, l'uomo  chiamato ad essere "figlio nel Figlio" e
tempio vivo dello Spirito, ed  destinato all'eterna vita di
comunione beatificante con Dio. Per questo ogni violazione
della dignit personale dell'essere umano grida vendetta al
cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore dell'uomo.
In forza della sua dignit personale l'essere umano  sempre un
valore in s e per s, e come tale esige d'essere considerato e
trattato, mai invece pu essere considerato e trattato come un
oggetto utilizzabile, uno strumento, una cosa.
La dignit personale costituisce il fondamento dell'eguaglianza
di tutti gli uomini tra loro. Di qui l'assoluta inaccettabilit
di tutte le pi svariate forme di discriminazione che,
purtroppo, continuano a dividere e a umiliare la famiglia
umana, da quelle razziali ed economiche a quelle sociali e
culturali, da quelle politiche a quelle geografiche, eccetera. Ogni
discriminazione costituisce un'ingiustizia del tutto
intollerabile, non tanto per le tensioni e per i conflitti
ch'essa pu generare nel tessuto sociale, quanto per il
disonore inferto alla dignit della persona: non solo alla
dignit di chi  vittima dell'ingiustizia, ma ancor pi di chi
quell'ingiustizia compie.
Fondamento dell'uguaglianza di tutti gli uomini tra loro, la
dignit personale  anche il fondamento della partecipazione e
della solidariet degli uomini tra loro: il dialogo e la
comunione si radicano ultimamente su ci che gli uomini "sono",
prima e pi ancora che su quanto essi "hanno".
La dignit personale  propriet indistruttibile di ogni essere
umano.  fondamentale avvertire tutta la forza dirompente di
questa affermazione, che si basa sull'unicit e
sull'irripetibilit di ogni persona. Ne deriva che l'individuo
 assolutamente irriducibile a tutto ci che lo vorrebbe
schiacciare e annullare nell'anonimato della collettivit,
dell'istituzione, della struttura, del sistema. La persona,
nella sua individualit, non  un numero, non  un anello d'una
catena, n un ingranaggio di un sistema. L'affermazione pi
radicale ed esaltante del valore di ogni essere umano  stata
fatta dal Figlio di Dio nel suo incarnarsi nel seno d'una
donna. Anche di questo continua a parlarci il Natale
cristiano.
Venerare l'inviolabile diritto alla vita
38. Il riconoscimento effettivo della dignit personale di ogni
essere umano esige il rispetto, la difesa e la promozione dei
diritti della persona umana. Si tratta di diritti naturali,
universali e inviolabili: nessuno, n il singolo, n il gruppo,
n l'autorit, n lo Stato, li pu modificare n tanto meno li
pu eliminare, perch tali diritti provengono da Dio stesso.
Ora l'inviolabilit della persona, riflesso dell'assoluta
inviolabilit di Dio stesso, trova la sua prima e fondamentale
espressione nell'inviolabilit della vita umana.  del tutto
falso e illusorio il comune discorso, che peraltro giustamente
viene fatto, sui diritti umani - come ad esempio sul diritto
alla salute, alla casa, al lavoro, alla famiglia e alla cultura
- se non si difende con la massima risolutezza il diritto alla
vita, quale diritto primo e fontale, condizione per tutti gli
altri diritti della persona.
La Chiesa non si  mai data per vinta di fronte a tutte le
violazioni che il diritto alla vita, proprio di ogni essere
umano, ha ricevuto e continua a ricevere sia dai singoli sia
dalle stesse autorit. Titolare di tale diritto  l'essere
umano in ogni fase del suo sviluppo, dal concepimento sino alla
morte naturale; e in ogni sua condizione, sia essa di salute o
di malattia, di perfezione o di handicap, di ricchezza o di
miseria. Il Concilio Vaticano II proclama apertamente: "Tutto
ci che  contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio,
il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio
volontario; tutto ci che viola l'integrit della persona
umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla
mente, gli sforzi per violentare l'intimo dello spirito; tutto
ci che offende la dignit umana, come le condizioni infraumane
di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la
schiavit, la prostituzione, il mercato delle donne e dei
giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro con le
quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di
guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte
queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e,
mentre guastano la civilt umana, ancor pi inquinano coloro
che cos si comportano, che non quelli che le subiscono; e
ledono grandemente l'onore del Creatore".
Ora se di tutti sono la missione e la responsabilit di
riconoscere la dignit personale di ogni essere umano e di
difenderne il diritto alla vita, alcuni fedeli laici vi sono
chiamati ad un titolo particolare: tali sono i genitori, gli
educatori, gli operatori della salute, e quanti detengono il
potere economico e politico.
Nell'accoglienza amorosa e generosa di ogni vita umana,
soprattutto se debole o malata, la Chiesa vive oggi un momento
fondamentale della sua missione, tanto pi necessaria quanto
pi dominante si  fatta una "cultura di morte". Infatti "la
Chiesa fermamente crede che la vita umana, anche se debole e
sofferente,  sempre uno splendido dono del Dio della bont.
Contro il pessimismo e l'egoismo, che oscurano il mondo, la
Chiesa sta dalla parte della vita: e in ciascuna vita umana sa
scoprire lo splendore di quel "S", di quell' "Amen", che 
Cristo stesso (cf. 2 Cor 1, 19; Ap 3, 14). Al "no" che invade e
affligge il mondo, contrappone questo vivente "S", difendendo
in tal modo l'uomo e il mondo da quanti insidiano e mortificano
la vita". Tocca ai fedeli laici, che pi direttamente o
per vocazione o per professione sono coinvolti nell'accoglienza
della vita, rendere concreto ed efficace il "s" della Chiesa
alla vita umana.
Sulle frontiere della vita umana possibilit e responsabilit
nuove si sono oggi spalancate con l'enorme sviluppo delle
scienze biologiche e mediche, unitamente al sorprendente potere
tecnologico: l'uomo, infatti,  in grado oggi non solo di
"osservare", ma anche di "manipolare" la vita umana nello
stesso suo inizio e nei suoi primi stadi di sviluppo.
La coscienza morale dell'umanit non pu rimanere estranea o
indifferente di fronte ai passi giganteschi compiuti da una
potenza tecnologica che acquista un dominio sempre pi vasto e
profondo sui dinamismi che presiedono alla procreazione e alle
prime fasi dello sviluppo della vita umana. Forse non mai come
oggi e in questo campo la sapienza si dimostra l'unica ncora
di salvezza, perch l'uomo nella ricerca scientifica e in
quella applicata possa agire sempre con intelligenza e con
amore, ossia rispettando, anzi venerando l'inviolabile dignit
personale di ogni essere umano, sin dal primo istante della sua
esistenza. Ci avviene quando con mezzi leciti, la scienza e la
tecnica si impegnano nella difesa della vita e nella cura della
malattia sin dagli inizi, rifiutando invece - per la dignit
stessa della ricerca - interventi che risultano alterativi del
patrimonio genetico dell'individuo e della generazione umana.
I fedeli laici, a vario titolo e a diverso livello impegnati
nella scienza e nella tecnica, come pure nell'ambito medico,
sociale, legislativo ed economico devono coraggiosamente
accettare le "sfide" poste dai nuovi problemi della bioetica.
Come hanno detto i Padri sinodali, "i cristiani debbono
esercitare la loro responsabilit come padroni della scienza e
della tecnologia, non come servi di essa (...). Nella
prospettiva di quelle "sfide" morali, che stanno per essere
provocate dalla nuova e immensa potenza tecnologica e che
mettono in pericolo non solo i diritti fondamentali degli
uomini, ma la stessa essenza biologica della specie umana, 
della massima importanza che i laici cristiani - con l'aiuto di
tutta la Chiesa - si prendano a carico di richiamare la cultura
ai principi di un autentico umanesimo, affinch la promozione e
la difesa dei diritti dell'uomo possano trovare fondamento
dinamico e sicuro nella stessa sua essenza, quella essenza che
la predicazione evangelica ha rivelato agli uomini".
Urge oggi, da parte di tutti, la massima vigilanza di fronte al
fenomeno della concentrazione del potere, e in primo luogo di
quello tecnologico. Tale concentrazione, infatti, tende a
manipolare non solo l'essenza biologica ma anche i contenuti
della stessa coscienza degli uomini e i loro modelli di vita,
aggravando in tal modo la discriminazione e l'emarginazione di
interi popoli.
Liberi di invocare il Nome del Signore
39. Il rispetto della dignit personale, che comporta la difesa
e la promozione dei diritti umani, esige il riconoscimento
della dimensione religiosa dell'uomo. Non , questa,
un'esigenza semplicemente "confessionale", bens un'esigenza
che trova la sua radice inestirpabile nella realt stessa
dell'uomo. Il rapporto con Dio, infatti,  elemento costitutivo
dello stesso "essere" ed "esistere" dell'uomo:  in Dio che noi
"viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (At 17, 28). Se non tutti
credono a tale verit, quanti ne sono convinti hanno il diritto
di essere rispettati nella loro fede e nelle scelte di vita,
individuale e comunitaria, che da essa derivano.  questo il
diritto alla libert di coscienza e alla libert religiosa, il
cui riconoscimento effettivo  tra i beni pi alti e tra i
doveri pi gravi di ogni popolo che voglia veramente assicurare
il bene della persona e della societ: "La libert religiosa,
esigenza insopprimibile della dignit di ogni uomo,  una
pietra angolare dell'edificio dei diritti umani e, pertanto, 
un fattore insostituibile del bene delle persone e di tutta la
societ, cos come della propria realizzazione di ciascuno. Ne
consegue che la libert dei singoli e delle comunit di
professare e di praticare la propria religione  un elemento
essenziale della pacifica convivenza degli uomini (...): Il
diritto civile e sociale alla libert religiosa, in quanto
attinge la sfera pi intima dello spirito, si rivela punto di
riferimento e, in certo modo, diviene misura degli altri
diritti fondamentali".
Il Sinodo non ha dimenticato i tanti fratelIi e sorelle che
ancora non godono di tale diritto e che devono affrontare
disagi, emarginazioni, sofferenze, persecuzioni, e talvolta la
morte a causa della confessione della fede. Nella maggioranza
sono fratelli e sorelle del laicato cristiano. L'annuncio del
Vangelo e la testimonianza cristiana della vita nella
sofferenza e nel martirio costituiscono l'apice dell'apostolato
dei discepoli di Cristo, cos come l'amore al Signore Ges sino
al dono della propria vita costituisce una sorgente di
fecondit straordinaria per l'edificazione della Chiesa. La
mistica vite testimonia cos la sua rigogliosit, come rilevava
Sant'Agostino: "Ma quella vite, com'era stato preannunciato dai
Profeti e dallo stesso Signore, che diffondeva in tutto il
mondo i suoi tralci fruttuosi, tanto pi diveniva rigogliosa
quanto pi era irrigata dal molto sangue dei martiri".
La Chiesa tutta  profondamente grata per questo esempio e per
questo dono: da questi suoi figli essa trae motivo per
rinnovare il suo slancio di vita santa e apostolica. In tal
senso i Padri sinodali hanno ritenuto loro speciale dovere
"ringraziare quei laici i quali vivono come instancabili
testimoni della fede, in fedele unione con la Sede Apostolica,
nonostante le restrizioni della libert e la privazione dei
ministri sacri. Essi si giocano tutto, perfino la vita. I laici
in questo modo danno testimonianza di una propriet essenziale
della Chiesa: la Chiesa di Dio nasce dalla grazia di Dio e ci
si manifesta nel modo pi sublime nel martirio".
Quanto abbiamo sinora detto sul rispetto della dignit
personale e sul riconoscimento dei diritti umani riguarda senza
dubbio la responsabilit di ciascun cristiano, di ciascun uomo.
Ma dobbiamo immediatamente rilevare come tale problema rivesta
oggi una dimensione mondiale: , infatti, una questione che
investe oramai interi gruppi umani, anzi interi popoli che sono
violentemente vilipesi nei loro fondamentali diritti. Di qui
quelle forme di disuguaglianza dello sviluppo tra i diversi
Mondi che nella recente Enciclica Sollicitudo rei socialis sono
state apertamente denunciate.
Il rispetto della persona umana va oltre la esigenza di una
morale individuale e si pone come criterio basilare, quasi
pilastro fondamentale, per la strutturazione della societ
stessa, essendo la societ finalizzata interamente alla persona.
Cos, intimamente congiunta alla responsabilit di servire la
persona, si pone la responsabilit di servire la societ, quale
compito generale di quella animazione cristiana dell'ordine
temporale alla quale i fedeli laici sono chiamati secondo loro
proprie e specifiche modalit.
La famiglia, primo spazio per l'impegno sociale
40. La persona umana ha una nativa e strutturale dimensione
sociale in quanto  chiamata dall'intimo di s alla comunione
con gli altri e alla donazione agli altri: "Dio, che ha cura
paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola
famiglia e si trattassero tra loro con animo di fratelli".
E cos la societ, frutto e segno della socialit dell'uomo,
rivela la sua piena verit nell'essere una comunit di persone.
Si d interdipendenza e reciprocit tra persona e societ:
tutto ci che viene compiuto a favore della persona  anche un
servizio reso alla societ, e tutto ci che viene compiuto a
favore della societ si risolve a beneficio della persona. Per
questo l'impegno apostolico dei fedeli laici nell'ordine
temporale riveste sempre e in modo inscindibile il significato
del servizio all'uomo singolo nella sua unicit e
irripetibilit e il significato del servizio a tutti gli
uomini.
Ora la prima e originaria espressione della dimensione sociale
della persona  la coppia e la famiglia: "Ma Dio non cre
l'uomo lasciandolo solo: fin da principio "uomo e donna li
cre" (Gen 1, 27) e la loro unione costituisce la prima forma
di comunione di persone". Ges si  preoccupato di
restituire alla coppia l'intera sua dignit e alla famiglia la
saldezza sua propria (cf. Mt 19, 3-9); San Paolo ha mostrato il
rapporto profondo del matrimonio con il mistero di Cristo e
della Chiesa (cf. Ef 5, 22-6, 4; Col 3, 18-21; 1 Pt 3, 1-7).
La coppia e la famiglia costituiscono il primo spazio per
l'impegno sociale dei fedeli laici.  un impegno che pu
essere assolto adeguatamente solo nella convinzione del valore
unico e insostituibile della famiglia per lo sviluppo della
societ e della stessa Chiesa.
Culla della vita e dell'amore, nella quale l'uomo "nasce" e
"cresce", la famiglia  la cellula fondamentale della societ.
A questa comunit  da riservarsi una privilegiata
sollecitudine, soprattutto ogniqualvolta l'egoismo umano, le
campagne antinataliste, le politiche totalitarie, ma anche le
situazioni di povert e di miseria fisica, culturale e morale,
nonch la mentalit edonistica e consumistica fanno disseccare
le sorgenti della vita, mentre le ideologie e i diversi
sistemi, insieme a forme di disinteresse e di disamore,
attentano alla funzione educativa propria della famiglia.
Urge cos un'opera vasta, profonda e sistematica, sostenuta non
solo dalla cultura ma anche dai mezzi economici e dagli
strumenti legislativi, destinata ad assicurare alla famiglia il
suo compito di essere il luogo primario della "umanizzazione"
della persona e della societ.
L'impegno apostolico dei fedeli laici  anzitutto quello di
rendere la famiglia cosciente della sua identit di primo
nucleo sociale di base e del suo originale ruolo nella societ,
perch divenga essa stessa sempre pi protagonista attiva e
responsabile della propria crescita e della propria
partecipazione alla vita sociale. In tal modo la famiglia potr
e dovr esigere da tutti, a cominciare dalle autorit
pubbliche, il rispetto di quei diritti che, salvando la
famiglia, salvano la societ stessa.
Quanto  scritto nell'Esortazione Familiaris consortio circa la
partecipazione allo sviluppo della societ e quanto la
Santa Sede, su invito del Sinodo dei Vescovi del 1980, ha
formulato con la "Carta dei Diritti della Famiglia"
rappresentano un programma operativo completo e organico per
tutti quei fedeli laici che, a diverso titolo, sono interessati
alla promozione dei valori e delle esigenze della famiglia: un
programma la cui realizzazione  da urgere con tanta maggior
tempestivit e decisione quanto pi gravi si fanno le minacce
alla stabilit e alla fecondit della famiglia e quanto pi
pesante e sistematico si fa il tentativo di emarginare la
famiglia e di vanificarne il peso sociale.
Come l'esperienza attesta, la civilt e la saldezza dei popoli
dipendono soprattutto dalla qualit umana delle loro famiglie.
Per questo l'impegno apostolico verso la famiglia acquista un
incomparabile valore sociale. La Chiesa, da parte sua, ne 
profondamente convinta, ben sapendo che "l'avvenire
dell'umanit passa attraverso la famiglia".
La carit anima e sostegno della solidariet
41. Il servizio alla societ si esprime e si realizza in
diversissime modalit: da quelle libere e informali a quelle
istituzionali, dall'aiuto dato ai singoli a quello rivolto a
vari gruppi e comunit di persone.
Tutta la Chiesa come tale  direttamente chiamata al servizio
della carit: "La santa Chiesa, come nelle sue origini unendo
l'agape con la Cena Eucaristica si manifestava tutta unita nel
vincolo della carit attorno a Cristo, cos, in ogni tempo, si
riconosce da questo contrassegno della carit e, mentre gode
delle iniziative altrui, rivendica le opere di carit come suo
dovere e diritto inalienabile. Perci la misericordia verso i
poveri e gli infermi come pure le cosiddette opere caritative e
di mutuo aiuto, destinate ad alleviare le necessit umane di
ogni genere, sono tenute dalla Chiesa in particolare
onore". La carit verso il prossimo, nelle forme antiche e
sempre nuove delle opere di misericordia corporale e
spirituale, rappresenta il contenuto pi immediato, comune e
abituale di quell'animazione cristiana dell'ordine temporale
che costituisce l'impegno specifico dei fedeli laici.
Con la carit verso il prossimo i fedeli laici vivono e
manifestano la loro partecipazione alla regalit di Ges
Cristo, al potere cio del Figlio dell'uomo che "non  venuto
per essere servito, ma per servire" (Mc 10, 45): essi vivono e
manifestano tale regalit nel modo pi semplice, possibile a
tutti e sempre, ed insieme nel modo pi esaltante, perch la
carit  il pi alto dono che lo Spirito offre per
l'edificazione della Chiesa (cf. 1 Cor 13, 13) e per il bene
dell'umanit. La carit, infatti, anima e sostiene un'operosa
solidariet attenta alla totalit dei bisogni dell'essere umano.
Una simile carit, attuata non solo dai singoli ma anche in
modo solidale dai gruppi e dalle comunit,  e sar sempre
necessaria: niente e nessuno la pu e la potr sostituire,
neppure le molteplici istituzioni e iniziative pubbliche, che
pure si sforzano di dare risposta ai bisogni - spesso oggi cos
gravi e diffusi - d'una popolazione. Paradossalmente tale
carit si fa pi necessaria quanto pi le istituzioni,
diventando complesse nell'organizzazione e pretendendo di
gestire ogni spazio disponibile, finiscono per essere rovinate
dal funzionalismo impersonale, dall'esagerata burocrazia, dagli
ingiusti interessi privati, dal disimpegno facile e generalizzato.
Proprio in questo contesto continuano a sorgere e a
diffondersi, in particolare nelle societ organizzate, varie
forme di volontariato che si esprimono in una molteplicit di
servizi e di opere. Se vissuto nella sua verit di servizio
disinteressato al bene delle persone, specialmente le pi
bisognose e le pi dimenticate dagli stessi servizi sociali, il
volontariato deve dirsi una espressione importante di
apostolato, nel quale i fedeli laici, uomini e donne, hanno un
ruolo di primo piano.
Tutti destinatari e protagonisti della politica
42. La carit che ama e serve la persona non pu mai essere
disgiunta dalla giustizia: e l'una e l'altra, ciascuna a suo
modo, esigono il pieno riconoscimento effettivo dei diritti
della persona, alla quale  ordinata la societ con tutte le
sue strutture ed istituzioni.
Per animare cristianamente l'ordine temporale, nel senso detto
di servire la persona e la societ, i fedeli laici non possono
affatto abdicare alla partecipazione alla "politica", ossia
alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa,
amministrativa e culturale, destinata a promuovere
organicamente e istituzionalmente il bene comune. Come
ripetutamente hanno affermato i Padri sinodali, tutti e
ciascuno hanno diritto e dovere di partecipare alla politica,
sia pure con diversit e complementariet di forme, livelli,
compiti e responsabilit. Le accuse di arrivismo, di idolatria
del potere, di egoismo e di corruzione che non infrequentemente
vengono rivolte agli uomini del governo, del parlamento, della
classe dominante, del partito politico; come pure l'opinione
non poco diffusa che la politica sia un luogo di necessario
pericolo morale, non giustificano minimamente n lo scetticismo
n l'assenteismo dei cristiani per la cosa pubblica.
, invece, quanto mai significativa la parola del Concilio
Vaticano II: "La Chiesa stima degna di lode e di considerazione
l'opera di coloro che per servire gli uomini si dedicano al
bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative
responsabilit".
Una politica per la persona e per la societ trova il suo
criterio basilare nel perseguimento del bene comune, come bene
di tutti gli uomini e di tutto l'uomo, bene offerto e garantito
alla libera e responsabile accoglienza delle persone, sia
singole che associate: "La comunit politica - leggiamo nella
Costituzione Gaudium et spes - esiste proprio in funzione di
quel bene comune, nel quale essa trova piena giustificazione e
significato e dal quale ricava il suo ordinamento giuridico,
originario e proprio. Il bene comune si concreta nell'insieme
di quelle condizioni della vita sociale, con le quali gli
uomini, le famiglie e le associazioni possono ottenere il
conseguimento pi pieno della propria perfezione".
Inoltre, una politica per la persona e per la societ trova la
sua linea costante di cammino nella difesa e nella promozione
della giustizia, intesa come "virt" alla quale tutti devono
essere educati e come "forza" morale che sostiene l'impegno a
favorire i diritti e i doveri di tutti e di ciascuno, sulla
base della dignit personale dell'essere umano.
Nell'esercizio del potere politico  fondamentale lo spirito di
servizio, che solo, unitamente alla necessaria competenza ed
efficienza, pu rendere "trasparente" o "pulita" l'attivit
degli uomini politici, come del resto la gente giustamente
esige. Ci sollecita la lotta aperta e il deciso superamento di
alcune tentazioni, quali il ricorso alla slealt e alla
menzogna, lo sperpero del pubblico denaro per il tornaconto di
alcuni pochi e con intenti clientelari, l'uso di mezzi equivoci
o illeciti per conquistare, mantenere e aumentare ad ogni costo il potere.
I fedeli laici impegnati nella politica devono certamente
rispettare l'autonomia rettamente intesa delle realt terrene,
cos come leggiamo nella Costituzione Gaudium et spes: " di
grande importanza, soprattutto in una societ pluralistica, che
si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunit
politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra
le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono
in proprio nome, come cittadini, guidati dalla coscienza
cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa
in comunione con i loro pastori. La Chiesa, che, in ragione del
suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si
confonde con la comunit politica e non  legata ad alcun
sistema politico,  insieme il segno e la salvaguardia del
carattere trascendente della persona umana". Nello
stessotempo - e questo  sentito oggi come urgenza e
responsabilit - i fedeli laici devono testimoniare quei valori
umani ed evangelici che sono intimamente connessi con
l'attivit politica stessa, come la libert e la giustizia, la
solidariet, la dedizione fedele e disinteressata al bene di
tutti, lo stile semplice di vita, l'amore preferenziale per i
poveri e gli ultimi. Ci esige che i fedeli laici siano sempre
pi animati da una reale partecipazione alla vita della Chiesa
e illuminati dalla sua dottrina sociale. In questo potranno
essere accompagnati e aiutati dalla vicinanza delle comunit
cristiane e dei loro Pastori.
Stile e mezzo per il realizzarsi d'una politica che intenda
mirare al vero sviluppo umano  la solidariet: questa
sollecita la partecipazione attiva e responsabile di tutti alla
vita politica, dai singoli cittadini ai gruppi vari, dai
sindacati ai partiti: insieme, tutti e ciascuno, siamo
destinatari e protagonisti della politica. In questo ambito,
come ho scritto nell'Enciclica Sollicitudo rei socialis, la
solidariet "non  un sentimento di vaga compassione o di
superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine
o lontane. Al contrario,  la determinazione ferma e
perseverante di impegnarsi per il bene comune:ossia per il bene
di tutti e di ciascuno, perch tutti siamo veramente
responsabili di tutti".
La solidariet politica esige oggi d'attuarsi secondo un
orizzonte che, superando la singola nazione o il singolo blocco
di nazioni, si configura come propriamente continentale e mondiale.
Il frutto dell'attivit politica solidale, da tutti tanto
desiderato ma pur sempre tanto immaturo,  la pace. I fedeli
laici non possono rimanere indifferenti, estranei e pigri di
fronte a tutto ci che  negazione e compromissione della pace:
violenza e guerra, tortura e terrorismo, campi di
concentramento, militarizzazione della politica, corsa agli
armamenti, minaccia nucleare. Al contrario, come discepoli di
Ges Cristo "Principe della pace" (Is 9, 5) e "Nostra Pace" (Ef
2, 14), i fedeli laici devono assumersi il compito di essere
"operatori di pace" (Mt 5, 9), sia mediante la conversione del
"cuore", sia mediante l'azione a favore della verit, della
libert, della giustizia e della carit, che della pace sono
gli irrinunciabili fondamenti.
Collaborando con tutti coloro che cercano veramente la pace e
servendosi degli specifici organismi e istituzioni nazionali e
internazionali, i fedeli laici devono promuovere un'opera
educativa capillare destinata a sconfiggere l'imperante cultura
dell'egoismo, dell'odio, della vendetta e dell'inimicizia e a
sviluppare la cultura della solidariet ad ogni livello. Tale
solidariet, infatti, " via alla pace e insieme allo
sviluppo". In questa prospettiva i Padri sinodali hanno
invitato i cristiani a rifiutare forme inaccettabili di
violenza, a promuovere atteggiamenti di dialogo e di pace e ad
impegnarsi per instaurare un ordine sociale e internazionale giusto.
Porre l'uomo al centro della vita economico-sociale
43. Il servizio alla societ da parte dei fedeli laici trova un
suo momento essenziale nella questione economico-sociale, la
cui chiave  data dall'organizzazione del lavoro.
La gravit attuale di tali problemi, colta nel panorama dello
sviluppo e secondo la proposta di soluzione da parte della
dottrina sociale della Chiesa,  stata ricordata recentemente
nell'Enciclica Sollicitudo rei socialis, alla quale desidero
caldamente rimandare tutti, in particolare i fedeli laici.
Tra i caposaldi della dottrina sociale della Chiesa sta il
principio della destinazione universale dei beni: i beni della
terra sono, nel disegno di Dio, offerti a tutti gli uomini e a
ciascun uomo come mezzo per lo sviluppo d'una vita
autenticamente umana. Al servizio di questa destinazione si
pone la propriet privata, la quale - proprio per questo -
possiede un'intrinseca funzione sociale. Concretamente il
lavoro dell'uomo e della donna rappresenta lo strumento pi
comune e pi immediato per lo sviluppo della vita economica,
strumento che insieme costituisce un diritto e un dovere d'ogni uomo.
Tutto questo rientra in modo particolare nella missione dei
fedeli laici. Il fine e il criterio della loro presenza e della
loro azione sono formulati in termini generali dal Concilio
Vaticano II: "Anche nella vita economico-sociale sono da
onorare e da promuovere la dignit e l'integrale vocazione
della persona umana come pure il bene dell'intera societ.
L'uomo infatti  l'autore, il centro e il fine di tutta la vita
economico-sociale".
Nel contesto delle sconvolgenti trasformazioni in atto nel
mondo dell'economia e del lavoro, i fedeli laici siano
impegnati in prima fila a risolvere i gravissimi problemi della
crescente disoccupazione, a battersi per il superamento pi
tempestivo di numerose ingiustizie che derivano da distorte
organizzazioni del lavoro, a far diventare il luogo di lavoro
una comunit di persone rispettate nella loro soggettivit e
nel loro diritto alla partecipazione, a sviluppare nuove
solidariet tra coloro che partecipano al lavoro comune, a
suscitare nuove forme di imprenditorialit e a rivedere i
sistemi di commercio, di finanza e di scambi tecnologici.
A tal fine i fedeli laici devono compiere il loro lavoro con
competenza professionale, con onest umana, con spirito
cristiano, come via della propria santificazione, secondo
l'esplicito invito del Concilio: "Con il lavoro, l'uomo
ordinariamente provvede alla vita propria e dei suoi familiari,
comunica con gli altri e rende servizio agli uomini suoi
fratelli, pu praticare una vera carit e collaborare con la
propria attivit al completarsi della divina creazione. Ancor
pi: sappiamo che, offrendo a Dio il proprio lavoro, l'uomo si
associa all'opera stessa redentiva di Cristo, il quale ha
conferito al lavoro una elevatissima dignit, lavorando con le
proprie mani a Nazareth".
In rapporto alla vita economico-sociale e al lavoro si pone
oggi, in modo sempre pi acuto, la questione cosiddetta
"ecologica". Certamente l'uomo ha da Dio stesso il compito di
"dominare" le cose create e di "coltivare il giardino" del
mondo; ma  un compito, questo, che l'uomo deve assolvere nel
rispetto dell'immagine divina ricevuta, e quindi con
intelligenza e con amore: egli deve sentirsi responsabile dei
doni che Dio gli ha elargito e continuamente gli elargisce.
L'uomo ha fra le mani un dono che deve passare - e, se
possibile, persino migliorato - alle generazioni future,
anch'esse destinatarie dei doni del Signore: "Il dominio
accordato dal Creatore all'uomo (...) non  un potere assoluto,
n si pu parlare di libert di "usare e abusare", o di
disporre delle cose come meglio aggrada. La limitazione imposta
dallo stesso Creatore fin dal principio, ed espressa
simbolicamente con la proibizione di "mangiare il frutto
dell'albero" (cf. Gen 2, 16-17), mostra con sufficiente
chiarezza che, nei confronti della natura visibile (...), siamo
sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che
non si possono impunemente trasgredire. Una giusta concezione
dello sviluppo non pu prescindere da queste considerazioni -
relative all'uso degli elementi della natura, alla
rinnovabilit delle risorse e alle conseguenze di una
industrializzazione disordinata -, le quali ripropongono alla
nostra coscienza la dimensione morale, che deve distinguere lo sviluppo".
Evangelizzare la cultura e le culture dell'uomo
44. Il servizio alla persona e alla societ umana si esprime e
si attua attraverso la creazione e la trasmissione della
cultura, che, specialmente ai nostri giorni, costituisce uno
dei pi gravi compiti della convivenza umana e dell'evoluzione
sociale. Alla luce del Concilio, intendiamo per "cultura" tutti
quei "mezzi con i quali l'uomo affina ed esplica le molteplici
sue doti di anima e di corpo; procura di ridurre in suo potere
il cosmo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende pi umana
la vita sociale sia nella famiglia che in tutta la societ
civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni;
infine, con l'andare del tempo, esprime, comunica e conserva
nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali,
affinch possano servire al progresso di molti, anzi di tutto
il genere umano". In questo senso, la cultura deve
ritenersi come il bene comune di ciascun popolo, l'espressione
della sua dignit, libert e creativit; la testimonianza del
suo cammino storico. In particolare, solo all'interno e tramite
la cultura la fede cristiana diventa storica e creatrice di storia.
Di fronte allo sviluppo di una cultura che si configura
dissociata non solo dalla fede cristiana, ma persino dagli
stessi valori umani; come pure di fronte ad una certa
cultura scientifica e tecnologica impotente nel dare risposta
alla pressante domanda di verit e di bene che brucia nel cuore
degli uomini, la Chiesa  pienamente consapevole dell'urgenza
pastorale che alla cultura venga riservata un'attenzione del
tutto speciale.
Per questo la Chiesa sollecita i fedeli laici ad essere
presenti, all'insegna del coraggio e della creativit
intellettuale, nei posti privilegiati della cultura, quali sono
il mondo della scuola e dell'universit, gli ambienti della
ricerca scientifica e tecnica, i luoghi della creazione
artistica e della riflessione umanistica. Tale presenza 
destinata non solo al riconoscimento e all'eventuale
purificazione degli elementi della cultura esistente
criticamente vagliati, ma anche alla loro elevazione mediante
le originali ricchezze del Vangelo e della fede cristiana.
Quanto il Concilio Vaticano II scrive circa il rapporto tra il
Vangelo e la cultura rappresenta un fatto storico costante ed
insieme un ideale operativo di singolare attualit e urgenza; 
un programma impegnativo consegnato alla responsabilit
pastorale dell'intera Chiesa e in essa alla responsabilit
specifica dei fedeli laici: "La buona novella di Cristo rinnova
continuamente la vita e la cultura dell'uomo decaduto, combatte
e rimuove gli errori e i mali, derivanti dalla sempre
minacciosa seduzione del peccato. Continuamente purifica ed
eleva la moralit dei popoli (...). In tal modo la Chiesa,
compiendo la sua missione, gi con questo stesso fatto stimola
e d il suo contributo alla cultura umana e civile e, mediante
la sua azione, anche liturgica, educa l'uomo alla libert interiore".
Meritano di essere qui riascoltate alcune espressioni
particolarmente significative della Esortazione Evangelii
nuntiandi di Paolo sesto:
"La Chiesa evangelizza allorquando, in virt della sola potenza
divina del Messaggio che essa proclama (cf. Rom 1, 16; 1 Cor 1, 18; 
2, 4), cerca di convertire la coscienza personale e insieme
collettiva degli uomini, l'attivit nella quale essi sono
impegnati, la vita e l'ambiente concreto loro propri. Strati
dell'umanit che si trasformano: per la Chiesa non si tratta
soltanto di predicare il Vangelo in fasce geografiche sempre
pi vaste o a popolazioni sempre pi estese, ma anche di
raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i
criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti
d'interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i
modelli di vita dell'umanit, che sono in contrasto con la
Parola di Dio e col disegno della salvezza. Si potrebbe
esprimere tutto ci dicendo cos: occorre evangelizzare - non
in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale,
ma in modo vitale, in profondit e fino alle radici - la
cultura e le culture dell'uomo (...). La rottura tra Vangelo e
cultura  senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu
anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista
di una generosa evangelizzazione della cultura, pi esattamente
delle culture".
La via attualmente privilegiata per la creazione e per la
trasmissione della cultura sono gli strumenti della
comunicazione sociale. Anche il mondo dei mass-media, in
seguito all'accelerato sviluppo innovativo e all'influsso
insieme planetario e capillare sulla formazione della mentalit
e del costume, rappresenta una nuova frontiera della missione
della Chiesa. In particolare, la responsabilit professionale
dei fedeli laici in questo campo, esercitata sia a titolo
personale sia mediante iniziative ed istituzioni comunitarie,
esige di essere riconosciuta in tutto il suo valore e sostenuta
con pi adeguate risorse materiali, intellettuali e pastorali.
Nell'impiego e nella recezione degli strumenti di comunicazione
urgono sia un'opera educativa al senso critico, animato dalla
passione per la verit, sia un'opera di difesa della libert,
del rispetto alla dignit personale, dell'elevazione
dell'autentica cultura dei popoli, mediante il rifiuto fermo e
coraggioso di ogni forma di monopolizzazione e di
manipolazione.
N a quest'opera di difesa si ferma la responsabilit pastorale
dei fedeli laici: su tutte le strade del mondo, anche su quelle
maestre della stampa, del cinema, della radio, della
televisione e del teatro, dev'essere annunciato il Vangelo che salva.
CAPITOLO 4
GLI OPERAI DELLA VIGNA DEL SIGNORE
Buoni amministratori della multiforme grazia di Dio
La variet delle vocazioni
45. Secondo la parabola evangelica, il "padrone di casa" chiama
gli operai alla sua vigna nelle diverse ore della giornata:
alcuni all'alba, altri verso le nove del mattino, altri ancora
verso mezzogiorno e le tre, gli ultimi verso le cinque (cf. Mt 20, 1 seguenti).
Nel commento a questa pagina del Vangelo, San
Gregorio Magno interpreta le ore diverse della chiamata
rapportandole alle et della vita: " possibile applicare la
diversit delle ore - egli scrive - alle diverse et dell'uomo.
Il mattino pu certo rappresentare, in questa nostra
interpretazione, la fanciullezza. L'ora terza, poi, si pu
intendere come l'adolescenza: il sole si muove verso l'alto del
cielo, cio cresce l'ardore dell'et. La sesta ora  la
giovinezza: il sole sta come nel mezzo del cielo, ossia in
quest'et si rafforza la pienezza del vigore. L'anzianit
rappresenta l'ora nona, perch come il sole declina dal suo
alto asse cos quest'et comincia a perdere l'ardore della
giovinezza. L'undicesima ora  l'et di quelli molto avanzati
negli anni (...). Gli operai sono, dunque, chiamati alla vigna
in diverse ore, come per dire che alla vita santa uno 
condotto durante la fanciullezza, un altro nella giovinezza, un
altro nell'anzianit e un altro nell'et pi avanzata".
Possiamo riprendere ed estendere il commento di San Gregorio
Magno in rapporto alla straordinaria variet di presenze nella
Chiesa, tutte e ciascuna chiamate a lavorare per l'avvento del
Regno di Dio secondo la diversit di vocazioni e situazioni,
carismi e ministeri.  una variet legata non solo all'et, ma
anche alla differenza di sesso e alla diversit delle doti,
come pure alle vocazioni e alle condizioni di vita;  una
variet che rende pi viva e concreta la ricchezza della Chiesa.
Giovani, bambini, anziani
I giovani, speranza della Chiesa
46. Il Sinodo ha voluto riservare un'attenzione particolare ai
giovani. E giustamente. In tanti paesi del mondo, essi
rappresentano la met dell'intera popolazione e, spesso, la
met numerica dello stesso Popolo di Dio che in quei paesi vive.
Gi sotto questo aspetto i giovani costituiscono una forza
eccezionale e sono una grande sfida per l'avvenire della
Chiesa. Nei giovani, infatti, la Chiesa legge il suo camminare
verso il futuro che l'attende e trova l'immagine e il richiamo
di quella lieta giovinezza di cui lo Spirito di Cristo
costantemente l'arricchisce. In questo senso il Concilio ha
definito i giovani "speranza della Chiesa".
Nella lettera scritta ai giovani e alle giovani del mondo, il
31 marzo 1985, leggiamo: "La Chiesa guarda i giovani; anzi, la
Chiesa in modo speciale guarda se stessa nei giovani, in voi
tutti ed insieme in ciascuna e in ciascuno di voi. Cos  stato
sin dall'inizio, dai tempi apostolici. Le parole di san
Giovanni nella sua Prima Lettera possono essere una particolare
testimonianza: "Scrivo a voi, giovani, perch avete vinto il
maligno. Ho scritto a voi, figlioli, perch avete conosciuto il
Padre (...). Ho scritto a voi, giovani, perch siete forti, e
la parola di Dio dimora in voi" (1 Gv 2, 13 ss.) (...). Nella
nostra generazione, al termine del secondo Millennio dopo
Cristo, anche la Chiesa guarda se stessa nei giovani".
I giovani non devono essere considerati semplicemente come
l'oggetto della sollecitudine pastorale della Chiesa: sono di
fatto, e devono venire incoraggiati ad esserlo, soggetti
attivi, protagonisti dell'evangelizzazione e artefici del
rinnovamento sociale. La giovinezza  il tempo di una
scoperta particolarmente intensa del proprio "io" e del proprio
"progetto di vita",  il tempo di una crescita che deve
avvenire "in sapienza, et e grazia davanti a Dio e agli
uomini" (Lc 2, 52).
Come hanno detto i Padri sinodali, "la sensibilit dei giovani
percepisce profondamente i valori della giustizia, della non
violenza e della pace. Il loro cuore  aperto alla fraternit,
alla amicizia e alla solidariet. Sono mobilitati al massimo
per le cause che riguardano la qualit della vita e la
conservazione della natura. Ma essi sono anche carichi di
inquietudini, di delusioni, di angosce e paure del mondo, oltre
che delle tentazioni proprie del loro stato".
La Chiesa deve rivivere l'amore di predilezione che Ges ha
testimoniato al giovane del Vangelo: "Ges, fissatolo, lo am"
(Mc 10, 21). Per questo la Chiesa non si stanca di annunciare
Ges Cristo, di proclamare il suo Vangelo come l'unica e
sovrabbondante risposta alle pi radicali aspirazioni dei
giovani, come la proposta forte ed esaltante di una sequela
personale ("vieni e seguimi" (Mc 10, 21)), che comporta la
condivisione all'amore filiale di Ges per il Padre e la
partecipazione alla sua missione di salvezza per l'umanit.
La Chiesa ha tante cose da dire ai giovani, e i giovani hanno
tante cose da dire alla Chiesa. Questo reciproco dialogo, da
attuarsi con grande cordialit, chiarezza e coraggio, favorir
l'incontro e lo scambio tra le generazioni, e sar fonte di
ricchezza e di giovinezza per la Chiesa e per la societ
civile. Nel suo messaggio ai giovani il Concilio dice: "La
Chiesa vi guarda con fiducia e con amore (...). Essa  la vera
giovinezza del mondo (...), guardatela e troverete in lei il
volto di Cristo".
I bambini e il regno dei cieli
47. I bambini sono certamente il termine dell'amore delicato e
generoso del Signore Ges: ad essi riserva la sua benedizione e
ancor pi assicura il regno dei cieli (cf. Mt 19, 13-15; Mc 10,
14). In particolare Ges esalta il ruolo attivo che i piccoli
hanno nel Regno di Dio: sono il simbolo eloquente e la
splendida immagine di quelle condizioni morali e spirituali che
sono essenziali per entrare nel Regno di Dio e per viverne la
logica di totale affidamento al Signore: "In verit vi dico: se
non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non
entrerete nel regno dei cieli. Perch chiunque diventer
piccolo come questo bambino, sar il pi grande nel regno dei
cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome
mio accoglie me" (Mt 18, 3-5; cf. Lc 9, 48).
I bambini ci ricordano che la fecondit missionaria della
Chiesa ha la sua radice vivificante non nei mezzi e nei meriti
umani, ma nel dono assolutamente gratuito di Dio. La vita di
innocenza e di grazia dei bambini, come pure le sofferenze loro
ingiustamente inflitte, ottengono, in virt della Croce di
Cristo, uno spirituale arricchimento per loro e per l'intera
Chiesa: di questo tutti dobbiamo prendere pi viva e grata
coscienza.
Si deve riconoscere, inoltre, che anche nell'et dell'infanzia
e della fanciullezza sono aperte preziose possibilit operative
sia per l'edificazione della Chiesa che per l'umanizzazione
della societ. Quanto il Concilio dice della presenza benefica
e costruttiva dei figli all'interno della famiglia "chiesa
domestica": "I figli, come membra vive della famiglia,
contribuiscono pure a loro modo alla santificazione dei
genitori", dev'essere ripetuto dei bambini in rapporto alla
Chiesa particolare e universale. Lo rilevava gi Jean Gerson,
teologo ed educatore del xv secolo, per il quale "i fanciulli e
gli adolescenti non sono certo una parte trascurabile della Chiesa".
Gli anziani e il dono della sapienza
48. Alle persone anziane, spesso ingiustamente ritenute inutili
se non addirittura d'insopportabile peso, ricordo che la Chiesa
chiede e attende che esse abbiano a continuare la loro missione
apostolica e missionaria, non solo possibile e doverosa anche a
quest'et, ma da questa stessa et resa in qualche modo
specifica e originale.
La Bibbia ama presentare l'anziano come il simbolo della
persona ricca di sapienza e di timore di Dio (cf. Sir 25, 4-6).
In questo senso il "dono" dell'anziano potrebbe qualificarsi
come quello di essere, nella Chiesa e nella societ, il
testimone della tradizione di fede (cf. Sal 44, 2; Es 12, 26-
27), il maestro di vita (cf. Sir 6, 34; 8, 11-12), l'operatore di carit.
Ora l'aumentato numero di persone anziane in diversi paesi del
mondo e la cessazione anticipata dell'attivit professionale e
lavorativa aprono uno spazio nuovo al compito apostolico degli
anziani:  un compito da assumersi superando con decisione la
tentazione di rifugiarsi nostalgicamente in un passato che non
ritorna pi o di rifuggire da un impegno presente per le
difficolt incontrate in un mondo dalle continue novit; e
prendendo sempre pi chiara coscienza che il proprio ruolo
nella Chiesa e nella societ non conosce affatto soste dovute
all'et, bens conosce solo modi nuovi. Come dice il salmista:
"Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e
rigogliosi, per annunziare quanto  retto il Signore" (Sal 92,
15-16). Ripeto quanto ho detto durante la celebrazione del
Giubileo degli Anziani: "L'ingresso nella terza et  da
considerarsi un privilegio: non solo perch non tutti hanno la
fortuna di raggiungere questo traguardo, ma anche e soprattutto
perch questo  il periodo delle possibilit concrete di
riconsiderare meglio il passato, di conoscere e di vivere pi
profondamente il mistero pasquale, di divenire esempio nella
Chiesa a tutto il Popolo di Dio (...). Nonostante la
complessit dei vostri problemi da risolvere, le forze che
progressivamente si affievoliscono, e malgrado le insufficienze
delle organizzazioni sociali, i ritardi della legislazione
ufficiale, le incomprensioni di una societ egoistica, voi non
siete n dovete sentirvi ai margini della vita della Chiesa,
elementi passivi di un mondo in eccesso di movimento, ma
soggetti attivi di un periodo umanamente e spiritualmente
fecondo dell'esistenza umana. Avete ancora una missione da
compiere, un contributo da dare. Secondo il progetto divino
ogni singolo essere umano  una vita in crescita, dalla prima
scintilla dell'esistenza fino all'ultimo respiro".
Donne e uomini
49. I Padri sinodali hanno riservato una speciale attenzione
alla condizione e al ruolo della donna, secondo un duplice
intento: riconoscere e invitare a riconoscere, da parte di
tutti ed ancora una volta, l'indispensabile contributo della
donna all'edificazione della Chiesa e allo sviluppo della
societ; operare, inoltre, un'analisi pi specifica circa la
partecipazione della donna alla vita e alla missione della Chiesa.
Riferendosi a Giovanni XXIII, che vide nella coscienza
femminile della propria dignit e nell'ingresso delle donne
nella vita pubblica un segno dei nostri tempi, i Padri del
Sinodo hanno affermato ripetutamente e fortemente, di fronte
alle forme pi varie di discriminazioni e di emarginazioni alle
quali soggiace la donna a motivo del suo semplice essere donna,
l'urgenza di difendere e di promuovere la dignit personale
della donna, e quindi la sua eguaglianza con l'uomo.
Se di tutti nella Chiesa e nella societ  questo compito, lo 
in particolare delle donne, che si devono sentire impegnate
come protagoniste in prima linea. C' ancora tanto sforzo da
compiere, in pi parti del mondo e in diversi ambiti, perch
sia distrutta quella ingiusta e deleteria mentalit che
considera l'essere umano come una cosa, come un oggetto di
compra-vendita, come uno strumento dell'interesse egoistico o
del solo piacere, tanto pi che di tale mentalit la prima
vittima  proprio la donna stessa. Al contrario, solo l'aperto
riconoscimento della dignit personale della donna costituisce
il primo passo da compiere per promuoverne la piena
partecipazione sia alla vita ecclesiale che a quella sociale e
pubblica. Si deve dare risposta pi ampia e decisiva alla
richiesta fatta dall'Esortazione Familiaris consortio circa le
molteplici discriminazioni delle quali le donne sono vittime:
"che da parte di tutti si svolga un'azione pastorale specifica
pi vigorosa e incisiva, affinch esse siano definitivamente
vinte, cos da giungere alla stima piena dell'immagine di Dio
che risplende in tutti gli esseri umani, nessuno escluso".
Nella stessa linea i Padri sinodali hanno affermato: "La
Chiesa, come espressione della sua missione, deve opporsi con
fermezza contro tutte le forme di discriminazione e di abuso
delle donne". E ancora: "La dignit della donna,
gravemente ferita nell'opinione pubblica, dev'essere ricuperata
per mezzo dell'effettivo rispetto dei diritti della persona
umana e per mezzo della pratica della dottrina della Chiesa".
In particolare, circa la partecipazione attiva e responsabile
alla vita e alla missione della Chiesa,  da rilevarsi come gi
il Concilio Vaticano II sia stato oltre modo esplicito nel
sollecitarla: "Poich ai nostri giorni le donne prendono sempre
pi parte attiva in tutta la vita della societ,  di grande
importanza una loro pi larga partecipazione anche nei vari
campi dell'apostolato della Chiesa".
La coscienza che la donna, con i doni e i compiti propri, ha
una sua specifica vocazione  andata crescendo e
approfondendosi nel periodo post-conciliare, ritrovando la sua
ispirazione pi originale nel Vangelo e nella storia della
Chiesa. Per il credente, infatti, il Vangelo, ossia la parola e
l'esempio di Ges Cristo, rimane il punto di riferimento
necessario e decisivo: ed  quanto mai fecondo ed innovativo
anche per l'attuale momento storico.
Pur non chiamate all'apostolato proprio dei Dodici, e quindi al
sacerdozio ministeriale, molte donne accompagnano Ges nel suo
ministero e assistono il gruppo degli Apostoli (cf. Lc 8, 2-3);
sono presenti sotto la Croce (cf. Lc 23, 49); assistono alla
sepoltura di Ges (cf. Lc 23, 55) e il mattino di Pasqua
ricevono e trasmettono l'annuncio della risurrezione (cf. Lc
24, 1-10); pregano con gli Apostoli nel Cenacolo nell'attesa
della Pentecoste (cf. At 1, 14).
Nella scia del Vangelo, la Chiesa delle origini si distacca
dalla cultura del tempo e chiama la donna a compiti connessi
con l'evangelizzazione. Nelle sue Lettere l'apostolo Paolo
ricorda, anche per nome, numerose donne per le loro varie
funzioni all'interno e al servizio delle prime comunit
ecclesiali (cf. Rom 16, 1-15; Fil 4, 2-3; Col 4, 15 e 1 Cor 11,
5; 1 Tim 5, 16). "Se la testimonianza degli Apostoli fonda la
Chiesa - ha detto Paolo VI -, quella delle donne contribuisce
grandemente a nutrire la fede delle comunit cristiane".
E come alle origini, cos nello sviluppo successivo la Chiesa
ha sempre conosciuto, anche se in differenti modi e con
accentuazioni diverse, donne che hanno esercitato un ruolo
talvolta decisivo e svolto compiti di valore considerevole per
la Chiesa stessa.  una storia d'immensa operosit, il pi
delle volte umile e nascosta ma non per questo meno decisiva
per la crescita e per la santit della Chiesa.  necessario
che questa storia sia continuata, anzi che si allarghi e si
intensifichi di fronte all'accresciuta e universalizzata
consapevolezza della dignit personale della donna e della sua
vocazione, nonch di fronte all'urgenza di una "nuova
evangelizzazione" e di una maggiore "umanizzazione" delle
relazioni sociali.
Raccogliendo la consegna del Concilio Vaticano II, nella quale
si specchia il messaggio del Vangelo e della storia della
Chiesa, i Padri del Sinodo hanno formulato, tra le altre,
questa precisa "raccomandazione": " necessario che la Chiesa,
per la sua vita e la sua missione, riconosca tutti i doni delle
donne e degli uomini e li traduca in pratica". E ancora:
"Questo Sinodo proclama che la Chiesa esige il riconoscimento e
l'utilizzazione di tutti questi doni, esperienze e attitudini
degli uomini e delle donne perch la sua missione risulti pi
efficace (cf. Congregazione per la Dottrina della Fede,
Instructio de libertate christiana et liberatione, 72)".
Fondamenti antropologici e teologici
50. La condizione per assicurare la giusta presenza della donna
nella Chiesa e nella societ  una considerazione pi
penetrante e accurata dei fondamenti antropologici della
condizione maschile e femminile, destinata a precisare
l'identit personale propria della donna nel suo rapporto di
diversit e di reciproca complementariet con l'uomo, non solo
per quanto riguarda i ruoli da tenere e le funzioni da
svolgere, ma anche e pi profondamente per quanto riguarda la
sua struttura e il suo significato personale. I Padri sinodali
hanno sentito vivamente questa esigenza affermando che "i
fondamenti antropologici e teologici hanno bisogno di studi
approfonditi per la risoluzione dei problemi relativi al vero
significato e alla dignit di ambedue i sessi".
Impegnandosi nella riflessione sui fondamenti antropologici e
teologici della condizione femminile, la Chiesa si rende
presente nel processo storico dei vari movimenti di promozione
della donna e, scendendo alle radici stesse dell'essere
personale della donna, vi apporta il suo contributo pi
prezioso. Ma prima e pi ancora la Chiesa intende, in tal modo,
obbedire a Dio che, creando l'uomo "a sua immagine", "maschio e
femmina li cre" (Gen 1, 27); cos come intende accogliere la
chiamata di Dio a conoscere, ad ammirare e a vivere il suo
disegno.  un disegno che "al principio"  stato
indelebilmente impresso nello stesso essere della persona umana
- uomo e donna - e, pertanto, nelle sue strutture significative
e nei suoi profondi dinamismi. Proprio questo disegno,
sapientissimo e amoroso, chiede di essere esplorato in tutta la
ricchezza del suo contenuto:  la ricchezza che dal "principio"
si  venuta poi progressivamente manifestando e attuando lungo
l'intera storia della salvezza, ed  culminata nella "pienezza
del tempo", allorquando "Dio mand il suo Figlio, nato da
donna" (Gal 4, 4). Quella "pienezza" continua nella storia: la
lettura del disegno di Dio sulla donna  incessantemente
operata e da operarsi nella fede della Chiesa, anche grazie
alla vita vissuta di tante donne cristiane. Senza dimenticare
l'aiuto che pu venire dalle diverse scienze umane e dalle
varie culture: queste, grazie ad un illuminato discernimento,
potranno aiutare a cogliere e a precisare i valori e le
esigenze che appartengono all'essenza perenne della donna e
quelli legati all'evolversi storico delle culture stesse. Come
ci ricorda il Concilio Vaticano II, "la Chiesa afferma che al
di sotto di tutti i mutamenti ci sono molte cose che non
cambiano: esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che
 sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli (cf. Ebr 13,8)".
Sui fondamenti antropologici e teologici della dignit
personale della donna si sofferma la Lettera Apostolica sulla
dignit e sulla vocazione della donna. Il documento, che
riprende, prosegue e specifica le riflessioni della catechesi
del mercoled dedicata per lungo tempo alla "teologia del
corpo", vuole essere insieme l'adempimento di una promessa
fatta nell'Enciclica Redemptoris Mater e la risposta alla
richiesta dei Padri sinodali.
La lettura della Lettera Mulieris dignitatem, anche per il suo
carattere di meditazione biblicoteologica, potr stimolare
tutti, uomini e donne, e in particolare i cultori delle scienze
umane e delle discipline teologiche, a proseguire nello studio
critico cos da approfondire sempre meglio, sulla base della
dignit personale dell'uomo e della donna e della loro
reciproca relazione, i valori ed i doni specifici della
femminilit e della mascolinit, non solo nell'ambito del
vivere sociale ma anche e soprattutto in quello dell'esistenza
cristiana ed ecclesiale.
La meditazione sui fondamenti antropologici e teologici della
donna deve illuminare e guidare la risposta cristiana alla
domanda cos frequente, e talvolta cos acuta, circa lo
"spazio" che la donna pu e deve avere nella Chiesa e nella societ.
Dalla parola e dall'atteggiamento di Cristo, che sono normativi
per la Chiesa, risulta con grande chiarezza che nessuna
discriminazione esiste sul piano del rapporto con Cristo, nel
quale "non c' pi uomo n donna, poich tutti voi siete uno in
Cristo Ges" (Gal 3, 28) e sul piano della partecipazione alla
vita e alla santit della Chiesa, come splendidamente attesta
la profezia di Gioele realizzatasi con la Pentecoste: "Io
effonder il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i
vostri figli e le vostre figlie" (Gl 3, 1; cf. At 2, 17 ss.).
Come si legge nella Lettera Apostolica sulla dignit e sulla
vocazione della donna, "tutt'e due - la donna come l'uomo -
(...) sono suscettibili in eguale misura dell'elargizione della
verit divina e dell'amore nello Spirito Santo. Ambedue
accolgono le sue "visite" salvifiche e santificanti".
Missione nella Chiesa e nel mondo
51. Circa poi la partecipazione alla missione apostolica della
Chiesa, non c' dubbio che, in forza del Battesimo e della
Cresima, la donna - come l'uomo -  resa partecipe del triplice
ufficio di Ges Cristo Sacerdote, Profeta, Re, e quindi 
abilitata e impegnata all'apostolato fondamentale della Chiesa:
l'evangelizzazione. D'altre parte, proprio nel compimento di
questo apostolato, la donna  chiamata a mettere in opera i
suoi "doni" propri: anzitutto, il dono che  la sua stessa
dignit personale, mediante la parola e la testimonianza di
vita; i doni, poi, connessi con la sua vocazione femminile.
Nella partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa la
donna non pu ricevere il sacramento dell'Ordine e, pertanto,
non pu compiere le funzioni proprie del sacerdozio
ministeriale.  questa una disposizione che la Chiesa ha
sempre ritrovato nella precisa volont, totalmente libera e
sovrana, di Ges Cristo che ha chiamato solo uomini come suoi
apostoli; una disposizione che pu trovare luce nel
rapporto tra Cristo Sposo e la Chiesa Sposa. Siamo
nell'ambito della funzione, non della dignit e della santit.
Si deve, in realt, affermare: "Anche se la Chiesa possiede una
struttura "gerarchica", tuttavia tale struttura  totalmente
ordinata alla santit delle membra di Cristo".
Ma, come gi diceva Paolo VI, se "noi non possiamo cambiare il
comportamento di nostro Signore n la chiamata da Lui rivolta
alle donne, per dobbiamo riconoscere e promuovere il ruolo
delle donne nella missione evangelizzatrice e nella vita della
comunit cristiana".
 del tutto necessario passare dal riconoscimento teorico
della presenza attiva e responsabile della donna nella Chiesa
alla realizzazione pratica. E in questo preciso senso deve
leggersi la presente Esortazione che si rivolge ai fedeli
laici, con la deliberata e ripetuta specificazione "uomini e
donne". Inoltre il nuovo Codice di Diritto Canonico contiene
molteplici disposizioni sulla partecipazione della donna alla
vita e alla missione della Chiesa: sono disposizioni che
esigono d'essere pi comunemente conosciute e, sia pure secondo
le diverse sensibilit culturali e opportunit pastorali,
attuate con maggiore tempestivit e risoluzione.
Si pensi, ad esempio, alla partecipazione delle donne ai
Consigli pastorali diocesani e parrocchiali, come pure ai
Sinodi diocesani e ai Concili particolari. In questo senso i
Padri sinodali hanno scritto: "Le donne partecipino alla vita
della Chiesa senza alcuna discriminazione, anche nelle
consultazioni e nell'elaborazione di decisioni". E ancora:
"Le donne, le quali hanno gi una grande importanza nella
trasmissione della fede e nel prestare servizi di ogni genere
nella vita della Chiesa, devono essere associate alla
preparazione dei documenti pastorali e delle iniziative
missionarie e devono essere riconosciute come cooperatrici
della missione della Chiesa nella famiglia, nella professione e
nella comunit civile".
Nell'ambito pi specifico dell'evangelizzazione e della
catechesi  da promuovere con pi forza il compito particolare
che la donna ha nella trasmissione della fede, non solo nella
famiglia ma anche nei pi diversi luoghi educativi e, in
termini pi ampi, in tutto ci che riguarda l'accoglienza della
Parola di Dio, la sua comprensione e la sua comunicazione,
anche mediante lo studio, la ricerca e la docenza teologica.
Mentre adempir il suo impegno di evangelizzazione, la donna
sentir pi vivo il bisogno di essere evangelizzata. Cos, con
gli occhi illuminati dalla fede (cf. Ef 1, 18), la donna potr
distinguere ci che veramente risponde alla sua dignit
personale e alla sua vocazione da tutto ci che, magari sotto
il pretesto di questa "dignit" e nel nome della "libert" e
del "progresso", fa s che la donna non serva al consolidamento
dei veri valori ma, al contrario, diventi responsabile del
degrado morale delle persone, degli ambienti e della societ.
Operare un simile "discernimento"  un'urgenza storica
indilazionabile e, nello stesso tempo,  una possibilit e
un'esigenza che derivano dalla partecipazione all'ufficio
profetico di Cristo e della sua Chiesa da parte della donna
cristiana. Il "discernimento", di cui parla pi volte
l'apostolo Paolo, non  solo valutazione delle realt e degli
avvenimenti alla luce della fede;  anche decisione concreta e
impegno operativo, non solo nell'ambito della Chiesa ma anche
in quello della societ umana.
Si pu dire che tutti i problemi del mondo contemporaneo, di
cui gi parlava la seconda parte della Costituzione conciliare
Gaudium et spes e che il tempo non ha affatto n risolto n
attutito, devono vedere le donne presenti e impegnate, e
precisamente con il loro contributo tipico e insostituibile.
In particolare, due grandi compiti affidati alla donna meritano
di essere riproposti all'attenzione di tutti.
Il compito, anzitutto, di dare piena dignit alla vita
matrimoniale e alla maternit. Nuove possibilit si aprono oggi
alla donna per una comprensione pi profonda e per una
realizzazione pi ricca dei valori umani e cristiani implicati
nella vita coniugale e nell'esperienza della maternit: l'uomo
stesso - il marito e il padre - pu superare forme di
assenteismo o di presenza episodica e parziale, anzi pu
coinvolgersi in nuove e significative relazioni di comunione
interpersonale, proprio grazie all'intervento intelligente,
amorevole e decisivo della donna.
Il compito, poi, di assicurare la dimensione morale della
cultura, la dimensione cio di una cultura degna dell'uomo,
della sua vita personale e sociale. Il Concilio Vaticano II
sembra collegare la dimensione morale della cultura con la
partecipazione dei laici alla missione regale di Cristo: "I
laici, anche mettendo in comune la loro forza, risanino le
istituzioni e le condizioni di vita del mondo, se ve ne sono
che spingono i costumi al peccato, cos che tutte siano rese
conformi alle norme della giustizia e, anzich ostacolare,
favoriscano l'esercizio delle virt. Cos agendo impregneranno
di valore morale la cultura e i lavori dell'uomo".
Man mano che la donna partecipa attivamente e responsabilmente
alla funzione delle istituzioni, dalle quali dipende la
salvaguardia del primato dovuto ai valori umani nella vita
delle comunit politiche, le parole del Concilio ora citate
indicano un importante campo d'apostolato della donna: in tutte
le dimensioni della vita di queste comunit, dalla dimensione
socio-economica a quella socio-politica, devono essere
rispettate e promosse la dignit personale della donna e la sua
specifica vocazione: nell'ambito non solo individuale ma anche
comunitario, non solo in forme lasciate alla libert
responsabile delle persone ma anche in forme garantite da leggi
civili giuste.
"Non  bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto a lui
simile" (Gen 2, 18). Alla donna Dio Creatore ha affidato
l'uomo. Certo, l'uomo  stato affidato ad ogni uomo, ma in modo
particolare alla donna, perch proprio la donna sembra avere
una specifica sensibilit, grazie alla speciale esperienza
della sua maternit, per l'uomo e per tutto ci che costituisce
il suo vero bene, a cominciare dal fondamentale valore della
vita. Quanto grandi sono le possibilit e le responsabilit
della donna in questo campo, in un tempo nel quale lo sviluppo
della scienza e della tecnica non  sempre ispirato e misurato
dalla vera sapienza, con l'inevitabile rischio di
"disumanizzare" la vita umana, soprattutto quando essa
esigerebbe amore pi intenso e pi generosa accoglienza.
La partecipazione della donna alla vita della Chiesa e della
societ, mediante i suoi doni, costituisce insieme la strada
necessaria per la sua realizzazione personale - sulla quale
oggi giustamente tanto si insiste - e il contributo originale
della donna all'arricchimento della comunione ecclesiale e al
dinamismo apostolico del Popolo di Dio.
In questa prospettiva si deve considerare la presenza anche
dell'uomo, insieme alla donna.
Compresenza e collaborazione degli uomini e delle donne
52. Non  mancata nell'aula sinodale la voce di quanti hanno
espresso il timore che un'eccessiva insistenza portata sulla
condizione e sul ruolo delle donne potesse sfociare in
un'inaccettabile dimenticanza: quella, appunto, riguardante gli
uomini. In realt diverse situazioni ecclesiali devono
lamentare l'assenza o la troppo scarsa presenza degli uomini,
una parte dei quali abdica alle proprie responsabilit
ecclesiali, lasciando che siano assolte soltanto dalle donne:
cos, ad esempio, la partecipazione alla preghiera liturgica in
Chiesa, l'educazione e in particolare la catechesi ai propri
figli e ad altri fanciulli, la presenza ad incontri religiosi e
culturali, la collaborazione ad iniziative caritative e
missionarie.
 allora da urgere pastoralmente la presenza coordinata degli
uomini e delle donne perch sia resa pi completa, armonica e
ricca la partecipazione dei fedeli laici alla missione
salvifica della Chiesa.
La ragione fondamentale che esige e spiega la compresenza e la
collaborazione degli uomini e delle donne non  solo, come ora
si  rilevato, la maggiore significativit ed efficacia
dell'azione pastorale della Chiesa; n, tanto meno, il semplice
dato sociologico di una convivenza umana che  naturalmente
fatta di uomini e di donne. , piuttosto, il disegno
originario del Creatore che dal "principio" ha voluto l'essere
umano come "unit dei due", ha voluto l'uomo e la donna come
prima comunit di persone, radice di ogni altra comunit, e,
nello stesso tempo, come "segno" di quella comunione
interpersonale d'amore che costituisce la misteriosa vita
intima di Dio Uno e Trino.
Proprio per questo il modo pi comune e capillare, e nello
stesso tempo fondamentale, per assicurare questa presenza
coordinata e armonica di uomini e di donne nella vita e nella
missione della Chiesa,  l'esercizio dei compiti e delle
responsabilit della coppia e della famiglia cristiana, nel
quale traspare e si comunica la variet delle diverse forme di
amore e di vita: la forma coniugale, paterna e materna, filiale
e fraterna. Leggiamo nell'Esortazione Familiaris consortio: "Se
la famiglia cristiana  comunit, i cui vincoli sono rinnovati
da Cristo mediante la fede e i sacramenti, la sua
partecipazione alla missione della Chiesa deve avvenire secondo
una modalit comunitaria: insieme, dunque i coniugi in quanto
coppia, i genitori e i figli in quanto famiglia, devono vivere
il loro servizio alla Chiesa e al mondo (...). La famiglia
cristiana, poi, edifica il Regno di Dio nella storia mediante
quelle stesse realt quotidiane che riguardano e
contraddistinguono la sua condizione di vita:  allora
nell'amore coniugale e familiare - vissuto nella sua
straordinaria ricchezza di valori ed esigenze di totalit,
unicit, fedelt e fecondit - che si esprime e si realizza la
partecipazione della famiglia cristiana alla missione
profetica, sacerdotale e regale di Ges Cristo e della sua Chiesa".
Situandosi in questa prospettiva, i Padri sinodali hanno
ricordato il significato che il sacramento del Matrimonio deve
assumere nella Chiesa e nella societ per illuminare e ispirare
tutte le relazioni tra l'uomo e la donna. In tal senso hanno
ribadito "l'urgente necessit che ciascun cristiano viva e
annunci il messaggio di speranza contenuto nella relazione tra
l'uomo e la donna Il sacramento del Matrimonio, che consacra
questa relazione nella sua forma coniugale e la rivela come
segno della relazione di Cristo con la sua Chiesa, contiene un
insegnamento di grande importanza per la vita della Chiesa;
questo insegnamento deve arrivare per mezzo della Chiesa al
mondo di oggi; tutte le relazioni tra l'uomo e la donna debbono
ispirarsi a questo spirito. La Chiesa deve utilizzare queste
ricchezze ancora pi pienamente". Gli stessi Padri hanno
giustamente rilevato che "la stima della verginit e il
rispetto della maternit debbono ambedue essere
ricuperate": ancora una volta per lo sviluppo di vocazioni
diverse e complementari nel contesto vivo della comunione
ecclesiale e al servizio della sua continua crescita.
Malati e sofferenti
53. L'uomo  chiamato alla gioia ma fa quotidiana esperienza di
tantissime forme di sofferenza e di dolore. Agli uomini e alle
donne colpiti dalle pi varie forme di sofferenza e di dolore i
Padri sinodali si sono rivolti nel loro finale Messaggio con
queste parole: "Voi abbandonati ed emarginati dalla nostra
societ consumistica; voi malati, handicappati, poveri,
affamati, emigranti, profughi, prigionieri, disoccupati,
anziani, bambini abbandonati e persone sole; voi, vittime della
guerra e di ogni violenza emananti dalla nostra societ
permissiva. La Chiesa partecipa alla vostra sofferenza
conducente al Signore, che vi associa alla sua Passione
redentrice e vi fa vivere alla luce della sua Redenzione.
Contiamo su di voi per insegnare al mondo intero che cosa 
l'amore. Faremo tutto il possibile perch troviate il posto di
cui avete diritto nella societ e nella Chiesa".
Nel contesto di un mondo sconfinato come quello della
sofferenza umana, rivolgiamo ora l'attenzione a quanti sono
colpiti dalla malattia nelle sue diverse forme: i malati,
infatti, sono l'espressione pi frequente e pi comune del
soffrire umano.
A tutti e a ciascuno  rivolto l'appello del Signore: anche i
malati sono mandati come operai nella sua vigna. Il peso, che
affatica le membra del corpo e scuote la serenit dell'anima,
lungi dal distoglierli dal lavorare nella vigna, li chiama a
vivere la loro vocazione umana e cristiana ed a partecipare
alla crescita del Regno di Dio in modalit nuove, anche pi
preziose. Le parole dell'apostolo Paolo devono divenire il loro
programma e, prima ancora, sono luce che fa splendere ai loro
occhi il significato di grazia della loro stessa situazione:
"Completo quello che manca ai patimenti di Cristo nella mia
carne, in favore del suo corpo, che  la Chiesa" (Col 1, 24).
Proprio facendo questa scoperta, l'apostolo  approdato alla
gioia: "Perci sono lieto delle sofferenze che sopporto per
voi" (Col 1, 24). Similmente molti malati possono diventare
portatori della "gioia dello Spirito Santo in molte
tribolazioni" (1 Tess 1, 6) ed essere testimoni della
Risurrezione di Ges. Come ha espresso un handicappato nel suo
intervento in aula sinodale, " di grande importanza porre in
luce il fatto che i cristiani che vivono in situazioni di
malattia, di dolore e di vecchiaia, non sono invitati da Dio
soltanto ad unire il proprio dolore con la Passione di Cristo,
ma anche ad accogliere gi ora in se stessi e a trasmettere
agli altri la forza del rinnovamento e la gioia di Cristo
risuscitato (cf. 2 Cor 4, 10-11; 1 Pt 4, 13; Rm 8, 18
ss.)". Da parte sua - come si legge nella Lettera
Apostolica Salvifici doloris - "la Chiesa, che nasce dal
mistero della redenzione nella Croce di Cristo,  tenuta a
cercare l'incontro con l'uomo in modo particolare sulla via
della sofferenza. In un tale incontro l'uomo "diventa la via
della Chiesa", ed , questa, una delle vie pi
importanti". Ora l'uomo sofferente  via della Chiesa
perch egli , anzitutto, via di Cristo stesso, il buon
Samaritano che "non passa oltre", ma "ne ha compassione, si fa
vicino (...) gli fascia le ferite (...) si prende cura di lui"
(Lc 10, 32-34).
La comunit cristiana ha ritrascritto, di secolo in secolo
nell'immensa moltitudine delle persone malate e sofferenti, la
parabola evangelica del buon Samaritano, rivelando e
comunicando l'amore di guarigione e di consolazione di Ges
Cristo. Ci  avvenuto mediante la testimonianza della vita
religiosa consacrata al servizio degli ammalati e mediante
l'infaticabile impegno di tutti gli operatori sanitari. Oggi,
anche negli stessi ospedali e case di cura cattolici si fa
sempre pi numerosa, e talvolta anche totale ed esclusiva, la
presenza dei fedeli laici, uomini e donne: proprio loro,
medici, infermieri, altri operatori della salute, volontari,
sono chiamati ad essere l'immagine viva di Cristo e della sua
Chiesa nell'amore verso i malati e i sofferenti.
Azione pastorale rinnovata
54.  necessario che questa preziosissima eredit, che la
Chiesa ha ricevuto da Ges Cristo "medico di carne e di
spirito", non solo non venga mai meno, ma sia sempre pi
valorizzata e arricchita attraverso una ripresa e un rilancio
deciso di un'azione pastorale per e con i malati e i
sofferenti. Dev'essere un'azione capace di sostenere e di
promuovere attenzione, vicinanza, presenza, ascolto, dialogo,
condivisione e aiuto concreto verso l'uomo nei momenti nei
quali, a causa della malattia e della sofferenza, sono messe a
dura prova non solo la sua fiducia nella vita ma anche la sua
stessa fede in Dio e nel suo amore di Padre. Questo rilancio
pastorale ha la sua espressione pi significativa nella
celebrazione sacramentale con e per gli ammalati, come fortezza
nel dolore e nella debolezza, come speranza nella disperazione,
come luogo d'incontro e di festa.
Uno dei fondamentali obiettivi di questa rinnovata e
intensificata azione pastorale, che non pu non coinvolgere e
in modo coordinato tutte le componenti della comunit
ecclesiale,  di considerare il malato, il portatore di
handicap, il sofferente non semplicemente come termine
dell'amore e del servizio della Chiesa, bens come soggetto
attivo e responsabile dell'opera di evangelizzazione e di
salvezza. In questa prospettiva la Chiesa ha una buona novella
da far risuonare all'interno di societ e di culture che,
avendo smarrito il senso del soffrire umano, "censurano" ogni
discorso su tale dura realt della vita. E la buona novella sta
nell'annuncio che il soffrire pu avere anche un significato
positivo per l'uomo e per la stessa societ, chiamato com' a
divenire una forma di partecipazione alla sofferenza salvifica
di Cristo e alla sua gioia di risorto, e pertanto una forza di
santificazione e di edificazione della Chiesa.
L'annuncio di questa buona novella diventa credibile
allorquando non risuona semplicemente sulle labbra, ma passa
attraverso la testimonianza della vita, sia di tutti coloro che
curano con amore i malati, gli handicappati e i sofferenti, sia
di questi stessi, resi sempre pi coscienti e responsabili del
loro posto e del loro compito nella Chiesa e per la Chiesa.
Di grande utilit perch "la civilt dell'amore" possa fiorire
e fruttificare nell'immenso mondo del dolore umano, potr
essere la rinnovata meditazione della Lettera Apostolica
Salvifici doloris, di cui ricordiamo ora le righe conclusive:
"Occorre pertanto, che sotto la Croce del Calvario idealmente
convengano tutti i sofferenti che credono in Cristo e,
particolarmente, coloro che soffrono a causa della loro fede in
lui Crocifisso e Risorto, affinch l'offerta delle loro
sofferenze affretti il compimento della preghiera dello stesso
Salvatore per l'unit di tutti (cf. Gv 17, 11. 21-22). L pure
convengano gli uomini di buona volont, perch sulla Croce sta
il "Redentore dell'uomo", l'Uomo dei dolori, che in s ha
assunto le sofferenze fisiche e morali degli uomini di tutti i
tempi, affinch nell'amore possano trovare il senso salvifico
del loro dolore e risposte valide a tutti i loro interrogativi.
Insieme con Maria, Madre di Cristo, che stava sotto la Croce
(cf. Gv 19, 25), ci fermiamo accanto a tutte le croci dell'uomo
d'oggi (...). E chiediamo a tutti voi, che soffrite, di
sostenerci. Proprio a voi, che siete deboli, chiediamo che
diventiate una sorgente di forza per la Chiesa e per l'umanit.
Nel terribile combattimento tra le forze del bene e del male,
di cui ci offre spettacolo il nostro mondo contemporaneo, vinca
la vostra sofferenza in unione con la Croce di Cristo!".
Stati di vita e vocazioni
55. Operai della vigna sono tutti i membri del Popolo di Dio: i
sacerdoti, i religiosi e le religiose, i fedeli laici, tutti ad
un tempo oggetto e soggetto della comunione della Chiesa e
della partecipazione alla sua missione di salvezza. Tutti e
ciascuno lavoriamo nell'unica e comune vigna del Signore con
carismi e con ministeri diversi e complementari.
Gi sul piano dell'essere, prima ancora che su quello
dell'agire, i cristiani sono tralci dell'unica feconda vite che
 Cristo, sono membra vive dell'unico Corpo del Signore
edificato nella forza dello Spirito. Sul piano dell'essere: non
significa solo mediante la vita di grazia e di santit, che 
la prima e pi rigogliosa sorgente della fecondit apostolica e
missionaria della santa Madre Chiesa; ma significa anche
mediante lo stato di vita che caratterizza i sacerdoti e i
diaconi, i religiosi e le religiose, i membri degli istituti
secolari, i fedeli laici.
Nella Chiesa-Comunione gli stati di vita sono tra loro cos
collegati da essere ordinati l'uno all'altro. Certamente
comune, anzi unico  il loro significato profondo: quello di
essere modalit secondo cui vivere l'eguale dignit cristiana e
l'universale vocazione alla santit nella perfezione
dell'amore. Sono modalit insieme diverse e complementari,
sicch ciascuna di esse ha una sua originale e inconfondibile
fisionomia e nello stesso tempo ciascuna di esse si pone in
relazione alle altre e al loro servizio.
Cos lo stato di vita laicale ha nell'indole secolare la sua
specificit e realizza un servizio ecclesiale nel testimoniare
e nel richiamare, a suo modo, ai sacerdoti, ai religiosi e alle
religiose il significato che le realt terrene e temporali
hanno nel disegno salvifico di Dio. A sua volta il sacerdozio
ministeriale rappresenta la permanente garanzia della presenza
sacramentale, nei diversi tempi e luoghi, di Cristo Redentore.
Lo stato religioso testimonia l'indole escatologica della
Chiesa, ossia la sua tensione verso il Regno di Dio, che viene
prefigurato e in qualche modo anticipato e pregustato dai voti
di castit, povert e obbedienza.
Tutti gli stati di vita, sia nel loro insieme sia ciascuno di
essi in rapporto agli altri, sono al servizio della crescita
della Chiesa, sono modalit diverse che si unificano
profondamente nel "mistero di comunione" della Chiesa e che si
coordinano dinamicamente nella sua unica missione.
In tal modo, l'unico e identico mistero della Chiesa rivela e
rivive, nella diversit degli stati di vita e nella variet
delle vocazioni, l'infinita ricchezza del mistero di Ges
Cristo. Come amano ripetere i Padri, la Chiesa  come un campo
dall'affascinante e meravigliosa variet di erbe, piante, fiori
e frutti. Sant'Ambrogio scrive: "Un campo produce molti frutti,
ma migliore  quello che abbonda di frutti e di fiori. Orbene,
il campo della santa Chiesa  fecondo degli uni e degli altri.
Qui puoi vedere le gemme della verginit metter fiori, l la
vedovanza dominare austera come le foreste nella pianura;
altrove la ricca mietitura delle nozze benedette dalla Chiesa
riempire i grandi granai del mondo di messe abbondante, e i
torchi del Signore Ges ridondare come di frutti di vite
rigogliosa, frutti dei quali sono ricche le nozze cristiane".
Le varie vocazioni laicali
56. La ricca variet della Chiesa trova una sua ulteriore
manifestazione all'interno di ciascun stato di vita. Cos entro
lo stato di vita laicale si danno diverse "vocazioni", ossia
diversi cammini spirituali e apostolici che riguardano i
singoli fedeli laici. Nell'alveo d'una vocazione laicale
"comune" fioriscono vocazioni laicali "particolari". In questo
ambito possiamo ricordare anche l'esperienza spirituale che 
maturata recentemente nella Chiesa con il fiorire di diverse
forme di Istituti secolari: ai fedeli laici, ma anche agli
stessi sacerdoti,  aperta la possibilit di professare i
consigli evangelici di povert, castit e obbedienza per mezzo
dei voti o delle promesse, conservando pienamente la propria
condizione laicale o clericale. Come hanno rilevato i
Padri sinodali, "lo Spirito Santo suscita anche altre forme di
offerta di se stessi cui si dedicano persone che rimangono
pienamente nella vita laicale".
Possiamo concludere rileggendo una bella pagina di San
Francesco di Sales, che tanto ha promosso la spiritualit dei
laici. Parlando della "devozione", ossia della perfezione
cristiana o "vita secondo lo Spirito", egli presenta in una
maniera semplice e splendida la vocazione di tutti i cristiani
alla santit e nello stesso tempo la forma specifica con cui i
singoli cristiani la realizzano: "Nella creazione Dio comand
alle piante di produrre i loro frutti, ognuna "secondo la
propria specie" (Gen 1, 11). Lo stesso comando rivolge ai
cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perch
producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato e la
sua condizione. La devozione deve essere praticata in modo
diverso dal gentiluomo, dall'artigiano, dal domestico, dal
principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella
coniugata. Ci non basta, bisogna anche accordare la pratica
della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni
persona (...).  un errore, anzi un'eresia, voler escludere
l'esercizio della devozione dall'ambiente militare, dalla
bottega degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case
dei coniugati.  vero, Filotea, che la devozione puramente
contemplativa, monastica e religiosa pu essere vissuta solo in
questi stati, ma, oltre a questi tre tipi di devozione, ve ne
sono molti altri capaci di rendere perfetti coloro che vivono
in condizioni secolari. Perci, dovunque ci troviamo, possiamo
e dobbiamo aspirare alla vita perfetta".
Ponendosi nella stessa linea il Concilio Vaticano II scrive:
"Questo comportamento spirituale dei laici deve assumere una
peculiare caratteristica dallo stato di matrimonio e di
famiglia, di celibato o di vedovanza, dalla condizione di
infermit, dall'attivit professionale e sociale. Non
tralascino, dunque, di coltivare costantemente le qualit e le
doti ad essi conferite corrispondenti a tali condizioni, e di
servirsi dei propri doni ricevuti dallo Spirito Santo".
Ci che vale delle vocazioni spirituali vale anche, e in un
certo senso a maggior ragione, delle infinite varie modalit
secondo cui tutti e singoli i membri della Chiesa sono operai
che lavorano nella vigna del Signore, edificando il Corpo
mistico di Cristo. Veramente ciascuno  chiamato per nome,
nell'unicit e irripetibilit della sua storia personale, a
portare il suo proprio contributo per l'avvento del Regno di
Dio. Nessun talento, neppure il pi piccolo, pu essere
nascosto e lasciato inutilizzato (cf. Mt 25, 24-27).
L'apostolo Pietro ci ammonisce: "Ciascuno viva secondo la
grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni
amministratori di una multiforme grazia di Dio" (1 Pt 4, 10).
CAPITOLO 5
PERCH PORTIATE PI FRUTTO
La formazione dei fedeli laici
Maturare in continuit
57. L'immagine evangelica della vite e dei tralci ci rivela un
altro aspetto fondamentale della vita e della missione dei
fedeli laici: la chiamata a crescere, a maturare in continuit,
a portare sempre pi frutto.
Come solerte vignaiolo, il Padre si prende cura della sua
vigna. La presenza premurosa di Dio  ardentemente invocata da
Israele, che cos prega: "Dio degli eserciti, volgiti, / guarda
dal cielo e vedi / e visita questa vigna, / proteggi il ceppo
che la tua destra ha piantato, / il germoglio che ti sei
coltivato" (Sal 80, 15-16). Ges stesso parla dell'opera del
Padre: "Io sono la vera vite e il Padre mio  il vignaiolo.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni
tralcio che porta frutto, lo pota perch porti pi frutto" (Gv
15, 1-2).
La vitalit dei tralci  legata al loro rimanere radicati nella
vite, che  Cristo Ges: "Chi rimane in me e io in lui, fa
molto frutto, perch senza di me non potete far nulla" (Gv 15,
5).
L'uomo  interpellato nella sua libert dalla chiamata di Dio a
crescere, a maturare, a portare frutto. Non pu non rispondere,
non pu non assumersi la sua personale responsabilit.  a
questa responsabilit, tremenda ed esaltante, che alludono le
gravi parole di Ges: "Chi non rimane in me viene gettato via
come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano
nel fuoco e lo bruciano" (Gv 15, 6).
In questo dialogo tra Dio che chiama e la persona interpellata
nella sua responsabilit si situa la possibilit, anzi la
necessit di una formazione integrale e permanente dei fedeli
laici, alla quale i Padri sinodali hanno giustamente riservato
un'ampia parte del loro lavoro. In particolare, dopo aver
descritto la formazione cristiana come "un continuo processo
personale di maturazione nella fede e di configurazione con il
Cristo, secondo la volont del Padre, con la guida dello
Spirito Santo", hanno chiaramente affermato che "la formazione
dei fedeli laici va posta tra le priorit della diocesi e va
collocata nei programmi di azione pastorale in modo che tutti
gli sforzi della comunit (sacerdoti, laici e religiosi)
convergano a questo fine".
Scoprire e vivere la propria vocazione e missione
58. La formazione dei fedeli laici ha come obiettivo
fondamentale la scoperta sempre pi chiara della propria
vocazione e la disponibilit sempre pi grande a viverla nel
compimento della propria missione.
Dio chiama me e manda me come operaio nella sua vigna; chiama
me e manda me a lavorare per l'avvento del suo Regno nella
storia: questa vocazione e missione personale definisce la
dignit e la responsabilit dell'intera opera formativa,
ordinata al riconoscimento gioioso e grato di tale dignit e
all'assolvimento fedele e generoso di tale responsabilit.
Infatti, Dio dall'eternit ha pensato a noi e ci ha amato come
persone uniche e irripetibili, chiamando ciascuno di noi con il
suo proprio nome, come il buon Pastore che "chiama le sue
pecore per nome" (Gv 10, 3). Ma il piano eterno di Dio si
rivela a ciascuno di noi solo nello sviluppo storico della
nostra vita e delle sue vicende, e pertanto solo gradualmente:
in un certo senso, di giorno in giorno.
Ora per poter scoprire la concreta volont del Signore sulla
nostra vita sono sempre indispensabili l'ascolto pronto e
docile della parola di Dio e della Chiesa, la preghiera filiale
e costante, il riferimento a una saggia e amorevole guida
spirituale, la lettura nella fede dei doni e dei talenti
ricevuti e nello stesso tempo delle diverse situazioni sociali
e storiche entro cui si  inseriti.
Nella vita di ciascun fedele laico ci sono poi momenti
particolarmente significativi e decisivi per discernere la
chiamata di Dio e per accogliere la missione da Lui affidata:
tra questi ci sono i momenti dell'adolescenza e della
giovinezza. Nessuno per dimentichi che il Signore, come il
padrone con gli operai della vigna, chiama - nel senso di
rendere concreta e puntuale la sua santa volont - a tutte le
ore della vita: per questo la vigilanza, quale attenzione
premurosa alla voce di Dio,  un atteggiamento fondamentale e
permanente del discepolo.
Non si tratta, comunque, soltanto di sapere quello che Dio
vuole da noi, da ciascuno di noi nelle varie situazioni della
vita. Occorre fare quello che Dio vuole: cos ci ricorda la
parola di Maria, la Madre di Ges, rivolta ai servi di Cana:
"Fate quello che vi dir" (Gv 2, 5). E per agire in fedelt
alla volont di Dio occorre essere capaci e rendersi sempre pi
capaci. Certo, con la grazia del Signore, che non manca mai,
come dice San Leone Magno: "Dar il vigore Colui che confer la
dignit!"; ma anche con la libera e responsabile
collaborazione di ciascuno di noi.
Ecco il compito meraviglioso e impegnativo che attende tutti i
fedeli laici, tutti i cristiani, senza sosta alcuna: conoscere
sempre pi le ricchezze della fede e del Battesimo e viverle in
crescente pienezza. L'apostolo Pietro, parlando di nascita e di
crescita come delle due tappe della vita cristiana, ci esorta:
"Come bambini appena nati, bramate il puro latte spirituale,
per crescere con esso verso la salvezza" (1 Pt 2, 2).
Una formazione integrale da vivere in unit
59. Nello scoprire e nel vivere la propria vocazione e
missione, i fedeli laici devono essere formati a quell'unit di
cui  segnato il loro stesso essere di membri della Chiesa e di
cittadini della societ umana.
Nella loro esistenza non possono esserci due vite parallele: da
una parte, la vita cosiddetta "spirituale", con i suoi valori e
con le sue esigenze; e dall'altra, la vita cosiddetta
"secolare", ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti
sociali, dell'impegno politico e della cultura. Il tralcio,
radicato nella vite che  Cristo, porta i suoi frutti in ogni
settore dell'attivit e dell'esistenza. Infatti, tutti i vari
campi della vita laicale rientrano nel disegno di Dio, che li
vuole come il "luogo storico" del rivelarsi e del realizzarsi
della carit di Ges Cristo a gloria del Padre e a servizio dei
fratelli. Ogni attivit, ogni situazione, ogni impegno concreto
- come, ad esempio, la competenza e la solidariet nel lavoro,
l'amore e la dedizione nella famiglia e nell'educazione dei
figli, il servizio sociale e politico, la proposta della verit
nell'ambito della cultura - sono occasioni provvidenziali per
un "continuo esercizio della fede, della speranza e della
carit".
A questa unit di vita il Concilio Vaticano II ha invitato
tutti i fedeli laici denunciando con forza la gravit della
frattura tra fede e vita, tra Vangelo e cultura: "Il Concilio
esorta i cristiani, che sono cittadini dell'una e dell'altra
citt, di sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri
terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo. Sbagliano
coloro che, sapendo che qui non abbiamo una cittadinanza
stabile ma cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo
trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece
proprio la fede li obbliga ancora di pi a compierli, secondo
la vocazione di ciascuno (...). Il distacco, che si costata in
molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va
annoverato tra i pi gravi errori del nostro tempo".
Perci ho affermato che una fede che non diventa cultura  una
fede "non pienamente accolta, non interamente pensata non
fedelmente vissuta".
Aspetti della formazione
60. Entro questa sintesi di vita si situano i molteplici e
coordinati aspetti della formazione integrale dei fedeli laici.
Non c' dubbio che la formazione spirituale debba occupare un
posto privilegiato nella vita di ciascuno, chiamato a crescere
senza sosta nell'intimit con Ges Cristo, nella conformit
alla volont del Padre, nella dedizione ai fratelli nella
carit e nella giustizia. Scrive il Concilio: "Questa vita
d'intima unione con Cristo si alimenta nella Chiesa con gli
aiuti spirituali, che sono comuni a tutti i fedeli, soprattutto
con la partecipazione attiva alla sacra Liturgia, e questi
aiuti i laici devono usarli in modo che, mentre compiono con
rettitudine gli stessi doveri del mondo nelle condizioni
ordinarie di vita, non separino dalla propria vita l'unione con
Cristo, ma, svolgendo la propria attivit secondo il volere
divino, crescano in essa".
Sempre pi urgente si rivela oggi la formazione dottrinale dei
fedeli laici, non solo per il naturale dinamismo di
approfondimento della loro fede, ma anche per l'esigenza di
"rendere ragione della speranza" che  in loro di fronte al
mondo e ai suoi gravi e complessi problemi.
Si rendono cos assolutamente necessarie una sistematica azione
di catechesi, da graduarsi in rapporto all'et e alle diverse
situazioni di vita, e una pi decisa promozione cristiana della
cultura, come risposta agli eterni interrogativi che agitano
l'uomo e la societ d'oggi.
In particolare, soprattutto per i fedeli laici variamente
impegnati nel campo sociale e politico,  del tutto
indispensabile una conoscenza pi esatta della dottrina sociale
della Chiesa, come ripetutamente i Padri sinodali hanno
sollecitato nei loro interventi. Parlando della partecipazione
politica dei fedeli laici, si sono cos espressi: "Perch i
laici possano realizzare attivamente questo nobile proposito
nella politica (ossia il proposito di far riconoscere e stimare
i valori umani e cristiani), non bastano le esortazioni, ma
bisogna offrire loro la dovuta formazione della coscienza
sociale, specialmente nella dottrina sociale della Chiesa, la
quale contiene i principi di riflessione, i criteri di giudizio
e le direttrici pratiche (cf. Congregazione per la Dottrina
della Fede, Istruzione su libert cristiana e liberazione, 72).
Tale dottrina deve essere gi presente nella istruzione
catechistica generale, negli incontri specializzati e nelle
scuole ed universit. Questa dottrina sociale della Chiesa ,
tuttavia, dinamica, cio adattata alle circostanze dei tempi e
dei luoghi.  diritto e dovere dei pastori proporre i principi
morali anche sull'ordine sociale;  dovere di tutti i cristiani
dedicarsi alla difesa dei diritti umani; tuttavia, la
partecipazione attiva nei partiti politici  riservata ai laici".
E, infine, nel contesto della formazione integrale e unitaria
dei fedeli laici,  particolarmente significativa per la loro
azione missionaria e apostolica la personale crescita nei
valori umani. Proprio in questo senso il Concilio ha scritto:
"(i laici) facciano pure gran conto della competenza
professionale, del senso della famiglia e del senso civico e di
quelle virt che riguardano i rapporti sociali, cio la
probit, lo spirito di giustizia, la sincerit, la cortesia, la
fortezza d'animo, senza le quali non ci pu essere neanche vera
vita cristiana".
Nel maturare la sintesi organica della loro vita, che insieme 
espressione dell'unit del loro essere e condizione per
l'efficace compimento della loro missione, i fedeli laici
saranno interiormente guidati e sostenuti dallo Spirito Santo,
quale Spirito di unit e di pienezza di vita.
Collaboratori di Dio educatore
61. Quali sono i luoghi e i mezzi della formazione dei fedeli
laici? Quali sono le persone e le comunit chiamate ad
assumersi il compito della formazione integrale e unitaria dei
fedeli laici?
Come l'opera educativa umana  intimamente congiunta con la
paternit e la maternit, cos la formazione cristiana trova la
sua radice e la sua forza in Dio, il Padre che ama ed educa i
suoi figli. S, Dio  il primo e grande educatore del suo
Popolo, come dice lo stupendo passo del Cantico di Mos: "Egli
lo trov in terra deserta, / in una landa di ululati solitari.
/ Lo circond, lo allev, / lo custod come pupilla del suo
occhio. / Come un'aquila che veglia la sua nidiata, / che vola
sopra i suoi nati, / egli spieg le sue ali e lo prese, / lo
sollev sulle sue ali. / Il Signore lo guid da solo, / non
c'era con lui alcun dio straniero" (Deut 32, 10-12; cf. 8, 5).
L'opera educativa di Dio si rivela e si compie in Ges, il
Maestro, e raggiunge dal di dentro il cuore d'ogni uomo grazie
alla presenza dinamica dello Spirito. A prendere parte
all'opera educativa divina  chiamata la Chiesa madre, sia in
se stessa, sia nelle sue varie articolazioni ed espressioni. 
cos che i fedeli laici sono formati dalla Chiesa e nella
Chiesa, in una reciproca comunione e collaborazione di tutti i
suoi membri: sacerdoti, religiosi e fedeli laici. Cos l'intera
comunit ecclesiale, nei suoi diversi membri, riceve la
fecondit dello Spirito e ad essa coopera attivamente. In tal
senso Metodio di Olimpo scriveva: "Gli imperfetti (...) sono
portati e formati, come nel seno di una madre, dai pi perfetti
finch siano generati e partoriti per la grandezza e la
bellezza della virt", come avvenne per Paolo, portato e
introdotto nella Chiesa dai perfetti (nella persona di Anania)
e diventato poi a sua volta perfetto e fecondo di tanti figli.
Educatrice , anzi tutto, la Chiesa universale, nella quale il
Papa svolge il ruolo di primo formatore dei fedeli laici. A
lui, come successore di Pietro, spetta il ministero di
"confermare nella fede i fratelli", insegnando a tutti i
credenti i contenuti essenziali della vocazione e missione
cristiana ed ecclesiale. Non solo la sua parola diretta, ma
anche la sua parola veicolata dai documenti dei vari Dicasteri
della Santa Sede chiede l'ascolto docile e amoroso dei fedeli laici.
La Chiesa una e universale  presente nelle varie parti del
mondo nelle Chiese particolari. In ognuna di esse il Vescovo ha
una responsabilit personale nei riguardi dei fedeli laici, che
deve formare mediante l'annuncio della Parola, la celebrazione
dell'Eucaristia e dei sacramenti, l'animazione e la guida della
loro vita cristiana.
Entro la Chiesa particolare o diocesi si situa ed opera la
parrocchia, la quale ha un compito essenziale per la formazione
pi immediata e personale dei fedeli laici. Infatti, in un
rapporto che pu raggiungere pi facilmente le singole persone
e i singoli gruppi, la parrocchia  chiamata a educare i suoi
membri all'ascolto della Parola, al dialogo liturgico e
personale con Dio, alla vita di carit fraterna, facendo
percepire in modo pi diretto e concreto il senso della
comunione ecclesiale e della responsabilit missionaria.
All'interno poi di talune parrocchie, soprattutto se vaste e
disperse, le piccole comunit ecclesiali presenti possono
essere di notevole aiuto nella formazione dei cristiani,
potendo rendere pi capillari e incisive la coscienza e
l'esperienza della comunione e della missione ecclesiale. Un
aiuto pu essere dato, come hanno detto i Padri sinodali, anche
da una catechesi postbattesimale a modo di catecumenato,
mediante la riproposizione di alcuni elementi del "Rituale
dell'Iniziazione Cristiana degli Adulti", destinati a far
cogliere e vivere le immense e straordinarie ricchezze e
responsabilit del Battesimo ricevuto.
Nella formazione che i fedeli laici ricevono nella diocesi e
nella parrocchia, in particolare al senso della comunione e
della missione, di speciale importanza  l'aiuto che i diversi
membri della Chiesa reciprocamente si danno:  un aiuto che
insieme rivela e attua il mistero della Chiesa Madre ed
Educatrice. I sacerdoti e i religiosi devono aiutare i fedeli
laici nella loro formazione. In questo senso i Padri del Sinodo
hanno invitato i presbiteri e i candidati agli Ordini a
"prepararsi accuratamente ad essere capaci di favorire la
vocazione e la missione dei laici".
A loro volta, gli stessi fedeli laici possono e devono aiutare
i sacerdoti e i religiosi nel loro cammino spirituale e
pastorale.
Altri ambiti educativi
62 . Pure la famiglia cristiana, in quanto "Chiesa domestica",
costituisce una scuola nativa e fondamentale per la formazione
della fede: il padre e la madre ricevono dal sacramento del
Matrimonio la grazia e il ministero dell'educazione cristiana
nei riguardi dei figli, ai quali testimoniano e trasmettono
insieme valori umani e valori religiosi. Imparando le prime
parole, i figli imparano anche a lodare Dio, che sentono vicino
come Padre amorevole e provvidente; imparando i primi gesti
d'amore, i figli imparano anche ad aprirsi agli altri,
cogliendo nel dono di s il senso del vivere umano. La stessa
vita quotidiana di una famiglia autenticamente cristiana
costituisce la prima "esperienza di Chiesa", destinata a
trovare conferma e sviluppo nel graduale inserimento attivo e
responsabile dei figli nella pi ampia comunit ecclesiale e
nella societ civile. Quanto pi i coniugi e i genitori
cristiani cresceranno nella consapevolezza che la loro "Chiesa
domestica"  partecipe della vita e della missione della Chiesa
universale, tanto pi i figli potranno essere formati al "senso
della Chiesa" e sentiranno tutta la bellezza di dedicare le
loro energie al servizio del Regno di Dio.
Luoghi importanti di formazione sono anche le scuole e le
universit cattoliche, come pure i centri di rinnovamento
spirituale che oggi vanno sempre pi diffondendosi. Come hanno
rilevato i Padri sinodali, nell'attuale contesto sociale e
storico, segnato da una profonda svolta culturale, non basta
pi la partecipazione - peraltro sempre necessaria e
insostituibile - dei genitori cristiani alla vita della scuola;
occorre preparare fedeli laici che si dedichino all'opera
educativa come a una vera e propria missione ecclesiale;
occorre costituire e sviluppare delle "comunit educative",
formate insieme da genitori, docenti, sacerdoti, religiosi e
religiose, rappresentanti di giovani. E perch la scuola possa
degnamente svolgere la sua funzione formativa, i fedeli laici
si devono sentire impegnati a esigere da tutti e a promuovere
per tutti una vera libert di educazione, anche mediante
un'opportuna legislazione civile.
I Padri sinodali hanno avuto parole di stima e
d'incoraggiamento verso tutti quei fedeli laici, uomini e
donne, che con spirito civile e cristiano svolgono un compito
educativo nella scuola e negli istituti formativi. Hanno
inoltre rilevato l'urgente necessit che i fedeli laici maestri
e professori nelle diverse scuole, cattoliche o no, siano veri
testimoni del Vangelo, mediante l'esempio della vita, la
competenza e la rettitudine professionale, l'ispirazione
cristiana dell'insegnamento, salva sempre - com' evidente -
l'autonomia delle varie scienze e discipline. E di singolare
importanza che la ricerca scientifica e tecnica svolta dai
fedeli laici sia retta dal criterio del servizio all'uomo nella
totalit dei suoi valori e delle sue esigenze: a questi fedeli
laici la Chiesa affida il compito di rendere a tutti pi
comprensibile l'intimo legame che esiste tra la fede e la
scienza, tra il Vangelo e la cultura umana.
"Questo Sinodo - leggiamo in una proposizione - fa appello al
ruolo profetico delle scuole e delle universit cattoliche e
loda la dedizione dei maestri e degli insegnanti, al presente
in massima parte laici, perch negli istituti di educazione
cattolica possano formare uomini e donne in cui si incarni il
"comandamento nuovo". La presenza contemporanea di sacerdoti e
laici, e anche di religiosi e religiose, offre agli alunni
un'immagine viva della Chiesa e rende pi facile la conoscenza
delle sue ricchezze (cf. Congregazione per l'Educazione
Cattolica, Il laico educatore, testimone della fede nella
scuola)".
Anche i gruppi, le associazioni e i movimenti hanno un loro
posto nella formazione dei fedeli laici: hanno, infatti, la
possibilit, ciascuno con i propri metodi, di offrire una
formazione profondamente inserita nella stessa esperienza di
vita apostolica, come pure hanno l'opportunit di integrare,
concretizzare e specificare la formazione che i loro aderenti
ricevono da altre persone e comunit.
La formazione reciprocamente ricevuta e donata da tutti
63. La formazione non  il privilegio di alcuni, bens un
diritto e un dovere per tutti. I Padri sinodali al riguardo
hanno detto: "Sia offerta a tutti la possibilit della
formazione, soprattutto ai poveri, i quali possono essere essi
stessi fonte di formazione per tutti", e hanno aggiunto: "Per
la formazione si usino mezzi adatti che aiutino ciascuno ad
assecondare la piena vocazione umana e cristiana".
Ai fini d'una pastorale veramente incisiva ed efficace  da
svilupparsi, anche mettendo in atto opportuni corsi o scuole
apposite, la formazione dei formatori. Formare coloro che, a
loro volta, dovranno essere impegnati nella formazione dei
fedeli laici costituisce un'esigenza primaria per assicurare la
formazione generale e capillare di tutti i fedeli laici.
Nell'opera formativa un'attenzione particolare dovr essere
riservata alla cultura locale, secondo l'esplicito invito dei
Padri del Sinodo: "La formazione dei cristiani terr nel
massimo conto la cultura umana del luogo, la quale contribuisce
alla stessa formazione e aiuter a giudicare il valore sia
insito nella cultura tradizionale, sia proposto in quella
moderna. Si dia la dovuta attenzione anche alle diverse culture
che possono coesistere in uno stesso popolo e in una stessa
nazione. La Chiesa, Madre e Maestra dei popoli, si sforzer di
salvare, dove ne sia il caso, la cultura delle minoranze che
vivono in grandi nazioni".
Nell'opera formativa alcune convinzioni si rivelano
particolarmente necessarie e feconde. La convinzione,
anzitutto, che non si d formazione vera ed efficace se
ciascuno non si assume e non sviluppa da se stesso la
responsabilit della formazione: questa, infatti, si configura
essenzialmente come "auto-formazione".
La convinzione, inoltre, che ognuno di noi  il termine e
insieme il principio della formazione: pi veniamo formati e
pi sentiamo l'esigenza di proseguire e approfondire tale
formazione, come pure pi veniamo formati e pi ci rendiamo
capaci di formare gli altri.
Di singolare importanza  la coscienza che l'opera formativa,
mentre ricorre con intelligenza ai mezzi e ai metodi delle
scienze umane,  tanto pi efficace quanto pi  disponibile
alla azione di Dio: solo il tralcio che non teme di lasciarsi
potare dal vignaiolo produce pi frutto per s e per gli altri.
Appello e preghiera
64. A conclusione di questo documento post-sinodale ripropongo
ancora una volta l'invito del "padrone di casa" di cui ci parla
il Vangelo: Andate anche voi nella mia vigna. Si pu dire che
il significato del Sinodo sulla vocazione e missione dei laici
stia proprio in questo appello del Signore Ges rivolto a
tutti, e in particolare ai fedeli laici, uomini e donne.
I lavori sinodali hanno costituito per tutti i partecipanti una
grande esperienza spirituale: quella di una Chiesa attenta,
nella luce e nella forza dello Spirito, a discernere e ad
accogliere il rinnovato appello del suo Signore in ordine a
riproporre al mondo d'oggi il mistero della sua comunione e il
dinamismo della sua missione di salvezza, in particolare
cogliendo il posto e il ruolo specifici dei fedeli laici. Il
frutto poi del Sinodo, che questa Esortazione intende
sollecitare il pi abbondante possibile in tutte le Chiese
sparse nel mondo, sar dato dall'effettiva accoglienza che
l'appello del Signore ricever da parte dell'intero Popolo di
Dio e, in esso, da parte dei fedeli laici.
Per questo rivolgo a tutti e a ciascuno, Pastori e fedeli, la
vivissima esortazione a non stancarsi mai di mantenere vigile,
anzi di rendere sempre pi radicata nella mente, nel cuore e
nella vita la coscienza ecclesiale, la coscienza cio di essere
membri della Chiesa di Ges Cristo, partecipi del suo mistero
di comunione e della sua energia apostolica e missionaria.
 di particolare importanza che tutti i cristiani siano
consapevoli di quella straordinaria dignit che  stata loro
donata mediante il santo Battesimo: per grazia siamo chiamati
ad essere figli amati dal Padre, membra incorporate a Ges
Cristo e alla sua Chiesa, templi vivi e santi dello Spirito.
Riascoltiamo, commossi e grati, le parole di Giovanni
Evangelista: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere
chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3, 1).
Questa "novit cristiana" donata ai membri della Chiesa, mentre
costituisce per tutti la radice della loro partecipazione
all'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo e della
loro vocazione alla santit nell'amore, si esprime e si attua
nei fedeli laici secondo "l'indole secolare" loro "propria e
peculiare".
La coscienza ecclesiale comporta, unitamente al senso della
comune dignit cristiana, il senso di appartenere al mistero
della Chiesa-Comunione:  questo un aspetto fondamentale e
decisivo per la vita e per la missione della Chiesa. Per tutti
e per ciascuno la preghiera ardente di Ges nell'ultima Cena:
"Ut unum sint!" deve diventare, ogni giorno, un esigente e
irrinunciabile programma di vita e di azione.
Il senso vivo della comunione ecclesiale, dono dello Spirito
che sollecita la nostra libera risposta, avr come suo prezioso
frutto la valorizzazione armonica nella Chiesa "una e
cattolica" della ricca variet delle vocazioni e condizioni di
vita, dei carismi, dei ministeri e dei compiti e
responsabilit, come pure una pi convinta e decisa
collaborazione dei gruppi, delle associazioni e dei movimenti
di fedeli laici nel solidale compimento della comune missione
salvifica della Chiesa stessa. Questa comunione  gi in se
stessa il primo grande segno della presenza di Cristo Salvatore
nel mondo; nello stesso tempo essa favorisce e stimola la
diretta azione apostolica e missionaria della Chiesa.
Alle soglie del terzo millennio, la Chiesa tutta, Pastori e
fedeli, deve sentire pi forte la sua responsabilit di
obbedire al comando di Cristo: "Andate in tutto il mondo e
predicate il Vangelo a ogni creatura" (Mc 16, 15), rinnovando
il suo slancio missionario. Una grande, impegnativa e magnifica
impresa  affidata alla Chiesa: quella di una nuova
evangelizzazione, di cui il mondo attuale ha immenso bisogno. I
fedeli laici devono sentirsi parte viva e responsabile di
quest'impresa, chiamati come sono ad annunciare e a vivere il
Vangelo nel servizio ai valori e alle esigenze della persona e
della societ.
Il Sinodo dei Vescovi, celebratosi nel mese di ottobre durante
l'Anno Mariano, ha affidato i suoi lavori, in modo del tutto
particolare, alla intercessione di Maria Santissima, Madre del
Redentore. Ed ora alla stessa intercessione affido la fecondit
spirituale dei frutti del Sinodo. Alla Vergine mi rivolgo al
termine di questo documento post-sinodale, in unione con i
Padri e i fedeli laici presenti al Sinodo e con tutti gli altri
membri del Popolo di Dio. L'appello si fa preghiera.
O Vergine santissima,
Madre di Cristo e Madre della Chiesa,
con gioia e con ammirazione,
ci uniamo al tuo Magnificat,
al tuo canto di amore riconoscente.
Con Te rendiamo grazie a Dio,
"la cui misericordia si stende
di generazione in generazione",
per la splendida vocazione
e per la multiforme missione
dei fedeli laici,
chiamati per nome da Dio
a vivere in comunione di amore
e di santit con Lui
e ad essere fraternamente uniti
nella grande famiglia dei figli di Dio,
mandati a irradiare la luce di Cristo
e a comunicare il fuoco dello Spirito
per mezzo della loro vita evangelica
in tutto il mondo.
Vergine del Magnificat,
riempi i loro cuori
di riconoscenza e di entusiasmo
per questa vocazione e per questa missione.
Tu che sei stata,
con umilt e magnanimit,
"la serva del Signore",
donaci la tua stessa disponibilit
per il servizio di Dio
e per la salvezza del mondo.
Apri i nostri cuori
alle immense prospettive
del Regno di Dio
e dell'annuncio del Vangelo
ad ogni creatura.
Nel tuo cuore di madre
sono sempre presenti i molti pericoli
e i molti mali
che schiacciano gli uomini e le donne
del nostro tempo.
Ma sono presenti anche
le tante iniziative di bene,
le grandi aspirazioni ai valori,
i progressi compiuti
nel produrre frutti abbondanti di salvezza.
Vergine coraggiosa,
ispiraci forza d'animo
e fiducia in Dio,
perch sappiamo superare
tutti gli ostacoli che incontriamo
nel compimento della nostra missione.
Insegnaci a trattare le realt del mondo
con vivo senso di responsabilit cristiana
e nella gioiosa speranza
della venuta del Regno di Dio,
dei nuovi cieli e della terra nuova.
Tu che insieme agli Apostoli in preghiera
sei stata nel Cenacolo
in attesa della venuta dello Spirito di Pentecoste,
invoca la sua rinnovata effusione
su tutti i fedeli laici, uomini e donne,
perch corrispondano pienamente
alla loro vocazione e missione,
come tralci della vera vite,
chiamati a portare molto frutto
per la vita del mondo.
Vergine Madre,
guidaci e sostienici perch viviamo sempre
come autentici figli e figlie
della Chiesa di tuo Figlio
e possiamo contribuire a stabilire sulla terra
la civilt della verit e dell'amore,
secondo il desiderio di Dio
e per la sua gloria.
Amen.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 dicembre, festa della
Santa Famiglia di Ges, Maria e Giuseppe, dell'anno 1988,
undicesimo del mio Pontificato.
