LETTERA ENCICLICA
EVANGELIUM VITAE
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI DIACONI
AI RELIGIOSI E ALLE RELIGIOSE
AI FEDELI LAICI E A TUTTE LE PERSONE
DI BUONA VOLONT
SUL VALORE E L'INVIOLABILIT DELLA VITA UMANA

INDICE
INTRODUZIONE           
Il Vangelo della vita sta al cuore del messaggio di Ges
Il valore incomparabile della persona umana.   
Le nuove minacce alla vita umana         
In comunione con tutti i Vescovi del mondo     
CAPITOLO 1
LA VOCE DEL SANGUE DI TUO FRATELLO  GRIDA A ME DAL SUOLO - LE ATTUALI 
MINACCE ALLA VITA UMANA
CAPITOLO 2               
SONO VENUTO PERCH ABBIANO LA VITA - IL MESSAGGIO CRISTIANO SULLA VITA
CAPITOLO 3               
NON UCCIDERE - LA LEGGE SANTA DI DIO
CAPITOLO 4
L'AVETE FATTO A ME - PER UNA NUOVA CULTURA DELLA VITA UMANA
                            
INTRODUZIONE
1. Il Vangelo della vita sta al cuore del messaggio di Ges.
Accolto dalla Chiesa ogni giorno con amore, esso va annunciato
con coraggiosa fedelt come buona novella agli uomini di ogni
epoca e cultura.
All'aurora della salvezza,  la nascita di un bambino che viene
proclamata come lieta notizia: "Vi annunzio una grande gioia,
che sar di tutto il popolo: oggi vi  nato nella citt di
Davide un salvatore, che  il Cristo Signore" (Lc 2, 10-11). A
sprigionare questa "grande gioia"  certamente la nascita del
Salvatore; ma nel Natale  svelato anche il senso pieno di ogni
nascita umana, e la gioia messianica appare cos fondamento e
compimento della gioia per ogni bimbo che nasce (cf. Gv 16,21).
Presentando il nucleo centrale della sua missione redentrice,
Ges dice: "Io sono venuto perch abbiano la vita e l'abbiano
in abbondanza" (Gv 10, 10). In verit, Egli si riferisce a
quella vita "nuova" ed "eterna", che consiste nella
comunione con il Padre, a cui ogni uomo  gratuitamente
chiamato nel Figlio per opera dello Spirito Santificatore. Ma
proprio in tale "vita" acquistano pieno significato tutti gli
aspetti e i momenti della vita dell'uomo.
Il valore incomparabile della persona umana
2. L'uomo  chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le
dimensioni della sua esistenza terrena, poich consiste nella
partecipazione alla vita stessa di Dio.
L'altezza di questa vocazione soprannaturale rivela la
grandezza e la preziosit della vita umana anche nella sua fase
temporale. La vita nel tempo, infatti,  condizione basilare,
momento iniziale e parte integrante dell'intero e unitario
processo dell'esistenza umana. Un processo che,
inaspettatamente e immeritatamente, viene illuminato dalla
promessa e rinnovato dal dono della vita divina, che
raggiunger il suo pieno compimento nell'eternit (cf. 1 Gv 3,1-2). 
Nello stesso tempo, proprio questa chiamata
soprannaturale sottolinea la relativit della vita terrena
dell'uomo e della donna. Essa, in verit, non  realt "ultima", ma
"penultima";  comunque realt sacra che ci viene
affidata perch la custodiamo con senso di responsabilit e la
portiamo a perfezione nell'amore e nel dono di noi stessi a Dio
e ai fratelli.
La Chiesa sa che questo Vangelo della vita, consegnatole dal
suo Signore, ha un'eco profonda e persuasiva nel cuore di
ogni persona, credente e anche non credente, perch esso,
mentre ne supera infinitamente le attese, vi corrisponde in
modo sorprendente. Pur tra difficolt e incertezze, ogni uomo
sinceramente aperto alla verit e al bene, con la luce della
ragione e non senza il segreto influsso della grazia, pu
arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore
(cf. Rm 2, 14-15) il valore sacro della vita umana dal primo
inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni
essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene
primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l'umana
convivenza e la stessa comunit politica.
Questo diritto devono, in modo particolare, difendere e
promuovere i credenti in Cristo, consapevoli della meravigliosa
verit ricordata dal Concilio Vaticano II: "Con l'incarnazione
il Figlio di Dio si  unito in certo modo ad ogni uomo". In
questo evento di salvezza, infatti, si rivela all'umanit non
solo l'amore sconfinato di Dio che "ha tanto amato il mondo da
dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3, 16), ma anche il valore
incomparabile di ogni persona umana.
E la Chiesa, scrutando assiduamente il mistero della
Redenzione, coglie questo valore con sempre rinnovato stupore
e si sente chiamata ad annunciare agli uomini di tutti i
tempi questo "vangelo", fonte di speranza invincibile e di
gioia vera per ogni epoca della storia. Il Vangelo dell'amore
di Dio per l'uomo, il Vangelo della dignit della persona e il
Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo.
 per questo che l'uomo, l'uomo vivente, costituisce la prima e
fondamentale via della Chiesa.
Le nuove minacce alla vita umana
3. Ciascun uomo, proprio a motivo del mistero del Verbo di Dio
che si  fatto carne (cf. Gv 1, 14),  affidato alla
sollecitudine materna della Chiesa. Perci ogni minaccia alla
dignit e alla vita dell'uomo non pu non ripercuotersi nel
cuore stesso della Chiesa, non pu non toccarla al centro della
propria fede nell'incarnazione redentrice del Figlio di Dio,
non pu non coinvolgerla nella sua missione di annunciare il
Vangelo della vita in tutto il mondo e ad ogni creatura (cf. Mc
16, 15).
Oggi questo annuncio si fa particolarmente urgente per
l'impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce
alla vita delle persone e dei popoli, soprattutto quando essa 
debole e indifesa. Alle antiche dolorose piaghe della miseria,
della fame, delle malattie endemiche, della violenza e delle
guerre, se ne aggiungono altre, dalle modalit inedite e dalle
dimensioni inquietanti.
Gi il Concilio Vaticano II, in una pagina di drammatica
attualit, ha deplorato con forza molteplici delitti e
attentati contro la vita umana. A trent'anni di distanza,
facendo mie le parole dell'assise conciliare, ancora una volta
e con identica forza li deploro a nome della Chiesa intera, con
la certezza di interpretare il sentimento autentico di ogni
coscienza retta: "Tutto ci che  contro la vita stessa, come
ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e
lo stesso suicidio volontario; tutto ci che viola l'integrit
della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte
al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l'intimo dello
spirito; tutto ci che offende la dignit umana, come le
condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le
deportazioni, la schiavit, la prostituzione, il mercato delle
donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di
lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici
strumenti di guadagno, e non come persone libere e
responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono
certamente vergognose e, mentre guastano la civilt umana,
inquinano coloro che cos si comportano ancor pi che non
quelli che le subiscono; e ledono grandemente l'onore del
Creatore".
4. Purtroppo, questo inquietante panorama, lungi dal
restringersi, si va piuttosto dilatando: con le nuove
prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico
nascono nuove forme di attentati alla dignit dell'essere
umano, mentre si delinea e consolida una nuova situazione
culturale, che d ai delitti contro la vita un aspetto inedito
e - se possibile - ancora pi iniquo suscitando ulteriori gravi
preoccupazioni: larghi strati dell'opinione pubblica
giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti
della libert individuale e, su tale presupposto, ne pretendono
non solo l'impunit, ma persino l'autorizzazione da parte dello
Stato, al fine di praticarli in assoluta libert ed anzi con
l'intervento gratuito delle strutture sanitarie.
Ora, tutto questo provoca un cambiamento profondo nel modo di
considerare la vita e le relazioni tra gli uomini. Il fatto che
le legislazioni di molti Paesi, magari allontanandosi dagli
stessi principi basilari delle loro Costituzioni, abbiano
acconsentito a non punire o addirittura a riconoscere la piena
legittimit di tali pratiche contro la vita  insieme sintomo
preoccupante e causa non marginale di un grave crollo morale:
scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e
rifiutate dal comune senso morale, diventano a poco a poco
socialmente rispettabili. La stessa medicina, che per sua
vocazione  ordinata alla difesa e alla cura della vita umana,
in alcuni suoi settori si presta sempre pi largamente a
realizzare questi atti contro la persona e in tal modo deforma
il suo volto, contraddice s stessa e avvilisce la dignit di
quanti la esercitano. In un simile contesto culturale e legale,
anche i gravi problemi demografici, sociali o familiari, che
pesano su numerosi popoli del mondo ed esigono un'attenzione
responsabile ed operosa delle comunit nazionali e di quelle
internazionali, si trovano esposti a soluzioni false e
illusorie, in contrasto con la verit e il bene delle persone e
delle Nazioni.
L'esito al quale si perviene  drammatico: se  quanto mai
grave e inquietante il fenomeno dell'eliminazione di tante vite
umane nascenti o sulla via del tramonto, non meno grave e
inquietante  il fatto che la stessa coscienza, quasi
ottenebrata da cos vasti condizionamenti, fatica sempre pi a
percepire la distinzione tra il bene e il male in ci che tocca
lo stesso fondamentale valore della vita umana.
In comunione con tutti i Vescovi del mondo
5. Al problema delle minacce alla vita umana nel nostro tempo 
stato dedicato il Concistoro straordinario dei Cardinali,
svoltosi a Roma dal 4 al 7 aprile 1991. Dopo un'ampia e
approfondita discussione del problema e delle sfide poste
all'intera famiglia umana e, in particolare, alla comunit
cristiana, i Cardinali, con voto unanime, mi hanno chiesto di
riaffermare con l'autorit del Successore di Pietro il valore
della vita umana e la sua inviolabilit, in riferimento alle
attuali circostanze ed agli attentati che oggi la minacciano.
Accogliendo tale richiesta, ho scritto nella Pentecoste del
1991 una lettera personale a ciascun Confratello perch, nello
spirito della collegialit episcopale, mi offrisse la sua
collaborazione in vista della stesura di uno specifico
documento. Sono profondamente grato a tutti i Vescovi che
hanno risposto, fornendomi preziose informazioni, suggerimenti
e proposte. Essi hanno testimoniato anche cos la loro unanime
e convinta partecipazione alla missione dottrinale e pastorale
della Chiesa circa il Vangelo della vita.
Nella medesima lettera, a pochi giorni dalla celebrazione del
centenario dell'Enciclica Rerum novarum, attiravo l'attenzione
di tutti su questa singolare analogia: "Come un secolo fa ad
essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe
operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese,
proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore,
cos ora, quando un'altra categoria di persone  oppressa nel
diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover dare
voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo  sempre
il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti
sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani".
Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita  oggi
una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come
sono, in particolare, i bambini non ancora nati. Se alla
Chiesa, sul finire del secolo scorso, non era consentito tacere
davanti alle ingiustizie allora operanti, meno ancora essa pu
tacere oggi, quando alle ingiustizie sociali del passato,
purtroppo non ancora superate, in tante parti del mondo si
aggiungono ingiustizie ed oppressioni anche pi gravi, magari
scambiate per elementi di progresso in vista
dell'organizzazione di un nuovo ordine mondiale.
La presente Enciclica, frutto della collaborazione
dell'Episcopato di ogni Paese del mondo, vuole essere dunque
una riaffermazione precisa e ferma del valore della vita umana
e della sua inviolabilit, ed insieme un appassionato appello
rivolto a tutti e a ciascuno, in nome di Dio: rispetta,
difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa
strada troverai giustizia, sviluppo, libert vera, pace e
felicit!
Giungano queste parole a tutti i figli e le figlie della
Chiesa! Giungano a tutte le persone di buona volont, sollecite
del bene di ogni uomo e donna e del destino dell'intera
societ!
6. In profonda comunione con ogni fratello e sorella nella fede
e animato da sincera amicizia per tutti, voglio rimeditare e
annunciare il Vangelo della vita, splendore di verit che
illumina le coscienze, limpida luce che risana lo sguardo
ottenebrato, fonte inesauribile di costanza e coraggio per
affrontare le sempre nuove sfide che incontriamo sul nostro
cammino.
E mentre ripenso alla ricca esperienza vissuta durante l'Anno
della Famiglia, quasi completando idealmente la Lettera da me
indirizzata "ad ogni famiglia concreta di qualunque regione
della terra", guardo con rinnovata fiducia a tutte le
comunit domestiche ed auspico che rinasca o si rafforzi ad
ogni livello l'impegno di tutti a sostenere la famiglia, perch
anche oggi - pur in mezzo a numerose difficolt e a pesanti
minacce - essa si conservi sempre, secondo il disegno di Dio,
come "santuario della vita".
A tutti i membri della Chiesa, popolo della vita e per la vita,
rivolgo il pi pressante invito perch, insieme, possiamo dare
a questo nostro mondo nuovi segni di speranza, operando
affinch crescano giustizia e solidariet e si affermi una
nuova cultura della vita umana, per l'edificazione di
un'autentica civilt della verit e dell'amore.
CAPITOLO 1 
LA VOCE DEL SANGUE DI TUO FRATELLO GRIDA A ME DAL SUOLO
LE ATTUALI MINACCE ALLA VITA UMANA
"Caino alz la mano contro il fratello Abele e lo uccise " (Gn 4, 8): 
alla radice della violenza contro la vita.
7. "Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei
viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza... S,
Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilit; lo fece a immagine
della propria natura. Ma la morte  entrata nel mondo per
invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli
appartengono" (Sap 1, 13-14; 2, 23-24).
Il Vangelo della vita, risuonato al principio con la creazione
dell'uomo a immagine di Dio per un destino di vita piena e
perfetta (cf. Gn 2, 7; Sap 9, 2-3), viene contraddetto
dall'esperienza lacerante della morte che entra nel mondo e
getta l'ombra del non senso sull'intera esistenza dell'uomo.
La morte vi entra a causa dell'invidia del diavolo (cf. Gn 3,
1.4-5) e del peccato dei progenitori (cf. Gn 2, 17; 3, 17-19).
E vi entra in modo violento, attraverso l'uccisione di Abele da
parte del fratello Caino: "Mentre erano in campagna, Caino
alz la mano contro il fratello Abele e lo uccise" (Gn 4, 8).
Questa prima uccisione  presentata con una singolare eloquenza
in una pagina paradigmatica del libro della Genesi: una pagina
ritrascritta ogni giorno, senza sosta e con avvilente
ripetizione, nel libro della storia dei popoli.
Vogliamo rileggere insieme questa pagina biblica, che, pur
nella sua arcaicit ed estrema semplicit, si presenta quanto
mai ricca di insegnamenti.
"Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo.
Dopo un certo tempo, Caino offr frutti del suolo in sacrificio
al Signore; anche Abele offr primogeniti del suo gregge e il
loro grasso. Il Signore grad Abele e la sua offerta, ma non
grad Caino e la sua offerta.
Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. Il
Signore disse allora a Caino: "Perch sei irritato e perch 
abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse
tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato  accovacciato
alla tua porta; verso di te  la sua bramosia, ma tu dominala".
Caino disse al fratello Abele: "Andiamo in campagna!". Mentre
erano in campagna, Caino alz la mano contro il fratello Abele
e lo uccise.
Allora il Signore disse a Caino: "Dov' Abele, tuo fratello?".
Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio
fratello?". Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo
fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel
suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo
fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti dar pi i
suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra".
Disse Caino al Signore: "Troppo grande  la mia colpa per
sopportarla! Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi
dovr nascondere lontano da te; io sar ramingo e fuggiasco
sulla terra e chiunque mi incontrer mi potr uccidere".
Ma il Signore gli disse: "Per chiunque uccider Caino subir
la vendetta sette volte!". Il Signore impose a Caino un segno,
perch non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato. Caino si
allontan dal Signore e abit nel paese di Nod, ad oriente di
Eden" (Gn 4, 2-16).
8. Caino  "molto irritato" e ha il volto "abbattuto"
perch "il Signore grad Abele e la sua offerta" (Gn 4, 4).
Il testo biblico non rivela il motivo per cui Dio preferisce il
sacrificio di Abele a quello di Caino; indica per con
chiarezza che, pur preferendo il dono di Abele, non interrompe
il suo dialogo con Caino. Lo ammonisce ricordandogli la sua
libert di fronte al male: l'uomo non  per nulla un
predestinato al male. Certo, come gi Adamo, egli  tentato
dalla potenza malefica del peccato che, come bestia feroce, 
appostata alla porta del suo cuore, in attesa di avventarsi
sulla preda. Ma Caino rimane libero di fronte al peccato. Lo
pu e lo deve dominare: "Verso di te  la sua bramosia, ma tu
dominala!" (Gn 4, 7).
Sull'ammonimento del Signore hanno il sopravvento la gelosia e
l'ira, e cos Caino s'avventa sul proprio fratello e lo uccide.
Come leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, "la
Scrittura, nel racconto dell'uccisione di Abele da parte del
fratello Caino, rivela, fin dagli inizi della storia umana, la
presenza nell'uomo della collera e della cupidigia, conseguenze
del peccato originale. L'uomo  diventato il nemico del suo
simile".
Il fratello uccide il fratello. Come nel primo fratricidio, in
ogni omicidio viene violata la parentela "spirituale", che
accomuna gli uomini in un'unica grande famiglia, essendo
tutti partecipi dello stesso bene fondamentale: l'uguale
dignit personale. Non poche volte viene violata anche la
parentela "della carne e del sangue", ad esempio quando le
minacce alla vita si sviluppano nel rapporto tra genitori e
figli, come avviene con l'aborto o quando, nel pi vasto
contesto familiare o parentale, viene favorita o procurata
l'eutanasia.
Alla radice di ogni violenza contro il prossimo c' un
cedimento alla "logica" del maligno, cio di colui che "
stato omicida fin da principio" (Gv 8, 44), come ci ricorda
l'apostolo Giovanni: " Poich questo  il messaggio che avete
udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non
come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello" (1 Gv 3, 11-12).
Cos l'uccisione del fratello, fin dagli albori
della storia,  la triste testimonianza di come il male
progredisca con rapidit impressionante: alla rivolta dell'uomo
contro Dio nel paradiso terrestre si accompagna la lotta
mortale dell'uomo contro l'uomo.
Dopo il delitto, Dio interviene a vendicare l'ucciso. Di fronte
a Dio, che lo interroga sulla sorte di Abele, Caino, anzich
mostrarsi impacciato e scusarsi, elude la domanda con
arroganza: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio
fratello?" (Gn 4, 9). "Non lo so": con la menzogna Caino
cerca di coprire il delitto. Cos  spesso avvenuto e avviene
quando le pi diverse ideologie servono a giustificare e a
mascherare i pi atroci delitti verso la persona. "Sono forse
io il guardiano di mio fratello?": Caino non vuole pensare al
fratello e rifiuta di vivere quella responsabilit che ogni
uomo ha verso l'altro. Viene spontaneo pensare alle odierne
tendenze di deresponsabilizzazione dell'uomo verso il suo
simile, di cui sono sintomi, tra l'altro, il venir meno della
solidariet verso i membri pi deboli della societ - quali gli
anziani, gli ammalati, gli immigrati, i bambini - e
l'indifferenza che spesso si registra nei rapporti tra i popoli
anche quando sono in gioco valori fondamentali come la
sussistenza, la libert e la pace.
9. Ma Dio non pu lasciare impunito il delitto: dal suolo su
cui  stato versato, il sangue dell'ucciso esige che Egli
faccia giustizia (cf. Gn 37, 26; Is 26, 21; Ez 24, 7-8). Da
questo testo la Chiesa ha ricavato la denominazione di 
"peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio" e vi ha
incluso, anzitutto, l'omicidio volontario. Per gli ebrei,
come per molti popoli dell'antichit, il sangue  la sede della
vita, anzi "il sangue  la vita" (Dt 12, 23) e la vita,
specie quella umana, appartiene solo a Dio: per questo chi
attenta alla vita dell'uomo, in qualche modo attenta a Dio
stesso.
Caino  maledetto da Dio e anche dalla terra, che gli rifiuter
i suoi frutti (cf. Gn 4, 11-12). Ed punito: abiter nella
steppa e nel deserto. La violenza omicida cambia profondamente
l'ambiente di vita dell'uomo. La terra da "giardino di Eden"
(Gn 2, 15), luogo di abbondanza, di serene relazioni
interpersonali e di amicizia con Dio, diventa "paese di Nod"
(Gn 4, 16), luogo della "miseria", della solitudine e della
lontananza da Dio. Caino sar "ramingo e fuggiasco sulla terra" 
(Gn 4, 14): incertezza e instabilit lo accompagneranno sempre.
Dio, tuttavia, sempre misericordioso anche quando punisce, 
"impose a Caino un segno, perch non lo colpisse chiunque
l'avesse incontrato" (Gn 4, 15): gli d, dunque, un
contrassegno, che ha lo scopo non di condannarlo
all'esecrazione degli altri uomini, ma di proteggerlo e
difenderlo da quanti vorranno ucciderlo fosse anche per
vendicare la morte di Abele. Neppure l'omicida perde la sua
dignit personale e Dio stesso se ne fa garante. Ed  proprio
qui che si manifesta il paradossale mistero della
misericordiosa giustizia di Dio, come scrive sant'Ambrogio: 
"Poich era stato commesso un fratricidio, cio il pi grande
dei crimini, nel momento in cui si introdusse il peccato,
subito dovette essere estesa la legge della misericordia
divina; perch, se il castigo avesse colpito immediatamente il
colpevole, non accadesse che gli uomini, nel punire, non
usassero alcuna tolleranza n mitezza, ma consegnassero
immediatamente al castigo i colpevoli. (...) Dio respinse Caino
dal suo cospetto e, rinnegato dai suoi genitori, lo releg come
nell'esilio di una abitazione separata, per il fatto che era
passato dall'umana mitezza alla ferocia belluina. Tuttavia Dio
non volle punire l'omicida con un omicidio, poich vuole il
pentimento del peccatore pi che la sua morte ".
" Che hai fatto?" (Gn 4, 10): l'eclissi del valore della vita
10. Il Signore disse a Caino: "Che hai fatto? La voce del
sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!" (Gn 4, 10). La
voce del sangue versato dagli uomini non cessa di gridare, di
generazione in generazione, assumendo toni e accenti diversi e
sempre nuovi.
La domanda del Signore "Che hai fatto?", alla quale Caino non
pu sfuggire,  rivolta anche all'uomo contemporaneo perch
prenda coscienza dell'ampiezza e della gravit degli attentati
alla vita da cui continua ad essere segnata la storia
dell'umanit; vada alla ricerca delle molteplici cause che li
generano e li alimentano; rifletta con estrema seriet sulle
conseguenze che derivano da questi stessi attentati per
l'esistenza delle persone e dei popoli.
Alcune minacce provengono dalla natura stessa, ma sono
aggravate dall'incuria colpevole e dalla negligenza degli
uomini che non raramente potrebbero porvi rimedio; altre invece
sono il frutto di situazioni di violenza, di odi, di
contrapposti interessi, che inducono gli uomini ad aggredire
altri uomini con omicidi, guerre, stragi, genocidi.
E come non pensare alla violenza che si fa alla vita di milioni
di esseri umani, specialmente bambini, costretti alla miseria,
alla sottonutrizione e alla fame, a causa di una iniqua
distribuzione delle ricchezze tra i popoli e le classi sociali?
o alla violenza insita, prima ancora che nelle guerre, in uno
scandaloso commercio delle armi, che favorisce la spirale dei
tanti conflitti armati che insanguinano il mondo? o alla
seminagione di morte che si opera con l'inconsulto dissesto
degli equilibri ecologici, con la criminale diffusione della
droga o col favorire modelli di esercizio della sessualit che,
oltre ad essere moralmente inaccettabili, sono anche forieri di
gravi rischi per la vita?  impossibile registrare in modo
completo la vasta gamma delle minacce alla vita umana, tante
sono le forme, aperte o subdole, che esse rivestono nel nostro
tempo!
11. Ma la nostra attenzione intende concentrarsi, in
particolare, su un altro genere di attentati, concernenti la
vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi
rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravit
per il fatto che tendono a perdere, nella coscienza collettiva,
il carattere di "delitto" e ad assumere paradossalmente
quello del "diritto", al punto che se ne pretende un vero e
proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la
successiva esecuzione mediante l'intervento gratuito degli
stessi operatori sanitari. Tali attentati colpiscono la vita
umana in situazioni di massima precariet, quando  priva di
ogni capacit di difesa. Ancora pi grave  il fatto che essi,
in larga parte, sono consumati proprio all'interno e ad opera
di quella famiglia che costitutivamente  invece chiamata ad
essere "santuario della vita".
Come s' potuta determinare una simile situazione? Occorre
prendere in considerazione molteplici fattori. Sullo sfondo c'
una profonda crisi della cultura, che ingenera scetticismo sui
fondamenti stessi del sapere e dell'etica e rende sempre pi
difficile cogliere con chiarezza il senso dell'uomo, dei suoi
diritti e dei suoi doveri. A ci si aggiungono le pi diverse
difficolt esistenziali e relazionali, aggravate dalla realt
di una societ complessa, in cui le persone, le coppie, le
famiglie rimangono spesso sole con i loro problemi. Non mancano
situazioni di particolare povert, angustia o esasperazione, in
cui la fatica della sopravvivenza, il dolore ai limiti della
sopportabilit, le violenze subite, specialmente quelle che
investono le donne, rendono le scelte di difesa e di promozione
della vita esigenti a volte fino all'eroismo.
Tutto ci spiega, almeno in parte, come il valore della vita
possa oggi subire una specie di "eclissi", per quanto la
coscienza non cessi di additarlo quale valore sacro e
intangibile, come dimostra il fatto stesso che si tende a
coprire alcuni delitti contro la vita nascente o terminale con
locuzioni di tipo sanitario, che distolgono lo sguardo dal
fatto che  in gioco il diritto all'esistenza di una concreta
persona umana.
12. In realt, se molti e gravi aspetti dell'odierna
problematica sociale possono in qualche modo spiegare il clima
di diffusa incertezza morale e talvolta attenuare nei singoli
la responsabilit soggettiva, non  meno vero che siamo di
fronte a una realt pi vasta, che si pu considerare come una
vera e propria struttura di peccato, caratterizzata
dall'imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si
configura in molti casi come vera "cultura di morte". Essa 
attivamente promossa da forti correnti culturali, economiche e
politiche, portatrici di una concezione efficientistica della
societ.
Guardando le cose da tale punto di vista, si pu, in certo
senso, parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la
vita che richiederebbe pi accoglienza, amore e cura  ritenuta
inutile, o  considerata come un peso insopportabile e, quindi,
 rifiutata in molte maniere. Chi, con la sua malattia, con il
suo handicap o, molto pi semplicemente, con la stessa sua
presenza mette in discussione il benessere o le abitudini di
vita di quanti sono pi avvantaggiati, tende ad essere visto
come un nemico da cui difendersi o da eliminare. Si scatena
cos una specie di "congiura contro la vita". Essa non
coinvolge solo le singole persone nei loro rapporti
individuali, familiari o di gruppo, ma va ben oltre, sino ad
intaccare e stravolgere, a livello mondiale, i rapporti tra i
popoli e gli Stati.
13. Per facilitare la diffusione dell'aborto, si sono investite
e si continuano ad investire somme ingenti destinate alla messa
a punto di preparati farmaceutici, che rendono possibile
l'uccisione del feto nel grembo materno, senza la necessit di
ricorrere all'aiuto del medico. La stessa ricerca scientifica,
su questo punto, sembra quasi esclusivamente preoccupata di
ottenere prodotti sempre pi semplici ed efficaci contro la
vita e, nello stesso tempo, tali da sottrarre l'aborto ad ogni
forma di controllo e responsabilit sociale.
Si afferma frequentemente che la contraccezione, resa sicura e
accessibile a tutti,  il rimedio pi efficace contro l'aborto.
Si accusa poi la Chiesa cattolica di favorire di fatto l'aborto
perch continua ostinatamente a insegnare l'illiceit morale
della contraccezione.
L'obiezione, a ben guardare, si rivela speciosa. Pu essere,
infatti, che molti ricorrano ai contraccettivi anche
nell'intento di evitare successivamente la tentazione
dell'aborto. Ma i disvalori insiti nella "mentalit
contraccettiva" - ben diversa dall'esercizio responsabile
della paternit e maternit, attuato nel rispetto della piena
verit dell'atto coniugale - sono tali da rendere pi forte
proprio questa tentazione, di fronte all'eventuale concepimento
di una vita non desiderata. Di fatto la cultura abortista 
particolarmente sviluppata proprio in ambienti che rifiutano
l'insegnamento della Chiesa sulla contraccezione. Certo,
contraccezione ed aborto, dal punto di vista morale, sono mali
specificamente diversi: l'una contraddice all'integra verit
dell'atto sessuale come espressione propria dell'amore
coniugale, l'altro distrugge la vita di un essere umano; la
prima si oppone alla virt della castit matrimoniale, il
secondo si oppone alla virt della giustizia e viola
direttamente il precetto divino "non uccidere".
Ma pur con questa diversa natura e peso morale, essi sono molto
spesso in intima relazione, come frutti di una medesima pianta.
 vero che non mancano casi in cui alla contraccezione e allo
stesso aborto si giunge sotto la spinta di molteplici
difficolt esistenziali, che tuttavia non possono mai esonerare
dallo sforzo di osservare pienamente la Legge di Dio. Ma in
moltissimi altri casi tali pratiche affondano le radici in una
mentalit edonistica e deresponsabilizzante nei confronti della
sessualit e suppongono un concetto egoistico di libert che
vede nella procreazione un ostacolo al dispiegarsi della
propria personalit. La vita che potrebbe scaturire
dall'incontro sessuale diventa cos il nemico da evitare
assolutamente e l'aborto l'unica possibile risposta risolutiva
di fronte ad una contraccezione fallita.
Purtroppo la stretta connessione che, a livello di mentalit,
intercorre tra la pratica della contraccezione e quella
dell'aborto emerge sempre di pi e lo dimostra in modo
allarmante anche la messa a punto di preparati chimici, di
dispositivi intrauterini e di vaccini che, distribuiti con la
stessa facilit dei contraccettivi, agiscono in realt come
abortivi nei primissimi stadi di sviluppo della vita del nuovo
essere umano.
14. Anche le varie tecniche di riproduzione artificiale, che
sembrerebbero porsi a servizio della vita e che sono praticate
non poche volte con questa intenzione, in realt aprono la
porta a nuovi attentati contro la vita. Al di l del fatto che
esse sono moralmente inaccettabili, dal momento che dissociano
la procreazione dal contesto integralmente umano dell'atto
coniugale, queste tecniche registrano alte percentuali di
insuccesso: esso riguarda non tanto la fecondazione, quanto il
successivo sviluppo dell'embrione, esposto al rischio di morte
entro tempi in genere brevissimi. Inoltre, vengono prodotti
talvolta embrioni in numero superiore a quello necessario per
l'impianto nel grembo della donna e questi cosiddetti 
"embrioni soprannumerari" vengono poi soppressi o utilizzati
per ricerche che, con il pretesto del progresso scientifico o
medico, in realt riducono la vita umana a semplice "materiale
biologico" di cui poter liberamente disporre.
Le diagnosi pre-natali, che non presentano difficolt morali se
fatte per individuare eventuali cure necessarie al bambino non
ancora nato, diventano troppo spesso occasione per proporre e
procurare l'aborto.  l'aborto eugenetico, la cui
legittimazione nell'opinione pubblica nasce da una mentalit -
a torto ritenuta coerente con le esigenze della "terapeuticit" - che
accoglie la vita solo a certe condizioni e che rifiuta
il limite, l'handicap, l'infermit.
Seguendo questa stessa logica, si  giunti a negare le cure
ordinarie pi elementari, e perfino l'alimentazione, a bambini
nati con gravi handicap o malattie. Lo scenario contemporaneo,
inoltre, si fa ancora pi sconcertante a motivo delle proposte,
avanzate qua e l, di legittimare, nella stessa linea del
diritto all'aborto, persino l'infanticidio, ritornando cos ad
uno stadio di barbarie che si sperava di aver superato per
sempre.
15. Minacce non meno gravi incombono pure sui malati
inguaribili e sui morenti, in un contesto sociale e culturale
che, rendendo pi difficile affrontare e sopportare la
sofferenza, acuisce la tentazione di risolvere il problema del
soffrire eliminandolo alla radice con l'anticipare la morte al
momento ritenuto pi opportuno.
In tale scelta confluiscono spesso elementi di diverso segno,
purtroppo convergenti a questo terribile esito. Pu essere
decisivo, nel soggetto malato, il senso di angoscia, di
esasperazione, persino di disperazione, provocato da
un'esperienza di dolore intenso e prolungato. Ci mette a dura
prova gli equilibri a volte gi instabili della vita personale
e familiare, sicch, da una parte, il malato, nonostante gli
aiuti sempre pi efficaci dell'assistenza medica e sociale,
rischia di sentirsi schiacciato dalla propria fragilit;
dall'altra, in coloro che gli sono effettivamente legati, pu
operare un senso di comprensibile anche se malintesa piet.
Tutto ci  aggravato da un'atmosfera culturale che non coglie
nella sofferenza alcun significato o valore, anzi la considera
il male per eccellenza, da eliminare ad ogni costo; il che
avviene specialmente quando non si ha una visione religiosa che
aiuti a decifrare positivamente il mistero del dolore.
Ma nell'orizzonte culturale complessivo non manca di incidere
anche una sorta di atteggiamento prometeico dell'uomo che, in
tal modo, si illude di potersi impadronire della vita e della
morte perch decide di esse, mentre in realt viene sconfitto e
schiacciato da una morte irrimediabilmente chiusa ad ogni
prospettiva di senso e ad ogni speranza. Riscontriamo una
tragica espressione di tutto ci nella diffusione
dell'eutanasia, mascherata e strisciante o attuata apertamente
e persino legalizzata. Essa, oltre che per una presunta piet
di fronte al dolore del paziente, viene talora giustificata con
una ragione utilitaristica, volta ad evitare spese improduttive
troppo gravose per la societ. Si propone cos la soppressione
dei neonati malformati, degli handicappati gravi, degli
inabili, degli anziani, soprattutto se non autosufficienti, e
dei malati terminali. N ci  lecito tacere di fronte ad altre
forme pi subdole, ma non meno gravi e reali, di eutanasia.
Esse, ad esempio, potrebbero verificarsi quando, per aumentare
la disponibilit di organi da trapiantare, si procedesse
all'espianto degli stessi organi senza rispettare i criteri
oggettivi ed adeguati di accertamento della morte del donatore.
16. Un altro fenomeno attuale, al quale si accompagnano
frequentemente minacce e attentati alla vita,  quello
demografico. Esso si presenta in modo differente nelle diverse
parti del mondo: nei Paesi ricchi e sviluppati si registra un
preoccupante calo o crollo delle nascite; i Paesi poveri,
invece, presentano in genere un tasso elevato di aumento della
popolazione, difficilmente sopportabile in un contesto di
minore sviluppo economico e sociale, o addirittura di grave
sottosviluppo. Di fronte alla sovrapopolazione dei Paesi poveri
mancano, a livello internazionale, interventi globali - serie
politiche familiari e sociali, programmi di crescita culturale
e di giusta produzione e distribuzione delle risorse - mentre
si continua a mettere in atto politiche antinataliste.
Contraccezione, sterilizzazione e aborto vanno certamente
annoverati tra le cause che contribuiscono a determinare le
situazioni di forte denatalit. Pu essere facile la tentazione
di ricorrere agli stessi metodi e attentati contro la vita
anche nelle situazioni di "esplosione demografica".
L'antico faraone, sentendo come un incubo la presenza e il
moltiplicarsi dei figli di Israele, li sottopose ad ogni forma
di oppressione e ordin che venisse fatto morire ogni neonato
maschio delle donne ebree (cf. Es 1, 7-22). Allo stesso modo si
comportano oggi non pochi potenti della terra.
Essi pure avvertono come un incubo lo sviluppo demografico in
atto e temono che i popoli pi prolifici e pi poveri
rappresentino una minaccia per il benessere e la tranquillit
dei loro Paesi. Di conseguenza, piuttosto che voler affrontare
e risolvere questi gravi problemi nel rispetto della dignit
delle persone e delle famiglie e dell'inviolabile diritto alla
vita di ogni uomo, preferiscono promuovere e imporre con
qualsiasi mezzo una massiccia pianificazione delle nascite. Gli
stessi aiuti economici, che sarebbero disposti a dare, vengono
ingiustamente condizionati all'accettazione di una politica
antinatalista.
17. L'umanit di oggi ci offre uno spettacolo davvero
allarmante, se pensiamo non solo ai diversi ambiti nei quali si
sviluppano gli attentati alla vita, ma anche alla loro
singolare proporzione numerica, nonch al molteplice e potente
sostegno che viene loro dato dall'ampio consenso sociale, dal
frequente riconoscimento legale, dal coinvolgimento di parte
del personale sanitario.
Come ebbi a dire con forza a Denver, in occasione dell'VIII
Giornata Mondiale della Giovent, "con il tempo, le minacce
contro la vita non vengono meno. Esse, al contrario, assumono
dimensioni enormi. Non si tratta soltanto di minacce
provenienti dall'esterno, di forze della natura o dei "Caino"
che assassinano gli "Abele"; no, si tratta di minacce
programmate in maniera scientifica e sistematica. Il ventesimo
secolo verr considerato un'epoca di attacchi massicci contro
la vita, un'interminabile serie di guerre e un massacro
permanente di vite umane innocenti. I falsi profeti e i falsi
maestri hanno conosciuto il maggior successo possibile".
Al di l delle intenzioni, che possono essere varie e magari
assumere forme suadenti persino in nome della solidariet,
siamo in realt di fronte a una oggettiva "congiura contro la
vita" che vede implicate anche Istituzioni internazionali,
impegnate a incoraggiare e programmare vere e proprie campagne
per diffondere la contraccezione, la sterilizzazione e
l'aborto. Non si pu, infine, negare che i mass media sono
spesso complici di questa congiura, accreditando nell'opinione
pubblica quella cultura che presenta il ricorso alla
contraccezione, alla sterilizzazione, all'aborto e alla stessa
eutanasia come segno di progresso e conquista di libert,
mentre dipinge come nemiche della libert e del progresso le
posizioni incondizionatamente a favore della vita.
"Sono forse il guardiano di mio fratello?" (Gn 4, 9): un'idea
perversa di libert
18. Il panorama descritto chiede di essere conosciuto non
soltanto nei fenomeni di morte che lo caratterizzano, ma anche
nelle molteplici cause che lo determinano. La domanda del
Signore "Che hai fatto?" (Gn 4, 10) sembra essere quasi un
invito rivolto a Caino ad andare oltre la materialit del suo
gesto omicida, per coglierne tutta la gravit nelle motivazioni
che ne sono all'origine e nelle conseguenze che ne derivano.
Le scelte contro la vita nascono, talvolta, da situazioni
difficili o addirittura drammatiche di profonda sofferenza, di
solitudine, di totale mancanza di prospettive economiche, di
depressione e di angoscia per il futuro. Tali circostanze
possono attenuare anche notevolmente la responsabilit
soggettiva e la conseguente colpevolezza di quanti compiono
queste scelte in s criminose. Tuttavia oggi il problema va ben
al di l del pur doveroso riconoscimento di queste situazioni
personali. Esso si pone anche sul piano culturale, sociale e
politico, dove presenta il suo aspetto pi sovversivo e
conturbante nella tendenza, sempre pi largamente condivisa, a
interpretare i menzionati delitti contro la vita come legittime
espressioni della libert individuale, da riconoscere e
proteggere come veri e propri diritti.
In questo modo giunge ad una svolta dalle tragiche conseguenze
un lungo processo storico, che dopo aver scoperto l'idea dei 
"diritti umani" - come diritti inerenti a ogni persona e
precedenti ogni Costituzione e legislazione degli Stati -
incorre oggi in una sorprendente contraddizione: proprio in
un'epoca in cui si proclamano solennemente i diritti
inviolabili della persona e si afferma pubblicamente il valore
della vita, lo stesso diritto alla vita viene praticamente
negato e conculcato, in particolare nei momenti pi emblematici
dell'esistenza, quali sono il nascere e il morire.
Da un lato, le varie dichiarazioni dei diritti dell'uomo e le
molteplici iniziative che ad esse si ispirano dicono
l'affermarsi a livello mondiale di una sensibilit morale pi
attenta a riconoscere il valore e la dignit di ogni essere
umano in quanto tale, senza alcuna distinzione di razza,
nazionalit, religione, opinione politica, ceto sociale.
Dall'altro lato, a queste nobili proclamazioni si contrappone
purtroppo, nei fatti, una loro tragica negazione. Questa 
ancora pi sconcertante, anzi pi scandalosa, proprio perch si
realizza in una societ che fa dell'affermazione e della tutela
dei diritti umani il suo obiettivo principale e insieme il suo
vanto. Come mettere d'accordo queste ripetute affermazioni di
principio con il continuo moltiplicarsi e la diffusa
legittimazione degli attentati alla vita umana? Come conciliare
queste dichiarazioni col rifiuto del pi debole, del pi
bisognoso, dell'anziano, dell'appena concepito? Questi
attentati vanno in direzione esattamente contraria al rispetto
della vita e rappresentano una minaccia frontale a tutta la
cultura dei diritti dell'uomo.  una minaccia capace, al
limite, di mettere a repentaglio lo stesso significato della
convivenza democratica: da societ di "conviventi", le
nostre citt rischiano di diventare societ di esclusi, di
emarginati, di rimossi e soppressi. Se poi lo sguardo si
allarga ad un orizzonte planetario, come non pensare che la
stessa affermazione dei diritti delle persone e dei popoli,
quale avviene in alti consessi internazionali, si riduce a
sterile esercizio retorico, se non si smaschera l'egoismo dei
Paesi ricchi che chiudono l'accesso allo sviluppo dei Paesi
poveri o lo condizionano ad assurdi divieti di procreazione,
contrapponendo lo sviluppo all'uomo? Non occorre forse mettere
in discussione gli stessi modelli economici, adottati sovente
dagli Stati anche per spinte e condizionamenti di carattere
internazionale, che generano ed alimentano situazioni di
ingiustizia e violenza nelle quali la vita umana di intere
popolazioni viene avvilita e conculcata?
19. Dove stanno le radici di una contraddizione tanto
paradossale?
Le possiamo riscontrare in complessive valutazioni di ordine
culturale e morale, a iniziare da quella mentalit che,
esasperando e persino deformando il concetto di soggettivit,
riconosce come titolare di diritti solo chi si presenta con
piena o almeno incipiente autonomia ed esce da condizioni di
totale dipendenza dagli altri. Ma come conciliare tale
impostazione con l'esaltazione dell'uomo quale essere 
"indisponibile"? La teoria dei diritti umani si fonda proprio
sulla considerazione del fatto che l'uomo, diversamente dagli
animali e dalle cose, non pu essere sottomesso al dominio di
nessuno. Si deve pure accennare a quella logica che tende a
identificare la dignit personale con la capacit di
comunicazione verbale ed esplicita e, in ogni caso,
sperimentabile.  chiaro che, con tali presupposti, non c'
spazio nel mondo per chi, come il nascituro o il morente,  un
soggetto strutturalmente debole, sembra totalmente assoggettato
alla merc di altre persone e da loro radicalmente dipendente e
sa comunicare solo mediante il muto linguaggio di una profonda
simbiosi di affetti. , quindi, la forza a farsi criterio di
scelta e di azione nei rapporti interpersonali e nella
convivenza sociale. Ma questo  l'esatto contrario di quanto ha
voluto storicamente affermare lo Stato di diritto, come
comunit nella quale alle "ragioni della forza" si
sostituisce la "forza della ragione".
Ad un altro livello, le radici della contraddizione che
intercorre tra la solenne affermazione dei diritti dell'uomo e
la loro tragica negazione nella pratica risiedono in una
concezione della libert che esalta in modo assoluto il singolo
individuo, e non lo dispone alla solidariet, alla piena
accoglienza e al servizio dell'altro. Se  vero che talvolta la
soppressione della vita nascente o terminale si colora anche di
un malinteso senso di altruismo e di umana piet, non si pu
negare che una tale cultura di morte, nel suo insieme, tradisce
una concezione della libert del tutto individualistica che
finisce per essere la libert dei "pi forti" contro i deboli
destinati a soccombere.
Proprio in questo senso si pu interpretare la risposta di
Caino alla domanda del Signore "Dov' Abele, tuo fratello?":
"Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?" (Gn 4,9). 
S, ogni uomo  "guardiano di suo fratello", perch Dio
affida l'uomo all'uomo. Ed  anche in vista di tale affidamento
che Dio dona a ogni uomo la libert, che possiede un'essenziale
dimensione relazionale. Essa  grande dono del Creatore, posta
com' al servizio della persona e della sua realizzazione
mediante il dono di s e l'accoglienza dell'altro; quando
invece viene assolutizzata in chiave individualistica, la
libert  svuotata del suo contenuto originario ed 
contraddetta nella sua stessa vocazione e dignit.
C' un aspetto ancora pi profondo da sottolineare: la libert
rinnega s stessa, si autodistrugge e si dispone
all'eliminazione dell'altro quando non riconosce e non rispetta
pi il suo costitutivo legame con la verit. Ogni volta che la
libert, volendo emanciparsi da qualsiasi tradizione e
autorit, si chiude persino alle evidenze primarie di una
verit oggettiva e comune, fondamento della vita personale e
sociale, la persona finisce con l'assumere come unico e
indiscutibile riferimento per le proprie scelte non pi la
verit sul bene e sul male, ma solo la sua soggettiva e
mutevole opinione o, addirittura, il suo egoistico interesse e
il suo capriccio.
20. In questa concezione della libert, la convivenza sociale
viene profondamente deformata. Se la promozione del proprio io
 intesa in termini di autonomia assoluta, inevitabilmente si
giunge alla negazione dell'altro, sentito come un nemico da cui
difendersi. In questo modo la societ diventa un insieme di
individui posti l'uno accanto all'altro, ma senza legami
reciproci: ciascuno vuole affermarsi indipendentemente
dall'altro, anzi vuol far prevalere i suoi interessi. Tuttavia,
di fronte ad analoghi interessi dell'altro, ci si deve
arrendere a cercare qualche forma di compromesso, se si vuole
che nella societ sia garantito a ciascuno il massimo di
libert possibile. Viene meno cos ogni riferimento a valori
comuni e a una verit assoluta per tutti: la vita sociale si
avventura nelle sabbie mobili di un relativismo totale. Allora
tutto  convenzionabile, tutto  negoziabile: anche il primo
dei diritti fondamentali, quello alla vita.
 quanto di fatto accade anche in ambito pi propriamente
politico e statale: l'originario e inalienabile diritto alla
vita  messo in discussione o negato sulla base di un voto
parlamentare o della volont di una parte - sia pure
maggioritaria - della popolazione.  l'esito nefasto di un
relativismo che regna incontrastato: il "diritto" cessa di
essere tale, perch non  pi solidamente fondato
sull'inviolabile dignit della persona, ma viene assoggettato
alla volont del pi forte. In questo modo la democrazia, ad
onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale
totalitarismo. Lo Stato non  pi la "casa comune" dove tutti
possono vivere secondo principi di uguaglianza sostanziale, ma
si trasforma in Stato tiranno, che presume di poter disporre
della vita dei pi deboli e indifesi, dal bambino non ancora
nato al vecchio, in nome di una utilit pubblica che non 
altro, in realt, che l'interesse di alcuni.
Tutto sembra avvenire nel pi saldo rispetto della legalit,
almeno quando le leggi che permettono l'aborto o l'eutanasia
vengono votate secondo le cosiddette regole democratiche. In
verit, siamo di fronte solo a una tragica parvenza di legalit
e l'ideale democratico, che  davvero tale quando riconosce e
tutela la dignit di ogni persona umana,  tradito nelle sue
stesse basi: "Come  possibile parlare ancora di dignit di
ogni persona umana, quando si permette che si uccida la pi
debole e la pi innocente? In nome di quale giustizia si opera
fra le persone la pi ingiusta delle discriminazioni,
dichiarandone alcune degne di essere difese, mentre ad altre
questa dignit  negata?". Quando si verificano queste
condizioni si sono gi innescati quei dinamismi che portano
alla dissoluzione di un'autentica convivenza umana e alla
disgregazione della stessa realt statuale.
Rivendicare il diritto all'aborto, all'infanticidio,
all'eutanasia e riconoscerlo legalmente, equivale ad attribuire
alla libert umana un significato perverso e iniquo: quello di
un potere assoluto sugli altri e contro gli altri. Ma questa 
la morte della vera libert: "In verit, in verit vi dico:
chiunque commette il peccato  schiavo del peccato" (Gv 8,34).
" Mi dovr nascondere lontano da te " (Gn 4, 14): l'eclissi del
senso di Dio e dell'uomo
21. Nel ricercare le radici pi profonde della lotta tra la 
"cultura della vita" e la "cultura della morte", non ci si
pu fermare all'idea perversa di libert sopra ricordata.
Occorre giungere al cuore del dramma vissuto dall'uomo
contemporaneo:l'eclissi del senso di Dio e dell'uomo, tipica
del contesto sociale e culturale dominato dal secolarismo, che
coi suoi tentacoli pervasivi non manca talvolta di mettere alla
prova le stesse comunit cristiane. Chi si lascia contagiare da
questa atmosfera, entra facilmente nel vortice di un terribile
circolo vizioso: smarrendo il senso di Dio, si tende a smarrire
anche il senso dell'uomo, della sua dignit e della sua vita; a
sua volta, la sistematica violazione della legge morale, specie
nella grave materia del rispetto della vita umana e della sua
dignit, produce una sorta di progressivo oscuramento della
capacit di percepire la presenza vivificante e salvante di
Dio.
Ancora una volta possiamo ispirarci al racconto dell'uccisione
di Abele da parte del fratello. Dopo la maledizione inflittagli
da Dio, Caino cos si rivolge al Signore: "Troppo grande  la
mia colpa per sopportarla! Ecco, tu mi scacci oggi da questo
suolo e io mi dovr nascondere lontano da te; io sar ramingo e
fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrer mi potr
uccidere" (Gn 4, 13-14).
Caino ritiene che il suo peccato non potr ottenere perdono dal
Signore e che il suo destino inevitabile sar di doversi 
"nascondere lontano" da lui. Se Caino riesce a confessare che
la sua colpa  "troppo grande",  perch egli sa di trovarsi
di fronte a Dio e al suo giusto giudizio. In realt, solo
davanti al Signore l'uomo pu riconoscere il suo peccato e
percepirne tutta la gravit.  questa l'esperienza di Davide,
che dopo "aver fatto male agli occhi del Signore",
rimproverato dal profeta Natan (cf. 2 Sam 11-12), esclama: 
"Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che  male ai
tuoi occhi, io l'ho fatto" (Sal 511, 5-6).
22. Per questo, quando viene meno il senso di Dio, anche il
senso dell'uomo viene minacciato e inquinato, come
lapidariamente afferma il Concilio Vaticano II: "La creatura
senza il Creatore svanisce... Anzi, l'oblio di Dio priva di
luce la creatura stessa". L'uomo non riesce pi a
percepirsi come "misteriosamente altro" rispetto alle diverse
creature terrene; egli si considera come uno dei tanti esseri
viventi, come un organismo che, tutt'al pi, ha raggiunto uno
stadio molto elevato di perfezione. Chiuso nel ristretto
orizzonte della sua fisicit, si riduce in qualche modo a "una
cosa" e non coglie pi il carattere "trascendente" del suo 
"esistere come uomo". Non considera pi la vita come uno
splendido dono di Dio, una realt "sacra" affidata alla sua
responsabilit e quindi alla sua amorevole custodia, alla sua 
"venerazione". Essa diventa semplicemente "una cosa", che
egli rivendica come sua esclusiva propriet, totalmente
dominabile e manipolabile.
Cos, di fronte alla vita che nasce e alla vita che muore, non
 pi capace di lasciarsi interrogare sul senso pi autentico
della sua esistenza, assumendo con vera libert questi momenti
cruciali del proprio "essere". Egli si preoccupa solo del
"fare" e, ricorrendo ad ogni forma di tecnologia, si affanna a
programmare, controllare e dominare la nascita e la morte.
Queste, da esperienze originarie che chiedono di essere
"vissute", diventano cose che si pretende semplicemente di 
"possedere" o di "rifiutare".
Del resto, una volta escluso il riferimento a Dio, non
sorprende che il senso di tutte le cose ne esca profondamente
deformato, e la stessa natura, non pi "mater", sia ridotta a
"materiale" aperto a tutte le manipolazioni. A ci sembra
condurre una certa razionalit tecnico-scientifica, dominante
nella cultura contemporanea, che nega l'idea stessa di una
verit del creato da riconoscere o di un disegno di Dio sulla
vita da rispettare. E ci non  meno vero, quando l'angoscia
per gli esiti di tale "libert senza legge" induce alcuni
all'opposta istanza di una "legge senza libert", come
avviene, ad esempio, in ideologie che contestano la legittimit
di qualunque intervento sulla natura, quasi in nome di una sua
"divinizzazione", che ancora una volta ne misconosce la
dipendenza dal disegno del Creatore. In realt, vivendo "come
se Dio non esistesse", l'uomo smarrisce non solo il mistero di
Dio, ma anche quello del mondo e il mistero del suo stesso
essere.
23. L'eclissi del senso di Dio e dell'uomo conduce
inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale proliferano
l'individualismo, l'utilitarismo e l'edonismo. Si manifesta
anche qui la perenne validit di quanto scrive l'Apostolo: 
"Poich hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha
abbandonati in bala d'una intelligenza depravata, sicch
commettono ci che  indegno" (Rm 1, 28). Cos i valori
dell'essere sono sostituiti da quelli dell'avere.
L'unico fine che conta  il perseguimento del proprio benessere
materiale. La cosiddetta "qualit della vita"  interpretata
in modo prevalente o esclusivo come efficienza economica,
consumismo disordinato, bellezza e godibilit della vita
fisica, dimenticando le dimensioni pi profonde - relazionali,
spirituali e religiose - dell'esistenza.
In un simile contesto la sofferenza, inevitabile peso
dell'esistenza umana ma anche fattore di possibile crescita
personale, viene "censurata", respinta come inutile, anzi
combattuta come male da evitare sempre e comunque. Quando non
la si pu superare e la prospettiva di un benessere almeno
futuro svanisce, allora pare che la vita abbia perso ogni
significato e cresce nell'uomo la tentazione di rivendicare il
diritto alla sua soppressione.
Sempre nel medesimo orizzonte culturale, il corpo non viene pi
percepito come realt tipicamente personale, segno e luogo
della relazione con gli altri, con Dio e con il mondo. Esso 
ridotto a pura materialit:  semplice complesso di organi,
funzioni ed energie da usare secondo criteri di mera godibilit
ed efficienza. Conseguentemente, anche la sessualit 
depersonalizzata e strumentalizzata: da segno, luogo e
linguaggio dell'amore, ossia del dono di s e dell'accoglienza
dell'altro secondo l'intera ricchezza della persona, diventa
sempre pi occasione e strumento di affermazione del proprio io
e di soddisfazione egoistica dei propri desideri e istinti.
Cos si deforma e falsifica il contenuto originario della
sessualit umana e i due significati, unitivo e procreativo,
insiti nella natura stessa dell'atto coniugale, vengono
artificialmente separati: in questo modo l'unione  tradita e
la fecondit  sottomessa all'arbitrio dell'uomo e della donna.
La procreazione allora diventa il "nemico" da evitare
nell'esercizio della sessualit: se viene accettata,  solo
perch esprime il proprio desiderio, o addirittura la propria
volont, di avere il figlio "ad ogni costo" e non, invece,
perch dice totale accoglienza dell'altro e, quindi, apertura
alla ricchezza di vita di cui il figlio  portatore.
Nella prospettiva materialistica fin qui descritta, le
relazioni interpersonali conoscono un grave impoverimento. I
primi a subirne i danni sono la donna, il bambino, il malato o
sofferente, l'anziano. Il criterio proprio della dignit
personale - quello cio del rispetto, della gratuit e del
servizio - viene sostituito dal criterio dell'efficienza, della
funzionalit e dell'utilit: l'altro  apprezzato non per
quello che "", ma per quello che "ha, fa e rende".  la
supremazia del pi forte sul pi debole.
24.  nell'intimo della coscienza morale che l'eclissi del
senso di Dio e dell'uomo, con tutte le sue molteplici e funeste
conseguenze sulla vita, si consuma.  in questione, anzitutto,
la coscienza di ciascuna persona, che nella sua unicit e
irripetibilit si trova sola di fronte a Dio. Ma  pure in
questione, in un certo senso, la "coscienza morale" della
societ: essa  in qualche modo responsabile non solo perch
tollera o favorisce comportamenti contrari alla vita, ma anche
perch alimenta la "cultura della morte", giungendo a creare
e a consolidare vere e proprie "strutture di peccato" contro
la vita. La coscienza morale, sia individuale che sociale, 
oggi sottoposta, anche per l'influsso invadente di molti
strumenti della comunicazione sociale, a un pericolo gravissimo
e mortale: quello della confusione tra il bene e il male in
riferimento allo stesso fondamentale diritto alla vita. Tanta
parte dell'attuale societ si rivela tristemente simile a
quell'umanit che Paolo descrive nella Lettera ai Romani. 
fatta "di uomini che soffocano la verit nell'ingiustizia"
(1, 18): avendo rinnegato Dio e credendo di poter costruire la
citt terrena senza di lui, "hanno vaneggiato nei loro
ragionamenti" sicch "si  ottenebrata la loro mente ottusa" (1, 21); 
"mentre si dichiaravano sapienti sono diventati stolti" (1, 22), 
sono diventati autori di opere degne di morte
e "non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa" (1, 32). 
Quando la coscienza, questo luminoso occhio dell'anima
(cf. Mt 6, 22-23), chiama "bene il male e male il bene" (Is 5, 20),
 ormai sulla strada della sua degenerazione pi
inquietante e della pi tenebrosa cecit morale.
Eppure tutti i condizionamenti e gli sforzi per imporre il
silenzio non riescono a soffocare la voce del Signore che
risuona nella coscienza di ogni uomo:  sempre da questo intimo
sacrario della coscienza che pu ripartire un nuovo cammino di
amore, di accoglienza e di servizio alla vita umana.
"Vi siete accostati al sangue dell'aspersione" (cf. Eb 12,22.24): 
segni di speranza e invito all'impegno
25. "La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!"(Gn 4, 10).
Non  solo la voce del sangue di Abele, il primo
innocente ucciso, a gridare verso Dio, sorgente e difensore
della vita. Anche il sangue di ogni altro uomo ucciso dopo
Abele  voce che si leva al Signore. In una forma assolutamente
unica, grida a Dio la voce del sangue di Cristo, di cui Abele
nella sua innocenza  figura profetica, come ci ricorda
l'autore della Lettera agli Ebrei: "Voi vi siete invece
accostati al monte Sion e alla citt del Dio vivente... al
Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell'aspersione
dalla voce pi eloquente di quello di Abele" (12, 22.24).
 il sangue dell'aspersione. Ne era stato simbolo e segno
anticipatore il sangue dei sacrifici dell'Antica Alleanza, con
i quali Dio esprimeva la volont di comunicare la sua vita agli
uomini, purificandoli e consacrandoli (cf. Es 24, 8; Lv 17,
11). Ora, tutto questo in Cristo si compie e si avvera: il suo
 il sangue dell'aspersione che redime, purifica e salva;  il
sangue del Mediatore della Nuova Alleanza "versato per molti,
in remissione dei peccati" (Mt 26, 28). Questo sangue, che
fluisce dal fianco trafitto di Cristo sulla croce (cf. Gv 19,
34), ha la "voce pi eloquente" del sangue di Abele; esso
infatti esprime ed esige una pi profonda "giustizia", ma
soprattutto implora misericordia, si fa presso il Padre
intercessione per i fratelli (cf. Eb 7, 25),  fonte di
redenzione perfetta e dono di vita nuova.
Il sangue di Cristo, mentre rivela la grandezza dell'amore del
Padre, manifesta come l'uomo sia prezioso agli occhi di Dio e
come sia inestimabile il valore della sua vita. Ce lo ricorda
l'apostolo Pietro: "Voi sapete che non a prezzo di cose
corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati dalla
vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il
sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e
senza macchia" (1 Pt 1, 18-19). Proprio contemplando il sangue
prezioso di Cristo, segno della sua donazione d'amore (cf. Gv 13, 1),
il credente impara a riconoscere e ad apprezzare la
dignit quasi divina di ogni uomo e pu esclamare con sempre
rinnovato e grato stupore: "Quale valore deve avere l'uomo
davanti agli occhi del Creatore se "ha meritato di avere un
tanto nobile e grande Redentore" (Exultet della Veglia
pasquale), se "Dio ha dato il suo Figlio", affinch egli,
l'uomo, "non muoia, ma abbia la vita eterna" (cf. Gv 3, 16)!".
Il sangue di Cristo, inoltre, rivela all'uomo che la sua
grandezza, e quindi la sua vocazione, consiste nel dono sincero
di s. Proprio perch viene versato come dono di vita, il
sangue di Ges non  pi segno di morte, di separazione
definitiva dai fratelli, ma strumento di una comunione che 
ricchezza di vita per tutti. Chi nel sacramento dell'Eucaristia
beve questo sangue e dimora in Ges (cf. Gv 6, 56)  coinvolto
nel suo stesso dinamismo di amore e di donazione di vita, per
portare a pienezza l'originaria vocazione all'amore che 
propria di ogni uomo (cf. Gn 1, 27; 2, 18-24).
 ancora nel sangue di Cristo che tutti gli uomini attingono la
forza per impegnarsi a favore della vita. Proprio questo sangue
 il motivo pi forte di speranza, anzi  il fondamento
dell'assoluta certezza che secondo il disegno di Dio la
vittoria sar della vita. "Non ci sar pi la morte", esclama
la voce potente che esce dal trono di Dio nella Gerusalemme
celeste (Ap 21, 4). E san Paolo ci assicura che la vittoria
attuale sul peccato  segno e anticipazione della vittoria
definitiva sulla morte, quando "si compir la parola della
Scrittura: "La morte  stata ingoiata per la vittoria. Dov', o
morte, la tua vittoria? Dov', o morte, il tuo pungiglione?""
(1 Cor 15, 54-55).
26. In realt, segni anticipatori di questa vittoria non
mancano nelle nostre societ e culture, pur cos fortemente
segnate dalla "cultura della morte". Si darebbe dunque
un'immagine unilaterale, che potrebbe indurre a uno sterile
scoraggiamento, se alla denuncia delle minacce alla vita non si
accompagnasse la presentazione dei segni positivi operanti
nell'attuale situazione dell'umanit.
Purtroppo tali segni positivi faticano spesso a manifestarsi e
ad essere riconosciuti, forse anche perch non trovano adeguata
attenzione nei mezzi della comunicazione sociale. Ma quante
iniziative di aiuto e di sostegno alle persone pi deboli e
indifese sono sorte e continuano a sorgere, nella comunit
cristiana e nella societ civile, a livello locale, nazionale e
internazionale, ad opera di singoli, gruppi, movimenti ed
organizzazioni di vario genere!
Sono ancora molti gli sposi che, con generosa responsabilit,
sanno accogliere i figli come "il preziosissimo dono del
matrimonio". N mancano famiglie che, al di l del loro
quotidiano servizio alla vita, sanno aprirsi all'accoglienza di
bambini abbandonati, di ragazzi e giovani in difficolt, di
persone portatrici di handicap, di anziani rimasti soli. Non
pochi centri di aiuto alla vita, o istituzioni analoghe, sono
promossi da persone e gruppi che, con ammirevole dedizione e
sacrificio, offrono un sostegno morale e materiale a mamme in
difficolt, tentate di ricorrere all'aborto. Sorgono pure e si
diffondono gruppi di volontari impegnati a dare ospitalit a
chi  senza famiglia, si trova in condizioni di particolare
disagio o ha bisogno di ritrovare un ambiente educativo che lo
aiuti a superare abitudini distruttive e a ricuperare il senso
della vita.
La medicina, promossa con grande impegno da ricercatori e
professionisti, prosegue nel suo sforzo per trovare rimedi
sempre pi efficaci: risultati un tempo del tutto impensabili e
tali da aprire promettenti prospettive sono oggi ottenuti a
favore della vita nascente, delle persone sofferenti e dei
malati in fase acuta o terminale. Enti e organizzazioni varie
si mobilitano per portare, anche nei Paesi pi colpiti dalla
miseria e da malattie endemiche, i benefici della medicina pi
avanzata. Cos pure associazioni nazionali e internazionali di
medici si attivano tempestivamente per recare soccorso alle
popolazioni provate da calamit naturali, da epidemie o da
guerre. Anche se una vera giustizia internazionale nella
ripartizione delle risorse mediche  ancora lontana dalla sua
piena realizzazione, come non riconoscere nei passi sinora
compiuti il segno di una crescente solidariet tra i popoli, di
un'apprezzabile sensibilit umana e morale e di un maggiore
rispetto per la vita?
27. Di fronte a legislazioni che hanno permesso l'aborto e a
tentativi, qua e l riusciti, di legalizzare l'eutanasia, sono
sorti in tutto il mondo movimenti e iniziative di
sensibilizzazione sociale in favore della vita. Quando, in
conformit alla loro ispirazione autentica, agiscono con
determinata fermezza ma senza ricorrere alla violenza, tali
movimenti favoriscono una pi diffusa presa di coscienza del
valore della vita e sollecitano e realizzano un pi deciso
impegno per la sua difesa.
Come non ricordare, inoltre, tutti quei gesti quotidiani di
accoglienza, di sacrificio, di cura disinteressata che un
numero incalcolabile di persone compie con amore nelle
famiglie, negli ospedali, negli orfanotrofi, nelle case di
riposo per anziani e in altri centri o comunit a difesa della
vita? Lasciandosi guidare dall'esempio di Ges "buon
samaritano" (cf. Lc 10, 29-37) e sostenuta dalla sua forza, la
Chiesa  sempre stata in prima linea su queste frontiere della
carit: tanti suoi figli e figlie, specialmente religiose e
religiosi, in forme antiche e sempre nuove, hanno consacrato e
continuano a consacrare la loro vita a Dio donandola per amore
del prossimo pi debole e bisognoso.
Questi gesti costruiscono nel profondo quella "civilt
dell'amore e della vita", senza la quale l'esistenza delle
persone e della societ smarrisce il suo significato pi
autenticamente umano. Anche se nessuno li notasse e rimanessero
nascosti ai pi, la fede assicura che il Padre, "che vede nel
segreto" (Mt 6, 4), non solo sapr ricompensarli, ma gi fin
d'ora li rende fecondi di frutti duraturi per tutti.
Tra i segni di speranza va pure annoverata la crescita, in
molti strati dell'opinione pubblica, di una nuova sensibilit
sempre pi contraria alla guerra come strumento di soluzione
dei conflitti tra i popoli e sempre pi orientata alla ricerca
di strumenti efficaci ma "non violenti" per bloccare
l'aggressore armato. Nel medesimo orizzonte si pone altres la
sempre pi diffusa avversione dell'opinione pubblica alla pena
di morte anche solo come strumento di "legittima difesa"
sociale, in considerazione delle possibilit di cui dispone una
moderna societ di reprimere efficacemente il crimine in modi
che, mentre rendono inoffensivo colui che l'ha commesso, non
gli tolgono definitivamente la possibilit di redimersi.
 da salutare con favore anche l'accresciuta attenzione
allaqualit della vita e all'ecologia, che si registra
soprattutto nelle societ a sviluppo avanzato, nelle quali le
attese delle persone non sono pi concentrate tanto sui
problemi della sopravvivenza quanto piuttosto sulla ricerca di
un miglioramento globale delle condizioni di vita.
Particolarmente significativo  il risveglio di una riflessione
etica attorno alla vita: con la nascita e lo sviluppo sempre
pi diffuso della bioetica vengono favoriti la riflessione e il
dialogo - tra credenti e non credenti, come pure tra credenti
di diverse religioni - su problemi etici, anche fondamentali,
che interessano la vita dell'uomo.
28. Questo orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti
pienamente consapevoli che ci troviamo di fronte ad uno scontro
immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita,
la "cultura della morte" e la "cultura della vita". Ci
troviamo non solo "di fronte", ma necessariamente "in mezzo" 
a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con
l'ineludibile responsabilit di scegliere incondizionatamente a
favore della vita.
Anche per noi risuona chiaro e forte l'invito di Mos: "Vedi,
io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il
male...; io ti ho posto davanti la vita e la morte, la
benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perch
viva tu e la tua discendenza" (Dt 30, 15.19).  un invito che
ben si addice anche a noi, chiamati ogni giorno a dover
decidere tra la "cultura della vita" e la "cultura della
morte". Ma l'appello del Deuteronomio  ancora pi profondo,
perch ci sollecita ad una scelta propriamente religiosa e
morale. Si tratta di dare alla propria esistenza un
orientamento fondamentale e di vivere in fedelt e coerenza con
la legge del Signore: "Io oggi ti comando di amare il Signore
tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi
comandi, le sue leggi e le sue norme...; scegli dunque la vita,
perch viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio,
obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poich  lui
la tua vita e la tua longevit" (30, 16.19-20).
La scelta incondizionata a favore della vita raggiunge in
pienezza il suo significato religioso e morale quando
scaturisce, viene plasmata ed  alimentata dalla fede in
Cristo. Nulla aiuta ad affrontare positivamente il conflitto
tra la morte e la vita, nel quale siamo immersi, come la fede
nel Figlio di Dio che si  fatto uomo ed  venuto tra gli
uomini "perch abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10): 
 la fede nel Risorto, che ha vinto la morte;  la
fede nel sangue di Cristo "dalla voce pi eloquente di quello
di Abele" (Eb 12, 24).
Con la luce e la forza di tale fede, quindi, di fronte alle
sfide dell'attuale situazione, la Chiesa prende pi viva
coscienza della grazia e della responsabilit che le vengono
dal suo Signore per annunciare, celebrare e servire il Vangelo della vita.
CAPITOLO 2 - SONO VENUTO PERCH ABBIANO LA VITA
IL MESSAGGIO CRISTIANO SULLA VITA
"La vita si  fatta visibile, noi l'abbiamo veduta" (1 Gv 1,2): 
lo sguardo rivolto a Cristo, "il Verbo della vita"
29. Di fronte alle innumerevoli e gravi minacce alla vita
presenti nel mondo contemporaneo, si potrebbe rimanere come
sopraffatti dal senso di un'impotenza insuperabile: il bene non
potr mai avere la forza di vincere il male!
 questo il momento nel quale il Popolo di Dio, e in esso
ciascun credente,  chiamato a professare, con umilt e
coraggio, la propria fede in Ges Cristo "il Verbo della vita" 
(1 Gv 1, 1). Il Vangelo della vita non  una semplice
riflessione, anche se originale e profonda, sulla vita umana;
neppure  soltanto un comandamento destinato a sensibilizzare
la coscienza e a provocare significativi cambiamenti nella
societ; tanto meno  un'illusoria promessa di un futuro
migliore. Il Vangelo della vita  una realt concreta e
personale, perch consiste nell'annuncio della persona stessa
di Ges. All'apostolo Tommaso, e in lui a ogni uomo, Ges si
presenta con queste parole: "Io sono la via, la verit e la
vita" (Gv 14, 6).  la stessa identit indicata a Marta, la
sorella di Lazzaro: "Io sono la risurrezione e la vita; chi
crede in me, anche se muore, vivr; chiunque vive e crede in
me, non morr in eterno" (Gv 11, 25-26). Ges  il Figlio che
dall'eternit riceve la vita dal Padre (cf. Gv 5, 26) ed 
venuto tra gli uomini per farli partecipi di questo dono: "Io
sono venuto perch abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10).
 allora dalla parola, dall'azione, dalla persona stessa di
Ges che all'uomo  data la possibilit di "conoscere" la
verit intera circa il valore della vita umana;  da quella 
"fonte" che gli viene, in particolare, la capacit di "fare"
perfettamente tale verit (cf. Gv 3, 21), ossia di assumere e
realizzare in pienezza la responsabilit di amare e servire, di
difendere e promuovere la vita umana.
In Cristo, infatti,  annunciato definitivamente ed 
pienamente donato quel Vangelo della vita che, offerto gi
nella Rivelazione dell'Antico Testamento, ed anzi scritto in
qualche modo nel cuore stesso di ogni uomo e donna, risuona in
ogni coscienza "dal principio", ossia dalla creazione stessa,
cos che, nonostante i condizionamenti negativi del peccato,
pu essere conosciuto nei suoi tratti essenziali anche dalla
ragione umana. Come scrive il Concilio Vaticano II, Cristo 
"con tutta la sua presenza e con la manifestazione di s, con le
parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e
specialmente con la sua morte e la gloriosa risurrezione di tra
i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verit, compie e
completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza
divina, che cio Dio  con noi per liberarci dalle tenebre del
peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna".
30.  dunque con lo sguardo fisso al Signore Ges che
intendiamo riascoltare da lui "le parole di Dio" (Gv 3, 34) e
rimeditare il Vangelo della vita. Il senso pi profondo e
originale di questa meditazione sul messaggio rivelato circa la
vita umana  stato colto dall'apostolo Giovanni, quando scrive,
all'inizio della sua Prima Lettera: "Ci che era fin da
principio, ci che noi abbiamo udito, ci che noi abbiamo
veduto con i nostri occhi, ci che noi abbiamo contemplato e
ci che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita
(poich la vita si  fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di
ci rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che
era presso il Padre e si  resa visibile a noi), quello che
abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perch
anche voi siate in comunione con noi" (1, 1-3).
In Ges, "Verbo della vita", viene quindi annunciata e
comunicata la vita divina ed eterna. Grazie a tale annuncio e a
tale dono, la vita fisica e spirituale dell'uomo, anche nella
sua fase terrena, acquista pienezza di valore e di significato:
la vita divina ed eterna, infatti,  il fine a cui l'uomo che
vive in questo mondo  orientato e chiamato. Il Vangelo della
vita racchiude cos quanto la stessa esperienza e ragione umana
dicono circa il valore della vita, lo accoglie, lo eleva e lo
porta a compimento.
"Mia forza e mio canto  il Signore, egli mi ha salvato" (Es 15, 2): 
la vita  sempre un bene
31. In verit, la pienezza evangelica dell'annuncio sulla vita
 preparata gi nell'Antico Testamento.  soprattutto nella
vicenda dell'Esodo, fulcro dell'esperienza di fede dell'Antico
Testamento, che Israele scopre quanto la sua vita sia preziosa
agli occhi di Dio. Quando sembra ormai votato allo sterminio,
perch su tutti i suoi neonati maschi incombe la minaccia di
morte (cf. Es 1, 15-22), il Signore gli si rivela come
salvatore, capace di assicurare un futuro a chi  senza
speranza. Nasce cos in Israele una precisa consapevolezza: la
sua vita non si trova alla merc di un faraone che pu usarne
con dispotico arbitrio; al contrario, essa  l'oggetto di un
tenero e forte amore da parte di Dio.
La liberazione dalla schiavit  il dono di una identit, il
riconoscimento di una dignit indelebile e l'inizio di una
storia nuova, in cui la scoperta di Dio e la scoperta di s
vanno di pari passo.  una esperienza, quella dell'Esodo,
fondante ed esemplare. Israele vi apprende che, ogni volta in
cui  minacciato nella sua esistenza, non ha che da ricorrere a
Dio con rinnovata fiducia per trovare in lui efficace
assistenza: "Io ti ho formato, mio servo sei tu; Israele, non
sarai dimenticato da me" (Is 44, 21).
Cos, mentre riconosce il valore della propria esistenza come
popolo, Israele progredisce anche nella percezione del senso e
del valore della vita in quanto tale.  una riflessione che si
sviluppa in modo particolare nei libri sapienziali, muovendo
dalla quotidiana esperienza della precariet della vita e dalla
consapevolezza delle minacce che la insidiano. Di fronte alle
contraddizioni dell'esistenza, la fede  provocata ad offrire
una risposta.
 soprattutto il problema del dolore ad incalzare la fede e a
metterla alla prova. Come non cogliere il gemito universale
dell'uomo nella meditazione del libro di Giobbe? L'innocente
schiacciato dalla sofferenza , comprensibilmente, portato a
chiedersi: "Perch dare la luce ad un infelice e la vita a chi
ha l'amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non
viene, che la cercano pi di un tesoro?" (3, 20-21). Ma anche
nella pi fitta oscurit la fede orienta al riconoscimento
fiducioso e adorante del "mistero": "Comprendo che puoi
tutto e che nessuna cosa  impossibile per te" (Gb 42, 2).
Progressivamente la Rivelazione fa cogliere con sempre maggiore
chiarezza il germe di vita immortale posto dal Creatore nel
cuore degli uomini: "Egli ha fatto bella ogni cosa a suo
tempo, ma egli ha messo la nozione dell'eternit nel loro cuore" 
(Qo 3, 11). Questo germe di totalit e di pienezza attende di
manifestarsi nell'amore e di compiersi, per dono gratuito di
Dio, nella partecipazione alla sua vita eterna.
"Il nome di Ges ha dato vigore a questo uomo" (At 3, 16):
nella precariet dell'esistenza umana Ges porta a compimento
il senso della vita
32. L'esperienza del popolo dell'Alleanza si rinnova in quella
di tutti i "poveri" che incontrano Ges di Nazaret. Come gi
il Dio "amante della vita" (Sap 11, 26) aveva rassicurato
Israele in mezzo ai pericoli, cos ora il Figlio di Dio, a
quanti si sentono minacciati e impediti nella loro esistenza,
annuncia che anche la loro vita  un bene, al quale l'amore del
Padre d senso e valore.
"I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i
lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai
poveri  annunziata la buona novella" (Lc 7, 22). Con queste
parole del profeta Isaia (35, 5-6; 61, 1), Ges presenta il
significato della propria missione: cos quanti soffrono per
un'esistenza in qualche modo "diminuita", ascoltano da lui la
buona novella dell'interesse di Dio nei loro confronti ed hanno
la conferma che anche la loro vita  un dono gelosamente
custodito nelle mani del Padre (cf. Mt 6, 25-34).
Sono i "poveri" ad essere interpellati particolarmente dalla
predicazione e dall'azione di Ges. Le folle di malati e di
emarginati, che lo seguono e lo cercano (cf. Mt 4, 23-25),
trovano nella sua parola e nei suoi gesti la rivelazione di
quale grande valore abbia la loro vita e di come siano fondate
le loro attese di salvezza.
Non diversamente accade nella missione della Chiesa, fin dalle
sue origini. Essa, che annuncia Ges come colui che "pass
beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il
potere del diavolo, perch Dio era con lui" (At 10, 38), sa di
essere portatrice di un messaggio di salvezza che risuona in
tutta la sua novit proprio nelle situazioni di miseria e di
povert della vita dell'uomo. Cos fa Pietro con la guarigione
dello storpio, posto ogni giorno presso la porta "Bella" del
tempio di Gerusalemme a chiedere l'elemosina: "Non possiedo n
argento n oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Ges
Cristo, il Nazareno, cammina!" (At 3, 6). Nella fede in Ges,
"autore della vita" (At 3, 15), la vita che giace abbandonata
e implorante ritrova consapevolezza di s e dignit piena.
La parola e i gesti di Ges e della sua Chiesa non riguardano
solo chi  nella malattia, nella sofferenza o nelle varie forme
di emarginazione sociale. Pi profondamente toccano il senso
stesso della vita di ogni uomo nelle sue dimensioni morali e
spirituali. Solo chi riconosce che la propria vita  segnata
dalla malattia del peccato, nell'incontro con Ges Salvatore
pu ritrovare la verit e l'autenticit della propria
esistenza, secondo le sue stesse parole: "Non sono i sani che
hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a
chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi" (Lc 5, 31-32).
Chi, invece, come il ricco agricoltore della parabola
evangelica, pensa di poter assicurare la propria vita mediante
il possesso dei soli beni materiali, in realt si illude: essa
gli sta sfuggendo, ed egli ne rester ben presto privo, senza
essere arrivato a percepirne il vero significato: "Stolto,
questa notte stessa ti sar richiesta la tua vita. E quello che
hai preparato di chi sar?" (Lc 12, 20).
33.  nella vita stessa di Ges, dall'inizio alla fine, che si
ritrova questa singolare "dialettica" tra l'esperienza della
precariet della vita umana e l'affermazione del suo valore.
Infatti, la precariet segna la vita di Ges fin dalla sua
nascita. Egli trova certamente l'accoglienza dei giusti, che si
uniscono al "s" pronto e gioioso di Maria (cf. Lc 1, 38). Ma
c' anche, da subito, il rifiuto di un mondo che si fa ostile e
cerca il bambino "per ucciderlo" (Mt 2, 13), oppure resta
indifferente e disattento al compiersi del mistero di questa
vita che entra nel mondo: "non c'era posto per loro
nell'albergo" (Lc 2, 7). Proprio dal contrasto tra le minacce
e le insicurezze da una parte e la potenza del dono di Dio
dall'altra, risplende con maggior forza la gloria che si
sprigiona dalla casa di Nazaret e dalla mangiatoia di Betlemme:
questa vita che nasce  salvezza per l'intera umanit (cf. Lc
2, 11).
Contraddizioni e rischi della vita vengono assunti pienamente
da Ges: "da ricco che era, si  fatto povero per voi, perch
voi diventaste ricchi per mezzo della sua povert" (2 Cor 8,9).
La povert, di cui parla Paolo, non  solo spogliamento dei
privilegi divini, ma anche condivisione delle condizioni pi
umili e precarie della vita umana (cf. Fil 2, 6-7). Ges vive
questa povert lungo tutto il corso della sua vita, fino al
momento culminante della Croce: "umili se stesso facendosi
obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo
Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che  al di sopra di
ogni altro nome" (Fil 2, 8-9).  proprio nella sua morte che
Ges rivela tutta la grandezza e il valore della vita, in
quanto il suo donarsi in croce diventa fonte di vita nuova per
tutti gli uomini (cf. Gv 12, 32). In questo peregrinare nelle
contraddizioni e nella stessa perdita della vita, Ges 
guidato dalla certezza che essa  nelle mani del Padre. Per
questo sulla Croce pu dirgli: "Padre nelle tue mani consegno
il mio spirito" (Lc 23, 46), cio la mia vita. Davvero grande
 il valore della vita umana se il Figlio di Dio l'ha assunta e
l'ha resa luogo nel quale la salvezza si attua per l'intera
umanit!
"Chiamati... ad essere conformi all'immagine del Figlio suo"
(Rm 8, 28-29): la gloria di Dio risplende sul volto dell'uomo
34. La vita  sempre un bene. , questa, una intuizione o
addirittura un dato di esperienza, di cui l'uomo  chiamato a
cogliere la ragione profonda.
Perch la vita  un bene? L'interrogativo attraversa tutta la
Bibbia e fin dalle sue prime pagine trova una risposta efficace
e mirabile. La vita che Dio dona all'uomo  diversa e originale
di fronte a quella di ogni altra creatura vivente, in quanto
egli, pur imparentato con la polvere della terra (cf. Gn 2, 7;
3, 19; Gb 34, 15; Sal 103/102, 14; 104/103, 29),  nel mondo
manifestazione di Dio, segno della sua presenza, orma della sua
gloria (cf. Gn 1, 26-27; Sal 8, 6).  quanto ha voluto
sottolineare anche sant'Ireneo di Lione con la sua celebre
definizione: "l'uomo che vive  la gloria di Dio".
All'uomo  donata un'altissima dignit, che ha le sue radici
nell'intimo legame che lo unisce al suo Creatore: nell'uomo
risplende un riflesso della stessa realt di Dio.
Lo afferma il libro della Genesi nel primo racconto delle
origini, ponendo l'uomo al vertice dell'attivit creatrice di
Dio, come suo coronamento, al termine di un processo che
dall'indistinto caos porta alla creatura pi perfetta. Tutto
nel creato  ordinato all'uomo e tutto  a lui sottomesso: 
"Riempite la terra; soggiogatela e dominate... su ogni essere
vivente" (1, 28), comanda Dio all'uomo e alla donna. Un
messaggio simile viene anche dall'altro racconto delle origini:
"Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden,
perch lo coltivasse e lo custodisse" (Gn 2, 15). Si riafferma
cos il primato dell'uomo sulle cose: esse sono finalizzate a
lui e affidate alla sua responsabilit, mentre per nessuna
ragione egli pu essere asservito ai suoi simili e quasi
ridotto al rango di cosa.
Nella narrazione biblica la distinzione dell'uomo dalle altre
creature  evidenziata soprattutto dal fatto che solo la sua
creazione  presentata come frutto di una speciale decisione da
parte di Dio, di una deliberazione che consiste nello stabilire
un legame particolare e specifico con il Creatore: "Facciamo
l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza" (Gn 1, 26). La
vita che Dio offre all'uomo  un dono con cui Dio partecipa
qualcosa di s alla sua creatura.
Israele si interrogher a lungo sul senso di questo legame
particolare e specifico dell'uomo con Dio. Anche il libro del
Siracide riconosce che Dio nel creare gli uomini "secondo la
sua natura li rivest di forza, e a sua immagine li form" (17, 3). 
A ci l'autore sacro riconduce non solo il loro
dominio sul mondo, ma anche le facolt spirituali pi proprie
dell'uomo, come la ragione, il discernimento del bene e del
male, la volont libera: "Li riemp di dottrina e
d'intelligenza, e indic loro anche il bene e il male" (Sir 17, 6). 
La capacit di attingere la verit e la libert sono
prerogative dell'uomo in quanto creato ad immagine del suo
Creatore, il Dio vero e giusto (cf. Dt 32, 4). Soltanto l'uomo,
fra tutte le creature visibili,  "capace di conoscere e di
amare il proprio Creatore". La vita che Dio dona all'uomo
 ben pi di un esistere nel tempo.  tensione verso una
pienezza di vita;  germe di una esistenza che va oltre i
limiti stessi del tempo: "S, Dio ha creato l'uomo per
l'incorruttibilit; lo fece a immagine della propria natura" (Sap 2, 23).
35. Anche il racconto jahvista delle origini esprime la stessa
convinzione. L'antica narrazione, infatti, parla di un soffio
divino che viene inalato nell'uomo perch questi entri nella
vita: "Il Signore Dio plasm l'uomo con polvere del suolo e
soffi nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un
essere vivente" (Gn 2, 7).
L'origine divina di questo spirito di vita spiega la perenne
insoddisfazione che accompagna l'uomo nei suoi giorni. Fatto da
Dio, portando in s una traccia indelebile di Dio, l'uomo tende
naturalmente a lui. Quando ascolta l'aspirazione profonda del
suo cuore, ogni uomo non pu non fare propria la parola di
verit espressa da sant'Agostino: "Tu ci hai fatti per te, o
Signore, e il nostro cuore  inquieto sino a quando non riposa
in Te".
Quanto mai eloquente  l'insoddisfazione di cui  preda la vita
dell'uomo nell'Eden fin quando il suo unico riferimento rimane
il mondo vegetale e animale (cf. Gn 2, 20). Solo l'apparizione
della donna, di un essere cio che  carne dalla sua carne e
osso dalle sue ossa (cf. Gn 2, 23), e in cui ugualmente vive lo
spirito di Dio Creatore, pu soddisfare l'esigenza di dialogo
inter-personale che  cos vitale per l'esistenza umana.
Nell'altro, uomo o donna, si riflette Dio stesso, approdo
definitivo e appagante di ogni persona.
"Che cosa  l'uomo perch te ne ricordi, il figlio dell'uomo
perch te ne curi?", si chiede il Salmista (Sal 8, 5). Di
fronte all'immensit dell'universo, egli  ben piccola cosa; ma
proprio questo contrasto fa emergere la sua grandezza: "Lo hai
fatto poco meno degli angeli (ma si potrebbe tradurre anche:
"poco meno di Dio "), di gloria e di onore lo hai coronato" (Sal 8, 6).
La gloria di Dio risplende sul volto dell'uomo. In
lui il Creatore trova il suo riposo, come commenta stupito e
commosso sant'Ambrogio: " finito il sesto giorno e si 
conclusa la creazione del mondo con la formazione di quel
capolavoro che  l'uomo, il quale esercita il dominio su tutti
gli esseri viventi ed  come il culmine dell'universo e la
suprema bellezza di ogni essere creato. Veramente dovremmo
mantenere un reverente silenzio, poich il Signore si ripos da
ogni opera del mondo. Si ripos poi nell'intimo dell'uomo, si
ripos nella sua mente e nel suo pensiero; infatti aveva creato
l'uomo dotato di ragione, capace d'imitarlo, emulo delle sue
virt, bramoso delle grazie celesti. In queste sue doti riposa
Iddio che ha detto: "O su chi riposer, se non su chi  umile,
tranquillo e teme le mie parole?" (Is 66, 1-2). Ringrazio il
Signore Dio nostro che ha creato un'opera cos meravigliosa
nella quale trovare il suo riposo".
36. Purtroppo lo stupendo progetto di Dio viene offuscato dalla
irruzione del peccato nella storia. Con il peccato l'uomo si
ribella al Creatore, finendo con l'idolatrare le creature: 
"Hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore"
(Rm 1, 25). In questo modo l'essere umano non solo deturpa in
se stesso l'immagine di Dio, ma  tentato di offenderla anche
negli altri, sostituendo ai rapporti di comunione atteggiamenti
di diffidenza, di indifferenza, di inimicizia, fino all'odio
omicida. Quando non si riconosce Dio come Dio, si tradisce il
senso profondo dell'uomo e si pregiudica la comunione tra gli
uomini.
Nella vita dell'uomo, l'immagine di Dio torna a risplendere e
si manifesta in tutta la sua pienezza con la venuta nella carne
umana del Figlio di Dio: "Egli  immagine del Dio invisibile"
(Col 1, 15), "irradiazione della sua gloria e impronta della
sua sostanza" (Eb 1, 3). Egli  l'immagine perfetta del Padre.
Il progetto di vita consegnato al primo Adamo trova finalmente
in Cristo il suo compimento. Mentre la disobbedienza di Adamo
rovina e deturpa il disegno di Dio sulla vita dell'uomo e
introduce la morte nel mondo, l'obbedienza redentrice di Cristo
 fonte di grazia che si riversa sugli uomini spalancando a
tutti le porte del regno della vita (cf. Rm 5, 12-21). Afferma
l'apostolo Paolo: "Il primo uomo, Adamo, divenne un essere
vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita" (1 Cor 15, 45).
A quanti accettano di porsi alla sequela di Cristo viene donata
la pienezza della vita: in loro l'immagine divina viene
restaurata, rinnovata e condotta alla perfezione. Questo  il
disegno di Dio sugli esseri umani: che divengano "conformi
all'immagine del Figlio suo" (Rm 8, 29). Solo cos, nello
splendore di questa immagine, l'uomo pu essere liberato dalla
schiavit dell'idolatria, pu ricostruire la fraternit
dispersa e ritrovare la sua identit.
"Chiunque vive e crede in me, non morr in eterno" (Gv 11,26):
il dono della vita eterna
37. La vita che il Figlio di Dio  venuto a donare agli uomini
non si riduce alla sola esistenza nel tempo. La vita, che da
sempre  "in lui" e costituisce "la luce degli uomini" (Gv 1, 4), 
consiste nell'essere generati da Dio e nel partecipare
alla pienezza del suo amore: "A quanti l'hanno accolto, ha
dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono
nel suo nome, i quali non da sangue, n da volere di carne, n
da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati" (Gv 1, 12-13).
A volte Ges chiama questa vita, che egli  venuto a donare,
semplicemente cos: "la vita"; e presenta la generazione da
Dio come una condizione necessaria per poter raggiungere il
fine per cui Dio ha creato l'uomo: "Se uno non rinasce
dall'alto, non pu vedere il regno di Dio" (Gv 3, 3). Il dono
di questa vita costituisce l'oggetto proprio della missione di
Ges: egli " colui che discende dal cielo e d la vita al
mondo" (Gv 6, 33), cos che pu affermare con piena verit:
"Chi segue me... avr la luce della vita" (Gv 8, 12).
Altre volte Ges parla di "vita eterna", dove l'aggettivo non
richiama soltanto una prospettiva sovratemporale. "Eterna" 
la vita che Ges promette e dona, perch  pienezza di
partecipazione alla vita dell'"Eterno". Chiunque crede in
Ges ed entra in comunione con lui ha la vita eterna (cf. Gv 3,
15; 6, 40), perch da lui ascolta le uniche parole che rivelano
e infondono pienezza di vita alla sua esistenza; sono le 
"parole di vita eterna" che Pietro riconosce nella sua
confessione di fede: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole
di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il
Santo di Dio" (Gv 6, 68-69). In che cosa consista poi la vita
eterna, lo dichiara Ges stesso rivolgendosi al Padre nella
grande preghiera sacerdotale: "Questa  la vita eterna: che
conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Ges
Cristo" (Gv 17, 3). Conoscere Dio e il suo Figlio  accogliere
il mistero della comunione d'amore del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo nella propria vita, che si apre gi fin
d'ora alla vita eterna nella partecipazione alla vita divina.
38. La vita eterna , dunque, la vita stessa di Dio ed insieme
la vita dei figli di Dio. Stupore sempre nuovo e gratitudine
senza limiti non possono non prendere il credente di fronte a
questa inattesa e ineffabile verit che ci viene da Dio in
Cristo. Il credente fa sue le parole dell'apostolo Giovanni: 
"Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati
figli di Dio, e lo siamo realmente!... Carissimi, noi fin d'ora
siamo figli di Dio, ma ci che saremo non  stato ancora
rivelato. Sappiamo per che quando egli si sar manifestato,
noi saremo simili a lui, perch lo vedremo cos come egli " (1 Gv 3, 1-2).
Cos giunge al suo culmine la verit cristiana sulla vita. La
dignit di questa non  legata solo alle sue origini, al suo
venire da Dio, ma anche al suo fine, al suo destino di
comunione con Dio nella conoscenza e nell'amore di Lui.  alla
luce di questa verit che sant'Ireneo precisa e completa la sua
esaltazione dell'uomo: "gloria di Dio" , s, "l'uomo che
vive", ma "la vita dell'uomo consiste nella visione di Dio".
Nascono da qui immediate conseguenze per la vita umana nella
sua stessa condizione terrena, nella quale  gi germogliata ed
 in crescita la vita eterna. Se l'uomo ama istintivamente la
vita perch  un bene, tale amore trova ulteriore motivazione e
forza, nuova ampiezza e profondit nelle dimensioni divine di
questo bene. In simile prospettiva, l'amore che ogni essere
umano ha per la vita non si riduce alla semplice ricerca di uno
spazio in cui esprimere se stesso ed entrare in relazione con
gli altri, ma si sviluppa nella gioiosa consapevolezza di poter
fare della propria esistenza il "luogo" della manifestazione
di Dio, dell'incontro e della comunione con Lui. La vita che
Ges ci dona non svaluta la nostra esistenza nel tempo, ma la
assume e la conduce al suo ultimo destino: "Io sono la
risurrezione e la vita...; chiunque vive e crede in me, non
morr in eterno" (Gv 11, 25.26).
"Domander conto ... a ognuno di suo fratello" (Gn 9, 5):
venerazione e amore per la vita di tutti
39. La vita dell'uomo proviene da Dio,  suo dono, sua immagine
e impronta, partecipazione del suo soffio vitale. Di questa
vita, pertanto, Dio  l'unico signore: l'uomo non pu disporne.
Dio stesso lo ribadisce a No dopo il diluvio: "Domander
conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello" (Gn 9, 5).
E il testo biblico si preoccupa di sottolineare come
la sacralit della vita abbia il suo fondamento in Dio e nella
sua azione creatrice: "Perch ad immagine di Dio Egli ha fatto
l'uomo" (Gn 9, 6).
La vita e la morte dell'uomo sono, dunque, nelle mani di Dio,
in suo potere: "Egli ha in mano l'anima di ogni vivente e il
soffio d'ogni carne umana", esclama Giobbe (12, 10). "Il
Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire " 
(1 Sam 2, 6). Egli solo pu dire: "Sono io che do la morte e
faccio vivere" (Dt 32, 39).
Ma questo potere Dio non lo esercita come arbitrio minaccioso,
bens come cura e sollecitudine amorosa nei riguardi delle sue
creature. Se  vero che la vita dell'uomo  nelle mani di Dio,
non  men vero che queste sono mani amorevoli come quelle di
una madre che accoglie, nutre e si prende cura del suo bambino:
"Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a
sua madre, come un bimbo svezzato  l'anima mia" (Sal 131/130, 2; 
cf. Is 49, 15; 66, 12-13; Os 11, 4). Cos nelle vicende dei
popoli e nella sorte degli individui Israele non vede il frutto
di una pura casualit o di un destino cieco, ma l'esito di un
disegno d'amore con il quale Dio raccoglie tutte le
potenzialit di vita e contrasta le forze di morte, che nascono
dal peccato: "Dio non ha creato la morte e non gode per la
rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per
l'esistenza" (Sap 1, 13-14).
40. Dalla sacralit della vita scaturisce la sua inviolabilit,
inscritta fin dalle origini nel cuore dell'uomo, nella sua
coscienza. La domanda "Che hai fatto?" (Gn 4, 10), con cui
Dio si rivolge a Caino dopo che questi ha ucciso il fratello
Abele, traduce l'esperienza di ogni uomo: nel profondo della
sua coscienza, egli viene sempre richiamato alla inviolabilit
della vita - della sua vita e di quella degli altri -, come
realt che non gli appartiene, perch propriet e dono di Dio
Creatore e Padre.
Il comandamento relativo all'inviolabilit della vita umana
risuona al centro delle "dieci parole" nell'Alleanza del
Sinai (cf. Es 34, 28). Esso proibisce, anzitutto, l'omicidio: 
"Non uccidere" (Es 20, 13); "Non far morire l'innocente e il
giusto" (Es 23, 7); ma proibisce anche - come viene
esplicitato nell'ulteriore legislazione di Israele - ogni
lesione inflitta all'altro (cf. Es 21, 12-27). Certo, bisogna
riconoscere che nell'Antico Testamento questa sensibilit per
il valore della vita, pur gi cos marcata, non raggiunge
ancora la finezza del Discorso della Montagna, come emerge da
alcuni aspetti della legislazione allora vigente, che prevedeva
pene corporali non lievi e persino la pena di morte. Ma il
messaggio complessivo, che spetter al Nuovo Testamento di
portare alla perfezione,  un forte appello al rispetto
dell'inviolabilit della vita fisica e dell'integrit
personale, ed ha il suo vertice nel comandamento positivo che
obbliga a farsi carico del prossimo come di se stessi: "Amerai
il tuo prossimo come te stesso" (Lv 19, 18).
41. Il comandamento del "non uccidere", incluso e
approfondito in quello positivo dell'amore del prossimo, viene
ribadito in tutta la sua validit dal Signore Ges. Al giovane
ricco che gli chiede: "Maestro, che cosa devo fare di buono
per ottenere la vita eterna?", risponde: "Se vuoi entrare
nella vita, osserva i comandamenti" (Mt 19, 16.17). E cita,
come primo, il "non uccidere". Nel Discorso della
Montagna, Ges esige dai discepoli una giustizia superiore a
quella degli scribi e dei farisei anche nel campo del rispetto
della vita: "Avete inteso che fu detto agli antichi: Non
uccidere; chi avr ucciso sar sottoposto a giudizio. Ma io vi
dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sar
sottoposto a giudizio" (Mt 5, 21-22).
Con la sua parola e i suoi gesti Ges esplicita ulteriormente
le esigenze positive del comandamento circa l'inviolabilit
della vita. Esse erano gi presenti nell'Antico Testamento,
dove la legislazione si preoccupava di garantire e
salvaguardare le situazioni di vita debole e minacciata: il
forestiero, la vedova, l'orfano, il malato, il povero in
genere, la stessa vita prima della nascita (cf. Es 21, 22; 22,
20-26). Con Ges queste esigenze positive acquistano vigore e
slancio nuovi e si manifestano in tutta la loro ampiezza e
profondit: vanno dal prendersi cura della vita del fratello
(familiare, appartenente allo stesso popolo, straniero che
abita nella terra di Israele), al farsi carico dell'estraneo,
fino all'amare il nemico.
L'estraneo non  pi tale per chi deve farsi prossimo di
chiunque  nel bisogno fino ad assumersi la responsabilit
della sua vita, come insegna in modo eloquente e incisivo la
parabola del buon samaritano (cf. Lc 10, 25-37). Anche il
nemico cessa di essere tale per chi  tenuto ad amarlo (cf. Mt
5, 38-48; Lc 6, 27-35) e a "fargli del bene" (cf. Lc 6,27.33.35),
venendo incontro alle necessit della sua vita con
prontezza e senso di gratuit (cf. Lc 6, 34-35). Vertice di
questo amore  la preghiera per il nemico, mediante la quale ci
si pone in sintonia con l'amore provvidente di Dio: "Ma io vi
dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perch siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il
suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i
giusti e sopra gli ingiusti" (Mt 5, 44-45; cf. Lc 6, 28.35).
Cos il comandamento di Dio a salvaguardia della vita dell'uomo
ha il suo aspetto pi profondo nell'esigenza di venerazione e
di amore nei confronti di ogni persona e della sua vita. 
questo l'insegnamento che l'apostolo Paolo, facendo eco alla
parola di Ges (cf. Mt 19, 17-18), rivolge ai cristiani di
Roma: "Il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere,
non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si
riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te
stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno
compimento della legge  l'amore" (Rm 13, 9-10).
"Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra;
soggiogatela" (Gn 1, 28): le responsabilit dell'uomo verso la vita.
42. Difendere e promuovere, venerare e amare la vita  un
compito che Dio affida a ogni uomo, chiamandolo, come sua
palpitante immagine, a partecipare alla signoria che Egli ha
sul mondo: "Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e
moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui
pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere
vivente, che striscia sulla terra"" (Gn 1, 28).
Il testo biblico mette in luce l'ampiezza e la profondit della
signoria che Dio dona all'uomo. Si tratta, anzitutto, del
dominio sulla terra e su ogni essere vivente, come ricorda il
libro della Sapienza: "Dio dei padri e Signore di
misericordia... con la tua sapienza hai formato l'uomo, perch
domini sulle creature che tu hai fatto, e governi il mondo con
santit e giustizia" (9, 1.2-3). Anche il Salmista esalta il
dominio dell'uomo come segno della gloria e dell'onore ricevuti
dal Creatore: "Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi; tutti i greggi e gli
armenti, tutte le bestie della campagna; gli uccelli del cielo
e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare" (Sal 8, 7-9).
Chiamato a coltivare e custodire il giardino del mondo (cf. Gn
2, 15), l'uomo ha una specifica responsabilit sull'ambiente di
vita, ossia sul creato che Dio ha posto al servizio della sua
dignit personale, della sua vita: in rapporto non solo al
presente, ma anche alle generazioni future.  la questione
ecologica - dalla preservazione degli "habitat" naturali
delle diverse specie animali e delle varie forme di vita, alla
"ecologia umana" propriamente detta - che trova nella
pagina biblica una luminosa e forte indicazione etica per una
soluzione rispettosa del grande bene della vita, di ogni vita.
In realt, "il dominio accordato dal Creatore all'uomo non 
un potere assoluto, n si pu parlare di libert di "usare e
abusare", o di disporre delle cose come meglio aggrada. La
limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio, ed
espressa simbolicamente con la proibizione di "mangiare il
frutto dell'albero" (cf. Gn 2, 16-17), mostra con sufficiente
chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo
sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che
non si possono impunemente trasgredire".
43. Una certa partecipazione dell'uomo alla signoria di Dio si
manifesta anche nella specifica responsabilit che gli viene
affidata nei confronti della vita propriamente umana. 
responsabilit che tocca il suo vertice nella donazione della
vita mediante la generazione da parte dell'uomo e della donna
nel matrimonio, come ci ricorda il Concilio Vaticano II: "Lo
stesso Dio che disse: "non  bene che l'uomo sia solo" (Gn 2,18)
e che "cre all'inizio l'uomo maschio e femmina" (Mt 19,
4), volendo comunicare all'uomo una certa speciale
partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la
donna, dicendo loro: "crescete e moltiplicatevi" (Gn 1, 28)".
Parlando di "una certa speciale partecipazione" dell'uomo e
della donna all'"opera creatrice" di Dio, il Concilio intende
rilevare come la generazione del figlio sia un evento
profondamente umano e altamente religioso, in quanto coinvolge
i coniugi che formano "una sola carne" (Gn 2, 24) ed insieme
Dio stesso che si fa presente. Come ho scritto nella Lettera
alle Famiglie, "quando dall'unione coniugale dei due nasce un
nuovo uomo, questi porta con s al mondo una particolare
immagine e somiglianza di Dio stesso: nella biologia della
generazione  inscritta la genealogia della persona. Affermando
che i coniugi, come genitori, sono collaboratori di Dio
Creatore nel concepimento e nella generazione di un nuovo
essere umano non ci riferiamo solo alle leggi della biologia;
intendiamo sottolineare piuttosto che nella paternit e
maternit umane Dio stesso  presente in modo diverso da come
avviene in ogni altra generazione "sulla terra". Infatti
soltanto da Dio pu provenire quella "immagine e somiglianza"
che  propria dell'essere umano, cos come  avvenuto nella
creazione. La generazione  la continuazione della creazione".
 quanto insegna, con linguaggio immediato ed eloquente, il
testo sacro riportando il grido gioioso della prima donna, "la
madre di tutti i viventi" (Gn 3, 20). Consapevole
dell'intervento di Dio, Eva esclama: "Ho acquistato un uomo
dal Signore" (Gn 4, 1). Nella generazione dunque, mediante la
comunicazione della vita dai genitori al figlio, si trasmette,
grazie alla creazione dell'anima immortale, l'immagine e la
somiglianza di Dio stesso. In questo senso si esprime l'inizio
del "libro della genealogia di Adamo": "Quando Dio cre
l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio; maschio e femmina li
cre, li benedisse e li chiam uomini quando furono creati.
Adamo aveva centotrenta anni quando gener a sua immagine, a
sua somiglianza, un figlio e lo chiam Set" (Gn 5, 1-3).
Proprio in questo loro ruolo di collaboratori di Dio, che
trasmette la sua immagine alla nuova creatura, sta la grandezza
dei coniugi disposti "a cooperare con l'amore del Creatore e
del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e
arricchisce la Sua famiglia". In questa luce il Vescovo
Anfilochio esaltava il "matrimonio santo, eletto ed elevato al
di sopra di tutti i doni terreni" come "generatore
dell'umanit, artefice di immagini di Dio".
Cos l'uomo e la donna uniti in matrimonio sono associati ad
un'opera divina: mediante l'atto della generazione, il dono di
Dio viene accolto e una nuova vita si apre al futuro.
Ma, al di l della missione specifica dei genitori, il compito
di accogliere e servire la vita riguarda tutti e deve
manifestarsi soprattutto verso la vita nelle condizioni di
maggior debolezza.  Cristo stesso che ce lo ricorda, chiedendo
di essere amato e servito nei fratelli provati da qualsiasi
tipo di sofferenza: affamati, assetati, forestieri, nudi,
malati, carcerati... Quanto  fatto a ciascuno di loro  fatto
a Cristo stesso (cf. Mt 25, 31-46).
"Sei tu che hai creato le mie viscere" (Sal 139/138, 13): la
dignit del bambino non ancora nato
44. La vita umana viene a trovarsi in situazione di grande
precariet quando entra nel mondo e quando esce dal tempo per
approdare all'eternit. Sono ben presenti nella Parola di Dio -
soprattutto nei riguardi dell'esistenza insidiata dalla
malattia e dalla vecchiaia - gli inviti alla cura e al
rispetto. Se mancano inviti diretti ed espliciti a
salvaguardare la vita umana alle sue origini, in specie la vita
non ancora nata, come anche quella vicina alla sua fine, ci si
spiega facilmente per il fatto che anche la sola possibilit di
offendere, aggredire o addirittura negare la vita in queste
condizioni esula dall'orizzonte religioso e culturale del
popolo di Dio.
Nell'Antico Testamento la sterilit  temuta come una
maledizione, mentre la prole numerosa  sentita come una
benedizione: "Dono del Signore sono i figli,  sua grazia il
frutto del grembo" (Sal 127/126, 3; cf. Sal 128/127, 3-4).
Gioca in questa convinzione anche la consapevolezza di Israele
di essere il popolo dell'Alleanza, chiamato a moltiplicarsi
secondo la promessa fatta ad Abramo: "Guarda il cielo e conta
le stelle, se riesci a contarle... tale sar la tua discendenza" (Gn 15, 5).
Ma  soprattutto operante la certezza che la vita
trasmessa dai genitori ha la sua origine in Dio, come attestano
le tante pagine bibliche che con rispetto e amore parlano del
concepimento, del plasmarsi della vita nel grembo materno,
della nascita e dello stretto legame che v' tra il momento
iniziale dell'esistenza e l'agire di Dio Creatore.
"Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che
tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato" (Ger 1,5):
l'esistenza di ogni individuo, fin dalle sue origini,  nel
disegno di Dio. Giobbe, dal fondo del suo dolore, si ferma a
contemplare l'opera di Dio nel miracoloso formarsi del suo
corpo nel grembo della madre, traendone motivo di fiducia ed
esprimendo la certezza dell'esistenza di un progetto divino
sulla sua vita: "Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno
fatto integro in ogni parte; vorresti ora distruggermi?
Ricordati che come argilla mi hai plasmato e in polvere mi
farai tornare. Non m'hai colato forse come latte e fatto
accagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito,
d'ossa e di nervi mi hai intessuto. Vita e benevolenza tu mi
hai concesso e la tua premura ha custodito il mio spirito"
(10, 8-12). Accenti di adorante stupore per l'intervento di Dio
sulla vita in formazione nel grembo materno risuonano anche nei
Salmi.
Come pensare che anche un solo momento di questo meraviglioso
processo dello sgorgare della vita possa essere sottratto
all'opera sapiente e amorosa del Creatore e lasciato in bala
dell'arbitrio dell'uomo? Non lo pensa certo la madre dei sette
fratelli, che professa la sua fede in Dio, principio e garanzia
della vita fin dal suo concepimento, e al tempo stesso
fondamento della speranza della nuova vita oltre la morte: 
"Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo
spirito e la vita, n io ho dato forma alle membra di ciascuno
di voi. Senza dubbio il Creatore del mondo, che ha plasmato
all'origine l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti,
per la sua misericordia vi restituir di nuovo lo spirito e la
vita, come voi ora per le sue leggi non vi curate di voi stessi" 
(2 Mac 7, 22-23).
45. La rivelazione del Nuovo Testamento conferma l'indiscusso
riconoscimento del valore della vita fin dai suoi inizi.
L'esaltazione della fecondit e l'attesa premurosa della vita
risuonano nelle parole con cui Elisabetta gioisce per la sua
gravidanza: "Il Signore... si  degnato di togliere la mia
vergogna" (Lc 1, 25). Ma ancor pi il valore della persona fin
dal suo concepimento  celebrato nell'incontro tra la Vergine
Maria ed Elisabetta, e tra i due fanciulli che esse portano in
grembo. Sono proprio loro, i bambini, a rivelare l'avvento
dell'era messianica: nel loro incontro inizia ad operare la
forza redentrice della presenza del Figlio di Dio tra gli
uomini. "Subito - scrive sant'Ambrogio - si fanno sentire i
benefici della venuta di Maria e della presenza del Signore...
Elisabetta ud per prima la voce, ma Giovanni percep per primo
la grazia; essa ud secondo l'ordine della natura, egli esult
in virt del mistero; essa sent l'arrivo di Maria, egli del
Signore; la donna l'arrivo della donna, il bambino l'arrivo del
Bambino. Esse parlano delle grazie ricevute, essi nel seno
delle loro madri realizzano la grazia e il mistero della
misericordia a profitto delle madri stesse: e queste per un
duplice miracolo profetizzano sotto l'ispirazione dei figli che
portano. Del figlio si dice che esult, della madre che fu
ricolma di Spirito Santo. Non fu prima la madre a essere
ricolma dello Spirito, ma fu il figlio, ripieno di Spirito
Santo, a ricolmare anche la madre".
"Ho creduto anche quando dicevo: "Sono troppo infelice" " (Sal 116/115, 10):
la vita nella vecchiaia e nella sofferenza
46. Anche per quanto riguarda gli ultimi istanti
dell'esistenza, sarebbe anacronistico attendersi dalla
rivelazione biblica un espresso riferimento all'attuale
problematica del rispetto delle persone anziane e malate e
un'esplicita condanna dei tentativi di anticiparne
violentemente la fine: siamo infatti in un contesto culturale e
religioso che non  intaccato da simile tentazione, e che anzi,
per quanto riguarda l'anziano, riconosce nella sua saggezza ed
esperienza una insostituibile ricchezza per la famiglia e la
societ.
La vecchiaia  segnata da prestigio e circondata da venerazione
(cf. 2 Mac 6, 23). E il giusto non chiede di essere privato
della vecchiaia e del suo peso; al contrario cos egli prega: 
"Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia
giovinezza... E ora, nella vecchiaia e nella canizie, Dio, non
abbandonarmi, finch io annunzi la tua potenza, a tutte le
generazioni le tue meraviglie" (Sal 71/70, 5.18). L'ideale del
tempo messianico  proposto come quello in cui "non ci sar
pi... un vecchio che non giunga alla pienezza dei suoi giorni" (Is 65, 20).
Ma, nella vecchiaia, come affrontare il declino inevitabile
della vita? Come atteggiarsi di fronte alla morte? Il credente
sa che la sua vita sta nelle mani di Dio: "Signore, nelle tue
mani  la mia vita" (cf. Sal 16/15, 5), e da lui accetta anche
il morire: "Questo  il decreto del Signore per ogni uomo;
perch ribellarsi al volere dell'Altissimo?" (Sir 41, 4). Come
della vita, cos della morte l'uomo non  padrone; nella sua
vita come nella sua morte, egli deve affidarsi totalmente al 
"volere dell'Altissimo", al suo disegno di amore.
Anche nel momento della malattia, l'uomo  chiamato a vivere lo
stesso affidamento al Signore e a rinnovare la sua fondamentale
fiducia in lui che "guarisce tutte le malattie" (cf. Sal 103/102, 3). 
Quando ogni orizzonte di salute sembra chiudersi
di fronte all'uomo - tanto da indurlo a gridare: "I miei
giorni sono come ombra che declina, e io come erba inaridisco"
(Sal 102/101, 12) -, anche allora il credente  animato dalla
fede incrollabile nella potenza vivificante di Dio. La malattia
non lo spinge alla disperazione e alla ricerca della morte, ma
all'invocazione piena di speranza: "Ho creduto anche quando
dicevo: "Sono troppo infelice" (Sal 116/115, 10); "Signore Dio
mio, a te ho gridato e mi hai guarito. Signore, mi hai fatto
risalire dagli inferi, mi hai dato vita perch non scendessi
nella tomba" (Sal 30/29, 3-4).
47. La missione di Ges, con le numerose guarigioni operate,
indica quanto Dio abbia a cuore anche la vita corporale
dell'uomo. "Medico della carne e dello spirito", Ges 
mandato dal Padre ad annunciare la buona novella ai poveri e a
sanare i cuori affranti (cf. Lc 4, 18; Is 61, 1). Inviando poi
i suoi discepoli nel mondo, egli affida loro una missione,
nella quale la guarigione dei malati si accompagna all'annuncio
del Vangelo: "E strada facendo, predicate che il regno dei
cieli  vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti,
sanate i lebbrosi, cacciate i demoni" (Mt 10, 7-8; cf. Mc 6, 13; 16, 18).
Certo, la vita del corpo nella sua condizione terrena non  un
assoluto per il credente, tanto che gli pu essere richiesto di
abbandonarla per un bene superiore; come dice Ges, "chi vorr
salvare la propria vita, la perder; ma chi perder la propria
vita per causa mia e del Vangelo, la salver" (Mc 8, 35).
Diverse sono, a questo proposito, le testimonianze del Nuovo
Testamento. Ges non esita a sacrificare s stesso e,
liberamente, fa della sua vita una offerta al Padre (cf. Gv 10,
17) e ai suoi (cf. Gv 10, 15). Anche la morte di Giovanni il
Battista, precursore del Salvatore, attesta che l'esistenza
terrena non  il bene assoluto:  pi importante la fedelt
alla parola del Signore anche se essa pu mettere in gioco la
vita (cf. Mc 6, 17-29). E Stefano, mentre viene privato della
vita nel tempo, perch testimone fedele della risurrezione del
Signore, segue le orme del Maestro e va incontro ai suoi
lapidatori con le parole del perdono (cf. At 7, 59-60), aprendo
la strada all'innumerevole schiera di martiri, venerati dalla
Chiesa fin dall'inizio.
Nessun uomo, tuttavia, pu scegliere arbitrariamente di vivere
o di morire; di tale scelta, infatti,  padrone assoluto
soltanto il Creatore, colui nel quale "viviamo, ci muoviamo ed
esistiamo" (At 17, 28).
"Quanti si attengono ad essa avranno la vita" (Bar 4, 1):
dalla Legge del Sinai al dono dello Spirito
48. La vita porta indelebilmente inscritta in s una sua
verit. L'uomo, accogliendo il dono di Dio, deve impegnarsi
amantenere la vita in questa verit, che le  essenziale.
Distaccarsene equivale a condannare se stessi
all'insignificanza e all'infelicit, con la conseguenza di
poter diventare anche una minaccia per l'esistenza altrui,
essendo stati rotti gli argini che garantiscono il rispetto e
la difesa della vita, in ogni situazione.
La verit della vita  rivelata dal comandamento di Dio. La
parola del Signore indica concretamente quale indirizzo la vita
debba seguire per poter rispettare la propria verit e
salvaguardare la propria dignit. Non  soltanto lo specifico
comandamento "non uccidere" (Es 20, 13; Dt 5, 17) ad
assicurare la protezione della vita: tutta intera la Legge del
Signore  a servizio di tale protezione, perch rivela quella
verit nella quale la vita trova il suo pieno significato.
Non meraviglia, dunque, che l'Alleanza di Dio con il suo popolo
sia cos fortemente legata alla prospettiva della vita, anche
nella sua dimensione corporea. Il comandamento  in essa
offerto come via della vita: "Io pongo oggi davanti a te la
vita e il bene, la morte e il male; poich io oggi ti comando
di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di
osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perch
tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel
paese che tu stai per entrare a prendere in possesso" (Dt 30,15-16). 
 in questione non soltanto la terra di Canaan e
l'esistenza del popolo di Israele, ma il mondo di oggi e del
futuro e l'esistenza di tutta l'umanit. Infatti, non 
assolutamente possibile che la vita resti autentica e piena
distaccandosi dal bene; e il bene, a sua volta, 
essenzialmente legato ai comandamenti del Signore, cio alla 
"legge della vita" (Sir 17, 9). Il bene da compiere non si
sovrappone alla vita come un peso che grava su di essa, perch
la ragione stessa della vita  precisamente il bene e la vita 
costruita solo mediante il compimento del bene.
 dunque il complesso della Legge a salvaguardare pienamente la
vita dell'uomo. Ci spiega come sia difficile mantenersi fedeli
al "non uccidere" quando non vengono osservate le altre 
"parole di vita" (At 7, 38), alle quali questo comandamento 
connesso. Al di fuori di questo orizzonte, il comandamento
finisce per diventare un semplice obbligo estrinseco, di cui
ben presto si vorranno vedere i limiti e si cercheranno le
attenuazioni o le eccezioni. Solo se ci si apre alla pienezza
della verit su Dio, sull'uomo e sulla storia, la parola "non
uccidere" torna a risplendere come bene per l'uomo in tutte le
sue dimensioni e relazioni. In questa prospettiva possiamo
cogliere la pienezza di verit contenuta nel passo del libro
del Deuteronomio, ripreso da Ges nella risposta alla prima
tentazione: "L'uomo non vive soltanto di pane, ma... di quanto
esce dalla bocca del Signore" (8, 3; cf. Mt 4, 4). 
ascoltando la parola del Signore che l'uomo pu vivere secondo
dignit e giustizia;  osservando la Legge di Dio che l'uomo
pu portare frutti di vita e di felicit: "quanti si attengono
ad essa avranno la vita, quanti l'abbandonano moriranno" (Bar 4, 1).
49. La storia di Israele mostra quanto sia difficile mantenere
la fedelt alla legge della vita, che Dio ha inscritto nel
cuore degli uomini e ha consegnato sul Sinai al popolo
dell'Alleanza. Di fronte alla ricerca di progetti di vita
alternativi al piano di Dio, sono in particolare i Profeti a
richiamare con forza che solo il Signore  l'autentica fonte
della vita. Cos Geremia scrive: "Il mio popolo ha commesso
due iniquit: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua
viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non
tengono l'acqua" (2, 13). I Profeti puntano il dito accusatore
su quanti disprezzano la vita e violano i diritti delle
persone: "Calpestano come la polvere della terra la testa dei
poveri" (Am 2, 7); "Essi hanno riempito questo luogo di
sangue innocente" (Ger 19, 4). E tra essi il profeta Ezechiele
pi volte stigmatizza la citt di Gerusalemme, chiamandola "la
citt sanguinaria" (22, 2; 24, 6.9), la "citt che sparge il
sangue in mezzo a se stessa" (22, 3).
Ma mentre denunciano le offese alla vita, i Profeti si
preoccupano soprattutto di suscitare l'attesa di un nuovo
principio di vita, capace di fondare un rinnovato rapporto con
Dio e con i fratelli, dischiudendo possibilit inedite e
straordinarie per comprendere e attuare tutte le esigenze
insite nel Vangelo della vita . Ci sar possibile unicamente
grazie al dono di Dio, che purifica e rinnova: "Vi asperger
con acqua pura e sarete purificati; io vi purificher da tutte
le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi dar un cuore
nuovo, metter dentro di voi uno spirito nuovo" (Ez 36, 25-26;
cf. Ger 31, 31-34). Grazie a questo "cuore nuovo" si pu
comprendere e realizzare il senso pi vero e profondo della
vita: quello di essere un dono che si compie nel donarsi.  il
messaggio luminoso che sul valore della vita ci viene dalla
figura del Servo del Signore: "Quando offrir se stesso in
espiazione, vedr una discendenza, vivr a lungo... Dopo il suo
intimo tormento vedr la luce" (Is 53, 10.11).
 nella vicenda di Ges di Nazaret che la Legge si compie e il
cuore nuovo viene donato mediante il suo Spirito. Ges,
infatti, non rinnega la Legge, ma la porta a compimento (cf. Mt
5, 17): Legge e Profeti si riassumono nella regola d'oro
dell'amore reciproco (cf. Mt 7, 12). In Lui la Legge diventa
definitivamente "vangelo", buona notizia della signoria di
Dio sul mondo, che riporta tutta l'esistenza alle sue radici e
alle sue prospettive originarie.  la Legge Nuova, "la legge
dello Spirito che d vita in Cristo Ges" (Rm 8, 2), la cui
espressione fondamentale, a imitazione del Signore che d la
vita per i propri amici (cf. Gv 15, 13),  il dono di s
nell'amore ai fratelli: "Noi sappiamo di essere passati dalla
morte alla vita, perch amiamo i fratelli" (1 Gv 3, 14). 
legge di libert, di gioia e di beatitudine.
"Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto" (Gv 19,37):
sull'albero della Croce si compie il Vangelo della vita
50. Al termine di questo capitolo, nel quale abbiamo meditato
il messaggio cristiano sulla vita, vorrei fermarmi con ciascuno
di voi a contemplare Colui che hanno trafitto e che attira
tutti a s (cf. Gv 19, 37; 12, 32). Guardando "lo spettacolo"
della Croce (cf. Lc 23, 48), potremo scoprire in questo albero
glorioso il compimento e la rivelazione piena di tutto il
Vangelo della vita.
Nelle prime ore del pomeriggio del venerd santo, "il sole si
ecliss e si fece buio su tutta la terra... Il velo del tempio
si squarci nel mezzo" (Lc 23, 44.45).  il simbolo di un
grande sconvolgimento cosmico e di una immane lotta tra le
forze del bene e le forze del male, tra la vita e la morte. Noi
pure, oggi, ci troviamo nel mezzo di una lotta drammatica tra
la "cultura della morte" e la "cultura della vita". Ma da
questa oscurit lo splendore della Croce non viene sommerso;
essa, anzi, si staglia ancora pi nitida e luminosa e si rivela
come il centro, il senso e il fine di tutta la storia e di ogni
vita umana.
Ges  inchiodato sulla Croce e viene innalzato da terra. Vive
il momento della sua massima "impotenza" e la sua vita sembra
totalmente consegnata agli scherni dei suoi avversari e alle
mani dei suoi uccisori: viene beffeggiato, deriso, oltraggiato
(cf. Mc 15, 24-36). Eppure, proprio di fronte a tutto ci e 
"vistolo spirare in quel modo", il centurione romano esclama: 
"Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!" (Mc 15, 39). Si
rivela cos, nel momento della sua estrema debolezza,
l'identit del Figlio di Dio: sulla Croce si manifesta la sua
gloria!
Con la sua morte, Ges illumina il senso della vita e della
morte di ogni essere umano. Prima di morire, Ges prega il
Padre invocando il perdono per i suoi persecutori (cf. Lc 23,
34) e al malfattore, che gli chiede di ricordarsi di lui nel
suo regno, risponde: "In verit ti dico, oggi sarai con me nel
paradiso" (Lc 23, 43). Dopo la sua morte "i sepolcri si
aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono" (Mt 27,52). 
La salvezza operata da Ges  donazione di vita e di
risurrezione. Lungo la sua esistenza, Ges aveva donato
salvezza anche sanando e beneficando tutti (cf. At 10, 38). Ma
i miracoli, le guarigioni e le stesse risuscitazioni erano
segno di un'altra salvezza, consistente nel perdono dei
peccati, ossia nella liberazione dell'uomo dalla malattia pi
profonda, e nella sua elevazione alla vita stessa di Dio.
Sulla Croce si rinnova e si realizza nella sua piena e
definitiva perfezione il prodigio del serpente innalzato da
Mos nel deserto (cf. Gv 3, 14-15; Nm 21, 8-9). Anche oggi,
volgendo lo sguardo a Colui che  stato trafitto, ogni uomo
minacciato nella sua esistenza incontra la sicura speranza di
trovare liberazione e redenzione.
51. Ma c' ancora un altro avvenimento preciso che attira il
mio sguardo e suscita la mia commossa meditazione: "Dopo aver
ricevuto l'aceto, Ges disse: 'Tutto  compiuto!'. E, chinato
il capo, rese lo spirito" (Gv 19, 30). E il soldato romano
"gli colp il costato con la lancia e subito ne usc sangue e
acqua" (Gv 19, 34).
Tutto ormai  giunto al suo pieno compimento. Il "rendere lo
spirito" descrive la morte di Ges, simile a quella di ogni
altro essere umano, ma sembra alludere anche al "dono dello
Spirito", col quale Egli ci riscatta dalla morte e ci apre a
una vita nuova.
 la vita stessa di Dio che viene partecipata all'uomo.  la
vita che, mediante i sacramenti della Chiesa - di cui il sangue
e l'acqua sgorgati dal fianco di Cristo sono simbolo - viene
continuamente comunicata ai figli di Dio, costituiti cos come
popolo della Nuova Alleanza. Dalla Croce, fonte di vita, nasce
e si diffonde il "popolo della vita".
La contemplazione della Croce ci porta cos alle radici pi
profonde di quanto  accaduto. Ges, che entrando nel mondo
aveva detto: "Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volont" (cf.Eb 10, 9),
si rese in tutto obbediente al Padre e, avendo 
"amato i suoi che erano nel mondo, li am sino alla fine" (Gv 13, 1), 
donando tutto se stesso per loro.
Lui, che non era "venuto per essere servito, ma per servire e
dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10, 45),
raggiunge sulla Croce il vertice dell'amore. "Nessuno ha un
amore pi grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 13). 
Ed egli  morto per noi mentre eravamo ancora
peccatori (cf. Rm 5, 8).
In tal modo egli proclama che la vita raggiunge il suo centro,
il suo senso e la sua pienezza quando viene donata.
La meditazione a questo punto si fa lode e ringraziamento e,
nello stesso tempo, ci sollecita a imitare Ges e a seguirne le
orme (cf. 1 Pt 2, 21).
Anche noi siamo chiamati a dare la nostra vita per i fratelli
realizzando cos in pienezza di verit il senso e il destino
della nostra esistenza.
Lo potremo fare perch Tu, o Signore, ci hai donato l'esempio e
ci hai comunicato la forza del tuo Spirito. Lo potremo fare se
ogni giorno, con Te e come Te, saremo obbedienti al Padre e
faremo la sua volont.
Concedici, perci, di ascoltare con cuore docile e generoso
ogni parola che esce dalla bocca di Dio: impareremo cos non
solo a "non uccidere" la vita dell'uomo, ma a venerarla,
amarla e promuoverla.
CAPITOLO 3 - NON UCCIDERE
LA LEGGE SANTA DI DIO
"Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti" (Mt 19,17):
Vangelo e comandamento
52. "Ed ecco un tale gli si avvicin e gli disse: "Maestro,
che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?"" (Mt 19, 16). 
Ges rispose: "Se vuoi entrare nella vita, osserva i
comandamenti" (Mt 19, 17). Il Maestro parla della vita eterna,
ossia della partecipazione alla vita stessa di Dio. A questa
vita si giunge attraverso l'osservanza dei comandamenti del
Signore, compreso dunque il comandamento "non uccidere".
Proprio questo  il primo precetto del Decalogo che Ges
ricorda al giovane che gli chiede quali comandamenti debba
osservare: "Ges rispose: "Non uccidere, non commettere
adulterio, non rubare..."" (Mt 19, 18).
Il comandamento di Dio non  mai separato dal suo amore: 
sempre un dono per la crescita e la gioia dell'uomo. Come tale,
costituisce un aspetto essenziale e un elemento irrinunciabile
del Vangelo, anzi esso stesso si configura come "vangelo",
ossia buona e lieta notizia. Anche il Vangelo della vita  un
grande dono di Dio e insieme un compito impegnativo per l'uomo.
Esso suscita stupore e gratitudine nella persona libera e
chiede di essere accolto, custodito e valorizzato con vivo
senso di responsabilit: donandogli la vita, Dio esige
dall'uomo che la ami, la rispetti e la promuova. In tal modo il
dono si fa comandamento, e il comandamento  esso stesso un
dono.
L'uomo, immagine vivente di Dio,  voluto dal suo Creatore come
re e signore. "Dio ha fatto l'uomo - scrive san Gregorio di
Nissa - in modo tale che potesse svolgere la sua funzione di re
della terra... L'uomo  stato creato a immagine di Colui che
governa l'universo. Tutto dimostra che fin dal principio la sua
natura  contrassegnata dalla regalit... Anche l'uomo  re.
Creato per dominare il mondo, ha ricevuto la somiglianza col re
universale,  l'immagine viva che partecipa con la sua dignit
alla perfezione del divino modello". Chiamato ad essere
fecondo e a moltiplicarsi, a soggiogare la terra e a dominare
sugli esseri infraumani (cf. Gn 1, 28), l'uomo  re e signore
non solo delle cose, ma anche ed anzitutto di se stesso e,
in un certo senso, della vita che gli  donata e che egli pu
trasmettere mediante l'opera generatrice compiuta nell'amore e
nel rispetto del disegno di Dio. La sua, tuttavia, non  una
signoria assoluta, ma ministeriale;  riflesso reale della
signoria unica e infinita di Dio. Per questo l'uomo deve
viverla con sapienza e amore, partecipando alla sapienza e
all'amore incommensurabili di Dio. E ci avviene con
l'obbedienza alla sua Legge santa: un'obbedienza libera e
gioiosa (cf. Sal 119/118), che nasce ed  nutrita dalla
consapevolezza che i precetti del Signore sono dono di grazia
affidati all'uomo sempre e solo per il suo bene, per la
custodia della sua dignit personale e per il perseguimento
della sua felicit.
Come gi di fronte alle cose, ancor pi di fronte alla vita,
l'uomo non  padrone assoluto e arbitro insindacabile, ma - e
in questo sta la sua impareggiabile grandezza -  "ministro
del disegno di Dio".
La vita viene affidata all'uomo come un tesoro da non
disperdere, come un talento da trafficare. Di essa l'uomo deve
rendere conto al suo Signore (cf. Mt 25, 14-30; Lc 19, 12-27).
"Domander conto della vita dell'uomo all'uomo" (Gn 9, 5): la
vita umana  sacra e inviolabile
53. "La vita umana  sacra perch, fin dal suo inizio,
comporta "l'azione creatrice di Dio" e rimane per sempre in una
relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio 
il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in
nessuna circostanza, pu rivendicare a s il diritto di
distruggere direttamente un essere umano innocente". Con
queste parole l'Istruzione Donum vitae espone il contenuto
centrale della rivelazione di Dio sulla sacralit e
inviolabilit della vita umana.
La Sacra Scrittura, infatti, presenta all'uomo il precetto 
"non uccidere" come comandamento divino (Es 20, 13; Dt 5, 17).
Esso - come ho gi sottolineato - si trova nel Decalogo, al
cuore dell'Alleanza che il Signore conclude con il popolo
eletto; ma era gi contenuto nell'originaria alleanza di Dio
con l'umanit dopo il castigo purificatore del diluvio,
provocato dal dilagare del peccato e della violenza (cf. Gn 9,
5-6).
Dio si proclama Signore assoluto della vita dell'uomo, plasmato
a sua immagine e somiglianza (cf. Gn 1, 26-28). La vita umana
presenta, pertanto, un carattere sacro ed inviolabile, in cui
si rispecchia l'inviolabilit stessa del Creatore. Proprio per
questo sar Dio a farsi giudice severo di ogni violazione del
comandamento "non uccidere", posto alle basi dell'intera
convivenza sociale. Egli  il "goel", ossia il difensore
dell'innocente (cf. Gn 4, 9-15; Is 41, 14; Ger 50, 34; 
Sal 19/18, 15). Anche in questo modo Dio dimostra di non godere
della rovina dei viventi (cf. Sap 1, 13). Solo Satana ne pu
godere: per la sua invidia la morte  entrata nel mondo (cf.
Sap 2, 24). Egli, che  "omicida fin da principio",  anche
"menzognero e padre della menzogna" (Gv 8, 44): ingannando
l'uomo, lo conduce a traguardi di peccato e di morte,
presentati come mete e frutti di vita.
54. Esplicitamente, il precetto "non uccidere" ha un forte
contenuto negativo: indica il confine estremo che non pu mai
essere valicato. Implicitamente, per, esso spinge ad un
atteggiamento positivo di rispetto assoluto per la vita
portando a promuoverla e a progredire sulla via dell'amore che
si dona, accoglie e serve. Anche il popolo dell'Alleanza, pur
con lentezze e contraddizioni, ha conosciuto una maturazione
progressiva secondo questo orientamento, preparandosi cos al
grande annuncio di Ges: l'amore del prossimo  comandamento
simile a quello dell'amore di Dio; "da questi due comandamenti
dipende tutta la Legge e i Profeti" (cf. Mt 22, 36-40). "Il
precetto... non uccidere... e qualsiasi altro comandamento -
sottolinea san Paolo - si riassume in queste parole: "Amerai il
prossimo tuo come te stesso"" (Rm 13, 9; cf. Gal 5, 14).
Assunto e portato a compimento nella Legge Nuova, il precetto 
"non uccidere" rimane come condizione irrinunciabile per poter
"entrare nella vita" (cf. Mt 19, 16-19). In questa stessa
prospettiva, risuona perentoria anche la parola dell'apostolo
Giovanni: "Chiunque odia il proprio fratello  omicida e voi
sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna" (1 Gv 3, 15).
Sin dai suoi inizi, la Tradizione viva della Chiesa - come
testimonia la Didach, il pi antico scritto cristiano non
biblico - ha riproposto in modo categorico il comandamento 
"non uccidere": "Vi sono due vie, una della vita, e l'altra
della morte; vi  una grande differenza fra di esse... Secondo
precetto della dottrina: Non ucciderai... non farai perire il
bambino con l'aborto n l'ucciderai dopo che  nato... La via
della morte  questa: ... non hanno compassione per il povero,
non soffrono con il sofferente, non riconoscono il loro
Creatore, uccidono i loro figli e con l'aborto fanno perire
creature di Dio; allontanano il bisognoso, opprimono il
tribolato, sono avvocati dei ricchi e giudici ingiusti dei
poveri; sono pieni di ogni peccato. Possiate star sempre
lontani, o figli, da tutte queste colpe!".
Procedendo nel tempo, la stessa Tradizione della Chiesa ha
sempre unanimemente insegnato il valore assoluto e permanente
del comandamento "non uccidere".  noto che, nei primi
secoli, l'omicidio veniva posto fra i tre peccati pi gravi -
insieme all'apostasia e all'adulterio - e si esigeva una
penitenza pubblica particolarmente onerosa e lunga prima che
all'omicida pentito venissero concessi il perdono e la
riammissione nella comunione ecclesiale.
55. La cosa non deve stupire: uccidere l'essere umano, nel
quale  presente l'immagine di Dio,  peccato di particolare
gravit. Solo Dio  padrone della vita! Da sempre, tuttavia, di
fronte ai molteplici e spesso drammatici casi che la vita
individuale e sociale presenta, la riflessione dei credenti ha
cercato di raggiungere un'intelligenza pi completa e profonda
di quanto il comandamento di Dio proibisca e prescriva. Vi
sono, infatti, situazioni in cui i valori proposti dalla Legge
di Dio appaiono sotto forma di un vero paradosso.  il caso, ad
esempio, della legittima difesa, in cui il diritto a proteggere
la propria vita e il dovere di non ledere quella dell'altro
risultano in concreto difficilmente componibili. Indubbiamente,
il valore intrinseco della vita e il dovere di portare amore a
se stessi non meno che agli altri fondano un vero diritto alla
propria difesa. Lo stesso esigente precetto dell'amore per gli
altri, enunciato nell'Antico Testamento e confermato da Ges,
suppone l'amore per se stessi quale termine di confronto:
"Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mc 12, 31). Al diritto
di difendersi, dunque, nessuno potrebbe rinunciare per scarso
amore alla vita o a se stesso, ma solo in forza di un amore
eroico, che approfondisce e trasfigura lo stesso amore di s,
secondo lo spirito delle beatitudini evangeliche (cf. Mt 5, 38-
48) nella radicalit oblativa di cui  esempio sublime lo
stesso Signore Ges.
D'altra parte, "la legittima difesa pu essere non soltanto un
diritto, ma un grave dovere, per chi  responsabile della vita
di altri, del bene comune della famiglia o della comunit
civile". Accade purtroppo che la necessit di porre
l'aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la
sua soppressione. In tale ipotesi, l'esito mortale va
attribuito allo stesso aggressore che vi si  esposto con la
sua azione, anche nel caso in cui egli non fosse moralmente
responsabile per mancanza dell'uso della ragione.
56. In questo orizzonte si colloca anche il problema della pena
di morte, su cui si registra, nella Chiesa come nella societ
civile, una crescente tendenza che ne chiede un'applicazione
assai limitata ed anzi una totale abolizione. Il problema va
inquadrato nell'ottica di una giustizia penale che sia sempre
pi conforme alla dignit dell'uomo e pertanto, in ultima
analisi, al disegno di Dio sull'uomo e sulla societ. In
effetti, la pena che la societ infligge "ha come primo scopo
di riparare al disordine introdotto dalla colpa". La
pubblica autorit deve farsi vindice della violazione dei
diritti personali e sociali mediante l'imposizione al reo di
una adeguata espiazione del crimine, quale condizione per
essere riammesso all'esercizio della propria libert. In tal
modo l'autorit ottiene anche lo scopo di difendere l'ordine
pubblico e la sicurezza delle persone, non senza offrire allo
stesso reo uno stimolo e un aiuto a correggersi e
redimersi.
 chiaro che, proprio per conseguire tutte queste finalit, la
misura e la qualit della pena devono essere attentamente
valutate e decise, e non devono giungere alla misura estrema
della soppressione del reo se non in casi di assoluta
necessit, quando cio la difesa della societ non fosse
possibile altrimenti. Oggi, per, a seguito dell'organizzazione
sempre pi adeguata dell'istituzione penale, questi casi sono
ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti.
In ogni caso resta valido il principio indicato dal nuovo
Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo cui "se i mezzi
incruenti sono sufficienti per difendere le vite umane
dall'aggressore e per proteggere l'ordine pubblico e la
sicurezza delle persone, l'autorit si limiter a questi mezzi,
poich essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete
del bene comune e sono pi conformi alla dignit della persona
umana".
57. Se cos grande attenzione va posta al rispetto di ogni
vita, persino di quella del reo e dell'ingiusto aggressore, il
comandamento "non uccidere" ha valore assoluto quando si
riferisce alla persona innocente. E ci tanto pi se si tratta
di un essere umano debole e indifeso, che solo nella forza
assoluta del comandamento di Dio trova la sua radicale difesa
rispetto all'arbitrio e alla prepotenza altrui.
In effetti, l'inviolabilit assoluta della vita umana innocente
 una verit morale esplicitamente insegnata nella Sacra
Scrittura, costantemente ritenuta nella Tradizione della Chiesa
e unanimemente proposta dal suo Magistero. Tale unanimit 
frutto evidente di quel "senso soprannaturale della fede"
che, suscitato e sorretto dallo Spirito Santo, garantisce
dall'errore il popolo di Dio, quando "esprime l'universale suo
consenso in materia di fede e di costumi".
Dinanzi al progressivo attenuarsi nelle coscienze e nella
societ della percezione dell'assoluta e grave illiceit morale
della diretta soppressione di ogni vita umana innocente,
specialmente al suo inizio e al suo termine, il Magistero della
Chiesa ha intensificato i suoi interventi a difesa della
sacralit e dell'inviolabilit della vita umana. Al Magistero
pontificio, particolarmente insistente, s' sempre unito quello
episcopale, con numerosi e ampi documenti dottrinali e
pastorali, sia di Conferenze Episcopali, sia di singoli
Vescovi. N  mancato, forte e incisivo nella sua brevit,
l'intervento del Concilio Vaticano II.
Pertanto, con l'autorit che Cristo ha conferito a Pietro e ai
suoi Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa
cattolica, confermo che l'uccisione diretta e volontaria di un
essere umano innocente  sempre gravemente immorale. Tale
dottrina, fondata in quella legge non scritta che ogni uomo,
alla luce della ragione, trova nel proprio cuore (cf. Rm 2, 14-
15),  riaffermata dalla Sacra Scrittura, trasmessa dalla
Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e
universale.
La scelta deliberata di privare un essere umano innocente della
sua vita  sempre cattiva dal punto di vista morale e non pu
mai essere lecita n come fine, n come mezzo per un fine
buono. , infatti, grave disobbedienza alla legge morale, anzi
a Dio stesso, autore e garante di essa; contraddice le
fondamentali virt della giustizia e della carit. "Niente e
nessuno pu autorizzare l'uccisione di un essere umano
innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio,
ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, pu
richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro
affidato alla sua responsabilit, n pu acconsentirvi
esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorit pu
legittimamente imporlo n permetterlo".
Nel diritto alla vita, ogni essere umano innocente 
assolutamente uguale a tutti gli altri. Tale uguaglianza  la
base di ogni autentico rapporto sociale che, per essere
veramente tale, non pu non fondarsi sulla verit e sulla
giustizia, riconoscendo e tutelando ogni uomo e ogni donna come
persona e non come una cosa di cui si possa disporre. Di fronte
alla norma morale che proibisce la soppressione diretta di un
essere umano innocente "non ci sono privilegi n eccezioni per
nessuno. Essere il padrone del mondo o l'ultimo miserabile
sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle
esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali".
"Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi" (Sal 139/138,16):
il delitto abominevole dell'aborto
58. Fra tutti i delitti che l'uomo pu compiere contro la vita,
l'aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono
particolarmente grave e deprecabile. Il Concilio Vaticano II lo
definisce, insieme all'infanticidio, "delitto abominevole".
Ma oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua
gravit  andata progressivamente oscurandosi. L'accettazione
dell'aborto nella mentalit, nel costume e nella stessa legge 
segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale,
che diventa sempre pi incapace di distinguere tra il bene e il
male, persino quando  in gioco il diritto fondamentale alla
vita. Di fronte a una cos grave situazione, occorre pi che
mai il coraggio di guardare in faccia alla verit e di chiamare
le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo
o alla tentazione di autoinganno. A tale proposito risuona
categorico il rimprovero del Profeta: "Guai a coloro che
chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre
in luce e la luce in tenebre" (Is 5, 20). Proprio nel caso
dell'aborto si registra la diffusione di una terminologia
ambigua, come quella di "interruzione della gravidanza", che
tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravit
nell'opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico 
esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna
parola vale a cambiare la realt delle cose: l'aborto procurato
 l'uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di
un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza,
compresa tra il concepimento e la nascita.
La gravit morale dell'aborto procurato appare in tutta la sua
verit se si riconosce che si tratta di un omicidio e, in
particolare, se si considerano le circostanze specifiche che lo
qualificano. Chi viene soppresso  un essere umano che si
affaccia alla vita, ossia quanto di pi innocente in assoluto
si possa immaginare: mai potrebbe essere considerato un
aggressore, meno che mai un ingiusto aggressore!  debole,
inerme, al punto di essere privo anche di quella minima forma
di difesa che  costituita dalla forza implorante dei gemiti e
del pianto del neonato.  totalmente affidato alla protezione e
alle cure di colei che lo porta in grembo. Eppure, talvolta, 
proprio lei, la mamma, a deciderne e a chiederne la
soppressione e persino a procurarla.
 vero che molte volte la scelta abortiva riveste per la madre
carattere drammatico e doloroso, in quanto la decisione di
disfarsi del frutto del concepimento non viene presa per
ragioni puramente egoistiche e di comodo, ma perch si
vorrebbero salvaguardare alcuni importanti beni, quali la
propria salute o un livello dignitoso di vita per gli altri
membri della famiglia. Talvolta si temono per il nascituro
condizioni di esistenza tali da far pensare che per lui sarebbe
meglio non nascere. Tuttavia, queste e altre simili ragioni,
per quanto gravi e drammatiche, non possono mai giustificare la
soppressione deliberata di un essere umano innocente.
59. A decidere della morte del bambino non ancora nato, accanto
alla madre, ci sono spesso altre persone. Anzitutto, pu essere
colpevole il padre del bambino, non solo quando espressamente
spinge la donna all'aborto, ma anche quando indirettamente
favorisce tale sua decisione perch la lascia sola di fronte ai
problemi della gravidanza: in tal modo la famiglia viene
mortalmente ferita e profanata nella sua natura di comunit di
amore e nella sua vocazione ad essere "santuario della vita".
N vanno taciute le sollecitazioni che a volte provengono dal
pi ampio contesto familiare e dagli amici. Non di rado la
donna  sottoposta a pressioni talmente forti da sentirsi
psicologicamente costretta a cedere all'aborto: non v' dubbio
che in questo caso la responsabilit morale grava
particolarmente su quelli che direttamente o indirettamente
l'hanno forzata ad abortire. Responsabili sono pure i medici e
il personale sanitario, quando mettono a servizio della morte
la competenza acquisita per promuovere la vita.
Ma la responsabilit coinvolge anche i legislatori, che hanno
promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la
cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture
sanitarie utilizzate per praticare gli aborti. Una
responsabilit generale non meno grave riguarda sia quanti
hanno favorito il diffondersi di una mentalit di permissivismo
sessuale e disistima della maternit, sia coloro che avrebbero
dovuto assicurare - e non l'hanno fatto - valide politiche
familiari e sociali a sostegno delle famiglie, specialmente di
quelle numerose o con particolari difficolt economiche ed
educative. Non si pu infine sottovalutare la rete di
complicit che si allarga fino a comprendere istituzioni
internazionali, fondazioni e associazioni che si battono
sistematicamente per la legalizzazione e la diffusione
dell'aborto nel mondo. In tal senso l'aborto va oltre la
responsabilit delle singole persone e il danno loro arrecato,
assumendo una dimensione fortemente sociale:  una ferita
gravissima inferta alla societ e alla sua cultura da quanti
dovrebbero esserne i costruttori e i difensori. Come ho scritto
nella mia Lettera alle Famiglie, "ci troviamo di fronte ad
un'enorme minaccia contro la vita, non solo di singoli
individui, ma anche dell'intera civilt". Ci troviamo di
fronte a quella che pu definirsi una "struttura di peccato"
contro la vita umana non ancora nata.
60. Alcuni tentano di giustificare l'aborto sostenendo che il
frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di
giorni, non pu essere ancora considerato una vita umana
personale. In realt, "dal momento in cui l'ovulo  fecondato,
si inaugura una vita che non  quella del padre o della madre,
ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto.
Non sar mai reso umano se non lo  stato fin da allora. A
questa evidenza di sempre... la scienza genetica moderna
fornisce preziose conferme. Essa ha mostrato come dal primo
istante si trovi fissato il programma di ci che sar questo
vivente: una persona, questa persona individua con le sue note
caratteristiche gi ben determinate. Fin dalla fecondazione 
iniziata l'avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle
grandi capacit richiede tempo, per impostarsi e per trovarsi
pronta ad agire". Anche se la presenza di un'anima
spirituale non pu essere rilevata dall'osservazione di nessun
dato sperimentale, sono le stesse conclusioni della scienza
sull'embrione umano a fornire "un'indicazione preziosa per
discernere razionalmente una presenza personale fin da questo
primo comparire di una vita umana: come un individuo umano non
sarebbe una persona umana?".
Del resto, tale  la posta in gioco che, sotto il profilo
dell'obbligo morale, basterebbe la sola probabilit di trovarsi
di fronte a una persona per giustificare la pi netta
proibizione di ogni intervento volto a sopprimere l'embrione
umano. Proprio per questo, al di l dei dibattiti scientifici e
delle stesse affermazioni filosofiche nelle quali il Magistero
non si  espressamente impegnato, la Chiesa ha sempre
insegnato, e tuttora insegna, che al frutto della generazione
umana, dal primo momento della sua esistenza, va garantito il
rispetto incondizionato che  moralmente dovuto all'essere
umano nella sua totalit e unit corporale e spirituale: 
"L'essere umano va rispettato e trattato come una persona fin
dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli
si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali
anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente
alla vita".
61. I testi della Sacra Scrittura, che non parlano mai di
aborto volontario e quindi non presentano condanne dirette e
specifiche in proposito, mostrano una tale considerazione
dell'essere umano nel grembo materno, da esigere come logica
conseguenza che anche ad esso si estenda il comandamento di
Dio: "non uccidere".
La vita umana  sacra e inviolabile in ogni momento della sua
esistenza, anche in quello iniziale che precede la nascita.
L'uomo, fin dal grembo materno, appartiene a Dio che tutto
scruta e conosce, che lo forma e lo plasma con le sue mani, che
lo vede mentre  ancora un piccolo embrione informe e che in
lui intravede l'adulto di domani i cui giorni sono contati e la
cui vocazione  gi scritta nel "libro della vita" (cf. Sal 139/138, 
1.13-16). Anche l, quando  ancora nel grembo
materno, - come testimoniano numerosi testi biblici -
l'uomo  il termine personalissimo dell'amorosa e paterna
provvidenza di Dio.
La Tradizione cristiana - come ben rileva la Dichiarazione
emanata al riguardo dalla Congregazione per la Dottrina della
Fede -  chiara e unanime, dalle origini fino ai nostri
giorni, nel qualificare l'aborto come disordine morale
particolarmente grave. Fin dal suo primo confronto con il mondo
greco-romano, nel quale erano ampiamente praticati l'aborto e
l'infanticidio, la comunit cristiana si  radicalmente
opposta, con la sua dottrina e con la sua prassi, ai costumi
diffusi in quella societ, come dimostra la gi citata
Didach. Tra gli scrittori ecclesiastici di area greca,
Atenagora ricorda che i cristiani considerano come omicide le
donne che fanno ricorso a medicine abortive, perch i bambini,
anche se ancora nel seno della madre, "sono gi l'oggetto
delle cure della Provvidenza divina". Tra i latini,
Tertulliano afferma: " un omicidio anticipato impedire di
nascere; poco importa che si sopprima l'anima gi nata o che la
si faccia scomparire nel nascere.  gi un uomo colui che lo sar".
Lungo la sua storia ormai bimillenaria, questa medesima
dottrina  stata costantemente insegnata dai Padri della
Chiesa, dai suoi Pastori e Dottori. Anche le discussioni di
carattere scientifico e filosofico circa il momento preciso
dell'infusione dell'anima spirituale non hanno mai comportato
alcuna esitazione circa la condanna morale dell'aborto.
62. Il pi recente Magistero pontificio ha ribadito con grande
vigore questa dottrina comune. In particolare Pio XI
nell'Enciclica Casti connubii ha respinto le pretestuose
giustificazioni dell'aborto; Pio XII ha escluso ogni
aborto diretto, cio ogni atto che tende direttamente a
distruggere la vita umana non ancora nata, " sia che tale
distruzione venga intesa come fine o soltanto come mezzo al
fine"; Giovanni XXIII ha riaffermato che la vita umana 
sacra, perch " fin dal suo affiorare impegna direttamente
l'azione creatrice di Dio ". Il Concilio Vaticano II, come
gi ricordato, ha condannato con grande severit l'aborto: "La
vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima
cura; e l'aborto come l'infanticidio sono abominevoli delitti".
La disciplina canonica della Chiesa, fin dai primi secoli, ha
colpito con sanzioni penali coloro che si macchiavano della
colpa dell'aborto e tale prassi, con pene pi o meno gravi, 
stata confermata nei vari periodi storici. Il Codice di Diritto
Canonico del 1917 comminava per l'aborto la pena della
scomunica. Anche la rinnovata legislazione canonica si pone
in questa linea quando sancisce che "chi procura l'aborto
ottenendo l'effetto incorre nella scomunica latae sententiae", 
cio automatica. La scomunica colpisce tutti coloro che
commettono questo delitto conoscendo la pena, inclusi anche
quei complici senza la cui opera esso non sarebbe stato
realizzato: con tale reiterata sanzione, la Chiesa addita
questo delitto come uno dei pi gravi e pericolosi, spingendo
cos chi lo commette a ritrovare sollecitamente la strada della
conversione. Nella Chiesa, infatti, la pena della scomunica 
finalizzata a rendere pienamente consapevoli della gravit di
un certo peccato e a favorire quindi un'adeguata conversione e
penitenza.
Di fronte a una simile unanimit nella tradizione dottrinale e
disciplinare della Chiesa, Paolo VI ha potuto dichiarare che
tale insegnamento non  mutato ed  immutabile. Pertanto,
con l'autorit che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi
Successori, in comunione con i Vescovi - che a varie riprese
hanno condannato l'aborto e che nella consultazione
precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno
unanimemente consentito circa questa dottrina - dichiaro che
l'aborto diretto, cio voluto come fine o come mezzo,
costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto
uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale
dottrina  fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio
scritta,  trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata
dal Magistero ordinario e universale.
Nessuna circostanza, nessuna finalit, nessuna legge al mondo
potr mai rendere lecito un atto che  intrinsecamente
illecito, perch contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore
di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata
dalla Chiesa.
63. La valutazione morale dell'aborto  da applicare anche alle
recenti forme di intervento sugli embrioni umani che, pur
mirando a scopi in s legittimi, ne comportano inevitabilmente
l'uccisione.  il caso della sperimentazione sugli embrioni, in
crescente espansione nel campo della ricerca biomedica e
legalmente ammessa in alcuni Stati. Se "si devono ritenere
leciti gli interventi sull'embrione umano a patto che
rispettino la vita e l'integrit dell'embrione, non comportino
per lui rischi sproporzionati, ma siano finalizzati alla sua
guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di salute o
alla sua sopravvivenza individuale", si deve invece
affermare che l'uso degli embrioni o dei feti umani come
oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi
della loro dignit di esseri umani, che hanno diritto al
medesimo rispetto dovuto al bambino gi nato e ad ogni
persona.
La stessa condanna morale riguarda anche il procedimento che
sfrutta gli embrioni e i feti umani ancora vivi - talvolta 
"prodotti" appositamente per questo scopo mediante la
fecondazione in vitro - sia come "materiale biologico" da
utilizzare sia come fornitori di organi o di tessuti da
trapiantare per la cura di alcune malattie. In realt,
l'uccisione di creature umane innocenti, seppure a vantaggio di
altre, costituisce un atto assolutamente inaccettabile.
Una speciale attenzione deve essere riservata alla valutazione
morale delle tecniche diagnostiche prenatali, che permettono di
individuare precocemente eventuali anomalie del nascituro.
Infatti, per la complessit di queste tecniche, tale
valutazione deve farsi pi accurata e articolata. Quando sono
esenti da rischi sproporzionati per il bambino e per la madre e
sono ordinate a rendere possibile una terapia precoce o anche a
favorire una serena e consapevole accettazione del nascituro,
queste tecniche sono moralmente lecite. Dal momento per che le
possibilit di cura prima della nascita sono oggi ancora
ridotte, accade non poche volte che queste tecniche siano messe
al servizio di una mentalit eugenetica, che accetta l'aborto
selettivo, per impedire la nascita di bambini affetti da vari
tipi di anomalie. Una simile mentalit  ignominiosa e quanto
mai riprovevole, perch pretende di misurare il valore di una
vita umana soltanto secondo parametri di "normalit" e di
benessere fisico, aprendo cos la strada alla legittimazione
anche dell'infanticidio e dell'eutanasia.
In realt, per, proprio il coraggio e la serenit con cui
tanti nostri fratelli, affetti da gravi menomazioni, conducono
la loro esistenza quando sono da noi accettati ed amati,
costituiscono una testimonianza particolarmente efficace dei
valori autentici che qualificano la vita e che la rendono,
anche in condizioni di difficolt, preziosa per s e per gli
altri. La Chiesa  vicina a quei coniugi che, con grande ansia
e sofferenza, accettano di accogliere i loro bambini gravemente
colpiti da handicap, cos come  grata a tutte quelle famiglie
che, con l'adozione, accolgono quanti sono stati abbandonati
dai loro genitori a motivo di menomazioni o malattie.
"Sono io che do la morte e faccio vivere" (Dt 32, 39): il
dramma dell'eutanasia
64. All'altro capo dell'esistenza, l'uomo si trova posto di
fronte al mistero della morte. Oggi, in seguito ai progressi
della medicina e in un contesto culturale spesso chiuso alla
trascendenza, l'esperienza del morire si presenta con alcune
caratteristiche nuove. Infatti, quando prevale la tendenza ad
apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e
benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile,
di cui occorre liberarsi ad ogni costo. La morte, considerata 
"assurda" se interrompe improvvisamente una vita ancora aperta
a un futuro ricco di possibili esperienze interessanti, diventa
invece una "liberazione rivendicata" quando l'esistenza 
ritenuta ormai priva di senso perch immersa nel dolore e
inesorabilmente votata ad un'ulteriore pi acuta sofferenza.
Inoltre, rifiutando o dimenticando il suo fondamentale rapporto
con Dio, l'uomo pensa di essere criterio e norma a se stesso e
ritiene di avere il diritto di chiedere anche alla societ di
garantirgli possibilit e modi di decidere della propria vita
in piena e totale autonomia. , in particolare, l'uomo che vive
nei Paesi sviluppati a comportarsi cos: egli si sente spinto a
ci anche dai continui progressi della medicina e dalle sue
tecniche sempre pi avanzate. Mediante sistemi e
apparecchiature estremamente sofisticati, la scienza e la
pratica medica sono oggi in grado non solo di risolvere casi
precedentemente insolubili e di lenire o eliminare il dolore,
ma anche di sostenere e protrarre la vita perfino in situazioni
di debolezza estrema, di rianimare artificialmente persone le
cui funzioni biologiche elementari hanno subito tracolli
improvvisi, di intervenire per rendere disponibili organi da
trapiantare.
In un tale contesto si fa sempre pi forte la tentazione
dell'eutanasia, cio di impadronirsi della morte, procurandola
in anticipo e ponendo cos fine "dolcemente" alla vita
propria o altrui. In realt, ci che potrebbe sembrare logico e
umano, visto in profondit si presenta assurdo e disumano.
Siamo qui di fronte a uno dei sintomi pi allarmanti della 
"cultura di morte", che avanza soprattutto nelle societ del
benessere, caratterizzate da una mentalit efficientistica che
fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente
delle persone anziane e debilitate. Esse vengono molto spesso
isolate dalla famiglia e dalla societ, organizzate quasi
esclusivamente sulla base di criteri di efficienza produttiva,
secondo i quali una vita irrimediabilmente inabile non ha pi
alcun valore.
65. Per un corretto giudizio morale sull'eutanasia, occorre
innanzitutto chiaramente definirla. Per eutanasia in senso vero
e proprio si deve intendere un'azione o un'omissione che di
natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di
eliminare ogni dolore. "L'eutanasia si situa, dunque, al
livello delle intenzioni e dei metodi usati".
Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto 
"accanimento terapeutico", ossia a certi interventi medici non
pi adeguati alla reale situazione del malato, perch ormai
sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche
perch troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste
situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e
inevitabile, si pu in coscienza "rinunciare a trattamenti che
procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso
della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute
all'ammalato in simili casi". Si d certamente l'obbligo
morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve
misurarsi con le situazioni concrete; occorre cio valutare se
i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente
proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La
rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al
suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto l'accettazione
della condizione umana di fronte alla morte.
Nella medicina moderna vanno acquistando rilievo particolare le
cosiddette "cure palliative", destinate a rendere pi
sopportabile la sofferenza nella fase finale della malattia e
ad assicurare al tempo stesso al paziente un adeguato
accompagnamento umano. In questo contesto sorge, tra gli altri,
il problema della liceit del ricorso ai diversi tipi di
analgesici e sedativi per sollevare il malato dal dolore,
quando ci comporta il rischio di abbreviargli la vita. Se,
infatti, pu essere considerato degno di lode chi accetta
volontariamente di soffrire rinunciando a interventi
antidolorifici per conservare la piena lucidit e partecipare,
se credente, in maniera consapevole alla passione del Signore,
tale comportamento "eroico" non pu essere ritenuto doveroso
per tutti. Gi Pio XII aveva affermato che  lecito sopprimere
il dolore per mezzo di narcotici, pur con la conseguenza di
limitare la coscienza e di abbreviare la vita, "se non
esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ci non
impedisce l'adempimento di altri doveri religiosi e morali". 
In questo caso, infatti, la morte non  voluta o
ricercata, nonostante che per motivi ragionevoli se ne corra il
rischio: semplicemente si vuole lenire il dolore in maniera
efficace, ricorrendo agli analgesici messi a disposizione dalla
medicina. Tuttavia, "non si deve privare il moribondo della
coscienza di s senza grave motivo": avvicinandosi alla
morte, gli uomini devono essere in grado di poter soddisfare ai
loro obblighi morali e familiari e soprattutto devono potersi
preparare con piena coscienza all'incontro definitivo con Dio.
Fatte queste distinzioni, in conformit con il Magistero dei
miei Predecessori  e in comunione con i Vescovi della
Chiesa cattolica, confermo che l'eutanasia  una grave
violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata
moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina 
fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, 
trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal
Magistero ordinario e universale.
Una tale pratica comporta, a seconda delle circostanze, la
malizia propria del suicidio o dell'omicidio.
66. Ora, il suicidio  sempre moralmente inaccettabile quanto
l'omicidio. La tradizione della Chiesa l'ha sempre respinto
come scelta gravemente cattiva. Bench determinati
condizionamenti psicologici, culturali e sociali possano
portare a compiere un gesto che contraddice cos radicalmente
l'innata inclinazione di ognuno alla vita, attenuando o
annullando la responsabilit soggettiva, il suicidio, sotto il
profilo oggettivo,  un atto gravemente immorale, perch
comporta il rifiuto dell'amore verso se stessi e la rinuncia ai
doveri di giustizia e di carit verso il prossimo, verso le
varie comunit di cui si fa parte e verso la societ nel suo
insieme. Nel suo nucleo pi profondo, esso costituisce un
rifiuto della sovranit assoluta di Dio sulla vita e sulla
morte, cos proclamata nella preghiera dell'antico saggio di
Israele: "Tu hai potere sulla vita e sulla morte; conduci gi
alle porte degli inferi e fai risalire" (Sap 16, 13; cf. Tb 13, 2).
Condividere l'intenzione suicida di un altro e aiutarlo a
realizzarla mediante il cosiddetto "suicidio assistito"
significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima
persona, di un'ingiustizia, che non pu mai essere
giustificata, neppure quando fosse richiesta. "Non  mai
lecito - scrive con sorprendente attualit sant'Agostino -
uccidere un altro: anche se lui lo volesse, anzi se lo
chiedesse perch, sospeso tra la vita e la morte, supplica di
essere aiutato a liberare l'anima che lotta contro i legami del
corpo e desidera distaccarsene; non  lecito neppure quando il
malato non fosse pi in grado di vivere". Anche se non
motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico dell'esistenza
di chi soffre, l'eutanasia deve dirsi una falsa piet, anzi una
preoccupante "perversione" di essa: la vera "compassione",
infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui
del quale non si pu sopportare la sofferenza. E tanto pi
perverso appare il gesto dell'eutanasia se viene compiuto da
coloro che - come i parenti - dovrebbero assistere con pazienza
e con amore il loro congiunto o da quanti - come i medici -,
per la loro specifica professione, dovrebbero curare il malato
anche nelle condizioni terminali pi penose.
La scelta dell'eutanasia diventa pi grave quando si configura
come un omicidio che gli altri praticano su una persona che non
l'ha richiesta in nessun modo e che non ha mai dato ad essa
alcun consenso. Si raggiunge poi il colmo dell'arbitrio e
dell'ingiustizia quando alcuni, medici o legislatori, si
arrogano il potere di decidere chi debba vivere e chi debba
morire. Si ripropone cos la tentazione dell'Eden: diventare
come Dio "conoscendo il bene e il male" (cf. Gn 3, 5). Ma Dio
solo ha il potere di far morire e di far vivere: "Sono io che
do la morte e faccio vivere" (Dt 32, 39; cf. 2 Re 5, 7; 1 Sam 2, 6). 
Egli attua il suo potere sempre e solo secondo un
disegno di sapienza e di amore. Quando l'uomo usurpa tale
potere, soggiogato da una logica di stoltezza e di egoismo,
inevitabilmente lo usa per l'ingiustizia e per la morte.
Cos la vita del pi debole  messa nelle mani del pi forte;
nella societ si perde il senso della giustizia ed  minata
alla radice la fiducia reciproca, fondamento di ogni autentico
rapporto tra le persone.
67. Ben diversa, invece,  la via dell'amore e della vera
piet, che la nostra comune umanit impone e che la fede in
Cristo Redentore, morto e risorto, illumina con nuove ragioni.
La domanda che sgorga dal cuore dell'uomo nel confronto supremo
con la sofferenza e la morte, specialmente quando  tentato di
ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa, 
soprattutto domanda di compagnia, di solidariet e di sostegno
nella prova.  richiesta di aiuto per continuare a sperare,
quando tutte le speranze umane vengono meno. Come ci ha
ricordato il Concilio Vaticano II, "in faccia alla morte
l'enigma della condizione umana diventa sommo" per l'uomo; e
tuttavia "l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente,
quando aborrisce e respinge l'idea di una totale rovina e di un
annientamento definitivo della sua persona. Il germe
dell'eternit che porta in s, irriducibile com' alla sola
materia, insorge contro la morte".
Questa naturale ripugnanza per la morte e questa germinale
speranza di immortalit sono illuminate e portate a compimento
dalla fede cristiana, che promette e offre la partecipazione
alla vittoria del Cristo Risorto:  la vittoria di Colui che,
mediante la sua morte redentrice, ha liberato l'uomo dalla
morte, "salario del peccato" (Rm 6, 23), e gli ha donato lo
Spirito, pegno di risurrezione e di vita (cf. Rm 8, 11). La
certezza dell'immortalit futura e la speranza nella
risurrezione promessa proiettano una luce nuova sul mistero del
soffrire e del morire e infondono nel credente una forza
straordinaria per affidarsi al disegno di Dio.
L'apostolo Paolo ha espresso questa novit nei termini di
un'appartenenza totale al Signore che abbraccia qualsiasi
condizione umana: "Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno
muore per se stesso, perch se noi viviamo, viviamo per il
Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che
viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore" (Rm 14, 7-8). 
Morire per il Signore significa vivere la propria morte
come atto supremo di obbedienza al Padre (cf. Fil 2, 8),
accettando di incontrarla nell'"ora" voluta e scelta da lui
(cf. Gv 13, 1), che solo pu dire quando il cammino terreno 
compiuto. Vivere per il Signore significa anche riconoscere che
la sofferenza, pur restando in se stessa un male e una prova,
pu sempre diventare sorgente di bene. Lo diventa se viene
vissuta per amore e con amore, nella partecipazione, per dono
gratuito di Dio e per libera scelta personale, alla sofferenza
stessa di Cristo crocifisso. In tal modo, chi vive la sua
sofferenza nel Signore viene pi pienamente conformato a lui
(cf. Fil 3, 10; 1 Pt 2, 21) e intimamente associato alla sua
opera redentrice a favore della Chiesa e dell'umanit. 
questa l'esperienza dell'Apostolo, che anche ogni persona che
soffre  chiamata a rivivere: "Sono lieto delle sofferenze che
sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca
alle tribolazioni di Cristo nella mia carne, a favore del suo
corpo che  la Chiesa" (Col 1, 24).
"Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (At 5,29): 
la legge civile e la legge morale
68. Una delle caratteristiche proprie degli attuali attentati
alla vita umana - come si  gi detto pi volte - consiste
nella tendenza ad esigere una loro legittimazione giuridica,
quasi fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni,
deve riconoscere ai cittadini e, conseguentemente, nella
tendenza a pretendere la loro attuazione con l'assistenza
sicura e gratuita dei medici e degli operatori sanitari.
Si pensa non poche volte che la vita di chi non  ancora nato o
 gravemente debilitato sia un bene solo relativo: secondo una
logica proporzionalista o di puro calcolo, dovrebbe essere
confrontata e soppesata con altri beni. E si ritiene pure che
solo chi si trova nella situazione concreta e vi 
personalmente coinvolto possa compiere una giusta ponderazione
dei beni in gioco: di conseguenza, solo lui potrebbe decidere
della moralit della sua scelta. Lo Stato, perci,
nell'interesse della convivenza civile e dell'armonia sociale,
dovrebbe rispettare questa scelta, giungendo anche ad ammettere
l'aborto e l'eutanasia.
Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa esigere
che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralit pi
elevato di quello che essi stessi riconoscono e condividono.
Per questo la legge dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la
volont della maggioranza dei cittadini e riconoscere loro,
almeno in certi casi estremi, anche il diritto all'aborto e
all'eutanasia. Del resto, la proibizione e la punizione
dell'aborto e dell'eutanasia in questi casi condurrebbero
inevitabilmente - cos si dice - ad un aumento di pratiche
illegali: esse, peraltro, non sarebbero soggette al necessario
controllo sociale e verrebbero attuate senza la dovuta
sicurezza medica. Ci si chiede, inoltre, se sostenere una legge
concretamente non applicabile non significhi, alla fine, minare
anche l'autorit di ogni altra legge.
Nelle opinioni pi radicali, infine, si giunge a sostenere che,
in una societ moderna e pluralistica, dovrebbe essere
riconosciuta a ogni persona piena autonomia di disporre della
propria vita e della vita di chi non  ancora nato: non
spetterebbe, infatti, alla legge la scelta tra le diverse
opinioni morali e, tanto meno, essa potrebbe pretendere di
imporne una particolare a svantaggio delle altre.
69. In ogni caso, nella cultura democratica del nostro tempo si
 largamente diffusa l'opinione secondo la quale l'ordinamento
giuridico di una societ dovrebbe limitarsi a registrare e
recepire le convinzioni della maggioranza e, pertanto, dovrebbe
costruirsi solo su quanto la maggioranza stessa riconosce e
vive come morale. Se poi si ritiene addirittura che una verit
comune e oggettiva sia di fatto inaccessibile, il rispetto
della libert dei cittadini - che in un regime democratico sono
ritenuti i veri sovrani - esigerebbe che, a livello
legislativo, si riconosca l'autonomia delle singole coscienze e
quindi, nello stabilire quelle norme che in ogni caso sono
necessarie alla convivenza sociale, ci si adegui esclusivamente
alla volont della maggioranza, qualunque essa sia. In tal
modo, ogni politico, nella sua azione, dovrebbe separare
nettamente l'ambito della coscienza privata da quello del
comportamento pubblico.
Si registrano, di conseguenza, due tendenze, in apparenza
diametralmente opposte. Da un lato, i singoli individui
rivendicano per s la pi completa autonomia morale di scelta e
chiedono che lo Stato non faccia propria e non imponga nessuna
concezione etica, ma si limiti a garantire lo spazio pi ampio
possibile alla libert di ciascuno, con l'unico limite esterno
di non ledere lo spazio di autonomia al quale anche ogni altro
cittadino ha diritto. Dall'altro lato, si pensa che,
nell'esercizio delle funzioni pubbliche e professionali, il
rispetto dell'altrui libert di scelta imponga a ciascuno di
prescindere dalle proprie convinzioni per mettersi a servizio
di ogni richiesta dei cittadini, che le leggi riconoscono e
tutelano, accettando come unico criterio morale per l'esercizio
delle proprie funzioni quanto  stabilito da quelle medesime
leggi. In questo modo la responsabilit della persona viene
delegata alla legge civile, con un'abdicazione alla propria
coscienza morale almeno nell'ambito dell'azione pubblica.
70. Comune radice di tutte queste tendenze  il relativismo
etico che contraddistingue tanta parte della cultura
contemporanea. Non manca chi ritiene che tale relativismo sia
una condizione della democrazia, in quanto solo esso
garantirebbe tolleranza, rispetto reciproco tra le persone, e
adesione alle decisioni della maggioranza, mentre le norme
morali, considerate oggettive e vincolanti, porterebbero
all'autoritarismo e all'intolleranza.
Ma  proprio la problematica del rispetto della vita a mostrare
quali equivoci e contraddizioni, accompagnati da terribili
esiti pratici, si celino in questa posizione.
 vero che la storia registra casi in cui si sono commessi dei
crimini in nome della "verit". Ma crimini non meno gravi e
radicali negazioni della libert si sono commessi e si
commettono anche in nome del "relativismo etico". Quando una
maggioranza parlamentare o sociale decreta la legittimit della
soppressione, pur a certe condizioni, della vita umana non
ancora nata, non assume forse una decisione "tirannica" nei
confronti dell'essere umano pi debole e indifeso? La coscienza
universale giustamente reagisce nei confronti dei crimini
contro l'umanit di cui il nostro secolo ha fatto cos tristi
esperienze. Forse che questi crimini cesserebbero di essere
tali se, invece di essere commessi da tiranni senza scrupoli,
fossero legittimati dal consenso popolare?
In realt, la democrazia non pu essere mitizzata fino a farne
un surrogato della moralit o un toccasana dell'immoralit.
Fondamentalmente, essa  un "ordinamento" e, come tale, uno
strumento e non un fine. Il suo carattere "morale" non 
automatico, ma dipende dalla conformit alla legge morale a
cui, come ogni altro comportamento umano, deve sottostare:
dipende cio dalla moralit dei fini che persegue e dei mezzi
di cui si serve. Se oggi si registra un consenso pressoch
universale sul valore della democrazia, ci va considerato un
positivo "segno dei tempi", come anche il Magistero della
Chiesa ha pi volte rilevato. Ma il valore della democrazia
sta o cade con i valori che essa incarna e promuove:
fondamentali e imprescindibili sono certamente la dignit di
ogni persona umana, il rispetto dei suoi diritti intangibili e
inalienabili, nonch l'assunzione del "bene comune" come fine
e criterio regolativo della vita politica.
Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e
mutevoli "maggioranze" di opinione, ma solo il riconoscimento
di una legge morale obiettiva che, in quanto "legge naturale"
iscritta nel cuore dell'uomo,  punto di riferimento normativo
della stessa legge civile. Quando, per un tragico oscuramento
della coscienza collettiva, lo scetticismo giungesse a porre in
dubbio persino i principi fondamentali della legge morale, lo
stesso ordinamento democratico sarebbe scosso nelle sue
fondamenta, riducendosi a un puro meccanismo di regolazione
empirica dei diversi e contrapposti interessi.
Qualcuno potrebbe pensare che anche una tale funzione, in
mancanza di meglio, sia da apprezzare ai fini della pace
sociale. Pur riconoscendo un qualche aspetto di verit in una
tale valutazione,  difficile non vedere che, senza un
ancoraggio morale obiettivo, neppure la democrazia pu
assicurare una pace stabile, tanto pi che la pace non misurata
sui valori della dignit di ogni uomo e della solidariet tra
tutti gli uomini  non di rado illusoria. Negli stessi regimi
partecipativi, infatti, la regolazione degli interessi avviene
spesso a vantaggio dei pi forti, essendo essi i pi capaci di
manovrare non soltanto le leve del potere, ma anche la
formazione del consenso. In una tale situazione, la democrazia
diventa facilmente una parola vuota.
71. Urge dunque, per l'avvenire della societ e lo sviluppo di
una sana democrazia, riscoprire l'esistenza di valori umani e
morali essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verit
stessa dell'essere umano ed esprimono e tutelano la dignit
della persona: valori, pertanto, che nessun individuo, nessuna
maggioranza e nessuno Stato potranno mai creare, modificare o
distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e
promuovere.
Occorre riprendere, in tal senso, gli elementi fondamentali
della visione dei rapporti tra legge civile e legge morale,
quali sono proposti dalla Chiesa, ma che pure fanno parte del
patrimonio delle grandi tradizioni giuridiche dell'umanit.
Certamente, il compito della legge civile  diverso e di ambito
pi limitato rispetto a quello della legge morale. Per "in
nessun ambito di vita la legge civile pu sostituirsi alla
coscienza n pu dettare norme su ci che esula dalla sua
competenza", che  quella di assicurare il bene comune
delle persone, attraverso il riconoscimento e la difesa dei
loro fondamentali diritti, la promozione della pace e della
pubblica moralit. Il compito della legge civile consiste,
infatti, nel garantire un'ordinata convivenza sociale nella
vera giustizia, perch tutti "possiamo trascorrere una vita
calma e tranquilla con tutta piet e dignit" (1 Tm 2, 2).
Proprio per questo, la legge civile deve assicurare per tutti i
membri della societ il rispetto di alcuni diritti
fondamentali, che appartengono nativamente alla persona e che
qualsiasi legge positiva deve riconoscere e garantire. Primo e
fondamentale tra tutti  l'inviolabile diritto alla vita di
ogni essere umano innocente. Se la pubblica autorit pu
talvolta rinunciare a reprimere quanto provocherebbe, se
proibito, un danno pi grave, essa non pu mai accettare
per di legittimare, come diritto dei singoli - anche se questi
fossero la maggioranza dei componenti la societ -, l'offesa
inferta ad altre persone attraverso il misconoscimento di un
loro diritto cos fondamentale come quello alla vita. La
tolleranza legale dell'aborto o dell'eutanasia non pu in alcun
modo richiamarsi al rispetto della coscienza degli altri,
proprio perch la societ ha il diritto e il dovere di
tutelarsi contro gli abusi che si possono verificare in nome
della coscienza e sotto il pretesto della libert.
Nell'Enciclica Pacem in terris, Giovanni XXIII aveva ricordato
in proposito: "Nell'epoca moderna l'attuazione del bene comune
trova la sua indicazione di fondo nei diritti e nei doveri
della persona. Per cui i compiti precipui dei poteri pubblici
consistono, soprattutto, nel riconoscere, rispettare, comporre,
tutelare e promuovere quei diritti; e nel contribuire, di
conseguenza, a rendere pi facile l'adempimento dei rispettivi
doveri. "Tutelare l'intangibile campo dei diritti della persona
umana e renderle agevole il compimento dei suoi doveri vuol
essere ufficio essenziale di ogni pubblico potere". Per cui
ogni atto dei poteri pubblici, che sia o implichi un
misconoscimento o una violazione di quei diritti,  un atto
contrastante con la loro stessa ragion d'essere e rimane per
ci stesso destituito d'ogni valore giuridico".
72. In continuit con tutta la tradizione della Chiesa  anche
la dottrina sulla necessaria conformit della legge civile con
la legge morale, come appare, ancora una volta, dall'enciclica
citata di Giovanni XXIII: "L'autorit  postulata dall'ordine
morale e deriva da Dio. Qualora pertanto le sue leggi o
autorizzazioni siano in contrasto con quell'ordine, e quindi in
contrasto con la volont di Dio, esse non hanno forza di
obbligare la coscienza...; in tal caso, anzi, chiaramente
l'autorit cessa di essere tale e degenera in sopruso". 
questo il limpido insegnamento di san Tommaso d'Aquino, che tra
l'altro scrive: "La legge umana in tanto  tale in quanto 
conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna.
Quando invece una legge  in contrasto con la ragione, la si
denomina legge iniqua; in tal caso per cessa di essere legge e
diviene piuttosto un atto di violenza". E ancora: "Ogni
legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto
deriva dalla legge naturale. Se invece in qualche cosa  in
contrasto con la legge naturale, allora non sar legge bens
corruzione della legge".
Ora la prima e pi immediata applicazione di questa dottrina
riguarda la legge umana che misconosce il diritto fondamentale
e fontale alla vita, diritto proprio di ogni uomo. Cos le
leggi che, con l'aborto e l'eutanasia, legittimano la
soppressione diretta di esseri umani innocenti sono in totale e
insanabile contraddizione con il diritto inviolabile alla vita
proprio di tutti gli uomini e negano, pertanto, l'uguaglianza
di tutti di fronte alla legge. Si potrebbe obiettare che tale
non  il caso dell'eutanasia, quando essa  richiesta in piena
coscienza dal soggetto interessato. Ma uno Stato che
legittimasse tale richiesta e ne autorizzasse la realizzazione,
si troverebbe a legalizzare un caso di suicidio-omicidio,
contro i principi fondamentali dell'indisponibilit della vita
e della tutela di ogni vita innocente. In questo modo si
favorisce una diminuzione del rispetto della vita e si apre la
strada a comportamenti distruttivi della fiducia nei rapporti
sociali.
Le leggi che autorizzano e favoriscono l'aborto e l'eutanasia
si pongono dunque radicalmente non solo contro il bene del
singolo, ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono del
tutto prive di autentica validit giuridica. Il misconoscimento
del diritto alla vita, infatti, proprio perch porta a
sopprimere la persona per il cui servizio la societ ha motivo
di esistere,  ci che si contrappone pi frontalmente e
irreparabilmente alla possibilit di realizzare il bene comune.
Ne segue che, quando una legge civile legittima l'aborto o
l'eutanasia cessa, per ci stesso, di essere una vera legge
civile, moralmente obbligante.
73. L'aborto e l'eutanasia sono dunque crimini che nessuna
legge umana pu pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo
non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma
sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad
esse mediante obiezione di coscienza. Fin dalle origini della
Chiesa, la predicazione apostolica ha inculcato ai cristiani il
dovere di obbedire alle autorit pubbliche legittimamente
costituite (cf. Rm 13, 1-7; 1 Pt 2, 13-14), ma nello stesso
tempo ha ammonito fermamente che "bisogna obbedire a Dio
piuttosto che agli uomini" (At 5, 29). Gi nell'Antico
Testamento, proprio in riferimento alle minacce contro la vita,
troviamo un esempio significativo di resistenza al comando
ingiusto dell'autorit. Al faraone, che aveva ordinato di far
morire ogni neonato maschio, le levatrici degli Ebrei si
opposero. Esse "non fecero come aveva loro ordinato il re di
Egitto e lasciarono vivere i bambini" (Es 1, 17). Ma occorre
notare il motivo profondo di questo loro comportamento: "Le
levatrici temettero Dio" (ivi).  proprio dall'obbedienza a
Dio - al quale solo si deve quel timore che  riconoscimento
della sua assoluta sovranit - che nascono la forza e il
coraggio di resistere alle leggi ingiuste degli uomini.  la
forza e il coraggio di chi  disposto anche ad andare in
prigione o ad essere ucciso di spada, nella certezza che "in
questo sta la costanza e la fede dei santi" (Ap 13, 10).
Nel caso quindi di una legge intrinsecamente ingiusta, come 
quella che ammette l'aborto o l'eutanasia, non  mai lecito
conformarsi ad essa, "n partecipare ad una campagna di
opinione in favore di una legge siffatta, n dare ad essa il
suffragio del proprio voto".
Un particolare problema di coscienza potrebbe porsi in quei
casi in cui un voto parlamentare risultasse determinante per
favorire una legge pi restrittiva, volta cio a restringere il
numero degli aborti autorizzati, in alternativa ad una legge
pi permissiva gi in vigore o messa al voto. Simili casi non
sono rari. Si registra infatti il dato che mentre in alcune
parti del mondo continuano le campagne per l'introduzione di
leggi a favore dell'aborto, sostenute non poche volte da
potenti organismi internazionali, in altre Nazioni invece - in
particolare in quelle che hanno gi fatto l'amara esperienza di
simili legislazioni permissive - si vanno manifestando segni di
ripensamento. Nel caso ipotizzato, quando non fosse possibile
scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un
parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all'aborto
fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il
proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una
tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della
cultura e della moralit pubblica. Cos facendo, infatti, non
si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta;
piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di
limitarne gli aspetti iniqui.
74. L'introduzione di legislazioni ingiuste pone spesso gli
uomini moralmente retti di fronte a difficili problemi di
coscienza in materia di collaborazione in ragione della
doverosa affermazione del proprio diritto a non essere
costretti a partecipare ad azioni moralmente cattive. Talvolta
le scelte che si impongono sono dolorose e possono richiedere
il sacrificio di affermate posizioni professionali o la
rinuncia a legittime prospettive di avanzamento nella carriera.
In altri casi, pu risultare che il compiere alcune azioni in
se stesse indifferenti, o addirittura positive, previste
nell'articolato di legislazioni globalmente ingiuste, consenta
la salvaguardia di vite umane minacciate. D'altro canto, per,
si pu giustamente temere che la disponibilit a compiere tali
azioni non solo comporti uno scandalo e favorisca l'indebolirsi
della necessaria opposizione agli attentati contro la vita, ma
induca insensibilmente ad arrendersi sempre pi ad una logica
permissiva.
Per illuminare questa difficile questione morale occorre
richiamare i principi generali sulla cooperazione ad azioni
cattive. I cristiani, come tutti gli uomini di buona volont,
sono chiamati, per un grave dovere di coscienza, a non prestare
la loro collaborazione formale a quelle pratiche che, pur
ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la
Legge di Dio. Infatti, dal punto di vista morale, non  mai
lecito cooperare formalmente al male. Tale cooperazione si
verifica quando l'azione compiuta, o per la sua stessa natura o
per la configurazione che essa viene assumendo in un concreto
contesto, si qualifica come partecipazione diretta ad un atto
contro la vita umana innocente o come condivisione
dell'intenzione immorale dell'agente principale. Questa
cooperazione non pu mai essere giustificata n invocando il
rispetto della libert altrui, n facendo leva sul fatto che la
legge civile la prevede e la richiede: per gli atti che
ciascuno personalmente compie esiste, infatti, una
responsabilit morale a cui nessuno pu mai sottrarsi e sulla
quale ciascuno sar giudicato da Dio stesso (cf. Rm 2, 6; 14,
12).
Rifiutarsi di partecipare a commettere un'ingiustizia  non
solo un dovere morale, ma  anche un diritto umano basilare. Se
cos non fosse, la persona umana sarebbe costretta a compiere
un'azione intrinsecamente incompatibile con la sua dignit e in
tal modo la sua stessa libert, il cui senso e fine autentici
risiedono nell'orientamento al vero e al bene, ne sarebbe
radicalmente compromessa. Si tratta, dunque, di un diritto
essenziale che, proprio perch tale, dovrebbe essere previsto e
protetto dalla stessa legge civile. In tal senso, la
possibilit di rifiutarsi di partecipare alla fase consultiva,
preparatoria ed esecutiva di simili atti contro la vita
dovrebbe essere assicurata ai medici, agli operatori sanitari e
ai responsabili delle istituzioni ospedaliere, delle cliniche e
delle case di cura. Chi ricorre all'obiezione di coscienza deve
essere salvaguardato non solo da sanzioni penali, ma anche da
qualsiasi danno sul piano legale, disciplinare, economico e
professionale.
"Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Lc 10, 27):
"promuovi" la vita.
75. I comandamenti di Dio ci insegnano la via della vita.
Iprecetti morali negativi, cio quelli che dichiarano
moralmente inaccettabile la scelta di una determinata azione,
hanno un valore assoluto per la libert umana: essi valgono
sempre e comunque, senza eccezioni. Indicano che la scelta di
determinati comportamenti  radicalmente incompatibile con
l'amore verso Dio e con la dignit della persona, creata a sua
immagine: tale scelta, perci, non pu essere riscattata dalla
bont di nessuna intenzione e di nessuna conseguenza,  in
contrasto insanabile con la comunione tra le persone,
contraddice la decisione fondamentale di orientare la propria
vita a Dio.
Gi in questo senso i precetti morali negativi hanno
un'importantissima funzione positiva: il "no" che esigono
incondizionatamente dice il limite invalicabile al di sotto del
quale l'uomo libero non pu scendere e, insieme, indica il
minimo che egli deve rispettare e dal quale deve partire per
pronunciare innumerevoli "s", capaci di occupare
progressivamente l'intero orizzonte del bene (cf. Mt 5, 48). I
comandamenti, in particolare i precetti morali negativi, sono
l'inizio e la prima tappa necessaria del cammino verso la
libert: "La prima libert - scrive sant'Agostino - consiste
nell'essere esenti da crimini... come sarebbero l'omicidio,
l'adulterio, la fornicazione, il furto, la frode, il sacrilegio
e cos via. Quando uno comincia a non avere questi crimini (e
nessun cristiano deve averli), comincia a levare il capo verso
la libert, ma questo non  che l'inizio della libert, non la
libert perfetta".
76. Il comandamento "non uccidere" stabilisce quindi il punto
di partenza di un cammino di vera libert, che ci porta a
promuovere attivamente la vita e sviluppare determinati
atteggiamenti e comportamenti al suo servizio: cos facendo
esercitiamo la nostra responsabilit verso le persone che ci
sono affidate e manifestiamo, nei fatti e nella verit, la
nostra riconoscenza a Dio per il grande dono della vita (cf.
Sal 139/138, 13-14).
Il Creatore ha affidato la vita dell'uomo alla sua responsabile
sollecitudine, non perch ne disponga in modo arbitrario, ma
perch la custodisca con saggezza e la amministri con amorevole
fedelt. Il Dio dell'Alleanza ha affidato la vita di ciascun
uomo all'altro uomo suo fratello, secondo la legge della
reciprocit del dare e del ricevere, del dono di s e
dell'accoglienza dell'altro. Nella pienezza dei tempi,
incarnandosi e donando la sua vita per l'uomo, il Figlio di Dio
ha mostrato a quale altezza e profondit possa giungere questa
legge della reciprocit. Con il dono del suo Spirito, Cristo d
contenuti e significati nuovi alla legge della reciprocit,
all'affidamento dell'uomo all'uomo. Lo Spirito, che  artefice
di comunione nell'amore, crea tra gli uomini una nuova
fraternit e solidariet, vero riflesso del mistero di
reciproca donazione e accoglienza proprio della Trinit
santissima. Lo stesso Spirito diventa la legge nuova, che dona
ai credenti la forza e sollecita la loro responsabilit per
vivere reciprocamente il dono di s e l'accoglienza dell'altro,
partecipando all'amore stesso di Ges Cristo e secondo la sua
misura.
77. Da questa legge nuova viene animato e plasmato anche il
comandamento del "non uccidere". Per il cristiano, quindi,
esso implica in definitiva l'imperativo di rispettare, amare e
promuovere la vita di ogni fratello, secondo le esigenze e le
dimensioni dell'amore di Dio in Ges Cristo. "Egli ha dato la
sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i
fratelli" (1 Gv 3, 16).
Il comandamento del "non uccidere", anche nei suoi contenuti
pi positivi di rispetto, amore e promozione della vita umana,
vincola ogni uomo. Esso, infatti, risuona nella coscienza
morale di ciascuno come un'eco insopprimibile dell'alleanza
originaria di Dio creatore con l'uomo; da tutti pu essere
conosciuto alla luce della ragione e pu essere osservato
grazie all'opera misteriosa dello Spirito che, soffiando dove
vuole (cf. Gv 3, 8), raggiunge e coinvolge ogni uomo che vive
in questo mondo.
 dunque un servizio d'amore quello che tutti siamo impegnati
ad assicurare al nostro prossimo, perch la sua vita sia difesa
e promossa sempre, ma soprattutto quando  pi debole o
minacciata.  una sollecitudine non solo personale ma sociale,
che tutti dobbiamo coltivare, ponendo l'incondizionato rispetto
della vita umana a fondamento di una rinnovata societ.
Ci  chiesto di amare e onorare la vita di ogni uomo e di ogni
donna e di lavorare con costanza e con coraggio, perch nel
nostro tempo, attraversato da troppi segni di morte, si
instauri finalmente una nuova cultura della vita, frutto della
cultura della verit e dell'amore.
CAPITOLO 4 - L'AVETE FATTO A ME
PER UNA NUOVA CULTURA DELLA VITA UMANA
"Voi siete il popolo che Dio si  acquistato perch proclami
le sue opere meravigliose" (1 Pt 2, 9): il popolo della vita e per la vita
78. La Chiesa ha ricevuto il Vangelo come annuncio e fonte di
gioia e di salvezza. L'ha ricevuto in dono da Ges, inviato dal
Padre "per annunziare ai poveri un lieto messaggio" (Lc 4,18). 
L'ha ricevuto mediante gli Apostoli, da Lui mandati in
tutto il mondo (cf. Mc 16, 15; Mt 28, 19-20). Nata da questa
azione evangelizzatrice, la Chiesa sente risuonare in se stessa
ogni giorno la parola ammonitrice dell'Apostolo: "Guai a me se
non predicassi il Vangelo" (1 Cor 9, 16). "Evangelizzare,
infatti, - come scriveva Paolo VI -  la grazia e la vocazione
propria della Chiesa, la sua identit pi profonda. Essa esiste
per evangelizzare".
L'evangelizzazione  un'azione globale e dinamica, che
coinvolge la Chiesa nella sua partecipazione alla missione
profetica, sacerdotale e regale del Signore Ges. Essa,
pertanto, comporta inscindibilmente le dimensioni
dell'annuncio, della celebrazione e del servizio della carit.
 un atto profondamente ecclesiale, che chiama in causa tutti i
diversi operai del Vangelo, ciascuno secondo i propri carismi e
il proprio ministero.
Cos  anche quando si tratta di annunciare il Vangelo della
vita, parte integrante del Vangelo che  Ges Cristo. Di questo
Vangelo noi siamo al servizio, sostenuti dalla consapevolezza
di averlo ricevuto in dono e di essere inviati a proclamarlo a
tutta l'umanit "fino agli estremi confini della terra" (At 1, 8).
Nutriamo perci umile e grata coscienza di essere il
popolo della vita e per la vita e in tal modo ci presentiamo
davanti a tutti.
79. Siamo il popolo della vita perch Dio, nel suo amore
gratuito, ci ha donato il Vangelo della vita e da questo stesso
Vangelo noi siamo stati trasformati e salvati. Siamo stati
riconquistati dall'"autore della vita" (At 3, 15) a prezzo
del suo sangue prezioso (cf. 1 Cor 6, 20; 7, 23; 1 Pt 1, 19) e
mediante il lavacro battesimale siamo stati inseriti in lui
(cf. Rm 6, 4-5; Col 2, 12), come rami che dall'unico albero
traggono linfa e fecondit (cf. Gv 15, 5). Rinnovati
interiormente dalla grazia dello Spirito, "che  Signore e d
la vita", siamo diventati un popolo per la vita e come tali
siamo chiamati a comportarci.
Siamo mandati: essere al servizio della vita non  per noi un
vanto, ma un dovere, che nasce dalla coscienza di essere "il
popolo che Dio si  acquistato perch proclami le sue opere
meravigliose" (1 Pt 2, 9). Nel nostro cammino ci guida e ci
sostiene la legge dell'amore:  l'amore di cui  sorgente e
modello il Figlio di Dio fatto uomo, che "morendo ha dato la
vita al mondo".
Siamo mandati come popolo. L'impegno a servizio della vita
grava su tutti e su ciascuno.  una responsabilit propriamente
"ecclesiale", che esige l'azione concertata e generosa di
tutti i membri e di tutte le articolazioni della comunit
cristiana. Il compito comunitario per non elimina n
diminuisce la responsabilit della singola persona, alla quale
 rivolto il comando del Signore a "farsi prossimo" di ogni
uomo: "V e anche tu f lo stesso" (Lc 10, 37).
Tutti insieme sentiamo il dovere di annunciare il Vangelo della
vita, di celebrarlo nella liturgia e nell'intera esistenza,
diservirlo con le diverse iniziative e strutture di sostegno e
di promozione.
"Quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunziamo anche a
voi" (1 Gv 1, 3): annunciare il Vangelo della vita
80. "Ci che era fin da principio, ci che noi abbiamo udito,
ci che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ci che noi
abbiamo contemplato e ci che le nostre mani hanno toccato,
ossia il Verbo della vita... noi lo annunziamo anche a voi,
perch anche voi siate in comunione con noi" (1 Gv 1, 1.3).
Ges  l'unico Vangelo: noi non abbiamo altro da dire e da
testimoniare.
 proprio l'annuncio di Ges ad essere annuncio della vita.
Egli, infatti,  "il Verbo della vita" (1 Gv 1, 1). In lui 
"la vita si  fatta visibile" (1 Gv 1, 2); anzi lui stesso  
"la vita eterna, che era presso il Padre e si  resa visibile a
noi" (ivi). Questa stessa vita, grazie al dono dello Spirito,
 stata comunicata all'uomo. Ordinata alla vita in pienezza, la
"vita eterna", anche la vita terrena di ciascuno acquista il
suo senso pieno.
Illuminati da questo Vangelo della vita, sentiamo il bisogno di
proclamarlo e di testimoniarlo nella novit sorprendente che lo
contraddistingue: poich si identifica con Ges stesso,
apportatore di ogni novit e vincitore della "vecchiezza" 
che deriva dal peccato e porta alla morte, tale Vangelo
supera ogni aspettativa dell'uomo e svela a quali sublimi
altezze viene elevata, per grazia, la dignit della persona.
Cos la contempla san Gregorio di Nissa: "L'uomo che, tra gli
esseri, non conta nulla, che  polvere, erba, vanit, una volta
che  adottato dal Dio dell'universo come figlio, diventa
familiare di questo Essere, la cui eccellenza e grandezza
nessuno pu vedere, ascoltare e comprendere. Con quale parola,
pensiero o slancio dello spirito si potr esaltare la
sovrabbondanza di questa grazia? L'uomo sorpassa la sua natura:
da mortale diventa immortale, da perituro imperituro, da
effimero eterno, da uomo diventa dio".
La gratitudine e la gioia per l'incommensurabile dignit
dell'uomo ci spinge a rendere tutti partecipi di questo
messaggio: "Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo
annunciamo anche a voi, perch anche voi siate in comunione con
noi" (1 Gv 1, 3).  necessario far giungere il Vangelo della
vita al cuore di ogni uomo e donna e immetterlo nelle pieghe
pi recondite dell'intera societ.
81. Si tratta di annunciare anzitutto il centro di questo
Vangelo. Esso  annuncio di un Dio vivo e vicino, che ci chiama
a una profonda comunione con s e ci apre alla speranza certa
della vita eterna;  affermazione dell'inscindibile legame che
intercorre tra la persona, la sua vita e la sua corporeit; 
presentazione della vita umana come vita di relazione, dono di
Dio, frutto e segno del suo amore;  proclamazione dello
straordinario rapporto di Ges con ciascun uomo, che consente
di riconoscere in ogni volto umano il volto di Cristo; 
indicazione del "dono sincero di s" quale compito e luogo di
realizzazione piena della propria libert.
Nello stesso tempo, si tratta di additare tutte le conseguenze
di questo stesso Vangelo, che cos si possono riassumere: la
vita umana, dono prezioso di Dio,  sacra e inviolabile e per
questo, in particolare, sono assolutamente inaccettabili
l'aborto procurato e l'eutanasia; la vita dell'uomo non solo
non deve essere soppressa, ma va protetta con ogni amorosa
attenzione; la vita trova il suo senso nell'amore ricevuto e
donato, nel cui orizzonte attingono piena verit la sessualit
e la procreazione umana; in questo amore anche la sofferenza e
la morte hanno un senso e, pur permanendo il mistero che le
avvolge, possono diventare eventi di salvezza; il rispetto per
la vita esige che la scienza e la tecnica siano sempre ordinate
all'uomo e al suo sviluppo integrale; l'intera societ deve
rispettare, difendere e promuovere la dignit di ogni persona
umana, in ogni momento e condizione della sua vita.
82. Per essere veramente un popolo al servizio della vita
dobbiamo, con costanza e coraggio, proporre questi contenuti
fin dal primo annuncio del Vangelo e, in seguito, nella
catechesi e nelle diverse forme di predicazione, nel dialogo
personale e in ogni azione educativa. Agli educatori,
insegnanti, catechisti e teologi, spetta il compito di mettere
in risalto le ragioni antropologiche che fondano e sostengono
il rispetto di ogni vita umana. In tal modo, mentre faremo
risplendere l'originale novit del Vangelo della vita, potremo
aiutare tutti a scoprire anche alla luce della ragione e
dell'esperienza, come il messaggio cristiano illumini
pienamente l'uomo e il significato del suo essere ed esistere;
troveremo preziosi punti di incontro e di dialogo anche con i
non credenti, tutti insieme impegnati a far sorgere una nuova
cultura della vita.
Circondati dalle voci pi contrastanti, mentre molti rigettano
la sana dottrina intorno alla vita dell'uomo, sentiamo rivolta
anche a noi la supplica indirizzata da Paolo a Timoteo: 
"Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non
opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimit e
dottrina" (2 Tm 4, 2). Questa esortazione deve risuonare con
particolare vigore nel cuore di quanti, nella Chiesa,
partecipano pi direttamente, a diverso titolo, alla sua
missione di "maestra" della verit. Risuoni innanzitutto per
noi Vescovi: a noi per primi  chiesto di farci annunciatori
instancabili delVangelo della vita; a noi  pure affidato il
compito di vigilare sulla trasmissione integra e fedele
dell'insegnamento riproposto in questa Enciclica e di ricorrere
alle misure pi opportune perch i fedeli siano preservati da
ogni dottrina ad esso contraria. Una speciale attenzione
dobbiamo porre perch nelle facolt teologiche, nei seminari e
nelle diverse istituzioni cattoliche venga diffusa, illustrata
e approfondita la conoscenza della sana dottrina.
L'esortazione di Paolo risuoni per tutti i teologi, per i
pastori e per quanti altri svolgono compiti diinsegnamento,
catechesi e formazione delle coscienze: consapevoli del ruolo
ad essi spettante, non si assumano mai la grave responsabilit
di tradire la verit e la loro stessa missione esponendo idee
personali contrarie al Vangelo della vita quale il Magistero
fedelmente ripropone e interpreta.
Nell'annunciare questo Vangelo, non dobbiamo temere l'ostilit
e l'impopolarit, rifiutando ogni compromesso ed ambiguit, che
ci conformerebbero alla mentalit di questo mondo (cf. Rm 12,
2). Dobbiamo essere nel mondo ma non del mondo (cf. Gv 15, 19;
17, 16), con la forza che ci viene da Cristo, che con la sua
morte e risurrezione ha vinto il mondo (cf. Gv 16, 33).
"Ti lodo perch mi hai fatto come un prodigio" (Sal 139/138,14):
celebrare il Vangelo della vita
83. Mandati nel mondo come "popolo per la vita", il nostro
annuncio deve diventare anche una vera e propria celebrazione
del Vangelo della vita.  anzi questa stessa celebrazione, con
la forza evocativa dei suoi gesti, simboli e riti, a diventare
luogo prezioso e significativo per trasmettere la bellezza e la
grandezza di questo Vangelo.
A tal fine, urge anzitutto coltivare, in noi e negli altri, uno
sguardo contemplativo. Questo nasce dalla fede nel Dio
della vita, che ha creato ogni uomo facendolo come un prodigio
(cf. Sal 139/138, 14).  lo sguardo di chi vede la vita nella
sua profondit, cogliendone le dimensioni di gratuit, di
bellezza, di provocazione alla libert e alla responsabilit. 
lo sguardo di chi non pretende d'impossessarsi della realt, ma
la accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso
del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente (cf. Gn
1, 27; Sal 8, 6). Questo sguardo non si arrende sfiduciato di
fronte a chi  nella malattia, nella sofferenza, nella
marginalit e alle soglie della morte; ma da tutte queste
situazioni si lascia interpellare per andare alla ricerca di un
senso e, proprio in queste circostanze, si apre a ritrovare nel
volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla
solidariet.
 tempo di assumere tutti questo sguardo, ridiventando capaci,
con l'animo colmo di religioso stupore, di venerare e onorare
ogni uomo, come ci invitava a fare Paolo VI in uno dei suoi
messaggi natalizi. Animato da questo sguardo
contemplativo, il popolo nuovo dei redenti non pu non
prorompere in inni di gioia, di lode e di ringraziamento per il
dono inestimabile della vita, per il mistero della chiamata di
ogni uomo a partecipare in Cristo alla vita di grazia e a
un'esistenza di comunione senza fine con Dio Creatore e Padre.
84. Celebrare il Vangelo della vita significa celebrare il Dio
della vita, il Dio che dona la vita: "Noi dobbiamo celebrare
la Vita eterna, dalla quale procede qualsiasi altra vita. Da
essa riceve la vita, proporzionalmente alle sue capacit, ogni
essere che partecipa in qualche modo alla vita. Questa Vita
divina, che  al di sopra di qualsiasi vita, vivifica e
conserva la vita. Qualsiasi vita e qualsiasi movimento vitale
procedono da questa Vita che trascende ogni vita ed ogni
principio di vita. Ad essa le anime debbono la loro
incorruttibilit, come pure grazie ad essa vivono tutti gli
animali e tutte le piante, che ricevono della vita l'eco pi
debole. Agli uomini, esseri composti di spirito e di materia,
la Vita dona la vita. Se poi ci accade di abbandonarla, allora
la Vita, per il traboccare del suo amore verso l'uomo, ci
converte e ci richiama a s. Non solo: ci promette di condurci,
anime e corpi, alla vita perfetta, all'immortalit.  troppo
poco dire che questa Vita  viva: essa  Principio di vita,
Causa e Sorgente unica di vita. Ogni vivente deve contemplarla
e lodarla:  Vita che trabocca vita".
Anche noi, come il Salmista, nella preghiera quotidiana,
individuale e comunitaria, lodiamo e benediciamo Dio nostro
Padre, che ci ha tessuti nel seno materno e ci ha visti e amati
quando ancora eravamo informi (cf. Sal 139/138, 13. 15-16), ed
esclamiamo con gioia incontenibile: "Ti lodo, perch mi hai
fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi
conosci fino in fondo" (Sal 139/138, 14). S, "questa vita
mortale , nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri,
le sue sofferenze, la sua fatale caducit, un fatto bellissimo,
un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno
d'essere cantato in gaudio e in gloria". Di pi, l'uomo e
la sua vita non ci appaiono solo come uno dei prodigi pi alti
della creazione: all'uomo Dio ha conferito una dignit quasi
divina (cf. Sal 8, 6-7). In ogni bimbo che nasce e in ogni uomo
che vive o che muore noi riconosciamo l'immagine della gloria
di Dio: questa gloria noi celebriamo in ogni uomo, segno del
Dio vivente, icona di Ges Cristo.
Siamo chiamati ad esprimere stupore e gratitudine per la vita
ricevuta in dono e ad accogliere, gustare e comunicare il
Vangelo della vita non solo con la preghiera personale e
comunitaria, ma soprattutto con le celebrazioni dell'anno
liturgico. Sono qui da ricordare in particolare i Sacramenti,
segni efficaci della presenza e dell'azione salvifica del
Signore Ges nell'esistenza cristiana: essi rendono gli uomini
partecipi della vita divina, assicurando loro l'energia
spirituale necessaria per realizzare nella sua piena verit il
significato del vivere, del soffrire e del morire. Grazie ad
una genuina riscoperta del senso dei riti e ad una loro
adeguata valorizzazione, le celebrazioni liturgiche,
soprattutto quelle sacramentali, saranno sempre pi in grado di
esprimere la verit piena sulla nascita, la vita, la sofferenza
e la morte, aiutando a vivere queste realt come partecipazione
al mistero pasquale di Cristo morto e risorto.
85. Nella celebrazione del Vangelo della vita occorre
saperapprezzare e valorizzare anche i gesti e i simboli, di cui
sono ricche le diverse tradizioni e consuetudini culturali e
popolari. Sono momenti e forme di incontro con cui, nei diversi
Paesi e culture, si manifestano la gioia per una vita che
nasce, il rispetto e la difesa di ogni esistenza umana, la cura
per chi soffre o  nel bisogno, la vicinanza all'anziano o al
morente, la condivisione del dolore di chi  nel lutto, la
speranza e il desiderio dell'immortalit.
In questa prospettiva, accogliendo anche il suggerimento
offerto dai Cardinali nel Concistoro del 1991, propongo che si
celebri ogni anno nelle varie Nazioni una Giornata per la Vita,
quale gi si attua ad iniziativa di alcune Conferenze
Episcopali.  necessario che tale Giornata venga preparata e
celebrata con l'attiva partecipazione di tutte le componenti
della Chiesa locale. Suo scopo fondamentale  quello di
suscitare, nelle coscienze, nelle famiglie, nella Chiesa e
nella societ civile, il riconoscimento del senso e del valore
della vita umana in ogni suo momento e condizione, ponendo
particolarmente al centro dell'attenzione la gravit
dell'aborto e dell'eutanasia, senza tuttavia trascurare gli
altri momenti e aspetti della vita, che meritano di essere
presi di volta in volta in attenta considerazione, secondo
quanto suggerito dall'evolversi della situazione storica.
86. Nella logica del culto spirituale gradito a Dio (cf. Rm 12,
1), la celebrazione del Vangelo della vita chiede di
realizzarsi soprattutto nell'esistenza quotidiana, vissuta
nell'amore per gli altri e nella donazione di se stessi. Sar
cos tutta la nostra esistenza a farsi accoglienza autentica e
responsabile del dono della vita e lode sincera e riconoscente
a Dio che ci ha fatto tale dono.  quanto gi avviene in
tantissimi gesti di donazione, spesso umile e nascosta,
compiuti da uomini e donne, bambini e adulti, giovani e
anziani, sani e ammalati.
 in questo contesto, ricco di umanit e di amore, che nascono
anche i gesti eroici. Essi sono la celebrazione pi solenne del
Vangelo della vita, perch lo proclamano con il dono totale di
s; sono la manifestazione luminosa del grado pi elevato di
amore, che  dare la vita per la persona amata (cf. Gv 15, 13);
sono la partecipazione al mistero della Croce, nella quale Ges
svela quanto valore abbia per lui la vita di ogni uomo e come
questa si realizzi in pienezza nel dono sincero di s. Al di l
dei fatti clamorosi, c' l'eroismo del quotidiano, fatto di
piccoli o grandi gesti di condivisione che alimentano
un'autentica cultura della vita. Tra questi gesti merita
particolare apprezzamento la donazione di organi compiuta in
forme eticamente accettabili, per offrire una possibilit di
salute e perfino di vita a malati talvolta privi di speranza.
A tale eroismo del quotidiano appartiene la testimonianza
silenziosa, ma quanto mai feconda ed eloquente, di "tutte le
madri coraggiose, che si dedicano senza riserve alla propria
famiglia, che soffrono nel dare alla luce i propri figli, e poi
sono pronte ad intraprendere ogni fatica, ad affrontare ogni
sacrificio, per trasmettere loro quanto di meglio esse
custodiscono in s". Nel vivere la loro missione "non
sempre queste madri eroiche trovano sostegno nel loro ambiente.
Anzi, i modelli di civilt, spesso promossi e propagati dai
mezzi di comunicazione, non favoriscono la maternit. Nel nome
del progresso e della modernit vengono presentati come ormai
superati i valori della fedelt, della castit, del sacrificio,
nei quali si sono distinte e continuano a distinguersi schiere
di spose e di madri cristiane... Vi ringraziamo, madri eroiche,
per il vostro amore invincibile! Vi ringraziamo per l'intrepida
fiducia in Dio e nel suo amore. Vi ringraziamo per il
sacrificio della vostra vita... Cristo nel Mistero pasquale vi
restituisce il dono che gli avete fatto. Egli infatti ha il
potere di restituirvi la vita che gli avete portato in offerta".
"Che giova, fratelli miei se uno dice di avere la fede ma non
ha le opere?" (Gc 2, 14): servire il Vangelo della vita
87. In forza della partecipazione alla missione regale di
Cristo, il sostegno e la promozione della vita umana devono
attuarsi mediante il servizio della carit, che si esprime
nella testimonianza personale, nelle diverse forme di
volontariato, nell'animazione sociale e nell'impegno politico.
, questa, un'esigenza particolarmente pressante nell'ora
presente, nella quale la "cultura della morte" cos
fortemente si contrappone alla "cultura della vita" e spesso
sembra avere il sopravvento. Ancor prima, per,  un'esigenza
che nasce dalla "fede che opera per mezzo della carit" (Gal 5, 6), 
come ci ammonisce la Lettera di Giacomo: "Che giova,
fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?
Forse che quella fede pu salvarlo? Se un fratello o una
sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e
uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e
saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, che
giova? Cos anche la fede: se non ha le opere,  morta in se
stessa" (2, 14-17).
Nel servizio della carit c' un atteggiamento che ci deve
animare e contraddistinguere: dobbiamo prenderci cura
dell'altro in quanto persona affidata da Dio alla nostra
responsabilit. Come discepoli di Ges, siamo chiamati a farci
prossimi di ogni uomo (cf. Lc 10, 29-37), riservando una
speciale preferenza a chi  pi povero, solo e bisognoso.
Proprio attraverso l'aiuto all'affamato, all'assetato, al
forestiero, all'ignudo, al malato, al carcerato - come pure al
bambino non ancora nato, all'anziano sofferente o vicino alla
morte - ci  dato di servire Ges, come Egli stesso ha
dichiarato: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo
di questi miei fratelli pi piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25, 40).
Per questo, non possiamo non sentirci interpellati e
giudicati dalla pagina sempre attuale di san Giovanni
Crisostomo: "Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo
quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con
stoffe di seta, per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo
e nudit".
Il servizio della carit nei riguardi della vita deve essere
profondamente unitario: non pu tollerare unilateralismi e
discriminazioni, perch la vita umana  sacra e inviolabile in
ogni sua fase e situazione; essa  un bene indivisibile. Si
tratta dunque di "prendersi cura" di tutta la vita e della
vita di tutti. Anzi, ancora pi profondamente, si tratta di
andare fino alle radici stesse della vita e dell'amore.
Proprio partendo da un amore profondo per ogni uomo e donna, si
 sviluppata lungo i secoli una straordinaria storia di carit,
che ha introdotto nella vita ecclesiale e civile numerose
strutture di servizio alla vita, che suscitano l'ammirazione di
ogni osservatore non prevenuto.  una storia che, con rinnovato
senso di responsabilit, ogni comunit cristiana deve
continuare a scrivere con una molteplice azione pastorale e
sociale. In tal senso si devono mettere in atto forme discrete
ed efficaci diaccompagnamento della vita nascente, con una
speciale vicinanza a quelle mamme che, anche senza il sostegno
del padre, non temono di mettere al mondo il loro bambino e di
educarlo. Analoga cura deve essere riservata alla vita nella
marginalit o nella sofferenza, specie nelle sue fasi finali.
88. Tutto questo comporta una paziente e coraggiosa opera
educativa che solleciti tutti e ciascuno a farsi carico dei
pesi degli altri (cf. Gal 6, 2); richiede una continua
promozione di vocazioni al servizio, in particolare tra i
giovani; implica la realizzazione di progetti e iniziative
concrete, stabili ed evangelicamente ispirate.
Molteplici sono gli strumenti da valorizzare con competenza e
seriet di impegno. Alle sorgenti della vita, i centri per i
metodi naturali di regolazione della fertilit vanno promossi
come un valido aiuto per la paternit e maternit responsabili,
nella quale ogni persona, a cominciare dal figlio, 
riconosciuta e rispettata per se stessa e ogni scelta  animata
e guidata dal criterio del dono sincero di s. Anche i
consultori matrimoniali e familiari, mediante la loro specifica
azione di consulenza e di prevenzione, svolta alla luce di
un'antropologia coerente con la visione cristiana della
persona, della coppia e della sessualit, costituiscono un
prezioso servizio per riscoprire il senso dell'amore e della
vita e per sostenere e accompagnare ogni famiglia nella sua
missione di "santuario della vita". A servizio della vita
nascente si pongono pure i centri di aiuto alla vita e le case
o i centri di accoglienza della vita. Grazie alla loro opera,
non poche madri nubili e coppie in difficolt ritrovano ragioni
e convinzioni e incontrano assistenza e sostegno per superare
disagi e paure nell'accogliere una vita nascente o appena
venuta alla luce.
Di fronte alla vita in condizioni di disagio, di devianza, di
malattia e di marginalit, altri strumenti - come le comunit
di recupero per tossicodipendenti, le comunit alloggio per i
minori o per i malati mentali, i centri di cura e accoglienza
per malati di AIDS, le cooperative di solidariet soprattutto
per i disabili - sono espressione eloquente di ci che la
carit sa inventare per dare a ciascuno ragioni nuove di
speranza e possibilit concrete di vita.
Quando poi l'esistenza terrena volge al termine,  ancora la
carit a trovare le modalit pi opportune perch gli anziani,
specialmente se non autosufficienti, e i cosiddetti malati
terminali possano godere di un'assistenza veramente umana e
ricevere risposte adeguate alle loro esigenze, in particolare
alla loro angoscia e solitudine. Insostituibile  in questi
casi il ruolo delle famiglie; ma esse possono trovare grande
aiuto nelle strutture sociali di assistenza e, quando
necessario, nel ricorso alle cure palliative, avvalendosi degli
idonei servizi sanitari e sociali, operanti sia nei luoghi di
ricovero e cura pubblici che a domicilio.
In particolare, deve essere riconsiderato il ruolo degli
ospedali, delle cliniche e delle case di cura: la loro vera
identit non  solo quella di strutture nelle quali ci si
prende cura dei malati e dei morenti, ma anzitutto quella di
ambienti nei quali la sofferenza, il dolore e la morte vengono
riconosciuti ed interpretati nel loro significato umano e
specificamente cristiano. In modo speciale tale identit deve
mostrarsi chiara ed efficace negli istituti dipendenti da
religiosi o, comunque, legati alla Chiesa.
89. Queste strutture e luoghi di servizio alla vita, e tutte le
altre iniziative di sostegno e solidariet che le situazioni
potranno di volta in volta suggerire, hanno bisogno di essere
animate da persone generosamente disponibili e profondamente
consapevoli di quanto decisivo sia il Vangelo della vita per il
bene dell'individuo e della societ.
Peculiare  la responsabilit affidata agli operatori sanitari:
medici, farmacisti, infermieri, cappellani, religiosi e
religiose, amministratori e volontari. La loro professione li
vuole custodi e servitori della vita umana. Nel contesto
culturale e sociale odierno, nel quale la scienza e l'arte
medica rischiano di smarrire la loro nativa dimensione etica,
essi possono essere talvolta fortemente tentati di trasformarsi
in artefici di manipolazione della vita o addirittura in
operatori di morte. Di fronte a tale tentazione la loro
responsabilit  oggi enormemente accresciuta e trova la sua
ispirazione pi profonda e il suo sostegno pi forte proprio
nell'intrinseca e imprescindibile dimensione etica della
professione sanitaria, come gi riconosceva l'antico e sempre
attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni
medico  chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della
vita umana e della sua sacralit.
Il rispetto assoluto di ogni vita umana innocente esige
anchel'esercizio dell'obiezione di coscienza di fronte
all'aborto procurato e all'eutanasia. Il "far morire" non pu
mai essere considerato come una cura medica, neppure quando
l'intenzione fosse solo quella di assecondare una richiesta del
paziente: , piuttosto, la negazione della professione
sanitaria che si qualifica come un appassionato e tenace "s"
alla vita. Anche la ricerca biomedica, campo affascinante e
promettente di nuovi grandi benefici per l'umanit, deve sempre
rifiutare sperimentazioni, ricerche o applicazioni che,
misconoscendo l'inviolabile dignit dell'essere umano, cessano
di essere a servizio degli uomini e si trasformano in realt
che, mentre sembrano soccorrerli, li opprimono.
90. Uno specifico ruolo sono chiamate a svolgere le persone
impegnate nel volontariato: esse offrono un apporto prezioso
nel servizio alla vita, quando sanno coniugare capacit
professionale e amore generoso e gratuito. Il Vangelo della
vita le spinge ad elevare i sentimenti di semplice filantropia
all'altezza della carit di Cristo; a riconquistare ogni
giorno, tra fatiche e stanchezze, la coscienza della dignit di
ogni uomo; ad andare alla scoperta dei bisogni delle persone
iniziando - se necessario - nuovi cammini l dove pi urgente 
il bisogno e pi deboli sono l'attenzione e il sostegno.
Il realismo tenace della carit esige che il Vangelo della vita
sia servito anche mediante forme di animazione sociale e di
impegno politico, difendendo e proponendo il valore della vita
nelle nostre societ sempre pi complesse e pluraliste.
Singoli, famiglie, gruppi, realt associative hanno, sia pure a
titolo e in modi diversi, una responsabilit nell'animazione
sociale e nell'elaborazione di progetti culturali, economici,
politici e legislativi che, nel rispetto di tutti e secondo la
logica della convivenza democratica, contribuiscano a edificare
una societ nella quale la dignit di ogni persona sia
riconosciuta e tutelata, e la vita di tutti sia difesa e
promossa.
Tale compito grava in particolare sui responsabili della cosa
pubblica. Chiamati a servire l'uomo e il bene comune, hanno il
dovere di compiere scelte coraggiose a favore della vita,
innanzitutto nell'ambito delle disposizioni legislative. In un
regime democratico, ove le leggi e le decisioni si formano
sulla base del consenso di molti, pu attenuarsi nella
coscienza dei singoli che sono investiti di autorit il senso
della responsabilit personale. Ma a questa nessuno pu mai
abdicare, soprattutto quando ha un mandato legislativo o
decisionale, che lo chiama a rispondere a Dio, alla propria
coscienza e all'intera societ di scelte eventualmente
contrarie al vero bene comune. Se le leggi non sono l'unico
strumento per difendere la vita umana, esse per svolgono un
ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere
una mentalit e un costume. Ripeto ancora una volta che una
norma che viola il diritto naturale alla vita di un innocente 
ingiusta e, come tale, non pu avere valore di legge. Per
questo rinnovo con forza il mio appello a tutti i politici
perch non promulghino leggi che, misconoscendo la dignit
della persona, minano alla radice la stessa convivenza civile.
La Chiesa sa che, nel contesto di democrazie pluraliste, per la
presenza di forti correnti culturali di diversa impostazione, 
difficile attuare un'efficace difesa legale della vita. Mossa
tuttavia dalla certezza che la verit morale non pu non avere
un'eco nell'intimo di ogni coscienza, essa incoraggia i
politici, cominciando da quelli cristiani, a non rassegnarsi e
a compiere quelle scelte che, tenendo conto delle possibilit
concrete, portino a ristabilire un ordine giusto
nell'affermazione e promozione del valore della vita. In questa
prospettiva, occorre rilevare che non basta eliminare le leggi
inique. Si dovranno rimuovere le cause che favoriscono gli
attentati alla vita, soprattutto assicurando il dovuto sostegno
alla famiglia e alla maternit: la politica familiare deve
essere perno e motore di tutte le politiche sociali. Pertanto,
occorre avviare iniziative sociali e legislative capaci di
garantire condizioni di autentica libert nella scelta in
ordine alla paternit e alla maternit; inoltre  necessario
reimpostare le politiche lavorative, urbanistiche, abitative e
dei servizi, perch si possano conciliare tra loro i tempi del
lavoro e quelli della famiglia e diventi effettivamente
possibile la cura dei bambini e degli anziani.
91. Un capitolo importante della politica per la vita 
costituito oggi dalla problematica demografica. Le pubbliche
autorit hanno certo la responsabilit di prendere "iniziative
al fine di orientare la demografia della popolazione"; 
ma tali iniziative devono sempre presupporre e rispettare la
responsabilit primaria ed inalienabile dei coniugi e delle
famiglie e non possono ricorrere a metodi non rispettosi della
persona e dei suoi diritti fondamentali, a cominciare dal
diritto alla vita di ogni essere umano innocente. , quindi,
moralmente inaccettabile che, per regolare le nascite, si
incoraggi o addirittura si imponga l'uso di mezzi come la
contraccezione, la sterilizzazione e l'aborto.
Ben altre sono le vie per risolvere il problema demografico: i
Governi e le varie istituzioni internazionali devono
innanzitutto mirare alla creazione di condizioni economiche,
sociali, medico-sanitarie e culturali che consentano agli sposi
di fare le loro scelte procreative in piena libert e con vera
responsabilit; devono poi sforzarsi di "potenzia re le
possibilit e distribuire con maggiore giustizia le ricchezze,
affinch tutti possano partecipare equamente ai beni del
creato. Occorre creare soluzioni a livello mondiale,
instaurando un'autentica economia di comunione e condivisione
dei beni, sia sul piano internazionale che su quello nazionale". 
Questa sola  la strada che rispetta la dignit delle
persone e delle famiglie, oltre che l'autentico patrimonio
culturale dei popoli.
Vasto e complesso  dunque il servizio al Vangelo della vita.
Esso ci appare sempre pi come ambito prezioso e favorevole per
una fattiva collaborazione con i fratelli delle altre Chiese e
Comunit ecclesiali nella linea di quell'ecumenismo delle opere
che il Concilio Vaticano II ha autorevolmente
incoraggiato. Esso, inoltre, si presenta come spazio
provvidenziale per il dialogo e la collaborazione con i seguaci
di altre religioni e con tutti gli uomini di buona volont: la
difesa e la promozione della vita non sono monopolio di
nessuno, ma compito e responsabilit di tutti. La sfida che ci
sta di fronte, alla vigilia del terzo millennio,  ardua: solo
la concorde cooperazione di quanti credono nel valore della
vita potr evitare una sconfitta della civilt dalle
conseguenze imprevedibili.
"Dono del Signore sono i figli,  sua grazia il frutto del
grembo" (Sal 126/125, 3): la famiglia "santuario della vita"
92. All'interno del "popolo della vita e per la vita",
decisiva  la responsabilit della famiglia:  una
responsabilit che scaturisce dalla sua stessa natura - quella
di essere comunit di vita e di amore, fondata sul matrimonio -
e dalla sua missione di "custodire, rivelare e comunicare
l'amore".  in questione l'amore stesso di Dio, del quale
i genitori sono costituiti collaboratori e quasi interpreti nel
trasmettere la vita e nell'educarla secondo il suo progetto di
Padre.  quindi l'amore che si fa gratuit, accoglienza,
donazione: nella famiglia ciascuno  riconosciuto, rispettato e
onorato perch  persona e, se qualcuno ha pi bisogno, pi
intensa e pi vigile  la cura nei suoi confronti.
La famiglia  chiamata in causa nell'intero arco di esistenza
dei suoi membri, dalla nascita alla morte. Essa  veramente 
"il santuario della vita..., il luogo in cui la vita, dono di
Dio, pu essere adeguatamente accolta e protetta contro i
molteplici attacchi a cui  esposta, e pu svilupparsi secondo
le esigenze di un'autentica crescita umana". Per questo,
determinante e insostituibile  il ruolo della famiglia nel
costruire la cultura della vita.
Come chiesa domestica, la famiglia  chiamata ad annunciare,
celebrare e servire il Vangelo della vita.  un compito che
riguarda innanzitutto i coniugi, chiamati ad essere
trasmettitori della vita, sulla base di una sempre rinnovata
consapevolezza del senso della generazione, come evento
privilegiato nel quale si manifesta che la vita umana  un dono
ricevuto per essere a sua volta donato. Nella procreazione di
una nuova vita i genitori avvertono che il figlio "se  frutto
della loro reciproca donazione d'amore, , a sua volta, un dono
per ambedue, un dono che scaturisce dal dono".
 soprattutto attraverso l'educazione dei figli che la famiglia
assolve la sua missione di annunciare il Vangelo della vita.
Con la parola e con l'esempio, nella quotidianit dei rapporti
e delle scelte e mediante gesti e segni concreti, i genitori
iniziano i loro figli alla libert autentica, che si realizza
nel dono sincero di s, e coltivano in loro il rispetto
dell'altro, il senso della giustizia, l'accoglienza cordiale,
il dialogo, il servizio generoso, la solidariet e ogni altro
valore che aiuti a vivere la vita come un dono. L'opera
educativa dei genitori cristiani deve farsi servizio alla fede
dei figli e aiuto loro offerto perch adempiano la vocazione
ricevuta da Dio. Rientra nella missione educativa dei genitori
insegnare e testimoniare ai figli il vero senso del soffrire e
del morire: lo potranno fare se sapranno essere attenti ad ogni
sofferenza che trovano intorno a s e, prima ancora, se
sapranno sviluppare atteggiamenti di vicinanza, assistenza e
condivisione verso malati e anziani nell'ambito familiare.
93. La famiglia, inoltre, celebra il Vangelo della vita con la
preghiera quotidiana, individuale e familiare: con essa loda e
ringrazia il Signore per il dono della vita ed invoca luce e
forza per affrontare i momenti di difficolt e di sofferenza,
senza mai smarrire la speranza. Ma la celebrazione che d
significato ad ogni altra forma di preghiera e di culto 
quella che s'esprime nell'esistenza quotidiana della famiglia,
se  un'esistenza fatta di amore e donazione.
La celebrazione si trasforma cos in un servizio al Vangelo
della vita, che si esprime attraverso la solidariet,
sperimentata dentro e intorno alla famiglia come attenzione
premurosa, vigile e cordiale nelle azioni piccole e umili di
ogni giorno. Un'espressione particolarmente significativa di
solidariet tra le famiglie  la disponibilit all'adozione o
all'affidamento dei bambini abbandonati dai loro genitori o
comunque in situazioni di grave disagio. Il vero amore paterno
e materno sa andare al di l dei legami della carne e del
sangue ed accogliere anche bambini di altre famiglie, offrendo
ad essi quanto  necessario per la loro vita ed il loro pieno
sviluppo. Tra le forme di adozione, merita di essere proposta
anche l'adozione a distanza, da preferire nei casi in cui
l'abbandono ha come unico motivo le condizioni di grave povert
della famiglia. Con tale tipo di adozione, infatti, si offrono
ai genitori gli aiuti necessari per mantenere ed educare i
propri figli, senza doverli sradicare dal loro ambiente
naturale.
Intesa come "determinazione ferma e perseverante di impegnarsi
per il bene comune", la solidariet chiede di attuarsi
anche attraverso forme di partecipazione sociale e politica. Di
conseguenza, servire il Vangelo della vita comporta che le
famiglie, specie partecipando ad apposite associazioni, si
adoperino affinch le leggi e le istituzioni dello Stato non
ledano in nessun modo il diritto alla vita, dal concepimento
alla morte naturale, ma lo difendano e lo promuovano.
94. Un posto particolare va riconosciuto agli anziani. Mentre
in alcune culture la persona pi avanzata in et rimane
inserita nella famiglia con un ruolo attivo importante, in
altre culture invece chi  vecchio  sentito come un peso
inutile e viene abbandonato a se stesso: in simile contesto pu
sorgere pi facilmente la tentazione di ricorrere
all'eutanasia.
L'emarginazione o addirittura il rifiuto degli anziani sono
intollerabili. La loro presenza in famiglia, o almeno la
vicinanza ad essi della famiglia quando per la ristrettezza
degli spazi abitativi o per altri motivi tale presenza non
fosse possibile, sono di fondamentale importanza nel creare un
clima di reciproco scambio e di arricchente comunicazione fra
le varie et della vita.  importante, perci, che si conservi,
o si ristabilisca dove  andato smarrito, una sorta di "patto" 
tra le generazioni, cos che i genitori anziani, giunti al
termine del loro cammino, possano trovare nei figli
l'accoglienza e la solidariet che essi hanno avuto nei loro
confronti quando s'affacciavano alla vita: lo esige
l'obbedienza al comando divino di onorare il padre e la madre
(cf. Es 20, 12; Lv 19, 3). Ma c' di pi. L'anziano non  da
considerare solo oggetto di attenzione, vicinanza e servizio.
Anch'egli ha un prezioso contributo da portare al Vangelo della
vita. Grazie al ricco patrimonio di esperienza acquisito lungo
gli anni, pu e deve essere dispensatore di sapienza, testimone
di speranza e di carit.
Se  vero che "l'avvenire dell'umanit passa attraverso la
famiglia", si deve riconoscere che le odierne condizioni
sociali, economiche e culturali rendono spesso pi arduo e
faticoso il compito della famiglia nel servire la vita. Perch
possa realizzare la sua vocazione di "santuario della vita",
quale cellula di una societ che ama e accoglie la vita, 
necessario e urgente che la famiglia stessa sia aiutata e
sostenuta. Le societ e gli Stati le devono assicurare tutto
quel sostegno, anche economico che  necessario perch le
famiglie possano rispondere in modo pi umano ai propri
problemi. Da parte sua la Chiesa deve promuovere
instancabilmente una pastorale familiare capace di stimolare
ogni famiglia a riscoprire e vivere con gioia e con coraggio la
sua missione nei confronti del Vangelo della vita.
"Comportatevi come i figli della luce" (Ef 5, 8): per
realizzare una svolta culturale
95. "Comportatevi come i figli della luce... Cercate ci che 
gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose
delle tenebre" (Ef 5, 8.10-11). Nell'odierno contesto sociale,
segnato da una drammatica lotta tra la "cultura della vita" e
la "cultura della morte", occorre far maturare un forte senso
critico, capace di discernere i veri valori e le autentiche
esigenze.
Urgono una generale mobilitazione delle coscienze e un comune
sforzo etico, per mettere in atto una grande strategia a favore
della vita. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura
della vita: nuova, perch in grado di affrontare e risolvere
gli inediti problemi di oggi circa la vita dell'uomo; nuova,
perch fatta propria con pi salda e operosa convinzione da
parte di tutti i cristiani; nuova, perch capace di suscitare
un serio e coraggioso confronto culturale con tutti. L'urgenza
di questa svolta culturale  legata alla situazione storica che
stiamo attraversando, ma si radica nella stessa missione
evangelizzatrice, propria della Chiesa. Il Vangelo, infatti,
mira a "trasformare dal di dentro, rendere nuova l'umanit";
 come il lievito che fermenta tutta la pasta (cf. Mt 13,
33) e, come tale,  destinato a permeare tutte le culture e ad
animarle dall'interno, perch esprimano l'intera verit
sull'uomo e sulla sua vita.
Si deve cominciare dal rinnovare la cultura della vita
all'interno delle stesse comunit cristiane. Troppo spesso i
credenti, perfino quanti partecipano attivamente alla vita
ecclesiale, cadono in una sorta di dissociazione tra la fede
cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita,
giungendo cos al soggettivismo morale e a taluni comportamenti
inaccettabili. Dobbiamo allora interrogarci, con grande
lucidit e coraggio, su quale cultura della vita sia oggi
diffusa tra i singoli cristiani, le famiglie, i gruppi e le
comunit delle nostre Diocesi. Con altrettanta chiarezza e
decisione, dobbiamo individuare quali passi siamo chiamati a
compiere per servire la vita secondo la pienezza della sua
verit. Nello stesso tempo, dobbiamo promuovere un confronto
serio e approfondito con tutti, anche con i non credenti, sui
problemi fondamentali della vita umana, nei luoghi
dell'elaborazione del pensiero, come nei diversi ambiti
professionali e l dove si snoda quotidianamente l'esistenza di
ciascuno.
96. Il primo e fondamentale passo per realizzare questa svolta
culturale consiste nella formazione della coscienza morale
circa il valore incommensurabile e inviolabile di ogni vita
umana.  di somma importanza riscoprire il nesso inscindibile
tra vita e libert. Sono beni indivisibili: dove  violato
l'uno, anche l'altro finisce per essere violato. Non c'
libert vera dove la vita non  accolta e amata; e non c' vita
piena se non nella libert. Ambedue queste realt hanno poi un
riferimento nativo e peculiare, che le lega indissolubilmente:
la vocazione all'amore. Questo amore, come dono sincero di
s,  il senso pi vero della vita e della libert della
persona.
Non meno decisiva nella formazione della coscienza  la
riscoperta del legame costitutivo che unisce la libert alla
verit. Come ho ribadito pi volte, sradicare la libert dalla
verit oggettiva rende impossibile fondare i diritti della
persona su una solida base razionale e pone le premesse perch
nella societ si affermino l'arbitrio ingovernabile dei singoli
o il totalitarismo mortificante del pubblico potere.
 essenziale allora che l'uomo riconosca l'originaria evidenza
della sua condizione di creatura, che riceve da Dio l'essere e
la vita come un dono e un compito: solo ammettendo questa sua
nativa dipendenza nell'essere, l'uomo pu realizzare in
pienezza la sua vita e la sua libert e insieme rispettare fino
in fondo la vita e la libert di ogni altra persona. Qui
soprattutto si svela che "al centro di ogni cultura sta
l'atteggiamento che l'uomo assume davanti al mistero pi
grande: il mistero di Dio". Quando si nega Dio e si vive
come se Egli non esistesse, o comunque non si tiene conto dei
suoi comandamenti, si finisce facilmente per negare o
compromettere anche la dignit della persona umana e
l'inviolabilit della sua vita.
97. Alla formazione della coscienza  strettamente
connessal'opera educativa, che aiuta l'uomo ad essere sempre
pi uomo, lo introduce sempre pi profondamente nella verit,
lo indirizza verso un crescente rispetto della vita, lo forma
alle giuste relazioni tra le persone.
In particolare,  necessario educare al valore della
vitacominciando dalle sue stesse radici.  un'illusione pensare
di poter costruire una vera cultura della vita umana, se non si
aiutano i giovani a cogliere e a vivere la sessualit, l'amore
e l'intera esistenza secondo il loro vero significato e nella
loro intima correlazione. La sessualit, ricchezza di tutta la
persona, "manifesta il suo intimo significato nel portare la
persona al dono di s nell'amore". La banalizzazione
della sessualit  tra i principali fattori che stanno
all'origine del disprezzo della vita nascente: solo un amore
vero sa custodire la vita. Non ci si pu, quindi, esimere
dall'offrire soprattutto agli adolescenti e ai giovani
l'autentica educazione alla sessualit e all'amore,
un'educazione implicante la formazione alla castit, quale
virt che favorisce la maturit della persona e la rende capace
di rispettare il significato "sponsale" del corpo.
L'opera di educazione alla vita comporta la formazione dei
coniugi alla procreazione responsabile. Questa, nel suo vero
significato, esige che gli sposi siano docili alla chiamata del
Signore e agiscano come fedeli interpreti del suo disegno: ci
avviene con l'aprire generosamente la famiglia a nuove vite, e
comunque rimanendo in atteggiamento di apertura e di servizio
alla vita anche quando, per seri motivi e nel rispetto della
legge morale, i coniugi scelgono di evitare temporaneamente o a
tempo indeterminato una nuova nascita. La legge morale li
obbliga in ogni caso a governare le tendenze dell'istinto e
delle passioni e a rispettare le leggi biologiche iscritte
nella loro persona. Proprio tale rispetto rende legittimo, a
servizio della responsabilit nel procreare, il ricorso ai
metodi naturali di regolazione della fertilit: essi vengono
sempre meglio precisati dal punto di vista scientifico e
offrono possibilit concrete per scelte in armonia con i valori
morali. Una onesta considerazione dei risultati raggiunti
dovrebbe far cadere pregiudizi ancora troppo diffusi e
convincere i coniugi nonch gli operatori sanitari e sociali
circa l'importanza di un'adeguata formazione al riguardo. La
Chiesa  riconoscente verso coloro che con sacrificio personale
e dedizione spesso misconosciuta si impegnano nella ricerca e
nella diffusione di tali metodi, promovendo al tempo stesso
un'educazione ai valori morali che il loro uso suppone.
L'opera educativa non pu non prendere in considerazione anche
la sofferenza e la morte. In realt, esse fanno parte
dell'esperienza umana, ed  vano, oltre che fuorviante, cercare
di censurarle e rimuoverle. Ciascuno invece deve essere aiutato
a coglierne, nella concreta e dura realt, il mistero profondo.
Anche il dolore e la sofferenza hanno un senso e un valore,
quando sono vissuti in stretta connessione con l'amore ricevuto
e donato. In questa prospettiva ho voluto che si celebrasse
ogni anno la Giornata Mondiale del Malato, sottolineando 
"l'indole salvifica dell'offerta della sofferenza, che vissuta
in comunione con Cristo appartiene all'essenza stessa della
redenzione". Del resto perfino la morte  tutt'altro che
un'avventura senza speranza:  la porta dell'esistenza che si
spalanca sull'eternit e, per quanti la vivono in Cristo, 
esperienza di partecipazione al suo mistero di morte e
risurrezione.
98. In sintesi, possiamo dire che la svolta culturale qui
auspicata esige da tutti il coraggio di assumere un nuovo stile
di vita che s'esprime nel porre a fondamento delle scelte
concrete - a livello personale, familiare, sociale e
internazionale - la giusta scala dei valori: il primato
dell'essere sull'avere, della persona sulle cose.
Questo rinnovato stile di vita implica anche il passaggio
dall'indifferenza all'interessamento per l'altro e dal rifiuto
alla sua accoglienza: gli altri non sono concorrenti da cui
difenderci, ma fratelli e sorelle con cui essere solidali; sono
da amare per se stessi; ci arricchiscono con la loro stessa
presenza.
Nella mobilitazione per una nuova cultura della vita nessuno si
deve sentire escluso: tutti hanno un ruolo importante da
svolgere. Insieme con quello delle famiglie, particolarmente
prezioso  il compito degli insegnanti e degli educatori. Molto
dipender da loro se i giovani, formati ad una vera libert,
sapranno custodire dentro di s e diffondere intorno a s
ideali autentici di vita e sapranno crescere nel rispetto e nel
servizio di ogni persona, in famiglia e nella societ.
Anche gli intellettuali possono fare molto per costruire una
nuova cultura della vita umana. Un compito particolare spetta
agli intellettuali cattolici, chiamati a rendersi attivamente
presenti nelle sedi privilegiate dell'elaborazione culturale,
nel mondo della scuola e delle universit, negli ambienti della
ricerca scientifica e tecnica, nei luoghi della creazione
artistica e della riflessione umanistica. Alimentando il loro
genio e la loro azione alle chiare linfe del Vangelo, si devono
impegnare a servizio di una nuova cultura della vita con la
produzione di contributi seri, documentati e capaci di imporsi
per i loro pregi al rispetto e all'interesse di tutti. Proprio
in questa prospettiva ho istituito la Pontificia Accademia per
la Vita con il compito di "studiare, informare e formare circa
i principali problemi di biomedicina e di diritto, relativi
alla promozione e alla difesa della vita, soprattutto nel
diretto rapporto che essi hanno con la morale cristiana e le
direttive del magistero della Chiesa". Uno specifico
apporto dovr venire anche dalle Universit, in particolare da
quellecattoliche, e dai Centri, Istituti e Comitati di
bioetica.
Grande e grave  la responsabilit degli operatori dei mass
media, chiamati ad adoperarsi perch i messaggi trasmessi con
tanta efficacia contribuiscano alla cultura della vita. Devono
allora presentare esempi alti e nobili di vita e dare spazio
alle testimonianze positive e talvolta eroiche di amore
all'uomo; proporre con grande rispetto i valori della
sessualit e dell'amore, senza indugiare su ci che deturpa e
svilisce la dignit dell'uomo. Nella lettura della realt,
devono rifiutare di mettere in risalto quanto pu insinuare o
far crescere sentimenti o atteggiamenti di indifferenza, di
disprezzo o di rifiuto nei confronti della vita. Nella
scrupolosa fedelt alla verit dei fatti, sono chiamati a
coniugare insieme la libert di informazione, il rispetto di
ogni persona e un profondo senso di umanit.
99. Nella svolta culturale a favore della vita le donne hanno
uno spazio di pensiero e di azione singolare e forse
determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un "nuovo
femminismo" che, senza cadere nella tentazione di rincorrere
modelli "maschilisti", sappia riconoscere ed esprimere il
vero genio femminile in tutte le manifestazioni della
convivenza civile, operando per il superamento di ogni forma di
discriminazione, di violenza e di sfruttamento.
Riprendendo le parole del messaggio conclusivo del Concilio
Vaticano II, rivolgo anch'io alle donne il pressante invito:
"Riconciliate gli uomini con la vita". Voi siete chiamate
a testimoniare il senso dell'amore autentico, di quel dono di
s e di quella accoglienza dell'altro che si realizzano in modo
specifico nella relazione coniugale, ma che devono essere
l'anima di ogni altra relazione interpersonale. L'esperienza
della maternit favorisce in voi una sensibilit acuta per
l'altra persona e, nel contempo, vi conferisce un compito
particolare: "La maternit contiene in s una speciale
comunione col mistero della vita, che matura nel seno della
donna... Questo modo unico di contatto col nuovo uomo che si
sta formando crea a sua volta un atteggiamento verso l'uomo -
non solo verso il proprio figlio, ma verso l'uomo in genere -
tale da caratterizzare profondamente tutta la personalit della
donna". La madre, infatti, accoglie e porta in s un
altro, gli d modo di crescere dentro di s, gli fa spazio,
rispettandolo nella sua alterit. Cos, la donna percepisce e
insegna che le relazioni umane sono autentiche se si aprono
all'accoglienza dell'altra persona, riconosciuta e amata per la
dignit che le deriva dal fatto di essere persona e non da
altri fattori, quali l'utilit, la forza, l'intelligenza, la
bellezza, la salute. Questo  il contributo fondamentale che la
Chiesa e l'umanit si attendono dalle donne. Ed  la premessa
insostituibile per un'autentica svolta culturale.
Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete
fatto ricorso all'aborto. La Chiesa sa quanti condizionamenti
possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che
in molti casi s' trattato d'una decisione sofferta, forse
drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s'
ancor rimarginata. In realt, quanto  avvenuto  stato e
rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, per,
dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate
comprendere, piuttosto, ci che si  verificato e
interpretatelo nella sua verit. Se ancora non l'avete fatto,
apritevi con umilt e fiducia al pentimento: il Padre di ogni
misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua
pace nel sacramento della Riconciliazione. Vi accorgerete che
nulla  perduto e potrete chiedere perdono anche al vostro
bambino, che ora vive nel Signore. Aiutate dal consiglio e
dalla vicinanza di persone amiche e competenti, potrete essere
con la vostra sofferta testimonianza tra i pi eloquenti
difensori del diritto di tutti alla vita. Attraverso il vostro
impegno per la vita, coronato eventualmente dalla nascita di
nuove creature ed esercitato con l'accoglienza e l'attenzione
verso chi  pi bisognoso di vicinanza, sarete artefici di un
nuovo modo di guardare alla vita dell'uomo.
100. In questo grande sforzo per una nuova cultura della vita
siamo sostenuti e animati dalla fiducia di chi sa che il
Vangelo della vita, come il Regno di Dio, cresce e d i suoi
frutti abbondanti (cf. Mc 4, 26-29).  certamente enorme la
sproporzione che esiste tra i mezzi, numerosi e potenti, di cui
sono dotate le forze operanti a sostegno della "cultura della
morte" e quelli di cui dispongono i promotori di una "cultura
della vita e dell'amore". Ma noi sappiamo di poter confidare
sull'aiuto di Dio, al quale nulla  impossibile (cf. Mt 19,26).
Con questa certezza nel cuore, e mosso da accorata
sollecitudine per le sorti di ogni uomo e donna, ripeto oggi a
tutti quanto ho detto alle famiglie impegnate nei loro
difficili compiti fra le insidie che le minacciano: 
urgente una grande preghiera per la vita, che attraversi il
mondo intero. Con iniziative straordinarie e nella preghiera
abituale, da ogni comunit cristiana, da ogni gruppo o
associazione, da ogni famiglia e dal cuore di ogni credente, si
elevi una supplica appassionata a Dio, Creatore e amante della
vita. Ges stesso ci ha mostrato col suo esempio che preghiera
e digiuno sono le armi principali e pi efficaci contro le
forze del male (cf. Mt 4, 1-11) e ha insegnato ai suoi
discepoli che alcuni demoni non si scacciano se non in questo
modo (cf. Mc 9, 29). Ritroviamo, dunque, l'umilt e il coraggio
di pregare e digiunare, per ottenere che la forza che viene
dall'Alto faccia crollare i muri di inganni e di menzogne, che
nascondono agli occhi di tanti nostri fratelli e sorelle la
natura perversa di comportamenti e di leggi ostili alla vita, e
apra i loro cuori a propositi e intenti ispirati alla civilt
della vita e dell'amore.
"Queste cose vi scriviamo, perch la nostra gioia sia perfetta" (1 Gv 1, 4):
il Vangelo della vita  per la citt degli uomini
101. "Queste cose vi scriviamo, perch la nostra gioia sia
perfetta" (1 Gv 1, 4). La rivelazione del Vangelo della vita
ci  data come bene da comunicare a tutti: perch tutti gli
uomini siano in comunione con noi e con la Trinit (cf. 1 Gv 1,
3). Neppure noi potremmo essere nella gioia piena se non
comunicassimo questo Vangelo agli altri, ma lo tenessimo solo
per noi stessi.
Il Vangelo della vita non  esclusivamente per i credenti: 
per tutti. La questione della vita e della sua difesa e
promozione non  prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla
fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni
coscienza umana che aspira alla verit ed  attenta e pensosa
per le sorti dell'umanit. Nella vita c' sicuramente un valore
sacro e religioso, ma in nessun modo esso interpella solo i
credenti: si tratta, infatti, di un valore che ogni essere
umano pu cogliere anche alla luce della ragione e che perci
riguarda necessariamente tutti.
Per questo, la nostra azione di "popolo della vita e per la
vita" domanda di essere interpretata in modo giusto e accolta
con simpatia. Quando la Chiesa dichiara che il rispetto
incondizionato del diritto alla vita di ogni persona innocente
- dal concepimento alla sua morte naturale -  uno dei pilastri
su cui si regge ogni societ civile, essa "vuole semplicemente
promuovere uno Stato umano. Uno Stato che riconosca come suo
primario dovere la difesa dei diritti fondamentali della
persona umana, specialmente di quella pi debole".
Il Vangelo della vita  per la citt degli uomini. Agire a
favore della vita  contribuire al rinnovamento della societ
mediante l'edificazione del bene comune. Non  possibile,
infatti, costruire il bene comune senza riconoscere e tutelare
il diritto alla vita, su cui si fondano e si sviluppano tutti
gli altri diritti inalienabili dell'essere umano. N pu avere
solide basi una societ che - mentre afferma valori quali la
dignit della persona, la giustizia e la pace - si contraddice
radicalmente accettando o tollerando le pi diverse forme di
disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole
ed emarginata. Solo il rispetto della vita pu fondare e
garantire i beni pi preziosi e necessari della societ, come
la democrazia e la pace.
Infatti, non ci pu essere vera democrazia, se non si riconosce
la dignit di ogni persona e non se ne rispettano i diritti.
Non ci pu essere neppure vera pace, se non si difende e
promuove la vita, come ricordava Paolo VI: "Ogni delitto
contro la vita  un attentato contro la pace, specialmente se
esso intacca il costume del popolo..., mentre dove i diritti
dell'uomo sono realmente professati e pubblicamente
riconosciuti e difesi, la pace diventa l'atmosfera lieta e
operosa della convivenza sociale".
Il "popolo della vita" gioisce di poter condividere con tanti
altri il suo impegno, cos che sempre pi numeroso sia il 
"popolo per la vita" e la nuova cultura dell'amore e della
solidariet possa crescere per il vero bene della citt degli uomini.
CONCLUSIONE
102. Al termine di questa Enciclica, lo sguardo ritorna
spontaneamente al Signore Ges, il "Bambino nato per noi" cf. Is 9, 5) 
per contemplare in lui "la Vita" che "si 
manifestata" (1 Gv 1, 2). Nel mistero di questa nascita si
compie l'incontro di Dio con l'uomo e ha inizio il cammino del
Figlio di Dio sulla terra, un cammino che culminer nel dono
della vita sulla Croce: con la sua morte Egli vincer la morte
e diventer per l'umanit intera principio di vita nuova.
Ad accogliere "la Vita" a nome di tutti e a vantaggio di
tutti  stata Maria, la Vergine Madre, la quale ha quindi
legami personali strettissimi con il Vangelo della vita. Il
consenso di Maria all'Annunciazione e la sua maternit si
trovano alla sorgente stessa del mistero della vita che Cristo
 venuto a donare agli uomini (cf. Gv 10, 10). Attraverso la
sua accoglienza e la sua cura premurosa per la vita del Verbo
fatto carne, la vita dell'uomo  stata sottratta alla condanna
della morte definitiva ed eterna.
Per questo Maria " madre di tutti coloro che rinascono alla
vita, proprio come la Chiesa di cui  modello.  madre di
quella vita di cui tutti vivono. Generando la vita, ha come
rigenerato coloro che di questa vita dovevano vivere".
Contemplando la maternit di Maria, la Chiesa scopre il senso
della propria maternit e il modo con cui  chiamata ad
esprimerla. Nello stesso tempo l'esperienza materna della
Chiesa dischiude la prospettiva pi profonda per comprendere
l'esperienza di Maria quale incomparabile modello di
accoglienza e di cura della vita.
"Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di
sole" (Ap 12, 1): la maternit di Maria e della Chiesa
103. Il rapporto reciproco tra il mistero della Chiesa e Maria
si manifesta con chiarezza nel "segno grandioso" descritto
nell'Apocalisse: "Nel cielo apparve poi un segno grandioso:
una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul
suo capo una corona di dodici stelle" (12,1). In questo segno
la Chiesa riconosce una immagine del proprio mistero: immersa
nella storia, essa  consapevole di trascenderla, in quanto
costituisce sulla terra il "germe e l'inizio" del Regno di
Dio. Questo mistero la Chiesa lo vede realizzato in modo
pieno ed esemplare in Maria.  Lei la donna gloriosa, nella
quale il disegno di Dio si  potuto attuare con somma
perfezione.
La "donna vestita di sole" - rileva il Libro dell'Apocalisse
- "era incinta" (12, 2). La Chiesa  pienamente consapevole
di portare in s il Salvatore del mondo, Cristo Signore, e di
essere chiamata a donarlo al mondo, rigenerando gli uomini alla
vita stessa di Dio. Non pu per dimenticare che questa sua
missione  stata resa possibile dalla maternit di Maria, che
ha concepito e dato alla luce colui che  "Dio da Dio", "Dio
vero da Dio vero". Maria  veramente Madre di Dio, la
Theotokos nella cui maternit  esaltata al sommo grado la
vocazione alla maternit inscritta da Dio in ogni donna. Cos
Maria si pone come modello per la Chiesa, chiamata ad essere la
"nuova Eva", madre dei credenti, madre dei "viventi" (cf. Gn 3, 20).
La maternit spirituale della Chiesa non si realizza - anche di
questo la Chiesa  consapevole - se non in mezzo alle doglie e
al "travaglio del parto" (Ap 12, 2), cio nella perenne
tensione con le forze del male, che continuano ad attraversare
il mondo ed a segnare il cuore degli uomini, facendo resistenza
a Cristo: "In lui era la vita e la vita era la luce degli
uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non
l'hanno accolta" (Gv 1, 4-5).
Come la Chiesa, anche Maria ha dovuto vivere la sua maternit
nel segno della sofferenza: "Egli  qui... segno di
contraddizione perch siano svelati i pensieri di molti cuori.
E anche a te una spada trafigger l'anima" (Lc 2, 34-35).
Nelle parole che, agli albori stessi dell'esistenza del
Salvatore, Simeone rivolge a Maria  sinteticamente raffigurato
quel rifiuto nei confronti di Ges, e con Lui di Maria, che
giunger al suo vertice sul Calvario. "Presso la croce di Ges" (Gv 19, 25),
Maria partecipa al dono che il Figlio fa di s:
offre Ges, lo dona, lo genera definitivamente per noi. Il "s" 
del giorno dell'Annunciazione matura in pienezza nel giorno
della Croce, quando per Maria giunge il tempo di accogliere e
di generare come figlio ogni uomo divenuto discepolo,
riversando su di lui l'amore redentore del Figlio: "Ges
allora, vedendo la madre e l accanto a lei il discepolo che
egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio"" (Gv 19, 26).
"Il drago si pose davanti alla donna... per divorare il
bambino appena nato" (Ap 12, 4): la vita insidiata dalle forze
del male
104. Nel Libro dell'Apocalisse il "segno grandioso" della 
"donna" (12, 1)  accompagnato da "un altro segno nel cielo":
"un enorme drago rosso" (12, 3), che raffigura Satana,
potenza personale malefica, e insieme tutte le forze del male
che operano nella storia e contrastano la missione della
Chiesa.
Anche in questo Maria illumina la Comunit dei Credenti:
l'ostilit delle forze del male , infatti, una sorda
opposizione che, prima di toccare i discepoli di Ges, si
rivolge contro sua Madre. Per salvare la vita del Figlio da
quanti lo temono come una pericolosa minaccia, Maria deve
fuggire con Giuseppe e il Bambino in Egitto (cf. Mt 2, 13-15).
Maria aiuta cos la Chiesa a prendere coscienza che la vita 
sempre al centro di una grande lotta tra il bene e il male, tra
la luce e le tenebre. Il drago vuole divorare "il bambino
appena nato" (Ap 12, 4), figura di Cristo, che Maria genera
nella "pienezza del tempo" (Gal 4, 4) e che la Chiesa deve
continuamente offrire agli uomini nelle diverse epoche della
storia. Ma in qualche modo  anche figura di ogni uomo, di ogni
bambino, specie di ogni creatura debole e minacciata, perch -
come ricorda il Concilio - "con la sua incarnazione il Figlio
di Dio si  unito in certo modo a ogni uomo". Proprio
nella "carne" di ogni uomo, Cristo continua a rivelarsi e ad
entrare in comunione con noi, cos che il rifiuto della vita
dell'uomo, nelle sue diverse forme,  realmente rifiuto di
Cristo.  questa la verit affascinante ed insieme esigente che
Cristo ci svela e che la sua Chiesa ripropone instancabilmente:
"Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio,
accoglie me" (Mt 18, 5); "In verit vi dico: ogni volta che
avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli pi
piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25, 40).
"Non ci sar pi la morte" (Ap 21, 4): lo splendore della
risurrezione
105. L'annunciazione dell'angelo a Maria  racchiusa tra queste
parole rassicuranti: "Non temere, Maria" e "Nulla 
impossibile a Dio" (Lc 1, 30.37). In verit, tutta l'esistenza
della Vergine Madre  avvolta dalla certezza che Dio le 
vicino e l'accompagna con la sua provvidente benevolenza. Cos
 anche della Chiesa, che trova "un rifugio" (Ap 12, 6) nel
deserto, luogo della prova ma anche della manifestazione
dell'amore di Dio verso il suo popolo (cf. Os 2, 16). Maria 
vivente parola di consolazione per la Chiesa nella sua lotta
contro la morte. Mostrandoci il Figlio, ella ci assicura che in
lui le forze della morte sono gi state sconfitte: "Morte e
vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore
della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa".
L'Agnello immolato vive con i segni della passione nello
splendore della risurrezione. Solo lui domina tutti gli eventi
della storia: ne scioglie i "sigilli" (cf. Ap 5, 1-10) e
afferma, nel tempo e oltre il tempo, il potere della vita sulla
morte. Nella "nuova Gerusalemme", ossia nel mondo nuovo,
verso cui tende la storia degli uomini, "non ci sar pi la
morte, n lutto, n lamento, n affanno, perch le cose di
prima sono passate" (Ap 21, 4).
E mentre, come popolo pellegrinante, popolo della vita e per la
vita, camminiamo fiduciosi verso "un nuovo cielo e una nuova
terra" (Ap 21, 1), volgiamo lo sguardo a Colei che  per noi 
"segno di sicura speranza e di consolazione".
O Maria,
aurora del mondo nuovo,
Madre dei viventi,
affidiamo a Te la causa della vita:
guarda, o Madre, al numero sconfinato
di bimbi cui viene impedito di nascere,
di poveri cui  reso difficile vivere,
di uomini e donne vittime di disumana violenza,
di anziani e malati uccisi dall'indifferenza
o da una presunta piet.
F che quanti credono nel tuo Figlio
sappiano annunciare con franchezza e amore
agli uomini del nostro tempo
il Vangelo della vita.
Ottieni loro la grazia di accoglierlo
come dono sempre nuovo,
la gioia di celebrarlo con gratitudine
in tutta la loro esistenza
e il coraggio di testimoniarlo
con tenacia operosa, per costruire,
insieme con tutti gli uomini di buona volont,
la civilt della verit e dell'amore
a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 marzo, solennit dell'Annunciazione
del Signore, dell'anno 1995, decimosettimo di Pontificato.
