LETTERA ENCICLICA
CENTESIMUS ANNUS
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
NEL CENTENARIO DELLA
"RERUM NOVARUM "
Venerati Fratelli, carissimi Figli e Figlie,
salute e Apostolica Benedizione!

INDICE
INTRODUZIONE
1. I motivi di questa enciclica.
2. Con l'Enciclica "Rerum Novarum" ha inizio in modo organico la
"dottrina sociale della Chiesa".     
3. Importanza attuale di una rilettura della "Rerum Novarum".
CAPITOLO 1 - TRATTI CARATTERISTICI DELLA RERUM NOVARUM
4. La grave contrapposizione della societ in classi  il motivo di
fondo dell'Enciclica di Leone XIII   
5. Al tempo della "Rerum Novarum" la societ era caratterizzata dal
conflitto tra capitale e lavoro.     
6. La chiave di lettura della "Rerum Novarum": la dignit del lavoro
e del lavoratore in quanto tale; il diritto alla propriet privata 
nell'ambito della destinazione universale dei beni della Terra.
7. Un diritto preminente affermato nella "Rerum Novarum"  quello di
creare libere associazioni  professionali. 
8. Il "giusto salario"  un altro diritto dell'operaio enunciato
nella "Rerum Novarum".            
9. Anche il diritto dell'operaio al libero esercizio dei doveri
religiosi fu reclamato da Leone XIII.     
10. Nel rapporto tra Stato e cittadini Leone XIII ha richiamato il
principio basilare cristiano della solidariet.  
11. Dalla lettura dell'Enciclica di Leone XIII risulta la costante
preoccupazione e dedizione della Chiesa verso i poveri.
CAPITOLO 2 - VERSO COSE NUOVE DI OGGI
12. La condanna del "socialismo" nella "Rerum Novarum".
13. L'errore del "socialismo"  di carattere antropologico.
15. La "Rerum Novarum" si oppone sia alla statalizzazione, che alla
liberalizzazione incontrollata.      
16. Il ruolo importante del movimento operaio per la riforma.
Notevole il contributo dei cristiani.    
17. La mancanza di rispetto dei diritti altrui ha determinato e
determina guerre, violenze e stermini di popoli.
18. La vera pace non  mai il risultato della vittoria militare.
19. Le condizioni dell'umanit dopo la seconda guerra mondiale. Conseguenze
dell'estendersi del  totalitarismo comunista.
20. In questi decenni si  svolto con grandi difficolt il complesso
processo di "decolonizzazione".  
21. Una realt positiva: una maggiore sensibilit per i diritti umani.              
CAPITOLO 3 - L'ANNO 1989
22. Gli avvenimenti degli ultimi anni.
23. I fattori della caduta dei regimi oppressivi.
24. Un fattore di crisi: l'inefficienza della concezione economicistica.                   
25. Le lezioni degli avvenimenti dell'89.
26. Conseguenze positive derivanti dagli avvenimenti dell' 89.
27. Conseguenze per i popoli europei degli avvenimenti del 1989.
28. Per alcuni Paesi europei  iniziato ora il vero dopoguerra.
29. Lo sviluppo deve essere anche integralmente umano.
CAPITOLO 4 - LA PROPRIET PRIVATA E L'UNIVERSALE DESTINAZIONE DEI BENI
30. La dottrina della Chiesa sulla propriet privata.
31. La dottrina circa l'origine dei beni.
32. Valore della propriet della conoscenza, della tecnica e del sapere.                  
33. I problemi posti dalla moderna economia di impresa.
34. Il "libero mercato" sembra lo strumento pi adatto per collocare
le risorse e per rispondere ai bisogni; ma ha anche dei grossi limiti.
35. Un grande campo di impegno e di lotta per i sindacati nella
struttura di libero mercato.     
36. Gli specifici problemi delle economie pi avanzate.
37. Il grave problema della questione ecologica.
38. Necessit di salvaguardare le condizioni morali per un'autentica
"ecologia umana".              
39. La famiglia, fondata sul matrimonio, prima e fondamentale
struttura per una "ecologia umana".       
40. Lo Stato ha il dovere di difendere i beni collettivi, quali
l'ambiente naturale e quello umano.       
41. La visione cristiana del concetto di "alienazione".
42. Necessarie distinzioni sul capitalismo come alternativa al comunismo.               
43. La Chiesa non propone modelli, ma orientamenti ideali.
CAPITOLO 5 - STATO E CULTURA
44. Necessit di una sana teoria dello Stato.
45. Il totalitarismo nega la Chiesa e tende ad assorbire tutte le
varie realt umane.          
46. Il valore della democrazia.
47. Costruzione di regimi democratici dopo il crollo del
totalitarismo comunista.          
48. I compiti dello Stato in campo economico.
49. La Chiesa ha sempre operato con particolare attenzione verso i
pi bisognosi.          
50. Una giusta "cultura della Nazione" che non disperda il patrimonio
dei valori tramandati.  
51. Necessit di una adeguata formazione di una cultura dell'uomo.
52. Le conseguenze di un conflitto oggi sono illimitate.
CAPITOLO 6 - L'UOMO E LA VIA DELLA CHIESA
53. La Chiesa si  sempre interessata della cura dell'uomo reale:
"concreto" e "storico".        
54. La dottrina sociale della Chiesa  uno strumento di evangelizzazione.              
55. La Rivelazione d il "senso dell'uomo", alla Chiesa.
56. Necessit di divulgare in tutto il mondo la dottrina sociale cristiana.                    
57. Il messaggio sociale cristiano trova la sua credibilit nella
testimonianza delle opere.          
59. Condizioni per l'attuazione della giustizia.
60. Appello della Chiesa per la soluzione della questione operaia.
61. I vari aspetti dell'impegno della Chiesa in difesa dell'uomo
negli ultimi cento anni.         
62. La "Centesimus Annus" prepara la venuta del nuovo secolo.

INTRODUZIONE
1. Il centenario della promulgazione dell'Enciclica del mio
predecessore Leone XIII di v.m., che inizia con le parole Rerum
novarum, segna una data di rilevante importanza nella presente
storia della Chiesa ed anche nel mio pontificato. Essa,
infatti, ha avuto il privilegio di esser commemorata con
solenni Documenti dai Sommi Pontefici, a partire dal
quarantesimo anniversario fino al novantesimo: si pu dire che
il suo iter storico  stato ritmato da altri scritti, che la
rievocavano ed insieme la attualizzavano.
Nel fare altrettanto per il centesimo anniversario su richiesta
di numerosi Vescovi, istituzioni ecclesiali, centri di studi,
imprenditori e lavoratori, sia a titolo individuale che come
membri di associazioni, desidero anzitutto soddisfare il debito
di gratitudine che l'intera Chiesa ha verso il grande Papa e il
suo "immortale Documento". Desidero anche mostrare che la
ricca linfa, che sale da quella radice, non si  esaurita col
passare degli anni, ma  anzi diventata pi feconda. Ne dnno
testimonianza le iniziative di vario genere che hanno
preceduto, accompagnano e seguiranno questa celebrazione,
iniziative promosse dalle Conferenze episcopali, da Organismi
internazionali, da Universit ed Istituti accademici, da
Associazioni professionali e da altre istituzioni e persone in
tante parti del mondo.
2. La presente Enciclica partecipa a queste celebrazioni per
ringraziare Dio, dal quale "discende ogni buon regalo e ogni
dono perfetto" (Gc 1,17), poich si  servito di un Documento
emanato cento anni or sono dalla Sede di Pietro, operando nella
Chiesa e nel mondo tanto bene e diffondendo tanta luce. La
commemorazione, che qui vien fatta, riguarda l'Enciclica
leoniana ed insieme le Encicliche e gli altri scritti dei miei
predecessori, che hanno contribuito a renderla presente e
operante nel tempo, costituendo quella che sarebbe stata
chiamata "dottrina sociale", "insegnamento sociale", o
anche "Magistero sociale" della Chiesa.
Alla validit di tale insegnamento si riferiscono gi due
Encicliche che ho pubblicato negli anni del mio pontificato: la
Laborem exercens sul lavoro umano e la Sollicitudo rei socialis
sugli attuali problemi dello sviluppo degli uomini e dei
popoli.
3. Intendo ora proporre una "rilettura" dell'Enciclica
leoniana, invitando a "guardare indietro", al suo testo
stesso per scoprire nuovamente la ricchezza dei principi
fondamentali, in essa formulati, per la soluzione della
questione operaia. Ma invito anche a "guardare intorno", alle
"cose nuove", che ci circondano ed in cui ci troviamo, per
cos dire, immersi, ben diverse dalle "cose nuove" che
contraddistinsero l'ultimo decennio del secolo passato. Invito,
infine, a "guardare al futuro", quando gi s'intravede il
terzo Millennio dell'era cristiana, carico di incognite, ma
anche di promesse. Incognite e promesse che fanno appello alla
nostra immaginazione e creativit, stimolando anche la nostra
responsabilit, quali discepoli dell'"unico maestro", Cristo
(cf Mt 23,8), nell'indicare la via, nel proclamare la verit e
nel comunicare la vita che  lui (cf Gv 14,6).
Cos facendo, sar confermato non solo il permanente valore di
tale insegnamento, ma si manifester anche il vero senso della
Tradizione della Chiesa, la quale, sempre viva e vitale,
costruisce sopra il fondamento posto dai nostri padri nella
fede e, segnatamente, sopra quel che gli Apostoli trasmisero
alla Chiesa in nome di Ges Cristo, il fondamento "che
nessuno pu sostituire" (cf 1 Cor 3,11).
Fu per la coscienza della sua missione di successore di Pietro
che Leone XIII si propose di parlare, e la stessa coscienza
anima oggi il suo successore. Come lui, e come i Pontefici
prima e dopo di lui, mi ispiro all'immagine evangelica dello "
scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli ", del quale il
Signore dice che " simile ad un padrone di casa, che dal suo
tesoro sa trarre cose nuove e cose antiche" (Mt 13,52). Il
tesoro  la grande corrente della Tradizione della Chiesa, che
contiene le "cose antiche", ricevute e trasmesse da sempre, e
permette di leggere le "cose nuove", in mezzo alle quali
trascorre la vita della Chiesa e del mondo.
Di tali cose che, incorporandosi alla Tradizione, diventano
antiche ed offrono occasioni e materiale per il suo
arricchimento e per l'arricchimento della vita di fede, fa
parte anche l'operosit feconda di milioni e milioni di uomini,
che, stimolati dal Magistero sociale, si sono sforzati di
ispirarsi ad esso in ordine al proprio impegno nel mondo.
Agendo individualmente, o variamente coordinati in gruppi,
associazioni ed organizzazioni, essi hanno costituito come un
grande movimento per la difesa della persona umana e la tutela
della sua dignit, il che nelle alterne vicende della storia ha
contribuito a costruire una societ pi giusta o, almeno, a
porre argini e limiti all'ingiustizia.
La presente Enciclica mira a mettere in evidenza la fecondit
dei principi espressi da Leone XIII, i quali appartengono al
patrimonio dottrinale della Chiesa e, per tale titolo,
impegnano l'autorit del suo Magistero. Ma la sollecitudine
pastorale mi ha spinto, altres, a proporre l'analisi di alcuni
avvenimenti della storia recente.  superfluo rilevare che il
considerare attentamente il corso degli avvenimenti per
discernere le nuove esigenze dell'evangelizzazione fa parte del
compito dei Pastori. Tale esame, tuttavia, non intende dare
giudizi definitivi, in quanto di per s non rientra nell'ambito
specifico del Magistero.
CAPITOLO 1. TRATTI CARATTERISTICI DELLA "RERUM NOVARUM"
4. Sul finire del secolo scorso la Chiesa si trov di fronte ad
un processo storico, in atto gi da qualche tempo, ma che
raggiungeva allora un punto nevralgico. Fattore determinante di
tale processo fu un insieme di radicali mutamenti avvenuti nel
campo politico, economico e sociale, ma anche nell'ambito
scientifico e tecnico, oltre al multiforme influsso delle
ideologie dominanti. Risultato di questi cambiamenti era stata,
in campo politico, una nuova concezione della societ e dello
Stato e, di conseguenza, dell'autorit. Una societ
tradizionale si dissolveva e cominciava a formarsene un'altra,
carica della speranza di nuove libert, ma anche dei pericoli
di nuove forme di ingiustizia e servit.
In campo economico, dove confluivano le scoperte e le
applicazioni delle scienze, si era arrivati progressivamente a
nuove strutture nella produzione dei beni di consumo. Era
apparsa una nuova forma di propriet, il capitale, e una nuova
forma di lavoro, il lavoro salariato, caratterizzato da gravosi
ritmi di produzione, senza i dovuti riguardi per il sesso,
l'et o la situazione familiare, ma unicamente determinato
dall'efficienza in vista dell'incremento del profitto.
Il lavoro diventava cos una merce, che poteva essere
liberamente acquistata e venduta sul mercato ed il cui prezzo
era regolato dalla legge della domanda e dell'offerta, senza
tener conto del minimo vitale necessario per il sostentamento
della persona e della sua famiglia. Per di pi, il lavoratore
non aveva nemmeno la sicurezza di riuscire a vendere la "
propria merce ", essendo continuamente minacciato dalla
disoccupazione, la quale, in assenza di previdenze sociali,
significava lo spettro della morte per fame.
Conseguenza di questa trasformazione era "la divisione della
societ in due classi separate da un abisso profondo": tale
situazione si intrecciava con l'accentuato mutamento di ordine
politico. Cos la teoria politica allora dominante cercava di
promuovere, con leggi appropriate o, al contrario, con voluta
assenza di qualsiasi intervento, la totale libert economica.
Nello stesso tempo, cominciava a sorgere in forma organizzata,
e non poche volte violenta, un'altra concezione della propriet
e della vita economica, che implicava una nuova organizzazione
politica e sociale.
Nel momento culminante di questa contrapposizione, quando ormai
apparivano in piena luce la gravissima ingiustizia della realt
sociale, quale esisteva in molte parti, ed il pericolo di una
rivoluzione favorita dalle concezioni allora chiamate 
"socialiste", Leone XIII intervenne con un Documento che
affrontava in modo organico la "questione operaia".
L'Enciclica era stata preceduta da altre, dedicate piuttosto ad
insegnamenti di carattere politico, mentre altre ancora
seguiranno pi tardi. In questo contesto  da ricordare, in
particolare, l'Enciclica Libertas praestantissimum, in cui era
richiamato il legame costitutivo della libert umana con la
verit, tale che una libert che rifiuti di vincolarsi alla
verit scadrebbe in arbitrio e finirebbe col sottomettere se
stessa alle passioni pi vili e con l'autodistruggersi. Da cosa
derivano, infatti, tutti i mali a cui la Rerum novarum vuole
reagire se non da una libert che, nel campo dell'attivit
economica e sociale, si distacca dalla verit dell'uomo?
Il Pontefice si ispirava, inoltre, all'insegnamento dei
predecessori, nonch ai molti Documenti episcopali, agli studi
scientifici promossi da laici, all'azione di movimenti e
associazioni cattoliche ed alle concrete realizzazioni in campo
sociale, che contraddistinsero la vita della Chiesa nella
seconda met del XIX secolo.
5. Le "cose nuove", alle quali il Papa si riferiva, erano
tutt'altro che positive. Il primo paragrafo dell'Enciclica
descrive le "cose nuove", che le han dato il nome, con parole
forti: " Una volta suscitata la brama di cose nuove, che da
tempo sta sconvolgendo gli Stati, ne sarebbe derivato come
conseguenza che i desideri di cambiamenti si trasferissero alla
fine dall'ordine politico al settore contiguo dell'economia.
Difatti, i progressi incessanti dell'industria, le nuove strade
aperte dalle professioni, le mutate relazioni tra padroni e
operai; l'accumulo della ricchezza nelle mani di pochi, accanto
alla miseria della moltitudine; la maggiore coscienza che i
lavoratori hanno acquistato di s e, di conseguenza, una
maggiore unione tra essi ed inoltre il peggioramento dei
costumi, tutte queste cose hanno fatto scoppiare un conflitto".
Il Papa, e con lui la Chiesa, come anche la comunit civile, si
trovavano di fronte ad una societ divisa da un conflitto,
tanto pi duro e inumano perch non conosceva regola n norma.
Era il conflitto tra il capitale e il lavoro, o - come lo
chiamava l'Enciclica - la questione operaia, e proprio su di
esso, nei termini acutissimi in cui allora si prospettava, il
Papa non esit a dire la sua parola.
Si presenta qui la prima riflessione, che l'Enciclica
suggerisce per il tempo presente. Di fronte ad un conflitto che
opponeva, quasi come "lupi", l'uomo all'uomo fin sul piano
della sussistenza fisica degli uni e dell'opulenza degli altri,
il Papa non dubit di dover intervenire, in virt del suo
"ministero apostolico", ossia della missione ricevuta da Ges
Cristo stesso di "pascere gli agnelli e le pecorelle" (cf Gv 21,15-17)
e di "legare e sciogliere sulla terra" per il Regno
dei cieli (cf Mt 16,19). Sua intenzione era certamente quella
di ristabilire la pace, e il lettore contemporaneo non pu non
notare la severa condanna della lotta di classe, che egli
pronunciava senza mezzi termini. Ma era ben consapevole del
fatto che la pace si edifica sul fondamento della giustizia:
contenuto essenziale dell'Enciclica fu appunto quello di
proclamare le condizioni fondamentali della giustizia nella
congiuntura economica e sociale di allora.
In questo modo Leone XIII, sulle orme dei predecessori,
stabiliva un paradigma permanente per la Chiesa. Questa,
infatti, ha la sua parola da dire di fronte a determinate
situazioni umane, individuali e comunitarie, nazionali e
internazionali, per le quali formula una vera dottrina, un
corpus, che le permette di analizzare le realt sociali, di
pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti per la
giusta soluzione dei problemi che ne derivano.
Ai tempi di Leone XIII una simile concezione del diritto-dovere
della Chiesa era ben lontana dall'essere comunemente ammessa.
Prevaleva, infatti, una duplice tendenza: l'una orientata a
questo mondo ed a questa vita, alla quale la fede doveva
rimanere estranea; l'altra rivolta verso una salvezza puramente
ultraterrena, che per non illuminava n orientava la presenza
sulla terra. L'atteggiamento del Papa nel pubblicare la Rerum
novarum confer alla Chiesa quasi uno "statuto di cittadinanza" 
nelle mutevoli realt della vita pubblica, e ci si sarebbe
affermato ancor pi in seguito. In effetti, per la Chiesa
insegnare e diffondere la dottrina sociale appartiene alla sua
missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio
cristiano, perch tale dottrina ne propone le dirette
conseguenze nella vita della societ ed inquadra il lavoro
quotidiano e le lotte per la giustizia nella testimonianza a
Cristo Salvatore. Essa costituisce, altres, una fonte di unit
e di pace dinanzi ai conflitti che inevitabilmente insorgono
nel settore economico-sociale. Diventa in tal modo possibile
vivere le nuove situazioni senza avvilire la trascendente
dignit della persona umana n in se stessi n negli avversari,
ed avviarle a retta soluzione.
Ora, la validit di tale orientamento mi offre, a distanza di
cento anni, l'opportunit di dare un contributo
all'elaborazione della dottrina sociale cristiana. La "nuova
evangelizzazione", di cui il mondo moderno ha urgente
necessit e su cui ho pi volte insistito, deve annoverare tra
le sue componenti essenziali l'annuncio della dottrina sociale
della Chiesa, idonea tuttora, come ai tempi di Leone XIII, ad
indicare la retta via per rispondere alle grandi sfide dell'et
contemporanea, mentre cresce il discredito delle ideologie.
Come allora, bisogna ripetere che non c' vera soluzione della
"questione sociale" fuori del Vangelo e che, d'altra parte,
le "cose nuove" possono trovare in esso il loro spazio di
verit e la dovuta impostazione morale.
6. Proponendosi di far luce sul conflitto che si era venuto a
creare tra capitale e lavoro, Leone XIII affermava i diritti
fondamentali dei lavoratori. Per questo, la chiave di lettura
del testo leoniano  la dignit del lavoratore in quanto tale
e, per ci stesso, la dignit del lavoro, che viene definito
come "l'attivit umana ordinata a provvedere ai bisogni della
vita, e specialmente alla conservazione". Il Pontefice
qualifica il lavoro come "personale", perch "la forza
attiva  inerente alla persona e del tutto propria di chi la
esercita ed al cui vantaggio fu data". Il lavoro appartiene
cos alla vocazione di ogni persona; l'uomo, anzi, si esprime e
si realizza nella sua attivit di lavoro. Nello stesso tempo,
il lavoro ha una dimensione "sociale" per la sua intima
relazione sia con la famiglia, sia anche col bene comune, 
"poich si pu affermare con verit che il lavoro degli operai 
quello che produce la ricchezza degli Stati".  quanto ho
ripreso e sviluppato nell'Enciclica Laborem exercens.
Un altro principio rilevante  senza dubbio quello del diritto
alla "propriet privata". Lo spazio stesso, che l'Enciclica
gli dedica, rivela l'importanza che gli si attribuisce. Il Papa
 ben cosciente del fatto che la propriet privata non  un
valore assoluto, n tralascia di proclamare i principi di
necessaria complementarit, come quello della destinazione
universale dei beni della terra.
D'altra parte,  senz'altro vero che il tipo di propriet
privata, che egli precipuamente considera,  quello della
propriet della terra. Ci, tuttavia, non impedisce che le
ragioni addotte per tutelare la propriet privata, ossia per
affermare il diritto di possedere le cose necessarie per lo
sviluppo personale e della propria famiglia - quale che sia la
forma concreta che questo diritto pu assumere -, conservino
oggi il loro valore. Ci deve essere nuovamente affermato sia
di fronte ai cambiamenti, di cui siamo testimoni, avvenuti nei
sistemi dove imperava la propriet collettiva dei mezzi di
produzione; sia anche di fronte ai crescenti fenomeni di
povert o, pi esattamente, agli impedimenti della propriet
privata, che si presentano in tante parti del mondo, comprese
quelle in cui predominano i sistemi che dell'affermazione del
diritto di propriet privata fanno il loro fulcro. A seguito di
detti cambiamenti e della persistenza della povert, si rivela
necessaria una pi profonda analisi del problema, come sar
sviluppata pi avanti.
7. In stretta relazione col diritto di propriet l'Enciclica di
Leone XIII afferma parimenti altri diritti, come propri e
inalienabili della persona umana. Tra essi  preminente, per lo
spazio che il Papa gli dedica e l'importanza che gli
attribuisce, il "diritto naturale dell'uomo" a formare
associazioni private; il che significa, anzitutto, il diritto a
creare associazioni professionali di imprenditori e operai, o
di soli operai. Si coglie qui la ragione per cui la Chiesa
difende e approva la creazione di quelli che comunemente si
chiamano sindacati, non certo per pregiudizi ideologici, n per
cedere a una mentalit di classe, ma perch l'associarsi  un
diritto naturale dell'essere umano e, dunque, anteriore
rispetto alla sua integrazione nella societ politica. Infatti,
"non pu lo Stato proibirne la formazione", perch "i
diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli.
Vietando tali associazioni, esso contraddice se stesso".
Insieme con questo diritto, che -  doveroso sottolineare - il
Papa riconosce esplicitamente agli operai o, secondo il suo
linguaggio, ai "proletari", sono affermati con eguale
chiarezza il diritto alla "limitazione delle ore di lavoro",
al legittimo riposo e ad un diverso trattamento dei fanciulli e
delle donne quanto al tipo e alla durata del lavoro.
Se si tiene presente ci che dice la storia circa i
procedimenti consentiti, o almeno non esclusi legalmente, in
ordine alla contrattazione senza alcuna garanzia n quanto alle
ore di lavoro, n quanto alle condizioni igieniche
dell'ambiente ed ancora senza riguardo per l'et e il sesso dei
candidati all'occupazione, ben si comprende la severa
affermazione del Papa. "Non  giusto n umano - egli scrive -
esigere dall'uomo tanto lavoro, da farne per la troppa fatica
istupidire la mente e da fiaccarne il corpo". E con maggior
precisione, riferendosi al contratto, inteso a far entrare in
vigore simili "relazioni di lavoro", afferma: "In ogni
convenzione stipulata tra padroni ed operai vi  sempre la
condizione o espressa o sottintesa" che si sia provveduto
convenientemente al riposo, proporzionato "alla somma delle
energie consumate nel lavoro"; poi conclude: "Un patto
contrario sarebbe immorale".
8. Subito dopo il Papa enuncia un altro diritto dell'operaio in
quanto persona. Si tratta del diritto al "giusto salario", il
quale non pu essere lasciato "al libero consenso delle parti:
sicch il datore di lavoro, pagata la mercede, ha fatto la sua
parte, n sembra sia debitore di altro". Lo Stato - si
diceva a quel tempo - non ha potere di intervenire nella
determinazione di questi contratti, se non per assicurare
l'adempimento di quanto  stato esplicitamente pattuito. Una
simile concezione delle relazioni tra padroni e operai,
puramente pragmatica ed ispirata ad un rigoroso individualismo,
viene severamente biasimata nell'Enciclica, perch contraria
alla duplice natura del lavoro, come fatto personale e
necessario. Poich, se il lavoro, in quanto personale, rientra
nella disponibilit che ciascuno ha delle proprie facolt ed
energie, in quanto necessario  regolato dal grave obbligo che
ciascuno ha di "conservarsi in vita"; "di qui nasce per
necessaria conseguenza - conclude il Papa - il diritto di
procurarsi i mezzi di sostentamento, che per la povera gente si
riducono al salario del proprio lavoro".
Il salario deve essere sufficiente a mantenere l'operaio e la
sua famiglia. Se il lavoratore, "costretto dalla necessit, o
per timore del peggio, accetta patti pi duri perch imposti
dal proprietario o dall'imprenditore, e che volenti o nolenti
debbono essere accettati,  chiaro che subisce una violenza
contro la quale la giustizia protesta".
Volesse Dio che queste parole, scritte mentre avanzava il
cosiddetto "capitalismo selvaggio", non debbano oggi essere
ripetute con la medesima severit. Purtroppo, si riscontrano
ancora oggi casi di contratti tra padroni e operai, nei quali 
ignorata la pi elementare giustizia in materia di lavoro
minorile o femminile, circa gli orari di lavoro, lo stato
igienico dei locali e l'equa retribuzione. E questo nonostante
le Dichiarazioni e Convenzioni internazionali al riguardo, e
le stesse leggi interne degli Stati. Il Papa attribuiva 
all'"autorit pubblica" lo "stretto dovere" di prendersi debita
cura del benessere dei lavoratori, perch non facendolo si
offendeva la giustizia; anzi, non esitava a parlare di 
"giustizia distributiva".
9. A tali diritti Leone XIII ne aggiunge un altro, sempre a
proposito della condizione operaia, che desidero ricordare per
l'importanza che ha: il diritto di adempiere liberamente i
doveri religiosi. Il Papa lo proclama nel contesto degli altri
diritti e doveri degli operai, nonostante il clima generale
che, anche ai suoi tempi, considerava certe questioni come
attinenti esclusivamente all'ambito privato. Egli afferma la
necessit del riposo festivo, perch l'uomo sia riportato al
pensiero dei beni celesti e al culto dovuto alla maest
divina. Di questo diritto, radicato in un comandamento,
nessuno pu privare l'uomo: "A nessuno  lecito violare
impunemente la dignit dell'uomo, di cui Dio stesso dispone con
grande rispetto"; di conseguenza, lo Stato deve assicurare
all'operaio l'esercizio di tale libert.
Non sbaglierebbe chi in questa limpida affermazione vedesse il
germe del principio del diritto alla libert religiosa,
divenuto poi oggetto di molte solenni Dichiarazioni e
Convenzioni internazionali, nonch della nota Dichiarazione
conciliare e del mio ripetuto insegnamento. Al riguardo, ci
si deve domandare se gli ordinamenti legali vigenti e la prassi
delle societ industrializzate assicurino oggi effettivamente
l'elementare diritto al riposo festivo.
10. Un'altra importante nota, ricca di insegnamenti per i
nostri giorni,  la concezione dei rapporti tra lo Stato ed i
cittadini. La Rerum novarum critica i due sistemi sociali ed
economici: il socialismo e il liberalismo. Al primo  dedicata
la parte iniziale, nella quale si riafferma il diritto alla
propriet privata; al secondo non  dedicata una speciale
sezione, ma - cosa meritevole di attenzione - si riservano le
critiche, quando si affronta il tema dei doveri dello Stato.
Questo non pu limitarsi a "provvedere ad una parte dei
cittadini", cio a quella ricca e prospera, e non pu 
"trascurare l'altra", che rappresenta indubbiamente la grande
maggioranza del corpo sociale; altrimenti si offende la
giustizia, che vuole si renda a ciascuno il suo. "Tuttavia,
nel tutelare questi diritti dei privati, si deve avere un
riguardo speciale ai deboli e ai poveri. La classe dei ricchi,
forte per se stessa, ha meno bisogno della pubblica difesa; la
classe proletaria, mancando di un proprio sostegno, ha speciale
necessit di cercarla nella protezione dello Stato. Perci agli
operai, che sono nel numero dei deboli e bisognosi, lo Stato
deve rivolgere di preferenza le sue cure e provvidenze".
Questi passi oggi hanno valore soprattutto di fronte alle nuove
forme di povert esistenti nel mondo, anche perch sono
affermazioni che non dipendono da una determinata concezione
dello Stato n da una particolare teoria politica. Il Papa
ribadisce un elementare principio di ogni sana organizzazione
politica, cio che gli individui, quanto pi sono indifesi in
una societ, tanto pi necessitano dell'interessamento e della
cura degli altri e, in particolare, dell'intervento
dell'autorit pubblica.
In tal modo il principio, che oggi chiamiamo di solidariet, e
la cui validit, sia nell'ordine interno a ciascuna Nazione,
sia nell'ordine internazionale, ho richiamato nella Sollicitudo
rei socialis, si dimostra come uno dei principi basilari
della concezione cristiana dell'organizzazione sociale e
politica. Esso  pi volte enunciato da Leone XIII col nome di
"amicizia", che troviamo gi nella filosofia greca; da Pio XI
 designato col nome non meno significativo di "carit sociale", 
mentre Paolo VI, ampliando il concetto secondo le moderne e
molteplici dimensioni della questione sociale, parlava di
"civilt dell'amore".
11. La rilettura dell'Enciclica alla luce delle realt
contemporanee permette di apprezzare la costante preoccupazione
e dedizione della Chiesa verso quelle categorie di persone, che
sono oggetto di predilezione da parte del Signore Ges. Il
contenuto del testo  un'eccellente testimonianza della
continuit, nella Chiesa, della cosiddetta "opzione
preferenziale per i poveri", opzione che ho definito come una
" forma speciale di primato nell'esercizio della carit
cristiana". L'Enciclica sulla "questione operaia", dunque,
 un'Enciclica sui poveri e sulla terribile condizione, alla
quale il nuovo e non di raro violento processo di
industrializzazione aveva ridotto grandi moltitudini. Anche
oggi, in gran parte del mondo, simili processi di
trasformazione economica, sociale e politica producono i
medesimi mali.
Se Leone XIII si appella allo Stato per rimediare secondo
giustizia alla condizione dei poveri, lo fa anche perch
riconosce opportunamente che lo Stato ha il compito di
sovraintendere al bene comune e di curare che ogni settore
della vita sociale, non escluso quello economico, contribuisca
a promuoverlo, pur nel rispetto della giusta autonomia di
ciascuno di essi. Ci, per, non deve far pensare che per Papa
Leone ogni soluzione della questione sociale debba venire dallo
Stato. Al contrario, egli insiste pi volte sui necessari
limiti dell'intervento dello Stato e sul suo carattere
strumentale, giacch l'individuo, la famiglia e la societ gli
sono anteriori ed esso esiste per tutelare i diritti dell'uno e
delle altre, e non gi per soffocarli.
A nessuno sfugge l'attualit di queste riflessioni.
Sull'importante tema delle limitazioni inerenti alla natura
dello Stato converr tornare pi avanti; intanto, i punti
sottolineati, non certo gli unici dell'Enciclica, si pongono in
continuit nel Magistero sociale della Chiesa, anche alla luce
di una sana concezione della propriet privata, del lavoro, del
processo economico, della realt dello Stato e, prima di tutto,
dell'uomo stesso. Altri temi saranno menzionati in seguito
nell'esaminare taluni aspetti della realt contemporanea; ma
occorre tener presente fin d'ora che ci che fa da trama e, in
certo modo, da guida all'Enciclica ed a tutta la dottrina
sociale della Chiesa,  la corretta concezione della persona
umana e del suo valore unico, in quanto "l'uomo ... in terra 
la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa". In lui
ha scolpito la sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26),
conferendogli una dignit incomparabile, sulla quale pi volte
insiste l'Enciclica. In effetti, al di l dei diritti che
l'uomo acquista col proprio lavoro, esistono diritti che non
sono il corrispettivo di nessuna opera da lui prestata, ma che
derivano dall'essenziale sua dignit di persona.
CAPITOLO 2 - VERSO LE "COSE NUOVE" DI OGGI
12. La commemorazione della Rerum novarum non sarebbe adeguata,
se non guardasse pure alla situazione di oggi. Gi nel suo
contenuto il Documento si presta ad una tale considerazione,
perch il quadro storico e le previsioni ivi delineate si
rivelano, alla luce di quanto  accaduto in seguito,
sorprendentemente esatte.
Ci  confermato, in particolare, dagli avvenimenti degli
ultimi mesi dell'anno 1989 e dei primi del 1990. Essi e le
conseguenti trasformazioni radicali non si spiegano se non in
base alle situazioni anteriori, le quali, in certa misura,
avevano cristallizzato o istituzionalizzato le previsioni di
Leone XIII ed i segnali, sempre pi inquieti, avvertiti dai
suoi successori. Papa Leone, infatti, previde le conseguenze
negative sotto tutti gli aspetti, politico, sociale ed
economico, di un ordinamento della societ quale proponeva il 
"socialismo", che allora era allo stadio di filosofia sociale e
di movimento pi o meno strutturato. Qualcuno potrebbe
meravigliarsi del fatto che il Papa cominciava dal "socialismo"
la critica delle soluzioni che si davano della "questione
operaia", quando esso non si presentava ancora - come poi
accadde - sotto la forma di uno Stato forte e potente con tutte
le risorse a disposizione. Tuttavia, egli valut esattamente il
pericolo che rappresentava per le masse l'attraente
presentazione di una soluzione tanto semplice quanto radicale
della questione operaia di allora. Ci risulta tanto pi vero,
se vien considerato in relazione con la paurosa condizione di
ingiustizia in cui giacevano le masse proletarie nelle Nazioni
da poco industrializzate.
Occorre qui sottolineare due cose: da una parte, la grande
lucidit nel percepire, in tutta la sua crudezza, la reale
condizione dei proletari, uomini, donne e bambini; dall'altra,
la non minore chiarezza con cui si intuisce il male di una
soluzione che, sotto l'apparenza di un'inversione delle
posizioni di poveri e ricchi, andava in realt a detrimento di
quegli stessi che si riprometteva di aiutare. Il rimedio si
sarebbe cos rivelato peggiore del male. Individuando la natura
del socialismo del suo tempo nella soppressione della propriet
privata, Leone XIII arrivava al nodo della questione.
Le sue parole meritano di essere rilette con attenzione: "Per
rimediare a questo male (l'ingiusta distribuzione delle
ricchezze e la miseria dei proletari), i socialisti spingono i
poveri all'odio contro i ricchi, e sostengono che la propriet
privata deve essere abolita ed i beni di ciascuno debbono
essere comuni a tutti...; ma questa teoria, oltre a non
risolvere la questione, non fa che danneggiare gli stessi
operai, ed  inoltre ingiusta per molti motivi, giacch contro
i diritti dei legittimi proprietari snatura le funzioni dello
Stato e scompagina tutto l'ordine sociale". Non si
potrebbero indicar meglio i mali indotti dall'instaurazione di
questo tipo di socialismo come sistema di Stato: quello che
avrebbe preso il nome di "socialismo reale".
13. Approfondendo ora la riflessione e facendo anche
riferimento a quanto  stato detto nelle Encicliche Laborem
exercens e Sollicitudo rei socialis, bisogna aggiungere che
l'errore fondamentale del socialismo  di carattere
antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un
semplice elemento ed una molecola dell'organismo sociale, di
modo che il bene dell'individuo viene del tutto subordinato al
funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene,
d'altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato
prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed
esclusiva assunzione di responsabilit davanti al bene o al
male. L'uomo cos  ridotto ad una serie di relazioni sociali,
e scompare il concetto di persona come soggetto autonomo di
decisione morale, il quale costruisce mediante tale decisione
l'ordine sociale. Da questa errata concezione della persona
discendono la distorsione del diritto che definisce la sfera di
esercizio della libert, nonch l'opposizione alla propriet
privata. L'uomo, infatti, privo di qualcosa che possa "dir suo" 
e della possibilit di guadagnarsi da vivere con la sua
iniziativa, viene a dipendere dalla macchina sociale e da
coloro che la controllano: il che gli rende molto pi difficile
riconoscere la sua dignit di persona ed inceppa il cammino per
la costituzione di un'autentica comunit umana.
Al contrario, dalla concezione cristiana della persona segue
necessariamente una visione giusta della societ. Secondo la
Rerum novarum e tutta la dottrina sociale della Chiesa, la
socialit dell'uomo non si esaurisce nello Stato, ma si
realizza in diversi gruppi intermedi, cominciando dalla
famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e
culturali che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno -
sempre dentro il bene comune - la loro propria autonomia. 
quello che ho chiamato la "soggettivit" della societ che,
insieme alla soggettivit dell'individuo,  stata annullata dal
"socialismo reale".
Se ci si domanda poi donde nasca quell'errata concezione della
natura della persona e della "soggettivit" della societ,
bisogna rispondere che la prima causa  l'ateismo.  nella
risposta all'appello di Dio, contenuto nell'essere delle cose,
che l'uomo diventa consapevole della sua trascendente dignit.
Ogni uomo deve dare questa risposta, nella quale consiste il
culmine della sua umanit, e nessun meccanismo sociale o
soggetto collettivo pu sostituirlo. La negazione di Dio priva
la persona del suo fondamento e, di conseguenza, induce a
riorganizzare l'ordine sociale prescindendo dalla dignit e
responsabilit della persona.
L'ateismo di cui si parla, del resto,  strettamente connesso
col razionalismo illuministico, che concepisce la realt umana
e sociale in modo meccanicistico. Si negano in tal modo
l'intuizione ultima circa la vera grandezza dell'uomo, la sua
trascendenza rispetto al mondo delle cose, la contraddizione
ch'egli avverte nel suo cuore tra il desiderio di una pienezza
di bene e la propria inadeguatezza a conseguirlo e,
soprattutto, il bisogno di salvezza che ne deriva.
14. Dalla medesima radice ateistica scaturisce anche la scelta
dei mezzi di azione propria del socialismo, che  condannato
nella Rerum novarum. Si tratta della lotta di classe. Il Papa,
beninteso, non intende condannare ogni e qualsiasi forma di
conflittualit sociale: la Chiesa sa bene che nella storia i
conflitti di interessi tra diversi gruppi sociali insorgono
inevitabilmente e che di fronte ad essi il cristiano deve
spesso prender posizione con decisione e coerenza. L'Enciclica
Laborem exercens, del resto, ha riconosciuto chiaramente il
ruolo positivo del conflitto, quando esso si configuri come 
"lotta per la giustizia sociale"; e gi la Quadragesimo anno
scriveva: "La lotta di classe, infatti, quando si astenga
dagli atti di violenza e dall'odio vicendevole, si trasforma a
poco a poco in una onesta discussione, fondata nella ricerca
della giustizia".
Ci che viene condannato nella lotta di classe , piuttosto,
l'idea di un conflitto che non  limitato da considerazioni di
carattere etico o giuridico, che si rifiuta di rispettare la
dignit della persona nell'altro (e, di conseguenza, in se
stesso), che esclude, perci, un ragionevole accomodamento e
persegue non gi il bene generale della societ, bens un
interesse di parte che si sostituisce al bene comune e vuol
distruggere ci che gli si oppone. Si tratta, in una parola,
della ripresentazione - sul terreno del confronto interno tra i
gruppi sociali - della dottrina della " guerra totale ", che il
militarismo e l'imperialismo di quell'epoca imponevano
nell'ambito dei rapporti internazionali. Tale dottrina alla
ricerca del giusto equilibrio tra gli interessi delle diverse
Nazioni sostituiva quella dell'assoluto prevalere della propria
parte mediante la distruzione del potere di resistenza della
parte avversa, distruzione attuata con ogni mezzo, non esclusi
l'uso della menzogna, il terrore contro i civili, le armi di
sterminio (che proprio in quegli anni cominciavano ad essere
progettate). Lotta di classe in senso marxista e militarismo,
dunque, hanno le stesse radici: l'ateismo e il disprezzo della
persona umana, che fan prevalere il principio della forza su
quello della ragione e del diritto.
15. La Rerum novarum si oppone alla statalizzazione degli
strumenti di produzione, che ridurrebbe ogni cittadino ad un 
"pezzo" nell'ingranaggio della macchina dello Stato. Non meno
decisamente essa critica la concezione dello Stato che lascia
il settore dell'economia totalmente al di fuori del suo campo
di interesse e di azione. Esiste certo una legittima sfera di
autonomia dell'agire economico, nella quale lo Stato non deve
entrare. Questo, per, ha il compito di determinare la cornice
giuridica, al cui interno si svolgono i rapporti economici, e
di salvaguardare in tal modo le condizioni prime di un'economia
libera, che presuppone una certa eguaglianza tra le parti, tale
che una di esse non sia tanto pi potente dell'altra da poterla
ridurre praticamente in schiavit.
A questo riguardo, la Rerum novarum indica la via delle giuste
riforme, che restituiscano al lavoro la sua dignit di libera
attivit dell'uomo. Esse implicano un'assunzione di
responsabilit da parte della societ e dello Stato, diretta
soprattutto a difendere il lavoratore contro l'incubo della
disoccupazione. Ci storicamente si  verificato in due modi
convergenti: o con politiche economiche, volte ad assicurare la
crescita equilibrata e la condizione di piena occupazione; o
con le assicurazioni contro la disoccupazione e con politiche
di riqualificazione professionale, capaci di facilitare il
passaggio dei lavoratori da settori in crisi ad altri in sviluppo.
Inoltre, la societ e lo Stato devono assicurare livelli
salariali adeguati al mantenimento del lavoratore e della sua
famiglia, inclusa una certa capacit di risparmio. Ci richiede
sforzi per dare ai lavoratori cognizioni e attitudini sempre
migliori e tali da rendere il loro lavoro pi qualificato e
produttivo; ma richiede anche un'assidua sorveglianza ed
adeguate misure legislative per stroncare fenomeni vergognosi
di sfruttamento, soprattutto a danno dei lavoratori pi deboli,
immigrati o marginali. Decisivo in questo settore  il ruolo
dei sindacati, che contrattano i minimi salariali e le
condizioni di lavoro.
Infine, bisogna garantire il rispetto di orari "umani" di
lavoro e di riposo, oltre che il diritto di esprimere la
propria personalit sul luogo di lavoro, senza essere violati
in alcun modo nella propria coscienza o nella propria dignit.
Anche qui  da richiamare il ruolo dei sindacati non solo come
strumenti di contrattazione, ma anche come " luoghi " di
espressione della personalit dei lavoratori: essi servono allo
sviluppo di un'autentica cultura del lavoro ed aiutano i
lavoratori a partecipare in modo pienamente umano alla vita dell'azienda.
Al conseguimento di questi fini lo Stato deve concorrere sia
direttamente che indirettamente. Indirettamente e secondo il
principio di sussidiariet, creando le condizioni favorevoli al
libero esercizio dell'attivit economica, che porti ad una
offerta abbondante di opportunit di lavoro e di fonti di
ricchezza. Direttamente e secondo il principio di solidariet,
ponendo a difesa del pi debole alcuni limiti all'autonomia
delle parti, che decidono le condizioni di lavoro, ed
assicurando in ogni caso un minimo vitale al lavoratore disoccupato.
L'Enciclica ed il Magistero sociale, ad essa collegato, ebbero
una molteplice influenza negli anni tra il XIX e il XX secolo.
Tale influenza si riflette in numerose riforme introdotte nei
settori della previdenza sociale, delle pensioni, delle
assicurazioni contro le malattie, della prevenzione degli
infortuni, nel quadro di un maggiore rispetto dei diritti dei
lavoratori.
16. Le riforme in parte furono realizzate dagli Stati, ma nella
lotta per ottenerle ebbe un ruolo importante l'azione del
Movimento operaio. Nato come reazione della coscienza morale
contro situazioni di ingiustizia e di danno, esso esplic una
vasta attivit sindacale, riformista, lontana dalle nebbie
dell'ideologia e pi vicina ai bisogni quotidiani dei
lavoratori e, in questo ambito, i suoi sforzi si sommarono
spesso a quelli dei cristiani per ottenere il miglioramento
delle condizioni di vita dei lavoratori. In seguito, tale
movimento fu, in certa misura, dominato proprio da quella
ideologia marxista, contro la quale si volgeva la Rerum novarum.
Le stesse riforme furono anche il risultato di un libero
processo di auto-organizzazione della societ, con la messa a
punto di strumenti efficaci di solidariet, atti a sostenere
una crescita economica pi rispettosa dei valori della persona.
 da ricordare qui la multiforme attivit, con un notevole
contributo dei cristiani, nella fondazione di cooperative di
produzione, di consumo e di credito, nel promuovere
l'istruzione popolare e la formazione professionale, nella
sperimentazione di varie forme di partecipazione alla vita
dell'impresa e, in generale, della societ.
Se dunque, guardando al passato, c' motivo di ringraziare Dio
perch la grande Enciclica non  rimasta priva di risonanza nei
cuori ed ha spinto ad una fattiva generosit, tuttavia bisogna
riconoscere che l'annuncio profetico, in essa contenuto, non 
stato compiutamente accolto dagli uomini di quel tempo, e
proprio da ci sono derivate assai gravi sciagure.
17. Leggendo l'Enciclica in connessione con tutto il ricco
Magistero leoniano, si nota come essa indichi, in fondo, le
conseguenze sul terreno economico-sociale di un errore di pi
vasta portata. L'errore - come si  detto - consiste in una
concezione della libert umana che la sottrae all'obbedienza
alla verit e, quindi, anche al dovere di rispettare i diritti
degli altri uomini. Contenuto della libert diventa allora
l'amore di s fino al disprezzo di Dio e del prossimo, amore
che conduce all'affermazione illimitata del proprio interesse e
non si lascia limitare da alcun obbligo di giustizia.
Proprio questo errore giunse alle estreme conseguenze nel
tragico ciclo delle guerre che sconvolsero l'Europa ed il mondo
tra il 1914 e il 1945. Furono guerre derivanti dal militarismo
e dal nazionalismo esasperato e dalle forme di totalitarismo,
ad essi collegate, e guerre derivanti dalla lotta di classe,
guerre civili ed ideologiche. Senza la terribile carica di odio
e di rancore, accumulata a causa delle tante ingiustizie sia a
livello internazionale che a quello interno ai singoli Stati,
non sarebbero state possibili guerre di tale ferocia, in cui
furono investite le energie di grandi Nazioni, in cui non si
esit davanti alla violazione dei diritti umani pi sacri, e fu
pianificato ed eseguito lo sterminio di interi popoli e gruppi
sociali. Ricordiamo qui, in particolare, il popolo ebreo, il
cui terribile destino  divenuto simbolo dell'aberrazione cui
pu giungere l'uomo, quando si volge contro Dio.
Tuttavia, l'odio e l'ingiustizia si impossessano di intere
Nazioni e le spingono all'azione solo quando vengono
legittimati ed organizzati da ideologie che si fondano su di
essi piuttosto che sulla verit dell'uomo. La Rerum novarum
combatteva le ideologie dell'odio ed indicava le vie per
distruggere la violenza ed il rancore mediante la giustizia.
Possa il ricordo di quei terribili avvenimenti guidare le
azioni di tutti gli uomini e, in particolare, dei reggitori dei
popoli nel nostro tempo, in cui altre ingiustizie alimentano
nuovi odi e si delineano all'orizzonte nuove ideologie che
esaltano la violenza.
18. Certo, dal 1945 le armi tacciono nel Continente europeo;
tuttavia, la vera pace - si ricordi - non  mai il risultato
della vittoria militare, ma implica il superamento delle cause
della guerra e l'autentica riconciliazione tra i popoli. Per
molti anni, invece, si  avuta in Europa e nel mondo una
situazione di non-guerra pi che di autentica pace. Met del
Continente  caduta sotto il dominio della dittatura comunista,
mentre l'altra met si organizzava per difendersi contro un
tale pericolo. Molti popoli perdono il potere di disporre di se
stessi, vengono chiusi nei confini soffocanti di un impero,
mentre si cerca di distruggere la loro memoria storica e la
secolare radice della loro cultura. Masse enormi di uomini, in
conseguenza di questa divisione violenta, sono costrette ad
abbandonare la loro terra e forzatamente deportate.
Una folle corsa agli armamenti assorbe le risorse necessarie
per lo sviluppo delle economie interne e per l'aiuto alle
Nazioni pi sfavorite. Il progresso scientifico e tecnologico,
che dovrebbe contribuire al benessere dell'uomo, viene
trasformato in uno strumento di guerra: scienza e tecnica sono
usate per produrre armi sempre pi perfezionate e distruttive,
mentre ad un'ideologia, che  perversione dell'autentica
filosofia, si chiede di fornire giustificazioni dottrinali per
la nuova guerra. E questa non  solo attesa e preparata, ma 
anche combattuta con enorme spargimento di sangue in varie
parti del mondo. La logica dei blocchi, o imperi, denunciata
nei Documenti della Chiesa e di recente nell'Enciclica
Sollicitudo rei socialis, fa s che le controversie e
discordie insorgenti nei Paesi del Terzo Mondo siano
sistematicamente incrementate e sfruttate per creare difficolt
all'avversario.
I gruppi estremisti, che cercano di risolvere tali controversie
con le armi, trovano facilmente appoggi politici e militari,
sono armati ed addestrati alla guerra, mentre coloro che si
sforzano di trovare soluzioni pacifiche ed umane, nel rispetto
dei legittimi interessi di tutte le parti, rimangono isolati e
spesso cadono vittima dei loro avversari. Anche la
militarizzazione di tanti Paesi del Terzo Mondo e le lotte
fratricide che li hanno travagliati, la diffusione del
terrorismo e di mezzi sempre pi barbari di lotta politico-
militare trovano una delle loro principali cause nella
precariet della pace che  seguita alla seconda guerra
mondiale. Su tutto il mondo, infine, grava la minaccia di una
guerra atomica, capace di condurre all'estinzione dell'umanit.
La scienza, usata a fini militari, pone a disposizione
dell'odio, incrementato dalle ideologie, lo strumento decisivo.
Ma la guerra pu terminare senza vincitori n vinti in un
suicidio dell'umanit, ed allora bisogna ripudiare la logica
che conduce ad essa, l'idea che la lotta per la distruzione
dell'avversario, la contraddizione e la guerra stessa siano
fattori di progresso e di avanzamento della storia. Quando si
comprende la necessit di questo ripudio, devono
necessariamente entrare in crisi sia la logica della "guerra
totale" sia quella della "lotta di classe".
19. Alla fine della seconda guerra mondiale, per, un tale
sviluppo  ancora in formazione nelle coscienze, ed il dato che
si impone all'attenzione  l'estensione del totalitarismo
comunista su oltre met dell'Europa e su parte del mondo. La
guerra, che avrebbe dovuto restituire la libert e restaurare
il diritto delle genti, si conclude senza aver conseguito
questi fini, anzi in un modo che per molti popoli, specialmente
per quelli che pi avevano sofferto, apertamente li
contraddice. Si pu dire che la situazione venutasi a creare ha
dato luogo a diverse risposte.
In alcuni Paesi e sotto alcuni aspetti si assiste ad uno sforzo
positivo per ricostruire, dopo le distruzioni della guerra, una
societ democratica e ispirata alla giustizia sociale, la quale
priva il comunismo del potenziale rivoluzionario costituito da
moltitudini sfruttate e oppresse. Tali tentativi in genere
cercano di mantenere i meccanismi del libero mercato,
assicurando mediante la stabilit della moneta e la sicurezza
dei rapporti sociali le condizioni di una crescita economica
stabile e sana, in cui gli uomini col loro lavoro possano
costruire un futuro migliore per s e per i propri figli. Al
tempo stesso, essi cercano di evitare che i meccanismi di
mercato siano l'unico termine di riferimento della vita
associata e tendono ad assoggettarli ad un controllo pubblico,
che faccia valere il principio della destinazione comune dei
beni della terra. Una certa abbondanza delle offerte di lavoro,
un solido sistema di sicurezza sociale e di avviamento
professionale, la libert di associazione e l'azione incisiva
del sindacato, la previdenza in caso di disoccupazione, gli
strumenti di partecipazione democratica alla vita sociale, in
questo contesto dovrebbero sottrarre il lavoro alla condizione
di "merce" e garantire la possibilit di svolgerlo dignitosamente.
Ci sono, poi, altre forze sociali e movimenti ideali che si
oppongono al marxismo con la costruzione di sistemi di 
"sicurezza nazionale", miranti a controllare in modo capillare
tutta la societ per rendere impossibile l'infiltrazione
marxista. Esaltando ed accrescendo la potenza dello Stato, essi
intendono preservare i loro popoli dal comunismo; ma, ci
facendo, corrono il grave rischio di distruggere quella libert
e quei valori della persona, in nome dei quali bisogna opporsi ad esso.
Un'altra forma di risposta pratica, infine,  rappresentata
dalla societ del benessere, o societ dei consumi. Essa tende
a sconfiggere il marxismo sul terreno di un puro materialismo,
mostrando come una societ di libero mercato possa conseguire
un soddisfacimento pi pieno dei bisogni materiali umani di
quello assicurato dal comunismo, ed escludendo egualmente i
valori spirituali.
In realt, se da una parte  vero che questo modello sociale
mostra il fallimento del marxismo di costruire una societ
nuova e migliore, dall'altra, negando autonoma esistenza e
valore alla morale, al diritto, alla cultura e alla religione,
converge con esso nel ridurre totalmente l'uomo alla sfera
dell'economico e del soddisfacimento dei bisogni materiali.
20. Nel medesimo periodo si svolge un grandioso processo di 
"decolonizzazione ", per il quale numerosi Paesi acquistano o
riacquistano l'indipendenza e il diritto a disporre liberamente
di s. Con la riconquista formale della sovranit statuale,
per, questi Paesi si trovano spesso appena all'inizio del
cammino nella costruzione di un'autentica indipendenza.
Difatti, settori decisivi dell'economia rimangono ancora nelle
mani di grandi imprese straniere, che non accettano di legarsi
durevolmente allo sviluppo del Paese che le ospita, e la stessa
vita politica  controllatata da forze straniere, mentre
all'interno delle frontiere dello Stato convivono gruppi
tribali, non ancora amalgamati in un'autentica comunit
nazionale. Manca, inoltre, un ceto di professionisti
competenti, capaci di far funzionare in modo onesto e regolare
l'apparato dello Stato, e mancano anche i quadri per
un'efficiente e responsabile gestione dell'economia.
Posta questa situazione, a molti sembra che il marxismo possa
offrire come una scorciatoia per l'edificazione della Nazione e
dello Stato, e nascono perci diverse varianti del socialismo
con un carattere nazionale specifico. Si mescolano cos nelle
molte ideologie, che vengono a formarsi in misura di volta in
volta diversa, legittime esigenze di riscatto nazionale, forme
di nazionalismo ed anche di militarismo, principi tratti da
antiche tradizioni popolari, talvolta consonanti con la
dottrina sociale cristiana, e concetti del marxismo-leninismo.
21.  da ricordare, infine, come dopo la seconda guerra
mondiale ed anche per reazione ai suoi orrori, si  diffuso un
sentimento pi vivo dei diritti umani, che ha trovato
riconoscimento in diversi Documenti internazionali e
nell'elaborazione, si direbbe, di un nuovo "diritto delle
genti", a cui la Santa Sede ha dato un costante contributo.
Perno di questa evoluzione  stata l'Organizzazione delle
Nazioni Unite. Non solo  cresciuta la coscienza del diritto
dei singoli, ma anche quella dei diritti delle Nazioni, mentre
si avverte meglio la necessit di agire per sanare i gravi
squilibri tra le diverse aree geografiche del mondo che, in un
certo senso, hanno trasferito il centro della questione sociale
dall'ambito nazionale al livello internazionale.
Nel prendere atto con soddisfazione di tale processo, non si
pu tuttavia tacere il fatto che il bilancio complessivo delle
diverse politiche di aiuto allo sviluppo non  sempre positivo.
Alle Nazioni Unite, inoltre, non  riuscito fino ad ora di
costruire strumenti efficaci per la soluzione dei conflitti
internazionali alternativi alla guerra, e sembra esser questo
il problema pi urgente che la comunit internazionale deve
ancora risolvere.
CAPITOLO 3 - L'ANNO 1989
22. Partendo dalla situazione mondiale ora descritta, e gi
ampiamente esposta nell'Enciclica Sollicitudo rei socialis, si
comprende l'inaspettata e promettente portata degli avvenimenti
degli ultimi anni. Il loro culmine certo sono stati gli
avvenimenti del 1989 nei Paesi dell'Europa centrale ed
orientale, ma essi abbracciano un arco di tempo ed un orizzonte
geografico pi ampi. Nel corso degli anni '80 crollano
progressivamente in alcuni Paesi dell'America Latina, ma anche
dell'Africa e dell'Asia certi regimi dittatoriali ed
oppressivi; in altri casi inizia un difficile, ma fecondo
cammino di transizione verso forme politiche pi partecipative
e pi giuste. Un contributo importante, anzi decisivo, ha dato
l'impegno della Chiesa per la difesa e la promozione dei
diritti dell'uomo: in ambienti fortemente ideologizzati, in cui
lo schieramento di parte offuscava la consapevolezza della
comune dignit umana, la Chiesa ha affermato con semplicit ed
energia che ogni uomo - quali che siano le sue convinzioni
personali - porta in s l'immagine di Dio e, quindi, merita
rispetto. In tale affermazione si  spesso riconosciuta la
grande maggioranza del popolo, e ci ha portato alla ricerca di
forme di lotta e di soluzioni politiche pi rispettose della
dignit della persona.
Da questo processo storico sono emerse nuove forme di
democrazia, che offrono la speranza di un cambiamento nelle
fragili strutture politiche e sociali, gravate dall'ipoteca di
una penosa serie di ingiustizie e di rancori, oltre che da
un'economia disastrata e da pesanti conflitti sociali. Mentre
con tutta la Chiesa rendo grazie a Dio per la testimonianza,
spesso eroica, che non pochi Pastori, intere comunit
cristiane, singoli fedeli ed altri uomini di buona volont
hanno dato in tali difficili circostanze, prego perch egli
sostenga gli sforzi di tutti per costruire un futuro migliore.
, questa, infatti una responsabilit non solo dei cittadini di
quei Paesi, ma di tutti i cristiani e degli uomini di buona
volont. Si tratta di mostrare che i complessi problemi di quei
popoli possono essere risolti col metodo del dialogo e della
solidariet, anzich con la lotta per la distruzione
dell'avversario e con la guerra.
23. Tra i numerosi fattori della caduta dei regimi oppressivi
alcuni meritano di essere ricordati in particolare. Il fattore
decisivo, che ha avviato i cambiamenti,  certamente la
violazione dei diritti del lavoro. Non si pu dimenticare che
la crisi fondamentale dei sistemi, che pretendono di esprimere
il governo ed anzi la dittatura degli operai, inizia con i
grandi moti avvenuti in Polonia in nome della solidariet. Sono
le folle dei lavoratori a delegittimare l'ideologia, che
presume di parlare in loro nome, ed a ritrovare e quasi
riscoprire, partendo dall'esperienza vissuta e difficile del
lavoro e dell'oppressione, espressioni e principi della
dottrina sociale della Chiesa.
Merita, poi, di essere sottolineato il fatto che alla caduta di
un simile "blocco", o impero, si arriva quasi dappertutto
mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della
verit e della giustizia. Mentre il marxismo riteneva che solo
portando agli estremi le contraddizioni sociali fosse possibile
arrivare alla loro soluzione mediante lo scontro violento, le
lotte che hanno condotto al crollo del marxismo insistono con
tenacia nel tentare tutte le vie del negoziato, del dialogo,
della testimonianza della verit, facendo appello alla
coscienza dell'avversario e cercando di risvegliare in lui il
senso della comune dignit umana.
Sembrava che l'ordine europeo, uscito dalla seconda guerra
mondiale e consacrato dagli Accordi di Yalta, potesse essere
scosso soltanto da un'altra guerra.  stato, invece, superato
dall'impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre
rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare
di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla
verit. Ci ha disarmato l'avversario, perch la violenza ha
sempre bisogno di legittimarsi con la menzogna, di assumere,
pur se falsamente, l'aspetto della difesa di un diritto o della
risposta a una minaccia altrui. Ringrazio ancora Dio che ha
sostenuto il cuore degli uomini nel tempo della difficile
prova, pregando perch un tale esempio possa valere in altri
luoghi ed in altre circostanze. Che gli uomini imparino a
lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla lotta
di classe nelle controversie interne, come alla guerra in
quelle internazionali.
24. Il secondo fattore di crisi  certamente l'inefficienza del
sistema economico, che non va considerata come un problema
soltanto tecnico, ma piuttosto come conseguenza della
violazione dei diritti umani all'iniziativa, alla propriet ed
alla libert nel settore dell'economia. A questo aspetto va poi
associata la dimensione culturale e nazionale: non  possibile
comprendere l'uomo partendo unilateralmente dal settore
dell'economia, n  possibile definirlo semplicemente in base
all'appartenenza di classe. L'uomo  compreso in modo pi
esauriente, se viene inquadrato nella sfera della cultura
attraverso il linguaggio, la storia e le posizioni che egli
assume davanti agli eventi fondamentali dell'esistenza, come il
nascere, l'amare, il lavorare, il morire. Al centro di ogni
cultura sta l'atteggiamento che l'uomo assume davanti al
mistero pi grande: il mistero di Dio. Le culture delle diverse
Nazioni sono, in fondo, altrettanti modi di affrontare la
domanda circa il senso dell'esistenza personale: quando tale
domanda viene eliminata, si corrompono la cultura e la vita
morale delle Nazioni. Per questo, la lotta per la difesa del
lavoro si  spontaneamente collegata a quella per la cultura e
per i diritti nazionali.
La vera causa delle novit, per,  il vuoto spirituale
provocato dall'ateismo, il quale ha lasciato prive di
orientamento le giovani generazioni e in non rari casi le ha
indotte, nell'insopprimibile ricerca della propria identit e
del senso della vita, a riscoprire le radici religiose della
cultura delle loro Nazioni e la stessa persona di Cristo, come
risposta esistenzialmente adeguata al desiderio di bene, di
verit e di vita che  nel cuore di ogni uomo. Questa ricerca 
stata confortata dalla testimonianza di quanti, in circostanze
difficili e nella persecuzione, sono rimasti fedeli a Dio. Il
marxismo aveva promesso di sradicare il bisogno di Dio dal
cuore dell'uomo, ma i risultati hanno dimostrato che non 
possibile riuscirci senza sconvolgere il cuore.
25. Gli avvenimenti dell' '89 offrono l'esempio del successo
della volont di negoziato e dello spirito evangelico contro un
avversario deciso a non lasciarsi vincolare da principi morali:
essi sono un monito per quanti, in nome del realismo politico,
vogliono bandire dall'arena politica il diritto e la morale.
Certo la lotta, che ha portato ai cambiamenti dell' '89, ha
richiesto lucidit, moderazione, sofferenze e sacrifici; in un
certo senso, essa  nata dalla preghiera, e sarebbe stata
impensabile senza un'illimitata fiducia in Dio, Signore della
storia, che ha nelle sue mani il cuore degli uomini.  unendo
la propria sofferenza per la verit e per la libert a quella
di Cristo sulla Croce che l'uomo pu compiere il miracolo della
pace ed  in grado di scorgere il sentiero spesso angusto tra
la vilt che cede al male e la violenza che, illudendosi di
combatterlo, lo aggrava.
Non si possono, tuttavia, ignorare gli innumerevoli
condizionamenti, in mezzo ai quali la libert del singolo uomo
si trova ad operare: essi influenzano, s, ma non determinano
la libert; rendono pi o meno facile il suo esercizio, ma non
possono distruggerla. Non solo non  lecito disattendere dal
punto di vista etico la natura dell'uomo che  fatto per la
libert, ma ci non  neppure possibile in pratica. Dove la
societ si organizza riducendo arbitrariamente o, addirittura,
sopprimendo la sfera in cui la libert legittimamente si
esercita, il risultato  che la vita sociale progressivamente
si disorganizza e decade.
Inoltre, l'uomo creato per la libert porta in s la ferita del
peccato originale, che continuamente lo attira verso il male e
lo rende bisognoso di redenzione. Questa dottrina non solo 
parte integrante della Rivelazione cristiana, ma ha anche un
grande valore ermeneutico, in quanto aiuta a comprendere la
realt umana. L'uomo tende verso il bene, ma  pure capace di
male; pu trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia,
rimanere ad esso legato. L'ordine sociale sar tanto pi
solido, quanto pi terr conto di questo fatto e non opporr
l'interesse personale a quello della societ nel suo insieme,
ma cercher piuttosto i modi della loro fruttuosa
coordinazione. Difatti, dove l'interesse individuale 
violentemente soppresso, esso  sostituito da un pesante
sistema di controllo burocratico, che inaridisce le fonti
dell'iniziativa e della creativit. Quando gli uomini ritengono
di possedere il segreto di un'organizzazione sociale perfetta
che renda impossibile il male, ritengono anche di poter usare
tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per
realizzarla. La politica diventa allora una "religione
secolare", che si illude di costruire il paradiso in questo
mondo. Ma qualsiasi societ politica, che possiede la sua
propria autonomia e le sue proprie leggi, non potr mai esser
confusa col Regno di Dio. La parabola evangelica del buon grano
e della zizzania (cf Mt 13,24-30.36-43) insegna che spetta solo
a Dio separare i soggetti del Regno ed i soggetti del Maligno,
e che siffatto giudizio avr luogo alla fine dei tempi.
Pretendendo di anticipare fin d'ora il giudizio, l'uomo si
sostituisce a Dio e si oppone alla sua pazienza.
Grazie al sacrificio di Cristo sulla Croce, la vittoria del
Regno di Dio  acquisita una volta per tutte; tuttavia, la
condizione cristiana comporta la lotta contro le tentazioni e
le forze del male. Solo alla fine della storia il Signore
ritorner nella gloria per il giudizio finale (cf Mt 25,31) con
l'instaurazione dei cieli nuovi e della terra nuova (cf 2 Pt 3,13;
Ap 21,1), ma, mentre dura il tempo, la lotta tra il bene
e il male continua fin nel cuore dell'uomo.
Ci che la Sacra Scrittura ci insegna in ordine ai destini del
Regno di Dio non  senza conseguenze per la vita delle societ
temporali, le quali - come dice la parola - appartengono alle
realt del tempo con quanto esso comporta di imperfetto e di
provvisorio. Il Regno di Dio, presente nel mondo senza essere
del mondo, illumina l'ordine dell'umana societ, mentre le
energie della grazia lo penetrano e lo vivificano. Cos son
meglio avvertite le esigenze di una societ degna dell'uomo,
sono rettificate le deviazioni,  rafforzato il coraggio
dell'operare per il bene. A tale compito di animazione
evangelica delle realt umane sono chiamati, unitamente a tutti
gli uomini di buona volont, i cristiani ed in special modo i laici.
26. Gli avvenimenti dell' '89 si sono svolti prevalentemente
nei Paesi dell'Europa orientale e centrale; tuttavia, hanno
un'importanza universale, poich ne discendono conseguenze
positive e negative che interessano tutta la famiglia umana.
Tali conseguenze non hanno un carattere meccanico o
fatalistico, ma sono piuttosto occasioni offerte alla libert
umana per collaborare col disegno misericordioso di Dio che
agisce nella storia.
Prima conseguenza  stato, in alcuni Paesi, l'incontro tra la
Chiesa e il Movimento operaio, nato da una reazione di ordine
etico ed esplicitamente cristiano contro una diffusa situazione
di ingiustizia. Per circa un secolo detto Movimento era finito
in parte sotto l'egemonia del marxismo, nella convinzione che i
proletari, per lottare efficacemente contro l'oppressione,
dovessero far proprie le teorie materialistiche ed
economicistiche.
Nella crisi del marxismo riemergono le forme spontanee della
coscienza operaia, che esprimono una domanda di giustizia e di
riconoscimento della dignit del lavoro, conforme alla dottrina
sociale della Chiesa. Il Movimento operaio confluisce in un
pi generale movimento degli uomini del lavoro e degli uomini
di buona volont per la liberazione della persona umana e per
l'affermazione dei suoi diritti; esso investe oggi molti Paesi
e, lungi dal contrapporsi alla Chiesa cattolica, guarda ad essa
con interesse.
La crisi del marxismo non elimina nel mondo le situazioni di
ingiustizia e di oppressione, da cui il marxismo stesso,
strumentalizzandole, traeva alimento. A coloro che oggi sono
alla ricerca di una nuova ed autentica teoria e prassi di
liberazione, la Chiesa offre non solo la sua dottrina sociale
e, in generale, il suo insegnamento circa la persona redenta in
Cristo, ma anche il concreto suo impegno ed aiuto per
combattere l'emarginazione e la sofferenza.
Nel recente passato il sincero desiderio di essere dalla parte
degli oppressi e di non esser tagliati fuori dal corso della
storia ha indotto molti credenti a cercare in diversi modi un
impossibile compromesso tra marxismo e cristianesimo. Il tempo
presente, mentre supera tutto ci che c'era di caduco in quei
tentativi, induce a riaffermare la positivit di un'autentica
teologia dell'integrale liberazione umana. Considerati da
questo punto di vista, gli avvenimenti del 1989 risultano
importanti anche per i Paesi del Terzo Mondo, che sono alla
ricerca della via del loro sviluppo, come lo sono stati per
quelli dell'Europa centrale ed orientale.
27. La seconda conseguenza riguarda i popoli dell'Europa. Molte
ingiustizie, individuali e sociali, regionali e nazionali, sono
state commesse negli anni in cui dominava il comunismo ed anche
prima; molti odi e rancori si sono accumulati.  reale il
pericolo che questi riesplodano dopo il crollo della dittatura,
provocando gravi conflitti e lutti, se verranno meno la
tensione morale e la forza cosciente di rendere testimonianza
alla verit che hanno animato gli sforzi nel tempo passato. 
da auspicare che l'odio e la violenza non trionfino nei cuori,
soprattutto di coloro che lottano per la giustizia, e cresca in
tutti lo spirito di pace e di perdono.
Occorrono, per, passi concreti per creare o consolidare
strutture internazionali capaci di intervenire, per il
conveniente arbitrato, nei conflitti che insorgono tra le
Nazioni, sicch ciascuna di esse possa far valere i propri
diritti e raggiungere il giusto accordo e la pacifica
composizione con i diritti delle altre. Tutto ci 
particolarmente necessario per le Nazioni europee, unite
intimamente tra loro nel vincolo della comune cultura e storia
millenaria. Occorre un grande sforzo per la ricostruzione
morale ed economica nei Paesi che hanno abbandonato il
comunismo. Per molto tempo le relazioni economiche pi
elementari sono state distorte, ed anche fondamentali virt
legate al settore dell'economia, come la veridicit,
l'affidabilit, la laboriosit, sono state mortificate. Occorre
una paziente ricostruzione materiale e morale, mentre i popoli
stremati da lunghe privazioni chiedono ai loro governanti
risultati tangibili ed immediati di benessere ed adeguato
soddisfacimento delle loro legittime aspirazioni.
La caduta del marxismo naturalmente ha avuto effetti di grande
portata in ordine alla divisione della terra in mondi chiusi
l'uno all'altro ed in gelosa concorrenza tra loro. Essa mette
in luce pi chiaramente la realt dell'interdipendenza dei
popoli, nonch il fatto che il lavoro umano per sua natura 
destinato ad unire i popoli, non gi a dividerli. La pace e la
prosperit, infatti, sono beni che appartengono a tutto il
genere umano, sicch non  possibile goderne correttamente e
durevolmente se vengono ottenuti e conservati a danno di altri
popoli e Nazioni, violando i loro diritti o escludendoli dalle
fonti del benessere.
28. Per alcuni Paesi di Europa inizia, in un certo senso, il
vero dopoguerra. Il radicale riordinamento delle economie, fino
a ieri collettivizzate, comporta problemi e sacrifici, i quali
possono esser paragonati a quelli che i Paesi occidentali del
Continente si imposero per la loro ricostruzione dopo il
secondo conflitto mondiale.  giusto che nelle presenti
difficolt i Paesi ex-comunisti siano sostenuti dallo sforzo
solidale delle altre Nazioni: ovviamente, essi devono essere i
primi artefici del proprio sviluppo; ma deve esser data loro
una ragionevole opportunit di realizzarlo, e ci non pu
avvenire senza l'aiuto degli altri Paesi. Del resto, la
presente condizione di difficolt e di penuria  la conseguenza
di un processo storico, di cui i Paesi ex-comunisti sono stati
spesso oggetto, e non soggetto: essi, perci, si trovano in
tale situazione non per libera scelta o a causa di errori
commessi, ma in conseguenza di tragici eventi storici imposti
con la violenza, i quali hanno loro impedito di proseguire
lungo la via dello sviluppo economico e civile.
L'aiuto degli altri Paesi soprattutto europei, che hanno avuto
parte nella medesima storia e ne portano le responsabilit,
corrisponde ad un debito di giustizia. Ma corrisponde anche
all'interesse ed al bene generale dell'Europa, che non potr
vivere in pace, se i conflitti di diversa natura, che emergono
come conseguenza del passato, saranno resi pi acuti da una
situazione di disordine economico, di spirituale
insoddisfazione e disperazione.
Questa esigenza, per, non deve indurre a rallentare gli sforzi
per il sostegno e l'aiuto ai Paesi del Terzo Mondo, che
soffrono spesso di condizioni di insufficienza e di povert
assai pi gravi. Sar necessario uno sforzo straordinario per
mobilitare le risorse, di cui il mondo nel suo insieme non 
privo, verso fini di crescita economica e di sviluppo comune,
ridefinendo le priorit e le scale di valori, in base alle
quali si decidono le scelte economiche e politiche. Ingenti
risorse possono essere rese disponbili col disarmo degli enormi
apparati militari, costruiti per il conflitto tra Est e Ovest.
Esse potranno risultare ancora pi ingenti, se si riuscir a
stabilire affidabili procedure per la soluzione dei conflitti,
alternative alla guerra, ed a diffondere, quindi, il principio
del controllo e della riduzione degli armamenti anche nei Paesi
del Terzo Mondo, adottando opportune misure contro il loro
commercio. Ma soprattutto sar necessario abbandonare la
mentalit che considera i poveri - persone e popoli - come un
fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di
consumare quanto altri han prodotto. I poveri chiedono il
diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di
mettere a frutto la loro capacit di lavoro, creando cos un
mondo pi giusto e per tutti pi prospero. L'elevazione dei
poveri  una grande occasione per la crescita morale, culturale
ed anche economica dell'intera umanit.
29. Lo sviluppo, infine, non deve essere inteso in un modo
esclusivamente economico, ma in senso integralmente umano.
Non si tratta solo di elevare tutti i popoli al livello di cui
godono oggi i Paesi pi ricchi, ma di costruire nel lavoro
solidale una vita pi degna, di far crescere effettivamente la
dignit e la creativit di ogni singola persona, la sua
capacit di rispondere alla propria vocazione e, dunque,
all'appello di Dio, in essa contenuto. Al culmine dello
sviluppo sta l'esercizio del diritto-dovere di cercare Dio, di
conoscerlo e di vivere secondo tale conoscenza. Nei regimi
totalitari ed autoritari  stato portato all'estremo il
principio del primato della forza sulla ragione. L'uomo  stato
costretto a subire una concezione della realt imposta con la
forza, e non conseguita mediante lo sforzo della propria
ragione e l'esercizio della propria libert. Bisogna rovesciare
quel principio e riconoscere integralmente i diritti della
coscienza umana, legata solo alla verit sia naturale che
rivelata. Nel riconoscimento di questi diritti consiste il
fondamento primario di ogni ordinamento politico autenticamente
libero.  importante riaffermare tale principio per vari motivi:
a) perch le antiche forme di totalitarismo e di autoritarismo
non sono ancora del tutto debellate, ed esiste anzi il rischio
che riprendano vigore: ci sollecita ad un rinnovato sforzo di
collaborazione e di solidariet tra tutti i Paesi;
b) perch nei Paesi sviluppati si fa a volte un'eccessiva
propaganda dei valori puramente utilitaristici, con la
sollecitazione sfrenata degli istinti e delle tendenze al
godimento immediato, la quale rende difficile il riconoscimento
ed il rispetto della gerarchia dei veri valori dell'umana esistenza;
c) perch in alcuni Paesi emergono nuove forme di
fondamentalismo religioso che, velatamente o anche apertamente,
negano ai cittadini di fedi diverse da quelle della maggioranza
il pieno esercizio dei loro diritti civili o religiosi,
impediscono loro di entrare nel dibattito culturale,
restringono il diritto della Chiesa a predicare il Vangelo e il
diritto degli uomini, che ascoltano tale predicazione, ad
accoglierla ed a convertirsi a Cristo. Nessun autentico
progresso  possibile senza il rispetto del naturale ed
originario diritto di conoscere la verit e di vivere secondo
essa. A questo diritto  legato, come suo esercizio ed
approfondimento, il diritto di scoprire e di accogliere
liberamente Ges Cristo, che  il vero bene dell'uomo.
CAPITOLO 4 - LA PROPRIET PRIVATA E L'UNIVERSALE DESTINAZIONE DEI BENI
30. Nella Rerum novarum Leone XIII affermava con forza e con
vari argomenti, contro il socialismo del suo tempo, il
carattere naturale del diritto di propriet privata. Tale
diritto, fondamentale per l'autonomia e lo sviluppo della
persona,  stato sempre difeso dalla Chiesa fino ai nostri
giorni. Parimenti, la Chiesa insegna che la propriet dei beni
non  un diritto assoluto, ma porta inscritti nella sua natura
di diritto umano i propri limiti.
Mentre proclamava il diritto di propriet privata, il Pontefice
affermava con pari chiarezza che l'" uso " dei beni, affidato
alla libert,  subordinato alla loro originaria destinazione
comune di beni creati ed anche alla volont di Ges Cristo,
manifestata nel Vangelo. Infatti scriveva: " I fortunati dunque
sono ammoniti ...: i ricchi debbono tremare, pensando alle
minacce di Ges Cristo ...; dell'uso dei loro beni dovranno un
giorno rendere rigorosissimo conto a Dio giudice "; e, citando
san Tommaso d'Aquino, aggiungeva: " Ma se si domanda quale
debba essere l'uso di tali beni, la Chiesa ... non esita a
rispondere che a questo proposito l'uomo non deve possedere i
beni esterni come propri, ma come comuni ", perch " sopra le
leggi e i giudizi degli uomini sta la legge, il giudizio di Cristo".
I successori di Leone XIII hanno ripetuto la duplice
affermazione: la necessit e, quindi, la liceit della
propriet privata ed insieme i limiti che gravano su di essa.
Anche il Concilio Vaticano II ha riproposto la dottrina
tradizionale con parole che meritano di essere riportate
esattamente: " L'uomo, usando di questi beni, deve considerare
le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come
proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono giovare
non unicamente a lui, ma anche agli altri ". E poco oltre: " La
propriet privata o un qualche potere sui beni esterni
assicurano a ciascuno una zona del tutto necessaria di
autonomia personale e familiare, e devono considerarsi come un
prolungamento della libert umana ... La stessa propriet
privata ha per sua natura anche una funzione sociale, che si
fonda sulla legge della comune destinazione dei beni ". La
stessa dottrina ho ripreso prima nel discorso alla III
Conferenza dell'Episcopato latino-americano a Puebla, e poi
nelle Encicliche Laborem exercens e Sollicitudo rei socialis.
31. Rileggendo tale insegnamento sul diritto di propriet e la
destinazione comune dei beni in rapporto al nostro tempo, si
pu porre la domanda circa l'origine dei beni che sostentano la
vita dell'uomo, soddisfano i suoi bisogni e sono oggetto dei suoi diritti.
La prima origine di tutto ci che  bene  l'atto stesso di Dio
che ha creato la terra e l'uomo, ed all'uomo ha dato la terra
perch la domini col suo lavoro e ne goda i frutti (cf Gn 1,28-
29). Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perch essa
sostenti tutti i suoi membri, senza escludere n privilegiare
nessuno.  qui la radice dell'universale destinazione dei beni
della terra. Questa, in ragione della sua stessa fecondit e
capacit di soddisfare i bisogni dell'uomo,  il primo dono di
Dio per il sostentamento della vita umana. Ora, la terra non
dona i suoi frutti senza una peculiare risposta dell'uomo al
dono di Dio, cio senza il lavoro:  mediante il lavoro che
l'uomo, usando la sua intelligenza e la sua libert, riesce a
dominarla e ne fa la sua degna dimora. In tal modo egli fa
propria una parte della terra, che appunto si  acquistata col
lavoro.  qui l'origine della propriet individuale. E
ovviamente egli ha anche la responsabilit di non impedire che
altri uomini abbiano la loro parte del dono di Dio, anzi deve
cooperare con loro per dominare insieme tutta la terra.
Nella storia si ritrovano sempre questi due fattori, il lavoro
e la terra, al principio di ogni societ umana; non sempre,
per, essi stanno nella medesima relazione tra loro. Un tempo
la naturale fecondit della terra appariva e di fatto era il
principale fattore della ricchezza, mentre il lavoro era come
l'aiuto ed il sostegno di tale fecondit. Nel nostro tempo
diventa sempre pi rilevante il ruolo del lavoro umano, come
fattore produttivo delle ricchezze immateriali e materiali;
diventa, inoltre, evidente come il lavoro di un uomo si
intrecci naturalmente con quello di altri uomini. Oggi pi che
mai lavorare  un lavorare con gli altri e un lavorare per gli
altri:  un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro  tanto pi
fecondo e produttivo, quanto pi l'uomo  capace di conoscere
le potenzialit produttive della terra e di leggere in
profondit i bisogni dell'altro uomo, per il quale il lavoro  fatto.
32. Ma un'altra forma di propriet esiste, in particolare, nel
nostro tempo e riveste un'importanza non inferiore a quella
della terra: la propriet della conoscenza, della tecnica e
del sapere. Su questo tipo di propriet si fonda la ricchezza
delle Nazioni industrializzate molto pi che su quella delle 
risorse naturali.
Si  ora accennato al fatto che l'uomo lavora con gli altri
uomini, partecipando ad un "lavoro sociale" che abbraccia
cerchi progressivamente pi ampi. Chi produce un oggetto, lo fa
in genere, oltre che per l'uso personale, perch altri possano
usarne dopo aver pagato il giusto prezzo, stabilito di comune
accordo mediante una libera trattativa. Ora, proprio la
capacit di conoscere tempestivamente i bisogni degli altri
uomini e le combinazioni dei fattori produttivi pi idonei a
soddisfarli,  un'altra importante fonte di ricchezza nella
societ moderna. Del resto, molti beni non possono essere
prodotti in modo adeguato dall'opera di un solo individuo, ma
richiedono la collaborazione di molti al medesimo fine.
Organizzare un tale sforzo produttivo, pianificare la sua
durata nel tempo, procurare che esso corrisponda in modo
positivo ai bisogni che deve soddisfare, assumendo i rischi
necessari: , anche questo, una fonte di ricchezza nell'odierna
societ. Cos diventa sempre pi evidente e determinante il
ruolo del lavoro umano disciplinato e creativo e - quale parte
essenziale di tale lavoro - delle capacit di iniziativa e di
imprenditorialit.
Un tale processo, che mette concretamente in luce una verit
sulla persona incessantemente affermata dal cristianesimo, deve
essere riguardato con attenzione e favore. In effetti, la
principale risorsa dell'uomo insieme con la terra  l'uomo
stesso.  la sua intelligenza che fa scoprire le potenzialit
produttive della terra e le multiformi modalit con cui i
bisogni umani possono essere soddisfatti.  il suo disciplinato
lavoro, in solidale collaborazione, che consente la creazione
di comunit di lavoro sempre pi ampie ed affidabili per
operare la trasformazione dell'ambiente naturale e dello stesso
ambiente umano. In questo processo sono coinvolte importanti
virt, come la diligenza, la laboriosit, la prudenza
nell'assumere i ragionevoli rischi, l'affidabilit e la fedelt
nei rapporti interpersonali, la fortezza nell'esecuzione di
decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro
comune dell'azienda e per far fronte agli eventuali rovesci di fortuna.
La moderna economia d'impresa comporta aspetti positivi, la cui
radice  la libert della persona, che si esprime in campo
economico come in tanti altri campi. L'economia, infatti,  un
settore della multiforme attivit umana, ed in essa, come in
ogni altro campo, vale il diritto alla libert, come il dovere
di fare un uso responsabile di essa. Ma  importante notare che
ci sono differenze specifiche tra queste tendenze della moderna
societ e quelle del passato anche recente. Se un tempo il
fattore decisivo della produzione era la terra e pi tardi il
capitale, inteso come massa di macchinari e di beni
strumentali, oggi il fattore decisivo  sempre pi l'uomo
stesso, e cio la sua capacit di conoscenza che viene in luce
mediante il sapere scientifico, la sua capacit di
organizzazione solidale, la sua capacit di intuire e
soddisfare il bisogno dell'altro.
33. Non si possono, tuttavia, non denunciare i rischi ed i
problemi connessi con questo tipo di processo. Di fatto, oggi
molti uomini, forse la grande maggioranza, non dispongono di
strumenti che consentono di entrare in modo effettivo ed
umanamente degno all'interno di un sistema di impresa, nel
quale il lavoro occupa una posizione davvero centrale. Essi non
hanno la possibilit di acquisire le conoscenze di base, che
permettono di esprimere la loro creativit e di sviluppare le
loro potenzialit, n di entrare nella rete di conoscenze ed
intercomunicazioni, che consentirebbe di vedere apprezzate ed
utilizzate la loro qualit. Essi insomma, se non proprio
sfruttati, sono ampiamente emarginati, e lo sviluppo economico
si svolge, per cos dire, sopra la loro testa, quando non
restringe addirittura gli spazi gi angusti delle loro antiche
economie di sussistenza. Incapaci di resistere alla concorrenza
di merci prodotte in modi nuovi e ben rispondenti ai bisogni,
che prima essi solevano fronteggiare con forme organizzative
tradizionali, allettati dallo splendore di un'opulenza
ostentata, ma per loro irraggiungibile e, al tempo stesso,
stretti dalla necessit, questi uomini affollano le citt del
Terzo Mondo, dove spesso sono culturalmente sradicati e si
trovano in situazioni di violenta precariet, senza possibilit
di integrazione. Ad essi di fatto non si riconosce dignit, e
talora si cerca di eliminarli dalla storia mediante forme
coatte di controllo demografico, contrarie alla dignit umana.
Molti altri uomini, pur non essendo del tutto emarginati,
vivono all'interno di ambienti in cui  assolutamente primaria
la lotta per il necessario e vigono ancora le regole del
capitalismo delle origini, nella "spietatezza" di una
situazione che non ha nulla da invidiare a quella dei momenti
pi bui della prima fase di industrializzazione. In altri casi
 ancora la terra ad essere l'elemento centrale del processo
economico, e coloro che la coltivano, esclusi dalla sua
propriet, sono ridotti in condizioni di semi-servit. In
questi casi si pu ancora oggi, come al tempo della Rerum
novarum, parlare di uno sfruttamento inumano. Nonostante i
grandi mutamenti avvenuti nelle societ pi avanzate, le
carenze umane del capitalismo, col conseguente dominio delle
cose sugli uomini, sono tutt'altro che scomparse; anzi, per i
poveri alla mancanza di beni materiali si  aggiunta quella del
sapere e della conoscenza, che impedisce loro di uscire dallo
stato di umiliante subordinazione.
Purtroppo, la grande maggioranza degli abitanti del Terzo Mondo
vive ancora in simili condizioni. Sarebbe, per, errato
intendere questo Mondo in un senso soltanto geografico. In
alcune regioni ed in alcuni settori sociali di esso sono stati
attivati processi di sviluppo incentrati non tanto sulla
valorizzazione delle risorse materiali, quanto su quella della
"risorsa umana".
In anni non lontani  stato sostenuto che lo sviluppo
dipendesse dall'isolamento dei Paesi pi poveri dal mercato
mondiale e dalla loro fiducia nelle sole proprie forze.
L'esperienza recente ha dimostrato che i Paesi che si sono
esclusi hanno conosciuto stagnazione e regresso, mentre hanno
conosciuto lo sviluppo i Paesi che sono riusciti ad entrare
nella generale interconnessione delle attivit economiche a
livello internazionale. Sembra, dunque, che il maggior problema
sia quello di ottenere un equo accesso al mercato
internazionale, fondato non sul principio unilaterale dello
sfruttamento delle risorse naturali, ma sulla valorizzazione
delle risorse umane.
Aspetti tipici del Terzo Mondo, per, emergono anche nei Paesi
sviluppati, dove l'incessante trasformazione dei modi di
produrre e di consumare svaluta certe conoscenze gi acquisite
e professionalit consolidate, esigendo un continuo sforzo di
riqualificazione e di aggiornamento. Coloro che non riescono a
tenersi al passo con i tempi possono facilmente essere
emarginati; insieme con essi lo sono gli anziani, i giovani
incapaci di ben inserirsi nella vita sociale e, in genere, i
soggetti pi deboli e il cosiddetto Quarto Mondo. Anche la
situazione della donna in queste condizioni  tutt'altro che facile.
34. Sembra che, tanto a livello delle singole Nazioni quanto a
quello dei rapporti internazionali, il libero mercato sia lo
strumento pi efficace per collocare le risorse e rispondere
efficacemente ai bisogni. Ci, tuttavia, vale solo per quei
bisogni che sono " solvibili ", che dispongono di un potere
d'acquisto, e per quelle risorse che sono " vendibili ", in
grado di ottenere un prezzo adeguato. Ma esistono numerosi
bisogni umani che non hanno accesso al mercato.  stretto
dovere di giustizia e di verit impedire che i bisogni umani
fondamentali rimangano insoddisfatti e che gli uomini che ne
sono oppressi periscano. , inoltre, necessario che questi
uomini bisognosi siano aiutati ad acquisire le conoscenze, ad
entrare nel circolo delle interconnessioni, a sviluppare le
loro attitudini per valorizzare al meglio capacit e risorse.
Prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti e
delle forme di giustizia, che le son proprie, esiste un
qualcosa che  dovuto all'uomo perch  uomo, in forza della
sua eminente dignit. Questo qualcosa dovuto comporta
inseparabilmente la possibilit di sopravvivere e di dare un
contributo attivo al bene comune dell'umanit.
Nei contesti di Terzo Mondo conservano la loro validit (in
certi casi  ancora un traguardo da raggiungere) proprio quegli
obiettivi indicati dalla Rerum novarum, per evitare la
riduzione del lavoro dell'uomo e dell'uomo stesso al livello di
una semplice merce: il salario sufficiente per la vita della
famiglia; le assicurazioni sociali per la vecchiaia e la
disoccupazione; la tutela adeguata delle condizioni di lavoro.
35. Si apre qui un grande e fecondo campo di impegno e di
lotta, nel nome della giustizia, per i sindacati e per le altre
organizzazioni dei lavoratori, che ne difendono i diritti e ne
tutelano la soggettivit, svolgendo al tempo stesso una
funzione essenziale di carattere culturale, per farli
partecipare in modo pi pieno e degno alla vita della Nazione
ed aiutarli lungo il cammino dello sviluppo.
In questo senso si pu giustamente parlare di lotta contro un
sistema economico, inteso come metodo che assicura l'assoluta
prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di
produzione e della terra rispetto alla libera soggettivit del
lavoro dell'uomo. A questa lotta contro un tale sistema non
si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che
di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una societ
del lavoro libero, dell'impresa e della partecipazione. Essa
non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente
controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da
garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la societ.
La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come
indicatore del buon andamento dell'azienda: quando un'azienda
produce profitto, ci significa che i fattori produttivi sono
stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani
debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non  l'unico
indice delle condizioni dell'azienda.  possibile che i conti
economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che
costituiscono il patrimonio pi prezioso dell'azienda, siano
umiliati e offesi nella loro dignit. Oltre ad essere
moralmente inammissibile, ci non pu non avere in prospettiva
riflessi negativi anche per l'efficienza economica
dell'azienda. Scopo dell'impresa, infatti, non  semplicemente
la produzione del profitto, bens l'esistenza stessa
dell'impresa come comunit di uomini che, in diverso modo,
perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e
costituiscono un particolare gruppo al servizio dell'intera
societ. Il profitto  un regolatore della vita dell'azienda,
ma non  l'unico; ad esso va aggiunta la considerazione di
altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno
egualmente essenziali per la vita dell'impresa.
Si  visto come  inaccettabile l'affermazione che la sconfitta
del cosiddetto "socialismo reale" lasci il capitalismo come
unico modello di organizzazione economica. Occorre rompere le
barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini
dello sviluppo, assicurare a tutti - individui e Nazioni - le
condizioni di base, che consentano di partecipare allo
sviluppo. Tale obiettivo richiede sforzi programmati e
responsabili da parte di tutta la comunit internazionale.
Occorre che le Nazioni pi forti sappiano offrire a quelle pi
deboli occasioni di inserimento nella vita internazionale, e
che quelle pi deboli sappiano cogliere tali occasioni, facendo
gli sforzi e i sacrifici necessari, assicurando la stabilit
del quadro politico ed economico, la certezza di prospettive
per il futuro, la crescita delle capacit dei propri
lavoratori, la formazione di imprenditori efficienti e
consapevoli delle loro responsabilit.
Al presente sugli sforzi positivi che sono compiuti in
proposito grava il problema, in gran parte ancora irrisolto,
del debito estero dei Paesi pi poveri.  certamente giusto il
principio che i debiti debbano essere pagati; non  lecito,
per, chiedere o pretendere un pagamento, quando questo
verrebbe ad imporre di fatto scelte politiche tali da spingere
alla fame e alla disperazione intere popolazioni. Non si pu
pretendere che i debiti contratti siano pagati con
insopportabili sacrifici. In questi casi  necessario - come,
del resto, sta in parte avvenendo - trovare modalit di
alleggerimento, di dilazione o anche di estinzione del debito,
compatibili col fondamentale diritto dei popoli alla
sussistenza ed al progresso.
36. Conviene ora rivolgere l'attenzione agli specifici problemi
ed alle minacce, che insorgono all'interno delle economie pi
avanzate e sono connesse con le loro peculiari caratteristiche.
Nelle precedenti fasi dello sviluppo, l'uomo  sempre vissuto
sotto il peso della necessit: i suoi bisogni erano pochi,
fissati in qualche modo gi nelle strutture oggettive della sua
costituzione corporea, e l'attivit economica era orientata a
soddisfarli.  chiaro che oggi il problema non  solo di
offrirgli una quantit di beni sufficienti, ma  quello di
rispondere ad una domanda di qualit: qualit delle merci da
produrre e da consumare; qualit dei servizi di cui usufruire;
qualit dell'ambiente e della vita in generale.
La domanda di un'esistenza qualitativamente pi soddisfacente e
pi ricca  in s cosa legittima; ma non si possono non
sottolineare le nuove responsabilit ed i pericoli connessi con
questa fase storica. Nel modo in cui insorgono e sono definiti
i nuovi bisogni,  sempre operante una concezione pi o meno
adeguata dell'uomo e del suo vero bene: attraverso le scelte di
produzione e di consumo si manifesta una determinata cultura,
come concezione globale della vita.  qui che sorge il fenomeno
del consumismo. Individuando nuovi bisogni e nuove modalit per
il loro soddisfacimento,  necessario lasciarsi guidare da
un'immagine integrale dell'uomo, che rispetti tutte le
dimensioni del suo essere e subordini quelle materiali e
istintive a quelle interiori e spirituali. Al contrario,
rivolgendosi direttamente ai suoi istinti e prescindendo in
diverso modo dalla sua realt personale cosciente e libera, si
possono creare abitudini di consumo e stili di vita
oggettivamente illeciti e spesso dannosi per la sua salute
fisica e spirituale. Il sistema economico non possiede al suo
interno criteri che consentano di distinguere correttamente le
forme nuove e pi elevate di soddisfacimento dei bisogni umani
dai nuovi bisogni indotti, che ostacolano la formazione di una
matura personalit. , perci, necessaria ed urgente una grande
opera educativa e culturale, la quale comprenda l'educazione
dei consumatori ad un uso responsabile del loro potere di
scelta, la formazione di un alto senso di responsabilit nei
produttori e, soprattutto, nei professionisti delle
comunicazioni di massa, oltre che il necessario intervento
delle pubbliche Autorit.
Un esempio vistoso di consumo artificiale, contrario alla
salute e alla dignit dell'uomo e certo non facile a
controllare,  quello della droga. La sua diffusione  indice
di una grave disfunzione del sistema sociale e sottintende
anch'essa una "lettura" materialistica e, in un certo senso,
distruttiva dei bisogni umani. Cos la capacit innovativa
dell'economia libera finisce con l'attuarsi in modo unilaterale
ed inadeguato. La droga come anche la pornografia ed altre
forme di consumismo, sfruttando la fragilit dei deboli,
tentano di riempire il vuoto spirituale che si  venuto a creare.
Non  male desiderare di viver meglio, ma  sbagliato lo stile
di vita che si presume esser migliore, quando  orientato
all'avere e non all'essere e vuole avere di pi non per essere
di pi, ma per consumare l'esistenza in un godimento fine a se
stesso.  necessario, perci, adoperarsi per costruire stili
di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e
la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano
gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei
risparmi e degli investimenti. In proposito, non posso
ricordare solo il dovere della carit, cio il dovere di
sovvenire col proprio "superfluo" e, talvolta, anche col
proprio "necessario" per dare ci che  indispensabile alla
vita del povero. Alludo al fatto che anche la scelta di
investire in un luogo piuttosto che in un altro, in un settore
produttivo piuttosto che in un altro,  sempre una scelta
morale e culturale. Poste certe condizioni economiche e di
stabilit politica assolutamente imprescindibili, la decisione
di investire, cio di offrire ad un popolo l'occasione di
valorizzare il proprio lavoro,  anche determinata da un
atteggiamento di simpatia e dalla fiducia nella Provvidenza,
che rivelano la qualit umana di colui che decide.
37. Del pari preoccupante, accanto al problema del consumismo e
con esso strettamente connessa,  la questione ecologica.
L'uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, pi che di
essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e
disordinata le risorse della terra e la sua stessa vita. Alla
radice dell'insensata distruzione dell'ambiente naturale c' un
errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo.
L'uomo, che scopre la sua capacit di trasformare e, in un
certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica
che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria
donazione delle cose da parte di Dio. Egli pensa di poter
disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza
riserve alla sua volont, come se essa non avesse una propria
forma ed una destinazione anteriore datale da Dio, che l'uomo
pu, s, sviluppare, ma non deve tradire. Invece di svolgere il
suo ruolo di collaboratore di Dio nell'opera della creazione,
l'uomo si sostituisce a Dio e cos finisce col provocare la
ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui.
Si avverte in ci, prima di tutto, una povert o meschinit
dello sguardo dell'uomo, animato dal desiderio di possedere le
cose anzich di riferirle alla verit, e privo di
quell'atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico che
nasce dallo stupore per l'essere e per la bellezza, il quale fa
leggere nelle cose visibili il messaggio del Dio invisibile che
le ha create. Al riguardo, l'umanit di oggi deve essere
conscia dei suoi doveri e compiti verso le generazioni future.
38. Oltre all'irrazionale distruzione dell'ambiente naturale 
qui da ricordare quella, ancor pi grave, dell'ambiente umano,
a cui peraltro si  lontani dal prestare la necessaria
attenzione. Mentre ci si preoccupa giustamente, anche se molto
meno del necessario, di preservare gli " habitat " naturali
delle diverse specie animali minacciate di estinzione, perch
ci si rende conto che ciascuna di esse apporta un particolare
contributo all'equilibrio generale della terra, ci si impegna
troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di
un'autentica "ecologia umana". Non solo la terra  stata data
da Dio all'uomo, che deve usarla rispettando l'intenzione
originaria di bene, secondo la quale gli  stata donata; ma
l'uomo  donato a se stesso da Dio e deve, perci, rispettare
la struttura naturale e morale, di cui  stato dotato. Sono da
menzionare, in questo contesto, i gravi problemi della moderna
urbanizzazione, la necessit di un urbanesimo preoccupato della
vita delle persone, come anche la debita attenzione ad 
un'"ecologia sociale" del lavoro.
L'uomo riceve da Dio la sua essenziale dignit e con essa la
capacit di trascendere ogni ordinamento della societ verso la
verit ed il bene. Egli, tuttavia,  anche condizionato dalla
struttura sociale in cui vive, dall'educazione ricevuta e
dall'ambiente. Questi elementi possono facilitare oppure
ostacolare il suo vivere secondo verit. Le decisioni, grazie
alle quali si costituisce un ambiente umano, possono creare
specifiche strutture di peccato, impedendo la piena
realizzazione di coloro che da esse sono variamente oppressi.
Demolire tali strutture e sostituirle con pi autentiche forme
di convivenza  un compito che esige coraggio e pazienza.
39. La prima e fondamentale struttura a favore dell'" ecologia
umana "  la famiglia, in seno alla quale l'uomo riceve le
prime e determinanti nozioni intorno alla verit ed al bene,
apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi,
che cosa vuol dire in concreto essere una persona. Si intende
qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono
reciproco di s da parte dell'uomo e della donna crea un
ambiente di vita nel quale il bambino pu nascere e sviluppare
le sue potenzialit, diventare consapevole della sua dignit e
prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile destino.
Spesso accade, invece, che l'uomo  scoraggiato dal realizzare
le condizioni autentiche della riproduzione umana, ed  indotto
a considerare se stesso e la propria vita come un insieme di
sensazioni da sperimentare anzich come un'opera da compiere.
Di qui nasce una mancanza di libert che fa rinunciare
all'impegno di legarsi stabilmente con un'altra persona e di
generare dei figli, oppure induce a considerare costoro come
una delle tante "cose" che  possibile avere o non avere,
secondo i propri gusti, e che entrano in concorrenza con altre possibilit.
Occorre tornare a considerare la famiglia come il santuario
della vita. Essa, infatti,  sacra:  il luogo in cui la vita,
dono di Dio, pu essere adeguatamente accolta e protetta contro
i molteplici attacchi a cui  esposta, e pu svilupparsi
secondo le esigenze di un'autentica crescita umana. Contro la
cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede
della cultura della vita.
L'ingegno dell'uomo sembra orientarsi, in questo campo, pi a
limitare, sopprimere o annullare le fonti della vita ricorrendo
perfino all'aborto, purtroppo cos diffuso nel mondo, che a
difendere e ad aprire le possibilit della vita stessa.
Nell'Enciclica Sollicitudo rei socialis sono state denunciate
le campagne sistematiche contro la natalit, che, in base ad
una concezione distorta del problema demografico e in un clima
di "assoluta mancanza di rispetto per la libert di decisione
delle persone interessate", le sottopongono non di rado " a
intolleranti pressioni ... per piegarle a questa forma nuova di
"oppressione". Si tratta di politiche che con nuove tecniche
estendono il loro raggio di azione fino ad arrivare, come in
una "guerra chimica", ad avvelenare la vita di milioni di
esseri umani indifesi.
Queste critiche sono rivolte non tanto contro un sistema
economico, quanto contro un sistema etico-culturale.
L'economia, infatti,  solo un aspetto ed una dimensione della
complessa attivit umana. Se essa  assolutizzata, se la
produzione ed il consumo delle merci finiscono con l'occupare
il centro della vita sociale e diventano l'unico valore della
societ, non subordinato ad alcun altro, la causa va ricercata
non solo e non tanto nel sistema economico stesso, quanto nel
fatto che l'intero sistema socio-culturale, ignorando la
dimensione etica e religiosa, si  indebolito e ormai si limita
solo alla produzione dei beni e dei servizi.
Tutto ci si pu riassumere affermando ancora una volta che la
libert economica  soltanto un elemento della libert umana.
Quando quella si rende autonoma, quando cio l'uomo  visto pi
come un produttore o un consumatore di beni che come un
soggetto che produce e consuma per vivere, allora perde la sua
necessaria relazione con la persona umana e finisce con
l'alienarla ed opprimerla.
40.  compito dello Stato provvedere alla difesa e alla tutela
di quei beni collettivi, come l'ambiente naturale e l'ambiente
umano, la cui salvaguardia non pu essere assicurata dai
semplici meccanismi di mercato. Come ai tempi del vecchio
capitalismo lo Stato aveva il dovere di difendere i diritti
fondamentali del lavoro, cos ora col nuovo capitalismo esso e
l'intera societ hanno il dovere di difendere i beni collettivi
che, tra l'altro, costituiscono la cornice al cui interno
soltanto  possibile per ciascuno conseguire legittimamente i
suoi fini individuali.
Si ritrova qui un nuovo limite del mercato: ci sono bisogni
collettivi e qualitativi che non possono essere soddisfatti
mediante i suoi meccanismi; ci sono esigenze umane importanti
che sfuggono alla sua logica; ci sono dei beni che, in base
alla loro natura, non si possono e non si debbono vendere e
comprare. Certo, i meccanismi di mercato offrono sicuri
vantaggi: aiutano, tra l'altro, ad utilizzare meglio le
risorse; favoriscono lo scambio dei prodotti e, soprattutto,
pongono al centro la volont e le preferenze della persona che
nel contratto si incontrano con quelle di un'altra persona.
Tuttavia, essi comportano il rischio di un'"idolatria" del
mercato, che ignora l'esistenza dei beni che, per loro natura,
non sono n possono essere semplici merci.
41. Il marxismo ha criticato le societ borghesi
capitalistiche, rimproverando loro la mercificazione e
l'alienazione dell'esistenza umana. Certamente, questo
rimprovero  basato su una concezione errata ed inadeguata
dell'alienazione, che la fa derivare solo dalla sfera dei
rapporti di produzione e di propriet, cio assegnandole un
fondamento materialistico e, per di pi, negando la legittimit
e la positivit delle relazioni di mercato anche nell'ambito
che  loro proprio. Si finisce cos con l'affermare che solo in
una societ di tipo collettivistico potrebbe essere eliminata
l'alienazione. Ora, l'esperienza storica dei Paesi socialisti
ha tristemente dimostrato che il collettivismo non sopprime
l'alienazione, ma piuttosto l'accresce, aggiungendovi la
penuria delle cose necessarie e l'inefficienza economica.
L'esperienza storica dell'Occidente, da parte sua, dimostra
che, se l'analisi e la fondazione marxista dell'alienazione
sono false, tuttavia l'alienazione con la perdita del senso
autentico dell'esistenza  un fatto reale anche nelle societ
occidentali. Essa si verifica nel consumo, quando l'uomo 
implicato in una rete di false e superficiali soddisfazioni,
anzich essere aiutato a fare l'autentica e concreta esperienza
della sua personalit. Essa si verifica anche nel lavoro,
quando  organizzato in modo tale da "massimizzare" soltanto
i suoi frutti e proventi e non ci si preoccupa che il
lavoratore, mediante il proprio lavoro, si realizzi di pi o di
meno come uomo, a seconda che cresca la sua partecipazione in
un'autentica comunit solidale, oppure cresca il suo isolamento
in un complesso di relazioni di esasperata competitivit e di
reciproca estraniazione, nel quale egli  considerato solo come
un mezzo, e non come un fine.
 necessario ricondurre il concetto di alienazione alla visione
cristiana, ravvisando in esso l'inversione tra i mezzi e i
fini: quando non riconosce il valore e la grandezza della
persona in se stesso e nell'altro, l'uomo di fatto si priva
della possibilit di fruire della propria umanit e di entrare
in quella relazione di solidariet e di comunione con gli altri
uomini per cui Dio lo ha creato. , infatti, mediante il libero
dono di s che l'uomo diventa autenticamente se stesso, e
questo dono  reso possibile dall'essenziale "capacit di
trascendenza" della persona umana. L'uomo non pu donare se
stesso ad un progetto solo umano della realt, ad un ideale
astratto o a false utopie. Egli, in quanto persona, pu donare
se stesso ad un'altra persona o ad altre persone e, infine, a
Dio, che  l'autore del suo essere ed  l'unico che pu
pienamente accogliere il suo dono.  alienato l'uomo che
rifiuta di trascendere se stesso e di vivere l'esperienza del
dono di s e della formazione di un'autentica comunit umana,
orientata al suo destino ultimo che  Dio.  alienata la
societ che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di
produzione e di consumo, rende pi difficile la realizzazione
di questo dono ed il costituirsi di questa solidariet interumana.
Nella societ occidentale  stato superato lo sfruttamento,
almeno nelle forme analizzate e descritte da Carlo Marx. Non 
stata superata, invece, l'alienazione nelle varie forme di
sfruttamento, quando gli uomini si strumentalizzano
vicendevolmente e, nel soddisfacimento sempre pi raffinato dei
loro bisogni particolari e secondari, diventano sordi a quelli
principali ed autentici, che devono regolare anche le modalit
di soddisfacimento degli altri bisogni. L'uomo che si
preoccupa solo o prevalentemente dell'avere e del godimento,
non pi capace di dominare i suoi istinti e le sue passioni e
di subordinarle mediante l'obbedienza alla verit, non pu
essere libero: l'obbedienza alla verit su Dio e sull'uomo  la
condizione prima della libert, consentendogli di ordinare i
propri bisogni, i propri desideri e le modalit del loro
soddisfacimento secondo una giusta gerarchia, di modo che il
possesso delle cose sia per lui un mezzo di crescita. Un
ostacolo a tale crescita pu venire dalla manipolazione operata
da quei mezzi di comunicazione di massa che impongono, con la
forza di una ben orchestrata insistenza, mode e movimenti di
opinione, senza che sia possibile sottoporre a una disamina
critica le premesse su cui essi si fondano.
42. Ritornando ora alla domanda iniziale, si pu forse dire
che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale
vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano
indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la
loro economia e la loro societ?  forse questo il modello che
bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via
del vero progresso economico e civile?
La risposta  ovviamente complessa. Se con "capitalismo" si
indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale
e positivo dell'impresa, del mercato, della propriet privata e
della conseguente responsabilit per i mezzi di produzione,
della libera creativit umana nel settore dell'economia, la
risposta  certamente positiva, anche se forse sarebbe pi
appropriato parlare di "economia d'impresa", o di "economia
di mercato", o semplicemente di "economia libera". Ma se con
"capitalismo" si intende un sistema in cui la libert nel
settore dell'economia non  inquadrata in un solido contesto
giuridico che la metta al servizio della libert umana
integrale e la consideri come una particolare dimensione di
questa libert, il cui centro  etico e religioso, allora la
risposta  decisamente negativa.
La soluzione marxista  fallita, ma permangono nel mondo
fenomeni di emarginazione e di sfruttamento, specialmente nel
Terzo Mondo, nonch fenomeni di alienazione umana, specialmente
nei Paesi pi avanzati, contro i quali si leva con fermezza la
voce della Chiesa. Tante moltitudini vivono tuttora in
condizioni di grande miseria materiale e morale. Il crollo del
sistema comunista in tanti Paesi elimina certo un ostacolo
nell'affrontare in modo adeguato e realistico questi problemi,
ma non basta a risolverli. C' anzi il rischio che si diffonda
un'ideologia radicale di tipo capitalistico, la quale rifiuta
perfino di prenderli in considerazione, ritenendo a priori
condannato all'insuccesso ogni tentativo di affrontarli, e ne
affida fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle
forze di mercato.
43. La Chiesa non ha modelli da proporre. I modelli reali e
veramente efficaci possono solo nascere nel quadro delle
diverse situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti i
responsabili che affrontino i problemi concreti in tutti i loro
aspetti sociali, economici, politici e culturali che si
intrecciano tra loro. A tale impegno la Chiesa offre, come
indispensabile orientamento ideale, la propria dottrina
sociale, che - come si  detto - riconosce la positivit del
mercato e dell'impresa, ma indica, nello stesso tempo, la
necessit che questi siano orientati verso il bene comune. Essa
riconosce anche la legittimit degli sforzi dei lavoratori per
conseguire il pieno rispetto della loro dignit e spazi
maggiori di partecipazione nella vita dell'azienda, di modo
che, pur lavorando insieme con altri e sotto la direzione di
altri, possano, in un certo senso, " lavorare in proprio " 
esercitando la loro intelligenza e libert.
L'integrale sviluppo della persona umana nel lavoro non
contraddice, ma piuttosto favorisce la maggiore produttivit ed
efficacia del lavoro stesso, anche se ci pu indebolire
assetti di potere consolidati. L'azienda non pu esser
considerata solo come una "societ di capitali"; essa, al
tempo stesso,  una "societ di persone", di cui entrano a
far parte in modo diverso e con specifiche responsabilit sia
coloro che forniscono il capitale necessario per la sua
attivit, sia coloro che vi collaborano col loro lavoro. Per
conseguire questi fini  ancora necessario un grande movimento
associato dei lavoratori, il cui obiettivo  la liberazione e
la promozione integrale della persona.
Alla luce delle "cose nuove" di oggi  stato riletto il
rapporto tra la propriet individuale, o privata, e la
destinazione universale dei beni. L'uomo realizza se stesso per
mezzo della sua intelligenza e della sua libert e, nel fare
questo, assume come oggetto e come strumento le cose del mondo
e di esse si appropria. In questo suo agire sta il fondamento
del diritto all'iniziativa e alla propriet individuale.
Mediante il suo lavoro l'uomo s'impegna non solo per se stesso,
ma anche per gli altri e con gli altri: ciascuno collabora al
lavoro ed al bene altrui. L'uomo lavora per sovvenire ai
bisogni della sua famiglia, della comunit di cui fa parte,
della Nazione e, in definitiva, dell'umanit tutta. Egli,
inoltre, collabora al lavoro degli altri, che operano nella
stessa azienda, nonch al lavoro dei fornitori o al consumo dei
clienti, in una catena di solidariet che si estende
progressivamente. La propriet dei mezzi di produzione sia in
campo industriale che agricolo  giusta e legittima, se serve
ad un lavoro utile; diventa, invece, illegittima, quando non
viene valorizzata o serve ad impedire il lavoro di altri, per
ottenere un guadagno che non nasce dall'espansione globale del
lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro
compressione, dall'illecito sfruttamento, dalla speculazione e
dalla rottura della solidariet nel mondo del lavoro. Una
tale propriet non ha nessuna giustificazione e costituisce un
abuso al cospetto di Dio e degli uomini.
L'obbligo di guadagnare il pane col sudore della propria fronte
suppone, al tempo stesso, un diritto. Una societ in cui questo
diritto sia sistematicamente negato, in cui le misure di
politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere
livelli soddisfacenti di occupazione, non pu conseguire n la
sua legittimazione etica n la pace sociale. Come la persona
realizza pienamente se stessa nel libero dono di s, cos la
propriet si giustifica moralmente nel creare, nei modi e nei
tempi dovuti, occasioni di lavoro e crescita umana per tutti.
CAPITOLO 5 - STATO E CULTURA
44. Leone XIII non ignorava che una sana teoria dello Stato 
necessaria per assicurare il normale sviluppo delle attivit
umane: di quelle spirituali e di quelle materiali, che sono
entrambe indispensabili. Per questo, in un passo della Rerum
novarum egli presenta l'organizzazione della societ secondo i
tre poteri - legislativo, esecutivo e giudiziario -, e ci in
quel tempo costituiva una novit nell'insegnamento della
Chiesa. Tale ordinamento riflette una visione realistica
della natura sociale dell'uomo, la quale esige una legislazione
adeguata a proteggere la libert di tutti. A tal fine 
preferibile che ogni potere sia bilanciato da altri poteri e da
altre sfere di competenza, che lo mantengano nel suo giusto
limite. , questo, il principio dello " Stato di diritto ", nel
quale  sovrana la legge, e non la volont arbitraria degli uomini.
A questa concezione si  opposto nel tempo moderno il
totalitarismo, il quale, nella forma marxista-leninista,
ritiene che alcuni uomini, in virt di una pi profonda
conoscenza delle leggi di sviluppo della societ, o per una
particolare collocazione di classe o per un contatto con le
sorgenti pi profonde della coscienza collettiva, sono esenti
dall'errore e possono, quindi, arrogarsi l'esercizio di un
potere assoluto. Va aggiunto che il totalitarismo nasce dalla
negazione della verit in senso oggettivo: se non esiste una
verit trascendente, obbedendo alla quale l'uomo acquista la
sua piena identit, allora non esiste nessun principio sicuro
che garantisca giusti rapporti tra gli uomini. Il loro
interesse di classe, di gruppo, di Nazione li oppone
inevitabilmente gli uni agli altri. Se non si riconosce la
verit trascendente, allora trionfa la forza del potere, e
ciascuno tende a utilizzare fino in fondo i mezzi di cui
dispone per imporre il proprio interesse o la propria opinione,
senza riguardo ai diritti dell'altro. Allora l'uomo viene
rispettato solo nella misura in cui  possibile
strumentalizzarlo per un'affermazione egoistica. La radice del
moderno totalitarismo, dunque,  da individuare nella negazione
della trascendente dignit della persona umana, immagine
visibile del Dio invisibile e, proprio per questo, per sua
natura stessa, soggetto di diritti che nessuno pu violare: n
l'individuo, n il gruppo, n la classe, n la Nazione o lo
Stato. Non pu farlo nemmeno la maggioranza di un corpo
sociale, ponendosi contro la minoranza, emarginandola,
opprimendola, sfruttandola o tentando di annientarla.
45. La cultura e la prassi del totalitarismo comportano anche
la negazione della Chiesa. Lo Stato, oppure il partito, che
ritiene di poter realizzare nella storia il bene assoluto e si
erge al di sopra di tutti i valori, non pu tollerare che sia
affermato un criterio oggettivo del bene e del male oltre la
volont dei governanti, il quale, in determinate circostanze,
pu servire a giudicare il loro comportamento. Ci spiega
perch il totalitarismo cerca di distruggere la Chiesa o,
almeno, di assoggettarla, facendola strumento del proprio
apparato ideologico.
Lo Stato totalitario, inoltre, tende ad assorbire in se stesso
la Nazione, la societ, la famiglia, le comunit religiose e le
stesse persone. Difendendo la propria libert, la Chiesa
difende la persona, che deve obbedire a Dio piuttosto che agli
uomini (cf At 5,29), la famiglia, le diverse organizzazioni
sociali e le Nazioni, realt tutte che godono di una propria
sfera di autonomia e di sovranit.
46. La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto
assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche
e garantisce ai governati la possibilit sia di eleggere e
controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo
pacifico, ove ci risulti opportuno. Essa, pertanto, non pu
favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali
per interessi particolari o per fini ideologici usurpano il
potere dello Stato.
Un'autentica democrazia  possibile solo in uno Stato di
diritto e sulla base di una retta concezione della persona
umana. Essa esige che si verifichino le condizioni necessarie
per la promozione sia delle singole persone mediante
l'educazione e la formazione ai veri ideali, sia della 
"soggettivit" della societ mediante la creazione di strutture
di partecipazione e di corresponsabilit. Oggi si tende ad
affermare che l'agnosticismo ed il relativismo scettico sono la
filosofia e l'atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme
politiche democratiche, e che quanti son convinti di conoscere
la verit ed aderiscono con fermezza ad essa non sono
affidabili dal punto di vista democratico, perch non accettano
che la verit sia determinata dalla maggioranza o sia variabile
a seconda dei diversi equilibri politici. A questo proposito,
bisogna osservare che, se non esiste nessuna verit ultima la
quale guida ed orienta l'azione politica, allora le idee e le
convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini
di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente
in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia.
N la Chiesa chiude gli occhi davanti al pericolo del
fanatismo, o fondamentalismo, di quanti, in nome di
un'ideologia che si pretende scientifica o religiosa, ritengono
di poter imporre agli altri uomini la loro concezione della
verit e del bene. Non  di questo tipo la verit cristiana.
Non essendo ideologica, la fede cristiana non presume di
imprigionare in un rigido schema la cangiante realt socio-
politica e riconosce che la vita dell'uomo si realizza nella
storia in condizioni diverse e non perfette. La Chiesa,
pertanto, riaffermando costantemente la trascendente dignit
della persona, ha come suo metodo il rispetto della libert.
Ma la libert  pienamente valorizzata soltanto
dall'accettazione della verit: in un mondo senza verit la
libert perde la sua consistenza, e l'uomo  esposto alla
violenza delle passioni ed a condizionamenti aperti od occulti.
Il cristiano vive la libert (cf Gv 8,31-32) e la serve
proponendo continuamente, secondo la natura missionaria della
sua vocazione, la verit che ha conosciuto. Nel dialogo con gli
altri uomini egli, attento ad ogni frammento di verit che
incontri nell'esperienza di vita e nella cultura dei singoli e
delle Nazioni, non rinuncer ad affermare tutto ci che gli
hanno fatto conoscere la sua fede ed il corretto esercizio
della ragione.
47. Dopo il crollo del totalitarismo comunista e di molti altri
regimi totalitari e "di sicurezza nazionale", si assiste oggi
al prevalere, non senza contrasti, dell'ideale democratico,
unitamente ad una viva attenzione e preoccupazione per i
diritti umani. Ma proprio per questo  necessario che i popoli
che stanno riformando i loro ordinamenti diano alla democrazia
un autentico e solido fondamento mediante l'esplicito
riconoscimento di questi diritti. Tra i principali sono da
ricordare: il diritto alla vita, di cui  parte integrante il
diritto a crescere sotto il cuore della madre dopo essere stati
generati; il diritto a vivere in una famiglia unita e in un
ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria
personalit; il diritto a maturare la propria intelligenza e la
propria libert nella ricerca e nella conoscenza della verit;
il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della
terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei
propri cari; il diritto a fondare liberamente una famiglia ed a
accogliere e educare i figli, esercitando responsabilmente la
propria sessualit. Fonte e sintesi di questi diritti , in un
certo senso, la libert religiosa, intesa come diritto a vivere
nella verit della propria fede ed in conformit alla
trascendente dignit della propria persona.
Anche nei Paesi dove vigono forme di governo democratico non
sempre questi diritti sono del tutto rispettati. N ci si
riferisce soltanto allo scandalo dell'aborto, ma anche a
diversi aspetti di una crisi dei sistemi democratici, che
talvolta sembra abbiano smarrito la capacit di decidere
secondo il bene comune. Le domande che si levano dalla societ
a volte non sono esaminate secondo criteri di giustizia e di
moralit, ma piuttosto secondo la forza elettorale o
finanziaria dei gruppi che le sostengono. Simili deviazioni del
costume politico col tempo generano sfiducia ed apatia con la
conseguente diminuzione della partecipazione politica e dello
spirito civico in seno alla popolazione, che si sente
danneggiata e delusa. Ne risulta la crescente incapacit di
inquadrare gli interessi particolari in una coerente visione
del bene comune. Questo, infatti, non  la semplice somma degli
interessi particolari, ma implica la loro valutazione e
composizione fatta in base ad un'equilibrata gerarchia di
valori e, in ultima analisi, ad un'esatta comprensione della
dignit e dei diritti della persona.
La Chiesa rispetta la legittima autonomia dell'ordine
democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l'una
o l'altra soluzione istituzionale o costituzionale. Il
contributo, che essa offre a tale ordine,  proprio quella
visione della dignit della persona, la quale si manifesta in
tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo incarnato.
48. Queste considerazioni generali si riflettono anche sul
ruolo dello Stato nel settore dell'economia. L'attivit
economica, in particolare quella dell'economia di mercato, non
pu svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico.
Essa suppone, al contrario, sicurezza circa le garanzie della
libert individuale e della propriet, oltre che una moneta
stabile e servizi pubblici efficienti. Il principale compito
dello Stato, pertanto,  quello di garantire questa sicurezza,
di modo che chi lavora e produce possa godere i frutti del
proprio lavoro e, quindi, si senta stimolato a compierlo con
efficienza e onest. La mancanza di sicurezza, accompagnata
dalla corruzione dei pubblici poteri e dalla diffusione di
improprie fonti di arricchimento e di facili profitti, fondati
su attivit illegali o puramente speculative,  uno degli
ostacoli principali per lo sviluppo e per l'ordine economico.
Altro compito dello Stato  quello di sorvegliare e guidare
l'esercizio dei diritti umani nel settore economico; ma in
questo campo la prima responsabilit non  dello Stato, bens
dei singoli e dei diversi gruppi e associazioni in cui si
articola la societ. Non potrebbe lo Stato assicurare
direttamente il diritto al lavoro di tutti i cittadini senza
irreggimentare l'intera vita economica e mortificare la libera
iniziativa dei singoli. Ci, tuttavia, non significa che esso
non abbia alcuna competenza in questo ambito, come hanno
affermato i sostenitori di un'assenza di regole nella sfera
economica. Lo Stato, anzi, ha il dovere di assecondare
l'attivit delle imprese, creando condizioni che assicurino
occasioni di lavoro, stimolandola ove essa risulti
insufficiente o sostenendola nei momenti di crisi.
Lo Stato, ancora, ha il diritto di intervenire quando
situazioni particolari di monopolio creino remore o ostacoli
per lo sviluppo. Ma, oltre a questi compiti di armonizzazione e
di guida dello sviluppo, esso pu svolgere funzioni di
supplenza in situazioni eccezionali, quando settori sociali o
sistemi di imprese, troppo deboli o in via di formazione, sono
inadeguati al loro compito. Simili interventi di supplenza,
giustificati da urgenti ragioni attinenti al bene comune,
devono essere, per quanto possibile, limitati nel tempo, per
non sottrarre stabilmente a detti settori e sistemi di imprese
le competenze che sono loro proprie e per non dilatare
eccessivamente l'ambito dell'intervento statale in modo
pregiudizievole per la libert sia economica che civile.
Si  assistito negli ultimi anni ad un vasto ampliamento di
tale sfera di intervento, che ha portato a costituire, in
qualche modo, uno Stato di tipo nuovo: lo "Stato del benessere". 
Questi sviluppi si sono avuti in alcuni Stati per rispondere
in modo pi adeguato a molte necessit e bisogni, ponendo
rimedio a forme di povert e di privazione indegne della
persona umana. Non sono, per, mancati eccessi ed abusi che
hanno provocato, specialmente negli anni pi recenti, dure
critiche allo Stato del benessere, qualificato come "Stato
assistenziale". Disfunzioni e difetti nello Stato
assistenziale derivano da un'inadeguata comprensione dei
compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito deve essere
rispettato il principio di sussidiariet: una societ di ordine
superiore non deve interferire nella vita interna di una
societ di ordine inferiore, privandola delle sue competenze,
ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessit ed aiutarla a
coordinare la sua azione con quella delle altre componenti
sociali, in vista del bene comune.
Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la societ, lo
Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e
l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da
logiche burocratiche pi che dalla preoccupazione di servire
gli utenti, con enorme crescita delle spese. Sembra, infatti,
che conosce meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi
 ad esso pi vicino e si fa prossimo al bisognoso. Si aggiunga
che spesso un certo tipo di bisogni richiede una risposta che
non sia solo materiale, ma che ne sappia cogliere la domanda
umana pi profonda. Si pensi anche alla condizione dei
profughi, degli immigrati, degli anziani o dei malati ed a
tutte le svariate forme che richiedono assistenza, come nel
caso dei tossico-dipendenti: persone tutte che possono essere
efficacemente aiutate solo da chi offre loro, oltre alle
necessarie cure, un sostegno sinceramente fraterno.
49. In questo campo la Chiesa, fedele al mandato di Cristo, suo
Fondatore,  da sempre presente con le sue opere, per offrire
all'uomo bisognoso un sostegno materiale che non lo umili e non
lo riduca ad esser solo oggetto di assistenza, ma lo aiuti a
uscire dalla precaria sua condizione, promovendone la dignit
di persona. Con viva gratitudine a Dio bisogna segnalare che la
carit operosa non si  mai spenta nella Chiesa ed anzi
registra oggi un multiforme e confortante incremento. Al
riguardo, merita speciale menzione il fenomeno del
volontariato, che la Chiesa favorisce e promuove sollecitando
tutti a collaborare per sostenerlo e incoraggiarlo nelle sue iniziative.
Per superare la mentalit individualista, oggi diffusa, si
richiede un concreto impegno di solidariet e di carit, il
quale inizia all'interno della famiglia col mutuo sostegno
degli sposi e, poi, con la cura che le generazioni si prendono
l'una dell'altra. In tal modo la famiglia si qualifica come
comunit di lavoro e di solidariet. Accade, per, che quando
la famiglia decide di corrispondere pienamente alla propria
vocazione, si pu trovare priva dell'appoggio necessario da
parte dello Stato e non dispone di risorse sufficienti. 
urgente promuovere non solo politiche per la famiglia, ma anche
politiche sociali, che abbiano come principale obiettivo la
famiglia stessa, aiutandola, mediante l'assegnazione di
adeguate risorse e di efficienti strumenti di sostegno, sia
nell'educazione dei figli sia nella cura degli anziani,
evitando il loro allontanamento dal nucleo familiare e
rinsaldando i rapporti tra le generazioni.
Oltre alla famiglia, svolgono funzioni primarie ed attivano
specifiche reti di solidariet anche altre societ intermedie.
Queste, infatti, maturano come reali comunit di persone ed
innervano il tessuto sociale, impedendo che scada
nell'anonimato ed in un'impersonale massificazione, purtroppo
frequente nella moderna societ.  nel molteplice intersecarsi
dei rapporti che vive la persona e cresce la "soggettivit
della societ". L'individuo oggi  spesso soffocato tra i due
poli dello Stato e del mercato. Sembra, infatti, talvolta che
egli esista soltanto come produttore e consumatore di merci,
oppure come oggetto dell'amministrazione dello Stato, mentre si
dimentica che la convivenza tra gli uomini non  finalizzata n
al mercato n allo Stato, poich possiede in se stessa un
singolare valore che Stato e mercato devono servire. L'uomo ,
prima di tutto, un essere che cerca la verit e si sforza di
viverla e di approfondirla in un dialogo che coinvolge le
generazioni passate e future.
50. Da tale ricerca aperta della verit, che si rinnova ad ogni
generazione, si caratterizza la cultura della Nazione. In
effetti, il patrimonio dei valori tramandati ed acquisiti 
sempre sottoposto dai giovani a contestazione. Contestare,
peraltro, non vuol dire necessariamente distruggere o rifiutare
in modo aprioristico, ma vuol significare soprattutto mettere
alla prova nella propria vita e, con tale verifica
esistenziale, rendere quei valori pi vivi, attuali e
personali, discernendo ci che nella tradizione  valido da
falsit ed errori o da forme invecchiate, che possono esser
sostituite da altre pi adeguate ai tempi.
In questo contesto, conviene ricordare che anche
l'evangelizzazione si inserisce nella cultura delle Nazioni,
sostenendola nel suo cammino verso la verit ed aiutandola nel
lavoro di purificazione e di arricchimento. Quando, per,
una cultura si chiude in se stessa e cerca di perpetuare forme
di vita invecchiate, rifiutando ogni scambio e confronto
intorno alla verit dell'uomo, allora essa diventa sterile e si
avvia a decadenza.
51. Tutta l'attivit umana ha luogo all'interno di una cultura
e interagisce con essa. Per un'adeguata formazione di tale
cultura si richiede il coinvolgimento di tutto l'uomo, il quale
vi esplica la sua creativit, la sua intelligenza, la sua
conoscenza del mondo e degli uomini. Egli, inoltre, vi investe
la sua capacit di autodominio, di sacrificio personale, di
solidariet e di disponibilit per promuovere il bene comune.
Per questo, il primo e pi importante lavoro si compie nel
cuore dell'uomo, ed il modo in cui questi si impegna a
costruire il proprio futuro dipende dalla concezione che ha di
se stesso e del suo destino.  a questo livello che si colloca
il contributo specifico e decisivo della Chiesa in favore della
vera cultura. Essa promuove le qualit dei comportamenti umani,
che favoriscono la cultura della pace contro modelli che
confondono l'uomo nella massa, disconoscono il ruolo della sua
iniziativa e libert e pongono la sua grandezza nelle arti del
conflitto e della guerra. La Chiesa rende un tale servizio
predicando la verit intorno alla creazione del mondo, che Dio
ha posto nelle mani degli uomini perch lo rendano fecondo e
pi perfetto col loro lavoro, e predicando la verit intorno
alla redenzione, per cui il Figlio di Dio ha salvato tutti gli
uomini e, al tempo stesso, li ha uniti gli uni agli altri,
rendendoli responsabili gli uni degli altri. La Sacra Scrittura
ci parla continuamente di attivo impegno per il fratello e ci
presenta l'esigenza di una corresponsabilit che deve
abbracciare tutti gli uomini.
Questa esigenza non si ferma ai confini della propria famiglia,
e neppure della Nazione o dello Stato, ma investe ordinatamente
tutta l'umanit, sicch nessun uomo deve considerarsi estraneo
o indifferente alla sorte di un altro membro della famiglia
umana. Nessun uomo pu affermare di non essere responsabile
della sorte del proprio fratello (cf Gn 4,9; Lc 10,29-37; Mt
25,31-46)! L'attenta e premurosa sollecitudine verso il
prossimo, nel momento stesso del bisogno, oggi facilitata anche
dai nuovi mezzi di comunicazione che hanno reso gli uomini pi
vicini tra loro,  particolarmente importante in relazione alla
ricerca degli strumenti di soluzione dei conflitti
internazionali alternativi alla guerra. Non  difficile
affermare che la potenza terrificante dei mezzi di distruzione,
accessibili perfino alle medie e piccole potenze, e la sempre
pi stretta connessione, esistente tra i popoli di tutta la
terra, rendono assai arduo o praticamente impossibile limitare
le conseguenze di un conflitto.
52. I pontefici Benedetto XV ed i suoi successori hanno
lucidamente compreso questo pericolo, ed io stesso, in
occasione della recente drammatica guerra nel Golfo Persico, ho
ripetuto il grido: "Mai pi la guerra!". No, mai pi la
guerra, che distrugge la vita degli innocenti, che insegna ad
uccidere e sconvolge egualmente la vita degli uccisori, che
lascia dietro di s uno strascico di rancori e di odi, rendendo
pi difficile la giusta soluzione degli stessi problemi che
l'hanno provocata! Come all'interno dei singoli Stati  giunto
finalmente il tempo in cui il sistema della vendetta privata e
della rappresaglia  stato sostituito dall'impero della legge,
cos  ora urgente che un simile progresso abbia luogo nella
Comunit internazionale. Non bisogna, peraltro, dimenticare che
alle radici della guerra ci sono in genere reali e gravi
ragioni: ingiustizie subite, frustrazioni di legittime
aspirazioni, miseria e sfruttamento di moltitudini umane
disperate, le quali non vedono la reale possibilit di
migliorare le loro condizioni con le vie della pace.
Per questo, l'altro nome della pace  lo sviluppo. Come
esiste la responsabilit collettiva di evitare la guerra, cos
esiste la responsabilit collettiva di promuovere lo sviluppo.
Come a livello interno  possibile e doveroso costruire
un'economia sociale che orienti il funzionamento del mercato
verso il bene comune, allo stesso modo  necessario che ci
siano interventi adeguati anche a livello internazionale.
Perci, bisogna fare un grande sforzo di reciproca
comprensione, di conoscenza e di sensibilizzazione delle
coscienze.  questa l'auspicata cultura che fa crescere la
fiducia nelle potenzialit umane del povero e, quindi, nella
sua capacit di migliorare la propria condizione mediante il
lavoro, o di dare un positivo contributo al benessere
economico. Per far questo, per, il povero - individuo o
Nazione - ha bisogno che gli siano offerte condizioni
realisticamente accessibili. Creare tali occasioni  il compito
di una concertazione mondiale per lo sviluppo, che implica
anche il sacrificio delle posizioni di rendita e di potere, di
cui le economie pi sviluppate si avvantaggiano.
Ci pu comportare importanti cambiamenti negli stili di vita
consolidati, al fine di limitare lo spreco delle risorse
ambientali ed umane, permettendo cos a tutti i popoli ed
uomini della terra di averne in misura sufficiente. A ci si
deve aggiungere la valorizzazione dei nuovi beni materiali e
spirituali, frutto del lavoro e della cultura dei popoli oggi
emarginati, ottenendo cos il complessivo arricchimento umano
della famiglia delle Nazioni.
CAPITOLO 6 - L'UOMO E LA VIA DELLA CHIESA
53. Di fronte alla miseria del proletariato Leone XIII diceva:
"Affrontiamo con fiducia questo argomento e con pieno nostro
diritto ... Ci parrebbe di mancare al nostro ufficio se
tacessimo". Negli ultimi cento anni la Chiesa ha
ripetutamente manifestato il suo pensiero, seguendo da vicino
la continua evoluzione della questione sociale, e non ha certo
fatto questo per recuperare privilegi del passato o per imporre
una sua concezione. Suo unico scopo  stata la cura e
responsabilit per l'uomo, a lei affidato da Cristo stesso, per
questo uomo che, come il Concilio Vaticano II ricorda,  la
sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa e per cui Dio
ha il suo progetto, cio la partecipazione all'eterna salvezza.
Non si tratta dell'uomo "astratto", ma dell'uomo reale,
"concreto" e "storico": si tratta di ciascun uomo, perch
ciascuno  stato compreso nel mistero della redenzione e con
ciascuno Cristo si  unito per sempre attraverso questo
mistero. Ne consegue che la Chiesa non pu abbandonare
l'uomo, e che "questo uomo  la prima via che la Chiesa deve
percorrere nel compimento della sua missione ..., la via
tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa
attraverso il mistero dell'incarnazione e della redenzione".
, questa, solo questa l'ispirazione che presiede alla dottrina
sociale della Chiesa. Se essa l'ha a mano a mano elaborata in
forma sistematica, soprattutto a partire dalla data che
commemoriamo,  perch tutta la ricchezza dottrinale della
Chiesa ha come orizzonte l'uomo nella sua concreta realt di
peccatore e di giusto.
54. La dottrina sociale oggi specialmente mira all'uomo, in
quanto inserito nella complessa rete di relazioni delle societ
moderne. Le scienze umane e la filosofia sono di aiuto per
interpretare la centralit dell'uomo dentro la societ e per
metterlo in grado di capir meglio se stesso, in quanto "essere
sociale". Soltanto la fede, per, gli rivela pienamente la sua
identit vera, e proprio da essa prende avvio la dottrina
sociale della Chiesa, la quale, valendosi di tutti gli apporti
delle scienze e della filosofia, si propone di assistere l'uomo
nel cammino della salvezza.
L'Enciclica Rerum novarum pu essere letta come un importante
apporto all'analisi socio-economica della fine del secolo XIX,
ma il suo particolare valore le deriva dall'essere un Documento
del Magistero, che ben si inserisce nella missione
evangelizzatrice della Chiesa insieme con molti altri Documenti
di questa natura. Da ci si evince che la dottrina sociale ha
di per s il valore di uno strumento di evangelizzazione: in
quanto tale, annuncia Dio ed il mistero di salvezza in Cristo
ad ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l'uomo a se
stesso. In questa luce, e solo in questa luce, si occupa del
resto: dei diritti umani di ciascuno e, in particolare, del "
proletariato ", della famiglia e dell'educazione, dei doveri
dello Stato, dell'ordinamento della societ nazionale e
internazionale, della vita economica, della cultura, della
guerra e della pace, del rispetto alla vita dal momento del
concepimento fino alla morte.
55. La Chiesa riceve il "senso dell'uomo" dalla divina
Rivelazione. "Per conoscere l'uomo, l'uomo vero, l'uomo
integrale, bisogna conoscere Dio", diceva Paolo VI, e subito
dopo citava santa Caterina da Siena, che esprimeva in preghiera
lo stesso concetto: "Nella tua natura, Deit eterna, conoscer
la natura mia".
Pertanto, l'antropologia cristiana  in realt un capitolo
della teologia e, per la stessa ragione, la dottrina sociale
della Chiesa, preoccupandosi dell'uomo, interessandosi a lui e
al suo modo di comportarsi nel mondo, "appartiene ... al campo
della teologia e, specialmente, della teologia morale". La
dimensione teologica risulta necessaria sia per interpretare
che per risolvere gli attuali problemi della convivenza umana.
Il che vale - conviene rilevarlo - tanto nei confronti della
soluzione "atea", che priva l'uomo di una delle sue
componenti fondamentali, quella spirituale, quanto nei
confronti delle soluzioni permissive e consumistiche, le quali
con vari pretesti mirano a convincerlo della sua indipendenza
da ogni legge e da Dio, chiudendolo in un egoismo che finisce
per nuocere a lui stesso ed agli altri.
Quando annuncia all'uomo la salvezza di Dio, quando gli offre e
comunica la vita divina mediante i sacramenti, quando orienta
la sua vita con i comandamenti dell'amore di Dio e del
prossimo, la Chiesa contribuisce all'arricchimento della
dignit dell'uomo. Ma essa, come non pu mai abbandonare questa
sua missione religiosa e trascendente in favore dell'uomo, cos
si rende conto che la sua opera incontra oggi particolari
difficolt ed ostacoli. Ecco perch si impegna sempre con nuove
forze e con nuovi metodi all'evangelizzazione che promuove
tutto l'uomo. Anche alla vigilia del terzo Millennio, essa
rimane "il segno e la salvaguardia del carattere trascendente
della persona umana", come ha sempre cercato di fare sin
dall'inizio della sua esistenza, camminando insieme con l'uomo
lungo tutta la storia. L'Enciclica Rerum novarum ne 
un'espressione significativa.
56. Nel centesimo anniversario di quest' Enciclica, desidero
ringraziare tutti coloro che si sono impegnati a studiare,
approfondire e divulgare la dottrina sociale cristiana. A
questo fine  indispensabile la collaborazione delle Chiese
locali, ed io auguro che la ricorrenza sia motivo di un
rinnovato slancio per il suo studio, diffusione ed applicazione
nei molteplici ambiti.
Desidero, in particolare, che essa sia fatta conoscere e sia
attuata nei diversi Paesi dove, dopo il crollo del socialismo
reale, si manifesta un grave disorientamento nell'opera di
ricostruzione. A loro volta, i Paesi occidentali corrono il
pericolo di vedere in questo cedimento la vittoria unilaterale
del proprio sistema economico, e non si preoccupano, perci, di
apportare ad esso le dovute correzioni. I Paesi del Terzo
Mondo, poi, si trovano pi che mai nella drammatica situazione
del sottosviluppo, che ogni giorno si aggrava.
Leone XIII, dopo aver formulato i principi e gli orientamenti
per la soluzione della questione operaia, scrisse una parola
decisiva: "Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non
indugi, perch il ritardo potrebbe render pi difficile la cura
di un male gi tanto grave", aggiungendo anche: "Quanto alla
Chiesa, essa non lascer mai mancare in nessun modo l'opera sua".
57 Per la Chiesa il messaggio sociale del Vangelo non deve
esser considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento e
una motivazione per l'azione. Spinti da questo messaggio,
alcuni dei primi cristiani distribuivano i loro beni ai poveri,
testimoniando che, nonostante le diverse provenienze sociali,
era possibile una convivenza pacifica e solidale. Con la forza
del Vangelo, nel corso dei secoli, i monaci coltivarono le
terre, i religiosi e le religiose fondarono ospedali e asili
per i poveri, le confraternite, come pure uomini e donne di
tutte le condizioni, si impegnarono in favore dei bisognosi e
degli emarginati, essendo convinti che le parole di Cristo: 
"Ogni volta che farete queste cose a uno dei miei fratelli pi
piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40), non dovevano rimanere
un pio desiderio, ma diventare un concreto impegno di vita.
Oggi pi che mai la Chiesa  cosciente che il suo messaggio
sociale trover credibilit nella testimonianza delle opere,
prima che nella sua coerenza e logica interna. Anche da questa
consapevolezza deriva la sua opzione preferenziale per i
poveri, la quale non  mai esclusiva n discriminante verso
altri gruppi. Si tratta, infatti, di opzione che non vale
soltanto per la povert materiale, essendo noto che,
specialmente nella societ moderna, si trovano molte forme di
povert non solo economica, ma anche culturale e religiosa.
L'amore della Chiesa per i poveri, che  determinante ed
appartiene alla sua costante tradizione, la spinge a rivolgersi
al mondo nel quale, nonostante il progresso tecnico-economico,
la povert minaccia di assumere forme gigantesche. Nei Paesi
occidentali c' la povert multiforme dei gruppi emarginati,
degli anziani e malati, delle vittime del consumismo e, pi
ancora, quella dei tanti profughi ed emigrati; nei Paesi in via
di sviluppo si profilano all'orizzonte crisi drammatiche, se
non si prenderanno in tempo misure internazionalmente coordinate.
58. L'amore per l'uomo e, in primo luogo, per il povero, nel
quale la Chiesa vede Cristo, si fa concreto nella promozione
della giustizia. Questa non potr mai essere pienamente
realizzata, se gli uomini non riconosceranno nel bisognoso, che
chiede un sostegno per la sua vita, non un importuno o un
fardello, ma l'occasione di bene in s, la possibilit di una
ricchezza pi grande. Solo questa consapevolezza infonder il
coraggio per affrontare il rischio ed il cambiamento impliciti
in ogni autentico tentativo di venire in soccorso dell'altro
uomo. Non si tratta, infatti, solo di dare il superfluo, ma di
aiutare interi popoli, che ne sono esclusi o emarginati, ad
entrare nel circolo dello sviluppo economico ed umano. Ci sar
possibile non solo attingendo al superfluo, che il nostro mondo
produce in abbondanza, ma soprattutto cambiando gli stili di
vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture
consolidate di potere che oggi reggono le societ. N si tratta
di distruggere strumenti di organizzazione sociale che han dato
buona prova di s, ma di orientarli secondo un'adeguata
concezione del bene comune in riferimento all'intera famiglia
umana. Oggi  in atto la cosiddetta "mondializzazione
dell'economia", fenomeno, questo, che non va deprecato, perch
pu creare straordinarie occasioni di maggior benessere. Sempre
pi sentito, per,  il bisogno che a questa crescente
internazionalizzazione dell'economia corrispondano validi
Organi internazionali di controllo e di guida, che indirizzino
l'economia stessa al bene comune, cosa che ormai un singolo
Stato, fosse anche il pi potente della terra, non  in grado
di fare. Per poter conseguire un tale risultato, occorre che
cresca la concertazione tra i grandi Paesi e che negli
Organismi internazionali siano equamente rappresentati gli
interessi della grande famiglia umana. Occorre anche che essi,
nel valutare le conseguenze delle loro decisioni, tengano
sempre adeguato conto di quei popoli e Paesi che hanno scarso
peso sul mercato internazionale, ma concentrano i bisogni pi
vivi e dolenti e necessitano di maggior sostegno per il loro
sviluppo. Indubbiamente, in questo campo rimane molto da fare.
59. Perch, dunque, si attui la giustizia ed abbiano successo i
tentativi degli uomini per realizzarla,  necessario il dono
della grazia, che viene da Dio. Per mezzo di essa, in
collaborazione con la libert degli uomini, si ottiene quella
misteriosa presenza di Dio nella storia che  la Provvidenza.
L'esperienza di novit vissuta nella sequela di Cristo esige di
esser comunicata agli altri uomini nella concretezza delle loro
difficolt, lotte, problemi e sfide, perch siano illuminate e
rese pi umane dalla luce della fede. Questa, infatti, non
aiuta soltanto a trovare le soluzioni, ma rende umanamente
vivibili anche le situazioni di sofferenza, perch in esse
l'uomo non si perda e non dimentichi la sua dignit e vocazione.
La dottrina sociale, inoltre, ha un'importante dimensione
interdisciplinare. Per incarnare meglio in contesti sociali,
economici e politici diversi e continuamente cangianti l'unica
verit sull'uomo, tale dottrina entra in dialogo con le varie
discipline che si occupano dell'uomo, ne integra in s gli
apporti e le aiuta ad aprirsi verso un orizzonte pi ampio al
servizio della singola persona, conosciuta ed amata nella
pienezza della sua vocazione.
Accanto alla dimensione interdisciplinare, poi,  da ricordare
la dimensione pratica e, in un certo senso, sperimentale di
questa dottrina. Essa si situa all'incrocio della vita e della
coscienza cristiana con le situazioni del mondo e si manifesta
negli sforzi che singoli, famiglie, operatori culturali e
sociali, politici e uomini di Stato mettono in atto per darle
forma e applicazione nella storia.
60. Annunciando i principi per la soluzione della questione
operaia, Leone XIII scriveva: " La soluzione di un problema
cos arduo richiede il concorso e l'efficace cooperazione anche
di altri". Egli era convinto che i gravi problemi, causati
dalla societ industriale, potevano essere risolti soltanto
mediante la collaborazione tra tutte le forze. Questa
affermazione  diventata un elemento permanente della dottrina
sociale della Chiesa, e ci spiega, tra l'altro, perch
Giovanni XXIII indirizz la sua Enciclica sulla pace anche a
"tutti gli uomini di buona volont".
Papa Leone, tuttavia, constatava con dolore che le ideologie
del tempo, specialmente il liberalismo e il marxismo,
rifiutavano questa collaborazione. Nel frattempo molte cose
sono cambiate, specialmente negli anni pi recenti. Il mondo
odierno  sempre pi consapevole che la soluzione dei gravi
problemi nazionali e internazionali non  soltanto questione di
produzione economica o di organizzazione giuridica o sociale,
ma richiede precisi valori etico-religiosi, nonch cambiamento
di mentalit, di comportamento e di strutture. La Chiesa si
sente, in particolare, responsabile di offrire questo
contributo, e - come ho scritto nell'Enciclica Sollicitudo rei
socialis - c' la fondata speranza che anche quel gruppo
numeroso che non confessa una religione possa contribuire a
dare il necessario fondamento etico alla questione sociale.
Nello stesso Documento ho pure rivolto un appello alle Chiese
cristiane e a tutte le grandi religioni del mondo, invitando ad
offrire l'unanime testimonianza delle comuni convinzioni circa
la dignit dell'uomo, creato da Dio. Sono persuaso, infatti,
che le religioni oggi e domani avranno un ruolo preminente per
la conservazione della pace e per la costruzione di una societ
degna dell'uomo.
D'altra parte, la disponibilit al dialogo e alla
collaborazione vale per tutti gli uomini di buona volont e, in
particolare, per le persone ed i gruppi che hanno una specifica
responsabilit nel campo politico, economico e sociale, a
livello sia nazionale che internazionale.
61. All'inizio della societ industriale, fu "il giogo quasi
servile" che obblig il mio predecessore a prendere la parola
in difesa dell'uomo. A tale impegno nei cento anni trascorsi la
Chiesa  rimasta fedele! Infatti,  intervenuta nel periodo
turbolento della lotta di classe dopo la prima guerra mondiale,
per difendere l'uomo dallo sfruttamento economico e dalla
tirannia dei sistemi totalitari. Ha posto la dignit della
persona al centro dei suoi messaggi sociali dopo la seconda
guerra mondiale, insistendo sulla destinazione universale dei
beni materiali, su un ordine sociale senza oppressione e
fondato sullo spirito di collaborazione e di solidariet. Ha
poi ribadito costantemente che la persona e la societ non
hanno bisogno soltanto di questi beni, ma anche dei valori
spirituali e religiosi. Inoltre, rendendosi conto sempre meglio
che troppi uomini vivono non nel benessere del mondo
occidentale, ma nella miseria dei Paesi in via di sviluppo, e
subiscono una condizione che  ancora quella del "giogo quasi
servile", essa ha sentito e sente l'obbligo di denunciare tale
realt con tutta chiarezza e franchezza, bench sappia che
questo suo grido non sar sempre accolto favorevolmente da tutti.
A cento anni dalla pubblicazione della Rerum novarum la Chiesa
si trova tuttora davanti a "cose nuove" e a nuove sfide.
Perci, il centenario deve confermare nell'impegno tutti gli
uomini di buona volont e, in particolare, i credenti.
62. Questa mia Enciclica ha voluto guardare al passato, ma
soprattutto  protesa verso il futuro. Come la Rerum novarum,
essa si colloca quasi alla soglia del nuovo secolo ed intende,
con l'aiuto di Dio, prepararne la venuta.
La vera e perenne "novit delle cose" in ogni tempo viene
dall'infinita potenza divina, che dice: "Ecco, io faccio nuove
tutte le cose" (Ap 21,5). Queste parole si riferiscono al
compimento della storia, quando Cristo "consegner il regno a
Dio Padre..., perch Dio sia tutto in tutti" (1 Cor 15,24.28).
Ma il cristiano sa bene che la novit, che
attendiamo nella sua pienezza al ritorno del Signore, 
presente fin dalla creazione del mondo e, pi propriamente, da
quando Dio si  fatto uomo in Ges Cristo e con lui e per lui
ha fatto una "nuova creazione" (2 Cor 5,17; Gal 6,15).
Nel concludere, ringrazio ancora Dio onnipotente, che ha dato
alla sua Chiesa la luce e la forza di accompagnare l'uomo nel
cammino terreno verso il destino eterno. Anche nel terzo
Millennio la Chiesa sar fedele nel fare propria la via
dell'uomo, consapevole che non procede da sola, ma con Cristo,
suo Signore.  lui che ha fatto propria la via dell'uomo e lo
guida anche quando questi non se ne rende conto.
Maria, la Madre del Redentore, la quale rimane accanto a Cristo
nel suo cammino verso e con gli uomini, e precede la Chiesa nel
pellegrinaggio della fede, accompagni con materna intercessione
l'umanit verso il prossimo Millennio, in fedelt a Colui che,
"ieri come oggi,  lo stesso e lo sar sempre" (cf Eb 13,8),
Ges Cristo, nostro Signore, nel cui nome tutti benedico di cuore.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 1 maggio - memoria di San
Giuseppe lavoratore - dell'anno 1991, decimoterzo di pontificato.





