LETTERA ENCICLICA
REDEMPTORIS MISSIO
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
CIRCA LA PERMANENTE VALIDIT DEL MANDATO MISSIONARIO
Venerati Fratelli, carissimi Figli e Figlie,
salute e Apostolica Benedizione!

(I numeri fra parentesi, se non preceduti da lettere, si riferiscono alle
note poste al termine del testo)
INDICE
INTRODUZIONE
1. - Venerati fratelli, carissimi figli e figlie, salute e apostolica
benedizione!  
2. Molti sono gi stati i frutti missionari del concilio:
PARTE PRIMA - GES CRISTO UNICO SALVATORE           
4. "Il compito fondamentale della chiesa...
5. "Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me".
6.  contrario alla fede cristiana...
7. L'urgenza dell'attivit missionaria...
8. Nel mondo moderno c' la tendenza...
9. La chiesa segno e strumento di salvezza
10. L'universalit della salvezza...
11. " Noi non possiamo tacere "                      
PARTE SECONDA - IL REGNO DI DIO
12. "Dio, ricco di misericordia,  colui che Ges Cristo ci ha
rivelato come Padre:       
13. Cristo rende presente il regno
14. Caratteristiche ed esigenze del regno
15. Il regno mira a trasformare...
16. Nel Risorto il regno si compie ed  proclamato
17. Il regno in rapporto a Cristo e alla chiesa.
18. Ora, non  questo il regno di Dio...
19.  in questa visione...
20. La chiesa a servizio del regno
PARTE TERZA - LO SPIRITO SANTO PROTAGONISTA DELLA MISSIONE
21. "Al culmine della missione...
22. L'invio "fino agli estremi confini della terra"
23. Le varie forme del mandato...
24. Lo Spirito guida la missione
25. I missionari hanno proceduto...
26. Lo Spirito rende missionaria tutta La chiesa
27. Gli Atti indicano...
28. Lo Spirito  presente e operante in ogni tempo e luogo.
29. Cos lo Spirito...
30. L'attivit missionaria  solo agli inizi
PARTE QUARTA - GLI IMMENSI ORIZZONTI DELLA MISSIONE AD GENTES
31. Il Signore Ges invi i suoi apostoli a tutte le persone, a
tutti i popoli e a tutti i luoghi della terra. 
32. Un quadro religioso complesso e in movimento.
33. La missione ad gentes conserva il suo valore.
34. L'attivit missionaria specifica...
35. A tutti i popoli, nonostante le difficolt
36. N mancano le difficolt interne al popolo di Dio, le quali
anzi sono le pi dolorose.  
37. Ambiti della missione ad gentes.
38. Il nostro tempo  drammatico e insieme affascinante.
39. Fedelt a Cristo e promozione della libert dell'uomo
40. Rivolgere l'attenzione verso il Sud e l'Oriente.
PARTE QUINTA - LE VIE DELLA MISSIONE
41. "L'attivit missionaria....
42. La prima forma di evangelizzazione  la testimonianza.
43. Il cristiano e le comunit cristiane...
44. Il primo annunzio di Cristo salvatore
45. Essendo fatto in unione con l'intera comunit ecclesiale,
l'annunzio non  mai un fatto personale. 
46. L'annunzio della parola..
47. Gli apostoli, mossi...
48. Formazione di chiese locali.                     
49.  necessario, anzitutto...
50. Tale sollecitudine costituir un motivo e uno stimolo per un
rinnovato impegno ecumenico.  
51. Le "comunit ecclesiali di base" forza di evangelizzazione
52. Incarnare il vangelo nelle culture dei popoli.
53. I missionari, provenienti da altre chiese...
54. In proposito, restano fondamentali...
55. Il dialogo con i fratelli di altre religioni
56. Il dialogo non nasce da tattica...
57. Al dialogo si apre un vasto campo...
58. Promuovere lo sviluppo educando le coscienze.
59. Col messaggio evangelico...
60. La carit fonte e criterio della missione.
PARTE SESTA - I RESPONSABILI E GLI OPERATORI DELLA PASTORALE MISSIONARIA
61. Non c' testimonianza senza testimoni, come non c' missione
senza missionari.  
62. Quanto fu fatto all'inizio...
63. I primi responsabili dell'attivit missionaria
64. Ogni chiesa particolare deve aprirsi generosamente alle
necessit delle altre.      
65. Missionari e istituti ad gentes
66. Gli istituti missionari...
67. Sacerdoti diocesani per la missione universale.
68. Nell'Enciclica Fidei Donum...
69. Nell'inesauribile e multiforme...
70. Una speciale parola...
71. Tutti i laici sono missionari in forza del battesimo.
72. I settori di presenza e di azione missionaria dei laici sono molto ampi.           
73. L'opera dei catechisti e la variet dei ministeri
74. Accanto ai catechisti...
75. La congregazione per l'evangelizzazione dei popoli e le altre
strutture per l'attivit missionaria. 
76. Per l'indirizzo e il coordinamento...
PARTE SETTIMA - LA COOPERAZIONE ALL'ATTIVITA' MISSIONARIA
77. Membri della chiesa, in forza del battesimo tutti i cristiani
sono corresponsabili dell'attivit missionaria.
78. Preghiera e sacrifici per i missionari.
79.  "Eccomi, Signore, sono pronto! Manda me!".
80. Pensando a questo grave...
81. "C' pi gioia nel dare che nel ricevere" .
82. Nuove forme di cooperazione missionaria.
83. Animazione e formazione missionaria del popolo di Dio.
84. La responsabilit primaria delle Pontificie opere missionarie.
85. Non solo dare alla missione, ma anche ricevere.
86. Dio prepara una nuova primavera del vangelo.
PARTE OTTAVA - LA SPIRITUALITA' MISSIONARIA
87. Lasciarsi condurre dallo Spirito.
88. Vivere il mistero di Cristo "inviato".
89. Amare la chiesa e gli uomini come li ha amati Ges.
90. Il vero missionario  il santo.
91. Mi rivolgo perci ai battezzati...
CONCLUSIONE                              
92. Mai come oggi la Chiesa... 

INTRODUZIONE
1. La missione di Cristo redentore, affidata alla chiesa, 
ancora ben lontana dal suo compimento. Al termine del secondo
millennio dalla sua venuta uno sguardo d'insieme all'umanit
dimostra che tale missione  ancora agli inizi e che dobbiamo
impegnarci con tutte le forze al suo servizio.  lo Spirito che
spinge ad annunziare le grandi opere di Dio: "Non  infatti per
me un vanto predicare il vangelo;  per me un dovere: guai a me
se non predicassi il vangelo!". (1Cor9,16) A nome di tutta la
chiesa, sento imperioso il dovere di ripetere questo grido di
san Paolo. Gi dall'inizio del mio pontificato ho scelto di
viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare
la sollecitudine missionaria, e proprio il contatto diretto con
i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor pi convinto
dell'urgenza di tale attivit, a cui dedico la presente
enciclica. Il concilio Vaticano II ha inteso rinnovare la vita
e l'attivit della chiesa secondo le necessit del mondo
contemporaneo: ne ha sottolineato la "missionariet" fondandola
dinamicamente sulla stessa missione trinitaria. L'impulso
missionario, quindi, appartiene all'intima natura della vita
cristiana e ispira anche l'ecumenismo: "Che tutti siano una
cosa sola..., perch il mondo creda che tu mi hai mandato". (Gv17,21)
2. Molti sono gi stati i frutti missionari del concilio: si
sono moltiplicate le chiese locali fornite di propri vescovi,
clero e personale apostolico; si verifica un pi profondo
inserimento delle comunit cristiane nella vita dei popoli; la
comunione fra le chiese porta a un vivace scambio di beni
spirituali e di doni; l'impegno evangelizzatore dei laici sta
cambiando la vita ecclesiale; le chiese particolari si aprono
all'incontro, al dialogo e alla collaborazione con i membri di
altre chiese cristiane e religioni. Soprattutto si sta
affermando una coscienza nuova: cio che la missione riguarda
tutti i cristiani, tutte le diocesi e parrocchie, le
istituzioni e associazioni ecclesiali.
Tuttavia, in questa "nuova primavera" del cristianesimo non si
pu nascondere una tendenza negativa, che questo documento vuol
contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra
in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni
del concilio e del magistero successivo. Difficolt interne ed
esterne hanno indebolito lo slancio missionario della chiesa
verso i non cristiani, ed  un fatto, questo, che deve
preoccupare tutti i credenti in Cristo.
Nella storia della chiesa, infatti, la spinta missionaria 
sempre stata segno di vitalit, come la sua diminuzione  segno
di una crisi di fede. (1) A venticinque anni dalla conclusione
del concilio e dalla pubblicazione del decreto sull'attivit
missionaria Ad gentes, a quindici anni dall'esortazione
apostolica Evangelii nuntiandi del pontefice Paolo VI di v.m.,
desidero invitare la chiesa a un rinnovato impegno missionario,
continuando il magistero dei miei predecessori a tale riguardo. (2)
Il presente documento ha una finalit interna: il rinnovamento
della fede e della vita cristiana. La missione, infatti,
rinnova la chiesa, rinvigorisce la fede e l'identit cristiana,
d nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza
donandola! La nuova evangelizzazione dei popoli cristiani
trover ispirazione e sostegno nell'impegno per la missione
universale. Ma ci che ancor pi mi spinge a proclamare
l'urgenza dell'evangelizzazione missionaria  che essa
costituisce il primo servizio che la chiesa pu rendere a
ciascun uomo e all'intera umanit nel mondo odierno, il quale
conosce stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso
delle realt ultime e della stessa esistenza. "Cristo redentore
- ho scritto nella prima enciclica - rivela pienamente l'uomo a
se stesso... L'uomo che vuol comprendere se stesso fino in
fondo... deve avvicinarsi a Cristo... La redenzione, avvenuta
per mezzo della croce, ha ridato definitivamente all'uomo la
dignit e il senso della sua esistenza nel mondo". (3) N
mancano altre motivazioni e finalit: rispondere alle molte
richieste per un documento di questo genere dissipare dubbi e
ambiguit circa la missione ad gentes, confermando nel loro
impegno i benemeriti fratelli e sorelle dediti all'attivit
missionaria e tutti coloro che li aiutano; promuovere le
vocazioni missionarie, incoraggiare i teologi ad approfondire
ed esporre sistematicamente i vari aspetti della missione;
rilanciare la missione in senso specifico, impegnando le chiese
particolari specie quelle giovani, a mandare e ricevere
missionari, assicurare i non cristiani e, in particolare, le
autorit dei paesi verso cui si rivolge l'attivit missionaria,
che questa ha un unico fine: servire l'uomo rivelandogli
l'amore di Dio, che si  manifestato in Ges Cristo.
3. Popoli tutti, aprite le porte a Cristo! Il suo vangelo nulla
toglie alla libert dell'uomo, al dovuto rispetto delle
culture, a quanto c' di buono in ogni religione. Accogliendo
Cristo, voi vi aprite alla parola definitiva di Dio, a colui
nel quale Dio si  fatto pienamente conoscere e ci ha indicato
la via per arrivare a lui. Il numero di coloro che ignorano
Cristo e non fanno parte della chiesa  in continuo aumento,
anzi dalla fine del concilio  quasi raddoppiato. Per questa
umanit immensa, amata dal Padre che per essa ha inviato il suo
Figlio,  evidente l'urgenza della missione. D'altra parte, in
questo campo il nostro tempo offre nuove occasioni alla chiesa:
il crollo di ideologie e di sistemi politici oppressivi;
l'apertura delle frontiere e il formarsi di un mondo pi unito
grazie all'incremento delle comunicazioni, l'affermassi tra i
popoli di quei valori evangelici, che Ges ha incarnato nella
sua vita (pace, giustizia, fraternit, dedizione ai pi
piccoli); un tipo di sviluppo economico e tecnico senz'anima,
che pur sollecita a ricercare la verit su Dio, sull'uomo, sul
significato della vita. Dio apre alla chiesa gli orizzonti di
un'umanit pi preparata alla semina evangelica. Sento venuto
il momento di impegnare tutte le forze ecclesiali per la nuova
evangelizzazione e per la missione ad gentes. Nessun credente
in Cristo, nessuna istituzione della chiesa pu sottrarsi a
questo dovere supremo: annunziare Cristo a tutti i popoli.
PARTE PRIMA - GES CRISTO UNICO SALVATORE
4. "Il compito fondamentale della chiesa di tutte le epoche e,
in modo particolare, della nostra - ricordavo nella prima
enciclica programmatica -  di dirigere lo sguardo dell'uomo,
di indirizzare la coscienza e l'esperienza di tutta l'umanit
verso il mistero di Cristo". (4)
La missione universale della chiesa nasce dalla fede in Ges
Cristo, come si dichiara nella professione della fede
trinitaria: "Credo in un solo Signore, Ges Cristo, unigenito
Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli...
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e
per opera dello Spirito santo si  incarnato nel seno della
vergine Maria e si  fatto uomo". (5) Nell'evento della
redenzione  la salvezza di tutti, "perch ognuno  stato
compreso nel mistero della redenzione e con ognuno Cristo si 
unito, per sempre, attraverso questo mistero". (6) Soltanto
nella fede si comprende e si fonda la missione.
Eppure, anche a causa dei cambiamenti moderni e del diffondersi
di nuove idee teologiche alcuni si chiedono:
 ancora attuale la missione tra i non cristiani? Non  forse
sostituita dal dialogo inter-religioso? Non  un suo obiettivo
sufficiente la promozione umana? Il rispetto della coscienza e
della libert non esclude ogni proposta di conversione? Non ci
si pu salvare in qualsiasi religione? Perch quindi la
missione?
"Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me".
5. Risalendo alle origini della chiesa, troviamo chiaramente
affermato che Cristo  l'unico salvatore (Gv14,6) di tutti
colui che solo  in grado di rivelare Dio e di condurre a Dio.
Alle autorit religiose giudaiche che interrogano gli apostoli
in merito alla guarigione dello storpio, da lui operata, Pietro
risponde: "Nel nome di Ges Cristo il Nazareno, che voi avete
crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta
innanzi sano e salvo... in nessun altro c' salvezza: non vi 
infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale
sia stabilito che possiamo essere salvati". (At4,10) Questa
affermazione, rivolta al sinedrio, ha un valore universale,
poich per tutti - giudei e gentili - la salvezza non pu
venire che da Ges Cristo. L'universalit di questa salvezza in
Cristo e affermata in tutto il Nuovo Testamento. San Paolo
riconosce in Cristo risorto il Signore: "In realt - scrive
anche se ci sono cosiddetti di sia nel cielo sia sulla terra,
e difatti ci sono molti di e molti signori, per noi c' un
solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene, e noi siamo per
lui; e c' un solo Signore, Ges Cristo, in virt del quale
esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui". (1Cor8,5)
L'unico Dio e l'unico Signore sono affermati in contrasto con
la moltitudine di "di" e "signori" che il popolo ammetteva.
Paolo reagisce contro il politeismo dell'ambiente religioso del
suo tempo e pone in rilievo la caratteristica della fede
cristiana: fede in un solo Dio e in un solo Signore, inviato da
Dio. Nel vangelo di san Giovanni questa universalit salvifica
di Cristo comprende gli aspetti della sua missione di grazia,
di verit e di rivelazione: "Il Verbo  la luce vera, che
illumina ogni uomo". (Gv1,9) E ancora: "Dio nessuno l'ha mai
visto: proprio il Figlio unigenito, che  nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato". (Gv1,18); (Mt11,27) La rivelazione di Dio
si fa definitiva e completa a opera del suo Figlio unigenito:
"Dio, che nei tempi antichi aveva gi parlato molte volte e in
diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in
questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha
costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha
fatto anche il mondo". (Eb1,1); (Gv14,6) In questa Parola
definitiva della sua rivelazione Dio si  fatto conoscere nel
modo pi pieno: egli ha detto all'umanit chi . E questa
autorivelazione definitiva di Dio  il motivo fondamentale per
cui la chiesa  per sua natura missionaria. Essa non pu non
proclamare il vangelo, cio la pienezza della verit che Dio ci
ha fatto conoscere intorno a se stesso. Cristo  l'unico
mediatore tra Dio e gli uomini: "Uno solo, infatti,  Dio, e
uno solo il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Ges,
che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa
testimonianza egli l'ha data nei tempi stabiliti, e di essa io
sono stato fatto messaggero e apostolo - dico la verit, non
mentisco -, maestro dei pagani nella fede e nella verit".
(1Tm2,5); (Eb4,14) Gli uomini, quindi, non possono entrare in
comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l'azione
dello Spirito. Questa sua mediazione unica e universale, lungi
dall'essere di ostacolo al cammino verso Dio,  la via
stabilita da Dio stesso, e di ci Cristo ha piena coscienza. Se
non sono escluse mediazioni partecipate di vario tipo e ordine,
esse tuttavia attingono significato e valore unicamente da
quella di Cristo e non possono essere intese come parallele e
complementari.
6.  contrario alla fede cristiana introdurre una qualsiasi
separazione tra il Verbo e Ges Cristo. San Giovanni afferma
chiaramente che il Verbo, che "era in principio presso Dio", 
lo stesso che "si fece carne": (Gv1,2) Ges  il Verbo
incarnato, persona una e indivisibile. Non si pu separare Ges
da Cristo, n parlare di un "Ges della storia", che sarebbe
diverso dal "Cristo della fede". La chiesa conosce e confessa
Ges come "il Cristo, il Figlio del Dio vivente": (Mt16,16)
Cristo non  altro che Ges di Nazareth, e questi  il Verbo di
Dio fatto uomo per la salvezza di tutti. In Cristo "abita
corporalmente tutta la pienezza della divinit" (Col2,9) e
"dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto". (Gv1,16) "Il
Figlio unigenito, che  nel seno del Padre", (Gv1,18)  "il
Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione...
Piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza e per mezzo
di lui riconciliare a s tutte le cose, pacificando col sangue
della sua croce, cio per mezzo di lui, le cose che stanno
sulla terra e quelle nei cieli". (Col1,13)  proprio questa
singolarit unica di Cristo che a lui conferisce un significato
assoluto e universale, per cui, mentre  nella storia,  il
centro e il fine della stessa storia: (7) "Io sono l'alfa e
l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine".
(Ap22,13) Se, dunque,  lecito e utile considerare i vari
aspetti del mistero di Cristo, non bisogna mai perdere di vista
la sua unit. Mentre andiamo scoprendo e valorizzando i doni di
ogni genere, soprattutto le ricchezze spirituali, che Dio ha
elargito a ogni popolo, non possiamo disgiungerli da Ges
Cristo, il quale sta al centro del piano divino di salvezza.
Come "con l'incarnazione il Figlio di Dio s' unito in un certo
modo a ogni uomo", cos "dobbiamo ritenere che lo Spirito santo
dia a tutti la possibilit di venire in contatto, nel modo che
Dio conosce, col mistero pasquale. (8) Il disegno divino  "di
ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come
quelle della terra". (Ef1,10)
La fede in Cristo  una proposta alla libert dell'uomo.
7. L'urgenza dell'attivit missionaria emerge dalla radicale no
vita di vita, portata da Cristo e vissuta dai suoi discepoli.
Questa nuova vita  dono di Dio, e all'uomo  richiesto di
accoglierlo e di svilupparlo, se vuole realizzarsi secondo la
sua vocazione integrale in conformit a Cristo. Tutto il Nuovo
Testamento  un inno alla vita nuova per colui che crede in
Cristo e vive nella sua chiesa. La salvezza in Cristo,
testimoniata e annunziata dalla chiesa,  autocomunicazione di
Dio: " l'amore che non soltanto crea il bene, ma fa
partecipare alla vita stessa di Dio: Padre, Figlio e Spirito
santo. Infatti, colui che ama, desidera donare se stesso". (9)
Dio offre all'uomo questa novit di vita. "Si pu rifiutare
Cristo e tutto ci che egli ha portato nella storia dell'uomo?
Certamente si pu. L'uomo  libero. L'uomo pu dire a Dio: no.
L'uomo pu dire a Cristo: no. Ma rimane la domanda
fondamentale:  lecito farlo? e in nome di che cosa  lecito?". (10)
8. Nel mondo moderno c' la tendenza a ridurre l'uomo alla sola
dimensione orizzontale. Ma che cosa diventa l'uomo senza
apertura verso l'Assoluto? La risposta sta nell'esperienza di
ogni uomo, ma  anche inscritta nella storia dell'umanit col
sangue versato in nome di ideologie e da regimi politici, che
hanno voluto costruire un'"umanit nuova" senza Dio. (11) Del
resto, a quanti sono preoccupati di salvare la libert di
coscienza, risponde il concilio Vaticano II: "La persona umana
ha il diritto alla libert religiosa...Tutti gli uomini devono
essere immuni dalla coercizione da parte di singoli individui,
di gruppi sociali e di qualsivoglia potest umana, cos che in
materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la
coscienza, n sia impedito, entro certi limiti, di agire in
conformit a essa: privatamente o pubblicamente, in forma
individuale o associata". (12) L'annunzio e la testimonianza di
Cristo, quando sono fatti in modo rispettoso delle coscienze,
non violano la libert. La fede esige la libera adesione
dell'uomo, ma deve essere proposta, poich "le moltitudini
hanno il diritto di conoscere la ricchezza del mistero di
Cristo, nel quale crediamo che tutta l'umanit pu trovare, in
una pienezza insospettabile, tutto ci che essa cerca a tentoni
su Dio, sull'uomo e sul suo destino, sulla vita e sulla morte,
sulla verit... Per questo la chiesa mantiene il suo slancio
missionario e vuole, altres, intensificarlo nel nostro momento
storico". (13) Bisogna dire anche, per, sempre col concilio,
che "a motivo della loro dignit tutti gli esseri umani, in
quanto sono persone, dotati cio di ragione e di libera volont
e perci investiti di personale responsabilit, sono dalla loro
stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verit,
in primo luogo quella concernente la religione. Essi sono pure
tenuti ad aderire alla verit una volta conosciuta e a ordinare
tutta la loro vita secondo le sue esigenze". (14)
La Chiesa segno e strumento di salvezza
9. Prima beneficiaria della salvezza  la chiesa: il Cristo se
l' acquistata col suo sangue (At20,28) e l'ha fatta sua
collaboratrice nell'opera della salvezza universale. Infatti,
Cristo vive in essa;  il suo sposo; opera la sua crescita;
compie la sua missione per mezzo di essa. Il concilio ha
ampiamente richiamato il ruolo della chiesa per la salvezza
dell'umanit. Mentre riconosce che Dio ama tutti gli uomini e
accorda loro la possibilit della salvezza, (1Tm2,4); (15) la
chiesa professa che Dio ha costituito Cristo come unico
mediatore e che essa stessa  posta come sacramento universale
di salvezza: (16) "Tutti gli uomini, quindi, sono chiamati a
questa cattolica unit del popolo di Dio..., e a essa in vario
modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia
gli altri credenti in Cristo, sia tutti gli uomini
universalmente, chiamati a salvezza dalla grazia di Dio". (17)
 necessario tener congiunte queste due verit, cio la reale
possibilit della salvezza in Cristo per tutti gli uomini e la
necessit della chiesa in ordine a tale salvezza. Ambedue
favoriscono la comprensione dell'unico mistero salvifico, s da
potere sperimentare la misericordia di Dio e la nostra
responsabilit. La salvezza, che  sempre dono dello Spirito,
esige la collaborazione dell'uomo per salvare sia se stesso che
gli altri. Cos ha voluto Dio, e per questo ha stabilito e
coinvolto la chiesa nel piano della salvezza: "Questo popolo
messianico - dice il concilio costituito da Cristo per una
comunione di vita, di carit e di verit,  pure da lui assunto
quale strumento della redenzione di tutti e, come luce del
mondo e sale della terra,  inviato a tutto il mondo". (18)
La salvezza  offerta a tutti gli uomini
10. L'universalit della salvezza non significa che essa 
accordata solo a coloro che, in modo esplicito, credono in
Cristo e sono entrati nella chiesa. Se  destinata a tutti, la
salvezza deve essere messa in concreto a disposizione di tutti.
Ma  evidente che, oggi come in passato, molti uomini non hanno
la possibilit di conoscere o di accettare la rivelazione del
vangelo, di entrare nella chiesa. Essi vivono in condizioni
socio-culturali che non lo permettono, e spesso sono stati
educati in altre tradizioni religiose. Per essi la salvezza di
Cristo  accessibile in virt di una grazia che, pur avendo una
misteriosa relazione con la chiesa, non li introduce
formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro
situazione interiore e ambientale. Questa grazia proviene da
Cristo,  frutto del suo sacrificio ed  comunicata dallo
Spirito santo: essa permette a ciascuno di giungere alla
salvezza con la sua libera collaborazione. Per questo il
concilio, dopo aver affermato la centralit del mistero
pasquale, afferma: "E ci non vale solo per i cristiani, ma
anche per tutti gli uomini di buona volont, nel cui cuore
opera invisibilmente la grazia. Cristo, infatti,  morto per
tutti, e la vocazione ultima dell'uomo  effettivamente una
sola, quella divina, perci, dobbiamo ritenere che lo Spirito
santo dia a tutti la possibilit di venire in contatto, nel
modo che Dio conosce, col mistero pasquale". (19)
" Noi non possiamo tacere " (At 4,20)
11. Che dire allora delle obiezioni, gi ricordate, in merito
alla missione ad gentes? Nel rispetto di tutte le credenze e di
tutte le sensibilit, dobbiamo anzitutto affermare con
semplicit la nostra fede in Cristo, unico salvatore dell'uomo,
fede che abbiamo ricevuto come dono dall'alto senza nostro
merito. Noi diciamo con Paolo: "Io non mi vergogno del vangelo,
poich  potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede".
(Rm1,16) I martiri cristiani di tutti i tempi anche del nostro
hanno dato e continuano a dare la vita per testimoniare agli
uomini questa fede, convinti che ogni uomo ha bisogno di Ges
Cristo, il quale ha sconfitto il peccato e la morte e ha
riconciliato gli uomini con Dio. Cristo si  proclamato Figlio
di Dio, intimamente unito al Padre e, come tale,  stato
riconosciuto dai discepoli, confermando le sue parole con i
miracoli e la risurrezione da morte. La chiesa offre agli
uomini il vangelo, documento profetico, rispondente alle
esigenze e aspirazioni del cuore umano: esso  sempre "buona
novella". La chiesa non pu fare a meno di proclamare che Ges
 venuto a rivelare il volto di Dio e a meritare con la croce e
la risurrezione, la salvezza per tutti gli uomini.
All'interrogativo: perch la missione? noi rispondiamo con la
fede e con l'esperienza della chiesa che aprirsi all'amore di
Cristo  la vera liberazione. In lui, soltanto in lui siamo
liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavit al
potere del peccato e della morte. Cristo  veramente "la nostra
pace", (Ef2,14) e "l'amore di Cristo ci spinge", (2Cor5,14)
dando senso e gioia alla nostra vita. La missione  un problema
di fede,  l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel
suo amore per noi. La tentazione oggi  di ridurre il
cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del
buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato  avvenuta
una "graduale secolarizzazione della salvezza", per cui ci si
batte, s, per l'uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla
sola dimensione orizzontale. Noi invece, sappiamo che Ges 
venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto
l'uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti
della filiazione divina. Perch la missione? Perch a noi, come
a san Paolo, " stata concessa la grazia di annunziare ai
pagani le imperscrutabili ricchezze di Cristo". (Ef3,8) La
novit di vita in lui  la "buona novella" per l'uomo di tutti
i tempi: a essa tutti gli uomini sono chiamati e destinati.
Tutti di fatto la cercano, anche se a volte in modo confuso, e
hanno il diritto di conoscere il valore di tale dono e di
accedervi. La chiesa e, in essa, ogni cristiano non pu
nascondere n conservare per s questa novit e ricchezza,
ricevuta dalla bont divina per esser comunicata a tutti gli
uomini. Ecco perch la missione, oltre che dal mandato formale
del Signore, deriva dall'esigenza profonda della vita di Dio in
noi. Coloro che sono incorporati nella chiesa cattolica devono
sentirsi dei privilegiati, e per ci stesso maggiormente
impegnati a testimoniare la fede e la vita cristiana come
servizio ai fratelli e doverosa risposta a Dio, memori che "la
loro eccellente condizione non  da ascrivere ai loro meriti,
ma a una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi
corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, lungi
dal salvarsi, saranno pi severamente giudicati". (20)
PARTE SECONDA - IL REGNO DI DIO
12. "Dio, ricco di misericordia,  colui che Ges Cristo ci ha
rivelato come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce
l'ha manifestato e fatto conoscere". (21) Questo scrivevo
all'inizio dell'enciclica Dives in misericordia, mostrando come
il Cristo  la rivelazione e l'incarnazione della misericordia
del Padre. La salvezza consiste nel credere e accogliere il
mistero del Padre e del suo amore che si manifesta e si dona in
Ges mediante lo Spirito. Cos si compie il regno di Dio,
preparato gi dall'antica alleanza, attuato da Cristo e in
Cristo, annunciato a tutte le genti dalla chiesa, che opera e
prega affinch si realizzi in modo perfetto e definitivo.
L'Antico Testamento attesta che Dio si  scelto e formato un
popolo, per rivelare e attuare il suo disegno d'amore. Ma,
nello stesso tempo, Dio  creatore e padre di tutti gli uomini,
di tutti si prende cura, a tutti estende la sua benedizione
(Gen12,3) e con tutti ha stretto un'alleanza. (Gen9,1) Israele
fa l'esperienza di un Dio personale e salvatore, (Dt4,37);
(Dt7,6); (Is43,1) del quale diventa il testimone e il portavoce
in mezzo alle nazioni. Nel corso della sua storia Israele
prende coscienza che la sua elezione ha un significato
universale.(Is2,2); (Is25,6); (Is60,1); (Ger3,17); (Ger16,19)
Cristo rende presente il Regno
13. Ges di Nazareth porta a compimento il disegno di Dio. Dopo
aver ricevuto lo Spirito santo nel battesimo, egli manifesta la
sua vocazione messianica: percorre la Galilea "predicando il
vangelo di Dio e dicendo: "Il tempo  compiuto, il regno di Dio
 vicino; convertitevi e credete al vangelo"". (Mc1,14);
(Mt4,17); (Lc4,43) La proclamazione e l'instaurazione del regno
di Dio sono l'oggetto della sua missione: " per questo che
sono stato inviato". (Lc4,43) Ma c' di pi: Ges  lui stesso
la "buona novella", come afferma gi all'inizio della missione
nella sinagoga del suo paese, applicando a s le parole di
Isaia sull'Unto, inviato dallo Spirito del Signore. (Lc4,14)
Essendo la "buona novella", in Cristo c' identit tra
messaggio e messaggero, tra il dire, l'agire e l'essere. La sua
forza, il segreto dell'efficacia della sua azione sta nella
totale identificazione col messaggio che annunzia: egli
proclama la "buona novella" non solo con quello che dice o fa,
ma con quello che . Il ministero di Ges  descritto nel
contesto dei viaggi nella sua terra. L'orizzonte della missione
prima della pasqua  centrato su Israele; tuttavia, Ges offre
un elemento nuovo di importanza capitale. La realt
escatologica non  rinviata a una fine remota del mondo, ma si
fa vicina e comincia ad attuarsi. Il regno di Dio si avvicina,
(Mc1,15) si prega perch venga, (Mt6,10) la fede lo scorge gi
operante nei segni, quali i miracoli, (Mt11,4) gli esorcismi,
(Mt3,13) l'annunzio della "buona novella" ai poveri. (Lc4,18)
Negli incontri di Ges con i pagani  chiaro che l'accesso al
regno avviene mediante la fede e la conversione (Mc1,15) e non
per semplice appartenenza etnica. Il regno che Ges inaugura 
il regno di Dio: Ges stesso rivela chi  questo Dio, che
chiama col termine familiare di "abb", Padre. (Mc14,36) Il
Dio, rivelato soprattutto nelle parabole, (Lc15,3); (Mt20,1) 
sensibile alle necessit e alle sofferenze di ogni uomo:  un
Padre amoroso e pieno di compassione, che perdona e d
gratuitamente le grazie richieste. San Giovanni ci dice che
"Dio  amore". (1Gv4,8) Ogni uomo, perci,  invitato a
"convertirsi" e a "credere" all'amore misericordioso di Dio per
lui: il regno crescer nella misura in cui ogni uomo imparer a
rivolgersi a Dio nell'intimit della preghiera come a un Padre
(Lc11,2); (Mt23,9) e si sforzer di compiere la sua volont. (Mt7,21)
Caratteristiche ed esigenze del Regno
14. Ges rivela progressivamente le caratteristiche ed esigenze
del regno mediante le sue parole, le sue opere e la sua
persona. Il regno di Dio  destinato a tutti gli uomini,
essendo tutti chiamati a esserne membri. Per sottolineare
questo aspetto, Ges si  avvicinato soprattutto a quelli che
erano ai margini della societ, dando a essi la preferenza
quando annunziava la "buona novella". All'inizio dei suo
ministero egli proclama di essere stato mandato per annunziare
ai poveri il lieto messaggio. (Lc4,18) A tutte le vittime del
rifiuto e del disprezzo dichiara: "Beati voi poveri" (Lc6,20);
inoltre, a questi emarginati fa gi vivere un'esperienza di
liberazione stando con loro (Lc5,30); (Lc15,2) andando a
mangiare con loro, trattandoli come uguali e amici (Lc7,34),
facendoli sentire amati da Dio e rivelando cos la sua immensa
tenerezza verso i bisognosi e i peccatori. (Lc15,1)
La liberazione e la salvezza, portate dal regno di Dio
raggiungono la persona umana nelle sue dimensioni sia fisiche
che spirituali. Due gesti caratterizzano la missione di Ges:
il guarire e il perdonare. Le molteplici guarigioni dimostrano
la sua grande compassione di fronte alle miserie umane; ma
significano pure che nel regno non vi saranno pi n malattie
n sofferenze e che la sua missione mira fin dall'inizio a
liberare le persone da esse. Nella prospettiva di Ges le
guarigioni sono anche segno della salvezza spirituale, cio
della liberazione dal peccato. Compiendo gesti di guarigione,
Ges invita alla fede, alla conversione, al desiderio di
perdono. (Lc5,24) Ricevuta la fede, la guarigione spinge a
proseguire pi lontano: introduce nella salvezza. (Lc18,42) I
gesti di liberazione dalla possessione del demonio, male
supremo e simbolo del peccato e della ribellione contro Dio,
sono segni che "il regno di Dio  giunto fra voi". (Mt12,28)
15. Il regno mira a trasformare i rapporti tra gli uomini e si
attua progressivamente, man mano che essi imparano ad amarsi, a
perdonarsi, a servirsi a vicenda. Ges riprende tutta la legge,
incentrandola sul comandamento dell'amore. (Mt22,34); (Lc10,25)
Prima di lasciare i suoi, d loro un "comandamento nuovo":
"Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato". (Gv13,34);
(Gv15,12) L'amore, con cui Ges ha amato il mondo, trova
l'espressione pi alta nel dono della sua vita per gli uomini,
(Gv15,13) che manifesta l'amore che il Padre ha per il mondo.
(Gv3,16) Perci, la natura del regno  la comunione di tutti
gli esseri umani tra di loro e con Dio. Il regno riguarda
tutti: le persone, la societ, il mondo intero. Lavorare per il
regno vuol dire riconoscere e favorire il dinamismo divino, che
 presente nella storia umana e la trasforma. Costruire il
regno vuol dire lavorare per la liberazione dal male in tutte
le sue forme. In sintesi, il regno di Dio  la manifestazione e
l'attuazione del suo disegno di salvezza in tutta la sua pienezza.
Nel Risorto il Regno si compie ed  proclamato
16. Risuscitando Ges dai morti, Dio ha vinto la morte e in lui
ha inaugurato definitivamente il suo regno. Durante la vita
terrena Ges  il profeta del regno e, dopo la sua passione,
risurrezione e ascensione al cielo, partecipa della potenza di
Dio e del suo dominio sul mondo. (Mt28,18); (At2,36); (Ef1,18)
La risurrezione conferisce una portata universale al messaggio
di Cristo, alla sua azione e a tutta la sua missione. I
discepoli avvertono che il regno  gi presente nella persona
di Ges e viene a poco a poco instaurato nell'uomo e nel mondo
mediante un misterioso legame con lui. Dopo la risurrezione,
infatti, essi predicavano il regno annunziando Ges morto e
risorto. Filippo in Samaria "recava la buona novella del regno
di Dio e del nome di Ges Cristo". (At8,12) Paolo a Roma
"annunziava il regno di Dio e insegnava le cose riguardanti il
Signore Ges Cristo". (At28,31) Anche i primi cristiani
annunziavano "il regno di Cristo e di Dio", (Ef5,5); (Ap11,15);
(Ap12,10) oppure "il regno eterno del Signore nostro e
Salvatore Ges Cristo". (2Pt1,11)
 sull'annunzio di Ges Cristo, con cui il regno si identifica,
che  incentrata la predicazione della chiesa primitiva. Come
allora, oggi bisogna unire l'annunzio del regno di Dio (il
contenuto del "krygma" di Ges) e la proclamazione dell'evento
Ges Cristo (che  il "krygma" degli apostoli). I due annunzi
si completano e si illuminano a vicenda.
Il Regno in rapporto a Cristo e alla Chiesa
17. Oggi si parla molto del regno, ma non sempre in consonanza
col sentire ecclesiale. Ci sono, infatti, concezioni della
salvezza e della missione che si possono chiamare
"antropocentriche" nel senso riduttivo del termine, in quanto
sono incentrate sui bisogni terreni dell'uomo. In questa
visione il regno tende a diventare una realt del tutto umana e
secolarizzata, in cui ci che conta sono i programmi e le lotte
per la liberazione socio-economica, politica e anche culturale,
ma in un orizzonte chiuso al trascendente. Senza negare che
anche a questo livello ci siano valori da promuovere tuttavia
tale concezione rimane nei confini di un regno dell'uomo
decurtato delle sue autentiche e profonde dimensioni, e si
traduce facilmente in una delle ideologie di progresso
puramente terreno. Il regno di Dio, invece, "non  di questo
mondo..., non  di quaggi". (Gv18,36) Ci sono, poi, concezioni
che di proposito pongono l'accento sul regno e si qualificano
come "regno-centriche", le quali danno risalto all'immagine di
una chiesa che non pensa a se stessa, ma  tutta occupata a
testimoniare e a servire il regno.  una "chiesa per gli altri,
si dice, come Cristo  l'"uomo per gli altri". Si descrive il
compito della chiesa come se debba procedere in una duplice
direzione: da un lato, promuovere i cosiddetti "valori del
regno", quali la pace, la giustizia, la libert, la fraternit;
dall'altro, favorire il dialogo fra i popoli, le culture, le
religioni, affinch in un vicendevole arricchimento aiutino il
mondo a rinnovarsi e a camminare sempre pi verso il regno.
Accanto ad aspetti positivi, queste concezioni ne rivelano
spesso di negativi. Anzitutto, passano sotto silenzio Cristo:
il regno, di cui parlano, si fonda su un "teocentrismo", perch
- dicono - Cristo non pu essere compreso da chi non ha la fede
cristiana, mentre popoli, culture e religioni diverse si
possono ritrovare nell'unica realt divina, quale che sia il
suo nome. Per lo stesso motivo esse privilegiano il mistero
della creazione, che si riflette nella diversit delle culture
e credenze ma tacciono sul mistero della redenzione. Inoltre,
il regno, quale essi lo intendono, finisce con l'emarginare o
sottovalutare la chiesa, per reazione a un supposto
"ecclesiocentrismo" del passato e perch considerano la chiesa
stessa solo un segno, non privo peraltro di ambiguit.
18. Ora, non  questo il regno di Dio, quale conosciamo dalla
rivelazione: esso non pu essere disgiunto n da Cristo n
dalla chiesa. Come si  detto, Cristo non soltanto ha
annunziato il regno, ma in lui il regno stesso si  fatto
presente e si  compiuto. E non solo mediante le sue parole e
le sue opere: "Innanzi tutto, il regno si manifesta nella
stessa persona di Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, il
quale  venuto "a servire e a dare la sua vita in riscatto per
molti" (Mc10,45); (22) " Il regno di Dio non  un concetto, una
dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma 
innanzi tutto una persona che ha il volto e il nome di Ges di
Nazareth, immagine del Dio invisibile. (23) Se si distacca il
regno da Ges, non si ha pi il regno di Dio da lui rivelato e
si finisce per distorcere sia il senso del regno, che rischia
di trasformarsi in un obiettivo puramente umano o ideologico,
sia l'identit di Cristo, che non appare pi il Signore, a cui
tutto deve esser sottomesso. (1Cor15,27) Parimenti, non si pu
disgiungere il regno dalla chiesa. Certo, questa non e fine a
se stessa, essendo ordinata al regno di Dio, di cui  germe,
segno e strumento. Ma, mentre si distingue dal Cristo e dal
regno, la chiesa  indissolubilmente unita a entrambi. Cristo
ha dotato la chiesa, suo corpo, della pienezza dei beni e dei
mezzi di salvezza; lo Spirito santo dimora in essa, la vivifica
con i suoi doni e carismi, la santifica guida e rinnova
continuamente. (24) Ne deriva una relazione singolare e unica,
che` pur non escludendo l'opera di Cristo e dello Spirito fuori
dei confini visibili della chiesa, conferisce a essa un ruolo
specifico e necessario. Di qui anche lo speciale legame della
chiesa col regno di Dio e di Cristo, che essa ha "la missione
di annunziare e di instaurare in tutte le genti". (25)
19.  in questa visione d'insieme che si comprende la realt
del regno. Certo, esso esige la promozione dei beni umani e dei
valori che si possono ben dire "evangelici", perch sono
intimamente legati alla "buona novella". Ma questa promozione
che pure sta a cuore alla chiesa, non deve essere distaccata n
contrapposta agli altri suoi compiti fondamentali, come
l'annunzio del Cristo e del suo vangelo la fondazione e lo
sviluppo di comunit che attuano tra gli uomini l'immagine viva
del regno. Non si tema di cadere con ci in una forma di
"ecclesiocentrismo". Paolo VI. che ha affermato l'esistenza di
"un legame profondo tra il Cristo la chiesa e
l'evangelizzazione" (26) ha pure detto che la chiesa "non 
fine a se stessa, ma fervidamente sollecita di essere tutta di
Cristo, in Cristo e per Cristo. e tutta degli uomini, fra gli
uomini e per gli uomini". (27)
20. La Chiesa a servizio del Regno
La Chiesa  effettivamente e concretamente a servizio del
regno. Lo , anzitutto. con l'annunzio che chiama alla
conversione: , questo, il primo e fondamentale servizio alla
venuta del regno nelle singole persone e nella societ umana.
La salvezza escatologica inizia gi ora nella novit di vita in
Cristo: "A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di
diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome".
(Gv1,12) La chiesa, poi, serve il regno fondando comunit e
istituendo chiese particolari e portandole alla maturazione
della fede e della carit nell'apertura verso gli altri, nel
servizio alla persona e alla societ, nella comprensione e
stima delle istituzioni umane." La chiesa, inoltre, serve il
regno diffondendo nel mondo i "valori evangelici", che del
regno sono espressione e aiutano gli uomini ad accogliere il
disegno di Dio.  vero, dunque, che la realt incipiente del
regno pu trovarsi anche al di l dei confini della chiesa
nell'umanit intera, in quanto questa viva i "valori
evangelici" e si apra all'azione dello Spirito che spira dove e
come vuole; (Gv3,8) ma bisogna subito aggiungere che tale
dimensione temporale del regno  incompleta, se non 
coordinata col regno di Cristo, presente nella chiesa e proteso
alla pienezza escatologica. (28) Le molteplici prospettive del
regno di Dio (29) non indeboliscono i fondamenti e le finalit
dell'attivit missionaria, ma piuttosto li fortificano e
allargano. La chiesa  sacramento di salvezza per tutta
l'umanit, e la sua azione non si restringe a coloro che ne
accettano il messaggio. Essa  forza dinamica nel cammino
dell'umanit verso il regno escatologico,  segno e promotrice
dei valori evangelici tra gli uomini. (30) A questo itinerario
dl conversione al progetto di Dio la chiesa contribuisce con la
sua testimonianza e con le sue attivit, quali il dialogo, la
promozione umana, l'impegno per la giustizia e la pace,
l'educazione e la cura degli infermi, l'assistenza ai poveri e
ai piccoli tenendo sempre ferma la priorit delle realt
trascendenti e spirituali, premesse della salvezza
escatologica. La chiesa, infine, serve il regno anche con la
sua intercessione, essendo esso per la sua natura dono e opera
di Dio come ricordano le parabole evangeliche e la preghiera
stessa insegnataci da Ges. Noi dobbiamo chiederlo,
accoglierlo, farlo crescere in noi; ma dobbiamo anche cooperare
perch sia accolto e cresca tra gli uomini, fino a quando
Cristo "consegner il regno a Dio Padre" e "Dio sar tutto in
tutti". (1Cor15,24)
PARTE TERZA - LO SPIRITO SANTO PROTAGONISTA DELLA MISSIONE
21. "Al culmine della missione messianica di Ges, lo Spirito
santo diventa presente nel mistero pasquale in tutta la sua
soggettivit divina, come colui che deve ora continuare l'opera
salvifica, radicata nel sacrificio della croce. Senza dubbio
questa opera viene affidata da Ges a uomini: agli apostoli,
alla chiesa. Tuttavia, in questi uomini e per mezzo di essi, lo
Spirito santo rimane il trascendente soggetto protagonista
della realizzazione di tale opera nello spirito dell'uomo e
nella storia del mondo". (31) Lo Spirito santo invero  il
protagonista di tutta la missione ecclesiale: la sua opera
rifulge eminentemente nella missione ad gentes, come appare
nella chiesa primitiva per la conversione di Cornelio, (At10,1)
per le decisioni circa i problemi emergenti, (At15,1) per la
scelta dei territori e dei popoli. (At16,6) Lo Spirito opera
per mezzo degli apostoli, ma nello stesso tempo opera anche
negli uditori: "Mediante la sua azione, la buona novella prende
corpo nelle coscienze e nei cuori umani e si espande nella
storia. In tutto ci  lo Spirito santo che d la vita". (32)
L'invio "fino agli estremi confini della terra"
22. Tutti gli evangelisti, quando narrano l'incontro del
Risorto con gli apostoli, concludono col mandato missionario:
"Mi  stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque
e ammaestrate tutte le nazioni... (At1,8) Ecco, io sono con voi
tutti i giorni, fino alla fine del mondo". (Mt28,18);
(Mc16,15); (Lc24,46); (Gv20,21) Questo invio  invio nello
Spirito come appare chiaramente nel testo di san Giovanni:
Cristo manda i suoi nel mondo. come il Padre ha mandato lui? e
per questo dona loro lo Spirito. A sua volta, Luca collega
strettamente la testimonianza che gli apostoli dovranno rendere
a Cristo con l'azione dello Spirito, che li metter in grado di
attuare il mandato ricevuto.
23. Le varie forme del "mandato missionario" contengono punti
in comune e accenti caratteristici; due elementi per, si
ritrovano in tutte le versioni. Anzitutto, la dimensione
universale del compito affidato agli apostoli: "Tutte le
nazioni"; (Mt28,19) "in tutto il mondo a ogni creatura";
(Mc16,15) "tutte le genti"; (Lc24,47) "fino agli estremi
confini della terra". (At1,8) In secondo luogo, l'assicurazione
data loro dal Signore che in questo compito non rimarranno
soli, ma riceveranno la forza e i mezzi per svolgere la loro
missione.  in ci la presenza e la potenza dello Spirito e
l'assistenza di Ges: "Essi partirono e predicarono
dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro".
(Mc16,20) Quanto alle differenze di accento nel mandato, Marco
presenta la missione come proclamazione, o krygma: "Proclamate
il vangelo". (Mc16,15) Scopo dell'evangelista  di condurre i
lettori a ripetere la confessione di Pietro: "Tu sei il Cristo"
(Mc8,29) e a dire, come il centurione romano dinanzi a Ges
morto in croce: "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio".
(Mc15,39) In Matteo l'accento missionario  posto sulla
fondazione della chiesa e sul suo insegnamento; (Mt28,19);
(Mt16,18) in lui, dunque, il mandato evidenzia che la
proclamazione del vangelo dev'essere completata da una
specifica catechesi di ordine ecclesiale e sacramentale. In
Luca la missione  presentata come testimonianza, (Lc24,48);
(At1,8) che verte soprattutto sulla risurrezione. (At1,22) Il
missionario  invitato a credere alla potenza trasformatrice
del vangelo e ad annunziare ci che Luca illustra bene, cio la
conversione all'amore e alla misericordia di Dio, l'esperienza
di una liberazione integrale fino alla radice di ogni male, il
peccato. Giovanni  il solo a parlare esplicitamente di
"mandato" parola che equivale a "missione" collegando
direttamente la missione che Ges affida ai suoi discepoli con
quella che egli stesso ha ricevuto dal Padre: "Come il Padre ha
mandato me, cos io mando voi". (Gv20,21) Ges dice rivolto al
Padre: "Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati
nel mondo". (Gv17,18) Tutto il senso missionario del Vangelo di
Giovanni si trova espresso nella "preghiera sacerdotale": la
vita eterna  che "conoscano te, l'unico vero Dio e colui che
hai mandato, Ges Cristo". (Gv17,3) Scopo ultimo della missione
 di far partecipare della comunione che esiste tra il Padre e
il Figlio: i discepoli devono vivere l'unit tra loro,
rimanendo nel Padre e nel Figlio, perch il mondo conosca e
creda. (Gv17,21) , questo, un significativo testo missionario,
il quale fa capire che si  missionari prima di tutto per ci
che si  come chiesa che vive profondamente l'unit nell'amore,
prima di esserlo per ci che si dice o si fa. I quattro
Vangeli, dunque, nell'unit fondamentale della stessa missione,
attestano un certo pluralismo` che riflette esperienze e
situazioni diverse nelle prime comunit cristiane. Esso  anche
frutto della spinta dinamica dello stesso Spirito; invita a
essere attenti ai diversi carismi missionari e alle diverse
condizioni ambientali e umane. Tutti gli evangelisti, per,
sottolineano che la missione dei discepoli  collaborazione con
quella di Cristo: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino
alla fine del mondo. (Mt28,20) La missione, pertanto, non si
fonda sulle capacit umane, ma sulla potenza del Risorto.
Lo Spirito guida la missione
24. La missione della chiesa, come quella di Ges,  opera di
Dio o - come spesso dice Luca - opera dello Spirito. Dopo la
risurrezione e l'ascensione di Ges gli apostoli vivono
un'esperienza forte che li trasforma: la Pentecoste. La venuta
dello Spirito santo fa di essi dei testimoni e dei profeti,
(At1,8); (At2,17) infondendo in loro una tranquilla audacia che
li spinge a trasmettere agli altri la loro esperienza di Ges e
la speranza che li anima. Lo Spirito d loro la capacit di
testimoniare Ges con "franchezza". (33) Quando gli
evangelizzatori escono da Gerusalemme, lo Spirito assume ancor
di pi la funzione di "guida" nella scelta sia delle persone,
sia delle vie della missione. La sua azione si manifesta
specialmente nell'impulso dato alla missione che di fatto
secondo le parole di Cristo, si allarga da Gerusalemme a tutta
la Giudea e Samaria e fino agli estremi confini della terra.
Gli Atti riportano sei sintesi dei "discorsi missionari" che
sono rivolti ai giudei agli inizi della chiesa. (At2,22);
(At3,12); (At4,9); (At5,29); (At10,34); (At13,16) Questi
discorsi-modello, pronunciati da Pietro e da Paolo, annunziano
Ges, invitano a "convertirsi", cio ad accogliere Ges nella
fede e a lasciarsi trasformare in lui dallo Spirito. Paolo e
Barnaba sono spinti dallo Spirito verso i pagani, (At13,46) il
che non avviene senza tensioni e problemi. Come devono vivere
la loro fede in Ges i pagani convertiti? Sono essi vincolati
alla tradizione del giudaismo e alla legge della circoncisione?
Nel primo concilio, che riunisce a Gerusalemme intorno agli
apostoli i membri di diverse chiese, viene presa una decisione
riconosciuta come derivante dallo Spirito: non  necessario che
il gentile si sottometta alla legge giudaica per diventare
cristiano. (At15,5); (At11,28) Da quel momento la chiesa apre
le sue porte e diventa la casa in cui tutti possono entrare e
sentirsi a proprio agio, conservando la propria cultura e le
proprie tradizioni, purch non siano in contrasto col Vangelo.
25. I missionari hanno proceduto lungo questa linea, tenendo
ben presenti le attese e speranze, le angosce e sofferenze, la
cultura della gente per annunziarle la salvezza in Cristo. I
discorsi di Listra e di Atene (At14,15); (At17,22) sono
riconosciuti come modelli per l'evangelizzazione dei pagani: in
essi Paolo "entra in dialogo" con i valori culturali e
religiosi dei diversi popoli. Agli abitanti della Licaonia, che
praticavano una religione cosmica, egli ricorda esperienze
religiose che si riferiscono al cosmo; con i greci discute di
filosofia e cita i loro poeti. (At17,18) Il Dio che vuol
rivelare  gi presente nella loro vita:  lui, infatti, che li
ha creati e dirige misteriosamente i popoli e la storia;
tuttavia, per riconoscere il vero Dio, bisogna che abbandonino
i falsi di che essi stessi hanno fabbricato e si aprano a
colui che Dio ha inviato per colmare la loro ignoranza e
soddisfare l'attesa del loro cuore. Sono discorsi che offrono
un esempio di inculturazione del Vangelo. Sotto la spinta dello
Spirito, la fede cristiana si apre decisamente alle "genti", e
la testimonianza del Cristo si allarga ai centri pi importanti
del Mediterraneo orientale per arrivare poi a Roma e
all'estremo occidente. E lo Spirito che spinge ad andare sempre
oltre, non solo in senso geografico, ma anche al di l delle
barriere etniche e religiose, per una missione veramente universale.
Lo Spirito rende missionaria tutta la Chiesa
26. Lo Spirito spinge il gruppo dei credenti a "fare comunit",
a essere chiesa. Dopo il primo annunzio di Pietro il giorno di
Pentecoste e le conversioni che ne seguirono, si forma la prima
comunit. (At2,42); (At4,32) Uno degli scopi centrali della
missione, infatti,  di riunire il popolo nell'ascolto del
vangelo, nella comunione fraterna, nella preghiera e
nell'eucaristia. Vivere la "comunione fraterna" (koinona)
significa avere "un cuor solo e un'anima sola", (At4,32)
instaurando una comunione sotto tutti gli aspetti: umano,
spirituale e materiale. Difatti, la vera comunit cristiana 
impegnata a distribuire i beni terreni, affinch non ci siano
indigenti e tutti possano avere accesso a quei beni "secondo le
necessit". (At2,45); (At4,35) Le prime comunit, in cui
regnavano "la letizia e la semplicit di cuore", (At2,46) erano
dinamicamente aperte e missionarie: "Godevano la stima di tutto
il popolo". (At2,47) Prima ancora di essere azione, la missione
 testimonianza e irradiazione. (34)
27. Gli Atti indicano che la missione, indirizzata prima a
Israele e poi alle genti, si sviluppa a molteplici livelli.
C', innanzi tutto, il gruppo dei Dodici che, come un unico
corpo guidato da Pietro, proclama la buona novella. C', poi,
la comunit dei credenti, che. col suo modo di vivere e di
operare, rende testimonianza al Signore e converte i pagani.
(At2,46) Ci sono, ancora, gli inviati speciali, destinati ad
annunziare il vangelo. Cos la comunit cristiana di Antiochia
invia i suoi membri in missione: dopo aver digiunato, pregato e
celebrato l'eucaristia, essa avverte che lo Spirito ha scelto
Paolo e Barnaba per essere inviati. (At13,1) Alle sue origini,
dunque, la missione  vista come un impegno comunitario e una
responsabilit della chiesa locale, che ha bisogno appunto di
"missionari" per spingersi verso nuove frontiere. Accanto a
quelli inviati ce ne erano altri, che testimoniavano
spontaneamente la novit che aveva trasformato la loro vita e
collegavano poi le comunit in formazione alla chiesa
apostolica. La lettura degli Atti ci fa capire che all'inizio
della chiesa la missione gentes pur avendo anche missionari "a
vita" che vi si dedicavano per una speciale vocazione, era di
fatto considerata come il frutto normale della vita cristiana,
l'impegno per ogni credente mediante la testimonianza personale
e l'annunzio esplicito, quando possibile.
Lo Spirito  presente e operante in ogni tempo e luogo
28. Lo Spirito si manifesta in maniera particolare nella chiesa
e nei suoi membri; tuttavia, la sua presenza e azione sono
universali, senza limiti n di spazio n di tempo. (35) Il
concilio Vaticano II ricorda l'opera dello Spirito nel cuore di
ogni uomo mediante i "semi del Verbo", nelle iniziative anche
religiose, negli sforzi dell'attivit umana tesi alla verit,
al bene, a Dio. (36) Lo Spirito offre all'uomo "luce e forza
per rispondere alla suprema sua vocazione"; mediante lo Spirito
"l'uomo pu arrivare nella fede a contemplare e gustare il
mistero del piano divino"; anzi, "dobbiamo ritenere che lo
Spirito santo dia a tutti la possibilit di venire in contatto,
nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale". (37) In ogni
caso la chiesa sa che l'uomo, "sollecitato incessantemente
dallo Spirito di Dio, non potr mai essere del tutto
indifferente al problema della religione", e "avr sempre
desiderio di sapere. almeno confusamente, quale sia il
significato della sua vita, della sua attivit e della sua
morte". (38) Lo Spirito, dunque.  all'origine stessa della
domanda esistenziale e religiosa dell'uomo. la quale nasce non
soltanto da situazioni contingenti. ma dalla struttura stessa
del suo essere. (39) La presenza e l'attivit dello Spirito non
toccano solo gli individui. ma la societ e la storia, i
popoli, le culture. le religioni. Lo Spirito. infatti, sta
all'origine dei nobili ideali e delle iniziative di bene
dell'umanit in cammino: "Con mirabile provvidenza egli dirige
il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra". (40) Il
Cristo risorto "opera nel cuore degli uomini con la virt del
suo Spirito. non solo suscitando il desiderio del mondo futuro.
ma per ci stesso anche ispirando, purificando e fortificando
quei generosi propositi, con i quali la famiglia de li uomini
cerca di rendere pi umana la propria vita e di sottomettere a
questo fine tutta la terra". (41)  ancora lo Spirito che
sparge i "semi del Verbo", presenti nei riti e nelle culture, e
li prepara a maturare in Cristo. (42)
29. Cos lo Spirito, che "soffia dove vuole" (Gv3,8) e "operava
nel mondo prima ancora che Cristo fosse glorificato", (43) che
"riempie l'universo abbracciando ogni cosa e conosce ogni
voce", (Sap1,7) ci induce ad allargare lo sguardo per
considerare la sua azione presente in ogni tempo e in ogni
luogo. (44)  un richiamo che io stesso ho fatto ripetutamente
e che mi ha guidato negli incontri con i popoli pi diversi. Il
rapporto della chiesa con le altre religioni  dettato da un
duplice rispetto: "Rispetto per l'uomo nella sua ricerca di
risposte alle domande pi profonde della vita e rispetto per
l'azione dello Spirito nell'uomo". (45) L'incontro inter-
religioso di Assisi, esclusa ogni equivoca interpretazione, ha
voluto ribadire la mia convinzione che "ogni autentica
preghiera  suscitata dallo Spirito santo, il quale 
misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo". (46) Questo
Spirito  lo stesso che ha operato nell'incarnazione, nella
vita, morte e risurrezione di Ges e opera nella chiesa. Non ,
dunque, alternativo a Cristo, n riempie una specie di vuoto,
come talvolta si ipotizza esserci tra Cristo e il Lgos. Quanto
lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei
popoli, nelle culture e religioni, assume un ruolo di
preparazione evangelica (47) e non pu non avere riferimento a
Cristo, Verbo fatto carne per l'azione dello Spirito, "per
operare lui, l'Uomo perfetto, la salvezza di tutti e la
ricapitolazione universale". (48) L'azione universale dello
Spirito non va poi separata dall'azione peculiare, che egli
svolge nel corpo di Cristo ch' la chiesa. Infatti,  sempre lo
Spirito che agisce sia quando vivifica la chiesa e la spinge ad
annunziare il Cristo, sia quando semina e sviluppa i suoi doni
in tutti gli uomini e i popoli, guidando la chiesa a scoprirli,
promuoverli e recepirli mediante il dialogo. Qualsiasi presenza
dello Spirito va accolta con stima e gratitudine, ma il
discernerla spetta alla chiesa, alla quale Cristo ha dato il
suo Spirito per guidarla alla verit tutta intera. (Gv16,13)
L'attivit missionaria  solo agli inizi
30. Il nostro tempo, con l'umanit in movimento e in ricerca,
esige un rinnovato impulso nell'attivit missionaria della
chiesa. Gli orizzonti e le possibilit della missione si
allargano, e noi cristiani siamo sollecitati al coraggio
apostolico, fondato sulla fiducia nello Spirito. E lui il
protagonista della missione! Sono numerose nella storia
dell'umanit le svolte epocali che stimolano il dinamismo
missionario, e la chiesa, guidata dallo Spirito, vi ha sempre
risposto con generosit e lungimiranza. N i frutti sono
mancati. Da poco  stato celebrato il millennio
dell'evangelizzazione della Rus' e dei popoli slavi, mentre si
sta per celebrare il cinquecentesimo anniversario
dell'evangelizzazione delle Americhe. Parimenti, sono stati di
recente commemorati i centenari delle prime missioni in diversi
paesi dell'Asia, dell'Africa e dell'Oceania. Oggi la chiesa
deve affrontare altre sfide, proiettandosi verso nuove
frontiere sia nella prima missione ad gentes sia nella nuova
evangelizzazione di popoli che hanno gi ricevuto l'annuncio di
Cristo. Oggi a tutti i cristiani, alle chiese particolari e
alla chiesa universale sono richiesti lo stesso coraggio che
mosse i missionari del passato e la stessa disponibilit ad
ascoltare la voce dello Spirito.
PARTE QUARTA - GLI IMMENSI ORIZZONTI DELLA MISSIONE "AD GENTES"
31. Il Signore Ges invi i suoi apostoli a tutte le persone, a
tutti i popoli e a tutti i luoghi della terra. Negli apostoli
la chiesa ricevette una missione universale, che non ha confini
e riguarda la salvezza nella sua integrit, secondo quella
pienezza di vita che Cristo  venuto a portare (Gv10,10) essa
fu "inviata a rivelare e comunicare la carit di Dio a tutti
gli uomini e a tutti i popoli della terra". (49) Tale missione
 unica, avendo la stessa origine e finalit; ma all'interno di
essa si danno compiti e attivit diverse. Anzitutto, c'
l'attivit missionaria che chiamiamo missione ad gentes in
riferimento al decreto conciliare: si tratta di un'attivit
primaria della chiesa, essenziale e mai conclusa. Infatti, la
chiesa "non pu sottrarsi alla missione permanente di portare
il vangelo a quanti sono milioni e milioni di uomini e donne
ancora non conoscono Cristo, redentore dell'uomo.  questo il
compito pi specificamente missionario che Ges ha affidato e
quotidianamente affida alla sua chiesa". (50)
Un quadro religioso complesso e in movimento
32. Oggi ci si trova di fronte a una situazione religiosa assai
diversificata e cangiante: i popoli sono in movimento; realt
sociali e religiose che un tempo erano chiare e definite oggi
evolvono in situazioni complesse. Basti pensare ad alcuni
fenomeni come l'urbanesimo, le migrazioni di massa, il
movimento dei profughi, la scristianizzazione di paesi di
antica cristianit, L'influsso emergente del vangelo e dei suoi
valori in paesi a grandissima maggioranza non cristiana, il
pullulare di messianismi e dl sette religiose.  un
rivolgimento di situazioni religiose e sociali, che rende
difficile applicare in concreto certe distinzioni e categorie
ecclesiali, a cui si era abituati. Gi prima del concilio si
diceva di alcune metropoli o terre cristiane che erano
diventate "paesi di missione", n la situazione  certo
migliorata negli anni successivi. D'altra parte, l'opera
missionaria ha prodotto abbondanti frutti in tutte le parti del
mondo, per cui esistono chiese impiantate, a volte tanto solide
e mature da ben provvedere ai bisogni delle proprie comunit e
inviare anche personale per l'evangelizzazione in altre chiese
e territori. Di qui il contrasto con aree di antica
cristianit, che  necessario rievangelizzare. Alcuni,
pertanto, si chiedono se sia ancora il caso di parlare di
attivit missionaria specifica o di ambiti precisi di essa, o
se non si debba ammettere che esiste un'unica situazione
missionaria, per cui non c' che un'unica missione, dappertutto
eguale. La difficolt di interpretare questa realt complessa e
mutevole in ordine al mandato di evangelizzazione si manifesta
gi nel "vocabolario missionario": a esempio, c' una certa
esitazione a usare i termini "missioni" e "missionari",
giudicati superati e carichi di risonanze storiche negative; si
preferisce usare il sostantivo "missione" al singolare e
l'aggettivo "missionario" per qualificare ogni attivit della
chiesa. Questo travaglio denota un cambiamento reale, che ha
aspetti positivi. Il cosiddetto rientro o "rimpatrio" delle
missioni nella missione della chiesa, il confluire della
missiologia nell'ecclesiologia e l'inserimento di entrambe nel
disegno trinitario di salvezza, hanno dato un respiro nuovo
alla stessa attivit missionaria, concepita non gi come un
compito ai margini della chiesa, ma inserito nel cuore della
sua vita, quale impegno fondamentale di tutto il popolo di Dio.
Occorre, per, guardarsi dal rischio di livellare situazioni
molto diverse e di ridurre, se non far scomparire, la missione
e i missionari ad gentes. Dire che tutta la chiesa 
missionaria non esclude che esista una specifica missione ad
gentes, come dire che tutti i cattolici debbono essere
missionari non esclude, anzi richiede che ci siano i
"missionari ad gentes e a vita" per vocazione specifica.
La missione ad gentes conserva il suo valore
33. Le differenze nell'attivit all'interno dell'unica missione
della chiesa nascono non da ragioni intrinseche alla missione
stessa, ma dalle diverse circostanze in cui essa si svolge.
(51) Guardando al mondo d'oggi dal punto di vista
dell'evangelizzazione, si possono distinguere tre situazioni.
Anzitutto, quella a cui si rivolge l'attivit missionaria della
chiesa: popoli, gruppi umani, contesti socio-culturali in cui
Cristo e il suo vangelo non sono conosciuti, o in cui mancano
comunit cristiane abbastanza mature da poter incarnare la fede
nel proprio ambiente e annunziarla ad altri gruppi. , questa,
propriamente la missione ad gentes. (52) Ci sono, poi, comunit
cristiane che hanno adeguate e solide strutture ecclesiali,
sono ferventi di fede e di vita irradiano la testimonianza del
vangelo nel loro ambiente e sentono l'impegno della missione
universale. In esse si svolge l'attivit, o cura pastorale
della chiesa. Esiste, infine, una situazione intermedia, specie
nei paesi di antica cristianit, ma a volte anche nelle chiese
pi giovani, dove interi gruppi di battezzati hanno perduto il
senso vivo della fede, o addirittura non si riconoscono pi
come membri della chiesa, conducendo un'esistenza lontana da
Cristo e dal suo vangelo. In questo caso c' bisogno di una
"nuova evangelizzazione", o "rievangelizazione".
34. L'attivit missionaria specifica, o missione ad gentes, ha
come destinatari "i popoli e i gruppi che ancora non credono in
Cristo", "coloro che sono lontani da Cristo", tra i quali la
chiesa "non ha ancora messo radici" (53) e la cui cultura non 
stata ancora influenzata dal vangelo. (54) Essa si distingue
dalle altre attivit ecclesiali, perch si rivolge a gruppi e
ambienti non cristiani per l'assenza o insufficienza
dell'annunzio evangelico e della presenza ecclesiale. Pertanto,
si caratterizza come opera di annunzio del Cristo e del suo
vangelo, di edificazione della chiesa locale. di promozione dei
valori del regno. La peculiarit di questa missione ad gentes
deriva dal fatto che si rivolge ai non cristiani. Occorre,
perci, evitare che tale "compito pi specificamente
missionario, che Ges ha affidato e quotidianamente riaffida
alla sua chiesa" (55), subisca un appiattimento nella missione
globale di tutto il popolo di Dio e, quindi, sia trascurato o
dimenticato. D'altronde, i confini fra cura pastorale dei
fedeli, nuova evangelizzazione e attivit missionaria specifica
non sono nettamente definibili, e non  pensabile creare tra di
esse barriere o compartimenti-stagno. Bisogna, tuttavia, non
perdere la tensione per l'annunzio e per la fondazione di nuove
chiese presso popoli o gruppi umani, in cui ancora non esistono
poich questo  il compito primo della chiesa che  inviata a
tutti i popoli, fino agli ultimi confini della terra. Senza la
missione ad gentes la stessa dimensione missionaria della
chiesa sarebbe priva del suo significato fondamentale e della
sua attuazione esemplare.  da notare, altres, una reale e
crescente interdipendenza tra le varie attivit salvifiche
della chiesa: ciascuna influisce sull'altra, la stimola e la
aiuta. Il dinamismo missionario crea scambio tra le chiese e
orienta verso il mondo esterno, con influssi positivi in tutti
i sensi. Le chiese di antica cristianit. a esempio, alle prese
col drammatico compito della nuova evangelizzazione,
comprendono meglio che non possono essere missionarie verso i
non cristiani di altri paesi e continenti, se non si
preoccupano seriamente dei non cristiani in casa propria: la
missionariet ad intra  segno credibile e stimolo per quella
ad extra, e viceversa.
A tutti i popoli, nonostante le difficolt
35. La missione ad gentes ha davanti a s un compito immane che
non  per nulla in via di estinzione. Essa anzi, sia dal punto
di vista numerico per l'aumento demografico, sia dal punto di
vista socio-culturale per il sorgere di nuove relazioni,
contatti e il variare delle situazioni, sembra destinata ad
avere orizzonti ancora pi vasti. Il compito di annunziare Ges
Cristo presso tutti i popoli appare immenso e sproporzionato
rispetto alle forze umane della chiesa. Le diffcolt sembrano
insormontabili e potrebbero scoraggiare, se si trattasse di
un'opera soltanto umana. In alcuni paesi  proibito l'ingresso
dei missionari, in altri  vietata non solo l'evangelizzazione,
ma anche la conversione e persino il culto cristiano. Altrove
gli ostacoli sono di natura culturale: la trasmissione del
messaggio evangelico appare irrilevante o incomprensibile, e la
conversione  vista come l'abbandono del proprio popolo e della
propria cultura.
36. N mancano le difficolt interne al popolo di Dio, le quali
anzi sono le pi dolorose. Gi il mio predecessore Paolo VI
indicava in primo luogo "la mancanza di fervore, tanto pi
grave perch nasce dal di dentro; essa si manifesta nella
stanchezza, nella delusione, nell'accomodamento, nel
disinteresse e, soprattutto, nella mancanza di gioia e di
speranza". (56) Grandi ostacoli alla missionariet della chiesa
sono anche le divisioni passate e presenti tra i cristiani,
(57) la scristianizzazione in paesi cristiani, la diminuzione
delle vocazioni all'apostolato, le contro-testimonianze di
fedeli e di comunit cristiane che non seguono nella loro vita
il modello di Cristo. Ma una delle ragioni pi gravi dello
scarso interesse per l'impegno missionario  la mentalit
indifferentista, largamente diffusa, purtroppo, anche tra
cristiani, spesso radicata in visioni teologiche non corrette e
improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che
"una religione vale l'altra". Possiamo aggiungere come diceva
lo stesso pontefice - che ci sono anche "alibi che possono
sviare dall'evangelizzazione. I pi insidiosi sono certamente
quelli, per i quali si pretende di trovare appoggio nel tale o
tal altro insegnamento del concilio". (58) Al riguardo,
raccomando vivamente ai teologi e ai professionisti della
stampa cristiana di intensificare il proprio servizio alla
missione, per trovare il senso profondo del loro importante
lavoro lungo la retta via del sentire cum ecclesia. Le
difficolt interne ed esterne non debbono renderci pessimisti o
inattivi. Ci che conta - qui come in ogni settore della vita
cristiana  la fiducia che viene dalla fede, cio dalla
certezza che non siamo noi i protagonisti della missione, ma
Ges Cristo e il suo Spirito. Noi siamo soltanto collaboratori
e, quando abbiamo fatto tutto quello che ci  possibile,
dobbiamo dire: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto
dovevamo fare". (Lc17,10)
Ambiti della missione "ad gentes"
37. La missione ad gentes, in forza del mandato universale di
Cristo, non ha confini. Si possono, tuttavia, delineare vari
ambiti in cui essa si attua, in modo da avere il quadro reale
della situazione.
a) Ambiti territoriali
L'attivit missionaria  stata normalmente definita in rapporto
a territori precisi. Il concilio Vaticano II ha riconosciuto la
dimensione territoriale della missione ad gentes, (59) anche
oggi importante al fine di determinare responsabilit,
competenze e limiti geografici d'azione.  vero che a una
missione universale deve corrispondere una prospettiva
universale: la chiesa, infatti, non pu accettare che confini
geografici e impedimenti politici ostacolino la sua presenza
missionaria. Ma  anche vero che l'attivit missionaria ad
gentes, essendo diversa dalla cura pastorale dei fedeli e dalla
nuova evangelizzazione dei non praticanti, si esercita in
territori e presso gruppi umani ben delimitati. Il
moltiplicarsi delle giovani chiese nei tempi recenti non deve
illudere. Nei territori affidati a queste chiese, specie in
Asia, ma anche in Africa e in America Latina e Oceania, ci sono
vaste zone non evangelizzate: interi popoli e aree culturali di
grande importanza in non poche nazioni non sono ancora
raggiunte dall'annunzio evangelico e dalla presenza della
chiesa locale. (60) Anche in paesi tradizionalmente cristiani
ci sono regioni affidate al regime speciale della missione ad
gentes con gruppi e aree non evangelizzate. Si impone, quindi,
anche in questi paesi non solo una nuova evangelizzazione, ma
in certi casi una prima evangelizzazione. (61) Le situazioni,
per, non sono omogenee. Pur riconoscendo che le affermazioni
circa la responsabilit missionaria della chiesa non sono
credibili se non sono autenticate da un serio impegno di nuova
evangelizzazione nei paesi di antica cristianit, non pare
giusto equiparare la situazione di un popolo che non ha mai
conosciuto Ges Cristo con quella di un altro che l'ha
conosciuto, accettato e poi rifiutato, pur continuando a vivere
in una cultura che ha assorbito in gran parte i principi e
valori evangelici. Sono due condizioni, in rapporto alla fede,
sostanzialmente diverse. Pertanto, il criterio geografico,
anche se non molto preciso e sempre provvisorio, vale ancora
per indicare le frontiere verso cui deve rivolgersi l'attivit
missionaria. Ci sono paesi e aree geografiche e culturali in
cui mancano comunit cristiane autoctone; altrove queste sono
talmente piccole, da non essere un segno chiaro di presenza
cristiana; oppure queste comunit mancano di dinamismo per
evangelizzare le loro societ o appartengono a popolazioni
minoritarie, non inserite nella cultura nazionale dominante.
Nel continente asiatico, in particolare, verso cui dovrebbe
orientarsi principalmente la missione ad gentes, i cristiani
sono una piccola minoranza, anche se a volte vi si verificano
significativi movimenti di conversione ed esemplari modi di
presenza cristiana.
b) Mondi e fenomeni sociali nuovi
Le rapide e profonde trasformazioni che caratterizzano oggi il
mondo, in particolare il Sud, influiscono fortemente sul quadro
missionario: dove prima c'erano situazioni umane e sociali
stabili, oggi tutto  in movimento. Si pensi, a esempio,
all'urbanizzazione e al massiccio incremento delle citt,
soprattutto dove pi forte  la pressione demografica. Gi ora
in non pochi paesi pi della met della popolazione vive in
alcune megalopoli, dove i problemi dell'uomo spesso peggiorano
anche per l'anonimato in cui si sentono immerse le moltitudini.
Nei tempi moderni l'attivit missionaria si  svolta
soprattutto in regioni isolate, lontane dai centri civilizzati
e impervie per difficolt di comunicazione, di lingua, di
clima. Oggi l'immagine della missione ad gentes sta forse
cambiando: luoghi privilegiati dovrebbero essere le grandi
citt, dove sorgono nuovi costumi e modelli di vita, nuove
forme di cultura e comunicazione, che poi influiscono sulla
popolazione.  vero che la "scelta degli ultimi" deve portare a
non trascurare i gruppi umani pi marginali e isolati, ma 
anche vero che non si possono evangelizzare le persone o i
piccoli gruppi, trascurando i centri dove nasce, si pu dire.
un'umanit nuova con nuovi modelli di sviluppo. Il futuro delle
giovani nazioni si sta formando nelle citt. Parlando del
futuro, non si possono dimenticare i giovani, i quali in
numerosi paesi costituiscono gi pi della met della
popolazione. Come far giungere il messaggio di Cristo ai
giovani non cristiani, che sono il futuro di interi continenti?
Evidentemente i mezzi ordinari della pastorale non bastano pi:
occorrono associazioni e istituzioni, gruppi e centri speciali,
iniziative culturali e sociali per i giovani. Ecco un campo,
dove i moderni movimenti ecclesiali hanno ampio spazio per
impegnarsi. Fra le grandi mutazioni del mondo contemporaneo, le
migrazioni hanno prodotto un fenomeno nuovo: i non cristiani
giungono assai numerosi nei paesi di antica cristianit,
creando occasioni nuove di contatti e scambi culturali,
sollecitando la chiesa all'accoglienza, al dialogo, all'aiuto
e, in una parola, alla fraternit. Fra i migranti occupano un
posto del tutto particolare i rifugiati e meritano la massima
attenzione. Essi sono ormai molti milioni nel mondo e non
cessano di aumentare: sono fuggiti da condizioni di oppressione
politica e di miseria disumana, da carestie e siccit di
dimensioni catastrofiche. La chiesa deve assumerli nell'ambito
della sua sollecitudine apostolica. Infine, si possono
ricordare le condizioni di povert, spesso intollerabile, che
vengono a crearsi in non pochi paesi e sono spesso all'origine
delle migrazioni di massa. La comunit dei credenti in Cristo 
provocata da queste situazioni disumane: l'annunzio di Cristo e
del regno di Dio deve diventare strumento di riscatto umano per
queste popolazioni.
c.) Aree culturali, o aeropaghi moderni
Paolo, dopo aver predicato in numerosi luoghi, giunto ad Atene,
si reca all'areopago, dove annunzia il vangelo, usando un
linguaggio adatto e comprensibile in quell'ambiente. (At17,22)
L'areopago rappresentava allora il centro della cultura del
dotto popolo ateniese, e oggi pu essere assunto a simbolo dei
nuovi ambienti in cui si deve proclamare il vangelo. Il primo
areopago del tempo moderno  il mondo delle comunicazioni, che
sta unificando l'umanit rendendola - come si suol dire - "un
villaggio globale". I mezzi di comunicazione sociale hanno
raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale
strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione
per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Le nuove
generazioni soprattutto crescono in modo condizionato da essi.
Forse  stato un po' trascurato questo areopago: si
privilegiano generalmente altri strumenti per l'annunzio
evangelico e per la formazione, mentre i mass media sono
lasciati all'iniziativa di singoli o di piccoli gruppi ed
entrano nella programmazione pastorale in linea secondaria.
L'impegno nei mass media, tuttavia, non ha solo lo scopo di
moltiplicare l'annunzio: si tratta di un fatto pi profondo,
perch l'evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende
in gran parte dal loro influsso. Non basta, quindi, usarli per
diffondere il messaggio cristiano e magistero della chiesa, ma
occorre integrare il messaggio stesso in questa "nuova cultura"
creata dalla comunicazione moderna.  un problema complesso,
poich questa cultura nasce, prima ancora che dai contenuti,
dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con
nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti
psicologici. Il mio predecessore Paolo VI diceva che "la
rottura fra il vangelo e la cultura  senza dubbio il dramma
della nostra epoca", (62) e il campo dell'odierna comunicazione
conferma in pieno questo giudizio. Molti altri sono gli
areopaghi del mondo moderno verso cui si deve orientare
l'attivit missionaria della chiesa. A esempio, l'impegno per
la pace, lo sviluppo e la liberazione dei popoli; i diritti
dell'uomo e dei popoli, soprattutto quelli delle minoranze. la
promozione della donna e del bambino. la salvaguardia del
creato sono altrettanti settori da illuminare con la luce del
vangelo.  da ricordare, inoltre, il vastissimo areopago della
cultura, della ricerca scientifica, dei rapporti internazionali
che favoriscono il dialogo e portano a nuovi progetti di vita.
Conviene essere attenti e impegnati in queste istanze moderne.
Gli uomini avvertono di essere come naviganti nel mare della
vita, chiamati a sempre maggiore unit e solidariet: le
soluzioni ai problemi esistenziali vanno studiate, discusse,
sperimentate col concorso di tutti. Ecco perch organismi e
convegni internazionali si dimostrano sempre pi importanti in
molti settori della vita umana, dalla cultura alla politica,
dall'economia alla ricerca. I cristiani, che vivono e lavorano
in questa dimensione internazionale, debbono sempre ricordare
il loro dovere di testimoniare il vangelo.
38. Il nostro tempo  drammatico e insieme affascinante. Mentre
da un lato gli uomini sembrano rincorrere la prosperit
materiale e immergersi sempre pi nel materialismo
consumistico, dall'altro si manifestano l angosciosa ricerca di
significato, il bisogno di interiorit, il desiderio di
apprendere nuove forme e modi di concentrazione e di preghiera.
Non solo nelle culture impregnate di religiosit. ma anche
nelle societ secolarizzate  ricercata la dimensione
spirituale della vita come antidoto alla disumanizzazione.
Questo cosiddetto fenomeno del "ritorno religioso" non  privo
di ambiguit. ma contiene anche un invito. La chiesa ha un
immenso patrimonio spirituale da offrire all'umanit in Cristo
che si proclama "la via, la verit e la vita". (Gv14,6)  il
cammino cristiano all'incontro con Dio, alla preghiera,
all'ascesi, alla scoperta del senso della vita. Anche questo 
un areopago da evangelizzare.
Fedelt a Cristo e promozione della libert dell'uomo
39. Tutte le forme dell'attivit missionaria sono
contrassegnate dalla consapevolezza di promuovere la libert
dell'uomo annunciando a lui Ges Cristo. La chiesa deve essere
fedele a Cristo, di cui  il corpo e continua la missione. 
necessario che essa "segua la stessa strada seguita da Cristo,
la strada della povert, dell'obbedienza, del servizio e del
sacrificio di s fino alla morte, da cui poi risorgendo usc
vincitore". (63) La chiesa, quindi, ha il dovere di fare di
tutto per svolgere la sua missione nel mondo e raggiungere
tutti i popoli; e ne ha anche il diritto, che le e stato dato
da Dio per l'attuazione del suo piano. La libert religiosa,
talvolta ancora limitata o coartata,  la premessa e la
garanzia di tutte le libert che assicurano il bene comune
delle persone e dei popoli.  da auspicare che l'autentica
libert religiosa sia concessa a tutti in ogni luogo, e a
questo scopo la chiesa si adopera nei vari paesi, specie in
quelli a maggioranza cattolica, dove essa ha un maggiore
influsso. Ma non si tratta di un problema della religione di
maggioranza o di minoranza, bens di un diritto inalienabile di
ogni persona umana. D'altra parte, la chiesa si rivolge
all'uomo nel pieno rispetto della sua libert: (64) la missione
non coarta la libert, ma piuttosto la favorisce. La chiesa
propone, non impone nulla: rispetta le persone e le culture, e
si ferma davanti al sacrario della coscienza. A coloro che si
oppongono con i pi vari pretesti all'attivit missionaria la
chiesa ripete: Aprite le porte a Cristo! Mi rivolgo a tutte le
chiese particolari, giovani e antiche. Il mondo va sempre pi
unificandosi, lo spirito evangelico deve portare al superamento
di barriere culturali e nazionalistiche, evitando ogni
chiusura. Benedetto XV ammoniva gi i missionari del suo tempo
se mai, "dimentichi della propria dignit, pensassero pi alla
loro patria terrestre che a quella del cielo". (65) La stessa
raccomandazione vale oggi per le chiese particolari: Aprite le
porte ai missionari, poich "ogni chiesa particolare. che si
separasse volontariamente dalla chiesa universale, perderebbe
il suo riferimento al disegno di Dio e si impoverirebbe nella
sua dimensione ecclesiale". (66)
Rivolgere l'attenzione verso il Sud e l'Oriente
40. L'attivit missionaria rappresenta ancor oggi la massima
sfida per la chiesa . Mentre si avvicina la fine del secondo
millennio della redenzione, si fa sempre pi evidente che le
genti che non hanno ancora ricevuto il primo annunzio di Cristo
sono la maggioranza dell'umanit. Il bilancio dell'attivit
missionaria nei tempi moderni  certo positivo: la chiesa 
stata fondata in tutti i continenti, anzi oggi la maggioranza
dei fedeli e delle chiese particolari non  pi nella vecchia
Europa, ma nei continenti che i missionari hanno aperto alla
fede. Rimane, per, il fatto che gli "ultimi confini della
terra", a cui si deve portare il vangelo, si allontanano sempre
pi, e la sentenza di Tertulliano, secondo cui il vangelo 
stato annunziato in tutta la terra e a tutti i popoli, (67) 
ben lontana dalla sua concreta attuazione: la missione ad
gentes  ancora agli inizi. Nuovi popoli compaiono sulla scena
mondiale e hanno anch'essi il diritto di ricevere l'annunzio
della salvezza. La crescita demografica del Sud e dell'Oriente,
in paesi non cristiani, fa aumentare di continuo il numero
delle persone che ignorano la redenzione di Cristo. Bisogna,
dunque, rivolgere l'attenzione missionaria verso quelle aree
geografiche e quegli ambienti culturali che sono rimasti al di
fuori dell'influsso evangelico. Tutti i credenti in Cristo
debbono sentire, come parte integrante della loro fede, la
sollecitudine apostolica di trasmetterne ad altri la gioia e la
luce. Tale sollecitudine deve diventare, per cos dire, fame e
sete di far conoscere il Signore quando si allarga lo sguardo
agli immensi orizzonti del mondo non cristiano.
PARTE QUINTA - LE VIE DELLA MISSIONE
41. "L'attivit missionaria non  n pi n meno che la
manifestazione, o epifania, e la realizzazione del disegno di
Dio nel mondo e nella storia, nella quale Dio, proprio mediante
la missione. attua all'evidenza la storia della salvezza". (68)
Quali vie segue la chiesa per giungere a questo risultato? La
missione  una realt unitaria, ma complessa. e si esplica in
vari modi, tra cui alcuni sono di particolare importanza nella
presente condizione della chiesa e del mondo .
La prima forma di evangelizzazione  la testimonianza
42. L'uomo contemporaneo crede pi ai testimoni che ai maestri,
(69) pi all'esperienza che alla dottrina, pi alla vita e ai
fatti che alle teorie. La testimonianza della vita cristiana 
la prima e insostituibile forma della missione: Cristo, di cui
noi continuiamo la missione,  il "testimone" per eccellenza
(Ap1,5); (Ap3,14) e il modello della testimonianza cristiana.
Lo Spirito santo accompagna il cammino della chiesa e la
associa alla testimonianza che egli rende a Cristo. (Gv15,26)
La prima forma di testimonianza  la vita stessa del
missionario della famiglia cristiana e della comunit
ecclesiale, che rende visibile un modo nuovo di comportarsi. Il
missionario che, pur con tutti i limiti e difetti umani, vive
con semplicit secondo il modello di Cristo,  un segno di Dio
e delle realt trascendenti. Ma tutti nella chiesa, sforzandosi
di imitare il divino Maestro, possono e debbono dare tale
testimonianza, (70) che in molti casi  l'unico modo possibile
di essere missionari. La testimonianza evangelica, a cui il
mondo  pi sensibile,  quella dell'attenzione per le persone
e della carit verso i poveri e i piccoli, verso chi soffre. La
gratuit di questo atteggiamento e di queste azioni, che
contrastano profondamente con l'egoismo presente nell'uomo, fa
nascere precise domande che orientano a Dio e al vangelo. Anche
l'impegno per la pace, la giustizia, i diritti dell'uomo, la
promozione umana  una testimonianza del vangelo, se e segno di
attenzione per le persone ed  ordinato allo sviluppo integrale
dell'uomo. (71)
43. Il cristiano e le comunit cristiane vivono profondamente
inseriti nella vita dei rispettivi popoli e sono segno del
vangelo anche nella fedelt alla loro patria, al loro popolo,
alla cultura nazionale, sempre per nella libert che Cristo ha
portato. Il cristianesimo  aperto alla fratellanza universale.
perch tutti gli uomini sono figli dello stesso Padre e
fratelli in Cristo. La chiesa  chiamata a dare la sua
testimonianza a Cristo assumendo posizioni coraggiose e
profetiche di fronte alla corruzione del potere politico o
economico; non cercando essa stessa gloria e beni materiali;
usando dei suoi beni per il servizio dei pi poveri e imitando
la semplicit di vita del Cristo. La chiesa e i missionari
debbono dare anche la testimonianza dell'umilt, rivolta
anzitutto verso se stessi, che si traduce nella capacit di un
esame di coscienza a livello personale e comunitario, per
correggere nei propri comportamenti quanto  anti-evangelico e
sfigura il volto di Cristo.
Il primo annunzio di Cristo Salvatore
44. L'annunzio ha la priorit permanente nella missione: la
chiesa non pu sottrarsi al mandato esplicito di Cristo, non
pu privare gli uomini della "buona novella" che sono amati e
salvati da Dio. "L'evangelizzazione conterr sempre - come
base, centro e insieme vertice del suo dinamismo - anche una
chiara proclamazione che, in Ges Cristo... La salvezza 
offerta a ogni uomo, come dono di grazia e di misericordia di
Dio stesso". (72) Tutte le forme dell'attivit missionaria
tendono verso questa proclamazione che rivela e introduce nel
mistero nascosto nei secoli e svelato in Cristo (Ef3,3);
(Col1,25) il quale  nel cuore della missione e della vita
della chiesa, come cardine di tutta l'evangelizzazione. Nella
realt complessa della missione il primo annunzio ha un ruolo
centrale e insostituibile, perch introduce "nel mistero
dell'amore di Dio, che chiama a stringere in Cristo una
personale relazione con lui" (73) e apre la via alla
conversione. La fede nasce dall'annunzio, e ogni comunit
ecclesiale trae origine e vita dalla risposta personale di
ciascun fedele a tale annunzio. (74) Come l'economia salvifica
 incentrata in Cristo, cos l'attivit missionaria tende alla
proclamazione del suo mistero. L'annunzio ha per oggetto il
Cristo crocifisso, morto e risorto: in lui si compie la piena e
autentica liberazione dal male, dal peccato e dalla morte; in
lui Dio dona la "vita nuova", divina ed eterna.  questa la
"buona novella", che cambia l'uomo e la storia dell'umanit e
che tutti i popoli hanno il diritto di conoscere. Tale annunzio
va fatto nel contesto della vita dell'uomo e dei popoli che lo
ricevono. Esso, inoltre, deve essere fatto in atteggiamento di
amore e di stima verso chi ascolta, con un linguaggio concreto
e adattato alle circostanze. In esso lo Spirito  all'opera e
instaura una comunione tra il missionario e gli ascoltatori,
possibile in quanto l'uno e gli altri entrano in comunione, per
Cristo, col Padre. (75)
45. Essendo fatto in unione con l'intera comunit ecclesiale,
l'annunzio non  mai un fatto personale. Il missionario 
presente e opera in virt di un mandato ricevuto e, anche se si
trova solo,  collegato mediante vincoli invisibili, ma
profondi all'attivit evangelizzatrice di tutta la chiesa. (76)
Gli ascoltatori, prima o poi, intravedono dietro a lui la
comunit che lo ha mandato e lo sostiene. L'annunzio  animato
dalla fede, che suscita entusiasmo e fervore nel missionario.
Come si  detto, gli Atti definiscono tale atteggiamento con la
parola parresa, che significa parlare con franchezza e
coraggio, e questo termine ricorre anche in san Paolo: "Nel
nostro Dio abbiamo avuto il coraggio di annunziarvi il vangelo
di Dio in mezzo a molte lotte". (1Ts2,2) "Pregate. . . anche
per me, perch quando apro la bocca, mi sia data una parola
franca per far conoscere il mistero del vangelo del quale sono
ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza
come  mio dovere". (Ef6,18) Nell'annunziare Cristo ai non
cristiani il missionario  convinto che esiste gi nei singoli
e nei popoli, per l'azione dello Spirito, un'attesa anche se
inconscia di conoscere la verit su Dio, sull'uomo, sulla via
che porta alla liberazione dal peccato e dalla morte.
L'entusiasmo nell'annunziare il Cristo deriva dalla convinzione
di rispondere a tale attesa, sicch il missionario non si
scoraggia n desiste dalla sua testimonianza, anche quando 
chiamato a manifestare la sua fede in un ambiente ostile o
indifferente. Egli sa che lo Spirito del Padre parla in lui
(Mt10,17); (Lc12,11) e pu ripetere con gli apostoli: "Di
questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito santo". (At5,32)
Egli sa che non annunzia una verit umana, ma la "Parola di
Dio", la quale ha una sua intrinseca e misteriosa potenza.
(Rm1,16) La prova suprema  il dono della vita, fino ad
accettare la morte per testimoniare la fede in Ges Cristo.
Come sempre nella storia cristiana, i "martiri", cio i
testimoni, sono numerosi e indispensabili al cammino del
vangelo. Anche nella nostra epoca ce ne sono tanti: vescovi
sacerdoti, religiosi e religiose, laici, a volte eroi
sconosciuti che danno la vita per testimoniare la fede. Sono
essi gli annunziatori ed i testimoni per eccellenza.
Conversione e battesimo
46. L'annunzio della parola di Dio mira alla conversione
cristiana, cio all'adesione piena e sincera a Cristo e al suo
vangelo mediante la fede. La conversione  dono di Dio, opera
della Trinit:  lo Spirito che apre le porte dei cuori,
affinch gli uomini possano credere al Signore e "confessarlo".
(1Cor12,3) Di chi si accosta a lui mediante la fede Ges dice:
"Nessuno pu venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha
mandato". (Gv6,44) La conversione si esprime fin dall'inizio
con una fede totale e radicale, che non pone n limiti n
remore al dono di Dio. Al tempo stesso, per, essa determina un
processo dinamico e permanente che dura per tutta l'esistenza,
esigendo un passaggio continuo dalla "vita secondo la carne"
alla "vita secondo lo Spirito". (Rm8,3) Essa significa
accettare, con decisione personale, la sovranit salvifica di
Cristo e diventare suoi discepoli. A questa conversione la
chiesa chiama tutti, sull'esempio di Giovanni Battista, che
preparava la via a Cristo, "predicando un battesimo di
conversione per il perdono dei peccati" (Mc1,4) e di Cristo
stesso, il quale, "dopo che Giovanni fu arrestato. ... si rec
in Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: "Il tempo 
compiuto e il regno di Dio  vicino; convertitevi e credete al
vangelo". (Mc1,14) Oggi l'appello alla conversione, che i
missionari rivolgono ai non cristiani, e messo in discussione o
passato sotto silenzio. Si vede in esso un atto di
"proselitismo"; si dice che basta aiutare gli uomini a essere
pi uomini o pi fedeli alla propria religione, che basta
costruire comunit capaci di operare per la giustizia, la
libert, la pace, la solidariet. Ma si dimentica che ogni
persona ha il diritto di udire la "buona novella" di Dio che si
rivela e si dona in Cristo, per attuare in pienezza la sua
propria vocazione. La grandezza di questo evento risuona nelle
parole di Ges alla Samaritana: "Se tu conoscessi il dono di
Dio", e nel desiderio inconsapevole, ma ardente della donna:
"Signore, dammi di quest'acqua, perch non abbia pi sete". (Gv4,10)
47. Gli apostoli, mossi dallo Spirito santo, invitavano tutti a
cambiare vita, a convertirsi e a ricevere il battesimo. Subito
dopo l'evento della Pentecoste, Pietro parla alla folla in modo
convincente: "All'udir tutto questo si sentirono come
trafiggere il cuore e chiesero a Pietro e agli altri apostoli:
"Che cosa dobbiamo fare, fratelli?". E Pietro disse:
Convertitevi, e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome
di Ges Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo
riceverete il dono dello Spirito santo"". (At2,37) E battezz
in quel giorno circa tremila persone. Pietro ancora, dopo la
guarigione dello storpio. parla alla folla e ripete:
"Convertitevi dunque, e cambiate vita, perch siano cancellati
i vostri peccati!". (At3,19) La conversione a Cristo  connessa
col battesimo: lo  non solo per la prassi della chiesa, ma per
volere di Cristo, che ha inviato a far discepole tutte le genti
e a battezzarle (Mt28,19) lo  anche per l'intrinseca esigenza
di ricevere la pienezza della vita in lui: "In verit, in
verit ti dico Ges dice a Nicodemo - se uno non nasce da acqua
e da Spirito. non pu entrare nel regno di Dio". (Gv3,5) Il
battesimo, infatti, ci rigenera alla vita dei fili di Dio, ci
unisce a Ges Cristo, ci unge nello Spirito santo: esso non 
un semplice suggello della conversione, quasi un segno
esteriore che la dimostri e la attesti, bens  sacramento che
significa e opera questa nuova nascita dallo Spirito, instaura
vincoli reali e inscindibili con la Trinit, rende membri del
corpo di Cristo, ch' la chiesa. Tutto questo va ricordato,
perch non pochi, proprio dove si svolge la missione ad gentes
tendono a scindere la conversione a Cristo dal battesimo,
giudicandolo come non necessario.  vero che in certi ambienti
si notano aspetti sociologici relativi al battesimo, che ne
oscurano il genuino significato di fede. Ci  dovuto a diversi
fattori storici e culturali, che bisogna rimuovere dove ancora
sussistono, affinch il sacramento della rigenerazione
spirituale appaia in tutto il suo valore: a questo compito
devono dedicarsi le comunit ecclesiali locali.  vero anche
che non poche persone affermano di essere interiormente
impegnate con Cristo e col suo messaggio, ma non lo vogliono
essere sacramentalmente, perch, a causa dei loro pregiudizi o
delle colpe dei cristiani, non riescono a percepire la vera
natura della chiesa, mistero di fede e di amore. (77) Desidero
incoraggiare queste persone ad aprirsi pienamente a Cristo
ricordando a esse che, se sentono il fascino di Cristo, egli
stesso ha voluto la chiesa come "luogo" in cui possono di fatto
incontrarlo. Al tempo stesso, invito i fedeli e le comunit
cristiane a testimoniare autenticamente Cristo con la loro vita
nuova. Certo, ogni convertito  un dono fatto alla chiesa e
comporta per essa una grave responsabilit non solo perch va
preparato al battesimo col catecumenato e poi seguito con
l'istruzione religiosa, ma perch, specialmente se  adulto,
porta come un'energia nuova l'entusiasmo della fede, il
desiderio di trovare nella chiesa stessa il vangelo vissuto.
Sarebbe per lui una delusione se, entrato nella comunit
ecclesiale, vi trovasse una vita priva di fervore e senza segni
di rinnovamento. Non possiamo predicare la conversione, se non
ci convertiamo noi stessi ogni giorno.
Formazione di Chiese locali
48. La conversione e il battesimo immettono nella chiesa, dove
gi esiste, o richiedono la costituzione di nuove comunit che
confessano Ges Salvatore e Signore. Ci fa parte del disegno
di Dio, a cui  piaciuto "di chiamare gli uomini a partecipare
della sua stessa vita non tanto a uno a uno, ma di riunirli in
un popolo, nel quale i suoi figli dispersi si raccogliessero in
unit". (78) La missione ad gentes ha questo obiettivo: fondare
comunit cristiane, sviluppare chiese fino alla loro completa
maturazione. , questa, una mta centrale e qualificante
dell'attivit missionaria, al punto che questa non si pu dire
esplicata finch non riesce a edificare una nuova chiesa
particolare, normalmente funzionante nell'ambiente locale. Di
ci parla ampiamente il decreto Ad gentes, (79) e dopo il
concilio si  sviluppata una linea teologica per sottolineare
che tutto il mistero della chiesa  contenuto in ciascuna
chiesa particolare, purch questa non si isoli, ma rimanga in
comunione con la chiesa universale e si faccia, a sua volta,
missionaria. Si tratta di un grande e lungo lavoro, del quale 
difficile indicare le tappe precise, in cui cessa l'azione
propriamente missionaria e si passa all'attivit pastorale. Ma
alcuni punti debbono restare chiari.
49.  necessario, anzitutto, cercare di stabilire in ogni luogo
comunit cristiane, che siano "segno della presenza divina nel
mondo" (80) e crescano fino a divenire chiese. Nonostante
l'alto numero delle diocesi, esistono tuttora vaste aree in cui
le chiese locali sono del tutto assenti o insufficienti
rispetto alla vastit del territorio e alla densit della
popolazione: rimane da compiere un rande lavoro di impianto e
di sviluppo della chiesa. Questa fase della storia ecclesiale,
detta plantatio ecclesiae non  terminata, anzi in molti
raggruppamenti umani deve ancora iniziare. La responsabilit di
tale compito ricade sulla chiesa universale e sulle chiese
particolari, su tutto il popolo di Dio e su tutte le forze
missionarie. Ogni chiesa, anche quella formata da
neoconvertiti,  per sua natura missionaria,  evangelizzata ed
evangelizzante, e la fede va sempre presentata come dono di Dio
da vivere in comunit (famiglie, parrocchie, associazioni) e da
irradiare all'esterno sia con la testimonianza di vita che con
la parola. L'azione evangelizzatrice della comunit cristiana,
prima sul proprio territorio e poi altrove come partecipazione
alla missione universale,  il segno pi chiaro della maturit
della fede. Occorre un radicale cambiamento di mentalit per
diventare missionari, e questo vale sia per le persone sia per
le comunit. Il Signore chiama sempre a uscire da se stessi, a
condividere con gli altri i beni che abbiamo, cominciando da
quello pi prezioso che  la fede. Alla luce di questo
imperativo missionario si dovr misurare la validit degli
organismi, movimenti, parrocchie e opere di apostolato della
chiesa. Solo diventando missionaria la comunit cristiana potr
superare divisioni e tensioni interne e ritrovare la sua unit
e il suo vigore di fede. Le forze missionarie, provenienti da
altre chiese e paesi, devono operare in comunione con quelle
locali per lo sviluppo della comunit cristiana. In
particolare. tocca a esse - sempre secondo le direttive dei
vescovi e in collaborazione con i responsabili del posto -
promuovere la diffusione della fede e l'espansione della chiesa
negli ambienti e gruppi non cristiani, animare in senso
missionario le chiese locali, cosicch la preoccupazione
pastorale sia sempre abbinata a quella per la missione ad
gentes. Ogni chiesa far allora veramente sua la sollecitudine
di Cristo, buon Pastore, che si prodiga per il suo gregge, ma
al tempo stesso pensa alle "altre pecore che non sono di
quest'ovile". (Gv10,16)
50. Tale sollecitudine costituir un motivo e uno stimolo per
un rinnovato impegno ecumenico. I legami esistenti tra attivit
ecumenica e attivit missionaria rendono necessario considerare
due fattori concomitanti. Da una parte, si deve riconoscere che
"la divisione dei cristiani  di grave pregiudizio alla santa
causa della predicazione del vangelo a tutti gli uomini e
chiude a molti l'accesso alla fede". (81) Il fatto che la buona
novella della riconciliazione sia predicata dai cristiani tra
loro divisi, ne indebolisce la testimonianza, ed  perci
urgente operare per l'unit dei cristiani, affinch l'attivit
missionaria possa riuscire pi incisiva. Al tempo stesso, non
dobbiamo dimenticare che gli stessi sforzi verso l'unit
costituiscono di per s un segno dell'opera di riconciliazione
che Dio conduce in mezzo a noi. D'altra parte,  vero che tutti
quelli che hanno ricevuto il battesimo in Cristo sono
costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, tra
loro.  su questa base che si fonda l'orientamento dato dal
concilio: "I cattolici, esclusa ogni forma sia di
indifferentismo e di sincretismo, sia di sconsiderata
concorrenza, mediante una comune per quanto possibile
professione di fede in Dio e in Ges Cristo di fronte alle
genti, mediante la cooperazione nel campo tecnico e sociale
come in quello religioso e culturale, collaborino fraternamente
con i fratelli separati secondo le norme del decreto
sull'ecumenismo". (82) L'attivit ecumenica e la testimonianza
concorde a Ges Cristo dei cristiani appartenenti a differenti
chiese e comunit ecclesiali, hanno gi recato abbondanti
frutti. Ma  sempre pi urgente che essi collaborino e
testimonino insieme in questo tempo nel quale stte cristiane e
paracristiane seminano la confusione con la loro azione.
L'espansione di queste stte costituisce una minaccia per la
chiesa cattolica e per tutte le comunit ecclesiali con le
quali essa intrattiene un dialogo. Ovunque possibile e secondo
le circostanze locali, la risposta dei cristiani potr essere
anch'essa ecumenica.
Le "comunit ecclesiali di base" forza di evangelizzazione
51. Un fenomeno in rapida crescita nelle giovani chiese,
promosso dai vescovi e dalle loro Conferenze a volte come
scelta prioritaria della pastorale, sono le comunit ecclesiali
di base (conosciute anche con altri nomi), le quali stanno
dando buona prova come centri di formazione cristiana e di
irradiazione missionaria. Si tratta di gruppi di cristiani a
livello familiare o di ambiente ristretto, i quali s'incontrano
per la preghiera? la lettura della Scrittura. la catechesi, per
la condivisione dei problemi umani ed ecclesiali in vista di un
impegno comune. Esse sono un segno di vitalit della chiesa,
strumento di formazione e di evangelizzazione, valido punto di
partenza per una nuova societ fondata sulla "civilt
dell'amore". Tali comunit decentrano e articolano la comunit
parrocchiale, a cui rimangono sempre unite; si radicano in
ambienti popolari e contadini, diventando fermento di vita
cristiana, di attenzione per gli ultimi, di impegno per la
trasformazione della societ. In esse il singolo cristiano fa
un'esperienza comunitaria, per cui anch'egli si sente un
elemento attivo, stimolato a dare la sua collaborazione
all'impegno di tutti. In tal modo esse sono strumento di
evangelizzazione e di primo annunzio e fonte di nuovi
ministeri, mentre, animate dalla carit di Cristo, offrono
anche un'indicazione circa il modo di superare divisioni,
tribalismi, razzismi. Ogni comunit, infatti, per essere
cristiana, deve fondarsi e vivere in Cristo, nell'ascolto della
parola di Dio, nella preghiera incentrata sull'eucaristia,
nella comunione espressa in unit di cuore e di anima e nella
condivisione secondo i bisogni dei suoi membri. (At2,42) Ogni
comunit - ricordava Paolo VI - deve vivere in unit con la
chiesa particolare e universale, nella sincera comunione con i
pastori e il magistero, impegnandosi nell'irradiazione
missionaria ed evitando ogni chiusura e strumentalizzazione
ideologica. (83) E il sinodo dei vescovi ha affermato: "Poich
la chiesa  comunione, le nuove comunit di base, se veramente
vivono in unit con la chiesa, sono una vera espressione di
comunione e mezzo per costruire una comunione pi profonda.
Perci, sono motivo di grande speranza per la vita della
chiesa". (84)
Incarnare il Vangelo nelle culture dei popoli
52. Svolgendo l'attivit missionaria tra le genti, la chiesa
incontra varie culture e viene coinvolta nel processo
d'inculturazione. , questa, un'esigenza che ne ha segnato
tutto il cammino storico, ma oggi  particolarmente acuta e
urgente. Il processo di inserimento della chiesa nelle culture
dei popoli richiede tempi lunghi: non si tratta di un puro
adattamento esteriore, poich l'inculturazione "significa
l'intima trasformazione degli autentici valori culturali
mediante l'integrazione nel cristianesimo e il radicamento del
cristianesimo nelle varie culture". (85) , dunque, un processo
profondo e globale che investe sia il messaggio cristiano, sia
la riflessione e la prassi della chiesa. Ma  pure un processo
difficile, perch non deve in alcun modo compromettere la
specificit e l'integrit della fede cristiana. Per
l'inculturazione la chiesa incarna il vangelo nelle diverse
culture e, nello stesso tempo, introduce i popoli con le loro
culture nella sua stessa comunit; (86) trasmette a esse i
propri valori, assumendo ci che di buono c' in esse e
rinnovandole dall'interno. (87) Da parte sua, con
l'inculturazione la chiesa diventa segno pi comprensibile di
ci che  e strumento pi atto della missione. Grazie a questa
azione nelle chiese locali, la stessa chiesa universale si
arricchisce di espressioni e valori nei vari settori della vita
cristiana, quali l'evangelizzazione, il culto, la teologia, la
carit; conosce ed esprime ancor meglio il mistero di Cristo,
mentre viene stimolata a un continuo rinnovamento. Questi temi,
presenti nel concilio e nel magistero successivo, ho
ripetutamente affrontato nelle mie visite pastorali alle
giovani chiese. (88) L'inculturazione  un cammino lento, che
accompagna tutta la vita missionaria e chiama in causa i vari
operatori della missione ad gentes, le comunit cristiane man
mano che si sviluppano, i pastori che hanno la responsabilit
di discernere e stimolare la sua attuazione. (89)
53. I missionari, provenienti da altre chiese e paesi, devono
inserirsi nel mondo socio-culturale di coloro ai quali sono
mandati, superando i condizionamenti del proprio ambiente
d'origine. Cos devono imparare la lingua della regione in cui
lavorano. conoscere le espressioni pi significative di quella
cultura, scoprendone i valori per diretta esperienza. Soltanto
con questa conoscenza essi potranno portare ai popoli in
maniera credibile e fruttuosa la conoscenza del mistero
nascosto. (Rm16,25); (Ef3,5) Per loro non si tratta certo di
rinnegare la propria identit culturale, ma di comprendere,
apprezzare, promuovere ed evangelizzare quella dell'ambiente in
cui operano e, quindi, mettersi in grado di comunicare
realmente con esso, assumendo uno stile di vita che sia segno
di testimonianza evangelica e di solidariet con la gente. Le
comunit ecclesiali in formazione, ispirate dal vangelo,
potranno esprimere progressivamente la propria esperienza
cristiana in modi e forme originali, consone alle proprie
tradizioni culturali, purch sempre in sintonia con le esigenze
oggettive della stessa fede. A questo scopo, specie in ordine
ai settori di inculturazione pi delicati, le chiese
particolari del medesimo territorio dovranno operare in
comunione fra di loro (90) e con tutta la chiesa, convinte che
solo l'attenzione sia alla chiesa universale che alle chiese
particolari le render capaci di tradurre il tesoro della fede
nella legittima variet delle sue espressioni. (91) Perci, i
gruppi evangelizzati offriranno gli elementi per una
"traduzione" del messaggio evangelico, (92) tenendo presenti
gli apporti positivi che si sono avuti nei secoli grazie al
contatto del cristianesimo con le varie culture, ma senza
dimenticare i pericoli di alterazioni che si sono a volte
verificati. (93)
54. In proposito, restano fondamentali alcune indicazioni.
L'inculturazione nel suo retto processo dev'essere guidata da
due principi: "La compatibilit col vangelo e la comunione con
la chiesa universale". (94) Custodi del "deposito della fede",
i vescovi cureranno la fedelt e, soprattutto, il
discernimento, (95) per il quale occorre un profondo
equilibrio: c', infatti, il rischio di passare acriticamente
da una specie di alienazione dalla cultura a una
supervalutazione di essa, che  un prodotto dell'uomo, quindi 
segnata dal peccato. Anch'essa dev'essere "purificata, elevata
e perfezionata". (96) Un tale processo ha bisogno di
gradualit, in modo che sia veramente espressione
dell'esperienza cristiana della comunit: "Occorrer
un'incubazione del mistero cristiano nel genio del vostro
popolo - diceva Paolo VI a Kampala-, perch la sua voce nativa,
pi limpida e pi franca, si innalzi armoniosa nel coro delle
voci della chiesa universale". (97) Infine l'inculturazione
deve coinvolgere tutto il popolo di Dio, non solo alcuni
esperti, poich  noto che il popolo riflette quel genuino
senso della fede che non bisogna mai perdere di vista. Essa va
s guidata e stimolata, ma non forzata, per non suscitare
reazioni negative nei cristiani: dev'essere espressione di vita
comunitaria, cio maturare in seno alla comunit, e non frutto
esclusivo di ricerche erudite. La salvaguardia dei valori
tradizionali  effetto di una fede matura.
Il dialogo con i fratelli di altre religioni
55. Il dialogo inter-religioso fa parte della missione
evangelizzatrice della chiesa . Inteso come metodo e mezzo per
una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non  in
contrapposizione con la missione ad gentes anzi ha speciali
legami con essa e ne  un'espressione. Tale missione, infatti,
ha per destinatari gli uomini che non conoscono Cristo e il suo
vangelo, e in gran maggioranza appartengono ad altre religioni.
Dio chiama a s tutte le genti in Cristo, volendo loro
comunicare la pienezza della sua rivelazione e del suo amore;
n manca di rendersi presente in tanti modi non solo ai singoli
individui, ma anche ai popoli mediante le loro ricchezze
spirituali, di cui le religioni sono precipua ed essenziale
espressione, pur contenendo "lacune, insufficienze ed errori".
(98) Tutto ci il concilio e il successivo magistero hanno
ampiamente sottolineato, mantenendo sempre fermo che la
salvezza viene da Cristo e il dialogo non dispensa
dell'evangelizzazione. (99) Alla luce dell'economia di
salvezza, la chiesa non vede un contrasto fra l'annuncio del
Cristo e il dialogo interreligioso; sente, per, la necessit
di comporli nell'ambito della sua missione ad gentes. Occorre,
infatti, che questi due elementi mantengano il loro legame
intimo e, al tempo stesso, la loro distinzione, per cui non
vanno n confusi, n strumentalizzati, n giudicati equivalenti
come se fossero intercambiabili. Ho scritto recentemente ai
vescovi dell'Asia: "Anche se la chiesa riconosce volentieri
quanto c' di vero e di santo nelle tradizioni religiose del
buddismo, dell'induismo e dell'islam riflessi di quella verit
che illumina tutti gli uomini, ci non diminuisce il suo dovere
e la sua determinazione a proclamare senza esitazioni Ges
Cristo, che  "la via, la verit e la vita"... il fatto che i
seguaci di altre religioni possano ricevere la grazia di Dio ed
essere salvati da Cristo indipendentemente dai mezzi ordinari
che egli ha stabilito, non cancella affatto l'appello alla fede
e al battesimo che Dio vuole per tutti i popoli". (100) Cristo
stesso, infatti, "inculcando espressamente la necessit della
fede e del battesimo, ha confermato simultaneamente la
necessit della chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante
il battesimo come per una porta". (101) Il dialogo deve esser
condotto e attuato con la convinzione che la chiesa  la via
ordinaria do salvezza e che solo essa possiede la pienezza dei
mezzi di salvezza. (102)
56. Il dialogo non nasce da tattica o da interesse, ma 
un'attivit che ha proprie motivazioni. esigenze, dignit: 
richiesto dal profondo rispetto per tutto ci che nell'uomo ha
operato lo Spirito, che soffia dove vuole. (103) Con esso la
chiesa intende scoprire i "germi del Verbo", (104) "raggi della
verit che illumina tutti gli uomini" (105) germi e raggi che
si trovano nelle persone e nelle tradizioni religiose
dell'umanit. Il dialogo si fonda sulla speranza e la carit e
porter frutti nello Spirito. Le altre religioni costituiscono
una sfida positiva per la chiesa: la stimolano, infatti, sia a
scoprire e a riconoscere i segni della presenza del Cristo e
dell'azione dello Spirito, sia ad approfondire la propria
identit e a testimoniare l'integrit della rivelazione, di cui
 depositaria per il bene di tutti. Deriva da qui lo spirito
che deve animare tale dialogo nel contesto della missione.
L'interlocutore dev'essere coerente con le proprie tradizioni e
convinzioni religiose e aperto a comprendere quelle dell'altro,
senza dissimulazioni o chiusure, ma con verit, umilt, lealt,
sapendo che il dialogo pu arricchire ognuno. Non ci deve
essere nessuna abdicazione n irenismo, ma la testimonianza
reciproca per un comune progresso nel cammino di ricerca e di
esperienza religiosa e, al tempo stesso, per il superamento di
pregiudizi, intolleranze e malintesi. Il dialogo tende alla
purificazione e conversione interiore che, se perseguta con
docilit allo Spirito, sar spiritualmente fruttuosa.
57. Al dialogo si apre un vasto campo, potendo esso assumere
molteplici forme ed espressioni: dagli scambi tra esperti delle
tradizioni religiose o rappresentanti ufficiali di esse alla
collaborazione per lo sviluppo integrale e la salvaguardia dei
valori religiosi; dalla comunicazione delle rispettive
esperienze spirituali al cosiddetto "dialogo di vita", per cui
i credenti delle diverse religioni testimoniano gli uni agli
altri nell'esistenza quotidiana i propri valori umani e
spirituali e si aiutano a viverli per edificare una societ pi
giusta e fraterna. Tutti i fedeli e le comunit cristiane sono
chiamati a praticare il dialogo, anche se non nello stesso
grado e forma. Per esso  indispensabile l'apporto dei laici.
che "con l'esempio della loro vita e con la propria azione
possono favorire il miglioramento dei rapporti tra seguaci
delle diverse religioni" (106), mentre alcuni di loro potranno
pure dare un contributo di ricerca e di studio. (107) Sapendo
che non pochi missionari e comunit cristiane trovano nella via
difficile e spesso incompresa del dialogo l'unica maniera di
rendere sincera testimonianza a Cristo e generoso servizio
all'uomo, desidero incoraggiarli a perseverare con fede e
carit, anche l dove i loro sforzi non trovano accoglienza e
risposta. Il dialogo  una via verso il regno e dar
sicuramente i suoi frutti, anche se tempi e momenti sono
riservati al Padre. (At1,7)
Promuovere lo sviluppo educando le coscienze
58. La missione ad gentes si svolge ancor oggi, per gran parte,
in quelle regioni del Sud del mondo, dove  pi urgente
l'azione per lo sviluppo integrale e la liberazione da ogni
oppressione. La chiesa ha sempre saputo suscitare, nelle
popolazioni che ha evangelizzato, la spinta verso il progresso,
e oggi i missionari pi che in passato sono riconosciuti anche
come promotori di sviluppo da governi e esperti internazionali,
i quali restano ammirati del fatto che si ottengano notevoli
risultati con scarsi mezzi. Nell'enciclica Sollicitudo rei
sociali ho affermato che "la chiesa non ha soluzioni tecniche
da offrire al sottosviluppo in quanto tale", ma "d il primo
contributo alla soluzione dell'urgente problema dello sviluppo,
quando proclama la verit su Cristo, su se stessa e sull'uomo,
applicandola a una situazione concreta". (108) La Conferenza
dei vescovi latino-americani a Puebla ha affermato che "il
miglior servizio al fratello  l'evangelizzazione, che lo
dispone a realizzarsi come figlio di Dio, lo libera dalle
ingiustizie e lo promuove integralmente". (109) La missione
della chiesa non  di operare direttamente sul piano economico
o tecnico o politico o di dare un contributo materiale allo
sviluppo, ma consiste essenzialmente nell'offrire ai popoli non
un "avere di pi", ma un "essere di pi", risvegliando le
coscienze col vangelo. "L'autentico sviluppo umano deve
affondare le sue radici in un'evangelizzazione sempre pi
profonda" (110) La chiesa e i missionari sono promotori di
sviluppo anche con le loro scuole, ospedali, tipografie,
universit, fattorie agricole sperimentali. Ma lo sviluppo di
un popolo non deriva primariamente n dal denaro, n dagli
aiuti materiali, n dalle strutture tecniche, bens dalla
formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalit e
dei costumi.  l'uomo il protagonista dello sviluppo non il
denaro o la tecnica. La chiesa educa le coscienze rivelando ai
popoli quel Dio che cercano, ma non conoscono. La grandezza
dell'uomo creato a immagine di Dio e da lui amato,
l'esuaglianza di tutti gli uomini come figli di Dio, il dominio
sulla natura creata e posta a servizio dell'uomo, il dovere di
impegnarsi per lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini.
59. Col messaggio evangelico la chiesa offre una forza
liberante e fautrice di sviluppo proprio perch porta alla
conversione del cuore e della mentalit, fa riconoscere la
dignit di ciascuna persona, dispone alla solidariet,
all'impegno al servizio dei fratelli, inserisce l'uomo nel
progetto di Dio, che  la costruzione del regno di pace, di
giustizia a partire gi da questa vita.  la prospettiva
biblica dei "cieli nuovi e terra nuova", (Is65,17); (2Pt3,13);
(Ap21,1) la quale ha inserito nella storia lo stimolo e la met
per l'avanzamento dell'umanit. Lo sviluppo dell'uomo viene da
Dio, dal modello di Ges uomo-Dio, e deve portare a Dio. (111)
Ecco perch tra annunzio evangelico e promozione dell'uomo c'
una stretta connessione. Il contributo della chiesa e della sua
opera evangelizzatrice per lo sviluppo dei popoli riguarda non
soltanto il Sud del mondo, per combattervi la miseria materiale
e il sottosviluppo, (112) ma anche il Nord, che  esposto alla
miseria morale e spirituale causata dal "supersviluppo". Certa
modernit a-religiosa, dominante in alcune parti del mondo, si
basa sull'idea che, per rendere l'uomo pi uomo, basti
arricchire e perseguire la crescita tecnico-economica. Ma uno
sviluppo senza anima non pu bastare all'uomo, e l'eccesso di
opulenza gli  nocivo come l'eccesso di povert. Il Nord del
mondo ha costruito un tale "modello di sviluppo" e lo diffonde
nel Sud, dove il senso di religiosit e i valori umani che vi
sono presenti rischiano di esser travolti dall'ondata del
consumismo. "Contro la fame cambia la vita"  il motto nato in
ambienti ecclesiali, che indica ai popoli ricchi la via per
diventare fratelli dei poveri: bisogna ritornare a una vita pi
austera che favorisca un nuovo modello di sviluppo, attento ai
valori etici e religiosi. L'attivit missionaria apporta ai
poveri la luce e lo stimolo per il vero sviluppo, mentre la
nuova evangelizzazione deve, tra l'altro, creare nei ricchi la
coscienza che  venuto il momento di farsi realmente fratelli
dei poveri nella comune conversione allo sviluppo integrale,
aperto all'Assoluto. (113)
La carit fonte e criterio della missione
60. "La chiesa nel mondo intero - dissi durante la mia visita
in Brasile - vuol essere la chiesa dei poveri. Essa vuol
estrarre tutta la verit contenuta nelle beatitudini e
soprattutto nella prima: "Beati i poveri in spirito"... Essa
vuole insegnare questa verit e vuol metterla in pratica come
Ges, che venne a fare e a insegnare". (114) Le giovani chiese,
che per lo pi vivono fra popoli afflitti da una povert assai
diffusa, esprimono spesso questa preoccupazione come parte
integrante della loro missione. La Conferenza generale
dell'episcopato latino-americano a Puebla, dopo aver ricordato
l'esempio di Ges? scrive che "i poveri meritano un'attenzione
preferenziale, qualunque sia la condizione morale o personale
in cui si trovano. Fatti a immagine e somiglianza di Dio per
essere suoi figli, questa immagine  offuscata e persino
oltraggiata. Perci, Dio prende le loro difese e li ama. Ne
consegue che i primi destinatari della missione sono i poveri,
e la loro evangelizzazione  per eccellenza segno e prova della
missione di Ges". (115) Fedele allo spirito delle beatitudini,
la chiesa  chiamata alla condivisione con i poveri e gli
oppressi di ogni genere. Esorto, perci, tutti i discepoli di
Cristo e le comunit cristiane, dalle famiglie alle diocesi,
dalle parrocchie agli istituti religiosi, a fare una sincera
revisione della propria vita nel senso della solidariet con i
poveri. Nello stesso tempo, ringrazio i missionari che con la
loro presenza amorosa e il loro umile servizio operano per lo
sviluppo integrale della persona e della societ mediante
scuole, centri sanitari, lebbrosari, case di assistenza per
handicappati e anziani, iniziative per la promozione della
donna e simili. Ringrazio i sacerdoti, i religiosi, le
religiose e i laici per la loro dedizione, mentre incoraggio i
volontari di organizzazioni non governative, oggi sempre pi
numerosi, che si dedicano a queste opere di carit e dl
promozione umana. Sono, infatti, queste opere che testimoniano
l'anima di tutta l'attivit missionaria: L'amore, che  e resta
il movente della missione, ed  anche "l'unico criterio secondo
cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non
cambiato.  il principio che deve dirigere ogni azione e il
fine a cui essa deve tendere. Quando si agisce con riguardo
alla carit o ispirati dalla carit, nulla  disdicevole e
tutto  buono". (116)
PARTE SESTA - I RESPONSABILI E GLI OPERATORI DELLA PASTORALE MISSIONARIA
61. Non c' testimonianza senza testimoni, come non c'
missione senza missionari. Perch collaborino alla sua missione
e continuino la sua opera salvifica, Ges sceglie e invia delle
persone come suoi testimoni e apostoli: "Sarete miei testimoni
a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli
estremi confini della terra". (At1,8) I Dodici sono i primi
operatori della missione universale: essi costituiscono un
"soggetto collegiale" della missione, essendo stati scelti da
Ges per restare con lui ed essere inviati "alle pecore perdute
della casa d'Israele". (Mt10,6) Questa collegialit non
 impedisce che nel gruppo si distinguano singole figure, come
Giacomo, Giovanni e, pi di tutti, Pietro, la cui persona ha
tanto rilievo da giustificare l'espressione: "Pietro e gli
altri apostoli". (At2,14) Grazie a lui si aprono gli orizzonti
della missione universale, in cui successivamente ecceller
Paolo, che per volont divina fu chiamato e inviato tra le
genti. (Gal1,15) Nell'espansione missionaria delle origini,
accanto agli apostoli troviamo altri umili operatori che non si
debbono dimenticare: sono persone, gruppi, comunit. Un tipico
esempio di chiesa locale  la comunit di Antiochia, che da
evangelizzata si fa evangelizzatrice e invia i suoi missionari
alle genti. (At13,2) La chiesa primitiva vive la missione come
compito comunitario, pur riconoscendo nel suo seno degli
"inviati speciali", o "missionari consacrati alle genti", come
Paolo e Barnaba.
62. Quanto fu fatto all'inizio del cristianesimo per la
missione universale conserva la sua validit e urgenza anche
oggi. La chiesa  missionaria per sua natura, poich il mandato
di Cristo non  qualcosa di contingente e di esteriore ma
raggiunge il cuore stesso della chiesa. Ne deriva che tutta la
chiesa e ciascuna chiesa  inviata alle genti. Le stesse chiese
pi giovani, proprio "perch questo zelo missionario fiorisca
nei membri della loro patria" debbono "partecipare quanto prima
e di fatto alla missione universale della chiesa, inviando
anch'esse dei missionari a predicare dappertutto nel mondo il
vangelo anche se soffrono di scarsezza di clero". (117) Molte
gi fanno cos. e io le incoraggio vivamente a continuare. In
questo vincolo essenziale dl comunione tra la chiesa universale
e le chiese particolari si esercita l'autentica e piena
missionariet: "In un mondo che col crollare delle distanze si
fa sempre pi piccolo, le comunit ecclesiali devono collegarsi
fra di loro, scambiarsi energie e mezzi, impegnarsi insieme
nell'unica e comune missione dl annunziare e vivere il
vangelo... Le chiese cosiddette giovani... hanno bisogno della
forza di quelle antiche, mentre queste hanno bisogno della
testimonianza e della spinta delle pi giovani, in modo che le
singole chiese attingano dalla ricchezza delle altre chiese". (118)
I primi responsabili dell'attivit missionaria
63. Come il Signore risorto confer al collegio apostolico con
a capo Pietro il mandato della missione universale, cos questa
responsabilit incombe innanzitutto sul collegio dei vescovi
con a capo il successore di Pietro. (119) Consapevole di questa
responsabilit, negli incontri con i vescovi sento il dovere di
condividerla in ordine sia alla nuova evangelizzazione che alla
missione universale. Mi sono messo in cammino sulle vie del
mondo "per annunciare il vangelo. per "confermare i fratelli"
nella fede, per consolare la chiesa. per incontrare l'uomo.
Sono viaggi di fede... Sono altrettante occasioni di catechesi
itinerante, di annuncio evangelico nel prolungamento, a tutte
le latitudini. del vangelo e del magistero apostolico, dilatato
alle odierne sfere planetarie". (120) I fratelli vescovi sono
con me direttamente responsabili dell'evangelizzazione del
mondo, sia come membri del collegio episcopale, sia come
pastori delle chiese particolari. In proposito, il concilio
dichiara: "La cura di annunziare in ogni parte della terra il
vangelo appartiene al corpo dei pastori, ai quali in comune
Cristo diede il mandato". (121) Esso afferma anche che i
vescovi "sono stati consacrati non soltanto per una diocesi, ma
per la salvezza di tutto il mondo". (122) Questa responsabilit
collegiale ha conseguenze pratiche. Parimenti, "il sinodo dei
vescovi... tra gli affari d'importanza generale deve seguire
con particolare sollecitudine l'attivit missionaria, che  il
dovere pi alto e pi sacro della chiesa". (123) La stessa
responsabilit si riflette, in varia misura, nelle Conferenze
episcopali e nei loro organismi a livello continentale, che
perci debbono offrire un proprio contributo all'impegno
missionario.(124) Ampio  pure il dovere missionario di ciascun
vescovo, come pastore di una chiesa particolare. Spetta a lui
"come capo e centro unitario dell'apostolato diocesano,
promuovere, dirigere e coordinare l'attivit missionaria...
Provveda anche a che l'attivit apostolica non resti limitata
ai soli convertiti, ma che una giusta parte di missionari e di
sussidi sia destinata all'evangelizzazione dei non cristiani". (125)
64. Ogni Chiesa particolare deve aprirsi generosamente alle
necessit delle altre. La collaborazione fra le chiese, in una
reale reciprocit che le rende pronte a dare ed a ricevere, 
anche fonte di arricchimento per tutte ed interessa i vari
settori della vita ecclesiale. A questo riguardo, resta
esemplare la dichiarazione dei vescovi a Puebla: "Finalmente 
giunta l'ora per l'America Latina... di proiettarsi oltre le
sue frontiere, ad gentes.  certo che noi stessi abbiamo ancora
bisogno di missionari, ma dobbiamo dare della nostra povert".
(126) Con questo spirito invito i vescovi e le Conferenze
episcopali ad attuare generosamente quanto  previsto nella
Nota direttiva, che la Congregazione per il clero ha emanato
per la collaborazione tra le chiese particolari e,
specialmente, per la migliore distribuzione del clero nel
mondo. (127) La missione della chiesa  pi vasta della
"comunione fra le chiese": questa deve essere orientata, oltre
che all'aiuto per la rievangelizzazione, anche e soprattutto
nel senso della missionariet specifica. Mi appello a tutte le
chiese, giovani e antiche, perch condividano con me questa
preoccupazione, curando l'incremento delle vocazioni
missionarie e superando le varie difficolt.
Missionari e istituti "ad gentes"
65. Fra gli operatori della pastorale missionaria occupano
tuttora, come in passato, un posto di fondamentale importanza
quelle persone e istituzioni, a cui il decreto Ad gentes dedica
lo speciale capitolo dal titolo: "I missionari". (128) Al
riguardo, s'impone un'approfondita riflessione, anzitutto, per
i missionari stessi, che dai cambiamenti della missione possono
essere indotti a non capir pi il senso della loro vocazione, a
non saper pi che cosa precisamente la chiesa si attenda oggi
da loro. Punto di riferimento sono queste parole del concilio:
"Bench l'impegno di diffondere la fede ricada su qualsiasi
discepolo di Cristo in proporzione delle sue possibilit,
Cristo Signore chiama sempre dalla moltitudine dei suoi
discepoli quelli che egli vuole, per averli con s e per
inviarli a predicare alle genti. Perci, egli? per mezzo dello
Spirito santo, che distribuisce come vuole i suoi carismi per
il bene delle anime, accende nel cuore dei singoli la vocazione
missionaria e insieme suscita in seno alla chiesa quelle
istituzioni che si assumono come dovere specifico il compito
dell'evangelizzazione, che riguarda tutta la chiesa". (129) Si
tratta, dunque, di una "vocazione speciale", modellata su
quella degli apostoli. Essa si manifesta nella totalit
dell'impegno per il servizio dell'evangelizzazione:  impegno
che coinvolge tutta la persona e la vita del missionario,
esigendo da lui una donazione senza limiti di forze e di tempo.
Coloro che sono dotati di tale vocazione, "inviati dalla
legittima autorit, si portano per spirito di fede e di
obbedienza verso coloro che sono lontani da Cristo,
riservandosi esclusivamente per quell'opera per la quale, come
ministri del vangelo, sono stati assunti". (130) I missionari
devono sempre meditare sulla corrispondenza che il dono da loro
ricevuto richiede e aggiornare la loro formazione dottrinale e
apostoli.
66. Gli istituti missionari, poi, devono impiegare tutte le
risorse necessarie, mettendo a frutto la loro esperienza e
creativit nella fedelt al carisma originario, per preparare
adeguatamente i candidati e assicurare il ricambio delle
energie spirituali, morali e fisiche dei loro membri. (131) Si
sentano essi parte viva della comunit ecclesiale e operino in
comunione con essa. Difatti "ogni istituto  nato per la chiesa
ed  tenuto ad arricchirla con le proprie caratteristiche
secondo un particolare spirito e una missione speciale". e di
una tale fedelt al carisma originario gli stessi vescovi sono
custodi. (132) Gli istituti missionari sono nati in genere
dalle chiese di antica cristianit e storicamente sono stati
strumenti della congregazione di Propaganda Fide per la
diffusione della fede e la fondazione di nuove chiese. Essi
accolgono oggi in misura crescente candidati provenienti dalle
giovani chiese che hanno fondato, mentre nuovi istituti sono
sorti proprio nei paesi che prima ricevevano solo missionari e
che oggi li mandano.  da lodare questa duplice tendenza, che
dimostra la validit e l'attualit della specifica vocazione
missionaria di questi istituti, tuttora "assolutamente
necessari", (133) non solo per l'attivit missionaria ad
gentes, com' nella loro tradizione, ma anche per l'animazione
missionaria sia nelle chiese di antica cristianit, sia in
quelle pi giovani. La vocazione speciale dei missionari ad
vitam conserva tutta la sua validit: essa rappresenta il
paradigma dell'impegno missionario della chiesa, che ha sempre
bisogno di donazioni radicali e totali, di impulsi nuovi e
arditi. I missionari e le missionarie, che hanno consacrato
tutta la vita per testimoniare fra le genti il Risorto, non si
lascino, dunque, intimorire da dubbi, incomprensioni, rifiuti,
persecuzioni. Risveglino la grazia del loro carisma specifico e
riprendano con coraggio il loro cammino, preferendo - in
spirito di fede, obbedienza e comunione con i propri pastori -
i posti pi umili e ardui.
Sacerdoti diocesani per la missione universale
67. Collaboratori del vescovo, i presbiteri in forza del
sacramento dell'ordine sono chiamati a condividere la
sollecitudine per la missione: "Il dono spirituale che i
presbiteri hanno ricevuto nell'ordinazione non li prepara a una
missione limitata e ristretta, bens a una vastissima e
universale missione di salvezza, "fino agli estremi confini
della terra", dato che qualunque ministero sacerdotale
partecipa della stessa ampiezza universale della missione
affidata da Cristo agli apostoli". (134) Per questo motivo, la
stessa formazione dei candidati al sacerdozio deve mirare a dar
loro "quello spirito veramente cattolico che li abitui a
guardare oltre i confini della propria diocesi, nazione o rito,
per andare incontro alle necessit della missione universale,
pronti a predicare dappertutto il vangelo". (135) Tutti i
sacerdoti debbono avere cuore e mentalit missionaria, essere
aperti ai bisogni della chiesa e del mondo, attenti ai pi
lontani e, soprattutto, ai gruppi non cristiani del proprio
ambiente. Nella preghiera e, in particolare, nel sacrificio
eucaristico sentano la sollecitudine di tutta la chiesa per
tutta l'umanit. Specialmente i sacerdoti che si trovano in
aree a minoranza cristiana debbono essere mossi da singolare
zelo e impegno missionario: il Signore affida loro non solo la
cura pastorale della comunit cristiana, ma anche e soprattutto
l'evangelizzazione dei loro compatrioti che non fanno parte del
suo gregge. Essi "non mancheranno di rendersi concretamente
disponibili allo Spirito santo e al vescovo, per essere mandati
a predicare il vangelo oltre i confini del loro paese. Ci
richieder in essi non solo maturit nella vocazione, ma pure
una capacit non comune di distacco dalla propria patria, etnia
e famiglia, e una particolare idoneit a inserirsi nelle altre
culture con intelligenza e rispetto". (136)
68. Nell'enciclica Fidei donum Pio XII con intuito profetico
incoraggi i vescovi a offrire alcuni dei loro sacerdoti per un
servizio temporaneo alle chiese d'Africa, approvando le
iniziative gi esistenti in proposito. A venticinque anni di
distanza volli sottolineare la grande novit di quel documento,
"che ha fatto superare la dimensione territoriale del servizio
presbiterale, per destinarlo a tutta la chiesa". (137) Oggi
risultano confermate la validit e la fruttuosit di questa
esperienza: infatti, i presbiteri detti Fidei donum evidenziano
in modo singolare il vincolo di comunione tra le chiese, danno
un prezioso apporto alla crescita di comunit ecclesiali
bisognose, mentre attingono da esse freschezza e vitalit di
fede. Occorre certo che il servizio missionario del sacerdote
diocesano risponda ad alcuni criteri e condizioni. Si devono
inviare sacerdoti scelti tra i migliori, idonei e debitamente
preparati al peculiare lavoro che li attende. (138) Essi
dovranno inserirsi nel nuovo ambiente della chiesa che li
accoglie con animo aperto e fraterno e costituiranno un unico
presbiterio con i sacerdoti locali, sotto l'autorit del
vescovo. (139) Auspico che lo spirito di servizio aumenti in
seno al presbiterio delle chiese antiche e sia promosso in
quello delle chiese pi recenti.
La fecondit missionaria della consacrazione
69. Nell'inesauribile e multiforme ricchezza dello Spirito si
collocano le vocazioni degli istituti di vita consacrata, i cui
membri, "dal momento che si dedicano al servizio della chiesa
in forza della loro stessa consacrazione, sono tenuti
all'obbligo di prestare l'opera loro in modo speciale
nell'azione missionaria, con lo stile proprio dell'istituto".
(140) La storia attesta le grandi benemerenze delle famiglie
religiose nella propagazione della fede e nella formazione di
nuove chiese: dalle antiche istituzioni monastiche agli ordini
medioevali, fino alle moderne congregazioni.
a) Seguendo il concilio, invito gli istituti di vita
contemplativa a stabilire comunit presso le giovani chiese,
per rendere "tra i non cristiani una magnifica testimonianza
della maest e della carit di Dio, come anche dell'unione che
si stabilisce nel Cristo". (141) Questa presenza  dappertutto
benefica nel mondo non cristiano, specialmente in quelle
regioni, dove le religioni hanno in grande stima la vita
contemplativa per l'ascesi e la ricerca dell'Assoluto.
b) Agli istituti di vita attiva addito gli immensi spazi della
carit, dell'annunzio evangelico, dell'educazione cristiana,
della cultura e della solidariet verso i poveri, i
discriminati, gli emarginati e oppressi. Tali istituti, tendano
o meno a un fine strettamente missionario, si devono
interrogare circa la loro possibilit e disponibilit a
estendere la propria azione per espandere il regno di Dio.
Questa richiesta  stata accolta nei tempi pi recenti da non
pochi istituti, ma vorrei che fosse meglio considerata e
attuata per un autentico servizio. La chiesa deve far conoscere
i grandi valori evangelici di cui  portatrice, e nessuno li
testimonia pi efficacemente di chi fa professione di vita
consacrata nella castit, povert e obbedienza, in totale
donazione a Dio e in piena disponibilit a servire l'uomo e la
societ sull'esempio di Cristo. (142)
70. Una speciale parola di apprezzamento rivolgo alle religiose
missionarie, nelle quali la verginit per il regno si traduce
in molteplici frutti di maternit secondo lo spirito: proprio
la missione ad gentes offre loro un campo vastissimo per
"donarsi con amore in modo totale e indiviso". (143) L'esempio
e l'operosit della donna vergine, consacrata alla carit verso
Dio e verso il prossimo, specie il pi povero, sono
indispensabili come segno evangelico presso quei popoli e
culture in cui la donna deve ancora compiere un lungo cammino
in ordine alla sua promozione umana e liberazione. Auguro che
molte giovani donne cristiane sentano l'attrattiva di donarsi a
Cristo con generosit, attingendo dalla loro consacrazione la
forza e la gioia per testimoniarlo tra i popoli che lo
ignorano.
Tutti i laici sono missionari in forza del battesimo
71. I pontefici dell'et pi recente hanno molto insistito
sull'importanza del ruolo dei laici nell'attivit missionaria.
(144) Nell'esortazione Christifideles laici anch'io ho trattato
esplicitamente della "missione permanente di portare il vangelo
a quanti e sono milioni e milioni di uomini e di donne - ancora
non conoscono Cristo redentore dell'uomo" (145) e del
corrispondente impegno dei fedeli laici. La missione  di tutto
il popolo di Dio: anche se la fondazione di una nuova chiesa
richiede l'eucaristia e, quindi, il ministero sacerdotale,
tuttavia la missione, che si esplica in svariate forme, 
compito di tutti i fedeli. La partecipazione dei laici
all'espansione della fede risulta chiara, fin dai primi tempi
del cristianesimo, a opera sia di singoli fedeli e famiglie,
sia dell'intera comunit. Ci ricordava gi Pio XII,
richiamando nella prima enciclica missionaria le vicende delle
missioni laicali. (146) Nei tempi moderni non  mancata la
partecipazione attiva dei missionari laici e delle missionarie
laiche. Come non ricordare l'importante ruolo svolto da queste,
il loro lavoro nelle famiglie, nelle scuole, nella vita
politica. sociale e culturale e, in particolare, il loro
insegnamento della dottrina cristiana? Bisogna anzi riconoscere
- ed  un titolo di onore che alcune chiese hanno avuto inizio
grazie all'attivit dei laici e delle laiche missionarie. Il
Vaticano II ha confermato questa tradizione, illustrando il
carattere missionario di tutto il popolo di Dio in particolare
l'apostolato dei laici (147) e sottolineando il contributo
specifico che essi son chiamati a dare nell'attivit
missionaria. (148) La necessit che tutti i fedeli condividano
tale responsabilit non e solo questione di efficacia
apostolica, ma  un dovere-diritto fondato sulla dignit
battesimale per cui "i fedeli partecipano, per la loro parte,
al triplice ufficio - sacerdotale profetico e regale di Ges
Cristo". (149) Essi, perci, "sono tenuti all'obbligo generale
e hanno diritto di impegnarsi, sia come singoli, sia riuniti in
associazioni, perch l'annunzio della salvezza sia conosciuto e
accolto da ogni uomo in ogni luogo; tale obbligo li vincola
ancor di pi in quelle situazioni in cui gli uomini non possono
ascoltare il vangelo e conoscere Cristo se non per mezzo loro".
(150) Inoltre, per l'indole secolare. che  loro propria, hanno
la particolare vocazione a "cercare il regno di Dio trattando
le cose temporali e orientandole secondo Dio". (151)
72. I settori di presenza e di azione missionaria dei laici
sono molto ampi. "Il primo campo...  il mondo vasto e
complicato della politica, della realt sociale
dell'economia..." (152) sul piano locale, nazionale e
internazionale. All'interno della chiesa si presentano vari
tipi di servizi, funzioni, ministeri e forme di animazione
della vita cristiana. Ricordo, quale novit emersa in non poche
chiese nei tempi recenti, il grande sviluppo dei "movimenti
ecclesiali", dotati di dinamismo missionario. Quando si
inseriscono con umilt nella vita delle chiese locali e sono
accolti cordialmente da vescovi e sacerdoti nelle strutture
diocesane e parrocchiali, i movimenti rappresentano un vero
dono di Dio per la nuova evangelizzazione e per l'attivit
missionaria propriamente detta. Raccomando, quindi, di
diffonderli e di avvalersene per ridare vigore, soprattutto tra
i giovani, alla vita cristiana e all'evangelizzazione, in una
visione pluralistica dei modi di associarsi e di esprimersi.
Nell'attivit missionaria sono da valorizzare le varie
espressioni del laicato, rispettando la loro indole e finalit:
associazioni del laicato missionario, organismi cristiani di
volontariato internazionale, movimenti ecclesiali, gruppi e
sodalizi di vario genere siano impegnati nella missione ad
gentes e nella collaborazione con le chiese locali. In questo
modo sar favorita la crescita di un laicato maturo e
responsabile, la cui "formazione... si pone nelle giovani
chiese come elemento essenziale e irrinunciabile della
plantatio ecclesiale". (153)
L'opera dei catechisti e la variet dei ministeri
73. Tra i laici che diventano evangelizzatori si trovano in
prima fila i catechisti. Il decreto missionario li definisce
"quella schiera degna di lode, tanto benemerita dell'opera
missionaria tra le genti... Essi, animati da spirito apostolico
e facendo grandi sacrifici, danno un contributo singolare e
insostituibile alla propagazione della fede e della chiesa".
(154) Non  senza ragione che le chiese di antica data,
impegnandosi nella nuova evangelizzazione, abbiano moltiplicato
i catechisti e intensificato la catechesi. "Sono i catechisti
in terra di missione coloro che meritano, in modo tutto
speciale, questo titolo di "catechisti"... chiese ora fiorenti
non sarebbero state edificate senza di loro". (155) Anche col
moltiplicarsi dei servizi ecclesiali ed extraecclesiali il
ministero dei catechisti rimane sempre necessario e ha
peculiari caratteristiche: i catechisti sono operatori
specializzati. testimoni diretti. evangelizzatori
insostituibili, che rappresentano la forza basilare delle
comunit cristiane, specie nelle giovani chiese, come ho pi
volte affermato e constatato nei miei viaggi missionari. Il
nuovo codice di Diritto canonico ne riconosce i compiti, le
qualit, i requisiti. (156) Ma non si pu dimenticare che il
lavoro dei catechisti si va facendo sempre pi difficile e
impegnativo per i cambiamenti ecclesiali e culturali in corso.
Vale ancor oggi quanto gi suggeriva il concilio: una pi
accurata preparazione dottrinale e pedagogica, il costante
rinnovamento spirituale e apostolico, la necessit di
"garantire un decoroso tenore di vita e di sicurezza sociale"
ai catechisti. (157)  importante, altres, favorire la
creazione e il potenziamento delle scuole per catechisti, che,
approvate dalle Conferenze episcopali, rilascino titoli
ufficialmente riconosciuti da queste ultime. (158)
74. Accanto ai catechisti bisogna ricordare le altre forme di
servizio alla vita della chiesa e alla missione, e gli altri
operatori: animatori della preghiera, del canto e della
liturgia; capi di comunit ecclesiali di base e di gruppi
biblici; incaricati delle opere caritative; amministratori dei
beni della chiesa; dirigenti dei vari sodalizi apostolici;
insegnanti di religione nelle scuole. Tutti i fedeli laici
debbono dedicare alla chiesa parte del loro tempo, vivendo con
coerenza la propria fede.
La Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli e le altre
strutture per l'attivit missionaria
75. I responsabili e gli operatori della pastorale missionaria
devono sentirsi uniti nella comunione che caratterizza il corpo
mistico. Per questo Cristo ha pregato nell'ultima cena: "Come
tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una
cosa sola, perch il mondo creda che tu mi hai mandato".
(Gv17,21)  in questa comunione il fondamento della fecondit
della missione. Ma la chiesa  anche una comunione visibile e
organica, e perci la missione richiede pure una unione esterna
e ordinata tra le diverse responsabilit e funzioni, in modo
che tutte le membra "indirizzino in piena unanimit le loro
forze all'edificazione della chiesa". (159) Spetta al dicastero
missionario "dirigere e coordinare in tutto il mondo l'opera
stessa dell'evangelizzazione dei popoli e la cooperazione
missionaria, salva la competenza della Congregazione per le
chiese orientali". (160) Per questo " suo compito suscitare e
distribuire, secondo i bisogni pi urgenti delle regioni, i
missionari..., elaborare un piano organico di azione, emanare
norme direttive e principi adeguati in ordine
all'evangelizzazione, dare l'impulso iniziale". (161) Non posso
che confermare queste sagge disposizioni: per rilanciare la
missione ad gentes occorre un centro di propulsione, di
direzione e di coordinamento che  la Congregazione per
l'evangelizzazione. Invito le Conferenze episcopali e i loro
organismi, superiori maggiori degli ordini, congregazioni e
istituti gli organismi laicali impegnati nell'attivit
missionaria a collaborare fedelmente con detta Congregazione,
che ha l'autorit necessaria per programmare e dirigere
l'attivit e la cooperazione missionaria a livello universale.
La medesima Congregazione, avendo alle spalle una lunga e
gloriosa esperienza,  chiamata a svolgere un ruolo di primaria
importanza sul piano della riflessione e dei programmi
operativi, di cui la chiesa ha bisogno per orientarsi pi
decisamente verso la missione nelle sue varie forme. A questo
fine, la Congregazione deve mantenere strette relazioni con gli
altri dicasteri della Santa Sede, con le chiese particolari e
con le forze missionarie. In un'ecclesiologia di comunione, in
cui la chiesa  tutta missionaria, ma al tempo stesso si
confermano sempre indispensabili vocazioni e istituzioni
specifiche per il lavoro ad gentes rimane molto importante il
ruolo di guida e di coordinamento del dicastero missionario per
affrontare insieme le grandi questioni di comune interesse,
salve le competenze proprie di ciascuna autorit e struttura.
76. Per l'indirizzo e il coordinamento dell'attivit
missionaria a livello nazionale e regionale rivestono grande
importanza le Conferenze episcopali e i loro diversi
raggruppamenti. A loro il concilio chiede di "trattare in pieno
accordo le questioni pi gravi e i problemi pi urgenti, senza
trascurare per le differenze tra luogo e luogo", (162) nonch
il problema dell'inculturazione. Di fatto, c' gi un'ampia e
regolare azione in questo campo e i frutti sono visibili. 
un'azione che deve essere intensificata e meglio raccordata con
quella di altri organismi delle stesse Conferenze affinch la
sollecitudine missionaria non sia demandata alla cura di un
dato settore od organismo, ma sia condivisa da tutti. Gli
stessi organismi e Istituzioni, che attendono all'attivit
missionaria, colleghino opportunamente sforzi e iniziative. Le
Conferenze dei superiori maggiori, poi, abbiano questo stesso
impegno nel loro ambito, in contatto con le Conferenze
episcopali, secondo le indicazioni e norme stabilite, (163)
ricorrendo anche a commissioni miste. (164) Sono, infine,
auspicabili incontri e forme di collaborazione tra le varie
istituzioni missionarie per quanto riguarda sia la formazione e
lo studio, (165) sia l'azione apostolica da svolgere.
PARTE SETTIMA - LA COOPERAZIONE ALL'ATTIVlT MISSIONARIA
77. Membri della chiesa, in forza del battesimo tutti i
cristiani sono corresponsabili dell'attivit missionaria. La
partecipazione delle comunit e dei singoli fedeli a questo
diritto-dovere  chiamata "cooperazione missionaria". Tale
cooperazione si radica e si vive innanzitutto nell'essere
personalmente uniti a Cristo: solo se si  uniti a lui come il
tralcio alle vite, (Gv15,5) si possono produrre buoni frutti.
La santit di vita permette a ogni cristiano di essere fecondo
nella missione della chiesa: "Il sacro concilio invita tutti a
un profondo rinnovamento interiore, affinch, avendo una viva
coscienza della propria responsabilit in ordine alla
diffusione del vangelo, prendano la loro parte nell'attivit
missionaria presso le genti". (166) La partecipazione alla
missione universale, quindi, non si riduce ad alcune
particolari attivit, ma  il segno della maturit di fede e di
una vita cristiana che porta frutti. Cos il credente allarga i
confini della sua carit, manifestando la sollecitudine per
coloro che sono lontani, come per quelli che sono vicini: prega
per le missioni e per le vocazioni missionarie, aiuta i
missionari, ne segue l'attivit con interesse e, quando
ritornano, li accoglie con quella gioia con cui le prime
comunit cristiane ascoltavano dagli apostoli le meraviglie che
Dio aveva operato mediante la loro predicazione. (At14,27)
Preghiera e sacrifici per i missionari
78. Tra le forme di partecipazione il primo posto spetta alla
cooperazione spirituale: preghiera, sacrificio testimonianza di
vita cristiana. La preghiera deve accompagnare il cammino dei
missionari, perch l' annunzio della Parola sia reso efficace
dalla grazia divina. San Paolo nelle sue Lettere chiede spesso
ai fedeli di pregare per lui, perch gli sia concesso di
annunziare il vangelo con fiducia e franchezza. Alla preghiera
 necessario unire il sacrificio: il valore salvifico di ogni
sofferenza, accettata e offerta a Dio con amore, scaturisce dal
sacrificio di Cristo, che chiama le membra del suo mistico
corpo ad associarsi ai suoi patimenti, a completarli nella
propria carne. (Col1,24) Il sacrificio del missionario deve
essere condiviso e sostenuto da quello dei fedeli. Perci, a
coloro che svolgono il loro ministero pastorale fra i malati
raccomando di istruirli circa il valore della sofferenza,
incoraggiandoli a offrirla a Dio per i missionari. Con tale
offerta i malati diventano anch'essi missionari, come
sottolineano alcuni movimenti sorti tra loro e per loro. Anche
la solennit di Pentecoste - inizio della missione della chiesa
--  celebrata in alcune comunit come "giornata della
sofferenza per le missioni".
"Eccomi, Signore, sono pronto! Manda me!" (cf Is 6,8)
79. La cooperazione si esprime, altres, nel promuovere le
vocazioni missionarie. A questo riguardo, va riconosciuta la
validit delle diverse forme d'impegno missionario, ma bisogna
al tempo stesso riaffermare la priorit della donazione totale
e perpetua all'opera delle missioni, specialmente negli
istituti e congregazioni missionari, maschili e femminili. La
promozione di tali vocazioni  il cuore della cooperazione:
l'annunzio del vangelo richiede annunziatori, la messe ha
bisogno di operai, la missione si fa soprattutto con uomini e
donne consacrati a vita all'opera del vangelo, disposti ad
andare in tutto il mondo per portare la salvezza. Desidero,
pertanto, richiamare e raccomandare questa sollecitudine per le
vocazioni missionarie. Coscienti della responsabilit
universale dei cristiani nel contribuire all'opera missionaria
e allo sviluppo dei popoli poveri, dobbiamo tutti domandarci
perch in varie nazioni, mentre crescono le offerte, minacciano
di scomparire le vocazioni missionarie, che danno la vera
misura della donazione ai fratelli. Le vocazioni al sacerdozio
e alla vita consacrata sono un segno sicuro della vitalit di
una chiesa.
80. Pensando a questo grave problema, rivolgo il mio appello
con particolare fiducia e affetto alle famiglie e ai giovani.
Le famiglie e, soprattutto, i genitori siano consapevoli di
dover portare "un particolare contributo alla causa missionaria
della chiesa, coltivando le vocazioni missionarie fra i loro
figli e figlie". (167) Una vita di intensa preghiera, un senso
reale del servizio del prossimo e una generosa partecipazione
alle attivit ecclesiali offrono alle famiglie le condizioni
favorevoli per la vocazione dei giovani. Quando i genitori sono
pronti a consentire che uno dei figli parta per la missione,
quando essi hanno chiesto al Signore tale grazia, egli li
ricompenser, nella gioia, il giorno in cui un loro figlio o
figlia ascolter la sua chiamata. Ai giovani stessi io chiedo
di ascoltare la parola di Cristo che dice loro, come gi a
Simon Pietro e ad Andrea sulla riva del lago: "Venite dietro a
me, e vi far diventare pescatori di uomini". (Mt4,19) Abbiano
essi il coraggio di rispondere, come Isaia: "Eccomi, Signore,
sono pronto, manda me". (Is4,8) Essi avranno dinanzi a s una
vita affascinante e conosceranno la vera soddisfazione di
annunciare la "buona novella" ai fratelli e sorelle che
condurranno sulla via della salvezza.
"C' pi gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35)
81. Sono molte le necessit materiali ed economiche delle
missioni: non solo per fondare la chiesa con strutture minime
(cappelle, scuole per catechisti e seminaristi, case di
abitazione), ma anche per sostenere le opere di carit, di
educazione e di promozione umana, campo vastissimo di azione
specialmente nei paesi poveri. La chiesa missionaria d quello
che riceve, distribuisce ai poveri quello che i suoi figli pi
dotati di beni materiali le mettono generosamente a
disposizione. Desidero a questo punto ringraziare tutti coloro
che donano con sacrificio per l'opera missionaria: le loro
rinunzie e la loro partecipazione sono indispensabili per
costruire la chiesa e testimoniare la carit. Circa gli aiuti
materiali  importante riguardare allo spirito col quale si
dona. Per questo occorre rivedere il proprio stile di vita: le
missioni non chiedono solo un aiuto, ma una condivisione con
l'annunzio e la carit verso i poveri. Tutto quello che abbiamo
ricevuto da Dio la vita come i beni materiali - non  nostro.
ma ci  dato in uso. La generosit nel dare va sempre
illuminata e ispirata dalla fede: allora, davvero c' pi gioia
nel dare che nel ricevere. La Giornata missionaria mondiale,
diretta alla sensibilizzazione sul problema missionario, ma
anche alla raccolta di aiuti,  un appuntamento importante
nella vita della chiesa, perch insegna come donare: nella
celebrazione eucaristica, cio come offerta a Dio, e per tutte
le missioni del mondo.
Nuove forme di cooperazione missionaria
82. La cooperazione si allarga oggi a forme nuove includendo
non solo l'aiuto economico, ma anche la partecipazione diretta.
Situa ioni nuove, connesse al fenomeno della mobilit,
richiedono ai cristiani un autentico spirito missionario. Il
turismo a carattere internazionale  ormai un fatto di massa e
positivo, se si pratica con atteggiamento rispettoso per un
mutuo arricchimento culturale, evitando ostentazione e sperperi
e cercando il contatto umano. Ma ai cristiani  richiesta
soprattutto la coscienza di dover essere sempre testimoni della
fede e della carit di Cristo. Anche la conoscenza diretta
della vita missionaria e delle nuove comunit cristiane pu
arricchire e rinvigorire la fede. Sono lodevoli le visite alle
missioni soprattutto da parte dei giovani che vanno per servire
e fare un'esperienza forte di vita cristiana. Le esigenze di
lavoro portano oggi numerosi cristiani di giovani comunit in
aree dove il cristianesimo  sconosciuto e, talvolta, bandito o
perseguitato. Ci avviene anche per i fedeli dei paesi di
antica tradizione cristiana, che lavorano temporaneamente in
paesi non cristiani. Queste circostanze sono certo
un'opportunit per vivere e testimoniare la fede. Nei primi
secoli il cristianesimo si diffuse soprattutto perch i
cristiani, viaggiando o stabilendosi in regioni in cui Cristo
non era stato annunziato. testimoniavano con coraggio la loro
fede e vi fondavano le prime comunit. Pi numerosi sono i
cittadini dei paesi di missione e gli appartenenti a religioni
non cristiane, che vanno a stabilirsi in altre nazioni per
motivi di studio e di lavoro, o costretti dalle condizioni
politiche o economiche dei luoghi di origine. La presenza di
questi fratelli nei paesi di antica cristianit  una sfida per
le comunit ecclesiali, stimolandole all'accoglienza, al
dialogo, al servizio, alla condivisione, alla testimonianza e
all'annunzio diretto. In pratica, anche in paesi cristiani si
formano gruppi umani e culturali che richiamano la missione ad
gentes, e le chiese locali, anche con l'aiuto di persone
provenienti dai paesi degli immigrati e di missionari reduci,
devono occuparsi generosamente di queste situazioni. La
cooperazione pu anche impegnare i responsabili della politica,
dell'economia, della cultura, del giornalismo, oltre che gli
esperti dei vari organismi internazionali. Nel mondo moderno 
sempre pi difficile tracciare linee di demarcazione geografica
o culturale: c' una crescente interdipendenza fra i popoli, il
che stimola alla testimonianza cristiana e
all'evangelizzazione.
Animazione e formazione missionaria del popolo di Dio
83. La formazione missionaria  opera della chiesa locale con
l'aiuto dei missionari e dei loro istituti, nonch del
personale delle giovani chiese. Questo lavoro deve essere
inteso non come marginale, ma come centrale nella vita
cristiana. Per la stessa nuova evangelizzazione dei popoli
cristiani il tema missionario pu essere di grande aiuto: la
testimonianza dei missionari, infatti, conserva il suo fascino
anche presso i lontani e i non credenti e trasmette valori
cristiani. Le chiese locali, quindi, inseriscano l'animazione
missionaria come elemento-cardine della loro pastorale
ordinaria nelle parrocchie, nelle associazioni e nei gruppi,
specie giovanili. A questo fine vale, anzitutto, l'informazione
mediante la stampa missionaria e i vari sussidi audiovisivi. Il
loro ruolo  di grande importanza, in quanto fanno conoscere la
vita della chiesa universale, le voci e le esperienze dei
missionari e delle chiese locali, presso cui essi lavorano.
Occorre che nelle chiese pi giovani, che non sono ancora in
grado di dotarsi di una stampa e altri sussidi, gli istituti
missionari dedichino personale e mezzi a queste iniziative. A
tale formazione sono chiamati i sacerdoti e i loro
collaboratori, gli educatori e insegnanti, i teologi, specie i
docenti dei seminari e dei centri per i laici. L'insegnamento
teologico non pu n deve prescindere dalla missione universale
della chiesa, dall'ecumenismo, dallo studio delle grandi
religioni e della missiologia. Raccomando che soprattutto nei
seminari e nelle case di formazione per religiosi e religiose
si faccia un tale studio, curando anche che alcuni sacerdoti, o
alunni e alunne si specializzino nei diversi campi delle
scienze missiologiche. Le attivit di animazione vanno sempre
orientate ai loro specifici fini: informare e formare il popolo
di Dio alla missione universale della chiesa, far nascere
vocazioni ad gentes, suscitare cooperazione
all'evangelizzazione. Non si pu, infatti, dare un'immagine
riduttiva dell'attivit missionaria, come se fosse
principalmente aiuto ai poveri, contributo alla liberazione
degli oppressi, promozione dello sviluppo, difesa dei diritti
umani. La chiesa missionaria  impegnata anche su questi
fronti, ma il suo compito primario  un altro: i poveri hanno
fame di Dio, e non solo di pane e di libert, e l'attivit
missionaria prima di tutto deve testimoniare e annunziare la
salvezza in Cristo, fondando le chiese locali che sono poi
strumenti di liberazione in tutti i sensi.
La responsabilit primaria delle Pontificie opere missionarie
84. In questa opera di animazione il compito primario spetta
alle Pontificie opere missionarie, come pi volte ho affermato
nei messaggi per la Giornata missionaria mondiale. Le quattro
opere - Propagazione della fede, San Pietro apostolo, Infanzia
missionaria e Unione missionaria - hanno in comune lo scopo di
promuovere lo spirito missionario universale in seno al popolo
di Dio. L'Unione missionaria ha come fine immediato e specifico
la sensibilizzazione e formazione missionaria dei sacerdoti,
religiosi e religiose, che devono, a loro volta, curarla nelle
comunit cristiane; essa, inoltre, mira a promuovere le altre
opere, di cui  l'anima. (168) "La parola d'ordine deve essere
questa: Tutte le chiese per la conversione di tutto il mondo".
(169) Essendo del papa e del collegio episcopale, anche
nell'ambito delle chiese particolari queste opere occupano
"giustamente il primo posto, perch sono mezzi sia per
infondere nei cattolici, fin dall'infanzia, uno spirito
veramente universale e missionario, sia per favorire
un'adeguata raccolta di sussidi a vantaggio di tutte le
missioni, secondo le necessit di ciascuna". (170) Un altro
scopo delle opere missionarie  quello di suscitare vocazioni
ad gentes ed a vita, sia nelle chiese antiche come in quelle
pi giovani. Raccomando vivamente di orientare sempre pi a
questo fine il loro servizio di animazione. Nell'esercizio
della loro attivit, queste Opere dipendono, a livello
universale, dalla Congregazione per l'evangelizzazione e, a
livello locale, dalle Conferenze episcopali e dai vescovi delle
singole chiese, collaborando con i centri di animazione
esistenti: esse portano nel mondo cattolico quello spirito di
universalit e di servizio alla missione, senza il quale non
esiste autentica cooperazione.
Non solo dare alla missione, ma anche ricevere
85. Cooperare alla missione vuol dire non solo dare, ma anche
saper ricevere: tutte le chiese particolari, giovani e antiche,
sono chiamate a dare e a ricevere per la missione universale e
nessuna deve chiudersi in se stessa. (171) In forza della...
cattolicit - dice il concilio le singole parti portano i
propri doni alle altre parti e a tutta la chiesa, di modo che
il tutto e le singole parti si accrescano da tutte le altre in
reciproca comunione ed aspiranti alla pienezza nell'unit... Ne
derivano... tra le diverse parti della chiesa vincoli di intima
comunione circa i tesori spirituali, gli operai apostolici ed i
sussidi materiali". Esorto tutte le chiese e i pastori, i
sacerdoti, i religiosi, i fedeli, ad aprirsi all'universalit
della chiesa, evitando ogni forma di particolarismo,
esclusivismo o sentimento di autosufficienza. Le chiese locali,
pur radicate nel loro popolo e nella loro cultura, debbono
tuttavia mantenere in concreto questo senso universalistico
della fede, dando cio e ricevendo dalle altre chiese doni
spirituali esperienze pastorali, di primo annunzio e di
evangelizzazione, personale apostolico e mezzi materiali.
Infatti, la tendenza a chiudersi pu esser forte: le chiese
antiche, impegnate per la nuova evangelizzazione, pensano che
ormai la missione debbono svolgerla in casa e rischiano di
frenare lo slancio verso il mondo non cristiano, concedendo a
malincuore le vocazioni agli istituti missionari, alle
congregazioni religiose, alle altre chiese. Ma  dando
generosamente del nostro che riceveremo, e gi oggi le giovani
chiese, non poche delle quali conoscono una prodigiosa
fioritura di vocazioni, sono in grado di inviare sacerdoti,
religiosi e religiose a quelle antiche. D'altra parte, esse
sentono il problema della propria identit,
dell'inculturazione, della libert di crescere senza influssi
esterni, con la possibile conseguenza di chiudere le porte al
missionari. A queste chiese dico: Lungi dall'isolarvi,
accogliete volentieri i missionari e i mezzi dalle altre
chiese, e mandatene voi stesse nel mondo! Proprio per i
problemi che vi angustiano avete bisogno di mantenervi in
continua relazione con i fratelli e sorelle nella fede. Con
ogni mezzo legittimo fate valere le libert, a cui avete
diritto, ricordandovi che i discepoli di Cristo hanno il dovere
di "obbedire a Dio piuttosto che agli uomini". (At5,29)
Dio prepara una nuova primavera del Vangelo
86. Se si guarda in superficie il mondo odierno, si  colpiti
da non pochi fatti negativi, che possono indurre al pessimismo.
Ma , questo, un sentimento ingiustificato: noi abbiamo fede in
Dio Padre e Signore, nella sua bont e misericordia. In
prossimit del terzo millennio della redenzione, Dio sta
preparando una grande primavera cristiana, di cui gi si
intravede l'inizio. Difatti, sia nel mondo non cristiano come
in quello di antica cristianit, c' un progressivo
avvicinamento dei popoli agli ideali e ai valori evangelici,
che la chiesa si sforza di favorire. Oggi, infatti, si
manifesta una nuova convergenza da parte dei popoli per questi
valori: il rifiuto della violenza e della guerra; il rispetto
della persona umana e dei suoi diritti; il desiderio di
libert, di giustizia e di fraternit; la tendenza al
superamento dei razzismi e dei nazionalismi; l'affermazione
della dignit e la valorizzazione della donna. La speranza
cristiana ci sostiene nell'impegnarci a fondo per la nuova
evangelizzazione e per la missione universale, facendoci
pregare come Ges ci ha insegnato: "Venga il tuo regno, sia
fatta la tua volont come in cielo cos in terra". (Mt6,10) Gli
uomini che attendono Cristo sono ancora in numero immenso: gli
spazi umani e culturali, non ancora raggiunti dall'annunzio
evangelico o nei quali la chiesa  scarsamente presente. sono
tanto ampi, da richiedere l'unit di tutte le sue forze.
Preparandosi a celebrare il giubileo del Duemila, tutta la
chiesa  ancor pi impegnata per un nuovo avvento missionario.
Dobbiamo nutrire in noi l'ansia apostolica di trasmettere ad
altri la luce e la gioia della fede, e a questo ideale dobbiamo
educare tutto il popolo di Dio. Non possiamo restarcene
tranquilli, pensando ai milioni di nostri fratelli e sorelle,
anch'essi redenti dal sangue di Cristo, che vivono ignari
dell'amore di Dio. Per il singolo credente, come per l'intera
chiesa, la causa missionaria deve essere la prima, perch
riguarda il destino eterno degli uomini e risponde al disegno
misterioso e misericordioso di Dio.
PARTE OTTAVA - LA SPIRITUALIT MISSIONARIA
Lasciarsi condurre dallo Spirito
87. L'attivit missionaria esige una specifica spiritualit che
riguarda, in particolare, quanti Dio ha chiamato a essere
missionari. Tale spiritualit si esprime, innanzittutto, nel
vivere in piena docilit allo Spirito: essa impegna a lasciarsi
plasmare interiormente da lui? per divenire sempre pi conformi
a Cristo. Non si pu testimoniare Cristo senza riflettere la
sua immagine, la quale  resa viva in noi dalla grazia e
dall'opera dello Spirito. La docilit allo Spirito impegna poi
ad accogliere i doni della fortezza e del discernimento, che
sono tratti essenziali della stessa spiritualit. Emblematico 
il caso degli apostoli, che durante la vita pubblica del
Maestro, nonostante il loro amore per lui e la generosit della
risposta alla sua chiamata, si dimostrano incapaci di
comprendere le sue parole e restii a seguirlo sulla via della
sofferenza e dell'umiliazione. Lo Spirito li trasformer in
testimoni coraggiosi del Cristo e annunziatori illuminati della
sua Parola: sar lo Spirito a condurli per le vie ardue e nuove
della missione. Anche oggi la missione rimane difficile e
complessa come in passato e richiede ugualmente il coraggio e
la luce dello Spirito: viviamo spesso il dramma della prima
comunit cristiana, che vedeva forze incredule e ostili
"radunarsi insieme contro il Signore e contro il suo Cristo".
(At4,26) Come allora, oggi occorre pregare, perch Dio ci doni
la franchezza di proclamare il vangelo; occorre scrutare le vie
misteriose dello Spirito e lasciarsi da lui condurre in tutta
la verit. (Gv16,13)
Vivere il mistero di Cristo "inviato"
88. Nota essenziale della spiritualit missionaria  la
comunione intima con Cristo: non si pu comprendere e vivere la
missione, se non riferendosi a Cristo come l'inviato a
evangelizzare. Paolo ne descrive gli atteggiamenti: "Abbiate in
voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Ges, il quale,
pur essendo di natura divina, non consider un tesoro geloso la
sua uguaglianza con Dio; ma spogli se stesso, assumendo la
condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in
forma umana, umili se stesso facendosi obbediente fino alla
morte e alla morte di croce". (Fil2,5)  qui descritto il
mistero dell'incarnazione e della redenzione, come spoliazione
totale di s, che porta Cristo a vivere in pieno la condizione
umana e ad aderire fino in fondo al disegno del Padre. Si
tratta di un annientamento, che per  permeato di amore ed
esprime l'amore. La missione percorre questa stessa via e ha il
suo punto di arrivo ai piedi della croce. Al missionario 
chiesto "di rinunziare a se stesso e a tutto quello che in
precedenza possedeva in proprio e a farsi tutto a tutti": (172)
nella povert che lo rende libero per il vangelo, nel distacco
da persone e beni del proprio ambiente per farsi fratello di
coloro ai quali  mandato, onde portare a essi il Cristo
salvatore.  a questo che  finalizzata la spiritualit del
missionario: "Mi sono fatto debole con i deboli...; mi sono
fatto tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Tutto
io faccio per il vangelo...". (1Cor9,22) Proprio perch
"inviato", il missionario sperimenta la presenza confortatrice
di Cristo, che lo accompagna in ogni momento della sua vita
"Non aver paura.... perch io sono con te" (At18,9) e lo
aspetta nel cuore di ogni uomo.
Amare la Chiesa e gli uomini come li ha amati Ges
89. La spiritualit missionaria si caratterizza, altres, per
la carit apostolica, quella del Cristo che venne "per riunire
insieme i figli di Dio che erano dispersi" (Gv11,52) buon
Pastore che conosce le sue pecore, le ricerca e offre la sua
vita per loro. (Gv10,1) Chi ha spirito missionario sente
l'ardore di Cristo per le anime e ama la chiesa, come Cristo.
Il missionario  spinto dallo "zelo per le anime", che si
ispira alla carit stessa di Cristo, fatta di attenzione,
tenerezza, compassione, accoglienza, disponibilit,
interessamento ai problemi della gente. L'amore di Ges  molto
profondo: egli, che "sapeva quello che c' in ogni uomo"
(Gv2,25) amava tutti offrendo loro la redenzione e soffriva
quando questa veniva rifiutata. Il missionario  l'uomo della
carit: per poter annunziare a ogni fratello che  amato da Dio
e che pu lui stesso amare, egli deve testimoniare la carit
verso tutti, spendendo la vita per il prossimo. Il missionario
 il "fratello universale", porta in s lo spirito della
chiesa, la sua apertura e interesse per tutti i popoli e per
tutti gli uomini, specie i pi piccoli e poveri. Come tale,
supera le frontiere e le divisioni di razza, casta o ideologia:
 segno dell'amore di Dio nel mondo, che  amore senza nessuna
esclusione n preferenza. Infine, come Cristo egli deve amare
la chiesa: "Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per
lei". (Ef5,25) Questo amore, spinto fino a dare la vita,  per
lui un punto di riferimento. Solo un amore profondo per la
chiesa pu sostenere lo zelo del missionario; il suo assillo
quotidiano - come dice san Paolo -  "la preoccupazione per
tutte le chiese". (2Cor11,28) Per ogni missionario "la fedelt
a Cristo non pu essere separata dalla fedelt alla sua
chiesa". (173)
Il vero missionario  il santo
90. La chiamata alla missione deriva di per s dalla chiamata
alla santit. Ogni missionario  autenticamente tale solo se si
impegna nella via della santit: "La santit deve dirsi un
presupposto fondamentale e una condizione del tutto
insostituibile perch si compia la missione di salvezza della
chiesa". (174) L'universale vocazione alla santit 
strettamente collegata all'universale vocazione alla missione.
ogni fedele  chiamato alla santit e alla missione. Tale 
stato il voto ardente del concilio nell'auspicare "con la luce
di Cristo, riflessa sul volto della chiesa, di illuminare tutti
gli uomini, annunziando il vangelo a ogni creatura". (175) La
spiritualit missionaria della chiesa  un cammino verso la
santit. La rinnovata spinta verso la missione ad gentes esige
missionari santi. Non basta rinnovare i metodi pastorali, n
organizzare e coordinare meglio le forze ecclesiali, n
esplorare con maggior acutezza le basi bibliche e teologiche
della fede: occorre suscitare un nuovo "ardore di santit" fra
i missionari e in tutta la comunit cristiana, in particolare
fra coloro che sono i pi stretti collaboratori dei missionari.
(176) Ripensiamo, cari fratelli e sorelle, allo slancio
missionario delle prime comunit cristiane. Nonostante la
scarsezza dei mezzi di trasporto e comunicazione di allora,
l'annunzio evangelico raggiunse in breve tempo i confini del
mondo. E si trattava della religione del figlio dell'uomo morto
in croce, "scandalo per gli ebrei e stoltezza per i gentili"!
(1Cor1,23) Alla base di un tale dinamismo missionario c'era la
santit dei primi cristiani e delle prime comunit.
91. Mi rivolgo, perci, ai battezzati delle giovani comunit e
delle giovani chiese. Siete voi, oggi, la speranza di questa
nostra chiesa, che ha duemila anni: essendo giovani nella fede,
dovete essere come i primi cristiani, e irradiare entusiasmo e
coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo; in una
parola, dovete mettervi sulla via della santit. Solo cos
potete essere segno di Dio nel mondo e rivivere nei vostri
paesi l'epopea missionaria della chiesa primitiva. E sarete
anche fermento di spirito missionario per le chiese pi
antiche. Da parte loro, i missionari riflettano sul dovere
della santit, che il dono della vocazione richiede da essi,
rinnovandosi di giorno in giorno nel loro spirito e aggiornando
anche la loro formazione dottrinale e pastorale. Il missionario
deve essere "un contemplativo in azione". Egli trova risposta
ai problemi nella luce della parola di Dio e nella preghiera
personale e comunitaria. Il contatto con i rappresentanti delle
tradizioni spirituali non cristiane, in particolare di quelle
dell'Asia, mi ha dato conferma che il futuro della missione
dipende in gran parte dalla contemplazione. Il missionario, se
non  un contemplativo, non pu annunziare il Cristo in modo
credibile. Egli  un testimone dell'esperienza di Dio e deve
poter dire come gli apostoli: "Ci che noi abbiamo contemplato,
ossia il Verbo della vita. . ., noi lo annunziamo a voi".
(1Gv1,1) Il missionario  l'uomo delle beatitudini. Ges
istruisce i Dodici prima di mandarli a evangelizzare, indicando
loro le vie della missione: povert, mitezza, accettazione
delle sofferenze e persecuzioni, desiderio di giustizia e di
pace, carit, cio proprio le beatitudini, attuate nella vita
apostolica. (Mt5,1) Vivendo le beatitudini, il missionario
sperimenta e dimostra concretamente che il regno di Dio  gi
venuto e egli lo ha accolto. La caratteristica di ogni vita
missionaria autentica  la gioia interiore che viene dalla
fede. In un mondo angosciato e oppresso da tanti problemi, che
tende al pessimismo, l'annunziatore della "buona novella" deve
essere un uomo che ha trovato in Cristo la vera speranza.
CONCLUSIONE
92. Mai come oggi la chiesa ha l'opportunit di far giungere il
vangelo, con la testimonianza e la parola, a tutti gli uomini e
a tutti i popoli. Vedo albeggiare una nuova epoca missionaria,
che diventer giorno radioso e ricco di frutti, se tutti i
cristiani e, in particolare, i missionari e le giovani chiese
risponderanno con generosit e santit agli appelli e sfide del
nostro tempo. Come gli apostoli dopo l'ascensione di Cristo, la
chiesa deve radunarsi nel Cenacolo "con Maria, la Madre di
Ges", (At1,14) per implorare lo Spirito e ottenere forza e
coraggio per adempiere il mandato missionario. Anche noi, ben
pi degli apostoli, abbiamo bisogno di essere trasformati e
guidati dallo Spirito. Alla vigilia del terzo millennio tuttora
la chiesa  invitata a vivere pi profondamente il mistero di
Cristo, collaborando con gratitudine all'opera della salvezza.
Ci essa fa con Maria e come Maria, sua madre e modello:  lei,
Maria, il modello di quell'amore materno dal quale devono
essere animati tutti quelli che, nella missione apostolica
della chiesa, cooperano alla rigenerazione degli uomini.
Perci, "confortata dalla presenza di Cristo, la chiesa cammina
nel tempo verso la consumazione dei secoli e si muove incontro
al Signore che viene; ma in questo cammino... procede
ricalcando l'itinerario compiuto dalla Vergine Maria". (177)
Alla "mediazione di Maria, tutta orientata verso il Cristo e
protesa alla rivelazione della sua potenza salvifica", (178)
affido la chiesa e, in particolare, coloro che si impegnano per
l'attuazione del mandato missionario nel mondo di oggi. Come
Cristo invi i suoi apostoli nel nome del Padre, del Figlio e
dello Spirito santo, cos, rinnovando lo stesso mandato, io
estendo a tutti voi la benedizione apostolica nel nome della
stessa Trinit santissima. Amen.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 dicembre - nel XXV
anniversario del decreto conciliare "Ad gentes" - dell'anno
1990, decimoterzo del pontificato.

NOTE
(1) Cf. PAOLO VI, Messaggio per la Giornata missionaria
mondiale 1972: "Quante tensioni interne che debilitano e
lacerano alcune chiese e istituzioni locali, scomparirehbero di
fronte alla ferma convinzione che ia salvezza delle comunit
locali si conquista con la cooperazione all'opera missionaria,
perch questa sia estesa fino ai confini della terra!"
(Insegnamenti X 1972, 522)
(2) Cf. BENEDETTO XV, epist. ap. Maximum illud (30 novembre
1919): AAS 1 1 ( 1919), 440-455; PioXI, lett.enc. Rerum
ecclesiae (28febbraiol926): AA518 (1926), 65-83; Pio XI,
lett.enc. Evangelii praecones (2 giugno 1951): 43 (1951), 497-
528; lett.enc. Fidei donum (21 aprile 1957): AAS 49 (1957), 225-
248; GIOVANNI XXIII, lett. enc. Princeps pastorum (28 novemhre
1959): AAS 51 (1959), 833-864.
(3) Lett. enc. Redemptor hominis (4 marzo 1979), 10: AAS 71
(1979), 274s.
(4) Ibid., l.c., 275.
(5) Credo niceno-costantinopolitano: Ds 150.
(6) Lett. enc. Redemptor hominis, 13: hc., 283.
(7) Cf. CONC. ECU M, VAT, I I, cost. past. sulla chiesa nel
mondo contemporaneo Gaudium et spes, 2.
(8) Ibid., 22.
(9) Lett. enc. Dives in misericordia (30 novembre 1980), 7: AAS
72 (1980), 1202.
(10) Omelia della celebrazione eucaristica a Cracovia, 10
giugno 1979: AAS 71 (1979), 873.
(11) GlOVANNl XXIII, lett.enc.Materetmagistra(lSmaggio 1961),
IV: AAS 53(1961), 45 1 -453.
(12) Dichiarazione sulla libert religiosa Dignitatis humanae,
2.
(13) PAOLO VI, esort. ap. Evangeliinuntiancli(8 dicemhre 1975),
53: AAS 68 (1976), 42.
(14) Dichiarazione sulla libert religiosa Dignitatis humanae,
2.
(15) Cf. cost. dogm. sulla chiesa Lumen gentium, 14-17; decreto
sull'attivit missionaria della chiesa Ad gentes, 3.
(16) Cf. cost. dogm. sulla chiesa Lumen gentium, 48; cost.
past. sulla chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 43;
decreto sull'attivit missionaria della chiesa Ad gentes, 7.
21.
(17) Cost. dogm. sulla chiesa Lumen gentium, 13
(18) Cost. dogm. sulla chiesa Lumen gentium, 9
(19) Cost. past. sulla chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium
et spes, 22.
(20) Conc. Ecum. Vat II, cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium, 14.
(21) Lett. enc. Dives in misericordia, 1: l.c., 1177.
(22) CONC. ECUM. VAT II, cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium, 5.
(23) CONC. ECUM. VAT II, cost. dogm. sulla chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes, 22.
(24) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium, 4.
(25) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium, 5.
(26) Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 16: l.c., 15.
(27) Discorso all'apertura della III sessione del CONC. ECUM.
VAT. II, 14 settembre 1964: AAS 56 (1964), 810.
(28) PAOLO VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 34: l.c ., 28.
(29) Cf. COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Temi scelti cl
ecclesiologia nel Xx anniversario della chiusura del CONC.
ECUM. VAT. 11 (7 ottohre 1985), 10, ((L'indole escatologica
della chiesa: regno di Dio e chiesa".
(30) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, cost. past. sulla chiesa nel
mondo contemporaneo Gaudium et spes, 39.
(31) Lett. enc. Dominum et vivifcantem (18 maggio 1986), 42:
AAS 78 (1986), 857.
(32) Ibid., 64: l.c. 892.
(33) Questo termine corrisponde al greco parresa, che
significa anche entusiasmo, vigore; cf. At 2, 29; 4, 13. 29.
31; 9, 27.28; 13, 46; 14, 3; 18, 26; 19, 8. 26; 28, 31.
(34) Cf. PAOLO VI, esort, ap. Evangelii nuntiandi, 41-42: l.c.,
31-33.
(35) Cf. Iett. enc. Dominum et vivifcantem, 53: l.c., 874s.
(36) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 3.1 1.15; cost past. sulla chiesa nel
mondo contemporaneo Gaudium et spes, 10-1 1. 22.26.38.41.92-93.
(37) CONC. ECUM. VAT. II, cost. past. sulla chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes, 10.15.22.
(38) Ibid., 41.
(39) Cf. Lett. enc. Dominum et vivifcantem, 54: l.c., 875s.
(40) CONC. ECUM. VAT. II, cost. past. sulla chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et pes, 26.
(41) Ibid., 38, cf. 93.
(42) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, cost. dogm. Lumen gentium, 17;
decreto sull'attivit missionaria della chiesa Ad gentes, 3.
15.
(43) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 4.
(44) Cf. Iett. enc. Dominum et vivificantem, 53: l.c., 874.
(45) Discorso ad esponenti delle religioni non cristiane a
Madras, 5 febbraio 1986; AAS 78 ( 1986), 767; cf. Messaggio ai
popoli dell'Asia a Manila, 21 febbraio 1981, 2-4: AAS 73
(1981), 392s.; Discorso ai rappresentanti delle religioni non
cristiane a Tokyo, 24 febbraio 1981, 3-4: Insegnamenti IV/I
(1981), 507s.
(46) Discorso ai cardinali alla Famiglia pontificia e alla
Curia e Prelatura romana, 22 dicembre 1986, 11: AAS 79 (1987),
1089.
(47) Cost. dogm. Lumen gentium, 16.
(48) CONC. ECUM. VAT. II, cost. past. sulla chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes, 45; lett. enc. Dominum et
vivifcantem, 54: l.c., 876.
(49) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivita missionaria
della chiesa Ad gentes, 10.
(50) Esort. ap. Christifdeles laici (30 dicembre 1988), 35: AAS
81 (1989), 457.
(51) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 6.
(52) Cf. ibid.
(53) Cf. ibid., 6.23.27.
(54) Cf. PAOLO VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 18-20; l.c.,
17-19.
(55) Esort. ap. Christifdeles laici, 35: l.c., 457.
(56) Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 80: l.c., 73. 57Cf. CONC.
ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria della chiesa
Ad gentes, 6.
(58) Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 80: l.c., 73.
(59) Cf. decreto sull'attivit missionaria della chiesa Ad
gentes, 6.
(60) Cf. ibid., 20.
(61) Cf. Discorso ai membri del simposio del Consiglio delle
conferenze episcopali di Europa, I I ottobre 1985: AAS 78
(1986), pp. 178-179.
(62) Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 20: l.c., 19.
(63) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 5; cf. cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium, 8.
(64) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, dichiarazione sulla libert
religiosa Dignitatis humanae, 34; Paolo
VI,esort.ap.Evangeliinuntiandi,79-80:1.c.,71-75; Giovanni Paolo
II, lett. enc. Redemptor hominis, 12: l.c., 278-281.
(65) Epist. ap. Maximum illud: l.c., 446.
(66) PAOLO VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 62: l.c., 52.
(67) Cf. De praescriptione haereticorum, XX: CCL 1, 201 s.
(68) CONC ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 9; cf. cap. II, 10-18.
(69) Cf. PAOLO VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 41: l.c. 31
s.
(70) Cf CONC. ECUM. VAT. II, cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium, 28.35.38; cost. past. sulla chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes, 43; decreto sull'attivit
missionaria della chiesa Ad gentes, 11-12.
(71) Cf. PAOLO VI, lett. enc. Populorum progressio (26 marzo
1967), 21.42: AAS 59 (1967), 267s., 278.
(72) PAOLO VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 27: l.c., 23.
(73) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 13.
(74) Cf. PAOLO VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 15: l.c., 13-
15; CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 13-14.
(75) Cf. Iett. enc. Dominum et vivificantem, 42. 64:1.., 857-
859, 892-894.
(76) Cf. PAOLO VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 60: l.c.,
50s.
(77) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium, 6-9.
(78) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 2; cf. cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium, 9.
(79) Cf. decreto sull'attivit missionaria della chiesa Ad
gentes, cap. III, 19-22.
(80) CoNc. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 15.
(81) Ibid., 6.
(82) Ibid., 15; cf. decreto sull'ecumenismo Unitatis
redintegratio, 3.
(83) Cf. esort. ap. Evangelii nuntiandi, 58: l.c., 46-49.
(84) Assemblea straordinaria del 1985, Relazione finale, Il, C,
6.
(85) Ibid., Il, D, 4.
(86) Cf.esort.ap. Catechesitradendae (160ttobrel979),
53:AAS71(1979), 1320;epist. enc. Slavorum apostoli (2 giugno
1985), 21: AAS 77 (1985), 802s.
(87) Cf. PAOLO VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 20: l.c., 18
s.
(88) Cf. Discorso ai vescovi dello Zaire a Kinshasa, 3 maggio
1980, 4-6: A AS 72 ( 1980), 432-435; Discorso ai vescovi del
Kenya a Nairobi, 7 maggio 1980, 6: AAS 72 (1980), 497; Discorso
ai vescovi dell'lndia a Delhi, I febbraio 1986, 5: AAS 78
(1986), 748 s.; Omelia a Cartagena, 6 luglio 1986, 7-8: AAS 79
(1987), 105 s.; cf. anche epist. enc. Slavorum apostoli, 21-22:
l.c., 802-804.
(89) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 22.
(90) Cf. ibid.
(91) Cf. PAOLO VI, esort. ap. Evangeliinuntiandi, 64: l.c., 55.
(92) Le chiese particolari "hanno il compito di assimilare
l'essenziale del messaggio evangelico, di trasfonderlo, senza
la minima alterazione della sua verit fondamentale, nel
linguaggio compreso da questi uomini e quindi di annunziarlo
nel medesimo linguaggio... E il terrnine "linguaggio"
dev'essere qui inteso non tanto nel senso semantico o
letterario, quanto in quello che si pu chiamare antropologico
o culturale>) (Ibid., 63: l.c., 53).
(93) Cf. Discorso all'udienza generale del 13 aprile 1988:
Insegnamenti, Xl/l (1988), 77-88 1 .
(94) Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 10, in
cui si tratta dell'inculturazione "nell'ambito del matrimonio e
della famiglia": AAS 74 (1982), 91.
(95) Cf. PAOLO VI, Evangelii nuntiandi, 63-65: l.c., 53-56.
(96) CONC. ECUM. VAT. II, cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium, 17.
(97) Discorso ai partecipanti al simposio dei vescovi
dell'Africa a Kampala, 31 luglio 1969, 2: AAS 61 (1969), 577.
(98) PAOLO VI, Discorso all'apertura della 1I Sessione del
CONC. ECUM. VAT. II, 29 settembre 1963: AAS 55 (1963), 858; cf.
CONC. ECUM. VAT. II, Dichiarazione sulle relazioni della chiesa
con le religioni non cristiane Nostra aetate, 2; cost. dogm.
sulla chiesa Lumen gentium, 16; decreto sull'attivit
missionaria della chiesa Ad gentes, 9; PAOLO VI, esort. ap.
Evangelii nuntiandi, 53: l.c., 41 s.
(99) Cf. PAOLO VI, lett. enc. Ecclesiam suam (6 agosto 1964):
AAS 56 (1964), 609-659: CONC. ECUM. VAT. II, decreto
sull'attivit missionaria della chiesa Ad gentes, I I . 41;
SEGRETARIATO PER I NON CRISTIANI, Latteggiamento della chiesa
di fronte ai seguaci di altre religioni - Riflessioni e
orientamenti su dialogo e missione (4 settembre 1984): AAS 76
(1984), 816-828.
(100) Lettera ai vescovi dell'Asia in occasione della V
Assemblea plenaria della Federazione delle loro Conferenze
episcopali (23 giugno 1990), 4: L'Osservatore Romano, 18 luglio
1990.
(101) CONC. ECUM. VAT. II, cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium, 14; cf. deccreto sull'attivit missionaria della
chiesa Ad gentes, 7.
(102) Cf. CoNc. EcuM. VAT. II. decreto sull'ecumenismo
Unitatisredintegratio,3; decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 7.
(103) Cf. lett. enc. Redemptor hominis, 12: l.c., 279.
(104) CONC ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 11. 15.
(105) CONC. ECUM. VAT. II, dichiarazione sulle relazioni della
chiesa con le religioni non cristiane Nostra aetate, 2
(106) Esort. ap. Christifideles laici, 35: l.c., 458.
(107) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit
missionaria della chiesa Ad gentes, 41.
(108) Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987),
41: AAS 80 (1988), 570 s.
(109) Documenti della III Conferenza generale dell'Episcopato
latino-americano a Puebla (1979): 3760 (1145).
(110) Discorso ai vescovi, ai sacerdoti, alle religiose e ai
religiosi a Jakarta, 10 ottobre 1989, 5: L'Osservatore Romano,
11 ottobre 1989.
(111) Cf. PAOLO VI, lett. enc. Populorum progressio, 14-21; 40-
42: l.c., 264-268, 277 s.; GIOVANNI PAOLO II, lett. enc.
Sollicitudo rei socialis, 27-41: l.c., 547-572.
(112) Cf. Iett. enc. Sollicitudo rei socialis, 28: l.c., 548-
550.
(113) Cf. ibid, cap. IV, 27-34: l.c., 547-560; cf. PAOLO VI,
lett. enc. Populorum progressio, 19-21. 41-42: l.c., 266-268,
277 s.
(114) Discorso agli abitanti della favela Vidigal a Rio de
Janeiro, 2 luglio 1980, 4: AAS 72 (1980), 854.
(115) Documenti della III Conferenza generale dell'Episcopato
latino-americano a Puebla (1979): 3757 (1142).
(116) ISACCO DELLA STELLA, Sermone 31: PL 194, 1793.
(117) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 20.
(118) Esort. ap. Christifideles laici, 35: l.c., 458.
(119) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit
missionaria della chiesa Ad gentes. 38.
(120) Discorso ai membri del sacro Collegio e a tutti i
collaboratori della Curia romana, della Citt del Vaticano e
del Vicariato di Roma, 28 giugno 1980, 10: Insegnamenti III/1
(1980), 1887.
(121) Cost. dogm. sulla chiesa Lumen gentium, 23.
(122) Decreto sull'attivit missionaria della chiesa Ad
gerltes, 38.
(123) Ibid, 29.
(124) Cf. Ibid., 38
(125) Ibid., 30.
(126) Docurnenti della III Conferenza Generale dell'Episcopato
latino-americano a Puebla (1979): 2941 (368).
(127) Cf. note direttive per la promozione della cooperazione
mutua delle chiese particolari e specialmente per la
distribuzione pi adatta del clero Postquam apostoli (25 marzo
1980): AAS 72 (1980), 343-364.
(128) Cf. decreto sull'attivit missionaria della chiesa Ad
gentes, cap. IV, 23-27.
(129) Ibid., 23.
(130) Ibid.
(131) Ibid., 23-27
(132) Cf. S. CONGREGAZIONE PER I RELIGIOSI E GM ISTITUTI
SECOLARI e S. CONGREGAZIONE PER I VESCOVI, Note direttive per i
rapporti mutui tra i vescovi e i religiosi nella chiesa Mutuae
relationes (14 maggio 1978), 14 b: AAS 70 (978), 482; cf. n.
28: l.c., 490.
(133) CONC ECUM VAT II, decreto sull'attivit missionaria della
chiesa Ad gentes, 27.
(134) CONC. ECUM. VAT 11, decreto sul ministero e la vita
sacerdotale Presbyterorum Ordinis, 10; cf. decreto
sull'attivit missionaria della chiesa Ad gentes, 39.
(135) CONC. ECUM. VAT II, decreto sulla formazione sacerdotale
Optatam totius, 20. Cf. "Guide de vie pastorale pour les
pretres diocsains des glises qui dpendent de la Congregation
pour l'evangelisation des peuples", Koma, 1989.
(136) Discorso ai partecipanti alla plenaria della
Congregazione per l'evangelizazione dei popoli, 14 aprile 1989;
4: AAS 81 (1989), 1140.
(137) Messaggio per la Giornata missionaria mondiale 1982:
Insegnamenti V/2 ( 1982), 1879.
(138) Cf. CONC. ECUM. VAT. II, decreto suD'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 38; S. CONGREGAZIONE PER IL CLERO, note
direttive Postquam apostoli, 24-25: l.c., 361.
(139) Cf. S. CONGREGAZIONE PER IL CLERO note direttive Postquam
apostoli, 29: 1. ., 362 s.; CONC. ECUM. VAT. II, decreto
sull'attivit missionaria della chiesa Ad gentes, 20.
(140) CIC, can. 783
(141) Decreto sull'attivit missionaria della chiesa Ad gentes,
40.
(142) Cf. PAOLO VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 69: l.c.,
58 s.
(143) Lett. ap. Mulieris dignitatem, (15 agosto 1988), 20: AAS
80 (1988) 1703.
(144) Cf. Plo Xll, lett. enc. Evangelii praecones: l.c., 510
ss.; lett. enc. Fidei donum: l.c., 228 ss.; GIOVANNI XXIII,
lett. enc. Princeps pastorum: l.c., 855 ss.; PAOLO VI, esort.
ap. Evangelii nuntiandi, 70-73: l.c., 59-63.
(145) Esort. ap. Christifideles laici, 35: l.c., 457.
(146) Cf. Iett. enc. Evangelii praecones, l.c., 510-514.
(147) Cf. cost. dogm. sulla chiesa Lumen gentium, 17.33 ss.
(148) Cf. decreto sull'attivit missionaria della chiesa Ad
gentes, 35-36.41.
(149) Esort. ap. Christifideles laici, 14: l.c., 410.
(150) CIC, can.225, 1;cf. CONC. ECUM. VAT. II, decreto
sull'apostolato dei laici Apostolicam actuositatem, 6.13.
(151) CONC. ECUM. VAT. II, cost. dogm. sulla chiesa Lumen
gentium 31; cf. CIC, can. 225, 2.
(152) PAOLO VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 70: l.c.,60.
(153) Esort. ap. Christifideles laici, 35: l.c., 458.
(154) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 17.
(155) Esort. ap. Catechesi tradendae, 66: l.c., 1331.
(156) cf. can. 785,1.
(157) Decreto sull'attivit missionaria della chiesa Ad gentes,
17.
(158) Cf. Assemblea plenaria della S. Congregazione per
l'evangelizzazione dei popoli del 1969 sui catechisti e la
relativa "Istruzione" dell'aprile 1970: Bibliograf a
missionaria 34 (1970), 197-212, e S.C. de Propaganda Fide
Memoria Rerum, III/2 (1976), 821-831 .
(159) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 28.
(160) Cost. ap. Pastor bonus (28 giugno 1988), 85: AAS 80
(1988), 881; cf. CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit
missionaria della chiesa Ad gentes, 29.
(161) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 29; cf. GIOVANNI PAOLO II, cost. ap.
Pastor bonus, 86: l.c., 882.
(162) Decreto sull'attivit missionaria della chiesa Ad gentes,
31.
(163) Cf. ibid ., 33.
(164) Cf. PAOLO VI, lett. ap. in forma di motu-proprio
Ecclesiae sanctae (6 agosto 1966), II, 43: AAS 58 (1966), 782.
(165) Cf. CONC. ECUM . VAT. II, decreto sull'attivit
missionaria della chiesa Ad gentes, 34; PAOLO VI, lett. ap. in
forma di motu-proprio Ecclesiae sanctae, III, 22: l.c., 787.
(166) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 35; cf. CIC, cann. 211.781.
(167) Esort. ap. Familiaris consortio, 54: l.c., 147.
(168) Cf. PAOLO VI, epist. ap. Graves et increscentes (5
settembre 1966): AAS 58 (1966), 750-756.
(169) p. MANNA, Le nostre "chiese" e la propagazione del
vangelo, Trentola Ducenta, 19522, p. 35.
(170) CONC ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 38.
(171) Cost. dogm. sulla chiesa Lumen gentium, 13.
(172) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sull'attivit missionaria
della chiesa Ad gentes, 24.
(173) CONC. ECUM. VAT. II, decreto sul ministero e sulla vita
sacerdotale Presbyterorum Ordinis, 14.
(174) Esort. ap. Christifideles laici, 17: l.c., 419.
(175) Cost. dogm. sulla chiesa Lumen gentium, 1.
(176) Cf. Discorso all'Assemblea del CELAM a Port-au Prince, 9
marzo 1983: AAS 75 (1983), 171-779; Omelia per l'apertura del
"novenario di anni", promosso dal CELAM a Santo Domingo, 12
ottobre 1984: InsegnamentiVII/2 (1984), 885-897.
(177) Lett. enc. Redemptoris Mater (25 marzo 1987), 2: AAS 79
(1987), 362 s.
(178) Ibid.. 22: l.c., 390
