LETTERA ENCICLICA
DIVES IN MISERICORDIA
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
SULLA MISERICORDIA DIVINA
Venerati Fratelli, carissimi Figli e Figlie,
salute e Apostolica Benedizione!
INDICE
CAPITOLO 1 - CHI VEDE ME
1. RIVELAZIONE DELLA MISERICORDIA      
2. INCARNAZIONE DELLA MISERICORDIA      
CAPITOLO 2 - MESSAGGIO MESSIANICO
3. QUANDO CRISTO INIZI A FARE E AD INSEGNARE    
CAPITOLO 2 - L'ANTICO TESTAMENTO
4. ESPERIENZA SOCIALE E INDINDIVIDUALE IN ISRAELE.        
CAPITOLO 4 - LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO
5. ANALOGIA                          
6. PARTICOLARE CONCENTRAZIONE SULLA DIGNIT UMANA.  
CAPITOLO 5 - IL MISTERO PASQUALE
7. MISERICORDIA RIVELATA NELLA CROCE E NELLA RESURREZIONE  
8. AMORE PI POTENTE DELLA MORTE, PI POTENTE DEL PECCATO 
9. LA MADRE DELLA MISERICORDIA           
CAPITOLO 6 - MISERICORDIA DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE
10. IMMAGINE DELLA NOSTRA  GENERAZIONE       
11. FONTI DI INQUIETUDINE              
12. BASTA LA GIUSTIZIA?           
CAPITOLO 7 - LA MISERICORDIA DI DIO NELLA MISSIONE DELLA CHIESA
13. URGE CHE LA CHIESA OGGI RENDA TESTIMONIANZA ALLA MISERICORDIA DI DIO.
14. LA CHIESA CERCA DI ATTUARE LA MISERICORDIA    
CAPITOLO 8 - PREGHIERA DELLA CHIESA DEI NOTRI TEMPI
15. LA CHIESA FA APPELLO ALLA MISERICORDIA DIVINA.     

CAPITOLO 1
CHI VEDE ME, VEDE IL PADRE (cfr Gv 14,9)
1. Rivelazione della misericordia
"Dio ricco di misericordia" (Ef 2,4)  colui che Ges Cristo ci
ha rivelato come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce
l'ha manifestato e fatto conoscere. (Gv 1,18) (Eb 1,1)
Memorabile al riguardo  il momento in cui Filippo, uno dei
dodici apostoli, rivolgendosi a Cristo, disse: "Signore,
mostraci il Padre e ci basta"; e Ges cos gli rispose: "Da
tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto...? Chi ha
visto me, ha visto il Padre". (Gv 14,8) Queste parole furono
pronunciate durante il discorso di addio, al termine della cena
pasquale, a cui seguirono gli eventi di quei santi giorni
durante i quali doveva una volta per sempre trovar conferma il
fatto che "Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con
il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha
fatti rivivere con Cristo". (Ef 2,4)
Seguendo la dottrina del Concilio Vaticano II e aderendo alle
particolari necessit dei tempi in cui viviamo, ho dedicato
l'enciclica Redemptor hominis alla verit intorno all'uomo, che
nella sua pienezza e profondit ci viene rivelata in Cristo.
Un'esigenza di non minore importanza, in questi tempi critici e
non facili, mi spinge a scoprire nello stesso Cristo ancora una
volta il volto del Padre, che  "misericordioso e Dio di ogni
consolazione". Si legge infatti nella costituzione Gaudium et
spes: "Cristo, che  il nuovo Adamo... svela... pienamente
l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione": egli
lo fa "proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore".
Le parole citate attestano chiaramente che la manifestazione
dell'uomo, nella piena dignit della sua natura, non pu aver
luogo senza il riferimento--non soltanto concettuale, ma
integralmente esistenziale a Dio. L'uomo e la sua vocazione
suprema si svelano in Cristo mediante la rivelazione del
mistero del Padre e del suo amore.
 per questo che conviene ora volgerci a quel mistero: lo
suggeriscono molteplici esperienze della Chiesa e dell'uomo
contemporaneo; lo esigono anche le invocazioni di tanti cuori
umani, le loro sofferenze e speranze, le loro angosce ed
attese. Se  vero che ogni uomo, in un certo senso,  la via
della Chiesa, come ho affermato nell'enciclica Redemptor
hominis, al tempo stesso il Vangelo e tutta la tradizione ci
indicano costantemente che dobbiamo percorrere questa via con
ogni uomo cosi come Cristo l'ha tracciata, rivelando in se
stesso il Padre e il suo amore. In Ges Cristo ogni cammino
verso l'uomo, quale  stato una volta per sempre assegnato alla
Chiesa nel mutevole contesto dei tempi,  simultaneamente un
andare incontro al Padre e al suo amore. Il Concilio Vaticano
II ha confermato questa verit a misura dei nostri tempi.
Quanto pi la missione svolta dalla Chiesa si incentra
sull'uomo, quanto pi , per cosi dire, antropocentrica, tanto
pi essa deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cio
orientarsi in Ges Cristo verso il Padre. Mentre le varie
correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono
state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a
contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa
invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia
dell'uomo in maniera organica e profonda. E questo  anche uno
dei principi fondamentali, e forse il pi importante, del
magistero dell'ultimo Concilio. Se dunque nella fase attuale
della storia della Chiesa, ci proponiamo come compito
preminente di attuare la dottrina del grande Concilio, dobbiamo
appunto richiamarci a questo principio con fede, con mente
aperta e col cuore. Gi nella citata mia enciclica ho cercato
di rilevare che l'approfondimento e il multiforme arricchimento
della coscienza della Chiesa, frutto del medesimo Concilio,
deve aprire pi ampiamente il nostro intelletto ed il nostro
cuore a Cristo stesso. Oggi desidero dire che l'apertura verso
Cristo, che come Redentore del mondo rivela pienamente l'uomo
all'uomo stesso, non pu compiersi altrimenti che attraverso un
sempre pi maturo riferimento al Padre ed al suo amore.
2. Incarnazione della misericordia
Dio, che "abita una luce inaccessibile", parla nello stesso
tempo all'uomo col linguaggio di tutto il cosmo: "Infatti,
dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili
possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui
compiute, come la sua eterna potenza e divinit". Questa
indiretta e imperfetta conoscenza, opera dell'intelletto che
cerca Dio per mezzo delle creature attraverso il mondo
visibile, non  ancora "visione del Padre". "Dio nessuno l'ha
mai visto", scrive san Giovanni per dar maggior rilievo alla
verit secondo cui "proprio il Figlio unigenito, che  nel seno
del Padre, lui lo ha rivelato". Questa "rivelazione" manifesta
Dio nell'insondabile mistero del suo essere - uno e trino -
circondato di "luce inaccessibile". Mediante questa
"rivelazione" di Cristo, tuttavia, conosciamo Dio innanzitutto
nel suo rapporto di amore verso l'uomo: nella sua
"filantropia".  proprio qui che "le sue perfezioni invisibili"
diventano in modo particolare "visibili", incomparabilmente pi
visibili che attraverso tutte le altre "opere da lui compiute":
esse diventano visibili in Cristo e per mezzo di Cristo, per il
tramite delle sue azioni e parole e, infine, mediante la sua
morte in croce e la sua risurrezione.
In tal modo, in Cristo e mediante Cristo, diventa anche
particolarmente visibile Dio nella sua misericordia, cio si
mette in risalto quell'attributo della divinit che gi
l'Antico Testamento, valendosi di diversi concetti e termini,
ha definito "misericordia". Cristo conferisce a tutta la
tradizione veterotestamentaria della misericordia divina un
significato definitivo. Non soltanto parla di essa e la spiega
con l'uso di similitudini e di parabole, ma soprattutto egli
stesso la incarna e la personifca. Egli stesso , in un certo
senso, la misericordia. Per chi la vede in lui - e in lui la
trova - Dio diventa particolarmente "visibile" quale Padre
"ricco di misericordia".
La mentalit contemporanea, forse pi di quella dell'uomo del
passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altres
ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l'idea
stessa della misericordia. La parola e il concetto di
misericordia sembrano porre a disagio l'uomo, il quale, grazie
all'enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai
prima conosciuto nella storia,  diventato padrone ed ha
soggiogato e dominato la terra. Tale dominio sulla terra,
inteso talvolta unilateralmente e superfcialmente, sembra che
non lasci spazio alla misericordia. A questo proposito
possiamo, tuttavia, rifarci con profitto all'immagine "della
condizione dell'uomo nel mondo contemporaneo" qual  delineata
all'inizio della Costituzione Gaudium et spes. Vi leggiamo, tra
l'altro, le seguenti frasi: "Stando cosi le cose, il mondo si
presenta oggi potente e debole, capace di operare il meglio e
il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libert o
della schiavit, del progresso o del regresso, della fraternit
o dell'odio. Inoltre, l'uomo si rende conto che dipende da lui
orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono
schiacciarlo o servirgli".
La situazione del mondo contemporaneo manifesta non soltanto
trasformazioni tali da far sperare in un futuro migliore
dell'uomo sulla terra, ma rivela pure molteplici minacce che
oltrepassano di molto quelle finora conosciute. Senza cessare
di denunciare tali minacce in diverse circostanze (come negli
interventi all'ONU, all'UNESCO, alla FAO ed altrove), la Chiesa
deve esaminarle, al tempo stesso, alla luce della verit
ricevuta da Dio.
Rivelata in Cristo, la verit intorno a Dio "Padre delle
misericordie" ci consente di "vederlo" particolarmente vicino
all'uomo, soprattutto quando questi soffre, quando viene
minacciato nel nucleo stesso della sua esistenza e della sua
dignit. Ed  per questo che, nell'odierna situazione della
Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un
vivo senso di fede si rivolgono, direi, quasi spontaneamente
alla misericordia di Dio. Essi sono spinti certamente a farlo
da Cristo stesso, il quale mediante il suo Spirito opera
nell'intimo dei cuori umani. Rivelato da lui, infatti, il
mistero di Dio "Padre delle misericordie" diventa, nel contesto
delle odierne minacce contro l'uomo, quasi un singolare appello
che s'indirizza alla Chiesa.
Nella presente enciclica desidero accogliere questo appello;
desidero attingere all'eterno ed insieme, per la sua semplicit
e profondit, incomparabile linguaggio della rivelazione e
della fede, per esprimere proprio con esso ancora una volta
dinanzi a Dio ed agli uomini le grandi preoccupazioni del
nostro tempo.
Infatti, la rivelazione e la fede ci insegnano non tanto a
meditare in astratto il mistero di Dio come "Padre delle
misericordie", ma a ricorrere a questa stessa misericordia nel
nome di Cristo e in unione con lui. Cristo non ha forse detto
che il nostro Padre, il quale "vede nel segreto", attende, si
direbbe, continuamente che noi, richiamandoci a lui in ogni
necessit, scrutiamo sempre il suo mistero: il mistero del
Padre e del suo amore? Desidero quindi che queste
considerazioni rendano pi vicino a tutti tale mistero e
diventino, nello stesso tempo, un vibrante appello della Chiesa
per la misericordia di cui l'uomo e il mondo contemporaneo
hanno tanto bisogno. E ne hanno bisogno anche se sovente non lo
sanno.
CAPITOLO 2
MESSAGGIO MESSIANICO
3. Quando Cristo inizi a fare e ad insegnare
Dinanzi ai suoi compaesani a Nazaret, Cristo fa riferimento
alle parole del profeta Isaia: "Lo Spirito del Signore  sopra
di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha
mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per
proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista,
per rimettere in libert gli oppressi e predicare un anno di
grazia del Signore". Queste frasi, secondo Luca, sono la sua
prima dichiarazione messianica, a cui fanno seguito i fatti e
le parole conosciute per mezzo del Vangelo. Mediante quei fatti
e quelle parole Cristo rende presente il Padre tra gli uomini.
 quanto mai signifcativo che questi uomini siano soprattutto
i poveri, privi dei mezzi di sussistenza, coloro che sono privi
della libert, i ciechi che non vedono la bellezza del creato,
coloro che vivono nell'afflizione del cuore, oppure soffrono a
causa dell'ingiustizia sociale, ed infine i peccatori.
Soprattutto nei riguardi di questi ultimi il Messia diviene un
segno particolarmente leggibile di Dio che  amore, diviene
segno del Padre. In tale segno visibile, al pari degli uomini
di allora, anche gli uomini dei nostri tempi possono vedere il
Padre.  signifcativo che, quando i messi inviati da Giovanni
Battista giunsero da Ges per domandargli: "Sei tu colui che
viene, o dobbiamo aspettare un altro?", egli, rifacendosi alla
stessa testimonianza con cui aveva inaugurato l'insegnamento a
Nazaret, abbia risposto: "Andate e riferite a Giovanni ci che
avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi
camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti
risuscitano, ai poveri  annunciata la buona novella", ed abbia
poi concluso: "E beato  chiunque non si sar scandalizzato di me!".
Ges, soprattutto con il suo stile di vita e con le sue azioni,
ha rivelato come nel mondo in cui viviamo  presente l'amore,
l'amore operante, l'amore che si rivolge all'uomo ed abbraccia
tutto ci che forma la sua umanit. Tale amore si fa
particolarmente notare nel contatto con la sofferenza,
l'ingiustizia, la povert, a contatto con tutta la "condizione
umana" storica, che in vari modi manifesta la limitatezza e la
fragilit dell'uomo, sia fisica che morale. Appunto il modo e
l'ambito in cui si manifesta l'amore viene denominato nel
linguaggio biblico "misericordia".
Cristo quindi rivela Dio che  Padre, che  "amore", come si
esprimer nella sua prima lettera san Giovanni; rivela Dio
"ricco di misericordia", come leggiamo in san Paolo. Tale
verit, pi che tema di un insegnamento,  una realt a noi
resa presente da Cristo. Il render presente il Padre come amore
e misericordia , nella coscienza di Cristo stesso, la
fondamentale verifica della sua missione di Messia, lo
confermano le parole da lui pronunciate prima nella sinagoga di
Nazaret, poi dinanzi ai suoi discepoli ed agli inviati di
Giovanni Battista.
In base ad un tal modo di manifestare la presenza di Dio che 
Padre, amore e misericordia, Ges fa della misericordia stessa
uno dei principali temi della sua predicazione. Come al solito,
anche qui egli insegna innanzitutto "in parabole", perch
queste esprimono meglio l'essenza stessa delle cose. Basta
ricordare la parabola del figliol prodigo, oppure quella del
buon samaritana, ma anche - per contrasto - la parabola del
servo spietato. Sono molti i passi dell'insegnamento di Cristo
che manifestano l'amore-misericordia sotto un aspetto sempre
nuovo.  suffciente avere davanti agli occhi il buon pastore,
che va in cerca della pecorella smarrita, oppure la donna che
spazza la casa in cerca della dramma perduta. L'evangelista che
tratta particolarmente questi temi nell'insegnamento di Cristo
 Luca, il cui Vangelo ha meritato di essere chiamato "il
Vangelo della misericordia".
Quando si parla della predicazione, si apre un problema di
capitale importanza in merito al significato dei termini ed al
contenuto del concetto, soprattutto al contenuto del concetto
di "misericordia" (in rapporto al concetto di "amore"). La
comprensione di quel contenuto  la chiave per intendere la
realt stessa della misericordia. Ed  questo quel che per noi
pi importa. Tuttavia, prima di dedicare un'ulteriore parte
delle nostre considerazioni a questo argomento, cio di
stabilire il significato dei vocaboli e il contenuto proprio
del concetto di "misericordia",  necessario constatare che
Cristo, nel rivelare l'amore - misericordia di Dio, esigeva al
tempo stesso dagli uomini che si facessero anche guidare nella
loro vita dall'amore e dalla misericordia. Questa esigenza fa
parte dell'essenza stessa del messaggio messianico, e
costituisce il midollo dell'ethos evangelico. Il Maestro lo
esprime sia per mezzo del comandamento da lui definito come "il
pi grande", sia in forma di benedizione, quando nel Discorso
della montagna proclama: "Beati i misericordiosi, perch
troveranno misericordia".
In tal modo, il messaggio messianico sulla misericordia
conserva una particolare dimensione divino-umana. Cristo -
quale compimento delle profezie messianiche - divenendo
l'incarnazione dell'amore che si manifesta con particolare
forza nei riguardi dei sofferenti, degli infelici e dei
peccatori, rende presente e in questo modo rivela pi
pienamente il Padre, che  Dio "ricco di misericordia".
Contemporaneamente, divenendo per gli uomini modello dell'amore
misericordioso verso gli altri, Cristo proclama con i fatti
ancor pi che con le parole quell'appello alla misericordia,
che  una delle componenti essenziali dell'"ethos del Vangelo".
In questo caso non si tratta solo di adempiere un comandamento
o una esigenza di natura etica, ma anche di soddisfare una
condizione di capitale importanza, affinch Dio si possa
rivelare nella sua misericordia verso l'uomo: "I
misericordiosi... troveranno misericordia".
CAPITOLO 3
L'ANTICO TESTAMENTO
4. Il concetto di "misericordia" nell'Antico Testamento ha una
sua lunga e ricca storia. Dobbiamo risalire ad essa, affinch
risplenda pi pienamente la misericordia che Cristo ha
rivelato. Rivelandola sia con i fatti sia con l'insegnamento,
egli si rivolgeva a uomini, che non solo conoscevano il
concetto di misericordia, ma anche, come popolo di Dio
dell'Antica Alleanza, avevano tratto dalla loro plurisecolare
storia una peculiare esperienza della misericordia di Dio.
Questa esperienza fu sociale e comunitaria, come pure
individuale e interiore.
Israele, infatti, fu il popolo dell'alleanza con Dio, alleanza
che molte volte infranse. Quando prendeva coscienza della
propria infedelt -e lungo la storia d'Israele non mancarono
profeti e uomini che risvegliavano tale coscienza -, faceva
richiamo alla misericordia. In merito, i libri dell'Antico
Testamento ci riportano moltissime testimonianze. Tra i fatti
ed i testi di maggior rilievo si possono ricordare: L'inizio
della storia dei Giudici, la preghiera di Salomone
all'inaugurazione del Tempio, una parte dell'intervento
profetico di Michea, le consolanti assicurazioni offerte da
Isaia, la supplica degli Ebrei esiliati, il rinnovamento
dell'alleanza dopo il ritorno dall'esilio.
 significativo che i profeti nella loro predicazione
colleghino la misericordia, alla quale fanno spesso riferimento
a causa dei peccati del popolo, con l'incisiva immagine
dell'amore da parte di Dio. Il Signore ama Israele con l'amore
di una particolare elezione, simile all'amore di uno sposo e
perci perdona le sue colpe e perfino le infedelt e i
tradimenti. Se si trova di fronte alla penitenza, all'autentica
conversione, egli riporta di nuovo il suo popolo alla grazia.
Nella predicazione dei profeti la misericordia significa una
speciale potenza dell'amore, che prevale sul peccato e
sull'infedelt del popolo eletto.
In questo ampio contesto "sociale", la misericordia appare come
elemento correlativo dell'esperienza interiore delle singole
persone, che versano in stato di colpa, o subiscono ogni genere
di sofferenza e sventura. Sia il male fisico che il male
morale, o peccato, fanno si che i figli e le figlie di Israele
si rivolgano al Signore con un appello alla sua misericordia.
In tal modo si rivolge a lui Davide nella coscienza della
gravit della propria colpa e si rivolge, dopo le sue
ribellioni, pure Giobbe nella sua tremenda sventura a lui si
rivolge anche Ester, consapevole della minaccia mortale contro
il proprio popolo. E altri esempi troviamo ancora nei libri
dell'Antico Testamento.
All'origine di questo multiforme convincimento comunitario e
personale, qual  comprovato da tutto l'Antico Testamento nel
corso dei secoli, si colloca la fondamentale esperienza del
popolo eletto vissuta all'epoca dell'esodo: il Signore osserv
la miseria del suo popolo ridotto in schiavit, ud il suo
grido, conobbe le sue angosce e decise di liberarlo. In questo
atto di salvezza compiuto dal Signore il profeta seppe
individuare il suo amore e la sua compassione.  proprio qui
che si radica la sicurezza di tutto il popolo e di ciascuno dei
suoi membri nella misericordia divina, che si pu invocare in
ogni circostanza drammatica. A ci si aggiunge il fatto che la
miseria dell'uomo  anche il suo peccato. Il popolo dell'antica
Alleanza conobbe questa miseria fin dai tempi dell'esodo,
allorch innalz il vitello d'oro. Su tale gesto di rottura
dell'Alleanza il Signore stesso trionf, quando si dichiar
solennemente a Mos come "Dio di tenerezza e di grazia, lento
all'ira e ricco di misericordia e di fedelt".  in questa
rivelazione centrale che il popolo eletto e ciascuno dei suoi
componenti troveranno, dopo ogni colpa, la forza e la ragione
per rivolgersi al Signore, per ricordargli ci che egli aveva
esattamente rivelato di se stesso e per implorarne il perdono.
Cosi, nei fatti come nelle parole, il Signore ha rivelato la
sua misericordia fn dai primordi del popolo che si  scelto e,
nel corso della sua storia, questo popolo si  continuamente
affidato, nelle disgrazie come nella presa di coscienza del suo
peccato, al Dio delle misericordie. Tutte le sfumature
dell'amore si manifestano nella misericordia del Signore verso
i suoi: egli  il loro padre poich Israele  suo figlio
primogenito egli  anche lo sposo di colei a cui il profeta
annuncia un nome nuovo: ruhamah, "beneamata", perch a lei sar
usata misericordia. Anche quando, esasperato dall'infedelt del
suo popolo, il Signore decide di farla finita con esso, sono
ancora la tenerezza ed il suo amore generoso per il medesimo a
fargli superare la collera.  facile allora comprendere perch
i salmisti, allorch desiderano cantare le pi sublimi lodi del
Signore, intonano inni al Dio dell'amore, della tenerezza,
della misericordia e della fedelt.
Da tutto ci si deduce che la misericordia non appartiene
soltanto al concetto di Dio, ma  qualcosa che caratterizza la
vita di tutto il popolo di Israele e dei suoi singoli figli e
figlie:  il contenuto dell'intimit con il loro Signore, il
contenuto del loro dialogo con lui. Proprio sotto questo
aspetto, la misericordia viene presentata nei singoli libri
dell'Antico Testamento con una grande ricchezza di espressioni.
Sarebbe forse difficile cercare in questi libri una risposta
puramente teorica alla domanda che cosa sia la misericordia in
se stessa. Nondimeno, gi la terminologia, che in essi  usata,
pu dirci moltissimo a tale proposito. L'Antico Testamento
proclama la misericordia del Signore mediante molti termini di
significato affine; essi sono differenziati nel loro contenuto
particolare, ma tendono, si potrebbe dire, da vari lati ad un
unico contenuto fondamentale, per esprimere la sua ricchezza
trascendentale e, al tempo stesso, per avvicinarla all'uomo
sotto aspetti diversi. L'Antico Testamento incoraggia gli
uomini sventurati, soprattutto quelli gravati dal peccato -
come anche tutto Israele, che aveva aderito all'alleanza con
Dio - a far appello alla misericordia, e concede loro di
contare su di essa: la ricorda nei tempi di caduta e di
sfiducia. In seguito, esso rende grazie e gloria per la
misericordia, ogni volta che si sia manifestata e compiuta sia
nella vita del popolo, sia in quella del singolo individuo.
In tal modo, la misericordia viene, in certo senso,
contrapposta alla giustizia divina e si rivela, in molti casi,
non solo pi potente di essa, ma anche pi profonda. Gi
l'Antico Testamento insegna che, sebbene la giustizia sia
autentica virt nell'uomo, e in Dio significhi la perfezione
trascendente, tuttavia l'amore  "pi grande" di essa:  pi
grande nel senso che  primario e fondamentale. L'amore, per
cosi dire, condiziona la giustizia e, in definitiva, la
giustizia serve la carit. Il primato e la superiorit
dell'amore nei riguardi della giustizia (ci  caratteristico
di tutta la rivelazione) si manifestano proprio attraverso la
misericordia. Ci sembr tanto chiaro ai salmisti ed ai profeti
che il termine stesso di giustizia fini per significare la
salvezza realizzata dal Signore e la sua misericordia. La
misericordia differisce dalla giustizia, per non contrasta con
essa, se ammettiamo nella storia dell'uomo - come fa appunto
l'Antico Testamento - la presenza di Dio, il quale gi come
creatore si  legato con un particolare amore alla sua
creatura. L'amore, per natura, esclude l'odio e il desiderio
del male nei riguardi di colui al quale una volta ha dato in
dono se stesso: Nihil odisti eorum quae fecisti, "nulla tu
disprezzi di quanto hai creato". Queste parole indicano il
fondamento profondo del rapporto tra la giustizia e la
misericordia in Dio, nelle sue relazioni con l'uomo e con il
mondo. Esse dicono che dobbiamo cercare le radici vivificanti e
le ragioni intime di questo rapporto risalendo al "principio",
nel mistero stesso della creazione. E gi nel contesto
dell'antica Alleanza esse preannunciano la piena rivelazione di
Dio, che " amore".
Col mistero della creazione  connesso il mistero della
elezione, che ha in modo speciale plasmato la storia del popolo
il cui padre spirituale  Abramo in virt della sua fede.
Tuttavia, per mezzo di questo popolo che cammina lungo la
storia sia dell'antica che della nuova Alleanza, quel mistero
di elezione si riferisce ad ogni uomo, a tutta la grande
famiglia umana: "Ti ho amato di amore eterno, per questo ti
conservo ancora piet". "Anche se i monti vacillassero..., non
si allontanerebbe da te il mio affetto, n vacillerebbe la mia
alleanza di pace". Questa verit, proclamata un tempo ad
Israele, porta in s la prospettiva dell'intera storia
dell'uomo: prospettiva che  insieme temporale ed escatologica.
Cristo rivela il Padre nella stessa prospettiva e su un terreno
gi preparato, come dimostrano ampie pagine degli scritti
dell'Antico Testamento. Al termine di tale rivelazione, alla
vigilia della sua morte, egli dice all'apostolo Filippo le
memorabili parole: "Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi
hai conosciuto...? Chi ha visto me, ha visto il Padre".
CAPITOLO 4
LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO
5. Analogia
Gi alle soglie del Nuovo Testamento risuona nel Vangelo di san
Luca una singolare corrispondenza tra due voci sulla
misericordia divina, in cui echeggia intensamente tutta la
tradizione veterotestamentaria. Qui trovano espressione quei
contenuti semantici, legati alla terminologia differenziata dei
libri antichi. Ecco Maria che, entrata nella casa di Zaccaria,
magnifica il Signore con tutta l'anima "per la sua
misericordia", di cui "di generazione in generazione" divengono
partecipi gli uomini che vivono nel timore di Dio. Poco dopo,
commemorando l'elezione di Israele, ella proclama la
misericordia, della quale "si ricorda" da sempre colui che l'ha
scelta. Successivamente, alla nascita di Giovanni Battista,
nella stessa casa, suo padre Zaccaria, benedicendo il Dio di
Israele, glorifica la misericordia che egli "ha concesso. . .
ai nostri padri e si  ricordato della sua santa alleanza".
Nell'insegnamento di Cristo stesso questa immagine, ereditata
dall'Antico Testamento, si semplifica ed insieme si
approfondisce. Ci  forse pi evidente nella parabola del
figliol prodigo, in cui l'essenza della misericordia divina,
bench la parola "misericordia" non vi ricorra, viene espressa
tuttavia in modo particolarmente limpido. A ci contribuisce
non tanto la terminologia, come nei libri veterotestamentari,
ma l'analogia che consente di comprendere pi pienamente il
mistero stesso della misericordia, quale dramma profondo che si
svolge tra l'amore del padre e la prodigalit e il peccato del
figlio. Quel figlio, che riceve dal padre h porzione di
patrimonio che gli spetta e lascia la casa per sperperarla in
un paese lontano, "vivendo da dissoluto",  in certo senso
l'uomo di tutti i tempi, cominciando da colui che per primo
perdette l'eredit della grazia e della giustizia originaria.
L'analogia  a questo punto molto ampia. La parabola tocca
indirettamente ogni rottura dell'alleanza d'amore, ogni perdita
della grazia, ogni peccato. In questa analogia  messa meno in
rilievo l'infedelt di tutto il popolo di Israele rispetto a
quanto avveniva nella tradizione profetica, sebbene a
quell'infedelt si possa anche estendere l'analogia del figliol
prodigo. Quel figlio, "quando ebbe speso tutto..., cominci a
trovarsi nel bisogno", tanto pi che venne una grande carestia
"in quel paese" in cui si era recato dopo aver lasciato la casa
paterna. E in questa situazione "avrebbe voluto saziarsi" con
qualunque cosa, magari anche "con le carrube che mangiavano i
porci" da lui pascolati per conto di "uno degli abitanti di
quella regione". Ma perfino questo gli veniva rifiutato.
L'analogia si sposta chiaramente verso l'interno dell'uomo. Il
patrimonio che quel tale aveva ricevuto dal padre era una
risorsa di beni materiali, ma pi importante di questi beni era
la sua dignit di figlio nella casa paterna. La situazione in
cui si venne a trovare al momento della perdita dei beni
materiali doveva renderlo cosciente della perdita di questa
dignit. Egli non vi aveva pensato prima, quando aveva chiesto
al padre di dargli la parte del patrimonio che gli spettava per
andar via. E sembra che non ne sia consapevole neppure adesso,
quando dice a se stesso: "Quanti salariati in casa di mio padre
hanno pane in abbondanza, ed io qui muoio di fame!". Egli
misura se stesso con il metro dei beni che aveva perduto, che
non "possiede" pi, mentre i salariati in casa di suo padre li
"posseggono". Queste parole esprimono soprattutto il suo
atteggiamento verso i beni materiali; nondimeno, sotto la
superficie di esse, si cela il dramma della dignit perduta, la
coscienza della figliolanza sciupata.  allora che egli prende
la decisione: "Mi lever e andr da mio padre e gli dir:
Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono
degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi
garzoni". Parole, queste, che svelano pi a fondo il problema
essenziale. Attraverso la complessa situazione materiale, in
cui il figliol prodigo era venuto a trovarsi a causa della sua
leggerezza, a causa del peccato, era maturato il senso della
dignit perduta. Quando egli decide di ritornare alla casa
paterna, di chiedere al padre di essere accolto - non gi in
virt del diritto di figlio, ma in condizione di mercenario -,
sembra esteriormente agire a motivo della fame e della miseria
in cui  caduto; questo motivo  per permeato dalla coscienza
di una perdita pi profonda: essere un garzone nella casa del
proprio padre  certamente una grande umiliazione e vergogna.
Nondimeno, il figliol prodigo  pronto ad affrontare tale
umiliazione e vergogna. Egli si rende conto che non ha pi
alcun diritto, se non quello di essere mercenario nella casa
del padre. La sua decisione  presa in piena coscienza di ci
che ha meritato e di ci a cui pu ancora aver diritto secondo
le norme della giustizia. Proprio questo ragionamento dimostra
che, al centro della coscienza del figliol prodigo, emerge il
senso della dignit perduta, di quella dignit che scaturisce
dal rapporto del figlio col padre. Ed  con tale decisione che
egli si mette per strada.
Nella parabola del figliol prodigo non  usato neanche una sola
volta il termine "giustizia", cosi come, nel testo originale,
non  usato quello di "misericordia"; tuttavia, il rapporto
della giustizia con l 'amore che si manifesta come misericordia
viene con grande precisione inscritto nel contenuto della
parabola evangelica. Diviene pi palese che l'amore si
trasforma in misericordia quando occorre oltrepassare la
precisa norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta.
Il figliol prodigo, consumate le sostanze ricevute dal padre,
merita - dopo il ritorno - di guadagnarsi da vivere lavorando
nella casa paterna come mercenario, ed eventualmente, a poco a
poco, di conseguire una certa provvista di beni materiali,
forse per mai pi nella quantit in cui li aveva sperperati.
Tale sarebbe l'esigenza dell'ordine di giustizia, tanto pi che
quel figlio non soltanto aveva dissipato la parte del
patrimonio spettantegli, ma inoltre aveva toccato sul vivo ed
offeso il padre con la sua condotta. Questa, infatti, che a suo
giudizio l'aveva privato della dignit filiale, non doveva
essere indifferente al padre. Doveva farlo soffrire. Doveva
anche, in qualche modo, coinvolgerlo. Eppure si trattava, in
fn dei conti, del proprio figlio, e tale rapporto non poteva
essere n alienato n distrutto da nessun comportamento. Il
figliol prodigo ne  consapevole, ed  appunto tale
consapevolezza a mostrargli chiaramente la dignit perduta ed a
fargli valutare rettamente il posto che ancora poteva
spettargli nella casa del padre.
6. Particolare concentrazione sulla dignit umana.
Questa precisa immagine dello stato d 'animo del figliol
prodigo ci permette di comprendere con esattezza in che cosa
consista la misericordia divina. Non vi  alcun dubbio che in
quella semplice ma penetrante analogia, la figura del genitore
ci svela Dio come Padre. Il comportamento del padre della
parabola e tutto il suo modo di agire, che manifestano il suo
atteggiamento interiore, ci consentono di ritrovare i singoli
fili della visione vetero-testamentaria della misericordia in
una sintesi totalmente nuova, piena di semplicit e di
profondit. Il padre del figliol prodigo  fedele alla sua
paternit, fedele a quell'amore che da sempre elargiva al
proprio figlio. Tale fedelt si esprime nella parabola non
soltanto con la prontezza immediata nell'accoglierlo in casa,
quando ritorna dopo aver sperperato il patrimonio: essa si
esprime ancor pi pienamente con quella gioia, con quella
festosit cosi generosa nei confronti del dissipatore dopo il
ritorno, che  tale da suscitare l'opposizione e l'invidia del
fratello maggiore, il quale non si era mai allontanato dal
padre e non ne aveva abbandonato la casa.
La fedelt a se stesso da parte del padre - un tratto gi noto
dal termine vetero-testamentario ".hesed" - viene al tempo
stesso espressa in modo particolarmente carico di affetto.
Leggiamo infatti che, quando il padre vide il figliol prodigo
tornare a casa, "commosso gli corse incontro, gli si gett al
collo e lo baci". Egli agisce certamente sotto l'influsso di
un profondo affetto, e cos pu essere spiegata anche la sua
generosit verso il figlio, quella generosit che tanto indigna
il fratello maggiore. Tuttavia, le cause di quella commozione
vanno ricercate pi in profondit. Ecco, il padre  consapevole
che  stato salvato un bene fondamentale: il bene dell'umanit
del suo figlio. Sebbene questi abbia sperperato il patrimonio,
 per salva la sua umanit. Anzi, essa  stata in qualche modo
ritrovata. Lo dicono le parole che il padre rivolge al figlio
maggiore: "Bisognava far festa e rallegrarsi, perch questo tuo
fratello era morto ed  tornato in vita, era perduto ed  stato
ritrovato". Nello stesso capitolo XV del Vangelo secondo Luca,
leggiamo la parabola della pecora ritrovata, e successivamente
la parabola della dramma ritrovata. Ogni volta vi  posta in
rilievo la medesima gioia presente nel caso del figliol
prodigo. La fedelt del padre a se stesso  totalmente
incentrata sull'umanit del figlio perduto, sulla sua dignit.
Cos si spiega soprattutto la gioiosa commozione al momento del
suo ritorno a casa.
Proseguendo, si pu dunque dire che l'amore verso il figlio,
L'amore che scaturisce dall'essenza stessa della paternit,
obbliga in un certo senso il padre ad aver sollecitudine della
dignit del figlio. Questa sollecitudine costituisce la misura
del suo amore, L'amore di cui scriver poi san Paolo: "La
carit  paziente,  benigna la carit..., non cerca il suo
interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto...,
si compiace della verit..., tutto spera, tutto sopporta" e
"non avr mai fine". La misericordia - come l'ha presentata
Cristo nella parabola del figliol prodigo - ha la forma
interiore dell'amore che nel Nuovo Testamento  chiamato
"agpe". Tale amore  capace di chinarsi su ogni figlio
prodigo, su ogni miseria umana e, soprattutto, su ogni miseria
morale, sul peccato. Quando ci avviene, colui che  oggetto
della misericordia non si sente umiliato, ma come ritrovato e
"rivalutato". Il padre gli manifesta innanzitutto la gioia che
sia stato "ritrovato" e che sia "tornato in vita". Tale gioia
indica un bene inviolato: un figlio, anche se prodigo, non
cessa di esser figlio reale di suo padre; essa indica inoltre
un bene ritrovato, che nel caso del figliol prodigo fu il
ritorno alla verit su se stesso.
Ci che si  verificato nel rapporto del padre col figlio nella
parabola di Cristo non si pu valutare "dall'esterno". I nostri
pregiudizi sul tema della misericordia sono per lo pi Il
risultato di una valutazione soltanto esteriore. Alle volte,
seguendo un tale modo di valutare, accade che avvertiamo nella
misericordia soprattutto un rapporto di diseguaglianza tra
colui che la offre e colui che la riceve. E, di conseguenza,
siamo pronti a dedurre che la misericordia diffama colui che la
riceve, che offende la dignit dell'uomo. La parabola del
figliol prodigo dimostra che la realt  diversa: la relazione
di misericordia si fonda sulla comune esperienza di quel bene
che  l'uomo, sulla comune esperienza della dignit che gli 
propria. Questa comune esperienza fa s che il figliol prodigo
cominci a vedere se stesso e le sue azioni in tutta verit
(tale visione nella verit  un'autentica umilt); e per il
padre, proprio per questo motivo, egli diviene un bene
particolare: il padre vede con cos limpida chiarezza il bene
che si  compiuto, grazie ad una misteriosa irradiazione della
verit e dell'amore, che sembra dimenticare tutto il male che
il figlio aveva commesso.
La parabola del figliol prodigo esprime in modo semplice, ma
profondo, la realt della conversione. Questa  la pi concreta
espressione dell'opera dell'amore e della presenza della
misericordia nel mondo umano. Il significato vero e proprio
della misericordia non consiste soltanto nello sguardo, fosse
pure il pi penetrante e compassionevole, rivolto verso il male
morale, fisico o materiale: la misericordia si manifesta nel
suo aspetto vero e proprio quando rivaluta, promuove e trae il
bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell'uomo.
Cos intesa, essa costituisce il contenuto fondamentale del
messaggio messianico di Cristo e la forza costitutiva della sua
missione. Allo stesso modo intendevano e praticavano la
misericordia i suoi discepoli e seguaci. Essa non cess mai di
rivelarsi, nei loro cuori e nelle loro azioni, come una
verifica particolarmente creatrice dell'amore che non si lascia
"vincere dal male", ma si vince "con il bene il male". Occorre
che il volto genuino della misericordia sia sempre nuovamente
svelato. Nonostante molteplici pregiudizi, essa appare
particolarmente necessaria ai nostri tempi.
CAPITOLO 5
IL MISTERO PASQUALE
7. Misericordia rivelata nella croce e nella resurrezione
Il messaggio messianico di Cristo e la sua attivit fra gli
uomini terminano con la croce e la risurrezione. Dobbiamo
penetrare profondamente in questo evento finale che,
specialmente nel linguaggio conciliare, viene definito mistero
pasquale, se vogliamo esprimere sino in fondo la verit sulla
misericordia, cos come essa  stata sino in fondo rivelata
nella storia della nostra salvezza. A questo punto delle nostre
considerazioni, occorrer avvicinarci ancora di pi al
contenuto dell'enciclica Redemptor hominis. Se infatti la
realt della redenzione, nella sua dimensione umana, svela la
grandezza inaudita dell'uomo, che merit di avere un cos
grande Redentore, al tempo stesso la dimensione divina della
redenzione ci consente, direi, nel modo pi empirico e
"storico", di svelare la profondit di quell'amore che non
indietreggia davanti allo straordinario sacrificio del Figlio,
per appagare la fedelt del Creatore e Padre nei riguardi degli
uomini creati a sua immagine e fn dal "principio" scelti, in
questo Figlio, per la grazia e per la gloria.
Gli eventi del Venerd santo e, prima ancora, la preghiera nel
Getsemani introducono, in tutto il corso della rivelazione
dell'amore e della misericordia, nella missione messianica di
Cristo, un cambiamento fondamentale. Colui che "pass
beneficando e risanando" e "curando ogni malattia e infermit"
sembra ora egli stesso meritare la pi grande misericordia e
richiamarsi alla misericordia, quando viene arrestato,
oltraggiato, condannato, flagellato, coronato di spine, quando
viene inchiodato alla croce e spira fra tormenti strazianti. 
allora che merita particolarmente la misericordia dagli uomini
che ha beneficato, e non la riceve. Perfino coloro che gli sono
pi vicini non sanno proteggerlo e strapparlo dalle mani degli
oppressori. In questa tappa finale della missione messianica si
adempiono in Cristo le parole dei profeti e soprattutto di
Isaia, pronunciate riguardo al Servo di Jahv: "Per le sue
piaghe noi siamo stati guariti".
Cristo, come uomo che soffre realmente e in modo terribile
nell'orto degli ulivi e sul Calvario, si rivolge al Padre, a
quel Padre il cui amore egli ha predicato agli uomini, la cui
misericordia ha testimoniato con tutto il suo agire. Ma non gli
viene risparmiata - proprio a lui - la tremenda sofferenza
della morte in croce: "Colui che non aveva conosciuto peccato,
Dio lo tratt da peccato in nostro favore", scriver san Paolo,
riassumendo in poche parole tutta la profondit del mistero
della croce ed insieme la dimensione divina della realt della
redenzione. Proprio questa redenzione  l'ultima e definitiva
rivelazione della santit di Dio, che  la pienezza assoluta
della perfezione: pienezza della giustizia e dell'amore, poich
la giustizia si fonda sull'amore, da esso promana e ad esso
tende. Nella passione e morte di Cristo - nel fatto che il
Padre non risparmi il suo Figlio, ma "lo tratt da peccato in
nostro favore" - si esprime la giustizia assoluta, perch
Cristo subisce la passione e la croce a causa dei peccati
dell'umanit. Ci  addirittura una "sovrabbondanza" della
giustizia, perch i peccati dell'uomo vengono "compensati" dal
sacrificio dell'Uomo-Dio. Tuttavia, tale giustizia, che 
propriamente giustizia "su misura" di Dio, nasce tutta
dall'amore: dall'amore del Padre e del Figlio, e fruttifica
tutta nell'amore. Proprio per questo la giustizia divina
rivelata nella croce di Cristo  "su misura" di Dio, perch
nasce dall'amore e nell'amore si compie, generando frutti di
salvezza. La dimensione divina della redenzione non si attua
soltanto nel far giustizia del peccato, ma nel restituire
all'amore quella forza creativa nell'uomo, grazie alla quale
egli ha nuovamente accesso alla pienezza di vita e di santit
che proviene da Dio. In tal modo, la redenzione porta in s la
rivelazione della misericordia nella sua pienezza.
Il mistero pasquale  il vertice di questa rivelazione ed
attuazione della misericordia, che  capace di giustificare
l'uomo, di ristabilire la giustizia nel senso di quell'ordine
salvifico che Dio dal principio aveva voluto nell'uomo e,
mediante l'uomo, nel mondo. Cristo sofferente parla in modo
particolare all'uomo, e non soltanto al credente. Anche l'uomo
non credente sapr scoprire in lui l'eloquenza della
solidariet con la sorte umana, come pure l'armoniosa pienezza
di una disinteressata dedizione alla causa dell'uomo, alla
verit e all'amore. La dimensione divina del mistero pasquale
giunge, tuttavia, ancor pi in profondit. La croce collocata
sul Calvario, su cui Cristo svolge il suo ultimo dialogo col
Padre, emerge dal nucleo stesso di quell'amore di cui l'uomo,
creato ad immagine e somiglianza di Dio,  stato ratificato
secondo l'eterno disegno divino. Dio, quale Cristo ha rivelato,
non rimane soltanto in stretto collegamento col mondo, come
creatore e ultima fonte dell'esistenza. Egli  anche Padre: con
l'uomo, da lui chiamato all'esistenza nel mondo visibile, 
unito da un vincolo ancor pi profondo di quello creativo. 
l'amore che non soltanto crea il bene, ma fa partecipare alla
vita stessa di Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo. Infatti,
colui che ama desidera donare se stesso. La croce di Cristo sul
Calvario sorge sulla via di quel meraviglioso scambio, di quel
mirabile comunicarsi di Dio all'uomo, in cui  al tempo stesso
contenuta la chiamata rivolta all'uomo, affinch, donando se
stesso a Dio e con s tutto il mondo visibile, partecipi alla
vita divina, - e affinch come figlio adottivo divenga
partecipe della verit e dell'amore che  in Dio e che proviene
da Dio. Proprio sulla via dell'eterna elezione dell'uomo alla
dignit di figlio adottivo di Dio, sorge nella storia la croce
di Cristo, Figlio unigenito, che, come "luce da luce, Dio vero
da Dio vero" (Credo),  venuto a dare l'ultima testimonianza
della mirabile alleanza di Dio con l'umanit, di Dio con l'uomo
- con ogni uomo. Questa alleanza, antica come l'uomo - risale
al mistero stesso della creazione - e ristabilita poi pi volte
con un unico popolo eletto,  ugualmente l'alleanza nuova e
definitiva, stabilita l, sul Calvario, e non limitata ad un
unico popolo, ad Israele, ma aperta a tutti e a ciascuno.
Che cosa dunque ci dice la croce di Cristo, che , in un certo
senso, l'ultima parola del suo messaggio e della sua missione
messianica? - Eppure, questa non  ancora l'ultima parola del
Dio dell'alleanza: essa sar pronunciata in quell'alba, quando
prima le donne e poi gli apostoli, venuti al sepolcro di Cristo
crocifisso, vedranno la tomba vuota e sentiranno per la prima
volta l'annuncio: " risorto". Essi lo ripeteranno agli altri e
saranno testimoni del Cristo risorto. Tuttavia, anche in questa
glorificazione del Figlio di Dio continua ad esser presente la
croce, la quale - attraverso tutta la testimonianza messianica
dell'Uomo-Figlio, che su di essa ha subito la morte - parla e
non cessa mai di parlare di Dio-Padre, che  assolutamente
fedele al suo eterno amore verso l'uomo, poich "ha tanto amato
il mondo - quindi l'uomo nel mondo - da dare il suo Figlio
unigenito, perch chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la
vita eterna". Credere nel Figlio crocifisso significa "vedere
il Padre", significa credere che l'amore  presente nel mondo e
che questo amore  pi potente di ogni genere di male in cui
l'uomo, L'umanit, il mondo sono coinvolti. Credere in tale
amore significa credere nella misericordia. Questa infatti  la
dimensione indispensabile dell'amore,  come il suo secondo
nome e, al tempo stesso,  il modo specifico della sua
rivelazione ed attuazione nei confronti della realt del male
che  nel mondo, che tocca e assedia l'uomo, che si insinua
anche nel suo cuore e pu farlo "perire nella Geenna".
8. Amore pi potente della morte, pi potente del peccato
La croce di Cristo sul Calvario  anche testimonianza della
forza del male verso lo stesso Figlio di Dio, verso colui che,
unico fra tutti i figli degli uomini, era per sua natura
assolutamente innocente e libero dal peccato, e la cui venuta
nel mondo fu esente dalla disobbedienza di Adamo e dall'eredit
del peccato originale. Ed ecco, proprio in lui, in Cristo,
viene fatta giustizia del peccato a prezzo del suo sacrificio,
della sua obbedienza "fino alla morte". Colui che era senza
peccato, "Dio lo tratt da peccato in nostro favore". Viene
anche fatta giustizia della morte che, dagli inizi della storia
dell'uomo, si era alleata col peccato. Questo far giustizia
della morte avviene a prezzo della morte di colui che era senza
peccato e che unico poteva - mediante la propria morte -
infliggere morte alla morte. In tal modo la croce di Cristo,
sulla quale il Figlio consostanziale al Padre rende piena
giustizia a Dio,  anche una rivelazione radicale della
misericordia, ossia dell'amore che va contro a ci che
costituisce la radice stessa del male nella storia dell'uomo:
contro al peccato e alla morte. La croce  il pi profondo
chinarsi della Divinit sull'uomo e su ci che l'uomo -
specialmente nei momenti difficili e dolorosi - chiama il suo
infelice destino. La croce  come un tocco dell'eterno amore
sulle ferite pi dolorose dell'esistenza terrena dell'uomo, 
il compimento sino alla fine del programma messianico, che
Cristo formul una volta nella sinagoga di Nazaret e ripet poi
dinanzi agli inviati di Giovanni Battista. Secondo le parole
scritte gi nella profezia di Isaia, tale programma consisteva
nella rivelazione dell'amore misericordioso verso i poveri, i
sofferenti e i prigionieri, verso i non vedenti, gli oppressi e
i peccatori. Nel mistero pasquale viene oltrepassato il limite
del molteplice male di cui l'uomo diventa partecipe
nell'esistenza terrena: la croce di Cristo infatti ci fa
comprendere le pi profonde radici del male che affondano nel
peccato e nella morte, e cosi diventa un segno escatologico.
Soltanto nel compimento escatologico e nel definitivo
rinnovamento del mondo, l'amore in tutti gli eletti vincer le
sorgenti pi profonde del male, portando quale frutto
pienamente maturo il Regno della vita e della santit e
dell'immortalit gloriosa. Il fondamento di tale compimento
escatologico  gi racchiuso nella croce di Cristo e nella sua
morte. Il fatto che Cristo " risuscitato il terzo giorno"
costituisce il segno finale della missione messianica, segno
che corona l'intera rivelazione dell'amore misericordioso nel
mondo soggetto al male. Ci costituisce al tempo stesso il
segno che preannuncia "un nuovo cielo e una nuova terra",
quando Dio "terger ogni lacrima dai loro occhi; non ci sar
pi la morte, n lutto, n lamento, n affanno, perch le cose
di prima sono passate".
Nel compimento escatologico la misericordia si riveler come
amore, mentre nella temporaneit, nella storia umana, che 
insieme storia di peccato e di morte, l'amore deve rivelarsi
soprattutto come misericordia ed anche attuarsi come tale. Il
programma messianico di Cristo - programma di misericordia -
diviene il programma del suo popolo, il programma della Chiesa.
Al centro di questo sta sempre la croce, poich in essa la
rivelazione dell'amore misericordioso raggiunge il suo culmine.
Fino a che "le cose di prima" non passeranno, la croce rimarr
quel "luogo" al quale potrebbero riferirsi ancora altre parole
dell'Apocalisse di Giovanni: "Ecco, sto alla porta e busso. Se
qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verr da
lui, cener con lui ed egli con me. In modo particolare, Dio
rivela anche la sua misericordia quando sollecita l'uomo alla
"misericordia" verso il suo proprio Figlio, verso il
crocifisso. Cristo, appunto come crocifisso,  il Verbo che non
passa,  colui che sta alla porta e bussa al cuore di ogni
uomo, senza coartarne la libert, ma cercando di trarre da
questa stessa libert l'amore, che  non soltanto atto di
solidariet con il sofferente Figlio dell'uomo, ma anche in
certo modo "misericordia" manifestata da ognuno di noi al
Figlio dell'eterno Padre. In tutto questo programma messianico
di Cristo, in tutta la rivelazione della misericordia mediante
la croce, potrebbe forse essere maggiormente rispettata ed
elevata la dignit dell'uomo, dato che egli, trovando
misericordia,  anche, in un certo senso, colui che
contemporaneamente "manifesta la misericordia"?
In definitiva, Cristo non prende forse tale posizione nei
riguardi dell'uomo quando dice: "Ogni volta che avete fatto
queste cose a uno solo di questi..., l'avete fatto a me"? Le
parole del discorso della montagna: "Beati i misericordiosi,
perch troveranno misericordia", non costituiscono in un certo
senso una sintesi di tutta la Buona Novella, di tutto il
"mirabile scambio" (admirabile commercium) ivi racchiuso, che 
una legge semplice, forte ed insieme "dolce" dell'economia
stessa della salvezza? Queste parole del discorso della
montagna, facendo vedere nel punto di partenza le possibilit
del "cuore umano" ("essere misericordiosi"), non rivelano forse
secondo la medesima prospettiva il profondo mistero di Dio:
quella inscrutabile unit del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo, in cui l'amore, contenendo la giustizia, d l'avvio alla
misericordia, che a sua volta rivela la perfezione della
giustizia?
Il mistero pasquale  Cristo al vertice della rivelazione
dell'inscrutabile mistero di Dio. Proprio allora si adempiono
sino in fondo le parole pronunciate nel cenacolo: "Chi ha visto
me, ha visto il Padre". Infatti Cristo, che il Padre "non ha
risparmiato" in favore dell'uomo -e che nella sua passione e
nel supplizio della croce non ha trovato misericordia umana,
nella sua risurrezione ha rivelato la pienezza di quell'amore
che il Padre nutre verso di lui e, in lui, verso tutti gli
uomini. "Non  un Dio dei morti, ma dei viventi". Nella sua
risurrezione Cristo ha rivelato il Dio dell'amore
misericordioso, proprio perch ha accettato la croce come via
alla risurrezione. Ed  per questo che - quando ricordiamo la
croce di Cristo, la sua passione e morte - la nostra fede e la
nostra speranza s'incentrano sul Risorto: su quel Cristo che
"la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato... si
ferm in mezzo a loro" nel cenacolo "dove si trovavano i
discepoli, ...alit su di loro e disse: Ricevete lo Spirito
Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi
non li rimetterete, resteranno non rimessi". Ecco il Figlio di
Dio, che nella sua risurrezione ha sperimentato in modo
radicale su di s la misericordia, cio l'amore del Padre che 
pi potente della morte. Ed  anche lo stesso Cristo, Figlio di
Dio, che al termine - e in certo senso gi oltre il termine -
della sua missione messianica, rivela se stesso come fonte
inesauribile della misericordia, del medesimo amore che, nella
prospettiva ulteriore della storia della salvezza nella Chiesa,
deve perennemente confermarsi pi potente del peccato. Il
Cristo pasquale  l'incarnazione definitiva della misericordia,
il suo segno vivente: storicosalvifco ed insieme escatologico.
Nel medesimo spirito, la liturgia del tempo pasquale pone sulle
nostre labbra le parole del Salmo: Canter in eterno le
misericordie del Signore.
9. La Madre della misericordia
In queste parole pasquali della Chiesa risuonano, nella
pienezza del loro contenuto profetico, quelle gi pronunciate
da Maria durante la visita fatta a Elisabetta, moglie di
Zaccaria: "Di generazione in generazione la sua misericordia".
Esse, gi dal momento dell'incarnazione, aprono una nuova
prospettiva della storia della salvezza. Dopo la risurrezione
di Cristo questa prospettiva  nuova sul piano storico e, al
tempo stesso, lo  sul piano escatologico. Da allora si
susseguono sempre nuove generazioni di uomini nell'immensa
famiglia umana, in dimensioni sempre crescenti; si susseguono
anche nuove generazioni del Popolo di Dio, segnate dallo stigma
della croce e della risurrezione, e "sigillate" con il segno
del mistero pasquale di Cristo, rivelazione assoluta di quella
misericordia che Maria proclam sulla soglia di casa della sua
parente: "M generazione in generazione la sua misericordia".
Maria  anche colei che, in modo particolare ed eccezionale -
come nessun altro -, ha sperimentato la misericordia e al tempo
stesso, sempre in modo eccezionale, ha reso possibile col
sacrificio del cuore la propria partecipazione alla rivelazione
della misericordia divina. Tale sacrificio  strettamente
legato alla croce del Figlio, ai piedi della quale ella doveva
trovarsi sul Calvario. Questo suo sacrificio  una singolare
partecipazione al rivelarsi della misericordia, cio alla
fedelt assoluta di Dio al proprio amore, all'alleanza che egli
ha voluto fin dall'eternit ed ha concluso nel tempo con
l'uomo, con il popolo, con l'umanit;  la partecipazione a
quella rivelazione che si  definitivamente compiuta attraverso
la croce. Nessuno ha sperimentato, al pari della Madre del
Crocifisso, il mistero della croce, lo sconvolgente incontro
della trascendente giustizia divina con l'amore: quel "bacio"
dato dalla misericordia alla giustizia. Nessuno al pari di lei,
Maria, ha accolto col cuore quel mistero: quella dimensione
veramente divina della redenzione che ebbe attuazione sul
Calvario mediante la morte del Figlio, insieme al sacrificio
del suo cuore di madre, insieme al suo definitivo "fiat".
Maria quindi  colei che conosce pi a fondo il mistero della
misericordia divina. Ne sa il prezzo, e sa quanto esso sia
grande. In questo senso la chiamano anche Madre della
misericordia: Madonna della misericordia o Madre della divina
misericordia; in ciascuno di questi titoli c' un profondo
significato teologico, perch essi esprimono la particolare
preparazione della sua anima, di tutta la sua personalit, nel
saper vedere, attraverso i complessi avvenimenti di Israele
prima, e di ogni uomo e dell'umanit intera poi, quella
misericordia di cui "di generazione in generazione" si diviene
partecipi secondo l'eterno disegno della SS. Trinit.
I suddetti titoli che attribuiamo alla Madre di Dio parlano
per soprattutto di lei come della Madre del Crocifisso e del
Risorto; come di colei che, avendo sperimentato la misericordia
in modo eccezionale, "merita" in egual modo tale misericordia
lungo l'intera sua vita terrena e, particolarmente, ai piedi
della croce del Figlio; ed infne, come di colei che,
attraverso la partecipazione nascosta e al tempo stesso
incomparabile alla missione messianica del suo Figlio,  stata
chiamata in modo speciale ad avvicinare agli uomini quell'amore
che egli era venuto a rivelare: amore che trova la pi concreta
espressione nei riguardi di coloro che soffrono, dei poveri, di
coloro che son privi della propria libert, dei non vedenti,
degli oppressi e dei peccatori, cosi come ne parl Cristo
secondo la profezia di Isaia, prima nella sinagoga di Nazaret e
poi in risposta alla richiesta degli inviati di Giovanni
Battista.
Appunto a questo amore "misericordioso", che viene manifestato
soprattutto a contatto con il male morale e fisico, partecipava
in modo singolare ed eccezionale il cuore di colei che fu Madre
del Crocifisso e del Risorto, partecipava Maria. Ed in lei e
per mezzo di lei, esso non cessa di rivelarsi nella storia
della Chiesa e dell'umanit. Tale rivelazione  specialmente
fruttuosa, perch si fonda, nella Madre di Dio, sul singolare
tatto del suo cuore materno, sulla sua particolare sensibilit,
sulla sua particolare idoneit a raggiungere tutti coloro che
accettano pi facilmente l'amore misericordioso da parte di una
madre. Questo  uno dei grandi e vivificanti misteri del
cristianesimo, tanto strettamente connesso con il mistero
dell'incarnazione.
"Questa maternit di Maria nell'economia della grazia - come si
esprime il Concilio Vaticano II - perdura senza soste dal
momento del consenso fedelmente prestato nell'annunciazione e
mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo
coronamento di tutti gli eletti. Difatti, assunta in cielo non
ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua
molteplice intercessione continua a ottenerci le grazie della
salute eterna. Con la sua materna carit si prende cura dei
fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a
pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria
beata".
CAPITOLO 6
MISERICORDIA ..... DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE
10. Immagine della nostra generazione
Abbiamo ogni diritto di credere che anche la nostra generazione
 stata compresa nelle parole della Madre di Dio, quando
glorificava quella misericordia di cui "di generazione in
generazione" sono partecipi coloro che si lasciano guidare dal
timore di Dio. Le parole del Magnificat mariano hanno un
contenuto profetico che riguarda non soltanto il passato di
Israele, ma anche l'intero avvenire del Popolo di Dio sulla
terra. Siamo infatti, noi tutti che viviamo al presente sulla
terra, la generazione che  consapevole dell'approssimarsi del
terzo Millennio e che sente profondamente la svolta che si sta
verifcando nella storia.
La presente generazione avverte di essere privilegiata, perch
il progresso le offre molte possibilit, appena qualche
decennio fa insospettate. L'attivit creatrice dell'uomo, la
sua intelligenza e il suo lavoro, hanno causato profondi
cambiamenti sia nel campo della scienza e della tecnica, come
nella vita sociale e culturale. L'uomo ha esteso il suo potere
sulla natura ed ha acquistato una conoscenza pi approfondita
delle leggi del proprio comportamento sociale. Egli ha visto
crollare o restringersi gli ostacoli e le distanze che separano
uomini e nazioni, grazie ad un accresciuto senso
universalistico, ad una pi chiara coscienza dell'unit del
genere umano e all'accettazione della reciproca dipendenza in
un'autentica solidariet, e grazie infne al desiderio - e alla
possibilit - di venire a contatto con i propri fratelli e
sorelle al di l delle divisioni artificialmente create dalla
geografia o dalle frontiere nazionali o razziali. I giovani
d'oggi soprattutto sanno che il progresso della scienza e della
tecnica pu procurare non solo nuovi beni materiali, ma anche
una pi vasta partecipazione alla reciproca conoscenza. Ad
esempio, lo sviluppo dell'informatica moltiplicher le capacit
creatrici dell'uomo e gli permetter di accedere alle ricchezze
intellettuali e culturali degli altri popoli. Le nuove tecniche
di comunicazione favoriranno una maggiore partecipazione agli
avvenimenti e un crescente scambio di idee. Le acquisizioni
della scienza biologica, psicologica o sociale aiuteranno
l'uomo a penetrare meglio nelle ricchezze del proprio essere. E
se  vero che un tale progresso resta ancora troppo spesso
privilegio dei paesi industrializzati, non si pu negare
tuttavia che la prospettiva di farne beneficiare tutti i popoli
e tutti i paesi non sar pi a lungo un'utopia, quando vi sia
una reale volont politica a questo fine.
Ma a fianco di tutto questo - o piuttosto entro a tutto questo
- esistono nello stesso tempo difficolt, che si dimostrano
anzi in aumento. Esistono inquietudini e impotenze, che
costringono ad una risposta radicale che l'uomo sente di dover
dare. Il quadro del mondo contemporaneo presenta anche ombre e
squilibri non sempre superficiali. La Costituzione pastorale
Gaudium et spes del Concilio Vaticano II non  certamente
l'unico documento che tratta della vita della generazione
contemporanea, ma  un documento di importanza particolare. "In
verit gli squilibri, di cui soffre il mondo contemporaneo -
leggiamo in essa - si collegano con quel pi profondo
squilibrio, che  radicato nel cuore dell'uomo.  proprio
all'interno dell'uomo che molti elementi si contrastano a
vicenda. Da una parte infatti, come creatura, egli sperimenta
in mille modi i suoi limiti; d'altra parte, si accorge di
essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una
vita superiore. Sollecitato da molte attrattive,  costretto
sempre a sceglierne qualcuna ed a rinunciare alle altre.
Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non
vorrebbe e non fa quello che vorrebbe. Per cui soffre in se
stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e cos
gravi discordie nella societ". Verso la fine dell'esposizione
introduttiva leggiamo: "...di fronte alla presente evoluzione
del mondo, diventano sempre pi numerosi quelli che si pongono
o sentono con nuova acutezza gli interrogativi capitali: che
cos' l'uomo? Qual  il significato del dolore, del male, della
morte che, malgrado ogni progresso, continuano a sussistere?
Che cosa valgono queste conquiste raggiunte a cos caro
prezzo?". Nell'arco di ormai quindici anni dalla conclusione
del Concilio Vaticano II, quel quadro di tensioni e di minacce
proprie della nostra epoca  forse divenuto meno inquietante?
Sembra di no. Al contrario, le tensioni e le minacce, che nel
documento conciliare sembravano soltanto delinearsi e non
manifestare sino in fondo tutto il pericolo che celavano in s,
nello spazio di questi anni si sono maggiormente rivelate,
hanno confermato in modo diverso quel pericolo e non permettono
di nutrire le illusioni di un tempo.
11. Fonti di inquietudine
Pertanto, nel nostro mondo aumenta il senso di minaccia.
Aumenta quel timore esistenziale collegato soprattutto - come
ho gi accennato nell'enciclica Redemptor hominis - con la
prospettiva di un conflitto che, in considerazione degli
odierni arsenali atomici, potrebbe significare la parziale
autodistruzione dell'umanit. Tuttavia, la minaccia non
concerne soltanto ci che gli uomini possono fare agli uomini,
servendosi dei mezzi della tecnica militare; essa riguarda
anche molti altri pericoli che sono il prodotto di una civilt
materialistica, la quale - nonostante dichiarazioni
"umanistiche" - accetta il primato delle cose sulla persona.
L'uomo contemporaneo ha dunque paura che, con l'uso dei mezzi
inventati da questo tipo di civilt, i singoli individui ed
anche gli ambienti, le comunit, le societ, le nazioni,
possano rimanere vittima del sopruso di altri individui,
ambienti, societ. La storia del nostro secolo ne offre esempi
in abbondanza. Malgrado tutte le dichiarazioni sui diritti
dell'uomo nella sua dimensione integrale, cio nella sua
esistenza corporea e spirituale, non possiamo dire che questi
esempi appartengano soltanto al passato.
L'uomo ha giustamente paura di restar vittima di una
oppressione che lo privi della libert interiore, della
possibilit di esternare la verit di cui  convinto, della
fede che professa, della facolt di obbedire alla voce della
coscienza che gli indica la retta via da seguire. I mezzi
tecnici a disposizione della civilt odierna celano, infatti,
non soltanto la possibilit di un'autodistruzione per via di un
conflitto militare, ma anche la possibilit di un soggiogamento
"pacifico" degli individui, degli mbiti di vita, di societ
intere e di nazioni, che per qualsiasi motivo possono riuscire
scomodi per coloro i quali dispongono dei relativi mezzi e sono
pronti a servirsene senza scrupolo. Si pensi anche alla
tortura, tuttora esistente nel mondo, esercitata
sistematicamente dall'autorit come strumento di dominio o di
sopraffazione politica, e impunemente praticata dai subalterni.
Cosi dunque, accanto alla coscienza della minaccia biologica,
cresce la coscienza di un'altra minaccia che ancor pi
distrugge ci che  essenzialmente umano, ci che  intimamente
collegato con la dignit della persona, con il suo diritto alla
verit e alla libert.
E tutto ci si svolge sullo sfondo del gigantesco rimorso
costituito dal fatto che, accanto agli uomini ed alle societ
agiate e sazie, viventi nell'abbondanza, soggette al consumismo
e al godimento, non mancano nella stessa famiglia umana n gli
individui n i gruppi sociali che soffrono la fame. Non mancano
i bambini che muoiono di fame sotto gli occhi delle loro madri.
Non mancano in varie parti del mondo, in vari sistemi
socioeconomici, intere aree di miseria, di deficienza e di
sottosviluppo. Tale fatto  universalmente noto. Lo stato di
diseguaglianza tra uomini e popoli non soltanto perdura, ma
aumenta. Avviene tuttora che accanto a coloro che sono agiati e
vivono nell'abbondanza, esistono quelli che vivono
nell'indigenza, soffrono la miseria e spesso addirittura
muoiono di fame; e il loro numero raggiunge decine e centinaia
di milioni.  per questo che l'inquietudine morale  destinata
a divenire ancor pi profonda. Evidentemente, un fondamentale
difetto o piuttosto un complesso di difetti, anzi un meccanismo
difettoso sta alla base dell'economia contemporanea e della
civilt materialistica, la quale non consente alla famiglia
umana di staccarsi, direi, da situazioni cosi radicalmente
ingiuste.
Questa immagine del mondo d'oggi, in cui esiste tanto male sia
fisico che morale, tale da farne un mondo aggrovigliato in
contraddizioni e tensioni e, in pari tempo, pieno di minacce
dirette contro la libert umana, la coscienza e la religione,
spiega l'inquietudine a cui va soggetto l'uomo contemporaneo.
Tale inquietudine  avvertita non soltanto da coloro che sono
svantaggiati od oppressi, ma anche da coloro che fruiscono dei
privilegi della ricchezza, del progresso, del potere. E sebbene
non manchino anche quelli che cercano di scorgere le cause di
tale inquietudine, oppure di reagire con i mezzi provvisori
offerti loro dalla tecnica, dalla ricchezza o dal potere,
tuttavia nel pi profondo dell'animo umano quell'inquietudine
supera tutti i mezzi provvisori. Essa riguarda - come hanno
giustamente rilevato le analisi del Concilio Vaticano II - i
problemi fondamentali di tutta l'esistenza umana. Questa
inquietudine  legata con il senso stesso dell'esistenza
dell'uomo nel mondo, ed  inquietudine per l'avvenire dell'uomo
e di tutta l'umanit; essa esige risoluzioni decisive, che
sembrano ormai imporsi al genere umano.
12. Basta la giustizia?
Non  difficile constatare che nel mondo contemporaneo il senso
della giustizia si  risvegliato su vasta scala; e senza dubbio
esso pone maggiormente in rilievo ci che contrasta con la
giustizia sia nei rapporti tra gli uomini, i gruppi sociali o
le "classi", sia tra i singoli popoli e stati e, infine, tra
interi sistemi politici ed anche tra interi cosiddetti mondi.
Questa profonda e multiforme corrente, alla cui base la
coscienza umana contemporanea ha posto la giustizia, attesta il
carattere etico delle tensioni e delle lotte che pervadono il
mondo.
La Chiesa condivide con gli uomini del nostro tempo questo
profondo e ardente desiderio di una vita giusta sotto ogni
aspetto, e non omette neppure di sottoporre alla riflessione i
vari aspetti di quella giustizia, quale la vita degli uomini e
delle societ esige. Ne  conferma il campo della dottrina
sociale cattolica, ampiamente sviluppata nell'arco dell'ultimo
secolo. Sulle orme di tale insegnamento procedono sia
l'educazione e la formazione delle coscienze umane nello
spirito della giustizia, sia anche le singole iniziative,
specie nell'ambito dell'apostolato dei laici, che appunto in
tale spirito si vanno sviluppando.
Tuttavia, sarebbe difficile non avvedersi che molto spesso i
programmi che prendono avvio dall'idea di giustizia e che
debbono servire alla sua attuazione nella convivenza degli
uomini, dei gruppi e delle societ umane, in pratica subiscono
deformazioni. Bench essi continuino a richiamarsi alla
medesima idea di giustizia, tuttavia l'esperienza dimostra che
sulla giustizia hanno preso il sopravvento altre forze
negative, quali il rancore, l'odio e perfino la crudelt. In
tal caso, la brama di annientare il nemico, di limitare la sua
libert, o addirittura di imporgli una dipendenza totale,
diventa il motivo fondamentale dell'azione; e ci contrasta con
l'essenza della giustizia che, per sua natura, tende a
stabilire l'eguaglianza e l'equiparazione tra le parti in
conflitto. Questa specie di abuso dell'idea di giustizia e la
pratica alterazione di essa attestano quanto l'azione umana
possa allontanarsi dalla giustizia stessa, pur se venga
intrapresa nel suo nome. Non invano Cristo contestava ai suoi
ascoltatori, fedeli alla dottrina dell'Antico Testamento,
l'atteggiamento che si manifestava nelle parole: "Occhio per
occhio e dente per dente". Questa era la forma di alterazione
della giustizia in quel tempo; e le forme di oggi continuano a
modellarsi su di essa.  ovvio infatti che in nome di una
presunta giustizia (ad esempio storica o di classe) talvolta si
annienta il prossimo, lo si uccide, si priva della libert, si
spoglia degli elementari diritti umani. L'esperienza del
passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola
non basta e che, anzi, pu condurre alla negazione e
all'annientamento di se stessa, se non si consente a quella
forza pi profonda, che  l'amore, di plasmare la vita umana
nelle sue varie dimensioni.  stata appunto l'esperienza
storica che, fra l'altro, ha portato a formulare l'asserzione:
sommo diritto, somma ingiustizia (summum ius, summa iniuria).
Tale affermazione non svaluta la giustizia e non attenua il
significato dell'ordine che su di essa si instaura; ma indica
solamente, sotto altro aspetto, la necessit di attingere alle
forze dello spirito, ancor pi profonde, che condizionano
l'ordine stesso della giustizia.
Avendo davanti agli occhi l'immagine della generazione a cui
apparteniamo, la Chiesa condivide l'inquietudine di tanti
uomini contemporanei. D'altronde, deve anche preoccupare il
declino di molti valori fondamentali che costituiscono un bene
incontestabile non soltanto della morale cristiana, ma
semplicemente della morale umana, della cultura morale, quali
il rispetto per la vita umana sin dal momento del concepimento,
il rispetto per il matrimonio nella sua unit indissolubile, il
rispetto per la stabilit della famiglia. Il permissivismo
morale colpisce soprattutto questo ambito pi sensibile della
vita e della convivenza umana. Di pari passo con ci vanno la
crisi della verit nei rapporti interumani, la mancanza di
responsabilit nel parlare, il rapporto puramente utilitario
dell'uomo con l'uomo, il venir meno del senso dell'autentico
bene comune e la facilit con cui questo viene alienato.
Infne, c' la desacralizzazione che si trasforma spesso in
"disumanizzazione": l'uomo e la societ, per i quali niente 
"sacro", decadono moralmente - nonostante ogni apparenza.
CAPITOLO 7
LA MISERICORDIA DI DIO NELLA MISSIONE DELLA CHIESA
In relazione a tale immagine della nostra generazione, che non
pu non suscitare una profonda inquietudine, tornano in mente
le parole che, a motivo dell'incarnazione del Figlio di Dio,
risonarono nel Magnificat di Maria e che cantano la
"misericordia... di generazione in generazione". Conservando
sempre nel cuore l'eloquenza di queste ispirate parole, ed
applicandole alle esperienze e alle sofferenze proprie della
grande famiglia umana, occorre che la Chiesa del nostro tempo
prenda pi profonda e particolare coscienza della necessit di
render testimonianza alla misericordia di Dio in tutta la sua
missione, sulle orme della tradizione dell'antica e della nuova
Alleanza e, soprattutto, dello stesso Ges Cristo e dei suoi
apostoli. La Chiesa deve rendere testimonianza alla
misericordia di Dio rivelata in Cristo, nell'intera sua
missione di Messia, professandola in primo luogo come verit
salvifica di fede e necessaria ad una vita coerente con la
fede, poi cercando di introdurla e di incarnarla nella vita sia
dei suoi fedeli sia, per quanto possibile, in quella di tutti
gli uomini di buona volont. Infine la Chiesa - professando la
misericordia e rimanendole sempre fedele - ha il diritto e il
dovere di richiamarsi alla misericordia di Dio, implorandola di
fronte a tutti i fenomeni del male fisico e morale, dinanzi a
tutte le minacce che gravano sull'intero orizzonte della vita
dell'umanit contemporanea.
13. La Chiesa professa la misericordia di Dio e la proclama.
La Chiesa deve professare e proclamare la misericordia divina
in tutta la verit, quale ci  tramandata dalla rivelazione.
Abbiamo cercato, nelle pagine precedenti del presente
documento, di delineare almeno il profilo di questa verit che
trova cosi ricca espressione in tutta la Sacra Scrittura e
nella sacra tradizione. Nella vita quotidiana della Chiesa la
verit circa la misericordia di Dio, espressa nella Bibbia,
risuona quale eco perenne attraverso numerose letture della
sacra liturgia. La percepisce l'autentico senso della fede del
Popolo di Dio, come attestano varie espressioni della piet
personale e comunitaria. Sarebbe certamente difficile elencarle
e riassumerle tutte, poich la maggior parte di esse 
vivamente iscritta nell'intimo dei cuori e delle coscienze
umane. Se alcuni teologi affermano che la misericordia  il pi
grande fra gli attributi e le perfezioni di Dio, la Bibbia, la
tradizione e tutta la vita di fede del Popolo di Dio ne
forniscono peculiari testimonianze. Non si tratta qui della
perfezione dell'inscrutabile essenza di Dio nel mistero della
divinit stessa, ma della perfezione e dell'attributo per cui
l'uomo, nell'intima verit della sua esistenza, s'incontra
particolarmente da vicino e particolarmente spesso con il Dio
vivo. Conformemente alle parole che Cristo rivolse a Filippo,
"la visione del Padre" - visione di Dio mediante la fede -
trova appunto nell'incontro con la sua misericordia un
singolare momento di interiore semplicit e verit, simile a
quella che riscontriamo nella parabola del figliol prodigo.
"Chi ha visto me, ha visto il Padre". La Chiesa professa la
misericordia di Dio, la Chiesa ne vive nella sua ampia
esperienza di fede ed anche nel suo insegnamento, contemplando
costantemente Cristo, concentrandosi in lui, sulla sua vita e
sul suo Vangelo, sulla sua croce e risurrezione, sull'intero
suo mistero. Tutto ci che forma la "visione" di Cristo nella
viva fede e nell'insegnamento della Chiesa ci avvicina alla
"visione del Padre" nella santit della sua misericordia. La
Chiesa sembra professare in modo particolare la misericordia di
Dio e venerarla rivolgendosi al Cuore di Cristo. Infatti,
proprio l'accostarci a Cristo nel mistero del suo Cuore ci
consente di soffermarci su questo punto - in un certo senso
centrale e, nello stesso tempo, pi accessibile sul piano umano
- della rivelazione dell'amore misericordioso del Padre, che ha
costituito il contenuto centrale della missione messianica del
Figlio dell'Uomo.
La Chiesa vive una vita autentica, quando professa e proclama
la misericordia - il pi stupendo attributo del Creatore e del
Redentore - e quando accosta gli uomini alle fonti della
misericordia del Salvatore di cui essa  depositaria e
dispensatrice. Gran significato ha in questo ambito la costante
meditazione della parola di Dio e, soprattutto, la
partecipazione cosciente e matura all'Eucaristia e al
sacramento della penitenza o riconciliazione. L'Eucaristia ci
avvicina sempre a quell'amore che  pi potente della morte:
"Ogni volta - infatti - che mangiamo di questo pane e beviamo
di questo calice", non soltanto annunciamo la morte del
Redentore, ma ne proclamiamo anche la risurrezione,
"nell'attesa della sua venuta" nella gloria. Lo stesso rito
eucaristico, celebrato in memoria di colui che nella sua
missione messianica ci ha rivelato il Padre, per mezzo della
parola e della croce, attesta quell'inesauribile amore in virt
del quale egli desidera sempre unirsi ed immedesimarsi con noi,
andando incontro a tutti i cuori umani.  il sacramento della
penitenza o riconciliazione che appiana la strada ad ognuno,
perfino quando  gravato di grandi colpe. In questo sacramento
ogni uomo pu sperimentare in modo singolare la misericordia,
cio quell'amore che  pi potente del peccato. Se ne  parlato
gi nell'enciclica Redemptor hominis; converr, tuttavia,
tornare ancora una volta su questo tema fondamentale.
Appunto perch esiste il peccato nel mondo, che "Dio ha tanto
amato... da dare il suo Figlio unigenito", Dio che " amore"
non pu rivelarsi altrimenti se non come misericordia. Questa
corrisponde non soltanto alla pi profonda verit di
quell'amore che  Dio, ma anche a tutta l'interiore verit
dell'uomo e del mondo che  la sua patria temporanea. La
misericordia in se stessa, come perfezione di Dio infinito, 
anche infinita. Infinita quindi ed inesauribile  la prontezza
del Padre nell'accogliere i figli prodighi che tornano alla sua
casa. Sono infinite la prontezza e la forza di perdono che
scaturiscono continuamente dal mirabile valore del sacrificio
del Figlio. Nessun peccato umano prevale su questa forza e
nemmeno la limita. Da parte dell'uomo pu limitarla soltanto la
mancanza di buona volont, la mancanza di prontezza nella
conversione e nella penitenza, cio il perdurare
nell'ostinazione, contrastando la grazia e la verit, specie di
fronte alla testimonianza della croce e della risurrezione di Cristo.
Pertanto, la Chiesa professa e proclama la conversione. La
conversione a Dio consiste sempre nello scoprire la sua
misericordia, cio quell'amore che  paziente e benigno a
misura del Creatore e Padre: l'amore, a cui "Dio, Padre del
Signore nostro Ges Cristo",  fedele fino alle estreme
conseguenze nella storia dell'alleanza con l'uomo: fino alla
croce, alla morte e risurrezione del Figlio. La conversione a
Dio  sempre frutto del "ritrovamento" di questo Padre che 
ricco di misericordia. L'autentica conoscenza del Dio della
misericordia, dell'amore benigno  una costante ed inesauribile
fonte di conversione, non soltanto come momentaneo atto
interiore, ma anche come stabile disposizione, come stato
d'animo. Coloro che in tal modo arrivano a conoscere Dio, che
in tal modo lo "vedono", non possono vivere altrimenti che
convertendosi continuamente a lui. Vivono, dunque, in stato di
conversione; ed  questo stato che traccia la pi profonda
componente del pellegrinaggio di ogni uomo sulla terra in stato
di viandante.  evidente che la Chiesa professa la misericordia
di Dio, rivelata in Cristo crocifisso e risorto, non soltanto
con la parola del suo insegnamento, ma soprattutto con la pi
profonda pulsazione della vita di tutto il Popolo di Dio.
Mediante questa testimonianza di vita la Chiesa compie la
missione propria del Popolo di Dio, missione che 
partecipazione e, in un certo senso, continuazione di quella
messianica di Cristo stesso.
La Chiesa contemporanea  profondamente consapevole che
soltanto sulla base della misericordia di Dio potr dare
attuazione ai compiti che scaturiscono dalla dottrina del
Concilio Vaticano II e, in primo luogo, al compito ecumenico
che tende ad unire quanti confessano Cristo. Avviando
molteplici sforzi in tale direzione, la Chiesa confessa con
umilt che solo quell'amore, che  pi potente della debolezza
delle divisioni umane, pu realizzare definitivamente quella
unit che Cristo implorava dal Padre e che lo Spirito non cessa
di chiedere per noi "con gemiti inesprimibili".
14. La Chiesa cerca di attuare la misericordia
Ges Cristo ha insegnato che l'uomo non soltanto riceve e
sperimenta la misericordia di Dio, ma che  pure chiamato a
"usar misericordia" verso gli altri: "Beati i misericordiosi,
perch troveranno misericordia". La Chiesa vede in queste
parole un appello all'azione e si sforza di praticare la
misericordia. Se tutte le beatitudini del Discorso della
montagna indicano la via della conversione e del cambiamento
della vita, quella che riguarda i misericordiosi  a tale
proposito particolarmente eloquente. L'uomo giunge all'amore
misericordioso di Dio, alla sua misericordia, in quanto egli
stesso interiormente si trasforma nello spirito di tale amore
verso il prossimo.
Questo processo autenticamente evangelico non  soltanto una
svolta spirituale realizzata una volta per sempre, ma  tutto
uno stile di vita, una caratteristica essenziale e continua
della vocazione cristiana. Esso consiste nella costante
scoperta e nella perseverante attuazione dell'amore come forza
unificante ed insieme elevante, nonostante tutte le difficolt
di natura psicologica e sociale; si tratta infatti di un amore
misericordioso che per sua essenza  amore creatore. L'amore
misericordioso, nei rapporti reciproci tra gli uomini, non 
mai un atto o un processo unilaterale. Perfino nei casi in cui
tutto sembrerebbe indicare che soltanto una parte sia quella
che dona ed offre, e l'altra quella che soltanto riceve e
prende (ad esempio, nel caso del medico che cura, del maestro
che insegna, dei genitori che mantengono ed educano i figli,
del benefattore che soccorre i bisognosi), in verit tuttavia
anche colui che dona viene sempre beneficato. In ogni caso,
anche questi pu facilmente ritrovarsi nella posizione di colui
che riceve, che ottiene un beneficio, che prova l'amore
misericordioso, che si trova ad essere oggetto di misericordia.
Cristo crocifisso, in questo senso,  per noi il modello,
l'ispirazione e l'incitamento pi alto. Basandoci su questo
sconvolgente modello, possiamo con tutta umilt manifestare
misericordia agli altri, sapendo che egli l'accoglie come
dimostrata a se stesso. Sulla base di questo modello, dobbiamo
anche purificare continuamente tutte le nostre azioni e tutte
le nostre intenzioni in cui la misericordia viene intesa e
praticata in modo unilaterale, come bene fatto agli altri. Solo
allora, in effetti, essa  realmente un atto di amore
misericordioso: quando, attuandola, siamo profondamente
convinti che, al tempo stesso, noi la sperimentiamo da parte di
coloro che la accettano da noi. Se manca questa bilateralit,
questa reciprocit, le nostre azioni non sono ancora autentici
atti di misericordia, n in noi si  ancora compiuta pienamente
la conversione, la cui strada ci  stata manifestata da Cristo
con la parola e con l'esempio fino alla croce, n partecipiamo
ancora completamente alla magnifica fonte dell'amore
misericordioso che ci  stata da lui rivelata.
Cosi, dunque, la via che Cristo ci ha manifestato nel discorso
della montagna con la beatitudine dei misericordiosi,  molto
pi ricca di ci che a volte possiamo avvertire nei comuni
giudizi umani sul tema della misericordia. Tali giudizi
ritengono la misericordia come un atto o processo unilaterale,
che presuppone e mantiene le distanze tra colui che usa
misericordia e colui che ne viene gratifcato, tra chi fa il
bene e chi lo riceve. Di qui deriva la pretesa di liberare i
rapporti interumani e sociali dalla misericordia e di basarli
solamente sulla giustizia. Tuttavia, tali giudizi sulla
misericordia non avvertono quel fondamentale legame tra la
misericordia e la giustizia del quale parla tutta la tradizione
biblica e soprattutto la missione messianica di Ges Cristo.
L'autentica misericordia , per cos dire, la fonte pi
profonda della giustizia. Se quest'ultima  di per s idonea ad
"arbitrare" tra gli uomini nella reciproca ripartizione dei
beni oggettivi secondo l'equa misura, l'amore invece, e
soltanto l'amore (anche quell'amore benigno, che chiamiamo
"misericordia"),  capace di restituire l'uomo a se stesso.
La misericordia autenticamente cristiana  pure, in certo
senso, la pi perfetta incarnazione dell'"eguaglianza" tra gli
uomini, e quindi anche l'incarnazione pi perfetta della
giustizia, in quanto anche questa, nel suo ambito, mira allo
stesso risultato. L'eguaglianza introdotta mediante la
giustizia si limita per ambito dei beni oggettivi ed
estrinseci, mentre l'amore e la misericordia fanno si che gli
uomini s'incontrino tra loro in quel valore che  l'uomo
stesso, con la dignit che gli  propria. In pari tempo,
l'"eguaglianza" degli uomini mediante l'amore "paziente e
benigno" non cancella le differenze: colui che dona diventa pi
generoso quando si sente contemporaneamente gratificato da
colui che accoglie il suo dono; viceversa, colui che sa
ricevere il dono con la consapevolezza che anch'egli,
accogliendolo, fa del bene, serve da parte sua alla grande
causa della dignit della persona, e ci contribuisce a unire
gli uomini fra di loro in modo pi profondo.
Cosi dunque, la misericordia diviene elemento indispensabile
per plasmare i mutui rapporti tra gli uomini, nello spirito del
pi profondo rispetto di ci che  umano e della reciproca
fratellanza.  impossibile ottenere questo vincolo tra gli
uomini se si vogliono regolare i mutui rapporti unicamente con
la misura della giustizia. Questa, in ogni sfera dei rapporti
interumani, deve subire, per cos dire, una notevole
"correzione" da parte di quell'amore il quale - come proclama
san Paolo - " paziente" e "benigno" o, in altre parole, porta
in s i caratteri dell'amore misericordioso tanto essenziali
per il Vangelo e per il cristianesimo. Ricordiamo, inoltre, che
l'amore misericordioso indica anche quella cordiale tenerezza e
sensibilit di cui tanto eloquentemente ci parla la parabola
del figliol prodigo, o anche quelle della pecorella e della
dramma smarrita. Pertanto, l'amore misericordioso  sommamente
indispensabile tra coloro che sono pi vicini: tra i coniugi,
tra i genitori e i figli, tra gli amici; esso  indispensabile
nell'educazione e nella pastorale.
Il suo raggio d'azione, per, non trova qui il suo termine. Se
Paolo VI indicava a pi riprese la "civilt dell'amore"' come
fine a cui debbono tendere tutti gli sforzi in campo sociale e
culturale, come pure in campo economico e politico, occorre
aggiungere che questo fine non sar mai conseguito, se nelle
nostre concezioni ed attuazioni, relative alle ampie e
complesse sfere della convivenza umana, ci arresteremo al
criterio dell'"occhio per occhio, dente per dente" e non
tenderemo invece a trasformarlo essenzialmente, completandolo
con un altro spirito. Di certo, in tale direzione ci conduce
anche il Concilio Vaticano II quando, parlando ripetutamente
della necessit di rendere il mondo pi umano,' individua la
missione della Chiesa nel mondo contemporaneo appunto nella
realizzazione di tale compito. Il mondo degli uomini pu
diventare sempre pi umano solo se introdurremo nel multiforme
ambito dei rapporti interumani e sociali, insieme alla
giustizia, quell'"amore misericordioso" che costituisce il
messaggio messianico del Vangelo.
Il mondo degli uomini potr diventare "sempre pi umano", solo
quando in tutti i rapporti reciproci, che plasmano il suo volto
morale, introdurremo il momento del perdono, cosi essenziale
per il Vangelo. Il perdono attesta che nel mondo  presente
l'amore pi potente del peccato. Il perdono , inoltre, la
fondamentale condizione della riconciliazione, non soltanto nel
rapporto di Dio con l'uomo, ma anche nelle reciproche relazioni
tra gli uomini. Un mondo da cui si eliminasse il perdono
sarebbe soltanto un mondo di giustizia fredda e irrispettosa,
nel nome della quale ognuno rivendicherebbe i propri diritti
nei confronti dell'altro; cosi gli egoismi di vario genere
sonnecchianti nell'uomo potrebbero trasformare la vita e la
convivenza umana in un sistema di oppressione dei pi deboli da
parte dei pi forti, oppure in un'arena di permanente lotta
degli uni contro gli altri.
Perci, la Chiesa deve considerare come uno dei suoi principali
doveri - in ogni tappa della storia, e specialmente nell'et
contemporanea - quello di proclamare e di introdurre nella vita
il mistero della misericordia, rivelato in sommo grado in Ges
Cristo. Questo mistero, non soltanto per la Chiesa stessa come
comunit dei credenti, ma anche in certo senso per tutti gli
uomini,  fonte di una vita diversa da quella che l'uomo,
esposto alle forze prepotenti della triplice concupiscenza
operanti in lui,  in grado di costruire.  appunto in nome di
questo mistero che Cristo ci insegna a perdonare sempre. Quante
volte ripetiamo le parole della preghiera ch'egli stesso ci ha
insegnato, chiedendo: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi
li rimettiamo ai nostri debitori", cio a coloro che sono
colpevoli di qualcosa nei nostri riguardi!.  davvero difficile
esprimere il profondo valore dell'atteggiamento che tali parole
tracciano e inculcano. Quante cose queste parole dicono ad ogni
uomo sul suo simile ed anche su di lui stesso! La coscienza di
essere debitori gli uni degli altri va di pari passo con la
chiamata alla solidariet fraterna, che san Paolo ha espresso
nel conciso invito a sopportarsi "a vicenda con amore". Quale
lezione di umilt  qui racchiusa nei riguardi dell'uomo, in
pari tempo del prossimo e di se stessi! Quale scuola di buona
volont per la convivenza di ogni giorno, nelle varie
condizioni della nostra esistenza! Se disattendessimo questa
lezione, che cosa rimarrebbe di qualsiasi programma
"umanistico" della vita e dell'educazione?
Cristo sottolinea con tanta insistenza la necessit di
perdonare gli altri che a Pietro, il quale gli aveva chiesto
quante volte avrebbe dovuto perdonare il prossimo, indic la
cifra simbolica di "settanta volte sette", volendo dire con
questo che avrebbe dovuto saper perdonare a ciascuno ed ogni
volta.  ovvio che una cosi generosa esigenza di perdonare non
annulla le oggettive esigenze della giustizia. La giustizia
propriamente intesa costituisce per cosi dire lo scopo del
perdono. In nessun passo del messaggio evangelico il perdono, e
neanche la misericordia come sua fonte, significano indulgenza
verso il male, verso lo scandalo, verso il torto o l'oltraggio
arrecato. In ogni caso, la riparazione del male e dello
scandalo, il risarcimento del torto, la soddisfazione
dell'oltraggio sono condizione del perdono.
Cosi dunque, la fondamentale struttura della giustizia penetra
sempre nel campo della misericordia. Questa per ha la forza di
conferire alla giustizia un contenuto nuovo, che si esprime nel
modo pi semplice e pieno nel perdono. Esso infatti manifesta
che, oltre al processo di "compensazione" e di "tregua", che 
specifico della giustizia,  necessario l'amore, perch l'uomo
si affermi come tale. L'adempimento delle condizioni della
giustizia  indispensabile, soprattutto affinch l'amore possa
rivelare il proprio volto. Nell'analizzare la parabola del
figliol prodigo, abbiamo gi richiamato l'attenzione sul fatto
che colui che perdona e colui che viene perdonato si incontrano
in un punto essenziale, che  la dignit ossia l'essenziale
valore dell'uomo, che non pu andar perduto e la cui
affermazione o il cui ritrovamento  fonte della pi grande
gioia. La Chiesa ritiene giustamente come proprio dovere, come
scopo della propria missione, quello di custodire l'autenticit
del perdono, tanto nella vita e nel comportamento quanto
nell'educazione e nella pastorale. Essa la protegge non
altrimenti che custodendo la sua fonte, cio il mistero della
misericordia di Dio stesso, rivelato in Ges Cristo.
Alla base della missione della Chiesa, in tutte le sfere di cui
parlano numerose indicazioni del pi recente Concilio e la
plurisecolare esperienza dell'apostolato, non vi  altro che
l'attingere alle fonti del Salvatore:  questo che traccia
molteplici orientamenti alla missione della Chiesa nella vita
dei singoli cristiani, delle singole comunit ed anche
dell'intero Popolo di Dio. Questo "attingere alle fonti del
Salvatore" non pu essere realizzato in altro modo se non nello
spirito di quella povert a cui ci ha chiamato il Signore con
la parola e con l'esempio: "Gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date". Cos, in tutte le vie della vita e del
ministero della Chiesa - attraverso la povert evangelica dei
ministri e dispensatori e dell'intero popolo, che rende
testimonianza "alle grandi opere" del suo Signore - si 
manifestato ancor meglio il Dio "ricco di misericordia".
CAPITOLO 8
PREGHIERA DELLA CHIESA DEI NOSTRI TEMPI
15. La Chiesa fa appello alla misericordia divina.
La Chiesa proclama la verit della misericordia di Dio rivelata
in Cristo crocifisso e risorto, e la professa in vari modi.
Inoltre, essa cerca di attuare la misericordia verso gli uomini
attraverso gli uomini, vedendo in ci un'indispensabile
condizione della sollecitudine per un mondo migliore e "pi
umano", oggi e domani. Tuttavia, in nessun momento e in nessun
periodo storico - specialmente in un'epoca cosi critica come la
nostra - la Chiesa pu dimenticare la preghiera che  grido
alla misericordia di Dio dinanzi alle molteplici forme di male
che gravano sull'umanit e la minacciano. Proprio questo  il
fondamentale diritto-dovere della Chiesa, in Cristo Ges:  il
diritto dovere della Chiesa verso Dio e verso gli uomini.
Quanto pi la coscienza umana, soccombendo alla
secolarizzazione, perde il senso del significato stesso della
parola "misericordia", quanto pi, allontanandosi da Dio, si
distanzia dal mistero della misericordia, tanto pi la Chiesa
ha il diritto e il dovere di far appello al Dio della
misericordia "con forti grida". Queste "forti grida" debbono
essere proprie della Chiesa dei nostri tempi, rivolte a Dio per
implorare la sua misericordia, la cui certa manifestazione essa
professa e proclama come avvenuta in Ges crocifisso e risorto,
cio nel mistero pasquale.  questo mistero che porta in s la
pi completa rivelazione della misericordia, cio di
quell'amore che  pi potente della morte, pi potente del
peccato e di ogni male, dell'amore che solleva l'uomo dalle
abissali cadute e lo libera dalle pi grandi minacce.
L'uomo contemporaneo sente queste minacce. Ci che a tale
riguardo  stato detto sopra  soltanto un semplice abbozzo.
L'uomo contemporaneo si interroga spesso, con profonda ansia,
circa la soluzione delle terribili tensioni che si sono
accumulate sul mondo e si intrecciano in mezzo agli uomini. E
se talvolta non ha il coraggio di pronunciare la parola
"misericordia", oppure nella sua coscienza, priva di contenuto
religioso, non ne trova l'equivalente, tanto pi bisogna che la
Chiesa pronunci questa parola, non soltanto in nome proprio, ma
anche in nome di tutti gli uomini contemporanei.
 dunque necessario che tutto quanto ho detto ne presente
documento sulla misericordia si trasformi in un'ardente
preghiera: si trasformi di continuo in un grido che implori la
misericordia secondo le necessit dell'uomo nel mondo
contemporaneo. Questo grido sia denso di tutta quella verit
sulla misericordia che ha trovato cosi ricca espressione nella
Sacra Scrittura e nella tradizione, come anche nell'autentica
vita di fede di tante generazioni del Popolo di Dio. Con tale
grido ci richiamiamo, come gli scrittori sacri, al Dio che non
pu disprezzare nulla di ci che ha creato, al Dio che  fedele
a se stesso, alla sua paternit e al suo amore. E come i
profeti, facciamo appello a quell'amore che ha caratteristiche
materne e, a somiglianza di una madre, segue ciascuno dei suoi
figli, ogni pecorella smarrita, anche se ci fossero milioni di
tali smarrimenti, anche se nel mondo l'iniquit prevalesse
sull'onest, anche se l'umanit contemporanea meritasse per i
suoi peccati un nuovo "diluvio", come un tempo lo merit la
generazione di No. Facciamo ricorso a quell'amore paterno che
ci  stato rivelato da Cristo nella sua missione messianica, e
che raggiunse il culmine nella sua croce, nella sua morte e
risurrezione! Facciamo ricorso a Dio mediante Cristo, memori
delle parole del Magnificat di Maria che proclamano la
misericordia "di generazione in generazione"! Imploriamo la
misericordia divina per la generazione contemporanea! La Chiesa
che sul modello di Maria cerca di essere anche madre degli
uomini in Dio, esprima in questa preghiera la sua materna
sollecitudine ed insieme il fiducioso amore, da cui appunto
nasce la pi ardente necessit della preghiera.
Eleviamo le nostre suppliche, guidati dalla fede, dalla
speranza, dalla carit che Cristo ha innestato nei nostri
cuori. Questo atteggiamento  parimenti amore verso Dio, che
l'uomo contemporaneo a volte ha molto allontanato da s, reso
estraneo a se stesso, proclamando in vari modi che gli 
"superfluo". Questo  quindi amore verso Dio, la cui offesa
ripulsa da parte dell'uomo contemporaneo sentiamo
profondamente, pronti a gridare con Cristo in croce: "Padre,
perdonali, perch non sanno quello che fanno". Questo , al
tempo stesso, amore verso gli uomini, verso tutti gli uomini
senza eccezione e divisione alcuna: senza differenza di razza,
di cultura, di lingua, di concezione del mondo, senza
distinzione tra amici e nemici. Questo  amore verso gli uomini
- e desidera ogni vero bene per ciascuno di essi e per ogni
comunit umana, per ogni famiglia, ogni nazione, ogni gruppo
sociale, per i giovani, gli adulti, i genitori, gli anziani,
gli ammalati - verso tutti senza eccezione. Questo  amore,
ossia premurosa sollecitudine per garantire a ciascuno ogni
autentico bene ed allontanare e scongiurare qualsiasi male.
E se taluno dei contemporanei non condivide la fede e la
speranza che mi inducono, quale servo di Cristo e ministro dei
misteri di Dio , a implorare in questa ora della storia la
misericordia di Dio per l'umanit, egli cerchi almeno di
comprendere il motivo di questa premura. Essa  dettata
dall'amore verso l'uomo, verso tutto ci che  umano e che,
secondo l'intuizione di gran parte dei contemporanei, 
minacciato da un pericolo immenso. Il mistero di Cristo che,
svelandoci la grande vocazione dell'uomo, mi ha spinto a
ribadire nell'enciclica Redemptor hominis la sua incomparabile
dignit, mi obbliga, al tempo stesso, a proclamare la
misericordia quale amore misericordioso di Dio, rivelato nello
stesso mistero di Cristo. Esso mi obbliga anche a richiamarmi a
tale misericordia e ad implorarla in questa difficile, critica
fase della storia della Chiesa e del mondo, mentre ci avviamo
al termine del secondo Millennio.
Nel nome di Ges Cristo crocifisso e risorto, nello spirito
della sua missione messianica che continua nella storia
dell'umanit, eleviamo la nostra voce e supplichiamo perch, in
questa tappa della storia, si riveli ancora una volta
quell'amore che  nel Padre, e per opera del Figlio e dello
Spirito Santo si dimostri presente nel mondo contemporaneo e
pi potente del male: pi potente del peccato e della morte.
Supplichiamo per intercessione di Colei che non cessa di
proclamare "la misericordia di generazione in generazione", ed
anche di coloro per i quali si sono compiutamente realizzate le
parole del discorso della montagna: "Beati i misericordiosi,
perch troveranno misericordia".
Nel continuare il grande compito di attuare il Concilio
Vaticano II, in cui giustamente possiamo vedere una nuova fase
dell'autorealizzazione della Chiesa - su misura dell'epoca in
cui ci tocca di vivere -, la Chiesa stessa deve essere
costantemente guidata dalla piena coscienza che in quest'opera
non le  lecito, a nessun patto, di ripiegarsi su se stessa. La
ragione del suo essere  infatti quella di rivelare Dio, cio
quel Padre che ci consente di essere "visto" nel Cristo. Per
quanto forte possa essere la resistenza della storia umana, per
quanto marcata l'eterogeneit della civilt contemporanea, per
quanto grande la negazione di Dio nel mondo umano, tuttavia
tanto pi grande deve essere la vicinanza a quel mistero che,
nascosto da secoli in Dio,  poi stato realmente partecipato
nel tempo all'uomo mediante Ges Cristo.
Con la mia apostolica benedizione.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 novembre, Domenica I
d'Avvento, dell'anno 1980, terzo di Pontificato.



