LETTERA ENCICLICA
REDEMPTOR HOMINIS
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
AI VENERATI FRATELLI NELL'EPISCOPATO
AI SACERDOTI E ALLE FAMIGLIE RELIGIOSE
AI FIGLI E FIGLIE DELLA CHIESA
E A TUTTI GLI UOMINI DI BUONA VOLONT
ALL'INIZIO
DEL SUO MINISTERO PONTIFICALE
Venerati Fratelli e carissimi Figli,
salute e Apostolica Benedizione!

INDICE
CAPITOLO 1 - EREDIT
1. AL TERMINE DEL SECONDO MILLENNIO        
2. PRIME PAROLE DEL NUOVO PONTIFICATO     
3. FIDUCIA NELLO SPIRITO DI VERIT E DI AMORE      
4. RIFERIMENTO ALLA PRIMA ENCICLICA DI PAOLO VI 
5. COLLEGIALIT E APOSTOLATO                  
6. VIA ALL'UNIONE DEI CRISTIANI         
CAPITOLO 2 - IL MISTERO DELLA REDENZIONE
7. NEL MISTERO DI CRISTO                 
8. REDENZIONE:  RINNOVATA CREAZIONE            
9. DIMENSIONE DIVINA DEL MISTERO DELLA REDENZIONE     
10. DIMENSIONE UMANA DEL MISTERO DELLA REDENZIONE     
11. IL MISTERO DI CRISTO ALLA BASE DELLA MISSIONE DELLA CHIESA 
E DEL CRISTIANESIMO
12. MISSIONE DELLA CHIESA E LIBERT DELL'UOMO         
CAPITOLO 3 - L'UOMO REDENTO E LA SUA SITUAZIONE NEL MONDO CONTEMPORANEO
13. CRISTO Sl  UNITO AD OGNI UOMO      
14. TUTTE LE VIE DELLA CHIESA CONDUCONO ALL'UOMO     
15. DI CHE COSA HA PAURA L'UOMO CONTEMPORANEO    
16. PROGRESSO O MINACCIA?                    
17. DIRITTI DELL'UOMO: "LETTERA" O "SPIRITO"           
CAPITOLO 4  - LA MISSIONE DELLA CHIESA E LA SORTE DELL'UOMO
18. LA CHIESA SOLLECITA DELLA VOCAZIONE DELL'UOMO IN CRISTO  
19. LA CHIESA RESPONSABILE DELLA VERIT
20. EUCARISTIA E PENITENZA                   
21. VOCAZIONE CRISTIANA: SERVIRE E REGNARE
22. LA MADRE DELLA NOSTRA FIDUCIA

CAPITLO 1
EREDIT
1. Al termine del secondo Millennio
IL REDENTORE DELL'UOMO, Ges Cristo,  centro del cosmo e della
storia. A Lui si rivolgono il mio pensiero ed il mio cuore in
questa ora solenne, che la Chiesa e l'intera famiglia
dell'umanit contemporanea stanno vivendo. Infatti, questo
tempo, nel quale Dio per un suo arcano disegno, dopo il
prediletto Predecessore Giovanni Paolo I, mi ha affidato il
servizio universale collegato con la Cattedra di San Pietro a
Roma,  gi molto vicino all'anno Duemila.  difficile dire,
in questo momento, che cosa quell'anno segner sul quadrante
della storia umana, e come esso sar per i singoli popoli,
nazioni, paesi e continenti, bench sin d'ora si tenti di
prevedere taluni eventi. Per la Chiesa, per il Popolo di Dio,
che si  esteso - sia pure in modo diseguale - fino ai pi
lontani confini della terra, quell'anno sar l'anno di un gran
Giubileo. Ci stiamo ormai avvicinando a tale data che - pur
rispettando tutte le correzioni dovute all'esattezza
cronologica - ci ricorder e in modo particolare rinnover la
consapevolezza della verit-chiave della fede, espressa da San
Giovanni agli inizi del suo Vangelo: "Il Verbo si fece carne e
venne ad abitare in mezzo a noi" , e altrove: "Dio infatti ha
tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perch
chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna".
Siamo anche noi, in certo modo, nel tempo di un nuovo Avvento,
ch' tempo di attesa. "Dio, che aveva gi parlato nei tempi
antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei
profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per
mezzo del Figlio...", per mezzo del Figlio-Verbo, che si 
fatto uomo ed  nato dalla Vergine Maria. In questo atto
redentivo la storia dell'uomo ha raggiunto nel disegno d'amore
di Dio il suo vertice. Dio  entrato nella storia dell'umanit
e, come uomo,  divenuto suo "soggetto", uno dei miliardi e, in
pari tempo, Unico! Attraverso l'Incarnazione Dio ha dato alla
vita umana quella dimensione che intendeva dare all'uomo sin
dal suo primo inizio, e l'ha data in maniera definitiva - nel
modo peculiare a Lui solo, secondo il suo eterno amore e la sua
misericordia, con tutta la divina libert - ed insieme con
quella munificenza che, di fronte al peccato originale ed a
tutta la storia dei peccati dell'umanit, di fronte agli errori
dell'intelletto, della volont e del cuore umano, ci permette
di ripetere con stupore le parole della sacra Liturgia: "O
felice colpa, che merit di avere un tanto nobile e grande
Redentore!".
2. Prime parole del nuovo Pontificato
A Cristo Redentore ho elevato i miei sentimenti e pensieri il
16 ottobre dello scorso anno, allorch, dopo l'elezione
canonica, fu a me rivolta la domanda: "Accetti?". Risposi
allora: "Obbedendo nella fede a Cristo, mio Signore, confidando
nella Madre di Cristo e della Chiesa, nonostante le cos grandi
difficolt, io accetto". Quella mia risposta voglio oggi render
nota pubblicamente a tutti, senza alcuna eccezione,
manifestando cos che alla prima e fondamentale verit
dell'Incarnazione, gi ricordata,  legato il ministero che,
con l'accettazione dell'elezione a Vescovo di Roma ed a
Successore dell'apostolo Pietro,  divenuto specifico mio
dovere nella stessa sua Cattedra.
Scelsi gli stessi nomi, che aveva scelto il mio amatissimo
Predecessore Giovanni Paolo I. Difatti, gi il 26 agosto 1978,
quando egli dichiar al Sacro Collegio di volersi chiamare
Giovanni Paolo - un binomio di questo genere era senza
precedenti nella storia del Papato - ravvisai in esso un chiaro
auspicio della grazia sul nuovo pontificato. Dato che quel
pontificato  durato appena 33 giorni, spetta a me non soltanto
di continuarlo, ma, in certo modo, di riprenderlo dallo stesso
punto di partenza. Questo precisamente  confermato dalla
scelta, da me fatta, di quei due nomi. Scegliendoli, dopo
l'esempio del venerato mio Predecessore, desidero come lui
esprimere il mio amore per la singolare eredit lasciata alla
Chiesa dai Pontefici Giovanni XXIII e Paolo VI, ed insieme la
personale mia disponibilit a svilupparla con l'aiuto di Dio.
Attraverso questi due nomi e due pontificati mi riallaccio a
tutta la tradizione di questa Sede Apostolica, con tutti i
Predecessori nell'arco del ventesimo secolo e dei secoli
precedenti, collegandomi via via, secondo le diverse et fino
alle pi remote, a quella linea della missione e del ministero,
che conferisce alla Sede di Pietro un posto del tutto
particolare nella Chiesa. Giovanni XXIII e Paolo VI
costituiscono una tappa, alla quale desidero riferirmi
direttamente come a soglia, dalla quale intendo, in qualche
modo insieme con Giovanni Paolo I, proseguire verso l'avvenire,
lasciandomi guidare dalla fiducia illimitata e dall'obbedienza
allo Spirito, che Cristo ha promesso ed inviato alla sua
Chiesa. Egli diceva, infatti, agli Apostoli alla vigilia della
sua passione: " bene per voi che io me ne vada, perch, se
non me ne vado, non verr a voi il Consolatore; ma, quando me
ne sar andato, ve lo mander". "Quando verr il
Consolatore, che io vi mander dal Padre, lo Spirito di verit
che procede dal Padre, egli mi render testimonianza; e anche
voi mi renderete testimonianza, perch siete stati con me fin
dal principio". "Quando per verr lo Spirito di verit,
egli vi guider alla verit tutta intera, perch non parler da
s, ma dir tutto ci che avr udito e vi annunzier le cose
future".
3. Fiducia nello Spirito di Verit e di Amore
Affidandomi pienamente allo Spirito di verit, entro, dunque,
nella ricca eredit dei recenti pontificati. Questa eredit 
fortemente radicata nella coscienza della Chiesa in modo del
tutto nuovo, non mai prima conosciuto, grazie al Concilio
Vaticano II, convocato e inaugurato da Giovanni XXIII e, in
seguito, felicemente concluso e con perseveranza attuato da
Paolo VI, la cui attivit ho potuto io stesso osservare da
vicino. Fui sempre stupito dalla sua profonda saggezza e dal
suo coraggio, come anche dalla sua costanza e pazienza nel
difficile periodo postconciliare del suo pontificato. Come
timoniere della Chiesa, barca di Pietro, egli sapeva conservare
una tranquillit ed un equilibrio provvidenziali anche nei
momenti pi critici, quando sembrava che essa fosse scossa dal
di dentro, sempre mantenendo un'incrollabile speranza nella sua
compattezza. Ci, infatti, che lo Spirito disse alla Chiesa
mediante il Concilio del nostro tempo, ci che in questa Chiesa
dice a tutte le Chiese non pu - nonostante inquietudini
momentanee - servire a nient'altro che ad una ancor pi matura
compattezza di tutto il Popolo di Dio, consapevole della sua
missione salvifica.
Proprio di questa coscienza contemporanea della Chiesa, Paolo
VI fece il primo tema della sua fondamentale Enciclica, che
inizia con le parole Ecclesiam Suam, ed a questa Enciclica sia
a me lecito, innanzitutto, di far riferimento e collegarmi in
questo primo e, per cos dire, inaugurale documento del
presente pontificato. Illuminata e sorretta dallo Spirito
Santo, la Chiesa ha una coscienza sempre pi approfondita sia
riguardo al suo ministero divino, sia riguardo alla sua
missione umana, sia finalmente riguardo alle stesse sue
debolezze umane: ed  proprio questa coscienza che  e deve
rimanere la prima sorgente dell'amore di questa Chiesa, cos
come l'amore, da parte sua, contribuisce a consolidare e ad
approfondire la coscienza. Paolo VI ci ha lasciato la
testimonianza di una tale coscienza, estremamente acuta, della
Chiesa. Attraverso le molteplici e spesso sofferte componenti
del suo pontificato, egli ci ha insegnato l'intrepido amore
verso la Chiesa, la quale - come afferma il Concilio - 
"sacramento, o segno e strumento dell'intima unione con Dio e
dell'unit di tutto il genere umano".
4. Riferimento alla prima Enciclica di Paolo VI
Proprio per tale ragione, la coscienza della Chiesa deve esser
congiunta con un'apertura universale, affinch tutti possano
trovare in essa "le imperscrutabili ricchezze di Cristo",
di cui parla l'Apostolo delle genti. Tale apertura,
organicamente unita con la coscienza della propria natura, con
la certezza della propria verit, di cui disse Cristo: "La mia
parola non  mia, ma del Padre che mi ha mandato",
determina il dinamismo apostolico, cio missionario, della
Chiesa, la quale professa e proclama integralmente tutta quanta
la verit trasmessa da Cristo.
Essa deve, in pari tempo, condurre quel dialogo che Paolo VI
nella sua Enciclica Ecclesiam Suam chiam "dialogo della
salvezza", differenziando con precisione i singoli cerchi,
nell'mbito dei quali esso dovrebbe esser condotto. Mentre
oggi mi riferisco a questo documento programmatico del
pontificato di Paolo VI, non cesso di ringraziare Dio, perch
questo mio grande Predecessore e insieme vero padre, ha saputo
- nonostante le diverse debolezze interne, di cui la Chiesa nel
periodo postconciliare ha sofferto - manifestarne "ad extra",
"al di fuori", l'autentico volto. In tal modo, anche gran parte
della famiglia umana, nei diversi mbiti della sua molteplice
esistenza,  diventata - secondo il mio parere - pi cosciente
di come sia ad essa veramente necessaria la Chiesa di Cristo,
la sua missione e il suo servizio. Questa coscienza si 
talvolta dimostrata pi forte dei diversi atteggiamenti
critici, che attaccavano "ab intra", "dal di dentro", la
Chiesa, le sue istituzioni e strutture, gli uomini della Chiesa
e la loro attivit. Tale crescente critica ha avuto senz'altro
diverse cause, e siamo certi, d'altra parte, che essa non 
stata sempre priva di un vero amore alla Chiesa. Indubbiamente,
si  manifestata in essa, fra l'altro, la tendenza a superare
il cosiddetto trionfalismo, di cui spesso si discuteva durante
il Concilio. Se  cosa giusta, per, che la Chiesa, seguendo
l'esempio del suo Maestro che era "umile di cuore", sia
fondata anch'essa sull'umilt, che abbia il senso critico
rispetto a tutto ci che costituisce il suo carattere e la sua
attivit umana, che sia sempre molto esigente con se stessa,
parimenti anche lo spirito critico deve avere i suoi giusti
limiti. In caso contrario, esso cessa di esser costruttivo, non
rivela la verit, l'amore e la gratitudine per la grazia, di
cui principalmente e pienamente diventiamo partecipi proprio
nella Chiesa e mediante la Chiesa. Inoltre, esso non esprime
l'atteggiamento di servizio, ma piuttosto la volont di
dirigere l'opinione altrui secondo la propria opinione, alle
volte divulgata in modo troppo sconsiderato.
Si deve gratitudine a Paolo VI perch, rispettando ogni
particella di verit contenuta nelle varie opinioni umane, ha
conservato in pari tempo il provvidenziale equilibrio del
timoniere della Barca. La Chiesa che, attraverso Giovanni
Paolo I e quasi subito dopo di lui ho avuto affidata, non 
certamente scevra da diffcolt e da tensioni interne. Nello
stesso tempo, per, essa  interiormente pi premunita contro
gli eccessi dell'autocriticismo: si potrebbe dire che  pi
critica di fronte alle diverse sconsiderate critiche,  pi
resistente rispetto alle varie "novit", pi matura nello
spirito di discernimento, pi idonea ad estrarre dal suo
perenne tesoro "cose nuove e cose antiche", pi centrata
sul proprio mistero, e, grazie a tutto ci, pi disponibile per
la missione della salvezza di tutti: "Dio vuole che tutti gli
uomini siano salvati ed arrivino alla conoscenza della
verit".
5. Collegialit e apostolato
Questa Chiesa  - contro tutte le apparenze - pi unita nella
comunione di servizio e nella coscienza dell'apostolato. Tale
unione scaturisce da quel principio di collegialit, ricordato
dal Concilio Vaticano II, che Cristo stesso innest nel
collegio apostolico dei Dodici con Pietro a capo, e che rinnova
continuamente nel collegio dei Vescovi, il quale sempre pi
cresce su tutta la terra, rimanendo unito col Successore di San
Pietro e sotto la sua guida. Il Concilio non ha soltanto
ricordato questo principio di collegialit dei Vescovi, ma lo
ha immensamente vivificato, fra l'altro auspicando
l'istituzione di un Organo permanente che Paolo VI stabil
costituendo il Sinodo dei Vescovi, la cui attivit non solo
diede una nuova dimensione al suo pontificato, ma, in seguito,
si  chiaramente riflessa, fin dai primi giorni, nel
pontificato di Giovanni Paolo I ed in quello del suo indegno
Successore.
Il principio di collegialit si  dimostrato particolarmente
attuale nel difficile periodo postconciliare, quando la comune
ed unanime posizione del collegio dei Vescovi - che soprattutto
mediante il Sinodo ha manifestato la sua unione col Successore
di Pietro - contribuiva a dissipare i dubbi e indicava
parimenti le giuste vie del rinnovamento della Chiesa, nella
sua dimensione universale. Dal Sinodo, infatti,  scaturito fra
l'altro quell'impulso essenziale all'evangelizzazione che ha
trovato la sua espressione nell'Esortazione Apostolica
Evangelii Nuntiandi, con tanta gioia accolta come programma
del rinnovamento di carattere apostolico e insieme pastorale.
La stessa linea  stata seguita anche nei lavori dell'ultima
sessione ordinaria del Sinodo dei Vescovi, la quale ebbe luogo
circa un anno prima della scomparsa del Pontefice Paolo VI, e
fu dedicata - com' noto - alla catechesi. I risultati di quei
lavori richiedono ancora una sistemazione e una enunciazione da
parte della Sede Apostolica.
Poich stiamo trattando dell'evidente sviluppo delle forme in
cui si esprime la collegialit episcopale, occorre almeno
ricordare il processo di consolidamento delle Conferenze
Episcopali nazionali in tutta la Chiesa e di altre strutture
collegiali a carattere internazionale o continentale.
Riferendoci poi alla tradizione secolare della Chiesa, conviene
sottolineare l'attivit dei diversi Sinodi locali. Fu, infatti,
idea del Concilio, coerentemente attuata da Paolo VI, che le
strutture di questo genere, da secoli sperimentate dalla
Chiesa, come anche le altre forme della collaborazione
collegiale dei Vescovi, ad esempio la metropolia, per non
parlare gi di ogni singola diocesi, pulsassero in piena
consapevolezza della propria identit ed insieme della propria
originalit, nell'unit universale della Chiesa. Lo stesso
spirito di collaborazione e di corresponsabilit si sta
diffondendo anche tra i sacerdoti, e ci viene confermato dai
numerosi Consigli Presbiterali, che son sorti dopo il Concilio.
Questo spirito si  esteso anche tra i laici, confermando non
soltanto le organizzazioni dell'apostolato laicale gi
esistenti, ma creandone delle nuove, aventi spesso un profilo
diverso ed una dinamica eccezionale. Inoltre, i laici,
consapevoli della loro responsabilit dinanzi alla Chiesa, si
sono impegnati volentieri nella collaborazione con i Pastori,
con i rappresentanti degli Istituti di vita consacrata,
nell'mbito dei Sinodi diocesani o dei Consigli pastorali nelle
parrocchie e nelle diocesi.
 per me necessario avere in mente tutto questo agli inizi del
mio pontificato, per ringraziare Dio, per esprimere un vivo
incoraggiamento a tutti i Fratelli e Sorelle, e per ricordare,
inoltre, con viva gratitudine l'opera del Concilio Vaticano II
ed i miei grandi Predecessori, che hanno dato avvio a questa
nuova "ondata" della vita della Chiesa, moto ben pi potente
dei sintomi di dubbio, di crollo e di crisi.
6. Via all'unione dei cristiani
E che cosa dire di tutte le iniziative scaturite dal nuovo
orientamento ecumenico? L'indimenticabile Papa Giovanni XXIII,
con evangelica chiarezza, impost il problema dell'unione dei
cristiani, come semplice conseguenza della volont dello stesso
Ges Cristo, nostro Maestro, affermata pi volte ed espressa,
in modo particolare, nella preghiera del Cenacolo, alla vigilia
della sua morte: "Prego..., Padre..., perch tutti siano una
cosa sola". Il Concilio Vaticano II rispose a questa
esigenza in forma concisa col Decreto sull'ecumenismo. Il Papa
Paolo VI, avvalendosi dell'attivit del Segretariato per
l'unione dei Cristiani, inizi i primi difficili passi sulla
via del conseguimento di tale unione. Siamo andati lontano su
questa strada? Senza voler dare una risposta particolareggiata,
possiamo dire che abbiamo fatto dei veri ed importanti
progressi. Ed una cosa  certa: abbiamo lavorato con
perseveranza e coerenza, ed insieme con noi si sono impegnati
anche i rappresentanti di altre Chiese e di altre Comunit
cristiane, e di questo siamo loro sinceramente obbligati. E
certo, inoltre, che, nella presente situazione storica della
cristianit e del mondo, non appare altra possibilit di
adempiere la missione universale della Chiesa, per quanto
riguarda i problemi ecumenici, che quella di cercare lealmente,
con perseveranza, con umilt e anche con coraggio, le vie di
avvicinamento e di unione cos come ce ne ha dato il personale
esempio Papa Paolo VI. Dobbiamo, pertanto, ricercare l'unione
senza scoraggiarci di fronte alle difficolt, che possono
presentarsi o accumularsi lungo tale via; altrimenti, non
saremmo fedeli alla parola di Cristo, non realizzeremmo il suo
testamento. E lecito correre questo rischio?
Vi sono persone che, trovandosi di fronte alle difficolt,
oppure giudicando negativi i risultati degli iniziali lavori
ecumenici, avrebbero voluto indietreggiare. Alcuni esprimono
perfino l'opinione che questi sforzi nuocciano alla causa del
Vangelo, conducano ad un'ulteriore rottura della Chiesa,
provochino confusione di idee nelle questioni della fede e
della morale, approdino ad uno specifico indifferentismo. Sar
forse bene che i portavoce di tali opinioni esprimano i loro
timori; tuttavia, anche a questo riguardo, bisogna mantenere i
giusti limiti. E ovvio che questa nuova tappa della vita della
Chiesa esiga da noi una fede particolarmente cosciente,
approfondita e responsabile. La vera attivit ecumenica
significa apertura, avvicinamento, disponibilit al dialogo,
comune ricerca della verit nel pieno senso evangelico e
cristiano; ma essa non significa assolutamente n pu
significare rinunciare o recare in qualsiasi modo pregiudizio
ai tesori della verit divina, costantemente confessata ed
insegnata dalla Chiesa. A tutti coloro che, per qualsiasi
motivo, vorrebbero dissuadere la Chiesa dalla ricerca
dell'unit universale dei cristiani, bisogna ripetere ancora
una volta: E lecito a noi il non farlo? Possiamo - nonostante
tutta la debolezza umana e tutte le deficienze accumulatesi nei
secoli passati - non aver fiducia nella grazia di Nostro
Signore, quale si  rivelata, nell'ultimo tempo, mediante la
parola dello Spirito Santo, che abbiamo sentito durante il
Concilio? Facendo cos, negheremmo la verit che concerne noi
stessi e che l'Apostolo ha espresso in modo tanto eloquente:
"Per grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me
non  stata vana".
Pur se in altro modo e con le dovute differenze, bisogna
applicare ci che  stato detto all'attivit che tende
all'avvicinamento con i rappresentanti delle religioni non
cristiane, e che si esprime mediante il dialogo, i contatti, la
preghiera comunitaria, la ricerca dei tesori della spiritualit
umana, i quali - come ben sappiamo - non mancano neppure ai
membri di queste religioni. Non avviene forse talvolta che la
ferma credenza dei seguaci delle religioni non cristiane -
effetto anche essa dello Spirito di verit, operante oltre i
confini visibili del Corpo Mistico - possa quasi confondere i
cristiani, spesso cos disposti a dubitare, invece, nelle
verit rivelate da Dio e annunziate dalla Chiesa, cos propensi
al rilassamento dei princpi della morale e ad aprire la strada
al permissivismo etico? E nobile esser predisposti a
comprendere ciascun uomo, ad analizzare ogni sistema, a dare
ragione a ci che  giusto; ma questo non significa
assolutamente perdere la certezza della propria fede ,
ovvero indebolire i princpi della morale, la cui mancanza si
far risentire ben presto nella vita di intere societ,
determinando, fra l'altro, deplorevoli conseguenze.
CAPITOLO 2
IL MISTERO DELLA REDENZIONE
7. Nel Mistero di Cristo
Se le vie, sulle quali il Concilio del nostro secolo ha avviato
la Chiesa, vie che ci ha indicato nella sua prima Enciclica il
compianto Papa Paolo VI, rimarranno a lungo esattamente quelle
che noi tutti dobbiamo seguire, al tempo stesso in questa nuova
tappa possiamo giustamente chiederci: Come? In che modo occorre
proseguire? Che cosa occorre fare, affinch questo nuovo
Avvento della Chiesa, congiunto con l'ormai prossima fine del
secondo Millennio, ci avvicini a Colui che la Sacra Scrittura
chiama: "Padre per sempre", Pater futuri saeculi? Questa 
la fondamentale domanda che il nuovo Pontefice deve porsi,
quando, in ispirito d'obbedienza di fede, accetta la chiamata
secondo il comando da Cristo pi volte rivolto a Pietro: "Pasci
i miei agnelli", che vuol dire: Sii pastore del mio ovile;
e poi "... e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi
fratelli".
E proprio qui, carissimi Fratelli, Figli e Figlie, che s'impone
una risposta fondamentale ed essenziale, e cio: l'unico
orientamento dello spirito, l'unico indirizzo dell'intelletto,
della volont e del cuore  per noi questo: verso Cristo,
Redentore dell'uomo; verso Cristo, Redentore del mondo. A Lui
vogliamo guardare, perch solo in Lui, Figlio di Dio, c'
salvezza, rinnovando l'affermazione di Pietro: "Signore, a chi
andremo? Tu hai parole di vita eterna".
Attraverso la coscienza della Chiesa, tanto sviluppata dal
Concilio, attraverso tutti i gradi di questa coscienza,
attraverso tutti i campi di attivit in cui la Chiesa si
esprime, si ritrova e si conferma, dobbiamo costantemente
tendere a Colui "che  il capo", a Colui "in virt del
quale esistono tutte le cose e noi siamo per lui", a Colui
il quale  insieme "la via, la verit" e "la risurrezione e
la vita", a Colui vedendo il quale vediamo il Padre, a
Colui che doveva partirsene da noi - s'intende per la morte
sulla Croce e poi per l'Ascensione al Cielo - affinch il
Consolatore venisse a noi e continuamente venga come Spirito di
verit. In Lui sono "tutti i tesori della sapienza e della
scienza", e la Chiesa  il suo Corpo. La Chiesa  "in
Cristo come un sacramento, o segno e strumento dell'intima
unione con Dio e dell'unit di tutto il genere umano", e di
ci  Lui la sorgente! Lui stesso! Lui, il Redentore !
La Chiesa non cessa di ascoltare le sue parole, le rilegge di
continuo, ricostruisce con la massima devozione ogni
particolare della sua vita. Queste parole sono ascoltate anche
dai non cristiani. La vita di Cristo parla, in pari tempo, a
tanti uomini che non sono ancora in grado di ripetere con
Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente".
Egli, Figlio del Dio vivente, parla agli uomini anche come
Uomo:  la sua vita stessa che parla, la sua umanit, la sua
fedelt alla verit, il suo amore che abbraccia tutti. Parla,
inoltre, la sua morte in Croce, cio l'imperscrutabile
profondit della sua sofferenza e dell'abbandono. La Chiesa non
cessa mai di riviverne la morte in Croce e la Risurrezione, che
costituiscono il contenuto della sua vita quotidiana. Difatti,
 per mandato di Cristo stesso, suo Maestro, che la Chiesa
celebra incessantemente l'Eucaristia, trovando in essa "la
sorgente della vita e della santit", il segno efficace
della grazia e della riconciliazione con Dio, il pegno della
vita eterna. La Chiesa vive il suo mistero, vi attinge senza
stancarsi mai e ricerca continuamente le vie per avvicinare
questo mistero del suo Maestro e Signore al genere umano: ai
popoli, alle nazioni, alle generazioni che si susseguono, ad
ogni uomo in particolare, come se ripetesse sempre secondo
l'esempio dell'Apostolo: "Io ritenni, infatti, di non sapere
altro in mezzo a voi se non Ges Cristo, e questi
crocifisso". La Chiesa rimane nella sfera del mistero della
Redenzione, che  appunto diventato il principio fondamentale
della sua vita e della sua missione.
8. Redenzione: rinnovata creazione
Redentore del mondo! In lui si  rivelata in modo nuovo e pi
mirabile la fondamentale verit sulla creazione, che il Libro
della Genesi attesta quando ripete pi volte: "Dio vide che era
cosa buona". Il bene ha la sua sorgente nella Sapienza e
nell'Amore. In Ges Cristo il mondo visibile, creato da Dio per
l'uomo - quel mondo che, essendovi entrato il peccato, "
stato sottomesso alla caducit" - riacquista nuovamente il
vincolo originario con la stessa sorgente divina della Sapienza
e dell'Amore. Infatti, "Dio ha tanto amato il mondo da dare il
suo Figlio unigenito". Come nell'uomo-Adamo questo vincolo
 stato infranto, cos nell'uomo-Cristo esso  stato di nuovo
riallacciato. Non ci convincono forse, noi uomini del
ventesimo secolo, le parole dell'Apostolo delle genti,
pronunciate con una travolgente eloquenza, circa la "creazione
(che) geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" ed
"attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio",
circa la creazione che " stata sottomessa alla caducit"?
L'immenso progresso, non mai prima conosciuto, che si 
verificato, particolarmente nel corso del nostro secolo, nel
campo del dominio sul mondo da parte dell'uomo, non rivela
forse esso stesso, e per di pi in grado mai prima raggiunto,
quella multiforme sottomissione "alla caducit"? Basta solo qui
ricordare certi fenomeni, quali la minaccia di inquinamento
dell'ambiente naturale nei luoghi di rapida
industrializzazione, oppure i conflitti armati che scoppiano e
si ripetono continuamente, oppure le prospettive di
autodistruzione mediante l'uso delle armi atomiche,
all'idrogeno, al neutrone e simili, la mancanza di rispetto per
la vita dei non nati. Il mondo della nuova epoca, il mondo dei
voli cosmici, il mondo delle conquiste scientifiche e tecniche,
non mai prima raggiunte, non  nello stesso tempo il mondo che
"geme e soffre" ed "attende con impazienza la rivelazione
dei figli di Dio"? 
Il Concilio Vaticano II, nella sua penetrante analisi "del
mondo contemporaneo", perveniva a quel punto che  il pi
importante del mondo visibile, l'uomo, scendendo - come Cristo
- nel profondo delle coscienze umane, toccando il mistero
interiore dell'uomo, che nel linguaggio biblico  (ed anche non
biblico) si esprime con la parola "cuore". Cristo, Redentore
del mondo,  Colui che  penetrato, in modo unico e
irrepetibile, nel mistero dell'uomo ed  entrato nel suo
"cuore". Giustamente, quindi, il Concilio Vaticano II insegna:
"In realt, solamente nel mistero del Verbo incarnato trova
vera luce il mistero dell'uomo. Adamo, infatti, il primo uomo,
era figura di quello futuro  (Rm 5, 14), e cio di Cristo
Signore. Cristo, che  il nuovo Adamo, proprio rivelando il
mistero del Padre e del suo Amore, svela anche pienamente
l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione". E
poi ancora: "Egli  l'immagine dell'invisibile Iddio  (Col 1, 15).
Egli  l'uomo perfetto, che ha restituito ai figli di
Adamo la somiglianza con Dio, gi resa deforme fin dal primo
peccato. Poich in Lui la natura umana  stata assunta, senza
per questo venire annientata, per ci stesso essa  stata anche
a nostro beneficio innalzata a una dignit sublime. Con la sua
incarnazione, infatti, il Figlio stesso di Dio si  unito in
certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha
pensato con mente d'uomo, ha agito con volont d'uomo, ha amato
con cuore d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, Egli si  fatto
veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorch nel
peccato". Egli, il Redentore dell'uomo!
9. Dimensione divina del mistero della Redenzione
Riflettendo nuovamente su questo stupendo testo del Magistero
conciliare, non dimentichiamo, neanche per un momento, che Ges
Cristo, Figlio del Dio vivente,  diventato la nostra
riconciliazione presso il Padre. Proprio Lui, solo Lui ha
soddisfatto all'eterno amore del Padre, a quella paternit che
sin dal principio si  espressa nella creazione del mondo,
nella donazione all'uomo di tutta la ricchezza del creato, nel
farlo "poco meno degli angeli", in quanto creato "ad
immagine ed a somiglianza di Dio"; e, egualmente, ha
soddisfatto a quella paternit di Dio e a quell'amore, in un
certo modo respinto dall'uomo con la rottura della prima
Alleanza e di quelle posteriori che Dio "molte volte ha
offerto agli uomini". La redenzione del mondo - questo
tremendo mistero dell'amore, in cui la creazione viene
rinnovata - , nella sua pi profonda radice, la pienezza
della giustizia in un Cuore umano: nel Cuore del Figlio
primogenito, perch essa possa diventare giustizia dei cuori di
molti uomini, i quali proprio nel Figlio primogenito sono
stati, fin dall'eternit, predestinati a divenire figli di
Dio e chiamati alla grazia, chiamati all'amore. La croce
sul Calvario, per mezzo della quale Ges Cristo - uomo, figlio
di Maria Vergine, figlio putativo di Giuseppe di Nazaret -
"lascia" questo mondo,  al tempo stesso una nuova
manifestazione dell'eterna paternit di Dio, il quale in Lui si
avvicina di nuovo all'umanit, ad ogni uomo, donandogli il tre
volte santo "Spirito di verit".
Con questa rivelazione del Padre ed effusione dello Spirito
Santo, che stampano un sigillo indelebile sul mistero della
Redenzione, si spiega il senso della croce e della morte di
Cristo. Il Dio della creazione si rivela come Dio della
redenzione, come Dio "fedele a se stesso", fedele al suo
amore verso l'uomo e verso il mondo, gi rivelato nel giorno
della creazione. E il suo  amore che non indietreggia davanti
a nulla di ci che in lui stesso esige la giustizia. E per
questo il Figlio "che non aveva conosciuto peccato, Dio lo
tratt da peccato in nostro favore". Se "tratt da peccato"
Colui che era assolutamente senza alcun peccato, lo fece per
rivelare l'amore che  sempre pi grande di tutto il creato,
l'amore che  Lui stesso, perch "Dio  amore". E
soprattutto l'amore  pi grande del peccato, della debolezza,
della "caducit del creato", pi forte della morte;  amore
sempre pronto a sollevare e a perdonare, sempre pronto ad
andare incontro al figliol prodigo, sempre alla ricerca
della "rivelazione dei figli di Dio", che sono chiamati
alla gloria futura. Questa rivelazione dell'amore viene
anche definita misericordia, e tale rivelazione dell'amore
e della misericordia ha nella storia dell'uomo una forma e un
nome: si chiama Ges Cristo.
10. Dimensione umana del mistero della Redenzione
L'uomo non pu vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un
essere incomprensibile, la sua vita  priva di senso, se non
gli viene rivelato l'amore, se non s'incontra con l'amore, se
non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa
vivamente. E perci appunto Cristo Redentore - come  stato gi
detto - rivela pienamente l'uomo all'uomo stesso. Questa  - se
cos  lecito esprimersi - la dimensione umana del mistero
della Redenzione. In questa dimensione l'uomo ritrova la
grandezza, la dignit e il valore propri della sua umanit. Nel
mistero della Redenzione l'uomo diviene nuovamente "espresso"
e, in qualche modo,  nuovamente creato. Egli  nuovamente
creato! "Non c' pi giudeo n greco; non c' pi schiavo n
libero; non c' pi uomo n donna, poich tutti voi siete uno
in Cristo Ges". L'uomo che vuol comprendere se stesso fino
in fondo - non soltanto secondo immediati, parziali, spesso
superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio
essere - deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche
con la sua debolezza e peccaminosit, con la sua vita e morte,
avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per cos dire, entrare in Lui
con tutto se stesso, deve "appropriarsi" ed assimilare tutta la
realt dell'Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se
stesso. Se in lui si attua questo profondo processo, allora
egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche
di profonda meraviglia di se stesso. Quale valore deve avere
l'uomo davanti agli occhi del Creatore se "ha meritato di avere
un tanto nobile e grande Redentore", se "Dio ha dato il suo
Figlio", affinch egli, l'uomo, "non muoia, ma abbia la vita
eterna".
In realt, quel profondo stupore riguardo al valore ed alla
dignit dell'uomo si chiama Vangelo, cio la Buona Novella. Si
chiama anche Cristianesimo. Questo stupore giustifica la
missione della Chiesa nel mondo, anche, e forse di pi ancora,
"nel mondo contemporaneo". Questo stupore, ed insieme
persuasione e certezza, che nella sua profonda radice  la
certezza della fede, ma che in modo nascosto e misterioso
vivifica ogni aspetto dell'umanesimo autentico,  strettamente
collegato a Cristo. Esso determina anche il suo posto, il suo -
se cos si pu dire - particolare diritto di cittadinanza nella
storia dell'uomo e dell'umanit. La Chiesa, che non cessa di
contemplare l'insieme del mistero di Cristo, sa con tutta la
certezza della fede, che la Redenzione, avvenuta per mezzo
della croce, ha ridato definitivamente all'uomo la dignit ed
il senso della sua esistenza nel mondo, senso che egli aveva in
misura notevole perduto a causa del peccato. E perci la
Redenzione si  compiuta nel mistero pasquale, che attraverso
la croce e la morte conduce alla risurrezione.
Il cmpito fondamentale della Chiesa di tutte le epoche e, in
modo particolare, della nostra,  di dirigere lo sguardo
dell'uomo, di indirizzare la coscienza e l'esperienza di tutta
l'umanit verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli
uomini ad avere familiarit con la profondit della Redenzione,
che avviene in Cristo Ges. Contemporaneamente, si tocca anche
la pi profonda sfera dell'uomo, la sfera - intendiamo - dei
cuori umani, delle coscienze umane e delle vicende umane.
11 . Il mistero di Cristo alla base della missione della Chiesa
e del Cristianesimo
Il Concilio Vaticano II ha compiuto un lavoro immenso per
formare quella piena ed universale coscienza della Chiesa, di
cui scriveva Papa Paolo VI nella sua prima Enciclica. Tale
coscienza - o piuttosto autocoscienza della Chiesa - si forma
"nel dialogo", il quale, prima di diventare colloquio, deve
rivolgere la propria attenzione verso "l'altro", cio verso
colui col quale vogliamo parlare. Il Concilio ecumenico ha dato
un impulso fondamentale per formare l'autocoscienza della
Chiesa, offrendoci, in modo tanto adeguato e competente, la
visione dell'orbe terrestre come di una "mappa" di varie
religioni. Inoltre, esso ha dimostrato come su questa mappa
delle religioni del mondo si sovrapponga a strati - prima non
mai conosciuti e caratteristici del nostro tempo - il fenomeno
dell'ateismo nelle sue varie forme, a cominciare dall'ateismo
programmato, organizzato e strutturato in un sistema politico.
Quanto alla religione, si tratta, anzitutto, della religione
come fenomeno universale, unito alla storia dell'uomo fin
dall'inizio; poi, delle varie religioni non cristiane e,
infine, dello stesso cristianesimo Il documento del Concilio
dedicato alle religioni non cristiane , in particolare, pieno
di profonda stima per i grandi valori spirituali, anzi, per il
primato di ci che  spirituale e trova nella vita dell'umanit
la sua espressione nella religione e, inoltre, nella moralit,
con diretti riflessi su tutta la cultura. Giustamente i Padri
della Chiesa vedevano nelle diverse religioni quasi altrettanti
riflessi di un'unica verit come "germi del Verbo", i quali
testimoniano che, quantunque per diverse strade,  rivolta
tuttavia in una unica direzione la pi profonda aspirazione
dello spirito umano, quale si esprime nella ricerca di Dio ed
insieme nella ricerca, mediante la tensione verso Dio, della
piena dimensione dell'umanit, ossia del pieno senso della vita
umana. Il Concilio ha dedicato una particolare attenzione alla
religione giudaica, ricordando il grande patrimonio spirituale,
comune ai cristiani e agli ebrei, ed ha espresso la sua stima
verso i credenti dell'Islam, la cui fede si riferisce anche ad Abramo.
Per l'apertura fatta dal Concilio Vaticano II, la Chiesa e
tutti i cristiani hanno potuto raggiungere una coscienza pi
completa del mistero di Cristo, "mistero nascosto da
secoli" in Dio, per esser rivelato nel tempo: nell'uomo
Ges Cristo, e per rivelarsi continuamente, in ogni tempo. In
Cristo e per Cristo, Dio si  rivelato pienamente all'umanit e
si  definitivamente avvicinato ad essa e, nello stesso tempo,
in Cristo e per Cristo, l'uomo ha acquistato piena coscienza
della sua dignit, della sua elevazione, del valore
trascendente della propria umanit, del senso della sua
esistenza.
Occorre, quindi, che noi tutti - quanti siamo seguaci di Cristo
- ci incontriamo e ci uniamo intorno a Lui stesso. Questa
unione, nei diversi settori della vita, della tradizione, delle
strutture e discipline delle singole Chiese o Comunit
ecclesiali, non pu attuarsi senza un valido lavoro, che tenda
alla reciproca conoscenza ed alla rimozione degli ostacoli
sulla strada di una perfetta unit. Tuttavia, possiamo e
dobbiamo gi fin d'ora raggiungere e manifestare al mondo la
nostra unit: nell'annunciare il mistero di Cristo, nel
rivelare la dimensione divina e insieme umana della Redenzione,
nel lottare con instancabile perseveranza per la dignit che
ogni uomo ha raggiunto e pu raggiungere continuamente in
Cristo.  questa la dignit della grazia dell'adozione divina
ed insieme la dignit della verit interiore dell'umanit, la
quale - se nella coscienza comune del mondo contemporaneo ha
raggiunto un rilievo cos fondamentale - ancora di pi risulta
per noi alla luce di quella realt che  Lui: Ges Cristo.
Ges Cristo  stabile principio e centro permanente della
missione, che Dio stesso ha affidata all'uomo. A questa
missione dobbiamo partecipare tutti, in essa dobbiamo
concentrare tutte le nostre forze, essendo pi che mai
necessaria all'umanit del nostro tempo. E se tale missione
sembra incontrare nella nostra epoca opposizioni pi grandi che
in qualunque altro tempo, tale circostanza dimostra pure che
essa  nella nostra epoca ancor pi necessaria e - nonostante
le opposizioni -  pi attesa che mai. Qui tocchiamo
indirettamente quel mistero dell'economia divina, che ha unito
la salvezza e la grazia con la croce. Non invano Cristo disse
che "il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne
impadroniscono"; ed inoltre che "i figli di questo mondo
(...) sono pi scaltri dei figli della luce". Accettiamo
volentieri questo rimprovero, per essere come quei "violenti di
Dio" che abbiamo tante volte visto nella storia della Chiesa e
che scorgiamo ancor oggi, per unirci consapevolmente nella
grande missione, e cio: rivelare Cristo al mondo, aiutare
ciascun uomo perch ritrovi se stesso in Lui, aiutare le
generazioni contemporanee dei nostri fratelli e sorelle,
popoli, nazioni, stati, umanit, paesi non ancora sviluppati e
paesi dell'opulenza, tutti insomma, a conoscere le
"imperscrutabili ricchezze di Cristo", perch queste sono
per ogni uomo e costituiscono il bene di ciascuno.
12. Missione della Chiesa e libert dell'uomo
In questa unione nella missione, di cui decide soprattutto
Cristo stesso, tutti i cristiani debbono scoprire ci che gi
li unisce, ancor prima che si realizzi la loro piena comunione.
Questa  l'unione apostolica e missionaria, missionaria e
apostolica. Grazie a questa unione possiamo insieme avvicinarci
al magnifico patrimonio dello spirito umano, che si 
manifestato in tutte le religioni, come dice la Dichiarazione
del Concilio Vaticano II Nostra Aetate. Grazie ad essa, ci
accostiamo in pari tempo a tutte le culture, a tutte le
concezioni ideologiche, a tutti gli uomini di buona volont. Ci
avviciniamo con quella stima, rispetto e discernimento che, sin
dai tempi degli Apostoli, contrassegnava l'atteggiamento
missionario e del missionario. Basta ricordare San Paolo e, ad
esempio, il suo discorso davanti all'Areopago di Atene.
L'atteggiamento missionario inizia sempre con un sentimento di
profonda stima di fronte a ci che "c' in ogni uomo", per
ci che egli stesso, nell'intimo del suo spirito, ha elaborato
riguardo ai problemi pi profondi e pi importanti; si tratta
di rispetto per tutto ci che in lui ha operato lo Spirito, che
"soffia dove vuole". La missione non  mai una distruzione,
ma  una riassunzione di valori e una nuova costruzione, anche
se nella pratica non sempre vi  stata piena corrispondenza a
un ideale cos elevato. E la conversione, che da essa deve
prendere inizio, sappiamo bene che  opera della grazia, nella
quale l'uomo deve pienamente ritrovare se stesso.
Perci, la Chiesa del nostro tempo d grande importanza a tutto
ci che il Concilio Vaticano II ha esposto nella Dichiarazione
sulla Libert Religiosa, sia nella prima che nella seconda
parte del documento. Sentiamo profondamente il carattere
impegnativo della verit che Dio ci ha rivelato. Avvertiamo, in
particolare, il grande senso di responsabilit per questa
verit. La Chiesa, per istituzione di Cristo, ne  custode e
maestra, essendo appunto dotata di una singolare assistenza
dello Spirito Santo, perch possa fedelmente custodirla ed
insegnarla nella sua pi esatta integrit. Adempiendo
questa missione, guardiamo Cristo stesso, Colui che  il primo
evangelizzatore, e guardiamo anche i suoi Apostoli, Martiri
e Confessori. La Dichiarazione sulla Libert Religiosa ci
manifesta, in modo convincente, come Cristo e, in seguito, i
suoi Apostoli, nell'annunciare la verit che non proviene dagli
uomini, ma da Dio  ("la mia dottrina non  mia, ma di Colui che
mi ha mandato", cio del Padre), pur agendo con tutta la
forza dello spirito, conservino una profonda stima per l'uomo,
per il suo intelletto, la sua volont, la sua coscienza e la
sua libert. In tal modo, la stessa dignit della persona
umana diventa contenuto di quell'annuncio, anche se privo di
parole, mediante il comportamento nei suoi riguardi. Tale
comportamento sembra corrispondere ai bisogni particolari dei
nostri tempi. Siccome non in tutto quello che i vari sistemi ed
anche singoli uomini vedono e propagano come libert  la vera
libert dell'uomo, tanto pi la Chiesa, in forza della sua
divina missione, diventa custode di questa libert, la quale 
condizione e base della vera dignit della persona umana.
Ges Cristo va incontro all'uomo di ogni epoca, anche della
nostra epoca, con le stesse parole: "Conoscerete la verit, e
la verit vi far liberi". Queste parole racchiudono una
fondamentale esigenza ed insieme un ammonimento: l'esigenza di
un rapporto onesto nei riguardi della verit, come condizione
di un'autentica libert; e l'ammonimento, altres, perch sia
evitata qualsiasi libert apparente, ogni libert superficiale
e unilaterale, ogni libert che non penetri tutta la verit
sull'uomo e sul mondo. Anche oggi, dopo duemila anni, il Cristo
appare a noi come Colui che porta all'uomo la libert basata
sulla verit, come Colui che libera l'uomo da ci che limita,
menoma e quasi spezza alle radici stesse, nell'anima dell'uomo,
nel suo cuore, nella sua coscienza, questa libert. Quale
stupenda conferma di ci hanno dato e non cessano di dare
coloro che, grazie a Cristo e in Cristo, hanno raggiunto la
vera libert e l'hanno manifestata perfino in condizioni di
costrizione esteriore!
E Ges Cristo stesso, quando comparve prigioniero dinanzi al
tribunale di Pilato e fu da lui interrogato circa l'accusa
fattagli dai rappresentanti del Sinedrio, non rispose forse:
"Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo:
per rendere testimonianza alla verit"? Con queste parole
pronunciate davanti al giudice, nel momento decisivo, era come
se confermasse, ancora una volta, la frase gi detta in
precedenza: "Conoscerete la verit, e la verit vi far
liberi".
Nel corso di tanti secoli e di tante generazioni, cominciando
dai tempi degli Apostoli, non  forse Ges Cristo stesso che
tante volte  comparso accanto ad uomini giudicati a causa
della verit, e non  andato forse alla morte con uomini
condannati a causa della verit? Cessa Egli forse di essere
continuamente portavoce e avvocato dell'uomo, che vive "in
spirito e verit"? Proprio come non cessa di esserlo
davanti al Padre, cos lo  anche nei confronti della storia
dell'uomo. E la Chiesa, a sua volta, nonostante tutte le
debolezze che fanno parte della sua storia umana, non cessa di
seguire Colui che ha detto: " giunto il momento, ed  questo,
in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e
verit; perch il Padre cerca tali adoratori. Dio  spirito, e
quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verit".
CAPITOLO 3
L'UOMO REDENTO E LA SUA SITUAZIONE NEL MONDO CONTEMPORANEO
13. Cristo si  unito ad ogni uomo
Quando, attraverso l'esperienza della famiglia umana in
continuo aumento a ritmo accelerato, penetriamo nel mistero di
Ges Cristo, comprendiamo con maggiore chiarezza che, alla base
di tutte queste vie lungo le quali, conforme alla saggezza del
Pontefice Paolo VI, deve proseguire la Chiesa dei nostri
tempi, c' un'unica via:  la via sperimentata da secoli, ed ,
insieme, la via del futuro. Cristo Signore ha indicato questa
via, soprattutto quando - come insegna il Concilio - "con
l'incarnazione il Figlio di Dio si  unito in certo modo ad
ogni uomo". La Chiesa ravvisa, dunque, il suo cmpito
fondamentale nel far s che una tale unione possa continuamente
attuarsi e rinnovarsi. La Chiesa desidera servire quest'unico
fine: che ogni uomo possa ritrovare Cristo, perch Cristo
possa, con ciascuno, percorrere la strada della vita, con la
potenza di quella verit sull'uomo e sul mondo, contenuta nel
mistero dell'Incarnazione e della Redenzione, con la potenza di
quell'amore che da essa irradia. Sullo sfondo dei sempre
crescenti processi nella storia, che nella nostra epoca
sembrano fruttificare in modo particolare nell'mbito di vari
sistemi, concezioni ideologiche del mondo e regimi, Ges Cristo
diventa, in certo modo, nuovamente presente, malgrado tutte le
apparenti sue assenze, malgrado tutte le limitazioni della
presenza e dell'attivit istituzionale della Chiesa. Ges
Cristo diventa presente con la potenza di quella verit e di
quell'amore, che si sono espressi in Lui come pienezza unica e
irripetibile, bench la sua vita in terra sia stata breve ed
ancor pi breve la sua attivit pubblica.
Ges Cristo  la via principale della Chiesa. Egli stesso  la
nostra via "alla casa del Padre", ed  anche la via a
ciascun uomo. Su questa via che conduce da Cristo all'uomo, su
questa via sulla quale Cristo si unisce ad ogni uomo, la Chiesa
non pu esser fermata da nessuno. Questa  l'esigenza del bene
temporale e del bene eterno dell'uomo. La Chiesa, per riguardo
a Cristo ed in ragione di quel mistero che costituisce la vita
della Chiesa stessa, non pu rimanere insensibile a tutto ci
che serve al vero bene dell'uomo, cos come non pu rimanere
indifferente a ci che lo minaccia. Il Concilio Vaticano II, in
diversi passi dei suoi documenti, ha espresso questa
fondamentale sollecitudine della Chiesa, affinch "la vita nel
mondo " sia " pi conforme all'eminente dignit dell'uomo" 
in tutti i suoi aspetti, per renderla "sempre pi umana".
Questa  la sollecitudine di Cristo stesso, il buon Pastore di
tutti gli uomini. In nome di tale sollecitudine - come leggiamo
nella Costituzione pastorale del Concilio - "la Chiesa che, in
ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna
maniera si confonde con la comunit politica e non  legata ad
alcun sistema politico,  insieme il segno e la salvaguardia
del carattere trascendente della persona umana".
Qui, dunque, si tratta dell'uomo in tutta la sua verit, nella
sua piena dimensione. Non si tratta dell'uomo "astratto", ma
reale, dell'uomo "concreto", "storico". Si tratta di "ciascun"
uomo, perch ognuno  stato compreso nel mistero della
Redenzione, e con ognuno Cristo si  unito, per sempre,
attraverso questo mistero. Ogni uomo viene al mondo concepito
nel seno materno, nascendo dalla madre, ed  proprio a motivo
del mistero della Redenzione che  affidato alla sollecitudine
della Chiesa. Tale sollecitudine riguarda l'uomo intero ed 
incentrata su di lui in modo del tutto particolare. L'oggetto
di questa premura  l'uomo nella sua unica e irripetibile
realt umana, in cui permane intatta l'immagine e la
somiglianza con Dio stesso. Il Concilio indica proprio
questo, quando, parlando di tale somiglianza, ricorda che
"l'uomo in terra  la sola creatura che Dio abbia voluto per se
stessa". L'uomo cos com' "voluto" da Dio, cos come 
stato da Lui eternamente "scelto", chiamato, destinato alla
grazia e alla gloria: questo  proprio "ogni" uomo, l'uomo "il
pi concreto", "il pi reale"; questo  l'uomo in tutta la
pienezza del mistero di cui  divenuto partecipe in Ges
Cristo, mistero del quale diventa partecipe ciascuno dei
quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta, dal
momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre.
14. Tutte le vie della Chiesa conducono all'uomo
La Chiesa non pu abbandonare l'uomo, la cui "sorte", cio la
scelta, la chiamata, la nascita e la morte, la salvezza o la
perdizione, sono in modo cos stretto ed indissolubile unite al
Cristo. E si tratta proprio di ogni uomo su questo pianeta, in
questa terra che il Creatore ha dato al primo uomo, dicendo
all'uomo e alla donna: "Soggiogatela e dominatela". Ogni
uomo, in tutta la sua irripetibile realt dell'essere e
dell'agire, dell'intelletto e della volont, della coscienza e
del cuore. L'uomo, nella sua singolare realt  (perch 
"persona"), ha una propria storia della sua vita e,
soprattutto, una propria storia della sua anima. L'uomo che,
conformemente all'interiore apertura del suo spirito ed insieme
a tanti e cos diversi bisogni del suo corpo, della sua
esistenza temporale, scrive questa sua storia personale
mediante numerosi legami, contatti, situazioni, strutture
sociali, che lo uniscono ad altri uomini, e ci egli fa sin dal
primo momento della sua esistenza sulla terra, dal momento del
suo concepimento e della sua nascita. L'uomo, nella piena
verit della sua esistenza, del suo essere personale ed insieme
del suo essere comunitario e sociale - nell'mbito della
propria famiglia, nell'mbito di societ e di contesti tanto
diversi, nell'mbito della propria nazione, o popolo  (e, forse,
ancora solo del clan, o trib), nell'mbito di tutta l'umanit
- quest'uomo  la prima strada che la Chiesa deve percorrere
nel compimento della sua missione: egli  la prima e
fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso,
via che immutabilmente passa attraverso il mistero
dell'Incarnazione e della Redenzione.
Proprio quest'uomo in tutta la verit della sua vita, nella sua
coscienza, nella sua continua inclinazione al peccato ed
insieme nella sua continua aspirazione alla verit, al bene, al
bello, alla giustizia, all'amore, proprio un tale uomo aveva
davanti agli occhi il Concilio Vaticano II allorch, delineando
la sua situazione nel mondo contemporaneo, si portava sempre
dalle componenti esterne di questa situazione alla verit
immanente dell'umanit: " proprio all'interno dell'uomo che
molti elementi si contrastano a vicenda. Da una parte, infatti,
come creatura, egli sperimenta in mille modi i suoi limiti;
d'altra parte, si accorge di essere senza confini nelle sue
aspirazioni e chiamato ad una vita superiore. Sollecitato da
molte attrattive, egli  costretto sempre a sceglierne qualcuna
ed a rinunciare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di
raro fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe.
Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale
provengono anche tante e cos gravi discordie nella
societ".
Quest'uomo  la via della Chiesa, via che corre, in un certo
modo, alla base di tutte quelle vie, per le quali deve
camminare la Chiesa, perch l'uomo - ogni uomo senza eccezione
alcuna -  stato redento da Cristo, perch con l'uomo - ciascun
uomo senza eccezione alcuna - Cristo  in qualche modo unito,
anche quando quell'uomo non  di ci consapevole: "Cristo, per
tutti morto e risorto, d sempre all'uomo" - ad ogni uomo e a
tutti gli uomini - "... luce e forza per rispondere alla
suprema sua vocazione".
Essendo quindi quest'uomo la via della Chiesa, via della
quotidiana sua vita ed esperienza, della sua missione e fatica,
la Chiesa del nostro tempo deve essere, in modo sempre nuovo,
consapevole della di lui "situazione". Deve cio essere
consapevole delle sue possibilit, che prendono sempre nuovo
orientamento e cos si manifestano; la Chiesa deve, nello
stesso tempo, essere consapevole delle minacce che si
presentano all'uomo. Deve essere consapevole, altres, di tutto
ci che sembra essere contrario allo sforzo perch "la vita
umana divenga sempre pi umana", perch tutto ci che
compone questa vita risponda alla vera dignit dell'uomo. In
una parola, dev'essere consapevole di tutto ci che  contrario
a quel processo.
15. Di che cosa ha paura l'uomo contemporaneo
Conservando quindi viva nella memoria l'immagine che in modo
cos perspicace e autorevole ha tracciato il Concilio Vaticano II,
cercheremo ancora una volta di adattare questo quadro ai
"segni dei tempi", nonch alle esigenze della situazione, che
continuamente cambia ed evolve in determinate direzioni.
L'uomo d'oggi sembra essere sempre minacciato da ci che
produce, cio dal risultato del lavoro delle sue mani e, ancor
pi, del lavoro del suo intelletto, delle tendenze della sua
volont. I frutti di questa multiforme attivit dell'uomo,
troppo presto e in modo spesso imprevedibile, sono non soltanto
e non tanto oggetto di "alienazione", nel senso che vengono
semplicemente tolti a colui che li ha prodotti; quanto, almeno
parzialmente, in una cerchia conseguente e indiretta dei loro
effetti, questi frutti si rivolgono contro l'uomo stesso. Essi
sono, infatti, diretti, o possono esser diretti contro di lui.
In questo sembra consistere l'atto principale del dramma
dell'esistenza umana contemporanea, nella sua pi larga ed
universale dimensione. L'uomo, pertanto, vive sempre pi nella
paura. Egli teme che i suoi prodotti, naturalmente non tutti e
non nella maggior parte, ma alcuni e proprio quelli che
contengono una speciale porzione della sua genialit e della
sua iniziativa, possano essere rivolti in modo radicale contro
lui stesso; teme che possano diventare mezzi e strumenti di una
inimmaginabile autodistruzione, di fronte alla quale tutti i
cataclismi e le catastrofi della storia, che noi conosciamo,
sembrano impallidire. Deve nascere, quindi, un interrogativo:
per quale ragione questo potere, dato sin dall'inizio all'uomo,
potere per il quale egli doveva dominare la terra, si
rivolge contro lui stesso, provocando un comprensibile stato
d'inquietudine, di cosciente o incosciente paura, di minaccia,
che in vari modi si comunica a tutta la famiglia umana
contemporanea e si manifesta sotto vari aspetti?
Questo stato di minaccia per l'uomo, da parte dei suoi
prodotti, ha varie direzioni e vari gradi di intensit. Sembra
che siamo sempre pi consapevoli del fatto che lo sfruttamento
della terra, del pianeta su cui viviamo, esiga una razionale ed
onesta pianificazione. Nello stesso tempo, tale sfruttamento
per scopi non soltanto industriali, ma anche militari, lo
sviluppo della tecnica non controllato n inquadrato in un
piano a raggio universale ed autenticamente umanistico, portano
spesso con s la minaccia all'ambiente naturale dell'uomo, lo
alienano nei suoi rapporti con la natura, lo distolgono da
essa. L'uomo sembra spesso non percepire altri significati del
suo ambiente naturale, ma solamente quelli che servono ai fini
di un immediato uso e consumo. Invece, era volont del Creatore
che l'uomo comunicasse con la natura come "padrone" e "custode"
intelligente e nobile, e non come "sfruttatore" e "distruttore"
senza alcun riguardo.
Lo sviluppo della tecnica e lo sviluppo della civilt del
nostro tempo, che  contrassegnato dal dominio della tecnica
stessa, esigono un proporzionale sviluppo della vita morale e
dell'etica. Intanto quest'ultimo sembra, purtroppo, rimanere
sempre arretrato. Perci, quel progresso, peraltro tanto
meraviglioso, in cui  difficile non scorgere anche autentici
segni della grandezza dell'uomo, i quali, nei loro germi
creativi, ci sono rivelati nelle pagine del Libro della Genesi,
gi nella descrizione della sua creazione, non pu non
generare molteplici inquietudini. La prima inquietudine
riguarda la questione essenziale e fondamentale: questo
progresso, il cui autore e fautore  l'uomo, rende la vita
umana sulla terra, in ogni suo aspetto, "pi umana"? La rende
pi "degna dell'uomo"? Non ci pu esser dubbio che, sotto vari
aspetti, la renda tale. Quest'interrogativo, per, ritorna
ostinatamente per quanto riguarda ci che  essenziale in sommo
grado: se l'uomo, come uomo, nel contesto di questo progresso,
diventi veramente migliore, cio pi maturo spiritualmente, pi
cosciente della dignit della sua umanit, pi responsabile,
pi aperto agli altri, in particolare verso i pi bisognosi e
pi deboli, pi disponibile a dare e portare aiuto a tutti.
Questa  la domanda che i cristiani debbono porsi, proprio
perch Ges Cristo li ha cos uni versalmente sensibilizzati
intorno al problema dell'uomo. E la stessa domanda debbono
anche porsi tutti gli uomini, specialmente coloro che
appartengono a quegli ambienti sociali, che si dedicano
attivamente allo sviluppo ed al progresso nei nostri tempi.
Osservando questi processi ed avendo parte in essi, non
possiamo lasciarci prendere dall'euforia, n possiamo lasciarci
trasportare da un unilaterale entusiasmo per le nostre
conquiste, ma tutti dobbiamo porci, con assoluta lealt, con
obiettivit e con senso di responsabilit morale, le domande
essenziali che riguardano la situazione dell'uomo, oggi e nel
futuro. Tutte le conquiste, finora raggiunte, e quelle
progettate dalla tecnica per il futuro, vanno d'accordo col
progresso morale e spirituale dell'uomo? In questo contesto
l'uomo, in quanto uomo, si sviluppa e progredisce, oppure
regredisce e si degrada nella sua umanit? Prevale negli
uomini, "nel mondo dell'uomo" - che in se stesso  un mondo di
bene e di male morale - il bene sul male? Crescono davvero
negli uomini, fra gli uomini, l'amore sociale, il rispetto dei
diritti altrui - per ogni uomo, nazione, popolo - o, al
contrario, crescono gli egoismi di varie dimensioni, i
nazionalismi esagerati, al posto dell'autentico amore di
patria, ed anche la tendenza a dominare gli altri al di l dei
propri legittimi diritti e meriti, e la tendenza a sfruttare
tutto il progresso materiale e tecnico-produttivo
esclusivamente allo scopo di dominare sugli altri o in favore
di tale o talaltro imperialismo?
Ecco gli interrogativi essenziali, che la Chiesa non pu non
porsi, perch in modo pi o meno esplicito se li pongono
miliardi di uomini che vivono oggi nel mondo. Il tema dello
sviluppo e del progresso  sulla bocca di tutti ed appare sulle
colonne di tutti i giornali e pubblicazioni, in quasi tutte le
lingue del mondo contemporaneo. Non dimentichiamo, per, che
questo tema non contiene soltanto affermazioni e certezze, ma
anche domande e angosciose inquietudini. Queste ultime non sono
meno importanti delle prime.
Esse rispondono alla natura della conoscenza umana, ed ancor
pi rispondono al bisogno fondamentale della sollecitudine
dell'uomo per l'uomo, per la stessa sua umanit, per il futuro
degli uomini sulla terra. La Chiesa, che  animata dalla fede
escatologica, considera questa sollecitudine per l'uomo, per la
sua umanit, per il futuro degli uomini sulla terra e, quindi,
anche per l'orientamento di tutto lo sviluppo e del progresso,
come un elemento essenziale della sua missione,
indissolubilmente congiunto con essa. Ed il principio di questa
sollecitudine essa lo trova in Ges Cristo stesso, come
testimoniano i Vangeli. Ed  per questo che desidera
accrescerla continuamente in Lui, rileggendo la situazione
dell'uomo nel mondo contemporaneo, secondo i pi importanti
segni del nostro tempo.
16. Progresso o minaccia?
Se, dunque, il nostro tempo, il tempo della nostra generazione,
il tempo che si sta avvicinando alla fine del secondo Millennio
della nostra ra cristiana, si rivela a noi come tempo di
grande progresso, esso appare, altres, come tempo di
multiforme minaccia per l'uomo, della quale la Chiesa deve
parlare a tutti gli uomini di buona volont, ed intorno alla
quale deve sempre dialogare con loro. La situazione dell'uomo
nel mondo contemporaneo, infatti, sembra lontana dalle esigenze
oggettive dell'ordine morale, come dalle esigenze della
giustizia e, ancora pi, dell'amore sociale. Non si tratta qui
che di ci che ha trovato la sua espressione nel primo
messaggio del Creatore, rivolto all'uomo nel momento in cui gli
dava la terra, perch la "soggiogasse". Questo primo
messaggio  stato riconfermato, nel mistero della Redenzione,
da Cristo Signore. Ci  espresso dal Concilio Vaticano II in
quei bellissimi capitoli del suo insegnamento che riguardano la
"regalit" dell'uomo, cio la sua vocazione a partecipare
all'ufficio regale - il munus regale - di Cristo stesso.
Il senso essenziale di questa "regalit" e di questo "dominio"
dell'uomo sul mondo visibile, a lui assegnato come cmpito
dallo stesso Creatore, consiste nella priorit dell'etica sulla
tecnica, nel primato della persona sulle cose, nella
superiorit dello spirito sulla materia.
 per questo che bisogna seguire attentamente tutte le fasi
del progresso odierno: bisogna, per cosl dire, fare la
radiografia delle sue singole tappe proprio da questo punto di
vista. Si tratta dello sviluppo delle persone e non soltanto
della moltiplicazione delle cose, delle quali le persone
possono servirsi. Si tratta - come ha detto un filosofo
contemporaneo e come ha affermato il Concilio - non tanto di
"avere di pi", quanto di "essere di pi". Infatti, esiste
gi un reale e percettibile pericolo che, mentre progredisce
enormemente il dominio da parte dell'uomo sul mondo delle cose,
di questo suo dominio egli perda i fili essenziali, e in vari
modi la sua umanit sia sottomessa a quel mondo, ed egli stesso
divenga oggetto di multiforme, anche se spesso non direttamente
percettibile, manipolazione, mediante tutta l'organizzazione
della vita comunitaria, mediante il sistema di produzione,
mediante la pressione dei mezzi di comunicazione sociale.
L'uomo non pu rinunciare a se stesso, n al posto che gli
spetta nel mondo visibile; non pu diventare schiavo delle
cose, schiavo dei sistemi economici, schiavo della produzione,
schiavo dei suoi propri prodotti. Una civilt dal profilo
puramente materialistico condanna l'uomo a tale schiavit, pur
se talvolta, indubbiamente, ci avvenga contro le intenzioni e
le premesse stesse dei suoi pionieri. Alle radici dell'attuale
sollecitudine per l'uomo sta senz'altro questo problema. Non si
tratta qui soltanto di dare una risposta astratta alla domanda:
chi  l'uomo; ma si tratta di tutto il dinamismo della vita e
della civilt. Si tratta del senso delle varie iniziative della
vita quotidiana e, nello stesso tempo, delle premesse per
numerosi programmi di civilizzazione, programmi politici,
economici, sociali, statali e molti altri.
Se osiamo definire la situazione dell'uomo nel mondo
contemporaneo come lontana dalle esigenze oggettive dell'ordine
morale, lontana dalle esigenze della giustizia e, ancor pi,
dall'amore sociale,  perch ci viene confermato dai ben noti
fatti e dai raffronti, che pi volte hanno gi avuto diretta
risonanza sulle pagine delle enunciazioni pontificie,
conciliari, sinodali. La situazione dell'uomo nella nostra
epoca non  certamente uniforme, ma differenziata in modo
molteplice. Queste differenze hanno le loro cause storiche, ma
hanno anche una loro forte risonanza etica. E, infatti, ben
noto il quadro della civilt consumistica, che consiste in un
certo eccesso dei beni necessari all'uomo, alle societ intere
- e qui si tratta proprio delle societ ricche e molto
sviluppate -, mentre le rimanenti societ, almeno larghi strati
di esse, soffrono la fame, e molte persone muoiono ogni giorno
di denutrizione e di inedia. Di pari passo va per gli uni un
certo abuso della libert, che  legato proprio ad un
atteggiamento consumistico non controllato dall'etica, ed esso
limita contemporaneamente la libert degli altri, cio di
coloro che soffrono rilevanti deficienze e vengono spinti verso
condizioni di ulteriore miseria ed indigenza.
Questo raffronto, universalmente noto, e il contrasto al quale
si sono richiamati, nei documenti del loro magistero, i
Pontefici del nostro secolo, pi recentemente Giovanni XXIII
come anche Paolo VI, rappresentano come il gigantesco
sviluppo della parabola biblica del ricco epulone e del povero
Lazzaro. L'ampiezza del fenomeno chiama in causa le
strutture e i meccanismi finanziari, monetari, produttivi e
commerciali, che, poggiando su diverse pressioni politiche,
reggono l'economia mondiale: essi si rivelano quasi incapaci
sia di riassorbire le ingiuste situazioni sociali, ereditate
dal passato, sia di far fronte alle urgenti sfide ed alle
esigenze etiche del presente. Sottoponendo l'uomo alle tensioni
da lui stesso create, dilapidando ad un ritmo accelerato le
risorse materiali ed energetiche, compromettendo l'ambiente
geofisico, queste strutture fanno estendere incessantemente le
zone di miseria e, con questa, l'angoscia, la frustrazione e l'amarezza.
Ci troviamo qui dinanzi ad un grande dramma, che non pu
lasciare nessuno indifferente. Il soggetto che, da una parte,
cerca di trarre il massimo profitto e quello che, dall'altra
parte, paga il tributo dei danni e delle ingiurie,  sempre
l'uomo. Il dramma viene ancor pi esasperato dalla vicinanza
con gli strati sociali privilegiati e con i paesi
dell'opulenza, che accumulano i beni in grado eccessivo, e la
cui ricchezza diventa, molto spesso per abuso, causa di diversi
malesseri. Si aggiungano la febbre dell'inflazione e la piaga
della disoccupazione: ecco altri sintomi di questo disordine
morale, che si fa notare nella situazione mondiale e che
richiede, pertanto, risoluzioni audaci e creative, conformi
all'autentica dignit dell'uomo.
Un tal cmpito non  impossibile da realizzare. Il principio di
solidariet, in senso largo, deve ispirare la ricerca efficace
di istituzioni e di meccanismi appropriati: si tratti del
settore degli scambi, dove bisogna lasciarsi guidare dalle
leggi di una sana competizione, e si tratti anche del piano di
una pi ampia e pi immediata ridistribuzione delle ricchezze e
dei controlli su di esse, affinch i popoli che sono in via di
sviluppo economico possano non soltanto appagare le loro
esigenze essenziali, ma anche progredire gradualmente ed
efficacemente.
Su questa difficile strada, sulla strada dell'indispensabile
trasformazione delle strutture della vita economica non sar
facile avanzare se non interverr una vera conversione della
mente, della volont e del cuore. Il cmpito richiede l'impegno
risoluto di uomini e di popoli liberi e solidali. Troppo spesso
si confonde la libert con l'istinto dell'interesse individuale
o collettivo o, ancora, con l'istinto di lotta e di dominio,
qualunque siano i colori ideologici con cui essi son dipinti.
 ovvio che tali istinti esistono ed operano, ma non sar
possibile alcuna economia veramente umana, se essi non vengono
assunti, orientati e dominati dalle forze pi profonde, che si
trovano nell'uomo e che decidono della vera cultura dei popoli.
Proprio da queste sorgenti deve nascere lo sforzo, in cui si
esprimer la vera libert dell'uomo, e che sar capace di
assicurarla anche in campo economico. Lo sviluppo economico,
con tutto ci che fa parte del suo adeguato modo di funzionare,
deve essere costantemente programmato e realizzato all'interno
di una prospettiva di sviluppo universale e solidale dei
singoli uomini e dei popoli, come ricordava in modo convincente
il mio Predecessore Paolo VI nella Populorum Progressio. Senza
di ci, la sola categoria del "progresso economico" diventa una
categoria superiore che subordina l'insieme dell'esistenza
umana alle sue esigenze parziali, soffoca l'uomo, disgrega le
societ e finisce per avvilupparsi nelle proprie tensioni e
negli stessi suoi eccessi.
 possibile assumere questo dovere: lo testimoniano i fatti
certi ed i risultati, che  difficile qui enumerare
analiticamente. Una cosa, per,  certa: alla base di questo
gigantesco campo bisogna stabilire, accettare ed approfondire
il senso della responsabilit morale, che l'uomo deve far suo.
Ancora e sempre: l'uomo. Per noi cristiani una tale
responsabilit diventa particolarmente evidente, quando
ricordiamo - e dobbiamo sempre ricordare - la scena del
giudizio finale, secondo le parole di Cristo riportate nel
Vangelo di Matteo.
Questa scena escatologica dev'esser sempre "applicata" alla
storia dell'uomo, dev'esser sempre fatta "metro" degli atti
umani, come uno schema essenziale di un esame di coscienza per
ciascuno e per tutti: "Ho avuto fame, e non mi avete dato da
mangiare...; ero nudo, e non mi avete vestito...; ero in
carcere, e non mi avete visitato". Queste parole
acquistano una maggiore carica ammonitrice, se pensiamo che,
invece del pane e dell'aiuto culturale ai nuovi stati e nazioni
che si stanno destando alla vita indipendente, vengono offerti,
talvolta in abbondanza, armi moderne e mezzi di distruzione,
posti a servizio di conflitti armati e di guerre, che non sono
tanto un'esigenza della difesa dei loro giusti diritti e della
loro sovranit, quanto piuttosto una forma di sciovinismo, di
imperialismo, di neocolonialismo di vario genere. Tutti
sappiamo bene che le zone di miseria o di fame, che esistono
sul nostro globo, avrebbero potuto essere "fertilizzate" in
breve tempo, se i giganteschi investimenti per gli armamenti,
che servono alla guerra e alla distruzione, fossero stati
invece cambiati in investimenti per il nutrimento, che servono
alla vita.
Forse questa considerazione rimarr parzialmente "astratta";
forse offrir l'occasione all'una e all'altra "parte" per
accusarsi reciprocamente, dimenticando ognuna le proprie colpe.
Forse provocher anche nuove accuse contro la Chiesa. Questa,
per, non disponendo di altre armi che di quelle dello spirito,
della parola e dell'amore, non pu rinunciare ad annunziare "la
parola ... in ogni occasione opportuna e non opportuna".
Per questo, non cessa di pregare ciascuna delle due parti, e di
chiedere a tutti nel nome di Dio e nel nome dell'uomo: Non
uccidete! Non preparate agli uomini distruzioni e sterminio!
Pensate ai vostri fratelli che soffrono fame e miseria!
Rispettate la dignit e la libert di ciascuno!
17. Diritti dell'uomo: "lettera" o "spirito"
Il nostro secolo  stato finora un secolo di grandi calamit
per l'uomo, di grandi devastazioni non soltanto materiali, ma
anche morali, anzi forse soprattutto morali. Certamente, non 
facile paragonare sotto questo aspetto epoche e secoli, poich
ci dipende anche dai criteri storici che cambiano. Nondimeno,
senza stabilire questi paragoni, bisogna pur constatare che
finora questo secolo  stato un secolo in cui gli uomini hanno
preparato a se stessi molte ingiustizie e sofferenze. Questo
processo  stato decisamente frenato? In ogni caso, non si pu
qui non ricordare, con stima e con profonda speranza per il
futuro, il magnifico sforzo compiuto per dare vita
all'Organizzazione delle Nazioni Unite, uno sforzo che tende a
definire e stabilire gli oggettivi ed inviolabili diritti
dell'uomo, obbligandosi reciprocamente gli Stati-membri ad una
rigorosa osservanza di essi. Questo impegno  stato accettato e
ratificato da quasi tutti gli Stati del nostro tempo, e ci
dovrebbe costituire una garanzia perch i diritti dell'uomo
diventino, in tutto il mondo, principio fondamentale
dell'azione per il bene dell'uomo.
La Chiesa non ha bisogno di confermare quanto questo problema
sia strettamente collegato con la sua missione nel mondo
contemporaneo. Esso, infatti, sta alle basi stesse della pace
sociale e internazionale, come hanno dichiarato al riguardo
Giovanni XXIII, il Concilio Vaticano II e poi Paolo VI in
particolareggiati documenti. In definitiva, la pace si riduce
al rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo - opera di
giustizia  la pace -, mentre la guerra nasce dalla violazione
di questi diritti e porta con s ancor pi gravi violazioni di
essi. Se i diritti dell'uomo vengono violati in tempo di pace,
ci diventa particolarmente doloroso e, dal punto di vista del
progresso, rappresenta un incomprensibile fenomeno della lotta
contro l'uomo, che non pu in nessun modo accordarsi con un
qualsiasi programma che si autodefinisca "umanistico". E quale
programma sociale, economico, politico, culturale potrebbe
rinunciare a questa definizione? Nutriamo la profonda
convinzione che non c' nel mondo di oggi alcun programma in
cui, perfino sulla piattaforma di opposte ideologie circa la
concezione del mondo, non venga messo sempre in primo piano
l'uomo.
Ora, se malgrado tali premesse, i diritti dell'uomo vengono in
vario modo violati, se in pratica siamo testimoni dei campi di
concentramento, della violenza, della tortura, del terrorismo e
di molteplici discriminazioni, ci deve essere una conseguenza
delle altre premesse che minano, o spesso annientano quasi
l'efficacia delle premesse umanistiche di quei programmi e
sistemi moderni. S'impone allora necessariamente il dovere di
sottoporre gli stessi programmi ad una continua revisione dal
punto di vista degli oggettivi ed inviolabili diritti
dell'uomo.
La Dichiarazione di questi diritti, unitamente all'istituzione
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, non aveva certamente
soltanto il fine di distaccarsi dalle orribili esperienze
dell'ultima guerra mondiale, ma anche quello di creare una base
per una continua revisione dei programmi, dei sistemi, dei
regimi, proprio da quest'unico fondamentale punto di vista, che
 il bene dell'uomo - diciamo della persona nella comunit - e
che, come fattore fondamentale del bene comune, deve costituire
l'essenziale criterio di tutti i programmi, sistemi, regimi. In
caso contrario, la vita umana, anche in tempo di pace, 
condannata a varie sofferenze e, nello stesso tempo, insieme
con esse si sviluppano varie forme di dominio, di
totalitarismo, di neocolonialismo, di imperialismo, che
minacciano anche la convivenza tra le nazioni. Invero,  un
fatto significativo e confermato a pi riprese dalle esperienze
della storia, come la violazione dei diritti dell'uomo vada di
pari passo con la violazione dei diritti della nazione, con la
quale l'uomo  unito da legami organici, come con una pi
grande famiglia.
Gi fin dalla prima met di questo secolo, nel periodo in cui
si stavano sviluppando vari totalitarismi di Stato, i quali -
come  noto - portarono all'orribile catastrofe bellica, la
Chiesa aveva chiaramente delineato la sua posizione di fronte a
questi regimi, che apparentemente agivano per un bene
superiore, qual  il bene dello Stato, mentre la storia avrebbe
invece dimostrato che quello era solo il bene di un determinato
partito, identificatosi con lo Stato. In realt, quei
regimi avevano coartato i diritti dei cittadini, negando loro
il riconoscimento proprio di quegli inviolabili diritti
dell'uomo che, verso la met del nostro secolo, hanno ottenuto
la loro formulazione in sede internazionale. Nel condividere la
gioia di questa conquista con tutti gli uomini di buona
volont, con tutti gli uomini che amano veramente la giustizia
e la pace, la Chiesa, consapevole che la sola "lettera" pu
uccidere, mentre soltanto "lo spirito d vita", deve
insieme con questi uomini di buona volont domandare
continuamente se la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e
l'accettazione della loro "lettera" significhino dappertutto
anche la realizzazione del loro "spirito". Sorgono, infatti,
timori fondati che molto spesso siamo ancora lontani da questa
realizzazione, e che talvolta lo spirito della vita sociale e
pubblica si trova in una dolorosa opposizione con la dichiarata
"lettera" dei diritti dell'uomo. Questo stato di cose, gravoso
per le rispettive societ, renderebbe particolarmente
responsabili, di fronte a queste societ ed alla storia
dell'uomo, coloro che contribuiscono a determinarlo.
Il senso essenziale dello Stato, come comunit politica,
consiste nel fatto che la societ o chi la compone, il popolo,
 sovrano della propria sorte. Questo senso non viene
realizzato, se, al posto dell'esercizio del potere con la
partecipazione morale della societ o del popolo, assistiamo
all'imposizione del potere da parte di un determinato gruppo a
tutti gli altri membri di questa societ. Queste cose sono
essenziali nella nostra epoca, in cui  enormemente aumentata
la coscienza sociale degli uomini ed insieme con essa il
bisogno di una corretta partecipazione dei cittadini alla vita
politica della comunit, tenendo conto delle reali condizioni
di ciascun popolo e del necessario vigore dell'autorit
pubblica. Questi sono, quindi, problemi di primaria
importanza dal punto di vista del progresso dell'uomo stesso e
dello sviluppo globale della sua umanit.
La Chiesa ha sempre insegnato il dovere di agire per il bene
comune e, cos facendo, ha educato altres buoni cittadini per
ciascuno Stato. Essa, inoltre, ha sempre insegnato che il
dovere fondamentale del potere  la sollecitudine per il bene
comune della societ; da qui derivano i suoi fondamentali
diritti. Proprio nel nome di queste premesse attinenti
all'ordine etico oggettivo, i diritti del potere non possono
essere intesi in altro modo che in base al rispetto dei diritti
oggettivi e inviolabili dell'uomo. Quel bene comune, che
l'autorit serve nello Stato,  pienamente realizzato solo
quando tutti i cittadini sono sicuri dei loro diritti. Senza
questo si arriva allo sfacelo della societ, all'opposizione
dei cittadini all'autorit, oppure ad una situazione di
oppressione, di intimidazione, di violenza, di terrorismo, di
cui ci hanno fornito numerosi esempi i totalitarismi del nostro
secolo.  cos che il principio dei diritti dell'uomo tocca
profondamente il settore della giustizia sociale e diventa
metro per la sua fondamentale verifica nella vita degli
Organismi politici.
Fra questi diritti si annovera, e giustamente, il diritto alla
libert religiosa accanto al diritto alla libert di coscienza.
Il Concilio Vaticano II ha ritenuto particolarmente necessaria
l'elaborazione di una pi ampia Dichiarazione su questo tema. E
il documento che s'intitola Dignitatis Humanae, nel quale
 stata espressa non soltanto la concezione teologica del
problema, ma anche la concezione dal punto di vista del diritto
naturale, cio dalla posizione "puramente umana", in base a
quelle premesse dettate dall'esperienza stessa dell'uomo, dalla
sua ragione e dal senso della sua dignit. Certamente, la
limitazione della libert religiosa delle persone e delle
comunit non  soltanto una loro dolorosa esperienza, ma
colpisce innanzitutto la dignit stessa dell'uomo,
indipendentemente dalla religione professata o dalla concezione
che esse hanno del mondo. La limitazione della libert
religiosa e la sua violazione contrastano con la dignit
dell'uomo e con i suoi diritti oggettivi. Il sunnominato
documento conciliare dice con bastante chiarezza che cosa sia
una tale limitazione e violazione della libert religiosa.
Indubbiamente, ci troviamo in questo caso di fronte a una
ingiustizia radicale riguardo a ci che  particolarmente
profondo nell'uomo, riguardo a ci che  autenticamente umano.
Difatti, perfino lo stesso fenomeno dell'incredulit,
areligiosit e ateismo, come fenomeno umano, si comprende
soltanto in relazione al fenomeno della religione e della fede.
 pertanto difficile, anche da un punto di vista "puramente
umano", accettare una posizione, secondo la quale solo
l'ateismo ha diritto di cittadinanza nella vita pubblica e
sociale, mentre gli uomini credenti, quasi per principio, sono
appena tollerati, oppure trattati come cittadini di categoria
inferiore, e perfino - il che  gi accaduto - sono del tutto
privati dei diritti di cittadinanza.
Occorre, pur se brevemente, trattare anche questo tema, perch
anch'esso rientra nel complesso delle situazioni dell'uomo nel
mondo attuale, perch anch'esso testimonia quanto questa
situazione sia gravata da pregiudizi e da ingiustizie di vario
genere. Se ci asteniamo dall'entrare nei particolari proprio in
questo campo, in cui avremmo uno speciale diritto e dovere di
farlo, ci  soprattutto perch, insieme con tutti coloro che
soffrono i tormenti della discriminazione e della persecuzione
per il nome di Dio, siamo guidati dalla fede nella forza
redentrice della croce di Cristo. Tuttavia, in virt del mio
ufficio, desidero a nome di tutti i credenti del mondo intero,
rivolgermi a coloro da cui, in qualche modo, dipende
l'organizzazione della vita sociale e pubblica, domandando ad
essi ardentemente di rispettare i diritti della religione e
dell'attivit della Chiesa. Non si chiede alcun privilegio, ma
il rispetto di un elementare diritto. L'attuazione di questo
diritto  una delle fondamentali verifiche dell'autentico
progresso dell'uomo in ogni regime, in ogni societ, sistema o
ambiente.
CAPITOLO 4
LA MISSIONE DELLA CHIESA E LA SORTE DELL'UOMO
18. La Chiesa sollecita della vocazione dell'uomo in Cristo
Questo sguardo, necessariamente sommario, alla situazione
dell'uomo nel mondo contemporaneo ci fa indirizzare ancor pi
il pensiero e il cuore a Ges Cristo, al mistero della
Redenzione, in cui il problema dell'uomo  inscritto con una
speciale forza di verit e di amore. Se Cristo "si  unito in
certo modo ad ogni uomo", la Chiesa, penetrando
nell'intimo di questo mistero, nel suo ricco e universale
linguaggio, vive anche pi profondamente la propria natura e
missione. Non invano l'Apostolo parla del Corpo di Cristo, che
 la Chiesa. Se questo Corpo mistico di Cristo  Popolo di
Dio - come dir in seguito il Concilio Vaticano II, basandosi
su tutta la tradizione biblica e patristica - ci significa che
ogni uomo  in esso penetrato da quel soffio di vita che
proviene da Cristo. In questo modo anche il volgersi verso
l'uomo, verso i suoi reali problemi, verso le sue speranze e
sofferenze, conquiste e cadute, fa s che la Chiesa stessa come
corpo, come organismo, come unit sociale, percepisca gli
stessi impulsi divini, i lumi e le forze dello Spirito che
provengono da Cristo crocifisso e risorto, ed  proprio per
questo che essa vive la sua vita. La Chiesa non ha altra vita
all'infuori di quella che le dona il suo Sposo e Signore.
Difatti, proprio perch Cristo nel mistero della sua Redenzione
si  unito ad essa, la Chiesa deve essere saldamente unita con
ciascun uomo.
Questa unione del Cristo con l'uomo  in se stessa un mistero,
dal quale nasce "l'uomo nuovo", chiamato a partecipare alla
vita di Dio, creato nuovamente in Cristo alla pienezza
della grazia e della verit. L'unione del Cristo con
l'uomo  la forza e la sorgente della forza, secondo l'incisiva
espressione di S. Giovanni nel prologo del suo Vangelo: "Il
Verbo ha dato potere di diventare figli di Dio". Questa 
la forza che trasforma interiormente l'uomo, quale principio di
una vita nuova che non svanisce e non passa, ma dura per la
vita eterna. Questa vita, promessa e offerta a ciascun
uomo dal Padre in Ges Cristo, eterno ed unigenito Figlio,
incarnato e nato "quando venne la pienezza del tempo" 
dalla Vergine Maria,  il compimento finale della vocazione
dell'uomo.  in qualche modo compimento di quella "sorte", che
dall'eternit Dio gli ha preparato. Questa "sorte divina" si fa
via, al di sopra di tutti gli enigmi, le incognite, le
tortuosit, le curve della "sorte umana" nel mondo temporale.
Se, infatti, tutto ci porta, pur con tutta la ricchezza della
vita temporale, per inevitabile necessit, alla frontiera della
morte ed al traguardo della distruzione del corpo umano, appare
a noi il Cristo oltre questo traguardo: "Io sono la
risurrezione e la vita; chi crede in me..., non morr in
eterno". In Ges Cristo crocifisso, deposto nel sepolcro e
poi risorto, "rifulge per noi la speranza della beata
risurrezione, la promessa dell'immortalit futura", verso
la quale l'uomo va attraverso la morte del corpo, condividendo
con tutto il creato visibile questa necessit, alla quale 
soggetta la materia. Noi intendiamo e cerchiamo di approfondire
sempre di pi il linguaggio di questa verit, che il Redentore
dell'uomo ha racchiuso nella frase: " lo Spirito che d la
vita, la carne non giova a nulla". Queste parole, malgrado
le apparenze, esprimono la pi alta affermazione dell'uomo:
l'affermazione del corpo, che lo Spirito vivifica!
La Chiesa vive queste realt, vive di questa verit sull'uomo,
che le permette di varcare le frontiere della temporaneit e,
simultaneamente, di pensare con particolare amore e
sollecitudine a tutto ci che, nelle dimensioni di questa
temporaneit, incide sulla vita dell'uomo, sulla vita dello
spirito umano, in cui si esprime quella perenne inquietudine,
secondo le parole di S. Agostino: "Ci hai fatto, o Signore, per
te ed  inquieto il nostro cuore, finch non riposa in
te". In questa inquietudine creativa batte e pulsa ci che
 pi profondamente umano: la ricerca della verit,
l'insaziabile bisogno del bene, la fame della libert, la
nostalgia del bello, la voce della coscienza. La Chiesa,
cercando di guardare l'uomo quasi con "gli occhi di Cristo
stesso", si fa sempre pi consapevole di essere la custode di
un grande tesoro, che non le  lecito sciupare, ma deve
continuamente accrescere. Infatti, il Signore Ges ha detto:
"Chi non raccoglie con me, disperde". Quel tesoro
dell'umanit, arricchito dall'ineffabile mistero della
figliolanza divina, della grazia di "adozione a
figli" nell'unigenito Figlio di Dio, mediante il quale
diciamo a Dio "Abb, Padre",  insieme una forza potente
che unifica la Chiesa soprattutto dal di dentro e d senso a
tutta la sua attivit. Per tale forza la Chiesa si unisce con
lo Spirito di Cristo, con quello Spirito Santo che il Redentore
aveva promesso, che comunica continuamente, e la cui discesa,
rivelata il giorno della Pentecoste, perdura sempre. Cos negli
uomini si rivelano le forze dello Spirito, i doni dello
Spirito, i frutti dello Spirito Santo. E la Chiesa
del nostro tempo sembra ripetere con sempre maggior fervore e
con santa insistenza: "Vieni, o Santo Spirito!". Vieni! Vieni!
"Lava ci che  sordido! Feconda ci che  arido! Risana ci
che  ferito! Piega ci che  rigido! Riscalda ci che 
gelido! Raddrizza ci che  sviato!".
Questa supplica allo Spirito, intesa appunto ad ottenere lo
Spirito,  la risposta a tutti i "materialismi" della nostra
epoca. Sono essi che fanno nascere tante forme di insaziabilit
del cuore umano. Questa supplica si fa sentire da diverse parti
e sembra che fruttifichi anche in modi diversi. Si pu dire che
in questa supplica la Chiesa non sia sola? S, si pu dire,
perch "il bisogno" di ci che  spirituale  espresso anche da
persone che si trovano al di fuori dei confini visibili della
Chiesa. Non  ci confermato forse da quella verit sulla
Chiesa, messa in evidenza con tanta acutezza dal recente
Concilio nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium, laddove
insegna che la Chiesa  "sacramento, o segno e strumento
dell'intima unione con Dio e dell'unit di tutto il genere
umano"? Questa invocazione allo Spirito e per lo Spirito
non  altro che un costante introdursi nella piena dimensione
del mistero della Redenzione, in cui Cristo, unito al Padre e
con ogni uomo, ci comunica continuamente quello Spirito che
mette in noi i sentimenti del Figlio e ci orienta verso il
Padre.  per questo che la Chiesa della nostra epoca -
epoca particolarmente affamata di Spirito, perch affamata di
giustizia, di pace, di amore, di bont, di fortezza, di
responsabilit, di dignt umana - deve concentrarsi e riunirsi
intorno a quel mistero, ritrovando in esso la luce e la forza
indispensabili per la propria missione. Se infatti - come 
stato detto in precedenza - l'uomo  la via della vita
quotidiana della Chiesa,  necessario che la stessa Chiesa sia
sempre consapevole della dignit dell'adozione divina che
l'uomo ottiene, in Cristo, per la grazia dello Spirito
Santo, e della destinazione alla grazia e alla
gloria. Riflettendo sempre di nuovo su tutto questo,
accettandolo con una fede sempre pi cosciente e con un amore
sempre pi fermo, la Chiesa si rende, al tempo stesso, pi
idonea a quel servizio dell'uomo, a cui Cristo Signore la
chiama, quando dice: "Il Figlio dell'uomo... non  venuto per
essere servito, ma per servire". La Chiesa esplica questo
suo ministero, partecipando al "triplice ufficio" ch' proprio
dello stesso suo Maestro e Redentore. Questa dottrina,
appoggiata sul suo fondamento biblico,  stata messa in piena
luce dal Concilio Vaticano II, con grande vantaggio per la vita
della Chiesa. Quando, infatti, diventiamo consapevoli della
partecipazione alla triplice missione del Cristo, al suo
triplice ufficio - sacerdotale, profetico e regale -
diventiamo parimenti pi consapevoli di ci a cui deve servire
tutta la Chiesa, come societ e comunit del Popolo di Dio
sulla terra, comprendendo, altres, quale debba essere la
partecipazione di ognuno di noi a questa missione e servizio.
19. La Chiesa responsabile della verit
Cos, alla luce della sacra dottrina del Concilio Vaticano II,
la Chiesa appare davanti a noi come soggetto sociale della
responsabilit per la verit divina. Con profonda commozione
ascoltiamo Cristo stesso, quando dice: "La parola che voi udite
non  mia, ma del Padre che mi ha mandato". In questa
affermazione del nostro Maestro non si avverte forse quella
responsabilit per la verit rivelata, che  "propriet" di Dio
stesso, se perfino Lui, "Figlio unigenito" che vive "in seno al
Padre", quando la trasmette come profeta e maestro, sente
il bisogno di sottolineare che agisce in piena fedelt alla sua
divina sorgente? La medesima fedelt deve essere una qualit
costitutiva della fede della Chiesa, sia quando essa la
insegna, sia quando la professa. La fede, come specifica virt
soprannaturale infusa nello spirito umano, ci fa partecipi
della conoscenza di Dio, come risposta alla sua Parola
rivelata. Perci, si esige che la Chiesa, quando professa ed
insegna la fede, sia strettamente aderente alla verit
divina, e la traduca in comportamenti vissuti di ossequio
consentaneo alla ragione. Cristo stesso, allo scopo di
garantire la fedelt alla verit divina, ha promesso alla
Chiesa la particolare assistenza dello Spirito di verit, ha
dato il dono dell'infallibilit a coloro, ai quali ha
affidato il mandato di trasmettere tale verit e di
insegnarla - come aveva gi chiaramente definito il
Concilio Vaticano I e, in seguito, ha ripetuto il Concilio
Vaticano II - ed ha dotato, inoltre, tutto il Popolo di
Dio di un particolare senso della fede.
Di conseguenza, siamo diventati partecipi di questa missione di
Cristo-profeta e, in forza della stessa missione, insieme con
Lui serviamo la verit divina nella Chiesa. La responsabilit
per tale verit significa anche amarla e cercarne la pi esatta
comprensione, in modo da renderla pi vicina a noi stessi ed
agli altri in tutta la sua forza salvifica, nel suo splendore,
nella sua profondit ed insieme semplicit. Questo amore e
questa aspirazione a comprendere la verit debbono camminare
congiuntamente, come confermano le storie dei Santi della
Chiesa. Essi erano pi illuminati dall'autentica luce, che
rischiara la verit divina ed avvicina la realt stessa di Dio,
perch si accostavano a questa verit con venerazione ed amore:
amore soprattutto verso Cristo, Parola vivente della verit
divina e, insieme, amore verso la sua espressione umana nel
Vangelo, nella tradizione, nella teologia. Anche oggi sono
necessarie, innanzitutto, tale comprensione e tale
interpretazione della Parola divina;  necessaria tale
teologia. La teologia ebbe sempre e continua ad avere una
grande importanza, perch la Chiesa, Popolo di Dio, possa in
modo creativo e fecondo partecipare alla missione profetica di
Cristo. Perci, i teologi, come servitori della verit divina,
dedicando i loro studi e lavori ad una sempre pi penetrante
comprensione di essa, non possono mai perdere di vista il
significato del loro servizio nella Chiesa, racchiuso nel
concetto dell'"intellectus fidei". Questo concetto funziona,
per cos dire, a ritmo bilaterale, secondo l'espressione di S.
Agostino "intellege, ut credas; crede, ut intellegas", e
funziona in modo corretto allorch essi cercano di servire il
Magistero, affidato nella Chiesa ai Vescovi, uniti col vincolo
della comunione gerarchica col Successore di Pietro, ed ancora
quando si mettono a servizio della loro sollecitudine
nell'insegnamento e nella pastorale, come pure quando si
mettono a servizio degli impegni apostolici di tutto il Popolo
di Dio.
Come nelle epoche precedenti, cos anche oggi - e forse ancora
di pi - i teologi e tutti gli uomini di scienza nella Chiesa
sono chiamati ad unire la fede con la scienza e la sapienza,
per contribuire ad una loro reciproca compenetrazione, come
leggiamo nella preghiera liturgica per la memoria di
Sant'Alberto, dottore della Chiesa. Questo impegno si  oggi
enormemente ampliato per il progresso della scienza umana, dei
suoi metodi e delle conquiste nella conoscenza del mondo e
dell'uomo. Ci riguarda tanto le scienze esatte, quanto anche
le scienze umane, come pure la filosofia, i cui stretti legami
con la teologia sono stati ricordati dal Concilio Vaticano II.
In questo campo dell'umana conoscenza, che di continuo si
allarga ed insieme si differenzia, anche la fede deve
costantemente approfondirsi, manifestando la dimensione del
mistero rivelato e tendendo alla comprensione della verit, che
ha in Dio l'unica suprema sorgente. Se  lecito - e bisogna
perfino augurarselo - che quell'enorme lavoro da svolgere in
questo senso prenda in considerazione un certo pluralismo di
metodi, tuttavia tale lavoro non pu allontanarsi dalla
fondamentale unit nell'insegnamento della Fede e della Morale,
quale fine che gli  proprio. , pertanto, indispensabile una
stretta collaborazione della teologia col Magistero. Ogni
teologo deve essere particolarmente cosciente di ci che Cristo
stesso ha espresso, quando ha detto: "La parola che voi
ascoltate non  mia, ma del Padre che mi ha mandato".
Nessuno, dunque, pu fare della teologia quasi che fosse una
semplice raccolta dei propri concetti personali; ma ognuno deve
essere consapevole di rimanere in stretta unione con quella
missione di insegnare la verit, di cui  responsabile la
Chiesa.
La partecipazione all'ufficio profetico di Cristo stesso plasma
la vita di tutta la Chiesa, nella sua dimensione fondamentale.
Una speciale partecipazione a questo ufficio compete ai Pastori
della Chiesa, i quali insegnano e, di continuo e in diversi
modi, annunciano e trasmettono la dottrina della fede e della
morale cristiana. Questo insegnamento, sia sotto l'aspetto
missionario che sotto quello ordinario, contribuisce ad adunare
il Popolo di Dio attorno a Cristo, prepara alla partecipazione
all'Eucaristia, indica le vie della vita sacramentale. Il
Sinodo dei Vescovi nel 1977 ha dedicato la sua specifica
attenzione alla catechesi nel mondo contemporaneo, e il frutto
maturo delle sue deliberazioni, esperienze e suggerimenti
trover, fra breve, la sua espressione - conformemente alla
proposta dei partecipanti al Sinodo - in un apposito documento
pontificio. La catechesi costituisce, certamente, una perenne e
insieme fondamentale forma di attivit della Chiesa, in cui si
manifesta il suo carisma profetico: testimonianza e
insegnamento vanno di pari passo. E bench qui si parli in
primo luogo dei sacerdoti, non  possibile per non ricordare
anche il grande numero di religiosi e di religiose, che si
dedicano all'attivit catechistica per amore del Maestro
divino. Sarebbe, infine, difficile non menzionare tanti laici,
che in questa attivit trovano l'espressione della loro fede e
della responsabilit apostolica.
Inoltre, bisogna sempre pi procurare che le varie forme della
catechesi ed i diversi suoi campi - a cominciare da quella
forma fondamentale, che  la catechesi "familiare", cio la
catechesi dei genitori nei riguardi dei loro propri figli -
attestino la partecipazione universale di tutto il Popolo di
Dio all'ufficio profetico di Cristo stesso. Bisogna che, in
dipendenza da questo fatto, la responsabilit della Chiesa per
la verit divina sia sempre pi, e in vari modi, condivisa da
tutti. E che cosa dire qui degli specialisti delle diverse
discipline, dei rappresentanti delle scienze naturali e delle
lettere, dei medici, dei giuristi, degli uomini dell'arte e
della tecnica, degli insegnanti dei vari gradi e
specializzazioni? Tutti loro - come membri del Popolo di Dio -
hanno la propria parte nella missione profetica di Cristo, nel
suo servizio alla verit divina, anche con l'atteggiamento
onesto di fronte alla verit, a qualsiasi campo essa
appartenga, mentre educano gli altri nella verit e insegnano
loro a maturare nell'amore e nella giustizia. Cos, dunque, il
senso di responsabilit per la verit  uno dei fondamentali
punti d'incontro della Chiesa con ogni uomo, ed  parimenti una
delle fondamentali esigenze, che determinano la vocazione
dell'uomo nella comunit della Chiesa. La Chiesa dei nostri
tempi, guidata dal senso di responsabilit per la verit, deve
perseverare nella fedelt alla propria natura, alla quale
spetta la missione profetica che proviene da Cristo stesso:
"Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi ... Ricevete lo
Spirito Santo".
20. Eucaristia e penitenza
Nel mistero della Redenzione, cio dell'opera salvifica operata
da Ges Cristo, la Chiesa partecipa al Vangelo del suo Maestro
non soltanto mediante la fedelt alla Parola ed il servizio
alla verit, ma parimenti mediante la sottomissione, piena di
speranza e di amore, partecipa alla forza della sua azione
redentrice, che Egli ha espresso e racchiuso in forma
sacramentale, soprattutto nell'Eucaristia. Questo  il
centro e il vertice di tutta la vita sacramentale, per mezzo
della quale ogni cristiano riceve la forza salvifica della
Redenzione, iniziando dal mistero del Battesimo, in cui siamo
immersi nella morte di Cristo, per diventare partecipi della
sua Risurrezione, come insegna l'Apostolo. Alla luce di
questa dottrina, diventa ancor pi chiara la ragione per cui
tutta la vita sacramentale della Chiesa e di ciascun cristiano
raggiunge il suo vertice e la sua pienezza proprio
nell'Eucaristia. In questo Sacramento, infatti, si rinnova
continuamente, per volere di Cristo, il mistero del sacrificio,
che Egli fece di se stesso al Padre sull'altare della Croce:
sacrificio che il Padre accett, ricambiando questa totale
donazione di suo Figlio, che si fece "obbediente fino alla
morte", con la sua paterna donazione, cio col dono della
nuova vita immortale nella risurrezione, perch il Padre  la
prima sorgente e il datore della vita fin dal principio. Quella
vita nuova che implica la glorificazione corporale di Cristo
crocifisso,  diventata segno efficace del nuovo dono elargito
all'umanit, dono che  lo Spirito Santo, mediante il quale la
vita divina, che il Padre ha in s e che d al suo Figlio,
viene comunicata a tutti gli uomini che sono uniti con Cristo.
L'Eucaristia  il Sacramento pi perfetto di questa unione.
Celebrando ed insieme partecipando all'Eucaristia, noi ci
uniamo a Cristo terrestre e celeste, che intercede per noi
presso il Padre; ma ci uniamo sempre mediante l'atto
redentore del suo sacrificio, per mezzo del quale Egli ci ha
redenti, cos che siamo stati "comprati a caro prezzo". Il
"caro prezzo" della nostra redenzione comprova, parimenti, il
valore che Dio stesso attribuisce all'uomo, comprova la nostra
dignit in Cristo. Diventando infatti "figli di Dio",
figli di adozione, a sua somiglianza noi diventiamo al
tempo stesso "regno di sacerdoti", otteniamo "il sacerdozio
regale", cio partecipiamo a quell'unica e irreversibile
restituzione dell'uomo e del mondo al Padre, che Egli, Figlio
eterno e insieme vero uomo, fece una volta per sempre.
L'Eucaristia  il Sacramento, in cui si esprime pi
compiutamente il nostro nuovo essere, in cui Cristo stesso,
incessantemente e sempre in modo nuovo, "rende testimonianza"
nello Spirito Santo al nostro spirito che ognuno di noi,
come partecipe del mistero della Redenzione, ha accesso ai
frutti della filiale riconciliazione con Dio, quale Egli
stesso aveva attuato e sempre attua fra noi mediante il
ministero della Chiesa.
 verit essenziale, non soltanto dottrinale ma anche
esistenziale, che l'Eucaristia costruisce la Chiesa, e la
costruisce come autentica comunit del Popolo di Dio, come
assemblea dei fedeli, contrassegnata dallo stesso carattere di
unit, di cui furono partecipi gli Apostoli ed i primi
discepoli del Signore. L'Eucaristia costruisce sempre
nuovamente questa comunit e unit; sempre la costruisce e la
rigenera sulla base del sacrificio di Cristo stesso, perch
commemora la sua morte sulla Croce, a prezzo della quale
siamo stati redenti da Lui. Perci, nell'Eucaristia tocchiamo,
si potrebbe dire, il mistero stesso del Corpo e del Sangue del
Signore, come testimoniano le stesse parole al momento
dell'istituzione, le quali, in virt di essa, sono diventate le
parole della perenne celebrazione dell'Eucaristia da parte dei
chiamati a questo ministero nella Chiesa.
La Chiesa vive dell'Eucaristia, vive della pienezza di questo
Sacramento, il cui stupendo contenuto e significato han trovato
spesso la loro espressione nel Magistero della Chiesa, dai
tempi pi remoti fino ai nostri giorni. Tuttavia, possiamo
dire con certezza che questo insegnamento - sorretto dalla
acutezza dei teologi, dagli uomini di profonda fede e di
preghiera, dagli asceti e mistici, in tutta la loro fedelt al
mistero eucaristico - rimane quasi sulla soglia, essendo
incapace di afferrare e di tradurre in parole ci che 
l'Eucaristia in tutta la sua pienezza, ci che essa esprime e
ci che in essa si attua. Infatti, essa  il Sacramento
ineffabile! L'impegno essenziale e, soprattutto, la visibile
grazia e sorgente della forza soprannaturale della Chiesa come
Popolo di Dio,  il perseverare e progredire costantemente
nella vita eucaristica, nella piet eucaristica,  lo sviluppo
spirituale nel clima dell'Eucaristia. A maggior ragione,
dunque, non ci  lecito n nel pensiero, n nella vita, n
nell'azione togliere a questo Sacramento, veramente santissimo,
la sua piena dimensione ed il suo essenziale significato. Esso
 nello stesso tempo Sacramento-Sacrificio, Sacramento-
Comunione e Sacramento-Presenza. E bench sia vero che
l'Eucaristia fu sempre e deve essere tuttora la pi profonda
rivelazione e celebrazione della fratellanza umana dei
discepoli e confessori di Cristo, non pu essere trattata
soltanto come un'"occasione" per manifestare questa
fratellanza. Nel celebrare il Sacramento del Corpo e del Sangue
del Signore, bisogna rispettare la piena dimensione del mistero
divino, il pieno senso di questo segno sacramentale, nel quale
Cristo, realmente presente,  ricevuto, l'anima  ricolmata di
Grazia e a noi vien dato il pegno della gloria futura. Di
qui deriva il dovere di una rigorosa osservanza delle norme
liturgiche e di tutto ci che testimonia il culto comunitario
reso a Dio stesso, tanto pi perch, in questo segno
sacramentale, Egli si afffida a noi con fiducia illimitata,
come se non prendesse in considerazione la nostra debolezza
umana, la nostra indegnit, le abitudini, la "routine" o,
addirittura, la possibilit di oltraggio. Tutti nella Chiesa,
ma soprattutto i Vescovi e i Sacerdoti, debbono vigilare perch
questo Sacramento di amore sia al centro della vita del Popolo
di Dio, perch, attraverso tutte le manifestazioni del culto
dovuto, si faccia in modo da rendere a Cristo "amore per
amore", perch Egli diventi veramente "vita delle nostre
anime". N, d'altra parte, potremo mai dimenticare le
seguenti parole di San Paolo: "Ciascuno, pertanto, esamini se
stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo
calice".
Questo invito dell'Apostolo indica, almeno indirettamente, lo
stretto legame fra l'Eucaristia e la Penitenza. Difatti, se la
prima parola dell'insegnamento di Cristo, la prima frase del
VangeloBuona Novella, era "Convertitevi e credete al Vangelo"
(metanoite), il Sacramento della Passione, della Croce e
Risurrezione sembra rafforzare e consolidare in modo del tutto
speciale questo invito nelle nostre anime. L'Eucaristia e la
Penitenza diventano cos, in un certo senso, una dimensione
duplice e, insieme, intimamente connessa dell'autentica vita
secondo lo spirito del Vangelo, vita veramente cristiana.
Cristo, che invita al banchetto eucaristico,  sempre lo stesso
Cristo che esorta alla penitenza, che ripete il
"Convertitevi". Senza questo costante e sempre rinnovato
sforzo per la conversione, la partecipazione all'Eucaristia
sarebbe priva della sua piena efficacia redentrice, verrebbe
meno o, comunque, sarebbe in essa indebolita quella particolare
disponibilit di rendere a Dio il sacrificio spirituale,
in cui si esprime in modo essenziale e universale la nostra
partecipazione al sacerdozio di Cristo. In Cristo, infatti, il
sacerdozio  unito col proprio sacrificio, con la sua donazione
al Padre; e tale donazione, appunto perch  illimitata, fa
nascere in noi - uomini soggetti a molteplici limitazioni - il
bisogno di rivolgerci verso Dio in forma sempre pi matura e
con una costante conversione, sempre pi profonda.
Negli ultimi anni  stato fatto molto per mettere in evidenza -
in conformit, del resto, alla pi antica tradizione della
Chiesa - l'aspetto comunitario della penitenza e, soprattutto,
del sacramento della Penitenza nella pratica della Chiesa.
Queste iniziative sono utili e serviranno certamente ad
arricchire la prassi penitenziale della Chiesa contemporanea.
Non possiamo, per, dimenticare che la conversione  un atto
interiore di una profondit particolare, in cui l'uomo non pu
essere sostituito dagli altri, non pu farsi "rimpiazzare"
dalla comunit. Bench la comunit fraterna dei fedeli,
partecipanti alla celebrazione penitenziale, giovi grandemente
all'atto della conversione personale, tuttavia, in definitiva,
 necessario che in questo atto si pronunci l'individuo stesso,
con tutta la profondit della sua coscienza, con tutto il senso
della sua colpevolezza e della sua fiducia in Dio, mettendosi
davanti a Lui, come il Salmista, per confessare: "Contro di te
ho peccato". La Chiesa, quindi, osservando fedelmente la
plurisecolare prassi del sacramento della Penitenza - la
pratica della confessione individuale, unita all'atto personale
di dolore e al proposito di correggersi e di soddisfare -
difende il diritto particolare dell'anima umana.  il diritto
ad un pi personale incontro dell'uomo con Cristo crocifisso
che perdona, con Cristo che dice, per mezzo del ministro del
sacramento della Riconciliazione: "Ti sono rimessi i tuoi
peccati"; "V, e d'ora in poi non peccare pi". Come
 evidente, questo  nello stesso tempo il diritto di Cristo
stesso verso ogni uomo da lui redento.  il diritto ad
incontrarsi con ciascuno di noi in quel momento-chiave della
vita dell'anima, che  quello della conversione e del perdono.
La Chiesa, custodendo il sacramento della Penitenza, afferma
espressamente la sua fede nel mistero della Redenzione, come
realt viva e vivificante, che corrisponde alla verit
interiore dell'uomo, corrisponde all'umana colpevolezza ed
anche ai desideri della coscienza umana. "Beati quelli che
hanno fame e sete della giustizia, perch saranno
saziati". Il sacramento della Penitenza  il mezzo per
saziare l'uomo con quella giustizia, che proviene dallo stesso
Redentore.
Nella Chiesa che, soprattutto nei nostri tempi, si raccoglie
specialmente intorno all'Eucaristia, e desidera che l'autentica
comunit eucaristica diventi segno dell'unit di tutti i
cristiani, unit che sta gradualmente maturando, deve essere
vivo il bisogno della penitenza, sia nel suo aspetto
sacramentale, come anche in quello concernente la
penitenza come virt. Questo secondo aspetto fu espresso da
Paolo VI nella Costituzione Apostolica Paenitemini. Uno
dei compiti della Chiesa  di mettere in pratica l'insegnamento
in essa contenuto; si tratta di argomento che dovr esser di
certo da noi approfondito ancora nella riflessione comune, e
fatto oggetto di molte ulteriori decisioni, in spirito di
collegialit pastorale, rispettando le diverse tradizioni a
questo proposito e le diverse circostanze della vita degli
uomini del nostro tempo. Tuttavia,  certo che la Chiesa del
nuovo Avvento, la Chiesa che si prepara di continuo alla nuova
venuta del Signore, deve essere la Chiesa dell'Eucaristia e
della Penitenza. Soltanto sotto questo profilo spirituale della
sua vitalit e della sua attivit, essa  la Chiesa della
missione divina, la Chiesa in statu missionis, cos come ce ne
ha rivelato il volto il Concilio Vaticano II.
21. Vocazione cristiana: servire e regnare
Il Concilio Vaticano II, costruendo dalle stesse fondamenta
l'immagine della Chiesa come Popolo di Dio - mediante
l'indicazione della triplice missione di Cristo stesso,
partecipando alla quale noi diventiamo veramente Popolo di Dio
- ha messo in rilievo anche questa caratteristica della
vocazione cristiana, che si pu definire "regale". Per
presentare tutta la ricchezza della dottrina conciliare,
bisognerebbe far qui riferimento a numerosi capitoli e
paragrafi della Costituzione Lumen Gentium ed ancora a molti
altri documenti conciliari. In mezzo a tutta questa ricchezza,
un elemento sembra per emergere: la partecipazione alla
missione regale di Cristo, cio il fatto di riscoprire in s e
negli altri quella particolare dignit della nostra vocazione,
che si pu definire "regalit". Questa dignit si esprime nella
disponibilit a servire, secondo l'esempio di Cristo, che "non
 venuto per essere servito, ma per servire". Se dunque
alla luce di questo atteggiamento di Cristo si pu veramente
"regnare" soltanto "servendo", in pari tempo il "servire" esige
una tale maturit spirituale che bisogna proprio definirlo un
"regnare". Per poter degnamente ed efficacemente servire gli
altri, bisogna saper dominare se stessi, bisogna possedere le
virt che rendono possibile questo dominio. La nostra
partecipazione alla missione regale di Cristo - proprio al suo
"ufficio regale"  (munus) -  strettamente legata ad ogni sfera
della morale, cristiana ed insieme umana.
Il Concilio Vaticano II, presentando il quadro completo del
Popolo di Dio, ricordando quale posto abbiano in esso non
soltanto i sacerdoti, ma anche i laici, non soltanto i
rappresentanti della Gerarchia, ma anche quelle e quelli degli
Istituti di vita consacrata, non ha dedotto questa immagine
solo da una premessa sociologica. La Chiesa, come societ
umana, pu senz'altro essere anche esaminata e definita secondo
le categorie, di cui si servono le scienze nei confronti di
qualsiasi societ umana. Ma queste categorie non sono
sufficienti. Per tutta la comunit del Popolo di Dio e per
ciascuno dei suoi membri, non si tratta soltanto di una
specifica "appartenenza sociale", ma piuttosto  essenziale,
per ciascuno e per tutti, una particolare "vocazione". La
Chiesa, infatti, come Popolo di Dio - secondo l'insegnamento
sopra citato di San Paolo e ricordato in modo mirabile da Pio
XII -  anche "Corpo mistico di Cristo". L'appartenenza ad
esso deriva da una chiamata particolare, unita all'azione
salvifica della grazia. Se quindi vogliamo aver presente questa
comunit del Popolo di Dio, cos vasta ed estremamente
differenziata, dobbiamo anzitutto vedere Cristo, che dice in un
certo modo a ciascun membro di questa comunit: "Seguimi".
Questa  la comunit dei discepoli, ciascuno dei quali, in modo
diverso, talvolta molto cosciente e coerente, talvolta poco
consapevole e molto incoerente, segue Cristo. In questo si
manifestano anche il profilo profondamente "personale" e la
dimensione di questa societ, la quale - nonostante tutte le
deficienze della vita comunitaria, nel senso umano di questa
parola -  una comunit proprio per il fatto che tutti la
costituiscono insieme con Cristo stesso, se non altro perch
portano nella loro anima il segno indelebile di chi 
cristiano.
Il medesimo Concilio ha usato un'attenzione del tutto
particolare, per dimostrare in quale modo questa comunit
"ontologica" dei discepoli e dei confessori debba diventare
sempre pi, anche "umanamente", una comunit cosciente della
propria vita ed attivit. Le iniziative del Concilio in questo
campo hanno trovato la loro continuit nelle numerose e
ulteriori iniziative di carattere sinodale, apostolico e
organizzativo. Dobbiamo, per, tener sempre presente la verit
che ogni iniziativa in tanto serve al vero rinnovamento della
Chiesa, e in tanto contribuisce ad apportare l'autentica luce
che  Cristo, in quanto si basa sull'adeguata
consapevolezza della vocazione e della responsabilit per
questa grazia singolare, unica e irripetibile, mediante la
quale ogni cristiano nella comunit del Popolo di Dio
costruisce il Corpo di Cristo. Questo principio, che  la
regola-chiave di tutta la prassi cristiana - prassi apostolica
e pastorale, prassi della vita interiore e di quella sociale -
deve essere applicato, in giusta proporzione, a tutti gli
uomini e a ciascuno di essi. Anche il Papa, come pure ogni
Vescovo, deve applicarlo a s. A questo principio debbono
essere fedeli i sacerdoti, i religiosi e le religiose. In base
ad esso debbono costruire la loro vita gli sposi, i genitori,
le donne e gli uomini di condizione e di professione diverse,
iniziando da coloro che occupano nella societ le pi alte
cariche e finendo con coloro che svolgono i lavori pi
semplici. Questo  appunto il principio di quel "servizio
regale", che impone a ciascuno di noi, seguendo l'esempio di
Cristo, il dovere di esigere da se stessi esattamente quello a
cui siamo chiamati, a cui - per rispondere alla vocazione - ci
siamo personalmente obbligati, con la grazia di Dio. Tale
fedelt alla vocazione ottenuta da Dio, mediante Cristo, porta
con s quella solidale responsabilit per la Chiesa, alla quale
il Concilio Vaticano II vuole educare tutti i cristiani. Nella
Chiesa, infatti, come nella comunit del Popolo di Dio, guidata
dall'opera dello Spirito Santo, ciascuno ha "il proprio dono",
come insegna San Paolo. Questo "dono", pur essendo una
personale vocazione ed una forma di partecipazione all'opera
salvifica della Chiesa, serve parimenti agli altri, costruisce
la Chiesa e le comunit fraterne nelle varie sfere
dell'esistenza umana sulla terra.
La fedelt alla vocazione, cio la perseverante disponibilit
al "servizio regale", ha un particolare significato per questa
molteplice costruzione, soprattutto per ci che riguarda i
cmpiti pi im pegnativi, che hanno maggiore influenza sulla
vita del nostro prossimo e di tutta la societ. Per la fedelt
alla propria vocazione debbono distinguersi gli sposi, come
esige la natura indissolubile dell'istituzione sacramentale del
matrimonio. Per una simile fedelt alla propria vocazione
debbono distinguersi i sacerdoti, atteso il carattere
indelebile che il sacramento dell'Ordine imprime nelle loro
anime. Ricevendo questo sacramento, noi nella Chiesa Latina
c'impegniamo consapevolmente e liberamente a vivere nel
celibato, e perci ognuno di noi deve far tutto il possibile,
con la grazia di Dio, per essere riconoscente per questo dono e
fedele al vincolo accettato per sempre. Ci non diversamente
dagli sposi, che debbono con tutte le loro forze tendere a
perseverare nell'unione matrimoniale, costruendo con questa
testimonianza d'amore la comunit familiare ed educando nuove
generazioni di uomini, capaci di consacrare anch'essi tutta la
loro vita alla propria vocazione, cio a quel "servizio regale"
di cui l'esempio e il pi bel modello ci sono offerti da Ges
Cristo. La sua Chiesa, che noi tutti formiamo,  "per gli
uomini" nel senso che, basandoci sull'esempio di Cristo e
collaborando con la grazia che Egli ci ha guadagnato, possiamo
raggiungere quel "regnare", e cio realizzare una matura
umanit in ciascuno di noi. Umanit matura significa pieno uso
del dono della libert, che abbiamo ottenuto dal Creatore, nel
momento in cui egli ha chiamato all'esistenza l'uomo fatto a
sua immagine e somiglianza. Questo dono trova la sua piena
realizzazione nella donazione, senza riserve, di tutta la
propria persona umana, in spirito di amore sponsale al Cristo
e, con Cristo, a tutti coloro, ai quali Egli invia uomini o
donne, che a Lui sono totalmente consacrati secondo i consigli
evangelici. Ecco l'ideale della vita religiosa, assunto dagli
Ordini e Congregazioni, sia antichi che recenti, e dagli
Istituti secolari.
Ai nostri tempi, si ritiene talvolta, erroneamente, che la
libert sia fine a se stessa, che ogni uomo sia libero quando
ne usa come vuole, che a questo sia necessario tendere nella
vita degli individui e delle societ. La libert, invece,  un
grande dono soltanto quando sappiamo consapevolmente usarla per
tutto ci che  il vero bene. Cristo c'insegna che il migliore
uso della libert  la carit, che si realizza nel dono e nel
servizio. Per tale "libert Cristo ci ha liberati"  e ci
libera sempre. La Chiesa attinge qui l'incessante ispirazione,
l'invito e l'impulso alla sua missione ed al suo servizio fra
tutti gli uomini. La piena verit sulla libert umana 
profondamente incisa nel mistero della Redenzione. La Chiesa
serve veramente l'umanit, quando tutela questa verit con
instancabile attenzione, con amore fervente, con impegno
maturo, e quando, in tutta la propria comunit, mediante la
fedelt alla vocazione di ciascun cristiano, la trasmette e la
concretizza nella vita umana. In questo modo viene confermato
ci a cui abbiam fatto riferimento gi in precedenza, e cio
che l'uomo  e diventa sempre la "via" della vita quotidiana
della Chiesa.
22. La Madre della nostra fiducia
Quando dunque all'inizio del nuovo pontificato rivolgo al
Redentore dell'uomo il mio pensiero e il mio cuore, desidero in
questo modo entrare e penetrare nel ritmo pi profondo della
vita della Chiesa. Se, infatti, la Chiesa vive la sua propria
vita, ci avviene perch la attinge da Cristo, il quale vuole
sempre una cosa sola, cio che abbiamo la vita e l'abbiamo in
abbondanza.
Questa pienezza di vita, che  in Lui,  contemporaneamente per
l'uomo. Perci, la Chiesa, unendosi a tutta la ricchezza del
mistero della Redenzione, diventa Chiesa degli uomini viventi,
viventi perch vivificati dall'interno per opera dello "Spirito
di verit", perch visitati dall'amore che lo Spirito
Santo infonde nei nostri cuori. Lo scopo di qualsiasi
servizio nella Chiesa, sia esso apostolico, pastorale,
sacerdotale, episcopale,  di mantenere questo legame dinamico
del mistero della Redenzione con ogni uomo.
Se siamo coscienti di questo cmpito, allora ci sembra di
comprender meglio che cosa significhi dire che la Chiesa 
madre, ed ancora che cosa significhi che la Chiesa sempre
e, particolarmente, nei nostri tempi ha bisogno di una Madre.
Dobbiamo una speciale gratitudine ai Padri del Concilio
Vaticano II, che hanno espresso questa verit nella
Costituzione Lumen Gentium con la ricca dottrina mariologica in
essa contenut. Poich Paolo VI, ispirato da questa
dottrina, ha proclamato la Madre di Cristo "Madre della
Chiesa", e tale denominazione ha trovato una vasta
risonanza, sia lecito anche al suo indegno Successore di
rivolgersi a Maria, come Madre della Chiesa, alla fine delle
presenti considerazioni, che era opportuno svolgere all'inizio
del servizio pontificale. Maria  Madre della Chiesa, perch,
in virt dell'ineffabile elezione dello stesso eterno
Padre, e sotto la particolare azione dello Spirito
d'amore, Ella ha dato la vita umana al Figlio di Dio, "per
il quale e dal quale son tutte le cose" e da cui tutto il
Popolo di Dio assume la grazia e la dignit dell'elezione. Il
suo proprio Figlio volle esplicitamente estendere la maternit
di sua Madre - ed estenderla in modo facilmente accessibile a
tutte le anime e i cuori - additandoLe dall'alto della croce il
suo discepolo prediletto come figlio. Lo Spirito Santo Le
sugger di rimanere anche Lei, dopo l'Ascensione di nostro
Signore, nel Cenacolo raccolta nella preghiera e nell'attesa,
insieme con gli Apostoli fino al giorno della Pentecoste, in
cui doveva visibilmente nascere la Chiesa, uscendo
dall'oscurit. E in seguito tutte le generazioni dei
discepoli e di quanti confessano ed amano Cristo - cos come
l'apostolo Giovanni - accolsero spiritualmente nella loro
casa questa Madre, la quale in tal modo, sin dagli inizi
stessi, cio dal momento dell'Annunciazione,  stata inserita
nella storia della salvezza e nella missione della Chiesa. Noi
tutti quindi, che formiamo la generazione odierna dei discepoli
di Cristo, desideriamo unirci a Lei in modo particolare. Lo
facciamo con tutto l'attaccamento alla tradizione antica e, in
pari tempo, con pieno rispetto e amore per i membri di tutte le
Comunit cristiane.
Lo facciamo spinti dalla profonda necessit della fede, della
speranza e della carit. Se, infatti, in questa difficile e
responsabile fase della storia della Chiesa e dell'umanit
avvertiamo uno speciale bisogno di rivolgerci a Cristo, che 
Signore della sua Chiesa e Signore della storia dell'uomo in
forza del mistero della Redenzione, noi crediamo che nessun
altro sappia introdurci come Maria nella dimensione divina e
umana di questo mistero. Nessuno come Maria  stato introdotto
in esso da Dio stesso. In questo consiste l'eccezionale
carattere della grazia della maternit divina. Non soltanto
unica e irripetibile  la dignit di questa maternit nella
storia del genere umano, ma unica anche per profondit e raggio
d'azione  la partecipazione di Maria, in ragione della
medesima maternit, al divino disegno della salvezza dell'uomo,
attraverso il mistero della Redenzione.
Questo mistero si  formato, possiamo dire, sotto il cuore
della Vergine di Nazareth, quando ha pronunciato il suo "fiat".
Da quel momento questo cuore verginale e insieme materno, sotto
la particolare azione dello Spirito Santo, segue sempre l'opera
del suo Figlio e va verso tutti coloro, che Cristo ha
abbracciato e abbraccia continuamente nel suo inesauribile
amore. E, perci, questo cuore deve essere anche maternamente
inesauribile. La caratteristica di questo amore materno, che la
Madre di Dio immette nel mistero della Redenzione e nella vita
della Chiesa, trova la sua espressione nella sua singolare
vicinanza all'uomo ed a tutte le sue vicende. In questo
consiste il mistero della Madre. La Chiesa, che La guarda con
amore e speranza tutta particolare, desidera appropriarsi di
questo mistero in maniera sempre pi profonda. In ci, infatti,
la Chiesa riconosce anche la via della sua vita quotidiana, che
 ogni uomo.
L'eterno amore del Padre, manifestatosi nella storia
dell'umanit attraverso il Figlio che il Padre diede "perch
chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna",
un tale amore si avvicina ad ognuno di noi per mezzo di questa
Madre ed acquista in tal modo segni pi comprensibili ed
accessibili a ciascun uomo. Di conseguenza, Maria deve trovarsi
su tutte le vie della vita quotidiana della Chiesa. Mediante la
sua materna presenza, la Chiesa prende certezza che vive
veramente la vita del suo Maestro e Signore, che vive il
mistero della Redenzione in tutta la sua vivificante profondit
e pienezza. Parimenti la stessa Chiesa, che ha le sue radici in
numerosi e svariati campi della vita di tutta l'umanit
contemporanea, acquista anche la certezza e, si direbbe,
l'esperienza di essere vicina all'uomo, ad ogni uomo, di essere
la "sua" Chiesa: Chiesa del Popolo di Dio.
Di fronte a tali cmpiti, che sorgono lungo le vie della
Chiesa, lungo quelle vie, che il Papa Paolo VI ci ha
chiaramente indicato nella prima Enciclica del suo Pontificato,
noi, consapevoli dell'assoluta necessit di tutte queste vie e,
nello stesso tempo, delle difficolt che su esse si accumulano,
tanto pi sentiamo il bisogno di un profondo legame con Cristo.
Risuonano in noi, come un'eco sonora, le parole che Egli disse:
"Senza di me non potete far nulla". Non solo sentiamo il
bisogno, ma addirittura l'imperativo categorico per una grande,
intensa, crescente preghiera di tutta la Chiesa. Solamente la
preghiera pu far s che tutti questi grandi cmpiti e
difficolt che si susseguono non diventino fonte di crisi, ma
occasione e quasi fondamento di conquiste sempre pi mature sul
cammino del Popolo di Dio verso la Terra Promessa, in questa
tappa della storia che ci sta avvicinando alla fine del secondo
Millennio. Pertanto, terminando questa meditazione con un
caloroso ed umile invito alla preghiera, desidero che si
perseveri in questa preghiera uniti con Maria, Madre di
Ges, cos come perseveravano gli Apostoli e i discepoli
del Signore, dopo la sua Ascensione, nel Cenacolo di
Gerusalemme. Supplico soprattutto Maria, la celeste Madre
della Chiesa, affinch si degni in questa preghiera del nuovo
Avvento dell'umanit di perseverare con noi, che formiamo la
Chiesa, cio il Corpo mistico del suo Figlio unigenito. Io
spero che, grazie a tale preghiera, potremo ricevere lo Spirito
Santo che scende su di noi e divenire in questo modo
testimoni di Cristo "fino agli estremi confini della
terra", come coloro che uscirono dal Cenacolo di
Gerusalemme nel giorno di Pentecoste.
Con la mia Benedizione Apostolica.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 4 marzo, prima domenica di
Quaresima, dell'anno 1979, primo di Pontificato.





