L'ITALIA DEI COMUNI E DELLE SIGNORIE
di Ludovico Gatto
ECICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITA DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI MARILENA MARCHINI
INDICE:
l)  Premessa
2)  La nascita del Comune: un problema storiografico
3)  La giustificazione del fenomeno comunale
4)  Il Comune, espressione dei particolarismi locali
5)  La derivazione feudale dei Comuni
6)  Le strutture feudali nell'organizzazione dei Comuni
7)  La dimensione delle citt comunali
8)  I Comuni crescono in fretta
9)  Le citt comunali
10) Il Comune consolare
11) I Comuni d'Oltralpe
12) Federico primo e i Comuni
13) Dalla Lega Lombarda alla pace di Costanza
14) La pace di Venezia
15) La pace di Costanza
16) I Comuni italiani dopo Costanza
17) Il Comune podestarile
18) Il Comune popolare
19) Le rivolte sociali cittadine
20) Gli operai in rivolta
21) La nascita delle Signorie
22) Il problema storiografico delle Signorie
23) Dalla crisi degli orientamenti comunali alla Signoria
    cittadina: gli Scaligeri a Verona
24) I Visconti di Milano: il caso toscano
25) La formazione dei regimi oligarchici
26) La Signoria a Firenze
27) L'espansionismo signorile
28) La politica egemonica di Milano e Venezia
29) Gli Stati regionali dopo il 1454
30) Il primato dei Medici, primato di Firenze
31) Milano viscontea e sforzesca
32) Umanesimo e Rinascimento
Cronologia

1) Premessa
Pur se la storiografia degli ultimi decenni ci ha abituati a porre in
modo diverso sia il problema dei cosiddetti Comuni cittadini, ovvero
della formazione dei poteri centrali fra 11esimo e 12esimo secolo, sia 
quello dello sviluppo delle Signorie e dei Principati, fra gli anni 1250 
e il 1294, due elementi fra gli altri spiccano nelle pi recenti elabora-
zioni critiche: il fondamento generale del fenomeno  costituito dall'or-
ganismo cittadino che, specialmente nella penisola italiana, sopravvisse
a invasioni, a guerre e dominazioni e che, alle origini del secondo
millennio, conobbe una promettente ripresa dal punto di vista urba-
nistico e sociale, economico e culturale.
Il secondo aspetto  costituito dalla natura politica del fenomeno
stesso e dalla latitanza di poteri di carattere centrale - Impero e Pa-
pato - cui vanno gradualmente sostituendosi singoli personaggi - i
Signori - attorno ai quali si organizzeranno i governi di tipo preva-
lentemente oligarchico.
Inoltre, i luoghi abitati durante il periodo tardoantico e altomedie-
vale continuarono quasi sempre a godere di peculiari diritti e privi-
legi, estesi entro le zone circondate dalle loro mura e altres a quelle
a loro "immediate subiectae".
I centri urbani, dunque, vennero in qualche misura sottratti alla
competenza dello Stato, dell'imperatore o del pontefice, e si dispo-
sero a chiedere autonomie o libertates sempre pi ampie e precise,
vuoi ai conti, ossia ai rappresentanti del sovrano, vuoi ai vescovi, 
ovvero ai rappresentanti dei pontefici.
Il binomio vescovo-conte fin poi con il diventare un elemento del 
tutto originale della storia italiana dei secoli successivi all'Impe-
ro Carolingio rapidamente dissoltosi, per dar luogo a combinazioni
politiche e a concentrazioni diverse.
I luoghi di convivenza civile pertanto ebbero sempre una loro ca-
ratteristica che li contraddistinse dalla campagna, dalle dominazio-
ni feudali e da qualsiasi altra forma di potere.
Questo  dunque il fondamento della societ comunale e poi di quella 
signorile alla prima profondamente connessa.
Dalla citt e dalla loro storia quindi  partita di solito l'indagine de-
gli storici che negli ultimi due secoli, in modo diverso, furono spesso
attenti al sorgere del Comune poi delle Signorie e degli Stati regio-
nali.
E noi, a nostra volta, rivolgeremo in questo senso la nostra indagi-
ne verso un elemento distintivo di una vicenda che ha fortemente
caratterizzato la vita dell'et di mezzo, soprattutto quella italiana
ma, in certo modo, anche quella legata ai popoli e alle terre d'Oltralpe.

2) La nascita del Comune: un problema storiografico
Il Comune  solitamente considerato un fenomeno nuovo e origi-
nale rispetto al sistema precedente. Al potere essenzialmente verti-
cistico esercitato in maniera del tutto personale nell'et feudale si
sarebbe pertanto contrapposta una concezione comunitaria, fondata su 
leggi e statuti, su patti giurati e accettati da tutti; in altri termini
una concezione, a suo modo democratica, espressione precipua di
tutta la storia dell'Occidente cristiano, sino all'et delle democrazie
moderne, e del diritto di una comunit locale ad autogestirsi.
In questo ambito per esso rappresenta nell'et di mezzo, sotto
l'aspetto statale e giuridico, un fatto largamente singolare, al quale
si dovrebbe dare una spiegazione che ne giustifichi le divergenze ri-
spetto a quella che venne considerata l'esperienza organizzativo-
politica di base, volta a caratterizzare quell'intera et.
Nell'approfondimento di tale spiegazione sono cos nate varie teorie, 
tesi e interpretazioni relative alle origini, al significato e all'espe-
rienza dell'et comunale nell'Occidente e specialmente in Italia.
Su tali interpretazioni hanno senza alcun dubbio pesato gli ideali,
gli interessi, gli orientamenti di studio e di ricerca, quando non addi-
rittura le direttrici ideologiche, in auge in determinati ambienti e
momenti.
Ci precisato si pu delimitare la storiografia comunale in tre dire-
zioni principali: nel periodo romantico-risorgimentale l'esperienza
del Comune viene letta come espressione del profondo senso di
libert, della volont e della capacit di darsi un'organizzazione 
per combattere le intromissioni esterne.
Gli storici del nostro Risorgimento insomma hanno fatto del sud-
detto periodo il simbolo della riscossa per il conseguimento delle li-
bert civili contro l'oppressione straniera o meglio austriaca. In Fe-
derico Barbarossa, pertanto, si vide una sorta di predecessore di
Francesco Giuseppe d'Austria.
Gli studiosi tedeschi vi hanno scorto invece, nella sua piena matu-
rit l'innata tendenza germanica alla creazione di comunit auto-
nomamente gestite, nonch l'indomabile bisogno di libert di quelle genti.
Nel periodo tra la fine del 19esimo e i primordi del 20esimo secolo, si 
fecero avanti infine, anche in merito all'et comunale, le linee di ten-
denza di ricerche socio-economiche e materialistiche.
Ecco, in breve, le idee di tre fra i pi notevoli e caratterizzanti stu-
diosi: Ferdinando Gabotto raccoglieva nel 1902-1903 i risultati delle
sue ricerche in un saggio dal titolo Le origini signorili dei Comuni.
Secondo Gabotto, il Comune sarebbe nato da un consorzio di nobili feudali, 
legati dall'appartenenza ad un determinato ceppo familiare, il cui capo-
stipite trasmetteva i diritti feudali ai discendenti che, con il trascor-
rere degli anni, accresciutisi di numero, costituirono un gruppo troppo 
folto per gestire direttamente un beneficio - un feudo o una citt forti-
ficata - o un ufficio di carattere amministrativo trasmesso loro in eredit.
Sorse pertanto il principio della rappresentativit, dell'autorit e
della responsabilit della diretta amministrazione del beneficio o
dell'ufficio offerto a un ristretto gruppo coadiuvato dal Consiglio ge-
nerale permanente composto da tutti i Consortes.
L'ufficio del procurator form allora un'indivisibile unit trasmessa
ai discendenti che dettero origine alla famiglia procuratoria, nucleo
insostituibile e primario del Comune cittadino.
A tale impostazione reagir invece Gioacchino Volpe, pervenuto a
diverse conclusioni con i suoi studi sulla Toscana medievale e sulla
Lunigiana. Egli espose le sue ipotesi nella magistrale ricerca Que-
stioni fondamentali sull'origine e lo svolgimento dei Comuni italiani
nel Medioevo.
A Volpe, il gruppo che dette luogo al Comune sembr pi com-
plesso. Esso rappresenta pertanto un ceto intermedio fra nobilt
feudale e nobilt cittadina, formato da proprietari terrieri cittadini e
usciti dalla piccola nobilt feudale, inoltre dai mercanti arricchiti e
dagli artigiani e quindi  un fenomeno disomogeneo e differenziato.
Secondo il parere di Volpe il Comune nasce da un patto giurato,
volontario. Quindi, in origine, esso  un'associazione privata che si
affianca, senza la pretesa di sostituirli, a vescovi e a conti.
Originale invece l'impostazione del belga Henri Pirenne che rin-
venne la pi caratteristica matrice comunale nella borghesia mercantile 
costituente in ogni citt l'elemento pi ricco, pi attivo, mag-
giormente desideroso di cambiamenti, come viene asserito nel lavo-
ro La citt del Medioevo.
Il ceto mercantile abita il borgo o il porto, una denominazione che
in et altomedievale indica soprattutto un punto di riferimento di
abitazioni e agglomerati cittadini e non necessariamente uno sbocco
sul mare o su un corso d'acqua interno. Ai mercanti presto si aggiun-
gono i liberi artigiani e i servi. Qui, a partire dall'11esimo secolo 
si far nascere l'industria laniera allorch comincer a organizzarsi 
la popolazione del suburbio o del borgo nuovo, i luoghi ove si concentrano 
i magazzini contenenti le merci.
Questi cittadini hanno di solito interessi contrastanti con quelli dei
signori feudali che dominano il vecchio borgo, quindi assumono ca-
ratteri organizzativi diversi, pi autonomi e trasformano progressi-
vamente le vecchie magistrature scabinali in magistrature indipen-
denti i cui membri, trovati fra i burgenses, resero loro una giustizia
adeguata ai loro desideri.
Tale modello rispondente alla societ franco-borgognona e fiam-
minga, fu poi dal Pirenne ampiamente applicato altrove, per spiega-
re l'origine del Comune in Occidente.
Nicola Ottokar invece sottoline opportunamente la discrasia esi-
stente fra le citt italiane e quelle d'Oltralpe vuoi dal punto di vista
socio-economico - la citt considerata quasi esclusivamente quale
sede dei mercanti - vuoi da quello politico-territoriale: il territorio
di competenza comunale in Italia va ben oltre i confini cittadini, lad-
dove, al di l delle Alpi, raggiunge in linea di massima i tre chilome-
tn oltre le mura, ovvero la zona banni leuca da cui nascer il termine
banlieu.
Come appare chiaro sia Pirenne e Ottokar, sia Volpe e Gabotto in-
serirono il discorso comunale in quello della storia cittadina. Tutta-
via, la storia comunale in ogni sua espressione ha preso orientamenti 
particolari. Cos ci si dedic in prevalenza a studi relativi alle strut-
ture della societ comunale nel variegato ginepraio delle sue com-
ponenti, dei suoi gruppi e dei loro reciproci rapporti.
Proprio tal tipo di ricerche per indusse a rivedere criticamente
impostazioni e ipotesi per molto tempo considerate vincenti. Par-
tendo dalle tesi del Volpe e di Gaetano Salvemini, Emilio Cristiani
ripensa e corregge il tiro delle conclusioni di Volpe responsabili di
aver forse eccessivamente accentuato il ricambio sociale dell'aristo-
crazia cittadina, operato dalla gente nova venuta dal contado.
Meno accettabili ancora paiono al Cristiani le impostazioni artico-
late sugli schemi della lotta di classe cari a Gaetano Salvemini, il
quale, ad esempio, negli eventi fiorentini dell'ultimo ventennio del
1200 riteneva di poter individuare veri e propri scontri di classe
mentre l'Ottokar sostiene che si trattava di conflitti e contrasti tra 
famiglie nel complesso di una omogenea oligarchia. Cristiani, da parte
sua, fa proprie quelle stesse riflessioni cui toglier un'impronta re-
azionana tipica dello storico russo, poi naturalizzato italiano, estre-
mamente critico con Salvemini, autore comunque ancora oggi assai
apprezzabile per il vigore del pensiero storico e l'asciuttezza della
sua scrittura
Cristiani, insomma, rifiuta contrapposizioni fra classi e ceti oppo-
sti, ma si guarda dal negare la forte socialit della vicenda, mentre
vede pullulare - e con lui concorder Gabriella Rossetti - consorte-
rie e personaggi influenti che lottano apertamente per assumere
sempre maggiore autorit. Si potrebbe anzi ritenere che non sia la
scalata al potere dei nuovi ceti a stroncare la nobilt feudale, ma sia
stata quest'ultima che strumentalizz nuovi organismi sociali per
costruire la piattaforma di una pi solida potenza. Almeno queste
sono le conclusioni cui perviene il Larner nel suo ampio libro Signo-
rie di Romagna.
In questo ultimo ventennio poi, oltre alle interpretazioni di Ovidio
Capitani nella sua Storia dell'Italia medievale dobbiamo notare una
serie di notevoli contributi di carattere regionale, per l'area emilia-
no-romagnola di Alfredo Vasina, per quella trevigiano-veronese del
Castagnetti, per la Toscana del Luzzati. Sul piano generale sottoli-
neiamo le osservazioni di Giovanni Tabacco, quelle del Chittolini
per le Signorie rurali e feudi alla fine del Medioevo e quelle del Cam-
marosano per le Campagne nell'et comunale dalla met del secolo 11esimo
alla met del 14esimo.
Quelli citati sono solo alcuni nomi fra i molti che potrebbero farsi
di studiosi che si sono occupati di storia comunale, sia mediante ri-
cerche di carattere locale, sia con indagini su settori specifici, sia 
in base a tentativi di sintesi fondati sui risultati delle ricerche set-
toriali.

3) La giustificazione del fenomeno comunale
Da tempo la storiografia succitata ha cercato di trovare in situazio-
ni storiche specifiche, interessanti il nostro continente nei secoli 
11esimo - 12esimo, la giustificazione del fenomeno comunale.
Considerato il Comune come affermazione delle forze autonomi-
stiche delle comunit cittadine e ritenuto che la sua affermazione 
la ristrutturazione della societ e dell'autogoverno partendo dal
basso, si  trovato nella crisi dell'impero una condizione atta a con-
sentire la nascita e l'affermazione di questa nuova forma di governo
cittadino. Infatti, dalla seconda met del secolo 12esimo, l'impero non
era in condizioni di rivendicare diritti e di esercitare il potere attac-
cando le forze particolaristiche segnatamente al di qua delle Alpi:
neppur minimamente vi riusc Enrico quarto, il meno adatto forse a ri-
vendicare i diritti della corona e dell'impero, nonostante lo scontro
frontale con Gregorio settimo che avvi la lunga lotta per le investiture
conclusasi con il Concordato di Worms nel 1122.
Le controversie verificatesi alla morte di Enrico quinto (1106-1125) e 
la del tutto inadeguata statura di Lotario di Supplimburgo (1125-1137) 
e di Corrado terzo (1137-1152), costituirono poi la base per il
consolidamento delle realt comunali che n l'impeto di Federico
Barbarossa, n la pi pronunciata abilit politica di Federico secondo
avrebbero pi potuto ridimensionare o annullare.
Ma ci non  sufficiente a giustificare l'affermazione piena del Co-
mune. Si cerca allora di scovare altre motivazioni e fra queste da
parte di quanti si batterono per la lotta delle investiture si dette 
importanza alla necessit di rinvenire l'appoggio delle forze di base
che la rinnovata temperie culturale e la contemporanea situazione
economica avevano suscitato.
Si  pensato poi alle organizzazioni cittadine che, spronate dalla
borghesia mercantile e affrancatesi con il puntello dell'aristocrazia
cittadina, lottavano per conseguire una visibile e utilizzabile autonomia.
Inoltre, si  pensato a energie di carattere popolare, spinte da prin-
cpi religiosi fusi con una talvolta manifesta e talaltra inconsapevole
volont di rivendicare una pi precisa e indiscussa dignitas sociale, e
quindi con il proposito di invocare una qualche forma di partecipa-
zione politica che non le vedesse unicamente spettatrici.
Come non considerare in proposito, durante la seconda met del
secolo 11esimo la Pataria lombarda e il suo grande, continuo attivismo,
oppure i moti popolari fiorentini, nati originariamente attorno agli
ideali della riforma dei Vallombrosani di Giovanni Gualberto con-
tro il vescovo cittadino, ma presto trasformatisi in sommovimenti di
carattere tutto politico e sociale?
Ma l'evento Comune assume tale ampiezza territoriale - come dire
tutto l'Occidente cristiano - e una tale variet di condizioni politico-
sociali economiche, artistiche, culturali e spirituali, che quasi sem-
pre verranno a generarsi situazioni favorevoli alla sua nascita.
Guardando per esempio alla condizione dell'Italia nella seconda
met dell'11esimo secolo e anche nei primi cinquanta anni del 12esimo, 
possiamo facilmente individuare tali diverse e particolari energie sorte
e affermatesi in varie zone.
Nella cosiddetta Longobardia e nelle terre padane rivestono ad
esempio ruolo di protagonisti forze ed organismi sociali originali,
sospinti dallo sviluppo economico e commerciale, invero notevole
in quell'epoca.
Tale molla  presente in lotte politico-religiose come quelle con-
dotte dalla Pataria e nelle insurrezioni scatenatesi tra il 1020 e il
1040 in Pavia, Milano e Cremona.
Nella Tuscia, dopo la morte di Matilde di Canossa, verso il 1115 e
in seguito alla lunga contesa tra papato e impero per il consegui-
mento dell'eredit dei beni matildini, si cre un vuoto di potere che
favor un nuovo e importante sviluppo delle autonomie degli orga-
nismi sociali particolaristici, gi largamente giovatisi della defati-
gante lotta per le investiture.
Tale lotta aveva lasciato avvertire difatti tutta la sua influenza nello
stesso ambito anche all'interno di territori politicamente e ammini-
strativamente pertinenti all'autorit pontificia: per esempio nella
stessa campagna romana e poi nel Montefeltro marchigiano, nelle
terre della Romagna e dell'Umbria e in pi di una zona della Toscana.
Per consolidarsi e palesarsi in tutta la loro realt le forze autonomi-
stiche, presenti in quei luoghi, non esitarono a sfruttare, servendo-
sene a ogni pi sospinto, l'occasione dei frequenti allontanamenti
dei pontefici e della Curia da Roma e dall'Italia (si pensi all'allonta-
namento dei papi in rotta di collisione con l'amministrazione comu-
nale romana e poi alla partenza di Alessandro terzo per il suolo france-
se, ove cerc aiuti contro Federico Barbarossa) a partire dalla fine
dell'11esimo secolo sino alla seconda met del 12esimo.
La stessa conquista normanna del Mezzogiorno d'Italia e della Si-
cilia, propedeutica alla formazione di uno stato unitario e accentra-
to che costitu un unicum della storia italiana a cominciare dal 1130
per giungere sino al 1860, favor non poco, in numerose citt, la sot-
trazione dei cives dal potere diretto dei signori feudali locali, la cui
potenza e riottosit i Normanni intesero battere e domare con ogni
mezzo anche coercitivo.
Divengono perci le suddette tutte occasioni che possono farsi
presenti per giustificare il fenomeno comunale e che tuttavia non
bastano a spiegarlo interamente.
Anzi, al contrario, esse finiscono per favorire la predisposizione di
interpretazioni eccessivamente semplicistiche e distorte, difficil-
mente collocabili a servizio di uno stato di cose peraltro molteplice e
complesso, sviluppatosi lentamente e progressivamente rispetto a
quanto non sembri a prima vista, allorch ci si riferisca solo a episodi
clamorosi, di uno stato di cose, in altri termini, risoltosi molto spesso
nella Signoria. E siffatto esito produce uno sbocco che sembra quasi
storicamente inesplicabile se si postulano premesse di tipo generico,
per esempio di segno democratico o rivoluzionario, del tutto inatta-
gliabili ai secoli dell'et di mezzo.
Ogni cosa invece diverr pi chiara se osserveremo i diversi mo-
menti con obiettivit, senza fare di ogni erba un fascio e senza gene-
ricizzare.

4) Il Comune, espressione dei particolarismi locali
Cos come le diversit delle ipotesi storiografiche relative al Comu-
ne non rappresentano tanto e soltanto una diversit di interpreta-
zione, generata dalla peculiare estrazione culturale, dalla mentalit
e dal metodo del singolo studioso, del pari la differenza fra le situa-
zioni in cui l'amministrazione comunale nasce e cresce non costitui-
sce una sola diversit di contesto che sottende una sostanziale tenu-
ta del quadro generale.
Il fenomeno in s - ce lo ha spiegato il Volpe - riveste origini, ca-
ratteristiche ed esiti differenti da luogo a luogo. Al limite pertanto
potremo tentare di delimitare talune aree geografiche, omogenee
all'interno dai vari punti di vista e procedendo mediante un'indagi-
ne per campione, verificheremo eventuali somiglianze di situazioni.
A noi pertanto baster ricostruire una prima griglia su aree geogra-
fiche situate in terra italiana per verificare effettive differenze o
eventuali consonanze.
Si  abituati, ad esempio, a presentare come zone prettamente di-
verse, soprattutto dopo la formazione dello stato unitario norman-
no, l'Italia centro-settentrionale e l'Italia meridionale. Noi diremo
subito che, senza dubbio, la tesi non appare del tutto priva di fonda-
mento, dal momento in cui i Normanni, a partire dalla fine del seco-
lo 11esimo e soprattutto nel successivo, formarono uno Stato accentrato
dalla Sicilia all'Abruzzo e ci potrebbe rendere plausibile la persi-
stenza di condizioni feudali nel mezzogiorno d'Italia.
Tale distinzione tuttavia, in s e per s, non  n necessaria n suf-
ficiente a dare spiegazioni di segno consimile, in ogni caso riscontra-
bili e verificabili. Infatti nel centro-nord, nonostante le discrasie e 
le divergenze, rinveniamo una sopravvivenza di istituzioni feudali, che
non dovrebbero esser rimaste in vita, data la presenza dei Comuni.
Invece all'estremit del Nord-Est, nella Marca del Friuli e nel Prin-
cipato di Trento, le strutture politico-feudali, malgrado una situa-
zione non gravitante verso uno Stato unitario, si mostrarono solide e
durature, mentre anche le strutture del terreno e il decentramento
rispetto alle grandi vie del commercio non favorirono lo sviluppo e
la formazione di grandi centri, eccettuata la citt di Trento ove tut-
tavia pesarono molto la presenza e l'influenza del vescovo-principe
laddove il Friuli gravit fra il Ducato di Carinzia, il patriarcato di
Aquileia e lo Stato veneziano.
Pari situazione poi si generer nel Piemonte nord-occidentale, anche 
se quella provincia fu aiutata dalle vie di comunicazione verso la
Francia e le terre nord-occidentali. Anche qui insomma in assenza
di qualsiasi processo unitario le sottostanti strutture feudali mo-
strarono nel complesso una buona capacit di sopravvivenza.
Le aree ove lo sviluppo economico e quello del commercio risulta-
no maggiori sono comunque la valle Padana e quella dell'Arno. Qui
si producono e si concentrano le pi notevoli risorse commerciali in
citt di notevoli proporzioni, volte ad attrarre la popolazione dei
territori circostanti fino a creare quasi il vuoto attorno a loro.
Proprio queste sono insomma le zone ove si trovano i pi grandi centri 
urbani dell'epoca, centri che stanno per aggregarsi in forti comunit 
politiche autonome, atte a esprimere energie militari, pronte a tu-
telare le proprie libere conquiste e ad ampliare l'entit del proprio 
potere e capaci di dar vita a veri e propri imperi economici.
Sensibilmente diversa invece appare la situazione umbro-marchigiana, 
nonch quella del Montefeltro e della Romagna. L'economia di tali 
terre risulta infatti gi allora costituita su basi eminentemente
agricole. Essa tuttavia godr di uno sviluppo commerciale e indu-
striale dipendente da altre zone, quindi il progresso  l pi lento 
e tardo rispetto a quanto succede nella bassa Padana e pi che altrove
in Firenze, ove il commercio subisce un invero notevole incremento.
I centri urbani romagnoli e pure quelli umbro-marchigiani raggiunge-
ranno tuttavia egualmente un sensibile incremento, segnatamente nel
13esimo e pure nel 14esimo secolo, ma essi sono pur sempre com-
plessivamente centri medio-piccoli, la cui consistenza non potr
competere con quella delle grandi citt lombarde e con le toscane.
La pi contenuta solidit economico-sociale e anche demografica
romagnola e umbro-marchigiana, sar tuttavia compensata proprio
dal grado di complessiva intensit maggiore degli insediamenti abi-
tativi, atti ad esprimere una buona organizzazione politica, pur non
arrivando ad estendere la rispettiva influenza su aree territoriali 
pi vaste.
Il ceto feudale per nelle suddette parti della penisola non rest 
indebolito dalle continue lotte con comunit locali piccole e medie;
anzi esso svett robusto e gagliardo e, servendosi degli organismi 
sociali su cui si basarono le strutture comunali, giunse a modificarle
sulla scorta del nuovo potere espressosi nelle Signorie a partire dal 1300.
Sappiamo tuttavia che pure nell'ambito delle comunit medio-piccole 
la cosiddetta omogeneit fu spesso un pio desiderio. Sorte ben dif-
ferente ebbero infatti le citt umbre rispetto a quelle romagnole e
queste rispetto alle marchigiane e ci avvenne anche, ma non sol-
tanto, per la maggiore consistenza e per l'influenza dell'Umbria e
dei suoi agglomerati urbani sul centro politico-amministrativo della
Curia romana e quindi per la maggiore possibilit che esse detennero 
di seguire e controllare la loro situazione politica e le intenzioni
dei pontefici nei loro riguardi.
Le citt romagnole, forse per la loro posizione decentrata verso
Roma e per la difficolt di raggiungere le strade che direttamente
portavano alla citt dei papi, e anche per la loro ricorrente rissosit
risoltasi spesso in congiure e in lotte intestine combattute tra centri
vicini, ebbero difficolt a emergere e a prevenire mosse pericolose,
esercitate dai pontefici nei loro confronti.
Tutto ci, insomma, consiglia di prescindere dalle generalizzazioni
e pur riconoscendo al Comune una coincidenza cronologica e una
dislocazione geografica ad ampio spettro, che ci consentono di con-
siderare tale fenomeno come elemento peculiare di una precisa et
della storia, diremo che forse il fenomeno stesso non necessaria-
mente e sempre rivoluzionario, come fummo abituati a ritenere, ha
costituito un'esperienza significativa e consistente segnatamente
nella parte del centro-nord della penisola italiana.

5) La derivazione feudale dei Comuni
Bench possa apparire eccessivo, si pu affermare che gli organi
feudali sono la base e quasi una sorta di certezza su cui si fon-
deranno i Comuni. Anche qui, per attuare quanto siamo andati rac-
comandando, cercheremo di non generalizzare e staremo attenti a
mettere in chiaro la differenza generatasi fra le varie situazioni 
locali, onde non dar luogo a troppo rigide categorie create nell'in-
tento di predisporre una normativa generale troppo schematica che 
non trova obiettivo riscontro.
Senza pertanto voler creare un tipo di evoluzione troppo unifor-
memente applicabile al momento del passaggio tra la societ feuda-
le e quella comunale e nella consapevolezza che non di rado il sud-
detto passaggio ebbe a verificarsi mediante la creazione di nuovi or-
ganismi civili e l'accantonamento di vecchie strutture feudali, ci sen-
tiamo di sostenere, anche sulla base di recenti studi, che in partico-
lare nella penisola italiana si pervenne al Comune tramite un gra-
duale processo di trasformazione interna degli organismi amministra-
tivi feudali, in taluni casi mantenuti, almeno esteriormente, sen-
za che si generassero salti e brusche rotture.
Tale processo di trasformazione tuttavia, anche a voler essere pru-
denti e a non voler caricare singoli eventi di troppo pronunciati si-
gnificati, non ebbe luogo senza che si verificassero alcune scosse, 
n tutto si svolse sempre regolarmente e pacificamente.
In questo tipo di profonde trasformazioni infatti si assiste pure tal-
volta a scontri di qualche durezza e violenza, scontri che danno l'im-
pressione che il contrasto derivi dalla lotta politica per l'acquisizio-
ne del potere da parte di forze di origine sociale sensibilmente di-
versa, postesi in movimento per raggiungere posizioni e privilegi in
precedenza appannaggio di ceti feudali, una volta per sempre scon-
fitti e accantonati.
Il pi delle volte i sommovimenti si verificarono per ottenere i dirit-
ti di regalia, esenzioni di tasse, privilegi legati all'assunzione di 
dazi, al mantenimento di tasse per il passaggio dei ponti, il ripatico 
e simili. Essi, pertanto, non sorsero per modificare radicalmente una 
situazione, ma per generare un ridimensionamento della medesima o
meglio per sostituire i ceti privilegiati con altri, fino a quel momento
rimasti al di fuori del comando e ora non pi disposti a delegare i
loro diritti ad altre categorie. In altri termini non si chiese di to-
gliere la tassa sul passaggio di un ponte, ma si chiese che i proventi 
della medesima fossero trasferiti in altre mani e presiedessero a inte-
ressi legati a nuovi ceti emergenti e fino a quel momento tenuti artata-
mente fuori della cosiddetta stanza dei bottoni.
Tutto ci -  vero e va rilevato - port all'ampliamento delle fasce
rivolte alla conduzione del potere, ma accadde che presto si gene-
rassero nuovi ceti privilegiati e nuove concessioni di natura non dis-
simile da quella feudale, in precedenza spostati ma non annullati.
La situazione venutasi a creare fu dunque diversa ma non del tutto
difforme dalla precedente e le masse rimasero come prima e forse
pi di prima estranee al processo di ridimensionamento che dette
luogo a nuovi classi favorite e non diminu le precedenti tensioni sociali.
Si tratta insomma di comprendere che al momento del passaggio
dall'et feudale al Comune, pur se si generano e si attuano ridimen-
sionamenti sociali di una qualche consistenza, non si giunger mai a
una vera e propria rivoluzione e ci soprattutto  vero per le zone in
cui gli organi amministrativi feudali erano pi efficienti e organizza-
ti e quindi pi profondamente e tradizionalmente coinvolti nella
vita cittadina. In questi casi pertanto essi paiono legati da energie vi-
tali, per cui appare impossibile una loro rimozione totale.
Un esempio emblematico e quasi scontato  costituito da Milano verso 
la fine del decimo e l'inizio dell'11esimo secolo, a proposito della 
quale diremo, riferendoci anche a situazioni di altri centri, che le 
cosiddette origini aristocratiche del Comune si spiegano per il fatto 
che la citt assume sempre pi un peso economico e politico-sociale 
elevato e perci finir con il diventare presto un punto di riferimento 
di una societ generalmente non depressa.
Anche a Milano i precedenti dell'amministrazione comunale an-
dranno ricercati nel periodo vescovile, per esempio nel cosiddetto
consilium episcopi, ovvero in un manipolo di funzionari ecclesiasti-
ci e laici di cui il porporato si avvale per amministrare i beni della
Chiesa e dal quale nasceranno successivamente i capitanei e gli
homines novi che in vario modo svolgeranno compiti di magistrati
cittadini, che ricoprono posti di carattere amministrativo e giudiziario.
Naturalmente accanto a questi maturano e si sviluppano i cives,
ossia quel ceto borghese che in pochi decenni acquista diritti politici
e finir col determinare orientamenti e scelte cittadine.
Orbene va sottolineato che nella citt ambrosiana, al tempo dell'impe-
ratore Ottone secondo, durante il vescovato di Landolfo, acquisi-
scono gi una rimarchevole influenza e un certo potere i capitanei, 
ovvero i vassalli investiti di feudi e di castra comitali e vesco-
vili. Mediante un graduale processo di subinfeudazione originato
dai capitanei si faranno poi avanti i valvassori che intendono ri-
vendicare gli stessi privilegi e la medesima partecipazione al potere
cittadino detenuto nelle mani dei capitanei.
Il contrasto, covato per un certo tempo, esploder con violenza nel
1037 e i valvassori riusciranno a veder accontentate le loro richieste.
E tuttavia, nel corso delle varie tensioni, il grande sviluppo dei com-
merci e delle arti ha fatto progredire e conoscere uomini nuovi
mentre taluni fra loro hanno gi finito per ottenere pubblici incari-
chi magistrali di judex o di missi - ambasciatori - e come tali
sono divenuti collaboratori del vescovo e sono penetrati nel suo en-
tourage amministrativo. Questo organismo pertanto, verso la met del 
secolo 11esimo, si mostra in tutta la sua complessit in merito all'e-
strazione sociale ed economica dei suoi membri. Esso forma per una
sorta di ceto dirigente che ha le migliori intenzioni unite alla ca-
pacit di formare un gruppo dirigente con indiscusse caratteristiche 
di autorevolezza che vuole amministrare il potere cittadino in modo
autonomo.
Ci non vuol dire che si costituisca gi da allora un nucleo del tutto
omogeneo con volont e orientamenti sempre precisi; anzi la cam-
pagna dei valvassori esercitata contro il vescovo e i capitanei nel
biennio 1037-1038 e la successiva rivolta dei cives del 1042-1044
provano il contrario.
E per a osservare spassionatamente l'insieme delle vicende, si pu 
ritenere di trovarsi gi davanti a contrasti di tipo diverso. A pri-
ma vista infatti sembra di scorgere schierati l'un contro l'altro arma-
ti i valvassori contro i capitanei, ma poi allorch i primi, in seguito
alla condivisione del potere hanno fatto lega con i secondi, il ceto
dei burgenses ossia dei cives si colloca in forte e netto contrasto con
capitanei e valvassori.
Pare comunque alquanto inconsueto che nel volgere di un quinquennio, 
fra il 1037 e il 1042 si preparino condizioni tali che determineranno 
un rivolgimento profondo che porter a rinnegare le intese precedenti 
con il vescovo cittadino e i vassalli. Comunque le conclusioni del 
contrasto paiono avvalorare l'interpretazione sociale e non casuale 
degli eventi: nell'anno 1037 - come  largamente noto - i valvassori 
ottengono la constitutio de feudis ovvero l'attesa e lungamente 
richiesta ereditariet dei feudi minori che allinea fra loro i grandi 
e i piccoli feudatari, secolarmente divisi e rivali dalla fine 
dell'Impero carolingio.
Con l'anno 1045 poi, si raggiunse un patto di concordia giurato
fra le parti, secondo l'usanza in vigore in quell'epoca e, in base alla
concordia del 1045, ai cives vengono accordati taluni diritti e
viene assicurata qualche partecipazione al potere.
Per concludere allora, non assistiamo fra il 1037 e il 1042 a quello
che oggi con espressione colorita si chiamerebbe un ribaltone, ma
notiamo il formarsi di un piuttosto rapido ricambio sociale di un
ceto che in verit non intende, almeno in prima battuta, cambiare
radicalmente la vecchia gestione, ma chiede di parteciparvi diretta-
mente, o meglio reclama una fetta del potere gi costituito di cui in-
tende condividere gli aspetti positivi.
Si tratta quindi, come prima accennavamo, di un adeguamento del
preesistente organismo feudale-vescovile esistente e da tempo fun-
zionante, attraverso una pi vasta partecipazione che stempera e at-
tutisce le caratteristiche accentrate di un meccanismo che tuttavia
non nega e non stravolge.
Certo parrebbe difficile sostenere che il patto giurato milanese del
1045 rappresenti in qualche misura l'atto di nascita del Comune di
Milano. Bisogner infatti percorrere ancora un buon tratto di strada
per poter dire che assistiamo alla costituzione di un ente, al quale i
cittadini rappresentino i propri diritti.
Il consulatus civium sar infatti un ben diverso organo di caratte-
re comunale, non pi espressione di tutti i Milanesi, ma dei gruppi
economicamente e socialmente gi affermati e potenti nella metro-
poli di Ambrogio, ossia di quanti detengono davvero i diritti politici
e perci sono a tutti gli effetti cives.
Tuttavia, il patto siglato nel 1045 deve pur significare qualcosa e se
non ci fa dire di trovarci gi nell'et comunale, prova che Milano 
per in marcia verso il rinnovamento che condurr al Comune.
L'esempio milanese dunque mostra come le citt costituiscano ge-
neralmente un esempio originale cui possono applicarsi in modo
prudente schemi interpretativi che difficilmente si attagliano a si-
tuazioni economiche, sociali e politiche sensibilmente divergenti fra loro.
Passando a questo punto dalle citt come Milano alle comunit pi
schiettamente rurali, possiamo anche esemplificare in merito due
tipi di provenienza sociale di queste comunit. Rinveniamo l spesso
il gruppo cosiddetto nobiliare di origine longobarda o franca che
trae il suo elemento di forza dal possesso di una citt fortificata, di
un castrum, di terre, di corsi d'acqua, peschiere, ponti, torri, porti
fluviali o lacustri collocati nei pressi del castrum medesimo. Poi
v' il gruppo dei coloni liberi o semiliberi che si sono sistemati 
all'interno di un villaggio in qualche modo fortificato con rudimentali
mura e fossati, a volte privo di ogni protezione, denominato pertan-
to villa aperta, attorno a cui vengono raccolti feudi e poderi.
L'integrazione di questi gruppi di coloni negli ingranaggi del siste-
ma feudale  anche pi palese di quel che non si riveli in merito alle
vere e proprie citt.
Essi infatti divengono autonomi passando attraverso una consue-
tudine corrente nell'et del feudo, costituente parte integrante di
tale mentalit: ossia mediante la richiesta di regalie che sono in
pratica forme di infeudazione o subinfeudazione, in quanto i postu-
lanti chiedono di esercitare prerogative piuttosto precise circa terri-
tori ove essi risiedono e dove possiedono i loro beni patrimoniali, e
questi territori, mediante tale sistema, si trasformano per loro in be-
nefici feudali inseriti in nuclei gi integrati in pi ampie strutture
feudali laiche o ecclesiastiche, a volte, per esempio, di pievi, a volte
invece di curtes, di castra, di villae o simili
Il passaggio al Comune in queste collettivit di segno rurale come
in quelle che mostrano un'articolazione economica pi complessa e
qualificata, avviene pertanto in seguito alla realizzazione di un siste-
ma rappresentativo, o meglio demandando a gruppi piuttosto ristretti, 
dei quali la comunit delimita i poteri, il compito ambito di
amministrare direttamente prerogative economiche, beni e diritti
che, in seguito a meccanismi feudali, pur continuando almeno di fat-
to e per qualche periodo a restare sotto la protezione - il mundio -
del signore feudale, passano gradualmente quale appannaggio del
gruppo che li detiene.

6) Le strutture feudali nell'organizzazione dei Comuni
Non soltanto nell'intimo delle strutturazioni comunali potr repe-
rirsi annidata l'origine degli organismi feudali trasformati ma rima-
sti essenzialmente gli stessi; infatti, anche allorch le strutture me-
desime saranno saldamente affermate, la societ di tipo feudale
continuer a vivere finendo per condizionare e quasi per controllare
in vari aspetti la vita del Comune, mostrando con ci come il Feuda-
lesimo non sia mai stato una categoria astratta, ma abbia costituito
un modo di vivere e di governare profondamente consentaneo alla
societ occidentale nell'et di mezzo e, pertanto, sia rimasto perci
riparato nei gangli di questa societ stessa, pur quando altre forme
di vita economica e politica le si sono sovrapposte.
Ci  comprovato, fra l'altro, dai patti giurati tra i Comuni e l'auto-
rit feudale, ossia i conti, i marchesi, i vescovi o l'imperatore stesso,
anche quando il potere costituito sar indotto con la forza delle armi
o della legge a cedere alle richieste dei Comuni.
Le cittadinanze suddette costruiscono allora non di rado i propri
organi comunali in rappresentanza della collettivit, ma la scelta si
attua dopo aver chiesto e ottenuto il parere del vescovo e del conte;
ed essi, una volta che siano stati eletti, non entreranno effettivamen-
te in carica se non avranno ricevuto l'investitura feudale del signore
del luogo, mostrando cos, per esempio, a Chieri, a Tortona, ad Asti
o a Biandrate o a Sarzana che, nonostante l'affermazione di nuovi
meccanismi, l'et feudale ha ancora una sua intima e consolidata va-
lidit di cui si continua a tener conto.
Allorch poi, il Comune continuer ad allargare il proprio dominio
su altri territori, anche in tale evenienza, rimarr il signore feudale
quello che concede l'investitura. Detto ci faremo presente che il si-
gnore stesso ceder in quelle del Comune non poche precedenti
prerogative prima detenute nelle sue mani.
A quest'ultimo passer ad esempio il bannum, ossia il diritto di fare
e imporre leggi, il districtum, ovvero il potere coercitivo all'osservan-
za delle leggi, e poi il placitum, oppure il potere di giudicare, tutte
prerogative un tempo del signore, il quale peraltro si riserver spes-
so, pure in presenza della nuova condizione, l'autorit di dirimere le
cause giudiziarie pi significative: per esempio quelle di omicidio, di
spergiuro, di furto, di adulterio, di fellonia.
Inoltre sar ancora il signore - e non per pochissimo tempo - a giu-
dicare pure in et comunale la natura giuridica del duello legale op-
pure la vendetta, nonch il diritto di concedere il consenso per l'edi-
ficazione di nuove fortificazioni o per il riattamento di quelle precedenti.
L'esempio pi palese del permanere della concezione e della con-
duzione feudale dello Stato ancora durante lo sviluppo dell'et co-
munale, sar rappresentato, nella seconda met del 12esimo secolo, 
alla fine della estenuante lotta fra l'imperatore Federico primo 
Barbarossa, i Comuni e papa Alessandro terzo.
A Costanza infatti, allorch si ritrovano Federico e i Comuni della
Lega Lombarda - siamo nel 1183 - l'imperatore battuto a Legnano
nel 1176 costretto a capitolare gi con la tregua di Venezia del 1177,
e posto di fronte alla necessit imprescindibile di esaudire le richie-
ste comunali, continua a considerarsi la controparte di uno Stato
feudale, uno Stato in cui nessun Comune potrebbe ricevere l'autori-
t e quindi potrebbe governare se non avesse l'investitura, quindi il
riconoscimento del signore, al quale i rappresentanti della Lega do-
vranno giurare fedelt, nonostante le precedenti sconfitte e il rag-
giungimento della successiva pace che li vede vincitori.
A ci aggiungeremo inoltre e non si tratta di un argomento di mo-
desta entit politica, che l'aristocrazia comunale, almeno quella che
ebbe il merito di determinare il Comune nel primo periodo, ovvero
in quello dei consoli, fu quasi sempre di origine feudale e che pure 
il Comune di popolo non riusc mai, n intese centralizzare del tutto 
o far fuori le esistenti e forti consorterie feudali.
Esse infatti si introdussero nel funzionamento del potere e
nell'ambito stesso delle istituzioni popolari, strumentalizzando a
volte le corporazioni di mestiere e le societ del popolo e talvolta
trasformandole persino in base per predisporre l'origine di un nuo-
vo potere che porr addirittura le premesse per la Signoria di non
poche famiglie di antica e consolidata feudalit, come i Visconti a
Milano, i da Carrara a Padova, gli Estensi a Ferrara, i Montefeltro a
Urbino, i Malatesta a Rimini, per non citare che alcuni esempi ai
quali potremmo aggiungerne numerosi altri.
Ci non toglie tuttavia che l'et comunale rappresent il momento
in cui furono pensati e attuati notevoli metodi di rinnovamento, sia
di tipo socio-politico, in seguito al sensibile progresso economico e
demografico, sia nel pi profondo settore della cultura e della men-
talit. Per il non evitabile impatto dei nuovi elementi con le struttu-
re dell'et passata ridusse in qualche modo la volont rinnovatrice,
almeno da parte di chi intendeva anzitutto conquistare vecchi privi-
legi e impossessarsi di antichi moduli, ambti soprattutto dalla gente
nova, scesa spesso dal contado nel vicino centro urbano, per giunge-
re buona ultima alla conquista di una prima, rudimentale forma di
stato sociale in precedenza detenuto da ceti destinati a soccombere e
a finire socialmente ed economicamente accantonati.

7) La dimensione delle citt comunali
Se nelle campagne, come ora dicevamo, la societ medievale del 12esimo 
secolo sapr e vorr compiere un complessivo balzo in avanti e la
curtis ceder il passo alle Comunit rurali di villaggio il cui centro
sar costituito dalla Chiesa, nelle citt ove i poteri feudali erano pi
deboli e rallentati si affacciarono pi rapidamente e con decisione i
Comuni, di cui in precedenza abbiamo indagato le origini e i primi
segni che ci permettono di ravvisarne la presenza.
Ma parlare dei Comuni nel 12esimo secolo e nei successivi vuol dire an-
zitutto parlare della complessa realt rappresentata dai centri urba-
nizzati. A proposito dei quali tutti son pronti a sostenere che l'Occi-
dente cristiano  popolato di citt, mentre i primi distinguo nascono
allorquando di esse si cerca di precisar meglio la consistenza.
Nella maggior parte dei casi infatti si sottolinea che l'et di mezzo
non conosce il fenomeno delle megalopoli e che il numero di abitan-
ti di un centro urbano era per solito assai contenuto. Il che tuttavia
non basta affatto a determinare l'entit di un centro che va messa in
rapporto con quella degli altri luoghi pi o meno vicini e inoltre con
il numero complessivo degli abitanti delle singole regioni dell'Occi-
dente e dell'Oriente cristiano, musulmano oppure cinese o indiano.
In altri termini una citt odierna, con i suoi due o tre milioni di 
abitanti - si pensi per fare un esempio a Roma o a Milano - pu defi-
nirsi pi o meno una megalopoli quando sia posta in rapporto con altre
capitali e comunque megalopoli quali Parigi, Londra, Madrid, Mo-
naco di Baviera, Lione, e soprattutto con il numero di abitanti della
nazione cui essa appartiene.
In altri termini la consistenza di Roma va misurata confrontandola
sia con quella di altre capitali, sia rapportandola alla popolazione
complessiva della Repubblica italiana e comunque essa va sempre
considerata nel contesto della terra e dello Stato in cui sorge, il che
pone una serie di difficolt in quanto la mancanza di censimenti e di
organi di stima attendibili, comunque allora quasi mai adoperati,
rende difficile proporre e quindi precisare l'entit di una citt e an-
cor pi quella di uno Stato. Pertanto compiere ricerche di tal tipo
degne di fede, costituisce una fatica improba spesso destinata a con-
seguire scarsi risultati scientifici.
Pur tuttavia se, con gli strumenti e i mezzi di verifica di cui dispo-
niamo, possiamo dire che l'Italia del 1200 o del 1300, prima comunque 
della pestilenza che attorno alla met del 14esimo secolo ne decim
in talune zone gli abitanti, non super mai gli otto, nove milioni di
anime per raggiungere solo alla fine del 1400 i circa dieci milioni e se
possiamo ancora ritenere che l'Inghilterra all'inizio del 1300 non su-
perasse i quattro milioni - scesi a poco pi di due dopo la ora ricor-
data peste nera - si pu sostenere che i 100 mila Fiorentini o Parigi-
ni o anche i supposti 50 mila Romani non siano per nulla pochi
(questo soprattutto vale per Firenze, se calcoliamo la sua popolazio-
ne odierna e la paragoniamo a quella di Parigi, per cui si vede come
lo sviluppo della citt del fiore nel Medioevo abbia del prodigioso e
come essa possa considerarsi allora una vera megalopoli sul piano di
quelle attuali extraeuropee) soprattutto qualora li confrontiamo
con le assai pi numerose civitates dell'et di mezzo, i cui abitanti
andavano dai 10 ai 30 mila!
Quel che conta per anzitutto  che conosciamo l'esistenza di centri 
che dall'11esimo secolo in poi, soprattutto quando vi si siano affermati
i Comuni, tornano a pulsare di attivit mercantili di carattere arti-
gianale e industriale e vedono un'aumentata promozione delle loro
attivit liberali. E ancor pi conta che riusciamo a precisare l'entit
dei traffici, dei contatti con comunit lontane, la presenza di perso-
ne provenienti anche da molto lontano, che parlano lingue differen-
ti e spendono differenti monete e che conferiscono nel loro insieme
un'aria quasi internazionale a centri nel primo millennio chiusi in
una sorta di vita ristretta dal punto di vista economico e culturale e -
tout court - da quello civile. -
Comunque le aree di pi intensa urbanizzazione - per esempio
nell'Italia centro-settentrionale e nelle Fiandre - diverranno tali so-
prattutto per il gran numero delle loro citt pi che per l'entit delle
medesime.
Il massimo dell'estensione e della consistenza abitativa  poi rag-
giunto agli inizi del 1300 da citt come Milano, Firenze, Parigi che
gi possiedono una terza cerchia muraria, mentre le due precedenti
risultano anguste e superate dal moltiplicarsi delle costruzioni e dei
loro abitanti che in tali centri raggiungeranno e supereranno i 100
mila, raccolti in una superficie di 450 ettari a Parigi e di 600 a 
Firenze.
La densit delle citt tedesche o di quelle delle Fiandre al cui inter-
no si aprono pi spesso spazi con orti, giardini e ampi prati disabita-
ti, fanno s che al numero degli abitanti non corrisponda una pari
estensione cittadina. Per esempio a Colonia, la pi popolosa citt te-
desca, 40 mila abitanti si distribuirono in circa 400 ettari; a Bruges i
60-70 mila, al massimo sono collocati in una superficie di 430 ettari
e a Gand la stessa consistenza abitativa  ripartita in una misura di
644 ettari, assai pi ampia dunque di quelle fiorentina e parigina,
ove sono concentrate quasi il doppio delle persone. E ci dipende di
certo dalla maggior vitalit delle comunit maggiormente concentrate 
- una per tutte la fiorentina - e quindi dal costo dei suoli desti-
nato a incidere non poco sull'economia cittadina e sul suo sviluppo.
Oltre a quelle gi menzionate, le citt pi grandi in et comunale
sono in Italia Venezia e Genova, anch'esse forse non lontane nella
stessa epoca dai 100 mila abitanti. Pi numerosa assai la fascia dei
centri che contano fra le 30 e le 50 mila presenze: di essi fanno parte
molte citt italiane, Bologna, Pisa, Siena, Padova, Verona, Roma,
Napoli, Palermo, Messina e Catania.
Nelle Fiandre menzioneremo Tournai, Ypres, Bruxelles e Lova-
nio. Fra le occidentali non dimenticheremo poi Colonia, Londra, le
citt iberico-musulmane quali Siviglia, Granada e Cordova e quelle
cristiane quali Barcellona e Valencia anch'esse mantenutesi su una
cifra pressappoco eguale.
Ancora di pi sono peraltro i centri annoverati fra i 15 e i 30 mila
abitanti, sicuramente in maggioranza fra le citt italiane, tra le quali
citiamo Pavia, Piacenza, Parma, Mantova, Vicenza, e Treviso, Fer-
rara, Modena, Lucca, Arezzo, Ancona, Viterbo, Perugia, L'Aquila,
Barletta, Lucera, Trani, Bitonto, Melfi, Trapani, Sassari. Fra le me-
tropoli franco-belghe in simili condizioni ricorderemo almeno Ar-
ras, Lille e Liges. Fra le tedesche si impongono all'attenzione senza
dubbio Lubecca, Brema, Amburgo, Strasburgo, Norimberga.
Ancor pi ampio infine l'elenco delle citt italiane e delle franco-
fiamminghe postesi intorno ai 10 mila abitanti che non ricorderemo
per brevit, limitandoci a nominare qualche esempio tedesco, Tre-
viri, Augusta, Ulma, Aquisgrana, e olandese, Leida, Amsterdam, Utrecht.
Due precisazioni faremo ancora a questo punto: nel parlare del fe-
nomeno comunale italiano amiamo riferirci anche noi soprattutto a
esempi tolti dal contesto centro-settentrionale della penisola. In Ita-
lia meridionale invece diversa  la sorte delle citt del Regno, rette
dalle Universitates sviluppatesi nell'ampia e forte cornice di un pote-
re centrale normanno-svevo e poi angioino-aragonese.
Destino diverso avr poi il Commune Veneciarum, discostatosi per
conformazione orografica, per caratteri istituzionali, collegamenti
fra ceti sociali e posizioni politiche sia dai centri urbani pi lontani,
sia da quelli dislocati nel territorio circostante.

8) I Comuni crescono in fretta
Un elemento , fra gli altri, notevole per quanto concerne le citt e
la loro vita fra l'11esimo e il 13esimo secolo. Pensiamo, per esempio, 
a Milano che in meno di duecento anni aument di due volte e mezza la 
sua superficie, passando da circa 200 a 500 ettari di estensione.
L'esempio di Firenze  ancor pi prodigioso, essendo essa passata
in pari tempo dai 100 iniziali ai 600 ettari gi dianzi ricordati.
Una crescita cos pronunciata e quasi inarrestabile senza dubbio
non  resa possibile da un aumento naturale della popolazione ma,
agli inizi soprattutto, da una consistente immigrazione di abitanti
volti ad abbandonar le campagne per mettersi sotto la pi sicura tu-
tela economico-sociale e politica della realt cittadina.
A indurre il ceto agricolo a tale scelta, che potremmo quasi defini-
re di massa, sono certo le condizioni difficili del lavoro sulla terra, 
la sua scarsa retribuzione e il basso reddito delle campagne e delle
aree agricole, nonch la precariet di una vita messa a repentaglio
dall'inclemenza del tempo - alluvioni, gelate, siccit -, dalle epide-
mie che uccidono gli animali da lavoro e mettono in pericolo le col-
ture dei campi, allora non protette dall'uso dei fertilizzanti e a volte
non assistiti neppure da una corretta pratica del sovescio.
A spingere i contadini verso le mura urbane sono per anche altri
motivi, primo fra gli altri il desiderio di cogliere le opportunit 
di un promettente mercato, accresciutosi per lo sviluppo delle industrie
cittadine: in particolare quella tessile.
Cos fra i cittadini di recente inurbazione, quasi sempre scesi in cit-
t dal contado, possiamo reperire mercanti girovaghi e chierici, la-
voratori in possesso di capacit manuali e artigiani che hanno acqui-
sito specifiche competenze nei numerosi laboratori delle aziende si-
gnorili sia laiche che ecclesiastiche.
Fra i cittadini nuovi - la gente nova - compaiono non di rado
persone di condizione servile che dalla fuga dalle campagne si atten-
devano il conseguimento di un miglior tenore di vita, qualche forma
di libert personale e soprattutto la possibilit di sottrarsi all'obbe-
dienza al signore, un'obbedienza dura a sopportarsi, soprattutto a li-
vello psicologico.
Gli statuti di diverse citt d'oltralpe francesi e fiamminghe, inglesi
e tedesche, recitavano infatti che chi fosse riuscito a rimanere in cit-
t per un anno e un giorno senza che il signore fosse in grado di sco-
varlo e di far valere i propri diritti sulla sua persona, questi aveva 
la facolta di rimanere in condizione di personale libert. E ci spiega
ampiamente una frase comunemente detta in Germania, e ripetuta
dalla famosa Cronaca di Ottone di Frisinga, ossia che l'aria della
citt rende liberi.
Certo sarebbe errato conferire a queste parole un valore troppo ri-
gido e rispondente al vero. Comunque non pu negarsi che la vita
cittadina suscit allora un fascino indicibile su molteplici strati 
della popolazione disposti anche a sacrifici, pur di trovare una sia 
pur precaria collocazione cittadina.
La societ urbana, o per meglio dire i burgenses (come si dir sia in
Italia e sia soprattutto Oltralpe per contrassegnare l'origine dei cit-
tadini nel borgo da cui erano sbocciate nuove, pi grandi citt) svol-
gevano un lavoro particolare e diverso, anche se parecchi contadini
furono impiegati a coltivare i campi e gli orti rimasti in considerevo-
le numero immediatamente fuori le mura o anche all'interno di
esse. Non di rado gli agricoltori giungevano dai campi meno lontani
per portare a vendere in citt i prodotti della terra, nonch formag-
gi, uova, latte, vino e animali da cortile, cibo prelibato sulle tavole
dei pi ricchi, e questo era il primo passo, dopo di che nasceva la
possibilit di trovare una pi stabile collocazione urbana.
 Di solito per i burgenses o borghesi si dedicavano al commercio e
all'artigianato, attivit aumentate con la crescita della popolazione
e che necessitavano di una specializzazione pi raffinata e comples-
sa per soddisfare le esigenze pi grandi del nuovo mercato.
Pi volte poi, i nuovi arrivati si ponevano al servizio di potenti uo-
mini d'affari, soprattutto di grandi commercianti che li utilizzavano
come commessi e garzoni, si facevano accompagnare da loro quan-
do partivano per provvedersi di merci provenienti da zone molto
lontane e compivano viaggi che era disagevole far da soli: si pensi al
padre di Francesco d'Assisi spesso abituato a recarsi sino in Francia
per comperare stoffe pregiate provenienti da quelle terre e che nei
lunghi percorsi si fece aiutare anche dal giovanissimo figlio, natogli
dal matrimonio appunto concluso con una francese - Monna Pica -
conosciuta durante il lungo girovagare in quelle zone e fra quelle industrie.
In questi casi dunque, i fuggiaschi dalle campagne, se avevano vo-
glia di lavorare e avevano coraggio per le novit e attrazione per un
tipo di vita meno consueto, finivano per svolgere un'attivit di tipo
addirittura internazionale e partecipavano spesso a viaggi che rese-
ro la civilt comunale pi ricca e articolata.
Una societ ben diversa si afferma dunque, rispetto a quella animatasi 
sul finire del nono secolo, allorch, secondo la formulazione del
religioso francese Adalberone di Laon, si sostenne che nelle condi-
zioni di vita comune la Societas Christiana poteva considerarsi sud-
divisa in tre ordini: coloro che pensavano alla salvezza dell'anima
con le preghiere e le meditazioni e le prediche - ossia gli Oratores -
quelli che prendevano le armi per la difesa della Chiesa e dei fedeli
- ossia i Bellatores - e, infine, i contadini che lavoravano i campi e
procacciavano il pane per tutti gli altri, denominati genericamente
Laboratores.
Infatti, con il 12-13esimo secolo tra i Laboratores bisogn comprendere
anche i magistrati, i medici e gli speziali, gli insegnanti, i commer-
cianti, i banchieri, tutti coloro insomma (non esclusi gli usurai reiet-
ti e ricercati nell'ambito di una societ in espansione e priva di dena-
ro) che con l'espandersi e l'affermarsi della civilt comunale ebbero
importanza sempre maggiore e sempre pi precisa.
Tutto ci dunque contribu a rendere ancor pi distaccata la vita
delle campagne rispetto a quella delle citt. Sui campi, con i labora-
tores veri e propri, rimasero per solito, donne, vecchi e bambini. Co-
loro invece che erano in et di lavoro e avevano l'ambizione di mi-
gliorare la loro esistenza e la loro situazione economica si recarono
nelle citt simbolizzate spesso dalle mura di cinta, dalle porte d'in-
gresso, dalle posterulae, dai fossati, dai ponti levatoi e soprattutto
rese operanti quando nel loro seno prosperarono pi e pi gruppi
sociali volti a interessi, lavori e destini diversi.
Perci disse felicemente Roberto Sabatino Lopez che l'esistenza
delle citt non fu determinata tanto dal numero dei loro abitanti che
pot esser maggiore o minore, ma dal moltiplicarsi di attivit econo-
miche e di interessi che resero i centri urbani una sorta di stato d'animo.

9) Le citt comunali
Di solito le citt cercarono di conseguire una sempre maggiore au-
tonomia nei confronti del pi lontano potere politico e ci accadde
in particolare per i centri cittadini italiani e per quelli nord-europei
della Fiandra e della Lega Hanseatica. Tuttavia, bisogna guardarsi
dal generalizzare troppo questa convinzione e dal prestarle troppo
preciso e meccanico valore.
Infatti, la differenza che c' tra citt italiane e d'Oltralpe, anche
quelle non appartenenti alla zona fiammingo-franco-germanica
(ma su questo punto torneremo fra poco), non gener una contrap-
posizione totale, mentre contatti fra le diverse situazioni rimasero
pi spesso di quanto non si immagini.
Una difformit piuttosto marcata fra lo status italiano e quello
d'Oltralpe  riscontrabile invece (tanto per indicarne almeno uno)
nell'atteggiamento della nobilt. In Italia i nobili rimangono legati
alle citt, abitano al loro interno anche se hanno molteplici residen-
ze in campagna in cui vivono una buona parte dell'anno.
In Francia, in Inghilterra e in altre terre dell'Occidente i nobili pre-
dilessero soprattutto le loro tenute e continuarono a vivere nei loro
castelli. Le citt franco-britanniche pertanto risultarono meno ric-
che e furono abitate da persone meno eleganti e raffinate.
Molto bene sottoline tal fenomeno Salimbene de Adam, quando, ricor-
dando la visita di Luigi nono il Santo in un convento di Sens, disse
che ad accoglierlo v'erano uomini e donne malvestite, mentre i no-
bili risultavano del tutto assenti. In Italia se una simile situazione 
si fosse verificata - aggiunse Salimbene - in una citt tosco-emiliana,
Siena, Lucca o Bologna, il fior fiore della nobilt locale si sarebbe
recato ad accogliere il sovrano!
Il patriziato urbano presente e operante nella nostra penisola ebbe
tuttavia importanza crescente in ogni luogo e all'aristocrazia del
sangue si un assai presto la prosperit del ceto mercantile arricchi-
to, ben presto provvisto di palazzi che gareggiarono con quelli delle
famiglie feudali.
Comunque, seppur meno presente all'interno delle mura, la nobil-
t franco-anglo-germanica mantenne pur sempre un saldo controllo
territoriale, anche se delle citt d'Oltralpe, i nobiles spesso non 
riuscirono ad ottenere il predominio politico e tanto meno vi riusci-
rono per il contado.
Nelle Fiandre e nella Francia del nord, il Comune sorse pertanto
dall'impulso dei cittadini che, guidati da personaggi eminenti per
censo e prestigio sociale, strinsero giuramenti di pace per precosti-
tuire una situazione di concordia all'interno delle citt, per possede-
re spazi di autonomia e per limitare gli abusi del signore del luogo.
In genere allora si stipularono accordi con i nobili per riceverne in
cambio la concessione di una Carta del Comune. Tali trattative si
conclusero poi pi proficuamente quando i Comuni furono in grado
di corrispondere cospicue somme di denaro o quando la debolezza
dei sovrani, dei marchesi o dei conti accrebbe la loro capacit con-
trattuale.                                                                
A volte poi, l'iniziativa passava nelle mani dei signori che, una volta
promosso lo sviluppo dei centri abitati da loro dipendenti, li arric-
chirono di privilegi ed esenzioni e concessero loro la suddetta Carta
in cambio di considerevoli somme di oro e del mantenimento del
controllo politico degli uffici amministrativi.
Il movimento comunale tedesco present poi sensibili analogie
con quello del nord della Francia e anche l le autonomie comunali
scaturirono da trattative alternate a movimenti di rivolta, mentre la
vita politica locale rimase legata a un numero ristretto di famiglie di
grandi mercanti e di proprietari terrieri.
Il gruppo dirigente di Magonza, Worms, Norimberga, Ratisbona
Monaco fu caratterizzato, per esempio, da un marcato predominio
di famiglie militari legate al governo per conto di vescovati e signo-
rie territoriali. Colonia invece ebbe un carattere pi cittadino per
l'influsso ivi esercitato con particolare vigore da famiglie di estrazio-
ne commerciale. Anche Lubecca fu concentrata nelle mani di gran-
di mercanti che dettero un notevole sviluppo all'autonomia e all'e-
spansione commerciale del Baltico e del Mare del Nord.
Lubecca in particolare, nel 1226, ottenne da Federico secondo di Svevia 
il privilegio della diretta dipendenza dall'impero, cosa che comport
l'obbligo di giurare fedelt al sovrano - ecco ancora la presenza di
usanze feudali - cui furono forniti appositi contingenti armati, ma
assicur in compenso a quel centro la quasi completa autonomia dai
signori territoriali, dando luogo alla formazione di un vero e proprio
piccolo Stato urbano.
Eguali privilegi furono poi concessi ad Aquisgrana, a Colonia, No-
rimberga e Ratisbona. Un fenomeno analogo si registr nel 1300 in
Boemia, dove alcune citt fra le pi fiorenti, prima fra tutte Praga
vivace e popolosa, ebbero la libertas sotto la protezione regia.
Nella Spagna cristiana poi, si registr una rimarchevole differenza
fra le citta castigliane e aragonesi, contrassegnate dall'egemonia
dell'aristocrazia fondiaria e quelle della Catalogna - prima fra le al-
tre Barcellona - contraddistinte da una struttura sociale assai com-
posita in cui l'amministrazione cittadina fu appannaggio del patri-
ziato del quale fecero parte nobili e soprattutto mercanti. Nel 1200
tuttavia, la monarchia ivi operante cerc di espandere il suo domi-
nio sulle citt, designando loro propri governanti affiancati ai cittadini.
I sovrani inglesi, da parte loro, si orientarono allo stesso modo e fa-
vorirono lo sviluppo delle citt alle quali sollecitarono l'appoggio
nel corso delle lotte contro i baroni. Esse tuttavia conservarono le
loro autonomie nei limiti non contrastanti con un ordinamento di
forte impronta monarchica.
Nell'Occidente cristiano insomma i centri urbani si rafforzarono
gradualmente ed ebbero una preminente capacit commerciale
mentre minore fu la loro influenza politica. Ovunque poi essi otten-
nero autonomie mediante l'elezione di giudici e di organismi ammi-
nistrativi. Ad accostarli ad altri contribu poi la loro pronunciata
tendenza ad aristocratizzare i ceti dirigenti e pure le zone di pi 
forte e sicuro sviluppo mercantile e industriale.
Accennando allo sviluppo dei centri urbani continentali abbiamo
avuto gi modo di notare che in Italia le comunit cittadine non era-
no formate soltanto da mercanti e artigiani, ma comprendevano nu-
merose persone tratte dalla media e piccola nobilt, ricca di beni
fondiari e di diritti di giurisdizione su villaggi e terre circostanti.
Spesso si tratt dei feudi appartenuti alla chiesa vescovile, i cui tito-
lari, al contrario dei feudatari non cittadini, erano collegati con il si-
gnore e con il vescovo e l'uno e l'altro li aiutavano nell'amministra-
zione della giustizia, nella riscossione delle imposte, nella manuten-
zione delle mura e nella difesa militare.
La situazione politica interna cittadina non era n chiara n univo-
ca, in quanto le funzioni pubbliche non erano sempre svolte dal ve-
scovo, ma venivano ripartite fra diversi ceti politici: il vescovo, il
conte, il capitolo della cattedrale, nonch i grandi monasteri.
A rendere complessa la situazione, concorse inoltre l'attivismo del-
le comunit cittadine che spesso arrivava a far ascoltare le sue ragio-
ni vuoi alle autorit locali, vuoi al sovrano.
Il quadro politico-istituzionale fu dunque frammentato e perci
permise alle forze sociali di articolarsi autonomamente, anche se si
manifest poco adeguato a disciplinare le tensioni e i contrasti so-
ciali, generatisi all'interno di citt numerose e socialmente complesse.
All'incremento della popolazione urbana e alla differenziazione
delle attivit artigianali e mercantili si congiunse l'immigrazione
dalla campagna di contadini e di nobili. Questi ultimi, poi, non si
spostarono per motivi di lavoro ma per incrementare le loro sostanze, 
conservando le tradizioni militari e le attitudini al comando, cosa
che non li pose quasi mai nelle condizioni di impegnarsi per assicu-
rare la pace pubblica.

10) Il Comune consolare
Il Comune dei consoli - come lo denominer Giovanni Tabacco -
si presenta con una notevole flessibilit istituzionale, senza pretese
di esclusivit. Esso non cerc di monopolizzare le funzioni di carat-
tere pubblico nelle citt, non contest diritti di esazione e di control-
lo sui mercati, su pesi e misure, su posti di dazio o pedaggio spettanti
ad enti ecclesiastici o trasmessi ereditariamente alle famiglie comitali.
Il Comune cittadino consolare rappresent una forte esigenza di
partecipazione che rimase al di l del periodo consolare stesso e di-
venne uno dei connotati dell'intera civilt comunale.
Gi nel 12esimo secolo Milano avanz prepotentemente nell'ambito co-
mitale e della citt di Lodi mentre a Castel Seprio sostitu i conti lo-
cali con l'autorit dei consoli della medesima comunit rurale.
Dove il Comune subentr al conte - Pisa, Genova, Bologna, Padova, 
Verona, Firenze - la sua autorit si estese di fatto e di diritto al
contado. Quando subentr al vescovo e si svilupp in un quadro epi-
scopale, ebbe invece a generarsi una realt resa pi complessa dalla
presenza della giurisdizione ecclesiastica.
Il Comune nacque con modalit ovunque peculiari che si differen-
ziarono dall'esempio milanese e che si notarono nelle istituzioni af-
fermatesi nei quarant'anni intercorsi fra il 1080 e il 1120, ossia
nell'epoca della lotta per le investiture. In certi casi il potere conso-
lare  accertabile con qualche anno di ritardo, ma si tratta probabil-
mente di situazioni casuali, legate alla perdita o alla sottrazione dei
primi documenti.
Questa comunque la data di nascita dei primi Comuni italiani: Pisa
(1081), Asti (1095), Milano (1097), Arezzo (1098), Genova (1099),
Pistoia (1105), Ferrara (1105), Cremona (1112), Lucca (1115), Ber-
gamo (1117), Bologna (1123), Piacenza (1126), Mantova (1126),
Modena (1135), Verona (1136).
Il potere in questi casi si concentr spesso nel ceto aristocratico,
mentre in citt toscane e piemontesi di sviluppo mercantile, si mo-
str preminente la presenza dei commercianti e degli imprenditori.
Sempre per i termini di consules e consulares furono adoperati
per riferirsi al gruppo di famiglie aristocratiche o borghesi da cui
provennero le magistrature consolari.
Va detto inoltre che in un primo tempo i gruppi consolari non co-
stituirono un ceto chiuso, in esso infatti entrarono tanto i nobili 
immigrati dalle campagne, quanto i mercanti arricchitisi.
La chiusura invece si verific fra il 12esimo e il 13esimo secolo in 
seguito alla grande crescita mercantile e artigianale, quando le 
famiglie dominanti cercarono di tener fuori le altre dai pi diretti 
ambiti del potere.
I consoli per altro si ripromisero di seguire gli interessi dell'intera
citt e non solo del gruppo sociale che li espresse e ci fa compren-
dere perch essi, almeno in questa prima fase, godettero del consen-
so di pressoch tutto il complesso urbano.
Gli organi del governo consolare furono quasi sempre l'Arengo ov-
vero l'assemblea generale dei cittadini, cui spett di decidere sulle
questioni interessanti la collettivit cittadina, quindi il Collegio dei
consoli che ebbe il potere esecutivo.
I consoli rimasero in carica per un periodo ristretto, 6 mesi o un
anno tutt'al pi, onde evitare la possibile creazione di regimi perso-
nali. Ci consent una rapida rotazione di cariche e pertanto di quasi
tutti gli esponenti delle famiglie che espressero il Comune, giunte
agevolmente al vertice della loro amministrazione.
All'inizio del mandato, i consoli compirono un giuramento nell'Arengo 
con cui si legarono alla garanzia della giustizia e della pace, alla 
cura del bene, alla difesa della citt, al rispetto delle leggi e delle
consuetudini vigenti e alla soluzione delle questioni in rapporto con
la realt locale.
Anche i cittadini fecero poi un giuramento, presenti i consoli, con
cui promisero obbedienza e collaborazione rivolte al mantenimento
dell'ordine e della pace.
Quando all'inizio l'Arengo fu costituito da quanti presero l'iniziati-
va di sostituirsi alle autorit presenti per dar vita al Comune, l'ele-
zione consolare avvenne mediante acclamazione. Quando poi entrarono 
nell'assemblea tutti i capofamiglia cittadini, la situazione si
fece complessa e si resero necessari cambiamenti di carattere istitu-
zionale: l'assemblea generale fu allora commutata da due consigli: il
Consiglio maggiore i cui poteri furono deliberativi e un pi ridotto
Consiglio minore - detto pure Consiglio di credenza o Consiglio degli
anziani - affiancato ai consoli durante il disbrigo del loro lavoro, do-
tato di potere esecutivo.
Le modalit elettive cambiarono nelle varie citt, ma i sistemi elet-
torali furono predisposti in modo da assicurare la prevalenza ai no-
tabili. Anche l'elezione dei consoli non fu pi direttamente appan-
naggio del Consiglio maggiore, ma si svolse attraverso due o tre gradi
intermedi che assicurarono il monopolio delle famiglie predominanti.
Molto presto l'amministrazione comunale si prefisse il compito di
comunicare con il circostante mondo rurale.
Canale preferenziale di trasmissione con tale ambiente fu di frequente 
l'aristocrazia cittadina, dotata di beni fondiari e di diritti giu-
risdizionali sui contadini e spesso legata pure ai signori feudali e ai
missi regi e comitali da rapporti parentali mediante i quali risolse fa-
cilmente i contrasti inevitabili in un momento di tanto accentuata
sperimentazione politica.
Inoltre, orientarono decisamente il Comune verso il controllo del
circostante contado i mercanti e gli artigiani, gli uni e gli altri 
nell'intento di estendere le loro attivit e quindi di cancellare gli 
ostacoli alla circolazione delle merci, originati dal cumulo delle 
giurisdizioni locali in concorrenza fra loro.
Furono questi gli interessi di cui il preminente ceto si fece portavo-
ce, in quanto la sua autorit venne connessa a una non comune ca-
pacit di farsi interprete delle esigenze della comunit cittadina.
L'abilit comunale di proiettarsi sul contado e sulle citt vicine
si esplic in modi e tempi diversi da citt a citt e da zona a zona
e il 13esimo secolo rappresent il momento in cui essa apparve pi ampia.
Tuttavia non mancarono occasioni in cui la vitalit cittadina si rive-
l tanto grande che, al termine del 12esimo secolo, il processo di su-
peramento del particolarismo politico dovette considerarsi gi in atto.
Proprio questo infatti si verific in Milano, gi all'inizio del 12esimo 
secolo, impossessatasi di territori e di citt limitrofe quali Pavia, 
Novara, Como e Lodi, dando luogo alle ragioni che richiesero l'intervento
dell'imperatore, appena esso ebbe modo di far sentire pienamente
la sua autorevole presenza nella penisola.

11) I Comuni d'Oltralpe
Anche se lo sviluppo della vita cittadina e la costituzione di ammi-
nistrazioni autonome sono un fenomeno tipicamente italiano e ad
esso ci riferiamo in prevalenza nell'ambito della presente ricerca,
non possiamo dimenticare che una marcata ripresa della vita citta-
dina si manifesta, sia pure in forme diverse, in altre zone dell'Occi-
dente cristiano. Pertanto dobbiamo, anche se di passata, far cenno
alla fioritura dei centri urbani nella Francia settentrionale, in Pro-
venza, in Catalogna, nei Paesi Bassi e in Germania, tutti luoghi in
cui molto spesso tale rinascita viene denominata come Comune.
Certo per l'ampliamento dei Comuni d'Oltralpe presenta differenze 
sensibili nel rapporto creatosi fra citt e campagna e in quello fra
Comune e Stato.
In Italia, come abbiamo sino ad ora veduto, ma anche in Linguado-
ca, il progressivo inurbamento di elementi di provenienza feudale fa
s che il Comune cittadino conservi interessi rurali, tanto che esso si
estender sul contado fino a identificare il suo territorio con quello
della diocesi o del comitato. Cos l'amministrazione comunale divie-
ne un piccolo stato territoriale che tende ad assumere potere, oltre
che economico e commerciale, anche politico.
Le citt d'Oltralpe invece, spesso di recente formazione, non cono-
scono la presenza dell'aristocrazia feudale che rimane rinserrata nei
propri castelli e nelle foreste che li circondano e la citt o borgo che
dir si voglia con i suoi burgenses - da cui borghesi - resta ben separa-
ta dalla campagna e non estende la sua giurisdizione oltre il confine
delle mura cittadine o dell'immediato suburbio.
Ancor pi nette sono poi le differenze nel rapporto fra Comuni e
Stato, spesso accentrato e in mano a monarchie nazionali e a grandi
signori, i quali non sono disposti a riconoscere alle nuove formazioni
un potere diverso da quello commerciale. Anzi i monarchi occiden-
tali presto si imporranno sulle amministrazioni che, una volta rice-
vuta l'autonomia amministrativa e talvolta giudiziaria, restano per
altro completamente nelle mani della Corona e delle sue strutture.
In Francia per la monarchia, che per mantenersi in vita e accre-
scere il suo prestigio deve appoggiarsi sul sistema feudale e intende
pertanto frenare l'eccessivo potere dei grandi feudatari, si avvale dei
centri urbani e della borghesia cittadina. Cos, dal 12esimo secolo in 
poi le citt francesi si contraddistinguono in citt feudali, alle 
dirette dipendenze dei signori locali che consentono loro un'assai 
limitata libert di manovra e in citt della corona che raggiungono 
pi larghe autonomie, sempre per restando organi del potere centrale, 
quindi assai diverse da quelle dell'Italia centro-settentrionale.
Le citt dei Paesi Bassi si originano sovente dalla presenza di un
mercato e sorgono anche prima del castello costruito per protegger-
le e riscuotere le tasse loro imposte.
Alcuni centri costituiscono la stabile residenza dei mercanti e dei
loro magazzini abbandonati con la primavera, quando si formano le
cosiddette hanse o carovane, dirette da un hansgraf che lungo la
strada raccoglie altri mercanti che vogliono commerciare lontano
dal loro paese.
Anche tali centri e i mercanti che li costituiscono sono sottoposti al
re. I mercatores formano delle associazioni, dette gilde, nate per mo-
tivi religiosi e presto trasformatesi in una sorta di corporazione, 
volta a provvedere ai bisogni comuni.
In varie citt le gilde diverranno organi amministrativi del castrum
e del burgus. Cos accade a Tournai e a Bruges dove le finanze citta-
dine saranno sorvegliate dalla gilda dei mercatores, fino a tutto il
1300. Anche a Lille il tesoriere cittadino prende il nome di hansgraf.
In questa realt si former dunque un regime municipale che durante 
il 1200 avr come organo significativo il collegio degli Scabini.
All'inizio nominati a vita dal signore, fra i cittadini pi autorevoli
essi saranno poi rinnovati annualmente e cooptati dagli Scabini
uscenti.
In alcune citt accanto allo scabinato si forma un collegio di giurati,
che nel 1300 diverr consiglio cittadino con una posizione sempre
pi autonoma e competenze vaste, relative all'amministrazione del-
la giustizia, all'esercito e all'autonomia cittadina, parzialmente sot-
tratta al signore e ai suoi funzionari.  questa insomma la situazione
relativamente pi somigliante a quella comunale italiana.
Le citta tedesche conosceranno una sensibile ripresa dopo le vittorie 
degli Ottoni sugli Ungheri e sugli Slavi e quando Ottone primo prose-
gue la sua avanzata verso le terre dell'est, lungo il corso dell'Elba 
e dei fiumi minori, lungo le vecchie strade commerciali un tempo
meta di notevoli traffici, si animarono un notevole numero di nuovi
centri militari, commerciali e religiosi.
Soprattutto le citt mercantili prenderanno per progressivamen-
te corpo sino a quando non diverranno sedi episcopali e addirittura
metropolitiche. Sorgeranno in tal modo centri significativi come
Magdeburgo, Wurzburg, Brema, Verden.
I commercianti si moltiplicano e ricevono protezione dai sovrani
che concedono loro ampi privilegi, anche se durante l'11esimo secolo 
non si ha notizia della formazione di gilde per l'area tedesca cos 
come se ne accumulano per quella franco-fiamminga.
Le fonti cittadine cominciano tuttavia allora a parlare dei mercato-
res e poi dei burgenses, un'espressione che non pu essere ancora co-
lorita di significato sociale, ma indica gruppi economici gi forti e 
in posizione di progressivo potere. Fra i burgenses infatti cominciano 
a emergere gli optimi civitatis e i primores civitatis.
Con la fine dell'11esimo e l'inizio del 12esimo secolo, tali ceti da-
ranno luogo alle prime assemblee cittadine nel cui corso si pronunciano 
giuramenti - coniurationes - di effettuare con scrupolo e a vantaggio di
tutta la comunit vari compiti amministrativo-economici e giudizia-
ri. Sarebbe tuttavia errato dare a tale commune civium ius un valore
politico che non ebbe e che mantenne le amministrazioni sempre
sotto il potere dei sovrani e dei signori feudali.
I feudatari poi furono incoraggiati dai sovrani a costituire nuovi
centri non solo per finalit commerciali, ma per favorire nuovi inse-
diamenti militari e per colonizzare territori rimasti per lungo tempo
disabitati e privi di strutture di qualsiasi tipo. La carta di fondazione
di Friburgo in Brisgovia - 1120 - che si richiama alle consuetudini di
Colonia, quella di Lipsia - 1156 - che riceve i suoi diritti da Halle e
da Magdeburgo, la comunit di Lubecca - 1158 - che ricever i suoi
iura da Soest, e mediatamente dalla stessa Colonia, mostrano una
tendenza tutta germanica alla formazione delle cosiddette famiglie
di citt contrassegnate da uno stesso diritto pubblico e privato, non
dipendente dalla situazione politica.
A questo tipo di centri urbani vanno aggiunte anche in terra tede-
sca altre amministrazioni locali che vedranno la luce per motivi po-
litici. Filippo di Svevia, all'inizio del 1200, potenzier ad esempio 
dei consigli cittadini -Rat- contro Ottone quarto di Brunswick e que-
st'ultimo far la stessa cosa nei riguardi dello Svevo. Ci come  na-
turale spinge anche le citt tedesche ad assumere verso la met del 1200 
e poi nel secolo successivo un potere che non sia solo di carattere
commerciale e che cerca di espandersi sulle zone circostanti.
Come per accade in territorio franco-fiammingo, anche in Germania, 
i feudatari e i sovrani staranno molto attenti a isolare le citt
desiderose di conquistarsi una supremazia di carattere politico.
Quindi la formazione delle citt imperiali accrescer la potenza eco-
nomica di varie comunit ma ne annuller ogni velleit politica. In
egual misura e forse ancor pi saranno prive di autonomia le citt
territoriali. Quelle libere -freie Stadte - come le appartenenti alla
Lega Hanseatica, saranno poi pi prospere ma ancor meno dotate
di strumenti autonomistici.
 evidente dunque che solo il Comune italiano rappresenta sotto
ogni aspetto un nuovo sistema di governo cittadino, un fatto innova-
tivo, basato su una antica tradizione mai interrottasi neppure duran-
te le invasioni barbariche. Di fronte a ci, le situazioni locali delle
regioni occidentali pongono interessanti problemi di amministra-
zione e di governo, un'evoluzione tesa ad ammodernare la vita dei
centri urbani, ma incapace di modificare profondamente e original-
mente la situazione politica.

12) Federico primo e i Comuni
A mostrare che la situazione italiana - ora che vi facciamo ritor-
no - era in movimento e che l'impero era in grado di influirvi note-
volmente, contribu l'elezione di Federico primo Barbarossa, incoronato
re di Germania il 4 marzo 1152 in Costanza e designato quale imperatore.
Il sovrano, accompagnato dal suo futuro biografo e zio, Ottone di
Frisinga, si impegn subito a riportare all'antica potenza l'autorit
imperiale con ogni mezzo disponibile. Per prima cosa dunque, orga-
nizz per l'anno successivo una Dieta a Costanza, cui presero parte
anche i legati di papa Anastasio quarto (1153-1154). L, Barbarossa ma-
nifest la sua certezza secondo cui potere politico e spirituale dove-
vano collaborare su un piano paritario e riconferm le sue preroga-
tive in materia di elezione dei vescovi tedeschi.
In pari tempo egli garant prestigio e potenza alla Chiesa di Roma,
ottenendo in cambio da Anastasio la promessa di una rapida incoro-
nazione imperiale.
A Costanza arrivarono pure due messi della citt di Lodi per chie-
dere giustizia contro la prepotenza milanese che, dopo la distruzio-
ne della citt rivale, ne vietava in pratica la ricostruzione.
Tale richiesta, cui si affianc presto quella di altri centri lombardi
angariati dall'espansionismo milanese, convinse Federico a concen-
trare la sua attenzione sull'Italia, ove la moltiplicazione impetuosa
delle autonomie comunali aveva dato luogo a una situazione intrica-
ta e incomprensibile per l'impero, in quanto sensibilmente diversa
da quella germanica, ove sviluppo cittadino non pregiudicava
l'autorit imperiale ma la favoriva come contrappeso alla feudalit e
riservava ai rappresentanti del sovrano precisi margini di intervento
amministrativo e giudiziario.
Al contrario in Italia i centri urbani come la metropoli ambrosiana
pretendevano di avere gli stessi poteri del sovrano all'interno del
territorio urbano e anche all'esterno, allorch non si peritavano di
dichiarare guerra ad altre citt suddite dell'impero, come se l'una e
le altre avessero rappresentato poteri del tutto indipendenti da
quello imperiale.
Certo, sviluppi di tal segno non erano conciliabili con il complesso
programma politico federiciano che si bas sui seguenti punti: po-
tenziamento dei legami feudali in Italia e in Germania all'uopo di
coordinare e condizionare i poteri signorili operanti in loco; con-
trollo dei territori dipendenti dalla corona mediante i ministeriales,
ossia quei funzionari di provata fedelt alle istituzioni, condizionan-
ti la Chiesa tedesca e le citt imperiali germaniche; il riordino e l'uti-
lizzo dei diritti di regalia, ovvero dei diritti inalienabili dell'auto-
rit regia, quali l'amministrazione della giustizia, la difesa del terri-
torio, la riscossione delle imposte.
La convergenza fra la riflessione giuridica e soprattutto quella dei
giuristi dell'ateneo bolognese con Federico primo ebbe in breve imme-
diata conferma.
Nell'ottobre 1154 il Barbarossa era in Lombardia ove celebr la
prima Dieta di Roncaglia. Gli ambasciatori milanesi vi parteciparo-
no con un'ingente somma di denaro, onde ottenere la conferma dei
diritti regi esercitati dal tempo del Comune e inoltre la signoria su
Como e Lodi. Federico invece rifiut l'offerta, mise la citt al bando
e la priv delle regalie.
Non essendo egli per ancora cos forte da imporre la sua volont
con la guerra, si content all'inizio di distruggere Tortona, tradizio-
nale alleata dei Milanesi, invano difesi dalla succitata citt. La cadu-
ta del centro lombardo avvenne il 19 aprile 1155. Federico si diresse
poi a Roma per cingervi la corona imperiale.
Prima della incoronazione, secondo gli accordi fatti con il pontefi-
ce, il sovrano germanico distrusse il Comune creatosi nell'Urbe fra il
1143 e il 1144, allora rappresentato da Arnaldo da Brescia, un rifor-
matore di tradizione patarinica, contestatore del potere temporale
dei papi.
Arnaldo, da tempo in dissenso con i gruppi dirigenti romani per le
sue posizioni religiose, fu catturato e messo al rogo con l'intervento
del futuro imperatore.
Quest'ultimo poi ricevette la corona imperiale e nel settembre 1155 
pass le Alpi per far ritorno in Germania.
Nel 1158 egli scese nuovamente nella penisola con un forte eserci-
to e con idee decisamente bellicose. In quell'occasione Barbarossa
convoc una nuova Dieta a Roncaglia, alla quale risultarono invitati
anche quattro autorevoli docenti dell'Universit bolognese: Marti-
no Gosia, Ugo, Bulgaro e Jacopo.
Ad essi Federico chiese una precisa determinazione e delimitazio-
ne dei diritti di regalia. L'elenco preparato dai giuristi, poi aggregato
alla Constitutio de regalibus promulgata dall'imperatore, era sostan-
zioso e comprendeva il diritto di battere moneta, di nominare i ma-
gistrati, l'imposizione di dazi e pedaggi, le imposte sul commercio, la
riscossione degli utili provenienti dal pagamento delle multe, l'ac-
quisizione dei patrimoni rimasti senza legittimi proprietari, i redditi
della pesca e delle saline, le miniere d'argento, l'imposizione di la-
vori per la riparazione e la difesa delle propriet pubbliche, le impo-
ste su fiumi, ponti, porti e ripatico.
Tali erano insomma i diritti dei quali i Comuni si erano imposses-
sati e che Federico era disposto a lasciar loro in godimento, ma a
condizione che essi pagassero un tributo annuo e individuassero
nell'impero la fonte di ogni potere. In base a pari principio egli ela-
bor pure una Constitutio pacis con cui viet la formazione di leghe
fra le citt e la dichiarazione di guerre private del tipo di quella 
recentemente dichiarata da Milano a Lodi.
Federico poi prese a occuparsi di contee, marche e ducati, di cui ri-
bad la dipendenza dall'autorit regia e dai beni allodiali cui era le-
gato l'esercizio delle giurisdizioni signorili.
In seguito alla Dieta di Roncaglia del 1158, Federico primo oltre che 
nei riguardi dei Comuni precis la sua linea politica con il papato, 
dati i coinvolgimenti che esso avrebbe potuto avere nella politica comu-
nale. Inoltre egli precis tal linea pure nel rapporto con lo stato nor-
manno meridionale.
Il risultato della Dieta e delle successive costituzioni per la restau-
razione del potere imperiale gener la formazione di un imponente
gruppo di oppositori fra i quali si contarono molti Comuni lombardi
e veneti, nonch il pontefice Alessandro terzo (1159-1181).
La reazione di Federico fu imprevedibilmente dura. Alessandro terzo
fu costretto a riparare in Francia e fu sostituito con l'antipapa Vitto-
re quarto (1159-1164). Nel 1162 Milano fu assediata e rasa al suolo da
soldati germanici.

13) Dalla Lega Lombarda alla pace di Costanza
Lo smacco subito da Milano non vanific la resistenza dei Comuni,
cos quelli veneti nel 1164 organizzarono la Lega veronese, poco
dopo accompagnata dalla Lega cremonese, capeggiata per l'appun-
to da Cremona, una volta fedele all'imperatore da cui aveva ottenu-
to regalie contro il versamento di un tributo annuo di 200 marche
d'argento.
Dalla fusione dei due organi nacque la Lega Lombarda, sancita dal
giuramento di Pontida del 7 aprile 1167.
A essa si richiam subito Alessandro terzo al cui venerato nome i Co-
muni dedicarono Alessandria, la citt posta in un punto strategico,
alla confluenza del Tanaro con la Bormida, per controllare i conti di
Biandrate e i marchesi del Monferrato, vicini all'impero.
Alessandria sorgeva in una zona di grande importanza, in una en-
clave fra il territorio pavese, le terre di Biandrate, quelle del Mon-
ferrato. Essa rappresent dunque il limite di rottura per la difesa
delle consuetudines e i princpi di Roncaglia.
Contro Alessandria, Barbarossa raddoppi gli sforzi senza riuscire
ad ottenere ragione della caparbia avversaria. Cos nella primavera
del 1176, egli risolse di levare l'assedio per rientrare in Germania.
Tuttavia, durante la marcia di ritorno rapida e a tappe forzate,
l'esercito imperiale fu investito dalle forze della Lega, superiori di
numero e determinate ad averla vinta sull'imperatore che fu decisa-
mente sconfitto presso Legnano (1176).
Federico allora vista la difficolt di conseguire risultati militari,
mostrando intelligenza politica e non comune sensibilit, punt su
una soluzione diplomatica volta a infrangere il fronte degli oppositori.
Pervenne allora a un accordo con Alessandro terzo, impegnandosi
all'abbandono dell'antipapa e alla restituzione alla Chiesa di terri-
tori e di regalie precedentemente sottratte al papa.
L'anno dopo a Venezia (1177) si pervenne alla successiva tregua di
6 anni che dette modo a Federico di occuparsi con pi attenzione
dei problemi della Germania. Nel 1183 poi, egli stipul il trattato di
pace a Costanza. Il dispositivo approvato fu un abile compromesso,
se rifletteremo sul potere economico mantenuto anche in seguito
dall'imperatore rispetto ai Comuni.
La vittoria legnanese fu appannaggio della Lega Lombarda. Si
rammenti infatti in proposito la situazione precedente: a Piacenza
inizialmente venne chiesta dall'imperatore una pensio di 1050 lib-
bre. Nel complesso - dice per Rahevino - i diritti usurpati a Fede-
rico primo ammontavano a 30.000 talenti l'anno.
Nel 1158 Milano aveva dovuto versare 9000 marchi, nel 1160 Cre-
mona pag 11.000 talenti a Federico per la distruzione della vicina
Crema. Per violazione di pace la multa era pattuita in 100 libbre
d'oro, una localit fortificata doveva versarne 20, duchi, marchesi e
conti erano tassati per 50, i valvassores per 20, i vassalli minori 
per 6. Nel 1167 Bologna pag 6000 libbre per il ritiro delle truppe 
del Barbarossa.
Con il trattato di Costanza lo Svevo salvaguard il principio della
derivazione dei poteri pubblici dall'imperatore e garant ai Comuni
collegati le regalie, tra cui il diritto di costruire fortezze e di 
costituirsi in leghe.
I Comuni, tuttavia, in cambio dovevano versare una indennit
straordinaria all'imperatore di 15.000 libbre, pi un tributo di 2000
libbre all'anno. Inoltre, essi dovevano corrispondere al sovrano il fo-
dro, ossia un'imposta che copriva il costo del foraggio dei cavalli im-
periali speso in occasione delle sue discese in Italia. Essi poi doveva-
no promettere il ricorso al tribunale imperiale avverso le sentenze
dei giudici cittadini.
Dal 1183 al 1190 insomma, gli introiti annuali fissi del Barbarossa
in Italia ammontarono a 100.000 libbre. Se la sua fu dunque una
sconfitta, dobbiamo dire che i risultati per l'impero non furono negativi.
Anzi in seguito a Costanza, Federico divenne il sovrano pi ricco
dell'Occidente dopo il re inglese. Egli aveva poi terre e sostanze in
misura maggiore di quelle appannaggio del re francese.  giusto
pertanto affermare che la vittoria della casata sveva deriv molto
pi dall'accordo che dalla guerra contro i Comuni.
In quanto alla questione dei consoli, Costanza dette anche in questo 
caso una risposta. Fu deciso infatti che essi fossero eletti autono-
mamente dai cittadini, dovessero ricevere ogni quinquennio un'investi-
tura formale da parte imperiale; tuttavia poteva provvedervi anche il 
vescovo nelle citt in cui egli era titolare dei pubblici poteri.
Riassumendo i complessi rapporti fra Federico primo e i Comuni,
nell'arco di tempo compreso fra la Dieta di Roncaglia del 1154 e la
pace di Costanza del 1183, ricorderemo le spedizioni compiute dal
Barbarossa in Italia:
1) (1154-1155) Barbarossa viene eletto imperatore.
2) (1158-1162) Viene emanata la Constitutio de regalibus a Ronca-
glia. Si ribellano Genova, Milano e Crema. Quest'ultima verr di-
strutta nel 1160 e Milano lo sar nel 1162. Viene messo a punto il
programma contro papa Alessandro terzo.
3) (1164) Apposizione della Lega veronese.
4) (1166-1167) Formazione della prima Lega Lombarda.
5) (1174-1177) Federico primo  battuto a Legnano, si raggiunge la tre-
gua a Venezia, Alessandro terzo  riconosciuto dall'imperatore.
6) (1186) La sesta discesa si snoda in una pacifica atmosfera realizza-
tasi dopo la pace di Costanza (1183). Federico conclude questa vol-
ta per il figlio Enrico sesto il matrimonio con Costanza d'Altavilla, 
la figlia di Guglielmo secondo il normanno, re di Sicilia.
Il complesso delle discese, delle guerre, delle vittorie e delle scon-
fitte, degli accordi di pace e delle iniziative diplomatiche pone in
evidenza il grande disegno realizzato dall'imperatore e inoltre il
ruolo decisivo in esso occupato dai Comuni italiani.

14) La pace di Venezia
Se la battaglia di Legnano rappresenta il momento di massima
espansione e affermazione dei Comuni lombardo-padani, la pace di
Venezia costituisce il momento di grande vittoria del pontefice
Alessandro terzo.
L'incontro del 1177 si svolse nei termini pi amichevoli possibili
sulla gran parte delle questioni formali, relative alla pacificazione.
Fu quello un giorno di gioia per tutta la cristianit e segnatamente
per il papa.
L'imperatore dei Romani e re di Germania, dinanzi al cui potere
tutti avevano tremato per quasi venticinque anni, si impegnava con
un solenne giuramento, considerato quasi simbolo di assistenza della 
grazia divina, ad attuare il concetto di sacro impero, basato sul ri-
conoscimento della supremazia pontificia. Egli pertanto avrebbe
baciato la sacra pantofola di Alessandro, e avrebbe retto la staffa
alla sua cavalcatura.
Certo, al di l della promessa di fedelt alla santa sede, l'imperato-
re si riservava di proteggere il papa che, quasi come nei secoli prece-
denti, avrebbe continuato a dipendere da un impero, denominato
sacro, ma pur sempre contrapposto alla Chiesa. Per, nella giornata
veneziana trionfarono solo i motivi volti ad unire e non quelli desti-
nati a riaccendere in futuro le divisioni fra regnum e sacerdotium.
Alessandro terzo e Federico primo si distinsero entrambi per la cura 
posta nella realizzazione di grandiosi preparativi. Un cerimoniale com-
plesso e attento ai minimi particolari fu predisposto per far s che la
manifestazione fosse sotto ogni aspetto indimenticabile. Era previ-
sto, ad esempio, il modo in cui l'imperatore doveva muovere verso il
papa e quello con cui quest'ultimo doveva farsi incontro a Federico
che sarebbe stato assolto dalla scomunica, dietro la pi scrupolosa
osservanza delle prescrizioni canoniche. Il cerimoniale inoltre pre-
vedeva quanti passi Alessandro e Federico avrebbero dovuto fare
dal Canal Grande alla basilica di San Marco, in qual punto preciso,
il sovrano avrebbe dovuto spogliarsi dei suoi parimenti e accostarsi
al successore di Pietro per il bacio del piede.
Lo stesso Alessandro fu preoccupato di ridurre al minimo l'umilia-
zione del re sconfitto. Infatti, per non rendere troppo mortificante
per Federico la cerimonia con cui avrebbe preso la staffa e guidato
la cavalcatura papale, egli decise che la cavalcata, tutto sommato
spiacevole anche per il papa, si effettuasse per il brevissimo tratto
che congiungeva la tribuna posta accanto al portale di San Marco,
all'approdo delle gondole, in modo da conferire a un atto il cui signi-
ficato era squisitamente politico, un senso simbolico, soprattutto re-
ligioso.
Da parte sua l'imperatore cerc in ogni modo di far s che la sua
immagine non uscisse immiserita dall'insieme della manifestazione.
Anzitutto egli si fece prestare una grossa somma dai banchieri vene-
ziani, poi accompagnato da una imponente corte al suo seguito, si
trasfer presso il centro monastico di S. Nicola al Lido, per ricevere
l dai messi papali, circondato dai principi dell'impero, l'assoluzione
dalla scomunica.
La mattina del 24 luglio 1177 - tale fu il giorno prescelto - ancor
prima che si levasse il sole, piazza S. Marco era gremita di popolo
come accadeva nelle grandi occasioni. Numerosissimi erano gli
stendardi e le bandiere dai colori sgargianti, radunati in gran parte
presso l'approdo delle imbarcazioni.
Di fronte al portale d'ingresso della basilica fu posta una grande
tribuna su cui fu collocato un ricco baldacchino per papa Alessan-
dro. Dalle finestre circostanti pendevano drappi preziosi e ghirlan-
de di fiori intrecciati.
Prima che sorgesse il sole, il pontefice accompagnato dai cardinali
e dai nobili lombardi e siciliani entr in S. Marco per celebrarvi la
Messa. L'organo, accompagnato dal coro spandeva alti suoni, affie-
voliti in parte da quello delle campane di tutte le chiese cittadine.
In S. Nicola al Lido, frattanto, aveva luogo la manifestazione cui si
faceva dianzi cenno. Federico ripudi l'antipapa Callisto terzo, ammise
i suoi errori e riconobbe come legittimo capo della cristianit Ales-
sandro terzo da lui combattut per anni con pervicacia. I nobili del se-
guito ripeterono anch'essi la formula di rito per far s che tutti potes-
sero essere considerati cristiani di fatto, oltre che di nome.
Al Lido sbarcarono poi il Doge e il clero cittadino per accompa-
gnare Federico a S. Marco. Federico si accomod in una galea ricca-
mente addobbata, scortato dal seguito e da un tripudio di popolo e
di campane per giungere a piazza S. Marco nel momento stesso in
cui il papa saliva sulla tribuna. In piazza tutto il popolo si inginoc-
chi, allorch Alessandro lev il braccio per dare la benedizione. Di
fronte, sorridente ed eretto, ammantato di porpora con la lancia e la
spada nelle mani, si present Federico, il quale con tranquillit si ac-
cinse a compiere i pochi passi che lo separavano dal baldacchino pa-
pale. Egli era circondato dal doge che portava nelle mani una rosa
d'oro, dal patriarca e dal clero veneziano recante candele accese
croci e corone.
Giunto presso Alessandro che egli aveva combattuto per venti
anni, l'imperatore si apprest a ricevere con partecipazione com-
mossa ma senza umilt la benedizione apostolica. Lo sguardo di
Alessandro era vagante e stanco e nessuno potr mai dire se in lui
trionfassero sentimenti di compassione per il sovrano perdente o di
gioia per la raggiunta, universale pacificazione. Alz comunque la
mano per la benedizione e Federico chin il capo, depose la corona
mentre il manto gli scivolava a terra. Il principe pi potente del
mondo, in ginocchio, baci la pantofola al pontefice che, aiutatolo
ad alzarsi lo abbracci paternamente.
Mentre la folla gridava di giubilo e lo scampanio si faceva pi vi-
brante, Federico dette la destra al vecchio papa per condurlo in
S. Marco. Spentesi le ultime note del Credo, Alessandro sal sul pul-
pito per la predica svoltasi a voce cos bassa che Federico dovette ac-
costarglisi per distinguere le parole, tradotte poi vocabolo per voca-
bolo in tedesco. Conclusosi il servizio divino, Federico prese nuova-
mente il pontefice per la destra, lo condusse fuori S. Marco. L'augu-
sto vegliardo fu sollevato sulla sella del cavallo mentre l'imperatore
comp la famosa, difficile cerimonia di reggergli la staffa. Poi, men-
tre si apprestava a prendere nelle sue mani le redini per condurre
umilmente il cavallo del papa, Alessandro cortesemente lo respinse
e lo conged benedicendolo.
La giornata di Venezia non si esaurisce a questo punto. Ebbero in-
fatti luogo i colloqui confidenziali in cui papa e imperatore, nono-
stante la pace raggiunta, si trovarono su posizioni distinte e distanti
circa l'annosa questione dei beni matildini da Federico considerati
imperiali, da Alessandro invece reclamati come in gran parte appar-
tenenti alla Chiesa. Tuttavia, se la realt dei rapporti fra papato-im-
pero non era tutta nella prestigiosa assise di S. Marco, non si pu
sottacere che almeno per un momento, in quel luglio 1177, tutta la
cristianit apparve pacificata.

15) La pace di Costanza
Se la grande abilit diplomatica e la statura politica di Federico
avevano fatto s che la giornata di Venezia del luglio 1177 assumesse
pi che il tono della disfatta imperiale quello della raggiunta pacifi-
cazione universale, ben diverso fu il senso della pace di Costanza del 1183.
Nei sei anni successivi allo storico incontro della citt lagunare, la
situazione appariva sensibilmente modificata. Le energie spese in
precedenza da Federico per domare le citt italiane e la Chiesa po-
terono infatti essere completamente rivolte contro i nemici tedeschi
della corona. L'avversario da battere era Enrico il Leone, entrato
ormai in aperta ribellione contro l'imperatore, considerato dai guel-
fi di Baviera del tutto perdente dopo la sessennale tregua veneziana.
Invece Federico, migliorati i suoi rapporti con i Comuni e con il
papa, in seguito a una guerra aspra e senza quartiere riusc ad aver
ragione del riottoso duca Enrico, distruggendo completamente la
casata guelfa.
Cos riaffermata la sua scossa autorit, Barbarossa riprese a tesse-
re la tela dell'impero universale, il sogno di tutta la sua vita. La 
morte di Alessandro terzo sembr anch'essa un elemento positivo per 
la casata di Svevia che avvi rapporti con il successore, Lucio terzo, 
per risolvere l'annosa questione dei beni matildini. Il sovrano germanico
tent in questa occasione di attrarre dalla sua il nuovo papa proget-
tando un complessivo finanziamento della Chiesa da parte dell'impero. 
Ma Lucio terzo comprese che la libertas Ecclesiae era legata a una
completa autonomia economica di Roma dall'impero, quindi declin
l'offerta.
In queste condizioni si giunse in prossimit della scadenza del trat-
tato veneziano con un papa che si faceva eccessive illusioni sulla sua
forza e sulla possibilit di bloccare l'impero mentre i Comuni, erano
tutto sommato disposti a far la pace con l'imperatore e meno inte-
ressati a rinnovare un'intesa papale di cui avevano meno bisogno.
Federico invece era in una posizione vantaggiosa mai prima di allora 
conosciuta e avvi trattative segrete con le citt lombarde, trat-
tative che ebbero un insperato preludio nella formale sottomissione
al Barbarossa, durante la Dieta di Norimberga, della ribelle Ales-
sandria - l'anima della Lega Lombarda.
I consoli alessandrini infatti si inchinarono di fronte al sovrano
chiedendogli perdono sino a che quest'ultimo non restitu loro la
citt ribattezzata con il nome di Cesarea. In tal modo venne cancel-
lato persino il ricordo di papa Alessandro, mentre risultava rimosso
un grave ostacolo alla pace, ma gli ambienti papali si trovarono
spiazzati in presenza di un atteggiamento che mai si sarebbero atte-
so, proprio dal Comune che nel suo nome e nella fondazione stessa
simbolizzava l'alleanza papal-comunale contro gli Svevi.
Sei settimane dopo, a Piacenza, furono siglati i preliminari della
pace da cui furono praticamente esclusi i rappresentanti di Roma. 
I comuni, come abbiamo in precedenza accennato, ottenevano il rico-
noscimento della loro esistenza e delle loro prerogative in cambio
del pagamento di tributi che - dianzi ricordavamo - fecero dell'im-
peratore il monarca pi ricco dell'Occidente.
Ma una clausola, apparentemente priva di immediata portata poli-
tico-economica e per in prospettiva volta a rendere pi forte la si-
tuazione imperiale e precaria la condizione del pontificato romano
faceva obbligo ai Comuni lombardi di aiutare lealmente l'imperatore
a conservare i possedimenti che egli occupava fuori del territorio 
della Lega.
In tal modo infatti, quelli che erano stati sino a sei anni prima i pi
intransigenti nemici dell'imperatore divennero i sostenitori e i ga-
ranti di un'Italia imperiale, nella quale posto ben minore e meno
forte spettava al papa e alle sue riaffermate pretese territoriali sui
beni matildini.
Lucio terzo e i cardinali dovettero arrendersi alla nuova situazione.
Dapprincipio essi ritennero che la rinata rivalit fra Cremona e la ri-
sorta Milano aprisse nuovi spiragli a un inserimento di Roma nella
politica comunale e imperiale. Invece Milano si pose sotto l'usbergo
federiciano e sottomise Cremona diventando la pi potente citt
della Lega.
Cos il 20 giugno 1183 lo strumento complessivo di pace redatto
sotto forma di atto di grazia dell'imperatore, venne giurato con so-
lennit a Costanza, dinanzi a un'affollatissima Dieta. Federico rice-
vette le citt comunali come fedeli suddite per convalidare l'elezio-
ne dei loro consoli e riconobbe in tal modo formalmente i Comuni.
I consoli poi giurarono un prescritto giuramento di fidelitas all'im-
peratore, un atto solenne, se non di sottomissione in pratica di rico-
noscimento leale dello svevo, peraltro dai Comuni mai apertamente
contestato, uno strumento insomma letto, approvato e sottoscritto
da una quantit di rappresentanti italiani.
A Costanza, inoltre, furono presenti anche due rappresentanti del
papa, collocati in una posizione se non secondaria certamente non
pari a quella di Federico e delle sue citt e senza dubbio infinita-
mente meno importante di quella assunta in Venezia nel 1177 dal
grande Alessandro terzo.
Tuttavia Lucio terzo non volle che la Chiesa fosse assente dalla gran-
de assise e diplomaticamente si adoper perch i suoi rappresentan-
ti continuassero a trattare con Federico. La discussione che ebbe
luogo nella citt tedesca fu circostanziata e approfondita e l'atteg-
giamento dello svevo verso Roma fu cortese. In pratica tuttavia, ol-
tre le reciproche disposizioni d'intesa non si and e ogni decisione
fu rimessa a una futura conferenza di pace che, pi tardi, avrebbe
dovuto organizzarsi in Verona dove non ebbe mai luogo.

16) I Comuni italiani dopo Costanza
Le concessioni avutesi a Costanza, con i correttivi del caso e i non
lievi privilegi conferiti all'impero e al suo rappresentante pro tempo-
re Federico, furono appannaggio delle sole citt della Lega Lombar-
da e il riconoscimento dei Comuni si ferm alle cosiddette citt ma-
tres, ma l'interpretazione corrente leg il Trattato anche ai cosiddet-
ti Comitatini filii, compresi nel territorio della Diocesi, ove il Comi-
tatus si trovava ad operare.
Cos le sunnominate concessioni finirono per essere gradualmente
estese a tutti i Comuni, i quali si configurarono come organismi po-
litici e amministrativi legittimi e parte della struttura imperiale e
tale inserimento non segn in alcun modo una compressione della
loro autonomia anche perch, dopo la scomparsa di Federico primo nel
1190 e di suo figlio Enrico sesto nel 1197, l'impero attravers un 
periodo di non lieve crisi.
Di ci subito profittarono i Comuni per consolidare e collaudare la
loro forza. Essi allora estromisero il vescovo dalla loro giurisdizione
civile e contemporaneamente dotarono le citt di edifici pubblici
spesso ben distinti dalla cattedrale, per evidenziare meglio la loro
autonomia oltre che rispetto all'impero anche nei confronti del po-
tere ecclesiastico.
A partire da quel tempo, si provvide inoltre alla redazione di Statu-
ti stesi con l'aiuto di notai, giudici e avvocati particolarmente 
esperti di diritto, il cui ruolo ebbe importanza sempre pi netta e 
pronunciata con il progressivo rafforzamento della vita dei Comuni.
Il consolidamento delle istituzioni comunali procedette poi di pari
passo con la progressiva sottomissione del contado, militare oltre
che politica. Tale sottomissione fu ottenuta in modo diverso, a volte
con le armi, a volte mediante la stipula di alleanze e in qualche occa-
sione anche grazie a ingaggi militari ricercati qualora il Comune,
per la difesa del suo territorio, necessitasse dell'aiuto dei contingen-
ti armati dei feudatari vicini.
Strumento valido di controllo del territorio, segnatamente nei po-
sti di confine con altri Comuni e Signorie fondiarie, furono i borghi
franchi ovvero insediamenti di nuova fondazione abitati da cittadini
che godettero di facilitazioni volte a consentire la valorizzazione
delle terre incolte e inoltre la loro difesa da possibili attacchi esterni.
Nei dintorni delle citt matres fiorirono cos i borghi franchi dotati
di mura e autonomie concesse dal Comune fondatore. Nel 1185 Vil-
lafranca li ebbe da Verona, nel 1197 Villanova da Vercelli, nel 1198
Cuneo fu fondata da Asti alla quale spettarono ben 15 borghi franchi.
L'ordine instauratosi con Costanza resse anche durante il breve
impero di Enrico sesto.
Per per risollevare le sorti imperiali, Federico secondo di Svevia 
appena assunte le insegne sovrane - nel 1220 - cominci a interferire 
nelle autonomie cittadine, attribuendo prebende, terre e poteri vari an-
che ai vescovi e ai signori in contrasto con la politica comunale.
Ci accadde nelle aree padane e, pi o meno, in tutto il nord della
penisola.
Tale situazione nel 1226 port alla fondazione della seconda Lega Lom-
barda antisveva. Da allora per 20 anni si ebbe un crescendo di colpi
di mano, di mutamenti di fronte, di tradimenti che videro un alter-
narsi continuo di vinti e vincitori.
Nel 1237 a Cortenuova le forze imperiali conobbero un successo
salutato da Federico secondo come la risposta ghibellina alla battaglia 
di Legnano del 1176.
Ma la grave sconfitta dei federiciani a Parma e la definitiva rovino-
sa lotta contro l'accampamento della vittoria, segn la sconfitta
inesorabile degli Svevi e dei loro aderenti ghibellini (1248).
L'ultima resistenza di Federico secondo fu vinta dai Bolognesi a 
Fossalta ove essi fecero prigioniero lo stesso figlio di Federico, 
re Enzio (1249).
Con la scomparsa del sovrano staufico, nel dicembre del 1250, la ri-
scossa comunale pot considerarsi completa.
Il lungo periodo di conflitto tra i Comuni e l'Impero, rinnovatosi
dopo il 1226, in seguito alla costituzione della seconda Lega Lombarda,
vide per solito l'imperatore e i suoi sostenitori collegati con i ghibel-
lini, mentre le citt furono sospinte verso l'alleanza guelfa, capeg-
giata dal pontefice.
Dopo la morte di Federico secondo la titanica lotta, durata quasi un 
secolo, doveva dunque concludersi con il trionfo dei Comuni e la sconfit-
ta dei ghibellini.
Tuttavia le cose non andarono cos in quanto quella contesa di ca-
rattere militare si trasformava ormai in una sorta di conflitto ideolo-
gico che vide ancora una volta contrapposti guelfi a ghibellini.
I due termini suddetti, nati in Germania, stavano a indicare rispet-
tivamente i sostenitori della casata di Baviera - cos denominata dal
capostipite Welf - contrapposti agli Svevi difensori dell'onore del-
l'impero, signori del castello di Weibling e sostenitori degli Hohenstaufen.
In Italia guelfi e ghibellini si trasferirono all'interno delle citt.
Particolarmente forte fu la lotta fra le due fazioni nel 13esimo secolo 
in Firenze, citt ove l'evoluzione in senso statale delle istituzioni fu
lenta e faticosa. Il popolo fiorentino impose le Arti come elemento
costitutivo di governo solo a partire dalla met del 1200.
Le Arti non avevano tutte egual peso politico: 7 erano considerate
Arti maggiori, 5 medie, mentre 9 erano le minori.
Fra le maggiori - setaioli, lanaioli, cambiatori, pellicciai, giudici e
notai, medici e speziali - ruolo del tutto fondamentale ebbe l'Arte di
Calimala - cos detta dalla sede stradale ove era collocata - distinta-
si dalle altre consorelle per l'impostazione e la lavorazione dei panni
forestieri (spesso provenienti dall'Inghilterra, dalle regioni fiam-
minghe e da quelle del nord della Francia) destinati ad essere raffi-
nati, lavorati e nuovamente esportati fuori di Firenze. Il governo po-
polare, espressione della borghesia fiorentina, fu per piuttosto
condizionato dalla concorrenza politica e militare delle consorterie
nobiliari, inoltre fu anche indebolito dalle divisioni interne.
Nel capoluogo toscano forti furono le divergenze e le lotte che in-
vano i pontefici cercarono di placare nel corso del 1200, in particola-
re ricorderemo Gregorio decimo, papa Tedaldo Visconti che nel 1273 in
viaggio verso Lione, ove avrebbe celebrato un grande Concilio ecu-
menico, si ferm invano a Firenze per pacificare le parti nemiche.
Infatti, constatata la cattiva disposizione degli avversari distanti e
contrari a ogni possibile composizione pacifica del dissenso, il papa
si allontan corrucciato dalla citt del fiore.
Di ritorno dal suddetto Concilio e obbligato a rientrare di nuovo a
Firenze, Gregorio decimo tolse momentaneamente l'interdetto alla citt
da cui, dopo una breve sosta usc, per condannarla ancora inesora-
bilmente, visto l'irriducibile odio fra le fazioni cittadine.
Nota  anche la pace indetta ancora una volta in quel grande cen-
tro urbano con scarso successo nel 1282 dal cardinale Latino Mala-
branca Orsini, anch'egli vanamente impegnato nella ricerca di un
terreno di incontro tra le fazioni che praticamente vanificarono
l'importante mediazione.
Nonostante gli odi e le fazioni cittadine, gli assalti, gli agguati e le
continue aggressioni, Firenze conobbe nel 1200 una crescita costan-
te e promettente che fece della citt toscana una delle pi affermate
e delle pi grandi del mondo.

17) Il Comune podestarile
La novit pi importante della seconda fase della vita comunale fu
senza dubbio il cambiamento della magistratura collegiale dei con-
soli con il podest. Pertanto si pu a buon diritto parlare di una 
fase podestarile del Comune.
Il mutamento istituzionale nacque da un processo profondo avve-
nuto nell'interno della societ comunale che andava facendosi arti-
colata e complessa.
Le attivit produttive e mercantili crescevano con l'apporto di
commercianti e banchieri certi del loro potere e non pi propensi ad
abbandonare la gestione delle cariche pubbliche nelle mani della
detestata classe nobiliare che, per parte sua, dapprima si era mani-
festata aperta ad accogliere al proprio interno anche elementi estra-
nei per poi chiudersi con l'aumento del numero dei nuovi ricchi che
si trasferivano in citt e pretendevano di avere acquisito una vera e
propria statura politica oltre a quella loro non contestata di caratte-
re economico.
Si contrapposero allora nei Comuni due schieramenti dei nobili e
dei popolani.
I due termini lasciano pensare talvolta che nelle citt comunali, per
esempio a Firenze, si sia istituita una sorta di lotta di classe, giacch
i nobili erano detentori di beni fondiari mentre i popolani, spesso
mercanti e artigiani, quasi mai lo furono. Qualche contrasto fra ceto
e ceto certo si verific, ma la realt fu pi complessa e non  facile
dire che la lotta ingaggiatasi nella grande citt toscana nel 1200 e nel
1300 fu di classe, in quanto della nobilt facevano parte anche mer-
canti arricchiti ma non di sangue nobilesco e anche da poco inurbati.
Dal Comune podestarile in ogni modo Firenze trasse grande impulso: 
in Toscana, infatti, i Comuni rurali furono fiacchi, mentre assai 
pi consistenti divennero le aree urbanizzate.
Nelle zone di montagna dell'Appennino prese inoltre forma una
sorta di dominazione signorile imperniata su una pluralit di castel-
li: una situazione analoga si consolid nell'Appennino ligure, nel
piacentino e nel modenese.
Le citt, gi forti invece nel corso del 12esimo secolo, lo divennero 
ancor pi nel 1200 e fra tutte si distinse Firenze.
Nel corso del 1200 a Firenze si impose una sorta di Signoria di tipo
economico. Con la met del secolo poi i mercanti e la mercatura fio-
rentina si rafforzarono ed acquisirono un ruolo fondamentale. Nel
1252 fu coniato il primo fiorino d'oro ossia la prima moneta aurea in
assoluto dell'Occidente medievale.
Sempre nello stesso periodo, dopo il tramonto del guelfismo fio-
rentino, terminato con la rotta di Montaperti (1260), si giunse al
trionfo dei ghibellini difensori della citt con Farinata degli Uberti,
colui che la difese a viso aperto.
Firenze esercit allora una quasi stabile egemonia, soprattutto e
anzitutto di carattere economico, su Prato, Pistoia, San Miniato,
Volterra, San Gimignano, Colle Valdelsa, Poggibonsi, Montepul-
ciano. Talora poi tale egemonia si agganci ad alleanze militari, a
trattati commerciali e al cosiddetto controllo dei cosiddetti cartelli
de jure.
Nell'ambito di tale progressivo rafforzamento, Firenze complet
la nuova cerchia delle sue mura nel 1172 e abbandon la vecchia di-
visione in quartieri sostituiti dai sestieri, a ognuno dei quali fu 
forse assegnata una giurisdizione rurale.
In questo periodo la citt acquist un'enorme valenza politico-eco-
nomica, fortemente protesa verso il contado e nel 1300 - nell'et di
Dante insomma - essa super i 100 mila abitanti mentre il contado
tocc i 250 mila!
Il Sesto di Oltrarno era allora suddiviso in 11 plebati e 172 popoli e
comprendeva Empoli, Castelfiorentino, Certaldo, Barberino al Mu-
gello, San Donato in Poggio.
Il Sesto di Borgo, comprendeva 16 plebati e 210 popoli e di esso fa-
cevano parte San Casciano, Val di Pesa e Montelupo.
Il Sesto di San Piero Scheraggio raggiungeva 15 plebati e 150 po-
poli, fra cui Figline Valdarno, Cavriglia, Gaville, Montevarchi.
Il Sesto di Monte San Piero aveva 32 plebati e 342 popoli, il pi 
esteso dei quali andava dal Mugello al Casentino e al Valdelsa superiore.
Porta Duomo aveva 24 plebati e 209 popoli e raccoglieva la Val di
Sieve e il Mugello.
San Pascazio, con 3 plebati e 20 popoli, accoglieva Campi e Signa.
Con il Comune podestarile a Firenze tocc in sorte pure il privile-
gio di inviare podest nei pi importanti centri del Contado e magi-
strati nelle pi rappresentative citt italiane, da Roma, a Milano, a
Ferrara, a Mantova, a Pavia.
La citt insomma controll quasi tutto il suo contado, le strade, i
ponti, cui destin spesso custodi ufficiali, coordin le milizie, i 
fanti, organizz le vicherie. Con la fine del 1300 poi lo Stato ter-
ritoriale fiorentino divent una sorta di unico, grande contado, vario, 
articolato e ricco e fortemente differenziato al suo interno.
Da quanto accennato si evince un continuo, quasi miracoloso balzo in 
avanti della citt dell'Arno, rafforzatasi pressoch in ogni settore.
Comunque, nonostante ci, le tensioni sociali nell'interno della
citt si ingigantirono e la classe dirigente del Comune consolare, ca-
pace di giungere alla vittoria contro Barbarossa trov molto mag-
gior difficolt a governare il successivo periodo di espansione e di
relativo benessere.
Il popolo pi attivo, la borghesia organizzata secondo le Arti, si ap-
punt presto contro i consoli, ormai legati a un'oligarchia nobiliare
divisa dalla lotta tra le fazioni e dalla stessa pressione dell'aristo-
crazia del contado, fino ad allora del tutto esclusa dalla spartizione 
e dal conseguimento delle magistrature comunali.
La soluzione buona parve contenuta nella sostituzione dei consoli
con il podest, dapprima locale poi forestiero, considerato garante
di una maggiore indipendenza rispetto ai centri di interesse econo-
mico e politico cittadino.
Questi non fu, almeno all'inizio, un capo politico, ma un magistrato 
cui tocc di eseguire le decisioni prese dai Consigli generali e 
l'applicazione scrupolosa delle leggi e la gestione della giustizia.
All'inizio il podest divenne anche responsabile della difesa ma in
seguito tale delicata competenza tocc al capitano del popolo, una
nuova magistratura, volta a non sovraccaricare di eccessivi poteri
solo la carica podestarile.
Anche le consorterie nobiliari in questo periodo cercarono di rifu-
giarsi sotto questa nuova istituzione considerata capace di elevarsi
con imparzialit sulle fazioni, per garantire l'ordine e la pace socia-
le. Al principio i consoli furono scavalcati ma non del tutto accanto-
nati, in quanto il podest fu affiancato alla loro presenza. Dopo i 
primi, soddisfacenti esperimenti tuttavia i consoli furono definitiva-
mente sacrificati e rimase solo e senza sostegni collaterali, il podest.
Di solito esso era un forestiero, scelto fra i notabili di altri Comuni -
di regola, all'inizio almeno, si tratter di un nobile - aveva, come di-
cevamo, compiti precipui di giustizia ed era accompagnato da un
gruppo di collaboratori che lo seguivano di citt in citt, pagati come
lui e con limiti precisi di durata dell'incarico, di solito per un anno.
Il podest non ebbe funzioni legislative che non gli vennero ricono-
sciute in quanto le consuetudini locali regolavano spontaneamente
quasi ogni rapporto. Tuttavia, una nuova realt economica si faceva
avanti con insistenza e richiedeva nuovi e appropriati strumenti giuri-
dici che le antiche leggi e gli usi non sempre avevano avuto presenti.
Le consuetudines allora - lo precisava il rinnovato studio del diritto
romano - non erano altro che l'espressione di una tacita volont,
fattasi avanti attraverso il comportamento popolare in un determi-
nato luogo e momento.
Lo stesso popolo pertanto poteva esprimersi pur direttamente in
merito al regolamento di nuovi rapporti, sempre adattando e limi-
tando al proprio ambito l'efficacia delle sue disposizioni.
L'assemblea popolare poteva dunque stabilire anche particolari
norme - per l'appunto gli statuta ai quali abbiamo prima fatto cenno
- in tutto valide per quanto riguardava il suo ordinamento.
Ci non era in contrasto con le leggi emanate dall'impero e tanto
meno con le norme consuetudinarie. Pertanto il Comune podestari-
le fu presto anche in grado di legiferare.
L'et podestarile cos unific i poteri dapprima suddivisi fra i con-
soli, espresse l'universitas della comunit sui diversi ceti dei cittadini
e avvert l'opportunit di fissare una volta per tutte l'insieme delle
norme che individuarono in un certo Comune la differenza con le
altre amministrazioni, ne determinarono le modalit di gestione e le
regole della interna convivenza.
Furono cos raccolti, oltre ai gi ricordati Statuti, i Brevi giurati, 
le deliberazioni assembleari, le consuetudini spesso gi vergate per
iscritto. Tutto ci riflu in testi unitari divisi in libri, capitoli, 
rubriche che riecheggiarono quelle giustinianee. Gli Statuti di qui 
derivati furono espressione della libert comunale, una libert che 
sembrava pi che altro un privilegio e che si richiamava a un giuramento 
di fedelt mai negato all'imperatore.
Gli Statuti oltre a validit giuridica ne ebbero una, forse ancora pi
forte di carattere morale. Essi furono l'espressione della verit, su
essi si giurava e non potevano dunque che contenere elementi veri-
tieri. Non per nulla essi furono spesso redatti da notai, i detentori
della verit per eccellenza e, al pari delle Cronache comunali,
anch'esse redatte dai notai, furono chiusi nelle casseforti dei palaz-
zi, sede dell'amministrazione come il pi grande tesoro di cui una
citt potesse disporre.
Da principio il mutamento amministrativo ma pur politico e socia-
le dette buoni risultati. Per, a met del 13esimo secolo le tensioni 
politico-sociali esplosero con rinnovata virulenza tra nobili e popolo 
e si moltiplicarono anche all'interno della vita dei ceti pi potenti, 
dapprima meno inclini alle degenerazioni violente, ma poi anch'essi
coinvolti nella generale atmosfera di sommovimento.
Le suddivisioni mutarono da zona a zona, ma in sostanza i rappresen-
tanti politici si suddivisero, come gi ricordato, in guelfi e ghibel-
lini, nomi che si attagliarono agli schieramenti che nel secolo prece-
dente s'erano rispettivamente formati attorno al papa e all'imperatore.
Guelfi e Ghibeilini - come s' pi volte accennato - si fronteggia-
rono dunque e si contrapposero durante il Comune podestarile, an-
che quando una qualche copertura ideologica serv per mascherare
l'antagonismo tra clan familiari e tra esponenti facenti capo a situa-
zioni di privilegio cui non si voleva rinunciare. In una situazione
come questa, variegata e mutevole, la lotta di classe specialmente in
prospettiva ebbe peso, ma non in senso assoluto in quanto a volte -
lo abbiamo gi rilevato - a detenere il potere erano i nobili e in altri
casi i commercianti e i banchieri di estrazione sociale pi modesta.
Inoltre, anche la comunanza di interessi fra artigiani e commercianti 
era debole e a valere pi di tutto furono allora i vincoli di ca-
rattere corporativo.
Ma le stesse corporazioni erano spesso in contrasto fra loro e fra le
Arti maggiori che ebbero parte notevole nella vita politica cittadina
e le medie e minori vi furono attriti e tensioni sociali non indifferen-
ti, trascinatisi per decenni e da un secolo all'altro.
Si formarono cos pi centri di potere volti a coesistere fino a che se
ne rinvenne la possibilit e poi destinati a scendere in lotta fra loro.
Perci nei Comuni, alle lotte esterne fra citt pi o meno vicine, si
aggiunsero le lotte interne difficilmente gestibili.
Quello che si cre con il Comune podestarile fu pertanto una situa-
zione estremamente mobile, positiva e negativa a un tempo: positi-
va, in quanto le condizioni economico-politiche e culturali dei Co-
muni conobbero allora un progresso senza pari, quasi inarrestabile
che contribu alla crescita dei Comuni stessi che si riempirono allora
di splendidi palazzi, di torri snelle e chiese ricche e piene di opere
d'arte pregevoli; negativa, perch la situazione di continuata e pro-
gressiva tensione sociale sfoci di tanto in tanto in pericolosi conflit-
ti, a volte sopitisi ma mai spenti del tutto e sempre pronti a nuove
esplosioni, come il fuoco che cova sotto la cenere.

18) Il Comune popolare
La crisi politica endemica dei Comuni - come si ricordava dianzi -
sfoci spesso in lotte aperte fra le parti contendenti, lotte conclusesi
con la vittoria dei pi forti e con l'espulsione dalla citt degli espo-
nenti di spicco della parte perdente.
I fuorusciti o banditi difficilmente si rassegnavano alla loro sorte e
si riunivano spesso nel cosiddetto Comune degli estrinseci, fissando
legami con i loro compagni rimasti in citt e con i Comuni rivali, ap-
poggiati dai quali, a volte, riuscivano a rientrare nella loro citt e,
magari, a espellere i nemici divenuti a loro volta minoranza.
Quando le lotte politiche condussero al potere la Societas populi, il
popolo non dissolse le sue societates, ma le affianc agli organi comunali.
Cos si cre una sorta di sistema volto a duplicare la discussione dei
provvedimenti e il potere politico si suddivise fra il podest, gli an-
ziani, il priorato delle Arti maggiori e minori e poi il capitano del po-
polo cui il podest confer - come accennato - le competenze di ca-
rattere militare. Il capitano ebbe suoi collaboratori e, spesso, un suo
palazzo, espressione del potere conseguito anche nella vita quoti-
diana delle citt comunali.
Anche questa successiva svolta per non produsse, alla lunga, si-
tuazioni pacifiche. I Comuni popolari, infatti, non protessero i ceti
inferiori e talvolta infierirono contro gli aristocratici; abbondarono
difatti i provvedimenti antimagnatizi, si esclusero dal potere gli espo-
nenti nobileschi o i proprietari arricchiti, ovvero i grandi di popolo,
fra i quali, per esempio in Firenze, si annoverarono personaggi
come il beccaio Pecora, considerato un Magnate, ma non certo un
nobile, che andava di notte a fomentar gli odi.
Sempre a Firenze, nel 1293, Giano della Bella eman i famosi Or-
dinamenti di giustizia per porre freno alle intemperanze magnatizie
e per impedire agli oligarchici l'accesso al priorato delle Arti.
Comunque, i Comuni popolari accrebbero sensibilmente la parte-
cipazione popolare alla cosa pubblica. Si pensi per esempio che nel
1277 a Padova, il Maggior Consiglio cont mille membri, una cifra
invero ragguardevole, se consideriamo che gli abitanti di quel cen-
tro non superarono i 30 mila.
Tutto questo per non signific che tali amministrazioni risolsero
le loro ricorrenti tensioni sociali. Infatti, trovarono in qualche modo
un incontro le Arti maggiori e le medie, ma furono esclusi gli espo-
nenti delle minori nonch i salariati delle industrie cittadine come a
Firenze, Siena, Perugia, Milano.
Anche l'affrancazione dei servi della gleba che assunse un signifi-
cato marcatamente sociale, non nacque tuttavia solo da intendimenti 
liberatori, mentre si spieg anche con il desiderio di far au-
mentare il numero dei cives e dei contribuenti cittadini.
 fuor di dubbio per che tale provvedimento serv a migliorare la
condizione servile di molti abitanti di Comuni che, sia pure in ma-
niera strumentale, si videro conferire una qualifica che consent loro
di uscire da una condizione estremamente difficile e penosa.
I contadini invece, durante l'esperimento del Comune popolare
continuarono a essere sempre pi sfruttati dai proprietari burgenses
che seppero trarre spesso il massimo guadagno dai loro poderi citta-
dini o situati nell'agro comunale, condotti con maggior perizia e vo-
lont rispetto ai vecchi proprietari feudali.
In un modo o nell'altro tuttavia, la condizione della vita in campa-
gna, pur se non pot mai dirsi florida, fu chiara e stabile, mentre la
vita cittadina present aspetti di precariet e di continua instabilit.
Comunque, le spinte del mercato cittadino, fra il 12esimo e il 13esimo 
secolo, misero in crisi il sistema curtense, smembrarono le riserve si-
gnorili e la piccola conduzione contadina basata sull'affittanza.
Inoltre vennero sfruttate le aziende signorili mediante il ricorrente
fenomeno della manodopera salariata.
L'impoverimento progressivo di molte famiglie contadine spian
cos la strada alla penetrazione nelle campagne della borghesia urbana 
che vi impiant, ad esempio, cartiere e industrie tessili, attratta
dalla possibilit di utilizzare, quando v'era, la forza motrice dei 
corsi d'acqua e la manodopera dei contadini, costretti a vendere le loro
terre e a lavorare per sopravvivere.
Allo stesso tempo per, soprattutto in Toscana, si afferm il siste-
ma della mezzadria che contempl la gestione comune del fondo da
parte di proprietari e contadini e ci - fra 14esimo e 15esimo secolo 
- ebbe senza alcun dubbio aspetti positivi.
L'appoderamento e la mezzadria tuttavia comportarono una diffusione 
delle case rurali isolate e l'isolamento rese i contadini pi indi-
fesi, rispetto a quando essi vivevano nei villaggi e pi attaccabili 
dalle mene dei proprietari, come ora si ricordava pi attenti allo svilup-
po dei loro fondi di quanto non lo fossero stati i vecchi signori feuda-
li. I proprietari borghesi pesarono tuttavia sui contadini non solo
personalmente ma anche come dirigenti cittadini.
Infatti il Comune estese a tutto il territorio detenuto il suo "occhiu-
to" regime fiscale e impose spesso ai villici, balzelli superiori a 
quelli delle vecchie Signorie fondiarie. Da qui nacque pertanto anche 
nelle campagne una diffusa situazione di disagio.

19) Le rivolte sociali cittadine
Vere e proprie rivolte scoppiarono invece nelle citt, generate
dall'incremento dell'artigianato che port in taluni fra i pi popolosi
centri commerciali uno sviluppo di carattere industriale, special-
mente nel campo tessile, uno sviluppo paragonabile soprattutto a
quello dei grandi settori della Fiandra.
Nel Due-Trecento peraltro si erano determinati nell'organizzazio-
ne della produzione grossi mutamenti, generati dalla progressiva
contrazione delle antiche botteghe artigiane e dallo sviluppo del
mercante imprenditore, il quale era una sorta di controllore dell'in-
tero sistema produttivo grazie all'acquisto della materia prima, alla
distribuzione del lavoro fra diverse aziende in cui avevano luogo le
differenti fasi del ciclo produttivo, quindi alla commercializzazione
del prodotto finito.
Fu questa, in altre parole, una prima fase di divisione del lavoro
pur differente dalla pi moderna manifattura in quanto, allora, i
vari momenti della produzione erano suddivisi in varie sedi, poste
talvolta fuori delle citt.
Collante dell'intera operazione fu allora la figura del mercante im-
prenditore che si impossessava del prodotto semilavorato e lo tra-
sferiva alle aziende dedicatesi alla successiva, grande fase della 
lavorazione.
In tal modo di rado sorsero grandi sedi ove si concentr la produ-
zione industriale con numerosi lavoratori. Tuttavia, specialmente
nei principali centri di produzione, si raggiunse un sostenuto nume-
ro di salariati tessili, contadini immigrati o, a volte, artigiani, 
presi dalla propriet dei mezzi di produzione, quando, a causa della 
crisi, essi non si manifestavano pi capaci di sostenere la concorrenza 
degli imprenditori pi forti.
A rendere irrequieti tali lavoratori costituenti una sorta di proleta-
riato contribu, prima di tutto, la mancanza pi assoluta di ogni tipo
di tutela.
Essi infatti non potevano unirsi in corporazione, soggetti come era-
no alla rigida disciplina delle Arti, che tutelarono, come si sa, 
soltanto i proprietari delle aziende e non i salariati che non godevano 
di autonomia giurisdizionale nei problemi inerenti il lavoro.
I membri delle Arti erano inoltre anche giudici dei loro dipendenti
e, in quanto esponenti dei ceti dominanti, partecipavano alle scelte
politiche il cui riflesso sul mondo del lavoro era immediato.
Ricorderemo in proposito che in Firenze nel 1343, lo scardassiere
Ciuto Brandini - componente dell'Arte dei Ciompi - tent di orga
nizzare una fratellanza di scardassieri o raffinatori di lana e fu per
questo condannato a morte.
Scoppi allora uno sciopero di protesta - forse il primo di cui si ab-
bia memoria in Italia nel Medio Evo - sostenuto dai compagni di la-
voro, allorch fu reso noto l'arresto di Ciuto, avvenuto durante la
notte per mano del capitano del popolo, al quale e non solo in que-
sto caso, oltre a compiti militari, ne furono affidati altri meno 
nobili di repressore di tensioni sociali.
Un atteggiamento meno severo fu riservato invece nel 1347 ai tin-
tori, cui fu vietato di costituire una corporazione autonoma da quel-
la dell'arte della lana, ma venne riservata comunque una modesta
partecipazione al governo dell'Arte, accrescendo sino a nove il nu-
mero dei consoli che la controllavano e concedendone per l'appun-
to uno ai tintori.
La nuova organizzazione fiorentina a livello industriale - come 
noto - venne devoluta alla produzione di grossi quantitativi di panni
lani avviati per lo pi all'esportazione.
Nei primi decenni del Trecento, la sola Arte della lana produsse un
quantitativo di pezze superiore alle 100 mila contro un valore di ol-
tre 600 mila fiorini d'oro.
L'attivit produttiva fu legata all'andamento del mercato, risult
soggetta agli sbalzi congiunturali sfavorevoli con conseguenze nega-
ve per migliaia di lavoratori, ai quali i salari miseri non lasciavano
possibilita di risparmio che consentisse loro di affrontare i periodi 
di disoccupazione.
Ci spiega pertanto, perch le cosiddette crisi di sovrapproduzione
nel Trecento contribuirono a generare e a mantenere condizioni di
tensione giunte sino allo scontro.
Si moltiplicarono allora le lotte per il controllo del governo cittadi-
no e le rivendicazioni dei salariati. Talvolta si notarono tentativi di
strumentalizzazione di difficili situazioni economiche, delle classi
egemoni e di chi voleva con ogni mezzo impadronirsi del potere.
Proprio ci accadde a Firenze fra il 1342 e il 1343, allorch Gualtie-
ri di Brienne, un condottiero napoletano al servizio del Comune si
confer il titolo di duca di Atene, divenendo signore della citt con
appoggio del popolo minuto, fra cui si contraddistinsero per l'im-
pegno vinattieri, beccai, tintori e piccoli mercanti e artigiani, nonch 
gli scardassatori detti anche Ciompi.

20) Gli operai in rivolta
Se dall'inizio del Trecento un malcontento serpeggiante e sempre
pi generalizzato attravers il settore dell'industria tessile, veri e
propri movimenti di rivolta esplosero nella seconda met del secolo,
allorch si generarono situazioni socialmente ed economicamente
insostenibili, giunte infine a un punto di rottura.
A Firenze e in altre citt industriali in rivolta, non v'erano allora
fabbriche nel senso corrente del termine, ma l'assoluta dipenden-
za dei lavoratori dall'imprenditore che era ad un tempo commerciante, 
industriale e banchiere e tendeva a cancellare ogni residuo di
garanzie economiche e civili per coloro che nulla possedevano.
La prima massiccia agitazione esplose a Perugia, senza una precisa
programmazione, a met maggio del 1371. Protagonisti ne furono gli 
artigiani del modesto rione di Sant'Angelo che estesero la rivolta
a tutta la citt e obiettivo unico fu l'attacco contro i ricchi 
populares detentori del potere.
Le case pi ricche e sontuose vennero incendiate e fra le prime vit-
time si contarono due notai estensori degli statuti dell'Arte della
lana, statuti che prevedevano lo sfruttamento degli artigiani delle
Arti minori da parte dei ricchi lanaioli.
Il risultato della pericolosa agitazione fu per uno solo, ovvero il 
ritorno al governo dei nobili e del legato papale anche perch i rivol-
tosi, privi di programma e finalit precise, non presero il governo
della citt e non furono capaci di modificare la condizione di sfrutta-
mento dell'Arte della lana.
Diverso, invero, a met luglio dello stesso 1371, il caso di Siena, ove
i Ciompi e gli altri salariati dell'industria dei panni, gi si erano 
sollevati senza successo negli anni precedenti.
Anche a Siena, citt definibile allora industriale, il Comune del po-
polo non aveva neppur tentato di diminuire la forza dei Magnati, i
quali continuavano a ordire congiure contro il governo democrati-
co, facendo leva sul malcontento dei salariati e modesti artigiani
contro i produttori dei panni lani e di seta, gli unici membri del-
l'Arte della lana ad essere arbitri del governo cittadino.
In questo ambito dunque, matur la rivolta del 1371 che fu molto
pi mirata di quella analoga perugina. I rivoltosi infatti si impadro-
nirono del potere e si allearono subito con gli artigiani all'inizio col-
legatisi con i salariati. Gli stessi membri dell'artigianato, presi poi
dalla paura, fecero presto marcia indietro, divenendo oggetto della
sanguinosa reazione dei ricchi popolari congiunti con i Magnati e gli
aristocratici.
La Sommossa del bruco - cos venne denominata - non fu per del
tutto priva di conseguenze positive per i lavoratori, per i quali il go-
verno cittadino prese taluni provvedimenti destinati a evitare il ripe-
tersi di sommosse. Si previdero quindi delle modifiche allo statuto
dell'Arte della lana per ridurre l'arbitrio dei padroni e per lasciare ai
dipendenti una parvenza di partecipazione al governo dell'Arte stessa.
La pi conosciuta e grave rivolta cittadina del Trecento fu comunque 
quella dei Ciompi in Firenze, dotati di una maturit e di una de-
terminazione politica che non chiameremmo ancora vera e propria
coscienza di classe, ma che si rivel indubbiamente superiore a quel-
la degli altri operai italiani e forse del continente.
Anzitutto il termine Ciompi ebbe subito un contenuto preciso e in-
dic gli operai salariati delle corporazioni tessili - per esempio gli
scardassatori - che vennero cos definiti dai padroni in modo di-
spregiativo in quanto sporchi e miseramente vestiti.
Il cronista fiorentino Capponi, in pieno 1300 ebbe a chiamarli la
pi bassa gente... dell'Arte della lana all'esercitio che la pettina et
ugne et acconciala da potella filare onde mentre che lavora se ne sta
rinchiusa in certe stanze, quasi ignuda, tutta unta e imbrattata....
I Ciompi invece presero a denominarsi popolo minuto o "popolo di Dio".
Il fatto originale del tumulto, scoppiato ai primi di luglio del 1378,
consiste nella motivazione della rivolta che non si limit alla richie-
sta di aumenti salariali e di riforme circostanziate, ma intese cam-
biare in maniera definitiva la condizione di vita e di lavoro della
Corporazione all'interno di Firenze.
I Ciompi chiesero dunque l'abolizione dei poteri che l'Arte della
lana esercitava su loro, la predisposizione di un'Arte di tessili volta 
a tutelarli e a sottrarli alle angherie dei padroni e chiesero ancora la
partecipazione al governo cittadino.
Quest'ultima rivendicazione in particolare indic il carattere avan-
zato di quel movimento di rivoltosi, i quali compresero che il legame
fra Arti maggiori e potere politico avrebbe annullato ogni loro con-
quista, se essi non avessero partecipato al governo.
Il programma favorito anche dal persistente malcontento generato
dalla pessima situazione economica del Comune e aggravato dalla
Guerra degli Otto Santi (1375-1378), segn un promettente avvio. Si
ebbe pertanto la predisposizione di tre nuove Arti, dei Ciompi, dei
Tintori e dei Farsettai e la loro presenza paritetica nel Priorato, ov-
vero nella massima istituzione cittadina. Pertanto con i sei Priori
delle Arti maggiori e delle minori comparvero i tre esponenti estratti
dalle Arti di nuova istituzione.
I rivoltosi aggiunsero poi richieste di carattere politico, ossia l'im-
pedimento di conferire uffici a quanti non risultassero iscritti alle
Arti e non le esercitassero, poi domandarono l'abolizione delle ga-
belle sui cereali, il taglio dei prezzi dei generi di prima necessit 
e l'obbligo per i produttori del contado di costituire un ammasso del
grano sul mercato fiorentino.
Altre richieste mirarono ancora a limitare la libera iniziativa dei
mercanti-imprenditori obbligati, tramite la fissazione di una specie
di programmazione economica, a garantire un livello di investimen-
ti nell'Arte laniera che mantenesse la produzione a 24 mila pezze
all'anno. Tal richiesta -  ovvio - voleva assicurare ai salariati una
certezza di mantenimento del lavoro e allo stesso tempo prevedeva
un grado di produzione compatibile con un loro pi ragionevole im-
piego non mutato in vero e proprio sfruttamento.
Tuttavia, dopo l'euforia delle prime conquiste, fu presto chiaro che
fra Ciompi e Tintori e Farsettai non v'era, n poteva esservi, identit
di vedute. I Ciompi infatti erano gli unici a essere salariati nel senso
pi proprio del termine, mentre i Tintori e i Farsettai erano non di
rado proprietari di botteghe e quindi, a un certo punto, abbandona-
rono gli alleati.
Gli scardassatori pertanto dovettero uscire dal Comune, 300 di
loro vennero condannati per vari motivi e 30 furono colpiti dalla
pena capitale, naturalmente si trattava dei pi irriducibili animatori
della sommossa. Tintori e Farsettai, comunque, perduta la solida-
riet dei Ciompi, ebbero egual sorte nel 1382.
I lavoratori fiorentini furono in tal modo sconfitti al pari di quelli 
di altri centri urbani, ma il loro sacrificio mostr che la situazione 
politica ed economico-sociale era profondamente mutata e preannun-
ciava, per il futuro, ben pi mature rivendicazioni.
Dopo la crisi conseguente al tumulto del 1378, come altre zone
d'Italia, anche Firenze si avvi a un tipo di governo oligarchico da
considerarsi l'anticamera della Signoria.

21) La nascita delle Signorie
Uno degli argomenti pi dibattuti e approfonditi della storiografia
del secolo scorso e del nostro ormai al tramonto,  quello della tra-
sformazione del distretto cittadino nell'Italia centro-settentrionale
dei secoli 13esimo-14esimo: in altri termini si tratta dei problemi del 
passaggio dall'et comunale e post-comunale all'organizzazione di un coe-
rente sistema di Signorie (1250-1494), presto o tardi avviate a diven-
tare Principati, allorch ai rappresentanti dell'imperatore e del
papa venne conferito ufficialmente un titolo nobiliare che cre fra
signore e istituzione universale un rapporto di carattere essenzial-
mente feudale.
Pi che noto l'elenco degli aspetti della chiusura e del successivo
consolidamento di vecchie istituzioni trasformatesi in nuovi stru-
menti di dominio. Nuove famiglie, dal 1200 in poi, andarono al pote-
re nelle citt e ottennero progressivi spazi di partecipazione alla 
vita pubblica.
Le situazioni comunali si fecero pi deboli e non riuscirono pi a
dominare le lotte per la conquista e la gestione della cosa pubblica.
Le famiglie militari, in particolare, crearono nuovi collegamenti con
le citt e il contado e si inserirono sempre pi nell'amministrazione
del Comune.
Comunque, nonostante le differenti situazioni fra citt e citt, di
cui subito dopo diremo, va precisato che i princpi sui quali si bas la
Signoria furono l'egemonia di coloro che assunsero il predominio e
l'equilibrio con le potenze vicine. E questi possono definirsi i cardini
della lotta politica del 1300 e del 1400. Mentre nel 13esimo secolo, poi, 
i mutamenti apparvero graduali e si riusc, almeno esteriormente, a
mantenere la vecchia impalcatura comunale, nel 14esimo secolo, la Si-
gnoria sbocci senza infingimenti e diaframmi e da essa restarono
fuori le classi popolari che pagarono il fio delle lotte da loro animate
nelle citt italiane e furono, senza esitazione e anzi con un malcelato
senso di liberazione, messe da parte: le masse rurali poi, per le quali,
con la met del Trecento, le condizioni di vita si fecero pi gravi, an-
che in seguito all'epidemia di peste, furono anch'esse compromesse
dalla nuova istituzione.
Aggiungeremo inoltre che, se nell'affermazione signorile si mani-
fest importante la forza, nel Medioevo fu forse ancor pi impor-
tante ch'essa nascesse nella legalit.
Ex facto oritur jus - dissero allora i giuristi degli atenei: ossia il
diritto doveva scaturire dal fatto; e tale massima si attagli perfetta-
mente anche alla nascita della Signoria.
In vario modo e tempo siffatti processi si svilupparono a Ferrara
ove, gi nel 1240, si trovarono saldamente inseriti in citt gli Estensi.
Subito dopo la morte di Federico secondo, gli Ezzelini presero il potere
nel Veneto, mentre Oberto Pelavicino e Guglielmo settimo di Monferra-
to si volsero verso il Piemonte.
Prima della fine del 1200 nacquero poi le Signorie degli Scaligeri a
Verona e dei Visconti a Milano. Pi vivace e assai pi persistente in-
vece apparve la vita del Comune in Toscana, la cui durata si estese
sino alla seconda met del 1300.
A dominare la situazione e a conquistare il potere furono in questa
condizione persone di particolare preparazione e abilit, in qualche
modo fuori del normale, pronte a battersi per trionfare nella vita po-
litica. Fra queste ricorderemo personaggi quali Azzo secondo d'Este, 
Carlo primo d'Angi, Oberto Pelavicino, Matteo, Giovanni e Giangaleazzo 
Visconti, Cangrande della Scala e Uguccione della Faggiuola.
Fra le tendenze maggiormente evidenziabili allorch nasce la Si-
gnoria, noteremo anzitutto quella delle famiglie di estrazione citta-
dina e non feudale che cercano di assumere atteggiamenti politici e
di vita sempre pi somiglianti a quelli delle antiche casate feudali. Si
origin pertanto un patrimonio urbano chiuso e volto a frenare il
successo politico di altri lignaggi: cos ebbe inizio la Signoria a Ve-
nezia e a Milano e, seppure con esiti diversi, anche a Firenze.
I nobili, una volta al potere, cercarono di tenerlo strettamente nel-
le loro mani, trasmettendolo, se possibile, ai loro eredi. Dettero luo-
go pertanto a una politica di espansione territoriale spesso facilitata
da accordi stretti con l'imperatore e il papa o da patti con fuorusciti
politici dal Comune di cui tentarono la conquista.
Quando la consistenza politico-territoriale lo consentir e la situa-
zione concorrer a rendere favorevole la gestione del loro pote-
re, la Signoria si trasformer, in un determinato momento, in
Principato.
Tuttavia una tale evenienza si verificher allorch il signore, assur-
to alla carica per elezione popolare, riuscir ad assicurarsene la ere-
ditariet per i discendenti, oppure quando egli ricever la nomina
dall'imperatore o dal papa che gli conferiranno l'investitura delle
terre e delle citt di cui  gi padrone, inserendolo pi strettamente
nella feudalit.
Emblematico in tal senso quanto accaduto ai Visconti i quali,
quando gi detengono la Signoria milanese, nel 1395 ricevono dal-
l'imperatore Venceslao il titolo di duchi, con ci assicurandosi una
consistenza indubbiamente superiore a quella che avrebbe potuto
derivar loro da altre conquiste di terre e di citt.
Anche i Savoia si insedieranno in Piemonte sino a che nel 1416 con
Amedeo ottavo non avranno la dignit ducale dall'imperatore Sigismondo.
Un'ampia Signoria territoriale ma con caratteristiche diverse e as-
sai pi lento esito nacque fra 14esimo e 15esimo secolo in Toscana. 
Il papato poi tra la fine del 1200 e il ritorno da Avignone e la con-
clusione del grande scisma, soprattutto grazie alla politica di Egidio 
Albornoz volta a coordinare e a ridimensionare l'autonomia di molte 
citt del Patrimonio, costru un grande Stato temporale della Chiesa.
Gli Stati signorili regionali si organizzarono in vario modo i Vi-
sconti di Milano mantennero in vita i Comuni cittadini e rurali, con-
siderati una proiezione dell'amministrazione centrale. Firenze inve-
ce tent di rompere i legami fra le citt conquistate e i loro contadi
mantenuti secondo sistemi autonomistici maggiori di quelli consen-
titi ai centri urbani.
Venezia tent di inserirsi e di sfruttare il pi possibile i consigli 
municipali sottomessi alla Signoria. Lo Stato della Chiesa invece cre
le province governate dai Rettori, al cui interno le citt, affidate a
esponenti di famiglie nobiliari, detennero - sulla scorta delle Costi-
tuzioni Egidiane del 1357 - un'ampia autonomia. Anche il Piemonte
fu diviso in province legate al duca per il fatto che mancarono ivi
grandi e vitali citt in concorrenza con il potere centrale.
L'ampio fenomeno signorile, volto a segnare il passaggio dall'et
medievale alla moderna,  stato assai spesso veduto a livello locale;
si sono dunque moltiplicati studi pur pregevoli su singole citt e fa-
miglie signorili che hanno consentito di approfondire la conoscenza
di numerose situazioni piemontesi, lombardo-venete o toscane e
umbro-marchigiane. Ancora adesso per lasciano a desiderare le
ricerche che, pur muovendo da particolari esempi, offrano un pa-
norama globale che permetta la miglior comprensione di una si-
tuazione che a livello cittadino  in gran parte italiana e ha im-
portanza per i suoi risultati politico-economici e artistico-culturali.

22) Il problema storiografico delle Signorie
Tra la fine del 1700 e la prima met del 1800, si contraddistinsero
pertanto lavori che tennero conto di una situazione antica, con l'oc-
chio spesso volto a recenti condizioni. Ludovico Antonio Muratori
nei suoi Annali, sensibile all'aspetto culturale del problema, sottoli-
ne il movimento nato con l'Umanesimo e il Rinascimento e tuttavia 
dette forse eccessivo peso alla perdita delle libertates cittadine, in
pi casi gi tramontate prima dell'avvento delle Signorie.
Pi marcato tale giudizio pessimistico fu nel Sismondi che nella
Storia delle repubbliche italiane (1807-1814) rimpianse la perdita del-
le libert comunali, in un'Italia signorile in cui la condizione dei cit-
tadini venne resa difficile dalla concentrazione del potere nelle
mani di pochi governanti.
A sua volta il Guizot evidenzi come passando dal Comune alla Si-
gnoria, il destino umano si fece pi misero e all'allargamento del
cerchio istituzionale fece riscontro una restrizione delle libert e
manc la sicurezza della vita, prima condizione di uno Stato sociale
mentre tramont il progresso delle istituzioni.
Di pi ampio respiro i giudizi di Carlo Cipolla che nella sua storia
estesa fra il 1313 e il 1530, guard il fenomeno di cui ci occupiamo
con maggiore obiettivit. Romolo Caggese e Luigi Salvatorelli nella
prima met del nostro secolo compirono opera meritevole e utile
per l'ampiezza dei dati e per il quadro d'insieme delineato, tenendo
conto soprattutto degli aspetti politico-sociali del problema e del
loro risvolto economico. Se pur meno, per anch'essi insistettero
molto sulla perdita della libert e dell'indipendenza italiane.
Qualche riserva pu farsi anche in merito alla Voce di Giorgio Fal-
co nel 26esimo volume dell'Enciclopedia italiana e alle pagine del de
Vergottini nel quarto volume del Dizionario di politica. Riserve mag-
giori suscitano le riflessioni in proposito dettate da Gioacchino Volpe.
In vario modo gli storici del nostro secolo qui nominati risentirono
della lettura di un bellissimo ma pericoloso lavoro del Burckhardt
dedicato nel 1860 alla Civilt del Rinascimento. Il grande storico
svizzero infatti pose felicemente in luce l'apporto delle Signorie ita-
liane alla cultura umanistico-rinascimentale di cui tutto l'Occidente
e il mondo civile sono debitori all'Italia, una terra che vide l'impa-
reggiabile fioritura di citt e corti, la splendida successione di opere
di carattere architettonico, pittorico, scultoreo, di composizioni do-
vute a poeti e letterati, storici e filosofi che riportarono in auge la
cultura della nostra penisola in Europa.
Burckhardt tuttavia ebbe la responsabilit di forzare taluni termini
gi presenti nella storiografia illuministica, in base ai quali al Rina-
scimento vennero conferiti meriti artistici, culturali e ideologici,
mentre al Medioevo vennero connessi aspetti di chiusura tenebrosa,
rozzezza e incivilt. Cos anche se in misura non sempre eguale, Fal-
co e de Vergottini, ma soprattutto il Volpe scorsero nelle Signorie e
nel Principato pi che l'autunno del Medioevo, il sorgere dell'et
moderna.
Tuttavia le opere surricordate contengono osservazioni utili, cos
come il lavoro sul Rinascimento italiano di Hans Baron, ove le Si-
gnorie costituirono un sapiente motivo conduttore.
La storiografia del secondo dopoguerra ha segnato per in ogni senso 
una riscossa della medievistica e ha conseguito buoni risultati anche 
in merito agli studi sul passaggio dal Comune agli Stati regionali e
sull'affermazione del potere di questi ultimi nell'Italia centro-set-
tentrionale.
In questo senso, pare emblematico lo studio di Cinzio Violante, La
societ italiana nel basso Medioevo, in cui si susseguono riflessioni
destinate a sgombrare il campo da inutili steccati fra mondo medie-
vale e moderno, quindi fra Comuni e organizzazioni territoriali pi
ampie, viste per la prima volta al di l di giudizi superati e inin-
fluenti dal punto di vista storico.
Negli ultimi trent'anni poi si sono approfonditi altri motivi legati
alla ricomposizione del territorio, operata dalle Signorie che in Ita-
lia ebbero in qualche modo la funzione assunta in altre zone
dell'Occidente dagli Stati nazionali.
Cos Signoria e Principato non sono stati pi veduti come la con-
clusione autoritaria dell'aristocrazia comunale, ma si  compreso
come le nuove istituzioni anticipassero nella penisola vari aspetti
della formazione dello stato moderno.
Su questi e altri punti si intrattiene una specifica letteratura stori-
ca, sviluppatasi negli ultimi anni: ricorderemo Sergio Bertelli che si
occupa del Potere oligarchico nello stato-citt medievale. Giorgio
Chittolini invece affronta La crisi degli ordinamenti comunali e le ori-
gini dello stato del Rinascimento.
Del caso Venezia si occupa il Cozzi nella raccolta Stato, societ e
giustizia nella repubblica di Venezia, mentre Alberto Tenenti prende
di mira Firenze dal Comune a Lorenzo il Magnifico.
Importante il lavoro del Varanini Dal Comune allo stato regionale.
Stimolante infine il volume curato da Giorgio Chittolini e Dietmar
Willaweit, L'organizzazione del territorio in Italia e in Germania, 
uscito due anni fa, ove si tenta un'analisi comparata dell'organizza-
zione territoriale nell'Italia centrosettentrionale e meridionale e 
poi nell'area austriaca e germanica. Per rimanere alle Signorie italiane, 
ricorder il contributo di Paolo Cammarosano che studia le regioni
dell'arco alpino, quello di Gianmaria Varanini, attento alla marca
trevigiana, alla Lombardia e all'Emilia, quello di Andrea Zorzi de-
dicato alla zona fiorentina, mentre Bruno Figliuolo, Pietro Corrao e
Vincenzo d'Alessandro, si insinuano nella geografia amministrativa
e nell'organizzazione territoriale del Mezzogiorno tardo medievale
e della Sicilia.
Perspicuamente conclude Cinzio Violante affermando che debbo-
no ancora concentrarsi gli sforzi per rendere storicamente com-
prensibile il fenomeno dell'aggregazione e dell'organizzazione ter-
ntoriale, in poco tempo svoltesi in tutta Europa, nei pi disparati
centri con diversi elementi e differenti forme giuridiche.

23) Dalla crisi degli orientamenti comunali alla Signoria cittadina:
gli Scaligeri a Verona
Come gi notavamo, le istituzioni comunali si trovano per diversi
motivi in uno stato di perenne instabilit alla cui origine, in varie si-
tuazioni anche relative a territori distanti fra loro, si rinvenne anzi-
tutto una vitale dinamica sociale che, nell'ambito di un'economia
espansiva, port al trionfo di nuove famiglie e all'egemonia di nuovi
ceti sociali, capaci di allargare gli spazi del loro potere.
V' per anche la scarsa capacit dei Comuni di provvedersi di
orientamenti atti a non trasformare le tensioni sociali in motivo di
pregiudizio per il funzionamento di societ complesse come quelle
dell'Italia centrosettentrionale.
Bisogna poi tener conto dell'intraprendenza di grandi famiglie ari-
stocratiche feudali che, puntando sulle loro clientele vassallatiche
dei loro territori rurali e sul collegamento con le consorterie nobilia-
ri cittadine precipitarono la crisi delle istituzioni comunali in senso
signorile.
Il primo precoce caso  quello di Ferrara (in questo importante
centro la rapidit del fenomeno fu un evento inatteso che sorprese i
Comuni vicini e la stessa Bologna), citt in cui, gi nel 12esimo secolo, 
il Comune era condizionato dalle lotte per la prevalenza di due fazio-
ni nobiliari: i Torelli e i Marchesella-Adelardi. Il posto di questi ul-
timi, a partire dal 1190, sar preso dagli Estensi che nel 1240 rag-
giunsero la vittoria finale con il marchese Azzo settimo.
Tuttavia, solo nel 1264 con la presa del potere da parte di Obizzo,
l'assetto di quei signori ebbe valenza giuridico-formale.
Il loro dominio poggi allora sul sostegno di famiglie aristocratiche
cittadine, nonch su una cospicua base fondiaria impiegata per au-
mentare il peso dei propri fautori, mediante l'accrescimento dei
loro feudi.
Ai nuovi vassalli fu poi assegnato l'obbligo di dare aiuti militari per
sedare i tumulti cittadini e nel territorio circostante.
Esempio pi significativo dell'instabilit comunale, fonte di sbocco
nella Signoria,  offerta dagli Ezzelini, casata di ragguardevole base
fondiaria e di importanti clientele vassallatiche nella fascia prealpi-
na del Veneto.
Il loro maggiore esponente, Ezzelino terzo da Romano - come  noto
- si imporr a partire dal 1230 su Verona, Vicenza, Padova e Trevi-
so, preannunciando quello che nel 15esimo secolo sarebbe diventato il
dominio di terraferma di Venezia.
Nel passato gli storici hanno sottolineato i metodi assolutistici se-
guiti da questo personaggio per la conquista e il mantenimento del
potere sino a quando, nel 1259, non fu sconfitto e ucciso nella batta-
glia di Cassano d'Adda, da un esercito raccolto dai suoi avversari.
Inoltre, si  insistito in prevalenza sull'appoggio prestato a Ezzelino
da Federico secondo che gli dette in moglie una figlia naturale e gli 
concesse il vicariato imperiale.
Tutto ci  vero ma non pu esimerci dall'individuare, anche nella
rete dei fiancheggiatori di varie citt, una base del potere ezzelinia-
no; altrimenti si spiegherebbe poco la lunga durata del suo dominio
e altres la fedelt di Verona e Vicenza anche quando la fortuna
aveva ormai volto le spalle a quella impareggiabile guida.
Analogo il caso di Oberto Pelavicino che, dopo l'alleanza di Ezzelino, 
si pose alla testa dell'esercito che ne provoc la fine. Provvisto
di fortezze e di terre situate lungo la pianura padana, egli si impose
in pochi anni su Alessandria, Milano, Cremona, Pavia, Piacenza e
Parma, dando vita a un'ampia Signoria tra Piemonte, Lombardia ed
Emilia, destinata a piombare in crisi, allorch Carlo primo d'Angi 
scese in Italia, per poi svanire del tutto nel 1269.
Grande ma effimero successo nel Piemonte occidentale ebbe Guglielmo 
settimo del Monferrato, il cui potere fu di origine strettamente
feudale e quindi forte di appoggi di singole fazioni cittadine, ma pri-
vo del prestigio personale, legato come fu a una specifica citt. Cos
con la sua morte, nel 1292, dopo la ribellione di Alessandria, la sua
fortuna si esaur rapidamente.
Diversa invece fu la sorte di altre famiglie quali i Visconti, gli Sca-
ligeri, i da Camino, i Carraresi, i Gonzaga, forti nei Comuni di Mila-
no, Verona, Treviso, Padova e Mantova, donde mossero i primi passi 
per una non momentanea vittoria.
A Verona i Della Scala furono una famiglia di antica tradizione cit-
tadina che nel 12esimo secolo era gi sensibilmente inserita nella vita 
del Comune veronese e fece parte del ristretto numero dei notabili.
Mastino della Scala prese il posto di Ezzelino da Romano, dopo la
scomparsa di quest'ultimo nel 1259. In apparenza a Verona torn
allora un regime di tipo comunale, dato che agli inizi, questi non
prese il nome di signore ma quello di podest e poi, nel 1262 quello
di capitano del popolo.
Tuttavia con lui si ebbe la creazione di un potere di fatto che solo
pi tardi si cal sull'intera citt dopo essersi separato da quei gruppi
che all'inizio lo avevano sostenuto. Oltre che a Verona, come dice-
vamo dianzi, gli Scaligeri daranno un volto particolare a gran parte
del Veneto, per esempio a Padova ove alla loro presenza fu pure
connessa l'origine dell'Universit da collocarsi nel 1262.
A sua volta Padova liber Vicenza da Ezzelino, guid la citt tanto
che il primo podest vicentino fu di Padova e la parabola vicentina
fu orientata tutta in senso patavino cos che, quando nel 1300 il desti-
no di quei due centri urbani si distinse, Vicenza giunse al suo declino.
La Signoria veronese fu particolarmente significativa anche per il
fatto che Mastino della Scala giunse al potere con l'appoggio del
ceto mercantile che alla testa dello schieramento di opposizione ai
magnati controllava quel che restava del Comune. Cos, in vista del
pericolo della ripresa dell'egemonia magnatizia e delle lotte per il
potere, nella citt veronese i mercanti si posero sotto la tutela di un
signore - Mastino per l'appunto - mostrando in tal modo di ritenere
la stabilit politica la loro mira principale.

24) Visconti di Milano; il caso toscano
Il superamento del regime comunale, in Milano, si verific con len-
tezza e con varie vicissitudini, ma in una situazione politico-sociale
diversa, caratterizzata da una forte nobilt riunita nell'associazione
denominata Motta (ossia adunanza o raggruppamento) che controll la 
chiesa cittadina e rese impossibile l'approvazione di una legislazione 
antimagnatizia.
Lo schieramento popolare - la Credenza di Sant'Ambrogio -, allor-
ch raggiunse il sopravvento all'inizio del 1200, ebbe l'opportunit di
consolidare una nuova egemonia politica, assegnando un ruolo di ri-
lievo alla famiglia dei Della Torre, sostenitori della lotta contro i nobili.
Cos Martino della Torre, nel 1259, conquist il titolo di anziano
perpetuo del popolo e inaugur di fatto un regime signorile, mante-
nutosi sino a quando la citt non si trov a far parte dei domini di
Oberto Pelavicino.
Dopo la scomparsa di quest'ultimo nel 1269 la Signoria torriana si
rafforz collegandosi ai guelfi che, con l'arrivo di Carlo primo d'Angi 
in Italia, dovevano praticamente controllare quasi l'intera penisola;
ma ci non bast a impedire il ritorno dei nobili che, capeggiati dal-
l'arcivescovo Ottone Visconti, nel 1277, con la battaglia di Desio, ri-
presero il sopravvento e proclamarono signore lo stesso arcivescovo.
Aveva cos inizio una delle pi fulgide Signorie italiane, quella dei
Visconti che legittimarono il loro dominio con la gestione delle cari-
che pubbliche e il controllo degli organi comunali, cercando di sot-
trarre dominio alle organizzazioni del popolo e di comprimere il po-
tere delle consorterie nobiliari.
Il conferimento a Matteo Visconti, nel 1294, del vicariato imperia-
le da parte dell'imperatore Adolfo di Nassau, carica successivamen-
te trasmessa ai membri della famiglia, ebbe grande importanza per
il rafforzamento di quella casata. In questo modo infatti il signore di
Milano, considerato funzionario dell'imperatore, mostr di non ri-
tenere il suo potere fondato sul solo consenso dei cittadini, ma su
una delega assegnatagli dal sovrano.
Ne usc cos rafforzato anche l'orientamento familiare, allorch
agli eredi venne trasmesso il titolo imperiale. Tale orientamento poi
dette luogo, verso la met del 14esimo secolo, alla creazione di regole
volte a precisare i modi della successione dinastica.
Il momento di massima fortuna dei Visconti coincise con la loro
massima espansione territoriale e fu raggiunto nel 1395 da Gian Ga-
leazzo Visconti al quale, come accennato, Venceslao di Boemia
concesse il titolo di principe e duca. In tal modo infatti i Visconti 
divennero autonomi persino dalla signoria imperiale che aveva rivolto
loro un cos grande onore.
In Toscana, invece, le istituzioni comunali rimasero vitali per tutto
il 1300, mentre sembr nascere la Signoria solo per brevi periodi e
per motivi di grave emergenza. Ci accadde infatti a Pisa al tempo di
Uguccione della Faggiuola, estensore del suo dominio su Lucca.
Uguccione, quale capo dei ghibellini toscani, sconfisse duramente i
Fiorentini in occasione della battaglia di Montecatini nel 1315. Tut-
tavia, l'anno successivo una rivolta lo costrinse alla fuga.
Qualche tempo dopo le stesse gesta furono compiute da Castruc-
cio Castracani degli Antelminelli che, preso il potere in Lucca, con-
quist Pisa e Pistoia e attacc di nuovo Firenze, questa volta sconfit-
ta ad Altopascio nel 1325, allorch la citt del fiore dovette porsi
sotto il protettorato di re Roberto d'Angi, capo dei guelfi italiani.
Nel 1328, tuttavia, anche questo secondo esperimento signorile to-
scano fu destinato al tramonto
Nel 1342 fu il momento critico di Firenze che attraversava un periodo 
di difficolt determinato non solo dai rovesci militari surricordati 
ma dall'irrequietezza dei suoi magnati, nonch dallo stato di
permanente agitazione in cui vivevano i salariati dell'industria tessi-
le, colpiti da un dissesto economico che riguard tutto l'Occidente.
Artefice del nuovo tentativo fu il gi ricordato avventuriero Gual-
tieri di Brienne, il quale si autoconfer il titolo di duca di Atene.
Preso il potere, egli architett un ardito disegno di capeggiare una 
Signoria personale, conseguita eliminando dal governo cittadino il
popolo grasso e i grandi che lo avevano sostenuto. Il progetto
contempl il disarmo di tutti i gruppi sociali e quindi delle cosiddet-
te masnade dei grandi e delle compagnie armate di popolo.
Ma ci in realt era troppo per una citt come la fiorentina, la cui
amministrazione comunale era ancora viva e non disposta a rinunciare 
facilmente alle sue origini e alle sue prerogative libertarie.
Allora Gualtieri, che aveva divisato di reggersi con l'aiuto dei suoi
cavalieri e trascinando dalla sua parte beccai, vinattieri, scardassieri
e artefici minuti, nel luglio 1343 fu cacciato dalla citt, in seguito a
una sommossa nata con l'appoggio di tutti i gruppi sociali, in questa
occasione solidalmente uniti come in precedenza non lo erano mai stati.

25) La formazione dei regimi oligarchici
Quanto accadde a Firenze con il duca d'Atene era certamente ri-
velatore di un profondo e non lieve disagio dei Comuni, i quali nel
13esimo secolo avevano dato vita ad ampi spazi democratici che poi non
erano stati capaci di gestire. Quindi, pi o meno consapevolmente le
amministrazioni finirono per rifugiarsi in schemi e stili richiamantisi
ai precedenti governi oligarchico-autonomistici.
In realt va riconosciuto che la nobilt era ancora, in quel tempo di
fine Medioevo, un termine di riferimento quasi indistruttibile, tanto
 vero che spesso anche i grandi di popolo, schierati contro le fa-
miglie aristocratiche, finivano per essere denominati Magnati.
Del pari gli ordini mercantili e bancari, pur non facendo parte
dell'alto ceto, cominciarono a vivere e a comportarsi come loro e
tutto questo cospirava verso il ritorno a una politica meno attenta
alle ragioni dei poveri e pi orientata verso il mantenimento di vec-
chi privilegi.
Caso emblematico di scelta di un tipo di vita aristocratico, seguito
da una famiglia di origine borghese,  quello relativo alla casata bo-
lognese dei Principi, la cui fortuna si esaur tutta nell'arco di cento
anni. In una posizione eccellente nella vita mercantile bolognese
agli inizi del 13esimo secolo - in un periodo fortunato del commercio di
quella citt - a met del 1200 essi sono gi inglobati nel ceto aristo-
cratico e dominatore, di cui imitano il modello di comportamento:
seguono le abitudini al pari di un gruppo familiare, concentrano le
loro case quasi a forma di isolato, circondato di torri e di sale di 
riunione.
Infine nel 1280 essi vengono per la prima volta espulsi da Bologna
e definitivamente lo saranno nel 1306 in quanto volti, con gli altri
magnati, anzi con pi pervicacia, al controllo del governo cittadino
da cui intendono escludere gli artigiani e altri mercanti meno ricchi,
anch'essi desiderosi di far parte di coloro che erano nell'ambito del
potere.
Piuttosto chiara anche la situazione genovese allorch, dall'11esimo al
13esimo secolo, erano entrate nei ceti governativi dell'importante centro
ligure le pi potenti famiglie di mercanti-finanzieri. Anche nella
metropoli ligure si deve notare insomma una progressiva posizione
autoritaria da parte di mercanti arricchiti che in forza delle loro so-
stanze hanno acquisito metodi di vita e schemi mentali propri dei
nobili: per esempio l'organizzazione in gruppi familiari - a Geno-
va verranno denominati alberghi - e la tendenza a farsi la guerra
per garantirsi l'assunzione del potere.
Uno dei fenomeni ricorrenti del Trecento e del Quattrocento ge-
novese fu poi l'affermazione di un patriziato cittadino, originatosi
dalla commistione del vecchio ceto cavalleresco e dell'alta borghe-
sia, un patriziato chiuso e determinato a frenare l'ascesa politica ed
economica di nuove famiglie, ad un tempo osservanti un alto livello
culturale e con la netta propensione per il lusso, il mecenatismo, una
delle componenti invero peculiari della civilt rinascimentale.
Il caso pi noto in questo senso fu quello di Venezia. La repubblica
adriatica infatti non aveva sofferto per le tensioni sociali e l'instabi-
lit politica che avevano costituito l'ambascia di Genova, data l'as-
senza nella citt di San Marco di numerose consorterie nobiliari e la
tendenza dei nobili a far entrare nell'ambito del potere talune fami-
glie arricchitesi con il commercio.
A ci aggiungeremo che l'economia veneziana, basata sul commercio e 
la finanza e meno sulla produzione tessile e sull'artigianato, non 
conobbe la concentrazione dei lavoratori salariati e di piccoli
e medi artigiani che resero precario l'equilibrio di altri centri urbani
(per esempio Firenze).
Tuttavia fu proprio Venezia che con i suoi aristocratici si chiuse
maggiormente e nel 1297 attu la Serrata del Maggior Consiglio, nel
cui nome l'accesso al pi importante organo di governo della Re-
pubblica divenne appannaggio delle famiglie che gi ne avessero
fatto parte nei precedenti quattro anni, mentre nel futuro altri
avrebbero potuto aspirare a farne parte solo su proposta del Doge e
del Consiglio.
La chiusura poi divenne ancor pi forte nel 1323 allorch si con-
venne che solo a quanti avessero ricoperto uffici comunali era con-
sentito l'accesso al Maggior Consiglio e agli altri organismi di gover-
no. Cos da allora alla fine del 18esimo secolo, congiure e colpi di mano
- si pensi al tentativo di Marin Faliero - furono vanificati, mentre la
Repubblica si dette alla conquista del Veneto per contrastare tenta-
tivi espansionistici da parte di Verona e, soprattutto, di Milano.

26) La Signoria a Firenze
Senza dubbio Firenze guard con attenzione e forse con gelosia alle 
conclusioni della politica veneziana, ma la citt del fiore era po-
liticamente e socialmente troppo diversa dalla repubblica lagunare
per attuare una politica troppo scopertamente oligarchica e antide-
mocratica. Impedivano ci inoltre la presenza di leggi migliori, quali
quella dei salariati tecnici e lo vietarono fra l'altro i piccoli commer-
cianti e gli umili artigiani.
Tuttavia la cacciata del duca di Atene segn la ripresa del ceto ma-
gnatizio pronto a unirsi ai grandi mercanti. Cos furono ripristinati
gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella.
Il sentimento popolare si volse allora anzitutto contro i Donati, i
Cavalcanti, i Rossi, i Frescobaldi e i Bardi, i pi odiati per la loro 
superbia. Tuttavia non si vollero colpire i grandi come ceto ma solo i
pi potenti e prepotenti, mentre furono assolti i meno arroganti, ac-
colti tra le famiglie del popolo e immessi negli organismi del Comu-
ne. Tale operazione politica segn una tappa importante nella fu-
sione fra nobilt guelfa e grandi mercanti e quindi rafforz la forma-
zione del patriziato cittadino.
Il patriziato fiorentino al suo interno, nell'ormai avanzato 1300, an-
cora poco concorde, ma desideroso di comandare sul Comune, fu
pertanto scosso da traumi in buona parte derivanti dall'esterno. La
crescita del debito pubblico, il crollo della banca dei Bardi, dei Pe-
ruzzi e degli Acciaiuoli, responsabile del danno di numerosi piccoli
risparmiatori, venne assunto in citt come una sorta di dramma col-
lettivo. Inoltre, la peste nera del 1348, le successive ripetute epide-
mie a scadenza decennale e la rivolta del 1378 compirono il dram-
matico ciclo.
Le agitazioni in particolare fecero s che alcune famiglie - gli Al-
berti, gli Strozzi, gli Scali, i Dini, i Medici - tentassero un colpo di
mano, scegliendo la causa del popolo minuto. La conclusione della
vicenda e la reazione seguente rafforzarono il ruolo delle Arti mag-
giori e la coesione interna del patriziato cittadino, pur se ci non
pose fine alle lotte tra famiglie per il predominio all'interno del ceto
dirigente. Ad uscir sconfitta da tale situazione fu la casata degli Al-
berti, la pi cospicua negli anni precedenti la rivolta del 1378. Ban-
diti da Firenze ed esuli per un trentennio, non reagirono alla crisi e
declinarono anche economicamente.
Allo stesso destino parevano votati i Medici espostisi gi molto nel
tentativo di un loro familiare Salvestro, il quale si dichiar difensore
del popolo minuto. Essi si salvarono per per la mancanza di con-
cordia politica tra i diversi rami della famiglia, alcuni dei quali fini-
rono schierati con la fazione vincente. Salvestro allora fu condanna-
to all'esilio ma non alla confisca dei beni come gli Alberti e ci per-
mise ai Medici di mantenere la piattaforma su cui si sarebbe costi-
tuita la loro potenza.
I vincitori invece poterono considerarsi gli Albizzi, schieratisi aper-
tamente contro i rivoltosi. Gi da tempo influenti come esponenti
della parte guelfa, essi ebbero allora la possibilit di prendere la gui-
da del Comune grazie all'abilit dei loro elementi di punta come ad
esempio il loro capo, Maso, capace di legare a s personaggi di note-
vole peso politico, fra i quali Niccol da Uzzano e Gino Capponi.
Come oligarchi essi procedettero pertanto - fra il 1382 e il 1396
- a varie riforme e riservarono le cariche pubbliche ai loro parti-
giani. La magistratura degli Otto di guardia - praticamente una
loro creazione - fu pi che altro una sorta di polizia politica dello
Stato.
In questo ambito i Medici si impegnarono ad accumulare ricchezze
e beni fondiari nel Mugello e ad accrescere il loro prestigio di ban-
chieri. Artefice della fortuna familiare fu Giovanni (1360-1429), or-
dinato cavaliere nel 1420 insieme a Rinaldo Strozzi, il quale raccolse
un patrimonio ragguardevole e con una accorta politica riusc ad an-
nullare il ricordo delle gesta del suo antenato Silvestro, pur senza
smarrire le simpatie che la famiglia aveva goduto nei settori della
media e piccola borghesia.
A ereditare le sue fortune fu Cosimo (1389-1464) il quale, dopo
aver impiegato parte della sua giovinezza nei viaggi, prese a dedicar-
si agli affari, trascurando la politica. Tuttavia, il suo prestigio 
e la sua posizione moderata gli procurarono amicizie e un ruolo notevole
nel governo cittadino. Rinaldo degli Albizzi, temendo la concorren-
za di Cosimo, con un incredibile stratagemma, lo convoc presso di
lui e quindi lo fece arrestare e condannare a morte, condanna presto
commutata in esilio (1433).
Tuttavia, l'esilio di Cosimo si tramut per lui in un vero e proprio
trionfo. Ovunque, egli fu accolto con onori. In conclusione poi, egli
fu richiamato in Firenze il 29 settembre 1434, nonostante l'opposi-
zione armata di Rinaldo degli Albizzi che fu costretto a sua volta a
lasciare la propria citt. Cosimo fond cos quella che fu detta crip-
tosignoria, destinata a durare per trenta anni, un trentennio durante
il quale egli eserciter il potere senza ricoprire cariche e senza avere
atteggiamenti dittatoriali e anzi continuando a mantenere in vita il
Comune.
La situazione muter con il figlio Piero il Gottoso (1464-1469) e
con il nipote Lorenzo il Magnifico (1469-1492).

27) L'espansionismo signorile
La Signoria determin in Italia l'avvio di numerosi tentativi a ca-
rattere espansionistico, volti a semplificare il quadro sociale del-
l'Italia del 1400 mediante la creazione di soggetti politici di varia 
dimensione. L'espansionismo anzi fu legato alla vita stessa delle Si-
gnorie, come provano gli esempi dianzi menzionati.
Nel Veneto furono protagonisti di tale ambiziosa politica i gi ri-
cordati Scaligeri, i quali esercitarono grande influenza, oltre che nel
Veneto, in Toscana e in Lombardia. Protettori di artisti e letterati
essi ospitarono, fra l'altro, durante l'esilio Dante Alighieri che, 
grato, glorific la loro memoria.
La potenza maggiore della famiglia fu raggiunta tuttavia da Masti-
no secondo (1329-1351) il quale dopo la presa di Treviso, conquist 
Brescia, Parma e Lucca e pareva volesse diventare re di Lombardia.
Fermato tuttavia da Firenze, da Venezia e dai Visconti di Milano
venne a un accordo con i suoi nemici, stipulando con essi nel 1339 la
pace di Venezia, dopo di che il suo dominio si ridusse a Verona e a
Vicenza. Nel 1387 poi la stessa Verona passer nelle mani dei Visconti.
Il crollo degli Scaligeri sgombr tuttavia il cammino ai Visconti
che, nonostante le rivalit interne e le resistenze incontrate nel go-
verno cittadino, ampliarono di mano in mano i loro domini.
Personaggio significativo della famiglia fu Luchino Visconti che, in
dieci anni, fra il 1339 e il 1449, estese lo Stato milanese in Toscana,
in Emilia, in Piemonte e nel Canton Ticino, ove si impossess di Bel-
linzona e Locarno.
Morto allorch preparava la conquista di Genova, la citt ligure fu
presa dai Milanesi nel 1353 ad opera di un successore di Luchino
Giovanni Visconti (1349-1354). Cantato dal Petrarca per le sue doti
di politico sagace e avveduto, nonch di protettore delle arti e delle
lettere, Giovanni in principio tent opera di pacificazione, ma que-
sta fu una strategia pi sottile di quella usata da Luchino. Cos dopo
aver preso Bologna dai figli di Taddeo Pepoli per 250.000 fiorini, nel
1351 conquist Pistoia minacciando l'anno dopo, ma invano, la stessa 
Firenze.
La morte dell'arcivescovo Visconti cost alla Signoria milanese la
perdita di Genova e Bologna. Giangaleazzo nel 1385 uccise lo zio
Bernab, onde rimanere arbitro del potere, e pose per un'ipoteca
per una riscossa della fortuna familiare. Legatosi con la corona fran-
cese mediante le nozze di sua figlia Valentina con il duca di Orlans,
fratello di Carlo sesto, fece suo di nuovo il programma dell'arcivescovo
Giovanni, per conquistare Padova, Verona, Vicenza e Treviso, per
volgersi con determinazione verso la Toscana, ove sottomise Pisa e
sconfisse Firenze pur senza domarne la resistenza.
Certo va detto che il programma visconteo era troppo ambizioso,
mentre la stabile conquista dei centri fiorentini e toscani era 
praticamente impossibile.
Fra la fine del 1300 e l'inizio del 1400 infatti, la Toscana centroset-
tentrionale, in particolare la zona del bacino dell'Arno, aveva rag-
giunto il massimo dell'urbanizzazione.
Oltre a Firenze, Pisa, Arezzo, Lucca e Prato, molti altri luoghi di-
vennero fiorenti. Nel 1350, nonostante la crisi successiva alla peste,
la Toscana aveva un milione di abitanti dislocati in centri pi o meno
grandi ove sarebbe stato impossibile venire a capo di una resistenza
forte e caparbia.
Firenze in particolare chiam gli Italiani a stringersi intorno a s in
nome della libert contro il tiranno Giangaleazzo Visconti. Questi
proclam di battersi per garantire pace e benessere agli Italiani.
L'atteggiamento visconteo non era privo di mordente e infatti in va-
rie citt dell'Italia centrosettentrionale nacquero organizzazioni fa-
vorevoli a Giangaleazzo, allorch nel 1402 la morte pose fine alla
sua ascesa e a quella di Milano.
Per il ducato seguirono allora anni di anarchia fino a che nel 1412
Filippo Maria Visconti non recuper le posizioni perdute, ripren-
dendo in un decennio il controllo della Lombardia, di Genova e del-
le terre svizzere.
Nonostante i propositi di grandezza viscontea, fra il 1300 e il 1400 
gli Stati italiani del centro-nord raggiunsero una dimensione di ca-
rattere regionale. I Visconti cos costituirono un grande ducato ma 
essenzialmente lombardo.
Importante in proposito la situazione di Firenze che dopo essersi
battuta contro i Visconti in nome della libertas contro i tiranni, co-
minci essa stessa a effettuare conquiste territoriali che raccolsero
gran parte della Toscana, tranne Lucca e Siena che conservarono la
loro indipendenza. Le tappe pi significative dell'espansione fioren-
tina furono Arezzo nel 1384, Pisa nel 1406, Cortona nel 1411. Nel
1421 il capoluogo toscano acquist Livorno da Genova dietro paga-
mento di una prima rata di 60.000 fiorini e con l'esborso totale di
100.000 monete. Particolarmente importante si rivel invero tale
conquista di un centro marittimo dopo il continuo impaludamento
del porto di Pisa. Tale mossa infatti consent a Firenze l'accesso al mare.
Cos dal 1422 le navi della citt del fiore solcarono i mari con rotte
verso Oriente e Occidente secondo il modello veneziano.
Venezia incominci pi tardi il suo espansionismo, risultato di una
decisiva svolta della sua politica estera. Gi a met 1300 la Serenis-
sima acquist Treviso e Castelfranco, anche se ci non la distolse
dall'obiettivo principale, ossia la dominazione del Mediterraneo
orientale e dei mercati su esso gravitanti.
Tale ambizioso obiettivo pose Venezia in competizione con Genova 
che assunse il controllo del Tirreno dopo la vittoria riportata su
Pisa alla Meloria (1284). Genova poi nel 1298 sconfisse anche i Ve-
neziani presso le isole Curzolari. Nacque di qui una lunga guerra
combattuta fra Tirreno e Adriatico da Genova e Venezia.
Nel 1380-1381 le sorti sembrarono volgere a favore dei Genovesi
dopo che, sconfitta la repubblica lagunare a Pola, essi entrarono 
in Chioggia.
In pari tempo Venezia era minacciata da una forte coalizione gui-
data dai Carraresi di Padova, dal patriarca di Aquileia, dal duca
d'Austria e dal re d'Ungheria.
Nel pericolo i Veneziani fecero per appello alle loro forze, bloc-
carono i nemici di terraferma, investirono Chioggia con la flotta
dell'ammiraglio Vettor Pisani. La situazione cos si capovolse e i
Genovesi furono costretti ad abbandonare l'Adriatico.
Allora nel 1381, per la mediazione di Amedeo sesto di Savoia, fu con-
clusa a Torino una pace che comport per Venezia la perdita di
Trieste e di un tratto di costa dalmata a favore degli Asburgo, ma le
consent di uscire pressoch indenne da una grave situazione.
Venezia comprese pertanto l'importanza di avviare una coerente
politica di terraferma. Cos fra il 1404 e il 1420 conquist Treviso,
Vicenza, Padova, Verona, Belluno, Feltre, Bassano, il patriarcato di
Aquileia, l'Istria e il Friuli.
Nello stesso tempo crebbe in Piemonte la potenza dei conti di Sa-
voia che dai domini del versante francese, traversate le Alpi, si dires-
sero verso la pianura padana, giovandosi della loro posizione di cu-
stodi dei passi alpini. La famiglia si rafforz con Amedeo quinto (1285-
1323), Amedeo sesto (1343-1383) e con Amedeo ottavo (1383-1391) il
quale con un sistema di alleanze si rese determinante per ristabilire
la pace fra Genova e Venezia. Nel 1416 l'imperatore Sigismondo lo
elesse duca.
Per la loro ascesa ai tempi di Giangaleazzo, i Visconti si basarono
su tre magistrature: il Consiglio di giustizia (tribunale d'appello), il
Consiglio segreto per attuare la politica estera, la Camera ducale per
la politica finanziaria e tributaria.
Lo Stato dei Visconti fu moderno, essi modificarono gli statuti cit-
tadini, ampliarono e abbellirono citt, nel 1361 istituirono l'Univer-
sit di Pavia e riuscirono a superare la crisi quando Filippo Maria as-
sunse la guida del contado.
Diverso fu il modello organizzativo di Firenze che domin Pisa,
Arezzo, Pistoia e venne incontro alle esigenze economiche dei citta-
dini, dando maggiore autonomia alle comunit rurali. Tale politica
ebbe il gradimento delle popolazioni della campagna ma non ebbe
l'appoggio dei ceti urbani che si vedevano privati del controllo del
contado. Firenze pertanto ritenne opportuno stabilire un sistema di
deroghe che ricondusse gradualmente la giurisdizione dei territori
ai centri urbani vicini. In questo modo essa dom il malcontento e
ammodern la sua amministrazione.
Di tipo intermedio fu invece la politica veneziana, pi vicina alla
politica viscontea che a quella fiorentina. La Serenissima infatti ab-
bandon l'amministrazione locale nelle mani dei patriziati urbani,
ma ridimension il loro potere ingerendosi nei consigli municipali e
nei contrasti fra citt e contado. Nacque cos uno Stato omogeneo
seppure accentrato e perci in grado di superare per secoli momenti
di difficolt e di tensione.
Agevolati nella politica amministrativa risultarono infine i Savoia,
il cui ducato gravitante prima attorno a Chambery poi intorno a To-
rino, conobbe un modello fortemente accentrato.

28) La politica egemonica di Milano e Venezia
Un discorso relativo alla politica egemonica di Milano quattrocen-
tesca, deve prendere le mosse dai primi del secolo. Fu infatti Filippo
Maria - gi lo dicevamo - nel 1412 a recuperare le terre perdute
dopo la morte del padre, Giangaleazzo. Per far ci egli si avvalse di
alcuni fra i pi grandi condottieri del tempo, Francesco Sforza, Nic-
col Piccinino, Francesco Bussone, conte di Carmagnola, presenta-
to in una nota tragedia da Alessandro Manzoni.
Il Carmagnola si mosse presto alla conquista di nuove terre nel Ve-
neto e in Romagna, mentre strinse accordi con Lucca e Siena, avver-
sarie di Firenze.
Si form cos un'alleanza fra quanti erano minacciati dall'espan-
sionismo visconteo, Venezia, Firenze, il papa e il duca di Savoia.
La guerra dur pi di un ventennio (1423-1447) e fu piena di muta-
menti, di pause e riprese, altern contese dinastiche a rivolgimenti
politici interni negli Stati che vi parteciparono.
Protagonisti del conflitto furono principi, governanti e capi delle
truppe mercenarie che nel 1400 divennero sempre pi potenti.
Passando da uno schieramento all'altro, i capitani di ventura di-
vennero arbitri dei conflitti, per cui parvero pi alleati che dipen-
denti degli Stati che li avevano assoldati. Di qui il tentativo dei 
principi di unirli stabilmente alla loro politica mediante la conces-
sione di feudi e progetti matrimoniali.
In tal modo si comport Filippo Maria Visconti con il Carmagnola
concedendogli feudi e dandogli in sposa la nipote Antonia. La sua
generosit non gli garant per la fedelt del condottiero passato nel
1425 alla Serenissima che quest'ultimo condusse alla vittoria di
Maclodio (1427), assicurando a Venezia, Brescia, Bergamo e Cremona.
In seguito per, Carmagnola non parve pi il comandante audace
e animoso rivelatosi in precedenza e riport una serie di insuccessi
sembrati sospetti al senato veneziano che, convocatolo, lo process
e lo fece decapitare.
Per il duca Filippo Maria Visconti la situazione miglior in Tosca-
na e in Romagna, dove il Piccinino e lo Sforza ebbero importanti vit-
torie che spinsero Firenze sulla difensiva.
La stanchezza consigli poi i contendenti di giungere alla pace
partendo da un compromesso: la pace di Ferrara del 1433, in base a
cui Venezia mantenne i territori conquistati.
Tuttavia il conflitto esplose nuovamente l'anno successivo: lo Sfor-
za conquist Umbria e Marche ma gli alleati lo fermarono, portan-
do dalla loro parte il condottiero visconteo, cui venne offerto il
marchesato di Ancona.
Il conflitto si estese poi al Mezzogiorno. Il duca Visconti fu prima
con Venezia e Firenze e a favore degli Angioini, mentre poi pass
dalla parte di Alfonso di Aragona che stabil con lui un forte legame.
Gli insuccessi fiorentini condussero al potere Cosimo dei Medici
che rinvigor l'alleanza con Venezia contro Milano.
Si arriv pertanto a una temporanea pace in Cremona (1441) che
riconcili Francesco Sforza con il duca di Milano che gli diede in
moglie la figlia Bianca Maria. Ma il Visconti non fu fortunato con i
capitani di ventura: ripresa la guerra nel 1442, lo Sforza si trov di
nuovo contro il suocero che ebbe dalla sua parte il re Alfonso di Na-
poli e papa Eugenio quarto.
Un inatteso colpo di scena fu la morte senza eredi diretti del duca
di Milano (1447) che rimise in discussione l'eredit del potente Sta-
to, rivendicato da Francesco Sforza, da Carlo di Orlans, dal duca di
Savoia e da Alfonso di Aragona.
I Milanesi non volendo rinunziare alla loro supremazia politica,
proclamarono nello stesso anno la repubblica ambrosiana.
Dell'avverso destino milanese si giovarono pi o meno i nemici
della Signoria viscontea e in particolare Venezia divenuta, a met
1400, la maggior potenza italiana.
Per primo il doge Francesco Foscari (1423-1457) riport successi
contro i Visconti, conquistando le terre dall'Isonzo all'Adda, il patri-
ziato di Aquileia, Zara e Ravenna, e poi, ancora, le terre del Lodigiano.
Una volta ancora, per, la triste condizione indusse i Lombardi alla
riscossa. Milano chiese allora aiuto a Francesco Sforza che, assunto
il potere, sconfisse Venezia a Caravaggio nel 1448. Poi, sfruttando il
successo conseguito e il matrimonio con Bianca Visconti, si fece
proclamare duca (1450).
Venezia tuttavia non cedette e, alleatasi con il duca di Savoia e il 
re di Napoli, riprese la guerra contro Milano, scontrandosi con una
coalizione capeggiata da Firenze che ora non doveva pi temere lo
Sforza, mentre erano i Veneziani a turbare gli equilibri politici toscani.
La guerra durava da tre anni allorch giunse la notizia della caduta
di Venezia in mano ai Turchi (1453), seguita da un appello del papa
che invocava la Crociata contro gli infedeli.
Venezia ne approfitt allora per mettere fine alla guerra. Si giunse
cos alla pace di Lodi (1454) che determin la definitiva ascesa di
Francesco Sforza e il riconoscimento delle conquiste veneziane in
Lombardia.

29) Gli Stati regionali dopo il 1454
Tracciando un profilo della situazione signorile nella seconda
met del 1400, cominceremo da Venezia che, per difendere le sue
prerogative commerciali, rafforz i suoi possedimenti nel Mediter-
raneo orientale e la conquista di citt greche e albanesi. I Turchi tut-
tavia non dettero tregua alla Serenissima che nel 1470 dovette subi-
re la perdita dell'isola di Negroponte, solo in parte compensata
dall'acquisto di Cipro, ceduta alla repubblica adriatica dalla regina
cipriota Caterina Cornaro, della casata dei Lusignano.
Nonostante la difficile situazione i rapporti commerciali veneto-
turchi non si interruppero del tutto, anche se la citt lagunare prefe-
r commerciare con Alessandria e con altri porti egiziani i suoi pro-
dotti provenienti dall'estremo Oriente.
A Milano, Francesco Sforza (1450-1466), non pi minacciato da
Venezia, si impegn a fondo per accrescere consensi alla sua dina-
stia e rafforzarne il potere. Oltre a una politica di accordi con le
principali potenze italiane egli ne avvi una industriale, volta a dota-
re la pianura lombarda di opifici, intensific la politica artigianale e
accrebbe il ducato di opere pubbliche, rifece il castello milanese di
porta Giovia, denominato allora castello Sforzesco, scav il Naviglio
della Martesana per condurre le acque dell'Adda da Trezzo a Milano.
Il figlio Galeazzo Maria (1460-1476), meno prudente del padre, dette 
vita a iniziative non conclusesi allorch, vittima di un tentativo
insurrezionale, cadde pugnalato nella chiesa di Santo Stefano. La
vedova Bona di Savoia, figlia di Amedeo nono e nipote di Luigi 11esimo 
di Francia, assunse la reggenza per il figlioletto Giangaleazzo, ma nel
1480 prese il potere il fratello del defunto duca, Ludovico il Moro,
ehe tenne la guida del ducato in nome del nipote.
Tra Venezia e Milano si insinu la Signoria gonzaghesca di Manto-
va, i cui esponenti furono anche condottieri, fra i quali famoso Gian-
francesco primo (1407-1444), capitano generale di Venezia dopo il Car-
magnola. Nel 1433 l'imperatore Sigismondo gli dette il titolo di mar-
chese. Raggiunse cos ingrandimenti territoriali, estendendo il suo
dominio sul lago di Garda.
La difficile situazione generale rese complicata la Signoria agli
Estensi, soggetti in Ferrara, Modena e Reggio alla pressione dei Ve-
neziani interessati alle saline del Polesine. Di spicco fu la Signoria 
di Borso d'Este (1450-l471), tra i fondatori della Lega italica. Nel 
1452 l'imperatore Federico terzo gli concesse il titolo di duca di 
Modena e Reggio cui nel 1471 un quello di duca di Ferrara, conseguito 
da papa Paolo terzo.
Il momento pi delicato per gli Estensi fu la guerra di Ferrara
(1482-1484) provocata da Venezia, volta alla conquista di Ferrara, e
dal programma di Sisto quarto che voleva creare in Romagna uno Stato
pi ampio per il nipote Gerolamo Riario, signore di Imola e Forl
Il papa per le difficolt dell'impresa si ritir dalla Lega dietro pro-
messa di compensi per il nipote. Venezia invece allarg il conflitto
attaccando Milano e il Regno di Napoli, sbarcando a Gallipoli
(1484), allorche Ferrante d'Aragona aveva appena superato le diffi-
colta causategli dalla conquista turca di Otranto.
Notevoli i successi ottenuti da Amedeo ottavo di Savoia che nel 1416
eresse in ducato i domini familiari con la contea di Nizza, riorganiz-
zata nel 1430 in province e castellanie.
Nel 1439 Amedeo divenne antipapa - fu l'ultimo - con il nome di
Felice quinto. Con i suoi successori per in particolare con Amedeo nono
(1465-1472), marito di Iolanda, sorella di Luigi 11esimo di Francia, egli
protesse il suo ducato dal duca di Borgogna, da Carlo il Temerario e
dagli Svizzeri, raggiungendo nel complesso una meno precaria stabilit.
Piuttosto debole invece fu la repubblica di Genova che spese le sue
energie per potenziare i traffici e le attivit finanziarie, limitando 
al massimo gli interventi di carattere militare, concentrati nel control-
lo della riviera ligure, della Corsica e di taluni centri costieri del
mar Nero.
Allorch l'avanzata turca mise in pericolo le conquiste orientali, a
differenza dei Veneziani, i Genovesi non tentarono un'inutile resi-
stenza, preferendo darsi alla navigazione oceanica paghi dell'in-
fluenza dei governatori del banco di S. Giorgio, nato come impresa
privata dei creditori dello Stato, per amministrare le entrate pubbli-
che ma poi, aumentato di importanza, e poi addirittura gestore delle
gabelle, dei monopoli e di diversi possedimenti della repubblica, tra
cui la Corsica.
Nella politica italiana della seconda met del 1400 Firenze ebbe un
ruolo superiore alla sua forza militare e alla sua consistenza territo-
riale. Essa esercit il suo dominio su un'area pari alla met del terri-
torio di Venezia e a poco pi di un quinto del regno di Napoli. Ma il
merito fu prima di Cosimo dei Medici, poi di Lorenzo il Magnifico
che attu un'abilissima politica estera.
Lorenzo, fedele all'alleanza con Milano, si schier in seguito con
Venezia o con gli Aragonesi, sollecitato dalla situazione contingente.
Al tempo di papa Innocenzo ottavo (1484-1492) egli cre un buon
collegamento con la Chiesa, dando in moglie sua figlia Maddalena a
Franceschetto Cibo, figlio naturale di Innocenzo. Cos Firenze su-
per finalmente il difficile momento della guerra di Ferrara.
Insieme al fratello Giuliano, Lorenzo a partire dal 1469 cominci a
svuotare progressivamente i vecchi organismi comunali, sostenendo
il ruolo di magistrature preesistenti come il Consiglio degli otto di
guardia, divenuto una vera polizia politica contro gli oppositori.
Gi il padre di Lorenzo aveva dovuto fronteggiare nel 1466 una
congiura facente capo a Luca Pitti. Ma un nuovo e pi pericoloso
colpo di mano fu tentato contro Lorenzo e il fratello Giuliano, con il
concorso del pontefice Sisto quarto e di Gerolamo Riario dalla famiglia
dei Pazzi. La congiura ebbe luogo il 26 aprile 1478 quando arriv a
Firenze il cardinale Raffaele Riario Sansoni, nipote anch'egli di Si-
sto quarto. Durante la funzione in duomo taluni sicari si avventarono 
sui due fratelli: Giuliano fu ucciso, mentre Lorenzo, ferito, si rifugi 
in sacrestia le cui porte vennero serrate dal poeta e umanista Angelo
Poliziano. La crescente reazione popolare successiva provoc la
morte dei Pazzi e dell'arcivescovo Salviati, mentre il Sansoni, com-
plice, fu trattenuto in ostaggio.
La reazione del papa fu immediata. Egli scomunic Lorenzo e cer-
c di suscitargli contro una sorta di santa alleanza, ma il Magnifico
con lucida abilit capovolse la situazione, lasciando solo il papa Si-
sto quarto che nel 1480 stipul un accordo con Firenze alleata di Milano
e Napoli.
La diplomazia del Magnifico, sempre in piena attivit, blocc i
conflitti, aiutata in ci da Milano, e cerc sempre di avere la situa-
zione sotto controllo, mantenendo cos nella penisola un generale
equilibrio.
Lorenzo scomparve nel 1492. Nello stesso anno mor papa Inno-
cenzo ottavo e nel 1494 Ferrante d'Aragona e ancora in pari data, con
la discesa di Carlo ottavo, fu definitivamente turbato e compromesso 
il precedente equilibrio signorile.
Poteva cos considerarsi finita tutta un'epoca nata con i Comuni e
tramontata con le Signorie territoriali che furono apportatrici di
progresso economico e culturale nella penisola e si inaugur invece
un'eta di invasioni e di conflitti generati dal desiderio di predominio
di due fra le maggiori potenze europee: Francia e Spagna.

30) Il primato dei Medici, primato di Firenze
Con l'affermazione di Cosimo, la presa del potere della casata dei
Medici in Firenze pu considerarsi cosa compiuta e la partecipazio-
ne dei cittadini all'attivit politica e amministrativa comunale do-
vette considerarsi quasi una formalit. Enea Silvio Piccolomini -
Pio secondo- ebbe infatti a scrivere perspicuamente che Cosimo era 
l'arbitro della pace e della guerra nonch delle leggi. Infatti nella 
sua dimora avita si deliberava sugli affari della repubblica e sulla 
scelta dei magistrati, mentre della regalit non gli mancavano che il 
nome e la pompa.
Del pari l'ambasciatore Nicodemo diceva confidenzialmente al
duca Francesco Sforza, il 4 aprile 1458, quando volete pi una cosa
che un'altra, scrivete segretamente ad Cosimo el parer o desiderio
vostro, et luy ve lo adoprer sempre.
Cosimo tendeva a comportarsi come un qualsiasi cittadino e la sua
condotta appariva modesta, ma tale atteggiamento era freddamente 
voluto e perseguito per poter pi tranquillamente esercitare il suo
dominio. Difatti rilevava opportunamente Giovanni Cavalcanti che
fu durante gli anni della sua signoria che la famiglia si impadron
delle leve di potere cittadino e che ogni recesso di Firenze fu deco-
rato con le insegne dei Medici. La sua potenza nacque dal denaro
dalla capacit di investire e guadagnare e soprattutto di controllare
gli ingenti capitali delle altrui aziende bancarie: da quelle dei Sassi 
e dei Portinari a quelle dei Benci e dei Tornabuoni. Non esit a com-
perarsi il consenso, pagato con larghezza, dei suoi sostenitori e cos
non tentenn mai nell'imporre tasse e gabelle, inflitte soprattutto
agli oppositori: noto quanto verificatosi con Giannozzo Manetti, in
forza del suo ingegno e di una specchiata onest giunto a una cospi-
cua posizione, ma nemico della tirannide medicea e pertanto tassato 
con tale acrimonia ch'egli fu costretto a scegliersi l'esilio in Roma
ove fu protetto da Niccol quinto.
I partigiani del dittatore come Luca Pitti, invece, raggiunsero un
enorme potere economico oltrech politico. Ci tuttavia non deve far 
credere che la citt uscisse avvilita da una simile esperienza. La
politica interna di Cosimo fu accorta e abile e ancor pi lo fu quella
estera. Egli infatti riusc quasi miracolosamente a mantenere la
pace e cominci a conferire alla citt del fiore quel ruolo di media-
zione e di ago della bilancia della politica italiana poi rafforzatosi 
ulteriormente con Lorenzo il Magnifico.
Lorenzo riusc infatti ancor meglio a dominare la politica della
maggior parte degli Stati italiani avendo compreso prima e pi di al-
tri che la situazione interna di Firenze era legata a quella delle altre
citt e che il danno dello Stato si sarebbe prima o dopo riflettuto su
Firenze e sulla Toscana. L'accordo con Napoli, la politica d'amicizia
con il papa, l'atteggiamento conciliatorio assunto con Genova, l'accor-
to contatto con Venezia e con la temibile Milano, devono considerarsi,
in qualche modo, capolavori d'intelligenza politico-diplomatica.
Forse nessun altro giudizio pu illuminarci sulla grandezza di Lo-
renzo, sul suo primato e su quello dei Medici, quanto quello espres-
so da Francesco Guicciardini che nella sua Storia d'Italia evidenzia
le qualit di mediatore e di bilanciatore di Lorenzo, il quale con una
paziente azione fece in modo che le cose d'Italia non pendesse-
ro mai n dalla parte di Ferrante d'Aragona n da quella di Ludo-
vico il Moro. Ma Guicciardini nella sua disamina va oltre: l'equili-
brio mediceo, a suo avviso, non si ferma soltanto alla difesa della si-
tuazione esistente ma, in qualche modo, appare come prima, cauta
consapevolezza di una comunit nazionale che partecipa di un inte-
ro sistema in cui ognuno in grazia della situazione politica altrui si
salva o perisce.
Il primato dei Medici e di Lorenzo si traduce per in quello di Fi-
renze che, tra la fine del 1300 e la fine del 1400 attravers uno dei 
suoi pi gloriosi periodi.
Con l'avvento dei Medici infatti il movimento umanistico perse forse 
in parte il fervore civile che l'aveva contraddistinto in et re-
pubblicana e che s'era estrinsecato nell'estrema resistenza dei ceti
intellettuali all'ascesa di Cosimo prima e di Lorenzo poi. Tuttavia,
quel medesimo processo sub un'ulteriore, notevole diffusione al-
l'interno della citt, nella penisola italiana e nell'Occidente euro-
peo: Cosimo ebbe infatti il merito di promuovere la speculazione
dell'Accademia Platonica.
Con Piero dei Medici, Marsilio Ficino era gi al vertice della scuola
cui ader lo stesso Lorenzo il Magnifico, animando le riunioni di in-
tellettuali cui parteciparono, fra gli altri, Pico della Mirandola, Mar-
silio Ficino, Cristoforo Landino, Cristoforo Marsuppini, riunioni
che sembrarono rinnovare i fasti dei filosofi platonici e che fecero
denominare Firenze l'Atene d'Italia.
Lo stesso fervore che ravviv le scuole e la diffusione del pensiero
rifulse nella Firenze medicea, attraverso la ripresa e il potenziamen-
to della poesia e quello delle arti figurative nonch dell'edilizia reli-
giosa e civile. Le chiese di S. Maria del Fiore, di S. Croce, di S. Maria
Novella, il campanile di Giotto, la chiesa di Orsammichele la loggia
dei Lanzi, le opere pittoriche facenti capo alla corrente giottesca a
Taddeo e Agnolo Gaddi, a Lorenzo Monaco, le statue di Lorenzo Ghiberti; 
e ancora palazzo Medici, opera di Michelozzo Michelozzi, palazzo Strozzi 
di Benedetto da Caiano, palazzo Rucellai, eseguito da Bernardo Rossellino, 
danno la misura dell'alto valore artistico e culturale che confer in 
quel periodo a Firenze un primato conquistato e saldamente nell'avvenire 
mantenuto, che da Firenze fu trasferito in quasi ogni altra terra e 
citt della penisola: a Torino, a Milano, a Venezia, a Ferrara e a Rimini, 
a Mantova, a Perugia, a Siena, a Napoli e a Roma.

31) Milano viscontea e sforzesca
La prosperit milanese nell'et di mezzo si fond maggiormente
sul commercio che sull'industria. Tuttavia nel 1400, poi nel secolo
successivo, la produzione cittadina si avvalse di due nuove cospicue
risorse: il riso e la seta. La risicultura era per agli inizi e seppur 
promettente non costitu ancora un elemento distintivo nell'economia
lombarda. La seta invece fu una vera e propria industria da quando
i mercanti fiorentini chiamati da Filippo Maria Visconti nel 1442
non dettero uno sviluppo alla confezione e alla diffusione di quei
prodotto. Cos le seterie si affiancarono ai manufatti tessili per i
quali Milano era largamente nota.
I Visconti prima, gli Sforza poi, compresero l'importanza di assicu-
rare uno sviluppo economico alla loro citt, potenziarono le corpo-
razioni di arti e mestieri e promossero la riforma degli statuti, la 
cui autonomia fu spesso limitata secondo le tendenze oligarchiche del
governo.
L'industria dei velluti e del fustagno, del ricamo, degli arazzi, quel-
la del ferro battuto e dell'oreficeria non ebbero quasi rivali in Italia.
Milano si arricch allora di intellettuali, ospit dame eleganti e arti-
sti venuti da ogni parte della penisola. A rilevarlo, fra gli altri, fu
Bernardino Corio, storico dell'et di Ludovico il Moro, il quale sot-
toline l'apporto degli artisti venuti da fuori, sui quali si sollevaro-
no del capo e delle spalle sugli altri Bramante da Urbino e Leonardo
da Vinci
Colui che progett la famosa abside di Santa Maria delle Grazie
giunse a Milano verso il 1474, l'autore del pregevole Cenacolo inve-
ce vi arriv nel 1482, anno in cui invi una molto conosciuta lettera a
Ludovico il Moro al quale si present come architetto, idraulico, scul-
tore e pittore in tempo di pace, ingegnere militare in tempo di guerra.
Prima e dopo il rinnovamento introdottovi da Leonardo, Milano
ebbe buona tradizione in ambito pittorico: Giovannino de Grassi,
Michelino da Besozzo, Cristoforo Manetti, poi Vincenzo Foppa,
Bernardino Butinone, Bernardino Zenale, alcuni precedenti, altri
contemporanei di Leonardo, furono vigorosi seppur ancor rozzi pittori.
Attorno a Bramante e a Leonardo, convennero una schiera di uomini 
di cultura che introdussero progressi indubbi in non pochi ambiti 
del sapere: Luca Pacioli e Fazio Cardano, il padre di Gerolamo,
l'autore della Domificazione, il matematico Giovanni Marliani allo
stesso tempo, medico e astronomo fra i pi noti e celebrati del
15esimo secolo, insieme con i figli Girolomo e Pier Antonio, Piero Monti,
ingegnere militare, uomo dalla vita avventurosa al pari di un roman-
zo, approdato a un certo momento alla critica contro i riformati, e
ancora Giovanni Andrea da Ferrara, scienziato dedito a ogni genere 
di speculazione, innamorato della sua patria, antifrancese, e per-
ci decapitato e squartato dai Francesi nel castello Sforzesco nel
maggio del 1500, gli astronomi Piattino Piatti e Andrea da Imola, il
medico anatomico Marcantonio della Torre, sono tutti esponenti di
una sorta di scuola destinata a fare di Milano viscontea e sforzesca
una vera, moderna metropoli e un centro di cultura umanistica, meno
importante di Firenze, Roma e Napoli, ma certamente non spregevole.
Anche la cultura umanistica conobbe nella metropoli lombarda
impulso notevole da quando Francesco Petrarca fu ospite dei Vi-
sconti fra il 1353 e il 1361 e allorch poi Gian Galeazzo Visconti
ospit Coluccio Salutati e Pier Candido Decembrio fu accolto da Fi-
lippo Maria e dalla repubblica ambrosiana (dopo l'avvento dei
Francesi emigr in Roma alla corte papale).
Francesco Filelfo, autore della Sforziade, colto ed elegante sebbe-
ne poeta cortigiano, Panfilo Castaldi, Antonio Zaroto, Filippo Ca-
vagni da Lavagna, furono, ad esempio, tra i primi stampatori a livel-
lo della penisola.
Giorgio Merula, Gaspare Visconti, Ermolao Barbaro, Bernardino
Corio, Demetrio Calcondila e altri uomini di lettere e artisti, fecero
s che la corte di Ludovico il Moro e di Beatrice d'Este nel Castello
di Porta Giovia, divenuto gi con gli Sforza oltre che fortezza milita-
re, fastosa corte residenziale, si trasformasse in uno dei centri cultu-
rali pi rinomati d'Italia.
Fra quelle mura, nozze, nascite, feste di accoglienza e celebrazioni
di vittorie, divennero pertanto motivi d'incontro e di diffusione di
pensiero e di cultura, celebrata con un fasto originale e senza pari: 
si pensi che a organizzare feste, rimaste celebri per gli splendidi 
arredi, i balli, i costumi, talune vere e proprie costruzioni gastrono-
miche, capolavori di cesello e di bulino oltre che di culinaria, non di-
sdegn a volte di partecipare lo stesso Leonardo da Vinci che dedi-
c il suo multiforme ingegno a bizzarre costruzioni di trionfi e di
Chimere, considerate una gioia per gli occhi oltre che per la tavo-
la dei duchi e dei loro ospiti.
Le partite di caccia e i tornei furono anch'essi momenti distintivi e
irripetibili di una corte non seconda alle pi ricche e colte d'Europa
allietata da danze, concerti, manifestazioni teatrali cui parteciparo-
no attori rinomati e usi a calcare le scene dei teatri delle corti allora
pi in voga.
Tutto ci ingentil e dette talora un tocco di leggiadra levit a una
politica tutt'altro che filantropica e magnanima, ove odi, pugnali,
arrivismo, egoismo e crudelt furono all'ordine del giorno.
Ci non toglie che una citt e uno Stato volti a costituire per lungo
tempo una sorta di antemurale che salv la penisola dallo straniero
cadde senza scampo nelle mani dei Francesi. Niccol Machiavelli
ascrisse la responsabilit del grave accaduto alla politica personale
del Moro cagione della rovina d'Italia e perci da lui contrapposto 
ai Medici, dei quali fu pi accorto e consapevole nelle arti diplomatiche.
Machiavelli colse certo nel segno, anche se non tenne conto che la
morte sottrasse il Medici all'obbligo di prendere decisioni che anche
per lui sarebbero state di grandissima difficolt e quindi fu troppo
severo nel suo giudizio sul Moro, in quanto come alla maggior parte
degli storici che trattano di problemi a loro contemporanei, gli man-
carono l'opportuna profondit e il distacco necessari per comprendere 
appieno l'origine di eventi che  facile ascrivere a responsabilit 
di singoli individui, mentre risultano scaturiti da cagioni pi profon-
de spesso al di sopra della volont di determinati ed eccelsi uomini.
Comunque, a parte le negative conclusioni, la Milano dei Visconti
degli Sforza e del Moro, resta un punto di riferimento italiano e so-
prattutto europeo.

32) Umanesimo e Rinascimento
Prima di concludere  necessario sottolineare che il periodo dei
Comuni e delle Signorie, quello che anche noi abbiamo fatto comin-
ciare nel 1250 per concluderlo con il 1294, comprende al suo interno
l'Umanesimo e il Rinascimento.
Con la denominazione di Umanesimo si indic pertanto quell'indi-
rizzo culturale, approfondito e perseguito per tutto il 1400, nato dal
culto delle humanae litterae che vide nell'humanitas e negli studia
humanitatis un mezzo di perfezionamento spirituale della natura umana.
Questo ideale ritorno alla cultura latina e alla greca inizi gi alla
fine del 1300 con Coluccio Salutati (1331-1406), Leonardo Bruni
(1370-1444), Poggio Bracciolini (1380-1459) che, seguendo il cam-
mino tracciato dal Petrarca (1304-1374), individuarono e recuperarono 
testi di autori classici, ormai considerati dispersi, e intesero con
sensibilit rinnovata opere pur note ma che, nella saldatura tra virt
e sapere, formarono le peculiari caratteristiche del movimento
umanistico.
Quintiliano e Stazio, Silio Italico e Columella, Valerio Flacco e
Manilio, con Cicerone e Lucrezio, Virgilio, Orazio, Ovidio, Lucano
e Livio in testa, consentirono di approfondire un colloquio mai in-
terrotto con i sapienti antichi, divenuti nuovamente punto di riferi-
mento e modello di vita.
La conoscenza del greco, dei suoi filosofi, dei poeti e dei letterati, 
il ritorno alla filosofia greca e a Platone - impostosi a met del 1400 
- segnarono, dopo una secolare supremazia aristotelica, un nuovo
proficuo impulso per la cultura e la conquista del sapere.
Allo stesso tempo pittori, scultori, architetti cominciarono a re-
spingere i dettami dell'arte medievale per tornare alle proporzioni
di quella classica.
Giorgio Vasari e Leon Battista Alberti teorizzarono il distacco
dall'arte definita gotica e il ritorno alle pi raffinate forme di
quella greco-romana.
Gli umanisti si consacrarono cos al reperimento dei codici di auto-
ri antichi, quasi con la venerazione con cui potevano rinvenirsi le
memorie degli avi.
Importante in questo senso fu la fondazione dell'Accademia plato-
nica, aperta a Firenze da Cosimo il Vecchio nel 1462, fra i cui espo-
nenti di spicco si contarono Marsilio Ficino e Pico della Mirandola,
Giannozzo Manetti, Giovanni Bessarione, Giorgio Gemisto Ple-
tone, Manuele Crisolora, Giorgio Trapezunzio, Giovanni Argiropulo.
Connessa con l'Umanesimo fu poi l'invenzione della stampa a ca-
ratteri mobili, attribuita al tedesco di Magonza Giovanni Gutem-
berg (1400-1468), il quale, verso la met del 1400 stamp per la pri-
ma volta la Bibbia, mostrando la sua grande passione per il libro,
nuovo vigoroso mezzo di trasmissione della cultura e dei suoi valori.
Con l'invenzione della stampa diminu il costo dei libri, fin dalla
comparsa dei primi preziosi incunaboli.
L'officina che stamp il maggior numero di opere fu quella vene-
ziana del tipografo Aldo Manuzio, nativo di Bassiano (1449-1515),
che alla sua produzione artigiana affianc in Venezia un cenacolo di
cultura frequentato da esponenti qualificati italiani ed europei.
Del pari, con il movimento umanistico, tra la fine del 1400 e la pri-
ma met del 1500, si afferm la civilt del Rinascimento che consegu 
in Occidente e soprattutto in Italia le affermazioni pi compiute
e originali.
Motivo peculiare di tale indirizzo fu una sorta di religione per le
letterature e le civilt antiche da cui scatur la tendenza di far rima-
nere, mediante l'imitazione, forme ed espressioni dell'antica civilt,
intesa come un modello insuperato e insuperabile.
Scultori, pittori e architetti come Nicola e Giovanni Pisano, Filip-
po Brunelleschi, Michelozzo Michelozzi, Giuliano da Sangallo,
Donatello, Masaccio, Botticelli, il Ghirlandaio, i Della Robbia, Lo-
renzo Ghiberti, Piero della Francesca, Iacopo della Quercia, Leo-
nardo da Vinci e Raffaello, Bramante, Michelangelo, Mantegna,
Giorgione, Tiziano, Correggio, il Veronese, il Tintoretto dettero
vita a capolavori tramandati come patrimonio prezioso per l'umaninit.
Al ravvivarsi dell'arte, fece altres riscontro quello della scienza e
Leonardo da Vinci (1452-1519), segn il percorso della ricerca nuova 
sulla quale poco dopo si posero Niccol Copernico e il grande Galilei.
Originale indagatore di testi antichi, matematico e filosofo, fu poi
il tedesco Nicol da Cusa (1401-1464) che inaugur gli studi della
moderna astronomia grazie alla sua intuizione del cosmo considerato 
spazio infinito, non conchiuso in successive sfere concentriche in-
torno alla terra, come si era sino a quel tempo ritenuto.
Culla dell'Umanesimo in Italia fu Firenze, ove quel movimento
comp tutta la sua parabola attorno al Salutati, al Bruni, a Poggio
Bracciolini che esaltarono la citt del fiore, la sua fede nelle 
istituzioni repubblicane e nell'ingegno civile degli uomini colti.
Alla prima fase repubblicaneggiante segu la seconda che contem-
pl un'adesione convinta al governo e agli ideali di Lorenzo dei Me-
dici. Si inaugur allora il cosiddetto Mecenatismo con cui il Magnifi-
co gratific poeti, filosofi e artisti, incarnando l'esempio emblemati-
co del Principe-filosofo.
Cos in Firenze e nella Toscana si ebbe una favolosa concentrazione 
di ingegni legati a pressoch ogni branca del sapere.
Ma i centri di cultura e di arte nell'Italia umanistica e rinascimen-
tale si moltiplicarono. Roma si emp di magnifiche opere d'arte con
Raffaello e Michelangelo, Leon Battista Alberti, il Rossellino, Bra-
mante, mentre l'Accademia animata da Pomponio Leto e la nuova
Biblioteca Vaticana divennero veicoli prodigiosi di cultura e di 
conoscenza.
A Napoli furono ospitati il Valla e il Manetti, Giovanni Pontano,
Antonio Beccadelli, detto il Panormita, Michele Marullo Tarcanio-
ta, Iacopo Sannazzaro e Francesco Laurana.
A Milano, il mecenatismo brill presso la corte di Ludovico il
Moro, come abbiamo gi detto, divenuta molto pi che al tempo dei
Visconti un vero punto di riferimento di cultura europea.
Splendide furono poi le corti di Urbino, Mantova, Ferrara, mentre
Venezia conobbe una stagione di intensa attivit urbanistica, archi-
tettonica ed ebbe la presenza di grandi pittori, orafi, incisori.
Vicenza  legata all'attivit di Andrea Palladio, Tiziano Vecellio e
Iacopo Tatti, detto il Sansovino.
Vivace centro universitario fu Padova ove si trovarono personaggi
fra i quali ricordiamo Albertino Mussato, Ferreto de' Ferreti e Lo-
vato de' Lovati.
Fra le arti primeggi nelle corti e nella Chiesa la musica, mentre i
pi famosi esecutori e cantanti italiani erano richiesti e contesi 
dalle principali corti d'Europa.
Per la musica sacra italiana poi, il secolo maggiormente significati-
vo fu il 1500 con Pier Luigi da Palestrina, autore di innumerevoli
Messe, mottetti, canti. Anche la musica profana con i canti carna-
scialeschi, i madrigali, le frottole, eseguite a una o pi voci, di-
vennero veicolo di cultura e di elevazione spirituale oltre che di 
divertimento.
Anche la creazione dello Stato fu considerata nel Rinascimento
un'opera d'arte fondata sull'iniziativa di un uomo eccezionale, il
principe dotato di virt e fortuna il quale al di sopra di s 
non riconobbe alcun ente superiore.
La teorica legata all'acquisto e al mantenimento del potere fu luci-
damente enunciata da Niccol Machiavelli nel suo trattato Il Princi-
pe, in cui si afferm l'indipendenza della politica dai presupposti di
carattere morale. Si inaugur cos il mondo moderno, fondato su
un'articolazione nuova di problemi e di motivi sui quali dominarono
l'uomo, la societ laica, lo Stato.
Nel campo religioso infine, la riforma protestante di Martin Lute-
ro infranse l'unit della fede medievale, in nome di ideali di rigene-
razione della Chiesa e del papato.
Il generale sviluppo della civilt rinascimentale, lo spirito di 
ricerca, l'intendimento di affermare la potenza umana nella natura,
nell'arte, nel sapere, originarono un'intensa attivit di viaggi e 
scoperte volti a generare un enorme allargamento dei confini del mon-
do conosciuto, le cui conseguenze sugli orientamenti della pi mo-
derna civilt furono di incalcolabile momento.
La bussola favor allora la navigazione in mare aperto e negli ocea-
ni. L'ardore della ricerca e la gioia della scoperta dettero ai na-
viganti il coraggio di oltrepassare le colonne d'Ercole, considerate 
nel Medioevo, anche da Dante Alighieri, l'estremo, invalicabile limite
verso l'ignoto, popolato di mostri e ritenuto sede di spaventosi feno-
meni che non consentivano ritorno.
Alle prime scoperte destinate a completare la conoscenza dell'Africa 
e dell'Asia segu quella pi importante dovuta a Cristoforo Colombo 
che il 12 ottobre 1492, tocc terra nel luogo da lui definito Indie 
Occidentali - l'isola di San Salvador - cui seguirono altri viaggi di 
Amerigo Vespucci fra il 1499 e il 1501, effettuati lungo le coste
meridionali del nuovo continente. Si comprese subito infatti che
Colombo non aveva raggiunto le Indie buscando l'Oriente
dall'Occidente, ma si era giunti in un nuovo mondo in onore del se-
condo scopritore denominato America.
Le conseguenze di tali eventi furono di grande portata per la storia
italiana e per quella del continente che, dal 1400 in poi, torn a chia-
marsi a tutti gli effetti Europa, dopo essere stato definito per secoli
Cristianit occidentale o Occidente cristiano.
Tutto ci dunque serve per contrassegnare secondo caratteri pi
certi e delimitati una stagione irripetibile; quella dei Comuni e delle
Signorie, dei Principati e degli Stati regionali, protrattasi per oltre
due secoli e mezzo, al cui termine pot considerarsi in buona sostanza 
concluso l'Autunno del Medioevo, mentre l'et moderna cominciava 
a stagliarsi nei suoi lineamenti e nei suoi assetti di cui ancora oggi 
possiamo considerarci figli.


Cronologia
1020-1040. Insurrezioni a Milano, Pavia e Cremona.
1037. Constitutio de feudis.
1037-1038. Rivolta dei valvassori contro il vescovo milanese e i Capitanei.
1042-1044. Rivolta dei cives a Milano.
1045. Giuramento del patto di concordia fra il vescovo milanese e i cives.
1081. Atto di nascita del Comune di Pisa
1095. Atto di nascita del Comune di Asti.
1097. Atto di nascita del Comune di Milano.
1098. Atto di nascita del Comune di Arezzo.
1099. Atto di nascita del Comune di Genova.
1099. Atto di nascita del Comune di Pistoia
1105. Atto di nascita del Comune di Ferrara.
1106-1125. Enrico quinto imperatore.
1112. Atto di nascita del Comune di Cremona.
1115. Atto di nascita del Comune di Lucca. Morte di Matilde di Canossa.
ll17. Atto di nascita del Comune di Bergamo.
1122. Concordato di Worms.
1123. Atto di nascita del Comune di Bologna.
1125-1137. Lotario secondo imperatore.
1126. Atto di nascita del Comune di Mantova.
Atto di nascita del Comune di Piacenza.
1127. Le citt fiamminghe conseguono franchigia e libertates.
1135. Atto di nascita del Comune di Modena.
1136. Atto di nascita del Comune di Verona.
1137-1152. Corrado terzo imperatore.
1152. Federico primo succede in Germania a Corrado terzo.
1153-1154. Anastasio quarto papa.
1154. Prima Dieta di Roncaglia.
1155. Federico Barbarossa imperatore.
1158. Seconda Dieta di Roncaglia.
1159-1181. Alessandro terzo  eletto papa.
1159-1164. Vittore quarto antipapa.
1162. Federico Barbarossa distrugge Milano.
1167. Prima Lega Lombarda.
1176. Battaglia di Legnano.
1176. Firenze completa la prima cerchia di mura.
1177. Tregua di Venezia.
1183. Pace di Costanza.
1185. Villafranca ottiene le autonomie da Verona.
1190. I Torelli e gli Adelardi si insediano in Ferrara.
Morte di Federico Barbarossa.
1190-1197. Enrico sesto imperatore.
1197. Villanova ottiene le autonomie da Vercelli.
1198. Asti fonda la citt di Cuneo.
1220. Federico secondo imperatore a Roma.
1226. Seconda Lega Lombarda.
1230. Ezzelino terzo da Romano si impone a Verona.
1236. Padova subordina la sua economia a Vicenza.
1237. Federico secondo vince a Cortenuova.
1239-1259. Ezzelino terzo domina Padova, Piacenza e Verona.
1240. Gli Estensi si insediano a Ferrara.
1248. Federico secondo  sconfitto a Parma.
1249. I Bolognesi vincono gli imperiali a Fossalta.
 imprigionato re Enzio.
1250. Morte di Federico secondo.
1259. Insediamento di Mastino della Scala a Verona.
Martino della Torre, anziano perpetuo del popolo a Milano.
1262. Fondazione dello studio universitario di Padova.
Mastino della Scala podest veronese.
1264. Azzo settimo d'Este prende il potere a Ferrara.
1265. Carlo primo d'Angi scende in Italia.
1273. Gregorio decimo tenta un accordo fra guelfi e ghibellini in Firenze.
1276. Gregorio decimo lancia l'interdetto su Firenze.
1277. Battaglia di Desio. I Visconti signori di Milano.
Il maggior Consiglio padovano raggiunge i mille membri.
1280-1306. Espulsione dei Principi da Bologna.
1282. Pace del cardinal Latino Malabranca Orsini a Firenze.
1284. Battaglia navale della Meloria.
1285-1323. Amedeo quinto di Savoia in Piemonte.
1291-1329. Cangrande primo della Scala.
1292. Morte di Guglielmo settimo di Monferrato.
1293. Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella.
1294. Matteo Visconti, vicario imperiale.
1297. Serrata del Maggior Consiglio a Venezia.
1298. Sconfitta di Venezia alle isole Curzolari: battaglia di Chioggia.
1315. Uguccione della Faggiuola sconfigge i Fiorentini a Montecatini.
1325. Castruccio Castracani degli Antelminelli sconfigge Firenze ad 
Altopascio
1329-1351. Mastino secondo della Scala a Verona.
1339-1349. Luchino Visconti signore di Milano.
1342-1343. Gualtieri di Brienne, duca di Atene, signore di Firenze
1345. Rivolta e condanna di Ciuto Brandini a Firenze.
1347. Accordo fra il Comune fiorentino e i tintori.
1349-1354. Giovanni Visconti signore di Milano.
1343-1383. Amedeo sesto di Savoia.
1348. Epidemia di peste in Firenze.
1350. Giovanni Visconti acquista Bologna dai Pepoli.
1351. Giovanni Visconti acquista Pistoia.
Rivolta dei lavoratori inglesi: concessione del primo Statuto 
dei lavoratori.
1357. Le Costituzioni di Egidio Albornoz.
1358. Rivolta in Francia: la Jacquerie.
1360-1429. Giovanni primo dei Medici.
1371. Rivolta operaia a Perugia.
Rivolta operaia a Siena.
1375-1378. Guerra degli Otto Santi.
1378. Giangaleazzo Visconti signore di Milano.
Tumulto dei Ciompi a Firenze.
1381. Vettor Pisani riconquista Chioggia.
Amedeo sesto di Savoia stipula a Torino la pace tra Venezia e Genova.
Rivolte sociali in Inghilterra.
1382-1396. Oligarchia degli Albizzi a Firenze.
1383-1391. Amedeo settimo di Savoia.
1384. Firenze acquista Arezzo.
1385. Giangaleazzo Visconti signore di Milano.
1387. Verona passa ai Visconti.
1391-1434. Amedeo ottavo diventa duca di Savoia.
1395. Giangaleazzo Visconti diventa duca di Milano.
1402.  Morte di Bernab Visconti.
1404 1405. Verona conquista Treviso, Vicenza, Padova, Belluno, Feltre 
e Bassano.
1406.  Firenze acquista Pisa.
1407-1444. Gianfrancesco primo Gonzaga signore di Mantova.
1411. Firenze acquista Cortona.
1412-1447. Filippo Maria Visconti, duca di Milano.
1416. Amedeo ottavo, duca di Savoia.
1417. Morte di Maso Albizzi, prende il potere il figlio Rinaldo.
1420. Venezia acquista Aquileia, Istria e Friuli.
1421-1422. Firenze acquista Livorno.
1423-1447. Filippo Maria Visconti in guerra: prima Lega antiviscontea.
1423-1457. Francesco Foscari, doge di Venezia.
1425. Il conte di Carmagnola passa al servizio di Venezia.
1427. Battaglia di Maclodio. Conquista veneziana di Bergamo.
1433. Rinaldo degli Albizzi cattura Cosimo dei Medici.
Pace di Ferrara.
1434-1464. Cosimo dei Medici al potere.
1434. Filippo Maria Visconti e Francesco Sforza acquistano Umbria e Marche.
1437. Gianfrancesco primo Gonzaga, marchese di Mantova.
1441. Pace di Cremona.
1446-1462. Sante Bentivoglio, signore di Bologna.
1447. Morte di Filippo Maria Visconti.
Repubblica ambrosiana.
1450. Francesco Sforza, signore di Milano. Firenze controlla la Toscana.
1452. Lega Italica.
1453. Costantinopoli conquistata dai Turchi.
1454. Pace di Lodi
1455. Gutemberg stampa la Bibbia.
1460-1471. Borso d'Este, signore di Ferrara.
1462. Giovanni secondo Bentivoglio, signore di Bologna.
1464-1469. Piero dei Medici il Gottoso governa Firenze.
1465-1472. Amedeo nono, duca di Savoia.
1466. La congiura di Luca Pitti a Firenze.
1466-1476. Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano.
1469-1492. Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze.
1470. I Veneziani perdono Negroponte. Caterina Cornaro cede Cipro a Venezia.
1471. Ercole d'Este, signore di Ferrara.
1476. Uccisione di Galeazzo Maria Sforza.
1478. Congiura dei Pazzi a Firenze,
1480. Sisto quarto si accorda con Lorenzo il Magnifico.
Ludovico il Moro duca di Milano. I Turchi conquistano Otranto.
1482-1484. Guerra di Ferrara.
FINE

