LE CROCIATE
di LUDOVICO GATTO
Enciclopedia Tascabile "Il Sapere" edito dalla Newton Compton
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
1. I crociati santi o ipocriti?
Molti sono convinti di vivere in tutta tranquillit senza ombra di
cose spiacevoli, ma si illudono e sono posseduti dal diavolo e dal
peccato! Non hanno buoni sentimenti, mancano di ardimento e di volont.
Buon Dio, Signore, liberateli da quei pensieri e guidateci nella
vostra Terra cos santamente da renderci degni di vedervi. Dolce
Signora, Regina incoronata, Beata Vergine, pregate per noi, affinch
nulla possa mai accaderci di male.
Ecco talune espressioni eleganti e spiritualmente raffinate, scritte
da Tebaldo di Champagne intorno al 1234 ispirandosi alla crociata e
distintesi tra le altre per la loro natura elevata tanto da esser rimaste
note sino ad oggi anche fuori delle accademie e delle universit, quale 
esempio dei nobili intendimenti dei crociati, capaci di scaldare i 
nostri cuori e di commuoverci.
Ora che ci siamo riscaldati alla fiamma dei sentimenti suggestivi
e puri dei milites Christi in partenza, secondo il componimento
dianzi ricordato, per compiere le loro sante gesta in transmarinis
partibus, leggiamo nella Historia de Hierosolymitano Itinere, dovuta
al cronista delle Chansons des Gestes, Tudebode, cosa in altra sede si
tramanda di questi stessi combattenti della guerra santa animati,
come pare da meno generosi sentimenti.
I nostri crociati - vi si riferisce - saputo che i caduti turchi erano
stati sepolti presso la moschea, si precipitarono verso quel diabolico
sito, spezzarono e divelsero le tombe e trassero fuori i morti dalle 
sepolture. Quindi gettarono i cadaveri in una fossa comune non prima
di aver staccato le loro teste per riportarle tagliate a mo' di trofeo 
all'accampamento cristiano. E ci affinch si conoscesse con certezza
il numero dei nemici uccisi. Le stesse teste vennero poi caricate su
quattro cavalli, inviati sulla riva del mare presso l'emiro fatimida del
Cairo. Visto ci, i Turchi rimasero sconvolti e addolorati da morire e
piansero a dirotto. Ma che altro avrebbero potuto fare se non piangere 
e urlare? Da parte nostra, invece, i crociati, felici e baldi per la 
vittoria, tre giorni dopo l'eccidio, cominciarono a costruire le 
fortificazioni con le pietre tombali sottratte agli infedeli!
Certo, gli efferati tagliatori di teste degli islamiti, i profanatori 
delle tombe turche non sembrano gli stessi crucesignati pronti a dar la
vita, in un sublime slancio di fede, per la liberazione di Gerusalemme.
Quando ci si imbatte in testimonianze fra loro cos difformi e antitetiche,
si suole ricordare che la storia  capricciosa e contraddittoria
e che mal si piega alla volont degli uomini, segnatamente a quella,
troppo pretenziosa, forse, degli studiosi. In ci v' del vero e tuttavia
sembra pi corretto aggiungere che le vicende del passato sono sovente
complicate e irripetibili e, quindi, si prestano a conclusioni non
in tutto corrispondenti alla logica.
Le stesse vicende, insomma, viste da un cronista e poi da un altro
e collocate in un diverso contesto, appaiono come lo spiritus che, ubi
vult spirat, in quanto non va nella direzione che vorremmo assegnargli 
e non raggiunge quasi mai gli esiti che ci prefiggiamo.
Torniamo, allora, ai crociati e alle loro azioni di cui furono riempite
le cronache orientali e occidentali per almeno tre secoli, alle 
testimonianze dense di pagine dedicate alle loro gesta magnanime ed 
eroiche ed allo stesso tempo violente ed ardimentose. Leggendo queste
fonti constateremo cos che, taluni studiosi hanno voluto rappresentare
i peregrini come santi dediti alla riconquista dei luoghi nei
quali si consum la vicenda legata alle origini del cristianesimo, alla
liberazione dai Saraceni infedeli, in altri termini alla valorizzazione e
allo sviluppo della parola del Cristo e delle testimonianze evangeliche
che ne tramandarono l'esempio. Altri, invece, amarono descriverli
come uomini furbi, ipocriti, crudeli e cinici affaristi, dediti alla
conquista della Palestina e di Gerusalemme, occupate per impiantarvi
lucrosi affari in altrettante citt-mercato, come opportunisti che, sotto
l'usbergo della difesa della fede, dettero vita ad una delle pi 
spregiudicate operazioni economiche della storia del Medioevo e di tutti
i tempi.
A guardar pi a fondo, per, nessuna delle due immagini risulta
vera e verificabile al cento per cento, n interamente convincente. I
crociati furono intrisi di profonda fede nel cristianesimo e nei suoi
dettami, ma ci non signific che in terra santa e nelle altre zone ove
i soldati di Cristo si trovarono a operare, non si compissero azioni 
violente e crudeli e che non si effettuassero attivit remunerative e 
disinvolte e che non si mettessero in atto piani di conquista destinati
ad aver scarsa attinenza con la liberazione dei luoghi della nascita e
della morte del Redentore.
2. Dalla fuga dal mondo alla conquista cristiana del mondo
E allora, invece di continuare a procedere per definizioni apodittiche
e perentorie e per non limitarci a dare sui crociati santi o reprobi
giudizi ultimativi e di conseguenza scarsamente storici,  preferibile
e pi utile cercar di comprendere come si sia originata la crociata,
quali conclusioni provoc e quando cominci a nascere e ad irrobustirsi
il desiderio di conquista cristiana attuata con le armi.
Anzitutto va in proposito ricordato che l'azione svolta da Gregorio
settimo (1073-1085), sebbene in apparenza conclusasi con la sconfitta del
pontefice, nel corso degli anni richiam la Chiesa e la cristianit al
senso dei suoi pi puri ideali e alla consapevolezza del suo programma 
missionario. Il papato consegu, pertanto, nuova forza ed autorovolezza
che, verso la fine dell'11esimo secolo, lo collocarono alla testa della 
societ occidentale allora in piena espansione insieme con la dilatazione
della riforma gregoriana e dei suoi presupposti.
Il primo poderoso progetto promosso dai pontefici in cui si riflessero 
lo spirito e il vigore della cristianit occidentale, rinnovata e 
purificata, fu la crociata, ossia la guerra dei popoli cristiani 
d'Occidente contro gli infedeli ingiustamente trovatisi a detenere i 
luoghi santi, il cui possesso, invece, sarebbe spettato ai fedeli eredi 
di Cristo. All'inizio - vi facevamo ora cenno - Gregorio settimo 
nel 1073 subito dopo l'elezione, si fece promotore di una spedizione 
contro i Turchi, ma la lotta per le investiture e lo scontro frontale 
della Chiesa con l'Impero di Enrico quarto (1056-1106) ne vanificarono
l'attuazione. A riprendere quel progetto, alla fine del secolo, in un 
momento in cui il conflitto fra Regnum e Sacerdotium sembrava sopito, 
fu Urbno secondo (1088-1089) il quale dette corpo alla brama di rivincita
delle popolazioni, brama che, in luogo dell'ideale denominato di fuga 
dal mondo dominatore dei secoli altomedievali, afferm con solennit
il principio della conquista cristiana del mondo, figlia di una rinnovata
concezione del cristianesimo militante, non unicamente sostanziato di
mortificazione, ma di uno slancio attivo, foriero di nuove
energie e di nuovi trionfi. Tali intendimenti si innestarono nella 
radicata abitudine dei fedeli di effettuare visite devozionali a 
Gerusalemme e presso le sante localit della Palestina.
Per ricordarne una delle pi famose, citeremo quella affollatissima
e riuscita, svoltasi nel 1033 in concomitanza con il millesimo anno
della morte del Cristo, ricorrenza in cui vere e proprie folle di fedeli
si recarono a Gerusalemme, a Betlemme, a Nazareth, sul sacro monte 
degli Ulivi e a Tiberiade; e ci sta a dimostrare come sin dall'antichit 
l'abitudine al pellegrinaggio fosse ben consolidata.
3. I pellegrinaggi in Oriente e a Roma
I primi tre secoli della storia ecclesiastica non ci hanno trasmesso
tracce di itinera e passagia - cos venivano chiamati -, eppure dobbiamo
credere che se ne facessero, vista la disinvoltura con cui i fedeli 
intrapresero lunghi viaggi passando da una comunit all'altra,
per rendersi conto del saldo mantenimento della tradizione apostolica 
e pi tardi per venerare i cimeli e le reliquie dei martiri. Si rammenti,
in proposito, l'Egesippo, autore dei Commentari, scrittore 
giudeo-palestinese convertito al cristianesimo in seguito ad un lungo
viaggio compiuto a Corinto e a Roma, dove giunse al tempo di papa
Aniceto (156-166), di cui venne tramandato l'esempio nella Storia 
Ecclesiastlca di Eusebio di Cesarea. Rammentiamo, poi, Abercio, vescovo
del secondo secolo, che narr i suoi viaggi nei luoghi del cristianesimo 
in una epigrafe ancora oggi visibile presso il Museo Lateranense di Roma.
Sorprende, pertanto, che non sia rimasta traccia degli itineraria
nei sacri siti di Palestina, dal momento che sappiamo che ivi effettuarono
delle peregrinazioni San Giustino e Melitone di Sardi nel secondo secolo,
mentre nel terzo vi si recarono Clemente d'Alessandria, Giulio Africano 
e altri. Tra gli elementi smarriti vanno annoverate le guide usate
dai pellegrini di quel tempo, a meno che non si voglia ammettere che
ne serbassero immagine l'Itinerarium Antonini e l'Itinerarium Burdigalense
o Hierosolymitanum, i quali raccontarono un passagium da Milano o da 
Bordeaux fino a Gerusalemme, effettuato percorrendo una
stessa strada con le medesime tappe finalizzate alla visita di chiese,
cemeteria, basiliche. L'itinerario gerosolimitano, opera di un pellegrino
aquitanico del 333, d addirittura l'impressione di un giornale
di bordo sistemato nella scansione topografica e prosopografica di
un ben definito percorso. Notazioni schematiche si succedono a secche
illustrazioni dei luoghi santi, volte a consegnarci un esemplare di
viaggio cristiano.
Sul finire del quarto secolo una pellegrina occidentale, ricca e nobile e
forse incaricata di compiere una missione religiosa e diplomatica
nello stesso tempo, si rec dalla penisola arabica fino al Monte Sinai,
nella terra di Ghessen, sul Monte Nebo e, poi, oltre il fiume Giordano,
in Gerusalemme e nella Samaria, nuovamente sul Giordano per solennizzare 
la pazienza di Giobbe, e di l ad Antiochia ed Edessa, ove visit
i monumenti funerari di S.Tommaso Apostolo e del re Abgano, inoltre
ad Arrn per rinvenirvi le tracce del patriarca Abramo. Infine
torn a Costantinopoli, per dettare, in un latino intriso di stilemi 
volgari, il particolareggiato racconto del suo viaggio cui aggiunse
interessanti e curiose indicazioni relative alla liturgia gerosolimitana.
Dapprincipio si credette che la peregrina fosse la sorella di Rufino
d'Aquitania, venerata con il nome di S. Silvia; il testo che la riguarda
fu quindi denominato Peregrinatio Silviae. In seguito, per, la scoperta 
di altri documenti del settimo secolo, relativi all'esaltazione della 
Beatissima sanctimonialis Egeria, che aveva lasciato una suggestiva 
descrizione della Palestina, fece pensare che a lei si attribuisse il 
suddetto itinerario intitolatosi, quindi, da Egeria, Eteria o 
forse Eucheria.
Nel secolo quinto continuano le notizie dei transita in Palestina. Ad
esempio abbiamo il De situ Hierosolymitanae urbis vel ipsius Judeae,
inviato da Eucherio, vescovo di Lione, al prete Fausto. Intorno al 580
fu inoltre scritto l'itinerario falsamente ricordato sotto il nome di 
Antonino Martire, redatto da un anonimo, partito da Piacenza, dopo
aver assunto a suo protettore il patrono della citt. Agli inizi del 
secolo ottavo il venerabile Beda, uomo di enorme dottrina, autore di 
numerose importanti opere, compose un trattatello, De locis sanctis, in cui
abbond in illustrazioni di luoghi e monumenti non proposti per
sotto forma di itinerario. Dopo il Mille un viaggio a Gerusalemme fu
narrato dall'ebreo Beniamino da Tudela che, partito dalla Navarra,
sua terra d'origine, travers la Francia, l'Italia, la Grecia, 
Costantinopoli, la Siria, sost a Gerusalemme e quindi si trasfer a
Damasco e in Mesopotamia. Con l'11esimo secolo cominciarono poi le 
relazioni di viaggio di Italiani, Francesi, Tedeschi.
Come si vede, dunque, l'abitudine di effettuare il passagium 
dall'Occidente alla Palestina fu inveterata e insopprimibile. Accanto 
a quello presso i luoghi santi, per, i cristiani predilessero il 
pellegrinaggio a Roma, ad limina apostolorum, per venerare le spoglie 
dei martiri, per visitare le catacombe, i cemeteria paleocristiani e le
antiche basiliche. Testimonianza di un viaggio a Roma ai tempi di Gregorio
Magno (590-604)  la Notula de olea sanctorum qui Romae in corpore
requiescunt, scritta per incarico della regina longobarda Teodolinda.
Il prete Giovanni, che condusse a Roma gruppi di pellegrini, riport
alla sovrana l'olio delle lampade votive poste sugli altari dei martiri,
racchiuso in ampolle dotate di cartellini - pittacia - legati al collo
delle ampolle stesse, ancora oggi depositate presso il tesoro della
cattedrale di Monza. Un iter, forse della seconda met del secolo ottavo,
 contenuto altres in un codice di Einsiedeln, importante per accertare
la topografia della Roma classica e cristiana, la cui lettura conferma
l'abitudine dei cristiani dei primi secoli di spostarsi anche in numero
considerevole per attestare la saldezza della loro fede.
Una sosta presso gli spazi liturgici dell'Urbe fu, altres, prevista
negli Itineraria che dalle localit pi lontane della Francia e 
dell'Inghilterra condussero i pi devoti fino a Gerusalemme. Si pu dire
dunque, che quasi con una stessa intensit, nel corso del primo millennio,
Roma e Gerusalemme furono avvinte in una comune consuetudine di 
peregrinationes sacrae.
4. I viaggi in Occidente
Se gli itinerari verso Oriente ci illuminano sulla consuetudine 
veterocristiana di recarsi in viaggio devozionale in Palestina e nei
luoghi della vita di Cristo, altre notizie abbiamo che ci rendono noti
gli itineraria dei laici in Occidente, non volti soltanto alla visita di
Roma, ma anche a quella di celebri abbazie e santuari: si pensi per
esempio a quanti si recarono a Santiago de Compostela fin da tempi
molto antichi o a Mont Saint Michel in Normandia, a San Martino di
Tours, apostolo delle Gallie, ove si ferm fra tanti visitatori 
Urbano secondo per propiziarsi la buona riuscita della prima crociata. 
Tuttavia, a differenza di quanto verificatosi in Oriente, nel nostro
continente i laici si mossero in prevalenza per portare le armi in 
difesa della fede e per convertire al cristianesimo nuove genti e 
popoli ancora pagani.
In particolare, dalla met dell'11esimo secolo, nell'ambito della generale
rinascita dianzi ricordata, numerosi cavalieri franchi in cerca di 
avventure e di fortuna, ma anche animati da uno spirito di pur rozza
fede, si recarono in terra di Spagna per aiutare i locali principi 
cristiani a contrastare l'assalto dei musulmani e a respingerli verso 
il mare e l'Africa. Cos, a partire dalla fine del secolo decimo, i 
soldati del califfato di Cordova occuparono Barcellona e il gi ricordato
santuario di Santiago de Compostela, ma un secolo dopo, i conti di 
Barcellona estesero le loro conquiste sino alle bocche dell'Ebro, e 
Sancho, il Grande di Navarra (1000-1035) allarg il suo protettorato 
fino al Leon, alla Castiglia e all'Aragona, sostenuto dalla presenza di
cavalieri originari dei pi disparati luoghi.
I partecipanti a tali imprese si giovarono di varie indulgenze e di
beneficia tanto spirituali che materiali. Il maggior fautore della 
reconquista, colui che impegn in misura pi ampia forze fresche e
spesso fanatizzate, venute da ogni parte a sostegno dei cristiani 
spagnoli, fu Ferdinando di Castiglia il Grande (1035-1065).
La guerra santa contro l'Islam e i Mori - cos furono denominati i
musulmani - non fu paragonabile alle crociate e, tuttavia, s'inser
nella medesima temperie in cui fu giudicato possibile e giusto prendere 
le armi, combattere e uccidere per la difesa di valori religiosi. A
questo si aggiunga che proprio con l'11esimo secolo furono chiusi ai laici
significativi e non angusti ambiti della vita e della carriera 
ecclesiastica e si aprirono per loro consistenti varchi per la difesa 
della fede e per favorire con mezzi offensivi la conversione di nuove 
genti convinte con la guerra e la violenza.
5. Le condizioni della Palestina nell'11esimo secolo
Quanto fin qui anticipato serve per far intendere come i lunghi
percorsi sino alla Palestina, a Gerusalemme, Nazareth, Betlemme e
al Giordano, effettuati per la riaffermazione dei propri convincimenti
religiosi nonch la guerra per la difesa della fede, fossero princpi
praticati e radicati presso la societ degli inizi del secondo millennio.
La peregrinatio penitentialis, lunga e densa di pericoli e traversie,
dall'insicuro svolgimento e dall'ancora pi incerto ritorno, fece allora
parte dell'immaginario collettivo e si tradusse in composizioni liturgiche
e poetiche, in opere d'arte scolpite e dipinte, in capolavori 
architettonici e di ingegneria pubblica.
Questa era, dunque, la disposizione della cristianit occidentale e
dei suoi peregrini per quanto attiene la visita e l'acquisizione delle
fondazioni ecclesiastiche in patria e outremer e sino all'11esimo secolo
non si verificarono quasi mai vistosi ostacoli, volti a impedire il normale
flusso dei visitatori verso il Sepolcro di Cristo, il Golgota, la supposta
residenza di Erode, la casa di Maria o quella di San Pietro sul lago di
Tiberiade. Cosa accadde, allora, nei decenni successivi al Mille, che
capovolse una tanto consolidata e collaudata prassi penitenziale? In
realt, fino a quando Gerusalemme era rimasta nelle mani degli Arabi, 
pur se anch'essi di tanto in tanto si erano abbandonati a manifestazioni
di intolleranza, i cristiani avevano quasi in ogni momento potuto 
compiere il loro passaggio ultra mare senza incontrare ostacoli dirimenti.
Quando, invece, un popolo rozzo e primitivo di razza mongolica, 
convertitosi di recente all'islamismo, i Turchi Selgiuchidi, provenienti
dall'Est, accompagnati dai Turchi Peceneghi, provenienti dal
Nord, si sostitu agli Arabi nel califfato di Bagdad, anche la Siria e la
Palestina caddero nelle mani dei nuovi dominatori, cos l'accesso degli
occidentali si fece pi difficile.
Bisanzio, certa del pericolo politico che i suddetti invasori 
rappresentarono per l'Impero, reso pi temibile in seguito all'isolamento 
degli Ortodossi da Roma, dopo la lotta iconoclasta e dopo lo scisma di
Michele Cerulario (1054), chiese aiuto ai Veneziani ai quali concesse ampi
compensi commerciali, in cambio di un intervento contro i Turchi.
La storiografia pi recente tende, in realt, a svalutare la portata 
dell'appello bizantino e, tuttavia, esso ebbe luogo e dovette essere 
pi incisivo di quanto non si ritenga se, in seguito all'aggravarsi 
della situazione e della pressione selgiuchide, esso fu reiterato anche
alla Chiesa di Roma e al pontefice, evidentemente non estraneo e 
insensibile alla sorte dei cristiani d'Oriente e dei luoghi santi. Senza 
dubbio dobbiamo tener conto che i rischi paventati dagli imperatori 
ebbero soprattutto una valenza militare, politica ed economica e dobbiamo
altres ritenere che correvano molti pi pericoli di essere alterati i
confini imperiali che i cristiani impegnati nel cosiddetto Iter 
Hierosolymitanum, di essere perseguitati. Talune pretese, violente minacce 
contro l'incolumit dei fedeli furono pertanto ingigantite e ci dovette 
indurre i facinorosi e gli avventurieri al conflitto. Tuttavia, sarebbe
ingiusto non riconoscere che alcuni non trascurabili episodi di 
intolleranza musulmana contro i cristiani ebbero a registrarsi e che non 
furono n isolati n del tutto contingenti.
Per esempio, nel 1009 il califfo del Cairo Hakim impose la distruzione
del Santo Sepolcro. Vero  - va anche sottolineato - che il suddetto 
Hakim era un esponente non di primo piano del mondo islamico, considerato
eretico presso gli ambienti ufficiali; e tuttavia l'oltraggioso 
provvedimento fu preso e le conseguenze furono inevitabili ed esiziali.
Il papa e i vescovi, infatti, lungi dal valutare nel giusto senso 
l'iniziativa, ridimensionandone diplomaticamente il significato, 
presentarono la situazione nel modo pi drammatico e i particolari di 
quella strage riguardante i visitatori scomparsi tra le fiamme, cacciati, 
inseguiti, poi presi e trucidati, si diffusero per ogni dove con la
potenza di un tuono. Perci, quanti erano in procinto di partire per il 
sacro viaggio e quanti erano scampati alla furia dei Turchi furono
terrorizzati e si gonfiarono di odio contro i fautori di quello che 
venne stigmatizzato come empio massacro.
Allo stesso modo, nel 1055 si verificarono altri episodi di rapina e
di eccidio contro i paenitentiales, in sosta presso Gerusalemme, 
nell'attesa di compiere le visite o di intraprendere il passagium di 
ritorno. Anche in questo caso gli storici hanno precisato di recente che
l'intenzione dei Turchi sarebbe stata quella di eliminare i nemici 
bizantini, commettendo, per, in molteplici casi l'imperdonabile 
equivoco di confondere i Bizantini con i Franchi, gli Angli, i Normanni,
gli Italiani, i Germanici. Le vittime e gli scampati - ma chi potrebbe
per questo condannarli? - non valutarono, tuttavia, tali sottili 
distinguo e non dettero alcun valore a scusanti di qualsiasi tipo e
d'altra parte, morire per equivoco non  pi lieve che essere
intenzionalmente trucidati per odio. L'eccidio, dunque, fu giudicato per 
quello che in effetti fu: una terribile e ingiusta carneficina operata 
contro incolpevoli visitatori.
Un particolare ancora va aggiunto a quanto gi esposto: una volta
assunto il potere, i Turchi Selgiuchidi avevano inaugurato un regime
severo ed esoso per regolare con rigore l'accesso dei forestieri negli
Xenodochia gestiti in pro dei viaggiatori latini. Altrettanto difficile
divenne altres l'accesso al Sepolcro. Oboli e dazi furono raddoppiati
e i passeggeri vennero sottoposti a perquisizioni e ad angherie.
Tutto questo -  senz'altro giusto - non va ingigantito.  noto, infatti,
che i Bizantini temevano anche i Turchi, ma furono maldisposti
anche verso i cristiani, scesi talvolta sino all'Asia Minore e alla 
Palestina, per combattere in modo indiscriminato vuoi contro gli infedeli
vuoi contro gli ortodossi. Si sa, inoltre, che fino al 1081 - l'anno in
cui l'imperatore Alessio Comneno fu assunto al trono - i rapporti fra
la Chiesa d'Oriente e Roma si mantennero molto tesi.  risaputo, poi,
che taluni motivi destinati a generare l'odio degli occidentali contro
gli islamiti furono in parte generati e in parte ingigantiti dai cronisti,
soprattutto dalle ricostruzioni tendenziose di alcune descrizioni volte
a dilatare difficolt e rischi persecutorii, allo scopo di disporre i
penitenti a una lotta indiscriminata contro i Saraceni.
Comunque, le difficolt, sia pur ampliate artificiosamente, erano
autentiche. Sebbene sia chiaro che i cronisti cristiani avevano esagerato
le loro rappresentazioni a bella posta, essi avevano per colto nel
segno e acuito i risentimenti di quanti venivano a conoscenza della
situazione effettiva della Palestina e di quanti, intendendo recarvisi,
si preoccuparono per l'infausta sorte cui sarebbero andati incontro
dando luogo alla loro iniziativa religiosa.
A ci va aggiunto - lo ricordiamo di nuovo - che nel secolo 11esimo il
progresso della societ e la rinata fiducia degli uomini nelle loro 
forze e nel loro spirito di iniziativa imprenditoriale, i miglioramenti
economici, il rafforzamento dei ceti mercantili indussero uomini e
donne, giovani e meno giovani a misurarsi in nuove, difficili e 
ardimentose imprese, animati, come furono, da un rinnovato sentimento
di conquista, dal gusto per l'avventura, per le ricerche e le scoperte.
Cos l'appello bizantino indirizzato ai Veneziani, quando nel l055
gli infedeli raggiunsero Bagdad e allorch verso la fine degli anni 
Settanta dello stesso secolo questi ultimi divennero padroni della 
Palestina, della Siria e di quasi tutta l'Asia Minore ebbe un'eco, 
tutto sommato, limitata e non produsse vistosi interessamenti, ma 
diversa fu la situazione quando la pressione turca minacci direttamente
Bisanzio e in Occidente venne diffondendosi l'impressione che la 
cristianit occidentale dovesse essere protetta da quella pericolosa 
avanzata.
6. La predicazione di Urbano secondo
Nel 1081 -  noto - sal sul trono bizantino il valoroso Alessio primo
Comneno (1081-1118), il cui programma contempl la riconquista
dell'Asia Minore con l'aiuto degli occidentali.
Gli ambasciatori di Alessio giunsero a Piacenza nel marzo 1095,
proprio nei giorni in cui papa Urbano secondo vi presiedette un importante
Concilio riformatore. I messi presero la parola e fecero presente la
difficile situazione dei cristiani d'Oriente. In tale occasione Urbano
si limit ad esortare i cavalieri franchi, italiani e normanni, a 
soccorrere i confratelli orientali. Erano presenti Prassede, la moglie
separata di Enrico quarto e un'ambasceria del re Filippo primo di 
Francia (l060-1108), scomunicato ad Autun da Ugo di Lione, legato
pontificio, per il suo matrimonio morganatico con Bertranda di Monfort.
Le parole di Urbano sembrarono ancora una volta dettate dalle circostanze
contingenti e nulla pi. Il papa prosegu, poi, il viaggio fino
in Francia e, attraverso Macon, Cluny e Sauvigny, giunse a Clermont. 
Qui fra il 18 ed il 28 novembre dello stesso anno, egli tenne un
Concilio, la cui portata storica fu nuova e proporzionata a quella dei
provvedimenti ivi assunti; il 27 novembre infatti, alle porte della 
citt, davanti ad una folla immensa, proclam solennemente la crociata
contro gli infedeli.
In pochi mesi cos matur il progetto di ultramarinum passagium contro 
i Turchi. L'appello, qui di seguito ricordato, venne lanciato con 
chiarezza e decisione all'intera cristianit: perch combattere con 
crudelt i fedeli in guerre private - si domandava Urbano - quando 
sarebbe stato pi opportuno combattere gli infedeli? Per realizzare 
ci - continu il papa - chi fino ad allora era stato brigante doveva 
farsi soldato, chi aveva contrastato i propri fratelli e
i propri parenti, avrebbe dovuto convenientemente lottare contro i
barbari e, chi era stato mercenario per vile prezzo, avrebbe potuto
guadagnarsi in questo frangente l'eterna ricompensa. Anzi, per chi
fosse andato a Gerusalemme per devozione e con lo scopo di liberare
la Chiesa di Dio, il viaggio avrebbe avuto valore di penitenza. Da
ogni parte si cominci allora a ripetere, sulla scorta di quanto 
affermato dal pontefice, Dio lo vuole!.
L'idea di crociata nacque, dunque, da esigenze intime della societ
feudale e dalla precedente riforma gregoriana. Essa sorse dal programma
pensato e lanciato dal pontefice che ritenne in tal modo di
contribuire concretamente alla rigenerazione della Chiesa e
all'accrescimento del suo prestigio, e nacque altres dal bisogno di
liberare i luoghi santi.
7. Urbano secondo dalle esortazioni piacentine alla guerra santa
Cosa accadde fra la primavera e l'autunno del 1095 che port Urbano
a passare da un cauto e diplomatico appoggio alla causa della
cristianit orientale alla proclamazione della prima crociata? I motivi
del mutamentO possono essere molteplici, ma non vanno sottovalutati 
fra essi taluni incontri destinati probabilmente a determinare la
volont papale in modo irreversibile. Anzitutto, il vescovo di Roma
visit l'Abbazia di Le Puy dove vide e parl lungamente con Ademaro 
di Monteil, il quale, verso il 1087, aveva compiuto un pellegrinaggio
a Gerusalemme, donde rientr narrando particolari apocalittici
sulle condizioni dei cristiani oppressi dai Selgiuchidi. Fra l'altro, 
Ademaro era imparentato ai conti di Tolosa e fu forse proprio in quella
occasione che furono decise la spedizione e la relativa direzione, 
entrambe affidate per l'appunto al tolosano Raimondo. V' in proposito 
chi ritiene addirittura che dal centro monastico suddetto il pontefice 
si sia recato a Saint-Gilles per incontrarvi Raimondo, il quale, poi,
mand i suoi ambasciatori a Clermont per portarvi ufficialmente
l'assenso del loro signore al passagium. Una terza tappa del percorso
urbaniano si svolse in Borgogna, pi precisamente a Cluny, ove il
papa prese contatto con il duca Ottone primo, gi in precedenza ben 
disposto a partecipare alla campagna militare contro i Mori d'Africa. 
In quei paraggi soggiornava anche Filippo primo di Francia e non si pu
escludere che Urbano non cercasse ivi anche un suo primo, sia pur
generico consenso alla guerra d'oltremare.
Certo, dal marzo al novembre del 1095, gli intendimenti urbaniani
apparvero fortemente mutati.  interessante pertanto studiare in qual
modo tale evoluzione sia stata percepita, quanto sia stata posta in 
rapporto alla reale situazione della Palestina e dei cristiani che vi 
si recavano o vi vivevano e quanto sia scaturita da considerazioni 
dettate da motivi politici contingenti.
Disse, ad esempio, Fulcherio di Chartres che papa Urbano nutr il
proposito di suscitare nuova vitalit nel cristianesimo proprio sostenendo
la crociata. Se Urbano dunque ebbe per scopo principale la preoccupazione
di cancellare il basso profilo in cui era scaduta la religione tra 
ecclesiastici e popolo e cerc di scongiurare il pericolo che
i principi cristiani continuassero a passare il tempo combattendosi
sterilmente l'un l'altro, allora si deve concludere che il suo obiettivo
ebbe scopo squisitamente politico e scarsamente missionario. Egli, 
insomma, non avrebbe mirato all'ampliamento dei confini della cristianit
o alla loro difesa dagli invasori, ma avrebbe plasmato il cristianesimo 
come una fede praticata nell'ambito geografico ed umano di competenza.
Parecchi anni dopo quegli eventi, Guglielmo di Malmesbury, invece,
nel De regum gestis pose in risalto il rischio concreto corso in quei
frangenti dalla cristianit: rischio costituito dalla perdita a favore dei
musulmani dell'Asia e dell'Africa. Legato alla fede rimaneva, infatti,
solo l'Occidente cristiano e non mancarono difficolt quando, come
comprov l'occupazione della Spagna, delle Baleari e della Sicilia, i
seguaci dell'Islam entrarono nel nostro continente. Il bisogno di 
respingere un possibile assalto alla fede dei padri, dunque, rimase un
elemento non aleatorio e costante nell'azione del papa e fu comunemente
rilevato da tutte le fonti narrative. Tuttavia tale esigenza non
fu sempre contrapposta al tentativo di adeguare la passione per la
guerra ad una finalit che non fosse quella delle lotte interne tra 
cristiani. Le precedenti battaglie contro i Saraceni e la situazione della
Spagna soggiogata dai Mori prepararono altres gli animi delle
popolazioni alla riscossa armata.
E in realt ci stette a dimostrare come nella cultura occidentale fosse
ora latente ora presente un fondo di fobia contro gli stranieri volto 
a tradursi in scelte violente.
Un aspetto di tale stato d'animo posto alla base della mentalit
occidentale, ora latente ora patente, pu individuarsi pure nel principio
in base a cui l'obiettivo crociato fu individuato nella liberazione dei
cristiani d'Oriente nonch nell'ostilit che i Latini provarono quando
vennero a contatto con i loro correligionari copti, siriani e greci, 
considerati quasi alla stregua dei Turchi. Non  dato conoscere per 
neppure se e fino a qual punto i cristiani di rito latino fossero a 
conoscenza della diversit dei riti ortodossi.
Di fatto, l'incontro con il mondo bizantino e medio orientale provoc 
in prevalenza ostilit e risentimento da ambo le parti e, allorch
nel Levante furono organizzati gli stati latini, gli Arabi di fede 
cristiana vennero considerati senza alcun riguardo dall'autorit 
ecclesiastica latina e ci attesta che l'impulso a scontrarsi era 
forte e chiaro.
In Europa, poi, l'odio contro lo straniero si diffuse con un contagio
presto ingigantitosi, dapprima alimentato dalla paura di un imminente 
attacco islamico, dopo, da un indiscriminato risentimento contro le
popolazioni levantine e soprattutto contro i musulmani. Quando, in
prosieguo di tempo, nella parte dell'Est del nostro continente
comparvero le Compagnie radunatesi al seguito di Gualtieri Senza Averi
e di Pietro l'Eremita, prese forma un conflitto pericoloso contro le
popolazioni locali e, segnatamente, contro le comunit ebraiche. Quasi
la stessa cosa si verific, poi, allorch vennero organizzati eserciti 
regolari mossisi sulla base di una pi severa disciplina.
L'autore dei Gesta Francorum, al seguito di Boemondo di Taranto,
offr una interessante descrizione della gente di Tracia: i Traci - si
racconta - erano spaventati al solo vedere i cristiani; essi non 
pensavano affatto di trovarsi di fronte a dei pellegrini, ma a vere e 
proprie orde indemoniate che intendevano saccheggiare il paese e uccidere
tutti. La gente del luogo, inoltre, non voleva vendere loro vettovaglie,
nessun articolo di vestiario o altro; cos per forza di cose, i Franchi,
per sopravvivere, dovettero darsi alla rapina.
A Monastir i peregrini si scagliarono contro un castello pieno di eretici
che massacrarono, dando l'edificio alle fiamme con quanti vi si
erano rinchiusi. Un'altra volta furono i Bizantini ad attaccare i 
pellegrini; allora Boemondo, assoggettati i Greci, si rivolse ai 
prigionieri catturati chiedendo loro: perch uccidete il popolo di 
Cristo e i miei uomini?. L'episodio  interessante, in quanto vi si
coglie l'incapacit dei Franchi di integrarsi con popolazioni diverse 
da loro. Tale incapacit si verific a differenti livelli. Cos, mentre i 
crociati franchi passavano per le regioni balcaniche, si moltiplicarono 
al loro transito saccheggi, stupri, assassini e battaglie senza quartiere.
Eccezionale fu, poi, l'intolleranza franca sul piano delle proprie
prerogative e delle proprie abitudini. La prova pi lampante al riguardo 
venne data dalla pretesa occidentale di voler latinizzare le
chiese ovunque ci fosse possibile e, quindi, com'era naturale accadesse,
dall'intento di latinizzare la stessa Grecia. Mai riuscirono, quindi 
i Latini ad avere la comprensione degli Arabi cristiani di Siria e
Palestina, quando essi divennero loro sudditi, mai quella dei Bizantini
ortodossi e tanto meno quella degli islamiti.
D'altra parte Latini e Greci, Arabi e Siriani erano tutti e sempre 
convinti di essere i pi civili e i pi cristiani e ritenevano gli 
altri inferiori a loro. Non per nulla Guiberto di Nogent nei Gesta Dei 
per Francos consider le crociate fra le guerre combattute contro i 
barbari. La stessa convinzione di superiorit emerse, poi, dai propositi 
di papa Urbano secondo, allorch individu nei Franchi la guida naturale
dei cristiani, mentre Turci et Arabes furono ritenuti dei pericolosi
primitivi minacciosamente addensatisi ai confini dell'Impero romano
d'Oriente. Anche l'uso dei termini in proposito adoperati  utile a 
farci comprendere l'idea del pontefice che chiam gli infedeli a 
volte pagani, a volte gentiles senza tener conto che la loro religione
e provenienza li poneva in un ambito diverso.
Il modo di fare abituale mostrato dai crociati e quello degli 
organizzatori e dei dirigenti del movimento per la liberazione della 
Palestina, fu, dunque, ispirato all'arroganza fondata sulla convinzione di
trovarsi dalla parte della ragione, secondo una teoria in precedenza
elaborata sulla scorta di complesse e capziose argomentazioni articolate 
sui princpi della guerra difensiva.
La liberazione della terra santa divenne l'idea-forza nonch la 
giustificazione della crociata. La terra santa - si disse - era cristiana 
per eccellenza e doveva essere, quindi, tolta ai barbari che l'occupavano 
contro ogni diritto. Se i Franchi, dunque, erano alla guida dei cristiani,
loro preciso dovere diveniva quello di riconquistare Gerusalemme.
In altri termini la terra santa fu allora definita terra di Dio in quanto
aveva visto nascere, operare e morire Cristo; fu denominata terra sua
e come tale doveva essere restituita al cristianesimo. Proprio tale 
concetto di restituzione applicato alla riconquista stabile di quel 
territorio venne conferito nel suo senso pi pieno alla Palestina.
L'idea di crociata, propugnata da Urbano a Clermont, rispecchi,
dunque, un mondo orientale sconvolto dalle guerre e un Occidente
voglioso di combattere: da un lato vi fu il guerreggiare violento ed
entusiasta dei cristiani, incapaci di osservare la tregua di Dio e 
dall'altro quello dei Turchi che all'inizio arretrarono dinanzi 
all'inatteso impeto occidentale e, poi, una volta ripresisi, con i loro 
attacchi incessanti, osarono spingersi fino alle rive del Mediterraneo
e oltre.
8. L'appello di Clermont
Posto cos il problema del rapporto fra occidentali e musulmani,
appare chiaro come fra loro vi fosse davvero scarsa possibilit di 
incontro e di comprensione: i cristiani, infatti, si sentirono animati e
sorretti dalla necessit di recuperare la terra di Cristo e quindi, per 
attuare i loro imprecisati piani, destinati ad avere nell'immediato scarso
successo e, in prospettiva, a costare grandi sacrifici in vite umane e in
denaro, ritennero di potersi scatenare in ogni sorta di violenza.
Gli Arabi, d'altra parte, si sentirono ingiustamente aggrediti e 
danneggiati senza intender pienamente le ragioni dell'avversario e forse
senza sapere che, a loro volta, gli islamici avevano invaso terre 
cristiane nella Spagna meridionale, in Sicilia, alle foci del Garigliano,
sulla Costa Azzurra.
La crociata fu, dunque, inevitabile e contraddistinse tutta un'et
colorando in modo particolare la Societas christiana, la vita politica,
quella religiosa e culturale ed economico-sociale. Essa, in seguito al
movimento di liberazione della Palestina, contribu, inoltre, a modificare 
le abitudini di intere popolazioni, venute a contatto con altre
civilt e con altre genti che, sebbene all'inizio vittoriose, apparvero
pur disposte a modificare in qualche modo il proprio tipo di vita, le
loro conoscenze e i loro convincimenti. Tuttavia, se alla base della 
crociata alberg un'ardente fede e se i crucesignati si manifestarono 
propensi alle aperture, vi fu anche un'intolleranza mai prima di allora
con tanta violenza esplosa e da allora in poi mai pi del tutto spentasi.
Uno dei pi deleteri effetti prodotti da tutto ci in Occidente fu 
l'odio contro i diversi e contro gli ebrei da allora in avanti
sottoposti a dure persecuzioni, quali primi responsabili della cattura 
e della crocifissione del Cristo!
Un problema di indubbio interesse e di difficile soluzione  anzitutto 
il seguente: come fu possibile che l'appello urbaniano lanciato
a Clermont fosse accolto con un impeto e una prontezza tali che il
pontefice e il suo stesso entourage difficilmente avrebbero potuto
immaginare? Come  possibile che l'ardore per la crociata abbia avuto 
la diffusione di un inarrestabile incendio? Come non pensare dunque,
che al di l delle riserve e dei dubbi sulle intenzioni dei pontefici
e dei sovrani che li seguirono e al di l della discrasia fra i propositi e
le realizzazioni dei crociati, vi fosse un sostrato fertilissimo - vuoi di
violenza, vuoi di fobia per gli stranieri e i diversi e vuoi pure per
l'aumentata energia e la rinascita della vita registratasi nel secolo 
11esimo - sul quale e dal quale l'idea di guerra contro gli infedeli si
aliment in modo pressoch inimmaginabile?
Certo  che, qualunque cosa si pensi in proposito, le parole di Urbano 
secondo si diffusero prodigiosamente ed ebbero un effetto quasi 
immediato. Del famoso discorso di Clermont -  largamente noto - 
possediamo pi d'una redazione; e ci  naturale, data l'importanza e la
profonda eco suscitata dall'appello pontificio, e le varie stesure 
presentano forzature e contraddizioni tali da farle spesso ritenere 
costruite post eventum, per conferire all'assise un significato 
storico-diplomatico che meglio si prestasse a giustificare il grande
successo da essa scaturito.
Tuttavia quella che, fra le altre, appare scritta con maggiore abilit
e credibilit e su cui conviene ricostruire la vicenda,  attribuita a 
Fulcherio di Chartres, che la inser nella sua Historia Hierosolymitana.
Ripercorriamone, quindi, i passi che pi dovettero prestarsi a destar 
l'entusiasmo degli ascoltatori, dei laici come degli ecclesiastici,
cui Urbano, come si evince dal testo, direttamente si rivolse. Egli 
intendeva spingere alla crociata per primi i religiosi, al pari di araldi
del Signore che dovevano anticipare e accompagnare il movimento della
riconquista. L'onere dell'impresa doveva, tuttavia - almeno pare -
rimanere sulle spalle dei fedeli laici, i quali costituirono il sostrato,
le colonne portanti del movimento, la premessa della sua realizzazione
e al tempo stesso della sua riuscita piena e felice, avviata a restituire
quella che veniva chiamata con termini biblici la terra promessa ai
cristiani destinati ad esserne i legittimi detentori. Dal momento che -
diceva Urbano - i figli di Dio avevano promesso di mantenere tra loro
la pace e di serbare fedelmente le leggi con pi decisione di quanto
fossero stati fino ad allora abituati a fare, era il caso di impegnare la
forza della loro onest - adesso che la correzione divina li aveva 
rinvigoriti - in qualche servizio che fosse a vantaggio di Dio. Essi 
pertanto dovevano subito portare aiuto ai loro fratelli orientali che 
avevano bisogno di sostegno e lo avevano ripetutamente richiesto. Infatti,
come molti di loro gi sapevano - incalzava il papa -, i Turchi provenienti
dalla Persia avevano moltiplicato le guerre e gli eccidi occupando le 
terre dei cristiani sino ai confini della Romnia uccidendo e
rendendo schiavi gli uomini, rovinando le chiese, devastando il regno
di Dio, giungendo fino al Mediterraneo, ossia al Bosforo. Se i
Saraceni - incalzava il Vicario di Cristo - fossero stati lasciati liberi
dei loro movimenti ancora per poco essi sarebbero avanzati ulteriormente,
vieppi opprimendo il popolo di Dio. Perci con insistenza,
Urbano continuava a dire, e noi riportiamo le sue stesse parole: vi 
induco - anzi non sono io a farlo, ma  Dio che lo vuole - a persuadervi
con incitamenti come banditori di Cristo, tutti, di qualsiasi ordine,
cavalieri e fanti, ricchi e poveri, affinch accorriate a sovvenire i 
cristiani per cacciare dalle nostre terre quella razza maligna.
Con toni biblici Urbano soggiungeva: io lo dico ai presenti e lo 
comando agli assenti, ma  Dio che lo vuole. Per tutti quelli che si 
metteranno in viaggio, se morissero lungo la strada o durante la
traversata, in battaglia contro gli infedeli, vi sar un'automatica 
remissione dei peccati: e ci io accordo a quanti partiranno, per 
l'autorit che Dio mi conferisce. Che vergogna sarebbe, infatti, se 
gente cos perfida, degenere, indemoniata, sconfiggesse uomini forti 
della fede in Dio e resi splendenti dal nome di Cristo! E quante accuse 
Dio non vi far - proseguiva l'ispirato presule - se non aiuterete chi 
come voi,  posto nel numero dei cristiani! Tutti si affrettino allora 
alla battaglia contro gli infedeli, una battaglia che avrebbe gi dovuto
essere cominciata e portata a buon fine da quanti prima, contro ogni 
diritto, erano abituati a combattere contro altri cristiani le loro 
guerre personali! Diventino, dunque, cavalieri di Cristo quanti fino a 
ieri furono briganti! Combattano a buon diritto contro i barbari quanti 
in precedenza pugnarono contro i fratelli dello stesso sangue! Abbiano, 
quindi, in sorte un premio eterno quanti furono mercenari per pochi soldi!
Quelli che si stancavano corrompendo la loro anima e il corpo, si battano
finalmente per la salute di entrambi! Poich tutti quelli che qui
appaiono tristi e poveri, l saranno lieti e ricchi; quelli che qui sono
avversari di Dio, l diventeranno suoi amici! N tardino a partire:
ma, passato l'inverno, affittino le propriet per procurarsi i fondi per
il viaggio e si pongano in cammino.
Affermavamo che la redazione dell'allocuzione urbaniana presentata da
Fulcherio e da noi sunteggiata in parte con le nostre parole, in
parte con quelle stesse usate dal cronista di Chartres,  abile e 
credibile, ma tuttavia contiene forzature e ambiguit. Per esempio, ne 
hanno tutto l'aspetto le precisazioni con cui si sottoline che solo 
passato l'inverno 1095-1096 il movimento organizzato avrebbe dovuto e 
potuto muoversi alla volta della terra santa. Poco probabile era, infatti,
che Urbano, nel novembre del 1095, potesse aver gi la sicurezza che, a
distanza di sette, otto mesi i crociati sarebbero stati pronti a 
riunirsi e a mettersi in viaggio. Le stesse parole, dunque, hanno 
l'aspetto di riflessioni postume del cronista di Chartres, il quale 
scrisse il brano relativo al solenne discorso di Clermont, allorch la 
crociata era gi in atto o conclusa e pot precisare con esattezza il 
suo punto di avvio, a realizzazione compiuta.
Egualmente, poi, sembra che, nonostante il discorso papale dovesse avere
carica e pathos tali da indurre i cristiani presenti e quelli poi
contattati alla riscossa antimusulmana, sarebbe stato difficile dare
per sicura e scontata, come Urbano fece, oltre alla data della partenza
anche la notizia della vittoria completa degli occidentali e ancor meno
facile sarebbe divenuto impegnarsi addirittura quod Deus avertat,
come allora si diceva, a rappresentare qual precisa ripercussione avrebbe
avuto una impossibile sconfitta dei figli di Dio. Dunque, anche 
l'accenno alla vittoria pi che certa, inevitabile, induce a ritenere
che l'autore della cronaca gi conoscesse, passato un certo tempo dal
termine di quegli eventi, il fortunato esito dell'impresa e la sua quasi
trionfale conclusione.
Tuttavia, nonostante queste forzature piuttosto facilmente riscontrabili,
 interessante osservare la successione degli argomenti addotti per
convincere i convenuti all'azione e conferir loro la necessaria
carica facendone dei propagandisti e degli organizzatori della guerra
santa. Cos va valutato attentamente l'elemento attraverso il quale
si evince che furono i Bizantini a chiedere aiuto ad Urbano secondo nel
momento in cui si trovarono in pericolo le terre della Romnia, denominate
con il termine generalmente adoperato per contraddistinguere i
possedimenti bizantini, anche quelli italiani posti attorno a Roma e al
suo Ducato e alla Pentapoli, detti appunto Romnia (di qui Romagna),
contro i possedimenti della Longobardia (da cui il toponimo Lombardia). 
Interessante, poi, l'altro riferimento al paventato arrivo dei
Turchi provenienti dalla Persia e ormai giunti in pieno Mediterraneo
sino al braccio di S. Giorgio: quello era l'appellativo con cui veniva
indicato il Bosforo. Quanto fin qui precisato, attesta dunque - come
anticipavamo - che il discorso venne ricostruito a guerra conclusa.
Tale redazione, tuttavia, rese in modo mirabile la tensione in cui 
l'allocuzione nacque e l'entusiasmo da essa generato.
9. Pietro l'Eremita e Gualtieri Senza Averi
Sebbene l'appello urbaniano conoscesse un successo travolgente
a diffonderlo con slancio addirittura impetuoso fu senza dubbio il
monaco Pietro d'Amiens, ricordato come Pietro l'Eremita. Tra la fine 
dello scorso secolo e gli inizi del nostro, questa figura assunse un 
davvero considerevole spessore religioso e politico. Oggi la storiografia
tende giustamente a ridurne la portata. A diffondere il messaggio del
papa furono, infatti, innumerevoli fattori politici, ambientali, 
spirituali, culturali ed economici. Pietro - si dice - fu l'effetto pi 
che la causa del successo riscosso dalla predicazione relativa alla
crociata. E tuttavia, sebbene ridimensionato, egli resta, in certo modo,
il promotore principe della crociata, come nel 12esimo secolo attest 
l'Historia Hierosolymitana di Alberto di Aix.
Prima di far parlare direttamente la fonte crociata, rammenteremo
che Pietro era originario della Piccardia, ove era nato forse ad Amiens,
verso la met dell'11esimo secolo. Egli certamente accompagn la prima
crociata in Oriente e giunse a Gerusalemme per assumervi, dopo la
conquista, la carica di Vicario generale. Tornato in Francia, fond
l'abbazia di Neumoutier, ove termin i suoi giomi nel 1115. Alcuni
calendari fiamminghi lo posero fra i santi e collocarono la sua festa,
secondo il calendario romano, l'8 luglio.
Oltre a queste notizie certe e gi utili a renderci consapevoli della
sua grande fede, della sua capacit di convincere quanti entravano in
contatto con lui nonch del suo positivo contributo alla ricomposizione
della cristianit transmarina non possiamo fare a meno di registrare gli 
elementi leggendari che lo riguardano, contenuti nella cronistica
cristiana e assai significativi, in quanto ci offrono la prova provata 
della popolarit di quel monaco, disposti come furono a concentrare 
sulla sua figura un coacervo di dati incerti, ma intesi a rendere
santo il suo profilo, pi nobile il suo eroismo, pi compiuta la sua
partecipazione al movimento di affrancazione della Palestina dall'Islam.
Un certo sacerdote chiamato Pietro - racconta Alberto di Aix al
quale ci rifacciamo - un tempo eremita, nato in Amiens, citt occidentale
del Regno della Francia, dette inizio alla predicazione con
tutto il suo impeto, facendo iniziare il pellegrinaggio dal Berry, 
situato nel medesimo regno francese. Dietro le sue ripetute pressioni, 
tutti presero con lietezza la via, pervasi dal desiderio di fare 
penitenza: vescovi, abati, chierici, monaci, nobilissimi laici, principi 
di diversi regni e fedeli, puri o impuri che fossero, adulteri, omicidi,
ladri, spergiuri, predoni: insomma ogni tipo di cristiani, donne 
comprese. Con quali intenzioni e per quali motivi l'eremita predicasse 
il pellegrinaggio, ponendovisi egli stesso a capo, diremo subito: qualche
anno prima dell'inizio del viaggio, il suddetto sacerdote si era recato 
a Gerusalemme per devozione e nell'oratorio del Sepolcro del Signore
aveva veduto cose illecite e nefande che non aveva potuto tollerare;
egli pertanto ne rimase sdegnato e implor Dio di punire le efferatezze 
di cui fu testimone. Intanto, scandalizzato da tali orrori, si incontr
con il patriarca di Gerusalemme, chiedendogli come potesse sopportare
che gli infedeli e gli empi profanassero i santuari asportandone le
offerte dei fedeli, quindi adibissero le chiese a stalle, percuotessero i
cristiani, pretendessero, senza averne diritto, danaro dai santi 
pellegrini e li angariassero con ogni tipo di prevaricazione. Il patriarca
e sacerdote del Sepolcro del Signore, udite queste cose, rispose 
piamente: O tu, pi fedele degli altri cristiani - scrisse usando il
discorso diretto il cronista Alberto di cui riportiamo riassumendole 
le parole - perch tormenti con queste ricerche la paternit nostra, 
se  vero che le nostre energie non sono considerabili pi di quelle 
di una formica di fronte alla tracotanza degli infedeli tanto numerosi? 
Noi dobbiamo porre in salvo la nostra vita con continui balzelli, se non 
vogliamo essere uccisi; cos, di giorno in giorno, ci auguriamo di 
evitare i pericoli pi gravi, a meno che i cristiani non ci mandino
aiuti che noi, tuo tramite, imploriamo. Pietro a sua volta rispose 
cos: Padre venerabile, ora ho ben capito e intendo in qual misura siano
deboli i cristiani che vivono con te e a quali soprusi da parte degli 
infedeli debbano sottostare. Quindi, per la grazia di Dio, io mi 
impegner per la vostra liberazione e per la salvezza da ogni ingiuria di 
quanto  sacro e se, con la protezione divina, torner vivo l donde 
sono venuto, anzitutto mi recher dal papa, poi da tutti i principi 
cristiani - re, duchi, conti e governanti - rendendo noto lo stato 
dell'oppressione e le vostre insopportabili sofferenze.
Intanto - continua Alberto di Aix - giungeva la sera e Pietro torn
per pregare presso il Santo Sepolcro ove, esausto per le veglie consumate
in preghiera, fu preso dal sonno. Gli apparve, allora, la maest
del Signore Ges che si degn di rivolgersi in questo modo ad un
uomo mortale e debole: Pietro, dilettissimo fra i cristiani! Appena ti
sveglierai, tornerai dal mio patriarca e prenderai dalle sue mani una
lettera credenziale che ti nomini mio ambasciatore, sigillata con il 
sigillo della santa croce. Presala, ti affretterai al massimo per far 
ritorno in patria e l porterai la testimonianza delle calunnie e delle 
offese levate contro il mio popolo e la terra santa e inciterai i cuori 
dei fedeli a purificare i luoghi stessi di Gerusalemme e a far ivi
nuovamente celebrare le sante cerimonie. Infatti, attraverso pericoli e 
tentazioni le porte del Paradiso si apriranno a coloro che saranno 
chiamati e agli eletti.
Dopo questa meravigliosa rivelazione, la visione venne meno e
Pietro si svegli. Al primo albeggiare usc allora dal Tempio, si rec
dal patriarca, gli rifer la visione avuta e gli chiese la lettera 
credenziale relativa alla divina ambasciata col sigillo della santa 
croce; questi non gliela neg, anzi gliela concesse ringraziandolo. 
Allora, ligio alle istruzioni ricevute, Pietro si conged per tornar 
presto in patria. Dopo un pericoloso viaggio per mare sbarc a Bari e 
senza indugio si rec a Roma. L prese contatto con il papa cui riport 
quanto sentito e quanto dettogli direttamente da Dio e dal patriarca sulle
vendette degli infedeli e sulle ingiurie inflitte alle cose sacre e ai
pellegrini.
Questo il racconto di Alberto di Aix - da noi test illustrato per porre 
in evidenza la bellezza della scrittura storica del narratore 
cristiano - il quale, tuttavia, non fu l'unico ad occuparsi di tale 
inconsueto personaggio. Nelle Chansons di Antiochia e di Gerusalemme,
Pietro l'Eremita (sopravvalutato, ma non certo da screditarsi, anche
quando si riportarono taluni atti di vilt da lui commessi in Antiochia
ove avrebbe ceduto alle richieste degli islamiti) venne presentato
sempre come alleato dell'eletto re dei Tafuri. In particolare nel poema
ricco di immaginazione denominato Chanson de Jerusalem si raccont
che egli venne catturato e tormentato dall'empio nemico musulmano. 
Quando, secondo l'immaginifico racconto, Pietro venne preso prigioniero,
lungi dal mantenersi saldo, secondo la prassi, ai dettami della sua 
fede, volle far intendere di essersi convertito alla religione araba. 
Quindi, pur se dentro di s continu a pensarla in modo diverso, si 
prostr dinanzi all'idolo incrostato di preziosi gioielli. Di tali
cose, per, l'anonimo autore sembr non farsi meraviglia, anzi, raccont,
con una punta di compiacimento, che Pietro ador Maometto, quasi giocando
uno scherzo assai ben riuscito, di fronte ai creduli musulmani. Un
atteggiamento siffatto, opposto a quello che ci si sarebbe dovuti 
attendere da un crociato, attesta altres l'effettivo non esaltante 
comportamento di molti cristiani catturati, ma anche le disparate 
opinioni fra essi circolanti, soprattutto fra gli appartenenti a
ceti differenti gli uni dagli altri.
In questo modo di condursi scorgiamo, per, anche il compiacimento per 
chi ha giocato un tiro agli infedeli e che, sebbene abbia temporaneamente
ceduto, rest sempre un martire. Peraltro i cristiani, come
accade spesso in queste circostanze, apparvero a volte pi a volte
meno pronti al sacrificio, in taluni casi mostrarono una fede fanatica,
in altri - Pietro ne  un esempio - manifestarono un pi concreto 
spirito di adattamento. Cos le comunit cristiane del Levante in qualche 
occasione rimasero stabilmente nei luoghi in cui si erano stanziate - fra
questi i cosiddetti forti Tafuri - altre volte fecero la spola tra
il Regno Latino e le localit originarie, compirono affari e commerci
di ogni genere e accumularono invidiabili capitali.
Singolare davvero fu pertanto questa figura di predicatore itinerante,
profeta e combattente, adoratore di Cristo e di Maometto e, cos
pare, promotore persino di un ambiguo movimento nato per la salvezza
e la redenzione delle prostitute: per cui una fitta schiera di donne,
se non pie certamente devote al loro salvatore, usarono accompagnarlo
durante i suoi spostamenti. Comunque, la predicazione di Pietro l'Eremita
ebbe luogo e fu meritoria in quanto restitu addirittura mogli infedeli
ai mariti e viceversa, fece saldare i debiti ai debitori,
tener fede agli impegni presi e produsse la pacificazione di persone
in lite. Molti alle apostrofi di Pietro risposero lasciandosi alle spalle
ogni responsabilit, per gettarsi in un'avventura senza precedenti. Le
genti si mossero come una nube di cavallette e, prive di re, marciarono 
in ordine!
Fra i luoghi maggiommente adatti alla predicazione della crociata
Pietro scelse la citt di Colonia, un centro dove una ventina di anni
prima - attomo al 1074 - aveva avuto luogo una sanguinosa ribellione 
contro il vescovo, suscitatrice di una serie di rivolte a catena,
scoppiate nelle citt della Renania.
Qui l'Eremita fu affiancato da un'altra straordinaria figura di 
prete-soldato, Gualtieri, detto Senza Averi, uomo, come dice il ricordato
appellativo, d'infima estrazione economico-sociale, postosi al seguito 
di Pietro che aiut nella predicazione, poi nell'organizzazione e
nella gestione della spedizione.
La predicazione della crociata si svolgeva in modo lineare, ma carico 
di drammaticit. Si apriva, di solito, con la descrizione fatta in 
termini pittoreschi dei luoghi santi profanati dagli infedeli, soliti 
bivaccare attorno al Tempio e sostare in modo provocatorio attorno al
muro del pianto, non rispettando neppure il sacro colle del Golgota.
A questo punto venivano poste in evidenza le prevaricazioni effettuate
contro i pellegrini, i quali, dopo un lungo viaggio, erano tenuti
lontani dal Tempio oppure venivano fatti entrare dopo esser stati vessati
da esosi ed ingiusti balzelli. Tutto ci induceva ad esecrare i Saraceni.
Altro elemento importante - come subito dopo osserveremo - era costituito
nelle prediche dalla tassativa condanna degli ebrei, i quali sulla base
delle descrizioni tolte dagli Evangeli, furono ritenuti responsabili 
diretti della condanna e della crocifissione del Cristo e pertanto
vennero bollati come colpevoli di deicidio.
Per riparare al malfatto, per vendicare l'ingiusto, crudele supplizio,
i cristiani dovevano riappropriarsi di Gerusalemme, intesa non
solo come la citt ove si era svolta la parte pi importante della 
vicenda cristiana, ma come la Jerusalem celeste, la capitale del Regno 
divino, contrapposta a Babilonia, la citt infernale. Gerusalemme era la
Terra Promessa, alla quale i pellegrini dovevano far ritorno come alla
casa del padre.
Alla conclusione di ogni predica si ripetevano scene di giubilo e di
commozione, si moltiplicavano i propositi di partenza, cui facevano
seguito la formazione di cortei e di pellegrinaggi improvvisati. 
All'inizio infatti, alle spedizioni non fu conferito il nome di crociata
e quindi le denominazioni pi opportune e pi consuete e collaudate, volte
a contraddistinguere tali pellegrinaggi, furono iter, transitum, 
passagium, servitium Dei, auxilium Terrae Sanctae e simili.
Ad ascoltare l'appello erano di solito elementi appartenenti alla 
societ feudale, per motivi familiari, economici o per le pi varie 
ragioni, deracines dagli obblighi e dai privilegi della loro casta e, 
quindi, pronti a partire per costruirsi una nuova vita, in qualche caso 
per acquisire un ruolo che non avevano mai detenuto, una volta che fosse
stata preclusa loro la possibilit di usufruire in tutto o in parte dei 
vistosi patrimoni delle loro casate.
A costoro si aggiungevano poi gli avventurieri, i ribaldi, gli accattoni,
i diversi di ogni risma e condizione, in cerca, allora come in
ogni tempo, di facili occasioni, grazie alle quali potessero
precostituirsi un pi solido avvenire; e ancora gli sbandati abituati ad 
abbracciare le cause pi disparate, di cui non avevano neppur compreso
l'essenza ma che sembravano loro un provvidenziale ombrello, sotto il
quale accendersi un credito e guadagnarsi protezioni e meriti, anche 
celesti. Fra i pi sensibili ad accettare l'insolito invito erano i 
servi fuggiti dalle case e dalle campagne, i quali lasciavano con i 
padroni, un presente e un avvenire di schiavit, in cerca di una futura
autonomia. Si aggregavano loro i poveri, in attesa di un qualsiasi 
sostegno, di una casa, una terra, un lavoro.
I chierici, specialmente quelli appartenenti ai gradini pi bassi della
gerarchia, spesso in contrasto con i vescovi, i parroci, i generali degli
ordini, gli abati, infiammati dall'ideale della vagheggiata, ma fino
ad allora non realizzata riforma della Chiesa, erano anch'essi spesso
pronti e ben disposti a mettersi in viaggio.
Quanto fin qui detto, tuttavia, non deve lasciar credere che, sin
dall'inizio, mancasse del tutto la partecipazione della feudalit maggiore.
Specialmente alla prima crociata, infatti, aderirono nobili di
alto e medio lignaggio. Non furono rari cos i potentes pronti a 
predisporre un pellegrinaggio, accompagnati da pi o meno organizzate
comitive di seguaci ricchi e bene organizzati, tra cui si annoveravano
cavalieri convenientemente armati, vassalli, cappellani, giullari e pure
uomini bene literati, i quali ebbero l'incombenza di mettere per iscritto 
una sorta di diario delle spedizioni. Infatti buona parte delle 
testimonianze cristiane legate alla crociata iniziale e alla descrizione
degli eventi accaduti in terra santa fra una campagna militare e l'altra,
furono spesso il prodotto della loro penna grazie alla quale presero 
vita talune Chansons de Croisades o Chansons de Gestes, pervenute, 
talora attraverso rimaneggiamenti, dal 12esimo secolo fino a noi.
Le prime campagne militari videro, quindi, il dispiegarsi di numerosi
partecipanti, socialmente ed economicamente variegati, fra cui
si trovarono potentes, nobiles populares, pauvres, chevaliers, 
deracines, gueux, ricchi e miserabili cenciosi, intenti a compiere una
sorta di iter-feudale quasi sempre ricordato agli inizi come peregrinatio 
e che poi diventer crociata. I componenti furono talvolta in organico
collegamento fra loro, talvolta affiancati all'una o all'altra colonna,
presso le quali i pi poveri cercarono appoggio e protezione, in
cambio di varie prestazioni d'opera, date come subalterni scarsamente
amalgamati con i gruppi di lites, socialmente ed economicamente 
emergenti, pronti a realizzare il Regno di Dio sulla terra.
10. Si parte per l'avventura!
Forti del solo entusiasmo, di una ardente carica di fede e di 
un'altrettanto forte dose di ingenuit, i viandanti che non avevano ancora
assunto i nomi di crociati, riuniti in pi o meno consistenti schiere, si
misero in marcia.
All'inizio essi quasi mai sapevano dove fossero diretti. Alcuni reputavano
di dover scegliere la direzione di Gerusalemme, altri, pi
genericamente, si proponevano di giungere nella terra santa. Del 
tutto ignoti poi erano il cammino da compiere, l'orientamento da 
seguire, le terre e le citt attraverso cui si sarebbe dovuto passare, 
quasi nessuno conosceva la distanza complessiva da coprire.
Cos, nella pi generale confusione, queste orde di avventurieri
straccioni, di tanto in tanto si fermavano per chiedere dove si 
trovavano, se quella fosse la strada giusta per andare a Gerusalemme
e se la citt celeste fosse prossima o lontana. Pu insomma 
immaginarsi quale e quanta confusione essi non generarono presso
cittadini inermi e del tutto ignari, i quali erano quasi sempre 
fortemente impauriti dalla presenza di quelli che furono detti gueux -
pezzenti - intimoriti, insomma, da una minaccia di cui non comprendevano
n il motivo n la provenienza. Quando, poi, amministratori e cittadini
arrivavano a intenderli, i nuovi arrivati erano considerati pericolosi 
nemici, venuti per commettere violenze, rubare, stuprare e uccidere.
Tali soprusi infatti si ripeterono spesso in quanto i pellegrini, allorch
si imbatterono in comunit pi lontane francesi o tedesche, slave
o italiane e s'addentrarono lungo la penisoia balcanica, non furono in
grado di comprendere la lingua dei popoli con cui si incontrarono.
Ancor meno, poi, poterono spiegarsi, quando non riuscivano ad avere 
notizie sui luoghi ove si trovavano, sulle strade da prendere, le 
distanze da percorrere, sul clima che, proseguendo, avrebbero trovato.
Pi spesso di quanto non si creda poi, gli indigeni, pur se avessero
avuto l'intenzione di farlo, erano incapaci di fornire informazioni 
logistiche, tecniche e organizzative, poich quasi mai essi sapevano 
leggere e scrivere. A stento, quindi, riuscivano a dire dove si trovassero,
non sapevano nulla della terra santa, della direzione da prendere per
giungervi, quanto tempo dovesse impiegarsi per colmare la lontananza che
separava il loro villaggio, la loro citt o campagna dalla terra promessa.
L'incomprensione allora generava fraintendimenti, polemiche, risse spesso 
degenerate in vere e proprie carneficine. La situazione, inoltre, si
faceva ancor pi complessa, quando i pellegrini avevano bisogno di
acquistare derrate alimentari, cavalli, oggetti di vestiario, carri, 
armi o quant'altro. In tali casi, di sovente, i pezzenti erano privi di
denaro, quindi affamati e bisognosi di tutto, ad esempio, di luoghi ove
riposare e proteggersi dalla pioggia, dal gelo e, pi tardi, dal caldo 
afoso e umido della penisola balcanica. Perci prendevano con l'astuzia
o con la violenza quanto era loro necessario per sopravvivere, ritenendo
un dovere impossessarsi dell'indispensabile per continuare il
viaggio e la missione fino alla vittoria finale e considerando, altres,
dovere degli ignari residenti accontentarli prontamente in tutto senza
proteste e senza limitazioni.
Si pu pertanto immaginare cosa accadesse ogni volta che in occasione 
di soste pi o meno forzate si ripeteva il solito squallido copione:
da una parte si effettuava la richiesta di cibo, letti, cavalli, 
dall'altra si verificava il diniego assoluto di darli e dopo un vano, 
iniziale approccio si veniva alle mani, si tiravano fuori coltelli e 
spade, si lanciavano sassi, si scagliavano frecce e si dava fuoco. In
qualche caso i viaggiatori provvisti di denaro e meglio equipaggiati 
chiedevano di fare regolari acquisti, ma pure ci non era facile, poich
quasi mai coloro che si trovavano ad accogliere i milites Christi, avevano 
possibilit di vendere abbondanti quantit di cibo di cui, invece, avevano
scorte limitate, quindi non potevano sovvenire alle necessit dei 
drappelli in sosta.
Ancor meno, poi, qualcuno voleva ricevere nelle proprie case soldati
sporchi, la cui lingua era incomprensibile e le cui intenzioni lo erano 
ancor meno. Negli alloggi poi, una volta che, volenti o nolenti i
proprietari, essi finivano per entrare, avevano luogo con frequenza
furti e stupri.
Perci il passaggio delle legioni degli sbandati di Pietro l'Eremita
e di Gualtieri Senza Averi, fin spesso in tragedia. Ad un certo punto,
quando gli assalti alle citt e alle campagne, gli incendi e le rapine si
ripeterono pi volte, soprattutto allorch gli assaliti, strettisi a 
coorte, respinsero quanti venivano reputati pericolosi nemici, i gruppi
degli itineranti si sciolsero e gli sbandati, in condizioni di tragico 
isolamento, risalirono strade e convalli, generando ancora maggior
confusione e compromettendo defnitivamente la loro situazione. Infatti, 
se in gruppo essi potevano salvarsi, quando erano dispersi cadevano preda 
di agguati e finivano presi prigionieri o barbaramente uccisi. L'inizio 
delle crociate si rivel in tal modo una vera e propria catastrofe.
11. La strage degli innocenti
Una delle pagine pi turpi di una vicenda che fu illuminata dalla
luce della fede e talvolta da vero e proprio eroismo,  rappresentata
dalle stragi degli ebrei.
I pellegrini, infatti, ascoltando le accese predicazioni degli emuli
di papa Urbano, di Pietro l'Eremita, di Gualtieri o di altri, rafforzarono
il loro convincimento in base al quale - lo si accennava gi - la colpa 
prima della triste situazione della terra santa ricadeva sugli Israeliti 
che avevano colpevolizzato e fatto crocifiggere il Cristo, indebolendo 
la futura condizione dei cristiani. Pertanto, appena giungevano
nelle varie citt germaniche della Valle del Reno, attraverso le quali
si trovarono dapprincipio a passare o, pi avanti, attraverso quelle 
delle regioni carpatico-danubiane, assalivano subito le comunit ebraiche
che dovevano, a loro avviso, essere punite per l'atteggiamento dei
loro avi che mille anni prima si erano macchiati di deicidio.
Cos cominciarono in Occidente gli assalti alle sinagoghe e alle
botteghe dei semiti, date alle fiamme mentre i loro proprietari andarono
incontro alla pi turpe delle morti e l'intolleranza razziale, quasi
sconosciuta nell'et tardoantica e altomedievale, divenne un elemento 
di cieca e fanatica violenza, destinato a contrassegnare in modo
odioso il secondo millennio.
Va detto in proposito che a difesa degli ebrei, ingiustamente 
perseguitati, si levarono talora i parroci e addirittura i vescovi. Ma 
i crociati, cos come erano intenzionati a colpire i rei di deicidio, 
punirono pure il clero che li difendeva, spesso ritenendo - e forse 
poteva esserci in ci anche del vero - che nella difesa d'ufficio dovesse
rinvenirsi una scelta dei vescovi, i quali volevano premiare e assolvere
coloro che spesso avevano prestato danaro alle loro chiese ad un tasso
conveniente. Cos, alle stragi antiebraiche si assommarono quelle dei
vescovi.
Le prime carneficine dovute ai milites Christi, da collocarsi nel
maggio-giugno del 1096, furono riportate da una fonte cristiana ovvero
dalla gi citata Historia Hierosolymitana di Alberto di Aix, da
cui abbiamo tratto le notizie su Pietro l'Eremita e misero scopertamente
in evidenza la genesi di uno dei fenomeni pi tristi legati alla
conquista dei luoghi santi: i pellegrini - riport Alberto - non so se
per volont di Dio o per qualche loro personale errore, cominciarono
ad infierire con crudelt contro i discendenti di Sem, reperiti in alcune
citt e ne fecero terribile strage, specialmente in Lorena, asserendo 
che questo era il modo giusto di dare inizio alla spedizione ed era
quel che meritavano i nemici della fede cristiana. La strage cominci
per opera dei cittadini di Colonia che, gettatisi d'un tratto su un 
piccolo gruppo di Israeliti, ne ferirono molti a morte: poi misero 
sottosopra case e sinagoghe dividendosi il bottino. Preso atto di questa
crudelt circa duecento esponenti della Comunit di notte,
silenziosamente fuggirono in barca a Neuss; ma i pellegrini e i crociati, 
imbattutisi in essi, li massacrarono fino all'ultimo e li spogliarono di
tutti gli averi. Poi, senza por tempo in mezzo, i crociati si riversarono
su Magonza, come avevano gi deciso. L il conte Emicho (una sorta
di personalit diabolica che nelle saghe germaniche venne rappresentato
chiuso in una montagna per attendere di uscirne alla fine dei tempi),
un nobile potente in quella regione, con un forte gruppo di tedeschi 
attese l'arrivo dei pellegrini confluenti da parecchie direzioni.
Gli ebrei di Magonza, avendo avuto notizia della strage dei loro fratelli
e comprendendo di non poter sfuggire a una s folta e forte schiera, si
rifugiarono presso il vescovo Rotardo, sperando che li salvasse,
e gli dettero in custodia il loro danaro e l'oro; essi contavano molto
sulla sua protezione poich egli era l'influente vescovo della citt. Il
porporato, dunque, nascose il denaro e gli oggetti di valore affidatigli
e rintan i perseguitati in uno spazioso nascondiglio nel suo stesso
palazzo, lontano dal conte Emicho e dai suoi sostenitori, affinch in
quel luogo essi si mantenessero sani e salvi. Ma Emicho e gli altri, 
rapidamente consigliatisi, verso l'alba assalirono quanti erano celati
nel nascondiglio episcopale con lance e frecce. Spezzate porte e 
chiavistelli, ne massacrarono circa settecento che con la forza della 
disperazione tentarono di resistere all'attacco di migliaia di uomini; 
furono uccise anche le donne e furono passati a fil di spada persino i
bimbi in pi tenera et, d'ambo i sessi. Allora gli ebrei, vedendo che
i cristiani non risparmiavano neppure i piccoli e non avevano piet di
nessuno, si gettarono essi stessi sulle donne, sulle madri, sulle sorelle
e si uccisero a vicenda. Cosa pi straziante ancora fu che le stesse 
madri tagliarono la gola ai figli lattanti oppure li trapassarono con 
il ferro, preferendo che essi morissero per loro propria mano piuttosto 
che uccisi dalle armi dei non circoncisi.
Oltre alla molta confusione e ai violenti eccidi di popolazioni inermi,
oltre al massacro dei semiti e a quello di non pochi cristiani ortodossi,
per ignoranza e fanatismo confusi con musulmani infedeli, l'esaltazione
fanatico-religiosa dei primi incomposti gruppi produsse assai poco.
Dopo il lungo tratto sul Reno e sul Danubio - come si diceva - essi
giunsero in numero ristretto, stremati e abbandonati a loro stessi, a
Costantinopoli ove, senza ascoltare il consiglio contrario dell'imperatore
Alessio Comneno, vollero attraversare il Bosforo alla volta di Nicea. 
Secondo le precisazioni del monarca bizantino, essi furono infatti 
bloccati e respinti dai Turchi.
I pochi superstiti vennero costretti a rinchiudersi in una citt 
fortificata, donde riuscirono fortunosamente a ritirarsi grazie alla 
protezione imperiale nell'ottobre 1096.
La maggior parte della colonna dei viandanti per, molto pi a
nord, non riusc a vincere la resistenza degli Ungari che irritati per le
devastazioni, gli eccidi, gli incendi, l'uccisione di ebrei inermi, 
numerosi nelle loro terre, organizzarono un'efficiente resistenza contro
i primi peregrini che, bloccati nella pianura danubiana, riuscirono in
scarso numero a tornare verso la Germania e la Bassa Lorena, mentre
in prevalenza finirono vittime, oltre che delle feroci popolazioni 
avversarie, della loro disorganizzazione e di un entusiasmo dannoso e
destinato a perdere quanti vi si abbandonassero senza avere piani
meditati e concretamente realizzabili.
A proposito di queste ioconsuete formazioni, Franco Cardini ha detto
che i crociati nella loro prima versione somigliarono pi ai soldati
di Erode che a quelli di Cristo: non si pu che sottoscrivere quanto 
egli ha posto in evidenza, aggiungendo che, con la triste verit 
dell'avvio della crociata, si rivel quasi interamente perduta la 
tolleranza, appannaggio del primo millennio, di cui rest indelebile 
traccia nelle lettere di papa Gregorio Magno (590~604), un pontefice che 
non conobbe le crudeli accuse di deicidio contro un popolo intimamente
rispettato sulla base dei fondamenti dell'antica e tutto sommato 
tollerante, civilt romana. Del pari si persero i civili accenti 
contenuti nelle variae di Cassiodoro, in cui il grande collaboratore di 
Teodorico afferm, a nome del sovrano goto e suo personale, che non sarebbe
stato possibile colpire gli ebrei per questioni attinenti la fede, a 
proposito della quale la scelta doveva mantenersi libera e andava 
lasciata all'intendimento dei singoli, quindi doveva rimanere del tutto
e sempre non sottoposta a condizioni.
Il ritorno all'unit religiosa dei cristiani e alla riconquista dei 
territori connessi alle loro origini, fu certo un progetto grandioso e
l'idea di accettare la pace di Dio e di portare le armi contro i nemici 
della fede ebbe in s qualcosa di imponente, destinato a generare 
entusiasmi, commozione, propositi generosi ma, per converso, fu anche 
inteso a condurre la cristianit verso forme di violenza e di crudelt
senza pari che sembrarono riportare in auge il concetto germanico di
guerriero-belva, o quello di uomo selvatico, pronto a farsi giustizia 
da s, uccidendo a mani nude avversari inermi, i quali spesso non 
sapevano neppure che origine avesse la forza scatenatasi contro le 
loro case, le famiglie, gli averi. Cos, dalla fine dell'11esimo secolo,
i termini di ghetto, pogrom, persecuzione razziale, pulizia etnica, 
discriminazione, diventarono secolarmente e tristemente noti e tali sono 
restati, lungo l'intero secondo millennio, sino ai nostri giorni.
12. Dai guerrieri-mendicanti ai milites della prima crociata
Della drammatica evoluzione dei pellegrinaggi, delle violenze e
degli eccidi fu prontamente informato papa Urbano che se ne turb
molto e dette immediate direttive volte a bloccare le partenze 
intempestive e disorganizzate.
Anzitutto, il pontefice dispose che i viaggi fossero regolati da una
precisa programmazione e imped che si ripetessero le migrazioni alla
ventura prive di organizzazione e di adeguati mezzi.
Egli volle pertanto che il clero, all'atto di muoversi dalle sue 
parrocchie, fosse sempre provvisto di un previo assenso dei superiori
che dovevano fornire i religiosi di notizie utili ad un felice compimento
dell'iter. Le persone sposate, poi, dovevano entrare in possesso di un
permesso del coniuge rimasto a casa e ci per impedire che la guerra 
santa, nel momento in cui si voleva creare un ordine
nuovo in Palestina, non infrangesse la prassi vigente nella cristianit
occidentale che vietava l'abbandono del tetto coniugale. Il rinnovamento,
insomma, non doveva sorgere a danno delle tradizioni consolidate.
Il papa, inoltre, per precauzione, fece divieto alle donne di prender
parte alla crociata se non accompagnate dai mariti, dai figli o dai 
tutori. I padri si rallegrarono di veder partire i figli, le mogli nel
veder partire i mariti. Quanti rimasti a casa poi, piansero la loro 
mancata partecipazione.
Tutti si dettero a predicare la crociata - disse Baudri de Bourgeuil -
a cominciare dai vescovi, seguiti dai parroci, dai monaci e da ogni 
genere di persone.
Tra la gente comune vi furono alcuni che si imposero da soli il segno 
della croce - simbolo del passagium ultramarinum - nelle carni
con un ferro rovente, per fanatismo o per far credere che fosse stato
impresso loro un inconsueto tipo di stimmate che faceva diventare chiunque
se ne mostrasse provvisto, una sorta di eroe e di unto del Signore.
Si ebbero, insomma, manifestazioni di entusiasmo frenetico, indizio di
generale eccitazione e si tramand la notizia di prodigi celesti
verificatisi nel 1095, quasi per accelerare la organizzazione del viaggio
e la partenza.
Inoltre il Vicario di Cristo pose alla base della crociata la 
partecipazione dei sovrani e della feudalit laica al cui impegno la
Chiesa mir in modo prioritario.
I crociati dovevano altres essere riconoscibili ed avere un contrassegno
generalizzato che consentisse la loro facile individuazione:
e ci affinch se ne apprezzasse l'alto numero, perch la loro azione 
congiunta fosse valorizzata e temuta, perch in tal modo gli athletae 
Christi si rafforzassero gli uni gli altri e, last but not least perch 
potessero essere pi facilmente controllati e scoraggiati dal compiere
eccessi e sregolatezze, da parte dei vescovi e dei feudatari responsabili
della guida.
Il segno adottato - lo ricordavamo di passata - fu la croce rossa 
impressa sulla spalla destra delle tuniche indossate dai cristiani, in 
quel modo da allora riconosciuti e tenuti a bada, affinch non si 
scatenassero come accadde alle bande poste al seguito di Pietro l'Eremita 
e di Gualtieri Senza Averi.
Tra i princpi fondamentali della crociata, il primo considerato 
addirittura inviolabile fu il giuramento. Chi veniva meno alla promessa
era passibile di scomunica.
La Chiesa si assunse, altres, l'impegno di proteggere le famiglie e
i beni dei crociati durante la loro assenza. Questi, prima di abbandonare
le loro case, le campagne di residenza, dovevano far testamento se 
possessori di beni.
Il viaggio, infatti, era lungo, di incerta durata e di ancor pi insicuro
ritorno. Quelli che riuscirono a rientrare nei luoghi originari e a
ritrovare la famiglia, la casa, il lavoro, dalla partecipazione alla 
guerra santa trassero un'impressione indelebile e profonda, destinata a
contrassegnare tutta la loro vita e pure quella dei familiari, dei 
discendenti, che in quanto eredi di crociati - si pensi a Dante Alighieri,
orgoglioso di discendere da un miles Christi come Bellincion Berti o
a Salimbene de Adam che si vant di essere figlio di un crociato e 
figlioccio del crucesignatus Baliano da Sidone - divennero persone di
lignaggio, degne del rispetto e della massima considerazione, come coloro
che si erano messi al servizio di una causa nobile e quasi incomparabile
ad ogni altra pur importante e lodevole.
Quanti si dichiaravano pronti a partire, si vedevano rimessi i debiti
e perdonate infrazioni anche gravi alle leggi vigenti. Inoltre, vennero
loro abbonate le penitenze canoniche da cui fossero stati in precedenza 
colpiti.
Urbano secondo decise ancora che la Santa Sede detenesse un suo 
rappresentante in capite nella spedizione. Esso fu il vescovo di Puy, 
Ademaro di Monteil, uno dei primi a prestare solenne giuramento e a 
tenere saldamente le fila dell'impresa.
Il centro di ritrovo dei crociati fu posto a Costantinopoli. Qui, 
infatti, si dovevano tenere i rapporti con gli eserciti e i loro capi,
si dovevano dislocare le varie presenze, stabilire chi dovesse spingersi
in Palestina attraverso l'Asia Minore, l'Armenia, la contea di Edessa, il
principato di Antiochia per poi giungere alla contea di Tripoli di Siria
e poi nel regno di Gerusalemme oppure chi dovesse recarsi in terra
santa per mare: in questi casi taluni contingenti vennero fatti sostare
a Cipro, altri furono direttamente inviati in Palestina.
Tra le cose stabilite importanza particolare ebbe la data di partenza,
prevista per il 15 agosto del 1096. Dal dicembre precedente fino
al luglio del predetto anno Urbano si spost lungo il mezzogiorno
della Francia, predicando ad un tempo la crociata e la riforma della
chiesa. Nel dicembre torn poi in Roma, dopo aver sostato in diverse
citt della penisola, fra le quali Asti, Pavia, Milano e Cremona. La
predicazione in Italia era cominciata gi da un anno e, quindi, la 
rispondenza agli appelli di Urbano fu enorme.
Mentre era ancora in Francia, il pontefice si era posto in contatto
con Genova e il Comune si era impegnato a preparare una flotta da
inviare in appoggio alla spedizione (per la prima volta una citt 
marinara entr direttamente nella gestione della guerra santa cui 
sarebbe in avvenire stata legata da vistosi interessi).
Nell'agosto del 1096, Boemondo d'Altavilla si impegn a partecipare 
alla crociata e interruppe di conseguenza l'assedio di Amalfi.  chiaro
dunque che Urbano riusc a coinvolgere nel suo progetto il
Sud e il Nord d'Italia e configur in modo programmato un'azione
militare in tal maniera sottratta agli avventurieri e agli improvvisatori.
Certo, tutto ci non permette di trarre la conclusione che la macchina
organizzativa fosse perfetta e rapida, tuttavia dopo i primi sbandamenti 
essa mostr una qualche efficienza e soprattutto dette l'impressione di
complessiva seriet e affidabilit.
Positiva fu l'organizzazione dei principi tedeschi, francesi e italiani
accordatisi con il papato. Nei diversi paesi i crociati si concentrarono 
attorno a taluni nobili: nella zona renana attorno a Goffredo di
Buglione, duca della Bassa Lorena (l'odierno Belgio) e a suo fratello
Baldovino. I due discesero lungo il Danubio e la Morava raggiungendo
Costantinopoli il 23 dicembre 1096. Da altre parti i crociati si
raccolsero attorno a differenti signori: Ugo di Vermandois, Stefano
di Blois, Roberto di Normandia, Roberto di Fiandra. Essi attraversarono 
le Alpi e giunsero a Brindisi per dirigersi a Durazzo, Salonicco
e Costantinopoli.
Alcuni Christicolae milites, spaventati dalle difficolt e dai pericoli,
all'ultimo momento fecero marcia indietro. Il legato pontificio
Ademaro di Monteil e Raimondo conte di Tolosa, traversata l'Italia
settentrionale, scesero con il grosso degli armati per la costa dalmata
fino a Durazzo. Da Brindisi passarono, invece, a Valona i crociati 
italo-normanni, guidati da Boemondo di Taranto e dal nipote Tancredi
per giungere a Costantinopoli nell'aprile del 1097.
Difficilmente  precisabile il numero dei milites. Le fonti parlano 
di cifre esorbitanti: trecentomila, seicentomila uomini e ancor pi;
probabilmente, per, l'intero contingente non super le diecimila unit.
Il papa e i principi, come si  detto, fissarono l'incontro generale di
tutte le forze a Costantinopoli, senza preoccuparsi delle reazioni 
dell'Impero bizantino. Ma la concentrazione di tante truppe, che volevano 
la guerra contro gli infedeli e che in realt saccheggiavano e
spesso uccidevano quanti si parassero a ostacolare il loro passaggio,
determin nell'Impero bizantino una notevole contrariet.
Alessio primo Comneno chiese ai crociati l'impegno di non devastare le
province imperiali e di restituire ad esse i territori bizantini 
eventualmente sottratti ai Turchi. I principi giurarono fedelt ad Alessio 
e gli resero omaggio. Dopo un tentativo di resistenza rivolto contro queste
condizioni da parte di Goffredo di Buglione e di Raimondo di Tolosa
i crociati finirono per cedere. A sua volta, l'imperatore garant il 
vettovagliamento dei crociati, elemento questo di importanza decisiva
per la riuscita dell'impresa; inoltre, si accoll l'onere del trasporto
degli eserciti sulla costa asiatica, quindi segu le fasi della spedizione
con un corpo speciale a ci adibito. Se prima non l'ebbero chiara,
giunti a Costantinopoli, i milites Christi percepirono l'idea dello 
sfacelo dell'impero dei Selgiuchidi, successivo alla morte di 
Malikshah (1092), e constatarono la mancanza di un accordo fra vari
principi turchi, nonch il contrasto fra i Turchi e gli Arabi di Egitto.
Tale situazione rendeva ancor meno facile il compito dei crociati
e, tuttavia, l'insieme delle suaccennate iniziative consent l'uscita
dalla fase sperimentale e il passaggio al vero e proprio bellum sacrum 
gestito dai sovrani, dai nobili e dalla feudalit occidentale, diretto,
per, dal papa e, in qualche misura, anche dall'imperatore
costantinopolitano.
TUttO ci evidenzi la natura dell'impegno e i grandi interessi in
gioco per la riuscita di una guerra che, nelle sue manifestazioni 
precedenti, non aveva mai conosciuto un fronte cos ampio e un pari 
dispiegamento di uomini e mezzi.
13. La condotta dei crociati
Come si comportarono i crociati nel corso del loro lungo peregrinare? 
E soprattutto, furono consapevoli di rappresentare un'istanza altamente
spirituale o rimasero un esercito come tanti, avido e rapace, pronto 
a disertare o approfittare delle popolazioni con cui venne a
contatto? Prima di ogni altra cosa va detto che il crociato montava
addirittura in superbia per la sua indiscussa e indiscutibile capacit di
combattere e questa sua alterigia divenne parte fondamentale del
codice cavalleresco.
In un ben noto passo l'autore dei Gesta Dei per Francos sottoline 
la perizia e l'animo mostrato in battaglia dai Turchi i quali
presunsero di impaurire i Franchi minacciandoli con i loro strali,
al pari di quanto avevano fatto con Arabi, Armeni, Siri e Bizantini.
Eppure - dicono i Gesta - essi pensarono di essere come i nostri o
meglio, mentre, in realt, furono inferiori. Essi affermarono - 
continuano i Gesta - di essere della stessa razza dei Franchi e che non
poteva considerarsi cavaliere chi non fosse turco o franco. Tali parole
hanno fatto giustamente ritenere che l'autore della cronaca stimasse 
parecchio l'abilit combattiva dei Turchi, confrontabile, tuttavia, 
soltanto con quella dei Franchi.
Ci pu esser vero, ma si deve notare che le connessioni fra i due
eserciti erano generate soprattutto dalle oggettive, simili situazioni in
cui si trovarono ad operare. Sia i Turchi sia i Franchi erano infatti 
soldati itineranti, facevano il mestiere di milites mentre Arabi, Siri e
altri se ne stavano nel loro paese nativo ed erano trascinati alla guerra 
solo in quanto giungevano i peregrini o gli infedeli, pronti a recar loro
molestie e danni.
Nell'esercito crociato si manifestarono, comunque, sin dal principio, 
la tendenza e la consapevolezza di rappresentare una comunit
nuova e diversa, in certo modo superiore alle altre. Se un britannus o
un tedesco volevano rivolgermi la parola - dice un miles nei Gesta -
io non sapevo rispondere n all'uno n all'altro, per, nonostante fossimo
divisi dall'ostacolo della lingua, potevamo considerarci un popolo 
solo, saldamente unito dall'amore di Dio e dalla carit verso i 
compagni d'arme.
I crucesignati - narra Alberto di Aix e conferma Fulcherio di 
Chartres - si provvidero di cibo e di armi loro occorrenti per giungere 
sino a Gerusalemme e sembrarono tutti ardenti di entusiasmo e di carit.
E per l'ardore e la carit non bastarono a farne dei santi. Tutti si 
unirono - riferisce Alberto - in una sola moltitudine, e per non si 
astennero dalle unioni illecite e dai piaceri della carne; anzi si dettero
pure senza interruzione alla crapula e si sollazzarono con donne e
fanciulle che erano partite anch'esse dalle loro oneste case per rendere 
onore al sepolcro di Cristo e finirono per abbandonarsi a innominabili
sconcezze.
Sappiamo inoltre che si moltiplicarono ogni giorno i litigi fra i
capi dei diversi gruppi nazionali partecipanti alla crociata e ci 
rappresent il corrispettivo degli incidenti verificatisi durante il lungo
viaggio dall'Occidente all'Asia Minore e alla terra santa. Eppure tutti 
parlano del sentimento di unione che anim i crociati. Fulcherio
riassunse cos la questione: consideriamo come in quel periodo Dio
volse l'Occidente contro l'Oriente. Noi che abitavamo nei paesi 
occidentali ora siamo divenuti abitanti di quelli orientali. Chi era
romano o franco  diventato galileo o palestinese, chi proveniva da Reims
o da Chartres  divenuto cittadino di Tiro o di Antiochia.
Persone di provenienza e preparazione diversa formarono pertanto 
gruppi di occidentali e di cristiani isolati all'interno della societ
araba e questo fu il loro destino, appena uscirono dai territori di 
competenza bizantina.
Tutto ci indusse i Christicolae milites a una certa coesione, ma
non  sempre chiaro se la solidariet fra di essi si estendesse 
socialmente dal basso verso l'alto e viceversa. Nei momenti dell'assalto
e della resistenza pi difficile, la disciplina fu rigida e furono 
approvate pene severe per chi denunciava la concentrazione di derrate 
alimentari per un peso maggiore a quello effettivo; per chi rubava oltre
che sul peso, sulla qualit. Pene gravi, poi, furono comminate per chi
veniva sorpreso a fornicare.
Un esempio assai rigoroso fu dato ad una coppia di adulteri che
vennero fatti completamente spogliare e girare attorno al campo cristiano 
a suon di frustate, per far s che la vista della punizione e 
l'umiliazione scoraggiassero gli altri dall'imitarne l'esempio. 
I pellegrini poveri si fecero, poi, una sorta di codice morale a loro uso
e consumo. Tra loro lo status sociale delle donne era in qualche modo
ambiguo. Esse, per esempio, quasi al pari di sottoposte, portavano
l'acqua ai militi nella battaglia di Dorileo e talune di queste donne
erano anche di condizione sociale superiore. Ma anche un vero 
proletariato femminile accompagn i Hierosolymitani.
Guiberto di Nogent ci racconta che gruppi di vagabondi seguivano
una sorta di avventuriero normanno che essi chiamavano re, che marciavano
a piedi nudi, senza soldi e che si cibavano di erbe e radici. I
poveri compivano, come sempre, il lavoro pi pesante e meno qualificato.
Riferiscono i Gesta, alla morte del legato papale Ademaro di Monteil,
che egli era abituato a rivolgersi in tal modo ai cavalieri:
nessuno di voi - proprio queste sono le espressioni usate dal cronista
- conoscer salvezza se non onorer e non aiuter i poveri; senza di
loro non potrete essere salvati e non potrete vivere.
Era rappresentata evidentemente con queste parole una interpretazione 
cristiana del ruolo dei poveri. La realt era, per, diversa. La
Chanson di Antiochia ci dice, infatti, che gli umili avevano un campo
a parte, una sorta di ghetto, ed erano organizzati per conto loro.
Pietro l'Eremita invece, intese, nel corso della sua predicazione, 
dedicarsi essenzialmente ai bisognosi, ma dietro il suo suggerimento,
come lasciano intendere pur con qualche ritegno le fonti, essi arrostirono
e mangiarono cadaveri di Arabi e di Turchi. Guglielmo di Tiro,
dice ad esempio, che Boemondo di Taranto intendeva cuocere le
spie nemiche per mettere paura a quanti meditassero di seguire il loro
esempio. Rispetto alla crudezza della suddetta Chanson, la cronaca
di Guglielmo di Tiro  pi sfumata, ma l'una e l'altra fonte non hanno
ritegno a far cenno all'incredibile vicenda.
Se i nemici maschi erano uccisi e forse mangiati, le pi belle saracene 
in caso di vittoria dei Latini erano regolarmente stuprate. I crociati
insomma vennero rappresentati privi di scrupoli, rozzi e crudeli,
e ci contrast in modo totale con gli ideali cortesi posti alla base 
della civilt cavalleresca e della morale cristiana cui i crucesignati si 
ispiravano. Inoltre, essi vennero sempre ritratti come affamati e vestiti 
di stracci, quindi pronti a rapinare gioielli, oro e argento.
Il coraggio e l'ardimento dei crociati nel corso delle lunghe 
peregrinationes non possono essere messi in dubbio, molto meno, invece,
potremmo giurare sulla loro condotta e moralit. Gli Arabi per,
segnatamente nei Franchi, riconobbero e apprezzarono la decisione e
l'abilit mostrata nel cogliere di sorpresa il nemico. Essi anzi 
pensarono che il loro coraggio venisse direttamente da Dio; pertanto 
temevano quella gente che non aveva paura n della morte n del nemico,
uomini di cui il sultano di Nicea diceva: Dio e i suoi angeli 
combattevano alla testa dell'esercito cristiano, un esercito che sugli 
Arabi primeggi nel corso di lunghe battaglie.
Un elemento ricorrente nelle fonti cristiane  costituito dal ricordo
della paura dei nemici per l'ardimento e la crudelt delle forze 
cristiane, inorgoglite della fama goduta presso gli avversari. 
I Christicolae si compiacevano di passare per cattivi, ma ci non deve far
pensare che, a loro volta, essi non temessero i Turchi.
I Franchi poi - ci dicono le Cronache - erano considerati innumerevoli 
dai loro nemici; tuttavia, anche in questo caso, era vero pure il
contrario, ossia i Franchi ritenevano infinito il contingente turco.
Ci deve farci pensare che gli uni e gli altri godessero di una fama in
qualche caso usurpata e temessero a tal punto il loro rispettivo nemico 
da vederlo quasi raddoppiato. Infatti, ricorda Fulcherio di Chartres 
che dopo la terza crociata si era verificato una sorta di fuggi fuggi
generale e che la maggiorparte degli occidentali, vista la malaparata,
preferirono tornare alle loro terre. Eppure - continua Fulcherio - anche
se Gerusalemme non era difesa da pi di trecento cristiani, gli
Arabi non ebbero il coraggio di attaccarla e per anni la citt continu
ad essere appannaggio dei Latini, in quanto gli islamiti avevano paura 
del loro ardimento e nel timore di essere catturati e trucidati, 
evitavano di provocarli in un confronto diretto e definitivo.
Opposti sbigottimenti e contrastanti leggende fecero insomma s
che i cristiani, pur se isolati nell'ambito di una societ diversa dalla
loro e avversaria, rimanessero per non poco tempo in Palestina,
soprattutto in quanto rispettati per la loro decisione e per la loro 
implacabile crudelt.
Tuttavia, leggende e verit non possono farci dimenticare il fondamento 
della loro fede e i sacrifici cui andarono incontro. Guiberto di Nogent
ci dice che donne, uomini, vecchi e fanciulli si misero in
cammino per offrire la loro vita a Cristo. Ricorda uomini vestiti in
strane fogge, provenienti da regioni lontanissime. Fra loro vi erano
milites abbigliati all'orientale con caftano e burnus e persino Scozzesi
a gambe nude e gonnellino e con uno zaino colmo di cibarie.
V'erano abitanti di terre di cui nessuno comprendeva la lingua che
chiedevano di farsi crucesignati mettendo le loro dita in croce, in 
quanto in altro modo non riuscivano ad esprimersi, ma avevano chiari il
concetto e la finalit della loro missione.
Alcuni nobili disprezzarono i loro titoli e le loro belle spose e 
lasciarono tutto per recarsi oltremare. Taluni, che all'inizio beffavano
i pi fanaticii rimasero essi stessi contagiati dalla generale atmosfera
di entusiasmo e, alla fine, si misero anch'essi in marcia pieni di 
ieratico trasporto.
Tutto questo, senza escludere gli eccessi e quelle che Voltaire chiam 
boucheries, contribu a lasciare un ricordo non spregevole di quella
enorme massa di popolo vagante per anni lungo percorsi che sembrarono
infiniti.
14. La prima crociata
Il 14 maggio 1097, crociati e bizantini assediarono Nicea che, un
mese dopo, si arrese ad Alessio Comneno. Il 28 giugno l'esercito latino
entr in Anatolia. Il primo luglio, la colonna comandata da Boemondo 
i Taranto, Roberto di Normandia e Stefano di Blois fu attaccata dai 
Turchi. L'assalto fu respinto anche tramite l'intervento di Goffredo
di Buglione, Raimondo di Tolosa, Ugo di Vermandois e Roberto di Fiandra,
vincitore nella battaglia di Dorileo.
Nello stesso tempo Alessio Comneno, profittando del temporeggiamento
dei capi turchi, occup la costa anatolica tra il Mar di Marmara
e l'Egeo. I crociati avanzarono verso sud-est, traversarono l'Antitauro,
entrarono in Siria e il 20 ottobre del 1097 sostarono ad Antiochia.
Nel settembre del 1097, poi, una colonna normanna guidata da
Tancredi di Lecce, lasci il grosso dell'esercito per spingersi in
Cilicia ed occupare Tarso. I due capi in precedenza divisi fra 
loro - Baldovino di Fiandra e Tancredi di Lecce, quest'ultimo rimase 
nella regione, mentre Baldovino and a Edessa, considerata imprendibile,
dove il governatore armeno Thoros lo accolse adottandolo come figlio 
ed erede - si riconciliarono.
Come Edessa, pure Antiochia era ritenuta una piazzaforte inespugnabile;
tuttavia fu deciso di attaccarla subito, senza attendere i rinforzi di
Alessio Comneno, tanto pi che la flotta genovese di appoggio, comparsa
nel sottostante porto di San Simone, riforn i crociati di viveri e 
materiali per approntare una fortezza.
Nel maggio del 1098, i milites Hierosolymitani seppero che un numeroso
esercito turco guidato da Kerbogha, emiro di Mossul, avanzava alla 
loro volta. Boemondo, certo dell'appoggio di Firuz, un armeno rinnegato, 
cui fu affidata una torre di avvistamento sulle mura, offr ai crociati
la conquista della citt se gliela avessero concessa in signoria. 
I principi acconsentirono e il 2 giugno 1098 quel centro urbano 
strategicamente cos importante venne occupato. Subito sopraggiunse 
sotto Antiochia l'esercito di Kerbogha, incontrandovi i crociati, 
stretti in un pericoloso assedio. Si moltiplicarono sacrifici ed
episodi di valore fino a che l'esercito di Mossul fu sconfitto da Boemondo
cui era andato il comando supremo. La vittoria fu raggiunta il 28 giugno.
Boemondo si considerava gi signore di Antiochia ma vide ergersi
di fronte a lui un temibile competitore in Raimondo, conte di Tolosa,
il quale onde eliminare il rivale e togliergli la conquista di mano, 
sostenne che la citt dovesse essere restituita all'imperatore Comneno.
Il consiglio dei principi tent di superare il dissidio, disponendo
che in un primo momento Antiochia fosse occupata e tenuta da un
presidio misto formato da Normanni e Provenzali. Boemondo, intanto 
offeso dal comportamento di Raimondo, il quale si considerava
capo dell'esercito, volle insediarsi come signore antiocheno. Fu merito
allora di Raimondo di Tolosa l'aver continuato, nonostante tutto,
la crociata mentre gli eserciti ristavano, privi di guida e di precisi 
piani. Egli si lanci, infatti, all'assedio di Nicea, presso Tripoli 
di Siria, conseguendo nuovi successi.
Il percorso da quest'ultimo centro a Gerusalemme fu rapido. Raimondo e
soprattutto Goffredo di Buglione, intensificando gli sforzi,
occuparono Aleppo e Damasco, continuando un'inarrestabile marcia.
Il 7 giugno 1099 i crociati giunsero in vista di Gerusalemme. L'assalto 
definitivo con l'aiuto del genovese Guglielmo Embriaco che
sbarc a Giaffa, portando il materiale per la costruzione delle 
macchine di assedio, ebbe inizio il 14 luglio e continu il 15. La citt 
fu presa e i musulmani vennero massacrati. L'esercito arabo giunto 
dall'Egitto in luglio, fu sconfitto ad Ascalona il 12 agosto.
Allora, contro eventuali nuovi pericoli ogni autorit venne delegata a 
Goffredo di Buglione, cui fu conferito il titolo di avvocato del
Santo Sepolcro. Morto poco tempo dopo, egli fu sostituito dal fratello 
Baldovino che fu eletto re.
Capo religioso dei crociati divenne Arnaldo de Rohes, contraddistinto 
con il titolo di patriarca di Gerusalemme. In Occidente vi
fu grande entusiasmo per l'acquisizione della Citt Santa. Urbano secondo,
nel Concilio di Roma dell'aprile 1099, come gi nel precedente tenuto a 
Bari nel 1098, esort altri cristiani a recarsi in forza in Oriente.
Una nuova spedizione di Italiani, guidati dall'arcivescovo di Milano 
Anselmo e da feudatari lombardi, giunse nel 1100, attraverso la
Dalmazia e la Bulgaria, a Costantinopoli, ove si rinnovarono forti 
contrasti con Alessio primo Comneno.
I Christicolae milites attraversarono il Bosforo sotto la guida di
Stefano di Blois e di Raimondo di Tolosa, venuto alla ricerca 
dell'alleanza di Bisanzio contro i Normanni antiocheni.
Anche Guglielmo conte di Nevers, Guglielmo nono d'Aquitania, Guelfo quarto
di Baviera, Stefano di Blois, fecero lo stesso cammino attraverso 
l'Asia Minore, ma, purtroppo, furono sconfitti ad Eraclea e solo
un modesto contingente di uomini riusc a salvarsi.
Pi utili per consolidare le conquiste, furono i soccorsi di Genova,
Pisa, Venezia. Nel settembre del 1099, una flotta pisana di centoventi
galee alla guida dell'arcivescovo Daimberto sbarc a Laodicea. Boemondo
pens di assalire la citt, ma i Pisani preferirono andare a Gerusalemme
per aiutare Goffredo di Buglione a fortificare il santo presidio. Inoltre
raggiunsero Giaffa, ove conseguirono addirittura il possesso di un
quartiere.
L'arcivescovo Daimberto divent patriarca di Gerusalemme.
Nel 1100 una flotta genovese giunse a Laodicea e sostenne Baldovino 
nell'occupazione di Arsuf e di Cesarea. Ancora nel 1100 sbarc a Giaffa
una flotta veneziana di duecento navi ripropostasi di assediare Acri e 
poi accontentatasi di espugnare il centro di Haifa. Per alcuni anni le 
squadre navali italiane, nel mare di Siria, si impossessarono 
dell'organizzazione economica del regno gerosolimitano.
Il re fece in quel momento grosse concessioni: Baldovino primo dette ai
Genovesi un quartiere ed un terzo del bottino nei centri urbani che
fossero stati conquistati insieme (proprio tale concessione fu 
solennizzata da un'iscrizione in lettere d'oro, collocata in quella 
evenienza nella chiesa del Santo Sepolcro).
I Genovesi, rientrati a Cesarea, con una ricca preda, nella quale,
fra l'altro, era compreso anche il cosiddetto sacro catino, si 
incrociarono con gli athletae Christi diretti in Siria per aiutare 
Raimondo di Tolosa nell'occupazione di Tortosa e Gibelletto. I Genovesi
sostennero quindi il figlio di Raimondo di Tolosa, Bertrando, il quale
espugn nel 1109 Tripoli di Siria e Gibello. Inoltre aiutarono Baldovino 
ad occupare Beirut. I Veneziani da parte loro dettero fattivo concorso 
all'occupazione di Sidone, realizzatasi nel 1110, e a quella di Tiro del
1124. Cos, l'elemento italiano, segnatamente i ceti mercantili delle
citt marinare, cercarono di conferire assetto stabile e coerente 
all'edificio che i crociati nel 1099 avevano con provvisoriet innalzato.
15. La conquista di Gerusalemme, inutile boucherie?
Uno dei cavalli di battaglia della polemica di Voltaire ne l'Histoire
des Croisades e nel Saggio dei costumi contro l'oscurantismo medievale,
si incentr sulla crociata, tema sul quale lo storico francese si sofferm
a lungo, definendola, senza mezzi termini, une boucherie, ossia un 
macello!
Possiamo dar torto alla sottile, pungente polemica di monsieur Arouet?
Senza dubbio, il complesso assetto sociale dell'esercito crociato e
le tensioni cui fu sottoposto si scontrarono con l'intento dei 
crucesignati, i quali continuarono a fare la guerra per fini altamente 
spirituali ma con intenti altrettanto brutali.  vero che al momento 
dell'assalto i capi crociati erano molto rigorosi con il loro esercito,
tuttavia, una volta che esso aveva compiuto il suo dovere si chiudeva 
un occhio, quando gli uomini cercavano la ricompensa per le fatiche 
sopportate, con metodi tutt'altro che edificanti.
Al momento di ingaggiare la battaglia di Ascalona, il patriarca disse 
che chiunque avesse tentato di compiere saccheggi prima che la battaglia
fosse ultimata, doveva ritenersi scomunicato. Per, terminato felicemente
l'assedio, essi - continu lo stesso patriarca - potevano ritornare 
indietro e prendersi quanto era stato destinato loro dal Signore.
Il saccheggio, insomma, era malvisto quando bisognava combattere, ma, a
vittoria conseguita, poteva considerarsi cosa tollerabile.
Talvolta la ricerca di oggetti preziosi e di danaro termin in operazioni,
per dirla ancora con Voltaire, di vera macelleria. Gli athletae Christi,
infatti, tagliarono i corpi dei morti infedeli alla ricerca di monete
d'oro nascoste nel loro stomaco. Anche in questo caso le carni fatte a
pezzi sarebbero state arrostite e mangiate.
La stessa cosa racconta Fulcherio di Chartres a proposito dei nemici
sterminati dopo la caduta di Gerusalemme. In quel caso il massacro 
provoc un lezzo cos sordido di cui non si era mai sentito l'eguale. 
Gli occidentali squarciarono il torace dei morti alla ricerca di
bisanti d'oro finiti nelle loro viscere, bisanti che i malcapitati, ancor
vivi, avevano cercato di inghiottire per non farseli trovare addosso.
Sorte migliore ebbero i vincitori dopo la caduta di Cesarea: i cadaveri 
dei nemici, infatti, vennero arsi in modo che non si spargessero
cattivi odori e inoltre furono facilmente ritrovate le monete d'oro che
anche quelle vittime avevano trangugiato, per evitare che i Franchi
gliele portassero via. Alcuni Turchi si nascosero i denari in bocca fra
i denti e le gengive. I cristiani allora li colpirono con forti pugni sul
collo che li obbligarono a sputare dieci o sedici bisanti per volta.
Le donne, invece, nascosero i loro tesori nel pube e il cronista cos
precisa: nefas erat sic recondendum et multo turpius mihi ad recitandum. 
Che pensare dunque dei pellegrini che li cercarono proprio in
quel posto? Meglio ancora: chi aveva suggerito loro di andarli a 
scovare proprio l? Comunque tale pratica, per quanto ci possa 
scandalizzare, venne sovente ripetuta durante le varie crociate.
Fulcherio, da parte sua, sent orrore per il conflitto e i combattimenti
e attacc in particolare la guerra e la violenza a proposito 
dell'espugnazione di Cesarea. La campagna militare  odiosa - egli 
disse -; bellum quia non bellum, aggiunse ancora con un giuoco di parole 
con cui sottoline che la guerra era una cosa tutt'altro che bella. Ho
visto combattere - continu Fulcherio - e ho avuto paura di essere
colpito, mentre tutti si lanciavano contro le spade come se non avessero
avuto timore alcuno di morire.
La disgrazia pi grande - aggiunse ancora il cronista di Chartres -
 quella che sopravviene quando sparisce la carit. Il rumore dei colpi
scambiati da ambo le parti diventa fortissimo: uno colpisce, l'altro
cade. Il primo non ha piet, l'altro non gliela domanda. Uno perde un
braccio, l'altro un occhio, l'altro ancora la vita stessa. Quando si 
vedono tali cose, non si pu che rabbrividire. Cosa aggiungere ad una
rappresentazione cos cruda e realisticamente atteggiata se non 
sottoscrivere il giudizio di Voltaire? Possiamo solo concludere che lo 
spirito selvaggio della prima crociata convisse con i sentimenti umani di
Fulcherio e di altri osservatori. Gli orrori, tuttavia, non si 
verificarono solo in terra santa.
Ad esempio, in Grecia i crucesignati tagliarono le mammelle ad una donna 
che voleva difendere le sue propriet. In questo caso il compianto e la
riprovazione si fecero totali. Quasi distratto, invece, il giudizio 
quando, come ad Antiochia, vennero uccisi Turchi e Saraceni e nessuno 
poteva camminare per la strada se non scavalcando i corpi dei morti che 
la occupavano tutta. Nessuno, inoltre, stigmatizz il conte di
Saint Gilles, quando ad Al-Bara uccise tutti gli Arabi, uomini e donne,
grandi e piccoli e poi ricondusse la citt alla fede di Cristo.
Boemondo trucid addirittura i suoi prigionieri, e pure in questo
caso essi erano tanti che per camminare si era costretti a passare sopra 
ai cadaveri degli islamiti. A Gerusalemme - si aggiunge ancora -
i nostri furono immersi nel sangue fino alle caviglie. Raimondo di
Aguilers con evidente esagerazione, forse nell'intento di rendere 
ancora pi completa la vittoria dei cristiani, precis che il sangue dei 
Saraceni arriv fino alle ginocchia dei vincitori. Tuttavia, esagerazioni
a parte, le fonti cristiane costituirono la testimonianza pi attendibile 
del massacro perpetrato per la riconquista della Palestina alla fede 
cristiana. Quanto avvenuto a Gerusalemme  largamente noto e terribile.
Basta riportare i racconti tolti dall'Historia de Hierosolymitano itinere 
di Tudebode e dall'Historia Francorum di Raimondo d'Aguilers che, mai 
come in questo caso, non hanno bisogno di commento:
quando i pagani furono sconfitti - annota Tudebode - i nostri presero
un'infinit di prigionieri, uomini e donne e li misero nel recinto del
tempio: poi a volte li uccisero e a volte li salvarono, a seconda della
loro momentanea determinazione. I vincitori si aggirarono velocemente
per tutta la citt di Gerusalemme sequestrando oro e argento, cavalli 
e muli e le case piene di oggetti di ogni specie. Poi gioiosi e 
lacrimanti per l'eccesso di gaudio andarono a venerare il sepolcro di
nostro Signore Ges e l sciolsero il voto precedentemente fatto.
Il giorno precedente, allorch i Franchi entrarono nella santa citt,
uccisero i difensori e li fecero a pezzi fin dentro il tempio di Salomone.
Un gran numero di pagani di ambo i sessi, fuggirono per assieparsi 
sul tetto della moschea dove Tancredi aveva concesso loro protezione, 
lanciando verso i malcapitati il suo stendardo. Quanto, poi,
fecero i milites dopo una notte di saccheggi misti a preghiere non 
trov giustificazione, perch essi non erano in preda al furore della
battaglia, ma volevano soltanto celebrare una vittoria nel nome di
Cristo. Infatti, i cristiani, senza fare alcun rumore, per non destare
reazioni, salirono sul tetto del Tempio e attaccarono i musulmani,
uomini e donne; quindi, con la spada sguainata tagliarono le loro
teste. Alcuni Arabi, per scampare al massacro, si gettarono dal Tempio,
ma fecero la stessa fine, in quanto catturati da altri cristiani pronti,
di sotto, ad attenderli al varco. Lo stesso Tancredi di Lecce - 
stigmatizza Raimondo d'Aguilers - quando vide tale misfatto, divenne 
pi furioso che mai.
I cristiani, insomma, si comportarono verso i musulmani perdendo
quasi ogni senso di umanit. Non si pu dire la stessa cosa dei cronisti.
Specialmente il surricordato Raimondo mostr tutto il suo orrore
e risentimento nel riportare particolari orripilanti, per esempio quando
raccont che i bambini vennero strappati dal seno delle madri e
spiaccicati contro il muro. Anzi egli aggiunse che Goffredo di Buglione
non volle partecipare a tali nefandezze e sottoline che il grande,
pio capitano scelse l'atteggiamento migliore.
Anche Guglielmo di Tiro, assai pi tardi registr gli stessi eccessi
a tinte fosche e con particolari raccapriccianti, pur se ci non gli 
imped di dire che il massacro avvenne per volere di Dio, in quanto il
santuario del Signore risultava profanato, per essere stato anno dopo
anno oggetto dei riti musulmani.
Non sar male aggiungere in proposito che simili giustificazioni
trovarono spazio nell'opera di un ecclesiastico colto e civile, di un
uomo il quale ogni giorno viveva a contatto con gli Arabi in una
grande citt come Tiro. La cosa che pi stup Guglielmo e che in 
precedenza offese Alberto di Aix fu che il tempio di Cristo fosse stato
adibito a culto islamico. Ma ci non pu non farci pensare a tanti
templi pagani, per esempio, al Pantheon di Roma, dal sesto secolo in
poi, trasformati, con il consenso del papa e degli imperatori bizantini,
in templi cristiani.
A parte il senso di repulsione generato dalle suddette testimonianze,
dobbiamo dire che, seppure sembri inconsueto che una guerra
originata da motivi spirituali possa dar luogo a simili nefandezze,
niente nella crociata vi fu di nuovo rispetto a quanto in precedenza e
successivamente verificatosi nel corso delle guerre dette di religione
senza tema di smentita di sovente le pi crudeli ed efferate.
A questo riguardo non dimenticheremo gli eccessi di parte islamica 
commessi in zona cristiana: tanti secoli dopo, ad Otranto (8 agosto 1480)
si videro infatti sciagure che non avevano nulla da invidiare a
quelle che ebbero per teatro Gerusalemme. Un fatto nuovo, tuttavia
contraddistinse le campagne militari islamiche: in Sicilia, per esempio,
e in talune altre zone, anche nella Spagna meridionale, gli Arabi 
proposero la conversione che salv la vita a chi dei perdenti l'avesse
accettata e questa alternativa divenne, passo dopo passo, elemento 
che contraddistinse le nazioni civili, ispirate a una visione di 
maggior tolleranza.
Trattando il tema della conquista della citt santa, abbiamo avuto
modo di porre nella obiettiva evidenza l'aspetto feroce delle crociate.
Tuttavia, avremmo parzialmente e tendenziosamente interpretato il
nostro compito di espositori, se non ricordassimo che anche in occasione
di quel trionfo lungamente atteso e al quale l'azione dei milites
era stata votata, si svilupparono aspetti di una profonda religiosit
contrastanti con gli altri, ma complessivamente volti a comporre il
quadro disarmonico e discordante, che costitu la base stessa del 
passagium ultramarinum.
Intendiamo riferirci in particolare alle notizie tratte dalla Historia
de Hierosolymitano Itinere di Tudebode, il quale con finezza seppe
cogliere il senso di commozione che pervase i soldati di Cristo, quando
giunsero in vista del centro gerosolimitano.
Giunti nei pressi di Gerusalemme - scrisse il cronista - i vescovi e
i preti che guidavano la spedizione, consigliarono all'intero esercito
di compiere una processione attorno alla citt. Vescovi e preti, dunque,
a piedi nudi, vestiti dei loro paramenti sacri e portando in mano
la croce, si recarono dalla chiesa di Santa Maria del Monte di Sion
alla chiesa di Santo Stefano Protomartire, levando ad un tempo canti
religiosi e preghiere, affinch Ges li aiutasse a liberare la sua santa
citt e il Santo Sepolcro dai pagani per porli nelle mani dei milites
Christi i quali si impegnarono con tutto il cuore a celebrare il santo
ufficio. I chierici, nello stesso momento, erano preparati a compiere
la sacra cerimonia, mentre presso di loro sostavano in religioso 
raccoglimento cavalieri e sergenti armati di tutto punto e ardenti di 
religiosit. Allorch i cristiani - soggiunse Tudebode - arrivarono alla
chiesa di Santo Stefano e secondo l'usanza delle cerimonie cristiane
vi sostarono piamente, i Saraceni, che guardavano da sopra le mura,
si misero a gridare, a lanciare urla sguaiate e a fare pi baccano che 
fosse possibile. Quindi, alla presenza dei cristiani, con un bastone
battevano la santa croce per mezzo della quale il Signore aveva redento 
il genere umano con l'effusione del suo sangue. Inoltre, per recare 
oltraggio ancor maggiore verso la croce e i suoi adoratori tentarono 
di spezzarla battendola violentemente contro il muro gridando: 
Fraangi, agip, salip!, che nella loro lingua significava: 
Franchi, ecco la vostra croce!.
Certo, il brano riportato da Tudebode non pu annullare i tanto selvaggi
precedenti ricordi, ma fa vedere come i crociati non fossero
fondamentalmente ispirati solo dalla violenza e, soprattutto, come
attraverso le Crociate - uno degli eventi che meglio mettono in luce
la mentalit dell'et di mezzo, spesso ispirata da tendenze contrastanti
fra loro - si evidenziassero concretamente quei toni crudi della vita
di cui Huizinga parl con grande senso storico nel suo Autunno del
medioevo e che fanno della media aetas, un periodo di santit
e crudelt, di pietas e di sregolatezza, complesso, anche apparentemente 
contraddittorio e per questo affascinante.
16. Il sacrificio dei cristiani
In precedenza abbiamo riferito alcuni raccapriccianti dati, relativi
alla ferocia dei Latini che, se non si giustifica, si spiega tuttavia alla
luce di corrispondenti ed egualmente turpi atti di crudelt attribuiti ai
soldati turchi, volti a punire con il martirio l'azione dei crociati.
Ad informarci degli immondi metodi guerreschi degli Islamici 
ancora una volta Tudebode, nell'Historia de Hierosolymitano Itinere.
I Turchi - dice l'autore - trascinarono sulle mura della citt il nobile
cavaliere Rinaldo Porchetus, da tempo tenuto in dura prigionia
e gli ingiunsero di parlare dall'alto con i pellegrini cristiani per 
convincerli al suo riscatto mediante una congrua somma di denaro: 
altrimenti gli sarebbe stata tagliata la testa. Ma Rinaldo, in piedi 
sulle mura, grid con decisione ai nostri principi: Signori, per me io 
mi considero gi morto: e vi prego allora fratelli di non impegnare su me
nessun riscatto. Siate per certi, per la fede in Cristo e nel Santo
Sepolcro, che Dio  e sar sempre con voi. Avete ucciso i pi forti e 
audaci ossia dodici emiri e mille e cinquecento nobili e non  rimasto
nessuno capace di misurarsi con voi nella difesa di questo centro 
urbano.
I Turchi chiesero all'interprete di tradurre quel che avesse detto 
Rinaldo, ed egli rispose: niente di buono sul vostro conto. Allora 
l'emiro Yaghi-Siyan gli ordin di scendere dalle mura e gli domand:
Rinaldo vuoi vivere e godere tranquillamente con noi?. Rispose
Rinaldo: come potrei vivere con voi senza commettere peccato?.
Rinnega il dio che adori e nel quale credi - chiar l'emiro - e credi
in Maometto e negli altri nostri di. Se farai ci ti daremo tutto quel
che vorrai: oro, argento, cavalli, mule e ogni altro ornamento e mogli
e ricchezze; e ti arricchiremo con il pi grande onore. E Rinaldo:
datemi un po' di tempo per pensarci sopra; l'emiro glielo concesse
volentieri.
Allora Rinaldo preg a mani giunte volto ad Oriente, implorando
Iddio che lo aiutasse e accogliesse la sua anima nel seno di Abramo.
L'emiro, guardatolo, chiam di nuovo l'interprete chiedendogli: Che
cosa sta facendo Rinaldo? e questi Non rinnegher affatto il suo
Dio, anzi rinuncia alle tue offerte e alla tua religione.
Udendo queste cose l'emiro si infuri ordinando che Rinaldo fosse 
decapitato: ci che i Turchi fecero con gioia.
Allora gli angeli, gareggiando nell'accogliere in cielo la sua anima,
la portarono tra cori e danze davanti a Dio, per amore del quale
egli soffr il martirio.
L'emiro, irato per non essere riuscito ad ottenere la conversione di
Rinaldo, comand che gli fossero portati dinanzi i pellegrini prigionieri
nella citt con le mani legate dietro la schiena. Giunti che furono,
li fece spogliare nudi e legare. Indi ammucchi intorno a loro legna, 
paglia e fieno e - da quel nemico di Dio che era - appicc il fuoco 
al rogo. I milites Christi gridarono di dolore e le loro voci risuonarono 
nel cielo, fino a quel Dio, per amore del quale, le loro carni e le
loro ossa arsero.
Tudebode cos conclude: Essi furono martirizzati tutti nello stesso 
giorno e recarono in cielo, al cospetto di Dio, le loro candide stole.
Sin dal principio della nostra trattazione abbiamo rilevato come
non pochi elementi cospirino a contrassegnare la crociata secondo
immagini di guerra e di conquista per la formazione di nuovi mercati
e per l'incremento dei consumi; e, inoltre, pure nell'atteggiamento
delle citt marinare, riscontrato fra gli ultimi mesi del 1099 e poi 
negli anni successivi, si possono scorgere i prodromi di una futura, 
intensa attivit commerciale legata all'ultimo periodo della presenza
cristiana in Palestina.
Tuttavia, a parte questo e non considerando altri elementi spirituali 
ricordati dianzi, dobbiamo ammettere che la prima crociata non conobbe
una preponderanza di carattere pratico ed economico. Infatti,
sovrani, feudatari e religiosi vi parteciparono insieme con i pellegrini
laici gareggiando nel santificarsi e nel donare la loro vita con sprezzo
del pericolo e sincera fede. Anzi, lo spirito di sacrificio e il dono 
disinteressato della vita divennero motivi non secondari del buon 
risultato nel periodo iniziale della santa guerra.
Una delle peculiarit del successo cristiano fu da ascriversi, tuttavia,
al fatto che i milites seppero giovarsi dell'elemento sorpresa. I
Turchi - lo accennavamo dianzi - non si aspettavano la loro spedizione 
e, pi in particolare, non si attendevano di trovarsi di fronte un
esercito cos pronto e determinato, fino al punto di non dare importanza
ai fattori che avrebbero potuto rallentare la loro conquista.
Essi ad esempio, furono vestiti ed equipaggiati in modo quasi sempre 
inadatto per quei climi e quelle terre e non conobbero le zone in
cui andarono stabilendosi. Inoltre, i vari schieramenti furono talvolta
tra loro divisi dagli odi e dai risentimenti da cui erano animati i loro
dirigenti e soffrirono non poco della mancanza di elementi capaci di
mediare fra posizioni politiche ed esigenze diverse. Eppure tutti
questi ostacoli vennero in qualche modo superati nel superiore interesse 
della campagna militare alla quale si erano votati all'atto della partenza.
Dobbiamo, inoltre, precisare che, soprattutto nelle fasi iniziali, a
rappresentare tale esigenza di mediazione fu il lorenese Goffredo di
Buglione, la cui morte accrebbe non poco le difficolt dei vari corpi
di spedizione, i quali, con la sua scomparsa, persero un valido punto
di moderazione e di riferimento.
Comunque, pur tenendo conto della perdita di Goffredo, si deve riconoscere
che la grande fede, l'entusiasmo, la tensione morale dei primi anni 
operarono una sorta di miracolo. Cos, al termine della prima crociata,
le conquiste dei cristiani raccolsero sotto le bandiere occidentali 
la Siria settentrionale, la parte di confine del Libano e buona parte 
del bacino del Giordano, senza tener conto di talune parti della penisola
mesopotamica. Il principato di Antiochia, la contea di Edessa e, infine,
Gerusalemme, condussero a compimento quella campagna militare con la
raccolta di uno straordinario carniere colmo di vittorie e di conquiste.
17. Il regno di Gerusalemme
Fra i temi pi frequentemente dibattuti dalla storiografia relativa
alla crociata dobbiamo prendere in considerazione quello connesso
alla nomina dell'Advocatus del Santo Sepolcro e alla questione 
gerosolimitana. Come gi accennato, la scelta della prima nomina, sotto
un certo aspetto la pi complessa, in quanto la carica doveva essere
sperimentata ed era necessario che fosse assunta da un personaggio
duttile e forte, capace di agire e, al momento opportuno, di attendere
cadde sul lorenese Goffredo di Buglione.
Questi, tutto sommato, fu politicamente debole, ma moralmente
dotato di una forte, indubbia carica carismatica, ebbe prestigio presso
i crociati, e forse la Chiesa di Roma fece cadere la sua attenzione
su lui proprio in quanto si tratt di un personaggio non prepotente e
pronto a sacrificarsi per il bene della campagna militare e per la 
riuscita del passagium ultramarinum.
Urbano secondo infatti, non voleva che proprio in Palestina si creasse un
potere politico troppo forte, magari contrapposto a quello della Chiesa 
e, comunque, volle serbarsi il privilegio di concedere feudalmente
ai nobili e ai sovrani, a nome del papato, le conquiste gi saldamente
detenute nelle loro mani. Per ottenere ci, era per necessario avere a
disposizione un elemento spiritualmente prestigioso, ma non pericoloso,
proprio qual era Goffredo.
Con quella elezione, allora, Urbano rimase nell'ambito della consolidata
politica pontificia, gi attuata da Leone nono quando a met
del secolo 11esimo, si era regolato allo stesso modo assegnando ai
Normanni d'Italia i feudi meridionali che essi avevano gi conquistato 
in seguito alla vittoria di Civitate sul Fortore (1053). Anche in 
Inghilterra poi, Guglielmo il Conquistatore, si era recato alla battaglia 
di Hastings (l066) portando con s il vessillo di San Pietro datogli da 
Alessandro secondo. Tale collaudato metodo, insomma, aveva consentito alla
Chiesa di mantenere un indiscusso primato e, allo stesso tempo, aveva 
permesso alla nobilt feudale di costituire ben saldi regni.
A Gerusalemme, Urbano secondo aveva intenzione di comportarsi allo
stesso modo. Tuttavia, nel Medio Oriente, la situazione era diversa e
sarebbe stato molto pi complesso articolare e dar stabile vita ad un
potere che si basasse quasi unicamente sul predominio ecclesiastico.
Le difficolt paventate esplosero dopo la morte di Ademaro di Monteil 
e di Goffredo di Buglione.
I cronisti, autori dell'Histoire des Croisades, di tale situazione 
intesero fornire una interpretazione, pi che politica, religiosa. Essi
dissero, infatti, che al pontefice di Roma non era sembrato possibile
porre sul capo di un sovrano una corona, l dove Cristo era stato in
precedenza coronato di spine; per questo era parso pi opportuno
nominare un Advocatus, come Goffredo, al posto di un sovrano.
Certo, non si pu negare che la motivazione fu ben trovata e che alla
suddetta riflessione era difficile contrapporre argomentazioni valide.
Tuttavia, noi sappiamo che le cose stavano diversamente e che
la maggior sicurezza di Roma fu riposta nel fatto che il non troppo
potente Goffredo offr la garanzia di lasciare tutto il potere del vasto
raggruppamento di domini orientali nelle mani del vescovo di Roma.
A proposito di Goffredo, bisogna anche dire che spesso la storiografia 
ci ha abituato a trovare ingigantita la sua figura. Di ci in gran
parte si rese responsabile il pi volte citato cronista Adalberto di Aix,
autore della gi ricordata Historia Hierosolymitana. In realt Adalberto
fu un lorenese come Goffredo e, quindi, tese, in qualche modo,
a conferirgli una forza che non ebbe.
Tuttavia, anche al di l della faida lorenese, potente e rispettata
nella Chiesa di Roma nell'ambito del secolo 11esimo, segnatamente nel 
periodo della riforma ecclesiastica, in parte addirittura da Augustin 
Fliche denominata Riforma lorenese, gli storici sono stati sempre 
propensi a conferire all'Advocatus un peso che in effetti non ebbe 
completamente.
Quattro secoli dopo, quindi, Torquato Tasso nella sua Gerusalemme 
liberata, esalt con piena convinzione il pio Goffredo al pari di un
indiscusso capo dei crociati. Ma una cos forte, prestigiosa dignitas
primaziale non fu consona a quel personaggio.
Si sa, infatti, che pi potente e temuto di lui fu Raimondo di Tolosa
il quale nel passagium universale impegn consistenti sostanze, 
intelligenza politica e spirito di iniziativa. Raimondo anzi fu talvolta 
in dissidio con Goffredo, da cui dissent sul metodo di guerreggiare e 
soprattutto sulla gestione del conflitto. Se, per, con il lorenese il 
tolosano Raimondo fu in disaccordo, la stessa cosa non si verific con
l'imperatore bizantino, il quale lucidamente scorse in Buglione la
mente politica pi forte e pertanto ebbe interesse a stabilire con quel
nobile una sorta di rapporto preferenziale da volgersi talora in senso
filobizantino, talaltra in senso antinormanno.
Proprio ci allora indusse Urbano a non preferire il nobile di Tolosa 
come Advocatus Hierosolymitanus ed a scegliere, come gi detto,
il meno risoluto Goffredo, il quale si limit a dirimere le tensioni e a
suggerire complesse mediazioni, mentre il governo effettivo fu assunto
dal patriarca latino di Gerusalemme che, da parte sua, sotto il patronato
del papa, si dedic in particolare all'affermazione delle prerogative
religiose e militari del Santo Sepolcro.
La situazione si modific radicalmente con la morte inaspettata
del suddetto Goffredo, avvenuta nel luglio del 1100, in conseguenza
della quale fu chiamato a succedergli il fratello Baldovino pi energico
e risoluto nelle decisioni e politicamente pi motivato.
Baldovino, infatti, cess quasi immediatamente di dipendere dal
patriarca gerosolimitano, mentre bad a difendere in modo pi concreto 
la terra santa da un punto di vista oltre che militare, anche economico.
In altri termini egli attu una accorta gestione di potere, poi
costrinse i suoi vassalli a giurargli fedelt; quindi fin per assumere
con l'avvocatura la corona di Gerusalemme - quella che i cronisti dicevano
non potesse essere concessa a un mortale, nel luogo ove era stato 
incoronato di spine il figlio di Dio - e per diventare re degli stati
crociati. Tale corona, com' noto, fu tramandata per quasi tutto il 
12esimo secolo, fino a quando con Baldovino quarto (1174-1175), la citt
santa cadde nelle mani del sultano.
Per nel periodo in cui ebbe vita il regno, esso costitu un forte punto
di riferimento feudale accanto alla contea provenzale di Tripoli e
al principato normanno di Antiochia.
La nomina del re di Gerusalemme, alla morte del pio Goffredo, dovette
considerarsi un evento inevitabile, ma la Chiesa non aveva fatto
male a eludere, sinch le fu possibile, la formazione di una cos forte
e motivata potenza politica. Le contese familiari, le divisioni 
ideologiche, la scelta di privilegiare l'aspetto economico su quello 
religioso della conquista della terra santa e, non ultimo, la fondazione
del regno di Gerusalemme, furono, infatti, tutti motivi destinati ad 
indebolire la causa delle crociate e a precostituire una situazione 
favorevole al ritorno degli Arabi.
All'inizio la presenza operante di una folta schiera di feudatari 
occidentali e soprattutto l'importante conquista di Tiro (1124), 
verificatasi come conseguenza delle precedenti vittorie con cui si era
conclusa la prima crociata, coprirono vuoti organizzativi, militari e
politici sempre pi vistosi, esplosi poi, quasi con virulenza verso la 
met del 12esimo secolo.
Intorno agli anni quaranta del 12esimo secolo, infatti, citt fino a 
non molto tempo prima economicamente e amministrativamente forti come
Acri, Tiro, Tripoli di Siria, Beirut, Sidone, Giaffa, Cesarea, Ascalona,
caddero l'una dopo l'altra in crisi e divennero povere, meno abitate e
sedi meno ambite per la conclusione di affari un tempo ingenti.
I motivi della crisi sono presto detti: questi centri urbani ed economici,
in passato, si erano sempre avvalsi del contatto politico, 
economico-sociale, culturale e religioso con Aleppo, Damasco, Mossul,
Alessandria. La divisione determinatasi, invece, in seguito al passagium
generale in base al quale la costa rimase in mani cristiane
e l'interno ebbe ancora una preponderanza araba, lasci i suddetti
centri come un corpo privo di testa. Lo scompenso, pertanto, fu sensibile
pure nelle zone interne dei paesi arabi, ma assai pi lo divenne sulla 
costa, artificiosamente e virtualmente privata dell'entroterra arabo.
Senza la Mesopotamia, la Persia, le terre armene e quelle dei Curdi, i 
porti costieri divennero, in pochi decenni, corpo reciso, quasi privo 
di vita. Ci non viet, tuttavia, ai cristiani poco interessati 
all'avvenire di quelle zone di cui intendevano in prevalenza sfruttare 
le potenzialit reperibili al presente, di lucrare affari vantaggiosi. 
Per, la prosperit di un tempo divenne presto un ricordo e il regno di 
Gerusalemme, in tal situazione, ebbe scarsa influenza e port poco aiuto
ai peregrini. Ci contribu a preparare una condizione foriera di 
insuccessi e di vuoto politico destinato ad evolversi, se non a favore 
dei Bizantini che non riuscirono a detenere nuovamente nelle loro mani 
il timone del governo mediorientale, a vantaggio dei potentati arabi, 
profondamente legati a quelle terre e decisi a riassumeme la leadership.
Se, dunque, il problema della gestione delle conquiste fu complesso e 
di soluzione ardua, ancor pi grave si pales quello della difesa
militare. Tale ultima questione pot forse sembrare relativamente 
importante a chi in terra santa cercava di creare e sviluppare solidi
mercati e a chi in prospettiva, come i Francescani e i Domenicani, 
preferiva legare la cristianit transmarina alla occidentale non con 
la spada ed il sangue ma con la predicazione e la conversione.
Ad avvertirlo maggiormente, tuttavia, allorch non pochi feudatari
fecero ritorno alle loro terre francesi, italiane, lorenesi, inglesi, 
furono i coloni cristiani pi saldamente stanziatisi in Palestina e che
avevano eletto la terra di Oriente a loro residenza stabile, ma che tale
per sarebbe realmente divenuta e si sarebbe per essi mantenuta, solo
se l'intera zona fosse stata concretamente e saggiamente difesa.
Assai precaria si fece, dunque, la situazione del regno gerosolimitano
di cui - dicevamo ora - non si avvidero i mercanti e i feudatari e ancor
meno i cronisti cristiani intenti a celebrare in tono biblico ed estatico
le ricchezze della nuova patria, considerate quasi infinite e collocate 
in un contesto che non conosceva n prevedeva mutamenti.
Si pensi in proposito a un noto passo dei Gesta Francorum Hierusalem 
peregrinantium di Fulcherio di Chartres in cui si dice che i crociati
erano un tempo occidentali ma che con l'andar del tempo, erano
divenuti orientali. L'Italico o il Franco di ieri - precisa Fulcherio -
una volta trapiantati, si erano trasformati in un Galileo o in un 
Palestinese. Il cittadino di Reims o di Chartres si era mutato in Siriaco
o in Antiocheno. Tutti, insomma, avevano dimenticato i loro luoghi di
origine; molti, poi, li ignoravano e sembrava non li conoscessero.
Ma i Gesta non si fermano qui: c' gi - vi si aggiunge - chi possiede
in Oriente casa e servi con la naturalezza con cui li gestirebbe
se li avesse ricevuti in eredit dal padre. Chi ha preso per moglie - si
esemplifica ancora - anzich una compatriota una Siriana, un'Armena o 
una Saracena battezzata, ha qui suoceri, generi, discendenti, parenti.
Taluni coloni hanno ormai figli e nipoti, altri bevono il vino della 
loro vigna, un altro ancora si nutre con i prodotti dei suoi campi.
Le successive riflessioni di Fulcherio sono, per, ancor pi interessanti.
I crociati e i coloni - egli rileva - si servono indifferentemente
delle diverse lingue usate in quella terra.
Tanto l'indigeno quanto il contadino occidentale sono divenuti poliglotti
e la reciproca fiducia - viene affermato con una sensibilit e una finezza
inconsueta - avvicina le razze anche pi estranee fra loro. A questo 
punto  di prammatica la citazione di un versetto biblico tolto da 
Isaia, 65, 25: Il leone e il bue mangeranno a una medesima mangiatoia.
Il colono, insomma,  ormai diventato quasi un indigeno e l'immigrato 
si assimila all'abitante originario. Ogni giorno parenti e amici
raggiungono dall'Occidente quelli che si sono stabiliti in terra santa
non esitando ad abbandonare laggi quanto in precedenza posseduto.
Chi in Occidente era povero - specificano i Gesta - qui per grazia di
Dio ottiene l'opulenza; chi non aveva che qualche soldo, qui stipa
addirittura dei tesori; chi non possedeva neanche un pezzo di terra,
qui  diventato padrone di una citt. La conclusione  ovvia: perch
bisognerebbe tornare alle terre natie, dal momento che in Oriente si 
trovata una simile sistemazione?
Senza dubbio nei Gesta - segnatamente in questo passo - Fulcherio si
 lasciato andare e ha descritto in termini sin troppo entusiastici
una realt spesso diversa e meno ottimistica. Quel che prima ricordammo,
gli assalti, gli assedi, il periodo delle persecuzioni turche, degli
incendi, della morte, fu totalmente assente da queste pagine, mentre 
costitu il leitmotiv della difficile vita degli occidentali in quella
che eufemisticamente quasi era stata denominata terra promessa. E
tuttavia, per taluni riguardi il testo di Fulcherio  importante e degno
di fede, poich ci fa toccare con mano come, al di l delle difficolt e
delle peripezie, nel regno di Gerusalemme per buona parte del 12esimo
secolo, si realizz un vero stato, generatore di una societ e di una 
civilt diverse, evolute rispetto a quelle abbandonate dai crociati nella
loro patria, pi aperte, partecipi di esperienze, costumi, consuetudini
differenti che, connessi tra loro, originarono un mondo nuovo, civilmente
avanzato e spiritualmente interessante. E ci costitu un aspetto 
originale e autentico delle crociate e dei cambiamenti che esse 
introdussero nell'et di mezzo.
18. La seconda crociata.
Quanto dianzi detto, tuttavia, pur non sottovalutando le significative
riflessioni di Fulcherio di Chartres sull'assetto del regno di Gerusalemme
e sull'esistenza ivi condotta dai coloni residenti, ci porta
a sostenere che, tutto sommato, nonostante le conquiste effettuate nel
corso della prima crociata e nei decenni che seguirono - in particolare 
con la presa di Tiro - l'equilibrio degli stati latini, di Tripoli, di
Edessa, di Antiochia, tra gli altri centri rimasta in pi stretto contatto
con Costantinopoli, e di Gerusalemme fu precario.
Difficili si mantennero i rapporti con l'Impero bizantino che reclam 
i territori su cui esso vantava antichi diritti usurpati. L'elemento
latino fu in lotta con il greco, con il siriano, e l'egiziano. 
Dall'Occidente continu il flusso di pellegrini pi che di crociati. 
Comunque, in principio, gli stati latini riuscirono a sorreggersi 
sulla discordia musulmana. Vi fu, infatti, un crescente contrasto fra 
gli Arabi d'Egitto e i Turchi di Siria; questi ultimi, poi, si suddivisero
nei sultanati di Damasco, Aleppo, Mossul.
Bast, tuttavia, un atto di coraggio del governatore di Mossul, del
valoroso e potente Zengi, il quale fra il 1128 e il 1136 organizz la
prima riscossa arabo-turca, per distruggere uno dei punti di riferimento 
del cristianesimo siriano. Nel 1144, infatti, egli attacc la
contea di Edessa, strategicamente significativa e, dopo un mese di
assedio, occup l'importante capoluogo per il quale i cristiani, 
inorgogliti dai precedenti successi, non precostituirono una difesa 
adeguata. Anche Gerusalemme non dispose di aiuti sufficienti e di armate
ben equipaggiate. Nel 1145, quindi, giunsero le prime richieste di
aiuto a papa Eugenio terzo allora a Viterbo. Goffredo, vescovo di Langres,
si rec da Luigi settimo di Francia per sottoporgli un progetto di 
crociata. Nonostante il parere contrario dei suoi collaboratori, re Luigi
fu conquistato dal disegno avventuroso di cui colse il peso politico.
L'aiuto offerto al papa, infatti, lo avrebbe posto su un piano pi 
elevato rispetto a quello di altri re cristiani, quindi accett di 
compiere il difficile passagium ultra mare.
Fatto nuovo e caratterizzante fu in questo caso rappresentato dalla
partecipazione di S. Bernardo di Clairvaux, al quale fu affidato il 
compito di predicare la seconda crociata. Bernardo, intransigente ed 
entusiasta, si gett nell'impresa vincendo resistenze e opposizioni. 
Cos, nel corso dell'assemblea di Vezelay del 31 marzo 1146 fu bandita su
territorio francese la prima crociata regale. Nella successiva dieta di
Spira del 25 dicembre 1146 anche l'imperatore Corrado terzo e i suoi 
baroni presero la croce.
Il piano bernardiano aveva del meraviglioso: la cristianit occidentale 
unita e concorde doveva, a suo avviso, attaccare in modo programmato 
l'Oriente e la Spagna e la societ pagana del Nord germanico, dilatando
i confini del regno di Cristo. Luigi settimo e Corrado terzo decisero 
di trattare con l'imperatore Manuele primo Comneno. A Costantinopoli 
fu posto il centro di raccolta dell'impresa. Manuele promise
appoggio ai crociati in cambio di un giuramento di fedelt. Si trattava
di consegnargli le terre sottratte in precedenza ai Turchi entro i 
confini bizantini. Inoltre, il Comneno pretese che alla crociata non si 
associassero i Nommanni di Ruggero di Sicilia.
I sovrani, compiendo un grave errore, decisero di muoversi separatamente.
Corrado, partito da Bamberga, nel maggio 1147 con un esercito di molte
migliaia di uomini si ferm a Belgrado e a Branicevo e, nonostante gli
ostacoli frappostigli da elementi slavi e bizantini timorosi 
dell'avvicinarsi alle loro terre del sovrano germanico, giunse
sul Bosforo. I due imperatori, nonostante i precedenti accordi, non
s'incontrarono e Corrado non rese il preannunciato omaggio a Manuele primo.
L'esercito imperiale, senza attendere i soldati di Luigi settimo - questo
l'errore di procedere divisi - si addentr in territorio turco, ma presto
fu privo di vettovaglie e incalzato dai feroci Mamelucchi, arretr.
Rientrato a Nicea, Corrado terzo vi incontr finalmente Luigi settimo, il
quale, concentrati i crociati a Metz, segu in ritardo la strada dei 
Germanici: travers il Danubio, pass per Belgrado e la valle della 
Morava. Qui trov le popolazioni stremate dal precedente passaggio dei
Germani, quindi propense a cedere vettovaglie e cavalli purch l'esercito 
se ne andasse rapidamente dalle loro terre.
Per lo stesso motivo, a Costantinopoli Luigi settimo fu bene accolto da
Manuele Comneno che non voleva ingaggiare nuovi contrasti con i
crociati. Qui a Luigi fu proposto di accettare gli aiuti di Ruggero 
secondo di Sicilia, ma il sovrano francese respinse il poco realistico 
progetto che gli avrebbe, fra l'altro, alienato ogni fiducia 
dell'imperatore bizantino, quindi pass in Asia senza attendere i 
contingenti italiani di Amedeo terzo di Savoia e di Guglielmo quinto 
di Monferrato. Questi ultimi arrivarono dopo poco e si unirono pi tardi 
agli altri crociati.
A Nicea Luigi settimo rese visita a Corrado terzo ammalatosi dopo il 
disastroso scontro con i Mamelucchi. I Francesi ripresero il cammino 
attraverso Smirne, Efeso, Filadelfia, perraggiungere Attalia. Corrado terzo
li seg fino ad Efeso; qui si ferm per rientrare a Costantinopoli ove
fu ospitato presso la corte dei Comneni. Nella primavera del 1148,
poi soccorso da una flotta di appoggio, part per la Palestina e 
nell'aprile giunse a S. Giovanni d'Acri.
Tuttavia, allorch i Tedeschi ripresero animo, i Francesi, stanchi e
attaccati da pericolose epidemie, dovettero marcare il passo. Luigi 
settimo si imbarc per Cipro (da questa spedizione in avanti, osserviamo 
il succedersi di deviazioni e di mutamenti di rotta che costituirono da 
allora in poi una delle caratteristiche pi negative e dispersive per la
buona riuscita dei transita ultramarina) dove Amedeo terzo di Savoia 
sbarc e mor. Quindi il sovrano francese raggiunse Antiochia nel marzo
del 1148, mentre gli altri crociati, per via di terra, toccarono la Siria.
Luigi settimo pens allora di riconquistare Edessa, poi, impaurito dalle
difficolt, comp una digressione per Gerusalemme ove lo accolsero
il re gerosolimitano Baldovino terzo e l'imperatore Corrado terzo.
La vicenda, che all'apparenza sembra di scarso interesse, merita
invece, qualche approfondimento: il 19 marzo 1148 re Luigi sbarc a
San Simeone e ad Antiochia fu ricevuto dallo zio Raimondo di Poitiers.
Quest'ultimo gli propose subito di prendere le armi per marciare su
Aleppo e vendicare lo smacco subito dai Latini a Edessa. Luigi,
per, rifiut l'offerta con la motivazione ufficiale secondo la quale
egli non aveva il coraggio di cominciare le operazioni militari prima
di aver sciolto il suo voto di crociato a Gerusalemme. La realt, 
tuttavia, era ben altra: il sovrano ormai sapeva che la sua consorte,
Eleonora d'Aquitania, colta e insoddisfatta, aveva allacciato una 
relazione con lo zio, Raimondo di Poitiers e, pertanto, non voleva 
intrattenere rapporti neppure politici e militari con l'intraprendente 
congiunto. Cos prese con s la moglie per allontanarla dalla pericolosa
fiamma e insieme si recarono a visitare il Santo Sepolcro. In seguito, 
 ben nota la conclusione di questi eventi: la passionale Eleonora
chiese il divorzio dal marito, a suo dire troppo dedito ai doveri 
spirituali e inadempiente, invece, a quelli coniugali. Quindi, libera e 
padrona dei ricchi e vasti possedimenti aquitanici, convol in breve a
nuove nozze con Enrico secondo Plantageneto, re d'Ingbilterra, nozze che
per tre secoli e passa portarono la potente Albione fin nel cuore del
regno francese. Esaurita la piccante digressione torniamo pi dappresso 
alle vicende della seconda crociata e precisamente al suaccennato 
incontro dei sovrani a Gerusalemme.
Finalmente qui riunitisi, i vari contingenti di armati decisero di
continuare la guerra con la conquista di Damasco, ma pure quell'impresa 
si rivel superiore alle loro forze. Il sovrano germanico prefer allora
ripartire per Costantinopoli e Luigi settimo, attraverso la Sicilia, 
torn in Francia. In tal modo si concluse la crociata per la quale i 
sovrani occidentali partirono con la certezza di mietere facili successi, 
mentre la realt si present pi amara e complessa e, in conclusione, 
rispetto alla situazione di crisi degli anni quaranta, la terra santa non
pot godere di consistenti miglioramenti.
19. L'esercito e gli ordini monastici militari
Abbiamo in precedenza accennato al numero dei partecipanti alla
prima crociata affermando ch'esso fu assai inferiore ai dati fantastici
tramandati da talune fonti. Pi difficile , tuttavia, offrire cifre 
ragionevoli in merito ai militari effettivi rimasti in terra santa, a
partire dai primi anni del 12esimo secolo.
Tanto per cominciare, mancano elementi precisi, ma i pochi di cui
disponiamo attestano una realt tutt'altro che esaltante. Per il regno
di Gerusalemme, ad esempio, possediamo notizie sul periodo di re
Baldovino quarto, il quale ebbe a disposizione 577 cavalieri e poco pi di
5.000 soldati. Anche il contingente del principato d'Antiochia fu di
circa 500 cavalieri e di 4-5.000 soldati, in parte utilizzati anche per i
combattimenti a cavallo. La contea di Tripoli, invece, dispose di 400
cavalieri. In complesso, nei tre principati suddetti si giunse ad un
massimo di 1.100-1.200 cavalieri e di 10-12.000 soldati suddivisi in
minuscole guarnigioni. A tale complesso bisogna sottrarre un buon
numero di soldati ammalati e di uomini portati a un generalizzato 
anarchismo e che spesso si rifiutavano di combattere; quindi  facile 
comprendere perch i combattenti, anche in occasione dei maggiori scontri
fossero di quantit modeste. Nel 1101, ad esempio, Baldovino disloc 
sotto le mura di Ascalona un'armata di 260 uomini a cavallo e di
970 soldati. Fulcherio di Chartres ci narra che lo stesso sovrano ebbe
affidati 300 cavalieri per tenere Gerusalemme, Giaffa, Rama e Haifa.
Nel 1167 Amalrico primo marci contro i Turchi con 374 cavalieri e un
numero imprecisato di soldati a piedi. Contro il Saladino nel 1170
egli pot contare su 250 militi a cavallo e su 2.000 a piedi. Baldovino
quarto, infine, consegu una considerevole vittoria con un contingente
quasi eccezionale di 700 cavalieri.
 vero che di tanto in tanto giungevano in Palestina i rinforzi 
dell'Occidente. Franchi e Italiani, Tedeschi e Baltici, Inglesi, 
Portoghesi e Spagnoli si prodigarono nel compiere con il santo passaggio 
la pi alta e convinta opera di misericordia e ogni vero cavaliere pot 
considerarsi tale solo quando pronunci e sciolse il voto della crociata,
con tutti i pericoli, le spese e le incognite che esso comportava. 
Numerosi contingenti giunsero per via di terra attraverso i Balcani e
l'Asia Minore, altri pi numerosi arrivarono per mare, accompagnati
dalle flotte delle citt marinare italiane. Una flotta di appoggio 
genovese nel 1104 consent la presa di Acri; Genovesi e Pisani 
assicurarono la conquista di Beyruth nel 1109, i crociati norvegesi 
quella di Sidone nel 1110, i veneziani quella di Tiro nel 1123. La 
contea di Tripoli si form fra il 1110 e il 1120 grazie ai rinforzi venuti 
dalla Provenza.
Non si pu dire pertanto che l'Occidente non provvedesse con aiuti 
per incerti e irregolari, quindi destinati a portare con s una serie
di svantaggi. I milites arrivavano sempre in numero inferiore rispetto
al bisogno, i contingenti, di solito modesti, vennero rimpolpiti con
forze sussidiarie non bene armate e ancor peggio addestrate. Sempre
pi, poi, dopo la seconda e la terza crociata, i milites compirono il
loro voto e prima possibile vollero far ritorno alle loro case. Quelli
che restarono furono spesso indisciplinati e pi spinti verso l'avventura
che a lottare contro l'Islam.
Aggiungeremo, dunque, che tutt'altro che soddisfacenti furono i
risultati della seconda crociata che tuttavia affront e risolse in modo
nuovo e organico un grosso problema legato alla difesa permanente
della terra santa. Quanto accaduto a Corrado terzo, a Luigi settimo e 
ad Amedeo terzo di Savoia fece comprendere che non era possibile affidarsi
unicamente ai cavalieri, pochi di numero, i quali conducevano vita
autonoma, si manifestavano desiderosi di muoversi e pronti a partire
per nuove, improvvisate destinazioni, oppure, alle prime difficolt,
decidevano di tornare alle loro famiglie e case, pi disposti a salvare
la loro pelle che quella dei peregrini stanziali e dei coloni cristiani
stabilitisi in Oriente, ove possedevano comunit ricche e influenti.
Non dimenticheremo di ricordare, come  giusto, che la cristianit
occidentale e il papa avevano inviato aiuti in uomini, in denaro e in
flotte di sostegno, ma tutto ci era costato molto in vite umane e 
danaro e si era rivelato scarsamente utile. In effetti, quando i 
crucesignati giunti dalla Francia o dall'Italia venivano a contatto con 
i signori franco-siriani, ormai abituati a vivere, a parlare, a 
vestirsi, a mangiare quasi del tutto come gli Arabi, rimanevano 
disorientati e presto, abbandonando l'entusiasmo con cui erano giunti 
in terra santa, lasciavano quegli inconsueti confratelli arabizzati al 
proprio destino che sentivano diverso dal loro.
Bisognava cercare, allora, una soluzione adeguata che fu trovata
con la creazione di alcuni Ordini monastici devoluti alla stabile difesa,
anche militare, dei luoghi santi e di quanti vi abitavano. Nacquero, 
allora, l'Ordine dei Templari, quello degli Ospedalieri di S. Giovanni, 
poi detto dei Cavalieri di Rodi e di Malta e, infine, quello dei
Teutonici.
Gli Ordini si batterono per difendere la Palestina e i cristiani che
vi si erano trasferiti, quindi costituirono un punto di riferimento
per quanti, dall'Occidente, giungessero nel Levante, crociati o coloni,
e riunirono schiere militarizzate, con adeguate strutture, urbanistiche 
ed economiche, presto divenute potenti, dal punto di vista organizzativo.
Non sappiamo con certezza se l'idea di conferire una struttura organizzata
di carattere religioso-militare, risalisse in tutto o in parte a 
San Bernardo, il quale, tuttavia, la fece ben presto sua e volle tradurla
in azione concreta con la decisione e l'impeto che gli erano consueti.
In particolare, nei Templari Bernardo vide lo strumento per la difesa
di Gerusalemme, ma soprattutto il mezzo che avrebbe reso possibile
cristianizzare gli ideali cavallereschi. Fino ad allora, infatti, i 
cavalieri guerreggiavano per conquistare, per arricchirsi, per diventare
politicamente pi importanti di altri gruppi e popoli, e tutto questo, 
affermava il santo, sviluppava solo la mondanit, la peggiore vanit e non
aveva nulla da dividere con il cristianesimo. Ben diversa sarebbe stata,
invece, la situazione, se si fossero creati nuovi sodalizi religiosi
addestrati secondo gli insegnamenti di San Bernardo, il quale si espresse
in proposito in termini chiari e limpidi nel De laude novae militiae
ad milites Templi liber.
San Bernardo, per cominciare, stigmatizz l'inverosimile passione e
l'intollerabile pazzia del guerreggiare con tante spese e tante fatiche
senza nessuna ricompensa se non la morte o il peccato. Altrettanto 
intollerabile fu per lui coprire di seta i cavalli e rivestire le 
corazze di stracci colorati, dipingere le lance, gli scudi e le selle, 
ornare con finimenti dorati e argentati le briglie e gli speroni per
correre con lusso e spreco verso la morte, affrontata con impudente 
stupidit. Bernardo incalzava ancora pi a fondo: quelle cos descritte
potevano considerarsi insegne militari o erano ornamenti da donne? Le armi
nemiche avrebbero forse avuto paura dell'oro, avrebbero rispettato
gemme e non oltrepassato la seta? In realt al combattente - rifletteva 
l'austero santo - erano necessarie solo tre cose: abilit, alacrit e
circospezione; abilit nel cavalcare, prontezza nel colpire, circospezione
nel guardarsi quando ci si recasse in terre e fra genti sconosciute. 
I cavalieri, invece, si curavano come femminette, i loro capelli
erano disgustosamente lunghi; essi si ricoprivano inoltre con 
sopravvesti lunghe e drappeggiate che rendevano diffficili e goffi i 
movimenti e seppellivano le mani in ampi e troppo comodi guanti. Le
guerre, poi, - constatava il monaco di Clairvaux - erano combattute
per odio. I cavalieri di Cristo invece avrebbero preso le armi solo per
il Signore e non avrebbero dovuto temere di commettere peccato 
nell'uccidere i nemici e di dannarsi morendo in battaglia. Infatti, 
quando la morte era data e ricevuta nel nome del figlio di Dio, non 
comportava peccato e procacciava vera gloria: peraltro, quando la morte 
veniva inflitta cos, si vinceva per il Signore, il quale avrebbe accolto
volentieri la uccisione del nemico come un atto di giustizia e ancor
pi volentieri avrebbe offerto come premio se stesso al cavaliere
che fosse caduto. Il cavaliere - affermava Bernardo - uccideva con
sicurezza e moriva con baldanza ancor maggiore, in quanto giovava
a se stesso, quando moriva, e a Cristo quando uccideva. Infatti egli
portava la spada come ministro di Dio, il quale doveva lodare i buoni
e punire i malvagi. Uccidere un malvagio -  qui il succo della teorica
bernardiana - non rendeva, dunque, omicida ma malicida. Il cavaliere 
punitore di un infedele era, perci, il vendicatore di Dio e il
difensore dei cristiani, se moriva, non periva, ma giungeva alla meta.
Infatti, la morte dispensata era un guadagno per il Signore, quella 
ricevuta una conquista personale. Della morte dell'infedele il cristiano
doveva gloriarsi, poich, attraverso di essa, era glorificato Dio e nella
morte del cristiano si dimostrava quanto fosse magnanimo il sovrano
il quale aveva ingaggiato il soldato e facendolo morire per la fede lo
aveva redento.
Il piano di San Bernardo, quindi, era possente e, nelle intenzioni,
procacciatore di sicurezza e di grande spiritualit. Le cose, tuttavia,
si svolsero diversamente. I Templari specialmente accumularono in
prosieguo di tempo enormi ricchezze, divennero tracotanti e superbi
e circondarono le loro attivit e finalit del pi completo segreto su
cui gravarono ambigui sospetti.
Attorno alla segretezza dei Templari, pertanto, nacquero sordide
diffidenze, leggende strane e turpi sulla loro vita. Essi, cos, furono
circondati di timore, disprezzo e odio. Ci nei primi anni del Trecento 
consent a Filippo quarto il Bello (1285-1314) di processarli, 
condannarli, distruggerli.
Meno dubbi e critiche sollevarono, invece, gli Ospedalieri dedicatisi
essenzialmente a un programma di aiuti e di assistenza alle popolazioni 
in cui si imbatterono, nel corso dei secoli, in terre lontane da
quelle in cui mossero i primi passi.
Ai Teutonici, infine, fu affidato l'incarico di cristianizzare le 
regioni nord-orientali europee; essi operarono quindi in Prussia, 
Polonia, Lituania, Ucraina: nel Cinquecento divennero luterani.
I nuovi Ordini, oltre a conferire - come si diceva - un assetto pi
ordinato alle conquiste cristiane d'oltremare, configurarono in modo
organico e nuovo il rapporto dei cristiani con la guerra. All'inizio gli
appartenenti agli Ordini, oltre a promettere il loro impegno per la 
difesa della terra santa, pronunziarono i consueti voti di celibato, 
obbedienza e povert personale quindi fecero un voto di obbedienza al
papa. Ultimo e pi inconsueto giuramento fu, per, quello di muover
guerra sempre e dovunque agli infedeli.
Proprio in ci, tuttavia, fu rinvenuto l'aspetto pi nuovo e originale
di quei campioni della fede. Infatti, il cristianesimo occidentale,
secondo le premesse agostiniane dedicate al concetto di guerra giusta,
avevano tradizionalmente consentito ai cristiani l'uso delle armi.
In guerra - diceva Agostino - il cristiano era autorizzato ad uccidere,
salvo ad aver l'obbligo di fare penitenza dopo aver usato le armi, sia
pure per difendere altri cristiani.
Per, nonostante tutto ci, il cattolicesimo romano non conobbe il
principio di guerra-santa per la difesa e l'espansione della fede e i 
normali conflitti rimasero fuori dall'interpretazione dello spirito del
Nuovo Testamento. Ora, tuttavia, le guerre contro i Turchi e gi prima
la cacciata dei Mori dalla Spagna meridionale indicarono ai cavalieri 
finalit nuove dal punto di vista militare, religioso e culturale. Cos 
anche la Chiesa fin per accettare il principio, secondo il quale il 
crociato morto in battaglia per la difesa della fede era un martire da
paragonarsi ai primi testimoni cristiani. Anzi, proprio il martirio 
esalt e riscatt le loro azioni militari nonch l'indiscriminato 
uso delle armi.
20. Il sistema difensivo: fortezze e mura
I primi re di Gerusalemme, i feudatari, i cavalieri, ebbero tutti una
preoccupazione costante: quella di costruire e mantenere efficiente
un buon numero di fortezze e di opere difensive, quasi sempre completate
entro la prima met del secolo 12esimo; nel regno di Gerusalemme
la difesa fu abbastanza facilmente e felicemente organizzata. A Occidente
le opere militari vennero dislocate fra Beyruth e Gaza, a sud, invece, 
tra il deserto del Sinai e il grande deserto, a est lungo il Giordano, 
il Mar Morto e poi sul Mar Rosso.
I castelli servirono dapprincipio a consentire la conquista delle citt; 
poi, ingranditi e dotati di opere difensive pi sofisticate, finirono
per diventare parte integrante degli stessi centri abitati.
Cos, nel 1102, Raimondo di Tolosa elev il castrum di Sant-Gilles 
divenuto successivamente il centro di Tripoli di Siria, dopo la
conquista di quel porto nel 1120. L'importante piazzaforte di Tiro,
costruita nel 1124, fu guardata da due castelli, dei quali uno sbarr
l'accesso dall'est della terra ferma e fu detto Forte di Tolone, l'altro
posto presso la costa a sud, prese il nome di Scandelion.
Anche sulla strada, che attraverso Ascalona e Gaza andava verso
l'Egitto, fu innalzata una catena di fortini, che consentirono ai Franchi
di conquistare la citt nel 1153.
La parte che collegava il Golan alla striscia di Gaza e all'Egitto,
snodatasi attraverso 250 chilometri, possedette una mezza dozzina di
fortezze, distanti una cinquantina di chilometri l'una dall'altra. Fra il
Mar Rosso e il porto di Ailat si distinsero le fortificazioni di
Val Moise, situato in pieno deserto, il castello di Kerak di Montreal,
dovuto a Baldovino (1115) a un'ottantina di chilometri a sud del Mar Morto,
quello di Kerak Moab a est dello stesso Mar Morto (1142) e quello di
Ahamat. Numerose, a nord, furono le fortezze sul lago di Tiberiade,
nella zona di Damasco, nel Libano, a Tiro, in Siria, situate sia in 
pianura sia sugli altopiani. Meno importanti si rivelarono le opere 
fortificate della Siria del Nord, di Antiochia, di Edessa e della 
Cilicia, ove i crociati si avvalsero delle fortezze in precedenza 
apprestate dagli occupanti bizantini.
In poco pi di un secolo la tecnica edilizia dei crociati pass attraverso
almeno tre fasi: nei primi decenni del 12esimo secolo essi imitarono
l'ingegneria di guerra turca e quella bizantina e costruirono fortezze
quadrate e rettangolari rinforzate da torrioni ad ogni angolo. Ogni
castello ne ebbe quattro, sei o otto. L'estensione dei fabbricati fu 
varia: 5 ettari e mezzo misur il castrum di Seon, 4 quello di Safet, 
2 e mezzo quello di Kerak Moab.
La seconda generazione di crociati fu fortemente influenzata dalle
maestranze e dai progetti angioini, moltiplicatisi in Occidente e 
affacciatisi pure in terra santa con il regno di Folco quarto d'Angi 
(1131-1143). Da allora in poi il forte crociato somigli sempre pi a 
quelli europei. Alle torri quadrangolari si sostituirono le rotonde che
consentirono la eliminazione degli angoli morti. Nella seconda met del
12esimo secolo l'arte della fortificazione si fece ancora pi raffinata 
sotto la pressione delle necessit militari e grazie all'abbondanza della
mano d'opera. Soprattutto il numero degli artigiani indigeni, infatti,
fece s che le rocche divenissero sempre pi funzionali e ampie. Ne
rimasero imponenti esempi i castelli di Seon e Beaufort, quelli di Giaffa 
e di S. Giovanni d'Acri, esemplari davvero imponenti di una tecnica 
costruttiva poi lungamente imitata in Occidente. Riccardo Cuor di Leone,
ad esempio, di ritorno dalla terza crociata, costru in Francia,
imitando le palestinesi, le torri di Chateaux-Gaillard e quelle tonde e
quadrate di Provins. Anche Edoardo primo, rientrato in Inghilterra fra il
1273 e il 1274, dette vita ad importanti fortificazioni sul tipo delle
orientali. Si ebbe, dunque, un'influenza reciproca e alternata, che
port l'Oriente ad esser d'esempio all'Occidente e viceversa e confer 
importanza pi spiccata alle opere di ingegneria militare.
21. Morire in battaglia
Certo, in proposito, i teologi furono prudenti e non indussero mai
del tutto apertamente la Chiesa a proclamare con ufficialit che la
morte del crociato in guerra equivaleva al martirio. Per, al miles si
concesse l'indulgenza plenaria e pari indulgenza si dette a chi si 
accollava le spese per equipaggiare il passagium. Se  vero, tuttavia,
che a colui che moriva nel servitium Dei venivano ipso facto cancellati
tutti i peccati, si deve concludere che il crucesignatus fu sotto taluni
aspetti considerato un martire.
Una bella differenza vi fu, comunque, tra il convincimento, peraltro 
non del tutto chiarito dei teologi (in quanto San Bernardo - come
vedemmo - si espresse in altro modo rispetto a S. Agostino) e quello
della gente comune, per cui i caduti durante la crociata vennero ritenuti
testimoni della fede e accolti in tutto dopo la loro morte nelle schiere
dei beati.
I crociati, poi - come si evince anche dalla Chanson de Roland - si
reputarono pellegrini fino a che combatterono; in caso di morte, 
invece, si considerarono martiri. Ma questa lievitazione del concetto
di pellegrino in quello di eroe della fede ebbe piuttosto lunga 
gestazione. All'inizio i soldati di Cristo si chiamarono peregrini e con
questo nome traversarono la cristianit occidentale e, lungo l'Asia
minore, giunsero in terra santa.
I pellegrini furono, poi, denominati tali anche perch, almeno agli
inizi, ma pure dopo la prima e sino alla fine della seconda crociata,
vennero considerati gente povera e male armata, che non possedeva
pi di un sacco e di una bisaccia. Anzi si deve ribadire che il loro 
aspetto miserando, in contrasto con la loro nobile determinazione e 
la loro forza, costitu uno dei motivi delle prodigiose vittorie sui 
Selgiuchidi. In tal modo peregrini furono ritenuti anche
i milites Christi.
Fino a quando furono poveri e mendicanti, i crociati vennero, dunque,
se non del tutto accettati, almeno temuti e rispettati anche dagli
infedeli. Quando, invece, divennero meglio nutriti ed equipaggiati,
formarono una vera militia armata e la loro morte fu paragonata al
martirio, ma il discorso che li concerneva mut; essi infatti furono 
disprezzati dagli Arabi e pi facilmente vennero anche battuti, quasi
che, guadagnando la prosperit, avessero perso l'invincibilit.
Per tornare alla gente comune e al suo convincimento, i crociati
morti in battaglia erano tout-court considerati vittime sante della
fede e tali furono reputati anche quelli morti di fame o di epidemia. I
Gesta Dei per Francos cos, pertanto, si espressero: Molti crociati
miserabili morirono di fame per il nome di Cristo e, quando entrarono 
in cielo trionfanti, essi indossarono la tunica dei martiri. Oltre ai
morti, poi, ad una stessa sorte vennero accomunati anche i prigionieri.
Alcuni di loro, infatti, furono portati nel Khorasa, altri ad Antiochia,
altri ancora ad Aleppo e tutti felices acceperunt martyrium.
I Franchi deceduti in battaglia furono senza dubbio considerati
tutti degni di Dio. A dirlo furono ancora i Gesta, quando vi si acclam:
in uno stesso giorno pi di mille fanti e cavalieri furono martirizzati
e, perci, salirono al cielo anch'essi indossando la tunica del martirio.  
Anche la Chanson d'Antioche offr, altres, la stessa impressione: 
cos quando parl dei morti in crociata li defin testimonia. La 
convinzione - dicevamo - fu dei laici e della gente comune, non dei 
teologi e della Chiesa. Tale certezza per, aiut a morire decine e 
decine di migliaia di uomini e di donne, di vecchi e di giovani, consolati 
nel loro trapasso dalla fede incrollabile nella redenzione della loro 
anima. La convinzione che morire in crociata rendesse martiri contribu
pertanto a rendere pi consistente il sostrato morale dell'Iter 
Hierosolymitanum e di quanti vi parteciparono, riscattando, almeno in 
parte, nefandezze e crudelt.
22. Il caso Bernardo di Clairvaux
Rispetto ai teologi, ai vescovi, e anch ai pontefici, eppure ai pi
fanatici verso le crociate, come Urbano secondo o Eugenio terzo, 
particolare fu la posizione dianzi gi fatta presente di Bernardo di 
Clairvaux, il quale ebbe cara la difesa dei luoghi santi e di quanti 
cristiani vi vivevano e per questo volle creare i nuovi Ordini 
religiosi-militari. Egli, per, non fu mosso a simile iniziativa solo
tenendo conto della salvezza di Gerusalemme. Il suo disegno fu infatti
pi ampio e ambizioso proprio dal punto di vista teoretico, in quanto 
ebbe per fine, come accennato, la integrale cristianizzazione della
cavalleria e degli ideali cavallereschi da porre, a suo avviso, in 
rapporto con la fede e con la dottrina cristiana.
A questo proposito torniamo, almeno per un attimo, al gi ricordato 
De laude Novae militiae ad milites Templi liber da lui scritto nel
1126 e divenuto lo strumento con cui nel Concilio di Troyes fu data
ai Templari la Regola benedettina adattata alle esigenze della vita
militare. Fu in questo scritto e nel successivo Concilio, infatti, che
da un punto di vista teoretico, si giustific la santit della guerra
combattuta dalla societas christiana per sconfiggere gli infedeli e
riconquistare quella che venne detta terra promissionis, una terra
che doveva appaltenere alla cristianit in quanto, originariamente 
israelitica e, quindi, pure di Ges. Nacque in tal modo la figura del 
monaco combattente contro la mondanit e lo sfarzo, e i milites novi 
dovevano sacrificarsi per la difesa della fede.
Il successo fu grande e la terra santa in breve si popol di cavalieri
e di case templari divenute quasi fortilizi ben muniti e difesi. I 
cavalieri templari compirono atti di coraggio e di ardimento, che li
contraddistinsero, oltre che in Oriente anche nel nostro continente, ove
fiorirono le loro Commende. Lasciti e pingui donazioni arricchirono 
il nuovo Ordine a cui, assai presto, oltre ai compiti militari furono 
affidate anche funzioni di carattere economico, in quanto divennero 
collettori delle decime ecclesiastiche e custodi di beni mobili e
immobili. A loro, per esempio, in gran parte si dovette la prima 
utilizzazione e, in certo modo, la creazione dei certificati di credito, 
mediante i quali i crociati potevano usufruire di rimesse di danaro in 
terra santa. Il capitale in contanti veniva depositato presso una 
Commenda occidentale e trasferito direttamente dai Templari in Oriente.
Cos gli occidentali si mettevano in viaggio senza portare con s
moneta liquida, destinata spesso nel corso dei perigliosi itinera
(specialmente in quelli per mare quando le imbarcazioni venivano
agganciate da navi pirate e i passeggeri erano depredati) a fare una
brutta fine insieme a colui che la deteneva. Anche in terra santa poi,
fu vantaggioso servirsi delle Commende templari come di una sorta 
di banca, in quanto anche in Palestina pullulavano gli avventurieri
e i malintenzionati e portare con s troppo danaro liquido era rischioso.
In questo modo l'attivit legata alla terra santa, grazie ai nuovi Ordini,
ai nuovi coloni e alla loro instancabile attivit, venne ad assumere, 
dopo la seconda crociata, una valenza oltre che religiosa e militare 
anche economica. Allora le imprese d'oltremare furono contrassegnate 
su un piano diverso da quello iniziale, ampliato ad una valutazione di
tipo pratico e pragmatico del bellum sacrum, di quanti lo vollero e lo 
benedirono e di quanti infine vi combatterono.
23. La caduta di Gerusalemme
Il momento pi difficile per il regno di Gerusalemme si verific
quando le due potenze confinanti islamiche, Siria ed Egitto, si 
collegarono sul progetto del sultano di Aleppo e del suo generale e 
successore Salah ed Din Yusuf, il famoso Saladino. Il re Amalrico primo 
aveva fatto di tutto per contenere l'irruenza dell'Egitto, quindi aveva 
chiesto, come di consueto, aiuti in Occidente, senza ottenere risposta. 
La scarsa prudenza dei baroni latini spinse poi Saladino nel 1187 a 
predicare la guerra santa contro i cristiani. Di conseguenza, Gerusalemme 
fu occupata dai musulmani il 25 luglio del 1187: cos quasi tutto il 
regno, escluse talune citt della Siria settentrionale, torn all'Islam.
Tra le numerose fonti cristiane e arabe, dedicate al significativo evento 
destinato a capovolgere definitivamente dopo un secolo la sorte della 
Palestina, interessano le notazioni contenute ne L'Estoire de Eracles
Empereur. Una volta entrato in citt - riporta la suddetta cronaca - il
grande capo musulmano fece in modo che i Saraceni non danneggiassero i
cristiani ancora sul luogo. In ogni strada furono collocati due cavalieri
e dieci armigeri per fare la guardia, e le ispezioni furono condotte in 
modo tale che non si dovettero lamentare soprusi di alcun tipo. Singolare
l'episodio relativo al fratello del Saladino Saif-ed Din-Adil, il quale
dopo aver offerto il suo valido aiuto per la conquista, chiese al 
fratello condottiero di donargli cento schiavi cristiani. A lui Saladino
domand cosa avrebbe voluto fare dei suddetti ostaggi e quegli chiar che
avrebbe riserbato loro la sorte che il Saladino avrebbe voluto. Allora
quest'ultimo gliene dette mille a patto che fossero tutti liberati.
Non diverso fu il trattamento rivolto alle donne cristiane
rimaste sole in citt, dopo che i loro mariti erano stati catturati al 
termine delle operazioni di riconquista. Le donne avrebbero dovuto 
pagare il riscatto per s e per i figli ma, nell'assenza dei loro 
compagni, non avevano mezzi e piangevano disperatamente per il timore 
di esser tradotte come schiave. Saladino le ricevette, le ascolt e 
dette di suo i mezzi per assicurare il loro riscatto. Una sorte molto
diversa tocc, invece, ai cristiani fuggitivi, i quali si recarono presso
le citt rimaste in mano cristiana. Essi cercarono scampo a Tripoli, ma il
conte chiuse le porte della citt e non li fece entrare. I cristiani di
Ascalona andarono ad Alessandria per svernare, nella speranza di
porre fine alle loro sventure. Nel porto, infatti, erano ancorate 
numerose navi genovesi, pisane e veneziane e i cristiani erano convinti 
che, al momento della partenza, i loro correligionari li avrebbero 
ricondotti in Occidente. Invece, da parte dei comandanti delle
imbarcazioni venne un netto e deciso diniego e alla disperazione dei 
poveri fuggitivi dovettero intervenire i musulmani che, una volta saputo 
che non c'era piet tra appartenenti alla stessa religione di Cristo, in 
quanto i poveri non avevano soldi e vitto per il ritorno, e i comandanti 
delle navi non intendevano intervenire in loro aiuto, dettero, a nome del 
Saladino, pane e acqua a tutti, a patto che fossero portati via dalla 
citt. Cos i cristiani, che attraverso i territori saraceni erano venuti 
a svernare in terra santa, poterono andarsene sani e salvi grazie ai 
Saraceni. Per tornare ancora alla situazione gerosolimitana, va ricordato
inoltre, che Saladino prima di tornare a pregare nel Tempio, mand i
suoi fidi sino a Damasco, affinch di l riportassero un'acqua di rose
purificatrice, con cui lav il luogo sacro, poi vi entr e rese grazie 
a Dio.
Certo, chi si intenda di storia e voglia andare al di l dell'aspetto
esteriore delle notizie raccolte nelle fonti cronistiche, non penser
che le cose si siano svolte proprio cos. Ci si accorger subito, infatti,
che dietro all'esempio di grande umanit ricordato ad Alessandria e al
pagamento del tributo per ottenere il rientro dei cristiani in Occidente,
v', anche scoperto, un calcolo politico bello e buono. Infatti, a Saladino
sarebbe costato molto di pi provvedere bene o male a migliaia di 
prigionieri cristiani in Palestina, anzich una volta che se ne fosse 
liberato, lasciarli, come avvenne, a carico dei comandanti delle navi 
cristiane. Ouesto , dunque, uno di quegli episodi in cui la carit e la 
convenienza - qualche volta accade - marciarono su uno stesso binario. 
Per quanto riguarda la purificazione del Tempio, dopo aver compiuto i 
lavacri con l'acqua di rose, i musulmani fecero abbattere la grande 
croce dorata, la divelsero dal suo basamento, la portarono fino alla
torre di David e l la spezzarono e la oltraggiarono. Tuttavia,  pur vero
che l'oltraggio saraceno si limit ai simboli della fede e non riguard le
persone e ci significa qualcosa in una terra dove, nel secolo precedente,
i cristiani commisero molti gi ricordati eccidi. Proprio questi elementi, 
allora, ci fanno comprendere come, pure in zona cristiana, nacque 
e si consolid presto la tradizione volta ad esaltare le doti umane 
e cavalleresche, di mitezza e civilt del gran capo musulmano.
24. La terza crociata
Papa Gregorio ottavo, colpito dall'annunzio della caduta di Gerusalemme, 
decise di indire le preghiere pubbliche, poi, per sette anni
proclam la tregua di Dio e predic immediatamente la crociata.
Filippo secondo Augusto di Francia ed Enrico secondo Plantageneto 
d'Inghilterra si riconciliarono e presero la croce. Anche Federico 
Barbarossa e un suo figlio, nel corso della dieta di Magonza,
preannunciarono solennemente il voto crociato.
In vista delle operazioni militari, il papa cerc, d'accordo con Pisa,
Genova, Venezia, l'Ungheria, il regno di Sicilia e Bisanzio, di compiere 
un tentativo congiunto per rioccupare la culla del cristianesimo.
Nel 1188 Guglielmo secondo di Sicilia invi una flotta in Siria guidata 
dall'ammiraglio Margarit e tale espediente imped al Saladino di compiere
la conquista di Tripoli. Navi scandinave, a loro volta, partirono
per la Palestina e parteciparono alle operazioni militari del re del 
Portogallo contro gli infedeli.
I re di Francia e di Inghilterra si accordarono per una spedizione
fissata per il 1189; ma Enrico secondo venne a morte e il figlio Riccardo 
Cuor di Leone rinvi il progetto al 1190.
Il Barbarossa part da Ratisbona l'11 maggio 1189 con un contingente di 
parecchie migliaia di armati. Per prima cosa chiese che le sue truppe
marciassero unite per non incorrere nell'errore del suo predecessore 
Corrado terzo, le cui forze si erano frammentate in pi gruppi.
Per seconda cosa si rifiut di compiere il viaggio per mare. Una profezia,
infatti, lo voleva morto in un corso d'acqua (come vedremo la predizione,
se vi fu, colse nel segno) e, quindi, prefer scendere per la
pianura balcanica. Giunto nell'Impero bizantino, l'imperatore Isacco 
secondo l'Angelo, segretamente accordatosi con il Saladino, lo aiut solo
con un minimo di vettovaglie e di uomini.
Federico continu, nonostante tutto, la marcia con coraggio e 
determinazione non venutigli meno neppure in et ormai veneranda. Nel
marzo 1190, egli entr in Asia e attraverso l'Anatolia giunse nei pressi 
di Iconio: era il maggio 1190. Qui divenne necessario approvvigionare 
l'esercito di viveri, cavalcature nuove, vestiario. Assalito da ogni
parte, l'esercito dei cavalieri tedeschi cerc ed ottenne uno scontro 
aperto con i musulmani. Migliaia di Selgiuchidi caddero in una spaventosa 
carneficina. I crociati ebbero poche perdite, ma erano stremati ed
avevano bisogno di cibo. Per la Pentecoste, l'arcivescovo di Wrzburg
celebr la messa, quindi fu consumato il pranzo costituito di pelli di
cavallo bollite!
Giunti fra gli stenti a Iconio, una grande e popolosa citt, nelle
prime ore del mattino del 18 maggio l'Imperatore dette battaglia, 
nonostante i cavalieri tedeschi fossero nettamente inferiori di numero
rispetto alle forze dei Selgiuchidi. I feriti cadevano a terra, 
pronunciavano un pater noster e attendevano la morte. L'arcivescovo di 
Wrzburg, per rianimare i pi stanchi, disse di aver veduto San Giorgio 
aggirarsi fra i combattenti.
Alla testa dei suoi prodi Federico comp prodigi di valore al pari di
un giovinetto. Perch esitare, egli avrebbe detto, perch tremare?
Cristo vince, Cristo  re, Cristo  imperatore! La morte  il nostro
premio. A voi, campioni, conquistatevi con il sangue il regno dei cieli.
La carica imperiale ebbe successo e i Tedeschi irruppero nella citt 
mentre i Mori fuggirono da ogni parte. La vittoria di Iconio fu uno 
dei fatti d'arme pi significativi di tutta la storia tedesca.
Il 26 maggio, Federico primo, riposato e disteso, usc dalla citt alla 
volta della terra promessa. Nei giorni seguenti la marcia prosegu. Una
notte, durante la sosta dei milites ebbe luogo una scossa di terremoto,
segno infausto, ma Federico la mattina successiva and avanti ugualmente.
Ai confini della Cilicia, verso Seleucia, egli dovette valicare
ancora una catena di monti sino a che scese ad una stretta vallata, ove
scorreva l'impetuoso fiume Salef.
La strada era molto ripida e Federico scelse una scorciatoia tanto
scoscesa che il suo cavallo precipit in acqua. Con poche vigorose
bracciate l'imperatore guadagn l'altra riva. Il sole di giugno era 
torrido e l'anziano sovrano usc rinfrancato dall'acqua, quindi consum
un pasto frugale.
A questo punto il baldanzoso, settantenne Barbarossa, dichiar di
sentirsi talmente bene che volle gettarsi un'altra volta in acqua. 
Invano i compagni l'ammonirono. Sazio ed accaldato questi si tuff per un
secondo bagno nei flutti gelidi e fu colto da un collasso, seguito da una
paralisi cardiaca. Cos il monarca mor nel pieno della vittoria 
(10 giugno 1190) e a stento pot essere recuperato il suo cadavere che 
fu poi portato in raccoglimento a Seleucia, ove l'esercito doveva 
radunarsi. Il cronista annot: qui la nostra penna si rifiuta di scrivere 
e la parola ci viene meno. Federico di Svevia accompagn la salma
paterna sino a San Giovanni d'Acri, ove egli stesso mor.
Nel luglio del 1190 Francesi e Inglesi si raccolsero in Borgogna
per raggiungere Lione ove l'esercito si divise: Filippo secondo s'imbarc
a Genova, il re d'Inghilterra a Marsiglia. Tutti si ritrovarono a Messina,
dove era pervenuta una flotta inglese nel settembre del 1190.
Nella primavera del 1191 i milites partirono per San Giovanni d'Acri. 
Riccardo Cuor di Leone and a Cipro che conquist togliendola all'Impero 
bizantino. San Giovanni d'Acri, caduta nel 1187 in mano turca, fu 
assediata dal re di Gerusalemme, Guido di Lusignano, e si arrese 
il 12 luglio 1191. Tuttavia, si tratt di un trionfo momentaneo, in 
quanto in quell'assedio i crociati consumarono le loro forze migliori.
La discordia tra Filippo secondo e Riccardo Cuor di Leone rese difficile
continuare la campagna armata fino a Gerusalemme. Re Filippo, infine, 
rimpatri il 31 luglio 1191, lasciando Riccardo a dirigere l'impresa, 
ma il sovrano inglese procedette senza idee ben chiare e, invece che
Gerusalemme, assedi Ascalona, ma con tale lentezza che il Saladino, 
tempestivamente avvertito, arriv in loco e con i suoi mezzi distrusse 
la citt prima che fosse raggiunta e investita dagli Inglesi. Solo allora 
Riccardo ritenne opportuno assediare Gerusalemme senza tener conto del 
fatto che il Saladino l'aveva gi fortificata e saldamente presidiata.
L'unica cosa che restava da fare, in quel frangente, era imbastire
una trattativa. Riccardo venne a patti con il Saladino, che promise
libero accesso ai cristiani in Gerusalemme, ma impose la distruzione
delle fortificazioni di Ascalona. E questo fu l'unico commendevole
atto politico-militare compiuto da Riccardo in terra santa. Nell'ottobre 
1192, poi, egli ripart per l'Inghilterra. Alla terza crociata fu 
connesso l'invio di una flotta siciliana da parte di Enrico sesto, che 
voleva compiere una spedizione che completasse le conquiste dovute a suo
padre Barbarossa, ma la morte del giovane imperatore annull questo 
generoso progetto.
Il fallimento della seconda e soprattutto quello della terza crociata,
organizzata con dispendio di mezzi e di uomini e con la partecipazione 
dei pi prestigiosi esponenti delle monarchie occidentali, cominci a 
porre ai vertici della societ e pure tra le masse, molte e gravi
questioni sulla possibilit e, sull'opportunit di organizzare nuove
spedizioni.
I sovrani - lo si diceva ora - organizzarono la guerra santa, in
quanto si era radicato il concetto secondo il quale le singole potenze
non sarebbero state in grado di mostrare la loro forza e il loro prestigio
a livello internazionale, se non attuando comuni spedizioni in
transmarinis partibus. La crociata, in altri termini, era diventata una
sorta di credenziale per ottenere aiuti e compensi in territori esterni ai
propri regni. Per questo i re e i loro parenti prossimi partirono per
l'Asia e per Gerusalemme. Inoltre, essi vollero accendersi un credito
nei riguardi dei pontefici e della Chiesa, servendo in modo disinteressato 
la causa di Dio. Tuttavia, gli eventi dell'ultimo periodo rimisero in
discussione ogni cosa.
Urbano secondo nel 1095-1096 aveva gridato che Dio voleva la pugna:
orbene, si sarebbe potuta dire ancora la stessa cosa dopo la caduta di
Gerusalemme e soprattutto dopo la morte del generoso Federico
Barbarossa, il quale, avanti negli anni, non aveva esitato a sfidare la
sorte guidando con grande valore un corpo di spedizione in terre lontane,
impervie e sotto un clima che si sarebbe rivelato esiziale alla
sua integrit fisica? Se Dio era con i crociati, perch permetteva la
sconfitta umiliante dei sovrani e dei fedeli che avevano lasciato patria,
famiglia, case per correre in Palestina?
A porsi tali dolorosi interrogativi gi dopo la seconda crociata era
stato l'entusiasta Bernardo di Chiaravalle, il quale li aveva risolti 
affermando che Dio intendeva mettere alla prova i pi fedeli e per ci
puniva i pellegrini in sconto dei tanti e tanto gravi peccati commessi
dall'umanit! Se queste riflessioni, tuttavia, bastarono al santo, non
sempre membri dell'alto clero, parroci e monaci, oppure i pellegrini
laici e i fedeli furono altrettanto convinti e contriti e quindi 
cominciarono a levarsi le loro voci contro il transitum. Ci divenne
ancora pi evidente dopo la spedizione del 1202-1204.
25. La crociata dei Veneziani
I modesti risultati della terza crociata spiegano perch Innocenzo 
terzo (1198-1216), appena eletto pontefice, riprendesse subito il
progetto di un intervento in Oriente, organizzando un'adeguata propaganda
ad hoc, nonch la raccolta delle decime. Anche l'imperatore di
Bisanzio promise questa volta di appoggiare le forze cristiane nelle
terre orientali. Gli eventi politici non furono, per, tali da indurre i
monarchi alla lotta.
Dobbiamo dire che la quarta crociata ebbe un antefatto: il 
23 febbraio 1200 pronunciarono il giuramento Baldovino, conte di Fiandra
e i fratelli Eustachio ed Enrico. Nel corso del 1200 si tennero, inoltre,
convegni a Soissons e a Compigne e fu posto a capo della spedizione 
il conte di Champagne. Si scelse come tragitto la via del mare e il
nemico sarebbe stato colpito dall'Egitto.
Nel febbraio del 1201 Si concluse un accordo fra Venezia e i 
rappresentanti dei crociati. Il governo della repubblica avrebbe tenuto
pronte per il 24 giugno 1202, le navi adibite al trasporto di 4 mila e 
cinquecento cavalieri, 9 mila scudieri e 20 mila fanti. Il servizio avrebbe
avuto la durata di un anno e i crociati avrebbero versato per il trasporto 
85 mila marche d'argento in 4 rate, ovvero 4 marche per cavaliere e 2 per
fante. L'impegno dei Veneziani consisteva nel prender parte alla crociata 
e nell'assistere la flotta e l'esercito.
Mor frattanto Teobaldo di Champagne, capo della spedizione, e la
scelta del nuovo condottiero cadde sul marchese di Monferrato, Bonifacio,
nobile tenuto in considerazione sia in Francia, sia in Germania.
I crociati si riunirono in Venezia nel luglio-agosto 1202, ma erano 
pochi rispetto alle speranze del papa. Vi furono, quindi, difficolt
per raccogliere la somma sufficiente a garantire la partenza e, dopo
molti sforzi, si misero insieme appena 50 mila marche d'argento. I
Veneziani si rifiutarono allora di dar luogo alla partenza.
I crucesignati erano riuniti a San Nicola del Lido, in condizione di
grave imbarazzo e quasi di ammutinamento. Essendo allora impossibile
trovare un diverso mezzo di trasporto - non volendo essi rinunciare 
all'impresa - si ord un colossale intrigo politico-diplomatico
realizzatosi quasi misteriosamente. Tanto per cominciare, si accett
una proposta apparentemente conciliante dei Veneziani, i quali 
consentirono che si dilazionasse il pagamento dell'intera somma pattuita
al momento in cui si fossero realizzate le conquiste progettate in
Oriente. In anticipo, tuttavia, i crociati, durante il viaggio per
Costantinopoli, dovevano effettuare un'imprevista tappa a Zara, dove i
Veneziani avrebbero restaurato ivi la scossa autorit della repubblica 
di San Marco, servendosi dell'aiuto armato dei peregrini. Venezia, cos,
chiese l'intervento dei milites Christi in Dalmazia, prima di dirigersi
a Costantinopoli. Dicevamo che la proposta fu in apparenza buona,
ma in realt essa stravolgeva il concetto stesso di crociata. Infatti, se
non era facile far comprendere che la via di Gerusalemme passava per
Costantinopoli e che ci si dovesse recare in Asia Minore per liberare
la Palestina - non per nulla il progetto iniziale prevedeva un differente
tipo di attacco dall'Egitto - ancor pi arduo era far accettare la 
digressione per Zara, al di fuori delle rotte crociate.
La decisione, insomma, sollev perplessit e proteste, pur se tutti
erano lieti di andarsene dalla citt lagunare. La partenza ebbe luogo
alla fine di ottobre. Le navi si concentrarono a Pola e di qui 
proseguirono per Zara. La flotta fu diretta dallo stesso doge Enrico
Dandolo. Allorch i crociati compresero che si dovevano usare le armi 
contro la citt ribellatasi ai Veneziani, le proteste si intensificarono. 
Simone di Monfort volle impedire l'azione violenta contro altri cristiani. 
L'abate Guido di Vaux de Cernay rese nota una lettera di papa Innocenzo
che, sotto pena di scomunica, proibiva ai crociati di combattere contro
i fratelli di Zara. Alcuni, per non venir meno al voto, se ne andarono,
ma la maggior parte rest e Zara fu presa e saccheggiata il 
15 novembre 1202.
Anche Innocenzo, nonostante le proteste di facciata, convenne con
Bonifacio del Monferrato che era preferibile dissimulare i risentimenti 
in modo che la spedizione, in qualsiasi situazione, si compisse,
sia pure dopo l'improvvisa digressione. I capi crociati compresero allora,
che il pontefice avrebbe accettato la politica dei fatti compiuti.
Nel gennaio 1203 giunsero a Zara gli ambasciatori di Filippo di Svevia
con le proposte di Alessio terzo l'Angelo: i crociati dovevano aiutarlo 
a restituire il trono al padre Isacco secondo ed egli, in compenso, li 
avrebbe pagati con duecentomila marche d'argento e avrebbe partecipato 
alla crociata con diecimila uomini e cinquecento cavalieri stanziati
in permanenza in Palestina.
L'offerta di Alessio fu accettata. La flotta lasci Zara il 20 aprile
per Corf, dove attese il Comneno. Qui il 20 maggio fu firmato l'accordo
con la decisione di andare a Costantinopoli, ove i crociati giunsero 
il 24 giugno ed ebbero inizio le operazioni militari. Dopo alterne
vicende venne riconosciuto imperatore Isacco secondo e i milites entrarono
in citt al seguito di Alessio l'Angelo, che fu dal padre associato 
all'impero.
Si inizi, allora, un periodo di difficili rapporti tra Greci e Latini, i
primi che non volevano pagare il tributo pattuito, i secondi che 
pretendevano il rispetto dell'accordo e volevano partire per la Palestina.
Nacque, cos, il desiderio di resistere ad alleati ambigui e mancatori
di parola. Nel marzo 1204 si ebbe per un'intesa tra il marchese di
Monferrato e i conti di Fiandra e di Blois, i quali decisero di 
impadronirsi dell'Impero bizantino a loro vantaggio. La divisione era la 
seguente: tre quarti sarebbero andati ai Veneziani, un quarto ai crociati.
Una commissione avrebbe scelto l'imperatore cui sarebbe toccata la
quarta parte dell'Impero, il resto doveva essere diviso fra Veneziani e
crociati.
Questi ultimi assalirono Costantinopoli l'8 aprile e poi il 12 con
esito felice. Durante l'infuriare della battaglia scoppi un incendio
che distrusse interi quartieri della metropoli. Massacri vennero 
compiuti dai vincitori che si dettero a un vandalico saccheggio. Il 
bottino fu tutto raccolto in una chiesa e fece seguito una distribuzione 
programmata. I dodici elettori deputati alla designazione dell'imperatore
si divisero in tre partiti: il veneziano, il francese e il monferrino. Il
9 maggio 1204 fu eletto imperatore Baldovino di Fiandra, incoronato
la settimana successiva a Santa Sofia, ai Veneziani si concesse il diritto
di eleggere il patriarca costantinopolitano, al marchese di Monferrato 
si assegn il regno di Tessalonica. La quarta crociata si chiuse
cos con un esito diverso da quello voluto da Innocenzo terzo. Invece di
battere l'islamismo siriano ed egiziano, i cristiani trionfarono sui 
Bizantini, ma la vittoria fu effimera ed aggrav il conflitto fra
confessione cattolica e ortodossa, producendo in prospettiva 
l'affermazione dell'islamismo turco.
Gli insuccessi del 1147-1148, poi del 1187-1192 avevano disposto
gli animi a consentire meno con il metodo della guerra, indiscriminatamente
usato per la conquista dei luoghi santi. Ancor pi sconcertata, tuttavia,
rest la cristianit allorch l'esercito crociato, partito una volta 
ancora per recuperare Gerusalemme, si impegn a fondo per assediare e
saccheggiare un centro cattolico come Zara, quindi si batt per 
conquistare Costantinopoli e l'Impero latino d'Oriente (1204-1261).
Il nuovo assetto territoriale, poi, non si present come una buona
trovata. Si era smembrata, infatti, l'antica e ancor temibile 
concentrazione bizantina posta come antemurale contro i Turchi e i Tartari,
mentre la Grecia, i Balcani e le isole dell'Egeo vennero ridotti a un
polverizzato insieme di staterelli gravitanti su Venezia e incapaci di
contribuire in qualche modo alla conquista di Gerusalemme e dei baluardi 
islamici, precedentemente guadagnati al cristianesimo. Al contrario, 
l'impoverimento del vecchio impero rafforz i Turchi e prepar la loro 
futura escalation, volta a perdere i luoghi santi e a porre in pericolo
l'intera cristianit.
Tutto questo compromise ancor pi le conquiste basate sulla guerra e
rese pi precaria la situazione dei cristiani d'oltremare e i loro 
diritti sulle terre d'Oriente. Inoltre, il perpetuarsi e l'insistenza 
nel metodo della guerra di conquista confuse sempre pi la crociata con i
conflitti tradizionali, serv a rafforzare vecchi equilibri economici,
forse a crearne dei nuovi, ma giov assai poco alla sorte di Gerusalemme 
e di altre celebri localit legate alla vicenda neotestamentaria,
che si sarebbero volute sottrarre alla morsa saracena.
26. La quinta crociata
La crociata dei Veneziani aveva assunto uno sviluppo del tutto
nuovo per la guerra santa, ma Innocenzo terzo ritenne di considerare 
ancora i Latini entrati a Costantinopoli come virtuali crociati pronti a
partire per la Siria. Per nel 1207 abbandon la vana attesa e chiese
un nuovo passagium. In quello stesso torno di tempo, l'ideale per le
crociate sembr per un attimo rinverdirsi, quando ebbe luogo la 
cosiddetta spedizione dei pastori. Contadini francesi e germanici si 
raccolsero allora attorno a Stefano, un pastore di Vendme e a Nicola, un
pastore di Colonia, i quali proclamarono entrambi di essere stati 
designati da Dio per battersi contro gli infedeli. Gruppi di giovani 
lavoratori della terra si avviarono verso Marsiglia e verso Brindisi alla
volta della terra santa. La maggior parte, privi di danaro e di viveri,
dovettero rinunciare; quelli che giunsero sulla costa africana, finirono 
venduti come schiavi.
Nel 1215 Innocenzo terzo proclam la crociata, il 25 luglio pronunci
il solenne voto ad Aquisgrana, Federico secondo alla presenza dei legati
pontifici. La partenza fu decisa il primo giugno 1217, ma un anno
prima Innocenzo terzo mor. Onorio terzo (1216-1227) riprese la politica
del predecessore sollecit Federico secondo e ottenne l'adesione del re
d'Ungheria e dei principi tedeschi fiamminghi e scandinavi. I vari
contingenti cominciarono a concentrarsi in San Giovanni d'Acri nel
settembre 1217. Vi erano i re d'Ungheria, di Cipro e di Gerusalemme
con tremila cavalieri e circa diecimila fanti, ma mancavano un capo
e un vero programma. Privi di piani precisi i militi si spinsero dal
mare verso Genareth e la vetta del Tabor, ma senza risultati. La 
stanchezza e le difficolt indussero molti crociati a partire e il re 
d'Ungheria abbandon la terra santa. Leopoldo d'Austria e Giovanni di
Brienne con i superstiti decisero di attaccare l'Egitto. Nel maggio
1218 i crociati sbarcarono nel delta del Nilo, davanti a Damietta. La
citt resistette a oltranza e solo dopo un anno venne presa e saccheggiata 
nel novembre del 1219. Vi fu allora chi voleva subito proseguire verso
il Cairo, chi, come Giovanni di Brienne, preferiva attendere l'arrivo
annunciato di Federico secondo. Scelta quest'ultima ipotesi, il 1220
trascorse a Damietta nell'inattivit. Nel maggio del 1221 giunsero
500 cavalieri tedeschi al comando di Ludovico di Baviera e del gran
Maestro dell'Ordine Teutonico, Ermanno von Salza. Ebbe allora inizio 
la spedizione verso il Cairo con ben 600 cavalli e alcune decine di
migliaia di fanti. Il 24 luglio 1221 i crociati giunsero ad Al Mansurah,
importante nodo di transito verso la capitale. Il sultano egiziano, 
intimorito, chiese la pace e offr in cambio Gerusalemme. Tuttavia, il 
legato pontificio si rifiut di trattare preferendo giungere a una 
vittoria completa. Si ingaggi, quindi, una battaglia frontale fra i 
due eserciti e i cristiani ebbero la peggio. A quel punto furono gli 
occidentali a chiedere la pace e la ebbero contro l'impegno di abbandonare 
l'Egitto. Era l'agosto 1221.
Dopo il disastroso esito della spedizione Onorio chiese ancora a
Federico che rinviava, di partire, di rispettare il voto pronunciato in
precedenza: l'imperatore prese vaghi impegni e, nel frattempo, invi
una flotta a San Giovanni d'Acri nell'attesa di prendere personalmente
le armi, cosa che doveva avvenire nel 1225. La flotta imbarc
la consorte di Federico, Maria di Brienne, mentre la partenza del 
sovrano fu spostata ancora al 1227.
A quel punto le richieste del nuovo papa Gregorio nono (1227-1241)
fecero s che Federico partisse da Brindisi per la terra santa 
l'8 settembre 1227, ma la flotta era appena giunta ad Otranto, quando 
riprese terra per un'epidemia scoppiata a bordo. Come inadempiente al
giuramento l'imperatore fu scomunicato dal papa e solo allora Federico 
part, il 18 giugno 1228, a capo di una flotta di 500 navi. Quindi,
fermatosi a Cipro, il 21 luglio, egli sottopose l'isola alla sua sovranit
e nel settembre raggiunse San Giovanni d'Acri. Pare, in effetti, che,
quando egli era ancora a Palermo, avesse preso accordi con il sultano 
d'Egitto per avere Gerusalemme in cambio di un'alleanza contro il 
sultanato di Damasco. In Egitto egli riallacci le trattative con il 
sultano Al Khamil con cui concluse un accordo vantaggioso, compreso il
possesso di Gerusalemme, Betlemme, Nazareth e delle vie d'accesso
al mare. Ai musulmani rest, invece, il libero ingresso alla moschea
di Omar nella citt santa. Gli occidentali si impegnarono, quindi, a
non compiere attacchi sul Nilo. Ad accordo siglato, l'11 febbraio 1229
l'imperatore entr a Gerusalemme e prese la corona regale nel Santo
Sepolcro il 17-18 marzo 1229.
La Chiesa protest per il trattato di pace ottenuto mediante l'accordo
con gli infedeli e lanci l'interdetto contro Gerusalemme offesa dallo
scomunicato Federico secondo. Tuttavia, dopo la pace di San Germano (1231),
pure Gregorio nono ratific il trattato di Giaffa e Federico invi 
esponenti occidentali a Gerusalemme sotto la guida di Riccardo Filangieri
onde far rispettare da cristiani e musulmani una tregua decennale 
conclusa con Al-Khamil. Nel 1239 Teobaldo quarto di Champagne, Ugo di
Borgogna e altri riunirono i loro eserciti a Lione per una nuova 
spedizione. Imbarcatisi ad Aigues Mortes, sbarcarono a San Giovanni 
d'Acri con poche migliaia di uomini e rimasero dubbiosi se attaccare 
Damasco o il Cairo, data la situazione di tensione fra i due paesi.
Nulla per fecero e cos subirono una sonora sconfitta a Gaza e 
Gerusalemme venne occupata da un contingente venuto da Damasco. 
Praticamente la crociata pot considerarsi drammaticamente conclusa.
A nulla serv dunque il tentativo di alleanza fra i Latini e gli Arabi
di Damasco e gli sforzi di Federico secondo, frutto di sagacia e di non 
comune fantasia politica, furono destinati a soccombere di fronte 
all'impeto orientale e alla miopia occidentale. A ci dobbiamo aggiungere
che la Chiesa guard con sfiducia e con ostilit alla politica federiciana
troppo moderna ed estranea agli schemi allora consueti, per essere 
compresa e accettata da chi non voleva abbattere i tradizionali
steccati che dividevano la cristianit dal mondo arabo e ebraico e da
quanti negavano qualsiasi principio di coesistenza. Non a caso ricorderemo
che una delle poche zone ove la riconquista della cristianit
transmarina ebbe minore eco fu la Sicilia, denominata anche terra
senza crociati, proprio perch le vicende storiche dell'isola 
mediterranea avevano posto a contatto religioni e civilt diverse che in
altre terre si erano solo combattute e distrutte. I re normanni, infatti,
e poi gli svevi, furono abituati a convivere con gli Arabi e pure con gli 
ebrei e a ritener possibile - come mostr Federico secondo - che si 
potessero salvare allo stesso tempo sia le motivazioni islamiche sia quelle 
dei cristiani d'oltremare, senza affidare la loro difesa alla spada e ai 
combattimenti.
27. La sesta crociata
Innocenzo quarto nel concilio di Lione del 1245 proclam la nuova
crociata, ma l'Occidente rimase indifferente. A commuoversi fu il pio
re di Francia, Luigi nono, un esponente caro ai sostenitori della ecclesia
spiritualis, un sovrano che, in uno slancio di fede, si era gi impegnato 
a prendere la croce. Nel 1245 egli rinnov il voto e, partito da Parigi 
il 12 giugno 1248, si imbarc a Marsiglia. Nel settembre fu a Limassol, 
a Cipro, donde voleva far partire una spedizione contro l'Egitto. Nei 
primi mesi del 1249 giunsero in Cipro con un esercito il duca di Borbone 
e il principe di Acaia. Nel giugno i crociati sbarcarono a Damietta,
gli Egiziani fuggirono e la citt fu occupata. Quindi Luigi nono decise 
di marciare sul Cairo. Nel dicembre egli giunse ad Al-Mansurah e qui le 
operazioni si bloccarono per oltre un anno. Nel 1250, nel corso di un 
attacco frontale, i cristiani ebbero la peggio e re Luigi fu catturato
dagli infedeli. Lunghe trattative seguirono per la sua liberazione, che 
avvenne quando l'esercito del re francese venne condotto a San Giovanni
d'Acri nel maggio 1250. Passarono quattro anni, durante i quali il 
sovrano continu a chiedere aiuti all'Occidente che fece finta di non 
udire. La morte della regina madre, Bianca di Castiglia, convinse, 
quindi, re Luigi a rientrare in Francia nel 1254.
Il primo poco felice tentativo operato dal santo re francese mostr
l'intendimento di quel monarca di sbloccare una situazione di stallo,
giungendo al cuore della Palestina, dalla parte dell'Egitto. Ci, tutto
sommato, confer qualche valore alla tattica messa precedentemente
in opera dai Veneziani, allorch agli inizi del Duecento avevano proposto
di arrivare a Gerusalemme attraverso Costantinopoli e l'Asia minore. 
In conclusione, per, ci si convinse che, nonostante gli sforzi
e il vario impegno occidentale, gli Arabi definitivamente ripresisi
dopo il comprensibile sbandamento della fine dell'11esimo e degli inizi
del 12esimo secolo, erano ormai perfettamente in grado di padroneggiare 
la situazione e di mantenere e riaffermare il possesso di terre ove 
possedevano tanti interessi.
La cattura di Luigi nono, un re amato per la sua religiosit e il suo 
impulso generoso, produsse, altres, una quasi generalizzata ribellione,
evidente nelle fonti cronistiche coeve molto pi partecipi al doloroso
evento di quanto, per esempio, non fosse avvenuto per la morte di
Federico Barbarossa, verificatasi in Cilicia. I cronisti, infatti - per
tutti ricordiamo Salimbene de Adam - si chiedevano in qual modo
Dio potesse permettere l'umiliazione di un re cristiano e la vittoria di
un miscredente come il Saladino e se in ci, contro le ricordate 
riflessioni di San Bernardo di Chiaravalle, non dovesse scorgersi il 
segno di un'avversione di Dio per i metodi della violenza. Quanto avvenuto
quindici anni dopo, conferm ancor pi l'inutilit e i deleteri effetti
della crociata.
28. La settima crociata
Dopo la partenza di Luigi nono, i Latini siriani rimasero con poche
forze. Il sultano egiziano Baibars, nel 1265, riprese ad occupare le citt
crociate di Cesarea, Arsuf, Safad, Giaffa e Antiochia. In mani cristiane
restarono Tripoli di Siria, San Giovanni d'Acri e Sidone. Papa Clemente 
quarto (1265-1268) risvegli l'entusiasmo religioso e Luigi nono prese di
nuovo la croce il 24 marzo 1267 in mezzo alla freddezza degli altri
sovrani occidentali, a cominciare dal fratello Carlo primo d'Angi,
re di Sicilia. Questa volta la spedizione part da Aigues Mortes,
nel luglio 1270 con direzione Tunisi. Lo sbarco ebbe luogo a Cartagine 
e Luigi sper che il locale sovrano si convertisse e procurasse alleati
contro l'Egitto.
Presto ogni speranza fu vanificata e scoppi la peste nel campo
cristiano. Il santo re Luigi rimase contagiato e mor il 25 agosto 1270
in vista di Tunisi. Carlo d'Angi, solo allora sopraggiunto, tratt
con il sultano che gli garant un tributo come re di Sicilia. La crociata
fu rinviata di tre anni ma nessuno si preoccup pi di darle esecuzione. 
Gregorio decimo rinnov l'appello per la partenza durante il Concilio di
Lione del 1274. Presero la croce Rodolfo d'Asburgo, Carlo d'Angi, 
Filippo terzo l'Ardito, re di Francia, e Giacomo primo d'Aragona, ma di 
partenza nessuno parl pi. Privi di aiuti, l'uno dopo l'altro caddero
gli ultimi avamposti latini di Siria e, nel 1291, anche San Giovanni 
d'Acri. Se la cattura di re Luigi scosse i cristiani soprattutto di 
Francia, nell'Occidente, la morte del sovrano, presto santificato, rese
ancor pi evidente la crisi del metodo della crociata.
Quindi sempre maggiormente si accredit l'opportunit di evitare simili 
guerre.
In particolare, portavoce del generale disagio si fecero Domenicani 
e Francescani affermati e potenti nella societ continentale della
seconda met del Duecento. Questi ultimi poi, portarono ad esempio
la Regola del fondatore del loro Ordine in cui era espressamente 
sottolineato che la conversione alla religione di Cristo non doveva essere
effettuata con la spada ma con la lingua, ovvero con l'opera di 
predicazione e di evangelizzazione. In quelle condizioni l'entusiasmo
degli ultimi anni dell'11esimo e dei primi del 12esimo secolo, in altri
termini del periodo della prima e della seconda crociata, si trasform 
in una condanna sempre pi decisa e recisa di imprese militari spesso 
votate a totale insuccesso.
Proprio negli anni in cui Luigi nono si batt nell'inutile tentativo di 
dar nuova credibilit allo spirito della crociata, giunsero a compimento
in Egitto, tentativi rivolti a espellere la presenza cristiana dalla terra
santa. I Mamelucchi egiziani, la casta dei guerrieri che deteneva il
potere al Cairo, messi da parte gli ultimi discendenti del nobile e pi
equanime Saladino, nominarono nuovi sultani tesi a conquistare con
metodo e rigore implacabile i territori ancora in mano cristiana, l'uno
dopo l'altro completamente bonificati dall'influenza occidentale, e
ci indic la determinazione musulmana di non dividere i territori
d'Oriente con i cristiani. Era quello, senza dubbio, un indizio a cui si
sarebbe dovuto dar risposta immediata, ma gli occidentali mostrarono 
indifferenza e ci evidenzi il progressivo tramonto dell'idea di crociata.
29. Il tramonto dell'idea di crociata
Senza dubbio gli ideali di irenismo comparsi nella societ del 13esimo
secolo contribuirono a vanificare le guerre per la conquista dei luoghi 
santi destinata ad avere pertanto durata effimera. La contea di
Edessa rest infatti in vita meno di cinquant'anni, il regno di 
Gerusalemme non giunse a un secolo. Antiochia cadde anch'essa in mano
turca e vani risultarono gli appelli rivolti dai pontefici all'Europa 
cristiana per tre secoli; ma poich le crociate furono pi di un semplice
movimento di conquista territoriale (anche se tale miraggio fu presente
all'immaginario collettivo dei milites Christi) un giudizio del
tutto negativo, isolato da considerazioni pi ampie, risulterebbe 
sbrigativo e riduttivo.
Tuttavia, senza insistere ancora a ricordare che i dubbi sull'utilit
del passagium in transmarinis partibus si fecero pi forti, aggiungeremo
che essi furono rinsaldati dall'affermazione della crociata come
mezzo di sviluppo e di progresso economico, quindi di guerra di 
conquista. Specialmente in campo finanziario la prosperit e la potenza
di Genova, di Venezia e di Pisa ebbero notevole incremento. Le tre
citt marinare, sin dal 1100 ottennero dai capi crociati ampi privilegi
che garantirono loro una sorta di predominio commerciale nel Levante 
e ci cre disaffezione nei crociati.
La quarta crociata, poi, che si era rivelata un fallimento sotto l'aspetto
della riconquista della terra santa dette ai Veneziani un grandioso
impero coloniale, in parte rimasto appannaggio della repubblica, pur
dopo il ritorno sul trono costantinopolitano di Michele ottavo Paleologo.
Genova invi i suoi mercanti nel mar Nero, fond basi commerciali sulle
sue coste, insediandosi a Costantinopoli dopo il trattato di 
Ninfeo (1261) e la fine dell'Impero latino d'Oriente.
Dal Levante giunsero nella penisola italiana e di qui in tutto il 
continente prodotti e materie prime orientali. I pi animosi mercanti 
italiani si insinuarono nell'interno del continente asiatico e scoprirono
nuovi mercati. Marco Polo, sotto questo aspetto, prosegu in Cina 
l'azione svolta dai coloni cristiani in Siria e in Palestina. Tutto questo
infici sensibilmente l'idea di liberazione della Palestina, pur se 
confer un ampliamento e un globale progresso di tutta la societ 
occidentale accresciutasi e ammodernatasi a contatto di nuovi ambienti e
abitudini. In realt, le crociate dettero agli stati occidentali una nuova
supremazia nel Mediterraneo, fino a quando i Turchi, nel 15esimo-16esimo 
secolo, non ebbero un nuovo predominio nel Mediterraneo, ancora grande 
centro economico.
Le citt mediterranee, Venezia, Genova, Marsiglia e Barcellona
ampliarono i loro traffici con l'Oriente ed accrebbero la loro potenza
e la loro ricchezza. Sotto questo aspetto la quarta crociata, forse la
meno importante dal punto di vista della conquista dei luoghi santi,
riport il risultato pi lusinghiero e pose in evidenza la caratteristica
economica ed espansionistica del movimento crociato, e, tuttavia, segn
il declino del passagium, inteso alla maniera dei primi peregrini.
Indubbio fu, per, e non lo negheremo, il progresso generatosi in
seguito a tali spedizioni, un progresso nato, come dicevamo cominciando,
dal complessivo sviluppo della societ cristiana del secolo 11esimo
e ispiratore di un'evoluzione di tutto il mondo occidentale. Inoltre, se
la civilt e l'economia dell'Occidente si giovarono della crociata 
pur certo che il diretto contatto con l'Oriente, rese pi efficace e 
radicata nel nostro continente l'impronta della civilt musulmana,
un'impronta di cui avremo un'idea precisa pensando al posto di tutto 
rilievo occupato dal Saladino nella letteratura italiana, allorch Dante
Alighieri lo pose nella Divina Commedia tra gli spiriti magni; una
stessa impronta, poi, nella letteratura tedesca e francese ispir autori
come Lessing in Nathan il Saggio, e Voltaire e Boulainvilliers che 
della figura del Saladino e di quella di Maometto fecero uno degli 
elementi pi significativi per la rivalutazione, nel 18esimo secolo, 
della civilt orientale rispetto a quella rozza degli occidentali; una 
rivalutazione che ancora nel nostro secolo ha consentito allo storico 
belga Henri Pirenne di porre sullo stesso piano Maometto e Carlo Magno e,
addirittura, di anteporre il musulmano al grande restauratore del Sacro
Romano Impero.
Tutto questo ebbe, per, direttamente poco a che fare con il programma
di liberazione dei luoghi santi, inteso come mezzo di purificazione dai
peccati e come occasione utilizzata per portare aiuto alla Chiesa
minacciata dai Saraceni; e fu la politica a far naufragare un disegno
saldo dal punto di vista religioso.
Sostenevamo proprio ora che il colpo di grazia all'idea di passagium 
fu dato dalla crociata del 1202-1204, allorch alla realizzazione
del progetto si sovrapposero motivi di conquista territoriale avulsi
dalla causa di Gerusalemme (o da quella di altri centri legati alla 
nascita e alla passione di Cristo, insomma alle origini di quella 
religione) come la conquista di Zara e di Costantinopoli, il cui bottino 
non bast a saziare l'ingordigia dei crociati, i quali procedettero 
addirittura alla fondazione dell'Impero latino d'Oriente. Tutto
questo -  chiaro - non rientrava nel programma dell'auxilium terrae 
sanctae, ma era solo una costruzione politica da non confondersi con 
il destino della cristianit palestinese. Anzi, in conseguenza di ci,
matur la convinzione che i programmi di crociata potessero scindersi 
da quelli della terra santa che li aveva originati per attagliarsi anche 
ad altri luoghi e a differenti finait.
Nei primi anni del Duecento infatti, l'attenzione di papa Innocenzo terzo 
si concentr sui Catari, eretici allora numerosi e potenti nel sud
della Francia, in Provenza e in Linguadoca e segnatamente nella citt
di Albi, compresa nei possedimenti della contea di Tolosa: di qui i
suoi abitanti e gli scismatici vennero denominati Albigesi.
Nel 1208, per l'appunto, questi ultimi uccisero presso il Rodano il
legato papale Pietro di Castelnau. Ecclesiastici, cavalieri fanatici, 
avventurieri avidi di conquiste, profittarono dell'appello innocenziano
per organizzare una crociata contro gli Albigesi, nel cui corso, senza
operare divisioni fra cattolici e Catari, compirono una vera e propria
carneficina, il cui spessore si ricav dalla relazione inviata al papa
dai suoi legati per ricordare il massacro degli abitanti di Bziers, del
1209. Pare, infatti, che al comandante dell'esercito crociato, Simone
di Monfort, il quale chiese come distinguere nel corso della repressione
gli eretici dagli altri cittadini, il legato papale Arnaldo Amalric,
rispondesse: Ammazzateli tutti. Dio riconoscer i suoi!.
Pur considerando che la frase riportata pot anche essere inventata,
appare evidente nel suo spirito e in quello di tutta l'impresa 
l'affermazione del fanatismo della lotta anticatara, fatta passare per 
crociata, e si impone il diritto rivendicato dal papato che, avvalendosi
dell'intelligente opera dei canonisti, avoc a s la capacit di definire
il campo dell'ortodossia, quindi quello di punire gli eretici considerati
nemici della fede. Tali furono, perci, considerati dapprima i Saraceni,
in seguito i Catari, poi gli avversari politici, specialmente i 
ghibellini; e su tutti si abbatterono le folgori delle censure e delle 
repressioni violente.
Pertanto la crociata nel corso del Duecento e del Trecento fu rivolta 
contro gli avversari, non importa se musulmani o cristiani, poi contro
i nemici del papato. Fu bandita cos una crociata contro Federico
secondo, allorch l'imperatore torn in Italia nel 1229, dopo aver
concluso il gi ricordato accordo con Al-Khamil, ricusato da Gregorio 
nono, e tale situazione foment addirittura una rivolta dei baroni 
pugliesi.
Dopo la seconda scomunica lanciata contro lo Svevo nel Concilio di Lione
del 1245, si rinnovarono le condanne e le azioni repressive volte a 
isolare quello che un tempo era stato chiamato Pfaffenkoenig, o re dei
preti. Morto Federico secondo, la Chiesa band la crociata contro
Ezzelino da Romano, alleato dell'imperatore, da lui sostenuto a vantaggio
della fazione ghibellina. Bonifacio ottavo, poi, nel 1297 pose sotto 
interdetto la famiglia Colonna, scomunic i cardinali Giacomo e
Giovanni e promosse la crociata per il loro sterminio: ma il predecessore
Celestino quinto nel suo brevissimo, enigmatico pontificato parl, fra
l'altro di bandire una vera crociata contro gli infedeli nell'Oriente
cristiano.
Le vicende surricordate e altre dello stesso tipo contribuirono pertanto
a convincere i fedeli che la guerra santa avesse smarrito la sua
iniziale carica spirituale per trasformarsi in un conflitto come un 
altro, portatore di lutti e di odi, di dissesti economici e finanziari e 
non orientato a consentire un maggiore sviluppo del cristianesimo. 
Inutile sembr, pertanto, continuare a sacrificarsi nelle lunghe campagne
militari, combattute in Palestina, in Siria, in Cilicia, in Egitto, in 
Tunisia. in Persia. Pi ancora inutile si pales, poi, la partenza per 
lunghi, faticosi viaggi spesso senza ritorno.
I sovrani e gli uomini di governo, poi, rifiutarono di sopportare gravosi
impegni economici e di sfidare una sempre maggiore impopolarit presso i 
loro sudditi, dal momento che risultati politici di egual tipo e forse 
pi promettenti, poterono raggiungersi intavolando trattative diplomatiche
con i musulmani. Questi argomenti generarono la crisi delle Campagne
d'oltremare e ci spiega come, alla fine del Duecento, poi nel Trecento e 
nel Quattrocento, accadde che si moltiplicassero i progetti per la
liberazione della terra santa, senza che ad essi facesse seguito la
convocazione degli eserciti e l'inizio di programmate operazioni militari.
30. I progetti di crociata fra Trecento e Cinquecento
La pubblica opinione dell'Occidente rest assai colpita dalla caduta 
di San Giovanni d'Acri e da molte parti si idearono nuove crociate. 
Tuttavia, resi saggi dai tristi ricordi del passato, intellettuali e
uomini di Chiesa pensarono di colpire l'Islam nei suoi punti nevralgici,
senza disperdere uomini ed energie in programmi diversivi. Il filosofo 
Raimondo Lullo, secondo il suo punto di vista di francescano, 
nell'Ars Magna volle proporre un'azione di propaganda cristiana, volta 
a far comprendere ai Saraceni la superiorit del cristianesimo e 
l'opportunit di convertirsi in massa, una volta che si fosse dato
ascolto alle prediche svolte ad hoc. Il veneziano Marin Sanudo Torcelli 
con i Secreta fidelium crucis risolse la questione da politico e da
economista pensando a un sistema di misure commerciali volte a indurre 
alla resa il sultano d'Egitto. L'avvocato di Coutances, consigliere
di Filippo quarto il Bello, Pierre Dubois, con il De recuperatione
Terrae Sanctae espose il punto di vista della monarchia francese al
pari di quanto fecero, sempre nel 14esimo secolo, Guglielmo di Nogaret e
Antonio Morin, consigliere del sovrano boemo, i quali connessero la
liberazione della terra santa con la creazione di un sistema di stati
nazionali federati in un progetto di pacificazione universale.
Tutti disegni politici interessanti e scintillanti d'ingegno furono
quelli presentati, generalmente, per, deboli dal punto di vista 
specificamente crociato. Essi cio posero questioni importanti e soluzioni
buone ma non risolsero il problema della liberazione di Gerusalemme,
di San Giovanni d'Acri e di altri centri palestinesi, mentre all'orizzonte
si prospett il pericolo dell'invasione turca fin nell'Europa centrale.
Nel Trecento, per, numerosi principi si prepararono a partire per
l'Oriente, pur se pochi ne furono intimamente persuasi e promisero
un'azione che mai svolsero. Parve propenso all'impegno Filippo sesto
di Valois, re di Francia, allorch scoppi la guerra dei Cento Anni.
Nel 1308, papa Clemente quinto pose ai cavalieri di Gerusalemme 
l'obiettivo di cacciare le navi musulmane nel Levante comminando - ma
invano - la scomunica per gli occidentali che avessero intrattenuto
rapporti commerciali con gli infedeli.
Nel 1334 Giovanni 22esimo strinse una lega navale mediterranea all'uopo
di sconfiggere la pirateria turca, nel 1344 Clemente sesto la rinnov 
con Venezia e Genova. Il 28 ottobre 1344 i collegati occuparono Smirne,
ma per poco. Nel 1361, Pietro primo di Lusignano, re di Cipro
sbarc ad Alessandria riuscendo a conquistarla per pochi giorni con
un'azione dimostrativa volonterosa, ma di scarso peso strategico e
politico. L'anno seguente Pietro sbarc a Satalia, ove rimase in attesa
di aiuti occidentali, nel 1367 occup Tripoli di Siria, Tortosa e Laodicea
interrompendo temporaneamente i rapporti commerciali fra Siria ed Egitto.
Anche Amedeo sesto nel 1364 si impegn a fare la crociata e nel giugno 
del 1366 part da Genova tentando, con l'ausilio del sovrano d'Ungheria,
di portare aiuto a Costantinopoli. Sbarc, quindi, a Gallipoli 
recuperandone il castello, occupato negli anni precedenti dai Turchi.
La spedizione tuttavia fall anche perch l'imperatore bizantino fin
prigioniero dei Bulgari.
Pi grave apprensione gener, tuttavia, in Occidente il pericolo
dell'invasione turca nei Balcani. Nel 1396 un esercito francese, al
comando di Giovanni Senza Paura, figlio del duca di Borgogna, si
rec in Ungheria in aiuto al sovrano Sigismondo. A Nicopoli, sul Danubio,
i crociati vennero per massacrati e presi prigionieri dal crudele 
avversario. Nel 1399 il maresciallo Boucicaut, governatore di Genova, 
penetr nei Dardanelli e si batt sulla costa del Mar di Marmara.
Tornato nel 1405, al comando della flotta genovese sulle coste
della Panfilia, sbarc a Tripoli e a Beirut, ma senza definitivo successo.
Del pari infelice fu il tentativo di sbarco dei Genovesi e del duca
di Borbone a Capo d'Africa, in Tunisia. Nel 1443, una nuova crociata 
guidata dal cardinale legato, ebbe ragione dei Turchi a Sofia, ove
fu battuto il crudele guerriero Murad. A Varna, tuttavia, i cristiani 
conobbero una grave sconfitta. Negli anni successivi gli Ungheresi con
Giovanni Hunyadi e Giovanni da Capistrano combatterono con sorte
alterna sul Danubio per mantenere la citt di Belgrado.
Nel 1453, tuttavia, Costantinopoli cadde in mano turca e la cristianit
fu pervasa da una paura profonda. Numerosi furono i progetti di
liberazione rimasti per inattuati. Filippo il Buono, duca di Borgogna,
fece un primo famoso giuramento crociato detto del fagiano, recante in 
s una carica di fascino e di mistero, ma alla promessa non segu alcuna 
azione concreta. Papa Callisto terzo si dichiar pronto a qualunque
sacrificio, pur di vedere i Turchi cacciati dalle terre cristiane, e
il 15 maggio 1455 pubblic una bolla per la crociata, ordinando la
preparazione di una flotta, ma gli stati occidentali rimasero
piuttosto sordi all'appello. In egual modo non si commossero alla
chiamata di Pio secondo che nel 1459 decise di guidare personalmente la
spedizione, si un con Venezia e con la Borgogna e dette appuntamento 
ai crociati ad Ancona per la partenza con un risultato ancora
una volta nullo. Al raduno, infatti, non si present nessuno e Pio secondo
mor angosciato il 15 agosto 1464. Il progetto fu ripreso da Paolo secondo
e Alessandro sesto band la crociata il primo giugno 1500, concesse 
sussidi all'Ungheria e sped una flotta di 13 navi sulle coste greche. 
A sua volta Leone decimo invoc il conflitto per liberare Costantinopoli 
dai Turchi e si rivolse nel 1516 a Francesco primo da cui ebbe un assenso 
di massima, poi dimenticato all'appressarsi della contesa per l'elezione 
del nuovo imperatore e del contrasto con Carlo quinto, eletto all'Impero 
nel 1519. Come  chiaro, insomma, si susseguirono buone intenzioni
che non si tradussero in azione politica concreta.
La fine della crociata, come progetto di effettiva conquista, non volle
per dire che quell'idea non continuasse ad animare i sogni e gli
entusiasmi di carattere cavalleresco e che essa non rimanesse alla base
dei programmi di trasformazione palingenetica e nei sogni di mutamento 
missionario dell'umanit. Pens alla crociata Caterina da Siena, la 
propugn nelle sue prediche San Giacomo della Marca, se ne fece 
promotrice Giovanna d'Arco, anch'essa pastora come lo furono i 
rappresentanti della cosiddetta gi menzionata crociata dei pastori, 
predicata in Francia, ai primi del Duecento. Vi credettero altres 
Carlo ottavo e Cristoforo Colombo e la vagheggiarono i navigatori
portoghesi e spagnoli, lanciati alla conquista dell'Asia e dell'America.
L'assedio di Vienna del 1529, la battaglia di Lepanto del 1571 e la
battaglia di Zenta sul Tibisco del 1697 costituirono ancora momenti
in cui parve che lo spirito crociato s'impossessasse nuovamente e
profondamente degli occidentali.
La crociata contro i Turchi fu, poi, un'idea-guida, destinata a far
da collante fra i popoli cristiani del nostro continente che, sotto la 
minaccia degli eserciti turchi, dilagati dopo il 1453 e la caduta di 
Costantinopoli nella pianura balcanica, per giungere, fin nel cuore 
dell'Occidente sotto le mura di Vienna nel 1683, cominciarono a sentirsi
europei, ossia appartenenti ad un comune sistema di forze e di popoli
che avevano il dovere di pensare unitariamente alla cacciata degli 
invasori infedeli e barbari e al generale e complessivo riscatto del
continente. Il pericolo turco - chiar lucidamente Federico Chabod -
suon allora come una squilla unitaria e con gli ideali di civilizzazione 
e di liberazione delle genti cristiane minacciate, risuonarono i nomi e 
gli esempi di Goffredo di Buglione, di Raimondo di Tolosa, di Ademaro 
di Monteil, mentre i milites Christi divennero termine fisso di 
riferimento in tutte le battaglie combattute in nome di una causa
nobile per la difesa dei deboli e degli oppressi.
L'idea di crociata, insomma, come sintetizz felicemente Dupront, rest 
viva al di l del movimento crociato. La Croce condusse, precis 
ancora Dupront all'atto sublime della gloria i figli maschi 
dell'Occidente. Essa rappresent l'imporsi con la forza della folgore 
dell'idea della crociata nella carne e nell'anima della cristianit. 
Anche alla luce di queste osservazioni, allora, potremo verificare e 
discutere - lo si  fatto e lo si fa - sul grado di cristianit di
tale ideale, ma non sar possibile ignorare che dal sentirsi all'unisono
con Dio e con la giustizia, i milites Christi e l'intero Occidente 
trassero un momento essenziale della loro identit, un elemento di 
sicurezza e di primato rispetto agli altri, una forza che per secoli 
fu trasmessa a popoli e governanti fiduciosi nell'unit della 
Christianitas e, pi tardi, nel concetto di unione dell'Europa; un sogno 
sempre infrantosi e sempre rinato, soprattutto quando, nel 1453, le orde 
fanatizzate di Maometto secondo profanarono la meravigliosa basilica 
costantinopolitana di Santa Sofia.
FINE.
