ENCICLOPEDIA TASCABILE




IL MEDIOEVO
     LUDOVICO GATTO




TASCABILI ECONOMICI NEWTON

     Ludovico Gatto

 Il Medioevo




Tascabili Economici Newton

          Indice




p.    9    1. Il Medioevo da salvare
     10    2. La fine dell'Impero romano d'Occidente
     11    3. Il Cristianesimo dopo Teodosio
     12    4. Goti e Bizantini
     14   5.I Longobardi
     16    6. San Benedetto e il monachesimo
     17    7. L'economia curtense
     17    8. Gli Arabi
     20    9. Oriente e Roma: contrasti e incontri
     23   10. Roma altomedievale
     24   11. La Sicilia medievale
     25   12. Franchi, Visigoti e Longobardi
     28   13. Carlo, re dei Franchi e imperatore
     29   14. L'Impero carolingio e la societ feudale
     31   15. La dissoluzione dell' Impero
     33   16. Normanni, Arabi, Ungari
     34   17. Le vicende italiane
     35   18. Vicende occidentali e orientali
     35   19. L'Impero dei Sassoni
     37   20. L'Occidente verso la ripresa
     38   21. L'XI secolo
     41   22. La dinastia di Franconia
     42   23. La riforma ecclesiastica del secolo XI
     43   24. I Normanni
     43   25. La divisione fra Roma e Bisanzio
     44   26. Gregorio VII
     46   27. Le crociate
     47   28. La ripresa del XII secolo

8                                                            INDICE


p. 48    29. La Chiesa nel XII secolo
   49    30. La civilt comunale
   51    31. Federico I Barbarossa
   52    32. Vita religiosa e movimenti ereticali
   55    33. Impero e Chiesa nel Duecento:
             la battaglia di Bouvines
    56   34. La supremazia politica del Papato
    57   35. Federico II, imperatore
    59   36. Gli Angioini in Italia meridionale
    60   37. La Chiesa nella seconda met del Duecento
    61   38. La situazione in Oriente e in Occidente
    63   39. La vita religiosa
    63   40. San Domenico e San Francesco:
             francescanesimo e gioachimismo
    65   41. Bonifacio VIII
    67   42. La Chiesa del Trecento e il Papato avignonese
    68   43. Cola di Rienzo, tribuno e senatore romano
    69   44. Le vicende dell'Impero nel Trecento
    70   45. Il ritorno dei papi a Roma: lo Scisma
    70   46. L'Italia del Trecento
    74   47. La Guerra dei Cento Anni
    75   48. Le vicende occidentali del Quattrocento
    76   49. Le conquiste ottomane
    77   50. Le compagnie di ventura: le citt italiane
    81   51. L'Italia del Sud
    82   52. La Chiesa nel Quattrocento
    83   53. Le potenze europee
    85   54. Umanesimo, Rinascimento
             e grandi scoperte geografiche
    88   55.  salvo il Medioevo?

    90 Cenni bibliografici

1. il Medioevo da salvare
   I media, la politica, la vita di ogni giorno, ci lasciano scor-
gere immagini di un futuro poco confortante. I pericoli di di-
struzione e di dispersione totale di patrimoni storici, artistici e
culturali si fanno consistenti. E allora mi vien fatto di pensare,
talvolta con apprensione, alla situazione in cui ci troveremmo se
del Medioevo, della sua storia, dell'arte, del messaggio spiritua-
le cui dette vita si perdesse ogni traccia. Se tuttavia, penso anco-
ra, quasi per una sorta di sfida o di divertissement intellettuale,
fosse reso possibile proprio a me conservare la memoria di
quell'epoca in un testo di non pi di cento pagine -- modesto e
onesto nella sua brevit -- quanto di pi significativo traman-
derei agli ignari lettori futuri? Cosa, fra le vicende, i personaggi,
i problemi metterei in luce? In qual prospettiva traccerei una rap-
presentazione agile che conferisse il senso di un'et importante per
la comprensione dei precedenti e successivi intrecci storici fino ai
nostri tempi? Da questa sfida, sempre in bilico tra il serio e il fa-
ceto -- cos sarei tentato di definirla -- da questa programmata
brevit non certo priva di impegno, nascono i capitoli seguenti.
   A due domande, rispondiamo, per, prima di cominciare:
quali, in siffatta prospettiva, i limiti cronologici? Naturalmente
quelli tradizionali, dal 500 al 1500 d.C, decennio pi decennio
meno: gli stessi prescelti da Ludovico Antonio Muratori nei
suoi Rerum Italicarum Scriptores nel '700 o, nel '600, da Cri-
stoforo Keller nella Historia Medii Aevi.
   Certo tale suddivisione non intende segregare l'et di mezzo
dalle precedenti e successive, ma vuol predisporre una specie di
contenitore entro cui presentare questioni e avvenimenti col-
locati in prospettiva dialettica, volti a spiegare motivi di contra-
sto, di aggancio, di preannuncio di altre situazioni.

10                                                        IL MEDIOEVO


   In che luce altres presentare la cosiddetta Media Aetas? Per
secoli, storici, umanisti, protestanti, calvinisti, illuministi, posi-
tivisti, idealisti, ne ebbero opinione negativa, la criticarono, la
biasimarono e, persino, la respinsero. Oggi, i motivi di critica
preconcetta appaiono superati e si cerca di storicizzare il Me-
dioevo evidenziando cosa intese rappresentare e se vi sia riusci-
to, evitando lodi e condanne antistoriche, riportando fatti e pro-
blemi senza disinteresse notarile e senza prender partito, badan-
do a rilevare quanto di spirituale, politico, sociale, economico,
artistico, legislativo, linguistico, amministrativo, tecnico e isti-
tuzionale nacque in quel millennio, capace di consentire lo svi-
luppo dell'umanit. Purtroppo, ci accorgiamo che, al di l delle in-
tenzioni,  pi quel che  rimasto fuori di quel che siamo riusciti a
salvare. Ma forse -- almeno ci illudiamo -- emerge con chiarezza
una linea di tendenza e di sviluppo che ci consente di licenziare
queste pagine nella speranza di non aver fatto un lavoro inutile.


2. La fine dell' Impero romano d'Occidente

   Fin dai primi secoli dell'era cristiana i popoli barbarici forza-
rono il tradizionale limes dell'Impero con alterna fortuna, ma
solo nel V secolo la situazione precipit: Alarico, a capo dei
Goti, saccheggi l'Urbe (410) danneggiandola e colpendo psi-
cologicamente i cittadini, divenuti privi di fiducia nelle sorti
dell'Impero. Ad una ad una le province, cadute in mano ai pre-
datori, divennero regni romano-barbarici: Attila dette vita all'Im-
pero degli Unni; i Vandali di Genserico occuparono la Spagna e
nel 455 entrarono in Roma, per la seconda volta in meno di cin-
quanta anni testimone di inaudito oltraggio.
   Deboli e privi d'iniziativa gli imperatori si succedettero senza
riuscire a modificare la situazione. Nel 475 venne deposto Giu-
lio Nepote dal suo generale Giulio Oreste che pose sul trono i I
figlio Romolo Augustolo, il quale ebbe la ventura di concentra-
re nel suo nome quelli del primo re e del primo imperatore di
Roma. Tuttavia, trascorso appena un anno, egli fu deposto dal
generale degli Eruli, Odoacre, che rinvi le insegne all'impera-
tore Zenone, a Costantinopoli, tenendo per s la carica di magi-
ster utriusque mlitiae. Cos fin ingloriosamente la storia dell'Im-
pero d'Occidente.

                                                                    11
IL CRISTIANESIMO DOPO TEODOSIO


   Odoacre rimase al potere fra il 476 e il 493, ma gi dal 488,
spinto da Costantinopoli, Teodorico, re degli Ostrogoti, a capo
di un ben armato esercito, fu sollecitato a scendere in Italia. Il
28 agosto 489 Odoacre fu per la prima volta battuto ad Aquileia.
Il mese successivo la vittoria arrise ancora ai Goti in Verona.
   La guerra dur, poi, fino all'agosto 490, allorch Odoacre fu
definitivamente sconfitto sull'Adda e costretto a rinserrarsi a
Ravenna ove, dopo la resa ottenuta contro la promessa d'aver
salva la vita, fu barbaramente ucciso da Teodorico che soppres-
se personalmente il generale, mentre dalle persone del seguito
furono eseguite esecuzioni capitali di parenti e seguaci del con-
dottiero erulo.
   L'accoglienza di Teodorico in Ravenna fu tiepida e raffredda-
ta vieppi dalla paura. Nel 500, invece, il re raggiunse Roma e
qui fu acclamato trionfalmente, in quanto preceduto dalla fama
di restauratore della romanit e del buono Stato. Egli, infatti, ri-
par strade, restaur opere pubbliche, costru nuovi palazzi; l'agri-
coltura, poi, durante il suo regno, conobbe un promettente svilup-
po, mentre il prezzo del grano cal come non accadeva da tempo.


3. il Cristianesimo dopo Teodosio

    A Roma il sovrano goto, cristiano di confessione ariana come
 il suo popolo, s'incontr con una forte Chiesa cattolica. Infatti,
 verso la fine del V secolo, nel momento in cui l'Impero d'Occi-
 dente cadeva in mani barbariche, la Chiesa, uscita dall'esperien-
 za catacombale in seguito all'Editto di Costantino o di Milano
 del 313 e, poi, con l'Editto di Teodosio del 380, forte dell'auto-
 rit e dell'appoggio del vescovo di Roma, considerato il succes-
 sore di Pietro, aveva conseguito una forza su cui si articol, ol-
 tre che una religione, una nuova civilt destinata a differenziarsi
 in tutto dall'antica. Tale frattura, infatti, pot considerarsi deter-
 minata, allorch nel 494 papa Gelasio, prendendo contatto con
 l'imperatore bizantino Anastasio, nell'intento di delimitare l'in-
 vadenza dello Stato nel settore spirituale, espresse l'importante
 concetto della separazione fra potere spirituale e temporale,
 indipendenti ambedue nella loro sfera d'azione rappresentata
 dai due massimi poteri: il papa espressione della sacrata ponti-
ficum auctoritas e l'imperatore della regalis potestas.

12                                                        IL MEDIOEVO


    Si sa che la Chiesa raggiunse notevole forza stabilendo un
proficuo, organico rapporto con l'Impero. In quest'ottica, ad
esempio, Costantino dette vita ad un corpo scelto di cavalieri,
costituito di tutti cristiani, la cui insegna -- il famoso labaro --
fu la bandiera con il monogramma del Cristo. Tal cosa sarebbe,
per, apparsa inattuabile anche nei tempi non lontani del suo
predecessore Galerio, persecutore dei seguaci del Nazareno. Per
converso gli scrittori latini capovolsero la loro posizione nei ri-
guardi della civilt classica e pure dell'Impero. Tertulliano mise
sullo stesso piano tutti gli imperatori e le istituzioni di cui erano
espressione. Lattanzio distinse tra i persecutori, spesso indivi-
duati in barbari, estranei a Roma -- per esempio Massimino --
quindi da condannare e sovrani come Costantino, sostenitori
della nuova religione. Costantino, infatti, aiut la Chiesa non
solo economicamente, ma divenne anche assertore dell'ortodos-
sia. Nel 325, pertanto, convoc il Concilio ecumenico di Nicea
sia per condannare l'eresia di Ario, il quale negando l'identit
fra il Padre e il Figlio, sottraeva alla Chiesa il carattere sopran-
naturale, sia per proclamare il dogma della Trinit. Con ci il
Cristianesimo si afferm definitivamente. Per breve periodo
Giuliano l'Apostata (361) sembr deciso a reintrodurre religione e
cultura pagane, ma alla sua morte in guerra contro i Persiani (363),
il paganesimo pot considerarsi estinto. L'Impero era ormai diviso
in due parti: quello d'Oriente pose la capitale in Costantinopoli e
continu, fra alterne vicende, a vivere fino al 1453, quando la capi-
tale cadde in mano ai Turchi; quello d'Occidente ebbe vita breve e
segu strade diverse in seguito alle discese dei barbari.


4. Goti e Bizantini

   Occupata l'Italia, Teodorico, secondo la consuetudine deno-
minata dell'ospitaticum, divise fra i suoi soldati il terzo delle
terre e riconobbe loro il diritto di portare le armi, ma conserv
per i Romani l'amministrazione civile, dando onori e potere a
loro rappresentanti come al senatore Cassiodoro, ministro e se-
gretario del re e al filosofo Severino Boezio, della famiglia de-
gli Anici, magister officorum (522). La capitale fu portata a Ra-
venna, mentre la sede senatoria rimase a Roma e i Goti promul-
garono un edictum tratto largamente da leggi romane.

                                                                 13
GOTI E BIZANTINI

   La politica estera teodericiana consegu buoni successi: il so-
vrano respinse i Gepidi oltre il Danubio e quando Clodoveo re
dei Franchi attacc il re visigoto di Tolosa, sconfiggendolo nel
507 nella battaglia di Vouill e relegandolo oltre i Pirenei nella
sola Spagna del Nord, Teodorico si diresse, per parte sua, contro
i Burgundi conquistando la Provenza. Ma il programma egemo-
nico del Goto, spintosi fino al Norico, alla Dalmazia romana,
sino ai limiti della Pannonia e della Rezia, unito al potenzia-
mento della cultura, dell'urbanistica, dell'agricoltura, si dissol-
se, tuttavia, per contrasti religiosi alimentati dalla sua politica
antiariana e dalle interessate intromissioni bizantine.
   Nel 523 l'imperatore eman un editto antiariano. Le popola-
zioni italiane manifestarono la loro propensione per la tradizio-
ne imperiale piuttosto che per la germanica. Cominciarono, al-
lora, i tristi anni delle persecuzioni. Furono imprigionati papa
Giovanni I e Albino, presidente del Senato. Severino Boezio,
autore del De consolatione philosophiae, scritto in carcere, e Sim-
maco che li difesero, furono imprigionati e uccisi.
   La morte di Teodorico (526) mise in luce la debolezza della
sua costruzione politica e i successori resero ancor pi precaria
la compagine gota entrata in crisi quando divenne imperatore
Giustiniano (527-565), abile e intelligente, di pronto intuito e
fortunato nella scelta dei collaboratori. Il sovrano bizantino vol-
le anzitutto rinverdire la tradizione giuridico-amministrativa. Al
giurista Triboniano, il quale capeggi una commissione di emi-
nenti uomini di legge, dette l'incarico di riformare i Codici:
nacque, allora, il Corpus Juris Cvilis Justinianei, completato
nel 534. Trent'anni dopo, nel 565, uscirono le Novellae Consti-
tutones, ovvero le leggi emanate da Giustiniano dopo l'edizio-
ne del Corpus. Nello stesso tempo l'imperatore volle ricostruire
l'unit dell'Impero romano: respinse i Bulgari e trattenne i Per-
siani, dopo aver sconfitto il loro re Cosroe, invasore della Siria.
I grandi generali Belisario e Narsete riconquistarono l'Africa
romana, la Spagna, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, sottratte
ai Vandali (534).
   Pi difficile fu, invece, la riconquista dell'Italia. Amalasunta,
figlia di Teodorico succedutagli al trono, fu estromessa e uccisa
dal cugino Teodato. A quel punto Giustiniano dichiar guerra
all'usurpatore. Dal 535 al 553, la penisola divenne teatro di una
cruenta guerra, combattuta da Belisario e da Narsete contro Vi-

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tige e Totila, morti entrambi in battaglia. Alla fine tutti i vecchi
territori tornarono in mani bizantine. Nel 554, poi, con la Pram-
matica sanzione Giustiniano regol i rapporti dell'Impero con
l'Italia. La capitale fu posta a Ravenna e l'imperatore fu rappre-
sentato dall'esarca. Significative funzioni anche amministrative
furono per la prima volta conferite ai vescovi occupatisi, fra
l'altro, della raccolta delle imposte municipali, degli edifici
pubblici, dell'assistenza ai derelitti.


5. I Longobardi

   Sembr che in seguito a tali provvedimenti si fosse nuova-
mente ristabilito il vecchio ordine imperiale, il cui baricentro
appariva sensibilmente spostato verso Oriente. Ma, passati tre
anni dalla morte di Giustiniano, nel 568, si pales in tutta la sua
realt la fragilit della dominazione bizantina, allorch, traver-
sate le Alpi Giulie, provenienti in gran parte dalla Pannonia, i
Longobardi si apprestarono ad invadere l'Italia.
   Guidati da Alboino associato agli Avari, con uno Stato che
copriva territori dalla Russia meridionale al basso Danubio, i
Longobardi sconfissero i Gepidi, poi entrarono nella penisola,
occupando, senza incontrare contrasti, la pianura padana sino a
Milano e a Pavia ove posero la loro capitale. I nuovi invasori si
trasferirono con le famiglie e i carri. La loro fu, quindi, pi che
una marcia militare una vlkerwanderung (trasmigrazione di
popoli) alla cui conclusione un intero popolo straniero, spinto
dalla volont di predare e conquistare, si stanzi in terra italia-
na. Al loro passaggio, la gente terrorizzata si ritraeva e fuggiva.
Cos gli abitanti di Aitino e Concordia, come ai tempi di Attila,
trovarono scampo nelle isole della laguna veneta. Sorsero, per-
tanto, le nuove citt di Grado, Torcello e Malamocco: infine
nacque Venezia. I soli centri capaci di opporre resistenza agli
invasori furono prima Pavia, poi Ravenna. Per il resto, l'Italia
cadde in gran parte in mani longobarde e solo per il loro limita-
to numero i barbari non riuscirono a conquistare tutta la penisola.
   I Longobardi furono crudeli. Lo storico Paolo Diacono nella
Historia Langobardorum descrisse con espressioni appropriate
la grave situazione: All'arrivo di Alboino furono spogliate le
chiese, sgozzati i sacerdoti, schiacciate le citt e gli abitanti,

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I LONGOBARDI

cresciuti come spighe di frumento, furono uccisi ad eccezione
di quelli gi sottomessi da Alboino: cos l'Italia fu in massima
parte conquistata e schiava dei Longobardi, i quali ebbero la
base sociale nella fara (nome rimasto a varie localit: Fara Sa-
bina, Fara d'Adda, Fara Filiorum Petri), governata dai Duchi,
accompagnati dai Gasindi (comites goti).
   Alboino fu soppresso in una congiura capeggiata dalla con-
sorte Rosmunda. Gli successe Clefi e, dopo un periodo di torbidi,
Autari (584-590). Segu Agilulfo, il quale spos Teodolinda, vedo-
va di Autari, e, lasciato l'arianesimo si convert al cattolicesimo.
   A favorire la conversione, considerabile un vero capolavoro
politico, contribu il grande pontefice Gregorio Magno (590-604),
il quale, con la forza della fede e l'ausilio dell'esperienza -- era
stato forse in precedenza addirittura Prefetto di Roma -- riusc
a rafforzare i domini ecclesiastici di Roma e della penisola, con-
ferendo poteri pi precisi all'autorit civile dei vescovi. I suoi
scritti, in particolare le lettere, attestano la sua cultura, la sua
tempra morale e il suo intuito politico. Nel 590, divenne ponte-
fice durante l'imperversare di una pestilenza e, nonostante ci,
seppe tenere a bada l'impeto longobardo e l'invadenza bizanti-
na. I Romani lo benedirono pertanto come consul Dei e defen-
sor civitatis. Gregorio fu pure modesto: infatti Giovanni, pa-
triarca costantinopolitano, si fregi pomposamente del titolo di
patriarca ecumenico, ossia universale, mentre egli volle per s
l'intitulatio di servus servorum Dei, destinata a contrassegnare
nel tempo la superiorit spirituale dei pontefici romani.
   Con Arialdo e Rotari la dinastia longobarda si rinforz.
Quest'ultimo, poi, dette vita al famoso Editto, la raccolta conte-
nente leggi e consuetudini longobarde, testimonianza della roz-
zezza, ma anche della maggior cultura manifestata da quel po-
polo rispetto agli altri barbari. Alla base del diritto longobardo
si distinsero la faida o vendetta privata e il guidrigildo, com-
posizione e pagamento per le offese ricevute, per furti, ferite, ucci-
sioni. Con Autari e Agilulfo -- met sec. VII -- l'espansione lon-
gobarda raggiunse quasi il massimo, comprendendo pressappoco
tutta l'Italia settentrionale, lungo la dorsale appenninica, quella
centrale con il Ducato di Spoleto e la meridionale con il Ducato
beneventano. Legati a Bisanzio rimasero Ravenna e la Pentapoli, il
Ducato romano, buona parte del Brutium, della Puglia, la Sicilia,
la Sardegna e le maggiori isole del Mediterraneo. Pertanto si con-

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trapposero da una parte la Longobardia e dall'altra la Romania:
i due nomi rimasero a contraddistinguere due fra le pi signifi-
cative regioni italiane, la Lombardia e la Romagna.
   La societ longobarda fu profondamente gerarchizzata. Al
vertice domin il re con l'esercito di arimanni (uomini liberi),
con i gastaldi (ufficiali regi), i duchi, i centenari, i decani. Al di
sotto si collocarono gli aldii (semiliberi), i servi, suddivisi in
ministerales, addetti ai mestieri (mnsteria), massari e bovulci,
detti anche servi rusticani se addetti al lavoro della campagna.
Nelle terre bizantine restarono vigenti le istituzioni imperiali e la
Prammatica sanzione giustinianea, ma la scarsa capacit ammini-
strativa e la fiacca iniziativa politica resero sempre pi povere le
popolazioni oppresse dalle tasse e prive di qualsiasi sicurezza.
   Nello stesso tempo andarono ovunque rafforzandosi la Chie-
sa e il governo civile dei vescovi, che fin per essere una delle
pi efficaci forme di difesa dei cittadini pi deboli, degli op-
pressi e dei derelitti. Nell'Italia longobarda la decadenza tocc
il punto di massima espansione, vennero meno arte e cultura e
la tutela del diritto lasci spesso a desiderare.


6. San Benedetto e il monachesimo

   Fra le istituzioni ecclesiastico-religiose rafforzatesi si distinse
il monachesimo, fiorito in Oriente secondo ideali ascetici e di
fuga dal mondo e affermatosi in Occidente sulla base della vita
cenobitica (koins = comune, bis = vita). L'esponente pi noto
di tale eccezionale forma di religiosit fu San Benedetto da
Norcia (480-543), dapprima ritiratosi a Subiaco e poi, nel 529,
definitivamente stabilitosi a Cassino, ove dette vita all'Abbazia
divenuta tra i centri pi significativi della civilt cristiana du-
rante l'et di mezzo. A Montecassino, infatti, fu emanata e dif-
fusa la Regola, presto diventata la norma volta a guidare la
vita di tutto il monachesimo occidentale. La Regola costitu
la somma della saggezza romana, dell'umanitarismo e del soli-
darismo cristiano; essa si bas sulla rinuncia dei beni nonch
sulla preghiera e sull'esercizio di concrete attivit lavorative. Il
suo spirito si condens, dunque, nell'espressione Ora et labora,
volta a conferire al lavoro stesso una funzione di elevazione e di
redenzione pari alla preghiera. L'Italia e l'Occidente cristiano

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GLI ARABI

andarono popolandosi cos di cenobi retti da abati (dall'ebraico
abb = padre), ai quali erano affidati i monaci che essi guidarono
nelle orazioni e nelle attivit concrete e pure in merito alle esigen-
ze della vita quotidiana. Era l'abate ad assegnare ad ognuno com-
piti, privazioni e dispense, a seconda dell'et, della robustezza e
del carattere dei monaci. Nel corso dei secoli le abbazie divennero
centri di alta spiritualit e di cultura: esse conservarono e traman-
darono, infatti, un alto numero di codici relativi ad opere della lati-
nit classica e medievale. Dal VI all'VIII secolo si moltiplicarono
cos i cenobi tanto che pot parlarsi di una vera e propria et mo-
nastica: dall'Irlanda di San Patrizio, San Colombano e San Bran-
dano; dall'Inghilterra di Sant'Agostino di Canterbury, dai chiostri
di Jona e Bangor a quelli di San Gallo, Luxeuil, Corby; da quelli
della Novalesa e di Nonantola a quelli di Santa Giulia di Brescia e
di Farfa fu un fiorire di abbazie e un infittirsi di vocazioni.


7. L'economia     curtense
   Con i monasteri si accrebbero le donazioni di terre e case
nonch i lasciti in denaro -- ricorrenti le donazioni dette pro
anima, destinate ad assicurare la salvezza del fedele -- accumu-
latisi in numerose, pi o meno grandi abbazie. Inoltre i monaci
coltivarono la terra, bonificarono zone paludose, scavarono ca-
nali, piantarono foreste e rafforzarono le curtes, suddivise in
una pars dominica riservata al padrone e in una pars massaricia
concessa in coltivazione ai coloni. Con il che si gener un siste-
ma economico tendenzialmente chiuso, denominato economia
curtense. La presenza dei regni romano-barbarici, il rinnovato
potere ecclesiastico, il ridimensionamento dell'Impero bizanti-
no, la formazione di una nuova economia determin il nascere di
una diversa civilt, differente dall'antica e dalla moderna successi-
vamente articolatasi, denominata Et di mezzo o Medioevo.


8. Gli Arabi

   Se fra il IV e il VI secolo -- come esponevamo -- le societ e
il mondo vennero modificandosi,  pur vero che una serie di le-
gami saldarono l'una e l'altro ancora alla civilt antica: la lin-

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gua, le monete, i pesi e le misure, le rotte commerciali restarono
legate, nel Mediterraneo, ad un sistema ancora unitario, non di-
stante da quello vigente durante i secoli dell'Impero romano.
Anche in questi settori, invece, il sec. VII introdusse radicali no-
vit, allorch alla ribalta della storia si affacciarono l'Islamismo
e la civilt araba. Da tempo la penisola araba, ponte tra l'Asia e
l'Africa era restata, tranne che nelle zone costiere, distaccata
dal processo evolutivo della civilt. All'interno dominavano
le zone desertiche e la societ carovaniera, in prevalenza de-
dita alla pastorizia e al piccolo commercio. Le varie trib dei
Beduini -- uomini del deserto -- erano unite da un sottile
filo: la comune fede in una serie di divinit costituenti una
sorta di primitivo politeismo, il cui centro era alla Mecca, ove
sorgeva la Kaaba, l'edificio in cui era venerata la pietra nera
che si voleva discesa dal cielo per volont dell'arcangelo Ga-
briele e presso la quale si recavano masse di pellegrini prove-
nienti dai deserti interni e dalle citt, la stessa Mecca e Yatrib.
   Alla Mecca nacque Maometto, nel 570. Egli appartenne ad
una famiglia di piccoli commercianti, spos una ricca vedova,
Khadija, divenne cammelliere e nel suo lungo girovagare riusc
a comprendere lo spirito e le aspettative del suo popolo. Alla
meditazione dei viaggi compiuti in solitudine, ma pure a visioni
e rivelazioni, si dovettero l'elaborazione e le convinzioni che lo
portarono a respingere il politeismo per animare una nuova reli-
gione, rigorosamente monoteistica, l'Islamismo. Allora comin-
ci a predicare contro gli idoli della Kaaba nel nome di Dio, Al-
lah, di cui egli si proclam profeta, entrando cos in contrasto
con i sacerdoti della Mecca. Nel 622 abbandon la Mecca per
trasferirsi a Yatrib, da allora chiamata Medina, ovvero la citt
del Profeta. Dall'anno della fuga maomettana dalla Mecca --
Egir -- si cominci allora a datare la nuova era, detta appunto
dell'Egira. Nacque cos la religione fondata su Allah, identifica-
to con il Dio giudaico di Abramo. Dal che si evince come l'Isla-
mismo abbia punti di connessione con l'Ebraismo e con il Cri-
stianesimo. Testo sacro per eccellenza di Maometto fu il Cora-
no, contenente prescrizioni di carattere morale, igieniche -- per
esempio il digiuno di un intero giorno nel mese di Ramadan --
nonch disposizioni di legge e allettanti descrizioni del paradi-
so, luogo di delizie e di richiami di carattere materiale che lo di-
stinsero nettamente dalla concezione spirituale cristiana del

                                                                 19
GLI ARABI

premio eterno. Il Corano, poi, regol la vita familiare, la pub-
blica limit la poligamia, pun l'adulterio, spinse verso una
completa dedizione a Dio, alla preghiera e all'aiuto dei poveri.
Inoltre incoraggi a partecipare alla guerra santa contro gli
infedeli da convertire anche con la violenza per introdurre il do-
minio dell'Islam, ossia della pi completa volont di Dio. Al
Musulmano vittima in guerra spettava il paradiso di Maometto,
dove le Uri, leggiadre fanciulle, accoglievano l'eroe nei giardi-
ni di Allah colmi di delizie. Distinta dalla cristiana e dalla
ebraica fu, tuttavia, la religione musulmana, in quanto cre
una societ priva di un'autonoma casta sacerdotale, in tutto
sostituita dal potere militare e in quanto dette vita ad un cre-
do in cui le questioni teologiche non furono sempre impor-
tanti, mentre trionf una prepotente materialit in una conce-
zione lontana dalla spiritualit giudaico-cristiana.
   Alla Mecca, superate le lotte contro la casta sacerdotale, nacque
la nuova religione (630) e nella citt santa, da allora, ebbe luogo
annualmente il pellegrinaggio dei fedeli di Allah. Il profeta mor
nel 632. Suoi successori furono i califfi, Abu Becr (633-634), suo-
cero di Maometto, Omar (634-644), poi Othmann (644-656) e Ali'
(656-661), generi del Profeta. Segu, poi, Al Moavia (661-680),
della famiglia degli Ommiadi, nominato Califfo in Gerusalemme,
da poco entrata in orbita araba. Con rapidit miracolosa l'Islami-
smo si diffuse per tutto il Mediterraneo, poi occup l'intera pe-
nisola arabica fino al Golfo Persico, ai confini dell'Impero per-
siano e di quello bizantino cui furono tolte la Siria, la Palestina,
l'Egitto. Ai Persiani fu sottratta la Mesopotamia fino all'Arme-
nia. Nell VIII secolo, inoltre, la dinastia Ommiade riprese la con-
quista dell'Asia minore, giungendo (717-718) fino alle mura di
Costantinopoli durante l'Impero di Leone III l'Isaurico. Irrefre-
nabile fu, poi, la conquista del Mediterraneo meridionale. Nel
698 cadde Cartagine e il condottiero Tarik dall'Africa attravers
lo stretto che collegava con la penisola iberica, da allora chia-
mato stretto di Gibilterra (gebel-el-Tarik = monte di Tarik). Nel
711 la Spagna visigotica divenne araba e, passati i Pirenei, gli
Islamiti conquistarono Narbona e Bordeaux giungendo sino alla
Loira. Nel 732, nella piana di Poitiers, Carlo Martello, re dei
Franchi, sconfisse gli infedeli ricacciandoli a sud della Garonna.
Cos quella progressiva avanzata fu arrestata ma, nonostante
ci, al tramonto degli Ommiadi, si era costituito un potente Im-

20                                                         IL MEDIOEVO


pero islamico, governato dagli Abassidi con capitale a Bagdad,
sul Tigri. I superstiti Ommiadi fuggiti in Spagna dettero vita a
un califfato indipendente con capitale in Cordova. In seguito
andarono al potere i discendenti della figlia di Maometto, Fati-
ma; la nuova capitale fu Il Cairo. Tuttavia, nonostante la divi-
sione politica, l'unit religiosa e culturale rafforz negli Arabi
uno spirito unitario che consent loro di raggiungere insperati
successi. Una certa tolleranza religiosa fece, poi, s che le popo-
lazioni occupate mantenessero la propria autonomia e, almeno in
parte, le proprie convinzioni in fatto di culto e ci aument il po-
tenziale islamico di vittoria. L'iniziativa culturale e imprenditoriale
assicur, poi, l'abbellimento delle citt ottomane. Gli scambi fra
Oriente e Occidente si fecero cos pi frequenti e l'Islamismo in-
trodusse forme di lusso e civilt in un Occidente in cui tali valo-
ri si erano affievoliti. Nuovi prodotti (cotone), nuove piante
(arancio, albicocco, asparago, carciofo) furono introdotti in
commercio: il cuoio lavorato, il vetro, i metalli, i tessuti, l'avo-
rio e il legno raggiunsero una tecnica di lavorazione per allora
impensabile presso la cristianit occidentale. Inoltre, nel campo
della scienza e del pensiero, gli Arabi, venuti in contatto con la
cultura ellenistico-bizantina, funsero da tramite verso l'Occi-
dente. Le opere di Tolomeo, Euclide, Galieno, Ippocrate, Plato-
ne e Aristotele, nuovamente tradotte e studiate, furono cono-
sciute in terra cristiana. Notevoli incrementi si ebbero ancora in
campo astronomico, matematico, medico e chirurgico e in quel-
lo filosofico; furono, altres, notevoli la traduzione e il commento
di Aristotele, compiuti da Avicenna e Averro. Cos, mentre la Cri-
stianit cominciava appena ad uscire dalla sua crisi secolare e a li-
berarsi dai barbari, l'Islamismo dette forza e unit non soltanto al
mondo orientale, ma influ anche sull'Occidente dal punto di vista
economico, culturale e scientifico, contribuendo a dar vita ad una
societ nuova e progredita, pi vicina ai nostri interessi e al nostro
modo di essere.


9. Oriente e Roma: contrasti e incontri
  Quando si afferma che a scatenare le guerre sono per lo pi
motivi economici, di successioni dinastiche, di territori, si dice
cosa non falsa, se si tenga conto, per, che a turbare la pacifica

                                                                 21
ORIENTE E ROMA: CONTRASTI E INCONTRI


convivenza tra i popoli sono di sovente anche ragioni di impos-
sibile convivenza religiosa. Il contrasto goto-romano, ad esem-
pio fu acuito dal fatto che i germani si mantennero fedeli all'Aria-
nesimo e, quindi, entrarono in rotta di collisione con i cattolici
romani, con il papato e con l'imperatore Giustiniano, il quale
nel 524 dette luogo ad una radicale persecuzione contro gli
Ariani. Al contrario, i Longobardi si convertirono al Cattolicesi-
mo, cosa che, nonostante ragioni di dissenso di natura diversa,
favor la secolare permanenza nella penisola dei successori di
Alboino. Nello stesso tempo profonde divisioni di carattere ec-
clesiologico e di divergenza sulla primazia dei pontefici romani
e, per converso, sulla posizione e la funzione dei patriarchi co-
stantinopolitani, generarono un sempre pi profondo divorzio
fra l'Urbe e la perla del Bosforo. Vero  -- e va sottolineato --
che la tendenza alla separazione fra i due tronconi dell'Impero
romano nacque con il trasferimento della capitale a Bisanzio,
nonostante i successori di Costantino si sforzassero di non ingi-
gantire i motivi che spinsero l'Impero ad esercitare su tutto il
territorio una politica in prevalenza orientale. Giustiniano -- 
noto -- tent in ogni modo di riunificare il vecchio grande Stato
ma il sogno di reductio ad unum si infranse tre anni dopo la sua
morte, allorch nel 568 fecero il loro ingresso in Italia i Longo-
bardi. Dalla fine del VI secolo, poi, cominciarono i guai mag-
giori. L'Impero perse terre e regioni ad opera della spinta per-
siana, in particolare dell'imperatore Sassanide Cosroe II (590-
628) e dei gi ricordati Arabi. Prevalsero, inoltre, altre popola-
zioni aggressive, come gli Slavi, i Bulgari, i Longobardi. In tal
modo l'Impero si concentr nella penisola anatolica e in Grecia,
nelle propaggini ravennati, nelle zone meridionali italiane e bal-
caniche, perdendo le caratteristiche latine per assumere conno-
tati Greci. Ma, per chiarire la separazione tra Roma e Bisanzio,
vanno tenuti in conto importanti ragioni di carattere religioso.
   Infatti, dopo la condanna dell'Arianesimo le dispute teologi-
che si erano rinfocolate, se non sul rapporto del Padre e del Fi-
glio, sulla natura del Cristo -- umana e divina -- per cui al fi-
glio di Dio fu riconosciuta la sola natura umana. Teodosio II nel
431 indisse il Concilio di Efeso, in seguito al quale si proclam
la dottrina relativa a Maria, madre di Dio, con ci individuando-
si, ancor pi implicitamente, la natura umana del Cristo. Nel
451 si tenne il Concilio di Calcedonia con cui fu condannato il

22                                                        IL MEDIOEVO


 monofisismo, ma l'imperatore bizantino Zenone prese parte
ai lavori con intenti volti a riaffermare la sua competenza in ma-
teria ecclesiastica e ci accrebbe le divisioni con la Chiesa ro-
mana. I contrasti si intensificarono, quindi, con lo stesso Zeno-
ne il quale nel 482 pubblic Henoticn -- Editto di Unione --
con cui si compose il conflitto fra Ortodossi e Monofisiti ten-
tando di introdurre vieppi prerogative per il vescovo di Roma.
A sua volta Giustiniano tent di risolvere diplomaticamente il
delicato problema con l'editto dei tre capitoli in cui, forse per
suggerimento della furba imperatrice Teodora, amica dei Mono-
fisiti, furono colpiti gli scritti di taluni vescovi ligi alle conclu-
sioni calcedoniesi. La lotta con Roma fu cos inevitabile, poich
l'Occidente si mantenne cattolico, mentre l'Oriente mise in pro-
posito in campo una serie di distinguo. Giustiniano, allora, invi-
t papa Vigilio a Costantinopoli. Vigilio resist con tenacia
all'accettazione dell'Editto, fino a che non fu costretto con la
violenza, e ci introdusse cagioni di definitiva separazione.
   I Bizantini si resero conto di aver assunto posizioni difficil-
mente difendibili. Cerc di porvi riparo, ma errando, Costante II, il
quale venuto in Roma in piena espansione araba (663) e lancia-
to un appello a papa Vitaliano per cercare l'unit contro gli infe-
deli, fin per saccheggiare la citt di oggetti d'oro e di opere
d'arte, ripartendo in breve pi isolato di quando non fosse giun-
to. N il pontefice, n i Franchi e i Longobardi risposero cos al
suo appello tardivo e insincero. Si riaccese, quindi, la lotta con
Roma in ragione del Monotelismo, finch si decise di tradurre a
Costantinopoli papa Martino I, processato, orrendamente muti-
lato e morto da martire in esilio nel 665. Costantinopoli com-
prese allora d'essere stata troppo intransigente. Si inaugur cos
a Bisanzio il VI Concilio ecumenico con cui l'Oriente cristiano,
in funzione antiaraba, sanc la dottrina della compresenza in
Cristo di due attivit e volont distinte, una divina ed una uma-
na, la seconda sottoposta alla prima (680-681). E, tuttavia, tra-
scorse appena un decennio dal ritorno alla pace, allorch nel
682 Giustiniano II convoc il Concilio Quinisestio o Trullano,
cosiddetto sia perch vlto a chiarire le risoluzioni del V e del
VI Concilio e sia perch si tenne nel palazzo imperiale in una
sala a cupola -- trullo -- in cui si proclam la superiorit del
patriarca di Costantinopoli anche su Roma e si assunsero canoni
contrari alle usanze occidentali, quali la negazione del celibato

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ROMA ALTOMEDIEVALE


ecclesiastico. In questo modo furono vanificati i tentativi di co-
involgimento occidentale nella situazione bizantina.
   Su questa gi precaria situazione si sovrappose, altres, la lotta
iconoclasta, inauguratasi nel 726 con l'emanazione di un decreto
di Leone III l'Isaurico, inteso a proibire il culto delle immagini sa-
cre di cui fu imposta la distruzione. Le reazioni cattoliche furono
violente. All'esarca ravennate venne imposto di applicare l'editto
nelle terre bizantine, ma a Napoli, a Ravenna, specialmente a
Roma si svilupparono ribellioni. In seguito a queste ultime, il re
longobardo Astolfo sottrasse a Bisanzio, Ravenna, poi affidata al
papa da Pipino il Breve, re dei Franchi (754), nominato patricius
romanorum: con ci si inaugur il potere temporale dei papi e si
apr la strada ad un impero occidentale contrapposto al bizantino.
Nello stesso tempo si celebr da parte orientale il Concilio di Hie-
ria, voluto da Costantino V (753) per proclamare il culto delle im-
magini contrario alla dottrina cristiana. La lotta iconoclasta prose-
gu, poi, fino all'843, allorch, in pieno Impero carolingio, il papa
vinse con la restaurazione del culto delle immagini. La convivenza
tra Roma e Costantinopoli era per compromessa, tanto che un se-
colo e mezzo dopo l'imperatore orientale Michele III assunse su di
s il potere di deporre il patriarca Ignazio per sostituirlo con il lai-
co Fozio. Cos si determin un grave scisma fra le due capitali e il
pontefice Niccol I riusc a imporre la volont di Roma creando le
basi del primato politico del papato: con il che la Chiesa romana e
l'Occidente volsero le spalle a Costantinopoli. Una volta di pi
motivi di profondo contrasto religioso furono in tal modo genera-
tori di una millenaria tuttora non risolta frattura.


10. Roma altomedievale

   Uscita dal ventennio della guerra gotico-bizantina, Roma ri-
mase prostrata dalle distruzioni, dalla carestia e dalla pestilenza.
A cominciare una complessa opera di ricomposizione ammini-
strativa ed economica, oltre che religiosa, fu Gregorio Magno,
durante il cui pontificato (590-604) attivit municipali ed eccle-
siastiche si raccolsero nelle mani del papa.
   Ma sulla lenta ripresa si abbatt come una folgore l'invasione
longobarda, destinata a mettere in pericolo il papato e l'Urbe. Il
vigore morale di Gregorio e dei successori tenne per lontani

24                                                         IL MEDIOEVO


gli invasori che percorsero le terre italiane fino alle porte di
Roma, ma non ebbero il coraggio di entrare in citt. Il VII e
l'VIII secolo, quindi, segnarono un generale regresso nella peni-
sola e Roma perse abitanti, edifici e monumenti antichi pur se la
presenza della Chiesa, decisa a cristianizzare templi pagani e
costruzioni imperiali, salv non poca parte di un centro abitati-
vo, forse altrimenti destinato ad un pi completo degrado.
   La formazione del Ducato romano d'impronta bizantina serv
maggiormente al papa e ai vescovi che all'Impero costantinopo-
litano, pi pronto a dividersi da Roma che a venirle in aiuto
onde lenirne le difficolt. Cos gli Italici fuggiaschi si strinsero
intorno alla Chiesa, al papa e ai suoi simboli: San Giovanni in
Laterano, San Pietro, le basiliche paleocristiane, i cemeteria dei
martiri delle persecuzioni, verso i quali convennero fitte schiere
di romei, soliti recarsi nella citt dei Martiri sin dalle pi lon-
tane terre della cristianit occidentale. Ci introdusse qualche
miglioramento nella vita cittadina cui dettero una certa spinta
propulsiva i Franchi e l'Impero carolingio (800).
   Ma nel IX secolo un nuovo pericolo fu inflitto alla sede ponti-
ficia: i saccheggi e le incursioni dei Saraceni, spintisi a predare
fino alle porte di Roma, dove devastarono San Pietro e San Pao-
lo. Proprio in quel tempo per si manifestarono pi compiutamen-
te l'autorit e il prestigio del pontefice. Leone IV, infatti, un altro
dei grandi vicari di Cristo tesi a incarnare la presenza della Chiesa
medievale, promosse una lega delle citt marinare campane --
Amalfi, Napoli e Gaeta -- che, al comando di Cesario Console,
nelle acque di Ostia vinsero la tracotante flotta saracena (849).
   A prevenir l'effetto di nuove scorrerie Leone IV circond di
una nuova cinta muraria, da lui denominata leonina, la parte
di Roma oltre il Tevere, compresa la basilica di San Pietro che
ne era priva. L'opera di Leone in favore della cristianit e di Roma
fu continuata da un altro grande pontefice, Niccol I (855).


11. La Sicilia medievale

   Ripercussioni gravi ebbe sull'Italia e l'Occidente l'invasione
vandalica della Sicilia, promossa da Genserico (440), imposses-
satosene fino al 476 quando, a nome di Roma, la riconquist il
magister utriusque miliciae, Odoacre. Cos da quell'anno l'isola

                                                                   25
FRANCHI, VISIGOTI E LONGOBARDI


fece di nuovo parte dell'Occidente, allorch la precariet della
dominazione gota non l'indusse a volgersi, trovando risponden-
za verso Bisanzio (535) i cui militi allo sbarco furono salutati
restitutores dell'infranto ordine imperiale. Dalla met del VI se-
colo la Trinacria divenne pertanto un tema della Partis orientis.
    Avvenimento significativo nel secolo successivo fu il tempo-
raneo trasferimento della capitale imperiale da Costantinopoli a
Siracusa (663) voluto da Costantino III (641), il quale intendeva
riportare la capitale in Occidente per combattere i Longobardi e,
pertanto, utilizz la citt di Ortigia come virtuale ponte di passag-
gio fra l'Oriente e Roma. Il dominio bizantino oppressivo e causa
di regresso per la terra sicula dur circa tre secoli, nel cui corso
mutarono sensibilmente storia e prospettive dell'isola.
    Nell'827 gli Arabi dell'Emirato di Kerouan -- tunisini -- pro-
fittando della ribellione anticostantinopolitana del. capo bizantino
messinese Eufemio, sbarcarono sul suolo siculo, ove si stanziarono
dopo decenni di guerra, culminati nell'877-878 con la resa di Sira-
cusa, nell'870 con la conquista di Malta e nel 902 con la caduta di
Taormina. La dominazione araba dur per circa due secoli introdu-
cendo motivi caratterizzanti della cultura e della civilt islamica e,
solo nel 1060 Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla varcaro-
no con navi cristiane lo stretto di Messina. Nel frattempo di l e
dalla Spagna partirono una serie di incursioni, che resero precarie
le condizioni delle popolazioni rivierasche italiane. Colonie sara-
cene si stanziarono a Frassineto, sulla Costa Azzurra, e in Italia
alle foci del Garigliano; nell'Adriatico s'impadronirono di Bari,
giovandosi della complicit di un gruppo di rivoltosi antibizantini
capeggiati da Melo. Se la presenza bizantina sembr offuscare la
prontezza e la vivacit italiane, gli Arabi ne risvegliarono la gioia
per le imprese ardimentose, lo spirito agricolo ed economico. Le
vecchie citt siciliane s'ingrandirono, mentre centri sino ad allora
meno fiorenti come Palermo, ebbero un impulso che proiett con
la citt l'isola verso l'Occidente e il cuore del Mediterraneo.


12. Franchi, Visigoti e Longobardi

   Fin dal IV secolo dalle foci della Schelda, della Mosa e del
Reno, i Franchi si avventurarono verso il Sud. Nel v secolo il
loro re Clodoveo conquist la vecchia Gallia romana, poi nel

26                                                         IL MEDIOEVO


507 sconfisse a Vouill i Visigoti che possedevano la Provenza,
l'Alvernia, l'Aquitania e, oltre i Pirenei, tutta la Spagna e che,
per l'impeto dei Franchi, si rifugiarono nella penisola iberica,
ove si difesero dai Vandali e dalla potente nobilt ispano-roma-
na. Si costitu allora un regno nazionale visigoto dai caratteri stata-
li e culturali definiti, rimasto in vita sino all'arrivo degli Arabi
(711).
   I Franchi, attraverso le dinastie dei Merovingi e dopo dei Ca-
rolingi, conservarono il trono fino alla fine del secolo I X . Merito
principale di Clodoveo, regnante fino al 511, fu l'aver concluso
dopo la sua conversione un accordo con la Chiesa riservatasi
l'attivit sociale, culturale e pubblica mentre, in cambio, il so-
vrano mantenne il diritto di intervento nelle elezioni vescovili e
nei concili. Il Regno si divise in Austrasia a Nord-Est con capi-
tale a Soissons e Neustria a Ovest con capitale a Parigi, gover-
nate da sovrani e maggiordomi rivali. Il sovrano pi amato e
capace fu Dagoberto (629-639), mentre dopo di lui si acceler
la decadenza. Cos i maggiordomi o maestri di palazzo as-
sunsero un ruolo significativo. Deboli e neghittosi i re -- detti
fannulloni -- rimasero, invece, figure decorative.
   A un certo punto nel 711 Carlo Martello, maestro di palazzo
austrasiano, prese il potere, unific i due regni e sconfisse gli
Arabi a Poitiers nel 732. Nel 737 mor il merovingio Teodorico
IV e il trono rimase privo di successore fino alla morte di Mar-
tello (741). Nel 743 i suoi figli Pipino e Carlo Magno elessero
sovrano Childerico III, il quale fu deposto da Pipino che rimase
unico maestro di palazzo (751). Bisognoso dell'aiuto franco
contro i Longobardi, nel 754, papa Stefano II lo incoron re.
   Ebbe inizio allora la dinastia carolingia, che rifulse con il
successore di Pipino, Carlo, detto Magno per il suo grande valo-
re. Egli in una lunga e fortunata serie di battaglie (772-804)
soggiog Avari, Bavari e Sassoni sottomettendo l'eroe e condot-
tiero Tassilone, conquistando le terre sino al Danubio, poi le
province slave e danesi, mentre minor successo conseguirono le
operazioni contro gli Arabi da cui fu sconfitto a Roncisvalle
(778), ma che fin per domare con la presa della Marca Ispanica
(801), raccogliendo un dominio prolungatosi dalla penisola ibe-
rica all'Elba. II primo intervento dei Franchi in Italia si ebbe
con Carlo Martello, allorch papa Gregorio III, minacciato
dall'espansionismo longobardo, chiese aiuto contro re Liutpran-

                                                                   27
FRANCHI, VISIGOTI E LONGOBARDI


do (712-744) che in principio, ma solo temporaneamente, venne
bloccato dal papa, forte del suo prestigio pi che per le sue
armi-
   In realt i rapporti franco-longobardi erano buoni e ci rende-
va il papa isolato e alla merc di Liutprando e dei Bizantini.
Nel 741 divenne per pontefice Zaccaria, il quale ottenne dal
sovrano barbaro una prima donazione di terre a Sutri e a Bie-
da, destinate a formare il primo nucleo legalmente ricono-
sciuto del dominio temporale ecclesiastico. Divenuto re
Astolfo, la situazione della Chiesa, dopo la conquista longo-
barda di Ravenna, della Pentapoli e la fine del dominio bizan-
tino in Italia, apparve ancor pi compromessa. Allora Stefano II
acceler lo sganciamento da Bisanzio, cercando anche di pro-
vocare una frattura tra Franchi e Longobardi, poi ampliata dai
successori. Pipino il Breve, da parte sua, ascolt favorevol-
mente le richieste papali, in quanto ci gli assicur il ricono-
scimento della sua elezione.
   Stefano II si rec in Francia ove fu accolto con onore e inco-
ron Pipino rex e patricius romanorum connettendo la trasmis-
sibilit del titolo regale ai successori. In cambio il re con il patto
di Quierzy promise di assegnare alla Chiesa le terre tolte dai
Longobardi ai Bizantini. Manifestatosi inutile il tentativo di
persuadere Astolfo alla restituzione dei territori in precedenza
conquistati, Pipino scese in Italia e vinse alle chiuse di Susa i
Longobardi, che indietreggiarono fino a Pavia. Dapprima Astol-
fo accett i patti consegnando alla Chiesa l'Esarcato, la Penta-
poli e il Ducato romano, ma, partito Pipino, riprese le armi con-
tro Stefano giungendo sino a Roma. I Longobardi entrarono ad-
dirittura in San Pietro, a quei tempi ancora escluso dalle mura
Aureliane. Il pontefice allora richiam Pipino che sconfisse i
Longobardi, costringendoli alla cessione dei territori e al paga-
mento di un tributo annuo ai Franchi (756). La sconfitta di
Astolfo stabilizz pienamente il potere temporale dei papi e
compromise il rapporto franco-longobardo.
   Pi tardi il re Desiderio (756-774), succeduto ad Astolfo,
cogliendo con prontezza gli intendimenti di pace della vedo-
va di Pipino, Bertrada, tess la riconciliazione con i Franchi,
fondata su mutui accordi matrimoniali: le sue figlie Desiderata
e Gerberga sposarono Carlo e Carlomanno; Adelchi, figlio di
Desiderio, spos Gisela, sorella di Carlo.

28                                                      IL MEDIOEVO




13. Carlo, re dei Franchi e imperatore
   L'intesa vista di malocchio dal papa dur poco e la crisi pre-
cipit allorch, alla morte di Carlomanno, il consesso dei nobili
riconobbe monarca unico Carlo, il quale ripudi Desiderata,
detta Ermengarda (il dramma venne poeticamente rappresentato
da Alessandro Manzoni nell' Adelchi) oltraggiando Desiderio,
mentre papa Adriano I rifiut gli aiuti alla abbandonata consorte
del re franco. Desiderio invase allora le terre papali; Adriano I
invoc l'aiuto di Carlo che, sceso in Italia (773), conquist Ve-
rona e Pavia. Desiderio venne catturato e Adelchi fugg in esilio
a Bisanzio.
   Carlo conferm ad Adriano la donazione di Pipino e prese
per s il titolo di re dei Longobardi. Questi ultimi conclusero la
loro dominazione nella penisola, mentre il papa, rafforzato, en-
trava in possesso del Ducato romano, di Perugia, della Pentapoli
e dell'esarcato. Indipendenti rimasero, invece, il Ducato di Be-
nevento (Longobardia minore), le terre bizantine del Sud, la Si-
cilia e la Sardegna.
   Nel 781 Carlo scese ancora in Italia e concluse altre campa-
gne vittoriose da cui si originarono le Marche di Baviera, Au-
stria, Jutland, Boemia, Carinzia. Infine, mediante trattati, otten-
ne dai Bizantini l'Istria, la Liburnia e parte della grande Dalma-
zia. Alla vigilia della fondazione dell'Impero d'Occidente si ge-
ner una situazione internazionale vlta a favorirlo. Oltre che
della conquista di terre e popoli, Carlo pot giovarsi della crisi
bizantina. L'imperatrice Irene (797-802) infatti, pavida e mal
consigliata, temendo di essere esautorata dal figlio Costantino VI,
lo fece deporre con la violenza. Papa Leone III allora, colpito
dalla vicenda, colse il destro per considerare deposta Irene, ma-
dre crudele, e vacante il trono imperiale, privato del legittimo
successore.
   Lo stesso Leone III (795) venne assalito e imprigionato dalla
nobilt laico-romana negli ultimi decenni in dissenso con
l'eccessivo potenziamento del soglio di Pietro, ma riusc, poi,
a fuggire e a rifugiarsi presso Carlo. Si perfezionarono allora
i precedenti accordi: il re avrebbe riportato Leone sul soglio
di Pietro, il papa avrebbe coronato imperatore Carlo. Nell'au-
tunno dell'800 il re entr a Roma conducendo con s Leone

L'IMPERO CAROLINGIO E LA SOCIET FEUDALE                                29

che previo un complesso chiarimento purificatore, fu riammes-
so al pontificato. Questi, durante le funzioni natalizie in San Pie-
tro in ricompensa, impose al re franco la corona imperiale.


14. L'Impero carolingio e la societ feudale
    L'estensione del nuovo Impero che fu denominato sacro e ro-
mano, per evidenziare il suo rapporto con la Chiesa oltre alla
sua tradizionale matrice romana, era enorme. Subito a Carlo si
manifest una serie di problemi quasi insormontabili per con-
trollare i possedimenti e per esercitare un'effettiva autorit tesa
a frenare le naturali tendenze disgregatrici. Il compito era im-
mane e, con notevole impegno, egli riusc in buona parte ad at-
tuarlo. Per far ci, facendo leva soprattutto sulle terre, dovette
procedere a una suddivisione sia del potere centrale sia della sua
grande compagine territoriale da allora ripartita in 350 contee. Mi-
nori successi conseguirono, invece, i successori, fino a che non si
giunse a una suddivisione dei troppo vasti domini e del potere cen-
trale in tre regni. Carlo -- come si accennava -- oper una prima
suddivisione dell'Impero in 350 contee, ognuna governata da un
conte, direttamente dipendente dall'imperatore. Le terre di frontie-
ra, poi, presero il nome di marche. Furono, quindi, nominati i missi
dominici, funzionari di Carlo, con l'incarico di visitare le varie
contee, riferendo su problemi e disfunzioni allo Stato centrale.
Spesso, tuttavia, i missi si lasciarono corrompere e il loro inter-
vento si rivel, pertanto, scarsamente risolutivo.
    Si elessero allora funzionari appartenenti spesso alla nobilt, i
quali mantennero un rapporto stabile con il potere imperiale: nac-
quero cos i vassi dominici, ossia i vassalli, strettamente fedeli al
sovrano. Questi concedeva loro la terra da lavorare, -- il benefi-
cium -- in cambio di un giuramento di fedelt. I territori avuti in
affidamento non potevano trasmettersi agli eredi ma, alla morte di
colui che li aveva ricevuti, tornavano all'imperatore che poteva di-
sporne o dandoli agli eredi del fidelis -- se si era rivelato veramen-
te tale -- o ad altri vassalli. In seguito a ci si verificarono gravi ten-
sioni sociali, parzialmente risoltesi nell'877, quando la feudalit
ebbe da Carlo il Calvo con il capitolare di Quierzy l'ereditariet dei
beni maggiori, mentre, dopo oltre un secolo e mezzo, nel 1037,
Corrado II il Salico concesse l'ereditariet dei feudi minori.

30                                                        IL MEDIOEVO


   Comunque, fin quando i feudi non divennero trasmissibili, i
missi costruirono un'abbastanza salda struttura in mano agli im-
peratori che riuscirono a inserirsi pesantemente nell'economia del-
la societ mediante il rafforzamento del sistema vassallatico bene-
ficiale. Su tali ben congegnati princpi, dapprima ben funzionanti,
si fond un vero e proprio sistema per alcuni secoli vivo e vitale
che prese il nome di societ feudale, giacch sul feudo o fondo
terriero si articol la vita delle campagne, quindi dell'Impero in
gran parte basato sulla territorialit e sull'agricoltura.
   Ogni feudo risult formato di terre signorili, dipendenti diret-
tamente da feudatari laici ed ecclesiastici e di terre massariciae,
lavorate dai coloni. Questi, poi, oltre alla terra dovevano badare
anche al fondo dominicale con l'obbligo delle corves, desti-
nate ad aggravare la fatica dell'agricoltore. In tal modo i servi e
i coloni, pur se non considerati veri e propri schiavi, erano rigi-
damente legati alla terra su cui vivevano in regime di servit
della gleba. I feudi erano organizzati autarchicamente e, anche
se la compravendita di determinati prodotti specialmente di lus-
so non venne mai meno (di qui l'organizzazione di fiere e mer-
cati stagionali, mensili, settimanali, tenuti in occasione della fe-
sta del santo patrono), gli scambi avvennero talvolta in natura e
ci si serv di quanto produceva il feudo o curtis.
   La societ costituitasi con Carlo Magno  stata paragonata ad
una piramide. Al vertice c'era l'imperatore; i conti, i marchesi, i
vescovi e i nobili divennero grandi vassalli. Essi subinfeudaro-
no parte dei loro fondi ad altri chiamati valvassori. Questi, a
loro volta, li affidarono in parte ai valvassini. Alla base della
scala sociale vi erano i cavalieri o milites, di famiglia feudale,
ma senza feudo. Al di sotto ancora si trovavano i liberi residenti
in citt, dediti al commercio, all'artigianato, alle professioni li-
berali. Infine si trovava il clero e, sotto a tutti, vennero collocati
i servi della gleba, oltre ai quali rimase un buon numero di veri
e propri schiavi a cui il Cristianesimo aveva reso meno gravosa
la situazione, ma non aveva mutato lo stato giuridico.
   I mercanti godevano di una condizione non priva di privilegi
e di immunit, ma la base vera del potere fu nella terra e nella
sua gestione economica. Per tenere l'ordine e intensificare le
campagne militari l'imperatore si serv di un esercito, anch'esso
organizzato su base vassallatica: cio ogni vassallo forniva al
sovrano un certo quantitativo di uomini d'arme e di mezzi.

                                                                    31
  DISSOLUZIONE DELL'IMPERO


V'erano, poi, i milites di leva raccolti in occasione delle campa-
gne militari, i quali, per solito, si riunirono una volta l'anno, forse
a partire dal 756 e la mobilitazione ebbe luogo in maggio, allor-
ch l'abbondanza dell'erba consentiva di nutrire pi facilmente
i cavalli: di qui la denominazione di campo di maggio.
   I milites erano armati di lance, scudi, archi e frecce. Pi im-
portanza ebbe la cavalleria, armata oltre che nel modo consueto
anche di spada lunga e corta a un solo taglio. La cavalleria leg-
gera era dotata di frecce, mentre la cavalleria pesante ebbe una
corazza di cuoio e metallo, elmo, barbuta e schinieri. Il costo
dell'armatura era elevato e raggiungeva anche 40 soldi, cifra
con cui potevano acquistarsi fino a 20 mucche. Accanto alla ca-
valleria v'era infine la scara, una compagnia di armati scelti
che costituiva la guardia del re.
    difficile dire quante unit componessero l'esercito, ma forse
non siamo lontani dal vero ipotizzando fra cavalieri e fanti, uomini
d'arme e del seguito, circa 15 mila persone, un quantitativo a quel
tempo, invero, enorme. Con uomo d'arme -- va chiarito -- si de-
nomin un complesso di due armati con tre cavalli, ossia il soldato
vero e proprio accompagnato dall'attendente. In dotazione, ad
ognuno dei due si dava un cavallo cui si aggiunse una terza caval-
catura destinata al cambio di emergenza. Pertanto, un corpo di 200
uomini d'arme, era costituito di 400 militari e 600 cavalli.
   Come si vede, l'organizzazione dell'Impero carolingio fu com-
plessa, accurata e si rafforz con il Feudalesimo con cui il Medioe-
vo pot considerarsi definitivamente nato e consolidato. Infatti,
mentre a Costantinopoli si perpetuava la tradizione romana e in
Oriente e sul Mediterraneo dominarono gli Arabi, l'Occidente cri-
stiano costitu una nuova compagine politica in cui la Chiesa e la
religione rappresentarono con l'imperatore i poteri maggiori. Men-
tre all'Impero spett lo sviluppo economico e sociale, alla Chiesa e
ai chierici tocc quello di tramandare l'antica cultura tramite le
scuole vescovili, le abbazie, gli scriptoria, le biblioteche.


15. La dissoluzione dell'Impero

   Con l'incoronazione della notte di Natale dell'800 sembr
che Carlo Magno stabilisse un rapporto quasi feudale col papa
ritenendolo a lui superiore, poich gli aveva imposto la corona;

32                                                        IL MEDIOEVO


ma alla morte dell'imperatore (814) i suoi successori cercarono
di capovolgere la situazione influendo direttamente sui pontefi-
ci e la loro elezione. Contro i due poteri congiurarono, poi, le
forze particolaristiche, ingigantitesi e tese a scardinare un ordi-
ne costituito a loro spese che essi volevano infrangere. Perci lo
sviluppo del grande Stato nato in Roma, divenuta di nuovo con
l'800 centro politico di eccezionale importanza, rimase larga-
mente legato a Carlo e alla sua gigantesca figura.
   Nell'814 Ludovico il Pio, unico figlio superstite e successore
naturale del primo imperatore, prese la corona cercando di con-
tinuare l'opera del padre. Purtroppo, per, egli fu costretto a
prendere le armi contro i suoi stessi figli: Ludovico II, Pipino e
Lotario in rivolta per le vicende della successione in seguito alle
rivendicazioni di Bernardo, figlio di Pipino, fratello di Ludovi-
co il Pio. La successione fu vieppi complicata dall'intento im-
periale di portare al trono anche il quarto erede, Carlo -- il futu-
ro Carlo il Calvo -- nato dalle seconde nozze di Ludovico con
Giuditta, figlia di Guelfo di Baviera. La morte, tuttavia, sistem
temporaneamente le cose: Bernardo spir nell'818, Ludovico il
Pio nell'833 e Pipino nell'838. Rimasero cos Carlo, Ludovico e
Lotario, i quali si divisero l'Impero: a Carlo and la parte franca, a
Ludovico la tedesca, a Lotario quella intermedia, formata da
territori d'incerta assegnazione linguistica, quindi difficilmente
affidabili a Carlo o a Ludovico (Alsazia, Lorena, futuri Paesi
Bassi e penisola italiana). Il tutto prese il nome di Lotaringia.
Tale assetto, determinatosi con il trattato di Verdun, costitu l'ab-
bozzo di un'Europa capace di rispondere a esigenze politiche,
economico-sociali e culturali. In ci, pertanto, risiedono la gran-
dezza e la complessiva attualit dell'esperienza carolingia che
ci riguarda, in quanto lascia intravedere successivi motivi di in-
contro e di scontro, di trattati e di guerre destinate a sconvolgere
per oltre un millennio, fino alla met del nostro secolo, l'intero
continente.
   Dopo ripetute discordie, suddivisioni e conflitti, seguiti al
trattato di Verdun (843), l'Impero torn a unirsi fra l'879 e l'887
con Carlo il Grosso. Egli per non ebbe la forza dell'avo, n
riusc a domare il potere dei feudatari dai quali fu deposto
nell'888, un anno prima della morte. Con quella data e alla con-
clusione del IX secolo ebbe cos luogo il definitivo smembra-
mento dello Stato carolingio e le tre grandi regioni che lo com-

                                                                33
NORMANNI, ARABI, UNGARI


ponevano finirono sotto lo scettro di sovrani diversi, anche se
discendenti di Carlo Magno. In Francia regn Oddone, conte di
Parigi, in Germania con Arnolfo di Carinzia si riannodarono le
fila delle successive espressioni imperiali incarnatesi nella
Translatio imperii, che vide sul trono carolingio esponenti della
nobilt germanica. In Italia, Berengario, marchese del Friuli,
costitu le basi di quel che venne denominato regno italico.
   Ma le future Francia, Germania, Italia costituenti la parte pre-
ponderante del nuovo assetto, giacquero in preda al caos mentre
si susseguirono assalti e le ultime, crudeli invasioni di Norman-
ni, Arabi, Ungari.


16. Normanni, Arabi, Ungari

   I Normanni o uomini del Nord, originariamente scandinavi
conservavano costumi barbarici, talvolta sacrificavano vittime
umane al dio Odino ed erano insofferenti dell'autorit politica e
militare, ma avevano acquisito buona conoscenza dei mari e del-
la navigazione. Infatti, sulle loro imbarcazioni snelle e appunti-
te, perch fendessero agevolmente i flutti, avevano esplorato il
Mediterraneo e l'Atlantico giungendo indubbiamente senza aver-
ne consapevolezza fino alle coste dell'America. Qua e l sac-
cheggiarono porti e citt uccidendo e conquistandosi la fama di
crudeli pirati: tale  appunto l'originario significato del nome di
Vichinghi. Nel Tirreno non risparmiarono le coste italiane: asse-
diarono e depredarono Luni, scambiata per una citt pi grande
-- forse Roma --; risalirono il corso dei fiumi europei insi-
nuandosi all'interno della Germania e dei Paesi Bassi. Cinsero
d'assedio Parigi, messa quattro volte a ferro e fuoco da orde ri-
salite lungo il corso della Senna. Il massacro termin quando,
stanziatisi sul corso inferiore della Senna, essi formarono uno
Stato che il re di Francia, Carlo il Semplice, concesse loro (911)
con a capo Rollone che divenne duca di Normandia.
   Completata la conquista siciliana, gli Arabi assaltarono anco-
ra coste italiane, francesi, bizantine, portando ovunque, special-
mente a Creta, Cipro, Sardegna e Corsica, distruzioni e morte e
catturando giovani, donne e uomini, avviati sui mercati di schia-
vi. La situazione non miglior, fino a quando non si organizz
una controffensiva capeggiata da papa Giovanni x, dal re d'Ita-

34                                                        IL MEDIOEVO


lia Berengario I e dai principi di Capua, Salerno e Benevento, i
quali nel 915 scacciarono dal Garigliano i Saraceni.
   Gli Ungari, sospinti dal fiume Ural fino all'Europa, furono
sfruttati dai Bizantini contro i tracotanti Bulgari e, poi, minac-
ciarono la stessa Bisanzio. Quindi si stanziarono in Pannonia,
occuparono la Moravia, poi invasero il Veneto, la Lombardia, il
Piemonte, l'Emilia; nel meridione sottoposero Otranto a un pri-
mo terribile saccheggio (947). Ovunque portarono il terrore,
tanto che il loro nome, malamente storpiato, fu tramandato in
Francia con il termine ogre, in italiano divenuto orco. Anche
contro di loro si organizz una resistenza che incontr il primo
successo con Enrico I l'Uccellatore (933), capostipite dei Sasso-
ni. A vincerli definitivamente fu per Ottone I a Lechfeld, pres-
so Augusta (955). In seguito, come unico popolo di razza mon-
golica e lingua non indo-europea, si fermarono presso il Danu-
bio meridionale e, convertitisi al Cristianesimo, fondarono il re-
gno di Ungheria con re Stefano, detto il Santo (995).
   Infine fra gli Slavi che avevano formato il potente regno di
Moravia, di cui fu re Svatopluk, si insinuarono i Variaghi, giunti
poi fino a Novgorod e Kiev a porre le basi dello Stato russo.


17. Le vicende italiane

   Dopo la deposizione di Carlo il Grosso, re d'Italia divenne
Berengario, marchese del Friuli, esautorato nell'894. Alla fine
del I X , inizio del X secolo, si ebbe l'infelice tentativo di Arnolfo
di Carinzia, il quale volle cingere la corona imperiale imposta-
gli da papa Formoso (896). Il gesto del pontefice suscit risenti-
menti che generarono le vendette della famiglia di Ageltrude e
di Lamberto di Spoleto, i quali, approfittando dell'allontana-
mento di Arnolfo, scatenarono una feroce reazione. Morto For-
moso, al soglio di Pietro fu eletto Stefano VI; ma ci non plac
Ageltrude che intese addirittura istruire un processo al defunto
pontefice il cui cadavere, tratto dal sarcofago e rivestito dei pa-
ramenti sacri, venne sottoposto a giudizio sommario ed esposto
al ludibrio del popolo. Cos, emesso un verdetto di condanna in
quel che fu denominato lugubremente Concilio del cadavere,
fu dichiarata nulla l'elezione papale di Formoso e di conseguen-
za vennero invalidati tutti gli atti compiuti dal pontefice, il cui

                                                                   35
L'IMPERO DEI SASSONI


corpo fu trascinato da una folla fanatica per le vie di Roma e
quindi gettato nel Tevere. A Berengario, divenuto padrone del
Regno italico, si opposero allora Rodolfo di Borgogna e Ugo di
Provenza. Quest'ultimo, sposando Marozia, vedova di Alberico
di Spoleto, figlia del senatore Teofilatto e di Teodora contessa di
Tuscolo, divent arbitro della politica romana. Ma Alberico, fi-
glio di Marozia, contrario a questa unione, alla testa dei rivolto-
si scacci dall'Urbe il provenzale assumendo il titolo di senato-
re e principe dei Romani. Perseguirono, poi, il programma di
conquista di Ugo, Berengario d'Ivrea e il figlio di Ugo, Lotario.


18. Vicende occidentali e orientali

   Privata del potere raccolto nelle mani dei Carolingi, la mo-
narchia francese apparve quasi inconsistente. Per, alla fine del
X secolo, Ugo Capeto inaugur una serie di sovrani che, con
rami diversi, si tramandarono la corona fino alla rivoluzione
francese. Pi apprezzabile la consistenza della monarchia ingle-
se con Alfredo I il Grande, poi con Edgardo il Pacifico organiz-
zatasi secondo un rudimentale schema feudale. Verso la fine del
x secolo attacchi congiunti di re norvegesi e danesi resero pre-
caria la situazione dell'isola. Pi solida fu, invece, la condizione
dei popoli orientali. Forti erano gli Arabi, che si divisero il potere
con l'Impero bizantino. Quest'ultimo con Niceforo Foca e Gio-
vanni Zimisc fu in grado di aumentare la sua espansione politica.


19. L'Impero dei Sassoni

   Caposaldo attorno a cui si ricompose l'Occidente fu la rico-
stituzione dell'Impero con la famiglia degli Ottoni. Nel 936, in-
fatti, sal al trono di Germania Ottone I il Grande, figlio di Enri-
co I l'Uccellatore, fondatore della dinastia Sassone. Giunto al
trono ventiquattrenne, energico e di buon senso, Ottone I conso-
lid il potere conferendo a fiduciari la dignitas di Conti palati-
ni, una sorta di missi regi incaricati di sorvegliare duchi e conti,
amministrare i beni della corona difendendone i diritti: Ottone,
inoltre, sottrasse ai laici, quando la detennero, l'amministrazio-
ne dei beni ecclesiastici trasferendola al potere centrale e inter-

                                                            IL MEDIOEVO
36
ferendo persino nella nomina dei vescovi e degli abati. Cos la
Chiesa divenne una leva di potere agli ordini del sovrano. Ottone
se ne serv per creare uno Stato conforme all'immagine dell'Im-
pero carolingio. In merito alla territorialit egli riusc a unire
solo Germania e Italia e con lui l'Impero assunse carattere ger-
manico. Ma, pur se limitato, questo fu l'unico mezzo per realiz-
zare la contrapposizione di un potere definito al disfacimento
particolaristico e ai barbari.
   La posizione raggiunta in Germania consent al sovrano di
ampliare i suoi territori tolti a Danesi, Boemi e Slavi e gli per-
mise di interferire negli affari della Francia, della Borgogna e di
inserirsi nelle vicende italiane. A offrirgliene l'occasione, alla
morte di Lotario II, figlio e successore di Ugo di Provenza, fu il
dissidio sorto tra la vedova Adelaide e Berengario II. Adelaide
chiese aiuto ad Ottone che, sceso in Italia, sconfisse Berengario,
entr in Pavia per proclamarsi re d'Italia e celebrare le nozze
con Adelaide (951). Inoltre pass dalla sua parte anche papa
Giovanni XII, che invoc Ottone contro la politica espansionisti-
ca di Berengario. Dieci anni dopo la sua prima discesa, Ottone
rientr in Italia ove, sbaragliato l'esercito berengariano, fece il
suo ingresso in Roma ricevendo la corona imperiale (962).
   Certo l'Impero ottoniano differ dal carolingio oltre che per
l'aspetto territoriale per i rapporti stabilitisi fra Stato e Chiesa.
Al pari di Carlo Magno, Ottone volle allearsi con il papa, spinto
da motivi in prevalenza pratici e anche dalla situazione di pro-
fondo turbamento della Chiesa compromessa dalla condotta non
del tutto esemplare di tanti sacerdoti e monaci, contro cui per
reagirono altri monaci e vescovi desiderosi di rigenerare il co-
stume sacerdotale: a tale scopo il duca Guglielmo di Aquitania
fond un monastero benedettino in Cluny (910), divenuto, poi,
un centro della riforma monastica. Anche i pontefici non furono
in quel tempo fra i migliori e Ottone si dispose pertanto a rinno-
vare il papato; avendo constatato, perci, che papa Giovanni,
circondato di avversari, era debole per sostenere la politica im-
periale, decise di deporlo sostituendolo con Leone VIII. Quindi
si fece giurare dai Romani che per le prossime elezioni papali
avrebbero chiesto la conferma imperiale. In seguito, infatti,
ebbe un peso determinante nell'elezione di Giovanni XIII. Nel
meridione Ottone I incontr l'imperatore di Bisanzio, Giovanni
Zimisc, e apr prospettive di alleanza concludendo le nozze fra

                                                                  37
L'OCCIDENTE VERSO LA RIPRESA


il proprio figlio Ottone II e Teofane, nipote del bizantino (972).
Succeduto presto al trono imperiale il giovane Ottone II visse
un'esistenza difficile per i dissensi fra la corte e gli ambienti ec-
clesiastici. Per contrastare la riscossa musulmana Ottone scon-
fisse i Saraceni a Crotone ma poi cadde in un'imboscata a Stilo
(982). L'anno successivo mor lasciando il trono ad un fanciullo
di tre anni, Ottone III, per il quale assunsero la reggenza la ma-
dre Teofane e, poi, la nonna Adelaide. L'educazione del sovrano
fu influenzata da elementi bizantini e germanici contemperati
dall'atmosfera romana, rilevante per la formazione del giovane.
Infatti, l"aurea Roma doveva diventare secondo lui il centro
dell'Impero da estendersi da Oriente a Occidente e dal centro
del nuovo Stato, papa e imperatore si sarebbero mossi per paci-
ficare i fedeli guidandoli verso Dio. Sentitosi un vero imperato-
re romano, Ottone III manifest tendenze in questo senso pur
nella scelta del nome di papa Silvestro II, da lui denominato in
ricordo del primo Silvestro il battezzatore di Costantino, con ci
dando la sensazione che pure l'imperatore, il quale aveva scelto
quel nome, si sentisse a sua volta un novello Costantino. La nuova
splendente reggia alle pendici dell'Aventino fu dimora del giovane
sovrano in cui albergarono la dedizione devota alle pratiche reli-
giose, l'ammirazione per le raffinatezze bizantine e per la romani-
t. Difese la Chiesa e le fondazioni monastiche e represse gli op-
positori, tanto da far uccidere il romano Giovanni Crescenzio di-
scendente dai conti di Tuscolo. A ventidue anni tale inconsueto
monarca mor improvvisamente quanto misteriosamente (1002).


20. L'Occidente verso la ripresa

   Giunti alla fine del x secolo, superati i pericoli delle invasio-
ni, riaffermatasi l'autorit imperiale, mentre presero vita i primi
simulacri di Stati nazionali, dalla Scandinavia alla Francia,
all'Inghilterra, alla penisola iberica, ove con Alfonso III il Gran-
de gi si ponevano le premesse della reconquista antiaraba, co-
minciarono a intravvedersi gli albori della nuova Europa. Le
citt riattarono le mura, alzarono i campanili e le torri svettanti
verso il cielo. Cessata la paura dominante nella prima met del
secolo, una progressiva ripresa della vita s'afferm vittoriosa
sulla morte. Sopravvenne un sensibile aumento demografico e,

38                                                       IL MEDIOEVO


per dir meglio, oltre a un fenomeno di aumentata natalit si re-
gistr una diminuzione di mortalit che riport vigore in contra-
de abbandonate. Si ebbe bisogno di manodopera nei campi de-
serti, ma i terreni estesi e disponibili a ricevere il seme nella
zolla per rendere abbondanti frutti, costituirono la premessa di
un'epoca in cui vita e lavoro si sarebbero svolti fra meno diffi-
colt. Altro fenomeno di passaggio a una nuova epoca fu la for-
mazione di lingue, non pi latine e non ancora romanze, e quel-
lo altres della commistione di termini vecchi e nuovi. Si pensi
al Placito di Capua con cui uomini della terra cassinese atte-
starono che appezzamenti di terreno appartennero all'Abbazia
di San Benedetto, prima che i monaci fossero scacciati dai Sara-
ceni. In questo quadro ripresero lentamente le attivit, circol
pi denaro, si rinnov la vita nelle campagne e nelle citt.


21. L'XI secolo
   Sul secolo XI il giudizio  concorde, in quanto nel suo ambito
si manifestarono rinnovamento e ripresa della vita nell'Occi-
dente. L'espansione spirituale e artistica, economica e sociale,
politica e culturale si espresse lungo quattro direzioni: potenzia-
mento delle campagne e dell'agricoltura; nuove tecniche di sco-
perta per migliorare il lavoro e la produzione; ripresa e poten-
ziamento dei commerci; sviluppo di iniziative politiche e rina-
scita cittadina. Con l'aumento della popolazione si ripopolarono
le campagne, si dissodarono terreni, si prosciugarono paludi, si
scavarono canali, si tracciarono strade, si piantarono alberi di-
sboscando foreste. Lavori di dighe sul mare del Nord guadagna-
rono nuove terre all'acqua, mentre contadini tedeschi e olandesi
coltivarono le Terrae novae di Fiandra. Egual fenomeno si veri-
fic nella pianura padana. Edifici e terreni di comuni propriet
presero allora nome di curtes. Mansus venne chiamato il podere
sul quale lavor una sola famiglia. Il contadino si chiam mas-
sarius (ancora oggi in Sicilia si usa il termine massaro). Le con-
dizioni di lavoro si registrarono allora in un contratto detto li-
vellum o libellum, denominato cos in quanto costituito da un
piccolo libretto di due facciate. Il signore dette la terra al conta-
dino per tre generazioni, quindi per un secolo circa. In cambio
della stabilit, il contadino si impegnava a costruirsi la casa, a

                                                                     39
L ' X I SECOLO

migliorare il terreno con l'obbligo di cedere al signore una parte
del raccolto, talora accompagnata da un canone in denaro.
L'economia agraria fu allora consentanea alla realt economico-
sociale del tempo e assicur una vita meno precaria a quanti
vissero sulla terra, ma costrinse il contadino ad un duro lavoro,
sebbene gli offrisse in cambio sicurezza e difesa in caso di mi-
nacce, elemento importante questo in un'epoca d'assenza dello
Stato e di enti assistenziali. Le colture pi diffuse furono grano,
cereali minori, vite e lino; si registr, poi, un'intensificata colti-
vazione dell'ulivo. In prevalenza i ceti inferiori si alimentarono
di grano, erbaggi, legumi, frutta, vino; i pi agiati fecero uso an-
che di carni, cacciagione, pesci. La conseguenza principale del-
la trasformazione del mansus fu l'assorbimento della pars do-
minica nella pars massaricia. In poche generazioni il mansus,
specie in zone ove non si lasciarono i terreni solo al figlio mag-
giore, ma si proced alla suddivisione fra tutti gli eredi, perse
l'originaria unit, fino a polverizzarsi. Solide famiglie di pro-
prietari terrieri stanziatesi in campagna un secolo prima per ti-
more dei barbari, videro diminuiti i loro possedimenti, fino a
trovarsi allontanate dalla terra per rientrare in citt. A loro volta
contadini e servi, liberati dai padroni o sottrattisi alla schiavit con
la fuga, si riversarono nei centri urbani: cos dalla dissoluzione del
feudo nacquero la ripresa cittadina e la formazione del Comune.
   Il miglioramento della produzione agricola deriv dal fatto
che nell' XI secolo si introdussero strumenti di lavoro capaci di
alleviare la fatica dei contadini consentendo lo sfruttamento del-
la forza degli animali da lavoro. I Normanni, per esempio, intro-
dussero in Francia e nell'Occidente l'uso del collare rigido per i
cavalli da tiro che in precedenza trascinavano il carro per mezzo
del timone. I carri muniti di una stanga coronata da un pezzo di
legno perpendicolare erano poggiati al petto del cavallo. In pre-
cedenza il cavallo spingeva il carro con la briglia al collo e non
poteva sopportare un carico pesante, pena il soffocamento. Il
passaggio dalla trazione iugulare a quella pettorale moltiplic,
invece, il trasporto di merci. In quegli stessi anni si prese l'abi-
tudine di ferrare i cavalli che, con lo zoccolo aderente al terre-
no, mantennero pi facilmente un buon trotto. Invenzione im-
portante fu il mulino ad acqua che sostitu i mulini a macina
dell'et romana e preromana, azionati da cavalli, muli, asini,
oppure da schiavi. Con la fine del secolo dal mondo orientale

40                                                       IL MEDIOEVO


giunse l'invenzione del mulino a vento, utilizzato nelle grandi
pianure dell'Europa del Nord battute dai venti. Tra le innova-
zioni menzioniamo gli aratri, non pi in ferro ma in legno, la
galea, nave a ponte unico, allungata e munita di sperone, pi
rapida e leggera delle vecchie imbarcazioni e -- fra le pi si-
gnificative -- l'applicazione di un pedale al telaio per svilup-
pare l'industria della tessitura.
   Fenomeno considerevole fu la ripresa dell'attivit commer-
ciale. Certo, pur nell'alto Medioevo, nonostante la tendenza a
produrre in curtis, v'erano prodotti acquistati fuori, come stovi-
glie, tegole, spezie, vetri, profumi, sete, gioielli d'oro e d'argen-
to. Tuttavia i commerci s'intensificarono dopo il Mille e nelle
citt i mercanti assunsero posizione di rilievo e passarono a
svolgere di luogo in luogo la loro attivit in ogni zona del conti-
nente. Fra i centri pi vigorosi risultarono quelli gravitanti attor-
no al Baltico e al Mediterraneo. Nella pianura padana e attorno
a Venezia si raccolsero importanti vie di traffico, volte a con-
giungere Oriente e Occidente. Mari e fiumi furono solcati da
imbarcazioni mercantili spesso insidiate dai pirati. Le vie di ter-
ra erano relativamente pi sicure, ma scomode e lunghe, percor-
se a cavallo o a piedi con preziosi bottini dai mercanti che per il
loro girovagare vennero chiamati in inglese antico piede pol-
veroso. Nell'XI secolo si vende e si compra di tutto; oltre agli
articoli di mercato locale quelli del commercio internazionale:
le spezie, essenze ed erbe medicinali, avorio, oreficeria, spec-
chi, broccati, sete, pellicce, cosmetici, armi. A parte va conside-
rato il triste carico degli schiavi, allora fiorente, organizzato con
scali dislocati da Bisanzio a Cordova, da Marsiglia a Verdun, da
Venezia a Vallenstadt, alla Sicilia. Spesso i mercanti erano uo-
mini nuovi intenti a far fortuna accumulando denaro e perci
furono mal visti in un'et come la medievale, in cui non si riten-
ne onesto guadagnar troppo mercanteggiando e soprattutto pre-
stando danaro a usura. Anzi, poich ai Cristiani era fatto divieto
di effettuar prestiti, il mestiere di usuraio venne praticato spesso
da ebrei. Proprio per salvarsi l'anima oppressa dai rimorsi nati
da un accumulo di guadagni illeciti, spesso gli uomini dediti
alla mercatura, in punto di morte lasciarono vistosi patrimoni
(donazioni pro anima) a chiese ed enti ecclesiastici. Il commer-
cio, comunque, contribu ad incrementare la ripresa economica,
gli scambi, i contatti fra i popoli, la cultura.

                                                                   41
LA DINASTIA DI FRANCONIA


   Il fenomeno della rinascita cittadina non fu prevalentemente
italiano, in quanto l'Italia anche prima del Mille conserv centri
urbani piuttosto vitali. Diversamente nelle altre regioni conti-
nentali v'erano una quantit di borghi spopolati che con l'XI se-
colo si ampliarono mentre si fondarono citt nuove. La citt
nacque di solito come localit cinta di mura elevatesi alla con-
fluenza di due strade, presso le rive di un fiume o del mare. Ci
si  chiesti quando una localit si trasformi in citt e se nella sua
denominazione influiscano la grandezza e il numero degli abi-
tanti; comunque, essa pu definirsi veramente tale quando vi
convivano ceti e categorie diverse: commercianti, artigiani, in-
tellettuali, operai, religiosi, professionisti. Nell'XI secolo si di-
stinsero quattro tipi di centri urbani, detti di recinto se sorti at-
torno a una fortezza o ente religioso, agrari se al centro di gran-
di signorie territoriali dominate da proprietari terrieri, di merca-
to, siti in prevalenza in Scandinavia, Germania, Frisia, o
industriali se trassero guadagni da impianti portuali, miniere o
altro. Dopo il Mille si rialzarono le mura abbattute, si costruiro-
no case specialmente fuori le mura, nel suburbium, ove si rac-
colsero servi fuggiti dai feudi o artigiani. Le nuove aggregazioni
ebbero il nome di borghi e burgenses si chiamarono gli abitanti.
Lo sviluppo cittadino dette luogo a iniziative civili ed economiche
per esempio in centri marinari come Amalfi, Napoli, Gaeta, Bari,
Brindisi, distintisi nella caccia contro i Saraceni e affermatisi nel
commercio. Venezia cerc di dominare l'Adriatico quando il doge
Pietro Orseolo II nell'anno 1000 scacci i pirati Narentani dagli
anfratti della costa dalmata. Si affermarono Pisa e Genova, sedi di
associazioni giurate di cittadini dette campagne. Pisani e Geno-
vesi liberarono la Sardegna dagli Arabi (1015), compirono spedi-
zioni a Cartagena e a Bona (1034); a Palermo (1063) predarono
marmi preziosi utilizzati nel sontuoso duomo di Pisa. Del secolo
successivo fu la conquista delle Baleari e su queste iniziative locali
poggiarono le fondamenta della civilt comunale.


22. La dinastia di Franconia

  Dopo un periodo di torbidi successivo alla morte di Ottone III
e di Enrico II si spense la dinastia di Sassonia (1024). La suc-
cessione cadde allora su Corrado II il Salico, della casa di Fran-

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conia. A dargli la corona regia fu l'arcivescovo milanese Ariber-
to d'Intimiano, mentre a Roma il papa lo incoron imperatore.
Dopo una spedizione nel Mezzogiorno Corrado lasci l'Italia
affidata con il vicariato all'arcivescovo Ariberto. La morte di
Rodolfo III di Borgogna (1032) offr all'imperatore la conquista
delle terre borgognone. Tuttavia, se territorialmente Corrado
pot dirsi forte, non altrettanto lo fu all'interno dell'impero per
la lotta tra i feudatari maggiori e i minori. Con gli anni Ariberto
si rafforz poich i capitanei -- detentori dei feudi maggiori
detti in capite -- passarono al suo seguito, mentre i feudatari
minori si schierarono con l'imperatore. Cos l'accordo tra Cor-
rado e Ariberto si trasform in ostilit. Nell'intento di favorire i
minori contro Milano, Corrado concesse loro l'ereditariet dei
feudi (1037). Ci, tuttavia, torn a vantaggio dei valvassori e
non di Corrado II, in quanto i feudatari, una volta ottenuti gli
ambiti riconoscimenti, ebbero interesse a mantenere l'ordine
costituito. Il provvedimento imperiale fin allora per rafforzare
il fronte della nobilt milanese. Corrado, perci, abbandonata
l'idea di vincere frontalmente Ariberto, lo fece scomunicare da
Benedetto I X . Nel momento in cui la lotta diveniva pi aspra,
Corrado II mor e gli successe Enrico III (1039), il quale man-
tenne il potere senza contrasti e con buoni risultati fino al 1056.


23. La riforma ecclesiastica del secolo XI

   Importante per la riforma ecclesiastica fu la nomina dell'arci-
vescovo milanese Guido da Velate, sensibile come Enrico al
rinnovamento della Chiesa. In questo periodo, infatti, prese vita
un movimento monastico attorno a San Romualdo, San Pier Da-
miani, San Giovanni Gualberto, ispirato agli ideali della riforma
cluniacense. Caratteristiche della riforma furono la povert e la
rigidezza dei costumi. Importante, altres, fu l'apertura del mo-
nachesimo verso il laicato, che dette vita all'istituto della
Chiesa privata. Ma, oltre che a introdurre fermenti, si deve
constatare che l'ingerenza laica compromise pure il prestigio
della Chiesa, mortificata da pontefici come Benedetto I X , crude-
le e vizioso, di vita turpe e scellerata. A dieci anni egli divenne
papa, commise soprusi e atti di libertinaggio che gli volsero
contro i Romani. I Crescenzi gli opposero un esponente della

                                                                43
LA DIVISIONE FRA ROMA E BISANZIO


loro famiglia, Silvestro III, mentre fu eletto un terzo pontefice,
Gregorio VI, legato agli ambienti riformatori romani. Pronto a
intervenire, Enrico III scese in Italia e convoc un sinodo a Sutri
(1046), nel corso del quale depose i tre pontefici eleggendone
un quarto estraneo alla vicenda: Clemente II Da lui Enrico rice-
vette la corona imperiale, mentre i Romani gli dettero il cerchio
d'oro, simbolo della dignitas di patrizio, divenuta di attribuzio-
ne cittadina.


24. I Normanni
   Tra gli eventi pi importanti del secolo va posta l'espansione
dei Normanni, insediatisi nella Francia settentrionale, Norman-
dia, dopo aver distrutto campi e ricchezze, per l'estrema debo-
lezza dei monarchi Enrico I e Filippo I. Nel primo ventennio del
secolo essi cominciarono a penetrare pure in Italia meridionale
sfruttando sentimenti antibizantini e antiarabi, sinch Roberto il
Guiscardo unific le terre del Mezzogiorno e il fratello Ruggie-
ro (1061), sbarcato a Messina, inizi la riconquista della Sicilia
sottratta ai Musulmani. Nel 1066, dopo la battaglia di Hastings,
i Normanni occuparono e unificarono l'Inghilterra anglosassone.
   L'imperatore Enrico III comprese la carica di penetrazione
normanna, tentando invano di arrestare l'ascesa di quel popolo
e anche i pontefici cercarono con Leone IX di frenarne l'impeto.
Papa Leone arm un esercito e si scontr con Roberto il Gui-
scardo presso Civitate sul Fortore (1053). Vinsero i Normanni,
che ottennero il perdono del pontefice, trattato con rispetto, ma
tenuto prigioniero in Benevento. Leone IX con gesto politico
concesse in feudo ai vincitori le terre di cui s'erano impadroniti,
ottenendo da essi, in cambio, il riconoscimento del papa quale
signore feudale.


25. La divisione fra Roma e Bisanzio

   Con Roma si posero i Normanni, quando i pontefici si schie-
rarono contro i patriarchi costantinopolitani. Poco prima della
battaglia di Civitate il patriarca Michele Cerulario accentu l'at-
teggiamento antiromano chiedendo l'appoggio dell'arcivescovo

44                                                        IL MEDIOEVO


di Bari. Leone IX ricevette due lettere dello stesso Michele, in
cui si auspicava collaborazione politica e militare; ma il papa
non appoggi il Cerulario e ribad il primato romano. Anzi i le-
gati papali deposero sull'altare di S. Sofia a Costantinopoli la
scomunica del patriarca (1054). Cos il contrasto si trasform in
permanente scisma.


26. Gregorio VII

   Gregorio V I I , il cui nome era Ildebrando, appare fin dalla gio-
vinezza legato agli ambienti riformatori romani. Egli fu un mo-
naco educato alla rigorosa disciplina del patriarchio lateranen-
se. La sua affermazione cominci durante il papato di Leone IX
e fu contemporanea a quella di Umberto di Silvacandida, Pier
Damiani, Federico di Lorena (poi pontefice Stefano I X ) . Duran-
te i pontificati di Stefano, Niccol II e Alessandro II, dal 1057 al
 1073, divenne potente consigliere pontificio e ispiratore di im-
portanti decisioni. Si ritiene in buona parte di sua ispirazione il
decreto del 1059 con cui si stabil che da allora in poi l'elezione
dei papi sarebbe stata realizzata dai cardinali in conclave. Im-
portanti testimonianze ecclesiastiche provano che Ildebrando si
batt per rigenerare il costume della Chiesa e ricondurre alla pu-
rezza clero e fedeli, considerando la simonia e il nicolaismo
vere e proprie eresie. I laici, poi, sentendosi al pari degli eccle-
siastici impegnati nell'opera di rigenerazione, trasformarono
l'opposizione contro simoniaci e nicolaiti in una guerra senza
quartiere. A Milano ed a Firenze si cre opposizione al clero si-
moniaco e concubinario da parte di patarini che trovarono
proseliti nei ceti medi e umili. Il termine voleva dire straccioni.
L'opposizione degener in tumulto e si giunse alla caccia
all'uomo; il clero incriminato fu strappato dagli altari mentre ai
fedeli si proib di accettare i sacramenti dai sacerdoti indegni.
Sostenitore della Pataria fu papa Alessandro II -- Anselmo da
Baggio -- capo dei patarini milanesi, cardinali-vescovi, come
Pier Damiani, e cardinali-diaconi come Ildebrando, tanto che il
nobile Erlembardo, capo dei rivoluzionari milanesi, andava
all'assalto del clero corrotto sventolando il vessillo di San Pie-
tro. Accanto ai patarini si svilupparono movimenti di carattere
popolare e talvolta eresie. Movimenti ereticali comparvero fra il

                                                               45
GREGORIO VII


1017 e il 1030 nella Francia del Sud e nell'Italia settentrionale
(Aquitania, Arras, Orlans, Monteforte presso Asti). Movimento
analogo al milanese sorse in Firenze con l'insurrezione contro il
vescovo Pietro di Pavia, capeggiata dai seguaci di Giovanni
Gualberto (1066).
   Nell'aprile del 1073 Ildebrando fu eletto papa col nome di
Gregorio VII e continu con decisione l'opera riformatrice di
cui fu sapiente ispiratore, cercando un accordo con il normanno
Roberto il Guiscardo. Il nuovo sovrano germanico, Enrico IV,
comprese subito che il programma gregoriano implicava la sot-
trazione della Chiesa all'Impero. Enrico non si rassegn alla di-
minuzione di potere che gli derivava dal fatto che si voleva
strappare al nutum regis l'investitura laica dei vescovi e conti-
nu ad assegnare vescovati simoniacamente, cio ricevendo
somme di denaro dagli eletti. Nonostante questo atteggiamento
decisamente antipapale il re cerc di non rompere definitiva-
mente i suoi rapporti col pontefice, poich, essendo impegnato
nel domare una rivolta sassone, un cos vistoso fronte di ostilit
non sarebbe stato politicamente conveniente. Ci per non gli
imped di mantenere rapporti con scomunicati nemici di Ilde-
brando. Assai risentito, Gregorio nel Concilio quaresimale del
 1075 ribad la proibizione di concedere l'investitura laica ordi-
nando ai vescovi e metropoliti di non consacrare chi fosse stato
in precedenza investito da esponenti enriciani, pena la immedi-
ata deposizione dei contravventori. Per fissare la sua posizione
il papa scrisse il famoso Dictatus papae, comprendente venti-
sette proposizioni che esaltavano il primato romano e l'autorit
del sommo pontefice. Quindi lanci contro Enrico la prima sco-
munica, considerando tutti i sudditi sciolti dal giuramento di fe-
delt (1076). L'evento fu senza precedenti. Enrico, colpito dal
provvedimento, risolse di chiedere perdono, varc le Alpi re-
candosi presso la rocca di Canossa per umiliarsi dinanzi a Gre-
gorio, ospite della contessa Matilde (1077). Il papa concesse il
perdono ed Enrico fu di nuovo re, ma rinsaldata la sua posizio-
ne, non si astenne dal riprendere i contatti con i simoniaci e gli
scomunicati. Nel 1080 il papa lanci al sovrano il secondo in-
terdetto. Questa volta Enrico, rafforzatosi, travers le Alpi, de-
ciso a sbarazzarsi dell'incomodo avversario. Nel 1084 giunse a
Roma ove assedi Gregorio VII e, considerandolo deposto, si
fece incoronare imperatore dall'antipapa Clemente III. A libera-

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re il pontefice, circondato dalle truppe germaniche in Caste
Sant'Angelo, giunse Roberto il Guiscardo che, dopo una batta-
glia destinata a distruggere gran parte dell'Urbe, sconfisse gli
imperiali e trasse con s a Salerno Gregorio VII che, pochi mesi
dopo, mor di dolore (1085). Tuttavia, anche dopo la morte del
suo illustre avversario, Enrico IV non riusc a ristabilire il suo
prestigio. Anzi, in seguito a un conflitto con il figlio, abdic e
gli successe Enrico v. Questi, pi crudele del padre, riprese la
lotta contro la Chiesa scontrandosi con Pasquale II, di indirizzo
gregoriano (1109). Roma fu nuovamente occupata e il papa fu
costretto a incoronare imperatore il figlio di Enrico IV, bench
quasi unanime fosse il risentimento per la tracotanza del sovra-
no germanico. Allora, dopo lunga trattativa, si giunse al Con-
cordato di Worms (1122), ove si stabil che l'investitura tempo-
rale, eccezion fatta per i territori della Chiesa, doveva essere
compiuta dall'imperatore, mentre l'investitura spirituale era
avocata al pontefice. Cos termin l'annosa lotta per le investi-
ture con la sostanziale vittoria della posizione gregoriana.


27. Le crociate

   Nell'XI secolo l'Islamismo esaur la carica rivoluzionaria
specialmente negli anni in cui, con la riforma ecclesiastica, nuo-
vo vigore pervase la cristianit rianimata dal programma grego-
riano, che al concetto di fuga dal mondo sostitu il principio del-
la conquista cristiana del mondo. Spinti da questa molla i Nor-
manni riconquistarono la Sicilia. Nella Spagna i regni cristiani
di Leon, Castiglia, Navarra, le contee di Aragona e Barcellona
tolsero agli Arabi Toledo, liberando le terre fino al Duero e al
Tago (1085); venne riconquistata Valencia dal castigliano Ro-
drigo Diaz, meglio conosciuto come Cid Campeador (1094).
Mentre in Occidente gli Arabi declinavano, si profil il pericolo
della conquista dei Turchi, popolazione mongolica giunta fino
all'Eufrate conquistando la Persia, la Mesopotamia, la Siria, la
Palestina e Gerusalemme (1070). La presa dei luoghi santi in-
dusse i cristiani alla riscossa. Il progetto fu lanciato da Urbano II.
Nel 1095 il papa convoc il Concilio di Clermont con cui si get-
tarono le basi per una spedizione in partibus infidelium; si pro-
clam l'indulgenza per quanti vi partecipassero e subito una fol- \

                                                                 47
LA RIPRESA DEL XII SECOLO


la fanatica di uomini, donne, vecchi e persino fanciulli si mosse
verso l'Oriente spinta da uno spirito di rivolta. Nel 1096 un
esercito guidato da Goffredo di Buglione, Baldovino di Fiandra,
Raimondo di Tolosa, Boemondo di Taranto e Tancredi di Alta-
villa, pass il Bosforo conquistando Nicea, Edessa, Antiochia e,
nel 1099, Gerusalemme. Goffredo divenne re e difensore del
santo sepolcro di Cristo. La prima crociata fu l'unica a conclu-
dersi con un successo militare. I Turchi espugnarono, poi, Edes-
sa (1144), fortezza non riconquistata neppure con la seconda
crociata predicata da San Bernardo e combattuta da Corrardo III
e Luigi VII di Francia. Nel 1187 Gerusalemme fu occupata dal
Saladino. Gli occidentali, guidati da Federico Barbarossa, si
batterono per la riconquista della citt cara ai cristiani, ma inva-
no e da allora in poi la loro influenza divenne sempre minore.


28. La ripresa del XII secolo

   Durante il XII secolo, pressoch in ogni aspetto della vita, si
ebbe uno sviluppo dello spirito di partecipazione. Da esso nac-
quero le universit sorte come associazione tra studenti e pro-
fessori, spesso modellate sull'esempio delle corporazioni delle
arti. L'organizzazione universitaria fu autonoma. Gli studenti
scelsero e nominarono i loro professori e con questi ultimi orga-
nizzarono l'attivit didattica e scientifica. Su queste basi si era
organizzata in precedenza la scuola medica salernitana. Sulle
stesse concezioni si fondarono, poi, gli studi universitari di
Bologna, Pavia, Padova e Parigi, dal 1180 sede del primo col-
legio.
   L'istituzione delle universit favor l'espansione della cultura
laica affrancata dalle vecchie scuole vescovili. Decisiva fu in tal
senso la riscoperta di Aristotele e Tolomeo, nuovamente in cir-
colazione in Occidente nella traduzione dal greco fatta dagli
Arabi. La filosofia, la teologia scolastica, la matematica, le
scienze esatte e naturali e le mediche si arricchirono di cogni-
zioni e tecniche nuove. Centro della rinascita giuridica divenne
l'universit bolognese con Pepone, Irnerio e Graziano, i quali
introdussero lo studio del diritto giustinianeo. Le lingue neolati-
ne acquistarono compiutezza di espressioni ed eleganza di for-
ma. Anche il volgare italiano si adatt alle forme letterarie ele-

48                                                       IL MEDIOEVO


vandosi a dignit di lingua. L'arte sub impulso in tutto l'Occi-
dente. Le vie e le piazze, ricche di palazzi e di chiese, testimo-
niarono la fioritura artistica, il cui momento pi alto si espresse
nell'architettura romanica. Sarebbe lungo ricordare quanti, nei
vari campi, consegnarono il loro nome ai posteri, ma menzione-
remo almeno per la rinascita giuridica i nomi di Jacopo, Bulga-
ro, Martino Gosia ed Ugo, gli avvocati interpellati da Federico
Barbarossa prima della Dieta di Roncaglia, poi Rolando Bandi-
nelli, pontefice con il nome di Alessandro III. Per la filosofia e
la teologia ricorderemo Anselmo da Aosta, professore a Parigi,
Pietro Lombardo, Giovanni di Salisbury; per l'architettura e la
scultura Wiligelmo e Benedetto Antelami.


29. La Chiesa nel XII secolo

   La lotta fra il Papato e l'Impero, intrecciatasi con la lotta per
le investiture, s'era conclusa con il Concordato di Worms ove,
pi che un compromesso, la Chiesa consegu una vittoria. Alla
fine del conflitto durato cinquant'anni l'Impero non fu pi lo
strumento precostituito da Dio per sorreggere la Chiesa che, raf-
forzata dalla riforma, dal Concordato di Worms e dalle crociate,
divenne essa stessa una potenza sovranazionale. Inoltre, accanto
all'Impero sorsero gli Stati nazionali presto levatisi contro di
esso. Lo Stato capetingio francese usc dall'inerzia con Luigi VII
(1137-1180), conquistatore di citt e terre e delle regioni dell'Est
francese tolte ad Enrico v, fino a Metz. Tali conquiste furono
rinsaldate dal matrimonio con Eleonora d'Aquitania che port
in dote al re di Francia l'Alvernia, il Poitou, il Limosino, il Pri-
gord e la Guascogna. Filippo II Augusto dal 1180 rafforz la Fran-
cia, oltre che territorialmente e politicamente, dal punto di vista
organizzativo e sociale.
   L'Inghilterra si rafforz con la dinastia dei Plantageneti e con
Enrico II (1154-1189), lo sposo di Eleonora d'Aquitania, divor-
ziatasi dal re francese, per portare il suo patrimonio al trono in-
glese. Con Enrico l'Inghilterra divenne un grande Stato, forte,
sulle due rive della Manica. Enrico difese, poi, le prerogative
laiche scendendo in conflitto con l'arcivescovo di Canterbury,
Thomas Becket, ucciso nel 1170 dagli armati del re durante una
funzione religiosa nella cattedrale. Riccardo Cuor di Leone

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LA CIVILT COMUNALE


(1189-1199) con la partecipazione alla terza crociata consolid
il regno sul piano internazionale.
    In Italia meridionale Ruggero II d'Altavilla (1130), che otten-
ne da Onorio II l'investitura del Ducato di Puglia e di Calabria,
unificando la penisola italiana dall'Abruzzo alla Sicilia, fu in-
coronato re in Palermo. Il nuovo regno divenne forte, svilup-
p i commerci e l'agricoltura, fiorirono la cultura e le arti: la
Cattedrale di Cefal, il Duomo di Monreale, la Cappella pala-
tina in Palermo -- la nuova capitale -- mostrarono il grado di
progresso e la civilt portata dai Normanni durante la loro do-
minazione, conclusasi con Guglielmo I e Guglielmo II il Buono
(1189).
   La forza della Chiesa fu espressa dai suoi vescovi, nominati
per rappresentare gli interessi papali e non quelli di gruppi loca-
li. A Roma si raccolsero le decime, di cui la curia dispose per
organizzare la cristianit. Poich erano cresciuti gli affari ri-
guardanti il culto, la disciplina ecclesiastica e i rapporti tra il
mondo laico ed ecclesiastico, apparve necessario garantire nor-
me certe ed eguali per tutti. Agli atti conciliari si applicarono,
quindi, condizioni di norme legislative o canoni, dette colle-
zioni canoniche, tra le quali ricordiamo il Decreto di Graziano
divenuto il nucleo della codificazione del diritto canonico. Fra i
pontefici menzioneremo almeno Innocenzo II e Adriano IV, sot-
to il cui pontificato il monaco Arnaldo da Brescia si inser nei
moti popolari romani, che avevano condotto alla costituzione
del Comune ed al rinnovamento dell'antico Senato (1145).


30. La civilt comunale

   Un elemento volto a impedire la ripresa imperiale fu rappre-
sentato dai Comuni, sorti tra l'XI e il XII secolo, allorch i rap-
presentanti di molte citt si strinsero in patto giurato e costi-
tuirono un organismo atto ad esercitare funzioni politiche e am-
ministrative, a provvedere alla organizzazione dell'esercito,
all'amministrazione della giustizia, all'imposizione di dazi e
tasse, all'emissione della moneta, alla manutenzione di strade e
canali e all'indizione di fiere e mercati. Le amministrazioni co-
munali fiorirono in prevalenza nell'Italia centro-settentrionale;
ma anche in Francia, in Fiandra, in Germania si ebbero i Comu-

50                                                        IL MEDIOEVO


ni. I quali, oltralpe, ebbero uno sviluppo economico e commer-
ciale restando soggetti all'imperatore e ai sovrani nazionali,
mentre quelli italiani ebbero importanza politica e sorsero
dall'impulso di affrancarsi dal potere imperiale ed ecclesiastico.
Vitali e prosperi dal XII al XIV secolo, essi dettero luogo alla ci-
vilt comunale, uno dei momenti pi significativi del Medioevo
europeo. Nelle citt rette dagli ordinamenti comunali si molti-
plicarono i commerci e si arricchirono i mercanti, rappresentan-
ti del popolo grasso organizzato nelle arti maggiori. Ad
essi si affiancarono i milites, esponenti della nobilt minore, che
con la grande nobilt vissuta in precedenza nei castelli ed ora
trasferitasi tra le mura urbane, influ in particolare sulle vicende
del primo Comune. Accanto a questi ceti si colloca il popolo
minuto dei medi e piccoli artigiani, dei rivenditori al minuto,
riuniti nelle corporazioni dette arti minori. La maggioranza
dei cittadini della plebe, definibili oggi proletariato urbano, fu
composta da salariati, operai, disoccupati. La plebe oppressa
dall'egoismo delle arti maggiori e minori a volte insorse: fu il
caso del tumulto fiorentino dei Ciompi, operai salariati dell'arte
della lana, ribellatisi nel 1378, sotto la guida di Michele di Lan-
do. Il potere legislativo comunale fu nel parlamentum o arengo,
ove risiedevano i rappresentanti dei principali ceti cittadini. Il
potere esecutivo fu impersonato dal pi ristretto Consiglio degli
anziani o di credenza, formato da cittadini in vista e che assi-
steva i consoli in numero di uno o pi, eletti per sei mesi o un
anno dal parlamento. Il primo periodo comunale prese da loro il
nome di Comune consolare. Alla fine del XII secolo comparvero
i podest, eletti annualmente, provenienti da altre citt, come
elemento neutro al di sopra delle parti, i quali dettero vita al co-
siddetto Comune podestarile. Nel secolo successivo la borghe-
sia si impose sulla nobilt ed elesse il capitano del popolo. Nac-
que allora il Comune delle arti in cui le classi escluse dal potere
si organizzarono in corporazioni di arti e mestieri e scelsero un
magistrato a difesa dei loro interessi. L'elezione del capitano,
contrapposta alle preesistenti, fin per costituire un Comune nel
Comune: il Commune populi, spesso contrapposto al Commune
maius l'uno rappresentato dai capitani del popolo, l'altro dai
podest. I capitani assunsero funzione antimagnatizia, cio in
contrasto con i magnati (cittadini nobili e ricchi o soltanto ricchi
o che, pur non possedendo tali caratteristiche, intesero fondare

                                                                  51
FEDERICO I BARBAROSSA


un tipo di amministrazione oligarchica). Talvolta -- accadde a
Firenze -- le Arti si costituirono addirittura in governo.


31. Federico I Barbarossa

   Grande restauratore dell'Impero fu Federico I di Svevia, det-
to il Barbarossa (1152), imparentato con la casa di Baviera e di
Svevia e considerato l'unico capace di sanare il conflitto dina-
stico. Anzitutto egli cerc di ricondurre la pace in Germania, re-
stitu la Baviera al cugino, Enrico il Leone, e ampli i territori
di pertinenza sveva sposando Beatrice di Borgogna, erede
dell'omonimo regno; quindi scese per la prima volta in Italia
(1154-1155), ove alcuni feudatari l'avevano chiamato per ricon-
durre all'ordine le citt ribelli. Altre citt, invece -- Novara,
Como, Cremona, Pavia, Lodi -- lo invocarono contro Milano
che minacciava il loro sicuro sviluppo. Federico convoc la pri-
ma Dieta di Roncaglia per proclamare i diritti imperiali sui Co-
muni, quindi dette alle fiamme Asti, Chieri e Tortona. Assunta
la corona regia in Pavia, and a Roma. Qui il papa gli chiese di
pacificare l'Urbe scossa dai movimenti del 1145, aggravati dal-
la predicazione antipapale di Arnaldo da Brescia. Contro la cat-
tura di quest'ultimo Adriano IV promise a Federico la corona
imperiale. Preso nelle vicinanze di Roma, Arnaldo fu arso come
eretico e cos termin l'esperimento comunale romano.
   Nel 1155 Federico divenne imperatore in San Pietro. Tre anni
dopo scese di nuovo contro la ribelle Milano, costretta a rinun-
ciare a Como e Lodi. Fu, poi, convocata una seconda Dieta a
Roncaglia cui, oltre al Barbarossa e ai signori laici, parteciparo-
no i rappresentanti dell'ateneo bolognese e delle citt lombarde.
Furono vietate allora le leghe e le guerre fra citt, revocate le in-
vestiture feudali prive di consenso imperiale. Il sovrano rivendi-
c le regalie (cio tributi su strade, ponti, dazi, ecc.). Crema e
Milano sfidarono l'imperatore e l'una dopo l'altra furono di-
strutte (1160-1162). Tuttavia, l'eccessivo potere nocque a Fede-
rico che si trov contro il pontefice Alessandro III. A quest'ulti-
mo fu contrapposto l'antipapa Vittore IV, ma Alessandro, forte
di questa decisione errata, trov aiuto presso i sovrani francesi,
spagnoli, inglesi e normanni nonch presso le citt lombarde,
desiderose di abbattere la tracotanza federiciana. Il sovrano sce-

52                                                      IL MEDIOEVO


se in Italia (1166-1168), ma non riusc a vincere il tenace Ales-
sandro. Le citt settentrionali costituirono la prima lega verone-
se tra citt venete e lombarde. Si giunse allora alla cosiddetta
lega di Pontida (1167) e si cominci la ricostruzione di Milano.
Al primo gruppo di centri urbani si aggiunsero i Comuni pie-
montesi ed emiliani e si form, pertanto, la prima lega lombar-
da. Solo nel 1174 Federico in difficolt scese in Italia. La resi-
stenza antimperiale, capeggiata da Alessandro III, si concentr
alla confluenza tra la Bormida e il Tanaro, nella nuova citt, in
onore del pontefice chiamata Alessandria. In conclusione, i Co-
muni collegati sconfissero l'imperatore a Legnano (1176) affer-
mando la loro supremazia. Nel 1177 ebbe luogo la tregua a Ve-
nezia e nel 1183 la pace a Costanza. Qui furono riconosciute
agli organismi comunali le richieste autonomie e Federico rag-
giunse un accordo anche con Alessandro III. Quindi, cercando di
raggiungere con mezzi pacifici la fino ad allora non conseguita
espansione, concluse un matrimonio tra suo figlio Enrico e Co-
stanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia, erede diretta
del trono normanno. Infine l'imperatore partecip con Filippo II
Augusto e Riccardo Cuor di Leone alla terza crociata e mor nel
1190 in Cilicia. Enrico VI, divenuto imperatore, raccolse nelle
sue mani un'imponente eredit, domando le opposizioni interne
e riuscendo a non scontrarsi con il papa. Mor, poi, trentaduenne
(1197), lasciando alla vedova Costanza il figlio Federico di ap-
pena tre anni.


32. Vita religiosa e movimenti ereticali

   Durante il XII secolo ebbe grande importanza lo sviluppo del-
la Chiesa. Alcuni pontefici, fra i quali Innocenzo II, Eugenio III
e Alessandro III, in differenti situazioni, rappresentarono segni
contraddittori ma altissimi nell'ambito di opposte tendenze. La
personalit pi ragguardevole nella vita ecclesiastica di quel se-
colo fu tuttavia un monaco: San Bernardo. Nato da famiglia no-
bile presso Digione, con la forza della sua grande energia anim
l'ordine benedettino dando alla riforma Cistercense (dall'abba-
zia di Citeaux) gi in atto, un senso inequivocabilmente rigori-
stico. Tale caratteristica assicur a Bernardo la simpatia del cle-
ro regolare nonch l'appoggio di vescovi e pontefici. L'ordine

                                                                    53
VITA RELIGIOSA E MOVIMENTI ERETICALI


Cistercense, intorno alla met del secolo, raggiunse in tal modo
grande rilievo. Suscit, inoltre, l'ammirazione dei fedeli l'ordine
dei Certosini, cos detti dalla loro primitiva sede, la Chartreuse,
vicina a Grenoble. Il desiderio di diffondere la fede di Cristo e
di potenziare le conquiste crociate dette vita altres agli ordini
cavallereschi, il pi famoso dei quali fu quello dei Templari,
ispirato dallo stesso San Bernardo per la difesa del Tempio di
Gerusalemme e di altri collocati in Francia, in Spagna, in Ger-
mania. La necessit di propagare correttamente il messaggio
cristiano aliment poi il fenomeno dei Predicatori itineranti,
spesso rimasti nell'ambito della Chiesa ma talvolta, a causa del-
le loro critiche alle gerarchie e dei conflitti con l'episcopato, ca-
duti nella vera e propria eresia (si tenga presente in Italia il caso
di Arnaldo da Brescia e in Francia quello del monaco Enrico).
   In pochi anni, tuttavia, parecchi movimenti di contestazione
sorsero e rapidamente scomparvero, mentre uno solo si afferm
e crebbe al loro posto: l'eresia catara fiorita in Francia, in Ger-
mania, in Inghilterra, in Italia sotto nomi diversi. I suoi seguaci
presero a seconda dei luoghi il nome di manichei, albigesi, publi-
cani, bulgari, tessitori o, specialmente in Italia, di patarini. La pa-
rola cataro, dal greco chataros = puro, entr ben presto nella la-
tinit occidentale. Pi difficile  invece stabilire il senso
dell'espressione patarino, probabilmente identificabile -- dianzi
lo anticipavamo -- con straccione, dal termine path = straccio.
I movimenti ereticali nati dalla passione e dal fervore religioso
sconfinarono ben presto in una violenta e generalizzata opposi-
zione alla Chiesa di Roma e ai suoi esponenti qualificati. Secon-
do una radicata opinione tutte le manifestazioni ereticali ebbero
una originaria provenienza orientale, generata dal dualismo gno-
stico-manicheo. La realt apparve per pi complessa e seppu-
re talune influenze orientali furono innegabili, la diffusione del
catarismo deve porsi soprattutto in relazione al disagio dei fe-
deli di fronte all'atteggiamento di taluni strati delle gerarchie, in
particolare alla condotta del clero accusato di simonia e di nico-
laismo. Ad ogni modo le alleanze dei Catari e il loro modo di
esprimersi e di comportarsi mutarono di luogo in luogo: in Italia
l'eresia ebbe un carattere pi schiettamente popolare ma con-
quist una grande penetrazione in Milano, nella pianura Padana,
a Lucca, a Firenze, a Pisa, a Viterbo, a Cesena, a Rimini e a Or-
vieto. In Provenza gli Albigesi, cos detti dalla citt di Alby, si

giovarono dell'aiuto dei signori e dei potenti sotto il cui usbergo
organizzarono una vera e propria Chiesa, destinata a conquistare
intere citt come Tolosa, Carcassonne, Bziers, Tarascona. I Cata-
ri, per furono ovunque caratterizzati dall'importanza che essi at-
tribuirono all'Evangelo e alla dottrina del dualismo. Per tali eretici,
infatti, tutto l'universo era campo di una lotta continua fra il prin-
cipio del bene, Dio, e quello del male, il diavolo. Il primo domina-
va le forze spirituali, il secondo aveva creato la materia. Le due
matrici erano inconciliabili e pertanto il cristiano genuino era colui
che cercava di avvicinarsi sempre di pi al vero bene e alla spiri-
tualit divina, liberandosi via via dalle esigenze della materialit.
La conquista dello spirito e la vittoria sulla materia ebbero tuttavia,
gravi conseguenze di ordine sociale e morale quali il rifiuto dei
cibi carnei, del latte, delle uova, del formaggio, insomma di tutto
ci che essendo fermentato evocava l'origine della vita e il poten-
ziamento della pratica della vigilia, del digiuno e dell'ascesi pi
esasperata. La negazione della vita considerata di estrazione de-
moniaca condusse ben presto a limitare le nascite, quindi, a vietar-
le. La donna incinta veniva considerata in possesso del demonio,
mentre le peggiori devianze sessuali venivano ritenute lecite se
vlte a impedire nuove nascite. I Catari inoltre consentirono l'usu-
ra, attivit contraria all'etica medievale, e negarono ogni autorit
al papa di Roma e alle gerarchie ecclesiastiche. La Chiesa catara
ebbe suoi riti e sue cerimonie, fra le quali si imposero la conve-
nensa, L'abstinentia e il consolamentum. Quest'ultimo esercizio
si svolgeva tra i perfetti -- i veri seguaci della fede catara -- e
il consolando che in seguito ad una serie di pratiche raggiunge-
va lo stato di perfezione. Qualora il consolando fosse grave-
mente ammalato, una volta raggiunto il consolamentum veniva
lasciato morire perch non ricadesse nel peccato. Talvolta la
fine veniva accelerata attraverso la cosiddetta endura, ossia il
soffocamento del credente salvato in questo modo dal ritorno
alla carnalit. Come  facile immaginare la situazione creatasi
in Provenza, in forza del catarismo, dette luogo a repressioni
della Chiesa spesso assai violente che scossero citt e popola-
zioni e provocarono veri e propri stermini. Il moto patarinico
continu a operare nella coscienza popolare anche attraverso
l'azione e la predicazione di Arnaldo da Brescia, prima in Fran-
cia e poi a Roma ( 1143-1145). L'arnaldismo e i poveri lombardi
furono movimenti diffusi e devianti dalla ortodossia cattolica.

                                                                 55
IMPERO E CHIESA NEL DUECENTO: LA BATTAGLIA DI BOUVINES


Elementi patarinici e arnldistici si ritrovano poi nella dottrina
del mercante lionese Valdo, presto accompagnato in seguito alla
sua predicazione da un buon numero di seguaci che lo imitaro-
no nel voto di povert e nell'ufficio della predicazione, promuo-
vendo il valdismo.
   Dal primitivo ceppo benedettino nacque, infine, l'ordine flo-
rense voluto dal monaco Gioachino da Fiore, cos chiamato per-
ch orginario di San Giovanni in Fiore nella Sila, il quale negli
ultimi decenni del XII secolo approfond una discettazione
anch'essa conclusasi con la formazione di una nuova eresia al
cui fondamento si poneva la sostituzione della Trinit con il
concetto di Quaternit, formato dalle tre persone Padre, Figlio
e Spirito Santo, rese unitarie dalla Substantia o Essenza, comu-
ne ai tre tradizionali elementi ma in certa misura autonomamen-
te aggiuntasi. Il gioachimismo prevedeva, inoltre, nella storia
dell'umanit la successione di tre et: del Padre, del Figlio e
dello Spirito e al termine dell'et del Figlio postulava l'avvento
dell'anticristo quindi la nuova discesa del figlio di Dio, la fine
dei tempi, la realizzazione delle aspettative escatologiche e l'at-
tesa di una nuova et di pace con l'affermazione conclusiva di
valori spirituali. Deviazioni, contestazioni, errori attestarono co-
munque tutti il permanere di una religiosit esasperata e accesa
che per mantenersi nell'ambito dell'ortodossia aveva bisogno di
personalit forti e pure e quindi capaci di appagare il bisogno di
spiritualit, collegato con la difesa dell'ortodossia. Fu questa, in
particolare, l'importante funzione assunta dagli ordini dei fran-
cescani e dei domenicani che seppero interpretare le istanze di
rinnovamento della Chiesa con l'esigenza della perpetuazione
delle gerarchie e dei dogmi consolidati.


33. Impero e Chiesa nel Duecento: la battaglia di Bouvines

   Durante la lotta tra Federico I e Alessandro III i regni occi-
dentali si schierarono con il papa, ma dopo la deposizione di_
Enrico il Leone, competitore di Federico, si verific un sensibi-
le spostamento: la casa guelfa di Baviera, imparentata con i so-
vrani inglesi, si alle con il regno d'Inghilterra, mentre il re
francese si avvicin alla casa Sveva. Alla morte di Enrico VI la
situazione si fece pi complicata. Federico, erede legittimo, af-

56                                                            IL MEDIOEVO


fidato a Innocenzo III, aveva appena tre anni. Gli Svevi proposero
allora la candidatura di Filippo, fratello del defunto imperatore,
mentre i guelfi pensarono alla successione di Ottone di Brunswick,
figlio di Enrico il Leone. Ottone assunse la corona, mentre i due
schieramenti si fronteggiarono per dieci anni. In principio Inno-
cenzo III scelse Ottone IV, ma l'imperatore rivel presto le sue in-
tenzioni, commettendo soprusi e facendo uccidere il competitore
Filippo di Svevia. A questo punto il papa scomunic Ottone IV
(1210). Franco-svevi ed Anglo-guelfi si scontrarono allora a Bou-
vines (1214). Risultarono vincitori Filippo II Augusto di Francia e
Federico II (si tratta dello stesso Federico, figlio di Enrico V I , affi-
dato alle cure di Innocenzo III e che ora, appena diciottenne, era
stato eletto dal papa re di Sicilia e contrapposto ad Ottone), mentre
rimasero soccombenti Ottone IV e Giovanni Senza Terra insieme
ai quali venne battuta anche la causa del guelfismo. In seguito alla
battaglia si determinarono in tal modo due schieramenti contrap-
posti, che divisero in due tronconi l'Occidente. A questo proposito
va rilevato che Bouvines costitu il primo esempio di guerra conti-
nentale europea ed il preannuncio di conflitti ricorrenti e caratteri-
stici dell'et moderna e contemporanea, sia per il numero degli
Stati contendenti, sia per la consistenza delle armi e degli armati.


34. La supremazia politica del Papato

   Ricco di ingegno e di senso politico, preparato nel diritto ci-
vile e canonico, dopo aver seguito severi studi a Parigi e a Bolo-
gna, a 37 anni divenne pontefice Innocenzo III (1198). Il suo
pensiero politico s'inser nella linea di Gregorio V I I , Urbano II e
Alessandro III; la sua azione trasform la societ occidentale in
uno Stato teocratico retto dal papa, rappresentante di Dio e per
ci abilitato a eleggere e deporre sovrani, guidare i popoli. Tali
princpi s'espressero nella ben nota teoria del sole e della luna:
il pontefice  il sole, l'imperatore  la luna, che riceve energia
dal sole, cio dal papa, al quale spettano le due spade del potere
spirituale e temporale. La spada temporale  affidata all'impera-
tore che deve usarla secondo la volont del pontefice. Appena
eletto, Innocenzo prese a controllare i territori posti sotto la giu-
risdizione ecclesiastica. Esercit, infatti, influenza sulla Sicilia,
su Filippo II Augusto in Francia, su Giovanni Senza Terra in In-

                                                                  57
FEDERICO II IMPERATORE


ghilterra e, mentre da una parte stronc con la crociata degli Al-
bigesi le eresie sviluppatesi in Francia meridionale, nel Setten-
trione italiano represse le sette di Catari di varia confessione e
tendenza, divenendo, inoltre, anche l'animatore della quarta cro-
ciata (1202-1204). Questa volta i crociati decisero di pattuire con
la Repubblica di Venezia il trasporto in Terra Santa per via mare,
ma, non avendo la somma necessaria per il pagamento, modifica-
rono il loro itinerario e seguirono il doge Enrico Dandolo nella
conquista veneziana di Zara, poi, lungo la Dalmazia e le regioni
balcaniche, giunsero fino a Bisanzio. Qui, deposto l'imperatore
Isacco l'Angelo, fu fondato l'Impero latino d'Oriente, di cui fu
messo a capo Baldovino di Fiandra. Nel 1215 Innocenzo radun a
Roma il IV Concilio lateranense, nel corso del quale si esaltarono
le vittorie conseguite e la rinnovata forza della Chiesa.


35. Federico II, imperatore

   Sottratto da Innocenzo ai dignitari tedeschi e germanici che lo
circondarono dopo la morte di Enrico VI, Federico II crebbe all'om-
bra del papa e fu chiamato il re dei preti. Nel 1212 Innocenzo lo
nomin re di Sicilia, contro Ottone di Brunswick, dietro la pro-
messa che quella corona non sarebbe mai stata unita alla imperiale
e che il giovine re avrebbe organizzato la crociata bandita dal Con-
cilio lateranense. Alla morte di Innocenzo (1216), papa Onorio III,
debole e incerto, lasci pi libero Federico di fare della Sicilia il
centro del suo Stato, e la crociata fu rinviata. Nel 1220 Federico II
fu eletto imperatore, dopo la Dieta di Cremona, alla quale le citt
italiane risposero unendosi nella lega antimperiale di San Zenone,
ricostituendo cos una situazione simile a quella determinatasi col
Barbarossa. Al mite Onorio successe, poi, il deciso e risoluto Gre-
gorio IX. Questi intim a Federico di intraprendere la crociata, ma
la flotta imperiale, appena salpata, torn indietro invocando una
presunta epidemia di peste scoppiata tra i crociati. Il papa incredu-
lo scomunic Federico, il quale solo allora part effettivamente per
l'Oriente mostrando con ci che Gregorio era ben motivato, quan-
do lo aveva colpito con la grave sanzione. La guerra santa ebbe
cos luogo, ma con svolgimento e conclusioni diversi dai prece-
denti. Difatti Federico, onde abbreviare le ostilit, concluse un
patto con alcuni principi musulmani d'Egitto e di Siria, in base

58                                                         IL MEDIOEVO


a cui ricostitu il regno di Gerusalemme, di cui divenne re spo-
sando Iolanda di Brienne, ultima erede di quella corona. A que-
sto atto, anch'esso senza precedenti, fece riscontro una vivace
reazione del papa. E vero, infatti, che negli ultimi centocinquan-
ta anni talune cose erano mutate e la mentalit s'era trasforma-
ta, ma era impossibile ammettere come lecito che un cristiano
scendesse a patti con gli infedeli. Il papa, dunque, condann
apertamente l'imperatore svevo per l'accordo concluso con i
nemici di Cristo e fece invadere da truppe pontificie il regno di
Sicilia, sottovalutando, per, la forza dell'illustre avversario
che, tornato in Italia, respinse gli assalti papali. Si concluse,
quindi, il trattato di San Germano, con il quale si interruppe la
guerra (1230). Ma ormai il dissidio tra Papato e Impero e tra
Impero e Comuni era acceso e non bast un accordo per riportare
la pace. Con l'aiuto di Ezzelino IV da Romano, feroce e infedele
alleato imperiale, Federico mosse contro le citt settentrionali, al-
leatesi contro di lui, e le batt a Cortenuova (1237). Inoltre, non
pago della vittoria, colp i nemici con una lotta senza quartiere. In-
fatti, fece assalire presso l'isola del Giglio talune navi della flotta
genovese, cariche di prelati in viaggio per il concilio indetto in
Roma dal pontefice, facendo prigionieri due cardinali da lui man-
tenuti in cattivit per alcuni anni. In quest'azione condotta dal so-
vrano si pu scorgere una visione quasi moderna e un piano in
ogni senso ben congegnato e ci ha fatto ritenere che Federico II
abbia inaugurato l'et dei monarchi assoluti. In realt, per, egli fu
uomo ancora legato al Medioevo, alle ansie e ai problemi di
quell'et anche se la sua aggressivit lo pose su un piano diverso
rispetto a quello di altri pur bellicosi re medievali.
   Nel frattempo al soglio di Pietro fu eletto Innocenzo IV il
quale, per svincolarsi dalla morsa federiciana, convoc un con-
cilio fuori d'Italia, a Lione, sede che, anche restando su suolo
imperiale, era difficilmente controllabile da Federico. A Lione
quest'ultimo fu nuovamente scomunicato (1245) e posto in una
situazione grave, sia perch il papa era deciso a batterlo, sia per-
ch in Germania gli avversari colsero l'occasione per unirsi in
lotta contro di lui: sia, infine, perch i Comuni italiani scelsero
quel momento per risollevarsi dallo scacco di Cortenuova. Inol-
tre le reiterate e violente condanne innocenziane scossero il pre-
stigio del sovrano, presentato dalla Chiesa come un anticristo.
Per tali motivi l'esercito svevo venne sconfitto a Fossalta dalle

                                                                    59
GLI ANGIOINI IN ITALIA MERIDIONALE


citt settentrionali e il figlio di Federico, Enzio, cadde prigio-
niero dei Bolognesi. Per alcuni anni Federico continu a vagare
alla ricerca di sempre pi introvabili alleanze. A un certo punto,
fiaccatasi la sua salda fibra, colto da violente febbri, si spense
nel castello di Fiorentino di Puglia (1250).
   Per la gigantesca opera svolta, per il coraggio, l'acume, la
cultura, per la concezione organizzativa e amministrativa dello
Stato, per lo sviluppo dell'industria, del commercio, dell'agri-
coltura, egli lasci una impronta originale a un'epoca contrasse-
gnata da larghezza di vedute e rinnovate concezioni. A memoria
di tali doti restano le Costituzioni melfitane, che configurano lu-
cidamente uno Stato accentrato e basato sul sovrano e l'Univer-
sit di Napoli (1225), fondata per preparare nel regno una classe
politica ben selezionata e fedele. Per una meditata scelta Federico
pose uno fra i pi importanti centri della sua azione politica in Ita-
lia. Tale scelta influenz sensibilmente anche le inclinazioni artisti-
che e culturali dello Svevo, che fece elevare magnifici castelli nel
Sud e che, presso la fastosa corte palermitana, potenzi la scuola
poetica siciliana, ove nacque la prima poesia italiana in volgare.
Accanto a Federico ed ai figli Enzio e Manfredi, poetarono Pier
delle Vigne, Iacopo da Lentini, Guido e Oddo delle Colonne e
Ciacco dell'Anguillara. L'imperatore dette, poi, impulso alle
scienze naturali e alla filosofia. Egli stesso compose il De arte ve-
nandi cum avibus, mentre accanto a lui dettero il meglio del loro
sapere scienziati ebrei ed arabi, rispettati alla sua corte al pari dei
cristiani. Ebbe abitudini singolari: condusse spesso al suo seguito
un harem di splendide schiave e un serraglio di bestie esotiche.
Certo non  facile accertare la sua concezione religiosa, ma  diffi-
cile porlo al di fuori della tradizione cristiana, la stessa della sua
famiglia e della societ medievale cui appartenne.


36. Gli Angioini in Italia meridionale

   La morte di Federico fu salutata con sollievo dal pontefice
che, tuttavia, se si era liberato del pi temibile nemico, ebbe
ancora contro di s Manfredi, il quale riprese i disegni politi-
ci del padre, volti a soffocare Roma. Il papato risolse allora di
allontanare definitivamente gli Svevi dalla penisola, offrendo la
corona del regno siciliano a Carlo I d'Angi. Frattanto i ghibel-

60                                                        IL MEDIOEVO


lini, strettisi attorno a Manfredi, sconfissero i guelfi fiorentini
nella battaglia di Montaperti (1260), mentre la stella dell'Impe-
ro sembr brillare di nuovo splendore. Fu armato allora un po-
tente esercito guelfo, finanziato da banchieri fiorentini e roma-
ni, fedeli alla Chiesa e Carlo d'Angi, giunto a Roma per gui-
darlo, prese la corona di re di Sicilia; quindi, scontratosi con
Manfredi, lo vinse a Benevento (1266). Con la morte di Man-
fredi, perito in battaglia, ebbe inizio un periodo detto del gran-
de interregno per l'assenza dell'imperatore. Nel 1268 l'ultimo
pretendente svevo, Corradino, fu sconfitto dopo aver combattu-
to con ardimento contro i nemici dei ghibellini a Tagliacozzo e,
caduto nelle mani degli Angioini in seguito al tradimento della
famiglia romana dei Frangipane, fu catturato e giustiziato a Na-
poli. Cos il Mezzogiorno d'Italia, dall'Abruzzo alla Sicilia pas-
s sotto gli Angioini. Carlo I si circond di funzionari francesi e
rese pi funzionale l'amministrazione del regno, esigendo il pa-
gamento di tasse e di imposte dai sudditi considerate oppressi-
ve. Carlo ebbe criteri rigorosi e attu una politica che leg il suo
Stato all'Occidente europeo e alla Francia in particolare. Per fa-
vorire tale avvicinamento spost la capitale da Palermo a Napo-
li, onde rendere pi continentale il regno. La classe baronale si-
ciliana, intanto, si mostrava mal disposta verso i Francesi, poi-
ch non si rassegnava alla perdita di peso politico ed economi-
co, conseguente alla caduta della casata sveva. Ai baroni siculi
allora sembr legittimo erede degli Svevi Pietro d'Aragona, con-
sorte di Costanza, figlia di Manfredi, ed agli Aragonesi affidarono
l'isola. A Palermo scoppi una rivoluzione antiangioina (1282) e,
in seguito, una guerra fra Angioini e Aragonesi denominata guerra
del Vespro, durata 20 anni e terminata con la pace di Caltabellotta
(1302), in base alla quale Federico III d'Aragona rimase re di Sici-
lia, con l'intesa che alla sua morte l'isola sarebbe tornata agli An-
gioini. In realt, da allora quella terra rest aragonese, costituendo
la punta avanzata dell'espansionismo iberico nel Mediterraneo.


37. La Chiesa nella seconda met del Duecento

   Dopo il tramonto della potenza sveva la Chiesa doveva ritro-
vare la pace e l'equilibrio perduti e riprendere il programma in-
terrotto. Invece, alla fine del secolo, apparve turbata dalle dila-

                                                                  61
LA SITUAZIONE IN ORIENTE E IN OCCIDENTE


ganti eresie e dalla crisi che divise il Sacro collegio dei cardina-
li ridotto a pochi membri -- venti, sedici, dieci o poco pi,
spesso appartenenti alle nobili famiglie romane, Orsini, Colon-
na, Savelli -- tra loro divisi e rivali. I conclavi furono lunghi e
difficili. Talvolta, come a Viterbo (1268-1271), durarono anni e
terminarono con elezioni di compromesso che videro sul soglio
di Pietro estranei al Sacro collegio, quale Gregorio X, Tedaldo
Visconti di Piacenza. Dopo il lunghissimo Conclave di Roma e
di Perugia (1292-1294) venne eletto Celestino v (1294), consi-
derato il papa degli spirituali (fra questi ultimi annoveriamo
anche Jacopone da Todi), in contrasto con la Chiesa carnale.
Presto il nuovo papa si accorse della difficolt di attuare il rin-
novamento ecclesiastico e interrog i giuristi, per sapere se il
pontefice potesse rinunciare al suo mandato. Dopo quattro mesi
abbandon il pontificato, dando luogo al cosiddetto gran rifiu-
to, in seguito al quale intendeva tornare alla vita eremitica. Im-
mediatamente gli successe Benedetto Caetani con il nome di
Bonifacio VIII, che lo fece catturare e morire nella fortezza di
Fumone.


38. La situazione in Oriente e in Occidente
   Da quando con le crociate si intensificarono i contatti con
l'Oriente, missionari e commercianti occidentali si addentrarono
nelle regioni afro-asiatiche, contattando una diversa civilt e accu-
mulando ricchezze favolose. Ma agli inizi del Duecento accadde
un fatto sconvolgente: il mongolo Gengis-Khan (1202-1241), par-
tendo dal Turkestan, occup Mongolia, Cina, Afghanistan, Per-
sia, Armenia, Russia, Polonia e Ungheria. In Occidente tali in-
vasori furono conosciuti come Tartari o Tatari e seminarono ter-
rore, sebbene dopo la morte di Gengis fossero indotti a retroce-
dere. I Mongoli misero anche a dura prova l'Impero bizantino e
gli Arabi. Del dominio di Gengis-Khan rimasero i Kanati mino-
ri. Dalla Russia meridionale alla Cina si snod, quindi, una ca-
tena di Stati dotati di una particolare configurazione. La Chiesa,
mossasi in ritardo, cont sulla conversione tartarica inviando,
quindi, presso quelle terre, Francescani e Domenicani. Giovanni
di Pian del Carpine capeggi una delle prime e pi importanti
missioni (1244-1245). In seguito, schiere di mercanti impararo-

62                                                      IL MEDIOEVO


no la strada che congiungeva per via di terra l'India all'Occi-
dente. Tra questi, notissimi divennero Niccol, Matteo e Marco
Polo, il quale ultimo lasci il ricordo degli avventurosi viaggi
fino alla Cina, nel celebre Milione, dettato a Rustichello da
Pisa. Nel 1291, infine, i genovesi Ugolino e Vadino Vivaldi,
usciti dal Mediterraneo, costeggiarono l'Africa occidentale per
scoprire la via che conduceva alle Indie. La spedizione fu infeli-
ce, mentre positive furono le imprese del veneziano Alvise di
Ca' da Mosto e del genovese Antoniotto Usodimare che, nel XV
secolo, scoprirono le isole di Capoverde, di Madera, le Azzorre
e le Canarie. Si inizi, pertanto, dal Trecento il periodo delle
scoperte geografiche, due secoli dopo culminate con quella del
nuovo continente.
    Nella penisola iberica, in seguito al matrimonio di Petronilla
d'Aragona con Ramon Berenguer IV (1137), si unirono la Marca
spagnola e l'Aragona. Con Ferdinando III di Castiglia (1217-1252)
il Lon risult unificato alla Castiglia e all'Andalusia sottratte
agli Arabi. Rimasero allora in evidenza Castiglia, e Aragona: la
Castiglia, sotto il regno di Alfonso X il Savio, progred so-
prattutto nel diritto; l'Aragona riconquist i territori dominati
dagli Arabi battuti a Las Navas de Tolosa (1212) e durante il
regno di Giacomo (1213-1276) estese la sua influenza sul Me-
diterraneo.
    Dopo la sconfitta di Bouvines, Giovanni Senza Terra o Spa-
da molle, cedette alle richieste dei baroni e concesse la Magna
Charta (1215), in base alla quale il sovrano non pot imporre
tasse senza ricevere prima il consenso di quanti le avrebbero pa-
gate. Rimase inoltre stabilito che ognuno potesse essere giudi-
cato da un Tribunale di Pari: su tali premesse si fond la Came-
ra dei Pari. Durante il regno di Enrico III (1216-1272) e di
Edoardo I (1272-1307) l'Inghilterra attu una politica che la
leg al continente e partecip alle crociate, nell'intento di otte-
nere l'appoggio dei pontefici, di solito vicini ai Francesi.
   In Francia nel Duecento rinacquero le citt e la loro econo-
mia, premesse essenziali della vittoria di Bouvines. L'eredit
politica di Filippo II fu saggiamente gestita da Luigi IX il Santo,
il quale durante il suo regno (1226-1270), riordin lo Stato fran-
cese e partecip a due crociate in Egitto contro il Sultano Baibars
ed in Tunisia. Nel corso di quest'ultima spedizione il 25 agosto
del 1270 mor in vista del castello di Cartagine. Si pu dire,

SAN DOMENICO E SAN FRANCESCO: FRANCESCANESIMO E   GIOACHIMISMO    63

dunque, che uno dei centri della sua attivit fu la crociata, ormai
non pi soltanto guerra per la riconquista dei luoghi santi, come
al tempo del pio Goffredo di Buglione, di San Bernardo o anche
di Federico I Barbarossa, ma alla met del Duecento divenuta
guerra di conquista dell'Asia minore, dell'Egitto o della Tuni-
sia. A trasformare la Francia in uno Stato vero e proprio furono Fi-
lippo III l'Ardito (1270-1285) e Filippo IV il Bello (1285-1314) il
quale tra la fine del Duecento e i primi del Trecento fu assertore
di princpi volti a porre al primo punto la supremazia dello Stato
nazionale francese con i suoi sovrani, considerati al pari di tauma-
turghi, unti dal Signore. Da queste premesse, nel secolo succes-
sivo, si origin lo scontro con il pontefice Bonifacio VIII.


39. La vita religiosa

   La diffusione dell'eresia  un fatto che non interess solo il
     ma anche il XIII secolo. Si pensi al rilievo assunto nei primi
XII
anni del Duecento dalla crociata contro gli Albigesi. Contro
l'eresia, allora, il IV Concilio lateranense (1215) eman disposi-
zioni destinate a porre i miscredenti al bando della societ. Ono-
rio III chiese ed ottenne che all'atto dell'incoronazione tali nor-
me fossero accettate da Federico II come appannaggio dell'Im-
pero: l'eresia, dunque, fu considerata un reato punito con la
pena di morte per il peccatore ostinato. Qualche anno dopo ven-
ne istituita l'Inquisizione che nel Duecento e, in genere, nel Me-
dioevo non ebbe l'organizzazione centralizzata conferitale pi
tardi; eppure l dove si esplicit, esercit una rigorosa funzione
di controllo. Tuttavia, l'eresia non fu vinta n dalla crociata, n
dall'Inquisizione, ma da due movimenti religiosi che riuscirono
a dar nuovo vigore alla spiritualit cattolica: quelli cui diedero
impulso San Domenico di Guzman e San Francesco d'Assisi.


40. San Domenico e San Francesco: francescanesimo e
    gioachimismo

   Spagnolo il primo, di Calaruega, in Castiglia, si rese conto
della grave situazione della Francia meridionale attraversata, al-
lorch si rec in Italia, al seguito del vescovo Diego di Osma.

64                                                         IL MEDIOEVO


San Domenico ebbe presto dei confratelli, che si dissero e furo-
no predicatori: da loro uscirono grandi polemisti contro le
eresie, come Moneta da Cremona o Pietro Martire.
   Pi a fondo riusc a penetrare nella societ cristiana San
Francesco d'Assisi. Uscito dalla borghesia mercantile della citt
del Subasio, egli, pi che scendere sul piano della polemica an-
tiereticale, intese affermare la validit totale del messaggio
evangelico. Cos prefer vivere la povert di Cristo, spogliando-
si d'ogni bene e rinunciando persino alla propriet collettiva
fino ad allora permessa ai monaci, privandosi di qualsiasi pos-
sesso personale. Contro i Catari, ma senza esplicita polemica,
Francesco esalt la santit e la bellezza della natura -- ce lo
mostra il suo ben noto Cantico delle creature -- e in pi am
gli animali, dal lupo di Gubbio agli uccelli; ricord, poi, l'uma-
nit di Cristo, rievocando la sua nascita col presepio di Greccio,
rivivendone intensamente la passione di cui sulla sua carne por-
t le stimmate. Ai Valdesi San Francesco mostr, altres, che si
poteva essere poveri e rimanere nella Chiesa cattolica, mentre ai
Catari indic che l'ascesi pi rigorosa non doveva essere odio al
mondo e maledizione della vita. D'altra parte, Francesco volle i
frati umili fra gli umili: perci, da principio, essi non ebbero
conventi, ma case ubicate nelle parti pi povere delle citt e nel-
le campagne; vissero di lavoro, solo pi tardi ricevendo elemo-
sine. Il loro esempio fu travolgente. Se molti seguaci ebbero i
Domenicani, i Francescani ebbero un successo senza pari. Il
loro numero si elev a migliaia di persone, s da creare proble-
mi organizzativi ai successori di Francesco, vlti a governar
l'Ordine. Nella prima met del Duecento si oscill allora fra l'am-
bizione di Elia da Cortona e il rigorismo severo ed umile di Gio-
vanni da Parma: ne nacquero contrasti tra i frati, presto divisisi in
una maggioranza, detta Comunit, tesa ad accettare ed accoglie-
re l'esperienza dei precedenti ordini religiosi ed una minoranza,
nel rifiuto di ogni compromesso e nell'esigenza di spiritualit, de-
finita degli Spirituali. Il contrasto si acu, quando il francescane-
simo si incontr con il profetismo di Gioacchino da Fiore.
   Se si riflette su quanto detto a proposito di Gioacchino da
Fiore e della sua teorica e lo si ponga in rapporto con lo spirito
e la Regola francescana, balzano evidenti i punti di contatto tra
gioachimismo e francescanesimo: l'uno e l'altro, infatti, postu-
lano una societ interamente cristiana, in cui eletti non sono sol-

                                                                    65
BONIFACIO VIII


tanto quelli che abbandonano il secolo ma pur coloro che ri-
mastivi eleveranno la loro vita ad uno stadio sovrannaturale me-
diante l'adesione al terzo ordine. Gioacchino pens, altres,
ad una comunione dei beni monastici che annullasse il concetto
di propriet e Francesco scelse la povert evangelica. Entrambi
poi furono contrari alla Crociata. Una differenza sostanziale,
tuttavia, li contraddistinse: il santo di Assisi non sent vicina la
fine dei tempi che invece rappresent uno dei momenti fon-
damentali dell'escatologismo gioachimita. E per, una volta
configuratosi il gioachimismo esercit una significativa influen-
za sull'Ordine dei Minori. La avvert Tommaso da Celano, l'au-
tore della Vita I e della Vita II di San Francesco, che individu
nell'Assisiate, il peculiare prodotto di un'epoca prossima alla con-
clusione, ne furono, poi, imbevuti Alessandro da Brema, Gerardo
di Borgo San Donnino, i Generali dell'Ordine, San Bonaventura
da Bagnoregio, professore dell'universit parigina e Giovanni da
Parma. Anche la Cronaca di Salimbene de Adam rispecchi in pi
luoghi il pensiero del profeta di Celico. Alla fine del Duecento,
Pietro di Giovanni Olivi sald l'incontro della concezione dell'au-
tore della Concordia veteris et novi Testamenti con quella del poe-
ta del Cantico delle creature. Filosofo e teologo di grande statura,
l'Olivi present il francescanesimo come il momento pi alto della
vicenda ecclesiastica e quindi come la purezza destinata a redime-
re i fedeli, mentre la gerarchia e i papi dell'Ecclesia carnalis atte-
starono la decadenza di un certo tipo di organizzazione ecclesiasti-
ca. Contro i principi di Olivi e le opere che li rispeccharono, si sca-
gliarono gli inquisitori e molti suoi seguaci finirono sul rogo, ma il
suo pensiero sopravvisse influenzando in seguito lo stesso Dante
Alighieri per poi affiorare, in pieno Trecento, nelle Epistulae sine
titulo di Francesco Petrarca. Per via sotterranea e silenziosa il dise-
gno della Chiesa spirituale del Duecento, giunse pertanto sino alla
Riforma Protestante, successiva di tre secoli.


41. Bonifacio VIII
   L'abdicazione di Celestino e l'isolamento in cui fu posto,
l'immediata successione di Benedetto Caetani diverso per for-
mazione sociale e spirituale, nonch per provenienza, gettarono
una luce sinistra sul pontificato di Bonifacio V I I I , riflessa nella

66                                                      IL MEDIOEVO


Divina Commedia dantesca. Vi fu chi rimprover al nuovo pon-
tefice segreti complotti contro Celestino, costretto a lasciare il
soglio di Pietro; chi lo accus di cattivi costumi, di miscreden-
za; chi lo identific con l'anticristo. Certo  difficile stabilire
quale fosse la realt. Sebbene sia noto che fu ambizioso, aspro e
violento e mal sopport di essere contraddetto, Bonifacio VIII,
per, fu colto e di grande ingegno. Egli riprese e svilupp con
ampiezza il programma teocratico di Innocenzo III, intrometten-
dosi nella politica dei principali Stati europei: cerc di conclu-
dere a favore di Napoli la guerra fra Angioini e Aragonesi, riu-
scendovi solo in parte con la pace di Caltabellotta (1302), in so-
stanza un compromesso. Nell'intento di favorire la pacificazio-
ne tra i Fiorentini, invi nella citt Carlo di Valois -- il
malaugurato paciaro lo chiamer Dante -- che sostenne i
Neri e cacci i Bianchi e tra questi l'Alighieri. Band una vera e
propria crociata contro la famiglia romana dei Colonna, che non
riconobbero per legittima la sua elezione pontificia, li umili di-
struggendo la rocca di Palestrina e depose i cardinali Jacopo e
Pietro, appartenenti a quella casata.
    L'unico che si difese a viso aperto e con successo dalla po-
litica bonifaciana fu il francese Filippo IV il Bello, non disposto
a sopportare che alla curia romana venissero versate le decime
del clero francese costituito da sudditi e contribuenti del re, i
quali dovevano corrispondere i pagamenti alla corte parigina. In
nome delle prerogative ecclesiastiche, Bonifacio proclam la
bolla Unam Sanctam, in cui si ribad l'ideale teocratico e in un
Concilio romano depose Filippo il Bello. A sua volta il sovrano
pose i beni ecclesiastici francesi sotto il controllo della corona,
si alle con i Colonna e avvi in Italia Guglielmo di Nogaret,
per catturare il Vicario di Cristo e condurlo presso un Concilio
francese perch lo deponesse. Il Nogaret, con Sciarra Colonna e
una schiera di armati, entr in Anagni ove risiedeva il papa. Ab-
battute le porte del palazzo pontificio, Bonifacio fu insultato e
schiaffeggiato (3 settembre 1303), ma il popolo anagnino si ri-
bell contro un oltraggio considerato come rivolto, attraverso la
persona del suo rappresentante, allo stesso Cristo. Il Nogaret ed
i Colonna fuggirono, il pontefice, liberato e ricondotto a Roma,
mor dopo pochi giorni per le offese e le umiliazioni. Sotto il
suo pontificato la potenza religiosa della Chiesa raggiunse il
culmine, soprattutto con la proclamazione del primo Giubileo

                                                                   67
  CHIESA DEL TRECENTO E IL PAPATO AVIGNONESE


del 1300, con cui si concesse la remissione totale delle pene
temporali alla moltitudine dei pellegrini convenuti a Roma, i
quali dagli ultimi anni del Duecento si erano moltiplicati per
compiere un viaggio missionario il cui scopo era di confessarsi
e comunicarsi sulle tombe degli apostoli.


42. La Chiesa del Trecento e il Papato avignonese

   Alla morte di Bonifacio il Papato, giunto al culmine del suo
potere, cominci, poi, a entrare in una fase di regresso. Dopo il
lungo Conclave di Perugia durante il quale i cardinali italiani --
perci rimproverati da Dante -- acuirono ancor pi le loro divi-
sioni e fecero prevalere i porporati francesi, questi decisero di
scegliere di nuovo un pontefice estraneo al Sacro collegio: l'ar-
civescovo di Bordeaux, Bertrand de Got, il quale prese il nome
di Clemente V. Il nuovo papa ricevette la consacrazione in Fran-
cia, cosa inconsueta, e l'incoronazione avvenne alla presenza di
Filippo il Bello e Carlo di Valois. In principio Clemente sem-
brava preparare il ritorno in Italia, poi si trasfer ad Avignone --
possesso feudale degli Angioini -- gi da tempo venduto ai
papi, circondato dal contado Venessino ove pose la sua residen-
za. Cominci cos il periodo della Cattivit avignonese o Catti-
vit babilonese (1305-1377) detta cos in ricordo della prigionia
degli Ebrei in Babilonia, durata quasi lo stesso numero di anni.
In realt quell'et non fu di umiliazione per il Papato che, nel cuo-
re del continente meglio collegato con i regni nazionali, influ sulle
loro scelte politiche e su quelle di un Impero sempre meno pronto
a subire la volont della Chiesa. Certo la vicinanza con la Francia
un sensibilmente gli interessi papali a quelli di Filippo il Bello.
Per compiacerlo, infatti, Clemente v istitu un processo alla me-
moria di Bonifacio VIII e soppresse l'Ordine dei Templari delle cui
ricchezze si impingu la corona francese. Va per notato che pure
a Roma il Papato era stato legato alle scelte delle grandi famiglie e
aveva infine conosciuto l'ingerenza di Carlo d'Angi. La situazio-
ne avignonese quindi non era n nuova, n pi difficile delle pre-
cedenti per il prestigio pontificio. Aggiungeremo, poi, che in quei
settant'anni la corte avignonese fu fastosa, protesse artisti e poeti
-- si pensi al Petrarca -- i quali da quel lembo di terra profusero
i tesori del loro ingegno.

68                                                        IL MEDIOEVO


   A Clemente v seguirono Giovanni XXII, Benedetto XII, Cle-
mente VI, Innocenzo VI, Urbano V, Gregorio X I . Sebbene in Avi-
gnone il Papato non fosse pi condizionato che altrove, la sua
permanenza prolungata fuori Roma fu ritenuta in Italia una
sventura, una parentesi da chiudere al pi presto con il ritorno
dei successori di Pietro. In tal senso con misticismo non privo di
concreto senso politico si espresse la figlia di un tessitore senese,
Caterina Benincasa, che fu tenace nell' invitare i pontefici a tornare
alla loro sede naturale. A sua volta l'Alighieri, pur considerandosi
ultima pecora del gregge, si rivolse ai cardinali italiani con una
lettera inviata loro durante il Conclave di Carpentras (1314),
nell'intento di convincerli a rimaner saldi nella scelta di un succes-
sore che rientrasse in Roma, ove la Chiesa sedeva sola e abban-
donata. Nel 1300, durante il Giubileo, l'Urbe aveva attraversato un
periodo di prosperit per lo straordinario afflusso di Romei; mer-
canti, artigiani, albergatori ed osti avevano concluso ottimi affari.
A met Trecento, invece, i pellegrinaggi si diradarono e con essi
spar il benessere. La citt si spopol, tanto che nel periodo avi-
gnonese cont poche decine di migliaia di abitanti e durante un
rigido inverno i lupi si spinsero fin nei quartieri abitati! Tutto lo
Stato della Chiesa, insomma, era in crisi.


43. Cola di Rienzo, tribuno e senatore romano
   Proprio perci Giovanni XXII invi nel Patrimonio (comples-
so dei possedimenti pontifici attorno a Roma) Bertrando del
Poggetto, che ristabil l'ordine nelle citt e nei feudi turbati
dall'assenza del papa. In quegli anni si fece avanti nell'Urbe
l'enigmatica figura del popolano Cola di Rienzo, appassionato
dei ricordi dell'antica Roma e maceratosi per l'attuale situazio-
ne. La prima volta egli comparve sulla scena politica quando fu
inviato ad Avignone, per invocare la ripetizione del Giubileo del
 1350, richiesta dai Romani desiderosi di scuotere la citt dal
torpore in cui versava. Ad Avignone Cola conobbe il Petrarca e
l'incontro lo convinse vieppi a restaurare nell'Urbe la Repub-
blica degli Scipioni. Nominato notaro della Camera apostolica,
egli si serv dell'appoggio della borghesia mercantile romana
per compiere un colpo di Stato con cui travolse i nobili e fu
eletto tribuno del popolo (1347). Presto si vide quanto il tentati-

                                                                    69
LE VICENDE DELL'IMPERO NEL TRECENTO


vo di restaurazione repubblicana fosse inattuale e come al tribu-
no mancasse la possibilit di realizzare qualcosa di concreto e
fu costretto alla fuga dall'opposizione dei nobili. Dopo un pe-
riodo di traversie il pontefice Innocenzo VI nelle cui mani Cola
fin, lo rinvi in Italia al seguito del cardinale Egidio Albornoz, per
restaurare l'autorit ecclesiastica nello Stato pontificio. A Roma,
Cola riprese il potere come senatore (1354). Accolto con favore
dai Romani poi scontenti per le forti gabelle sul vino, sul sale e al-
tri prodotti alimentari, fu assalito dai Colonna che lo cacciarono
dal Campidoglio. Per salvarsi Cola fugg vestito da carbonaio, ma,
riconosciuto, fu trascinato ai piedi della rocca capitolina e ucciso.


44. Le vicende dell' Impero nel Trecento

   Alla fine dell'interregno, seguito alla morte di Federico II, di-
venne imperatore Rodolfo d'Asburgo, la cui casata fu legata
agli interessi della politica medioeuropea. Nel 1308, ucciso
Alberto d'Austria, figlio di Rodolfo, fu designato al trono
Enrico V I I di Lussemburgo. Su di lui si concentrarono le spe-
ranze degli ultimi sostenitori dell'Impero medievale e fra
questi Dante Alighieri si rivolse ad Enrico V I I come unico espo-
nente politico capace di riportare giustizia in un mondo privo di
pace. Enrico scese in Italia, giunse con difficolt a Roma, riusc
a cingere la corona imperiale e subito fece ritorno verso il Nord,
ma arrivato nei pressi di Siena, mor a Buonconvento (1313).
   Dopo alcuni anni di lotta tra i pretendenti alla successione fu
scelto Ludovico il Bavaro, il quale non venne riconosciuto da
Giovanni XXII. In lotta contro il papa, Ludovico scese in Italia,
ricevendo a Roma la corona da due vescovi scismatici e dal po-
polo romano. Gi Dante sostenne nella Monarchia il principio
secondo cui il popolo romano aveva il diritto di assegnare la co-
rona imperiale. Eguale posizione sostenne Marsilio da Padova
nel Defensor pacis (1324). Rientrato in Germania, l'imperatore
si trov contro Carlo IV di Boemia. Ma mor prima di averlo af-
frontato in combattimento. Con il successore Carlo IV (1347) il
Sacro romano Impero si trasform spiccatamente in una istitu-
zione nazionale germanica che, secondo la Bolla d'Oro promul-
gata dall'imperatore, fu confermata dai sette grandi elettori: tre
ecclesiastici -- gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia

70                                                        IL MEDIOEVO


-- e quattro laici -- il conte palatino del Regno, il duca di Sas-
sonia, il marchese di Brandeburgo e il re di Boemia.


45. Il ritorno dei papi a Roma: lo Scisma
   Il ritorno definitivo dei papi a Roma, dopo il tentativo di Ur-
bano v, si dovette a Gregorio XI (1377), ma l'anno successivo
alla sua morte la Chiesa si trov in una grave situazione. Molti
cardinali erano francesi, sfavorevoli a ristabilire la sede pontifi-
cia in Roma. Il popolo romano, invece, temeva che il nuovo
papa tornasse oltralpe lasciando la citt abbandonata. Il concla-
ve si svolse fra accesi tumulti e mentre i cittadini gridavano di vo-
lere un pontefice romano o almeno italiano, sotto quella pressione
fu eletto Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, con il nome di
Urbano VI. Contro l'eletto si schierarono per i cardinali francesi
che, asserendo l'invalidit di un conclave conclusosi durante le
pressioni della piazza, scelsero un antipapa, Roberto di Ginevra,
Clemente VII. I due pontefici si scontrarono a Marino (1379); usc
vittorioso Urbano VI e Clemente dovette fuggire, dando luogo cos
a uno scisma protrattosi per circa settant'anni, in cui la cristianit
fu divisa e si rese precario il prestigio della Chiesa.


46. L'Italia del Trecento
   Nelle citt italiane il vecchio Comune si trasform in Signo-
ria, cio nel dominio di un signore che assoggett i sudditi. Tal-
volta accadde che fossero i cittadini a scegliere il dominatore,
cui delegarono ogni potere, cosicch esso rappresent la volont
popolare. Quindi la Signoria dovette considerarsi, tutto somma-
to, un fenomeno democratico. L'Italia centro-settentrionale pul-
lul di Signorie: i Della Scala a Verona, i Da Carrara a Padova, i
Da Camino a Treviso, gli Estensi a Ferrara, i Da Polenta a Ra-
venna, i Bonaccolsi, poi i Gonzaga a Mantova, gli Scotti a Pia-
cenza, i Da Correggio a Parma, i Pepoli a Bologna, i Manfredi a
Faenza, gli Ordelaffi a Forl, i Malatesta a Rimini, i Da Varano
a Camerino, i Montefeltro a Urbino. Signorie notevoli furono
per quelle genovesi, veneziane, milanesi, fiorentine.
   Nel Trecento Genova possedette, soprattutto nel Levante.

                                                                   71
L'ITALIA DEL TRECENTO


quasi un impero nel mar Nero e nel Bosforo e detenne le vie di
sbocco dei fiumi attraverso cui si avviarono i commerci da e verso
la Russia meridionale. Importanti furono le colonie di Focea, ric-
che di allume, di Chio, ricca di mastice, della Corsica e della To-
scana. Legata in particolare allo sviluppo economico della Repub-
blica genovese fu la fondazione della Maona, associazione fi-
nanziaria garantita dallo Stato, ma con amministrazione autonoma.
Per contendersi le ricchezze si accesero lotte fra Grimaldi, Doria,
Fieschi e Spinola. Nel 1339 il popolo tent la riconquista del pote-
re mediante l'istituzione del Dogato. Simon Boccanegra fu eletto
Doge a vita e attu una politica vlta a sganciare la repubblica
dall'interesse dei nobili. Questi ultimi per, furono talmente inte-
ressati a mantenere il potere che si coalizzarono contro il doge
Boccanegra, dopo soli cinque anni costretto a dimettersi.
   La storia di Venezia si contrappose alla genovese per pi motivi,
tra cui significativo quello della seriet e della preparazione della
sua classe dirigente che, dopo la Serrata del Maggior Consi-
glio (1297), stabil che nell'organo costituzionale pi importante
per lo Stato entrassero solo le famiglie che gi allora ne facevano
parte, riuscendo ad organizzare una classe dirigente unita da cui, in
seguito, si scelsero i dogi, gli ammiragli, gli ambasciatori e i gran-
di dignitari dello Stato. Baiamonte Tiepolo, nel 1310, cerc inutil-
mente con una congiura di modificare quell'orientamento oligar-
chico. Fu costituito, allora, il Consiglio dei Dieci, suprema magi-
stratura, con il compito di svolgere inquisizioni sulla condotta dei
cittadini, doge compreso. Si consolid cos una repubblica aristo-
cratica, affidata nelle mani di un gruppo di potere permanente. Ci
rese salde le istituzioni e svilupp la forza della repubblica volta a
porre le basi della politica di terra ferma realizzatasi in principio
con la conquista del veronese e del trevigiano (1339). A met Tre-
cento scoppi il conflitto fra Genova e Venezia per il dominio incon-
trastato sul commercio intemazionale e sui mari. Violenta fu la guer-
ra per il possesso di Chioggia fra il 1378 e il 1381. Venezia, dapprin-
cipio vittoriosa, fu poi sconfitta a Pola e i Genovesi assediarono
Chioggia, al comando di Vittor Pisani. Una pace di compromesso,
mediata da Amedeo VI di Savoia, il Conte Verde, pose termine al
conflitto (1381). La trattativa conclusa a Torino evidenzi come po-
tenza italiana i Savoia che, stabilendo la capitale della contea da
Chambry a Torino e interessandosi attivamente della situazione
italiana, assunsero ruolo ed orientamento precisi nella penisola.

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    Dal conflitto fra i Torriani e i Visconti sbocci la Signoria
milanese di cui si scorsero i bagliori, quando Guido della Torre
divenne capitano del popolo (1307) e poi quando, con la discesa
di Enrico VII, assunse pieno potere la famiglia dei Visconti.
Matteo Visconti ebbe una posizione di rilievo nel conflitto fra
Giovanni XXII e Ludovico il Bavaro. Galeazzo Visconti consoli-
d la potenza familiare prendendo Cremona. L'astro visconteo
fu, quindi, in continua ascesa: nel 1350 Giovanni Visconti ac-
quist per denaro Bologna e domin su Genova; Galeazzo II
conquist Pavia e il Monferrato. Con Gian Galeazzo (1378-1402),
Milano fu il pi forte degli Stati italiani che potesse aspirare al pre-
dominio sulla penisola. Dotati di disponibilit finanziaria, i Vi-
sconti assoldarono abili capitani di ventura, eressero fastose co-
struzioni, quali il duomo di Milano, svilupparono l'industria della
lana e l'agricoltura che, giovandosi di preesistenti opere idrauliche
e di irrigazione (il Naviglio grande, il canale della Muzza, il poten-
ziamento delle Marcite) divennero moderne e progredite. Inoltre
fu introdotta la coltura del riso, tesa ad attivare una fiorente indu-
stria. Fu incrementato, poi, l'allevamento del bestiame che confer
un aspetto del tutto particolare alla Lombardia, gi nel Trecento
all'avanguardia fra le colture pi progredite.
    Diversa da quella di altre citt fu la storia trecentesca di Fi-
renze, i cui cittadini si divisero in due partiti, i Bianchi e i Neri,
originariamente di ispirazione guelfa, i primi capeggiati dai Cer-
chi, pi moderati, i secondi dai Donati, guelfi intransigenti. La
differenza non risiedette nella divisione in partiti, prerogativa
questa comune a tutti i centri urbani, ma nella virulenza che,
specie in taluni momenti, la passione politica assunse nella citt
del fiore. All'inizio del Trecento ascese al potere la parte bian-
ca, in cui militarono Dante Alighieri -- il poeta della Divina
Commedia -- e Dino Compagni, autore di una celebre cronaca
cittadina. Nel 1301 prevalsero i Neri, con l'aiuto sia di Bonifa-
cio VIII sia di Carlo di Valois e Dante fu esiliato. Certo la viva-
cit delle fazioni e la febbre politica mantennero pi vivo in Fi-
renze il concetto di libertas. Infatti, mentre Genova e Venezia,
alla fine del Duecento, si avviarono verso forme di oligarchia,
Firenze con gli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella
privilegi istituzioni pi democratiche, basate sulla collabora-
zione al governo delle Arti maggiori e medie. Tali ordinamenti
rafforzarono la prosperit della popolosa citt, che and conqui-

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L'ITALIA DEL TRECENTO


standosi la fama di Atene d'Italia. In essa, infatti, ai tempi di
Dante vivevano almeno 100 mila abitanti, circa 10 mila bimbi
sapevano leggere e scrivere, quasi 1500 avevano appreso i pro-
cedimenti del calcolo e pi di 600 frequentavano scuole supe-
riori. Economicamente e culturalmente all'avanguardia Firenze
lo fu forse meno dal punto di vista militare. Infatti, il suo eserci-
to fu sconfitto due volte dal pisano Uguccione della Faggiuola a
Montecatini (1315) e dal lucchese Castruccio Castracani ad Al-
topascio (1325). Dopo la crisi successiva alla peste (1348) la citt
cadde per un anno nelle mani di Gualtieri di Brienne, detto il
Duca di Atene; poi fu travagliata dalle guerre contro Pisa, i Vi-
sconti e il papa, che, per preparare il ritorno in Italia, tent una re-
staurazione negli Stati ecclesiastici, da troppo tempo in abbando-
no. Quest'ultima guerra, denominata degli Otto Santi, cost
molto alle provate finanze fiorentine, cos origin una crisi sociale,
oltre che economica, sfociata nel Tumulto dei Ciompi (1378).
   Le Arti si dividevano in maggiori, medie e minori. Queste le
maggiori: Giudici e Notai, Medici e Speziali, Calimala (raffina-
mento dei panni rozzi). Cambio (banchieri), Lana, Seta, Vaiai
(pellicciai). Solo le maggiori, in pratica, costituirono il predo-
minio su Firenze, determinando la preponderanza dei nobili e
della borghesia mercantile o Popolo grasso. I Ciompi, popolo
minuto dei cardatori di lana, si erano riuniti in tre Arti minori e
il loro rappresentante, Michele di Lando, divenne Gonfaloniere
di giustizia. In citt scoppiarono violenze, le case dei Magnati
furono bruciate, il Bargello fu impiccato ed i Signori furono rin-
chiusi in palazzo Vecchio.
   Pur senza la Sicilia, dopo la pace di Caltabellotta, il regno di
Napoli fu lo Stato pi grande della penisola, capace di conser-
vare durante il Trecento, leggi, ordinamenti e caratteristiche
omogenee. Oltre all'agricoltura, gli Angioini svilupparono an-
che l'industria. Cotone e lana, prodotti con abbondanza, venne-
ro avviati verso i mercati milanesi e fiorentini soprattutto duran-
te la Guerra dei Cento Anni e la conseguente chiusura dei mer-
cati del Nord. In Abruzzo si avvi inoltre l'industria dello zuc-
chero e dello zafferano. Citt come L'Aquila, il secondo centro
del regno, oltre a Napoli, ebbero sensibile incremento, pur se
non paragonabile allo sviluppo urbano del Nord della penisola.
Roberto d'Angi rafforz il suo prestigio e la sua funzione di
campione del guelfismo cosa che lo rese una personalit di spic-

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co del Trecento italiano. Il regno sembr avviarsi su un cammi-
no di progresso, attraendo artisti come Giotto e Tino da Camai-
no, simile a quello di Firenze e Milano. Nella seconda met del
secolo, poi, durante il regno di Giovanna I, che vide morire in
circostanze tragiche e misteriose tre suoi mariti prima di spe-
gnersi anch'essa, non certo di morte naturale, la situazione si
capovolse e divenne critica.


47. La Guerra dei Cento Anni
    La storia d'Italia del Trecento  in prevalenza legata alle citt
che acquistano potere, ma non riescono a stringersi in un regno
unitario. Essenzialmente nazionale, invece, fu la storia degli al-
tri paesi occidentali, dello stesso Impero e della penisola iberi-
ca. Per tutto il secolo XIV la vicenda francese apparve legata a
quella del regno d'Inghilterra, poich i sovrani inglesi imparen-
tati con i francesi possedevano vasti feudi in continente. Alla
morte di Carlo IV, ultimo esponente del ramo principale della
casa Capetingia, successe Filippo VI di Valois, di un ramo colla-
terale della stessa casata, quindi parente alla lontana del defunto
re e strettamente legato a Edoardo III d'Inghilterra, figlio di una
sorella del sovrano scomparso. Edoardo pose la sua candidatura
alla successione, che venne rifiutata. Da tale contesa dinastica
nacque una guerra che iniziatasi nel 1337, fin nel 1453, pren-
dendo il nome di Guerra dei Cento Anni. Il complicato con-
flitto pu esser ridotto in tre fasi, delle quali le prime due occu-
parono, pi o meno, il Trecento. Il primo periodo (1337-1380)
fu favorevole agli Inglesi, che batterono i Francesi a Crecy e a
Poitiers e riuscirono persino a catturare il sovrano Giovanni II.
La seconda parte (1381-1399) fu favorevole ai Francesi, che
con Carlo v tentarono la riscossa e rioccuparono i territori per-
duti lasciando agli Inglesi Bordeaux, Brest e Calais. A questi
due primi momenti si accompagnarono tre decenni di torbide
vicende che scossero il regno francese e l'inglese. In Francia
scoppi la guerra civile tra Borgognoni ed Armagnacchi. Questi
ultimi assunsero il nome dal conte di Armagnac, sostenitore de-
gli Orlans; i Borgognoni, furono avversari dei Francesi e legati
da oscure trame agli Inglesi. In Inghilterra il parlamento ed i no-
bili resero responsabile Riccardo II della sconfitta nel continente

                                                                   75
LE VICENDE OCCIDENTALI DEL QUATTROCENTO


e lo deposero, sostituendolo con Enrico IV di Lancaster, discen-
dente da un ramo cadetto dei Plantageneti (1399). Nello stesso
periodo l'Inghilterra fu tormentata da un tentativo di rivolta del-
la Chiesa nazionale promosso da Giovanni Wycliff (1324-1384)
e pi tardi sfociato nella rivoluzione anglicana. Come lui, anche
Giovanni Huss e Gerolamo da Praga, in Boemia, sentirono
meno attuale il programma del Papato teutocratico e tentarono,
pagando tragicamente con la condanna al rogo chiesta dal Con-
cilio di Costanza (1415-1416), di legare i destini del clero a
quelli degli Stati, dove vivevano ed operavano.
   Nei primi anni del Quattrocento il conflitto franco-inglese ri-
prese violento. Ebbe luogo cos la terza fase della Guerra dei
Cento Anni (1415-1453). Enrico v d'Inghilterra, passato alla ri-
scossa, sconfisse i Francesi nella battaglia di Azincourt (1415),
cantata da Shakespeare nella tragedia dedicata al sovrano ingle-
se vincitore. Cos, in seguito all'accordo anglo-borgognone si
concluse un trattato a Troyes (1420), in base al quale al sovrano
inglese si riconobbe il diritto alla successione sul trono di Fran-
cia. A quel punto il trionfo della casa d'Inghilterra parve com-
pleto e sembr raggiunto il fine per cui si era combattuto per ot-
tant'anni: l'unificazione della corona francese all'inglese. Ma il
trionfo fu breve; la morte di Enrico v e l'elezione in Francia di
Carlo VII, figlio del deposto Carlo VI, potenziarono decisamente
il movimento di riscossa nazionale, con l'aiuto di Giovanna
d'Arco, contadina lorenese che incitata, come disse, da mistiche
voci trasfuse il suo fanatico entusiasmo nella vittoria, nel re e
nell'esercito. Orlans, assediata dagli Inglesi, venne liberata. Il re
coronato a Reims fu riconosciuto dai Francesi e nonostante Gio-
vanna d'Arco, caduta in mano agli Inglesi, fosse condannata al
rogo sotto l'accusa di eresia, l'esercito francese accumul vittorie
su vittorie, lasciando agli Inglesi il solo possesso di Calais (1453).


48. Le vicende occidentali del Quattrocento
   Avviato nel XIV, nel XV secolo si comp il processo di unifi-
cazione spagnola. La Castiglia, il pi ampio regno cristiano del-
la Spagna, continu la riconquista, che liber la penisola iberica
dagli Arabi, confinati in Granada. Al possedimento della Sicilia,
l'Aragona aggiunse quelli della Sardegna e delle maggiori isole

76                                                       IL MEDIOEVO


del Mediterraneo. Verso la met del secolo anche il regno di Na-
poli pass sotto il controllo aragonese. L'unificazione spagnola
si concluse nel 1469 con il matrimonio tra Ferdinando di Arago-
na e Isabella di Castiglia.
   Uno sguardo alle vicende degli Stati occidentali riflette una
situazione volta a contraddistinguere i vari popoli nell'evo mo-
derno. L'Impero fu sempre pi legato alle vicende degli Stati te-
deschi. I successori di Carlo IV di Boemia, Venceslao e Sigi-
smondo cercarono di consolidare il possesso delle terre boeme e
delle alpine entro i confini della Mitteleuropa. Massimiliano
d'Asburgo, arciduca d'Austria e imperatore dal 1493, ai domini
della sua casata aggiunse la vistosa eredit di Maria di Borgo-
gna nelle Fiandre, in Olanda e nella Franca Contea.
   Nelle terre sudorientali del continente si alternarono momenti
di splendore a periodi di decadenza. Il regno di Ungheria si sta-
bilizz sotto Mattia Corvino (1458-1490) che apr la sua corte
all'influenza del primo Rinascimento italiano. Dal Granducato
di Lituania ebbe origine la Polonia che, rafforzatasi sotto la di-
nastia degli Jagelloni, dopo un periodo di unione con l'Ungheria
(1382), fu scossa da gravi lotte intestine, fino a che prosegu auto-
nomamente il suo cammino. Similmente si form il primo nucleo
dello Stato russo, sorto a Mosca dal grande Impero dell'Orda
d'Oro, formato da Gengis-Khan, assumendo la configurazione di
un potente Stato con Ivan III il Grande (1462-1505). Nel Nord del-
la Germania si svilupparono citt come Brema e Lubecca, centri di
fiorenti mercati, che dettero vita alla Lega Anseatica.


49. Le conquiste ottomane
   Il pericolo turco affacciatosi verso la fine del Duecento e fat-
tosi minaccioso a met del Trecento con Murad I, spintosi fino
ad Adrianopoli e Filippopoli, divenne drammatico nei primi
anni del Quattrocento quando il sultano Bajazet assedi Bisan-
zio. Ma un imprevisto pericolo distolse quest'ultimo dall'asse-
dio: l'avanzata del mongolo Temur-Lenk, il cui nome storpiato
fu tramandato come Tamerlano. Questo condottiero tent di riu-
nire sotto una stessa bandiera Asia e Oriente europeo. Ma dopo
esser giunto fin nell'Asia Minore, interruppe l'avanzata volgen-
dosi alla Cina, ove mor (1405).

LE COMPAGNIE DI VENTURA: LE CITT ITALIANE                          77

   Negli anni successivi l'Occidente prepar la riscossa. Venezia
arm una flotta che a Gallipoli sconfisse le navi turche (1416).
Tuttavia si tratt di un fuoco di paglia: nel 1421 Murad II, riavuto-
si dai guasti che Tamerlano aveva procurato all'esercito turco,
riprese l'offensiva contro Serbi, Valacchi e Albanesi. Una co-
mune difesa tent Giovanni Hunjadi, organizzatore di un eserci-
to di Ungheresi, Polacchi e Serbi che sbaragli i Turchi a Nish,
avanzando fino a Varna. Testimonianza dello spirito combattivo
degli occidentali restano gli scritti di Giovanni da Capistrano, il
quale invoc la crociata contro gli Ottomani e l'unione dei po-
poli europei contro i Turchi. Si pu dire, anzi, che proprio di
fronte a questa ineluttabile minaccia appare per la prima volta
chiaro il concetto di Europa, come complesso di popolazioni
che possono accomunarsi nell'intento di respingere un comune
rischio che le attanaglia. Un pericolo pi grande riusc in tal
modo a far superare il particolarismo, che fu caratteristica im-
mutabile dei popoli e delle nazioni del nostro continente. Non
mancarono, oltre a quello dell'Hunjadi, altri esempi di valore
come quello di Giorgio Castriota, chiamato dai Turchi lo Skan-
derbeg, il quale sconfisse gli Ottomani e fu riconosciuto eroe
nazionale d'Albania. In ogni modo, esempi di sublime eroismo
furono insufficienti a scongiurare la grave emergenza. Maomet-
to II, al trono dal 1451, organizz una nuova massiccia spedizio-
ne contro l'Impero bizantino. Bisanzio, circondata per mare e
per terra, resse tre mesi all'assedio. Il 29 maggio 1453 la citt fu
espugnata e l'ultimo imperatore, Costantino X I , della famiglia dei
Paleologi, mor in battaglia. La citt bruci per tre giorni, poi sulle
rovine della capitale di un impero restato in vita per undici secoli,
nacque la nuova Istanbul e le chiese rimaste in piedi, come Santa
Sofia, vennero trasformate in templi islamici. Gli occidentali, che
ritenevano di essere inattaccabili, videro le contrade del nostro
continente percorse da crudeli Turchi, ovunque pronti a depreda-
re, a uccidere. La vecchia Europa fu terrorizzata.


50. Le compagnie di ventura: le citt italiane

   Nella prima met del Quattrocento le citt italiane, incapaci
di unirsi in un progetto nazionale, continuarono la lotta con le
rivali, pi o meno vicine, e la guerra sembr divenuta condizio-

7S                                                        IL MEDIOEVO


ne permanente di vita. Il mestiere delle armi fu allora una consi-
stente fonte di reddito che appag, oltre il tradizionale particola-
rismo cittadino, anche lo spirito di avventura degli uomini. In
siffatta realt nacquero le Compagnie di ventura. Il fenomeno
delle milizie mercenarie si era verificato gi nel Trecento, fino a
che si costituirono eserciti di volontari, guidati da condottieri ta-
lora valorosi che, esercitando il mestiere delle armi, animarono
una nuova tattica guerresca, spesso vincente sugli assalti della
cavalleria e su quelli delle milizie cittadine. I capitani di ventura
presero nome di condottieri, perch usavano andare in condot-
ta, ossia erano assoldati. Le prime Compagnie, in prevalenza
costituite da stranieri, furono quella di Guarnieri di Urslingen, il
cosiddetto nemico di Dio, di piet, di misericordia, costituita
da Tedeschi, o quella di Giovanni Hawkwood, detto Giovanni
Acuto. Il primo condottiero italiano fu Alberico da Barbiano, e la
sua Compagnia di San Giorgio aiut Urbano VI, quando sconfisse a
Marino la Compagnia di Bretoni, sostenitori di Clemente VII. Da
queste prime derivarono le Compagnie di ventura del xv secolo,
quali quelle di Braccio di Fortebraccio da Montone, Muzio Atten-
dolo Sforza -- padre di Francesco Sforza -- Jacopo dal Verme,
Niccol Piccinino, Facino Cane, Francesco Bussone detto il Car-
magnola, Bartolomeo Colleoni, Erasmo Gattamelata.
   Nel Quattrocento Genova fin sotto la protezione viscontea,
poi sotto quella francese, ma l'economia della repubblica rima-
se sempre nelle mani di un gruppo ristrettissimo di casate nobi-
liari. Aumentarono le tasse e il governo contrasse debiti, in spe-
cie con le famiglie facoltose. Quando gli interessi divennero
tanto alti da rendersene difficile il pagamento, i creditori fonda-
rono il Banco di San Giorgio e riscossero i loro crediti gestendo
taluni proventi fiscali. Dopo la caduta di Costantinopoli, Geno-
va usc dai traffici dell'Oriente e del Mar Nero e il Banco pass
ad amministrare beni territoriali, talvolta vendendoli: Livorno,
ad esempio, fu venduta a Firenze. La repubblica divenne cos
una grande azienda diretta dalle maggiori famiglie cittadine vol-
te a concentrare nelle loro mani enormi risorse economiche. Il
declino genovese divenne cos inarrestabile.
   Al contrario di Genova, Venezia rimargin le ferite della guerra
di Chioggia, continuando a svilupparsi. Nel Quattrocento una
svolta fu determinata dal doge Francesco Foscari, il quale avvi
in concreto la politica di terraferma (1423). Da quel momento

                                                                   79
LE COMPAGNIE DI VENTURA: LE CITT ITALIANE


Venezia non fu solo potenza marinara, ma divent Stato conti-
nentale, conquist il Veneto e il Friuli, raggiunse Bergamo, Bre-
scia, Ravenna e, dopo la pace di Lodi, le terre dell'Adda fino a
Crema, controllando, in tal modo, le vie terrestri e fluviali in
collegamento con i mercati centro settentrionali dell'Occidente
e delle zone orientali. Inoltre, controll le coste della Dalmazia
e della Morea, conquistando isole, tra cui Candia e Creta, e co-
lonie di terra, nell'Egeo, fino al mar Nero.
   Nella prima met del Quattrocento Milano spesso assalita da
altre citt collegatesi contro di lei, non riusc a conseguire nuovi
ingrandimenti e Filippo Maria Visconti cedette territori a Vene-
zia. Tuttavia, egli ricostitu uno Stato erettosi di nuovo ostile
contro i nemici. Nel 1423 si form la lega antiviscontea capeg-
giata da Venezia, Firenze e i Savoia, che sconvolse la Lombardia
per dieci anni. Condottiero antivisconteo fu il Carmagnola che,
passato dai Milanesi ai Veneziani, vinse gli antichi signori a
Maclodio; poi, sospettato di tradimento, fu condannato alla de-
capitazione dal governo lagunare. Nel 1433 si concluse a Ferra-
ra una pace favorevole a Venezia. Morto Filippo Maria Visconti
(1447), aspir alla successione il genero Francesco Sforza, abile
e ambizioso, che riusc a diventare duca di Milano con la diplo-
mazia pi che con le armi. Durante la guerra contro la metropoli
lombarda Francesco si mantenne alleato di Venezia, allontanando
due temibili pretendenti alla successione: il duca di Savoia e il re
di Napoli. Quando ritenne superato il pericolo, pass contro Vene-
zia e riusc a farsi nominare duca di Milano, con il superamento
della Repubblica Ambrosiana. Si form, quindi, una seconda lega
antiviscontea capeggiata da Venezia, Firenze e i Savoia. La guerra
infuri per tre anni senza che alcuno conseguisse la vittoria. Un
senso generale di stanchezza e la caduta di Costantinopoli in mano
ai Turchi resero accettabile la mediazione del pontefice. Le trattati-
ve si conclusero con la Pace di Lodi (1454), con cui ebbe inizio la
politica di equilibrio, destinata a garantire un cinquantennio di
pace agli Stati italiani. Francesco Sforza dette cos inizio alla Si-
gnoria della sua famiglia. A succedergli furono il figlio Galeazzo
Maria (1476), poi Ludovico il Moro, il quale incontr la decisa op-
posizione di Ferdinando I, re di Napoli e rese pi complicato il
problema italiano, con l'invito a Carlo VIII, re di Francia (1483),
a scendere in Italia per conquistare il regno di Napoli.
   Come in precedenza, anche nel Quattrocento la storia fioren-

80                                                          IL MEDIOEVO


tina present aspetti diversi da quelli delle altre citt italiane.
Firenze allarg i suoi confini a Cortona, Pisa e Livorno, cos
raggiunse lo sbocco al mare, utile per inaugurare la politica ma-
rittima fino ad allora impeditale. Vitale, e in ripresa dopo la crisi
dei decenni successivi alla peste, nel XV secolo la citt si arric-
ch di edifici: dalla cupola brunelleschiana alla chiesa di San
Lorenzo, dal palazzo Rucellai al palazzo Medici. La famiglia me-
dicea, scesa in Firenze dal contado, non aveva tradizioni nobiliari,
ma il commercio e l'attivit bancaria la posero in una situazione di
eccezionale ricchezza. Basti pensare che i Medici, in testa nella li-
sta dei contribuenti fiorentini, ebbero un imponibile di circa 80
mila fiorini annui. Da principio la famiglia assunse atteggiamenti
democratici e raggiunse una discreta popolarit accresciuta dal
prestigio accumulato da Cosimo il Vecchio durante la lega antivi-
scontea. Anzi, per i suoi atteggiamenti antioligarchici, questi fu co-
stretto all'esilio dalla famiglia degli Albizzi. Cosimo per, pur da
lontano, rest in contatto con la citt e nel 1434, dato il malconten-
to dei concittadini, fu richiamato in patria. Al suo rientro egli non
mut la costituzione fiorentina, ma riusc egualmente a costituire
una salda signoria, dove si insedi, non in virt del consenso popo-
lare, ma perch prese il potere con una operazione politica defini-
bile di vertice, ossia assumendo nelle vecchie magistrature re-
pubblicane tutti amici fidati. Cosimo, poi, mand gli avversari in
esilio, primi gli Albizzi, mentre si impossess dei posti chiave del-
la finanza cittadina. Si apr cos una nuova fase della politica fio-
rentina. Alla morte di Piero dei Medici, successo a Cosimo, la fa-
miglia de' Pazzi, appartenente alla vecchia oligarchia allontanata dal
potere, profittando della giovinezza dei figli di Piero, Lorenzo e Giu-
liano, si impadron del governo e organizz una congiura, cui aderi-
rono Girolamo Riario, nipote di Sisto IV, e il cardinale Salviati, arci-
vescovo di Pisa. I due Medici furono assaliti in duomo; Giuliano fu
ucciso mentre Lorenzo, salvatosi, represse la sommossa (1478). Da
allora egli instaur in Firenze un governo autoritario, durante il qua-
le, pur guerreggiando contro gli Albizzi poi partecipando alla guer-
ra del sale fra Venezia e gli Estensi -- terminata con la pace di Ba-
gnolo (1484) -- e insieme a Milano -- contro Venezia e il papa --
alla guerra in difesa del regno di Napoli, seppe assicurare il progres-
so fiorentino, favorendo il primo fiorire del Rinascimento. Lo-
renzo, detto il Magnifico, fu il pi insigne rappresentante della
politica di equilibrio; letterato e mecenate di artisti e poeti do-

                                                                  81
L'ITALIA DEL SUD


min la penisola come moderatore e ago della bilancia della po-
litica italiana fino alla morte (1492).


51. L'Italia del Sud
    Nel Trecento e nel Quattrocento il Sud della penisola, pi
unitario del Centro-Nord, fu, tuttavia, diviso tra gli Aragonesi
stabilitisi in Sicilia, mentre le regioni della terra ferma rimasero
in mani angioine. Nel Quattrocento, poi, la depressione socio-
economica e la confusione dominarono il regno di Napoli. Ladi-
slao di Durazzo, ad esempio, comp imprese militari di grande
rilievo contro il pontefice e contro Firenze, ma, quando venne a
morte (1414), lasci nella completa oppressione la classe baro-
nale di cui affrett la disgregazione. Tale situazione divenne
elemento costante, che spieg la confusione e l'arretratezza del
regno con Giovanna II (1414-1435). Mentre ella regn, lo Stato
piomb, infatti, nella pi totale anarchia, aggravata dalla circo-
stanza che la regina non aveva eredi diretti e perci gi negli
anni in cui sedette sul trono di Napoli si apr un delicato proble-
ma di successione. Alla sua morte si fecero avanti Renato d'An-
gi e Alfonso d'Aragona il quale, dopo lunghe lotte, cui parteci-
parono variamente Milano, Firenze, Venezia e il papa, fece il
suo ingresso a Napoli come vincitore nel 1442. In tal modo si
unific nuovamente il Mezzogiorno d'Italia, comprese la Sicilia e
la Sardegna, ma l'insediamento sul trono di Alfonso, detto il Ma-
gnanimo, fin con l'impoverire ulteriormente il Sud del paese. Gli
successe il figlio naturale, Ferdinando I, il quale dovette battersi
contro i baroni, in rivolta nel 1485-1486 e successivamente entrati
in contatto con Milano e il regno di Francia, per consentire l'allon-
tanamento degli Aragonesi dal Mezzogiorno. Alla sua morte
(1494) gli successe Alfonso II che, di fronte all'invasione francese,
cedette la corona al figlio Ferrandino e fugg in Sicilia, mentre
Carlo VIII entrava come trionfatore a Napoli (1495).
    Negli ultimi cinquant'anni del secolo, riassumendo, si form
un complesso abbastanza stabile di Stati italiani, e, cio, il duca-
to di Milano, dominio degli Sforza, la Signoria dei Medici a Fi-
renze, la Repubblica di Venezia, lo Stato pontificio e il regno
aragonese di Napoli. La pace e la cultura sembrarono allora fi-
nalmente dominare la scena politica e, tuttavia, presto si rivel

82                                                        IL MEDIOEVO

la fragilit dell'equilibrio conseguito. Le congiure qua e l ordi-
tesi, le guerre intestine, il desiderio sfrenato dei governanti di
superarsi gli uni con gli altri anche a costo di concludere accor-
di con potenze straniere -- macroscopici in tal senso l'appello
di Milano al re di Francia contro Napoli e pure il tacito consen-
so napoletano all'espansionismo turco, contro Venezia e Firenze
-- e altres la crisi economica malamente celata dal fasto corti-
giano, risvegliarono gli intenti di conquista della Francia e della
Spagna, tese ad assicurarsi il predominio della penisola italiana,
predominio che esse raggiunsero nel secolo successivo.


52. La Chiesa nel Quattrocento
   Le vicende rappresentate mostrano come nel Quattrocento la
Chiesa fosse pressoch estranea agli eventi italiani. Certo, non
era facile che essa potesse profondamente influire sulla politica
della penisola e del continente, dato lo stato di divisione in cui
permaneva. In questa situazione si riun un Concilio a Pisa
(1409), nel corso del quale le contese si accesero a tal punto che
alla cristianit, oltre a Innocenzo VII e a Gregorio XII, fu regala-
to un terzo papa, Alessandro V, che pose la terza sede pontificia
a Bologna. Una decisione presa in Pisa obblig il nuovo ponte-
fice a convocare un Concilio ecumenico che sciogliesse la crisi.
Alessandro non pot convocarlo prima di morire; cos l'impera-
tore Sigismondo lo impose all'antipapa Giovanni XXIII. La sede
fu fissata a Costanza, controllata dall'imperatore e non sgradita
ai tre pontefici. Al Concilio (1414-1418) intervennero Gregorio
XII, Benedetto XIII e Giovanni XXIII, che riteneva di essere il pi
forte. Ma, inauguratasi l'assemblea, Giovanni ne constat l'osti-
lit. Disdisse allora il Concilio e fugg. Tuttavia il Sinodo, gi
convocato e operante, depose i tre pontefici ed elesse nuovo
papa Martino v Colonna, il quale fiss nel 1431 una nuova as-
semblea a Basilea, cui non pot partecipare per la morte. Il gra-
ve compito fu assunto allora dal veneziano Gabriele Condulmer
-- Eugenio IV -- il quale sostenne l'urto con la maggioranza
dei vescovi, convinta dalla forza del conciliarismo a togliere
la supremazia al papa. Per timore della minaccia turca Eugenio
spost i padri conciliari prima a Ferrara poi a Firenze. I prelati pi
autorevoli obbedirono al papa, i pi sfrenati, invece, deposero Eu-

                                                                    83
LE POTENZE EUROPEE


genio IV ed elessero Amedeo VIII di Savoia con il nome di Felice V,
['ultimo antipapa della storia. Ma le scissioni nel gruppo del con-
ciliaristi e soprattutto la riconciliazione della Chiesa latina con
la greca, ottenuta da Eugenio IV per allontanare il pericolo tur-
co, rialzarono il prestigio del papato. Con la rinuncia di Felice v
si chiuse lo scisma e si restaur l'unit della Chiesa.
   In questa nuova situazione i papi consolidarono la loro auto-
rit di sovrani, di mecenati e protettori delle arti e delle lettere.
Niccol V (1447-1455) apr la serie dei pontefici del Rinasci-
mento, fond la Biblioteca Vaticana e promosse la raccolta di
codici latini e greci. Quindi Enea Silvio Piccolomini, umanista
salito al soglio di Pietro con il nome di Pio II (1458-1464), tent di
organizzare la crociata contro i Turchi, ma i suoi veri intendimenti
furono di carattere culturale. In quegli stessi anni, infatti, l'inven-
zione della stampa, la composizione delle singole pagine delle
opere, su piccoli stampi di legno e di metallo, la riproduzione illi-
mitata di pagine e di copie, forn un mezzo di espressione volto a
determinare profonde trasformazioni anche sociali e politiche. La
sostituzione della carta alla pergamena abbass, poi, il prezzo del
libro e diffuse vieppi la cultura. La prima Bibbia stampata da
Giovanni Gutenberg a Magonza nel 1455, le stamperie italiane
di Subiaco, Roma, Firenze, Bologna, Venezia, l'arte del romano
Antonio Biado, dei fiorentini Giunta e di Aldo Manuzio, con le sue
celebri Aldine, crearono condizioni di espansione culturale colte
con prontezza dalla Chiesa, di cui Pio II e i successori intelligen-
temente si avvalsero. Con Innocenzo VIII (1484-1492) inoltre, il
pontificato assunse un deciso orientamento verso gli interessi
della politica familiare e nepotistica. Allo stesso indirizzo ap-
partenne Alessandro VI (1492-1503), della famiglia Borgia, di
notevole ingegno e di costumi corrotti, il quale si avvalse della
potenza ecclesiastica per creare uno Stato al figlio Cesare. La
corte pontificia raccolse allora artisti e letterati di prim'ordine e
Roma divenne una vera, sontuosa capitale.


53. Le potenze europee
   Negli ultimi cinquant' anni del secolo la Francia rinsald la
sua unit nazionale e consolid la monarchia assoluta sotto Lui-
gi XI, che assicur i confini nazionali verso il Reno ad Est e ver-

84                                                     IL MEDIOEVO


so i Pirenei ad Occidente, potenziando l'agricoltura e l'industria
e affermando la sua potenza nel Mediterraneo. Dura fu la sua
lotta contro Carlo il Temerario, duca di Borgogna, sconfitto,
poi, dagli Svizzeri a Morat (1476). Dopo di che la parte mag-
giore dei domini borgognoni pass all'imperatore Massimiliano
d'Austria, sposo di Maria, figlia del morto duca.
    Durante il suo processo di espansione la Francia si scontr
contro il regno di Spagna, unificatosi definitivamente con la
conquista di Granada, tolta agli Arabi nel 1492. Forti dell'unifi-
cazione e dell'appoggio ecclesiastico, Ferdinando d'Aragona e
Isabella di Castiglia misero da parte tutte le forze che in qualche
misura potevano ridurre l'autorit dei sovrani. La loro azione
politica e militare si identific con quella religiosa, acquis
grande potere il tribunale dell'Inquisizione, mentre si intensifi-
c la lotta contro gli eretici, gli Ebrei, i marrani (Ebrei con-
vertiti al cattolicesimo) e i moriscos (musulmani convertiti), tut-
ti quanti scacciati dalla penisola iberica nel 1492. L'assolutismo
monarchico inglese, dopo la fine della Guerra dei Cento Anni,
si afferm con la dinastia dei Tudor. In precedenza, per
trent'anni, il regno fu insanguinato dalla lotta scatenatasi tra i
Lancaster e gli York per il possesso del trono. I seguaci delle
due casate portarono sul loro scudo una rosa rossa per i Lanca-
ster e bianca per gli York e perci tale guerra fu detta delle
Due Rose. Essa continu attraverso vari momenti ed ebbe
termine con l'assegnazione della corona ad Enrico VII della fa-
miglia Tudor (1485-1509), imparentato con le due famiglie con-
tendenti. Enrico fu colui che incoraggi sensibilmente l'espan-
sione commerciale ed industriale del regno, ormai disinteressato
al continente e proteso verso la conquista dell'oceano e del
Nuovo mondo. Egli, poi, specialmente per quanto riguard l'in-
dustria laniera, cerc di proteggere la produzione nazionale con-
tro la concorrenza straniera, facendo lavorare in patria i panni
lani, prima inviati grezzi all'estero.
   Come si vede, i vari paesi consolidarono l'assolutismo mo-
narchico, basato su una politica che adegu i mezzi atti a tradur-
re in concreto le direttive espansive. Furono presi in considera-
zione gli ordinamenti militari, mentre si dette importanza anche
all'azione diplomatica, volta a determinare spesso successi poli-
tici. Si organizzarono gli eserciti regi e si impiegarono eserciti
di soldati professionali, dipendenti dai re o dal signore, mentre

                                                                  85
UMANESIMO, RINASCIMENTO E GRANDI SCOPERTE GEOGRAFICHE


si fissarono i problemi dell'arte della guerra: la tattica, i piani
d'azione, l'addestramento delle fanterie e della cavalleria; si
sperimentarono le nuove armi da fuoco -- il cui primo impiego
 attestato nella battaglia di Crcy (1346) -- l'uso delle bom-
barde, delle colubrine, dei cannoni. Il potenziamento della ca-
valleria -- la base della guerra di movimento -- trasform le
vecchie battaglie senza sangue, combattute da eserciti nume-
ricamente modesti e conclusesi con pochi morti e feriti, in azio-
ni offensive, ove furono distrutti mezzi, centri urbani e campa-
gne con un consistente dispendio di energie e di sangue.


54. Umanesimo, Rinascimento e grandi scoperte geografiche
   Al di l degli eventi politici e militari, dei rivolgimenti inter-
ni, delle congiure, delle campagne militari si pu ben dire che
con gli ultimi decenni del Quattrocento e i primi del Cinquecen-
to si chiuse un periodo che vide istituzioni e Stati rinnovati e
protesi verso mete nuove. La Chiesa medievale, basata sulla
concezione del Papato teocratico, s'era trasformata per le ten-
denze conciliariste, mentre i regni nazionali perseguivano dise-
gni espansionistici. Ma oltre l'organizzazione della vita eccle-
siastica, furono la concezione ecclesiologica e la spiritualit
stessa a modificarsi sensibilmente. Sbaglia per chi ritiene che
con la fine del Medioevo la fede si affievolisca e si esteriorizzi:
in realt, si cominci a credere in un modo diverso, mentre gli
ideali religiosi dell'evo medio subirono una notevole evoluzio-
ne. Per secoli si era attesa la fine dei tempi e ora l'escatologi-
smo andava spostandosi sui binari dell'attesa di una nuova et,
volta a condurre verso una palingenesi oltre che spirituale anche
politica e culturale, realizzatasi nel Rinascimento. Egualmente
si trasformarono i consueti ideali della salvezza collettiva, del
peccato e della colpa, per cui tutti sarebbero stati condannati
alla stessa maniera. Sulla base del concetto di colpa e di salvez-
za individuale si prepararono le fondamenta di una morale rin-
novata e di una religiosit che pose al centro l'uomo con la sua
coscienza. Proprio in questa sostituzione dell'individuale al col-
lettivo si realizz il passaggio dal Medioevo al Rinascimento,
un cambiamento da non intendersi come una brusca rottura, che
infranse un mondo per crearne un altro tutto nuovo, ma come

86                                                     IL MEDIOEVO


lenta trasformazione, ove a qualcosa di morente si sostituiva
qualcosa che nasceva.
   Poi, nonostante le difficolt, vi fu in quel periodo una rigo-
gliosa fioritura letteraria, artistica, filosofica, che indic come
stesse preparandosi un periodo di slancio e di ripresa costruito
dall'uomo che poneva se stesso al centro dell'universo. Col
nome di Umanesimo si denomin, pertanto, quel movimento
culturale continuato per tutto il Quattrocento, originato dal culto
delle humanae litterae che consider l'humanitas e gli studia
humanitatis un mezzo di perfezionamento spirituale dell'uomo.
Questo ideale ritorno alla cultura latina e alla greca e la fiducia
nella saldatura tra virt e sapere formarono le peculiari caratte-
ristiche del movimento umanistico. Allo stesso tempo pittori,
scultori, architetti cominciarono a respingere i dettami dell'arte
medievale per tornare alle proporzioni di quella classica. Gior-
gio Vasari e Leon Battista Alberti teorizzarono il distacco
dall'arte definita gotica e il ritorno alle raffinate forme di
quella greca e romana. Negli scriptoria monastici e nelle biblio-
teche si scoprirono e si copiarono le opere classiche, mentre si
diffusero ancor pi i testi di Virgilio, di Orazio, di Ovidio, di
Stazio, di Lucano, di Cicerone, di Tito Livio. Gli umanisti in-
somma, si consacrarono alla ricerca dei codici degli antichi au-
tori, quasi con la venerazione con cui si rinvengono le memorie
degli avi. Importante fu la fondazione dell'Accademia platoni-
ca, fondata a Firenze da Cosimo il Vecchio, tra i cui pi famosi
esponenti figurarono Marsilio Ficino e Giovanni Pico della Mi-
randola. Strettamente connessa con l'Umanesimo fu, poi, l'in-
venzione della stampa dovuta al Gutenberg, frutto della passio-
ne per il libro e vigoroso mezzo di trasmissione della nuova cul-
tura e dei suoi valori.
   Di pari passo con il movimento culturale umanistico si affer-
m, tra la fine del Quattrocento e la prima met del Cinquecen-
to, la civilt del Rinascimento, che consegu, soprattutto in Ita-
lia, le affermazioni pi alte e originali. Motivo fondamentale
dell'Umanesimo fu una sorta di religione per le letterature e le
civilt antiche e da essa scatur la tendenza di far rinascere, me-
diante l'imitazione, forme ed espressioni dell'antica civilt con-
siderata come un modello insuperato e insuperabile. Scultori,
pittori e architetti, come Nicola e Giovanni Pisano, Brunelle-
schi, Donatello, Masaccio, Botticelli, Piero della Francesca, Ja-

                                                                   87
UMANESIMO, RINASCIMENTO E GRANDI SCOPERTE GEOGRAFICHE


copo della Quercia, Leonardo da Vinci, Raffaello, Bramante,
Michelangelo, Mantegna, Giorgione, Tiziano, Correggio, il Ve-
ronese, il Tintoretto crearono opere considerate un patrimonio
prezioso per l'umanit. Alla ripresa dell'arte fece, altres, ri-
scontro quella della scienza e Leonardo da Vinci (1452-1519)
tracci il cammino della scienza nuova sul quale, poco dopo, si
posero Nicola Copernico e il grande Galilei. Anche la creazione
dello Stato nel Rinascimento fu considerata un'opera d'arte fon-
data sul genio di un uomo d'eccezione, il Principe, dotato di
virt e fortuna, il quale non riconobbe sopra di s alcun
ente superiore. Niccol Machiavelli espose con lucida incisivit
nel trattato il Principe la teorica per la conquista e il manteni-
mento del potere, in cui si afferm l'indipendenza della politica
dai presupposti di carattere morale. Sorgeva, in tal modo, il
mondo moderno, basato su un'articolazione di problemi e di
motivi, su cui dominarono l'uomo, la societ laica, lo Stato. Nel
campo religioso, infine, la Riforma protestante di Martin Lutero
infranse l'unit della fede medievale in nome di ideali di rigene-
razione della Chiesa e del Papato.
   Il generale sviluppo della civilt rinascimentale, lo spirito di
ricerca, l'intendimento di affermare la potenza umana nella na-
tura, nell'arte e nel sapere dettero luogo ad un'intensa attivit di
viaggi e di scoperte, che determinarono un prodigioso amplia-
mento dei confini del mondo conosciuto, le cui conseguenze su-
gli indirizzi della moderna civilt furono di eccezionale impor-
tanza. L'uso della bussola favor la navigazione in mare aperto e
negli oceani. L'ardore della ricerca e la gioia della scoperta det-
tero cuore ai naviganti di oltrepassare le Colonne d'Ercole, nel
Medioevo considerate il limite estremo verso l'ignoto oceano,
popolato di mostri e ritenuto sede di fenomeni spaventosi. Alle
numerose scoperte derivate da tale impulso, volte ad allargare la
conoscenza del continente africano e dell'asiatico, segu la pi
importante conquista, dovuta a Cristoforo Colombo, nato a Ge-
nova nel 1451. La sua scoperta era basata sulla convinzione, al-
lora comune, della sfericit della terra e sulla possibilit di
giungere alle Indie, navigando verso Occidente, senza affronta-
re il faticoso viaggio della circumnavigazione dell'Africa. Fu
nel 1492, quasi conseguenza della conquista di Granada, che
Isabella di Castiglia gli affid tre caravelle, la Nina, la Pinta e la
Santa Maria, salpate da Palos il 3 agosto 1492. Il 12 ottobre del-

88                                                      IL MEDIOEVO


lo stesso anno Colombo tocc terra in un'isoletta detta Guana-
hani, dell'arcipelago delle Bahamas, da lui ritenuto il bordo del-
le Indie, descritte nel Milione da Marco Polo, cui dette il nome
di San Salvador. La fortunata impresa fu destinata, poi, a confi-
gurarsi secondo proporzioni pi esatte in seguito ai viaggi di
Amerigo Vespucci, compiuti fra il 1499 e il 1501, lungo le coste
meridionali del nuovo continente, allorch si comprese che Co-
lombo non era giunto nelle Indie, bens nel nuovo mondo da al-
lora in poi denominato America.
   Le conseguenze di tali eventi, unite agli effetti introdotti da-
gli studia humanitatis e dalla civilt rinascimentale, furono di
grande portata per la storia d'Europa. Si trasformarono cos ol-
tre alla cultura, la politica e l'economia e il centro dei commerci
e della civilt si spost dal vecchio Mediterraneo all'Atlantico.
Di conseguenza citt e Stati, allora potenti come Venezia e Ge-
nova, videro appannato il loro potere, mentre si accrebbe quello
dei regni affacciati sull'Atlantico. La Spagna, il Portogallo,
l'Inghilterra, l'Olanda e, in qualche misura, la Francia, orienta-
rono politica e commerci verso i nuovi mercati e il volume degli
affari aument notevolmente il quantitativo di merci e di capita-
li posti in circolazione. Sorsero compagnie commerciali e ban-
che. Uomini d'affari fiamminghi e olandesi, italiani e tedeschi,
compresero l'importanza delle nuove scoperte, che portarono a
una grande espansione e alla creazione di eccezionali ricchezze.


55.  salvo il Medioevo?

   A questo punto le apprensioni, la sfida e l'intellettualistico
gioco, cui accennammo nel cominciare, possono considerarsi
conclusi. Non so se chi mi ha seguito fin qui, in questo vorti-
ce di pagine, necessariamente troppo concentrate e costellate
di nomi e di date, ma pur di concetti rapidamente enunciati,
abbia le idee pi o meno chiare di quanto non le avesse prima
della lettura. Ancor meno, poi, riesco a intendere se e in qual
misura sia riuscito a salvare -- come mi riproponevo -- al-
meno una parte del Medioevo.
   Comunque, due cose conto siano almeno emerse: la prima 
la grande vitalit di un'epoca che, lungi dall'essere oscura, bar-
barica e intrisa di solo fanatismo, come molti pretesero, brill

                                                                   89
 SALVO IL MEDIOEVO?


per pi motivi di luce propria e dette vita ad una civilt comple-
ta e complessa che ha lasciato di s orme indelebili. Infatti, le
lingue, di cui ancora oggi ci serviamo, sono sorte allora e cos
gli ordinamenti giuridici e gli istituti che ci governano a livello
sovranazionale, nazionale e locale (assise parlamentari e comu-
nali). La religione che unisce centinaia di milioni di fedeli, con
le sue gerarchie,  venuta costituendosi durante i secoli dell'et
di mezzo. Al principio del secondo millennio sono nati gli ordi-
namenti universitari in buona sostanza ancora adesso vigenti, e
cos la maggior parte delle citt di cui ci vantiamo con i loro ca-
polavori, i fastosi palazzi e le tortuose strade dei nostri centri
storici sono cresciute lungo l'et medievale, assumendo l'aspet-
to che tuttora riconosciamo loro.
   La seconda cosa da porre in rilievo  costituita dai numerosi
punti di contatto spirituali, politici, economici e culturali, vlti a
saldar quei secoli, incautamente denominati bui, ai nostri, forse
troppo ottimisticamente considerati di progresso. Quanti atteggia-
menti e quante convinzioni ancora adesso vitali non sorsero nel
Medioevo? Quanti modi di vivere e di credere, di stare insieme, di
festeggiare ricorrenze pi o meno solenni, di concludere patti e
contratti, di cucinare e di mangiare non si sono formati in quel
tempo e quanti cibi destinati a rallegrare le mense, quanti medica-
menti destinati a curare e a lenire il dolore non sono, forse incon-
sapevolmente, preparati secondo ricette di allora? Quante volte,
esaminando la maniera di vestirci e di accoppiare i colori, a secon-
da delle circostanze pi o meno liete, festose o tristi, non scopria-
mo che mutamenti molto sostanziosi rispetto a mille anni fa non si
sono registrati? E cos nel modo di studiare e di apprendere, di te-
mere e di sperare, di rallegrarci e di rattristarci, di manifestare il
proprio rispetto, la stima, di promettere fedelt, di comportarsi nel-
la societ, nel mondo del lavoro: quanti agganci non ci richiamano
alla vita feudale o alla comunale e al primo sviluppo dei regni na-
zionali? Proprio di qui, concludendo, l'importanza di individuare
le connessioni, le mutazioni, le continuazioni di tante vicissitudi-
ni allora originatesi e tali da produrre effetti e valori ancora non
del tutto tramontati. Perch le vicende, nonostante pareri in con-
trario, non conoscono salti n ritorni, ma evoluzione lenta e pi o
meno scoperti contatti tra loro. Cos accadde tra l'evo antico e il
medio, cos tra il medievale e il moderno: dopo tutto, a vincere
rimangono sempre la continuit e la storia.

IL SAPERE
ENCICLOPEDIA TASCABILE NEWTON
diretta da Roberto Bonchio
il sapere  un'enciclopedia scomponibile che, risponden-
d o a un diffuso bisogno di conoscenza, si propone di
offrire al lettore volumetti agili, economici, dal linguag-
g i o facilmente accessibile, scritti da docenti universitari e
autorevoli esperti italiani e stranieri. il sapere si suddivide
in sette sezioni, ognuna contraddistinta da un colore
diverso: scienze umane, politica economia diritto, scien-
z e tecnologia medicina, societ ambiente vita pratica,
arte letteratura linguistica, storia archeologia geografia,
comunicazione e spettacolo.

    Sezione di storia archeologia geografia
LUDOVICO GATTO/IL MEDIOEVO
Questo volume abbraccia il periodo che va dal 5 0 0 al
1 5 0 0 d . C : un periodo pieno di complessit e contraddi-
z i o n i ma anche di momenti di grande elevatezza spiri-
t u a l e . Per secoli le correnti di pensiero pi diverse ebbero
del Medioevo una concezione negativa, lo criticarono e
lo condannarono. I motivi di critica preconcetta appaio-
n o oggi superati e la critica moderna affronta la questio-
ne medievale cercando di storicizzare il periodo e di evi-
d e n z i a r e cosa in effetti rappresent. Emergono quindi
fatti e problemi che fanno rilevare quanto di spirituale,
politico, sociale, economico, istituzionale nacque in quel
millennio capace di consentire lo sviluppo dell'umanit.
Su questa linea si muove l'acuta e intensa sintesi di
Ludovico Gatto, che introdurr il lettore in una realt
rimasta per tanto tempo senza luce e che oggi la lettera-
t u r a (si pensi al romanzo di E c o ) , il cinema, la ricerca
artistica riportano all'attenzione.

Ludovico Gatto, ordinario di Storia medievale all'uni-
v e r s i t  La Sapienza di Roma,  autore, fra l'altro, di
L'atelier del medievista, Bulzoni, 1992, Viaggio intorno al
concetto di Medioevo, Bulzoni, 1 9 9 2 e, con la Newton
Compton, di Sicilia medievale, 1 9 9 2 .

