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LE OPERE

DI

GALILEO GALILEI.


VOLUME DECIMO.

FIRENZE
G. BARBRA EDITORE

1965

NUOVA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

SOTTO L'ALTO PATRONATO

DEL

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

GIUSEPPE SARAGAT


PROMOTORE DELLA EDIZIONE NAZIONALE
IL R. MINISTERO DELLA ISTRUZIONE PUBBLICA

DIRETTORE: ANTONIO FAVARO
COADIUTORE LETTERARIO: ISIDORO DEL LUNGO
CONSULTORI: V. CERRUTI - G. GOVI - G. V. SCHIAPARELLI
ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: UMBERTO MARCHESINI
1890 - 1909


LA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE
FU PUBBLICATA SOTTO GLI AUSPICII
DEL R. MINISTERO DELLA EDUCAZIONE NAZIONALE
DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI
E DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE


DIRETTORE: GIORGIO ABETTI
COADIUTORE LETTERARIO: GUIDO MAZZONI
CONSULTORI: ANGELO BRUSCHI - ENRICO FERMI
ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: PIETRO PAGNINI
1920 - 1939

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Questa Nuova Ristampa della Edizione Nazionale
 promossa
dal Comitato Nazionale per le Manifestazioni Celebrative
del IV centenario della Nascita di Galileo Galilei
1964


CARTEGGIO.

1574-1642

AVVERTIMENTO.


Nel por mano alla pubblicazione del Carteggio Galileiano, crediamo opportuno indicare brevemente le norme, secondo le quali abbiamo proceduto e procederemo in questa parte cos grave ed ardua del nostro lavoro. Pochi altri Carteggi possono adeguarsi a questo per importanza di documenti; la quale attiene del pari e alla biografia, e alla scienza, e alle condizioni storiche dell'et vissuta e con s durevoli conseguenze modificata da Galileo.
Le lettere, siano di Galileo, siano di altri a lui indirizzate, siano fra terzi ma concernenti Galileo, vengono distribuite in un'unica serie, secondo l'ordine cronologico delle date; e non dubitiamo, per le ragioni che altra volta abbiamo largamente esposte(1), che questo sia il migliore partito al quale potessimo appigliarci. Chi apre il volume, distingue per subito le tre categorie: poich alle lettere di Galileo  riserbato quel corpo di carattere maggiore col quale nei volumi precedenti abbiamo stampato gli scritti suoi, mentre le lettere dirette a Galileo sono in un carattere minore, e quelle fra terzi in altro corpo ancor pi piccolo. Le lettere le quali sono state gi pubblicate, o si dovranno pubblicare, in altre parti della nostra Edizione, vuoi perch abbiano soltanto la forma di missive, ma si debbano risguardare piuttosto quali trattati scientifici, vuoi perch facciano parte integrale di scritture dalle quali non possano distaccarsi, non si ristampano nel Carteggio, ma sono richiamate al loro luogo: cos  conservata insoluta la continuit della serie. Al numero progressivo che  in capo a ogni lettera, il lettore trover spesso apposti uno o due asterischi: con un solo asterisco indichiamo quelle lettere che non furono comprese finora nelle Edizioni delle Opere di Galileo; col doppio asterisco distinguiamo quelle che da noi per la prima volta sono date alla luce. Ognuno vedr, a semplice aperta di libro, di quanti documenti, o sparsi fino ad oggi in pubblicazioni diverse, o assolutamente nuovi, viene ad avvantaggiarsi la nostra Edizione: sono poi molte altre le lettere di cui noi pubblichiamo brani inediti, talora assai lunghi e importanti, omessi, non sappiamo per quali motivi, da precedenti editori, che della mutilazione non fecero neppur cenno; moltissime, quelle che in uno o in altro passo erano state siffattamente alterate, spesso per difficolt di lettura dei manoscritti, da non dar senso alcuno, o senso affatto stravolto; ben poche, le lettere nelle quali non abbiamo avuto motivo, seguendo la scorta degli originali, di introdurre numerose correzioni: cos che possa dirsi, senza tema di esagerare, che la nostra Edizione, la quale conterr circa triplo numero di lettere in confronto della pi ricca tra le antecedenti(2), sia da considerarsi, anche rispetto al Carteggio, non come riproduzione o compimento di queste, ma addirittura come opera nuova.
In testa ad ogni pagina sono indicati, per comodit di chi consulti l'opera, i termini di tempo entro cui stanno le lettere che nella pagina stessa sono, o tutte o in parte, comprese, come pure i numeri progressivi di esse.. In capo a ogni lettera  messo in evidenza il nome del mittente, quello del destinatario, il luogo dove la lettera  indirizzata, il luogo da cui fu scritta, e la data; e quelli di tali elementi che non risultano dall'originale di cui ci serviamo, ma sono aggiunti da noi per induzione, si chiudono tra parentesi quadre. A ogni lettera  premessa pure una breve informazione, che dichiara da qual fonte noi riproduciamo la lettera stessa, e quando sia da manoscritto, come avviene quasi sempre, indica con precisione bibliografica dove il manoscritto stesso oggi si trovi, se sia tutto autografo, o autografo soltanto in parte(3), o originale, o copia, e in quest'ultimo caso determina, per quanto abbiamo potuto, l'et e l'autorit della copia(4). Di altri particolari che possano essere presentati talora dai manoscritti,  stato pur fatto ricordo, di volta in volta, nelle informazioni.
Le lettere di Galileo e quelle a Galileo sono pubblicate, com' naturale, integralmente, non escluse le intestature, le sottoscrizioni(5) e gl'indirizzi interni ed esterni, che da molti dei precedenti editori sono stati omessi(6); da quelle di terzi ci siamo limitati spesso a stralciare i tratti o capitoli che concernono Galileo: sarebbe stato infatti partito del tutto inopportuno e sconsigliato riprodurre pi e pi pagine, relative a materia del tutto aliena, soltanto perch in mezzo ad esse si trovano poche righe che risguardano il Nostro. Quando omettiamo noi una parte d'una lettera, indichiamo l'omissione con tre o quattro puntolini; mentre non poniamo alcun segno, quando dalle fonti, a cui ci  dato attingere, abbiamo, e non per materiali guasti del manoscritto, incompleto quel documento.
Come abbiamo proceduto nella cura del testo in casi speciali, e soprattutto quando uno stesso documento ci era offerto da fonti diverse,  detto nelle informazioni premesse a quelle lettere: qui baster avvertire che ci siamo attenuti alle fonti, fossero manoscritte o stampate, autografi o copie, con fedelt anche maggiore di quella usata nei volumi precedenti delle Opere. Invero (parlando pi particolarmente delle lettere scritte in italiano) non solo abbiamo rispettato, massime quando avevamo gli autografi, i periodi viziosamente costruiti, non riducibili a nessuna certa sintassi, che in questa prosa epistolare sono frequenti e che da altri editori sono stati costretti, con arbitrarie e non lievi correzioni, a diventar regolari; non solo abbiamo conservato le forme idiomatiche, siano lessicali, siano morfologiche, adoprate da ciascun corrispondente, per quanto si discostassero dall'uso che suol considerarsi pi corretto; ma anche riproducemmo dalle fonti, di volta in volta, la grafia, sebbene spesso non ortografica, limitandoci soltanto a sciogliere, in generale, le abbreviazioni(7), a distinguere gli u dai v e ad aggiungere i dopo c, g, gl, dove fosse necessario per indicarne il suono palatino, e mantenendoci libert nell'uso delle iniziali maiuscole o minuscole, degli apostrofi e degli accenti, nella separazione delle parole, non che nell'interpunzione, la quale, per la maggior parte,  nostra. Potr qualcuno rimproverarci le difformit che cos vengono a conservarsi, e che non sempre saranno da attribuire all'essere diversi gli autori; ma trovandoci di fronte a fonti cos disparate e a scrittori cos differenti, ora fiorentini, ora d'altre citt della Toscana, ora d'altre parti d'Italia, ora stranieri che scrivono pi o men bene l'italiano, in qual modo potevamo noi creare un'uniformit, che sarebbe stata affatto artificiale? Noi non ci credemmo lecito n di sacrificare le native fattezze degli autografi, per conformarli alle copie manoscritte o alle stampe; n di far riassumere a queste per forza quella veste genuina che fu loro strappata, esponendoci al pericolo di aggiungere agli altrui i nostri arbitrii.
La fedelt, che credemmo doverosa, alle fonti, non spingemmo per fino al punto di conservare nel testo quelli che manifestamente non potevano giudicarsi altro che o trascorsi materialissimi della penna dello scrivente o errori del copista o alterazioni dell'editore o sbagli del tipografo: in questi casi pertanto abbiamo corretto il testo, e la lezione errata abbiamo registrato, quando metteva conto (cio soprattutto quando veniva da autografi, e specialmente di Galileo), appi di pagina(8). Quivi sono state notate anche quelle parole o frasi (sempre che abbiano qualche importanza) che si possono leggere negli autografi sotto le cancellature, e che poi furono o cambiate con altre o del tutto omesse; e spesso  tenuto conto dell'essere un tratto, pi o meno lungo, aggiunto (ben s'intende, ove non sia avvertito in contrario, dallo scrivente stesso) tra le linee o in margine...
Le lacune, anche soltanto di parti di parole, che dipendono da guasti dei manoscritti, sono state indicate con parentesi quadre, dentro alle quali abbiamo supplito ci che  andato perduto, e abbiamo posto dei puntolini quando non ci parve abbastanza certa la supplitura. Alle parole di dubbia lettura soggiungemmo, tra parentesi, un punto interrogativo; nei pochi luoghi poi ne'quali non ci riusc, nemmeno con l'aiuto di persone praticissime, d'interpretare la scrittura, ponemmo dei puntolini tra parentesi di questa forma <  . N ci astenemmo di notare con sic qualche parola, o qualche tratto, di lettura, per contrario, sicurissima, ma che per uno o per un altro motivo potrebbero far sorgere dubbi in chi ha dinanzi solamente lo stampato nostro.
Le collazioni delle fonti manoscritte furono fatte e ripetute con ogni diligenza da noi per tutte le lettere che si conservano nelle biblioteche e negli archivi di Firenze, e per alcune di quelle che sono in altre citt d'Italia; per le lettere che non potemmo direttamente vedere, abbiamo fatto ricorso alla cooperazione di molti altri studiosi, ai quali ci  caro rendere qui pubbliche grazie. Nonostante per le cure che abbiamo usato per avere precisa cognizione delle fonti anche ne'pi minuti particolari, non ci far maraviglia se alcuno, riscontrando quei codici che non potemmo noi stessi avere a mano, trover che non sempre sia stato proceduto nelle collazioni con piena uniformit, o che qualche svista sia incorsa: difetti inevitabili, massime quando le collazioni non sono fatte tutte dalla stessa persona; ed errori scusabili pi facilmente, quando chi collaziona n ha speciale pratica delle abitudini grafiche dello scrivente, n pu acquistarla mediante opportuni confronti, non avendo forse a sua disposizione che o quello soltanto o pochi altri autografi della stessa mano: e questa era la condizione in cui si trovavano spesso i nostri coadiutori. Chi conosce, del resto, le difficolt delle scritture familiari dei secoli XVI e XVII, e sa quale cumulo di cure minute e incessanti domanda una pubblicazione qual  la presente, non ci sar avaro d'indulgenza per i difetti che potesse notare nell'opera nostra.
Diversamente dai volumi precedenti, nei quali alle scritture scientifiche o letterarie non soggiungemmo illustrazione alcuna, abbiamo apposto alle lettere brevi note; ma queste volemmo, per regola, che fossero contenute nei limiti dei dati sicuri di fatto e di ci che fosse necessario, o almeno molto opportuno, per l'intelligenza del testo, astenendoci dal divagare con facile erudizione nel campo delle ipotesi o delle illustrazioni superflue. Perci queste note consistono il pi spesso in rimandi agli altri volumi della nostra Edizione(9), o in citazioni di titoli di libri menzionati: dei corrispondenti e delle altre persone ricordate non  data alcuna notizia (tranne che spesso abbiamo soggiunto in nota o il cognome o il nome, dove lo scrivente d soltanto o il nome o il cognome), poich riserbiamo, per regola, ogni illustrazione biografica a un Onomastico che pubblicheremo alla fine dell'Edizione. E invero, poich il nome della medesima persona ricorre spesso in lettere diverse, n sempre vicine di data e neppure contenute in uno stesso volume, sarebbe stato poco opportuno cos lo apporre l'illustrazione dove s'incontra la prima volta e a questa rimandare negli altri luoghi, come lo sparpagliare le notizie in varie note.
Alla fine di ciascun volume del Carteggio saranno l'Indice cronologico e l'Indice alfabetico, secondo i nomi dei mittenti, delle lettere in esso contenute; e un doppio Indice generale, cronologico ed alfabetico, sar posto alla fine del Carteggio intero.







CARTEGGIO.


1574-1610

1..

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI in Firenze.
Pisa, 13 gennaio 1574.

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 1. - Autografa.

... Ho ricevuto lo schizatoio et il pallone per Galileo, et i libri per il Corvini, che se li manderanno con la prima comodit; al quale Galileo pagai lire cinque per il mese, che li port al maestro. Mandai, vedendo tardare il lino che aspettamo di Livorno, lib. 100 di altro lino alexandrino, bello e buono, alla vostra donna, la quale se n' chiamata contenta, acci che non si stessi; et non gli mancher di quanto potr, sempre: et se non havessi M.a Lucrezia(10) malata, sarei stato di parere che in questi travagli la se ne fusse stata un mese in casa mia; ma non si ricerca: oltre che, la bambina(11)  tanto fantastica, che a chi non  uso pare insopportabile. Per gli ho detto che dica se la vuol nulla, ch io non mancher di far quanto potr: perch, sendo occupato sempre, non posso far di quei servizi che bisognerebbe; ma non mancher di suplire con la borsa.
Ho saputo che havete pagato al Ciacchi lire L, che havete fatto errore, che non bisognava, sapendo massime che vi sono debitore indigrosso: pure io ve n'ho dato credito, al conto a parte. Tenete anco voi conto, ch  bene...(12)



2..

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI [in Firenze].
Pisa, 9 febbraio 1574.

I capitoli di questa e della seguente lettera furono pubblicati da GIUSEPPE CAMPORI a pag. 586-587 del Carteggio Galileano inedito (nelle Memorie della R. Accademia di scienze, lettere ed arti in Modena, Tomo XX, Par. II. In Modena, 1881); e noi non abbiamo potuto riscontrarli sugli originali, non essendosi pi ritrovati questi (n quelli di alcune altre lettere pur edite per la prima volta dal CAMPORI) nella raccolta di autografi legata dal CAMPORI stesso alla Biblioteca Estense di Modena. Riproducendo la lezione del CAMPORI, la correggiamo in alcuni luoghi, che segniamo appi di pagina.

Pisa, 9 Febbraio 1574.

Da domenica in qua, ho pagato per voi li appresso denari:
A M.a Giulia, vostra donna, lire sette..........................................................................
7.
Al maestro di Galileo, port Galileo, lire cinque.........................................................
5.
Per un sacco di grano fatto macinare a richiesta di detta M.a Giulia, lire sette..............
7.
Per poliza e mulende..................................................................................................
1.5.
Il tutto lire 8.10

Tutto sono lire venti, soldi 10, de'quali mi farete creditore.(13)

Credo che per questa gita non harete lettere da Galileo, perch vi scrive(14) mercoled, atteso che domani  S. Guglielmo, festa della nostra Compagnia(15): ma vi fo fede che son tutti sani(16) et di buona voglia, et la bambina e tutti, eccetto vostra donna, et tutti molto vi si raccomandano. Galileo ha tramutato la maschera in un paro di pianelle, che cos si  contento.



3..

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI [in Firenze].
Pisa, 10 marzo 1574.

Vedi la informazione premessa alla lettera precedente.

Pisa, 10 Marzo 1574.

La vostra donna e tutti di casa stanno bene, et tutti son sani.... Vi aspettiamo con desiderio.



4..

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI in Firenze.
Pisa, 4 gennaio 1575.

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 2. - Autografa.

Molto Mag.co e Hon.do Compare,

Ricevei la vostra con una per il Rettore, la qual detti subito; et mi rallegro del sentire che la comare e voi e 'l putto stiate tutti bene, insieme con li altri, et har caro intender che Galileo vadi acquistando nelle virt et nelle lettere, et che la Verginia vadi cresciendo, perch tutti li amo come me stesso, sendo voi come un altro me medesimo....
Quanto a M.a Lucrezia, Dio gli perdoni, che  perfida donna; ma purga i suoi difetti con lo star di continuo in travagli e dolori fuori di misura: et io porto questa croce per vedere il fine di questa nostra pratica; ch se mangiai mai pesce con seco, digerisco le lische. Dio vi doni ogni bene.

Di Pisa, il d 4 di Gennaio 1575.
Vostro Compare
Muzio Tedaldi.


Fuori: Al Molto Mag.co Mess. Vinc.o Galilei, Compare Osser.mo
In Fiorenza.



5..

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI in Firenze.
Pisa, 29 aprile 1578.

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 5. - Autografa.

Molto Mag.co et Hon.do Compare,

Per la vostra ho inteso quanto havete concluso con il vostro figliuolo; et come, volendo cercar di introdurlo qua in Sapienza(17), vi ritarda il non esser la Bartolomea(18) maritata, anzi vi guasta ogni buon pensiero; et che desiderate che la si mariti, e quanto prima.
Le considerationi vostre son buone, et io non ho mancato n manco di far quell'opera che si ricerca; ma sino a qui son venuti tutti partiti, per non dir obbrobriosi, poco aproposito per lei; et l'ultimo fu un dipintore, che ha due figliuole, una grande, il quale qua si ha acquistato tanto nome di fracido, che non merita di parlarne. Et se non fusse per non entrare in novelle, vi direi che chi vi dice et chi vi ha detto tante cose, credete che non sia n buono n presso; perch se io non vi tenessi il mio puttino e non vi fussi spesso e non vedessi, sarei forse dell'oppinion vostra: ma la mala fortuna di quella fanciulla, et la malignit delli uomini, et il poco governo, e 'l troppo fidarsi delle donne, causa questo. So ben che la fanciulla non ha in s se non buone parte, et per il buon governo che l'ha fatto et fa al mio puttino io li sono obbligatissimo: oltre che ne'mia bisogni, dopo che Dio mi ha lassato di cos, mi son valso sempre dell'opera loro; et hoggi, che ho maritato una balia che era rimasta a mia custodia, M.a Ermellina(19) per sua gratia mi  venuta a custodir la mia casa; et so quanto io ho giovato a tutte, et quanto giovo, a fine non habbia a riuscire quel che le gente si promettono; et, se posso, voglio operare che in quella casa non entri huomo, s come di gi si  operato che Mess. Iacopo se n' levato interamente; et se M.a Doratea(20) far a mio modo, far s che le lingue non habbin che dire; et se io sar nel numero, non me ne curo, perch so che l'andarvi per me  a buon fine, et poi sono hormai in et da dar poco sospetto di me. Et per concludere, ardisco di dire che credo che la Bartolomea sia cos casta come qual si vogli pudica fanciulla; ma le lingue non si possono tenere: pure io crederr, con l'aiuto che do loro, di levar via tutti questi romori et farli supire; per il che a quel tempo potrete facilmente mandare il vostro Galileo a studio: et se non harete la Sapienza, harete la casa mia al vostro piacere, senza spesa nessuna, et cos vi offero et prometto: ricordandovi che le novelle son come le ciriegie; per  bene credere quel che si vede, e non quel che si sente, parlando di queste cose basse: perch se io non sapessi le cose, ancor io sento dir farfalloni che si piglierebbono con le molle, come, se occorressi che io venisse una volta cost, vi farei toccar con mano, per la fede che so che  fra noi. Non mancher, all'occasione che si porgeranno, proccurare l'utile e bene della fanciulla, come se propia sorella mi fusse. State sano, il che Dio vi conceda.

Di Pisa, il d 29 di Aprile 79(21).

Vostro Compare
Muzio Tedaldi.

Fuori: Al molto Mag.co Mess. Vinc.o Galilei, Compare Osser.mo, in Fiorenza.
Fiorenza.
Data a Pier Francesco Lapini, di contro al monte da'Torrigiani.



6..

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI in Firenze.
Pisa, 16 luglio 1578.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 5. - Autografa.

Molto Mag.co et Hon.do Compare,

Perch le cicalerie degli huomini, che badono a'casi di altri, son tante che non hanno n fine n fondo, io non mi distender, per rispondere alla vostra, molto a lungo; et l'altra gita restai, sendo stato 4 giorni oppressato dal mal di fianco: et dir solo che mi  grato di saper che haviate rihavuto Galileo, et che siate di animo di mandarlo qua a studio; ma questo anno sar doloroso fare, mediante che siamo di ricolta et ci vale il grano lire 15 il sacco: pure Dio sa tutto, et a tutto provvede.
Quanto al ciarlare di Antonio Pellieri, non mi occorre dire altro, se non che se gli havesse tanto tenuto la moglie quanto ho fatto io Bartolomea, non harebbe tanti figliuoli, anzi nessuno. Ma perch questo  quasi oppinione di ognuno, mediante il cattivo nome, et la continua dimesticheza mia, mi rimetto a Dio, che sa tutto; et se bene anco voi, come curioso, forse credete a vostro modo, fate quel che Dio vi spira, perch io dir sempre il vero.
Circa l'haverla in casa, ve l'ho schritto; e quanto all'haverla sposata,  forse tanto buono l'animo mio, et tanto vago di levarla di questi diri et de'pericoli di perdere l'honore, come a bocca vi direi se fussimo da presso, che vi potrei dire che fusse vero, sendo che in tutte le parte sempre mi ha sattisfatto: et trovandomi io attempato, mal sano et con un sol figliuolo, conoscendo che mal sattisfarei a torre una che mi dessi buona dote, ho disegnato pi in lei che in altri, et mancherei prima della vita che mancare al mio proposito; perch sono huomo, son libero, et tanto mi  sposa una povera e senza nulla, quanto se fusse una regina, perch tutti siamo a Dio figliuoli: s che non vi maravigliate, et tenete in voi, perch la gente si cheti; ch vedrete che quel che io dico,  stabilito in cielo. Dio vi doni ogni contento.
Tenete in voi; et se si dice, lasciate dire, ch'un paio di orecchi seccono cento lingue.

Di Pisa, il d XVI di Luglio 79(22).

Vostro Compare
Muzio Tedaldi.

Fuori: Al Molto Mag.co Mess. Vinc.o Galilei, Compare Hon.do in Fiorenza.
In Fiorenza.



7..

..........................a..........(23)
Bologna [1588].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V. T. II, car. 6. Copia sincrona, probabilmente dall'originale. A tergo, di mano di GALILEO, si legge: Giudizio sopra una mia prop.ne, fatto in Bologna.

Molto Ill.re Sig.r

Il mio amico loda infinitamente lo inventore di questa speculatione, et insieme col Sig.r Moleto lo giudica molto versato nelle matematiche. Et solo per mostrar che egli l'habbia veduta, quanto al lemma, dice che pare che gl'antecedenti et consequenti nella construttione si variino da quello che erano nella proposta. Et bench questo lemma non sia il medesimo con la nona d'Archimede, nel 2 trattato del Tartaglia, par non di meno nato di l, et sotto la forma di quella propositione constretto, et simile ad una propositione che egli gi molti anni fece, nella quale, s come Archimede toglie i due quinti della massima et l'amico di V. S. un quarto, egli toglieva un ottavo, seguendo, ne l'altre, con simili proportionalit, nel lor genere. Et dice non esser molta fatica, seguendo la forma d'Archimede, formarsene assaissime.
Quanto al teorema, egli dubita se il centro del pezzo della piramide sia il punto o: per ci che, stando la deffinitione del centro delle gravit de'corpi posta da Pappo et adoprata dal Marchese Del Monte nelle Mecaniche, non segue che se per lo centro o supposto passer un piano, quel pezzo si divida in due parti ugualmente pesanti, come dovria quando fosse veramente il centro. Et il Comandino, che la medesima materia tratta nel libro De centro gravium alla XXVI propositione, molto pi s'accosta a trovar il centro, che non par che faccia questa demonstratione, quantunque da quella del Comandino non sia molto differente.
Et questo  quanto egli a bocca mi riferisce; et io le bacio la mano.



8.

GALILEO a CRISTOFORO CLAVIO in Roma.
Firenze, 8 gennaio 1588

Questa e le altre lettere di GALILEO al P. CRISTOFORO CLAVIO sono state riscontrate sugli autografi, che prima del 1870 si conservavano a Roma in una delle Case della Compagnia di Ges. Di tale riscontro siamo debitori alla cortese mediazione del P. FRANCESCO EHRLE, Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Molto Mag.co et Rev.do mio S.re

Parmi hor mai tempo di rompere il silenzio sin qui usato con V. S. M. R. da che mi partii di Roma, s per rinfrescarli nella memoria il desiderio che ho di servirla, come ancora per darle occasione di satisfare al desiderio mio, che  d'intender nuova di lei et sentire il parer suo circa alcune mie difficult; delle quali una  questa, che con la presente gli mando, intorno alla dimostrazione dell'infrascritto lemma, la quale desidero saper da lei se interamente gli quieta l'intelletto, atteso che alcuni, a i quali qui in Firenze l'ho mostrata, dicono non ci haver l'intera satisfazione, non tollerando volentieri quel doppio modo di considerare le medesime grandezze in diverse bilancie, come benissimo V. S. M. R. nella dimostrazione scorger. Io ho cercato molti giorni con diligenza qualche altra dimostrazione, ma non trovo cosa alcuna, salvo che a dimostrarla per induzione, il qual modo di dimostrare a me non satisf molto. Io sono per anteporre il parere di V. S. M. R. ad ogn'altro: et se la vi si quieta, mi vi quieter io ancora; quanto che no, torner a cercare altra demostrazione: per desidero che quanto prima mi favorisca scrivermi l'opinion sua.
Io credo che nella dimostrazione di quel teorema del centro della gravezza del frustro del conoidale rettangolo, che lasciai a V. S. M. R., vi sia una scorrezione, poi che  ancora nell'originale d'onde la copiai; et dove credo che dica: Quam autem rationem habet composita ex ns et tripla sx ad compositam ex ns et dupla sx, si deve leggere: Quam autem rationem habet composita ex ns et dupla sx ad compositam ex tripla utriusque simul ns, sx(24). Questa scorrezione  di poca importanza; ma se ci fossero errori di momento, desidero che la mi favorisca avvertirmene.
Credo che questo che li porger la presente, sar l'Ill.re S. Cosimo Concini, mio amorevolissimo padrone, nella cui grazia desidero esser conservato con il favore di V. S. M. R., che so che in ci varr assaissimo; et al medesimo, volendo degnarsi di rispondermi, potr consegnare le sue, et esso per sua cortesia si prender diligente cura che io le habbia. Sto aspettando intendere che il suo trattato sopra l'emendazione dell'anno sia uscito in luce(25). Et con questo fine, pregandola ad amarmi, comandarmi et ricordarsi di me nelle sue orazioni, le bacio le mani.

Di Firenze, il d 8 di Gennaio 1587(26).
Di V. S. M. R.
Prontissimo Servitore
Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Rev.do P.re et mio S.r Colendissimo
Il P.re Christoforo Clavio, Matematico Eccell.mo
Roma.



9.

CRISTOFORO CLAVIO a GALILEO in Firenze.
Roma, 16 gennaio 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car 7. - Autografa.

Molto Mag.co S.or mio Oss.o

Ho ricevuto la lettera di V. S., a me gratissima per intendere come si ricordi tanto particolarmente di me, s come lo fo anco io di lei. Circa il suo lemma dir brevemente quello che mi pare, bench adesso sto molto rimoto di queste speculationi de aequiponderantibus, le quali, come V. S. sa bene, ricercono grande attuatione: ma per, per sodisfarla, dir il mio parere.
Il supposto, adunque, mi piace: ma quanto alla dimostratione, non mi d fastidio quel doppio modo di considerare le medesime grandezze in diverse bilancie, perch Archimede fa quasi il medesimo nella prop. 6 del lib. 1 De aequiponderantibus; ma quando, nella libra ad(27), nel d pende la massima et nel a la minima, suppone V. S. che al hora il medesimo punto x sia il punto dell'equilibrio di tutte, s come il medesimo x si pone il punto dell'equilibrio quando la massima pende nel a et la minima nel b, nella libra ab; il che pare che ricerca d'essere dimostrato, altrimente mi pare quod petitur principium. Se costasse che 'l punto x fosse il punto dell'equilibrio nella libra ad, s come gl' nella libra ab, mi pare, secondo il mio poco giuditio (stando adesso cos remoto di queste speculationi), che la sua dimostratione proceda bene.
La ringratio poi della correttione della dimostratione del centro gravitatis del frusto del conoidale rettangolo, a me mandata. Io non ho ancora havuto tempo di vedere detta dimostratione. Spetto occasione che possi un poco rinfrescare la memoria di questo studio, et gli scriver sinceramente quello che io sentir.
Quanto al trattato del calendario, l'ho finito, ma l'ho da rivedere co 'l Cardinale di Mondevi, il quale  occupatissimo et trattiene questo negotio. M'avvisi con che via gli potrei mandare uno, quando sar stampato, ch gli mander volontieri uno(28). Vo adesso rivedendolo, con aggiongerle qualche cosetta; et il medesimo fo nel Euclide(29), che presto comminciar di stamparlo.
Il S.or Cosimo Concini non ho visto: forse io non ero in casa quando port la lettera. Quando lo vedr, far l'officio di buon cuore. Con questo fo fine, offerendomi in ogni sua occorrenza quanto potr.

Di Roma, alli 16 di Gennaro del 1588.
Di V. S.
Servo nel Signore
Christoph.o Clavio.

Fuori: Al molto Mag.co S.or Galileo Galilei, mio Oss.o
Firenze.



10.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.
Pesaro, 16 gennaio 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 9. - Autografa.

Molto Mag.co S.r mio Hon.do

Si scusa V. S. nella sua, che troppo liberamente e con troppo ardire viene con la sua lettera, a me certo gratissima, a ritrovarmi, com'ella sia per fastidirmi; ma non si avvede che con troppo ardire et troppo mi lauda, fuori di ogni mio merito. Ma in questo conosco che ha voluto notificarmi l'animo suo, certamente verso di me troppo cortese; dove io l'ho da ringratiar di due cose: l'una, dell'havermi troppo honorato et esaltato; l'altra, del favore che mi ha fatto a mandarmi il suo teorema, che veramente gliene resto obligatissimo, et a me  piaciuto assai, massime che V. S. ha voluto immitar Archimede nelle due ultime propositioni De aequeponderantibus: il qual libro fra pochi giorni sar mandato fuori da me comentato(30). Che se ben il libro d'Archimede non ha troppo bisogno di comento, non ho per potuto mancare di non farlo; e perch sar fra pochi giorni finito di stampare, io ne mandar uno a V. S., se per sapr dove ella sia per essere, s che la prego ad avisarmene.
E perch nella sua mi dice di haver altre cose sopra i centri della gravezza, a me far sempre favor grande a farmi partecipe delle sue cose, che, per questo saggio che mi ha mandato, non possono se non essere di esquisita dottrina; dalle quali so che non potr se non imparar assai, havendo conosciuto in questa una esquisita et profonda scienza, et un modo di trattar molto bello et assai succinto e breve.
Fra alcune lettere, che molti giorni sono occorsero fra il Padre Clavio et me, io le scrissi che l'ultima del Commandino, De centro gravitatis solidorum(31) non era buona per non esser universale; il qual Padre mi mand poi la sua dimostratione, assai diversa da questa di V. S. Et ho havuto caro che questa sia stata buona occasione di haver havuto a conoscere, al meno per lettere, V. S.; dove la si p assicurare di haver uno, che in ogni sua occorrenza non lasciar occasione di servirla. S che la prego con tutt'il core a non restar di comandarmi liberamente: e le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 16 di Gennaro del 1588.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo de'Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co S.r mio Hon.do,
Il S.r Galileo Galilei
Fiorenza.



11..

ENRICO CAETANI al SENATO DI BOLOGNA.
Roma 10 febbraio 1588.

Arch.di Stato in Bologna(32). Archivio del Senato. Reggimento. Lettere dell'Ambasciatore al Senato, 1588. - Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.ri SS.ri

Tengono pensiero le, SS.rie VV., per quello che mi s'espone, di condurre un matematico alla lettura pubblica dello Studio di Bologna, et intendo che sia stato loro proposto M. Galileo Galilei, nobile fiorentino, il quale habbia grande approbatione della sua sufficienza(33). Se le SS.rie VV. inclinaranno a condurlo, aggiongo la mia raccomandatione a beneficio suo, acci nel concorso delli altri li giovi appresso la loro humanit l'esser raccomandato da me, che ne sentir particolar obligo alle SS.rie VV.; alle quali mi offero con tutto l'animo.

Di Roma, a'10 di Febbraio 1588.
Delle SS. VV. molto Ill.ri
Come fratello per servirle
Il Cardinale Caetano.

Alli SS.ri Quaranta del Reggimento di Bologna.

Fuori: Alli molto Ill.ri SS.ri Quaranta del Reggimento di Bologna.
a Bologna.



12.

GALILEO a CRISTOFORO CLAVIO in Roma
Firenze, 25 febbraio 1588.

Vedi l'informazione premessa al n. 8.

Molto Rev.do mio S. Col.mo

Ricevetti, pi giorni sono, una di V. S. R., a me gratissima(34), alla quale non prima che hora ho dato risposta, s per essermi convenuto fare alcuni viaggi, s ancora per non l'infastidire, sapendo quanto sia di continuo occupata. La ringrazio infinitamente dell'amico affetto che mi ha dimostrato in cortesemente avvertirmi di quello che stima haver bisogno di dimostratione nel mio lemma, pi giorni sono mandatoli; et perch so che con gl'amici della verit, quale  V. S. R., si pu et devesi parlare liberamente, dir con brevit quanto in mia difesa mi sovviene.

[vedi figura 012.gif]

A quello dunque che V. S. R. dice che non gli costa che quando, nella libra ad, nel d pende la massima et nell'a la minima, il punto dell'equilibrio deva essere x, s come quando, nella libra ab, in a pende la massima et in b la minima et che si d x essere il punto dell'equilibrio, anzi gli pare che ci habbia bisogno d'essere dimostrato; rispondo, che se noi diamo che del composto di tutte le grandezze l'equilibrio sia x, quando le parti componenti sono f, g, h, k, n, del medesimo composto sar ancora il punto dell'equilibrio il medesimo x, con tutto che io lo consideri esser composto delle parti n, o, r, s, t atteso che del medesimo composto uno  il(35) punto dell'equilibrio, et le sue parti componenti per il diverso modo di considerarle non variano sito o grandezza. Ma forse meglio dichiarer l'intentione mia la figura che con questa gli mando, nella quale (e tanto serve al mio bisogno) pongo le grandezze congiunte. Posto dunque che di tutto il composto il punto dell'equilibrio sia x, il medesimo indubitatamente sar o se io considero tal composto costare delle parti f, g, h, k, n, o delle parti n, o, r, s, t atteso che, o compongasi dell'une o dell'altre parti, sempre  idem numero compositum: et quando io lo considero esser composto delle f, g, h, k, n, sono le grandezze disposte ordinatamente nella libra ab; et considerandolo composto delle n, o, r, s, t, sono le parti con ordine contrario distribuite nella libra ad: onde, per il postulato che io pongo, mi pare poter concludere l'intento mio.
Questo  quello che mi fa per ancora credere buona la mia dimostratione; il che quando non satisfaccia al molto giudizio di V. S. R., preponendolo al mio poco, mi affaticher in qualche altra investigazione. Intanto V. S. R. per carit mi far favore scriverne il suo parere, il quale in questo mezzo star con desiderio attendendo, come faccio il suo trattato del calendario(36); che volendomi favorir mandarmene uno, potr farlo consegnare a M. Ruggiero Ruggieri, maestro delle poste del Gran Duca di Toscana, che si piglier diligente cura di mandarmelo. Et qui con ogni reverenza baciandoli le mani, la prego ad amarmi et commandarmi, et conservarmi nella grazia del S. Cosimo Concini, al che fare sommamente varr il mostrare, a V. S. R. ci esser grato.

Di Firenze, il d 25 di Febraio 1588.
DI V. S. M. R.
Obbligatissimo Servitore
Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Rev.do S.re et mio Pad.ne Col.mo
Il Padre Cristoph.o Clavio.
Roma.



13.

CRISTOFORO CLAVIO a GALILEO in Firenze.
Roma, 5 marzo 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 11. - Autografa.

Molto Mag.co S.or Oss.o

Ho ricevuto la risposta alla mia scrittali, et mi dispiace di non potere, per le continue mie occupationi, attendere con pi studio alla materia del centro gravitatis, per satisfare a V. S. nel suo quesito, come io desidero. Dir pur quello che mi pare: V. S. per non pigli adesso mia risposta per oraculo, perch, come ben sa, chi vole ben rispondere a simili dubii, bisognarebbe che fosse al hora attuato in simile studio, che adesso io non sono.
Dico adunque che mi pare ancora, che egeat demonstratione che 'l punto x(37) resti il punto del equilibrio nella libra ad. Il postulato suo prova bene che il punto del equilibrio nella libra ad divider proportionalmente la libra ad, s come 'l x divide la libra ab: ma dir uno, che 'l detto punto nella libra ad sar un altro diverso dal x. Et volendo pur V. S. che sia ancora 'l x, suppone adunque che sia tale proportione di ax a xb(38), quale  da ax a xd; quod est petere principium, perch da qui procede tutta la dimostratione. Se V. S. trova che veramente 'l punto x sia nella libra ad, servisene, perch, come dico, io per adesso non posso meglio considerare. A me certo pare che si doverebbe provare. Perch, dicendo l'adversario che 'l ponto del equilibrio nella libra ad sia y, seguitar, per il suo postulato, et bene: ch sar bx ad xa, come ay ad yd: et cos mai prover che bx sia dupla alla xa.
[vedi figura 013.gif]
V. S. mi perdoni se non lo satisf a pieno, come desidero, per la causa sudddetta. Della promessa mi ricordar, et sar sempre pronto a servirlo. Nostro Signore conservi V. S. nella sua santa gratia.

Di Roma, a 5 di Marzo dell'anno 1588.
Di V. S.
Servo in Christo.
Christoph.o Clavio.

Fuori: Al molto Mag.co S.or Galileo Galilei
Mio Oss.o
Fiorenza.



14.

ANTONIO RICCOBONI a GALILEO in Firenze.
Padova, 11 marzo 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 7. - Autografa.

M.to Mag.co S.or mio Oss.mo

Il valor di V. S., predicatomi dalle lettere dell'Ill. S.or Conte M. Antonio Bissaro, et scorto benissimo in quella sua compositione che da tanti valent'huomini  stata approvata e sottoscritta(39), mi haveva a bastanza infiammato ad amarla e riverirla, di maniera che non pensava che niente si potesse accrescere all'affettion mia verso lei. Nondimeno per la cortesissima sua lettera confesso esser talmente accresciuta, che tra gli affettionati suoi mi pare n ancho di dover ciedere allo stesso S.or Conte; et amo veramente occasione di fare qualche segnalata dimostratione dell'animo mio verso le sue molte virt, affermandole in tanto che il S.or Moleto l'ama medesimamente da buon senno. Et baciandole la mano, con offerirmele per sempre et pregarle da N. S. Iddio ogni felicit,

Di Padova, a XI di Marzo MDLXXXVIII.
Di V. S. molto Mag.ca


Ant.o Riccobuono.

Fuori: Al molto Mag.co S.or mio Oss.mo
[Il S.or] Galileo Galilei, Mathematico Ecc.mo
Firenze.



15.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.
Pesaro, 24 marzo 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 13. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio.

Confesso la mia negligentia in esser stato troppo a risponderle; ma mi sono lasciato trasportare dal tempo, che volevo mandargli il libro, il quale  apunto finito di stampare adesso(40). Io conosco benissimo che V. S. non ha punto bisogno di questo comento, ma il libro  fatto per i principianti: e non so se nella praefatione del secondo libro io sar stato troppo arrogante in esser contrario a Eutocio, a Pappo et a molti altri moderni; ma io ho voluto pigliar la parte di Archimede pi che io ho potuto. Haver caro di saper il suo giuditio, quale stimo sopra ogni altro. Poi la non mi poteva dar la miglior nuova, che di sentire che ella sia per passar di qua; che questo lo desidero infinitamente: ma non voglio che la si fermi qui da me un giorno solo, e la prego a non pentirsi di non mi far questo favore di venire, qui da me, ch la casa mia voglio che sia sempre sua.
La sua dimostratione ultima, che mi ha mandato, mi ha piaciut'assai. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 24 di Marzo del 1588.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo de'Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co S.r mio Hon.do
[Il S.r] Galileo Galilei.
Fiorenza.
Con un libro.



16.

MICHELE COIGNET a GALILEO [in Firenze].
Anversa, 31 marzo 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 15. - Autografa.

Doctissime(41) Galilee,

Tradidit nobis nuper Dominus Ortelius tuam de centro gravitatis frusti(42) conoidis parabolici inventionem(43), quam certe magna admiratione amplexi sumus, precipue quod hanc (absit iactantia) inventis Archimedis ea de re longe faciliorem et praxi accommodatiorem invenimus. Nobis ad perficiendum simile problema solebat hic sequens modus sufficere:
[vedi figura 016a.gif]
Sit frusti(44) conoidis parabolici abcd axis ef, cuius centrum gravitatis inveniendum sit. Complementum huius frustri sit portio agb. Iam si eh sit tertia pars axis portionis eg, erit h centrum gravitatis praedictae portionis: similiter si fi sit tertia pars totius axis fg, erit i centrum gravitatis conoidis dgc. Iam frustri centrum erit necessario in eadem axe infra i, nempe in m, ita quod ratio hi ad im sit ut frusti(45) abcd ad portionem agb: quod cum ita inventum fuerit, erit m quesitum centrum gravitatis dati frustri.
Sed centrum hoc multo facilius nova tua inventione investigare doces. Quia axem frusti(46) ef divides solummodo per signa l et o in tres partes aequales, et dicis, adminiculo tui(47) lemmatis, quod centrum gravitatis dati frusti(48) erit inter l et o signa, in m scilicet, ita quod quam habeat rationem quadratum dc ad (um ab, eandem habeat recta lm ad rectam mo; quod cum ita sit, invenienda erit solummodo rectis dc et ab tertia proportionalis, que sit pq. Erit ergo dc ad pq sicuti lm ad mo, vel compositum ex rectis dc et pq ad rectam dc sicut lo ad lm: facile ergo per 12am sexti Elementorum Euclidis invenies quantitatem rectae lm, qua quesitum centrum gravitatis dati frusti(49) innotescet. Certe hic confitendum erit, doctissime Galilaee, hanc tuam inventionem dignam esse ut ea a cunctis, has artes colentibus, mira congratulatione accipiatur, et tibi pro tali benificio gratias aeternas habeamus.
Bella intestina miserabilis nostrae inferioris Germaniae adeo bonarum artium studia extinguerunt, ita quod vix apud nos aliquem invenies, qui his artibus et studiis favere videatur. Quidam Coloniensis tamen, nomine Ludolpho(50), nuper nobis proposuit aliqua problemata geometrica, quorum non pigebit unum hic adscribere:
[vedi figura 016b.gif]
Sit circulus bcdh, divisus duabus diametris bd et ch, sese secantibus ad rectos angulos in centro a. Diameter bd sit 8, et secetur secundum extremam et mediam rationem in g, eritque bg [vedi figura r.gif] 80 minus 4, gd vero 12 minus [vedi figura r.gif] 80. Ex g enim duces rectam gf pros orthos cum diametro bd, et sit recta gf aequalis ac; punctum f autem coniunges recta centro a, quae secet(51) circuli circumferentiam in puncto i, a quo tandem ad punctum b recta ducenda erit: haec dirimet circuli diametrum in k. Inveniendae iam sunt quantitates rectarum bk, ki, ck et kh. Hoc problema vero absolvimus adminiculo praeceptorum(52) et regularum artis magnae, sive algebrae: quare si huius artis speculationes tibi cordi sint, poteris, si lubet, hoc praedictum problema tuo modo investigare.
His vale, doctissime Galilaee; et cum nobis plus ocii a superis concedetur, tunc aliqua nostrae inventionis tibi communicabimus(53).

Datum Antverpiae, pridie calend. Aprilis, anno a Christo nato 1588.
Eruditioni et humanitati tuae paratissimus

Michael Coignet
matheseos studiosus.




17.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO [in Firenze].
Pesaro, 28 maggio 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 16. - Autografa.

Molto Mag.co S.r mio.

Ho ricevuto due sue lettere, che mi hanno data grandissima satisfattione. Credo che per la sua modestia dica che gli piace il mio libro che gli ho mandato(54); ma la prego quanto posso che mi vogli avertire qualche cosa sopra esso, perch io ho ancora tutti i libri in mano, e mi sar facil cosa a coreggerlo dove bisogna: e di gratia non manchi di farmi questo piacere.
Io le mando la lettera per Monsignor mio fratello(55): la glie la dia lei medesima, e spero che per quello che toccar a lui, non mancar di aiutarlo, havendogl'io scritto in modo, che credo che conoscer il suo valore et la sua dottrina, havendogli io scritto la verit(56).
La prego a non mancar di attendere a queste cose del centro della gravit, che ha cominciato, essendo cose bellissime et sottilissime.
Ho veduto il suo lemma(57), e per dirgli liberamente il parer mio, dubbito che petat principium, perch nella dimostratione dove dice: Verum centrum omnium est x, quare x eadem ratione dividet ba et ad lineas(58), pare che si possa negare questa conseguenza; percioch si potrebbe dire forse che la libra ad sar divisa non in x, ma in un altro punto nella proportione che ha bx a xa. La detta conseguenza sarebbe vera se, pigliato il punto x dove si voglia, ne seguitasse sempre che bx a xa fusse come ax a xd; il che  falso, seben alcuna volta p esser vero, ci  quando bx sar dupla di xa, perch all'hora ax sar dupla di xd: che se fusse ab divisa in sei part'eguali, bx saria 4, xa 2, xd 1; e per par che la sua dimostratione petat principium. Ma per mi rimetto a pi prudente giuditio, e massime al suo.
Io poi desidero che mi comandi, che certo ho grandissimo desiderio di potergli far ogni servitio; e se bisognar che io replichi altre lettere, non resti di avisarmi e di comandarmi liberamente. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 28 di Maggio del 1588.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo de'Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio,
[Il S.r] Galileo Galilei.



18.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.
Pesaro, 17 giugno 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 18. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Quand'io scrissi a V. S. intorno a quella sua dimostratione, di l a due giorni io mi accorsi dove havevo pigliato errore. Perch nella prima dimostratione, per esser assai succinta, mi parve che havendo havere la medesima proportione bx a xa come ax a xd, che di qui ne seguitasse che x fusse poi centro della gravit di n, o, r, s, t appese in d, i, c, m, a: ma  al contrario, che essendo x centro delle gravit, ne sguita che bx a xa sia come ax a xd, s come pi chiaramente nella sua ultima ha mostrato: s che a me pare che la dimostratione stia benissimo, fondata in quella suppositione, la quale si potrebbe forse dimostrare con poca cosa.
Io non mancar di tener ricordato a Monsignor mio fratello quanto ella desidera; e se son buono a servirla in altro, mi comandi. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 17 di Giugno del 1588.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo de'Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio,
Il [Sig. Galileo] Galilei
Fiorenza.



19.

GALILEO a GUIDOBALDO DEL MONTE [in Pesaro].
Firenze, 16 luglio 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 7. - Copia di mano del secolo XIX, trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. Galileiani, e derivata, come sembra probabile, direttamente o indirettamente, da copia che dall'originale aveva procurato VINCENZIO VIVIANI.

Ill.mo mio Sig.re

Ho tardato sin hora a scrivere a V. S. Ill.ma, non per mia negligenza, ma solo per non infastidirla con mie troppo frequenti. Ho havuto contento che la dimostrazione del lemma gli sia parsa buona, per che il giudizio di due uomini illustri, qual  V. S. Ill.ma et un altro(59) che pur due volte mi ha replicato che petit principium, mi facevano assai dubitare di essere abbagliato; e l'haver ancora con gran fatica cercatane altra dimostrazione, e non l'haver trovata mi sbigottiva. Quanto al principio il quale, come V. S. Ill.ma benissimo dice, dimostrar si potrebbe, giudico che, quando ancora cos paresse a lei, sia meglio il lasciarlo indimostrato, perci che questo ancora parmi essere usato da homini(60) grandi; dico il lasciare, e massime ne'trattati difficili, indimostrate alcune cose di non molta difficolt: pure quando V. S. Ill.ma giudichi altramente, io lo dimostrer, onde la prego a dirne il suo parere, e non meno di quello quanto di questo che hora gli mando, che  l'applicazione di esso lemma, per dimostrare il centro del conoidale rettangolo. Un'altra volta gli mander dimostrato, che in conoide obtusiangulo centrum gravitatis axem ita dividit, ut pars ad verticem ad reliquam eandem habeat rationem, quam composita ex axe et dupla ad axem adiectae habet ad compositam ex adiecta et tertia parte axis.
Il negozio che altra volta scrissi a V. S. Ill.ma per conto di Pisa non sortir, per che intendo che un certo monaco che prima vi leggeva, e l'intermesse essendo fatto generale della sua religione, rinunzia hora il generalato per tornarvi a leggere, e che digi da S. A. ha riavuta la lettura. Ma perch qui in Firenze per i tempi a dietro ci  stata una lezione pubblica di matematica, instituita dal G. Cosimo, essendo hora vacante e, per quanto intendo, molto da'nobili desiderata, ho supplicato per questa, sperando ottenerla col favore di Monsig.re Ill.mo suo fratello, al quale di questo negozio ho dato il memoriale. E perch sino ad hora non ha veduto tempo opportuno di trattarne con S. A., essendoci stati forestieri, creder che V. S. Ill.ma potrebbe haver tempo di scriverli un'altra volta in mio favore, del che la supplico per l'osservanza che ho alle molte sue virt, e per la ferma speranza che ho nella cortesia sua. E qui con ogni reverenza baciandoli le mani, la prego a comandarmi et amarmi.

Di Firenze, il d 16 di Luglio 1588.
Di V. S. Ill.ma
Umilis.mo Serv.re
Galileo Galilei.



20.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.
Pesaro, 22 luglio 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 20. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio,

Non vorrei che facessi scusa di non fastidirmi per non scrivere, perch le sue lettere le vedo cos volontieri quanto altre che mi vengano, conoscendo in esse ogni d pi il suo felice ingegno. Mi  piaciut'assai le dimostrationi che mi ha mandato, et bellissima sar quella del conoide ottusiangolo, che la veder volontieri, come far sempre tutte le cose sue. Et quel principio, che io le dissi che si potrebbe dimostrare, p far ci che vuole, per ci che chi ha un poco di pratica del dimostrare, quasi che patet sensu, per dir cos.
Io non ho mancato di scriver a Monsig.r del Monte per la sua lettura di Fiorenza, e se le mie parole haveranno credenza, lei l'ottener al sicuro; e mi rincresce che non habbi ottenuta quella di Pisa, come sarebbe stato suo et mio desiderio. La mi comandi pur liberamente, che la servir sempre con tutt'il core, siccome sono obligato ai meriti suoi. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 22 di Luglio del 1588.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo de'Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.do
Il S.r Galileo Galilei.
Fiorenza.



21..

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.
Pesaro, 16 settembre 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 22. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Mi dispiace assai che 'l suo negotio vadi cos alla lunga, che quando sar terminato in bene, io ne sentir contento grandissimo; e se in questo mezzo le parer che io debba far altro, mi avisi, ch non mancar di adoperarmi caldamente, per quanto si estenderanno le mie deboli forze.
Circa il problema propostoli delli tre circoli, Pappo nel quarto libro, alla decima propositione, mi fece venir voglia di trovarlo, perch Pappo non insegna di trovarlo(61); e cos doppo molto fantasticare lo trovai, et lo mandar a V. S., se ben io spero di servirmene un giorno in istampa; ma lei  tanto cortese verso di me, che non voglio mancare: ma non posso adesso, perch io l'ho fra certe mie carte, che Dio sa dove sono, per haver assai scombossolato il mio studio, essend'io stato fuori, dove mi bisognar forse tornare. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 16 di Settembre del 1588.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo de'Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.do
Il S.r Galileo Galilei.
Fiorenza.



22..

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO [in Firenze].
Pesaro, 7 ottobre 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 24. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Mand'a V. S. il problema che mi adimand, e mi escusi se sono stato troppo a mandarglielo. Se lo mandar in Fiandra(62), di gratia lo accomodi come gli parer, perch glie lo mando cos come io l'ho trovato fra certe mie cartaccie. Haver caro d'intendere se le sar piaciuto; e s'io son buono a servirla in alcuna cosa, mi comandi, desiderando anche d'intendere se il suo negotio ha per ancora havuto buon fine secondo il desiderio suo. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 7 di Ottobre del 1588.


Di V. S.
[vedi figura 022.gif]

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.do
[Il S.r] Galileo Galilei.



23..

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Pisa.
Pesaro, 30 dicembre 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 26. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

V. S. non lascia occasione di favorirmi, mostrandomi il suo affetto dell'allegrezza che mostra della esaltatione del S.r mio fratello al cardinalato; del che la ringratio sommamente, e glie ne bascio le mani.
Ho havuto caro che gli siano piaciuti quelli problemi; et in verit io non gli risposi, ch dubbitavo che le lettere non capitassero male. Ho anche con grandissima mia satisfattione sentito ch'ella vogli mandar fuori le sue cose del centro della gravezza, che in verit V. S. ne acquistar molto honore.
Non sar pi lungo; e s'ella mi conosce buono a servirla, mi comandi. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 30 di Decembre del 1588.
Di V. S.
come fratello
Guidobaldo dal Monte

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.do
Il S.r Galileo Galilei.
Pisa.



24..

GIOVANNI RICASOLI BARONI a NERI RICASOLI BARONI in Firenze.
Lucca, 11 maggio 1589.

Arch. di Stato in Firenze. Magistrato Supremo, Filza 1355. Copia sincrona, premessa questa indicazione: "Copia di una lettera scritta di Lucca e di Pescia, scritta da Mess. Giovanni Ricasoli a Mess. Neri, suo fratello, li XI di maggio 1589". - Se ne hanno due altre copie sincrone, che presentano lievissime differenze di forma, nella Filza che forma il n. 59 dei Nuovi Acquisti Galileiani della Biblioteca Nazionale di Firenze; e una copia, pur sincrona, ma incompleta,  nella Filza 217, Inserto 15, car. 61t.-62t. dell'Archivio RICASOLI in Brolio.

.... Galileo and cercando di noi, e torn(63).
Siamo all'Ascensione, adi XI maggio, e siamo in Lucca: e l'amico(64) mi dice volere ire a Lerice domattina, e cos siamo di accordo d'ire lui et io e Lorenzo, alias il Lanzi. In questo mentre si  fatto motto al Cav.re Ridolfi, et ho baciato la mano allo Ill.mo S.r Giovanbatista Dati, uno delli Anziani, e domandatoli l'arme tutti insieme, lui, Galileo, il S.r Ridolfi et io; e poi non la volse. Hoggi mi ha detto l'amico, che  22 hore, che si vuole partire adesso, perch dubita del Cav.re Ridolfi. Ci partiamo domani per Lerice. Galileo se ne torna, e vi porta queste lettere per aviso....



25...

GIOVANBATISTA RICASOLI BARONI a RUBERTO PANDOLFINI in Firenze.
Genova, 25 maggio 1589.

Arch. Ricasoli in Brolio. Filza 217, Inserto 15, car. 127t. - Copia sincrona.

Hon. Cugino,

Desidero, havendo animo di fermarmi qui, d'havere de'panni lini e delle camice, collaretti, pezzuole: per vi piacer dirlo alla Maddalena, mia sorella, che potr dar ordine in casa alla Dom.a, che in quel tamburo, che  in casa, vi metta queste cose; et pi, se  fatto, quel vestito di bigio argentato, che sono calze intere, giubbone e colletto: ch Mess. Galileo, tornando in qua, potr seco condurre dette robe: ancora, un breviario novo, che comprai ultimamente, et  in casa. Questo m'occorre dirvi, in quanto alle cose che mi fanno qui di bisogno....



26..

GIOVANNI RICASOLI BARONI a FRANCESCO GUADAGNI,
NERI RICASOLI BARONI e LORENZO GIACOMINI [in Firenze].
Venezia, 15 giugno 1589.

Arch. di Stato in Firenze. Magistrato Supremo, Filza 1355. Copia sincrona, premessa quest'indicazione: "Copia di una lettera di Giovanni Ricasoli, scritta di Venetia il d XV di giugno 1589 a Mess. Neri e altri". - Se ne hanno due altre copie sincrone, che presentano lievissime differenze di forma, nella Filza che forma il n. 59 dei Nuovi Acquisti Galileiani della Biblioteca Nazionale di Firenze; alle quali copie  premessa la seguente indicazione: "C. Lettera di Giovanni Ricasoli a Mess. Francesco Guadagni, Mess. Neri Ricasoli e Mess. Lorenzo Giacomini, de'15 di giugno 1589, di Venetia": e una copia, pur sincrona,  nella Filza 217, Inserto 15, car. 64r.-65r., dell'Archivio RICASOLI in Brolio.

.... In caso che Mess. Galileo o Piero, servitore dell'amico(65), venissino, far che, capitando alle Zafusine(66) o altri luoghi di Lombardia, come vi havevo scritto che qualchuno venisse, che capitino a Venetia, dove li sar detto, o dal S.r Vinc.o (67) o S.r Iacopo Guadagni, dove saremo iti....



27.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.
Monte Baroccio, 3 agosto 1589.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 28. - Autografa.

Molto Mag.co S.r mio,

Con effetto V. S. non vuol lasciar complimento nessuno con me: ma credo che di gi ella habbi compreso la natura mia, lontana da ogni cerimonia; e la si assicuri che vorrei poterla servir molto pi di quello che ho fatto, che alli meriti suoi non mi par di haver fatto niente.
Io sono venuto a star in villa a un mio luogo, et mi ha bisognato portar molte cose, et per conseguenza metter sotto sopra il mio studio; e cos mi perdoni se non gli mando quelle mie poche cosette sopra la cochlea(68), che presto glie le mandar, perch mi bisogna copiarle per esserci molte rimesse, essendo questa la prima bozza. Et se altro vuol da me, mi comandi; e le bascio le mani, com'a suo padre.

Di Monte Baroccio, alli 3 di Agosto del 1589.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo dal Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.do
[Il S.r] Galileo Galilei.
Fiorenza.



28..

GALILEO a [LORENZO GIACOMINI in Firenze].
Bonazza, 5 ottobre 1589.

Arch. di Stato in Firenze. Magistrato Supremo, Filza 1355, car. 101t. - Copia sincrona, premessavi quest'indicazione: "Copia di una lettera scritta da Galileo Galilei, di Bonazza, il d 5 di Ottobre 1589". Altra copia, pur sincrona, a car. 74t. della Filza 217, Inserto 15, dell'Archivio RICASOLI in Brolio.

Ill.re mio Sig.re

Questa sera sono arivato insieme col S.r Giovanbatista(69) e Giovanni al suo luogo(70), dove l'aspetto subito veduta la presente, che spero che condurremo detto S.r Giovanbatista a Firenze. Lui sta malissimo del corpo, e peggio che mai della mente, et ha bisogno di grandissime e preste cure. La non manchi, ch ce n' gran necessit. N altro.

Di Bonazza, il d 5 di Ottobre 1589.
Di V. S. I.
Prontiss.o Ser.e
Galileo Galilei.

V.S. mi favorisca fare intendere a mio padre dove sono, e che torner quanto prima.



29..

BENEDETTO ZORZI a BACCIO VALORI in Firenze.
Venezia, 2 dicembre 1589.

Bibl. Naz. Fir. Filza Rinuccini 27. - Autografa.

... Del Galileo intesi dal S.or Pinelli, et ho piacere che all'huomo si sia aperta la stradda di mostrare in publico Studio sua dottrina. Qui dubito che la cathedra per quest'anno ancora sar vuota(71), mancando massimamente questo soggetto del quale il Cl.mo Contarini et io tenivimo vivo il nome nella memoria de chi governa lo Studio; nel quale io per me vorrei vedere ad introdure la lettura di Platone, come mi do a credere che facilmente S. A. la ritorner in Pisa; et carissimo mi sar, come ci segua, che V. S. si contenti farmene moto....



30.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Pisa.
Monte Baroccio, 10 aprile 1590.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 9. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te Sr. mio,

Mi  sommamente caro di haver nuova di lei; ma io non resto compitamente satisfatto, perch la vorrei veder pi contenta e meglio trattata, secondo li meriti suoi. Io non ho havuto per ancora nuov'alcuna da Venetia; ma io cercar di saper qualche cosa, e non mancar di avisargliene. Gli dico bene, che passand'io da Bologna, domandai del Magino, il qual non viddi, se ben mi fermai in Bologna due giorni e pi; e parlando con alcuni, et in particolare con un dottore che legge in Studio, com'egli si portava et come serviva bene, mi rispose che si portava male e che non sa dimostrar niente, et che quando replica qualche cosa, dice che sempre dice le medesime parole, et quelle apunto che sono in Euclide, s che non ne restano satisfatti: et io con questo campo dissi che in Fiorenza ci era un mio amico, il qual hoggi legge in Pisa etc., dove mi slargai sopra di V. S. a mio modo. Ma intesi che la condotta del Magino dura ancor un anno e mezzo(72), se ben mi ricordo: e non potr far che, o per una via o per l'altra, non si facci qualche cosa.
Io ho poi trovate alcun'altre cose sopra la cochlea(73), le quali non l'ho ancor ben scritte. Come io le haver in esser, so che mi favorir di vederle, perch gliele mandar, perch come io havr il suo giuditio, sar satisfatto. Fra tanto mi comandi: e le bascio le mani.

Di Monte Baroccio, alli 10 di Aprile del 1590.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te S.r mio
[Il S.r, Ga]lileo Galilei.
Pisa.



31.

GALILEO a CAPPONE CAPPONI in Pisa.
Firenze, 2 giugno 1590.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. V, car. 1 e 2. - Copia di mano del sec. XVIII alla quale  premessa la seguente indicazione: "Copia di una lettera scritta dal celebre Galileo Galilei, esistente originalmente nell'Archivio del Sig.r Marchese Cav.re Vincenzio Maria Capponi da S. Fridiano."

Al molto Ill.re et Rev.mo Mons.or
Cappone Capponi, mio S.r Col.mo
Pisa.

Mons.r Rev.mo

La cagione che mi ha trattenuto qua  stata molto diversa da quella che mi fece partir di Pisa, atteso che, sendomi io partito per servizio della S. Lucrezia Capponi, come dissi a(74) V. S. R.ma, et havendo finito quanto per suo servizio far devea, mi  convenuto poi assister qua appresso mia madre, sopraggiunta da gravissima infirmit, et quasi che mortale: et la credenza che havevo, che in breve fosse per vedersi l'esito di tal malattia, mi ha trattenuto di giorno in giorno, senza significare a V. S. R.ma tal mio impedimento. Intendendo dal S. Giulio Angeli, che la cura, il male dovere essere per andare in lungo, et essendo noi hor mai allo scorcio dello Studio, mi tratterr con buona grazia di V. S. R.ma appresso detta inferma, persuadendomi che la presenza mia sia per essergli di grandissimo alleviamento. Et acci V. S. R.ma e il Sig.r Buonaventura non restino mal satisfatti, havendo io di gi havuta tutta la mia provvisione, ho ordinato a M. Lionardo Pegolotti, che sar l'apportatore di questa, che satisfaccia a, tutte l'appuntature, che per la toga e per le lezioni lasciate mi fossero occorse(75). V. S. R.ma dunque li ordini quanto far deve, che ad ogni suo cenno sar satisfatta. Intanto V. S. R.ma mi conservi in sua grazia et mi comandi, assicurandosi che i comandamenti suoi saranno da me stimati favori singolarissimi. Et qui con ogni debita reverenza li bacio le mani.

Di Firenze, il d 2 di Giugno 1590.
Di V. S. R.ma
Prontiss.o et Oblig.mo Ser.re
Galileo Galilei.




32.

[GALILEO a VINCENZIO GALILEI in Firenze].
Pisa, 15 novembre 1590.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Anteriori di Galileo, T. I, car. 34. - Autografa.

Car.mo Padre,

Ho hauto in questo punto una vostra, con la quale ditemi di mandarmi i Galeni et il vestito et la Sfera, le quali cose non ho ancora ricuperate: me le har ancora stasera. I Galeni non hanno ad essere altro che 7 tomi(76), s che staranno bene. Io sto benissimo, et attendo a studiare et ad imparare dal S. Mazzoni, il quale vi saluta. E non havendo altro che dire, fo fine.

Di Pisa, il d 15 di 9bre 1590.
Vostro Car.mo Fig.o
...................(77)



33.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Pisa.
Monte Baroccio, 8 Dicembre 1590.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 30. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te S.r mio,

Per non haver havuto molti giorni sono sue lettere, la sua mi  stata gratissima, e mi rallegro che con il S.r Mazzone si dia bel tempo, non senza mia invidia, che vorrei esser alle volte nel mezzo a tutti due e goder de'suoi ragionamenti; al qual S.r Mazzoni V. S. da mia parte facci un grandissimo saluto et un lunghissimo bascia mano.
Una delle cose che io desideravo di sapere  se V. S. ha mai havuto accrescimento di provisione, che questo vorrei che fusse secondo il mio desiderio et il merito suo. Mi  poi assai piaciuto di veder che ella sia tornata al centro della gravit, et ha fatto assai haver trovato quanto mi ha scritto; et io ancora ho trovato alcune cose, ma non posso finir di trovar una contingente che mi fa disperare, che mi par di haverla trovata per una certa strada, ma non la posso dimostrare e chiarirmene con la dimostratione: ma la sua lettera mi ha consolat'assai, poi che vedo che V. S. cerca, e non finisce di trovare cos presto, dove io non mi maraviglio s'io non trovo. Per non si maravigli se io non gli mando ancora a mostrare quanto io gli promisi, oltre che mi bisogna copiar molte cose; ma quanto pi presto potr, glie le mandar, ch ho pi caro io di haver il suo giuditio, che altra cosa. Fra tanto se mi conosce che io la possi servire in alcuna cosa, mi comandi liberamente; e le bascio le mani.

Di Monte Baroccio, alli 8 di Decembre del 1590.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te Sig.re mio Oss.mo
[Il S.r] Galileo Galilei.
Pisa.



34.

[GALILEO a VINCENZIO GALILEI in Firenze].
Pisa, 26 dicembre 1590.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Anteriori di Galileo, T. I, car. non numerata tra la 20 e la 21. - Autografa.

(78) ............................................................................................................... pi che ordinaria; et in questo fatto pi che ne gl'altri, forse, bisogna pregare Iddio che gli piaccia di disporlo il meglio che sia possibile. Quella cosa che serbo alla Virginia(79),  un cortinaggio di seta, la quale comprai in Lucca; et Alimento me l'ha fatto tessere con poca spesa, tal che, ancor che il drappo sia largo un braccio et 1/4, mi costa circa tre(80) carlini il braccio. Il drappo  fatto a liste, et vi piacer assai; hora fo fare le frangie di seta per fornirlo, et facilmente far fare la lettiera ancora: ma har caro che non ne parliate in casa, acci gli giunghi inaspettato; et alle vacanze del Carnovale lo porter, et come vi ho detto, se vi piacer, gli porter da fare 4 o 5 veste di domasco et di vellutino a opera, che saranno cosa rara. N altro.

Di Pisa, il d 26 di 10bre 1590.
Vostro Car.mo Fig.o
G. G.



35.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Pisa.
Monte Baroccio, 21 febbraio 1592.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 11. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Perch era molti giorni che io non havevo havuto nuova di V. S., per feci che Horatio mio figliuolo glie ne dimandasse. A quello che vedo, trovo che V. S. mi ha scritto altre volte, et io non le ho havute, come anche non ho havuta quella che V. S. mi dice havermi scritto della morte di suo padre(81): che in vero quando l'ho sentito, ne ho preso gran dispiacere, e per amor suo e per amor di V. S.; n mi pareva tanto vecchio, che non havesse potuto viver ancora molti anni. Io me ne condolgo con V. S., ma bisogna contentarsi di questi disturbi che d il mondo.
Mi dispiace ancora di veder che V. S. non sia trattata second'i meriti suoi, e molto pi mi dispiace che ella non habbi buona speranza. Et s'ella vorr andar a Venetia questa state, io l'invito a passar di qua, che non mancar dal canto mio di far ogni opera per aiutarla e servirla; ch certo io non la posso veder in questo modo. Le mie forze sono deboli, ma, come saranno, io le spender tutte in suo servitio. E le bascio le mani, com'al S.r Mazzone, se si ritruova in Pisa. Che il Signor la contenti.

Di Monte Baroccio, alli 21 di Febraro del 1592.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo dal Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.
Il Sig.r [Gali]leo Galilei.
Pisa.



36..

GIO. VINCENZO PINELLI a GALILEO in Venezia.
Padova, 3 settembre 1592.

Bibl. Estense in Modena. Raccolta Campori. Autografi. B.a XLV, n. 5. - Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.re

Le lettere di V. S. per me et per il Sig.re Bartolomeo Mainerio ci hanno trovato inchiodati: per me, per una svolta d'un piede, che non m'ha permesso poter andar attorno da domenica mattina in qua; et il Sig.re Bartolomeo, per qualche termini di febre, che l'han tenuto in letto poco poi che gli venne quell'accidente in casa mia, presente la S. V. Con tutto ci si  cominciato a far qualche opera col Ill.mo S.re Procuratore M.(82) per mezzo d'altri, et spero di poter seguir l'offitio io proprio, con l'aiuto di Dio, per domani, quando ne dar conto a V. S.: alla quale per hora non star a dir altro, se non che le bacio la mano, come dico al Sig.r K.ro(83), suo hospite. Che N. S.re la conservi et contenti.

Di Padova, alli 3 di Settembre 1592.
Di V. S. molto M. et Ecc.ma
Aff. Ser.
G. V.zo Pinello.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.re mio
Il S.re Galileo Galilei.
Vene.a

A S.ta Iustina, in ca'Gradenigo.
in casa del molt'Ill.re S.r K.ro Uguccione.



37..

GIO. VINCENZO PINELLI a GALILEO in Venezia.
Padova, 9 settembre 1592.

L'autografo della presente fece parte, insieme con altri documenti galileiani, di un fondo del quale si serv il prof. ANGELO DE GUBERNATIS per pubblicare un "Carteggio Galileiano, Nuovi documenti inediti per servire alla biografia di Galileo Galilei" (Nuova Antologia, Seconda Serie, Vol. XVIII, 1879, pag. 7-50). Detto autografo oggi si trova nella Raccolta Lozzi in Roma.

Molto M.co et Ecc.mo S.re

Hebbi l'ultima lettera di V. S., et pensai poter esser hieri col Sig. Procuratore Michele(84), che non mi fu lecito, per alcun travaglio di stomaco che mi sopravenne. Sono stato questa mattina, et pertanto mi ha detto, dar alla S. V. li 200 fiorini senz'altro, et ser cost per domani o l'altro senza fallo; s che la S. V. ne potr star sull'aviso, et subito al suo arrivo andarlo a ritrovar, per ringraziarlo del suo buon animo et cos far instanza per la spedizione. Non voglio lassar di dire alla S. V. (ma ci sia detto tra di noi), che forse per alcun di cotesti Signori s'ha la mira a qualche altro soggetto; et per non sar se non bene ch'ella s'offerisca alla concorrenza di chi cercasse questa lettura, ch in questo modo si chiariranno le partite et la giustizia har il suo luogo. Ma, di grazia, la S. V. non si lassi intendere di questo mio avertimento. Con che le bacio le mani, come fa il Sig. Maire, che tuttavia se la passa in letto, ben migliorando da hieri in qua. Che Dio la prosperi.

Di Padova, alli IX di Settembre 1592.
Di V. S. Ecc. ma
Aff. Servitore
G. V. Pinello.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
il Sig.re Galileo Galilei
Vinetia.



38..

GIOVANNI UGUCCIONI a BELISARIO VINTA in Firenze.
Padova, 21 settembre 1592.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 30. - Autografa.

Molto Ill.re S.r mio e P.ne Oss.o

Sono in Padova, e sono venutoci con Mess. Galileo Galilei, che legge la Matematica in Pisa; quale quindici giorni fa venne per vedere Venetia, et in tanto hieri in carrozza, in discorrendo meco, mi disse che in Venetia era stato ricerco di leggere in Padova, e che crede che harebbe 200 scudi in circa di salario l'anno, e che ha risposto che, sendo al servitio del Gran Duca, non pu risolvere cosa nessuna, onde io credo che se ne venga a cotesta volta, per trattare di questo negotio con S. A. S.: alla quale non ho voluto scrivere, perch mi credo che basti haverlo conferito a lei con la presente; che se sar male scritta, mi scuser perch sono all'hosteria per montare in carrozza per alla volta di Vicenza et essere gioved in Venetia....



39...

GIO. VINCENZO PINELLI a GALILEO in Venezia.
Padova, 25 settembre 1592.

Autografoteca Morrison in Londra. - Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

Molto M.co et Ecc.mo Sig.re

Poich hieri io aspettai la S. V. indarno, desidero ch'almeno di lontano ella mi faccia intendere come sia rimasta con questi SS.ri Riformatori in proposito delli 180(85); se bene, per quanto mi  occorso di ragionarne con diversi che sono stati a ragionamento co'sud.i Sig.ri del suo particolare, non ne dovrei dubitare: tuttavia ne desidero due righe dalla S. V., alla quale dissegnava di mandare alcune lettere che le dissi per quelli miei SS.ri et amici, ma, sviato da diverse occasioni, non ho potuto; et la S. V. per sua cortesia per hora supplir lei, che non mancar appresso di far il resto. Et le bacio la mano: che Dio le doni ogni contento.

Di Padova, li 25 di Settembre 1592.
Di V. S. molto Mag.ca et Ecc.ma

Non voglio lassar di dire a V. S., come hieri mi trovai con un gentilissimo Mocenigo, tornato di villa; il quale ha buon gusto, et mi promise di volerlo favorire nell'occasione, di che non ci mancheranno de'buoni aiuti alla giornata, che serviranno per allargare questa piccola strettezza. E gionta V. S. a Firenze, mi avisi di s.

Aff. Ser.
G. Vinc.o Pinello.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig. Galileo Galilei.
Venetia.



40..

GIOVANNI UGUCCIONI al GRANDUCA DI TOSCANA [in Firenze].
Venezia, 26 settembre 1592.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Med. 2993, n. 42. - Autografa.

... Sino al principio di questo mese comparse qua il Galileo, Matematico di Pisa, che  stato sempre qui in casa mia per veder la citt; e domattina si parte per cost, sendo stato ricerco di legger nello Studio di Padova con 180 ducati l'anno di salario: onde ha risposto che non vuole fermar niente se prima non ne d conto a V. S. A., come  suo debito(86)....



41.

BENEDETTO ZORZI a GALILEO in Padova.
Venezia, 12 dicembre 1592.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 13. - Autografa.

Molto M. et Ecc. S.r

Ecco finalmente la lettera(87), la quale da me non  mancato di procurarla sino al primo giorno che V. S. me ne scrisse; ma questi secretarii et bollador sono per l'ordinario cos lunghi. C' stato di spesa lire veneziane  25, soldi 12, in ragion di due e mezza per cento dello stipendio, et  3, 2 per la bolla. Questi, o V. S. li tenga appresso di s sino che siamo insieme, o diali a Mess. Paolo Meietto, libraro al Portico Alto, al quale scriver poi quello che ne haver per mio conto a fare.
Torno ad allegrarmi con V. S. dell'ottimo suo principio(88) et a desiderarle ogni compiuta sodisfattione et felicit. Vorrei che si fosse valsa della casa; ma poi che le ha tornato(89) in piacere favorire il S.r Pinelli, almeno V. S. si vaglia in qualche altro conto della casa nostra et cose nostre: et occorrendole alcuna cosa, se bene quel nostro di casa Maestro Mathio sa quanto io desideri di servire et gratificare V. S., tuttavia se le occorrer alcuna cosa, potr con esso lui valersi di questa mia lettera, ch'io di nuovo non le star a scriver altro.
Il liuto rest nelle sue mani, et sin hora deve V. S. haverne fatto il suo volere. Et me le raccomando di tutto cuore.

Di Ven.a, li XII Decembre M. D. XCII.
Di V. S.
S.r Galileo.
Aff.mo per servirla
Benedetto Giorgio.

Fuori: Al molto M.co et Ecc. S.r Hon.
Il S.r Galileo Galilei, Mat.co nello Studio
di Padova.



42..

MARC'ANTONIO BISSARO a GALILEO in Padova.
Vicenza, 15 dicembre 1592.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 15. - Autografa.

Molto M.co et Ecc.te S.r mio Oss.o

Mi rallegrai summamente, quando io intesi per lettere di V. S. ch'ell'era per venire a leggere in Padova, s perch io giudicai luogo pi degno del suo valore questo che altro, come perch mi pareva che mi si porgesse occasione di rinovare con lei se non l'amicitia, la quale, essendovi sempre continuato l'affetto, non s' mai tralasciata, almeno l'uso dell'amicitia, che per la distanza de'luoghi ove l'uno et l'altro habitava, et forse per la diversit de'studii et de'negotii, pareva intepidito alquanto. Non feci risposta alle predette sue lettere, conciosiach et lei scriveva di mettersi in viaggio per Pisa, et io in quello stesso tempo mi partivo per Ferrara, di dove poco fa tornai. Hora io mi rallegro maggiormente che V. S. sia in cotesta citt et habbia dato principio honoratissimo alla sua lettura, come intendo. V. S. sa quanto pu disporre di me, che l'amo vivamente: per faccia s che io possa rimanere perfettamente consolato di questa nostra vicinanza, il che ser quando V. S. mi comander, come desidero et la prego. Et col fine le bacio le mani.

Di Vic.a, alli 15 di Decembre 1592.
Di V. S. Ecc.te
Ser.re
M. Ant.o Bissaro.

Fuori: Al molto M.co et Ecc.te S.r mio [...],
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



43..

GIACOMO CONTARINI a GALILEO in Padova.
Venezia, 22 dicembre 1592.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 17. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r

La lettera di V. S. Ecc.ma m' stata sopra modo cara; et prima havevo inteso del suo principio(90) et della satisfattione presa da quel Studio, che me ne son consolato grandemente. Desidero d'esser commandato da lei; et per, dove vaglio, m'adoperi. Hora non posso prender forze, respetto alla staggione; ma spero, con un poco di mitigation d'aria, di poter forse arivar fin a Padova. Fra tanto N. S. Dio la conservi felice [...].

Di Ven.a, a 22 X.e 1592.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo fratello per servirla sempre
Giacomo Contarini.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.



44..

[GELLIO SASCERIDE?] a....
Padova, 28 dicembre 1592.

Riproduciamo questo capitolo di lettera dall'opera TYCHONIS BRAHE Astronomiae instauratae Mechanica. Wandesburgi, anno CIC. D. IIC, dove si legge sul tergo della car. 35 (non numerata), premesse queste parole: "Quia adhuc aliquid superest spatii, quae sequuntur paucula, sic expetente typographo, subiungi permisi ex literis cuiusdam medicinae Doctoris, Patavii commorantis, ad quendam studiosum Danum". Che il mittente sia GELLIO SASCERIDE afferma J. L. E. DREYER, Tycho Brahe: ein Bild wissenschaftlichen Lebens und Arbeitens im sechszehnten Jahrhundert. Karlsruhe, Druck und Verlag der G. Braun'schen Hofbuchhandlung, 1894, pag. 277.

Maginus per totam ferme aestatem hic, Patavii et Venetiis, moratus est. Qua de caussa, non satis constat.
Interea Gallilaeus de Gallilaeis Florentinus professionem mathematicam hic adeptus est, qui suarum lectionum septimo Decembris initium fecit. Exordium erat splendidum, in magna auditorum frequentia. A Domino Pinello is liberaliter commendatur, quem, si posset, perlibenter in Domini Tychonis amicitiam insinuaret. Tu, qui animum Tychonis novisti, poteris, quod ex re erit, in hisce disponere.
Maginus edidit nuper librum, cui titulum fecit Tabula Tetragonica sub Tychonis patrocinio(91). Exemplar mihi ad te mittendum dedit, quod prima occasione transmittam. Retulit etiam, Illustrissimos Venetos in consilio Rogatorum deliberasse, ut aliquis matheseos peritus, stipendio 300 Coronatorum, in Aegyptum ablegaretur, qui pro Tychone isthic observaret(92): tantae enim hic Tycho certe est celebritatis, quantae nemo eorum qui nunc vivunt.

Datae Patavii, 28 Decembris anni 1592.



45.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Padova.
Monte Baroccio, 10 gennaio 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 19. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te S.r mio Hon.do

Io hebbi una lettera di V. S. quando ella era in Fiorenza per tor licentia per poter andar a legger a Padova, alla qual risposi; dove desideravo, come desidero ancora, di saper che provision gli danno, perch io vorrei che ella fusse trattata secondo il desiderio mio et i suoi meriti. Gran contento ho poi preso in veder che habbi dei scolari assai; ch spero che con il suo valor far di maniera che molti attenderanno a questa scienza, et glie la far conoscere, perch invero ella non  conosciuta se non da molti pochi.
Io non mancar, con l'occasioni che mi presentaranno, di scrivere al S.r Gio. Battista dal Monte di quanto mi ricerca. Quanto poi che mi vogli haver obligo del luogho di Padova, io non voglio per niente che me ne habbi obligo, non havendoci io fatto niente; ma il tutto lo dia al suo valore et al suo molto sapere.
La mia Prospettiva(93) mezzo dorme e mezzo vegghia, ch, a dir il vero, io ho tante le occupationi, che non mi lasciano respirare; e per queste cose bisognarebbe esser libero da ogni fastidio: pur la voglio finire, et hora sono atorno per accomodargli il principio, trattando dove si ha da metter l'occhio acci le cose si possino veder secondo che vogliamo; ma non ho ancor trovato ogni cosa: e prima di ogn'altra cosa ci vorr poi il suo giuditio. E le bascio le mani, come fa mia moglie e tutti.

Di Monte Baroccio, alli 10 di Gennaro del 1593.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo dal Monte.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te Sig.r mio Hon.
Il Sig.r [Gali]leo Galilei.
Padua.



46..

GIROLAMO MERCURIALE a GALILEO in Padova.
Pisa, 3 marzo 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 21. - Autografa.

Ecc.mo Sig.re

Io non credevo gi, che i matematici, che non si dilettano se non di certezza, attendessero poi a ingannar gli huomini colla eloquenza; ma la sua lettera, ch'io ricevetti l'altr'hieri, mi ha fatto mutare oppenione e credere che ogn'uno si diletti di acquistarsi l'amore colle lusinghe. Voglio dire che lei mi ha troppo voluto, come si dice, ongere li stivali: ma forse l'haver fatto credendo ch'io havessi presa qualche maninconia dalla favola sparsa, secondo mi fu scritto a questi d, in Padova, et che perci habbia voluto consolarmi. Pure sia come si voglia, purch io sia sicuro di essere amato dalla persona sua, tanto stimata e tanto predicata da questa mia debole lingua.
V. E. si pu molto ben ricordar com'io le dissi che 'l Studio di Padova era il proprio domicilio del suo ingegno, et che ogni giorno pi havrebbe sentito utile et comodo: onde sia lodato Dio che non potr dire di haver da me blanditie, ma pura verit; anzi tengo certo che alla giornata s'accorger ch'io le dissi poco.
Il S. Mazzoni(94) se fusse cos diligente in scrivere com' in amare et stimare et predicare V. E., non havrebbe causa di dolerse di lui; ma di gratia, scusi la sua corporatura, et creda certo che tutti due facciamo a concorrenza et a gara a chi pi dice le sue lodi. Ch'io habbia lasciato vestigi di me, pu esser facilmente, perch 18 anni sono stato servitore di molti ingegni et de tutti cotesti SS. Dottori leggenti; a'quali se bacier per me le mani in universale et in particolare, le ne rester obligatissimo, s come insieme con tutti i miei figliuoli le bacio caramente a lei.

Di Pisa, li 3 di Marzo 1593.
Di V. S. Ecc.ma
Aff. Ser.re
Hier. Mercuriale.

Fuori: All'Ecc.mo Sig.r mio Osser.mo
Il Sig.r Galileo Galilei Mat.co
Padova.



47..

GALILEO a GIACOMO CONTARINI in Venezia.
Padova, 22 marzo 1593.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: Patroni e Provveditori all'Arsenal. Documenti antichi circa la Casa dell'Arsenale, 1515-1594, n.... - Autografa.

Ill.mo Sig.re

Ho inteso dal Ill.re Sig.r Gianvin.o Pinelli il quesito di V. S. Ill.ma, circa il quale li dir quello che io tengo la verit: et  questo.
Quanto al far maggiore o minor forza, nel pingere avanti il vassello, l'essere il remo posato sul vivo o fuori, non fa differenza, sendo tutte l'altre(95) circostanze le medesime: et la ragione , che sendo il remo quasi una leva, tutta volta che la forza, il sostegno et la resistenza la divideranno nella medesima proporzione, operer col medesimo vigore; et questa  propositione universale et invariabile. Et io non credo che dal far le ale alla galera si cavi altra comodit, che l'haver piazza pi capace per i soldati et per i forzati, i quali forzati non si potrebbono accomodare 4 o 5 per remo, et massime verso la poppa et la prua, se non vi fossero le ale: ma che quando e'si potessero accomodare a vogare tanto nell'un modo quanto nell'altro, il posar lo schermo sul vivo o fuori facesse differenza alcuna, io non lo credo a patto alcuno, stando per il remo sempre diviso nella medesima proporzione; n io veggo che la voga si possa impedire o agevolare da altro che dal porre lo schermo pi lontano dal girone o pi vicino, et quanto pi sar vicino tanto maggior forza si potr fare: et la ragione  questa, la quale forse non  stata tocca da altri. Il remo non  una semplice leva come le altre, anzi ci  gran differenza in questo: che la leva ordinariamente deve havere mobili la forza et la resistentia, et il sostegno fermo; ma nella galera tanto si muove il sostegno, quanto la resistenza et la forza: dal che ne sguita che il medesimo sia sostegno et resistenza, per ci che in quanto la pala del remo si appunta nell'aqqua, viene l'aqqua ad esser sostegno, et la resistenza lo schermo; ma quanto l'aqqua vien ancor essa mossa(96) dal remo, in tal caso essa  resistenza, et lo schermo  sostegno. Et perch quando il sostegno  immobile, tutta la forza si applica a muover la resistenza, se si accomoder il remo tanto che l'aqqua venga quasi che immobile, all'hora la forza si impiegher quasi tutta a muovere il vassello; et per il contrario, se il remo sar talmente situato che l'aqqua venga facilmente mossa dalla palmula, all'hora non si potr far forza in muovere la barca: et perch quanto pi la parte della lieva verso la forza  lunga, tanto pi facilmente si muove la resistenza, quando la parte del girone sar assai lunga, tanto pi facilmente l'aqqua verr mossa, et per ci il suo sostegno sar pi debole, et il vassello meno si spinger; per l'opposito, quando la medesima parte tra lo schermo et la forza sar pi corta, all'hora l'aqqua pi difficilmente potr dalla palmula esser mossa, et per conseguenza, in quanto la mi serve per sostegno, sar pi salda, et il vassello si potr con pi forza spingere. Per si conclude, che quanto lo schermo  pi vicino al girone, tanto pi forza si pu fare in spingere il vassello, non potendo l'aqqua cos facilmente esser mossa con la(97) palmula molto lontana dallo schermo dalla forza vicina al medesimo schermo; et per in tal caso l'aqqua fa pi l'offizio del sostegno, che della resistenza: et tutto questo  manifestissimo per l'esperienza. Non sendo dunque altra cosa che possa arrecar comodo o incomodo alla voga che l'essere lo schermo(98) pi lontano o pi vicino alla forza, io non dubito punto che in questo il porre lo schermo sul vivo o fuori non faccia differenza alcuna.
Questo  quanto per hora mi sovviene in risposta del suo dubio, et non dubito che molto meglio circa ci habbia discorso V. S. Ill.ma; per quando li piacesse farmi parte de i suoi pensieri circa questo particolare, le ne resterei infinitamente obbligato, assicurandomi che ne imparerei assai, et forse i suoi discorsi mi farebbono sovvenire qualche altra cosa. La pregher che quando anderanno attorno simili dubi, si degni farmene partecipe, perch ho grandissimo piacere in pensare(99) a cose curiose.
Mandai la lettera di V. S. Ill.ma all'amico scultore, ma per ancora non ho hauta risposta. Con che li faccio humilissima reverenza, pregandola a comandarmi.

Di Padova, li 22 di Marzo 1593.
Di V. S. Ill.ma
Oblig.mo Ser.re
Galileo Galilei.

Fuori: All'Ill.mo Sig.re et mio Pad.n Col.mo
Il S. Iacomo Contarino.
Venezia.



48..

GIACOMO CONTARINI a GALILEO [in Padova].
Venezia, 28 marzo 1593.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: Patroni e Provveditori all'Arsenal. Documenti antichi circa la casa dell'Arsenale, 1515-1594, n.... - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio,

Con mio grandissimo gusto ho veduto quanto V. S. Ecc.ma m'ha scritto in proposito delli remi delle galee: et se ben io ho il tempo molto stretto, ricercandomi ella che io le debba scrivere qualche cosa di quelle che in questo proposito mi vanno per mente, le dir che, per le osservationi che ho fatto, li remi che tutta via si usano non sono proportionati al corpo del vassello; per bisognaria metter studio in proportionar queste due cose insieme, perch si ottenir quello che si desidera, che  l'agilit et velocit: et per mia opinione, detta proportione si pu cavar da 3 cose; dalla larghezza del vivo del vassello, dall'altezza sopra acqua dove ripossa il remo, et dal moto che comunica loro il galeotto nel tirar il remo.
Parlando prima di questa ultima, che  la forza movente, dir che, ponendosi il galeotto in voga,  necessario considerar che conviene fare un de'3 moti: o tirando il remo di sotto in su, per esser basso; o di sopra in gi, per esser alto; o dirittamente al petto, per esser posto tra questi dui estremi. Hora si pu benissimo giudicare che, questi dui estremi sopradetti essendo violenti, convengono esser mancanti di forza et difficilissimi a durare; adonque bisogna situar il remo in modo, che tirandolo venga al petto quando l'huomo sta diritto, havendo poi l'avvantaggio quando il galeotto cade in bilancia, che col peso del corpo agita pi facilmente il remo che con la forza ordinaria. Supposto questo, che non ha difficolt alcuna,  necessario venir alla cognitione del proprio loco et della propria altezza che dover esser posto il remo al schermo sopra acqua; il che si trovar facilmente quando s'haver in consideratione et l'altezza dell'huomo che voga et la longhezza del remo. Per bisogna situarlo tant'alto, che il remo possa toccar l'acqua quando il galeotto non cada nelli doi estremi sopradetti. A voler far questo,  necessario che il remo sii lungo et tochi l'acqua molto lontano dal navilio, che leva il deffetto al galeotto de vogar il remo con i brazzi alzati: ma si cade in un altro bisogno, che havendo il remo lungo, bisogna maggior forza a moverlo, cos per vogare come per alzarlo et abbassarlo. Per in questo ponto cade la larghezza del navilio, perch da essa si devono cavar la longhezza del ziron del remo et la larghezza della postizza, poi che quando non supplisse il navilio a capir la longhezza del ziron nel suo corpo vivo, bisogna aiutarlo colla postizza; poi che il ziron  fatto non solamente per mover l'asta del remo che sta fuori del schermo, ma anco per far contrapeso al peso de detto remo, il qual peso  tanto che, con tutto che il zirone si faccia lungo et grosso, non per basta, ma s' in necessit d'aggiongerli 50, 60 et 100 lib. di piombo, acci che, stando in bilancia, il galeotto non habbi altra fatica che di tirarlo. Oltra questa grossezza s'ha da considerar la forza de chi ha da mover il vassello, la qual dover esser de molti huomini, come s' detto, per la gravezza del navilio et per la lunghezza del remo.
Dai pratici dell'arte vien diviso il remo in tre parti: due parti si danno dal schermo alla palla, et una si risserba per zirone. Potendo questa 3a parte esser tanto lunga, per le cause dette di sopra, che non possa esser capita dentro il vivo della galea,  necessario slargar le postizze tanto che dalla corsia al schermo possa capirsi il zirone, et per necessit bisogna valersi di sito manco forte, mettendo la forza nel morto della galea. Hora, questo spacio non deve esser tutto occupato dagli huomini che tirano il remo, perch se si metteranno 4, 6 et pi huomini a questo remo, bisogna haver avertenza che l'ultimo huomo sia tanto lontano dal schermo, che possa metterli forza, et aggionger la sua appresso quella delli altri suoi compagni che sono verso la corsia; che quando fosse troppo vicino, sarebbe inutile: oltre che bisogna tra l'ultimo huomo et la postizza che possano star li huomini combattenti, senza impedir chi voga. Dalla corsia al schermo bisogna adonque che sia capita la 3a parte del remo. Questa terza parte dover esser tanto longa che sortisca le cose dette di sopra, et da questa 3a parte intrinseca immediate si cavaranno le due estrinseche al navilio. Questo moto che fanno i galeotti  molto differente, perch pi forza mette il primo che il secondo, et pi il secondo che il terzo, et cos successivamente fin all'ultimo; et questa lor forza si cava teoricamente: perch il moto che fa il remo nelle estremitadi sue  circolare, proportioninsi i circoli che fa la palla con quel del zirone, che si vedr la forza che doveva esser movente a quella che  mossa; et proportioninsi i circoli del primo a quel del secondo, che si vedr anco la proportione della forza tra loro. Adonque non pu sucedere quello che si dice, che quanto la parte del zirone sar pi lunga, tanto pi facilmente l'acqua verr mossa, et perci il suo sostegno sar pi debole et il vassello manco si spinger, perch al sicuro col zirone curto non si haver mai forza di governar il remo, non che vogarlo.  ben vero che quando la necessit astringe a far il remo pi lungo de fuori, di quello che porta la terza parte che deve star dentro, che l'huomo convien cedere; ma se vol adoprarne,  sforzato mettervi maggior forza movente, che sar maggior quantit d'huomini, et a mettervi pi huomini bisogna allargarsi fuori del vivo del navilio tanto pi: il che, a mio giuditio, non  male, perch ne nasce la ressolution del secondo dubio, qual sia maggior forza, o quella che sta sul corpo vivo del navilio, o quella che si pone sopra la postizza fuori del vivo. Quella che sta sul vivo,  pi vicina al centro, et perci move con maggior difficult; et quella che  lontana dal centro, pi facilmente sforza il navilio ad andar avanti, convenendo per necessit, quella che  vicina haver due moti contrarii, l'uno di spinger et l'altro di cacciar sotto il navilio, perch il remo convenir esser sempre pi corto, et perci cacciarsi pi presso con la palla al navilio, et volendolo sforzar convien andar pi sotto all'acqua; cacciandosi mo'sotto il navilio, viene ad haver il contrario dell'acqua, che tanto maggiormente gli resiste nel caminare. Adonque il schermo pi lontano dal centro sar pi utile, se ben patir l'imperfettione del manco forte, a che con l'arte si potr sempre remediare dagli huomini intendenti.
Io pensava non impir meza faccia di carta, et tamen mi son lasciato trasportar fin a questo termine, che eccedendolo sarebbe fastidirla, et mi si potrebbe opponer che io volessi instruere Minervam. V. S. Ecc.ma mi ami et mi commandi.

Di V.a, a 28 Marzo 1593.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo fratello per servirla sempre
Giacomo Contarini.



49.

LIVIA GALILEI a GALILEO in Padova.
Firenze, 1 maggio 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. I, T. XIII, car. 5. - Autografa.

Amantisimo fratello,
Add pimo di maggo. 1593(100).

Venedo chost la nostra Lena(101), non mi sarei mai tenuta che io non v'avessi scricto questi quatro verssi, dandovi nuove di me: e se bene la Signoria Vostra non si cura di sapere di me, io mi curo di sapere di voi, che non  altro bene che Vosignioria; e per la prego a volermi fare gratia di volermi rispondere, ac che io abia questo pocho di chonteto: e se bene Vosignioria scrive a nostra madre, lei non me le porta mai; mi dice bene: El vostro fratello vi si rachomanda: e per lei  initeso come la Signioria Vostra manda Michelagnolo(102) iniPolonia. Io n' auto grandisimo dispiacere; poi mi conforto e dico cos: Se fusi lato pericoloso, voi non ve lo manderesti, perch so che li avete affetione. E pi  inteso come ell vostro ritorno sar presto, che mi pare mile anni; e di gratia richodatevi di recharmi da fare una vesta, che n' bisognio pure asai. E con questo far fine, restando sempe al comando di Vostra Signioria. Nostra madre e la Verginia(103) vi si racomanda, e 'l simile fa S.a Clarice e S.a Contessa; e io senza mai fine mi vi ofero e rachomado. Adio.


Vostra chara sorella
Livia
in S.o Guliano.(104)

Fuori: Alla molto Magnifico et Ecellentisimo Signiore
Dotore Galileo Galilei, frate[llo cha]risimo e onorado, in
Padova.
D'altra mano: Data al S.r Lodovico Teri.



50.

GIULIA AMMANNATI GALILEI a GALILEO in Padova.
[Firenze], 29 maggio 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 7. - Originale, non autografa.

Car.mo figliuolo .s.

Ho intenso come avete auto male, la qual cosa ne  auto gran dispiacere; ma dopo, il contento, se ora, per Iddio gratia, state tutti beme: di tanto me ne godo ancor io. Hora non posso mancare di dirvi le cose come le vanno giornalmente: perch, al quel che io intendo, volete venir qua quest'altro mese, har caro e mi sar contento grandissimo; ma venite provisto, perch, a quel io vedo, Benedetto(105) vole il suo, ci quel che gli avete promisso(106), e minaccia fortemente di farvi pigliare subito che arriverete qua. Per quel che io intendo, esendo di patti e cos obbligato, debbe potere; per sar persona per farlo: per vi fo avisato, perch a me non sar altro che dispiacere.
Ho auto una lettera da Michelagniolo(107), cola qual mi pregava che io andassi a trovare il Mons, e che lo pregassi che gli mandassi parechie sonate; per vi sono ita molte altre volte, e nno fatto dire di non vi essere. Hora i' inteso da Benedetto, che vi  stato pi volte, come lui ha detto che voi havete dato certe sonate in cost a non so che signori, i quali nno mandato qua tutti i principii col chiedergline di altre sorte che quelle havevano, per il che l' 'uto per male, non ne vol pi dare a nessuno. In per se vi paressi di scrivere 4 versi al Sig. Cosimo Ridolfi, e vedere se per suo mezzo ne potessi aver qualcuna, sott'ombra di volere inparare lui; se no, aspettar di venir qua voi.
Detti la lettera al Saleolino: ni rispose che vi manderebe quanto li domandi. Sono anda a veder la Livia: lei sta bene, vi si raccomanda, et la Verginia ancora, e io il simile; e vi prego, per quanto posso, che di gratia mi avisiate il vostro stare, se sarete guariti, o come starete di mano a mano. Non altro: a voi mi raccomando et Michelagniolo; e alla Lena dite che attenda a ingrassare, ma non faccia crepare il suo banbino. Non altro: a rivederci alla tornata con sanit.

Da luogo solito, il d 29 di Maggio 1593.

Vostra aff.ma madre
G. G.

Fuori: Al molto Mag.co e mio Fideliss.o Signore
Galileo Galilei, mio sempre Oss.mo, in
Padova.



51.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO [in Padova].
Monte Baroccio, 3 settembre 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 32. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te S.r mio Hon.do

Mi saria stato carissimo che V. S. fusse passata di qua, ch, oltre al contento, gl'haverei mostrato(108) volentieri alcune cose della mia Prospettiva, la quale in questo verno spero di finirla, et ho gi dissegnato i due terzi delle figure, e vo risecando e levando via pi cose che posso, perch in vero mi riesce lunga: e circa il darla fuori, mi sar necessario d'aspettar che le figure si finischino d'intagliare, che Francesco mio servitore non ci p troppo attendere, s che non credo che possino esser finite di qui a un anno. Io desidero di levarmela dinanzi, che non la posso pi vedere; anzi sono di animo di mandar fuora prima la Prospettiva, e poi la Cochlea(109).
Io scrissi a questi giorni un'altra mia a V. S., ma ella doveva esser a Fiorenza; e gli davo nuova che un dottor Adriano(110) Romano(111), di Lovanio, mi ha mandato a donar un libro suo, che lo chiama Ideae mathematicae, sive Methodus polygonorum, il qual tratta del descrivere le figure poligone, ma per via di calcolo, tutto per via d'approssimatione, con i numeri: e ci sono le propositioni e le praxi, ma non c' niuna dimostratione, che me ne sono molto maravigliato.
Al S.r Pinello V. S. far un bascia mani, ringratiandolo che tenghi memoria di me; e gli ho invidia, che vorrei esser ancor io tal volta alli loro colloqui. E le bascio le mani, e mi comandi.

Di Monte Baroccio, alli 3 di Settembre del 1593.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo dal Monte.



52..

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.
Firenze, 19 novembre 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 23. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Oss.mo

Che devo io scrivere al mio Sig.r Galileo? pregarlo per certo ch'egli mi voglia favorire di quello che io sommamente desidero e di che io sommamente conosco haver mancamento, ci  della grazia sua, la quale posso credere che si sia dilungata da me, vedendo che egli non ha pi memoria del fatto mio. Ma per vedere s'io la posso riacquistare per mezzo della poesia, come io l'acquistai primieramente per mezzo dell'istessa, vi mando, Sig.r Galileo, un sonetto composto il d de'Morti per memoria del mio fratello, che sia in gloria. L'ho mostrato a qualche amico, da cui mi  stato detto non esser spernendo affatto; ma che hanno che fare i giudizi degl'altri col vostro? A chi non si intende del vino, piacer pi quel di Brozzi che quel di Lucolena. Se piacer a voi, crederr io che vaglia qualcosa; ma poco vi pu egli piacere, essendo fatto in fretta e ora ch'io sono lontano da voi, perch chi naviga senza tramontana naviga per perduto. Ora, qualunque egli si sia, vi viene innanzi; fategli buona cera: s'egli  buono, approvatelo; se cattivo e incorrigibile, stracciatelo; se corrigibile, correggetelo, e amatemi.
Oltre i miei passati travagli, ho al presente mio padre nel letto malato. Immaginatevi il bel tempo ch'io mi debbo(112) dare. Pure non credo che sia per esser altro.

Di Firenze, add 19 di 9bre 1593.

 arrivato cost il Sig.r Campagni: fate conto che io sia io, Sig.r Galileo, perch  giovane tanto meritevole quanto si possa dire. E datevi bel tempo.
Guardate se(113) potete migliorare il 7 verso, perch da mezzo innanzi non mi piace.

Di V. S.
Ser.e Aff.mo
Aless.o Sertini.

Mandatemi qualche composizione vostra o d'altri, ch tra tanta moltitudine di gente non pu far che non sia una dozzina di poeti.

Occhi, fonti del cuore, occhi, piangete:
D'anime tormentate(114) amare strida
Chieggon merc; vostra piet l'affida
Che degl'incendi lor pietade havrete.
Deh lagrime per loro a Dio porgete:
Forse l'alma diletta in voi confida
Trovar piet(115); beati voi, se guida
Con le lagrime vostre al ciel le sete.
Beato lagrimar, se degl'incendi,
Che tu per abbellirti, alma, sostieni,
Dal pianger nostro refrigerio prendi.
Ma(116) se all'eterno Sol ti rassereni,
Deh per lagrime a Lui preghi mi rendi,
Che 'l corso mio dal precipizio affreni.

Di grazia, avvisatemi se  arrivato cost il Sig.r Stefano Rivarola; e baciateli le mani per me, s'egli vi .

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r
Galileo Galilei, Sig.r mio Oss.mo, in
Padova.



53.

GALILEO ad ALVISE MOCENIGO in Venezia.
Padova, 11 gennaio 1594.

Bibl. Ambrosiana in Milano. Cod. R. 104, car. 376r. - Copia del tempo, di mano ignota: all'angolo superiore a sinistra, scritto d'altra mano, ma essa pure del tempo, si legge: "Ad Alvise Mocenigo, del D. Galilei".

Chiarissimo et molto Illustre Signore,

Dalle parole di V. S. Ch.ma et dalla fabrica assai confusa posta da Herone al n.ro 7(117) vengo in cognitione, quella essere la lucerna della quale V. S. Ch.ma desidera la costruttione: per l'ho pi volte letta, et finalmente non so da le sue parole trarne tal senso, che non mi resti qualche confusione. Ma non volendo interamente obligarci a tutte le sue parole, mi pare che voglia inferire una fabrica simile all'infrascritta:
[vedi figura 053.gif]
Construatur lucerna basim habens concavam ACDB, intersectam diafragmate EF. Sit vero calathus(118) oleum continens KL, et ex diafragmate EF procedat tubulus MN simul cum eo perforatus, distans a calathi(119) operculo quantum sufficit ad aris exitum: sit autem alius tubulus XO per operculum, distans a fundo calathi(120) quantum ad olei fluxum sufficit et ex operculo paululum excedens; excessui vero aptetur alius tubulus P, habens superius osculum obstructum, cui agglutinetur alius tubulus exilis, et simul cum eo perforatus, per quem ellychnium influat; sub diafragmate vero EF conglutinetur clavicula R, deferens in locum CDEF, ita ut, si aperiatur, aqua ex loco AEFB in ipsum(121) CDEF transeat. Sit autem in operculo AB parvum foramen Q, per quod locum AEFB implebimus(122) aqua. Sublato itaque ellychnio, calathum(123) oleo implebimus per tubulum XO, are per tubum MN excedente et adhuc per clavem apertam quae est in fundo et per foramen. Repleto autem calatho(124) oleo, superimponemus tubulum X cum ellychnio; et clausa clavicula, aquam infundemus in locum AEFB. Quando autem opus fuerit oleum superinfundere ellychnio, aperta clavicula R, aqua in locum ECDF influet; et ar, per MN tubum impulsus, oleum elidet(125) per tubulum OX ad ellychnium; et cum non opus fuerit amplius fluere, claudemus claviculam.
Questo  quanto per hora mi par di poter raccorre(126) dalle parole di Herone, come ho detto di sopra, assai confuse: et l'ho voluto mandare a V. S. Ch.ma, acci che, avvertito dal suo giuditio, possa con altra occasione cavarne forse miglior costrutto, ancor che la fabrica explicata esseguisce quanto promette la proposta.
Con che, baciandoli reverentemente le mani, li resto devotissimo servitore. N. S. la prosperi.

Di Padova, li 11 di Gennaro 1594.
Di V. S. Ch.ma
Serv.e Pront.mo
Galileo Galilei.



54..

LUIGI ALAMANNI a GIO. BATTISTA STROZZI in Roma.
Firenze, 7 agosto 1594.

Bibl. Naz. Fir. Cod. Magl. VIII. 1399, car. 247. - Autografa.

.... Circa alla lettione del Galileo, egli  a Padova, dov'intendo la fa molto bene; et non l'ho potuta havere da lui, et consisteva in questo, che riferiva l'opinione circa il sito dell'Inferno di Dante, che lasci(127) scritta Antonio Manetti Fiorentino in un libretto stampato da'Giunti, e di poi riferiva l'opinione sopra 'l medesimo del Vellutello, comentatore di Dante, e comparandole l'una con l'altra, mostrava essere migliore quella del Manetto: della quale mando qui incluso il profilo e la pianta, intagliata in rame, ma per ancora non finita(128); imper a penna vi ho aggiunto alcuni caratteri per contrasegni, che dichiareranno alcune cose di esso. E chi volessi saperne il tutto, potrebbe vederlo nel libretto del detto Manetti(129)...



55...

GALILEO a........................ [in Verona].
Padova, 14 giugno 1596.

Palazzo Martinengo Cesaresco in Sal. - Autografa. Argomentiamo che questa lettera sia stata indirizzata a Verona, leggendovisi di baciamani mandati ai "Sig.ri Nichissoli", gentiluomini veronesi; ma non sapremmo ben dire a quale dei corrispondenti veronesi di GALILEO sia stata diretta. L'autografo, piuttosto sbiadito,  scritto sopra un foglio intero di carta, e non reca alcun indirizzo, probabilmente perch chiuso in un piego insieme con la lettera che GALILEO scrive di accompagnare.

Ill.e Sig.re

Come per altra scrissi a V. S., havevo procurato di disporre un mio amico al servizio dell'Ill.mo S.r Marchese, per insegnare alla S.ra sua figliuola(130). Finalmente ho hauto lettere dall'amico, il quale si scusa non potere accettare tale occasione, come per la sua, la quale mando a V. S., potr vedere(131); talch ne potr dare conto all'Ill.mo S.r Marchese. Altri non mi sovvengono, che potessero essere il proposito. Ne ho scritto all'Ill.mo Sig. Guidubaldo Dal Monte, acci vegga se in Urbino o in altra parte si trovasse persona idonea; ma dubito si sia per durar fatica. Vorrei potere essere a presso a quel Signore, ch haverei per ventura grandissima di potermi honorare di instruire un ingegno tanto raro; ma poi che non si pu altro per la tanta distanza, mi quieter in questa buona disposizione.
V. S.  aspettatissima qua: non so per qual nostro peccato voglia cos lungamente tormentarci tra speranza e timore; per o venga, o almeno non tenga tanto sospesi tanti suoi servitori et amici. Mi far grazia baciar le mani a li Sig.ri Nichissoli, et tenermi in sua grazia, favorendomi una volta di qualche suo comandamento. Nostro Signore la prosperi.

Di Padova, li 14 di Giugno 1596.
Di V. S. molto Ill.re
Ser.re Att.mo
Galileo Galilei.



56.

GALILEO a IACOPO MAZZONI [in Pisa].
Padova, 30 maggio 1597.

Vedi Vol. II, pag. 193-202 [Edizione Nazionale].



57.

GALILEO a GIOVANNI KEPLER in Graz.
Padova, 4 agosto 1597.

Bibl. Palatina di Vienna. Cod. 10702, car. 61-62. - Autografa.

Librum tuum(132), doctissime vir, a Paulo Ambergero ad me missum, accepi non quidem diebus, sed paucis abhinc horis: cumque idem Paulus de suo reditu in Germaniam mecum verba faceret, ingrati profecto animi futurum esse existimavi, nisi hisce literis tibi de munere accepto gratias agerem. Ago igitur, et rursus quam maximas ago, quod me tali argumento in tuam amicitiam convocare sis dignatus.
Ex libro nihil adhuc vidi nisi praefationem, ex qua tamen quantulumcunque tuam percepi intentionem: et profecto summopere gratulor, tantum me in indaganda veritate socium habere, adeoque ipsius veritatis amicum. Miserabile enim est, adeo raros esse veritatis studiosos, et qui non perversam philosophandi rationem prosequantur. At quia non deplorandi nostri saeculi miserias hic locus est, sed tecum congratulandi de pulcherrimis in veritatis confirmationem inventis, ideo hoc tantum addam, et pollicebor me aequo animo librum tuum perlecturum esse, cum certus sim me pulcherrima in ipso esse reperturum. Id autem eo libentius faciam, quod in Copernici sententiam multis abhinc annis venerim, ac ex tali positione multorum etiam naturalium effectuum caussae sint a me adinventae, quae dubio procul per comunem hypothesim inexplicabiles sunt. Multas conscripsi et rationes et argumentorum in contrarium eversiones, quas tamen in lucem hucusque proferre non sum ausus, fortuna ipsius Copernici, praeceptoris nostri, perterritus, qui, licet sibi apud aliquos immortalem famam paraverit, apud infinitos tamen (tantus enim est stultorum numerus) ridendus et explodendus prodiit. Auderem profecto meas cogitationes promere, si plures, qualis tu es, exstarent: at cum non sint, huiusmodi negotio supersedebo.
Temporis angustia et studio librum tuum legendi vexor: quare huic finem imponens, tui me amantissimum atque in omnibus pro tuo servitio paratissimum exibeo. Vale, et ad me iucundissimas tuas mittere ne graveris.

Dabam Patavii, pridie nonis Augusti 1597.

Honoris et nominis tui amicissimus
Galileus Galileus
in Academia Pat.na Mat.cus



Fuori, d'altra mano: Dem ehrnuesten vnnd wolgelehrten Herrn M. Joanni Kepler Wiertenberger, Irer Furstl. Durchl. zu Grcz Mathematico, meinem lieben freundt.

Grcz.



58..

GIOVANNI KEPLER a MICHELE MAESTLIN [in Tubinga].
[Graz, settembre 1597].

R. Bibl. di Stoccarda. Cod. Math., car. 14.

...Nuper in Italiam misi 2 exemplaria mei opusculi(133) (sive tui potius), quae gratissimo et lubentissimo animo accepit Paduanus Mathematicus, nomine Galilaeus Galilaeus, uti se subscripsit. Est enim et ipse in Copernicana haeresi inde a multis annis. Unum exemplar misit Romam, et plura habere desideravit...



59.

GIOVANNI KEPLER a GALILEO in Padova.
Graz, 13 ottobre 1597.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 33(134) e 34. - Autografa.

Literas tuas, vir humanissime, 4 Augusti scriptas, 1 Septembris accepi, quae quidem gemino me affecere gaudio: primum, propter amicitiam tecum Italo initam; post, propter consensum nostrum in cosmographia Copernicana. Cum igitur in calce epistolae humaniter me ad crebras epistolas invitasses, neque mihi sponte mea stimuli ad hoc deessent, facere aliter non potui, quin per hunc praesentem nobilem iuvenem ad te scriberem. Existimo namque te ab eo tempore, si ocium tibi fuit, libellum meum penitius cognovisse; inde cupido me vehemens incessit censurae tuae percipiendae: sic enim soleo ad quoscunque scribo, iudicia de meis incorrupta efflagitare; et mihi credas velim, malo unius cordati censuram, quamvis vis acrem, quam totius vulgi inconsideratos applausus. Utinam vero tibi, tali intelligentia praedito, aliud propositum esset! Nam etsi sapienter tu et occulte, proposito exemplari tuae personae, mones(135), cedendum universali ignorantiae, nec sese temere ingerendum vel opponendum vulgi doctorum furoribus, qua in re Platonem et Pythagoram, nostros genuinos magistros, sequeris, tamen cum hoc saeculo, primum a Copernico, deinde a compluribus, et doctissimo quoque mathematicorum, immanis operis initium sit factum, neque hoc iam porro novum sit, terram movere; praestiterit fortasse, communibus suffragiis semel impulsum hunc currum continenter ad metam rapere, ut, quia rationum pondera vulgus minus librat, authoritatibus illud magis magisque obruere incipiamus, si forte per fraudem ipsum in cognitionem veritatis perducere queamus(136): qua ratione simul laborantes tot iniquis iudiciis socios adiutares, dum illi vel solatium caperent ex tuo consensu, vel praesidium ab authoritate. Non enim tui solum Itali sunt, qui se moveri, nisi sentiant, credere non possunt; sed etiam nos hic in Germania non optimam dogmate isto gratiam inimus. Verum sunt rationes, quibus nos contra has difficultates muniamus. Primum, ab illa ingenti hominum multitudine separatus sum, nec uno actu tot clamorum strepitum haurio. Deinde, qui mihi sunt proximi, vulgus hominum est, qui cum haec abstrusa, ut aiunt, non capiant, mirantur tamen, nec, credere velint an non, unquam secum ipsi cogitant. Docti mediocriter, quo sunt prudentiores, hoc cautius sese immiscent hisce mathematicorum litibus; quinimo fascinari possunt, quod expertus loquor, authoritate matheseos peritorum: ut cum audiunt, quas iam habeamus ephemerides, ex Copernici hypothesibus extructas; quicunque hodie scribant ephemerides, Copernicum omnes sequi; et cum ab ipsis postulatur ut concedant quod non nisi in mathesi institutis demonstrari possit, phaenomena sine motu terrae consistere non posse. Nam etsi haec postulata vel pronunciata non sunt autpista, sunt tamen a non mathematicis concedenda; cumque sint vera, cur non pro irrefutabilibus obtruderentur? Restant igitur soli mathematici, quibuscum maiori labore agitur. Ii, cum nomen idem habeant, non concedunt postulata sine demonstratione: quorum quo imperitior quisque, hoc plus negocii facessit. Veruntamen et hic remedium adhiberi potest: solitudo. Est in quolibet loco mathematicus unus; id ubi est, optimum est. Tum si habet alibi locorum opinionis socium, literas ab ipso impetret; qua ratione, monstratis literis (quorsum etiam mihi tuae prosunt), opinionem hanc in animis doctorum excitare potest, quasi omnes ubique professores mathematum consentirent. Verum quid fraude opus est? Confide, Galilaee, et progredere. Si bene coniecto, pauci de praecipuis Europae mathematicis a nobis secedere volent: tanta vis est veritatis. Si tibi Italia minus est idonea ad publicationem, et si aliqua habiturus es impedimenta, forsan Germania nobis hanc libertatem concedet. Sed de his satis. Tu saltem scriptis mihi communica privatim, si publice non placet, si quid in Copernici commodum invenisti.
Nunc abs te placet aliquid observationum postulare: scilicet mihi, qui instrumentis careo, confugiendum est ad alios. Habes quadrantem in quo possis notare singula scrupula prima et quadrantes primorum? Observa igitur, circa 19 Decembris futurum, altitudinem eductionis caudae in Ursa maximam et minimam eadem nocte. Sic circa 26 Decembris observa similiter utramque stellae polaris altitudinem. Primam stellam observa etiam circa 19 Martii anni 98, altitudine nocturna, hora 12; alteram, circa 28 Septembris, etiam hora 12(137). Nam si, quod opto, differentia quaedam inter binas observationes intercedet unius atque alterius scrupuli, magis si decem aut quindecim, rei per totam astronomiam latissime diffusae argumentum erit; sin autem nihil plane differentiae deprehendemus, palmam tamen demonstrati nobilissimi problematis, hactenus a nemine affectatam, communiter reportabimus. Sapienti sat dictum.
Mitto autem duo insuper exemplaria, quia Hambergerus(138) mihi dixerat, te plura desiderare(139). Cuicunque miseris, ille literis de libello scriptis mercedem solverit. Vale, Clarissime vir, et per epistolam longissimam mutuum mihi repende.

13 Octobris anno 97, Gratii.
Humanitati tuae
amantissimus
M. Johan Kepler.


Fuori: Clarissimo viro Domino Galilaeo Galilaeo,
Paduano Mathematico, tradantur
Paduam.



60..

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Padova.
Pesaro, 17 dicembre 1597.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI. car. 25. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te S.r mio Hon.do

Sono tanti giorni che io non ho havuto nuova di V. S., che ho caro questa occasione di Horatio mio figliuolo, che se ne viene per star appresso al S.r Gio. Batt.a dal Monte, di ricordarmeli che desidero di servirla, desiderando di haver nuova di lei. In un anno che Horatio  stato qua, io l'ho introdotto un poco nelle mathematiche, et desidero che V. S. l'esorti a voler attenderci, ch ha assai buono ingegno, e p andar studiando da s alcune cose: e gli ho detto, che come trova qualche difficolt, se ne venghi da V. S., ch so che per amor mio lo favorir di esser qualche volta maestro, che ogn'un di noi lo riceveremo per favore. Et io se son buono a servirla, mi comandi: e le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 17 di Dicembre del 1597.
Di V. S.
Ser.re
Guidobaldo dal Monte.



Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te Sig.r mio Hon.
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padova.



61..

GIOVANNI KEPLER a GIANGIORGIO HERWART VON HOHENBURG in MONACO.
Gratz, 26 marzo 1598.

Bibl. della R. Universit in Monaco. Cod. 692, pag. 278. - Autografa.

... Quod autem etiam ex ratione ventorum et motus marium deduci argumenta existimas pro motu telluris, equidem et ego nonnullas harum rerum cogitationes habeo; et cum nuper Galilaeus(140), Patavinus Mathematicus, in literis ad me scriptis testatus esset, se plurimarum rerum naturalium causas ex hypothesibus Copernici rectissime deduxisse, quas alii reddere ex usitatis non possint, neque tamen in specie quicquam commemoraret, ego hoc de maris fluxu suspicatus sum. Sed tamen, ubi rem diligentius(141) perpendo, non videmur a luna discedere debere, quoad rationes fluxuum ex illa deducere quimus: quod quidem fieri posse existimo. Qui enim terrae motui tribuit, motum marium mere violentum motum statuit; at qui lunae(142) maria dicit adhaerescere, ex parte naturalem facit...



62..

ALESSANDRO D'ESTE a GALILEO in Padova.
Modena, 20 marzo 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 5. - Autografa la sottoscrizione.

Molto M.co et Ecc.te amico car.mo

Io conservo continova et amorevole memoria della persona sua; et per mmi stata carissima la sua, dove con tanto affetto si congratula con esso me della mia promotione. Ne la ringratio dunque; et percioch mi pare soverchio l'offerirle l'opera mia, lascer che se ne vaglia ove potesse giovarle. Et intanto la saluto con suo fratello: et N. S.or Dio gli conservi.

Di Modona, li 20 di Marzo 1599.

S.or Galileo Galilei.
Al piacer suo
Aless.ro Car.le d'Este.

Fuori: Al molto M.co amico car.mo
Il S.or Galileo Galileo.



63..

COSIMO PINELLI a GALILEO in Padova.
Napoli, 3 aprile 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 7. - Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.re

Ho riccevuto le scritture dell'uso del Compasso(143), mandatemi da V. S. per mezzo del S.r Gio. Vincenzo mio zio; le quali mi sono state tanto care, quanto conviene al valor di esse, che veramente  infinito, se bene V. S. si compiace di parlarne con troppo severo giudicio. Ne la ringratio dunque quanto posso; et l'assicuro che, et per questo et per le molt'altre sue meritevoli qualit, me le stimer sempre grandemente ubligato et affettionato. Il S.r Federico accetta la ragione ch'adduce V.S. per il libro di cui gli diede intentione, et resta insieme meco desideroso di servirla. Et le bacio la mano.

Di Napoli, a 3 d'Aprile 1599.
Di V. S.
S.r Galileo Galilei.
per servirla
Il Duca d'Acerenza.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r
Il S.r Dottor Galileo Galilei,
a Padova.



64..

AGOSTINO DA MULA a GALILEO in Padova.
Venezia, 3 luglio 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 27. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r mio,

Io haveva da esser li giorni passati a Padova, et mi sono incontrati tanti affari che mi hanno tratenuto, che non so quando che io possa venirvi. Per questo prego V.S. che mi favorisca di pigliarsi fatica di vedere quelle metope che la sa che sono da quel bocalaro; et perch mi  stato fatto dire che le sono cotte et che io mandi a pigliarle, et da altra parte sono avvisato che le non hanno havuta cottura a bastanza, procurare che siino poste una altra fiata in fornace, accioch, reccevendo nova cottura, possano resister alla ingiuria de i tempi, dovendo esser poste in opera al scoperto. La mi faccia gratia di operar che sia fatto questo servitio quanto prima, perch il tempo insta, et li murari, per aspettarle, rittardano l'opera. Il scultore, che le ha fatte, ha obbligo di farle cuocer a sue spese a perfettione, et ha lasciato questo carico al bocalaro, dove sono esse metope: pur se per farle dar questa ultima cottione bisognasse spender qualche cosa, mi contenter farlo, quando non possi far altro. La prego a perdonarmi il disturbo et commandarmi: et le bascio le mani. Il P. M. Paulo la saluta.

Da Ven.a, alli 3 di Luglio 1599.
Di V. S.
Ser.re
Agostino da Mulla.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r mio Osser.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Padova,
al Santo.



65.

GIROLAMO MERCURIALE a GALILEO in Padova.
Firenze, 9 luglio 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 29. - Autografa.

Ecc.mo S.re

Non potrei esprimere quanta consolatione mi habbi recata la lettera di V. E., e quanto gusto habbi sentito da Mess. Michel Angelo suo fratello, che certo, e per la sua virt singolare e per le creanze, merita d'esser amato et favorito da ciascuno. Credo che egli medesimo scriver quel ch'io habbi fatto con questi Prencipi e con questi musici per lui; ma non ho ancora finito di far quel ch'io desidero, che certo desidererei si fermasse in Firenze a servir le loro Altezze, come havrebbono anco caro molti di questi musici, et specialmente il S.r Emilio del Cavalliere, patrone del tutto in questo genere.
Al mio S.r Gio. Vinc.o Pinello ho scritto fra due volte dopo la ricevuta della sua lettera; ma credo non le habbi havute, perch il gentilhuomo, al quale le drizzai in Venetia, le havr ritenute per giusto rispetto: s che prego V. S. a scusarmi seco, se per avventura havesse fatto di me qualche sinistro concetto. Mi  ben doluto intendere ch'egli sia in mano de'medici, seben dall'altra banda spero che fin hora debba esserne uscito felicemente, secondo prego N. S. Dio che lo mantenghi ancora per molti anni.
Non so se il P. Palantieri(144) sar ancora ritornato, e per questo drizzo la lettera a lei, acci la presenti quando vi sar, non essendo cosa di momento.
Speravo pur di poter riveder V. S. in Firenze quest'anno, sendomene stata data gran speranza da suo cognato. Tuttavia mi andr godendo la sua memoria, con la fiducia certa di esser amato da lei in ogni luoco, second'io e l'amo et osservo per il suo singolar valore. Et gli bacio le mani.

Di Firenze, li 9 di Luglio 1599.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
Hier. Mercuriale.

Fuori: All'Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo
Il Sig.re Galileo Galilei.
Padova.



66...

GIOVANNI KEPLER a ...
Graz, 18 luglio 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Par. VI, T. VII, car. 35r. e 40t. - Autografa per la maggior parte.

.... Quod nisi tua studia interrumpuntur, operam hanc amicam in te suscipias, ut ingenia virorum Italorum sollicites in subiectis materiis: nihil mihi gratius esset, quam legere scriptas his de materiis epistolas. D. Galilaeum praecipue hoc nomine saluta, a quo miror me responsum nullum accipere....
.... Tertio, vehementer cuperem a Galilaeo, post exacte constitutam lineam meridianam, observari declinationem magnetis ab illa linea meridiana, sic ut magnetica lingula(145) libere in quadrato vase ad perpendiculum erecto, et latere ad meridianam applicato(146), natet. Nam videtur mira polliceri magnes, modo essent diligentes observatores et varii magnetes consulerentur, nihil ne discreparent. Ego pridem in hanc ivi sententiam: quo loco iam est punctum, quorsum vergit magnes, eo loco in principio mundi fuisse polum, et hanc esse motus magnetici(147) rationem. Videor motum illum et variationem altitudinum poli, quam Maria(148) animadvertit, pulcherrime huc traducere posse. Mercator distantiam poli magnetici a mundano ponit 16 1/2 gradus. Eam ex observatione Batavorum deprehendo non maiorem 6 1/2, id quod plurimum ad hoc meum intentum facit... (149)



67..

ANTONIO QUIRINI a GALILEO in Padova.
Venezia, 24 agosto 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 31. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r mio,

Vorrei, nell'occasione ch'io ho havuto, e tutta via ho, di adoperarmi in agiuto di V. S., esser fornito di maggior forza et di maggior autorit di quella che mi trovo, perch procurerei di farle conoscere con veri effetti et la molta stima ch'io faccio della sua persona et del suo valore, et il capitale che tengo delli commandamenti fattimi dalli Sig.ri Giorgio, Soranzo et Pinelli, che tanto affettuosamente mi hanno raccommandato il suo honore et il suo interesse: ma, quale ella si sia, volentieri l'ho impiegata et di novo l'impiegher in favor suo, con desiderio che l'officio mio le riesca fruttuoso et giovevole. Ho compreso un'ottima dispositione verso di lei nell'Ill.mo S.r P.r Donato(150), la quale ho ancho tentato di accrescere; n altro impedimento s'appone che la strettezza del danaro, nella quale convenir cadere la cassa dello Studio, mentre si veda lo esempio della duplicatione et pi che duplicatione dello stipendio nella rinovatione delle condotte.  vero che alcune volte si  fatto in alcuni; ma  ancho vero che fu stimato grande errore et di malissima consequenza. Con tutto ci replico a V. S. ch'io torner a far officio, perch possi restar sodisfatta in questa sua presente occorrenza, come far in ogn'altra che le piacer valersi dell'opera mia. Et con tal fine le desidero ogni vero bene, et bacio le mani al Cl.mo S.r Benedetto Giorgio.

Di Ven.a, li 24 Agosto 1599.
Di V. S.
per servirla
Ant.o Quirini.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio
Il Sig.r Galileo Galilei, lettor delle Mathematiche nello Studio di
Padova.



68.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 1 settembre 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 33 e 34. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r

Io sento grandissimo discontento, vedendomi imbarazzato in un negotio nel quale, havendo a trattare con persone di grandissima auttorit, vedo che ogni mio uffitio si pu quasi assolutamente dir inutile et infruttuoso. Tre volte mi son trovato col'Ill.mo Contarini(151), dal quale mai ho potuto trare pur una parola cortese; anzi una volta mi ha detto, che quando non si voglia aquetarsi al dovere, si far dal loro canto altra delibe[razione...] conformit: intendo da altra parte che egli si lamenta de'suoi nepoti(152), perch non facciano altro che tormentarlo in questo proposito; onde io vedo che con questo soggetto ogni uffitio  anzi dannoso che giovevole. L'Ill.mo Zane(153), col quale ho parlato pi volte, persevera nella medesima gentilezza et cortesia di prima, et concorrer volontieri a dar a V. S. Ecc.ma ogni satisfattione. L'Ill.mo S.r P.r Donado, col quale ho parlato, mi ha corrisposo veramente con parole assai cortesi et molto honorevoli della persona di V. S.; et anco nel corso del suo ragionamento ha dimostrato far gran stima di quella lettura; et si dilat assai in questo proposito meco, presente pur l'Ill.mo Contarini, il che mi persuasi anco esser fatto ad arte: et la conclusione del ragionamento fu, che il Moletti non pass il segno delli 300; che l'essempio di Bologna non haveva luogo in questo Studio, perch vi era mancamento di danaro; che il viver della catedra solamente era quasi impossibile, e che delle lettioni private bisognava farsi pagare; ma per che, quando gl'altri si contentassero, si vederebbe arrivar alli 350, mostrando di condescender a questo per singular gratia; et in fine pregandomi et protestandomi, con maniera per assai cortese, che non volessi pretender pi, perch, mettendo questo essempio in confusione tutto lo Studio, averei procurato quello che, come gentil'huomo venetiano e di giuditio (per dir come Sua S.ria Ill.ma disse), non mi si conveniva tentare; che gi havevo assai abondantemente sodisfatto all'amicitia che tengo con lei, all'obligo che asserivo haverle, et a quel favore et aiuto che i veri gentil'huomini sono tenuti prestare a virtuosi che meritano; et che, sicome fin qua restava molto ben edificato de'buoni offitii che havevo fatto, cos gli pareva che mi dovessi hormai aquietare, et procurare anco che V. S. Ecc.ma si aquetasse, et conoscesse che con lei si  fatto quello che con altri non s'haverebbe fatto; et che quando con lei si volesse passar pi avanti, questo sarebbe un chiamare tutti i dottori a Venetia et nutrirli in speranze indebbite, alle quali non saria possibile dar alcuna satisfattione; che, havendomi io cos ardentemente adoperato per V. S. Ecc.ma, si persuadevano che io fossi molto suo amico, et che per consequenza stimavano che, et per l'auttorit dell'amicitia et per le molte ragioni che io haverei potuto addurle, l'haverei senza dubbio fatta contentare; che le scrivessi, che haveriano attesa la risposta. Io non mancai, in quella maniera che mi fu lecita, andar rissolvendo alcuna delle cose sopradette et discorrer sopra il suo merito, il quale, sicome trappassava per molti rispetti i segni ordinarii, cos ricchiedeva estraordinaria satisfattione. Pure l'Ill.mo Donado mi replic sempre il medesimo, et sempre con maggior efficaccia; et l'Ill.mo Contarini, non attendendo a quello che ragionavimo, mai disse altra parola, se non che si maravigliava, et che non vedeva causa di cos alte pretensioni, mostrando di restar pochissimo satisfatto della mia persona. Io sto aspettando risposta dal Magini, et venuta che ella sia, la dar all'Ill.mo Zane; e tra tanto aspettar da lei risposta. Et le baccio la mano.

In V.a, il primo Settembre 1599.
Di V. S. Ecc.ma
desiderosissimo di servirla
Gio. Fr. Sag.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r Honorat.mo
S.r Galileo Galilei, Mat.co dello Studio di
Padova.



69..

TICONE BRAHE a GIO. VINCENZO PINELLI in Padova.
Benatek, 3 gennaio 1600.

Bibl. dell'Universit di Basilea. Cod. G. I, 35, car. 8-9. - Minuta autografa.

Illustri et Clarissimo viro D.no Vincentio Pinello, Patricio Patavino,
D.no et amico suo Observandissimo.

Illustris et Magnifice vir,

S. Cum superiore anno Italiam peragrasset nobilis et eruditus adolescens Franciscus Tengnaglius, qui aliquamdiu antea, tam in Dania quam Germania, meus domesticus fuit, et Dresdae a me, in Italiam profectus, inter alia, ut, Patavium transiens, te officiose meo nomine salutaret atque de statu mearum rerum edoceret, in mandatis habuit; reversus autem nuper ad me, cum ab ipso percontarer an te allocutus esset, respondit se quum primum(154) Patavium permeasset, saltem biduum ibi mansisse, interim te conveniendi nullam datam fuisse commoditatem. Reiecit itaque illud in reditum suum, donec, ulteriore Italia perlustrata, in Germaniam ipsi revertendum foret. At, cum rursus urbem vestram accederet(155) et quod antea omissum erat praestare satageret, te ibi non invenit; sed in villam tuam, animi caussa, secessisse, Mathematicus vester Galilaeus de Galilaeis referebat. Re itaque hac, praeter utriusque nostrum expectationem, infecta, is ad me (uti dictum) rediit....
Vale, salutato a me peramanter ob conformia studia praestantissimo istic mathematum professore Galilaeo de Galilaeis; qui si mihi (uti constituerat) per dictam occasionem scripsisset, me in respondendo non invenisset difficilem(156). Poterit tamen id alio fortassis tempore praestari...



70.

TICONE BRAHE a GALILEO [in Padova].
Benatek, 4 maggio 1600.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 41. - Autografa la firma.

Clarissime et Excellentissime Vir,

Cum hisce diebus Pragae fuissem, atque ibi Serenissimi Principis Magni Ducis Hetruriae oratorem apud Sacram Caesaream Maiestatem, Illustrissimum et Generosissimum Dominum Cosmum Concinum e Comitibus Pennae, convenissem, inter alia Illustrissimae Dominationis eius humanissima mecum colloquia (uti sane est vir, eximia comitate parique doctrina, praeter generis illustrissimum splendorem, admirandus nec unquam satis laudatus), incidit etiam Excellentiae tuae honorifica mentio, ob singularem, qua, in mathematicis praesertim, plurimos alios antecellis, eruditionem; cumque a tanto viro tuas dotes etiam depraedicari audirem, stimulavit id prius de Excellentia tua animo meo conceptam sententiam, ut non potuerim non has ad ipsam scribere, atque sic amicitiae nostrae et ulterioris inter nos per literas correspondentiae fundamina ponere.
Quia vero a nobili adolescente Francisco Tengnaglio, meo domestico, ex Italia huc redeunte, percepi Excellentiam tuam primum nostrum tomum Epistolarum Astronomicarum(157) perlustrasse, atque in eo nonnulla reperiisse de quibus mecum conferre cuperet, ego certe idipsum nullatenus detrecto; sed si quid fuerit quod Excellentia tua in disquisitionem inibi vocare velit, erit id mihi gratissimum, invenietque me ad respondendum pro meo modulo quam paratissimum. Sive de hpothesi nostra coelestium revolutionum, quae solem centrum facit circuitionis quinque planetarum, terram autem, et eam quiescentem, solummodo amborum luminarium, atque octavae quam vocant spherae (cui assumptioni apparentias quam optime congruere depraehendi, ut nihilominus tollantur vasti illi epiccli, quemadmodum apud Copernicum, et terra in centro universi, quod ille non admisit, immota maneat: sunt etiam particularia quaedam, in hac nostra inventione, quae neque iuxta Ptolemaicam neque Coperniceam speculationem tam competenter excusari possunt); sive de restitutione fixarum stellarum; sive de cometis, quos omnes in ipso coelo curricula sua absolvere, contra quam volunt Peripatetici, probo, idque in septem, a me diligenter observatis, demonstratum relinquo; sive de quacunque tandem alia re, cuius in illo libro mentio fit, mecum disserere Excellentia tua volet; faciat id ingenue pro suo arbitrio. Ego vicissim meam sententiam illi aperire, atque de rebus astronomicis cum ea iucunde conferre, non intermittam. Valeat Excellentia tua quam optime.


[vedi figura 070.gif]
Dabantur ex Arce Caesarea Benatica, die 4 Maii Anni 1600.
Excellentiae tuae
Studiosissimus


Fuori: Admodum Magnifico et Excellenti Viro
D.no Galilaeo de Galilaeis,
Mathematico excellentissimo, amico honorando.



71.

GALILEO a GIULIA AMMANNATI GALILEI in Firenze.
Padova, 25 agosto 1600.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 11. - Autografa.

Car.ma et Honor.da Madre,

Da una vostra lettera et da una di Mess. Piero Sali intendo del partito che ci vien proposto per la Livia nostra; in proposito di che non veggo di potervi dar certa resoluzione, perch, ancora che il partito detto mi venga lodato da detto Mess. Piero et che tale io lo stimi, niente di meno hora come hora non lo posso accettare: et la causa , che quel Signore Pollacco, a presso di chi  stato Michelagnolo, ha ultimamente scritto che ei deva quanto prima andar l da lui, offerendoli partito honoratissimo, ci  la sua tavola, vestito al pari de i primi gentil'homini(158) di sua corte, dua servitori che lo servino et una carrozza da 4 cavalli, et di pi 200 ducati ungari di provvisione l'anno, che sono circa 300 scudi, oltre a i donativi, che saranno assai; tal che lui  risoluto di andar via quanto prima, n aspetta altro che l'occasione di buona compagnia, et credo che tra 15 giorni partir. Onde a me bisogna di accomodarlo di danari per il viaggio; et in oltre bisogna che porti seco, ad instanza del suo Signore, alcune robe; che, tra 'l viatico et le dette robe, non posso far di manco di non l'accomodare al meno di 200 scudi: sapete poi se ne ho spesi da un anno in qua; tal che non posso far quel che vorrei. Da l'altro canto mi viene scritto da Suor Contessa, che io deva in ogni modo levar la Livia di l(159), perch vi sta malissimo volentieri: et io, gi che lei ha aspettato sin qui, vorrei pure che si vedesse di accomodarla bene; perch, se bene credo alle parole di Mess. Piero et che questo Pompeo Baldi sia buona persona, pure sentendo come, tra quello che guadagna et quello che pu havere di entrata, non deve arrivare a 100 S., non so come si possa con questo danaro mantenere una casa. Per, quanto al mio parere, vorrei che si scorresse ancora un poco avanti, perch Michelagnolo, arrivato che sia in Pollonia, non mancher di mandarci una buona partita di danari, con i quali, et con quello che potr fare io, si potr pigliare spediente della fanciulla, gi che ancora lei vuole uscire a provare le miserie di questo mondo. Per vorrei che cercassi di cavarla di l et metterla in qualche altro monasterio, sin che venga la sua ventura, persuadendogli che l'aspettare non  senza suo grande utile, et che ci sono et sono state delle regine et gran signore, che non si sono maritate se non di et, che sariano potute esser sua madre. Vedete dunque di vederla quanto prima, et date l'inclusa a Suor Contessa, la quale mi dimanda il salario per il convento: per vi farete dire quanto , che quanto prima lo mander. Et sopra quanto vi scrivo potrete parlare con Mess. Piero Sali, perch, per non replicare le medesime cose, li scrivo brevemente et lo rimetto a quanto li tratterete voi. Altro non mi occorre dirvi, se non che a tutti ci raccomandiamo. N. S. vi contenti.

Di Padova, li 25 di Agosto 1600.

Vostro A[ff.]o Fig.lo
G. G.
La lettera di Suor Contessa l'ho mandata poi a suo frate[llo].

Fuori: Alla sua Car.ma et Honor.da Madre
M.a Giulia Galilei.
Firenze.



72.(160)

GALILEO a [GIO. BATTISTA STROZZI in Firenze].
Padova, 5 gennaio 1601.

L'autografo era a car. 422 del cod. Strozziano N. 973, al quale, di mano "dell'Abbate Luigi di Carlo Strozzi. 1677",  preposto il titolo "Lettere originali di letterati, scritte a Gio. Batta Strozzi il Cieco". Detto codice ora  il Magliabechiano VIII. 2. 1399; ma quella carta 422 fu sottratta, e dell'autografo galileiano  rimasta traccia solo nell'indice iniziale. Ricomparve nella raccolta TRMONT et BOILLY, da questa pass nella BOVET(161), nel catalogo della quale fu dato in facsimile: venduto all'asta per il prezzo di lire 690, pervenne alla raccolta ARRIGONI(162), da cui pass finalmente a quella GNECCHI.

Molto Ill.re Sig.re et Pad.ne Osser.mo

La bellissima sestina et la gratissima lettera di V. S. mi sono state di doppio contento: questa, recandomi testimonianza della memoria che tiene di me; et quella, dell'opinione che ha V. S., ch'io possa gustare ancora delle poetiche bellezze. Et invero, se pari al gusto et diletto fusse in me il giudizio, gi per mia sentenza haveria la sua sestina sopra ogn'altro poema di tal genere vittoria; e confesso a V. S. haver veduto quello che, o per la difficolt del componimento, o pur(163) per mia insatiabile ignoranza, non sperava di veder mai, cio sestina il cui alto, vago et chiaro concetto non fusse dalla strettezza degl'oblighi superato. Ne la ringrazio dunque infinitamente, et la prego a farmi spesso di simili favori; che sar per fine di questa, con baciarli con ogni reverenza le mani e offerirmeli servitore prontissimo. N. S. la prosperi.

Di Pad.a, li 5 di Gennaio 1601.
Di V. S. molto I.
Oblig.mo Ser.re
Galileo Galilei.



73.

GIROLAMO MERCURIALE a GALILEO in Padova.
Pisa, 29 maggio 1601.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. I, T. VI, car. 17l. - Autografa.

Ecc.mo Sig.r

Senza dubio alcuno aspettavo V. E. col S.r Cornachini(164), e Dio sa quanta consolatione havrei sentita nel vederla et abracciarla doppo tanti anni; ma poi che non torna bene alle sue cose et ai suoi pensieri, havr speranza al meno di rivederla quest'altr'anno: nel qual tempo l'essorto in tutt'i modi ad esporsi di venire, perch il S.r Prencipe(165) havr passati gli dodici anni, et tengo certo ser capace di tutte quelle cose matematiche che V. E. gli sapr mostrare; et sappi certo che quel figliuolo ha un felicissimo ingegno e memoria, et sopra il tutto  il pi curioso cervello che si possa immaginare: onde credo havr occasione V. E. di essercitare il suo talento, et chi sa anco che non possa essere qualche sua buona fortuna. Per torno a dirgli che in tutt'i modi veda di finire quel suo instrumento geometrico e militare, acci possa lei medesima portarlo il seguente anno per San Gioanni a Firenze, dove ser ancor io: et fra tanto con la prima occasione far quel'ufficio che si deve con le loro AA. SS.me; et se V. E. volesse mandarmi un breve ritratto di quello che fa per il S.r Prencipe, con l'uso et utilit sue, lo mostrarei alle loro AA., et so certo che 'l Prencipe ne prenderebbe diletation. Che  per fine: et gli bascio le mani.

Di Pisa, li 29 Maggio(166) 1601.
Di V. E. Ecc.ma
S.r Galileo Galilei.
Aff.mo Ser.re
Hier.o Mercuriale.

Fuori: All'Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Venetia per Padova.



74.

GALILEO a MICHELANGELO GALILEI in Vilna.
Padova, 20 novembre 1601.

Museo Britannico in Londra. Egerton Mss. 48, car. 2. - Autografa.

Car.mo et Honor.do Fratello,

Ancor che io non habbia mai hauta risposta ad alcuna delle mie 4 lettere scrittevi da 10 mesi in qua in diversi tempi, pur torno a replicarvi l'istesso con la presente; et voglio pi presto credere che siano andate mal tutte, et ogn'altra cosa meno verisimile, che dubitare che voi fussi per mancare di tanto all'obligo vostro, non solamente del rispondere con lettere alle mie, ma con effetti al debito che haviamo con diverse persone, et in particolare col S. Taddeo Galletti nostro cognato, al quale, come pi volte vi ho scritto, maritai la Livia nostra sorella con dote di ducati 1800(167): de i quali 800 si pagorno subito, et mi fu forza pigliarne 600 in presto, confidando che al vostro arrivo in Lituania voi fussi per mandarmi se non tutta questa somma al meno la maggior parte, et per contribuire poi del restante di anno in anno sino all'intero pagamento, conforme all'obligo che ho fatto sopra tale speranza; che quando io havessi creduto che il successo havesse ad essere altrimenti, o non haverei maritata la fanciulla, o l'haverei accomodata con dote tale che io solo fussi stato bastante a satisfarla, gi che la mia sorte porta che tutti i carichi si habbino a posare sopra di me. Io vi pregavo in oltre che dovessi mandare una carta di obligazione per darla al S. Taddeo, nella quale vi obligassi in solidum alla detta dote insieme meco, et che tale scrittura fusse autenticata per publico notaio. Per torno a ripregarvi che non vogliate mancare di eseguire tutto questo quanto prima: et sopra 'l tutto non mancate di darci avviso dell'esser vostro, perch ne stiamo tutti con gran pensiero, non havendo mai intesa cosa alcuna di voi da che vi partisti di Cracovia, eccetto che circa un mese fa dal S. Carlo Segni, il quale per sua cortesia mi scriveva haver ricevute lettere da voi di Lublino, et che stavi in procinto di ritornare in Vilna, ma che per me non havevi mandato n lettere n altro. Circa 'l resto noi stiamo, per grazia di Dio, tutti bene, et si aspetta di giorno in giorno il parto della Livia, la quale insieme con suo marito vi si raccomanda infinitamente, come fo io con nostra madre. Di grazia, non mancate avvisarci dell'esser vostro quanto prima. Et baciate le mani al Sig.re(168) per mia parte.

Di Padova, li 20 di 9mbre 1601.

Vostro Aff.mo fratello
Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Mag.co et Honor.do
S. Michelagnolo Galilei.
Vilna.



75..

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 17 gennaio 1602.

Dobbiamo riprodurre anche questa lettera (vedi l'informazione premessa al n. 2) dall'edizione del CAMPORI, che per primo la pubblic a pag. 2-3 del citato Carteggio Galileano inedito, non avendo potuto ritrovarne l'originale.

Io mando a V. S. Ecc.ma due stromenti da far viti, che hanno bisogno di accommodamento. La picciola l'ho fatta io stesso gi alcuni mesi; ma perch parmi che non abbia tutta quella bona grazia che vorrei, volevo accomodarla, il che poi non ho voluto tentare, perch in vero mi  passata la voglia di lavorare: onde volendo far una macchinetta picciolissima, prego V. S. Ecc.ma operar che M.o Fait me la accommodi subito, siccome anco desidererei che accommodasse anco quell'altra, s che lavorasse politamente. E mi perdoni della briga.
Ho fatta fare una macchinetta, con una ruota d'avolio, con la vite perpetua incavata, come quelle di M.o Fait, ma per senza torno, col semplice scarpello: riesc assai bella, per esser fatta da maestro novello. Ne ho anco fatto principiar una quasi tutta di ferro, in forma di quelle di M.o Fait, da strassinare, ma con una ruota di pi: non so come riuscir ben fatta, poich il marangone fa l'uffizio del fabro e non vuole ubedire; e servendo cotali cose pi per galanteria che per altro, mi rincresce che l'ostinazione di costui le tolga quel poco di gentile che se gli potrebbe dare con qualche ornamento. E per fine me le raccomando.

In Venezia, a XVII Genaro 1602.



76.

GALILEO a BACCIO VALORI in Firenze.
Padova, 13 marzo 1602.

Scrive il NELLI, Vita e Commercio letterario di Galileo Galilei ecc. Vol. I, Losanna, 1793, pag. 138, nota 1, che l'originale di questa lettera era nella libreria RINUCCINI in Firenze: ma le ricerche da noi fattene sono state inutili: e dobbiamo valerci d'una copia del secolo XIX, che  nella Biblioteca Nazionale di Firenze. Mss. Gal., P. I, T. V, car. 3, copia trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. stessi.

Molto Ill.re Sig.re et Padron Col.mo

Dal Sig. Michele Saladini mi sono state mandate, conforme all'ordine di V. S. molto Ill.re, 10 copie del discorso del Sig.r Mei sopra l'antica et la moderna musica(169); il quale mi  stato sommamente grato, s per la cosa in s stessa, degna veramente dell'erudizione singolare dell'autore, s ancora per venirmi mandata da V. S., segno che tien memoria grata di un suo devotissimo servitore, cosa da me sopra modo ambita et della quale mi pregio assai: et cos si assicuri V. S. che sono desideroso di servirla, come obbligato a farlo. Ho letto il discorso, al quale non saprei dar lode maggiore che il dire che sono persuaso et credo che dica il vero, che deve essere l'ultimo scopo di ogni speculatore. Lo participer con quelli di questo Studio che mi parranno pi atti a intenderlo; et a V. S. molto Ill.re render infinite grazie dell'amorevole affetto, e con farli le debite reverenze finir. N. S. la conservi.

Di Padova, li 13 di Marzo 1602.
Di V. S. molto Ill.re
Serv.re Obbligat.mo
Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re et Pad.ne Col.mo
Il Sig. Baccio Valori.
Firenze.



77.

GALILEO a BACCIO VALORI in Firenze.
Padova, 26 aprile 1602.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 9. - Copia della stessa mano del n. 76.

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

Io non mi trovo disegno buono per spiegar la fabbrica et l'applicazione della mia macchina per cavar acqua(170): per non ubbidisco al comandamento di V. S. molto Ill.tre; ma non per li nego la dimanda, ma solo differisco il servirla sino alla mia venuta cost, la quale, se grande impedimento non mi si interpone, ho disegnato che sia in questa state, dove, con la viva voce e con un modello materiale, li potr dare migliore satisfazione: se bene in effetto la cosa in s non  da essere molto stimata, et massime dal purgatissimo giudizio di V. S. molto Ill.tre Alla quale intanto mi ricordo per servitore devotissimo et obbligatissimo; et baciandoli con ogni reverenza le mani, le prego da Dio compita felicit.

Di V. S. molto Ill.tre
Padova, 26 di Aprile 1602.
Servitore Obb.mo
Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Ill.tre Sig.re et Pad.ne Col.mo
Il Sig.re Baccio Valori.
Firenze.



78..

GALILEO ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA in Venezia.
[Padova, maggio 1602].

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: Atti 1, 1597-1609, Riformatori dello Studio di Padova, n 419. - Autografa.

Ill.mi et Ecc.mi Sig.ri Rifor.ri

Galileo Galilei, Lettor delle Mat.che nello Studio di Padova et humiliss.o servo delle S. V. Ill.me et Ecc.me, trovandosi, come ad alcuna delle S.e loro  pi particolarmente manifesto, aggravato da un debito(171), il quale, oltre al suo peso, lo va con interessi consumando, n potendo da quello alleggerirsi senza il loro sussidio et favore; con ogni humilt le supplica a volere esser favorite di compassionare allo stato suo, et sovvenirlo in questa sua necessit col prestargli del publico stipendio la provisione di anni due anticipatamente, per scontarla esso supplicante in anni quattro che li restano a finire la sua condotta, con dare idonea sicurt della vita, assicurando le S. V. Ill.me et Ecc.me che quando non fusse da estrema necessit astretto, non haveria ardito di molestarle. Et quando sia di tal grazia favorito, oltre al restargnene con obligo perpetuo, pregher sempre il S. D. che loro conceda il colmo di felicit.



79..

I RIFORMATORI DELLO STUDIO ai RETTORI DI PADOVA.
Venezia, 9 maggio 1602.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: N = (sic). Lettere dalli Ecc.mi Sig.ri Riform.ri dello Studio scritte ai diversi Ill.mi Rettori ed altri, 1601 al 1622. Riformatori dello Studio di Padova, n 64. - Originale.

1602. 9 Maggio.

Alli Rettori di Padova.

 cos pia la occasione che ci fa supplicare da D. Galileo Galilei, Lettor delle Mathematiche in quel Studio, di aiuto di qualche somma di denaro del salario suo, che tiene a quella Camera per il servitio che presta, sendo egli per collocar in matrimonio una sua figliuola nubile(172) et trovandosi in molto stretta fortuna, che ci ha fatti risolvere di accomodarlo di quel danaro anticipato che per l'ultima sua condotta gli pu aspettar in tempo di un anno; con condizione per, che dia sufficiente pieggieria di vita et ogni caso che non fusse col servitio scontato il danaro che ricever, come si  osservato in altri: di che habbiamo voluto dar a V. S. Ill.me notitia, acciocch cos faccino essequire.



80..

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 8 agosto 1602.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 31. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio Hon.mo

Hor hora ho ricevuto le calamite, benissimo condittionate, et l'altr'hieri ebbi l'anello, il quale, cos armato, certo  un Rodomonte. Il nasetto della grande io non so accomodarlo cos, al presente, che faccia maggior riuscita di quello che mi soleva fare una brocca che le soleva applicar per armatura; onde haver bisogno della presenza di V. S. Ecc.ma, che haver con occasione o della mia venuta cost o della sua in questa citt. Tra tanto la prego conservarmi suo; et le bacio la mano.

Di V.a, a 8 Agosto 1602.
Di V. S. Ecc.
Aff.mo per serv.la
Gio. Fr. Sagr.

Fuori: Al Molto Mag.co et Ecc.mo S.r
Il Sig. Galileo Galilei, Mathem.co di
Padova.



81..

EDMONDO BRUCE a GIOVANNI KEPLER in Praga.
Firenze, 15 agosto 1602.

Bibl. Palatina di Vienna. Mss. 10702, car. 218. - Autografa.

Spero, mi Eccellentissime Keplere, te meas accepisse literas, Patavii datas: nunc tibi has a Florentia mitto, quibus te certum facio, quod mea sors fuit cum Magino concurrere in eodem curru a Patavio usque ad Bononiam, in cuius domo, amice acceptus, per diem noctemque mansi; quo temporis curriculo honorifice de te locuti sumus. Prodromum(173) tuum ei ostendi, dixique te summopere admirare, eum nunquam tuis literis respondisse: ast ipse mihi iuravit, se nunquam antea tuum Prodromum vidisse, sed eius adventum quotidie dilligenter expectasse, mihique fidelliter promisit, se suas ad te literas breve mittere velle; teque non solum amare, sed etiam pro tuis inventis admirare, confessus est. Galeleus autem mihi dixit, se ad te scripsisse, tuumque librum accepisse, quae tamen Magino negavit; eumque, te nimis leniter laudando, vituperavi. Nam hoc pro certo scio, se tua ut sua inventa suis auditoribus et aliis promsisse. Sed ita feci, et faciam, ut ea omnia non ad suum, sed ad tuum, honorem magis redundabunt.

Florentiae, 15 Augusti 1602.
Tuus ut suus
Edmundus Brutius.

Fuori: Ecc.mo D. D. Ioanni Keplero,
Mathematico M. C.
Pragae.



82..

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 23 agosto 1602.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 33. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Da M. Gasparo(174) haver V. S. Ecc.ma inteso la monitione che ho fatta di machine, et il desiderio ch'io ho di cavar dalle mani di M.o Fait uno di quelli trapani con li quali incava li denti delle ruote per le viti perpetue; il che non so se cos facilmente si potr ottenire, quando egli sappia che debba capitar nelle mie mani, havendosi egli grandemente doluto che io habbia insegnato al mio marangone far le sue machine: per la prego veder, per quella via che le parer pi riuscibile, di far questo servitio.
La mia venuta cost voglio certo che sia a qualche tempo. Il Sig. Veniero nostro et io desideriamo questo ottobre far un viaggietto in Cadore(175) et in alcun altro luogo circonvicino, questo mese di Ottobre; ma perch senza la compagnia di V. S. Ecc.ma riuscirebbe questo nostro viaggio per luoghi fantastichi molto insipido, ho voluto darlene aviso per tempo, acci, per favorire l'uno et l'altro di noi, si disponga a farci questa gratia: che quanto incommodo ella prendesse per cos fatta cagione, altrettanta fatica noi ci oblighiamo far per lei al tempo della sua ricondotta, il qual desidero saper quando sar. Che sar fine di questa, pregandoli da N. S. ogni felicit.

In V.a, a 23 Agosto 1602.
Di V. S. Ecc.ma
S.r Galileo.
Aff. mo per serv.la
G. F. Sag.do

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S. Hon.mo
Il S.r Galileo Galilei, Mathem.
Padova.



83..

PAOLO SARPI a GALILEO in Padova.
Venezia, 2 settembre 1602.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 43. - Autografa.

Ecc.mo Sig.re P.rone mio Colen.o

Poich li 25 miglia, per quanto siamo distanti, m'impedisce il discorrere con V. S., cosa che desidero sopra tutte le altre, voglio tentare di farlo con intermedio delle lettere, et al presente nel proposito ch'incominciai trattare con esso lei quando l'altro giorno fummo insieme, della inclinatione della calamita con l'orizonte. Il nostro auttore(176) molto raggionevolmente dice, quella non essere una attrattione, ma conversione pi tosto, nascendo dalla virt d'una et dell'altra, che vogliono essere situate in un certo muodo insieme, perilch il pi desiderato muodo di situarsi  quello quando per li poli: imperoch fa l'asse uno, et se ci  moto, ancora tutte le parti participano del moto non solo circa l'asse della grande, ma anco circa il suo; anzi forse si fa talmente uno, che perde il suo equinotiale, et fa accostare quello della grande, perdendo ambi dua li poli in che si congiongano, et facendo come d'un corpo li dua poli estremi. Ma se sono situate per li equinotiali, si vede anco la unione, havendo li assi paralelli et l'equinotiali in un piano, et participando il moto sopra quelli. Hora, nelle altre situationi io non so vedere che cosa voglino fare. Andava pensando che accomodassero in qualche maniera insieme il cerchio d'ambe due paralello all'equinottiale(177) et per il vertice della reggione: ma non  cos.  ben forza che voglino accomodarsi in qualche maniera, pertenente alle sue parti, et che da quelle venga regolata, et denominate le parti: non sono se non poli, asse et cerchi parallelli; come adonque? Forse come il nostro auttore dice? che per non veggo come et a che fine, n qual parti a quale vogli situare. Ma egli come ha truovato il suo muodo? per esperienze o per raggione? Non per esperienze: perch, o con la terra, et questo ricercherrebbe viaggio regolato per una quarta; non con la terrella, perch si ricerca che il versorio non habbia sensibile proportione con la terrella, acci nell'istesso luoco sii il centro et la cuspide, altrimenti non  fatto niente. Non mi par manco che per raggione: imperoch bisogna render causse della descrittione de que'cerchi che lui chiama conversionis, che nella piciola dimostratione ne descrive 3: BCL sotto l'equinotiale; ODL di 45; GL di 90(178). Essendo tutti li tali, come si vede nella figura grande(179), descritti sopra il ponto della reggione come centro, intervallo una retta da esso centro al polo opposito, cerco prima la raggione di questo intervallo; poi, perch questi cerchi conversionis non sono simili, ma quello del 45  un quarto, li precedenti pi, li seguenti meno. Al che si d per regola che siino tra il polo opposito L et il cerchio BOG, quale  descritto sopra il centro della balla, intervallo quella che pu quanto il semidiametro et il lato del quadrato(180). Quale  la raggione di pore questo centro et tanto intervallo? poi, perch debbono essere divisi in tante parti come un quadrante cos li grandi come li picioli?
Queste sono le difficolt. Della spirale non ho difficolt alcuna, ma  un bel genere di elica, generandosi di dua moti circolari. Prego V. S. che habbia un poco di consideratione sopra le mie difficolt, et sopplisca al mancamento del nostro auttore, il quale ha taciuto le causse delle pi oscure cose che siano: almeno havesse detto come ne  venuto in cognitione. Appresso, perch desidero far esperienza di questa inclinatione, per levarmi la fatica prego V. S. scrivermi il muodo tenuto in far il versorio, con che li applica li perni, se con fuoco o con cola o come, et di che materia li fa, et sopra che li appoggia, et in soma ogni particolare, perch non vorrei consumar tempo in esperimentar molte cose, poich ella ha fatto la fatica. Qui far fine, pregando V. S. scusare la mia importunit et non curare di rispondermi se non con suo commodo, sich non venga impedita n da'suoi negotii n dalli studii. Per li bascio la mano.

Di Vinetia, il d ij Settembre 1602.
Di V. S. Ecc.ma
[vedi figura 083.gif]

Fuori: All'Ecc.mo Sig.re mio P.rone Osservan.o
Il S.r Galileo Galilei, Math.co Publico, in
Padova,
appresso il Santo.



84..

PAOLO POZZOBONELLI a GALILEO in Padova.
Savona, 12 settembre 1602.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n. 123. - Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re Oss.mo

Due di V. S. Ecc.ma quasi in un tempo mi son state rese la settimana passata, la prima de'22 Maggio, e l'altra de'16 Agosto, quali mi son state carissime, perch mi arrecano bonissime nove di V. S., di cui per tanto tempo gi stavo in ansiet; et con la pi vecchia ho havuto la scatola di occhiali, quali son stati a sodisfatione de'parenti, et ringratio V. S. della briga presasi in farmeli haver boni et del presente che V. S. mi fa del prezzo di essi: del quale, per esser cosa da me richiesta, desideravo di far mio debito, et che il prezzo fusse pagato da me et restarli in obligo solo della fatica; ma gi che V. S. cos vole, non voglio far torto alla sua amorevolezza, ma pregarla a porgermi occasione ch'io possa far la mia parte ancor io. Quanto a che lo instrumento di V. S. fusse riuscito(181), se ben in mente mia gi ne sapevo l'esito et me lo teneva per certo, come V. S. lo avisa pure, per il suo aviso seco me ne rallegro, et prego Dio li porga maggior occasione di palesar il suo valore.
Quanto a'miei studii, io son disperato; ch da che son qui, non ho havuto tanto agio di aprir pur un libro. Vi causa ben in parte la mia natura, che per ogni poco di occasione mi disvio di sorte da camino, che no fo pi cosa bona: ma che direbbe V. S. s'io li dicessi che voglio far come colui che buttando la berretta in terra maledisse il suo troppo senno, gi che ogn'uno mi vol dar delle brighe e delle comissioni, talch io, che fuggo la fatica, non mi par di haverne s poca in levarmi da torno le cure et molestie d'altri? senza che le mie proprie non mi dan s poca occupatione; talch io credo di voler andar disponendo le cose in maniera che me ne vorr fuggire, per poter goder de l'otio et della consolatione di continuare nel mio studio. Per quando sar a tempo, V. S. sar avisata di tutto. Intanto non posso salvo dirli, che de'tanti fatti ch'io pretendevo di far a casa mia, non ho fatto altro che attendere al palazzo; et della mia carissima matematica n de l'altra arte spagirica non ho fatto cosa alcuna, giach di quella son(182) fornito di stromenti a compimento, et di quest'altra non ho tanto vedro che le donne potessero farne la punta a soi fusi, n tanto carbone che potesse dissegnare un di quegli animali che eran dipinti nella mia camera della contrada de'Vignali(183).
Ho nove dal S.or Conte Persico di Fiandra, che presto se ne torner in Italia. Sta bene di salute, et di l  gionto qui un corriero, che rifferisce, in Ostenden a quello assedio li ingegneri del'Arciduca haver fatto certi loro artifici per serrar quelli canali, che hanno nominati salsiccie; et che mentre si stava accomodando alquante di queste salsiccie, alcune cannonate della fortezza han portati a volo 14 delli assistenti(184): di qui io scrivo al S.or Conte, che se ne venga a mangiarsele qui, dove si mangian senza dubio di esser fatto volare come Icaro. V. S. attenda a governarsi et godersi alle volte col S.or Paolo Gualdo gentilissimo; di cui non havendo nova poi della mia partenza, desidero intenderne alcuna, et che mi porgesse occasione ch'io lo servisse. Li scrissi al mio arrivo qui, ma non hebbi risposta: ne do colpa alle sue occupationi. Per fine a V. S. bacio le mani, e prego dal cielo ogni bene.

Di Savona, a 12 di Settembre 1602.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
Paolo Pozzobonelli.

Poco manco ch'io mi scordavo il meglio. S'io fussi pedante, haverei qui tanto pi da fare a veder versi et scritti; et presto, se V. S. fusse de l'istesso humore, li manderei di qui un'opera contra del Lipsio. Credo che V. S. non farebbe come il S.or Gio. Vinc.o(185), che voleva ancora i ritratti delli autori, ma si contenterebbe de l'opera: et quello Ill.mo che ha fatto mendace l'Ingegnieri, bisogna ch'ei sia grand'huomo, perch far restar bugiardi altri ingegni che l'Ingengnieri. La sua fama per qua vola gloriosa, et le operationi sono stupende; et quella di far una animetta sottilissima di ferro, che resiste(186) a botta di qualunque grosso moschettone, etiam da cavaletto,  delle minori.

Fuori: All'Ill.e et Ecc.mo Sig.or Oss.mo
Il S.r [Galileo] Galilei, Lettor dig.mo, in
Venetia per Padova,
al Santo.



85..

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 28 settembre 1602.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 165. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r Hon.mo

Il nostro viaggio in Cadore(187) per necessit deve prolungarsi alla met del mese venturo, rispetto che, sentendomi aggravate le reni oltre modo, dal cavalcare ne riceverei notabilissimo danno: anzi, dovendo io, di consiglio del P.e M.o P.lo de'Servi, prender l'acqua della Vergine da Monte Artone(188), ho dato ordine che sia mandata a V. S. Ecc.ma una quarta nuova, acci veda di farmela subito empire della detta acqua et mandarmela con diligenza.
Scrissi, sono molti giorni, al S.r Cortuso semplicista, pregandolo che fosse contento mandarmi qualche semenza di alcun semplice degno per il nostro giardino, et di questo gli ho fatto anco far instanza dall'Ecc.mo S.r D. Benedetto Benedetti; n solo non ho potuto haver le semenze, ma neanco due sue righe: di che certo ne ho preso qualche disgusto, onde mi sono rissoluto scrivergli la seconda volta, non gi per replicargli la instanza, ma bene pi tosto per pungerlo del torto che m'ha fatto; ma per non ho voluto essequire questa mia intentione, se prima V. S. Ecc.ma, con sua commodit, non trovi occasione di parlargli in questo proposito, et mi dia aviso di quello che egli sappia dire, perch certo n'ho preso molto disgusto. Et per fine a V. S. E[cc.ma] mi raccomando.

In V.a, 28 Settembre 1602.
Di V. S. Ecc.ma
Ser.
G. F. S.

Fuori: All'Ecc.mo S.r Hon.mo
Il S.r Galileo Galilei, Mathematico di
Padova.



86...

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Venezia].
Padova, 8 ottobre 1602.

Bibl. Marc. di Venezia. Cod. LXVI della Cl. X (Ital.), car. l. - Autografa.

.... Sono stato a casa del S.r Galileo per rihavere lo scrittorio del S.r Duca, ma ho trovato che un staffiere  venuto per esso(189).



87..

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 18 ottobre 1602.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 34. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r Hon.mo

Ringratio V. S. Ec.ma de'ferri. Dar al P.re M.o Paolo il declinatorio, et far l'ambasciata come ella mi comanda. Ho provato il declinatorio al modo che ella gi mi mostr cost. L'effetto di star perpendicolare, posto il suo assetto sotto la meridiana, mi  riuscito molto bene; et situato sotto il parallelo, ho veduto la declinatione: ma sopra il pi et meno, a me pare che vi sia materia da filosofare.
Ho detto a quel gentil'huomo dalla nativit quello che V. S. Ecc.ma mi scrive: lascier a lui la cura di sollecitarmi; della mia(190) prender la sua commodit.
Il punto del nascimento del Moresini, che cad gi del campanile,  l'anno 1586, a 28 Luglio, ad hora di sesta che si sona alli Frari, che suole essere tra terza et nona. Il giorno de 28  cos notato nell'Avogaria et nel libro di suo padre. Sua madre nondimeno afferma essere lui nato a 27(191), di mercord, due giorni avanti Santa Marta. Il figliuolo  sano, fortunato nella robba, poich gi cinque anni un suo cio gli ha lasciato 3000 ducati di entrata a lui solo, et non agli altri fratelli, se ben maggiori di et. Scritto fin qui, mi  venuto voglia di vedere sopra le efemeride per ritrovar il giorno, et ho veduto che a 27 era domenica, et per consequenza considero la mattina: onde non  da credere, come dice la madre, che il padre arrivasse a casa a sesta(192); et essendo anco non mercore, ma domenica, credo che, ingannandosi in un conto, s'inganni anco nel resto.
Habbiamo qui nuova certa della presa di Buda col castello, con bottino inestimabile, ricuperatione del governatore et altri schiavi fatti ad Alba Regale: nuova che ha fatto stupir ogn'uno, poich s'accamparono gli Imperiali a 2, et a 9 hanno preso ogni cosa, dicesi con vie sotteranee.
Il Cl.mo Veniero  fuori; al suo ritorno si far il servitio: ma ad un modo all'altro, V. S. Ecc.ma stia sicura. E per fine li baccio la mano.

In V.a, a 18 Ottobre 1602.
Di V. S. Ecc.ma
Desid.mo di servirla
Gio. F. Sag.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r
Il S.r Galileo Galilei.
Pad.a



88.

GALILEO a GUIDOBALDO DEL MONTE [in Montebaroccio].
Padova, 29 novembre 1602.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 10. - Copia di mano del secolo XIX, trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. Galileiani, e derivata da copia che dall'originale aveva tratto di sua mano VINCENZIO VIVIANI. Alla copia moderna  premessa la seguente indicazione, che certamente fu riprodotta dalla copia di pugno del VIVIANI: "Copia di lettera del Sig.r Galileo, da Padova li 29 Novembre 1602, al Sig.r Marchese Guid'Ubaldo dal Monte, a Monto Baroccio, cavata da me dall'originale mandatomi da Pesaro dal Sig.r Dottor Costanzo Pompei con sua lettera del primo Gennaio 1661 ab Inc.ne e da esso trovata in un sacco di varie scritture attenenti all'eredit di detto Sig.r Guid'Ubaldo, esistente oggi in Pesaro appresso...".

Ill.mo Sig.e e P.ron Col.mo

V. S. Ill.ma scusi la mia importunit, se persisto in voler persuaderle vera la proposizione de i moti fatti in tempi uguali nella medesima quarta del cerchio(193); perch, essendomi parsa sempre mirabile, hora viepi mi pare, che da V. S. Ill.ma vien reputata come impossibile: onde io stimerei grand'errore e mancamento il mio, s'io permettessi che essa venisse repudiata dalla di lei speculazione, come quella che fusse falsa, non meritando lei questa nota, n tampoco d'esser bandita dall'intelletto di V. S. Ill.ma, che pi d'ogn'altro la potr pi presto ritrarre dall'esilio delle nostre menti. E perch l'esperienza, con che mi sono principalmente chiarito di tal verit,  tanto certa, quanto da me confusamente stata esplicata nell'altra mia, la replicher pi apertamente, onde ancora lei, facendola, possa accertarsi di questa verit.

[vedi figura 088a.gif]
Piglio dunque due fili sottili, lunghi ugualmente due o tre braccia l'uno, e siano AB, EF, e gli appicco a due chiodetti A, E, e nell'altre estremit B, F lego due palle di piombo uguali (se ben niente importa se fussero disuguali), rimuovendo poi ciascuno de'detti fili dal suo perpendicolo, ma uno assai, come saria per l'arco CB, e l'altro pochissimo, come saria secondo l'arco IF; gli lascio poi nell'istesso momento di tempo andar liberamente, e l'uno comincia a descrivere archi grandi, simili al BCD, e l'altro ne descrive de'piccoli, simili all'FIG; ma non per consuma pi tempo il mobile B a passare tutto l'arco BCD, che si faccia l'altro mobile F a passare l'arco FIG. Di che mi rendo sicurissimo cos:
Il mobile B passa per il grand'arco BCD, e ritorna per lo medesimo DCB, e poi ritorna verso D, e va per 500 e 1000 volte reiterando le sue reciprocazioni; l'altro parimente va da F in G, e di qui torna in F, e parimente far molte reciprocazioni; e nel tempo ch'io numero, verbi grazia, le prime cento grandi reciprocazioni BCD, DCB etc., un altro osservatore numera cento altre reciprocazioni per FIG piccolissime, e non ne numera pure una sola di pi: segno evidentissimo che ciascheduna particolare di esse grandissime BCD consuma tanto tempo, quanto ogni una delle minime particolari FIG. Or se tutta(194) la BCD vien passata in tanto tempo in quanto la FIG, ancora le loro met, che sono le cadute per gli archi disuguali della medesima quarta, saranno fatte in tempi uguali. Ma anco senza stare a numerar altro, V. S. Ill.ma vedr che il mobile F non far le sue piccolissime reciprocazioni pi frequenti che il mobile B le sue grandissime, ma sempre anderanno insieme.
L'esperienza, ch'ella mi dice aver fatta nello scatolone, pu essere assai incerta, s per non esser forse la sua superficie ben pulita, s forse per non esser perfettamente circolare, s ancora per non si potere in un solo passaggio cos bene osservare il momento stesso sul principio del moto: ma se V. S. Ill.ma pur vuol pigliare questa superficie incavata, lasci andar da gran distanza, come saria dal punto B, liberamente la palla B, la quale passer in D, e far nel principio le sue reciprocazioni grandi d'intervallo, e nel fine piccole, ma non per queste pi frequenti di tempo di quelle.
Quanto poi al parere irragionevole che, pigliandosi una quarta lunga 100 miglia, due mobili uguali possino passarla, uno tutta, e l'altro(195) un palmo solo, in tempi uguali, dico esser vero che ha dell'ammirando; ma se consideriamo che pu esser un piano tanto poco declive, qual saria quello della superficie di un fiume che lentissimamente si muovesse, che in esso non haver camminato un mobile naturalmente pi d'un palmo nel tempo che un altro sopra un piano molto inclinato (ovvero congiunto con grandissimo impeto ricevuto, anco sopra una piccola inclinazione) haver passato cento miglia: n questa proposizione ha seco per avventura pi inverisimilitudine di quello che si habbia che i triangoli tra le medesime parallele et in basi uguali siano sempre uguali, potendone fare uno brevissimo e l'altro lungo mille miglia. Ma restando nella medesima materia, io credo haver dimostrato questa conclusione, non meno dell'altra inopinabile.

[vedi figura 088b.gif]
Sia del cerchio BDA il diametro BA eretto all'orizzonte, e dal punto A sino alla circonferenza tirate linee utcumque AF(196), AE, AD, AC: dimostro, mobili uguali cadere in tempi uguali e per la perpendicolare BA e per piani inclinati secondo le linee CA, DA, EA, FA; sicch, partendosi nell'istesso momento dalli punti B, C, D, E, F, arriveranno in uno stesso momento al termine A, e sia la linea FA piccola quant'esser si voglia.
E forse anco pi inopinabile parer questo, pur da me dimostrato, che essendo la linea SA non maggiore della corda d'una quarta, e le linee SI, IA utcumque(197), pi presto fa il medesimo mobile il viaggio SIA, partendosi da S, che il viaggio solo IA, partendosi da I.
Sin qui ho dimostrato senza trasgredire i termini mecanici; ma non posso spuntare a dimostrare come gli archi SIA et IA siano passati in tempi uguali: che  quello che cerco(198).
Al Sig.r Francesco mi far grazia rendere il baciamano, dicendogli che con un poco d'ozio gli scriver una esperienza, che gi mi venne in fantasia, per misurare il momento della percossa(199): perquanto al suo quesito, stimo benissimo detto quanto ne dice V. S. Ill.ma, e che quando cominciamo a concernere la materia, per la sua contingenza si cominciano ad alterare le proposizioni in astratto dal geometra considerate; delle quali cos perturbate siccome non si pu assegnare certa scienza, cos dalla loro speculazione  assoluto il matematico.
Sono stato troppo lungo e tedioso con V. S. Ill.ma: mi perdoni in grazia, e mi ami come suo devotissimo servitore. E le bacio le mani con ogni reverenza.

Di Padova, li 29 Novembre 1602.
Di V. S. Ill.ma
Serv.re Obblig.mo
Galileo Galilei.



89..

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 20 dicembre 1602.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 35. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r Hon.mo

Sebene V. S. Ecc.ma per l'accidente della mia morte haveva sospeso il mandarmi il declinatorio, non voglio per tanto risentirmene, che anco doppo morte non vogli adoperarmi per lei, come ho sempre desiderato di poter fare. Onde, havendo havuto gagliarda batteria dal Cl.mo Giustiniano per la sodisfattione della sua lettera di cambio, per non lasciarlo mal sodisfatto et di lei et di me, mi sono dato a cercare li danari: et cos con grandissima fatica ho trovato Z. 30, che sono d.ti 300, sopra il Cl.mo S.r Sebastiano Veniero et me; spero con tale avantaggio, che V. S. Ecc.ma haver isparmiati incirca 11 d.ti di interesse, i quali sono scorsi in questi 20 giorni doppo li pagamenti, perch dove al principio del mese si cambiava a d.ti 129 per S.di 100, spero che dimani haveremo in ragion di d.ti 133 3/4.  vero che il Cl.mo Giustiniano pretendeva haver egli questo utile, dicendo che non  il dovere, che havendo indugiato a ricever il pagamento, altri havesse il benefitio del tempo. Quello che mi contar li danari, non mi ha ancora parlato; ma di ragione dover cambiare secondo il corso della piazza. Il sensale anch'esso m'ha detto, che dipendendo questo avantaggio dalla sua trattatione, ne dovrebbe haver buona parte. Io per credo non voler ceder ad alcuno. La lettera  di d.ti 287, s. 10, et non ho trovato alcuno che m'habbia voluto servire di minor suma; onde mi son contentato pigliar li 300 intieri, et cos le invier il rimanente. Tra tanto V. S. Ecc.ma potr scriver ringratiando il Cl.mo Veniero, il quale in questo servitio ne ha havuta tanta parte quanta io stesso, e piez meco in solidum. Et se in altro posso servirla, la mi comandi.
Le rendo molte grazie del declinatorio, il quale non ho per ancora posto in opera.
L'Ecc.mo Senato manda un suo secretario in Inghilterra(200), per negotio di particolari mercanti. Con questa occasione mi sono rissoluto scrivere all'autore del magnete(201), per avere la sua amicitia. Mi far gratia V. S. Ecc.ma scrivermi alcuna cosa che ella si compiacesse che gli conferissimo, perch per ora io non ho molte cose degne, non havendo ben letto il suo libro; ma non mi partir da alcuni generali et dalle cose contenute nel primo libro, delle quali parmi havere qualche cognitione. Et avendo hora molta fretta per esser notte, faccio fine et me le raccomando.

In V.a, a XX Decembre 1602.
Di V. S. Ecc.ma
Desid.mo di servirla
Gio. Fr. Sag.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r Hon.mo
Il S.r Galileo Galilei, mathem.co
Padova.



90..

FRANCESCO MOROSINI a GALILEO in Padova.
Venezia, 10 gennaio 1603.

Bibl Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 159. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r mio,

Conoscendo io l'amor che per sua gratia mi porta, era ben sicuro che per l'elettione mia al Saviato di Terra Ferma ella fosse per sentire consolatione grande; ma l'agionger il testimonio cortese delle sue littere mi ha altre tanto obligato, quanto io mi sento desideroso di servirla in ogni occasione maggiore. La prego ad amarmi al solito e a comandarmi, che mi rittrover senpre pronto a i suoi servigi. E le bacio le mani.

Di V.a, li 10 Gen.o 1602(202).
Di V. S. Ecc.ma
Ecc.mo Galilei
Ser.r Oblig.mo
Fran.o Morosini.

Fuori: All'Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



91..

SEBASTIANO VENIER a GALILEO in Padova.
Venezia, 23 gennaio 1603.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 161. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo S.r Honor.do

Sono cos singolari li meriti dell'Ecc.za Vostra, che doverebbe ogn'uno incontrar occasione di far per lei cosa che le fosse di sodisfattione et gusto: onde se io, col Cl.o S.r Sagredo, ho in alcuna parte servito al suo desiderio(203), piacemi che la cosa sia riuscita conforme al suo volere; et se nelle future sue occorenze ella conoscer che l'opera mia sia per esserle giovevole, la prego a valersene, poi che mi trover non men pronto che affettuoso in ogni sua dimanda. La ringratio quanto debbo dell'uffitio che l' piacciuto far meco, rallegrandosi di questa elettione mia in Savio di Terra Ferma, il qual grado mi sar tanto caro, quanto che potr per esso coadiuvare li pensieri degli amici miei; et se Vostra Ecc.za si compiacer valersi di me, conoscer da nuovi effetti quanto in me sia ardente l'affetto nell'adoperarmi nei suoi comodi. Et con questo fine a V. S. Ill.re et Ecc.ma prego da Dio, nostro Signore, ogni maggior consolatione.

In Venetia, alli 23 di Gennaro 1602(204).
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
S.r Galileo(205) Galilei.
Ser.re di core
Sebastiano Veniero.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.r Honor.do
Il S.r Galileo Galilei, Lettor delle Matematiche in
Padoa.



92..

GALILEO ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA in Venezia.
Padova, 12 febbraio 1603.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: N. = (sic). Lettere dalli Ecc.mi Sig.ri Riform.ri dello Studio scritte ai diversi Ill.mi Rettori ed altri. 1601 al 1622. Riformatori dello Studio di Padova, n 64. - Originale.

Ill.mi et Ecc.mi Sig.ri Reformatori,

La benignit di VV. SS. Ill.me, dimostratami nel concedermi gratiosamente l'anno passato(206) una paga di un anno anticipatamente per sodisfare a parte di un mio debbito che mi dava molto impaccio, mi d ardire al presente, che io sono molestato del resto, a venire, sicome faccio, a supplicarle da nuovo dar ordine che hora me ne sia data un'altra anticipata di un anno; che sicome per questa gratia io sar sollevato da peso che oltremodo mi aggrava, cos rester per sempre obligatissimo a VV. SS. Ecc.me alle quali prego da N. S. ogni felicit.

In Pad.a, a 12 Feb.o 1602(207).
Di VV. SS. Ill.me
Devot.mo S.e
Galileo Galilei,
Lettore delle Mathematiche.



93..

I RIFORMATORI DELLO STUDIO AI RETTORI DI PADOVA.
[Venezia], 20 febbraio 1603.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: N. = (sic). Lettere dalli Ecc.mi Sig.ri Riform.ri dello Studio scritte ai diversi Ill.mi Rettori ed altri. 1601 al 1622. Riformatori dello Studio di Padova, n 64. - Originale.

1602(208), a'20 Feb.o

Alli Rettori di Padoa.

Instandoci con grande affetto D. Galileo Galilei, Lettor delle Mathematiche in quel Studio, di esser accommodato del salario suo di un anno anticipato, oltre quello che un anno fa gli fu da'precessori nostri fatto accommodare per suo urgentissimo bisogno, habbiamo stimato bene essaudirlo, come facciamo scrivendo alle VV. SS.rie Illust.me che, data per lui fideiussione di vita a piaccimento loro, lo faccino accommodare di detto suo salario; con espressa obligatione di haverlo intieramente a scontare, prima che possi essergli sborsata alcuna cosa. Come  conveniente; e per cos esseguiranno.

Marc'Antonio Memmo, Proc.r Reformator.
Francesco Molin, Reformator.
Antonio Priuli, K.r Reformator.



94..

EDMONDO BRUCE a GIOVANNI KEPLER in Praga.
Padova, 21 agosto 1603.

Bibl. Palatina di Vienna. Mss. 10702, c. 219. - Autografa.

...Maginus ultra septimanam hic fuit, tuumque Prodromum(209) a quodam nobile veneto pro dono nuperrime accepit. Galeleus tuum librum habet, tuaque inventa tanquam sua suis auditoribus proponit. Multa alia tibi scriberem, si mihi tempus daretur.

Raptim Patavii, 21 Augusti 1603.
Tuae Eccellentiae
Amicissimus
Edmundus Brutius Anglus.

Fuori: Ad Excell.m Virum
D. D. Iohannem Keplerum, Mathematicum C. M.
Pragae.



95..

FRANCESCO TENGNAGEL a GIO. ANTONIO MAGINI in Bologna.
[Praga, 1603].

Arch. Malvezzi de'Medici in Bologna. Carteggio di G. A. Magini. - Autografa.

.... Promissi fidem liberaturo, Clarissime et Excellentissime Domine Magine, visum fuit ea, quae a Dominatione Vestra et praestantissimo Patre Clavio circa lunaria soceri mei Domini Tychonis laudatissimae memoriae mota sunt dubia, paulo accuratius expendere, iisque omnem scrupulum (si quis, fatear, in eorum animis adhuc resederit), quantum prae otii penuria et innumeris tum politicis tum mathematicis curis in praesentia licuerit, quadantenus eximere. Nam quod ad aemulos Domini Tychonis et calumniatores attinet, equidem illos adhuc isthoc honore dignabor, ut obscuri isti homunciones, in pulpitis duntaxat Patavinis(210) ac privatim pro libidine in quemvis apud rudem plebeculam debacchantes, ex Tychoni eiusque aeterni nominis splendore per me Reipublicae literariae innotescant. Veritas enim ab his noctuis in tenebris delitescentibus (protomathematicos istos intelligo, insignem illum (si Diis placet) Mathematum Professorem, alterumque ipsius asseclam fratrem ignorantiae Venetum(211)) ne premi quidem, nedum opprimi, potest, qui, cum prae imperitia nihil ipsimet in publicum ediderint, aliorum nunquam intermorituris et plus quam herculeis laboribus invident, ac mordacibus insultant verborum aculeis. Quamobrem, omissis his Zoilis et Aristippis, ad reliqua literarum Dominationis Vestrae contexta transgressus, paucis ad singula eorum capita respondebo....



96..

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 12 aprile 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 152. - Autografe le lin. 14-15 [Edizione Nazionale].

Ecc.mo Sig.r Honorat.mo

Dal Sig. Veniero e da me si sono fatti l'offitii efficacissimi per la ricondota di V. S. Ecc.ma e per l'augumento dessiderato da lei; ma in fatti la strettezza che dicono havere de'danari, e la poca voglia che hanno di espedire questo negotio sotto il loro magistrato, si toglie la speranza di poter concludere nella maniera dessiderata da lei e procurata da noi. Pure non si far notar cosa alcuna senza darci prima la risolutione in voce, della quale ne daremo a lei aviso per sapere s'habbia a prestare l'assenso(212).
Mando a V. S. Ecc.ma la polizza di Coleggi di Padoa che mi prest; et me le raccomando, invitandola doppo le feste in Cadore(213), acci almeno in questi giorni santi io mi acorga che habbia pur una volta d'atendermi quello che tanto mi ha promesso. Et a V. S. Ecc.ma mi raccomando.

In Venetia, a 12 Aprile 1604.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo come Fratello
Gio. F.co Sag.

Fuori: All'Ecc.mo Sig.r Honorat.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Matematico di
Padova.



97..

GALILEO GALILEI [a VINCENZO GONZAGA in Mantova.]
Padova, 22 maggio 1604.

Arch. storico Gonzaga in Mantova. Raccolta di autografi.

Ser.mo Sig.re

Se quella persona della quale l'A. V. S.ma m[i] domand, quando presi da lei licenza, fusse sta[ta] cos per il cognome da me, come per il nome propr[io], conosciuta, le ne haverei potuta dare quella informatione a bocca, che hora li do per lettere.
Questo dunque  il S. Aurelio Capra, Milanese, il quale sono molti anni che si ridusse in questa citt con un suo figlio giovanetto(214), per occasione di farlo studiare, come ha fatto; et per assisterli et far minore spesa fece resolutione di trasferir qua s et il resto della famiglia. Si andava ne'primi tempi trattenendo con dar letione di giocar di spada, sin che fece amicitia col Clar.mo S. Iacomo Alvigi Cornaro et col S. Grosso, da i quali havendo appreso alcuni segreti di medicina, si va di presente trattenendo col far qualche esperienza di essa facolt, et da diversi vien tenuto in qualche stima; ma pi da molti vien predicato come quello che havendo nelli ultimi tempi hauto per pi anni strettissima amicitia del Grosso, habbia da esso hauti, se non tutti, al meno i maggiori et la maggior parte de suoi segreti: n mancano di quelli che credono, esso possedere et di presente lavorare intorno al gran magistero (che cos lo dicono). Intendo in oltre che adesso ha strettissima pratica con un Tedesco, il quale professa gran segreti, et in particolare afferma havere una pillola, et il modo del comporla, che non essendo maggiore di una veccia, presa per bocca mantiene uno sano et gagliardo per 40 giorni, senza che pigli altro cibo o bevanda. Circa simili esercizii et pratiche si occupa il detto S. Capra. Il figliuolo, che gi  di 24 anni circa, oltre a i paterni studii attende anco alla medicina secondo la via di Galeno, per mescolarla con l'altra empirica et farne un composto perfetto; et oltre a ci ha fatto, et tuttavia fa, studio nelle cose di astronomia et di astrologia giudiciaria, nella quale da mo[lti]  tenuto che habbia et prattica et giudizi[o es]quisito. Questa  quanta relatione posso di pr[esente] dare all'A. V. S.ma; la quale se comander [che] pi particolarmente proccuri di penetrare, ob[bedi]r ogni suo cenno.
Perch alla mia partita di cost da una persona di corte mi fu detto che V. S. A. era restata non be[n] satisfatta del trattar mio circa 'l mio negozio, et che meglio saria stato con qualche finta scusa licentiarmi da lei, che farle proporre altre conditioni che quelle che di prima offerta mi haveva l'A. V. S. fatte esibire, io, non stimando che per occasione alcuna deva mai la bugia essere alla verit preposta, narrer con laconica brevit all'A. V. quanto mi  stato proposto, et quanto  stato da me semplicissimamente risposto.
Venni la prima volta al suo comandamento in Corte, dove improvvisantente mi fu esposta la volont di V. A. S., che era di havermi al suo servizio; domandai un poco di dilatione di tempo, sin che tornassi qua et pensassi et parlassi con i miei, con promessa di risolvere l'animo mio a V. A. S. al ritorno per la comedia. Venni, pensai, parlai et tornai; et dissi al S. Giulio Cesare(215) che rispondesse all'A. V. S., che havendo io esaminate le mie necessit et lo stato mio, non potevo per li ducati 300 et spesa per me et per un servitore offertami partirmi di qua, et che per mi scusasse apresso V. A. S. etc., soggiungendoli che caso che V. A. S. li havesse domandato quali fussero state le mie pretensioni, li dicesse ducati 500 et 3 spese. Questa  la somma schiettissima di quanto  stato proposto et risposto: nel che, s come non ho hauto mai altro scopo che di reverire l'A. V. et con ogni possibil modo compiacerla, ubidirla et servirla, cos, se si riguarder l'integrit dell'animo mio, credo che niuno potr riconoscervi altro che purissima sincerit; ma pure, quando per mia cecit io non ci scorgessi quei falli che altri di vista pi purgata vi scuopre, perdoni l'A. V. S. et scusi la mia debolezza, se dall'insolito splendore abbagliata ha in qualche cosa inciampato, et sia certa che non meno in assenza che in presenza gli sar sempre humilissimo et devotissimo servo. Et qui con ogn[i] maggior reverenza inchinandomeli, della [sua] gratia la supplico, et da Dio li prego il colm[o] di felicit.

Di Padova, li 22 di Maggio 1604.
Di V. A. S.ma
Humiliss.o et Oblig.mo Servo
Galileo Galilei.

Fuori: Al Ser.mo S. Duca di Mantova,
Sig.re e Pad.ne Col.mo



98..

COSTANZO DA CASCIO a GALILEO in Padova.
Napoli, 24 maggio 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 47. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio P.rone Oss.mo

Doppo che io ultimamente fui in Padova per visitare il Santo e V. S. ancora, subito ritornato in Ferrara, fui spedito per Napoli dalla felice memoria del Card. Matthei, nostro Protettore in quel tempo, per ordine di N. S., con occasione assai honorata; et fatto quanto havevo ordine di fare, supplicai di restarmene qua per alcun tempo, dove anco mi ritrovo al presente con molta mia sodisfatione, havendoci imparticolar ritrovatoci il Sig.r Giovan Camillo Gloriosi, Dottore di Filosofia et Theologia et sopra tutto eccellentissimo in qualsivoglia genere di mathematiche, col quale ho hauto tutto questo tempo strettissima conversatione. Hora detto Signore ha fatto ferma resolutione di voler partirsi di questo Regno, e desidera di ritirarsi in qualche parte dove potesse manifestare la virt e valor suo: et io, perch so quanto V. S. ama la virt et imparticolare quella delle mathematiche, e quanto desidera giovare a quelli che in esse hanno fatto ragionevol frutto, ho preso sicurt con lei di raccomandarnelo con tutto il core, caso che cost in quelle parti di Lombardia ci fusse qualche occasione o di lettura ordinaria o di qualch'Achademia e d'insegnare a particolari in Venetia o altrove; perch l'assicuro io che  huomo per dar conto di s, e far honore a V. S., se lo promover, et utile a quelli ch'insegner. L'havevo raccomandato alli giorni passati al Sig.r Christoforo Papponi per lo Studio di Pisa; ma habbiamo trovato il luogo occupato da uno che si domanda il Pomarance, favorito dalla Gran Duchessa. Se questo si partisse, serebbe facil cosa che, col favor di detto Sig.r Christoforo, ottenesse quella lettura: fra tanto se a lei li venisse occasione alcuna, di novo la supplico si degni di favorire questo cos virtuoso giovane, che ricever il merito da Idio e laude da gli huomini. Altro non li dir in questo fatto, sapendo che con lei non occorre fare molte cerimonie.
Dipoi, quando fui cost in Padova, mi ricordo che li domandai come si poteva dimostrare che dui corpi d'una medesima specie et figura, equali o vero inequali, per il medesimo mezzo havessero la(216) medesima velocit di moto; et lei mi assegn dui ragioni, per le quali si conduceva l'aversario a dui inconvenienti. Hora, per essere gi tanto tempo che fu questo, me le sono scordate, e perch me ne fa bisogno a un certo mio proposito, la prego si degni di novo accennarmele; et se altra demonstratione mathematica havesse intorno a questa propositione, mi farebbe favor grandissimo mandandomela: e conumerer questo con infiniti altri beneficii da lei riceuti, et inparticolare che m'habbi insegnato quanto so di mathematica; che se bene per mio diffetto ne so poco, tutta via mi serve per ragionarne con quelli che ne sanno a sai, et a lodare il non mai lodato a bastanza maestro, che m'ha insegnato. Et per non fastidirla pi, pregar Nostro Signore che ogni suo honorato desiderio a lieto fine conduca.

Di Santa Chiara di Napoli, li 24 di Maggio 1604.
Di V. S.
Obligatiss.mo Servo
Fra Constanzo da Cascio,
de'Minori Osservanti Riformato.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio P.rone Oss.mo
il Sig.r Galileo Galilei, Mathematico ordinario dello Studio di Padova.
Padova.(217)



99.

VINCENZO GONZAGA a GALILEO in Padova.
Mantova, 26 maggio 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 11. - Autografa la firma.

Molto Mag.co Sig.r

Ho veduta la lettera di V. S.(218); et la relatione che mi fa della persona, che le nominai qui,  cos compita, che non m'occorre per hora des[i]derar di pi, ringratiandola della fatica che se n'ha preso. Quanto poi alla scu[sa] che passa meco, questa non era punto necessaria, tanto pi concordando mol[to] bene ci ch'ella stessa scrive con quello che da altri mi fu riferto nel medesimo fatto: et se a V. S. non  tornato bene di fermarsi qui, non per mi resta occasione alcuna di mala sodisfattione, essendo giusto ch'ella goda di quella libert che ha di procurar il suo commodo, al qual trover me sempre ancora prontissimo. Che resto intanto raccommandandomele caramente, et pregandole felicit.

Di Mantova, li 26 di Maggio 1604.
S.r Gallileo Gallilei.
Per far piacer a V. S.
Il Duca di Mant.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r
Il Sig.r Gallileo Gallilei.
Padova.



100.

GIOVANNI CAMILLO GLORIOSI a GALILEO [in Padova.]
Napoli, 27 maggio 1604

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 154. - Autografa.

Il Padre Fra Costanzo da Cascio me ha talmente invaghito delle virt di V. S., che io sono costretto venire a vederla et ad offerirmegli per servitore con la presenza, s come hora faccio con le carte. Io, Sig.r Galilei, ho sempre desiderato uscir di Regno, et occuparmi nell'essercitio delle mathematiche, ov'io ci trovo una felicissima sodisfattione, e con quelle ho fatto pensiero trattener la mia vita: in queste nostre parti si tengono a baie, ond'io sempre sto in continui rammarichi. Ho preso grandissimo contento in haver conosciuto il Padre Fra Costanzo, col quale discorrendo qualche volta, vengo ad alleviare in parte la noia de'miei disgusti; il quale m'ha dato ferma speranza ch'io, col mezo di V. S., possi dar sodisfattione a questo mio pensiero.
La priego dunque a ricevermi tra'suoi affettionati e far grata accoglienza alla mia servit, che, innamorata del valor suo, le viene innanzi con ogni debita reverenza, supplicandola se in coteste parti di Venetia o altri luoghi le venisse qualche occasione di lettura publica o privata, ov'io honoratamente mi potesse trattenere; ch non la farei restar defraudata del'honor suo. Ho preso questo ardire di pregarla sopra di ci, sapendo di certo che ama e favorisce tutti coloro che se gli danno per devoti, e particolarmente quelli che col mezo delle virtuose attioni cercano honorarla et essaltarla. E le bacio le mani.

Da Napoli, a 27 di Maggio 1604.
Di V. S. Ecc.ma
S.r Galilei.
Ser.re Aff.mo
Gio. Camillo Gloriosi.



101..

ANTONIO DE'MEDICI a GALILEO in Padova.
Firenze, 28 giugno 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 13. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te Sig.r

Intendendo che V. S. ha una palla che gettandola nell'acqua sta fra le due acque, vengo con la presente a pregarla vivamente di voler favorirme, et consegnarla al Padre D. Antonio Cerrato, che le porger la presente; certa, che me ne far favor segnalato, et che da me sar contracambiata(219) questa sua cortesia. Et me le raccomando.

Di Fiorenza, li 28 Giugno 1604.
Di V. S.
S.r Galileo Galilei.
Per farle serv.o
Don Ant.o Medici.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te
S.r Galileo Galilei.
Padova.



102..

MARCO LENTOWICZ a GALILEO in Padova.
Cracovia, 13 agosto 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 155. - Autografa.

Nobilissime et Excellentissime Doctor, Professor et amice incomparabilis,

Et institutionis ratio, et aliquot mensium domestica conversatio, et multis in rebus cognitus atque perspectus amor ac benevolentia D. T. erga me, mei, mecumque, faciunt et merito efficiunt, ut omni paene loco et momento in ipsius dulcissima verser recordatione, laude, stupore. Quotiescunque etenim cum quopiam nostratium ago, quod non ita infrequenter hisce 3 post reditum meum e patria contigit mensibus, absente nae nunquam contingit matematico. Faxint caelites ut hic noster septentrio eius viri vultum videat, cuius famam et virtutem iamdudum stupet et admiratur. Ego certe, si quidpiam unquam potero, in hoc, ut possim, vel unice contendam et elaborabo.
Nostri Angeli, per inferiores sphaeras hinc inde dispersi, in aula summi Iovis non comparent: quamprimum tamen comparuerint, ut et Excellentissimae D. T. appareant, nl non faciemus, dummodo tamen et nos in aliquem istorum orbium ab E. D. T. referamur, cuius in gratia, moveantur licet reliqua omnia, ut a discreta D. T. conservemur benevolentia, etiam atque etiam oramus. Vale, honor Mathseon, vir praestantissime, tuumque Marcum, quamvis iam alienum, tuum esse arbitreris velim.

Cracoviae, Idibus Augusti anno Salutis 1604.
E. D. T.
Servitor
Marcus Lentovics,
Regiae Maiestatis Secretarius.

Fuori: Nobilissimo Excellentissimoque Viro
D. Galileo Galilei, in celeberrima Universitate
Patavina Mathseos Professori dignissimo [... ]issimo.



103..

DAVIDE RICQUES a GALILEO in Padova.
Costantinopoli, 6 settembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 157. - Autografa.

Mag.co mio Sig.r Hon.do

Ben che tardi, io non ho volsuto di tutto manchare, et per la promessa et per l'obligo mio, di scriverli, acci che la fusse certa che ricognosco li suoi boni meriti verso di me et che sar sempre prompto a riservirla et honorarla. Mi son arricordato spesse volte della sua gratissima conversatione, et principalmente della consultatione, che ho fatto con essa, de quel mio viagio: per mi trovo quasi sforzato de dirli dei suoi evenementi.
Trovandomi fra le do elementi, del peso distinti, ligato, et per volitando, et pi travaigliato della memoria del bene che haveva havuto inanzi che del male presente, facieva diversissimi voti, piangendo hora la perdita del tempo et de tante bone vert, hora delle bone vivande, hora de quel mio bon letto: ma tutto quel che facieva, non ci era rimedio; pure nissun bon genio me venne levare. Cos rest, havendo per questa gratia de Dio, che siamo ionti a buon salvamento; a Chi gliene sia laude.
Venendo qua, miraviglia  come ho perduto quasi in un momento tutta la memoria delli havuti fastidii, i quali mi parevano inanzi tanti, che tutto il bene del mondo non sarebbe stato bastante per farmili dismenticare. Ma a qui non piacerebbe un coss bel pase, nella formation del quale la natura ha collocata il suo pi raro artificio per farlo perfetto de toutto che se pu desiderare et per monstra di quello che la ha operata maij? Non li dir per quel pulcherrimo sito, non per li miraculosi effetti de questi do mari, i quali qui se coniungano, non per il nobilissimo porto che fanno; la sua professione luij suppedita di quelle cose (come da seno sono summe) melior contemplatione et pi perfetta che io non potr fare per il mio mal dire: luij dir per quelle cose istesse le quale parevano a la Vostra S. contrarie a oigni delettatione. Se pigliamo li custumi, che  pi delettevole che de vedere queste variationi Turcheschi et Asiatichi? quelle ceremonie, quelle feste, queste pompe, quelli canti, quelli balli? i quale, secondo il pase, paiano certe perfecti. Il vestire ipso  et lascivo et piacevole, li ornamenti vagi et pretiosi, et ha una certa maiest nelle persone alte, donde se possano contemplare et li antiqui custumi dei Greci, et anche quelli delle antique monarchie. Se artificiose opere et necessarie risguardiamo, che p esser visto pi piacevole che queste di qua? che hanno [...] una certa vagezza per excitar et allegrar li spiriti visitivi.  cosa chiara che niente contenta pi l'occhio che un bel fiore: qua tutte le robbe, in summa tutte, se ne pinguano, et con s vagi, freschi et belli colori, che paiano vivi fiori di sopra. Non voiglio dire dei labori, chi vengano principalmente di Persia, del Cairo et altri logui, donde non si pu veder niente pi bello; et questo in tutto, fin a li utensili. Se la mi proporr li spassi et piaceri, lui dir che non guene sono in nissun loco, se li non sono qua. Qua se veddano quelli belli giardini, quelli frutti orientali, quelli fiori Asiatichi, quelle fontane; qua  questa antiqua sedia imperiale, qua un presente monarcha, qua quelle belle colomne, quelle antiquit, quelle richezze de tanti imperij subiugati. Se la mi dir delle donne, queste ancora di qua passano tutte, in tutte le propriet che hanno da haver donne belle; perch loro sono le pi nette et le pi bianche et le pi gratiose che esser possano, et per loro transparente braguessine et belle camise monstrando delle volte et le guambinette et delle volte il loco dove  il domicilio del dolce che amore ha. Cos la vedder che la sua disuasiasione habbia havuto in parte l'effetto, in parte non. Et per questo la mi scuser se hora li dico che per guoderguene alquanto de tante belle et rare cose et per riportarguene, oltra questo, il frutto di questa lingua (della bellezza et perfettione della quale si potessi dire asaiij), mi sia mosso a restarne qua fin a la prima vera. Verso quel tempo spero di rivederla et servirla, mentre la prego che la mi mantenga nella sua bona gratia, et mi honori di ricordarsene alcune volte del servitor suo, chi ne li faria vedere li effetti, se possibel cosa fusse esser commendata da lei.
La mi scuser verso la sua chara madre del suo forziero, chi per grando mio fallo  restato a Venetia: nientedemeno non li sar perso, ni guasto in nissun modo. La luij bascia la sua honorata mano de parte mia, comme a tutta la nation nostra et principalmente a quelli chi haveranno charo il mio ricordo. De le lettere inciuse la prego che la mi facia il favore che de far loro havere buono ricapito. Rispetto di quella che  al Illustrissimo Buczackij, mi arricordo che luij sta al traietto di S. Moijs a Venetia; ma del nome della casa non mi posso ricordare. Il S. Stanislao(220) overo alteri della nation Polaca lo saperanno. Con questo me li recommando, espettando nuova da lei, se esser pu, et de tutto quello que passa nella vostra buona terra, per via del Sig.or Christoforo Helbig, mercante del fondego in Venetia. Et pregando Iddio che ci faccia la gratia de revederci in sanit et allegrezza.

Di Constantinopoli, ali 6 del Septembre A.o 1604, in fretta.

Alli Mag.ci Sig.ri il Sig.or Garbetti et il Sig.or Hanniballe(221), mie magistri honorandi, mi facia favore di ricommandarmi.
Di V. S. molto M.ca
Affettionatiss.o Servitore
David Ricques.

Fuori: Al molto Mag.co et mio Oss.mo Sig.re
Il Sig.re Galilaeo Galilaei, Mathematico digniss.mo, in
Padoa.



104.

PAOLO SARPI a GALILEO in Padova.
Venezia, 9 ottobre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 103. - Autografa.

Ecc.mo Sig.re P.rone mio Oss.mo

Con occasione d'inviarli l'allegata, m' venuto pensiero di proporli un argomento da risolvere, et un problema che mi tiene ambiguo.
Gi habbiamo concluso, che nessun grave pu essere tirrato all'istesso termine in su se non con una forza, et per consequente con una velocit. Siamo passati (cos V. S. ultimamente afferm et invent ella) che per li stessi termini torner in gi, per quali and in su. Fu non so che obietione della palla dell'archibuggio: il fuoco qui intorbida la forza dell'istanza. Ma diciamo: un buon bracio, che tira una frecia con un arco turchesco, passa via totalmente una tavola; et se la freccia discender da quella altezza dove il braccio con l'arco la pu trarre, farr pochissima passata. Credo che l'instanza sii forse leggiera, ma non so che ci dire.
Il problema: se saranno doi mobili di disugual specie, et una virt minore di quello che sii capace, ricever qual si voglia di loro; se comunicandosi la virt a ambi dua, ne riceveranno ugualmente: come se l'oro fosse atto di ricevere dalla somma virt 20 et non pi, et l'argento 19 et non pi, se sarrano mossi da virt 12, se ambi dua riceveranno 12. Par di s; perch la virt si comunica tutta, il mobile  capace, adonque l'effetto l'istesso. Par di no; perch, adonque doi mobili di specie diversa, da ugual forza spenti, anderanno all'istesso termine con l'istessa velocit. Se un dicesse: La forza 12 muover l'argento et l'oro all'istesso termine non con la stessa velocit; perch no? se ambi dua sono capaci anco di maggiore che quella qual 12 li pu comunicare?
Non obligo V. S. a risposta: solo per non mandar questa carta bianca, la quale haveva gi appetito peripatetico d'essere impita di questi carateri, l'ho voluta contentare, come l'agente fa alla materia prima. Adonque qui far fine: et li bascio la mano.

Di Vinetia, il 9 Ottobre 1604.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
F. Paulo di Vinetia.

Fuori: All'Ecc.mo Sig.re mio P.rone Osservan.o
Il S.re Galileo Galilei, Matematico.
Padova,
alli Vignali del Santo.



105.

GALILEO a PAOLO SARPI in Venezia.
Padova, 16 ottobre 1604.

Bibl. Universitaria di Pisa, nella Sala di Lettura. - Autografa.

Molto Rev.do Sig.re et Pad.ne Col.mo


[vedi figura 105.gif]
Ripensando circa le cose del moto, nelle quali, per dimostrare li accidenti da me osservati, mi mancava principio totalmente indubitabile da poter porlo per assioma, mi son ridotto ad una proposizione la quale ha molto del naturale et dell'evidente; et questa supposta, dimostro poi il resto, cio gli spazzii passati dal moto naturale esser in proporzione doppia dei tempi, et per conseguenza gli spazii passati in tempi eguali esser come i numeri impari ab unitate, et le altre cose. Et il principio  questo: che il mobile naturale vadia crescendo di velocit con quella proportione che si discosta dal principio del suo moto; come, v. g., cadendo il grave dal termine a per la linea abcd, suppongo che il grado di velocit che ha in c al grado di velocit che hebbe in b esser come la distanza ca alla distanza ba, et cos conseguentemente in d haver grado di velocit maggiore che in c secondo che la distanza da  maggiore della ca(222).
Haver caro che V. S. molto R.da lo consideri un poco, et me ne dica il suo parere. Et se accettiamo questo principio, non pur dimostriamo, come ho detto, le altre conclusioni, ma credo che haviamo anco assai in mano per mostrare che il cadente naturale et il proietto violento passino per le medesime proporzioni di velocit. Imper che se il proietto vien gettato dal termine d al termine a,  manifesto che nel punto d ha grado di impeto potente a spingerlo sino al termine a, et non pi; et quando il medesimo proietto  in c,  chiaro che  congiunto con grado di impeto potente a spingerlo sino al medesimo termine a; et parimente il grado d'impeto in b basta per spingerlo in a: onde  manifesto, l'impeto nei punti d, c, b andar decrescendo secondo le proporzioni delle linee da, ca, ba; onde, se secondo le medesime va nella caduta naturale aqquistando gradi di velocit,  vero quanto ho detto et creduto sin qui.
Quanto all'esperienza della freccia(223), credo che nel cadere aqquister pari forza a quella con che fu spinta, come con altri esempi parleremo a bocca, bisognandomi esser cost avanti Ognisanti. Intanto la prego a pensare un poco sopra il predetto principio.
Quanto all'altro problema proposto da lei, credo che i medesimi mobili riceveranno ambedue la medesima virt, la quale per non operer in ambedue il medesimo effetto: come, v. g., il medesimo huomo, vogando, communica la sua virt ad una gondola et ad una peotta, sendo l'una et l'altra capace anco di maggiore; ma non segue nell'una et nell'altra il medesimo effetto circa la velocit o distanza d'intervallo per lo quale si muovino.
Scrivo al scuro: questo poco basti pi per satisfare al debito della risposta che al debito della soluzione, rimettendomi a parlarne a bocca in breve. Et con ogni reverenza li bacio le mani.

Di Padova, li 16 di Ottobre 1604.
Di V. S. molto R.da
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.

Fuori: Al molto R.do Sig.re et Pad.ne Col.mo
Il Padre M.ro Paolo da Venezia.
Venezia,
ne'Servi.



106..

ILARIO ALTOBELLI a GALILEO in Padova.
Verona, 3 novembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 49. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

Havendo veduto la lettera che V. S. scrive al S.r Fontanella, nella quale m'honora oltre ogni mio merito, mi par debito di ringratiarla di tutto cuore, come faccio, et offerirmele prontissimo servitore, come gi molti anni son stato divoto del suo nome e bramoso della sua servit: tanto possono appresso di me gl'ingegni sublimi. E tanto basti per hora in materia politica. Ma mi dispiace che il S.r Fontanella mandasse a V. S. quel foglio, che non credo fusse corretto, havendol'io detto che dovesse venir a pigliarne un altro per V. S. Ecc.ma, poi che quello era consignato all'istesso Fontanella. Per le rimando l'alligato(224).  calcolo d'infinita patientia: credo che sia venuto bene, e che poco o nulla s'errer, poi che in quella del 1601 si comisse error solo di doi o tre minuti in circa. Il calcolo di Cipriano Leovitio mi son maravigliato che produca l'istesso momento ad unguem, ci hor. 2. 16'in dimidia duratione.  ben vero che il luogo del sole Alfonsino, ch'egli ha usato, non  differente da questo del Ticone pi che doi minuti al pi, anzi manco: tanto che  molto pi vero il luogo del Sole con l'Alfonsine che con le Pruteniche, se bene in gli altri quelle si deve sprezzare e queste ricevere, fintanto che siano finite le Rudolfee, ci  Ticoniche, delle quali tratteremo altre volte.
In tanto mi piace che V. S. si sia accorta di questo nuovo mostro del cielo, da far impazzir i Peripatetici, ch'hanno creduto sin hora tante bugie in quella stella nova e miracolosa del 1572, priva di moto e di parallasse. Come semifilosofi, potriano protervire che pur era fuor del zodiaco et in parte boreale; ma in questa, quo se vertant, nescient: poi che, se non intendono le parallasse, non potranno negare che non sia in parte australe nel Zodiaco, vicino alla eclittica, in segno igneo, appresso Giove calido, et hora poco lontana si pu dir dal sole(225), e pi bella che mai, nata nella [vedi figura congiun.gif] di [vedi figura giove.gif] et [vedi figura marte.gif] calidissimo, alli 9 d'Ottobre e non prima, perch io osservando la [vedi figura congiun.gif] di [vedi figura giove.gif] et [vedi figura marte.gif] se rispondeva al calcolo Prutenico alli 8 d'Ottobre, intento tutto e per lungo spatio in quella parte del cielo, con un compagno, non si vedeva altra stella n vicina n lontana che gli tre superiori, per esser l'aria molto chiara. Ma perch io ne scrivo per hora una breve indicatione, che fra 8 giorni forsi sar finita, per servire tanti che mi fanno instanza, non ne dir altro per hora a V. S.; ma la prego s bene instantissimamente a farmi gratia di osservar se facci diversit d'aspetto et quanta, come anco la lunghezza et larghezza precisamente, perch io non ho altro instrumento che un astrolabio d'un piede di diametro e manco, s che non posso scapricciarmi bene. Et del tutto mi far gratia, come ne la prego grandemente, avisarmi. Con che fine torno a dedicarmele servitore et l'abbraccio strettissimamente.

Di Verona, li 3 Novembre 1604.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Deditiss.o Serv.re
F. Ilario Altobelli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, Matem.co di
Padova.



107..

ILARIO ALTOBELLI a GALILEO in Padova.
Verona, 25 novembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 51. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

Tengo molto cara la risposta di V. S. gentilissima, godendo insieme l'amore che scuopre verso di me, e che cos presto l'habbi accecata per mio gusto, e che l'occasione di questa maravigliosissima maraviglia del cielo, donata per ultima luce all'ultimo della penultima et del mondo, facci conoscere gl'ingegni e la verit della natura celeste, nei secoli precedenti sin alla prima origine d'ogni cosa non mai pi cos chiaramente testificata. Questo  impossibile che sia globo sospeso nell'aria elementare per cagion di freddo et humido, pasto del foco celeste, mentre vediamo che non ha nessun moto proprio, n retto n obliquo n confuso, che saria impossibile ad intenderlo, stante la liquidezza e continua concitatione varia dell'aria. Non  dissimile dall'altre dell'ottava sfera, non ha mut[ato] mai colore, scintilla pi d'ogni altra fissa a quali solo e per natura propria, et il suo sito rende possibile ogni impossibilit conietturata di Aristotile, distrugendo ogni sua imaginatione, poi che  in parte australe nel zodiaco, vicino all'eclittica, in segno igneo e fra pianeti calidissimi nata, n teme la faccia del sole che gi l'asconde, s che  cosa manifesta ch'ella habbi ottenuto il suo trono infra le fiamme ardenti. Ma se questi Peripatetici, o, per dir meglio, semifilosofi, non intendono la dimostratione insuperabile della diversit dell'aspetto, per toccar con mano ch'ella risiede insin las nel ciel stellato, e che perci eccede intorno a trecento volte di grandezza la terra e 'l mare, come si potr convincere la pertinacia loro?  cosa improba o simile, dice Galeno nel 3 De diebus decretoriis, il non voler far esperienza et non voler credere a chi la fa, et che  cosa soffistica il voler negar la manifesta esperienza. In fine, l'educatione  troppo potente in tutte le cose, poi che vediamo che l'esser nodrito in una imaginata opinione cagiona tal ostinatione, che la verit lucente non pu rimoverla. Io credo certo, che se l'istesso Autor vivesse, si renderebe a tanta forza. Ma, in ogni modo, l'istessa stella, emula di Giove, et opposta al tempio di Mercurio, doppio non men di figura che di natura, distruger il falso e parturir il vero, e finalmente si caminer per la luce et non per le tenebre.
Io credo esser stato un de'primi, e forsi solo primo, a conoscere et veder la sua prima apparitione in Europa, che fu li 9 d'Ottobre, quasi nel tramortar del sole, nella [vedi figura congiun.gif] di [vedi figura giove.gif] et [vedi figura marte.gif]; et certo che all'occhio pareva che havesse l'istessa lunghezza che havevano questi doi, poi che si vedeva in sito consimile:
[vedi figura 107a.gif]

Ma scrivendo V. S. le sue osservationi, le credo, s perch l'occhio poteva errare qualche poco, s anco per qualche variet che vi poteva intervenire per le rifrattioni, e tanto pi che il P. D. Mordano teologo mi scrive con maggior precisione l'osservationi fatte da un discepolo del Ticone con instromento ritrovato dal Ticone istesso, che sono gr. 17. 51'[vedi figura saggitar.gif] con latitudine di gr. 1. 41', che son quasi conformi, pur senza parallasse e senza moto. D'Augusta di Germania mi si scrive gr. 21[vedi figura saggitar.gif]; di Roma gr. 14, osservata forsi con gli quadranti o instrumenti da falegnami. Aspetto di giorno in giorno l'osservationi del S.r Magino, de'quali ne far parte a V. S.
Ho abbozzato sopra di essa 8 capitoli, ma non ho tempo per hora di ponerli a sesto, per esser occupato troppo nel mio proprio studio per servire al carico mio, onde, essend'io forastiero all'astronomia e quasi di furto pigliando tal hor qualche cosa, non ho potuto sin hora farci riflession propria pi che tanto; havendo tolto quello che ho scritto l e qu in buona parte, essendoci del mio tutto un capitolo della contestatione della sua prima apparitione, poi che in quei giorni ero vigilante in censurar il calcolo Prutenico con l'occasione della [vedi figura congiun.gif] di [vedi figura giove.gif] et [vedi figura marte.gif], et la sera delli 8 d'Ottobre particolarmente, sul traboccar del sole, trovai gli tre superiori soli, in questa forma di trigono equicrurio giusto:

[vedi figura 107b.gif]

n si vedeva altra stella per tutto il cielo, con particolare maraviglia d'un Padre qui secondo lettore, instrutto cos da me alla cognitione oculare degli stessi pianeti pi volte: e la sera delli 9 Ottobre, tornando al medesimo luogo, vedessimo gli istessi con la positura visuale antescritta, s che non v' dubio alcuno. E vi sono del mio alcuni capitoli de significati in qualit et quantit iuxta loca et tempora. Nel resto mi vaglio molto del Ticone, che tanto e cos egregiamente ha scritto sopra quella del 1572 nella prima parte de'Proginasmi(226), della dignit a carte 320 avanti e dopo, dell'altezza a carte 398 e seguenti, della materia a car. 794 nella conclusione, dove anco dilucida la vera dottrina della Via Lattea contro Aristotile: e per tutto ci sono ragioni comuni a periti et imperiti. Ma se questi Peripatetici volessero supplire al mancamento della lor filosofia, si doveria far due cose per sapere il vero: la prima, che loro prestassero gli orecchi e la mente con patienza; la seconda, che V. S. Ecc.ma gli mostrasse e con dottrina e con essempi la necessit delle parallassi, insin con l'esperienza fatta in terra, acci, a guisa de'filosofi o soffisti antichi che negavano ogni scienza, ma che, convinti dalle matematiche, dissero pur trovarsi il sapere, cos loro fussero costretti a confessar il vero. Ma se sin hora non intendono che purus in una scientia est asinus, come sar mai possibile piegarli a questo? Hor facia Dio, che ad altri si fa chiaro, ad altri oscuro. Io ho detto abastanza. Mi duole non esser in Padova in questi tempi, s per goder le sue lettioni, s per sentire l'infinite confabulationi e farmi scoglio di contraditioni ancor io, ma da scherzo e per burlare. E con questo le bacio la mano, e da N. S. Dio le prego ver'allegrezza.

Di Verona, li 25 Novembre 1604.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Deditiss.o Ser.re
F. Ilario Altobelli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo
Il S.r Galileo Galilei, Matematico di
Padova.



108.

ANTONIO ALBERTI a GIOVANNI MALIPIERO [in Venezia].
Abano, 17 dicembre 1604.

Cfr. Vol. II, pag. 528 [Edizione Nazionale].



109..

CRISTOFORO CLAVIO a GALILEO in Padova.
Roma, 18 dicembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII. car. 54. - Autografa.

Molto Mag.co S.or mio Oss.mo

Mi vergogno quasi della mia negligentia, in fare a saper V. S. come molti anni sono, almeno 11, che finito di stampare il mio Astrolabio, l'anno 1593(227), mandai subito uno a lei, et indrizzai al S.or Bal di Siena; et andando io l'anno 1600 a i bagni di S. Casciano et a Siena, trovai che 'l libro non era mandato a V. S., perch s'era partito da Pisa senza sapere io niente di questo; et un gentilhuomo Sanese s'l'haveva usurpato per s, et pregandomi gli lo donai. Hora, perch mi pare molto probabile che gi V. S. l'haver visto; et se non, m'avisi, che gli mander uno, che a punto mi rest. Interim gli mando la Geometria Prattica, stampato adesso(228), bench non  degna di lei; ma lo fo per continuare l'amicitia tra noi.
Sono parecchi mesi, mandai a Padova per informarmi quanto valeva quel suo compasso, e mi fu risposto che V. S. mi volevo mandare uno, il qual dono mi sarebbe gratissimo, se per V. S. mi lo potr mandare senza suo scommodo; perch, ancorch in questo Geometria Prattica pongo una cosa simile mostratomi d'un certo Tedescho, stimo pur molto pi il suo, per la variet delli usi. Per in questo mi rimetto alla liberalit di V. S. Intendo che il S.or Albertino Barisoni ha procurato di fare far uno, et che V. S. dubitava che era per me: sappi che non  per me, n manco ho saputo niente.
Qui  stato un gran bisbiglio della stella nova, la quale habbiamo trovata nel 17 grado di [vedi figura saggitar.gif], con latitudine borea di gradi 1 1/2 in circa. Se V. S. ha fatto qualche osservatione, mi far piacere d'avisarmi. Il Magino mi scrive d'haverla anco lui osservata nel medesimo grado; et cos anco scrivono di Germania e Calabria.
Vegga V. S. se posso niente per lei; et se non havesse havuta il libro della nova descrittione d'horivoli per via delle tangenti(229), insieme con un compendio brevissimo(230), me lo significhi, che non mancar di mandargli lo. Et con questo fo fine, pregandogli da Dio ogni bene. Et li baccio le mani.

Da Roma, alli 18 di Xbre del 1604.
Di V. S.
Servo nel S.re Affett.mo
Christoforo Clavio.

Il libro verr con la prima commodit, che speriamo debba essere per il Clar.mo Sig.r Giorgio Cornaro; et li sar consegnato dal Sig.r Marcello Barisone.

Fuori: Al molto Mag.co S.or
Il Signor Galileo Galilei, Mathem.co Excellentissimo, mio Oss.mo
Padova.



110..

LEONARDO TEDESCHI a [GALILEO in Padova].
Verona, 22 dicembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 56-65. - Autografa, cominciando dalle parole "perch il sole non pu luminar"; originale, di mano d'amanuense, nella parte precedente.

Molt'Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re Col.mo

Non posso far ch'io non le mantenga la promessa; ma credami che non vorrei esser trascorso tant'oltre, promettendole de dir il mio parer intorno a cosa tanto dificile, per non dire impossibile a sapersi da qual si voglia ingegno, bench sottilissimo, che humano sia; s che se mai ho provato esser vera quella propositione d'Aristotile: Sicut se habet oculus noctuae ad lumen solis, ita se habet intellectus noster ad ea quae sunt manifestissima in natura, in questo chiarissima la mi si scopre. Tuttavia, perch dal'altro canto l'istesso filosofo in altro loco m'inanima, dicendo che  meglio et pi dilettevol cosa haver cognitione, bench lieve, superficiale et non certa, delle cose superiori et pi nobili, che haver una piena et sicura scientia di queste inferiori, voglio pur sodisfar all'obligo nel quale spontaneamente mi son posto, et scriverle quello ch'io ne senta, persuadendomi che lei non debba gi, attribuendo questo a tropp'ardir et temerit, burlarsi di me come che, quasi nuovo Icaro, Fetonte o Prometeo, tenti salir al Cielo, donde poi non ne riporti altro che, o come doi, morti nell'acque o nel foco, o, come l'altro, perpetua pena nell'esser lacerato da un rostro d'avoltoio; perch, se bene il parer, ch'io son per apportare, queste pene meritasse, confido che o lo tener cos fattamente secreto che non gli potr occorrer alcuno di questi incontri, o che si degnar o con ragioni o con la sua autorit talmente proteggerlo, che sar sicuro da ogni sinistro accidente in cui per s stesso potesse incorrere. Scriver dunque; et scrivendo imitar il nostro Peripatetico, il quale delle cose dificili ha sempre pi tosto voluto scriver il quid non sit, che il quid sit, fossero mo'tali o perch infra sensum, com' la materia prima, o perch supra sensum, come sono tutte le inteligentie astratte e da ogni materia sensibi[le] realmente separate.
Et per cominciar hor mai, io dico che, essendo la questione che cosa sia questa luce nuovamente alli X 8bre del presente anno apparsa nel Saggittario, vicino a Giove che si era per congionger insieme con Marte, bisogna che sia luce fondata o in un corpo, et cos sia reale et radicata in un soggetto solo, o in due corpi, et cos sia pi tosto luce intentionale et spirituale, cio dependente dal suo producente et efficiente. Se  d'un corpo solo, o che  elementare et corruttibile, o celeste et immortale; se  di doi, o che ambidui sono elementari, o ambidoi celesti, o l'uno elementare(231) e l'altro celeste. Ritorno al primo, et mostro che non poss'esser elementare: perch se tale fosse, essendo in regione alta, sarebbe corpo meteorologico, et per consequenza, havendo gran duratione et moto verso l'occaso, saria del genere delle comete: ma come[ta] non , come son per provare; adonque non pu esser questa luce, luce di corpo elementare. Le ragioni mo'sono altre naturali, altre pi tosto matematiche. Et per cominciar dalle naturali, la prima sar tolta dalla chiarezza, limpidezza e splendor suo incomparabile, che di gran lunga avanza ogni stella et qual si voglia altra celeste luce, dalla solare in poi, non che luce o di foco che sia qui tra noi, o di vapore ignito et cometa. Se dunque supera di splendore tutte le stelle, et Venere et Giove istesso, le quali hanno la sua luce dalla sola densit del loro orbe, senza admistioni d'alcuna sostanza opaca, chi non dir che questa non sia luce di foco? o elementare, la quale non si puol produrre se non col mezo di qualche parte di corpo opaco; o terrestre, o sia grosso et corpulento come ne'carboni accesi, o sia vaporoso et fumoso come nella fiamma comete et altre impressioni ignite; per l'opacit del quale  necessario che perdi di chiarezza, come acquista il termino et sodezza terminante il nostro vedere, che vol dire l'esser di luce elementare. Oltre che  pur vero che i corpi elementari sono pi impuri et meno trasparenti de'celesti, et che per ci se anco quella luce fosse di foco puro elementare condensato, non potrebb'haver in s stessa tanta chiarezza, che ogni pi lucida stella sopravanzi.
La seconda si trahe dalla uniformit del suo lume in tutte le parti, che ha sempre conservata: poi che se fusse elementare, sarebbe simile alle fiamme che qui s'accendono ne'legni o in altra combustibile materia, le quali pur in altre parti pi, in altre meno, lucide sono; dovendo ancora questa havere l'istesse cause di diversit di lume, cos nella materia come nell'efficiente, come hanno quelle. Nell'efficiente: perch, quanto alla parte pi alta, sarebbe in loco tanto pi caldo, per la vicinanza della sfera del foco; et cos nelle parti superiori dovrebbe esser pi lucida et infiammata, al contrario delle nostre fiamme, le quali, per haver il fomite a basso, sono pi lucide nelle parti inferiori: oltre che nelle parti superiori ancora havrebbe l'essalatione pi sottile et pi atta ad infocarsi; cos all'incontro nelle parti inferiori sarebbe men lucida et pi impura. Nella materia poi,  cosa chiarissima che non pu esser sempre dell'istessa conditione, non altrimenti di che occorre nel nostro foco, il quale nel principio non pu esser cos chiaro come nel mezo e fine, havendo la materia fumosa manco secca et vaporosa: il che dovrebb'accader ancora in questa luce, essendo che, se si  conservata longo tempo, ha ricevuto nutrimento da nova essalatione tirata da'raggi solari o altra stella, la quale in principio pi humida, poi, continuamente imprimendo il sole maggior siccit, pi pura et meno vaporosa le sarebbe stata somministrata da questi elementi inferiori; tanto pi che non si ritrovando sempre il sole nell'istesso sito, hora pi hora meno scalda, onde hora pi hora meno sottile et secca essalatione pu dalla terra cavare: s che dovrebb'esser stata di lume hora pi hora meno lucida, il che non  per occorso. Ma che? non  ogni corpo meteorologico misto imperfetto? et se tale, non  egli necessario che non sia similare et homogeneo? Questo si vede ne'sassi et ne'metalli, tra'corpi fatti da'vapori et essalatione perfettissimi: quanto dunque pi s'ha da credere che tali debbono esser le comete? et se tali, devono per consequenza haver ancora il lume suo di dissimile qualit et conditione: oltre che non  da creder che nel mondo elementare sia alcuna luce pi perfetta di qual si voglia pi imperfetta celeste; e pur nella Luna appaiono macchie e diversit di luce, il che si scorge ancora in alcune stelle, che perci nuvolose s'addimandano. Per tutte, dunque, queste ragioni  da credere che ogni luce elementare rinchiuda in s qualche variet, n possi esser uniforme, come  stata questa.
La terza si pu raccorre dalla scintillatione di questa luce, la quale  tanto grande, quanto ogn'uno che l'ha mirata pu far fede: e pur non mai si viddero comete scintillare; che se tali fossero osservate, senza dubbio, s come le loro altre affettioni et qualit non furono taciute, cos n anco questa, come principalissima et molto conspicua, sarebbe passata sotto silentio: tanto pi che  pur parer d'Aristotile che solo le stelle del firmamento inerranti et lontanissime siano dotate di questa passione del scintillare, per la loro distanza dalla nostra vista, volendo forse che la scintillatione non sia qualit reale nelle stelle, ma a loro attribuita da noi, o dal nostro imperfetto senzo del vedere, o per la lontananza dell'oggetto, per la quale si vadi continuamente attenuando la sua specie visibile, s che non poss'esser atta a mover il nostro senso perfettamente et lo facci, nel veder, vaccillare. Ma sia come si voglia, si pu ragionevolmente concludere che non possi esser cometa, poi che queste, per la sua vicinanza, non possono scintillare.
La quarta si cava dalla sua figura rotonda, figura non conveniente alle comete, se vogliamo haver riguardo al nome loro, chiamandosi comete, quasi comate. Et, per il vero dire, non si legge(232) appresso autore alcuno altra distintione(233) nella figura delle comete, che o che siano crinite, o barbute, o codate: il che a punto la ragione ci persuade. La quale , che essendo la cometa essalatione ignita, necessariamente, s come l'altre fiamme, deve haver la figura piramidale, la quale, se bene stando la fiamma immobile va all'in su, niente di meno ogni volta che  girata, si fa laterale et pendente verso la parte di dove viene aggirata; come si pu far prova in fiamma che in candela, legno o altra materia accesa sia, la quale se accade che sia voltata in giro, lascia a dietro, in foggia di coda, la parte acuta della piramide, che mentre stava immota andava all'in su. Cos dunque occorre nelle comete, che essendo, per rivolutione del primo mobile, aruotate, lasciano a dietro la coda o altra parte che habbi del'acuto, la quale li dia figura hora di chioma, hora di barba, hora di coda. Et ci deve avenire alle comete con ragione, essendo, con quel moto circolare, girate non secondo la natura loro, conforme alla quale dovrebbonsi mover con moto diretto all'in su; perilch ne segue, che violentemente essendo con gran velocit mosse, non possino conservar la figura rotonda, ma che disgregate, e per cos dire dissipate, mentre tentano di resistere a tal moto, ci appaiono di figura non altrimenti circulare et di globosa, come che questa sia figura di perfetta unione et sicura quiete. Non star anco di dire che debbono mostrar la coda o altra figura oblunga per un'altra ragione: la quale , che ascendendo nuova essalatione al corpo della cometa infocato dalle parti da basso, pu occorrere che hora verso una parte hora verso l'altra s'accosti al detto corpo; et cos mentre s'avicina s'infiamma, la quale, per esser longa di figura, come dal suo ascendere si pu raccorre, ci rappresenti nel corpo della cometa, o coda o altra figura che habbi del longo. Con la qual ragione anco si pu rispondere a chi m'opponesse alla prima ragione, dicendo che seguirebbe, conforme a quella, che la cometa havesse la coda pendente sempre verso l'oriente, essendo verso l'occidente dal primo mobile rapita; con tutto che se ne siano osservate molte haver la coda hora verso occidente, hora verso il mezo d et hora verso il settentrione. Sia dunque a bastanza detto per mostrare, che essendo questa luce di figura rotonda, non pu altrimenti esser cometa.
La quinta  tolta dal suo moto che, doppo che fu avertita, sin che s' potuta vedere fuori de'raggi del sole, ha havuto per spatio d'un mese e mezo, non havendo havuto altro moto che quel del primo mobile, per quanto s' potuto alla grossa osservare: et pur le comete si sono osservate haver almeno dui moti, uno verso l'occidente, l'altro, a questo contrario, verso l'oriente, oltre molti altri moti, come sono all'in su et al'in gi, da un lato all'altro, et altri ancora molto irregolari et difformi, la causa de'quali si pu facilmente esplicare con l'ultima ragione da me di sopra addotta per mostrar che le comete habbino la coda o altra figura oblonga; poi che, ascendendo da diverse parti della terra alla cometa nuova essalatione, ne segue che, estinta la fiamma nella prima essalatione per difetto di nutrimento, s'accendi nella nova dalla terra sumministratale, et cos al nostro senso pare che la cometa prima si mova, con tutto che sia un'altra fiamma che in altro loco di parte in parte in altra materia si va accendendo: non altrimenti di quello che occorre se il foco s'accende in materia longa combustibile che di lontano sia dalla nostra vista; imperoch all'hora ci pare che quella fiamma si mova, con tutto che non sia quella prima, ma nova continuamente in quella materia generata. Non havend'ella dunque pi d'un moto sensibile, non pu gi esser cometa, dovendo loro necessariamente, oltre quel del primo mobile, haverne un altro verso oriente, rispetto la tardanza che fanno mentre al detto primo mobile resistono; il quale se bene realmente non fosse vero e real moto, niente di meno a noi tale ci appare.
La sesta ragione, assai efficace, si pu trarre dal sito suo che ha verso il sole: poi che, quando apparve, era o nella linea eclitica, per la quale scorre il sole, o da quella non molto lontana, e dal sole distante solo per due segni del zodiaco, cio intorno a sessanta gradi, sempre nell'istessa grandezza conservandosi sintanto che si  potuta vedere. Da questo suo sito adunque io ne cavo argomento certo et infallibile che non sia cometa: poi che, s'Aristotile dice, nelle Meteore, che rare volte tra li segni tropici se ne producono, per la calidit di quel sito, causata dalla vicinanza del sole, che continuamente per quel spatio delli tropici contenuto vien aggirato (et questo perch detto calore, dalla reflessione de'suoi raggi ad anguli retti prodotto, quella essalatione o vogliamo dir fumo che quindi trahe, inanzi che possi ascender alla regione superiore del'aria et quivi, unita et ammassata insieme, formar una cometa, per l'accessione sua disperde, dissipa, et per dir in una parola risolve), potr io ragionevolmente dire che mai se ne possino generar tanto vicine al sole, et generate conservarvisi tanto tempo, per le sopradette cause, le quali sono molto pi efficaci se sotto il sole direttamente si considereranno che tra li tropici, mentre il sole sia dal loco della cometa, tra quelli generata, molto pi lontano che non fu et sia da questa, nel Saggittario prodotta. Onde si pu respondere a chi volesse opponere che Aristotile dice esser apparsa una cometa circa il circolo equinottiale, il quale pur in due parti eguali divide il spatio che  tra'tropici contenuto: ch pu ben esser che ivi comparisse questa cometa, et che il sole e nella longhezza e nella declinatione fosse da quella molto pi lontano che da questa non ; tanto pi che l'istesso dice che dur paucis diebus, pochissimo. Questa, donque, conservandosi tanto tempo, et cos vicina al sole,  impossibile che cometa sia, non potendosi, per mio sentimento, in loco cos al sole vicino traher sino alla pi alta regione dell'aria tanta copia d'esalatione secca, che generi una cometa et che continuamente la vadi conservando, prima che si risolva e svanisca.
Potrei, per settima raggione, addurne un'altra, la qual pur non voglio tacere: et  che Tolomeo, nel secondo del Quadripartito, non per altro vole che le comete siano di natura di Marte et Mercurio insieme, nella diversit et diformit de'moti l'uno, e l'altro nelli effetti, che producono, quali sono guerre, uccisioni, pesti, carestie, venti horribili et terremoti. Hora veggiamo che questa luce non  rossegiante, quale  Marte; non ha variet de'moti, come Mercurio; et sin qui effetti in tutto contrarii all'altre comete ha causato, cio una continua serenit tranquillissima d'aria, senza venti, et, quanto comporta la stagione, temperatissima, dalla quale non si pu sperar se non effetti bonissimi. Si pu dunque di qui verisimilmente concludere, questa non esser cometa. Et tanto basti delle ragioni naturali, dalle quali far passaggio alle mathematiche.
Peritissimo dice, che se le comete fossero nell'aria, quella cometa che si generasse sotto l'equinottiale, da noi per la sua bassezza non potrebb'esser veduta, avanzando la gibbosit della terra quel sito: quanto pi ragionevolmente si pu dire, che da noi non potrebb'esser scoperta quella che si aggirasse sotto il Saggittario, segno della maggior declinatione del sole australe, et perci da noi pi lontano che sia l'equinottiale intorno vintidoi gradi? L'autorit del quale si pu confirmar con dui altre ragioni: l'una, perch se da noi non ponno esser vedute quelle stelle che hanno maggior declinatione australe de 45 gradi, con tutto che siano altissime et nel supremo stellato cielo, quanto meno si potrebbe manifestarci questa, la quale, se bene ha la mett minor declinatione,  poi sproportionatamente, et per dir cos d'infinito spatio, pi bassa? L'altra , che se il semidiametro della terra  3035 millia, come si legge appresso li pi approvati autori, et la maggior altezza dell'aria, dalla superficie della terra misurata,  solamente millia 52, come si mostra per la distantia delle comete, che pur si trovano nell'altissima regione dell'aria, et noi, in questo sito collocati, siamo distanti dal raggio perpendicolare della nova luce 67 in 68 gradi, che  la terza parte et pi della mett della terra, bisogna concludere che in questo spatio il globbo della terra s'inalsi il terzo del suo semidiametro, et che se il tutto(234)  3035 millia, il terzo sia mille e XI miglia poco pi; onde  necessario dire che l'altezza del globbo terrestre ne debba occupare et molto d'avantaggio superare le 52 millia della profondit di tutta l'aria, loco a tutte le comete sin hora vedute conveniente: s che, per conseguenza, non potrebbe questa luce esser da noi veduta, se fosse cometa. N mi si deve opporre che la quantit de'vapori, che sono in queste parti occidentali, dove questa luce si scorge, tra quella e la nostra vista interposti, con tutto che sia sotto l'oriente, la possino far parer tant'alta che la vediamo, come si pu far la prova con una moneta posta in un vaso prima voto, poi pieno d'acqua: poi che risponder che l'esempio  diverso in quanto alla grossezza del mezo, non essendo proportione ragionevole tra la densit de'vapori e dell'acqua, et quanto ancora alla distanza, parendone questa luce molto sopra terra; il che non appare nella moneta, la qual, se ben nel vaso pieno d'acqua si potesse scorgere, stando et noi et il vaso nel'istesso sito che prima non si scopriva nel vaso voto, non si scorge per se non molto vicino al'orlo del vaso. Oltre che io credo solo che la densit de'vapori possi ben farci parer il corpo lucido pi grande e pi vicino di quello che realmente , ma non gi, se sotto la terra si ritrova, possa farlo apparir sopra, et tutto spiccato dal'orizonte tant'alto mostrarcelo, come ci appare questa luce. Di pi, se ci fusse vero, non potrebb'apparire cos lucida, perch senza dubio dalla densit de'vapori fraposti sarebbe rimessa in gran parte la sua chiarezza; non altrimenti di quello che si scopre nel sole, il quale mentre sorge dal'orizonte  sempre men lucido che quando risplende nel mezo cielo. Di pi, la notte non ponno esser molti vapori nell'aria, essendo remoto il sole che dalla terra li leva, massime in queste notti passate, che sono state chiarissime e limpidissime; et poi saria necessario che hora pi alta hora pi bassa ci fosse apparsa, perch l'aria non  sempre n dall'istessa copia n da l'istessa qualit di vapori ingombrata.
La seconda ragione , che da uno ingegnosissimo et acutissimo spirito, molto erudito nell'astronomia,  stata osservata che nel discendere sempre pi s'avicinava a Marte, chiaro segno che a Marte  superiore: imperoch se fosse pi bassa, nel discendere, sempre pi da Marte lontana sarebbe parsa di quello che fusse mentre era alta dall'orizonte, come chiaramente si pu comprendere dal tipo et figura mathematica.
La terza , che se fosse nella sommit dell'aria, causarebbe diversit d'aspetto anco a paesi vicini, ad altri parendo in un sito rispetto a qualche stella del firmamento, ad altri parendo in un altro; la qual diversit d'aspetto tra Verona e Padova pure sarebbe anco grandissima, se fusse questa luce lontana solo 52 millia come l'altre comete, con tutto che(235) venga scritto da paesi lontani esser vista nel'istesso sito che noi ancora l'osserviamo, et per consequenza non causi diversit d'aspetto sensibile: argomento certissimo che sia nell'ottavo ciel stellato; imperoch con questo, cio con le paralassi, et con null'altro mezo pi sicuro si suol venir dalli astronomi in cognitione dell'altezza de'pianeti et altre luci. Et questo basti per provare che non sia luce di corpo elementare.
Che mo'non sia di corpo celeste, si pu agevolmente provare: percioch, essendo nova, bisogna che sia nuovamente generata; o per moto dunque d'alteratione, o per moto locale. Per moto d'alteratione, no: poich Aristotile, nel primo del Cielo, con molte ragioni prova che il ciel non sia alterabile, n soggetto ad altro moto che locale; oltre che n efficiente n materia si pu ritrovare in cielo per produr nove stelle. Non materia: perch, o che sarebbe stata sempre informe, et cos si concederia il vacuo; o che sarebbe stata formata, et cos si dovrebbe prima corromper quella prima forma, accioch potesse ricever questa nuova: ma non s' veduta in cielo tal corruttione; adunque ci esser non pu. Non efficiente: perch non puol esser quell'elemento n altro cielo. Non elemento: perch seguirebbe che il corpo pi ignobile et inferiore superaria il maggiore et pi degno; oltre che si darebbe attione dalli elementi nel cielo, il che  contrario alla filosophia d'Aristotile. Non altro cielo: perch seguirebbe che uno fosse all'altro contrario, et simili effetti molto pi frequenti si vedriano. Non per moto locale: poich, essendo la luce ne'cieli causata dalla parte pi densa delli suoi orbi, non posso comprendere come il moto locale possi causare densit maggiore, se li cieli sono, come sono realmente, sodi et duri, s come si cava d'Aristotele nelle sue Metheore, il qual vuole che i cieli causino calore per l'attritione dell'aria, il che non potrebb'essere se i cieli non fossero sodi et densi, come benissimo nota Alessandro Afrodiseo in quel loco. Di pi, non potrian le stelle fisse tra loro sempre conservar l'istesse distanze in un moto cos rapido com' il diurno, dovendosi massimamente mover per altri moti ancora. Ma che? non saria necessario che se per la generatione di questa nova luce il cielo in altra parte si fosse fatto pi denso, che in altra parte poi fosse divenuto pi raro? et cos qualch'altra stella fusse smarrita, per esser divenuto pi raro il cielo in quella parte? Di pi, se per condensatione si fosse generata, seguirebbe pure che nel principio fusse apparsa manco lucida, et che a poco a poco havesse aquistato la sua maggior chiarezza, procedendo la condensatione per moto, che non si fa in instanti: il che per non c' occorso vedere.
Resta dunque concluder che non sia luce in un solo corpo celeste fundata; s come n anco in doi, che tutti elementari siano, se si hanno a memoria le ragioni mathematiche con le quali ho provato che non possi esser elementare. Hor mi bisogna mostrare che non sia parte celeste, parte elementare: il che non mi sar dificile. Perch, o che il corpo di questa luce sarebbe, efficiente il celeste, et il recipiente elementare, o il contrario: il che non pu essere, perch seguirebbe che se la luce  perfettione, li elementi potessero a i cieli dar perfettione, et cos haver in loro attione, cosa molto assurda da dirsi; s come n anco pu il contrario avenire, massime in questa luce, cio che il corpo celeste sia l'efficiente, che nella elementare essalatione co i suoi raggi perquotendo, a quella comunichi la sua luce, cio che il corpo celeste sia l'efficiente per refrattione di quelli. Imperoch l'istessi inconvenienti(236) occorreriano, che ho mostrato occorrere se si dicesse questa esser luce in un solo corpo elementare fundata: poi che n da noi si potrebbe vedere, n cos lucida apparirebbe, et gran diversit d'aspetto ci mostrarebbe, aggiungendovi anco che detta essalatione sarebbe o poca o assai: se poca, non sarebbe veduta da paesi non molto anco lontani; se assai, molte luci a questa simili ci farebbe apparire, et di pi ci nasconderebbe quella stella che percotendo in detta essalatione sopra lei diretta ci causasse quest'altra nova luce; il che per non occorre, numerandosi oltre questa nel cielo tutte quelle stelle che per l'adietro sono state osservate.
Hora bisogna vedere se possi haver origine questa luce da dui corpi che ambidui celesti siano: nel che  necessario distinguere, perch, o che saria luce per reflessione del sole o d'altre stelle; se per unione, o per unione de pi corpi lucidi, o per unione di duoi corpi densi s, ma non lucidi, o per unione di duo corpi, l'uno de'quali sia lucido, l'altro no.
Il primo esser non pu, cio che questa sia luce di reflessione di corpo lucido, o non lucido. Imperoch, o che saria il corpo lucido qualche pianeta o stella fissa: et cos ne seguirebbe che, essendo la luce di reflessione molto men(237) chiara di quello che  la luce del corpo d'onde  causata, non potrebb'esser cos chiara et risplendente che ogn'altra stella di splendore avanzi; tanto pi che molto pi frequentemente si sarebbe veduta questa luce, ritrovandosi li pianeti nell'istesso sito del cielo in non longo spatio di tempo. O che sarebbe causata dal sole: il che non si pu dire, prima perch il sole non pu luminar co i suoi raggi parte densa del cielo che luce rotonda ci mostri, che sia tanto a lui vicina come  et  stata sempre questa luce; il che si pu agevolmente comprendere nella luce della luna, la quale, per haver il suo lume dal sole, quanto pi a quello s'accosta, tanto minor parte di lei riceve lume, et solo quando  lontanissima al sole, di luce rotonda a noi si mostra. S come n anco il secondo: poi che le congiuntioni di pianeti non durano tanto quanto ha durato questa luce; et pur allora quando questa luce apparve, non v'era altra congiuntione che quella di Giove et Marte, dalla quale per questa distinta et alquanto lontana si scorgeva; oltre che il pianeta inferiore dal superiore si pu facilmente, bench congionto, apparere diverso. S che  impossibbile che questa luce possi esser causata per unione di pi corpi celesti per s stessi lucidi. Il terzo modo poi a doi oppositioni  soggetto: l'una delle quali  che la parte densa, ma non lucida, di sotto alla lucida posta, ci coprirebbe la stella et parte lucida, s che una stella manco si osserverebbe nel cielo, il che non ; l'altra, che non cos chiara ci potrebbe apparere, perch la densit, se ben ci facesse parere pi grande la stella sopraposta, la farebbe parer poi meno chiara.
Resta dunque che se questa  luce celeste, non possi esser prodotta in altra maniera che per unione di doi parti di doi diversi cieli, che per una certa mediocre densit non possino esser atte, mentre separate sono, a mandar luce, come sono quando siano(238) insieme una sopra l'altra unite. Havendo io donque sin qui mostrato quid non sit,  ben ragione che hor mai, lasciando intendere il mio parere, se ben forse manco de gli altri conforme al vero, mostri quid sit: il che per protesto di voler fare non perch creda io solo di toccar, come si suol dir, la brocca, ma per farle parer pi vero quel proverbio Quot homines, tot sententiae.
Il mio parer donque  questo: che, essendo questa luce nel cielo (tralasciando hora il miracoloso oprar d'Iddio, et parlando co i mezi naturali), da altro esser cagionata non possi che da doi parti di cielo di tal densit, che, separate, non siano atte a produr luce, ma congionte insieme, et di doi densit fattane una sola molto densa, sia atta risplender et mandar da s nuova luce, la quale, separandosi ancora queste due densit da sieme, per il diverso moto de'cieli nelli quali sono, si corrompi (come forse si vedr); et di tal natura direi che fosse ancora quella che nell'anno 1572 apparve nella costellatione di Cassiopea, nel circulo artico, dove vien intersecato dal coluro equinotiale: s che non credo che l'oppinione del Valesio(239) sia in tutto vera di quella stella, dicendo egli che fosse prodotta nel cielo di Saturno, riverberando in una parte di mediocre densit di quello qualche stella delle fisse, direttamente a quella parte sopraposta, la quale per quella sua densit facendola apparer pi grande, la credessimo nuova stella; poi che, com'io nel terzo modo da me ributtato(240) ho mostrato, seguirebbe che quella densit, se ben pi grande, non per pi lucida ce l'havrebbe mostrata, et pur lucidissima pi di Giove et Venere ancora ci apparve; et di pi quella stella da quella densit, o vogliam dire nuova luce, ci sarebbe stata celata, et cos non sariano state osservate in cielo, come furono, tutte le prime et antique stelle. Hora, per tornar alla mia oppinione, et meglio dichiararmi, io dico che ci pu benissimo essere: cio che nel ciel stellato et nell'orbe deferente dell'apogeo di Saturno siano densit della natura gi descritta, le quali doppo longhissimo girar d'anni, per esser l'un e l'altro di questi cieli di moto tardissimo, si possino una sopra l'altra unire, et cos produr una sola densit, la quale sia simile a quelle dove sono l'altre stelle che sono atte per s stesse a mandar luce. Che tali densit ne'cieli si ritrovino, lo manifesta il circulo latteo, il quale non  atto a mandar luce, ma solo a biancheggiare, per esser d'una mediocre densit, come attestano tutti li astrologhi et la maggior parte de'Peripatetici ancora. Che la luce ne'cieli habbia origgine dalla sola densit de'loro orbi, manifestamente lo dice Aristotile et niuno il nega. Che doi densit mediocri et, separate, non atte a mandar luce, possino, insieme unite, acquistar luce et splendore, credo che sia chiarissimo a chi sa quell'assioma che virtus unita fortior est se ipsa dispersa. Che questi cieli siano di moto tardissimo, et che perci rarissime volte, anzi, doppo la creation del mondo sin a questo tempo presente, rispetto l'istesse parti di loro non si siano mai congiunti, non occorre provare a chi ha qualche cognitione di moti celesti. S che io non credo, per queste ragioni, che questa mia oppinione possi parer del tutto fuori fuori di ragione, ma che sia assai vicina al vero; tanto pi che non  contraria alla fondatissima filosofia d'Aristotile, perch da questa si vede come, senza alterationi et corruttione ne'cieli, si possi, col simplice moto locale, produrre in loro nuove luci.
Due sono le oppositioni che se li potrebbono fare: una, che la parte densa inferiore verso la superiore, se ben a quella unita, ci causarebbe qualche diversit d'aspetto; l'altra, che in instanti non sarebbe stata osservata cos grande come , ma che a poco a poco si sarebbe generata, nell'applicarsi insieme queste due densit. Alle quali per facilmente io posso rispondere, dicendo, alla seconda, che da chi bene  stata osservata, fu prima scorta pi picciola, poi si  a poco a poco aggrandita, maggior lume di giorno in giorno acquistando. Potrei risponder ancora che li molti vapori, per le precedenti piogge, s'erano tra quella luce e la nostra vista nell'aria frapposti; nel principio del suo apparere la facessero parer tale et di tanta grandezza, con tutto che fosse d'assai minor mole. Si potrebbe anco dire che forse non fu osservata prima che havesse(241) notabile quantit, perch (da chi non l'havesse osservata a bella posta, il che non  da dirsi, non potendo saper alcuno che ci dovesse tal luce in quei tempi apparere) non sarebbe forsi fuori di ragione pensare che da niuno fosse avvertita nel suo primo principio visibile, s come anco  da credere di quella stella che apparve del 1572, che s come a poco a poco svan, come nota il Clavio, cos anco a poco a poco si generasse, se ben non fu prima osservata che fosse grandissima. Alla prima poi, dicendo che il cielo di Saturno rispetto il firmamento non pu causare notabile diversit d'aspetto, tanto meno che io suppongo le due densit connesse et unite una sopra l'altra, s che tra esse non vi si frapponga altro corpo; poi che ponendo la densit di sotto nell'orbe deferente l'apogeo di Saturno et quella di sopra nel ciel stellato, senza dubbio la densit di sotto rispetto quella di sopra non pu causare paralasse alcuna, se ben fosse alquanto inferiore dell'altre stelle fisse.
Et tanto basti circa la mia oppinione: la quale se da lei sar stimata vera o, per quanto di queste cose si pu sapere, dal vero non molto lontana, ne sentir consolatione grandissima di tal giuditio; se anco no, non mi si potr attribuire ad ignoranza o a temerit, havendole protestato di volerla scrivere per non parer mancator di parola et poco desideroso di servirla. Al quale, per non esserle hormai pi tedioso, facendo fine, faccio humilissima reverenza.

Da Verona, a 22 di Xbre 1604.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
Lonardo Todeschi.

Di fuori si legge, di mano di Galileo:
LeonardoTedeschi, della Stella nuova del 604.



111..

ILARIO ALTOBELLI a GALILEO in Padova.
Verona, 30 dicembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 66. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

Per servir V. S. Ecc.ma, le significo della nuova stella che gi doi giorni sono un mio amico qua intendente l'ha veduta; ma io, non havend'orizzonte commodo in questi tempi cos rigidi, massime la matina, non ho animo di vederla per hora.
Ho aviso dal S.r Pirro Colutii, mio paesano et peritissimo nella professione, che scrive a lui l'Ill.mo S.r Bardi, haver veduto la sua prima apparitione li 27 Settembre et osservatala pi sere, ch' cosa alienissima dal vero; poi che io avanti li 9 Ottobre pi giorni hebbi l'occhio in quella parte del cielo, intentissimo al moto di Marte, che andava a [vedi figura giove.gif], con testimonio intendente, n mai fu veduta, ma solo li 9 Ottobre, che ci fece grandemente maravegliare, et era quasi un narancio mezzo maturo. L'istesso scrive un medico da Cosenza, di Calabria, matematico, ci  che non prima delli 9 Ottobre apparve, intento ancor lui in quei giorni pur l su. Io stupisco dunque di quella relatione delli 27.
Il P. Clavio scrive al S.r Magino(242), il quale mi manda la copia della lettera, che l'ha osservata in Roma con i stromenti, e l'ha trovata sempre immota et equidistante da molte fisse, e la conclude nell'ottava sfera. Ch' quanto mi occorre per hora, abbracciandola per fine, sperando un giorno, e presto, di farlo in persona.

Di Verona, li 30 Decembre 1604.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Deditiss.o Ser.re
F. Ilario Altobelli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r Col.mo
Il S.r Galileo Galilei, Matem.co di
Padova.



112..

ONOFRIO CASTELLI a GALILEO [in Padova].
Roma, 1 gennaio 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 143(243). - Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

S come l'obligatione che tengo a V. S.  grande, cos vengo ad esser in debito di augurarle, come faccio, il buon Capo d'Anno; ricordandoli appresso, che mi far molta gratia mentre mi favorir di qualche commandamento, et parimente a dirmi due parole del suo giuditio circa questa nuova stella. Et non essendo questa per altro, a V. S. bacio le mani.

Roma, primo Genn.o 1605.
Di V. S. molto Ill.re

S.r Galilei.
Aff.mo Ser.e
Onofrio Castelli.



113.

GALILEO GALILEI a [ONOFRIO CASTELLI in Roma?].
[Padova, gennaio 1605].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 63. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re et P. Col.mo

Mi  pi di una volta stata fatta instanza dal nostro gentilissimo S. Orazio Cornacchini, che io dovessi mandare a V. S. Ecc.ma copia di tre letioni fatte da me in publico(244) sopra il lume apparso circa(245) li 9 di Ottobre in cielo, il quale sotto nome di stella nuova viene addimandato, affermandomi ci esser da lei molto desiderato. Io mi sono sin qui scusato con detto Signore, s perch conosco la debolezza de i miei discorsi et quanto siano indegni di comparire nelle mani di V. S. Ecc.ma, s ancora perch, sendo quasi che stato messo in necessit di publicare le dette lezioni, potevo allora occupar V. S. E. per un'hora in leggerle, prorogando intanto il tempo di farla pi certa, di quello che , del mio poco avvedimento. Sono poi andato differendo tal publicazione, et sono anco per differirla per qualche giorno, perch il fermarmi solamente nel dimostrare, il sito della nuova stella essere et esser sempre stato molto superiore all'orbe lunare, che fu il principale scopo delle mie letioni,  cosa per s stessa cos facile, manifesta et comune, che al parer mio non merita di slontanarsi dalla catedra; dove bisogn che io ne trattassi in grazia de i giovani scolari et della moltitudine bisognosa di intendere le demostrazioni geometriche, ben che apresso li esercitati nelli studii di astronomia trite et domestichissime. Ma perch ho hauto pensiero di esporre ancora io, tra tanti altri, alla censura del mondo quel che io senta non solo circa il luogo et moto di questo lume, ma circa la sua sustanza et generatione ancora, et credendo di havere incontrato in opinione che non habbia evidenti contradizioni, et che per ci possa esser vera, mi  bisognato per mia assicuratione andar a passo lento, et aspettare il ritorno di essa stella in oriente dopo la separatione del sole, et di nuovo osservare con gran diligenza quali mutationi habbia fatto s nel sito come nella visibile grandezza et qualit di lume: et continuando la speculazione sopra questa meraviglia, sono finalmente venuto in credenza di poterne sapere qualche cosa di pi di quello in che la semplice coniettura finisce. Et perch questa mia fantasia si tira dietro, o pi tosto si mette avanti, grandissime conseguenze et conclusioni, per ho risoluto di mutar le letioni in una parte di discorso, che intorno a questa materia vo distendendo: et in tanto che la publicatione si andr differendo, per mostrare a V. S. E.a che non per indiligenza, o perch io non preponga i suoi cenni ad ogn'altra cosa, sono stato ritirato dal mandarli le mie letioni, ma solo, come ho detto, da l'essere stata la mia prima intentione di publicarle in breve, hora che ho resoluto di mutarle in discorso et aggiugnervi circa la sustanza et generatione, et che per ci ho bisogno di pi tempo, ecco che io, con quella confidenza che so che posso prendere di lei, gli scoprir succintamente tutta la machina che ho nella fantasia, fermandomi per nelle sole conclusioni et riserbando al trattato le confirmationi et dimostrationi di esse(246)....



114..

ILARIO ALTOBELLI a GALILEO in Padova.
Verona, 10 gennaio 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 68. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Oss.mo

Non occorre usar quella forma di scrivere, toccando il sospetto dell'amor mio verso V. S. Ecc.ma, reputando io a mio favore di poterla sempre servire: del che e questa e le passate vaglino per tanti instrumenti, fatti in forma Camerae et omni meliori modo etc.
Ho veduto quella buffoneria o temerit del Discorso della Nuova Stella(247), in disterminatione dell'autore, non de'matematici; et perch incidit in foveam quam fecit, non occorre risponder altro: vilesceret animus etc.
La stella poi, quando fu veduta da me e da quelli ch'eran con me, alli 9 Ottobre, e non prima, ancor che fussimo pur intenti a rimirar quella parte del cielo pi giorni prima, et massime la sera delli 8, e c'intervennero, per maggior giustificatione, queste parole: Com' possibile che non si vedano altre stelle che quelle tre?, vedendosi [vedi figura giove.gif], [vedi figura saturno.gif] et [vedi figura marte.gif] soli: et la sera delli 9 alla prima vista apparve con le tre la nuova, e disse quell'istesso: O l, che stell' quella? hier sera non v'era gi? Et era grande, al mio parere, quanto [vedi figura giove.gif], et di colore come un narancio mezzo giallo e mezzo verde, o pur misto di giallo et verde. Dopo non la potei vedere, per turbarsi il tempo, sino la sera delli 15 Ottobre, et appareva assai pi grande di [vedi figura giove.gif], anzi quella fu la maggior grandezza ch'io habbi osservato nella stella nuova, e credo che pi tosto gli giorni seguenti sia decresciuta che altrimente; ma poco per in quei primi giorni potea andar mancando, havendo continuato d'osservarla per molti giorni seguenti sempre maggior di [vedi figura giove.gif]. Scrive l'istesso al P. Clavio un medico matematico di Calabria, ci  che non  stata veduta prima delli 9 Ottobre, ancorach egli havesse intentamente pi giorni prima rimirato quella parte del cielo, et massime la sera delli 8, et che nella prima apparitione era come [vedi figura giove.gif], e poi si fece presto assai maggior di [vedi figura giove.gif]: et io ho la copia della sua lettera, mandata dal P. Clavio al S.r Magino et dal S.r Magino a me etc.(248). Et questo basti della grandezza, che hora deve esser di seconda in circa.
Del sito astronomico, per osservanza d'instrumenti io non le posso dir niente di certo, ci  con ogni precisione, non havendo instrumenti idonei; n ho hauto orizzonte commodo a formar triangoli sferici, onde havesse potuto limitarla essattissimamente; n meno s' fatta per ancora vedere nell'altezza somma, che basteria per haver il longo et il largo giustissimamente, come si vedr bene nel principio di Marzo: per non le posso dir altro, se non che aspettiamo quel tempo. Ma parlando per aviso d'un Ticonico, fu trovata, come gi le scrissi, alli gr. 17. 51'[vedi figura saggitar.gif], con un grado et 41'm. di larghezza boreale: onde la declinatione era gr. 20. 16'. 51" australe; l'ascensione retta, 257. 0', 47"; l'altezza meridiana nel'elevatione del polo 45 dover esser gr. 24. 43'.
Ma parlando dell'osservanza fatta gi col quadrante, le dico che la trovai per molte settimane equidistante dall'altre fisse ad unguem: poi che alli 16 Ottobre, all'altezza dell'Aquila gr. 50, la nuova era alta gr. 9 1/2, dico sopra l'orizzonte; et alli 31 d'Ottobre trovai il medesimo, ci  l'Aquila 50, e la nuova 9 1/2; et alli 17 d'Ottobre, all'altezza dell'Aquila gr. 51, la nuova era alta 10 1/2; et il medesimo trovai alli 2 Novembre, ci  all'altezza dell'Aquila 51, la nuova era alta 10 1/2; et cos altre volte. S che io non posso comprender ch'ella si sia mossa altrimente, et tanto pi che osservando il passaggio di [vedi figura venere.gif], che fece per quel grado delli 18 [vedi figura saggitar.gif]alli 20 et 21 di Gennaro, viddi che stava nell'istesso luogo, essendo distante [vedi figura venere.gif]dalla stella alli 20 quattro dita in antecedentia per lunghezza et per larghezza(249), et alli 21 s'era fatta in consequentia distante dalla stella un palmo incirca. Ma con l'occhio non si pu dar conto de'minuti: il meglio sar chiarirsi quando si far vedere nel meridiano, per non far tanti imbrogli et passar per tanti dubi.
Et questo  quanto le posso dir per servirla pro nunc, alias, ubique et semper. Dio la conservi sana, et mi ami come ha cominciato.

Di Verona, li 10 Genn.o 1605.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
F. Ilario Altobelli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, Mat.co di
Padova.



115..

OTTAVIO BRENZONI [a GALILEO in Padova].
Verona, 15 gennaio 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 70-73. - Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Di raro sogetto, d'altissima impresa, da et ordinario ingegno et picciole forze, chiede V. S. Ill.re et Ecc.ma il parere. Sogetto degno di lei, impresa gi sufficientemente da grand'huomini discussa, pu malagevolmente far apparer i pensieri miei allevati d'industria, non che d'ingegno et forti raggioni ripieni. Io nondimeno devo haver solo riguardo a i commodi suoi, et forse, come che altre volte m'ha fatto degno de'suoi famigliari(250) et frequenti raggionamenti, n anco a questa volta li rincrescer legger un foglio scritto, che rappresenta l'affettione e 'l desiderio mio di servirla. N in scriver di questo soggetto prendo maggior baldanza, perch sin hora sii, hormai per il valor de'grand'huomini, sufficientemente dicchiarito; poi che dal solo consiglio de'suoi commandi, quanto pi brevemente potr, far compendio di quanto altrevolte, per mio solo creder, ho raggionato et per lettere pi difusamente scritto.
Circa li 15 d'Ottobre 1604, nell'occultarsi del sole, vidi improviso una nova luce, che rassembrava stella <...  a Giove, di equale a lui o di maggior grandezza, quasi con l'istesso colore, ma scintillante. Sarei stato all'hora (lo confesso), per la meraviglia, incredulo a me stesso, se ci non havessi creduto esser fiamma altamente acesa, che comunemente si dice cometa; et forse <...  maggiormente la meraviglia, quando anco cos fatto splendore potevo dubbitare che fosse novamente apparso in cielo, poi che ramentomi d'haver letto che ne l'anno 1572 un simile n'apparve in Cassiopeia. All'hora, per trovar argomento di levarmi di dubio et farmi, se non chiaro, almeno men confuso, osservai con un instromento, in ci mediocremente opportuno, una distanza tra Marte et questa nova luce, et la vidi se non maggiore, almeno equale, quando era alta da terra, a quella distanza che presi per due hore doppo, ci  nel tramontar di quella: assai chiaro argomento, per il creder mio (s'altra condittion materiale non s'interpose), ch'ella non fosse sotto il cerchio della luna, perch in questo caso sarebbe stata maggiore la distanza ultimamente presa della prima, come dalla occlusa figura potr osservare(251). Nella quale io suppongo, come  in vero, che Marte non habbi alcuna diversit d'aspetto, ci  che nell'istesso loco si vegga stando nella superficie della terra come nel centro: ma qual si voglia reggion dell'aria o del foco non pu haver questo, per la vicinanza sua: s che se fosse stata nell'aria, si sarebbe veduta maggiore la distanza, et tramontar pi tosto del dovere, per mio creder, per lo spacio quasi di doi gradi, ancorch fosse stata quasi immediatamente sotto la luna, come dalle linee secanti et tangenti penso che si possi sottrare. Dovendo donque essere, per la detta raggione, sopra della luna, mi fu forza di creder ch'ella fosse nell'8 cielo; poi che se fosse stata in un cielo de'pianeti, havrebbe forse havuto uno de'moti loro, il che per non vidi mai per pi giorni che l'hebbi osservata. Ma se piacesse di dire che potrebbe anco esser in un deferente degli apogei de'tre superiori, di ci non contendo, perch in ogni modo il fatto sta a persuadere come la materia celeste possi mostrare di queste nove apparenze.
Ma se il Peripatetico mi rimproverasse troppa fede nell'apparenza et poca solertia nel contemplare, li rispondo che non fui lento sempre a rispondere ch'era un vapor lento e tenace aceso nell'altissima sede degli elementi, ove nondimeno pi rade volte sogliono ascender cos fatti vapori; et che s'a l'Italia come all'Alemagna mostrava l'istessa distanza da un'altra stella a proporzionata altezza dall'orizonte come l'altre stelle fisse, io li dissi che come quell'humore sol far apparer quel denaro, posto in fondo del vaso, pi alto del suo sito reale, cos questa, quanto pi s'avicina all'orizonte, o per il moto del cielo o per il diverso sito degli habitanti, tanto pi s'erge et s'inalza da quello per caggione de'vapori fraposti: n bisogna dire che ci vogli grand'elevatione per beneficio de'vapori, perch pochissima basta, come ho detto di sopra, sendo cos lontana dalla terra, ci  per 30 volte in circa come  il semidiametro della terra. Questa elevatione si pu veder anco nel sole vicino all'orizonte, ma non per tale n tanta, perch molto pi lontano, anzi lontanissimo, si ritrova; il che  caggione che se non pochissimo pi dell'esser suo si mostri elevato, come esperimentando si pu investigare. Non mi affaticcar a dissolver varie apparenti raggioni in contrario, perch so che a lei sarebbe superfluo, et considerar la grandissima distanza che non li lascia mostrar tutti gli effetti di cometa; et pu anco apparer visibile et grande, perch l'aggrandiscono i vapori.
Con tutto ci che questo habbi potuto sostenere, nondimeno quel stimolo della verit mi ha fatto prender il primo partito, et conchiuder che assolutamente stii nel cielo: et a questo tanto maggiormente mi son apigliato, sentendo che da molti luoghi lontani et per latitudine et per longitudine vien osservata in un luogo istesso. Et di questo parere sendo ogni diligente osservatore, resta solo il provare come ella sii prodotta nell'8 cielo.
Fu eccellentissimo et elevatissimo spirito, gentil'huomo di questa citta(252), che asseriva che ad una parte densa dell'8 cielo vi s' congionta un'altra parte densa d'inferior cielo, et quella luce che per s niuna poteva render, adesso ambi unite la dimostrano, opinione veramente sotile, ma, per mio gusto, poco dimostrativa. Poi che (lasciando da parte molti altri argomenti) questo cielo inferiore non pu esser di [vedi figura saturno.gif], n meno d'altro pianeta, perch nello spacio di mill'anni sarebbe passato pi di trenta volte a far apparer questa nova luce, et nondimeno non s' pi veduta; et se  d'un altro cielo, per questo effetto novamente dal nostro volere posto in cielo, che in mill'anni non habbi fatto una revolutione, sarebbe stato necessario, movendosi cos lentamente, che a poco a poco fosse cresciuta la nominata stella, come veggiamo farsi dell'ecclissi, et cos lentamente, che a gionger a tal grandezza dovrebbe esser stata gli anni interi, massime se vogliono admetter che quel cielo inferiore sii uno degli apogei di [vedi figura saturno.gif]. S che per sodisfarci meglio, altrimenti bisogna dire; et perci se diremo che sii prodotta nell'8 cielo, si dee anco avertire che non paia cosa strana nella scola dei Peripatetici. Onde io dico prima, che sebene Aristotile disse ch 'l cielo  ingenerabile e incorottibile, nondimeno non dice, n da lui si cava, che non si possi produrre nova stella; anzi che delle sue conchiusioni si deve dire, che sendo le stelle pi dense parti degli orbi suoi, questa altro non sii che una densata parte dell'orbe suo. Ma s'alcuno mi ricchiamasse, con dire: La materia del cielo  soda, e non flussile, n da agente alcuno possi condensarsi, io son tenuto, per il mio potere, di ritrovar il vero.
Dunque, primieramente, a chi considera l'opere di natura  manifesto che il corpo denso pi s'avicina all'opaco che non fa il flussile e liquido, come si pu vedere dalla natura terrestre, la quale, come densissima,  anco di tutti gl'elementi et elementali corpi opacissima, dalla quale quanto pi si scostiamo, trovamo elementi et meno densi et in tutto flussili. Dunque, sendo il cielo lontanissimo dalla terra, deve essere non opaco come quella, n meno denso, come che non habbi per niente dell'opaco; anzi che, sendo sopra il foco, deve tanto pi superarlo con la rarit sua, A questa aggiongo la seconda raggione. Il cielo della luna ha questa natura (secondo la premessa d'Aristotile), che densandosi produce corpo opaco, come si vede nella luna istessa: se donque fosse di materia soda, inclinarebbe alla densit, et cos a poco a poco s'avicinarebbe alla natura dell'opaco; il che sendo gravemente fuggito da natura, qual intende illuminar le cose sublunari, non oscurarle, si deve per consequenza dire che non  quel cielo materia soda, ma flussile et propriamente eterea, ma senza comparatione molto pi degna del foco elementare: da questo caverano i Peripatetici una consimil natura degli altri cieli. Al terzo loco pongo altres chiara et, per mio creder, efficace raggione. Se la materia degli orbi celesti fosse soda, come non veggiamo noi che evidentemente sarebbero impediti i raggi de'pianeti et dell'inerranti stelle? s che non si potrebbero liberamente trasmetter in questi elementi inferiori? Questo si pu sufficientemente osservare in lucidissimi cristalli o altra materia pi trasparente, ma soda in s stessa.
Da queste raggioni si pu facilmente credere che la materia del cielo sii atta per condensarsi: et se si pu condensare, di gracia non dubbiti alcuno ch'ella sii alterabile et corrottibile, perch questa, se la vogliamo dire alteratione, non  destruttiva, ma perfettiva. Et per darli compita sodisfattione, io dico: O vero quella variet tra le stelle et l'altre parti del cielo importa propria alteratione e contrariet; o non. Si deve dire che no, perch  variet perfettiva. Cos donque, che si formi nova stella per condensatione delle parti del cielo, non importa contrariet o variet destruttiva, ma perfettiva. Se donque non repugna alla materia celeste condensarsi et far apparere nova stella, non  da creder che non vi si trovi agente proportionato per effettuar questo, per non haver questa potenza in vano. Questo naturale agente potr facilmente esser creduto il lume de'pianeti, et a gran raggione; poi che operando questo istesso nelle cose inferiori, mediante per il calore prodotto dalla reflessione de'raggi loro, si deve inferire che il lume istesso servi natura di operare; et s come deriva da materia celeste, cos quella a punto pu esser disposta materia all'immediata operatione sua; et s come qui a basso con il calore congrega et adduna le cose consimili et separa le dissimili, cos nell'8 cielo deve congregare et condensare quella materia in s stessa consimilissima, et deve congregare come si  detto, perch opera secondo il suo principio, che  corpo delle stelle et luminari denso et congregato. Ma se non operasse quel lume de'pianeti nell'8 cielo, in vano la natura gl'havrebbe fatti corpi rottondi, et dalla parte superiore parimente luminosi. Aggiongo che se non occoressero alle volte di queste apparenze et nove stelle, potressimo facilmente negare che nel cielo vi fosse altra materia fuor che i soli corpi de'pianeti et stelle. Ingratitudine sar donque il rifiutar queste apparenze che ci vogliono insegnare et farne certi di cose tanto sublimi.
Restar forse un poco di meraviglia, perch cos rade volte si veggano tal'apparenze. Si deve dire che rare volte ancora occorrono di cos fatti concorsi et unioni de pianeti come questa fatta nel segno di Sagittario, nel cui trigono si pu calcolare che per lo spatio di 900 anni non sii fatta un'altra congiontione di Giove et di Saturno, alla quale vi s' aggionto Marte, pur grave et pianeta superiore. Ma perch occorrono constitutioni pi frequentemente, ma di minor valore, perci se ne producono ancora de cos fatte stelle, ma molto minori di grandezza, s come tre anni sono una, ma picola, apparve nel Cigno, et il Sig.r Tycone, solertissimo osservatore, ne trov tal volta pi di dieci o dodeci oltre al numero prefinito di Tolomeo; ma non sono di tal meraviglia, perch cos da ogn'uno non si pono osservare, per la picola quantit loro.
Hora per le cose dette non credo ch'a V. S. Ill.re et Ecc.ma debbi restar scropolo di sorte alcuna: et se volessimo anco congietturare se pu esser durabile questa stella, potremo saperlo in questa maniera. Ella ha havuto l'esser da caggione non permanente, come  il concorso de pianeti; adonque non pu ella esser senza fine, poich l'effetto partecipa solo la natura della causa, non pi oltre. Cos l'ho vedut'io nei giorni passati, poi che  fatta orientale, sminuita in gran parte.
Non ho potuto esser pi breve, in materia non cos chiara: per lei mi perdoni s'ho trapassato il foglio. Che per fine li baccio le mani.

Di Verona, a 15 di Gen.o 1605.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
Affett.mo Servitor
Ottavio Brenzoni.



116.

BALDASSARE CAPRA a GIO. ANTONIO DELLA CROCE.
Padova, 16 febbraio 1605.

Cfr. Vol. II, pag. 289 [Edizione Nazionale].



117..

[GIROLAMO SPINELLI] ad ANTONIO QUERENGO [in Padova].
Padova, 28 febbraio 1605.

Cfr. Vol. II, pag. 311 [Edizione Nazionale].



118..

GIOVAN FRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 12 marzo 1605

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 36. - Autografa.

Ecc.mo S.r Hon.mo

Ho havuto tanto tardi la lettera di V. S. Ecc.ma, che non si  potuto preparar alcuna cosa per sollevarla dal travaglio che ella mi scrive(253); ma dimattina si far(254) ogni possibile, e se le manderanno anco lettere di favor per l'Ill.mo S.r Podest.
Hebbi le sue scritte dal P. M.ro Paolo, insieme con li cecchini quattro; il che credo che ella habbia fatto per darmi essempio di quello che io ho a fare quanto le scrivo per baretti o altro. Mi spiace della sua infirmit, e prego N. S.re che al gionger di questa ella habbia recuperata la sua sanit. E me le raccomando.

In V.a, a 12 Marzo 1605.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo per serv.la
Gio. Fran. Sag.
in fretta.

Fuori: All'Ecc.mo S.r Hon.mo
Il S.r Galileo Galilei, Mathem. di
Padova.



119..

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.
Firenze, 16 aprile 1605.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIX, n. 110. - Autografa.

Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

Io ho havuto carissimo d'intender da V. S. che la mia lettera non ha trovato luogo o possibilit di operare effetto alcuno appresso di lei in raccomandazione del Sig. abate Giugni(255), gi che V. S. dice che la gentilezza e i meriti di lui havevano di maniera occupata la grazia e l'animo di V. S. per prima, che ogni augumento rimaneva impossibile. N meno caro lo ha havuto il Sig. Cav.re, padre(256) del Sig. abate, il quale con grandissimo gusto ha veduto la lettera che V. S. mi scrive. E bench da quello che ella mi dice io vegga che Firenze non pu sperare di haverla a rihavere, tutta volta non voglio gi perder la speranza che noi ci habbiamo a riveder quando che sia, o per la venuta sua qua, o per la mia in codesti paesi.
Il mio fratello bacia le mani a V. S. infinitamente, e desidera ch'ella lo consigli a che parte delle mathematiche si debbe appigliare, presuposto, come io le scrissi gi, ch'egli abbia veduto Euclide. Dico questo, massimamente perch V. S. scrive che, havendo questa scienza molte parti, vorrebbe sapere che qualit di libri il mio fratello desidera, per poterli provvedere. Le dico per tanto ch'e'si rimette a lei, la quale sa benissimo quali sia meglio ch'e'pigli a vedere prima, e quali poi.
Sapr V. S. di pi, ch'io sono stato pregato, da tali amici miei che io non ho potuto per alcun modo disdir loro, di chiederle un favore: e questo , che qua sono stati veduti alcuni strumenti geometrici inventati da V. S., uno in mano al Sig. Orazio dal Monte, un altro in mano ad altri, il nome del quale non ho in memoria. Ora io sono stato pregato strettamente di voler pregar lei che voglia mandarne due, inviandoli a me, e mandare insieme la regola e il modo di usarli; per la qual cosa io chieggo grazia a V. S., poich questi amici miei mi honorano credendo che io possa qualcosa appresso la cortesia sua, ch'ella non voglia render vana questa loro credenza, ma favorir me e loro. Bene  vero che, non sapendo io quanto questa richiesta importi e vaglia appresso di lei, io non vorrei parerle n indiscreto n prosontuoso: per voglio che il tutto si intenda, se quello che io le chieggo  cosa ch'ella possa fare senza suo disgusto e pregiudizio. Se mi potr favorire, io stimer il favore infinitamente; potr insieme avvisare che spesa ci sia stata di manifattura, e dove voglia che sieno rifatti i danari, o qui o in Venezia: e 'l medesimo le dico de'libri che desidera il mio fratello. L'instrumento mi dicono che si chiami instrumento geometrico: questo  quanto io ne so. Presupongo che V. S. abbia inteso che cosa sia: e perch io l'ho abbastanza tediata, far fine, baciandole le mani e pregandole ogni contentezza.

Di Firenze, add 16 di Aprile 1605.
Di V. S. Illustre et Ecc.a
Ser. Aff.mo
Alessandro Sertini.

Se quello ch'ella ha scritto intorno alla stella(257) si  stampato, come mi scrisse che seguirebbe, favoriscaci di mandarcelo; perch di qua non si  visto, e mi immagino che non sia gran volume.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig. mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, in
Padova.



120.

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.
Firenze, 4 giugno 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 144. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio,

In risposta della vostra, se ben lunga, breve sar io di risposta: et non li risposi la settimana passata per non essere comparso l'abate, mio figliuolo; di poi, sendo venuto, et sentito in voce da lui le carezze et gl'onori che gl'havete fatto in accarezzarlo et insegnarli, mi  parso significandogliene ringratiarla. Et havendo inteso da lui di vostri disagi et travagli, et sentendoli lodare il vostro instrumento, et con quanta prestezza e'si pu rendere utile a'principi et a'particolari, mi  parso farne passata con Madama Ser.ma nostra Padrona, dicendoli, nel meglio modo che ho saputo, la volont di V. S. essere d'indirizzare detto instrumento et ragion d'esso all'Altezza del Principe nostro; et ho ancora detto di pi, che potrebbe fare risolutione di passare qua per questa state, per passare le vacanze et fuggire i caldi et rendersi pronto a mostrare al Gran Principe di quant'utilit sia il suo instrumento: la qual Madama m'ha risposto che sia indiritto al Gran Principe, et che passando qua sar visto come meritano le sue virt. Per venga allegramente, ch sar ben vista.
Quanto alla causa sua che verte a'Consiglieri(258), sentirete il successo dal vostro procuratore, che altro sopra ci non dir, restando al vostro servitio, me li raccomando.

Di Fiorenza, li 4 di Giugno 1605.
Di V. S. Ill.re et Ecc.te
S.r Galilei.
Aff.mo per servilla
Vinc.o Giugni.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.te S.r mio Oss.mo
Il S.re Galileo Galilei, leggente in
Padova.



121.

GALILEO a NICCOL GIUGNI in Firenze.
Venezia, 11 giuguo 1605.

Autografoteca Azzolini in Roma.-A LUIGI AZZOLINI la presente lettera fu ceduta da EMILIO SANTARELLI, che l'aveva avuta da FRANCESCO TASSI, il quale l'aveva tratta dall'Archivio GIUGNI.

Molto Ill.re et Rev.mo Sig.re Cole.mo

Per una affettuosissima lettera dell'Ill.mo Signor padre di V. S. Rev.ma ho compresa la relazione fatta da V. S., proporzionata pi alla bont et nobilt dell'animo di V. S. che al mio merito: ma non si comprenderia l'eccesso della sua bont, se i suoi offizii pareggiassino solamente, e non sopravanzassino, gl'altrui meriti. Ho anco inteso quanto  stato trattato con coteste A. S.me, che sar causa di farmi rivedere in breve V. S. R.ma e ricompensare in parte i miei mancamenti, tuttavolta che avanzi a V. S. tempo di prevalersi della mia servit.
Io sono ancora in Venezia; ma spero domani tornarmene a Padova, essendosi terminata la mia lite(259) nel modo che pi diffusamente scrivo all'Ill.mo Signor suo padre. Di Padova mi partir quanto prima habbia regolate le cose mie, e sar a riveder V. S. R.: alla quale in tanto mi ricordo servitore devotissimo, e con ogni reverenza bacio le mani. Il Signore la colmi di felicit.

Di Ve.a, li 11 di Giugno 1605.
Di V. S. molto Ill.re et Rev.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Ill.re et R.mo Sig.re et Pad.ne Cole.mo
Il S. Abate Giugni.
Firenze,
San Salvi.



122.

GIOVANNI DEL MAESTRO a GALILEO in Firenze.
Pratolino, 15 agosto 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 146. - Autografi la sottoscrizione e l'indirizzo.

Molto Ill.re Sig.r mio,

Desidera Madama Ser.ma la venuta di V. S. qua, s per il virtuoso trattenimento del Ser.mo Principe, come anco per l'acquisto della sanit di lei in questa felicissima aria di Pratolino, che gliela spera molto giovevole, trasportandosi da cotesto catino a questa eminenza, dove se li conserva buona camera, modesta tavola, buon letto e grata cera. Se verr stasera, o vorr indugiare a domattina, in ogni tempo Mess. Leonido aportatore li far dare una buona lettiga. Et io senza pi me li offero servitore, e li prego da Dio contento.

Di Pratolino, li 15 d'Agosto 1605.
Di V. S. molto Ill.re
Ser.re Aff.mo.
Gio. Del Maestro

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re
Il Sig.e Dottore Ghalilei, mio Sig.re Oss.mo
Firenze,
dal Carmine, subito.



123..

CRISTINA DI LORENA a GALILEO in Padova.
Firenze, 25 ottobre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 9. - Autografa la firma.

Mag.co nostro Dilettiss.mo

Si trova, come sapete, in Padova Matteo Giusti, che attende allo studio delle leggi: et intendendo Noi che egli si diletta anche delle matematiche et che ne ha buonissimi principii, desideriamo che l'habbiate per raccomandato et che siate contento d'insegnarli con la vostra solita diligenza et amorevolezza; perch, essendo egli nipote d'un nostro accettissimo servitore, ne farete particolar piacere a Noi ancora. Et Nostro Sig.r Dio vi conservi et contenti.

Di Fiorenza, li 25 di Ottobre 1605.
il Galilei.
Chrest.na G. D.sa

Fuori: Al Mag.co Mess. Galileo Galilei,
Nostro Dilett.mo
Padova.



124...

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.
Venezia, 29 ottobre 1605.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 2999, n. 118. - La lettera  per circa la prima met di mano d'un segretario, e poi autografa, e autografa  pure la sottoscrizione. Il capitolo che riproduciamo  nella parte di mano del segretario.

Molto Ill.re S.re P.ron mio Oss.mo

 stato da me il S.re Matematico Galilei, et rimasto interamente sodisfatto per i commandamenti venutimi di cost et per quel che gli ho promesso et posso fare a suo servitio, come vedr V. S. nella Publica(260), nella quale ella mi ordina ch'io ne dia conto....



125...

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO
a FERDINANDO I, Granduca di Toscana, in Firenze.
Venezia, 29 ottobre 1605.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 2999, n. 117. - Originale con sottoscrizione autografa.

Ser.mo S.re

Di commandamento di V. A. m'ordina, il Cav.r Vinta ch'io raccomandi il S.re Galileo, Matematico di Padova, et gli interessi suoi con occasione et vivezza al Proc.re Donato; et per tale effetto  stato da me il medesimo Galileo, il quale  restato pienamente sodisfatto, quando m'ha ritrovato prontissimo essecutor del commandamento, et che insieme gli ho accennato che una parola di V. A., o di suo ordine, detta al Lio(261), che viene hora a risiedere appresso di quella, come a huomo intrinsechissimo del S.r Donato et che l'ha servito di secretario nelle sue cariche, far grandissimo effetto, et che io lo servir in oltre, con ogni vivezza et con maggior certezza di vero effetto, con il S.re Girolamo Capello, tanto devoto et affettionato all'A. V., che  compagno et nella medesima carica del Proc.re Donato. E non posso restare di dire, che, per molto ben disposto et affetto che sia il Proc.re Donato, egli ha sempre nome d'esser parchissimo et strettissimo nel dar provisioni et accrescimenti, che  quel che desidera il Galilei. Di presente non sono questi SS.ri in Venetia, n si deve trattare. A suo tempo saran ritornati loro, verr il Galilei qui, et io lo servir vivamente....



126.

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.
Firenze, 5 novembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 148. - Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio,

Di poi la sua partita non li ho scritto per carestia di tempo: tengo ben nuova dal S.re Residente di cost per S. A., che era arrivata con buona salute, et da esso gl'era stato detto quanto S. A. haveva fatto ordinare che a favor di V. S. parlassi al Clar.mo Procuratore Donato; et quando io lo dissi a S. A., mi disse: Molto volentieri vogliamo aiutare il Galileo, perch  virtuoso; per di'al Vinta, che in su la lettera che noi scriviamo al Residente, dica che lo raccomandi efficacissimamente. Mi  parso dargliene avviso, et in tanto ricordarmegli per qualche suo servitio, et ricordarmegli nella memoria che la mi dette una lettione e mezzo sopra il regolo, che per la mia poca capacit(262) non ritenni troppo; se gli paressi ch'io meritassi ricevere la sua grazia di qualche suo scritto, acci io potessi diventar capace di quelli conti, che, con brevit ben distillati da lei, rendono agevolezza a qual si voglia rozzo intelletto. La supplico in ci, et me li rendo affezionatissimo: et li bacio la mano, pregando il Signore Iddio che li dia il colmo di ogni suo desiderio.

Di Fiorenza, li 5 di Novembre 1605.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Le parole di S. A. funno queste: Vinc.o, questi Clar.mi (263) nno per male le lettere de'Principi; per io voglio che lo faccia il mio Residente: serva per suo aviso, quanto basta, et non altro; et al suo tempo soleciti il Residente, ch far pi che la lettera, dicendo da parte di S. A.
Aff.mo et per s.lla
Vinc.o Giugni.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il S. Galileo Galilei, in
Padova.



127.

GALILEO a [CRISTINA DI LORENA in Firenze].
Padova, 11 novembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I., T. IV, car. 18. - Autografa.

Ser.ma Mad.ma et mia Sig.ra Col.ma

Haverei, per mia naturale disposizione et per l'amicizia che ho antiquata col S. Camillo Giusti, procurato sempre che l'opera mia dovesse esser al S. Matteo Giusti di aiuto nelli studii delle matematiche. Hora che ci si aggiugne il comandamento di V. A. S.ma (264) l'haver per mia impresa principale, s come sono per antepor sempre i suoi cenni ad ogn'altro mio affare, reputandomi allora haver segno di participare della grazia di V. A. S., della quale vivo sommamente avido, quando mi dar occasione di ubidire a i sui comandi.
Io sto aspettando che mi siano mandati li due strumenti d'argento, per poterli segnare et rimandare perfetti. In Venezia ho fatto dar principio ad intagliare le figure che vanno nel discorso circa l'uso di esso mio strumento; et intagliate che siano, far subito stampar l'opera(265), consecrandola al nome immortale del mio Ser.mo et Humaniss.o Principe. Al quale intanto con ogni maggiore humilt m'inchino, dopo l'havere al Ser.mo G. D. et a l'Altezza Vostra con infinita reverenza baciata la vesta, con pregargli da S. Divina Maest il colmo di felicit.

Di Padova, li 11 di Novembre 1605.
Di V. A. S.
Humil.o et Oblig.mo Servo
Galileo Galilei.



128.

GALILEO a [COSIMO DE'MEDICI in Firenze].
Padova, 18 novembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 14. - Autografa.

Ser.mo Sig.re mio Pad.ne Col.mo

Havevo speranza di potere a quest'hora rendere a V. A. S. quelle grazie che devo, per havere ella fatto con tanta efficacia raccomandare il mio negozio all'Ill.mo S. Proc.or Donato, et insieme darli conto del successo di esso; ma gi che per la lunga assenzia da Venezia dell'Ill.mo S. Girolamo Cappello, che  uno de i Riformatori, non si  per ancora spedita cosa alcuna, et forse non si spedir cos presto, non mi  parso di dover differir pi questo mio debito, e tanto pi quanto dal Sig.or Residente di V. A. S. ho hauto avviso come ha gi trattato col S. Donato et hauto bonissime promesse. Io dunque, con quella infinita humilt che devo, rendo grazie all'A. V. di essersi compiaciuta di favorire et honorar tanto un suo minimo servo, il quale, altro non potendo, terr in perpetuo scolpito nell'anima un tanto debito, et in compensa gliene pregher da S. D. M. il colmo di felicit. Et qui con ogni humilt la inchino.

Di Padova, li 18 di 9mbre 1605.
Di V.A.S.
Hum.mo et Obed.mo Servo
Galileo Galilei.



129.

CIPRIANO SARACINELLI a GALILEO in Padova.
Villa dell'Ambrogiana, 5 dicembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 150. - Autografa la sottoscrizione.


Molto Mag.co et molto Ecc.te S.r mio,
Hebhi a'd passati nella Villa del Poggio una lettera del cognato di V. S.(266), con la quale mi dava nuova dell'arrivo di lei a Padova, che mi sarebbe piaciuto assai senza l'agiunta della sua indispositione; et perch eravamo sul ritornare a Fiorenza, non gli risposi subito, sperando quivi di vederlo et parlargli; il che per non mi venne mai fatto, onde la lettera di V. S. de'25 del passato  giunta aspettatissima et gratissima, havendo inteso, oltra il resto et che importava il tutto, ch'ella si trovasse di gi con buona salute. Quanto alla dispositione et affezzion mia verso la persona di V. S., deve credere che sia ferma et costante, perch io non cominciai ad amarla et honorarla subito che la viddi et ragionai seco una volta, ma doppo haver conversato seco intrinsecamente qualche tempo; onde quella benevolenza alla quale  preceduta la cognizione, non si pu pensar che sia si non salda et immutabile. Ma senza tanta pratica haverei anche fatto il medesimo, poi che il bello et il buono, cio la virt, ha forza di tirare a s l'animo et la volont di chi la pu, anche mediocremente et quasi da lontano, conoscere et considerare; nel qual caso appena ardisco io di collocarmi non havendo notitia alcuna della nobile et principal professione di V. S. Ma ella  accompagnata da tante altre virt, che garreggiano tra loro del primo luogo, che sarei bene in tutto rozo et ingnorante, se non sapessi fare una induzzione, per mezzo della quale possa arrivare a sapere et intendere che io amo et osservo V. S. con molta ragione. Et di questo fin qui.
Circa i studii del Ser.mo Principe nostro, de'quali desidera(267) che io le dia conto, se ella intende delle mattematiche, posso dirle assulutamente che dalla partita di V. S. di Fiorenza in qua, non ha pur visto, non che operato, mai l'Istrumento(268), non perch la scienza non piaccia molto a S. Altezza, ma parte perch non vi  chi si ricordi cos bene le operationi, et parte perch la Corte  andata continuvamente innanzi et indietro, senza altri diversi impedimenti che vi sono stati; ma come saremo in Pisa, si far intorno a ci, al sicuro, qualche cosa. Intanto ella mettar mano, et forse finir di stampare il libro, che servir al Sig.r Principe per un gran stimolo, non che per memoriale.
Sono appunto dua giorni che qui fu detto che quel giovine del S.r Don Antonio(269) haveva una volta finiti quegli istrumenti d'argento; che quando sia vero, V. S. li potrebbe havere con il prossimo ordinario, perch Madama Ser.ma ha ordinato(270) al guardarobba che se gli faccia dare et glie ne mandi. Ho quasi voglia di aggiugner V. S. per un essempio in quel'opuscolo che fa Plutarco De vitiosa verecundia, poi che la dice di non haver havuto ardire di scrivere al Ser.mo Sig.r Principe; poi che ella si pu ricordare che l'ha vista sempre volentieri, et io le fo fede che l'ama et la stima assai, et la saluta ancora molto affezzionatamente.
Il Caval.r Ferdinando(271), mio nipote, li  altrettanto servitore quanto le son io, et se potessi dir pi, lo direi, perch esso spera d'imparar da V. S. qualche cosa, dove io non son pi a tempo, n buono ad alcun mestiero. Il S.r Coloreto(272) si trova a Livorno con il Granduca. dove S. Altezza  andata per stare otto o dieci giorni; ma subito che torna, far l'offitio, et so certo che le sar molto grato. Al S.r Silvio(273), che  restato qui con il Sig.r Principe, ho detto quanto V. S. mi scrive di quel libro che gli vuol mandare(274); di che  restato sodisfattissimo, et si raccomanda a V. S. con molto affetto. Et io insieme con il Caval.r Ferdinando le bacio le mani, et prego il Signore Dio che le doni, con la sanit, tutte le cose che lei desidera.

Dalla Villa dell'Ambrogiana(275), il d 5 di Decembre 1605.
Di V. S. molto Mag.ca
Aff.mo et Certiss.o Ser.re
Cipriano Saracinello.

Fuori : Al molto Mag.co et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, professore di Mathemmatica in
Padova.



130..

OTTAVIO BRENZONI a GALILEO in Padova.
Verona, 19 dicembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 76. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il contento ch'ho havuto nel sentir nova di V. S.a Ecc.ma, il desiderio ch'ho di servirli, la pressa, una sol hora di tempo o poco pi datami dal Sig.r Bastiano per la risposta ch'attende, finalmente lo smassellarmi quasi dalle risa per la nova logica dal mio carattere messa in campo, mi ha posto tal confusione nel capo, che non so se il prognostico potr riuscire per tacuino ordinario. Cos mi ha detto di voler partir hoggi il Sig.r Bastiano; il che se non fosse, come dalla sua mi par di scorgere, mi farebbe torto, come gli ho detto, a non servirsi della casa nostra, che  obligata a V. S. Ecc.ma In questo mentre, per non mi sfredir la mano et pria che mi si spunti la pena, cominciar a stender dieci parole circa la formata figura: nella quale avertir prima, che sendo secondo l'Efemeridi del Carelli(276), pu esser facilmente piena d'errori, come sarebbe tal volta di dieci gradi in [vedi figura mercurio.gif] ; ma se per svariasse poco dallo Stadio(277) (il che non ho potuto vedere, per haverlo fuori di casa, n meno dalli secondi mobili, per l'angustia del tempo), potressimo andar congietturando, come dir per piacere a V. S. Ecc.ma Il qual raggionamento sendo come di cose vane, pregarla farsene, et di tutta la lettera insieme, un paio di stecchi per adoprar nei necessarii bisogni: havr anco a favore se tacer il mio nome et quelle cose che li parerano di silentio degne, poich potrei scriverli pi liberamente di quello forse ch' espediente.
Il temperamento donque di questo Signore li d che sii sottoposto ad un poco di catarro dalla testa, caggionato prima da indispositione di stomaco: questo  poi caggione di qualche ombra di vertigine, poi che non sono molto ben disposti gli occhi, cos per certe offuscationi come per altro, come son per dire. Pu ancora patire alcun flusso di sangue dal naso, forse dalla parte sinistra, per il consenso della milza, dalla quale pu sentir alle volte alcun travaglio:  anco atto a ricevere qualche ulcereta di mal francese, cos nelle parti obscene come che scaturischi circa il colo et le gambe (facio assai se la pena mi serve sino in fine). Questa costitutione non  molto lontana dal significato di un poco di sciatica: finalmente non  senza raggione se provasse alcun flusso di corpo, come diarea et disenteria. Il fine dello stame non  violento, ma naturale: vi per di violento alcuna calciata di quadrupede, caduta da cavallo con pericolo di rompersi una gamba et ricever percossa nella testa. In un occhio ancora pu patir qualche sinistro, ma, come spero, senza pericolo di perderlo. La [vedi figura 130a.gif]  forse dubia se caschi in [vedi figura 130b.gif] o non: per se fosse in [vedi figura 130c.gif], sarebbe contrario significatore; stando cos,  buona per molta successione di robba, ma con molto dispendio, cos per piezarie come per causa di governatori et per condane, poi che se non vi  significato di bando, manca poco. La maggior causa del male sono cos fatti amici et compagni. Cos gli honori sarebbero grandi, se quel concubinario di [vedi figura marte.gif] non inducesse a concubine frequentemente con gli amici; et per ci par che cos un poco caschi la riputatione. Si potrebbe aggiustare per l'ascendente all'antiscio di [vedi figura saturno.gif] se fu circa li 29 anni, caduta, pericolo d'animali, di morsicatura et di foco ancora, con melancolica infirmit; poi per il mezo cielo a [vedi figura marte.gif] circa li anni 23, se fu rissa, questione con un poco di dishonore, forse per fugire, lasciando gli amici; et di qui aggiustata che fosse, si potr far facilmente giuste le dirrettioni.
La pressa mi fa finire: promettoli per di scriverli pi spesso, perch lei non si scordi l'osservacioni per intender il mio carattere. Mi rallegro molto del bene del Sig.r Bronziero(278); et a V. S. Ecc.ma riverente baccio le mani.

Di Verona, alli 19 Dicembre 605.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Affett.mo Servitor
Ottavio Brenzoni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Matematico di
Padoa.



131.

GALILEO a COSIMO DE'MEDICI [in Firenze].
Padova, 29 dicembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 15-16. - Autografa.

Ser.mo Principe et mio Sig.re Col.mo

Io ho tardato sin'hora a scrivere a V. A. S.ma, ritenuto da un timido rispetto di non mi esporre ad una nota di temerit o arroganza; et prima ho voluto per via di confidentissimi amici e padroni inviarli dovuti segni di reverenza, che direttamente comparirgli avanti, parendomi di non dovere, lasciando le tenebre della notte, assicurarmi di fissare immediatamente gl'occhi nella serenissima luce del sole oriente, ma di andargli prima assicurando et fortificando con lumi secondarii et reflessi. Hora, che ho sentito haver V. A. S. ricevuti i miei humilissimi segni di devozione con quell'istessa benignit di aspetto con la quale si degn sempre di aggradire la mia presenzial servit, vengo con sicurezza maggiore ad inchinarmeli et ricordarmeli per uno di quei fedelissimi et devotissimi servi, che a somma grazia et gloria si reputano di essergli nati sudditi; se non inquanto questo mio debito naturale precide la strada alla mia volontaria elezione di poter mostrare all'Altezza Vostra di quanto lunga mano io anteporrei il giogo suo a quello di ogn'altro Signore, parendomi che la soavit delle sue maniere et la humanit della sua natura siano potenti a far che ciascheduno brami di essergli schiavo. Questa mia naturale disposizione fa che io non pensi ad altro che a quello che potesse esser di servizio di V. A. S.; ma dubito molto di non gli havere a restare servo in tutto inutile, poi che i maneggi et l'imprese grandi non sono da me, et sono le basse aliene da l'Altezza Vostra. Supplisca dunque al difetto delle mie forze l'eccesso della sua benignit, et si appaghi di quello che, mancando negli effetti, soprabbonda nel mio animo.
Al Ser.mo Gran Duca et a Madama Ser.ma desidero esser ricordato per devotissimo servo per bocca di V. A. S.; anzi, desiderando ricordarmi tale all'Ill.mo et Ecc.mo S. D. Ferdinando Gonzaga et a gl'Ill.mi et Ecc.mi Sig.ri Orsini(279), ho concluso che questo mio affetto, passando per la lingua di V. A. S., aqquisti tanto di efficacia et valore, che il dir lei a quelli Ecc.mi Signori solamente: Il Galilei vive vostro devotissimo servo, possa eccedere qualunque pi culta et efficace orazione, che per persuadere questa verit io potessi imaginarmi. La supplico pertanto ad esser servita di farmi tal grazia; et a Lei stessa con ogni humilt inchinandomi, prego da Dio il colmo di felicit.

Di Padova, li 29 di Xmbre 1605.
Di V. A. S.ma
Dev.mo et Hum.mo Servo.
[vedi figura 131.gif]
Fuori: Al Ser.mo Principe di Toscana etc.
mio Sig.re Colend.mo



132.

COSIMO DE'MEDICI a GALILEO in Padova.
Cerreto, 9 gennaio 1606.

Bibl Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 15. - Autografe la lin. 20 [Edizione Nazionale] e la sottoscrizione.

Molto Mag.co mio Dilett.mo

Ho riconosciuto nella lettera di V. S. de'29 del passato la molta modestia che conobbi in lei continuamente mentre l'estate passata si lasci godere in queste bande, ma non vi harei gi voluto vedere quel timido rispetto o dubbio d'esser notato di temerit, se senza altri internuntii m'havesse scritto: perch in questo modo, o V. S. dissimula di conoscere i proprii meriti, o crede che non sieno ben conosciuti da me. Dell'eccellenti virt sue ho veduto saggio tale in me stesso, che deve credere che ne conservi et continua et viva memoria: et se bene quel virtuoso seme che V. S. s'ingegn di spargere nell'intelletto mio, per varii accidenti non ha fruttificato, come forse poteva et doveva, tuttavia spero in Dio che se occorrer che ella torni a rivederlo, non lo trover forse tanto soffogato, che la buona cultura sua non possa germogliare. Et quando ritorneranno in qua gli istrumenti d'argento, segnati et accomodati da lei, mi saranno facilmente et di ricordo et di stimolo a ripigliarli et essercitarli un poco.
Non deve dubitar V. S. che appresso il Granduca et Madama, miei Signori, si perda la memoria di lei; et io glie ne ho rinfrescata con l'occasione della sua lettera. Con che m'offero prontissimo a ogni suo commodo, et prego Dio che la contenti sempre.

Di Cerreto, il d VIIII di Gennaro 1606.
S.or Galileo, io son tutto di V. S.
S.r Galileo Galilei.
Al piacer suo
Don Cosimo P.e di Tosc.

Fuori: Al molto Mag.co mio Dilettiss.o
Il Sig.r Galileo Galilei, a
Padova.



133..
FERDINANDO SARACINELLI a GALILEO in Padova.
Cerreto, 12 gennaio 1606.

Bibl Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, Ba. LXXXVIII, n. 170. - Autografa.

Molto Ecc.te et molto Mag.co S.r mio Oss.mo

Il Sig. mio zio(280)  di(281) natura molto sincera, e con gli amici suoi (nel numero de'quali son certo che tien V. S.) procede con semplicit et schiettezza et senza alcuna sorte di cerimonia, come presuppongo che non l'usasse con V. S. quando rispose alla gentilissima lettera che haveva ricevuta da lei; onde, havendo S. S.ria veduto quello ch'ella scrive a me, si  maravigliato che V. S. pensi che la lettera di lui habbia bisogno di ringraziamenti, o ch'ella s'astenghi di scrivergli per dubio di non fastidirlo con obligarlo alle risposte. Ma sappia V. S., che lo scrivere non gli  d'una briga al mondo, salvo che, rispetto a un poco di catarro che gli scorre per tutto il braccio dritto, non pu far questo mestiero di sua mano, come vorrebbe. A me, che non ho questo impedimento, e che son giovine et obligato alle virt et amorevolezza di V. S., pare di ricevere un poco di torto scrivendomi che le basti di sentir per terza persona ch'io habbia ricevuto la sua lettera, dovendo pur creder ch'io conosca d'esser obligato non solo di risponder io medesimo, ma, anche senza lo stimolo delle sue lettere, scriver talvolta a lei, per ricordarmele affezzionato et servitore.
I studii miei caminano secondo la qualit della stagione, cio addiacciati, nonch freddi, massime che la spessa mutatione delle ville et le continue caccie ci rubbano quella parte del tempo che sarebbe pi proportionata a gli studii. Pure il Ser.mo Sig. Principe, mio Signore(282), dice che quando la Corte sar a Pisa, vuol far prova di ricordarsi, si non tutto, almeno qualche parte di quello che apprese da V. S. l'estate passata; et io m'ingegnar di valermi dell'occasione. Intanto piaccia a lei di conservarmi nella memoria sua, assicurandosi ch'io le sono affezzionatissimo, s come le  anche affezzionatissimo et desideroso di farle servizio il mio S.r zio. Dalla risposta del Ser.mo Principe potr V. S. vedere ch'io non ho mancato di obbedirla, in presentare all'A. S. la sua lettera. Ho complito alcuni di questi SS.ri in nome di V. S., com'ella mi comanda, et tutti le baciano le mani. Il che fo anc'io con il maggiore affetto che posso.

Di Cerreto, il d 12 di Gennaro 1606.
Di V. S. molto Ecc.te et molto Mag.ca
Al S.r Galileo.
Aff.mo Ser.re
Ferdinando Sarac.llo

Fuori: Al molto Ecc.te et Ill.re S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.



134.

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.
Firenze, 21 gennaio 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 169. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.te S.r mio,
Rispondendo alla sua de'6, gli dico haver ricevuto li compassi con tutte le sue appartenenze(283) et la poca punta rotta, la quale ho consegnata, insieme con l'altre, a Maestro Raffaello, acci li segni; et io gli dar vista di quello lasciasti a Niccol, mio figliuolo, acci che con tal essempio possa manco errare.
Mi incresce infinitamente che e'si interponga tante cose per allungare quello che io speravo che a quest'hora dovessi esser fatto nella persona vostra, l'augumento: pure voglio sperare che, con questo nuovo Principe(284) che haranno, s'habbia a risolvere in bene il tutto; et lei non mancher di tenerlo ricordato al S.r Residente. Et io restando per sempre farli servitio, li bacio le mani: e Dio la guardi.

Di Fiorenza, li XXI di Gen.o 1606, ab Inc.ne
Di V. S. Ill.re
S.r Galileo.
Aff.mo Ser.re
Vinc.o Giugni

Fuori: All'Ill.re et Ecc.te S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, in
Padova.



135.

GALILEO a MICHELANGELO GALILEI in Padova.
Venezia, 11 maggio 1606

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 17. - Autografa.

Car.mo et Honor.do Fratello,

Ho inteso quanto per la vostra mi scrivete, et mi dispiace infinitamente non solo di non poter venir cost subito, ma di non esser venuto 10 giorni sono, rincrescendomi infinitamente questa stanza di Venezia; ma gi che sono qui, voglio pur vedere se posso cavar qualche resoluzione del mio negozio, dandomi questi Signori speranza di esser per ridursi il giorno di Pasqua(285), et si scusano di non poter attendere a questo negozio n ad alcuno altro, eccettuatone quei di Roma, che li tengono impediti giorno e notte. Per potrete dire all'amico che vi ha parlato per quel Signore todesco, che io sar cost alla pi lunga l'ultima festa di Pasqua, dopo il qual tempo potr attendere a quel Signore, et che fra tanto me li offerisca et vegga di trattenerlo.
Iersera a due hore di notte furono mandati via li Padri Giesuiti con due barche, le quali dovevano quella notte condurli fuori dello stato. Sono partiti tutti con un Crocifisso appiccato al collo et con una candeletta accesa in mano; et ieri dopo desinare furno serrati in casa, et messovi due bargelli alla guardia delle porte, acci nessuno entrassi o uscisse del convento. Credo che si saranno partiti anco di Padova et di tutto il resto dello stato, con gran pianto e dolore di molte donne loro devote.
Questo  quanto mi occorre dirvi. Fate reverenza al Clar.mo S. Foscari(286) et datemi nuove di lui, et baciate le mani a i Clar.mi S.ri Cocchi: et state sano.

Di Venezia, li 11 di Maggio 1606.

Vostro Aff.mo fratello
G. G.

Fuori: Al molto Mag.co et Osser.mo
Sig. Michelagnolo Galilei
Padova, ne'Vignali.



136..

CIPRIANO SARACINELLI a GALILEO in Padova.
Firenze, 26 maggio 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 139. - Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et Ecc.te S.r mio Oss.mo

Domandai di V. S. a'd passati al Sig.r suo cugnato, il quale mi disse che presto l'haremmo havuto in queste bande, s che io credevo di veder pi presto la persona di lei che una sua lettera: et questa nondimeno, che ho ricevuta, mi  stata molto grata, et le rendo infinite gratie della viva et cortese memoria che tiene di me et del Caval.r Ferdinando, mio nipote, l'uno et l'altro de'quali ci conosciamo inhabili a servirla, per la debolezza delle nostre forze, ma molto desiderosi di poterlo fare.
Mi duole che la ricondotta di V. S. con cotesti Ecc.mi Signori sia caduta in tempo cos difficile et importuno, quanto  quello che hoggi corre per le differenze che sono fra Sua Santit et la Rep.a di Venetia: tuttavia spero in Dio che nel negotio suo si saranno superate tutte le difficult; et confermata la sua lettura di Padova, che  quello che importa principalmente, se ne potr venire con l'animo quieto: et io l'assicuro che verr desiderata et aspettata da'Ser.mi Principi, et poi da tutti noi altri. Il male  che trover che non solamente non si  fatto alcun profitto nella institutione del S.r Principe in materia delle mattemmatiche, ma piaccia a Dio che S. A. non si sia dimenticata di molte regole che V. S. le diede l'anno passato: tuttavia sar almeno diventato pi abile a poter confermare quello che impar l'anno passato et ad intendere l'altre cose che restano.
Ho fatto reverenza a Madama Ser.ma in suo nome, alla quale questo offitio  stato gratissimo, s come  stato ancora al Ser.mo Principe; et l'uno et l'altro mi hanno commesso che io lo risaluti da parte loro. Che  quanto m'occorre per risposta della sua, data di Padova li 19 d'Aprile, se ben credo che voglia dir di Maggio: doppo haverle baciate le mani insieme con il Caval.r Ferdinando, mio nipote, et pregato il Signore Dio che le conceda la gratia sua et ogni contento.

Di Fiorenza, il d 26 di Maggio 1606.
Di V. S. molto Mag.ca et Ecc.te
Ser.re Aff.mo
Cipriano Sarac.llo

Fuori: Al molto Mag.co et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, a
Padova.



137...

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO
a FERDINANDO I, Granduca di Toscana, in Firenze.
Venezia, 10 giugno 1606.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 2999, n. 198. - Originale, con sottoscrizione autografa.

....Il Galilei, Mathematico di Padova, favorito a nome di V. A., ha ottenuto la rafferma nella sua lettura con augmento di ducati 200 alli 320 che ne havea(287), et ha causa di restar sodisfattissimo....



138..

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.
Firenze, 20 giugno 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 141.- Autografa.

Ill.re et Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Io mi ralegro che li sua molti meriti in qualche parte sono ricognosciuti, poi che a lei sola  stato fatto l'aumento delli 200 fiorini. Voglio sperare che se Dio gli d vita, che habbia di nuovo ad avere di questi bene meriti. Spero d'avere presto comodit con la viva voscie di ralegrarmi di presentia con lei. Io scrissi alla Corte, per vedere come trovavo il desiderio di questi Ser.mi Padroni. Madama Ser.ma mi rispose queste parole: Noi aspettiamo(288) qua il Galilei come l'anno passato. Per io credo che, sempre che voglia et possa venire, sar di gusto a li Padroni; et io con li mia figlioli saremo pronti a farli qualsivoglia servitio, sempre che se ne dia et vengha l'occasione. Et le bacio la mano. Che il Signore le dia ogni suo maggiore contento.

Di Fiorenza, il d 20 di Giugno 1606.
Di V. S. Ill.re et Ecc.te
al S.r Galileo.
Aff.mo per ser.lla
Vinc.o Giugni.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.te Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, leggente in Padova.
A Padova.



139.

GALILEO a COSIMO DE'MEDICI [in Firenze].
Padova, 10 luglio 1606.

Cfr. Vol. II, pag. 367 [Edizione Nazionale].



140..

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.
Venezia, 12 agosto 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 33. - Originale con sottoscrizione autografa.

.... Il S.re Galileo Galilei.  stato spedito conforme al suo gusto molto favorevolmente circa la sua ricondotta; et tanto pi  stata segnalata la gratia, quanto si  effettuato in Collegio et Pregadi adesso, in mezzo a tanti affari, per opera del S.re Girolamo Capello, che, sentendo il desiderio che si havea cost del Galileo dal S.r Principe nostro, ha superato ogni difficult. Et io certo credo almeno che rester sodisfatto il Galileo della mia buona volont....



141...

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.
Venezia, 26 agosto 1606.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 2999, n 222. - Originale, con sottoscrizione autografa.

.... Il S.r Galileo sar comparso et da per s stesso dato conto de'suoi affari a loro A. A....



142..
............... a VINCENZIO GIUGNI in Firenze.
Pratolino, 23 settembre 1606.

Arch. di Stato in Firenze. Guardaroba Medicea, filza 263, n 792. - Originale:  autografa la sottoscrizione del granduca.

Cavalier Giugni,

S. A. comanda che voi diate tanto raso nero al Galileo, da parte del Principe, per farsi una zimarra. Et il S.r Dio vi guardi.

Di Pratolino, li 23 di settembre 1606.
Fer.(289)

Fuori: Al molto Mag.co Cav.r Vincentio Giugni
Guard.a Generale nostro dilett.mo
Fiorenza.



143..

CIPRIANO SARACINELLI a GALILEO [in Padova].
Orvieto, 30 settembre 1606.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 166. - Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et molto Ecc.te mio S.r Oss.mo

Quando io partii ultimamente dalla Corte, la venuta di V. S., desiderata et aspettata da molti, et da me et da mio nipote(290) in particolare, l'havevo gi come disperata per quest'anno, parendomi che la stagione fosse hormai tant'oltra, che la richiamasse pi tosto alle solite fatighe dello Studio, che l'invitasse a godere il privilegio delle vacanze. Ma poi che l'arrivo suo a Fiorenza s' quasi congiunto con la partita mia senza che ci siamo possuti vedere, il dispiacere che mio nipote et io ne habbiamo sentito  sopra a quello che si possa credere.  vero che mi sarebbe stato senza dubio pi molesto il partire, poi che mi toglieva il poterla et servire come meritano le rarissime virt sue et l'affezzione che V. S. mostra di portarmi. Mi duol bene infinitamente, per servitio del Ser.mo Sig. Principe(291), ch'ella fosse necessitata d'andarsene cos presto, gi che in s pochi giorni a pena il tempo sar stato a bastanza per rivedere et rinfrescare nella memoria di S. Al.za le cose passate. Pur conviene aver pazienza; et se a Dio piacer di concederci vita et sanit, si potr supplire a questo mancamento un'altra volta. Io, et presente et assente, l'amar et osservar sempre, con desiderio di servirla: et quello che dico di me, dico medesimamente del Caval.r mio nipote. Et l'uno et l'altro insieme le baciamo le mani con ogni affetto.

D'Orvieto, il d ultimo di Settembre l606.
Di V. S. molto Mag.ca et molto Ecc.te
Aff.mo Ser.re
Cipriano Sarac.llo



144.

GALILEO GALILEI a......................
Padova, 27 ottobre 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. V, car. 4 e 5. - Copia di mano del secolo XVIII.

Ill.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Tornai di Firenze dieci giorni sono, e trovai tre lettere di V. S. Ill.ma e due compassi inviatimi, le quali lettere da'miei di casa erano state trattenute, perch per tre settimane innanzi li avevo scritto che non mi scrivessero pi, perch ero per partirmi; e perch la partita mia si prolung 15 giorni di pi, n io ebbi le sue lettere, n ella n gli amici suoi sono prima restati serviti. Ma pi, la mia cattiva fortuna ha voluto, che a pena ritornato a Padova, sia stato assalito da una malattia grave e pericolosa, la quale mi ha tenuto e tiene tuttavia nelle sue forze, s che il servire V. S. Ill.ma  stato per necessit ritardato; n potr rimandarli gli strumenti prima che la prossima settimana, al qual tempo senz'altro glie le mander(292) insieme con due copie degl'usi loro, dalle quali rester(293) l'amico di V. S. Ill.ma satisfatto ancora del problema. Mi scrive in oltre della spesa che ci sar, la quale, per esser molta, non pu essere ristorata con manco d'un secchio del miglior vino che si sia fatto questo o l'anno passato in coteste parti; il quale tanto(294) pi mi sar grato, quanto che lo domando nel fervor della febre, et in un anno che le tempeste hanno ruvinato tutte l'uve di queste contrade. Non so se V. S. Ill.ma, o i padroni de'compassi, habbino cognizione della misura del secchio(295): per io gli dir che  tanta, che quattro buoni compagni in una sentata ne vederebbero il fondo; ma a me baster un mese, perch lo bever parchissimamente. Il vino non lo domando a lei se non come procuratore, perch il richiedere direttamente vino a chi beve acqua, oltre allo sproposito, sarebbe con pregiudicio della sua bont.
Ho presa questa baldezza con la cortesia di V. S. Ill.ma di pascere l'immaginatione con questi discorsi di Bacco, mentre che la febre malamente mi rasciuga di dentro. Mi scusi e mi perdoni; e quando io possa scrivere di proprio pugno, haver da conferir seco qualche speculazione intorno al moto. In tanto le baccio con ogni maggior riverenza le mani, et insieme all'Ill.ma e Generosissima Sig.ra sua consorte e suoi figli, a i quali tutti conceda il Signore somma felicit.

Di Padova, il d 27 d'Ottobre 1606.
Di V. S. Ill.ma
Servit.e Obbligatis.mo
Galileo Galilei.



145..

GIOVAN FRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Palmanova, 23 novembre 1606.


Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 32. - Autografa la firma.

Ill.re et Ecc.mo Sig. Hon.mo


L'impedimento che sopravene a V. S. Ecc.ma, per lo quale non vene col Sig. Veniero a rittrovarmi, mi dispiacque per l'effetto che concerneva all'interesse mio, ma certo molto pi per la cagione che tanto importava a lei; et havendo ultimamente inteso l'inifirmit sua, n'ho preso singolar dispiacere, e tanto ch'io non posso esprimerlo. Voglio sperare che all'arrivo di queste ella sia ridotta in sanit, et che forse habbia dato prencipio a pensare il modo di venir qui avanti ch'io parta.
Quest'anno i vini da Buri molto famosi non sono riusciti dolci, et quelli da Rosazzo sono tra il dolce et il garbo; ma nel costo riescono salati, poich si vendono cinque lire il secchio, prezzo che, s' come sono avisato,  l'istesso che la Malvasia in Venetia. Io, con tutto questo, ne ho compro tre mastelli, uno de'quali ho mandato al S.r Don Moresini, che me lo ricerc, uno si  quasi bevuto, et un altro si  fatto mez'acqua, n  cosa degna di lei. Qui ho gustati vini d'Istria, moscateli e ribole assai buone, et l'anno venturo spero farne qualche provisione per qualche amico et per qualche amica; e se vi sar occasion di messo, veder in una caneveta mandarne tanto a V. S. Ecc.ma, che possi consigliarmi di quale dovr provedere.
Hebbi gi due mesi i saladi et le marzoline che V. S. Ecc.ma mi mand; ma perch non venero sue lettere, io non l'ho mai ringraziata, perch s come nelle risposte uso qualche diligenza, cos nelle proposte riesco negligentissimo: ma con lei sar questo poco errore, sapendo che il fine suo in presentarmi non fu di riceverne ringratiamento, ma bene di farmi godere di queste sue buone cose. Che sar fine di queste, pregandole dal Signor Dio compita sanit et contento.

In Palma, a 23 Novembre 1606.

Desiderosissimo per serv.la
G. F. Sag.

Fuori: All'Ill.re Sig.r Hon.mo
L'Ecc.mo Sig. Galileo Galilei, Matematico di
Padova.



146.

GALILEO a CRISTINA DI LORENA [in Firenze].
Padova. 8 dicembre 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 10-20. - Autografa.

Mad.ma Ser.ma

Il male, che cominci la notte avanti la partita di Pratolino et che mi ritenne poi otto giorni a presso indisposto in Firenze, dopo havermi concedute tante forze che mi potessi condurre a Padova, due giorni dopo il mio arrivo qua, rompendo ogni tregua, mi assal et ferm in letto con una terzana, la quale, poco dopo convertitasi in continua, mi ha ritenuto et ritiene tutta via aggravato, bench da 6 giorni in qua non sia cos severamente oppresso. In tanto ho con mio grandissimo dispiacere sentita la morte dell Ecc.mo S. Mercuriale, che sia in Cielo, et apresso quella di altri medici principali in Pisa; perilch, stimando io che siano per provveder la Corte et lo Studio di suggetti simili a i mancati, mosso da un purissimo affetto di servir sempre l'Altezze Vostre Ser.me, ho voluto, bench malissimo atto a potere scrivere, conferire con l'A. V. un mio pensiero, del quale far quel capitale che il suo perfettissimo giudizio gli detter.
Qua, come benissimo sa l'A. V. S., si trova il S. Aqquapendente(296), il quale  molto mio confidente et amico di molti anni. Egli vive estremamente affezionato servitore di loro A. Ser.me, s per le singolari carezze che da loro ricevette quando fu cost, s per i presenti et donativi veramente regii che ne port in qua;  in oltre sommamente innamorato della citt et del paese a torno di Firenze, n si vede mai sazio di celebrare ci che cost vedde et gust. All'incontro, havendo qua aqquistato quanto poteva sperare di facult et reputazione, et trovandosi per l'et male atto a tollerare le fatiche continue che, per giovare a tanti suoi amici et padroni, gli conviene ogni giorno pigliare, et per ci essendo molto desideroso di un poco di quiete, s per mantenimento della sua vita come per condurre a fine alcune sue opere, n gli mancando altro, per adempire la sua virtuosa ambizione, che di pervenire a quei titoli et gradi a i quali altri della sua professione  arrivato, li quali non gli possono se non da qualche gran Principe assoluto esser donati; per tanto io stimo che egli molto volentieri servirebbe l'A. V. S. me Aggiugnesi, che ritrovandosi egli una grossissima facult, et non havendo altri che una figliuola di un suo nipote, fanciulletta di 10 anni in circa(297) et che dover esser dotata di meglio che 50m ducati, non  dubio alcuno che esso vede che quei costumi et virt che a donna ben allevata si convengono, molto meglio in cotesti monasterii nobilissimi, che qua in casa sua, potrebbe ella apprendere, et essere poi, al tempo del suo maritaggio, favorito dal sapientissimo consiglio di V. A. S.: per le quali tutte cose io conietturo qua disposizione di cambiare stato. La qual cosa ho voluto io di proprio moto, et senza coferirne una minima parola n ad esso S. Aqquapendente n ad altra persona vivente, communicare a V. A. S.; il che la supplico a ricevere in buon grado, et come effetto nato da uno svisceratissimo desiderio di servirla. Ne far dunque l'A. V. quel capitale che alla sua prudenzia parer; et quando anco gli paresse che fusse cosa da non ci applicar l'animo, al meno  certa che con altri che con i miei pensieri non ne  stato ragionato. Degnisi dunque l'A. V. ricevere in buon grado la purit del mio affetto, et mi scusi della presente cos male scritta, poi che, per la gravezza del male, volendola scrivere di propria mano, mi  bisognato metterci 4 giorni.
Restami il supplicarla a baciar con ogni humilt la vesta in mio nome al Ser.mo G. D. et al S.mo S. Principe: et all'Altezza Vostra con ogni humilt inchinandomi, prego dal S. Dio somma felicit.

Di Padova, li 8 di Xmbre 1606.
Di V. A. S.
Hum.mo et Oblig.mo Servo et Vass.lo
Galileo Galilei.

Fuori: Alla Ser.ma G. Duchessa di Toscana,
Sig.a et Pad.na Col.ma



147.

IOANNES ANTONIUS PETRAROLUS a BALDASSARE CAPRA.
Ex Flumine, 1 gennaio 1607.

Cfr. Vol. II, pag. 433 [Edizione Nazionale].



148..

ALESSANDRO DEL MONTE a GALILEO in Padova.
Pesaro, 8 gennaio 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 167. - Autografa.

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Essendo che V. S. sia stato sempre di tanto affetto verso la persona del S.r Guid'Ubaldo mio padre, non posso restare, ancorch con infinito mio dolore, avvisarla di quanto s' compiacciuta la Maest di Dio rissolvere di lui. Imper sappia V. S. che egli per doi mesi passati ha sostenuto una infirmit nel letto tanto grave, che finalmente hieri l'altro, giorno dell'Epiphania, alle 20 hore et un quarto, se n' passato da questa all'altra vita migliore, cos havendo disposto la Divina Volont. Pertanto, poich in quella debbiamo quietarci, havendo lei perduto chi amava tanto V. S., si compiaccia compatire al dolore del caso successo e ricevere me con gl'altri miei fratelli, che in suo loco siamo succeduti, per suoi servitori d'affetti, se non d'effetti, che pareggino e i meriti di V. S. e lo amore con che l'osservava il sud.o Sig.r nostro padre, che Dio se l'habbia seco in Cielo. E con tale affetto me le offero a suoi commandi, con baciarli le mani.

Di Pesaro, il d 8 di Gen.o 1607.
Di V. S. molto Ill.re
Aff.mo Se.re
Alessandro dal Monte.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo
[Il] Sig.r Galileo Galilei.
Padoa.



149..

CURZIO PICCHENA a GALILEO in Padova.
Pisa, 25 gennaio 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 135. - Autografa la sottoscrizione.


Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Madama Ser.ma vorrebbe, che V. S. con la sua solita destrezza procurasse d'haver minuta informazione del Dottor Gio. Tommaso Menadori,(298) medico veneziano, bench s'intenda che la patria sua debbe essere Rovigo; et se egli non sta cost in Padova, almeno vi debbe aver praticato(299) altre volte, in modo che a V. S. sar facile di potersene informare. In somma l'A. S. vorrebbe sapere il merito, l'esperienza et la sufficienza sua, et se nel medicare egli habbia fatto prove segnalate et che gli habbino dato nome straordinario; et si promette che V. S. gliene dar relazione sicurissima et fedelissima. Et io, ricordandole il mio desiderio di servirla, le bacio con ogn'affetto la mano.

Da Pisa, alli 25 di Gennaio 1606(300).
Di V. S. Ill.re
S.r Galilei.
Aff.mo Serv.re
Curzio Picchena.

Fuori: All'Ill.re Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Lettore Matematico in
Padova.



150.

GALILEO a CURZIO PICCHENA in Pisa.
Padova, 9 febbraio 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 21. - Autografa.

Ill.re Sig.re et Pad.ne Osser.mo

L'Ecc.mo S. Minadoi da Rovigo  da me benissimo conosciuto; anzi in questa mia lunga malattia mi ha visitato insieme con l'Ecc.mo S. Aqquapendente, stimandolo io tra i migliori medici che oggi siano in questa citt. Egli fu nella sua giovent medico del Ser.mo di Mantova, padre del presente Duca: dopo, fu due volte in Soria et dimor in Aleppo, medico della nazione: venne poi a Venezia, et 7 anni sono fu condotto a leggere in questo Studio, dove ha mantenuto et mantiene il luogo suo honoratissimamente, con frequenza di scolari et satisfazione di quelli che si prevagliono dell'opera sua.  huomo di anni 50 in circa, di aspetto grato, gioviale, et di maniere et costumi piacevoli et honesti, et al parer mio da dar satisfazione non meno nelle corti che nelle catedre.  di presente fuori di condotta, et procura salire di grado et di stipendio: incontra qualche difficolt, s per le condizioni de i tempi, s per il contrasto de i concorrenti, che domandano il medesimo luogo. Esperienze segnalate particolari non potrei nominare a V. S., le quali, s come avvengono rare, cos vi ha gran parte la fortuna, che le presenti pi a questo che a quello; ma il buon credito che ha qua, non  nato se non dal valor suo, mostrato nelle cure, ne i collegii et nella lettura. Et questo  quanto posso dire a V. S., la quale mi scuser se haver tardato ad haver la risposta, perch le lettere da alcuni mesi in qua vengono a Padova tanto pi tardi dell'ordinario, che non si pu rispondere se non 8 giorni dopo il consueto. S che potr V. S. scusarmi con Madama Ser.ma, et con occasione baciarli humilissimamente la veste in mio nome, ricordandomeli devotissimo servo; et l'istesso la supplico a far apresso il Ser.mo Principe, baciando di pi con ogni reverenza le mani a tutti quei Signori di Corte che lei sa che mi amano. Et a V. S., offerendomi servitore obligatissimo, bacio le mani et prego da Dio felicit.

Di Pad.a, li 9 di Febraio 1607.
Di V. S. Ill.re
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.

Fuori: All'Ill.re Sig.re et Pad.ne Osser.mo
Il S. Curzio Picchena.
Pisa,
in Corte.



151.

BALDASSARE CAPRA a GIOACCHINO ERNESTO DI BRANDEBURGO.
Padova, 7 marzo 1607.


Cfr. Vol. II, pag. 429 [Edizione Nazionale].



152..

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Padova.
La Cava, 1 aprile 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal.,P.VI, T. VII, car. 80. - Autografa.

Eccell.mo Sig.r mio,

Per le correnti turbolentie son stato necessitato a mancar del debito mio, con non dar conto a V. S. del stato mio: hora, con l'occasione del nostro Capitolo Generale, prima li faccio profonda riverenza, dandoli aviso che il stato mio  assai megliore di quello a che io sto di continuo preparato; poi vivo al servitio di questo mio prelato(301), che non manca honorarmi; leggo una lettione d'Euclide, del quale io gi ho visto il 7, 8, 9 et sin alla quarantesima del X, et di l, suffocato dalla moltitudine (per confessar il peccato mio) de'vocaboli, profondit delle cose e difficult di demonstrationi, mi son trasferito al'XI, XII e XIII, de'quali ho visto tutto quello che dalle viste propositioni dependeva. Dopoi ho datto l'assalto a Tolomeo, ma son restato intricato al primo corrollario del capitolo duodecimo: se V. S. mi vole favorire con darmi qualche lume, infilzar quest'obligo con gli altri. Ho datto di piglio alli Elementi Sferici di Theo[dosio], et insieme ho cavati gli piedi dalle sette prime propositioni di Archimede De iis que vehuntur in aqua: all'ottava, star aspettando in luce il trattato suo De centro gravitatis solidorum, il quale alla detta materia mi pare necessario. Gli miei discepoli adorano le rare virt, et a'nostri secoli uniche, di V. S., delle quali spesso ne faccio quella che io posso mentione.
Mi  poi occorso, a giorni passati, sfogar un pensier mio circa la ragione d'Aristotile addotta per confirmar l'eternit del moto, la quale conclude esser stato il moto avanti il primo moto del'aversario; e perch a questo m'indusse la definitione del moto dattami da V. S., cio che il moto non sia altro che una mutatione di una cosa in relatione a un'altra, ho fatto disegno, come si sia, mandarne copia a V. S., acci, se ci  bisogno di anullatione o di correttione, si degni compiacermene.
Supposto donque da Aristotile che a principiar il moto  necessario che preceda la essistentia del movente e mobile, segue dicendo: O che questi sono fatti, o eterni: se eterni, perch non si faceva il moto? se fatti, adonque per moto: talch era il moto avanti il moto. Che questa sia una consequenza stroppiata, io lo provo, proposti prima e confirmati doi lemmi, verissimi non solo da s, ma nella dottrina istessa d'Aristotile. Il primo , che se il tutto si facesse, saria impossibi[le] farsi con moto. La ragione , perch ricercandosi, per la definitione del moto, qualche cosa a rispetto della quale si faccia la mutatione, et essendo da noi proposta la produttion del tutto, niente si ritrova: adonque non si fa con moto, che era il proposito nostro. Il secondo , che non sarebbe un assurdo quello che per tale si va predicando da'Peripatetici, che se il tutto si facesse, si farebbe di niente, poicch non solo non  inconveniente, ma saria necessario che, facendosi il tutto, di niente si facesse: talch potiamo dire che l'axioma Ex nihilo nihil va inteso e limitato a forza (se per have spetie di verit) alle prodottioni particolari, non a quella del tutto (se si facesse). Hora, come pu inferire quest'huomo da bene: Se sono fatti, adonque per moto? se n lui n altri, che habbiano solo un puoco di lume di intelligenza di parole, ponno dire che la prodottione universale si faccia (se si fa) con moto? Non vede egli che, mentre mi dona, non concede, questo passo si facta, che imediate da s stesso si tronca la strada, come nel primo lemma, di poter dire: ergo per motum? Io non dico n che sia fatto n che non sia fatto, ma che il progresso suo non mi fa guadagnar niente. Dalla dottrina poi di V. S., che a principiar(302) il moto  ben necessario il movente, ma a continuarlo basta il non haver contrasto, mi vien da ridere quando essaltano questa dottrina come quella che mi faccia venir nella cognitione dell'essistentia di Dio; conciosiach se fusse vero che il moto fosse eterno, io potrei doventar ateista e dire che di Dio non havemo bisogno, bestemia scelerata. Hors: la carta mi manca; se V. S. si degner scrivermi, potr indrizzare le lettere in Roma a D. Hermagora da Padoa in Monte Cavallo, che l'haver sicure. Con che me li dono tutto di cuore.

Dalla Cava, il primo di Aprile 607.
Di V. S. E.ma
Aff.mo Ser.re e Discepolo
D. Benedetto di Brescia.

Alli 4 di questo aspettiamo qua Mons.r R.mo il P. Mordano, con il quale havr occasione di conversar al spasso.

Fuori: All'Eccell.mo mio Sig.r Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padoa.



153.

GIACOMO ALVISE CORNARO ad AURELIO CAPRA [in Padova].
Padova, 4 aprile 1607.

Cfr. Vol. II, pag. 537 [Edizione Nazionale].



154.

GALILEO ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA [in Venezia].
[Venezia, 9 aprile 1607.]

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. II, T. VII, car. 25. - Minuta autografa. A car. 26t. si legge, di mano di Galileo. Memoriale alli Ill.mi S.i Riformatori. Quanto alla data, cfr. vol. II, pag. 538 [Edizione Nazionale].

Ill.mi et Ecc.mi Sig.ri Riformatori,

Io Galileo Galilei fiorentino, Lettor publico delle Matematiche nello Studio di Padova, espongo alle SS. V. Ill.me et Ecc.me, come, sono gi dieci anni, havendo, dopo lunghi et assidui studii, ridotto a qualche perfezione un mio strumento matematico, di mia pura imaginazione escogitato, inventato et perfezionato, le utilit del quale et in numero et in qualit essendo grandi in tutte le parti delle matematiche, tanto contemplative, quanto civili, militari et mecaniche, stimai sin dal detto tempo potere a molti giovare col conferire con loro et li strumenti et il modo dell'usargli, dandone apresso in scrittura chiara et piena instruzione a molti Principi et Signori et altre genti di diverse nazioni, s che ne sono sino a questo giorno per ogni parte di Europa sparsi, et in particolare se ne trovano in non piccol numero in questa citt di Venezia, in mano di diversi gentil'huomini. Et perch non mi compiacevo tanto delle cose proprie, bench ne vedessi un comune applauso, che io non stimassi poterle anco, col progresso del tempo et con pi diuturni studii, accrescere et migliorare, restavo di far detto strumento et vulgatissimo et comunissimo con le publiche stampe; ma sendomi un anno fa pervenuto qualche sentore che altri si sarebbe appropriata la mia invenzione, quando non vi havessi fatto provvedimento, mi risolvei fare stampare in Padova alcune copie delle operazioni di detto mio strumento, sotto questo titolo: Le Operazioni del Compasso Geometrico et Militare di Ga1ileo Galilei(303) et c., per tagliare la strada a quelli che volessero attribuirsi le fatiche mie. Ma tale provvedimento non mi  bastato; poich nuovamente Baldessar Capra milanese, trasportando dalla toscana nella latina lingua il libro mio, et alcune poche cose tralasciandone, et alcune pochissime et frivolissime o false aggiugnendovene, lo stampa nella medesima citt(304), et con parole ingiuriosissime asserisce, essere io stato impudente usurpatore di questa opera: la quale esso Capra procura di persuadere esser parto delle sue fatiche, et s esserne vero et legittimo effettore, et pertanto dovere io con gran vergogna arrossirmi, n mai pi ardire di comparire nel cospetto delli huomini di honore et di lettere. Onde, essendo io Galileo Galilei sopradetto, vero, legittimo et solo inventore, s che altri non ve ne ha parte alcuna, dello strumento et di tutte le sue operazioni gi da me publicate, come io pienamente potr fare alle SS. V. I.me et Ecc.e constare, et per sendone io tanto falsamente quanto temerariamente et impudentemente dichiarato usurpatore dal sopra detto Capra, anzi essendo egli che con la medesima temerit cerca di usurparsi l'opera et l'honore mio; ricorro alle SS. V. I. et E., acci che, conosciuta che sia da loro questa verit, provegghino con la loro autorit alla redintegrazione dell'honor mio, prendendo di questo usurpatore(305) et calunniatore quel castigo che alla somma lor prudenza parr esser condegno delle opere di quello.



155..

CIPRIANO SARACINELLI a GALILEO in Padova.
Pisa, 13 aprile 1607.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi. B.a LXXXVIII, n. 168. - Autografa la firma.

Molto Mag.co et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il Cavalier Montalbano(306) non  arrivato per ancora alla Corte; ma di Fiorenza m'ha mandato la lettera di V. S., piena della sua solita cortesia et gentilezza, et tanto piena, ch'io(307) resto confuso et non so quasi che mi rispondere; poich non era di bisogno n conveniva ch'ella complisse et con me et con il Cavalier Ferdinando, mio nipote, tanto accuratamente, scusandosi di non ci haver visitato gi molto tempo fa con lettere. Ma concedasi questo all'infinita humanit di V. S., con la quale quanto io son pi scarso di parole, tanto pi sar pronto in corrisponder con gli effetti, se da lei me ne sar data mai occasione, come desidero.
Io mi rallegro ch'ella sia liberata della malatia, dalla qual dice esser stata travagliata lungamente; et s come spero che debbia recuperare intieramente le forze, cos prego il Signor Dio che glie ne dia grazia et glie ne conservi.
Il Sig. Principe tiene amorevol memoria di lei; et io ardisco di promettere che, sempre che occorra, S. A. le mostrar la buona volont che le porta. Il Sig. Silvio Piccolhomini le bacia le mani, come facciamo il Cav. Ferdinando, mio nipote, et io.

Di Pisa, il Venerd Santo del 1607.
Di V. S. molto Mag.ca et molto Ecc.te
S.r Galileo.
Aff.mo Ser.re
Cipriano Sarac.llo

Fuori: Al molto Mag.co et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, Professore di Matt.a, in
Padova.



156..

GIACOMO ALVISE CORNARO a GALILEO [in Venezia].
Padova, 21 aprile 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII. car. 82. - Autografe le lin. 26-27. [Edizione Nazionale]

Molto Ill.re et Ecc.mo sempre mio Hon.mo

Dalle lettere di V.S. Ecc.ma, ch'io ricevei hieri, et da queste d'hoggi, ho inteso come passa la facenda col Capra, rallegrandomi che li S.ri Reformatori voglino darle campo di giustificare le sue giustissime ragioni nel modo ch'ella mi scrive, che sar certo il migliore di tutti gli altri per reprimere l'arroganza del detrattore della fama di V. S. et convincerlo di maligna ignoranza, come mi rendo sicuro; dolendomi di non poter esser presente a prova che mi saria gratissima di vedere.
Ho fatto intender a diversi quanto ella mi scrive; et il S.r Cavaliere(308) non mancar di adoperarsi col S.r Nonstiz(309) et con altri. Al S.r Consalvo ho fatto parte di ci ch'ella desidera, il quale venir a trovarmi; et daremo buonissimo ordine. Ma io mo'dubito che pochi di questo Studio siano per venire cost: onde direi, che saria bene di procurare un altro simile congresso qua in Padova, con l'intervenimento de'Sig.ri Rettori della Citt. Hieri parlai con il Pilan, il quale m'ha detto d'haver comperato il libro del Capra, et vedutolo diligentemente, trova ch'esso ha rubato da V. S., dal Magini, et da quel tale Tedesco, o Fiamingo(310), et che non vi  cosa di suo: onde non si pu dir a bastanza della sfacciataggine di quel giovane prosontuosissimo. Non mancar di fare, et far fare ad altri, di quelli ufficii che V. S. m'ha scritto; la quale vorrei ch'invitasse Girolamo(311) a trovarsi presente al cimento, perch potria condurvi anco altri di buon giudicio. Et io glie ne scrivo. Che sar per fine, pregando a V. S. Ecc.ma ogni pi compito contento, conforme al molto merito suo, et di favorirmi di baciar la mano affettuosamente alli Sig.ri Riformatori miei Sig.ri, a'quali non ho scritto, n scrivo, parendomi che non vi sia bisogno alcuno.

Di Pad.a, li 21 d'Aprile 1607.

Per servire a V. S. Ecc.ma


Sempre prontiss.o et obl.mo
G. A. C.



157..

GIACOMO ALVISE CORNARO a GALILEO in Venezia.
Padova, 24 aprile 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 83. - Autografa.

Molto Ill.tre et Ecc.mo S.r sempre mio Hon.mo

L'avertimento di Girolamo(312) sopra il libretto stampato dal Capra De logica(313) non  stato inconsideratamente dato a V. S., perch potrebbe essere ch'egli havesse posto, sotto suo nome, della materia de quei libri manuscritti dello Scocese, ch'io diedi ad esso Capra, che ancora non me li ha restituiti, n posso cavargeli hora di mano, essendo egli a Venetia: ma mi raccordo che ne diedi uno a Girolamo, scritto di mano del Capra, da cui si potr cavare qualche lume di ci che si cerca. Io so di haverne uno di quei stampati dal Capra, et ho fatto diligenza di trovarlo, per vedere come dice et se si assimiglia ad alcuno di quelli ch'io li diedi; n ho potuto oggi ritrovarlo. Per certo questo gallante giovane ha trovato una bella via da farsi fammoso con le fatice d'altri; ma la famma potria, di buona et honorata ch'egli pretendea, cangiarsi in rea et vituperosissima: n ho dubio che V. S. Ecc.ma non sia per riversargela malamente, bench con ogni ragione. Si sono fatti in questa citt ragionamenti longi, in diversi luoghi, sopra il negotio che ella ha per mano; et sono stati alcuni ch'hanno detto di volere venire cost, et non mancano di quelli che tengono la parte Caprina, essendo abondanza oggi d de caproni et buffali. Io sto aspettando la lieta novella, et in tanto a lei auguro ogni maggior gloria, piacendomi grandemente che Girolamo sia stato et sia per trovarsi con lei. Non manco di tenere vivo il negotio da Verona come da me, che  anco il vero: al ritorno di V. S. sar forza dare una volta l. Et con tal fine me le raccomando.

Di Padova, li 24 Aprile 1607.
Di V. S. molto Ill.tre et Ecc.ma
Aff.mo et Oss.mo
G. A. C.

Fuori: Al molto Ill.tre S.r Ecc.mo
Il S.r Galileo Galilei, sempre mio Hon.mo, a
Venetia.
Al magazen delli portalettere.



158..

GIACOMO ALVISE CORNARO a GALILEO in Venezia.
Padova, 25 aprile 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 85. - Autografa.

Molto Ill.tre et Ecc.mo mio Hon.mo

Ho veduto quel tanto che V. S. Ecc.ma mi ha scritto nelle sue di oggi, et mi piace grandemente che sia seguito(314) ci che ho sempre presuposto dal valore suo. Che 'l Capra habbi negato s gran verit della mia attestatione(315), non havrei mai creduto. Haveva fatto lettere a'S.ri Rifformatori, querellandomi della sfacciataggine di costui; ma ho pensato poi di far che Girolamo(316) ne tratti lui, et li scrivo le rinchiuse, raccomandandole a V. S., non tanto per il ricapito, quanto perch'ella discorri con esso intorno questo fatto. Pare a me che si doveria scacciare di questa citt il caprone et il capretto, perch sono tutta dui colpevoli; et se li S.ri Rifformatori non faranno tal provisione, io procurar di ottenerla di qua. Ma sar necessario che parli prima con V. S. Ecc.ma, cui mi raccomando et prego contento.

Di Padova, li 25 Aprile 1607.
Per servire a V. S. E.ma
Sempre Obl.mo.
G. A. C.


Fuori: Al molto Ill.tre et Ecc.mo S.re sempre mio Hon.mo
Il S.r Galileo Galilei, a
Venetia.
Al magazen delli porta lettere.



159..

LODOVICO DELLE COLOMBE a GALILEO in Padova.
Firenze, 24 giugno 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 129. - Autografa.

Ill.re et Ecc.te Sig.r

 vero che ne'primi giorni, che usc fuora l'invettiva fatta dal Mauri(317) contro il mio Discorso(318), io sospettai, per certo romore e conghietture che poi riusciron vane, che V. S. havesse parte in quella con esso lui; ma l'Eccellente Sig.r Gio, Bat.a Amadori, per sua grazia, mi accert, dal detto di V. S. non esser cos in modo veruno: di che io rimasi appagato molto, sapendo lui non esser men veritiero, che amico a V. S. e a me. Hora, perch egli m'ha fatto veder una lettera, dove ella mostra esserle venuto avviso che ho risposto e fatto menzion di lei come d'uno degli avversari, perci le scrivo questi quattro versi, dicendole che per niuna maniera creda questo di me, s come io feci di lei alla testimonianza del Sig.r Amadori, stimando che ella, come gentile, dotta e prudente, non potesse haver posto le mani in simil pasta: ma, essendo occorso che io risponda(319) a certe poche dubitazioni che pareano al Mauri far contro di me, gi stampate da Cecco di Ronchitti contro il Sig.r Lorenzini(320), delle quali  stata creduta da alcuni il vero autore, perci, havendo reputato le mie risposte esser rivolte ancora a lei, le ne hanno dato sentore. Assicurisi adunque di me, s come gli stessi avversari, che io non ho passato i termini dell'huomo da bene, quantunque, secondo l'occasion datami, habbia ribattuto le morsicature, perch l'ho fatto con piacevolezze e motti e facezie, senza animosit veruna. Anzi ne ringrazio gli avversari, che nel medesirno tempo mi hanno sollecitato negli studi e aperta la strada a offerirmele per servi[r]la, come che altro essi ne sperassero. Io me le profferisco con ogni affetto, aspettando occasion da lei di mostrarlo con l'effetto, e le bacio la mano.

Alli 24 di Giugno 1607, di Fiorenza.
A V. S. Ill.re et Ecc.te
S.re
Lodovico delle Colombe.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.te Sig.r
Galileo Galilei, Pad.e Oss.mo
Padova.



160..

GALILEO a COSIMO DE'MEDICI [in Firenze].
Padova, 24 agosto 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Ga1., P. VI, T. V, car. 7. - Autografa.

Ser.mo Principe et mio Sig.re Col.mo

Io non solo con la presenza, ma tardissimo ancora con queste poche righe, comparisco avanti l'A. V. S.ma et di questa mia tardit et la causa et la scusa le mando nell'alligato libro(321), scritto in mia difesa et giustificazione contro alle calunnie di un temerario, il quale con fraude arditissima si era voluto publicare per inventore del mio Compasso Geometrico, chiamandone di pi me usurpatore; la qual cosa essendo troppo progiudiciale all'honor mio, mi ha ritenuto qua per convincerlo di falsit avanti gl'Ill.mi Sig.ri Riformatori, et fargli supprimere il suo libro nel modo che l'A. V. S. potr, da questo mio et dalla sentenza dei medesimi. SS. Riformatori(322), comprendere. Ma perch il libro di quello non si  potuto cos presto supprimere, che egli gi non ne havesse mandati molti in torno, et in particolare in mano di quei Signori i quali ei sapeva haver da me il mio libro et strumento ricevuto, onde io potevo dubitare che anco in Firenze, et forse all'orecchie dell'A. V., ne fosse arrivato sentore; io, che pi che la morte devo fuggire ogni macchia che innanzi al candore della Serenit Vostra potesse denigrar l'honor mio, ho per miglior consiglio eletto il purgarmi et sincerarmi apresso il mondo et l'A. V., restando in assenza et in silenzio, che il comparirgli avanti, timido et dubbioso di qual concetto fusse hauto di me. Et parendomi anco di scorgere un non so che di progiudiciale alla grandezza del suo nome, quando io mi fussi di quello, col dedicargli il mio strumento, fatto scudo per un'opera usurpata, ho voluto antepor questa mia giustificazione a quel piccolo servizio che l'A.V. haveria da me potuto ricevere; piccolo, dico, quanto alla utilit sua, bench grandissimo quanto alla mia honorevolezza.
Supplico l'A. V. S. ad impiegar un'hora nella lettura di questa mia difesa, la quale non dubito che m'impetrer perdono se ho pretermesso di venire a quella servit nella quale mi haver sempre ad ogni suo minimo cenno paratissimo. Et qui con ogni humilt inchinandomegli, gli bacio la vesta, come anco alli Ser.mi suoi Padre et Madre, a i quali tutti dal S. Dio prego somma felicit.

Di Padova, li 24 di Agosto 1607.
Di V. A. S.
Hum.o et Dev.mo Servo et Vassallo
Galileo Galilei.



161..

GALILEO a [GIROLAMO QUARATESI in Firenze].
Padova, 24 agosto 1607.

Ignoriamo dove ora sia l'autografo della lettera, della quale il presente brano fu dato in facsimile nella Isographie des hommes clbres, ou collection de fac-simile, de lettres autographes et de signatures. Tomo II. Paris, Alexandre Mesnier, libraire, 1828-1830, car. 37r.(323)

.....tra comodit qual ella pi desiderasse: per V. S. comandi, che me haver prontissimo o a dargli o a procurargli honorato et comodo ricetto. Questo solo non rester di dire a V. S., che in casa altri lettori, o haver moltitudine in compagnia, o vero spesa straordinaria, ma in casa mia non haver altra compagnia che l'Ill.mo S. C. Aless.ro Montalbano, il quale ha un fratello cost cavaliere et paggio di S. A.(324), il quale, essendo stato altri 4 anni in casa mia, continuer sino che finisca i suoi studii, ci  quest'anno et il seguente: et circa il resto sar il tutto rimesso all'arbitrio di V. S., dalla quale star aspettando ordine per servirla conforme a quello. Et in tanto a lei et al S. Fran.co, suo figliuolo, con ogni affetto bacio le mani, et prego da N. S. felicit.

Di Pad.a, li 24 d'Agosto 1607.
Di V. S. molto I.
Ser.r Oblig.mo
Galileo Galilei.



162.

COSIMO DE'MEDICI a GALILEO in Padova.
Firenze, 11 settembre 1607.

Bibl. Naz Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 17. - Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et Ecc.te mio Dilettiss.o

A gl'orecchi miei non era pervenuta altra notitia delle calunnie date a V. S. da quel galanthuomo circa l'inventione del suo Compasso Geometrico, si non che, dimandando io di lei quest'estate, mi fu detto (seben mi ricordo) ch'ella era stata, non so che tempo, poco ben disposta, et poi occupata in certo negotio che le premeva assai per l'honore, che doveva essere sicuramente questo; onde V. S. non ha bisogno di far meco scusa alcuna. La ringratio poi molto del libro che mi ha mandato, il quale veramente non ho ancor letto tutto, ma, per quello che ne ho visto, quel suo detrattore o sar un ostinato temerario, o che pagherebbe buona cosa a esser digiuno di quest'impresa. Mi rallegro con lei che la causa sia terminata, come si vede, con infinita reputatione et laude di V. S.: alla quale offerendomi, le prego da Dio ogni bene et ogni contento.

Di Fior.a, il d XI di Settembre 1607.

S.r Galileo
Al piacer suo
Don Cosimo, P.e di Toscana.

Fuori: Al Mag.co mio Dilettiss.o
Il S.r Galileo Galilei, a
Padova.



163..

CIPRIANO SARACINELLI a GALILEO in Padova.
Firenze, 11 settembre 1607.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.o 167. - Autografa la firma.

Molto Mag.co et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

La lettera di V. S. de'24 del passato mi  stata resa per le mani del Landucci, suo cugnato, insieme con un'altra sua per il Ser.o S.r Principe. Le sopradette due lettere son venute accompagnate da due libretti, che contengono la Difesa di V. S. contra quello veramente usurpatore del suo instrumento, overo Compasso Geometrico. Il libro che  tocco a me, l'ho letto tutto, et per quello che me ne pare, se quell'ardito Capra sapesse saltare all'indetro, credo che lo farebbe molto volentieri: basta che V. S. l'ha gastigato come meritava, havendolo con la sua penna frustato e mandatolo, come si dice a Fiorenza, su l'asino. Al Sig.r Principe  stata cara la lettera di V. S., il libretto gl' piaciuto et credo che lo finir di leggere: et sappia V. S. che S. A. l'ama et la stima molto, et che per conservarsi nella gratia sua ha poco bisogno dell'opera mia; tuttavia, per soprabondanza d'affezzione, non mancar di ricordare le virt et meriti suoi.
V. S. ha cagione di voler bene al Cav.r Ferdinando, mio nipote, non perch in lui siano quelle qualit che V. S., ingannata, facilmente le par di conoscerci, ma perch, conoscendo esso molto bene le virt singolari che sono in lei, l'ama anche et osserva singolarmente, et le bacia le mani. Ho salutato, come V. S. mi scrive, il S.r Piovano(325), et datogli a leggere il libretto, con patto che lo faccia vedere a qualcun altro, come debbe haver fatto, non me l'havendo per ancora ristituito.
Il Landucci, suo cugnato, mi narr il travaglio che haveva per conto della gabbella delle doti. La cosa in s stessa, quanto all'interesse, non pareva che fosse di grande importanza; ma, o poco o assai che sia, a ciascuno incresce di pagare un debito al quale non pare di esser tenuto. Non seppi far altro, cos all'improviso, in servitio suo, che ricordargli ch'andasse da parte mia a informare di questo caso il S.r Bastian Corboli, Segretario della Consulta, nella quale, si trattano simil materie. Torn a dirmi che vi era stato, et se ne era partito molto sodisfatto; et parmi che mi dicesse ancora che se ne doveva parlar nella prima Consulta, et perch in essa suole intervenire il Ser.o S.r P.e, pregai S. A. che, sentendone parlare, volesse raccomandare il negotio particolarmente al Dottor Cavalli, fiscale: ma facilmente la detta Consulta si dovette fare senza la presenza d'esso S.r Principe, perch di questo caso S. A. non ne ha sentito parlare; n io so quello che sia poi seguito, non havendo pi visto il S.r Landucci, di che anche mi son maravigliato un poco. Se mi far altra instantia o mi ricercar di qualche cosa, potr ben mancare il potere, ma la volont di giovarli non mancar mai, e per lui stesso e per rispetto di V. S., alla quale io son sommamente desideroso di servire. Et le bacio le mani.

Di Fiorenza, il d XI di Settembre 1607.
Di V. S. molto Mag.ca et molto Ecc.te
Aff.mo Ser.re
Cipriano Sarac.llo

Fuori: Al Molto Mag.co et molto Ecc.te Sig. mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, Professore di Mattematica, in
Padova.



164..

SILVIO PICCOLOMINI a GALILEO in Padova.
Firenze, 8 ottobre 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 131. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Sapendo io quanto V. S. sia mio affetionato amico, mi rendo certo che l'har sentito e sentir gusto dell'felice successo dell'impresa della fortezza e citt di Bona in Barberia, commessami dal Ser.mo Gran Duca, mio Signore, al quale  stata di tanto contento e sodisfatione, che ha voluto che se ne mandi la relatione et il disegno alla stampa(326); quali mando qui inclusi a V. S., acci la veda e senta destintamente i particolari(327), se bene ne sono stati lasciati molti.
Desidero e prego V. S. a favorirmi d'avisarmi che provisione dia la Republica al generale dell'artiglieria, et imparticolare quello che d(328) al S.r Ferrante de'Rossi; e ci quanto prima, perdonandomi s'io l'infastidisco. E comandi a me dove son buono: e li bacio le mani.

Di Fior.a, il d 8 di 8bre 1607.
Di V. S. Ill.re
Ho riceuto il libro mandatomi, et mi  stato gratissimo, ringratiandola infinitamente.
S.r Galileo Galilei


Ser.re
Silvio P.ni

Fuori: All'Ill.re Sig.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, a
Padova.



165..

RAFFAELE GUALTEROTTI a GALILEO in Venezia.
Firenze, 20 ottobre 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 86. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.te Sig.r

La ringrazio del baratto de'libri, e la prego che vegga di darli in consegna ad uno che me li porti qui in dogana, che io pagar il porto et ogni spesa fatta. E poi che V. S.  in Vinezia, vegga di farmi un favore, che  di veder di trovarmi un ciottolo di lapis lazzeri, o tavole segate, che sieno di lapis cattivo, ci  turchino, sbiancato, con macchie bianche, che a me serviria per far cieli e nuoli, che per ogni altro lavoro saria disutile, e darmi aviso del costo e del nome del padrone; ch qua poi, per mezzo de'Riccardi, delli Strozzi o simili, lo farei levare e condurre.
Le nuove mi sono state carissime; et in contracambio le mando la nascita di una cometa(329), apparsa il d 27 di 7mbre 1607, circa le 7 hore di notte, nell'Orsa maggiore, rispondente a 18 gradi del Lione: et in tre d camin verso mezo giorno tanto, che pass sopra Arturo, e si pose con esso e con la lucida della Corona in un perfetto triangolo; e di poi in tre settimane ha fatto per il Serpente altrettanto viaggio quanto fece ne'tre primi giorni. Iersera era vicina ala stella della coscia sinistra di Ofiucco; e per ire a recider l'eclittica ne'15 gradi del Saggittario in circa, rinuova il significato del'altra del 1604. Qui prego Dio che l'esalti, e li bacio le mani.

Di Firenze, il d 20 di Ottobre 1607.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.te
Servi.re Aff.mo
Raffael Gual.

Fuori: Al Molto Ill.re et Eccelle.te
Sig. Galileo Galilei, a
Venezia.



166..

GIROLAMO MAGAGNATI a GALILEO in Padova.
Venezia, 21 ottobre 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 133. - Autografa.

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 compare, compare, s' foess st on c son st io mi in tanti imbruogi, in tanti fastibii e in tanti dafari,  ve s dire che no ve smaravegiess s' no v'h de longovia scritto, c'h h b na vostra sletra, c'h g mand quell'altra in Toescaria, la bella prima consa c'h faesse, c'h g inteso ch' fatto ravol e ch'i ravi x st con  stroppe, perch la bruosema no gi  ancora ben brustol, e cetola. Ancu(330) m, che i molini  ser e che 'l se pu anare un pu  spasso, perch el preve no vuole che 'l se vaghe  overa,  ve fazzo savere c'ha go b an l'altra sletra, con el pezzo de bosattello, e s  g an inteso, sa, compare?, con disse quest, che a speso d'i soldi: ma, con disse quest, s'hav, sau, compare?,  vu m dire, che s'i torner  lombrare, el ve mancher p de denove marchitti per tron de tutto quelo c'ha speso, perch  no vuogio mandarve groppitti de bezze, sau, compare? Perzontena fe'che 'l vostro boaruolo tegne la tessera,  che 'l gi segne s qualche salgaro, perch  far cos an mi de quigi c' spender in pessatti e in altre noelle, e p, con se revederemo,  se valizeremo, con disse quest. In st mezo, caro compare, mandemene ogni stemana un pezzatto cos de st'andare, con qualche paro de bresolatte, che le me s bone; e z c'ha scomenz, e me g'ha us,  no men porave destuore. E cos, con  ve dego rivar de dire, an mi e 'l zuoba de sera  ve fornir de qualche cosa, s che seguramen n cader ch' f altra spesa livelondena, perch f vostro conto che v tirer s la negossa el vendere, con tanti pessati che ve bastar, e mi chiapper s el stroppelo, c'haver impir s da far de bon bru e de bone menestre; e cos, con disse quest,  faren con f gi aseni,  se grattaren un con l'altro, e donde p ne pizza, compare, zo in la gola. Or s, compare caro, che 'l se staghe in legrisia p che 'l se pole; e viva l'amore, perch s' son vecchio,  no son cottecchio, sau, compare?
Sto aspettando nova di quanto l'Ecc.mo S.r Cremonino havr operato; e l'amico ancora l'aspetta con grand'ansia. E con ci affettuosissimamente le bacio le mani.

Di Vin.a, il 21 di 8bre 1607.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
Gir.mo Magagnati.

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.r, Dottor Galileo Galilei.
Padoa.



167...

BENEDETTO CASTELLI a D. ERMAGORA di Padova in Venezia.
La Cava, 24 ottobre 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. P. VI, T. XIV, car. 21 e 22. - Autografa.

Molto Ven. Padre Oss.mo

Alli 10 di 8bre corrente ritrovandomi in una loggia, la sera, alla scoperta, al'usanza mia, per riguardar le stelle, viddi una luce, o vogliam dire cometa(331), nella parte occidentale, della grandezza delle stelle della prima magnitudine, ancorch, per esser alquanto oscurotta, non facesse di s troppa bella mostra, con una coda o irradiatione stesa verso oriente apunto, quale si andava scemando di splendore nell'estremit sua, in maniera che non si poteva ben bene rafigurare la longhezza sua, ma cos di grosso appariva di sette gradi in circa. Ma perch mi ritrovai rinchiuso nelle stanze del mio Reverendo(332), per esser il loco, dove io stava, pertinente alla camera sua, non potei per quella sera far altra osservatione: e per altra occorrenza, con mio disgusto, l'istesso alli 11 mi fu vietato. Alli 12 ritrovai, come meglio potei(333), che detta apparenza si ritrovava apunto nell'equinottiale nel 237 grado, cominciando dalla sectione del p. gr. dell'[vedi figura ariete.gif] con l'equinottiale. La sera sequente non fu possibile osservarla. Alli 14 si era posta tra la stella della 3a magnitudine che sta nella man sinistra di Esculapio, e quell'altra pi meridionale informe tra la zampa destra del Scorpione e le coscie d'Esculapio, in maniera che, essendo lei pi occidentale di tutte dua le dette stelle, faceva con quelle un isoscele, del quale essendo la base la distanza tra le due stelle, la perpendiculare dalla cometa alla base era la terza parte di detta base. Alli 15 poi si era trasferita pi meridionale, tanto che con il sito della sera antecedente formava una rombide: onde entrai in pensieri che lei alli 12 fosse stata non nel 237, ma nel 236 e meno, perch questo mi correspondeva meglio a fare che il moto suo fusse per circolo massimo. Le altre sere sequenti si andava sempre facendo pi meridionale, secondo la quantit delle prime, sin che, succedendo mutation di tempi, mi fu levata s piacevol vista; et hora, che sono alli 24, per essersi gi il Sole appressato et per esser a questo nostro sito opposto l'impedimento d'un monte, la sera non posso far altra osservazione. Solo sospiro la ampiezza dell'orizonte vostro, ma molto pi la vostra conversatione, con la quale volentieri ragionarei di presenza e di questo e di molte altre cose, che con non poche fatiche vado alla giornata guadagnando.
Mi farete favore darmi nova del mio Sig.r caro Galileo, e, se  possibile, communicateli questa mia, acci se S. S. con pi essatta osservatione havesse notata la sudetta apparenza, me ne dia copia: e scriveteli che io tengo desiderio di servirlo, conforme a'segnalati e grandi meriti suoi(334)....


168.

GALILEO a CURZIO PICCHENA in Firenze.
Padova, 16 novembre 1607.

Bibl. Naz. Fir. Questa lettera, della quale l'autografo non giunse insino a noi, fu pubblicata per la prima volta tra le Lettere storiche, politiche ed erudite raccolte da Antonio Bulifon, ecc. In Pozzoli, 1685, pag. 200-204 e ne abbiamo copia di mano di Vincenzio Viviani nei Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 15 e 16. L'edizione del Bulifon non deriva da questa copia, la quale ha lezioni manifestamente scorrette; si pu bens sospettare che sia stata condotta direttamente sopra l'autografo, sebbene presenti un grave errore, che si pu sanare col confronto dell'altra fonte. Riproduciamo la lettera dalla edizione suddetta, correggendo quell'errore col riscontro della copia del Viviani e segnando appi di pagina, con la sigla s, le lezioni della stampa dalle quali ci discostiamo.


Al Sig.r e P.ron Col.o
Il Sig.r Curzio Picchena, Segretario di S. A. S.
Firenze.(335)

Molt'Ill.e Sig.r e P.ron Col.mo

Io scrissi, sono oggi 15 giorni(336), a V. S. molt'Ill.re quello che potevo dire allora in materia del pezzo di calamita ricercato da S. A. S.: che fu, che primieramente ne havevo io un pezzetto di circa mezza libbra assai gagliardo, ma di forma non molto elegante, e che questo era al cenno di S. A. S., padrona di questo e di tutto il resto; le dissi appresso, ritrovarsene un pezzo in mano d'un gentilhuomo amico mio(337), di bont suprema, grande in circa 5 libre, e di bella forma; ma per ritrovarsi quel signore in Cadore, dissi che gli haverei scritto per intender l'animo suo. Scrissi, e ho havuta risposta, e che si priver della calamita, tutta via che si trovi il prezzo di che  la stima: e gi che si ha in mano di poterla havere, mi  parso di dire alcuni particolari che ho veduto io pi volte nella detta calamita, havendola havuta pi volte nelle mani.
Prima,  tanto vigorosa, che sostiene un fil di ferro lungo un dito, e grosso come una penna da scrivere, al quale sia attaccato libbre 6 e mezza di qualsivoglia materia; e credo, se io ho bene a memoria, che le libbre 6 e mezza fussero pesate alla grossa di queste libbre di qua, che delle fiorentine saranno circa dieci. Attaccandovi un oncinetto di ferro, non pi grande di mezzo granello di grano, lo sosterr insieme col peso di tre zecchini, che gli sieno appesi. Ha tanta forza, che appressatagli la punta d'una grande scimitarra, vicina quanto  la grossezza d'una piastra d'argento, sforza ambo le mani di qualunque gagliarda persona, che anco per maggior resistenza s'appoggiasse il pomo della detta arme al petto,(338) e per forza la rapisce a s. Io poi vi scopersi un altro effetto mirabile, il quale non ho potuto poi pi rivedere in alcun'altra calamita; e questo , che dalla medesima parte scaccia e tira il medesimo ferro: lo tira, mentre che gli sar posto lontano 4 o 5 dita; ma se se li accoster vicino a un dito in circa, lo discaccia: sicch posandolo sopra una tavola e andando alla sua volta con la calamita, quello fugge, e seguitandolo con la calamita tuttavia scappa; ma se si ritira la calamita in dietro, quando se li  slontanata per quattro dita, il ferro comincia a moversi verso lei, e la va seguitando quanto altri la ritira indietro; ma non se gli vuole accostare a un dito, anzi, come ho detto, andandogli incontro con la calamita il ferro si ritira e fugge. Gli altri effetti poi tutti della calamita si veggono in questa mirabilmente per la sua gran forza.
Questo gentilhuomo mi scrive, essergli altra volta stati offerti 200 scudi d'oro da un gioielliere tedesco, che la voleva per l'Imperatore; ma non glie la volse dare altrimenti, stimandola egli assai pi. Io non ho potuto nominare a questo gentilhuomo la persona che la domanda, n anco la nominer, se non ho altr'ordine da V. S.; e per essere detto signore lontano di qua, non ho potuto havere risposta da esso se non oggi: dalla quale ho cavato solamente, che quanto alla calamita la conceder, bench prenda gran piacere de'suoi effetti: ma per quel che mi accenna, la stima oltre a 400 scudi. Molte volte gli ho sentito dire che non la darebbe per manco oro di quello che lei sostenesse attaccato ad un ferro, il che saria per pi di scudi 400: ma circa a questo non m'ha scritto adesso cosa alcuna. Io star aspettando ordine da V. S. di quanto vuole che io tratti, ch non mancher di ubbidire a'cenni del nostro Sig. Principe. Al quale intanto umilmente m'inchino, e a V. S. con ogni affetto bacio le mani.

Di Padova, li 16 di Novembre 1607.
Di V. S. molt'Illustre
Servidore Obligatissimo.
Galileo Galilei.



169.

GALILEO a [CURZIO PICCHENA in Firenze].
Padova, 4 gennaio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 9. - Autografa. Nel margine superiore a sinistra si legge, di mano di BELISARIO VINTA: "Se leva cinque libbre di Firenze quanto ella pesa": cfr. n. 170.

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

Ritrovandomi in obligo di rispondere qualche resoluzione al padrone della calamita, che  l'Ill.mo S. Gianfrancesco Sagredo et havendo ricevuta l'ultima di V. S. molto I., nella quale mi scrive, la mente di S. A. S. esser di non trattare di essa calamita quando quel signore stia in prezzo cos alto, desiderando pure che S. A. non habbia domandato cosa possibile ad haversi senza ottenerla, ho scritto a questo signore per veder di persuaderlo ad abbassarsi, et ne ho hauta la risposta che V. S. vedr qui alligata(339): per la quale, poi che si rimette all'arbitrio mio, possiamo stimare che la pietra sia nostra. Solamente mi dispiace l'avergli io da principio detto di trattare per un signor Pollacco, mio scolare, il quale (per colorir la tardanza delle risposte) si trovi di presente in Firenze; che quando io potessi mostrarmi con questo signore interessato alla met di quello che sono per servire S. A. S. haverei, conforme alla sua offerta, la calamita ad ogni prezzo, s come son sicuro che si haverebbe in dono, quando in luogo della mia piccolissima autorit potessi usar la somma del domandante. Per se parer a S. A. quello che pare a me, ci  che dalla risposta del S. Sagredo possiamo, con l'interposizion della mia, qual ella si sia, autorit, assicurarci di haver la calamita ad ogni honesto prezzo, star aspettando che V. S. mi comandi: "Proferiscigli tanto", che cos esequir.
Ho voluto mandar la propria risposta a V. S., perch al manco da quella possa accertarsi et farne poi fede a S. A. S., come io ho procurato di servirla con ogni mio potere. Alla quale intanto inchinandomi, bacio con ogni humilt la vesta, et a V. S. mi confermo devotissimo servitore.
Potr mandarmi il punto(340), ch non mancher di procurare che V. S. resti servita, per quanto comportano i termini dell'arte. Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 4 di Gennaio 1608.
Di V. S. molto I.
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



170..

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Dall'Ambrogiana, 13 gennaio 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCIII, n. 44. - Autografa.

Ill.re S.r mio Oss.mo

Ritrovandosi il Sig. Segretario Picchena assente per certa occorrenza del Ser.mo Padrone, io debbo rispondere alla S. V., per comandamento del suo et mio Signore, che di quella calamita non ne vorrebbe dare pi che dugento scudi; et quando anche bisognasse che fussino d'oro, questo si acconsentir, e V. S. pu accordargli d'oro: ma a maggior somma non si vuole arrivare; et anche questo prezzo di dugento scudi si ha da stabilire et dare, sempre che il pezzo di detta calamita che si compra levi altretanto peso di ferro quanto pesa egli; et affermandosi che la calamita pesi cinque libbre, cinque libbre di ferro bisogna ancora che levi ella: altrimenti, non si ha a pagare n anche li sudetti dugento scudi. Ma levando cinque libbre di ferro, la S. V. arrivi fin a dugento scudi d'oro, quando la non possa far meno; et pi non se ne ha da dare. Et a V. S. bacio di buon cuore le mani.

Dall'Ambrogiana, a 13 di Gennaio 1607(341).
Di V. S. molto Ill.re
Tutto Aff.mo per servirla
Belisario Vinta

Fuori: All'Ill.re Sig. mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padova.
Firenze.



171.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Padova, 8 febbraio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 11 e 12. - Autografa.

Ill.mo Sig.re e Pad.ne Col.mo

La gratissima lettera di V. S. Ill.ma, scritta da l'Ambrogiana, li 13 di Gennaio, non mi  stata resa prima che li 3 di Febraio; et di questa tardanza ne  stata, per mio avviso, cagione la immensa copia di giacci et nevi, che per molti giorni hanno tenuto impedito il transito da Venezia a Padova: et di presente ancora, haviamo qui in Padova la neve alta per le strade 4 et 5 braccia, cosa orribile et che supera le memorie de gl'huomini et delle carte(342).
Ho intesa la resoluzione del Ser.mo nostro Padrone intorno alla calamita, conforme alla quale scrissi all'Ill.mo S. Sagredo, padrone della pietra; il quale, per havermi scritto molte altre mani di lettere intorno a questo negozio, et per trovarsi occupatissimo nel mettersi all'ordine per il viaggio di Aleppo, dove va Consolo fra poche settimane, mi scrisse brevissimamente, et mi mand la, calamita, dicendomi che io ne facessi quanto che a me piaceva, et che non era per ritirarsi indietro dall'oblazione che per altra lettera mi haveva fatto, quando me ne haveva fatto padrone, et che se non mi contentavo dell'haverlo tirato a 200 scudi d'oro, che io lo riducessi anco a 200 d'argento et a quello che pi mi piaceva, pur che io restassi satisfatto di haver gratificato quell'amico, della cui satisfazione io mi ero dimostrato cos ardente. Io ho hauto molto caro di haver la calamita nelle mani, per esperimentar la sua virt pi diligentemente, essendo che V. S. Ill.ma mi ha data una limitata condizione, senza la quale non si ha da concludere o effettuare la offerta di S. A. S., per il servizio della quale io mi sono adoperato con ogni spirito, non havendo niuno altro rispetto che la sua satisfazione; oltre alla quale satisfazione  ben ragionevole che io procuri anco la mia, la quale non consiste in altro se non in far s che S. A. S. resti certificata, che non ho scritto cost cosa che detragga un solo capello alla mera verit, mentre ho parlato delle qualit di questa pietra. Et perch mi viene replicato sopra una sola, che  circa 'l peso che ella pu sostenere, havendo io scritto altra volta che, potendo pesar lei circa 5 libre, poteva sostenere altretanto(343) di ferro, hora io specifico pi a V. S. Ill.ma, et per lei al S.mo nostro Signore, che la pietra pesa oncie 53 a questo peso, s che non credo che caler molto dalle 5 libre al peso di Frenze; ma ben che calasse qualche cosa, questo poco importa, anzi tanto sar maggior la meraviglia, quanto che ella sostiene pi di libre 5 1/2 di ferro, s come li fo sostenere io, et credo che pi ancora li far sostenere avanti che mi esca delle mani. N si meravigli V. S. Ill.ma che ci sia bisogno di esperienze et investigazioni per scoprir la sua forza; perch, prima, i punti nella pietra dove la virt  robustissima, sono due soli poli, et questi bisogna con diligenza ritrovare; in oltre, la virt del sostenere non  meno del ferro che della calamita, s che non ogni ferro, n di ogni grandezza et figura,  egualmente sostenuto, ma l'acciaio elaboratissimo, et di una particolare figura et grandezza, pi gagliardamente si attacca. In oltre, le armature de i poli attaccate un poco pi qua o l possono far gran variazione: et io in questi 4 giorni, che l'ho tenuta nelle mani et che mi ci sono occupato intorno, l'ho fatta reggere quasi una libra di pi di quello che il padrone della pietra habbia mai veduto sostenergli; et sono in speranza, facendo io fabricare alcuni pezzi di acciaio finissimo, di ridurla a sostenere ancora molto pi.
Reggie dunque gi de fatto quasi una libra pi di quello che lei pesa; et s come questo  vero, cos haverei di bisogno che constasse a S. A. S. quando l'havesse nelle mani, acci, per difetto di chi glie ne facesse vedere l'esperienza, le mie parole non havessero a restar immeritamente condennate; il che a me sarebbe di infinito dispiacere, tenendo io in bilancia la vita propria con la buona grazia del Ser.mo nostro Signore. Onde io credo che mi risolver, quando non mi sia ordinato in contrario, di mandare la calamita con le sue armature attaccate precisamente a i due poli, et i medesimi due ferri che da quelli sostiene pendenti, acci, per difetto di chi non gli sapesse cos subito ritrovar cost, non habbia a restar S. A. S. senza vederne l'esperienza da me promessa: se bene saria mia interissima satisfazione il farla vedere in Venezia o all'Ill.mo S. Residente o a chi pi li piacesse; il che si potria fare senza specificar la causa perch. Per circa questo mi rimetter a quanto da V. S. Ill.ma mi verr ordinato.
Gl'altri effetti di questa pietra sono quali altra volta ho scritto: et nel mandarla mander anco dui cilindretti di acciaio, per veder quel mirabile effetto scoperto da me in questo pezzo, et credo che sia singolare di questa sola, non l'havendo io potuto far fare a niun'altra di molte che ne ho sperimentate; et  di scacciare sopra una tavola uno de i detti ferri quando se li vuole avvicinar pi di due dita la pietra, et tirarselo dietro se se li discosta la medesima calamita.
Quanto al prezzo, questo signore, come da principio ho detto, non  per ritirar indietro la parola datami, rimettendosi in me; ma perch nello scrivergli io de i 200 scudi d'oro mi ha risposto che, se par cos a me, io gli faccia anco di argento, pur che ci sia la mia satisfazione, per, parendomi che questo signore potesse creder che io habbia voluto ristringerlo pi di quello che haverei potuto fare, quando nel resto S. A. S. restasse satisfatta, la vorrei supplicare a restar servita di convertire li 200 S.di d'oro in 100 doble, che poco pi di quelli importano, perch cos potrei mostrare a questo signore (la cui buona volont devo io per molti rispetti procurar di conservarmi) di haver tenuta la sua parte pi di quello che credeva. Ma perch l'ho tenuta occupata pi di quello che haverei voluto, finir con inchinarmi humilissimamente al Ser.mo nostro Signore, et con offerirmi servitore devotissimo a V. S. Ill.ma, alla quale prego da Dio somma felicit.

Di Pad.a li 8 di Febraio 1608.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Dev.mo
Galileo Galilei.



172..

SEBASTIANO VENIER a GALILEO in Padova.
Venezia, 17 febbraio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 114. - Autografa.

Ill.re et Ec.mo S.r H.do

Hebbi l'informatione che desideravo, et la ringrazio quanto pi posso della diligenza che ha in ci usato, conforme al solito della sua gientilezza. Far l'ufficio coll'Ill.mo Moresini oportunamente, nella maniera che desidera. Le mando la lettera dell'Arrigetti, poich comprende altro particolare. Non occore che me le offerisca, perch sa che son tutto suo: ma ben col fine la saluto di core, et le prego da N. S. ogni maggior contento.

In Venetia, li 17 Febraro 1608.
Di V. S. Ill.e et Ecc.ma
Ser.re di core
Sebastiano Veniero.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.r H.do
Il S.r Galileo Galilei, Matematico di
Padova.
Al Santo.



173..

MARINO GHETALDI a [GALILEO in Padova].
Ragusa, 20 febbraio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 88. - Autografa.

Molto Ill.re S.r mio Oss.o

I Sig.ri Reformatori hanno castigato il Capra dinnanzi al popolo assai bene, ma molto pi dinnanzi agli inteligenti l'ha mortificato l'apologia(344) di V. S.; di manera che in un modo et in un altro  stato acconcio come meritava. Io mi ricordo che quando ero in Padua del 1600, V. S. mi mostr molte operationi del suo compasso; e quanto a me non ho havuto bisogno d'altre prove, sebene vi sono infinite nella apologia, che tutto quello sia sua inventione.
La ringratio infinitamente tanto de l'haver voluto legger il mio Apollonio(345), quanto del'havermi mandato la sua apologia: et ogni volta che mi far partecipe delle operationi del suo ingegno, gl'haver obligo, perch io sono qui come sepolto; ch non intendo altro se non quello che mi viene scritto qualche volta dal P. Clavio, e questo rare volte, per esser horamai vechio, che gli  pi facile fugir lo scrivere che pigliar la penna in mano.
Haverei a caro veder il libro di V. S. della fabrica et uso del suo compasso militare, perch vorrei far uno, ch habiamo qui un maestro, che nelle cose d'otone  valenthomo. Con che li bacio le mani.

Di Ragugia, alli 20 di Feb.o 1608.
Di V. S. Molto Ill.re
Aff.mo Ser.re
Marino Ghetaldi.



174.

MICHELANGELO GALILEI a GALILEO [in Padova].
Monaco, 4 marzo 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 116. - Autografa.

Car.mo et Honor.do Fratello,

Ho ricevuto la vostra gratissima, et bene che quello che mi havete scrit[to] sia stato tutto lamentevole, pure mi son rallegrato in veder che non mi disprezzate tanto quanto mi andavo immaginando. Hora, rispondendovi circa il particolar de'nostri cognati, mi dite che vo soddisfacendovi con la buona volont. Caro fratello, se non  hauto(346) il modo di far con effetti quello che desidero di fare, non so che mi possiate tanto biasimare. Voi dite che ho speso una gran somma di denari in un desinare: questo non vi nego; ma considerate che questo desinare fu alle mie nozze(347), dove non si poteva far di manco, perch ebbi da 80 persone, tra le quali ci erano molti signori d'inportanza et inbasciadori di 4 principi: et volendo far a l'usanza di questo paese, et per non rimaner in vergogna, fui forzato a fare quello che di manco era inpossibile. Ma non mi potrete gi dire che io abbia fatto tali spese per cavarmi qualche mia voglia, n ho mai malamente buttato via tal somma; ma s bene per risparmiar mi son patito molte voglie. Mi dite ancora che non fa al vostro bisogno con l'avervi scritto(348) che Dio vorr saper buon conto del'ira che potevi patir meco. So che questo poco vi aiuta al vostro bisogno(349); ma non  per questo che io non dovessi scrivervelo, ch ben potete creder che io non ve l'abbia scritto con pensiero che questo vi deva soddisfare quanto allo scarico del debito con [i] nostri cognati. Circha questo particolare, vi dico in poche parole che con ogni mio potere anzi patir ogni incomodo, acci io vi dia in parte soddisfazione; ma che sia possibile che io trovi 1400 S.di, che so che restano haver i nostri cognati(350), questo so che non potr fare: et tal som[ma] di denari mai  da calare, poich ci  fatica a pag[ar] solo l'interessi. Bisognava dar la dote alle sorelle non conforme al vostro animo solamente, ma ancora conforme a la mi[a] borsa. Dio benedetto vede il cuor di tutti; et se io non vo sodisfacendo con li effetti, mi dica uno se  mai hauto il modo di poterlo fare. Quando vi mandai li f. 50 per.... il Sig.r Cosimo mi prest f. 30, i quali non  ancora pagati, [...spero] in breve pagarlo, poich mi scrive che vuole un de'mia liuti; et da poi senza fallo mi far prestar 50 f., et ve li mander: altro non so che fare. In questi primi mesi mi  convenuto spendere assai in casa. So che direte che dovevo lasciar star di tor moglie, et considerare alle nostre sorelle. Dio mio benedetto, stentar tutto il tempo della mia vita per avanzar quattro soldi per darli poi alle sorelle! soma e giogo troppo amaro e grave, et sono pi che sicuro che stentando 30 anni(351) non potrei avanzar tanto, che io potessi dar l'intera sodisfazione. Dio mi aiuti, voglio fare pi di quello che potr: abbiatemi un poco di conpassione, et considerate che non potrete mai dire che io abbia hauto il cuor a cavarmi le mie voglie senza curarmi di altri. Del'aver tolto moglie direte che questa sol voglia  stata bastante a dichiararmi poco desideroso d far il debito mio. Qui non vi risponder: sallo Iddio a che fine l' fatto, il quale ringratio della gratia concessami(352), et mi dia facult di poter con gli effetti conrispondere al desiderio che  di far il debito mio. Pi a lungo non mi estender: vi pregher bene che mi vogliate tener per vostro buon fratello, et siate sicuro che con ogni mio potere veder di darvi qualche sollevamento, poi che per mia colpa dite di trovarvi in tante angustie. Scusatemi, ch quello che non  fatto,  mancato da non haver il modo.
Ho inteso che mi farete mandar presto la cassa, la quale ho aspettato con molto desiderio per li liuti soli, ch invero in questa quaresima ne  gran necessit per sonar in concerto, et per averli non mi sarei curato spender qualcosa di pi ne la condotta: ma pazienzia. Vi ringratio della vostra buona volont, et a voi, come a nostra madre, mi raccomando di vivo cuore, come fa ancora l'Annaclara, quale pagherei qualcosa che da voi fussi conosciuta. Dio vi feliciti.

Di Monaco, li 4 di Marzo 1608.

Volendomi scrivere, date le lettere cost in Padova al datore di questa, ch veniranno sicure.


Vostro Aff.mo Fratello
Michelag.lo Galilei



175.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Padova, 14 Marzo 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 13. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Risposi 5 settimane sono(353) alla cortesissima lettera di V. S. Ill.ma, nella quale mi haveva significata la mente di S. A. S. in materia di quella calamita; et perch non ho poi vedute altre sue lettere, vo dubitando che, per qualche sinistro accidente, la mia possa essersi smarrita: onde ho resoluto replicar con brevit in questa quanto nell'altra li dicevo, acci che qualche accidente non mi facesse apparire men diligente nel servizio del Ser.mo nostro Signore.
V. S. Ill.ma mi scriveva, la volont di S. A. S. esser di non dar della detta calamita pi di S.di 200 d'oro, et questo prezzo quando la detta pietra sostenesse tanto ferro quanto pesava essa, s che supponendosi il suo peso esser di libre 5, ella sostenesse 5 libre di ferro; altramente non intendeva S. A. S. volerla. Io riscrissi a V. S. III.ma, haver significato il prezzo all'Ill.mo S. Gianfrancesco Sagredo, padrone della pietra, il quale, rispondendomi, come altra volta haveva fatto, mi faceva padrone di questo negozio, et mi mand la calamita, la quale ancora si trova appresso di me; la forza et vigor della quale havendo io pi volte esperimentato, gli fo sostenere pi di 5 libre di ferro, ancor che il peso della pietra non arrivi a questo segno: onde  manifesto, il valor di quella essere assai pi eccellente di quello che S. A. S. si contentava et che io havevo scritto nelle mie prime lettere. Soggiugnevo apresso, che per mia satisfazione haverei mandati, insieme con la pietra, i ferri et le sue lamette attaccate a i poli, acci per diffetto di chi non potesse cos improvisamente ritrovare le parti pi vigorose della calamita, nell'esser mostrato a S. A. S. l'effetto, le mie parole non fussero apparite in qualche parte manche, essendo che la verit  che fo sostenere alla detta pietra pi di una libra di pi di quello che pesa lei; o vero, quando non fusse parso altramente a S. A. S., ne haverei volentieri fatto veder l'effetto in Venezia all'Ill.mo S. Residente, o a chi mi fusse stato ordinato. Questo, et altri particolari circa i suoi effetti, havevo scritto a V. S. Ill.ma, et tanto gli riconfermo, supplicandola con sua comodit a darmi risposta, per poter liberare questo signore. Il che sar per fine di questa, con inchinarmi humilissimamente a S. A. S., et con offerirmi servitore devotissimo di V. S. Ill.ma, alla quale prego da Dio somma felicit.

Di Pad.a, li 14 di Marzo 1608.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Dev.mo
Galileo Galilei.



176..

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Roma].
Padova, 21 marzo 1608.

Bibl. Marc. Venezia. Cod. LXVI della Cl. X It., car. 33. - Autografa.

.... Di novo V. S. non aspetti, se non che Monsign. Michele(354)  fuor di pericolo, che il freddo  tornato a farsi sentire, e che la neve s' sgombrata da per tutto e gettata nel fiume, per consiglio de'medici, de'quali va in volta una forbita scrittura(355), dettata dal Sig. Minadoi e sottoscritta da gli altri, con regretto del Cremonino e Galileo, che aliter sentiebant....



177..

[GIUSEPPE GAGLIARDI] a GALILEO in Padova.

[marzo 1608].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Par. I, T. III, car. 69-70. - Di mano sincrona..

Al me caro, lustrio, cielentiss.mo e da ben Segnore e paron el S.r Galileo de i Galiliegi, vero arecoltore delle smatemateghe, e slenzaore in lo Bo de Pava  gi scuelari della so prefission, spiego d'hanore della nostra it.

L' ass(356) agni, paron lustrio, me caro e cielentiss.mo Seg.re, que  sonte innamor in le vuostre virtuliose vert, ch'a no s faelare, que  no v'habbi in bocca, e, con disse quel, mieritamen; perque, lagon m annare que v in tutte le scintie e facolt d'hanore  boat s ben, que  no invili nigun, s con po in quella ch' bragagn contugnamen, delle smatemateghe, que  la vostra prefession snatorale, el no gh' homo, sea chi se vuogia, che ve vaghe al paro. Perque  suogio m dire cos, e so que  no me rego, che v, Segnore(357), col vostro stare la maor parte de i vostri d, con tutto l'anemo e con tutto 'l spiretto, cazz in quelle ca d'i pianuotti de sora  furegare per le su massarie,  v'hi fatto compagno de barba Giove, frello zur de Marte, se ben m le bravar no ve piase, cusin carnale de Mercorella, e compare de tutti gi altri: de mu que  stago  spittare, che da 'l gran ben que tutti qui pianuotti ve v, ch'un d,  pe d'iggi, i ve intartegne la su, e in luogo d'un Galileo i ve stramua in t'una bella fegura d'un nuovo Galion, per farve cos quel hanore que  mierit, degneole delle vuostre lustrie faighe e prefetto saere; que ve far po an v restare in la smalmuoria de tutti i buoni slettran, le bissecole d'agni. E perque m sto me amore e asservation, que  ve porto, n'habbi da restarme sempre m adosso, in confession, con fe quel della mea Bortola de Nale col so moroso, spigaruolo d'i Gagi da Tramonte, que la no ghe vosse m far saere el ben che la ghe volea, selom quel d che buttanto el derean sospiero, che fu d'altro che d'amore, con se suol dire, traganto del peto al muro, la tir su i scofon;  gh'he vogi adesso, con sta bella casion de sto me faelamento sora la nieve pass, cos fatto con l', vegnirve  far rebelintia, e onfrirme, co' fago, per vostro gastaldo e sierviore; cos pregantove, che smiranto no alla qualit de quel ch' ve mando, que x un gnente al palangon dell'amor ch' ve porto, ma solamen al puro affietto de quel che ve 'l manda, que  son m mi, che al vogi cettare e vere ontiera, e tegnirvelo  pe de v per na smalmuoria de quel ben che m sempre  ve son per portare. Con che, agurantove da 'l cielo quella felicit que  vorae an mi,  ve vegno, co'un bel repetton d'inchin basantove le man,  pregarve que  me vogi ben, e  ubigarme, e sempre, pre tutti gi vuostri comandi.

Della Vostra Seg.ria lustria e cielentiss.ma

Sierviore e Gastaldo
Rovegi bon Magon dalle Valle de fuora.(358)



178.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Livorno, 22 marzo 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 78. - Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Se bene ho tardato a rispondere a V. S., non ho per lasciato di far sentire pi giorni sono al Ser.mo mio Padrone tutta la prima lettera di V. S.(359) sopra quel mirabil pezzo di calamita; et havendomi S. A. confermato che lo vuole in tutti i modi, et che si contenter di convertire quei dugento scudi d'oro in cento doble, V. S. lo faccia sapere al patrone della pietra, et dica ancora dove egli desideri le cento doble. Et quanto a quel discorso che tanto ingegnosamente ha fatto intorno a detta pietra V. S. nella sua lettera, et la prova nella sua stanza con quelli ordigni et con quelle giuditiose accuratezze che ella ha avvisate, S. A. l'ha sentite attentissimamente; ma dice che forse anche da lei medesima et da altri ha uditi altre volte questi avvertimenti, et mi pare che anche l'A. S. ne sappia parlare per esperienza. Contuttoci non veggo che habbia a essere discaro che, nel mandare la pietra, l'invii preparata et ordinata come meglio paia a lei per sostenere quanto pi peso le sia possibile, et che ella mandi ancora quei cilindretti d'acciaio, perch si vegga quel maraviglioso effetto scoperto da lei in questo pezzo con specialit. Et quanto al modo dell'assettare la sudetta calamita in una cassetta, di maniera che non dimen, non si arruoti et non patisca, et ci ch'ella mander con essa non le nuoca, la se ne piglier un po'di briga; et credo che bisogner che la facciamo portare dal nostro procaccio. Ma prima V. S. habbia tutto all'ordine, et avvisi, et cos anche intorno alle cento doble; ch nel'inviarsi, o farsi rimettere, le doble dove ella ordiner, si mander anche a pigliare la calamita o a dire a(360) chi ella l'habbia a consegnare. Et essendo il valore di V. S. una calamita che mi tira et sforza ad amarla et servirla, la prego a impiegarmi per qualsivoglia sua gratificatione et servitio. Et le bacio le mani.

Da Livorno, a 22 di Marzo 1607(361).
Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te

Si far buona ogni spesa che ella far intorno alla cassetta.
S.r Galileo Galilei.


Serv.re Aff.mo
Belisario Vinta.


Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo
Il [S]r Galileo Galilei.
Padova.



179...

RAFFAELLO GUALTEROTTI a GALILEO in Padova.
Firenze, 29 marzo 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I. T. VI, car. 121. - Autografa.

Molto Ill.re Sig.

Risposi gi a V. S., per mano del suo cognato a Vinezia, che V. S. m mandassi i libri cambiati in doana, ch'io pagherei il nolo, etc. Non ne ho poi saputo altro, come harei desiderato per legger l'opre di V. S.
Io mi sto qua come il prete dela poca offerta: e perch'io vorrei finire alcune opere di filosofia naturale, volentieri torrei una lezione straordinaria di filosofia, perch con la provisione potrei far le spese, e con l'occasione della lezione studierei i miei concetti e servirmi. Per pi che la met delo studiato,  scritto, e ridotto al netto. Se V. S. in cotesto collegio nobilissimo mi potesse fare havere tal luogo, la mi favoriria infinitamente.
Se V. S. havesse il d della nativit di Fra P.lo Servita, desiderei che me ne favorisse.
Lessi un libretto del Giuntino(362), il quale fa gran maraviglia che la stella apparsa nella Cassiopea il 1572, appar in un subito grande, e poi in 2 anni spar: che altro non viene a dire, se non che niuno moto regolato pot esser cagione dela apparizione di detta stella. Per se V. S. havessi altri autori, per somma grazia mi dica i nomi e i luoghi a questo proposito.
Con questo io le resto servitore al solito, le bacio le mani, e prego Dio che la tenga in sua santa guardia. Le nozze hanno(363) lunga proroga, e le cose vanno male afatto.

Di Firenze, il d 29 di Marzo 1608.
Di V. S. molto Ill.re
Servi.re Aff.mo
Raffael Gualterotti.

Fuori: Al molto Ill.re et Eccellente Sig.r
Il Sig.r [Gali]leo Galilei, nobil fior.no e mat.co Ecc.mo, in
Padova.



180.

GALILEO GALILEI a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Padova, 4 aprile 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car 15. - Autografa. Nel margine superiore a sinistra si legge. Di mano di BELISARIO VINTA: "Questo si  trattato et concluso in assenza dei Secretario Picchena, et bisogna leggerla a S. A. et far provedere le doble, et poi rispondere a V.a (?) per ultima essecuzione".

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Quanto mi scrive V. S. Ill.ma per conclusione del negozio della calamita, ho io gi fatto intendere all'Ill.mo S. Sagredo, padrone della pietra; di che resta S. S. satisfatta, et io obligatissimo a S. A. S., che si sia compiaciuta di arrivare alle 100 doble a i prieghi miei, poi che questo purga interamente quel poco di sospetto(364), che mi era di qualche pregiudizio nella opinione di questo signore, che io havessi hauto poco a quore il suo vantaggio: onde ne rendo grazie infinite a S. A. S. Quanto alla consegna de i danari, sendo volont di S. A. S.  che il compratore stia celato, potr ella, se cos gli piace, farla fare in mano mia in Venezia alla risposta della presente, dove io mi trasferir subito ricevute sue lettere, s per ricevere i danari et numerargli al padrone, s ancora per consegnare nell'istesso tempo la cassetta con la pietra, la quale si trova ancora nelle mie mani, et sar bene accomodata con li sui ferramenti et ordigni; consegnarla, dico, in mano di chi ella mi comander.
Parmi havere scritto altra volta a V. S. Ill.ma, come questa pietra sostiene una libra di pi del suo peso; et perch mentre l'ho hauta nelle mani vi ho fatto attorno molte esperienze et speculazioni, spero di farla veder a S. A. S. sostener, non senza grande ammirazione, poco meno che 'l doppio del suo peso, oltre a qualche altro stupendo scoprimento fattovi da me, come in un poco di minuta gli dar conto.
Che poi la calamita del mio valore possa attrarre l'affezione di V. S Ill.ma, con sua pace non ammetter io, conoscendomi poverissimo di tutte le doti meritevoli di tanto favore.  per avventura pi presto la calamita dello stato mio, che muove il pietoso affetto della cortesissima natura di V. S. Ill.ma ad amarmi et protegermi; nel quale devo io sperare et confidare assai pi che nel mio merito, et per tanto restarne con tanto maggiore obbligo a V. S. Ill.ma, s come veramente fo, ricordandomegli intanto vero et devotissimo servitore. Et con pregargli la buona Pasqua, gli bacio reverentemente le mani, come anco al S. Francesco, suo nipote et mio Signore.

Di Pad.a, li 4 di Aprile 1608.
Di V. S. Ill.ma.
Oblig.mo Ser.re
Galileo Galilei.


181..

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Livorno, 12 aprile 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI. car. 137. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.r Hon.mo

Si  scritto a Firenze al S.r Depositario Generale, che ci mandi un ordine di cento doble di buon peso per pagarsi a V. S. a lettera vista in Venetia; ma perch hoggi, che siamo al sabbato, essendo cos lontani da Firenze, non ci pu essere l'ordine in tempo da inviarlo cost, seguir con il primo commodo, et ne avviser in un medesimo tempo V. S., acci ch'ella vadia per il denaro et per darlo a chi la sa, et per consegnare la calamita, acci che ce la porti uno de'nostri procacci. Ben  vero che il Gran Duca nostro Signore desidera quest'estate di rivedere V. S. in Firenze, havendo gran bisogno della presenza et opera di lei; et perci m'ha comandato di scriverle ch'ella venga in tutti i modi. Et io le bacio di tutto cuore le mani.

Da Livorno, a 12 d'Aprile 1608.
Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te
S.r Galileo Galilei
Serv.re Aff.mo
Belisario Vinta.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo
[Il S.]r Galileo Galilei.
Padova.



182..

ANTONTO SANTINI a [GALILEO in Padova].
Venezia, 18 aprile 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 162. - Autografa.

Molto Ill.re. et molto Ecc.te S.r mio,

Con occasione di mandarle l'alligata del Sig. Ghetaldi(365), le mando anche il titolo della propositione che nel Vieta, le accennai, era scabrosa. Le mander anche la solutione mia, quando si compiacci di essaminarla; e se anche prima haver tempo dirmene la sua sentenza, mi guster: e se io fosse libero, voleritieri verria a vedere Padova, ch in sei anni che ho stantiato a Venetia, ancora non sono uscito. Le bacio le mane, et me le raccomando.

Di V.a, li 18 Aprile 1608.
Di V. S. molto Ill.re. et molto Ecc.te
Suo Aff.mo
Ant. Santini.



183..

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Livorno, 19 aprile 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCIII, n. 45. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Mando a V. S. l'alligato ordine(366). Pu andare a sua posta a pigliar le doble a Venezia, et quivi per parte del Ser.mo Gran Duca consegner la calamita et quelle appartenenze al Sig. Asdrubale Montauto, et procurer che tutto si accommodi molto bene in una cassetta, a fine che n la pietra n quegli ordigni non patischino punto; e gli soggiugner, pur per parte di S. A., che al primo nostro procaccio per Venezia consegni et raccomandi carissimamente il tutto, come carissimamente prego V. S. ad amarmi et comandarmi.

Di Livorno, li 19 di Aprile 1608.
Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te.
Serv. Aff.mo
Belisario Vinta.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Venezia per
Padova.



184..

I RIFORMATORI DELLO STUDIO ai RETTORI di Padova.
Venezia, 19 aprile 1608.

Arch. Universitario di Padova. Filza segnata: 22. Cattedre e Prof.i di Astronomia, Meteor., Astrol. Fisica, Geom., Mat., Archit., Ostetr., Chimica e Medic., R. M., car. 103. - Originale: autografa la fideiussione di CESARE CREMONINO. La minuta della lettera, senza per la firma di ANTONIO PRIULI,  nella filza dell'Archivio di Stato in Venezia intitolata: Lettere dalli Ecc.mi Sig.ri Riformatori dello Studio scritte ai diversi Ill.mi Rettori ed altri. 1601 al 1622. Riformatori dello Studio di Padova, n. 64.

Ill.mi SS.ri

Ci ha rapresentato D. Galileo Galilei con tanta evidenza di necessit l'occasione che ha di ricercarci aiuto del salario suo di un anno anticipato, che non ci  parso di doverglilo negare: et cos damo a VV. SS. Ill.me libert di farnelo accomodare dei danari della Cassa di quel Studio, togliendo per sufficiente fideiussione di vita et in ogni caso, come in altri parimenti in tal proposito si  osservato, et dovendo esso D. Galileo scontar la detta sovventione con tutto il suo salario nel spatio del medesimo anno.

Et a VV. SS. Ill.me si raccomandiamo.

In Venetia, li 19 Aprile 1608.


Franc.o Molin, K.r P.
Ant. o Prioli, Cav.r P.
And.a Mor.ni

}


Reform.i
Io Cesare Cremonino, filosofo dello Studio, mi constituisco piezzo conforme al contenuto della lettera, intendendo cominciar l'anno l'Ottobre venturo prossimo.

Fuori: Agli Ill.mi SS.ri Oss.mi
Li SS.ri  Thomaso Contarini K.r et P.ro Duodo,
Rettori di Padoa.
Padoa.



185..

G1OVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 22 aprile 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 38. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re S.r Ecc.mo

Se ben eri io diedi aviso a V. S. Ecc.ma della festa et regata che si doveva fare a questi Principi di Savoia(367), tuttavia  voluto con queste replicarle che  stato fermato l'ordine della festa per gioved, et della regata per venerd prossimo; onde senza falo aspetto il Sig. Francesco(368) et V. S. ancora, alla quale in solidum col Sig. Francesco bacio le mani.
Da Ferrara ho havuta una respostina da M. Rocco Berlinzone, il quale non vol dispute co'l mio frate, e si ascusa dicendo che esso frate si dimostra pi eretico che religioso(369).

In Venetia, a'22 Aprile 1608.
Di V. S. Ecc.ma
Desid.mo di servirla
G. F. S.

Fuori: All'Ill.re S.r Oss.mo
L'Ecc.mo S.r Galileo Galilei.
Padova.



186..

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Venezia, 26 aprile 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 39. - Autografe le linee. 26-33.

Ill.re S.r Ecc.mo

La lettera delli Sig.ri Reformatori fu espedita gi alquanti giorni(370), et conforme al desiderio di V. S. Ecc.ma nella parte essenciale, se ben quanto allo sconto non si  mossa parola; et ha creduto l'Ill.mo Veniero, gi che s' fatto l'erore, non ne dir altro per adesso, ma solo con qualche opportunit, nella quale con due parole si ottenir quanto si desidera.
Il Sig. Francesco(371) in vero mi ha fatto gran torto a non valersi del casino; et se non fosse ch'io spero esser riffatto in altra occasione, vorei farne risentimento et con lui et con V. S. Ecc.ma, et insegnar loro in qual maniera si trattino gli amici. Mi duole haverlo invitato a Venetia, perch io sono stato defraudato di questa giustissima mia pretensione di honorare il mio casino con la presenza di questo gentilhuomo, et temo che in questa sua venuta habbia egli ricevuto pi incomodo che piacere, perch alla festa(372) non potessimo entrarvi, et nella regata non ebbi commodit di farlo andar in pedota, come sperava: tocher a V. S. Ecc.ma far la mia escusatione.
Spontino non  mai comparso, n meno tengo aviso se sia morto o vivo. Ho fatto fare, dopo mille ciancie, un'ancoreta di tre libre e meza, ma  riuscita molto goffa: in fatti qui non habbiamo un uomo da niente: tuttavia si far la seconda prova per meritar l'oglio da ferite(373). Et mi sarebbe caro sapere quanto pu levare quell'altro pezzo che V. S. Ecc.ma dissegnava mandar per Germania, perch vorei far un'altra ancoreta o cosa simile.
M. Gasparo(374) mi fa instanza che io compri certo lottone, come ella veder da una sua littera che ho consignata al Sig. Francesco, al quale il nostro fattore ha rifferito tutto quello che ha trovato questa matina, perch io non posso perder una giornata di tempo in questo servitio.
Ma si faccia meglio dire la sua volont, e me ne mandi un memorialetto, ch, far che 'l fattore s'affatichi, acci M. Gasparo non si lamenti. Scriver postdimiani a lui un'altra parolina, ma hora non posso.
Il processo giesuitico camina felicemente. Et io le bacio la mano.

In V.a, a 26 Aprile 1608.

Di V. S. Ecc.ma
Desiderosissimo di serv.
G. F. Sagr.

Fuori: All'lll. Sig.r Ecc.mo
il S.r Galileo Galilei, Mathem.
Padova.



187.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
[Venezia, 3 maggio 1608].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. P. VI, T. V, car. 17. - Bozza autografa.

Ill.re Sig. etc.

Mando a V. S. Ill.ma la calamita, la quale, dopo l'havervi speculato et esperimentato un pezzo a torno (se ben so di non essere a mezza strada delle sue meraviglie), ho finalmente ridotta a sostenere assai pi che 'l doppio di quello che ella pesa: imper che, pesando lei oncie 52, ne sostiene, come potr vedere S. A. S., pi di... (375); et son sicuro che quando io havessi hauto comodit di tempo et di chi mi havesse lavorati diversi ferramenti con esquisitezza et a mio modo, sarebbe adesso in stato di assai maggiore stupore. Ho fatti fabricare o questi 2 ferri in forma di due ancorette, s per dar loro(376) qualche forma, come per alludere a quello che forse favolosamente si scrive, essersi trovato un pezzo di calamita s vasto et robusto che sosteneva un'ancora di nave, et s ancora per la comodit di queste branche, alle quali si possono andare attaccando altri diversi pesetti, sino all'ultimo tentativo della sua gagliardezza: essendo che non ho fatte le ancore del maggior peso che io ho veduto poter esser sostenuto; prima, per esser certo che, senza tediosa et scrupolosa pazienza, subito presentati i ferri a i poli della pietra si attacchino; et oltre a questo, perch mi  venuto in opinione che il medesimo pezzo non sostenga con la medesima forza in ogni luogo della terra, ma che, sendo nella calamita 2 poli, l'uno di essi si renda pi valido, et l'altro meno, per la maggior vicinanza a l'uno de i poli del mondo, ci  della terra, et che sotto la linea equinoziale sariano ambidue di eguali forze: onde credo che il pi gagliardo polo di questa pietra qua a Padova sostenga alquanto pi che in Firenze o Pisa, et l'altro per l'opposito, il che desidererei che fuss[e] con diligenza osservato. Et per a(377) ciascuna delle 2 ancorette ho alligati i ferri et altri pesetti, che sono il pi che qua li ho potuto far sostenere, stante la pietra cos preparata come la mando; onde potria cost accadere (per essere il sito alquanto pi meridionale di questo) che il polo australe della pietra reggesse qualche cosa meno, et l'altro alquanto pi.
Ho assicurata la faccia principale della pietra con un'assicella, non solo acci che non si freghi nel condurla, ma perch si vegghino subito i sui poli con le lamette a i suoi luoghi: s che, senza rimuovere altramente la detta tavoletta, basta presentare le teste delle 2 ancorette a quei 2 fori, applicando la pi grande al polo pi robusto, che  segnato A, che vuol dire Australe, et la pi piccola all'altro, notato B(378), che significa Boreale, avvertendo di mettere amendue i ferri nell'istesso tempo, perch trovo, non senza grande stupore, che ella pi volentieri ne sostiene 2, che un solo(379); et un ferro cos grave che per s solo non sar retto da un polo, vi si attaccher mettendone un altro all'altro polo. Devesi anco avvertire, nell'applicare i ferri, di tenere l'assicella equidistante all'orizonte, perch stando il piano della calamita pendente(380), le teste dell'ancorette sfuggono, n cos bene si attaccano.
Per quell'effetto, meritamente stimato da S. A. S., di scacciare et tirare il medesimo ferro con la medesima faccia, li mando 2 ferretti, l'uno de i quali, che  quello di tutto tondo, si deve posare sopra una tavola ben piana et liscia, et l'altro, che  dorato, si applica alla pietra sopra quella linea che V. S. Ill.ma vedr segnata d'argento su la faccia principale: tenendo poi sopra la tavola la calamita cos pendente come il suo taglio comporta(381), et andando pian piano per affrontare l'altro cilindretto, che sar su la tavola, si vedr scacciarlo quando se li sar avvicinato circa l'intervallo di un dito; ma ritirando la mano et la pietra in dietro, il medesimo ferretto la seguiter, fermandosegli poi un poco lontanetto; s che andando di nuovo ad incontrarlo con la pietra, di nuovo si ritirer in dietro et sfuggir l'incontro. Et perch questo effetto ha qualche poco di difficult s nell'esequirlo come nello spiegarlo cos con semplici parole, quando non succedesse di poterlo far vedere di presente a S. A. S., glielo far vedere io venendo cost quest'estate per ubidire al comandamento di quella: et questo dico, perch spero di esser per trovar la pietra ancora in mano di S. A. S., come cosa stimata da quella degna di haver luogo tra le altre cose ammirande. Su la qual credenza et acci che S. A. S. possa insieme compiacere a quel signore oltramontano, essendo io venuto a Venezia, mi son messo a cercare tra questi lapidarii et antiquarii, et ne ho trovato un pezzo poco minore di mole(382), ma assai di virt, se bene la qualit della pietra mostra di esser di bonissima vena; ma, al mio parere, non  stata segata per il buon verso, tal che chi la riducesse in una palla(383), come per avventura potria havere in animo quel signore, aqquisterebbe assai forza, et la palla si caverebbe cos grande(384) in questo minor pezzo, come nell'altro maggiore. Su questa opinione l'ho presa, credendo di far bene, et la mando insieme con l'altra. Per V. S. Ill.ma mi far grazia di presentare a S. A. S. con la pietra(385) il mio buono animo, pregandola che(386) a quello si compiaccia di riguardar solamente, perdonandomi se ho fatto questo di pi sopra il suo comandamento, et tanto pi, quanto che scrivendo al S. Picchena dell'eccellenza dell'altra, mi scrisse che la pietra doveva esser mandata in luogo dove tanta esquisitezza non saria stata per avventura necessaria, o stimata molto sopra la mediocrit.
Se la pietra resta apresso S. A. S., io ho nella fantasia alcuni altri artifizii da renderla ancora assai pi meravigliosa, et son certo che non mi falliranno, ma non ho hauto qua la comodit di potergli usare: et son di credere di potergli far sostenere forse quattro volte tanto di quello che lei pesa, il che in una pietra cos grande  molto mirabile; perch io non ho dubbio che segandola in pezzetti piccoli, se li potria far sostenere pi di 30 libre di ferro, et anco 40. Io noto in questa pietra, che ella non solamente non si stracca nel sostenere il suo peso, ma sempre si invigorisce pi: per saria bene accomodargli un sostegno su l'andar di questo poco di schizzo(387), sul quale riposando tenesse tuttavia attaccati i suoi ferri. Et per dare qualche poco di spirito a un tal corpo, alludendo alla miracolosa natura et propriet di questa pietra, per(388) la quale i ferri cos avidamente se gli accostano et uniscono, vi si potria inscrivere(389) uno di questi 2 motti: Vim facit amor, o quello del Petrarca: Amor ne sforza, simbolo, per mio avviso, con gentil misterio esplicante l'imperio da Dio conceduto al giusto et legittimo principe sopra i suoi sudditi, il quale deve esser tale, che con una amorosa violenza a s rapisca la devozione, fedelt et obedienza de i vassalli(390): et tale sar, quando la potest regia verr esercitata, non in opprimere, ma in sollevare i popoli a lei commessi(391). Et come questa soprumana virt, nel nostro Ser.mo Principe originaria, gi divinamente risplende, cos, confidato su quella libert che il titolo di maestro, da S. A. S. gi per alcun tempo concedutomi, seco porta, mi sono io, per mezo di V. S. Ill.ma, voluto dimostrare a quell'A., non admonitore, ma admiratore, di cos divina condizione, la quale non si desidera, ma gi apertamente si scorge, nella sua natural bont(392); tacendo per humilt nel Ser.mo padre le lodi di questa virt, che nel Ser.mo figliuolo ereditariamente si diffonde. All'una et all'altra delle quali Altezze, et insieme a Madama Ser.ma, supplico V. S. Ill.ma che per mio nome baci humilissimamente la vesta(393).
Parmi di havere altra volta pregata V. S. Ill.ma a render grazie a S. A. S. di havermi cos benignamente fatto grazia di convertir li 200 S.di in 100 doble, et questo per cautelar l'Ill.mo S. Sagredo, che io non habbia negletto il suo vantaggio, convenendomi, per i molti oblighi che ho con questo Signore, stimar molto la sua grazia; in augumento della quale desidero di proveder S. S. Ill.ma di un vaso di quell'olio da ferite del Siciliano, per portarlo seco in Soria, del quale mi ricerc pi mesi sono, che io col suo soldo gli facessi provisione per questo tempo. Io havevo pensato di donarne a questo Signore un vasetto pi proporzionato alla piccolezza della mia borsa, che alla grandezza del mio animo et del merito et bisogno suo: ma  ancora a questi si far corrispondente se, per intercessione di V. S. Ill.ma ci potr aggiugnere la magnificenza del Ser.mo nostro Signore, impetrandomene un vaso da S. A. S., et facendo che la prima grazia concedutami aiuti l'impetrazione della seconda, s come(394) il peso di un ferro aiuta la calamita a sostener pi facilmente l'altro. Del qual favore ne rester io perpetuamente obligato a S. A. S., et ne pregher il Signore Dio, che di quanto a me ne doner, di tanto ne levi il bisogno al suo felicissimo stato et ad i suoi fortunatissimi legni. Et a V. S. Ill.ma baciando con ogni reverenza le mani, mi ricordo devotissimo et obligatissimo servitore.



188.

GALILEO a BELISARIO VINTA in Firenze.
Padova, 23 maggio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 23. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.mo Sig.r et P.ron Col.mo

Io mi trovo da quindeci giorni in qua in letto con febre continua, dove non  il minor travaglio, anzi per aventura il maggiore, il non haver ricevuto lettere di V. S. Ill.ma n questo ordinario n l'altro; et bench io non possa credere che il servitio che io consegnai di propria mano a quello che attende ai procacci in Venetia, la sera di Santa Croce(395) alle cinque hore di notte, non sia stato ben ricapitato, et anco non sia stato di intiera sadisfattione del Ser.mo nostro Signore, tuttavia non posso fare di non restar con qualche travaglio, non sentendo nuova dell'arrivo. Vero  che mi resta qualche speranza di ricevere lettere di V. S. Ill.ma domani o l'altro, poich non so per quale accidente le sue mi vengano sempre tratenute in Venetia due o tre giorni. Ma perch il termine di potergli scrivere con questo procaccio non si estende oltre al segno di hoggi, non ho voluto diferir pi di scrivergli, et supplicarla a farmi gratia ch'io 'ntenda il successo del negotio. Et per non accrescer molestia a lei et aggravio al mio male, finir con baciargli humilmente le mani et ricordarmegli servitore divotissimo. Il Signore la feliciti.

Di Padoa, li 23 di Maggio 1608.
D. V. S. Ill.ma
S.r Oblig.mo
Galileo Gal.i

Fuori: All'lll.mo Sig.r P.ron Col.mo
Il Sig.r C. Belisario Vinta, Seg.rio di S. A. S.
Firenze.



189..

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Firenze, 29 maggio 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCIII, n. 46. - Autografa.

Ill.re et Ecc.te S.r mio Oss.mo

Arriv la calamita(396) benissimo conditionata, et arrivorno tutti quelli istrumenti; et il Gran Duca, mio Signore, et il Sig. Principe n'hanno fatta la prova con tutti quegl'instrumenti che son arrivati, et con tutte quelle regole et avvertimenti che V. S. n'ha dati, et ne sono rimasti sopramodo sodisfatti et contentissimi: et m'hanno comandato di scrivergliene, et aspettano a far la risposta per poterle dare il contento complito della loro sodisfattione et approbatione ed aggradimento insieme, havendomi certo comandato ch'io gli dica che restano sodisfattissimi della sua diligenza. Et ha ragione V. S. a dolersi che io habbi indugiato un po'troppo ad avvisarle di ricevuto, et la prego a perdonarmi; et son pi che mai desiderosissimo di servire a lei in tutto quello ch'io possa. Et le bacio le mani.

Da Firenze, a 29 di Maggio 1608.
Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te
S.r Galileo Galilei.
Tutto suo Aff.mo per servirla
Belisario Vinta.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, lettore delle Matematiche.
Padova.
Subito.



190.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Padova, 30 maggio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 25. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

La posta passata ricevei, per mano di persona di Corte, un ordine in nome di Mad.ma Ser.ma et del Ser.mo Principe in proposito del ritrovarmi io questa estate a Firenze: il quale, bench habbia sembianza di conformit con l'altro scrittomi alcune settimane avanti da S.V. Ill.ma, tutta via viene espresso con modo tale, che potria anco, senza storcimento di parole, ricever senso di una benigna et mite revocazion dell'ordine primo.
Da V.S. Ill.ma mi furono scritte queste formali parole: Ben  vero che il Ser.mo G. D. nostro Signore desidera di rivedervi quest'estate in Firenze, havendo gran bisogno dell'opera et presenza vostra; et per mi ha comandato che io vi scriva che doviate venire in ogni modo(397). Et io, come mi pareva, che convenisse, breve et semplicemente gli risposi, che sarei venuto ad obedire. La forma di questo secondo ordine, anzi pur tutta la lettera intera,  precisamente questa: Madama Ser.ma mi ha imposto che io vi scriva, che se vi torna bene di venire questa estate a Firenze, che gli sar caro, et simile mi dice il S.r Principe; si che voi sentite, et in tanto io vi prego a conservarmi in vostra grazia. Di Firenze, etc. Hora, se si rimuove il servire a i Ser.i Padroni, il venire a Firenze a me non torna n bene n presso che bene, s come all'incontro, concernendo il servizio di loro Altezze, il venire a servirle mi torna non pur bene, ma ottimamente bene; non essendo sotto la potest mia cosa alcuna, la quale io volentieri non spenda per servire al mio Principe, dico sino al dispendio della vita stessa. Pare che questo secondo ordine metta come per accessorio degl'altri miei affari il servizio di loro Altezze Ser.e; ma, all'incontro, questo non solamente  in me il principale, ma il tutto: in guisa tale, che assolutamente a Firenze per miei interessi non ho che far niente; ma se ci si aggiugne il servire a i Padroni, non ho che fare altrove che a Firenze. Le parole dunque di questa seconda lettera, che pure  di persona molto accorta, mi hanno messo in gran confusione, et promossomi dubbio che l'aggradire che facessero loro Altezze Ser.e la mia venuta in Toscana et il mio frequentare la Corte, fusse solamente un trabocco della somma benignit et humanit di quelle, col quale, et non senza qualche lor tedio, si degnassero di concedere un poco di cibo al famelico mio desiderio, che vanamente mi trasporta ad insinuarmi nella servit di quelle; ma non gi perch dal mio servizio, utile alcuno, comodo o diletto a loro Altezze ne provenga. Il qual punto deve con molta circunspezione esser considerato da me. S che l'invito, Ill.mo mio Sig.re,  grande, et importa tutto 'l mio resto; onde a me conviene molto ben consultare, et considerare le due carte che ho in mano, delle quali la prima mi dice Tienlo, et la seconda Pensavi sopra.  pertanto necessario che io conferisca questo mio scrupolo con persona confidente et atta a rimuovermelo, la quale per tutti i rispetti non deve essere altri che V. S. Ill.ma Et per io la supplico, che deposta quella parte che  in lei di cortigiano, et ritenuta solamente la libert et ingenuit cavaleresca, mi dichiari con la saldezza della punta dello stocco, et non mi adombri con la pieghevol penna, quanto io devo fare: perch se mi dir solamente: Vieni, ch cos si vuole da i Padroni, tanto mi baster; et lo scrivermi altramente saria un mettermi in maggior confusione di quella in che mi trovo di presente.
Io la supplico a presso a non differir pi di dirmi qualche cosa della ricevuta et della riuscita della calamita, perch giuro a V. S. Ill.ma che la febre continua, che da 25 giorni in qua mi travaglia senza darmi un minimo intervallo libero, non mi affligge tanto, quanto il non sentire la satisfazion di S. A. S.ma; la quale se bene io non metto in dubbio o che S. A. l'habbia hauta o la sia per havere, essendo in effetto la pietra il triplo, et anco il quadruplo, p eccellente di quello che si dimandava, tuttavia il non sentir niente non passa senza mio grave dolore. Io vo insino ruminando col pensiero se mi potesse essere stato ascritto a grave mancamento il non haver consegnate le pietre et la cassetta al S. Residente, secondo l'ordine datomi da V. S. Ill.ma, ma inviatole solamente per il procaccio: onde per mia scusa  forza che io dica a V. S. Ill.ma, come essendo in Venezia li 3 primi giorni di Maggio, il terzo, che fu sabato et il d di Santa Croce, fui continuamente attorno a due fabbri a farli lavorar contro a lor voglia, perch era festa, a forza di danari, intorno a quelle due ancore; et sopraggiuntami la notte col lavoro anco imperfetto, mandai una poliza al S. Residente, dicendoli che dovevo consegnarli un lavoro non ancora perfetto, per inviarlo con quel procaccio a S. A. S., et domandandolo sino a che hora ci era tempo, avanti che il procaccio partisse. S. S. mi riscrisse, che ci era tempo sino a 4 hore di notte, ma che dubitava che quella sera non si saria potuto mandar niente, non vi essendo tempo di far bullette et essendo alcune nuove costituzioni de i Signori sopra i dazii: dal che compresi come S. S. haveva creduto che io fussi per consegnarli roba da gabella. Finalmente, havendo fatto lavorar sino alle 4 hore di notte, feci chiamare una gondola, la quale con difficult si trov, s per esser l'hora tarda, come perch il tempo era piovoso et oscurissimo; et ritrovandomi 2 grosse miglia lontano dalla casa del S. Residente, quel gondoliero borbottando mi condusse in Rio delle 2 Torri, dove habita detto signore: ma essendo il rio molto lungo, la notte oscurissima, et la pioggia grande, non fu mai possibile a ritrovar la porta del S. Residente, et a quante porte si picchiava, o non si haveva risposta, per essere ogn'uno a dormire, o se alcuno si levava, ne rispondeva con qualche villania. Andarvi per terra non potevo, per l'oscurit, per la pioggia et per gl'intrighi delle robe; talch mi risolvetti a farmi vogare a casa il maestro de i procacci, dove al ricevitor delle lettere consegnai le 2 calamite fuori della cassetta, acci le potesse mettere nella borsa delle lettere di Corte, et gli mostrai la commissione di V. S. Ill.ma et come quelle eran robe per S. A. Ser.ma Egli tolse in nota il tutto, et mi disse che io non mi pigliassi altro fastidio, che l'haverebbe inviato con quella sicurezza che si conveniva. Mi si potria dire che io dovevo indugiare a l'altro ordinario: et io l'haverei anco fatto; ma perch mi trovavo haver ricevuti i danari, et consegnatili all'Ill.mo S. Sagredo, non volsi mettervi altra dilazione. Questa  l'istoria: et io, ritrovandomi aggravato dal male, porr fine a questa mia, scritta in 5 giorni, et torner solamente a supplicare V. S. Ill.ma, per le viscere del Signore, a cavarmi di queste travagliose angustie con due sole sue righe. Et senza fine mi raccomando nella sua buona grazia, et con ogni reverenza li bacio le mani. Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 30 di Maggio 1608.
D. V. S. Ill.ma
Dev.mo et Oblig.mo Ser.re
Galileo Galilei.



191..

FERDINANDO SARACINELLI a GALILEO in Padova
Artimino, 9 giugno 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI. car. 123. - Autografa.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

La gran perdita, che ho fatta, del S.r Cipriano, mio zio, et tanto caro amico d V. S.,  stata tale, ch'io non potrei si non con molto mio dolore et travaglio significargliene una minima parte; et per passando di toccar questa corda, tanto dura all'orecchio mio et che tanto m'offende il cuore, sar forzato a tacer quello di che pur sempre vorrei trattare. Dovrei certo et per la gentilissima lettera di V. S. et per molti altri rispetti consolarmi; ma bisogna pur che questa carne si risenta a ogni simil colpo, et tanto pi d'huomini non ordinarii, et tanto congiunti e d'amore et di sangue. Confesso bene, che dove non pu la forza humana, viva la divina, alla quale applicatomi et conformatomi, con la Dio volont trovo questo sol rimedio per refrigerio d'un cuore afflitto, che congiunto con il buono aviso che mi ha dato della sua ricuperata sanit, m'hanno molto consolato. Ne lodo il Signore Dio, et me ne congratulo seco, riserbandomi al suo ritorno et con la voce et con gli effetti a offerirmegli quel medesimo servitore di sempre, ringratiandola intanto della memoria che tiene de'suoi veri et cari amici. Con che le bacio le mani.

Della Villa Ferd.a, il d 9 Giugno 1608.
Di V. S. Ill.ma et molto Ecc.te
S.r Galileo
Aff.mo Ser.re
Ferd. Saracinello.

Fuori: Al molto Ill.re S.r Mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Professor di Mattem.ca in
Padova.



192.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Firenze, 11 giugno 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. I, T. VI, car. 125. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Havendo detto a Madama Ser.ma nostra Padrona, che quanto al comodo et bisogno di V. S. ella non ha punto voglia n occasione di venir qua questa estate, anzi che a lei torna di grande incomodo, et che sebene V. S. ha un'assidua inclinatione et ambitione di vedere i suoi Ser.mi Principi et Padroni naturali et d'esser ben visto da loro, che ad ogni modo per questo solo la non si muoverebbe, ma che ben si muover subito, senza guardare a nessun suo disagio n danno ancora, quando sapia per davero che loro Alteze desiderino per loro stimato servitio che ella venga in tutti i modi; supplicai l'Altezza sua a dirmelo alla libera, et ella mi rispose subito: "Scrivi al Galilei che essendo egli il primo et il pi pregiato matematico della Christianit, che il Granduca et Noi desideriamo che questa estate venga qua, ancorch gli sia per essere d'incomodo, per esercitare il S.r Principe nostro figliuolo in dette matematiche, che tanto se ne diletta; et che con lo studio che far seco questa estate, potr poi rispiarmarlo di non lo far venire cos spesso qua; et che c'ingegneremo di far di maniera che non si penta d'esser venuto". Et a V. S. significo nettamente la cosa come la st; et quanto prima la potr venire, sar meglio. Et le bacio le mani.

Da Firenze, XI di Giugno 1608.
Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te
S.r Galilei.
Serv.re Aff.mo
Belisario Vinta.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
subito.
Padova



193.

GALILEO a BELISARIO VINTA in Firenze.
Padova, 20 giugno 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 27. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ho inteso quanto V. S. Ill.ma mi ordina: il che sar da me esequito secondo il suo comandamento quanto prima, ci  subito che l'Ecc.mo S. Aqquapendente me ne dar licenza et le forze me lo permetteranno; et spero che non passeranno pi di otto giorni che sar in viaggio. Et sovvenendomi di haverla molte volte tediata con mie lunghissime lettere, per non mi habituare in questa cattiva creanza, voglio che per hora mi basti haverli detto questo solo. Et restandoli devotissimo servitore, con ogni reverenza li bacio le mani, et li prego da Dio felicit.

Di Pad.a, li 20 di Giugno 1608.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.
Fuori: All'Ill.mo Sig.re et Pad.n Col.mo
Il S. Cav. Belisario Vinta, Seg.io di S. A. S.
Firenze.


194..

OTTAVIO BRENZONI a GALILEO in Padova.
Verona, 21 giugno 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 89. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Alla lettera di V. S. Ecc.ma al Sig.r Girolamo Magagnati non potei cos tosto far aver il suo riccapito, sendo egli all'hora partito con altri gentil'huomini di Verona per veder le nozze di Mantoa(398); ma ritornato che fu, feci l'officio compito. Egli si trova ancora quivi. A me fu gratissima la maggior parte della lettera sua a me dirretta, come il sentirla assicurata dalla malatia, et che si degni honorarmi de'suoi commandi. Ben molto mi dolse della sua infirmit passata: hora, lodato Iddio. Di gracia, lei non resti scandalizato di questo mio tardo rescrivere, per scrivere poi quattro ciance sotto all'inclusa figura(399), perch, come desiderosissimo di servirla, cercavo pure d'investigare notabil cose et sicure per rispondere a quei tre quesiti: ma il troppo assottigliare la filosofia in cotal cose mi riusciva quasi sempre in fine del pensiero pi che cercare nella conchiusione di quello che proposto mi haveva; s che di tre quesiti mi riuscivan nove dubii, et di nove dubii ne ho cavato spesso 27 difficolt. Hor vegga V. S Ecc.ma s'io havevo bisogno del filo di Teseo per rittornar al segno onde mi ero tolto. Non ho per dubbitato entrar in tal labirinto per farli cosa grata. Mi perdoni se tardi ne riesco; et Dio sa quello ch'avr detto di buono. Se il carattere overo il testo ha bisogno di lucidatione, non mancher di novo commento. Et per fine li prego da N. S. la compita sanit, et li baccio le mani.

Di Verona, il d 21 di Giugno 1608.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.mo
Affett.mo Servitore
Ottavio Brenzoni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, il Matematico dello Studio di
Padoa.



195..

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO [ad Artimino].
Firenze, 3 agosto 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIX, n. 112. - Autografa.

Molto Ill.e ed Ecc.mo Sig. mio,

V. S. mi ha fatto sempre grazia di amarmi e onorarmi sopra 'l mio merito, ma questa volta l'affetto e la cortesia in vero han traboccato: e se m' lecito (che la sua gentilezza mi persuade che sia), io le ricorder che gli huomini grandi, qual  V. S., bisogna che vadiano adagio e considerati a lodare eziam gli amici cari, e bisogna ch'e'non concedano ogni cosa all'amore; perch, mettendosi a rischio che i lodati non riescano, mettono anche a rischio il credito e la reputazion propria. E questo basti per quello che sia dovuto alle cerimonie.
Io presupongo che V. S. abbia detto all'A.za del Ser.mo Principe, che io ho, molti anni sono, professione del tutto diversa dalla poesia, e che quello che io ho composto  stato fatto da me assai da giovane, s come V. S. sa benissimo, la quale si ricorder haver sentito anni e anni alcune cose che io le mando per obbedire. Harei havuto caro mi avesse accennato, in che materia avesse volsuto i sonetti e anche la canzone. Le cose amorose dilettan pi; ma non so come sien ricevute in Corte. Io me ne rimetto a lei. Voleva mandare quella canzone amorosa che io feci tanti anni sono; credo ch'ella n'abbia memoria; ma io non l'ho scritta, e mi sono dimenticato una stanza, della quale io non mi ricordo pi che s'io non l'havessi mai fatta: s che ho tolto quella in morte del Sig. Agostino del Nero, materia cos fatta, ma volendo obbedire non ho potuto fare altrimenti. Mi  convenuto scrivere ogni cosa da me per pi presta spedizione, sich lo scritto non sar pi degno di tanto Principe che sieno le poesie stesse. V. S. con la sua destrezza andr scusando ogni cosa.
Quanto al sig. Andrea,(400) e'conosce haver ricevuto favor grandissimo da lei, havendolo ella messo in notizia di S. A. s onoratamente, cosa ch'egli stima per molti rispetti e in particolare per la testimonianza di V. S. Ne la ringrazia pertanto infinitamente, e se le conosce obbligatissimo. E'vorrebbe riuscire, e perci la supplica ch'e'sia con sua grazia che egli indugi un poco a mandarle quell'ode sopra 'l Cardinale Gonzaga, nella quale egli vorrebbe mutare alcune cose ch'e'vede poter migliorare ora ch'egli  in quiete, havendola composta a Mantova tra i disagi e romori delle feste e 'n fretta grandissima. Altre composizioni, dov'egli abbia sodisfazione e che sian parute a proposito per la materia, non ha pronte. I giovani di spirito, come V. S. sa, con l'esperienza acquistan sempre giudizio e 'l raffinano, e di mano in mano conoscon pi, e perci non si sodisfanno mai troppo delle cose passate. Pertanto e'prega V. S. instantemente, che siccome l'ha favorito in far s ch'al Ser.mo Principe sia venuto voglia di veder cose sue, ella voglia proccurare ch'e'non sia havuto in considerazione ch'e'faccia l'obbligo suo intorno a ci un poco prima o un poco dopo, purch e'lo faccia, s com'e'far. E con questo e'bacia le mani a V. S., s come anche Luigi mio fratello, il quale dice haver affrettato il suo ritorno di villa per amor di V. S., e poi non ce l'ha trovata: ed io fo il somigliante, ringraziandola delle buone nuove del nostro Ser.mo Padrone, al quale il sommo Dio si compiaccia concedere intera sanit e lunghezza di vita.

Di Firenze, il d 3 di Agosto 1608.

Ebbi la sua ieri da Matt<... , ma tardi, e non ho potuto far pi presto di quel ch'ella vede: per, Sig. mio, mi scusi.
Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma
Ser. Aff.mo
Alessandro Sertini.

Al molto Ill.e ed Ecc.mo Sig.r
Galileo Galilei, mio Sig.r e P.rone Oss.mo
Alla Corte(401).



196..

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO [ad Artimino].
Firenze, 5 agosto 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. I, T. VI, car. 163. - Autografa.

Molto Ill.e ed Ecc.mo Sig.r mio,

Io credo che V. S. abbia in memoria d'havermi sentito ragionare d'un gentilhuomo palermitano, amico mio, il quale  stato il verno passato qui in Firenze in medicamenti per una indisposizione, cred'egli, di mal franzese, la quale gli tiene pieno il capo e la testa di volatiche, cosa che danno brutezza, facendo scorza e forfora; ma sopra la sua persona non sente sorte alcuna di dolore. Egli ha fatto medicamenti grandissimi, da prima del male, rinfrescativi, e poi l'ha curato come mal franzese, e mai non ha potuto guarire; cosa che fa credere che non sia mal franzese, poi che non cede a'medicamenti se non quanto l'evacuazioni e la dieta scemano gl'umori. Ritornando da Mantova, ove era stato alle feste, si ferm in Bologna, per esperimentare un medicamento propostoli per cosa buonissima, il quale non gl'ha fatto giovamento pi che tanto. Perci gl' venuto volont far prova de'medici di Padova; e sapendo quanto io sia servitore di V. S., mi ha pregato che io intenda da lei quanto V. S. intender dalla sua lettera, la quale io le mando alligata(402). Perci la prego che mi voglia far grazia, quanto prima, avvisarmi quello ch'ella dice intorno a ci che desidera sapere questo gentilhuomo da lei.
 arrivato qua un libro di un Tommaso Botio(403), scritto contro a'medici razionali, dic'egli, ed alcuno  parso che vi sia qualcosa di considerazione. Di grazia, V. S. mi dica che huomo e'sia stimato da lei e dagl'alt[ri], e se, stante che gl'altri medici non arrivano al male di D. Vincenzio, questo, che ha del nuovo, se sarebbe il caso suo. Le bacio le mani, e 'l Sig.r Andrea(404) ancora, il quale  dietro a mettere in ordine l'ode e qualch'altra cosa per mandarla a V. S. Nostro Signore la feliciti.

Di Firenze, il d 5 di Agosto 1608.
Di V. S. molto Ill.e
Serv.re Aff.mo
Aless. Sertini.

Fuori: [Al] molto Ill.e ed Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei,
Alla Corte.



197..

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO [ad Artimino].
Firenze, 18 agosto 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIX, n. 111. - Autografa.

Molto Ill.re Sig. mio,

O questa s ch' giuliva, che le lettere e scritture che io inviai gioved a V. S., sieno ite male. Io diedi il plico alla posta al Sig. Brunacchi, al quale haveva dato l'altre lettere, e mi disse che ne arebbe fatto il servizio.  possibile che a quest'otta V. S. le abbia havute, e vedr essere scritta la lettera sino di gioved, il qual giorno, come io le ho detto, le detti alla posta. Ora, se la fortuna si accorda per far apparir maggiore la mia colpa, io non ne posso far altro; ed  un pezo ch'io sapeva che a me non era ella troppo amica. Ma io voglio presuporre che V. S. a quest'otta l'abbia ricevute, perch, essendovi occasione sera e mattina di huomini che si spediscono costass, quando sia avvenuto che 'l Brunacchi, a chi io le diedi, se le dimenticasse gioved sera e anche venerd, l'avr mandate il sabato.
Ho inteso che costass si ritrova un giovane de'Ciampoli(405), allievo del Sig.r Gio. Bat. Strozzi, conosciutissimo da me e degno d'ogni bene e d'ogni lode per le virt sue e d'ogni onore, e intendo che si trattiene assai con V. S.: per io non vorrei ch'ella, se non  seguito sin ora, mi menzionasse seco per conto di poesie, dico di haverne mandate a lei perch le facesse vedere a S. A. S.. La ragione , perch'io non mi curo di andare in bocca del popolo per questa via, e mi sono trovato dal Sig. Gio. B. e da lui ho inteso del Ciampoli, e non gli ho volsuto dir nulla n di me n del Sig. Andrea(406); perch di me non mi curo che si sappia, e di quell'altro anche non giudico bene fare gli stiamazzi, ed egli anzi non se ne cura e massime col Sig. Giob., che intendo che ha martello, per conto del Ciampoli, del Sig. Andrea. Serva a V. S. per avviso.
Di grazia, mi avvisi se ha poi ricevute le lettere, e mi tenga in sua grazia e comandi.

Di Firenze, 18 di Agosto 1608.
Di V. S. molto Ill.e ed Ecc.mo
Ser.e Aff.mo
Alessandro Sertini.

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo
Sig.r Galileo Galilei,
Alla Corte.



198..

PIETRO DUODO a GALILEO in Firenze.
Padova, 30 agosto 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n. 81. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re ed Ecc.mo Sig.r

La lettera con la quale ha piacciuto a V. S. Ill.re ed Ecc.ma di honorarmi, a me  riuscita carissima, perch ho conosciuto in lei un non so che d'individuo verso di me, che so non esser cos commune con tutti; e per, s come l'assicuro di corrisponderle per ogni verso, cos l'accerto appresso, non mi si rappresenter mai occasioni di farle servitio, che non lo faccia.
A quel Ser.mo Principe bascio humilmente le mani per l'amorevole affettione che dimostra di portarmi e per la memoria che resta servito di serbar di me; e mi far favore, con occasioni, rallegrarsi con sua Altezza Ser.ma delle sue auguste nozze(407), et le prego da Dio tutti quegl'effetti felicissimi che si hanno conceputo nell'animo. Io non ardisco dirle cosa alcuna delli Serenissimi Gran Duca e Gran Duchessa; ma se, in congiontura, potesse fare un simil offitio con essi, mi sarebbe gran favore, essendo io obligatissimo a l'un e l'altro delle loro Altezze per favori cos estraordinarii, che in diverse occasioni ho ricevuto dalle loro mani.
Li figliuoli(408) stanno bene, e le rendono i saluti quadruplicati. Studiano, et l'attendono al tempo promesso: et nel resto le auguramo ogni compita felicit.

Di Padova, li XXX Agosto 1608.
Di V. S. Ill.re ed Ecc.ma
Aff.mo per ser.la
Piero Duodo.

Fuori: All'Ill.re Sig.r
L'Ecce.mo Sig. Galileo Galilei.
Fiorenza.


199.

GALILEO a CRISTINA DI LORENA [in Firenze].
Firenze, settembre 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 29 e 30. - Bozza autografa.

Mad.ma Ser.ma

Essendo questa delle felicissime nozze del Ser.mo Principe, figliuolo di V. A. S. et nostro amatissimo Signore, la prima occasione per la quale tutta l'universit de i suoi fedelissimi servi et vassalli, chi con uno et chi con altro segno di amore, di fedelt, et di obedienza, comparendo innanzi alla sua Ser.ma Altezza, dimostri il vero et vivo giubilo che sente nel vedersi(409) per s fortunata copula stabilire la speranza di perpetuarsi sotto cos dolce et soave governo; parmi che S. A. S., in risposta di cos grati affetti, dovesse all'incontro con qualche esplicante segno manifestare a quelli l'interno affetto suo, la innata sua humanit et la sua singolar protezione, con la quale abbraccia et  per abbracciare tutto il popolo dalla Divina Providenza sotto il suo governo et patrocinio costituito. Et questo per avventura potr l'A. S. fare, se comparendo nel cospetto publico di tutto il concorso de i suoi vassalli, spiegher misteriosamente nella sua impresa, non carattere che denoti qualche suo pi particolare affetto, ma s bene che sia simbolo il quale gl'animi di tutti universalmente venga a consolare, con l'assicurargli della celeste piet che nell'humanissimo suo petto risiede, con la quale  per protegergli sempre et per sempre sollevargli, rendendosegli grati, obedienti et fedeli pi con l'amore et con la carit, che col timore o con la forza. Tale et s generoso pensiero parmi che acconciamente possa esplicarsi col figurare per corpo dell'impresa una palla di calamita, dalla quale pendano molti ferri da essa sostenuti, aggiugnendovi il motto Vim facit amor: il cui senso allegorico , che s come quei ferri dalla calamita sono contro la propria inclinazione(410) mossi all'in su et sostenuti in alto, ma per con(411) una quasi amorosa violenza, avventandosi l'istesso ferro avidamente a quella pietra et quasi di volontario moto correndovi, s che dubbio ancor resti se pi la forza della calamita o il naturale appetito del ferro o pure un amoroso contrasto d'imperio et di obedienza cos tenacemente ambedui congiunga; cos l'affetto cortese et pio del Principe, figurato per la pietra, che a sollevare et non ad opprimere i suoi vassalli solamente intende, fa che quelli, rappresentati per i ferri, ad amarlo et obedirlo si convertino. Che poi per la palla di calamita acconciamente si additi la persona del Ser.mo Principe,  manifesto: prima, per esser le palle antica insegna della Casa; in oltre, essendosi da grandissimo filosofo diffusamente scritto, et con evidenti dimostrazioni confermato, altro non essere questo nostro mondo inferiore, in sua primaria et universal sustanza, che un gran globo di calamita, et importando il nome Cosmo il medesimo che mondo, potrassi(412) sotto la nobilissima metafora del globo di calamita intendere il nostro gran Cosimo. Parmi altres che non meno acconciamente venghino da i ferri pendenti dalla pietra circonscritti i devotissimi vassalli di S. A. S.; perch se il ferro solo  quel metallo dalla cui durezza si traggono le pi salde armi, s per la difesa nostra come per l'offesa dell'inimico, chi non sa che nelle mani, nel cuore et nella fede de i sudditi  riposta ogni difesa et sicurezza del principe et de'suoi stati? Questa dunque, Madama S.a, quando cos paia al suo purgatissimo giudizio, potr esser l'impresa con la quale, a consolazion de i suoi popoli, in questa universale allegrezza, potr il Ser.mo Principe scoprire quale egli voglia essere verso i suoi sudditi, et quali egli desidera che si mantenghino loro verso di esso. Et quando volesse l'A. V. mantener vivo nelle memorie de i suoi vassalli questo pensiero, potria in questa occasione fare stampar medaglie d'argento et d'oro, dove da una parte fusse questa impresa col suo motto, et dall'altra intorno a l'imagine del S. Principe quest'altro: Magnus Magnes Cosmos, che nel senso literale altro non dice se non che il mondo sia una gran calamita, ma sott'altro senso dichiara l'impresa.



200..

PIETRO DUODO a GALILEO in Firenze.
Padova, 10 ottobre 1608.

Bbl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n. 77. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r

Ricevo gran consolatione dalle lettere di V. S. Ill.re et Ecc.ma poich in esse scuopro l'amor che mi continua; di che la ringratio infinitamente, assicurandola che l'amor suo  benissimo corrisposto et con altrettanto desiderio di servirla; quando si compiacer valersi di me.
Ho salutato li figliuoli(413), li quali gli rendono molte gratie et la rissalutano doppiamente. Intanto le desidero felicit, et me le raccomando.

Di Padova, li X Ottobre 1608.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
S.r Galileo.
Aff.mo per ser.la
Piero Duodo.


Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.r
Il Sig.r Galileo Galilei.
Fiorenza.



201.

CURZIO PICCHENA a GALILEO in Padova.
Firenze, 18 dicembre 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 127. - Autografa.

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Quando V. S. era sul partir di qua, io le dissi che poi per lettera havrei replicato alcune cose a quel che scrisse a V. S. il suo amico di Verona(414) intorno alla nascita della mia figliuolina(415), perch da questo io son venuto in dubio che forse l'hora non sia giusta.
Prima egli dice, che quest'anno corrente ella correva pericolo della vita, massimamente nel mese di Settembre: et a questo io dico, che la detta figliuola non ha mai havuto male di considerazione; et gi si trova presso alla fine dell'undecimo mese. Poi dice ch'ella havr roba da'suoi parenti ecclesiastici: et io rispondo che non mi resta parente alcuno, donde a lei possa venir roba n anche di qui a cent'anni, n dal canto mio n di mia moglie. Stante adunque il dubio che l'hora non sia giusta, riceverei per favore da V. S. che il suo amico vedesse se si pu aggiustare dall'istesso tempo della nascita, perch intendo che la figliuola nacque in modo, che per mezz'hora o pi fu tenuta per morta o che in breve spazio dovesse morire, perch era nera et non faceva quasi movimento alcuno n segno di vita, fintanto che, lavatala nella malvaga calda, ella rinvenne: et questo pericolo avvenne perch nacque vestita et col tralcio avvolto intorno al collo, che quasi l'haveva soffocata. Da tale accidente potette forse avvenire che si tard un poco a dar avviso della nascita a quelli che stavano fuor della camera per notar l'hora. Et il sopradetto pericolo mi par assai notabile per poter rettificare la nativit, non essendocene fin hora occorso alcun altro. Con questa occasione ricordo a V. S. il mio solito desiderio di servirla, et le bacio la mano.

Da Fior.za, alli 18 di Dicembre 1608.
Di V. S. molto Ill.re
Aff.mo Serv.re
Curzio Picchena.

Fuori, d'altra mano: Al molt'Ill.re Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo [.....] Matematico nello Studio di
Padova.


202.

GALILEO a CRISTINA DI LORENA in Firenze.
Padova, 19 dicembre 1608.

Bibl. Naz. Fir., Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 31. - Autografa.

Ser.ma Mad.ma

Il benignissimo affetto che da diversi segni ho scorto in V. A. S. verso la persona mia, mi presta di presente ardire di supplicarla con ogni maggiore humilt, che voglia esser servita di favorire Mess. Benedetto Landucci mio cognato, il quale li porger la presente, a presso S. A. S.ma, s che resti graziato di ottenere quanto in un suo memoriale domanda; assicurandola che in diligenza et fedelt da niun altro lor vassallo sar superato, et raccomandandoli la povera sua famiglia, che per tale aiuto sar dalle lunghe sue miserie sollevata, che  opera prima della somma bont di V. A. S.: di che et essa bisognosa famiglia nelle sue calde orazioni a presso Dio ne le render merito, et io in perpetuo gliene haver quell'obligo istesso che se nella mia propria persona fusse tal benefizio stato conferito. Et con ogni humilt inchinandomi all'A. V. S., reverentemente li bacio la vesta, et da Dio li prego il colmo di felicit.

Di Padova, li 19 di Dicembre 1608.
Di V. A. S.
Hum.mo Servo
Galileo Galilei.

Fuori, d'altra mano: Alla Ser.ma Gran Duchessa di Toschana, mia Signora.
Firenze.



203.

CRISTINA DI LORENA a GALILEO in Padova.
Firenze, 8 gennaio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 19. - Autografa la firma.

Mag.co nostro Dilett.mo

Noi non mancheremo d'havere in particolare raccomandazione Benedetto Landucci, vostro cognato, nelle occasioni che si presenteranno proporzionate alla persona sua. Et perch nell'offizio che egli specificatamente chiedeva(416) non  stato luogo per lui, essendo gi dal Gran Duca stato promesso, egli si potr ricordare in qualche altra cosa, conservando Noi la nostra solita buona volont verso il vostro merito. Et Dio vi conservi.

Da Fiorenza, alli 8 di Gennaio 1608(417).

Galileo Galilei.

[vedi figura 203.gif]
Fuor: Al Mag.co nostro Dilett.mo
Mess. Galileo Galilei, Lettore di Matematica nello Studio di
Padova.



204.

GALILEO a CRISTINA DI LORENA [in Firenze].
Padova, 16 gennaio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 33. - Autografa.

Ser.ma Mad.ma et Mia Sig.ra Col.ma

Per calculare con le tavole Pruteniche et emendare il moto del sole con quelle di Tico Brae per l'uno et per l'altro delli due tempi dubbii del nascimento del Ser. G. D., mi  bisognato consumar tanto tempo, che non prima di adesso ho potuto assicurarmi a dire a V. A. S. cosa alcuna di resoluto circa il suo dubbio. Hora li dico, che confrontando li accidenti decorsi con l'uno et con l'altro tema, mi par assai pi conforme alle regole il credere che S. A. S. nascesse li 30 di Luglio del 1549, che li 19 di Luglio del 1548; tal che S. A. S. corra adesso l'anno cinquantesimo nono, et non il sessantesimo, et sia del suo climaterico nono il principio fra due anni e mezzo, et non fra 18 mesi: il quale anco spero che S. A. S. sia per superare felicissimamente, col favore di Sua Divina Maest, nelle cui mani principalmente risiede il governo di quelli che ha destinati a reggere i popoli. Intanto, inchinandomi con ogni humilt a V. A. S., li bacio la vesta, et dal Signore Dio li prego il colmo di felicit.

Di Pad.a, li 16 di Gen.o 1609.
Di V. A. S.
Humiliss.o et Oblig.mo Servo et Vass.lo
Galileo Galilei.

Fuori: Alla Ser.ma G. Duchessa di Toscana,
mia Sig.ra et Pad.na Col.ma



205..

CURZIO PICCHENA a GALILEO in Padova.
Firenze, 31 gennaio 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n. 20. - Autografa.

Ill.re S.r mio Oss.mo

Se bene il Gran Duca haveva quasi destinato et promesso a un altro quel luogo che chiese il cognato di V. S.(418), poich era stato dato ad intendere a S. A. che egli non era atto ad esercitarlo, non di meno Madama Ser.ma s' messa di nuovo a farne gagliardo offizio, s che oggi, nella consulta degli Auditori, il luogo gli  stato dato(419): et Madama mi ha commesso di farlo sapere a V. S., s come faccio. Et di cuore la saluto, et le bacio la mano.

Di Firenze, alli 31 di Gen.o 1608(420).
Di V. S. Ill.re
Aff.mo Ser.re
Curzio Picchena.

Fuori: All'Ill.re S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo [Galilei], Lettore di Matematica.
Padova.



206.

GALILEO a CRISTINA DI LORENA [in Firenze].
Padova, 11 febbraio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV. car. 35. - Autografa.

Mad.ma Ser.ma et mia Sig.ra Col.ma

La difficult attraversatasi nella resoluzione del negozio di Mess. Benedetto Landucci, mio cognato, ha partorito dui buoni effetti: l'uno, che ha porto occasione a loro A. S.me di accertarsi delle honeste condizioni di detto mio cognato; et l'altro, di dimostrare a me come, sopra ogni mio merito, hanno in considerazione la mia devotissima et humilissima servit: onde io devo doppiamente ringraziare Iddio et la loro benignit, che non meno cortesemente che prudentemente hanno disposto di quello uffizio ad utile et commodo di detto mio parente. Io rendo dunque grazie infinite a V. A. S. per la benigna intercessione apresso il Ser.mo G. D.: n potendo altro per adesso derivare dalla mia debolezza che un purissimo affetto di devozione, con questo humilissimamente mi inchino alle loro A.e S.me, nominando il mio obbligo perpetuo, et pregandoli da Dio il colmo di felicit.

Di Pad.a, li 11 di Febbraio 1609.
Di V. A. S.ma
Dev.mo et Hum.mo Servo et Vassallo
Galileo Galilei.

Fuori: Alla Ser.ma G. Duchessa di Toscana,
mia Sig.ra Col.ma



207.

GALILEO ad [ANTONIO] DE'MEDICI in Firenze.
Padova, 11 [febbraio] 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 19. - Autografa.

Ill.mo et Ecc.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ho inteso minutamente da Mess. Benedetto Landucci, mio cognato, il cortesissimo affetto col quale V. E. Ill.ma si  mostrato favorevole nella consecuzione della grazia domandata da quello, et finalmente, con l'aiuto del suo favore, ottenuta(421): onde io ne le rendo grazie infinite, et l'accerto che in quanto la debolezza delle mie forze si estender, non mi haver V. E. Ill.ma a posporre ad alcuno de i suoi pi pronti et fedeli servitori.
Mi ordina in oltre mio cognato, che io deva scrivere a V. E. qualche cosa di nuovo intorno a i miei studii, sendo tale il suo desiderio; il che ricevo a grandissimo favore, et mi  stimolo a speculare pi del mio ordinario. Onde [.... ]ere(422) a V. E., come dopo il mio ritorno di Firenze sono stato occupato in alcune contemplazioni et in diverse esperienze attenenti al mio trattato delle meccaniche(423); [n]el quale ho speranza che la maggior parte saranno cose nuove, n da altri state tocche per addietro. Et pure ultimamente ho finito di ritrovare tutte le conclusioni, con le sue demostrazioni, attenenti alle forze et resistenze de i legni di diverse lunghezze, grossezze et figure, et quanto sian pi debili nel mezo che negli estremi, et quanto maggior peso sosterranno se quello sar distribuito per tutto il legno che in un sol luogo, et qual figura doveria havere acci fusse per tutto egualmente gagliardo: la quale scienza  mol[to] necessaria nel fabricar machine ed ogni sorte di edifizio, n vi  alcuno che ne habbia trattato. Sono adesso intorno ad alcune questioni che mi restano intorno al moto de i proietti, tra le quali molte appartengono a i tiri dell'artiglierie: et pure ultimamente ho ritrovata questa, che ponendo il pezzo sopra qualche luogo elevato dal piano della campagna, et appuntandolo livellato giusto, la palla uscita del pezzo, sia spinta da molta o da pochissima polvere o anco da quanta basti solamente a farla uscir del pezzo, viene sempre declinando et abbassandosi verso terra con la medesima velocit, s che nell'istesso tempo, in tutti i tiri livellati, la palla arriva in terra; et siano i tiri lontanissimi o brevissimi, o pure anco esca la palla del pezo solamente e caschi a piombo nel piano della campagna. Et l'istesso occorre ne i tiri elevati, li quali si spediscono tutti nell'istesso tempo, tuttavolta che si alzino alla medesima altezza perpendicolare: come, per essempio, i tiri aef, agh, aik, alb, contenuti tra le medesime parallele cd, ab, si spediscono tutti nell'istesso tempo;

[vedi figura 207.gif]

et la palla consuma in far la linea aef tanto tempo, quanto nella aik, et in ogn'altra; et in consequenza le loro met, ci  le parti ef, gh, ik, lb, si fanno in tempi eguali, che rispondono a i tiri livellati. Nella materia delle aqque et degl'altri fluidi, parte ancor lei intatta, ho parimente scoperte grandissime propriet della natura; ma non mi basta l'angustia del tempo a poterle scrivere al presente, dovendo spedir molte altre lettere. Mi riserver dunque a maggior oportunit a dir a V. E. 3 o 4 conclusioni et effetti veduti et gi provati da me, che avanzano di meraviglia forse le maggiori curiosit che sin hora siano state cercate da gl'huomini. Ma tanto basti per hora.
Restami a supplicar V. E. Ill.ma conservarmi quel luogo nella sua grazia, che la sua somma bont mi ha sin qui conceduto, assicurandosi che ha un servitore che di devozione non cede ad alcuno altro. Et per fine, inchinandomegli con ogni reverenza, li bacio le mani, et [....] Dio somma felicit.

Di Pad.a, li 11 [....] 609.
Di V. E. Ill.ma
Ser.re Dev.mo et Oblig.mo
Galileo Galilei.

Fuori,: All'[...]re et Pad.ne
[...] Medici.
Firenze.



208.

GALILEO a COSIMO II DE'MEDICI, Granduca di Toscana, [in Firenze].
Padova, 26 febbraio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 31. - Autografa.

Ser.mo G.D.ca, mio Sig.re e Pad.ne Col.mo

Con le medesime lettere mi  arrivata l'acerba nuova della morte del Ser.mo G. D. Ferdinando, di gloriosa memoria, et l'avviso della coronazione di V. A. S.ma; onde io nell'istesso tempo mi dorr dell'una, e mi rallegrer dell'altro, con l'A. V. Et il dolore di s gran perdita deve invero esser comune di tutta la Cristianit, essendo mancato un Principe, il cui prudentissimo governo era specchio a gl'altri potentati: doviamo per consolarci nel voler divino, il quale, vedendo la sua gloria esser arrivata a quel segno oltre il quale non si d passaggio tra le grandezze terrene, l'ha volsuto condurre alla destinata beatitudine celeste, della quale non possiamo dubitare, havendo Sua Divina Maest con lunga serie di felicissimi successi reso certo il mondo della stima che Ella faceva di un tanto Principe; et ha non meno provisto i suoi sconsolati vassalli di un presentaneo conforto, scoprendo nell'Altezza V. S.ma, tra i primi fiori dell'et sua, frutti di senno maturo, che hanno di gi dato materia di far parlar di loro, e non senza stupore, a i popoli lontani; ma non gi nuovi a me, che, havendo per mia benigna fortuna et per humanit di V. S. A. hauto tante volte grazia di essergli appresso, havevo pi e pi volte letto nel suo silenzio l'altezza de i pensieri, che ella custodiva per questo tempo. Io supplico l'A. V. S.ma, che essendo ella stata costituita da Dio per comune rettore di tanti suoi devotissimi vassalli, non sdegni tal volta di volgere anco verso di me, pur uno de i suoi pi fedeli et devoti servi, l'occhio favorevole della sua grazia; della quale devotamente la supplico, mentre con ogni humilt me gl'inchino et bacio la vesta. Il Signore Dio gli conceda il colmo di felicit.

Di Pad.a, li 26 di Febraio 1609.
Di V. A. S.
Humil.mo et Dev.mo Servo et Vassallo
Galileo Galilei.

Fuori: Al Ser.mo Don Cosimo Medici,
G. D. di Toscana, mio Sig.re e Pad.ne Col.mo



209.
GALILEO al "S. VESP." [in Firenze].
[Padova, febbraio 1609].
.
Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 111. - Minuta autografa.

La lettera(424) di V. S. per molti rispetti mi  stata gratissima: prima, col rendermi testimonianza della memoria che tiene il Ser.mo G. D., mio Signore, di me; poi, con l'accertarmi della continuata affezione dell'Ill.mo S. . Pic.(425), da me infinitamente stimata, come anco dell'amore di V. S., il quale, facendogli prendere a quore i miei interessi, l'induce cos cortesemente a scrivermi intorno a particolari di gran momento. De i quali uffizii et a l'Ill.mo S. Enea et a V. S. io resto perpetuamente obligato, et gliene rendo grazie infinite; et parmi debito mio, in segno di quanto io gradisca tanta cortesia, slargarmi con le SS.e loro intorno a i miei penseri et a quello stato di vita nel quale sarebbe mio desiderio di passar quelli anni che mi restano, acci che in altra occasione, che si presentasse all'Ill.mo S. Enea, possa con la sua prudenza et destrezza rispondere pi determinatamente al Ser.mo nostro Signore: verso la cui Altezza, oltre a quel reverente ossequio(426) et humilissima obedienza che da ogni fedel vassallo gli  dovuta, mi trovo io da cos particolare devozione, et siami lecito dire amore (perch n anco Idio stesso altro affetto richiede in noi pi che l'amarlo), inclinato, che, posto da banda ogn'altro mio interesse, non  condizione alcuna con la(427) quale io non permutasse la mia fortuna, quando cos piacere intendessi a quell'Altezza; s che questa sola risposta potria bastare ad effettuare ogni resoluzione, che a quella piacesse di prendere sopra la persona mia. Ma quando S. A., come  credibile, colma di quella humanit e cortesia che tra tutti gl'altri principi la rendono, et sempre pi renderanno, riguardevole, volesse col suo servizio accoppiare ogn'altra mia satisfazione, io non rester di dire, come havendo hormai travagliato 20 anni, et i migliori della mia et, in dispensare, come si dice, a minuto, alle richieste di ogn'uno, quel poco di talento che da Dio et da le mie fatiche mi  stato conceduto nella mia professione; mio pensiero veramente sarebbe conseguire tanto di oio et di quiete, che io potessi condurre a fine, prima che la vita(428), 3 opere grandi che ho alle mani, per poterle publicare(429), et forse con qualche mia lode et di chi mi havesse in tali imprese favorito, apportando per avventura a gli studiosi della professione et maggiore et pi universale et pi diuturna utilit di quello che nel resto della vita apportar potessi(430). Otio maggiore di quello che io habbia qua, non credo che io potessi havere altrove, tuttavolta che et dalla publica et dalle private letture mi fusse forza di ritrarre il sostentamento della casa mia; n io volentieri le eserciterei(431) in altra citt che in questa, per diverse ragioni che saria lungo il narrarle: con tutto ci n anco la libert che ho qui(432) mi basta, bisognandomi a richiesta di questo e di quello consumar diverse hore del giorno, et bene spesso le migliori. Ottenere da una Repubblica, bench splendida et generosa, stiendii senza servire al publico, non si costuma, perch per cavar utile dal publico bisogna satisfare al publico, et non ad un solo particolare; et mentre io sono potente a leggere et servire, non pu alcuno di Republica esentarmi da questo carico, lasciandomi li emolumenti: et in somma simile comodit non posso io sperare da altri, che da un principe assoluto.
Ma non vorrei, da quanto ho sin qui detto, parere a V. S.(433) di haver pretensioni irragionevoli, come che io ambissi stipendii senza merito o servit(434), perch non  tale il mio pensiero. Anzi, quanto al merito, io mi trovo haver diverse inventioni, delle quali anco una sola, con l'incontrare in un principe grande che ne prenda diletto, pu bastare(435) per cavarmi di bisogno in vita mia,mostrandomi l'esperienza, haver cose per avventura assai meno pregiabili apportato a i loro ritrovatori comodi grandi: et queste  stato sempre mio pensiero proporle, prima che ad altri, al mio Principe et Signore naturale, acci sia in arbitrio di quello dispor di quelle et dell'inventore a suo beneplacito, et accettare, quando cos gli piaccia, non solo la pietra, ma anco la miniera, essendo che io giornalmente ne vo trovando delle nuove; et molte pi ne troverei, quando havessi pi otio et pi comodit di artefici, dell'opera(436) de  quali mi potessi per diverse esperienze prevalere. Quanto poi al servizio cotidiano, io non aborrisco se non quella servit meretricia di dover espor(437) le mie fatiche al prezzo arbitrario di ogni avventore; ma il servire qualche principe o signore grande, et chi da quello dependesse(438), non sar mai da me aborrito, ma s bene desiderato et ambito.
Et perch V. S. mi tocca alcuna cosa intorno all'utilit che io traggo qua, gli dico come il mio stipendio publico  fiorini 520, li quali tra non molti mesi, facendo la mia ricondotta, son come sicuro che si convertiranno(439) in tanti (; et questi gli posso largamente avanzare, ricevendo grand'aiuto(440), per il mantenimento della casa, dal tenere scolari et dal guadagno delle lezioni private, il quale  quanto voglio io. Dico cos, perch pi presto sfuggo il leggerne molte, che io lo cerchi, desiderando infinitamente pi il tempo libero che l'oro; perch somma di oro tale che mi possa render cospicuo tra gl'altri, so che molto pi difficilmente potrei aqquistare, che qualche splendore da i miei studii.
Eccovi, S. Vesp. mio gentilissimo, accennati succintamente i miei pensieri: del quale avviso potr V. S., se cos sar oportuno, far partecipe l'Ill.mo S. Enea, del favore del quale, insieme con quello dell'Ill.mo S. Silvio(441), so quanto mi posso promettere, et a quello solo ricorrerei in ogni occorrenza.
Intanto prego V. S. a non comunicar con altri quanto ho conferito seco, etc.



210..

PIETRO DUODO a GALILEO in Padova.
Venezia, 6 marzo 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n. 75. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re

Troppo mi favorisce V. S. molto Ill.re et Ecc.ma con le sue lettere e con la continuatione che vedo in lei del desiderio del bene de'miei nepoti(442); di che certo le portiamo quell'obligo ch'ella pu per sua prudenza imaginarselo. Quanto a quello che mi scrive, io le dir il mio senso, rimettendo per tutto alla sua prudenza. Per me io credo che sia bene proseguir l'opera fino alli sei libri d'Euclide, per spalancar loro la porta a tutte le sorte delle matematiche; e se bene a'figliuoli pare forse aspro, ci non deve parer novo, perch sono di questa natura, che facilmente intraprendono le cose e facilmente le lasciano: e questo  un habito cattivo, n bisogna lasciar far radice, perch questa sarebbe una strada di fare che non sapessero mai cos'alcuna; oltrech a me non piacciono le cose imparate per met, che vuol dire un saper nulla. Questo  quello che posso dire a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, rimettendo a lei per, che  su 'l fatto, quello che la stimar meglio di fare; e potr inanimarli con la sua destrezza, mostrando che habbi parlato con me qui a Ven.a e che mi sii doluto del poco progresso, e con quel di pi che le parer: e se vorr che le scrivi alcuna lettera, perch la possi mostrare, io lo far quando mi aviser, perch chi in questa et non d la spinta alla barca, tardi in altro tempo si affaticaremo. V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi conservi in sua grazia; et le offero, in tutto quello che posso, il mio servitio.

Di Ven.a, li 6 Marzo 1608(443).
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Il S.r Galileo Galilei.
Ser.re Aff.mo
Piero Duodo.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r,
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



211.

ALESSANDRO DE'MEDICI a GALILEO in Padova.
Firenze, 6 marzo 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 117. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.te Sig.r mio Oss.o

Il dolore della perdita di s gran Signore sarebbe veramente insopportabile, per cos dire, se non venisse mitigato da speranza pi che ordinaria del valore, bont et clemenza del Ser.mo nostro Padrone nuovo: et in vero sino al d d'hoggi ha dati presagi tali, che ciascheduno non solo l'ama cordialmente, ma l'ammira straordinariamente. Piaccia a N. S. di prosperarlo, et dargli gratia che risponda con gli effetti al nobilissimo concetto che tutti hanno di esso. Io poi non mancher con bona occasione fare quanto V. S. mi comette con S. A. S.; et so chiarissimo che stima il suo valore, et spero che glie lo mostrer in ogni occasione.
Circa alle nove della Corte, non saprei altro che dirgli, salvo che S. A. S. ha confermato tutto il servitio di suo padre f. m. nel'istessa maniera di prima, senza mutare niente in qual si voglia modo, o pochissimo alterando. Tutti gli amici salutano V. S. cordialmente, et io in particolare sono servitorissimo suo. Il Cielo lo feliciti.

Di Fior.a, 6 di Marzo 1608(444).
Di V. S. molto Ill.e et Ecc.te
Ser.re Aff.mo
Aless.o Medici.

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.te Sig.r
Galileo Galilei, mio Oss.o, a
Padova.


212.

COSIMO II DE'MEDICI, Granduca di Toscana, a GALILEO in Padova.
Firenze, 7 marzo 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 21. - Autografa la firma.

Don Cosimo
Gran Duca di Toscana, etc.

Mag.co nostro Dilettiss.mo

Li vostri affetti per la morte del Ser.mo Gran Duca Ferdinando, mio Signore et Padre, che habbia il Cielo, et per la mia successione, vengono graditi da Noi carissimamente, perch sono sincerissimi. Et portandovi noi benevolenza et tanto maggiore inclinatione, quanto sappiamo per prova il merito delle vostre virt, vi certifichiamo che siamo per mostrarvene segni nell'occasioni di vostro commodo, contento et honore. Et il Signore Dio vi prosperi et conservi.

Di Firenze, li VII di Marzo 1608(445).
Galileo Galilei.
Il Granduca di Tosc.a

Fuori: Al Mag.co Galileo Galilei,
Nostro Dilett.mo
Padova.



213..

GALILEO ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA in Venezia.
Padova, 9 marzo 1609.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: Atti 1 1597-1609. Riformatori dello Studio di Padova, n. 419. - Autografa.

Ill.mo Sig.re e Pad.ne Col.mo

Fu da prudentissima determinazione de i primi ordinatori di questo Studio ordinato, che la lettura delle Matematiche, al presente da me esercitata, fusse letta in un'hora sola, n da altre letture occupata, acci che i medici et filosofi, bisognosi di molte cognizioni che da questa sono loro sumministrate, potessero, senza perdere altre lezioni, ascoltar questa; et si accomod il Mat.co a legger dopo tutte le altre hore, per non impedire, n medici n filosofi, che tutte le altre hore tengono occupate(446). Hora, non so da qual cagione mosso, l'Ecc.mo S. Bimbiolo(447), dopo l'haver sin hora letto all'hora sempre sua consueta, et pure nell'ultima sua ricondotta riassegnatali da la parte dell'Ecc.mo Senato,  venuto in pensiero di voler leggere all'hora mia, con notabilissimo disturbo della mia lezione et danno de i miei scolari, li quali, sendo la maggior parte medici, non possono ascoltar quella senza perder la mia; onde mi  parso necessario dar conto a loro Ill.mi et Ecc.mi SS.i Riformatori di questo disordine, et supplicarle che voglino esser servite di prendere sopra ci quella provvisione che alla prudenza loro parr oportuna per restituir le cose nel loro ordine et rimuovere ogni confusione: perch in effetto, da 17 anni in qua che io leggo in questa catedra, nissuno ha mai letto all'hora deputata alla mia lettura, salvo che il medesimo Ecc.mo S. Bimbiolo due anni fa alcuni pochi mesi, taciuti da me per havermi dato parola di esser per ridursi alla sua hora consueta, s come haveva fatto, poi che tale  il comandamento dell'Ecc.mo Senato. Io non mi estender in altro, rimettendomi al giustissimo et prudentissimo parere delle loro S.e Ill.me et Ecc.me, le quali son sicuro che regoleranno il tutto con ottimo consiglio. Et con ogni humilt li fo reverenza, et prego da Dio somma felicit.

Di Padova, li 9 di Marzo 1609.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Abbli.mo et Dov.mo
Galileo Galilei.



214..

PIETRO DUODO a GALILEO in Padova
Venezia, 10 marzo 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n. 79. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r

Con questa sar la lettera che V. S. molto Ill.re mi scrive(448), la quale sar indrizzata a lei, che potr mostrarla come le parer.
Scriver a Cattaro per quel suo soldato, e far quanto potr per suo servitio; n occorre che usi cerimonie meco, perch se mi vedesse il cuore, non lo vedrebbe risplender d'altro che di un affetto singularissimo di servirla, perch cos ella merita et io son obligato di farlo.

Di Ven.a, li X di Marzo 1608(449).
Di V. S. molto Ill.re
S.r Galileo Galilei.
Aff.mo ser.re
Pietro Duodo.

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.r
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



215..

PIETRO DUODO a GALILEO in Padova.
Venezia, 10 marzo 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n. 80. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Sono stati i figlioli questi giorni a Ven.a, et havendoli interogati nelle cose delle matematiche, vedo che ancora non havevano passato il primo di Euclide; e questo mi ha fatto dubitare che poco pensino a questo studio cos nobile et cos illustre, et io la voglio pregare a non stancarsi per questo, perch ogni ragion vuole che siino capaci del loro bene. Io mi vado pensando, che V. S. molto Ill.re  sii troppo dolce con loro; et qualche volta qualche ammonitione non sarebbe se non a proposito, perch sono di natura che vorrebbono saper tutto in un subito, e com'incontrano nelle cose difficili, si smarriscono, non sapendo essi che Iddio ha poste le virt sopra l'altissimo monte di sudori e di fatiche, senza le quali non occorre sperar di pervenire. Io voglio sperare in fine che, con li amorevoli raccordi et indrizzi di V. S. molto Ill.re, prenderanno cuore; e quando facessero altrimente, facilmente se ne accorgeremo(450). Io riposo sopra l'amore di V. S. molto Ill.re, e da questo spero tutto quel frutto che posso desiderare. E nel resto mi offero al suo servitio.

Di Ven.a, li X di Marzo 1608(451).
Di V. S. molto Ill.re
Ser. Aff.mo
Pietro Duodo.

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.r
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



216..

GIOVANCOSIMO GERALDINI a GALILEO in Padova.
Firenze, 12 marzo 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 119, - Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Non mancai subito fare il debito mio in presentare la lettera di V. S. al Ser.mo Gran Duca, e ci aggiunsi quelle parole che mi parse, come tanto caro amico che li sono. L'A. Ser.ma mi rispose con tanta humanit, che non si pu dir pi; e mi disse: "Scriveteli, che dove potr, vedr dall'effetti quanto l'amo", e altre parole molto amorevole, che ne ho preso di nuovo gran contento. Non mancai baciare le mani(452) all'Ill.mo Sig.re Silvio(453), Sig.re Cav.re Ferdinando(454), Sig.re Piovano, Sig.re Gonzaga(455), che tutti gnene rendano dupplicati, come fo io con ricordarmeli servitore e pregarla a degnarsi di comandarmi. E il Signore Iddio li dia ogni contento.

Di Fiorenza, il d 12 di Marzo 1608(456).
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma(457)
Serv.re Oblighat.mo
Giovancosimo Geraldini.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo
Il Sig.re Galileo Galilei.
Padova.



217.

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.
Roma, 4 aprile 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 93. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Col.mo

Hoggi sono otto d ch'io ricevei la lettera di V.S.dal S.r Lodovico Cigoli, nostro commune amico, pittore eccellentissimo, il quale se m'havesse portato il rittratto di V. S. fatto da lui, com'egli sa fare, portandola nel cuore, certo ch'egli m'havrebbe fatto cosa gratissima: ma poi che invece di quell'uno n'ho ricevuti due del bell'animo di V. S., fatti l'uno dalla sua scienza, l'altro dall'eloquenza, che sono la lettera et il teorema, parto del suo felicissimo ingegno, a quello del gran Siracusano (so ch'io non mento) di nulla inferiore; tanto questi mi sono pi cari et riguardevoli che non sarebbe quello, quanto la natural figura nel rappresentare le bellezze interne  inferiore alla favella, vero rittratto dell'animo.
Ma di tutto il diletto ch'io ho preso dalla lettera, quello che nella prima apparenza mi s' offerto,  il non essere io stato hora conosciuto da V. S. per altro, che per lo libro de'centri della gravit de'solidi(458): ch s'ella m'havesse riconosciuto per quell'antico amico et devotissimo servitore ch'io le sono, crederei ch'il giuditio, ch'ella fa de'miei componimenti, nascesse pi dall'affettione, che questa da quello, essendo questa tale, nell'eccesso dell'honorar gli ainici, scusa de gli errori del giuditio da niuno rigettata; con ch'io scusai li SS.ri miei amici Pompeo Caimo et Gio. Demissiano nel riferirmi in publico le lodi che V. S. m'havea date in Firenze, parendomi ch'eglino troppo le abbellissero. N che V. S. non m'habbia conosciuto per fama, giudicandomene degno, punto mi maraviglio, sapendo che la fama  di due sorti: l'una, figlia del volgo, nata per forza de'suoi stolidi gridi, la quale V. S. con ragione disprezza; l'altra  quella che nasce da pochi huomini et savi, che con la loro autorit et signoria naturale piegano et volgono a segno ragionevole lo sfrenato giuditio della plebe: et questa fama  stabile et degna del nome; l'altra, a guisa d'animale imperfetto, sorto dalle brutture della materia, oltraggiata dal tempo, a pena nata muore. Della prima maniera  la fama che V. S., per sua gratia, ha sparsa di me in coteste parti, et accresciuta quella ch'io haveva in queste. Dunque V. S. non potea conoscermi per fama, poi ella stessa la dovea partorire. Et bastarebbe a me l'intelligenza d'un savio per secolo, simile a V. S., senz'altra fama: la quale intelligenza, se si potesse por su le bilancie, mostrarebbe la leggierezza delle lodi popolari, et sanerebbe della pazzia coloro che le seguitano.
Ringratio dunque Dio che m'habbia fatto nascere et conservato fin hora in questi tempi, bench nemici di virt, poich per mia buona ventura godo dell'amicitia di V. S., persona di singolar bont, di scienze fornitissima, et di profondissimo ingegno. Laonde io ben conosco quanto gran favore V. S. mi fa, offerendomi la sua amicitia et la mia ricchiedendomi, che, come ho detto,  vecchia di molt'anni; et per non tenerla pi sospesa, io sono quel Luca Valerio, devoto suo servitore, ch'ella conobbe in Pisa appresso la felice memoria del S.r Camillo Colonna, quando per quelli ameni et ombrosi prati andavamo, in compagnia d'altri filosofi, bene spesso gridando et disputando insieme. Ringratio V. S. finalmente dell'amorevole proferta, che mi fa, di favorirmi d'altre sue pellegrine inventioni, il che desidero sommamente, pur che non sia delle piramidi; la qual materia io presi a trattare et ne ho gi finiti tre libri, et altri tre finiti nell'intelletto, n voglio di tal soggetto vedere inventioni d'altri: et in ci vinco me stesso, per non impigrire.
Il teorema di V. S. m' piaciuto al pari de'pi maravigliosi d'Archimede. L'ha letto ancora la S.ra Margarita Sarocchi, che fu gi mia discepola, donna dottissima in tutte le scienze et d'ingegno acutissimo; et giudica del facitore l'istesso che io, et a V. S. s'arricommanda, pregandola a farle gratia, s'ell'ha letti quei canti della Scanderbeide, suo poema heroico, che le furono tolti prima ch'ella li revedesse(459), di scrivermene il suo parere et quel che altri ne sentono cost, s come anch'io la prego. Et per non darle pi noia, a forza fo fine, riserbando quel che mi restava di dire ad altro tempo. Prego Dio la conservi sempre felice, et a me dia occasione di goder V. S. di presenza et di poterla servire; il che sar in ogni luogo et in ogni tempo, siccome ho fatto con la lingua, predicando il suo valore per tant'anni che non ci siamo revisti: s che dove V. S. mi vedr atto, facciami degno de'suoi commandamenti. Et le bacio le mani.

Di Roma, li 4 d'Aprile 1609.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Devotissimo
Luca Valerio.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.r Gallileo Gallilei, Lettor di Mattematica nello Studio di
Padoa.



218..

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Padova.
Roma, 9 aprile 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 100. - Autografa.

Ecc.mo Sig.r et Patron mio Oss.mo

Ricevei la sua lettera, et cos stracca la portai a il Sig.r Luca Valerio, il quale si mostr molto a V. S. affezionato, ricordandosi di quando eri a Pisa, che andavi cos fieramente disputando sopra molte belle cose gustose, delle quali dice il Sig.r Luca non c'essere con chi conferirne, se non di cose che abbino per fine lo empiere la borsa. Ora dice che  finito una altra opera di cose bellissime, la quale sar un poco pi intelligibile et facile del'altra, et che presto la dar fuori. Non so se  dato risposta a V. S., perch me ne sono stato tutta la settimana a S.o Pagolo, l dove  dato principio alla maggior tavola, et per no l' pi rivisto; anzi cercho di spedirmi, per fuggire poi la malaria, che vi porta la state, et tornarmene a Roma, per ispedirmi di alcuni quadri che io ci  cominciati, perch, s'io posso, me ne vo'venire a vedere cotesti paesi, et imparticolare V. S., la quale sopra tutte desidero di vedere et servire con tutto il quore. Et baciandoli le mani, le pregho da Dio ogni maggior bene.

Di Roma, il d 9 di Aprile 1609.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
Lodovico Cigoli.

Fuori: All'Ecc.mo Sig.r et Patron mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Lettore delle Matematiche.
Padova.



219.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Aleppo, 30 aprile 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n. 40. - Autografa la sottoscrizione. Un secondo originale, che fu spedito in Venezia, pure con la sottoscrizione autografa e in capo al quale e accanto all'indirizzo si legge replicate,  nei Mss. Gal. della Bibl. Naz. di Firenze, P. I, T. VI, car. 102: esso presenta pochissime differenze di lezione, delle quali noteremo con la sigla r quelle che ci sembrano degne d'osservazione.

Ill.re S.re Ecc.mo

Io parlo, io discorro, et sono con l'animo a tutte l'hore con V. S. Ecc.ma, n doppo il mio arrivo qui ho potuto n saputo scriverle; non per diffetto di materia (perch sono qui tante le novit et le occasioni di filosofare, che non muovo alcun passo che non desideri haverla meco per intendere da lei l'opinion sua), ma ben perch, dall'altro canto, infiniti negotii et disturbi (et di questi, molti ancora travagliosi et molesti) mi distraono et occupano l'animo in modo, che riesco inhabile per poterle scriver come vorrei. Pure, gi che non vedo mai apparire quel tempo che io possi scriverle con animo libero, ho voluto almeno con queste levarle quella meraviglia che le potesse dare il mio silentio.
Qui mi si  destato un desiderio cos ardente di sapere infinite cose, che maledico, mille volte l'hora, la mia ignoranza et il tempo perduto nell'otio, che dovevo et potevo consumare ne'studii. Se V. S. mi vedesse alcuna volta nel mio studio andare sciolgendo et rivolgendo(460) i libri, so che riderebbe, osservando che mentre io, tratto dalla curiosit, apro alcuno di essi, ho il cuore a studiarne un altro; et come se temessi che quello mi fugisse di casa, sono astretto da soverchio affetto a pigliarlo, et doppo quello un altro et un altro, fino che mi sia caricato a misura di asino; et finalmente dandomi alla lettura di alcuno, i pensieri et i negotii, che continuamente mi scorrono in capo, fanno che la lingua et gl'occhi si affaticano in leggere, senza che l'inteletto possa capire nissuna cosa; et se per disgratia ne apprende alcuna, la memoria, distituta da travagli et da bisogni, non sa ritenerla: sich i miei studii consistono solo in una ardentissima volont, distrata dall'inteletto et dalla memoria, che, tiranegiati da una molesta occupatione, riescono totalmente inhabili a darle audienza. Mi consolo nondimeno con la speranza di stare seco in Padova un par di mesi a filosofare et godere; ma in un istesso tempo mi sgomenta oltre misura il pensare che debbano correr tre anni almeno avanti questo desideratissimo effetto, et che i pericoli di un molto lungo viaggio mi vietino l'accertarmi del ritorno: et in quest'ultimo impedimento pare che pi si fiacchi la speranza, che in quello della longhezza del tempo; perch, parendomi breve spatio il corso di cent'anni, assegnato per ultimo termine alla vita humana, so che tre passeranno pur troppo presto, et che con essi ancora sensibilissimamente passer buona parte del vigore di questa vita. Si contenti in gratia V. S. Ecc.ma in questo mentre consolarmi con le sue giocondissime lettere, et fare che, acciecato dal gusto che io goder leggendole, inganni me stesso, credendo haverla presente. Ahim, che l'occupatione mi vieta il tratenermi pi longamente con V. S., alla quale per fine et senza fine mi raccomando, pregandole da N. S. Dio(461) ogni contento et felicit.
In Aleppo, l'ultimo d'April 1609.
Di V. S Ecc.ma(462)
S.r Galileo Galilei.
Tutto Tutto suo
G. F. Sag.(463)

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei, Matematico di(464)
Padova.



220..

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Padova.
Rorna, 22 maggio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 104. - Autografa.

Ecc.mo S.r mio,

Ricevei la cortesissima sua, et la inclusa portai a il S.r Luca Valerio, a cui in voce et con la medesima sua feci fede del'affetto et ossequio che ella gli porta; e da lui furono riceute cortesissimamente, mostrando di tenerla cambiata con altrettanto affetto et amirazione delle virt sue: et spero che l'esere conosciuto da lui per amico et servitor del Sig.r Galileo mi dar occasione di diventarli pi intrinsico e godere della conversazione sua.
Io  fornito di abbozzare a S.o Pagolo la tavola, et iermattina me ne tornai a Roma, dove, per isbrigarmi di certe opere di questi Illustrissimi che  fra mano, credo di volere passare la state, per terminare pi presto queste opere e non andarmene in gite, poi che il tempo m' mancato fra mano; dove fra questo resto della state et il verno seguente dar fine, et con pi quiete verr a goderla e servire la seguente primavera.
Circa i disegni ch'ella mi chiede, io non  pronto cosa alcuna, ma andr facendo qual cosa per poternela servire.
Il Sig.re Iacopo Giraldi, che  qui presente, bacia le mani a V. S. Ecc.ma, et la pregha a favorirla, con la risposta di questa, delle postille sopra la prima stanza del Tasso(465), che, senza dar nome allo autore, caso per che gli dispiacesse, se ne vorebbe poter valere in qualche ragionamento, che gniene rester con molto obligo. Et con questo baciandoli le mani, gli pregho dal Signore Dio ogni maggior felicit.

Di Roma, il d 22 di Maggio 1609.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
Lodovico Cigoli.

Fuori: All'Ecc.mo Sig.r et Patron mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Lettore delle Matematiche.
Padova.


221.

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.
Roma, 23 maggio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 95. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re et P.ron mio Oss.mo

Da questa seconda di V. S., resami dal S.r Cigoli, a me gratissima, et dalla scritta a lui, non tanto piacere ho ricevuto per le lodi ch'ella mi d, molto superiori al mio merito, quanto dall'affettione che mi mostra, ond'ella s caldamente  mossa ad honorarmi; il che fare io non posso verso di V. S., come che io mai non cessi di predicare la sua singular scienza et sublime ingegno, adorno d'una incomparabile modestia, per la quale V. S. si degna di volere conferir meco la sua eccellentissima opera de'corpi gravi naturalmente mossi et de'proietti; la qual materia V. S. con ragione stima intatta fin hora. Prego dunque V. S. a seguitarla et, quanto pi presto potr, condurla al fine; ch nel vero ella  per partorire al mondo grandissimo utile et ammiratione.
Quanto alla quadratura gi da me publicata, non  quella dell'hyperbole, ch, considerando io le propriet di tal figura, non ho mai aspirato a s grande inventione, ma  la quadratura della parabola(466), da me conchiusa con due dimostrationi differentissime da quelle d'Archimede, come V. S. vedr, con un discorso logico sopra l'hypotesi delle superficie gravi et delle due linee descritte da'centri di gravit di due gravi naturalmente mossi, ambedue perpendicolari ad un medesmo orizonte, ch'usa Archimede nella sua prima dimostratione. Non la mando hora, per le varie et molte occupationi che mi togliono il tempo: per quest'altro ordinario, piacendo a Dio, non mancher d'inviargliele, col sagio anco d'alcuni miglioramenti ch'io fei l'anno passato, et vo tuttavia facendo, ne'miei libri publicati, che V. S. s' degnata di leggere, et con gli undici canti della Scanderbeide della S.ra Margarita Sarrochi(467). Ma un negotio, ch'al presente mi chiama, favorisce V. S. per ch'io non le dia occasione di magior tedio, mala ricompensa del diletto ch'io ricevo dalle sue lettere, piene di sostanza et non di materie frivoli, come V. S. per sua modestia dice.
La S.ra Margarita, non manco affettionata a V. S. che ammiratrice del suo chiaro valore, le bacia le mani, com'anch'io fo con tutto 'l cuore, pregandole da Dio N. S. intiera felicit.

Di Roma, a d 23 di Magio 1609.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Se.re Devotiss.o
Luca Valerj.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re et P.ron mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



222..

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.
Roma, 30 maggio 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCII, n. 29. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r et P.ron mio Oss.mo

Ricordevole della promessa ch'io feci a V. S. otto d sono, vengo con queste quattro righe a sodisfare in parte al debito mio, riserbando l'altra parte ad altro tempo, poich non ho potuto ancor copiare alcuni mie'problemi e teoremi, co'quali V. S. s'habbia a trastullare. Mandole dunque per hora gli undici canti della Scanderbeide(468), come che scorrettissimi siano di stampa, per la fretta di chi li fe'stampare, oltre al non essere prima stati revisti dalla facitrice; s che da una parte dello schizzo potr V. S. agevolmente comprendere qual possa essere tutta l'opera, condotta a perfettione. Mandole, involta con essa, la quadratura della parabola(469); et perch nel mio libro, ch'ha V. S., non so se ci sia il primo foglio della seconda parte, ch'io feci gi ristampare, per maggior chiarezza, poco tempo doppo la publicatione, perci le mando ancor quello. Et non havendo al presente altro che scriverle, se non quel ch'havr sempre, di pregarla che mi conservi nella sua buona gratia, a V. S. bacio le mani, come anco fa la S.ra Margherita Sarrochi, pregandole da Dio felicit.

Di Roma, a d 30 di Maggio 1609.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
S.re Devotiss.o
Luca Valerio.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re et P.ron mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Con un fascetto.
Padova.



223...

ENEA PICCOLOMINI ARAGONA a GALILEO in Padova.
Firenze, 27 giugno 1609.

Autografoteca Morrison in Londra. - Autografa la sottoscrizione

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig. mio Oss.mo

Sono tanto obligato all'ammorevolezza di V. S., che haverei dovuto pi spesso con lettere farli noto il desiderio che io ho, che mi si porga occasione di poterla servire; ma perch sapevo che ella era del continuo occupata ne'suoi studi, per non darli pi fastidio che gusto, mi sono andato rattenuto a scriverle fino a quest'hora, nella quale, spronato da una voce che mi  venuta all'urecchio, che questa state non siamo per godere della dolce conversatione di V. S., sono forzato a rompere il silenzio et interrompere con questa i suoi studi, con dirle che tutti noi altri, suoi amici, di ci habbiamo preso infinito disgusto. Haver dunque per gratia singulare, la mi porga almeno modo che io la possa in qualche cosa servire, ch servendola mi parr di vederla e goderla. E con questa occasione non voglio mancare di darle avviso, come il nostro Ser.mo Padrone, ne'ragionamenti occorsi sopra di V. S., ha mostrato tenerne quella memoria che le sue virt meritano, e ne parla sempre con molto affetto, conforme a quello che gl'ha mostrato gli anni addreto. Et io in tanto offerendomi prontissimo ad ogni suo cenno, le bacio con il Sig.r padre le mani.

Di Firenze, li 27 di Giugno 1609.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser. Aff.mo
Enea Piccolomini Arag.na

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



224..
PIETRO DUODO a GALILEO in Padova.
Venezia, 29 giugno 1609.

Bibl. Est. n Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n. 78. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re

Non tralasciai, prima ch'io mi partissi di Padova, di trattare con alcuni di quei SS.ri del negotio(470) di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma; il che feci con quel termine che stimai a proposito per la riputatione sua e perch la cosa havesse quell'effetto che desideravo per reputatione publica, e spero che ottenir assai facilmente l'intento mio: ma  vero che dubito, la cosa sii per andar alla longa, per non esser noi in tempo di poter far ridurre quei SS.ri Ma ella creda certo che il negotio mi  a cuore; et le ho voluto scriver questo, solo perch se nel mio partire mancai di dargliene parte, fu solo perch non potei, ma non gi perch me ne fussi scordato, come non mi scordar in eterno mai di tanti favori che riceve la Casa nostra dalla virt e dalla cortesia di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma
Ho preparato il suo compasso et libro per inviare cost alli figlioli(471); il che sar con prima occasione sicura, perch non sii guastato. Et nel resto le bacio le mani.

Di Venetia, li 29 di Giugno 1609.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
Pietro Duodo.

Fuori: Al Molto Ill.re Sig.re
L'Ecc.mo S.r Galileo Galilei, Lettor pub.co di Mat.ca
Padova.



225.

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.
Roma, 18 luglio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 97. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Col.mo

Alla lettera di V. S. delli 5 di Giugno, a me gratissima, non ho risposto prima, per voler ben considerare i due principii ch'ella si  degnata di communicarmi. Per tanto io dico, che per principii d'una scienza di mezo a me non paiono duri, anzi chiarissimi, atteso che in principii di tali scienze non  necessario che sodisfaccino in prima vista a gl'intelletti privi in tutto delle scienze superiori. Ma un intelletto geometrico, con qualche lume di metafisica, o naturale o acquistato, subito intesi li termini di quelle due propositioni, della verit di esse non potr dubitare, potendo agevolmente intendere, esser verit nota per s stessa, che moltiplicandosi la virt della causa sufficiente,  necessario si moltiplichi la quantit dell'effetto secondo la medesima moltiplicatione, levatone ogni sorte d'impedimento: ch'altrimente parte della virt causale verrebe ad esser vana, il che involve manifesta contradittione; poich la virt causale, in quanto tale, alla quantit dell'effetto si riferisce, et con la quantit dell'effetto la quantit della causa misuriamo, s in quanto all'estensione et intensione, come alla perfettione et nobilt: dal che, come geometrico, il medesimo intelletto intender, potersi facilmente dimostrare la general somiglianza delle proportioni, per le ragioni solite addursi in molt'altre materie geometriche, et per non da inculcarsi in queste scienze medie.
Dunque, se l'impeto o inclinatione della gravit del corpo A(472) sopra il piano inclinato all'orizonte secondo l'angolo B si supponga esser doppio dell'impeto della gravit del medesimo A sopra il piano inclinato all'orizonte secondo l'angolo C, maggiore dell'angolo B; et tali due diversi impeti nascono dalla gravit di A, limitata verso la produttione dell'mpeto diversamente per le diverse inclinationi de'detti piani; si vede, per immediata conseguenza, che la velocit del moto naturale di A sopra il piano meno inclinato, sar doppia della velocit del moto del medesimo A sopra quell'altro piano pi inclinato. Dunque il vigore della causa immediata della doppia velocit, ch' l'impeto o l'inclinatione alla doppia velocit, dovea essere doppia dell'inclinatione alla meza velocit, secondo la maggior inclinatione dell'altro piano.
[vedi figura marte.gif]
La seconda suppositione non mi si rende men chiara della prima: per ci ch'essendo il moto del corpo grave D, mosso per l'AC all'orizonte BC, composto di due moti retti, l'uno per una parallela alla BC, mobile verso la BC, et l'altro per una perpendicolare all'orizonte, essa ancor mobile, cosa chiara  che quando D sar in C, havr acquistato tanto impeto o inclinatione a velocemente muoversi, ch' la quantit dell'effetto (in quanto effetto, dico, di quella parte del moto composto che si fa per la perpendicolar mobile, eguale alla stabile AB), quanto havrebbe acquistato se D si fusse mosso per la sola perpendicolare AB: et ci dico in vigore del sopradetto principio metafisico. Et tanto bastimi haver detto per mostrarle il buon animo ch'i'ho di servirla, rimettendomi sempre al purgato giuditio di V. S.; la quale ringratio ancora del teorema mandatomi, elegantissimo et degno di lei, che nel vero m'ha porto gran diletto.
Non ho ancora havuto tempo di copiare quel ch'io promisi a V. S.(473), per le mie molte occupationi, delle quali, piacendo a Dio, ne sar in gran parte alleggierito a questo Agosto; s che potr attendere alla promessa et seguitar gli altri mie'componimenti, non solo per quel che ciascuno autore dee disiderare per s stesso, ma ancora per non esser dal mondo giudicato indegno dell'amicitia di V. S. Alla quale baciando riverentemente le mani, prego da Dio N. S. intiera felicit.

Di Roma, li 18 di Luglio 1609.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
La S.ra Sarrochi ringratia V. S. del favore fattole in mandarle il giuditio dello stile del suo poema, e della diligenza che dice di voler fare sopra ogni parte di esso; et le bacia le mani, restandonele con perpetuo obligo.

Se.re Divotiss.o
Luca Valerio.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Col.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



226..

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Roma].
Padova, 1. agosto 1609.

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X, It., car. 93. - Autografa.

.... Uno degl'occhiali in canna, di che ella mi scrisse gi,  comparso qui in mano d'un Oltramontano...



227...

GIOVANNI BARTOLI [a BELISARIO VINTA in Firenze].
Venezia, 22 agosto 1609

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 63. - Autografa.
.
....  capitato qua un tale che vuol dare in Sig.ria un secreto d'un occhiale o cannone o altro istrumento, col quale si vede lontano sino a 25 et 30 miglia tanto chiaro, che dicono che pare presente; et molti l'hanno visto et provato dal Campanile di San Marco. Ma dicesi che in Francia et altrove sia hormai volgare questo scereto, et che per pochi soldi si compra; et molti dicono haverne havuti et visti....



228.

GALILEO a LEONARDO DONATO, Doge di Venezia.
[24 agosto 1609].

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso; Terra 1609. Giugno, Luglio, Agosto. Senato I. F. 191. - Autografa.

Ser.mo Principe,

Galileo Galilei, humilissimo servo della Ser. V.a, invigilando assiduamente et con ogni spirito per potere non solamente satistare al carico che tiene della lettura di Matematica nello Studio di Padova, ma con qualche utile et segnalato trovato apportare straordinario benefizio alla S.t V.a, compare al presente avanti di quella con un nuovo artifizio di un occhiale cavato dalle pi recondite speculazioni di prospettiva, il quale conduce gl'oggetti visibili cos vicini all'occhio, et cos grandi et distinti gli rappresenta, che quello che  distante, v. g., nove miglia, ci apparisce come se fusse lontano un miglio solo: cosa che per ogni negozio et impresa marittima o terrestre pu esser di giovamento inestimabile; potendosi in mare in assai maggior lontananza del consueto scoprire legni et vele dell'inimico, s che per due hore et pi di tempo possiamo prima scoprir lui che egli scuopra noi, et distinguendo il numero et la qualit de i vasselli, giudicare le sue forze, per allestirsi alla caccia, al combattimento o alla fuga; et parimente potendosi in terra scoprire dentro alle piazze, alloggiamenti et ripari dell'inimico da qualche eminenza bench lontana, o pure anco nella campagna aperta vedere et particolarmente distinguere, con nostro grandissimo vantaggio, ogni suo moto et preparamento; oltre a molte altre utilit, chiaramente note ad ogni persona giudiziosa. Et pertanto, giudicandolo degno di essere dalla S. V. ricevuto et come utilissimo stimato, ha determinato di presentarglielo et sotto l'arbitrio suo rimettere il determinare circa questo ritrovamento, ordinando et provedendo che, secondo che parer oportuno alla sua prudenza, ne siano o non siano fabricati.
Et questo presenta con ogni affetto il detto Galilei alla S. V., come uno de i frutti della scienza che esso, gi 17 anni compiti, professa nello Studio di Padova, con speranza di essere alla giornata per presentargliene de i maggiori, se piacer al S. Dio et alla S. V. che egli, secondo il suo desiderio, passi il resto della vita sua al servizio di V. S. Alla quale humilmente si inchina, et da Sua Divina Maest gli prega il colmo di tutte le felicit.


229..

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.
Firenze, 26 agosto 1600(474).

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 106. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Oss.mo

Se noi non ci conoscessimo, io mi sbraccerei per fare una menata di scuse e di cirimonie con V. S., essendo stato tempo senza darle ragguaglio di me e di mio essere, e senza procurare di haverlo di lei. Lo fo di presente, dicendole di esser quel medesimo suo affezionato servidore di sempre, di star benissimo al servizio suo: il simigliante desidero e spero ch'ella sia per avvisare a me d s stessa.
Al Sig.r Francesco Buonamici  stato trattato della lettura che haveva cost il Sig.r Piccolomini(475), s come V. S. pu sapere. Egli desidera particolare informazione dello Studio e del modo del vivere, e particolarmente desidera haverne informazione da lei per haverne anche il parer suo, se tal lettura sia a proposito suo o no. Ha ricercato me che io ne richiegga lei; ed io, che sommamente desidero di servirlo, la prego quanto pi posso caramente a farmi questa grazia. Ella  informata apieno delle qualit del Sig.r Buonamico, ed ha lunga sperienza di cotesto Studio, di modo che io spero che a lei sia agevole il contentarci; e quanto pi lo spero, tanto pi lo desidero, e ne la prego per quant'affezione ella porta a me, alla virt, alla patria. E facendo fine con baciarle le mani e pregarle salute, la prego della sua grazia.

Di Fir.e, add 26 d'Ag.o 1609.
Di V. S.
Ser.e Aff.mo
Aless.o Sertini.

V. S. rispondendo invier le lettere
per i SS.ri Strozi indiritte a me.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r
Galileo [Gal]ilei, Sig.r mio Oss.mo, in
Padova.



230.

GIO. BATTISTA DELLA PORTA a FEDERICO CESI in Roma.
Napoli, 28 agosto 1609.

Bibl. della R. Accad. dei Lincei in Roma. Mss. n. 12 (gi cod. Boncompagni 580), car. 326. - Autografa
.
.... Del secreto dell'occhiale l'ho visto, et  una coglionaria, et  presa dal mio libro 9 De refractione(476); e la scriver , ch volendola far, V. E. ne har pur piacere.  un cannelo di stagno di argento, lungo un palmo ad, grosso di tre diti di diametro, che ha nel capo [vedi figura 230.gif] a un occhiale convesso: vi  un altro canal del medesimo, di 4 diti lungo, che entra nel primo, et ha un concavo nella cima, saldato b, come il primo. Mirando con quel solo primo, se vedranno le cose lontane, vicine; ma perch la vista non si fa nel catheto, paiono oscure et indistinte. Ponendovi dentro l'altro canal concavo, che fa il contrario effetto, se vedranno le cose chiare e dritte: e si entra e cava fuori, come un trombone, sinch si aggiusti alla vista del riguardante, che tutte son varie....



231.

GALILEO a BENEDETTO LANDUCCI in Firenze.
Venezia, 29 agosto 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 17. - Copia di mano sincrona, in capo alla quale si legge d'altra mano, pur sincrona: "1609. Del Galileo, sopra l'Occhiale". Dubitiamo gravemente dell'autenticit di questa lettera. Cfr. A. FAVARO, Galileo Galilei e la presentazione del cannocchiale alla Repubblica Veneta, nel Nuovo Archivio Veneto, Tomo I, Parte I, pag. 55-75.

Car.mo et Hon.do Cogniato,

Doppo che ricevei il vino mandatomi da voi, non vi ho pi scritto per mancamento di materia. Vi scrivo hora, perch ho da dirvi di nuovo che sto in dubbio se di tal nuova sentirete pi di contento o di dispiacere, poi che vien tolta la speranza d'havermi a rimpatriare, ma da occasione utile e honorata.
Dovete dunque sapere, come sono circa a 2 mesi che qua fu sparsa fama che in Fiandra era stato presentato al Conte Mauritio(477) un occhiale, fabbricato con tale artifitio, che le cose molto lontane le faceva vedere come vicinissime, s che un huomo per la distantia di 2 miglia si poteva distintamente vedere. Questo mi parve affetto tanto maraviglioso, che mi dette occasione di pensarvi sopra; e parendomi che dovessi havere fondamento su la scientia di prospettiva, mi messi a pensare sopra la sua fabbrica: la quale finalmente ritrovai, e cos perfettamente, che uno che ne ho fabbricato, supera di assai la fama di quello di Fiandra. Et essendo arrivato a Venetia voce che ne havevo fabbricato uno, sono 6 giorni che sono stato chiama[to] dalla Ser.ma Signioria, alla quale mi  convenuto mostrarlo et [in]sieme a tutto il Senato, con infinito stupore di tutti; e sono stati moltissimi i gentil'huomini e senatori, li quali, bench vecchi, hanno pi d'una volta fatte le scale de'pi alti campanili di Vene[tia] per scoprire in mare vele e vasselli tanto lontani, che venendo a tutte vele verso il porto, passavano 2 hore e pi di tempo avanti che, senza il mio occhiale, potessero essere veduti: perch in somma l'effetto di questo strumento  il rappresentare quell'oggetto che , ver[bi] gratia, lontano 50 miglia, cos grande e vicino come se fussi lontano miglia 5.
Hora, havendo io conosciuto quanto vi sarebb[e] stato d'utitit per le cose s di mare come di terra, e vedendolo desidera[..] da questo Ser.mo Principe, mi risolvetti il d 25 stante di comparire in Coll[egio] e farne libero dono a Sua Ser.t(478).Et essendomi stato hordinato nell'[...]re del Collegio che io mi trattenessi nella sala del Pregadi, di l a poco [l']Ill.mo et Ecc.mo  S. Proccurator Prioli, che  uno de'Riformatori di s[...], usc fuori di Collegio, e presomi per la mano mi disse come l'Ecc.mo Collegio, sapendo la maniera con la quale havevo servito per anni 17 in Padova, et havendo di pi conosciuta la mia cortesia nel farli dono di cosa cos accetta, haveva inmediate hordinato agli Ill.mi Sig.ri Riformatori, che, contentandomi io, mi rinnovassino la mia condotta in vita e con stipendio di fiorini 1000 l'anno; e che mancandomi ancora un anno a finire la condotta precedente, volevano che il stipendio cominciassi a corrermi il sopradetto presente giorno, facendomi dono dell'accrescimento d'un anno, cio di fiorini 480 di Lire 6.4 per fiorino. Io, sapendo come la speranza ha le ale molto pigre e la fortuna velocissime, dissi che mi contentavo di quanto piaceva a S. Serenit. All'hora l'Ill.mo Prioli, abbracciandomi, disse: "E perch io sono di settimana e mi tocca a comandare quello che m piace, voglio che oggi doppo desinare sia ragunato il Pregadi, cio il Senato, e vi sia letta la vostra ricondotta e ballottata", s come fu, restando piena con tutti i voti(479): talch io mi trovo legato qua in vita, e bisogner che io mi contenti di godere la patria qualche volta ne'mesi delle vacantie.
E questo  quanto per hora ho da dirvi. Non mancate di darmi nuove di voi e de'vostri negotii, e salutate in mio nome tutti li amici, raccomandandomi a la Virginia e a tutti di casa. Il Signore vi prosperi.

Di Vinetia, li 29 d'Agosto 1609.

Vostro Aff.mo Cog.to
Galileo Galilei.



232..

ENEA PICCOLOMINI ARAGONA a GALILEO in Padova.
Firenze, 29 agosto 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 99. - Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

La gratissima di V. S. delli 3 di Luglio non ricercava risposta; e per ho tardato sin ad hora ad accusarli la ricevuta, perch non haveva per allora che soggiungerli di momento e che premessi. Hora con l'occasione, essendo io venuto in ragionamento con S. A. di V. S., le scrivo come la medesima Altezza mi ha comandato che io saluti a suo nome V. S., et insieme le dica che ha presentito che lei ha fatto uno occhiale, che in vedere lontano fa effetti maravigliosi, e per che haverebbe caro che ne facessi uno per lui e gli lo mandassi, e se questo gli fussi d'incommodo, la scrivessi il muodo come deve farsi, ch gli ne far servitio.
Mi duole poi in estremo della sua indispositione, e che per ci ne stia impedito, prima per causa di V. S., e poi per rispetto di noi altri, suoi tanto affettionati, che non la possiamo vedere: e perch io vedo horamai passato il tempo di posserlo vedere per questa state, son quasi rissoluto di voler veder lei avanti passi l'inverno. Alla quale, desiderando impiegarmi in cosa di suo gusto, le bacio le mani.

Di Firenze, li 29 di Agosto 1609.
Di V. S. molto Ill.re
Aff.mo Ser.r
Enea Piccolomini Arag.na

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padova.



233...

GIOVANINI BARTOLI a BELISARIO VINTA in Firenze.
Venezia, 29 agosto 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 64. - Autografa.

....Pi di tutto quasi ha dato da discorrere questa settimana il S.re Galileo Galilei, Matematico di Padova, con l'inventione dell'occhiale o cannone da veder da lontano. Et si racconta che quel tale forestiero che venne qua col secreto, havendo inteso da non so chi (dicesi da Fra Paolo teologo servita) che non farebbe qui frutto alcuno, pretendendo 1000 zecchini, se ne part senza tentare altro; s che, essendo amici insieme Fra Paolo et il Galilei, et datogli conto del secreto veduto, dicono che esso Gallilei, con la mente et con l'aiuto d'un altro simile instrumento, ma non di tanto buona qualit, venuto di Francia, habbia investigato et trovato il secreto; et messolo in atto, con l'aura et favore d'alcuni senatori si sia acquistato da questi SS.ri augumento alle sue provisioni sino a 1000 fiorini l'anno, con obligo per, parmi, di servir nella sua lettura perpetuamente....



234..

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Roma].
Padova, 31 agosto 1609.

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X, It., car. 98. - Autografa.

....Di nuovo non habbiamo altro, se non la reincidenza di S. Serenit, e ricondotte di Lettori: fra'quali il Sig. Galileo ha buscato mille fiorini in vita, e si dice co 'l benefizio d'un occhiale simile a quello che di Fiandra fu mandato al Card. Borghese. Se ne sono veduti di qua, et veramente fanno buona riuscita....



235..

ANDREA MOROSINI a GALILEO in Padova.
Venezia, 4 settembre 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a, LXXXI, n. 154. - Autografa.

Ecc.mo Sig.r Oss.mo

Cari molto mi sono stati li due libri che V. S. Ecc.ma mi ha inviati: cos havessi io tanta commodit di tempo, che ne potessi coglier il frutto che vorrei. Con quello dell'uso(480) ha dato l'anima al Compasso; con quello dell'apollogia(481) ha rintuzzato l'ardire de'maligni, et  venuto molto a proposito per la presente congiuntura(482), tocca anco nella sua lettera. Dell'uno et dell'altro le rendo molte gratie; n pi oltre mi estendo, se bene a bocca gli haverei a dire qualche altra cosa. Intanto V. S. mi ami al solito, et io di cuore me le raccommando.

Di Venetia, alli 4 di Settembre 1609.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo per servirla
Andrea Moresini.

Fuori: All'Eccell.mo Sig.r Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



236..

......a GIOVANNI CAROLUS in Strasburgo.
Venezia, 4 settembre 1609.

Bibl. dell'Univ. di Heidelberg. 2 Handschriftenzimmer, Schaukasten XXIV, n. 4; a pag. 2 del n. 37 d'una effemeride col titolo: "Relation aller furnemmen unnd gedenckwrurdigen Historien, so sich hin unnd wider in Hoch unnd Nieder Teutschland, auch in Frankreich, Italien, Schott und Engelland, Hisspanien, Hungern, Polen, Siebenburgen, Wallachey, Moldaw, Turckey, etc., inn diesem 1609 Jahr verlaufen unnd zutragen mchte; alles auff das trewlichst, wie ich(483) solche bekommen unnd zu wegen bringen mag, in Truck verfertigen will".

....Mit unserm Hertzog wird es tglich wider besser, der soll, wie die sag willens sein, so bald er seiner Kranckeit vllig genesen, die regierung zu resigniren, und sich ins Kloster S. Georgen, dess grossen Benedictiner ordens, zu begeben.
Hiesige Herrschafft hat dem Signor Gallileo von Florentz, Professoren in der Mathematica zu Padua, ein stattliche berehrung gethan, auch seine Provision umb 100 Cronen jhrlich gebessert, weil er durch sein embsings studiren ein Regel unnd Augenmasz erfunden, durch welche man einerseits auff 30 meilen entlegene ortt sehen kan, als were solches in der nehe; anderseits aber erscheinen die anvesende noch so viel grsser, als sie vor Augen sein: welche Kunst er dann zu gemeiner Statt nutzen praesentiert hat....



237...

GIOVANNI BARTOLI [a BELISARIO VINTA in Firenze].
Venezia, 5 settembre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 65. - Autografa.

.... Il secreto o cannone dalla lunga vista del S.re Galilei vien hora venduto publicamente da un tal Franzese, che gli fabrica qui come secreto di Francia, non del Galilei; et forse deve non esser il medesimo, et questo verarnente vale pochi zecchini....



238..

ANTONIO DE'MEDICI a GALILEO in Padova.
Firenze, 12 settembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 23. - Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te  S.r

Come con infinito mio contento ho sentito la mirabil prova et esperienza che V. S. ha fatto dell'occhiale inventato da lei(484), et che per ci dal Ser.mo Senato di Venetia n' stata, conforme al merito suo, rimunerata, cos vengo a rallegrarmene per questa mia con lei; et insieme la prego, che quando, con buona gratia di cotesti Signori, li sia permesso di potermene fabricare uno et inviarmelo, da me sar ricevuto per favore cos segnalato, che non potr esser maggiore: et con l'effetti dimostrar a V. S. quanto da me sar stimata questa sua amorevol dimostratione, della quale di nuovo la prego a trovar modo, se fia possibile, che ne venga compiacciuto; ch'oltre al renderlene il contracambio dovuto, mi obligar eternamente a procurar l'occasione di poterla servire. Et promettendomi molto della solita sua amorevolezza, resto con offerirmele paratissimo in ogni conto, et di cuore me le raccomando.

Di Firenze, li XII 7mbre 1609.
Di V. S. molto M.ca et Ecc.te
S.r Galileo Galilei.
Aff.to per ser.la
Don Ant.o Medici.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te Sig.r
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padova.



239..

GIO. BATTISTA STROZZI a GALILEO in Padova.
Firenze, 19 settembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 108. - Autografa la firma.

Ill. et Ecc.mo Sig.r mio,

Sono stato in dubbio se io scrivevo a V. S. o no: movevami il desiderio che io havevo di rallegrarmi seco; ritenevami l'immaginarmi di vederla occupatissima. Finalmente ha prevalso il parermi mio debito il darle conto, come l'altra mattina, trovandomi intorno alla tavola di queste Altezze, il Gran Duca mi favor di(485) voler che io sentissi la lettera che ella gl'haveva scritto, e 'l nostro Ciampoli ne fu il lettore, maravigliandosi ogn'un grandemente del mirabile effetto del suo desiderabilissimo occhiale. Io per me dissi, che se io non havessi prima che hora saputo che 'l Donatore d'ogni bene l'ha di sopr'humano ingegno dotata, me ne maraviglierei molto pi; e quel che io soggiunsi in sua lode, non comporta che io lo dica la modestia, che non si scompagna mai dall'altre virt che in lei sommamente risplendono. Bacio a V. S. con tutto l'affetto la mano, insieme col Ciampoli, palidetto alquanto per lo studiar troppo. Prego il Signore Iddio che lungamente la conservi, perch il suo valore possa al mondo far di questi giovamenti, e accrescer tanto pi fama a lei.
Di Firenze, il d 19 di 7mbre 1609.
Di V. S. Ill.
Serv.re Aff.mo
G.ta Strozzi.

Fuori: All'Ill. et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padova.



240..

ENEA PICCOLOMINI ARAGONA a GALILEO in Padova.
Firenze, 19 settembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 101. - Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r Mio Oss.mo

La lettera di V. S. mi  stata di sommo contento; et havendo riferto a S. A. S.ma quanto la mi scrive sopra l'occhiale, e gl'honori ricevuti cost, ha mostrato sentirlo con tanto piacere, che niente pi, et ha fatto conoscere a tutti l'affettione che porta a V. S. e la stima che fa di lei. E circa il cavallo, tengo per fermo la ne sar compiaciuta, poi che S. A. mostra gran desiderio di far cosa che sia in commodo di V. S.
Gli si mandano i cristalli conforme all'avviso suo; e se la desidera far cosa grata a questa Altezza, procuri che l'occhiale sia fatto quanto prima, perch  da lei molto desiderato.
Io poi, mi pare di possermi lamentare di lei, perch, non comandandomi nulla, stimo che la non mi tenga per quello buono amico e servitore che le sono, e tanto desideroso de'suoi comandamenti. Ma si assicuri pure, che se bene la fa cos poco capitale di me e del S.r padre, quale tanto stima et honora V. S., con tutto ci (come nell'altra mia le scrissi) son rissoluto questo inverno transferirmi fin da lei, per participare anch'io della sua dolce conversatione. Star bene spettando in tanto, la mi dia occasione che io mi possa impiegare in servir V. S.: alla quale, pregando intera e presta sanit, bacio le mani, come fa il S.r padre.

Di Firenze, li 19 di 7mbre 1609.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.r Aff.mo
Enea Piccolomini Arag.na

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Con una scatoletta.
Padova.



241...

GIOVANNI BARTOLI a BELISARIO VINTA in Firenze.
Venezia, 26 settembre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 67. - Autografa.

....Del secreto o cannone della vista lunga devo dire che veramente si vende in pi luoghi, et ogni occhialaro pretende d'haverlo trovato, et ne fanno et vendono; et un Franzese in particolare, che gli fa secretamente, gli vende 3 et 4 zecchini et 2 ancora, et credo manco, secondo di che perfettione, essendovene di cristallo di montagna, che costano molto, 10 e 12 scudi i vetri soli, di cristallo di Murano, et di vetro ordinario: et questo pretende che il suo sia il vero secreto, et simile o migliore di quel del Galilei. Mi io quanto a me, che n'ho visti qualcheduno et in particolare un che n'ha venduto 3 zecchini al maestro della posta di Praga, confesso che non vi ho intera sodisfattione, perch, essendo lungo pi d'un braccio, bisogna stentar un pezzo a trovar con l'occhio la cosa che si vuol vedere, et trovata, bisogna tener l'istromento tanto fermo, che un poco che si muova fa perderla. Quello del Galilei dicono non patir tanta imperfettione (se ben anche quello un poco), ma che, havendolo egli dato per secreto et dovendone fare 12 per la S.ria, ha ordine di non insegnarlo ad altri; et io non ho potuto parlargli, perch  a Padova. Sento per che in breve facilmente si trover anco da altri, il secreto stando nella bont della materia dell'occhiale et nell'aggiustarli nel cannone: et della seguente vedr se ne trovo uno che sia a proposito, et lo mander....



242...

GIOVANNI BARTOLI a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Venezia, 3 ottobre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 69. - Autografa.

.... aspetto quel che mi si commander circa al secreto o cannone della vista lunga; il quale havrei preso et mandato sin hora, s'io non havessi considerato che mi si commandava che io lo pigliassi de i pi belli et buoni, et che belli et buoni si dice esser quelli inventati o fatti dal Galilei, dal quale non so se se ne possa havere, havendolo egli dato qua per scereto et dovendone far soli 12 per la S.ria. D'altri, et d'un Franzese in particolare, si veggono et vendono a 2 zecchini et manco et pi, secondo la qualit del vetro o cristallo; et ne manderei uno, ma dubito se dar o no sodisfattione. Conforme per a quel che me si dir con le seguenti, mi governer....



243..

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Roma].
Padova, 15 ottobre 1609.

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X It., car. 104. - Autografa.

.... Qui siamo intorno a'cannoni; et se ne sono veduti di eccellentissimi; ma 'l secreto e ancora in pochi, e sta con riputatione. Va in volta certo lanternino maraviglioso, che non  di minor inventione dell'occhiale, poich, con un lume dentro, di notte porta lo splendore tanto inanti, che ci si legger una lettera lontana 500 passi....



244...

GIOVANNI BARTOLI a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Venezia, 17 ottobre 1609

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 71. - Autografa.

.... Quanto al cannone o cannoni della veduta lunga, io essequir il commandamento di comprargli, et di gi sono stato col Franzese, il quale me n'ha mostrati due o tre di forme diverse; ma dicendo esser quelli destinati, uno all'Ambasciatore di Francia, et l'altro ad un altro personaggio, io gli ho ordinato che me ne faccia due ancora a me, n so se me gli far: pure lo pregar avanti che parta, dicendomi di haver a partir presto, et gli mandar con la cassa de'vetri che mi viene ordinata dal maestro di casa, se per saran fatti i vetri et i cannoni; in che io invigiler et user ogni diligenza, et procurer che segua della settimana seguente....



245...

GIOVANNI BARTOLI a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Venezia, 24 ottobre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 72. - Autografa.

.... V. S. Ill.ma mi command che io comprassi uno o due di quei cannoni da veder lontano, et n'ho preso uno da quel Franzese nel partir che faceva di qua, et credo baster questo, perch io, quanto a me, non trovo tanti miracoli quanti sentivo che facevano questi instromenti; seben veramente quelli del Galilei intendo far gran giovamento et vantaggio, dicono di 10 per uno, cio che multiplichi la vista 10 volte pi di quel che si vede senza esso. Se non me lo commandava V. S. I. tanto espressamente, io non lo compravo; se per le piacer far pagare il costo di esso, che in tutto e per tutto, tra il cannone, stagno et cassetta, sono 12 lire, al S.re Bencivenni Albertinelli o a Mess. Baccio Cicognini mio parente, me ne far favore, pregandola ad appagarsi pi della mia pronta  volont di servire, che dell'effetto istesso, che mi par vanit. Pensavo mandarlo con i vetri che mi sono stati ordinati, ma non mi succede il poterli havere prima della settimana prossima....



246.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.
Aleppo, 28 ottobre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 104. - Autografa la lin. 25 [Edizione Nazionale] e la sottoscrizione.

Ill.re Sig.r Ecc mo

Tralascio il rispondere alle cirimonie scrittemi da V. S. Ecc.ma con le sue di 4 Aprile, ricevute da me per via di Costantinopoli a 16 7mbre, s per la stretezza del tempo, come per avvertirla che de cetero non si diffondi in queste superfluit.
Il processo che ella non hebbe per communicare col suo scolare, rifferito a bocca, gli haver forse dato gusto bastante, et avertimento sofficiente per conoscere et guardarsi da quelli nostri nemici. La loro institutione di fare tutti i giorni natali col vespero et la compieta, ha qualche conformit con la superstitione di questi del paese, che cinque volte al giorno repplicano i lor cantici.
Se il nuovo Gran Duca lever i bertoni et attender alle cose sue senza sturbare quelle de gl'altri, potr essere con ragione riputato generoso, poi che, s come l'arte di corsaro non  da prencipe grande, cos l'attendere ad imprese non riuscibili  pi tosto effetto di pazzia che di generosit.
Ho fatta l'osservatione della calamita, la quale certissimamente qui declina sette gradi e mezo verso maestro, in tanto che da Venetia a qui la differenza sarebbe di quindici: ne vada mo'V. S. investigando la cagione. Alli Padri Gesuiti di Goa ho mandata una lanzetta buona, pregandoli farne col una essatta osservatione; et spero con loro havere l'istessa corrispondenza che haveva la Colomba col Berlinzone(486), anzi ricevere pi spesso lettere da loro che da V. S. Ecc.ma, dalla quale in un anno ho havuto una sola, et una dal re di Persia, et voglio star a vedere da chi avanti ricever la seconda. Che sar fine di queste, raccomandandomi suo al solito senza nissuna diminutione.

In Aleppo, a 28 Ott.e 1609.
Di V. S. Ecc.
[vedi figura 246.gif]

Fuori: All'Ill.re Sig.r Ecc.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Mattematico di
Padoa(487).



247.

GALILEO a BELISARIO VINTA in Firenze.
Padova, 30 ottobre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 39 - Autografa
.
Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Subito giunto a Padova, usai ogni diligenza per trovare l'Efemeride desiderate da V. S. Ill.ma, et non si ritrovando in queste librerie, commessi la medesima inquisizione in Venezia, ma parimente invano; onde ne ho scritto in Germania, di dove le haver indubitatamente. Intanto invio a V. S. Ill.ma le mie, acci non resti pi lungamente senza; n io ne ricevo incomodo alcuno, essendo per un pezzo occupato in altri studii.
Io sono in necessit di dare un poco di briga a V. S. Ill.ma, et questo per aiutare un povero huomo, mio servitore di molti anni, il quale circa 3 anni sono prest da 300 scudi, che soli possedeva al mondo, ad alcuni gentil'huomini Pollacchi; li quali, sendo molti mesi fa ritornati alla patria, non pure non hanno rimandato il debito, ma n anco hanno mai risposto a pur una delle molte lettere che se gli sono scritte in questo proposito. Hora io supplico V. S. Ill.ma che voglia restar servita di pregare alcuno di quei segretarii di Corte o altro amico suo, che sia contento di abboccarsi con questi gentil'huomini et procurare d'intender l'animo loro, et per qual causa non rispondono non solamente all'obligazione, ma n anco alle lettere, acci si possa poi pigliar qualche resoluzione et modo di esser satisfatti; ben che io credo che detti signori, quando vegghino che, bisognando, si haveranno de i pi potenti mezi, non aspetteranno di far, violentati, quello che la coscienza gli doveria far fare spontaneamente. Il nome di questo creditore, mio servitore,  Alessandro Piersanti, et i debitori sono Giovanni Liczko di Rijglice et un suo fratello, benissimo conosciuti da i Montelupi(488). Io supplico di nuovo V. S. Ill.ma a metterci un poco della sua autorit et del suo favore, assicurandola che far grandissima opera di carit sollevando questo pover'uomo, che non ha altro al mondo, et essendo indisposto di infirmit incurabile,  da me mantenuto, acci non muoia di necessit: et io gliene terr obligo perpetuo. Che sar per fine di questa, con pregarla a ricordarmi all'occasione humilissimo servo a coteste Altezze Ser.e: et a V. S. Ill.ma con ogni reverenza bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicit.

Di Pad.a, li 30 di 8bre 1609.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.

Fuori: All'Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo
Il S. C. Belisario Vinta.
Con un libro.
Firenze.


248...

GIOVANNI BARTOLI a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Venezia, 31 ottobre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 73. - Autografa.

.... Inviai con le passate uno delli cannoni, tenuti qua per tanto buoni, quanto che sono fabrica del Franzese, n so come riuscir, perch i buoni sento che vengono di Fiandra, o sono fatti dal Galilei; n io l'havrei preso, se la S. V. Ill.ma non me lo havesse espressamente commandato con pi lettere. Et di questi altri che fanno diversi maestri, se ne trovano, et forse migliori di cotesto; ma io, quanto a me, n da cotesto n da questi cavo troppa sodisfattione....



249..

GALILEO ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA in Venezia.
Padova, 4 novembre 1609.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: Lettere di fuori, 1601-1622, Riformatori dello Studio di Padova, n. 168. - Autografa.

Illust.mi et Ecc.mi Sig.ri Rif.ri

Parve a i primi regolatori dello Studio di Padova, che la lettura delle Matematiche, come quella che  necessaria tanto a i medici quanto a i filosofi, fosse letta in hora tale, che n a quelli n a questi fusse inoportuna, s che per sentir quelle dovessero gli scolari lasciar questa o per l'opposito; et per determinorono, questa esser letta finite tutte le altre lezioni del Studio, et in tempo che nessun altro leggesse. Questo rito et costituzione si  osservato sempre, et in particolare per li anni 17 che io ho letto in questo Studio, eccetto per che per alcuni pochi mesi, due o vero tre anni fa, che l'Ecc.mo S.r Bimbiolo(489), allegandomi alcune sue indisposizioni et asserendo voler in breve cessare dalla lettura, lesse, non repugnando io, alla mia medesima hora. Havendo poi intermesso per alcun tempo la lettura, et essendo di poi(490) ritornato a leggere, cominci leggendo al'hora de i suoi concorrenti, sino al fine della quadragesima passata; nel qual tempo di nuovo gli venne humore di leggere all'hora mia, con notabile interrompimento delle mie lezioni. Per tanto io supplico le Signorie Vostre Illust.me et Ecc.me, che siano servite di provedere che il detto Sig.r Bimbiolo non proceda pi oltre nell'impedirmi, contraffacendo insieme alle buone costituzioni dello Studio, che sono che i concorrenti legghino tutti all'istessa hora, et pi alterando il commandamento espresso dell'Ecc.mo Senato, il quale nella sua condotta gli comanda che ei deva leggere all'hora de i suoi concorrenti, precetto specifico et particolare fatto ad esso, acci non tornasse ad impedire l'hore deputate a gl'altri, sicome altra volta ha fatto a me(491) et hora di nuovo torna a fare. Io non credo che le SS. V.re Ill.me et Ecc.me siano per metter dubbio sopra le mie parole: tuttavia dal vedere i ruoli delli 17 anni passati potranno accertarsi se mai niuno ha letto alla mia hora; et dalla parte presa in Senato della ultima condotta di esso Sig.r Bimbiolo potranno vedere il comandamento espresso che ei deva leggere all'hora de i suoi concorrenti, la quale  ali botti della campana il dopo desinare.
Star attendendo che con la loro solita benignit et prudenza provegghino a questo disordine, s come io con ogni instanza le supplico. Et intanto restandogli humilissimo et devotissimo servo, dal Sig.r Dio gli pregher il colmo di felicit.

Di Padova, li 4 di Novembre 1609.
Delle Signorie Vostre Illust.me et Ecc.me

Humiliss.o Servo
Galileo Galilei.



250.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Firenze, 7 novembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 110. - Autografa la sottoscrizione.

Ill. et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Troppo esquisitamente ha voluto favorirmi V. S. in proposito dell'Efemeride, poich, havendo, subito giunta in Padova, usato diligenza per trovarne, si  poi privata delle sue proprie, perch io non habbia ad aspettare che venghino di Germania, gi che cost non se ne trovano(492); et mentre la ringratio con quell'affetto et con quella confession d'obligo che devo, la prego ad avvisarmelo liberamente quando ella ne patisse, perch, importando meno a me che a lei l'aspettare, glie le rimanderei volentieri et spacciatamente.
Havendo poi visto quanto ella mi ha scritto per conto di quel suo vecchio servitore, che deve essere un huomo da bene da dovero, ho resoluto, per la prima diligenza che mi  parsa a proposito, di scriverne direttamente a quei proprii gentil'huomini Pollacchi nella maniera ch'ella vedr dall'alligata copia(493), et havendo inviato la lettera al Sig.r Valerio Montelupi, l'ho pregato non solo a ricapitarla subito fidatamente, ma a procurarmene presta risposta; alla ricevuta della quale piglieremo poi altro espediente, se bisogner: et io haver sempre gusto particolarissimo di servirla in questo et in tutti gli altri conti. Et le bacio di cuore le mani.

Di Firenze, li 7 di Novembre 1609.
Di V. S. Ill. et molto Ecc.te
S.r Galileo Galilei.
Serv.re Aff.mo
Belisario Vinta.

Fuori: All'Ill. et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo
Il [S.r Gal]ileo Galilei, Mathematico.
Padova.



251...
BELISARIO VINTA a GIOVANNI LICZKO DI RYGLICE [in Cracovia].
[Firenze], 7 novembre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 77, n. 315. Minuta originale. Una copia sincrona delle lin. 1-12 (fino alla parola "vecchiaia"), in capo alla quale si legge: "Minute diverse del Cav.r And.a Cioli, da Gennaio a tutto Xembre dell'anno 1609, a 315", si ha nei Mss. Gal., P. I, T. XV, car, 36.

Per il Sig.r Cav.re Vinta.

Alli SS.ri Giovanni(494) Liczko di Ryglice, de'7 di Novembre 1609.

Il Sig.r Galileo Galilei, mathematico famoso, Lettore nello Studio di Padova, amato et stimato per le sue celebri virt da tutti i principi, et dal Ser.mo Gran Duca di Toscana, mio Signore, in particolare, del quale egli  vassallo, essendo stato a questi giorni qui, come suol fare ogn'anno di questo tempo, o per dir meglio di state, mi ha raccontato, con sua et mia meraviglia, che mentre le SS.rie VV. furono in quella citt et in quello Studio di Padova, per qualche bisogno che dovette loro sopragiugnere, come bene spesso interviene ad altri Gentilhuomini et SS.ri che si trovano in paesi alieni et lontani, furono amorevolissimamente accommdati da un suo vecchio et buon servitore, chiamato Alessandro Piersanti, di trecento scudi, che in tutto il tempo della sua servit haveva il pover'huomo durato fatica, a radunare per la sua vecchiaia et per gli accidenti delle malattie che sogliono avvenire; et che apparendo che le SS.rie VV., in cambio di riconoscere un tanto piacere con qualche segno di gratitudine, come si poteva sperare da i pari loro, si sieno scordate insino della dovuta sodisfattione del debito, poich in tre anni non hanno pur risposto alle lettere, non che scritto mai di lor primo moto un verso, egli sar costretto, per la piet che deve a detto suo servitore, che piagne del continuo questo suo sudore, di ricorrerne con suo dispiacere, per mezzo de gli offitii del nostro et di altri Principi ancora, se bisogner, alla giustitia della Maest di cotesto Re, al quale si pu tener per fermo che non piacerebbe punto questo fatto, quando puramente passasse di questa maniera. Ma io quanto a me, che sono informato della nobilt dell'animo et della generosa natura della nobilt di cotesto regno, havendone praticati molti con i quali tengo tuttavia stretta amicitia, non potendo mai credere quello che apparisce, et dubitando pi tosto del mal ricapito delle lettere dall'una et l'altra banda, sebene il Sig.r Galileo afferma essere state molte le sue o di detto suo servitore, non ho voluto che per ancora egli ne tratti con il Gran Duca, n che pensi ad altro ricorso, ma havendo preso sopra di me questa cura, l'ho obligato ad aspettare che ci faccia prima io qualche diligenza; et egli volentieri se n' contentato, perch n anche esso finisce di credere una stravaganza come questa, et massime ricordandosi dell'ottime honoratissime qualit ch'egli scorse nelle SS.rie VV. mentre hebbe occasione di conversar con loro. Et la prima diligenza ch'io ci voglia fare, la quale spero che habbia a essere cos sola come  semplice,  questa dello scriverne, come faccio, a dirittura alle SS. rie VV., nel che anche pretendo di haver a fare acquisto dell'amicitia loro, cos come offero io loro la mia; et promettendomi che con la loro presta risposta, o rimetteranno il denaro che non possono tenere con lor honore, non che con salvezza della loro coscienza, o che daranno ferma promessa di doverlo senza indugio rimettere, io non soggiugner altro, senonch se con detta risposta et con detto denaro mi comanderanno alcuna cosa, far forse loro conoscere che la gi offerta mia amicitia non riuscir loro disprezzabile. Et con tutto l'animo bacio alle SS. rie VV. le mani.



252...

GIOVANNI BARTOLI a BELISARIO VINTA in Firenze.
Venezia, 7 novembre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 74. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et P.ron mio Oss.mo

In quanto a me, credevo che il cannone o occhiale che ho mandato fusse per riuscire una burla, perch al mio occhio non fa tanti miracoli: et di quella sorte si trovano hora per tutto, che sebene non sono fabrica del Franzese, ma di occhialari ordinarii, a me par che facciano il medesimo. Et io sento contento d'haver accertato nel servitio per non pensata, et V. S. Ill.ma  ringratio del costo che mi dice far pagare....



253.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Padova, 20 novembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 41. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Dalla copia della lettera mandata da V. S. Ill.ma in Pollonia per aiutare questo mio povero servitore, ho veduto quanto la sua infinita cortesia eccede non solo il mio merito, ma il pensiero ancora, havendo ella trovato modo tanto eccellente per ottenere il desiderio. Et come non haverei saputo desiderare n domandare tanto, cos non so n posso ringraziarla a bastanza, non che contracambiare un tanto favore: per, rendendo a V. S. Ill.ma quelle grazie che posso maggiori et restandogli con obligo perpetuo, insieme con Alessandro mio servitore, lasceremo che Iddio benedetto la rimeriti, Esso che pu, et noi di ci humilmente Lo pregheremo, s come faremo per il compimento di ogn'altro suo desiderio. Et qui baciandogli reverentemente la mano, nella sua buona grazia mi raccomando, et la supplico nelle occasioni a tenermi viva la memoria di coteste Altezze Ser.me, alle quali humilmente bacio la vesta.

Di Pad.a li 20 di 9mbre 1609.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



254..

GIULIA AMMANNATI GALILEI ad ALESSANDRO PIERSANTI in Padova.
Firenze, 21 novembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 37. - Originale, non autografa.

Hon.do Mess. Alex.o

Sono pi settimane che partii di cost, n per ancora ho havuto da voi nuova alcuna, n so la cagione: so bene che sto aspettando con desiderio di sapere quell'che passa cost di tutto, e lo potete fare liberamente, perch le lettere mi capitano sicurissime. Vi scrissi la settimana passata, inviando le lettere a M.o Iacopo ciabattino, padre dell'Agata: caso che non l'avessi ricevuta, vedete di recapitarla. Potete pensare che sto con gran desiderio di sapere qualche particolare: per non mancate.
Desidero che mi recuperiate la tela che  la tessiera, e fate che in modo alcuno sia vista in casa, perch  cosa mia; e la desidero qua quanto prima, e di tutto quello che vi sia di spesa, avisatelo, che subito dar ordine al S.r Baldini(495) che vi rimborsi di quanto bisogner; e se per via del detto S.r Baldini me la potessi inviare, molto l'haverei a caro e bisogno.
Questa settimana  visto lettere di Galileo, quale dice che presto piglier qualche spediente di quello che possa fare della Verginia(496), non ci havendo per hancora pensato. Voi sapete il resto, e sapete quello voglio dire.
Racomandatemi al Freddolino et a tutte quelle gentildonne e la S.ra Lucietta Zabarella; e sopratutto non mancate di scrivermi et empiere un foglio di tutti i contenti, delizie che passono e causate per la mia partita, perch so che non baster, volendomene accennare(497). Che  quanto per ora mi occore. Nostro Signore vi prosperi.

Di Firenze, il d 21 di 9bre 1609.
V.a Aff.ma quanto madre,
Giulia Galilei.

Quello che havessi speso il P.Fra Cipriano per g.ro, rinborsatelo.
Fuori, d'altra mano: Al molto Mag.co et mio Oss.mo
Mess. [Al]ex.o di Piero Santi, in casa il Matematico.
Padova,



255.

OTTAVIO BRENZONI a GALILEO in Padova.
Verona, 23 novembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 106. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Sento gran contento da i commandi di V. S. Ecc.ma, se non me gli scema alquanto il suo dubbitare nel commandarmi, et iscusarsi meco; bench io debbi ascriver questo pi tosto alla sua natural gentilezza, che che cos lei giudichi che sii di bisogno.
Io spero a un'altra posta di servirla di quella genesi; tra tanto mi ha parso convenevole al debito mio scriverle della sua ricevuta, et particolarmente per rallegrarmi dell'honore et premio conferitoli solo per questa cos rara, dilettevole et utile invencione: che se s'havesse a rimunerare tutto il valor suo, bisognarebbe decuplare lo stipendio, ancorch l'attione del vedere fosse solo dupplicata. S che  hormai tempo che godi et si conservi, senza tanto affatticare. Et io, per fine, riverente, li baccio le mani.

Di Verona, il d 23 Novembre 1609.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Affet.mo Servitor
Ottavio Brenzoni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, il Matem.co di
Padoa(498).



256..

GIULIA AMMANNATI GALILEI ad ALESSANDRO PIERSANTI in Padova.
Firenze, 24 novembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 29. - Autografa.

All suo carisimo.

La setimna passata ricevie una vostra, inseime cor una di Micelagnolo e la poliza del Signire Baldino, tuta a me gratisima. Ora li dico come io arivai qua sana e salva, ma non trovai nessuna nessuna duule cose che mi ereno state dete, a tale che bisogna atribuile a 'ngani e bugie; ma non so se la l'ar pensata bene. Vi prego che la mia tela non vdia nele mani della signora vostra padrona(499). Vorei mi dessi minuto raguaglo di tuto quello sii dice cost in casa, e scrivte liberamente, ch le letre vengano in mano che non c' sospeto, et io le mia le vier a maestro Iacopo ciabatino. Mi dispice di sentire che vi siate atrisato di cuelo che tutti li altri di casa si sono raglagrati; pur pazieza. E non mi ocorendo alltro, a vi mi racomando; e Dio d male vi gurdi.

Firenze, il d 24 di 9 ne 69 (sic).
Vostra Afezionata
G. G.

Fuori: All molto Magnifico
Messere Alesandro di Pirsanti.
Padova.



257.

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI in Firenze.
Padova, 4 dicembre 1609.

Museo Britannico in Londra. Add. Mss. 23139, car. 39. - Autografa.

Molto Ill.re Sig.re et Pad.ne Osser.mo

Con la cortesissima(500) lettera di V. S. ho ricevuto l'altra del molto I. e molto R.do Sig. Cosimo Minerbetti; alla quale non occorrendo altra risposta, baster che V. S. mi favorisca significar la ricevuta a detto Signore, et insieme ricordarmeli servitore obligatissimo. Alla gentilissima sua mi  impossibile il rispondere con parole, et molto meno con fatti; ma se pi di quelle, et non meno di questi, si deve prezzare l'affetto dell'animo, certo non mancher di corrispondere al debito, al quale gl'infiniti meriti di V. S. mi legano: procurer anco, il pi che potr, che gl'effetti diano segno di questa medesima disposizione, qualunque volta da V. S. mi sar fatta grazia di suoi comandamenti, da me infinitamente bramati.
La mia venuta sar cost indubitatamente avanti S. Giovanni, piacendo a Dio che io sia sano, essendomi molte volte stato cos comandato dal Ser.mo nostro Signore, mentre ero cost; mi vi tratterr tutta la state, ci  sino alla fine di 7mbre, conoscendo adesso quali sono le maniere et i termini veramente onorati dala nobilt fiorentina: intanto in questa mia assenza supplico V. S. a conservarmi, insieme con la sua, la memoria et la grazia di tanti miei Signori quanti V. S. sa e conosce, li quali non posso nominare ad uno ad uno. Haver meco qualche miglioramento nell'occhiale, et forse qualche altra invenzione. Altro non mi occorre dirgli: di nuovo nella sua grazia mi raccomando, et con ogni affetto gli b. le mani.

Di Pad.a, li 4 di Xmbre 1609.
Di V. S. molto I.
Ser.re Parat.mo
Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Illustre Sig.re et Pad.ne Osser.mo
Il Sig. Michelagnolo Buonarruoti.
Firenze.



258..

OTTAVIO BRENZONI a GALILEO [in Padova].
Verona, 15 dicembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 112-113. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Molti et diversi affari hano potuto cos rittener il desiderio mio, conforme al mio debito, che pi tosto che hora non l'ho inviata la promessa risposta. Ma per quella stima che si deve fare di questi curiosi pronostici et da giocco, certo non si pu dire ch'io li scrivi tardo, poi che, quali elli si siano, sono sempre fuor di tempo et di consiglio all'huomo prudente. Con tutto ci, per servir a V. S. Ecc.ma et per segno d'obedienza, non devo restar di scriverli quelle quattro righe, con le quali et con la presente, riverente, li baccio le mani.

Di Verona, il d 15 di Decembre 1609.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Affett.mo Servitor
Ottavio Brenzoni.

Pro vero el exacto tempore nativitatis accepi diem 29 Augusti anni 1576, hora 10.37'noctis praecedentis a solis occasu; atque themate caelesti constructo - An sydera natum ostendant futurum aliquando clericali habitu relligiosum, vel in eo futurum coniugium -, aeque utrumque ambiguum est, quoniam Iovi admixta stella, Saturni per varios successus conturbat utrumque. Aliquo vero modo forte superstitem filiam sydera declarant. Trium autem astrorum congressus cum inerrantibus primae atque etiam magnitudinis secundae spondet perillustrem existimationem, modo stella Veneris, mulierum causa, multa bona non auferat; sed eadem omnia conciliabit. Caeterum astrorum haec constitutio, quamvis laudabilem sanitatem portendat, visum tamen non acutum facit, ac natum reddit malis contagiosis subiectum, interdum etiam doloribus renum ex flatuosa materia et melancolica, propter praecalidum epar; unde etiam tertianae febres cum torminibus ventris. Peculiariter autem anno 65 ab ardenti febre cavendum est, quae maxime posset obesse. Interim vero annus 44.s non inutilis est, sed altera ex parte casu et fortuna: timor etiam, quamvis inanis, de ferro et igne. Sed annus 35.s magnos habet assentatores, lusus etiam et voluptates, et si quos alios tentabit honores, quos quidem et omnes illi tribuat omnipotens Deus.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Dign.mo Matematico di
Padoa.



259.

GALILEO a [ANTONIO DE'MEDICI in Firenze?].
[Padova], 7 gennaio 1610.

Attenendoci ad una copia di mano del sec. XVII, della quale ci fu comunicata la fotografia dalla cortesia del P. FRANCESCO EHRLE, Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, riproduciamo questa lettera secondo una lezione notevolmente diversa da quella finora conosciuta, con la data ed un lungo squarcio (a partire dalla lin. 122 [Edizione Nazionale]) prima inediti, e con figure che possono dirsi esse pure per la prima volta date alla luce. Un'altra copia, di mano del sec. XVIII,  nei Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 58r.-61r.; e in capo ad essa si legge: "Del Sig.r Vincenzio Galilei. Copiata da me da una bozza originale manchevole in un foglio rect.e".  da credere, secondo ogni verosimiglianza (cfr. Vol. VIII, pag. 562, nota 2 [Edizione Nazionale]), che siffatta copia sia stata esemplata da altra di mano di VINCENZIO VIVIANI, il quale abbia alla sua volta trascritto dalla bozza originale, avuta per mezzo di VINCENZIO GALILEI, e che quelle parole siano state dall'amanuense del sec. XVIII copiate dall'esemplare di pugno del VIVIANI, che le avesse scritte in testa alla trascrizione propria. La copia dei Mss. Galileiani (e cos le stampe, che da essa derivano) arriva soltanto fino alla lin. 121 della Edizione Nazionale, ed ha materiali errori, dovuti manifestamente a false letture: questi errori furono talora corretti da un'altra mano, ma, come appare, senza che si ricorresse all'originale, e quindi non sempre felicemente. Neanche la copia del sec. XVII  scevra di trascorsi di penna e di ortografia, che abbiamo dovuto correggere e de'quali alcuni ci parve opportuno indicare appi di pagina: li abbiamo distinti con la lettera A, mentre con la lettera G abbiamo registrato le numerose varianti della copia derivata dalla bozza.

Per satisfare a V. S. Ill.ma, racconter(501) brevemente quello che ho osservato con uno de'miei occhiali guardando nella faccia della luna; la quale ho potuto vedere come assai da vicino(502), cio in distanza minore di tre diametri della terra, essendoch ho adoprato un occhiale il quale me la rappresenta di diametro venti volte maggiore di quello che apparisce(503) con l'occhio naturale, onde la sua superficie vien veduta 400 volte, et il suo corpo 8000, maggiore di quello(504) che ordinariamente dimostra(505): sich in una mole cos vasta, et con strumento eccellente, si pu con gran distintione scorgere quello che vi ; et in effetto si vede apertissimamente, la luna non essere(506) altramente di superficie uguale(507), liscia e tersa, come da gran moltitudine di gente(508) vien creduto esser lei et li altri corpi celesti, ma all'incontro essere aspra, et ineguale, et in somma dimonstrarsi tale, che altro da sano discorso concluder non si pu(509), se non che quella  ripiena di eminenze et di cavit, simili, ma assai maggiori, ai monti et alle valli che nella terrestre superficie sono sparse(510). Et le apparenze da me nella luna osservate, sono queste(511).
[vedi figura 259a.gif]
Prima, cominciando a rimirarla, 4 o 5 giorni dopo il novilunio, vedesi il confine che  tra la parte illuminata et il resto del corpo tenebroso, esser non una parte di linea(512) ovale pulitamente segnata, ma un termine molto confuso, anfrattuoso et aspro, nel quale molte punte luminose(513) sporgono in fuori et entrano nella parte oscura; et all'incontro altre parti oscure intaccano(514), per cos dire(515), la parte illuminata, penetrando in essa oltre il giusto tratto dell'ellipsi(516), come nella figura apresso si vede(517).
[vedi figura 259b.gif]
Di pi, non solamente  il predetto confine e termine tra 'l chiaro e 'l tenebroso, sinuoso et ineguale, ma scorgonsi vicino ad esso diverse punte luminosissime poste(518) nella parte oscura, et totalmente separate da le corna illuminate; le quali punte a poco a poco vanno crescendo et ampliandosi, s che dopo qualche hora s'uniscono con la parte luminosa(519), divenendo lucido anco quello spatio che tra esse et la parte risplendente si fraponeva: et si veggono simili a quelle che ci rappresenta la figura appresso.
Veggonsi(520) in oltre nella parte illuminata, et massimamente nel confine(521) tra 'l chiaro et l'oscuro, et pi che altrove intorno alla punta del corno australe, moltissime(522) macchiette oscure, et terminate con certi orli luminosi, li quali sono posti tutti verso la parte oscura della luna, restando le [vedi figura 259c.gif] macchiette oscure tutte sempre(523) verso la parte onde viene il lume del sole, dalla frequenza(524) delle quali macchie(525) viene quella parte resa simile ad uno di quei vetri che vulgarmente si chiamano(526) di ghiaccio(527). Siane un poco di essempio la figura presente(528). Secondo poi che il lume vien successivamente crescendo, sciemano le dette macchiette di grandezza et d'oscurit, s che nel plenilunio poco si distinguono(529); nello scemar poi della luna tornasi a vederne gran moltitudine: et pure in tutte et sempre la parte oscura  verso il sole, et l'orlo illuminato risguarda(530) la parte tenebrosa del corpo lunare(531). Et tutte queste apparenze sono puntualmente simili a quelle che fanno(532) in terra le valli incoronate da i monti(533), come ogni sano giuditio pu comprendere(534).
Apparendo le sopradette macchiette(535) di diverse figure et molto irregolari(536), una ve ne ho io, non senza qualche meraviglia, osservata(537), che  posta quasi(538) nel mezo della luna, la quale apparisce perfettissimamente circolare, et  tra le altre assai grande: nella quale(539), et quando il sole comincia ad illustrare la sua altezza, lasciando lo spatio di(540) mezo tenebroso, et quando poi, alzandosegli maggiormente, comincia ad illuminare il fondo, et successivamente mutandosi gl'aspetti di esso sole con la luna nel crescere et nel calare di quella, si veggono le medesime apparenze a capello di lume et di ombre, che fa in terra(541) un grandissimo anfiteatro rotondo, o per meglio dire che faria la(542) provincia de i Boemi, quando il suo piano fusse perfettamente circolare, et da altissimi monti(543) fusse con perfetta circonferenza abbracciata.
[vedi figura 259d.gif]
Et i suoi(544) aspetti avanti et dopo il plenilunio sono simili a questi, avvertendo(545) che sempre la parte tenebrosa  verso il sole, et la chiara all'opposto; inditio certo, quella essere una grandissima cavit perfettamente rotonda et(546) da termini eminenti circondata.
[vedi figura 259e.gif]
Quando la luna  intorno alla quadratura, si scorge nella(547) parte inferiore, ci  nella australe(548), un immenso seno, il quale incava la parte lucida nella maniera apresso: nella(549) qual cavit, crescendo la parte lucida, comincia poi a sporgere, in guisa di un promontorio, un'eminenza triangulare; et nell'aqquistar pi lume(550), se li scuoprono poco dopo intorno alcune(551) altre punte lucide, totalmente spiccate dall'altro lume et circondate da tenebre; le quali(552) crescendo et allargandosi, finalmente si uniscono con la parte luminosa: in quella guisa apunto che in terra gl'altissimi monti, bench molto occidentali, nell'aurora prima(553) si illuminano che le larghe pianure, che dalle radici di quelli verso levante si distendono. Le predette disegualit si veggono solamente nella parte della luna pi lucida; ma in quelle grandissime macchie le quali(554) senza altro strumento da ogn'uno si veggono, non ci si scorge tale disegualit di chiari e di scuri, n vi produce il sole(555) alcuna sensibile mutatione: onde si argomenta, la superficie di esse macchie essere assai pi eguale, et mancare delle cavit(556) et eminenze le quali tutta la parte pi lucida ingombrano. S che(557) quando alcuno volesse paragonare la luna alla terra, le macchie di quella risponderiano pi ai mari(558), et la parte pi luminosa al continente, cio alla superficie terrena: et io ho veramente ancora per avanti hauto sempre opinione, che il globo terrestre veduto da grandissima lontananza illuminato dal sole, pi lucido aspetto faria nella parte terrena, et meno risplendente apparirebbe il mare et la superficie dell'altre acque. (559)
[vedi figura 259f.gif]
Vedesi tuttavia(560) che la parte men lucida della luna, cio quella che communemente si chiama le macchie, non  per tutto et in tutte le sue parti consimile, ma ha sparse(561) alcune piazzette alquanto pi chiare del resto di esse macchie: et una di queste gran macchie (562) racchiusa di sotto et di sopra da due gioghi lunghi et molto illuminati, li quali, inclinando l'uno verso l'altro incontro all'oriente, quando(563) la luna ha 5 o 6(564) giorni, sporgono mirabilmente in fuori et(565) si distendono oltre al confine sopra la parte oscura, in questa guisa.
Ho osservato in tutto il corpo lunare essere alcuni puntini pi lucidi di tutto(566) il resto, et uno in particolare posto tra la parte orientale et la meridionale della luna, che, a, guisa d'una stella assai pi risplende dell'altre parti(567); et all'incontro vi sono 5 o ver 6 altre, macchiette piccole(568), pi nere di tutto(569) il resto, et una in particolare collocata sopra le macchie grandi verso settentrione, la quale par che molto resista all'illuminatione del sole(570).
Molte altre minutie ho osservate, e pi ancora spero di essere per osservarne, sendo intorno al finire un occhiale che mi avviciner(571) la luna a meno di 2 diametri della terra.
Di tutte le sopradette osservationi niuna se ne vede o pu vedere senza strumento esquisito; onde possiamo credere di essere stati i primi al mondo a scuoprire tanto da vicino et cos distintamente qualche cosa dei corpi celesti.
Et oltre all'osservationi della luna, ho nell'altre stelle osservato questo. Prima, che molte stelle fisse si veggono con l'occhiale, che senza non si discernono; et pur questa sera ho veduto Giove accompagnato da 3 stelle fisse. totalmente invisibili per la lor picciolezza, et era la lor configuratione in questa forma:
[vedi figura 259g.gif]
n occupava non pi d'un grado in circa, per longitudine.
I pianeti si veggono rotondissimi, in guisa di piccole lune piene, et di una rotondit terminata et senza irradiatione; ma le stelle fisse non appariscono cos, anzi si veggono folgoranti et tremanti assai pi con l'occhiale che senza, et irradiate in modo che non si scuopre qual figura posseghino.
Hora mi resta, per satisfare interamente al commandamento di V. S. Ill.ma, dirli quello che si deve osservare nell'uso dell'occhiale: che insomma  che lo strumento si tenga fermo, et perci  bene, per fuggire la titubatione della mano che dal moto dell'arterie et dalla respiratione stessa procede, fermare il cannone in qualche luogo stabile. I vetri si tenghino ben tersi et netti dal panno o nuola che il fiato, l'aria humida e caliginosa, o il vapore stesso che dall'occhio, et massime riscaldato, evapora, vi genera sopra.  ben che il cannone si possa allungare et scorciare un poco, cio 3 o 4 dita in circa, perch trovo che per distintamente vedere gl'oggetti vicini il cannone deve esser pi lungo, et per lo lontano pi corto.  bene che il vetro colmo, che  il lontano dall'occhio, sia in parte coperto, et che il pertuso che si lascia aperto sia di figura ovale, perch cos si vedranno li oggetti assai pi distintamente.
Et tanto per hora posso dire a V. S. Ill.ma, alla quale di vivo cuore bacio le mani e dal S.re Dio prego felicit.

Di casa, li 7 Gennaro(572) 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Aff.mo
Galileo Galilei.



260...

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Firenze, 9 gennaio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCIII, n. 47. - Autografa.

Illustre et molto Eccellente Sig.r mio Oss.mo

La lettera ch'io scrissi a Cracovia per V. S., non ostante l'assenza del Sig. Valerio Montelupi,  stata mandata, com'ella vedr per l'inclusa(573), a buono et fidato ricapito, et ne staremo attendendo la risposta. Et io son tutto di V. S. al solito, et le bacio le mani.

Di Firenze, li 9 di Gennaio 1609(574)
Di V. S. Ill.a et molto Ecc.te
Serv.re Aff.mo
Belis.o Vinta.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo
Il Sig. Galileo [Galilei], Matematico dello Studio di Padova.
Padova.



261..

GIULIA AMMANNATI GALILEI ad ALESSANDRO PIERSANTI in Padova.
Firenze, 9 gennaio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 34. - Originale, non autografa.

Honor.do Mess. Aless.ro

Son molte settimane che non ho ricieuto vostre lettere, n so la cagione: mi son messa a farvi scrivere la presente, per la quale vi prego a dar[mi] qualche nuova di cost, come si passi per tutti. Da poi la mia partita, quando Galileo scriveva a Benedetto(575), sapevo qualche cosa; ma da un mese in qua, che non scrive, non sento cosa alcuna: mi imagino che non scriva per non li mandare e'danari che  speso per m[e] e per la Verginia(576), o forse per non li mandare dua vetri che pi volte li  mandato a chiedere, se bene indarno. Per, caro Mess. Alessandro, vi prego a far di modo che lui ne habbia due o 3, ma non di quelli dalla vista corta e incavati, perch ha quello che li lasci Galileo, ma di quelli piani che vanno di sotto al cannone, cio quelli che sono in fondo, e che quando si guarda dalla parte loro, si vede le co[se] lontanissime. E perch Galileo ne ha quantit, non vi sar difficile il pigliarne [2] o 3 o 4, e metterli in fondo di uno scatolino, empiendo il resto di pillore di Acquapendente(577), di quelle che portai io qu[a]: e questo ve ne prego caldamente, poi che Galileo  tanto ingrato a uno che li  fatto e fa continovamente tante carezze alle cose sue, che niente pi. E la putta(578) sta tanto volentieri qua, che non vuol pi sentir nominare cotesti paesi.
Vi raccomando la tessiera, che quanto prima sia servita; e scrivetemi, perch per ancora non son comparse le robe che lasciai che mi mandassi, n so a quello [che] pensi di fare. Se direte il costo delle pillore, ve lo far rimborsare dal S.r Bandino(579). E N. S. vi feliciti.

Di F.e, a 9 di Gen. 1609(580).

[....] madre
Giulia Galilei.

Fuori: Al molto Mag.co et Honorand.o [Mess. Alessa]ndro,
in casa il [Matem]atico, in
Ven.a per Padova.



262.

GALILEO a BELISARIO VINTA [in Firenze].
Venezia, 30 gennaio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 22. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Io rendo infinite grazie et resto perpetuamente obligato a V. S. Ill.ma  dell'offizio incaminato a benefizio di Alessandro Piersanti, mio servitore, il quale humilmente gli fa reverenza et sta con grande speranza attendendo di ricuperar, per mezo del favore di V. S. Ill.ma , quello che pu essere il sostegno della vita sua et di che egli era gi fuori di speranza; et intanto non resta di pregare il Signore Dio per la buona sanit et lunga vita di V. S. Ill.ma
Io mi trovo al presente in Venezia per fare stampare alcune osservazioni(581) le quali col mezo di uno mio occhiale ho fatte ne i corpi celesti; et s come sono di infinito stupore, cos infinitamente rendo grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore di cosa ammiranda et tenuta a tutti i secoli occulta. Che la luna sia un corpo similissimo alla terra, gi me n'ero accertato, et in parte fatto vedere al Ser.mo nostro Signore, ma per imperfettamente, non havendo ancora occhiale della eccellenza che ho adesso; il quale, oltre alla luna, mi ha fatto ritrovare una moltitudine di stelle fisse non mai pi vedute, che sono pi di dieci volte tante, quante quelle che naturalmente son visibili. Di pi, mi sono accertato di quello che sempre  stato controverso tra i filosofi, ci  quello che sia la Via Lattea. Ma quello che eccede tutte le meraviglie, ho ritrovati quattro pianeti di nuovo, et osservati li loro movimenti proprii et particolari, differenti fra di loro et da tutti li altri movimenti dell'altre stelle; et questi nuovi pianeti si muovono intorno ad un'altra stella molto grande, non altrimenti che si muovino Venere et Mercurio, et per avventura li altri pianeti conosciuti, intorno al sole. Stampato che sia questo trattato, che in forma di avviso mando a tutti i filosof et matematici, ne mander una copia al Ser.mo G. D., insieme con un occhiale eccellente, da poter riscontrare tutte queste verit. Intanto supplico V. S. Ill.ma che con oportuna occasione faccia in mio nome humilissima reverenza a tutte loro Altezze; et a lei con ogni devozione bacio le mani, et nella sua grazia mi raccomando.

Di Venezia, li 30 di Gen.o 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



263.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Firenze, 6 febbraio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 94. - Autografa la sottoscrizione.

Ill. et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Per conto di quel credito di Alessandro Pier Santi, servitore di V. S. scrivo hoggi di nuovo, acci ne venga quanto prima qualche risposta; et non lascer mai di servirla con ogn'amore et prontezza in tutto quello che potr.
L'avviso ch'ella mi ha dato delle sue nuove stupende et memorande osservationi, mi  parso tanto mirabile et degno delle orecchie(582) de'Ser.mi Padroni, che subito ch'io ricevetti la lettera, la lessi a lor Altezze, le quali, rimaste oltre modo stupefatte di questa nuova prova del suo quasi sopranaturale ingegno, sono entrate in eccessivo desiderio di veder quanto prima dette osservationi et l'altro occhiale pi eccellente: et per V. S. le mander subito che saranne finite di stampare, et dover poi anche piacere ad ogn'uno che per modo di avviso ella le habbia indirizzate a tutti i filosofi et mathematici; et io ancora, se bene ho poco tempo di levar gli occhi dalle scritture di segreteria, vederei volentieri opera cos rara. Et con il solito mio affetto le bacio le mani.

Di Firenze, li 6 di Feb.o 1609(583).
Di V. S. Ill. et molto Ecc.te
S.r Galileo Galilei.
Serv.re Aff.mo
Belisario Vinta.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Ga[lileo] Galilei, pr.o Lettore di Matematiche.
Padova.



264..

ENEA PICCOLOMINI ARAGONA a GALILEO in Padova.
Firenze, 6 febbraio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n. 41. - Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig. mio Oss.mo

Rispondo tardi alla lettera di V. S., poich sono andato quasi ogni giorno a caccia; s che la prego scusar questa mia tardanza. Feci l'offitio, che mi accenna con l'ultima sua, con S. A. S.ma et con Madama, anzi li lessi la medesima sua lettera; e l'uno et l'altra gradirono molto quest'offitio, et udirono volentieri quanto ha scritto a me e tutti quelli particulari che ha scritto ad altri(584), pure sentiti dalle medesime A.(585), quali sapendo quanto sia il valore di V. S., non se ne maravigliono molto: et il S.mo Gran Duca in particolare mostra e conserva una grata memoria verso di lei, e sta tuttavia con desiderio di rivederla. Et tanto mi ha commesso che io li scriva.
Io poi haver carissimo sentire spesso nuove di V. S. et insieme ricever suoi comandamenti, ch in tutto quello che potr la servir sempre di quore.
Le pillole qua non sono anco comparse, con tutte le diligentie usate: per quando V. S. si compiaccia mandarne dell'altre, saranno carissime al S.r padre, quale insieme con me le bacia le mani.

Di Firenze, li 6 di Feb.o 1609(586).
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser. Aff.mo
Enea Piccolomini Aragona.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padova.



265.

GALILEO [a BELISARIO VINTA in Firenze].
Padova, 13 febbraio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 24. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad ne Col.mo
Non prima di ieri son tornato di Venezia a Padova, et ho ritrovata in casa una di V. S. Ill.ma(587), giunta il giorno avanti, piena, secondo il costume suo, di cortesissimo affetto, nella quale mi d conto del replicato offizio per la redintegratione dell'havere intero di questo mio povero(588) servitore; il quale si ritrova in et et in maniera travagliato da una gravissima indisposizione di difficult d'orinare, che de i 30 giorni del mese ne consuma pi di 20 in letto, et gi saria morto di necessit, se la sua buona condizione et fedel servit passata non havessero meritato che io lo sostenessi per carit. Egli rende a V. S. Ill.ma gratie infinite, et in lei sola ha riposte tutte le speranze; et io resto a parte de gl'oblighi che in perpetuo haveremo alla sua benignit.
Quanto alle mie nuove osservazioni(589), le mando bene come per avviso a tutti i filosofi et matematici, ma non senza gl'auspicii del nostro Ser.mo Signore; perch, havendomi Dio fatto grazia di poter con segno tanto singolare scoprire al mio Signore la devozion mia et il desiderio che ho che il suo glorioso nome viva al pari delle stelle, et toccando a me, primo scopritore, il porre i nomi a questi nuovi pianeti, voglio, all'imitatione degl'antichi sapienti, li quali tra le stelle riponevano gl'eroi pi eccellenti di quelle et, inscriver questi dal nome della Ser.ma S. A. Solo mi resta un poco di ambiguit, se io deva consecrargli tutti quattro al G. D. solo, denominandogli Cosmici dal nome suo, o pure, gi che sono a punto quattro in numero, dedicarli alla fraterna con nome di Medicea Sydera. Io qua non posso n devo pigliar consiglio da alcuno, per molti rispetti: per ricorro a V. S. Ill.ma, pregandola che in questo voglia dirmi il suo parere et porgermi il suo consiglio, sendo io certo che lei, come prudentissima et intelligentissima de i termini delle gran corti, sapr propormi quello che  di maggior decoro(590). Due cose desidero circa questo fatto, et di quelle ne supplico V. S. Ill.ma: l'una  quella segretezza che assiste sempre a gl'altri suoi negozii pi gravi; l'altra  una subita risposta, perch per tal rispetto solo fo trattener le stampe, restandomi da determinar questo punto nel titolo et nella dedicatoria. Io torno domani a Venezia, dove attender la sua risposta, la quale potr, cos piacendoli, raccomandar l al maestro delle poste, acci, capitando in altra mano, non fusse inviata a Padova.
Quanto al desiderio che mi accenna V. S. Ill.ma di havere, di veder queste osservazioni, io non mancher di far s che resti servita tra breve tempo; et se incontrer qualche poco di difficult per non haver altra volta praticato lo strumento, alla pi lunga questo Giugno le leveremo tutte, dovendo io, per replicato comandamento di S. A. S., ritrovarmi cost.
L'ho occupata pi che a bastanza: finisco di scrivere, ma continuo di vivergli devotissimo servitore. Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 13 di Feb.o 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



266..

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Firenze, 20 febbraio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 96. - Autografa la sottoscrizione.

Ill. et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Non contento della lettera, che, come avvisai a V. S.(591), io scrissi ultimamente al S.r Valerio Montelupi, pregandolo a ricordarsi di procurarmi quella risposta dal S.r Gio. Liczho di Ryglice, ho scritto hora di nuovo al medesimo S.r Giovanni; et con raccomandare anche il ricapito di questa al medesimo S.r Montelupi, son tornato a fargli la medesima instanza: et quel che ho replicato con questa seconda lettera a detto gentil'huomo, non posso credere, che non l'habbia a muovere a qualche cosa. Et invero che al povero servitore di V. S. io ho la medesima compassione di lei.
Il pensiero di V. S. intorno al porre i nomi a i nuovi pianeti trovati da lei, con inscrivergli dal nome del Ser.mo Padrone,  generoso et heroico, et conforme agli altri parti singolari del suo mirabile ingegno: et poich ella ha voluto farmi l'onore del domandarmi il mio parere circa al chiamar detti pianeti o Cosmici o Medicea Sydera, io le dir liberamente che questa seconda inscrizzione tengo per fermo che piacer pi, perch, potendosi la voce greca Cosmici interpretare in diversi sensi, non sarebbe forse interamente attribuita da ogn'uno alla gloria del Ser.mo nome della Casa de'Medici et della loro natione et citt di Firenze, come necessariamente sar la denominatione di Medicea Sydera; et per senz'altro a questa mi appiglierei. Et confermandomi a V. S. vero servitore di cuore, le bacio con tutto l'animo le mani.

Di Firenze, li 20 di Feb.o 1609(592).
Di V. S. Ill. et molto Ecc.te
S.r Galileo Galilei.
Serv.re Aff.mo
Belisario Vinta.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Venetia per Pad.a(593)



267..

RAFFAELLO GUALTEROTTI ad ALESSANDRO SERTINI [in Firenze].
Firenze, 1 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 23. -Autografa. Accanto all'indirizzo si legge questa indicazione, autografa di GALILEO: S. Gualterotti, con un sonetto sopra le Medicee(594).

Molto Ill.e et Ecc.te Sig.re

Gl'antichi astrolagi havevono strumento senza alcun dubbio col quale e'vedevano i moti dele stelle ed esse stelle mirabilmente; e per ci sei anni sono, quando io stampai il mio Discorso sopra la nuova stella(595), io dissi che con una artifiziosa cerbottana egli si potevon vedere le stelle di giorno. Che il Sig.re Galileo habbia poi visto molte cose di nuovo, a me non  maraviglia, perch' trentadue anni che ci conosciamo, ed ho sempre conosciuto l'eccellenza del suo ingegno. Io, per la parte mia, credo che in cielo sieno di molte cose non mai sino ad hora state osservate; e Mercurio da quattro anni in qua me ne ha dato grandissimo contrasegno, con l'essere apparso ala vista pi grande che Marte, e di lui pi rosso e scintillante. Poi, circa ala luna, non pure io tengo che sia un corpo diseguale, denso e nero, ma che sia alcune volte pi denso che una altra, per le esalazioni e vapori ch'ella riceve dala terra: e di ci me ne  verace testimonio, che l'anno novantotto, interponendosi fra il sole e noi, la luna fece grande oscurazione e gener gran tenebre nel'aere, e si oppose al sole con minor numero di gradi che la non fece l'anno 1604, e nondimeno gener minore oscurazione; e questo non per altro, se non perch l'anno 1598 la luna era pi pregna di esalazioni e di vapori ch'ella non fu l'anno 1604. A questo V. S. mi dir, che l'esalazioni ch'erono nel'aere erono quelle, ch'essendo maggiori o minori, facevono parere o maggiori o minori le tenebre. Et io rispondo a V. S., che io non niego che ci non potessi esser vero; ma nientedimeno dico, ci essere avvenuto per essere la luna pi scarica o pi carica di vapori ella in s stessa: e di ci ne sia vero testimonio, che io ho veduta alcuna volta essa luna rincontrare la stella di Venere, e 'nterponendosi fra l'occhio nostro e Venere, fare ch'essa Venere non si veggia ed oscurarla al tutto, per dir cos; alcuna altra volta io ho visto Venere(596) nel mezzo al corpo dela luna cos chiaramente risplendere, come se essa luna stata non vi fussi. E perch V. S. mi dir, ci non potere essere, ch troppa gran cosa sarebbe, io gli adduco, per mia prova che gli  stato, altri in altro tempo che ci hanno veduto, come scrive Giovan Villani nel libro quarto, capitolo XV, nela morte d'Arrigo secondo. Poi io son d'oppinione che la luna non sia un corpo sferico. Ma per non esser di doppia noia a V. S., impongo fine, e le bacio le mani. Che Dio la faccia sempre felice.

Di casa, il primo di Marzo 1609(597).
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.te
Aff.mo Se.re
Raffael Gualterotti.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.te Sig.re mio Osser.mo
Il S.re Dottore Alessandro Sartini [sic].
In casa.



268..

RAFFAELLO GUALTEROTTI a GALILEO in Padova.
Firenze, 6 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 91. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Ho letto qua le lettere de'sua avvisi e dele sue nuove osservazioni. E circa la prima considerazione, che il sole sia nel centro, io non ci ho dubbio nessuno. Che sieno pi stelle e pi pianeti, io lo credo, perch molti altri hanno anchora cos creduto; ma di certo non ne so niente: desidero ben saperlo. Dela luna e dela strada Lattea so qual cosa, perch io ci ho fatto qualche considerazione; e tengo che la luna sia un corpo che riceva l'esalazione e 'l vapore da altro luogo si elevi, e che in essa anchora si generi, sich tal ora ella sia di esso scarichissima e tal ora ripienissima: e di ci mi  argomento, che l'anno 1598 egli oscurorno pochi punti e le tenebre furno grandissime, e l'anno 1604 egli oscurorno molti punti e le tenebre furno piccole. V. S. mi potr dire che quelle esalazioni e vapori eron nel'aria, e 'nterponendosi fra l'occhio nostro e la luna, nela luna ci apparivano(598). Rispondo a V. S., che ci  vero che pu essere, ma non perci  men vera la mia oppinione, perch ha una prova inreprensibile: percioch la luna, congiungendosi diametralmente con qual si voglia stella, la oscura; niente di meno io ho veduto due volte congiungersi la luna e Venere, et essa Venere apparire nel mezzo del cerchio dela luna cos chiaramente come se la luna non vi fussi stata, cosa che per l'ordinario si tiene impossibile; pure, havendovela veduta una volta io specialmente,  possuto e posso credere agevolmente, ci essere avvenuto per essere stata in quel tempo la luna scarichissima d'ogni esalazione e vapore. Questa osservazione e questo accidente  vero; e se V. S. non lo vuol credere a me, la lo creda a Giovan Villani(599), il quale nel quarto libro, al quindicesimo capitolo, versi cinque, dice: "Et in quel'anno si vidde la pianeta di Venus nel cerchio dela luna, cosa non mai pi veduta". Ci sono molte altre verit da me osservate, le quali, per non esser tedioso e per non parer di far raccolta di paradossi, io mi taccio.
Desidererei, havanti che io morissi, di vedere quella grande stella co i quattro pianeti da V. S. osservati, perch io caggio in pensiero che, essendo la stella grande, ella si haverebbe ordinariamente a vedere, se gi la non fussi la terra o una di quelle macchie un poco pi chiare dela strada Lattea. Ma siasi come si voglia, V. S. si degni in particulare di farmi grazia come io posso fare a vederla; e se la consiste nel'occhiale, la mi mandi due luci a proposito; che se io non gliene potr donare le centinaia degli scudi, almeno io gliene dir gran merc di quore; perch con questi occhiali che hanno fatto qua questi malandrini, io veggo la luna grande grande grande, e pi chiara che io non la veggo con gli occhi ordinari, e 'ntorno ala strada Lattea veggo pi distendersi il suo albore, ma finalmente quello che io la veggo con gli occhi, quello mi riesce con l'occhiale. Per la qual cosa di nuovo la riprego che, sicome ella  dato a molti amici l'avviso di questa nuova osservanza, ella dia avviso a me come io ho a fare a certificarmene, perch questa  cosa molto del mio particulare interesso. Ma per non la infastidire pi lungamente, io me le ricordo al'ordinarlo servitore. Che Dio le dia ogni sorte di felicit.

Di Firenze, li VI di Marzo 1609(600).
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Raffael Gualterotti.
.
Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re
Il S.re Galileo Galilei, Lettore di Matem.che nel Studio di
Padova
Rac.ta al R.mo P.re M.ro Paolo, Servita.
In Venezia per Padova.



269.

GALILEO a COSIMO II DE'MEDICI, Granduca di Toscana, [in Firenze].
Padova, 12 marzo 1610.

Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 55-57 [Edizione Nazionale].



270...

MARCO WELSER a CRISTOFORO CLAVIO [in Roma].
Augusta, 12 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. VI, T. XIV, car. 20. - Di questa e dell'altre lettere, che pubblicheremo, del WESLER al CLAVIO conosciamo soltanto una copia di mano del sec. XVIII, che verisimilmente fu inviata a G. B. NELLI da APOSTOLO ZENO con una lettera, alla quale ora  allegata, dei 10 novembre 1714.

Molto R.do S.or P. Oss.mo

Ebbi da Magonza un trasmesso con 25 copie della risposta di V. R.za scritta contra il Germanno(601), quale le inviar con qualche commodit di mercanzie, se bene mi dispiace che sogliono esser rade e lunghe.
Con questa occasione non posso mancare di ricordarle, che da Padova mi viene scritto per cosa certa e sicura, che il S.or Galileo Galilei, Mathematico di quello Studio, ha ritrovato coll'istromento novo, da molti nominato visorio, del quale egli si fa autore, quatro pianeti, novi quanto a noi, non essendo mai stati visti, per quanto si habbia notizia, da huomo mortale, con di pi molte stelle fisse, non conosciute n viste prima, e circa la Via Lattea mirabilia. Io so molto bene che tarde credere est nervus sapientiae: per non mi risolvo a nulla, ma prego V. R.za che me ne dica in confidenza liberamente la sua opinione intorno questo fatto. E con bacciarle la mano, mi raccomando alle sue sante orationi. Iddio la feliciti.

Di Augusta, a'12 di Marzo 1610.
Di V. R.za etc.



271.

GALILEO a [BELISARIO VENTA in Firenze].
Venezia, 13 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 27. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Non prima che oggi, et ben tardi, si  potuto havere alcuna copia del mio Avviso Astronomico(602), tal che non ci  tempo da poterne far legare uno per S. A. S., ma sar forza che io indugi alla settimana ventura; oltre che mi bisogna tornare a Padova per poter inviar l'occhiale insieme con l'opera; perch, sperando di essere spedito sin quattro giorni sono et di haver tempo di tornare a Padova et inviare il tutto di l, mi son lasciato traportare avanti. Tutta via non ho voluto mancare di inviarne una copia a V. S. Ill.ma, cos sciolta et ancora bagnata, per ogni buon rispetto.
Io non so quanto sia per succeder facilmente al S. G. D. et a quei signori di Corte il poter trovare i quattro nuovi pianeti, li quali sono intorno alla stella di Giove et con lui in 12 anni si volgono intorno al sole, ma intanto con moti velocissimi si aggirano intorno al medesimo Giove, s che il pi lento di loro fa il suo corso in giorni 15 in circa. Non so, dico, quanto facilmente saranno ritrovati, se ben mander il mio medesimo occhiale eccellentissimo, col quale gli ho osservati; perch a chi non  ben pratico ci vuole sul principio gran pazienza, non havendo chi aggiusti lo strumento et ben lo fermi et stabilisca. Per in tal caso, quando paresse a V. S. Ill.ma che per abondare in cautela io mi trasferissi sin cost in queste vacanze della settimana Santa, che sono 23 o 24 giorni, io lo farei: tutta via mi rimetto al suo consiglio. Se si potesse differire sino alla state, nel qual tempo sar cost per ubidire al cenno di S. A. S., non direi altro; ma in tutta la state n Giove n i 4 pianeti si vedranno, mediante la vicinanza del sole: n altre vacanze ci sono sino a quel tempo, se non queste di Pasqua. Per sopra questo particolare aspetter il prudentissimo parere di V. S. Ill.ma; il quale se sar che io debba venire, mi far favore che io trovi una lettiga a Bologna per il luned della settimana di Passione, perch di Padova potr partire il venerd avanti. Questo incontro, d'haver potuto con maniera tanto pellegrina et da non se ne poter mai pi sperare una simile per dimostrarmi quanto sia io devotissimo servo del mio Signore, mi  tanto a cuore, che io non vorrei che da veruna difficult o intoppo mi fusse perturbata: per V. S. Ill.ma non si meravigli se io l'ho a cuore, et se io desidero che ella sia conosciuta et ricevuta per tale quale ella veramente .
Io non ho pi tempo di scrivere, essendo notte: per, con fargli reverenza, con ogni devozione gli bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicit.

Di Venezia, li 13 di Marzo 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



272..

[PAOLO SARPI a GIACOMO LESCHASSIER].
Venezia, 16 marzo 1610.

Bibl. Naz. in Parigi. Cod. lat. 8601 (gi Colbertino 2832), car. 93 e 94. - Copia di mano sincrona. Delle lin. 1-14 [Edizione Nazionale], fino alle parole "secundis 17",  copia, di mano del sec. XIX, nei Mss. Gal., Par VI, T. VI, car. 18. Questa copia, che fu trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. Galileiani, non deriva, a quanto sembra, dal cod. Parigino; e mentre ha numerosi e gravi errori, sana, d'altra parte, altri errori che in quel codice non mancano. Noi perci, riproducendo il presente squarcio sul ms. Parigino, abbiamo profittato anche dell'altra fonte, e delle differenze dell'uno e dell'altro codice dalla lezione da noi stabilita abbiamo reso conto appi di pagina, dove distinguiamo i due codici, Galileiano e Parigino, con le iniziali G e P.

.... Scis, ante biennium repertum instrumentum in Batavis, quo res longinquae videntur, quae aliter vel non apparerent, vel obscure(603). Hoc invento noster Mathematicus Patavinus, et alii ex nostris earum artium non ignari, ad coelestia, uti cepere, et(604) usu edocti magis accomodarunt et expolierunt(605). Constat, ut scis, instrumentum illud duobus perspicillis (lunettes vos vocatis)(606), sphaericis ambobus, altero superficiei convexae, altero concavae. Convexum accepimus ex sphaera, cuius diameter 6 pedum(607); concavum, ex alia, cuius diameter latitudine digiti minor(608). Ex his componitur instrumentum circiter 4 pedum(609) longitudinis, per quod videtur tanta pars(610) obiecti, quae, si recta visione inspiceretur, subtenderet scrupula(611) 1.a 6; applicato vero instrumento, videtur sub angulo maiori quam 3 graduum(612). Ea observata sunt in luna, in Iovis(613) stella et in fixarum costellationibus; quae tu leges in libello quem meo nomine D. Legatus tibi exhibebit(614), et plura alia miranda magis, de quibus tibi alias scribam. Interim ne mirere, videri stellas Iovem circumeuntes tam brevi intervallo. Namque oculo in Iove existente, distantia lunae a terra non excedit scrupula p.a 31, et ipsum lunae corpus(615) non apparet maius scrupulis secundis 17. Ea si libuerit D. Aleaume communia facere, forte non illi erunt ingrata....



273..

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Padova.
Roma, 18 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 39. - Autografa.

Ecc.mo Sig.re et Pat.n mio Oss.mo

Venendo cost il Sig.r Ferdinando Martelli, sono forzato con questa a salutarla, et per questo che mi viene scritto di Fiorenza dal Sig.r Amadori(616), a rallegrarmi con lei, avendo ridotto a tale perfezione il suo ochiale, ch'ella  potuto scorgiere et osservare nel cielo cose maravigliose, et che sopra di ci avea fatto non so che suo discorso, et era a Venezzia(617) per farlo stampare.
Lessi la lettera al Sig.r Luca Valerio, che  ancora, per la malattia di molti mesi, convalesciente; il quale la saluta, et la pregha per ci averlo per iscusato del non li avere mai scritto. Ritrovandomi anchora dal Sig.r Cardinale Dal Monte per altro, venendo a cos fatti ragionamenti, le lessi la lettera del Sig.re Amadori; il quale subito(618) ordin a Venezzia ad un suo ministro, ne procurassi il detto ochiale, et se il libro era stanpato gniene mandassi. Ora la pregho, perch non li sono meno affezionato del Sig.r Amadori, al farmene partecipe, perch ne ricever quello maggiore contento che per me propio averrebbe. Et con questa baciandoli le mani, le pregho da Dio ogni contento.

Questo d 18 di Marzo 1610, in Roma.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo Servitore
Lodovico Cigoli.

Fuori: All'Ecc.mo Sig.re et Pad.n mio Oss.mo
[....] Galileo Galilei, in
Padova.



274..

GIO. BATTISTA MANSO a PAOLO BENI [in Padova].
[Napoli, marzo 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car, 84-87. - Copia di mano sincrona; a car. 87t, si legge questa indicazione, di mano di GALILEO: "Del S. Giovanb.a Manso, da Napoli". Della mano di GALILEO sono pure due aggiunte, che indichiamo in nota.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio(619),

Spettava con ardentissimo desiderio lettere di V. S. per ricever avviso del suo arrivo in Padova, della sua salute e del luogo in che mi conserva della sua gratia: della quale io fo quella stima che si deve alle sue singulari virt, e ne vivo tanto ambitioso, che non cambierei il titolo di suo servitore con quel di padrone di tutto il rimanente mondo. Aggiugneva sprone al mio desiderio la promessa che ella mi fece delle sue lettere con un'altra da Roma, alla quale ancor ch'io havessi incontanente risposto, non per ci haveva veduta sin qui replica alcuna. Ma hora questa de'19 del passato ha non pur adempito ogni mio desiderio, con assicurarini che V. S. tenga memoria dell'affetto dell'animo mio verso lei e con darmi certezza della sua giunta con salute (a me tanto pi cara, quanto pi acerbamente ho sentito il sinistro che ricevette nella gamba per la caduta), ma di gran lunga etiandio ha sopravanzato ogni mia speranza con la giunta di nuovi favori, e soprafatto ogni mio pensiero con l'avviso di nuove meraviglie, e tali che 'l dire che giamai non siano state udite n cadute in intelletto humano (ancor che intorno all'istesse cose si sieno affaticati sin dal principio del mondo tutti gli ingegni), anzi che siano cose che trascendono l'agume e la capacit d'ogni mortal intendimento,  dir vero, ma  dir poco.
Ho io con istupore et con diletto grandissimo molte volte riletta la lettera sua, e comunicatala con il. S.r Porta(620) et con gli amici conosciuti da V. S. et con altri, che per la brevit del tempo non ebbero ventura a farsi conoscere da lei: la maggior parte de'quali  atterrita dalla novit e dalla difficult delle cose in essa contenute; ma i pi dotti non le giudicano impossibbili, et io, mosso dalla autorit di V. S. e del S.r Galileo, le tengo non pure possibbili, ma verissime, poi che niuna di quelle cose che possono essere (come conosco esser questa) si dee negare all'osservatione fatta da due huomini cos singolari in dottrina et in bont, quali sono le SS. VV. Anzi io porto ferma speranza, che come il secolo passato si vanta a ragione di haver scoverti nuovi et non pi conosciuti mondi, cos questo presente si gloriar d'haver ritrovati nuovi et non pi immagginati cieli, con tanto stupore dell'et a venire, che invidieranno noi che semo nati in questi avventurati tempi et habbiamo possuto conoscere cos rari e divini ingegni, e me spetialmente che ho hauta particolar gratia di esser servitore di V. S. e di sperare di essere anche, per mezo suo, del S.r Galileo: onde, come Platone ringratiava gli Dii che l'havessero fatto nascere nel mondo ne'tempi di Socrate, cos stimo dover io ringratiare il Sommo Iddio che m'habbi fatto venire in questo felice secolo, dove io possa dalla lor voce e dalle lor lettere apparar quelle cose che la soma sapienza di Lui ha voluto sin qui tener al mondo tutto celato, et hora primieramente alle SS. VV. scovrire. Meritarebbe gran lodi il S.r Galileo per haver ridotta a tanta perfettione l'invention de gli occhiali, che estenda la vista oltre 60 et 80 miglia, et renda le spetie delle cose vedute cos vicine et grandi che non paiono lontane pi che due miglia, et si veggano anco le minutissime; il che ha recata non picciola gelosia al nostro S.r Porta(621), il quale ha pensato un pezzo fa, che ci si potesse fare etiamdio in infinito (dico, per quanto si potesse estendere la linea visuale, rimoti gl'impedimenti), con proportionare i punti del concavo e del convesso de'vetri. Ma se il S.r Galileo voleva di queste cose far meravigliare il mondo, bisognava che si fermasse qui, et non rivolgesse questo suo nobilissimo istrumento verso il cielo, per ci che, scoprendo con esso le meraviglie di col su, fa cessare lo stupore delle cose terrene, per istrane et grandi che elle si sieno.
La prima delle quali, e ci  che in cielo si veggono con l'aiuto di questo occhiale nuove stelle nel fermamento, non prima osservate n conosciute,  per avventura la minore di tutte l'altre: per ci che gli antichi etiandio credettero, s'io non fallo, che nel cielo fossero pi stelle di quelle che appaiono a gli occhi nostri. E Tolomeo nell'Almagesto, l dove favella delle stelle e dell'uso dell'astrolabio nell'osservarle, volendo mostrare che con l'aiuto di quell'istrumento si potevano misurar tutte, soggiunge: Quotquot possibile erat perspicere: onde chiaramente si raccoglie, che non tutte le stelle si possono vedere, e che egli conosceva che ve ne sono pi di quelle che da lui si vedevano, le quali noi col benifitio del meraviglioso occhiale, facendole molto maggiori e pi vicine, potremo senza fallo agevolmente mirare. Et innanzi a lui mostr di conoscerlo Aristotile nel primo libro delle Meteore, nel quale, favellando delle stelle, diceva che oltra quelle d'osservata grandezza (le quali poscia gli astrologi annoverarono fino a mille e ventidue) ve ne sono altre innumerabili, che, per esser fuori delle 48 imagini celesti, egli chiam....(622); delle quali, perci che di quelle che si veggono se ne sa il numero, bisogna necessariamente confessare che l'altre, credute innumerabili, non si fussero per allora vedute. L'istesso disse pi chiaramente Alfagranio, et altri pi moderni etiandio. Per la qual cosa di questa prima maraviglia, quantunque ella in s medesima sia grande, pure per ci che fu da gli antichi conosciuta almeno, se non veduta, sar maggiore l'obbligo che habbiamo al S.r Galileo che ce la porga a riguardare co 'l suo maraviglioso instrumento, che la novit delle stesse cose mirate.
Il medesimo si potrebbe affermare della seconda maraviglia della Galassia, della qual ancorch Aristotile favellasse in modo che paresse anzi favoleggiare che filosofare, non  egli per che Averroe non si forzasse di darci a credere, essere oppinion di lui che il candor di quella fosse il picciolo et confuso lume d'innumerabili e spessissime stelle. La qual sentenza non solamente  stata tenuta per vera in s stessa e seguita quasi universalmente da i moderni, ma molti se l'hanno beuta etiandio come oppinione d'Aristotile, e fra gli altri Alberto (non so per qual ragione chiamato Magno), il qual, non contento d'haverne investito Aristotile, l'attribbu anche vanamente a Tolomeo, attestando il cap. 2 del libro 8 dell'Almagesto; l dove ancorch Tolomeo parlasse della Via Lattea, non per entr mai a favellare di che cosa ella si fosse, ma solamente ne descrisse il suo sito. Ma, ad ogni modo, cosa chiara  che molti hanno creduto (et io l'ho sempre stimato vero) che la Via Lattea sia sparsa e ripiena di minutissime e moltissime stelle, le quali ciascuno ha confessato non potersi per la lor picciolezza vedere: onde grand'obbligo habbiamo a V. S. et al S.r Galileo, che ci facciano testimonio di veduta di quello che molti secoli s' per ragione di buona filosofia creduto.
Ma molto maggiore senza fallo  la terza maraviglia che appartiene alla luna: grande non solamente in s stessa, ma ingrandita mirabilmente dallo stil di V. S., che ci rappresenta le rarit e le densit di lei, e la variet et inegualit della superficie delle sue parti, i suoi seni, i monti, le valli, l'ombre e l'illuminationi che in essa appaiono, cos vivamente, che ci fa meravigliare e dilettare insieme; anzi ci persuade in modo, che havendola anche noi osservata con gli occhiali che habbiamo qui (co'quali possiamo vedere un huomo assai distintamente oltra 3 miglia), veggiamo, o ci par di vedere, se non le stesse, almeno somiglianti cose, e specialmente le rarit e concavit: ma per la debolezza dell'istrumento non possiamo discernere que'seni e que'monti e quell'asprezza della superficie che veggono le SS. VV. Del che, a dire il vero, non saprei che ragione assegnare in filosofia, n solamente secondo la quinta essenza immagginata da Aristotile, ma nemeno secondo i principii di Platone: salvo se volessimo dire, che la luna, per esser corpo diafano e forse pi simile ad uno specchio che ad altri, rappresentasse in s stessa l'immaggini de'seni, de'monti e delle valli del globo terreno, apparendo quasi, se non tutto, il Mediterraneo o l'Oceano e quasimente tutta l'Italia o la Spagna. Il che non sarebbe per avventura impossibil cosa ch'avvenisse, anzi ce 'l potrebbe racconfermare quel modo d'illustratione che veggono le SS. VV., col qual si indorano prima le parti superiori, et poi le mezzane, et ultimamente le pi basse; il qual modo non potendo essere se non quaggi nelle parti della terra, alle quali apparisce il sole a poco a poco sensibilmente per lo moto diurno, e non nelle parti lunari, alle quali il sole o si mostra sempre intiero, o se pure se ne discosta, ci fa con tardissimo et insensibil moto, ne segue quasi necessariamente che quelle parti cos digradatamente illuminate siano pi presto della terra, rappresentate nella luna, che nella luna stessa irraggiata dal sole. Ci potrebbe venirne anche persuaso dall'ottima interpretatione data da V.S. alle voci pittagoriche d'antittona et antistrofa, poi che in questo modo sarebbe vera similitudine tra la luna e la terra, non di specie n di analogia, ma di rappresentatione.
Ma se ci fosse vero, per qual ragione le macchie della luna, e quest'altre cose che in loro si scorgono, si dovranno vedere sempre nel mezo di lei, e non mai vicine alla circonferenza? poi che, se fossero immaggini de'corpi terreni, dovrebbero apparire ora in un luogo et hora in un altro del suo cerchio, conforme dove cadesse il punto della reflessione, il che s'osserva negli specchi. O forse la luna, per essere specchio convesso, rappresenta pi facilmente l'imaggini nel mezo, che negli orli del globo suo? Ad ogni modo, comunque la cosa stia, quest'osservatione delle SS. VV.  degna d'altissima speculatione.
Ma quella che avanza ogn'altra maraviglia, et alla qual difficilmente par che possa la debolezza del nostro ingegno pervenire,  l'osservatione di quattro, o pur di cinque, nuovi pianeti, che le SS. VV. hanno veduti: perci che quello che alle stelle fisse si pu agevolmente concedere, e che se pur si riceva con maraviglia del senso, riguardante cose non pi mai vedute, si pu nondimeno apprendere con quiete del'intelletto, ch'intende cose non aliene da quelle che egli poteva immagginare, non  cos facile a credersi n piano, facendo prima mestiere di molto efficaci prove per dimostrare che le stelle vedute non siano dell'altre fisse, e poscia molto matura consideratione per salvar gli inconvenienti che potrebbero per avventura nascere dal concederlo.
Io veggo bene, che havendo le SS. VV. osservato nelle dette stelle il moto della retrogradatione, necessariamente ne segue che esse debbano essere erranti, e non fisse: ma mi d grandemente cagione di dubitare che questo lor moto si faccia cos sovente hora retrogrado hora antegrado, il che non par che possa accomodarsi con alcuna delle oppinioni de'filosofi n degli astrologi, e molto meno con l'osservatione e con le dimostrationi fatte sin qui n da Tolomeo n dal Copernico n dal Fracastorio; poich n per gli epicicli, n per gli ravvolgimenti in s stessi, n per quelle fasce homocentriche, si potrebbero cos spesso far innanzi et indietro: onde, perch nel riguardare con questi nuovi occhiali non si pu vedere, per la picciolezza del lor buco, se non pochissimo spatio di cielo intorno alle stelle che si mirano, n se ne possono veder molte insieme, sich si potesse osservare il sito e la distanza tra loro, si potrebbe grandemente dubitare d'alcuno scambio, e tanto pi quanto queste nuove stelle o pianeti fa mistiere che siano pi piccole dell'altre; se non fosse che ogni cosa si deve credere al testimonio delle SS. VV., di ciascheduna delle quali si dee dire Ipse dixit. Ma per me potrebbe accrescere anche questa difficult la malagevolezza con che si possono a questi nuovi occhiali accomodar gli astrolabii e gli altri strumenti di misura, co'quali potessimo vedere l'altezza loro; onde prego V. S. ad avvisarmi se questi nuovi pianeti sono stati da loro osservati superiori o inferiori del sole: perci che la velocit del moto, osservato in cos pochi mesi dalle SS. VV., ci argomenta la picciolezza del lor cerchio, e che per consequenza siano pi bassi del sole; ma la poca distanza che  tra lui e la luna, non par che possa in quel breve spatio ammettere cicli per quattro o cinque nuovi pianeti, per lo che bisognarebbe che essi fossero superiori al sole. Ma questo contradirebbe alla velocit del lor moto: di modo che fra tali contrariet non saprei, senza l'aiuto delle SS. VV., a qual delle due mi dovessi pi sicuramente accostare.
M'aggiunge sospettione l'intendere che i quattro nuovi pianeti accompagnino hora innanzi et hora indietro un altro (come V. S. dice) de'maggiori, del qual desidero sommamente sapere s'anch'egli  nuovo, e se no, qual sia de'cinque gi conosciuti. Perci che questo corteggiamento  segnale di maggioranza e di principato, come ottimamente dimostr Tolomeo l dove egli favell del satellitio; e perci era ragione che Venere e Mercurio accompagnassero il sole, come principe del'universo: ma questo pianeta, accompagnato da quattro nonch da due, bisognarebbe che fosse, se non maggiore o uguale del sole, almeno non minore degli altri cinque; e se questo , non sar nuovo, ma pi presto alcuno de'conosciuti. Ma di quei che sono gi noti, Saturno, che  il maggiore, non merita tanto honore, per la malvagit e tardit de'suoi effetti; e Giove, che ne sarebbe pi meritevole, cede di grandezza a Saturno. Perci prego V. S. che mi avvisi quello che s' osservato intorno a queste cose, che io confesso di non poter da per me stesso sapere.
Dietro a tutte queste difficult, nate dalla debolezza del mio ingegno e dalla poca cognitione delle scienze (del che so che mi scusar appo V. S. la continua violenza delle perpetue occupationi e private e publiche, che mi traggono assai sovente fuori di me stesso, non che dallo studio e dalla citt), scriver anco un'asprissima querela fattami da tutti gli astrologi e da gran parte de'medici; i quali intendendo che s'aggiungano tanti nuovi pianeti a'primi gi conosciuti, par loro che necessariamente ne venga rovinata l'astrologia e diroccata gran parte della medicina, percioch la distributione delle case del zodiaco, le dignit essentiali ne'segni, le qualit delle nature delle stelle fisse, l'ordine de'cronicatori(623), il governo dell'et de gli huomini, i mesi della formatione dell'embrione, le ragioni de'giorni critici, e cento e mill'altre cose, che dipendono dal numero settenario de'pianeti, sarebbero tutte sin da'fondamenti distrutte. A questo ho risposto io, che conciosia cosa che le stelle influiscano quaggi non per altro istrumento che per quello del lume loro, necessariamente ne segue che le stelle ch'hanno minor lume debbano ancora influir minori effetti; onde questi nuovi pianeti, havendo debolissimo lume, come dinota la lor picciolezza e 'l non potersi da noi vedere, fa mistiero che non possino influir effetti di molta consideratione: dal che segue che non sar necessario mutar gli ordini della astrologia o della medicina, ancor che s'accresca il numero delle stelle. Con questo ho sodisfatto a molti; ma io ho replicato a me stesso: A che dunque far cinque pianeti che non habbiano a giovare ad alcuna cosa, se la natura non fa niente in vano? forse per maggior ornamento del'universo? Questo si potrebbe affermare pi voluntieri delle stelle fisse, che nelle erranti. Ma che vo io balbutendo all'orecchie di V. S.? Pur questa  licenza che si de'concedere a gli ammirati; e che io debba essere uno di quelli, V. S. me lo concede(624) nella sua lettera, et  propriet della mia ignoranza, alla quale spetto il rimedio da V. S. e dal S.r Galileo, supplicando che mi favoriscano del trattato che sopra di ci V. S. mi avvisa scrivere detto Signore, e che pur questa sua mi promette: il qual sto aspettando con tanto desiderio, che nulla pi. Stimo anche mio dovere di far consapevole(625) il S.r Galileo del molto ch'io rimango obbligato alle sue singolari virt, et quanta parte habbia in me il debito universale che ha tutto il mondo d'osservarlo e di ammirarlo; e per ci vengo a riverirlo con l'alligata lettera(626).

Di V. S. Ecc.ma
Ser.re
Giovanb.ta Mansi.



275..

GIO. BATTISTA MANSO a GALILEO [in Padova].
Napoli, 18 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 41. - Autografa la sottoscrizione.

Molt'Ill.re Sig.re

Stimo a mia somma ventura l'esser nato in secolo tanto felice, c'ha prodotto nel mondo personaggio di cos rare virt e singolar dottrina qual  V. S., in cui ha voluto Iddio non solamente unir tutti que'doni che per adietro have sparsi ne gli altri huomini, ma riserbarlo etiandio, con nuovo e non pi inteso modo, allo scovrimento de'nuovi cieli, e fattolo di loro nuovo Atlante; e col dove Tolomeo fu giudicato un altro Alcide, oltre a'cui termini non fosse lecito trapassare, l'ha condotto per vie non pi calcate da intelletto humano, quasi novello Colombo. Prendo anche a mia particolar gratia esser, per cortesia del S.or Paolo Beni, stato uno de'primi ad haver parte delle sue maraviglie; ond'io ho scritto a lui che, come Platone ringratiava gli Dii che l'havessero riserbato a nascere nell'et di Socrate, cos rendo io al vero Iddio doppiamente gratie, che m'habbia conceduto di vivere in questi fortunati tempi, e molto pi d'haver occasione, come spero dalla humanit di V. S. e dall'intercessione del S.or Beni, d'essere da lei accettato per molto suo particolar servitore. Io come tale me le profero; e se dell'essere da lei per tal ricevuto me n'assicurasse alcun suo comandamento, me 'l recarei a magior fortuna dell'altre due. Sa V. S. adunque il modo di favorirmi, et io non dubito della sua cortesia: onde, spettando l'effetto delle sue gratie, resto priegando a V. S. da N. S. ogni felicit.

Di Napoli, il d XVIII di Marzo 1610.
Di V. S. molt'Ill.re
Al S.or Matematico.
Certo Ser.re
Giovanb.a Manso.

Fuori: Al molt'Ill.re Sig.re
Il Sig.or Galilei.



276.

GALILEO a COSIMO II DE'MEDICI, Granduca di Toscana, [in Firenze].
Padova, 19 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 45. - Autografa.

Ser.mo G. D. et mio Sig.r Col.mo

Mando all'Altezza Vostra Ser.ma il mio Avviso Astronomico(627), dedicato al suo felicissimo nome. Quello che in esso si contenga et l'occasione dell'inscriverlo a lei, vedr dalla dedicatoria dell'opera, alla quale mi rimetto per non tediarla due volte: solo con questa con ogni humilt me l'inchino, et reverentemente gli bacio la vesta, augurandoli da Dio il colmo di felicit.

Di Padova, li 19 di Marzo 1610.
Di V. A. S.
Humiliss.o Servo et Vassallo
Galileo Galilei.



277.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Pisa].
Padova, 19 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 29-33. - Le car. 29-30 contengono una prima stesura autografa, scritta in Venezia (cfr. pag. 299, lin. 57 [Edizione Nazionale]) e che GALILEO lasci incompiuta: la pubblichiamo qui appresso, e ad essa facciamo seguire la lettera, pur autografa (car. 31-33), quale fu effettivamente mandata e molto diversa dalla prima stesura.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Invio a V. S. Ill.ma la dedicazione de i quattro nuovi pianeti alla Ser.ma et felicissima Casa Medici, sotto gli auspicii del Ser. G. D. Cosimo II, nostro Signore: la quale mando a S. A. S. insieme con quello stesso occhiale col quale ho ritrovati i pianeti et fatte tutte le altre osservazioni, et lo mando cos inornato et mal pulito quale me l'havevo fatto per mio uso; ma da poi che  stato strumento a s grande scoprimento, desidero che sia lasciato nel suo primo stato, non convenendo che si rimuova cosa alcuna delle vecchie per onorarne delle nuove che non sono state a parte nelle vigilie et fatiche delle osservationi. Per supplico V. S. Ill.ma a far mia scusa in questa parte a presso S. A., anzi a pregarla a lasciarlo in questo stato, perch non gliene mancheranno di altri ornatissimi. Sar ancora necessario che io sia scusato se l'opera non esce fuori stampata con quella magnificenza che alla grandezza del soggetto si saria richiesto, essendo che l'angustia del tempo non l'ha permesso, et l'indugiare et differire la publicazione era con mio troppo pericolo et risico che forse qualche altro non mi havesse preoccupato; onde mi sono resoluto mandare innanzi(628) questo avviso, insieme con la denominazion delle stelle, per publicar poi in breve molte altre particolari osservazioni, le quali vo continuando di fare intorno a queste medesime cose.
Resta hora che si procuri che questa azione, la quale per sua natura  la pi eroica et sublime maniera di spiegare et propagare all'eternit le glorie de i gran principi, sia con ogni maggiore splendore et grandezza ricevuta dal mondo; et per ottener questo, dir quanto mi occorre in mente.
Et prima, essendo verissimo che la reputazione comincia da noi medesimi, et che quello che vuole essere stimato bisogna che sia il primo a stimarsi; quando S. A. S. per la sua infinita benignit dar segno di stimare in s stessa quest'incontro, non  dubbio alcuno che non solo tutti i suoi vassalli, ma ogni nazione, ne far stima, n rester penna nelle ali della fama che non si occupi nella gloria di questo fatto(629). Stimo in oltre necessario il mandare a molti principi non solamente il libro, ma lo strumento ancora, acci possino incontrare la verit della cosa. Et in quanto appartiene a questo particolare, io mi ritrovo ancora 10 occhiali, che soli, tra cento e pi che ne ho fabricati con grande spesa et fatica, sono idonei a scoprir le osservazioni ne i nuovi pianeti et nelle stelle fisse; li quali saria mio pensiero mandare a parenti et amici del Ser.mo G. D., et di gi me n'hanno fatti domandare il Ser.mo di Baviera, et il Ser.mo Elettor di Colonia, et l'Ill.mo et Rev.mo [S]. Card. Dal Monte: domandar, dico, l'occhiale insieme col trattato, essendosi sparso prima assai il grido che l'opera. Gli altri 5 gl'haverei volentieri mandati in Spagna, Francia, Pollonia, Austria et Urbino, quando havessi hauto, col favore del S. G. D., tale ingresso con questi principi, che io potessi sperare che la devozion mia fusse rimirata et gradita. A questi tre Signori che me lo fanno domandare, mander lo strumento et il trattato senz'altro, come anco ad altri principi che facessero l'istesso; ma a li altri nominati non veggo come io potessi far ci senza qualche favorevole indirizzo dalla banda del S. G. D. Per in questo caso supplico V. S. Ill.ma del suo et consiglio et favore, il quale star attendendo quanto prima, promettendomi et assicurandomi che ella mi sia per incaminare per la pi honorevole strada che ci sia.
Sar anco necessario tra brevissimo tempo ristampare l'opera, compita con moltissime osservazioni, le quali vo continuando, et con molte et bellissime figure tagliate in rame da valente huomo(630), il quale ho gi incaparrato, et lo conduco meco a Padova; per li quali disegni(631) si rappresentino a capello le figure di tutta una lunazione, le quali sono cosa mirabile da vedersi, et di pi molte imagini celesti con tutte le stelle che veramente vi sono, le quali saranno pi che dieci volte tanto che le conosciute sin qui, et a presso tutte nove le costellazioni che sin qui sono state credute stelle nebulose, ma in effetto sono gruppi di assaissime stelle unite insieme. Spero ancora che haver potuto definire i periodi de i nuovi pianeti. Questa credo che bisogner farla toscana, sendone da moltissimi stato richiesto sin qui; oltre che non credo che siano per mancare molti componimenti di tutti i poeti toscani, gi che so che qui sono di belli ingegni che scrivono. Questa seconda edizione haverei gran desiderio che fusse fatta pi proporzionata alla grandezza del Padrone, che alla debolezza del servo: per in tutto mi rimetto a i cenni di S. A.(632)


Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Invio a V. S. Ill.ma la dedicazione de i quattro nuovi pianeti alla Ser.ma et felicissima Casa Medici, sotto gl'auspicii del Ser.mo G. D. Cosimo II, nostro Signore; la quale mando a S. A. S. insieme con un occhiale assai buono, se bene son sicuro di presentargli in breve cosa migliore. Scrivo in tanto al S. Cav. Enea Piccolomini una instruzione di molte avvertenze et circunstanze, che  necessario di osservare nell'accomodare lo strumento per poter ritrovare i pianeti con minor difficult(633); et ne tratto con questo Signore, non sapendo se V. S. Ill.ma sia per essere a presso S. A. S.ma o pure per trattenersi in Firenze, et non sapendo ancora se fusse di parere di V. S. Ill.ma che in re dubia io arrivassi sin cost, come per la passata gli scrissi et ne sto aspettando suo consiglio.
Sar necessario che V. S. Ill.ma faccia mie scuse a presso loro Altezze se l'opera non vien fuori stampata con quella magnificenza et decoro che alla grandezza del suggetto saria stato necessario, perch l'angustia del tempo non l'ha permesso, n io ho voluto punto prolungare la publicazione, per non correr risico che qualche altro non havesse incontrato l'istesso et preocupatomi; et per ci l'ho mandato fuori in forma di avviso(634), scritto la maggior parte mentre si stampavano le cose precedenti, con proponimento di ristamparlo quanto prima con molte aggiunte di altre osservazioni; il che  anco necessario farsi, perch 550, che ne hanno stampati, sono gi andati via tutti; anzi di 30, che ne dovevo havere, non ne ho hauti altro che 6, n veggo verso di potere havere il resto, havendogli lasciati in Venezia in mano del libraio, perch vi mancavano a stampar le figure in rame. Questa seconda volta credo che lo far in lingua toscana, s perch, oltre a i librai, ne sono pregato da molti altri, s ancora perch credo che le Muse toscane non taceranno in cos grande occasione le glorie di questa Ser.ma Casa(635), perch sin qua sono alcuni che scrivono in questo proposito(636): et tali componimenti si potranno prefigere all'opera. Io poi vo descrivendo altre costellazioni, et voglio disegnare le faccie della [vedi figura luna2.gif] di un periodo intero con grandissima diligenza, et imitarle a capello, perch in vero  una vista di grandissima meraviglia; et il tutto ho pensiero di far tagliare in rame da artefice eccellente, il quale ho di gi appostato et incaparrato: con speranza per che S. A. S. sia per compiacersi che il tutto sia esequito con quella maggior magnificenza et splendore, che al suo potere, et non pi alla mia debolezza, risponda; sopra di che ne star aspettando un motto da V. S. Ill.ma
Il moto  stato et  grandissimo, et il pensiero  piaciuto infinitamente; et io son sicurissimo, che conoscendo Iddio benedetto l'ardentissimo affetto et devozion mia verso il mio clementissimo Signore, gi che non mi haveva fatto n un Virgilio n un Homero, mi  voluto esser donatore di un altro mezo non meno peregrino et eccellente per decantare il suo nome, registrandolo in quelli eterni annali. Una sola cosa diminuisce in gran parte la grandezza di questo incontro, et  l'ignobilit et bassezza del cancelliero. Tuttavia il nobilitarlo, Ill.mo Sig. Cav.re,  non meno in mano di S. A. S., che sia stato in mia il mostrar segno della mia devotissima osservanza; n io diffido punto della sua infinita benignit, qual volta non mi manchi una di quelle cause medie, senza le quali ordinariamente non muovono le cagioni prime: n di questa despero, anzi saldamente me n'affido, havendo l'appoggio et il favore di V. S. Ill.ma, alla quale io non voglio soggiugnere altro se non le ultime parole che lei mi disse quando, i mesi passati, ne i Pitti, mi licenziai da lei, che furon queste: "Galileo, nelle tue occorrenze et affari tratta meco, et non con altri ".
Parmi necessario, oltre a le altre circuspezioni, per mantenere et augumentare il grido di questi scoprimenti, il fare che con l'effetto stesso sia veduta et riconosciuta la verit da pi persone che sia possibile: il che ho fatto et vo facendo in Venezia et in Padova. Ma perch gl'occhiali esquisitissimi et atti a mostrar tutte le osservazioni sono molto rari, et io, tra pi di 60 fatti con grande spesa et fatica, non ne ho potuti elegger se non piccolissimo numero, per questi pochi havevo disegnato di mandargli a gran principi, et in particolare a i parenti del S. G. D.: et di gi me ne hanno fatti domandare i Ser.mi D. di Baviera et Elettore di Colonia, et anco l'Ill.mo et Rev.mo S. Card. Dal Monte; a i quali quanto prima gli mander, insieme col trattato. Il mio desiderio sarebbe di mandarne ancora in Francia, Spagna, Pollonia, Austria, Mantova, Modena, Urbino, et dove pi piacesse a S. A. S.; ma senza un poco di appoggio et favore di cost non saprei come incaminarli, non mi venendo massime domandati: et senza strumenti esquisiti non si possono vedere le cose pi importanti, et questi, se non escono da me, non credo che sin hora possino haversi da altra banda; perch, havendo io fatti vedere di questi miei pochi occhiali a diversi Signori oltramontani, li quali ne hanno veduti assai in Alemagna, Fiandra et Francia, sono restati stupiti, et affermano, li altri veduti da loro esser bagattelle in proporzione di questi. Per anco sopra questo particolare desidero l'aiuto et il favore di V. S. Ill.ma: la quale dover scusarmi delle tante molestie, considerando che il mio fine non tende ad altro che al mantenimento di questa grande impresa, concernente al Ser.mo nostro Signore, per la quale ho passate la maggior parte delle notti di questo inverno pi al sereno et al discoperto, che in camera o al fuoco. Supplico per tanto V. S. Ill.ma a scusarmi et perdonarmi se forse pi del conveniente la molesto; et se non gli mando adesso un occhiale, non se ne maravigli, perch ne ho a pena tanti per il bisogno detto di sopra, et l'indugio sar compensato con tanto maggiore eccellenza, perch gliene dar uno quale ancora non se ne son fatti di tali: et alla mia venuta cost questo Giugno porter al G. D. in questa materia cose di infinito stupore.
 tempo di finire: gli bacio con ogni humilt le mani, et nella sua buona grazia raccomando tutto l'esser mio. Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 19 di Marzo 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.

L'alligata(637) senza mansione  per Madama Ser.a, madre del G. D.: la prego a fargli far la mansione, perch non vorrei prender qualche errore.



278.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Pisa, 19 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI. car. 98. - Autografa la sottoscrizione.

Ill. et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Havendo ricevuto la copia del suo Avviso Astronomico, l'ho subito fatta vedere a S. A. Ser.ma, alla quale havendo anche letto la lettera di V. S. che l'ha accompagnata, se le  accresciuto di sorte il desiderio di veder quei nuovi pianeti, che per assicurarsi che le riesca, aspetta che V. S. alle prossime vacanze venga con il suo eccellentissimo occhiale a facilitarne ella propria il modo, com'ella ha offerto; et a questo effetto dar a suo tempo l'ordine, che il luned della settimana di Passione ella possa trovare in Bologna la lettiga. Et io dovendo cos presto, con l'aiuto di Dio, rivederla, con speranza di haverla anche a servire, non le soggiugner altro con questa. Et le bacio con tutto l'animo le mani.

Di Pisa, li 19 di Marzo 1609(638).
Di V. S. Ill. et molto Ecc.te
S.or Galileo Galilei.
Serv.re Aff.mo
Belisario Vinta.

Fuori: All'Ill. et molto Ecc.te S.or mio Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei.
subito, subito.
Padova.



279..

GIROLAMO SELVATICO a FRANCESCO VENDRAMIN in Venezia.
Padova, 20 marzo 1610.

Arch. Universitario in Padova. Filza 629, car. 36. - Autografa.

Ill.mo et R.mo Sig.r mio Col.mo

Mi dispiace che la di V. S. Ill.ma mi sia rivata tardi, et che di gi sia stabilito, havendo hoggi a far la eletione, chi debbi dover esser proposto, cometendone al mio colega et a me che si sii per proponer perssone che habbi letto nella materia matematicha(639); et se mi sar concesso tempo et occasione, far conosser a V. S. Ill.ma che li suoi ceni mi seran comandamento. Professando esserli sempre devotissimo servitore et facendoli riverenza, li baccio le mani.

Add 20 Marzzo 1610. Di Pad.a
Di V. S. Ill.ma et R.ma
Obligatiss.o et Devotiss.o Ser.e
Ger.o Sal.o Cav.

Fuori: All'Ill.mo et R.mo Sig.rmio et P.ron Col.mo
Il Sig.r Francesco Vendramini, Dignissimo Patriarcha di
Venetia.



280..

GIROLAMO SELVATICO a FRANCESCO VENDRAMIN in Venezia.
Padova, 26 marzo 1610.

Arch. Universitario in Padova. Filza 629, car. 35. - Autografa.

Ill.mo et R.mo Sig.rmio Col.mo

Io confesso che quando V. S. Ill.ma mi comand che dovessi nominar il Sig.r Conte Ingolfo(640) per Mathematico della Accademia, restai mal sodisfato in non poterla servire. Prima, perch la nostra comissione stava che dovessimo elegger una perssona atta ad inssegnar la scientia della mathematica all'Accademia et che havesse fato questo offitio, fu il primo eleto il figliuolo(641) che fu gi del Conte Giachomo Zabbarella qual tuttavia ha in questa scienzza libri in stampa, et l'altro fu il Sig.r Galileo, famoso Lettor in questo Studio(642) Parve mo'che questi SS.ri di Bancha giudicassero ancor loro poter elegere, et come va nelle universsit, prevalsse questa opinion, con desordini per molti capi, s che per quello dicono retto [sic] il Sig. Conte; et uscii io con doi altri di Accademia(643), con penssiero che per concienzza potessi, protestando, tagliar questa sua eletione. Ma quando conssiderai, V. S. Ill.ma havermi racomandato questo sugeto, io non ne volssi far cosa alcuna, ma lassiar che pigliasse pacificho possesso, come prego Dio che faci quel tanto che ha bisogno questa Accademia, con honorevoleza sua et dell'Ill.ma sua Casa, da me tanto stimata. Voglio pregar V. S. Ill.ma restar sodisfato di quanto ho potuto fare, et a V. S. Ill.ma facio riverenzza.

Add 26 Marzzo 1610. Di Pad.a
Di V. S. Ill.ma et R.ma

Aff.o et Obligatiss.o Ser.e
Ger.o Sal.o Cav.

Fuori: All'Ill.mo et R.mo Sig.r mio Col.mo
Il Sig.r Patriarcha di
Venetia.



281..

ENEA PICCOLOMINI ARAGONA a GALILEO in Padova.
Pisa, 27 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 114. - Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Hiersera ricevei la lettera di V. S. delli 19 del presente(644), quale lessi a S. A., volendo ella sentire gl'avvertimenti che si devono usare in adoperare il nuovo occhiale, quale non  ancora comparso qua, ma si spetta d'ora in ora, credendosi sia restato a Firenze; e S. A. mostra haverne gran desiderio, sperando di vedere un nuovo miracolo, a confusione di quelli che stanno ostinati in non voler credere quelle cose che V. S. afferma di haver viste e di volere far vedere a qualsivoglia. E poich la d piena facult che questo si mostri, si far vedere a tutti quelli che fanno professione d'intendere qualcosa, acci credino alla propria vista, se per non saranno abbagliati dall'ostinatione.
Io poi sto con molto desiderio di havere uno de'suoi libri, desiderando anch'io di partecipare di queste nuove cose, recandomi a gran ventura mia che cose tali sieno state ritrovate(645) da un tanto patrone e amico mio.
Il Sig.r padre gli rende duplicati saluti, e desidera V. S. gli dia occasione che li possa mostrare il desiderio che ha di servirla, come faccio ancora io. E pregandoli il colmo de'contenti, li bacio le mani.

Di Pisa, li 27 di Marzo 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
S.r Galileo Galilei.
Ser.r Aff.mo
Enea Piccolomini Arag.na

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padova.



282.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.
Firenze, 27 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 43. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio,

Iermattina, arrivando in Mercato Nuovo, mi si fece innanzi il Sig.r Filippo Mannelli, dicendomi che 'l Sig.r Piero, suo fratello, gli scriveva, che 'l procaccio di Venezia mi recava uno scatolino da parte di V. S. Questa cosa si divulg in maniera, che io non mi poteva difendere dalle persone, che volevan sapere che cosa era, pensando che fosse un occhiale; e quando si  saputo ch'egl'era il libro, non  cessata la curiosit, massime negl'huomini di lettere, e credo che 'l Sig.r D. Antonio(646) har che fare a mostrarlo. Iersera in casa il Sig.r Nori(647) ne leggemmo un pezo, quella parte che tratta de'pianeti nuovi; e finalmente  tenuta gran cosa e maravigliosa. Il Vivai (credo che V. S. se ne ricordi) ne scrisse a'd passati al Magino; rispose che era cosa di maraviglia e stupore, ma che consisteva nella sperienza.
Ora, padron mio, V. S. debbe sapere che Firenze  piena d'occhiali venuti di Venezia a instanza di diversi, i quali sono pi che ragionevoli; di maniera che, vedendo io la cosa s divulgata, haveva risoluto di pregar V. S. che mi volesse far grazia di mandarmene uno, non pretendendo delli squisiti, ma de'manuali, come paresse a lei. Ma sentendo da lei che ne ha fatti ben cento, lasciati stare li dieci da principi, ne desidero (se la domanda non  troppo ardita) uno de'90 da amici; e mi scusi s'io son troppo importuno, perch, per dirgliela, il popolo mi ci ha fatto pugnere, col tanto dire che essendo io tanto servitore a V. S.,  maraviglia ch'io non sia stato favorito da lei: s ch'ella sente.
Quanto alla sua figliuola(648), io ho per negozio finito il metterla nella Nunziatina(649), perch le monache dicon di s, e 'l governatore ha risposto che non crede ci abbia a esser difficolt. Si conchiuder il negozio, e io non mancher di sborsare quello che bisogner: dicono volerci un letto e non so che altre cose, e 'l salario di 6 mesi anticipati, e vogliono 42 scudi l'anno, ch cos dicono esser il solito. Si far il meglio che sia possibile.
Il Sig.r Andrea(650) scrive di nuovo a V. S.; s che io non so che me li dire di lui, se non ch'egli gl' servitore. Le Muse vanno un poco adagio, perch le nove sono rimaste indietro per una decima che debbe haver pi bel muso. V. S. bisogna che gli scriva da s, s'ella vuole che faccia qual cosa sopra le stelle Medicee(651). Io ne ho gettato un motto co 'l Sig.r Buonarruoti(652); con gl'altri, non havendo tanta familiarit, non so come mi fare, ancho volendo. E perch  tardi, finisco, e le bacio le mani.

Di Firenze, il d 27 di Marzo 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.e
Ser.e Aff.mo
Aless.o Sertini.

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo Sig. e P.ron mio Oss.mo
[Il] Sig.r Galileo Galilei, in
Padova.



283...

GIOVANNI BARTOLI a BELISARIO VINTA in Firenze.
Venezia, 27 marzo 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 105. - Autografa.

.... Inviai subito a Padova la lettera per il Galilei, del quale viene da ogniuno letto et considerato un libro fatto di nuovo, dove mostra d'haver col suo occhiale trovato 4 pianeti di pi, et visto un altro mondo nella luna, et cose simili, che danno pastura dilettevole ai professori di quelle scientie, massime per il titolo di Sidera Medicea. Non posso gi restar di dire, che da molti di questi signori vien stimato hora ch'egli li habbia burlati, quando diede per secreto quel cannone che era molto vulgare, et che nelle piazze si  venduto sino a 4 o 5 lire, della medesima qualit, come si dice; et molti poi se ne ridono, chiamandoli corrivi, mentre egli ha cercato di fare il fatto suo, come ha fatto, et gli  riuscito con un augumento di 500 fiorini alla sua provisione ordinaria per la sua lettura. Et intendo che veramente  valentissimo huomo, et  molto amico di F. Paolo....



284.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Firenze.
Pisa, 30 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 45. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Con la lettera di V. S. de'19, scritta a me ultimamente di Padova, ricevetti le altre due, l'una per il Ser.mo Gran Duca, mio Signore, et l'altra per Madama la Gran Duchessa madre, mia Padrona: et questa certo  lettera admiranda, et amendue l'AA. LL. la volsono sentir legger da me attentissimamente, et ne mostrorno un eccessivo applauso et gusto, et haverebbono subito risposto a V. S.; ma havendole per mia mano scritto ch'ella venga qua nelle vacanze in tutti i modi, et inviatole la lettiga a Bologna, che vi sar arrivata perlomeno la domenica di Passione prossima passata, et dovendo cos tener per certo ch'ella sia in viaggio per qua, se ne sono astenute, et voglion supplir con l'affetto della viva voce.
Mi sa ben male che n la dedicatione stampata n l'occhiale che ella dice di mandare con le sudette ultime sue, non sono comparse, n si ritrovano sin ad hora; ma doveranno arrivare, non potendo io credere che le possano esser mal capitate. Et venga via lei sana et lieta, che vedr quanto lietamente di cuore quest'AA. amino et stimino il suo raro valore pi che habbino fatto mai, et li onorevoli et liberali effetti che useranno verso la sua persona et in aiuto della reputatione et fama della sua ingegnosissima inventione.
Detti la sua lettera al Sig.r Cav.re Enea Piccolomini, ma egli ancora non ha potuto far nulla, non ci essendo il libro n l'occhiale, come ho detto; ma reputo che sar stato meglio, venendo tutto reservato alla presenza et operatione di lei, che riuscir tanto pi mirabile et grata: et havendola Iddio privilegiata di questo singolarissimo discoprimento et dono, le somministra ancora tant'ingegnosa et giuditiosa et faconda eloquenza et espressione, che ottimamente rappresenter al mondo tutto, et con la voce et con la penna, cos stupenda gratia et osservatione, a gloria dell'eterno Fattore et a contentezza et utilit del mondo tutto. Et dovendo anche io rivederla, abbracciarla et servirla presto presentialmente, non soggiugner altro pi con questa, senonch, sicome il Ser.mo nostro Signore approva che questa notitia si sparga et che s'inviino a'principi gl'occhiali, che cos anche aiuter a fargli pervenir et ricevere con dignit et grandezza. Et alla S. V. bacio le mani. Et al Ser.mo mio Padrone ho allegato con quanto perpetuato grido si  immortalato il re Alfonso con le sue Tavole Alfonsine, et che molto maggiormente sar fatto immortale S. A. et il suo nome dall'intitolatione, osservatione, teoriche et tavole, che si faranno dei quattro nuovamente scoperti pianeti.

Di Pisa, li 30 di Marzo 1610.
Di V. S. Ill.re et molto Ecc.e
S.r Galileo Galilei.
Ser.re Aff.mo
Belisario Vinta.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Firenze.



285.

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.
Bologna, 31 marzo 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 63. - Autografa.

Eu prttein.

Praestantissime Domine Keplere,

Saepe ad te, nullas abs te. Proxime Nuncium Sidereum de quatuor novis planetis, per me remissum, si consecutus es, id ut volui factum; sin minus, tuis hac de re edoceri cupio. Est res miranda, est res stupenda: vera an falsa, ignoro. Proin, si tua erga me voluntas, de qua omnis mihi dubitandi ansa est praecisa, est prompta, si, inquam, tua erga me benevolentia, qua me semper, Pragae delitescentem, es prosecutus, antiquum obtinet, iudicium de his Galilei quatuor novis planetis quin mecum sis communicaturus, nullus dubito. Quicquid horum arcanorum caelestium per literarum aequor commiseris et concredideris, lapidi te concredidisse credas. Nulli etenim, sit ille quicunque velit, illa communicabo, sed veluti in theca omnia clausa habebo, dum syn to the ad tuum animum notum et vere amicum rediero.
Praga, nova quae excipiat, si libet, motu proprio paucis depinge. Facturus gratissimum. Plura non do, iudicium tuum expectans, quod non gravaberis proxima occasione ad me Bononiam (vivo enim cum Magino) transmittere. Vale sideribus et nostrae scientiae, gemmula clara et cara Bomiae.

Bononiae, 31 Martii a. 610.
Tuae Excell.ae
Studiosissimus semper
Martinus Horky a Lchovic
m. pp.

Fuori: Nobilissimo et Praestantis.mo Viro
Domino M. Ioanni Keplero, S.ae C.ae M.tis Mathematico dignissimo,
D.no patrono suo Observandissimo.
Pragam.



286..

OTTAVIO BRENZONI a GALILEO in Padova.
Verona, 3 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 118. - Autografa.

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Finalmente ho ricevuto le sue, tanto desiate da me, Osservacioni celesti, quali, gi alcuni giorni sono, lei mi havea inviate: et veramente che la minima parte dell'opra ha superato la mia espettatione. Sono cose (quando per cos V. S. Ecc.ma l'habbi viste) da farci prima ben bene meravigliare, et poi rispondere; o, per dir meglio, dovemo solo star attendendo i detti suoi. Non mancano per di quelli che, per immortalarsi, vogliono anco accender il foco nel tempio di Diana; cos di quelli che vorrebbero sottraherli un poco di gloria per s stessi. Io li vado rispondendo, non per por la lingua tant'alto, ma per ripparar il foglio dalle loro morsicature: dissi il foglio, non lei, perch di questo non ha bisogno. Li pare per che sii stata un poca d'inavertenza il sommar il corpo cubo, cio sodo, della luna per 27000, in vece di 13500. Li ho detto che l'error nella somma non fa per errore nella demonstratione, et che quella  pi tosto prattica di perticatori. Dicono che l'occhiale  caggione di quelle apparenze nella luna et di quelle stelle et pianeti non pi veduti: prima, con qualche punto o inaequalit del vetro; poi, che vedendosi alcun grosso vapore da vista affatticata per mezo di lucido vetro, pu facilmente apparer corpo lucido. Io gli ho detto che di questo non parlino se prima non ne fano la prova. Et io queste cose li scrivo, non che meritino essere scritte, ma per dirle con che osservanza ammiro le cose sue. In somma non occorre a scrivere pi oltre, solamente che ho fatto con costoro come gi fece nea con Cerbero: gli ho dato l'offa da mordere, perch di questo pi non mi molestino; quale  un certo sermone De peste, materia certo per quelli molto a proposito. Non mi arossisco mandarne la copia a V. S. Ecc.ma, acci che giudichi s'ho fatto bene, et liberamente ci che gli ne pare. Et con ci riverente li baccio le mani.

Di Verona, il d 3 d'Aprile 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Affett.mo Servitor
Ottavio Brenzoni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Digniss.o Matematico di
Padoa.

Con un libro De peste.



287..

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Padova.
Brescia, 3 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 116. - Autografa.

Ill.re et Eccell.mo Sig.r mio,

Quanto mi sia stato caro l'Aviso Astronomico mandatomi da V. S., lo giudichi prima dal desiderio grande che havevo di veder opere e parti del suo ingegno, quale pi volte ho significato a V. S.; lo giudichi, secondo, da quello che meglio di me conosce, dall'eccellenza, dico, dell'opera stessa, quale, havendo di gi letta e riletta pi di dieci volte con somma meraviglia e dolzezza grande d'animo, e benissimo intesa la dottrina profonda, gli alti pensieri, dotte speculationi, e, quello che in ogni cosa sua ho sempre notato, la consonanza et unione meravigliosa del tutto, havendola, dico, letta prima che mi capitasse la sua, era preparatissimo a ricever il dono con quella stima che merita: e cos l'ho riceuto e conservar carissimo, ringratiandola che mi habbia fatto degno d'un tal dono e tesoro.
Quando uscir quella bell'opera ingegnosa e piena di curiosit(653), vedr haverne impresto una copia per ridere, o l'andar a leggere in qualche libraria, senza spenderci un quattrino.
Circa le osservationi nella luna, gi doi mesi D. Serafino(654) mi fece vedere, con un cannone suo (di forza d'avicinar le cose nove volte e pi, agrandendole pi d'81 in superficie, e per conseguenza in mole pi di 729 volte), quei doi cornetti che saltano in fuori dalla parte illuminata nell'oscura della luna, e parimente quelle perle, provate ingegnosissimamente per cavit da V. S. Dei cornetti io, fondato sopra le sode dottrine di V. S., pronontiai che erano a guisa di elevati e continui gioghi di monti sul dorso della luna, e per conseguenza prima feriti dai raggi del sole; del resto, quanto a quelle cavit et altre pi osservationi e speculationi, non ho osservato n pensato prima del'aviso di V. S. Alla quale facendo riverenza, bacio le mani, e me li offero servitore, l'istesso facendo D. Serafino nostro.

In S. Faustino di Brescia, il 3 d'Aprile 610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Oblig.mo Ser.re e Discepolo
D. Benedetto Castelli.

Fuori: All'Ill.re et Eccell.mo Sig.re
Il Sig.r Galileo Galilei, Lettore delle Mat.che e P.ron mio Oss.mo
Padoa.



288..

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.
[Bologna], 6 aprile 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 64. - Autografa.

.... Er [Maginus] hatt mich wol fielmahls angestiftet, das ich mich wieder dem Origanum mit der Feder brauchen soll lassen, undt ut publice, typis excuso scripto, den Maginum defenderem. Soll diess, ob Gott woll, von mir der Gutte ehrliche Mann Origanus gewartig sein. Den ich der gantzen Teutschen undt Bhmischen Nation in der Zeitt dienen will. Aber, was mir mglich wahr, wieder einem Wellischen, fur nehmlich wieder Galileum Galileum de quatuor fictis planetis, wolt ich fiel lieber schreiben. Sed iam ululandum cum lupis....
.... Wann der Herr mir Responsum gibt, bitt ich schliesslich, auf die 4 novos Galilei planetas des Herrn Iudicium undt was der Herr Kepler darfon halt, mich zue berichten. Doch tuas, non ita ut ego, sed allegoriis obscura; quia si fortassis alius interciperet, detrimento mihi essent....



289..

CARLO CONTI a GALILEO in Padova.
Ancona, 11 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 25. - Autografa la firma.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.re

Questi giorni Santi appena mi permettono di accusare a V. S. la ricevuta del libro che si  compiaciuta mandarmi, non che renderle le gratie che son tenuto et darle le debite lodi del suo molto valore, massime che non ho possuto fin hora vederlo a mia sodisfattione: onde non si maravigli V. S. se cos brevemente ne la ringratio, perch, cessato questo impedimento, scriver, piacendo a Dio, pi a longo sopra alcune cose che mi occorrono, le quali so che sar di gusto a lei di sentirle, come di molto piacere  stato a me che il S.r Antonio Negro mi habbia procurato la cognitione di V. S. Alla quale in tanto offerendomi, resto raccommandandomi di tutto core.

Di Ancona, li 11 di Aprile 1610.

S.r Galileo Galilei.
Al serv.o di V. S.
Il Car.l Conti.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te S.re
Il S.r Galileo Galilei.
Padua.



290.

MICHELANGELO GALILEI a GALILEO [in Padova].
Monaco, 14 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI. car. 191. - Autografa.

Car.mo et Honor.do S.r Fratello,

Il venard Santo passato, che fummo a li 9 del presente, ricevei la vostra gratissima insieme con i libri, quali l'istesso giorno feci legare, con pensiero di volerli presentare a li Ser.mi Patrone et Elettore; ma sendo tanto il mio Patrone intento(655) a l'orationi, fui consigliato a indugiare al luned dopo la Pasqua, poi che S. A. in quei giorni Santi forse non haveria applicato l'animo a tal cose: s che accettai il consiglio. Ieri venne il Ser.mo Elettore da Fraising, che  una citt appartenente a lui; et cos trovandosi questi principi insieme, mi si aperse comodissima occasione di presentare detti libri, s come feci. Subbito dopo che ebbono desinato, mi messi nel'anticamera del Ser.mo Elettore aspettare le loro Altezze; quale venute, mi feci avanti, et ebbi una gratissima audienzia, et furno ricevuti i libri con somma benignit da quelle Altezze, replicandomi il mio Patrone pi volte, che li era tal cosa gratissima et che l'occhiale li sar altretanto pi grato: et questo non  stato poco, sentir questo dal mio Patrone, poich  un principe di poche parole; et vi assicuro, se l'occhiale riuscir di sodisfazione di S. A., come non dubito, ne riceverete non(656) piccolo segno di gratitudine. Basta; S. A. aspetta l'occhiale con gran desiderio. Il Ser.mo Elettore poi, come principe umanissimo, si misse a parlar meco, et mi disse haver gi hauto un de'vostri libri, ma senza figure, et vi prega che vogliate far un trattato sopra de la fabbrica de lo strumento, et insegnarlo a fare; et non havendo voi, in questo vostro primo libro, insegnato chiaramente tal fabbrica, li pare che sia mancamento; et dice, se metterete innesecuzione quello che scrivete, che vi farete inmortale; et vi prega, non volendo voi insegnar a altri detta fabbrica, al manco siate contento di volerne conpiacere S. A., che vi si dimostrer quel principe che gli ; et dettoli che li mandate un occhiale, ne  ricevuto sommo contento, et mi dette la mano in fede, dicendomi che vi sar gratissimo: et perch S. A. deve partir per Praga fra pochi giorni,  dato ordine che li sia mandato subbito detto occhiale. Vedete hora voi se potete conpiacere questo principe circa l'insegnarli il modo di fabbricar lo strumento; quanto che no, scrivereteli una lettera a vostro modo. Vi dico bene che S. A. si diletta infinitamente di tal professione.
L'occhiale che vi ho dimand[a]to per me, non mi rispondete niente. Se bene io non son principe, da potervi remunerare, sono al manco vostro fratello, et per questa causa mi pare strano che non vogliate conpiacermi di tal cosa: pure non sono interamente fuora di speranza.
Li dui giorni che  hauto li libri appresso di me, li  fatti vedere a diversi signori int[en]denti, i quali restono stupiti di s miracoloso trovato, et in particolar il Sig.r Talbotto, signore principalissimo Inghilese, stato scolar[o] di nostro padre gi circa 30 anni fa; et dice cognoscervi voi ancora, et per esser intendentissimo(657) di tal proffesione, resta marav[i]gliatissimo; et vi saluta caramente, rallegrandosi infinitamente il sentir le vostre virt. Io poi non vi dico niente de l'allegrezza ch'io sento del vostro bene, et questo S. Giovanni a Firenze ho paura che non siate rubato dal nostro Patrone a cotesti Signori: il che prego Nostro Signore che segua quello che sar per il meglio. Altro non mi occorre; solo vi prego a scrivermi spesso, e non mancate mandarmi le corde, et sopra tutto che quando sarete a Firenze, mi procuriate lettere di raccomandazione dal G. D. al mio Patrone; ma che sieno di quelle buone, s come voi potete facilissimamente ottenere. Altro non vi  che dire, solo pregarvi a ricordarsi di me et di quello che vi  dimandato. La mia moglie vi si raccomanda di cuore, s come faccio io ancora, dispiacendomi sentire che siate travagliato dal mal vecchio, s come son io ancora; ma pazientia, rimettendo tutto a Dio.

Poscritta.

Havendo il Sig.r Lorenzo Petrangoli, senese et cappellano di S. A., vostro amico vecchio, scritto a Siena al Sig.r Domenico Meschini la copia di quella lettera che mi scrivesti circa le maraviglie scoperte da voi in cielo, li d questa risposta:

"La nuova che V. S. mi d del'occhiale del S. Galilei non mi  stata nuova, ma grata, come procedente dall'affezione di V. S.; perch tengo appresso di me un occhiale, non cos buono come dice il Sig.r Galilei, ma ragionevole, et in breve ne spero un migliore, per veder poi la mia vista a chi pi si accosta, o a quella del Sig.r Galilei, o a quella d'un altro osservatore in Roma, che dice haver veduto che la luna traspare, contrario appunto al S.r Galilei; alla oppenione del quale non solo mi accosto per una certa mia openione, ma anco per saper il valor suo, per altro tempo et in altre occhasioni noto".
Detto Sig.r D. Lorenzo vi saluta, et vi si ricorda affezionatissimo.
Di gratia, non mancate mandarmi ancora dui o tre copie di libri, per mostrarli qua ad altri mia cari patroni, quali li desiderano grandemente. Dio vi feliciti.

Di Monaco, li 14 d'Aprile 1610.

Vostro Aff.mo Fratello
Michelag.lo Galilei.

L'inclusa vi sia raccomandata.



291.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.
Praga, 15 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 120. - Autografa.

Ecc.mo Sig.r P.rone Colend.mo

Essendo un pezzo che disegnavo di ritornare in Italia, et particolarmente a Padova et Venetia, pi per godere quella gentilissima conversatione di V. S. che per altro; et tanto pi me ne cresce il desiderio, quanto che veggo nuovi parti del suo felicissimo et divino ingegno: delli quali l'ultimo, intitolato Nuntius Sydereus, ha rapito ultimamente tutta questa Corte in ammiratione et stupore, affaticandosi ogniuno di questi ambasciatori et baroni di chiamare questi matemathici di qua per sentire se vi sanno fare alcuna oppositione alle demostrationi di V. S. Per vanno procurando di havere di quelli occhiali doppiii, per vederne l'esperienza.
Io mi truovai, XII giorni fa, a desinare dal Sig.re Ambasciatore di Spagna, dove il Sig.re Velsero port al detto Ambasciatore uno di questi libbri, mostrandogli molti luoghi notabili di quello libro. Il Sig.r Ambasciatore mi domand delle qualit di V. S. Io gli risposi quello che potei, non gi quanto V. S. merita. Mi disse che voleva sentire l'openione del Kepplero(658) sopra questo libro, s come credo che habbia fatto chiamarlo. Ma io questa mattina ho havuta occasione di fare amicitia stretta con il Kepplero, havendo egli et io mangiato con l'Ambasciatore di Sassonia; et domattina siamo invitati da quel di Toscana, dove io vado familiarmente di continuo, essendo quel Signor mio padrone vecchio. Hora gli ho domandato quello che gli pare di quel libro et di V. S. Mi ha risposto che sono molti anni che ha prattica con V. S. per via di lettere, et che realmente non conosce maggiore huomo di V. S. in questa professione, n manco ha conosciuto; et che con tutto che il Tichone fosse tenuto per grandissimo, nondimeno che V. S. l'avanzava di gran lunga. Quanto poi a questo libro, dice che veramente ella ha mostrata la divinit del suo ingegno; per, che ella viene havere data qualche occasione non solo alla natione Todesca, ma anco alla propria, non havendo fattone mentione(659) alcuna di quegli autori che le hanno accennato et(660) porta occasione di investigare quello che hora ha truovato, nominando fra questi Giordano Bruno per Italiano, et il Copernico et s medesimo, professando di havere accennato simili cose (per senza pruova, come V. S., et senza demostrationi): et haveva portato seco il suo libro, per mostrar allo Ambasciatore Sassone il luogo. Ma in quello ch'eramo in questi ragionamenti,  sopragionto un estraordinario di Sassonia al detto Ambasciatore, che ha disturbata la conversatione. Ma domattina, piacendo a Dio, ci rivederemo, che senz'altro porter il medesimo suo libro con quello di V. S., come ha fatto hoggi, per mostrarlo all'Ambasciatore di Toscana.
Seppi poi la morte del Cl.mo nostro Sig.r Cornaro(661), con mio grandissimo dispiacere, che me lo scrisse il S.r Ottavio Pamfilio, quale desidero sapere se si truova ancora cost, perch gli vorrei scrivere. Et la prego, havendo occasione, di fare un cordialissimo baciamano al Padre Maestro Paolo et Padre Maestro Fulgentio(662), suo compagno, et che spero fra alcuni mesi lasciarmi rivedere con qualche carico. Con che fine le bacio le mani.

Di Praga, alli XV d'Aprile 1610.
Di V. S. Ecc.ma
Serv.re Devot.mo
Martino Hasdale.

Io mando questa per via dell'Ambasciatore di Venetia. Mi ricordo degli suoi melloni Turcheschi.

Fuori: All'Ecc.mo Sig.r P.rone Oss.mo
Il Sig.r Gallileo Gallilei, Mattematico di
Padova.



292..

GIORGIO FUGGER a GIOVANNI KEPLER in Praga.
Venezia, 16 aprile 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 38. - Autografa.

.... Ad Galilaei Nuncium Aethereum quod attinet, dudum ad manus meas devenit: et quia multis, in studio matheseos versatis, discursus aridus seu absque fundamentis philosophicis palliata ostentatio videtur, ad Sac. Caes. Maiestat. mittere ausus non fui. Novit et solet homo ille aliorum pennis hinc inde collectis, uti corvus apud Aesopum, se decorare; quemadmodum et artificiosi illius perspicilli inventor haberi vult, cum tamen quidam Belga, per Galliam in hasce partes profectus, primum huc attulerit, quod ipsum mihi et aliis ostensum fuit, et ut Galilaeus vidit, alia ad imitationem confecit, atque aliquid forsan, quod facile est, inventis addidit....



293.

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.
Bologna, 16 aprile 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 66. - Autografa.

Esse salutatum te vult mea litera primum.

Saepe, Excellentissime D.ne Keplere, ad te, nullas a te. Distantia loci, magna ad vos euntium penuria. Germanico idiomate meas priores num acceperis, in trivio versor. Hisce peto edoceri nil aliud, nisi de quatuor Galilei Galilei, Pataviensis professoris publici, planetis, an T. E. illos videat? Iudicium T. E. hac de re audire, erit mihi pulcrum, erit gratum, erit acceptum.
Ephemerides, quas T. E. cum Magino secundum fundamenta Tychonica edere vult, opus est ut undecim planetas habeant, si datur fabula illa Galilei esse vera. D. Maginus ad te brevi literas suas daturus est. Interim te valere, una cum tuo filiolo et omnibus claris et caris gemmulis, discupio. Plura non do, iudicium tuum hac de re ore hianti expectans. D. Bacchacium(663) officiose saluto.

Bononiae, 16 April. a.o Christogonas 1610, ut vulgus.
T.ae E.ae
Studiosissimus
M. H. L.,
quem nosti, m. pp.

Fuori: Excellentissimo Viro
D. M. Ioan. Keplero, S. C. Maiest. Mathematico,
Maecenati, fautori et promotori suo carissimo.
Praga.



294..

ILARIO ALTOBELLI a GALILEO in Padova.
Ancona, 17 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 122. - Autografa.

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il Nuncio Sidereo di V. S. Ecc.ma fa tanto strepito, ch'ha potuto destarmi da un profondissimo letargo a cui soggiaccio per un lustro continuo. L'Ill.mo S.r Card. Conti, mio signor, m'ha fatto vedere il libro; che se non havesse saputo la nuova se non per fama, et non havesse veduto la verit, con tanta diligenza dimostrata da V. S., io me ne sarei burlato. E chi l'havesse mai creduto? e pur  vero. Impazzirebono, se fusser vivi, gli Hipparchi, i Tolomei, i Copernici, i Ticoni, e gli Egittii et i Caldei antichi, che non hanno veduto la met di quello che si credevano di vedere, e la gloria di V. S. Ecc.ma con s poca fatiga offusca tutta la gloria loro; del che io ne godo tanto, che niente pi. Ma vorei pur partecipar del gusto in pratica, et cooperar con V. S. Ecc.ma per testificare il medesimo al mondo, acci non ci fusse persona alcuna che queste cose le reputasse vanitade e sogni; e lei anco, acci questa verit fusse ben promulgata e ben dechiarata, dover usar ogni studio che altri vedano il medesimo oculata fide. Per tanto la supplico a farmi gratia di mandarmi qui in Ancona, per mezzo dell'Ill.mo S.r Card. Conti, i vetri congrui, com'ella appunto gli descrive nell'libro, e mandarmene diversi, ch'io ci far il tubo, e con diligenza e patienza le prometto di giustificare il tutto e servir sempre V. S. in ragguagliarla delle conformit, essendo mia particolar inclinatione di osservare; et m'ingegner d'adattare il tubo in forma della fiducia nel dorso dell'astrolabio, per osservar anco i periodi; e scriver a V. S. il tutto in lingua latina, acci lo possi poi annettere nelle sue osservationi. Significandole appresso che, ex necessario praesuppositis, arguitive, si pu tener per certo che cinque pianeti s'aggirino intorno a Saturno, e tre intorno a Marte: perch, se doi intorno al Sole, e quattro intorno a Giove, adunque, per osservar l'ordine, ci doveranno esser anco gli altri, che con gli luminari istessi sariano 19, revolutione perfetta della luna, la quale, come ministra di tutti, non haver corte, ma moto analogo con ciascuno.
Questa speculatione  ragionevole, e spero che la giustificaremo. V. S. ci facci bene riflessione, e mi facci gratia d'avvisarmi del suo giuditio. Non le dir altro per hora, aspettando con estremo desiderio i vetri. Et per fine le bacio la mano, et me le ricordo affezionatissimo servitore.

D'Ancona, li 17 Aprile 1610.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Forsi la corte di Saturno non sar possibile vederla; ma veduta quella di Marte, baster.


Deditiss.o Ser.re
F. Ilario Altobelli.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Matem.co di
Padova.



295..

CRISTINA DI LORENA a VINCENZIO GIUGNI in Firenze.
Pisa, 18 aprile 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Guardaroba Medicea, Filza 307, n. 290. - Autografa la firma.

Molto Mag.co Cav.re nostro Dil.mo

Il Granduca vuole che voi facciate fare una catena d'oro di quattrocento scudi, di pi la medaglia di S. A. per mettervila, perch la vuol donare al Galileo, che viene adesso a Fiorenza; et glie la potrete presentare da parte di S. A. S che mettetela in ordine subito, mettendola a uscita di donativi.....



296..

GIULIANO DE'MEDICI a GALILEO in Padova.
Praga, 19 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 47. - Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Non posso dir a V. S. che favore mi ha fatto in mandarmi il suo nuovo libro, del quale essendone venuto qua odore, era ripieno ogn'uno di curiosit di vederlo, et io pi de gl'altri, poi che tanto pi ero per godere della riputatione sua particolare e dell'honore della nostra patria, la quale har hauto adesso e chi har trovato nuova terra e nuova parte del cielo: che questo mi baster havere detto a V. S. per testimonianza del contento che ne ho riceuto, e per debito del rallegramento che ne devo far seco. E del libro mandatomi non ho mancato di farne parte al Sig.r Gleppero, il quale, doppo haverlo visto, m'ha referto piacergli grandemente, ma che gl'occhiali di qua non arrivano a quella perfettione che  bisogno per goderlo e vederne l'effetto: per  necessario che V. S. ne mandi uno de'suoi, acci che si possi anco far gustare a S. M.t, la qual con gran contento ha sentito l'avviso di V. S. Per potr far gratia d'involtarne uno e mandarlo a Venezia, che sia dato al Sig.r Asdrubale da Montauto, se vi sar ritornato ancora; se non, al Bartoli, suo servitore, che supplisce in difetto suo: che haranno ordine d'inviarmelo. E mi promette il Sig.r Gleppero di fare alcune considerattioni quanto prima sopra il suo libro, che subito le har, gliele mander; non volendo restar di dirle, havermi egli detto, che per conto delle macchie della luna egli  stato sempre di contraria oppenione a quella di Plutarco, ma che adesso, vedendo con quante efficace ragioni V. S. difende Plutarco, egli s'arrende e si quieta nell'oppenione che ha preso a difender V. S. Con la quale mi rallegro poi, che cost si possa godere il gentilissimo Sig.r Gualdo, che glien'ho grand'invidia. E nel resto se la potessi in cosa nessuna servire di questi paesi, non user seco cerimonie, potendo esser sicura che ricever sempre per particolar gratia ogn'occasione che ella mi dia di servirla. Con che baciandole le mani, pregherr Nostro Signore Iddio che gli dia ogni felicit.

Di Praga, li 19 d'Aprile 1610.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Raccomando a V. S. l'alligata per il Sig.r Gualdi.

Aff.mo Ser.re
Giuliano Medici.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Hon.mo
Il Sig.re Galileo Galilei, Matematico nello Studio di
Padova.



297.

GIOVANNI KEPLER a [GALILEO in Padova].
Praga, 19 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 7-22. -  autografo quanto segue alla data; e autografe sono pure parecchie aggiunte e correzioni (che spesso emendano errori materiali dell'amanuense), interlineari e marginali: noi indichiamo quelle che ci parvero pi notevoli.

S. P. D.

Iam pridem domi meae consederam ociosus, nihil nisi te cogitans, Galilaee praestantissime, tuasque literas. Emisso enim superioribus nundinis in publicum libro meo, Commentaria de Martis motibus inscripto(664), multorum annorum labore, exque eo tempore, quasi qui difficillima expeditione bellica gloriae satis peperissem, vacatione non nulla studiis meis interposita, fore putabam, ut inter caeteros et Gallilaeus, maxime omnium idoneus, mecum de novo astronomiae seu phisicae caelestis genere promulgato per literas conferret, intermissumque ab annis amplius duodecim institutum resumeret. Ecce vero, tibi ex inopinato, circa Idus Martias, celerum opera, nunciatum in Germaniam, Galilaei mei, pro lectione alieni libri, occupationem propriam insolentissimi argumenti, de quatuor planetis antea incognitis (ut caetera libelli capita praeteream) usu perspicilli duplicati inventis: quod cum Illustris. S. C. M. Consiliarius, D. Io. Matthaeus Wackherius a Wackhenfelsz, de curru mihi ante habitationem meam nunciaret, tanta utrumque incessit admiratio, tanti orti animorum motus absurdissimi acroamatis consideratione, ut cachinnis et gaudio confusi, neque ille narrando, neque ego audiendo, sufficeremus. Augebat stuporem Wackherii asseveratio, viros esse clarissimos doctrina, gravitate, constantia, supra popularem vanitatem longissime evectos, qui haec de Galilaeo perscribant(665), adeoque iam librum sub praelo versari, proximisque cursibus affuturum.
Me, ut primum a Wackherii ore discessi, Galilaei potissimum movit authoritas, iudicii rectitudine ingeniique solertia parta. Itaque meditatus mecum sum, qui possit aliqua fieri accessio ad planetarum numerum, salvo meo Mysterio Cosmographico(666), quod iam ab annis 13 prostat publice; in quo quinque illae Euclidis figurae, quas Proclus(667) ex Pithagorae Platonisque sententia Cosmicas appellat(668), planetas non plures sex admittunt.
Apparet autem ex praefatione illius libri, et me tunc quaesivisse plures circa solem planetas, sed frustra.
Quod igitur haec perpendenti incidebat, curriculo ad Wackherium detuli; nimirum: uti terra, unus ex planetis (Copernico) lunam suam habeat, extra ordinem sese circumcursitantem, sic fieri sane posse, ut, Galilaeo, quatuor ali  minutissimae lunae, angustissimis(669) meatibus, circa Saturni, Iovis, Martis et Veneris corpuscula, circumvolvi videantur; Mercurium vero, circumsolarium ultimum, tam esse immersum in solis radios, ut in eo nihil adhuc simile potuerit a Galileo depraehendi.
Wackherio, contra, visum, si quatuor planetae latuerint hactenus nihil impedire cur credat, infinitos porro latere? adeoque, vel mundum hunc ipsum infinitum, ut Melisso et philosophiae magneticae authori, Gulielmo Gilberto Anglo(670), placuit, vel, ut Democrito et Leucippo et, ex recentioribus, Bruno(671) et Brutio (tuo, Galilaee, et meo amico) visum, infinitos alios mundos huius nostri similes esse.
Sic mihi, sic illi visum, interim dum librum ipsum Galilaei, ut erat spes facta, cupidine mira legendi discruciati expectamus.
Primum exemplum, concessu Caesaris, mihi contigit inspicere cursimque pervolitare. Video magna longeque admirabilissima spectacula proposita philosophis et astronomis, ni fallor et mihi; video ad magnarum contemplationum exordia omnes verae philosophiae cupidos convocari. [fol. 7(672)]
Iam tum gestiebat mihi animus, me rebus inferre, quippe provocatum, et qui eadem de materia ante annos sex scripsissem, tecumque(673), Galilaee solertissime, de tam inexhaustis Iovae conditoris thesauris, quorum alios post alios nobis aperit, iucundissimo scriptionis genere conferre. Quem enim tacere sinunt tantarum rerum nuncii? Quem non implet divini amoris abundantia, per os, linguam et calamum sese profundens ubertissime?
Addebant animum Aug. Caesaris Rudolphi imperia, qui meum de hac materia iudicium expetebat. De Wackherio vero quid dicam? Ad quem ut veni sine libro, lectionem tamen eius professus, inrisum mihi, rixatum etiam, fuit, denique plane conclusum, ut in hac materia non differrem fieri quam disertissimus.
Dum aliquid meditor, superveniunt literae tuae ad Ill.mum Magni Hetruriae Ducis Legatum(674), plenae tui in me amoris, ut qui hoc mihi honoris impertitus sis, ut per tantum virum me potissimum, et transmisso exemplari et addita commonefactione, provocandum ad scribendum censueris: quod et praestitit in tui gratiam perquam humaniter, et me in clientelam suam suscepit benevolentissime.
Quod igitur mihi propria animi propensione, quod amicis placet, quod diligenter ipse rogas, id faciam; non nulla spe inductus, me hac epistola id tibi profuturum, si eam censueris ostendendam, ut contra(675) morosos novitatum censores, quibus incredibile quicquid incognitum, profanum et nefandum quicquid ultra consuetas Aristotelicae angustiae metas, uno proaspiste sis processurus instructior.
Temerarius forte videri possim, qui tuis assertionibus, nulla propria experientia suffultus, tam facile credam. At qui non credam mathematico doctissimo, cuius vel stilus iudicii rectitudinem arguit, qui tantum abest ut sese vanitati dedat, seseque vidisse dictitet quae non viderit, popularem auram captans, ut vel receptissimis opinionibus veritatis amore non dubitet repugnare, vulgique vituperia susque deque ferre? Quid, quod publice scribit, probrumque si quod committeretur, clam habere nequaquam posset? Egone ut patricio florentino fidem derogem de iis quae vidit? perspicaci, lusciosus? instrumentis ocularibus instructo, ipse nudus et ab hac supellectili inops? Ego non credam omnes ad eadem spectacula invitanti, et, quod caput est, vel ipsum suum instrumentum, ad faciendam fidem oculis, offerenti?
An parum hoc fuerit, Magnorum Hetruriae Ducum familiam ludificari, Mediceumque nomen figmentis suis praefigere, veros planetas interim pollicentem?
Quid, quod propriis experimentis, quod aliorum asseverationibus in parte libri deprehendo veracissimum? Quid causae sit, cur solum de quatuor planetis deludendum sibi putaverit orbem?
Tres sunt menses, cum Aug. Imperator super lunae maculis varia ex me quaesivit, in ea constitutus opinione, terrarum et continentium simulachra in luna, ceu in speculo, resplendescere. Allegabat hoc potissimum, sibi videri expressam Italiae cum duabus adiacentibus insulis effigiem. Specillum etiam suum ad eadem contemplanda offerebat in dies sequentes, quod omissum tamen est. Adeo eodem tempore, Galilaee, Christi Domini patriam vocabulo praeferens, Christiani orbis Monarcham, eiusdem irrequieti spiritus instinctu, qui naturam detectum ibat, deliciis tuis aemulatus es.
Sed et antiquissima est haec de maculis lunae narratio, fulta authoritate Pythagorae et Plutarchi summi philosophi, et qui, si hoc ad rem facit, proconsulari imperio Epirum tenuit sub Caesaribus; ut Maestlinum adeoque et mea Optica(676) ante annos sex edita praeteream, inque suum locum inferius differam.
Haec igitur cum, consentientibus testimoniis, etiam alii de lunae corpore asseverent, consentanea iis, quae tu de eodem longe dilucidissima affers experimenta; tantum abest, ut fidem tibi in reliquo libro et de quatuor circum-Iovialibus planetis derogem, ut potius optem mihi in parato iam esse perspicillum, quo te in deprehendendis circum-Martialibus (ut mihi proportio videtur requirere(677)) duobus, et circum-Saturniis sex vel octo praevertam, uno forsan et altero Venerio et circum-Mercuriali accessuro.
Quam ad venaturam, quod Martem attinet, tempus erit maxime idoneum October venturus, qui Martem in opposito solis exhibet, terris (praeterquam anno 1608) omnium proximum, errore calculi trium amplius graduum.
Age igitur, ut de rebus certissimis meisque oculis, ut omnino spero, videndis, tecum, Galilaee, sermonem conferam; tui quidem libri methodum secuturus, omnes vero philosophiae partes, quae vel ex hoc tuo Nuncio ruinam minantur, vel confirmantur, vel explicantur, iuxta pervagaturus: ut nihil supersit, quod lectorem philosophiae deditum suspensum teneat, et vel a fide tibi praebenda prohibeat, vel ad contemnendam quae hactenus erat in precio philosophiam impellat.
Primum libelli tui caput in fabrica perspicilli versatur, tantae quidem efficaciae, ut rem spectanti millies exhibeat maiori planitie, quod tum fit, si diameter tricies bis repraesentetur longior. Quod si facultas aestimatoria manet in sententia consuetae magnitudinis, necesse est ei tunc rem videri tricies bis propiorem. Distantiam enim oculus non videt, sed coniicit, ut docent optici. Da enim, hominem aliquem abesse tribus millibus et ducentis passibus, videri vero sub angulo tricies bis maiori, quam videtur alius sine perspicillo centum passibus absens: cum certum habeat oculus, hominem illum remotum habere consuetam magnitudinem, censebit non pluribus centum abesse passibus, adiuvante et clarificatione visionis, perspicillo procurata.
Incredibile multis videtur epichirema tam efficacis perspicilli, at impossibile aut novum nequaquam est; nec nuper a Belgis prodiit, sed tot iam annis antea proditum a Io. Baptista Porta, Magiae Naturalis libro XVII, cap. X, De crystallinae lentis affectibus(678). Utque appareat, ne compositionem quidem cavae et convexae lentis esse novam, age verba Portae producamus. Sic ille:
Posito oculo in centro, retro lentem, quae remota fuerint, adeo propinqua videbis, ut quasi manu ea tangere videaris, ut valde remotos cognoscas amicos: literas epistolae in debita distantia collocatae, adeo magnas videbis, ut perspicue legas: si lentem inclinabis, ut per obliquum epistolam inspicias, literas satis maiusculas videbis, ut etiam per viginti passus remotas legas: et si lentes multiplicare noveris, non vereor quin per centum passus minimam literam conspicieris, ut ex una in alteram maiores reddantur characteres. Debilis visus, ex visus qualitate specillis utatur. Qui id recte sciverit accomodare, non parvum nanciscetur secretum. Concavae lentes, quae longe sunt clarissima cernere faciunt, convexae propinqua, unde ex visus commoditate his frui poteris. Concavo, longe parva vides, sed perspicua; convexo, propinqua maiora, sed turbida: si utrumque recte, componere noveris, et longinqua ut proxima maiora et clara videbis. Non parum multis amicis auxilii praestitimus, qui et longinqua obsoleta, et proxima turbida conspiciebant, ut omnia perfectissime contuerentur. Haec capite X.
Capite XI novum titulum facit de specillis, quibus supra omnem cogitatum longissime quis conspicere queat; sed demonstrationem de industria (quod et profitetur) sic involvit, ut nescias quid dicat, an de lentibus solis pellucidis agat, ut hactenus, an vero speculum adiungat opacum laevigatum: cuiusmodi unum et ipse in animo habeo, quod res remotas, nullo discrimine absentiae, in maxima quantitate, ideoque ut propinquas et praeterea proportionaliter auctas exhibet, tanta claritate, quanta ex speculo (quod necessario coloris fusci est) sperari potest.
Huic loco libri Portae cum viderem praefixam querelam initio cap. X, Cavarum et convexarum lentium et specillorum, tantopere humanis usibus necessariorum, neque effectus neque rationes adhuc a nemine allatos, eam operam sumsi ante annos sex in Astronomiae parte Optica, ut, quid in simplicibus perspicillis accideret, luculenta demonstratione geometrica redderem expeditum.
Videre est ibi capite V, ubi demonstro illa quae pertinent ad modum videndi, fol. 202 coniunctas in schemate effigies cavi et convexi perspicilli, plane ad eum modum, quo solent hodie in vulgatis tubis inter se iungi. Quod si non lectio Magiae Portae occasionem dedit huic machinamento, aut si non aliquis Belgarum ex ipsius Portae instructione fabrefactum instrumentum, solutis silentii legibus morte Portae, multiplicavit in plura exempla, ut mercem venalem faceret, haec certe effigies ipsa fol. 202 libri mei potuit curiosum lectorem admonere de structura, praesertim si lectionem demonstrationum mearum cum textu Portae coniunxit.
Non est tamen incredibile, sollertes sculptores in gente industria, qui perspicillis ad sculpturae minutias videndas utuntur, casu etiam in fabricam hanc incidisse, dum lentes convexas cavis varie associant, ut, quae combinatio melius serviat oculis, eam eligant.
Non ista dico ad deprimendam inventoris mechanici laudem, quisquis fuit. Scio quantum intersit inter rationales coniecturas, et ocularem experientiam; inter Ptolomaei disputationem de Antipodibus, et Columbi detectionem novi orbis: adeoque et inter ipsos vulgo circumlatos tubos bilentes, et inter tuam, Galilaee, machinam, qua caelum ipsum terebrasti: sed nitor hic fidem incredulis facere instrumenti tui.
Fatendum est, me ex eo tempore, quo Optica sum aggressus, creberrime a Caesare rogatum de Portae suprascriptis artificiis, fidem iis, ut plurimum, derogasse. Nec mirum: miscet enim manifeste incredibilia probabilibus; et titulus capitis XI, verbis (Supra omnem cogitatum quam longissime prospicere) videbatur absurditatem opticam involvere: quasi visio fiat emittendo, et perspicilla acuant oculi iaculos, ut ad remotiora penetrent quam si nulla perspicilla adhiberentur: aut si (ut agnoscit Porta) visio fit recipiendo; quasi tunc specilla rebus videndis lucem concilient vel augeant: cum hoc potius verum sit, quae non ultro ad nostros oculos eiaculantur aliquam luculam, qua mediante conspiciantur, nunquam illa ullo perspicillo detegi posse.
Praeterea credebam non tantum arem esse crassum et colore caeruleo, quo visibilium partes minutae eminus obtegerentur et confunderentur; quod cum per se certum sit, frustra videbam expectari a perspicillo, ut hanc aris interfusi substantiam a visibilibus detergat; sed de ipsa etiam caelesti essentia tale aliquid suspicatus sum, quod nos, si maxime lunae corpus in immensum augeamus, impedire possit, quo minus exiguas eius particulas in sua puritate, seorsim a caelesti materia profundissima, agnoscere possimus.
Has igitur ob causas, abstinui a tentanda mechanica, concurrentibus insuper aliis etiam impedimentis.
At nunc merito tuo, Galilaee solertissime, commendo indefessam tuam industriam, qui, diffidentia omni post habita, recta te ad oculorum experimenta contulisti; iamque orto per tua inventa veritatis sole, omnes istas titubationum larvas cum nocte matre dispulisti; quidque fieri posset, facto demonstrasti.
Te monstrante, agnosco substantiae caelestis incredibilem tenuitatem, quae quidem etiam(679) ex Opticis meis, fol. 127, patet, si proportionem densitatis aris ad aquam conferas cum proportione densitatis aetheris ad arem, proculdubio multo maiorem, quae efficit, ut ne minutissima quidem stellati orbis (nedum lunaris corporis stellarum humillimae) particula nostros oculos effugiat, tuo instrumento instructos, multoque plus materiae in uno specilli corpusculo interponatur inter oculum et rem visam, quam in toto illo immensi aetheris tractu: quia ex illo aliquantula resultat obscuritas, ex hoc nulla; ut pene concedendum videatur, totum illud immensum spacium vacuum esse.
Et si igitur avide tuum, Gallilaee, instrumentum expecto, tamen, si qua mihi fors affulgebit, ut mechanica, remotis obstaculis, tentare possim, strenue me in iis exercebo, idque gemina via. Nam, vel multiplicabo lentes perfectarum sphaericarum hinc inde superficierum, lenissime assurgentium, easque certis intervallis in arundine disponam, exteriores paulo latiores, ut tamen oculus intra terminum intersectionis parallelorum omnium lentium constituatur, de quibus terminis vide Optica mea, fol. 190 et fol. 440; vel, ut in unica superficie errorem (si quis esset) facilius corrigere possim, unam solam lentem seu umbonem effigiabo, altera superficie proxime plana, quippe in convexitatem sphaericam solius dimidii gradus seu 34 minutorum assurgente, reliqua non sphaerica, quae ad oculum vergit (ne mihi contingat, quod fol. 194 ostendit schema, fiatque partium rei visae distortio et confusio, de qua est prop. XVIII, fol. 193) sed in umbonem assurgente, ut est fol. 198 in schemate demonstratum, ut sit humori crystallino oculi similis; linea quippe hyperbolica tornata descriptum, quam fol. 106 in schemate quaesivi propter machinamenta optica, ut est fol. 96 et fol. 109, scilicet ut non distorta fiat visio, sed partium rei visae imagines augeantur proportionaliter, ut proposui fol. 105.
Haec, inquam, in constituenda lente convexa observabo(680), ut maiora praestem visibilia, oculumque non longe ab hoc puncto collocabo, in quod omnium rei visae punctorum radii (quae proprietas est huius umbonis hyperbolici) unice confluunt: hyperbola eousque continuata erit, ut radius ex puncto, seu centro hoc, in contingentem extremum hyperboles faciat angulum 32, ideoque refractionem circiter 8; ut ad triginta semisses graduum habeam in utriusque lateris refractione extima, in intermediis proportionaliter minus.
Quia vero unius puncti de re lucente tam remota radiationes proxime parallelae descendunt ad umbonem, post quem convergentes in humorem oculi crystallinum incidunt, adeo ut, post crystallinum facta refractione, concurrant in puncto proxime crystallinum, et ab eo se rursum dilatent, donec in retiformem veniant iam dilatati instar penicilli, atque ita pro punctis lunae singulis, singula retiformis illustrantur superficies, adeo ut confusissima fiat visio; ideo ad oculum cuiuslibet spectantis peculiarem pro diversitate oculorum(681) adhibebo lentem cavam, ut convergentes unius puncti radii, contraria refractione in cavo facta, prohibeantur convergere; sed potius divergentes, et sic, velut ab aliquo propinquo puncto venientes, in crystallinum incidant, perque eum refracti, in retiformi(682) ipsa sortiantur sua collectionum puncta: quae definitio est visionis distinctae. Quae omnia demonstravi fol. 202 meae Optices.
Atque haec de instrumento ipso(683). Iam quod usum eius attinet, argutum sane est inventum tuum, quomodo cognoscatur, quanta fiat rerum per instrumentum ampliatio, et quomodo singula in caelo minuta minutorumque partes dignosci possint. Qua in re, cum in certamen veniat industria tua cum Tychonis Brahei in observando certitudine accuratissima(684), non abs re fuerit aliquid interloqui.
Memini, cum polyhistor ille scientiarum omnium Io. Pistorius ex me quaereret, non una vice, num adeo limatae sint Braheanae observationes, ut plane nihil in eis desiderari posse putem; valde me contendisse, ventum esse ad summum, nec relictum esse quicquam humanae industriae, cum nec oculi maiorem ferant subtilitatem, nec refractionum negocium, siderum loca respectu horizontis statu movens; atque hic illum contra constantissime affirmasse, venturum olim, qui perspicillorum ope subtiliorem aperiat methodum; cui ego refractiones(685), perspicillorum, ut ineptas ad observationum certitudinem, opposui. At nunc demum video, verum in parte vatem fuisse Pistorium. Ipsae quidem Brahei observationes per se stant, habentque suam laudem. Nam quid sit in caelo arcus 60 graduum, aut 34'minutorum(686), hoc solis Brahei instrumentis innotescit. At ubi Braheus hoc pacto gradus caelestes, vel etiam ego meo artificio optico lunae diametrum, in caelo fuerimus dimensi, iam superveniens tuum, Galilaee, perspicillum, et quantitatem illam a Braheo et a me proditam complectens, subtilissime illam(687) in minuta et minutorum partes subdividit, seseque Brahei methodo observandi elegantissimo coniugio associat: ut et Braheus ipse habeat, quo tuae observationis methodo gaudeat, et tu tuam ex Brahaeana necessario instruas.
Vis dicam quod sentio? Opto mihi tuum instrumentum in ecclipseos lunaris contemplatione: sperarem ex eo praestantissima praesidia ad expoliendum (est ubi, et reformandum) totum Hiparchum meum(688), seu demonstrationem intervallorum et magnitudinis trium corporum, solis, lunae et terrae. Diametrorum enim solis et lunae differentiam variabilem, digitosque in luna deficientes, nemo exactius numerabit, nisi qui, tuo instructus oculari, diligentiam in observando adhibuerit.
Stet igitur Galilaeus iuxta Keplerum, ille lunam observans, converso in caelum vultu, hic solem, aversus in tabellam, ne oculum urat specillum, suo uterque artificio; et ex hac societate prodeat olim nitidissima intervallorum doctrina.
Quin et Mercurium ipsum in disco solis hoc artificio vidi: vide libellum hac de re editum(689).
Nec minus etiam, si cometa quispiam effulserit, parallaxes eius, ut et lunae, ad stellulas illas minutissimas et creberrimas, solo tuo instrumento conspicuas, collatae, observari rectissime poterunt: ex quibus de altitudine corporum illorum certius, quam hactenus unquam, licebit argumentari.
Atque haec tecum, Galilaee, ad primum libelli tui caput conferre libuit.
Transis secundo ad phaenomena lunaria praestantissima: qua mentione refricas mihi memoriam eorum, quae in Astronomiae parte Optica, cap. VI De luce siderum, numero 9 Super lunae maculis, ex Plutarcho, Maestlino, meisque experimentis adduxi.
Ac initio per quam iucundum est, et me ipsum in eiusdem lunae maculis, non, ut tu, converso, sed averso vultu, observandis esse versatum. Schema huius rei habes fol. 247 mei libri, ex quo illud patet, mihi quoque limbum lunae apparuisse lucidissimum undique, solum corpus interius maculis fuisse distinctum.
Ex eo subit animum certare tecum in pervidendis illis minutis maculis, a te primum in parte lucidiore animadversis. Id autem hoc pacto me spero perfecturum mea observandi ratione, vultu a Luna averso, si lunae lumen per foramen in tabellam pertica circumlatam intro misero, sic tamen ut foramen obvallet lens crystallina, sphaerico maximi circuli gibbo, et tabella ad locum collectionis radiorum accommodetur. Sic in pertica 12 pedes longa lunae corpus perfectissime depingetur, quantitate monetae argenteae maioris. Artificium demonstravi prop. 23, fol. 196 et 211 libri mei; simplicius tamen fuit propositum a Porta primo titulo cap. VI de lente, cum ego de integro globo demonstraverim.
Pergamus, Galilaee, tua excutere phaenomena. Nam cum aetate Lunae auspicaris observata tua, primumque ostendis, quid corniculatae desit ad ovalis lineae perfectionem. Ovalem esse speciem circuli illuminatorii demonstravi numero 8, fol. 244 libri mei: terse igitur et plane mathematice loqueris.
In consideratione macularum a te primum animadversarum in parte lunae lucida, omnino optice demonstras et illuminationis ratione, illas esse cavitates aliquas seu depressas lacunas in lunari corpore. Sed excitas disputationem quidnam sint illae tam crebrae lunae maculae partis antiquitus lucidae putatae. Tu eas cum vallibus comparas nostrae telluris; et fateor esse non nullas huiusmodi valles, praesertim in Styria provincia, specie quasi rotundas, faucibus angustissimis fluvium Muram recipientes supra, emittentes infra, ut sunt campi dicti Graecensis, Libnicensis et ad Dravum Marpurgensis alique per alias regiones, quos circum campos altissima consurgunt montium iuga, speciem aheni exprimentia; quippe non minima pars latitudinis camporum est altitudo circumiectarum crepidinum. Equidem fateor, et tales in luna valles esse posse, sinuosis montium recessibus propter fluvios excavatas. At quia addis, tam crebras esse has maculas, ut assimilent lucidam partem corporis lunaris caudae pavonis, in varia specula, velut oculos, distinctae, subit igitur animum, num in luna hae maculae quid aliud notent. Apud nos enim in tellure sunt sinuosae nonnullae valles, at sunt etiam in longam protensae, secundum fluviorum decursus, profunditatis non contemnendae: cuiusmodi, veluti perpetua vallis, est Austria fere tota, propter Danubium, inter Moraviae et Styriae montes depressa et quasi recondita. Cur igitur nullas tales longas in luna maculas prodis? cur plerasque circulo circumductas? An ne licet coniecturis indulgere, lunam veluti pumicem quendam esse, creberrimis et maximis poris undique dehiscentem? Patieris enim aequo animo, ut hic per occasionem aliquid indulgeam speculationibus meis, Commentario de Marte(690) cap. XXXIV fol. 175 propositis, ubi, ex eo quod luna a tellure duplo celerius incitatur, quam partes ipsae telluris extimae in circulo aequatore, collegi lunare corpus esse rarum admodum, quodque, exigua materiae paucae contumacia praeditum, raptui telluris non multum resistat.
Verumtamen haec, tanti non sunt, ut, si iuxta tuas sequentes narrationes stare omnino nequeant, pertinaciter defendenda putem. Nam clarissimis experimentis lege plane optica reddidisti confirmatissimum, in lunari corpore multos per lucidam partem (praesertim inferius) consurgere apices, instar altissimorum montium nostrae telluris, qui primi orientis in luna solis luce fruantur, eaque tibi perspicillo tuo utenti detegantur.
Quid iam dicam de tua super antiquis maculis lunae disputatione exactissima? Cum fol. 251 libri mei sententiam Plutarchi adduxissem, lunae maculas illas antiquas pro lacubus seu maribus habentis, lucidas partes pro continentibus, non dubitavi me opponere, et, contraria ratione, in maculis continentes, in lucida puritate humoris vim, ponere: qua in re mihi Wackherius valde applaudere est solitus. Adeoque his disputationibus superiori aestate indulsimus (credo quod natura per nos eadem moliebatur, quae per Galilaeum obtinuit paulo post), ut in Wackherii gratiam, etiam astronomiam novam, quasi pro iis qui in luna habitant, planeque geographiam quandam lunarem conderem; cuius inter fundamenta et hoc erat, maculas esse continentes, lucidas partes maria. Quid me moverit, ut hic Plutarcho contradicerem, videre est fol. 251 libri mei experimentum scilicet ibi allegatum, quod cepi in monte Styriae Scheckel, ex quo mihi subiectus fluvius videbatur lucidus, terrae tenebrosiores. At infirmitatem applicationis, folio verso, margo ipse indicat. Scilicet non luce communicata ex sole, ut terrae, lucebat fluvius, sed luce repercussa ex are illuminato. Propterea et causas experimenti tentavi infeliciter. Nam contra doctrinam Aristotelis, libro De coloribus, hoc affirmavi: aquas minus de atro participare, quam terras. Qui enim hoc verum esse possit, cum terrae aquis tinctae nigriores evadant? Et quid multis? Da lunam ex alba gleba constare, ut Cretam insulam (uti quidem Lucianus lunam caseo assimilavit)(691): concedendum erit, clarius resplendescere illam ex illuminatione solis, quam maria, quantumvis non atramento imbuta.
Itaque nihil me liber meus impedit, quo minus te audiam contra me, pro Plutarcho, mathematicis argumentis disserentem illatione argutissima et invicta. Lucidae quippe partes multis cavitatibus sunt asperae, lucidae partes tortuosa linea illuminantur, lucidae partes eminentias habent magnas, quibus vicinas partes praevertunt in illuminatione; eaedem et contra solem sunt lucidae, parte a sole aversa tenebrosae: quae omnia in sicco et solido et eminenti locum habent, in liquido minime. Contra tenebrosae partes, notae antiquitus, sunt aequabiles: tenebrosae partes tarde illuminantur, quod earum arguit humilitatem, cum circumstantes eminentes iam longe lateque colluceant, et a tenebrosis illuminatis nigrore quodam, velut umbra, distinguantur; linea illuminationis in parte tenebrosa recta est in quadris; quae vicissim in humorem competunt, ima petentem, et pondere suo fusum ad aequilibrium.
His, inquam, argumentis plane satis fecisti: do, maculas esse maria; do, lucidas partes esse terram.
Neque haec tua experimenta perspicacissima, vel meo ipsius testimonio carent. Nam fol. 248 Optices meae, habes lunae bisectae lineam tortuosam, ex quo elicui eminentias et depressiones in lunae corpore. Fol. 250 exhibeo lunam in eclipsi, figura laniatae carnis aut asseris confracti, striis lucidis sese in partem umbrosam insinuantibus: qua observatione idem tecum, sed alio argumenti genere, evinco, lunae partes inaequales esse, has eminentes, illas profundas; non iam ex umbrae proiectione, sed ex eo quod debilitatum solis radium in confinio eclipsis, aliae lunae partes fortius, aliae debilius, excipiunt et revibrant. At haec confuse tantum et superficiarie a me annotata sunt, nulla distinctione maculosarum partium a lucidis. Tuam vero diligentiam quam ordinatim omnia persequitur! qui etiam maculas ipsas veteres albicantibus areolis aequabilibus, ceu maria planis insulis interstinctas exhibes.
Neque satis mirari possum, quid sibi velit ingens illa circuloque rotondata cavitas in sinistro, ut ego loqui soleo, oris angulo: naturae ne opus sit, an manus artificis. Nam profecto consentaneum est, si sunt in luna viventes creaturae (qua in materia mihi, post Pythagoram et Plutarchum, iam olim anno 1593, Tubingae scripta disputatione(692), inde in Opticis meis, fol. 250, et nuperrime in supra dicta geographia lunari, ludere placuit), illas ingenium suae provinciae imitari, quae multo maiores habet montes et valles quam nostra tellus, ideoque mole corporum maxima praeditas, immania etiam opera patrare: cumque diem habeant quindecim nostros dies longam, aestusque sentiant intolerabiles, et fortasse careant lapidibus ad munitiones contra solem erigendas, at contra glebam forsan habeant in modum argillae tenacem; hanc igitur illis aedificandi rationem usitatam esse, ut campos ingentes deprimant, terra circulo egesta et circumfusa, forte et humoris in profundo eliciendi causa; ut ita in profundo(693), post tumulos egestos, in umbra lateant, intusque ad motum solis et ipsi circumambulent umbram consectantes; atque haec sit illis veluti quaedam species urbis subterraneae, domus, speluncae creberrimae, in crepidinem illam circularem incisae; ager et pascua in medio, ut, solem fugientes, a praediis tamen longius non cogantur recedere.
Sed sequamur porro etiam filum tuae scriptionis. Quaeris, cur non inaequalis etiam appareat extremus lunae circulus. Nescio, quam id diligenter fueris contemplatus, anne potius hic ex opinione vulgi quaeras. Nam libro meo, fol. 249 ex eclipsi et fol. 250 in pleniluniis aliquid sane in hac extima circuli perfectione desiderare me professus sum. Perpende; et quid tibi videatur, iterato enuncia; tuis enim ocularibus fidam.
Ad quaestionem tu quidem, ut de re certa, respondes gemino modo. Primus meis experimentis non repugnat. Nam si frequentia et constipatio verticum aliorum post alios in extremo aspectabilis hemisphaerii limbo speciem exhibet perfecti circuli, fieri non potest, nisi vertices ad tornum aequati et abrasi sint, ut non minutulae nonnullae rimulae aut tuberculi compareant: quod meis observatis esset consentaneum.
In altero modo, lunae circumfundis sphaeram ariam, quae in devexa globi reducta, profunditatem aliquam radiis solaribus et terrestribus, adeoque et nostris oculis, obiiciat; unde ille limbi merus et emaculatus splendor, tota interiori facie, qua non ita profunde obtutibus obstat hic ar, crebris maculis scatente.
Potuit te huius aris lunarius admonere liber meus fol. 252 et 302, quae libri mei loca tuis experimentis egregie confirmas. Sane non video, qui selenitae illi in plenilunio, quod nos videmus (caeterique invisibilis hemisphaerii in novilunio) quibus temporibus ipsis est meridies, immanes aestus solis tolerare possent si non ar turbidus solem illis, ut fit apud Peruanos, crebro tegat, aestumque humore temperet; qui ar in plenilunio et maculas magis occultat, et splendorem ex sole ingentem combibit adque nos revibrat.
Quid tu de are dicis circa lunam, cum Maestlinus, libello Tubingae edito anno 1606(694), etiam pluvias in ea conspexerit? Sic enim ille, Th. 152: In eclipsi lunari vespere Dominicae Palmarum anni 1605, in corpore lunae versus Boream nigricans quaedam macula conspecta fuit, obscurior caetero toto corpore, quod candentis ferri figuram referebat. Dixisses nubila, in multam regionem extensa pluviis et tempestuosis imbribus gravida, cuiusmodi ab excelsorum montium iugis in humiliora convallium loca videre non raro contingit. Haec ille.
Ne vero putes antiquarum macularum unam fuisse, monstravit ipse mihi Maestlinus anno superiori diagramma. Macula erat et situ et magnitudine differens, quippe quae quartam circiter aut quintam partem planitiei lunaris occupabat et praeterea adeo atra, ut etiam in obtenebrata luna eluceret.
Tradit eo libello, a Th. 88, lunae affinitatem cum terra, in densitate, umbra, caligine, luce a sole mutuatitia, quae globum utrumque circumambulet, quae aequales et terricolis lunae phases exhibet, et lunicolis terrae: ut utrumque corpus ab altero aequaliter illuminetur. Alterum gradum cognationis horum corporum, Th. 92, collocat in asperitate superficierum, quo loco magnam partem complectitur meae Astronomiae quodque notatu dignum est, ex tribus locis Averrois(695) citat Aristotelis ex libro De animalibus sententiam, quod luna terrenae naturae admodum sit affinis.
In specie de are circa lunare corpus circumfuso a Th. 145 ex professo agit, eius ista sunt verba, Th. 149, tuis, Galilaee, verbis adeo similia, ut ex tuo libello desumpta videantur: Si lunae corpus, inquit, quacunque phase probe intuearis, extremam oram multo limpidiori puriorique luce claram, nec ullis maculis conspersam videbis: cum tamen ab interiori corpore plurimae nigricantes notae passim emicent. Quis hic dicet, uniformis illius lucis non esse aliud, quam huius obscurioris turbidi et maculati splendoris subiectum? Concludit hinc, corpus limbi esse pellucidum, quasi vitreum, arium, homogeneum, denique aris nostri circumterrestris plane simile.
Multus quidem est in eo, ut tecum, Galilaee, hunc arem ex eo etiam signo probet, fol. 13, quod pars lumine solis perfusa amplioris circumferentiae apparet, quam reliquum orbis tenebrosi(696): quod Maestlinus multis probat experimentis, non nocturnis tantum, quorum causa in visum reiici posset, sed et diurnis, quando stella Veneris se post lunae bifidae partem umbrosam recipit. Verum, pace vestra mihi liceat, ego, et si arem concedo, tamen super hoc experimento maneo in sententia: lumen hinc lunae, inde stellae, de die etiam, sese in oculo ampliare, locumque partis tenebrosae carpere, ut ea, minuta, lucida magna putetur. Vide Optica mea, fol. 217.
Sequitur in tuo libello, fol. 13(697), ingeniosa et legitima demonstratio eius, quod a me quoque fol. 250 et passim dictum quidem est, demonstratum vero minime: montes lunares multo maiores esse terrenis; idque non tantum in proportione suorum globorum, quod ego dixeram, sed in comparatione simplici. Scilicet, desiderabatur ad hoc demonstrandum tuum perspicillum, tua in observando diligentia.
Nec minus ingeniose te fol. 14(698) comparas ad observationem disci lunaris, cum ei primum enascuntur cornua, docesque, cornua obiectu tecti tegere, ut reliquus discus emineat. Est hic mihi modus observandi usitatissimus.
Quod vero demonstrationem attinet, quae ostendit hoc lumen ex nostra tellure effundi, ea iam a viginti annis, eoque amplius, fuit penes Maestlinum, ex cuius doctrina illam transtuli in meam astronomiae partem Opticam, cap. VI, num. 10, fol. 252, plenissimo tractatu, ubi easdem etiam opiniones (quod lumen hoc sit a sole, vel a Venere) tecum eodem modo refuto, nisi quod hanc ultimam, merito suo, paulo, melius excipio.
Putas fol. 15(699) ruborem illum lunae aheneum, quem circa extremitates umbrae terrenae luna eclipsata retinet (reliquo corpore fusca et evanida) esse ex illuminatione vicinae substantiae aetheriae. Adiuvas meam de eodem rubore disputationem fol. 251 Opticorum, ubi eam ex refractis in nostro are solis radiis deduco, et accommodas ea, quae fol. 301 adduxi, ad rationem dicendam, cur in totali solis eclipsi non semper nox fiat mera: quae in libro De stella nova fol. 117 repetii(700). Dubito, Galilaee, an possit haec a te dicta causa(701) huic sufficere rubori; haec enim, uti vis, aurora lunare corpus circumstat multo aequabilius, quam ut rubor iste sic inaequaliter in lunam derivetur, ut ostendunt mea fol. 276 allata experimenta: quae ubi in tuo Systemate mundi in considerationem adduxeris, spero te hac in parte tanto felicius de rerum causis disputaturum.
Ad pallorem tamen lunae in mediam umbram immersae efficiendum, ubi cessant radii solis refracti, facile patior, ut iuxta sidera solem circumstantia, quibus ego folio 277 palloris causam transcripsi, haec tua aurora ut potior causa adducatur.
Absolvi alterum libelli tui caput de luna: transeo ad tertium de sideribus caeteris.
Prima tua observatio est magnitudinis siderum, quorum corpuscula, perspicillo inspecta, in proportione ad lunae diametrum ais minui. Adducis et alia similia, quibus stellae minuuntur, verissima et mihi longo usu comperta, crepusculum, diem, nubem, velum, vitrum coloratum.
Hic tuas excutio locutiones: angulum visorium non a primario stellae corpusculo, sed a late circumfuso splendore terminari: item: perspicillo adscititios accidentalesque fulgores stellis adimi.
Quaerere ex te lubet, Galilaee, num acquiescas in causis a me allatis huius rei, ubi de modo visionis disputo fol. 217 ac praesertim fol. 221 Opticae. Nam si nihil desideras, licebit tibi porro proprie loqui, luminosa puncta conos fundere suos in crystallinum, et, post eum refractione facta, eos rursum in punctum contrahere: quia vero id punctum non attingit retinam, dilatatione nova nonnullam(702) superficieculam retinae occupat, cum debuerit occupare punctum: itaque perspicillorum opera fieri, ut, alia refractione intercedente, punctum illud in retiformem competat. Non igitur aliqui descendunt radii in oculum a splendore stellis exterius circumfuso; sed contra, qui descendunt ab ipso lucido corpore radii, ii, vitio refractionum et per noctem amplificatione foraminis uveae, diffunduntur in splendorem in retiformi circa punctum, quod stellam debuit repraesentare, circumiectum(703). Neque perspicillum in terra adimit aliquid stellis in caelo, sed adimit aliquid lucis retiformi quantum eius redundat.
Altera iucundissima tua observatio est figurae fixarum radiosae, differentis a planetarum figuris circularibus. Quid aliud inde, Galilaee, colligemus, quam fixas lumina sua ab intus emittere, planetas opacos extrinsecus pingi, hoc est, ut Bruni(704) verbis utar, illas esse soles, hos lunas seu terras?
Ne tamen is nos in suam pertrahat sententiam de mundis infinitis, totidem nempe, quot sunt fixae, omnibus huius nostri similibus, subsidio nobis venit tertia tua observatio innumerabilis fixarum multitudinis supra eam, quae antiquitus est cognita, qui non dubitas pronunciare, videri stellarum supra decem millia. Quanto enim plures et confertiores, tanto verior est mea argumentatio contra infinitatem mundi, libro De stella nova, cap. XXI, fol. 104 proposita; quae probat, hunc, in quo versamur homines, nostro cum sole et planetis, esse praecipuum mundi sinum, neque fieri posse, ut ex ulla fixarum talis pateat in mundum prospectus, qualis ex nostra tellure vel etiam sole patet. Locum brevitatis causa supersedeo describere; proderit ad fidem totum perlegi.
Accedat auctarii loco et haec argumentatio. Mihi, qui debilis sum visu, sidus aliquod maiusculum, ut Canis, parum cedere videtur magnitudine diametro lunae, si radios fulgidos accenseam: at qui sunt visu correctissimo, quique instrumentis utuntur astronomicis, quibus non imponunt hi cincinni ut oculo nudo, ii quantitates diametris stellarum suas describunt per minuta et minutorum partes. Quod si ex mille solum fixis nulla maior esset uno minuto (sunt tamen pleraeque ex numeratis maiores), eae, coactae omnes in unam rotundam superficiem, aequarent adeoque et superarent diametrum solis. Quanto magis stellarum decies millium disculi in unum conflati superabunt magnitudine aspectabili speciem disci solis? Si hoc verum, et si sunt illi soles ex eodem genere cum hoc nostro sole, cur non etiam illi soles universi superant splendore hunc nostrum solem? Cur adeo obscurum universi lumen fundunt in patentissima loca, ut sol per foramen punctu aciculae minimo apertura irradians in cameram conclusam, iam statim ipsam fixarum claritatem, tota camera ablata, infinito pene intervallo superet? Dices mihi, nimium illas a nobis distare? Nihil hoc iuvat hanc causam. Quanto enim distantes magis, tanto quam sol maiori diametro vel singulae. At interfusus aether fortasse obscurat illas? Nequaquam: cernimus enim illas suis cum scintillationibus, suo cum discrimine figurarum et colorum: quod non esset, si densitas aetheris alicui obstaculo esset.
Satis igitur hinc clarum est, corpus huius nostri solis inaestimabili mensura esse lucidius, quam universas fixas, ac proinde, hunc nostrum mundum non esse e promiscuo grege infinitorum aliorum. Qua de re plura infra scribam.
Habes innumerabilitatis stellarum oculatos testes plurimos. Rabinos aiunt numerare supra duodecim millia: novi religiosum, qui nocte quadam illuni plures quadraginta numeravit in clypeo Orionis: Maestlinus maiusculas in Pleiadibus ordinarie numerat, nisi fallor, quattuordecim, non infra magnitudinum terminos.
De Galaxia, nubeculis et nebulosis systrophas beasti astronomos et physicos, detecta earum essentia, et confirmatis iis qui pridem hoc idem tecum asseverabant, nihil esse nisi congeriem stellarum, confusis luminibus ob oculorum hebetudinem.
Itaque desinent porro cometas et nova sydera cum Braheo efformare ex Via Lactea, ne perfectorum et perennium mundi corporum interitum absurde introducant.
Tandem ad novos planetas tecum transeo, rem praecipuae admirationis in libello tuo, paucula tecum super eo negocio, praeter ea quae initio dicta, collocuturus.
Primum exulto, me tuis laboribus vincere. Si circa unam fixarum discursitantes invenisses planetas, iam erant mihi a Vackherio, apud Bruni(705) innumerabilitates, parata vincula et carcer, imo potius exilium in illo infinito. Itaque magno me liberasti metu, quod quatuor istos planetas, non circa unam fixarum, sed circa sidus Iovis, ais discurrere.
Ingens sane Vackherium philosophiae illius horridae ceperat admiratio, quae, quod nuperrime Galilaeus oculis suis perspexisset, tot annis antea, non tantum opinationibus introduxerat, sed plane argumentationibus stabilierat. Nec immerito sane magnifiunt, qui in consimilibus philosophiae partibus sensum ratione praevertunt. Quis enim non maioris faciat nobilitatem doctrinae astronomicae, quae, cum pedem extra Graeciam nunquam extulisset, tamen zonae frigidae proprietates prodidit, quam vel Caesaris experimentationem, qui clepsydris ad littus Britannicum noctes deprehendit romanis noctibus paulo breviores; vel Belgarum in septemtrione hyemationem, stuporis quidem plenam, sed quae citra cognitionem doctrinae illius fuisset impossibilis? Quis non celebrat Platonis fabulam de Atlantica, Plutarchi de insulis auricoloribus Transthulanis, Senecae de futura orbis novi detectione versiculos fatidicos, postquam tale quid ab Argonauta illo Florentino tandem fuit praestitum? Ipse Columbus dubium tenet lectorem suum, plus is ingenium admiretur novam orbem ex ventorum flatu coniicientis, an fortitudinem tentantis ignotos fluctus immensumque oceanum, et felicitatem optatis potiti.
Scilicet etiam in mea materia erunt miraculo Pythagoras, Plato, Euclides, quod, rationis praestantia subvecti, concluserunt, aliter factum esse non posse, quam ut Deus mundum ad exemplar quinque regularium corporum exornaret, licet in modo erraverint; vulgaris contra laus erit Copernici, qui, ingenio quidem usus non vulgari, descriptionem tamen mundi non nisi(706) ocularem fecit, solum to ti ?in lucem efferens; cedet longe veteribus Keplerus, qui, ex oculari intuitu systematis Copernicani, quasi ek tu ti ascendit ad causas easdem adque to diti, quod Plato a priori desuper tot ante saeculis(707) prodiderat, ostenditque in systemate mundi Copernicano expressam esse rationem quinque corporum Platonicorum. Nec absurdum aut invidiosum hoc est, illos his praeferri; postulat id ipsa rei natura. Nam, si maior est gloria architecti huius mundi, quam contemplatoris mundi, quantumvis ingeniosi, quia ille rationes fabricae ex seipso deprompsit, hic expresssa in fabrica rationes vix magno labore agnoscit, certe qui rerum causas, antequam res patent sensibus, concipiunt ingenio, ii architecti similiores sunt ceteris, qui, post rem visam, cogitant de causis.
Itaque non invidebis, Galilaee, nostris antecessoribus suam hic laudem, qui, quod nuperrime tuis oculis deprehendisti, sic esse oportere tibi tanto ante praedixerant. Tua nihilominus gloria haec erit, quod, ut Copernicus, et ex eo ego, veteribus errorem in modo demonstravimus, quo putabant expressa esse in mundo quinque corpora, substituto modo genuino et verissimo, sic tu hanc Brutii nostri ex Bruno(708) mutuatam doctrinam emendas et in parte falsitatis convincis. Putabant illi, circumiri etiam alia corpora suis lunis, ut tellus nostra sua. Verum illos in genere dixisse demonstras; at putabant, fixas stellas esse quae sic circumirentur; causam etiam dixit Brunus(709), cur esset necesse: fixas quippe solaris et igneae esse naturae, planetas aqueae, et fieri lege naturae(710) inviolabili, ut diversa ista combinentur, neque sol planetis, ignis aqua sua, neque vicissim haec illo carere possit. Hanc igitur totam illius rationem esse de nihilo, tua detegunt experimenta. Esto, ut fixa quaelibet sol sit, nullae illas lunae hucusque(711) circumcursitare visae sunt: Iupiter contra, planetarum unus: et ecce quatuor alios circa illum planetas.
Interim temperare non possum, quin paradoxos illos ex tuis inventis etiam hac in parte iuvem, moneamque veri non absimile, non tantum in luna, sed etiam in Iove ipso, incolas esse; aut quod nuperrime in mensa nostri Vackherii iucunde motum detegi nunc primum regiones illas; colonos vero, primum atque quis artem volandi docuerit, ex nostra hominum gente non defuturos. Quis credidisset olim, tranquilliorem et tutiorem esse navigationem vastissimi oceani, quam angustissimi sinus Adriatici, maris Balthici, freti Anglicani? Da naves, aut vela caelesti aurae accommoda, erunt qui nec ab illa quidem vastitate sibi metuant. Adeoque, quasi propediem affuturis, qui hoc iter tentent, ego lunarem, tu, Galilaee, Iovalem, condamus astronomiam.
Haec iucunde sint interposita miraculo audaciae humanae, quae in huius potissimum saeculi hominibus sese effert. Non sunt enim mihi deridiculo veneranda sacrae historiae mysteria.
Neque tamen etiam vile operae precium duxi, obiter aurem vellicare altiori philosophiae: cogitet an quicquam, gentis humanae supremus et providus ille custos frustra permittat, et quo nam ille consilio, veluti prudens promus, hoc potissimum tempore nobis isthaec operum suorum penetralia pandat, quod congerro noster Thomas Segethus, multiplici vir eruditione, movit; aut si, quod ego respondi, Deus conditor universitatem hominum, veluti quendam succrescentem et paulatim maturescentem puerulum, successive ab aliis ad alia cognoscenda ducit (uti quidem tempus erat, cum ignoraretur planetarum a fixis discrimen, et sero admodum a Pythagora, sive Parmenide, fuit animadversum, eundem esse Vesperum et Luciferum; nec in Mose, Iobe, aut Psalmis ulla mentio planetarum), perpendat igitur et quodammodo respiciat, quousque progressum sit in cognitione naturae, quantum restet, et quid porro expectandum sit, hominibus.
Sed ad humiliores cogitationes redeamus, et quod coeptum(712) absolvamus. Si enim quatuor planetae Iovem circumcursitant disparibus intervallis et temporibus, quaeritur, cui bono, si nulli sunt in Iovis globo, qui admirandam hanc varietatem suis notent oculis? Nam, quod nos in hac terra attinet, nescio quibus ratiobus quis mihi persuadeat, ut illos nobis potissimum servire credam, qui illos nunquam conspicimus; neque est expectandum, ut tuis, Galilaee, ocularibus universi instructi, illos porro vulgo observaturi simus.
Quo loco, opportune occurrendum duco etiam alii alicui suspicioni. Erunt enim, quibus vana videatur astrologia nostra terrestris, seu, ut philosophice dicam, doctrina de aspectibus, cum numerum planetarum aspectus facientium ad hanc usque diem ignoraverimus? Verum ii frustra sunt; astra emin in nos agunt iis modulis, quibus eorum motus sese his terris insinuant. Per aspectus enim agunt; at aspectus affectus est anguli in centro terrae vel oculi. Scilicet non ipsa in nos agunt, sed aspectus eorum fiunt obiectum et stimulus facultatum terrestrium ratione participantium citra discursum, solo instinctu.
Iam vero quatuor hi, ut ex tuis, Galilaee, observationibus patet, et minimi sunt et nunquam a Iove ultra 14 minuta digrediuntur: ut totus extimi planetae orbis minor sit disco solis vel lunae. Quare ut dem, ipsos, non impediente minuta quantitate, concurrere per aspectus ad movendas facultates sublunares, non tamen amplius quid poterunt, quam ut et ipsi quatuor et Iupiter, centrum curriculorum eorum, iunctim aequent (nec id crebro) solem, in diuturnitate nonnulla aspectus, ob diametri latitudinem.
Atque hoc pacto manet astrologia suo loco, patetque simul, quatuor hos novos, non primario nobis in tellure versantibus, sed procul dubio Iovialibus creaturis, globum Iovis circumhabitantibus, comparatos.
Id evidentius patet illi, qui tecum, Galilaee, mecumque Copernicum sequitur in systemate mundano: videmus enim in eo lunam, circumterrestrem planetam, sic comparatam, ut non possit videri aliis globis, quam soli telluri, quam cursibus suis cingit, destinata. Eius curriculi diameter habetur pro vicesima parte diametri orbis magni telluris circa solem: ego vix tricesimam existimo. Subtendit igitur minus tribus, vel, ut ego, minus duobus gradibus, ex sole inspectus. At cum Saturni altitudo sit decupla, Iovis quintupla circiter, ex Saturno igitur inspecta nostra luna non ultra 18 vel 12 minuta poterit a tellure discedere, ex Iove ad 36 vel 24 minuta: quo pacto est eius ratio plane eadem Saturniis et Ioviis, quae planetarum Iovialium nobis terrestribus creaturis. Nec abludit magnitudinis ratio. Esto enim, ut parallaxis solis sit 3 minuta, et si multo minorem esse putem; terra igitur, ex sole inspecta, habebit 6 minuta, luna sesqui. Imo terra, multo minor, etiam lunae relinquet minus, nempe non unum minutum. Atque hoc ex Saturno inspectum 6 forte secunda videbitur, ex Iove 12 secunda. Plane igitur sic est, quod nobis est in tellure nostra luna, hoc non est globis caeteris, et quod Iovi sunt illae quatuor lunulae, id non sunt nobis: et vicissim singulis planetarum globis eorumque incolis sui serviunt circulatores. Ex qua consideratione, de incolis Iovialibus summa probabilitate concludimus; quod quidem et Tychoni Brache, ex sola consideratione vastitatis illorum globorum, acque visum fuit.
Adeoque et hoc argutissime Vackherius monuit, etiam Iovem circa suum volvi axem ut mostram tellurem, ut ad illius convolutionem gyratio illa quatuor lunarum sequatur, uti ad nostrae telluris gyrationem nostrae lunae conversio in eandem plagam sequitur: adeoque nunc demum se credere rationibus magneticis, quibus in nupero meo physicae caelestis commentario(713), volutione solis circa axem et polos corporis causas motuum planetariorum expedivi.
Nimirum ut tu, Galilaee, pulchre mones, si Iovem, curriculo duodecim annorum occupatum, quatuor circulatores ante pone cingunt, quid absurdi dixit Copernicus; telluri, dum annuo motu redit, unam lunam eadem ratione adhaerescere?
Quid igitur, inquies, si sunt in caelo globi similes nostrae telluris, anne igitur cum illis in certamen venimus, utri meliorem mundi plagam teneant? Nam si nobiliores illorum globi, non sumus nos creaturarum rationalium nobilissimae? Quomodo igitur omnia propter hominem? Quomodo nos domini operum Dei?
Difficile est nodum hunc expedire, eo quod nondum omnia, quae huc pertinent, explorata tenemus, ut temeritatis notam vix effugituri simus multa de hac quaestione disserendo.
Non reticebo tamen, quae mihi philosophica videantur argumenta adduci posse, quibus obtineatur, non tantum in genere, ut supra, hoc planetarum systema, in quorum uno nos homines versamur, in praecipuo mundi sinu, circa cor mundi, solem nempe, versari; sed etiam in specie nos homines in eo globo versari, qui creaturae rationali primariae et nobilissimae (ex corporeis) plane debetur.
Prioris affirmati de intimo sinu mundi, vide argumenta supra a multitudine fixarum (quae pro muro hunc sinum certo vallant) et a claritate nostri solis prae fixis. Quibus adde hoc tertium, quod mihi hisce diebus expressit Vackherius, assensuque laudavit.
Geometria una et aeterna est, in mente Dei refulgens, eius consortium hominibus tributum inter causas est, cur homo sit imago Dei. In geometria vero figurarum a globo perfectissimum est genus, corpora quinque Euclidea. Ad horum vero normam et archetypum distributus est hic noster mundus planetarius. Da igitur, infinitos esse mundos alios: ii aut dissimiles erunt huius nostri, aut similes. Similes non dixeris. Nam, cui bono infiniti, si unusquisque in se perfectionem omnem habet? Aliud enim est de creaturis generationis successione perennibus. Et Brunus ipse, defensor infinitatis, censet, differre oportere singulos a reliquis totidem motuum generibus. Si motibus, ergo et intervallis, quae pariunt motuum periodos. Si intervallis, ergo et figurarum ordine, genere, perfectione, ex quibus intervalla desumpta. Adeoque, si mundos invicem similes statueres per omnia, creaturas etiam feceris similes et totidem Galilaeos, nova sidera in novis mundis observantes, quot mundos. Id autem cui bono? Quin potius cavemus, uno verbo, ne progressus fiat in infinitum, quod recipiunt philosophi: cum assentiatur progressus versus minora finitus, cur non et versus maiora? Esto enim sphaera fixarum; huius pars forte ter millesima Saturni sphaera, huius item decima pars telluris sphaera; telluris porro tercentiesmillesima homo, hominis tantula pars cuniculus subcutaneus. Hic sistimus: nec progreditur natura ad minora. Pergamus igitur ad alterum membrum dilemmatis: sint illi infiniti mundi dissimiles nostri: aliis igitur quam perfectis quinque figuris erunt exornati, ignobiliores igitur hoc nostro: unde conficitur, ut noster hic mundus sit illorum omnium, si plures essent, praestantissimus.
Dicamus iam etiam hoc: cur tellus globo Iovio praestet, digniorque sit dominantis creaturae sedes.
Sol quidem in centro mundi est, cor mundi est, fons lucis est, fons caloris, origo vitae motusque mondani est. At videtur homo aequo animo illo throno regio abstinere debere. Caelum caeli Domino, soli iustitiae, terram autem dedit filiis hominum. Nam, etsi Deus corpus non habet, nec habitaculo indiget, in sole tamen (ut passim(714) per Scripturam, in caelo) plus exerit virtutis, qua mundus gubernatur, quam in globis caeteris. Agnoscat igitur homo, ipsius etiam habitaculi sui distinctione, suam indigentiam, Dei abundantiam; agnoscat, se non esse fontem et originem ornatus mundani, sed a fonte et ab origine vera dependere. Adde et hoc, quod in Opticis dixi, contemplationis causa, ad quam homo factus oculisque ornatus et instructus est, non potuisse hominem in centro quiescere; sed oportere, ut navigio hoc telluris annuo motu circumspacietur lustrandi causa, non secus atque mensores rerum inaccessarum stationem statione permutant, ut triangulo mensorio iustam basin ex stationum intervallis concilient.
Post solem autem, non est nobilior globus aptiorque homini quam tellus. Nam is primum numero medius est ex globis primariis (circulatoribus hic et lunae globo circumterrestri seposito, ut par est); habet enim supra: Martem, Iovem, Saturnum; infra complexum sui circuitus currentes: Venerem, Mercurium et, tornatum in medio, solem, cursuum omnium incitatorem, vere Apollinem, qua voce Brunus(715) crebro utitur.
Deinde, cum quinque corpora abeant in duas classes; trium primariorum, cubi, tetradri, dodecadri; duorum secundariorum, icosadri et octadri; telluris circuitus sic inter utrumque ordinem, veluti maceries, intercedit, ut superius dodecadri centra planorum duodecim, inferius respondentis icosadri angulos duodecim, stringat; quo vel solo situ inter figuras prae caeteris orbibus notabilis est orbis telluris.
Tertio, nos in tellure Mercurium, planetarum primariorum ultimum, vix visu apprehendimus propter propinquam et nimiam solis claritatem. Quanto minus in Iove vel Saturno Mercurius conspicuus erit! Summo itaque consilio hic globus homini videtur attributus, ut omnes planetas contemplari posset. Adeoque, quis negabit, in compensationem latentium Iovialibus planetarum eorum, quos nos terricolae videmus, attributos esse Iovi quatuor alios, ad numerum quatuor inferiorum, Martis, telluris, Veneris, Mercurii, solem ambientium intra Iovis ambitum?
Habeant itaque creaturae Ioviae, quo se oblectent; sint illis etiam, si placet, quatuor sui planetae dispositi ad normam classis trium rhombicorum corporum, quorum unum (quasi rhombicum) cubus ipse est, secundum cuboctadricum, tertium icosidodecadricum, sex, duodecim, triginta planorum quadrilaterorum: habeant, inquam, illi sua; nos homines terricolae non utique frustra (me doctore) de praestantissima nostrorum corporum habitatione gloriari possumus, Deoque conditori grates debemus.
Haec super novis dubitationibus, quas tuis, Galilaee, experimentis excitasti, philosophice tecum disserere mihi placuit.
Sed cum saepius iam structuram mundi per quinque regularia corpora ex meo Mysterio Cosmographico adduxerim, tribus verbis obiectionem initio epistolae tactam penitus eliminabo.
Cum quatuor hi planetae angustissimis meatibus Iovem ipsum circumambulent, nemo metuat, turbatum iis iri rationem meam interpositionis figurarum Pythagorae inter planetas. Quin potius spero, hos circulatores Iovios, et si quos habent alii etiam planetae, tandem omnem quae restat discrepantiam sublaturos. Rationem enim a Deo etiam horum circulatorum habitam in figurarum interpositione, circulator terrae (luna scilicet) arguit, cuius circuitum circa terram negligere non potui, cum illud negocium serio tractarem.
Adeoque etiamnum in restitutione orbium et motuum Martis, telluris, Veneris ex observationibus Brahei deprehendo, hiare plusculum interstitia, ut dodecadri anguli a perihelio Martis extensi, non assequantur centris planorum, lunam in apogaeo suo et aphelio telluris constitutam; neque centra icosadri, aphelio Veneris accomodata, porrigant angulos icosadri usque ad lunam in apogaeo suo et perihelio telluris constitutam: quod argumento est, superesse aliquid loci inter perihelium Martis et angulos dodecadri; sic inter centra icosadri(716) et aphelium Veneris; et, quod miraculo esse possit, paulo plus illic, quam hic: quibus ergo(717) spaciolis spero me lunas circummartiales et circumvenerias, si quas, Galilaee, olim deprehensurus es, facillime(718) locaturum.

Tecum, Galilaee, incepi; tecum finem faciam. Miraris non frustra, cur tanto discrimine magnitudinis Medicea Sidera suas mutent facies. Causas, quas comminisci quis posset, tres reiicis argute et mathematice. Ponis unam physicam ut possibilem: de qua tempus docebit. Occurrit vero mihi ista: si quatuor hi planetae, disci forma, plano ad Iovem converso, circumeant, ut ad excursus maximos nobis et soli obiiciantur ut lineae, supra et infra irradientur perpendiculariter, videanturque magni, et forte diversicolores sint, pro diversitate planitierum. Sufficiat monuisse.
Quod superest, vehementer abs te peto, Galilaee celeberrime, ut in observando strenue pergas, quaeque observando fueris assecutus, nobis primo quoque tempore communices; denique prolixitatem meam dicendique de natura libertatem boni consulas. Vale.

Pragae, 19 Apri. 1610.
Nob. Exc. T.
Observantissimus
Ioannes Keplerus,
S. C. M.tis Mathematicus.



298..

GIO. ANTONIO MAGINI a GIOVANNI KEPLER [in Praga].
Bologna, 20 aprile 1610.

Arch. Malvezzi de'Medici in Bologna. Carteggio di G. A. Magini. - Autografa.

.... De 4 Galilaei novis planetis quid sentias, iudicium audire expecto....



299...

CHIARISSIMO FANCELLI a MATTEO BARTOLINI [in Pisa?].
Firenze, 20 aprile 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 1458. Fasc. 1. - Autografa.

Cari.mo mio Padrone,

Sono arivato qua..., e gli mando l'ochiale; e quando V. S. vedessi che sia appanato, la cavi i vetri co diligienzia, e gli netti co diligienzia co panno lino.... E questa mattina il Galilei  visto questo occhiale, che l'avevo su in Guardaroba; e vi ero perch il Giugni mi spedissi....



300..

RAFFAELLO GUALTEROTTI a GALILEO in Padova.
Firenze, 24 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 126. - Autografa.

Molto Ill.re Sig.r

V. S. si part senza che io potessi dirle alcune cose a bocca di qualche momento; pure forse ritorner migliore occasione. Fratanto io ho sentito che V. S. ha visto l'occhiale di Mess. Giovambatista milanese, et attribuitoli alcuna loda. Hora, 12 anni sono, io feci uno strumento, ma non gi afine di veder gran lontananze e misurar le stelle, ma per benefizio di un cavaliero in giostra e in guerra, e lo proposi al Ser.mo Gran Ferdinando et insieme al'Ill.mo et Eccel. mo Sig.r Duca di Bracciano, Don Verginio Orsino; ma parendomi debol cosa, lo trascurai. Pure ancor io, sentendo il romore del Fiammingo, presi i miei vetri e i miei cartoni, e li rimesi insieme, e tornai a considerare il loro uficio, e vedi in terra e 'n cielo molte cose molto meglio che non fa l'occhiale di Giovambatista milanese: e tale strumento mi insegn fare quel foro che V. S. vide circa a trenta anni sono nela camera mia ala Torre al'Isola, dal qual foro io sino da la mia prima fanciullezza inparai a dubitare del modo del vedere, che la terra refletteva i raggi del sole con gran lume e molto regolatamente, e vi imparai molte bagattelle che io haveva letto esser possibile a farsi, e finalmente lo strumento che 12 anni sono io feci; dal quale indotto, 6 anni sono scrivendo sopra la nuova stella, in proposito del modo del vedere io dissi, che chi voleva veder le stelle di giorno, guatasse per una cerbottana(719). Hora io ho detto tante parole non per contrariare a la gloria di V. S, ma per esservi a parte molto e molto giustamente, poi che a me si deve quella lode che V. S. d ad uno Belga, quelo che V. S. pu dare ala sua patria. Mirabil cosa non mi parr mai Ci ch'io dir deli atti fiorentini. Dio l'ami.

Di Firenze, il d 24 di Aprile 1610.
Di V. S. molto Ill.re
Servi.re Aff.mo
Raffael Gualterotti.

Fuori: Al Molto Ill.re et Eccellente Signor
Galileo Galilei.
Padova.



301..

[MARTINO HORKY] a GIOVANNI KEPLER in Praga.
Bologna, 27 aprile 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 68-69. - Autografa.

S. D. P.

Grata hora, acceptissima venit 20 Aprilis litera. Hanc amo, illas exosculor. Tres ad te placet. Fabulosum mercatorem caelestem ad Garamantas et Indos, displicet. Sed quid mirum?

Hoc eunt ordine fata.

Alterum hc vide, lege, iudica. Tuum iudicium mecum. Ego tibi nostrum. Tota in Bononia male audit: quia capilli decidunt; tota cutis et cuticola flore Gallico scatet; cranium laesum, in cerebro delirium; optici nervi, quia nimis curiose et pompose scrupula prima et secunda circa Iovem observavit, rupti; visus, auditus, gustus et tactus periit; in manibus chiragra, quia philosophicam et mathematicam pecuniam furtim sustulit; cor palpitat, quia fabulam caelestem omnibus vendidit; intestina tumorem praeter naturam deponunt, quia ulterius apud studiosos et viros illustres non titillat; pedes podagra clamant, quia per omnes quatuor anguli limites vagatur. Felix ac terque quaterque beatus medicus, qui infirmum Nuncium ad sanitatem pristinam [sic]. Misso infirmo, redeo ad vos, gemmulas claras, gemmulas caras....

Postscriptum.

Concredam tibi furtum, quod feci. Galileus Galileus, Mathematicus Pataviensis, venit ad nos Bononiam, et perspicillum illum, per quod 4 fictos planetas vidit, attulit. Ego 24 et 25 Aprilis die et nocte nunquam dormivi, sed instrumentum hoc Galilei millies mille modis probavi, tam in his inferioribus, quam in superioribus. In inferioribus facit mirabilia; in coelo, fallit, quia aliae stellae fixae duplicatae videntur. Sic observavi nocte sequente cum Galilei perspicillo stellulam, quae super mediam trium in cauda Ursae maioris visitur; aeque quatuor minutissimas stellulas vicinas vidi, uti Galileus in Iove observavit. Habeo testes excellentissimos viros et nobilissimos doctores, Antonium Roffeni, et in Bononiensi Academia mathematicum eruditissimum, aliosque plurimos, qui una mecum praesepe in caelo eadem nocte 25 Aprilis, praesente ipso Galileo, observarunt; sed omnes instrumentum fallere sunt confessi. At Galileus obmutuit, et die 26, die [vedi figura luna.gif]ae, tristis ab Illustrissimo D. Magino discessit summo mane; et pro beneficiis, cogitationibus infinitis, quia fabulam vendidit, repletus, gratias non egit. D. Maginus honoratum convivium, et lautum et delicatum, Galileo paravit. Sic miser Galileus Bononia cum suo perspicillo 26 die discessit. Ego, quamdiu Bononiae fuerat, numquam dormivi, sed instrumentum hoc semper infinitis modis probavi. In altera occasione plura dabo de his. Vale.
Ich hab das Perspicillum als in Wachss abgestochen, das niemandt weiss, undt wen mir Gott wieder zue Hauss hilft, will ich fiel ein pessers Perspicillum machen als der Galileus.

Fuori: Excellentissimo Domino
M. Ioanni Keplero, S. C. Maie. Mathematico,
amico meo cariss.o
Praga.



302.

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO [in Padova].
Roma, 28 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 27. - Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

II Sig.or Baldino Gherardi mi ha presentato da parte di V. S. l'occhiale, e 'l discorso che ci ha fatto sopra, che l'uno e l'altro mi  stato oltra modo caro per amor di V. S. e perch io gli desideravo; e le ne resto con molto obligo, rendendolene le gratie che devo. Con l'occhiale ho gi fatte belle esperienze, e spero farne dell'altre: e perch 'l S.or Baldino mi dice che V. S. lo va tuttavia perfettionando, desidero che mi avvisi in che modo si possa migliorare, et in particolare, se col farlo pi lungo si potr vedere pi da lontano; se quel vetro ch' concavo da una parte, facendosi concavo anco dall'altra, come sono gli occhiali che si fanno per quei che hanno la vista corta, mostrarebbe le cose meglio e pi lontano; e se pigliando cristallo di montagna, in cambio di vetro, sarebbe meglio.
Mando a V. S. un quadretto, al quale il Papa ha concesso l'indulgenze ch'ella vedr nell'accluso foglio, accioch lo tenga per divotione e per amor mio, sebene per altro  cosa ordinaria e di poco momento; che io non glielo mando gi per ricompensa del libro e dell'occhiale donatimi, perch ci sarebbe troppa disagguaglianza, essendo quelli cose rare. V. S. nondimeno accetti il mio buon animo. Che 'l Signore Iddio la contenti.

Di Roma, li 28 d'Aprile 1610.
Di V. S. Ill.
S.or Galileo Galilei.
Come Fratello
Il Card.le dal Monte.

Fuori: All'Ill. Sig.or
Il Sig.or Galileo Galilei.



303.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.
Praga, 28 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 128. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Oss.mo

L'ambitione che ho della servit di un cos grand'huomo come  V. S., inventrice di cose che chiarisce la crassa ignoranza degli huomini et che fa stupire gli eruditi, mi rende costante in mantenere et sostentare (bench io vermicello) la reputatione di V. S., et avvisarla di quanto sento alla giornata delle oppositioni che le vengono fatte per quello libretto ammirabile et miracoloso, bench piccolo, del perspicillo nuovo.
Scrissi gi a V. S. del S.r Chepplero, quale certamente si mostra molto affettionato a V. S. et favorisce quanto pu l'inventione di V. S., ancora che habbia dati quegli avvertimenti (quali gi comminciano a verificarsi), ci  dell'emulatione ch'ella si sarebbe concitata s da Todeschi come da Italiani. Ma questi mi pare che siano i primi, come ella sentir(720).
Gionse non hieri l'altro il Sig.re Elettore di Colonia, quale ha seco un amico mio, chiamato Gio. Zugmanno, matematico stimato de'primi di qua da'monti. La prima cosa che le domandai, dopo li compimenti, fu se egli havea visto il libretto di V. S. Disse, haverne due essemplari, ch'erano stati mandati a S. Altezza suo padrone. Addimandato poi Quid sibi videretur de illis demonstrationibus di V. S., rispose: Nec probo, nec improbo, donec Domini Gallilei instrumentum videro, et expertus fuero. Hora, questa mattina (perch gli havevo detto all'hora che il Chepplero non vi metteva difficolt sopra le dimostrationi sudette, et molti altri ch'erano della professione), mi ha sfodrato fuori una lettera del Magino (quale mi era stato ad intendere fosse morto), nella quale d giuditio del libro di V. S. et dello stromento. La sostanza della lettera  questa; ma veder di haverne una copia, essendo poca cosa, ci  di una facciata: Quanto al libro et stromento del Gallilei, io credo che sia un inganno, perch quando con occhiali colorati, fatti da me, guardavo l'ecclipsi solare, mi faceva vedere 3 soli; cos anco credo che sia avvenuto al Gallilei, quale si deve essere ingannato dal reflesso della luna. Sono molti altri che oppugnano questa openione del Gallilei, et tra gli altri il Dottore Papazzone voleva ex professo nelle scuole publiche confutare tutto il libro; ma le lettioni si sono finite pi presto del solito: ma spero che subito dopo l'ottava di Pasqua eseguir il suo intento. Poi dice: Ma per tornare al proposito, mi pare una cosa ridicolosa di quei 4 nuovi pianetti, che presuppone il Gallilei che vadino intorno al pianeta...(721) (non mi ricordo), et che discostandosi un minuto hora da una banda hora dall'altra, finiscano il suo corso in un mese. Bisogna che V. S. m'intenda per discretione, perch non son della professione. Poi soggionge: Io spero d'andare queste feste di Pasqua a Venetia. Non mancher di procurare di haverne uno di quegli instromenti, per chiarirmi meglio della verit. Dixi.
Ho dimandato a chi scriveva questa lettera. Mi ha risposto che S. Altezza gli haveva dato ordine di ricercare il S.r Magino della sua openione, et che il Magino ha risposto questo a S. Altezza. Io non ho potuto contenermi di dire che questa non era altro che una mera invidia, perch biasimano l'opra senza havere visto lo stromento; et che gi il pronostico del Chepplero comminciava a riuscire, perch dispiace al Magino che altri gli metta il pi avanti, tanto pi nella sua patria propria; ch se altrove fosse seguito, meno gli brusciarebbe. Exigua est virtus, quae caret invidia. V. S. non dubiti che ella haver sguito di qua, oltre che la verit ha da confondere gli emoli.
V. S. intanto ha d'havere singolare obligo al S.r Ambasciatore di Toscana, comune padrone, perch non tralascia cosa veruna per difesa dell'honore di V. S.; et gi ha lavata la testa a pi di due di questi nostri Italiani, medichetti di merda, che non sanno se sono vivi.
Di nuovo non posso dire altro, se non che questi Principi comminciano a comparire, essendo gionto hor hora Magonza(722),et non hieri l'altro Colonia et il Landgravio Lodovico di Hessia, et alcuni giorni il Duca di Brunsvich; domani, Sassonia. Baviera non voleva venire, ma intendo che gli hanno spedito un corriero perch venga. S'aspetta anco domani Massimiliano, et poi Ferdinando. Avvisar poi dell'assemblea et le risolutioni di essa, se bene si dubita che non si concluder nulla, overo se si concluder, non si eseguir. Con che fine le bacio la mani.


Di Praga, questo d 28 di Aprile 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
[vedi figura 303.gif]

Una riverenza alli molto Rev.di
Maestri Pavolo et Fulgentio(723).

Poscritta. Caro Sig.r, mi favorisca d'intendere del S.r Ottavio Pamfilio, perch gli vorrei scrivere. Aspetteremo con desiderio la sua risposta alle considerationi del Chepplero(724), mandatele dall'Ambasciatore di Toscana. Non ardisco domandarle uno de'suoi libretti, non havendo con lei alcuno merito. V. S. potr mandare sotto al plico della Sig.ria due righe della ricevuta delle mie, indrizzandola al S.r Marcant.o Patavino(725), Secretario di Venetia in Praga, mio amico vecchio; et s'ella non havesse tempo di scrivere, baster accennarlo nella lettera che ella scriver al sudetto Ambasciatore di Toscana.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss. mo
Il S.r Gallileo Gallilei, Matematico di
Padova.



304.

ALFONSO FONTANELLI a [ATTILIO RUGGERI in Modena].
[Firenze, aprile (?) 1610].

Arch. di Stato in Modena. Cancelleria. Dispacci Ambasciatori Estensi a Firenze, B.a XLIV. - Autografa. Un'annotazione d'archivio dice: "Fu ritrovata questa poscritta, cos scompagnata, fra lettere ch'erano tutte dell'anno 1610"; e sul di fuori del foglio si legge: "Del Co. Alfonso Fontanelli. Occhiali".

Dopo scritto. Non pu esser che cost non s'habbia notitia dell'inventione dell'occhiale trovata in Fiandra, co 'l quale si vede di lontano parecchie miglia e si distinguono molte cose che senza quell'instrumento non si vederebbono; ma non so gi se cotesti principi n'habbiano. Hora sappia V. S. Ill.ma che di molti mesi prima ch'io venissi in Lombardia, il Galileo, filosofo e matematico esquisito che legge in Padova, et  suddito del Granduca, ne don uno a S. A., compagno d'un altro che poco prima haveva donato alla Rep.ca di Venetia, et ottenutone per premio mille scudi di pensione servendo, et cinquecento l'anno, non servendo: et io mi trovai qui presente all'esperienza prima che se ne fece, e fra l'altre cose si vide di lontano tre miglia un caprioletto assai picciolo. E perch mi parve cosa nuova e da prezzarsi da ogni principe per lo frutto che pu cavarsene, oltre alla curiosit, motteggiai a Madama che subito che si risapesse che qui fosse una simil cosa, i principi parenti et amici ne ricercherebbono S. A.; e 'l Granduca et ella rispose subito che risponderebbono d'haverla da Venetiani, et di non potere comunicarla ad altri. Pare poi che si sia fatta in modo familiare questa inventione, che se ne siano veduti diversi, pi e meno perfetti secondo l'habilit de gli artefici; onde posso credere che cotesti principi n'habbiano anch'essi, e non se ne curino. Tuttavia non vo'restar, ad ogni buon fine, di dire a V. S. Ill.ma, che havendomi detto il Sig. Paolo Giordano Orsino, tornato hora dal suo viaggio, d'haverne portato alcuni di Fiandra, caso che coteste Altezze n'havessero desiderio, non sarebbe forse difficile d'haverne uno da S. Ecc.za.  vero che non converrebbe fondarsi su la mia proposta, non essendo forse espediente che qui si sapesse del mio presente motivo: ma se il S.r Duca, o, non volendo S. A. cimentarsi per dubio della negativa, il S.r Principe, scrivesse a questo S.re d'havere inteso il suo ritorno, e che se per caso havesse portato alcuno di quelli occhiali di Fiandra che veggono cos di lontano, havrebbe gusto d'haverne uno, potrebb'essere che S. E.za incontrasse volentieri l'occasione di servire a S. A.
Non creda per V. S. Ill.ma ch'io sia invitato a dir questo da intenzione alcuna ch'io n'habbia, perch se l'havessi, parlerei in altra maniera: ma mi  venuto solo questo pensiero dal parermi l'occhiale cosa da principe e dall'haver inteso da S. Ecc.za che n'ha portato pi d'uno, ch'io m'immagino che non sia se non ad effetto di regalar principi che non ne habbiano. Sopra tutto  necessario di non mustrar che da me ne possa esser presentita cosa alcuna in questa materia; n io sarei buono da esservi impiegato, per non generar sospetto.



305..

CARLO BARTOLI a GALILEO in Padova.
Venezia, 1 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 49. - Autografa.

Molto Ill.tre et Ecc.mo Sig.re e P.ne Oss.mo

Io li do il ben tornato, et li mando un mazzo di lettere venuto da Pragha et consegnatomi dal segretario del Residente di Toscana, il quale, come credo che sapia, non si trova qui al presente. Et questo suo segretario mi ha detto che il Sig.re Giuliano di Medici li accenna che fra V. S. e lui potrebbe esser passassero molte lettere, et che l'uno all'altro mandasse diverse cose; che per habbia cura di mandare a Pragha a buon recapito tutto quello che lei mandasse, s come anchora tutto quello che per lei li venisse nelle mani. Dice dunque detto segretario, che non ha comodit di mandar queste cose se non fra quele del G. D., la qual cosa volentierissimo farebbe, se di sopra ne havesse qualche ordine; che per potrebbe V. S. agevolissimamente ottenere dal Sig.re Vinta che cos li ordinasse, che la servirebbe con ogni diligentia. L'ambasciatore non porta pena: io ho fatto l'ambasciata. In quello che io sar buono, si serva di me, che la servir, come sono obblighato.
Credo che har ricevuto alcune mie lettere, nelle quali [la] ringratiavo del favore fattomi col suo libro: per in ques[...] non l'infastidir di nuovo. Li dico bene che una volta, con occasione, spero di haver a restar favorito da lei di andar anchor io a spasso per il cielo, et di poter dar[...] occhiata a que'monti della luna, de'quali ne ho tanta voglia, che se fussi donna gravida, mal per me; n temo che sia per essermi scarsa di questo favore, havendola sempre trovata a favorirmi prontissima, s come mi trover a servirla, se mi honorar(726) delli suoi comandamenti, come la pregho. Et per fine li b. l. m. Nostro Signore la guardi.

Di Ven.a, a 1 di Mag.o 1610.
Di V. S. molto Ill.tre
Aff.mo Ser.
Carlo Bartoli.

Fuori: Al molt'Ill.tre et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo
Il Sig.re Galileo Galilei.
Padua(727).



306.

GIOVANNI KEPLER a GIULIANO DE'MEDICI.
Praga, 3 maggio 1610.

Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 101-102 [Edizione Nazionale].



307.

GALILEO A [BELISARIO VINTA IN FIRENZE].
Padova, 7 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 34-37. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Come per la mia passata accennai a V. S. Ill.ma, ho fatte 3 lezioni publiche in materia de i 4 Pianeti Medicei et delle altre mie osservazioni; et havendo hauta l'udienza di tutto lo Studio, ho fatto restare in modo ciascheduno capace et satisfatto, che finalmente quei primarii medesimi che erano stati acerbissimi impugnatori et contrarii assertori alle cose da me scritte, vedendosela finalmente disperata et persa a fatto, costretti o da virt o da necessit, hanno coram populo detto, s non solamente esser persuasi, ma apparecchiati a difendere et sostener la mia dottrina contro a qualunque filosofo che ardisse impugnarla: s che le scritture minacciate saranno assolutamente svanite, come  svanito tutto il concetto che questi tali havevano sin qui procurato di suscitarmi contro, con speranza forse di esser per sostenerlo, credendo che io, atterrito dalla loro autorit o sbigottito dal profluvio de i lor creduli seguaci, fussi per ritirarmi in un cantone et ammutirmi. Ma il negozio  passato tutto al rovescio; et ben conveniva che la verit restasse di sopra.
Sapr a presso V. S. Ill.ma, et per lei loro Ser.me Al.ze, come dal Matematico dell'Imperatore ho ricevuta una lettera, anzi un intero trattato di 8 fogli(728), scritto in approbazione di tutte le particole contenute nel mio libro, senza pur contradire o dubitare in una sola minima cosa. Et creda pur V. S. Ill.ma che l'istesso haveriano anco parimente detto da principio i literati d'Italia, s'io fussi stato in Alemagna o pi lontano; in quella guisa a punto che possiamo credere, che gl'altri principi circumvicini d'Italia con occhio un poco pi torbido rimirino la eminenza et potere del nostro Ser.mo Signore, che gl'immensi tesori et forze del Mosco o del Chinese, per tanto intervallo remoti. Hora il negozio  qua in stato tale, che l'invidia hora mai non ha pi attacco di abbassarlo, col convincerlo di falsit, n pure anco col metterlo in dubbio. Resta a noi, ma principalmente a i nostri Ser.mi Padroni, di sostenerlo in reputazione et grandezza, col mostrare di farne quella stima che a cos segnalata novit si conviene, essendo ella in effetto stimata per tale da tutti quelli che ne parlano con sincero animo.
L'Ill.mo S. Ambasciator Medici mi scrive di Praga, non essere in quella Corte occhiali se non di assai mediocre efficacia, et per ci me ne domanda uno, accennandomi essere desiderato anco da S. M.; et mi scrive che io lo deva far consegnare in Venezia al Secretario del S. Residente, acci lo mandi sicuro(729). Io per intendo che detto Secretario non ricever o mander cosa alcuna senza l'ordine di V. S. Ill.ma(730): per, contentandosi S. A. che io ne mandi per tal via sar V. S. Ill.ma servita di dar ordine in Venezia che siano ricevuti et mandati. Intanto, non me ne ritrovando di esquisiti, vedr di condurne a fine un paro o dui, se bene a me  grandissima fatica, n io vorrei essere necessitato a mostrare ad altri il modo vero del lavorargli, se non a qualche servitore del G. D., come per altra gli ho scritto. Per, et per altri rispetti ancora et principalissimamente per quietarmi(731) di animo, desidero grandemente la resoluzione dell'altro negozio, statomi pi volte accennato, ma particolarmente da V. S. Ill.ma ultimamente in Pisa: perch sono in tutti i modi resoluto, vedendo che ogni giorno passa un giorno, di mettere il chiodo allo stato futuro della vita che mi avanza, et attendere con ogni mio potere a condurre a fine i frutti delle fatiche di tutti i miei studii passati, da i quali posso sperarne qualche gloria. Et dovendo trapassare quelli anni che mi restano o qui o in Firenze, secondo che piacer al nostro Ser.mo Signore, io dir a V. S. Ill.ma quello che ho qui, et quello che desidererei cost, rimettendomi per sempre al comandamento di S. A. S.
Qui ho di stipendio fermo fiorini 1000 l'anno in vita mia, et questi sicurissimi, venendomi da un principe immortale et immutabile. Pi di altrettanto posso guadagnarmi da lezioni private, tuttavolta che io voglia leggere a signori oltramontani; et quando io fussi inclinato a gl'avanzi, tutto questo et pi ancora potrei mettere da canto ogn'anno col tenere gentil'huomini scolari in casa, col soldo de i quali potrei largamente mantenerla. In oltre, l'obligo mio non mi tien legato pi di 60 mez'hore dell'anno, et questo tempo non cos strettamente, che per qualunque mio impedimento io non possa, senza alcun pregiudizio, interpor anco molti giorni vacui: il resto del tempo sono liberissimo, et assolutamente mei iuris. Ma perch et le lezioni private et gli scolari domestici mi sariano d'impedimento et ritardanza a i miei studii, voglio da questi totalmente, et in gran parte da quelle, vivere esente; per, quando io dovessi ripatriarmi, desidererei che la prima intenzione di S. A. S. fusse di darmi otio et comodit di potere tirare a fine le mie opere, senza occuparmi in leggere.
N vorrei che per ci credesse S. A. che le mie fatiche fussero per esser men profittevoli agli studiosi della professione, anzi assolutamente sariano pi; perch nelle publiche lezioni non si pu leggere altro che i primi elementi, per il che molti sono idonei; et tal lettura  solo di impedimento et di niuno aiuto al condurre a fine le opere mie, le quali tra le cose della professione credo che non terranno l'ultimo luogo. Per simile rispetto, s come io reputerei sempre a mia somma gloria il poter leggere a i Principi, cos all'incontro non vorrei haver necessit di leggere ad altri. Et in somma vorrei che i libri miei, indrizzati sempre al Ser.mo nome del mio Signore, fussero quelli che mi guadagnassero il pane; non restando intanto di conferire a S. A. tante et tali invenzioni, che forse niun altro principe ne ha di maggiori, delle quali io non solo ne ho molte in effetto, ma posso assicurarmi di esser per trovarne molte ancora alla giornata, secondo le occasioni che si presentassero: oltre che di quelle invenzioni che dependono da la mia professione, potria esser S. A. sicura di non esser per impiegare in alcuna di esse i suoi danari inutilmente, come per avventura altra volta  stato fatto et in grossissime somme, n anco per lasciarsi uscir delle mani qualunque trovato propostogli da altri, che veramente fusse utile e bello.
Io de i secreti particolari, tanto di utile quanto di curiosit et admirazione, ne ho tanta copia, che la sola troppa abbondanza mi nuoce et mi ha sempre nociuto; perch se io ne havessi hauto un solo, l'haverei stimato molto, et con quello facendomi innanzi, potrei a presso qualche principe grande havere incontrata quella ventura, che sin hora non ho n incontrata n ricercata. Magna longeque admirabilia apud me habeo: ma non possono servire, o, per dir meglio, essere messe in opera se non da principi, perch loro fanno et sostengono guerre, fabricano et difendono fortezze, et per loro regii diporti fanno superbissime spese, et non io o gentil'huomini privati. Le opere che ho da condurre a fine sono principalmente 2 libri De sistemate seu constitutione universi(732), concetto immenso et pieno di filosofia, astronomia et geometria: tre libri De motu locali(733), scienza interamente nuova, non havendo alcun altro, n antico n moderno, scoperto alcuno de i moltissimi sintomi ammirandi che io dimostro essere ne i movimenti naturali et ne i violenti, onde io la posso ragionevolissimamente chiamare scienza nuova et ritrovata da me sin da i suoi primi principii: tre libri delle mecaniche, due attenenti alle demostrazioni de i principii et fondamenti, et uno de i problemi(734); et bench altri habbino scritto questa medesima materia, tutta via quello che ne  stato scritto sin qui, n in quantit n in altro  il quarto di quello che ne scrivo io. Ho anco diversi opuscoli di soggetti naturali, come De sono et voce, De visu et coloribus, De maris estu, De compositione continui, De animalium motibus(735), et altri ancora. Ho anco in pensiero di scrivere alcuni libri attenenti al soldato, formandolo non solamente in idea, ma insegnando con regole molto esquisite tutto quello che si appartiene di sapere et che depende dalle matematiche(736), come la cognizione delle castrametazioni, ordinanze, fortificazioni, espugnazioni, levar piante, misurar con la vista, cognizioni attenenti alle artiglierie, usi di varii strumenti, etc. Mi bisogna di pi ristampare l'Uso del mio Compasso Geometrico, dedicato a S. A., non se ne trovando pi copie; il quale strumento  stato talmente abbracciato dal mondo, che veramente adesso non si fanno altri strumenti di questo genere, et io so che sin hora ne sono stati fabricati alcune migliaia. Io non dir a V. S. Ill.ma quale occupazione mi sia per apportare il seguir di osservare et investigare i periodi esquisiti de i quattro nuovi pianeti; materia, quanto pi vi penso, tanto pi laboriosa, per il non si disseparar mai, se non per brevi intervalli, l'uno dall'altro, et per esser loro et di colore et di grandezza molto simili.
S che, Ill.mo S., bisogna che i'pensi al disoccuparmi da quelle occupazioni che possono ritardare i miei studii, et massime da quelle che altri pu fare in cambio mio: per la prego a proporre a loro Alt.e, et a s medesima, queste considerazioni, et avvisarmi poi la loro resoluzione.
Intanto non voglio restar di dirgli, come circa lo stipendio mi contenter di quello che lei mi accenn in Pisa, essendo honorato per un servitore di tanto Principe; et s come io non soggiungo niente sopra la quantit, cos son sicuro che, dovendo io levarmi di qua, la benignit di S. A. non mi mancherebbe di alcuna di quelle comodit che si sono usate con altri, bisognosi anco meno di me, et per non ne parlo adesso. Finalmente, quanto al titolo et pretesto del mio servizio, io desidererei, oltre al nome di Matematico, che S. A. ci aggiugnesse quello di Filosofo, professando io di havere studiato pi anni in filosofia, che mesi in matematica pura: nella quale qual profitto io habbia fatto, et se io possa et deva meritar questo titolo potr far vedere a loro Alt.e, qual volta sia di loro piacimento il concedermi campo di poterne trattare alla presenza loro con i pi stimati in tal facolt.
Ho scritto lungamente per non haver pi a ritornare sopra tal materia con suo nuovo tedio: mi scusi V. S. Ill.ma, perch, se bene questo a lei, che  consueta a maneggiar negozii gravissimi, parer frivolissimo et leggiero, a me per  egli il pi grave che io possa incontrare, concernendo o la mutazione o la confirmazion di tutto lo stato et l'esser mio. Aspetter sua risposta; et in tanto, supplicandola ad inchinarsi humilmente in mio nome a loro A. Ser.e, bacio a V. S. Ill.ma con ogni reverenza le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicit

Di Pad.a, li 7 di maggio 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



308..

GIOVANNI KEPLER a GIO. ANTONIO MAGINI [inBologna].
Praga, 10 maggio 1610.

Arch. Malvezzi de'Medici in Bologna. Carteggio di G. A. Magini. - Autografa.

.... Obsecro, D. Martino Horky me excuses quod nomen Vencesilao dedi. Bohemi plerique hoc nominis habentur, a patrono Bohemiae Venceslao. Accepi eius literas de 6 et 27 Aprilis hac hora reditus mei domum. Illas attulit pater ipsius, me absente, quem nunc non vacat quaerere. Nox ingruit. Ad ipsum proxime scribam.
Petis meam de Galilaei Nuncio sententiam. Accipe, et ignosce. Copernicani sumus uterque: similis simili gaudet. Puto tamen (si legas attente), me satis mihi cavisse, et ubi potui, ad sua ipsum principia revocasse. Vale.

Raptim Pragae, 10 Maii anno 1610.
Tuae Excellentiae
Officiosissimus
Ioannes Kepler.



309..

TOMMASO MERMANNI a GALILEO in Padova.
Monaco, 12 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. P. I, T.VI, car. 51. - Autografa.

Ill.mo et Eccell.mo Sig.re mio S.r Oss.mo

 stato di molto gusto il raro e meraviglioso libro di V. S. Ecc.ma al Ser.mo S.r Duca Massimiliano di Baviera, mio Signore; e molto pi caro sar all'Altezza sua di vedere l'istromento da lei ritruovato per vedere da lontano, il quale sta aspettando il S.r Michel Angelo, fratello di V. S. e mio singolar amico. Ho voluto darle di ci notitia; e se non havesse occasione di messo fedele, lo potr inviare in Venetia in mano del S.r Cavallier Andrea Minuccio, gentil'huomo della Camera di S. A., Residente per lei in detta citt: e se detto istromento sar de'pi isquisiti, tanto pi piacere e gusto arrechar a S. A., la quale, come principe grave e nelle attioni sue consideratissimo, non lo mostrer facilmente ad altri, se non a personaggi grandi, a qualche proposito che di ci potesse venire.
V. S. molto Ill.re prenda in buona parte questo mio aviso, e servale per inditio del molto desiderio che tengo di servirla, s come di tutto cuore me le offero, per la gran stima che faccio del suo grande e sommo valore. Col quale fine le bacio la mano, e prego ogni felicit.

Di Monacho, alli 12 di Maggio 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Aff.mo Ser.tore
Thom.o Mermanni,
Consegliere e Medico di S. A. etc.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, Professore della Mathematica in Padova etc.
Padova.



310.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Venezia, 21 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 46. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Il Sig.r Girolamo Magagnati, noto a S. A. S. et a V. S. Ill.ma non tanto per le mie relazioni quanto per altre sue gentilissime composizioni poetiche, ornamento delle altre molte virt che in lui riseggono, mosso da una particolare reverenza verso il Ser.mo G. D., ha, con quello stile purgatissimo che ella vedr, distesi in versi i concetti dell'alligata composizione(737); et ben che la virt propria sia bastante a dargli adito a presso la benignit di S. A. S. et alla cortese intercessione di V. S. Ill.ma, tutta via ha voluto che io resti honorato di accompagnare il suo componimento et la sua lettera sino alle mani di V. S. Ill.ma, acci che da quelle poi trapassi con maggior favore in quelle del S. G. D. A questo uffizio non occorre che io aggiunga preghi, per non defraudare alla cortesia di V. S. Ill.ma et al merito dell'opera et dell'autore. Per senz'altro pi, con ricordarmeli servitore devotissimo, con ogni reverenza gli bacio le mani, e dal Signore Dio gli prego somma felicit.

Di Venezia, li 21 di Maggio 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.




311.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Firenze, 22 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 53. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Ho ricevuto tutte le lettere di V. S.; et havendole lette tutte a i Ser.mi Padroni, n'hanno preso infinito gusto, et massimamente dell'ultima, poi che tutti li litterati et intendenti, et anche quelli che prima l'intendevano contro l'opinione di lei, sono stati persuasi et convinti dalle ben fondate deduttioni, ragioni et osservationi della S. V. Et quanto al volerla i Ser.mi Padroni qua, con darle quella honorata provisione, ch'io l'accennai, et tanto virtuoso otio che ella possa finire i suoi studii et perfettionare tutte quelle opere et darle in luce al mondo, per publico benefitio, sotto l'auspicio et nome di questo grande et Ser.mo Principe, ne sono molto bene l'Altezze loro risolute, et me ne hanno data la parola, et penseranno ancora a un titolo honoratissimo per lei, et senza effettivo obbligo d'havere a leggere in Pisa, assai conforme alla dichiaratione che V. S. me ne fa; et con le prime lettere, s come saranno ben discussi tutti i termini et articoli per darle ogni maggior sodisfattione, cos io gliene potr dare molto determinato et stabilito avviso: et mentre che io tratto il gusto, servitio et gloria del mio Signore, sono et sar anche del continuo procuratore del contento, honore et utile della S. V. Et m'hanno detto i Ser.mi Padroni che faranno rimettere a V. S. dugento scudi in Venetia, per aiutarla nella spesa degl'occhiali et della stampa: et in Corte Cesarea, in Inghilterra, in Francia et in Spagna si  scritto che, mandando V. S. l occhiali o libri, ricevino et essequischino tutto quello che con sue lettere ordiner loro la S. V., come glie ne scrivesse il Gran Duca medesimo. Et l'Ambasciatore che risiede in Corte Cesarea, credo ch'ella sappia che si chiama l'Ill.mo Mons.re il Protonotario Giuliano de'Medici; et l'Ambasciatore in Spagna, l'Ill.mo S.r Cont'Orso d'Elci; et il Segretario in Londra, l'Ill.re S.r Ottaviano Lotti, Segretario del Ser.mo di Toscana; et in Francia l'Ill.re S.r Scipione Ammirato, Segretario del Ser.mo di Toscana. Et con tutto l'animo me le offero et raccomando; et stia sana et allegra, che con intera sua contentezza far immortale s, il Padrone et la patria.

Da Firenze, a'22 di Maggio 1610.
Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te
S.r Galilei.
Serv.re Aff.mo
Belis.o Vinta.

Fuori: All'Ill.mo et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padova.
Si raccomanda alla cortesia del S.r Montauto.



312...

BELISARIO VINTA a ORSO D'ELCI in Madrid.
Firenze, 23 maggio 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 302,car. 107. - Di mano d'un segretario.

.... Se un Sig.re Galileo Galilei, nobil fiorentino, primario Matematico dello Studio di Padova, et che ha ritrovato et osservato in cielo nuove stelle et l'ha nominate Medicea Sidera, mandasse a V. S. Ill.ma alcune sue dimostrationi et compositioni in stampa sopra tali stelle et pianeti, et anche certi occhiali di sua inventione per rimirarle et osservarle pi facilmente, affinch ella le faccia presentare cost o a Sua M.t o a cotesti S.ri letterati, et in particolare al Sig. Contestabile, ella gli accetti et lo favorisca in essequire la sua volont, perch  matematico et filosofo di gran merito et di gran fama, et  anche amicissimo mio, et tutto anche ha a resultare in honore et gloria del Ser.mo nostro Padrone....



313.

GALILEO GALILEI [A MATTEO CAROSIO in Parigi].
Padova, 24 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 19. - Copia trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. Galileiani. In capo ad essa si legge: "A d 15 Febbraio 1694 ab Inc.ne Dal Sig.r Giov. Batta del Sig.r Agostino Nelli nobil Fior.no". La detta copia apparisce adunque tratta da altra copia d'un originale che era nel 1694 presso il NELLI. Altra copia, di mano del sec. XVII,  nella Biblioteca Nazionale di Parigi (Fonds Du Puys n. 663, car. 203) e porta la seguente annotazione: "Lettera del Galileo ad un medico che  in Pariggi, chiamato S.r Mattheo Carosio. Havuta in Marsiglia dal S.r Gallanzo de Gallanzi(738) ariminese, ch'era in Corte del Card.le di Gioiosa, alli 26 Aprile 1611". Questa copia ha gravi errori, che accusano nell'amanuense poca conoscenza dell'italiano; onde abbiamo preferito attenerci all'altro esemplare, del quale per abbiamo corretto qualche errore che lo vizia, giovandoci della copia Parigina. Si segnano appi di pagina con G le lezioni della fonte da noi seguita, dalle quali ci discostiamo, e con P quelle lezioni del codice Parigino, di cui abbiamo creduto opportuno tener nota.

Ill.re Sig.re

Mando a V. S. l'Avviso Astronomico domandatomi da lei, acci possa con suo comodo vederlo. Quello che mi scrive in proposito di quello che dicono i mattematici di cost, mi viene scritto da altre bande ancora, et fu similmente pensiero d'altri qui circunvicini, ai quali, col fargli io vedere lo strumento et i Pianeti Medicei, ne (739) rimossa ogni dubitazione. Il simile potrei fare ancora con i remoti, se potessi abboccarmi con loro. Ben  vero che le loro ragioni di dubitare sono molto frivole e puerili, potendosi persuadere che io sia tanto insensato, che con lo sperimentare centomila volte in centomila stelle et altri oggetti il mio strumento, non vi habbia potuto o saputo conoscere quegl'inganni che essi, senza haverlo mai veduto, stimano havervi(740) conosciuto; o pure che io sia cos stolido, che senza necessit alcuna habbia voluto mettere la mia reputazione in compromesso et burlare il mio Principe. L'occhiale  arciveridico, et i pianeti Medicei sono pianeti, et saranno sempre, come gli altri: hanno i loro moti velocissimi intorno a Giove, s che il pi tardo fa il suo cerchio in 15 giorni incirca. Ho seguitato di osservargli, et sguito ancora, se bene horamai per la vicinanza dei raggi del sole cominceranno a non si poter veder pi per qualche mese.
Questi, che parlano, doveriano (per fare il giuoco del pari) mettersi come ho fatto io, cio scrivere, e non commettere(741) le parole al vento. Qua ancora si aspettavano 25 che mi volevano scrivere contro; ma finalmente sin hora non si  veduto altro che una scrittura del Cheplero, Mattematico Cesareo, in confirmazione(742) di tutto quello che ho scritto io, senza pur repugnare a un iota: la quale scrittura si ristampa hora in Venezia(743), et in breve V. S. la vedr, sicome ancora vedr le mie osservazioni molto pi ampliate et con le soluzioni di mille instanze, bench frivolissime; ma tuttavia bisogna rimuoverle, giacch il mondo  tanto abbondante di poveretti. Non sar pi lungo con V. S.; mi conservi la sua grazia et mi comandi.

Di Pad.a, li 24 di Maggio 1610(744)
Di V. S.
Ser.re Aff.mo
Galileo Galilei



314.

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.
Bologna, 24 maggio 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod.10703, car. 70. - Autografa.

....Scripsi enim durissime contra Nuncium Sidereum: illa omnia Nuncii huius pater, me inscio, cum in nostra domo Bononiae pernoctatus est, abstulit. Quia autem multos amicos hc habet, muto animum, et, secundum Dissertationem tuam doctissimam, formam aliam sequar; et quamprimum illa quae contra Nuncium typis dare voluero descripsero, primo tibi ad revidendum mittam.
Scio, deceptio unde veniat: hanc tu, vir doctissime, in Dissertatione, in ultimo argumento, p. 34(745), invenisti; ego contra cum eiusdem Galilei perspicillo in caelo errorem inveni et probavi. Haec tibi, Vir doctissime et aeternum honorande, concredo; extra limen nihil.
Video, omnes Italos Galileo favere; video, illa quae contra scribo, Maginum, ut typis prodeant, impedire. Es beisst ein Fuchss den andern nicht, undt ein Hundt beldt den andern nicht ahn. Aber ich will dem wellischen Gsellen zue Padua die 4 neue Planeten in seinem Nuncio nicht lassen, wenss mir meinen Kopf undt mein Leib undt Leben khosten sollt; den diss Perspitzill, dass er geschmitt hatt, betrieget hie undt droben: hie khan ich ein Liecht bei der Nacht firfach zeigen; droben haben wir undt der Galileus selbsten, in eines Edellmanns Hauss, so Massimianus Kavrara(746) heist, Spicam Virginis mediante hoc perspicillo duplicatam 25 Aprilis nocte sequente Bononiae gesehen. Omnia quae vidi in mea Peregrinatione tempus dabit. Nam brevi eo (ubi omnia mea requiescunt, et D. pater tibi forsan aperuit) me conferam, et quicquid vidi in caelo Iovis liberius dicam. Hc nil excuditur, nisi prius Inquisitor, a N. P. Paulo V electus et confirmatus, viderit et probaverit....

Postscriptum.

Habeo, vir doctissime, in animo conficiendi, auxiliante Deo, hic in Italia instrumentum cum quo longissime distans per 15 miliaria remotus homo colloqui cum altero queat, et maiora visibilia quam cum Galilei rancido perspicillo videre possit. Serviet, auxiliante Deo, in caelo ad observationes melius quam Galilei perspicillum; serviet in tumultu et strepitu Bellonae. Iterum vale.



315..

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.
[Bologna, 26 maggio 1610].

Blbl. Palatina in Vienna. Cod. 10703. car. 33. - Autografa.

....Brevi meam Peregrinationem cum Nuncio Sidereo finitam tibi ad revidendum mittam....



316..

GIOVANNI ANTONIO MAGINI a GIOVANNI KEPLER [in Praga].
Bologna, 26 maggio 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 32. - Autografa.

S. P. D.

Tua, Vir Clarissime, Dissertatio cum Nuncio Sidereo inclusa litteris, 20 die Maii mihi est tradita. Methodus placet: Galilaeo haud gratam futuram credo, quia ad sua principia argute et amice revocasti. Quatuor tantum novi Ioviales famuli eliminandi et excutiendi relinquuntur. Vix obtinebit. 24, 25 Aprilis mea in domo suo cum perspicillo pernoctavit, novos hos Ioviales circulatores ostendere cupiens; nihil fecit. Nam magis quam 20 viri doctissimi aderant, nemo tamen planetas novos perfecte vidit....



317.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Padova, 28 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 47. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Non mi occorre con la presente altro, se non accusar la ricevuta della gratissima di V. S. Ill.ma, per la quale intendo la resoluzione di loro A. S.me, et ne star attendendo l'ultimazione, sicuro che loro Al.ze et V. S. Ill.ma haveranno ogni ragionevole riguardo allo stato che io lascio, et che lasciato non lo posso pi ritrovare.
Io sono tanto stanco dal rispondere a tante lettere che da tante bande mi sopraggiungono, che son mezo morto: per con sua buona grazia finir con far humilissima reverenza a loro A.ze Ser.me Et a V. S. Ill.ma bacio reverentemente le mani, et dal Signore Dio prego somma felicit.

Di Pad.a li 28 di Maggio 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



318..

ANDREA MINUCCI a GALILEO in Padova.
Venezia, 28 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 55. - Autografa.

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

La virt et il valore di V. S.  tanto predicato nel mondo, che non si pu stimare vivo chi non ne ha notitia: per questo non mi do meraviglia ch'anco nella nostra Corte di Baviera sia arivato 'l suo nome, et com'ella haveria occasione non solo di meravigliarsi ma di scandelizarsi, s'io non l'honorassi et stimassi. Ma perch bramo con fatti, pi che con parole, comprobare questa verit, io ne star attendendo l'occasione; et tra tanto invier quanto prima la casseta al S.r Mermanni, amico mio singolarissimo et suggeto amabilissimo, come V. S. deve sapere. Alla quale bacio per fine la mano.

Di Vin.a, il d 28 Maggio 1610.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
S.r Galileo Galilei
Affett.mo et Ser
And. Minutio.

Fuori d'altra mano: all'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Gallilleo Gallillei.
Padova.



319..

GIORGIO FUGGER a GIOVANNI KEPLER in Praga.
Venezia, 28 maggio 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Mss. 10703, car. 40. - Autografa.

Doctissime ac Praestantissime Domine Keplere,

Ad proximas quod respondeam non habeo, praeterquam quod disertam sane Dissertationem in Galilaei Nuncium perlegi, ex quo is, sivult, larvam sibi detractam facile deprehendet. Ad perspicillum quod attinet;, eiusmodi, S. Caes. Maiestati mox transmittendum summa diligentia confici curavi....



320..

ANDREA LABIA a GALILEO in Padova.
Roma, 29 maggio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n. 61.- Autografa.

Molto Ill.re Sig.re Oss.mo

La fama dello stromento di perspettiva trovato da V. S.  arrivata tanto oltre, che ha di s invaghiti molti prencipi, et tra gli altri l'Ill.mo Sig. Card.e Borghese, il quale, se per altra occasione conoscesse V. S., le ne harebbe volentieri scritto. Sappia dunque, esserle tanto caro tale stromento, che se da lei le capita nelle mani, come glie(747) potr haver dato cenno il Sig.r Benzio, non solo le riscriver in ringratiamento, ma anco conoscer quanto ci le potr essere giovevole; onde la prego quanto posso a dar gusto a s fatto prencipe, ch, oltre la sua sodisfattione, le rester obligato in perpetuo. Et le bacio le mani.

Di Roma, li 29 di Maggio 1610.
Di V. S. molto Ill.re
Aff.mo S.re
And.a Labia.

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r S.r Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, a Padova.
Padova.



321..

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.
Roma, 29 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 130. - Autografa.


Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Ch'io non habbia fin qui risposto alla lettera di V. S. a me carissima, scrittami a punto sei settimane fa, com'ella dice, prudentemente et con verit incolpa non me, ma una continova indispositione di stomaco e di testa, lasciatami dalla mia lunga malatia d'otto mesi: onde non pur lo scrivere, ma il leggere quattro righe, m'era quasi impossibile. Ma hora, la Dio gratia, da s gravi dolori fatto libero, rispondo a V. S., pregandola a lasciare ogni sospetto che l'animo mio si possa mai mutar verso di lei, essendo la luce delle sue eccellentissime virt s vigorosa, et la mia mente in loro tanto avidamente fisa, che mi muove in ogni occasione il volere, indi la lingua, a lodare il valore, la sapienza, l'ingegno, et la singolar bont di V. S. La quale ringratio molto del Messagiero Celeste, ch'ella mandandomi m'ha honorato appresso questi signori dotti di Roma, et datami occasione di giustificar le diffese da me fatte per V. S., prima che qui comparissero queste sue sagacissime et ammirande osservationi: che, a dirle il vero, comech Roma per lo pi abondi d'huomini di raro ingegno et dottrina eccellente, non mancano per di quelli ch'appresso d'alcune persone di gran stato, con alcune raccolte di varie lettioni, si fanno tenere oracoli di belle lettere, et fanno con la lingua continua guerra a i veri letterati, che parlano con fondamento. Alcuni di questa schiera facevano dire a V. S. certe cose ridiculose, ch'ella non s'havrebbe potuto mai sognare, fingendo d'havere havute di ci secure relationi da Venetia. S che V. S. s'assicuri ch'io le vivo devotissimo servitore: et per conclusione della lettera, prego V. S. a non lasciarsi tanto trar dalle stelle, ch'ella non sguiti l'opera de i varii moti terrestri; s come ancor ne la prega la S.ra Margherita(748), fatta non men di me del valore di V. S. predicatrice. Et con tal fine baciandole amendue le mani, la preghiamo a tenerci in gratia: et Dio N. S. la prosperi et conservi.
M'era dimenticato di dire a V. S. come per l'allegrezza ch'io ho havuta dell'honore et utile fattole da cotesta Seren.ma Signoria, ho fatti di fresco alcuni versi latini in lode di quella et della mirabile citt di Venetia, li quali non le mando hora per meglio considerarli: penso mandarli, piacendo a Dio, per quest'altro ordinario.

Di Roma, li 29 di Maggio 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Devotis.o
Luca Valerj.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



322..

GIO. CAMILLO GLORIOSI a GIOVANNI TERRENZIO in Roma.
Venezia, 29 maggio 1610.

Archivio dell'Ospizio di S. Maria in Aquiro in Roma. Carteggio di Giovanni Faber. Filza 415, car. 530. - Autografa.

.... Nuncius Sidereus Galilaei de Galilaeis, de quo quid sentio scire cupis, multa nunciat, quae neque nova sunt, neque ipsum agnoscunt auctorem. Credo, te non latere inventorem perspicilli quendam Belgam fuisse, et biennium fere elapsum est, quod huius ocularis rumor omnium aures penetravit; et verum non est, ut ait, quod doctrinae de refractionibus innixus ipsum adinvenerit: immo pro certo mihi relatum est, se proprium instrumentum vidisse, repenteque perspicillum fabricasse et ut suum excogitatum Venetiarum Principi sine mora obtulisse, cum tunc temporis Venetiis praesens esset Belga, qui tale instrumentum adportaverat, ne inventionis origo detegeretur et ipse primus auctor non crederetur. Quo in crimine Galilaeus suspectus est, cum auctorem quoque se faciat instrumenti quod Circinum Militare et Geometricum appellavit, Magnoque Hetruriae Principi dedicavit; vetus quippe adinventum, et ab omnibus una voce Micheli Coigneto Antverpiensi, ut primo inventori, attributum. Quae vero de luna refert, veterrima sunt, Pythagoraeque adscribuntur; qua de re disertissimus extat Plutarchi libellus, quorum sententias novissime confirmare videntur Maestlinus in suis thesibus lunaribus et Keplerus in sua Optica Astronomica: neque sub novitatis mysterio promulgari debent ea quae scribit de Galaxia et de maiore fixarum numero, a veteribus non animadverso, cum de his omnibus ubique prostent philosophantium opiniones, controversiae; nec astronomi asseveranter inerrantium numerum determinarunt, at eas tantum recensere visi sunt, quae clarissime obtutui sese offerunt, quaeque sidereis instrumentis facile adnotari queunt. Sed admirationem omnem atque novitatem ad quatuor planetas circa Iovis stellam motibus disparibus cursitantes revocari, magis consentaneum arbitror; quorum binos a quibusdam aliis perspicilli beneficio prius detectos fuisse, rumor est. Publice fatetur Augustinus a Mula, patritius Venetus, se huiusmodi stellas prius conspexisse, Galilaeoque, de his nullam notitiam habenti, communicasse; rettulit quoque mihi Ill.mus Fuggerus(749) se audivisse, apud Batavos, ubi perspicilli adinventio ortum habuit, observatos etiam fuisse: a quibus forte excitus Galilaeus, ut gloriae et pecuniae lucrum faceret, et si primus non fuerit observator, primus tamen scriptor haberi voluit; scis enim cautos et industrios esse Florentinos: hincque, occasione arrepta, plurimum dignitatis et commoditatis a Republica Veneta, itemque a Magno Hetruriae Duce, adeptus, se perspicilli et novorum planetarum auctorem et inventorem promulgavit. Sed isthaec, ut astronomico negotio nihil conducibilia, missa faciamus, et rem ipsam, uti decet, introspiciamus.
Te non fugit, Vir doctissime, astronomicam disciplinam sensui visus subiacere, et hinc observationes, quae per visum fiunt, sideralis scientiae prima rudimenta et principia ab omnibus existimari. Cum itaque antecessores nostri libera oculorum acie caelum et astra intuiti sint, mirum non est, si ea quae nunc specilli adiumento conspiciuntur, minime animadverterunt. Vitrei ocularis optica arte elaborati munus est, obiecta longinqua et minima, et propinquiora et maiora visui offerre: hinc multa nunc et olim alio modo se habebunt, quam ut a priscis traditum est; scientiae enim, tempore et hominum solertia, perfciuntur. Neque profecto absurda sunt, quae de luna, stellis fixis, deque nebulosis et Galaxia, recensuit in suo libello Galilaeus; cum, huius instrumenti beneficio, fixae, quae prius delitescebant, nunc se conspiciendas praebeant, et quae prius nebulosae dicebantur, nunc conspicuae atque micantes dici oportere, itemque candorem illum lacteum minimarum stellarum confusam quandam congeriem indicare, atque lunae maculas asperitates atque inaequalitates quasdam videri. Fateor quidem, me semel aut bis ad caelum, comite perspicillo, oculos convertisse, et haec omnia, et si non ita adamussim ut refert auctor, tamen non multum dissimilia adinvenisse: duas tantum stellulas Iovi propinquissimas observavi, quae an fixae vel errones sint, affirmare non audeo. Exactiori instrumento, longiorique tempore, multisque observationibus, haec rimari opus est: hoc tamen non tacebo, probabilia esse omnia quae recensuimus, et tempore forte confirmabuntur; nec deerunt qui strenuam huic novitati operam navabunt, et praecipue Keplerus, qui assidue stellarum observationibus invigilat....



323...

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.
Venezia, 29 maggio 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 120. - Autografa.

.... Al S.r Amb.r Medici  stato mandato sempre quel che  stato inviato qui per lui molto prontamente: ed al S.r Galilei dissi io medesimo che si manderebbe volentieri gli occhiali et libro, ma che il cannone lungo era bene pensare ad altra via, perch andarebbe in pezzi; et lui rest satisfatto. Ho poi dato conto e al S.r Amb.re et al S.r Galileo dell'ordine che ho da V. S. I. con sue lettere, et ancora al S.r Lotti inviar quel che mi verr dato per lui....



324.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.
Praga, 31 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 132. -Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re P.rone Colend.mo

Stimo tanto il favore che V. S. si  degnata di farmi, mentre mi ha riputato degno di una sua lettera, come se Cesare istesso mi havesse scritto(750), con tutto che io sia stato honorato di un lungo abboccamento da S. M.t (cosa in questi paesi non ordinaria). Ad rem, perch so che i signori matematici vogliono pi presto demostrationi che parole.
Superflue sono le scuse di V. Sig.ria Ecc.ma di havere indugiato a scrivere sin hora, poi che son stato raguagliato della sua assenza non solo per via de gli suoi amici,come da l'Ill.mo Ambasciatore di Fiorenza, ma anco per via de gli suoi nemici, quali strepitano pi che mai; anzi se ne fanno beffe, havendo io visto lettere di un familiare del Magino(751) (credo todesco), che V. S. part da Bologna tutto confusa, dopo essersi affaticata indarno di fare capace il S.r Magino delle sue dimostrationi la sera avanti, ch'ella fu a cena seco, con molto regalamento, secondo egli presuppone.
Quello ho da dire a V. S. Ecc.ma, e questo per suo particolare, che oltre l'havere il Magino scritto al Matematico di Colonia(752) per tirarlo alla sua contro di lei, ha fatto il medesimo con tutti i matematici di Germania, Francia, Fiandra, Polonia, Inghilterra ecc.; il che ho saputo non da uno, ma da diversi di diverse nationi, tutte persone che rappresentano persone de principi: dicono agenti residenti, ambasciatori, ch pochi sono in questa Corte con quali non ho qualche intratura o domestichezza (il che sia detto senza ostentatione). Et se bene non ho dato conto a V. S. con le mie, mi  parso di supplire con il mezzo dell'Ill.mo S.r Ambasciatore Toscano, al quale n'ho dato conto di mano in mano: ci  che questo huomo, il Magino, vedendosi mettere il pi inanzi nella propria patria, in quella propria professione dove egli vorrebbe egli solo Fenice, faccia ogni sforzo di scancellare i meriti di V. Ecc.za, in materia et soggetto ella sola merita nome di Fenice (sic). Non voglio tralasciare di dire ch'il Magino, per openione di alcuni speculativi (da'quali non dissento affatto), sia spinto da chi(753) pu commandare nel luogo dove egli  schiavo, fuori del proprio nido: per si pu scusare il buon gentil signor di non farlo per malegnit, ma per commandamento de'padroni.
Io, che ho caminato per queste universit di Germania dopo la mia partenza da Italia, ho conosciuto qualche astrolago et matematico; ho scritto a parecchi che voglino andare adagio nel dare il loro giuditio intorno al libro di V. S. Il Sig.r Kepplero sta saldo per V. S., con il quale ho stretta l'amicitia. Il Zugmesser, Matematico dell'Elettore di Colonia, non ardisce palesemente mostrarsi contrario a V. S. Ecc.ma affatto: ma havendo io seco fatti offitii gagliardi, con occasione che mi viene talvolta a truovare o che io vado dall'Elettore di Colonia, finalmente si  lasciato intendere di essere gravemente offeso da V. S. nel libro contro al Capra(754), qual dice che ha visto, se bene in esso V. S. lo chiama Fiamingo, contuttoci egli sia Tedesco, ci  da Spira. Egli desiderarebbe sommamente un libro del Capra(755), perch dice che non l'ha mai visto. Ancorach sia tutto sopra la persona sua l'oppositione fatta da V. S., la quale se bene  sopra ogni invidia, non dimeno, havendo io tolta sicurt di fare dare sodisfattione da V. Ecc.ma, che so che non l'haveva con lei ma con il Capra, per non sarebbe fuori di proposito ch'ella mi scrivesse un capitoletto in sua giustificatione.
V. S. mi scusi che io domandassi uno de'suoi essemplari(756), ch all'hora non sapevo che fossero stati mandati a Francofurto: ma n'aspetterremo della 2a editione, con l'aggionta ch'ella accenna.
Ho havuto dal S.r Chepplero quel suo discorso(757) sopra l'opra di V. S., quale mi riesce vago.
Veggo dalle lettere di V. S. che il S.r Ambasciatore Tosco non le ha scritto nulla delle lettere scritte da Bologna al Chepplero doppo il suo passaggio di essa per col, ancorach me presente le leggesse al detto Ambasciatore, almeno riferisse il contenuto, conforme a quel che ho detto di sopra di quel famegliare del Magino.
Il Residente di Lucca(758), con quel coglione del Dottore Mingone(759) tirolese, non cessano tuttavia di farmi insulti, come quello che havevo difeso la sua opra, appoggiandosi essi nell'autorit del Magino, con il quale dicono volere pi presto errare, che acconsentire all'openione di tutto il mondo.
Mi  stato carissimo d'intendere che il S.r Pamfilio(760) si truovi ancora cost: et se prima havesse ricevute le lettere di V. S., harei risposto; ma le ho havute tardissimo, perch ho mutato d'alloggiamento, non saputo da nessuno se non hoggi. Io son diventato castellano di Cesare, ci  sto in Castello da un amico.
Ho ricevuta singolarissima gratia da V. S. del favore fattomi in fare riverenza a quelli S.ri Padri Maestri Pavolo et Fulgentio, a'quali resto di scrivere per scarsit di tempo. Tuttavia voglio pregare V. S. ad avvisare Maestro Pavolo di non fidarsi di continuare la prattica di scriv[ere] a uno di Parigi(761), quale mostra le sue lettere ad altri, i quali mi hanno detto particolari scritti da S. R. che sono sforzato a crederlo. Ma ne scriver con le prime a S. Reverenza; et intender meglio anco li particolari dall'amico, quale  un barone todesco venuto di fresco di Parigi, che fa professione di gran politico, senza dichiararsi di che religione egli si sia: ma havendo havuto io seco amicitia in altri luoghi, so quanto pesa, et ne dar minuto raguaglio al Padre Maestro con le prime. Intanto la supplico di favorirmi di rendere a questi RR.di Padri centuplicati saluti.

Di Praga, all'ultimo di Maggio 1610.
Di V. Ecc.za
Serv.re Aff.mo
Martino Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, Matematico in
Padova.



325..

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Padova.
Roma, 4 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal.,P. I, T. XIV, car. 29. - Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

Ho ricevuta la lettera di V. S., che mi  stata gratissima per le cose che mi scrive dell'occhiale; e particolarmente mi  piacciuto intendere quello ch'ella va pensando di fare del cristallo di rocca, percioch spero che mediante la dottrina et ingegno di V. S. si possano trovare altre cose mirabili, s come ella ne ha trovate fin hora: et s'ella me ne far partecipe, io le ne restar con molta obligatione. In Roma si lavorano i cristalli di rocca con arte e facilit mirabile: per se in questo particolare io posso fare servitio alcuno a V. S., lo far molto volentieri.
Quel gentil'huomo fiorentino che ha domandato a V. S. un occhiale, io credo, per dire il vero, che l'habbi chiesto a instanza del Cardinal Cappone: ma non lo sapendo io, e desiderando intendere il desiderio del Cardinale Borghese, mostrai a S. S. Ill.ma la lettera di V. S.; la quale vide con molto gusto, e mi fece grande instanza ch'io scrivessi a V. S. che gli sarebbe carissimo havere uno de'suoi occhiali, et me lo replic pi volte. Per se V. S. glielo manda, credo che gli far gran piacere. E con questo per fine la saluto.

Di Roma, li 4 di Giugno 1610.
Di V. S. Ill.
S.r Galileo Galilei.
Come fratello,
Il Card.le dal Monte.

Fuori: All'Ill. Sig.or
Il Sig.or Galileo Galilei.
Padoa.



326.

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.
Firenze, 5 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.I, T. VI, car. 59. - Autografi la sottoscrizione e l'indirizzo interno.

Molto Ill.re et Ecc.te Sig.r mio,

Delli 7 et 28 di Maggio mi trovo sua a far risposta. Per la prima mi dice che mi mandava tre fila di catene, et che dando negli zaffi corse risico di perderle, ma non segu, mediante l'amicizia che haveva et l'essere sopra gl'ori gentilhomini molto amorevoli inverso la sua persona; et mi diceva che il gioved vegnente l'harebbe consegnate al procaccio di Venezia, perch me le rendessi in mia mano, il che per ancora non  seguito. Per avviso le sia. S bene per la sua de'28 m' stato reso una scatoletta con una verghetta d'oro al peso di once sette et mezzo, accioch io gliene faccia una medaglia del Ser.mo nostro Gran Duca, con il rovescio delle stelle trovate da lei, et nel modo che l'ordinasti al Ligozzi(762) per farl'impresa nell'anticamera. Ma il Ligozzi, che ha di molte faccende, ancora ci ha da dare l'impresa che se gl'ordin; et il Gran Duca mi disse che non voleva che si facessi se prima non era bene giustificata dalle risposte delle lettere che havevi scritto: et io risposi che gi n'havevi ricevute, et che approvavano quanto diceva, e che sarebbono messe alla stampa. Credo che come sar messo su quella che ha fatto il Ligozzi, si far ancora nelle medaglie d'oro: et all'hora mi ricorder di servire a V. S. Et intanto, perch la sappia ogni cosa, io ho havuto la parola da S. A. che il soprapi dell'ordine che m'haveva dato quanto alla collana per V. S. Ecc.ma, sia a V. S. da me ben data. M' parso dargliene notizia, perch la cognosca quanto il Ser.mo Padrone l'ama, et cognosca che anch'io desidero di servirla. Et baciandoli le mani, le prego dal Signore Iddio il colmo delli sua desiderii.

Di Fior.za, li 5 di Giugno 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.te
Il S.r Galileo Galilei.
Aff.mo per ser.lla
Vinc.o Giugni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.te S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei in
Padova.



327.

BELISARIO VINTA a GALILEO inPadova.
Firenze, 6 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 57. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Hanno queste AA. deliberato di dar titolo a V. S. di Matematico primario dello Studio di Pisa et di Filosofo del Ser.mo Gran Duca, senz'obligo di leggere et di risedere n nello Studio n nella citt di Pisa, et con lo stipendio di mille scudi l'anno, moneta fiorentina, et con esser per darle ogni commodit di seguitare i suoi studii et di finir le sue compositioni; et s come vivendo appresso all'AA. loro et con esso loro conversando, conosceranno et proveranno sempre pi(763) la sua valorosissima et eminentissima virt in tanti et tanti conti, cos accresceranno al suo merito amore et stima, et alla sua persona favori, honori et gratie. Et se V. S. si contenti di questo, bisogna che la me lo specifichi bene bene con sue lettere, con farsene poi in nome di lei la supplica, et da S. A. il decreto et rescritto, et la publicatione quando vorr la S. V.: et intanto si terr pi segreto che sar possibile. Et non havendo potuto questo giorno fare il mandato de i 200 scudi, che S. A. le dona per le spese intorno a gli occhiali et stampa d'altra sua compositione sopra i ritrovati pianeti, si far domani o posdomani: et questi faccia conto d'haverli in borsa. Et le bacio le mani.

Di Firenze, li 5 di Giugno 1610.
Di V. S. Ill.re et moltoEcc.te
S.r Galileo Galilei.
Serv.re Aff.mo
Belisario Vinta.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te Sig.re mio Oss.mo
Il Sig.re Galileo Galilei.
Venetia per Padova.



328.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.
Praga, 7 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. VII, car. 135. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.rone Oss.mo

Non ho voluto mancare di scrivere queste 4 righe a V. S. per farle sapere che ho trattato pi di una volta con quel Zugmesser, Matematico di Colonia, che si tiene essere stato calonniato da V. S. contro ogni ragione in quel libro ch'ella scrisse contro i Capri.
Fra le altre cose dice che V. S., in presenza del S.r Cornaro(764), confess che lo stromento di lui fosse migliore del suo;
Che egli non ha mai visto Tichone Brahe, et V. S. mette ch'egli l'havesse havuto da lui;
Che V. S. lo chiama Fiamengo, essendo Tedesco da Spira;
Che V. S. mostra di non haverlo conosciuto se non per sentire dire,
Che nello stromento di V. S. ci era un mancamento, che non era nel suo.
Io vorrei, se fosse possibile, di riconcigliare V. S. con questo huomo, se possibile fosse, perch ha pensiere di scrivere contro di lei et di esserle nemico mortale. Per V. S. m'accenni la sua volont, et quello ella vuole che io faccia.
Con le ultime dell'Ill.mo S.r Cardinale Capponi, ho che li matematici di Roma et Toscana restavano capaci della inventione di V. S.; il che ho voluto mostrare al Kepplero per sua consolatione, et al Zugmesser per sua confusione. Raccomando l'inclusa a V. S.

Di Praga, alli 7 di Giugno 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Serv.re Aff.mo
Martino Hasdale.

Fuori: A1 molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Gallilei, Matem.co di
Padova.



329..

GIO. BATTISTA MANSO a GALILEO [in Padova].
Napoli, 8 giugno 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIX, n. 110. - Autografa la sottoscrizione.

Molt'Ill.re Sig.re mio,

Poteva la fortuna ritardar le mie lettere a capitar nelle mani di V. S., ma non gi ritener lei da'favori che m'ha fatti con questa sua. Era affettionatissimo alla sua dottrina, al suo valore, alla sua virt; hora sono obligatissimo alla sua cortesia, alla sua amorevolezza et al conto che fa dell'osservanza ch'io le tengo. Vorrei esser cos buono a servirla come sono affettuoso nel riverirla et ardente nel predicarla; ma questo favore anche spetto da V. S. per mezzo de'suoi comandamenti, e dalla fortuna con porgermene occasione.
Il suo Aviso Astronomico  stato con sommo desiderio spettato da tutta questa citt. Sin hora non ve n' capitato alcuno: credo che sieno ritenuti per istrada; ma io n'ho procurato uno per ogni via, e spero haverlo o da Roma (se ve ne sono rimasti) o da Venetia. Fra questo mentre, restar raccommandandomi vivo alla cortesia di V. S., a cui priego da N. S. ogni felicit.

Di Napoli, il d VIII di Giugno 1610.
Di V. S. molt'Ill.re
Ser.re Aff.mo
Giovanb.a Manso.

Fuori: Al molt'Ill.re S.r mio
Il S.r Galileo Galilei.



330..

MARTINO HORKY ai DOTTORI DI FILOSOFIA E DI MEDICINA
dell'Universit di Bologna.
Bologna, 15 giugno 1610.

Cfr. Vol III, Par. I, pag. 131 [Edizione Nazionale].



331..

ORAZIO DEL MONTE a GALILEO in Padova.
Crema, 16 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 136. -Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

V. S. Ecc.ma d frequente dimostrattioni al mondo della vivacit et felicit del suo bellissimo intelletto, et poi non lascia occasione di darle a me della singolar sua cortesia; onde troppo cumolo fanno seco tant'oblighi miei, et quanto vaglio, li rendo gratie del suo Aviso Astronomico. L'inventione del'occhiale  cosa veramente di grandissimo gusto, n mi posso persuadere che Olandesi, o altri ingegni barbari, vi siano a parte. Ma questa, d'haver scoperto quattro pianeti di pi,  cosa maravigliosa, et simile allo scoprimento d'un mondo novo; et V. S. Ecc.ma potr con molta raggione gareggiar di gloria con il Colombo, non che avantaggiare il Montereggio: et io, che professo portarle particolare affetto, godo in estremo che il suo nome cresca con il suo molto merito.
Aspettamo qual cosa sopra l'istromento suo geometrico, perch nelli libretti V. S. Ecc.ma promette un giorno far vedere cose di pi.
Io mi ritrovo in essere alcune opere di mio padre b. m., che le vorrei dar fuori; ma li stampatori di Venetia mi hanno tradito troppo con le scorrettioni ne'Problemi Astronomici(765). Se fosse possibile che in Padova io fossi servito di buon correttore, io le darei fuori volentieri, perch son consigliato et importunato farlo, et le opere son curiose: La Coclea che inalza l'aqua, divisa in 4 libri(766); Opuscoli: In Quintum; De motu terrae; De horologiis; De radiis in aqua refractis(767); In nono(?) opere (?) Scoti; De proportione composita, et la fabrica di alcuni istromenti ritrovati da lui, delle quali tutte cose vi sono le figure intagliate(768). Io prego V. S. Ecc.ma avisarmi come potrei fare. E per non tediarla pi, le bacio le mani.

Di Crema, li 16 Giugno 1610.
Di V. S.Ill.re et Ecc.ma
S.r D. Galileo. Pad.a
Aff.mo Ser. di core
Oratio del Monte.

Fuori d'altra mano: all'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r D. Galileo Galilei, Mattem.co nello Studio di
Padova.



332.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Padova, 18 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 38. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

La lettera humanissima di V. S. Ill.ma, scrittami ultimamente, non mi fu resa qui in Padova se non il sabato prossimo passato, s che era trascorso di un giorno il tempo di potergli dar risposta. Havendo hora intesa la determinazione di loro Al.ze Ser.me et ricercandomi lei sopra ci l'ultima mia et specificata deliberazione, gli dico che a quanto loro A.ze Ser.me hanno stabilito, s circa lo stipendio come circa il titolo, niente o poco sono per domandare che si alteri, come quello che altro mai non ho desiderato che l'intera satisfazione di loro A.ze Ser.me: et questo poco si ristringe a stabilire et specificare, la mia condotta essere durante la vita mia, s come in vita ero condotto qua, se cominciavo il servizio al prossimo Ottobre venturo; e circa il titolo, piacendo a loro Alt.ze Ser.me di nominarmi Matematico primario dello Studio di Pisa, desidero che pur tuttavia mi resti il titolo non solo di Filosofo del Ser.mo G. D., ma di Matematico ancora. Et sopra questo mi fermo, et di tanto ne do certa et resoluta parola a V. S. Ill.ma, acci possa ultimare et effettuare quello che resta: il che stimo che sar bene che segua quanto prima, perch havendomi il Ser.mo G. D. comandato che io fussi cost questa state, io potessi liberarmi di qua con ogni prestezza e trasferirmi a Firenze, senza haver pi bisogno di ritornar qua di nuovo.
Circa poi il ristampare il libro intorno a i Pianeti Medicei, giudico che sia bene aspettare il ritorno di Giove fuori de i raggi del sole, per poterlo osservare ancora mattutino, et por nell'opera molte osservazioni fatte in questa costituzione, oltre a quelle che ho fatte di pi mentre  stato vespertino, il quale ho potuto vedere benissimo, insieme con i suoi pianeti aderenti, sino a 3 settimane fa(769). Il tempo di poterlo ricominciare a vedere orientale mattutino sar tra meno di 2 mesi(770), et si vedr comodamente 2 hore avanti giorno: et tra tanto andr seguitando le mirabilissime osservazioni et descrizioni della luna, la qual vista avanza tutte le meraviglie, et massime hora che ho perfezionato maggiormente l'occhiale, s che scuopro in essa bellissimi particolari.
Questo istesso tempo mi baster ancora per ampliare il trattato, nel quale voglio inserire tutti i dubbi et tutte le difficult statemi promosse, insieme con le loro risposte et soluzioni, acci che il tutto resti indubitatissimo, s come in effetto  non solamente vero, ma pi di quello che ho detto e scritto. Non voglio restar di far sapere a loro Al.ze Ser.me, come ho con diligenza osservato pi volte intorno a Marte et a Saturno, vedendosi ambedue la mattina avanti giorno, et in effetto non veggo che habbino altri pianeti loro assistenti; cosa che mi  di sommo contento, poi che possiamo sperare di dovere esser noi soli, et non altri, stati graziati da Dio di quest'honore.
Se loro Al.ze Ser.me haveranno fatto ordinare in Venezia che mi siano contati li (di 200, che mi scrive V. S. Ill.ma(771), verranno oportuni o per la spesa della stampa, se mi tratterr qua tanto, o per la condotta mia et delle mie robe et per parte di risarcimento del danno che sentir nel disfar casa qua et rifarla in Firenze, il quale non sar leggiero; et in questo caso io stesso poi far la spesa intera della stampa.
Restami finalmente di significare a loro A.ze Ser.me, come per ridurmi in perfetto stato di quiete di mente mi bisogneria liberarmi da alcuni oblighi che ho, et in particolare con 2 miei cognati(772), per il resto di dote che deveria per sua parte pagar loro mio fratello, havendo io sborsata la parte mia et assai pi; ma perch mi trovo obligato per lui, et esso non si trova in facolt di poter satisfare al suo debito(773),  forza che sottentri io per lui. Per mi sono promesso tanto della benignit di loro Alt.e Ser.me, che quella comodit che ad altri molte volte hanno fatta, et io pi volte ho ricevuta qua da questi Signori(774), mi deva, supplicandonele io, esser conceduta: et questa  l'imprestito dello stipendio di 2 anni, per doverlo scontare ne i prossimi quattro venturi; et ci domando io per grazia specifica dalla loro infinita cortesia, dalla quale sola intendo di riconoscerla et non da altra condizione, havendo io, come da principio ho scritto, fermo proponimento di non mutare articolo alcuno essenziale di quelli che dalla assoluta deliberazione di loro Alt.e mi sono stati proposti.
Altro pi non soggiungo in questa materia, ma star attendendo da V. S. Ill.ma quanto prima lo stabilimento et effettuazione del negozio, per venirmene poi subito a servire et reverire presenzialmente i miei Ser.mi Signori et Padroni naturali. A i quali intanto reverente m'inchino, et a V. S. Ill.ma con ogni spirito bacio le mani, pregandogli dal Signore Dio il compimento di ogni suo desiderio.

Di Pad.a, li 18 di Giugno 1610.
Di V. S. Ill. ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



333...

ANDREA LABIA a GALILEO in Padova.
Roma, 19 giugno 1610.

Autografoteca Morrison in Londra. - Autografa.

Molto Ill.re Sig.r Oss.mo

L'occhiale di V. S.  stato presentato al personaggio destinato(775), se bene con mancamento di uno de'vetri necessarii: non so donde possa nascerne il difetto: tutta via  stato gratissimo, et per lettere ella se ne avedr. Fra tanto io ho participato del favore da V. S., et insieme sono avvinto dall'obligo che da esso per mio conto ne dipende. Del quale pregandola a tener memoria, impiegandomi dove le parr, le bacio di tutto cuore le mani, et infinitamente la ringrazio.

Di Roma, li 19 di Giugnio 1610.
Di V. S. molto Ill.re
S.r Galileo.
Aff.mo Ser.re
And.a Labia.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padova.



334.

GIOVANNI ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.
Bologna, 22 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. VII, car. 138. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio,

Arrivai a Bologna gioved, per Iddio gratia, sano: fui, come  solito mio, con il Sig.re Magino, al quale(776) feci le raccommandazioni sue, et le furno gratissime.
Gli addimandai di Mess. Martino todesco, suo servitore, perch volevo vederlo; ma lui mi rispose che era andato a vedere la citt di Modena, che tanto desiderava vedere, con alcuni suoi amici. Ma il giorno seguente certi gentil huomini Modenesi, amici del Sig.re Magino et miei intrinseci, scrissero ad esso che in Modena si ritrovava il suo servitore, quale faceva stampare una opera contra il Sig.re Galileo, et che l'istesso gli lo haveva detto, et l'istesso scrissero ancora a me: il che inteso, tanto fu il sdegno che prese il detto et io insieme, stante gi li molti protesti fateli et parole mille volte dette a questo furfante, che usceti di casa et subito spinsi A.o, mio servitore, a Modena con lettere calde a certi miei, che cercassero di impedire simile negotio. Et il giorno seguente arriv Martino, quale, prima che il Sig.re Magino lo vedesse, lo vidi io, et li dissi(777), che stante li termini usati et il mal procedere suo con amico mio carissimo come lei, et del S.re Magino ancora, haveva commesso una indignit gravissima, ma che ne portarebbe la penna, se non cercasse modo di retratare questa, come mi referirno, maledica scrittura, et che il suo padrone era molto incolerito. Lui mi neg; ma arrivato a casa, subito la mattina il Sig.re Magino lo chiam, et li fece molte brusche parole, dicendoli che se li levasse di casa, poi che non voleva apresso di s homini, che essendo sui servitori, ardissero obstare contra amici suoi, e tanto pi quanto che gli lo haveva detto lui et io mille volte; et lo cacci fuori di casa. Dove andasse non lo so, ma lo sapr; et il Sig.re Ma[....] mi riferse, che domenica sera l'incontr nella strada di Modena, tutto mal andato e disperato.
Determinai volerne dare conto a V. S. Ecc.ma, acci sappi quanto passa circa simil negotio, et insieme conosca quanto conto tenga di lei in simile occasione; assicurandola che se per sorte costui fosse tanto ostinato, come essere sogliono li Tedeschi, che volesse pure stampare questa sua opera, non  per mai seguito con consentimento di alcuno di noi, ma ben sempre havere bravato seco et straziatoli mille scartafazi, et in oltre saremo per fare ogni sforzo possibile acci non habbia l'intento suo; che, per Dio vero, il Sig.re Magino et io ne sentiamo dolore interno. Ma al sicuro l'habbiamo fugato in modo, che a quest'hora forsi ne sar pentito, perch li resta troncato mille dissegni. Et ad altro spatio forsi scriverli molto pi distintamente, ch fra tanto intender il successo del tutto. Resta solo che mi conservi nella buona gratia sua, et favoriscami de'suoi commandi, che con straordinaria prontezza li mostrar quanto desideri servirli effettualmente. E li baccio con ogni affetto le honorate mani.

Di Bolog.a, il d 22 Giugno 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Se.re di cuore
Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo
Il Sig.re Galileo Galilei, Eminentiss.mo Lettore di Math.a nello Studio di
franca per Venetia.
Padoa.





335.

[GIO. ANTONIO MAGINI ad ANTONIO SANTINI in Venezia].
[Bologna, 22 giugno 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. XIV, car. 91. - Copia di mano di ANTONIO SANTINI, da lui inviata a GALILEO con lettera de'24 giugno (cfr. n. 337).

Faccio poi sapere a V. S., che sono stato astretto levarmi di casa quel Mess.r Martino Horki tedesco; e questo perch egli  stato tanto incivile et inconsiderato, di andare a Modona a fare stampare quella scrittura che egli havea fatto contra il S.re Galilei, con tutto che io li protestassi in sul saldo ch'io non intendevo che facesse questa cosa mentre stava in casa mia: ansi, havendolo inteso io domenica sera, lo licentiai in modo, ch'io non volsi che ci stesse la sera. E perch li dissi che volevo io stesso correggiere questa sua imprudenza, et impedirli la stampa di quel libro con scrivere a Modona ad amici, si risolse quasi subbito di tornare a Modona per prender la detta scrittura.
Haver caro che V. S. facci sapere questo successo al detto Sig.r Galilei, acci egli prenda quella resolutione che li piacer: e la resposta a costui sarebbe di farlo bastonare, muovendosi a tal impresa pi per bestialit che per altro. Et io le ho detto che la licentia dateli non  per lui solo, ma per tutti i Tedeschi, che sono inimici di noi altri Italiani.



336...

OTTAVIANO LOTTI a BELISARIO VINTA in Firenze.
Londra, 23 giugno1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4189. - Autografa.

.... Se il S.r Galileo Galilei mander qua et imporr a me cosa veruna, io haver quella cura di sodisfarlo et servirlo, che prima mi comanda il cenno datomene da V. S. Ill.ma con l'ultima sua de'22 di Maggio passato, et che richiede poi opera s degna, che certo dover portar gusto grande alla Maest di questo Re....(778)



337.

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Padova.
Venezia, 24 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T.VII, car. 140. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Havevo sentito che V. S. havea risoluto di tornare a Firenze, e stavo in speransa dovesse passar per qua per baciarli(779) le mani, essendo stato impedito a me il trasferirmi a Padova per qualche occupatione; et acci V. S. non partisse a dirittura sensa che potessi salutarla, lo far con questi dui versi.
E quello che maggiormente mi premeva trattar seco, havevo carico di farle testimonio, che quella voce si era sparsa fosse scritto contra il suo Sidereo Nuncio, e che il S.re Gio. Antonio Magini ne fosse consapevole, o vero autore, era del tutto vanit. Bene un certo Martino tedesco, che esso teneva in casa per scrivere, si era incapricciato in ci; et essendo venuto a sua notitia, lo haveva acremente ripreso della sua presuntione, per non dire pazzia: e quando pensava che si fusse distolto da questo humore, con lettere che ricevo in questo punto de'22, mi scrive il contenuto dell'incluso capitolo(780); et se essa haver occasione di esser per qua, ne le far vedere l'originale. E creda che il S.re Magini  molto invelenito contra questo huomo, perch non ostante che confessi che la materia  di fatto, li dispiace che, con mille spropositi che dover dire, possa sapersi, questo tale esser stato in casa sua, per la profettione che tiene esso dell'ottima conrispondenza con V. S. E pi oltre anche a bocca mi allargherei con seco, che per brevit non segue: et io per me stimo che V. S. non haver nessuna fatica a respondere ad uno ingnorante simile, che da per s gli suoi argumenti li faranno contra.
Non ho volsuto mancare di darli questo aviso, stimolato anche dal S.re Magini; dal quale fu approvato il testimonio mio della vista de'pianeti, poi che esso da impedimenti naturali stenter a poter ricevere aiuto suficiente con l'instrumento.
Io le vivo poi il solito affezionatissimo servitore, et aspetto occasione, per non esserli del tutto inutile, di ricevere qualche suo comandamento: et le b. le m.

Di Venetia, ad 24 Giugno 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Antonio Santini.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il S.re Galileo Galilei, in
Padova.



338...

GIO. ANTONIO MAGINI a [ANTONIO SANTINI].
[Giugno 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 88. - Copia di mano di ANTONIO SANTINI, da lui inviata a GALILEO con lettera de'10 luglio (cfr. n. 356). In capo al foglio si legge, sempre della mano del SANTINI: "Copia d'un capitolo d'una lettera del S.re Magini di Bologna", e a tergo, di mano di GALILEO: "copia. S. Magini".

Ho riceuto il vetro che V. S. mi ha mandato, che mi  stato oltre modo caro, come quello che s' benissimo accompagnato con l'altro; e ne rendo molte gratie alla sua infinita cortezia, avisandoli che ho hauto incredibil satisfattione dell cannone ultimo, che l'ho sperimentato nella luna, e veduto benissimo quelle macchie con la medesma distintione tutte le sere che le ho osservate: et a me appaiano come goccie d'oglio nella superficie dell'acqua; et ho scoperto l'eminenza della luna benissimo, parendomi che sia come un ballone di neve non ben formato, ma alla grossa, che fa poi qualche oscurit in certi luoghi e inequalit. Ho provato a mettere insieme due vetri concavi da una parte, uno sopra l'altro, e vengano le cose grandemente accresciute, ma per confuse; e per io credo che se i vetri fossero grossi e concavi da ambi due le parti, farebbe meglio.
In proposito del S.r Galilei, dico che io cercar i[n] ogni modo di sgannare il mondo(781), che io non ho parte nella coglionaria che ha fatto quel mio Tedesco; e gi si sa publicamente per tutto Bologna, e lo far non manco per sincerare col detto S.r Galilei, quanto anche(782) per proprio mio interesse, ch mi vergognerei d'havere acconsentito a ragione cos frivole et insulse, che porta costui. Io non sono stato buono di cavare una di quelle scritture di sua mano, se bene ho adoperato alcuni buoni mesi(783), perch egli s' impaurito e teme a darla fuori per le minaccie ch'io le ho fatto: anzi, si  egli lasciato intendere che l'haverebbe trattenute a fatto, quando li fossero state pagate le suoi spese; ma poi si  inviato a Milano fin 4 giorni, che si ridurr in casa del Capra, gi nemico del S.re Galilei: ma sar in luogo che se gli potr far qualche scherso finalmente, quando haver qualche resposta dal S.re Keplero, ma in nome suo proprio. Et ultimamente ricev una lettera che non mi volse mostrare. Costui mi ha smarrito il foglio b del Nuncio Sidereo: se lo potessi havere, mi sarebbe cosa gratissima, etc.



339.

GALILEO a [VINCENZO GIUGNI in Firenze].
Padova, 25 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. V, car. 40. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ho inteso per la cortesissima di V. S. Ill.ma delli 5 stante, resami solamente li 19, la ricevuta della verghetta di oro; et quanto alle 3 fila di collana, che havevo scritto di esser per mandargli, mi risolvei in quel cambio mandar la verghetta al peso giusto di un filo della collana, che V. S. Ill.ma mi diede sopra pi di quello che era l'ordine del S. G. D. Ma hora che, per favore di V. S. et grazia della benignit di S. A., questo sopra pi mi vien lasciato, mi sar gratissimo che ella mi favorisca di far tirare la detta verghetta in un filo di catena, che accompagni li altri, et alla mia venuta a Firenze ve l'aggiugner; et essendo questo nuovo dono di S. A. aggiunto all'altro mandato, nel quale si conteneva una medaglia, questa, per non abusare la liberalit di quell'A.za, ricever quando sia fatto il conio con i Pianeti Medicei. In proposito de i quali, mi par di dover dire a V. S. Ill.ma, gi che lei mi scrive che S. A. va riservata in mettergli nella sua anticamera(784) o in altri luoghi, che l'andar circuspetto  atto degno della prudenza di ogni savio principe, et perci laudabilissimo: tutta via mi far grazia soggiugnergli, che quello che ha scoperti i nuovi pianeti  Galileo Galilei, suo fedelissimo vassallo, al quale bastava, per accertarsi della verit di questo fatto, l'osservazione di 3 sere solamente, non che di cinque mesi, come ho fatto continuatamente, et che lasci ogni titubazione o ombra di dubbio, perch allora resteranno questi di esser veri pianeti, quando il sole non sar pi sole; et si assicuri S. A. S.ma, che tutti i romori nascano dalla sola malignit et invidia, la quale s come io provo contro di me grandissima, cos non creda S. A. S. in questa materia di andarne esente; et io so quel che mi dico. Ma gl'invidiosi et ignoranti taceranno a lor dispetto, perch ho trovato il modo di serrargli la bocca; ancor che assai chiaro argomento  che loro non parlano sinceramente, il gracchiar solo per i cantoni, dando fuora il lor concetto con le parole vane, ma non con la penna et con gl'inchiostri stabili e fermi. Ma in ultimo l'esito et il frutto di queste malignit ha da esser totalmente contrario all'intenzione de i loro autori, li quali, havendo sperato di annullare questa grandissima novit col gridarla per falsa, per impossibile et contraria a tutti gl'ordini della natura, l'haveranno in ultimo resa tanto pi sublime, immensa et ammiranda, se bene per s stessa  veramente tanto nobile et degna di stima, che nissun'altra heroica grandezza se gl'avvicina. Et di quanto ella sia stimata et ambita da i maggior re del mondo, siane a V. S. Ill.ma argomento quello che da un servitore molto intrinseco del defunto re di Francia di f. m. mi fu scritto li 20 di Aprile prossimo passato; il che non terr con V. S. occulto, gi che nel miserabil caso sono passate tutte le altre grandezze di quello invittissimo re. Le parole formali del capitolo della lettera scrittami da Parigi(785) sono precisamente queste:
"La seconda richiesta, ma la pi instante, che io possa mai fare a V. S.,  che ella si risolva, scoprendo qualche altro bello astro, di denominarlo dal nome del grande Astro della Francia, anzi dal pi lucido di tutta la terra; et pi tosto dal proprio nome d'Arrigo, che dal gentilizio di Borbone, se cos le pare: che V. S. far una cosa giusta, dovuta et proporzionata; illustrer s insieme, et render s et casa sua ricca e potente per sempre. Di questo ne assicuro V. S. sopra l'honore mio, la servit che io le ho, et il merito suo particolare. V. S. investighi dunque con ogni prestezza et accuratezza, per iscoprire di nuovo qualche cosa bella in questo proposito et per esser la prima, et ce n'avvisi subito, mandando le lettere per via delli SS.ri Vanlemen; et si assicuri, come se ricevesse la voce et certezza dall'organo principale, che rester contenta et felice in perpetuo. Havendo reso il debito alla patria, V. S. pu rendere questo meritissimamente alla vera virt et valore heroico del maggiore, pi potente, bellicoso, prudente, fortunato(786), magnanimo et buono principe che sia comparso al mondo da molti secoli in qua: il quale havendo, tra tante principesse, scielta una de'Medici per sua legittima consorte, et postposte le donne di tutte le parti, originariamente et nel presente regie, per crearne un degno successore di lui in questo potente regno, all'imitazione dell'altro Arrigo 2, suo predecessore, il quale lo prevenne nello sposare similmente un'altra de'Medici, che tanto tempo ha regnato col marito e 3 figliuoli, successivamente re di Francia; V. S. verr col nome di Arrigo a comprendere i 2 re di Francia che ne i nostri tempi si sono accasati nella Casa de'Medici, et ne hanno lasciati regii successori, et si obligher la Casa de'Medici maggiormente, et compiacer alla Republica di Venezia, tanto osservante, amica et benemerita di questa Corona et Maest, dalla quale scambievolmente ne ha ricevuti quei grati et grandi offizii che si sa da poco in qua, che sempre si continuano et continueranno di pi in pi. S che V. S. non manchi di trovare et di avvisarmene il primo, sicura di esser per aqquistarsi un monarca et una grande e bellicosa nazione sua obligata et protettrice in tutte le sue occorrenze, etc."
Da questo, e pi dalla natura istessa del fatto, pu comprendere V. S. Ill.ma la sua grandezza: et per nelle occasioni, che oportunamente se gli presenteranno, la prego ad operare che S. A. S. non ritardi il volo alla fama col dimostrarsi ambigua in quello che pur col proprio senso ha pi volte veduto, et che la fortuna ha riserbato a lui solo et spogliatone ogn'altro; perch hor mai comincio ad esser certo che non si troveranno altri pianeti, havendo con diligenza fatte moltissime osservazioni et inquisizioni.
Sono stato prolisso soverchiamente con V. S. Ill.ma: ne incolpi l'immensa devozione mia verso il Ser.mo nostro Signore, al quale per suo mezo humilmente m'inchino; et a lei con ogni reverenza bacio le mani, et insieme a i SS.i suoi figliuoli et miei singolarissimi padroni. Il Signore li conceda quanto desidera.

Di Pad.a, li 25 di Giugno 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



340..

SCIPIONE BORGHESE a GALILEO in Padova.
Roma, 26 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 33. - Autografa la firma.

Molto Mag.co S.re

M'ha causato desiderio et curiosit d'haver uno degli occhiali inventati da V. S. l'haver intese, et in parte vedute, le sue mirabili operationi: onde pu assicurarsi che mi sia stato sopra modo caro quello ch'in suo nome m'ha presentato il S.r Andrea Labia(787), il quale devr farle anco fede della stima ch'io fo delle virt di V. S., et della particolare volont ch'io ho di farle piacere, s come dall'opere stesse ne sar meglio certificata nelle occasioni di suo servitio. In tanto la ringratio del dono dell'occhiale, et dell'amorevoli et cortesi dimostrationi con che l' piaciuto d'accompagnarlo; et per picciol segno del mio buon animo, le piacer di ricevere quel che le viene in un picciolo scattolino con questa mia. Ch'io io per fine me l'offero et raccomando di cuore.

Di Roma, li 26 di Giugno 1610.
S.r Galileo Galilei.
Al piacere di V. S.
Il Card.le Borghese.

Fuori: Al molto Mag.co S.re
Il S.r Galileo Galilei, a
Padova.



341..

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Padova.
Roma, 26 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 31. - Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

L'occhiale che V. S. ha mandato al Sig.or Cardinal Borghese, non  capitato in mano mia: per io non ho trattato con S. S. Ill.ma di quei particolari che V. S. mi scrive. Ch' quanto posso dirle; e con questo me le offero nelle sue occorrenze. Che Dio la prosperi.

Di Roma, li 26 di Giugno1610.
Di V. S. Ill.
S.or Galileo Galilei.
Come fratello
Il Card.le dal Monte.

Fuori: All'Ill. Sig.or
Il Sig.or Galileo Galilei.
Padoa.



342..

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Firenze, 26 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Nuovi Acquisti Galileiani, n. 6. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

L'ultima lettera di V. S. de'18, scritta a me(788), et da me letta tutta a i Ser.mi Patroni, et da loro udita con attenzione et piacere, ha fatto fermare et risolvere stabilitissimamente il suo negotio: et perch questo giorno  il sabato, et l'hora  tardissima, non si pu questa sera rispondere con la firma di S. Alt.a, come le vuol rispondere l'Alt.a sua medesima; ma seguir con le prime. Et intanto questa sera l'Alt.a sua ha soscritto il mandato per il S.r suo Depositario generale di dugento scudi di donativo, che ella le fa; ma non so gi, dubitando io che il S.r Depositario haver serrati i suoi dispacci a quest'hora, se dar in questa gita la commessione a i Sig.ri Mannelli per il sudetto pagamento: ma in somma seguir a canto a canto. Et io sono et voglio essere suo procuratore, et sempre servirla: et le bacio le mani.

Da Fir.ze, 26 Giugno 1610.
Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te
S.r Galileo Galilei.
Serv.re Aff.mo
Belis.o Vinta.

Fuori: All'Ill.re et molto Ecc.te Sig.r Hon.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Venetia per Padova.



343...

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.
Venezia, 26 giugno 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n. 128. - Autografa.

.... Mi  anche stato adimandato se  vero che il Dottor Galileo venga a servir S. A. con condizioni grandissime; et pure ho detto che non so niente: et questo se  vero, scoprendosi, gli potria esser di noia qua....



344.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.
Bologna, 29 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 142. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Oss.mo

Siamo, il Sig.re Magini et io, questa mattina stati insieme, et hoggi a punto poi ho receputo. Intendo quanto mi scrive; et assicuro V. S. per risposta, che non  stato di consenso del S.re Magini che Martino habbia scritto ad alcuno n in Alemagna n altrove, ma ha fatto il tutto per mera sua temerit, et il detto sempre ha cercato levarlo di questo pensiero; ma in soma li oltramontani sono zervelli molto stravaganti. Il Magino manda la copia di una lettera venutali di Firenze, dove a pienno si scorge quanto fosse arrogante, et volere scrivere alli amici suoi come se di suo consenso l'avesse fatto; il che  falsissimo, come con il tenpo V. S. conoscer benissimo. E basti.
Arriv costui a Bologna, doppo licentiato dal S.re Magino, et refer ad alcuni che era stato a Milano, et a Pavia si era abbocato con il S.re Capra; et  andato ad habitare nello Colleggio de'Nobili, governato da'Iesuiti. Io non ho ancora potuto vederlo; ma mi scrisse un gentilhuomo, che haveva stampato, et si era partito subito di Modena, ma che non sapeva dove. Hora dunque che  in Bologna, vorrei pur cercare modo di intendere l'animo suo, poi che per simil causa sdegnato non li parlo n io n tam poco il S.re Magino, et siamo tutti dui pronti di scrivere una epistola, della quale V. S. se ne potr servire, giustificandosi che sempre l'habbiamo disuaso a questa impresa, et habbi scritto a chi si voglia, l'ha fatto per sua temerit et non di conseglio del S.r Magino. E tanto basti per hora, per la fretta del coriero; se altro occorer, avisarla. Che per fine li bacio le manni, insieme con il S.re Magino.

Di Bologna, il d 29 Giugno 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Se.re di cuore
Gio. Ant. Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo
Il Sig.re Galileo Galilei, Eminent.mo Letore nello Studio di
Padoa.



345..

BERLINGHIERO GESSI a GALILEO in Padova.
Venezia, 30 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 35. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re Sig.re

Mi  inviata da Roma una lettera dell'Ill.mo S.r Card.le Borghese, con uno scattolino et una catena d'oro per V. S.; et acioch habbia il tutto in mano sua presto et sicuramente, mi sono risoluto inviare apposta il presente mio staffiero, che la consegner in mano sua: et ella si contenter avvisarmi della ricevuta, et anco rescrivere all'Ill.mo S.r Card.le sudetto per risposta della sua lettera, che io poi la invier per l'ordinario di sabato; et si contenter dare ambedue le lettere al medesimo staffiero. Che con ci di tutto cuore me le offero et raccomando.

Di Venetia, li 30 di Giugno 1610.
Di V. S.
S.r Galileo Galilei. Padova.
Affett. mo per ser.la
Berling.o, Vescovo di Rimini.

Fuori: all'Ill.re Sig.re
Il S.r Galileo Galilei.
Padova, in mano sua.



346..

[MARTINO HORKY] a GIOVANNI KEPLER in Praga.
Bologna, 30 giugno 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Mss. 10703, car. 34. - Autografa.

.... Non plumbum, pro mea Peregrinatione, sed argentum brevi videbo. Illam inclusam vide, lege, iudica. Eo parenti dic, ut et suas: non autem plumbum sed argentum, syn to the Est meus qui te Ianus Perneggerus, ibidem astrorum cultor. Dubitationem pristinam excusam scias, antequam tuas vidi. Careo providentia patroni: iuramentum fecit Italice contra me. Ego vero nihil timeo, quia Deus (et omnes Sancti) providebunt.... Illa perpendo, scio, omnia, de quibus tuis mones.... Wenn mann mich dem Geldt verhindert hatt, will ich nicht lenger die Wellisch verhindern, sondern non plumbum etc. repetirn. Sed scias, primum hoc exemplar esse, quod mitto. Volo enim cum caeteris 500, propriis impensis excusis, Galileum expectare, qui brevi tempore ad nos veniet. Tum ipse adibo, et unum eidem in manus proprias praesentabo. Me Deo, et illis cui dedico, commendabo. Scopuli maris Hadriatici non nocebunt. Ululandum contra Galileum? Sed non in plumbo; argentum videre, pro Peregrinatione, brevi cito cito cupio. Eo tuas spectabo....



347...

[MARTINO HORKY a FRANCESCO SIZZI].
[giugno 1610].

Bill. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car.89-90. - Copia di mano di ALESSANDRO SERTINI. Di fuori, di mano di GALILEO,  scritto: "Lettera di Martino al S. Sizi".

Mitto tibi meam Perigrinationem contra Nuncium Sydereum: illam nemo Bononiae vidit. Ecce tibi, amice, omnia dicam.
Feci impensa in hoc negocio, inscio Magino, Mutinae. Ille, cum rescivit, statim iuravit hoc modo: Per Dio S.o, Sig.r Martino, se voi scriverrete contro 'l Galileo, io voglio voi impedire, et voglio fare che voi non potete andar fuora senza grandissima burla dell'Italia. Ego nihil moror Maginum; et tibi iam formalia verba scribo D. Kepleri, ubi sic ad me ait: "Haeres tu quidem adhuc in pristina dubitatione super Galilei syderibus: non miror nec culpo: philosophantium sententias oportet esse liberas. At si me respicis, simul et candor bene stat iuxta libertatem. Quod si impugnasti quod iam probas tecum, age, mihi gratificare, qui veritatem, qui te, amo; sollicitudine me libera, et ad Galileum perscribe, quid, lecta mea Dissertatione, credere incipias, quod antea tibi veri dissonum videbatur." Praeterea ait in eadem littera, quam eodem temporis momento in posta cum T. E. litteris, iuvenis mihi(789) vita mea propria carior, accepi, hoc modo: "Tu ais, tibi candelam et Spicam Virginis illo instrumento visam duplicatam(790). Non potuisses me confirmare aptius: nam ita plane est, et mihi, dum hoc genus instrumenti tento, duplicatae res videntur. Nam dum haec ipsa verba scribo" (ait D. Keplerus eisdem) "superveniunt Magini litterae de 26 Maii, quibus tua manus erat adiecta, ubi Magino idem obstare video. Dicam: credo equidem nec ipsi Galileo cognitum esse. Ego vero dixi Dissertationis fol. 10 fine et 11 initio(791). Nimirum hoc suspicor, Galilei oculum esse lyncaeum, caeterorum vestrorum, qui negatis vos eadem agnoscere myopas esse oculos. Quod si Galileus sciret mederi, facile omnes suspiciones falsi subterfugeret: medebitur autem, si peculiarem cuilibet oculo applicuerit lentem cavam. Loquor experientia certissime suffultus; et ratio demonstrationum mearum idem exigit, idem instrumentum, ex iis quae iam vulgo circumferuntur, uni prodesse, alii minime." Ecce verba formalia doctissimi viri Ioh. Kepleri tibi hc descripta mitto.
Impera mihi quicquid vis; omnia tempore faciam. T. E. opto esse addictus. Sed vis ne ut tibi dicam fallaciam huius Galileici instrumenti? Illam ego in Peregrinatione mea non attigi. Ecce tibi concredo. Tota hallucinatio in novis istis planetis fit hoc modo: quam primum oculus a puncto collectionis radiorum aberrat, tum 4r maculas minutissimas Galileo monstrat. Hanc rationem esse veram et certam, et a me probatam, scias. Scis cur illam iam non dixi? Quia

Fistula dulce canit, volucrem cum decipit auceps.

Puerilia emitto; sed omnia ideo feci, ut eo melius Galileus illa refutare possit. Per Deum vivum, hc tibi dico, quod in aeternum vir hic Galileus novos 4r planetas ostendere non poterit, etc.



348.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Venezia, 2 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 48. -Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Servir questa solamente per far reverenza a V. S.Ill.ma et accusar la ricevuta della sua cortesissima lettera, hauta da me qui in Venezia, et per essa intesa la deliberazione di loro Alt.e Ser.me; della quale ne sto attendendo l'ultimazione, per ridurmi quanto prima in stato di quiete, per poter prosequire la cominciata impresa, ad onta dell'invidia et malignit humana, anzi ferina, et a gloria et esaltazione del nome del mio Signore. Ma perch spero di potere in breve diffusamente trattar seco a bocca, non mi diffonder al presente in altro. La supplico a baciar la vesta in mio nome a loro Al.e Ser.me; et a V. S. Ill.ma con ogni reverenza bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicit.

Di Venezia, li 2 di Luglio 1610.
Di V. S. Ill.ma
Oblig.mo Ser.re

[vedi figura 348.gif]



349..

ROBERTO STROZZI a GALILEO in Padova.
Roma, 2 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n. 174. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Essendo un giorno con il Sig.or Cardinale dal Monte il Sig.or Cardinale Montalto, et vedendo l'occhiale che V. S. mand per il Sig.or Baldino(792), diss'a me ch'haveria havuto caro haverne uno. Io gli risposi, che conoscevo lei di natura tanto cortese, che quando havesse saputo la mente sua, gli ne haveria mandato uno senz'altro. Mi replic ch'io dovessi scriverne a V. S., come faccio; e la prego di buon core a voler fare a me questo favore, dando cos notabil gusto a questo Signore, la benignit del quale credo che sia benissimo conosciuta da lei per fama. Se V. S. vorr dar questa sodisfatione al Sig.or Cardinale, e fare a me gratia singolarissima, si contenti di farmelo sapere, acci io possi riferire a esso Signore quanto ella rester contenta di voler fare in questo propposito. Et le bacio le mani.
Di Roma, a d 2 Luglio 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Roberto Strozzi.

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Dottor Galileo, a
Padova.



350..

PAOLO MARIA CITTADINI a GALILEO in Padova.
Bologna, 3 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 61. - Autografa.

Perillustri et Ecc.mo D. D. Galileo Galileo, Mathematicarum in almo Patavii Gymnasio publico Professori, ac amico suo maxime colendo.
Ea est erga te, Vir Ecc.me, meae voluntatis propensio, ut ab ea die qua tecum, summa animi mei iucunditate, in thalamo Ecc.mi Magini sum allocutus, semper exarserim desiderio tuimet doctissima perfrui familiaritate; quapropter summopere precibus exoptare nunquam intermisi, ut Bononiam iterum accederes: hc etenim non minima mentis meae aviditate expectaris. Faxit Deus ut in hoc compos sim desiderii, quo intus flagro.
Optabam superioribus diebus ad te scribere, quo ego angar dolore, quod Martinus(793), iam famulus Ecc.mi Magini, quaedam absurda, erronea, mendis (hallucinari non credo) perturbata, in tui Medicea Sidera typis temere ausus est credere. Angor, inquam, dolore, eo quia Magini animus non minime excruciatur; ipsissimus ille maerore afficitur, quod famulus, et victu et doctrina enutritus ab ipso, si non ferro, calumniis tamen convitiisve, percutere quem valde diligit, coram omnium hominum coetu, nunc tentat. Testor Deum, Ecc.me Vir, millies ego hunc Martini animum ab hoc pertentato opere dimovere non praetermisi.
Amo te, iterum amo te, ob tui praeclarissimas, quibus perpetuo fulgebis, virtutes, quarum fulgore, nec spes sane irrita erit, hae nubes, erroribus conglutinatae, dissipabuntur. Interim vive foelix, et meipsum ex intimis cordis visceribus commendatum habeas quaeso.

Bononiae, quinto Non. Iulii 1610.
Ecc.mae D. tuae
Studioss.s
Fr. Paulus M.a Cittadinius,
in almo Bonon. Gymnasio Theolog.



351.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.
Praga, 5 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 21-22. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.rone Colend.mo

Dovevo scrivere a V. S. con l'ordinario passato del triomfo che il Zugmesser andava cantando per tutto del Magino contro di lei, mediante tre lettere scritte da Bologna in confirmatione, anzi essaggeratione, delle prime calonnie, alle quali 24 di Bologna della professione sottoscrivono: ci  di essere stati presenti quando V. S. si sforz di fare la dimostratione del suo libro con il suo stromento, et che ella diceva: Non vedete la tale, la tale et la tale cosa?, ma che non fu pure uno che confessasse di vedere, ma ben tutti dicevano di non vedere nulla di quello ella affermava di vedere: di maniera che tutti quei che hanno viste queste lettere restano confusi altrettanto di quello che si rallegravano di simile inventione truovata da V. S. Ma non ho mancato di confortare parecchi con le lettere dell'Ill.mo S.r Card.le Capponi, et questa mattina con quelle di V. S., le quali ho mostrato questa mattina al S.r Vacchero, huomo della prima classe fra'letterati, oltre che  de'primi conseglieri di S. M.t Cesarea et mecenate de'virtuosi. Per l'altra sera, cenando io seco, havemmo contesa sopra l'essere stato il primo inventore di questo stromento, volendo egli sostentare che Giovanni della Porta havesse detto stromento(794); con il quale dice havere parlato 4 volte, et che l'haveva truovato huomo singolarissimo, non ostante che io dicesse tutto il contrario, sforzandomi(795) di convincere con infinite tare che so contra il Porta, quale non intendeva molti capitoli della sua Magia, n manco le sapeva ispiegare in volgare, iscusandosi che erano tutte cose havute da altri cos scritte in latino come stavano stampate nel suo libro. Appunto si truov nella medesima compagnia l'antiquario di S. M.t, amico di quello, che confuse il Porta.
Il medesimo antiquario, come intimo di S. M.t Cesarea, disse che S. M.t restava ogni giorno tuttavia pi sodisfatta di questa inventione, particolarmente di quegli ultimi occhiali mandati dal S.r Ferdinando Tassis di Venezia al S.r Ammoral Tassis, che risiede qui, ambedue amici miei, et quello primo del S.r Ottavio(796).
Appunto, per saltare di frasca in pertica, non ho havuta risposta dal S.r Ottavio ad una mia, o forsi il tempo non serve ancora. Con il corriere ordinario gli scriver di nuovo. Intanto mi favorisca di un baciamano, come anco alli nostri Padri venerandi. Quel gentilhuomo che mi disse di quelle lettere di Parigi che scriveva Maestro Pavolo(797), and a casa, ma l'aspetto di giorno in giorno di ritorno. Con che fine le bacio le mani.

Di Praga, alli 5 di Luglio 1610.

La prima volta che S. M.t mi chiama, voglio intendere di sua bocca quello dice et sente dello stromento di V. S. Ma forsi sar in tempo che quello che ella disegnava di mandare sar venuto.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ho invidia a V. S. mentre s'accosta la stagione de'melloni.
Serv.re Aff.mo
Martino Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei, Matematico di
Padova.



352.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.
Bologna, 6 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 144. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Mi piace che V. S. Ecc.ma resti sganata di quanto forsi haveva conceputo in occasione di quello furfante di Martino(798), poich ancora dall'opera conoscerebbe che in modo alcuno il Sig.re Magino ci poteva havere mano, come ancora qual si voglia altro che la vedesse; perch voglio che mi credi, che non vi  cosa, levato la mordacit, come mi vienne referto, che una pietra, per cos dire, si degnasse legerle, non che solverle, essendo pienno di parole pedantesche. Da quello giorno in qua che part di casa del S.re Magino, mai pi l'ho veduto io, se bene l'ho fatto cercare, ch mi fu referto che era venuto: et quello a cui commisse il carico di cercarlo, mi referse con chi haveva egli trattato, et volevo che li tenesse dietro, come haverebbe fatto, per levarli le opere, passato che esso fosse il territorio di Bologna, con darli ancora un buono raccordo; ma perch stava con sospetto et temeva, si accorse et alla sfugita part: ma non haveva nulla, come mi fu referto poi, perch le opere eranno rimaste apresso al S.re Baldassara Capra, con il quale lui era stato alcuni giorni a Pavia, et haveva detto che era venuto a pigliare certi denari a Bologna e poi che andava a stare con il Capra, et che farebbe conoscere che diceva la verit di quanto haveva scritto, et che si era accorto che il S.re Magino et io l'insidiavamo per farli qualche mala burla, ma che andava a stare in uno locho che non temeva alcuno. Ma mi credi, Signore mio, che la buona fortuna sua  stata che lui conosceva certi galanthomini, et sapeva il loro mestiero, con l'occasione di vederli meco; et quando ha veduto che alcuni di essi lo hanno seguito, si  smarito. Et se V. S. si fosse allargato nelle prime, l'haverei fatto conoscere che le sono amico: e basti. Non so pi che dire intorno a simile negotio, salvo che se mi nascer occasione di potere giovare allo Todescho in contrario, lo far, poich cos richiede l'insolenza sua.
Godo poi infinitamente che sii per vedersi l'aggiunta del suo nuovo Aviso, et vivo bramoso di vederla. Il Sig.re Pappazone et molti altri di questi Signori la salutano infinitamente. Et pregola per fine a tenermi vivo nella buona gratia sua, favorendomi de'commandi suoi all'occorrenze; che per non tediarla, far fine allo scrivere, ma non ad amarla et servirla. E Nostro Signore gli concedi prosperit e felicit di vita.

Di Bolog.a, il d 6 Luglio 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser. re di cuore
Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo
Il Sig.re Galileo Galilei, Eminentiss.mo Letore nello Studio di
Padoa.



353...

MATTEO BOTTI a BELISARIO VINTA in Firenze.
Parigi, 6 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 25. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

La partenza di Piero Capacci, che segu tre giorni sono, mi ha evacuvato di quanto havevo che dire; e per non mi resta se non qualche particolare ch'ella vedr nell'inclusa copia, e quel che ho sentito dire qui al Carosi(799), cio che questa Regina haveva fatto provar qua a pi d'uno, se si sapeva fare l'occhiale del Galilei, e che n'haveva mostro molto desiderio, e non era riuscito. Credo che, oltre al far piacere a S. Maest a mandarne qualcuno, si farebbe anche honore allo Stato del Ser.mo Padrone, perch qua hanno per gran cosa quelli ordinari, e ce ne sono le botteghe piene....



354.

MASSIMILIANO, Duca di Baviera, a GALILEO in Padova.
Monaco, 8 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 37. - Autografa la firma.

Massimiliano per la gratia di Dio Conte Palatino del Rheno,
Duca dell'una et l'altra Baviera, etc.

Sicome io ho tenuto sempre in molta stima la persona di V. S. per le rare virt sue, cos m' stato di special contento l'havere, all'incontro, da lei segno della affettion sua verso di me, come l' piacciuto darmi con la sua de'25 di Maggio et con l'occhiale mandatomi. Onde ne la ringratio vivamente; et in testimonio della buona volont che serbo io di sua gratificatione, le invio il qui annesso ben picciol dono, et me le offero con ogni prontezza. Che Dio la prosperi.

Da Monaco, li 8 di Luglio 1610.

Mass.o Duca di Bav.ra

Fuori: Al Nobile Sig.r
Il Dottor Galileo Galilei et cet.
franco per Ven.a

Padova.



355...

BARTOLOMEO SCHROETER a GALILEO in Padova.
Zerbst, 8 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 9-12. - Autografa.

Chairein kai euprttein.

Perlegenti mihi, Vir Nobilissime, Clarissime, nundinarum proximarum vernalium Francofortensium catalogum librarium, inter alios libros philosophicos et mathematicos, partim de novo emissos, partim vero auctos atque recognitos, etiam sese obtulit titulus libelli cuiusdam, sane novus, mirus et insolitus, materiam innuens magnam inspiciendamque longeque admirabilem: mox vero mihi ex bibliopolis nostris inquirenti, anne libelli istius exemplum attulerint, responsum fit, nullum sibi visum. Ecce vero, ut domum redii, voti mei et desiderii exoptatissimi(800) compos fio: mandato enim et iussu Illustrissimi et Clementissimi Principis ac Domini nostri Dn. Augusti, Principis Anhaltini, Comitis Ascaniae, Dn. Servestae ac Bernburgi etc., per eius Celsitudinis Secretarium exemplar mihi transmittitur legendumque exhibetur, meumque de hac materia insolente et augusta iudicium expetitur. Libellum avide arripio; uno spiritu, ut dicunt, perlego et iudico. Si quid praeter spem et exspectationem, Galilaee clarissime et solertissime, hac ultima et corruentis mundi senecta, in artibus et scientiis accidere potuit admirabilius, maius longeque gratius, viris tum illustrissimis, tum aliis cuiusvis generis mathematum studio naturalique disciplinae deditis, hoc certe est tui, Galilaee celeberrime, libelli, cui nomen fecisti Nuncii Siderei, materia; qua pandis suspiciendumque proponis spectaculum de natura superiore caelesti, ea in parte qua, inde usque a condito fundamine suo, nemini adhuc fuit cognita atque perspecta, licet a tot iam seculis, tot clarissimi, acutissimi, et summa diligentia observandi caelestium tum corporum tum horum motuum naturas praediti viri, vixerint, nec non adhuc magna eorum turba in vivis sit, quorum aliqui tum disciplinam naturalem tum mathesin excoluerunt, ampliarunt et divinis canonibus confirmarunt.
Verum omnes hi, quoquot fuerunt, solummodo aciei oculorum naturali, et exinde rationibus per consequentiam deductis, innitentes et confidentes, quaecunque sese offerebant phainmena in spacioso caeli concavo, primum notabant; deinde ad instrumentorum terseis accedebant, et has canonibus includebant; non soliciti de illis quae visum naturaliter et bene se habentem effugiebant. Tu vero, Galilaee nobilissime, his non contentus es vulgaribus, tritis et notissimis, sed ad intima penetralia astrica pergis, scrutans abscondita et invisibilia huc usque nobis ibidem relicta: quod qua laude, quo honore, praestitisti, non modo haec praesens, sed et quae sequetur, si qua futura est posteritas, dignis vix unquam depraedicare poterit eloquiis. Saepius in certaminibus philosophicis et astronomicis tu verus Palaemon vocaberis; saepius tu tuo sagacissimo invento hoc, et sequentibus quae exspectamus avide quam plurimis, uti ea praemisso hoc tuo Nuncio Sidereo promisisti, compones dissidia et altercationes magnas et frequentes. Det Pater luminum et intelligentiae ut omnia feliciter pertexas, nobiscum communia facias quam citissime et luculentissime.
Recte itaque te omnibus magna de natura speculantibus inspicienda contemplandaque proponere dicis. Quid enim philosophis et astronomis ex improviso maius et admirabilius obvenire potuisset istis tuis quinque assertionibus, ex parte inauditis et plane novis, ex parte vero antea notis quidem, sed dubiis, in quibus oculari demonstratione, ope tuorum perspicillorum, comprobas id quod ante te alii vix, et ne vix quidem, coniectura assequi sibi sumserunt? Etenim, ante omnia, usitatam inerrantium stellarum multitudinem decuplo, et amplius, auges; imo rectissime, ut et revera est, infinitam nobis (sicuti Scriptura dicit: Quis numerabit stellas?) comprobas. Dehinc, lunare corpus, caelo quasi detrahens, ita prope constituis, ut possit omni modo, quoad superficiem suam, conspici, eiusque natura secundum omnia accidentia sensibus nostris penitius concipi et intelligi. Altercationes tritas diutissime de Galaxia ita etiam seponis, ut non nisi caeci eas revocare(801) ausint. Idem et de nebulosis doctissime facis. Tandem quam ultimo addis assertionem de planetis circum-Iovialibus quatuor a te eiusdem perspicilli beneficio observatis, erit illa apud philosophos et astronomos quam plurimos non minus pardoxos; quam adunatos, quia vix omnes de instrumento illo egregio erunt soliciti, tum quia perspicilla commoda ubivis locorum non haberi possunt, aut certe magnis sumtibus ex locis exteris ac longinquis afferri debent, tum quia perspicilla omnia non omnibus conveniunt; etenim inter aliquot vix inveniri possunt quae huius vel illius oculis conveniunt et apte quadrant.
Quoniam itaque, Galilaee praestantissime, his ipsis, et maxime assertione ultima, novum quasi caelum constituis, non procul aberit quin habitas hactenus pro falsis hypotheses verissimas probabis, et inventores primos circa suas potius hypotheses adsumtas aut falsos fuisse aut studio ita invertisse demonstrabis, quam recentiorum quisquam: inte[lli]go Copernicum maxime et eius adseclas. Sed de his omnibus spem maximam concipimus ex promissione tua de constitutione Systematis novi Mundi(802), ideoque ea spe freti, nos sustentamus.
Verum, cum de hisce tuis assertionibus doctissimis nemo quicquam proferre vel iudicare poterit vel ausit absque exactissimo, ut tumet ipse statim a fronte libelli tui mones, instrumento, quod obiecta pellucida, distincta, et sine ulla caligine obducta, repraesentet, eademque ad minimum secundum quaterdecuplam rationem multiplicet (tunc enim illa bis decuplo viciniora commonstrabit), et nisi tale fuerit instrumentum, omnia frustra quae a te in caelis conspecta sunt tentari, nec posse a quopiam intueri; Illustrissimus Princeps noster, Dn. Augustus, Princeps Anhaltinus, Comes Ascaniae etc., cuius Celsitudinis in disciplinis scientiarum artiumque liberalium promovendis operam et studium collocat singulare, et quidem ita ut eo tempore, quo a severioribus negociis ocium sibi contingit, mathematica et physica, delectationis et cognitionis gratia, tractare consueverit diligentissime; nullos non sumtus hucusque impendit, ut potuerit tanti huius tui, a te delineati et descripti, instrumenti particeps fieri: sibi enim eius Celsitudo, praeter illa quae hc comparari et confieri iussit, ex peregrinis, Gallia, Belgio et aliis locis afferri curavit aliquot; sed ad scopum a te praescriptum eorum instrumentorum nullum pervenit.
Quare non immerito dubium quod ante innui oboritur, primum de instrumenti qualitate: num ita sit generale, ut quilibet, cuiuscunque sit aetatis, eo possit uti, pro visus sui ratione et constitutione; an vero, ut alias communia seu vulgaria sunt perspicilla appropriata certis hominum aetatibus, sit ita comparatum ad uniuscuiusque oculos. Si generale, ut maxime opinor, fuerit, non dubito quin a plurimis in usum deducetur; sin speciale fuerit, tunc, praeter incommodum illud, quod successu temporis, cum aetate accrescente, inutile reddetur, a multis non curabitur ob sumtuum rationem. Atque ideo fortassis (quod cum venia dictum volo, nihil interea hoc tuo studio et invento laudatissimo detrahens) veteres non planetas illos a te noviter observatos, itemque fixarum numerum illum et chorum ingentem, doctrinae astronomicae incluserunt, sed solummodo illos qui omnium visui, naturaliter se habenti, fuerunt conspicui; putantes supervacaneum ponere invisibiles errantes et fixas, cum vix visibilium doctrinam percipere valerent, immo ut eo facilius scientiam astronomicam, quae pars est physicae, constituerent, nempe in finitudine, non in infinitate.
Deinde, quoad quantitatem, a te, Vir Clarissime, instrumentum descriptum quidem est in genere, sed de longitudine et latitudine, tum tubi plumbei tum perspicillorum, nihil est additum; cum tamen notissimum sit, cum longitudinem tum latitudinem instrumenti plurimum facere, primum ad constipationem seu condensationem umbrae seu tenebrarum in eo conclusarum, per quas radii visivi transeuntes fortificantur, dum lumen aris circumfusum ab oculo removetur; posthac etiam facere ad ampliationem seu multiplicationem corporis obiecti visilis: quae duo ex doctrina de refractionibus in perspectiva et specularia, tuo ipsius iudicio et approbatione in Nuncio Sidereo, eo loci ubi de modo observandi luminis proprii lunaris agis (si nempe a tecto vel camino aut alio aliquo obice inter visum et lunam, sed procul ab oculo posito, cornua ipsa lucentia occultentur, tunc partem reliquam globi lunaris, a sole nondum illuminatam, adspectui nostro expositam relinqui, vi et potestate luminis insiti et nativi(803)), nota et manifestissima sunt.
Et quamvis Illustrissimae suae Celsitudini dubium non sit de exacto huius tui instrumenti usu et praxi a tua Humanitate adhibita verissima, deque perfecta et illustri theoria illius, quam ex promisso tuo, occasione commoda et quam proxime futura, in medium et vulgus prolaturus sis; tamen interea Illustrissima sua Celsitudo desiderio desiderat fabricae instrumenti tui et conspectum, et experientiam eius in illis in quibus tu, ut Mercurius alter, aptatis sacris talaribus, praecursor et praemonstrator extitisti. Sed cum ratio alia commodior qua instrumentum illud haberi queat non sit nisi ab ipso autore, a tua Humanitate, Vir Clarissime, quam potest studiosissime et gratia magnificentiaque propensa contendit, ut Celsitudini suae hoc officii genus tribuat, et sumtibus impensisque Illustrissimae suae Celsitudinis instrumentum eiusmodi unum, secundum omnia sua requisita perfectum, procuret; Noribergensium praeclarorum mercatorum, utpote Bartholomaei Viatis et Martini Pelleri, negotiatoribus aut factoribus (ut vocant), Venetiis habitantibus, tradat, et prima occasione transferendum huc iubeat; itemque paria perspicillorum duo vel tria sine tubis, a te bene examinata, siquidem illa hisce in regionibus ex officinis vitriariis haberi non possunt. Sumtus quoscunque ea in re tua Humanitas fecerit, cum gratia benigna et voluntate benevola quam citissime ab Illustrissima sua Celsitudine remittentur. Et praeterea si Celsitudo sua hoc ipsum a tua Humanitate, Vir Clarissime, obtinebit, ut se obtenturam plane confidit atque sperat, affectam se officio gratissimo existimabit, nominisque tui celebritas etiam his in locis, viros inter tam illustris quam inferioris status atque conditionis, modis multis augebitur et accrescet, tibique Celsitudinis suae magnificentiam, aliorumque quam plurimorum benevolentiam, devinctas studio tenebis singulari.
Cura ut valeas, et petitioni Illustrissimi Principis, Domini nostri Clementissimi, ut laudabili ita honestissimae, satisfacias quam citissime, in quantum per occasionem fieri potest.

Dabantur VIII Iduum Iul., Servestae.
Excell. et Spectabilitatis Tuae
Observantiss. et Addictiss.

M. Bartholomaeus Schrterus,
in illustri Principum Anhaltinorum Gymnasio, quod est Servestae,
linguae sanctae et mathematum professor.

Fuori: Nobilissimo et Excellentissimo Viro
Dn. Galilaeo Galilaei, Patritio Florentino,
Professori Matheseos in Gymnasio Patavino Clarissimo,
ad proprias dentur.
Padova(804).

Cito
Cito
Cito


356..

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Padova.
Venezia, 10 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n. 168. - Autografa.

Molt'Illustre et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Mandai a V. S. una lettera del S.r Roffeni, di Bologna, 3 giorni sono, e non le scrissi alcuna cosa per non molestarla senza caosa. Ora mi  capitata la sua gratissima di hieri con le lettere per Firenze et altrove, ove si inviano fidatamente: in ogni altra occorrenza desidero esser atto a servirla. Io le mando un capitolo della lettera hauta in questa settimana dal S.r Magini(805): vedr quello passa del Martino Tedesco, che  pur ridicolosa. Se potr haversi quella scrittura, ne li far capitare; ma fino ora a Bologna non si  possuta havere. Vedr che il S.r Magino ha cominciato ad usare il cannone, e non si content d'un solo, ch ne ha due: comincia a confessare del corpo lunare, et non dubito che ove haver la pazienza e modo da osservare, non sia per venire alla verit del facto. Ho piacere che di Roma havesse hauto l'assenso, e per me non ho bisogno di testimonii. Io vivo tutto suo; e desideroso di servirla come devo, li b. le mani.

Di Ven.a li 10 Luglio 1610.
Di V. S. molto Illustre et Ecc.ma
Ser.re Parat.mo
Antonio Santini.

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei, in
Padova.



357..

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Venezia.
Firenze, 10 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 63-64. - Autografa.

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

Questa bestia di quel Tedesco del Sig.r Magini, non contento del libro che V. S. dice ch'egli ha stampato, ha scritto anche una lettera a un altro Tedesco, pur sopra la materia dell'occhiale e pianeti; e non  piena se non di maledicenze che contengono scherni, cosa che invero non richiederebbe altro che un carico di bastonate, come dice il Sig.r Magini. Il furfante  tanto prosuntuoso, ch'egl'ardisce entrare nel S. G. D. nostro, con dire che gli (806) stato dato ad intendere qua e l. Ne  venuta la copia a Firenze, non so mandata da chi, ed era in mano al Colombo(807) e io l'ho vista, ed  la pi scimunita cosa che si possa vedere. Non sento gi che si sia sparsa, n vista per molti. Di pi odo ch'egl' venuto in Firenze un'altra scrittura, pur d'un Tedesco, contro il [...] di V. S., e 'ntendo che  debol cosa e che [...] persona che non  delle pi sviscerate che V. S. abbia. Vedr se posso intenderne particolari. E questo  quanto passa di nuovo.
Quanto alle composizioni, fui dal Padre Claudio Seripandi, il quale mi mostr i versi latini ch'egli ha fatto, che mi son parsi belli affatto; e ne ha per le mani delli altri, e altri gliene sono stati mandati di fuora, che son cosa bella; e mi ha detto che voleva mutar non so che, e che per io mi contentassi che si mandassero quest'altra settimana. Che poteva io rispondere? Il Sig.r Buonarroti anch'egli della prossima le mander qual cosa, e tra [sic] io le mando un sonetto del Sig.r Piero de'Bardi(808). Non so come questi signori se l'intendino circa 'l mettere il lor nome, caso che V. S. le voglia stampare: intender l'umor loro. Il Sig.r Chiabrera  un pezo che se n'and a Savona, e mi promesse di fare: per ancora non ho havuto cosa alcuna. Ella  aspettata; e volendo stampare, potrebbe farlo qua, e venire quanto prima. Gl'amici le bacian le mani: non gli novero per brevit. Io son tutto suo al solito. Dio la feliciti.

Di Firenze, il d 10 di Luglio 1610.
Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.a
Ser.e Aff.mo
Aless.o Sertini.

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo mio Sig.re
Il Sig.r Galileo Galilei, in
Venezia.
Padoa(809).



358..

MARTINO HORKY a PAOLO SARPI [in Venezia].
Milano, 10 luglio 1610.

Riproduciamo questa lettera dall'opera Delle inscrizioni veneziane raccolte ed illustrate da EMMANUELE ANTONIO CICOGNA, Vol. IV, Venezia, MDCCCXXXIV, pag. 676. Il CICOGNA l'aveva autografa tra le sue carte.

Mag.co et molto R.do Padre,

Sapendo quanto la sia affetionata al S. Galileo, perci, havendo io fatta stampare questa mia operetta(810) contra de lui, m' parso mandarne una copia a V. Paternit, aci la vedi: se dico la verit, admonisca esso Galileo, aci possi emendar l'error suo; se io al'incontro m'ingano, la me ne dia aviso, che io mi ritratar et non star ostinato. Siamo statti allogiati insieme in Bologna in casa del Magini, et con quello suo ochiale habbiamo fatto prova molte volte, et sempre si  trovato falso tutto quello ha scritto. Di queste mie opere ne sar datto al Gran Duca, et ne sar portato per tutte le parti, aci sii fatto iudicio de la verit.

Da Mil.o, alli X Iulio 1610.
Di V. Paternit
Aff.mo Serv.
Martino Horky a Lochovic.

Fuori: Al M.co et molto Reverendo
Padre M.ro Paolo de'Servi.



359..

COSIMO II, Granduca di Toscana, a GALILEO in Padova.
Firenze, 10 luglio1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 39. - Autografa la firma. Nei Mss. Gal., P. I, T. I, car. 197,  una copia sincrona, in capo alla quale si legge: "Fede per me infrascritto, qualmente nella filza segnata con lettera A de'negoti dell'almo Studio Pisano e Fiorentino, a c. 1, apparisce quanto appresso", e in fine  la firma di GIO. BATTISTA TOZZI, che, come Cancelliere dello Studio, la autentica. Questa copia, che non  molto esatta, ci fornisce qualche parola che nell'originale, essendo molto guasta la carta, pi non si distingue.

Don Cosimo
Gran Duca di Toscana etc.

Mag.co nostro Dilett.mo

L'eminenza della vostra dottrina et della valorosa vostra suffizienza, accompagnata da singolar bont nelle matematiche et nella filosofa, et l'ossequentissima affezzione, vassallaggio, et servit che ci havete dimostra sempre, ci hanno fatto desiderare di havervi appresso di noi; et voi a rincontro ci havete fatto sempre dire che, ripatriandovi, havereste ricevuto per sodisfazione et grazia grandissima di poter venire a servirci del continuo, non solo di Primario Matematico del nostro Studio di Pisa, ma di proprio Primario Matematico et Filosofo della nostra persona: onde, essendoci risoluti di havervi qua, vi habbiamo eletto et deputato per Primario Matematico del suddetto nostro Studio, et per proprio nostro Primario Matematico et Filosofo; et come a tale habbiamo comandato et comandiamo a chiunque s'appartiene de'nostri Ministri, che vi diano provisione et stipendio di mille scudi, moneta fiorentina, per ciascun anno, da cominciarvisi a pagare dal d che arriverete qui in Firenze per servirci, sodisfacendovisi ogni semestre la rata, et senza obligo d'habitare in Pisa, n di leggervi, se non honorariamente, quando piacesse a voi, o ve lo comettessimo espressa et estraordinariamente noi, per nostro gusto o di Principi o Signori forastieri che venissino; risedendo voi per l'ordinario qui in Firenze, et proseguendo le perfezzioni de'vostri studii et delle vostre fatiche, con obligazion per di venir da noi dovunque saremo, anche fuor di Firenze, sempre che vi chiameremo. Et il Signore Iddio vi conservi et contenti.

Di Firenze, li X Luglio 1610.

Il Granduca di Tosc.a
Sig.e Galileo.

Fuori: Al Mag.co Mess. Galileo Galilei,
nostro dilett.mo
Padova.



360.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.
Praga, 12 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 65-66. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Non risposi alla cortesissima lettera di V. S. delli 24 del passato per carestia di tempo, riducendomi il luned (che parte l'ordinario per Italia) tardi ascrivere. Hora con questa supplir in qualche parte.
Imprimis, che quello che le ho scritto del Magino et suoi seguaci sia vero, lo torno a confirmare, n occorre dubitarne un pelo, et m'obligo sempre di verificarlo con le loro medesime lettere. Et haveano fatta una fattione s gagliarda, prima partisse il Zugmesser per Vienna con il suo padrone, che havevano infettata tutta Corte; ma per gratia del Signore Iddio et merc della verit, sono restati chiariti, almeno si vanno chiarendo poco a poco. Il povero Chepplero non poteva pi resistere a queste oppositioni, che le venivano fatte con le lettere di Bologna, con le quale pretendevano che V. S. fosse partita da Bologna confusa et convinta, cantando gi il triomfo costoro, come che appoggiati in una sententia diffinitiva dell'Universit di Bologna.
S. M.t Cesarea  stata cagione, che il progresso fatto dagli avversarii sia andato calando, perch S. M.t si chiama contentissima et sodisfattissima.
Come torna il Zugmesser da Vienna, non mancher di ingegnarmi di farlo capace, con quello ch'ella mi ha scritto della contesa con il Capra.
Torno a S. M.t Due o tre settimane sono il S.r Ammorale Taxis ricev da Venetia dal S.r Ferdinando, suo parente, un paro di occhiali, de'quali S. M.t disse che restava sodisfattissima, come ho detto di sopra. Hora, hieri il medesimo Taxis n'ebbe un altro per l'ordinario, insieme con lo stromento fatto dall'istesso maestro che serve a V. S. Questo fu portato hieri a S. M.t al tardi; ma perch sopragionsero negozii aromatici per la venuta di questo Duca di Brunsvich, venuto per le poste in 26 hore da Vienna, per non so ancora come sia riuscito. Il Sig.re Tassis, stato da me questa mattina, mi ha detto di havere scritto che il penultimo occhiale sodisfa meglio a S. M.t che l'ultimo. Ma truovandosi da me l'antiquario di S. M. t, et con la quale ogni giorno parla, rispose che S. S.ria non haveva bene inteso, perch S. M.t hieri sera a un'hora di notte non l'haveva ancora pruovato; et che questo havere mal inteso nasceva da un equivoco, che il cameriere haveva fatto per non sapere di quell'occhiale venuto hieri, ma di quell'altro, pure del Tassis, che ho mentionato di sopra, et di un altro mandato otto giorni fa da Venetia a un cameriere di S. M.t Ma spero avanti sera sapere se S. M.t n'haver fatto la pruova di questo ultimo, et se supera di bont quell'altro, mandato 3 settimane sono, al quale S. M.t fece uguagliare la concavit di una banda d'un occhiale con buon successo.
Il non havere havuta risposta dal S.re Ottavio(811) ad una mia che gli scrissi cinque settimane sono, mi fa dubitare che sia andata a male insieme con quelle che scrissi a V. S. Et pure ne sto con grandissimo martello di quello gentil huomo, al quale porto singolarissima affettione: n minore  il desiderio che ho di consolarlo, s come credo di haverne quasi il potere.
Io ricevo molti favori da S. M.t, particolarmente per gli amici: ma, fra gli altri, stimo non poco che S. M.t mi ha fatto, et fa tuttavia, vedere bellissimi libri manuscritti di cose curiose, confidandomeli anco in mano le tre et 4 settimane. Appunto n'ho fatto copiare dal mio servitore questi giorni passati uno, che forsi darebbe gusto al molto R.do M.ro Pavolo, perch tratta di sympathia, antipathia et harmonia, venendo ad infiniti particolari.
Un baciamano a quegli amici, et un baciabocca a quegli meloni prelibati.

Di Praga, 12 di Luglio 1610.

Serv.re Aff.mo
M. Hasdale.

V. S. volti(812).
Io fui chiamato la settimana passata da S. M.t, ma non vi fu commodit di uscire de'ragionamenti fuori della materia per la quale io ero chiamato. Ma sar per la prima, desiderando sapere dalla sua propria la sodisfattione di S. M.t circa lo stromento.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Matematico di
Padova.



361.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze]
Padova, 16 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 49. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ho ricevuta la determinazione del Ser.mo G. D. nostro Signore(813), mandatami da V. S. Ill.ma, in esequuzione della quale procurer di spedirmi di qua quanto prima, per venirmene di cost a ridurmi in stato di quiete per i miei studii, et di negozio solamente per il servizio di loro A.ze S.me Ho anco, questo giorno, inteso dell'ordine dato a i SS.i Mannelli per lo sborso dei (di 200, e di tutto per hora desidero che da V. S. Ill.ma ne siano in mio nome rese grazie a S. A. S., sin che in breve presenzialmente in voce, et pi con li effetti di una devotissima et fedelissima servit in perpetuo, render a tanti favori quei ringraziamenti et quella maggior ricompensa, che dalla Bont divina sar conceduta alle mie piccole forze. Restando in tanto a V. S. Ill.ma perpetuamente obligato, con ogni reverenza gli bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicit.

Di Pad.a, li 16 di Luglio 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



362..

GIULIANO DE'MEDICI a GALILEO in Padova.
Praga, 19 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n. 41. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Non prima ho risposto alla cortesissima lettera di V. S. delli 28 di Giugno, per non haver potuto haver da me il Sig. Gleppero che due giorni sono, che li feci i baciamani di V. S. e gli detti quelle osservattioni mandatemi da lei(814), che li sono state carissime e ne la ringratia infinitamente, con molto accrescimento dell'amore e affezione sua verso V. S.: n mi maraviglio punto di quello che la mi dice intorno alla sua Epistola(815), perch mi pare che in tutte le cose sia cervello veloce e che stracorra assai. E sto con estremo desiderio aspettando l'occhiale di V. S.; il quale mettendo in un cassettino conforme alla lunghezza sua, potr far darlo al Sig. Montauti(816), il quale quando ci havesse difficolt, potr V. S. farlo dare da qualche altro, indiritto semplicemente a me, al maestro della posta di Venezia, che spedisce le lettere per qua, ch l'har benissimo, havendo molte volte per la medesima strada cassette d'olii, rinvolti grandi di libri e di drappi ancora, che so che eccedono di molto la grandezza dell'occhiale.
Intorno poi a quel che dica il volgo, io non ne resto punto maravigliato, perch so che le cose grandi non possono esser senza invidia, la quale serve poi a quelli stessi di gastigo quando restano chiariti, come doverr seguire delle cose di V. S., che havendo il testimonio del senso, sono appoggiate a inconcusso(817) fondamento; e mi rallegro pi tosto con V. S., ch tutte queste cose serviranno a far pi celebre il suo nome e raffinare la sua dottrina. E con pregarla a darmi segno di ricordarsi della nostra antica amicitia con qualche occasione dove io possa servirla, le bacio le mani, come la prego anco a fare in mio nome al gentilissimo Mons.or Gualdo. Che N. S. Iddio le conceda ogni contento.

Di Praga, li 19 di Luglio 1610.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
Giuliano Medici.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Honorandissimo,
Il Sig.or Galileo Galilei, Matematico nello Studio di Padova.
In Padova.



363...

ORSO D'ELCI a BELISARIO VINTA in Firenze.
Madrid, 22 luglio 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4941. - Autografa.

.... Il Sig.r Galileo Galilei, del quale V. S. Ill.ma mi fa mentione nella sua lettera de'23 di Maggio(818), non mi ha inviato quelle sue dimostrationi matematiche: et se egli in nessun tempo si varr del mezzo mio per farle vedere in questa Corte, io m'ingegner di farlo restar sodisfatto, et specialmente far che le veda et le consideri il S.r Contestabile et il Conte di Salinas, che sono i pi eruditi cavalieri che siano oggi qua....



364.

GALILEO a [COSIMO II, Granduca di Toscana, in Firenze].
Padova, 23 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 50. - Autografa.

Ser.mo Sig.re mio Sig.r Col.mo

Ancorch io sia in brevi giorni per poter presenzialmente far questo uffizio debito di congratulazione con V. A. S. per la nascita del S. Principe novello, tutta via quel gaudio universale et eccessivo che per la nuova del felicissimo parto ingombra i petti di tutti i suoi devotissimi vassalli, non ha potuto lasciarmi la lingua et la penna in silenzio, s che io non corra a dar segno all'A. V. S. dell'immensa allegrezza che ho sentita et sento per la grazia singolare conceduta dalla Divina Sapienza et Bont al suo fortunatissimo Stato, con l'assicurarlo doppiamente, e nella giovinezza dell'A. V. et nella succedente prole, di volergli continuare il pi soave et benigno governo, che in qualsivoglia pi avventurosa etade si sia ritrovato in terra. Perpetui dunque Sua Divina Maest nella felicit di V. A. S. la beatitudine terrena di tutti i suoi sudditi, tra i quali io devotissimo me gl'inchino, et humilissimo gli bacio la veste.

Di Pad.a, li 23 di Luglio 1610.
Di V. A. S.
Hum.mo et Dev.mo Servo et Vass.lo
Galileo Galilei.



365..

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Padova.
Firenze, 24 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 67. - Autografa.

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Dal S.r Dottor Sertini hebbi avviso, come V. S. Ecc.ma desiderava di vedere qualche poesia del Poeta Contadino(819); e perch allora mi pareva bene ch'ei facesse qualche canzone appartenente a cotesto Studio, indugiai a servirla, aspettando ch'il favor divino lo fecondasse di concetti ammirabili e degni di lei. L'occupationi ch'egli ha haute sono state tante, che in questa citt non ci poteva quasi vivere: tanto era importunato dalla copia di favori insoliti, che quasi l'havevano fatto sbalordire. Gli pareva, su questi caldi, inaridito per lui il fonte d'Elicona, che solamente gli pare di saper trovare tra i boschi e le fontane d'Arcidosso, donde per non si vuol partire, non ostante l'invito cortesissimo di questi Ser.mi Padroni, che l'hanno regalato di libri a sua volunt, di vestito per tutta la sua famiglia, e di quattro altre moggia di grano; e l'hospitalit liberalissima del S.r Gio. Bat.a(820) a pena l'ha potuto persuadere a ritornarci qualche volta, e lasciare per un poco di tempo quelle sue montagne, dove ei dice sentirsi pi favorito dalla Musa e dal cielo, s che quagi ha potuto compor poco. Hebbero forza non piccola di risvegliarlo l'allegrezze universali del nato Principe; onde la mattina subito fece l'inclusa canzonetta, con l'altra ode a Madama Ser.ma Le mando per hora queste due, col sonetto di partenza al S.r Gio. Bat.a(821), per essere l'ultime opere sue e non sapendo che parte scermi d'ottave in questo nuovo poema, essendovene in tanti luoghi delle ammirabili assolutamente, come dicon molti, e tutti se si riguarda al componitore. Se vorr altro, accenni, ch i cenni di V. S. Ecc.ma mi saranno in questa et in ogn'altra occasione, dove io habbia ventura di servirla, espressi comandamenti, gloriandomi di vivere obbligatissimo alla sua cortesia, et havendo particolare ambitione d'esser tenuto per servitor non discaro, e non inutile al tutto, di persona tanto ammirabile, s come per tale il S.r Gio. Bat.a ama et honora V. S. Ecc.ma, che con la felicit del suo divino ingegno honorando tanto questa patria nobilissima, fa stupire con la fama delle sue maraviglie tutt'Europa.
Baciole con devoto affetto la mano; e dalla divina Bont, per benefitio universale, per gloria sua e per contento di tanti suoi amici e servitori, le prego lunghezza di vita et ogni prosperit pi desiderabile.

Di Firenze, il d 24 di Luglio 1610.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo et Obblig.mo Ser.re
Gio. Ciampoli.

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



366..

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Padova.
Roma, 24 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 41. - Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

Ho ricevuto l'occhiale mandatomi da V. S., il quale mi par bonissimo, e spero che mi habbi a riuscire tuttavia meglio. Le ne rendo molte gratie e me le offero di core, acci che si vaglia di me con ogni sicurezza in tutte le sue occorrenze.
Con la prima commodit avvisar il Sig.or Cardinal Montalto de'particolari che si devono osservare intorno all'uso dell'occhiale; et io non mi lasciar scappare di mano quello che V. S. mi ha mandato ultimamente, perch lo voglio per me, chiedamelo pure qualunque si sia. Il Signor Iddio prosperi V. S.

Di Roma, li 24 di Luglio 1610.
Di V. S. Ill.
S.or Galileo Galilei.
Come fratello
Il Card. dal Monte.

Fuori: All'Ill. Sig.or
Il Sig.or Galileo Galilei.
Padoa.



367..

ALESSANDRO PERETTI DI MONTALTO a GALILEO in Padova.
Roma, 24 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 48.- Autografa la firma.

Molto Mag.co Sig.re

 vero ch'io disideravo molto d'havere uno de gli occhiali, onde vien comendata e celebrata tanto l'industria di V. S.: e per, essendosi ella compiaciuta mandarmene uno di bellezza e bont incomparabile, pu esser certa che mi  stato di singolar contento. La ringratio dunque della sua cortesia e gentilezza e dell'affettione che mi dimostra, alla quale corrispondo compitamente con ottima volont; e sempre che mi si offerisca opportunit di mostrargliela con effetti, il far con ogni prontezza. Intanto mi raccomando a lei di buon core. Dio, nostro Signore, la conservi e contenti.

Di Roma, alli 24 di Luglio 1610.
Al piacer di V. S.
S.r Galileo Galilei.
A. Car. Montalto.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.re
Il Sig.r Galileo Galilei.
Padova.



368..

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.
Bologna, 27 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 146. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone Oss.mo

Stavo con grandissimo desiderio che V. S. Ecc.ma, come gi mi signific in Padoa, venesse a Bologna, et mi sono andato trattenendo, ma non  ancora arrivata; onde nello passaggio suo desidero e goderla et servirla. Mi fu dunque l'altro giorno mostrato quella piccola operuzza di quello sciagurato di Martino Horchi, servitore del S.re Magino, et a penna hebbi patienza di legerla, et l'ho ancora apresso di me; et credami che sar tenuto per quello che veramente , cio uno solenne ignorante. E perch fra molte et ridicole raggioni, che non fanno a proposito, dice che una notte, in casa delli SS.ri Caprara, Gio. Ant.o Roffeni li fece vedere una stella duplicata, et esso non voleva confessarlo(822), sii come si voglia, voglio chiarire questo furfante et arrogante; et ho risoluto volere scrivere una lettera(823), a questo altro spatio, a V. S. Ecc.ma, nella quale voglio inserire molte cose, tolte di peso da authori et directe contro di lei senza proposito, et insieme mostrarli l'ignoranza sua, et all'occasione farli conoscere quelle parole: Et haec illis qui Galileo mihique favent et invident(824); la quale lettera desidero che sii stampata nella agiunta che lei mi significa dovere fare, ut cunctis inotescat: che se altrimente, non starei ad affaticarmi n tam poco a mandargliela. Sto dunque aspetando risposta, e me gli offero prontissimo in ogni occasione.

Bolog.a, il d 27 Luglio 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Se.re di cuore
Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo
Il Sig.re Galileo Galilei, Eminentiss.mo Letore nello Studio di
franca per Venetia.
Padoa.



369..

ROBERTO STROZZI a GALILEO in Padova.
Roma, 29 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n. 175. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il sig. Cardinale Montalto Ill.mo ha ricevuto il canone che V. S. si  compiaciuta mandarle, e ne ha havuto tanto gusto quanto immaginar si possa; et essendo in cocchio con S. S. Ill.ma, raggionassimo assai della persona di V. S. Io gli dissi parte e delle virt e delle qualit sue, per le quali mostr esso Signore desiderio di poterle fare qualche servitio. Io poi resto a V. S. tanto obligato che non potrei pi, poich ad instanza mia si  compiaciuta regalare questo Ill.mo Signore di cosa tanto segnalata. V. S. per commandi a me liberamente in quelle occasioni che mi conoscer buono, ch'io la servir sempre prontamente e volentieri. Et le bacio le mani.

Di Roma, ad 29 Luglio 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re di core
Roberto Strozzi.

Fuori: Al molt'Illustre et Ecc.mo Sig.r mio [... ]mo
Il Sig.r Dottor Galileo de'Galilei.
Venetia per Padova.



370.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Padova, 30 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Par. VI, T. V, car. 42 - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Sar questa solo per far reverenza a V. S. Ill.ma, et significarli come per diverse occupazioni, et tra le altre per la gravissima et finalmente mortale infirmit del mio povero Alessandro(825), non sono potuto ancora andare a Venezia, dove ander doman l'altro, et spedito di l m'incaminer a cotesta volta: ma prima gli scriver ancora, et la supplicher a impetrarmi da loro A. S.me una lettiga da Bologna a Firenze, sendomi impossibile il cavalcar per s lunga et malagevole strada.
Ho cominciato il d 25 stante a rivedere Giove orientale mattutino, con la sua schiera de'Pianeti Medicei, et pi ho scoperto un'altra stravagantissima meraviglia(826), la quale desidero che sia saputa da loro A.ze et da V. S., tenendola per occulta, sin che nell'opera che ristamper sia da me publicata: ma ne ho voluto dar conto a loro A.ze Ser.me, acci se altri l'incontrasse, sappine che niuno la ha osservata avanti di me; se ben tengo per fermo che niuno la vedr se non dopo che ne l'haver fatto avvertito. Questo , che la stella di Saturno non  una sola, ma un composto di 3, le quali quasi si toccano, n mai tra di loro si muovono o mutano; et sono poste in fila secondo la lunghezza del zodiaco, essendo quella di mezzo circa 3 volte maggiore delle altre 2 laterali: et stanno situate in questa forma [vedi figura 370.gif], s come quanto prima far vedere a loro A.ze, essendo in questo autunno per haver bellissima comodit di osservare le cose celesti con i pianeti tutti sopra l'orizzonte.
Non occuper pi V. S. Ill.ma; et baciandoli con ogni reverenza le mani, la supplico ad inchinarsi humilmente in mio nome a loro A.ze Ser.me Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 30 di Luglio 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



371..

ODOARDO FARNESE a GALILEO in Padova.
Roma, 6 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 45.- Autografa la firma.

Molto Mag.co Sig.re

Il desiderio ch'io tenevo d'uno de gli occhiali inventati da V. S., et la prontezza con la quale ella si  mossa a compiacermene, possono renderla persuasa del molto obligo ch'io riconosco alla cortesia sua di quello che mi ha mandato. Tuttavia serviranno anco le presenti righe per un testimonio del mio riconoscimento, et insieme della particolarissima stima ch'io faccio della persona et valore suo, a fin ch'ella habbia da fare capitale de i meriti che tiene meco et del prontissimo desiderio mio verso di lei, in ogni occorrenza, come di cuore ne la prego. Et il Signore Dio la prosperi

Di Roma, li 6 d'Agosto 1610.

S.re Galileo Galilei.
Tutto di V. S.
Il Car. Farnese.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r
Il S.r Galileo Galilei.
Padova.



372.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.
Firenze, 7 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 69-71. - Autografa. A car.71t., accanto all'indirizzo, si legge, di mano di GALILEO: "S. Sertini: parla del Sizii".

Molto Ill.re ed Ecc.mo mio Sig.re

I parenti s'hanno quali la ventura gli d, gl'amici quali l'huomo se li sa scerre: per non posso far altro di questo mio(827), il quale  un pezo che io mi accorsi che haveva preso troppo della qualit franzese. Ho volsuto ch'e'vegga la lettera che V. S. ultimamente mi ha scritto, ci  il capo dove ella mi tratta di lui, e gliel'ho fatta mostrare da uno amico suo, ma che non approva questo modo di fare, e pi presto crede, s come ed io ancora, che corra un gran risico di farsi scorgere per uno scimunito. Egli l'ha havuto forte per male; e mi ha mandato a dire che bene  vero ch'egli ha havuto opinione contro allo scritto da V. S., ma che sin ora l'ha tenuta in s, ma che ora vuole scrivere, o per me'dire, havendo scritto, lo vuol fare stampare: cosa che  pi giorni che io ho inteso ch'egli ha fatto, perch intendo che un frate di S. Trinita e lui, o lui solo (basta che il frate interviene), ha composto un libretto, dove e'vuole ch'e'sieno reflessi, e di gi l'ha mandato cost a Venezia perch si stampi(828). V. S. potrebbe forse trovarlo. Bisogna ch'e'sia una solennissima coglioneria, perch delle matematiche e'non ne sa, dice il mio fratello, e senz'esse io, bench non intenda, me ne rido. L'amico, che gli lesse la lettera, mi ha riferito ch'egli si maravigli molto che V. S. havesse notizia di questo trattamento tra lui e l'Orco(829), e finalmente cominci a dolersi del Magini, dicendo ch'egli l'haveva tradito e presuponendo che V. S. da lui ne havesse havuto notizia, dicendo in oltre che anche esso Magini era consapevole e consenziente ad ogni cosa e che ne haveva lettere, e che poi ch'egli haveva scoperto lui, egli ancora voleva palesarlo(830): al che gli fu risposto che non poteva essere che 'l Magini havesse fatto tal cosa, poi che per mille vie si era volsuto giustificare con V. S. Ora cos  passato il negozio: il tutto serva per avviso; e se V. S. vuole far sapere al Magini questa cosa e mostrarli anche questa lettera, a me non rilieva: mi sa male ch'ell'abbia a far con fanciulli. Et de his hactenus.
Il Sig.r Buonarruoti le bacia le mani e le manda l'alligata composizione(831), pregandola che vuoglia migliorarla dove le paia che ne sia capace, e che le piaccia aggradire la buona volont di servirla. Credo, anzi son certo, che le piacer. E perch V. S. disse di volere stampare, ogn'uno ne ha paura, ed egli ancora non vorrebbe il suo nome in istampa, ma come il Sig.r Piero de'Bardi(832), havendosi a stampare, si contenterebbe che si dicesse: dell'Impastato, Accademico della Crusca.
V. S. non mi ha mai detto cosa alcuna dello stampare: forse vuole indugiare, per vedere quello che hanno in corpo tutti questi che scrivono o vogliono scrivere, per poter rispondere a tutti ad un tratto; e mi piace, s per la minor briga, non havendo a fare tanti trattati o leggende, ma una sola, s ancora perch V. S. pu rispondere a tutti senza menzionar nissuno, e non entrare in altro che ne'meri termini della cosa, il che a me piace estremamente, e credo che sia la vera.
V. S. har havuto un sonetto del Sig.r Niccolo Arrighetti(833), che io l'inviai la settimana passata: credo le sar piaciuto. Non ho visto ancora il padre Claudio(834): non mancher farle i ringraziamenti. Qua  rinfrescato assai, e se cos fossi seguito cost, l'aspetterei di certo; se no, piova quanto prima, perch una volta co'l bicchiere in mano leviamo un gran croscio di risa contro l'invidia delli ignoranti e maligni e le loro coglionerie.
Il Sig.r Andrea(835) va facendo, e dice che non sa perch Venere abbia eletto il suo cervello per campo da combattere contro Apollo, poich appena mancato un rigiro, ne vien un altro: ma le stanze si finiranno in ogni modo. Non le scrivo altro.  aspettata con desiderio. Dio la guardi.

Di Fir.e, il d 7 di Ag.o 1610.
Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma
Ser.e Aff.mo
Aless.o Sertini.

Padron mio, l'avvisarmi del nuovo scoprimento senza dirmi che,  stato appunto un farmene venir voglia e piantarmi quivi.

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo mio Sig.re
Il Sig.r Galileo Galilei, in
Padova.



373.

FRANCESCO SIZZI a GIOVANNI DE'MEDICI [in Pisa].
Firenze, 7 agosto 1610.

Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 205.



374.

GIOVANNI KEPLER a GALILEO [in Padova].
Praga, 9 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 85-86. - Autografa. Le car. 87-88 del medesimo Tomo contengono copia, di mano di GALILEO, della lettera stessa; probabilmente preparata per la stampa che questi disegnava di farne. Questa copia presenta alcune varianti, che registriamo appi di pagina con la iniziale G.

S. P. D.

Excellentissime D. Galilaee, amice colende,

Accepi ab. Ill.mo Oratore M.i Ducis Hetruriae continuationem tuarum observationum circa Medicaea Sidera(836). Magno me desiderio incendisti videndi tui instrumenti, ut tandem iisdem tecum potiar caelestibus spectaculis. Nam quae hic habemus ocularia, quae optima, decuplant diametrum; caetera vix triplicant; ad vigecuplum meum unum pervenit, sed debili et maligna luce. Causa me non latet, et video ut clarificari possint; sed sumptus subterfugimus. Nullo ex iis, quae hactenus videro potui, stellae minutae deteguntur, uno excepto quod ipse construxi: id non maiorem tripla diametrum facit, aut summum quadrupla. Stellas tamen Viae Lacteae plurimas distinctissime exhibet; mirum, cum in hunc usum formatum sit, ut illuderet spectatori. Causa est claritatis, quia copiosissimam admittit lucem: nec enim, ut caeteris, limbus lentis convexae tegitur, tota lens patet; itaque et in(837) latam regionem visus excurrit, et facile quae quaero assequor.
Proximo interlunio Martem matutinum sum contemplatus. Aliquot minutas vidi(838), sed non in longitudinem zodiaci dispositas: puto accensendas lino Piscium. Iovem nondum per id aspexi(839). Caetera, ut quodque melius, et praesertim quod vigecuplat, paulatim mihi detegunt lunae faciem; satis enim illa luminis habet, etiam cum per tenuissimas rimas inspicitur. Video igitur dispositionem macularum accurate; video in media sectione primae quadrae promontoria duo lucida; video paulatim et vitri glacialis speciem. Die S. Iacobi, ut et ante duos menses, notavi in imo cornu nodum lucidum, divisum et a cornu supra et ab extremo lucis acumine ad ortum. Quos dicimus oculos, soleo comparare quadrupedi in pastum aut praedam ruenti, rictu et pedibus primoribus; idque est sinister oculus e regione nostri dextri. Haec effigies cum gena dextra, latissima macula, connectitur flexuoso maculae ductu, qui quamproxime Graecorum X repraesentat in typis Henrici Stephani. In gena ipsa sex distinctas numero lucidas insulas in recta transversa versus os.
Dum haec scribo, in manus meas venit importuna charta hominis Bohemi, Mutinae excusa(840). Miram adolescentis temeritatem, qui mussantibus omnibus indigenis doctis, ipse, peregrinus et imperitus, solus obloquitur, re nondum comperta. Credo, ut histrionibus persona, sic ei novitas et obscuritas nominis audaciam addidit. An habes tu fortassis aemulos Italos, qui conduxerunt operam peregrini, ut meam Germani Dissertationem invidiosam petulantia Bohemi ulciscerentur? Indignae paginae in quibus tempus teras; sed tamen, quia mea epistola abutitur, statui rationem tibi quodammodo reddere facti alieni.
Noscere me cepit Pragae, anni sunt aliquot. Superiori Ianuario, cum opera mea indigeret, literis Bononia missis fores amicitiae meae pulsare cepit: vix tandem agnovi quis esset. Cepi de novo favere homini, quod studiosus esset literarum et mei. Ut primum intellexi ex eius literis, esse tibi obtrectatores, ipsum vero sequi studia vulgi, gnarus quam ea novis obstent inventis, properavi ad te scribere, si forte praeriperem occasiones. Ad ipsum exemplar Epistolae(841) misi impressae, ut ex ea disceret vel sapere vel certe epchein. Quid vero is ea fecerit, vides: amicitiam hanc, inquam, vix dum spirare visam obscurissime, nece famosissima iugulavit(842).
Arcanum hoc effert, scilicet: revocatum te a me ad principia tuarum observationum? Scilicet, non ipse hoc in praefatione dixeram: hoc coniectore, aut proditore, opus fuit? At non ideo recensui quid simile antea fuerit observatum, ut ipse obtrectaret, sed ut caeteri crederent plurium testimonio, et ut epistola mea fuco careret, ingenuitate sua lucrifaciens aemulos et pertinaces. Saepe irati satiantur exigua, exosi multa; at non ille: quin exprobrat, iactat, insultat, auget. Si quid te habere dixi meorum simile circa maculas lunae, at et plura habere te dixi, nec mutuatum dixi: temeritatis esset hoc certo affirmare in illa publica epistola: saepe diversis ad eundem scopum convenitur viis. Si me credit obiter aliquid innuere voluisse, ne quaeso oscitasse putet, qui neglexerim id aperte dicere: me mihi relinquat. Ego non existimo cuiquam licere in quoquam aliena recognoscere, nisi qui etiam peculiaria, nova, rara, pulchra, quae invenit, agnoscere, capere et discernere aptus est.
Sed nihil magis me pungit, quam quod laudibus me effert, sputum hominis. Contumeliam mihi infert, quicunque laudem crimini quaerit ex mea qualicunque fama.
Dubitationem mihi impingit ex eo, quod salvum volui cuiuscumque iudicium. O vanum argumentum! Quod ego perpendo, tu non perpendis: possum et ego credere, et tibi non credenti ignoscere. Sed dogmata propria subiicio examini? Quid vero haec ad fidem habitam alieno affirmato? Exaggeravi scelus, si pro veris ficta tradidisses. Hoc ille vult impugnari fidem Nuncii. At haec quidem vix est. Ego fidem Nuncio astruo. Certamen hoc virtutis est cum vitio: ego, ut bonus vir, de Galilaei affirmatis iudico, non cadere in illum tantam nequitiam; ille, nullo adhuc gustu honestatis, eoque illam susque(843) deque habens, cadere affirmat, ex suo forte ingenio caeteros aestimans. Esto ut deceptus sim (quod absit). Ego, mea credulitate bonus, facto miser habebor; ipse, eventu foelix, calliditate pessimus. Quia haec via iuris est, ut quilibet praesumatur bonus, dum contrarium non probetur: quanto magis si circumstantiae fidem fecerint? Et vero non problema philosophicum, sed quaestio iuridica facti est, an studio Galilaeus orbem deluserit. Hanc mihi quaestionem placuit initio tractare, cum quia vestibulum obsidebat, tum quia tam multi erant, qui malebant credere te fallere, quam rem novam detegi.
Rationes vero me et argumentationes invictissimas contra hunc Nuncium protulisse? Hoccine bonae indolis indicium, amici(844) et benefactoris intentum, pervertere? Et ubi artes inversionum? Cur non probat quod dixit? Cur non recenset illa argumenta, ut omnes videant, pessima fide dictum? Extat epistola mea; illa loquatur. Passim per illam lusus interspersi, hoc(845) consilio, ut irrisores risu praevenirem in traditione rei novae et in vulgus absurdae. Si quis forte, parum attentus, ex his lusibus ansam sumit dubitandi de mea sententia, hic certe scurra ex eorum numero non est, qui ex privatis meis literis satis quid tenerem fuit edoctus.
Haec sunt, Galilaee, quae me mordent; reliqua rideo. Nam punctus eius promiscuos, quibus me impetit, ut muscae alicuius aeque contemno. Nec sum adeo stupidus, ut movear authoritate vulgi negativa, aut a vulgi oscitantia et ineptitudine contra astronomi experientiam et dexteritatem ratiociner. Quid mirum, professores Academiarum promiscuos opponere sese inventioni rei novae in illa provincia, in qua rei tritissimae et apud omnes astronomos contestatissimae, parallaxium scilicet, extant oppugnatores loco eminentissimi, eruditionis fama celeberrimi? Neque enim celare te volo, complurium Italorum literas Pragam ferri, qui tuo perspicillo planetas illos a se videri pernegant. Ego quidem mecum ipse causas dispicio, cur tam multi negent, etiam qui perspicillum tractent; et si comparem ea quae mihi interdum eveniunt, video non esse impossibile ut unus videat quod non vident mille alii. Sic Varus ille ex Drepano prospexit classem e portu Chartaginis solventem, numeravitque naves; quod nemo tota Sicilia potuit. Saepe usuvenit, ut quae mihi prosunt perspicilla, ea non prosint alii, et quae caeteri laudant, ea ego de nebulis accusem. Ipse unus et idem, cum incipio contemplari, puro fruor aspectu; ubi aliquantum immoror, colores iridis oriuntur.
Igitur, etsi mecum nondum quicquam dubito, dolet tamen me tamdiu destitui testimoniis aliorum, ad fidem caeteris faciendam. Te, Galilaee, rogo, ut testes aliquos primo quoque tempore producas. Ex literis enim tuis ad diversos didici, tibi non deesse testes; sed neminem, praeter te, hoc referentem producere possum, quo famam epistolae meae defendam. In te uno recumbit tota observationis authoritas. Nisi forte placet tibi testimonium ab hoste; quod inter scribendum incidit. Fatetur, se(846) tuo instrumento die 24 Aprilis vidisse duos planetas circa Iovem, 25 Aprilis quatuor(847). Raptim produxi chartam tuam ad Ill.m Oratorem transmissam: et ecce tu quoque ad 24 Aprilis exhibes duos, ad 25 Aprilis quatuor planetas.
Invenit tamen ista sycophantia naeniam impudentissimam de reflexionibus, qua populum abduceret. Vulgus enim, opticarum rationum imperitum, aures libenter accommodat obtrectatori, ex opticis loquenti; quia inter caecum et videntem nescit distinguere, gaudetque qualibuscunque imperitiae suae tribunis. Quos si iubeas, adire scriptores opticos, in rem praesentem venire, libellum stultissimum ex seipso refellere, experieris eos malle, hoc authore, curvum dicere rectum, ut lascivire contra philosophiam possint, quam ut id laboris sibi sumant. Et imperabit sibi doctus aliquis, huius scientiae gnarus, ut papyrum perdat in refutandis his nugis? O sapientem Pythagoram, qui nulla re alia maiestatem philosophiae contineri censuit, quam silentio! Nunc quia iecisti aleam, Galilaee, vulgoque propalasti haec caelorum adyta, quid aliud restat, quam ut contemnas concitatos istos strepitus, gratumque stultis mercimonium, inscitiam, accepta contumelia loco precii, vendas? quippe vulgus contemptum philosophiae in se ipso ulciscitur perpetua ignorantia.
Licebit tibi tamen hanc epistolam publici iuris facere, si tua interesse putaveris: mea nihil interest, nec dignor hominem. Vale et rescribe.

Pragae, 9 Aug. 1610.
Ex. T.
Officiosiss.us
I. Keplerus,
S. C. M.tis Mathematicus.



375.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.
Praga, 9 agosto [1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 148-149. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Colend.mo

Come il Sig.r Zugmesser sia qui, non mancher di renderlo capace di quanto ella mi scrive nella sua. Mi pare che(848) egli habbia letta la risposta fatta da V. S. alli Capri, ma so bene che egli desiderava di vedere il loro libro, che dice non havere visto; et questo lo desidera grandemente, havendomene fatta istanza. Ho caro sapere quello particolare che V. S. nel suo libro non dice altrimenti, ch'egli havesse havuta quell'inventione dal Brahe(849).
Signor mio, una parentesi. Ho stretta amicitia con un figliuolo di Brahe et con la sorella del Brahe, matrona vecchia molto honorata, che scrive in matematica precipuamente, et traduce libri di latino in tedesco per suo gusto. Un altro figliuolo del Brahe si truova in Italia di presente. N'ho voluto avvisare V. S., se per sorte le occorresse qualche cosa con loro in detto genere.
Quanto poi a quella scrittura uscita da quel Bohemo, gi servitore del S.r Maggino, la va per manus, essendone qui un essemplare solo, mandato d'Italia al Velsero Augustano, tutto spagnuolo et poco amico de'Venetiani. Non ho vista ancora detta scrittura, ma la potr vedere. Non pensi V. S. che io habbia detto fuori di proposito che il Velsero sia tutto spagnuolo; perch gli Spagnuoli stimano, per ragione di stato essere necessario che il libro di V. S. si debba supprimere, come pernicioso alla religione, con il mantello della quale si fanno lecito di fare ogni poltronia per arrivare alla monarchia. Questa lega, ch' qui contro di V. S., non viene fabricata da altri che da loro et loro dependenti et adherenti, tra'quali il Residente di Lucca(850), cos bel cuius quanto mai habbia conosciuto, et per tale anco tenuto. Ci  poi un dottorello, che fa vita con detto Lucchese, che abbaia con gli altri, come i cagnuoli che sentono abbaiare i altri cani, perch egli, come anco il Lucchese, confessano non havere mai studiato matematica.
Io mi chiarir meglio, come V. S. m'accenna, di quelle lettere scritte da Bologna, se sono state scritte con participatione del S.r Magini. Ma mi pare che io facessi replicare 3 o 4 volte il Zugmesser, ch'il Magino era nominato tra gli altri che sottoscrivevano all'oppositioni di V. S.
Quel furfantello appunto mi ha chiarito con essere andato a servire il Capra.
Quanto al Chepplero, mangiammo l'altro giorno insieme, et volendolo accompagnare a casa, per havere io d'andare da un suo vicino, fui desviato altrove. Ma mi haveva comminciato a ragionare di V. S. et di questa opera del Bohemo, quale  figliuolo di un predicante luterano, come questa mattina uno mi ha detto. Io dopo havute le lettere di V. S., non ho havuta commodit di vedere detto S.r Chepplero, essendo venute un giorno pi tardi del solito; non prima di hoggi le ho havute: ma domani gli mostrer la lettera di V. S., et a lei(851) risposta per il prossimo, piacendo al Signore, come anco al mio patroncino et signor, il S.r Ottavio, la cui lettera ho baciata molte volte, come a me gratissima. Intanto prego V. S. a fare le mie scuse con S. S.ria, perch ho da scrivere fogli di carta.
Quanto all'ultimo occhiale, S. M.t dice ch' il migliore di quanti n'ha havuti, in rappresentare le cose grandi et da lontano; ma le pare che potrebbe essere pi chiaro. Questo  quello mandato dal Fucchero(852), ambasciatore. Non mancher di dire, con la prima occasione, di quelli fatti per mano di V. S., de'quali mi pare che l'Ambasciatore Toscano doveva darne uno(853), et questa mattina me ne son scordato di domandarne. Bacio le mani.

Di Praga, 9 d'Agosto.
Serv.re Aff.mo
M. Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Matematico di
Padova.



376.

[GIOVANNI KEPLER a MARTINO HORKY in Milano].
[Praga], 9 agosto 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 35.- Copia di mano sincrona.

.... Tuam Peregrinationem ex concessu D. Mathei Welseri nactus, legi. Etsi igitur candoris mei famam iuxta tuam amicitiam tueri non possum, eoque nuncium tibi remitto, patria tamen tui causa, et quia ne hosti quidem alicuius mali causa esse velim, duo tibi significo, tertium admoneo. Primum est, quod epistolam ad Galilaeum scripsi, qualem te meruisse aestimare potes, eique potestatem feci, si velit, publice imprimendi(854). Alterum, quod conditio tui parentis(855) nota sit secretario Regis Hispaniarum Oratoris, et ex eius relatu caeteris Italis qui hic sunt; adfui enim cum recenseret illis: videris igitur tu, an iis in partibus tibi haec notitia sit incommodatura, nisi forte omnes Sancti consilium tibi suppeditaverint pericula ista praeveniendi. Tertium: pater, non minus quam ego, imo multo maxime, pro te est sollicitus; quanto magis, si sciret de tua Peregrinatione et mea invectiva! Eius paternum consilium si vis sequi, primo quoque die te ex illis locis proripies, utcunque poteris. Vale.

9 Augusti, 1610.

Quem nosti.



377...

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.
Bologna, 16 agosto 1610.

Autografoteca Morrison in Londra. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio,

Resto con molto obligho a V. S. Ecc.ma della gratiosa sua lettera, datami negligentemente dallo coriero; et doppo il poterli non rispondere, ho inteso il contenuto di essa et con prudenza, ch da sugetto tale altro non si pu sperare, godendo infinitamente che sii per venirsene presto, et di gi forsi per strada: onde la godremo, et rimeter a lei quanto gi le scrissi, havendo quasi fornita l'Epistola(856). Et con questa occasione gli offero la casa mia, pregandola a volersene valere in questo passaggio, et ancora in altre occasione, ch riputeromi favore segnalato che cos povere mura fossero degne di ricevere cos honorato et eminente sogetto: che se altrimente, a nome del S.r Magini l'invito parimenti a casa sua, et ha imposto a me con grandissima instanza il fare simil offitio seco; il che esseguisco con quello affetto possibile, pregandola che ne favorisca uno di noi et non altro, perch non haver forsi servitori che tanto bramino d'honorarlo et servirlo quanto noi. Et perch non mi  concesso il scriver pi alla longa, fornisco, et me le raccomando in gratia.

Di Bologna, a d 16 Ag.o 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re di cuore
Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re P.rone mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Eminentiss.o Letore nello Studio di
franca per Venetia.
Padoa.



378.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.
Praga, 17 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 72. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Colend.mo

Con tutto che io non sappia dove questa mia sia per ritruovare V. S., nondimeno non voglio tralasciare di scrivere queste 4 righe.
Il Zugmesser sar qui questa settimana: far con lui, et se non baster, con l'istesso Elettore, quale so che haver caro di leggere le lettere di V. S., piene di modestia et humanit, da confundere Sciti et Tartari, non che barbari Germanici.
Ho fatto venire il sapore alla bocca, non meno che colera al fiele, a C.(857) con quel capitolo, che il Cardinale Borghese gli havea levato dalle mani quell'occhiale fatto di mani sue. S. M.t ha prorotto in queste parole: "In somma, questi preti vogliono ogni cosa". Mi ha dato ordine di scrivere a V. S. a nome suo; ma mi son scusato con dire, ch'ella havea scritto al S.r Ambasciatore di Toscana, che al sicuro harebbe mandato un al doppio pi perfetto di quello che ha havuto Borghese. Vedendo che S. M.t non s'acquietava, l'ho fermata finalmente con dire, che ella a posta era stata chiamata a Fiorenza dal G. D. per farne qualche numero, da mandare a varii prencipi.
Ho fatto vedere al S.r Chepplero quello che V. S. scrive et al S.r Ambasciatore et a me. In parte ha supplito con l'ordinario passato, in parte mi ha promesso di supplire questa sera con una altra lettera, se per il vino, che habbiamo bevuto insieme a pranzo, non gli fa mettere la testa sul capezzale. Si ha havuto ad impazzire ad intendere quella cifer(858). Caro Signore, non ci tenga cos a bada, havendo cos segnalati malevadori contro chi volesse arrogarsi lo scoprimento di quella cos grande maraveglia, maggiore della prima, ci  de'Pianeti.
V. S. mi creda, che oltre che ho il cervello fuori di gangani (come si dice a Roma) per troppa crapula, scrivo questa in fretta grandissima. Le bacio le mani, pregandola a conservarmi suo, come son in effetto.

Di Praga, alli XVII di Agosto 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.te
Serv.re Aff.mo
M. Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re Oss.mo
Il Sig.r Galileo Gallilei, Matematico di
Padova.



379.

GALILEO a GIOVANNI KEPLER [in Praga].
Padova, 19 agosto 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10702, car. 65-66. - Autografa.

S. P. D.

Binas tuas epistolas, eruditissime Kepleri, accepi: priori, iam abs te iuris publici factae, in altera mearum observationum editione respondebo; interim gratias ago, quod tu primus ac fere solus, re minime inspecta, quae tua est ingenuitas atque ingenii sublimitas, meis assertionibus integram fidem praebueris: secundae, ac mox a me receptae, responsum dabo brevissimum; paucissimae enim supersunt ad scribendum horae.
Primo autem significas, perspicilla nonnulla apud te esse; verum non eius praestantiae, ut obiecta remotissima, maxima atque clarissima repraesentent, ob idque meum te expectare. Verum excellentissimum quod apud me est, quodve spectra plusquam millies multiplicat, meum amplius non est: ipsum enim a me petiit Serenissimus Hetruriae Magnus Dux, ut in tribuna sua condat ibique, inter insigniora ac preciosiora, in perennem facti memoriam custodiat. Paris excellentiae nullum aliud construxi; praxis enim est valde laboriosa: verum machinas nonnullas ad illa configuranda atque expolienda excogitavi, quae hic construere nolui, cum exportari non possent Florentiam, ubi in posterum mea futura est sedes. Ibi quam primum conficiam, et amicis mittam. Ex tuis adnotatis in [vedi figura luna2.gif] coniicio, tuum perspicillum mediocris tantum esse efficaciae, ob idque ad planetas conspiciendos forte minime idoneum; quos quidem planetas a XXV Iulii iam cum [vedi figura giove.gif]e matutinos orientales pluries conspexi, atque adnotavi.
Ex caelo denique descendis ad Orcum, ad Boemum scilicet illum, cuius tanta, uti vidisti, est audacia, stultitia et ignorantia, ut absque nominis illius gloria de eo verba proferre, vel etiam iniuriosa, minime possimus. Lateat igitur apud Orcum, totiusque pariter vulgi contumelias susque deque faciamus; namque contra Iovem nec gigantes, nedum pigmei. Stet Iuppiter in caelo, et oblatrent sicophantae, quantum volunt.
Petis, carissime Keplere, alios testes. Magnum Hetruriae Ducem produco, qui, cum superioribus mensibus Planetas Mediceos mecum saepius observasset Pisis, in meo discessu munus pretii plusquam aureorum mille dedit, modoque in patriam me convocat, cum stipendio pariter aureorum mille in singulis annis, cumque titulo Phylosophi ac Mathematici Celsitudinis suae, nullo insuper onere imposito, sed tranquillissimo ocio largito, quo meos libros perficiam mechanicorum, constitutionis universi, nec non motus localis, tum naturalis tum violenti(859), cuius sinthomata complurima, inaudita et admiranda, geometrice demonstro. Me ipsum produco, qui, in hoc Gimnasio stipendio insigni florenorum 1000 decoratus, et quale mathematicarum professor nullus habuit unquam, et quo tuto, dum viverem, frui possem, etiam illudentibus planetis et effugientibus, discedo tamen, et eo me confero, ubi illusionis meae poenas inopiae atque dedecoris luerem. Iulium, fratrem Iuliani Illustrissimi Oratoris Magni Ducis, exibeo, qui Pisis cum multis aliis aulicis pluries Planetas observavit. Verum, si estat(860) adversarius meus, quid amplius egemus testibus? Pisis, mi Keplere, Florentiae, Bononiae, Venetiis, Paduae, complurimi viderunt; silent omnes et haesitant: maxima enim pars, nec Iovem aut Martem, vix saltem lunam, ut planetam dignoscunt. Quidam Venetiis contra me obloquebatur, iactitans se certo scire, stellas meas, circa Iovem a se pluries observatas, planetas non esse, ex eo quod illas semper cum Iove spectabat, ipsumque aut omnes aut para modo sequebantur, praeibant modo. Quid igitur agendum? cum Democrito aut cum Heraclito standum? Volo, mi Keplere, ut rideamus insignem vulgi stultitiam. Quid dices de primariis huius Gimnasii philosophis, qui, aspidis pertinacia repleti, nunquam, licet me ultro dedita opera millies offerente, nec Planetas, nec [vedi figura luna2.gif], nec perspicillum, videre voluerunt? Verum ut ille aures, sic isti oculos, contra veritatis lucem obturarunt. Magna sunt haec, nullam tamen mihi inferunt admirationem. Putat enim hoc hominum genus, philosophiam esse librum quendam velut Eneida et Odissea; vera autem non in mundo aut in natura, sed in confrontatione textuum (utor illorum verbis), esse quaerenda. Cur tecum diu ridere non possum? quos ederes cachinnos, Keplere humanissime, si audires, quae contra me, coram Magno Duce, Pisis a philosopho illius Gymnasii primario prolata fuerunt, dum argumentis logicalibus, tanquam magicis praecantationibus, novos planetas e caelo divellere et avocare contenderet? Verum instat nox, tecum esse amplius mihi non licet. Vale, Vir eruditissime, et me, ut soles, ama.

Paduae, 19 Augusti 1610.
Excell.ae tuae
Stud.mus
Galileus Galileus
M. D. Hetr.ae Phyl.us et Mat.cus



380.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO [in Padova].
Bologna, 19 agosto 1610.

Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 11, 193-200 [Edizione Nazionale].



381...

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.
Firenze, 19 agosto 1610.

Autografoteca Morrison in Londra. - Autografa.

Illustre Sig.r mio Oss.mo

Nell'inclusa copia d'un articolo di lettera del S.r Cont'Orso d'Elci, Ambasciatore del Gran Duca mio Signore in Corte Cattolica(861), la sentir et conoscer l'accurata commissione che S. A. gli haveva dato, intorno alle dimostrazioni matematiche et ad ogn'altra cosa che V. S. gli havesse inviato et raccomandato; et hora mai saremo a tempo a ragionar qui di quel che la voglia inviare, non solo a quella, ma anche all'altre Corti. Et quando la vorr che s'invii lettica a Bologna, la ce l'avviser per tempo: et di me disponga in tutti i conti. Et li bacio le mani.

Da Firenze, li 19 Agosto1610.
Di V. S. Ill.ma
S.r Galileo Galilei.
Serv.re Aff.o
Belis.o Vinta.

Fuori: all'Ill.re Sig.r mio Oss.mo
Il Sig. Galileo Galilei.
Venezia per Padova.

382.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].
Padova, 20 agosto1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 51. - Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Sono hor mai, per la Dio grazia, vicinissimo all'essermi sviluppato di mille e mille intrighi, li quali era necessario che avanti la mia partita di qua fussero sciolti et spediti. La prossima settimana invier miei arnesi a Venezia per consegnarli al condottore, et il primo o secondo di 7mbre, piacendo al Signore, mi metter in viaggio per cotesta volta, et in carrozza mi condurr sino a Bologna; il resto del cammino, non comportando la mia indisposizione che io lo possa fare per s lunga e faticosa strada a cavallo, supplico V. S. Ill.ma ad impetrarmi dal Ser.mo nostro Signore tanto favore et honore, che io possa farlo in una delle sue lettighe, s come pi altre volte ho fatto: di che a S. A. S. et a V. S. Ill.ma terr obligo particolare. Sono per arrivare a Bologna alli 5 di Settembre, dove allogger col S. Magini, Matematico di quello Studio, convenendomi trattar seco di molti particolari scrittimi da diverse parti d'Europa sopra li nuovi pianeti, li quali hanno promossa tra gl'huomini tanta confusione, ma tutto in fine, per grazia divina, a esaltazione et a grandezza di un tanto scoprimento. Sguito di fare le loro osservazioni, vedendosi adesso nell'aurora benissimo.
Otto giorni sono ricevei da i SS.i Mannelli li S.i 200, dei quali rendo infinite grazie al Ser.mo G. D.; et saranno impiegati nella nuova impressione, per farla di maest proporzionata alla materia et alla dedicazione. Restami il ringraziarne parimente V. S. Ill.ma, et non di questo solo, ma di tanti altri favori, per i quali gli viver sempre obligato et pronto ad ogni suo comandamento. Con che, reverente gli bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego il colmo di felicit.

Di Pad.a, li 20 di Agosto 1610.
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Oblig.mo
Galileo Galilei.



383..

GIO. CAMILLO GLORIOSI
ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA [in Venezia].
Venezia, 20 agosto 1610.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata: Lettere di fuori. 1601-1602. Riformatori dello Studio di Padova, n. 168. - Autografa la firma.

Ill.mi et Ecc.mi SS. Riformatori,

Sono quattro anni che mi trattengo in Venetia, aspettando l'occasione di servire questa Serenissima Repubblica nel carrico della lettura delle Mathematiche, e gi mi son fatto intendere dall'Ill.mo S.r Andrea Moresini e dagli altri Ill.mi SS. Riformatori antepassati, addimandando loro la concorrenza nello Studio di Padova, overo d'introdur questa lettura publica in Venetia: per la prima mi risposero, esserci parte in contrario di non potersi dare la concorrenza nelle Mathematiche; per la seconda, neanco, per non essere in uso, e che non potevano innovar cosa nessuna: per lo che cessai dall'impresa. Hora, essendo venuta l'occasione che vachi la lettura delle Mathematiche nello Studio di Padova per la partenza del Sig.r Galileo, vengo con l'istesso affetto ad offerirmi di servirli in detto carrico, offerendomi ancora ad ogni pruova con qualsivoglia concorrente, s come commanderanno le SS.rie VV. Ill.me et Eccell.me, alle quali humilmente faccio riverenza.

In Venetia, a 20 Agosto 1610.
Delle SS. VV. Ill.me et Eccell.me

Serv.re Humiliss.mo
Il Dottor Gio. Camillo Gloriosi.



384..

GIULIANO DE'MEDICI a [GALILEO in Padova].
Praga, 23 agosto 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n. 46. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Honorand.mo

Ho salvato appresso di me il polizino mandatomi da V. S. con le lettere trasposte, con haverne dato copia ad alcuni et in particolare al Sig. Glepero; il quale si consuma di sapere che cosa sia(862), e va inmaginandosi mille cose, e dice di non saper quietar l'animo: e la lettera di V. S.  ita in mano a S. M.t Cesarea, s come V. S. doverr sentire dal Sig.r Asdalio, con alcuni altri particolari. Al quale rimettendomi, solo pregher V. S. a affrettare di favorir qua del suo strumento, per poterle far fare un altro effetto, che  di turar la bocca a molti che vogliono parlare al buio. E del Sig. Gleppero mandai alcun tempo fa una lunga epistola a V. S., in proposito di quello che ha stampato contro di lei(863), che voglio presupporre che l'habbia hauta. Che  quanto le saprei dire, con baciarle le mani e pregarle da Nostro Signore Iddio ogni felicit.

Di Praga, li 23 d'Agosto 1610.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
Giuliano Medici.



385.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Firenze.
Praga, 24 agosto [1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 150.- Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Colend.mo

Sopragionto dalla strettezza del tempo, mi conviene di attaccarmi(864) all'ncora laconica.
S. M.t Cesarea, havendo havuto da me il sommario dell'ultima lettera scritta da V. S. all'Ill.mo S.r Ambasciatore, ha voluto vedere l'originale, quale ho procurato et datogli, et poi anco recuperato. Insomma S. M.t sta con la bocca saporita d'intendere quello significa quella cifra di lettere trasportate, che contengono quello di pi da lei ultimamente ritruovato.
Inoltre mi ha commesso di scrivere a V. S., s'Ella havesse per sorte il secreto della parabola d'Archimede che bruscia da lontano, et quanto da lontano. Ho risposto che scriver, ma che so per certo che un suo svisceratissimo amico l'ha; per, che lo tiene tanto caro, che non l'ha voluto vendere per molte migliaia di S. al Gran Duca Francesco. Io intendo M.ro Paulo(865). Cos mi  stato dato ad intendere al mio paese da un gran matematico, amico suo.
In materia poi degli occhiali, S. M.t ha fatto dire per me all'Ill.mo di Toscana, che dovesse scrivere a V. S. ch'ella tenesse un poco in pi prezzo quegli istromenti ch'ella fa di sua mano, havendo ricevuto a sdegno che i preti le habbino levato di mano quello era destinato per S. M.t(866). Insomma n'aspetta di quei perfettissimi quanto prima, almeno uno. Con che fine le bacio le mani.

Di Praga, 24 d'Agosto.
Di V. S. Ecc.ma

Il Zugmesser gionse questa notte: non l'ho ancora visto. Non mancher.

Serv.re Devot.mo
M. Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r
Il Sig.r Galileo Galilei.
Fiorenza.



386..

GIULIANO DE'MEDICI a GALILEO in Firenze.
Praga, 6 settembre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n. 45. - Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Honor.mo

Ho ricevuto particolarissimo contento di sentire per la sua gratissima, che V. S. habbia havuto dal Ser.mo G. Duca nostro Signore quel riconoscimento che si conviene alla sua virt; et tanto pi, che spero una volta di poterla godere in Fiorenza, quando mi sia concesso di potermene tornare, che per questo rispetto mi sar anco il ritorno pi desiderabile. Al Sig. Gleppero detti la lettera di V. S., che li fu in estremo cara; et perch mi dice che non ricerca altra risposta, in quel cambio stamper un foglio, nel quale confermer d'havere osservate le cose viste da V. S. con uno de'suoi occhiali che ha il Sig.or Elettore di Colonia, come V. S. potr vedere dall'alligata che le scrive il Sig. Seghetti(867), che stava con il Sig.r Pinelli. Al quale rimettendomi, solo dir a V. S. che il Sig. Gleppero volentieri(868) andrebbe nel luogho che lascia lei a Padova; che se gli potesse fare qualche favore in questo particolare, gli ne resterebbe con grand'obligho: et spererebbe che S. M. C. gli desse licentia, poich in ogni modo ha gran difficult, secondo lo stile di questa Corte, a esigere i suoi stipendii; et spererebbe che [....]olesse torre la ventura altrove. Et con questo poi [....]olto tarda, bacier le mani a V. S. et le [....]Dio ogni felicit.

Di Pragha, a 6 di Sett.re 1610.

Ser.re Aff.mo
Giuliano Medici.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.or mio Honor.mo
Il Sig.or Galileo Galilei, Matematico del Ser.mo G. Duca di Toscana.
Firenze.



387..

MICHELE MAESTLIN a GIOVANNI KEPLER in Praga.
Tubinga,7 settembre 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10702, car. 36. - Autografa.

.... Iam hac occasione huius Martini Horckii, viri, ut animadverti, in rebus mathematicis et aliis literis non aspernandi, de Galileo novorum planetarum autore et inventore haec scribam. Hic Martinus profecto me magna solicitudine liberavit. Egregie sane tu in tuo scripto (cuius exemplar, a te mihi missum, lectu iucundissimum est; pro quo etiam ingentes tibi ago gratias) Galilaeum deplumasti: videlicet, quod non ipse novi huius perspicilli primus fuerit autor; quod ipse non primus in luna animadverterit impolitam superficiem; quod non primus mundo ostendat plures in caelo stellas, quam quas hactenus in veterum scriptis annotatas habemus; et quae caetera sunt. (In qua Dissertatione, pro honestissima etiam mei facta mentione tibi rursus gratias ago, non quas debeo, sed quas possum maximas.) Unum restabat, quo adhuc exultare potuit: videlicet observatio ipsa 4 planetarum novorum circa Iovem. Hanc clavam ipsi exterorum nemo ex manibus extorquere potest, quia hic nulla valent argumenta theologica, philosophica, astronomica, optica, etc. Ea omnia poterat eludere. Nam Sacra Scriptura numerum planetarum nobis non prodidit, quin potius Dei sapientiam et potentiam immensam praedicat, cuius nostra mens capax non sit. Philosophia nobis perfecte cognita non est; sed quocunque in ea nos convertimus, videmus nobis, ex infinitis, paucula esse nota, et quotidie plura inveniri, quae antea erant incognita. Mathemata quam sint inexausta, quis mathematicorum ignorat? Exemplo sit unica arithmetica cossica, quam quadratam quidem utcunque habemus cognitam: quidam eam in cubicis etiam adoriuntur; sed ubi in quadratis quadratorum, in sursolidis et aliis quantitatibus, quae in infinitum assurgunt? Certe ego in eo infinito quantitatum arithmeticarum campo existimo residere veram circuli quadraturam. Sed haec praeter institutum. Astronomorum nullus hactenus hos 4 planetas novit. At diceret Galilaeus: Instrumentum hoc eos observandi non habuerunt. Quid de opticis? Quicquid alius opposuisset, etiamsi longe perfectius confecisset perspicillum, so were doch keines besser denn dass seine gewesst. Sein Uhr were recht gangen: es musste vil ehe die Sonn nicht recht gehen. Verum hic Martinus Horky nos hac solicitudine liberat; qui deceptionem visus animadverterat non in alio simili, sed in ipsius Galilei perspicillo, ipsumque autorem suo proprio gladio sic iugulavit, ut cum antea exemplaria Siderei Nuncii multa passim in Italia extarent, nunc nullum amplius (sicut refert) prostet venale. Idcirco ipsius Martini scriptum (Peregrinationem inscribit) mihi vehementer placet: loquor autem de iis quae in eo proprie ad rem faciunt: caetera enim, quae in eo non pauca sunt, plane omissa optarem. Non enim dubito quin ad illa caetera Galileo respondendi materia non sit defutura, adeo ut, propter copiam eorum, principalem quaestionis statum sit magno silentio praeteriturus. Sed dies dabit quid responsurus sit. Verum spero, te quoque contra eum mutum non futurum. Sed de his iam satis: proxime plura....



388..

GIO. ANTONIO MAGINI a [SPINELLO BENCI in Mantova].
Bologna, 8 settembre 1610.

Arch. Gonzaga in Mantova. Rubrica Bologna E. XXX. 3. - Autografa.

.... Ho saputo che in Padova tutti mi desiderano a quella lettura; e sono stato invitato da amici a lasciarmi intendere che trattino destramente per me con i SS. Riformatori dello Studio di Padova, che sono tre nobili Venetiani primarii, e ch'io gli dica le condittioni ch'io ricerco: ma havendo io questa pena da partirmi(869), vado molto riservato, per non sdegnare i SS.ri Bolognesi. E ho havuto anco dalli amici che m'hanno raccordato che ci  una legge del Cardinale Morone, fatta qui a Bologna, che nelle conventioni non si pu astringere alcuno a pena di denari; e nella mia ricondotta par che dal canto dei SS.ri Bolognesi ci sia poca sincerit, volendomi obligare con pena, perch vengono in questo modo a dichiararsi che conoscono di non mi pagare quanto io merito, e che temendo che altri mi paghino meglio e pi giustamente, non gli sia levato dalle mani. Veda, di gratia, V. S.: io ho servito questo publico a quest'hora 22 anni, et fui condotto da principio con stipendio solamente di 250 scudi, perch'io m'ero rimesso alla discrettione loro, et cos sono andato ricevendo a poco a poco tenui accrescimenti sino alla somma di 500 scudi: e pure in altri Studii altri mathematici sono pagati meglio; perch ultimamente il Signor Galilei ottenne da'Venetiani mille fiorini, e al presente  condotto dal Gran Duca con mille e dugento scudi in vita; e pure so io in coscienza mia di non essergli punto inferiore, ma pi tosto di avanzarlo d'avantaggio....

Di Bologna, li 8 Settembre 1610.
Di V. S. molto Illustre
Ser.reAff.mo
G. Ant. Magini.

Aspetto qui in casa mia fra 4 giorni il S.or Galilei per passaggio, il quale intendo ch'ha da parlarmi da parte dei SS.ri Venetiani per quella lettura; e gi  arrivato da me suo cognato con una lettica del Gran Duca per condurlo.



389...

ANDREA CIOLI(870) a BELISARIO VINTA in Firenze.
Parigi, 13 settembre 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4626. - Autografa.

.... Questa mattina, per non so che condotta,  arrivato l'occhial grande del Sig. Galilei per la M.t della Regina, del quale nel medesimo tempo che si hebbe la suddetta lettera, si hebbero nuove di Lione; et al Sig.r Marchese(871) tocca il presentarlo alla Regina, poi che a lui lo chiese, et dover, nel dargliene, farle l'offerta d'altri, come ha scritto V. S....



390...

FRANCESCO STELLUTI a GIO. BATTISTA STELLUTI in Fabriano.
Roma, 15 settembre 1610.

Bibl. Vaticana in Roma. Cod. Vat. 9684., car. 104. - Autografa.

.... Gi credo che a quest'hora habbiate visto il Galileo, cio il suo Sydereus Nuncius, et le gran cose che dice: ma hora il Keplero, allievo del Ticone, gli ha scritto contro, et gi n' venuto di Venetia un libro al Padre Clavio; et gli dice, che lui si fa autore di quell'instromento, et sono pi di trent'anni che lo scrive Gio. Battista della Porta nella sua Magia Naturale et l'accenna anco nel libro De refractione optices(872): s che il povero Galileo restar smaccato. Ma intanto il Gran Duca gli ha donate 800 piastre, et la Signoria di Venetia gli ha accresciuta la provigione....



391.

GALILEO a [CRISTOFORO CLAVIO in Roma].
Firenze, 17 settembre 1610.

Vedi l'informazione premessa al n. 8.

Molto Rev.do Sig.re mio Pad.ne Col.mo

 tempo ch'io rompa un lungo silenzio, che la penna, pi che 'l pensiero, ha usato con V. S. M. R. Rompolo hora, che mi trovo ripatriato in Firenze per favore del Serenissimo G. Duca, il quale si  compiaciuto richiamarmi per suo matematico et filosofo. La causa perch io l'habbia sino a questo giorno usato, mentre ci  che mi sono trattenuto a Padova, non occorre che io particolarmente la narri alla sua prudenza; ma solo mi baster l'assicurarla che in me non si  mai intepidita quella devozione che io devo alla sua gran virt.
Per una sua lettera, scritta al S. Antonio Santini ultimamente a Venezia, ho inteso come ella, insieme con uno dei loro Fratelli, havendo ricercato intorno a Giove, con un occhiale, de i Pianeti Medicei, non gli era succeduto il potergli incontrare. Di ci non mi fo io gran meraviglia, potendo essere che lo strumento o non fusse esquisito s come bisogna, o vero che non l'havessero ben fermato; il che  necessariissimo, perch tenendolo in mano, bench appoggiato a un muro o altro luogo stabile, il solo moto dell'arterie, et anco del respirare, fa che non si possono osservare, et massime da chi non gli ha altre volte veduti et fatto, come si dice, un poco di pratica nello strumento. Io, oltre alle osservazioni stampate nel mio Avviso Astronomico, ne feci molte dopo, sin che Giove si vedde occidentale; ne ho poi molte altre fatte da che egli  ritornato orientale mattutino, e tuttavia lo vo osservando. Et havendo ultimamente perfezionato un poco pi il mio strumento, veggonsi i nuovi Pianeti cos lucidi et distinti come le stelle della seconda grandezza con l'occhio naturale; s che volendo io, 15 giorni sono, far prova quanto duravo a vedergli mentre si rischiarava l'aurora, erano gi sparite tutte le stelle, eccetto la Canicola, et quelli ancora si vedevano benissimo con l'occhiale. Spariti dopo questi ancora, andai seguitando Giove per vedere parimente quanto durava a vedersi; et finalmente era il sole alto pi di 15 gradi sopra l'orizonte, et pur Giove si vedeva distintissimo et grande, in modo che posso esser sicuro che seguitandolo col cannone, si saria veduto tutto 'l giorno.
Ho voluto dar conto a V. S. M. R. di tutti questi particolari, acci in lei cessi il dubbio, se per ve n'ha mai hauto, circa la verit del fatto; della quale, se non prima, li succeder accertarsi alla mia venuta cost, sendo io in speranza di dover venire in breve a trattenermi cost qualche giorno. Restami, per non tediarla pi lungamente, il supplicarla a ripormi in quel luogo della sua grazia, il quale dalla sua cortesia et dalla conformit degli studii mi fu conceduto gran tempo fa, assicurandosi, niuna cosa essere in poter mio, della quale ella non possa con assoluta potest disporre. Et con ogni reverenza baciandogli le mani, gli prego dal S. Dio felicit.

Di Firenze, li 17 di 7bre 1610.
Di V. S. M. R.
Devotissimo Servitore
Galileo Galilei.



392..

FRANCESCO PINELLI a GALILEO in Firenze.
Napoli, 17 settembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 47. - Autografa.

Molt'Ill.re Sig.e

Desidero fuor di modo un di quegl'istrumenti che scrissi l'altra volta a V. S., insieme con un di que'libri d'osservazioni da V. S. fatte con detto istromento. Scusimi il mio S.re Galileo se io l'incomodo, et all'incontro mi comanda, che far qualsivoglia cosa che li sii grata. Con questo, restando cos servita di mandarmi dette cose subito, e li prego da N. S. Iddio salute e contento.

Da Nap., a 17 di Sett.re 1610.
Di V. S. molto Ill.
<....
Il Duca dell'Acerenza.

Fuori: Al S.r Galileo Galilei,
che N. S. guardi.
Fiorenza.



393...

GALILEO a [VIRGINIO ORSINI in Roma].
Firenze, 18 settembre 1610.

Arch. Orsini in Roma. Corrispondenza di Virginio II, dal 1610 al 1611. IIC. Prot. XXI. - Autografa.

Ill.mo et Ecc.mo Sig.re

Richiede il debito della mia humilissima servit verso V. E. Ill.ma, che io le dia conto del mio ritorno in Firenze, dove per benignit del Ser.mo Gran Duca mio Signore sono fermato al suo servizio. Io, nell'altre dimore fatte a presso S. A., scusai con la brevit del tempo la mia fortuna, del non mi haver ella presentata occasione di poter mostrar con qualche segno esterno di servit la devozione dell'animo mio verso V. E. Ill.ma et gl'Ill.mi et Ecc.mi Signori suoi figliuoli: hora che cessa questa causa, se io continuer di vivere totalmente ozioso nel servirla, non potr pi scusar me a presso me stesso, ma converr che io mi reputi et condanni per servitore assolutamente inutile.
Io per tanto la supplico, che, con l'impiegar l'opera mia in qualche suo servizio, voglia in un tempo medesimo accertar s stessa dell'ardentissimo affetto col quale io bramo i suoi comandamenti, et me dell'esser la mia devotissima servit da lei gradita. Qui humilissimo me gl'inchino, et dal Signore Dio gli prego il colmo di felicit.

Di Firenze, li 18 di 7bre 1610.
Di V. E. Ill.ma
Hum.mo et Dev.mo Ser.re
Galileo Galilei.



394...

MATTEO BOTTI a BELISARIO VINTA in Firenze.
Parigi, 19 settembre 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4624, car. 130. - Autografa la sottoscrizione.

.... Sua Maest(873) mi ha confessato, discorrendo con me, come fa spesso lungamente,.... che sia venuto l'occhiale del Galilei, seben mostra poco pi degl'altri....



395..

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO in Vicenza.
Padova, 19 settembre 1610.

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X It., car. 108. - Autografa.

.... E V. S. non mi d nova alcuna del suo occhiale, portato cost? Di gratia, non invidii la gloria sua al S.r Galileo; ch'io non posso credere che non habbia dato a lei cosa se non perfetta....



396..

LUCA VALERIO a GALILEO [in Firenze].
Roma, 24 settembre 1610.

Raccolta Lozzi in Roma - Autografa.

Molto Illustre et Ecc.mo Signor mio Oss.mo

Grande allegrezza m'ha data otto d fa il Sig. Cigoli, havendomi letta la lettera di V. S., intendendo per essa la dimostratione ch'il Ser.mo Sig. Gran Duca(874) ha fatto nella persona di V. S., ch'egli  veramente fautore et protettore della virt; cosa, nel vero, che da'prencepi di quest'avara et, et prodiga nei piaceri del senso, suol esser per lo pi molto lontana. Non minor diletto ho ricevuto dal disidro che V. S. mostra delle mie lettere, segno manifesto ch'ella m'ama; quantunque io a me medesimo mi dispiacia, per haver data occasione a V. S. di farsi maraviglia ch'ella delle due ultime lettere, che m'ha scritte, non habbia havuta risposta di niuna. Ma pur V. S. ha da sapere, che alla prima di quelle io non risposi, per esser ricaduto nel male acerbissimamente, et non haver havuta per ci commodit di dire al Sig. Baldino(875) quel ch'io disiderava ch'egli dicesse a V. S. per mia parte. Alla seconda io risposi, facendo la mia scusa et ringratiandola del dono del suo libro, a me gratissimo per l'acutissime et maravigliose osservationi, avisandola ancora com'io m'era portato, prima ch'io havessi il libro, contra i calunniatori, che fingevano V. S. haver dette della luna cose da mover riso alle pietre. Ch'ella non habia ricevuta la lettera, credo essere stata la causa, perch'io la indrizzai a Padova, dov'io credeva che V. S. dovesse tosto da Venetia ritornare, per passar a Firenze, et indi a Pisa, per ordine del suo Prencipe. Ma poich V. S.  per haver ferma stanza nella patria, giuocher al sicuro, n haver occasione di simili confusioni. Quanto al mio stato, che V. S. disidera di sapere, al presente io sto sano, la Dio gratia, et parmi haver racquistata gran parte delle forze perdute per s lunga malatia, et di poter seguitar le mie deboli imprese. N m'occorrendo altro che scriverle, bacio a V. S. le mani, come fa ancora la Signora Margherita Sarochi, pregandola a conservarmi nella sua buona gratia, et pregando Dio N. S. le dia ogni contento.

Di Roma, li 24 di Settembre 1610.
Di V. S. molto Illustre et Ecc.ma
Servitore Aff.mo
Luca Valerio.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Firenze.



397.

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.
Venezia, 25 settembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 8. - Autografa.

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Finalmente mi risolsi di rivedere Giove mattutino, se bene, per quello aspetta a me, haveo tanta confermassione dall'haverlo veduto vespertino, che non dubitavo se li pianeti intorno a esso da lei scoperti vi fossero o no (se per non si desse l sopra qualche alterassione). Lo riveddi lunemattina, alle hore 10, giorno che fu de'20 stante, e trovai li 4 pianeti tutti orientali. Alli 23 poi li riveddi nel modo che notir da basso.
Io non so come, essendosi fatto tanto comune e facile questo uso del cannone, non sia da quelli che attendono alle specolative chiarito questa partita e dato l'assento. Invero, o non la ponno negare, o sono ostinati. Desidero sentire bone nove di lei, e che mi dia occasione di servirla; e le b. le mani.

Di V.a, 25 Sett.e 1610.
Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

[vedi figura 397.gif]

Serv.re Aff.mo
A. Sant.ni

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il S.e Galileo Galilei.
Firense.



398..

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO in Vicenza.
Padova, 26 settembre 1610.

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X It., c. 109. - Autografa.

.... Sia come si voglia, io, che non so tacere, le do nova come in Germania il Keplero ha osservato ancor esso i quattro pianeti novi, et che, vedendoli, esclam, come gi Giuliano Apostata: Galilaee, vicisti. Questo  a[vvi]so del S.r Velsero, che bascia le mani a V. S. Ma che le sto io a scrivere osservationi d'altri? e'non pu essere che co 'l conspicillo donatole(876) ella non habbia veduto nella Via Lattea l'anima di qualche heroe....



399.

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.
Brescia, 27 settembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 152. - Autografa.

Ill.re et Eccell.mo Sig.re

Hebbi la lettera di V. S. nel partir suo da Padoa per Firenze, alla quale ho tardato rispondere, perch qua da Brescia non havemo ordinario per Firenze. Hora, perch piglio la strada per Milano, dove un amico mio m'ha promesso d'inviar sicure le lettere, scrivo ringraziandola di tanto affetto che tiene di me, che pur son consapevole di esser indegno suo servitore. Gi che poi V. S. si degna di volermi favorire di un cannone delli suoi, la voglio pregare (acci la sventura non mi tolga quel che la grazia sua mi concede) di non mandarlo, se non  pi che sicura che m'habbia da ricapitar nelle mani.
Qua in Brescia alcuni affezionatissimi signori delle virt e dottrine di V. S., con non minor sdegno loro che mio m'hanno riferito che il Magini (non so con che ardimento) haveva scritto contro il suo Aviso Astronomico; e perch non ho potuto haver copia di simil bestialit, prego V. S. a darmene qualche nova, ch o rider, o qualche cosa sar.
Nel resto son qua tutto suo; e se qualche volta mi vor far degno di qualche sua, potr indrizzar la lettera in Milano Al molto Ven. P.re D. Constanzo di Brescia, Monaco in S. Simpliciano di Milano, ch sar sicura. E con questo offerendomeli servitore, come li sono, li b. l. m.; e l'istesso fa il P. D. Serafino(877).

Di Brescia, li 27 di 7mbre 610.
Di V. S. Ill.re et Eccell.ma
Ser.re e Discepolo Oblig.mo
D. Benedetto Castello.

Fuori: All'Ill.re et Eccell.mo Sig.re e P.ron mio,
Il S.r Galileo Galilei.
Firenze.



400.

GIO. ANTONIO MAGINI a [GALILEO in Firenze].
Bologna, 28 settembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 10. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

A punto io stavo in pensiero di scrivere a V. S. per darle conto di certo effetto ch'ho ritrovato col canone, quando m' sopragionta la sua gratissima; il qual  questo: che alungando il canone alla doppia distanza di quello che porta, et levando via il traguardo o lente concava, si vedono tutte le cose alla riverscia et molto distinte, se bene piccole. Et questo l'ho scoperto con l'occasione d'un canone o tromba che mi ha mandata a donare il S.or Santini, che  di forse dodici pezzi: il qual S.or Santini, per l'ultime lettere che mi sono capitate hoggi, scrive cos delli 4 pianeti:
"Alli 20 ho osservato Giove verso le 10 hore, et haveva li 4 pianeti tutti orientali in questa forma [vedi figura 400a.gif]; alli 23, circa la medesma hora, li haveva cos disposti [vedi figura 400b.gif]. Haverei pur caro di sapere di cost qualche cosa circa questa mobilit, et la causa della negativa, quia patent sensui."
Questo  quanto me ne scrive detto S.or Santini, del cui testimonio si potrebbe valere, massime che per altre sue m'ha acertato haver veduti pi volte li detti pianeti.
Il S.or Roffeni  partito questa mattina per villa, ma gli scriver che mandi a V. S. l'Epistola cos volgare, ch gli sar di manco briga, et sar pi a proposito, sendo scritta da un Italiano.
Quanto allo specchio mio concavo et convesso ch'havevo destinato alla Maest Cesarea,  vero ch'io n'havevo ricevuto dalla detta Maest una ricognitione di tre millia taleri, ma computandovi il prezzo dell'altro mio specchio, che gi 7 anni gli mandai, et anco per la dedicatione delle mie Tavole del Primo Mobile(878) et per la fatica ch'io feci per il discorso della gran congiontione di [vedi figura saturno.gif] et [vedi figura giove.gif] del 1603; s che mi viene S. Maest a valutare quest'ultimo specchio pi tosto pi di mille taleri che manco: il che io non dico per trattar mercantilmente col Ser.mo G. Duca, quando se ne compiacesse, alla cui liberalit sempre mi rimetter. Et a punto voglio hoggi scrivere all'Ecc.mo S.or Ambasciatore Fuccari(879), che facia sapere alla Maest Cesarea, che quando non mi mandar per tutto Ottobre la detta ricognitione, voglio esser libero da disponere di detto specchio a mio piacere, secondo le occasioni che mi si rappresentaranno. Et sapr V. S. che ultimamente vene un ordine all'Ill.mo S.or Carlo Gonzaga, che mi havesse a pagare questi tre millia taleri delle contributioni che si doveva detto S.or Carlo far pagare a i feudatarii d'Italia dell'Imperio; ma non ci  stato alcuno ch'habbia voluto cominciare a pagare: et ha risposto alla detta Maest, che non ci  alcuna speranza d'haver denari in tal modo; et staremo aspettando se dar altro ordine. Voleva in ogni modo il S.or Fuccari cavarmi dalle mani detto specchio per amor di questa lettera; ma io gli ho risposto, non voler ch'esca dalle mie mani s'io non vedo i denari, ch pur troppo sono stato burlato per il passato.
Non voglio restar di dire a V. S., che l'estade passata diedi il compagno di quest'ultimo mio specchio al Ser.mo S.or Prencipe di Mantova, il quale mi disse non volermi dar pi di 500 scudi, come quello ch'era figliuolo di famiglia et che haveva poco da spendere, donandomi insieme alcuni diamanti in aneli, che valevano circa cento scudi, et soggiongendomi che ad altri tempi mi si sarebbe dimostrato grato; li quali denari a punto mi furono fatti pagare qui in Bologna dal Maestri per ordine del S.or Antonio Pavesi, a cui furono consignati doppo la mia partita per mandarmeli, non havendo detto S.or Prencipe il commodo di sodisfarmi avanti la sua partita per Casale. Che  quanto m'occorre rispondergli in tal materia, soggiongendole ch'io haver pi gusto che questo specchio ultimo tochi al Ser.mo G. Duca che all'Imperatore, massime che non se ne trova d'altri che quello del S.or Prencipe di Mantova, sendosi rotte le forme. Et questo accende il fuoco alla distanza di due piedi et mezo, et rivolta l'imagine alla distanza di cinque piedi: et il primo specchio fa le dette cose alla met di detto spatio, sendo molto pi concavo; et ho ancora le forme d'esso in essere, per farne qualch'altro. Porta la spesa d'haver l'uno et l'altro, perch fanno le apparenze alquanto diverse.(880) Et qui bacio a V. S. le mani, offerrendomi sempre prontissimo a'suoi commandi, et ringratiandola di quanto ha fatto per me.

Di Bologna, li 28 Settembre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
[vedi figura 400c.gif]



401..

GALILEO a COSIMO II, Granduca di Toscana, [in Firenze].
[ottobre 1610].

Arch. di Stato in Pisa. Archivio dell'Universit, Negozi dello Studio di Pisa dal 1610 al 1612, car. 2. - Autografa.

Ser.mo Gran Duca,

Galileo Galilei, umilissimo servo di V. A. S., dopo essere stato dichiarato et eletto da V. A. per suo Primario Matematico et Filosofo etc., et dichiaratogli, con sua lettera, provisione di mille scudi l'anno, da cominciarsegli a pagare dal d che arriver in Firenze, dove arriv fino alli dodici di Settembre prossimo passato, supplica reverentemente l'A. V. a voler far dare ordine a i ministri, a chi aspetti, che in conformit della volont di V. A. gli sodisfaccino durante sua vita la detta provvisione per i suoi tempi: che prega et pregher sempre Iddio per la conservazione et felicit di V. A. S.



402.

GALILEO a GIULIANO DE'MEDICI [in Praga].
Firenze, 1 ottobre 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10702, car. 71. - Autografa.

Ill.mo et Rev.mo Sig.re Col.mo

Io ho sentito gran contento che il S. Keplero, et altri insieme, habbino finalmente potuto vedere et osservare i Pianeti Medicei col mezo dell'occhiale che mandai al Ser.mo Elettore di Colonia(881), et molto mi piace che ei voglia di nuovo scrivere in questa materia, a confusione di una gran moltitudine di maligni et ostinati. Io non ho ancora data alle stampe l'ultima sua lettera scrittami in biasimo di quel Martino Orchi(882), s per le occupazioni del trasportar casa da Padova a Firenze, s ancora perch volevo accompagnarla con un'altra scrittami nel medesimo proposito dal S. Giann'Antonio Roffeni, il quale  pur citato dal medesimo Martino a suo favore, nella qual lettera esso S. Roffeni gli lava la testa non meno che il S. Keplero; et solo sto aspettando che ei me la mandi fatta latina(883), havendomela mostrata in Bologna scritta vulgarmente. Il S. Keplero, per havere scritta la detta lettera nell'istesso tempo che leggeva la Peregrinazione di Martino, cio in grandissima fretta, ha tralasciate alcune estreme balordaggini di colui, le quali son sicuro che haver vedute dopo; come quella, quando cita la mia scrittura tronca, et quando, non intendendo egli niente la ragione immaginata dal S. Keplero, e posta nel fine della sua Dissertazione, in proposito dell'apparire i Pianeti Medicei hor maggiori et hor minori, dice che quella principalmente mi estermina. Io son sicuro che se il S. Keplero havesse veduto, et havuto tempo di avvertire, questi et altri luoghi, non gli haverebbe lasciati sotto silenzio; e per se ei volesse aggiugnere et inserir qualche altro concetto in questo proposito, io tratterr il publicarla sino alla risposta di V. S. Illustrissima.
Non ho intanto mancato di scrivere a Venezia, dove mi  parso oportuno, come non saria impossibile l'havere un soggetto cos eminente in quello Studio(884), quando loro procurassero di haverlo; e tanto  bastato, non havendo il suo valore bisogno di attestazione di altri l dove  benissimo conosciuto: per io tengo per fermo che ei sar ricercato, e condotto honoratissimamente, il che saria a me di contento infinito, per la comodit del poterlo godere da presso, et anco talvolta presenzialmente.
Io non sono ancora accomodato di casa, n sar sino a Ognisanti, conforme alla consuetudine di Firenze; per non ho potuto fare accomodare miei artifizii da lavorar li occhiali, delli quali artifizii parte vanno murati, n si possono trasportare: per non si meravigli V. S. Ill.ma se tarder ancora a mandargli il suo; ma procurer bene che la dimora sia compensata con l'eccellenza dello strumento. Mi necessita ancora a indugiare il lavoro il mancamento del vetro, del quale fra quattro giorni M. Niccol Sisti ne deve, di commissione del G. D., mettere una padella in fornace, et mi promette di fare cosa purissima et eccellente per tali artifizii.
Io prego V. S. Ill.ma a favorirmi di mandarmi l'Optica del S. Keplero(885), e il trattato sopra la Stella Nuova(886), perch n in Venezia n qua gli ho potuti trovare. Desidererei insieme un libro che lessi due anni sono sul catalogo di Francofort, il quale, per diligenza fatta con librari di Venezia, che mi promessero farlo venire, non ho mai potuto havere: io non mi ricordo del nome dell'autore, ma la materia  de motu terrae; et il S. Keplero ne haver notizia. Mi far insieme favore avvisarmi della spesa, la quale rimborser qua in casa sua, o dove mi ordiner.
In questo punto ho ricevute lettere dal S. Magini, il quale mi avvisa, i Pianeti Medicei essere stati osservati pi sere in Venezia dal S. Antonio Santini, amico suo, e dal S. Keplero. Io per hora non ho comodit d'osservargli, per non haver luogo in casa che scuopra l'oriente; ma nella casa che ho presa, et dove torno a Ognisanti, ho un terrazzo eminente et che scuopre il cielo da tutte le parti, et vi haver gran comodit di continuare le osservazioni. Non voglio pi lungamente occuparla: degnisi continuarmi la grazia sua, et reverente gli bacio le mani, e dal Signore Dio gli prego felicit. Favoriscami salutar caramente il S. Keplero.

Di Firenze, il 1 di 8bre 1610.
Di V. S. Ill.ma et Rev.ma
Obblig.mo Ser.re
Galileo Galilei.



403.

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.
Roma, 1 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 74. - Autografa.

Eccel.mo Sig.r mio Oss.mo

Scrissi a V. S. due settimane sono per Fiorenza, come ella mi avis di Padova, et dello stato del Sig.r Luca Valerio et come li avevo fatto le racomandazioni, le quali rendeva duplicate. Di me poi, dell non la poter godere che pure tanto tempo(887)  desiderato il suo ritorno alla patria, et quando  effettuatosi, la mia mala fortuna  volsuto abbia questo impedimento, per contemperare ogni mio piacere con tanta amarezza; pure, se piacer a Dio, fra uno anno o diciotto mesi(888) credo sar spedito e di ritorno per goderla, che  quello che io sopra ogni altra cosa desidero. Intanto, s'ella pu dare una volta di qua, non credo che sia fuori di proposito, perch questi Clavisi(889), che sono tutti, non credono nulla; et il Clavio fra gli altri, capo di tutti, disse a un mio amico, delle quattro stelle, che se ne rideva, et che bisognier fare uno ochiale che le faccia e poi le mostri, et che il Galileo tengha la sua oppinione et egli terr la sua.
Gli  da dire anche, che alcuni nno tassato il titolo del libro che l' messo fuori, et che ora, avendo volunt di farlo vulgare, pure agli amici vostri vorrebbono che fusse pi semplice et positivo. Io non l' visto, et quando lo avesse visto, per essere latino, non lo arei inteso: per ella sa che il Petrarcha, Dante e 'l Boccaccio quanto semplicemente l'nno posto. Io non so, n chi me lo disse mel seppe bene dire: basta; V. S. vi avertischa, se lo fa vulgare. Et anche d lor noia e gran fondamento fanno sopra lo avere inventato altri l'ochiale, et che ella se ne fa bello. Tutto dico a V. S., acci si armi et che i nimici non la trovino sprovista alla difesa.
Mi scrive in una sua che io presentasse una lettera a Sua Ecel.za, mi immagino al Sig.r Don Virginio(890); la quale lettera io non  auta, n ne so nulla altro. Ora V. S. comandi se io l' da servire in cosa alcuna, perch io sono cor ogni prontezza preparato ad ogni suo cenno: et baciandoli le mani, le prego da Dio ogni maggior contento.

Di Roma, questo d primo di Ottobre 1610.
Di V. S. Ecc.ma
Aff.mo Servitore
Lodovico Cigoli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Fiorenza.



404..

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.
Bologna, 2 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 154. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Feci sapere al S.or Roffeni quanto V. S. m'haveva scritto, mandandogli una polizza in villa; il quale m'ha mandata questa lettera per lei(891), con occasione della quale voglio scriverle quello che non ho voluto scrivere nella mia prima lettera(892), acci ch'havesse potuta nell'occasioni mostrare, et massime al Ser.mo G. Duca in occasione dello specchio. Dicole dunque hora, che se mi far questa gratia di farmi dare a S. A. uno di questi miei specchi grandi, che pesano sino a cento libre et hanno di diametro sino a 20 oncie del piede di Bologna, dal quale comprender poi il giro, oltre l'obligo ch'io gli tenir in perpetuo, gli sar ancora cortese d'un specchio assai bello et nobile, di mediocre grandezza; ch' a punto quello ch'io tengo nel mio studio sopra quel tavolino, che fu da lei et dal S.or suo cognato(893) veduto, il quale a punto lo havevo destinato di donare al S.or Fuccari, ambasciatore Cesareo, se mi faceva riscuotere dalla Maest Cesarea i tre millia taleri assignatemi per la ricognitione de i miei specchi: et ho a punto scritto marted al detto, ch'haver caro di ultimare quanto prima questo negotio; altrimenti io dar via questo ch'havevo destinato alla detta Maest, se me ne venir occasione. Star dunque attendendo che lei incamini bene questo negotio con S. A.; il che se si effettuar, sperar poi di cavarmi il capriccio in far fare certi altri specchi molto gustosi, cio il colunnare et il parabolico: et V. S. non haver occasione di dolersi di me, che mi raccordar sempre di fargli parte delle cose mie. Con che fine bacio a V. S. le mani, et al S.or suo cognato insieme.

Di Bol.a, il 2 Ottobre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re di cuore
G. Ant.o Magini.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.
Firenze.



405..

VIRGINIO ORSINI a GALILEO in Firenze.
Roma, 8 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 49. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re Sig.re

Pu assicurarsi V. S., ch'io habbia sentito con gusto strasordinario che ella si sia fermata al servizio di S. A., cos convenendo al particolare mio buono affetto verso di lei, et alla stima che meritamente fo'delle sue virtuose qualit. Haveranno anche i miei figliuoli occasione d'acquistare non poco da lei, et io ne fo molto capitale, s come far V. S. di me in tutte le sue occorrenze. E Dio la prosperi.

Di Roma, il d VIII d'Ott.re 1610.
S.re Galileo Galilei.
Aff.mo di V. S.
Virg.o Orsino.

Fuori: All'Ill.re Sig.re
Il Sig.r Galileo Galilei.
Firenze.



406..

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Firenze.
Roma, 9 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 51. - Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

La lettera di V. S. mi  stata tutta di gran gusto, ma particolarmente in quella parte dove mi ha significato che 'l Gran Duca l'habbi richiamata in Toscana con s honorati titoli e con s nobile provisione; la qual attione  stata veramente degna d'un tanto Principe, che si  mostrato simile ad Augusto in favorire i virtuosi. Io me ne rallegro di core con V. S., e prego il Signore Iddio che continui di bene in meglio le sue prosperit, desiderando occasione di adoperarmi spesso per lei.

Di Roma, li 9 di Ottobre 1610.
Di V. S. I.
S.or Galileo Galilei.
Come fratello
Il Card.le dal Monte.

Fuori: All'Ill. Sig.or
Il Sig.or Galileo Galilei.
Fiorenza.



407..

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.
Venezia, 9 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 156. - Autografa.

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il Padre Clavio mi scrive haver riceuto lettere da V. S., dove li fa mentione haver inteso da me che loro a Roma se la burlano de'pianeti novi, e mostra di aspettar lei di andar in esso luoco per certificarsi del fatto. Io per me li ho scritto, che pi fiate li ho veduti, e mutati di sito, talmente che non ne dubito punto. La verit  una sola; e quando haveranno imparato a maneggiare l'occhiale, e che la potenza del vedere sia integra, forza  che confessino. Io dubito che alcuni di questi pi grossi, voglio dire di pi riputassione, non stiano duri, acci V. S. si metta in necessit di mandargli lei uno instrumento.
Di Praga sin qui non ho sentito alcuna cosa: n per caosa delli libri del S.or Keplero V. S. si dia pensiero, poi che, come ella sa, ogni mia cosa  al suo comando. Desidero bene mi dia occasione di servirla e mi conservi in sua gratia, e li b. le mani, come fanno li amici che per sua parte ho salutato, e gi alcuno si querelava della sua taciturnit; ma il S.or Magagnati  consolato per l'aggregatione fatta della sua persona dalli SS.ri Cruscanti(894). Io ho giudicato V. S. haverci la maggior parte. Mi sar carissimo intendere la sua salute, che Nostro Signore Iddio conservi.

Da Ven.a, a 9 Ottobre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Il S.or Magagnati tratta partire per cost fra 8 giorni.

Ser.re Aff.mo
A. Santini.

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il S.re Galileo Galilei, in
Firense.



408..

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.
Bologna, 15 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 158. - Autografa.

Molto Ill.re S.or mio Oss.mo

Il S.or Roffeni mand a V. S. hoggi otto la lettera fatta latina(895), et il mio servitore a punto la port alla posta con le mie, s che mi meraviglio che lei non l'habbia ricevuta. Mi dispiacque che per la freta io non le potessi dar una scorsa, per veder s'haveva bisogno di qualche accommodamento, il che potrebbe far lei; et a me haverebbe piaciuto che gli l'havesse mandata cos volgare, perch so quello ch'era, et haverebbe havuto pi del buono.
Il S.or Card.le Giustiniano s' fatto venire da Venetia, gi pi di due settimane, Bortolo, figliuolo di quell'occhialaro dall'Imp.e, per far lavorare de'vetri da canoni, et se ne caver a suo modo la voglia, et n'haver ancor io alcuno, facendone colui d'assai buoni cos per canoni lunghi come per mediocri; et credo voler tenir ancor io questo giovane una settimana in casa.
Il S.or Santini mi mand sino a 3 lenti assai grandi, tra le quali penso ce ne sia una molto buona: ma io non ho traguardi molto a proposito, et n'aspetto da Venetia. Ma se lei mi far gratia di qualche vedri, sperar che mi debbano riuscire molto migliori di questi, et gli ne restar con obligo et con disiderio di non me le dimostrare ingrato.
Ho poi inteso quanto mi scrive del specchio grande, et spero fra poco d'haver fornito un poco di discorso sopra lo specchio concavo, ad instanza del nostro Cardinale; il quale forse mi risolver di far stampare, ch potrebbe esser che movesse maggior desiderio al G. D. d'haver uno di quei specchi, vedendo questo discorso.
Haverei caro, che V. S. facesse sapere con qualche bel modo al S.or Keplero, che Martino  stato tanto insolente et indiscreto in casa mia, che si prendeva licenza di metter mano sino nelle mie lettere che ricevevo da gl'amici et riponevo sopra le mie tavole; et questo io dico, raccordandomi che nell'ultima lettera d'esso Keplero, che mi lesse nell'hosteria, ci era non so che, che attaccava quasi la mia persona. Per haver ancor io campo franco di risentirmi in qualche parte dell'istesso Martino, con l'occasione di quest'operetta dello specchio concavo.
Io fornisco, sendo interrotto da un gentil'huomo ch'hora  arrivato da me, et le bacio le mani, offerrendomi sempre prontissimo a'suoi commandi.

Di Bol.a, li 15 Ottobre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Gio. Ant.o Magini.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.
Firenze.



409.

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI in Roma.
Firenze, 16 ottobre 1610.

Galleria e Archivio Buonarroti in Firenze. Filza 48, Lett. G, car. 930. - Autografa.

Molto Ill.re Sig.re

La speranza che havevo di ritrovar V. S. molto I. in Firenze, mi ritenne in silenzio quando in Padova ricevei, per mano del S. Sertini(896), la sua bellissima canzone sopra i Pianeti Medicei. Dopo il mio arrivo qui, la medesima credenza del suo presto ritorno mi ha ritenuto dal rendergli quelle dovute grazie, che pure a bocca speravo di potergli rendere pi proporzionate alla grandezza del favore. Finalmente l'haver io pur oggi vedute due lettere di V. S., una al S. canonico Nori et l'altra al S. Sertini, nelle quali niuna parola dice del ritorno, mi ha fatto risolvere a scrivergli, se non il debito ringraziamento, al meno la confessione dell'obligo che a tanti altri mi ha aggiunto nel favorirmi della sua leggiadrissima composizione; et quando lo scoprimento di questi nuovi pianeti non producesse altro benigno influsso in terra, assai  egli stato il dare occasione all'ingegno del S. Buonar.i di parturire opera cos gentile. Io ne rendo a V. S. quelle grazie maggiori che capir possono in una piccola carta: grandi le rende la mente, et grandissimo  l'obbligo che resta nell'animo, prontissimo a compensar con l'affetto quello che all'effetto delle forze manca.
Io non posso dire di star contento in Firenze, sendo restato defraudato della presenza di 2 padroni et amici tanto primarii: dico di V. S. et del S. Cigoli. Consoli V. S. l'amarezza col darmi speranza di presto ritorno, et con l'assicurarmi che io habbia luogo nella sua grazia(897). Gli b. le m., et per grandissima fretta finisco.

Di Firenze, li 16 di 8bre 1610.
Di V. S. molto I.
Ser.re Parat.mo
Galileo Galilei.

Fuori: Al Ill.re Sig.re mio Sig. Osser.mo
il S. Michelang.lo Buonar.ti
Roma.



410..

PIETRO DUODO a GALILEO in Firenze.
Venezia, 16 ottobre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n. 76. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r

Mi ritrovavo in vila quando mi capitarono le lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, in modo che non potei renderle quelle gratie che facio hora della amorevolissima lettera che mi ha scritto, la quale mi dimostra molto bene l'affettione sua cos verso il publico come verso il nostro particolare; di che le ne rendo quelle gratie magiori che io posso: e sappia V. Ecc.za, che se ci ha lasciato il core, ha anco portato via il nostro, in modo che se crede esser a Fiorenza lei, ella se ingana, perch ci siamo noi. Li figliuoli(898) vivono obligatissimi per li tanti beneficii che hanno ricevutti da lei, e tutti insieme andaremo attendendo occasione di corisponderle di quel modo che merita la tanta amorevoleza che ci ha usata. V. Ecc.za donque ci conservi per suoi amorevolissimi e ci comandi, perch le offerimo tutto il nostro potere in suo servitio.

Di Venetia, li 16 Ottobre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Aff.mo per servirla
Piero Duodo.

Fuori: All'Ill.re Sig.r
L'Ecc.mo Sig.r Galileo Galilei.
In corte di S. Altezza.
Fiorenza.



411..

GIOVANNI WODDERBORN a ENRICO WOTTON in Venezia.
Padova, 16 ottobre 1610.

Cfr. vol. III, Par. I, pag. 151 [Edizione Nazionale].



412..

GIULIANO DE'MEDICI a [GALILEO in Firenze].
Praga, 18 ottobre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n. 47. - Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.or

In questo punto che sono per fare il piegho, mandandomi il Sig. Gleppero l'alligata(899), in risposta della lettera di V. S., della quale subito che l'ebbi ricevuta gli feci parte, non ho voluto tardare di mandargliene qui alligata. Et per conto de'libri che la desidera(900), li due del Sig. Gleppero gli mander senz'altro, et quell'altro far ogn'opera di trovarlo senza che pensi a altro, se non in pensar sempre a quello la possi servire, ch da V. S. non potr ricevere maggior favore. Non voglio restare di dirle ancora, che qui ci  un Fiammingho che viene d'Inghilterra, che pretende havere trovato il moto perpetuo; et havendone solo prima dato un istrumento al Re d'Inghilterra, ne ha adesso dato un altro a S. M.t Cesarea, che mostra di pregiarsene molto et ha caro che non lo comunichi con altri: et consiste, questo moto, d'aqua che in un cannello, fatto quasi in forma di luna, va hora in su et hora in gi da una banda a l'altra;(901) et il Sig. Gleppero non ci ha una fede al mondo, se non vede come gli sta. Con che baciandoli le mani, le pregher da N. Signore Dio ogni felicit.

Di Pragha, a 18 d'Ott.re 1610.
Di V. S.
S.re Aff.mo
Giuliano Medici.



413..

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.
Padova, 22 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 160. - Autografa.,

Ill.re et Ecc.mo Sig.ore

Io ho sentito grandissima contentezza del suo prospero viaggio, felice arrivo in Firenze, e dell'ottimo stato di sanit che gode: la ringratio infinitamente del favore fattomi nel darmene ragguaglio, e le resto con molt'obbligo della nobile relatione fatta di me a coteste Ser.me Altezze, la quale in gran parte ascrivo all'affettione che si degna di portarmi.
Le sue osservationi seranno dal tempo fatte note a ciascuno. Qui giorni sono si disse che in Alemagna il Cheplero col suo stromento haveva veduto intorno a Giove le Stelle Medicee; e l'altr'hieri mi disse Mess. Francesco Bolzetta, che un oltramontano(902) gli haveva parlato di voler dare alle stampe un trattato in risposta alla Peregrinatione del Boemo, in favore del Noncio di V. S.: intorno a che altro non si dice se non le cose gi dette, e che il S.or Maggini non confessi di haver veduto li pianeti nuovi, o pi tosto affermi di non haverli veduti con tutto che habbia adoprato l'occhiale.
Di suo successore si tratta, ma non per quest'anno; e sono in predicamento il S.or Maggini, et un oltramontano(903) che dimora a Vinetia: cos corre fama in Padova, non sapendosi l'amino degl'Ill.mi SS.ri Riformatori.
Feci li suoi baciamani all'Ecc.mo S.or Cremonino et agli altri amici, che glieli rendono moltiplicati. Sborsai le sette lire a Mess. Antonio tornidore, conforme all'ordine datomi da V. S., e feci ricapitare in mano propria di M.a Marina(904) la lettera che mi raccomand. L'alliganda fie del S.or Bronziero(905), acre difensore de'dogmi di V. S., col quale e col S.or Conte Zabarella pi d'una volta con molto mio gusto mi  venuto fatto di discorrere. Altro non mi occorre, se non pregarla mi vogli conservare nella sua buona gratia e favorire de'suoi comandamenti.

Di Padova, alli 22 di Ottobre 1610.
Di V. S. Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Fortunio Liceti.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.ore Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei.
Firenze.



414..

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.
Bologna, 23 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 162.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Mi sono acertato che quel furbo di Martino Horchi m'ha portati via alquanti de'miei libri, per la libert ch'egli haveva di maneggiare il mio studio; et tra gl'altri s' preso un grosso libro, nel quale erano legate insieme quattro opere curiose, cio Pisces zodiaci inferioris seu de solutione physica, Della fisica sublimatione del Tornes, Hieronymi Rubei De distillatione, Fratris Celestini De his quae in mundo mirabiliter eveniunt et de mirabili potestate artis et naturae Rogerii Bachonis: nel qual libro quest'auttore toccava qualche bel segreto dello specchio concavo, dicendo che si poteva, mediante quello, rappresentare nella luna un concetto da esser inteso da chi stava lontano; ma per non mi raccordo se proponeva cos detto segreto. Per desidero che V. S. facia dire al S.or Roffeni nella sua Epistola qualche cosa dell'infidelt di costui, il qual so certo che m'ha rubbati questi libri, poi che mi fu scritto da Modena che egli si vantava d'aver tal segreto narrato dal Baccone. Mi sono ancora assicurato che m'ha portati via alcuni altri libri, de'quali io ne tengo poco conto: et  stata la mia aventura di licentiarlo improvvisamente, non lo lasciando fermare n anco un giorno in casa, perch forse m'haverebbe tolto qualch'altra cosa di pi importanza.
Il S.or Roffeni si meraviglia che V. S. non gli habbia accusata la ricevuta della sua Epistola(906); ma io gl'ho detto che non pu tardare ad avisarlo. Il S.or Santini mi mandava la posta passata quella sua lente perfetta, con la quale osservava i pianeti circolatori di Giove, insieme con alcuni traguardi: ma quand'io sono andato dal coriero, m'ha risposto non haver ricevuta quella scattola; et mi dispiacerebbe che fosse ita a male. Io spero che le lenti ch'ho fatte lavorare sopra la concavit d'un mio specchio, debbano riuscire, quand'io potr accompagnarle con traguardi a proposito, perch fanno la tromba pi grande di quante io n'habbia vedute, et fanno ancora gl'oggetti grandissimi et da vicino; et non vedo l'hora di certificarmene meglio. Con questo fine mi raccordo deditissimo a servir sempre V. S., alla quale bacio le mani insieme col S.or Roffeni.

Di Bol.a, li 23 Ottobre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
G. Ant.o Magini.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.
Firenze.



415.

LUCA VALERIO a GALILEO in Firenze.
Roma, 23 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 76. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Non so s'io mi rallegri pi della sua lettera, resami hieri a un'hora di notte dal S.r Cigoli, o pur m'attristi del dispiacere ch'ella prende dalle ciancie di costoro, li quali, dove lor manca il fare, si credono di supplire al suo honore col cicalare et biasimar l'opere altrui. Signor mio caro, io, che dalle lingue di molti di questa citt son stato et sono molto pi mal trattato di lei, et ho imparato di ridermene, conforto V. S. a fare il medesimo, considerando questa esser parte della divina Providenza, acci intendiamo che i nostri parti, quando per nostri si pigliano, sono da molti scherniti, a fin che conosciamo pi chiaramente che qualunque buone opere che noi faciamo, in quanto buone e perfette, non vengono da noi ma da Dio solo; nel che ci sono costoro di grande aiuto, li quali, considerandoci come huomini che siamo, ma non con l'aiuto del cielo, n perci giudicando verisimile che da noi possa procedere alcun bene, ci danno occasione d'allegrarci che la gloria delle nostre lodevoli fatighe, scoperta la verit, non solo da noi, ma etiandio da tutti, si renda tutta a Dio.
Ma dove mi son lasciato trasportare, sapendo io che V. S. intende questo meglio, et  pi atto a farlo, di me? Per, passando a quel ch'ella tocca rallegrandosi della mia sanit et ch'io sia in stato di seguitar le mie opere, come fo, la ringratio infinitamente dell'amor suo verso di me, ch'in ci riluce; pregandola ad assicurarsi d'haverne da me degno contracambio, quanto per alla grandezza dell'affetto, non quanto alla qualit che prende dal soggetto ond' prodotto, poi che tal ricompensa tanto non  in mia(907) mano, quanto il mutar l'esser proprio: s che V. S. accetti per supplemento dell'impotenza la buona volont.
Pregola ancora a darmi occasione onde s'accresca in me l'allegrezza della fertilit del suo sublime ingegno, dandomi aviso s'ella sguita l'opera di quei moti et che altro pensa di fare; ch'io per me sguito la materia de pyramide, avendo gi quasi rassettata quella de centro gravitatis solidorum in miglior forma di prima(908), discostandomi al solito dallo stile d'Archimede, et accresciuta s, che m' necessario partirla in 5 libri.
Et per fine bacio a V. S. le mani, come ancor fa la S.ra Margherita(909), rendendole li saluti duplicati. Ella  predicatrice del gran valore di V. S., et s'apparechia a dare in luce la sua Scanderbeide, ridendosi anch'essa della guerra puerile che pur le fanno talhora gli homai rochi e sprezzati parlatori. Se V. S. cost vedesse il S.r Francesco Fondacio, mi farebbe gran favore a dirle da parte mia che S. S. si degni di darmi raguaglio del suo stato, e dirgli ch'io et la S.ra Margherita le baciamo le mani.

Di Roma, a d 23 d'Ottobre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Luca Valerio.

Fuori: Al molto Illustre et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Firenze.



416.

MICHELANGELO BUONARROTI a GALILEO in Firenze.
[Roma, ottobre 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss Gal., P. I, T. XV, car. 8. - Autografa.

Molto Ill.e Sig.r mio,

Le grazie che si convengon rendere a chi  desideroso di servire altrui a ragione, e per quanto  in suo potere si studia di farlo, ben che il servizio ne succeda poco efficace, sono lo accettar una buona volunt; la quale ero sicurissimo che era accettata da V. S. subito che da me le venne la poverella e rozza mia canzonetta(910), che da lei troppo pi cortesemente del merito  cos lodata. Non ci avevano adunque luogo quelle scuse che V. S. fa meco, in aver (dice ella) differito a rendermi grazie da Padova a Firenze, e da Firenze a Roma. Ma bene dal mio ritrovarmi qua alla sua venuta cost (bench da me invidiata) ne  incontrata buona ventura, poi che le stesse grazie che la sua amorevolezza testifica che mi avrebbe fatte in voce, mi avrebber fatto pi arrossire che lontane non fanno, se il non meritato dono suol porger qualche vergogna al ricevitore. In qualunque modo finalmente mi siano venute, quantunque non meritate, mi fanno al presente riringraziar V. S. di quelle e del cortesissimo affetto che le muove e che muove V. S. a tanto onorarmi quanto ella fa, e massimamente in dolersi della assenza mia cost alla sua venuta, quando io qua, intendendo la sua venuta cost, debbo dolermi della mia partenza, per essermi privo e del goderla e del poterla servir di presenza; il che spero che sia per succedere fra non molti giorni, non ostanti gli allettamenti di Roma, che non son pochi. Ma io mi guarder dalle Sirene. Il Sig.r Cigoli, con altri amici, son di quelle Sirene che allettando posson giovare; e a me ha giovato assaissimo il suo commercio, quando l'ho potuto avere, perch mi  torcia fra le tenebre di queste antichit. Ricevei iersera la cortesissima di V. S., essendo a veglia seco col Sig.r Passignano; e a vicenda leggendoci la sua lettera ciascuno, ci parve ragionar seco: e io nel fatto de'Sig.ri Serristori messi anch'io sopra la efficace forza di V. S. il mio manino. A'quali, sicome al Sig.r Alessandro Sertini, V. S. mi far grazia baciar le mani, e parimente al Sig.r Amadori(911), s come io fo a lei, espostissimo e desiderosissimo de'suoi comandamenti; desiderandole dal Signore ogni felicit, e fortuna prospera sempre mai pi al singular merito delle sue virt.
Il Sig.r Cigoli  nel colmo del pi alto cielo, ci  nel pinnacolo della lanterna della cupola della cappella del Papa, dinanzi al Dio Padre e al suo splendore.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo.

S.e Aff.mo
Michelag.lo Buonarroti.

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r Galileo Galilei, Sig.r mio Oss.o
Firenze.

Raccomandata alla cortesia del
Sig.r Alessandro Sertini.



417.

TOMMASO SEGGETT a GALILEO in Firenze.
Praga, 24 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 78. - Autografa.

Molto Ill.re Sig.re P.rone Oss.mo

Ho differito aposta fin a questa settimana di rispondere alla cortesissima et a me gratissima lettera di V. S., per mandarle l'inchiusa relatione del Sig.r Keplero(912) intorno a quel c'havevamo osservato(913) nelle Stelle Medicee. Egli fece insieme stampare i miei versi; ma  stata usata cos poca diligenza nello stamparli, ch'io mi vergogno. Per questo, disegnando V. S. di farmi l'honore (di che la ringratio di buon cuore) che escano in luce con le sue osservazioni celesti (il che a me sar di sommo contento), io glieli mando ancora una volta, scritti di mia mano et cresciuti d'un epigramma, ch' il settimo, et su questa copia V. S. gli potr fare stampare(914). Io ringratio V. S. dell'honore che m'ha fatto a farli vedere al Ser.mo Gran Duca. Mi spiace che la lode di s gran liberalit sia pi tosto guasta dalla mia rozza musa, che adornata. Come che sia, dopo c'ho inteso che non sono spiacciuti a S. A., hanno cominciato a piacer a me.
Stiamo, il Sig.r Keplero et io et tutti i migliori spiriti, con gran desiderio aspettando lo scoprimento della sua nuova osservazione(915). La prego, s'egli  cosa che si possa sapere senza suo pregiudizio, sia servita di farmene parte. Il favore si far ad uno, il quale, se non lo potr ricompensare, lo sapr almeno stimare secondo il merito. Con che, pregandole da N. S. Idio ogni contento, gliene bacio le mani. Il medesimo fa il Sig.r Keplero.

Di Praga, a d 24 d'Ottobre 1610.
Di V. S. molto Ill.re
Ser.re Aff.mo
Tomaso Segheto.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re et P.ron mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei,
Filosofo et Matematico del Ser.mo Gran Duca.
Firenze.



418..

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.
Roma, 24 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 79. - Autografa.

Ecel.mo Sig.r mio,

Detti ricapito alle lettere. Il Sig.r Luca Valerio sta bene del male: la febre l' lasciato, et comincia un poco a rifarsi; et le salute tornano duplicate, et dice che scrisse a V. S. et di nuovo lo far di questa. Circha alle racomandazioni de'Sig.ri Serristori, non ocorreva, perch le sono obligato, et mando per essa(916) per finirla qua ai tempi rubati del lavoro di Sua Santit, il quale  cominciato.
Avanti le due sue ultime avevo detto al Sig.r Don Virginio che io avevo auto una vostra lettera, nella qual diceva "La inclusa la darete a Sua Eccellenza"; ora, che io non la avevo auta, et che dubitavo venisse a lui: mi disse che l'avea auta(917), ma non mi disse altro, et io non replicai niente.
 auto molto contento della risposta datami, contro alla mormorazione di questi Romaneschi; et il lasciarsi vedere qua forse non sarebbe fuori di proposito, massimo trattenendosi qua punto il Signore(918).
Ora, se in cosa alcuna la posso servire, mi comandi, perch sono tutto suo, n  altro martello di Firenze se non di non la poter godere et servire presenzialmente: ma se a Dio piacer, finito che ar questa opera, me ne voglio tornare a riposarmi et essere tutto mio et del Sig.r Galileo: al quale le bacio le mani, et le prego da Dio ogni maggior grandezza.

Di Roma, questo d 24 di Ottobre 1610.
Di V. S.a Ecel.ma
Umilissimo Servitore
Lodovico Cigoli.
Il Sig.r Cavalier Domenico Passigniani
le bacia le mani.

Fuori: Allo Ecel.mo Sig.re et Pat.n mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, in
Fiorenza.



419.

GIOVANNI KEPLER a [GALILEO in Firenze].
Praga, 25 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 12-13. - Autografa.

S. P. D.

Ex literis tuis, Celeberrime Vir, quas ad Ill.m Oratorem Florentinum Cal. Octobribus Florentia misisti(919), salutem, qua me impartiri voluisti, percepi, proque ea gratias ago, teque mutua mea impertior. Ad caetera, quae desiderasti, D. Segethus, quid nobis in commune visum, meo loco respondebit: nam in Italica tyro sum. Narrationis etiam meae(920) exemplum ex ipsius literis accipies. Querelam tamen super ipsius facto reticere non possum, qui nimio tui, nonnullo etiam mei, studio, sed praepostero, sed pertinaci, Epigrammata sua meae Narrationi per vim subnexuit(921): nobilissima illa quidem et in te honorificentissima, sed quibus ego semper existimavi Narrationem meam adulationis in te suspectam redditum iri, praesertim si quo pacto innotescat, quid ad me promovendum ex instinctu Ill.mi Oratoris moliaris. Tunc enim invidi detrectatores, quorum pleni sunt hodierni literatorum coetus, aperte prorumpent, et causabuntur mulos mutuum scabere. Saepe monui, sua seorsim ederet: caeterum is ita se comparaverat, ut citra offensionem repelli non posset. Quod tanto concessi facilius(922), quod perpenderem, temporis diuturnitate omnes furiosorum oblocutiones facile expiraturas, Iove interim cum sito suo famulitio perpetuam semitam pergente.
Certiorem te reddo, venisse ad me hesterna die Martinum Horky, reducem ex Italia, quamvis passim in itinere moras nexuerit. Miram et spectabilem occursationem! cum ille exsultanti vultu, et veluti triumphato Galilaeo, me ut consentientem(923) alloqueretur, ego vero responderem, ex formula epistolii, quo ipsi amicitiam renunciaveram(924). Id tanto utrumque magis perturbavit, quod nec ille de mea renunciatione sciebat (quippe literae meae Bononiam perlatae sunt post ipsias discessum), neque ego aliter, quam lectum ipsi epistolium, animum induxeram. Post multam altercationem, demum patuit error utriusque persuasionum: atque ille mihi suarum rationum momenta, sui certissimus, sincerissimo affectu, recensuit; ego illi argumenta sua solvi, seu potius oppressi, nihil nisi meis ipsius observationibus propriis ingestis. Non erat, opinor, constantiae, non ex authoritate publici scripti, ad primam meam instantiam sententiam mutare: mansit hac vice in sententia. Caeterum doluit pessime, cum ipsi recenserem quid ad te scripsissem. Tunc enim, quasi hoc unico labore proposito, summa persuasionis vi me coepit oppugnare, ut de concepta opinione me deiiceret, nihil ipsum sycophantice contra me egisse: omnino persuasum fuisse, hanc, quam ipse in scriptum suum transtulisset, esse genuinam meam sententiam. Faciebant fidem his attestationibus etiam argumenta, quibus etiamnum contra Ioviales Satellites, adeoque et contra meas ipsius observationes meamque Narrationem (quam coram exhibui), pugnabat acerrime. De iis vero quae contra te durius scripsisset, sic respondebat: obsecundatum se hic publicae famae, doctissimis in Academia Bononiensi professoribus non paucis, aliisque per Italiam; de quorum consensu fidem mihi fecit documentis manifestissimis. Quanquam iis mihi non erat opus. Anne igitur hoc non esse viri boni, iustissimo dolori Academiarum accommodare calamum? oppugnare commenta portentosa, in fraudem veritatis, in contumeliam naturae comparata? Denique eo rediit summa orationis, ut appareret, plures per Italiam viros doctos in procinctu stetisse publicae contradictionis, quos non mutatio sententiae, sed tui domicilii translatio, id est metus offensionis tui Principis, hactenus retinuisset; certamen igitur hoc fuisse, quinam caeteros in hac palaestra publicae scriptionis praeverteret. Caetera, quae plus apud me ponderis habebant, prudens praetereo(925). Quid multis? expugnavit me, agnovi temeritatis illecebras, ignovi: rediimus in gratiam; sic tamen, ut ille, primum atque, me monstrante, visurus et agniturus sit Ioviales Satellites, sententia sua cessurum profiteretur. Erat autem in transitu ad parentes suos: revertetur brevi Pragam.
Nunc te, Galilaee, rogo, quando vides mihi satisfactum, ut, quia te usque ad praesentium Ill.mi Oratoris literarum adventum differre velle dixisti publicam literarum mearum(926) descriptionem, illa igitur in meam gratiam supersedeas in totum. Maior erit gloria triumphi, si tibi, uti spero, hostis tui confessionem ultroneam transmisero. Nam etsi careo Electoris instrumento, successit tamen aliud, propinquo perfectionis gradu: plus enim quam decuplat. Eo iam bis vidi binos Planetas(927) Medicaeos: eodem spero me et illi monstraturum. Interim excusa Narratione mea, authoritatem meam, perperam contra te adductam, rectissime dilues(928). Si adolescentiam ipsius respicis, nihil est in hac aetate familiarius, quam in placita praeceptorum fervide transire, exque iis, veluti ex aliquo propugnaculo, temerario ausu procurrere et manus cum hoste conserere. Sin oculos in teipsum convertis, equidem non adeo decorum nec ex gravitate tua est, proiectam hanc lacessendi et impetendi libidinem in curae parte ponere, aut sumptus in publicandas eius refutationes impendere. Si doctus vir esset, si alicuius nominis, aliud dicerem. Plane existimo, tum demum pravum vulgus hominum aliquid tributurum huic futili scripto, cum tu contra id, seu ipse seu per alios, insurrexeris. Nam imperitia suspiciones etiam de innocentissimis suppeditat. Omnino magni animi est, mediocria etiam parvi aestimare et contemnere. Contra, si ceperis altercari cum uno, excibis et caeteros; passim occasiones praebebis obloquendi etiam levibus, si de scopo ipso(929) nullam spem habent. Praeterea(930), si dissimulaveris, principum morem sequeris; sin autem responsabis, ad scholasticorum subsellia rursum descendes. Atqui non habes iam a quo expectes insanos clamores: Responde, responde, de suggestu descende: relinque igitur scholae, qua de exiisti, mores suos. Atque haec in genere, de quibus tu videris. Meam in specie epistolam unice contendo omitti. Quod si non persuasero, saltem summas facias, rogo, argumentorum seu responsionum mearum. Denique, si ne hoc quidem obtineo, saltem titulos personales et probra verborum, iustissima quidem, sed iam remissa, expungas: cuiusmodi sunt, quod aio, nondum ipsum famae suae curam habere (contra quod ipse totam vitam suam ad examinandum proposuit), quod petulantiam illi tribuo, quod sputum hominis vocito, quod proditionem incuso, quod sycophantiam, quod scurram appello. Imperitiam, temeritatem, stupiditatem, infoelicissimum meorum verborum intellectum, et quae alia huius classis, tolerabiliora existimo, quia non animi morbi(931), non vitae probra, sed vel naturae vel aetatis vitia.
Satis multa de his, ne nostrae amicitiae aut tuae virtuti videar diffidere. Desinam igitur, si hoc adhuc subiunxero(932). Audio enim recusam esse Florentiae Dissertationem. meam(933): cupio eius exemplum videre.
Iamque vale, et nos primo quoque tempore desiderio tuae novae inventionis leva: neminem habes, quem metuas aemulum.

Pragae, 25 Octobris anno 1610.
N. Ex. T.
[vedi figura 419.gif]



420.

MARCO WELSER a GALILEO in Firenze.
Augusta, 29 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 24. - Autografa. A questa lettera facciamo seguire il parere di GIO. GIORGIO BRENGGER, che ad essa era allegato e che si trova autografo a car. 26-27 del medesimo codice. Sempre nello stesso codice, a car. 70-72, si ha copia cos della lettera come del parere, scritta di mano di VINCENZIO VIVIANI, che vi premise (car. 69) quest'annotazione: 3 lettere, 1610 [cio, la presente con l'allegato parere, e quelle che pubblichiamo sotto i nn.i 424 e 425]. Copie. Dal Sig.r Vinc.o Galilei. Copiate da me da originali del Velseri e Breugger [sic], e da bozze del Galilei in 4 fogli; e a car. 28-31  un'altra copia, di mano del sec. XVIII, della lettera del WELSER.

Molto Ill.e et Ecc.mo S.or Oss.mo

Mi do a credere che V. S. possa haver sentito mentovare il mio nome in Padova per bocca de'SS.i Gualdo et Pignoria; quando non, il S.or Pichena cost, tanto mio amico et patrone, le ne dar qualche notizia. Con tal sicurt ho compiacciuto volontieri un mio amico in mandarle l'inserto foglio, persuadendomi che non le sar discaro l'intendere che ancora di qua da'monti gli suoi scritti vengon letti con ogni maggior attentione, che testimonio ne sar l'istesso dissenso; et la bont di V.S. mi assicura, che, bene o male che habbia discorso l'amico, lei non se ne riputar gravata, vedendo tralucer la schiettezza della sua intentione, che mira solo ad investigar il vero.
Aspetto con singolar desiderio la nova opera, che mi avisorono pi giorni sono gli sopradetti SS.i che V. S. era in procinto di dar in luce. Fra tanto la prego di arrolarmi nel nomero de'suoi servitori, offerendole dal mio canto tutto quel poco che posso e vaglio. Iddio la feliciti.

Di Augusta, a'29 di 8bre 1610.
Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma
Aff.mo Servit.e
Marco Velseri.

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Galileo Galilei.
Firenze.
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Inter alia multa, quae nobis Sydereus Galilaei Nuncius nova mira et memorabilia retulit, haud extremum locum tenet eius de altitudine montium in corpore lunae discursus: quos tam celsos facit, ut eos ultra 4 miliaria italica attollat. Libet igitur, hanc ratiocinationem accuratius perpendere, et, collatis inter se diversis Galilaei observationibus, eius veritatem inquirere.
[vedi figura 420.gif]
Duae sunt quas Sydereus Nuncius notavit observationes, ex quibus de montium illorum altitudine coniecturam facere possumus: prior est quae tempus anticipationis luminis, altera quae intervallum inter verticem illuminatum et terminum lucis, nobis significat. Quamvis enim illa certior videatur, haec incertior et errori magis obnoxia, placuit tamen Autori hanc pro illa amplecti, et ex hac sola montium mensuram investigare.
Scribit ille, pag. 24 (editionis Francofurtensis(934)), se aliquoties intra tenebrosam lunae partem observasse montium vertices nonnullos lumine perfusos, licet a termino lucis satis fuerint remoti, quorum distantia a parte lucida fuerit aequalis vel etiam maior vigesima parte diametri lunaris, ut in schemate adiecto. Sit corpus lunae CBFH, cuius pars luminosa CBF, tenebrosa vero CHF, et in hac mons AD, cuius vertex D, a radio solis GCD illustratus, distet a termino lucis C intervallo CD, quod sit 1/20 diametri CF: quando igitur diameter lunae sumitur miliarium italicorum 2000, fit DC 100 miliaria, et, per penultimam primi Euclidis, ED 1004 987/1000; ex qua si auferatur radius EA 1000, relinquitur montis AD altitudo 4 987/1000 ex sententia Galilaei.
Hanc ratiocinationem ut non reprobo, ita eius hypothesin, cui illa innititur, probare nequeo: quia terminum lucis apparentem C sumit pro puncto contactus, quod quidem locum haberet, si lunae corpus esset exacte rotundum; et cum sit inaequale et montosum, fit ut, propter flexuosum decursum lineae confinii, terminus lucis apparens a puncto contactus declinet. Esto enim radius solis STVX, illuminans verticem X in parte tenebrosa, secans lineam confinii, seu terminum lucis apparentem, in T: dico, punctum intersectionis T non esse punctum contactus, sed aliud quod cadit inter T et X, nimirum V, esse punctum contactus, per 18 III Euclidis; quod quidem etiam naturalis terminus lucis, vocari possit, quia si luna exacte esset globosa, hoc punctum incideret in ipsum terminum lucis. Quod si quis in schemate praemisso distantiam TX, idest verticis illuminati a termino lucis apparente, sumat pro tangente vera, quae est VX, eum graviter hallucinari et in computo errare necesse est. Tale quid hoc loco Autori contigisse suspicor(935), praesertim cum videam, mensuram altitudinis AD 4 987/1000 cum ea quae ex altera Galilaei observatione elicitur, non convenire: quam nunc quoque suspiciemus.
Scribit Galilaelis, pag. 14(936), haec verba: Permultae apparent lucidae cuspides intra tenebrosam lunae partem, omnino ab illuminata plaga divisae, quae paulatim, aliqua interiecta mora, magnitudine et lumine augentur, post vero secundam horam aut tertiam reliquae parti lucidae et ampliori iam factae iunguntur. Haec altera est observatio, quae nostro instituto accomodari potest: secundum quam cacumen montis D a puncto contactus C (sive illud incidat in terminum lucis apparentem, sive non incidat) separatur intervallo non maiori, quam ut post duas tresve horas plagae lucidae adnecti et cum ea continuari possit; idest ut a prima verticis D illuminatione transactis duabus aut tribus horis, ipsa montis radix A quoque illustretur, propagato naturali lucis termino ex C usque in A. Supputemus igitur quantus sit arcus CA, tribus horis competens, sumpta proportione a motu menstruo, qui absolvitur diebus 29 1/2 fere: hoc modo. Ut se habet tempus dierum 29 1/2 ad ambitum globi lunaris grad. 360, ita spatium horarum 3 ad arcum CA, vel angulum CEA, 1. 31'. 32": hic angulus in tabula secantium ostendit lineam EAD miliarium 1000 354/1000, quandoquidem radius lunae EC supponitur 1000 miliarium; qui ablatus ex EAD, relinquit altitudinem AD tantum 354/1000 unius miliaris. Ex quo maxima apparet inter has duas observationes discrepantia: quarum illa montem AD ultra quatuor, et fere ad 5, miliaria extollebat; haec fere ad tertiam unius integri partem eandem contrahit. Quo fit ut mihi persuadeam, Autorem (quod pace eius dictum volo) in illa observatione, quae tangenti DC tribuit vigesimam diametri partem, lapsum esse. Nam illa stante, necesse est ut angulus CEA sit 5. 42'. 38"; ex quo deinde sequitur, verticem D a sole illustrari non tantum duabus aut tribus, sed undecim horis integris et amplius, priusquam plagae lucidae iungatur, siquidem quae ratio est 360 graduum ad dies 29 1/2, eadem est arcus CA 5. 42'. 38" ad horas 11, min. 14: quod temporis spatium cum admodum magnum sit, procul dubio a Galilaeo dudum deprehensurum et annotatum fuisset, cum trium et duarum horarum intervallum silentio non praeterierit.
De his itaque velim ipsum Autorem (qui ob publicatas suas observationes laudem nunquam intermorituram apud omnes doctos et gratam posteritatem(937) meritus est) moneri, ut praedictas Nuncii Syderei controversias ipse inspicere et pro rei exigentia illas corrigere, ac tandem, iteratis observationibus iisque inter se collatis, certius quid de hac re statuere ac nobis communicare, possit.

Ioan. Georg. Brengger
ita sentiebat.



421.

GIOVANNI KEPLER a [GIULIANO DE'MEDICI in Praga].
[Praga, 18 ottobre 1610].(938)

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 76. - Autografa. Tale autografo fu trasmesso a GALILEO, di cui mano, al di fuori della lettera, si legge: "S. Keplero".

Ill.me et Rev.me D.e Col. me

Legi Galilaei literas ad Ill.am D.m Vestram, et illum praecipue locum, ubi existimat, me, nimio properandi studio, transiliisse locum insignem in illo hostili scripto adversarii sui, ubi in palpabili perversione scopi mei praecipuum suum fundamentum ponit; quasi ego errorum occasiones, quibus Galilaeus sit deceptus, pag. 34 Dissertationis meae(939) clarissime detexissem.
Ad haec respondeo: Cum ad Galilaeum scriberem, ignarus an ille publicam facere vellet epistolam meam, nullus dubitavi quin Galilaeo ipsi, citra meam instructionem, facile apparitura sit sinistra acceptio mei textus; caeteris vero non putabam me scribere, et si etiam ederetur epistola, non defuturum sibi Galilaeum, sed nota luculenta lectoribus facile detecturum fraudem, seu commissam seu admissam: eoque delevi totam illam fraudis detectionem ex epistolae meae concepto, contentus illam absorpsisse verbis hisce: RELIQUA RIDEO, et postea paragrapho INVENIT TAMEN ISTA SYCOPHANTIA, item ET IMPERABIT etc.(940)
Sed quia mavult Galilaeus, meis quam suis verbis patere lectori sensum meorum verborum pag. 34 Dissertationis, age, ex meo concepto exscribam deleta. Sic enim erat scriptum initio: Extat epistola mea, illa loquatur. Ipse transilit triginta tres paginas, et in ultima arripit nescio quid, quo infoelicissime intellecto stupiditatem prodit ingenii. Existimat, me disci planum hoc dicere, quod alias lentem dicunt exteriorem et ad stellas conversam. Toto, ut vides, coelo errat. Ego ex tuis novis planetis discos feceram, non ex vitris(941); illorum planum (non vitri planum) ad Iovem conversum esse dixeram. Sic supra et infra irradiari perpendiculariter, intelligit ille surdaster de vitro, quod duas habet superficies, superiorem et inferiorem; cum ego de planetis irradiatis loquar, quando supra Iovem currunt et quando infra. Et quod irradiat, ipsius intellectum est Iupiter, irradians vitrum(942), cum in meo sensu sol fuerit, irradians planetas. Sic diversos colores, diversas planities, omnia accipit de vitro; ego, de planetis, etc.
Haec ex veteri concepto, in gratiam Galilaei, qui ea Ill.ae D.i Vestrae maluit edisseri meis quam suis verbis. Per se enim indigna sunt quae referantur. Repudiavi enim in Narratione mea, his nundinis excusa(943), tam hanc meam, quam illam Galilaei, speculationem; et huc inclino, ut credam, cum Medicaea sunt proxime Iovem tam evidentia visu, semper esse supra Iovem; cum vero sunt inconspicua, tunc infra esse: quod si verum esset, sequeretur, Iovem ipsum esse qui illa etiam globosa existentia illuminet, et fo[r]tius illuminet de propinquo, quam sol de longinquo. Sed expectanda sunt plura experimenta.
Haec, author ad communicationem literarum Galilaei scripta, Ill.a D.o Vestra boni consulat, cui me commendo.

Ill.ae D.is Vestrae
Observantiss.
I. Keplerus.



422..

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.
Bologna, 2 novembre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIX, n. 46. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Ho riferito al S.or Roffeni quanto V. S. mi disse per suo conto, il quale mostr di non restare a pieno sodisfatto, dicendo che non si sogliono perdere le lettere che, gli vengono, et che gli dispiaceva non haver la lettera italiana in buon termine, sendo che, per l'occasione di farla latina(944), egli l'haveva in molti luoghi guasta; et si part poi per villa, ove  ancora al presente. Se ritornar presto, come io credo, per il principio dello Studio, gli tornar a riparlare dell'istessa lettera. Con che fine gli bacio le mani in freta.

Di Bol.a, li 2 Nov.re 1610.
Di V.S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
G. Ant.o Magini.

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.
Firenze.



423..

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.
Venezia, 6 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 81. - Autografa la firma.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Ricevei la gratissima di V.S. de'16 di Ottobre, alla quale non feci pronta risposta per ricercare quanto V. S. mi commetteva e darli sodisfatione di quelle opere che ricercava. Io non trovo chi sia l'autore fiorentino Sisi, che V. S. mi accenna li scrivi contra. Quanto a Padre Marsilio,(945) intendo che l'ha compita; sono per in dubbio, se la stamper o no: intanto, perch V. S. ne habbia copia, ho procurato che il Clar.mo S.or Antonio Calvo me ne facci havere una copia, e me l' promessa; ma perch m' sopragiunto a me una febbre terzana doppia, che da X giorni in qua mi tiene a letto, non ho possuto retirarla. Veder che la pratica non svanisca, ch'io pur desidero di vedere qualche bella pazzia. Di quel'Orchi, qua non ve ne sono; ma se V. S. scriver a Modena, ne potr havere quella quantit che desidera.
Ho gusto che V. S. si trattenghi con intera sua satisfatione al servitio di cotesta A. Debbe ritrovarsi anche il S.or Macagnati, al quale favorischami di un bacia mano.
La settimana passata mandai a cotesto Ill.mo Ambasciator nostro un occhiale, da lui richiestomi: perch la mia indispositione non mi lasci ben considerarlo, come haverei volsuto, prego V. S. con suo commodo volerne haver vista, e farmi sapere se risponde, acci che io possa mandarli un altro vetro, se occorresse; e questo lo fo, dubbitando che esso, per termine di complimento, non me lo laudi oltra il merito. Fo fine e li bacio le mani, raccordandomeli servitore. Nostro Signore la conservi.

Di Venetia, ad 6 Novembre 1610.
Di V.S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Ant.o Sant.ni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il Sig. or Galileo Galilei, in
Firenze.

424.

GALILEO a [MARCO WELSER in Augusta].
Firenze, 8 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 32. - Bozza autografa, dalla quale fu trascritta la copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che  a car. 73 del medesimo codice. Cfr. l'informazione premessa al n. 420.

Ill.mo Sig.re et Pad.n Col.mo

Io non pure ho frequentemente(946) sentito il nome di V. S. Ill.ma per le lingue dei SS.i Gualdo et Pignoria, ma molto avanti per quella del S. Gianv.o Pinelli di gloriosa memoria, et infinite volte(947) per quelle della fama; et come ho sempre bramato d'incontrare occasione di potermi dedicare servitore alla sua gran virt(948), cos ho con lietissimo cuore abbracciata questa, del mandarmi ella le contradizioni(949) dell'eruditissimo Sig.r Brengger(950): le quali quando anco fossero insolubili(951), mi pregerei pi ne gl'errori dell'opera mia che nelle cose(952) ben dette, se pur ve n' alcuna, sendomi quelli stati mediatori all'aqquisto(953) di un tanto padrone(954), frutto a cui simile(955) non mi  provenuto, n spero che sia per provenirmi, dal resto de i miei trovati; li quali hora con gran(956) ragione posso reputare per indubitati et assolutamente veri, persuadendomi che quando io in cose essenziali(957) havessi preso errore, sarei stato dalla gratissima et da me stimatissima censura del S. Brengger fatto avvertito, con non meno(958) cortese affetto di questo che scorgo nelle dubitazioni sue intorno a cosa solo di mediocre rilievo. Et se(959) pure anco in altra li restasse scrupolo, io supplico V. S. a pregarlo di communicarmi liberamente(960) ogni sua instanza, assicurandolo che lo ricever per favore singolare, reputando io azione altrettanto honorata et degna di huomo virtuoso l'avvertire gl'autori de i loro(961) errori, quanto mi par vergognoso il lacerargli dietro le spalle.(962)
Io ricevei ieri dal S. Picchena la cortesissima sua, insieme con le dubitazioni del S. Brengger(963); tra ieri et oggi, ben che aggravato da pi di una indispositione, ho scritto quello che mi  sovvenuto in mia difesa: non so se, come il corpo, cos haver hauta la mente inferma; comunque sia, appaghisi V. S. del buon volere, come anco il Sig.r Brengger, al quale cordialissimamente mi offerisco, attendendo sua risposta(964). Et a V. S. con ogni reverenza bacio le mani et me gli dedico per servitore(965), et dal Signore gli prego ogni desiderata felicit.

Di Firenze, li 8 di 9mbre 1610.(966)
Di V. S. Ill.ma
Ser.re Dev.mo
Galileo Galilei.



425.

GALILEO a GIANGIORGIO BRENGGER.
[Firenze, 8 novembre 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 34-36. - Bozza autografa, dalla quale fu trascritta la copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che  a car. 74-77 del medesimo codice. Cfr. l'informazione premessa al n. 420.

Ut tuae discussioni(967), eruditissime Brengger, respondendo, pro viribus satisfaciam, brevitati atque facilitati consulens, te ut membratim tuam perlegas narrationem rogatum volo: singulis enim particulis, tuam eandem prosequens methodum, responsa accomodabo.
Relegas igitur a principio tui discursus usque ad illa verba: Duae sunt, quas Sydereus Nuncius etc.
Respondeo enim, inter praecipua quae in meo Nuncio considerantur, esse profecto illud, quod scilicet [vedi figura luna2.gif]ae facies, praesertim autem pars lucidior, eminentiis atque lacunis undiquaque scateat; illas autem sublimes minus magisve reperiri, non maximi apud me esse momenti; nec ob id quia(968) minores essent, quod praecipuum est in mea intentione pervertendum fore. Neque tamen credas, haec modo a me pronunciari, ut meum forte in ratiocinando errorem excusem: peccatum nanque aut in assumptis, aut in demonstrationibus, factum est nullum, ut inferius patebit.
Lecturam sequere usque ad illa verba: Scribit ille, pag. 24, etc.
Verum quidem est, ex binis a te consideratis observationibus posse nos in cognitionem(969) harum altitudinum deduci; ac utraque per se, quoad demonstrationem pertinet, firmissima est, dum tamen in illarum assumptis error non admittatur: elegisse autem me eam quae magis errori esset obnoxia, hoc, pace tua dixerim, a vero absonum, ni fallor(970), esse videtur. Ratio enim quam ego elegi, nulli inevitabili errori est exposita: quam vero tu praeponis, aut omnino impossibilis, aut incerta quidem atque admodum dubia, existit. Meam primo considero, et ab obiectis tuis vindico: potes interim tuae scripturae lectionem extendere usque ad Scribit Galileus etc.
Provide advertis, terminum lucis apparentem, ob asperam et montuosam lunaris corporis superficiem, a vero puncto contactus declinare: asperitas enim illa flexuosum admodum sinuosumque efficit decursum lineae confinii lucis ac tenebrarum, ex quo verticis iam illustrati distantia ab ipso confinio citra errorem determinari nulla ratione possit(971); imo asseris tu evenire(972), hanc longe maiorem accipi(973) ac(974) definiri, quam vera ab exquisito puncto contactus esset elongatio, ex quo sequi, altitudinem a me deinde ratiocinando collectam superare veram eminentiarum lunarium elevationem. Hinc notam allucinationis mihi inuris; attamen immerito quidem, mi Brenggeri; luminosi et enim verticis elongationem non ab anfractuoso et, quod consequens esset, incerto illuminationis confinio, sed a veraci termino, a puncto scilicet contactus, radii illustrantis desumpsi. Id autem quo pacto a me praestitum sit, licet ex iis quae in Nuncio scripta fuerunt quispiam colligere posset, in tui tamen gratiam lucidius explicare non pigebit.
[vedi figura 425a.gif]
Integram [vedi figura luna2.gif]ae faciem in duas praecipuas partes, magnas(975) ambas atque naturali oculo conspicuas, divisi: quarum altera obscurior, ac veluti magna quaedam nubes nigricans, faciem ipsam inficit; cuius faciei(976) reliquum, dum lumine solari perfunditur, clarius nitidiusque effulget. Ingentes illas maculas, acie naturali spectabiles, veteres seu antiquas appellavi, easque fere omnes(977) superficiem aequabilem ac perpolitam obtinere scripsi; id enim perspicillum luce clarius ostendit; veluti, e contra, clariores [vedi figura luna2.gif]ae plagae eminentiis lacunisque confertae eiusdem instrumenti beneficio spectantur. Ex his sequitur, terminum illuminationis partim aequabiliter, partim vero tortuose ac anfractuose, protendi: qua enim super magnas maculas incedit, aequabili ac perpolita linea designatur; qua vero lucidiorem, lacunosam nempe ac montuosam(978), regionem intersecat, flexuosus admodum atque anfractuosus spectatur: veluti apposita praesefert delineatio, in qua [vedi figura luna2.gif]ae globus integer AKHL; pars illuminata, AKH; terminus lucis, ductus AGH; cuius pars DE, ubi illuminatio magnae maculae teminatur, aequabiliter extenditur, reliquae vero partes ABD, FGH, tortuosae admodum extant, termini illuminationis lucidiorum [vedi figura luna2.gif]ae partium existentes. Scias insuper velim, omnes fere antiquas ac magnas maculas altissimorum montium iugis undique esse circumseptas; quod ex eo intelligas licet, quia, cum supra tum infra singulas, dum a confinio lucis per medium secantur, prominent, ac supra tenebrosam [vedi figura luna2.gif]ae partem longo ductu extenduntur, quaedam quasi promontoria luminosa, intra quorum sinum reliqua magnae maculae pars intercluditur. Delineationes BCD, EFG harum eductionum imagines tibi repraesentant.
Ex his iam habes, eruditissime Brengger, et terminum illuminationis exactissimum, ac prorsus eundem cum puncto contactus, designatum a linea DE; habes et verticum illuminatorum remotiones DC, EF, quas facili admodum negocio ad terminum DE conferre potes, nec non etiam ad integram diametrum AH. Scias insuper, non semel offerri etiam cuspides illuminatas e regione partis confinii DE, consimiles iis quae notis I, I indicantur; ex quarum distantia de altitudine eorundem ratiocinari obvium fit. Quae cum ita se habeant, omnem tibi in hac methodo dubitandi ansam ablatam esse reor(979).
Ne quid autem hac in parte, animadversione dignum, intactum relinquatur, silentio minime involvam (quod geometrica libertate dictum esse velim), aliqua me corripi dubitatione, num omnino(980) vere a te scriptum sit, lineam distantiae a vertice luminoso ad confinium lucis a me usurpatam (cum ad flexuosum decursum lineae confinii terminatur(981)) longiorem esse, quam si ad naturalem lucis terminum, ita a te vocatum, referretur: existimas enim(982), ob montuosam [vedi figura luna2.gif]ae superficiem, punctum veri ac naturalis contactus inter verticem illustratum et flexuosum lucis terminum cadere. At ego, e contra, breviorem potius(983) esse affirmo distantiam(984) a vertice illuminato ad lucis usque terminum in montuoso lunari corpore apparentem, quam si ad verum contactum in superficie perfecte(985) sphaerica referretur.
[vedi figura 425b.gif]
Sit enim in perfecte sphaerica superficie circulus maximus ABCD, radius autem tangens in C esto FCE; intelligatur vero ultra, contactum mons quidam BE, cuius vertex E illuminatus erit, et distantia a confinio naturali erit EC. Quod si montibus confertam ponas superficiem, adeo ut ex adverso montis EB constituatur mons alter GH, cuius obiectu(986) illuminatio radii FCE impediatur, nec illustretur vertex E nisi a sublimiori radio IHE, iam manifeste vides, distantiam EH breviorem reperiri ipsa EC. His ita se habentibus, patet altitudines(987) lunarium montium, per hanc breviorem(988) distantiam a me (ex tua scilicet sententia) compertas, minores fuisse quam re vera forent si maiorem alteram a naturali contactu distantiam accepissem: vides insuper, verum non esse quod tu universaliter affirmas, punctum nempe naturalis contactus inter E et H cadere.
Ad alteram tuae narrationis partem me confero (quam usque ad finem legere potes), in qua(989) ex nonnullis meis pronunciatis, iisque magis (ut opinaris)(990) ad dictas altitudines dimetiendas accomodatis, me mihi contrariari asseris: at contra, nec me mihi contrariari, neque rationem praedictarum altitudinum ex tempore illuminationis dimetiendarum a multis peccandi occasionibus (ob assumptorum inconstantiam) esse vacuam, ex sequentibus fiet manifestum.
Utque primum me a contraditionibus liberem, detur ea omnia, quae a te scripta sunt, esse vera: tunc(991) quid aliud, queso, quispiam inde colliget, quam nonnullorum montium altitudines 4 milliarium compertas a me fuisse, aliorum vero a te vix tertiae unius partis? Hoc autem et verissimum esso credo, et fateor. Nec tamen a me pronunciatum fuit ullibi, lunares montes omnes eiusdem et celsissimae magnitudinis esse: sunt in [vedi figura luna2.gif]a, uti arbitror, veluti in terra, et altissimae, et mediocres, eminentiae, et exiguae quoque. Amplius, vertices lucidae nonnullos, a confinio luminis avulsos, eidem termino(992) intra 2 vel 3 horas adherere conscripsi; non tamen verticibus omnibus idem accidere significavi: sunt enim qui neque 6a aut 8a hora, aut forte(993) etiam tardius(994), cum termino lucis iungantur; ex quibus nil aliud inferas licet, nisi eorundem montium dispares altitudines.
At iam tandem, quot quantisque fallaciis altera metiendi ratio sit obnoxia(995), pro viribus explicemus. Primo, itaque, non posse tuto verticis alicuius altitudinem ex mora coniunctionis utriusque luminis, verticis nempe et confinii, indagari, vel ex eo manifestum esse potest, quod, posita eadem montis altitudine eademque a confinio lucis(996) distantia, luminum copula maturius nec non(997) serius praestari potest, prout obicis adversi declinatio magis minusve fuerit praerupta; quod clarius ex apposita figura intelligetur.
[vedi figura 425c.gif]
Sit enim mons ABC, cui ex oriente opponatur alter mons CDE; vertices amborum contingat radius BDF, adeo ut vix tantum B cuspis illustretur. Iam si dorsi DC declinatio secundum lineam CD extendatur, extensa illa versus(998) G, patet quod, constituto sole paulo supra radium CDG, tota vallis DCB erit luminosa, iunctaeque erunt luces verticis B et termini D per continuationem spacii luminosi DCB: quod si abrupta magis foret montis declinatio DC, nempe secundum lineam HDI, iam sole in G constituto, interstitium HC adhuc tenebrosum foret, cuius umbra plagam luminosam BC a lucida DE disterminaret, nec prius iungerentur lumina, quam sol ad lineam HDI pertingeret; quod longum post temporis intervallum accidet. Non licet, igitur, ex mora coitionis luminum sublimitatem montis ABC venari.
[vedi figura 425d.gif] Dices, sat esse tibi perceptionem temporis, quo altitudo BC illustratur? Verum et haec mutabilis ac dubia(999) paenitus est: quis enim finem illustrationis montis a principio illuminationis plani distinguet? Sed, quod magis urget(1000), esto in apposita figura idem mons ABC, transeatque idem radius BDEF per trium montium vertices B, D, E: constat, sole posito in linea EF, illustrari apicem B; eius vero radius citius ad radicem C perveniet, si obex remotior fuerit, nempe in loco E; tunc enim, ducta linea CEG et in ipsa posito sole, perveniet radius ad punctum C: si vero obiiciatur mons vicinior, nempe D, non profecto illustrabitur radix C, nisi cum sol in CDH locetur; quod serius fiet. Vides, igitur, quanam ratione idem mons aliis atque aliis temporibus illuminetur, pro diversis remotionibus(1001) interpositorum corporum: ex quo anceps atque incerta redditur omnis calculatio in altitudine disquirenda.
Nec forte credas, te declinare posse incomoda ac difficultates consimiles, producendo illustrationis radium, non per sinuosum confinii ductum, sed per exquisitum naturalemque contactum; iisdem enim detineberis angustiis: eadem enim altitudo citius modo, modo vero tardius, illuminabitur, licet ex eodem aequabili et perpolito orizonte proveniat irradiatio. Sit enim sphaerica superficies BCD, montis alicuius elevatio BA, tangens vertici A occurrens(1002) sit EDA; sit autem mons modo praeruptus, ac fere ad perpendiculum erectus, secundum lineam AB(1003), modo vero leniter ascendens secundum lineam CA. Si igitur per punctum C ducatur tangens, quae utrinque extendatur, super hac erit tota linea montis CA, et infra eandem erit pars rupis AB: quare sol, in ipsa tangente locatus, totam extensionem CA illuminabit, sed rupis AB inferior pars adhuc in tenebris erit. Constat itaque, undique esse angustias.
[vedi figura 425e.gif]
Amplius, ne te praetereat, nullas alias observationes, seu a mora coitionis luminum, seu a distantiis verticum a confinio lucis, petitas, accomodas esse altitudinibus dimetiendis, nisi quae habentur circa lunae quadraturas; ibi enim tantum distantias directe, non autem oblique, intuemur, luminumque copulas citra erroris periculum prospicere possumus: at cum [vedi figura luna2.gif] in quadrato fuerit, non tam diu supra orizontem noctu versatur, ut remotissimarum cuspidum lumina cum confinio lucis applicentur. Atque ex his manifestum esse reor, secundam illam methodum, a te propositam, non modo dubiam atque perplexam, verum impossibilem(1004) forte, existere



426..

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.
Bologna, 9 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 165. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Mi sono arrivate in un istesso tempo le lettere di V.S. Ecc.ma et quelle diVenetia, s che, sendo l'hora tarda et d'andare alle schuole, ho poco tempo di rispondere a tutto; et per sar breve con lei, contentandomi solamente d'assicurarla della buona mente del S.or Roffeni con questo riscontro, che havend'egli ricevuta l'ultima di V. S. poco doppo ch'io havevo mandata la mia lettera per lei alla posta, procur ch'andassimo insieme per ripigliarla indietro dal coriero, acci che lei non restasse disgustata: ma non la potessimo havere, perch'hanno ordine di non le dare a chi si voglia. Et per V. S. si deve levare di questa cattiva impressione, ch le so dire di sicuro che il detto S.or Roffeni gl' partialissimo servitore, come ancora le sono io.
Piacemi il consiglio del S.or Keplero, di far ricantare a colui(1005) la palinodia; et sar con pi riputatione di V. S. et con pi vergogna(1006) di lui, oltre che io credo che siano divulgate pochissime di quell'opere. Al ritorno del S.or Roffeni le scriveremo tutti due, doppo che gl'haver letta questa, scritta a me, et consignata la sua. Et con tal fine le bacio con molta fretta le mani.

Di Bol.a, li 9 Nov.re 1610.
Di V.S. molto Il.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Il Magini.

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.
Firenze.



427.

GALILEO a GIULIANO DE'MEDICI in Praga.
Firenze, 13 novembre 1610.

Riproduciamo questo capitolo di lettera dall'opuscolo IOANNIS KEPLERI S.ae C.ae M.tis Mathematici Dioptrice, seu Demonstratio eorum quae visui et visibilibus propter conspicilla, non ita pridem inventa, accidunt. Praemissae Epistolae Galilaei de iis quae post editionem Nuncii Siderii ope perspicilli, nova et admiranda, in coelo deprehensa sunt, ecc. Augustae Vindelicorum, typis Davidis Franci, M. DCXI, pag. 15-16.

Di Firenze, li 13 di 9bre 1610.

Ma passando ad altro, gi che il S. Keplero ha in questa sua ultima Narrazione(1007) stampate le lettere che io mandai a V. S. Ill.ma trasposte, venendomi anco significato come S. M. ne desidera il senso, ecco che io lo mando a V. S. Ill.ma, per participarlo con S. M., col S. Keplero, et con chi piacer a V. S. Ill.ma, bramando io che lo sappi(1008) ogn'uno. Le lettere dunque, combinate(1009) nel loro vero senso, dicono cos:

Altissimum planetam tergeminum observavi.

Questo , che Saturno, con mia grandissima ammiratione, ho osservato essere non una stella sola, ma tre insieme, le quali quasi si toccano; sono tra di loro totalmente immobili, et costituite in questa guisa [vedi figura 427a.gif]; quella di mezzo  assai pi grande delle laterali; sono situate una da oriente et l'altra da occidente, nella medesima linea retta a capello; non sono giustamente secondo la drittura del zodiaco, ma la occidentale si eleva alquanto verso borea; forse sono parallele all'equinotiale. Se si riguarderanno con un occhiale che non sia di grandissima multiplicazione, non appariranno 3 stelle ben distinte, ma parr che Saturno sia una stella lunghetta in forma di una uliva, cos [vedi figura 427b.gif]; ma servendosi di un occhiale che multiplichi pi di mille volte in superficie, si vedranno li 3 globi distintissimi, et che quasi si toccano, non apparendo tra essi maggior divisione di un sottil filo oscuro. Hor ecco trovata(1010) la corte a Giove, et due servi a questo vecchio, che l'aiutano a camminare n mai se gli staccano dal fianco. Intorno a gl'altri pianeti non ci  novit alcuna. Etc.



428..

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.
Roma, 13 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 83. - Autografa.

Ecel.mo Sig.r mio Oss.mo

In risposta della sua dei 6 di 9mbre non  che dirli altro, se non molte salute(1011) da il Sig.r Passigniani et dal Sig.r Micelagniolo Buonaruoti et il Sig.r Ciampoli(1012), che sono qui presenti. Quanto alle mormorazioni romanesche, alla venuta del Sig.r Gianbatista Strozzi, nello andare a visitare Monsig.r Dal Borgho, il Sig.r Cianpoli disse che aveva veduto le stelle, et il Sig.r Micelagniolo altrove da certi Ill.mi il medesimo; et io non mancho mai in ogni occhasione del mostrare le sue lettere, che temgo carissime, et massimo l'uttima: ma ogni principio(1013) porta dificult in coloro che sono assodati et invechiati in una oppinione. Pure al fine la verit ar il suo luogho.
Non  ancora comparso la tavola delli Sig.ri Serristori, n Bastiano mio fratello; ma credo sar qua domani o l'altro, per lo aviso che io tengho da Ulivieri. Non  fatto anchora le racomandazioni al Sig.r Luca o a Valerio: la far domani. Ner resto V. S. mi comandi, perch io sono tutto tutto suo(1014), n  altro martello che del non la godere. Nel resto io sto bene et allegramente; et baciandoli le mani, Dio la feliciti.

Di Roma, questo d 13 di 9mbre 1610.
Di V. S. Ecel.ma
Aff.mo Ser.re
Lodovico Cigoli.
Michelag.lo Buonarroti bacia le mani a V. S., e li conviene tal volta esser testimonio oculato sopra i pianeti, e dice che gli ha veduti, e lo ridice, tanto che qualcun, che non lo credeva, lo va credendo.


Fuori: Allo Ecel.mo Sig.re et Patron mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, in
Fiorenza.




429..

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.
Bologna, 20 novembre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIX, n. 47. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc. mo S.or mio Oss.mo

Do parte a V. S. Ecc.ma, che questi giorni passati i SS.ri del Regimento di Bologna si sono compiaciuti di accrescermi la provisione di 125 scudi, sotto pretesto d'aiuto annuo per la stampa, non havendo voluto far alteratione de'i patti vecchi, confirmati per instromento publico; et non mi sono curato d'attendere alla lettura di Padova, perch mi sarebbe stato di troppo impaccio far una tanta mutatione, n si sentiva che quei Riformatori volessero darmi pi stipendio di quello che io havevo qui. Io ho da ringratiare V. S. ancora per quest'accrescimento poi che con la partenza sua da Padova m'ha data occasione di lasciarmi qui intendere arditamente, che se mi verr occasione di maggior salario, io abbandonar questa cathedra et m'attaccar al miglior partito.
Diedi poi la lettera al S.or Roffeni di V. S., che credo le haver risposto. Mi fu mandata la risposta di quel Franzese(1015) a Martino, la quale m' piacciuta assai, et l'ho prestata ad alquanti di questi SS.ri, per non essersene vedute d'altre qui. Bacio con questo fine le mani a V. S. Ecc.ma, et le prego dal Cielo ogni suo contento.

Di Bol.a, li 20 Nov.re 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
G. Ant.o Magini.

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.
Firenze.



430..

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.
Padova, 25 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 85. - Autografa.

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Solamente heri l'altro io ho recevuto la lettera di V. S. delli 13 del presente, in Vicenza, dove son stato quasi duoi mesi continui. Ritornai heri a Padova, e doppo haverla letta e riletta pi volte con mio grandissimo gusto, l'ho communicata con li nostri pi cari et intrinsici amici, che pur essi ancora hanno sentito estremo piacere. Volevo mandarla al S.r Volsero, ma mi son imaginato che, doppo la contratta familiarit con detto signore, gli haver dato minuto conto d'ogni cosa; s come all'incontro esso S.r Volsero gli haver scritto d'un Ollandese, che con un suo occhiale vuol far leggere una lettera commune, lontana quanto un huomo pu caminare in un'hora e pi. Sinhora tutti questi fanno i loro miracoli a terra a terra; ma V. S. va sopra i cieli, onde pu cantare con 'l Petrarca

E volo sopra 'l ciel, e giacio in terra.

Qui non s' veduta l'opra del Keplero, ma s ben certa risposta alla lettera dell'Orchi(1016).
Non so se V. S. haver inteso, per uscir del cielo e della terra, il caso miserabile occorso in acqua al S.r Filippo Contarini, il quale, passando la Piave, li cade il cavallo sotto, e rest morto nell'acqua, con grandissimo travaglio del S.r Francesco e di tutta la sua casa.
Si contenter V. S. che per questa volta io le accusi solamente la ricevuta della sua lettera, poi che, per esser se non giunto, non ho quell'informatione delle cose di questo Studio, c'haver la ventura settimana, nella quale procurer di scriverle pi allongo. In tanto le bacio con ogni affetto le mani, rallegrandomi infinitamente che la sua virt et il suo valore sia conosciuto da chi pu eccellentemente riconoscerlo con 'l dovuto premio. Guardi V. S., in tanta altezza et in tanta serenit, di non abbagliare et ingrossar la vista, s che non degni di mirar pi a basso: serbi di gratia anco un occhiale per mirare noi altri suoi servitori, conformandosi con Dio, qui humilia respicit, et alta a longe cognoscit. Il qual sia quello che doni a V. S. il compimento d'ogni vera felicit.

Di Pad.a, alli 25 Nov. 1610.
Il S.r Baldino e R.di Sandelli e Pignoria(1017) bacian la mano a vostra Sig.ria
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Paolo Gualdo.
Questa lettera la mando alla ventura. Ci far gratia scriverci come per l'avvenire si dovranno inviargliele sicure.

S.r Galilei.


Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio
Il S.r Galileo Galilei.
Firenze.
In Corte di S. A. Ser.ma



431.

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.
Roma, 26 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 87. - Autografa.

Ecel.mo Sig.r mio,

Non risposi a V. S., perch non avevo trovato il Sig.r Luca(1018), al quale poi  mostro la sua lettera, della quale si rallegr molto, dicendo che s'era trovato molte volte a difenderla. Li(1019)  dispiaciuto molto la nuova della sua indisposizione; che a Dio piaccia recuperi la sanit presto, acci che, poi che io non la posso godere cost almeno per uno anno, ella possa venire qua, s per goderla, come perch V. S. possa chiarire questi satrapi e gran bacalari.
Feci le racomandazione al Sig.r Buonaruoti: tornano duplicate, et cos da il Sig.r Luca et dal Sig.r Passigniani. Et io li sono, sebene per mia disgrazia lontano, pi affezionato servitore di tutti; et con tutto il cuore li bacio le mani.

Di Roma, questo d 26 di Novembre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecel.ma
Aff.mo Servitore
Lodovico Cigoli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecel.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei.
Firenze.



432..

GIULIANO DE'MEDICI a GALILEO in Firenze.
Praga, 29 novembre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n. 42. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Resto molto maravigliato di sentire dalla gratissima di V. S. delli 13 del presente(1020), come mi havesse scritto con il precedente ordinario, poi che non le ho altrementi ricieute, con mio molto disgusto; s come con altretanto contento mi trovo la presente sua, insieme con la disertattione del Sig.r Gleppero(1021), che havendola pur hora riceuta, non ho tempo di vederlo. Ma mi riserber a dar ragguaglio di tutto a V. S. per questo altro ordinario, s di questo come de gl'altri particolari che si contengono nella sua lettera, e specialmente circa al far sapere a S. M.t Ces.a la deciferattione di quelle lettere; volendo solo dirgli per adesso, che con il presente ordinario servo V. S. col Ser.mo Padrone circa il farle sapere quanto desidera intorno al moto perpetuo(1022), et in quella stessa maniera appunto che la mi dice, stimandomi a molta ventura di potermi impiegare in cosa di suo gusto: n si dubiti che a altri sia scritto o fatto sapere. Con che per adesso baciandole le mani, le pregherr da Nostro Signore Iddio ogni contento.

Di Praga, il d 29 di Nov.re 1610.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
S.r Galilei.
S.re Aff.mo
Giuliano Medici.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Honor.mo
Il Sig.r [Galileo Galilei], Filosofo e Matematico di S. A. S., in
Firenze.



433..

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.
Venezia, 4 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 14. - Autografa.

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Ho riceuto particolar gusto dalla lettera di V. S., per haver sentito che quell'occhiale, mandato al S.or Ambasciator nostro, sia riuscito; e so che esso haver gradito estremamente il favore di V. S. di visitarlo, et io la ringratio quanto posso.
Il mio male, Iddio gratia,  partito, sebene anche sto alla camera, per accomodarmi alla cattiva stagione.
Se quelle apparenze delli pianeti, che non mi parevano rotondi altre volte, sono false, dubito che nel traguardo, che non stesse saldo, fosse qualche impedimento; che quando potr meglio, mi ci prover. Ora li dico, che finalmente il P. Clavio di Roma mi scrive come hanno osservato Giove; e li metter abasso le osservationi, copiate apunto dalla sua lettera. A poco a poco la gente si chiarir. Quando potr veder Saturno, li dir se mi riuscir di riconoscere quelle differenze. E perch scrivo con difficult, le b. le mani, facendo fine.

Di V.a, a 4 Dic.e 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Particol.mo
Ant.o Santini.

Le stelle intorno Giove cos comparsero:

[vedi figura 433.gif]

ma non siamo ancora sicuri, se sono pianeti o non.

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo mio S.or Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei, in
Firense.



434.

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.
Brescia, 5 dicembre 1610.

La prima delle due lettere che pubblichiamo sotto i numeri 434 e 434bis , autografa, nei Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 164, e porta la data "Di Brescia, il 5 di 9mbre 610", dove il 9 di 9mbre  stato corretto in X: manca la seconda carta del foglio, la quale verisimilmente conteneva l'indirizzo. La seconda lettera  anch'essa in una sola carta e di pugno del CASTELLI, ma nell'angolo superiore sinistro della carta si legge, sempre della stessa mano del CASTELLI, "Copia": nell'angolo superiore destro  stato scritto, pur dal CASTELLI, l'indirizzo. Questa lettera, che ora forma la car. 167 del citato Tomo, era originariamente unita alla risposta di GALILEO, che noi pubblichiamo sotto il n. 447, e che  al presente nel T. VII, 2, della P. III dei Mss. Gal., a car. 56. Questa risposta  pure di mano del CASTELLI, ha nel margine superiore sinistro l'indicazione, di mano del CASTELLI, "Copia", e nel margine superiore destro l'indirizzo: la filigrana della carta della seconda lettera del CASTELLI e della risposta di GALILEO  la medesima; e nel tergo della seconda carta del foglio contenente questa risposta si legge, di mano di GALILEO: "D. Ben.to da Brescia, con la mia risposta: tratta di Ven.re e di Saturno ".
Il VENTURI (Memorie e Lettere inedite finora o disperse di Galileo Galilei ecc., Parte I, Modena, per G. Vincenzi e Comp., M.DCCC.XVIII, pag. 142-143) pubblic un "Poscriptum" alla risposta di GALILEO, "che pur trovasi dopo la stessa lettera manuscritta nella Biblioteca di Parma", poscritto che manca nella copia di pugno del CASTELLI. Noi lo riproduciamo alle pag. 504-505, lin. 68 e seg. [Edizione Nazionale], sebbene, per quante ricerche abbiamo istituito, non abbiamo potuto ritrovare dove sia la lettera che il VENTURI vide a Parma, e che ora non  pi in quella Biblioteca Palatina.
Noteremo da ultimo che la seconda delle lettere del CASTELLI ha delle correzioni interlineari, scritte a matita e in parte oggi quasi illeggibili, di mano di VINCENZIO VIVIANI, che evidentemente disegnava di pubblicare quella lettera e credeva opportuno modificarne alcune espressioni. Di tali correzioni del VIVIANI, secondo il nostro istituto, non tenemmo conto(1023).

Ill.re et Eccell.mo Sig.r e P.ron mio,

Gli mesi passati, quando V. S. Eccell.ma stava in Padoa al servizio della Republica, deliberai, lasciati la patria e i parenti, ritirarmi in S. Giustina, per poter far di quei guadagni che si fanno con la conversazione di V. S., quali sono da me stimati sopra ogn'altro bene di questo mondo: hor, che di gi lei s' ritirata in Firenze, son necessitato, stando nell'istesso desiderio, di cambiar i mezi per conseguirlo. Per tanto mi son risoluto al futuro Capitolo (piacendo cos a'nostri Padri) di venir a star in Firenze, dove la goder e dove, potendo, la servir ancora, se non conforme all'obligo mio e meriti suoi, almeno quanto mi permetteranno le deboli forze mie.
Mi rallegro poi, non con V. S., ma con il S.r Magini, che non habbia (come haveva inteso io) fatta quella coglioneria di scriver contro all'Aviso Sidereo. Quanto all'opra dell'Orchi, non  ancora comparsa in Brescia, n l'ho veduta; ma se ci verr mentre ci star io et alcuni virtuosi gentilhuomini affezionatissimi al valor e dottrina di V. S., sar a spese comuni, siano quante si vogliano le copie, comprata et abbrusciata, acci in questa nostra patria non ne resti manco memoria.
Mi rallegro parimente con V. S. delle honorate e degne lodi con le quali di continuo sento celebrar il nome suo e virt; e piaccia a Dio (gi che qua publicamente si dice che cotesto suo glorioso e prudentissimo Gran Duca va continuamente rimunerando i meriti suoi) che con questo mezo gli nobilissimi studii della geometria ritornino nelle primiere et antiche riputazioni. Io poi vo cos freddo e lento, per non haver aiuto al pigro e rozo intelletto mio; e perch gli d passati cascai in un certo pensiero, e facilmente potrei ingannarmi, hora glie lo scrivo, per riceverne o emendazione sana o confirmazione gagliarda.
Essendo (come credo) vera la posizione di Copernico, che Venere giri intorno al sole,  chiaro che sarebbe necessario che fosse vista da noi alle volte cornuta, alle volte no, stando pure detto pianeta in pari remozioni dal sole, ogni volta per che e la piccolezza dei corni e la effusione dei raggi non c'impedissero l'osservazione di questa differenza. Hora desidero saper da V. S. se lei, con l'aiuto dei suoi meravigliosi occhiali, ha notata simile apparenza, quale senza dubio sar mezo sicuro di convincer qual si voglia ostinato ingegno. Simil cosa vo sospettando ancora di Marte circa il quadrato con il sole; non dico gi di apparenza cornuta e non cornuta, ma almeno di semicircolare e pi piena. Ma perch son inettissimo anco a minori speculazioni, e questa in particolare ricerca la dottrina e cognitione delle lontananze e grandezze dei nominati pianeti e tra di loro e dalla terra, delle quali non ho vergogna dire che ne sono ancora del tutto ignorante, tacendo e supplicandola di due righe in risposta, li fo humil riverenza e li bacio le mani, in nome del P. D. Serafino(1024) ancora.

Di Brescia, il 5 di Xmbre 610.
Di V. S. Ill.re et Eccell.ma
Aff.mo Ser.re e Discepolo Oblig.mo
D. Benedetto Castello.




434bis..

Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il Sig.r Galileo Galilei, Filosofo di Sua A. S.ma
Firenze.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Da che io hebbi la lettera di V. S. Ecc.ma delli 22 d'Agosto, nella quale mi accennava di haver osservato in cielo un'altra novit inopinabile, quel desiderio che ho sempre hauto di trasferirmi un'altra volta dove ella si ritrovava, per poter, con il suo aiuto(1025), dare qualche gagliardo principio a quel studio di geometria e filosofia al quale, mentre dimoravo in Padoa, m'incit, hora in tal guisa mi s' accresciuto, che ho fatto ferma risoluzione di venire, con bona grazia de'miei superiori, a stanziare in Firenze; e credo che dopo Pasca sar consolato.
Dall'istesso aviso che V. S. mi d, dopo varii pensieri che mi sono passati per il capo, finalmente son cascato in questo, che, essendo vera, come tengo verissima, la Copernicana constituzione del mondo, Venere habbia da fare, in pari digressioni dal sole, tal volta apparenza cornuta e talvolta non cornuta, secondo che si ritrover o di qua o di l dal sole, ma che nei secoli passati sia stata impossibile simile osservazione per la piccolezza del globo di Venere e 'l svanimento della sua figura. Hor che V. S. con le sue immortali invenzioni ha osservate tante altre meraviglie nelle cose celesti, invisibili alle forze ordinarie, desiderarei sapere se in questo particolare ha fatto osservazione alcuna, e se  vero quanto ho sospettato. Nel medesimo desiderio stanno il P. D. Serafino di Quinzano e gli Sig.ri Ferrante Lana e Francesco Albano, affezionatissimi alla dottrina di V. S. e filosofi pi che donzinali. Per tanto supplico V.S. a darmene aviso, perch, oltre che la conclusione sar per s stessa di gran conto e noi tutti gli ne resteremo obligatissimi, servir parimente per convincere qualsivoglia ostinato ingegno contro Copernico. Vado sospettando ancora simile apparenza in Marte; ma perch a questa terminazione si ricercherebbe pi essatta cognizione della remozion sua dal sole, della quale me ne confesso ancora ignorante, non dir altro: solo che, ricordandomegli obligatissimo servitore e discepolo, li fo riverenza, pregandogli da Dio benedetto ogni contento. Gli sopranominati Signori li baciano le mani.

Di Brescia, il 5 di Xmbre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Devotiss.o Ser.e e Discepolo
D. Benedetto Castelli.



435.

GALILEO a [GIULIANO DE'MEDICI in Praga].
Firenze, 11 dicembre 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10702, car. 74. - Autografa.

Le lettere trasposte sono queste:

Haec immatura a me iam frustra leguntur
o y.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Sto con desiderio attendendo la risposta a due mie scritte ultimamente a V. S. Ill.ma et Rev.ma, per sentire quello che haver detto il S. Keplero della stravaganza di Saturno.(1026) In tanto gli mando la cifera di un altro particolare osservato da me nuovamente, il quale si tira dietro la decisione di grandissime controversie in astronomia, et in particolare contiene in s un gagliardo argomento per la constituzione Pythagorea et Copernicana; et a suo tempo publicher la deciferatione, et altri particolari.
Spero che haver trovato il metodo per definire i periodi de i quattro Pianeti Medicei, stimati con gran ragione quasi inesplicabili dal S. Keplero; al quale piacer a V. S. Ill.ma di far mie raccomandazioni affettuosissime, come anco al S. Segheti(1027). Dal S. Asdale non sento pi niente, n so perch. Mi scusi della brevit, perch non sto bene, et mi conservi la sua grazia, della quale vivo ansiosissimo. Et con ogni reverenza gli bacio le mani.

Di Firenze, li 11 di Xbre 1610.



436.

GALILEO a [PAOLO GUALDO in Padova].
[Firenze], 17 dicembre 1610.

Abbiamo questo capitolo di lettera da una di MARCO WELSER a CRISTOFORO CLAVIO, che pubblichiamo sotto il n. 453. Cfr. pure n. 454.

Sono finalmente comparse alcune osservationi circa i Pianeti Medicei, veduti da alcuni Padri Giesuiti, scolari del P. Clavio, e dal medesimo P. Clavio scritte e mandate anco a Venezia(1028). Io gli ho fatti pi volte vedere ad alcuni de'medesimi Padri qui in Firenze, anzi pur a tutti questi che ci sono et ad altri che ci sono passati; e questi se ne sono serviti in prediche et in orationi, con concetti molto graziosi. Tuttavia non mi confido poter espugnar alcuni di cotesti filosofi, o per dir meglio non credo che siano per esser cos facili a lasciarsi cacciar da me queste carote. A Pisa  morto il filosofo Libri, acerrimo impugnatore di queste mie ciancie, il quale, non le havendo mai voluto veder in terra, le vedr forse nel passar al cielo.



437.

CRISTOFORO CLAVIO a GALILEO in Firenze.
Roma, 17 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 6. - Autografa.

Molto Mag.co Sig.or mio Oss.mo

Si maravigliar V. S. che alla sua lettera, scritta alli 17 di Settembre, non habbia fin qui risposto; ma la causa , che io aspettai di d in d la sua venuta a Roma, et anco perch volevo prima tentare di vedere i novi Pianeti Medicei: et cos l'habbiamo qua in Roma pi volte veduti distintissimamente. Al fine della lettera metter alcune osservationi, delle quali chiarissimamente si cava che non sono stelle fisse, ma erratiche, poi che mutano sito tra s et tra Giove. Veramente V. S. merita gran lode, essendo il primo che habbi osservato questo. Gi molto prima havevamo vedute moltissime stelle nelle Pleiadi, Cancro, Orione et Via Lactea, che senza l'instromento non si veggono.
Questi giorni mi scrisse il S.or Antonio Santini, che V. S. ha scoperto che Saturno sia composto da tre stelle, ci  che li stiano da canto due stelle piccole di qua e di l. Questo ancora non habbiamo potuto osservare; solo habbiamo notato co 'l instromento, che pare che Saturno sia oblongo, a questo modo [vedi figura 437a.gif].
Vostra Signoria sguiti pur ad osservare; forse che scoprir altre cose nove nelli altri pianeti. Nella luna, mi maraviglio grandemente della sua inequalit et asprezza, quando non  piena. In vero questo instrumento sarebbe di valore inestimabile, se non fosse cos fastidioso in adoprarlo. V. S. mi tenghi per suo affettionato; et con questo fo fine, baciandoli(1029) le mani et pregandoli da Dio ogni contento.

Da Roma, alli 17 di Decembre del 1610.
Di V. S.
[vedi figura 437b.gif]
[vedi figura 437c.gif]

Si sono visti qui in Roma alcuni occhiali mandati da V. S., i quali hanno li vetri convessi assai grandi, ma coverti, con restarvi solamente un bucco piccolo libero. Desiderarei di sapere che serve tanta grandezza, se ha da coprirsi in questo modo. Pensano alcuni, che siano fatti grandi, acci scoprendosi tutti la notte, si possono meglio vedere le stelle(1030).

Fuori: Al molto Mag.co
Sig.or Galileo Galilei, mio Oss.mo
Fiorenza.



438..

GIOVANNI KEPLER a [FILIPPO MUELLER in Lipsia?]
Praga, 18 dicembre 1610.

Bibl. dell'Osservatorio in Pulkowa. Mss. Kepleriani, Vol. L. XI. - Autografa.

Epistolam tuam, festivissime mortalium, quisquis es, magna cum iucunditate perlegi. Etsi enim non iis instructus sum opibus privatis, ut animam agente fisco publico, a quo dependeo, dolore vacare possim, tamen ut seniculi, qui Veneri per aetatem strenue militarunt, quamvis emeriti rudeque donati, ad subitum conspectum exorientis pulchellae virgunculae modicum incalescunt, nec tripudium titubantibus cruribus exercere abnuunt; sic ego quoque, diuturna ingruentis inopiae imaginatione penitus obsoletus, et ferias quasdam a studiis agens, Saturnalia puta deterioris conditionis (quippe philosophis, rerum dominis, servos ad metalla damnatos observantibus), vix tandem ad lectionem literarum tuarum animo reflorui, curisque de crastino ad perspicaces illos exercitus relegatis qui sublimes levibus pennis liquidum aethera tranant, ad respondendum tecumque iocandum serio consedi. Nam quidni tecum iocer, qui (ut pueri solent myindam ludentes) si te non video, at te palpo iam iamque teneo? Titillas enim iucunditate scriptionis eminus, vestisque laciniam porrigis ambroseam et gratias meras spirantem, acerrimi ingenii, prudentiae et discretionis, quam odoror ex aptitudine iocorum, ex dictionis contemperatione oratoria, cum me laudantis gestu redarguis; humanitatis eximiae ex praeclara de me existimatione; doctrinae denique multiplicis ex usu terminorum mathematicorum dextro exque orationis flumine tortuoso, quod varias passim rupes optimorum auctorum, hinc Plinii, illinc Ios. Scaligeri, alibi aliorum, alluit, indeque limum derasum in cespitem oppositum egerit amoenissimae doctissimaeque dictionis. Sed et feris me adversum te prope, et me retroflexum teque nominetenus capturientem (stylo an manu) lubricitate membrorum elaberis. O te argutum, qui laudes, quas in me profundis, adulationis suspicione penitus liberas, quia, ipsam etiam faciem, cui mutuo bene quid fieri posset, abesse voluisti; reprehensiones vero, quibus me corripiendum censes, in tuto collocasti. Anne te potam dicam, quia et prodes et delectas? Philosophum certe te vel sola inventionum humanarum admiratio, superque operibus Dei concepta delectatio, gaudium stuporque attonitus, effecerunt. Quo nomine, etsi mihi lusus iste vehementer placet, quippe corrigi a doctis expetibilius quam laudari a promiscuis, quia tamen ludendi provinciam suscepi, non aegre feres, quisquis es qui sub hac persona lates, si te appropinquantem plagasque inferentem, ubi tenere nequeo, protrusu summoveam, verbera tua declinem, aut mutuis ictibus, fortuna per tenebras aspirante, vindicem.
Incipis ab inopinati successus exaggeratione in re specillaria. Oppono me, vestigia Scaligeri premens. Cum Cardanus in immensum extulisset typographiam velut ab inopinato successu, Scaliger negavit difficilem aut fortuitum transitum a sigillis, quae veteribus cognita, ad typos aeneos. Sic ego nunc nihil admodum novi inventum dico in tubis bilentibus, cum in usu fuerint lentes simplices. Etiam quod obiecta caelestia attinet, semper ego, ex quo astronomiam colo, specillis adhibitis plures minutioresque et distinctiores vidi stellas, ipsamque lunae faciem, in defectibus praecipue, nitidiorem. Nam quod assensum meum ante haec tempora cohibui, vereor ut, qua in re illum cohibui, id ne nunc quidem frustra sit. Hoc enim proponebat Caesar, per specula et specilla efficere, ut literae minutissimae, multis milliaribus remotae, sic legerentur ac si praesentes essent. Et ut ad caelestia haec accommodem, specilli huius fabrica nititur huiusmodi geometricis principiis, ut, quoad effectum, infinita videri possit. Non existimo tamen, ut montes in luna et valles, sic arbores quoque et cervos aut naves, in lacubus iis fluitantes, olim repraesentatum iri. Argumento utor eodem quo olim. Nam ut aris, sic aetheris quoque, si modo corpus est, aliquis necessario color est: quem si lumen stellularum solisque in luna reflexum superat, at non superabit minutissimae rei lucula. Eorum enim quae sunt eiusdem generis, ut coloris in aethere et coloris in superficiebus densarum creaturarum lunarium, proportio mutua inverti potest continenti minoris auctione aut minoris diminutione. Sed addo et alterum argumentum. Etsi praecepta docent, fabricam sic instrui, ut effectus in infinitum usque multiplicetur, manus tamen artificis non eo usque sequentur. Nam si non tantum deest politissimae vitri rotunditati, quod vel lunae corpus vel eius partem centesimam distorqueat et luculas confundat, at tantum denique deerit, quod decies millesimam aboleat: ut si iubeas reculam quinquaginta mille milliarium abhinc distantem sic exhibere praesentem ac si distaret unum milliare, deerit fortasse rotunditati vitri particula, verbi causa, quinquagies millesima, quae iam totum illud idolum confundet. Nescio an argumentorum horum alterutrum confirmetur illo experimento, quod in praestantissimis tubis, quos hactenus mihi contigit videre, aura caelestis iam albida et splendens repraesentatur, per quam vix agnoscuntur stellulae illae minutae.
Dixi, me ludere; itaque turpe mihi non est, partem etiam victam restaurare. Concedo enim, ut in Dissertatione quoque, aliquid a Galilaeo praestitum, quod nequaquam speraveram. At rursum, si ego id non speravi, habeo tamen, quem tibi, roganti Quis hoc putasset? exhibeam ex Dissertatione mea: Pistorium(1031), adeoque ipsum Caesarem. Adeoque et in ea diffidentia, quod visus nudus praestare non possit ea quae speculo armatus, adversarium habes Wacherium, qui omnino putat, in hoc infinito gentis humanae numero reperiri, qui simplice visu omnem speculariae visionis subtilitatem imitentur. Nec valde ei repugno. Vidi enim qui de die omnia assequerentur nudis oculis, quae ipse vix assequebar instrumento, quod decuplam exhibebat rei diametrum.
Quis vero tu, vel tandem qui, cum etiam me intus et in cute nosse profitearis, nomen tamen celas? Anne hoc simulas, ut tutius lateas meamque eludas indaginem, obiecta hac falsa specie? Credo equidem, et hoc inquirendi vestigium desero: non enim me nosti penitissime. Aberrasti a foribus, fallit te coniectura: seria disserui cum Nuncio Galilaei. Si error est, genuinus est, minime fictus. Audiam igitur, uti tua instrumenti Galilaei descriptio meae fabricae descriptae redarguat errores. Equidem prolixam tuam et liberalem voluntatem erga me lubens exosculor, qui me eo argumenti genere censueris exhilarandum; eoque nomine et Seussio meo gratias debeo, qui a solito officiorum, quae inter nos exercemus amici, tramite non deflectit, et simul subirascor, qui, cum consolari debuerit afflictum curis imminentium, immisso hoc personato equite in ludendi necessitatem me coniecerit. Qui si tibi adeo familiaris est, ut meam festivitatem eum esse scias; si praeterea tua est illa commoditas alia quam a festivitate percipiatur; si denique pietatis legibus ei usque ad nominis etiam opprobria es obligatus; quis tu igitur es? et quaenam haec pietatis amphibologha a Seussio ipso nexae? an ab alio, qui te huic obstringere necessitudini iure potuit? En vero, personam paulo ante plagosam, dum e latibulis insultaret, nunc, postquam intra manus eam tento pertentoque, mitissimam, manusque supplices tendentem. Opprobrium simulat in summa laude, imperitiam post demonstrationem scientiae; et simul dextro pede post sinistrum vibrato, mihi iuxta stanti posticam infert plagam, quia Galilaeum reprehensurus carere debui omni naevo. Nihil patior decedere gratiae descriptioni tuae, humanissime, quod instrumentorum ab ipso Galilaeo missorum copia interim mihi est facta; ex qua certus sum te omnia verissime esse persecutum. Videndum tamen, si quid tua verba suppeditent, quo mea fabrica, in Dissertatione tradita, redarguatur.
Primo, canalem describis tubae forma, ampliorem inferiore orificio. Nihil hoc contra mea. Agnovi in mea descriptione, vitrum extimum latius requiri: reliquum, oculo propinquum, utcunque latum, oculo non totum servit. Tubae vero forma, quod vitra attinet, in libera artificis est potestate; at si valde latum vitrum inferius, ea servit pro diaphragmate, quod adhibent in cylindris ad avertendos a lateribus cavatis radios diei, inducendamque obscuritatem. Itaque in demetiendis diametris orificiorum et longitudine canalis industriam demonstrasti, ad rei summam profecisti nihil. Fateor, scripta iam Dissertatione, postquam ad experimenta accessi, conturbatum me fuisse fama tubae. Cum enim non quantum sufficiebat in instrumentis versarer, nec admitterent mea instrumenta ut remotius vitrum quantacunque fenestella pateret, mirabar cui bono canalis infra tanto pateret orificio, cuius potissima pars esset iterum tegenda. Subiit, tubae effigiem ornatus et delectationis causa exprimi: postea et hoc incidit, diaphragma pertusum angusto foramine, loco intermedio inter vitra, praestare obturationem laxi orificii canalis, et ostendi totum vitrum foris in laxo orificio krypseos neka, cum intus diaphragmatis angusto foramine prolixitas isthaec exterior occulte corceatur. Rursum, necessitatis causa putabam fieri tubae formam; lentes enim convexas non posse poliri, nisi sint iustae latitudinis, ut ita manus artificis, stylum tenens, quo vitrum applicatur, coti rotato subnixa, lata vitri basi, minus incumbat in latus alterutrum, minusque decedat rotunditati; politas igitur lentes adeo latas non posse citra periculum diminui exteriori limbo, itaque totae ut inseri possint, necessario foris hiare canalem; angustum vero fieri circa oculum, ut manu teneri possit. At postquam alia post alia, et denique quoddam ipsius Galilaei, tractavi, etsi id erat tecto vitro convexo usque ad angustiam grossi Polonici, deprehendi, praesertim noctu ad lumen stellarum, totum, quantum erat, vitrum patere posse, nullo etiam intus diaphragmate obstante: atque ita tandem postliminio reduxi meas demonstrationes fabricamque in Dissertatione descriptam, cui propter falsas delationes insufficientis experientiae nuncium remiseram. Nam erat mihi in animo, in descriptione fabricae, totum convexum versus stellas patere debere.
Sequitur tubulus, qui cavum vitrum gerit, ductilis seu exemptilis. Eius usum fabricae ais ignorare te. Docebo. Plane ita est: nisi ductilis fiat, indagari vitrorum iusta distantia non potest pro videndis remotis. Alter usus: ut, quia distinguuntur oculi facultatibus, igitur variabilis vitrorum distantia posset sublevare omnes; alius enim alio longius educit tubulum, ut distincte videat; qui tamen longissime educit, ille etiam maxima rei visibilis quantitate fruitur. Tertia utilitas in eo: ut qui res propinquas minutissimas in maxima quantitate vult videre, is distantiam vitrorum augeat; quo nomine nulla unquam longitudo, nulla vitrorum distantia, omnibus omnino rerum appropinquationibus sufficit.
In lentium crassitie nihil est situm, dummodo figura ad hanc attemperetur; hoc potius incommodi habent crassae omnes, quod pro crassitudinis modulis etiam lucem imbibunt suae substantiae coloribus et tenebrositate. Caeterum de politurae effectu puto te recte ratiocinari, quod, antequam poliantur, sint eiusdem crassitiei.
Bracteola stannea duos habet usus: unum in materia, quae spissa simul est et tamen mollis, quare vitrum incumbens tutum praestatur; alterum in figura, quod tegit vitrum usque ad angustum foramen contra copiam lucis diurnae. At de nocte removenda est, ut vitrum latius plus lucis a quolibet puncto lucente sparsae admetiatur oculo. Hoc idem eandem ob necessitatem iam a rerum primordio et natura est amplexa in conformatione pupillae oculi, quae naturali motu connivet et coit ad multam lucem, subito patescit ad tenebras: id licet experiaris, caput a fenestrae conspectu ad penetralia obscura vertente, si eius pupillas in utroque situ de proximo inspexeris. Atque en verum antea dictum, tubae formam nihil vitris aut visioni conferre. Nam quid os laxum conferat canalis huius, si vicissim obtegitur bractea stannea?
Ad vitra transis. Spirant tua vestigia violas, quacunque incedis. Atque ego tot tuis artibus, tot festivitatibus, quibus tuam personam, imo vero quibus tuum nomen tuumque vultum sub persona latentem, depinxisti, in epistola hunc superscribam titulum: Hic Gratiarum soboles, lepos est; Naturae simia; Pegasus philosophiae; Lyra eloquentiae. Coniecturis tamen usus ego non sum, sed demonstrationibus. Omnia ista constant figura hinc hyperbolica, inde convexa. Adi, si fors affulserit, meam Dioptricen, quae versatur in manibus Ser.mi Electoris Coloniensis, et ab eo, uti spero, typo publico exornabitur(1032). Cur igitur tu diversum deprehendisti in instrumento Galilaei? Quia demonstrationes rerum apices consequuntur subtilissime, machinamenta possunt rursum prorsumque vagari. Itaque quam ego internam superficiem volui esse hyperbolicam, ea Galileio instrumento fuit exterior convexitas; vicissim, quam ego exteriorem posui convexitatem, ea fuit Galilaeo interior planities. Causas diversitatum reddam omnes. Primum ignorabam tunc, quod iam est demonstratum in Dioptrice, situs aequipollere, nec interesse utra superficies introrsum vertatur extrorsumve. Deinde ignorabam, refractiones vitri vel crystalli usque ad tricesimum gradum inclinationis ad sensum aequipollere inclinationibus: hoc posterius ab experientia fuit mutuandum. Hoc vero obtento sequitur, hyperbolam ad sensum nihil differre a convexo sphaerico in tanta subtilitate. Quid igitur planities? quia (quod cognatum est primo) ignorabam, convexitates utriusque superficiei posse accumulari in unam, reliqua manente plana. Quarto: in institutam hanc subtilitatem, ut vitrum exterius esset circuitu 30 minutorum convexum etc., me hoc induxit, quod scirem, vitrum cavum ponendum esse non longe a concursu radiorum; nam sic instituta subtilitas, ac si in ipsissimo puncto concursus collocandum esset vitrum, quod fieri non potest. Cum ergo distare debeat cavum ab hoc radiorum concursu, iam igitur omnis illa fabricae meae subtilitas, a me meticulose observata, irrita efficitur; etsi, si observaretur, non impediret effectum, iuvaret potius. Hanc itaque plagam non declinabo; recte sentis. Non tantum tu in Galilaei instrumento frustra consectareris gradus et minuta, quia Galilaeus ad numerum non respexit, sed mechanicam explorationem magistram habuit, sphaericam unam superficiem fecit, alteram planam (quam insuper etiam excavari magno profectu posse mea Dioptrice docet), non certo nec destinato arcu totius sphaerae; sed nec ipse quidem subtilitates mearum demonstrationum applicare scio, ut praecise ad quaesitum effectum pertingant. Atque tu plane artifex egregio rem epiphonemate concludis: plura proponere contemplantem, quam exsequatur opere is cui imperatur. Cui igitur (ut mutuum habeas) tu paulo supra non potuisti credere, me animo praesenti et serio exhibuisse meam fabricam? scribis enim, me nullo operis experimento niti, sed mera speculatione, ut profitetur Dissertatio.
Quod cavum attinet specillum, nova mihi verbera intentas, sed irrita. Specillum cavum eodem intervallo a convexo distinctum si sic adhaerescat, ut loco moveri non possit, nequaquam servit omnium oculis, sed opus erit ad canalem sic invariabilem permutatione cavarum lentium. At utilissimo compendio subvenit licentia variandi hanc distantiam tubo exemtili et trusatili: sic enim lens eadem cava vario situ vicem gerit multarum eodem et uno situ. Demonstratio in Dioptricis.
Superest figura cavitatis in lente propiore. Non puto, aliam te vidisse quam sphaericam. Nam hyperbolicam constanter negant omnes nostrates tornari posse: sulcos enim reddi circulares, dum intimo formantis sphaerae hyperbolicae umbo pene nihil radit, quippe axis tornati conoidis, exteriora plurimum radunt. Nec licet huic rei subvenire varietate applicationum. Nam portio sphaerae potest ubique applicari ad cavitatem patellae eadem sphaerica superficie excavatae, tam in eius centro vel axe, quam apud limbum extimum et vicissim. Non sic conoidea vulgari in fabrica: umbo enim nonnisi vertice sedet in cavitatis centrum seu fundum. Itaque puto, vitri cavitatem fuisse sphaericam. Nam et hoc noto, etiam Galileio instrumento distorqueri visibilia et reddi exteriora maiora, et pro quadratis aurita. Vitium est in eo, quia cavum non est hyperbolicum. Causa cur in cavo conoides figura non possit sine incommodo negligi, cum in convexo possit, est ista: quia cavum est necessario magna portio suae sphaerae (vel quasi), convexum non item. Sed non difficile fuerit Galilaeo comminisci novum genus machinae, qua etiam fundus cavi radatur vehementius quam vulgariter, a partibus circa motus axem fere quiescentibus. Talem modum iam ipse quoque in promtu habeo: et fortasse, si successerint instituta, vel mea manu aggrediar fabricam.
Dixi, in Dissertatione, de multiplicatione convexarum lentium; verissima deprehendo etiam experientia, sed successu non tali, qualem in hoc genere instrumenti quaerimus. Situs oculi ante puncta concursus est similiter certus et plane necessarius. Dioptrice mea etiam ulterius procedit. Nam si oculo liceat, punctum hoc concursus transcendere et multiplicare convexas lentes, krseis oriuntur vix explicabiles, nisi quis a priori causas inspiciat. Successit hic et mechanice. Itaque docet Dioptrice, etiam meris convexis eadem praestare, quae concavo et convexo; item situm cavi et convexi pervertere; denique varie et iucunde causarum rimatores eludere.
Tu vero quid in Galilaeum respicis, ut instrumentum mihi porrigat, quo tui animi sensa pervidere possim? quasi ad hanc rem mihi non abunde tua sufficiat epistola, aut quasi quisquam te ipso possit esse hac in re ingeniosior. Atque ego, etsi haud equidem tali me dignor honore, ut eum docere sperem, qui me docere possit, quia tamen philosophiae eius, quae rerum naturam inspicit, fructus non aliunde praestantior percipitur, quam ex conversatione bonorum, eodem cognitionis desiderio flagrantium, non minori tui vel videndi vel audiendi et denique fruendi desiderio sum incensus. Nam nequit exulare virtus ex eo animo, in quo sedem fixit amor doctrinae operumque Dei admiratio....



439.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Firenze.
Praga, 19 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 168-170. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r Oss.mo

Io scrivo in fretta; per m'iscuser della maniera carlonesca.
Fu dato da me a S. M.t quel capitolo che V. S. mand al S.r Ambasciatore Toscano circa lo scoprimento fatto da lei del [vedi figura saturno.gif] triforme(1033); cosa che a S. M.t ha dato non minore gusto che maraveglia, come n'haver testificatole il Sig.r Kepplero con lettere, perch questo capitolo fu cagione che S. M.t lo chiamasse subito et gli ordinasse d'incontrare la verit, facendogli consegnare a questo effetto il migliore occhiale che havesse et il maggiore, insieme con 200 S. di moneta et intentione di fargli pagare gli suoi avanzi, che sono di milliara. In somma le inventioni di V. S. et scoprimenti de'nuovi astri tantum abest che truovino pi oppositione, che l'istesso Martino Horchy Bohemo, che stamp quella coglioneria in Italia, gionto qui et abboccato con il Kepplero, rest il pi confuso huomo del mondo, facendogli toccare con mano il Kepplero gli errori grossissimi suoi, s che pagarebbe egli hora due libre di sangue (come ha detto), che non havesse stampato quel libro contro V. S.
Non crederebbe V. S. quanta consolatione sento per la confusione che il Zugmesser ne deve havere, per non dire rabbia, havendo io qualche ragione (oltre l'interesse di V. S.) a volergli poco bene a quell'huomo, per havere egli resomi sospetto di che religione mi fosse: cosa nata dalle facetie che soglio dire in conversatione, essendo egli huomo non meno scropoloso che superstitioso nella cattolica. Ma non farebbe scropolo di acquistare un spirito per qualunque prezzo, modo et via. Non lo posso dipingere per altro che per un Giovanni de'Vitelli, che di notte rubbava le vacche, et il giorno fuggiva vedendo un vitello. Non potei contenere, nel suo partire, di farne risentimento gagliardo con lui, et da me solo a solo, et per mezzo di communi amici, offerendogli anco il duello, se voleva mantenere quello mi era stato(1034) riferito havere egli detto di me. Ma ripar il tutto con la negativa.
Non voglio lasciare di dire a V. S. un particolare da farla smascellare dalle risa. Costui, dico il Zugmesser, per persuadermi meglio, come havea fatto all'Elettore di Colonia, che tutto quello V. S. havea scritto di lui nel libro contro il Capra, gli proposi che qui si trattava il Cavag.re Pompeio(1035), uno de'testimonii citati da V. S., et che detto Cavagliere havea bisogno grandissimo del mezzo suo appresso l'Elettore, di maniera ch'egli harebbe havuta bellissima commodit di fargli cantare la palinodia con un scritto. Pareva che allhora gli fosse cascata la manna dal cielo, riputando l'hora di questo rincontro felicissima, professandomi obligatissimo di questo avviso. Ma scopersi poi tutto il contrario, perch, con tutto che il Cavalliere andasse pi et pi volte l per truovarlo, il Zugmesser sempre and fuggendo la scrima di abboccarsi seco, dopo la prima volta che gli fece havere audienza dall'Elettore, inanzi alla quale n dopo non hebbe ardire mai di toccare un minimo tasto di questa palinodia. Ma se si veniva a questo cimento, et che il Cavalliere havesse mostrato un minimo segno di volere piegare, per interesse de'suoi crediti che ha con quella Altezza, gli havevo apparecchiata una bella intemerata. De his satis.
Quanto a quello specchio parabolico, io riferii a S. M.t quanto ella mi havea risposto. L'autore del moto perpetuo(1036) concorre nella medesima openione di V. S., come se havesse parlato con lei.
In questo proposito, mentre mi ricordo, il Magini present a S. M.t gli anni adietro, un specchio concavo, n mai havea havuto nulla di ricompensa. Hora un medico di S. M.t, suo amico et compagno di studio (a Padova gi), gli ha ottenuto da S. M.t assegnamento di m/2 fiorini sopra il negotio di Piombino, da pagarsi dal S.r Appiani. Credo che il medico far a vacca con il S.r Magini.
Quanto allo stromento che V. S. disegna di mandare a S. M. t, sar suo procuratore per l'honorario; ma vorrei ch[...] vi aggiongesse qualche altra cosa di dedicatione nuova, se vi fosse l'occasione: et l'occasione di Piombino  bellissima per li contanti, de'quali il pagamento si dover fare in diversi termini a S. M.t Il che sia per avviso a V. S. Con che fine me le ricordo servitore di cuore, con uno profumatissimo baciamani.

Di Praga, all[i] XIX di Xbre 1610.
Di V. S. Ecc.ma
Serv.re Aff.mo
M. Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il S.r Gallileo Gallilei.
Fiorenza.



440..

GIULIANO DE'MEDICI a [GALILEO in Firenze].
Praga, 20 dicembre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n. 43. - Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Con l'alligata del Sig. Asdalio(1037) intender V. S. quanto ha passato S. M. Ces.a intorno a quello haveva nuovamente ritrovato: et al Sig. Gleppero lessi la lettera di V. S., il quale non ha preso niente in mal senso quello di che ella si dubitava, s come egli stesso doverr facilmente scrivergliene. Et per li due libri che V. S. desiderava di suo, gliene mando per Girolamo Malatesti, che di casa mia se ne torna a Firenze, che non credo potr tardare un mese a arrivare; e l'altro, che V. S. desiderava(1038), non l'habbiamo saputo ritrovare. E perch presto ci sar occasione di persona che di cost se ne verr a questa(1039) volta, ho scritto a mio padre che lo facci sapere a V. S., acci sappi il tempo di potermi favorire del suo occhiale(1040), che sia perfetto; il quale, come V. S. gi sa, ci  tanto desiderato, et io ne rester in particolare obligatissimo. Con che baciandole le mani, le pregherr da Nostro Signore Iddio ogni felicit.

Di Praga, li XX di Dicembre 1610.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
S.re Aff.mo
Giuliano Medici.



441...

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.
Brescia, 24 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 90. - Autografa.

Molto Ill.re et Eccell.mo Sig.re

Con questa mia, prima intendo di augurarli le felicissime Feste di quest'anno e dell'anno futuro e di mill'apresso; poi, di significarli un mio pensiero e desiderio, rimettendomi in tutto e per tutto al suo savio consilio e gagliardo aiuto. Il desiderio  questo. Io desidero di impiegare, qual si sia, quel beneficio che ho riceuto da V. S. Ecc.ma nei studii, di impiegarlo, dico, in modo tale, che una volta habbia, prima, da otturar la bocca a tanti che mi dicono che queste scienze non mi daranno un aiuto al mondo; poi, di accomodar in maniera le cose mie, che possa, con la quiete del vivere, haver comodit di dar qualche sorte di perfezione alle cominciate fatiche. Hora, havendo inteso che il Ser.mo Sig.r D. Francesco(1041) deve andar in Spagna (di grazia, V. S. Ecc.ma mi perdoni; ch il mio bisogno mi fa desiderare), se vi fosse loco tra tanti servitori che il nominato Signore condur in sua compagnia, volentieri mi ci metterei in frotta: alla peggio, lo servir con la Messa per capellano. Se li pare riuscibile il negozio, mi ci proponga et aiuti, ch l'assicuro che favorir uno, non solo che tener perpetua memoria di tanto beneficio, ma che nelle azzioni sue non si scostar dai suoi indrizzi e comandi; e quando questo non riesca, la suplico a voler pensar qualche volta al caso mio, che pur li son e discepolo e servitore.
Per la prima comodit son per mandar a V. S. Ecc.ma la demostrazione di certe proposizioni che ho dimostrate sopra il primo di Archimede De aequeponderantibus(1042), per sottometterle alla censura del purissimo intelletto di V. S. Ecc.ma Alla quale facendo riverenza, bacio le mani.

In Brescia, il 24 di Xmbre 610.
Di V. S. molto Ill.re
Oblig.mo Ser.re
D. Benedetto Castelli.

Fuori: Al molto Ill.re et Eccell.mo Sig.re
Il Sig.r Galileo Galilei, Philosofo di S.A.
Firenze.



442..

ODOARDO FARNESE a GALILEO in Firenze.
Roma, 24 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 53. - Autografa la firma.

Ill.re Sig.re

Con mio grandissimo disgusto si  rotto questi giorni il vetro piccolo dell'occhiale mandatomi da V. S., mentre l'havevo fatto portar meco in campagna per discredermi con questa cos degna inventione: onde, trovandomi privo di cosa che stimavo assaissimo, prego V. S. ad essermi cortese d'un altro vetro; che si dupplicar l'obligo che le sento della sua prima cortesia, et io non restar privo del godimento di essa. Dio, Signore nostro, la prosperi.

Di Roma, li 24 Xmbre 1610.

S.r Galileo Galilei.
Al piacer di V. S.
Il Car. Farnese.

Fuori: All'Ill.re Sig.r
Il Sig.r Galileo Galilei.
Fiorenza.



443..

ANTONIO SANTINI a [GALILEO in Firenze].
Venezia, 25 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 89. - Autografa.

Molt'Ill.re et Ecc.mo mio S.re

S'io devo confessare il vero, V. S.  nato per honorar questo nostro secolo di cose nuove, e con la perfettione della sua industria arricchir il mondo della cognissione di tanti oggetti nobilissimi et occulti, che hormai mi vo persuadendo che V. S. vada in peregrinaggio tra quei lumi. Con mio sommo gusto ho sentito che nuovamente habia ritrovato altre cose pi belle e pi di uso et aiuto alle cose astronomiche: per salver la cifra(1043), sino che venga da lei chiarita. E gi che queste notti sono cos longhe, quando, ottenebrato il cielo, e rimosso dalle observassioni, li pu avanzar tempo a scrivere, veda di non procastinare a dar sodisfattione a'curiosi et render etterno il suo nome con publicar nuovo testimonio delle sue fatiche, poi che vengano l'infirmit e l'impedimenti, che ci troncano li nostri dissegni.
Io al solito mi vo restorando, e quasi sono in bilancia della mia prima sanit, tutto desideroso di servirla; et obligatissimo li b. le mani, augurandoli le Sante Feste.

Di Ven., a 25 Dece. 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff. e Parat.mo
Ant.o Santini.
L'opera del Sisii(1044) non  anche sub praelo: haver memoria che ne habia una. Sento non sia cosa di momento. Di novo li b. le m.




444..

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.
Bologna, 28 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 171. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Non risposi all'ultima lettera di V. S., perch, stampandosi all'hora quel mio trattatello del specchio concavo(1045), pensavo che dovesse esser fornito presto per mandarglilo; ma ho havuto tanta poca aventura, che me l'ha il stampatore portato in lungo sino alla vigilia del Santissimo Natale, perch gli sono venuti degl'altri lavori, che non ha voluto perderli. Hora dunque gli ne mando due copie, acci che possa con buona occasione farlo vedere al Ser.mo G. Duca; al quale haverei gusto che col mezo di V. S. toccasse quest'altro mio specchio grande, a confusione di sua Maest Cesarea, ch'ha fatto starmi male sin hora con le sue vane promesse, s come lei vedr nel primo capitolo, ove ho voluto essagerare l'historia di questi specchi per dar una sbarbuzzata a quei ministri Cesarei, volendo io in ogni modo farne capitare alquante copie a quella Corte et procurare ancora che sia veduto dall'Imperatore.
Son dietro a metter l'ultima mano a i miei discorsi delle tavole dell'Italia, per dar principio doppo Pasqua a stampare questa mia fatica(1046), per la quale forse mi converr di far la spesa del mio, sendo hoggid i librari tanto tiranni, che vogliono ogni guadagno per loro soli; et per s'io potessi trare qualch'utile di questi miei specchi, mi tornarebbe per tal occasione molto bene. Stiamo poi attendendo che V. S. facia parte al mondo di quest'altra nuova sua scoperta, ch'ha significata in cifra al S.or Roffeni; il quale s' risoluto a dar fuori hora la sua Epistola latina contro Martino, se bene io lo consigliavo a darla pi tosto fuori in italiano, massime stampandola di dietro ad un discorso astrologico italiano(1047), et sapendo io quel che era in lingua italiana, per(1048) non haverla veduta se non alla sfugita tradotta in latino.
Con quest'occasione io do a V. S. le buone feste del Santissimo Natale, augurandole l'anno venturo felice con molti altri appresso, et baciandogli per sempre le mani.

Di Bol.a, li 28 Decembre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Gio. Ant.o Magini.
V. S. avertisca che nel primo foglio, che contiene le due ultime carte, vano posti dentro tutti gl'altri fogli, et questo per troppo accortezza d'un novello compositore Venetiano. Ma per, sendosi stampati pochi fogli de i primi, dimani voglio farlo disponere in altro modo, et gli ne potr mandar qualch'altra copia all'occasione.


Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo
Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.
Firenze.



445..

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.
Padova, 29 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 92. - Autografa.

Molto Ill.re et Ecc. S.r mio Oss.mo

Doppo ch'io scrissi la mia a V. S. Ecc.ma, mi sono sopravenuti tanti impicci, essendo che M.r Vicario  andato per stare alcuni giorni a Modena e mi ha lasciato suo Vicio, s che non ho havuto appena il fiato che sia mio; onde m'ha bisognato commettere molti mancamenti di complimento, specialmente con V. S., di che gliene chieggo perdono.
Qui habbiamo quest'anno uno Studio assai sgangherato: certa riforma, lasciata dal gi Cavalier Duodo(1049) intorno al leggere,  con la sua morte affatto svanita.  morto il povero Montecchio(1050), refrigerio de'forsenati scolari: vi  gran concorrenza di soggetti per la sua lettura, s come per quella di V. S. Sinhora non si sente alcuno, temendo ciascuno sormontare in quel suggesto et in quella cathedra occupata gi dal S.r Galilei,

Cui n primo fu simil n secondo.

Dal S.r Velsero hebbi questi giorni una lettera con un certo libretto De gestis Pelagii, ritrovato gi un anno e pi in Fiesole in una libraria di canonici regolari, fatto stampar da lui(1051), non pi veduto alle stampe. Delle cose del Cheplero non mi dice niente. Ho bene lettere da Parma da un P. Gesuita, che mi ricerca s'io ho veduto un libro del Cheplero, intitolato Dissertatio cum Nuntio Sydereo Galilei, et un altro intitolato Narratio de observatis phaenomenis circa quatuor Sydera Medicea, le quali opere mi scrive esser tutte conformi all'inventioni del S.r Galileo; le quali opere ancora non sono comparse a Padova, e me ne stupisco. Quanto alla zifra dell'o. y.(1052), io le dir con 'l servo Terentiano Davus sum, non Oedipus. La mostrar a questi nostri filosofi, se bene son tanto ostinati nelle loro opinioni, che dubito che non la vorrano n'anco vedere, non che affaticarsi per interpretarla.
Io ho portata la lettera al S.r Pandolfo; ma non havendolo ritrovato a casa, et havendovi trovato il S.r Dottor suo fratello, l'ho data a S. E., il quale l'ha letta, e mi disse che stava ansiosissimo per scrivere a V. S. per l'accidente che intender nell'inclusa sua(1053), del quale m'ha dato parte e son restato maravigliatissimo; e mi pare impossibile che l'amico li facesse mai burla alcuna, poi che questo sarrebbe ben altro che non credere alle Stelle Medicee.
Ho intesa la morte del Dottor Libri(1054); onde, con quella sicurt che mi concede la bont di V. S., la prego, con quel maggior affetto che pu, a voler impiegare la sua autorit in favorire l'Eccellente Belloni(1055), tanto amico di V. S. e partiale suo, poi che egli, il S.r Canonico suo fratello, e tutta la sua casa, ne rester in perpetuo obligatissimi servi suoi, et io ne sentir estremo contento. Caro Signor, s'adopri efficacemente, perch so che quando s'impieghi da senno, otteniremo il nostro intento.
Poi che veggo che V. S. tiene commercio con 'l S.r Duca d'Accerenza(1056), se ha occasione di scriverli, me li racorder devotissimo servitore, e li dir, o per dir meglio li far un poco di conscienza, ch' pur vergogna che non si sia mai fatto un poco di sepultura o di memoria all'honoratissimo S.r G. Vincenzo, suo zio, cosa tanto desiderata dal S.r Duca suo padre(1057). Io ho scritto a Napoli al P. Barisone(1058), Provinciale de'Padri Gesuiti, acci parli con S. E. e con la S.ra Duchessa di tal materia; altrimenti mi risolver far qualche cosa io: ma non potr far cosa corrispondente ad un tal soggetto et alla conditione di esso S.r Duca.
Hors, per questa volta non sar pi lungo: se haver qualche nuova astronomica o mathematica, la scriver a V. S.; in tanto le bacio con ogni affetto le mani, e se qui son buono a servirla, mi far sempre gratia singolare a commandarmi. Mi sar caro sapere se basta, scrivendoli, dire: a Firenze, o come s'ha da fare per inviarle le lettere, che le capitino sicure.
Di gratia, mi scriva se ha trovato inventione alcuna per migliorare gli occhiali, come ella pensava di fare. Il Signore Iddio la feliciti, le doni buon Capo d'anno et ogn'altro bene.

Di Pad.a, alli 29 Xmbre 1610.
Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma
Ser.re Aff.mo
Paolo Gualdo.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo
Il S.r Galileo Galilei.
Firenze.



446.

GALILEO a [CRISTOFORO CLAVIO in Roma].
Firenze, 30 dicembre 1610.

Vedi l'informazione premessa al n. 8.

Molto Rev.do P.re et mio Sig.r Col.mo

La lettera di V.R.(1059) mi  stata tanto pi grata, quanto pi desiderata et meno aspettata; et havendomi ella trovato assai indisposto et quasi fermo a letto, mi ha in gran parte sollevato dal male, portandomi il guadagno di un tanto testimonio alla verit delle mie nuove osservazioni: il quale, prodotto, ha guadagnato alcuno degl'increduli; ma per i pi ostinati persistono, et reputano la lettera di V.R. o finta o scrittami a compiacenza, et in somma aspettano che io trovi modo di far venire almeno uno dei quattro Pianeti Medicei di cielo in terra a dar conto dell'esser loro et a chiarir questi dubbii; altramente, non bisogna che io speri il loro assenso. Io credevo, a quest'hora dovere essere a Roma, havendo non piccolo bisogno di venirvi; ma il male mi ha trattenuto: tuttavia spero in breve di venirvi, dove con strumento eccellente vedremo il tutto. In tanto non voglio celare a V. R. quello che ho osservato in Venere da 3 mesi in qua.
Sappia dunque, come nel principio della sua apparizione vespertina la cominciai ad osservare et la veddi di figura rotonda, ma piccolissima: continuando poi le osservazioni, venne crescendo in mole notabilmente, et pur mantenendosi circolare, sin che, avvicinandosi alla maxima digressione, cominci a diminuir dalla rotondit nella parte aversa al sole, et in pochi giorni si ridusse alla figura semicircolare; nella qual figura si  mantenuta un pezzo, ci  sino che ha cominciato a ritirarsi verso il sole, allontanandosi pian piano dalla tangente: hora comincia a farsi notabilmente cornicolata, et cos ander assottigliandosi sin che si vedr vespertina; et a suo tempo la vedremo mattutina, con le sue cornicelle sottilissime et averse al sole, le quali intorno alla massima digressione faranno mezzo cerchio, il quale manterranno inalterato per molti giorni. Passer poi Venere dal mezzo cerchio al tutto tondo prestissimo; et poi per molti mesi la vedremo cos interamente circolare, ma piccolina, s che il suo diametro non sar la 6a parte di quello che apparisce adesso. Io ho modo di vederla cos netta, cos schietta et cos terminata, come veggiamo l'istessa luna con l'occhio naturale; et la veggo adesso adesso di diametro eguale al semidiametro della [vedi figura luna2.gif] veduta con la vista semplice. Hora eccoci, Signor mio, chiariti come Venere (et indubitamente far l'istesso Mercurio) va intorno al sole, centro senza alcun dubbio delle massime rivoluzioni di tutti i pianeti; in oltre siamo certi che essi pianeti sono per s tenebrosi et solo risplendono illustrati dal sole, il che non credo che occorra delle stelle fisse, per alcune mie osservazioni, et come questo sistema de i pianeti sta sicuramente in altra maniera di quello che si  comunemente tenuto: cos nel determinare le grandezze delle stelle (trattone il sole et la [vedi figura luna2.gif]) si sono presi errori, nella maggior parte de i pianeti et in tutte le fisse, di 3, 4 et 5 mila per cento, et pi ancora.
Quanto a Saturno, non mi meraviglio che non l'habbino potuto distintamente osservare: prima, perch ci bisogna strumento che multiplichi le superficie almanco 1000 volte; di pi, Satutno adesso  tanto lontano dalla terra, che non si vede se non piccolissimo: tuttavia l'ho fatto vedere qui a molti dei loro fratelli cos distintamente, che non vi hanno alcuna dubitanza; et si vede giusto cos [vedi figura 427a.gif]. Cinque mesi sono, si vedeva assai maggiore: da quel tempo in qua  diminuito molto, n per si  mutata pure un capello la costituzione delle sue 3 stelle, le quali, per quanto io stimo, sono esattamente parallele non al zodiaco, ma all'equinoziale.
La notte passata osservai l'eclissi della [vedi figura luna2.gif], ma per senza novit alcuna, non havendo veduto altro che quello appunto che mi ero immaginato, ci  che il taglio dell'ombra  indeterminatissimo et confuso, come quello che  cagionato dal corpo della terra, posto lontanissimo dalla [vedi figura luna2.gif]; dove che le ombre che si scorgono nella medesima [vedi figura luna2.gif], cagionate dalle eminenze che sono nell'istesso corpo, sono terminate, crude et taglienti. Delle quali eminenze, rupi et grandissimi tratti di gioghi eminentissimi, sparsi per tutta la parte pi lucida della [vedi figura luna2.gif], V. R. non ne abbia dubbio alcuno, perch a chi haver buona vista, et intender un poco poco di perspettiva et di ragione di ombre et di chiari, lo far cos manifestamente toccar con mano, quanto manifestamente siamo certi delle montagne et delle valli terrestri, et niente meno.
Hora, la notte passata, con l'occasione dell'aspettar l'eclissi, osservai molte volte i Pianeti Medicei, notando le loro mutazioni nella medesima notte in diverse hore; le quali furono tali, notando anco le distanze tra essi et [vedi figura giove.gif] in proporzione al diametro apparente di esso [vedi figura giove.gif]:

[vedi figura 446.gif]
Vedremo dunque, quanto ci piacer, le mutazioni anco nella medesima notte. Ma perch le osservazioni che ho fatte da 2 mesi in qua, le ho fatte tutte la sera, non ho potuto incontrare quelle che ella mi ha mandate, fatte cost la mattina; perch, come vede, in 7 o vero 8 hore fanno gran mutazione.
Hora, per rispondere interamente alla sua lettera, restami di dirgli come ho fatto alcuni vetri assai grandi, bench poi ne ricuopra gran parte, et questo per 2 ragioni: l'una, per potergli lavorar pi giusti, essendo che una superficie spaziosa si mantiene meglio nella debita figura, che una piccola; l'altra , che volendo veder pi grande spazio in un'occhiata, si pu scoprire il vetro: ma bisogna presso all'occhio mettere un vetro meno acuto et scorciare il cannone, altramente si vedrebbono gli oggetti assai annebbiati. Che poi tale strumento sia incomodo ad usarsi, un poco di pratica leva ogni incomodit; et io gli mostrer come lo uso facilissimamente et con minor fatica assai che altri non fa nell'astrolabio, quadrante, armille, o altro astronomico strumento.
Haver soverchiamente tediata S.R.: scusi il diletto che ho nel trattar seco, et continui di conservarmi la sua grazia, di che la supplico con ogni istanza, come anco che ella mi procacci quella dell'altro Padre Cristoforo(1060), suo discepolo, da me stimatissimo per le relazioni che ho del suo gran valore nelle matematiche. Et per fine dell'uno et all'altro con ogni reverenza bacio le mani, et dal Signore Dio prego felicit.

Di Firenze, li 30 Dicembre 1610.
Di V. S. M. R.da
Servitore Devotissimo
Galileo Galilei.



447.

GALILEO a BENEDETTO CASTELLI in Brescia.
Firenze, 30 dicembre 1610.

Vedi l'informazione premessa al n. 434.

Al molto R.do P. e mio Sig.r Col.mo
Il P. D. Benedetto Castelli, Monaco Casinense.
Brescia,
S. Faustino.

Molto R.do P.re,

Alla gratissima di V. S. molto R. delli 5 di Xmbre dar breve risposta, ritrovandomi ancora aggravato da una mia indisposizione, la quale per molti giorni m'ha tenuto al letto.
Ho con grandissimo gusto sentito il suo pensiero di venir a stanziare in Firenze, il quale mi rinova la speranza di poterla ancora godere et servire qualche tempo: mantengasi in questo proposito, et sia certa che mi haver sempre prontissimo ad ogni suo comodo, bench la felicit del suo ingegno non la fa bisognosa dell'opera mia n di altri. Quanto alle sue dimande, posso in parte satisfarla; il che fo volentierissimo.
Sappia dunque che io, circa tre mesi fa, cominciai a osservar Venere con lo strumento, et la vidi di figura rotonda, et assai piccola; and di giorno in giorno crescendo in mole, et mantenendo pur la medesima rotondit, sin che finalmente, venendo in assai gran lontananza dal sole, cominci a sciemar dalla rotondit dalla parte orientale, et in pochi giorni si ridusse al mezo cerchio. In tale figura si  mantenuta molti giorni, ma per crescendo tuttavia in mole: hora comincia a farsi falcata, et sin che si veder vespertina, ander assotigliando le sue cornicelle, sin che svanir: ma ritornando poi matutina, si vedr con le corna sottilissime et pure averse al sole, et ander crescendo verso il mezo cerchio sino alla sua massima digressione. Manterassi poi semicircolare per alquanti giorni, diminuendo per in mole; et poi dal mezo cerchio passer al tutto tondo in pochi giorni, et quindi per molti mesi si vedr, et Lucifero et Vesperugo, tutta tonda, ma piccoletta di mole. Le evidentissime conseguenze che di qui si traggono, sono a V.R.a notissime.
Quanto a Marte, non ardirei di affermare niente di certo; ma osservandolo da quattro mesi in qua, parmi che in questi ultimi giorni, sendo in mole a pena il terzo di quello che era il Settembre passato, si mostri da oriente alquanto scemo, se gi l'affetto non m'inganna, il che non credo. Pure meglio si vedr al principio di Febraio venturo, intorno al suo quadrato; se bene, per l'apparire egli cos piccolo, difficilmente si distingue la sua figura, se sia perfetta rotonda o se manchi alcuna cosa. Ma Venere la veggo cos spedita et terminata quanto l'istessa luna, mostrandomela l'occhiale di diametro uguale al semidiametro di essa luna veduta con l'occhio naturale.
O quante et quali conseguenze ho io dedutte, D. Benedetto mio, da queste et da altre mie osservazioni! Sed quid inde? Mi ha quasi V. R.a fatto ridere, col dire che con queste apparenti osservazioni si potranno convincere gl'ostinati. Adunque non sapete, che a convincere i capaci di ragione, e desiderosi di saper il vero, erano a bastanza le altre demostrazioni, per l'addietro addotte; ma che a convincere gl'ostinati, et non curanti altro che un vano applauso dello stupidissimo et stolidissimo volgo, non basterebbe il testimonio delle medesime stelle, che sciese in terra parlassero di s stesse? Procuriamo pure di sapere qualche cosa per noi, quietandosi in questa sola sodisfazione; ma dell'avanzarsi nell'opinione popolare, o del guadagnarsi l'assenso dei filosofi in libris, lasciamone il desiderio e la speranza.
Che dir V. R.a. di Saturno, che non  una stella sola, ma tre congionte insieme et immobili tra di loro, poste in linea retta parallela all'equinoziale, cos [vedi figura 427a.gif]? La media  maggiore delle laterali tre o quattro volte; tale l'ho io osservato da Luglio in qua: ma hora in mole sono diminuite assai.
Hors, venga a Firenze, che ci goderemo et haveremo mille cose nove et ammirande da discorrere. Et io in tanto, restandogli servitore, gli bacio le mani et gli prego da Dio felicit. Renda i saluti duplicati al P. D. Serafino et alli Sig.ri Lana et Albano(1061).

Di Firenze, li 30 di Xmbre 1610.
Di V. S. molto R.
Ser.re Aff.mo
Galileo Galilei.

------
Mi ero scordato di dirgli, come la passata notte osservai l'eclisse della luna, che fu alle dieci ore e un terzo. Non vi  cosa notabile, n praeter imaginationem: vedesi solamente il taglio dell'ombra confusissimo, cio non tagliente e terminato, ma indistinto et annebbiato molto, dove che le ombre causate nella luna dalle eminenze sue proprie sono crudissime et terminatissime, come quelle che nascono da corpi tenebrosi, vicinissimi ad esse ombre; ma l'ombra della terra, tanto remota dalla luna, non pu fare il suo termine et confine con la parte luminosa altrimenti che sfumato, indistinto et annebbiato. Ebbi l'istessa notte occasione di osservar pi volte i Pianeti Medicei et le loro mutazioni, le quali metter di sotto, insieme con le distanze giuste tra loro et Giove. Se la mia mala complessione mi concedesse il far continue osservazioni, spererei in breve di poter definire i periodi di tutti quattro; ma mi  necessario, in cambio di dimorare al sereno, starmene bene spesso nel letto. Bacio a V. Riverenza di nuovo le mani.
[vedi figura 447.gif]
Die 29 Dec. Hora seq. noctis 3.a

Hora 7.a(1062)

Hora 10.a



448.

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.
Padova, 31 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P, VI, T. VII, car. 173. - Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.ore

Quando haver dal S.or Cont'Alessandro(1063) li danari, secondo l'ordine datomi, li consigner subito in mano di Mad.a Marina(1064); alla quale, ha quasi un mese, diedi lire 124, per resto di quanto io era debitore a V. S. in virt della scritta fattale.
Il S.or Camillo Belloni desiderarebbe di succedere nel primo luogo di Filosofia in Pisa al fu S. Dottor Libri(1065), che sia in cielo; e mi ha accennato di volerne scrivere a V. S.
Giorni sono qui mor il S. Dottor Montecchio(1066), et hora sta male il S.or Dottor Sommo(1067).
Ho con gusto sentito che le sue osservationi siano confermate dal testimonio delli Padri Giesuiti in Roma(1068), se bene alli emuli di V. S. tal testimonio  allegato sospetto. Li due nuovi pianeti sostenenti il vecchio Saturno, se bene, per non haver moto diverso da quello, non doverebbero dar tanto fastidio, pure agli stessi sono impossibili. La terza osservatione, che V. S. accenna meravigliosa, muove tal un di loro a prestar men fede alle prime, dicendo che quanto pi novit divolgher, tanto meno verisimile dimostrer ci che pretende; ma io spero che il tempo chiarir il tutto, sendo queste cose nelle quali altrui non debba fermamente asseverare cos'alcuna, se molte volte e per molto tempo non ha osservato la loro natura e conditioni.
L'Ecc.mo S.or Cremonino la saluta, e si rallegra di sua sanit ricuperata; io, congratulandomi seco dello stesso e pregandola a conservarmi nella sua buona gratia, le bacio le mani, e le prego da N. S. il buon Capo d'anno e felice il viaggio di Roma.

Di Padova, l'ult.o del 1610.
Di V. S. Ill.re et Ecc.ma
Aff.mo Ser.re
Fort.io Liceti.

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo
Il Sig.or Galileo Galilei.
Firenze.



449..

GIOVANNI KEPLER a GALILEO [in Firenze].
[Praga, dicembre 1610].

Bibl. Palatina di Vienna. Cod. 10702, car. 63. - Minuta autografa(1069).

S. P. D.

Ego, Galilaee clarissime, neque Italus sum, neque ex politissima Germanorum natione oriundus, neque lautis domus patriae conditionibus inter speciosa sermonis gestuumque exercitia educatus, ut tecum, insigni artifice, urbanitate contendam, qui, cum quidvis aliud scripturus videreris, depredationem potissimum arripuisti.
Lecto Bohemi scurrili libello, excandui, ad te scribendum censui, ne silentio viderer approbare simulationem pessimam mihi imputatam. Eam epistolam ita scripsi, ut si forte tui defendendi causa eam velles edere, id intelligeres tibi per me licere. Cum postea rogares meam sententiam super loco quodam Dissertationis a me praeterito, hoc iam certum argumentum mihi erat destinatae abs te editionis; eoque sic attemperavi responsum, ut quod esset edendum. Si edidisses tui defendendi causa, nihil eram habiturus, quo de quererer, quippe quod iam bis concesseram; sin autem mei nominis studio id fecisses, insuper etiam gratiae tibi a me debebantur. Supervenit reconciliatio Bohemi, hominis contemnendi potius ob nominis obscuritatem ingeniique tenuitatem, adeoque commiserandi ob temeritatem infoelicem, quam persequendi publice ob scurrilitatem. Itaque revocavi quod concesseram, non iure nisus sed precibus. Si iam erat edita mea responsio, nihil in me peccatum; temporis culpa est: sin res est integra, tuque intermittis meique amore tibi ipsi dees, rursum ego gratias debeo. Sin autem, quod scribis, multo minoris facis a Bohemo vituperari, quam ego laudari, gratulemur invicem uterque: ego, quod errore sum liberatus circa tuum editionis agitatae consilium; tu, quod editionis mihique gratificandi onere, coniuncto cum aliqua tua molestia. Nullum ullibi reperio deprecationi locum, nisi in tua civilitate meique cultu, quem vicissim deprecor. Quare mittamus ista. Unum rogo: transmittas ad Illustrissimum Oratorem si quid est editum.
Vidi Wodderbornii Confutationem(1070): placet. A ludicris ad paulo seria magis, quamvis tenuia: ignosce: difficultates aulicae docent aestimare etiam tenuia.
Dissertationem edidi meis sumptibus, misique Francofortum aliquem iustum numerum. Florentinus itaque typographus ad damnum me redigit sua editione(1071): id per se inhumanum; an etiam iniustum, viderit Florentia. Nam si non recognoscit Caesarem superiorem, nihil queror; sin autem, equidem privilegio munitus erat libellus. Propter hanc ambiguitatem, in suspenso erit quo nomine Illustrissimo Oratori sim obligatus. At, nisi fallor, non sedet is Pragae typographi causa, sed Magni Ducis; suamque munificentiam sibi vindicat. Quod si mihi iuris aliquid esset in typographum, condemnarem illum ad multam hanc, ut tuis operis solveret pro uno bono et lato vitro convexo, quod esset fragmentum sphaerae duodecim pedum semidiametri, aut ei aequipolleret. Nam hic Pragae facile invenirem, qui cavum mihi accommodaret; in convexis solis difficultas est. Suis enim phialis parum efficiunt, et mea dictata simulant se spernere; ex quo intelligo, esse ipsis expiscandi consilium. Atque ego sumptus non habeo instruendi domi machinam, et alias manu infoelix sum, solis speculationibus deditus. Huiusmodi vitro nisi aliunde instruar, adempta mihi est commoditas contemplandi tuum illum vetulum Geryonem tricorporem; in quo in terras vincto deducendo, tu alterum te praestitisti Herculem.
Est et altera querela, negligentiae, quae mutilavit meum libellum Phaenomeni Singularis(1072). Aut si omnino breve aliquid excerpere voluit, cur non ipsum nucleum exscripsit, ipsam scilicet meam observationem? cur in refutatione eius qui observationem Adelmi Benedictini negavit, filum abrumpit? O pestem librorum, si id ex more facit! Itaque tanto maior est eius culpa, qui non tantum privilegia contemnit, sed etiam vitiosa et mutila recudit. Sed haec typographo meo remitto, qui sumptus in Phaenomenon impendit. Nam, nisi fallor, solent illi mutuum invicem rependere.
Certiorem te facio, scripsisse me superiori Augusto et Septembri Dioptricen(1073), quae constat propositionibus et axiomatibus promiscue numeratis centum quinquaginta una minus: eam tradidi Electori Coloniensi. Ingens quidem labor in causis eruendis; non minor tamen voluptas in inventione earum, quam tibi ex Mediceorum aut figurae Saturniae inventione. Id ago, ut imprimantur pauca exemplaria; id si impetro, ad te mittam unum: iucundissimas videbis causas contingentium circa haec duplicata specula, si modo non antea es rimatus eadem.



450...

GIO. BATTISTA DELLA PORTA a FEDERICO CESI in Roma.
[Napoli, 1610].

Bibl. della R. Accad. dei Lincei in Roma. Mss. n. 12 (gi Cod. Boncompagni 580), car. 336. - Autografa.

.... e mi doglio che l'inventione dell'occhiale in quel tubo  stata una mia inventione(1074); e Galileo, Lettor di Padua, l'have accomodato, co 'l quale ha trovato 4 altri pianeti in cielo, e numero di migliaia di stelle fisse, e nel circolo latteo altrettante non viste ancora, e gran cose nel globo della luna, ch'empiscono il mondo di stupore....


FINE DEL VOLUME DECIMO.


INDICE CRONOLOGICO
DELLE LETTERE CONTENUTE NEL VOL. X
(1574-1610).
1
Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei
13 gennaio 1574
2
Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei
9 febbraio 1574
3
Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei
10 marzo 1574
4
Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei
4 gennaio 1575
5
Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei
29 aprile 1578
6
Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei
16 luglio 1578
7
............. a ...................
1588
8
GALILEO a Cristoforo Clavio
8 gennaio 1588
9
Cristoforo Clavio a Galileo
16 gennaio 1588
10
Guidobaldo del Monte a Galileo
16 gennaio 1588
11
Enrico Caetani al Senato di Bologna
10 febbraio 1588
12
GALILEO a Cristoforo Clavio
25 febbraio 1588
13
Cristoforo Clavio a Galileo
5 marzo 1588
14
Antonio Riccoboni a Galileo
11 marzo 1588
15
Guidobaldo del Monte a Galileo
24 marzo 1588
16
Michele Coignet a Galileo
31 marzo 1588
17
Guidobaldo del Monte a Galileo
28 maggio 1588
18
Guidobaldo del Monte a Galileo
17 giugno 1588
19
GALILEO a Guidobaldo del Monte
16 luglio 1588
20
Guidobaldo del Monte a Galileo
22 luglio 1588
21
Guidobaldo del Monte a Galileo
16 settembre 1588
22
Guidobaldo del Monte a Galileo
7 ottobre 1588
23
Guidobaldo del Monte a Galileo
30 dicembre 1588
24
Giovanni Ricasoli Baroni a Neri Ricasoli Baroni
11 maggio 1589
25
Giovanbatista Ricasoli Baroni a Ruberto Pandolfini
25 maggio 1589
26
Giovanni Ricasoli Baroni a Francesco Guadagni, Neri Ricasoli Baroni e Lorenzo Giacomini
15 giugno 1589
27
Guidobaldo del Monte a Galileo
3 agosto 1589
28
GALILEO a Lorenzo Giacomini
5 ottobre 1589
29
Benedetto Zorzi a Baccio Valori
2 dicembre 1589
30
Guidobaldo del Monte a Galileo
10 aprile 1590
31
GALILEO a Cappone Capponi
2 giugno 1590
32
GALILEO a Vincenzio Galilei
15 novembre 1590
33
Guidobaldo del Monte a Galileo
8 dicembre 1590
34
GALILEO a Vincenzio Galilei
26 dicembre 1590
35
Guidobaldo del Monte a Galileo
21 febbraio 1592
36
Gio. Vincenzo Pinelli a Galileo
3 settembre 1592
37
Gio. Vincenzo Pinelli a Galileo
9 settembre 1592
38
Giovanni Uguccioni a Belisario Vinta
21 settembre 1592
39
Gio. Vincenzo Pinelli a Galileo
25 settembre 1592
40
Giovanni Uguccioni al Granduca di Toscana
26 settembre 1592
41
Benedetto Zorzi a Galileo
12 dicembre 1592
42
Marc'Antonio Bissaro a Galileo
15 dicembre 1592
43
Giacomo Contarini a Galileo
22 dicembre 1592
44
Gellio Sasceride (?) a.............
28 dicembre 1592
45
Guidobaldo del Monte a Galileo
10 gennaio 1593
46
Girolamo Mercuriale a Galileo
3 marzo 1593
47
GALILEO a Giacomo Contarini
22 marzo 1593
48
Giacomo Contarini a Galileo
28 marzo 1593
49
Livia Galilei a Galileo
1 maggio 1593
50
Giulia Ammannati  Galilei a Galileo
29 maggio 1593
51
Guidobaldo del Monte a Galileo
3 settembre 1593
52
Alessandro Sertini a Galileo
19 novembre 1593
53
GALILEO ad Alvise Mocenigo
11 gennaio 1594
54
Luigi Alamanni a Gio. Battista Strozzi
7 agosto 1594
55
GALILEO a ............
14 giugno 1596
56
GALILEO a Iacopo Mazzoni
30 maggio 1597
57
GALILEO a Giovanni Kepler
4 agosto 1597
58
Giovanni Kepler a Michele Mstlin
settembre 1597
59
Giovanni Kepler a Galileo
13 ottobre 1597
60
Guidobaldo del Monte a Galileo
17 dicembre 1597
61
Giovanni Kepler a Giangiorgio Herwart von Hohenburg
26 marzo 1598
62
Alessandro d'Este a Galileo
20 marzo 1599
63
Cosimo Pinelli a Galileo
3 aprile 1599
64
Agostino da Mula a Galileo
3 luglio 1599
65
Girolamo Mercuriale a Galileo
9 luglio 1599
66
Giovanni Kepler a.....
18 luglio 1599
67
Antonio Quirini a Galileo
24 agosto 1599
68
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
1 settembre 1599
69
Ticone Brahe a Gio. Vincenzo Pinelli
3 gennaio 1600
70
Ticone Brahe a Galileo
4 maggio 1600
71
GALILEO a Giulia Ammannati  Galilei
25 agosto 1600
72
GALILEO a Gio. Battista Strozzi
5 gennaio 1601
73
Girolamo Mercuriale a Galileo
29 maggio 1601
74
GALILEO a Michelangelo Galilei
20 novembre 1601
75
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
17 gennaio 1602
76
GALILEO a Baccio Valori
13 marzo 1602
77
GALILEO a Baccio Valori
26 aprile 1602
78
GALILEO ai Riformatori dello Studio di Padova
maggio 1602
79
I Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova
9 maggio 1602
80
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
8 agosto 1602
81
Edmondo Bruce a Giovanni Kepler
15 agosto 1602
82
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
23 agosto 1602
83
Paolo Sarpi a Galileo
2 settembre 1602
84
Paolo Pozzobonelli a Galileo
12 settembre 1602
85
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
28 settembre 1602
86
Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo
8 ottobre 1602
87
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
18 ottobre 1602
88
GALILEO a Guidobaldo del Monte
29 novembre 1602
89
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
20 dicembre 1602
90
Francesco Morosini a Galileo
10 gennaio 1603
91
Sebastiano Venier a Galileo
23 gennaio 1603
92
GALILEO ai Riformatori dello Studio di Padova
12 febbraio 1603
93
I Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova
20 febbraio 1603
94
Edmondo Bruce a Giovanni Kepler
21 agosto 1603
95
Francesco Tengnagel a Gio. Antonio Magini
1603
96
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
12 aprile 1604
97
GALILEO a Vincenzo Gonzaga
22 maggio 1604
98
Costanzo da Cascio a Galileo
24 maggio 1604
99
Vincenzo Gonzaga a Galileo
26 maggio 1604
100
Gio. Camillo Gloriosi a Galileo
27 maggio 1604
101
Antonio de'Medici a Galileo
28 giugno 1604
102
Marco Lentowicz a Galileo
13 agosto 1604
103
Davide Ricques a Galileo
6 settembre 1604
104
Paolo Sarpi a Galileo
9 ottobre 1604
105
GALILEO a Paolo Sarpi
16 ottobre 1604
106
Ilario Altobelli a Galileo
3 novembre 1604
107
Ilario Altobelli a Galileo
25 novembre 1604
108
Antonio Alberti a Giovanni Malipiero
17 dicembre 1604
109
Cristoforo Clavio a Galileo
18 dicembre 1604
110
Leonardo Tedeschi a Galileo
22 dicembre 1604
111
Ilario Altobelli a Galileo
30 dicembre 1604
112
Onofrio Castelli a Galileo
1 gennaio 1605
113
GALILEO a Onofrio Castelli (?)
gennaio 1605
114
Ilario Altobelli a Galileo
10 gennaio 1605
115
Ottavio Brenzoni a Galileo
15 gennaio 1605
116
Baldassare Capra a Gio. Antonio della Croce
16 febbraio 1605
117
Girolamo Spinelli ad Antonio Querengo
28 febbraio 1605
118
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
12 marzo 1605
119
Alessandro Sertini a Galileo
16 aprile 1605
120
Vincenzo Giugni a Galileo
4 giugno 1605
121
GALILEO a Niccol Giugni
11 giugno 1605
122
Giovanni del Maestro a Galileo
15 agosto 1605
123
Cristina di Lorena a Galileo
25 ottobre 1605
124
Asdrubale Barbolani da Montauto a Belisario Vinta
29 ottobre 1605
125
Asdrubale Barbolani da Montauto a Ferdinando I, Granduca di Toscana
29 ottobre 1605
126
Vincenzo Giugni a Galileo
5 novembre 1605
127
GALILEO a Cristina di Lorena
11 novembre 1605
128
GALILEO a Cosimo de'Medici
18 novembre 1605
129
Cipriano Saracinelli a Galileo
5 dicembre 1605
130
Ottavio Brenzoni a Galileo
19 dicembre 1605
131
GALILEO a Cosimo de'Medici
29 dicembre 1605
132
Cosimo de'Medici a Galileo
9 gennaio 1606
133
Ferdinando Saracinelli a Galileo
12 gennaio 1606
134
Vincenzo Giugni a Galileo
21 gennaio 1606
135
GALILEO a Michelangelo Galilei
11 maggio 1606
136
Cipriano Saracinelli a Galileo
26 maggio 1606
137
Asdrubale Barbolani da Montauto a Ferdinando I, Granduca di Toscana
10 giugno 1606
138
Vincenzo Giugni a Galileo
20 giugno 1606
139
GALILEO a Cosimo de'Medici
10 luglio 1606
140
Asdrubale Barbolani da Montauto a Belisario Vinta
12 agosto 1606
141
Asdrubale Barbolani da Montauto a Belisario Vinta
26 agosto 1606
142
.......... A Vincenzo Giugni
23 settembre 1606
143
Cipriano Saracinelli a Galileo
30 settembre 1606
144
GALILEO a ................
27 ottobre 1606
145
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
23 novembre 1606
146
GALILEO a Cristina di Lorena
8 dicembre 1606
147
Ioannes Antonius Petrarolus a Baldassare Capra
1 gennaio 1607
148
Alessandro del Monte a Galileo
8 gennaio 1607
149
Curzio Picchena a Galileo
25 gennaio 1607
150
GALILEO a Curzio Picchena
9 febbraio 1607
151
Baldassare Capra a Gioacchino Ernesto di Brandeburgo
7 marzo 1607
152
Benedetto Castelli a Galileo
1 aprile 1607
153
Giacomo Alvise Cornaro a Aurelio Capra
4 aprile 1607
154
GALILEO ai Riformatori dello Studio di Padova
9 aprile 1607
155
Cipriano Saracinelli a Galileo
13 aprile 1607
156
Giacomo Alvise Cornaro a Galileo
21 aprile 1607
157
Giacomo Alvise Cornaro a Galileo
24 aprile 1607
158
Giacomo Alvise Cornaro a Galileo
25 aprile 1607
159
Lodovico delle Colombe a Galileo
24 giugno 1607
160
GALILEO a Cosimo de'Medici
24 agosto 1607
161
GALILEO a Girolamo Quaratesi
24 agosto 1607
162
Cosimo de'Medici a Galileo
11 settembre 1607
163
Cipriano Saracinelli a Galileo
11 settembre 1607
164
Silvio Piccolomini a Galileo
8 ottobre 1607
165
Raffaello Gualterotti a Galileo
20 ottobre 1607
166
Girolamo Magagnati a Galileo
21 ottobre 1607
167
Benedetto Castelli a D. Ermagora di Padova
24 ottobre 1607
168
GALILEO a Curzio Picchena
16 novembre 1607
169
GALILEO a Curzio Picchena
4 gennaio 1608
170
Belisario Vinta a Galileo
13 gennaio 1608
171
GALILEO a Belisario Vinta
8 febbraio 1608
172
Sebastiano Venier a Galileo
17 febbraio 1608
173
Marino Ghetaldi a Galileo
20 febbraio 1608
174
Michelangelo Galilei a Galileo
4 marzo 1608
175
GALILEO a Belisario Vinta
14 marzo 1608
176
Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo
21 marzo 1608
177
Giuseppe Gagliardi a Galileo
marzo 1608
178
Belisario Vinta a Galileo
22 marzo 1608
179
Raffaello Gualterotti a Galileo
29 marzo 1608
180
GALILEO a Belisario Vinta
4 aprile 1608
181
Belisario Vinta a Galileo
12 aprile 1608
182
Antonio Santini a Galileo
18 aprile 1608
183
Belisario Vinta a Galileo
19 aprile 1608
184
I Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova
19 aprile 1608
185
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
22 aprile 1608
186
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
26 aprile 1608
187
GALILEO a Belisario Vinta
3 maggio 1608
188
GALILEO a Belisario Vinta
23 maggio 1608
189
Belisario Vinta a Galileo
29 maggio 1608
190
GALILEO a Belisario Vinta
30 maggio 1608
191
Ferdinando Saracinelli a Galileo
9 giugno 1608
192
Belisario Vinta a Galileo
11 giugno 1608
193
GALILEO a Belisario Vinta
20 giugno 1608
194
Ottavio Brenzoni a Galileo
21 giugno 1608
195
Alessandro Sertini a Galileo
3 agosto 1608
196
Alessandro Sertini a Galileo
5 agosto 1608
197
Alessandro Sertini a Galileo
18 agosto 1608
198
Pietro Duodo a Galileo
30 agosto 1608
199
GALILEO a Cristina di Lorena
settembre 1608
200
Pietro Duodo a Galileo
10 ottobre 1608
201
Curzio Picchena a Galileo
18 dicembre 1608
202
GALILEO a Cristina di Lorena
19 dicembre 1608
203
Cristina di Lorena a Galileo
8 gennaio 1609
204
GALILEO a Cristina di Lorena
16 gennaio 1609
205
Curzio Picchena a Galileo
31 gennaio 1609
206
GALILEO a Cristina di Lorena
11 febbraio 1609
207
GALILEO ad Antonio de'Medici
11 febbraio 1609
208
GALILEO a Cosimo II de'Medici, Granduca di Toscana
26 febbraio 1609
209
GALILEO a Vesp.
febbraio 1609
210
Pietro Duodo a Galileo
6 marzo 1609
211
Alessandro de'Medici a Galileo
6 marzo 1609
212
Cosimo II de'Medici, Granduca di Toscana a Galileo
7 marzo 1609
213
GALILEO ai Riformatori dello Studio di Padova
9 marzo 1609
214
Pietro Duodo a Galileo
10 marzo 1609
215
Pietro Duodo a Galileo
10 marzo 1609
216
Giovancosimo Geraldini a Galileo
12 marzo 1609
217
Luca Valerio a Galileo
4 aprile 1609
218
Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo
9 aprile 1609
219
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
30 aprile 1609
220
Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo
22 maggio 1609
221
Luca Valerio a Galileo
23 maggio 1609
222
Luca Valerio a Galileo
30 maggio 1609
223
Enea Piccolomini Aragona a Galileo
27 giugno 1609
224
Pietro Duodo a Galileo
29 giugno 1609
225
Luca Valerio a Galileo
18 luglio 1609
226
Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo
1 agosto 1609
227
Giovanni Bartoli a Belisario Vinta
22 agosto 1609
228
GALILEO a Leonardo Donato, Doge di Venezia
24 agosto 1609
229
Alessandro Sertini a Galileo
26 agosto 1609
230
Gio. Battista della Porta a Federico Cesi
28 agosto 1609
231
GALILEO a Benedetto Landucci
29 agosto 1609
232
Enea Piccolomini Aragona a Galileo
29 agosto 1609
233
Giovanni Bartoli a Belisario Vinta
29 agosto 1609
234
Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo
31 agosto 1609
235
Andrea Morosini a Galileo
4 settembre 1609
236
.............. a Giovanni Carolus
4 settembre 1609
237
Giovanni Bartoli a Belisario Vinta
5 settembre 1609
238
Antonio de'Medici a Galileo
12 settembre 1609
239
Gio. Battista Strozzi a Galileo
19 settembre 1609
240
Enea Piccolomini Aragona a Galileo
19 settembre 1609
241
Giovanni Bartoli a Belisario Vinta
26 settembre 1609
242
Giovanni Bartoli a Belisario Vinta
3 ottobre 1609
243
Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo
15 ottobre 1609
244
Giovanni Bartoli a Belisario Vinta
17 ottobre 1609
245
Giovanni Bartoli a Belisario Vinta
24 ottobre 1609
246
Giovanfrancesco Sagredo a Galileo
28 ottobre 1609
247
GALILEO a Belisario Vinta
30 ottobre 1609
248
Giovanni Bartoli a Belisario Vinta
31 ottobre 1609
249
GALILEO ai Riformatori dello Studio di Padova
4 novembre 1609
250
Belisario Vinta a Galileo
7 novembre 1609
251
Belisario Vinta a Giovanni Liczko di Ryglice
7 novembre 1609
252
Giovanni Bartoli a Belisario Vinta
7 novembre 1609
253
GALILEO a Belisario Vinta
20 novembre 1609
254
Giulia Ammannati  Galilei ad Alessandro Piersanti
21 novembre 1609
255
Ottavio Brenzoni a Galileo
23 novembre 1609
256
Giulia Ammannati  Galilei ad Alessandro Piersanti
24 novembre 1609
257
GALILEO a Michelangelo Buonarroti
4 dicembre 1609
258
Ottavio Brenzoni a Galileo
15 dicembre 1609
259
GALILEO ad Antonio de'Medici (?)
7 gennaio 1610
260
Belisario Vinta a Galileo
9 gennaio 1610
261
Giulia Ammannati  Galilei ad Alessandro Piersanti
9 gennaio 1610
262
GALILEO a Belisario Vinta
30 gennaio 1610
263
Belisario Vinta a Galileo
6 febbraio 1610
264
Enea Piccolomini Aragona a Galileo
6 febbraio 1610
265
GALILEO a Belisario Vinta
13 febbraio 1610
266
Belisario Vinta a Galileo
20 febbraio 1610
267
Raffaello Gualterotti ad Alessandro Sertini
1 marzo 1610
268
Raffaello Gualterotti a Galileo
6 marzo 1610
269
GALILEO a Cosimo II de'Medici, Granduca di Toscana
12 marzo 1610
270
Marco Welser a Cristoforo Clavio
12 marzo 1610
271
GALILEO a Belisario Vinta
13 marzo 1610
272
Paolo Sarpi a Giacomo Leschassier
16 marzo 1610
273
Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo
18 marzo 1610
274
Gio. Battista Manso a Paolo Beni
marzo 1610
275
Gio. Battista Manso a Galileo
18 marzo 1610
276
GALILEO a Cosimo II de'Medici, Granduca di Toscana
19 marzo 1610
277
GALILEO a Belisario Vinta
19 marzo 1610
278
Belisario Vinta a Galileo
19 marzo 1610
279
Girolamo Selvatico a Francesco Vendramin
20 marzo 1610
280
Girolamo Selvatico a Francesco Vendramin
26 marzo 1610
281
Enea Piccolomini Aragona a Galileo
27 marzo 1610
282
Alessandro Sertini a Galileo
27 marzo 1610
283
Giovanni Bartoli a Belisario Vinta
27 marzo 1610
284
Belisario Vinta a Galileo
30 marzo 1610
285
Martino Horky a Giovanni Kepler
31 marzo 1610
286
Ottavio Brenzoni a Galileo
3 aprile 1610
287
Benedetto Castelli a Galileo
3 aprile 1610
288
Martino Horky a Giovanni Kepler
6 aprile 1610
289
Carlo Conti a Galileo
11 aprile 1610
290
Michelangelo Galilei a Galileo
14 aprile 1610
291
Martino Hasdale a Galileo
15 aprile 1610
292
Giorgio Fugger a Giovanni Kepler
16 aprile 1610
293
Martino Horky a Giovanni Kepler
16 aprile 1610
294
Ilario Altobelli a Galileo
17 aprile 1610
295
Cristina di Lorena a Vincenzo Giugni
18 aprile 1610
296
Giuliano de'Medici a Galileo
19 aprile 1610
297
Giovanni Kepler a Galileo
19 aprile 1610
298
Gio. Antonio Magini a Giovanni Kepler
20 aprile 1610
299
Chiarissimo Francelli a Matteo Bartolini
20 aprile 1610
300
Raffaello Gualterotti a Galileo
24 aprile 1610
301
Martino Horky a Giovanni Kepler
27 aprile 1610
302
Francesco Maria del Monte a Galileo
28 aprile 1610
303
Martino Hasdale a Galileo
28 aprile 1610
304
Alfonso Fontanelli ad Attilio Ruggeri
aprile (?) 1610
305
Carlo Bartoli a Galileo
1 maggio 1610
306
Giovanni Kepler a Giuliano de'Medici
3 maggio 1610
307
GALILEO a Belisario Vinta
7 maggio 1610
308
Giovanni Kepler a Gio. Antonio Magini
10 maggio 1610
309
Tommaso Mermanni a Galileo
12 maggio 1610
310
GALILEO a Belisario Vinta
21 maggio 1610
311
Belisario Vinta a Galileo
22 maggio 1610
312
Belisario Vinta a Orso d'Elci
23 maggio 1610
313
GALILEO a Matteo Carosio
24 maggio 1610
314
Martino Horky a Giovanni Kepler
24 maggio 1610
315
Martino Horky a Giovanni Kepler
26 maggio 1610
316
Gio. Antonio Magini a Giovanni Kepler
26 maggio 1610
317
GALILEO a Belisario Vinta
28 maggio 1610
318
Andrea Minucci a Galileo
28 maggio 1610
319
Giorgio Fugger a Giovanni Kepler
28 maggio 1610
320
Andrea Labia a Galileo
29 maggio 1610
321
Luca Valerio a Galileo
29 maggio 1610
322
Giov. Camillo Gloriosi a Giovanni Terrenzio
29 maggio 1610
323
Asdrubale Barbolani da Montauto a Belisario Vinta
29 maggio 1610
324
Martino Hasdale a Galileo
31 maggio 1610
325
Francesco Maria del Monte a Galileo
4 giugno 1610
326
Vincenzo Giugni a Galileo
5 giugno 1610
327
Belisario Vinta a Galileo
5 giugno 1610
328
Martino Hasdale a Galileo
7 giugno 1610
329
Gio Battista Manso a Galileo
8 giugno 1610
330
Martino Horky ai Dottori di Filosofia e Medicina dell'Universit di Bologna
15 giugno 1610
331
Orazio del Monte a Galileo
16 giugno 1610
332
GALILEO a Belisario Vinta
18 giugno 1610
333
Andrea Labia a Galileo
19 giugno 1610
334
Gio. Antonio Roffeni a Galileo
22 giugno 1610
335
Gio. Antonio Magini ad Antonio Santini
22 giugno 1610
336
Ottaviano Lotti a Belisario Vinta
23 giugno 1610
337
Antonio Santini a Galileo
24 giugno 1610
338
Gio. Antonio Magini ad Antonio Santini
giugno 1610
339
GALILEO a Vincenzo Giugni
25 giugno 1610
340
Scipione Borghese a Galileo
26 giugno 1610
341
Francesco Maria del Monte a Galileo
26 giugno 1610
342
Belisario Vinta a Galileo
26 giugno 1610
343
Asdrubale Barbolani da Montauto a Belisario Vinta
26 giugno 1610
344
Gio. Antonio Roffeni a Galileo
29 giugno 1610
345
Berlinghiero Gessi a Galileo
30 giugno 1610
346
Martino Horky a Giovanni Kepler
30 giugno 1610
347
Martino Horky a Francesco Sizzi
giugno 1610
348
GALILEO a Belisario Vinta
2 luglio 1610
349
Roberto Strozzi a Galileo
2 luglio 1610
350
Paolo Maria Cittadini a Galileo
3 luglio 1610
351
Martino Hasdale a Galileo
5 luglio 1610
352
Gio. Antonio Roffeni a Galileo
6 luglio 1610
353
Matteo Botti a Belisario Vinta
6 luglio 1610
354
Massimiliano, Duca di Baviera, a Galileo
8 luglio 1610
355
Bartolomeo Schrter a Galileo
8 luglio 1610
356
Antonio Santini a Galileo
10 luglio 1610
357
Alessandro Sertini a Galileo
10 luglio 1610
358
Martino Horky a Paolo Sarpi
10 luglio 1610
359
Cosimo II, Granduca di Toscana a Galileo
10 luglio 1610
360
Martino Hasdale a Galileo
12 luglio 1610
361
GALILEO a Belisario Vinta
16 luglio 1610
362
Giuliano de'Medici a Galileo
19 luglio 1610
363
Orso d'Elci a Belisario Vinta
22 luglio 1610
364
GALILEO a Cosimo II, Granduca di Toscana
23 luglio 1610
365
Giovanni Ciampoli a Galileo
24 luglio 1610
366
Francesco Maria del Monte a Galileo
24 luglio 1610
367
Alesandro Peretti di Montalto a Galileo
24 luglio 1610
368
Gio. Antonio Roffeni a Galileo
27 luglio 1610
369
Roberto Strozzi a Galileo
29 luglio 1610
370
GALILEO a Belisario Vinta
30 luglio 1610
371
Odoardo Farnese a Galileo
6 agosto 1610
372
Alessandro Sertini a Galileo
7 agosto 1610
373
Francesco Sizzi a Giovanni de'Medici
7 agosto 1610
374
Giovanni Kepler a Galileo
9 agosto 1610
375
Martino Hasdale a Galileo
9 agosto 1610
376
Giovanni Kepler a Martino Horky
9 agosto 1610
377
Gio. Antonio Roffeni a Galileo
16 agosto 1610
378
Martino Hasdale a Galileo
17 agosto 1610
379
GALILEO a Giovanni Kepler
19 agosto 1610
380
Gio. Antonio Roffeni a Galileo
19 agosto 1610
381
Belisario Vinta a Galileo
19 agosto 1610
382
GALILEO a Belisario Vinta
20 agosto 1610
383
Gio. Camillo Gloriosi ai Riformatori dello Studio di Padova
20 agosto 1610
384
Giuliano de'Medici a Galileo
23 agosto 1610
385
Martino Hasdale a Galileo
24 agosto 1610
386
Giuliano de'Medici a Galileo
6 settembre 1610
387
Michele Mstlin a Giovanni Kepler
7 settembre 1610
388
Gio. Antonio Magini a Spinello Benci
8 settembre 1610
389
Andrea Cioli a Belisario Vinta
13 settembre 1610
390
Francesco Stelluti a Gio. Battista Stellati
15 settembre 1610
391
GALILEO a Cristoforo Clavio
17 settembre 1610
392
Francesco Pinelli a Galileo
17 settembre 1610
393
GALILEO a Virginio Orsini
18 settembre 1610
394
Matteo Botti a Belisario Vinta
19 settembre 1610
395
Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo
19 settembre 1610
396
Luca Valerio a Galileo
24 settembre 1610
397
Antonio Santini a Galileo
25 settembre 1610
398
Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo
26 settembre 1610
399
Benedetto Castelli a Galileo
27 settembre 1610
400
Gio. Antonio Magini a Galileo
28 settembre 1610
401
GALILEO a Cosimo II, Granduca di Toscana
ottobre 1610
402
GALILEO a Giuliano de'Medici
1 ottobre 1610
403
Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo
1 ottobre 1610
404
Gio. Antonio Magini a Galileo
2 ottobre 1610
405
Virginio Orsini a Galileo
8 ottobre 1610
406
Francesco Maria del Monte a Galileo
9 ottobre 1610
407
Antonio Santini a Galileo
9 ottobre 1610
408
Gio. Antonio Magini a Galileo
15 ottobre 1610
409
GALILEO a Michelangelo Buonarroti
16 ottobre 1610
410
Pietro Duodo a Galileo
16 ottobre 1610
411
Giovanni Wodderborn a Enrico Wotton
16 ottobre 1610
412
Giuliano de'Medici a Galileo
18 ottobre 1610
413
Fortunio Liceti a Galileo
22 ottobre 1610
414
Gio. Antonio Magini a Galileo
23 ottobre 1610
415
Luca Valerio a Galileo
23 ottobre 1610
416
Michelangelo Buonarroti a Galileo
23 ottobre 1610
417
Tommaso Seggett a Galileo
24 ottobre 1610
418
Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo
24 ottobre 1610
419
Giovanni Kepler a Galileo
25 ottobre 1610
420
Marco Welser a Galileo
29 ottobre 1610
421
Giovanni Kepler a Giuliano de'Medici
ottobre 1610
422
Gio. Antonio Magini a Galileo
2 novembre 1610
423
Antonio Santini a Galileo
6 novembre 1610
424
GALILEO a Marco Welser
8 novembre 1610
425
GALILEO a Giangiorgio Brengger
8 novembre 1610
426
Gio. Antonio Magini a Galileo
9 novembre 1610
427
GALILEO a Giuliano de'Medici
13 novembre 1610
428
Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo
13 novembre 1610
429
Gio. Antonio Magini a Galileo
20 novembre 1610
430
Paolo Gualdo a Galileo
25 novembre 1610
431
Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo
26 novembre 1610
432
Giuliano de'Medici a Galileo
29 novembre 1610
433
Antonio Santini a Galileo
4 dicembre 1610
434
Benedetto Castelli a Galileo
5 dicembre 1610
435
GALILEO a Giuliano de'Medici
11 dicembre 1610
436
GALILEO a Paolo Gualdo
17 dicembre 1610
437
Cristoforo Clavio a Galileo
17 dicembre 1610
438
Giovanni Kepler a Filippo Muller (?)
18 dicembre 1610
439
Martino Hasdale a Galileo
19 dicembre 1610
440
Giuliano de'Medici a Galileo
20 dicembre 1610
441
Benedetto Castelli a Galileo
24 dicembre 1610
442
Odoardo Farnese a Galileo
24 dicembre 1610
443
Antonio Santini a Galileo
25 dicembre 1610
444
Gio. Antonio Magini a Galileo
28 dicembre 1610
445
Paolo Gualdo a Galileo
29 dicembre 1610
446
GALILEO a Cristoforo Clavio
30 dicembre 1610
447
GALILEO a Benedetto Castelli
30 dicembre 1610
448
Fortunio Liceti a Galileo
31 dicembre 1610
449
Giovanni Kepler a Galileo
dicembre 1610
450
Gio. Battista della Porta a Federico Cesi
1610


INDICE ALFABETICO
DELLE LETTERE CONTENUTE NEL VOL. X
(1574-1610).


N
Alamanni Luigi a Gio. Battista Strozzi
7 agosto 1594
54
Alberti Antonio a Giovanni Malipiero
17 dicembre 1604
108
Altobelli Ilario a Galileo
3 novembre 1604
106
Altobelli Ilario a Galileo
25 novembre 1604
107
Altobelli Ilario a Galileo
30 dicembre 1604
111
Altobelli Ilario a Galileo
10 gennaio 1605
114
Altobelli Ilario a Galileo
17 aprile 1610
294
Bartoli Carlo a Galileo
1 maggio 1610
305
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta
22 agosto 1609
227
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta
29 agosto 1609
233
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta
5 settembre 1609
237
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta
26 settembre 1609
241
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta
3 ottobre 1609
242
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta
17 ottobre 1609
244
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta
24 ottobre 1609
245
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta
31 ottobre 1609
248
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta
7 novembre 1609
252
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta
27 marzo 1610
283
Baviera (di) Massimiliano a Galileo
8 luglio 1610
354
Bissaro Marc'Antonio a Galileo
15 dicembre 1592
42
Borghese Scipione a Galileo
26 giugno 1610
340
Botti Matteo a Belisario Vinta
6 luglio 1610
353
Botti Matteo a Belisario Vinta
19 settembre 1610
394
Brahe Ticone a Galileo
4 maggio 1600
70
Brahe Ticone a Gio. Vincenzo Pinelli
3 gennaio 1600
69
Brenzoni Ottavio a Galileo
15 gennaio 1605
115
Brenzoni Ottavio a Galileo
19 dicembre 1605
130
Brenzoni Ottavio a Galileo
21 giugno 1608
194
Brenzoni Ottavio a Galileo
23 novembre 1609
255
Brenzoni Ottavio a Galileo
15 dicembre 1609
258
Brenzoni Ottavio a Galileo
3 aprile 1610
286
Bruce Edmondo a Giovanni Kepler
15 agosto 1602
81
Bruce Edmondo a Giovanni Kepler
21 agosto 1603
94
Buonarroti Michelangelo a Galileo
23 ottobre 1610
416
Caetani Enrico al Senato di Bologna
10 febbraio 1588
11
Capra Baldassare a Gioacchino Ernesto di Brandeburgo
7 marzo 1607
151
Capra Baldassare a Gio. Antonio della Croce
16 febbraio 1605
116
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo
9 aprile 1609
218
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo
22 maggio 1609
220
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo
18 marzo 1610
273
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo
1 ottobre 1610
403
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo
24 ottobre 1610
418
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo
13 novembre 1610
428
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo
26 novembre 1610
431
Cascio (da) Costanzo a Galileo
24 maggio 1604
98
Castelli Benedetto a D. Ermagora di Padova
24 ottobre 1607
167
Castelli Benedetto a Galileo
1 aprile 1607
152
Castelli Benedetto a Galileo
3 aprile 1610
287
Castelli Benedetto a Galileo
27 settembre 1610
399
Castelli Benedetto a Galileo
5 dicembre 1610
434
Castelli Benedetto a Galileo
24 dicembre 1610
441
Castelli Onofrio a Galileo
1 gennaio 1605
112
Ciampoli Giovanni a Galileo
24 luglio 1610
365
Cioli Andrea a Belisario Vinta
13 settembre 1610
389
Cittadini Paolo Maria a Galileo
3 luglio 1610
350
Clavio Cristoforo a Galileo
16 gennaio 1588
9
Clavio Cristoforo a Galileo
5 marzo 1588
13
Clavio Cristoforo a Galileo
18 dicembre 1604
109
Clavio Cristoforo a Galileo
17 dicembre 1610
437
Coignet Michele a Galileo
31 marzo 1588
16
Colombe (delle) Lodovico a Galileo
24 giugno 1607
159
Contarini Giacomo a Galileo
22 dicembre 1592
43
Contarini Giacomo a Galileo
28 marzo 1593
48
Conti Carlo a Galileo
11 aprile 1610
289
Cornaro Giacomo Alvise ad Aurelio Capra
4 aprile 1607
153
Cornaro Giacomo Alvise a Galileo
21 aprile 1607
156
Cornaro Giacomo Alvise a Galileo
24 aprile 1607
157
Cornaro Giacomo Alvise a Galileo
25 aprile 1607
158
Duodo Pietro a Galileo
30 agosto 1608
198
Duodo Pietro a Galileo
10 ottobre 1608
200
Duodo Pietro a Galileo
6 marzo 1609
210
Duodo Pietro a Galileo
10 marzo 1609
214
Duodo Pietro a Galileo
10 marzo 1609
215
Duodo Pietro a Galileo
29 giugno 1609
224
Duodo Pietro a Galileo
16 ottobre 1610
410
Elci (d') Orso a Belisario Vinta
22 luglio 1610
363
Este (d') Alessandro a Galileo
20 marzo 1599
62
Fancelli Chiarissimo a Matteo Bartolini
20 aprile 1610
299
Farnese Odoardo a Galileo
6 agosto 1610
371
Farnese Odoardo a Galileo
24 dicembre 1610
442
Fontanelli Alfonso ad Attilio Ruggeri
aprile (?) 1610
304
Fugger Giorgio a Giovanni Kepler
16 aprile 1610
292
Fugger Giorgio a Giovanni Kepler
28 maggio 1610
319
Gagliardi Giuseppe a Galileo
marzo 1608
177
Galilei Livia a Galileo
1 maggio 1593
49
Galilei Michelangelo a Galileo
4 marzo 1608
174
Galilei Michelangelo a Galileo
14 aprile 1610
290
Galilei Ammannati Giulia a Galileo
29 maggio 1593
50
Galilei Ammannati Giulia ad Alessandro Piersanti
21 novembre 1609
254
Galilei Ammannati Giulia ad Alessandro Piersanti
24 novembre 1609
256
Galilei Ammannati Giulia ad Alessandro Piersanti
9 gennaio 1610
261
Galileo a Giangiorgio Brengger
8 novembre 1610
425
Galileo a Michelangelo Buonarroti
4 dicembre 1609
257
Galileo a Michelangelo Buonarroti
16 ottobre 1610
409
Galileo a Cappone Capponi
2 giugno 1590
31
Galileo a Matteo Carosio
24 maggio 1610
313
Galileo a Benedetto Castelli
30 dicembre 1610
447
Galileo a Onofrio Castelli
gennaio 1605
113
Galileo a Cristoforo Clavio
8 gennaio 1588
8
Galileo a Cristoforo Clavio
25 febbraio 1588
12
Galileo a Cristoforo Clavio
17 settembre 1610
391
Galileo a Cristoforo Clavio
30 dicembre 1610
446
Galileo a Giacomo Contarini
22 marzo 1593
47
Galileo a Leonardo Donato
24 agosto 1609
228
Galileo a Michelangelo Galilei
20 novembre 1601
74
Galileo a Michelangelo Galilei
11 maggio 1606
135
Galileo a Vincenzio Galilei
15 novembre 1590
32
Galileo a Vincenzio Galilei
26 dicembre 1590
34
Galileo a Giulia Ammannati Galilei
25 agosto 1600
71
Galileo a Lorenzo Giacomini
5 ottobre 1589
28
Galileo a Niccol Giugni
11 giugno 1605
121
Galileo a Vincenzo Giugni
25 giugno 1610
339
Galileo a Vincenzo Gonzaga
22 maggio 1604
97
Galileo a Paolo Gualdo
17 dicembre 1610
436
Galileo a Giovanni Kepler
4 agosto 1597
57
Galileo a Giovanni Kepler
19 agosto 1610
379
Galileo a Benedetto Landucci
29 agosto 1609
231
Galileo a Cristina di Lorena
11 novembre 1605
127
Galileo a Cristina di Lorena
8 dicembre 1606
146
Galileo a Cristina di Lorena
settembre 1608
199
Galileo a Cristina di Lorena
19 dicembre 1608
202
Galileo a Cristina di Lorena
16 gennaio 1609
204
Galileo a Cristina di Lorena
11 febbraio 1609
206
Galileo a Iacopo Mazzoni
30 maggio 1597
56
Galileo ad Antonio de'Medici
11 febbraio 1609
207
Galileo ad Antonio de'Medici (?)
7 gennaio 1610
259
Galileo a Cosimo de'Medici
18 novembre 1605
128
Galileo a Cosimo de'Medici
29 dicembre 1605
131
Galileo a Cosimo de'Medici
10 luglio 1606
139
Galileo a Cosimo de'Medici
24 agosto 1607
160
Galileo a Cosimo de'Medici
26 febbraio 1609
208
Galileo a Cosimo de'Medici
12 marzo 1610
269
Galileo a Cosimo de'Medici
19 marzo 1610
276
Galileo a Cosimo de'Medici
23 luglio 1610
364
Galileo a Cosimo de'Medici
ottobre 1610
401
Galileo a Giuliano de'Medici
1 ottobre 1610
402
Galileo a Giuliano de'Medici
13 novembre 1610
427
Galileo a Giuliano de'Medici
11 dicembre 1610
435
Galileo ad Alvise Mocenigo
11 gennaio 1594
53
Galileo a Guidobaldo del Monte
16 luglio 1588
19
Galileo a Guidobaldo del Monte
29 ottobre 1602
88
Galileo a Virginio Orsini
18 settembre 1610
393
Galileo a Curzio Picchena
9 febbraio 1607
150
Galileo a Curzio Picchena
16 novembre 1607
168
Galileo a Curzio Picchena
4 gennaio 1608
169
Galileo a Girolamo Quaratesi
24 agosto 1607
161
Galileo ai Riformatori dello Studio di Padova
maggio 1602
78
Galileo ai Riformatori dello Studio di Padova
12 febbraio 1603
92
Galileo ai Riformatori dello Studio di Padova
9 aprile 1607
154
Galileo ai Riformatori dello Studio di Padova
9 marzo 1609
213
Galileo ai Riformatori dello Studio di Padova
4 novembre 1609
249
Galileo a Paolo Sarpi
16 ottobre 1604
105
Galileo a Gio. Battista Strozzi
5 gennaio 1601
72
Galileo a Baccio Valori
13 marzo 1602
76
Galileo a Baccio Valori
26 aprile 1602
77
Galileo a Belisario Vinta
8 febbraio 1608
171
Galileo a Belisario Vinta
14 marzo 1608
175
Galileo a Belisario Vinta
4 aprile 1608
180
Galileo a Belisario Vinta
3 maggio 1608
187
Galileo a Belisario Vinta
23 maggio 1608
188
Galileo a Belisario Vinta
30 maggio 1608
190
Galileo a Belisario Vinta
20 giugno 1608
193
Galileo a Belisario Vinta
30 ottobre 1609
247
Galileo a Belisario Vinta
20 novembre 1609
253
Galileo a Belisario Vinta
30 gennaio 1610
262
Galileo a Belisario Vinta
13 febbraio 1610
265
Galileo a Belisario Vinta
13 marzo 1610
271
Galileo a Belisario Vinta
19 marzo 1610
277
Galileo a Belisario Vinta
7 maggio 1610
307
Galileo a Belisario Vinta
21 maggio 1610
310
Galileo a Belisario Vinta
28 maggio 1610
317
Galileo a Belisario Vinta
18 giugno 1610
332
Galileo a Belisario Vinta
2 luglio 1610
348
Galileo a Belisario Vinta
16 luglio 1610
361
Galileo a Belisario Vinta
30 luglio 1610
370
Galileo a Belisario Vinta
20 agosto 1610
382
Galileo a Marco Welser
8 novembre 1610
424
Galileo a Vesp.
febbraio 1609
209
Galileo a ............
14 giugno 1596
55
Galileo a ............
27 ottobre 1606
144
Geraldini Giovancosimo a Galileo
12 marzo 1609
216
Gessi Berlinghiero a Galileo
30 giugno 1610
345
Ghetaldi Marino a Galileo
20 febbraio 1608
173
Giugni Vincenzo a Galileo
4 giugno 1605
120
Giugni Vincenzo a Galileo
5 novembre 1605
126
Giugni Vincenzo a Galileo
21 gennaio 1606
134
Giugni Vincenzo a Galileo
20 giugno 1606
138
Giugni Vincenzo a Galileo
5 giugno 1610
326
Gloriosi Gio. Camillo a Galileo
27 maggio 1604
100
Gloriosi Gio. Camillo a Giovanni Terrenzio
29 maggio 1610
322
Gloriosi Gio. Camillo ai Riformatori dello Studio di Padova
20 agosto 1610
383
Gonzaga Vincenzo a Galileo
26 maggio 1604
99
Gualdo Paolo a Galileo
25 novembre 1610
430
Gualdo Paolo a Galileo
29 dicembre 1610
445
Gualterotti Raffaello a Galileo
20 ottobre 1607
165
Gualterotti Raffaello a Galileo
29 marzo 1608
179
Gualterotti Raffaello a Galileo
6 marzo 1610
268
Gualterotti Raffaello a Galileo
24 aprile 1610
300
Gualterotti Raffaello ad Alessandro Sertini
1 marzo 1610
267
Hasdale Martino a Galileo
15 aprile 1610
291
Hasdale Martino a Galileo
28 aprile 1610
303
Hasdale Martino a Galileo
31 maggio 1610
324
Hasdale Martino a Galileo
7 giugno 1610
328
Hasdale Martino a Galileo
5 luglio 1610
351
Hasdale Martino a Galileo
12 luglio 1610
360
Hasdale Martino a Galileo
9 agosto 1610
375
Hasdale Martino a Galileo
17 agosto 1610
378
Hasdale Martino a Galileo
24 agosto 1610
385
Hasdale Martino a Galileo
19 dicembre 1610
439
Horky Martino ai Dottori di Bologna
15 giugno 1610
330
Horky Martino a Giovanni Kepler
31 marzo 1610
285
Horky Martino a Giovanni Kepler
6 aprile 1610
288
Horky Martino a Giovanni Kepler
16 aprile 1610
293
Horky Martino a Giovanni Kepler
27 aprile 1610
301
Horky Martino a Giovanni Kepler
24 maggio 1610
314
Horky Martino a Giovanni Kepler
26 maggio 1610
315
Horky Martino a Giovanni Kepler
30 giugno 1610
346
Horky Martino a Paolo Sarpi
10 luglio 1610
358
Horky Martino a Francesco Sizzi
giugno 1610
347
Kepler Giovanni a Galileo
13 ottobre 1597
59
Kepler Giovanni a Galileo
19 aprile 1610
297
Kepler Giovanni a Galileo
9 agosto 1610
374
Kepler Giovanni a Galileo
25 ottobre 1610
419
Kepler Giovanni a Galileo
dicembre 1610
449
Kepler Giovanni a Giangiorgio Herwart von Hohenburg
26 marzo 1598
61
Kepler Giovanni a Martino Horky
9 agosto 1610
376
Kepler Giovanni a Michele Mstlin
settembre 1597
58
Kepler Giovanni a Gio. Antonio Magini
10 maggio 1610
308
Kepler Giovanni a Giuliano de'Medici
3 maggio 1610
306
Kepler Giovanni a Giuliano de'Medici
ottobre 1610
421
Kepler Giovanni a Filippo Muller (?)
18 dicembre 1610
438
Kepler Giovanni a .........
18 luglio 1599
66
Labia Andrea a Galileo
29 maggio 1610
320
Labia Andrea a Galileo
19 giugno 1610
333
Lentowicz Marco a Galileo
13 agosto 1604
102
Liceti Fortunio a Galileo
22 ottobre 1610
413
Liceti Fortunio a Galileo
31 dicembre 1610
448
Lorena (di) Cristina a Galileo
25 ottobre 1605
123
Lorena (di) Cristina a Galileo
8 gennaio 1609
203
Lorena (di) Cristina a Vincenzo Giugni
18 aprile 1610
295
Lotti Ottaviano a Belisario Vinta
23 giugno 1610
336
Maestro (del) Giovanni a Galileo
15 agosto 1605
122
Magagnati Girolamo a Galileo
21 ottobre 1607
166
Magini Gio. Antonio a Spinello Benci
8 settembre 1610
388
Magini Gio. Antonio a Galileo
28 settembre 1610
400
Magini Gio. Antonio a Galileo
2 ottobre 1610
404
Magini Gio. Antonio a Galileo
15 ottobre 1610
408
Magini Gio. Antonio a Galileo
23 ottobre 1610
414
Magini Gio. Antonio a Galileo
2 novembre 1610
422
Magini Gio. Antonio a Galileo
9 novembre 1610
426
Magini Gio. Antonio a Galileo
20 novembre 1610
429
Magini Gio. Antonio a Galileo
28 dicembre 1610
444
Magini Gio. Antonio a Giovanni Kepler
20 aprile 1610
298
Magini Gio. Antonio a Giovanni Kepler
26 maggio 1610
316
Magini Gio. Antonio ad Antonio Santini
22 giugno 1610
335
Magini Gio. Antonio ad Antonio Santini
giugno 1610
338
Manso Gio. Battista a Paolo Beni
marzo 1610
274
Manso Gio. Battista a Galileo
18 marzo 1610
275
Manso Gio. Battista a Galileo
8 giugno 1610
329
Mstlin Michele a Giovanni Kepler
7 settembre 1610
387
Medici (de') Alessandro a Galileo
6 marzo 1609
211
Medici (de') Antonio a Galileo
28 giugno 1604
101
Medici (de') Antonio a Galileo
12 settembre 1609
238
Medici (de') Cosimo a Galileo
9 gennaio 1606
132
Medici (de') Cosimo a Galileo
11 settembre 1607
162
Medici (de') Cosimo a Galileo
7 marzo 1609
212
Medici (de') Cosimo a Galileo
10 luglio 1610
359
Medici (de') Giuliano a Galileo
19 aprile 1610
296
Medici (de') Giuliano a Galileo
19 luglio 1610
362
Medici (de') Giuliano a Galileo
23 agosto 1610
384
Medici (de') Giuliano a Galileo
6 settembre 1610
386
Medici (de') Giuliano a Galileo
18 ottobre 1610
412
Medici (de') Giuliano a Galileo
29 novembre 1610
432
Medici (de') Giuliano a Galileo
20 dicembre 1610
440
Mercuriale Girolamo a Galileo
3 marzo 1593
46
Mercuriale Girolamo a Galileo
9 luglio 1599
65
Mercuriale Girolamo a Galileo
29 maggio 1601
73
Mermanni Tommaso a Galileo
12 maggio 1610
309
Minucci Andrea a Galileo
28 maggio 1610
318
Montalto (di) Peretti Alessandro a Galileo
24 luglio 1610
367
Montauto (da) Asdrubale a Ferdinando de'Medici
29 ottobre 1605
125
Montauto (da) Asdrubale a Ferdinando de'Medici
10 giugno 1606
137
Montauto (da) Asdrubale a Belisario Vinta
29 ottobre 1605
124
Montauto (da) Asdrubale a Belisario Vinta
12 agosto 1606
140
Montauto (da) Asdrubale a Belisario Vinta
26 agosto 1606
141
Montauto (da) Asdrubale a Belisario Vinta
29 maggio 1610
323
Montauto (da) Asdrubale a Belisario Vinta
26 giugno 1610
343
Monte (del) Alessandro a Galileo
8 gennaio 1607
148
Monte (del) Francesco Maria a Galileo
28 aprile 1610
302
Monte (del) Francesco Maria a Galileo
4 giugno 1610
325
Monte (del) Francesco Maria a Galileo
26 giugno 1610
341
Monte (del) Francesco Maria a Galileo
24 luglio 1610
366
Monte (del) Francesco Maria a Galileo
9 ottobre 1610
406
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
16 gennaio 1588
10
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
24 marzo 1588
15
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
28 maggio 1588
17
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
17 giugno 1588
18
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
22 luglio 1588
20
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
16 settembre 1588
21
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
7 ottobre 1588
22
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
30 dicembre 1588
23
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
3 agosto 1589
27
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
10 aprile 1590
30
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
8 dicembre 1590
33
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
21 febbraio 1592
35
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
10 gennaio 1593
45
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
3 settembre 1593
51
Monte (del) Guidobaldo a Galileo
17 dicembre 1597
60
Monte (del) Orazio a Galileo
16 giugno 1610
331
Morosini Andrea a Galileo
4 settembre 1609
235
Morosini Francesco a Galileo
10 gennaio 1603
90
Mula (da) Agostino a Galileo
3 luglio 1599
64
Orsini Virginio a Galileo
8 ottobre 1610
405
Petrarolus I. A. a Baldassare Capra
1 gennaio 1607
147
Picchena Curzio a Galileo
25 gennaio 1607
149
Picchena Curzio a Galileo
18 dicembre 1608
201
Picchena Curzio a Galileo
31 gennaio 1609
205
Piccolomini Silvio a Galileo
8 ottobre 1607
164
Piccolomini Aragona Enea a Galileo
27 giugno 1609
223
Piccolomini Aragona Enea a Galileo
29 agosto 1609
232
Piccolomini Aragona Enea a Galileo
19 settembre 1609
240
Piccolomini Aragona Enea a Galileo
6 febbraio 1610
264
Piccolomini Aragona Enea a Galileo
27 marzo 1610
281
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo
8 ottobre 1602
86
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo
21 marzo 1608
176
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo
1 agosto 1609
226
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo
31 agosto 1609
234
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo
15 ottobre 1609
243
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo
19 settembre 1610
395
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo
26 settembre 1610
398
Pinelli Cosimo a Galileo
3 aprile 1599
63
Pinelli Francesco a Galileo
17 settembre 1610
392
Pinelli Gio. Vincenzo a Galileo
3 settembre 1592
36
Pinelli Gio. Vincenzo a Galileo
9 settembre 1592
37
Pinelli Gio. Vincenzo a Galileo
25 settembre 1592
39
Porta (della) Gio. Battista a Federico Cesi
28 agosto 1609
230
Porta (della) Gio. Battista a Federico Cesi
1610
450
Pozzobonelli Paolo a Galileo
12 settembre 1602
84
Quirini Antonio a Galileo
24 agosto 1599
67
Ricasoli Baroni Giovanni a Francesco Guadagni, ecc.
15 giugno 1589
26
Ricasoli Baroni Giovanni a Neri Ricasoli Baroni
11 maggio 1589
24
Ricasoli Baroni Giovanbatista a Ruberto Pandolfini
25 maggio 1589
25
Riccoboni Antonio a Galileo
11 marzo 1588
14
Ricques Davide a Galileo
6 settembre 1604
103
Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova
9 maggio 1602
79
Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova
20 febbraio 1603
93
Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova
19 aprile 1608
184
Roffeni Gio. Antonio a Galileo
22 giugno 1610
334
Roffeni Gio. Antonio a Galileo
29 giugno 1610
344
Roffeni Gio. Antonio a Galileo
6 luglio 1610
352
Roffeni Gio. Antonio a Galileo
27 luglio 1610
368
Roffeni Gio. Antonio a Galileo
16 agosto 1610
377
Roffeni Gio. Antonio a Galileo
19 agosto 1610
380
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
1 settembre 1599
68
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
17 gennaio 1602
75
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
8 agosto 1602
80
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
23 agosto 1602
82
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
28 settembre 1602
85
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
18 ottobre 1602
87
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
20 dicembre 1602
89
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
12 aprile 1604
96
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
12 marzo 1605
118
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
23 novembre 1606
145
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
22 aprile 1608
185
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
26 aprile 1608
186
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
30 aprile 1609
219
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo
28 ottobre 1609
246
Santini Antonio a Galileo
18 aprile 1608
182
Santini Antonio a Galileo
24 giugno 1610
337
Santini Antonio a Galileo
10 luglio 1610
356
Santini Antonio a Galileo
25 settembre 1610
397
Santini Antonio a Galileo
9 ottobre 1610
407
Santini Antonio a Galileo
6 novembre 1610
423
Santini Antonio a Galileo
4 dicembre 1610
433
Santini Antonio a Galileo
25 dicembre 1610
443
Saracinelli Cipriano a Galileo
5 dicembre 1605
129
Saracinelli Cipriano a Galileo
26 maggio 1606
136
Saracinelli Cipriano a Galileo
30 settembre 1606
143
Saracinelli Cipriano a Galileo
13 aprile 1607
155
Saracinelli Cipriano a Galileo
11 settembre 1607
163
Saracinelli Ferdinando a Galileo
12 gennaio 1606
133
Saracinelli Ferdinando a Galileo
9 giugno 1608
191
Sarpi Paolo a Galileo
2 settembre 1602
83
Sarpi Paolo a Galileo
9 ottobre 1604
104
Sarpi Paolo a Giacomo Leschassier
16 marzo 1610
272
Sasceride Gellio (?) a.............
28 dicembre 1592
44
Schrter Bartolomeo a Galileo
8 luglio 1610
355
Seggett Tommaso a Galileo
24 ottobre 1610
417
Selvatico Girolamo a Francesco Vendramin
20 marzo 1610
279
Selvatico Girolamo a Francesco Vendramin
26 marzo 1610
280
Sertini Alessandro a Galileo
19 novembre 1593
52
Sertini Alessandro a Galileo
16 aprile 1605
119
Sertini Alessandro a Galileo
3 agosto 1608
195
Sertini Alessandro a Galileo
5 agosto 1608
196
Sertini Alessandro a Galileo
18 agosto 1608
197
Sertini Alessandro a Galileo
26 agosto 1609
229
Sertini Alessandro a Galileo
27 marzo 1610
282
Sertini Alessandro a Galileo
10 luglio 1610
357
Sertini Alessandro a Galileo
7 agosto 1610
372
Sizzi Francesco a Giovanni de'Medici
7 agosto 1610
373
Spinelli Girolamo ad Antonio Querengo
28 febbraio 1605
117
Stelluti Francesco a Gio. Battista Stelluti
15 settembre 1610
390
Strozzi Gio. Battista a Galileo
19 settembre 1609
239
Strozzi Roberto a Galileo
2 luglio 1610
349
Strozzi Roberto a Galileo
29 luglio 1610
369
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei
13 gennaio 1574
1
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei
9 febbraio 1574
2
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei
10 marzo 1574
3
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei
4 gennaio 1575
4
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei
29 aprile 1578
5
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei
16 luglio 1578
6
Tedeschi Leonardo a Galileo
22 dicembre 1604
110
Tengnagel Francesco a Gio. Antonio Magini
1603
95
Uguccioni Giovanni al Granduca di Toscana
26 settembre 1592
40
Uguccioni Giovanni a Belisario Vinta
21 settembre 1592
38
Valerio Luca a Galileo
4 aprile 1609
217
Valerio Luca a Galileo
23 maggio 1609
221
Valerio Luca a Galileo
30 maggio 1609
222
Valerio Luca a Galileo
18 luglio 1609
225
Valerio Luca a Galileo
29 maggio 1610
321
Valerio Luca a Galileo
24 settembre 1610
396
Valerio Luca a Galileo
23 ottobre 1610
415
Venier Sebastiano a Galileo
23 gennaio 1603
91
Venier Sebastiano a Galileo
17 febbraio 1608
172
Vinta Belisario a Orso d'Elci
23 maggio 1610
312
Vinta Belisario a Galileo
13 gennaio 1608
170
Vinta Belisario a Galileo
22 marzo 1608
178
Vinta Belisario a Galileo
12 aprile 1608
181
Vinta Belisario a Galileo
19 aprile 1608
183
Vinta Belisario a Galileo
29 maggio 1608
189
Vinta Belisario a Galileo
11 giugno 1608
192
Vinta Belisario a Galileo
7 novembre 1609
250
Vinta Belisario a Galileo
9 gennaio 1610
260
Vinta Belisario a Galileo
6 febbraio 1610
263
Vinta Belisario a Galileo
20 febbraio 1610
266
Vinta Belisario a Galileo
19 marzo 1610
278
Vinta Belisario a Galileo
30 marzo 1610
284
Vinta Belisario a Galileo
22 maggio 1610
311
Vinta Belisario a Galileo
5 giugno 1610
327
Vinta Belisario a Galileo
26 giugno 1610
342
Vinta Belisario a Galileo
19 agosto 1610
381
Vinta Belisario a Giovanni Liczko di Ryglice
7 novembre 1609
251
Welser Marco a Cristoforo Clavio
12 marzo 1610
270
Welser Marco a Galileo
29 ottobre 1610
420
Wodderborn Giovanni a Enrico Wotton
16 ottobre 1610
411
Zorzi Benedetto a Galileo
12 dicembre 1592
41
Zorzi Benedetto a Baccio Valori
2 dicembre 1589
29
.......... a Giovanni Carolus
4 settembre 1609
236
.......... a Vincenzo Giugni
23 settembre 1606
142
.......... a ...................
1588
7


NOTE


(1) Cfr. Per la edizione nazionale delle Opere di Galileo Galilei sotto gli auspicii di S. M. il Re d'Italia. Esposizione e disegno di ANTONIO FAVARO. Firenze, tipografia di G. Barbra, 1888, pag. 36-39.
(2) Vedi Per la edizione nazionale delle Opere di Galileo Galilei sotto gli auspicii di S. M. il Re d'Italia. Indice cronologico del Carteggio Galileiano, per cura di ANTONIO FAVARO. Firenze, tipografia di G. Barbra, 1896.
. Nell'edizione elettronica Manuzio, queste indicazioni sono state omesse.
(3) Diciamo autografa la sottoscrizione, quando, oltre al nome e cognome dello scrivente,  autografa anche quell'espressione officiosa d'ossequio (Oblig. mo Ser.re, Al piacer suo, Per servirla, ecc.), che suole precedere la firma; invece, diciamo autografa la firma, quando questa sola sia di pugno del mittente.
(4) Circa le vicende corse dagli autografi e circa l'origine di alcune copie, cfr. soprattutto Documenti inediti per la storia dei Manoscritti Galileiani nella Biblioteca Nazionale di Firenze pubblicati ed illustrati da ANTONIO FAVARO, nel Bullettino di bibliografia e di storia delle scienze matematiche e fisiche, T. XVIII, 1885, pag. 1-112 e 151-230.
(5) Alcune sottoscrizioni, o firme, di GALILEO e dei corrispondenti pi importanti, le riproduciamo, dagli autografi, in facsimile.
(6) Invece non abbiamo tenuto conto, per regola, dell'abitudine di GALILEO di scrivere a tergo delle lettere il cognome o il nome del mittente; la quale abitudine attiene all'ordinamento che GALILEO stesso faceva di parte almeno della sua corrispondenza, (cfr. ANTONIO FAVARO, Documenti inediti ecc., pag. 3). Abbiamo bens registrato (nelle informazioni premesse alle lettere) siffatte notazioni di GALILEO, quando al nome del corrispondente era aggiunta qualche altra notizia, che potesse servire d'illustrazione alla lettera, o quando anche il semplice fatto del leggersi quel nome di pugno del Nostro potesse avere speciale valore, p. e., perch, trattandosi di una lettera fra terzi, dimostrasse che essa era pervenuta in mano di GALILEO. - Non teniamo poi nota degli appunti di mani antiche, ma posteriori a GALILEO, che si leggono su alcune lettere: p. e., del nome del mittente scritto in capo alla lettera, sull'angolo superiore a sinistra, che  traccia di scelte o ordinamenti fatti in tempi diversi, ecc.
(7) Abbiamo conservato, per regola, senza sciogliere, quelle abbreviazioni che, rispettate, sembra mantengano di pi l'originale carattere al documento: p. e., le abbreviazioni dei titoli e degli epiteti officiosi, cos frequenti nel secolo di GALILEO, ecc.
(8) Abbiamo bens conservato nel testo, con esattezza affatto diplomatica, qualsiasi pi materiale errore (o nemmeno abbiamo aggiunto i dopo c, g, gl di suono palatino), quando chi scriveva fosse persona affatto illetterata; nel qual caso, ogni ritocco, anche lieve, avrebbe alterato la fisonomia del documento.
.. Nell'edizione elettronica Manuzio, gli errori corretti nell'Edizione nazionale sono riportati in note a pie'di pagina contrassegnate dalla dicitura - [CORREZIONE].
(9) Citiamo spesso il Vol. XIX, nel quale pubblicheremo i Documenti concernenti GALILEO (Cfr. Per la edizione nazionale ecc. Esposizione e disegno cit., pag. 39). Delle citazioni di questo volume il lettore potr servirsi agevolmente, sebbene non sia indicata la pagina, coll'aiuto dell'Onomastico che pubblicheremo in fine dell'Edizione, nel quale sotto lo stesso nome trover citata e la lettera e il documento, a cui per la illustrazione della lettera rimandiamo.
(10) A proposito di costei cfr. il n. 4.
(11) VIRGINIA, sorella di GALILEO.
(12) Cfr. Vol XIX. Doc. V, a).
(13) Il CAMPORI legge: A M.a Giulia... sc. sette... Al maestro di Galileo... sc. cinque... Per un sacco... sc. sette... Per poliza e mulende 1.5. Il tutto p. 8.10. Tutto sono sc. venti p. 10, de'quali... Correggiamo col confronto delle due seguenti partite, le quali si leggono in un conto corrente di dare e avere (cfr. Vol. XIX, Doc. V) fra MUZIO TEDALDI e VINCENZIO GALILEI: E ad 6 di febraio [1574], lire 7, port M.a Giulia, e lire 5 Galileo; lire 12. E ad 9 detto, per sacca j di grano fatto farina, lire 8.10 (Bibl. Naz. Fir., filza intitolata sul dorso 1. Galileo. Scritture, Istrumenti, Inventarj etc. appartenenti al medesimo, a suo Padre e a'suoi Discendenti, per lo pi originali e autografi, car. 7r.). Cfr. anche Lett. 1. La somma di lire otto e soldi dieci, identica nel documento e nella lettera, mostra non essere esatte nella lettera le due precedenti cifre di 7 e 1.5. - [CORREZIONE]
(14) Il CAMPORI legge perch si scrive. - [CORREZIONE]
(15) La "Compagnia" o "Fraternita di S. Guglielmo", alla quale VINCENZIO GALILEI era stato ascritto add 21 marzo 1566. - Vedi R. Archivio di Stato di Firenze: Archivio del Patrimonio Ecclesiastico della Diocesi di Pisa; F. XXXVI, 3, Libro dei Partiti, 1548-1575, car. 57r.: "Vinc. Ghalilei con 25 fave nere e 4 biance." Vedi ancora nel medesimo Archivio, F. XXXVI, a car. 81, e 12 a car. 13.
(16) Il CAMPORI legge tutti savj. Cfr. qui appresso, Lett. 3. [CORREZIONE]
(17) Cio nel collegio dove erano ospitati e spesati quaranti scolari toscani dello Studio.
(18) Figlia di ERMELLINA AMMANNATI e nipote di VINCENZIO GALILEI.
(19) ERMELLINA AMMANNATI, sorella della moglie di VINCENZIO GALILEI.
(20) DOROTEA AMMANNATI.
(21) Di stile pisano.
(22) Di stile pisano.
(23) Vedi Vol. I, pag. 184-185 [Edizione Nazionale].
(24) Vedi Vol. I, pag. 197, lin. 23-24 [Edizione Nazionale].
(25) Fu pubblicato nell'anno seguente: Novi Calendarii Romani Apologia adversus Michaelem Maestlinum Gaeppingensem, in Tubigensi Academia mathematicum, tribus libris explicata. Autore CHRISTOPHORO CLAVIO Bambergensi, e Societate Iesu. Romae, apud Sanctium et socios. MDLXXXVIII.
(26) Di stile fiorentino.
(27) Vedi la figura a pag. 188 del Vol. I [Edizione Nazionale].
(28) Cfr. n. 8.
(29) EUCLIDIS Elementorum libri XV, ecc. nunc tertio editi, summaque diligentia recogniti atque emendati. Auctore CHRISTOPHORO CLAVIO Bambergensi, e Societate Iesu. Coloniae, exspensis Ioh. Baptistae Ciotti, M D XCI.
(30) GUIDIUBALDI E MARCHIONIBUS MONTIS In duos Archimedis aequeponderantium libros paraphrasis, scholiis illustrata. Pisauri, apud Hieronymum Concordiam, MDLXXXVIII.
(31) FEDERICI COMMANDINI Urbinatis Liber de centro gravitatis solidorum. Bononiae, ex officina Alexandri Benacii, MDLXV, car. 46-47.
(32) In questo medesimo Archivio, e precisamente nella filza intitolata: "N. 27. Lettere dalli 2 Gennaio 1588 sino alli 30 Xbre 1589. Oratoribus Dominationis Comite Vincentio Campeggi et Marchione Camillo Bolognino. Nicolao Fava Secretario",  contenuta una lettera dei SS.ri Quaranta al Conte VINCENZO CAMPEGGI, sotto il d 27 febbraio 1588, nella quale si legge: "Con questa si risponde alla raccomandazione dell'Ill.mo Sig. Camerlengo, fattaci per M. Galileo Galilei, nobile fiorentino, per Mattematico in questo Studio nostro." La risposta alla lettera del Cardinale Camerlengo esiste nella stessa filza, di seguito al testo della lettera dei Quaranta, ed  pubblicata in Studi e Mem. per la Storia dell'Universit di Bologna, Vol. VII, Bologna, 1922, pag. 10, per cura di E. COSTA. Da altra del CAMPEGGI, data da Roma sotto il d 5 marzo 1588, abbiamo: "Presentai la lettera responsiva all'Ill.mo Camarlengo per il Matematico Giubilei (sic)."
(33) Vedi Vol. XIX. Doc. VII.
(34) Cfr. n. 9.
(35) Fra il e punto si legge, cancellato, centro delle. - [CORREZIONE]
(36) Cfr. n. 8.
(37) Cfr.n. 12.
(38) di ax a xa - [CORREZIONE]
(39) Vedi Vol. I, pag. 183 [Edizione Nazionale].
(40) Cfr. n. 10.
(41) Doctissime  stato corretto in luogo di Illustrissime, che prima era stato scritto. - [CORREZIONE]
(42) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. - [CORREZIONE]
(43) V. di Vol. I, pag. 196-198 [Edizione Nazionale].
(44) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. - [CORREZIONE]
(45) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. - [CORREZIONE]
(46) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. - [CORREZIONE]
(47) dicis adminulo tui - [CORREZIONE]
(48) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. - [CORREZIONE]
(49) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. - [CORREZIONE]
(50) LUDOLFO VAN CEULEN (germanicamente VON COLLEN), che, equivocando sul cognome, il COIGNET tenne per nativo di Colonia, mentre era di Hildesheim.
(51) quo secet - [CORREZIONE]
(52) absolvimus admiculo praeceptorum - [CORREZIONE]
(53) communiabimus - [CORREZIONE]
(54) Cfr. i nni. 10 e 15.
(55) FRANCESCO MARIA DEL MONTE.
(56) Cfr. n. 19.
(57) Cfr. i nn.i 9, 12, 13.
(58) Vedi Vol. I, pag. 188, lin. 33-34 [Edizione Nazionale].
(59) Il P. CRISTOFORO CLAVIO: cfr. nn.i 9, 13.
(60) hommini - [CORREZIONE]
(61) PAPPI Alexandrini Mathematicae Collectiones a FEDERICO COMMANDINO urbinate in latinum conversae et commentariis illustratae. Pisauri, apud Hieronymum Concordiam, M.D.LVIII, car. 44.
(62) Probabilmente al COIGNET, col quale sembra che GALILEO tenesse attiva corrispondenza: cfr. n. 16.
(63) Era andato cercando di GIOVANBATISTA E di GIOVANNI RICASOLI, che s'erano aggirati ne'dintorni di Pescia, ed era tornato a Pescia: vedi Vol. XIX, Doc. IX.
(64) GIOVANBATISTA RICASOLI.
(65) GIOVANBATISTA RICASOLI.
(66) Lizza Fusina.
(67) VINCENZO GUADAGNI.
(68) Cfr. n. 51.
(69) Cfr. Vol. XIX. Doc. IX, a. X.
(70) Bonazza, villa di LORENZO GIACOMINI in Val di Pesa presso Firenze.
(71) La lettura di matematica nello Studio di Padova era vacante per la morte di GIUSEPPE MOLETTI.
(72) GIOVANNI ANTONIO MAGINI era stato eletto, con partito del 4 agosto 1588, per quattro anni dal principio delle lezioni immediatamente successivo. Cfr. Archivio di Stato di Bologna. Arch. Pontificio. Sezione del Senato. Partitorum, Vol. XXVI, car. 16.
(73) Cfr. n. 51.
(74) diss'a - [CORREZIONE]
(75) Cfr. Vol. XIX. Doc. VIII, c.
(76) In sette tomi sono tanto la edizione di GALENO del VALGRISI di Venezia MDLXII - MDLXIII, quanto la quarta del GIUNTI di Venezia del MDLXV.
(77) Manca la firma, essendo stata tagliata la carta.
(78) Manca il principio, essendo stata tagliata la carta.
(79) La sorella di GALILEO, che andava a nozze con BENEDETTO LANDUCCI.
(80) costa cirche tre - [CORREZIONE]
(81) Cfr. Vol. XIX. Doc. X.
(82) GIOVANNI MICHIEL. Cfr. n. 37.
(83) GIOVANNI UGUCCIONI.
(84) Vedi n. 36.
(85) Intendi fiorini, ch a tanto ammont il primo stipendio annuo di GALILEO nello Studio di Padova.
(86) N della richiesta n della concessione di tale licenza, menzionata anche in altre lettere (cfr. p. e., n. 45), non abbiamo trovata alcuna traccia negli archivi.
(87) Cio la Ducale d'elezione a Matematico dello Studio di Padova. Cfr. Vol. XIX. Doc. XI, a. 1.
(88) GALILEO aveva letta la sua prelezione il giorno 7. Cfr. n.o 44.
(89) le ho tornato - [CORREZIONE]
(90) Cfr. n. 41.
(91) Tabula tetragonica, seu quadratorum numerorum cum suis radicibus, ex qua cuiuscumque numeri perquam magni, minoris tamen trigintatribus notis, quadrata radix facile miraque industria colligitur. Nunc primum a IO. ANTONIO MAGINO Patavino, mathematico in almo Bononiensi Gymnasio, supputata, ecc. Venetiis, apud Io. Baptistam Ciottum, MDXCII. - Nelle prime quattro carte non numerate, oltre alla dedica dell'Autore a TICONE BRAHE sotto il d 1 febbraio 1592, sono contenuti componimenti poetici latini e greci indirizzati a TICONE BRAHE da FABIO PAOLINI udinese e da ANDREA CHIOCCO medico veronese.
(92) Intorno a tale particolare vedi ANTONIO FAVARO, Ticone Brahe e la Corte di Toscana nel Tomo III della Serie V dell'Archivio Storico Italiano, Firenze, coi tipi di M. Cellini e C., 1889, pag. 222-224.
(93) Cfr. n. 51.
(94) IACOPO MAZZONI.
(95) tuttlaltre - [CORREZIONE]
(96) essa mosa dal - [CORREZIONE]
(97) con la  stato sostituito da GALILEO a dalla, che leggesi cancellato. - [CORREZIONE]
(98) In luogo di lo schermo prima leggevasi il sostegno: sopra il fu da GALILEO rifatto un lo, ed a sostegno, cancellato, fu sostituito schermo. - [CORREZIONE]
(99) in pessare a - [CORREZIONE]
(100) 1593  aggiunta di mano sincrona.
(101) Sopra il debole fondamento di questa menzione, e dell'altra contenuta nella lettera successiva, fu attribuita a GALILEO un'altra sorella per nome LENA.
(102) Fratello minore di GALILEO.
(103) Sorella di GALILEO.
(104) S. Giuliano era monastero di Domenicane in Firenze.
(105) BENEDETTO LANDUCCI, marito di VIRGINIA GALILEI.
(106) GALILEO si era personalmente impegnato al pagamento della dote alla sorella VIRGINIA. Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, a, 2.
(107) Fratello di GALILEO.
(108) haverei mostratto - [CORREZIONE]
(109) La prima pubblic egli stesso sette anni dopo (GUIDI UBALDI E MARCHIONIBUS MONTIS Perspectivae libri sex. Pisauri, apud Hieronymum Concordiam, MDC); l'altra fu data alla luce dopo la sua morte (GUIDI UBALDI E MARCHIONIBUS MONTIS De Cochlea libri quatuor. Venetiis, MDCXV, apud Evangelistam Deuchinum).
(110) Adiano - [CORREZIONE]
(111) ADRIANO VAN ROOMEN. L'opera di lui alla quale qui si accenna  la seguente: Ideae mathematicae pars prima, sive Methodus polygonorum, ecc. Authore ADRIANO ROMANO, ecc. Lovanii, apud Ioannem Masium, M D XCIII.
(112) io debbo - [CORREZIONE]
(113) Guarde se - [CORREZIONE]
(114) tormentate  stato corretto dall'autore in luogo di sconsolate, che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(115) Trovar piet  sottolineato nell'autografo. - [CORREZIONE]
(116) Ma  sottolineato, e in margine si legge: "o e".- [CORREZIONE]
(117) Veramente al n. 72, del quale lo squarcio latino pi sotto riprodotto  un sunto, leggermente parafrasato. Cfr. HERONIS Alexandrini Spiritalium liber. A FEDERICO COMMANDINO Urbinate ex graeco nuper in latinum conversus. Urbini, MDLXXV, car. 72.
(118) calatus - [CORREZIONE]
(119) calati - [CORREZIONE]
(120) id.
(121) in locum AEFB in ipsum. Deduciamo la correzione dal testo del COMMANDINO, che citiamo nella nota. - [CORREZIONE]
(122) locum AB implebimus - [CORREZIONE]
(123) calatum - [CORREZIONE]
(124) calato - [CORREZIONE]
(125) oleum alidet - [CORREZIONE]
(126) par poter di raccorre - [CORREZIONE]
(127) Tra che e lasci si legge, cancellato, ne. - [CORREZIONE]
(128) Questi allegati mancano nel codice.
(129) Cfr. Vol. IX, pag. 10-11 e pag. 31-57 [Edizione Nazionale].
(130) L'essersi questo autografo rinvenuto in uno stesso sacco con parecchi altri documenti concernenti la famiglia PALLAVICINI di Parma (la quale nel 1596 abitava il palazzo, passato circa mezzo secolo pi tardi in propriet della famiglia MARTINENGO CESARESCO di Brescia, che tuttora lo possiede), induce ad argomentare che il Marchese quivi menzionato fosse un PALLAVICINI, e precisamente o ALFONSO o il figlio suo ALESSANDRO, perch nel 1596 erano contemporaneamente nel palazzo di Sal, FELICITA figlia del primo, nata il 30 agosto 1585, e VITTORIA figlia del secondo, nata il 6 gennaio 1587.
(131) Tra le carte PALLAVICINI, che con tutto nostro agio abbiamo potuto esaminare, non rinvenimmo traccia della lettera che qui GALILEO scrive di unire.
(132) Cfr. n. 58.
(133) Prodromus dissertationum cosmographicarum, continens mysterium cosmographicum de admirabili proportione orbium coelestium, deque causis coelorum numeri, magnitudinis, motuumque periodicorum genuinis et propriis, demonstratum per quinque regularia corpora geometrica a M. IOANNE KEPLERO, ecc. Tubingae, excudebat Georgius Gruppenbachius, anno MDXCVI.
(134) Sul margine della car. 33r. si legge, scritto a matita di mano di GALILEO: "De globis conscriptus a Roberto Nues. Londini impressus, 94, in...". "Nues" veramente si legge nell'autografo Galileiano, ma il cognome vero  "Hues" ed il titolo dell'opera : "Tractatus de globis, coelesti et terrestri, ac eorum usu".
(135) Prima aveva scritto sapienter tu, proposito exemplari tuae personae, occulte mones; poi aggiunse et davanti ad occulte, e da ultimo port et occulte dopo tu. - [CORREZIONE]
(136) Prima aveva scritto perducamus, che poi corresse in perducere queamus. - [CORREZIONE]
(137) In luogo di Primam... etiam hora 12, prima aveva scritto Easdem stellas observa etiam circa 19 et 26 Martii anno 98, suo ordine; poi corresse Easdem stellas in Eandem stellam; e da ultimo a Eandem sostitu Primam, cancell et 26 e suo ordine, e in margine aggiunse, dopo 98, le parole altitudine... etiam hora 12. - [CORREZIONE]
(138) Hombergerus - [CORREZIONE]
(139) Tra desiderare e Cuicunque si legge, cancellato, Vale. - [CORREZIONE]
(140) Tra nuper e Galilaeus aveva scritto, e poi cancell, ad me. - [CORREZIONE]
(141) Tra rem e diligentius aveva scritto, e poi cancell, rectius. - [CORREZIONE]
(142) statuit. Atqui lunae. - [CORREZIONE]
(143) Cfr. Vol. II, pag. 337 [Edizione Nazionale].
(144) GIROLAMO PALANTIERI.
(145) magnetica lingula  stato sostituito a magnes, che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(146) et latere... applicato  stato aggiunto posteriormente in margine. - [CORREZIONE]
(147) motus magnetici  stato sostituito a huius rei che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(148) DOMINICUS MARIA FERRARIENSIS.
(149) Cfr. IOANNIS KEPLERI astronomi Opera omnia edidit Dr. CH. FRISCH. Vol. II. Frankofurti a M. et Erlangae. Heyder & Zimmer, MDCCCLIX, pag. 816.
(150) LEONARDO DONATO, Procuratore di San Marco e Riformatore dello Studio di Padova.
(151) ZACCARIA CONTARINI, Riformatore dello Studio.
(152) ANGELO, FILIPPO e FRANCESCO CONTARINI.
(153) MATTEO ZANE, Riformatore dello Studio.
(154) se quam primum. - [CORREZIONE]
(155) Nei primi giorni del novembre 1599. Cfr. Carteggio inedito di Ticone Brahe ecc., pubblicato ed illustrato la ANTONIO FAVARO. Bologna, Zanichelli, 1886, pag. 223.
(156) Intorno ai motivi che possono avere spinto TICONE BRAHE a cercare con tanta insistenza la corrispondenza con GALILEO da risolversi egli stesso ad iniziarla, come fece con la lettera che segue, cfr. A. FAVARO, Di alcuni nuovi materiali per lo studio del carteggio di Ticone Brahe e delle sue relazioni con Galileo (Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti. Serie VI, T. VII, pag. 199-215), Venezia, tip. Antonelli, 1889, e A. FAVARO, Ticone Brahe e la Corte di Toscana (Archivio Storico Italiano. Serie V, T. III, pag. 211-224), Firenze, tip. Cellini e C., 1889.
(157) TYCONIS BRAHE Dani Epistolarum astronomicarum libri. Quorum primus hic Illustrissimi et Laudatissimi Principis Gulielmi Hassiac Landgravii ac ipsius mathematici literas, unaque responsa ad singulas, complectitur. Uraniburgi, anno M D XCVI.
(158) gentil'homino - [CORREZIONE]
(159) Cio dal monastero di San Giuliano. Cfr. n. 49.
(160) Prima di questa lettera, per ordine cronologico dovrebbe venire quella segnata al N. 229, la cui data  "26 agosto 1600" e non 1609 come erroneamente fu interpretato nella prima edizione.
(161) Lettres autographes composant la collection de M. ALFRED BOVET dcrites par TIENNE CHARAVAY: ouvrage imprim sous la direction de FERNAND CALMETTES. A Paris, librairie Charavay frres, 4, rue de Furstenberg, 1887, pag. 186.
(162) Collezione d'autografi e di documenti storici formata e posseduta dal CAV LUIGI ARRIGONI, bibliofilo-antiquario. Serie Prima. Poeti italiani. Firenze, tip. dell'Arte della Stampa, 1885, pag. 30.
(163) Tra o e pur leggesi, cancellato, per. - [CORREZIONE]
(164) ORAZIO CORNACCHINI.
(165) COSIMO DE'MEDICI, poi COSIMO II.
(166) Maggi - [CORREZIONE]
(167) Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, b, 1).
(168) Mancano nell'autografo e il nome e lo spazio per il nome. GALILEO volle probabilmente indicare il gentiluomo presso il quale MICHELANGELO era allogato. Il WOLYNSKI opina che fosse un principe RADZIWIL. Cfr. Relazioni di Galileo colla Polonia, ecc. nell'Archivio Storico Italiano, Serie terza, T. XVII, pag. 26.
(169) Discorso sopra la musica antica e moderna di M. GIROLAMO MEI, ecc. In Venetia, M. DC. II, appresso Gio. Battista Ciotti.
(170) Cfr. Vol. XIX. Doc. XII.
(171) Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, b, 2).
(172) I Riformatori dello Studio caddero qui in errore: ch non gi per dotare una sua figlia, ma per pagare la dote promessa alla LIVIA (Cfr. Vol. XIX, Doc. XV, b, 1), aveva GALILEO quell'urgente bisogno di danaro, che nella precedente lettera espose ai Riformatori dello Studio.
(173) Vedi la nota alla lettera n. 58.
(174) GASPARO PIGNANI.
(175) Nel Cadore avevano i SAGREDO ed i VENIER ricche possessioni di boschi e di miniere.
(176) GUILIELMI GILBERTI Colcestrensis medici Londinensis De magnete magneticisque corporibus et de magno magnete tellure physiologia nova, plurimis et argumentis et experimentis demonstrata. Londini, excudebat Petrus Short, anno MDC. Lib. V, cap. V e VI.
(177) all'equinottione - [CORREZIONE]
(178) GUILIELMI GILBERTI, ecc. De magnete, lib. V, cap. VII.
(179) Op. cit., lib. V, cap. VIII.
(180) In luogo di quella... quadrato prima aveva scritto tutto il diametro, che poi cancell. - [CORREZIONE]
(181) Probabilmente GALILEO aveva ragguagliato il POZZOBONELLI degli esperimenti fatti con l'"edifficio da alzar acque et adacquar terreni" nel giardino di Casa CONTARINI. Cfr. Vol. XIX. Doc. XII, XIII, e.
(182) Prima aveva scritto, a quanto pare, di questa son, e poi corresse questa in quella. - [CORREZIONE]
(183) In questa contrada di Padova abitava GALILEO nel tempo in cui il POZZOBONELLI fu suo ospite. - Cfr. A. FAVARO, Delle case abitate da Galileo Galilei in Padova negli Atti e Memorie della R. Accademia di scienze, lettere ed arti in Padova. Vol. IX, pag. 225-268.
(184) Prima aveva scritto della fortezza ne han portati a volo 14: di qui; poi cancell ne e aggiunse tra le linee delli assistenti. - [CORREZIONE]
(185) GIOVAN VINCENZO PINELLI.
(186) che resiste  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(187) Cfr. n. 82.
(188) Monte Ortone, presso Abano.
(189)  questo il poscritto ad una lettera che deve essere stata indirizzata a Venezia, dove in questi giorni si trovava il GUALDO in compagnia di COSIMO PINELLI, Duca di Acerenza. Era questi venuto da Napoli, per conferire a Milano con ERICIO PUTEANO intorno alla biografia del defunto suo zio GIO. VINCENZO, la cui memoria intendeva onorare con un mausoleo da erigersi in Padova. - Cfr. nella Bibl. Marciana di Venezia le carte relative alla famiglia GUALDO nel Cod. CXLVI della Cl. VI (Ital.), car. 41t-42r.
(190) Cfr. Mss. Gal. Par. VI. Tomo I, 1, car. 13-15, ossia Vol. XIX. Doc. XIII. Appendice.
(191) Prima aveva scritto 26, che poi corresse in 27. - [CORREZIONE]
(192) Prima aveva scritto alla terza, e poi corresse a sesta. - [CORREZIONE]
(193) Cfr. Vol. II, pag. 259 [Edizione Nazionale].
(194) O se tutta - [CORREZIONE]
(195) l'altra - [CORREZIONE]
(196) linee utrumque AF - [CORREZIONE]
(197) le linee SI, IA uscumque - [CORREZIONE]
(198) Cfr, Vol. VIII, pag. 221, 393 [Edizione Nazionale].
(199) Cfr. Vol. II, pag. 190 [Edizione Nazionale].
(200) GIO. CARLO SCARAMELLI: Cfr. R. Archivio di Stato in Venezia, Collegio. Lettere secrete: Anno 1602, e Bibl. Marciana, Cod. Cl. VI, n. CCCIII, car. 213.
(201) GUGLIELMO GILBERT: cfr. n. 83.
(202) Di stile veneto.
(203) Cfr. n. 89.
(204) Di stile veneto.
(205) S.r Galleo - [CORREZIONE]
(206) Cfr. n. 79.
(207) Di stile veneto.
(208) Di stile veneto.
(209) Cfr. n. 58.
(210) Qui si allude evidentemente a GALILEO, e ad insinuazioni contro di lui contenute nella lettera del MAGINI, alla quale risponde il TENGNAGEL.
(211) Qui ci parrebbe indicato abbastanza chiaramente GIOVAN FRANCESCO SAGREDO.
(212) prestare la sensa - [CORREZIONE]
(213) Vedi n. 82.
(214) Baldassar Capra.
(215) Forse GIULIO CESARE CAIETANO.
(216) mezzo hassero la - [CORREZIONE]
(217) Accanto all'indirizzo si legge quest'appunto, di mano di GALILEO: "Carta real da l'Aquila alle 2 ruote".
(218) Cfr. n. 97.
(219) contracambiate - [CORREZIONE]
(220) STANISLAO LAZOCSKI.
(221) ANNIBALE BIMBIOLO.
(222) Cfr. Vol. VIII, pag. 372-374 [Edizione Nazionale].
(223) Cfr. n. 104.
(224) Questo allegato manca nel codice.
(225) dir da sole - [CORREZIONE]
(226) TICONIS BRAHE Dani Astronomiae instauratae progymnasmata, quorum haec prima pars de restitutionibits motuum solis, etc. Typis inchoata Uraniburg Daniae, absoluta Pragae Bohemiae, MDCII.
(227) CHRISTOPHORI CLAVII Bambergensis e Societate Iesu Astrolabium. Romae, impensis Bartholomaei Grassi, ex typographia Gabiana, MDXCIII.
(228) CHRISTOPHORI CLAVII Bambergensis e Societate Iesu Geometria Practica. Romae, ex typ. Aloysii Zanetti, MDCIV.
(229) CHRISTOPHORI CLAVII Bambergensis e Societate Iesu Horologiorum nova descriptio. Romae, apud Aloysium Zannettum, M.D.XCIX.
(230) Compendium brevissimum describendorum horologiorum horizontalium ac declinantium, auctore CHRISTOPHORO CLAVIO Bambergensi Societatis Iesu. Romae, apud Aloysium Zannettum, MDCIII.
(231) essementare - [CORREZIONE]
(232) non si leggo - [CORREZIONE]
(233) distione - [CORREZIONE]
(234) che il tutto - [CORREZIONE]
(235) con tutta che - [CORREZIONE]
(236) l'istessi convenienti - [CORREZIONE]
(237) molto non - [CORREZIONE]
(238) quando quando siano - [CORREZIONE]
(239) F. VALLESII Commentarius in Aristotelis librum IV Meteorologicorum. Patavii, 1591.
(240) ributtattato - [CORREZIONE]
(241) prima che che havesse - [CORREZIONE]
(242) Carteggio inedito di Ticone Brahe, Giovanni Keplero ecc. con Giovanni Antonio Magini, tratto dall'Archivio Malvezzi de'Medici in Bologna, pubblicato ed illustrato da ANTONIO FAVARO. Bologna, Nicola Zanichelli, 1886, pag. 283.
(243) Nel verso leggesi di pugno di GALILEO una annotazione concernente la nuova stella, la quale fu da noi riprodotta a suo luogo (II, 280, lin. 1-6 [Edizione Nazionale].).
(244) Cfr. Vol. II, pag. 269-273 [Edizione Nazionale].
(245) Tra apparso e circa leggesi, cancellato, li 10. - [CORREZIONE]
(246) Resta cos in tronco nell'autografo.
(247) Discorso dell'Ecc.mo Signor ANTONIO LORENZINI da Montepulciano intorno alla nuova stella. In Padova, MDCV, appresso Pietro Paolo Tozzi.
(248) Cfr. n. 111.
(249) per larchezza - [CORREZIONE]
(250) Tra suoi e famigliari leggesi, cancellato, commandi. - [CORREZIONE]
(251) Nell'autografo manca la figura citata.
(252) LEONARDO TEDESCHI: vedi n. 110.
(253) Cio il precetto di pagamento della dote promessa alla sorella LIVIA, per la lite intentatagli dal cognato TADDEO GALLETTI. Cfr. n. 121 e Vol. XIX. Doc. XV, b, 3. a.
(254) Tra si e far leggesi, cancellato, mander. - [CORREZIONE]
(255) NICCOL GIUGNI.
(256) VINCENZO GIUGNI.
(257) Cfr. Vol. II, pag. 269-273 [Edizione Nazionale].
(258) Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, b, 3, d.
(259) Cfr. n. 118 e Vol. XIX, Doc. XV, b, 3.
(260) Cfr. n. 125.
(261) ROBERTO LIO.
(262) poca capicit - [CORREZIONE]
(263) Car.mi - [CORREZIONE]
(264) Cfr. n. 123.
(265) Cfr. Vol. II, pag. 365 [Edizione Nazionale].
(266) BENEDETTO LANDUCCI.
(267) de quale desidera - [CORREZIONE]
(268) Cio il compasso geometrico e militare.
(269) DON ANTONIO DE'MEDICI.
(270) ho ordinato - [CORREZIONE]
(271) FERDINANDO SARACINELLI.
(272) FABRIZIO COLORETO.
(273) SILVIO PICCOLOMINI.
(274) Cfr. n. 16.
(275) dell'Ambrogina - [CORREZIONE]
(276) Ephemerides Io. BAPTISTAE CARELLI Placentini, ecc. meridiano inclitae urbis Venetiarum diligentissime supputatae, ecc. Venetiis, apud Baltassarem Costantinum, MDLVII.
(277) Ephemerides IOANNIS STADII Leonnouthensis, ecc. secundum Antverpiae longitudinem ex tabulis Prutenicis supputatae ab anno 1583, usque ad annum 1606, ecc. Lugduni, in off. Q. Philip. Tinghi, Florent. MDLXXXV.
(278) GIO. GIROLAMO BRONZIERO.
(279) VIRGINIO e PAOLO GIORDANO ORSINI.
(280) CIPRIANO SARACINELLI.
(281) zio di - [CORREZIONE]
(282) COSIMO DE'MEDICI, principe ereditario.
(283) appartenze - [CORREZIONE]
(284) LEONARDO DONATO, coronato Doge add 12 gennaio 1606.
(285) La Pasqua di Resurrezione nel 1606 essendo caduta il 26 marzo, qui si intende che la Pasqua alla quale si allude era la Pasqua di rose, cio la Pentecoste, che cadeva il 14 maggio.
(286) Probabilmente il FOSCARI venuto a stare in casa di GALILEO con un servitore il 13 febbraio 1606. Cfr. Vol.XIX, Doc. XIII, b, 2.
(287) Cfr. Vol. XIX, Doc. XI, c.
(288) aspettimo - [CORREZIONE]
(289) FERDINANDO I.
(290) FERDINANDO SARACINELLI.
(291) COSIMO DE'MEDICI, principe ereditario.
(292) mandar - [CORREZIONE]
(293) restar - [CORREZIONE]
(294) il 9mbre tanto - [CORREZIONE]
(295) Misura veneta di capacit, equivalente a circa 9 litri.
(296) GIROLAMO FABRICIO D'ACQUAPENDENTE.
(297) Semidea Fabrici.
(298) GIO. TOMMASO MENADOI.
(299) proticato - [CORREZIONE]
(300) Di stile fiorentino.
(301) D. LORENZO PACIFICO DI AVERSA.
(302) In luogo di principiar prima aveva scritto far. - [CORREZIONE]
(303) Vedi Vol. II, pag. 365 [Edizione Nazionale].
(304) Vedi Vol. II, pag. 427 [Edizione Nazionale].
(305) usupatore - [CORREZIONE]
(306) NICCOL MONTALBAN.
(307) tanto pena ch'io  - [CORREZIONE]
(308) Forse il Cavalier POMPEO de'Conti DA PANNICHI. Cfr. vol. II, pag. 546 [Edizione Nazionale].
(309) GIOVANNI NICCOL NOSTIZ.
(310) GIOVANNI ZUGMESSER.
(311) Forse GIROLAMO SIPINELLI.
(312) Cfr. n. 156.
(313) Dissertationes duae BALTHESARIS CAPRAE. Una de logica et eius partibus, altera de enthymemate. Patavii, ex officina Petri Pauli Tozzii, 1606.
(314) Cfr. Vol. XIX. Doc. XVIII.
(315) Cfr. Vol. II, pag. 546 [Edizione Nazionale].
(316) Cfr. n. 156.
(317) Considerazioni di ALIMBERTO MAURI sopra alcuni luoghi dei Discorso di Lodovico delle Colombe intorno alla stella apparita nel 1604. In Firenze, appresso Gio. Antonio Caneo, 1606.
(318) Discors. di LODOVICO DELLE COLOMBE, nel quale si dimostra che la Nuova Stella apparita l'ottobre passato 1604 nel Sagittario non  cometa n stella generata o creata di nuovo, n apparente, ma una di quelle che furono da principio nel cielo; e ci esser conforme alla vera filosofia, teologia e astronomiche demostrazioni. Con alquanto di esagerazione contro a'giudiciari astrologi. In Firenze, nella stamperia Giunti, 1606.
(319) Risposte piacevoli e curiose di LODOVICO DELLE COLOMBE alle Considerazioni di certa maschera saccente nominata Alimberto Mauri fatte sopra alcuni luoghi del Discorso del medesimo LODOVICO intorno alla stella apparita l'anno 1604, ecc. In Fiorenza, per Gio. Antonio Caneo e Raffaello Grossi, 1608.
(320) Vedi Vol, II, pag. 270-273 [Edizione Nazionale].
(321) Vedi Vol. II, pag. 515. [Edizione Nazionale].
(322) Cfr. Vol XIX, Doc. XVIII, b 2).
(323) Intorno a questa lettera cfr. Miscellanea Galileiana Inedita, Studi e ricerche di ANTONIO FAVARO. (Estr. dal Vol. XXII delle Memorie del R. Istituto Veneto), Venezia, tip. di Giuseppe Antonelli, 1887, pag. 18-23.
(324) Cfr. n. 155.
(325) Scarperia, piovano di Fagna.
(326) Relazione del viaggio e della presa della citt di Bona in Barberia, fatta per commessione del Sereniss. Granduca di Toscana in nome del Serenissimo Prencipe suo primogenito, dalle galere della Religione di Santo Stefano il d 16 settembre 1607 sotto il comando di SILVIO PICCOLOMINI, Gran Contestabile di detta Religione et aio del medesimo Principe. In Firenze, nella stamperia de'Sermartelli, MDCVII.
(327) il particolari - [CORREZIONE]
(328) prima aveva scritto dava, e poi corresse d. - [CORREZIONE]
(329) Quella che nella sua ricomparsa del 1682 fu osservata dall'HALLEY e venne battezzata col suo nome: ricomparve poi nel 1759, nel 1835 e nel 1910.
(330) prima aveva scritto Adesso, e poi corresse Ancu.  [CORREZIONE]
(331) Cfr n. 165.
(332) Cfr. n. 152.
(333) meglio poti - [CORREZIONE]
(334) Fu infatti comunicata a GALILEO che la trattenne e not sul tergo di essa, che corrisponde alla car. 22: "D. Ben.to"
(335) Al Signor Curzio Picchena, segretario di S. A. S., s'- [CORREZIONE]
(336) Questa lettera manca.
(337) GIOVANFRANCESCO SAGREDO. Cfr. n. 169.
(338) della detta avanti al petto, s'- [CORREZIONE]
(339) Questa risposta manca nel ms.
(340) Si accenna qui ad una qualche nativit, e forse a quella della figliuola del PICCHENA: cfr n. 201.
(341) Di stile fiorentino.
(342) Cfr. n.i 176 e 177.
(343) Altrotanto - [CORREZIONE]
(344) Vol II, pag. 515 [Edizione Nazionale].
(345) MARINI GHETALDI ecc. Apollonius redivivus, seu restituta Apollonii Pergaei inclinationum geometria. Venetiis, apud Bernardum Iuntam, MDCVII.
(346) Tra  e hauto leggesi, cancellato, n .
(347) Con ANNA CHIARA BANDINELLI.
(348) In luogo di l'avervi scritto prima aveva scritto, e poi cancell, dire. - [CORREZIONE]
(349) Prima aveva scritto a quello, poi corresse al vostro. - [CORREZIONE]
(350) che so che restano haver i  sostituito a per dar soddisfazione a'che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(351) Tra stentando e 30 leggesi, cancellato, io. - [CORREZIONE]
(352) Tra gratia e concessami leggesi, cancellato, fattami. - [CORREZIONE]
(353) Cfr. n. 171.
(354) Girolamo Michiel.
(355) Circa questa scrittura mandava il PIGNORIA al GUALDO sotto il d 11 aprile 1608: "La scrittura de'medici intorno la neve intendeva provare, che se non si sgombrava, come s' fatto, averia cagionato corruzione d'aria, male di punta, infiammazione de'polmoni, febri di varie sorte e morbi populari". Cod. cit. car. 37.
(356) L'ass - [CORREZIONE]
(357) ch'v, Segnore - [CORREZIONE]
(358) Questa lettera in dialetto pavano  la dedicatoria d'una poesia dialogica, scritta essa pure in quel dialetto e intitolata Faelamento de Rovegi bon Magon dalle Valle de fuora e de Tuogno Regon della Villa de Vegian, sora la nieve dell'anno 1608, che si legge a car. 68-81 del codice contenente la dedicatoria: l'una e l'altra, di mano sincrona. Sul tergo della car. 82 si legge "Bacco fachin, sta a S.ta Maria d'Avanzo, port"; e questo appunto potrebb'essere di mano d'ALESSANDRO PIERSANTI, servitore di GALILEO in Padova. Occasione alla poesia e alla dedicatoria dette una straordinaria nevicata, che nei primi mesi del 1608 afflisse Padova e il suo contado: di questa nevicata, alla quale si riferiscono pure le lettere di n. 171 e 176, vedi A. FAVARO, Scampoli Galileiani, Serie prima, negli Atti e Memorie della R. Accademia di scienze, lettere ed arti in Padova, vol. II, pag. 14-17. Che Rovegi bon Magon dalle Valle de fuora sia pseudonimo di GIUSEPPE GAGLIARDI, si ha dal Ragionamento dello Academico Aldeano [NICCOL VILLANI] sopra la poesia giocosa de'Greci, de'Latini, e de'Toscani etc. In Venetia, MDCXXXIV, appresso Gio. Pietro Pinelli, pag. 75. Cfr. anche, dei citati Scampoli, la Serie seconda, nei medesimi Atti e Memorie, vol. III, pag. 14.
(359) Cfr. n. 171.
(360) o a dire o a - [CORREZIONE]
(361) Di stile fiorentino.
(362) Tractatio de cometarum causis, effectibus, differentiis et proprietatibus ex F. IUNCTINI voluminibus excerpta. Lipsiae, 1580.
(363) Le nozze honno - [CORREZIONE]
(364) sopetto  [CORREZIONE]
(365) MARINO GHETALDI. Cfr. n., 173.
(366) Quest'ordine non  ora allegato alla lettera.
(367) VITTORIO AMEDEO ed EMANUELE FILIBERTO, figli di CARLO EMANUELE I, che erano stati ad accompagnare Donna ISABELLA, loro sorella, la quale aveva sposato ALFONSO D'ESTE, principe ereditario di Modena, e si recavano a Mantova per la celebrazione delle nozze dell'altra loro sorella MARGHERITA col principe ereditario di quel ducato.
(368) FRANCESCO QUARATESI.
(369) Cfr. Galileo Galilei e lo Studio di Padova, per ANTONIO FAVARO, Vol. II. Firenze, Successori Le Monnier, 1883, pag. 105.
(370) Cfr. n. 184.
(371) FRANCESCO QUARATESI.
(372) "Festa di Gentildonne", per la quale, con deliberazione in Pregadi dei 19 aprile 1608, le invitate furono sciolte dall'obbedienza alle leggi suntuarie della Repubblica. Fu data il giorno 24 aprile, nel palazzo di ALVISE PRIULI, Procuratore di San Marco. Vedi Archivio di Stato in Venezia, Cerimoniali, III, car. 24t. - Senato. Pompe. Cap. I, car. 69.
(373) Cfr. n. 187.
(374) GASPARO PIGNANI. Cfr. Vol. II, pag. 562 [Edizione Nazionale].
(375) Questi puntolini sono nell'autografo: e il numero 52  stato scritto posteriormente in uno spazio che prima GALILEO aveva pure occupato con puntolini.
(376) In luogo di dar loro prima aveva scritto darli. - [CORREZIONE]
(377) Tra per e a si legge, cancellato, con l'ancora. - [CORREZIONE]
(378)  segna A - [CORREZIONE]
(379) Prima aveva scritto pi volentieri sostiene 2 ferri che un solo, poi corresse come stampiamo. - [CORREZIONE]
(380) il piano della calamita  aggiunto in margine. - [CORREZIONE]
(381) In luogo di comporta prima aveva scritto dimostra, che non  cancellato. - [CORREZIONE]
(382) Prima aveva scritto trovato un altro pezzo alquanto minore, poi corresse come stampiamo. - [CORREZIONE]
(383) riducesse un una. - [CORREZIONE]
(384) In luogo di et la palla si caverebbe cos prima aveva scritto et una palla riusciria cos. - [CORREZIONE]
(385) con la pietra  aggiunta interlincare. - [CORREZIONE]
(386) In luogo di pregandola che a quello prima aveva scritto al quale. - [CORREZIONE]
(387) Questo schizzo non  unito alla lettera.
(388) Tra pietra e per leggesi cancellato se gli potria aggiugnere uno. - [CORREZIONE]
(389) Inscrivere  stato corretto in luogo di aggiugnere che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(390) Prima aveva scritto la fedelt devota et obedienza, poi corresse come stampiamo. - [CORREZIONE]
(391) In luogo di i popoli a lei commessi prima aveva scritto i suoi popoli. - [CORREZIONE]
(392) Prima aveva scritto admiratore et conoscitore di cosi alta virt, e poi corresse come stampiamo. - [CORREZIONE]
(393) Qui di seguito leggonsi questo due parole, sottolineate: Cosmos Cosimu. Cfr. Lett. n. 199. - [CORREZIONE]
(394) Tra s come e il si legge, cancellato, l'un ferro. - [CORREZIONE]
(395) Cio il giorno 3 maggio. Cfr. Lett. n. 187.
(396) Questa calamita and poi perduta, e la perdita ne fu grandemente deplorata dal LEIBNIZ in due lettere ad ANTONIO MAGLIABECHI dei 17 gennaio e 13 giugno 1698. - Cfr. Clarorum Germanorum ad Antonium Magliabechium nonnullosque alios Epistolae ex autographis in Biblioth. Magliabechiana, quae nunc publica Florentinorum est adservatis descriptae. Tomus primus. Florentiae, MDCCXLVI, ex typographia ad insigne Apollinis in platea S. C. M., pag. 87, 90.
(397) Cfr. n. 181.
(398) Cfr. n. 185.
(399) A questa lettera non  allegata alcuna figura; abbiamo bens trovato un oroscopo, accompagnato da uno schema di nativit, che fu annesso alla lettera n. 115: ma e per il dubbio che sia proprio la cosa qui richiamata, e per la, nessuna sua importanza, ne abbiamo omessa la riproduzione.
Noteremo soltanto che  relativo a persona nata il 2 marzo 1562 in Vilna.
(400) ANDREA SALVADORI.
(401) Dal 14 giugno al 23 agosto 1608 la Corte si trattenne nella Villa Ferdinanda ad Artimino. Cfr. Bibl. Naz. Fir. Mss. Gino Capponi 261. Vol. I, car. 213t.-218t.
(402) Questa lettera manca nel ms.
(403) Cos sta scritto, ma veramente il libro  di Tommaso Bovio.
(404) ANDREA SALVADORI.
(405) GIOVANNI CIAMPOLI.
(406) ANDREA SALVADORI: Cfr. n. 195.
(407) Accenna alle nozze di COSIMO, Gran Principe di Toscana, con MARTA MADDALENA, figlia dell'Arciduca CARLO D'AUSTRIA.
(408) Intendi i nipoti FRANCESCO e ANDREA, figli di ALVISE DUODO, fratello di PIETRO, che mor celibe. Cfr. n. 210.
(409) Tra nel e vedersi leggesi, cancellato, cuore.- [CORREZIONE]
(410) contro la leggesi fra le righe sostituito a dalla cancellato. - [CORREZIONE]
(411) Tra per e con leggesi, cancellato, quasi. - [CORREZIONE]
(412) potrassi  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(413) Cfr. n. 198.
(414) OTTAVIO BRENZONI.
(415) CATERINA.
(416) Di pesatore al saggio.
(417) Di stile fiorentino.
(418) Cfr. nn.i 202 e 203.
(419) Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, a, 3).
(420) Di stile fiorentino.
(421) Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, a, 3.
(422) Le Novelle letterarie pubblicate in Firenze l'anno MDCCLXXXIV, Vol. XV, in Firenze MDCCLXXXIV, nella stamperia di Antonio Benucci, ecc., pag. 161, dove per la prima volta venne stampata questa lettera sopra l'autografo, che forse era allora in condizioni meno deteriorate che oggi, leggono Onde fo sapere a V.E.
(423) Cfr. Vol, VIII, pag. 11 [Edizione Nazionale].
(424) Prima di La lettera si leggono, cancellate, queste parole.: Nella gratissima lettera di V. S. - [CORREZIONE]
(425) ENEA PICCOLOMINI ARAGONA.
(426) Prima aveva scritto quel reverente ossequio, poi corresse quella reverente devozione e da ultimo torn a correggere quel reverente ossequio. - [CORREZIONE]
(427) In luogo di con la prima aveva scritto nella. - [CORREZIONE]
(428) prima che la vita  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(429) Dopo publicare si legge, cancellato, al mondo. - [CORREZIONE]
(430) Da apportando a potessi  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(431) In luogo di eserciterei prima aveva scritto farei. - [CORREZIONE]
(432) In luogo di la libert che ho qui prima aveva scritto questa libert. - [CORREZIONE]
(433) In luogo di a V. S., prima aveva scritto ad alcuno. - [CORREZIONE]
(434) In luogo di merito o servit prima aveva scritto servire. - [CORREZIONE]
(435) In luogo di pu bastare prima aveva scritto basteria. - [CORREZIONE]
(436) In luogo di dell'opera prima aveva scritto del servizio. - [CORREZIONE]
(437) Tra dover ed espor si legge, cancellato, per prezzo. - [CORREZIONE]
(438) et chi da quello dependesse  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(439) In luogo di si convertiranno in prima aveva scritto arriveranno a. - [CORREZIONE]
(440) In luogo di grand'aiuto prima aveva scritto gran sollevamento. - [CORREZIONE]
(441) SILVIO PICCOLOMINI.
(442) Cfr. n. 198.
(443) Di stile veneto.
(444) Di stile fiorentino.
(445) Di stile fiorentino.
(446) Cfr. Statuta Almae Universitatis D. Artistarum et Medicorum Patavini Gymnasii. Denuo correcta et emendata, ecc. Patavii, Apud Ioannem et Franciscum Bolzetam, M. D. XCV, car. 32.
(447) ANNIBALE BIMBIOLO.
(448) Cfr. nn.i 210 e 215.
(449) Di stile veneto.
(450) In luogo li accorgeremo, prima ora scritto accorgerebbono. - [CORREZIONE]
(451) Di stile veneto
(452) le mano - [CORREZIONE]
(453) SILVIO PICCOLOMINI.
(454) FERDINANDO SARACINELLI.
(455) Forse FRANCESCO dei marchesi GONZAGA.
(456) Di stile fiorentino.
(457) Ecc.mo - [CORREZIONE]
(458) De centro gravitatis solidorum libri tres LUCAE VALERII Mathematicae et Civilis Philosophiae in Gymnasio Romano professoris. Romae, typis Bartholomaei Bonfadini, MDCIIII.
(459) Cfr. n. 221.
(460) andare scielgendo et rivolgendo, r - [CORREZIONE]
(461) pregandole dal Signore Dio, r - [CORREZIONE]
(462) Di V. S. Ecc.ma Desiderosiss.o di ser.la G. F. Sagredo, r - [CORREZIONE]
(463) Ecc.mo S.r, G. G., r - [CORREZIONE]
(464) Al molto Mag.co S.r mio Oss.mo L'Ecc.mo Sig.r Galileo Galilei, Mattematico di Pad.ua Venetia, r -
(465) Cfr. Vol. IX, pag. 12 [Edizione Nazionale].
(466) Quadratura parabolae, per simplex falsum. Et altera, quam secunda Archimedis expeditior, ad Martium Columnam, LUCAE VALERII, mathematicae et civilis philosophiae in almo Urbis gymnasio pubblici professoris. Rome, apud Lepidum Facium, MDCVI.
(467) Cio i primi nove, il duodecimo ed il decimoquarto de La Scanderbeide, Poema eroico della Signora MARGHERITA SARROCCHI, dedicato All'Ill.ma Sig.ra D. Costanza Colonna Sforza, ecc. In Roma, appresso Lepido Faccii, MDVI.
(468) Cfr. n. 221.
(469) Cfr. n. 221.
(470) Intendi della ricondotta alla lettura.
(471) Cfr. n. 198.
(472) Il VALERIO non ha disegnata nella lettera la figura alla quale qui si richiama, probabilmente perch egli si riferiva a quella che GALILEO avr delineato nella lettera a cui questa risponde e che non  pervenuta sino a noi. Forse la figura corrispondeva a questa che qui aggiungiamo per agevolare l'intelligenza del testo.
[vedi figura 225a.gif]

(473) Cfr n.i 221 e 222.
(474) Questa lettera dovrebbe andare prima della lettera 72
(475) FRANCESCO PICCOLOMINI.
(476) IOAN. BAPTISTAE PORTAE Neap. De refractione optices parte. Libri novem, ecc. Neapoli, apud Io. Iacobum Carlinum et Antonium Pacem, ex officina Horatii Salviani, 1593. - N il libro IX, che tratta De coloribus ex refractione, s. de iride, lacteo circulo etc., n il libro VIII, che  intitolato De specillis, nulla, contengono di ci che in questa lettera si descrive. Cfr. n. 297.
(477) Cfr. Vol. XIX, Doc. XIX.
(478) Cfr. n.228.
(479) Cfr, Vol XIX, Doc. XI.
(480) Cfr. Vol II, pag. 365 e seg. [Edizione Nazionale].
(481) Cfr. Vol II, pag. 515 e seg. [Edizione Nazionale].
(482) Cio della ricondotta alla lettura.
(483) GIOVANNI CAROLUS, editore della effemeride.
(484) inventata da lei - [CORREZIONE]
(485) mi favo di - [CORREZIONE]
(486) Cfr. n. 185.
(487) Accanto all'indirizzo si legge quest'appunto di mano di GALILEO:
"Scatolini.
Soldi.
Tavoletta sottile.
Maschera."
In altro luogo della stessa carta  delineata una costituzione dei pianeti Medicei.
(488) Conosciuti di i Montelupi - [CORREZIONE]
(489) ANNIBALE BIMBIOLO.
(490) Fra di e poi leggesi, cancellato, hora. - [CORREZIONE]
(491) Cfr. n. 213.
(492) Cfr. n. 247.
(493) Cfr. n. 251.
(494) L'altro fratello si chiamava STANISLAO.
(495) BALDINO GHERARDI.
(496) La primogenita di GALILEO.
(497) volendomene accanere - [CORREZIONE]
(498) Accanto all'indirizzo si leggono questi appunti di mano di GALILEO, verisimilmente fatti in occasione di un viaggio a Venezia:
"Scarfarotti e cappelletto per Vinc.o.
La cassa delle robe di Marina.
Lente, ceci bianchi, risi, uva passa, farro.
Zucchero, pepe, garofani, cannella, spezie, confetture.
Sapone, aranci.
Pettine d'avorio n. 2.
Malvagia da i S.i Sagredi.
Palle d'artiglieria n. 2.
Canna d'organo di stagno.
Vetri todeschi spianati.
Spianar cristallo di monte.
Pezzi di specchio.
Tripolo.
Lo specchiaro all'insegna del Re.
In calle delle Aqque si fanno sgubie.
Trattare in materia di scodelle di ferro, o di gettarle in pietre, o vero come le palle d'artiglieria.
Privilegio per il vocabolario.
Ferro da spianare.
Pece greca.
Feltro, specchio per fregare.
Follo.
Pareggiarsi col S. Mannucci et rendergli l'Edilio."
(499) MARINA GAMBA.
(500) Fra cortesissima e lettera leggesi, cancellato, sua. Le parole di V.S. sono scritte tra le linee. -
(501) a V. S. molto I. et Ecc.ma, racconter, G - [CORREZIONE]
(502) come da vicino, G - [CORREZIONE]
(503) che mi apparisce, G - [CORREZIONE]
(504) veduta maggiore 400 volte, et il suo corpo 8000, di quello, G - [CORREZIONE]
(505) dimostra: onde in, G - [CORREZIONE]
(506) si vede altissimamente, quella non, G - [CORREZIONE]
(507) eguale, G - [CORREZIONE]
(508) di genti, A - [CORREZIONE]
(509) non se ne pu, G - [CORREZIONE]
(510) sparsi, G - [CORREZIONE]
(511) sono questi, A - [CORREZIONE]
(512) parte de linea, A - [CORREZIONE]
(513) punte illuminose sporgono, A - [CORREZIONE]
(514) intaccare, G - [CORREZIONE]
(515) per cos dire non si legge in G. - [CORREZIONE]
(516) tratto dell'ombra, come, G - [CORREZIONE]
(517) nella presente figura si vede, G - [CORREZIONE]
(518) punte illuminose poste, A - [CORREZIONE]
(519) luminosa: et sono simili, G - [CORREZIONE]
(520) rappresenta l'altra figura. Veggonsi appresso nella, G - [CORREZIONE]
(521) massimamente verso il confine, G - [CORREZIONE]
(522) corno inferiore, moltissime, G - [CORREZIONE]
(523) oscure sempre et tutte verso, G - [CORREZIONE]
(524) sole, come si vede nell'altra figura, dalla frequenza, G -[CORREZIONE]
(525) quali macchiette, G - [CORREZIONE]
(526) che si chiamano, G - [CORREZIONE]
(527) chiamano ghiaccio. A.- [CORREZIONE]
(528) In G non si leggono poi le parole Siane... presente - [CORREZIONE]
(529) plenilunio pochissimo si, G - [CORREZIONE]
(530) l'orlo illustrato risguarda, G - [CORREZIONE]
(531) corpo luminare: et, A - [CORREZIONE]
(532) lunare: aspetto onninamente simile a quello che fanno, G - [CORREZIONE]
(533) da monti, G - [CORREZIONE]
(534) conprendere, A - in G non si leggono le parole come... comprendere. - [CORREZIONE]
(535) le sopranominate macchiette, G - [CORREZIONE]
(536) figure irregolari, G - [CORREZIONE]
(537) ho, non senza grande stupore, osservata, G - [CORREZIONE]
(538) che  quasi, G - [CORREZIONE]
(539) In G non si legge nella quale; invece a lin. 65-66 [Edizione Nazionale] si legge si veggono in essa macchia le medesime. - [CORREZIONE]
(540) lasciando il cerchio di, G - [CORREZIONE]
(541) apparenze di lume et di ombre a capello, che faria in terra, G - [CORREZIONE]
(542) dire la, G - [CORREZIONE]
(543) da i suoi altissimi, G - [CORREZIONE]
(544) abbracciata: i suoi, G - [CORREZIONE]
(545) avertendo, A - [CORREZIONE]
(546) perfettamente rotonda et non si legge in G. - [CORREZIONE]
(547) si vede nella, G - [CORREZIONE]
(548) ci  nella australe non si legge in G. - [CORREZIONE]
(549) lucida nel seguente modo: nella, G - [CORREZIONE]
(550) nell'aggiustar pi, A. La parola aggiustar  sottolineata, e sopra  scritto aquistare - nell'aqquistar questo lume maggiore, se, G - [CORREZIONE]
(551) dopo alcune, G - [CORREZIONE]
(552) circondate dalle tenebre; et queste, G - [CORREZIONE]
(553) in terra nell'aurora gl'altissimi monti, ben che molto occidentali, prima, G - [CORREZIONE]
(554) macchie della luna le quali, G - [CORREZIONE]
(555) tale inegualit, n vi fa il lume del sole, G - [CORREZIONE]
(556) mancare dalla cavit, A - [CORREZIONE]
(557) mancare delle predette eminenze et cavit. S che, G - [CORREZIONE]
(558) volesse paragonarla alla terra, le macchie della luna risponderiano alli mari, G - [CORREZIONE]
(559) che vedendosi da gran distanza il globo terrestre illuminato dal sole, pi lucido aspetto faria il terreno, et pi oscuro il mare. Vedesi tuttavia, G - [CORREZIONE]
(560) Vedasi tuttavia, A - [CORREZIONE]
(561) tutto et totolmente simile, ma, G
(562) queste , G - [CORREZIONE]
(563) l'altro verso la parte orientale, quando, G - [CORREZIONE]
(564) 5 o ver 6, G - [CORREZIONE]
(565) mirabilmente et, G - [CORREZIONE]
(566) lucidi de tutto, A - [CORREZIONE]
(567) resto, ma uno in particolare, che par come una stellina, assai pi chiaro dell'altre, G - [CORREZIONE]
(568) 5 o 6 altre macchiettine piccole, G - [CORREZIONE]
(569) nere de tutto, A - [CORREZIONE]
(570) resto, le quali par che il sole non possa mai rischiarire col suo lume, G. Con queste parole termina il cod. G. - [CORREZIONE]
(571) aviciner, A - [CORREZIONE]
(572) Genaro, A - [CORREZIONE]
(573) Questa non  fra gli autografi della Raccolta CAMPORI.
(574) Di stile fiorentino.
(575) BENEDETTO LANDUCCI.
(576) Cfr. n. 254.
(577) Cfr. Vol. XIX, Doc. XIII.
(578) La VIRGINIA, nominata di sopra.
(579) BALDINO GHERARDI.
(580) Di stile fiorentino.
(581) Accenna al Sidereus Nuncius, nella edizione principe del quale il titolino corrente a capo di pagina  Observationes sidereae recens habitae. Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 9, nota 2 [Edizione Nazionale].
(582) delle orecchi - [CORREZIONE]
(583) Di stile fiorentino.
(584) Cfr. n. 262.
(585) Cfr. n 263.
(586) Di stile fiorentino.
(587) Cfr. n 263.
(588) questo mi povero - [CORREZIONE]
(589) Cfr. n 262.
(590) In un foglio, che ora, allegato alla lettera, forma la cart. 25 del codice, si legge, di mano, a quanto sembra, di BELISARIO VINTA, ci che segue: "Leggasi questa a S. A.; et perch quella denominatione Cosmici  greca, e si potrebbe interpretare che la fusse data a quelle stelle per la natura di qualche lor qualit et moto, e non per gloria del Ser.mo nome della Casa de'Medici et della loro natione et citt di Firenze, io piglierei quella denominatione Medicea Sidera: et piacendo cos a lor Altezze, il Cioli risponda subito a Venetia, et la mandi al Vinta". Cfr. n. 266, e Vol. III, Par. I, pag. 9, nota 2 [Edizione Nazionale].
(591) Cfr. n 260.
(592) Di stile fiorentino.
(593) Accanto all'indirizzo sono delineate, certamente di mano di GALILEO, due configurazioni dei Pianeti Medicei, senza indicazione di data.
(594) Il sonetto non  ora allegato alla lettera.
(595) Discorso di RAFFAEL GUALTEROTTI, gentilhuomo fiorentino, sopra l'apparizione de la nuova stella. E sopra le tre oscurazioni del sole e de la luna ne l'anno 1605. Con alquanto di lume del arte del oro, ecc. In Firenze, nella stamperia di Cosimo Giunti, MDCV. - Il passo a cui nella lettera si accenna, non  per contenuto nella detta opera, bens a pag. 26 dell'altra intitolata: Scherzi degli spiriti animali, dettati con l'occasione de l'oscurazione de l'anno 1065 di RAFFAEL GUALTEROTTI, ecc. In Firenze, nella stamperia di Cosimo Giunti, MDCV.
(596) io ho viso Venere - [CORREZIONE]
(597) Di stile fiorentino.
(598) nostro nela la luna ci apparivano - [CORREZIONE]
(599) la lo credo a Giovan - [CORREZIONE]
(600) Di stile fiorentino.
(601) Confutatio Calendarii Georgii Germanni Wartenbergensis Borussi. Auctore CRISTOPHORO CLAVIO Bambergensi, Societatis Iesu. Moguntiae, excudebat Reinhardus Eltz, anno Domini M. DC. X.
(602) Intende il Sidereus Nuncius: cfr. Vol. III, Par. I, pag. 53 e seg. [Edizione Nazionale].
(603) quae alias vel non apparent vel obscurae, G - [CORREZIONE]
(604) uti confert, et, G - [CORREZIONE]
(605) accomodaverunt et expoliverunt, G - [CORREZIONE]
(606) Lunatos vos vocatis, G - [CORREZIONE]
(607) cuius diametri 6 pedum, P - [CORREZIONE]
(608) digiti minoris, G -- [CORREZIONE]
(609) instrumentum quatuor circiter pedum, G - [CORREZIONE]
(610) videtur tantum pars, P - [CORREZIONE]
(611) visione videretur, subtenderet tantum scrupula, G - [CORREZIONE]
(612) instrumento, videbitur sub angulo maiori quam tertium graduum, G - [CORREZIONE]
(613) sunt in lucia, in Iovis, P - [CORREZIONE]
(614) quem tibi meo nomine Dominus legatus exibebit, G - [CORREZIONE]
(615) ipsum lunare corpus, G - [CORREZIONE]
(616) GIOVANNI BATTISTA AMADORI.
(617) Venezza - [CORREZIONE]
(618) supito - [CORREZIONE]
(619) GALILEO aggiunge di sua mano: "il S. Paolo Beni."
(620) GIO. BATTISTA DELLA PORTA.
(621) Cfr. n. 230.
(622) Nel ms.  stato qui lasciato un piccolo spazio bianco.
(623) de'cronocatori - [CORREZIONE]
(624) conceda - [CORREZIONE]
(625) Consapevole  aggiunto tra la linee di mano di GALILEO.
(626) Cfr. n. 275.
(627) Cfr. Vol. III, Par. 1, pag. 53 e seg. [Edizione Nazionale].
(628) mandare innanzi  scritto sopra inviar, che non  cancellato. - [CORREZIONE]
(629) queto fatto - [CORREZIONE]
(630) da velente huomo - [CORREZIONE]
(631) In luogo di disegni prima aveva scritto, e poi cancell, figure. - [CORREZIONE]
(632) Dopo a i cenni di S. A. si legge, cancellato, quanto segue: Mi  forza ristampare anco l'Uso del Compasso Geometrico, non se ne trovando pi copie et fabricandosi continuamente di questi miei compassi, de i quali sin hora ne sono passati per le mie mani pi di300; et me ne vengono continuamente domandate da diverse bande. - [CORREZIONE]
(633) Cfr. n. 281.
(634) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 53 [Edizione Nazionale].
(635) Cfr. Vol. IX, App. I.
(636) Cfr. n. 310.
(637) Quest'allegata oggi manca.
(638) Di stile fiorentino.
(639) Allude alla elezione del Matematico dell'Accademia Delia in Padova, avvenuta l'istesso giorno 20 marzo, e nella quale a GALILEO era stato preferito il Conte INGOLFO DE'CONTI. Cfr. n. 280, e Vol. XIX, Doc. XX.
(640) Cfr. n. 279.
(641) GIULIO ZABARELLA.
(642) Le parole in corsivo sono sottolineate, con inchiostro diverso da quello con cui  scritta la lettera.
(643) Cfr. Vol. XIX. Doc. XX.
(644) Cfr. n. 277.
(645) ritrovato - [CORREZIONE]
(646) D. ANTONIO DE'MEDICI.
(647) FRANCESCO NORI.
(648) VIRGINIA.
(649) Monastero delle Ammantellate dell'Ordine di S. Maria di Monte Carmelo, oltrarno.
(650) ANDREA SALVADORI.
(651) Cfr. Vol. IX, pag. 233 [Edizione Nazionale].
(652) MICHELANGELO BUONARROTI il giovane.
(653) Accenna probabilmente a qualcuna delle scritture che si andavano annunziando contro le scoperte celesti di GALILEO.
(654) P. SERAFINO DA QUINZANO.
(655) Tra Patrone e intento si legge, cancellato, in particolare. - [CORREZIONE]
(656) Tra riceverete e non si legge, cancellato, qualche. - [CORREZIONE]
(657) intentendissimo - [CORREZIONE]
(658) de Kepplero - [CORREZIONE]
(659) non havendo fattione mentione - [CORREZIONE]
(660) Tra accennato e et si legge, cancellato, quelle cose. - [CORREZIONE]
(661) Un LORENZO di MARCANTONTO CORNARO era morto il 25 settembre del 1609 (Necrologio Nobili, nell'Archivio di Stato in Venezia, Arch. dell'Avogarie del Comun). Con la morte d'un altro CORNARO (GIACOMO ALVISE, del quale cfr. A. FAVARO, Delle case abitate da Galileo Galilei in Padova, negli Atti e Memorie della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti in Padova, vol. IX, pag. 249, nota 2) si risalirebbe al 29 agosto 1608.
(662) PAOLO SARPI e FULGENZIO MICANZIO.
(663) MARTINO PACHACZEK.
(664) Astronomia nova aitiolghetos?seu Physica Coelestis tradita commentariis de motibus stellae Martis ex observationibus G. V. Tychonis Brahe. Iussu et sumtibus Rudolphi II, etc. Plurium annorum pertinaci studio elaborata Pragae a S.ae C.ae M.tis Mathematico IOANNE KEPLERO. Anno aerae Dionysianae M DCIX.
(665) praescribant - [CORREZIONE]
(666) Cfr. n. 58.
(667) Proculus - [CORREZIONE]
(668) apellat - [CORREZIONE]
(669) angustisimis - [CORREZIONE]
(670) Cfr. n. 83.
(671) Pruno - [CORREZIONE]
(672) Vedi Vol. III. Par. I, pag. 62, lin. 15-17 [Edizione Nazionale].
(673) tecumque  aggiunto in margine - [CORREZIONE]
(674) GIULIANO DE'MEDICI.
(675) conctra - [CORREZIONE]
(676) Ad Vitellionem paralipomena, quibus astronomiae pars optica traditur, etc. Authore IOANNE KEPLERO. Francofurti, apud Claudium Marnium et haeredes Ioannis Aubrii. Anno MDCIV.
(677) requirere  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(678) IO. BAPT. PORTAE Neapolitani Magiae Naturalis libri XX, in quibus scientiarum naturalium divitiae et delitiae demonstrantur, etc. Neapoli, apud Horatium Salvianum, M. D. LXXXVIIII, pag. 269.
(679) etiam  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(680) observato - [CORREZIONE]
(681) pro diversitate oculorum  aggiunta marginale. Le stesse parole erano prima state scritte, e leggonsi cancellate, due righe pi sotto tra prohibeantur e convergere. - [CORREZIONE]
(682) retiformi  scritto sopra cornea, che  cancellato. - [CORREZIONE]
(683) Qui segue, cancellato: Atque haec tecum, Gallilaee, ad primum libelli tui caput conferre libuit. - [CORREZIONE]
(684) accurratissima - [CORREZIONE]
(685) Da qui a refractiones  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(686) aut 34'minutorum  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(687) Da a Braheo a illam  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(688) IOANNIS KEPLERI astronomi Opera omnia edidit Dr. CH. FRISCH. Vol. III. Frankofurti et Erlangae, Heyder & Zimmer, MDCCCLX, pag. 520-549.
(689) IOANNIS KEPLERI S.ae C.ae M.tis Mathematici Phaenomenon singulare, seu Mercurius in sole visus etc. Lipsiae, impensis Thomae Schureri bibliopolae, 1609.
(690) Cfr. n. 297.
(691) Da uti ad assimilavit  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(692) IOH. KEPPLERI Mathematici olim Imperatorii Somnium, seu Opus posthumum de astronomia lunari, divulgatum a M. LODOVICO KEPPLERO filio, impressum partim Sagani Silesiorum, absolutum Francofurti, sumptibus haeredum authoris, anno MDCXXXIV.
(693) Da eliciendi a profundo  aggiunto in margine. - [CORREZIONE]
(694) Disputatio de multifariis motuum planetarum in caelo apparentibus irregularitatibus, etc, M. MAESTLINI, etc. Tubingae, 1606.
(695) Averrois  aggiunto in margine. - [CORREZIONE]
(696) Vedi Vol. III, Par. I, pag. 71, lin. 5-6 [Edizione Nazionale].
(697) Vol. cit., pag. 71, lin. 24 - pag. 72, lin. 13 [Edizione Nazionale].
(698) Vol. cit., pag. 72, lin. 34 - pag. 73, lin. 4 [Edizione Nazionale].
(699) Vol. cit., pag. 73, lin. 20-30 [Edizione Nazionale].
(700) IOANNIS KEPLERI Sac. Caes. Maiest. Mathematici De stella nova in pede Serpentarii, etc. Pragae, ex officina calcographica Pauli Sessii. Anno MDCVI.
(701) a te causa. Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 117, lin. 20 - [Edizione Nazionale].
(702) nova nonnullam  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(703) Da quod a circumiectum  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(704) Pruni - [CORREZIONE]
(705) Pruni - [CORREZIONE]
(706) non nisi  stato sostituito a quasi, che  cancellato. - [CORREZIONE]
(707) seculis - [CORREZIONE]
(708) Pruno - [CORREZIONE]
(709) Prunus - [CORREZIONE]
(710) Da planetas a naturae  aggiunto in margine. - [CORREZIONE]
(711) illas lunas hucusque - [CORREZIONE]
(712) ceptum - [CORREZIONE]
(713) Allude all'opera De motibus stellae Martis, cap. 33.
(714) ut passim  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(715) Prunus - [CORREZIONE]
(716) isocaedri - [CORREZIONE]
(717) quibus ego. Cfr. Vol. III Par. I, pag. 125, lin. 14 [Edizione Nazionale]. - [CORREZIONE]
(718) facilime - [CORREZIONE]
(719) Cfr. n. 267.
(720) Dopo sentir si legge, cancellato: Mi giova a credere che. - [CORREZIONE]
(721) I puntolini sono nell'autografo.
(722) Moganza - [CORREZIONE]
(723) PAOLO SARPI e FULGENZIO MICANZIO.
(724) Cfr. Vol. III, Par. I, pag.99 e seg. [Edizione Nazionale].
(725) MARCANTONIO PADAVINO.
(726) honerar - [CORREZIONE].
(727) Accanto all'indirizzo (car 50t) si legge, di mano di GALILEO: "Nuncii Syderei fragmenta" e a car. 49r., in capo al foglio, sono queste parole di mano sincrona: "Nuntius Sidereus. Boza". Probabilmente la lettera del BARTOLI, scritta sopra un foglio di formato grandissimo, fu usata da GALILEO come camicia di bozze del Sidereus Nuncius.
(728) Cfr. n. 297, e vol III, Par. I, pag. 105 e seg. [Edizione Nazionale].
(729) Cfr. n. 296.
(730) Cfr. n. 305.
(731) Per quitarmi - [CORREZIONE]
(732) Cfr. Vol. VII, pag. 3 [Edizione Nazionale].
(733) Cfr. Vol. VIII, pag. 11, nota 3, e pag. 190 e seg. [Edizione Nazionale].
(734) Cfr. Vol. VIII, pag. 564 [Edizione Nazionale].
(735) Cfr. Vol. VIII, pag. 567-568 [Edizione Nazionale].
(736) Cfr. Vol. II, pag. 607 [Edizione Nazionale].
(737) Meditazione poetica di GIROLAMO MAGAGNATI sopra i Pianeti Medicei. Al Ser.mo Don Cosmo II, Gran Duca di Toscana. In Venezia, MDCX, Presso gli heredi d'Altobello Salicato. - Sul frontespizio  raffigurato lo stemma Mediceo, sormontato da una corona, che ha per perle cinque stelle rappresentanti Giove con i quattro pianeti. Presentemente questa composizione non  allegata alla lettera nei Mss.Galileiani.
(738) GALLANZONE GALLANZONI.
(739) Medicei, si  P - [CORREZIONE]
(740) stimano havermi, G - [CORREZIONE]
(741) e non conmettere G, e non mettere, P - [CORREZIONE]
(742) in conformazione di, G - [CORREZIONE]
(743) Cfr. Vol. XIX, Doc. XIX.
(744) alli 27 di Maggio, P - [CORREZIONE]
(745) Vedi Vol. III, Par. I, pag. 121-122 [Edizione Nazionale].
(746) MASSIMO CAPRARA. Cfr. Carteggio inedito di Ticone Brahe, ecc. pubblicato ed illustrato da ANTONIO FAVARO. Bologna, Nicola Zanichelli, 1886, pag. 120-121. Cfr. anche Vol. III, Par. I, pag. 142, lin. 9 [Edizione Nazionale].
(747) nelle mano, come gle - [CORREZIONE]
(748) MARGHERITA SARROCCHI.
(749) GIORGIO FUGGER.
(750) In luogo di scritto prima aveva scritto parlato, che poi cancell. - [CORREZIONE]
(751) MARTINO HORKY. Cfr. n. 314.
(752) GIOVANNI EUTEL ZUGMESSER.
(753) Intendi i Gesuiti, influenti a Bologna, non pi a Padova, patria del MAGINI, essendo stati espulsi fino dal maggio 1606 dai dominii della Serenissima. Cfr. n. 135.
(754) Cfr. Vol. II, pag. 515 [Edizione Nazionale].
(755) Cfr. Vol. II, pag. 427 [Edizione Nazionale].
(756) In luogo di uno de'suoi essemplari prima aveva scritto quel suo essemplare. - [CORREZIONE]
(757) Cio la Dissertatio: cfr. Vol. III, Par. I, pag. 99 [Edizione Nazionale].
(758) ALESSANDRO ALTOGRADI. Cfr Carteggio inedito di Ticone Brahe, Giovanni Keplero, ecc. con Giovanni Antonio Magini, ecc. pubblicato ed illustrato da ANTONIO FAVARO. Zanichelli, 1886, pag. 437.
(759) TOMMASO MINGONI.
(760) OTTAVIO PANFILI.
(761) GIACOMO BADOVERE.
(762) IACOPO LIGOZZI.
(763) sempre pi  aggiunto tra le linee, di mano del VINTA. - [CORREZIONE].
(764) GIACOMO ALVISE CORNARO. Cfr.Vol. II, pag. 545-546 [Edizione Nazionale].
(765) GUIDIUBALDI E MARCHIONIBUS MONTIS Problematum astronomicorum libri septem. Venetiis, apud Bernardum Iuntam, Io. Baptistam Ciottum et socios, MDCVIIII.
(766) Cfr. n. 51.
(767) De horologiis radiis in aqua - [CORREZIONE]
(768) Tutte queste opere rimasero inedite.
(769) Cio fino al 21 maggio. Cfr. Mss. Gal.,Par. IV, T. VI, car. 19br.
(770) Ricominci a vederli add 25 luglio. Cfr. Mss. Gal., Par. III, T. IV, car. 73t.
(771) Cfr. n. 327.
(772) Cfr.Vol. XIX, Doc. XV.
(773) Cfr. n. 174.
(774) Cfr. Vol. XIX, Doc. XI.
(775) Cfr. nn.i 320 e 340.
(776) a quale - [CORREZIONE]
(777) et li disse - [CORREZIONE]
(778) Cfr. n. 311.
(779) baciali - [CORREZIONE]
(780) Cfr. n. 335.
(781) sgannare il modo che - [CORREZIONE]
(782) Galilei, quando anche - [CORREZIONE]
(783) Intendi mezi.
(784) Cfr. n. 326.
(785) da Parigli - [CORREZIONE]
(786) fortunato nell'autografo  sottolineato. ENRICO IV era stato assassinato il 14 di maggio.
(787) Cfr. nn.i 320, 333.
(788) Cfr.n. 332.
(789) litteris invenis mihi - [CORREZIONE]
(790) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 142, lin. 4-13 [Edizione Nazionale].
(791) Cfr.Vol. III, Par. I, pag. 111, lin. 10-21 [Edizione Nazionale].
(792) BALDINO GHERARDI.
(793) MARTINO HORKY.
(794) Cfr. nn.i 230 e 450.
(795) sforzandosi - [CORREZIONE]
(796) OTTAVIO PANFILI.
(797) Cfr. n. 324.
(798) MARTINO HORKY.
(799) MATTEO CAROSIO. Cfr. n. 313.
(800) exoptatissime - [CORREZIONE]
(801) revocari - [CORREZIONE]
(802) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 75, 96 [Edizione Nazionale].
(803) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 72 [Edizione Nazionale].
(804) Padova  d'altra mano.
(805) Cfr. n. 338.
(806) con dire ch'egli  - [CORREZIONE]
(807) LODOVICO DELLE COLOMBE.
(808) Si ha, trascritto di mano di GALILEO, a car. 104r. del Tomo III della Par. I dei Mss. Galileiani:

"Dell'I. S. P. B.

Su l'ali di virt, di gloria accese,
L'alme invitte di Cosmo e Ferdinando,
Di Giovanni e Francesco, al ciel volando,
Nel sesto giro sono eterne ascese;
E se gi furo al nostro bene intese,
Or in sembianze lucide rotando,
E con Giove ne'cor virt spirando,
Si fanno scorta a gloriose imprese.
Tu, Galileo, apri 'l tesor de'cieli
col vetro illustre, e i gran Toscani Regi,
Fatti stelle immortali, a noi riveli.
Qual sol novello, gli stellanti fregi
Dall'orror delle tenebre disveli,
A te crescendo, al cielo e al mondo, i pregi".
(809) Padoa fu aggiunto d'altra mano.
(810) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 129-145 [Edizione Nazionale].
(811) OTTAVIO PANFILI.
(812) La lettera occupando per intero anche il recto della seconda carta del foglio, il poscritto si legge sul tergo, sul quale, pi sotto,  l'indirizzo.
(813) Cfr. n. 359.
(814) Certamente relative ai Pianeti Medicei, e concernenti le configurazioni tra il 9 marzo ed il 21 maggio: cfr. Mss. Gal., P. III, T. III, car. 34r., 34t, 35r, 36r. e P. IV, T. VI, car. 19br. Nei manoscritti Kepleriani giunti insino a noi, per quanto ci risulta dalle indagini a tale uopo istituite, non ne  rimasta traccia di sorte alcuna.
(815) Cio alla Dissertatio cum Nuncio Sidereo: cfr. n. 297, e Vol. III, Par. I, pag. 99 e seg. [Edizione Nazionale].
(816) ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO.
(817) Tra a e inconcusso leggesi, cancellato, saldiss. - [CORREZIONE]
(818) Cfr. n. 312.
(819) GIO. DOMENICO PERI, d'Arcidosso nel Senese.
(820) GIO. BATTISTA STROZZI.
(821) Non sono ora uniti alla lettera.
(822) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 142, lin. 9 e seg. [Edizione Nazionale].
(823) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 195-200 [Edizione Nazionale].
(824) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 145, lin. 31 [Edizione Nazionale].
(825) ALESSANDRO PIERSANTI. Cfr. Vol. 19, Doc. XIII, pag. 174.
(826) miraviglia - [CORREZIONE]
(827) FRANCESCO SIZZI.
(828) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 203-250 [Edizione Nazionale].
(829) Cfr. n. 347.
(830) Cfr. Carteggio inedito di Ticone Brahe, Giovanni Keplero, ecc. con Giovanni Antonio Magini ecc. pubblicato ed illustrato da ANTONIO FAVARO. Bologna, Zanichelli, 1886, pag. 353-356.
(831) Si legge, di mano di GALILEO, nei Mss. Galileiani, Par. I, T. III, car. 103r.-104r.:

"DEL S. MICHELAGNOLO BUONARRUOTI.

Quando 'l custode de gli aurati pomi
Cadde dal formidabil braccio estinto,
Mirando Giove dal figliuol Tirinto
Gli orribil colli insanguinati e domi;
Questa, fra cento e cento ardite imprese,
Sovr'ogn'altra innalzando il maggior Dio,
Per farle schermo dal mortale obblio,
Il ciel della sua imago illustre rese.
Ivi Alcide il gran pondo ancora scuote
E par che fiamme di valore spiri,
E tra'fulgor degli stellati giri
L'ammira Arturo e n'ha stupor Boote.
Tanto val di virt terrena luce,
Che non disdegna 'l ciel farsene adorno;
Quindi veggiam che l'eternal soggiorno
Dello splender di tanti eroi riluce.
Chi dell'eroico onor l'anima inpiuma
Per lo sentier d'opre sovrane e rare,
Stella poi 'n ciel tra l'altre stelle appare,
E di sua gloria l'universo alluma.
Tal Ferdinando, chiusi gl'occhi al mondo,
Dal cui sguardo pendea d'Etruria il freno,
Lass gl'aperse; e assise a Giove in seno,
Il sesto cerchio pi rendeo giocondo:
E nell'abisso dell'eterna mente
De'quattro figli la virt fatale
Scorgendo al fin dover farsi immortale,
Seggio loro apprest divo e lucente.
Le quattro a noi non pi vedute stelle,
Che 'l linceo sguardo sol dell'alto ingegno
Tuo, Galileo, ci scuopre, albergo degno
Saranno in ciel delle quattro alme belle.
Al Mediceo splendore Argo e Perseo
Ne fiano oscuri, e di sue glorie il vanto
Il bel cigno Ledeo dir col canto
Su l'aurea cetra onde fu chiaro Orfeo."
(832) Cfr. n. 357.
(833) Nei Mss. Galileiani, Par. I, Tomo III, a car.104t.,  trascritto di mano di GALILEO un sonetto, in capo al quale, sempre di mano di GALILEO, si legge: "Del Sig.re A." Sospettiamo sia appunto il sonetto dell'ARRIGHETTI qui accennato, quantunque VINCENZIO VIVIANI a quell'"A" abbia soggiunto di sua mano "ndrea Salvadori".
(834) CLAUDIO SERIPANDI: cfr. n. 357.
(835) ANDREA SALVADORI: cfr. Vol. IX, pag. 233 e seg. [Edizione Nazionale].
(836) Cfr. n. 362.
(837) itaque in, G - [CORREZIONE]
(838) minutas stellulas vidi, G - [CORREZIONE]
(839) per illum aspexi, G - [CORREZIONE]
(840) Cio la Peregrinatio dell'HORKY.
(841) Cio della Dissertatio.
(842) Cfr. n. 376.
(843) eoque illum susque, G - [CORREZIONE]
(844) indoli iudicium, amici, G - [CORREZIONE]
(845) lusus interposui, hoc, G - [CORREZIONE]
(846) incidit. Testatur, se, G - [CORREZIONE]
(847) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 140, lin. 32-35; pag. 141, lin. 1-9 [Edizione Nazionale].
(848) In luogo di Mi pare che prima aveva scritto, o poi cancell, Non so s'. - [CORREZIONE]
(849) Cfr. n. 328.
(850) Cfr. n. 324.
(851) Tra et e a lei si legge, cancellato, ne. - [CORREZIONE]
(852) GIORGIO FUGGER.
(853) Prima aveva scritto doveva mandarne uno, poi cancell le prime tre lettere di mandarne. - [CORREZIONE]
(854) Cfr. n. 374.
(855) Cfr. n. 375.
(856) Cfr. n. 368.
(857) Intendi CESARE.
(858) La cifra relativa a Saturno tricorporeo.
(859) Cfr. n. 307.
(860) Forse deve dire testatur.
(861) Cfr. n. 363.
(862) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 185, lin. 17 [Edizione Nazionale].
(863) Cfr. n. 374.
(864) Tra di e attaccarmi si legge, cancellato, essere breve.- [CORREZIONE]
(865) Fra PAOLO SARPI.
(866) Cfr. n. 378.
(867) TOMMASO SEGGETT. Quest'allegata non si trova nella raccolta del CAMPORI.
(868) Tra Gleppero e volentieri leggesi, cancellato, se potesse.- [CORREZIONE]
(869) Nella scrittura della sua condotta alla lettura di Matematica nello Studio di Bologna, era stata pattuita la penalit di 500 scudi, qualora egli di sua volont la lasciasse.
(870) ANDREA CIOLI, segretario del Granduca, fu mandato a Parigi con una missione speciale alla Regina di Francia, MARIA DE'MEDICI: vi and l'11giugno 1610, trattenendosi fino al 1 febbraio 1611.
(871) MATTEO BOTTI.
(872) Cfr. nn.i 230 e 297.
(873) Maria de'Medici.
(874) Grand-Duca - [CORREZIONE]
(875) BALDINO GHERARDI.
(876) Cfr. n. 395.
(877) P. SERAFINO DA QUINZANO.
(878) IO. ANTONII MAGINI, ecc. Tabulae primi mobilis, quas directionum vulgo dicunt, ecc., necnon Apologia Ephemeridum eiusdem Auctoris. Ad Augustissimum Imperatorem Rudolphum II. Venetiis, apud Damianum Zenarium, MDCIIII. - Tavole del primo mobile, overo delle direttioni dell'Ecc.mo S. GIO. ANTONIO MAGINI, ecc. All'Illustrissimo et Sacratissimo Imperatore Rodolfo il Secondo. In Venetia, MDCVI, appresso l'herede di Damian Zenaro.
(879) GIORGIO FUGGER.
(880) Da Porta la spesa a alquanto diverse  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(881) Cfr. n. 386.
(882) Cfr. n. 374.
(883) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 193-200 [Edizione Nazionale].
(884) Cfr. n. 386.
(885) Cfr. n. 297.
(886) Cfr. n. 297.
(887) pure tatto tempo - [CORREZIONE]
(888) Dio, fa uno anno o dicotto mesi - [CORREZIONE]
(889) Intendi gli aderenti del P. CLAVIO.
(890) Don Virgini - [CORREZIONE] D. VIRGINIO ORSINI. Cfr. n. 393.
(891) Questa lettera non si trova nei Mss. Galileiani.
(892) Cfr. n. 400.
(893) Cfr. n. 388.
(894) persona li SS.ri Cruscanti - [CORREZIONE]
(895) Cfr. n. 380.
(896) Cfr. n. 372.
(897) nella su grazia - [CORREZIONE]
(898) Cfr. n. 198.
(899) Cfr. n. 421.
(900) Cfr. n. 402.
(901) Cfr. nn.i 432, 652, 655.
(902) GIOVANNI WODDERBORN.
(903) Qui forse il LICETI confonde tra il KEPLER, che aveva aspirato a succedere a GALILEO (cfr. n. 386), e GIO. CAMILLO GLORIOSI, che da oltre quattro anni s'era trasferito a Venezia ed aveva offerti i suoi servigi alla Repubblica (cfr. n. 383).
(904) MARINA GAMBA.
(905) Nessuna lettera di personaggi della famiglia BRONZIERO  nei Mss. Galileiani.
(906) Cfr. n. 408.
(907) non  mia - [CORREZIONE]
(908) Cfr. n. 217.
(909) MARGHERITA SARROCCHI.
(910) Cfr. n. 372.
(911) GIO. BATTISTA AMADORI.
(912) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 181-188 [Edizione Nazionale].
(913) osservati - [CORREZIONE]
(914) Nei Mss. Galileiani, P. I, T. III, car. 99t.-102r., si hanno, scritti di mano di GALILEO, gli epigrammi di TOMMASO SEGGETT, che abbiamo riprodotto nel Vol. III, Par. I, pag. 188-190, di seguito alla Narratio de Iovis satellitibus del KEPLER; pi il settimo, che il SEGGETT mandava a GALILEO con la presente lettera, e due altri, dello stesso autore. Noi crediamo opportuno di pubblicarli qui tutti, perch quelli che abbiamo stampato nel Vol. III offrono, nella lezione di mano di GALILEO, notevoli varianti.

THOMAE SEGHETI Britanni in Galilaei Galilaei observationes novas caelestes

Epigrammata.

I.
Quae latuere soli saeclis incognita priscis,
Magno auso in lucem protulit ante Ligur:
Accola nunc Arni, saeclis incognita cunctis,
Protulit in lucem quae latuere poli.
Illo dedit multo vincendas sanguine terras;
Sidera at hic nulli noxia. Maior uter?

II.
Uni quae quondam lucebant sidera coelo,
Quae fuerant solis cognita caelitibus,
Humano spectanda dedit generi Galilaeus:
Mortales hoc est reddere diis similes.

III.
Lucebant caelo, iam terris sidera lucent.
An non hoc lucem est addere sideribus?
Quantum, o quam pulcrum, nisi tu, Galilaee, fuisses,
Divinae mentis delituisset opus!
Abdita quod per te primum patefecit Olympi,
Permultum debes tu, Galilaee, Deo:
At tibi multum homines, debent tibi sidera multum;
Multum etiam debet Iuppiter ipse tibi.

IV.
Aethere subductum mortalibus intulit ignem,
Emeritus poenam est Iapetiodines.
At tu, qui occultos antehac, Galilaee, tot ignes
Invexti terris, quid mereare? Polum.

V.
Terrigenas, genus invisum, molimine vasto
Conatos terras iungere sideribus,
Vindex dextra Iovis manes detrusit ad imos!
Ambiti merces haec fuit imperii.
Nil tale affectans, Galilaeus sidera terris
Iunxit, et ignotas edocuit choreas;
Et decus astruxit caelo, divisque sibique,
Ausus inaccessas primus inire vias.
Pro meritis, Galilaee, tua inter sidera quondam
Ipse novum ambibis sidus, ut illa Iovem.
Quod si nulla dies Mediceia sidera perdet,
Nulla dies perdet nomen in orbe tuum.

Quae praecessere Epigrammata, nondum visis ab Autore Syderibus Mediceis effusa sunt; quae sequuntur, conspexit.

VI.
Keplerus, Galilaee, tuus tua sidera vidit:
Tanto quis dubitet credere teste tibi?
Si quid in hoc, et nos Mediceia vidimus astra,
Vultava marmoreum fert ubi flava iugum..
Vicisti, Galilaee! Fremant licet Orcus et umbrae,
Iuppiter illum, istas opprimet orta dies.

VII.
Inventis nuper Florentia nomina terris,
Nunc dedit inventis nomina sideribus.
Iam tua (caelestes quid possis poscere maius?)
Perque solum fama est didita perque polum.

Ad Ser. Mag. Hetruriae Ducem de collatis in Galileum, ob Siderum Mediceorum dedicationem, muneribus tituloque Philosophi et Matematici sui cum honorario mille aureorum annuorum.

VIII.
Tuscorum Dux Magne, animo, quam nomine, maior,
Auspice quo patuit regia tota Iovis,
Mens caelo cognata tua est, praeclara foventis
Ingenia, exemplo ut regibus esse queas.
Regius isti animo titulus debetur, et olim
Hetrusco reges iura dedere solo.
Felix patrono Galilaeus! Iuppiter illi,
Quae tu donasti, praemia debuerat.
Pro meritis, Dux Magne, soli cum sero relinques
Sceptra, locum cedet Iuppiter ipse tibi.

IX.
Eiusdem argumenti ad Galilaeum.
Non frustra medio es venatus in aethere stellas
Olim latentes, et stupenda Cynthiae.
Foecundus labor hic tibi: Tu, Galilaee, cohortem
Iovi dedisti, Iuppiter Iovem tibi.

X.
De perspicillo quod Ser.us Magnus Hetruriae Dux Technothecae suae, memoriae causa, asservandum curavit.
Per prosopopeiam.
Quo primum patuere poli secreta, dioptron,
Hic habito. Dices, dignum habitare polo.
Non libet: obvenit potior mihi sedibus illis
Gloria; tecta mihi sunt Medicea polus.

De eodem instrumento ad eundem Magnum Ducem Autor idem qui superiorem Odem composuit.
Quisquis es, aetherios qui nostris artibus ignes
Atque novas, longo tramite, cernis opes,
Artificis ne quaere manus, ne quaere latebras,
Repperit ambages ingeniosus Amor.
Scilicet ut longis quoque tractibus adsit amanti
Dux meus, has artes daedalus urget Amor.
Astra licet nova contempler, nova signa valete.
Hoc ago: Dux oculis adsit ubique meus.

De eodem instrumento ad Autorem.
Quae semper latuere ingloria sidera caelo,
Auspice te, rutila iam patuere coma.
Tu decus ignotum reseras, vitaque perennas,
Et potis obscuras luce animasse faces.
O quid agant obstricta tibi pro munere tanto
Sidera? te socium sidus adesse volent.
. Pragae.
(915) Cio la soluzione dell'anagramma concernente Saturno.
(916) Cio per la tavola, alla quale lo stesso CIGOLI accenna nella successiva del 13 novembre (cfr. n. 428).
(917) Cfr. nn.i 393 e 405.
(918) DON VIRGINIO ORSINI.
(919) Cfr. n. 402.
(920) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 181-188 [Edizione Nazionale].
(921) Cfr. n. 417, e Vol. III, Par. I, pag. 188-190 [Edizione Nazionale].
(922) In luogo di facilius prima aveva scritto, e poi cancell, libentius. - [CORREZIONE]
(923) ut consentientem  aggiunto in margine. - [CORREZIONE]
(924) Cfr. n. 376.
(925) Da Caetera a praetereo  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(926) Cfr. n. 374.
(927) Planetas  corretto in luogo di satellites, che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(928) Da Interim a dilues  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(929) scopo ipso  sostituito a gravibus, che prima aveva scritto e poi cancell. - [CORREZIONE]
(930) Praetera - [CORREZIONE]
(931) morbi  corretto in luogo di vitia, che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(932) Fra adhuc e subiunxero si legge, cancellato, monuero. - [CORREZIONE]
(933) IOANNIS KEPLERI, Mathematici Caesarei, Dissertatio cum Nuncio Sidereo nuper ad mortales misso a Galilaeo Galilaeo, ecc. Huic accessit phaenomenon singulare de Mercurio ab eodem Keplero in sole deprehenso. Florentiae, apud Io. Antonium Canaeum, 1610.
(934) Sidereus Nuncius, magna longeque admirabilia spectacula pandens ecc., quae a GALILEO GALILEO ecc. sunt observata, ecc. MDCX, prostat Francof. in Paltheniano. Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 71, lin. 18 e seg. [Edizione Nazionale].
(935) suspicior - [CORREZIONE]
(936) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 64, lin. 6-10 [Edizione Nazionale].
(937) posteritatam - [CORREZIONE]
(938) Cfr. n. 4l2.
(939) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 125, lin. 20-24 [Edizione Nazionale].
(940) Cfr. n. 374.
(941) non ex vitris  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(942) irradians vitrum  aggiunta marginale. - [CORREZIONE]
(943) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 181-190 [Edizione Nazionale].
(944) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 193-200 [Edizione Nazionale].
(945) GIOVANNI MARSILI.
(946) frequentemente  corretto in luogo di molte volte, che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(947) infinite volte  aggiunto tra le linee. - [CORREZIONE]
(948) potermi.... virt  corretto in luogo di potermegli dedicare per servitore, che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(949) contradizioni  corretto in luogo di dubitationi, che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(950) GALILEO scrive sempre BREUGGER, in questa lettera e in quella di n. 425, in luogo di BRENGGER.
(951) Tra fossero e insolubili si legge, cancellato, state. - [CORREZIONE]
(952) In luogo di mi pregerei.... nelle cose prima aveva scritto haverei pregiato pi gl'errori nell'opera mia [e prima ancora aveva scritto gl'errori miei], che le cose. - [CORREZIONE]
(953) In luogo di all'aqquisto di prima aveva scritto a guadagnarmi, che poi aveva corretto in a potermi guadagnar. - [CORREZIONE]
(954) In luogo di un tanto padrone prima aveva scritto un padrone tale, quale io pretendo che mi deva esser V. S. - [CORREZIONE]
(955) In luogo di a cui simile.... n spero che prima aveva scritto assolutamente maggiore di qualunque altro mi sia provenuto, o che io speri che. - [CORREZIONE]
(956) In luogo di con gran prima aveva scritto non senza. - [CORREZIONE]
(957) Tra cose ed essenziali si legge, cancellato, pi. - [CORREZIONE]
(958) In luogo di meno prima aveva scritto minore. - [CORREZIONE]
(959) In luogo di Et se prima aveva scritto Ma quando. - [CORREZIONE]
(960) liberamente  aggiunto tra le linee. - [CORREZIONE]
(961) de i loro  stato corretto in luogo di de gl', che prima aveva scritto. - [CORREZIONE]
(962) Da li quali hora fino a spalle  aggiunta in margine. - [CORREZIONE]
(963) In luogo di dal S. Picchena... del S. Brengger, prima aveva scritto la cortesissima sua dal S. Picchena. - [CORREZIONE]
(964) attendendo sua risposta  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(965) et me gli dedico per servitore  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(966) Nella data, 8  stato corretto, da altra mano, in 9. - [CORREZIONE]
(967) Cfr. n. 420.
(968) quia  sostituito fra le linee a quod, cancellato, che prima si leggeva. - [CORREZIONE]
(969) cognizionem - [CORREZIONE]
(970) ni fallor  sostituito fra le linee a omnino, cancellato, che prima si leggeva. - [CORREZIONE]
(971) Prima aveva scritto potest, poi corresse possit, senza cancellare potest - [CORREZIONE]
(972) asseris tu  aggiunto in margine; ed evenire  scritto fra le righe, in sostituzione di accidere, che si legge sottolineato, ma non cancellato. - [CORREZIONE]
(973) Fra maiorem ed accipi leggesi, cancellato, ut plurimum. - [CORREZIONE]
(974) ac  stato corretto in luogo di aut, cancellato, che prima si leggeva. - [CORREZIONE]
(975) Tra partes e magna leggesi, cancellato, divisi. - [CORREZIONE]
(976) faciei  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(977) fere omnes  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(978) ac montuosam  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(979) Dopo reor leggesi, cancellato: Ad alteram ab te allatam rationem me confero, ubi tu ex mora occursuum luminum vertices montium illustrantium cum confinio illuminationis tutius easdem altitudines venari posse autumas;cuius rationis multiplicem peccandi ansam, ni fallor, ex his intelligere possumus. Primo nanque. - [CORREZIONE]
(980) omnino  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(981) terminatur leggesi fra le linee sopra referatur, non cancellato. - [CORREZIONE]
(982) existimas  scritto in margine. Prima aveva scritto: ob montuosam enim [vedi figura luna.gif]ae superficiem... terminum cadere existimas. - [CORREZIONE]
(983) potius  aggiunto in margine. - [CORREZIONE]
(984) Tra affirmo e distantiam leggesi, cancellato, lineam. - [CORREZIONE]
(985) perfectae - [CORREZIONE]
(986) Le parole cuius obiectu sono scritte fra le linee, in sostituzione di a quo, che leggesi cancellato. - [CORREZIONE]
(987) Tra patet e altitudines leggesi, cancellato, distantias. - [CORREZIONE]
(988) breviorem  stato corretto in luogo di minorem, che  cancellato. - [CORREZIONE]
(989) Tra potes ed in qua leggesi, cancellato, quam aut impossibilem aut multis erroribus expositam esse. - [CORREZIONE]
(990) ut opinaris  scritto tra le linee. - [CORREZIONE]
(991) tunc  scritto tra le lince. - [CORREZIONE]
(992) termino,  aggiunto tra le linee. - [CORREZIONE]
(993) forte  aggiunto tra le linee. - [CORREZIONE]
(994) tardius  scritto tra le linee, sopra amplius che non  cancellato. - [CORREZIONE]
(995) obnoxia  scritto tra le linee sopra exposita, che non  cancellato. - [CORREZIONE]
(996) confinio lucis  scritto tra le linee sopra termino, non cancellato. - [CORREZIONE]
(997) nec non  stato corretto in luogo di et, che leggesi cancellato. - [CORREZIONE]
(998) Tra illa e versus leggesi, cancellato, usque ad. - [CORREZIONE]
(999) ac dubia  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(1000) Da quis a urget  stato aggiunto in margine. Dapprima, dopo paenitus est continuava: Esto enim in apposita ecc.: enim fu poi cancellato. - [CORREZIONE]
(1001) remotionibus  scritto tra le linee sopra elongationibus, non cancellato. - [CORREZIONE]
(1002) occurens - [CORREZIONE]
(1003) Le parole secundum lineam AB sono aggiunte in margine. - [CORREZIONE]
(1004) Tra verum ed impossibilem leggesi, cancellato, et omnino, e tra le righe  scritto forte. - [CORREZIONE]
(1005) Cio a MARTINO HORKY.
(1006) vergona. - [CORREZIONE]
(1007) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 185, lin. 17 [Edizione Nazionale].
(1008) sapi - [CORREZIONE]
(1009) donque, compinate - [CORREZIONE]
(1010) Hor euo trovata - [CORREZIONE]
(1011) Prima aveva scritto saluti; poi mut la i in e. - [CORREZIONE]
(1012) Canpoli - [CORREZIONE]
(1013) ogni principo - [CORREZIONE]
(1014) sonottutto tutto suo - [CORREZIONE]
(1015) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 149-178 [Edizione Nazionale]. A questa Confutatio della scrittura dell'HORKY allude cortamente il Magini, dicendo, per errore, francese il WODDERBORN.
(1016) Intendi la Confutatio del WODDERBORN: cfr. Vol. III, Par. I, pag. 149-178.
(1017) BALDINO GHERARDI, MARTINO SANDELLI, LORENZO PIGNORIA.
(1018) LUCA VALERIO.
(1019) a difendere la. Li - [CORREZIONE]
(1020) Cfr. n. 428.
(1021) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 181-190 [Edizione Nazionale].
(1022) Cfr. n. 412, 652, 655.
(1023) Ci basti citarne alcune, che possono servire di saggio. A lin. 6 il VIVIANI corregge inopinabile in maravigliosa; a lin. 8, quel in quello; a lin. 13, cascato in caduto; a lin. 14, la Copernicana constituzione del mondo in la revoluzione di Venere intorno sole come intorno a suo centro; a lin. 17, 'l in lo; a lin. 23, pi che in non; a lin. 26, contro Copernico in Peripatetico, ecc.
(1024) D. SERAFINO DA QUINZANO.
(1025) con il suo aiuto  aggiunta interlineare. - [CORREZIONE]
(1026) Cfr. n. 427.
(1027) TOMMASO SEGGETT.
(1028) Cfr. n. 433.
(1029) biaciandoli - [CORREZIONE]
(1030) Cfr. n. 446.
(1031) Cfr. n. 297.
(1032) IOANNIS KEPLERI S.ae C. ae M.tis Mathematici Dioptrice ecc. Augustae Vindelicorum, typis Davidis Franci, M. DCXI. L'opera  dedicata all'Elettore di Colonia. Cfr. n. 449.
(1033) Cfr. n. 435.
(1034) mi ero stato - [CORREZIONE]
(1035) POMPEO de'Conti DA PANNICHI. Cfr. Vol. II, pag. 546, 601 [Edizione Nazionale].
(1036) Cfr. n. 412.
(1037) Cfr. n. 439.
(1038) Cfr. n. 402.
(1039) questa  corretto di mano del MEDICI sopra cotesta, che leggesi cancellato. - [CORREZIONE]
(1040) occhiale  scritto di mano del MEDICI sopra strumento, che leggesi cancellato. - [CORREZIONE]
(1041) D. FRANCESCO DE'MEDICI.
(1042) equeponderantibus - [CORREZIONE]
(1043) Cio quella concernente le fasi di Venere. Cfr. n.435.
(1044) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 203 e seg. [Edizione Nazionale].
(1045) Breve instruttione sopra l'apparenze et mirabili effetti dello specchio concavo sferico del dottor GIO. ANTONIO MAGINI, ecc. In Bologna, presso Gio. Battista Bellagamba, MDCXI.
(1046) Intorno alle peripezie alle quali and soggetta la pubblicazione di quest'opera, cfr. Carteggio inedito di Ticone Brahe, ecc. con Gio. Antonio Magini, pubblicato ed illustrato da ANTONIO FAVARO. Bologna, Zanichelli, 1886, pag. 150-159.
(1047) L'Epistola apologetica del ROFFENI fu stampata, oltre che in un opuscolo a s (cfr. Vol. III, Par. I, pag. 193 [Edizione Nazionale]), anche in appendice al Discorso astrologico che il ROFFENI pubblic per l'anno 1611. Di quest'edizione non conosciamo alcun esemplare: ma che veramente sia esistita, ce ne fa fede GIO. TARGIONI TOZZETTI, che nelle Notizie degli aggrandimenti delle scienze fisiche accaduti in Toscana ecc., T. I, In Firenze MDCCLXXX, pag. 47, scrive: "Ho fra i miei libri un Discorso astrologico delle mutazioni de'tempi, con altri notabili accidenti, sopra l'A. 1611, aggiuntovi un'Epistola contro la Peregrinazione di Martino Horkio intorno al Sidereo Nunzio delli nuovi pianeti dell'Eccellentissimo Sig. Galileo Galilei, del Dott. Gio. Antonio Roffeni Bolognese, stampato in Bologna nel 1611, in 4. L'Epistola, che vi si legge a c. 43,  scritta in latino".
(1048) in lingua Italia, per - [CORREZIONE]
(1049) PIETRO DUODO.
(1050) SEBASTIANO MONTECCHI.
(1051) D. AUGUSTINI Liber de gestis Pelagii, nunc primum editus. Augustae Vindelicorum, ad insigne Pinus. MDCXI.
(1052) Cfr. n. 435.
(1053) Questa inclusa non  nei Mss. Galileiani.
(1054) Cfr. n. 436.
(1055) CAMILLO BELLONI. Cfr. n. 448.
(1056) FRANCESCO PINELLI. Cfr. n. 392.
(1057) COSIMO PINELLI.
(1058) ANTONIO BARISONE.
(1059) Cfr. n. 437.
(1060) CRISTOFORO GRIENBERGER.
(1061) Cfr. n. 434bis.
(1062) Il VENTURI, che noi qui seguiamo (cfr. l'informazione premessa al n. 434), fu, senza dubbio, inesatto nel riprodurre l'osservazione di Hora 7a: cfr. infatti n. 446, e Mss. Gal., P. III, T. IV, car. 76t., nelle quali fonti le osservazioni relative alla stessa ora sono autografe di GALILEO e tra loro concordano.
(1063) ALESSANDRO MONTALBAN.
(1064) MARINA GAMBA.
(1065) Cfr. n. 436.
(1066) Cfr. n. 445.
(1067) FAUSTINO SOMMO.
(1068) Cfr. nn.i 436, 437.
(1069) Non pare che questa lettera sia stata effettivamente spedita a GALILEO. Cfr. n. 455.
(1070) Vedi Vol. III, Par. I. pag. 149-178 [Edizione Nazionale].
(1071) Cfr. n. 419.
(1072) Cfr. n. 297. Nell'edizione fiorentina della Dissertatio cum Nuncio Sidereo venne ristampata anche una parte del Phaenomenon Singulare.
(1073) IOANNIS KEPLERI S.ae C.ae M.tis Mathematici Dioptrice seu Demonstratio eorum quae visui et visibilibus propter conspicilla non ita pridem inventa accidunt. Praemissae Epistolae Galilaei de iis quae post editionem Nuncii Siderei ope perspicilli, nova et admiranda, in caelo deprehensa sunt. Item Examen praefationis Ioannis Penae Galli in Optica Euclidis de uso optices in philosophia. Augustae Vindelicorum, typis Davidis Franci. M. DCXI.
(1074) Cfr. n. 230.

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