/:/ Galileo scrittore.

   A chi vuol cogliere, per dir cos, alle sorgenti il movimento ge-
nuino dello stile di Galileo, s da rendersi conto di quel che di scat-
tante e di mordente persiste dietro il paludamento decoroso delle
prose pi compiute e nqeditate, e ne costituisce l'intima forza, la
celata riserva di energia e calore, conviene forse risalire alle scrittu-
re meno note, pi immediate, anzi approssimative e provvisorie:
certe lettere, e soprattutto le postille, gli appunti, gli abbozzi di
idee e discussioni, che egli veniva segnando in margine ai libri da
lui studiati con una disposizione di lettore tutt'altro che passivo e
rassegnato ad abbandonarsi, bens armato sempre e suscettibile,
pronto a reagire e ad insorgere. In siffatte scritture si avverte me-
glio, e pi scoperto, l'impulso polemico che presiede a tanta parte
della sua attivit di scrittore; e non solo nelle apostrofi e nelle ingiu-
rie, talora violente e grossolane, scattanti improvvise e insaporite da
un estro dialettale e popolaresco; bens e assai pi in quel modo tut-
to suo di prendere a partito l'antagonista reale o immaginario, e
quasi sfidarlo e costringerlo al combattimento. Certe mosse inaspet-
tate e originalissime del suo stile, nelle opere di maggiore impegno,
dove di colpo l'idolo polemico esce dall'astratto e si fa persona
( Signor Sarsi, la cosa non ist cos ,  Forse crede il Sarsi, che
de' buoni filosofi se ne trovino le squadre intere dentro ogni recin-
to di mura? Io, signor Sarsi, credo che volino come l'aquile, e non
come gli storni... .  Ma pi, signor Sarsi, se il Savio si lever
contro di voi e dir: Stultorum infinitus est numerus, qual parti-
to sar il vostro? Vorrete voi forse ingaggiarla seco, e sostenere la
sua proposizione essere falsa ecc. ecc. ), qui le vediamo nascere
dall'impressione immediata della lettura e quasi esplodere di volta
in volta dall'urto della ragione irritata e trionfante contro i sofismi,
dal buon gusto offeso, o meglio ancora dall'animo concitato di one-
sto sdegno. Contro il Grassi, nelle postille alla Ratio ponderum:
 Addio signor Lotario: ora comprendo il vostro astuto avvedimen-
to di mascherare voi e affrontar me smascherato, che fu per poter
liberamente burlarmi ed anco pungermi, senza paura che io fussi per
aprir bocca. [...] E che volete far, signor Sarsi, se a me solo  stato
conceduto di scoprir tutte le novit celesti, ed a niun altro nissu-
na? . Contro Antonio Rocco (nelle note marginali alle Esercitazio-
ni filosofiche dell'aristotelico aquilano, che gli aveva rimproverato
la temerariet delle sue scoperte e deduzioni) con un piglio sarcasti-
co efficacissimo in cui si illumina la virile tristezza di una grande
coscienza:  Deh non avessi io mai scoperte queste novit in cielo,
di tante innumerabili non prima vedute stelle fisse, di quel che sia-
no le nebulose, la Via Lattea, de' collaterali di Saturno, della cor-
te di Giove; la immensa mutazione di grandezza in Marte, le impor-
tune macchie nel Sole, le gran mutazioni di figura e grandezza in
Venere, le scabrosit grandissime nella Luna: deh mai io non le avessi
palesate al mondo, poi che dovevano concitarmi l'odio del signor An-
tonio Rocco e di tanti altri signori filosofi! Consolatevi, signore;
ch il tempo, scopritore della verit, in breve  per estirpare queste
fallacie, e pi le vane conseguenze che io stoltamente ne deducevo,
e i vostri scritti, pieni di dottrina, ferma e soda, viveranno im-
mortali, ad onta delle mie esorbitantissime chimere . [...]
   Altrove tutto il procedimento logico si condensa, di scorcio, in
formule compendiose e apodittiche, in cui  superata e travolta la
lentezza tortuosa del discorso sillogistico e dimostrativo:  Tu di'
che nei sensibili comuni non si deve credere ad un senso senza l'at-
testazione dell'altro, adunque tu vuoi credere pi a due testimoni
falsi che a uno solo ;  Tra il filosofare e lo studiare filosofia ci 
quella differenzia appunto che tra il disegnar dal naturale e il copiare
i disegni . Qualche volta addirittura la sentenza si appoggia tutta
sull'evidenza di un'immagine, per cui acquista una luce nuova, poe-
tica:  tanto pi bella cosa che i movimenti celesti siano fatti
circa diversi centri, altri tardi, altri veloci, etc., quanto pi artifi-
zioso il canto figurato che il canto fermo .
   E tuttavia sappiamo bene che il Galilei scrittore grande non 
qui: non in queste illuminazioni inattese, e nemmeno nella fer-
mezza e nella brevit di quel discorrere sentenzioso, e meno ancora
negli immediati scatti polemici ovvero negli abbozzi di ragionamenti
che portan seco la freschezza ma anche i modi provvisori e appros-
simativi della conversazione improvvisata. Talora, nell'ambito di
una materia ben definita,  possibile cogliere concretamente il tra-
passo dai modi di una scrittura ancora sommaria e grezza a quelli
di uno stile maturo e condotto a regola d'arte, dove quei primi ap-
punti fermati sulla carta a guisa di traccia e per ricordo si disten-
dono e si svolgono in una sintassi di respiro senza paragone pi
ampio con una stupenda complessit di riferimenti e di articola-
zioni. Valga un esempio: in margine alla Physica disputatio del na-
poletano Giulio Cesare La Galla, vien fatto un giorno a Galileo di
segnare un concetto, che  tra i suoi pi meditati e ribaditi e fra
quelli che giovano a illuminare il suo metodo e la sua indole: i veri
filosofi esser rari e aristocratici, consapevoli degli stretti limiti delle
loro conoscenze e illustratori di una verit che non ha nulla di at-
traente per la moltitudine, donde l'errore di coloro che giudicano
della validit di un'opinione appoggiandola sull'autorit del con-
senso universale e volgare:  Non sa (intendi: il La Galla) che
tutta la filosofia  intesa da un solo, il numero  tanto minore quan-
to il saperne  stato maggiore; e il numero massimo e quasi infinito 
restato agli ignoranti . [...]
   Un altro esempio: in una lettera a Keplero del 1610, Galileo
se la prende con la  filosofia poetica  dei professori aristotelici, e
nel tono sarcastico del suo latino disadorno avverti un'amarezza a
stento simulata e repressa:  Che dovremo fare dunque? compor-
tarci come Democrito, ovvero come :Eraclito? Io voglio, o mio Ke-
plero, che noi ridiamo dell'insigne stoltezza del volgo. Ai modo che
colui faceva delle orecchie, cos infatti costoro si turano gli occhi
contro la luce della verit. Son cose enormi, non tali tuttavia da
suscitarmi la bench minima meraviglia. Crede invero questa specie
di gente che la filosofia sia un qualche libro come l'Eneide e l'Odis-
sea; e che la verit debba investigarsi non nel mondo e nella natura,
bens (mi servo delle loro parole) nel confronto dei testi . Il con-
cetto, e quasi le parole stesse, ritornano in un altro luogo del Sag-
giatore, cos:

     Parmi di scorgere nel Sarsi ferma credenza che nel filosofare sia necessario
appoggiarsi all'opinioni di qualche celebre autore, s che la mente nostra, quando
non si maritasse col discorso d'un altro, ne dovesse in tutto rimanere sterile
ed infeconda; e forse stima che la filosofia sia un libro e una fantasia di un uomo
come l'Iliade e l'Orlando Furioso, libri ne' quali la meno importante cosa 
quello che vi  scritto sia vero. Signor Sarsi, la cosa non ist cos. La filosofia
e scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto dinanzi
agli occhi (io dico l'universo), ma non si pu intendere se prima non s'impara
ad intender la lingua e conoscer i caratteri ne' quali  scritto. Egli  scritto
in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometri-
che, senza i quali mezzi  impossibile a intenderne umanamente la parola;
senza questi  un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto .

      Diresti qui che il modo primitivo dell'amaro sarcasmo, al-
leggerito e decantato in una lunga pausa di riposta riflessione, abbia
lasciato dietro di s il residuo puro e lieve di un'ironia scintillante.
L'intelligenza rasserenata e rifatta consapevole della propria supe-
riorit s'indugia a contemplare e ritrarre quel tipo di speculazione
tutta fantastica e libresca con uno spirito di sorridente malizia, e,
liberata nel sorriso, si innalza di colpo all'affermazione solenne della
propria verit dando forma e rilievo ad uno dei principi pi saldi
e duraturi della moderna metodologia scientifica. Anche qui avverti
il trapasso agevole e naturalissimo da un'apertura di tranquilla e
conversevole ironia al culmine di una convinzione alta e ferma; e
hai il senso immediato di un intelletto felice e grande, e conscio
della sua grandezza, che si espande e si muove in un'atmosfera di
totale libert, lieto e sicuro di s, soddisfatto della propria agilit
e della propria forza. Ma anche intendi subito che quella libert
 una conquista maturata in una dura esperienza; che quel tono di
ironia superiore  il frutto faticosamente spremuto di una lunga
serie di irose polemiche; che quella saldezza luminosa di convin-
zioni nasce da un fondo oscuro di passione e di dramma. E perci
si diceva da principio che ad intender davvero il vigore nuovo
delle pi alte prose galileiane occorre rifarsi alla sostanza appassio-
nata, aggressiva, violenta, ricca di entusiasmi e di risentimenti del
nostro, quale traspare dai frammenti e dalle postille e in genere
dalle scritture private. Fra queste e le pagine definitive del Saggia-
tore e dei Massimi sistemi sta in mezzo l'arte grandissima dello
scrittore, e cio la sua cultura e la sua educazione letteraria tutt'al-
tro che trascurabile. Ma l'uomo, con la sua fede e il suo entusia-
smo e il suo fervore battagliero,  gi tutto in quelle battute occa-
sionali ed informi. E neppure sempre (sebbene quasi sempre) l'ela-
borazione artistica, specie se seguitata troppo a lungo e intorbidata,
come spesso doveva accadergli, da preoccupazioni di indole pratica,
giovava a raggiungere un pi alto equilibrio di stile. Chi metta a
confronto il modo onde una stessa materia (e si tratta del problema
importantissimo, anzi capitale per la dottrina e la vita stessa del
pensatore, dei rapporti fra la Bibbia e la scienza, e cio dell'indipen-
denza della fisica dalla teologia)  successivamente svolta in una serie
di scritture, che vanno dalla lettera del 1613 a Benedetto Castelli,
dettata nel primo fervore della disputa, attraverso le due lettere a
monsignor Pietro Dini, fino agli ampi svolgimenti dell'epistola del
1615 alla granduchessa madre Cristina di Lorena (e magari fino alla
tardiva ripresa, che  quasi un riassunto sbiadito, di quei concetti,
in una lettera a Elia Diodati del '33), riconoscer forse che il mo-
mento di efficacia, anche stilistica, pi intensa  da ricercarsi proprio
nella stesura pi antica. messa insieme frettolosamente sotto l'impres-
sione immediata dei pettegolezzi suscitati contro il nostro dagli ari-
stotelici nella corte granducale. Nella lettera al Castelli non solo
troviamo gi tutti espressi i concetti essenziali che ritorneranno,
spesso con parole immutate, nell'assai pi lunga lettera alla gran-
duchessa; ma anche  pi salda e robusta la concatenazione degli
argomenti, pi serrata e spoglia l'architettura del ragionamento, e
tuttora libera dal pesante fardello di richiami scritturali e patristici
che ingombra, con l'illusione di renderla pi persuasiva e meno pe-
ricolosa, l'epistola maggiore. Questo  in verit fenomeno assai ra-
ro, e determinato qui da una situazione singolare; ch per lo piu
a dire anzi che il tono grande dello stile di Galileo nasce soltanto
dopo che l'impulso polemico si  sedato e pacificato attraverso la
riflessione e il paziente lavoro dell'arte. Pure importava accennare
anche a quel caso, e fosse pure unico, per meglio mettere in rilievo
il momento nativo e impulsivo, la calda e generosa sorgente, di
questo stile. Cos soltanto  dato cogliere l'aspetto pi genuino e
immediato del temperamento di Galileo e si definisce la sua posi-
zione storica, fortemente polemica, nel quadro della grande battaglia
antiaristotelica agitata tra la fine del sedicesimo e gli inizi del diciasset-
tesimo secolo per cui la figura del grande fisico pisano si affianca a quelle, 
solo in apparenza pi battagliere e rivoluzionarie, di un Bruno e di un Cam-
panella. Anche in lui come in quelli, seppur con maggiori freni, ma
anche con una purezza e una fedelt pi schietta e congeniale, opera-
va un segreto lievito di ribellione: lo spirito libero irrequieto curio-
so della Rinascita che persisteva nel mutato clima della Controrifor-
ma e mal sapeva accomodarsi alla diplomazia e all'ipocrisia dei tempi
nuovi. Vedete come lo descrive, nell'ora delle sue pi aspre batta-
glie, l'oratore fiorentino a Roma, Piero Guicciardini, nel marzo del
1616:

    .. Egli s'infuoca nelle sue openioni, ci ha estrema passione dentro, e poca
fortezza e prudenza a saperla vincere; tal che se li rende molto pericoloso questo
cielo di Roma, massime in questo secolo, nel quale il principe di qua abborisce
belle lettere e questi ingegni, non pu sentire queste novit n queste sotti-
gliezze, ed ognuno cerca d'accomodare il cervello e la natura a quella del signore;
s che anco quelli che sanno qualcosa e son curiosi, quando hanno cervello,
mostrano tutto il contrario, per non dare di s sospetto e ricevere per loro stessi
malagevolezze... .

    A distinguerlo, in quanto scrittore, dai due filosofi meridionali,
 in Galileo appunto una educazione letteraria solida e severa e'
quel senso istintivo e fortissimo della tradizione, che in lui opera
ad ogni momento come un freno ovvero come uno stimolo al de-
coro, all'armonia, alla classicit dello stile, laddove in quelli, con
la sua assenza, determina una irreparabile frattura del gusto e una
corrosione dei valori formali. Pi o meno consapevolmente, il Bru-
no e il Campanella reagiscono al gusto classicistico, il primo com-
battendo l'assurdit delle regole aristoteliche e affermando la liber-
t della poesia, l'altro contrapponendo ai  finti eroi , alle  bugie
e sciocchezze  dei rimatori contemporanei la funzione educativa
della poesia antica che cantava le virt, gli arcani e le grandezze
di Dio  e le  opere stupende di Natura  e restaurando l'ideale
medievale del poeta teologo; ma e l'uno e l'altro, poi, mentre paion
rifiutare l'ordine e l'armonia della poetica classicistica, non sono in
grado di sostituire a quelli un ordine e un'armonia nuovi, e re-
stano scrittori essenzialmente frammentari. Pi cauto e guardingo,
pur nell'indirizzo rivoluzionario del suo pensiero: temperamento
di scienziato e non di sognatore e di profeta, e perci alieno dalle
rotture troppo brusche e sempre consapevole dei limiti della pro-
pria attivit, il Galilei rimane invece, in quanto scrittore legatissi-
mo al gusto dell'aureo Cinquecento. L'indirizzo e i limiti della sua
educazione letteraria si trovano descritti assai bene in una pagina
notissima del Viviani:

     Fu dalla natura dotato d'esquisita memoria, e gustando in estremo la poe-
sia, avea a mente, tra gli altri autori latini, gran parte di Vergilio, Ovidio, Orazio
e di Seneca, e tra i toscani quasi tutto il Petrarca, tutte le rime del Berni e poco
meno che tutto il poema di Ludovico Ariosto, che fu sempre il suo autor pre-
ferito e celebrato sopra gli altri poeti... Parlava dell'Ariosto con varie sentenze
di stima e di ammirazione; ed essendo ricercato del suo parere sopra i due poemi
dell'Ariosto e del Tasso, sfuggiva prima le comparazioni come odiose, ma poi,
necessitato a rispondere, diceva che gli pareva pi bello il Tasso, ma che gli
piaceva pi l'Ariosto, soggiungendo che quegli diceva parole, e questi cose.
E quando altri gli celebrava la chiarezza ed evidenza dell'opere sue, rispondeva
con modestia che, se tal parte in quelle si ritrovava, la riconosceva totalmente
dalle replicate letture di quel poema, scorgendo in esso una prerogativa propria
del buono, cio che quante volte lo rileggeva, sempre maggiori vi scopriva le
meravigiie e le perfezioni .

    Se a tutto ci aggiungerai le sue non superficiali cognizioni del-
l'arte musicale e le sue predlezioni, pi volte enunciate, nel campo
delle arti plastiche, avrai intero il quadro di un'accurata educazione
umanistica nella Firenze del tardo Cinquecento, la Firenze della
Crusca e della Camerata dei Bardi, del manierismo in pittura e delle
polemiche antitassesche, delle definizioni grammaticali e delle ricer-
che sulla musica del dramma greco, la Firenze del Varchi e del
Salviati, del Rinuccini e di Vincenzo Galilei, dell'Ammannati e del
Vasari. Si vuole dai pi definire il valore dello stile galileiano in
rapporto e in contrasto con le caratteristiche del gusto secentesco;
ma in realt egli rimase del tutto estraneo a quel gusto, e come
non ebbe certo parte alcuna nella sua genesi e diffusione, cos nep-
pure pu dirsi che lo combattesse consapevolmente nella teoria e
nella pratica. Anche le Considerazioni al Tasso non sono da acco-
gliere, come per lo pi si fa, come un documento di antibarocchi-
smo; si inseriscono invece agevolmente nel quadro di una polemica
famosa, dove era in gioco la difesa dello stretto gusto fiorentino e
della sua tradizione declinante contro il poeta che instaurava un
gusto nuovo, pi mosso e pi ardito, ma anche pi irrequieto e
torbido e ansioso. Fa parte di codesta difesa la predilezione appunto
(che non fu allora del Galilei soltanto) per i modi piani e conver-
sevoli della poesia ariostesca; e vi trova posto anche l'antipatia
(assai diffusa in quegli anni e in quell'ambiente) per quelli che al
nostro parevano gli  arzigogoli , gli  scambietti metafisicali ,
le  capriole intrecciate , i  concetti da piacere ai principianti 
del Tasso (i quali non sono da confondere del resto con i concet-
tini e le metafore intellettualistiche dei secentisti, bens sono, per
chi li consideri nel contesto e non li isoli astrattamente, uno dei
modi in cui si esplica, sul piano della tecnica, la calda eloquenza e
la ricca e moderna sensibilit del poeta). Vi era in quel gusto fio-
rentino di stretta osservanza (e si avverte anche nelle Considera-
zioni galileiane) qualcosa di limitato, di gretto, di invecchiato e di
municipale: un senso tutto materiale e pedantesco della verisimi-
glianza nelle invenzioni, un intransigerlte rigore nella disciplina delle
propriet linguistiche e delle norme grammaticali. Ma vi era anche
qualcosa di pi alto e nobile; la fedelt commovente a un ideale
di vita e di cultura, che aveva raggiunto la sua piena maturazione
sotto il segno di Firenze nella prinla met del secolo: fatto di chia-
rezza, di armonia, di moderazione, di larghezza e di ordine intellet-
tuale. Questa fedelt appunto caratterizza l'educazione letteraria di
Galileo, tutta orientata verso i modi e le forme del primo Cinque-
cento: di l gli viene il senso della parola precisa e concreta (e il
correlativo odio delle espressioni generiche e indeterminate, come
l'abuso della voce cose, che tanto gli dava ai nervi nel Tasso); di l
l'antipatia per lo  stile grande  o magniloquente e la tendenza
verso un tipo di compostezza luminosa e pacata, di eleganza chiara
e senza affettazione che al nostro pareva a ragione di vedere tutta
attuata nei modi discorsivi e narrativi del suo Ariosto. [...]
   Questa maniera di dipingere sfumando e tondeggiando, senza
stridore di toni, aliena dai colori troppo accesi come da ogni ten-
sione delle linee e dell'artificiosa magniloquenza della composizione,
 proprio l'idea dello stile che il nostro si sforza di attuare, adat-
tandola alle esigenze di una materia nuova e singolare, mentre ap-
prende i modi e le forme, il lingllaggio e la struttura del periodo,
l'architettura del libro e l'espediente del procedimento dialogico
alla scuola dei grandi prosatori del Rinascimento, dal Guicciardini al
Casa, dal Castiglione al Gelli. Cos si attua quel tono mirabilmente
uguale e temperato del suo discorso, limpidissimo e preciso senza
mai cadere del tutto nell'arido tecnicismoconversevole e bonario
senza sciatterie, mordace e pungente senza violenza e quasi senza
parere, energico e potente nel respiro ampio e calmo senza sforzo e
senza esagerazione. Cos anche, nell'uguale temperanza del discorso,
si esplica la multiforme variet dei toni particolari, quel trapassare
continuo, e sempre spontaneo, dalla severit dello stile dialettico
alle garbatissime digressioni ironiche, dalle pause di arguta malizia
alla chiarezza geometrica delle dimostrazioni, dalle lucide esposi-
zioni teoriche e metodologiche alle commosse affermazioni dell'in-
gegno umano e della grandezza della natura.

NATALINO SAPEGNO:
Da Pagine di storia letteraria, Palermo, Manfredi, 1960, pp. 247 sgg.


