/:/ Il Dialogo sopra i massimi sistemi di Galileo.

   La prima giornata ha inizio con una serrata, interessantissima
critica della  perfezione  attribuita da aristotelici e pi ancora da
pitagorici a taluni numeri--in particolare al tre--e della conse-
guente pretesa che il mondo sia integro e perfetto perch fornito di
tre dimensioni. Il discorso si fa via via pi ampio, per assumere lo
aspetto di una critica generale della fisica aristotelica, e soprattutto
della famosa distinzione da essa compiuta fra mondo celeste e mon-
do sublunare, nonch del falso ragionamento di Aristotele per pro-
vare che il centro della Terra  il centro del mondo. Ai ragionamen-
ti dialettici si aggiungono poi quelli sperimentali, tratti dalle osser-
vazioni telescopiche degli astri: non possiamo fare una colpa ad
Aristotele di non averli tenuti presenti, perch egli non possedeva
ancora il meraviglioso strumento, ma dobbiamo riconoscere con
franchezza che--per questo lato almeno--noi siamo nettamente
superiori a lui. Segue una discussione sugli inutili artifici tentati per
accordare le numerose scoperte astronomiche con la vecchia fisica
aristotelica; infine dall'osservazione di Simplicio, che confessa di
provare un'estrema ripugnanza a persuadersi della identit di na-
tura fra la Terra e gli astri, si passa a discutere intorno alla capacit
della mente umana. Questo dibattito offre a Salviati l'occasione di
delineare la sua celebere distinzione fra  l'intendere intensive  e
 l'intendere extensive ; mentre dal punto di vista dell'estensione
l'intendere umano resta infinitamente al di sotto di quello divino,
dal punto di vista intensivo pu raggiungerlo ed eguagliarlo: e ci
accade proprio nelle matematiche pure  cio la geometria e la
aritmetica, delle quali l'intelletto divino ne sa infinite proposizioni
di pi, perch le sa tutte, ma di quelle poche intese dall'intelletto
umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza
obiettiva, poich arriva a comprendere la necessit, sopra la quale
non par che possa essere sicurezza maggiore  (settimo, 128-29). Sul-
l'interpretazione di questa distinzione si  molto discusso fra gli
studiosi del pensiero galileiano; a me sembra che essa rappresenti
un chiarissimo tentativo, da parte di Galileo, per sottolineare il
proprio netto distacco dal neo-platonismo. Ed infatti, mentre se-
condo il neo-platonismo l'unica via per identificarsi con Dio era
quella di elevarsi alla conoscenza (sovrarazionale, cio mistica) del-
la totalit, secondo il Nostro invece tale via  costituita dalla co-
noscenza (caratteristicamente razionale) di alcune zone ben circo-
scritte del sapere, come l'aritmetica e la geometria.
   La prima giornata ha termine con un interessantissimo elogio
del linguaggio, che Galileo considera il  sigillo di tutte le ammi-
rande invenzioni umane :  Ma sopra tutte le invenzioni stupende,
qual eminenza di mente fu quella di colui che s'immagin di tro-
var modo di comunicare i suoi reconditi pensieri a qualsivoglia al-
tra persona, bench distante per lunghissimo intervallo di luogo
e di tempo? parlare con quelli che son nell'Indie, parlare a quelli
che non sono ancora nati n saranno se non di qua a mille e dieci
mila anni? e con quale facilit? con i vari accozzamenti di venti
caratteruzzi sopra una carta  (settimo, 130).
   La seconda e terza giornata sono invece dedicate ad analizzare
e risolvere le obiezioni tradizionali (dovute soprattutto ad Ari-
stotele, a Tolomeo e a Ticone) contro i due moti, diurno e annua-
le, della Terra. [...] Le principali obiezioni contro il moto annuale
della Terra si basano sull'invariabilit della grandezza e dell'eleva-
zione delle stelle fisse nelle diverse stagioni dell'anno; per confu-
tarle, Galileo non ha che da appellarsi (riprendendo, anche qui,
un'idea gi prospettata nella Risposta a Ingoli) all'ordine di gran-
dezza delle distanze fra tali stelle e la Terra, distanze che risulta-
no enormemente maggiori degli intervalli percorsi dalla Terra,
quando si sposta da un punto all'altro della sua eclittica. Nello
sviluppo di questa confutazione egli giunge ad avanzare--sia pu-
re in via ipotetica-- l'ardito concetto dell'infinit dell'universo.
   Eliminate le obiezioni contro il moto della Terra, il Nostro
pu finalmente passare a dimostrare come l'ipotesi delle due rota-
zioni ( diurna e annuale) avanzata da Copernico, offra la via pi
semplice per spiegare tutti i fenomeni celesti, in particolare quelli
totalmente nuovi scoperti attraverso il telescopio ( ad esempio le
fasi di Venere). Le osservazioni telescopiche possono quindi venir
considerate -- da questo punto di vista -- come una conferma
pressoch diretta dell'ipotesi in esame. [...]
   La quarta giornata, infine, espone l'argomento -- consistente
nello spiegare le maree come risultato della composizione della ro-
tazione della Terra intorno a un proprio asse e della sua rivolu-
zione intorno al Sole. Questa spiegazione avrebbe dovuto avere,
secondo Galileo, due meriti entrambi notevolissimi: a) di ricon-
durre le maree a leggi puramente meccaniche, senza far appello
a forze come l'attrazione fra la massa acquosa e la Luna, che Ga-
lileo considera poco meno che occulte (questa spiegazione, pi
prossima a quella scientifica odierna, era stata suggerita da altri
astronomi dell'epoca); b) di indicarci un fenomeno, non pi astro-
nomico ma terrestre, capace di costituire una conferma diretta
dell'ipotesi copernicana.
   Malgrado che Salviati stesso qualifichi l'argomento in esame
come una pura  fantasia, la quale molto agevolmente potrei am-
metter per una vanissima chimera e per un solennissimo parados-
so  noi sappiamo che Galileo lo riteneva invece estremamente
valido, anzi come il pi valido e decisivo argomento da lui addotto
a favore del copernicanesimo. A rigore, per, esso era effettiva-
mente errato, e proprio Galileo avrebbe dovuto essere il primo
ad accorgersene, se avesse saputo applicare correttamente-- alla
Terra--le leggi della composizione dei movimenti da lui medesimo
scoperte. Ma anche i maggiori scienziati cadono, a volte, in gros-
solani errori.
   Va ricordato che in un altro punto del Dialogo, precisamente
nella giornata seconda, il medesimo Galileo aveva accennato --
con esattissima percezione scientifica--a un fenomeno di mecca-
nica molto importante che avrebbe potuto dar luogo ad una prova
(questa s veramente corretta) della rotazione terrestre eseguibile
sulla Terra stessa. Trattasi del fatto che una palla, lasciata cadere
liberamente da un'altezza abbastanza grande, deve, in base alla
rotazione terrestre, cadere pi avanti del piede della verticale, e
non pi indietro come supponevano gli avversari del copernicanesi-
mo:  tantum abest che ella non sia per secondare il moto della
terra, ma debba restare indietro, che pi tosto dovrebbe prevenir-
lo, essendoch nell'avvicinarsi alla Terra il moto in giro ha da es-
ser fatto continuamente per cerchi minori: talch, mantenendosi
nella palla quella medesima velocit che ell'aveva nel concavo do-
vrebbe anticipare, come ho detto, la vertigine della Terra  (settimo,
259-60 ). Purtroppo il Nostro non misur tutta l'importanza di
questa osservazione e non comprese che, proprio basandosi su di
essa sarebbe stato possibile ideare una effettiva verifica del moto
terrestre (quella verifica da lui tanto desiderata, ed erroneamente
cercata nelle maree). Comunque sia, gi il semplice fatto di avere
intravisto una conseguenza, apparentemente tanto paradossale, del
moto della Terra costituisce di per s un merito scientifico di pri-
missimo ordine.
   Lo schema dell'opera or ora riferito mi sembra, pur nella sua
brevitpi che sufficiente a farci escludere che essa possa venire
considerata come un vero e proprio trattato astronomico. Ma non
 neanche un trattato di fisica o, insomma, un'opera a puro e semplice
carattere scientifico.
   Come scrive molto bene il Koyr:  In realt il Dialogo non
 un libro di astronomia e neanche di fisica.  innanzi tutto un li-
bro di critica: un'opera di polemica e di battaglia;  al medesimo
tempo un'opera pedagogica, un'opera filosofica: ed  infine un'ope-
ra di storia:  la storia dello spirito di Galileo .

    Un'opera di polemica e di battaglia:  questo che determi-
na (in parte) la struttura letteraria del Dialogo:  contro la scienza
e la filosofia tradizionali che Galileo punta la sua macchina di guerra.
Ma se il Dialogo  diretto contro la tradizione aristotelica, esso
non si rivolge, o quasi mai, ai suoi sostenitori, ai filosofi di Pado-
va e Pisa [...] si rivolge al lettore valentuomo (honnete homme);
infatti  scritto non in latino, la lingua dotta delle universit e delle
scuole, ma in lingua volgare, in italiano, la lingua della corte e della
borghesia [...] il valentuomo che Galileo vuol conquistare alla
sua causa; orbene, il valentuomo, bisogna persuaderlo e convincerlo:
non affaticarlo e opprimerlo. A ci  dovuta (in parte) la forma dia-
logica dell'opera; il tono leggero della conversazione; le costanti di-
gressioni e riprese, l'apparente disordine del dibattito: proprio cos
si conversava e si discuteva, fra persone dabbene, nei saloni dei
patrizi veneziani o alla Corte dei Medici. A ci si deve la variet
delle " armi " di cui si serve Galileo: la discussione serena che va
alla ricerca della prova e tenta di dimostrare; il discorso eloquente
che vuole persuadere; e infine l'ultima--e pi potente--arma del
polemista: la critica incisiva, corrosiva e tagliente, l'ironia che si
burla dell'avversario, rendendolo ridicolo, scalzando e facendo fra-
nare l'autorit che ancorali resta.
   Un'opera " pedagogica". Non si tratta infatti soltanto di
convincere, di persuadere e di dimostrare: si tratta inoltre, e forse
soprattutto, di condurre a poco a poco il lettore valentuomo a la-
sciarsi persuadere e convincere, a poter comprendere la dimostra-
zione e accogliere la prova. Ed a questo scopo  necessario un dop-
pio lavoro di distruzione e di educazione: distruzione dei pregiu-
dizi e delle abitudini mentali tradizionali e del senso comune; crea-
zlone, in luogo di essi, di nuove abitudini, di una nuova attitudine
al ragionamentO. A cio si debbono le lungaggini insopportabili per
il lettore odierno -- lettore che ha beneficiato della rivoluzione
galileiana-- a ci si debbono le ripetizioni, il ritornare su cose
gi dette, la rinnovata critica ai medesimi argomenti, le molteplici
esemplificazioni. Occorre in effetti educare il lettore, inse-
gnargli a non aver pi fiducia nell'autorit, nella tradizione e nel
senso comune. Occorre insegnargli a pensare.
    Un'opera di filosofia: non sono soltanto, in realt, la fisica
e la cosmologia tradizionali che Galileo attacca e combatte;  tut-
ta la filosofia e la Weltanschauung dei suoi avversari. In quel tem-
po, d'altra parte, la fisica e la cosmologia erano solidali con la fi-
losofia, o, se si preferisce, ne facevano parte. Orbene, se Galileo
combatte la filosofia di Aristotele lo fa a vantaggio di un'altra fi-
losofia sotto i cui vessilli si schiera: a vantaggio della filosofia di
Platone. Di una certa filosofia di Platone .

   Anche se non posso concedere al Koyr che Galileo abbia avu-
to realmente l'intenzione di opporre una forma precisa di platoni-
smo alla tradizione aristotelica, sono per completamente d'accor-
do con lui nell'interpretare il Dialogo come un'opera pi pedago-
gico-filosofica, che non strettamente scientifica: vorrei anzi dire,
pi come un manifesto diretto a rinnovare la cultura, che non
come un trattato scientifico operante entro la cultura gi rinno-
vata.

   Questa , del resto, l'interpretazione comunemente accettata
--in forma pi o meno aperta--da tutti i moderni studiosi di
Galileo. L'Olschki, per esempio, afferma che Galileo ha scritto il
Dialogo non per il futuro, ma per il suo tempo, per il suo ambien-
te, per additare al mondo culturale che lo circondava la via della
nuova scienza; per insegnargli che l'adesione al copernicanesimo
non aveva solo un significato astronomico, ma era carica di con-
seguenze etico-filosofiche. E il Banfi precisa che il Dialogo  il
coordinamento e la sintesi del nuovo sapere , rivolto  a dissol-
vere i presupposti speculativi della soluzione tradizionale e ad apri-
re la via, nelle conquistate certezze fisiche, a una rinnovata conce-
zione del mondo .

   Quanto ora detto non significa, per, come insinuano ancor og-
gi gli avversari di Galileo, che il Dialogo sia privo di valore in
stretto senso scientifico. Anche se il Nostro si  preoccupato di
scrivere un'opera pi di propaganda scientifico-filosofica che non
di pura astronomia, anche se non  riuscito a trovare una dimo-
strazione rigorosamente valida del moto della Terra, egli ha dato
tuttavia un enorme contributo alla vittoria dell'ipotesi copernica-
na. Ha infatti eliminato i pi gravi ostacoli che il senso comune
opponeva ad essa, ed  riuscito ad eliminarli con un esattissimo
ragionanamento scientifico in quanto ha saputo dimostrare con per-
fetto rigore il nesso indissolubile fra l'ipotesi stessa ed i principi
della nuova meccanica. La sua lotta contro i pregiudizi del senso
comune  stata tanto pi difficile, in quanto tali pregiudizi aveva-
no radici molto profonde nell'animo di ogni studioso del Seicento,
in quello di Galileo non meno che dei suoi contemporanei; ed 
stata una lotta decisiva per la storia della scienza perch essa,
ed essa sola, ha aperto la via alle ricerche pi specifiche che,
dopo Galileo, forniranno la prova definitiva dell'ipotesi coperni-
cana.

LUDOVICO GEYMONAT:
Da Galileo Galilei, Torino, Einaudi, 1957, pp. 160-167.


