GALILEO GALILEI.
DIALOGO SOPRA I DUE MASSIMI SISTEMI TOLEMAICO E COPERNICANO
Serenissimo Gran Duca,
   la differenza che  tra gli uomini e gli altri animali, per grandissima che ella sia, chi dicesse poter darsi poco dissimile tra gli stessi uomini, forse non parlerebbe fuor di ragione. Qual proporzione ha da uno a mille? e pure  proverbio vulgato, che un solo uomo vaglia per mille, dove mille non vagliano per un solo. Tal differenza depende dalle abilit diverse degl'intelletti, il che io riduco all'essere o non esser filosofo: poich la filosofia, come alimento proprio di quelli, chi pu nutrirsene, il separa in effetto dal comune esser del volgo, in pi e men degno grado, come che sia vario tal nutrimento. Chi mira pi alto, si differenzia pi altamente; e 'l volgersi al gran libro della natura, che  'l proprio oggetto della filosofia,  il modo per alzar gli occhi: nel qual libro, bench tutto quel che si legge, come fattura d'Artefice onnipotente, sia per ci proporzionatissimo, quello nientedimeno  pi spedito e pi degno, ove maggiore, al nostro vedere, apparisce l'opera e l'artifizio. La costituzione dell'universo, tra i naturali apprensibili, per mio credere, pu mettersi nel primo luogo: che se quella, come universal contenente, in grandezza tutt'altri avanza, come regola e mantenimento di tutto debbe anche avanzarli di nobilt. Per, se a niuno tocc mai in eccesso differenziarsi nell'intelletto sopra gli altri uomini, Tolomeo e 'l Copernico furon quelli che s altamente lessero s'affisarono e filosofarono nella mondana costituzione. Intorno all'opere de i quali rigirandosi principalmente questi miei Dialoghi, non pareva doversi quei dedicare ad altri che a Vostra Altezza; perch posandosi la lor dottrina su questi due, ch'io stimo i maggiori ingegni che in simili speculazioni ci abbian lasciate loro opere, per non far discapito di maggioranza, conveniva appoggiarli al favore di Quello appo di me il maggiore, onde possan ricevere e gloria e patrocinio. E se quei due hanno dato tanto lume al mio intendere, che questa mia opera pu dirsi loro in gran parte, ben potr anche dirsi di Vostr'Altezza, per la cui liberal magnificenza non solo mi s' dato ozio e quiete da potere scrivere, ma per mezo di suo efficace aiuto, non mai stancatosi in onorarmi, s' in ultimo data in luce. Accettila dunque l'Altezza Vostra con la sua solita benignit; e se ci troverr cosa alcuna onde gli amatori del vero possan trar frutto di maggior cognizione e di giovamento, riconoscala come propria di s medesima, avvezza tanto a giovare, che per nel suo felice dominio non ha niuno che dell'universali angustie, che son nel mondo, ne senta alcuna che lo disturbi. Con che pregandole prosperit, per crescer sempre in questa sua pia e magnanima usanza, le fo umilissima reverenza.
      Dell'Altezza Vostra Serenissima 
         Umilissimo e devotissimo servo e vassallo
         GALILEO GALILEI

AL DISCRETO LETTORE 

   Si promulg a gli anni passati in Roma un salutifero editto, che, per ovviare a' pericolosi scandoli dell'et presente, imponeva opportuno silenzio all'opinione Pittagorica della mobilit della Terra. Non manc chi temerariamente asser, quel decreto essere stato parto non di giudizioso esame, ma di passione troppo poco informata, e si udirono querele che consultori totalmente inesperti delle osservazioni astronomiche non dovevano con proibizione repentina tarpar l'ale a gl'intelletti speculativi. Non pot tacer il mio zelo in udir la temerit di s fatti lamenti. Giudicai, come pienamente instrutto di quella prudentissima determinazione, comparir publicamente nel teatro del mondo, come testimonio di sincera verit. Mi trovai allora presente in Roma, ebbi non solo udienze, ma ancora applausi de i pi eminenti prelati di quella Corte; n senza qualche mia antecedente informazione segu poi la publicazione di quel decreto. Per tanto  mio consiglio nella presente fatica mostrare alle nazioni forestiere, che di questa materia se ne sa tanto in Italia, e particolarmente in Roma, quanto possa mai averne imaginato la diligenza oltramontana; e raccogliendo insieme tutte le speculazioni proprie intorno al sistema Copernicano, far sapere che precedette la notizia di tutte alla censura romana, e che escono da questo clima non solo i dogmi per la salute dell'anima, ma ancora gl'ingegnosi trovati per delizie degl'ingegni.
   A questo fine ho presa nel discorso la parte Copernicana, procedendo in pura ipotesi matematica, cercando per ogni strada artifiziosa di rappresentarla superiore, non a quella della fermezza della Terra assolutamente, ma secondo che si difende da alcuni che, di professione Peripatetici, ne ritengono solo il nome, contenti, senza passeggio, di adorar l'ombre, non filosofando con l'avvertenza propria, ma con solo la memoria di quattro principii mal intesi.
   Tre capi principali si tratteranno. Prima cercher di mostrare, tutte l'esperienze fattibili nella Terra essere mezi insufficienti a concluder la sua mobilit, ma indifferentemente potersi adattare cos alla Terra mobile, come anco quiescente, e spero che in questo caso si paleseranno molte osservazioni ignote all'antichit. Secondariamente si esamineranno li fenomeni celesti, rinforzando l'ipotesi copernicana come se assolutamente dovesse rimaner vittoriosa, aggiungendo nuove speculazioni, le quali per servano per facilit d'astronomia, non per necessit di natura. Nel terzo luogo proporr una fantasia ingegnosa. Mi trovavo aver detto, molti anni sono, che l'ignoto problema del flusso del mare potrebbe ricever qualche luce, ammesso il moto terrestre. Questo mio detto, volando per le bocche degli uomini, aveva trovato padri caritativi che se l'adottavano per prole di proprio ingegno. Ora, perch non possa mai comparire alcuno straniero che, fortificandosi con l'armi nostre, ci rinfacci la poca avvertenza in uno accidente cos principale, ho giudicato palesare quelle probabilit che lo renderebbero persuasibile, dato che la Terra si movesse. Spero che da queste considerazioni il mondo conoscer, che se altre nazioni hanno navigato pi, noi non abbiamo speculato meno, e che il rimettersi ad asserir la fermezza della Terra, e prender il contrario solamente per capriccio matematico, non nasce da non aver contezza di quant'altri ci abbia pensato, ma, quando altro non fusse, da quelle ragioni che la piet, la religione, il conoscimento della divina onnipotenza, e la coscienza della debolezza dell'ingegno umano, ci somministrano.
   Ho poi pensato tornare molto a proposito lo spiegare questi concetti in forma di dialogo, che, per non esser ristretto alla rigorosa osservanza delle leggi matematiche, porge campo ancora a digressioni, tal ora non meno curiose del principale argomento.
   Mi trovai, molt'anni sono, pi volte nella maravigliosa citt di Venezia in conversazione col signor Giovan Francesco Sagredo, illustrissimo di nascita, acutissimo d'ingegno.Venne l di Firenze il signor Filippo Salviati, nel quale il minore splendore era la chiarezza del sangue e la magnificenza delle ricchezze; sublime intelletto, che di niuna delizia pi avidamente si nutriva, che di specolazioni esquisite. Con questi due mi trovai spesso a discorrer di queste materie, con l'intervento di un filosofo peripatetico, al quale pareva che niuna cosa ostasse maggiormente per l'intelligenza del vero, che la fama acquistata nell'interpretazioni Aristoteliche.
   Ora, poich morte acerbissima ha, nel pi bel sereno degli anni loro, privato di quei due gran lumi Venezia e Firenze, ho risoluto prolungar, per quanto vagliono le mie debili forze, la vita alla fama loro sopra queste mie carte, introducendoli per interlocutori della presente controversia. N mancher il suo luogo al buon Peripatetico, al quale, pel soverchio affetto verso i comenti di Simplicio,  parso decente, senza esprimerne il nome, lasciarli quello del reverito scrittore. Gradiscano quelle due grand'anime, al cuor mio sempre venerabili, questo publico monumento del mio non mai morto amore, e con la memoria della loro eloquenza mi aiutino a spiegare alla posterit le promesse speculazioni.
   Erano casualmente occorsi (come interviene) varii discorsi alla spezzata tra questi signori, i quali avevano pi tosto ne i loro ingegni accesa, che consolata, la sete dell'imparare: per fecero saggia risoluzione di trovarsi alcune giornate insieme, nelle quali, bandito ogni altro negozio, si attendesse a vagheggiare con pi ordinate speculazioni le maraviglie di Dio nel cielo e nella terra. Fatta la radunanza nel palazzo dell'illustrissimo Sagredo, dopo i debiti, ma per brevi, complimenti, il signor Salviati in questa maniera incominci


GIORNATA PRIMA 
INTERLOCUTORI: 
<I>Salviati, Sagredo e Simplicio</I>

   SALV. Fu la conclusione e l'appuntamento di ieri, che noi dovessimo in questo giorno discorrere, quanto pi distintamente e particolarmente per noi si potesse, intorno alle ragioni naturali e loro efficacia, che per l'una parte e per l'altra sin qui sono state prodotte da i fautori della posizione Aristotelica e Tolemaica e da i seguaci del sistema Copernicano. E perch collocando il Copernico la Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo simile a un pianeta, sar bene che il principio delle nostre considerazioni sia l'andare esaminando quale e quanta sia la forza e l'energia de i progressi peripatetici nel dimostrare come tale assunto sia del tutto impossibile; attesoch sia necessario introdurre in natura sustanze diverse tra di loro, cio la celeste e la elementare, quella impassibile ed immortale, questa alterabile e caduca. Il quale argomento tratta egli ne i libri del Cielo, insinuandolo prima con discorsi dependenti da alcuni assunti generali, e confermandolo poi con esperienze e con dimostrazioni particolari. Io, seguendo l'istesso ordine, proporr, e poi liberamente dir il mio parere, esponendomi alla censura di voi, ed in particolare del signor Simplicio, tanto strenuo campione e mantenitore della dottrina Aristotelica. 
   + il primo passo del progresso peripatetico quello dove Aristotile prova la integrit e perfezione del mondo coll'additarci com'ei non  una semplice linea n una superficie pura, ma un corpo adornato di lunghezza, di larghezza e di profondit; e perch le dimensioni non son pi che queste tre, avendole egli, le ha tutte, ed avendo il tutto,  perfetto. Che poi, venendo dalla semplice lunghezza costituita quella magnitudine che si chiama linea, aggiunta la larghezza si costituisca la superficie, e sopragiunta l'altezza o profondit ne risulti il corpo, e che doppo queste tre dimensioni non si dia passaggio ad altra, s che in queste tre sole si termini l'integrit e per cos dire la totalit, averei ben desiderato che da Aristotile mi fusse stato dimostrato con necessit, e massime potendosi ci esequire assai chiaro e speditamente. 
   SIMP. Mancano le dimostrazioni bellissime nel 2, 3 e 4 testo, doppo la definizione del continuo? Non avete, primieramente, che oltre alle tre dimensioni non ve n' altra, perch il tre  ogni cosa, e 'l tre  per tutte le bande? e ci non vien egli confermato con l'autorit e dottrina de i Pittagorici, che dicono che tutte le cose son determinate da tre, principio, mezo e fine, che  il numero del tutto? E dove lasciate voi l'altra ragione, cio che, quasi per legge naturale, cotal numero si usa ne' sacrifizii degli Dei? e che, dettante pur cos la natura, alle cose che son tre, e non a meno, attribuiscono il titolo di tutte? perch di due si dice <I>amendue</I>, e non si dice <I>tutte</I>; ma di tre, s bene. E tutta questa dottrina l'avete nel testo 2. Nel 3 poi, <I>ad pleniorem scientiam</I>, si legge che l'ogni cosa, il tutto, e 'l perfetto, formalmente son l'istesso; e che per solo il corpo tra le grandezze  perfetto, perch esso solo  determinato da 3, che  il tutto, ed essendo divisibile in tre modi,  divisibile per tutti i versi: ma dell'altre, chi  divisibile in un modo, e chi in dua, perch secondo il numero che gli  toccato, cos hanno la divisione e la continuit; e cos quella  continua per un verso, questa per due, ma quello, cio il corpo, per tutti. Di pi nel testo 4, doppo alcune altre dottrine, non prov'egli l'istesso con un'altra dimostrazione, cio che non si facendo trapasso se non secondo qualche mancamento (e cos dalla linea si passa alla superficie, perch la linea  manchevole di larghezza), ed essendo impossibile che il perfetto manchi, essendo egli per tutte le bande, per non si pu passare dal corpo ad altra magnitudine? Or da tutti questi luoghi non vi par egli a sufficienza provato, com'oltre alle tre dimensioni, lunghezza, larghezza e profondit, non si d transito ad altra, e che per il corpo, che le ha tutte,  perfetto? 
   SALV. Io, per dire il vero, in tutti questi discorsi non mi son sentito strignere a concedere altro se non che quello che ha principio, mezo e fine, possa e deva dirsi perfetto: ma che poi, perch principio, mezo e fine son 3, il numero 3 sia numero perfetto, ed abbia ad aver facult di conferir perfezione a chi l'aver, non sento io cosa che mi muova a concederlo; e non intendo e non credo che, verbigrazia, per le gambe il numero 3 sia pi perfetto che 'l 4 o il 2; n so che 'l numero 4 sia d'imperfezione a gli elementi, e che pi perfetto fusse ch' e' fusser 3. Meglio dunque era lasciar queste vaghezze a i retori e provar il suo intento con dimostrazione necessaria, ch cos convien fare nelle scienze dimostrative. 
   SIMP. Par che voi pigliate per ischerzo queste ragioni: e pure  tutta dottrina de i Pittagorici, i quali tanto attribuivano a i numeri; e voi, che sete matematico, e, credo anco, in molte opinioni filosofo Pittagorico, pare che ora disprezziate i lor misteri. 
   SALV. Che i Pittagorici avessero in somma stima la scienza de i numeri, e che Platone stesso ammirasse l'intelletto umano e lo stimasse partecipe di divinit solo per l'intender egli la natura de' numeri, io benissimo lo so, n sarei lontano dal farne l'istesso giudizio; ma che i misteri per i quali Pittagora e la sua setta avevano in tanta venerazione la scienza de' numeri sieno le sciocchezze che vanno per le bocche e per le carte del volgo, non credo io in veruna maniera; anzi perch so che essi, acci le cose mirabili non fussero esposte alle contumelie e al dispregio della plebe, dannavano come sacrilegio il publicar le pi recondite propriet de' numeri e delle quantit incommensurabili ed irrazionali da loro investigate, e predicavano che quello che le avesse manifestate era tormentato nell'altro mondo, penso che tal uno di loro per dar pasto alla plebe e liberarsi dalle sue domande, gli dicesse, i misterii loro numerali esser quelle leggerezze che poi si sparsero tra il vulgo, e questo con astuzia ed accorgimento simile a quello del sagace giovane che, per torsi dattorno l'importunit non so se della madre o della curiosa moglie che l'assediava acci le conferisse i segreti del senato, compose quella favola onde essa con molte altre donne rimasero dipoi, con gran risa del medesimo senato, schernite.
   SIMP. Io non voglio esser nel numero de' troppo curiosi de' misterii de' Pittagorici; ma stando nel proposito nostro, replico che le ragioni prodotte da Aristotile per provare, le dimensioni non esser, n poter esser, pi di tre, mi paiono concludenti; e credo che quando ci fusse stata dimostrazione pi necessaria, Aristotile non l'avrebbe lasciata in dietro.
   SAGR. Aggiugnetevi almanco, se l'avesse saputa, o se la gli fusse sovvenuta. Ma voi, signor Salviati, mi farete ben gran piacere di arrecarmene qualche evidente ragione, se alcuna ne avete cos chiara, che possa esser compresa da me.
   SALV. Anzi, e da voi e dal signor Simplicio ancora; e non pur compresa, ma di gi anche saputa, se ben forse non avvertita. E per pi facile intelligenza piglieremo carta e penna, che gi veggio qui per simili occorrenze apparecchiate, e ne faremo un poco di figura. E prima noteremo questi due punti A, B, e tirate dall'uno all'altro le linee curve A C B, A D B e la retta A B, vi domando qual di 
 vedi figura 1

esse nella mente vostra  quella che determina la distanza tra i termini A, B, e perch.
   SAGR. Io direi la retta, e non le curve; s perch la retta  la pi breve; s perch l' una, sola e determinata, dove le altre sono infinite, ineguali e pi lunghe, e la determinazione mi pare che si deva prendere da quel che  uno e certo.
   SALV. Noi dunque aviamo la linea retta per determinatrice della lunghezza tra due termini: aggiunghiamo adesso un'altra linea retta e parallela alla A B, la quale sia C D, s che tra esse resti frapposta una superficie, della quale io vorrei che voi mi assegnaste la larghezza. Per partendovi dal termine A, ditemi dove e come voi volete andare a terminare nella linea C D per assegnarmi la larghezza tra esse linee compresa; dico se voi la determinerete secondo la quantit della curva A E, o pur della retta A F, o pure...
   SIMP. Secondo la retta A F, e non secondo la curva, essendosi gi escluse le curve da simil uso. 
  vedi figura 2  

SAGR Ma io non mi servirei n dell'una n dell'altra, vedendo la retta A F andare obliquamente; ma vorrei tirare una linea che fusse a squadra sopra la C D, perch questa mi par che sarebbe la brevissima, ed unica delle infinite maggiori, e tra di loro ineguali, che dal termine A si possono produrre ad altri ed altri punti della linea opposta C D.
   SALV. Parmi la vostra elezione, e la ragione che n'adducete, perfettissima: talch sin qui noi abbiamo, che la prima dimensione si determina con una linea retta; la seconda, cio la larghezza, con un'altra linea pur retta, e non solamente retta, ma, di pi, ad angoli retti sopra l'altra che determin la lunghezza; e cos abbiamo definite le due dimensioni della superficie, cio la lunghezza e la larghezza. Ma quando voi aveste a determinare un'altezza, come, per esempio, quanto sia alto questo palco dal pavimento che noi abbiamo sotto i piedi; essendo che da qualsivoglia punto del palco si possono tirare infinite linee, e curve e rette, e tutte di diverse lunghezze, ad infiniti punti del sottoposto pavimento, di quale di cotali linee vi servireste voi?
   SAGR. Io attaccherei un filo al palco, e con un piombino, che pendesse da quello, lo lascerei liberamente distendere sino che arrivasse prossimo al pavimento; e la lunghezza di tal filo, essendo la retta e brevissima di quante linee si potessero dal medesimo punto tirare al pavimento, direi che fusse la vera altezza di questa stanza.
   SALV. Benissimo. E quando dal punto notato nel pavimento da questo filo pendente (posto il pavimento a livello, e non inclinato) voi faceste partire due altre linee rette, una per la lunghezza e l'altra per la larghezza della superficie di esso pavimento, che angoli conterrebber elleno con esso filo?
   SAGR. Conterrebbero sicuramente angoli retti, cadendo esso filo a piombo ed essendo il pavimento ben piano e ben livellato.
   SALV. Adunque se voi stabilirete alcun punto per capo e termine delle misure, e da esso farete partire una retta linea come determinatrice della prima misura, cio della lunghezza, bisogner per necessit che quella che dee definir la larghezza si parta ad angolo retto sopra la prima, e che quella che ha da notar l'altezza, che  la terza dimensione, partendo dal medesimo punto formi, pur con le altre due, angoli non obliqui, ma retti: e cos dalle tre perpendicolari avrete, come da tre linee une e certe e brevissime, determinate le tre dimensioni, A B lunghezza, A C larghezza, A D altezza. E 
 vedi figura 3


perch chiara cosa , che al medesimo punto non pu concorrere altra linea che con quelle faccia angoli retti, e le dimensioni dalle sole linee rette che tra di loro fanno angoli retti deono esser determinate, adunque le dimensioni non sono pi che 3, e chi ha le 3 le ha tutte, e chi le ha tutte  divisibile per tutti i versi, e chi  tale  perfetto, etc.
   SIMP. E chi lo dice che non si possan tirare altre linee? e perch non poss'io far venir di sotto un'altra linea sino al punto A, che sia a squadra con l'altre?
   SALV. Voi non potete sicuramente ad un istesso punto far concorrere altro che tre linee rette sole, che fra di loro costituiscano angoli retti.
   SAGR. S, perch quella che vuol dire il signor Simplicio par a me che sarebbe l'istessa D A prolungata in gi: ed in questo modo si potrebbe tirarne altre due, ma sarebbero le medesime prime tre, non differenti in altro, che dove ora si toccano solamente, all'ora si segherebbero, ma non apporterebbero nuove dimensioni.
   SIMP. Io non dir che questa vostra ragione non possa esser concludente, ma dir bene con Aristotile che nelle cose naturali non si deve sempre ricercare una necessit di dimostrazion matematica.
   SAGR. S, forse, dove la non si pu avere, ma se qui ella ci , perch non la volete voi usare? Ma sar bene non ispender pi parole in questo particolare, perch io credo che il signor Salviati ad Aristotile ed a voi senza altre dimostrazioni avrebbe conceduto, il mondo esser corpo, ed esser perfetto e perfettissimo, come opera massima di Dio. 
   SALV. Cos  veramente. Per lasciata la general contemplazione del tutto, venghiamo alla considerazione delle parti, le quali Aristotile nella prima divisione fa due, e tra di loro diversissime ed in certo modo contrarie; dico, la celeste e la elementare: quella, ingenerabile, incorruttibile, inalterabile, impassibile, etc.; e questa, esposta ad una continua alterazione, mutazione, etc. La qual differenza cava egli come da suo principio originario, dalla diversit de i moti locali: e camina con tal progresso. 
   Uscendo, per cos dire, del mondo sensibile e ritirandosi al mondo ideale, comincia architettonicamente a considerare, che essendo la natura principio di moto, conviene che i corpi naturali siano mobili di moto locale. Dichiara poi, i movimenti locali esser di tre generi, cio circolare, retto, e misto del retto e del circolare; e li duoi primi chiama semplici, perch di tutte le linee la circolare e la retta sole son semplici. E di qui, ristringendosi alquanto, di nuovo definisce, de i movimenti semplici uno esser il circolare, cio quello che si fa intorno al mezo, ed il retto all'ins ed all'ingi, cio all'ins quello che si parte dal mezo, all'ingi quello che va verso il mezo: e di qui inferisce come necessariamente conviene che tutti i movimenti semplici si ristringano a queste tre spezie, cio al mezo, dal mezo, ed intorno al mezo; il che risponde, dice egli, con certa bella proporzione a quel che si  detto di sopra del corpo, che esso ancora  perfezionato in tre cose, e cos il suo moto. Stabiliti questi movimenti, segue dicendo che, essendo, de i corpi naturali, altri semplici ed altri composti di quelli (e chiama corpi semplici quelli che hanno da natura principio di moto, come il fuoco e la terra), conviene che i movimenti semplici sieno de i corpi semplici, ed i misti de' composti, in modo per che i composti seguano il moto della parte predominante nella composizione. 
   SAGR. Di grazia, signor Salviati, fermatevi alquanto, perch io mi sento in questo progresso pullular da tante bande tanti dubbi, che mi sar forza o dirgli, s'io vorr sentir con attenzione le cose che voi soggiugnerete, o rimuover l'attenzione dalle cose da dirsi, se vorr conservare la memoria de' dubbi. 
   SALV. Io molto volentieri mi fermer, perch corro ancor io simil fortuna, e sto di punto in punto per perdermi, mentre mi conviene veleggiar tra scogli ed onde cos rotte, che mi fanno, come si dice, perder la bussola: per, prima che far maggior cumulo, proponete le vostre difficult. 
   SAGR. Voi, insieme con Aristotile, da principio mi separaste alquanto dal mondo sensibile per additarmi l'architettura con la quale egli doveva esser fabbricato, e con mio gusto mi cominciaste a dire che il corpo naturale  per natura mobile, essendo che si  diffinito altrove, la natura esser principio di moto. Qui mi nacque un poco di dubbio; e fu, per qual cagione Aristotile non disse che de' corpi naturali alcuni sono mobili per natura ed altri immobili, avvengach nella definizione vien detto, la natura esser principio di moto e di quiete; che se i corpi naturali hanno tutti principio di movimento, o non occorreva metter la quiete nella definizione della natura, o non occorreva indur tal definizione in questo luogo. Quanto poi al dichiararmi, quali egli intenda esser i movimenti semplici e come ei gli determina da gli spazi, chiamando semplici quelli che si fanno per linee semplici, che tali sono la circolare e la retta solamente, lo ricevo quietamente, n mi curo di sottilizargli l'instanza della elica intorno al cilindro, che, per esser in ogni sua parte simile a se stessa, par che si potesse annoverar tra le linee semplici. Ma mi risento bene alquanto nel sentirlo ristrignere (mentre par che con altre parole voglia replicar le medesime definizioni) a chiamare quello, movimento intorno al mezo, e questo, <I>sursum et deorsum</I>, cio in su e in gi; li quali termini non si usano fuori del mondo fabbricato, ma lo suppongono non pur fabbricato, ma di gi abitato da noi. Che se il moto retto  semplice per la semplicit della linea retta, e se il moto semplice  naturale, sia pur egli fatto per qualsivoglia verso, dico in su, in gi, innanzi, in dietro, a destra ed a sinistra, e se altra differenza si pu immaginare, purch sia retto, dovr convenire a qualche corpo naturale semplice, o se no, la supposizione d'Aristotile  manchevole. Vedesi in oltre che Aristotile accenna, un solo esser al mondo il moto circolare, ed in conseguenza un solo centro, al quale solo si riferiscano i movimenti retti in su e in gi; tutti indizi che egli ha mira di cambiarci le carte in mano, e di volere accomodar l'architettura alla fabbrica, e non costruire la fabbrica conforme a i precetti dell'architettura: ch se io dir che nell'universit della natura ci posson essere mille movimenti circolari, ed in conseguenza mille centri, vi saranno ancora mille moti in su e in gi. In oltre ei pone, come  detto, moti semplici e moto misto, chiamando semplici il circolare ed il retto, e misto il composto di questi; de i corpi naturali chiama altri semplici (cio quelli che hanno principio naturale al moto semplice), ed altri composti; ed i moti semplici gli attribuisce a' corpi semplici, ed a' composti il composto: ma per moto composto e' non intende pi il misto di retto e circolare, che pu essere al mondo, ma introduce un moto misto tanto impossibile, quanto  impossibile a mescolare movimenti opposti fatti nella medesima linea retta, s che da essi ne nasca un moto che sia parte in su e parte in gi; e per moderare una tanta sconvenevolezza e impossibilit, si riduce a dire che tali corpi misti si muovono secondo la parte semplice predominante; che finalmente necessita altrui a dire che anco il moto fatto per la medesima linea retta  alle volte semplice e tal ora anche composto, s che la semplicit del moto non si attende pi dalla semplicit della linea solamente. 
   SIMP. Oh non vi par ella differenza bastevole se il movimento semplice ed assoluto sar pi veloce assai di quello che vien dal predominio? e quanto vien pi velocemente all'ingi un pezzo di terra pura, che un pezzuol di legno? 
   SAGR. Bene, signor Simplicio; ma se la semplicit si ha da mutar per questo, oltre che ci saranno centomila moti misti, voi non mi saprete determinare il semplice; anzi, di pi, se la maggiore e minor velocit possono alterar la semplicit del moto, nessun corpo semplice si mover mai di moto semplice, avvengach in tutti i moti retti naturali la velocit si va sempre agumentando, ed in conseguenza sempre mutando la semplicit, la quale, per esser semplicit, conviene che sia immutabile; e, quel che pi importa, voi graverete Aristotile d'una nuova nota, come quello che nella definizione del moto composto non ha fatto menzione di tardit n di velocit, la quale ora voi ponete per articolo necessario ed essenziale. Aggiugnesi che n anco potrete da cotal regola trar frutto veruno imperocch ci saranno de' misti, e non pochi, de' quali altri si moveranno pi lentamente, ed altri pi velocemente, del semplice, come, per esempio, il piombo e 'l legno in comparazione della terra: e per tra questi movimenti quale chiamerete voi il semplice, e quale il composto? 
   SIMP. Chiamerassi semplice quello che vien fatto dal corpo semplice, e misto quel del corpo composto. 
   SAGR. Benissimo veramente. E che dite voi, signor Simplicio? poco fa volevi che il moto semplice e il composto m'insegnassero quali siano i corpi semplici e quali i misti; ed ora volete che da i corpi semplici e da i misti io venga in cognizione di qual sia il moto semplice e quale il composto: regola eccellente per non saper mai conoscer n i moti n i corpi. Oltre che gi venite a dichiararvi come non vi basta pi la maggior velocit, ma ricercate una terza condizione per definire il movimento semplice, per il quale Aristotile si content d'una sola, cio della semplicit dello spazio; ma ora, secondo voi, il moto semplice sar quello che vien fatto sopra una linea semplice, con certa determinata velocit, da un corpo mobile semplice. Or sia come a voi piace, e torniamo ad Aristotile, il qual mi defin, il moto misto esser quello che si compone del retto e del circolare; ma non mi trov poi corpo alcuno che fusse naturalmente mobile di tal moto.
   SALV. Torno dunque ad Aristotile, il quale, avendo molto bene e metodicamente cominciato il suo discorso, ma avendo pi la mira di andare a terminare e colpire in uno scopo, prima nella mente sua stabilitosi, che dove dirittamente il progresso lo conduceva, interrompendo il filo ci esce traversalmente a portar come cosa nota e manifesta, che quanto a i moti retti in su e in gi, questi naturalmente convengono al fuoco ed alla terra, e che per  necessario che oltre a questi corpi, che sono appresso di noi, ne sia un altro in natura al quale convenga il movimento circolare, il quale sia ancora tanto pi eccellente, quanto il moto circolare  pi perfetto del moto retto: quanto poi quello sia pi perfetto di questo, lo determina dalla perfezion della linea circolare sopra la retta, chiamando quella perfetta, ed imperfetta questa; imperfetta, perch se  infinita, manca di fine e di termine; se  finita, fuori di lei ci  alcuna cosa dove ella si pu prolungare. Questa  la prima pietra, base e fondamento di tutta la fabbrica del mondo Aristotelico, sopra la quale si appoggiano tutte l'altre propriet di non grave n leggiero, d'ingenerabile, incorruttibile ed esente da ogni mutazione, fuori della locale, etc.: e tutte queste passioni afferma egli esser proprie del corpo semplice e mobile di moto circolare; e le condizioni contrarie, di gravit, leggerezza, corruttibilit, etc., le assegna a' corpi mobili naturalmente di movimenti retti. L onde qualunque volta nello stabilito sin qui si scuopra mancamento, si potr ragionevolmente dubitar di tutto il resto, che sopra gli vien costrutto. Io non nego che questo, che sin qui Aristotile ha introdotto con discorso generale, dependente da principii universali e primi, non venga poi nel progresso riconfermato con ragioni particolari e con esperienze, le quali tutte  necessario che vengano distintamente considerate e ponderate; ma gi che nel detto sin qui si rappresentano molte, e non picciole, difficult (e pur converrebbe che i primi principii e fondamenti fussero sicuri fermi e stabili, acciocch pi risolutamente si potesse sopra di quelli fabbricare), non sar forse se non ben fatto prima che si accresca il cumulo de i dubbi, vedere se per avventura (s come io stimo) incamminandoci per altra strada ci indrizzassimo a pi diritto e sicuro cammino, e con precetti d'architettura meglio considerati potessimo stabilire i primi fondamenti. Per, sospendendo per ora il progresso d'Aristotile, il quale a suo tempo ripiglieremo e partitamente esamineremo, dico che, delle cose da esso dette sin qui, convengo seco ed ammetto che il mondo sia corpo dotato di tutte le dimensioni, e per perfettissimo; ed aggiungo, che come tale ei sia necessariamente ordinatissimo, cio di parti con sommo e perfettissimo ordine tra di loro disposte: il quale assunto non credo che sia per esser negato n da voi n da altri.
   SIMP. E chi volete voi che lo neghi? La prima cosa, egli  d'Aristotile stesso; e poi, la sua denominazione non par che sia presa d'altronde, che dall'ordine che egli perfettamente contiene.
   SALV. Stabilito dunque cotal principio, si pu immediatamente concludere che, se i corpi integrali del mondo devono esser di lor natura mobili,  impossibile che i movimenti loro siano retti, o altri che circolari: e la ragione  assai facile e manifesta. Imperocch quello che si muove di moto retto, muta luogo; e continuando di muoversi, si va pi e pi sempre allontanando dal termine ond'ei si part e da tutti i luoghi per i quali successivamente ei va passando; e se tal moto naturalmente se gli conviene, adunque egli da principio non era nel luogo suo naturale, e per non erano le parti del mondo con ordine perfetto disposte: ma noi supponghiamo, quelle esser perfettamente ordinate: adunque, come tali,  impossibile che abbiano da natura di mutar luogo, ed in conseguenza di muoversi di moto retto. In oltre, essendo il moto retto di sua natura infinito, perch infinita e indeterminata  la linea retta,  impossibile che mobile alcuno abbia da natura principio di muoversi per linea retta, cio verso dove  impossibile di arrivare, non vi essendo termine prefinito; e la natura, come ben dice Aristotile medesmo, non intraprende a fare quello che non pu esser fatto, n intraprende a muovere dove  impossibile a pervenire. E se pur alcuno dicesse, che se bene la linea retta, ed in conseguenza il moto per essa,  produttibile in infinito, cio interminato, tuttavia per la natura, per cos dire, arbitrariamente gli ha assegnati alcuni termini, e dato naturali instinti a' suoi corpi naturali di muoversi a quelli, io risponder che ci per avventura si potrebbe favoleggiare che fusse avvenuto del primo caos, dove confusamente ed inordinatamente andavano indistinte materie vagando, per le quali ordinare la natura molto acconciamente si fusse servita de i movimenti retti, i quali, s come movendo i corpi ben costituiti gli disordinano, cos sono acconci a ben ordinare i pravamente disposti; ma dopo l'ottima distribuzione e collocazione  impossibile che in loro resti naturale inclinazione di pi muoversi di moto retto, dal quale ora solo ne seguirebbe il rimuoversi dal proprio e natural luogo, cio il disordinarsi. Possiamo dunque dire, il moto retto servire a condur le materie per fabbricar l'opera, ma fabbricata ch'ell', o restare immobile, o, se mobile, muoversi solo circolarmente; se per noi non volessimo dir con Platone, che anco i corpi mondani, dopo l'essere stati fabbricati e del tutto stabiliti, furon per alcun tempo dal suo Fattore mossi di moto retto, ma che dopo l'esser pervenuti in certi e determinati luoghi, furon rivolti a uno a uno in giro, passando dal moto retto al circolare, dove poi si son mantenuti e tuttavia si conservano: pensiero altissimo e degno ben di Platone, intorno al quale mi sovviene aver sentito discorrere il nostro comune amico Accademico Linceo, e se ben mi ricorda, il discorso fu tale. Ogni corpo costituito per qualsivoglia causa in istato di quiete, ma che per sua natura sia mobile, posto in libert si mover, tutta volta per ch'egli abbia da natura inclinazione a qualche luogo particolare; ch quando e' fusse indifferente a tutti, resterebbe nella sua quiete, non avendo maggior ragione di muoversi a questo che a quello. Dall'aver questa inclinazione ne nasce necessariamente che egli nel suo moto si ander continuamente accelerando; e cominciando con moto tardissimo, non acquister grado alcuno di velocit, che prima e' non sia passato per tutti i gradi di velocit minori, o vogliamo dire di tardit maggiori: perch, partendosi dallo stato della quiete (che  il grado di infinita tardit di moto), non ci  ragione nissuna per la quale e' debba entrare in un tal determinato grado di velocit, prima che entrare in un minore, ed in un altro ancor minore prima che in quello; anzi par molto ben ragionevole passar prima per i gradi pi vicini a quello donde ei si parte, e da quelli a i pi remoti; ma il grado di dove il mobile piglia a muoversi  quello della somma tardit, cio della quiete. Ora, questa accelerazion di moto non si far se non quando il mobile nel muoversi acquista; n altro  l'acquisto suo se non l'avvicinarsi al luogo desiderato, cio dove l'inclinazion naturale lo tira; e l si condurr egli per la pi breve, cio per linea retta. Possiamo dunque ragionevolmente dire che la natura, per conferire in un mobile, prima costituito in quiete, una determinata velocit, si serva del farlo muover, per alcun tempo e per qualche spazio, di moto retto. Stante questo discorso, figuriamoci aver Iddio creato il corpo, verbigrazia, di Giove, al quale abbia determinato di voler conferire una tal velocit, la quale egli poi debba conservar perpetuamente uniforme: potremo con Platone dire che gli desse di muoversi da principio di moto retto ed accelerato, e che poi, giunto a quel tal grado di velocit, convertisse il suo moto retto in circolare, del quale poi la velocit naturalmente convien esser uniforme. 
   SAGR. Io sento con gran gusto questo discorso, e maggiore credo che sar doppo che mi abbiate rimossa una difficult: la quale , che io non resto ben capace come di necessit convenga che un mobile, partendosi dalla quiete ed entrando in un moto al quale egli abbia inclinazion naturale, passi per tutti i gradi di tardit precedenti, che sono tra qualsivoglia segnato grado di velocit e lo stato di quiete, li quali gradi sono infiniti; s che non abbia potuto la natura contribuire al corpo di Giove, subito creato, il suo moto circolare, con tale e tanta velocit. 
   SALV. Io non ho detto, n ardirei di dire, che alla natura e a Dio fusse impossibile il conferir quella velocit, che voi dite, immediatamente; ma dir bene che <I>de facto</I> la natura non lo fa; talch il farlo verrebbe ad esser operazione fuora del corso naturale e per miracolosa.
Muovasi con qual si voglia velocit qual si sia poderosissimo mobile, ed incontri qualsivoglia corpo costituito in quiete, ben che debolissimo e di minima resistenza; quel mobile, incontrandolo, gi mai non gli conferir immediatamente la sua velocit: segno evidente di che ne  il sentirsi il suono della percossa, il quale non si sentirebbe, o per dir meglio non sarebbe, se il corpo che stava in quiete ricevesse, nell'arrivo del mobile, la medesima velocit di quello. 
   SAGR. Adunque voi credete che un sasso, partendosi dalla quiete, ed entrando nel suo moto naturale verso il centro della Terra, passi per tutti i gradi di tardit inferiori a qualsivoglia grado di velocit? 
   SALV. Credolo, anzi ne son sicuro, e sicuro con tanta certezza, che posso renderne sicuro voi ancora. 
   SAGR. Quando in tutto il ragionamento d'oggi io non guadagnassi altro che una tal cognizione, me lo reputerei per un gran capitale. 
   SALV. Per quanto mi par di comprendere dal vostro ragionare, gran parte della vostra difficult consiste in quel dover passare in un tempo, ed anco brevissimo, per quelli infiniti gradi di tardit precedenti a qual si sia velocit acquistata dal mobile in quel tal tempo: e per, prima che venire ad altro, cercher di rimovervi questo scrupolo, che dover esser agevol cosa, mentre io vi replico che il mobile passa per i detti gradi, ma il passaggio  fatto senza dimorare in veruno, talch, non ricercando il passaggio pi di un solo instante di tempo, e contenendo qualsivoglia piccol tempo infiniti instanti, non ce ne mancheranno per assegnare il suo a ciascheduno de gl'infiniti gradi di tardit, e sia il tempo quanto si voglia breve. 
   SAGR. Sin qui resto capace: tuttavia mi par gran cosa che quella palla d'artiglieria (che tal mi figuro esser il mobile cadente), che pur si vede scendere con tanto precipizio che in manco di dieci battute di polso passer pi di dugento braccia di altezza, si sia nel suo moto trovata congiunta con s picciol grado di velocit, che, se avesse continuato di muoversi con quello senza pi accelerarsi, non l'averebbe passata in tutto un giorno. 
   SALV. Dite pure in tutto un anno, n in dieci, n in mille, s come io m'ingegner di persuadervi, ed anco forse senza vostra contradizione ad alcune assai semplici interrogazioni ch'io vi far. Per ditemi se voi avete difficult nessuna in concedere che quella palla, nello scendere, vadia sempre aquistando maggior impeto e velocit. 
   SAGR. Sono di questo sicurissimo. 
   SALV. E se io dir che l'impeto aquistato in qualsivoglia luogo del suo moto sia tanto che basterebbe a ricondurla a quell'altezza donde si part, me lo concedereste? 
   SAGR. Concedere'lo senza contradizione, tuttavolta che la potesse applicar, senz'esser impedita, tutto il suo impeto in quella sola operazione, di ricondur se medesima, o altro eguale a s, a quella medesima altezza: come sarebbe se la Terra fusse perforata per il centro, e che, lontano da esso cento o mille braccia, si lasciasse cader la palla; credo sicuramente che ella passerebbe oltre al centro, salendo altrettanto quanto scese: e cos mi mostra l'esperienza accadere d'un peso pendente da una corda, che rimosso dal perpendicolo, che  il suo stato di quiete, e lasciato poi in libert, cala verso detto perpendicolo e lo trapassa per altrettanto spazio, o solamente tanto meno quanto il contrasto dell'aria e della corda o di altri accidenti l'impediscono. Mostrami l'istesso l'acqua, che scendendo per un sifone, rimonta altrettanto quanto fu la sua scesa.
   SALV. Voi perfettamente discorrete. E perch'io so che non avete dubbio in conceder che l'acquisto dell'impeto sia mediante l'allontanamento dal termine donde il mobile si parte, e l'avvicinamento al centro dove tende il suo moto, arete voi difficult nel concedere che due mobili eguali, ancorch scendenti per diverse linee, senza veruno impedimento, facciano acquisto d'impeti eguali, tuttavolta che l'avvicinamento al centro sia eguale? 
   SAGR. Non intendo bene il quesito. 
   SALV. Mi dichiarer meglio col segnarne un poco di figura. Per noter questa linea A B parallela all'orizonte, e sopra il punto B drizzer la perpendicolare B C, e poi congiugner questa inclinata C A. Intendendo ora la linea C A esser un piano inclinato, esquisitamente pulito e duro, sopra il quale scenda una palla perfettamente rotonda e di materia durissima, ed una simile scenderne liberamente per la perpendicolare C B, domando se voi concedereste che l'impeto della scendente per il piano C A, giunta che la fusse al termine A, potesse essere eguale all'impeto acquistato dall'altra nel punto B, doppo la scesa per la perpendicolare C B. 
 vedi figura 4


   SAGR. Io credo risolutamente di s, perch in effetto amendue si sono avvicinate al centro egualmente, e, per quello che pur ora ho conceduto, gl'impeti loro sarebbero egualmente bastanti a ricondur loro stesse alla medesima altezza. 
   SALV. Ditemi ora quello che voi credete che facesse quella medesima palla posata sul piano orizontale A B. 
   SAGR. Starebbe ferma, non avendo esso piano veruna inclinazione. 
   SALV. Ma sul piano inclinato C A scenderebbe, ma con moto pi lento che per la perpendicolare C B. 
   SAGR. Sono stato per risponder risolutamente di s, parendomi pur necessario che il moto per la perpendicolare C B debba esser pi veloce che per l'inclinata C A: tuttavia, se questo , come potr il cadente per l'inclinata, giunto al punto A, aver tanto impeto, cio tal grado di velocit, quale e quanto il cadente per la perpendicolare avr nel punto B? Queste due proposizioni par che si contradicano. 
   SALV. Adunque molto pi vi parr falso se io dir che assolutamente le velocit de' cadenti per la perpendicolare e per l'inclinata siano eguali. E pur questa  proposizione verissima; s come vera  questa ancora che dice che il cadente si muove pi velocemente per la perpendicolare che per la inclinata. 
   SAGR. Queste al mio orecchio suonano proposizioni contradittorie; ed al vostro, signor Simplicio? 
   SIMP. Ed a me par l'istesso. 
   SALV. Credo che voi mi burliate, fingendo di non capire quel che voi intendete meglio di me. Per ditemi, signor Simplicio: quando voi v'immaginate un mobile esser pi veloce d'un altro, che concetto vi figurate voi nella mente? 
   SIMP. Figuromi, l'uno passar nell'istesso tempo maggiore spazio dell'altro, o vero passare spazio eguale, ma in minor tempo. 
   SALV. Benissimo: e per mobili egualmente veloci, che concetto vi figurate?
   SIMP. Figuromi che passino spazi eguali in tempi eguali. 
   SALV. E non altro concetto che questo? 
   SIMP. Questo mi par che sia la propria definizione de' moti eguali. 
   SAGR. Aggiunghiamoci pure quest'altra di pi: cio chiamarsi ancora le velocit esser eguali, quando gli spazi passati hanno la medesima proporzione che i tempi ne' quali son passati, e sar definizione pi universale. 
   SALV. Cos , perch comprende gli spazi eguali passati in tempi eguali, e gl'ineguali ancora, passati in tempi ineguali, ma proporzionali a essi spazi. Ripigliate ora la medesima figura, ed applicandovi il concetto che vi figurate del moto pi veloce, ditemi perch vi pare che la velocit del cadente per C B sia maggiore della velocit dello scendente per la C A.
   SIMP. Parmi, perch nel tempo che 'l cadente passer tutta la C B, lo scendente passer nella C A una parte minor della C B. 
   SALV. Cos sta; e cos si verifica, il mobile muoversi pi velocemente per la perpendicolare che per l'inclinata. Considerate ora se in questa medesima figura si potesse in qualche modo verificare l'altro concetto, e trovare che i mobili fussero egualmente veloci in amendue le linee C A, C B. 
   SIMP. Io non ci so veder cosa tale, anzi pur mi par contradizione al gi detto. 
   SALV. E voi che dite, signor Sagredo? Io non vorrei gi insegnarvi quel che voi medesimi sapete, e quello di che pur ora mi avete arrecato la definizione. 
   SAGR. La definizione che io ho addotta  stata, che i mobili si possan chiamare egualmente veloci quando gli spazi passati da loro hanno la medesima proporzione che i tempi ne' quali gli passano: per a voler che la definizione avesse luogo nel presente caso, bisognerebbe che il tempo della scesa per C A al tempo della caduta per C B avesse la medesima proporzione che la stessa linea C A alla C B; ma ci non so io intender che possa essere, tuttavolta che il moto per la C B sia pi veloce che per la C A. 
   SALV. E pur  forza che voi l'intendiate. Ditemi un poco: questi moti non si vann'eglino continuamente accelerando? 
   SAGR. Vannosi accelerando, ma pi nella perpendicolare che nell'inclinata. 
   SALV. Ma questa accelerazione nella perpendicolare  ella per tale, in comparazione di quella dell'inclinata, che prese due parti eguali in qualsivoglia luogo di esse linee, perpendicolare e inclinata, il moto nella parte della perpendicolare sia sempre pi veloce che nella parte dell'inclinata? 
   SAGR. Signor no, anzi potr io pigliare uno spazio nell'inclinata, nel quale la velocit sia maggiore assai che in altrettanto spazio preso nella perpendicolare, e questo sar, se lo spazio nella perpendicolare sar preso vicino al termine C, e nell'inclinata molto lontano. 
   SALV. Vedete dunque che la proposizione che dice Il moto per la perpendicolare  pi veloce che per l'inclinata+ non si verifica universalmente se non de i moti che cominciano dal primo termine, cio dalla quiete; senza la qual condizione la proposizione sarebbe tanto difettosa, che anco la sua contradittoria potrebbe esser vera, cio che il moto nell'inclinata  pi veloce che nella perpendicolare, perch  vero che nell'inclinata possiamo pigliare uno spazio passato dal mobile in manco tempo che altrettanto spazio passato nella perpendicolare. Ora, perch il moto nell'inclinata  in alcuni luoghi pi veloce ed in altri meno che nella perpendicolare, adunque in alcuni luoghi dell'inclinata il tempo del moto del mobile al tempo del moto del mobile per alcuni luoghi della perpendicolare avr maggior proporzione che lo spazio passato allo spazio passato, ed in altri luoghi la proporzione del tempo al tempo sar minore di quella dello spazio allo spazio. Come, per esempio, partendosi due mobili dalla quiete, cio dal punto C, uno per la perpendicolare C B e l'altro per l'inclinata C A, nel tempo che nella perpendicolare il mobile avr passata tutta la C B, l'altro avr passata la C T, minore; e per il tempo per C T al tempo per C B (che gli  eguale) ar maggior proporzione che la linea T C alla C B, essendo che la medesima alla minore ha maggior proporzione che alla maggiore: e per l'opposito, quando nella C A, prolungata quanto bisognasse, si prendesse una parte eguale alla C B, ma passata in tempo pi breve, il tempo nell'inclinata al tempo nella perpendicolare arebbe proporzione minore che lo spazio allo spazio. Se dunque nell'inclinata e nella perpendicolare possiamo intendere spazi e velocit tali che le proporzioni tra essi spazi siano e minori e maggiori delle proporzioni de' tempi, possiamo ben ragionevolmente concedere che vi sieno anco spazi per i quali i tempi de i movimenti ritengano la medesima proporzione che gli spazi. 
 vedi figura 5


   SAGR. Gi mi sent'io levato lo scrupolo maggiore, e comprendo esser non solo possibile, ma dir necessario, quello che mi pareva un contradittorio: ma non per intendo per ancora che uno di questi casi possibili o necessari sia questo del quale abbiamo bisogno di presente, s che vero sia che il tempo della scesa per C A al tempo della caduta per C B abbia la medesima proporzione che la linea C A alla C B, onde e' si possa senza contradizione dire che le velocit per la inclinata C A e per la perpendicolare C B sieno eguali. 
   SALV. Contentatevi per ora ch'io v'abbia rimossa l'incredulit, ma la scienza aspettatela un'altra volta, cio quando vedrete le cose dimostrate dal nostro Accademico intorno a i moti locali: dove troverete dimostrato, che nel tempo che 'l mobile cade per tutta la C B, l'altro scende per la C A sino al punto T, nel quale cade la perpendicolare tiratavi dal punto B; e per trovare dove il medesimo cadente per la perpendicolare si troverebbe quando l'altro arriva al punto A, tirate da esso A la perpendicolare sopra la C A, prolungando essa e la C B sino al concorso, e quello sar il punto cercato. Intanto vedete come  vero che il moto per la C B  pi veloce che per l'inclinata C A (ponendo il termine C per principio de' moti de' quali facciamo comparazione); perch la linea C B  maggiore della C T, e l'altra da C sino al concorso della perpendicolare tirata da A sopra la C A  maggiore della C A, e per il moto per essa  pi veloce che per la C A. Ma quando noi paragoniamo il moto fatto per tutta la C A, non con tutto 'l moto fatto nel medesimo tempo per la perpendicolare prolungata, ma col fatto in parte del tempo per la sola parte C B, non repugna che il mobile per C A, continuando di scendere oltre al T, possa in tal tempo arrivare in A, che qual proporzione si trova tra le linee C A, C B, tale sia tra essi tempi. Ora, ripigliando il nostro primo proposito, che era di mostrare come il mobile grave, partendosi dalla quiete, passa, scendendo, per tutti i gradi di tardit precedenti a qualsivoglia grado di velocit che egli acquisti, ripigliando la medesima figura, ricordiamoci che eramo convenuti che il cadente per la perpendicolare C B ed il descendente per l'inclinata C A, ne i termini B, A si trovassero avere acquistati eguali gradi di velocit. Ora, seguitando pi avanti, non credo che voi abbiate difficult veruna in concedere che sopra un altro piano meno elevato di A C, qual sarebbe, verbigrazia, D A, il moto del descendente sarebbe ancora pi tardo che nel piano CA: 
 vedi figura 6

talch non  da dubitar punto che si possano notar piani tanto poco elevati sopra l'orizonte A B, che 'l mobile, cio la medesima palla, in qualsivoglia lunghissimo tempo si condurrebbe al termine A, gi che per condurvisi per il piano B A non basta tempo infinito, ed il moto si fa sempre pi lento quanto la declivit  minore. Bisogna dunque necessariamente confessare, potersi sopra il termine B pigliare un punto tanto ad esso B vicino, che tirando da esso al punto A un piano, la palla non lo passasse n anco in un anno. Bisogna ora che voi sappiate, che l'impeto, cio il grado di velocit, che la palla si trova avere acquistato quando arriva al punto A  tale, che quando ella continuasse di muoversi con questo medesimo grado uniformemente, cio senza accelerarsi o ritardarsi, in altrettanto tempo in quanto  venuta per il piano inclinato passerebbe uno spazio lungo il doppio del piano inclinato; cio (per esempio) se la palla avesse passato il piano D A in un'ora, continuando di muoversi uniformemente con quel grado di velocit che ella si trova avere nel giugnere al termine A, passerebbe in un'ora uno spazio doppio della lunghezza D A: e perch (come dicevamo) i gradi di velocit acquistati ne i punti B, A da i mobili che si partono da qualsivoglia punto preso nella perpendicolare C B, e che scendono l'uno per il piano inclinato e l'altro per essa perpendicolare, son sempre eguali, adunque il cadente per la perpendicolare pu partirsi da un termine tanto vicino al B, che 'l grado di velocit acquistato in B non fusse bastante (conservandosi sempre l'istesso) a condurre il mobile per uno spazio doppio della lunghezza del piano inclinato in un anno n in dieci n in cento. Possiamo dunque concludere che se  vero che, secondo il corso ordinario di natura, un mobile, rimossi tutti gl'impedimenti esterni ed accidentarii, si muova sopra piani inclinati con maggiore e maggior tardit secondo che l'inclinazione sar minore, s che finalmente la tardit si conduca a essere infinita, che  quando si finisce l'inclinazione e s'arriva al piano orizontale, e se  vero parimente che al grado di velocit acquistato in qualche punto del piano inclinato sia eguale quel grado di velocit che si trova avere il cadente per la perpendicolare nel punto segato da una parallela all'orizonte che passa per quel punto del piano inclinato; bisogna di necessit confessare che il cadente, partendosi dalla quiete, passa per tutti gl'infiniti gradi di tardit, e che, in conseguenza, per acquistar un determinato grado di velocit bisogna ch'e' si muova prima per linea retta, descendendo per breve o lungo spazio, secondo che la velocit da acquistarsi dovr essere minore o maggiore, e secondo che 'l piano sul quale si scende sar poco o molto inclinato: talch pu darsi un piano con s poca inclinazione, che, per acquistarvi quel tal grado di velocit, bisognasse prima muoversi per lunghissimo spazio ed in lunghissimo tempo; s che nel piano orizontale qual si sia velocit non s'acquister naturalmente mai, avvenga che il mobile gi mai non vi si muover. Ma il moto per la linea orizontale, che non  declive n elevata,  moto circolare intorno al centro: adunque il moto circolare non s'acquister mai naturalmente senza il moto retto precedente, ma bene, acquistato che e' si sia, si continuer egli perpetuamente con velocit uniforme. Io potrei dichiararvi, ed anco dimostrarvi, con altri discorsi queste medesime verit; ma non voglio interromper con s gran digressioni il principal nostro ragionamento, e pi tosto ci ritorner con altra occasione, e massime che ora si  venuto in questo proposito non per servirsene per una dimostrazion necessaria ma per adornare un concetto platonico: al quale voglio aggiugnere un'altra particolare osservazione, pur del nostro Accademico, che ha del mirabile. Figuriamoci, tra i decreti del divino Architetto essere stato pensiero di crear nel mondo questi globi, che noi veggiamo continuamente muoversi in giro, ed avere stabilito il centro delle lor conversioni ed in esso collocato il Sole immobile, ed aver poi fabbricati tutti i detti globi nel medesimo luogo, e di l datali inclinazione di muoversi, discendendo verso il centro, sin che acquistassero quei gradi di velocit che pareva alla medesima Mente divina, li quali acquistati, fussero volti in giro, ciascheduno nel suo cerchio, mantenendo la gi concepita velocit: si cerca in quale altezza e lontananza dal Sole era il luogo dove primamente furono essi globi creati, e se pu esser che la creazion di tutti fusse stata nell'istesso luogo. Per far questa investigazione bisogna pigliare da i pi periti astronomi le grandezze de i cerchi ne i quali i pianeti si rivolgono, e parimente i tempi delle loro revoluzioni: dalle quali due cognizioni si raccoglie quanto, verbigrazia, il moto di Giove  pi veloce del moto di Saturno; e trovato (come in effetto ) che Giove si muove pi velocemente, conviene che, sendosi partiti dalla medesima altezza, Giove sia sceso pi che Saturno, s come pure sappiamo essere veramente, essendo l'orbe suo inferiore a quel di Saturno. Ma venendo pi avanti, dalla proporzione che hanno le due velocit di Giove e di Saturno, e dalla distanza che  tra gli orbi loro e dalla proporzione dell'accelerazion del moto naturale, si pu ritrovare in quanta altezza e lontananza dal centro delle lor revoluzioni fusse il luogo donde e' si partirono. Ritrovato e stabilito questo, si cerca se Marte scendendo di l sino al suo orbe [...] si trova che la grandezza dell'orbe e la velocit del moto convengono con quello che dal calcolo ci vien dato; ed il simile si fa della Terra, di Venere e di Mercurio, de i quali le grandezze de i cerchi e le velocit de i moti s'accostano tanto prossimamente a quel che ne danno i computi, che  cosa maravigliosa. 
SAGR. Ho con estremo gusto sentito questo pensiero, e se non ch'io credo che il far quei calcoli precisamente sarebbe impresa lunga e laboriosa, e forse troppo difficile da esser compresa da me, io ve ne vorrei fare instanza. 
   SALV. L'operazione  veramente lunga e difficile, ed anco non m'assicurerei di ritrovarla cos prontamente; per la riserberemo ad un'altra volta 
   SIMP. Di grazia, sia conceduto alla mia poca pratica nelle scienze matematiche dir liberamente come i vostri discorsi, fondati sopra proporzioni maggiori o minori e sopra altri termini da me non intesi quanto bisognerebbe, non mi hanno rimosso il dubbio, o, per meglio dire, l'incredulit, dell'esser necessario che quella gravissima palla di piombo di 100 libre di peso, lasciata cadere da alto, partendosi dalla quiete passi per ogni altissimo grado di tardit, mentre si vede in quattro battute di polso aver passato pi di 100 braccia di spazio: effetto che mi rende totalmente incredibile, quella in alcuno momento essersi trovata in stato tale di tardit, che continuandosi di muover con quella, non avesse n anco in mille anni passato lo spazio di mezo dito. E pure se questo , vorrei esserne fatto capace. 
   SAGR. Il signor Salviati, come di profonda dottrina, stima bene spesso che quei termini che a se medesimo sono notissimi e familiari, debbano parimente esser tali per gli altri ancora, e per tal volta gli esce di mente che parlando con noi altri convien aiutar la nostra incapacit con discorsi manco reconditi: e per io, che non mi elevo tanto, con sua licenza tenter di rimuover almeno in parte il signor Simplicio dalla sua incredulit con mezo sensato. E stando pure sul caso della palla d'artiglieria, ditemi in grazia, signor Simplicio: non concederete voi che nel far passaggio da uno stato a un altro sia naturalmente pi facile e pronto il passare ad uno pi propinquo che ad altro pi remoto? 
   SIMP. Questo lo intendo e lo concedo: e non ho dubbio che, verbigrazia, un ferro infocato, nel raffreddarsi, prima passer da i 10 gradi di caldo a i 9, che da i 10 a i 6. 
   SAGR. Benissimo. Ditemi appresso: quella palla d'artiglieria, cacciata in su a perpendicolo dalla violenza del fuoco, non si va ella continuamente ritardando nel suo moto sin che finalmente si conduce al termine altissimo, che  quello della quiete? e nel diminuirsi la velocit, o volete dire nel crescersi la tardit, non  egli ragionevole che si faccia pi presto trapasso da i 10 gradi a gli 11, che da i 10 a i 12? e da i 1000 a i 1001 che a' 1002? ed in somma da qualsivoglia grado ad un suo pi vicino, che ad un pi lontano? 
   SIMP. Cos  ragionevole. 
   SAGR. Ma qual grado di tardit  cos lontano da qualsisia moto, che pi lontano non ne sia lo stato della quiete, ch' di tardit infinita? per lo che non  da metter dubio che la detta palla, prima che si conduca al termine della quiete, trapassi per tutti i gradi di tardit maggiori e maggiori, e per conseguenza per quello ancora che in 1000 anni non trapasserebbe lo spazio di un dito. Ed essendo questo, s come , verissimo, non dovr, signor Simplicio, parervi improbabile che, nel ritornare in gi, la medesima palla partendosi dalla quiete recuperi la velocit del moto col ripassare per quei medesimi gradi di tardit per i quali ella pass nell'andare in su, ma debba, lasciando gli altri gradi di tardit maggiori e pi vicini allo stato di quiete, passar di salto ad uno pi remoto. 
   SIMP. Io resto per questo discorso pi capace assai che per quelle sottigliezze matematiche; e per potr il signor Salviati ripigliare e continuare il suo ragionamento. 
   SALV. Ritorneremo dunque al nostro primo proposito, ripigliando l di dove digredimmo, che, se ben mi ricorda, eramo sul determinare come il moto per linea retta non pu esser di uso alcuno nelle parti del mondo bene ordinate; e seguitavamo di dire che non cos avviene de i movimenti circolari, de i quali quello che  fatto dal mobile in se stesso, gi lo ritien sempre nel medesimo luogo, e quello che conduce il mobile per la circonferenza d'un cerchio intorno al suo centro stabile e fisso, non mette in disordine n s n i circonvicini. Imperocch tal moto, primieramente,  finito e terminato, anzi non pur finito e terminato, ma non  punto alcuno nella circonferenza, che non sia primo ed ultimo termine della circolazione; e continuandosi nella circonferenza assegnatagli, lascia tutto il resto, dentro e fuori di quella, libero per i bisogni d'altri, senz'impedirgli o disordinargli gi mai. Questo, essendo un movimento che fa che il mobile sempre si parte e sempre arriva al termine, pu, primieramente, esso solo essere uniforme: imperocch l'accelerazione del moto si fa nel mobile quando e' va verso il termine dove egli ha inclinazione, ed il ritardamento accade per la repugnanza ch'egli ha di partirsi ed allontanarsi dal medesimo termine; e perch nel moto circolare il mobile sempre si parte da termine naturale, e sempre si muove verso il medesimo, adunque in lui la repugnanza e l'inclinazione son sempre di eguali forze; dalla quale egualit ne risulta una non ritardata n accelerata velocit, cio l'uniformit del moto. Da questa uniformit e dall'esser terminato ne pu seguire la continuazion perpetua, col reiterar sempre le circolazioni, la quale in una linea interminata ed in un moto continuamente ritardato o accelerato non si pu naturalmente ritrovare: e dico <I>naturalmente</I>, perch il moto retto che si ritarda,  il violento, che non pu esser perpetuo, e l'accelerato arriva necessariamente al termine, se vi ; e se non vi , non vi pu n anco esser moto, perch la natura non muove dove  impossibile ad arrivare. Concludo per tanto, il solo movimento circolare poter naturalmente convenire a i corpi naturali integranti l'universo e costituiti nell'ottima disposizione; ed il retto, al pi che si possa dire, essere assegnato dalla natura a i suoi corpi e parti di essi, qualunque volta si ritrovassero fuori de' luoghi loro, costituite in prava disposizione, e per bisognose di ridursi per la pi breve allo stato naturale. Di qui mi par che assai ragionevolmente si possa concludere, che per mantenimento dell'ordine perfetto tra le parti del mondo bisogni dire che le mobili sieno mobili solo circolarmente, e se alcune ve ne sono che circolarmente non si muovano, queste di necessit sieno immobili, non essendo altro, salvo che la quiete e 'l moto circolare, atto alla conservazione dell'ordine. Ed io non poco mi maraviglio che Aristotile, il quale pure stim che 'l globo terrestre fusse collocato nel centro del mondo e che quivi immobilmente si rimanesse, non dicesse che de' corpi naturali altri erano mobili per natura ed altri immobili, e massime avendo gi definito, la natura esser principio di moto e di quiete. 
   SIMP. Aristotile, come quello che non si prometteva del suo ingegno, ancorch perspicacissimo, pi di quello che si conviene, stim, nel suo filosofare, che le sensate esperienze si dovessero anteporre a qualsivoglia discorso fabbricato da ingegno umano, e disse che quelli che avessero negato il senso, meritavano di esser gastigati col levargli quel tal senso: ora, chi  quello cos cieco che non vegga, le parti della terra e dell'acqua muoversi, come gravi, naturalmente all'ingi, cio verso il centro dell'universo, assegnato dall'istessa natura per fine e termine del moto retto <I>deorsum</I>; e non vegga parimente, muoversi il fuoco e l'aria all'ins rettamente verso il concavo dell'orbe lunare, come a termine naturale del moto <I>sursum</I>? e vedendosi tanto manifestamente questo, ed essendo noi sicuri che <I>eadem est ratio totius et partium</I>, come non si deve egli dire, esser proposizion vera e manifesta che il movimento naturale della terra  il retto <I>ad medium</I>, e del fuoco il retto <I>a medio</I>? 
   SALV. In virt di questo vostro discorso, al pi al pi che voi poteste pretendere che vi fusse conceduto  che, s come le parti della terra rimosse dal suo tutto, cio dal luogo dove esse naturalmente dimorano, cio, finalmente, ridotte in prava e disordinata disposizione, tornano al luogo loro spontaneamente, e per naturalmente, con movimento retto, cos (conceduto che <I>eadem sit ratio totius et partium</I>) si potrebbe inferire che rimosso per violenza il globo terrestre dal luogo assegnatogli dalla natura, egli vi ritornerebbe per linea retta. Questo, come ho detto,  quanto al pi vi si potesse concedere, fattavi ancora ogni sorte d'agevolezza: ma chi volesse riveder con rigore queste partite, prima vi negherebbe che le parti della terra nel ritornare al suo tutto si movessero per linea retta, e non per circolare o altra mista; e voi sicuramente avereste che fare assai a dimostrare il contrario, come apertamente intenderete nelle risposte alle ragioni ed esperienze particolari addotte da Tolomeo e da Aristotile. Secondariamente, se altri vi dicesse che le parti della terra si muovono non per andar al centro del mondo, ma per andare a riunirsi col suo tutto, e che per ci hanno naturale inclinazione verso il centro del globo terrestre, per la quale inclinazione conspirano a formarlo e conservarlo, qual altro tutto e qual altro centro trovereste voi al mondo, al quale l'intero globo terreno, essendone rimosso, cercasse di ritornare, onde la ragion del tutto fusse simile a quella delle parti? Aggiugnete che n Aristotile n voi proverete gi mai che la Terra <I>de facto</I> sia nel centro dell'universo; ma, se si pu assegnare centro alcuno all'universo, troveremo in quello esser pi presto collocato il Sole, come nel progresso intenderete. 
   Ora, s come dal cospirare concordemente tutte le parti della terra a formare il suo tutto ne segue che esse da tutte le parti con eguale inclinazione vi concorrano, e, per unirsi al pi che sia possibile insieme, sfericamente vi si adattano; perch non doviamo noi credere che la Luna, il Sole e gli altri corpi mondani siano essi ancora di figura rotonda non per altro che per un concorde instinto e concorso naturale di tutte le loro parti componenti? delle quali se tal ora alcuna per qualche violenza fusse dal suo tutto separata, non  egli ragionevole il credere che spontaneamente e per naturale instinto ella vi ritornerebbe? ed in questo modo concludere che 'l moto retto competa egualmente a tutti i corpi mondani? 
   SIMP. E' non  dubbio alcuno che come voi volete negare non solamente i principii nelle scienze, ma esperienze manifeste ed i sensi stessi, voi non potrete gi mai esser convinto o rimosso da veruna oppinione concetta; e io pi tosto mi quieter perch <I>contra negantes principia non est disputandum</I>, che persuaso in virt delle vostre ragioni. E stando su le cose da voi pur ora pronunziate (gi che mettete in dubbio insino nel moto de i gravi se sia retto o no), come potete voi mai ragionevolmente negare che le parti della terra, cio che le materie gravissime, descendano verso il centro con moto retto, se, lasciate da una altissima torre, le cui parete sono dirittissime e fabbricate a piombo, esse gli vengono, per cos dire, lambendo, e percotendo in terra in quel medesimo punto a capello dove verrebbe a terminare il piombo che pendesse da uno spago legato in alto ivi per l'appunto onde si lasci cadere il sasso? non  questo argomento pi che evidente, cotal moto esser retto e verso il centro? Nel secondo luogo, voi revocate in dubbio se le parti della terra si muovano per andar, come afferma Aristotile, al centro del mondo, quasi che egli non l'abbia concludentemente dimostrato per i movimenti contrari, mentre in cotal guisa argomenta: il movimento de i gravi  contrario a quello de i leggieri; ma il moto de i leggieri si vede esser dirittamente all'ins, cio verso la circonferenza del mondo; adunque il moto de i gravi  rettamente verso il centro del mondo, ed accade <I>per accidens</I> che e' sia verso il centro della Terra, poich questo si abbatte ad essere unito con quello. Il cercar poi quello che facesse una parte del globo lunare o del Sole, quando fusse separata dal suo tutto,  vanit, perch si cerca quello che seguirebbe in conseguenza d'un impossibile, atteso che, come pur dimostra Aristotile, i corpi celesti sono impassibili, impenetrabili, infrangibili, s che non si pu dare il caso; e quando pure e' si desse, e che la parte separata ritornasse al suo tutto, ella non vi tornerebbe come grave o leggiera, ch pur il medesimo Aristotile prova che i corpi celesti non sono n gravi n leggieri.
   SALV. Quanto ragionevolmente io dubiti, se i gravi si muovano per linea retta e perpendicolare, lo sentirete, come pur ora ho detto, quando esaminer questo argomento particolare. Circa il secondo punto, io mi meraviglio che voi abbiate bisogno che 'l paralogismo d'Aristotile vi sia scoperto, essendo per se stesso tanto manifesto, e che voi non vi accorgiate che Aristotile suppone quello che  in quistione. Per notate... 
   SIMP. Di grazia, signor Salviati parlate con pi rispetto d'Aristotile. Ed a chi potrete voi persuader gi mai che quello che  stato il primo, unico ed ammirabile esplicator della forma silogistica, della dimostrazione, de gli elenchi, de i modi di conoscere i sofismi, i paralogismi, ed in somma di tutta la logica, equivocasse poi s gravemente in suppor per noto quello che  in quistione? Signori, bisogna prima intenderlo perfettamente, e poi provarsi a volerlo impugnare. 
   SALV. Signor Simplicio, noi siamo qui tra noi discorrendo familiarmente per investigar qualche verit; io non ar mai per male che voi mi palesiate i miei errori, e quando io non avr conseguita la mente d'Aristotile, riprendetemi pur liberamente, che io ve ne ar buon grado. Concedetemi in tanto che io esponga le mie difficult, e ch'io risponda ancora alcuna cosa a le vostre ultime parole, dicendovi che la logica, come benissimo sapete,  l'organo col quale si filosofa; ma, s come pu esser che un artefice sia eccellente in fabbricare organi, ma indotto nel sapergli sonare, cos pu esser un gran logico, ma poco esperto nel sapersi servir della logica; s come ci son molti che sanno per lo senno a mente tutta la poetica, e son poi infelici nel compor quattro versi solamente; altri posseggono tutti i precetti del Vinci, e non saprebber poi dipignere uno sgabello. Il sonar l'organo non s'impara da quelli che sanno far organi, ma da chi gli sa sonare; la poesia s'impara dalla continua lettura de' poeti; il dipignere s'apprende col continuo disegnare e dipignere; il dimostrare, dalla lettura dei libri pieni di dimostrazioni, che sono i matematici soli, e non i logici. Ora, tornando al proposito, dico che quello che vede Aristotile del moto de i corpi leggieri,  il partirsi il fuoco da qualunque luogo della superficie del globo terrestre e dirittamente discostarsene, salendo in alto; e questo  veramente muoversi verso una circonferenza maggiore di quella della Terra, anzi il medesimo Aristotile lo fa muovere al concavo della Luna: ma che tal circonferenza sia poi quella del mondo, o concentrica a quella, s che il muoversi verso questa sia un muoversi anco verso quella del mondo, ci non si pu affermare se prima non si suppone che 'l centro della Terra, dal quale noi vediamo discostarsi i leggieri ascendenti, sia il medesimo che 'l centro del mondo, che  quanto dire che 'l globo terrestre sia costituito nel centro del mondo; che  poi quello di che noi dubitiamo e che Aristotile intende di provare. E questo direte che non sia un manifesto paralogismo? 
   SAGR. Questo argomento d'Aristotile mi era parso, anco per un altro rispetto, manchevole e non concludente, quando bene se gli concedesse che quella circonferenza alla quale si muove rettamente il fuoco, fusse quella che racchiude il mondo. Imperocch, preso dentro a un cerchio non solamente il centro, ma qualsivoglia altro punto, ogni mobile che partendosi da quello camminer per linea retta, e verso qualsivoglia parte, senz'alcun dubbio andr verso la circonferenza, e continuando il moto vi arriver ancora, s che verissimo sar il dire che egli verso la circonferenza si muova; ma non sar gi vero che quello che per le medesime linee si movesse con movimento contrario, vadia verso il centro, se non quando il punto preso fusse l'istesso centro, o che 'l moto fusse fatto per quella sola linea che, prodotta dal punto assegnato, passa per lo centro. Talch il dire: Il fuoco, movendosi rettamente, va verso la circonferenza del mondo; adunque le parti della terra, le quali per le medesime linee si muovono di moto contrario, vanno verso 'l centro del mondo+, non conclude altrimenti, se non supposto prima che le linee del fuoco, prolungate, passino per il centro del mondo: e perch di esse noi sappiamo certo che le passano per il centro del globo terrestre (essendo a perpendicolo sopra la sua superficie, e non inclinate), adunque, per concludere, bisogna supporre che il centro della Terra sia l'istesso che il centro del mondo, o almeno che le parti del fuoco e della terra non ascendano e descendano se non per una linea sola che passi per il centro del mondo, il che  poi falso e repugna all'esperienza, la qual ci mostra che le parti del fuoco non per una linea sola, ma per le infinite prodotte dal centro della Terra verso tutte le parti del mondo, ascendono sempre per linee perpendicolari alla superficie del globo terrestre. 
   SALV. Voi, signor Sagredo, molto ingegnosamente conducete Aristotile al medesimo inconveniente, mostrando l'equivoco manifesto; ma aggiugnete un'altra sconvenevolezza. Noi veggiamo la Terra essere sferica, e per siamo sicuri che ella ha il suo centro; a quello veggiamo che si muovono tutte le sue parti, ch cos  necessario dire mentre i movimenti loro son tutti perpendicolari alla superficie terrestre intendiamo come, movendosi al centro della Terra, si muovono al suo tutto ed alla sua madre universale; e siamo poi tanto buoni, che ci vogliam lasciar persuadere che l'instinto loro naturale non  di andar verso il centro della Terra, ma verso quel dell'universo, il quale non sappiamo dove sia, n se sia, e che quando pur sia, non  altro ch'un punto imaginario ed un niente senza veruna facult. All'ultimo detto poi del signor Simplicio, che il contendere se le parti del Sole o della Luna o di altro corpo celeste, separate dal suo tutto, ritornassero naturalmente a quello, sia una vanit, per essere il caso impossibile, essendo manifesto, per dimostrazioni di Aristotile, che i corpi celesti sono impassibili, impenetrabili, impartibili, etc., rispondo, niuna delle condizioni per le quali Aristotile fa differire i corpi celesti da gli elementari avere altra sussistenza che quella ch'ei deduce dalla diversit de i moti naturali di quelli e di questi; in modo che, negato che il moto circolare sia solo de i corpi celesti, ed affermato ch'ei convenga a tutti i corpi naturali mobili, bisogna per necessaria conseguenza dire che gli attributi di generabile o ingenerabile, alterabile o inalterabile, partibile o impartibile, etc., egualmente e comunemente convengano a tutti i corpi mondani, cio tanto a i celesti quanto a gli elementari, o che malamente e con errore abbia Aristotile dedotti dal moto circolare quelli che ha assegnati a i corpi celesti. 
   SIMP. Questo modo di filosofare tende alla sovversion di tutta la filosofia naturale, ed al disordinare e mettere in conquasso il cielo e la Terra e tutto l'universo. Ma io credo che i fondamenti de i Peripatetici sien tali, che non ci sia da temere che con la rovina loro si possano construire nuove scienze. 
   SALV. Non vi pigliate gi pensiero del cielo n della Terra, n temiate la lor sovversione, come n anco della filosofia, perch, quanto al cielo, in vano  che voi temiate di quello che voi medesimo reputate inalterabile e impassibile; quanto alla Terra, noi cerchiamo di nobilitarla e perfezionarla, mentre proccuriamo di farla simile a i corpi celesti e in certo modo metterla quasi in cielo, di dove i vostri filosofi l'hanno bandita. La filosofia medesima non pu se non ricever benefizio dalle nostre dispute, perch se i nostri pensieri saranno veri, nuovi acquisti si saranno fatti, se falsi, col ributtargli, maggiormente verranno confermate le prime dottrine. Pigliatevi pi tosto pensiero di alcuni filosofi e vedete di aiutargli e sostenergli, ch quanto alla scienza stessa, ella non pu se non avanzarsi. E ritornando al nostro proposito, producete liberamente quello che vi sovviene per mantenimento della somma differenza che Aristotile pone tra i corpi celesti e la parte elementare, nel far quelli ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, etc., e questa corruttibile, alterabile, etc.
Per quelli che si perturbano per aver a mutar tutta la Filosofia si mostri come non  cos, e che resta la medesima dottrina dell'anima, delle generazioni, delle meteore, degli animali. 
   SIMP. Io non veggo per ancora che Aristotile sia bisognoso di soccorso, restando egli in piede, saldo e forte, anzi non essendo per ancora pure stato assalito, non che abbattuto, da voi. E qual sar il vostro schermo in questo primo assalto? Scrive Aristotile: Quello che si genera, si fa da un contrario in qualche subietto, e parimente si corrompe in qualche subietto da un contrario in un contrario, s che (notate bene) la corruzzione e generazione non  se non ne i contrari; ma de i contrari i movimenti son contrari; se dunque al corpo celeste non si pu assegnar contrario, imperocch al moto circolare niun altro movimento  contrario, adunque benissimo ha fatto la natura a fare esente da i contrari quello che doveva essere ingenerabile ed incorruttibile. Stabilito questo primo fondamento, speditamente si cava in conseguenza ch'ei sia inaugumentabile, inalterabile impassibile, e finalmente eterno ed abitazione proporzionata a gli Dei immortali, conforme alla opinione ancora di tutti gli uomini che de gli Dei hanno concetto. Conferma poi l'istesso ancor per il senso; avvenga che in tutto il tempo passato, secondo le tradizioni e memorie, nissuna cosa si vede essersi trasmutata, n secondo tutto l'ultimo cielo n secondo alcuna sua propria parte. Che poi al moto circolare niuno altro sia contrario, lo prova Aristotile in molte maniere; ma senza replicarle tutte, assai apertamente resta dimostrato, mentre che i moti semplici non sono altri che tre, al mezo, dal mezo e intorno al mezo, de i quali i dua retti <I>sursum et deorsum</I> sono manifestamente contrari, e perch un solo ha un solo per contrario, adunque non resta altro movimento che possa esser contrario al circolare. Eccovi il discorso di Aristotile argutissimo e concludentissimo, per il quale si prova l'incorruttibilit del cielo. 
   SALV. Questo non  niente di pi che il puro progresso d'Aristotile, gi da me accennato, nel quale, tuttavolta che io vi neghi che il moto, che voi attribuite a i corpi celesti, non convenga ancora alla Terra, la sua illazione resta nulla. Dicovi per tanto che quel moto circolare, che voi assegnate a i corpi celesti, conviene ancora alla Terra: dal che, posto che il resto del vostro discorso sia concludente, seguir una di queste tre cose, come poco fa si  detto ed or vi replico, cio, o che la Terra sia essa ancora ingenerabile e incorruttibile, come i corpi celesti, o che i corpi celesti sieno, come gli elementari, generabili, alterabili, etc., o che questa differenza di moti non abbia che far con la generazione e corruzione. Il discorso di Aristotile e vostro contiene molte proposizioni da non esser di leggiero ammesse, e per poterlo meglio esaminare, sar bene ridurlo pi al netto ed al distinto, che sia possibile: e scusimi il signor Sagredo se forse con qualche tedio sente replicar pi volte le medesime cose, e faccia conto di sentir ripigliar gli argomenti ne i publici circoli de i disputanti. Voi dite: La generazione e corruzione non si fa se non dove sono i contrari; i contrari non sono se non tra i corpi semplici naturali, mobili di movimenti contrari; movimenti contrari sono solamente quelli che si fanno per linee rette tra termini contrari, e questi sono solamente dua cio dal mezo ed al mezo, e tali movimenti non sono di altri corpi naturali che della terra, del fuoco e degli altri due elementi; adunque la generazione e corruzione non  se non tra gli elementi. E perch il terzo movimento semplice, cio il circolare intorno al mezo, non ha contrario (perch contrari sono gli altri dua, e un solo ha un solo per contrario), per quel corpo naturale al quale tal moto compete, manca di contrario; e non avendo contrario, resta ingenerabile e incorruttibile etc., perch dove non  contrariet, non  generazione n corruzione etc.: ma tal moto compete solamente a i corpi celesti: adunque soli questi sono ingenerabili, incorruttibili, etc.+. E prima, a me si rappresenta assai pi agevol cosa il potersi assicurare se la Terra, corpo vastissimo e per vicinit a noi trattabilissimo si muova di un movimento massimo, qual sarebbe per ora il rivolgersi in se stessa in ventiquattro ore, che non  l'intendere ed assicurarsi se la generazione e corruzione si facciano da i contrari, anzi pure se la corruzione e la generazione ed i contrari sieno in natura: e se voi, signor Simplicio, mi sapeste assegnare qual sia il modo di operare della natura nel generare in brevissimo tempo centomila moscioni da un poco di fumo di mosto, mostrandomi quali sieno quivi i contrari, qual cosa si corrompa e come, io vi reputerei ancora pi di quello ch'io fo, perch io nessuna di queste cose comprendo. In oltre arei molto caro d'intendere come e perch questi contrari corruttivi sieno cos benigni verso le cornacchie e cos fieri verso i colombi, cos tolleranti verso i cervi ed impazienti contro a i cavalli, che a quelli concedano pi anni di vita cio d'incorruttibilit, che settimane a questi. I peschi, gli ulivi, hanno pur radice ne i medesimi terreni, sono esposti a i medesimi freddi, a i medesimi caldi, alle medesime pioggie e venti, ed in somma alle medesime contrariet; e pur quelli vengono destrutti in breve tempo, e questi vivono molte centinaia d'anni. Di pi, io non son mai restato ben capace di questa trasmutazione sustanziale (restando sempre dentro a i puri termini naturali), per la quale una materia venga talmente trasformata, che si deva per necessit dire, quella essersi del tutto destrutta, s che nulla del suo primo essere vi rimanga e ch'un altro corpo, diversissimo da quella, se ne sia prodotto; ed il rappresentarmisi un corpo sotto un aspetto e di l a poco sotto un altro differente assai, non ho per impossibile che possa seguire per una semplice trasposizione di parti, senza corrompere o generar nulla di nuovo, perch di simili metamorfosi ne vediamo noi tutto il giorno. S che torno a replicarvi che come voi mi vorrete persuader che la Terra non si possa muover circolarmente per via di corruttibilit e generabilit, averete che fare assai pi di me, che con argomenti ben pi difficili, ma non men concludenti, vi prover il contrario.
   SAGR. Signor Salviati, perdonatemi se io interrompo il vostro ragionamento, il quale, s come mi diletta assai, perch io ancora mi trovo involto nelle medesime difficult cos dubito che sia impossibile il poterne venire a capo senza deporre in tutto e per tutto la nostra principal materia; per, quando si potesse tirare avanti il primo discorso, giudicherei che fusse bene rimettere ad un altro separato ed intero ragionamento questa quistione della generazione e corruzione, s come anco, quando ci piaccia a voi ed al signor Simplicio, si potr fare di altre quistioni particolari che il corso de' ragionamenti ci porgesse avanti, delle quali io terr memoria a parte, per proporle un altro giorno e minutamente esaminarle. Or, quanto alla presente, gi che voi dite che, negato ad Aristotile che il moto circolare non sia della Terra, come degli altri corpi celesti, ne seguir che quello che accade della Terra, circa l'esser generabile, alterabile, etc., sia ancora del cielo, lasciamo star se la generazione e corruzione sieno o non sieno in natura, e torniamo a veder d'investigare quel che faccia il globo terrestre.
   SIMP. Io non posso accomodar l'orecchie a sentir mettere in dubbio se la generazione e corruzione sieno in natura, essendo una cosa che noi continuamente aviamo innanzi a gli occhi, e della quale Aristotile ha scritto due libri interi. Ma quando si abbiano a negare i principii nelle scienze e mettere in dubbio le cose manifestissime, chi non sa che si potr provare quel che altri vuole e sostener qualsivoglia paradosso? E se voi non vedete tutto il giorno generarsi e corrompersi erbe, piante, animali, che altra cosa vedete voi? come non vedete perpetuamente giostrarsi in contro le contrariet, e la terra mutarsi in acqua, l'acqua convertirsi in aria, l'aria in fuoco, e di nuovo l'aria condensarsi in nuvole, in pioggie, grandini e tempeste? 
   SAGR. Anzi veggiamo pur tutte queste cose, e per vogliamo concedervi il discorso d'Aristotile, quanto a questa parte della generazione e corruzione fatta da i contrari; ma se io vi concluder, in virt delle medesime proposizioni concedute ad Aristotile, che i corpi celesti sieno essi ancora, non meno che gli elementari, generabili e corruttibili, che cosa direte voi?
   SIMP. Dir che voi abbiate fatto quello che  impossibile a farsi.
   SAGR. Ditemi un poco, signor Simplicio: non sono queste affezioni contrarie tra di loro? 
   SIMP. Quali?
   SAGR. Eccovele: alterabile, inalterabile, passibile, impassibile, generabile, ingenerabile, corruttibile, incorruttibile?
   SIMP. Sono contrarissime
   SAGR. Come questo sia, e sia vero ancora che i corpi celesti sieno ingenerabili e incorruttibili, io vi provo che di necessit bisogna che i corpi celesti sien generabili e corruttibili. 
   SIMP. Questo non potr esser altro che un soffisma.
   SAGR. Sentite l'argomento, e poi nominatelo e solvetelo. I corpi celesti, perch sono ingenerabili ed incorruttibili, hanno in natura de i contrari, che sono i corpi generabili e corruttibili; ma dove  contrariet, quivi  generazione e corruzione; adunque i corpi celesti son generabili e corruttibili.
   SIMP. Non vi diss'io che non poteva esser altro ch'un soffisma? Questo  un di quelli argomenti cornuti, che si chiamano soriti: come quello del Candiotto, che diceva che tutti i Candiotti erano bugiardi, per, essendo egli Candiotto, veniva a dir la bugia, mentre diceva che i Candiotti erano bugiardi; bisogna adunque che i Candiotti fussero veridici, ed in conseguenza esso, come Candiotto, veniva ad esser veridico, e per, nel dir che i Candiotti erano bugiardi diceva il vero, e comprendendo s, come Candiotto, bisognava che e' fusse bugiardo. E cos in questa sorte di soffismi si durerebbe in eterno a rigirarsi, senza concluder mai niente.
   SAGR. Voi sin qui l'avete nominato: resta ora che lo sciogliate, mostrando la fallacia.
   SIMP. Quanto al solverlo e mostrar la sua fallacia, non vedete voi, prima, la contradizion manifesta? i corpi celesti sono ingenerabili e incorruttibili; adunque i corpi celesti son generabili e corruttibili? E poi, la contrariet non  tra i corpi celesti, ma  tra gli elementi, li quali hanno la contrariet de i moti <I>sursum et deorsum</I> e della leggerezza e gravit; ma i cieli, che si muovono circolarmente, al qual moto niun altro  contrario, mancano di contrariet, e per sono incorruttibili etc.
   SAGR. Piano, signor Simplicio. Questa contrariet, per la quale voi dite alcuni corpi semplici esser corruttibili, risied'ella nell'istesso corpo che si corrompe, o pure ha relazione ad un altro? dico se l'umidit, per esempio, per la quale si corrompe una parte di terra, risiede nell'istessa terra o pure in un altro corpo, qual sarebbe l'aria o l'acqua. Io credo pur che voi direte che, s come i movimenti in su e in gi, e la gravit e la leggerezza, che voi fate i primi contrari, non posson essere nel medesimo suggetto, cos n anco l'umido e 'l secco, il caldo e 'l freddo: bisogna dunque che voi diciate, che quando il corpo si corrompe, ci avvenga per la qualit che si trova in un altro, contraria alla sua propria. Per, per far che 'l corpo celeste sia corruttibile, basta che in natura ci sieno corpi che abbiano contrariet al corpo celeste; e tali sono gli elementi, se  vero che la corruttibilit sia contraria all'incorruttibilit.
   SIMP. Non basta questo, Signor mio. Gli elementi si alterano e si corrompono perch si toccano e si mescolano tra di loro, e cos possono esercitare le lor contrariet; ma i corpi celesti sono separati da gli elementi, da i quali non son n anco tocchi, se ben essi toccano gli elementi. Bisogna, se voi volete provar la generazione e corruzione ne i corpi celesti, che voi mostriate che tra loro riseggano le contrariet.
   SAGR. Ecco ch'io ve le trovo tra di loro. Il primo fonte dal quale voi cavate le contrariet de gli elementi,  la contrariet de' moti loro in su e in gi; adunque  forza che contrari sieno parimente tra di loro quei principii da i quali dependono tali movimenti; e perch quello  mobile in su per la leggerezza, e questo in gi per la gravit,  necessario che leggerezza e gravit sieno tra di loro contrarie; n meno si deve credere che sien contrari quegli altri principii che son cagioni che questo sia grave, e leggiero quello. Ma, per voi medesimi, la leggerezza e la gravit vengono in conseguenza della rarit e densit, adunque contrarie saranno la densit e la rarit: le quali condizioni tanto amplamente si ritrovano ne i corpi celesti, che voi stimate le stelle non esser altro che parti pi dense del lor cielo, e quando ci sia, bisogna che la densit delle stelle superi quasi d'infinito intervallo quella del resto del cielo; il che  manifesto dall'essere il cielo sommamente trasparente, e le stelle sommamente opache, e dal non si trovare lass altre qualit che 'l pi e 'l meno denso o raro, che della maggiore e minor trasparenza possano esser principii. Essendo dunque tali contrariet tra i corpi celesti,  necessario che essi ancora sien generabili e corruttibili, in quel medesimo modo che son tali i corpi elementari, o vero che non la contrariet sia causa della corruttibilit, etc.
   SIMP. Non  necessario n l'un n l'altro: perch la densit e rarit ne i corpi celesti non son contrarie tra loro, come ne i corpi elementari; imperocch non dependono dalle prime qualit, caldo e freddo, che sono contrarie, ma dalla molta o poca materia in proporzione alla quantit, ora il molto e 'l poco dicono solamente una opposizione relativa, che  la minor che sia, e non ha che fare con la generazione e corruzione.
   SAGR. Talch a voler che il denso e 'l raro, che tra gli elementi deve esser cagione di gravit e leggerezza, le quali possan esser cause di moti contrari <I>sursum et deorsum</I>, da i quali dependano poi le contrariet per la generazione e corruzione, [...], non basta che sieno di quei densi e rari che sotto la medesima quantit, o vogliam dir mole, contengono molta o poca materia, ma  necessario che e' siano densi e rari merc delle prime qualit, freddo e caldo; altramente, non si farebbe niente. Ma, se questo , Aristotile ci ha ingannati, perch doveva dircelo da principio, e lasciare scritto che son generabili e corruttibili quei corpi semplici che son mobili di movimenti semplici in su e in gi, dependenti da leggerezza e gravit, causate da rarit e densit, fatta da molta e poca materia, merc del caldo e del freddo, e non si fermare sul semplice moto <I>sursum et deorsum</I>; perch io vi assicuro che quanto al fare i corpi gravi e leggieri, onde e' sien poi mobili di movimenti contrari, qualsivoglia densit e rarit basta, venga ella per caldo e freddo o per quel che pi vi piace, perch il caldo e 'l freddo non hanno che far niente in questa operazione, e voi vedrete che un ferro infocato, che pur si pu chiamar caldo, pesa il medesimo e si muove nel medesimo modo che freddo. Ma lasciato ancor questo, che sapete voi che il denso e 'l raro celeste non dependano dal freddo e dal caldo?
   SIMP. Sollo, perch tali qualit non sono tra i corpi celesti, li quali non son caldi n freddi.
   SALV. Io veggo che noi torniamo di nuovo a ingolfarci in un pelago infinito da non ne uscir mai, perch questo  un navigar senza bussola, senza stelle, senza remi, senza timone, onde convien per necessit o passare di scoglio in scoglio o dare in secco o navigar sempre per perduti. Per, se conforme al vostro consiglio noi vogliamo tendere avanti nella nostra principal materia, bisogna che, lasciata per ora questa general considerazione, se il moto retto sia necessario in natura e convenga ad alcuni corpi, venghiamo alle dimostrazioni, osservazioni ed esperienze particolari, proponendo prima tutte quelle che da Aristotile da Tolomeo e da altri sono state sin qui addotte per prova della stabilit della Terra, cercando secondariamente di solverle, e portando in ultimo quelle per le quali altri possa restar persuaso che la Terra sia, non men che la Luna o altro pianeta, da connumerarsi tra i corpi naturali mobili circolarmente.
   SAGR. Io tanto pi volentieri mi atterr a questo, quanto io resto assai pi sodisfatto del vostro discorso architettonico e generale che di quello d'Aristotile, perch il vostro senza intoppo veruno mi quieta, e l'altro ad ogni passo mi attraversa qualche inciampo; e non so come il signor Simplicio non sia restato subito persuaso dalla ragione arrecata da voi per prova che il moto per linea retta non pu aver luogo in natura, tuttavoltach si supponga che le parti dell'universo sieno disposte in ottima costituzione e perfettamente ordinate.
   SALV. Fermate, di grazia, signor Sagredo, ch pur ora mi sovviene il modo di poter dar sodisfazione anco al signor Simplicio, tuttavolta per che e' non voglia restar talmente legato ad ogni detto d'Aristotile, che egli abbia per sacrilegio il discostarsene da alcuno. E' non  dubbio che per mantener l'ottima disposizione e l'ordine perfetto delle parti dell'universo, quanto alla local situazione, non ci  altro che il movimento circolare e la quiete; ma quanto al moto per linea retta, non veggo, che possa servire ad altro che al ridurre nella sua natural costituzione qualche particella di alcuno de' corpi integrali che per qualche accidente fusse stata rimossa e separata dal suo tutto, come di sopra dicemmo. Consideriamo ora tutto il globo terrestre e veggiamo quel che pu esser di lui, tuttavoltach ed esso e gli altri corpi mondani si devano conservare nell'ottima e natural disposizione. Egli  necessario dire, o che egli resti e si conservi perpetuamente immobile nel luogo suo, o che, restando pur sempre nell'istesso luogo, si rivolga in se stesso, o che vadia intorno ad un centro, movendosi per la circonferenza di un cerchio: de i quali accidenti, ed Aristotile e Tolomeo e tutti i lor seguaci dicon pure che egli ha osservato sempre, ed  per mantenere in eterno, il primo, cio una perpetua quiete nel medesimo luogo. Or, perch dunque in buon'ora non si dev'egli dire che sua naturale affezione  il restare immobile, pi tosto che far suo naturale il moto all'ingi, del qual moto egli gi mai non si  mosso ned  per muoversi? E quanto al movimento per linea retta, lascisi che la natura se ne serva per ridur al suo tutto le particelle della terra, dell'acqua, dell'aria, e del fuoco, e di ogni altro corpo integrale mondano, quando alcuna di loro, per qualche caso, se ne trovasse separata, e per in luogo disordinato trasposta; se pure anco per far questa restituzione non si trovasse che qualche moto circolare fusse pi accomodato. Parmi che questa primaria posizione risponda molto meglio, dico anco in via d'Aristotile medesimo, a tutte le altre conseguenze, che l'attribuire come intrinseco e natural principio de gli elementi i movimenti retti. Il che  manifesto: perch s'io domander al Peripatetico, se, tenendo egli che i corpi celesti sieno incorruttibili ed eterni, ei crede che 'l globo terrestre non sia tale, ma corruttibile e mortale, s che egli abbia a venir tempo che, continuando suo essere e sue operazioni il Sole e la Luna e le altre stelle, la Terra non si ritrovi pi al mondo, ma sia con tutto il resto de gli elementi destrutta e andata in niente, son sicuro che egli risponder di no, adunque la corruzione e generazione  nelle parti, e non nel tutto, e nelle parti ben minime e superficiali, le quali son come insensibili in comparazion di tutta la mole: e perch Aristotile argumenta la generazione e corruzione dalla contrariet de' movimenti retti, lascinsi tali movimenti alle parti, che sole si alterano e corrompono, ed all'intero globo e sfera de gli elementi attribuiscasi o il moto circolare o una perpetua consistenza nel proprio luogo, affezioni che sole sono atte alla perpetuazione ed al mantenimento dell'ordine perfetto. Questo che si dice della terra, pu dirsi con simil ragion del fuoco e della maggior parte dell'aria; a i quali elementi si son ridotti i Peripatetici ad assegnare per loro intrinseco e natural moto uno del quale mai non si sono mossi n sono per muoversi, e chiamar fuor della natura loro quel movimento del quale si muovono, si son mossi, e son per muoversi perpetuamente. Questo dico, perch assegnano all'aria ed al fuoco il moto all'ins, del quale gi mai si  mosso alcuno de i detti elementi, ma solo qualche lor particella, e questa non per altro che per ridursi alla perfetta costituzione, mentre si trovava fuori del luogo suo naturale; ed all'incontro chiamano a lor preternaturale il moto circolare, del quale incessabilmente si muovono, scordatisi in certo modo di quello che pi volte ha detto Aristotile, che nessun violento pu durar lungo tempo. 
   SIMP. A tutte queste cose abbiamo noi le risposte accomodatissime, le quali per ora lascer da parte per venire alle ragioni pi particolari ed esperienze sensate, le quali finalmente devono anteporsi, come ben dice Aristotile, a quanto possa esserci somministrato dall'umano discorso. 
   SAGR. Servanci dunque le cose dette sin qui per averci messo in considerazione qual de' due generali discorsi abbia pi del probabile: dico quello di Aristotile, per persuaderci, la natura de i corpi sullunari esser generabile e corruttibile, etc., e per diversissima dall'essenza de i corpi celesti, per esser loro impassibili, ingenerabili, incorruttibili, etc., tirato dalla diversit de i movimenti semplici; o pur questo del signor Salviati, che, supponendo le parti integrali del mondo essere disposte in ottima costituzione, esclude per necessaria conseguenza da i corpi semplici naturali i movimenti retti, come di niuno uso in natura, e stima la Terra esser essa ancora uno de i corpi celesti, adornato di tutte le prerogative che a quelli convengono: il qual discorso sin qui a me consuona assai pi che quell'altro. Sia dunque contento il signor Simplicio produr tutte le particolari ragioni, esperienze ed osservazioni, tanto naturali quanto astronomiche, per le quali altri possa restar persuaso, la Terra esser diversa da i corpi celesti, immobile, collocata nel centro del mondo, e se altro vi  che l'escluda dall'esser essa ancora mobile come un pianeta, come Giove o la Luna, etc.: ed il signor Salviati per sua cortesia si contenter di rispondere a parte a parte. 
   SIMP. Eccovi, per la prima, due potentissime dimostrazioni per prova che la Terra  differentissima da i corpi celesti. Prima, i corpi che sono generabili, corruttibili, alterabili, etc., son diversissimi da quelli che sono ingenerabili incorruttibili, inalterabili, etc.: la Terra  generabile, corruttibile, alterabile, etc., e i corpi celesti ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, etc.: adunque la Terra  diversissima da i corpi celesti.
   SAGR Per il primo argomento, voi riconducete in tavola quello che ci  stato tutt'oggi ed a pena si  levato pur ora. 
   SIMP. Piano, Signore; sentite il resto, e vedrete quanto e' sia differente da quello. Nell'altro si prov la minore <I>a priori</I>, ed ora ve la voglio provare <I>a posteriori</I>; guardate se questo  essere il medesimo. Provo dunque la minore, essendo la maggiore manifestissima. La sensata esperienza ci mostra come in Terra si fanno continue generazioni, corruzioni, alterazioni, etc., delle quali n per senso nostro, n per tradizioni o memorie de' nostri antichi, se n' veduta veruna in cielo; adunque il cielo  inalterabile etc., e la Terra alterabile etc., e per diversa dal cielo. Il secondo argomento cavo io da un principale ed essenziale accidente; ed  questo. Quel corpo che  per sua natura oscuro e privo di luce,  diverso da i corpi luminosi e risplendenti: la Terra  tenebrosa e senza luce; ed i corpi celesti splendidi e pieni di luce: adunque etc. Rispondasi a questi, per non far troppo cumulo, e poi ne addurr altri. 
   SALV. Quanto al primo, la forza del quale voi cavate dall'esperienza, desidero che voi pi distintamente mi produciate le alterazioni che voi vedete farsi nella Terra e non in cielo, per le quali voi chiamate la Terra alterabile ed il cielo no. 
   SIMP. Veggo in Terra continuamente generarsi e corrompersi erbe, piante, animali, suscitarsi venti, pioggie, tempeste, procelle, ed in somma esser questo aspetto della Terra in una perpetua metamorfosi; niuna delle quali mutazioni si scorge ne' corpi celesti, la costituzione e figurazione de' quali  puntualissimamente conforme a quelle di tutte le memorie, senza esservisi generato cosa alcuna di nuovo, n corrotto delle antiche. 
   SALV. Ma, come voi vi abbiate a quietare su queste visibili, o, per dir meglio, vedute, esperienze,  forza che voi reputiate la China e l'America esser corpi celesti, perch sicuramente in essi non avete vedute mai queste alterazioni che voi vedete qui in Italia, e che per, quanto alla vostra apprensione, e' sieno inalterabili. 
   SIMP. Ancorch io non abbia vedute queste alterazioni sensatamente in quei luoghi, ce ne son per le relazioni sicure: oltre che, <I>cum eadem sit ratio totius et partium</I>, essendo quei paesi parti della Terra come i nostri,  forza che e' sieno alterabili come questi.
   SALV. E perch non l'avete voi, senza ridurvi a dover credere all'altrui relazioni, osservate e viste da per voi con i vostri occhi propri?
   SIMP. Perch quei paesi, oltre al non esser esposti a gli occhi nostri, son tanto remoti che la vista nostra non potrebbe arrivare a comprenderci simili mutazioni.
   SALV. Or vedete come da per voi medesimo avete casualmente scoperta la fallacia del vostro argomento. Imperocch se voi dite che le alterazioni, che si veggono in Terra appresso di noi, non le potreste, per la troppa distanza, scorger fatte in America, molto meno le potreste vedere nella Luna, tante centinaia di volte pi lontana: e se voi credete le alterazioni messicane a gli avvisi venuti di l, quai rapporti vi son venuti dalla Luna a significarvi che in lei non vi  alterazione? Adunque dal non veder voi le alterazioni in cielo, dove, quando vi fussero, non potreste vederle per la troppa distanza, e dal non ne aver relazione, mentre che aver non si possa, non potete arguir che elle non vi sieno, come dal vederle e intenderle in Terra bene arguite che le ci sono.
   SIMP. Io vi trover delle mutazioni seguite in Terra cos grandi, che se di tali se ne facessero nella Luna, benissimo potrebbero esser osservate di qua gi. Noi aviamo, per antichissime memorie, che gi, allo stretto di Gibilterra, Abile e Calpe erano continuati insieme con altre minori montagne le quali tenevano l'Oceano rispinto; ma essendosi, qual se ne fusse la causa, separati i detti monti, ed aperto l'adito all'acque marine, queste scorsero talmente in dentro, che ne formarono tutto il mare Mediterraneo: del quale se noi considereremo la grandezza, e la diversit dell'aspetto che devon fare tra di loro la superficie dell'acqua e quella della terra, vedute di lontano, non ha dubbio che una tale mutazione poteva benissimo esser compresa da chi fusse stato nella Luna, s come da noi abitatori della Terra simili alterazioni dovrebbero scorgersi nella Luna: ma non ci  memoria che mai si sia veduta cosa tale: adunque non ci resta attacco da poter dire che alcuno de i corpi celesti sia alterabile etc.
   SALV. Che mutazioni cos vaste sieno seguite nella Luna, io non ardirei di dirlo; ma non sono anco sicuro che non ve ne possano esser seguite: e perch una simil mutazione non potrebbe rappresentarci altro che qualche variazione tra le parti pi chiare e le pi oscure di essa Luna, io non so che ci sieno stati in Terra selinografi curiosi, che per lunghissima serie di anni ci abbiano tenuti provvisti di selinografie cos esatte, che ci possano render sicuri, nissuna tal mutazione esser gi mai seguita nella faccia della Luna; della figurazione della quale non trovo pi minuta descrizione, che il dire alcuno che la rappresenta un volto umano, altri che l' simile a un ceffo di leone, ed altri che l' Caino con un fascio di pruni in spalla. Adunque il dire Il cielo  inalterabile, perch nella Luna o in altro corpo celeste non si veggono le alterazioni che si scorgono in Terra+ non ha forza di concluder cosa alcuna.
   SAGR. Ed a me resta non so che altro scrupolo in questo primo argomento del signor Simplicio, il quale desidero che mi sia levato. Per io gli domando se la Terra avanti l'innondazione mediterranea era generabile e corruttibile, o pur cominci allora ad esser tale.
   SIMP. Era senza dubbio generabile e corruttibile ancora avanti; ma quella fu una mutazione tanto vasta, che anche nella Luna si sarebbe potuta osservare
   SAGR. Oh, se la Terra fu, pure avanti tale alluvione, generabile e corruttibile, perch non pu esser tale la Luna parimente senza una simile mutazione? perch  necessario nella Luna quello che non importava nulla nella Terra?
   SALV. Argutissima instanza. Ma io vo dubitando che il signor Simplicio alteri un poco l'intelligenza de i testi d'Aristotile e de gli altri Peripatetici, li quali dicano di tenere il cielo inalterabile, perch in esso non si  veduto generare n corromper mai alcuna stella, che forse  del cielo parte minore che una citt della Terra, e pur innumerabili di queste si son destrutte in modo che n anco i vestigii ci son rimasti.
   SAGR. Io certo stimava altramente, e credeva che il signor Simplicio dissimulasse questa esposizione di testo per non gravare il Maestro ed i suoi condiscepoli di una nota assai pi deforme dell'altra. E qual vanit  il dire: La parte celeste  inalterabile, perch in essa non si generano e corrompono stelle+? ci  forse alcuno che abbia veduto corrompersi un globo terrestre e rigenerarsene un altro? e non  egli ricevuto da tutti i filosofi, che pochissime stelle sieno in cielo minori della Terra, ma bene assaissime molto e molto maggiori? Il corrompersi dunque una stella in cielo non  minor cosa che destruggersi tutto il globo terrestre: per, quando per poter con verit introdur nell'universo la generazione e corruzione sia necessario che si corrompano e rigenerino corpi cos vasti come una stella, toglietelo pur via del tutto, perch vi assicuro che mai non si vedr corrompere il globo terrestre o altro corpo integrale del mondo, s che, essendocisi veduto per molti secoli decorsi, ei si dissolva in maniera, che di s non lasci vestigio alcuno.
   SALV. Ma per dar soprabbondante soddisfazione al signor Simplicio e torlo, se  possibile, di errore, dico che noi aviamo nel nostro secolo accidenti ed osservazioni nuove e tali, ch'io non dubito punto che se Aristotile fusse all'et nostra, muterebbe oppinione. Il che manifestamente si raccoglie dal suo stesso modo di filosofare: imperocch mentre egli scrive di stimare i cieli inalterabili etc., perch nissuna cosa nuova si  veduta generarvisi o dissolversi delle vecchie, viene implicitamente a lasciarsi intendere che quando egli avesse veduto uno di tali accidenti, averebbe stimato il contrario ed anteposto, come conviene, la sensata esperienza al natural discorso, perch quando e' non avesse voluto fare stima de' sensi, non avrebbe, almeno dal non si vedere sensatamente mutazione alcuna, argumentata l'immutabilit.
   SIMP. Aristotile fece il principal suo fondamento sul discorso <I>a priori</I>, mostrando la necessit dell'inalterabilit del cielo per i suoi principii naturali, manifesti e chiari; e la medesima stabil doppo <I>a posteriori</I>, per il senso e per le tradizioni de gli antichi.
   SALV. Cotesto, che voi dite,  il metodo col quale egli ha scritta la sua dottrina, ma non credo gi che e' sia quello col quale egli la investig, perch io tengo per fermo ch' e' proccurasse prima, per via de' sensi, dell'esperienze e delle osservazioni, di assicurarsi quanto fusse possibile della conclusione, e che doppo andasse ricercando i mezi da poterla dimostrare, perch cos si fa per lo pi nelle scienze dimostrative: e questo avviene perch, quando la conclusione  vera, servendosi del metodo resolutivo, agevolmente si incontra qualche proposizione gi dimostrata, o si arriva a qualche principio per s noto; ma se la conclusione sia falsa, si pu procedere in infinito senza incontrar mai verit alcuna conosciuta, se gi altri non incontrasse alcun impossibile o assurdo manifesto. E non abbiate dubbio che Pitagora gran tempo avanti che e' ritrovasse la dimostrazione per la quale fece l'ecatumbe, si era assicurato che 'l quadrato del lato opposto all'angolo retto nel triangolo rettangolo era eguale a i quadrati de gli altri due lati; e la certezza della conclusione aiuta non poco al ritrovamento della dimostrazione, intendendo sempre nelle scienze demostrative. Ma fusse il progresso di Aristotile in qualsivoglia modo, s che il discorso <I>a priori</I> precedesse il senso <I>a posteriori</I>, o per l'opposito, assai  che il medesimo Aristotile antepone (come pi volte s' detto) l'esperienze sensate a tutti i discorsi oltre che, quanto a i discorsi <I>a priori</I>, gi si  esaminato quanta sia la forza loro. Or, tornando alla materia, dico che le cose scoperte ne i cieli a i tempi nostri sono e sono state tali, che posson dare intera soddisfazione a tutti i filosofi: imperocch e ne i corpi particolari e nell'universale espansione del cielo si son visti e si veggono tuttavia accidenti simili a quelli che tra di noi chiamiamo generazioni e corruzioni, essendo che da astronomi eccellenti sono state osservate molte comete generate e disfatte in parti pi alte dell'orbe lunare, oltre alle due stelle nuove dell'anno 1572 e del 1604, senza veruna contradizione altissime sopra tutti i pianeti; ed in faccia dell'istesso Sole si veggono, merc del telescopio, produrre e dissolvere materie dense ed oscure in sembianza molto simili alle nugole intorno alla Terra, e molte di queste sono cos vaste, che superano di gran lunga non solo il sino Mediterraneo, ma tutta l'Affrica e l'Asia ancora. Ora, quando Aristotile vedesse queste cose che credete voi, signor Simplicio, ch' e' dicesse e facessei. 
   SIMP. Io non so quello che si facesse n dicesse Aristotile, che era padrone delle scienze, ma so bene in parte quello che fanno e dicono, e che conviene che facciano e dicano i suoi seguaci, per non rimaner senza guida senza scorta e' senza capo nella filosofia. Quanto alle comete, non son eglino restati convinti quei moderni astronomi, che le volevano far celesti, dall'<I>Antiticone</I>, e convinti con le loro medesime armi, dico per via di paralassi e di calcoli rigirati in cento modi, concludendo finalmente a favor d'Aristotile che tutte sono elementari? e spiantato questo, che era quanto fondamento avevano i seguaci delle novit, che altro pi resta loro per sostenersi in piedi? 
   SALV. Con flemma, signor Simplicio. Cotesto moderno autore che cosa dice egli delle stelle nuove del 72 e del 604 e delle macchie solari? perch quanto alle comete, io, quant'a me, poca difficult farei nel porle generate sotto o sopra la Luna, n ho mai fatto gran fondamento sopra la loquacit di Ticone, n sento repugnanza alcuna nel poter credere che la materia loro sia elementare, e che le possano sublimarsi quanto piace loro, senza trovare ostacoli nell'impenetrabilit del cielo peripatetico, il quale io stimo pi tenue pi cedente e pi sottile assai della nostra aria; e quanto a i calcoli delle paralassi, prima il dubbio se le comete sian soggette a tale accidente, e poi l'incostanza delle osservazioni sopra le quali son fatti i computi, mi rendono egualmente sospette queste opinioni e quelle, e massime che mi pare che l'<I>Antiticone</I> talvolta accomodi a suo modo, o metta per fallaci, quelle osservazioni che repugnano al suo disegno. 
   SIMP. Quanto alle stelle nuove, l'<I>Antiticone</I> se ne sbriga benissimo in quattro parole, dicendo che tali moderne stelle nuove non son parti certe de i corpi celesti, e che bisogna che gli avversari, se voglion provare lass esser alterazione e generazione, dimostrino mutazioni fatte nelle stelle descritte gi tanto tempo, delle quali nissuno dubita che sieno cose celesti, il che non possono far mai in veruna maniera, circa poi alle materie che alcuni dicono generarsi e dissolversi in faccia del Sole, ei non ne fa menzione alcuna; ond'io argomento ch' e' l'abbia per una favola, o per illusioni del cannocchiale, o al pi per affezioncelle fatte per aria, ed in somma per ogni altra cosa che per materie celesti. 
   SALV. Ma voi, signor Simplicio, che cosa vi sete immaginato di rispondere all'opposizione di queste macchie importune, venute a intorbidare il cielo, e pi la peripatetica filosofia? egli  forza che, come intrepido difensor di quella, vi abbiate trovato ripiego e soluzione, della quale non dovete defraudarci. 
   SIMP. Io ho intese diverse opinioni, intorno a questo particolare. Chi dice che le sono stelle, che ne' loro proprii orbi, a guisa di Venere e di Mercurio, si volgono intorno al Sole, e nel passargli sotto si mostrano a noi oscure, e per esser moltissime, spesso accade che parte di loro si aggreghino insieme e che poi si separino, altri le credono esser impressioni per aria; altri, illusioni de' cristalli; ed altri, altre cose. Ma io inclino assai a credere, anzi tengo per fermo, che le sieno un aggregato di molti e vari corpi opachi, quasi casualmente concorrenti tra di loro: e per veggiamo spesso che in una macchia si posson numerare dieci e pi di tali corpicelli minuti, che sono di figure irregolari e ci si rappresentano come fiocchi di neve o di lana o di mosche volanti, variano sito tra di loro, ed or si disgregano ed ora si congregano, e massimamente sotto il Sole, intorno al quale, come intorno a suo centro, si vanno movendo. Ma non per  di necessit dire che le si generino e si corrompano, ma che alcune volte si occultano doppo il corpo del Sole, ed altre volte, bench allontanate da quello, non si veggono per la vicinanza della smisurata luce del Sole: imperocch nell'orbe eccentrico del Sole vi  costituita una quasi cipolla composta di molte grossezze, una dentro all'altra, ciascheduna delle quali, essendo tempestata di alcune piccole macchie, si muove; e bench il movimento loro da principio sia parso inconstante ed irregolare, nulla dimeno si dice essersi ultimamente osservato che dentro a tempi determinati ritornano le medesime macchie per l'appunto+. Questo pare a me il pi accomodato ripiego che sin qui si sia ritrovato per render ragione di cotale apparenza, ed insieme mantenere la incorruttibilit ed ingenerabilit del cielo; e quando questo non bastasse, non mancheranno ingegni pi elevati che ne troveranno de gli altri migliori.
   SALV. Se questo di che si disputa fusse qualche punto di legge o di altri studi umani, ne i quali non  n verit n falsit, si potrebbe confidare assai nella sottigliezza dell'ingegno e nella prontezza del dire e nella maggior pratica ne gli scrittori, e sperare che quello che eccedesse in queste cose fusse per far apparire e giudicar la ragion sua superiore; ma nelle scienze naturali, le conclusioni delle quali son vere e necessarie n vi ha che far nulla l'arbitrio umano, bisogna guardarsi di non si porre alla difesa del falso, perch mille Demosteni e mille Aristoteli resterebbero a piede contro ad ogni mediocre ingegno che abbia auto ventura di apprendersi al vero. Per, signor Simplicio, toglietevi pur gi dal pensiero e dalla speranza che voi avete, che possano esser uomini tanto pi dotti, eruditi e versati ne i libri, che non siamo noi altri, che al dispetto della natura sieno per far divenir vero quello che  falso. E gi che tra tutte le opinioni che sono state prodotte sin qui intorno all'essenza di queste macchie solari, questa esplicata pur ora da voi vi par la vera, resta (se questo ) che l'altre tutte sien false; ed io, per liberarvi ancora da questa, che pure  falsissima chimera, lasciando mill'altre improbabilit che vi sono, due sole esperienze vi arreco in contrario. L'una , che molte di tali macchie si veggono nascere nel mezo del disco solare, e molte parimente dissolversi e svanire pur lontane dalla circonferenza del Sole; argumento necessario che le si generano e si dissolvono: ch se senza generarsi e corrompersi comparissero quivi per solo movimento locale, tutte si vedrebbero entrare e uscire per la estrema circonferenza. L'altra osservazione a quelli che non son costituiti nell'infimo grado d'ignoranza di prospettiva, dalla mutazione dell'apparenti figure, e dall'apparente mutazion di velocit di moto, si conclude necessariamente che le macchie son contigue al corpo solare, e che, toccando la sua superficie, con essa o sopra di essa si muovono, e che in cerchi da quello remoti in verun modo non si raggirano. Concludelo il moto, che verso la circonferenza del disco solare apparisce tardissimo, e verso il mezo pi veloce; concludonlo le figure delle macchie, le quali verso la circonferenza appariscono strettissime in comparazione di quello che si mostrano nelle parti di mezo, e questo perch nelle parti di mezo si veggono in maest e quali elle veramente sono, e verso la circonferenza, mediante lo sfuggimento della superficie globosa, si mostrano in iscorcio: e l'una e l'altra diminuzione, di figura e di moto, a chi diligentemente l'ha sapute osservare e calculare, risponde precisamente a quello che apparir deve quando le macchie sien contigue al Sole, e discorda inescusabilmente dal muoversi in cerchi remoti, bench per piccoli intervalli, dal corpo solare; come diffusamente  stato dimostrato dall'amico nostro nelle <I>Lettere delle Macchie Solari</I> al signor Marco Velseri. Raccogliesi dalla medesima mutazion di figura che nissuna di esse  stella o altro corpo di figura sferica; imperocch tra tutte le figure sola la sfera non si vede mai in iscorcio, n pu rappresentarsi mai se non perfettamente rotonda, e cos quando alcuna delle macchie particolari fusse un corpo rotondo, quali si stimano esser tutte le stelle, della medesima rotondit si mostrerebbe tanto nel mezo del disco solare quanto verso l'estremit; dove che lo scorciare tanto e mostrarsi cos sottili verso tale estremit, ed all'incontro spaziose e larghe verso il mezo, ci rende sicuri quelle esser falde di poca profondit o grossezza rispetto alla lunghezza e larghezza loro. Che poi si sia osservato ultimamente che le macchie doppo suoi determinati periodi ritornino le medesime per l'appunto, non lo crediate, signor Simplicio, e chi ve l'ha detto vi vuole ingannare; e che ci sia, guardate che ei vi ha taciuto quelle che si generano e quelle che si dissolvono nella faccia del Sole, lontano dalla circonferenza, n vi ha anco detto parola di quello scorciare, che  argomento necessario dell'esser contigue al Sole. Quello che ci  del ritorno delle medesime macchie, non  altro che quel che pur si legge nelle sopraddette <I>Lettere</I>, cio che alcune di esse pu esser talvolta che siano di cos lunga durata, che non si disfacciano per una sola conversione intorno al Sole, la quale si spedisce in meno di un mese. 
   SIMP. Io, per dire il vero, non ho fatto n s lunghe n s diligenti osservazioni, che mi possano bastare a esser ben padrone del <I>quod est</I> di questa materia; ma voglio in ogni modo farle, e poi provarmi io ancora se mi sucedesse concordare quel che ci porge l'esperienza con quel che ci dimostra Aristotile, perch chiara cosa  che due veri non si posson contrariare. 
   SALV. Tuttavolta che voi vogliate accordar quel che vi mostrer il senso con le pi salde dottrine d'Aristotile, non ci averete una fatica al mondo. E che ci sia vero, Aristotile non dic'egli che delle cose del cielo, mediante la gran lontananza, non se ne pu molto resolutamente trattare? 
   SIMP. Dicelo apertamente. 
   SALV. Il medesimo non afferm'egli che quello che l'esperienza e il senso ci dimostra, si deve anteporre ad ogni discorso, ancorch ne paresse assai ben fondato? e questo non lo dic'egli resolutamente e senza punto titubare? 
   SIMP. Dicelo. 
   SALV. Adunque di queste due proposizioni, che sono ambedue dottrina d'Aristotile, questa seconda, che dice che bisogna anteporre il senso al discorso,  dottrina molto pi ferma e risoluta che l'altra, che stima il cielo inalterabile, e per pi aristotelicamente filosoferete dicendo: Il cielo  alterabile, perch cos mi mostra il senso+, che se direte: Il cielo  inalterabile, perch cos persuade il discorso ad Aristotile+. Aggiugnete che noi possiamo molto meglio di Aristotile discorrer delle cose del cielo, perch, confessando egli cotal cognizione esser a lui difficile per la lontananza da i sensi, viene a concedere che quello a chi i sensi meglio lo potessero rappresentare, con sicureza maggiore potrebbe intorno ad esso filosofare: ora noi, merc del telescopio, ce lo siam fatto vicino trenta e quaranta volte pi che vicino non era ad Aristotile, s che possiamo scorgere in esso cento cose che egli non potette vedere, e tra le altre queste macchie nel Sole, che assolutamente ad esso furono invisibili: adunque del cielo e del Sole pi sicuramente possiamo noi trattare che Aristotile. 
   SAGR. Io sono nel cuore al signor Simplicio, e veggo che e' si sente muovere assai dalla forza di queste pur troppo concludenti ragioni; ma, dall'altra banda, il vedere la grande autorit che si  acquistata Aristotile appresso l'universale, il considerare il numero de gli interpreti famosi che si sono affaticati per esplicare i suoi sensi, il vedere altre scienze, tanto utili e necessarie al publico, fondar gran parte della stima e reputazion loro sopra il credito d'Aristotile, lo confonde e spaventa assai; e me lo par sentir dire: E a chi si ha da ricorrere per definire le nostre controversie, levato che fusse di seggio Aristotile? qual altro autore si ha da seguitare nelle scuole, nelle accademie, nelli studi? qual filosofo ha scritto tutte le parti della natural filosofia, e tanto ordinatamente, senza lasciar indietro pur una particolar conclusione? adunque si deve desolar quella fabbrica, sotto la quale si ricuoprono tanti viatori? si deve destrugger quell'asilo, quel Pritaneo, dove tanto agiatamente si ricoverano tanti studiosi, dove, senza esporsi all'ingiurie dell'aria, col solo rivoltar poche carte, si acquistano tutte le cognizioni della natura? si ha da spiantar quel propugnacolo, dove contro ad ogni nimico assalto in sicurezza si dimora?+ Io gli compatisco, non meno che a quel signore che, con gran tempo, con spesa immensa, con l'opera di cento e cento artefici, fabbric nobilissimo palazzo, e poi lo vegga, per esser stato mal fondato, minacciar rovina, e che, per non vedere con tanto cordoglio disfatte le mura di tante vaghe pitture adornate, cadute le colonne sostegni delle superbe logge, caduti i palchi dorati, rovinati gli stipiti, i frontespizi e le cornici marmoree con tanta spesa condotte, cerchi con catene puntelli, contrafforti, barbacani e sorgozzoni di riparare alla rovina. 
   SALV. Eh non tema gi il signor Simplicio di simil cadute; io con sua assai minore spesa torrei ad assicurarlo del danno. Non ci  pericolo che una moltitudine s grande di filosofi accorti e sagaci si lasci sopraffare da uno o dua, che faccino un poco di strepito; anzi non pure col voltargli contro le punte delle lor penne, ma col solo silenzio, gli metteranno in disprezzo e derisione appresso l'universale. Vanissimo  il pensiero di chi credesse introdur nuova filosofia col reprovar questo o quello autore: bisogna prima imparare a rifar i cervelli degli uomini, e rendergli atti a distinguere il vero dal falso, cosa che solo Dio la pu fare. Ma d'un ragionamento in un altro dove siamo noi trascorsi? io non saprei ritornare in su la traccia, senza la scorta della vostra memoria. 
   SIMP. Me ne ricordo io benissimo. Eramo intorno alle risposte dell'<I>Antiticone</I> all'obbiezioni contro all'immutabilit del cielo, tra le quali voi inseriste questa delle macchie solari, non toccata da lui; e credo che voi voleste considerar la sua risposta all'instanza delle stelle nuove. 
   SALV. Or mi sovviene il restante; e seguitando la materia, parmi che nella risposta dell'<I>Antiticone</I> sieno alcune cose degne di riprensione. E prima, se le due stelle nuove, le quali e' non pu far di manco di non por nelle parti altissime del cielo, e che furono di lunga durata e finalmente svanirono, non gli danno fastidio nel mantener l'inalterabilit del cielo, per non esser loro parti certe di quello n mutazioni fatte nelle stelle antiche, a che proposito mettersi con tanta ansiet ed affanno contro le comete, per bandirle in ogni maniera dalle regioni celesti? non bastav'egli il poter dir di loro quel medesimo che delle stelle nuove? cio che per non esser parti certe del cielo n mutazioni fatte in alcuna delle sue stelle, nessun progiudizio portano n al cielo n alla dottrina d'Aristotile? Secondariamente, io non resto ben capace dell'interno dell'animo suo, mentre che e' confessa che le alterazioni che si facessero nelle stelle sarebber destruttrici delle prerogative del cielo, cio dell'incorruttibilit etc., e questo, perch le stelle son cose celesti, come per il concorde consenso di tutti  manifesto; ed all'incontro, niente lo perturba, quando le medesime alterazioni si facessero fuori delle stelle, nel resto della celeste espansione. Stim'egli forse che il cielo non sia cosa celeste? io per me credeva che le stelle si chiamassero cose celesti mediante l'esser nel cielo o l'esser fatte della materia del cielo, e che per il cielo fusse pi celeste di loro, in quella guisa che non si pu dire alcuna cosa esser pi terrestre o pi ignea della terra o del fuoco stesso. Il non aver poi fatto menzione delle macchie solari, delle quali  stato dimostrato concludentemente prodursi e dissolversi ed esser prossime al corpo solare e con esso o intorno ad esso raggirarsi, mi d grand'indizio che possa esser che questo autore scriva pi tosto a compiacenza di altri che a soddisfazion propria; e questo dico, perch, dimostrandosi egli intelligente delle matematiche,  impossibile ch'ei non resti persuaso dalle dimostrazioni, che tali materie sono necessariamente contigue al corpo solare, e sono generazioni e corruzioni tanto grandi, che nissuna cos grande se ne fa mai in Terra: e se tali e tante e s frequenti se ne fanno nell'istesso globo del Sole, che ragionevolmente pu stimarsi delle pi nobili parti del cielo, qual ragione rester potente a dissuaderci che altre ne possano accadere ne gli altri globi? 
   SAGR. Io non posso senza grande ammirazione, e dir gran repugnanza al mio intelletto, sentir attribuir per gran nobilt e perfezione a i corpi naturali ed integranti dell'universo questo esser impassibile, immutabile, inalterabile etc., ed all'incontro stimar grande imperfezione l'esser alterabile, generabile, mutabile, etc.: io per me reputo la Terra nobilissima ed ammirabile per le tante e s diverse alterazioni, mutazioni, generazioni, etc., che in lei incessabilmente si fanno; e quando, senza esser suggetta ad alcuna mutazione, ella fusse tutta una vasta solitudine d'arena o una massa di diaspro, o che al tempo del diluvio diacciandosi l'acque che la coprivano fusse restata un globo immenso di cristallo, dove mai non nascesse n si alterasse o si mutasse cosa veruna, io la stimerei un corpaccio inutile al mondo, pieno di ozio e, per dirla in breve, superfluo e come se non fusse in natura, e quella stessa differenza ci farei che  tra l'animal vivo e il morto; ed il medesimo dico della Luna, di Giove e di tutti gli altri globi mondani. Ma quanto pi m'interno in considerar la vanit de i discorsi popolari, tanto pi gli trovo leggieri e stolti. E qual maggior sciocchezza si pu immaginar di quella che chiama cose preziose le gemme, l'argento e l'oro, e vilissime la terra e il fango? e come non sovviene a questi tali, che quando fusse tanta scarsit della terra quanta  delle gioie o de i metalli pi pregiati, non sarebbe principe alcuno che volentieri non ispendesse una soma di diamanti e di rubini e quattro carrate di oro per aver solamente tanta terra quanta bastasse per piantare in un picciol vaso un gelsomino o seminarvi un arancino della Cina, per vederlo nascere, crescere e produrre s belle frondi, fiori cos odorosi e s gentil frutti? +, dunque, la penuria e l'abbondanza quella che mette in prezzo ed avvilisce le cose appresso il volgo, il quale dir poi quello essere un bellissimo diamante, perch assimiglia l'acqua pura, e poi non lo cambierebbe con dieci botti d'acqua. Questi che esaltano tanto l'incorruttibilit, l'inalterabilit, etc., credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai e per il terrore che hanno della morte; e non considerano che quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava a venire al mondo. Questi meriterebbero d'incontrarsi in un capo di Medusa, che gli trasmutasse in istatue di diaspro o di diamante, per diventar pi perfetti che non sono. 
   SALV. E forse anco una tal metamorfosi non sarebbe se non con qualche lor vantaggio, ch meglio credo io che sia il non discorrere, che discorrere a rovescio. 
   SIMP. E' non  dubbio alcuno che la Terra  molto pi perfetta essendo, come ella , alterabile, mutabile, etc., che se la fusse una massa di pietra, quando ben anco fusse un intero diamante, durissimo ed impassibile. Ma quanto queste condizioni arrecano di nobilt alla Terra, altrettanto renderebbero i corpi celesti pi imperfetti, ne i quali esse sarebbero superflue, essendo che i corpi celesti, cio il Sole, la Luna e l'altre stelle, che non sono ordinati ad altro uso che al servizio della Terra, non hanno bisogno d'altro per conseguire il lor fine, che del moto e del lume.
   SAGR. Adunque la natura ha prodotti ed indrizzati tanti vastissimi, perfettissimi e nobilissimi corpi celesti, impassibili, immortali, divini, non ad altro uso che al servizio della Terra, passibile, caduca e mortale? al servizio di quello che voi chiamate la feccia del mondo, la sentina di tutte le immondizie? e a che proposito far i corpi celesti immortali etc., per servire a uno caduco etc.? Tolto via questo uso di servire alla Terra, l'innumerabile schiera di tutti i corpi celesti resta del tutto inutile e superflua, gi che non hanno, n possono avere, alcuna scambievole operazione fra di loro, poich tutti sono inalterabili, immutabili, impassibili: ch se, verbigrazia, la Luna  impassibile, che volete che il Sole o altra stella operi in lei? sar senz'alcun dubbio operazione minore assai che quella di chi con la vista o col pensiero volesse liquefare una gran massa d'oro. In oltre, a me pare che mentre che i corpi celesti concorrano alle generazioni ed alterazioni della Terra, sia forza che essi ancora sieno alterabili, altramente non so intendere che l'applicazione della Luna o del Sole alla Terra per far le generazioni fusse altro che mettere a canto alla sposa una statua di marmo, e da tal congiugnimento stare attendendo prole. 
   SIMP. La corruttibilit, l'alterazione, la mutazione etc. non son nell'intero globo terrestre, il quale quanto alla sua integrit  non meno eterno che il Sole o la Luna, ma  generabile e corruttibile quanto alle sue parti esterne; ma  ben vero che in esse la generazione e corruzione son perpetue, e come tali ricercano l'operazioni celesti eterne; e per  necessario che i corpi celesti sieno eterni. 
   SAGR. Tutto cammina bene; ma se all'eternit dell'intero globo terrestre non  punto progiudiziale la corruttibilit delle parti superficiali, anzi questo esser generabile, corruttibile, alterabile etc. gli arreca grand'ornamento e perfezione, perch non potete e dovete voi ammetter alterazioni generazioni etc. parimente nelle parti esterne de i globi celesti, aggiugnendo loro ornamento, senza diminuirgli perfezione o levargli l'azioni, anzi accrescendogliele, col far che non solo sopra la Terra, ma che scambievolmente fra di loro tutti operino, e la Terra ancora verso di loro? 
   SIMP. Questo non pu essere, perch le generazioni, mutazioni etc. che si facesser, verbigrazia, nella Luna, sarebber inutili e vane,<I> et natura nihil frustra facit</I>. 
   SAGR. E perch sarebbero elleno inutili e vane? 
   SIMP. Perch noi chiaramente veggiamo e tocchiamo con mano, che tutte le generazioni, mutazioni, etc., che si fanno in Terra, tutte, o mediatamente o immediatamente sono indrizzate all'uso, al comodo ed al benefizio dell'uomo; per comodo de gli uomini nascono i cavalli, per nutrimento de' cavalli produce la Terra il fieno, e le nugole l'adacquano; per comodo e nutrimento de gli uomini nascono le erbe, le biade, i frutti, le fiere, gli uccelli, i pesci, ed in somma, se noi anderemo diligentemente esaminando e risolvendo tutte queste cose, troveremo, il fine al quale tutte sono indrizzate esser il bisogno, l'utile, il comodo e il diletto de gli uomini. Or di quale uso potrebber esser mai al genere umano le generazioni che si facessero nella Luna o in altro pianeta? se gi voi non voleste dire che nella Luna ancora fussero uomini, che godesser de' suoi frutti; pensiero, o favoloso, o empio. 
   SAGR. Che nella Luna o in altro pianeta si generino o erbe o piante o animali simili a i nostri, o vi si facciano pioggie, venti, tuoni, come intorno alla Terra, io non lo so e non lo credo, e molto meno che ella sia abitata da uomini: ma non intendo gi come tuttavolta che non vi si generino cose simili alle nostre, si deva di necessit concludere che niuna alterazione vi si faccia, n vi possano essere altre cose che si mutino, si generino e si dissolvano, non solamente diverse dalle nostre, ma lontanissime dalla nostra immaginazione, ed in somma del tutto a noi inescogitabili. E s come io son sicuro che a uno nato e nutrito in una selva immensa, tra fiere ed uccelli, e che non avesse cognizione alcuna dell'elemento dell'acqua, mai non gli potrebbe cadere nell'immaginazione essere in natura un altro mondo diverso dalla Terra, pieno di animali li quali senza gambe e senza ale velocemente camminano, e non sopra la superficie solamente, come le fiere sopra la terra, ma per entro tutta la profondit, e non solamente camminano, ma dovunque piace loro immobilmente si fermano, cosa che non posson fare gli uccelli per aria, e che quivi di pi abitano ancora uomini, e vi fabbricano palazzi e citt, ed hanno tanta comodit nel viaggiare, che senza niuna fatica vanno con tutta la famiglia e con la casa e con le citt intere in lontanissimi paesi; s come, dico, io son sicuro che un tale, ancorch di perspicacissima immaginazione, non si potrebbe gi mai figurare i pesci, l'oceano, le navi, le flotte e le armate di mare; cos e molto pi, pu accadere che nella Luna, per tanto intervallo remota da noi e di materia per avventura molto diversa dalla Terra, sieno sustanze e si facciano operazioni non solamente lontane, ma del tutto fuori, d'ogni nostra immaginazione, come quelle che non abbiano similitudine alcuna con le nostre, e perci del tutto inescogitabili, avvengach quello che noi ci immaginiamo bisogna che sia o una delle cose gi vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute; ch tali sono le sfingi, le sirene, le chimere, i centauri, etc. 
   SALV. Io son molte volte andato fantasticando sopra queste cose, e finalmente mi pare di poter ritrovar bene alcune delle cose che non sieno n possan esser nella Luna, ma non gi veruna di quelle che io creda che vi sieno e possano essere, se non con una larghissima generalit, cio cose che l'adornino operando e movendo e vivendo e, forse con modo diversissimo dal nostro, veggendo ed ammirando la grandezza e bellezza del mondo e del suo Facitore e Rettore, e con encomii continui cantando la Sua gloria, ed in somma (che  quello che io intendo) facendo quello tanto frequentemente da gli scrittor sacri affermato, cio una perpetua occupazione di tutte le creature in laudare Iddio.
   SAGR. Queste sono delle cose che, generalissimamente parlando, vi possono essere; ma io sentirei volentieri ricordar di quelle che ella crede che non vi sieno n possano essere, le quali  forza che pi particolarmente si possano nominare. 
   SALV. Avvertite, signor Sagredo, che questa sar la terza volta che noi cos di passo in passo, non ce n'accorgendo, ci saremo deviati dal nostro principale instituto, e che tardi verremo a capo de' nostri ragionamenti, facendo digressioni; per se vogliamo differir questo discorso tra gli altri che siam convenuti rimettere ad una particolar sessione, sar forse ben fatto. 
   SAGR. Di grazia, gi che siamo nella Luna, spediamoci dalle cose che appartengono a lei, per non avere a fare un'altra volta un s lungo cammino. 
   SALV. Sia come vi piace. E per cominciar dalle cose pi generali, io credo che il globo lunare sia differente assai dal terrestre, ancorch in alcune cose si veggano delle conformit: dir le conformit, e poi le diversit. Conforme  sicuramente la Luna alla Terra nella figura, la quale indubitabilmente  sferica, come di necessit si conclude dal vedersi il suo disco perfettamente circolare, e dalla maniera del ricevere il lume del Sole, dal quale, se la superficie sua fusse piana, verrebbe tutta nell'istesso tempo vestita, e parimente poi tutta, pur in un istesso momento, spogliata di luce, e non prima le parti che riguardano verso il Sole e successivamente le seguenti, s che giunta all'opposizione, e non prima, resta tutto l'apparente disco illustrato; di che, all'incontro, accaderebbe tutto l'opposito, quando la sua visibil superficie fusse concava, cio la illuminazione comincierebbe dalle parti avverse al Sole. Secondariamente, ella , come la Terra, per se stessa oscura ed opaca, per la quale opacit  atta a ricevere ed a ripercuotere il lume del Sole, il che, quando ella non fusse tale, far non potrebbe. Terzo, io tengo la sua materia densissima e solidissima non meno della Terra; di che mi  argomento assai chiaro l'esser la sua superficie per la maggior parte ineguale, per le molte eminenze e cavit che vi si scorgono merc del telescopio: delle quali eminenze ve ne son molte in tutto e per tutto simili alle nostre pi aspre e scoscese montagne, e vi se ne scorgono alcune tirate e continuazioni lunghe di centinaia di miglia; altre sono in gruppi pi raccolti, e sonvi ancora molti scogli staccati e solitari, ripidi assai e dirupati; ma quello di che vi  maggior frequenza, sono alcuni argini (user questo nome, per non me ne sovvenir altro che pi gli rappresenti) assai rilevati, li quali racchiudono e circondano pianure di diverse grandezze, e formano varie figure, ma la maggior parte circolari, molte delle quali hanno nel mezo un monte rilevato assai, ed alcune poche son ripiene di materia alquanto oscura, cio simile a quella delle gran macchie che si veggon con l'occhio libero, e queste sono delle maggiori piazze; il numero poi delle minori e minori  grandissimo, e pur quasi tutte circolari. Quarto, s come la superficie del nostro globo  distinta in due massime parti, cio nella terrestre e nell'acquatica, cos nel disco lunare veggiamo una distinzion magna di alcuni gran campi pi risplendenti e di altri meno; all'aspetto de i quali credo che sarebbe quello della Terra assai simigliante, a chi dalla Luna o da altra simile lontananza la potesse vedere illustrata dal Sole, ed apparirebbe la superficie del mare pi oscura, e pi chiara quella della terra. Quinto, s come noi dalla Terra veggiamo la Luna or tutta luminosa, or meza, or pi, or meno, talor falcata, e talvolta ci resta del tutto invisibile, cio quando  sotto i raggi solari, s che la parte che riguarda la Terra resta tenebrosa; cos appunto si vedrebbe dalla Luna, coll'istesso periodo a capello e sotto le medesime mutazioni di figure, l'illuminazione fatta dal Sole sopra la faccia della Terra. Sesto... 
   SAGR. Piano un poco, signor Salviati. Che l'illuminazione della Terra, quanto alle diverse figure, si rappresentasse, a chi fusse nella Luna, simile in tutto a quello che noi scorgiamo nella Luna, l'intendo io benissimo; ma non resto gi capace, come ella si mostrasse fatta coll'istesso periodo, avvenga che quello che fa l'illuminazion del Sole nella superficie lunare in un mese, lo fa nella terrestre in ventiquattr'ore.
   SALV. + vero che l'effetto del Sole, circa l'illuminar questi due corpi e ricercar col suo splendore tutta la lor superficie, si spedisce nella Terra in un giorno naturale, e nella Luna in un mese, ma non da questo solo depende la variazione delle figure, sotto le quali dalla Luna si vedrebbero le parti illuminate della terrestre superficie, ma da i diversi aspetti che la Luna va mutando col Sole: s che quando, verbigrazia, la Luna seguitasse puntualmente il moto del Sole e stesse per caso sempre linearmente tra esso e la Terra in quell'aspetto che noi diciamo di congiunzione, vedendo ella sempre il medesimo emisferio della Terra che vedrebbe il Sole, lo vedrebbe perpetuamente tutto lucido; come, per l'opposito, quando ella restasse sempre all'opposizione del Sole, non vedrebbe mai la Terra, della quale sarebbe continuamente volta verso la Luna la parte tenebrosa, e perci invisibile; ma quando la Luna  alla quadratura del Sole. dell'emisfero terrestre esposto alla vista della Luna quella met che  verso il Sole  luminosa, e l'altra verso l'opposto del Sole  oscura, e per la parte della Terra illuminata si rappresenterebbe alla Luna sotto figura di mezo cerchio. 
   SAGR. Resto capacissimo del tutto; ed intendo gi benissimo che partendosi la Luna dall'opposizione del Sole di dove ella non vedeva niente dell'illuminato della terrestre superficie, e venendo di giorno in giorno verso il Sole incomincia a poco a poco a scoprir qualche particella della faccia della Terra illuminata, e questa vede ella in figura di sottil falce, per esser la Terra rotonda; ed acquistando pur la Luna col suo movimento di d in d maggior vicinit al Sole, viene scoprendo pi e pi sempre dell'emisfero terrestre illuminato, s che alla quadratura ne scuopre la met giusto, s come noi di lei veggiamo altrettanto; continuando poi di venir verso la congiunzione, scuopre successivamente parte maggiore della superficie illuminata, e finalmente nella congiunzione vede l'intero emisferio tutto luminoso. Ed in somma comprendo benissimo che quello che accade a gli abitatori della Terra, nel veder le variet della Luna, accaderebbe a chi fusse nella Luna nel veder la Terra ma con ordine contrario: cio che quando la Luna  a noi piena ed all'opposizion del Sole, a loro la Terra sarebbe alla congiunzion col Sole e del tutto oscura ed invisibile; all'incontro, quello stato che a noi  congiunzion della Luna col Sole, e per Luna silente e non veduta, l sarebbe opposizion della Terra al Sole, e per cos dire Terra piena, cio tutta luminosa; e finalmente quanta parte a noi, di tempo in tempo, si mostra della superficie lunare illuminata, tanto dalla Luna si vedrebbe esser nell'istesso tempo la parte della Terra oscura, e quanto a noi resta della Luna privo di lume tanto alla Luna  l'illuminato della Terra; s che solo nelle quadrature questi veggono mezo cerchio della Luna luminoso, e quelli altrettanto della Terra. In una cosa mi par che differiscano queste scambievoli operazioni: ed  che, dato e non concesso che nella Luna fusse chi di l potesse rimirar la Terra, vedrebbe ogni giorno tutta la superficie terrestre, mediante il moto di essa Luna intorno alla Terra in ventiquattro o venticinque ore; ma noi non veggiamo mai altro che la met della Luna, poich ella non si rivolge in se stessa, come bisognerebbe per potercisi tutta mostrare.
   SALV. Purch questo non accaggia per il contrario, cio che il rigirarsi ella in se stessa sia cagione che noi non veggiamo mai l'altra met, ch cos sarebbe necessario che fusse, quando ella avesse l'epiciclo. Ma dove lasciate voi un'altra differenza, in contraccambio di questa avvertita da voi? 
   SAGR. E qual ? ch altra per ora non mi vien in mente. 
   SALV. + che, se la Terra (come bene avete notato) non vede altro che la met della Luna, dove che dalla Luna vien vista tutta la Terra, all'incontro tutta la Terra vede la Luna, ma della Luna solo la met vede la Terra; perch gli abitatori, per cos dire, dell'emisfero superiore della Luna, che a noi  invisibile, son privi della vista della Terra, e questi son forse gli antictoni. Ma qui mi sovvien ora d'un particolare accidente, nuovamente osservato dal nostro Accademico nella Luna, per il quale si raccolgono due conseguenze necessarie: l'una , che noi veggiamo qualche cosa di pi della met della Luna, e l'altra , che il moto della Luna ha giustamente relazione al centro della Terra: e l'accidente e l'osservazione  tale. Quando la Luna abbia una corrispondenza e natural simpatia con la Terra, verso la quale con una tal sua determinata parte ella riguardi,  necessario che la linea retta che congiugne i lor centri passi sempre per l'istesso punto della superficie della Luna, tal che quello che dal centro della Terra la rimirasse, vedrebbe sempre l'istesso disco della Luna, puntualmente terminato da una medesima circonferenza: ma di uno costituito sopra la superficie terrestre, il raggio che dall'occhio suo andasse sino al centro del globo lunare non passerebbe per l'istesso punto della superficie di quella per il quale passa la linea tirata dal centro della Terra a quel della Luna, se non quando ella gli fusse verticale; ma posta la Luna in oriente o in occidente, il punto dell'incidenza del raggio visuale resta superiore a quel della linea che congiugne i centri, e per si scuopre qualche parte dell'emisferio lunare verso la circonferenza di sopra, e si nasconde altrettanto dalla parte di sotto; si scuopre, dico, e si nasconde rispetto all'emisfero che si vedrebbe dal vero centro della Terra: e perch la parte della circonferenza della Luna che  superiore nel nascere,  inferiore nel tramontare, per assai notabile dovr farsi la differenza dell'aspetto di esse parti superiore e inferiore, scoprendosi ora, ed ora ascondendosi, delle macchie o altre cose notabili di esse parti. Una simil variazione dovrebbe scorgersi ancora verso l'estremit boreale ed australe del medesimo disco, secondo che la Luna si trova in questo o in quel ventre del suo dragone; perch, quando ella  settentrionale, alcuna delle sue parti verso settentrione ci si nasconde, e si scuopre delle australi, e per l'opposito. Ora, che queste conseguenze si verifichino in fatto, il telescopio ce ne rende certi. Imperocch sono nella Luna due macchie particolari, una delle quali, quando la Luna  nel meridiano, guarda verso maestro, e l'altra gli  quasi diametralmente opposta, e la prima  visibile anco senza il telescopio, ma non gi l'altra:  la maestrale una macchietta ovata, divisa dall'altre grandissime; l'opposta  minore, e parimente separata dalle grandissime, e situata in campo assai chiaro: in amendue queste si osservano molto manifestamente le variazioni gi dette, e veggonsi contrariamente l'una dall'altra ora vicine al limbo del disco lunare ed ora allontanate, con differenza tale, che l'intervallo tra la maestrale e la circonferenza del disco  pi che il doppio maggiore una volta che l'altra; e quanto all'altra macchia (perch l' pi vicina alla circonferenza), tal mutazione importa pi che il triplo da una volta all'altra. Di qui  manifesto, la Luna, come allettata da virt magnetica, constantemente riguardare con una sua faccia il globo terrestre, n da quello divertir mai.
   SAGR. E quando si ha a por termine alle nuove osservazioni e scoprimenti di questo ammirabile strumento? 
   SALV. Se i progressi di questa son per andar secondo quelli di altre invenzioni grandi,  da sperare che col progresso del tempo si sia per arrivar a veder cose a noi per ora inimmaginabili. Ma tornando al nostro primo discorso, dico, per la sesta congruenza tra la Luna e la Terra, che, s come la Luna gran parte del tempo supplisce al mancamento del lume del Sole e ci rende, con la reflessione del suo, le notti assai chiare, cos la Terra ad essa in ricompensa rende, quando ella n' pi bisognosa, col refletterle i raggi solari, una molto gagliarda illuminazione, e tanto, per mio parere, maggior di quella che a noi vien da lei, quanto la superficie della Terra  pi grande di quella della Luna. 
   SAGR. Non pi, non pi, signor Salviati; lasciatemi il gusto di mostrarvi come a questo primo cenno ho penetrato la causa di un accidente al quale mille volte ho pensato, n mai l'ho potuto penetrare. Voi volete dire che certa luce abbagliata che si vede nella Luna, massimamente quando l' falcata, viene dal reflesso del lume del Sole nella superficie della terra e del mare: e pi si vede tal lume chiaro, quanto la falce  pi sottile, perch allora maggiore  la parte luminosa della Terra che dalla Luna  veduta, conforme a quello che poco fa si concluse, cio che sempre tanta  la parte luminosa della Terra che si mostra alla Luna, quanta l'oscura della Luna che guarda verso la Terra, onde quando la Luna  sottilmente falcata, ed in conseguenza grande  la sua parte tenebrosa, grande  la parte illuminata della Terra veduta dalla Luna, e tanto pi potente la reflession del lume.
   SALV. Questo  puntualmente quello ch'io voleva dire. In somma, gran dolcezza  il parlar con persone giudiziose e di buona apprensiva, e massime quando altri va passeggiando e discorrendo tra i veri. Io mi son pi volte incontrato in cervelli tanto duri, che, per mille volte che io abbia loro replicato questo che voi avete subito per voi medesimo penetrato, mai non  stato possibile che e' l'apprendano.
   SIMP. Se voi volete dire di non averlo potuto persuadere loro s che e' l'intendino, io molto me ne maraviglio, e son sicuro che non l'intendendo dalla vostra esplicazione, non l'intenderanno forse per quella di altri, parendomi la vostra espressiva molto chiara; ma se voi intendete di non gli aver persuasi s che e' lo credano, di questo non mi maraviglio punto, perch io stesso confesso di esser un di quelli che intendono i vostri discorsi, ma non vi si quietano, anzi mi restano, in questa e in parte dell'altre sei congruenze, molte difficult, le quali promover quando avrete finito di raccontarle tutte. 
   SALV. Il desiderio che ho di ritrovar qualche verit, nel quale acquisto assai mi possono aiutare le obbiezioni di uomini intelligenti, qual sete voi, mi far esser brevissimo nello spedirmi da quel che ci resta. Sia dunque la settima congruenza il rispondersi reciprocamente non meno alle offese che a i favori: onde la Luna, che bene spesso nel colmo della sua illuminazione, per l'interposizion della Terra tra s e il Sole, vien privata di luce ed ecclissata, cos essa ancora, per suo riscatto, si interpone tra la Terra e il Sole, e con l'ombra sua oscura la Terra; e se ben la vendetta non  pari all'offesa, perch bene spesso la Luna rimane, ed anco per assai lungo tempo, immersa totalmente nell'ombra della Terra, ma non gi mai tutta la Terra, n per lungo spazio di tempo, resta oscurata dalla Luna, tuttavia, avendosi riguardo alla picciolezza del corpo di questa in comparazion della grandezza di quello, non si pu dir se non che il valore, in un certo modo, dell'animo sia grandissimo. Questo  quanto alle congruenze. Seguirebbe ora il discorrer circa le disparit; ma perch il signor Simplicio ci vuol favorire de i dubbi contro di quelle, sar bene sentirgli e ponderargli prima che passare avanti. 
   SAGR. S, perch  credibile che il signor Simplicio non sia per aver repugnanze intorno alle disparit e differenze tra la Terra e la Luna, gi che egli stima le lor sustanze diversissime. 
   SIMP. Delle congruenze recitate da voi nel far parallelo tra la Terra e la Luna, non sento di poter ammetter senza repugnanza se non la prima e due altre. Ammetto la prima cio la figura sferica, se bene anco in questa vi  non so che stimando io quella della Luna esser pulitissima e tersa come uno specchio, dove che questa della Terra tocchiamo con mano esser scabrosissima ed aspra, ma questa, attenente all'inegualit della superficie, va considerata in un'altra delle congruenze arrecate da voi; per mi riserbo a dirne quanto mi occorre nella considerazione di quella. Che la Luna sia poi, come voi dite nella seconda congruenza, opaca ed oscura per se stessa, come la Terra, io non ammetto se non il primo attributo della opacit, del che mi assicurano gli eclissi solari; ch quando la Luna fusse trasparente l'aria nella totale oscurazione del Sole non resterebbe cos tenebrosa come ella resta, ma per la trasparenza del corpo lunare trapasserebbe una luce refratta, come veggiamo farsi per le pi dense nugole. Ma quanto all'oscurit, io non credo che la Luna sia del tutto priva di luce, come la Terra, anzi quella chiarezza che si scorge nel resto del suo disco oltre alle sottili corna illustrate dal Sole, reputo che sia suo proprio e natural lume, e non un reflesso della Terra, la quale io stimo impotente, per la sua somma asprezza ed oscurit, a reflettere i raggi del Sole. Nel terzo parallelo convengo con voi in una parte, e nell'altra dissento, convengo nel giudicar il corpo della Luna solidissimo e duro, come la Terra, anzi pi assai, perch se da Aristotile noi caviamo che il cielo sia di durezza impenetrabile, e le stelle parti pi dense del cielo,  ben necessario che le siano saldissime ed impenetrabilissime.
   SAGR. Che bella materia sarebbe quella del cielo per fabbricar palazzi, chi ne potesse avere, cos dura e tanto trasparente!
   SALV. Anzi pessima, perch sendo, per la somma trasparenza, del tutto invisibile, non si potrebbe, senza gran pericolo di urtar negli stipiti e spezzarsi il capo, camminar per le stanze. 
   SAGR. Cotesto pericolo non si correrebbe egli, se  vero, come dicono alcuni Peripatetici, che la sia intangibile; e se la non si pu toccare, molto meno si potrebbe urtare. 
   SALV. Di niuno sollevamento sarebbe cotesto; conciosiach, se ben la materia celeste non pu esser toccata, perch manca delle tangibili qualit, pu ben ella toccare i corpi elementari; e per offenderci, tanto  che ella urti in noi, ed ancor peggio, che se noi urtassimo in lei. Ma lasciamo star questi palazzi o per dir meglio castelli in aria, e non impediamo il signor Simplicio.
   SIMP. La quistione che voi avete cos incidentemente promossa,  delle difficili che si trattino in filosofia, ed io ci ho intorno di bellissimi pensieri di un gran cattedrante di Padova; ma non  tempo di entrarvi adesso. Per, tornando al nostro proposito, replico che stimo la Luna solidissima pi della Terra, ma non l'argomento gi, come fate voi, dalla asprezza e scabrosit della sua superficie, anzi dal contrario cio dall'essere atta a ricevere (come veggiamo tra noi nelle gemme pi dure) un pulimento e lustro superiore a qual si sia specchio pi terso; ch tale  necessario che sia la sua superficie, per poterci fare s viva reflessione de' raggi del Sole. Quelle apparenze poi che voi dite, di monti, di scogli, di argini, di valli, etc., son tutte illusioni; ed io mi sono ritrovato a sentire in publiche dispute sostener gagliardamente, contro a questi introduttori di novit, che tali apparenze non da altro provengono che da parti inegualmente opache e perspicue, delle quali interiormente ed esteriormente  composta la Luna, come spesso veggiamo accadere nel cristallo, nell'ambra ed in molte pietre preziose perfettamente lustrate, dove, per la opacit di alcune parti e per la trasparenza di altre, appariscono in quelle varie concavit e prominenze. Nella quarta congruenza concedo che la superficie del globo terrestre, veduto di lontano, farebbe due diverse apparenze, cio una pi chiara e l'altra pi oscura, ma stimo che tali diversit accaderebbono al contrario di quel che dite voi, cio credo che la superficie dell'acqua apparirebbe lucida, perch  liscia e trasparente, e quella della terra resterebbe oscura per la sua opacit e scabrosit, male accomodata a riverberare il lume del Sole. Circa il quinto riscontro, lo ammetto tutto, e resto capace che quando la Terra risplendesse come la Luna si mostrerebbe a chi di lass la rimirasse, sotto figure conformi a quelle che noi veggiamo nella Luna; comprendo anco come il periodo della sua illuminazione e variazione di figure sarebbe di un mese, bench il Sole la ricerchi tutta in ventiquattr'ore, e finalmente non ho difficult nell'ammettere che la met sola della Luna vede tutta la Terra, e che tutta la Terra vede solo la met della Luna. Nel sesto, reputo falsissimo che la Luna possa ricever lume dalla Terra, che  oscurissima, opaca ed inettissima a reflettere il lume del Sole, come ben lo reflette la Luna a noi; e, come ho detto, stimo che quel lume che si vede nel resto della faccia della Luna, oltre alle corna splendidissime per l'illuminazion del Sole, sia proprio e naturale della Luna, e gran cosa ci vorrebbe a farmi credere altrimenti. Il settimo, de gli eclissi scambievoli, si pu anco ammettere, se ben propriamente si costuma chiamare eclisse del Sole questo che voi volete chiamare eclisse della Terra. E questo  quanto per ora mi occorre dirvi in contradizione alle sette congruenze, alle quali instanze se vi piacer di replicare alcuna cosa, l'ascolter volentieri. 
   SALV. Se io ho bene appreso quanto avete risposto, parmi che tra voi e noi restino ancora controverse alcune condizioni, le quali io faceva comuni alla Luna ed alla Terra; e son queste. Voi stimate la Luna tersa e liscia com'uno specchio, e, come tale, atta a refletterci il lume del Sole, ed all'incontro la Terra, per la sua asprezza, non potente a far simile reflessione. Concedete la Luna solida e dura, e ci argumentate dall'esser ella pulita e tersa, e non dall'esser montuosa; e dell'apparir montuosa ne assegnate per causa l'essere di parti pi o meno opache e perspicue. E finalmente stimate, quella luce secondaria esser propria della Luna e non per reflession della Terra, se ben par che al mare, per esser di superficie pulita, voi non neghiate qualche riflessione. Quanto al torvi di errore, che la reflession della Luna non si faccia come da uno specchio, ci ho poca speranza, mentre veggo che quello che in tal proposito si legge nel <I>Saggiatore</I> e nelle<I> Lettere Solari</I> del nostro amico comune non ha profittato nulla nel vostro concetto, se per voi avete attentamente letto quanto vi  scritto in tal materia. 
   SIMP. Io l'ho trascorso cos, superficialmente, conforme al poco tempo che mi vien lasciato ozioso da studi pi sodi: per, se col replicare alcune di quelle ragioni o coll'addurne altre voi pensate risolvermi le difficult, le ascolter pi attentamente. 
   SALV. Io dir quello che mi viene in mente al presente e potrebb'essere che fusse una mistione di concetti miei propri e di quelli che gi lessi ne i detti libri, da i quali mi sovvien bene ch'io restai interamente persuaso, ancorch le conclusioni nel primo aspetto mi paresser gran paradossi. Noi cerchiamo, signor Simplicio, se per fare una reflession di lume simile a quello che ci vien dalla Luna, sia necessario che la superficie da cui vien la reflessione sia cos tersa e liscia come di uno specchio, o pur sia pi accomodata una superficie non tersa e non liscia, ma aspra e mal pulita. Ora, quando a noi venisser due reflessioni, una pi lucida e l'altra meno, da due superficie opposteci, io vi domando, qual delle due superficie voi credete che si rappresentasse a gli occhi nostri pi chiara e qual pi oscura. 
   SIMP. Credo senza dubbio che quella che pi vivamente mi reflettesse il lume, mi si mostrerebbe in aspetto pi chiara, e l'altra pi oscura. 
   SALV. Pigliate ora in cortesia quello specchio che  attaccato a quel muro, ed usciamo qua nella corte. Venite, signor Sagredo. Attaccate lo specchio l a quel muro, dove batte il sole; discostiamoci e ritiriamoci qua all'ombra. Ecco l due superficie percosse dal sole, cio il muro e lo specchio. Ditemi ora qual vi si rappresenta pi chiara: quella del muro o quella dello specchio? voi non rispondete? 
   SAGR. Io lascio rispondere al signor Simplicio, che ha la difficult; ch io, quanto a me, da questo poco principio di esperienza son persuaso che bisogni per necessit che la Luna sia di superficie molto mal pulita. 
   SALV. Dite, signor Simplicio: se voi aveste a ritrar quel muro, con quello specchio attaccatovi, dove adoprereste voi colori pi oscuri, nel dipignere il muro o pur nel dipigner lo specchio?
   SIMP. Assai pi scuri nel dipigner lo specchio. 
   SALV. Or se dalla superficie che si rappresenta pi chiara vien la reflession del lume pi potente, pi vivamente ci refletter i raggi del Sole il muro che lo specchio. 
   SIMP. Benissimo, signor mio; avete voi migliori esperienze di queste? Voi ci avete posti in luogo dove non batte il reverbero dello specchio; ma venite meco un poco pi in qua: no, venite pure. 
   SAGR. Cercate voi forse il luogo della reflessione che fa lo specchio?
   SIMP. Signor s. 
   SAGR. Oh vedetela l nel muro opposto, grande giusto quanto lo specchio, e chiara poco meno che se vi battesse il Sole direttamente. 
   SIMP. Venite dunque qua, e guardate di l la superficie dello specchio, e sappiatemi dire se l' pi scura di quella del muro. 
   SAGR. Guardatela pur voi, ch io per ancora non voglio acceccare; e so benissimo, senza guardarla, che la si mostra vivace e chiara quanto il Sole istesso, o poco meno
   SIMP. Che dite voi dunque che la reflession di uno specchio sia men potente di quella di un muro? io veggo che in questo muro opposto, dove arriva il reflesso dell'altra parete illuminata insieme con quel dello specchio, questo dello specchio  assai pi chiaro; e veggio parimente che di qui lo specchio medesimo mi apparisce pi chiaro assai che il muro. 
   SALV. Voi con la vostra accortezza mi avete prevenuto, perch di questa medesima osservazione avevo bisogno per dichiarar quel che resta. Voi vedete dunque la differenza che cade tra le due reflessioni, fatte dalle due superficie del muro e dello specchio, percosse nell'istesso modo per l'appunto da i raggi solari; e vedete come la reflession che vien dal muro si diffonde verso tutte le parti opposteli, ma quella dello specchio va verso una parte sola, non punto maggiore dello specchio medesimo; vedete parimente come la superficie del muro, riguardata da qualsivoglia luogo, si mostra chiara sempre egualmente a se stessa, e per tutto assai pi chiara che quella dello specchio, eccettuatone quel piccolo luogo solamente dove batte il reflesso dello specchio ch di l apparisce lo specchio molto pi chiaro del muro. Da queste cos sensate e palpabili esperienze mi par che molto speditamente si possa venire in cognizione, se la reflessione che ci vien dalla Luna venga come da uno specchio, o pur come da un muro, cio se da una superficie liscia o pure aspra. 
   SAGR. Se io fussi nella Luna stessa, non credo che io potessi con mano toccar pi chiaramente l'asprezza della sua superficie di quel ch'io me la scorga ora con l'apprensione del discorso. La Luna, veduta in qualsivoglia positura, rispetto al Sole e a noi, ci mostra la sua superficie tocca dal Sole sempre egualmente chiara; effetto che risponde a capello a quel del muro, che, riguardato da qualsivoglia luogo, apparisce egualmente chiaro, e discorda dallo specchio, che da un luogo solo si mostra luminoso e da tutti gli altri oscuro. In oltre, la luce che mi vien dalla reflession del muro  tollerabile e debile, in comparazion di quella dello specchio gagliardissima ed offensiva alla vista poco meno della primaria e diretta del Sole: e cos con suavit riguardiamo la faccia della Luna; che quando ella fusse come uno specchio, mostrandocisi anco, per la vicinit, grande quanto l'istesso Sole, sarebbe il suo fulgore assolutamente intollerabile, e ci parrebbe di riguardare quasi un altro Sole. 
   SALV. Non attribuite di grazia, signor Sagredo, alla mia dimostrazione pi di quello che le si perviene. Io voglio muovervi contro un'instanza, che non so quanto sia di agevole scioglimento. Voi portate per gran diversit tra la Luna e lo specchio, che ella rimandi la reflessione verso tutte le parti egualmente, come fa il muro, dove che lo specchio la manda in un luogo solo determinato, e di qui concludete, la Luna esser simile al muro, e non allo specchio. Ma io vi dico che quello specchio manda la reflessione in un luogo solo, perch la sua superficie  piana, e dovendo i raggi reflessi partirsi ad angoli eguali a quelli de' raggi incidenti,  forza che da una superficie piana si partano unitamente verso il medesimo luogo; ma essendo che la superficie della Luna  non piana, ma sferica, ed i raggi incidenti sopra una tal superficie trovano da reflettersi ad angoli eguali a quelli dell'incidenza verso tutte le parti, mediante la infinit delle inclinazioni che compongono la superficie sferica, adunque la Luna pu mandar la reflessione per tutto, e non  necessitata a mandarla in un luogo solo, come quello specchio che  piano. 
   SIMP. Questa  appunto una delle obbiezioni che io volevo fargli contro. 
   SAGR. Se questa  una,  forza che voi ne abbiate delle altre; per ditele, ch quanto a questa prima mi par che ella sia per riuscire pi contro di voi che in favore. 
   SIMP. Voi avete pronunziato come cosa manifesta, che la reflession fatta da quel muro sia cos chiara ed illuminante come quella che ci vien dalla Luna, ed io la stimo come nulla in comparazion di quella: imperocch in questo negozio dell'illuminazione bisogna aver riguardo e distinguere la sfera di attivit; e chi dubita che i corpi celesti abbiano maggiore sfera di attivit che questi nostri elementari, caduchi e mortali? e quel muro, finalmente, che  egli altro che un poco di terra, oscura ed inetta all'illuminare?+ 
   SAGR. E qui ancora credo che voi vi inganniate di assai. Ma vengo alla prima instanza mossa dal signor Salviati: e considero che per far che un oggetto ci apparisca luminoso, non basta che sopra esso caschino i raggi del corpo illuminante, ma ci bisogna che i raggi reflessi vengano all'occhio nostro; come apertamente si vede nell'esempio di quello specchio, sopra il quale non ha dubbio che vengono i raggi luminosi del Sole, con tutto ci ei non ci si mostra chiaro ed illustrato se non quando noi mettiamo l'occhio in quel luogo particulare dove va la reflessione. Consideriamo adesso quel che accaderebbe quando lo specchio fusse di superficie sferica: ch senz'altro noi troveremo che della reflessione che si fa da tutta la superficie illuminata, piccolissima parte  quella che perviene all'occhio di un particolar riguardante, per esser una minimissima particella di tutta la superficie sferica quella l'inclinazion della quale ripercuote il raggio al luogo particolare dell'occhio; onde minima convien che sia la parte della superficie sferica che all'occhio si mostra splendente, rappresentandosi tutto il rimanente oscuro. Quando dunque la Luna fusse tersa come uno specchio, piccolissima parte si mostrerebbe a gli occhi di un particulare illustrata dal Sole, ancorch tutto un emisferio fusse esposto a' raggi solari, ed il resto rimarrebbe all'occhio del riguardante come non illuminato e perci invisibile, e finalmente invisibile ancora del tutto la Luna, avvenga che quella particella onde venisse la riflessione, per la sua piccolezza e gran lontananza si perderebbe; e s come all'occhio ella resterebbe invisibile, cos la sua illuminazione resterebbe nulla, ch bene  impossibile che un corpo luminoso togliesse via le nostre tenebre col suo splendore e che noi non lo vedessimo.
   SALV. Fermate in grazia, signor Sagredo, perch io veggo alcuni movimenti nel viso e nella persona del signor Simplicio, che mi sono indizi ch'ei non resti o ben capace o soddisfatto di questo che voi con somma evidenza ed assoluta verit avete detto; e pur ora mi  sovvenuto di potergli con altra esperienza rimuovere ogni scrupolo. Io ho veduto in una camera di sopra un grande specchio sferico: facciamolo portar qua, e mentre che si conduce, torni il signor Simplicio a considerare quanta  grande la chiarezza che vien nella parete qui sotto la loggia dal reflesso dello specchio piano.
   SIMP. Io veggo che l' chiara poco meno che se vi percotesse direttamente l Sole.
   SALV. Cos  veramente. Or ditemi: se, levando via quel piccolo specchio piano, metteremo nell'istesso luogo quel grande sferico, qual effetto credete voi che sia per far la sua reflessione nella medesima parete?
   SIMP Credo che gli arrecher lume molto maggiore e molto pi ampio.
   SALV. Ma se l'illuminazione sar nulla, o cos piccola che appena ve ne accorgiate, che direte allora?
   SIMP. Quando avr visto l'effetto, penser alla risposta.
   SALV. Ecco lo specchio, il quale voglio che sia posto accanto all'altro. Ma prima andiamo l vicino al reflesso di quel piano, e rimirate attentamente la sua chiarezza: vedete come  chiaro qui dove e' batte, e come distintamente si veggono tutte queste minuzie del muro.
   SIMP. Ho visto e osservato benissimo: fate metter l'altro specchio a canto al primo.
   SALV. Eccolo l. Vi fu messo subito che cominciaste a guardare le minuzie, e non ve ne sete accorto, s grande  stato l'accrescimento del lume nel resto della parete. Or tolgasi via lo specchio piano. Eccovi levata via ogni reflessione, ancorch vi sia rimasto il grande specchio convesso. Rimuovasi questo ancora, e poi vi si riponga quanto vi piace: voi non vedrete mutazione alcuna di luce in tutto il muro. Eccovi dunque mostrato al senso come la reflessione del Sole fatta in ispecchio sferico convesso non illumina sensibilmente i luoghi circonvicini. Ora che risponderete voi a questa esperienza?
   SIMP. Io ho paura che qui non entri qualche giuoco di mano. Io veggo pure, nel riguardar quello specchio, uscire un grande splendore, che quasi mi toglie la vista, e, quel che pi importa, ve lo veggo sempre da qualsivoglia luogo ch'io lo rimiri, e veggolo andar mutando sito sopra la superficie dello specchio, secondo ch'io mi pongo a rimirarlo in questo o in quel luogo: argomento necessario, che il lume si reflette vivo assai verso tutte le bande, ed in conseguenza cos potente sopra tutta quella parete come sopra il mio occhio.
   SALV. Or vedete quanto bisogni andar cauto e riservato nel prestare assenso a quello che il solo discorso ci rappresenta. Non ha dubbio che questo che voi dite ha assai dell'apparente; tuttavia potete vedere come la sensata esperienza mostra in contrario.
   SIMP. Come dunque cammina questo negozio? 
   SALV. Io vi dir quel che ne sento, che non so quanto vi sia per appagare. E prima, quello splendore cos vivo che voi vedete sopra lo specchio, e che vi par che ne occupi assai buona parte, non  cos grande a gran pezzo, anzi  piccolo assai assai; ma la sua vivezza cagiona nell'occhio vostro, mediante la reflessione fatta nell'umido de gli orli delle palpebre, la quale si distende sopra la pupilla, una irradiazione avventizia, simile a quel capillizio che ci par di vedere intorno alla fiammella di una candela posta alquanto lontana, o vogliate assimigliarla allo splendore avventizio di una stella; che se voi paragonerete il piccolo corpicello verbigrazia, della Canicola, veduto di giorno col telescopio, quando si vede senza irradiazione, col medesimo veduto di notte coll'occhio libero, voi fuor di ogni dubbio comprenderete che l'irraggiato si mostra pi di mille volte maggiore del nudo e real corpicello: ed un simile o maggior ricrescimento fa l'immagine del Sole che voi vedete in quello specchio; dico maggiore, per esser ella pi viva della stella, come  manifesto dal potersi rimirar la stella con assai minor offesa alla vista, che questa reflession dello specchio. Il reverbero dunque, che si ha da participare sopra tutta questa parete, viene da piccola parte di quello specchio, e quello che pur ora veniva da tutto lo specchio piano, si participava e ristrigneva a piccolissima parte della medesima parete: qual meraviglia  dunque che la reflessione prima illumini molto vivamente, e che quest'altra resti quasi impercettibile?
   SIMP. Io mi trovo pi inviluppato che mai, e mi sopraggiugne l'altra difficult, come possa essere che quel muro, essendo di materia cos oscura e di superficie cos mal pulita, abbia a ripercuoter lume pi potente e vivace  che uno specchio ben terso e pulito. 
   SALV. Pi vivace no, ma ben pi universale, ch, quanto alla vivezza, voi vedete che la reflessione di quello specchietto piano, dove ella ferisce l sotto la loggia, illumina gagliardamente, ed il restante della parete, che riceve la reflession del muro, dove  attaccato lo specchio, non  a gran segno illuminato come la piccola parte dove arriva il reflesso dello specchio. E se voi desiderate intender l'intero di questo negozio, considerate come l'esser la superficie di quel muro aspra,  l'istesso che l'esser composta di innumerabili superficie piccolissime, disposte secondo innumerabili diversit di inclinazioni, tra le quali di necessit accade che ne sieno molte disposte a mandare i raggi, reflessi da loro, in un tal luogo, molte altre in altro, ed in somma non  luogo alcuno al quale non arrivino moltissimi raggi reflessi da moltissime superficiette sparse per tutta l'intera superficie del corpo scabroso, sopra il quale cascano i raggi luminosi: dal che segue di necessit che sopra qualsivoglia parte di qualunque superficie opposta a quella che riceve i raggi primarii incidenti, pervengano raggi reflessi, ed in conseguenza l'illuminazione. Seguene ancora, che il medesimo corpo sul quale vengono i raggi illuminanti, rimirato da qualsivoglia luogo, si mostri tutto illuminato e chiaro: e per la Luna, per esser di superficie aspra e non tersa, rimanda la luce del Sole verso tutte le bande, ed a tutti i riguardanti si mostra egualmente lucida. Che se la superficie sua, essendo sferica, fusse ancora liscia come uno specchio, resterebbe del tutto invisibile, atteso che quella piccolissima parte dalla quale potesse venir reflessa l'immagine del Sole, all'occhio di un particolare, per la gran lontananza, resterebbe invisibile, come gi abbiam detto. 
   SIMP. Resto assai ben capace del vostro discorso, tuttavia mi par di poter risolverlo con pochissima fatica, e mantener benissimo che la Luna sia rotonda e pulitissima e che refletta il lume del Sole a noi al modo di uno specchio: n perci l'immagine del Sole si deve veder nel suo mezo, avvengach non per le spezie dell'istesso Sole possa vedersi in s gran distanza la piccola figura del Sole, ma sia compresa da noi per il lume prodotto dal Sole l'illuminazione di tutto il corpo lunare. Una tal cosa possiamo noi vedere in una piastra dorata e ben brunita, che, percossa da un corpo luminoso, si mostra, a chi la guarda da lontano, tutta risplendente; e solo da vicino si scorge nel mezo di essa la piccola immagine del corpo luminoso+. 
   SALV. Confessando ingenuamente la mia incapacit, dico che non intendo di questo vostro discorso altro che di quella piastra dorata; e se voi mi concedete il parlar liberamente, ho grande opinione che voi ancora non l'intendiate ma abbiate imparate a mente quelle parole scritte da qualcuno per desiderio di contraddire e mostrarsi pi intelligente dell'avversario, mostrarsi, per, a quelli che, per apparir eglino ancora intelligenti, applaudono a quello che e' non intendono, e maggior concetto si formano delle persone secondo che da loro son manco intese, e pur che lo scrittore stesso non sia (come molti ce ne sono) di quelli che scrivono quel che non intendono, e che per non s'intende quel che essi scrivono. Per, lasciando il resto, vi rispondo quanto alla piastra dorata, che quando ella sia piana e non molto grande, potr apparir da lontano tutta risplendente mentre sia ferita da un lume gagliardo, ma per si vedr tale quando l'occhio sia in una linea determinata, cio in quella de i raggi reflessi; e vedrassi pi fiammeggiante che se fusse, verbigrazia, d'argento, mediante l'esser colorata ed atta, per la somma densit del metallo, a ricevere brunimento perfettissimo: e quando la sua superficie, essendo benissimo lustrata, non fusse poi esattamente piana, ma avesse varie inclinazioni, allora anco da pi luoghi si vedrebbe il suo splendore, cio da tanti a quanti pervenissero le varie reflessioni fatte dalle diverse superficie; che per si lavorano i diamanti a molte facce, acci il lor dilettevol fulgore si scorga da molti luoghi: ma quando la piastra fusse molto grande, non per da lontano, ancorch ella fusse tutta piana, si vedrebbe tutta risplendente. E per meglio dichiararmi, intendasi una piastra dorata piana e grandissima esposta al Sole: mostrerassi a un occhio lontano l'immagine del Sole occupare una parte di tal piastra solamente, cio quella donde viene la reflessione de i raggi solari incidenti; ma  vero che per la vivacit del lume tal immagine apparir inghirlandata di molti raggi, e per sembrer occupare maggior parte assai della piastra che veramente ella non occuper. E che ci sia vero, notato il luogo particolare della piastra donde viene la reflessione, e figurato parimente quanto grande mi si rappresenta lo spazio risplendente, cuoprasi di esso spazio la maggior parte, lasciando solamente scoperto intorno al mezo: non per si diminuir punto la grandezza dell'apparente splendore a quello che di lontano lo rimira, anzi si vedr egli largamente sparso sopra il panno o altro con che si ricoperse. Se dunque alcuno col vedere una piccola piastra dorata da lontano tutta risplendente, si sar immaginato che l'istesso dovesse accadere anco di piastre grandi quanto la Luna, si  ingannato non meno che se credesse, la Luna non esser maggiore di un fondo di tino. Quando poi la piastra fusse di superficie sferica, vedrebbesi in una sola sua particella il reflesso gagliardo, ma ben, mediante la vivezza, si mostrerebbe inghirlandato di molti raggi assai vibranti: il resto della palla si vedrebbe come colorato, e questo anco solamente quando e' non fusse in sommo grado pulito; ch quando e' fusse brunito perfettamente, apparirebbe oscuro. Esempio di questo aviamo giornalmente avanti gli occhi ne i vasi d'argento, li quali, mentre sono solamente bolliti nel bianchimento, son tutti candidi come la neve, n punto rendono l'immagini; ma se in alcuna parte si bruniscono, in quella subito diventano oscuri, e di l rendono l'immagini come specchi: e quel divenire oscuro non procede da altro che dall'essersi spianata una finissima grana che faceva la superficie dell'argento scabrosa, e per tale che rifletteva il lume verso tutte le parti, per lo che da tutti i luoghi si mostrava egualmente illuminata; quando poi, col brunirla, si spianano esquisitamente quelle minime inegualit, s che la reflessione de i raggi incidenti si drizza tutta in luogo determinato, allora da quel tal luogo si mostra la parte brunita assai pi chiara e lucida del restante, che  solamente bianchito, ma da tutti gli altri luoghi si vede molto oscura. E noto che la diversit delle vedute, nel rimirar superficie brunite, cagiona differenze tali di apparenze, che per imitare e rappresentare in pittura, verbigrazia, una corazza brunita, bisogna accoppiare neri schietti e bianchi, l'uno a canto all'altro, in parti di essa arme dove il lume cade egualmente.
   SAGR. Adunque, quando questi Signori filosofi si contentassero di conceder che la Luna, Venere e gli altri pianeti fussero di superficie non cos lustra e tersa come uno specchio, ma un capello manco, cio quale  una piastra di argento bianchita solamente, ma non brunita, questo basterebbe a poterla far visibile ed accomodata a ripercuoterci il lume del Sole?
   SALV. Basterebbe in parte; ma non renderebbe un lume cos potente, come fa essendo montuosa ed in somma piena di eminenze e cavit grandi Ma questi Signori filosofi non la concederanno mai pulita meno di uno specchio, ma bene assai pi, se pi si pu immaginare, perch stimando eglino che a' corpi perfettissimi si convengano figure perfettissime, bisogna che la sfericit di quei globi celesti sia assolutissima; oltre che, quando e' mi concedessero qualche inegualit, ancorch minima, io me ne prenderei senza scrupolo alcuno altra assai maggiore, perch consistendo tal perfezione in indivisibili, tanto la guasta un capello quanto una montagna.
   SAGR. Qui mi nascono due dubbi: l'uno  l'intendere, perch la maggior inegualit di superficie abbia a far pi potente reflession di lume; l'altro , perch questi Signori Peripatetici voglian questa esatta figura.
   SALV. Al primo risponder io, ed al signor Simplicio lascer la cura di rispondere al secondo. Devesi dunque avvertire che le medesime superficie vengono dal medesimo lume pi e meno illuminate, secondoch i raggi illuminanti vi cascano sopra pi o meno obliquamente, s che la massima illuminazione  dove i raggi son perpendicolari. Ed ecco ch'io ve lo mostro al senso. Io piego questo foglio tanto che una parte faccia angolo sopra l'altra; ed esponendole alla reflession del lume di quel muro opposto, vedete come questa faccia, che riceve i raggi obliquamente,  manco chiara di quest'altra, dove la reflessione viene ad angoli retti; e notate come secondo che io gli vo ricevendo pi e pi obliquamente, l'illuminazione si fa pi debole.
   SAGR. Veggo l'effetto, ma non comprendo la causa. 
   SALV. Se voi ci pensaste un centesimo d'ora, la trovereste; ma per non consumare il tempo, eccovene un poco di dimostrazione in questa figura. 
   SAGR. La sola vista della figura mi ha chiarito il tutto, per seguite.
   SIMP. Dite in grazia il resto a me, che non sono di s veloce apprensiva.
   SALV. Fate conto che tutte le linee parallele che voi vedete partirsi da i termini A, B, sieno i raggi che sopra la linea C D vengono ad angoli retti: inclinate ora la medesima C D, s che penda come D O; non vedete voi che buona parte di quei raggi che ferivano la C D, passano senza toccar la D O? 
 vedi figura 7

Adunque se la D O  illuminata da manco raggi,  ben ragionevole che il lume ricevuto da lei sia pi debole. Torniamo ora alla Luna, la quale, essendo di figura sferica, quando la sua superficie fusse pulita quanto questa carta, le parti del suo emisferio illuminato dal Sole che sono verso l'estremit, riceverebbero minor lume assaissimo che le parti di mezo, cadendo sopra quelle i raggi obliquissimi, e sopra queste ad angoli retti; per lo che nel plenilunio, quando noi veggiamo quasi tutto l'emisferio illuminato, le parti verso il mezo ci si dovrebbero mostrare pi risplendenti, che l'altre verso la circonferenza: il che non si vede. Figuratevi ora la faccia della Luna piena di montagne ben alte: non vedete voi come le piagge e i dorsi loro, elevandosi sopra la convessit della perfetta superficie sferica, vengono esposti alla vista del Sole, ed accomodati a ricevere i raggi, assai meno obliquamente, e perci a mostrarsi illuminati quanto il resto?
   SAGR. Tutto bene: ma se vi sono tali montagne,  vero che il Sole le ferir assai pi direttamente che non farebbe l'inclinazione di una superficie pulita, ma  anco vero che tra esse montagne resterebbero tutte le valli oscure, mediante l'ombre grandissime che in quel tempo verrebber da i monti; dove che le parti di mezo, bench piene di valli e monti, mediante l'avere il Sole elevato, rimarrebbero senz'ombre, e per pi lucide assai che le parti estreme, sparse non men di ombre che di lume: e pur tuttavia non si vede tal differenza. 
   SIMP. Una simil difficult mi si andava avvolgendo per la fantasia.
   SALV. Quanto  pi pronto il signor Simplicio a penetrar le difficult che favoriscono le opinioni d'Aristotile, che le soluzioni! Ma io ho qualche sospetto che a bello studio e' voglia anco talvolta tacerle; e nel presente particulare avendo da per s potuto veder l'obbiezione, che pure  assai ingegnosa, non posso credere che e' non abbia ancora avvertita la risposta, ond'io voglio tentar di cavargliela (come si dice) di bocca. Per ditemi, signor Simplicio: credete voi che possa essere ombra dove feriscono i raggi del Sole?
   SIMP. Credo, anzi son sicuro, che no, perch essendo egli il massimo luminare, che scaccia con i suoi raggi le tenebre,  impossibile che dove egli arriva resti tenebroso; e poi aviamo la definizione che <I>tenebr sunt privatio luminis.</I>
   SALV. Adunque il Sole, rimirando la Terra o la Luna o altro corpo opaco, non vede mai alcuna delle sue parti ombrose, non avendo altri occhi da vedere che i suoi raggi apportatori del lume; ed in conseguenza uno che fusse nel Sole, non vedrebbe mai niente di adombrato, imperocch i raggi suoi visivi andrebbero sempre in compagnia de i solari illuminanti.
   SIMP. Questo  verissimo, senza contradizione alcuna.
   SALV. Ma quando la Luna  all'opposizion del Sole, qual differenza  tra il viaggio che fanno i raggi della vostra vista, e quello che fanno i raggi del Sole?
   SIMP. Ora ho inteso; voi volete dire che caminando i raggi della vista e quelli del Sole per le medesime linee, noi non possiamo scoprir alcuna delle valli ombrose della Luna. Di grazia, toglietevi gi di questa opinione, ch'io sia simulatore o dissimulatore; e vi giuro da gentiluomo che non avevo penetrata cotal risposta, n forse l'avrei ritrovata senza l'aiuto vostro o senza lungo pensarvi. 
   SAGR. La soluzione che fra tutti due avete addotta circa quest'ultima difficult, ha veramente soddisfatto a me ancora; ma nel medesimo tempo questa considerazione del camminare i raggi della vista con quelli del Sole, mi ha destato un altro scrupolo circa l'altra parte: ma non so se io lo sapr spiegare, perch, essendomi nato di presente, non l'ho per ancora ordinato a modo mio; ma vedremo fra tutti di ridurlo a chiarezza. E' non  dubbio alcuno che le parti verso la circonferenza dell'emisferio pulito, ma non brunito, che sia illuminato dal Sole, ricevendo i raggi obliquamente, ne ricevono assai meno che le parti di mezo, le quali direttamente gli ricevono; e pu essere che una striscia larga, verbigrazia, venti gradi, che sia verso l'estremit dell'emisferio, non riceva pi raggi che un'altra verso le parti di mezo, larga non pi di quattro gradi; onde quella veramente sar assai pi oscura di questa, e tale apparir a chiunque le rimirasse amendue in faccia o vogliam dire in maest. Ma quando l'occhio del riguardante fusse costituito in luogo tale che la larghezza de i venti gradi della striscia oscura se gli rappresentasse non pi lunga d'una di quattro gradi posta sul mezo dell'emisferio, io non ho per impossibile che se gli potesse mostrare egualmente chiara e luminosa come l'altra, perch finalmente dentro a due angoli eguali, cio di quattro gradi l'uno, vengono all'occhio le reflessioni di due eguali moltitudini di raggi, di quelli, cio, che si reffettono dalla striscia di mezo, larga gradi quattro, e de i reflessi dall'altra di venti gradi, ma veduta in iscorcio sotto la quantit di gradi quattro: ed un sito tale otterr l'occhio, quando e' sia collocato tra 'l detto emisfero e 'l corpo che l'illumina, perch allora la vista e i raggi vanno per le medesime linee. Par dunque che non sia impossibile che la Luna possa esser di superficie assai bene eguale, e che non dimeno nel plenilunio si mostri non men luminosa nell'estremit che nelle parti di mezo.
   SALV. La dubitazione  ingegnosa e degna d'esser considerata: e comech ella vi  nata pur ora improvisamente, io parimente risponder quello che improvisamente mi cade in mente, e forse potrebb'essere che col pensarvi pi mi sovvenisse miglior risposta. Ma prima che io produca altro in mezo, sar bene che noi ci assicuriamo con l'esperienza se la vostra opposizione risponde cos in fatto, come par che concluda in apparenza. E per, ripigliando la medesima carta, inclinandone, col piegarla, una piccola parte sopra il rimanente, proviamo se esponendola al lume, s che sopra la minor parte caschino i raggi del lume direttamente, e sopra l'altra obliquamente, questa che riceve i raggi diretti si mostri pi chiara; ed ecco gi l'esperienza manifesta, che l' notabilmente pi luminosa. Ora, quando la vostra opposizione sia concludente, bisogner che, abbassando noi l'occhio tanto che, rimirando l'altra maggior parte, meno illuminata, in iscorcio, ella ci apparisca non pi larga dell'altra pi illuminata, e che in conseguenza non sia veduta sotto maggior angolo che quella, bisogner, dico, che il suo lume si accresca s, che ci sembri cos lucida come l'altra. Ecco che io la guardo, e la veggo s obliquamente che la mi apparisce pi stretta dell'altra; ma con tutto ci la sua oscurit non mi si rischiara punto. Guardate ora se l'istesso accade a voi. 
   SAGR. Ho visto, n, perch io abbassi l'occhio, veggo punto illuminarsi o rischiararsi davvantaggio la detta superficie; anzi mi par pi tosto che ella si imbrunisca.
   SALV. Siamo dunque sin ora sicuri dell'inefficacia dell'opposizione. Quanto poi alla soluzione, credo che, per esser la superficie di questa carta poco meno che tersa, pochi sieno i raggi che si reflettano verso gl'incidenti, in comparazione della moltitudine che si reflette verso le parti opposte e che di quei pochi se ne perdano sempre pi quanto pi si accostano i raggi visivi a essi raggi luminosi incidenti; e perch non i raggi incidenti, ma quelli che si reffettono all'occhio, fanno apparir l'oggetto luminoso, per nell'abbassar l'occhio, pi  quello che si perde che quello che si acquista, come anco voi stesso dite apparirvi nel vedere il foglio pi oscuro.
   SAGR. Io dell'esperienza e della ragione mi appago. Resta ora che 'l signor Simplicio risponda all'altro mio quesito, dichiarandomi quali cose muovano i Peripatetici a voler questa rotondit ne i corpi celesti tanto esatta.
   SIMP. L'essere i corpi celesti ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, impassibili, immortali, etc., fa che e' sieno assolutamente perfetti; e l'essere assolutamente perfetti si tira in conseguenza che in loro sia ogni genere di perfezione, e per che la figura ancora sia perfetta, cio sferica, e assolutamente e perfettamente sferica, e non aspera ed irregolare.
   SALV. E questa incorruttibilit da che la cavate voi? 
   SIMP. Dal mancar di contrari immediatamente, e mediatamente dal moto semplice circolare. 
   SALV. Talch, per quanto io raccolgo dal vostro discorso, nel costituir l'essenza de i corpi celesti incorruttibile inalterabile etc., non v'entra come causa o requisito necessario, la rotondit; che quando questa cagionasse l'inalterabilit, noi potremo ad arbitrio nostro far incorruttibile il legno, la cera, ed altre materie elementari, col ridurle in figura sferica.
   SIMP. E non  egli manifesto che una palla di legno meglio e pi lungo tempo si conserver che una guglia o altra forma angolare, fatta di altrettanto del medesimo legno? 
   SALV. Cotesto  verissimo, ma non per di corruttibile diverr ella incorruttibile; anzi rester pur corruttibile, ma ben di pi lunga durata. Per  da notarsi che il corruttibile  capace di pi e di meno tale, potendo noi dire: Questo  men corruttibile di quello+, come, per esempio, il diaspro  men corruttibile della pietra serena; ma l'incorruttibile non riceve il pi e 'l meno, s che si possa dire: Questo  pi incorruttibile di quell'altro+, se amendue sono incorruttibili ed eterni. La diversit dunque di figura non pu operare se non nelle materie che son capaci del pi o del meno durare; ma nelle eterne, che non posson essere se non egualmente eterne, cessa l'operazione della figura. E per tanto, gi che la materia celeste non per la figura  incorruttibile, ma per altro, non occorre esser cos ansioso di questa perfetta sfericit, perch, quando la materia sar incorruttibile, abbia pur che figura si voglia, ella sar sempre tale. 
   SAGR. Ma io vo considerando qualche cosa di pi, e dico che, conceduto che la figura sferica avesse facult di conferire l'incorruttibilit, tutti i corpi, di qualsivoglia figura, sarebbero eterni e incorruttibili. Imperocch essendo il corpo rotondo incorruttibile, la corruttibilit verrebbe a consistere in quelle parti che alterano la perfetta rotondit: come, per esempio, in un dado vi  dentro una palla perfettamente rotonda, e come tale incorruttibile; resta dunque che corruttibili sieno quelli angoli che ricuoprono ed ascondono la rotondit; al pi dunque che potesse accadere, sarebbe che tali angoli e (per cos dire) escrescenze si corrompessero. Ma se pi internamente andremo considerando, in quelle parti ancora verso gli angoli vi son dentro altre minori palle della medesima materia, e per esse ancora, per esser rotonde, incorruttibili; e cos ne' residui che circondano queste otto minori sferette, vi se ne possono intendere altre; talch finalmente, risolvendo tutto il dado in palle innumerabili, bisogner confessarlo incorruttibile. E questo medesimo discorso ed una simile resoluzione si pu far di tutte le altre figure.
   SALV. Il progresso cammina benissimo: s che quando, verbigrazia, un cristallo sferico avesse dalla figura l'esser incorruttibile, cio la facult di resistere a tutte le alterazioni interne ed esterne, non si vede che l'aggiugnerli altro cristallo e ridurlo, verbigrazia, in cubo l'avesse ad alterar dentro, n anco di fuori, s che ne divenisse meno atto a resistere al nuovo ambiente, fatto dell'istessa materia, che non era all'altro di materia diversa, e massime se  vero che la corruzione si faccia da i contrari, come dice Aristotile; e di qual cosa si pu circondare quella palla di cristallo, che gli sia manco contraria del cristallo medesimo? Ma noi non ci accorgiamo del fuggir dell'ore, e tardi verremo a capo de' nostri ragionamenti, se sopra ogni particulare si hanno da fare s lunghi discorsi; oltre che la memoria si confonde talmente nella multiplicit delle cose, che difficilmente posso ricordarmi delle proposizioni che ordinatamente aveva proposte il signor Simplicio da considerarsi. 
   SIMP. Io me ne ricordo benissimo; e circa questo particulare della montuosit della Luna, resta ancora in piede la causa che io addussi di tale apparenza, potendosi benissimo salvare con dir ch'ella sia un'illusione procedente dall'esser le parti della Luna inegualmente opache e perspicue.
   SAGR. Poco fa, quando il signor Simplicio attribuiva le apparenti inegualit della Luna, conforme all'opinione di certo Peripatetico amico suo, alle parti di essa Luna diversamente opache e perspicue, conforme a che simili illusioni si veggono in cristalli e gemme di pi sorti, mi sovvenne una materia molto pi accomodata per rappresentar cotali effetti, e tale che credo certo che quel filosofo la pagherebbe qualsivoglia prezo; e queste sono le madreperle, le quali si lavorano in varie figure, e bench ridotte ad una estrema liscezza, sembrano all'occhio tanto variamente in diverse parti cave e colme, che appena al tatto stesso si pu dar fede della loro egualit.
   SALV. Bellissimo  veramente questo pensiero; e quel che non  stato fatto sin ora, potrebbe esser fatto un'altra volta, e se sono state prodotte altre gemme e cristalli, che non han che fare con l'illusioni delle madreperle, saran ben prodotte queste ancora. Intanto, per non tagliar l'occasione ad alcuno, tacer la risposta che ci andrebbe, e solo procurer per ora di sodisfare alle obbiezioni portate dal signor Simplicio. Dico per tanto che questa vostra  una ragion troppo generale, e come voi non l'applicate a tutte le apparenze ad una ad una che si veggono nella Luna, e per le quali io ed altri si son mossi a tenerla montuosa, non credo che voi siate per trovare chi si soddisfaccia di tal dottrina; n credo che voi stesso n l'autor medesimo trovi in essa maggior quiete, che in qualsivoglia altra cosa remota dal proposito. Delle molte e molte apparenze varie che si scorgono di sera in sera in un corso lunare, voi pur una sola non ne potrete imitare col fabbricare una palla a vostro arbitrio di parti pi e meno opache e perspicue e che sia di superficie pulita; dov'e che, all'incontro, di qualsivoglia materia solida e non trasparente si fabbricheranno palle le quali, solo con eminenze e cavit e col ricevere variamente l'illuminazione, rappresenteranno l'istesse viste e mutazioni a capello, che d'ora in ora si scorgono nella Luna. In esse vedrete i dorsi dell'eminenze esposte al lume del Sole chiari assai, e doppo di loro le proiezioni dell'ombre oscurissime; vedrete le maggiori e minori, secondo che esse eminenze si troveranno pi o meno distanti dal confine che distingue la parte della Luna illuminata dalla tenebrosa; vedrete l'istesso termine e confine, non egualmente disteso, qual sarebbe se la palla fusse pulita, ma anfrattuoso e merlato; vedrete, oltre al detto termine, nella parte tenebrosa, molte sommit illuminate e staccate dal resto gi luminoso, vedrete l'ombre sopradette, secondoch l'illuminazione si va alzando, andarsi elleno diminuendo, sinch del tutto svaniscono, n pi vedersene alcuna quando tutto l'emisferio sia illuminato; all'incontro poi, nel passare il lume verso l'altro emisfero lunare, riconoscerete l'istesse eminenze osservate prima, e vedrete le proiezioni dell'ombre loro farsi al contrario ed andar crescendo: delle quali cose torno a replicarvi che voi pur una non potrete rappresentarmi col vostro opaco e perspicuo. 
   SAGR. Anzi pur se ne imiter una, cio quella del plenilunio, quando, per esser il tutto illuminato, non si scorge pi n ombre n altro che dalle eminenze e cavit riceva alcuna variazione. Ma di grazia, signor Salviati, non perdete pi tempo in questo particolare, perch uno che avesse avuto pazienza di far l'osservazioni di una o due lunazioni e non restasse capace di questa sensatissima verit, si potrebbe ben sentenziare per privo del tutto di giudizio; e con simili, a che consumar tempo e parole indarno? 
   SIMP. Io veramente non ho fatte tali osservazioni, perch non ho avuta questa curiosit, n meno strumento atto a poterle fare; ma voglio per ogni modo farle: e intanto possiamo lasciar questa questione in pendente e passare a quel punto che segue, producendo i motivi per i quali voi stimate che la Terra possa reflettere il lume del Sole non men gagliardamente che la Luna, perch a me par ella tanto oscura ed opaca, che un tale effetto mi si rappresenta del tutto impossibile.
SALV. La causa per la quale voi reputate la Terra inetta all'illuminazione non  altramente cotesta, signor Simplicio. E non sarebbe bella cosa che io penetrassi i vostri discorsi meglio che voi medesimo?
SIMP. Se io mi discorra bene o male, potrebb'esser che voi meglio di me lo conosceste; ma, o bene o mal ch'io mi discorra, che voi possiate meglio di me penetrar il mio discorso, questo non creder io mai. 
   SALV. Anzi vel far io creder pur ora. Ditemi un poco: quando la Luna  presso che piena, s che ella si pu veder di giorno ed anco a meza notte, quando vi par ella pi splendente, il giorno o la notte? 
   SIMP. La notte, senza comparazione, e parmi che la Luna imiti quella colonna di nugole e di fuoco che fu scorta a i figliuoli di Isdraele, che alla presenza del Sole si mostrava come una nugoletta, ma la notte poi era splendidissima. Cos ho io osservato alcune volte di giorno tra certe nugolette la Luna non altramente che una di esse biancheggiante; ma la notte poi si mostra splendentissima. 
   SALV. Talch quando voi non vi foste mai abbattuto a veder la Luna se non di giorno, voi non l'avreste giudicata pi splendida di una di quelle nugolette. 
   SIMP. Cos credo fermamente.
   SALV. Ditemi ora: credete voi che la Luna sia realmente pi lucente la notte che 'l giorno, o pur che per qualche accidente ella si mostri tale? 
   SIMP. Credo che realmente ella risplenda in se stessa tanto di giorno quanto di notte, ma che 'l suo lume si mostri maggiore di notte perch noi la vediamo nel campo oscuro del cielo; ed il giorno, per esser tutto l'ambiente assai chiaro, s che ella di poco lo avanza di luce, ci si rappresenta assai men lucida.
   SALV Or ditemi; avete voi veduto mai in su la meza notte il globo terrestre illuminato dal Sole?
   SIMP. Questa mi pare una domanda da non farsi se non per burla, o vero a qualche persona conosciuta per insensata affatto. 
   SALV. No, no, io v'ho per uomo sensatissimo, e fo la domanda sul saldo: e per rispondete pure, e poi se vi parr che io parli a sproposito, mi contento d'esser io l'insensato; ch bene  pi sciocco quello che interroga scioccamente, che quello a chi si fa interrogazione.
   SIMP. Se dunque voi non mi avete per semplice affatto, fate conto ch'io v'abbia risposto, e detto che  impossibile che uno che sia in Terra, come siamo noi, vegga di notte quella parte della Terra dove  giorno, cio che  percossa dal Sole.
   SALV. Adunque non vi  toccato mai a veder la Terra illuminata se non di giorno; ma la Luna la vedete anco nella pi profonda notte risplendere in cielo: e questa, signor Simplicio,  la cagione che vi fa credere che la Terra non risplenda come la Luna, che se voi poteste veder la Terra illuminata mentrech voi fuste in luogo tenebroso come la nostra notte, la vedreste splendida pi che la Luna. Ora, se voi volete che la comparazione proceda bene, bisogna far parallelo del lume della Terra con quel della Luna veduta di giorno, e non con la Luna notturna, poich non ci tocca a veder la Terra illuminata se non di giorno. Non sta cos? 
   SIMP. Cos  dovere. 
   SALV. E perch voi medesimo avete gi confessato d'aver veduta la Luna di giorno tra nugolette biancheggianti e similissima, quanto all'aspetto, ad una di esse, gi primamente venite a confessare che quelle nugolette, che pur son materie elementari, son atte a ricever l'illuminazione quanto la Luna, ed ancor pi, se voi vi ridurrete in fantasia d'aver vedute talvolta alcune nugole grandissime, e candidissime come la neve; e non si pu dubitare che se una tale si potesse conservar cos luminosa nella pi profonda notte, ella illuminerebbe i luoghi circonvicini pi che cento Lune. Quando dunque noi fussimo sicuri che la Terra si illuminasse dal Sole al pari di una di quelle nugolette, non resterebbe dubbio che ella fusse non meno risplendente della Luna. Ma di questo cessa ogni dubbio, mentre noi veggiamo le medesime nugole, nell'assenza del Sole, restar la notte cos oscure come la Terra; e, quel che  pi, non  alcuno di noi al quale non sia accaduto di veder pi volte alcune tali nugole basse e lontane, e stare in dubbio se le fussero nugole o montagne: segno evidente, le montagne non esser men luminose di quelle nugole.
   SAGR. Ma che pi altri discorsi? Eccovi l su la Luna, che  pi di meza; eccovi l quel muro alto, dove batte il Sole; ritiratevi in qua, s che la Luna si vegga accanto al muro; guardate ora: che vi par pi chiaro? non vedete voi che se vantaggio vi , l'ha il muro? Il Sole percuote in quella parete; di l si reverbera nelle pareti della sala; da quelle si reflette in quella camera, s che in essa arriva con la terza riflessione: e ad ogni modo son sicuro che vi  pi lume, che se direttamente vi arrivasse il lume della Luna. 
   SIMP. Oh questo non credo io, perch quel della Luna, e massime quando ell' piena,  un grande illuminare.
   SAGR. Par grande per l'oscurit de i luoghi circonvicini ombrosi, ma assolutamente non  molto, ed  minore che quel del crepuscolo di mez'ora doppo il tramontar del Sole; il che  manifesto, perch non prima che allora vedrete cominciare a distinguersi in Terra le ombre de i corpi illuminati dalla Luna. Se poi quella terza reflessione in quella camera illumini pi che la prima della Luna, si potr conoscere andando l, col legger quivi un libro, e provar poi stasera al lume della Luna se si legge pi agevolmente o meno, che credo senz'altro che si legger meno.
   SALV. Ora, signor Simplicio (se per voi sete stato appagato), potete comprender come voi medesimo sapevi veramente che la Terra risplendeva non meno che la Luna, e che il ricordarvi solamente alcune cose sapute da per voi, e non insegnate da me, ve n'ha reso certo: perch io non vi ho insegnato che la Luna si mostra pi risplendente la notte che 'l giorno, ma gi lo sapevi da per voi, come anco sapevi che tanto si mostra chiara una nugoletta quanto la Luna; sapevi parimente che l'illuminazion della Terra non si vede di notte, ed in somma sapevi il tutto, senza saper di saperlo. Di qui non dover di ragione esservi difficile il conceder che la reflessione della Terra possa illuminar la parte tenebrosa della Luna, con luce non minor di quella con la quale la Luna illustra le tenebre della notte, anzi tanto pi, quanto che la Terra  quaranta volte maggior della Luna.
   SIMP. Veramente io credeva che quel lume secondario fosse proprio della Luna.
   SALV. E questo ancora sapete da per voi, e non v'accorgete di saperlo. Ditemi: non avete voi per voi stesso saputo che la Luna si mostra pi luminosa assai la notte che il giorno, rispetto all'oscurit del campo ambiente? ed in conseguenza non venite voi a sapere in genere, che ogni corpo lucido si mostra pi chiaro quanto l'ambiente  pi oscuro?
   SIMP. Questo so io benissimo. 
   SALV. Quando la Luna  falcata e vi mostra assai chiaro quel lume secondario, non  ella sempre vicina al Sole, ed in conseguenza nel lume del crepusculo? 
   SIMP. +vvi; e molte volte ho desiderato che l'aria si facesse pi fosca per poter veder quel tal lume pi chiaro, ma l' tramontata avanti notte oscura.  
   SALV. Voi dunque sapete benissimo che nella profonda notte quel lume apparirebbe pi? 
   SIMP. Signor s, ed ancor pi se si potesse tor via il gran lume delle corna tocche dal Sole, la presenza del quale offusca assai l'altro minore. 
   SALV. Oh non accad'egli talvolta di poter vedere dentro ad oscurissima notte tutto il disco della Luna, senza punto essere illuminato dal Sole? 
   SIMP. Io non so che questo avvenga mai, se non ne gli eclissi totali della Luna. 
   SALV. Adunque allora dovrebbe questa sua luce mostrarsi vivissima, essendo in un campo oscurissimo e non offuscata dalla chiarezza delle corna luminose: ma voi in quello stato come l'avete veduta lucida? 
   SIMP. Holla veduta talvolta del color del rame ed un poco albicante; ma altre volte  rimasta tanto oscura, che l'ho del tutto persa di vista. 
   SALV. Come dunque pu esser sua propria quella luce, che voi cos chiara vedete nell'albor del crepuscolo, non ostante l'impedimento dello splendor grande e contiguo delle corna, e che poi nella pi oscura notte, rimossa ogni altra luce, non apparisce punto? 
   SIMP. Intendo esserci stato chi ha creduto cotal lume venirle participato dall'altre stelle, ed in particolare da Venere, sua vicina. 
   SALV. E cotesta parimente  una vanit, perch nel tempo della sua totale oscurazione dovrebbe pur mostrarsi pi lucida che mai, ch non si pu dire che l'ombra della Terra gli asconda la vista di Venere n dell'altre stelle; ma ben ne riman ella del tutto priva allora, perch l'emisferio terrestre che in quel tempo riguarda verso la Luna,  quello dove  notte, cio un'intera privazion del lume del Sole. E se voi diligentemente andrete osservando, vedrete sensatamente che, s come la Luna, quando  sottilmente falcata, pochissimo illumina la Terra, e secondoch in lei vien crescendo la parte illuminata dal Sole, cresce parimente lo splendore a noi, che da quella vienci reflesso; cos la Luna, mentre  sottilmente falcata e che, per esser tra 'l Sole e la Terra, scuopre grandissima parte dell'emisferio terreno illuminato, si mostra assai chiara e discostandosi dal Sole e venendo verso la quadratura, si vede tal lume andar languendo, ed oltre la quadratura si vede assai debile, perch sempre va perdendo della vista della parte luminosa della Terra: e pur dovrebbe accadere il contrario quando tal lume fusse suo o comunicatole dalle stelle, perch allora la possiamo vedere nella profonda notte e nell'ambiente molto tenebroso. 
   SIMP. Fermate, di grazia, che pur ora mi sovviene aver letto in un libretto moderno di conclusioni, pieno di molte novit, che questo lume secondario non  cagionato dalle stelle n  proprio della Luna e men di tutti comunicatogli dalla Terra, ma che deriva dalla medesima illuminazion del Sole, la quale, per esser la sustanza del globo lunare alquanto trasparente, penetra per tutto il suo corpo, ma pi vivamente illumina la superficie dell'emisfero esposto a i raggi del Sole, e la profondit, imbevendo e, per cos dire, inzuppandosi di tal luce a guisa di una nugola o di un cristallo, la trasmette e si rende visibilmente lucida. E questo (se ben mi ricorda) prova egli con l'autorit, con l'esperienza e con la ragione, adducendo Cleomede, Vitellione, Macrobio e qualch'altro autor moderno, e soggiugnendo, vedersi per esperienza ch'ella si mostra molto lucida ne i giorni prossimi alla congiunzione, cio quando  falcata, e massimamente risplende intorno al suo limbo; e di pi scrive che negli eclissi solari, quando ella  sotto il disco del Sole, si vede tralucere, e massime intorno all'estremo cerchio. Quanto poi alle ragioni, parmi ch'e' dica che non potendo ci derivare n dalla Terra n dalle stelle n da se stessa, resta necessariamente ch'e' venga dal Sole; oltrech, fatta questa supposizione, benissimo si rendono accomodate ragioni di tutti i particulari che accascano. Imperocch del mostrarsi tal luce secondaria pi vivace intorno all'estremo limbo, ne  cagione la brevit dello spazio da esser penetrato da i raggi del Sole, essendoch delle linee che traversano un cerchio, la massima  quella che passa per il centro, e delle altre le pi lontane da questa son sempre minori delle pi vicine. Dal medesimo principio dice egli derivare che tal lume poco diminuisce. E finalmente, per questa via si assegna la causa onde avvenga che quel cerchio pi lucido intorno all'estremo margine della Luna si scorga nell'eclisse solare in quella parte che sta sotto il disco del Sole, ma non in quella che  fuor del disco; provenendo ci, perch i raggi del Sole trapassano a dirittura al nostro occhio per le parti della Luna sottoposte, ma per le parti che son fuori, cascano fuori dell'occhio+.
   SALV. Se questo filosofo fusse stato il primo autore di tale opinione, io non mi maraviglierei che e' vi fusse talmente affezionato, che e' l'avesse ricevuta per vera; ma ricevendola da altri, non saprei addur ragione bastante per iscusarlo dal non aver comprese le sue fallacie, e massime doppo l'aver egli sentita la vera causa di tale effetto, ed aver potuto con mille esperienze e manifesti riscontri assicurarsi, ci dal reflesso della Terra, e non da altro, procedere; e quanto questa cognizione fa desiderar qualche cosa nell'accorgimento di questo autore e di tutti gli altri che non le prestano l'assenso, tanto il non l'avere intesa e non esser loro sovvenuta mi rende scusabili quei pi antichi, i quali son ben sicuro che se adesso l'intendessero, senza una minima repugnanza l'ammetterebbero. E se io vi devo schiettamente dire il mio concetto, non posso creder che quest'autor moderno internamente non la creda, ma dubito che il non potersen'egli fare il primo autore, lo stimoli un poco a tentare di supprimerla o smaccarla almanco appresso a i semplici, il numero de i quali sappiamo esser grandissimo; e molti sono che godono assai pi dell'applauso numeroso del popolo, che dell'assenso de i pochi non vulgari.
   SAGR. Fermate un poco, signor Salviati, ch mi par di vedere che voi non andiate drittamente al vero punto nel vostro parlare; perch questi, che tendono le pareti al comune, si sanno anco fare autori dell'invenzioni di altri, purch non sieno tanto antiche e fatte pubbliche per le cattedre e per le piazze, che sieno pi che notorie a tutti.
   SALV. Oh io son pi cattivo di voi. Che dite voi di pubbliche o di notorie? non  egli l'istesso l'esser l'opinioni e l'invenzioni nuove a gli uomini, che l'esser gli uomini nuovi a loro? se voi vi contentaste della stima de' principianti nelle scienze, che vengon su di tempo in tempo, potreste farvi anco inventore sin dell'alfabeto, e cos rendervi ad essi ammirando; e se ben poi col progresso del tempo si scoprisse la vostra sagacit, ci poco pregiudica al vostro fine, perch altri sottentrano a mantenere il numero de i fautori. Ma torniamo a mostrare al signor Simplicio la inefficacia de i discorsi del suo moderno autore, ne i quali ci sono falsit e cose non concludenti ed inopinabili. E prima,  falso che questa luce secondaria sia pi chiara intorno all'estremo margine che nelle parti di mezo, s che si formi quasi un anello o cerchio pi risplendente del resto del campo. Ben  vero che guardando la Luna posta nel crepuscolo, si mostra, nel primo apparire, un tal cerchio, ma con inganno che nasce dalla diversit de i confini con i quali termina il disco lunare, sparso di questa luce secondaria: imperocch dalla parte verso il Sole confina con le corna lucidissime della Luna, e dall'altra ha per termine confinante il campo oscuro del crepuscolo, la relazion del quale ci fa parere pi chiaro l'albore del disco lunare, il quale nella parte opposta viene offuscato dallo splendor maggiore delle corna. Che se l'autor moderno avesse provato a farsi ostacolo tra l'occhio e lo splendor primario col tetto di qualche casa o con altro tramezzo, s che visibile restasse solamente la piazza della Luna fuori delle corna, l'avrebbe veduta tutta egualmente luminosa.
   SIMP. Mi par pur ricordare che egli scriva d'essersi servito di un simile artifizio per nascondersi la falce lucida.
   SALV. Oh come questo , la sua, che io stimava inavvertenza, diventa bugia; la quale pizzica anco di temerit, poich ciascheduno ne pu far frequentemente la riprova. Che poi nell'eclisse del Sole si vegga il disco della Luna in altro modo che per privazione, io ne dubito assai, e massime quando l'eclisse non sia totale, come necessariamente bisogna che siano state le osservate dall'autore; ma quando anco e' si scorgesse come lucido, questo non contraria, anzi favorisce l'opinion nostra, avvengach allora si oppone alla Luna tutto l'emisferio terrestre illuminato dal Sole, ch se bene l'ombra della Luna ne oscura una parte, questa  pochissima in comparazione di quella che rimane illuminata. Quello che aggiugne di pi, che in questo caso la parte del margine che soggiace al Sole si mostri assai lucida, ma non cos quella che resta fuori, e ci derivare dal venirci direttamente per quella parte i raggi solari all'occhio, ma non per questa,  bene una di quelle favole che manifestano le altre finzioni di colui che le racconta, perch, se per farci visibile di luce secondaria il disco lunare bisogna che i raggi del Sole vengano direttamente al nostro occhio, non vede il poverino che noi mai non vedremmo tal luce secondaria se non nell'eclisse del Sole? E se l'esser una parte della Luna remota dal disco solare solamente manco assai di mezo grado pu deviare i raggi del Sole, s che non arrivino al nostro occhio, che sar quando ella se ne trovi lontana venti e trenta quale ella ne  nella sua prima apparizione? e come verranno i raggi del Sole, che hanno a trapassar per il corpo della Luna, a trovar l'occhio nostro? Quest'uomo si va di mano in mano figurando le cose quali bisognerebbe ch'elle fussero per servire al suo proposito, e non va accomodando i suoi propositi di mano in mano alle cose quali elle sono. Ecco: per far che lo splendor del Sole possa penetrar la sustanza della Luna, ei la fa in parte diafana, quale , verbigrazia, la trasparenza di una nugola o di un cristallo; ma non so poi quello ch'ei si giudicasse, circa una tal trasparenza, quando i raggi solari avessero a penetrare una profondit di nugola di pi di dua mila miglia. Ma ammettasi che egli arditamente rispondesse, ci potere esser benissimo ne i corpi celesti, che sono altre faccende che questi nostri elementari, impuri e fecciosi, e convinchiamo l'error suo con mezi che non ammettono risposta, o per dir meglio, sutterfugii. Quando ei voglia mantenere che la sustanza della Luna sia diafana, bisogna ch'ei dica che ella  tale mentrech i raggi del Sole abbiano a penetrar tutta la sua profondit, cio ne abbiano a penetrar pi di dua mila miglia, ma che opponendosigliene solo un miglio ed anco meno, non la penetreranno pi che e' si penetrino una delle nostre montagne. 
   SAGR. Voi mi fate sovvenire di uno che mi voleva vendere un segreto di poter parlare, per via di certa simpatia di aghi calamitati, a uno che fusse stato lontano due o tre mila miglia; e dicendogli io che volentieri l'avrei comprato, ma che volevo vederne l'esperienza, e che mi bastava farla stando io in una delle mie camere ed egli in un'altra, mi rispose che in s piccola distanza non si poteva veder ben l'operazione: onde io lo licenziai, con dire che non mi sentivo per allora di andare nel Cairo o in Moscovia per veder tale esperienza; ma se pure voleva andare esso, che io arei fatto l'altra parte, restando in Venezia. Ma sentiamo come va la conseguenza dell'autore, e come bisogni ch'egli ammetta, la materia della Luna esser permeabilissima da i raggi solari nella profondit di dua mila miglia, ma opacissima pi di una montagna delle nostre nella grossezza di un miglio solo. 
   SALV. L'istesse montagne appunto della Luna ce ne fanno testimonianza, le quali, ferite da una parte dal Sole, gettano dall'opposta ombre negrissime, terminate e taglienti pi assai dell'ombre delle nostre; che quando elle fussero diafane, mai non avremmo potuto conoscere asprezza veruna nella superficie della Luna, n veder quelle cuspidi luminose staccate dal termine che distingue la parte illuminata dalla tenebrosa; anzi n meno vedremmo noi questo medesimo termine cos distinto, se fusse vero che 'l lume del Sole penetrasse la profondit della Luna; anzi, per il detto medesimo dell'autore, bisognerebbe vedere il passaggio e confine tra la parte vista e la non vista dal Sole assai confuso e misto di luce e tenebre, ch bene  necessario che quella materia che d il transito a i raggi solari nella profondit di dua mila miglia, sia tanto trasparente che pochissimo gli contrasti nella centesima o minor parte di tal grossezza: tuttavia il termine che separa la parte illuminata dalla oscura  tagliente e cos distinto quanto  distinto il bianco dal nero, e massime dove il taglio passa sopra la parte della Luna naturalmente pi chiara e pi aspra; ma dove sega le macchie antiche, le quali sono pianure, per andare elle sfericamente inclinandosi, s che ricevono i raggi del Sole obliquissimi, quivi il termine non  cos tagliente, mediante la illuminazione pi languida. Quello finalmente ch'ei dice del non si diminuire ed abbacinare la luce secondaria secondo che la Luna va crescendo, ma conservarsi continuamente della medesima efficacia,  falsissimo; anzi, poco si vede nella quadratura, quando, per l'opposito, ella dovrebbe vedersi pi viva, potendosi vedere fuor del crepuscolo, nella notte pi profonda. Concludiamo per tanto, esser la reflession della Terra potentissima nella Luna; e, quello di che dovrete far maggiore stima, cavatene un'altra congruenza bellissima: cio, che se  vero che i pianeti operino sopra la Terra col moto e col lume, forse la Terra non meno sar potente a operar reciprocamente in loro col medesimo lume e per avventura col moto ancora; e quando anco ella non si movesse, pur gli pu restare la medesima operazione, perch gi, come si  veduto, l'azione del lume  la medesima appunto cio del lume del Sole reflesso, e 'l moto non fa altro che la variazione de gli aspetti, la quale segue nel modo medesimo facendo muover la Terra e star fermo il Sole, che se si faccia per l'opposito.
   SIMP. Non si trover alcuno de i filosofi che abbia detto che questi corpi inferiori operino ne i celesti, ed Aristotile dice chiaro il contrario. 
   SALV. Aristotile e gli altri che non han saputo che la Terra e la Luna si illuminino scambievolmente, son degni di scusa; ma sarebber ben degni di riprensione se, mentre vogliono che noi concediamo e crediamo a loro che la Luna operi in Terra col lume, e' volessin poi a noi, che gli aviamo insegnato che la Terra illumina la Luna, negare l'azione della Terra nella Luna.
   SIMP. In somma io sento in me un'estrema repugnanza nel potere ammettere questa societ che voi vorreste persuadermi tra la Terra e la Luna, ponendola, come si dice, in ischiera con le stelle; ch, quando altro non ci fusse, la gran separazione e lontananza tra essa e i corpi celesti mi par che necessariamente concluda una grandissima dissimilitudine tra di loro.
   SALV. Vedete, signor Simplicio, quanto pu un inveterato affetto ed una radicata opinione; poich  tanto gagliarda, che vi fa parer favorevoli quelle cose medesime che voi stesso producete contro di voi. Che se la separazione e lontananza sono accidenti validi per persuadervi una gran diversit di nature, convien che per l'opposito la vicinanza e contiguit importino similitudine: ma quanto  pi vicina la Luna alla Terra che a qualsivoglia altro de i globi celesti? Confessate dunque, per la vostra medesima concessione (ed averete anco altri filosofi per compagni), grandissima affinit esser tra la Terra e la Luna. Or seguitiamo avanti, e proponete se altro ci resta da considerare circa le difficult che voi moveste contro le congruenze tra questi due corpi. 
   SIMP. Ci resterebbe non so che in proposito della solidit della Luna, la quale io argumentava dall'esser ella sommamente pulita e liscia, e voi dall'esser montuosa. Un'altra difficult mi nasceva per il credere io che la reflession del mare dovesse esser, per l'egualit della sua superficie pi gagliarda che quella della Terra, la cui superficie  tanto scabrosa ed opaca. 
   SALV. Quanto al primo dubbio, dico che, s come nelle parti della Terra, che tutte per la lor gravit conspirano ad approssimarsi quanto pi possono al centro, alcune tuttavia ne rimangono pi remote che l'altre, cio le montagne pi delle pianure, e questo per la lor solidit e durezza (ch se fusser di materia fluida si spianerebbero), cos il veder noi alcune parti della Luna restare elevate sopra la sfericit delle parti pi basse arguisce la loro durezza, perch  credibile che la materia della Luna si figuri in forma sferica per la concorde conspirazione di tutte le sue parti al medesimo centro. Circa l'altro dubbio, parmi che per le cose che aviamo considerate accader negli specchi, possiamo intender benissimo che la reflession del lume che vien dal mare sia inferiore assai a quella che vien dalla terra, intendendo per della reflessione universale; perch quanto alla particolare che la superficie dell'acqua quieta manda in un luogo determinato, non ha dubbio che chi si constituir in tal luogo, vedr nell'acqua un reflesso potentissimo, ma da tutti gli altri luoghi si vedr la superficie dell'acqua pi oscura di quella della terra. E per mostrarlo al senso, andiamo qua in sala e versiamo un poco di acqua sul pavimento: ditemi ora, non si mostr'egli questo mattone bagnato pi oscuro assai degli altri asciutti? Certo s, e tale si mostrer egli rimirato da qualsivoglia luogo, eccettuatone un solo, e questo  quello dove arriva il reflesso del lume che entra per quella finestra: tiratevi adunque indietro pian piano. 
   SIMP. Di qui veggo io la parte bagnata pi lucida del resto del pavimento, e veggo che ci avviene perch il reflesso del lume, che entra per la finestra, viene verso di me. 
   SALV. Quel bagnare non ha fatto altro che riempier quelle piccole cavit che sono nel mattone e ridur la sua superficie a un piano esquisito, onde poi i raggi reflessi vanno uniti verso un medesimo luogo: ma il resto del pavimento asciutto ha la sua asprezza, cio una innumerabil variet di inclinazioni nelle sue minime particelle, onde le reflessioni del lume vanno verso tutte le parti, ma pi debili che se andasser tutte unite insieme; e per poco o niente si varia il suo aspetto per riguardarlo da diverse bande, ma da tutti i luoghi si mostra l'istesso, ma ben men chiaro assai che quella reflession della parte bagnata. Concludo per tanto che la superficie del mare, veduta dalla Luna, s come apparirebbe egualissima (trattone le isole e gli scogli), cos apparirebbe men chiara che quella della terra, montuosa e ineguale. E se non fusse ch'io non vorrei parer, come si dice, di volerne troppo, vi direi d'aver osservato nella Luna quel lume secondario, ch'io dico venirle dalla reflession del globo terrestre, esser notabilmente pi chiaro due o tre giorni avanti la congiunzione che doppo, cio quando noi la veggiamo avanti l'alba in oriente che quando si vede la sera, doppo il tramontar del Sole, in occidente; della qual differenza ne  causa che l'emisferio terrestre che si oppone alla Luna orientale ha poco mare ed assaissima terra, avendo tutta l'Asia, dovech, quando ella  in occidente, riguarda grandissimi mari, cio tutto l'Oceano Atlantico sino alle Americhe: argomento assai probabile del mostrarsi meno splendida la superficie dell'acqua che quella della terra. 
   SIMP.  Ma credete voi forse che quelle gran macchie che si veggono nella faccia della Luna siano mari, e il resto pi chiaro terra, o cosa tale? 
 Adunque, per vostro credere, ella farebbe un aspetto simile a quello che noi veggiamo nella Luna, delle 2 parti massime.
   SALV. Questo che voi domandate  il principio delle incongruenze ch'io stimo esser tra la Luna e la Terra, dalle quali sar tempo che noi ci sbrighiamo, ch pur troppo siamo dimorati in questa Luna. Dico dunque che quando in natura non fusse altro che un modo solo per far apparir due superficie, illustrate dal Sole, una pi chiara dell'altra, e che questo fosse per esser una di terra e l'altra di acqua, bisognerebbe necessariamente dire che la superficie della Luna fosse parte terrea e parte aquea; ma perch vi sono pi modi conosciuti da noi, che posson cagionare il medesimo effetto, ed altri per avventura ne posson essere incogniti a noi, per io non ardirei di affermare, questo pi che quello esser nella Luna. Gi si  veduto di sopra come una piastra d'argento bianchito, col toccarlo col brunitoio, di candido si rappresenta oscuro; la parte umida della Terra si mostra pi oscura della arida; ne i dorsi delle montagne, le parti silvose appariscono assai pi fosche delle nude e sterili; ci accade, perch tra le piante casca gran quantit di ombra ed i luoghi aprici son tutti illuminati dal Sole; e questa mistione di ombre opera tanto, che voi vedete ne i velluti a opera il color della seta tagliata mostrarsi molto pi oscuro che quel della non tagliata, mediante le ombre disseminate tra pelo e pelo, ed il velluto piano parimente assai pi fosco che un ermisino fatto della medesima seta, s che quando nella Luna fossero cose che imitassero grandissime selve l'aspetto loro potrebbe rappresentarci le macchie che noi veggiamo; una tal differenza farebbero s'elle fusser mari e finalmente non repugna che potesse esser che quelle macchie fosser realmente di color pi oscuro del rimanente, ch in questa guisa la neve fa comparir le montagne pi chiare. Quello che si vede manifestamente nella Luna  che le parti pi oscure son tutte pianure, con pochi scogli e argini dentrovi, ma pur ve ne son alcuni: il restante pi chiaro  tutto pieno di scogli, montagne, arginetti rotondi e di altre figure; ed in particolare intorno alle macchie sono grandissime tirate di montagne. Dell'esser le macchie superficie piane, ce ne assicura il veder come il termine che distingue la parte illuminata dall'oscura, nel traversar le macchie fa il taglio eguale, ma nelle parti chiare si mostra per tutto anfrattuoso e merlato. Ma non so gi se questa egualit di superficie possa esser bastante per s sola a far apparir l'oscurit, e credo pi tosto di no. Reputo, oltre a questo, la Luna differentissima dalla Terra, perch, se bene io mi immagino che quelli non sien paesi oziosi e morti, non affermo per che vi sieno movimenti e vita, e molto meno che vi si generino piante, animali o altre cose simili alle nostre, ma, se pur ve n', fussero diversissime, e remote da ogni nostra immaginazione: e muovomi a cos credere, perch, primamente, stimo che la materia del globo lunare non sia di terra e di acqua, e questo solo basta a tr via le generazioni e alterazioni simili alle nostre; ma, posto anco che lass fosse acqua e terra, ad ogni modo non vi nascerebbero piante ed animali simili a i nostri, e questo per due ragioni principali. La prima , che per le nostre generazioni son tanto necessarii gli aspetti variabili del Sole, che senza essi il tutto mancherebbe: ora le abitudini del Sole verso la Terra son molto differenti da quelle verso la Luna Noi, quanto all'illuminazion diurna, abbiamo nella maggior parte della Terra ogni ventiquattr'ore parte di giorno e parte di notte, il quale effetto nella Luna si fa in un mese; e quello abbassamento ed alzamento annuo per il quale il Sole ci apporta le diverse stagioni e la disegualit de i giorni e delle notti, nella Luna si finisce pur in un mese; e dove il Sole a noi si alza ed abbassa tanto, che dalla massima alla minima altezza vi corre circa quarantasette gradi di differenza, cio quanta  la distanza dall'uno all'altro tropico, nella Luna non importa altro che gradi dieci o poco pi, ch tanto importano le massime latitudini del dragone  di qua e di l dall'eclittica. Considerisi ora qual sarebbe l'azion del Sole dentro alla zona torrida quando e' durasse quindici giorni continui a ferirla con i suoi raggi, che senz'altro s'intender che tutte le piante e le erbe e gli animali si dispergerebbero; e se pur vi si facessero generazioni, sarebber di erbe, piante ed animali diversissimi da i presenti. Secondariamente, io tengo per fermo che nella Luna non siano piogge, perch quando in qualche parte vi si congregassero nugole, come intorno alla Terra, ci verrebbero ad ascondere alcuna di quelle cose che noi col telescopio veggiamo nella Luna, ed in somma in qualche particella ci varierebber la vista; effetto che io per lunghe e diligenti osservazioni non ho veduto mai, ma sempre vi ho scorto una uniforme serenit purissima. 
   SAGR. A questo si potrebbe rispondere, o che vi fossero grandissime rugiade, o che vi piovesse ne i tempi della lor notte, cio quando il Sole non la illumina. 
   SALV. Se per altri riscontri noi avessimo indizii che in essa si facesser generazioni simili alle nostre, e solo ci mancasse il concorso delle piogge, potremmo trovarci questo o altro temperamento che supplisse in vece di quelle, come accade nell'Egitto dell'inondazione del Nilo, ma non incontrando accidente alcuno che concordi co i nostri, de' molti che si ricercherebbero per produrvi gli effetti simili, non occorre affaticarsi per introdurne un solo, e quello anco non perch se n'abbia sicura osservazione, ma per una semplice non repugnanza. Oltre che, quando mi fosse domandato quello che la prima apprensione ed il puro naturale discorso mi detta circa il prodursi l cose simili o pur differenti dalle nostre, io direi sempre, differentissime ed a noi del tutto inimmaginabili, che cos mi pare che ricerchi la ricchezza della natura e l'onnipotenza del Creatore e Governatore. 
   SAGR. Estrema temerit mi  parsa sempre quella di coloro che voglion far la capacit umana misura di quanto possa e sappia operar la natura, dove che, all'incontro, e' non  effetto alcuno in natura, per minimo che e' sia, all'intera cognizion del quale possano arrivare i pi specolativi ingegni. Questa cos vana prosunzione d'intendere il tutto non pu aver principio da altro che dal non avere inteso mai nulla, perch, quando altri avesse esperimentato una volta sola a intender perfettamente una sola cosa ed avesse gustato veramente come  fatto il sapere, conoscerebbe come dell'infinit dell'altre conclusioni niuna ne intende. 
   SALV. Concludentissimo  il vostro discorso; in confermazion del quale abbiamo l'esperienza di quelli che intendono o hanno inteso qualche cosa, i quali quanto pi sono sapienti, tanto pi conoscono e liberamente confessano di saper poco; ed il sapientissimo della Grecia, e per tale sentenziato da gli oracoli, diceva apertamente conoscer di non saper nulla.
   SIMP. Convien dunque dire, o che l'oracolo, o l'istesso Socrate, fusse bugiardo, <I>predicandolo quello per sapientissimo, e dicendo questo di conoscersi ignorantissimo</I>.
   SALV. Non ne seguita n l'uno n l'altro, essendo che amendue i pronunziati posson esser veri. Giudica l'oracolo sapientissimo Socrate sopra gli altri uomini, la sapienza de i quali  limitata; si conosce Socrate non saper nulla in relazione alla sapienza assoluta, che  infinita; e perch dell'infinito tal parte n' il molto che 'l poco e che il niente (perch per arrivar, per esempio, al numero infinito tanto  l'accumular migliaia, quanto decine e quanto zeri), per ben conosceva Socrate, la terminata sua sapienza esser nulla all'infinita, che gli mancava. Ma perch pur tra gli uomini si trova qualche sapere, e questo non egualmente compartito a tutti, potette Socrate averne maggior parte de gli altri, e perci verificarsi il responso dell'oracolo.
   SAGR. Parmi di intender benissimo questo punto. Tra gli uomini, signor Simplicio,  la potest di operare, ma non egualmente participata da tutti: e non  dubbio che la potenza d'un imperadore  maggiore assai che quella d'una persona privata; ma e questa e quella  nulla in comparazione dell'onnipotenza divina. Tra gli uomini vi sono alcuni che intendon meglio l'agricoltura che molti altri; ma il saper piantar un sermento di vite in una fossa, che ha da far col saperlo far barbicare, attrarre il nutrimento, da quello scierre questa parte buona per farne le foglie, quest'altra per formarne i viticci, quella per i grappoli, quell'altra per l'uva, ed un'altra per i fiocini, che son poi l'opere della sapientissima natura? Questa  una sola opera particolare delle innumerabili che fa la natura, ed in essa sola si conosce un'infinita sapienza, talch si pu concludere, il saper divino esser infinite volte infinito.
   SALV. Eccone un altro esempio. Non direm noi che 'l sapere scoprire in un marmo una bellissima statua ha sublimato l'ingegno del Buonarruoti assai assai sopra gli ingegni comuni degli altri uomini? E questa opera non  altro che imitare una sola attitudine e disposizion di membra esteriore e superficiale d'un uomo immobile; e per che cosa  in comparazione d'un uomo fatto dalla natura, composto di tante membra esterne ed interne, de i tanti muscoli, tendini, nervi, ossa, che servono a i tanti e s diversi movimenti? Ma che diremo de i sensi, delle potenze dell'anima, e finalmente dell'intendere? non possiamo noi dire, e con ragione, la fabbrica d'una statua cedere d'infinito intervallo alla formazion d'un uomo vivo, anzi anco alla formazion d'un vilissimo verme? 
   SAGR. E qual differenza crediamo che fusse tra la colomba d'Archita ed una della natura? 
   SIMP. O io non sono un di quegli uomini che intendano, o 'n questo vostro discorso  una manifesta contradizione. Voi tra i maggiori encomii, anzi pur per il massimo di tutti, attribuite all'uomo, fatto dalla natura, questo dell'intendere; e poco fa dicevi con Socrate che 'l suo intendere non era nulla; adunque bisogner dire che n anco la natura abbia inteso il modo di fare un intelletto che intenda. 
   SALV. Molto acutamente opponete; e per rispondere all'obbiezione, convien ricorrere a una distinzione filosofica, dicendo che l'intendere si pu pigliare in due modi, cio intensive, o vero extensive: e che extensive, cio quanto alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l'intender umano  come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perch mille rispetto all'infinit  come un zero; ma pigliando l'intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cio perfettamente, alcuna proposizione, dico che l'intelletto umano ne intende alcune cos perfettamente, e ne ha cos assoluta certezza, quanto se n'abbia l'intessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cio la geometria e l'aritmetica, delle quali l'intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di pi, perch le sa tutte, ma di quelle poche intese dall'intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poich arriva a comprenderne la necessit, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore.
   SIMP. Questo mi pare un parlar molto resoluto ed ardito.
   SALV. Queste son proposizioni comuni e lontane da ogni ombra di temerit o d'ardire e che punto non detraggono di maest alla divina sapienza, s come niente diminuisce la Sua onnipotenza il dire che Iddio non pu fare che il fatto non sia fatto. Ma dubito, signor Simplicio, che voi pigliate ombra per esser state ricevute da voi le mie parole con qualche equivocazione. Per, per meglio dichiararmi, dico che quanto alla verit di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella  l'istessa che conosce la sapienza divina; ma vi conceder bene che il modo col quale Iddio conosce le infinite proposizioni, delle quali noi conosciamo alcune poche,  sommamente pi eccellente del nostro, il quale procede con discorsi e con passaggi di conclusione in conclusione, dove il Suo  di un semplice intuito: e dove noi, per esempio, per guadagnar la scienza d'alcune passioni del cerchio, che ne ha infinite, cominciando da una delle pi semplici e quella pigliando per sua definizione, passiamo con discorso ad un'altra, e da questa alla terza, e poi alla quarta, etc., l'intelletto divino con la semplice apprensione della sua essenza comprende, senza temporaneo discorso, tutta la infinit di quelle passioni; le quali anco poi in effetto virtualmente si comprendono nelle definizioni di tutte le cose, e che poi finalmente, per esser infinite, forse sono una sola nell'essenza loro e nella mente divina. Il che n anco all'intelletto umano  del tutto incognito, ma ben da profonda e densa caligine adombrato, la qual viene in parte assottigliata e chiarificata quando ci siamo fatti padroni di alcune conclusioni fermamente dimostrate e tanto speditamente possedute da noi, che tra esse possiamo velocemente trascorrere: perch in somma, che altro  l'esser nel triangolo il quadrato opposto all'angolo retto eguale a gli altri due che gli sono intorno, se non l'esser i parallelogrammi sopra base comune e tra le parallele, tra loro eguali? e questo non  egli finalmente il medesimo che essere eguali quelle due superficie che adattate insieme non si avanzano, ma si racchiuggono dentro al medesimo termine? Or questi passaggi, che l'intelletto nostro fa con tempo e con moto di passo in passo, l'intelletto divino, a guisa di luce, trascorre in un instante, che  l'istesso che dire, gli ha sempre tutti presenti. Concludo per tanto, l'intender nostro, e quanto al modo e quanto alla moltitudine delle cose intese, esser d'infinito intervallo superato dal divino; ma non per l'avvilisco tanto, ch'io lo reputi assolutamente nullo; anzi, quando io vo considerando quante e quanto maravigliose cose hanno intese investigate ed operate gli uomini, pur troppo chiaramente conosco io ed intendo, esser la mente umana opera di Dio, e delle pi eccellenti.
   SAGR. Io son molte volte andato meco medesimo considerando, in proposito di questo che di presente dite, quanto grande sia l'acutezza dell'ingegno umano; e mentre io discorro per tante e tanto maravigliose invenzioni trovate da gli uomini, s nelle arti come nelle lettere, e poi fo reflessione sopra il saper mio, tanto lontano dal potersi promettere non solo di ritrovarne alcuna di nuovo, ma anco di apprendere delle gi ritrovate, confuso dallo stupore ed afflitto dalla disperazione, mi reputo poco meno che infelice. S'io guardo alcuna statua delle eccellenti, dico a me medesimo: E quando sapresti levare il soverchio da un pezzo di marmo, e scoprire s bella figura che vi era nascosa? quando mescolare e distendere sopra una tela o parete colori diversi, e con essi rappresentare tutti gli oggetti visibili, come un Michelagnolo, un Raffaello, un Tiziano?+ S'io guardo quel che hanno ritrovato gli uomini nel compartir gl'intervalli musici, nello stabilir precetti e regole per potergli maneggiar con diletto mirabile dell'udito, quando potr io finir di stupire? Che dir de i tanti e s diversi strumenti? La lettura de i poeti eccellenti di qual meraviglia riempie chi attentamente considera l'invenzion de' concetti e la spiegatura loro? Che diremo dell'architettura? che dell'arte navigatoria? Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s'immagin di trovar modo di comunicare i suoi pi reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, bench distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell'Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati n saranno se non di qua a mille e dieci mila anni? e con qual facilit? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta. Sia questo il sigillo di tutte le ammirande invenzioni umane, e la chiusa de' nostri ragionamenti di questo giorno: ed essendo passate le ore pi calde, il signor Salviati penso io che avr gusto di andare a godere de i nostri freschi in barca; e domani vi star attendendo amendue per continuare i discorsi cominciati, etc.




