
    Galileo Galilei.
    DIALOGO SOPRA I DUE MASSIMI SISTEMI TOLEMAICO E COPERNICANO.
    Il Bivacco, 2000, Melegnano.



















    INDICE.

    Dedica: pagina 3.
    Al discreto lettore: pagina 5.
    Giornata prima: pagina 10.
    Giornata seconda: pagina 191.
    Giornata terza: pagina 508.
    Giornata quarta: pagina 759.














    Serenissimo Gran Duca,  la differenza che  tra gli uomini e gli altri
    animali,  per  grandissima che ella sia,  chi dicesse poter darsi poco
    dissimile tra gli stessi uomini, forse non parlerebbe fuor di ragione.
    Qual proporzione ha da uno a mille? e pure  proverbio vulgato, che un
    solo uomo vaglia per mille,  dove mille non vagliano per un solo.  Tal
    differenza  depende  dalle abilit diverse degl'intelletti,  il che io
    riduco all'essere o non esser  filosofo:  poich  la  filosofia,  come
    alimento proprio di quelli,  chi pu nutrirsene,  il separa in effetto
    dal comune esser del volgo,  in pi e men degno grado,  come  che  sia
    vario tal nutrimento. Chi mira pi alto, si differenzia pi altamente;
    e  'l  volgersi  al gran libro della natura,  che  'l proprio oggetto
    della filosofia,  il modo per alzar gli occhi: nel qual libro, bench
    tutto quel che si legge, come fattura d'Artefice onnipotente,  sia per
    ci proporzionatissimo, quello nientedimeno  pi spedito e pi degno,
    ove maggiore,  al nostro vedere,  apparisce l'opera e l'artifizio.  La
    costituzione dell'universo,  tra  i  naturali  apprensibili,  per  mio
    credere,  pu mettersi nel primo luogo: che se quella,  come universal
    contenente, in grandezza tutt'altri avanza, come regola e mantenimento
    di tutto debbe anche avanzarli di nobilt. Per,  se a niuno tocc mai
    in  eccesso  differenziarsi  nell'intelletto  sopra  gli altri uomini,
    Tolomeo  e  'l  Copernico  furon  quelli  che  s  altamente   lessero
    s'affisarono  e  filosofarono  nella  mondana  costituzione.   Intorno
    all'opere de i quali rigirandosi principalmente questi miei  Dialoghi,
    non pareva doversi quei dedicare ad altri che a Vostra Altezza; perch
    posandosi  la  lor  dottrina  su  questi  due,  ch'io stimo i maggiori
    ingegni che in simili speculazioni ci abbian lasciate loro opere,  per
    non  far discapito di maggioranza,  conveniva appoggiarli al favore di
    Quello appo di me  il  maggiore,  onde  possan  ricevere  e  gloria  e
    patrocinio.  E se quei due hanno dato tanto lume al mio intendere, che
    questa mia opera pu dirsi loro in gran parte,  ben potr anche  dirsi
    di Vostr'Altezza, per la cui liberal magnificenza non solo mi s' dato
    ozio  e quiete da potere scrivere,  ma per mezo di suo efficace aiuto,
    non mai stancatosi in onorarmi, s' in ultimo data in luce.
    Accettila dunque l'Altezza Vostra con la sua solita benignit; e se ci
    troverr cosa alcuna onde gli amatori del vero possan trar  frutto  di
    maggior  cognizione  e  di giovamento,  riconoscala come propria di s
    medesima, avvezza tanto a giovare, che per nel suo felice dominio non
    ha niuno che dell'universali angustie,  che son nel  mondo,  ne  senta
    alcuna  che  lo disturbi.  Con che pregandole prosperit,  per crescer
    sempre in  questa  sua  pia  e  magnanima  usanza,  le  fo  umilissima
    reverenza.
    Dell'Altezza Vostra Serenissima
    Umilissimo e devotissimo servo e vassallo
    Galileo Galilei.
    AL DISCRETO LETTORE.

    Si promulg a gli anni passati in Roma un salutifero editto,  che, per
    ovviare a' pericolosi scandoli dell'et presente,  imponeva  opportuno
    silenzio  all'opinione  Pittagorica  della  mobilit della Terra.  Non
    manc chi temerariamente asser,  quel decreto essere stato parto  non
    di  giudizioso  esame,  ma  di  passione  troppo poco informata,  e si
    udirono querele che consultori totalmente inesperti delle osservazioni
    astronomiche non dovevano con proibizione  repentina  tarpar  l'ale  a
    gl'intelletti  speculativi.  Non  pot  tacer  il  mio zelo in udir la
    temerit di s fatti lamenti.  Giudicai,  come pienamente instrutto di
    quella prudentissima determinazione,  comparir publicamente nel teatro
    del mondo,  come  testimonio  di  sincera  verit.  Mi  trovai  allora
    presente in Roma,  ebbi non solo udienze,  ma ancora applausi de i pi
    eminenti prelati di quella Corte;  n senza  qualche  mia  antecedente
    informazione  segu  poi la publicazione di quel decreto.  Per tanto 
    mio consiglio nella presente fatica mostrare alle nazioni  forestiere,
    che  di questa materia se ne sa tanto in Italia,  e particolarmente in
    Roma,  quanto possa mai averne imaginato la diligenza oltramontana;  e
    raccogliendo  insieme tutte le speculazioni proprie intorno al sistema
    Copernicano,  far sapere che  precedette  la  notizia  di  tutte  alla
    censura  romana,  e che escono da questo clima non solo i dogmi per la
    salute  dell'anima,   ma  ancora  gl'ingegnosi  trovati  per   delizie
    degl'ingegni.
    A  questo fine ho presa nel discorso la parte Copernicana,  procedendo
    in pura ipotesi matematica,  cercando per ogni strada  artifiziosa  di
    rappresentarla  superiore,  non  a  quella  della fermezza della Terra
    assolutamente, ma secondo che si difende da alcuni che, di professione
    Peripatetici, ne ritengono solo il nome, contenti, senza passeggio, di
    adorar l'ombre, non filosofando con l'avvertenza propria,  ma con solo
    la memoria di quattro principii mal intesi.
    Tre capi principali si tratteranno.  Prima cercher di mostrare, tutte
    l'esperienze  fattibili  nella  Terra  essere  mezi  insufficienti   a
    concluder la sua mobilit,  ma indifferentemente potersi adattare cos
    alla Terra mobile, come anco quiescente, e spero che in questo caso si
    paleseranno molte osservazioni ignote  all'antichit.  Secondariamente
    si esamineranno li fenomeni celesti, rinforzando l'ipotesi copernicana
    come  se  assolutamente dovesse rimaner vittoriosa,  aggiungendo nuove
    speculazioni, le quali per servano per facilit d'astronomia, non per
    necessit di natura.  Nel terzo luogo proporr una fantasia ingegnosa.
    Mi  trovavo  aver  detto,  molti anni sono,  che l'ignoto problema del
    flusso del  mare  potrebbe  ricever  qualche  luce,  ammesso  il  moto
    terrestre. Questo mio detto, volando per le bocche degli uomini, aveva
    trovato  padri  caritativi  che  se  l'adottavano per prole di proprio
    ingegno.  Ora,  perch non possa mai comparire alcuno  straniero  che,
    fortificandosi  con  l'armi nostre,  ci rinfacci la poca avvertenza in
    uno  accidente  cos  principale,   ho   giudicato   palesare   quelle
    probabilit  che  lo  renderebbero persuasibile,  dato che la Terra si
    movesse. Spero che da queste considerazioni il mondo conoscer, che se
    altre nazioni hanno navigato pi,  noi non abbiamo speculato  meno,  e
    che  il  rimettersi  ad asserir la fermezza della Terra,  e prender il
    contrario solamente per capriccio matematico,  non nasce da  non  aver
    contezza di quant'altri ci abbia pensato,  ma, quando altro non fusse,
    da quelle ragioni che la piet,  la religione,  il conoscimento  della
    divina onnipotenza, e la coscienza della debolezza dell'ingegno umano,
    ci somministrano.
    Ho  poi  pensato tornare molto a proposito lo spiegare questi concetti
    in forma di dialogo,  che,  per  non  esser  ristretto  alla  rigorosa
    osservanza delle leggi matematiche,  porge campo ancora a digressioni,
    tal ora non meno curiose del principale argomento.
    Mi trovai,  molt'anni sono,  pi volte  nella  maravigliosa  citt  di
    Venezia   in   conversazione  col  signor  Giovan  Francesco  Sagredo,
    illustrissimo di nascita,  acutissimo d'ingegno.Venne l di Firenze il
    signor  Filippo  Salviati,  nel  quale  il  minore  splendore  era  la
    chiarezza del  sangue  e  la  magnificenza  delle  ricchezze;  sublime
    intelletto,  che  di  niuna delizia pi avidamente si nutriva,  che di
    specolazioni esquisite. Con questi due mi trovai spesso a discorrer di
    queste materie, con l'intervento di un filosofo peripatetico, al quale
    pareva che niuna cosa  ostasse  maggiormente  per  l'intelligenza  del
    vero, che la fama acquistata nell'interpretazioni Aristoteliche.
    Ora,  poich morte acerbissima ha, nel pi bel sereno degli anni loro,
    privato  di  quei  due  gran  lumi  Venezia  e  Firenze,  ho  risoluto
    prolungar,  per quanto vagliono le mie debili forze, la vita alla fama
    loro sopra queste mie carte,  introducendoli per  interlocutori  della
    presente controversia.  N mancher il suo luogo al buon Peripatetico,
    al quale, pel soverchio affetto verso i comenti di Simplicio,   parso
    decente,  senza  esprimerne  il  nome,  lasciarli  quello del reverito
    scrittore.  Gradiscano quelle due  grand'anime,  al  cuor  mio  sempre
    venerabili,  questo  publico monumento del mio non mai morto amore,  e
    con la memoria  della  loro  eloquenza  mi  aiutino  a  spiegare  alla
    posterit le promesse speculazioni.
    Erano  casualmente  occorsi  (come  interviene)  varii  discorsi  alla
    spezzata tra questi signori,  i quali avevano  pi  tosto  ne  i  loro
    ingegni  accesa,  che  consolata,  la  sete dell'imparare: per fecero
    saggia risoluzione di trovarsi alcune giornate insieme,  nelle  quali,
    bandito  ogni  altro  negozio,  si  attendesse  a  vagheggiare con pi
    ordinate speculazioni le maraviglie di Dio nel cielo  e  nella  terra.
    Fatta  la  radunanza  nel  palazzo dell'illustrissimo Sagredo,  dopo i
    debiti,  ma per brevi,  complimenti,  il signor  Salviati  in  questa
    maniera incominci




















    GIORNATA PRIMA.
    INTERLOCUTORI: Salviati, Sagredo e Simplicio.

    Salviati:  Fu  la  conclusione  e  l'appuntamento  di  ieri,  che  noi
    dovessimo in questo giorno  discorrere,  quanto  pi  distintamente  e
    particolarmente  per  noi si potesse,  intorno alle ragioni naturali e
    loro efficacia,  che per l'una parte e per l'altra sin qui sono  state
    prodotte  da i fautori della posizione Aristotelica e Tolemaica e da i
    seguaci del sistema Copernicano.  E perch collocando il Copernico  la
    Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo
    simile  a  un  pianeta,  sar  bene  che  il  principio  delle  nostre
    considerazioni sia l'andare esaminando quale e quanta sia la  forza  e
    l'energia de i progressi peripatetici nel dimostrare come tale assunto
    sia  del  tutto  impossibile;  attesoch  sia necessario introdurre in
    natura sustanze diverse tra di loro,  cio la celeste e la elementare,
    quella impassibile ed immortale,  questa alterabile e caduca. Il quale
    argomento tratta egli ne i libri del  Cielo,  insinuandolo  prima  con
    discorsi  dependenti  da alcuni assunti generali,  e confermandolo poi
    con esperienze e con dimostrazioni particolari. Io, seguendo l'istesso
    ordine,  proporr,  e poi liberamente dir il mio parere,  esponendomi
    alla  censura  di voi,  ed in particolare del signor Simplicio,  tanto
    strenuo campione e mantenitore della dottrina Aristotelica.
    E' il primo passo del progresso peripatetico  quello  dove  Aristotile
    prova  la integrit e perfezione del mondo coll'additarci com'ei non 
    una semplice linea n una superficie pura,  ma un  corpo  adornato  di
    lunghezza,  di  larghezza e di profondit;  e perch le dimensioni non
    son pi che queste tre,  avendole egli,  le ha  tutte,  ed  avendo  il
    tutto,     perfetto.   Che  poi,  venendo  dalla  semplice  lunghezza
    costituita  quella  magnitudine  che  si  chiama  linea,  aggiunta  la
    larghezza  si  costituisca  la  superficie,  e sopragiunta l'altezza o
    profondit ne risulti il corpo,  e che doppo queste tre dimensioni non
    si  dia  passaggio  ad  altra,  s  che  in queste tre sole si termini
    l'integrit e per cos dire la totalit,  averei ben desiderato che da
    Aristotile  mi  fusse  stato  dimostrato  con  necessit,   e  massime
    potendosi ci esequire assai chiaro e speditamente.

    Simplicio: Mancano le dimostrazioni bellissime nel  secondo,  terzo  e
    quarto   testo,   doppo  la  definizione  del  continuo?   Non  avete,
    primieramente, che oltre alle tre dimensioni non ve n' altra,  perch
    il tre  ogni cosa, e 'l tre  per tutte le bande? e ci non vien egli
    confermato con l'autorit e dottrina de i Pittagorici,  che dicono che
    tutte le cose son determinate da tre, principio, mezo e fine, che  il
    numero del tutto? E dove lasciate voi l'altra ragione, cio che, quasi
    per legge naturale,  cotal numero si usa ne' sacrifizii degli  Dei?  e
    che, dettante pur cos la natura, alle cose che son tre, e non a meno,
    attribuiscono il titolo di tutte? perch di due si dice amendue, e non
    si dice tutte; ma di tre, s bene. E tutta questa dottrina l'avete nel
    testo  secondo.  Nel terzo poi,  ad pleniorem scientiam,  si legge che
    l'ogni cosa, il tutto, e 'l perfetto, formalmente son l'istesso; e che
    per solo il corpo tra le grandezze  perfetto,  perch  esso  solo  
    determinato da 3, che  il tutto, ed essendo divisibile in tre modi, 
    divisibile  per  tutti i versi: ma dell'altre,  chi  divisibile in un
    modo, e chi in dua,  perch secondo il numero che gli  toccato,  cos
    hanno  la  divisione e la continuit;  e cos quella  continua per un
    verso, questa per due, ma quello, cio il corpo, per tutti. Di pi nel
    testo quarto, doppo alcune altre dottrine, non prov'egli l'istesso con
    un'altra dimostrazione,  cio che  non  si  facendo  trapasso  se  non
    secondo   qualche  mancamento  (e  cos  dalla  linea  si  passa  alla
    superficie,  perch la linea  manchevole di  larghezza),  ed  essendo
    impossibile  che il perfetto manchi,  essendo egli per tutte le bande,
    per non si pu passare dal corpo ad altra magnitudine?  Or  da  tutti
    questi  luoghi  non vi par egli a sufficienza provato,  com'oltre alle
    tre dimensioni, lunghezza, larghezza e profondit,  non si d transito
    ad altra, e che per il corpo, che le ha tutte,  perfetto?

    Salviati:  Io,  per dire il vero,  in tutti questi discorsi non mi son
    sentito  strignere  a  concedere  altro  se  non  che  quello  che  ha
    principio,  mezo  e  fine,  possa  e  deva dirsi perfetto: ma che poi,
    perch principio, mezo e fine son 3,  il numero 3 sia numero perfetto,
    ed  abbia  ad  aver facult di conferir perfezione a chi l'aver,  non
    sento io cosa che mi muova a concederlo;  e non intendo  e  non  credo
    che, verbigrazia, per le gambe il numero 3 sia pi perfetto che 'l 4 o
    il 2;  n so che 'l numero 4 sia d'imperfezione a gli elementi,  e che
    pi perfetto fusse ch' e' fusser 3.  Meglio dunque era lasciar  queste
    vaghezze  a  i  retori  e  provar  il  suo  intento  con dimostrazione
    necessaria, ch cos convien fare nelle scienze dimostrative.

    Simplicio: Par che voi pigliate per ischerzo queste ragioni: e pure  
    tutta  dottrina  de  i  Pittagorici,  i  quali  tanto attribuivano a i
    numeri; e voi, che sete matematico, e,  credo anco,  in molte opinioni
    filosofo Pittagorico, pare che ora disprezziate i lor misteri.

    Salviati:  Che  i  Pittagorici avessero in somma stima la scienza de i
    numeri,  e che  Platone  stesso  ammirasse  l'intelletto  umano  e  lo
    stimasse  partecipe di divinit solo per l'intender egli la natura de'
    numeri,  io benissimo lo so,  n sarei  lontano  dal  farne  l'istesso
    giudizio;  ma  che  i  misteri  per  i  quali Pittagora e la sua setta
    avevano  in  tanta  venerazione  la  scienza  de'  numeri   sieno   le
    sciocchezze  che  vanno  per  le bocche e per le carte del volgo,  non
    credo io in veruna maniera;  anzi perch so che essi,  acci  le  cose
    mirabili  non  fussero  esposte  alle  contumelie e al dispregio della
    plebe,   dannavano  come  sacrilegio  il  publicar  le  pi  recondite
    propriet  de' numeri e delle quantit incommensurabili ed irrazionali
    da  loro  investigate,   e  predicavano  che  quello  che  le   avesse
    manifestate era tormentato nell'altro mondo, penso che tal uno di loro
    per dar pasto alla plebe e liberarsi dalle sue domande, gli dicesse, i
    misterii loro numerali esser quelle leggerezze che poi si sparsero tra
    il  vulgo,  e  questo  con astuzia ed accorgimento simile a quello del
    sagace giovane che,  per torsi dattorno l'importunit non so se  della
    madre  o  della  curiosa  moglie che l'assediava acci le conferisse i
    segreti del senato,  compose quella favola onde essa con  molte  altre
    donne rimasero dipoi, con gran risa del medesimo senato, schernite.

    Simplicio:  Io  non  voglio  esser  nel  numero de' troppo curiosi de'
    misterii de' Pittagorici; ma stando nel proposito nostro,  replico che
    le  ragioni  prodotte  da  Aristotile  per provare,  le dimensioni non
    esser, n poter esser, pi di tre, mi paiono concludenti;  e credo che
    quando  ci  fusse  stata dimostrazione pi necessaria,  Aristotile non
    l'avrebbe lasciata in dietro.

    Sagredo: Aggiugnetevi almanco,  se l'avesse saputa,  o se la gli fusse
    sovvenuta.  Ma  voi,  signor  Salviati,  mi farete ben gran piacere di
    arrecarmene qualche evidente ragione,  se alcuna ne avete cos chiara,
    che possa esser compresa da me.

    Salviati:  Anzi,  e  da  voi e dal signor Simplicio ancora;  e non pur
    compresa,  ma di gi anche saputa,  se ben forse non avvertita.  E per
    pi  facile intelligenza piglieremo carta e penna,  che gi veggio qui
    per simili occorrenze apparecchiate, e ne faremo un poco di figura.  E
    prima noteremo questi due punti A,  B,  e tirate dall'uno all'altro le
    linee curve A C B, A D B e la retta A B, vi domando qual di esse nella
    mente vostra  quella che determina la distanza tra i termini A, B,  e
    perch.

    Sagredo:  Io direi la retta,  e non le curve;  s perch la retta  la
    pi breve; s perch l' una,  sola e determinata,  dove le altre sono
    infinite,  ineguali  e pi lunghe,  e la determinazione mi pare che si
    deva prendere da quel che  uno e certo.

    Salviati: Noi dunque aviamo la linea retta  per  determinatrice  della
    lunghezza  tra due termini: aggiunghiamo adesso un'altra linea retta e
    parallela alla A B, la quale sia C D,  s che tra esse resti frapposta
    una  superficie,  della  quale  io  vorrei  che  voi  mi assegnaste la
    larghezza.  Per partendovi dal termine A,  ditemi  dove  e  come  voi
    volete  andare a terminare nella linea C D per assegnarmi la larghezza
    tra esse linee compresa;  dico se  voi  la  determinerete  secondo  la
    quantit della curva A E, o pur della retta A F, o pure_

    Simplicio: Secondo la retta A F, e non secondo la curva, essendosi gi
    escluse le curve da simil uso.

    Sagredo:  Ma io non mi servirei n dell'una n dell'altra,  vedendo la
    retta A F andare obliquamente;  ma vorrei tirare una linea che fusse a
    squadra sopra la C D,  perch questa mi par che sarebbe la brevissima,
    ed unica delle infinite maggiori,  e tra di  loro  ineguali,  che  dal
    termine  A  si  possono  produrre  ad altri ed altri punti della linea
    opposta C D.

    Salviati: Parmi la vostra  elezione,  e  la  ragione  che  n'adducete,
    perfettissima: talch sin qui noi abbiamo,  che la prima dimensione si
    determina con una linea retta;  la seconda,  cio  la  larghezza,  con
    un'altra linea pur retta, e non solamente retta, ma, di pi, ad angoli
    retti  sopra  l'altra  che  determin  la  lunghezza;  e  cos abbiamo
    definite le due dimensioni della superficie,  cio la lunghezza  e  la
    larghezza.  Ma quando voi aveste a determinare un'altezza,  come,  per
    esempio,  quanto sia alto questo palco dal pavimento che  noi  abbiamo
    sotto i piedi;  essendo che da qualsivoglia punto del palco si possono
    tirare infinite linee, e curve e rette,  e tutte di diverse lunghezze,
    ad  infiniti punti del sottoposto pavimento,  di quale di cotali linee
    vi servireste voi?

    Sagredo: Io attaccherei un filo al  palco,  e  con  un  piombino,  che
    pendesse  da  quello,  lo  lascerei  liberamente  distendere  sino che
    arrivasse prossimo al pavimento;  e la lunghezza di tal filo,  essendo
    la  retta e brevissima di quante linee si potessero dal medesimo punto
    tirare al pavimento, direi che fusse la vera altezza di questa stanza.

    Salviati: Benissimo. E quando dal punto notato nel pavimento da questo
    filo pendente (posto il pavimento a  livello,  e  non  inclinato)  voi
    faceste partire due altre linee rette,  una per la lunghezza e l'altra
    per la larghezza  della  superficie  di  esso  pavimento,  che  angoli
    conterrebber elleno con esso filo?

    Sagredo:  Conterrebbero sicuramente angoli retti,  cadendo esso filo a
    piombo ed essendo il pavimento ben piano e ben livellato.

    Salviati: Adunque se voi stabilirete alcun punto per  capo  e  termine
    delle  misure,   e  da  esso  farete  partire  una  retta  linea  come
    determinatrice della prima misura, cio della lunghezza, bisogner per
    necessit che quella che dee definir la larghezza si parta  ad  angolo
    retto sopra la prima, e che quella che ha da notar l'altezza, che  la
    terza dimensione,  partendo dal medesimo punto formi, pur con le altre
    due,  angoli non obliqui,  ma retti: e cos dalle  tre  perpendicolari
    avrete, come da tre linee une e certe e brevissime, determinate le tre
    dimensioni, A B lunghezza, A C larghezza, A D altezza.
    E perch chiara cosa , che al medesimo punto non pu concorrere altra
    linea  che con quelle faccia angoli retti,  e le dimensioni dalle sole
    linee  rette  che  tra  di  loro  fanno  angoli  retti   deono   esser
    determinate,  adunque le dimensioni non sono pi che 3,  e chi ha le 3
    le ha tutte, e chi le ha tutte  divisibile per tutti i versi, e chi 
    tale  perfetto, etc.

    Simplicio: E chi lo dice che non  si  possan  tirare  altre  linee?  e
    perch  non poss'io far venir di sotto un'altra linea sino al punto A,
    che sia a squadra con l'altre?

    Salviati:  Voi  non  potete  sicuramente  ad  un  istesso  punto   far
    concorrere   altro  che  tre  linee  rette  sole,   che  fra  di  loro
    costituiscano angoli retti.

    Sagredo: S,  perch quella che vuol dire il signor Simplicio par a me
    che  sarebbe  l'istessa  D  A  prolungata in gi: ed in questo modo si
    potrebbe tirarne altre due,  ma sarebbero le medesime prime  tre,  non
    differenti  in  altro,  che dove ora si toccano solamente,  all'ora si
    segherebbero, ma non apporterebbero nuove dimensioni.

    Simplicio: Io non dir che  questa  vostra  ragione  non  possa  esser
    concludente,  ma  dir bene con Aristotile che nelle cose naturali non
    si deve sempre ricercare una necessit di dimostrazion matematica.

    Sagredo: S,  forse,  dove la non si pu avere,  ma se qui ella ci  ,
    perch  non la volete voi usare?  Ma sar bene non ispender pi parole
    in questo particolare,  perch io credo  che  il  signor  Salviati  ad
    Aristotile  ed  a voi senza altre dimostrazioni avrebbe conceduto,  il
    mondo esser corpo,  ed esser  perfetto  e  perfettissimo,  come  opera
    massima di Dio.

    Salviati:  Cos   veramente.  Per lasciata la general contemplazione
    del  tutto,  venghiamo  alla  considerazione  delle  parti,  le  quali
    Aristotile nella prima divisione fa due, e tra di loro diversissime ed
    in  certo  modo contrarie;  dico,  la celeste e la elementare: quella,
    ingenerabile,  incorruttibile,  inalterabile,  impassibile,  etc.;   e
    questa,  esposta ad una continua alterazione,  mutazione, etc. La qual
    differenza cava egli come da suo principio originario, dalla diversit
    de i moti locali: e camina con tal progresso.
    Uscendo,  per cos dire,  del mondo sensibile e ritirandosi  al  mondo
    ideale,  comincia  architettonicamente  a considerare,  che essendo la
    natura principio di moto,  conviene che i corpi naturali siano  mobili
    di moto locale.  Dichiara poi, i movimenti locali esser di tre generi,
    cio circolare,  retto,  e misto del retto e del circolare;  e li duoi
    primi  chiama  semplici,  perch  di  tutte le linee la circolare e la
    retta sole son semplici. E di qui,  ristringendosi alquanto,  di nuovo
    definisce, de i movimenti semplici uno esser il circolare, cio quello
    che  si  fa intorno al mezo,  ed il retto all'ins ed all'ingi,  cio
    all'ins quello che si parte dal mezo,  all'ingi quello che va  verso
    il  mezo: e di qui inferisce come necessariamente conviene che tutti i
    movimenti semplici si ristringano a queste tre spezie,  cio al  mezo,
    dal mezo,  ed intorno al mezo;  il che risponde,  dice egli, con certa
    bella proporzione a quel che si  detto di sopra del corpo,  che  esso
    ancora    perfezionato  in  tre cose,  e cos il suo moto.  Stabiliti
    questi movimenti,  segue dicendo che,  essendo,  de i corpi  naturali,
    altri  semplici  ed  altri composti di quelli (e chiama corpi semplici
    quelli che hanno da natura principio di  moto,  come  il  fuoco  e  la
    terra),  conviene  che i movimenti semplici sieno de i corpi semplici,
    ed i misti de' composti,  in modo per che i composti seguano il  moto
    della parte predominante nella composizione.

    Sagredo: Di grazia,  signor Salviati, fermatevi alquanto, perch io mi
    sento in questo progresso pullular da tante bande tanti dubbi,  che mi
    sar forza o dirgli,  s'io vorr sentir con attenzione le cose che voi
    soggiugnerete,  o rimuover l'attenzione dalle cose da dirsi,  se vorr
    conservare la memoria de' dubbi.

    Salviati: Io molto volentieri mi fermer,  perch corro ancor io simil
    fortuna,  e sto di punto in punto per  perdermi,  mentre  mi  conviene
    veleggiar tra scogli ed onde cos rotte,  che mi fanno,  come si dice,
    perder la bussola: per,  prima che far maggior cumulo,  proponete  le
    vostre difficult.

    Sagredo:  Voi,  insieme  con  Aristotile,  da  principio  mi separaste
    alquanto dal mondo sensibile per additarmi l'architettura con la quale
    egli doveva esser fabbricato,  e con mio gusto mi cominciaste  a  dire
    che il corpo naturale  per natura mobile,  essendo che si  diffinito
    altrove,  la natura esser principio di moto.  Qui mi nacque un poco di
    dubbio;  e  fu,  per  qual  cagione Aristotile non disse che de' corpi
    naturali alcuni sono mobili per natura ed altri  immobili,  avvengach
    nella  definizione vien detto,  la natura esser principio di moto e di
    quiete; che se i corpi naturali hanno tutti principio di movimento,  o
    non  occorreva metter la quiete nella definizione della natura,  o non
    occorreva indur  tal  definizione  in  questo  luogo.  Quanto  poi  al
    dichiararmi,  quali  egli intenda esser i movimenti semplici e come ei
    gli determina da gli spazi, chiamando semplici quelli che si fanno per
    linee semplici,  che tali sono la circolare e la retta  solamente,  lo
    ricevo quietamente, n mi curo di sottilizargli l'instanza della elica
    intorno  al  cilindro,  che,  per  esser in ogni sua parte simile a se
    stessa,  par che si potesse annoverar tra le  linee  semplici.  Ma  mi
    risento  bene  alquanto  nel  sentirlo ristrignere (mentre par che con
    altre parole voglia  replicar  le  medesime  definizioni)  a  chiamare
    quello,  movimento intorno al mezo,  e questo, sursum et deorsum, cio
    in su e in gi;  li  quali  termini  non  si  usano  fuori  del  mondo
    fabbricato,  ma lo suppongono non pur fabbricato, ma di gi abitato da
    noi.  Che se il moto retto  semplice per la  semplicit  della  linea
    retta,  e  se  il  moto  semplice   naturale,  sia pur egli fatto per
    qualsivoglia verso, dico in su, in gi, innanzi,  in dietro,  a destra
    ed  a  sinistra,  e se altra differenza si pu immaginare,  purch sia
    retto, dovr convenire a qualche corpo naturale semplice, o se no,  la
    supposizione d'Aristotile  manchevole. Vedesi in oltre che Aristotile
    accenna,  un solo esser al mondo il moto circolare,  ed in conseguenza
    un solo centro, al quale solo si riferiscano i movimenti retti in su e
    in gi; tutti indizi che egli ha mira di cambiarci le carte in mano, e
    di volere accomodar l'architettura alla fabbrica,  e non costruire  la
    fabbrica  conforme  a i precetti dell'architettura: ch se io dir che
    nell'universit  della  natura  ci  posson  essere   mille   movimenti
    circolari,  ed  in  conseguenza mille centri,  vi saranno ancora mille
    moti in su e in gi. In oltre ei pone,  come  detto,  moti semplici e
    moto  misto,  chiamando semplici il circolare ed il retto,  e misto il
    composto di questi;  de i corpi naturali chiama altri  semplici  (cio
    quelli  che  hanno  principio  naturale  al  moto semplice),  ed altri
    composti; ed i moti semplici gli attribuisce a' corpi semplici,  ed a'
    composti il composto: ma per moto composto e' non intende pi il misto
    di  retto e circolare,  che pu essere al mondo,  ma introduce un moto
    misto tanto impossibile,  quanto  impossibile a  mescolare  movimenti
    opposti  fatti nella medesima linea retta,  s che da essi ne nasca un
    moto che sia parte in su e parte in gi;  e  per  moderare  una  tanta
    sconvenevolezza e impossibilit, si riduce a dire che tali corpi misti
    si  muovono  secondo  la  parte semplice predominante;  che finalmente
    necessita altrui a dire che anco il moto fatto per la  medesima  linea
    retta    alle  volte  semplice  e  tal ora anche composto,  s che la
    semplicit del moto non si attende pi dalla  semplicit  della  linea
    solamente.

    Simplicio:  Oh  non  vi  par ella differenza bastevole se il movimento
    semplice ed assoluto sar pi veloce assai  di  quello  che  vien  dal
    predominio?  e quanto vien pi velocemente all'ingi un pezzo di terra
    pura, che un pezzuol di legno?

    Sagredo: Bene,  signor Simplicio;  ma se la semplicit si ha da  mutar
    per  questo,  oltre  che  ci saranno centomila moti misti,  voi non mi
    saprete determinare il semplice; anzi, di pi,  se la maggiore e minor
    velocit possono alterar la semplicit del moto, nessun corpo semplice
    si  mover  mai  di  moto  semplice,  avvengach in tutti i moti retti
    naturali la velocit si  va  sempre  agumentando,  ed  in  conseguenza
    sempre mutando la semplicit, la quale, per esser semplicit, conviene
    che sia immutabile;  e, quel che pi importa, voi graverete Aristotile
    d'una nuova nota,  come quello che nella definizione del moto composto
    non  ha  fatto  menzione  di tardit n di velocit,  la quale ora voi
    ponete per articolo necessario ed essenziale.  Aggiugnesi che n  anco
    potrete  da  cotal regola trar frutto veruno imperocch ci saranno de'
    misti,  e non pochi,  de' quali altri si moveranno pi lentamente,  ed
    altri pi velocemente, del semplice, come, per esempio, il piombo e 'l
    legno  in  comparazione della terra: e per tra questi movimenti quale
    chiamerete voi il semplice, e quale il composto?

    Simplicio: Chiamerassi  semplice  quello  che  vien  fatto  dal  corpo
    semplice, e misto quel del corpo composto.

    Sagredo: Benissimo veramente.  E che dite voi,  signor Simplicio? poco
    fa volevi che il moto semplice  e  il  composto  m'insegnassero  quali
    siano  i corpi semplici e quali i misti;  ed ora volete che da i corpi
    semplici e da i misti io venga in  cognizione  di  qual  sia  il  moto
    semplice  e  quale  il  composto:  regola eccellente per non saper mai
    conoscer n i moti n i corpi. Oltre che gi venite a dichiararvi come
    non  vi  basta  pi  la  maggior  velocit,  ma  ricercate  una  terza
    condizione per definire il movimento semplice, per il quale Aristotile
    si  content d'una sola,  cio della semplicit dello spazio;  ma ora,
    secondo voi,  il moto semplice sar quello che vien  fatto  sopra  una
    linea  semplice,  con  certa determinata velocit,  da un corpo mobile
    semplice. Or sia come a voi piace,  e torniamo ad Aristotile,  il qual
    mi  defin,  il moto misto esser quello che si compone del retto e del
    circolare;  ma non mi trov poi corpo alcuno  che  fusse  naturalmente
    mobile di tal moto.

    Salviati:  Torno dunque ad Aristotile,  il quale,  avendo molto bene e
    metodicamente cominciato il suo discorso,  ma avendo pi  la  mira  di
    andare  a  terminare  e  colpire  in uno scopo,  prima nella mente sua
    stabilitosi,   che  dove  dirittamente  il  progresso  lo   conduceva,
    interrompendo il filo ci esce traversalmente a portar come cosa nota e
    manifesta,  che  quanto  a  i  moti  retti  in  su  e  in gi,  questi
    naturalmente  convengono  al  fuoco  ed  alla  terra,  e  che  per  
    necessario che oltre a questi corpi,  che sono appresso di noi, ne sia
    un altro in natura al quale convenga il movimento circolare,  il quale
    sia  ancora  tanto  pi  eccellente,  quanto  il  moto circolare  pi
    perfetto del moto retto: quanto poi quello sia pi perfetto di questo,
    lo determina dalla perfezion della linea  circolare  sopra  la  retta,
    chiamando quella perfetta, ed imperfetta questa; imperfetta, perch se
     infinita, manca di fine e di termine; se  finita, fuori di lei ci 
    alcuna  cosa  dove  ella si pu prolungare.  Questa  la prima pietra,
    base e fondamento di tutta la fabbrica del mondo  Aristotelico,  sopra
    la  quale  si  appoggiano  tutte  l'altre  propriet  di  non grave n
    leggiero, d'ingenerabile,  incorruttibile ed esente da ogni mutazione,
    fuori  della locale,  etc.: e tutte queste passioni afferma egli esser
    proprie del corpo semplice e mobile di moto circolare; e le condizioni
    contrarie, di gravit, leggerezza, corruttibilit, etc., le assegna a'
    corpi mobili naturalmente di movimenti retti.  L onde qualunque volta
    nello   stabilito   sin   qui   si   scuopra   mancamento,   si  potr
    ragionevolmente  dubitar  di  tutto  il  resto,  che  sopra  gli  vien
    costrutto.  Io  non  nego  che  questo,  che  sin  qui  Aristotile  ha
    introdotto con discorso generale, dependente da principii universali e
    primi,   non  venga  poi  nel  progresso  riconfermato   con   ragioni
    particolari e con esperienze,  le quali tutte  necessario che vengano
    distintamente considerate e ponderate; ma gi che nel detto sin qui si
    rappresentano molte, e non picciole, difficult (e pur converrebbe che
    i primi  principii  e  fondamenti  fussero  sicuri  fermi  e  stabili,
    acciocch  pi  risolutamente  si potesse sopra di quelli fabbricare),
    non sar forse se non ben fatto prima che si accresca il cumulo  de  i
    dubbi,  vedere  se per avventura (s come io stimo) incamminandoci per
    altra strada ci indrizzassimo a pi diritto e sicuro  cammino,  e  con
    precetti d'architettura meglio considerati potessimo stabilire i primi
    fondamenti.  Per,  sospendendo per ora il progresso d'Aristotile,  il
    quale a suo tempo ripiglieremo e partitamente esamineremo,  dico  che,
    delle  cose  da  esso  dette sin qui,  convengo seco ed ammetto che il
    mondo sia corpo dotato di tutte le dimensioni,  e per  perfettissimo;
    ed aggiungo,  che come tale ei sia necessariamente ordinatissimo, cio
    di parti con sommo e perfettissimo ordine tra  di  loro  disposte:  il
    quale  assunto  non  credo  che  sia  per esser negato n da voi n da
    altri.

    Simplicio: E chi volete voi che  lo  neghi?  La  prima  cosa,  egli  
    d'Aristotile stesso; e poi, la sua denominazione non par che sia presa
    d'altronde, che dall'ordine che egli perfettamente contiene.

    Salviati:  Stabilito  dunque  cotal  principio,  si pu immediatamente
    concludere che,  se i corpi integrali del mondo devono  esser  di  lor
    natura mobili,  impossibile che i movimenti loro siano retti, o altri
    che  circolari:  e  la ragione  assai facile e manifesta.  Imperocch
    quello che si muove di  moto  retto,  muta  luogo;  e  continuando  di
    muoversi,  si  va  pi e pi sempre allontanando dal termine ond'ei si
    part e da tutti i luoghi per i quali successivamente ei va  passando;
    e se tal moto naturalmente se gli conviene,  adunque egli da principio
    non era nel luogo suo naturale,  e per non erano le parti  del  mondo
    con  ordine  perfetto  disposte:  ma  noi  supponghiamo,  quelle esser
    perfettamente ordinate: adunque, come tali,   impossibile che abbiano
    da natura di mutar luogo, ed in conseguenza di muoversi di moto retto.
    In  oltre,  essendo  il  moto  retto  di  sua natura infinito,  perch
    infinita e indeterminata  la linea retta,   impossibile  che  mobile
    alcuno  abbia  da  natura principio di muoversi per linea retta,  cio
    verso  dove    impossibile  di  arrivare,   non  vi  essendo  termine
    prefinito;  e  la  natura,  come  ben  dice  Aristotile  medesmo,  non
    intraprende a fare quello che non pu esser fatto,  n  intraprende  a
    muovere dove  impossibile a pervenire.  E se pur alcuno dicesse,  che
    se bene la linea  retta,  ed  in  conseguenza  il  moto  per  essa,  
    produttibile in infinito,  cio interminato,  tuttavia per la natura,
    per cos dire, arbitrariamente gli ha assegnati alcuni termini, e dato
    naturali instinti a' suoi corpi naturali  di  muoversi  a  quelli,  io
    risponder  che  ci  per avventura si potrebbe favoleggiare che fusse
    avvenuto del primo caos, dove confusamente ed inordinatamente andavano
    indistinte materie vagando,  per le quali  ordinare  la  natura  molto
    acconciamente si fusse servita de i movimenti retti,  i quali, s come
    movendo i corpi ben costituiti gli disordinano,  cos sono  acconci  a
    ben  ordinare i pravamente disposti;  ma dopo l'ottima distribuzione e
    collocazione  impossibile che in loro resti naturale inclinazione  di
    pi  muoversi  di  moto  retto,  dal  quale  ora solo ne seguirebbe il
    rimuoversi dal proprio e natural luogo, cio il disordinarsi. Possiamo
    dunque dire,  il moto retto servire a condur le materie per  fabbricar
    l'opera,  ma fabbricata ch'ell',  o restare immobile,  o,  se mobile,
    muoversi solo  circolarmente;  se  per  noi  non  volessimo  dir  con
    Platone,  che  anco i corpi mondani,  dopo l'essere stati fabbricati e
    del tutto stabiliti,  furon per alcun tempo dal suo Fattore  mossi  di
    moto  retto,  ma  che  dopo  l'esser  pervenuti in certi e determinati
    luoghi, furon rivolti a uno a uno in giro,  passando dal moto retto al
    circolare,  dove  poi  si  son  mantenuti  e  tuttavia  si conservano:
    pensiero altissimo e  degno  ben  di  Platone,  intorno  al  quale  mi
    sovviene  aver  sentito  discorrere  il nostro comune amico Accademico
    Linceo,  e se  ben  mi  ricorda,  il  discorso  fu  tale.  Ogni  corpo
    costituito per qualsivoglia causa in istato di quiete,  ma che per sua
    natura sia mobile,  posto in  libert  si  mover,  tutta  volta  per
    ch'egli abbia da natura inclinazione a qualche luogo particolare;  ch
    quando e' fusse indifferente a tutti, resterebbe nella sua quiete, non
    avendo maggior ragione di muoversi a questo che  a  quello.  Dall'aver
    questa  inclinazione ne nasce necessariamente che egli nel suo moto si
    ander continuamente accelerando;  e cominciando con moto  tardissimo,
    non acquister grado alcuno di velocit,  che prima e' non sia passato
    per tutti i gradi di velocit  minori,  o  vogliamo  dire  di  tardit
    maggiori: perch,  partendosi dallo stato della quiete (che  il grado
    di infinita tardit di moto), non ci  ragione nissuna per la quale e'
    debba entrare in un tal  determinato  grado  di  velocit,  prima  che
    entrare in un minore, ed in un altro ancor minore prima che in quello;
    anzi  par  molto ben ragionevole passar prima per i gradi pi vicini a
    quello donde ei si parte,  e da quelli a i pi remoti;  ma il grado di
    dove  il  mobile piglia a muoversi  quello della somma tardit,  cio
    della quiete.  Ora,  questa accelerazion di moto non si  far  se  non
    quando  il mobile nel muoversi acquista;  n altro  l'acquisto suo se
    non  l'avvicinarsi  al  luogo  desiderato,   cio  dove  l'inclinazion
    naturale  lo  tira;  e l si condurr egli per la pi breve,  cio per
    linea retta.  Possiamo dunque ragionevolmente dire che la natura,  per
    conferire  in un mobile,  prima costituito in quiete,  una determinata
    velocit,  si serva del farlo muover,  per alcun tempo e  per  qualche
    spazio,  di moto retto. Stante questo discorso, figuriamoci aver Iddio
    creato il corpo, verbigrazia, di Giove,  al quale abbia determinato di
    voler  conferire  una tal velocit,  la quale egli poi debba conservar
    perpetuamente uniforme: potremo con Platone  dire  che  gli  desse  di
    muoversi da principio di moto retto ed accelerato, e che poi, giunto a
    quel  tal  grado  di  velocit,  convertisse  il  suo  moto  retto  in
    circolare,  del quale  poi  la  velocit  naturalmente  convien  esser
    uniforme.

    Sagredo: Io sento con gran gusto questo discorso, e maggiore credo che
    sar  doppo che mi abbiate rimossa una difficult: la quale ,  che io
    non resto ben  capace  come  di  necessit  convenga  che  un  mobile,
    partendosi  dalla  quiete  ed  entrando in un moto al quale egli abbia
    inclinazion naturale,  passi per tutti i gradi di tardit  precedenti,
    che  sono  tra  qualsivoglia  segnato  grado di velocit e lo stato di
    quiete,  li quali gradi sono infiniti;  s che  non  abbia  potuto  la
    natura  contribuire  al  corpo  di Giove,  subito creato,  il suo moto
    circolare, con tale e tanta velocit.

    Salviati: Io non ho detto, n ardirei di dire, che alla natura e a Dio
    fusse  impossibile  il  conferir  quella  velocit,   che  voi   dite,
    immediatamente;  ma dir bene che de facto la natura non lo fa; talch
    il farlo verrebbe ad esser operazione fuora del corso naturale e  per
    miracolosa.
    Muovasi  con qual si voglia velocit qual si sia poderosissimo mobile,
    ed  incontri  qualsivoglia  corpo  costituito  in  quiete,   ben   che
    debolissimo e di minima resistenza;  quel mobile,  incontrandolo,  gi
    mai non gli conferir immediatamente la sua velocit:  segno  evidente
    di  che  ne    il  sentirsi il suono della percossa,  il quale non si
    sentirebbe,  o per dir meglio non sarebbe,  se il corpo che  stava  in
    quiete  ricevesse,  nell'arrivo  del  mobile,  la medesima velocit di
    quello.

    Sagredo: Adunque voi credete che un sasso, partendosi dalla quiete, ed
    entrando nel suo moto naturale verso il centro della Terra,  passi per
    tutti i gradi di tardit inferiori a qualsivoglia grado di velocit?

    Salviati:  Credolo,  anzi ne son sicuro,  e sicuro con tanta certezza,
    che posso renderne sicuro voi ancora.

    Sagredo: Quando in tutto il ragionamento  d'oggi  io  non  guadagnassi
    altro che una tal cognizione, me lo reputerei per un gran capitale.

    Salviati: Per quanto mi par di comprendere dal vostro ragionare,  gran
    parte della vostra difficult consiste in quel  dover  passare  in  un
    tempo,  ed  anco  brevissimo,  per  quelli  infiniti  gradi di tardit
    precedenti a qual si sia velocit acquistata dal mobile  in  quel  tal
    tempo: e per, prima che venire ad altro, cercher di rimovervi questo
    scrupolo,  che  dover esser agevol cosa,  mentre io vi replico che il
    mobile passa per i detti gradi, ma il passaggio  fatto senza dimorare
    in veruno, talch, non ricercando il passaggio pi di un solo instante
    di tempo,  e contenendo qualsivoglia piccol tempo  infiniti  instanti,
    non   ce  ne  mancheranno  per  assegnare  il  suo  a  ciascheduno  de
    gl'infiniti gradi di tardit, e sia il tempo quanto si voglia breve.

    Sagredo: Sin qui resto capace: tuttavia mi par gran  cosa  che  quella
    palla  d'artiglieria (che tal mi figuro esser il mobile cadente),  che
    pur si vede scendere con  tanto  precipizio  che  in  manco  di  dieci
    battute di polso passer pi di dugento braccia di altezza, si sia nel
    suo moto trovata congiunta con s picciol grado di velocit,  che,  se
    avesse continuato di muoversi con quello senza  pi  accelerarsi,  non
    l'averebbe passata in tutto un giorno.

    Salviati:  Dite pure in tutto un anno,  n in dieci,  n in mille,  s
    come io  m'ingegner  di  persuadervi,  ed  anco  forse  senza  vostra
    contradizione  ad  alcune assai semplici interrogazioni ch'io vi far.
    Per ditemi se voi avete difficult nessuna in  concedere  che  quella
    palla,  nello  scendere,  vadia  sempre  aquistando  maggior  impeto e
    velocit.

    Sagredo: Sono di questo sicurissimo.

    Salviati: E se io dir che l'impeto aquistato  in  qualsivoglia  luogo
    del  suo  moto  sia  tanto che basterebbe a ricondurla a quell'altezza
    donde si part, me lo concedereste?

    Sagredo: Concedere'lo senza contradizione,  tuttavolta che la  potesse
    applicar,  senz'esser  impedita,  tutto  il  suo impeto in quella sola
    operazione,  di ricondur se medesima,  o altro eguale a s,  a  quella
    medesima  altezza:  come  sarebbe  se  la Terra fusse perforata per il
    centro,  e che,  lontano da esso cento o mille braccia,  si  lasciasse
    cader la palla; credo sicuramente che ella passerebbe oltre al centro,
    salendo  altrettanto  quanto  scese:  e  cos  mi  mostra l'esperienza
    accadere  d'un  peso  pendente  da  una   corda,   che   rimosso   dal
    perpendicolo, che  il suo stato di quiete, e lasciato poi in libert,
    cala verso detto perpendicolo e lo trapassa per altrettanto spazio,  o
    solamente tanto meno quanto il contrasto dell'aria e della corda o  di
    altri  accidenti  l'impediscono.   Mostrami  l'istesso  l'acqua,   che
    scendendo per un sifone, rimonta altrettanto quanto fu la sua scesa.

    Salviati: Voi perfettamente discorrete.  E perch'io so che  non  avete
    dubbio   in   conceder   che   l'acquisto   dell'impeto  sia  mediante
    l'allontanamento  dal  termine   donde   il   mobile   si   parte,   e
    l'avvicinamento al centro dove tende il suo moto, arete voi difficult
    nel  concedere  che due mobili eguali,  ancorch scendenti per diverse
    linee,  senza veruno impedimento,  facciano acquisto d'impeti  eguali,
    tuttavolta che l'avvicinamento al centro sia eguale?

    Sagredo: Non intendo bene il quesito.

    Salviati:  Mi  dichiarer meglio col segnarne un poco di figura.  Per
    noter questa linea A B parallela all'orizonte,  e sopra  il  punto  B
    drizzer  la perpendicolare B C,  e poi congiugner questa inclinata C
    A.   Intendendo  ora  la  linea  C  A  esser   un   piano   inclinato,
    esquisitamente  pulito  e  duro,  sopra  il  quale  scenda  una  palla
    perfettamente rotonda e di materia durissima,  ed una simile scenderne
    liberamente per la perpendicolare C B, domando se voi concedereste che
    l'impeto  della  scendente  per  il piano C A,  giunta che la fusse al
    termine A,  potesse essere eguale all'impeto acquistato dall'altra nel
    punto B, doppo la scesa per la perpendicolare C B.

    Sagredo:  Io  credo risolutamente di s,  perch in effetto amendue si
    sono avvicinate al centro egualmente,  e,  per quello che pur  ora  ho
    conceduto,  gl'impeti  loro  sarebbero  egualmente bastanti a ricondur
    loro stesse alla medesima altezza.

    Salviati: Ditemi  ora  quello  che  voi  credete  che  facesse  quella
    medesima palla posata sul piano orizontale A B.

    Sagredo: Starebbe ferma, non avendo esso piano veruna inclinazione.

    Salviati:  Ma  sul  piano  inclinato C A scenderebbe,  ma con moto pi
    lento che per la perpendicolare C B.

    Sagredo: Sono stato per risponder risolutamente di s,  parendomi  pur
    necessario  che  il  moto  per  la  perpendicolare C B debba esser pi
    veloce che per l'inclinata C A: tuttavia,  se questo ,  come potr il
    cadente per l'inclinata,  giunto al punto A,  aver tanto impeto,  cio
    tal grado di velocit, quale e quanto il cadente per la perpendicolare
    avr nel punto B? Queste due proposizioni par che si contradicano.

    Salviati:  Adunque  molto  pi  vi  parr  falso  se   io   dir   che
    assolutamente  le  velocit  de'  cadenti  per la perpendicolare e per
    l'inclinata siano eguali.  E pur questa  proposizione  verissima;  s
    come  vera    questa  ancora  che  dice  che  il cadente si muove pi
    velocemente per la perpendicolare che per la inclinata.

    Sagredo: Queste al mio orecchio suonano  proposizioni  contradittorie;
    ed al vostro, signor Simplicio?

    Simplicio: Ed a me par l'istesso.

    Salviati:  Credo che voi mi burliate,  fingendo di non capire quel che
    voi intendete meglio di me. Per ditemi,  signor Simplicio: quando voi
    v'immaginate  un  mobile esser pi veloce d'un altro,  che concetto vi
    figurate voi nella mente?

    Simplicio: Figuromi,  l'uno passar nell'istesso tempo maggiore  spazio
    dell'altro, o vero passare spazio eguale, ma in minor tempo.

    Salviati:  Benissimo: e per mobili egualmente veloci,  che concetto vi
    figurate?

    Simplicio: Figuromi che passino spazi eguali in tempi eguali.

    Salviati: E non altro concetto che questo?

    Simplicio: Questo mi par che  sia  la  propria  definizione  de'  moti
    eguali.

    Sagredo: Aggiunghiamoci pure quest'altra di pi: cio chiamarsi ancora
    le  velocit esser eguali,  quando gli spazi passati hanno la medesima
    proporzione che i tempi ne' quali son passati,  e sar definizione pi
    universale.

    Salviati:  Cos ,  perch comprende gli spazi eguali passati in tempi
    eguali,   e  gl'ineguali  ancora,   passati  in  tempi  ineguali,   ma
    proporzionali  a  essi  spazi.  Ripigliate ora la medesima figura,  ed
    applicandovi il concetto che vi figurate del moto pi  veloce,  ditemi
    perch  vi pare che la velocit del cadente per C B sia maggiore della
    velocit dello scendente per la C A.

    Simplicio: Parmi,  perch nel tempo che 'l cadente passer tutta la  C
    B, lo scendente passer nella C A una parte minor della C B.

    Salviati:  Cos  sta;  e  cos  si  verifica,  il  mobile muoversi pi
    velocemente per la perpendicolare che per l'inclinata. Considerate ora
    se in questa medesima figura si potesse  in  qualche  modo  verificare
    l'altro concetto,  e trovare che i mobili fussero egualmente veloci in
    amendue le linee C A, C B.

    Simplicio: Io non ci so veder cosa tale, anzi pur mi par contradizione
    al gi detto.

    Salviati: E voi che dite, signor Sagredo? Io non vorrei gi insegnarvi
    quel che voi medesimi sapete,  e  quello  di  che  pur  ora  mi  avete
    arrecato la definizione.

    Sagredo:  La  definizione  che io ho addotta  stata,  che i mobili si
    possan chiamare egualmente veloci quando gli  spazi  passati  da  loro
    hanno  la medesima proporzione che i tempi ne' quali gli passano: per
    a  voler  che  la  definizione  avesse  luogo   nel   presente   caso,
    bisognerebbe  che  il  tempo della scesa per C A al tempo della caduta
    per C B avesse la medesima proporzione che la stessa linea C A alla  C
    B;  ma ci non so io intender che possa essere, tuttavolta che il moto
    per la C B sia pi veloce che per la C A.

    Salviati: E pur  forza che voi l'intendiate.  Ditemi un poco:  questi
    moti non si vann'eglino continuamente accelerando?

    Sagredo:   Vannosi  accelerando,   ma  pi  nella  perpendicolare  che
    nell'inclinata.

    Salviati: Ma questa accelerazione nella  perpendicolare    ella  per
    tale,  in  comparazione di quella dell'inclinata,  che prese due parti
    eguali  in  qualsivoglia  luogo  di  esse  linee,   perpendicolare   e
    inclinata,  il  moto  nella  parte della perpendicolare sia sempre pi
    veloce che nella parte dell'inclinata?

    Sagredo: Signor no,  anzi potr io pigliare uno spazio nell'inclinata,
    nel  quale  la  velocit  sia maggiore assai che in altrettanto spazio
    preso  nella  perpendicolare,  e  questo  sar,  se  lo  spazio  nella
    perpendicolare sar preso vicino al termine C,  e nell'inclinata molto
    lontano.

    Salviati: Vedete dunque che la proposizione che dice "Il moto  per  la
    perpendicolare    pi  veloce  che  per  l'inclinata" non si verifica
    universalmente se non de i moti che cominciano dal primo termine, cio
    dalla quiete;  senza la qual condizione la proposizione sarebbe  tanto
    difettosa,  che  anco la sua contradittoria potrebbe esser vera,  cio
    che il moto nell'inclinata   pi  veloce  che  nella  perpendicolare,
    perch   vero che nell'inclinata possiamo pigliare uno spazio passato
    dal mobile  in  manco  tempo  che  altrettanto  spazio  passato  nella
    perpendicolare.  Ora, perch il moto nell'inclinata  in alcuni luoghi
    pi veloce ed in altri  meno  che  nella  perpendicolare,  adunque  in
    alcuni luoghi dell'inclinata il tempo del moto del mobile al tempo del
    moto  del  mobile  per alcuni luoghi della perpendicolare avr maggior
    proporzione che lo spazio passato allo spazio  passato,  ed  in  altri
    luoghi  la  proporzione del tempo al tempo sar minore di quella dello
    spazio allo spazio.  Come,  per esempio,  partendosi due mobili  dalla
    quiete,  cio dal punto C, uno per la perpendicolare C B e l'altro per
    l'inclinata C A,  nel tempo che nella perpendicolare  il  mobile  avr
    passata tutta la C B,  l'altro avr passata la C T,  minore; e per il
    tempo per C T al tempo  per  C  B  (che  gli    eguale)  ar  maggior
    proporzione  che  la linea T C alla C B,  essendo che la medesima alla
    minore ha maggior proporzione che alla  maggiore:  e  per  l'opposito,
    quando nella C A, prolungata quanto bisognasse, si prendesse una parte
    eguale   alla  C  B,   ma  passata  in  tempo  pi  breve,   il  tempo
    nell'inclinata al tempo nella perpendicolare arebbe proporzione minore
    che  lo  spazio  allo  spazio.   Se  dunque  nell'inclinata  e   nella
    perpendicolare  possiamo  intendere  spazi  e  velocit  tali  che  le
    proporzioni tra essi spazi siano e minori e maggiori delle proporzioni
    de' tempi,  possiamo ben ragionevolmente concedere che vi  sieno  anco
    spazi  per  i  quali  i  tempi  de  i  movimenti ritengano la medesima
    proporzione che gli spazi.

    Sagredo: Gi mi sent'io levato lo scrupolo maggiore, e comprendo esser
    non solo possibile,  ma dir  necessario,  quello  che  mi  pareva  un
    contradittorio:  ma non per intendo per ancora che uno di questi casi
    possibili  o  necessari  sia  questo  del  quale  abbiamo  bisogno  di
    presente,  s  che  vero sia che il tempo della scesa per C A al tempo
    della caduta per C B abbia la medesima proporzione che la  linea  C  A
    alla  C  B,  onde e' si possa senza contradizione dire che le velocit
    per la inclinata C A e per la perpendicolare C B sieno eguali.

    Salviati: Contentatevi per ora ch'io v'abbia rimossa l'incredulit, ma
    la scienza aspettatela un'altra volta,  cio quando  vedrete  le  cose
    dimostrate  dal  nostro  Accademico  intorno  a  i  moti  locali: dove
    troverete dimostrato,  che nel tempo che 'l mobile cade per tutta la C
    B,  l'altro  scende  per  la  C  A sino al punto T,  nel quale cade la
    perpendicolare tiratavi dal punto B;  e per trovare dove  il  medesimo
    cadente  per  la perpendicolare si troverebbe quando l'altro arriva al
    punto A, tirate da esso A la perpendicolare sopra la C A,  prolungando
    essa  e  la  C  B  sino  al concorso,  e quello sar il punto cercato.
    Intanto vedete come  vero che il moto per la C B  pi veloce che per
    l'inclinata C A (ponendo il termine C per principio de' moti de' quali
    facciamo comparazione);  perch la linea C B  maggiore della C  T,  e
    l'altra  da  C sino al concorso della perpendicolare tirata da A sopra
    la C A  maggiore della C A,  e per il moto per essa  pi veloce che
    per la C A.  Ma quando noi paragoniamo il moto fatto per tutta la C A,
    non con tutto 'l moto fatto nel medesimo tempo per  la  perpendicolare
    prolungata, ma col fatto in parte del tempo per la sola parte C B, non
    repugna  che  il  mobile per C A,  continuando di scendere oltre al T,
    possa in tal tempo arrivare in A, che qual proporzione si trova tra le
    linee C A, C B,  tale sia tra essi tempi.  Ora,  ripigliando il nostro
    primo proposito,  che era di mostrare come il mobile grave, partendosi
    dalla  quiete,  passa,  scendendo,   per  tutti  i  gradi  di  tardit
    precedenti  a  qualsivoglia  grado  di  velocit  che  egli  acquisti,
    ripigliando la medesima figura,  ricordiamoci che eramo convenuti  che
    il cadente per la perpendicolare C B ed il descendente per l'inclinata
    C A,  ne i termini B, A si trovassero avere acquistati eguali gradi di
    velocit.  Ora,  seguitando pi avanti,  non  credo  che  voi  abbiate
    difficult  veruna  in concedere che sopra un altro piano meno elevato
    di A C,  qual sarebbe,  verbigrazia,  D A,  il  moto  del  descendente
    sarebbe  ancora  pi  tardo  che nel piano CA: talch non  da dubitar
    punto che si possano notar piani tanto poco elevati sopra l'orizonte A
    B, che 'l mobile, cio la medesima palla,  in qualsivoglia lunghissimo
    tempo si condurrebbe al termine A, gi che per condurvisi per il piano
    B A non basta tempo infinito, ed il moto si fa sempre pi lento quanto
    la  declivit    minore.  Bisogna  dunque necessariamente confessare,
    potersi sopra il termine B pigliare un punto tanto ad esso  B  vicino,
    che  tirando da esso al punto A un piano,  la palla non lo passasse n
    anco in un anno. Bisogna ora che voi sappiate,  che l'impeto,  cio il
    grado  di  velocit,  che  la  palla  si trova avere acquistato quando
    arriva al punto A  tale,  che quando ella continuasse di muoversi con
    questo   medesimo  grado  uniformemente,   cio  senza  accelerarsi  o
    ritardarsi,  in altrettanto tempo in quanto    venuta  per  il  piano
    inclinato  passerebbe  uno spazio lungo il doppio del piano inclinato;
    cio (per esempio) se la palla avesse passato il piano D A in  un'ora,
    continuando  di  muoversi uniformemente con quel grado di velocit che
    ella si trova avere nel giugnere al termine A,  passerebbe  in  un'ora
    uno  spazio  doppio  della  lunghezza  D A: e perch (come dicevamo) i
    gradi di velocit acquistati ne i punti  B,  A  da  i  mobili  che  si
    partono  da  qualsivoglia punto preso nella perpendicolare C B,  e che
    scendono  l'uno  per  il  piano   inclinato   e   l'altro   per   essa
    perpendicolare,   son  sempre  eguali,   adunque  il  cadente  per  la
    perpendicolare pu partirsi da un termine tanto vicino al  B,  che  'l
    grado  di  velocit  acquistato in B non fusse bastante (conservandosi
    sempre l'istesso) a condurre il mobile per  uno  spazio  doppio  della
    lunghezza  del  piano  inclinato  in  un anno n in dieci n in cento.
    Possiamo dunque concludere  che  se    vero  che,  secondo  il  corso
    ordinario di natura,  un mobile,  rimossi tutti gl'impedimenti esterni
    ed accidentarii, si muova sopra piani inclinati con maggiore e maggior
    tardit secondo che l'inclinazione sar minore,  s che finalmente  la
    tardit  si  conduca  a  essere  infinita,  che    quando  si finisce
    l'inclinazione e s'arriva al piano orizontale,  e se  vero  parimente
    che  al  grado  di  velocit  acquistato  in  qualche  punto del piano
    inclinato sia eguale quel grado di velocit  che  si  trova  avere  il
    cadente  per  la  perpendicolare  nel  punto  segato  da una parallela
    all'orizonte che passa per quel punto del piano inclinato;  bisogna di
    necessit  confessare che il cadente,  partendosi dalla quiete,  passa
    per tutti gl'infiniti gradi di tardit,  e che,  in  conseguenza,  per
    acquistar  un  determinato  grado  di  velocit bisogna ch'e' si muova
    prima per linea retta,  descendendo per breve o lungo spazio,  secondo
    che  la  velocit  da  acquistarsi  dovr essere minore o maggiore,  e
    secondo che 'l piano sul quale si scende sar poco o molto  inclinato:
    talch  pu  darsi  un  piano  con  s  poca  inclinazione,  che,  per
    acquistarvi quel tal grado di velocit,  bisognasse prima muoversi per
    lunghissimo  spazio  ed  in  lunghissimo  tempo;   s  che  nel  piano
    orizontale qual si sia velocit  non  s'acquister  naturalmente  mai,
    avvenga  che  il  mobile gi mai non vi si muover.  Ma il moto per la
    linea orizontale,  che non  declive  n  elevata,    moto  circolare
    intorno  al  centro:  adunque  il  moto circolare non s'acquister mai
    naturalmente senza il moto retto precedente,  ma bene,  acquistato che
    e' si sia,  si continuer egli perpetuamente con velocit uniforme. Io
    potrei dichiararvi,  ed anco dimostrarvi,  con altri  discorsi  queste
    medesime verit;  ma non voglio interromper con s gran digressioni il
    principal nostro ragionamento,  e pi tosto  ci  ritorner  con  altra
    occasione,  e  massime che ora si  venuto in questo proposito non per
    servirsene per una dimostrazion necessaria ma per adornare un concetto
    platonico:   al   quale   voglio   aggiugnere   un'altra   particolare
    osservazione,   pur  del  nostro  Accademico,  che  ha  del  mirabile.
    Figuriamoci, tra i decreti del divino Architetto essere stato pensiero
    di crear nel  mondo  questi  globi,  che  noi  veggiamo  continuamente
    muoversi  in giro,  ed avere stabilito il centro delle lor conversioni
    ed in esso collocato il Sole immobile,  ed aver poi fabbricati tutti i
    detti  globi  nel  medesimo  luogo,  e  di  l  datali inclinazione di
    muoversi,  discendendo verso il centro,  sin  che  acquistassero  quei
    gradi  di  velocit  che  pareva alla medesima Mente divina,  li quali
    acquistati,  fussero volti  in  giro,  ciascheduno  nel  suo  cerchio,
    mantenendo  la  gi  concepita  velocit:  si cerca in quale altezza e
    lontananza dal Sole era il luogo dove  primamente  furono  essi  globi
    creati,  e  se  pu  esser  che  la  creazion  di  tutti  fusse  stata
    nell'istesso luogo.  Per far questa investigazione bisogna pigliare da
    i  pi  periti astronomi le grandezze de i cerchi ne i quali i pianeti
    si rivolgono,  e parimente i tempi delle loro revoluzioni: dalle quali
    due  cognizioni si raccoglie quanto,  verbigrazia,  il moto di Giove 
    pi veloce del moto di Saturno;  e trovato (come  in  effetto  )  che
    Giove  si muove pi velocemente,  conviene che,  sendosi partiti dalla
    medesima altezza,  Giove sia sceso  pi  che  Saturno,  s  come  pure
    sappiamo  essere  veramente,  essendo  l'orbe  suo inferiore a quel di
    Saturno.  Ma venendo pi avanti,  dalla proporzione che hanno  le  due
    velocit  di  Giove e di Saturno,  e dalla distanza che  tra gli orbi
    loro e dalla proporzione dell'accelerazion del moto naturale,  si  pu
    ritrovare  in  quanta  altezza  e  lontananza  dal  centro  delle  lor
    revoluzioni  fusse  il  luogo  donde  e'  si  partirono.  Ritrovato  e
    stabilito  questo,  si cerca se Marte scendendo di l sino al suo orbe
    [_] si trova che  la  grandezza  dell'orbe  e  la  velocit  del  moto
    convengono con quello che dal calcolo ci vien dato; ed il simile si fa
    della  Terra,  di  Venere e di Mercurio,  de i quali le grandezze de i
    cerchi e le velocit de i moti s'accostano tanto prossimamente a  quel
    che ne danno i computi, che  cosa maravigliosa.

    Sagredo: Ho con estremo gusto sentito questo pensiero,  e se non ch'io
    credo che il far quei calcoli precisamente  sarebbe  impresa  lunga  e
    laboriosa,  e forse troppo difficile da esser compresa da me, io ve ne
    vorrei fare instanza.

    Salviati: L'operazione  veramente lunga  e  difficile,  ed  anco  non
    m'assicurerei  di ritrovarla cos prontamente;  per la riserberemo ad
    un'altra volta.

    Simplicio: Di grazia,  sia  conceduto  alla  mia  poca  pratica  nelle
    scienze  matematiche  dir liberamente come i vostri discorsi,  fondati
    sopra proporzioni maggiori o minori e sopra altri termini  da  me  non
    intesi  quanto bisognerebbe,  non mi hanno rimosso il dubbio,  o,  per
    meglio  dire,   l'incredulit,   dell'esser  necessario   che   quella
    gravissima  palla  di piombo di 100 libre di peso,  lasciata cadere da
    alto,  partendosi dalla quiete  passi  per  ogni  altissimo  grado  di
    tardit,  mentre  si vede in quattro battute di polso aver passato pi
    di 100 braccia di spazio: effetto che mi rende totalmente incredibile,
    quella in alcuno momento essersi trovata in stato tale di tardit, che
    continuandosi di muover con quella,  non avesse n anco in mille  anni
    passato  lo  spazio di mezo dito.  E pure se questo ,  vorrei esserne
    fatto capace.

    Sagredo: Il signor Salviati,  come di profonda  dottrina,  stima  bene
    spesso  che quei termini che a se medesimo sono notissimi e familiari,
    debbano parimente esser tali per gli altri ancora,  e per  tal  volta
    gli  esce di mente che parlando con noi altri convien aiutar la nostra
    incapacit con discorsi manco reconditi: e per io,  che non mi  elevo
    tanto,  con  sua licenza tenter di rimuover almeno in parte il signor
    Simplicio dalla sua incredulit con mezo sensato.  E stando  pure  sul
    caso  della palla d'artiglieria,  ditemi in grazia,  signor Simplicio:
    non concederete voi che nel far passaggio da uno stato a un altro  sia
    naturalmente  pi  facile e pronto il passare ad uno pi propinquo che
    ad altro pi remoto?

    Simplicio: Questo lo intendo e  lo  concedo:  e  non  ho  dubbio  che,
    verbigrazia,  un ferro infocato,  nel raffreddarsi, prima passer da i
    10 gradi di caldo a i 9, che da i 10 a i 6.

    Sagredo:  Benissimo.  Ditemi  appresso:  quella  palla  d'artiglieria,
    cacciata in su a perpendicolo dalla violenza del fuoco, non si va ella
    continuamente ritardando nel suo moto sin che finalmente si conduce al
    termine  altissimo,  che    quello della quiete?  e nel diminuirsi la
    velocit,  o  volete  dire  nel  crescersi  la  tardit,  non    egli
    ragionevole  che si faccia pi presto trapasso da i 10 gradi a gli 11,
    che da i 10 a i 12?  e da i 1000 a i 1001 che a' 1002?  ed in somma da
    qualsivoglia grado ad un suo pi vicino, che ad un pi lontano?

    Simplicio: Cos  ragionevole.

    Sagredo:  Ma  qual  grado di tardit  cos lontano da qualsisia moto,
    che pi lontano non ne sia lo stato  della  quiete,  ch'  di  tardit
    infinita?  per lo che non  da metter dubio che la detta palla,  prima
    che si conduca al termine della quiete,  trapassi per tutti i gradi di
    tardit  maggiori e maggiori,  e per conseguenza per quello ancora che
    in 1000 anni non trapasserebbe  lo  spazio  di  un  dito.  Ed  essendo
    questo,  s come ,  verissimo,  non dovr,  signor Simplicio, parervi
    improbabile che,  nel ritornare in gi,  la medesima palla  partendosi
    dalla  quiete  recuperi  la  velocit  del moto col ripassare per quei
    medesimi gradi di tardit per i quali ella pass nell'andare in su, ma
    debba, lasciando gli altri gradi di tardit maggiori e pi vicini allo
    stato di quiete, passar di salto ad uno pi remoto.

    Simplicio: Io resto per questo  discorso  pi  capace  assai  che  per
    quelle  sottigliezze  matematiche;  e  per  potr  il signor Salviati
    ripigliare e continuare il suo ragionamento.

    Salviati: Ritorneremo dunque al nostro primo proposito, ripigliando l
    di dove digredimmo, che, se ben mi ricorda, eramo sul determinare come
    il moto per linea retta non pu esser di uso alcuno  nelle  parti  del
    mondo  bene ordinate;  e seguitavamo di dire che non cos avviene de i
    movimenti circolari,  de i quali quello che  fatto dal mobile  in  se
    stesso,  gi lo ritien sempre nel medesimo luogo, e quello che conduce
    il mobile per la circonferenza d'un  cerchio  intorno  al  suo  centro
    stabile  e  fisso,  non  mette  in  disordine n s n i circonvicini.
    Imperocch tal moto, primieramente,  finito e terminato, anzi non pur
    finito e terminato, ma non  punto alcuno nella circonferenza, che non
    sia primo ed ultimo termine della circolazione;  e continuandosi nella
    circonferenza assegnatagli,  lascia tutto il resto,  dentro e fuori di
    quella, libero per i bisogni d'altri,  senz'impedirgli o disordinargli
    gi mai.  Questo,  essendo un movimento che fa che il mobile sempre si
    parte e sempre arriva al termine, pu, primieramente, esso solo essere
    uniforme: imperocch l'accelerazione del moto si fa nel mobile  quando
    e'  va verso il termine dove egli ha inclinazione,  ed il ritardamento
    accade per la repugnanza ch'egli ha di partirsi  ed  allontanarsi  dal
    medesimo  termine;  e  perch  nel  moto circolare il mobile sempre si
    parte da termine naturale,  e  sempre  si  muove  verso  il  medesimo,
    adunque  in  lui  la  repugnanza e l'inclinazione son sempre di eguali
    forze; dalla quale egualit ne risulta una non ritardata n accelerata
    velocit,   cio  l'uniformit  del  moto.   Da  questa  uniformit  e
    dall'esser  terminato  ne  pu  seguire la continuazion perpetua,  col
    reiterar sempre le circolazioni,  la quale in una linea interminata ed
    in   un   moto   continuamente  ritardato  o  accelerato  non  si  pu
    naturalmente ritrovare: e dico naturalmente,  perch il moto retto che
    si ritarda,   il violento, che non pu esser perpetuo, e l'accelerato
    arriva necessariamente al termine, se vi ; e se non vi ,  non vi pu
    n  anco esser moto,  perch la natura non muove dove  impossibile ad
    arrivare.  Concludo per  tanto,  il  solo  movimento  circolare  poter
    naturalmente  convenire  a  i  corpi  naturali integranti l'universo e
    costituiti nell'ottima disposizione; ed il retto,  al pi che si possa
    dire,  essere  assegnato  dalla natura a i suoi corpi e parti di essi,
    qualunque volta si ritrovassero fuori de' luoghi loro,  costituite  in
    prava disposizione,  e per bisognose di ridursi per la pi breve allo
    stato naturale.  Di qui mi par  che  assai  ragionevolmente  si  possa
    concludere, che per mantenimento dell'ordine perfetto tra le parti del
    mondo bisogni dire che le mobili sieno mobili solo circolarmente, e se
    alcune  ve  ne  sono  che  circolarmente  non  si  muovano,  queste di
    necessit sieno immobili, non essendo altro,  salvo che la quiete e 'l
    moto circolare, atto alla conservazione dell'ordine. Ed io non poco mi
    maraviglio che Aristotile,  il quale pure stim che 'l globo terrestre
    fusse collocato nel centro del  mondo  e  che  quivi  immobilmente  si
    rimanesse,  non  dicesse che de' corpi naturali altri erano mobili per
    natura ed altri immobili,  e massime avendo gi  definito,  la  natura
    esser principio di moto e di quiete.

    Simplicio:  Aristotile,  come  quello  che  non  si prometteva del suo
    ingegno,  ancorch perspicacissimo,  pi di quello  che  si  conviene,
    stim,  nel  suo  filosofare,  che  le sensate esperienze si dovessero
    anteporre a qualsivoglia discorso fabbricato da ingegno umano, e disse
    che quelli che avessero negato il senso, meritavano di esser gastigati
    col levargli quel tal senso: ora,  chi  quello  cos  cieco  che  non
    vegga,  le  parti  della  terra  e  dell'acqua  muoversi,  come gravi,
    naturalmente all'ingi, cio verso il centro dell'universo,  assegnato
    dall'istessa  natura per fine e termine del moto retto deorsum;  e non
    vegga parimente,  muoversi il fuoco e l'aria all'ins rettamente verso
    il concavo dell'orbe lunare,  come a termine naturale del moto sursum?
    e vedendosi tanto manifestamente questo,  ed essendo  noi  sicuri  che
    eadem est ratio totius et partium,  come non si deve egli dire,  esser
    proposizion vera e manifesta che il movimento naturale della  terra  
    il retto ad medium, e del fuoco il retto a medio?

    Salviati:  In  virt di questo vostro discorso,  al pi al pi che voi
    poteste pretendere che vi fusse conceduto   che,  s  come  le  parti
    della  terra  rimosse  dal  suo  tutto,   cio  dal  luogo  dove  esse
    naturalmente  dimorano,   cio,   finalmente,   ridotte  in  prava   e
    disordinata disposizione, tornano al luogo loro spontaneamente, e per
    naturalmente, con movimento retto, cos (conceduto che eadem sit ratio
    totius  et  partium)  si potrebbe inferire che rimosso per violenza il
    globo  terrestre  dal  luogo  assegnatogli  dalla  natura,   egli   vi
    ritornerebbe per linea retta.  Questo,  come ho detto,  quanto al pi
    vi si potesse concedere,  fattavi ancora ogni sorte  d'agevolezza:  ma
    chi volesse riveder con rigore queste partite, prima vi negherebbe che
    le parti della terra nel ritornare al suo tutto si movessero per linea
    retta,  e non per circolare o altra mista;  e voi sicuramente avereste
    che fare assai a dimostrare il contrario, come apertamente intenderete
    nelle risposte alle  ragioni  ed  esperienze  particolari  addotte  da
    Tolomeo e da Aristotile.  Secondariamente,  se altri vi dicesse che le
    parti della terra si muovono non per andar al centro del mondo, ma per
    andare a riunirsi  col  suo  tutto,  e  che  per  ci  hanno  naturale
    inclinazione  verso  il  centro  del  globo  terrestre,  per  la quale
    inclinazione conspirano a formarlo e conservarlo,  qual altro tutto  e
    qual  altro  centro  trovereste voi al mondo,  al quale l'intero globo
    terreno, essendone rimosso, cercasse di ritornare,  onde la ragion del
    tutto fusse simile a quella delle parti?  Aggiugnete che n Aristotile
    n voi proverete gi  mai  che  la  Terra  de  facto  sia  nel  centro
    dell'universo;  ma,  se  si  pu assegnare centro alcuno all'universo,
    troveremo in quello esser pi  presto  collocato  il  Sole,  come  nel
    progresso intenderete.
    Ora,  s come dal cospirare concordemente tutte le parti della terra a
    formare il suo tutto ne segue che esse da tutte le  parti  con  eguale
    inclinazione  vi  concorrano,  e,  per unirsi al pi che sia possibile
    insieme,  sfericamente vi si adattano;  perch non doviamo noi credere
    che  la  Luna,  il Sole e gli altri corpi mondani siano essi ancora di
    figura rotonda non per altro che per un concorde instinto  e  concorso
    naturale  di  tutte  le loro parti componenti?  delle quali se tal ora
    alcuna per qualche violenza fusse dal suo tutto separata,  non   egli
    ragionevole il credere che spontaneamente e per naturale instinto ella
    vi  ritornerebbe?  ed  in  questo  modo  concludere  che 'l moto retto
    competa egualmente a tutti i corpi mondani?

    Simplicio: E' non  dubbio alcuno  che  come  voi  volete  negare  non
    solamente  i  principii  nelle  scienze,  ma esperienze manifeste ed i
    sensi stessi,  voi non potrete gi mai esser  convinto  o  rimosso  da
    veruna  oppinione  concetta;  e io pi tosto mi quieter perch contra
    negantes principia non est disputandum,  che persuaso in  virt  delle
    vostre  ragioni.  E  stando su le cose da voi pur ora pronunziate (gi
    che mettete in dubbio insino nel moto de i gravi se sia retto  o  no),
    come  potete  voi mai ragionevolmente negare che le parti della terra,
    cio che le materie gravissime,  descendano verso il centro  con  moto
    retto,  se,  lasciate  da  una  altissima  torre,  le  cui parete sono
    dirittissime e fabbricate a piombo,  esse gli vengono,  per cos dire,
    lambendo,  e percotendo in terra in quel medesimo punto a capello dove
    verrebbe a terminare il piombo che pendesse da  uno  spago  legato  in
    alto  ivi  per l'appunto onde si lasci cadere il sasso?  non  questo
    argomento pi che evidente,  cotal moto esser retto e verso il centro?
    Nel  secondo luogo,  voi revocate in dubbio se le parti della terra si
    muovano per andar, come afferma Aristotile, al centro del mondo, quasi
    che egli non  l'abbia  concludentemente  dimostrato  per  i  movimenti
    contrari,  mentre  in cotal guisa argomenta: il movimento de i gravi 
    contrario a quello de i leggieri;  ma il moto de i  leggieri  si  vede
    esser  dirittamente  all'ins,  cio verso la circonferenza del mondo;
    adunque il moto de i gravi  rettamente verso il centro del mondo,  ed
    accade  per  accidens  che e' sia verso il centro della Terra,  poich
    questo si abbatte ad essere unito con quello. Il cercar poi quello che
    facesse una parte del globo lunare o del Sole,  quando fusse  separata
    dal  suo  tutto,    vanit,  perch si cerca quello che seguirebbe in
    conseguenza  d'un  impossibile,   atteso  che,   come   pur   dimostra
    Aristotile,   i   corpi   celesti  sono  impassibili,   impenetrabili,
    infrangibili,  s che non si pu dare il caso;  e quando  pure  e'  si
    desse,  e  che la parte separata ritornasse al suo tutto,  ella non vi
    tornerebbe come grave o leggiera, ch pur il medesimo Aristotile prova
    che i corpi celesti non sono n gravi n leggieri.

    Salviati: Quanto ragionevolmente io dubiti,  se i gravi si muovano per
    linea  retta  e perpendicolare,  lo sentirete,  come pur ora ho detto,
    quando esaminer questo argomento particolare. Circa il secondo punto,
    io  mi  meraviglio  che  voi  abbiate  bisogno  che   'l   paralogismo
    d'Aristotile vi sia scoperto, essendo per se stesso tanto manifesto, e
    che  voi  non  vi  accorgiate  che  Aristotile suppone quello che  in
    quistione. Per notate_

    Simplicio:  Di  grazia,  signor  Salviati  parlate  con  pi  rispetto
    d'Aristotile.  Ed a chi potrete voi persuader gi mai che quello che 
    stato  il  primo,   unico  ed  ammirabile   esplicator   della   forma
    silogistica,  della  dimostrazione,  de  gli  elenchi,  de  i  modi di
    conoscere i sofismi,  i paralogismi,  ed in somma di tutta la  logica,
    equivocasse  poi  s  gravemente  in  suppor  per noto quello che  in
    quistione?  Signori,  bisogna prima intenderlo  perfettamente,  e  poi
    provarsi a volerlo impugnare.

    Salviati:  Signor  Simplicio,   noi  siamo  qui  tra  noi  discorrendo
    familiarmente per investigar qualche verit;  io non ar mai per  male
    che voi mi palesiate i miei errori, e quando io non avr conseguita la
    mente  d'Aristotile,  riprendetemi  pur liberamente,  che io ve ne ar
    buon grado.  Concedetemi in tanto che io esponga le mie difficult,  e
    ch'io risponda ancora alcuna cosa a le vostre ultime parole, dicendovi
    che  la  logica,  come  benissimo  sapete,    l'organo  col  quale si
    filosofa;  ma,  s come pu esser che un artefice  sia  eccellente  in
    fabbricare organi,  ma indotto nel sapergli sonare,  cos pu esser un
    gran logico, ma poco esperto nel sapersi servir della logica;  s come
    ci  son  molti che sanno per lo senno a mente tutta la poetica,  e son
    poi infelici nel compor  quattro  versi  solamente;  altri  posseggono
    tutti  i  precetti  del  Vinci,  e  non  saprebber  poi  dipignere uno
    sgabello.  Il sonar l'organo non s'impara  da  quelli  che  sanno  far
    organi,  ma  da  chi gli sa sonare;  la poesia s'impara dalla continua
    lettura de' poeti;  il dipignere s'apprende col continuo  disegnare  e
    dipignere;   il   dimostrare,   dalla   lettura  dei  libri  pieni  di
    dimostrazioni,  che sono i matematici  soli,  e  non  i  logici.  Ora,
    tornando al proposito, dico che quello che vede Aristotile del moto de
    i  corpi  leggieri,    il  partirsi il fuoco da qualunque luogo della
    superficie del globo terrestre e dirittamente  discostarsene,  salendo
    in  alto;  e  questo    veramente  muoversi  verso  una circonferenza
    maggiore di quella della Terra,  anzi il  medesimo  Aristotile  lo  fa
    muovere al concavo della Luna: ma che tal circonferenza sia poi quella
    del mondo, o concentrica a quella, s che il muoversi verso questa sia
    un  muoversi anco verso quella del mondo,  ci non si pu affermare se
    prima non si suppone che 'l centro della Terra,  dal quale noi vediamo
    discostarsi  i leggieri ascendenti,  sia il medesimo che 'l centro del
    mondo,  che  quanto dire che 'l globo terrestre  sia  costituito  nel
    centro  del  mondo;  che    poi  quello  di  che  noi dubitiamo e che
    Aristotile intende  di  provare.  E  questo  direte  che  non  sia  un
    manifesto paralogismo?

    Sagredo: Questo argomento d'Aristotile mi era parso, anco per un altro
    rispetto,  manchevole e non concludente, quando bene se gli concedesse
    che quella circonferenza alla quale  si  muove  rettamente  il  fuoco,
    fusse quella che racchiude il mondo.
    Imperocch,  preso  dentro  a  un cerchio non solamente il centro,  ma
    qualsivoglia  altro  punto,  ogni  mobile  che  partendosi  da  quello
    camminer  per  linea  retta,  e verso qualsivoglia parte,  senz'alcun
    dubbio andr verso la circonferenza, e continuando il moto vi arriver
    ancora,  s che verissimo sar il dire che egli verso la circonferenza
    si muova; ma non sar gi vero che quello che per le medesime linee si
    movesse con movimento contrario,  vadia verso il centro, se non quando
    il punto preso fusse l'istesso centro,  o che 'l moto fusse fatto  per
    quella  sola  linea  che,  prodotta dal punto assegnato,  passa per lo
    centro. Talch il dire: "Il fuoco,  movendosi rettamente,  va verso la
    circonferenza del mondo; adunque le parti della terra, le quali per le
    medesime linee si muovono di moto contrario, vanno verso 'l centro del
    mondo",  non  conclude altrimenti,  se non supposto prima che le linee
    del fuoco,  prolungate,  passino per il centro del mondo: e perch  di
    esse  noi  sappiamo  certo  che  le  passano  per  il centro del globo
    terrestre (essendo a perpendicolo  sopra  la  sua  superficie,  e  non
    inclinate),  adunque,  per concludere,  bisogna supporre che il centro
    della Terra sia l'istesso che il centro del mondo,  o  almeno  che  le
    parti  del  fuoco  e della terra non ascendano e descendano se non per
    una linea sola che passi per il centro del mondo, il che  poi falso e
    repugna all'esperienza,  la qual ci mostra che le parti del fuoco  non
    per una linea sola, ma per le infinite prodotte dal centro della Terra
    verso   tutte   le  parti  del  mondo,   ascendono  sempre  per  linee
    perpendicolari alla superficie del globo terrestre.

    Salviati:  Voi,   signor  Sagredo,   molto  ingegnosamente   conducete
    Aristotile al medesimo inconveniente,  mostrando l'equivoco manifesto;
    ma aggiugnete un'altra sconvenevolezza.  Noi veggiamo la Terra  essere
    sferica,  e  per  siamo  sicuri  che ella ha il suo centro;  a quello
    veggiamo che si muovono tutte le sue parti, ch cos  necessario dire
    mentre i movimenti  loro  son  tutti  perpendicolari  alla  superficie
    terrestre intendiamo come, movendosi al centro della Terra, si muovono
    al  suo  tutto ed alla sua madre universale;  e siamo poi tanto buoni,
    che ci vogliam lasciar persuadere che l'instinto loro naturale  non  
    di andar verso il centro della Terra,  ma verso quel dell'universo, il
    quale non sappiamo dove sia,  n se sia,  e che quando pur sia,  non 
    altro  ch'un  punto  imaginario  ed  un  niente  senza veruna facult.
    All'ultimo detto poi del signor Simplicio,  che il  contendere  se  le
    parti del Sole o della Luna o di altro corpo celeste, separate dal suo
    tutto,  ritornassero naturalmente a quello, sia una vanit, per essere
    il  caso  impossibile,   essendo  manifesto,   per  dimostrazioni   di
    Aristotile,  che  i  corpi  celesti  sono impassibili,  impenetrabili,
    impartibili,  etc.,  rispondo,  niuna delle condizioni  per  le  quali
    Aristotile  fa differire i corpi celesti da gli elementari avere altra
    sussistenza che quella ch'ei deduce dalla diversit de i moti naturali
    di quelli e di questi;  in modo che,  negato che il moto circolare sia
    solo  de i corpi celesti,  ed affermato ch'ei convenga a tutti i corpi
    naturali mobili,  bisogna per  necessaria  conseguenza  dire  che  gli
    attributi  di  generabile  o ingenerabile,  alterabile o inalterabile,
    partibile o impartibile,  etc.,  egualmente e comunemente convengano a
    tutti i corpi mondani, cio tanto a i celesti quanto a gli elementari,
    o  che  malamente  e  con  errore  abbia  Aristotile  dedotti dal moto
    circolare quelli che ha assegnati a i corpi celesti.

    Simplicio: Questo modo di filosofare tende alla sovversion di tutta la
    filosofia naturale,  ed al disordinare e mettere in conquasso il cielo
    e  la  Terra  e  tutto  l'universo.  Ma io credo che i fondamenti de i
    Peripatetici sien tali,  che non ci sia da temere che  con  la  rovina
    loro si possano construire nuove scienze.

    Salviati:  Non  vi pigliate gi pensiero del cielo n della Terra,  n
    temiate la lor sovversione,  come n  anco  della  filosofia,  perch,
    quanto al cielo,  in vano  che voi temiate di quello che voi medesimo
    reputate inalterabile e impassibile; quanto alla Terra,  noi cerchiamo
    di nobilitarla e perfezionarla, mentre proccuriamo di farla simile a i
    corpi  celesti  e  in  certo  modo metterla quasi in cielo,  di dove i
    vostri filosofi l'hanno bandita.  La filosofia medesima non pu se non
    ricever  benefizio  dalle nostre dispute,  perch se i nostri pensieri
    saranno  veri,  nuovi  acquisti  si  saranno  fatti,  se  falsi,   col
    ributtargli,  maggiormente  verranno  confermate  le  prime  dottrine.
    Pigliatevi pi tosto pensiero di alcuni filosofi e vedete di aiutargli
    e sostenergli,  ch quanto alla scienza stessa,  ella non pu  se  non
    avanzarsi.  E  ritornando  al nostro proposito,  producete liberamente
    quello che vi sovviene per mantenimento  della  somma  differenza  che
    Aristotile  pone  tra  i corpi celesti e la parte elementare,  nel far
    quelli ingenerabili,  incorruttibili,  inalterabili,  etc.,  e  questa
    corruttibile, alterabile, etc.
    Per  quelli  che  si perturbano per aver a mutar tutta la Filosofia si
    mostri come non  cos,  e che resta la medesima dottrina  dell'anima,
    delle generazioni, delle meteore, degli animali.

    Simplicio:  Io  non  veggo  per ancora che Aristotile sia bisognoso di
    soccorso, restando egli in piede, saldo e forte,  anzi non essendo per
    ancora pure stato assalito,  non che abbattuto, da voi. E qual sar il
    vostro schermo in questo primo assalto?  Scrive Aristotile: Quello che
    si genera,  si fa da un contrario in qualche subietto,  e parimente si
    corrompe in qualche subietto da un contrario in un contrario,  s  che
    (notate bene) la corruzzione e generazione non  se non ne i contrari;
    ma de i contrari i movimenti son contrari;  se dunque al corpo celeste
    non si pu assegnar contrario, imperocch al moto circolare niun altro
    movimento  contrario,  adunque benissimo ha fatto la  natura  a  fare
    esente  da  i  contrari  quello  che  doveva  essere  ingenerabile  ed
    incorruttibile.  Stabilito questo primo  fondamento,  speditamente  si
    cava   in   conseguenza   ch'ei   sia  inaugumentabile,   inalterabile
    impassibile, e finalmente eterno ed abitazione proporzionata a gli Dei
    immortali,  conforme alla opinione ancora di tutti gli uomini  che  de
    gli  Dei  hanno  concetto.  Conferma poi l'istesso ancor per il senso;
    avvenga che in  tutto  il  tempo  passato,  secondo  le  tradizioni  e
    memorie,  nissuna  cosa  si vede essersi trasmutata,  n secondo tutto
    l'ultimo cielo n secondo alcuna sua propria parte.  Che poi  al  moto
    circolare  niuno  altro  sia  contrario,  lo prova Aristotile in molte
    maniere;   ma  senza  replicarle  tutte,   assai   apertamente   resta
    dimostrato,  mentre  che  i  moti semplici non sono altri che tre,  al
    mezo,  dal mezo e intorno al mezo,  de i quali i dua retti  sursum  et
    deorsum sono manifestamente contrari,  e perch un solo ha un solo per
    contrario, adunque non resta altro movimento che possa esser contrario
    al  circolare.   Eccovi  il  discorso  di  Aristotile  argutissimo   e
    concludentissimo, per il quale si prova l'incorruttibilit del cielo.
    Salviati:   Questo   non    niente  di  pi  che  il  puro  progresso
    d'Aristotile,  gi da me accennato,  nel quale,  tuttavolta che io  vi
    neghi che il moto,  che voi attribuite a i corpi celesti, non convenga
    ancora alla Terra, la sua illazione resta nulla.
    Dicovi per tanto che quel moto circolare,  che voi assegnate a i corpi
    celesti,  conviene ancora alla Terra: dal che,  posto che il resto del
    vostro discorso sia concludente, seguir una di queste tre cose,  come
    poco  fa  si  detto ed or vi replico,  cio,  o che la Terra sia essa
    ancora ingenerabile e incorruttibile,  come i corpi celesti,  o che  i
    corpi  celesti  sieno,  come gli elementari,  generabili,  alterabili,
    etc.,  o che questa differenza di  moti  non  abbia  che  far  con  la
    generazione e corruzione.  Il discorso di Aristotile e vostro contiene
    molte proposizioni da non esser di leggiero  ammesse,  e  per  poterlo
    meglio esaminare,  sar bene ridurlo pi al netto ed al distinto,  che
    sia possibile: e scusimi il signor Sagredo se forse con qualche  tedio
    sente  replicar  pi volte le medesime cose,  e faccia conto di sentir
    ripigliar gli argomenti ne i publici  circoli  de  i  disputanti.  Voi
    dite:  "La  generazione  e  corruzione  non  si  fa se non dove sono i
    contrari;  i contrari non sono se non tra i corpi  semplici  naturali,
    mobili di movimenti contrari; movimenti contrari sono solamente quelli
    che  si  fanno  per  linee  rette tra termini contrari,  e questi sono
    solamente dua cio dal mezo ed al mezo,  e tali movimenti non sono  di
    altri  corpi  naturali  che  della terra,  del fuoco e degli altri due
    elementi;  adunque la generazione e corruzione non  se  non  tra  gli
    elementi.  E  perch  il  terzo movimento semplice,  cio il circolare
    intorno al mezo, non ha contrario (perch contrari sono gli altri dua,
    e un solo ha un solo per contrario), per quel corpo naturale al quale
    tal moto compete,  manca di contrario;  e non avendo contrario,  resta
    ingenerabile e incorruttibile etc., perch dove non  contrariet, non
      generazione  n  corruzione etc.: ma tal moto compete solamente a i
    corpi celesti: adunque soli questi sono ingenerabili,  incorruttibili,
    etc.".  E prima,  a me si rappresenta assai pi agevol cosa il potersi
    assicurare se  la  Terra,  corpo  vastissimo  e  per  vicinit  a  noi
    trattabilissimo si muova di un movimento massimo, qual sarebbe per ora
    il rivolgersi in se stessa in ventiquattro ore,  che non  l'intendere
    ed assicurarsi se  la  generazione  e  corruzione  si  facciano  da  i
    contrari,  anzi  pure  se la corruzione e la generazione ed i contrari
    sieno in natura: e se voi, signor Simplicio, mi sapeste assegnare qual
    sia il modo di operare della natura nel generare in  brevissimo  tempo
    centomila  moscioni  da  un  poco di fumo di mosto,  mostrandomi quali
    sieno quivi i contrari, qual cosa si corrompa e come,  io vi reputerei
    ancora  pi  di  quello  ch'io  fo,  perch  io nessuna di queste cose
    comprendo.  In oltre arei molto caro d'intendere come e perch  questi
    contrari  corruttivi  sieno  cos  benigni  verso le cornacchie e cos
    fieri verso i colombi,  cos tolleranti verso i  cervi  ed  impazienti
    contro  a  i  cavalli,  che  a  quelli concedano pi anni di vita cio
    d'incorruttibilit, che settimane a questi. I peschi, gli ulivi, hanno
    pur radice ne i medesimi terreni, sono esposti a i medesimi freddi,  a
    i  medesimi  caldi,  alle  medesime pioggie e venti,  ed in somma alle
    medesime contrariet; e pur quelli vengono destrutti in breve tempo, e
    questi vivono molte centinaia d'anni.  Di pi,  io non son mai restato
    ben capace di questa trasmutazione sustanziale (restando sempre dentro
    a  i  puri termini naturali),  per la quale una materia venga talmente
    trasformata, che si deva per necessit dire,  quella essersi del tutto
    destrutta,  s che nulla del suo primo essere vi rimanga e ch'un altro
    corpo,   diversissimo  da  quella,   se  ne  sia   prodotto;   ed   il
    rappresentarmisi  un  corpo  sotto  un aspetto e di l a poco sotto un
    altro differente assai,  non ho per impossibile che possa seguire  per
    una semplice trasposizione di parti,  senza corrompere o generar nulla
    di nuovo, perch di simili metamorfosi ne vediamo noi tutto il giorno.
    S che torno a replicarvi che come voi mi  vorrete  persuader  che  la
    Terra  non  si  possa muover circolarmente per via di corruttibilit e
    generabilit, averete che fare assai pi di me,  che con argomenti ben
    pi difficili, ma non men concludenti, vi prover il contrario.

    Sagredo:  Signor  Salviati,  perdonatemi  se  io  interrompo il vostro
    ragionamento, il quale, s come mi diletta assai,  perch io ancora mi
    trovo   involto   nelle   medesime  difficult  cos  dubito  che  sia
    impossibile il poterne venire a capo senza  deporre  in  tutto  e  per
    tutto  la  nostra  principal materia;  per,  quando si potesse tirare
    avanti il primo discorso,  giudicherei che fusse bene rimettere ad  un
    altro   separato   ed   intero  ragionamento  questa  quistione  della
    generazione e corruzione, s come anco, quando ci piaccia a voi ed al
    signor Simplicio,  si potr fare di altre quistioni particolari che il
    corso  de'  ragionamenti  ci  porgesse  avanti,  delle  quali io terr
    memoria  a  parte,   per  proporle  un  altro  giorno  e   minutamente
    esaminarle.  Or, quanto alla presente, gi che voi dite che, negato ad
    Aristotile che il moto circolare non sia della Terra, come degli altri
    corpi celesti,  ne seguir che quello che accade  della  Terra,  circa
    l'esser generabile,  alterabile,  etc., sia ancora del cielo, lasciamo
    star se la generazione e corruzione sieno o non  sieno  in  natura,  e
    torniamo a veder d'investigare quel che faccia il globo terrestre.

    Simplicio:  Io  non  posso  accomodar  l'orecchie  a sentir mettere in
    dubbio se la generazione e corruzione sieno  in  natura,  essendo  una
    cosa  che noi continuamente aviamo innanzi a gli occhi,  e della quale
    Aristotile ha scritto due libri interi.  Ma quando si abbiano a negare
    i  principii nelle scienze e mettere in dubbio le cose manifestissime,
    chi non sa che si potr  provare  quel  che  altri  vuole  e  sostener
    qualsivoglia paradosso?  E se voi non vedete tutto il giorno generarsi
    e corrompersi erbe, piante, animali,  che altra cosa vedete voi?  come
    non  vedete  perpetuamente  giostrarsi in contro le contrariet,  e la
    terra mutarsi in acqua, l'acqua convertirsi in aria,  l'aria in fuoco,
    e  di  nuovo  l'aria  condensarsi  in nuvole,  in pioggie,  grandini e
    tempeste?

    Sagredo:  Anzi  veggiamo  pur  tutte  queste  cose,  e  per  vogliamo
    concedervi  il  discorso  d'Aristotile,  quanto  a  questa parte della
    generazione e corruzione fatta da i contrari;  ma se io vi concluder,
    in  virt  delle medesime proposizioni concedute ad Aristotile,  che i
    corpi  celesti  sieno  essi  ancora,  non  meno  che  gli  elementari,
    generabili e corruttibili, che cosa direte voi?

    Simplicio:  Dir  che  voi  abbiate  fatto  quello che  impossibile a
    farsi.

    Sagredo: Ditemi un poco,  signor Simplicio: non sono queste  affezioni
    contrarie tra di loro?

    Simplicio: Quali?

    Sagredo: Eccovele: alterabile,  inalterabile,  passibile, impassibile,
    generabile, ingenerabile, corruttibile, incorruttibile?

    Simplicio: Sono contrarissime

    Sagredo: Come questo sia,  e sia vero ancora che i corpi celesti sieno
    ingenerabili  e  incorruttibili,  io vi provo che di necessit bisogna
    che i corpi celesti sien generabili e corruttibili.

    Simplicio: Questo non potr esser altro che un soffisma.

    Sagredo: Sentite l'argomento,  e poi nominatelo e solvetelo.  I  corpi
    celesti,  perch sono ingenerabili ed incorruttibili,  hanno in natura
    de i contrari,  che sono i corpi generabili e corruttibili;  ma dove 
    contrariet, quivi  generazione e corruzione; adunque i corpi celesti
    son generabili e corruttibili.

    Simplicio:  Non  vi diss'io che non poteva esser altro ch'un soffisma?
    Questo  un di quelli argomenti cornuti,  che si chiamano soriti: come
    quello del Candiotto, che diceva che tutti i Candiotti erano bugiardi,
    per, essendo egli Candiotto, veniva a dir la bugia, mentre diceva che
    i  Candiotti  erano bugiardi;  bisogna adunque che i Candiotti fussero
    veridici,  ed in conseguenza esso,  come Candiotto,  veniva  ad  esser
    veridico,  e  per,  nel  dir che i Candiotti erano bugiardi diceva il
    vero,  e comprendendo s,  come  Candiotto,  bisognava  che  e'  fusse
    bugiardo.  E cos in questa sorte di soffismi si durerebbe in eterno a
    rigirarsi, senza concluder mai niente.

    Sagredo: Voi sin qui l'avete nominato: resta ora  che  lo  sciogliate,
    mostrando la fallacia.

    Simplicio:  Quanto  al solverlo e mostrar la sua fallacia,  non vedete
    voi,   prima,   la  contradizion  manifesta?   i  corpi  celesti  sono
    ingenerabili e incorruttibili;  adunque i corpi celesti son generabili
    e corruttibili? E poi, la contrariet non  tra i corpi celesti,  ma 
    tra  gli  elementi,  li quali hanno la contrariet de i moti sursum et
    deorsum e della leggerezza e gravit;  ma  i  cieli,  che  si  muovono
    circolarmente,  al  qual  moto  niun  altro    contrario,  mancano di
    contrariet, e per sono incorruttibili etc.

    Sagredo: Piano, signor Simplicio. Questa contrariet, per la quale voi
    dite   alcuni   corpi   semplici   esser   corruttibili,   risied'ella
    nell'istesso  corpo che si corrompe,  o pure ha relazione ad un altro?
    dico se l'umidit, per esempio,  per la quale si corrompe una parte di
    terra,  risiede  nell'istessa  terra  o  pure in un altro corpo,  qual
    sarebbe l'aria o l'acqua.  Io credo pur che voi direte che,  s come i
    movimenti in su e in gi, e la gravit e la leggerezza, che voi fate i
    primi contrari,  non posson essere nel medesimo suggetto, cos n anco
    l'umido e 'l secco,  il caldo e 'l  freddo:  bisogna  dunque  che  voi
    diciate,  che quando il corpo si corrompe,  ci avvenga per la qualit
    che si trova in un altro,  contraria alla sua propria.  Per,  per far
    che  'l  corpo celeste sia corruttibile,  basta che in natura ci sieno
    corpi che abbiano contrariet  al  corpo  celeste;  e  tali  sono  gli
    elementi,   se      vero   che   la   corruttibilit   sia  contraria
    all'incorruttibilit.

    Simplicio: Non basta questo, Signor mio. Gli elementi si alterano e si
    corrompono perch si toccano e  si  mescolano  tra  di  loro,  e  cos
    possono  esercitare  le  lor  contrariet;  ma  i  corpi  celesti sono
    separati da gli elementi,  da i quali non son n anco tocchi,  se  ben
    essi  toccano  gli  elementi.   Bisogna,   se  voi  volete  provar  la
    generazione e corruzione ne i corpi celesti, che voi mostriate che tra
    loro riseggano le contrariet.

    Sagredo: Ecco ch'io ve le trovo tra di loro.  Il primo fonte dal quale
    voi  cavate le contrariet de gli elementi,   la contrariet de' moti
    loro in su e in gi;  adunque  forza che contrari sieno parimente tra
    di  loro quei principii da i quali dependono tali movimenti;  e perch
    quello  mobile in su per la  leggerezza,  e  questo  in  gi  per  la
    gravit,    necessario  che  leggerezza  e  gravit sieno tra di loro
    contrarie;  n meno si deve credere che  sien  contrari  quegli  altri
    principii che son cagioni che questo sia grave, e leggiero quello. Ma,
    per  voi  medesimi,  la leggerezza e la gravit vengono in conseguenza
    della rarit e densit,  adunque contrarie saranno  la  densit  e  la
    rarit:  le  quali condizioni tanto amplamente si ritrovano ne i corpi
    celesti, che voi stimate le stelle non esser altro che parti pi dense
    del lor cielo,  e quando ci sia,  bisogna che la densit delle stelle
    superi quasi d'infinito intervallo quella del resto del cielo;  il che
     manifesto dall'essere il cielo sommamente trasparente,  e le  stelle
    sommamente opache, e dal non si trovare lass altre qualit che 'l pi
    e 'l meno denso o raro, che della maggiore e minor trasparenza possano
    esser principii.  Essendo dunque tali contrariet tra i corpi celesti,
     necessario che essi ancora sien generabili e corruttibili,  in  quel
    medesimo  modo  che  son  tali  i corpi elementari,  o vero che non la
    contrariet sia causa della corruttibilit, etc.

    Simplicio: Non  necessario n l'un n l'altro: perch  la  densit  e
    rarit ne i corpi celesti non son contrarie tra loro,  come ne i corpi
    elementari;  imperocch non dependono dalle  prime  qualit,  caldo  e
    freddo,  che  sono  contrarie,  ma  dalla  molta  o  poca  materia  in
    proporzione alla quantit, ora il molto e 'l poco dicono solamente una
    opposizione relativa, che  la minor che sia, e non ha che fare con la
    generazione e corruzione.

    Sagredo: Talch a voler che il denso e 'l raro,  che tra gli  elementi
    deve  esser  cagione  di  gravit e leggerezza,  le quali possan esser
    cause di moti contrari sursum et deorsum,  da i quali dependano poi le
    contrariet per la generazione e corruzione,  [_], non basta che sieno
    di quei densi e rari che sotto la medesima  quantit,  o  vogliam  dir
    mole,  contengono  molta o poca materia,  ma  necessario che e' siano
    densi e rari merc delle prime qualit,  freddo e  caldo;  altramente,
    non si farebbe niente.  Ma,  se questo ,  Aristotile ci ha ingannati,
    perch doveva  dircelo  da  principio,  e  lasciare  scritto  che  son
    generabili  e  corruttibili  quei  corpi  semplici  che  son mobili di
    movimenti semplici in su e in gi, dependenti da leggerezza e gravit,
    causate da rarit e densit, fatta da molta e poca materia,  merc del
    caldo  e  del  freddo,  e  non  si fermare sul semplice moto sursum et
    deorsum;  perch io vi assicuro che quanto al fare  i  corpi  gravi  e
    leggieri,  onde e' sien poi mobili di movimenti contrari, qualsivoglia
    densit e rarit basta,  venga ella per caldo e freddo o per quel  che
    pi vi piace,  perch il caldo e 'l freddo non hanno che far niente in
    questa operazione, e voi vedrete che un ferro infocato, che pur si pu
    chiamar caldo,  pesa il medesimo e si  muove  nel  medesimo  modo  che
    freddo.  Ma  lasciato  ancor questo,  che sapete voi che il denso e 'l
    raro celeste non dependano dal freddo e dal caldo?

    Simplicio: Sollo, perch tali qualit non sono tra i corpi celesti, li
    quali non son caldi n freddi.

    Salviati: Io veggo che noi torniamo di nuovo a ingolfarci in un pelago
    infinito da non ne  uscir  mai,  perch  questo    un  navigar  senza
    bussola,  senza  stelle,  senza remi,  senza timone,  onde convien per
    necessit o passare di scoglio in scoglio o dare in  secco  o  navigar
    sempre per perduti. Per, se conforme al vostro consiglio noi vogliamo
    tendere avanti nella nostra principal materia,  bisogna che,  lasciata
    per ora questa general considerazione, se il moto retto sia necessario
    in natura e convenga ad alcuni corpi,  venghiamo  alle  dimostrazioni,
    osservazioni ed esperienze particolari,  proponendo prima tutte quelle
    che da Aristotile da Tolomeo e da altri sono state sin qui addotte per
    prova  della  stabilit  della  Terra,   cercando  secondariamente  di
    solverle,  e portando in ultimo quelle per le quali altri possa restar
    persuaso che la Terra sia,  non men che la Luna o  altro  pianeta,  da
    connumerarsi tra i corpi naturali mobili circolarmente.

    Sagredo: Io tanto pi volentieri mi atterr a questo,  quanto io resto
    assai pi sodisfatto del vostro discorso architettonico e generale che
    di quello d'Aristotile,  perch il  vostro  senza  intoppo  veruno  mi
    quieta,  e l'altro ad ogni passo mi attraversa qualche inciampo; e non
    so come il signor Simplicio non  sia  restato  subito  persuaso  dalla
    ragione  arrecata da voi per prova che il moto per linea retta non pu
    aver  luogo  in  natura,   tuttavoltach  si  supponga  che  le  parti
    dell'universo  sieno  disposte  in ottima costituzione e perfettamente
    ordinate.

    Salviati: Fermate, di grazia, signor Sagredo,  ch pur ora mi sovviene
    il modo di poter dar sodisfazione anco al signor Simplicio, tuttavolta
    per   che  e'  non  voglia  restar  talmente  legato  ad  ogni  detto
    d'Aristotile,  che egli  abbia  per  sacrilegio  il  discostarsene  da
    alcuno.  E'  non    dubbio  che  per mantener l'ottima disposizione e
    l'ordine  perfetto  delle  parti  dell'universo,   quanto  alla  local
    situazione,  non ci  altro che il movimento circolare e la quiete; ma
    quanto al moto per linea retta, non veggo,  che possa servire ad altro
    che  al  ridurre  nella sua natural costituzione qualche particella di
    alcuno de' corpi integrali  che  per  qualche  accidente  fusse  stata
    rimossa e separata dal suo tutto,  come di sopra dicemmo. Consideriamo
    ora tutto il globo terrestre e veggiamo quel che  pu  esser  di  lui,
    tuttavoltach  ed  esso e gli altri corpi mondani si devano conservare
    nell'ottima e natural disposizione. Egli  necessario dire, o che egli
    resti e si conservi perpetuamente  immobile  nel  luogo  suo,  o  che,
    restando pur sempre nell'istesso luogo, si rivolga in se stesso, o che
    vadia  intorno  ad  un  centro,  movendosi  per la circonferenza di un
    cerchio: de i quali accidenti,  ed Aristotile e Tolomeo e tutti i  lor
    seguaci dicon pure che egli ha osservato sempre, ed  per mantenere in
    eterno,  il  primo,  cio una perpetua quiete nel medesimo luogo.  Or,
    perch dunque in buon'ora  non  si  dev'egli  dire  che  sua  naturale
    affezione    il  restare immobile,  pi tosto che far suo naturale il
    moto all'ingi,  del qual moto egli gi mai non si  mosso ned    per
    muoversi? E quanto al movimento per linea retta, lascisi che la natura
    se  ne  serva  per  ridur  al  suo  tutto  le  particelle della terra,
    dell'acqua,  dell'aria,  e del fuoco,  e di ogni altro corpo integrale
    mondano,  quando  alcuna  di  loro,  per qualche caso,  se ne trovasse
    separata, e per in luogo disordinato trasposta;  se pure anco per far
    questa  restituzione  non si trovasse che qualche moto circolare fusse
    pi accomodato.  Parmi che questa primaria  posizione  risponda  molto
    meglio,  dico  anco  in  via  d'Aristotile medesimo,  a tutte le altre
    conseguenze,  che l'attribuire come intrinseco e natural principio  de
    gli  elementi  i  movimenti  retti.  Il  che   manifesto: perch s'io
    domander al Peripatetico, se,  tenendo egli che i corpi celesti sieno
    incorruttibili  ed  eterni,  ei  crede  che 'l globo terrestre non sia
    tale, ma corruttibile e mortale,  s che egli abbia a venir tempo che,
    continuando  suo  essere e sue operazioni il Sole e la Luna e le altre
    stelle,  la Terra non si ritrovi pi al mondo,  ma sia  con  tutto  il
    resto  de  gli  elementi destrutta e andata in niente,  son sicuro che
    egli risponder di no,  adunque la corruzione e  generazione    nelle
    parti,  e non nel tutto,  e nelle parti ben minime e superficiali,  le
    quali son come insensibili in comparazion di tutta la mole:  e  perch
    Aristotile argumenta la generazione e corruzione dalla contrariet de'
    movimenti  retti,  lascinsi  tali  movimenti  alle parti,  che sole si
    alterano e corrompono,  ed all'intero globo e sfera  de  gli  elementi
    attribuiscasi  o  il  moto  circolare  o  una perpetua consistenza nel
    proprio luogo,  affezioni che sole sono atte alla perpetuazione ed  al
    mantenimento dell'ordine perfetto. Questo che si dice della terra, pu
    dirsi con simil ragion del fuoco e della maggior parte dell'aria;  a i
    quali elementi si son ridotti i Peripatetici  ad  assegnare  per  loro
    intrinseco  e natural moto uno del quale mai non si sono mossi n sono
    per muoversi,  e chiamar fuor della natura  loro  quel  movimento  del
    quale  si  muovono,  si  son mossi,  e son per muoversi perpetuamente.
    Questo dico,  perch assegnano all'aria ed al fuoco il moto  all'ins,
    del  quale  gi  mai  si   mosso alcuno de i detti elementi,  ma solo
    qualche lor particella,  e questa non per altro che per  ridursi  alla
    perfetta costituzione, mentre si trovava fuori del luogo suo naturale;
    ed  all'incontro chiamano a lor preternaturale il moto circolare,  del
    quale incessabilmente si muovono,  scordatisi in certo modo di  quello
    che pi volte ha detto Aristotile, che nessun violento pu durar lungo
    tempo.

    Simplicio:   A   tutte   queste   cose   abbiamo   noi   le   risposte
    accomodatissime,  le quali per ora lascer da parte  per  venire  alle
    ragioni  pi  particolari  ed esperienze sensate,  le quali finalmente
    devono anteporsi,  come ben dice Aristotile,  a quanto  possa  esserci
    somministrato dall'umano discorso.

    Sagredo:  Servanci  dunque  le  cose dette sin qui per averci messo in
    considerazione qual de' due generali discorsi abbia pi del probabile:
    dico quello di Aristotile,  per persuaderci,  la  natura  de  i  corpi
    sullunari esser generabile e corruttibile,  etc.,  e per diversissima
    dall'essenza  de  i  corpi  celesti,   per  esser  loro   impassibili,
    ingenerabili,  incorruttibili,  etc.,  tirato  dalla  diversit  de  i
    movimenti semplici; o pur questo del signor Salviati, che,  supponendo
    le  parti  integrali del mondo essere disposte in ottima costituzione,
    esclude per necessaria conseguenza da  i  corpi  semplici  naturali  i
    movimenti retti,  come di niuno uso in natura,  e stima la Terra esser
    essa ancora uno de i corpi celesti,  adornato di tutte le  prerogative
    che  a quelli convengono: il qual discorso sin qui a me consuona assai
    pi che quell'altro.  Sia dunque contento il signor  Simplicio  produr
    tutte  le  particolari  ragioni,  esperienze  ed  osservazioni,  tanto
    naturali  quanto  astronomiche,   per  le  quali  altri  possa  restar
    persuaso,  la  Terra  esser  diversa  da  i  corpi celesti,  immobile,
    collocata nel centro  del  mondo,  e  se  altro  vi    che  l'escluda
    dall'esser  essa ancora mobile come un pianeta,  come Giove o la Luna,
    etc.: ed  il  signor  Salviati  per  sua  cortesia  si  contenter  di
    rispondere a parte a parte.

    Simplicio:  Eccovi,  per la prima,  due potentissime dimostrazioni per
    prova che la Terra  differentissima da  i  corpi  celesti.  Prima,  i
    corpi  che  sono  generabili,   corruttibili,  alterabili,  etc.,  son
    diversissimi  da  quelli   che   sono   ingenerabili   incorruttibili,
    inalterabili,  etc.: la Terra  generabile,  corruttibile, alterabile,
    etc.,  e i corpi celesti ingenerabili,  incorruttibili,  inalterabili,
    etc.: adunque la Terra  diversissima da i corpi celesti.

    Sagredo: Per il primo argomento,  voi riconducete in tavola quello che
    ci  stato tutt'oggi ed a pena si  levato pur ora.

    Simplicio: Piano, Signore;  sentite il resto,  e vedrete quanto e' sia
    differente da quello.  Nell'altro si prov la minore a priori,  ed ora
    ve la voglio provare a posteriori;  guardate se  questo    essere  il
    medesimo.  Provo dunque la minore, essendo la maggiore manifestissima.
    La sensata esperienza ci  mostra  come  in  Terra  si  fanno  continue
    generazioni,  corruzioni,  alterazioni, etc., delle quali n per senso
    nostro, n per tradizioni o memorie de' nostri antichi,  se n' veduta
    veruna  in  cielo;  adunque  il cielo  inalterabile etc.,  e la Terra
    alterabile etc.,  e per diversa dal cielo.  Il secondo argomento cavo
    io da un principale ed essenziale accidente;  ed  questo.  Quel corpo
    che  per sua natura oscuro e privo di luce,    diverso  da  i  corpi
    luminosi e risplendenti: la Terra  tenebrosa e senza luce; ed i corpi
    celesti  splendidi e pieni di luce: adunque etc.  Rispondasi a questi,
    per non far troppo cumulo, e poi ne addurr altri.

    Salviati:  Quanto  al  primo,   la  forza   del   quale   voi   cavate
    dall'esperienza,  desidero  che voi pi distintamente mi produciate le
    alterazioni che voi vedete farsi nella Terra e non in  cielo,  per  le
    quali voi chiamate la Terra alterabile ed il cielo no.

    Simplicio:  Veggo in Terra continuamente generarsi e corrompersi erbe,
    piante, animali, suscitarsi venti, pioggie, tempeste, procelle,  ed in
    somma  esser  questo  aspetto della Terra in una perpetua metamorfosi;
    niuna  delle  quali  mutazioni  si  scorge  ne'  corpi   celesti,   la
    costituzione  e  figurazione de' quali  puntualissimamente conforme a
    quelle di tutte le memorie,  senza esservisi generato cosa  alcuna  di
    nuovo, n corrotto delle antiche.

    Salviati:  Ma,  come voi vi abbiate a quietare su queste visibili,  o,
    per dir meglio, vedute, esperienze,  forza che voi reputiate la China
    e l'America esser corpi celesti,  perch sicuramente in essi non avete
    vedute  mai  queste  alterazioni  che voi vedete qui in Italia,  e che
    per, quanto alla vostra apprensione, e' sieno inalterabili.

    Simplicio:  Ancorch  io   non   abbia   vedute   queste   alterazioni
    sensatamente in quei luoghi, ce ne son per le relazioni sicure: oltre
    che,  cum eadem sit ratio totius et partium,  essendo quei paesi parti
    della Terra come i nostri,    forza  che  e'  sieno  alterabili  come
    questi.

    Salviati:  E  perch  non  l'avete voi,  senza ridurvi a dover credere
    all'altrui relazioni,  osservate e viste da per voi con i vostri occhi
    propri?

    Simplicio:  Perch quei paesi,  oltre al non esser esposti a gli occhi
    nostri,  son tanto remoti che la vista nostra non potrebbe arrivare  a
    comprenderci simili mutazioni.

    Salviati:  Or  vedete  come  da  per  voi  medesimo  avete casualmente
    scoperta la fallacia del vostro argomento.  Imperocch se voi dite che
    le  alterazioni,  che  si  veggono  in  Terra appresso di noi,  non le
    potreste, per la troppa distanza, scorger fatte in America, molto meno
    le potreste vedere nella Luna, tante centinaia di volte pi lontana: e
    se voi credete le alterazioni messicane a gli  avvisi  venuti  di  l,
    quai  rapporti  vi son venuti dalla Luna a significarvi che in lei non
    vi  alterazione?  Adunque dal non veder voi le alterazioni in  cielo,
    dove,  quando vi fussero, non potreste vederle per la troppa distanza,
    e dal non ne aver relazione, mentre che aver non si possa,  non potete
    arguir  che elle non vi sieno,  come dal vederle e intenderle in Terra
    bene arguite che le ci sono.

    Simplicio: Io vi trover delle mutazioni seguite in Terra cos grandi,
    che se di tali se ne facessero nella Luna,  benissimo potrebbero esser
    osservate di qua gi.  Noi aviamo,  per antichissime memorie, che gi,
    allo stretto di Gibilterra, Abile e Calpe erano continuati insieme con
    altre  minori  montagne  le  quali  tenevano  l'Oceano  rispinto;   ma
    essendosi,  qual  se  ne  fusse la causa,  separati i detti monti,  ed
    aperto l'adito all'acque marine,  queste scorsero talmente in  dentro,
    che  ne  formarono  tutto  il  mare  Mediterraneo:  del  quale  se noi
    considereremo la grandezza, e la diversit dell'aspetto che devon fare
    tra di loro la superficie dell'acqua e quella della terra,  vedute  di
    lontano,  non  ha dubbio che una tale mutazione poteva benissimo esser
    compresa da chi fusse stato nella Luna, s come da noi abitatori della
    Terra simili alterazioni dovrebbero scorgersi nella Luna: ma non ci  
    memoria  che mai si sia veduta cosa tale: adunque non ci resta attacco
    da poter dire che alcuno de i corpi celesti sia alterabile etc.

    Salviati: Che mutazioni cos vaste sieno seguite nella  Luna,  io  non
    ardirei di dirlo;  ma non sono anco sicuro che non ve ne possano esser
    seguite: e perch una  simil  mutazione  non  potrebbe  rappresentarci
    altro  che  qualche variazione tra le parti pi chiare e le pi oscure
    di essa Luna,  io non so che  ci  sieno  stati  in  Terra  selinografi
    curiosi, che per lunghissima serie di anni ci abbiano tenuti provvisti
    di selinografie cos esatte, che ci possano render sicuri, nissuna tal
    mutazione  esser  gi  mai  seguita  nella  faccia  della Luna;  della
    figurazione della quale non trovo pi minuta descrizione,  che il dire
    alcuno  che  la rappresenta un volto umano,  altri che l' simile a un
    ceffo di leone,  ed altri che l' Caino con  un  fascio  di  pruni  in
    spalla.  Adunque il dire "Il cielo  inalterabile, perch nella Luna o
    in altro corpo celeste non si veggono le alterazioni che  si  scorgono
    in Terra" non ha forza di concluder cosa alcuna.

    Sagredo:  Ed  a  me  resta  non  so che altro scrupolo in questo primo
    argomento del signor Simplicio,  il quale desidero che mi sia  levato.
    Per io gli domando se la Terra avanti l'innondazione mediterranea era
    generabile e corruttibile, o pur cominci allora ad esser tale.

    Simplicio:  Era  senza dubbio generabile e corruttibile ancora avanti;
    ma quella fu una mutazione  tanto  vasta,  che  anche  nella  Luna  si
    sarebbe potuta osservare

    Sagredo: Oh,  se la Terra fu, pure avanti tale alluvione, generabile e
    corruttibile,  perch non pu esser tale la Luna parimente  senza  una
    simile  mutazione?  perch    necessario  nella  Luna  quello che non
    importava nulla nella Terra?

    Salviati: Argutissima instanza.  Ma io  vo  dubitando  che  il  signor
    Simplicio  alteri  un poco l'intelligenza de i testi d'Aristotile e de
    gli  altri  Peripatetici,   li  quali  dicano  di  tenere   il   cielo
    inalterabile, perch in esso non si  veduto generare n corromper mai
    alcuna stella,  che forse  del cielo parte minore che una citt della
    Terra,  e pur innumerabili di queste si son destrutte in modo  che  n
    anco i vestigii ci son rimasti.

    Sagredo:  Io  certo  stimava  altramente,  e  credeva  che  il  signor
    Simplicio dissimulasse questa esposizione di testo per non gravare  il
    Maestro  ed  i  suoi  condiscepoli  di  una  nota  assai  pi  deforme
    dell'altra. E qual vanit  il dire: "La parte celeste  inalterabile,
    perch in essa non si generano e corrompono stelle"? ci  forse alcuno
    che abbia veduto corrompersi un globo  terrestre  e  rigenerarsene  un
    altro?  e  non    egli  ricevuto da tutti i filosofi,  che pochissime
    stelle sieno in cielo minori della Terra,  ma bene assaissime molto  e
    molto maggiori?  Il corrompersi dunque una stella in cielo non  minor
    cosa che destruggersi tutto il globo terrestre: per, quando per poter
    con verit introdur nell'universo  la  generazione  e  corruzione  sia
    necessario  che  si  corrompano e rigenerino corpi cos vasti come una
    stella,  toglietelo pur via del tutto,  perch vi assicuro che mai non
    si  vedr  corrompere  il  globo terrestre o altro corpo integrale del
    mondo,  s che,  essendocisi veduto per molti secoli  decorsi,  ei  si
    dissolva in maniera, che di s non lasci vestigio alcuno.

    Salviati:  Ma per dar soprabbondante soddisfazione al signor Simplicio
    e torlo,  se  possibile,  di errore,  dico che noi aviamo nel  nostro
    secolo accidenti ed osservazioni nuove e tali,  ch'io non dubito punto
    che se Aristotile fusse all'et nostra,  muterebbe oppinione.  Il  che
    manifestamente  si  raccoglie  dal  suo  stesso  modo  di  filosofare:
    imperocch mentre egli scrive di stimare i  cieli  inalterabili  etc.,
    perch  nissuna cosa nuova si  veduta generarvisi o dissolversi delle
    vecchie,  viene implicitamente a lasciarsi intendere che  quando  egli
    avesse veduto uno di tali accidenti,  averebbe stimato il contrario ed
    anteposto,  come conviene,  la sensata esperienza al natural discorso,
    perch quando e' non avesse voluto fare stima de' sensi,  non avrebbe,
    almeno dal non si vedere sensatamente  mutazione  alcuna,  argumentata
    l'immutabilit.

    Simplicio:  Aristotile fece il principal suo fondamento sul discorso a
    priori,  mostrando la necessit dell'inalterabilit del  cielo  per  i
    suoi  principii  naturali,  manifesti e chiari;  e la medesima stabil
    doppo a posteriori, per il senso e per le tradizioni de gli antichi.

    Salviati: Cotesto, che voi dite,  il metodo col quale egli ha scritta
    la sua dottrina,  ma non credo gi che e' sia quello col quale egli la
    investig, perch io tengo per fermo ch' e' proccurasse prima, per via
    de' sensi, dell'esperienze e delle osservazioni, di assicurarsi quanto
    fusse  possibile  della conclusione,  e che doppo andasse ricercando i
    mezi da poterla dimostrare, perch cos si fa per lo pi nelle scienze
    dimostrative: e questo avviene perch,  quando la conclusione   vera,
    servendosi  del  metodo  resolutivo,  agevolmente  si incontra qualche
    proposizione gi dimostrata,  o si arriva a qualche principio  per  s
    noto;  ma  se  la conclusione sia falsa,  si pu procedere in infinito
    senza incontrar  mai  verit  alcuna  conosciuta,  se  gi  altri  non
    incontrasse  alcun  impossibile  o  assurdo  manifesto.  E non abbiate
    dubbio  che  Pitagora  gran  tempo  avanti  che   e'   ritrovasse   la
    dimostrazione  per la quale fece l'ecatumbe,  si era assicurato che 'l
    quadrato del lato opposto all'angolo retto  nel  triangolo  rettangolo
    era  eguale  a  i quadrati de gli altri due lati;  e la certezza della
    conclusione  aiuta  non  poco  al  ritrovamento  della  dimostrazione,
    intendendo sempre nelle scienze demostrative. Ma fusse il progresso di
    Aristotile  in  qualsivoglia  modo,   s  che  il  discorso  a  priori
    precedesse il senso a posteriori,  o per l'opposito,  assai   che  il
    medesimo  Aristotile  antepone (come pi volte s' detto) l'esperienze
    sensate a tutti i discorsi oltre che,  quanto a i discorsi  a  priori,
    gi  si    esaminato  quanta  sia  la forza loro.  Or,  tornando alla
    materia,  dico che le cose scoperte ne i cieli a i tempi nostri sono e
    sono  state  tali,  che  posson  dare  intera  soddisfazione a tutti i
    filosofi: imperocch  e  ne  i  corpi  particolari  e  nell'universale
    espansione  del  cielo  si  son  visti e si veggono tuttavia accidenti
    simili a quelli che tra di noi  chiamiamo  generazioni  e  corruzioni,
    essendo  che da astronomi eccellenti sono state osservate molte comete
    generate e disfatte in parti pi alte dell'orbe lunare, oltre alle due
    stelle nuove dell'anno 1572 e del  1604,  senza  veruna  contradizione
    altissime  sopra  tutti  i pianeti;  ed in faccia dell'istesso Sole si
    veggono, merc del telescopio,  produrre e dissolvere materie dense ed
    oscure  in  sembianza  molto simili alle nugole intorno alla Terra,  e
    molte di queste sono cos vaste,  che superano di gran lunga non  solo
    il sino Mediterraneo,  ma tutta l'Affrica e l'Asia ancora. Ora, quando
    Aristotile vedesse queste cose che credete voi, signor Simplicio,  ch'
    e' dicesse e facessei.

    Simplicio: Io non so quello che si facesse n dicesse Aristotile,  che
    era padrone delle scienze,  ma so bene in parte  quello  che  fanno  e
    dicono,  e che conviene che facciano e dicano i suoi seguaci,  per non
    rimaner senza guida senza scorta e' senza capo nella filosofia. Quanto
    alle comete,  non son eglino restati convinti quei moderni  astronomi,
    che le volevano far celesti,  dall'Antiticone,  e convinti con le loro
    medesime armi,  dico per via di paralassi e  di  calcoli  rigirati  in
    cento modi, concludendo finalmente a favor d'Aristotile che tutte sono
    elementari?  e  spiantato questo,  che era quanto fondamento avevano i
    seguaci delle novit,  che altro pi  resta  loro  per  sostenersi  in
    piedi?

    Salviati:  Con  flemma,  signor Simplicio.  Cotesto moderno autore che
    cosa dice egli delle stelle nuove del 72 e del  604  e  delle  macchie
    solari?  perch quanto alle comete,  io,  quant'a me,  poca difficult
    farei nel porle generate sotto o sopra la Luna,  n ho mai fatto  gran
    fondamento  sopra  la loquacit di Ticone,  n sento repugnanza alcuna
    nel poter credere che la materia loro sia elementare, e che le possano
    sublimarsi    quanto    piace    loro,    senza    trovare    ostacoli
    nell'impenetrabilit  del  cielo  peripatetico,  il quale io stimo pi
    tenue pi cedente e pi sottile assai della nostra aria;  e quanto a i
    calcoli delle paralassi,  prima il dubbio se le comete sian soggette a
    tale accidente,  e poi l'incostanza delle osservazioni sopra le  quali
    son fatti i computi,  mi rendono egualmente sospette queste opinioni e
    quelle, e massime che mi pare che l'Antiticone talvolta accomodi a suo
    modo,  o metta per fallaci,  quelle osservazioni che repugnano al  suo
    disegno.

    Simplicio:  Quanto  alle  stelle  nuove,  l'Antiticone  se  ne  sbriga
    benissimo in quattro parole, dicendo che tali moderne stelle nuove non
    son parti certe de i corpi celesti,  e che bisogna che gli  avversari,
    se  voglion provare lass esser alterazione e generazione,  dimostrino
    mutazioni fatte nelle stelle descritte gi tanto  tempo,  delle  quali
    nissuno  dubita che sieno cose celesti,  il che non possono far mai in
    veruna maniera,  circa poi alle materie che alcuni dicono generarsi  e
    dissolversi in faccia del Sole,  ei non ne fa menzione alcuna;  ond'io
    argomento  ch'  e'  l'abbia  per  una  favola,  o  per  illusioni  del
    cannocchiale,  o al pi per affezioncelle fatte per aria,  ed in somma
    per ogni altra cosa che per materie celesti.

    Salviati: Ma voi,  signor Simplicio,  che cosa vi sete  immaginato  di
    rispondere  all'opposizione  di  queste  macchie  importune,  venute a
    intorbidare il cielo,  e pi la peripatetica filosofia?  egli   forza
    che,  come intrepido difensor di quella,  vi abbiate trovato ripiego e
    soluzione, della quale non dovete defraudarci.

    Simplicio:  Io  ho  intese  diverse   opinioni,   intorno   a   questo
    particolare.  "Chi dice che le sono stelle, che ne' loro proprii orbi,
    a guisa di Venere e di Mercurio,  si volgono intorno al  Sole,  e  nel
    passargli  sotto  si  mostrano  a noi oscure,  e per esser moltissime,
    spesso accade che parte di loro si aggreghino insieme  e  che  poi  si
    separino,   altri  le  credono  esser  impressioni  per  aria;  altri,
    illusioni de' cristalli; ed altri,  altre cose.  Ma io inclino assai a
    credere,  anzi  tengo per fermo,  che le sieno un aggregato di molti e
    vari corpi opachi,  quasi casualmente concorrenti tra di loro: e  per
    veggiamo  spesso  che in una macchia si posson numerare dieci e pi di
    tali corpicelli  minuti,  che  sono  di  figure  irregolari  e  ci  si
    rappresentano  come  fiocchi  di  neve  o di lana o di mosche volanti,
    variano sito tra di loro, ed or si disgregano ed ora si congregano,  e
    massimamente  sotto  il  Sole,  intorno  al quale,  come intorno a suo
    centro,  si vanno movendo.  Ma non per  di necessit dire che le  si
    generino  e  si corrompano,  ma che alcune volte si occultano doppo il
    corpo del Sole, ed altre volte,  bench allontanate da quello,  non si
    veggono  per  la  vicinanza  della smisurata luce del Sole: imperocch
    nell'orbe eccentrico del  Sole  vi    costituita  una  quasi  cipolla
    composta di molte grossezze,  una dentro all'altra,  ciascheduna delle
    quali,  essendo tempestata di alcune  piccole  macchie,  si  muove;  e
    bench  il  movimento  loro  da  principio  sia  parso  inconstante ed
    irregolare,  nulla dimeno si dice essersi  ultimamente  osservato  che
    dentro   a   tempi  determinati  ritornano  le  medesime  macchie  per
    l'appunto".  Questo pare a me il pi accomodato ripiego che sin qui si
    sia  ritrovato  per  render  ragione  di cotale apparenza,  ed insieme
    mantenere la incorruttibilit ed ingenerabilit del  cielo;  e  quando
    questo  non  bastasse,  non  mancheranno  ingegni  pi  elevati che ne
    troveranno de gli altri migliori.

    Salviati: Se questo di che si disputa fusse qualche punto di  legge  o
    di  altri  studi  umani,  ne  i  quali non  n verit n falsit,  si
    potrebbe confidare  assai  nella  sottigliezza  dell'ingegno  e  nella
    prontezza del dire e nella maggior pratica ne gli scrittori, e sperare
    che  quello  che  eccedesse  in  queste  cose fusse per far apparire e
    giudicar la ragion  sua  superiore;  ma  nelle  scienze  naturali,  le
    conclusioni  delle  quali son vere e necessarie n vi ha che far nulla
    l'arbitrio umano,  bisogna guardarsi di non si porre alla  difesa  del
    falso,  perch mille Demosteni e mille Aristoteli resterebbero a piede
    contro ad ogni mediocre ingegno che abbia auto ventura di  apprendersi
    al  vero.  Per,  signor Simplicio,  toglietevi pur gi dal pensiero e
    dalla speranza che voi avete,  che  possano  esser  uomini  tanto  pi
    dotti,  eruditi e versati ne i libri,  che non siamo noi altri, che al
    dispetto della natura sieno per far divenir vero quello che  falso. E
    gi che tra tutte le opinioni che sono state prodotte sin qui  intorno
    all'essenza di queste macchie solari,  questa esplicata pur ora da voi
    vi par la vera,  resta (se questo ) che l'altre tutte sien false;  ed
    io,  per  liberarvi  ancora da questa,  che pure  falsissima chimera,
    lasciando mill'altre improbabilit che vi sono, due sole esperienze vi
    arreco in contrario.  L'una ,  che molte di tali macchie  si  veggono
    nascere  nel  mezo  del disco solare,  e molte parimente dissolversi e
    svanire pur lontane dalla circonferenza del Sole; argumento necessario
    che le  si  generano  e  si  dissolvono:  ch  se  senza  generarsi  e
    corrompersi  comparissero  quivi  per solo movimento locale,  tutte si
    vedrebbero entrare e uscire  per  la  estrema  circonferenza.  L'altra
    osservazione  a  quelli  che  non  son  costituiti  nell'infimo  grado
    d'ignoranza di prospettiva,  dalla mutazione dell'apparenti figure,  e
    dall'apparente   mutazion   di   velocit   di   moto,   si   conclude
    necessariamente che le macchie son contigue al corpo  solare,  e  che,
    toccando la sua superficie, con essa o sopra di essa si muovono, e che
    in cerchi da quello remoti in verun modo non si raggirano.  Concludelo
    il moto,  che  verso  la  circonferenza  del  disco  solare  apparisce
    tardissimo,  e  verso il mezo pi veloce;  concludonlo le figure delle
    macchie,  le quali verso la circonferenza appariscono strettissime  in
    comparazione  di quello che si mostrano nelle parti di mezo,  e questo
    perch nelle parti di mezo si veggono in maest e quali elle veramente
    sono,  e  verso  la  circonferenza,   mediante  lo  sfuggimento  della
    superficie  globosa,  si  mostrano  in  iscorcio:  e  l'una  e l'altra
    diminuzione,  di figura e di moto,  a chi diligentemente  l'ha  sapute
    osservare e calculare, risponde precisamente a quello che apparir deve
    quando  le macchie sien contigue al Sole,  e discorda inescusabilmente
    dal muoversi in cerchi remoti,  bench  per  piccoli  intervalli,  dal
    corpo  solare;  come diffusamente  stato dimostrato dall'amico nostro
    nelle Lettere delle Macchie Solari al signor Marco Velseri.
    Raccogliesi dalla medesima mutazion di figura che nissuna  di  esse  
    stella o altro corpo di figura sferica; imperocch tra tutte le figure
    sola  la sfera non si vede mai in iscorcio,  n pu rappresentarsi mai
    se non perfettamente rotonda,  e  cos  quando  alcuna  delle  macchie
    particolari  fusse  un corpo rotondo,  quali si stimano esser tutte le
    stelle,  della medesima rotondit si mostrerebbe tanto  nel  mezo  del
    disco  solare quanto verso l'estremit;  dove che lo scorciare tanto e
    mostrarsi cos sottili verso tale estremit,  ed all'incontro spaziose
    e  larghe  verso  il mezo,  ci rende sicuri quelle esser falde di poca
    profondit o grossezza rispetto alla lunghezza e larghezza  loro.  Che
    poi si sia osservato ultimamente che le macchie doppo suoi determinati
    periodi ritornino le medesime per l'appunto,  non lo crediate,  signor
    Simplicio,  e chi ve l'ha detto vi vuole ingannare;  e  che  ci  sia,
    guardate  che  ei vi ha taciuto quelle che si generano e quelle che si
    dissolvono nella faccia del Sole,  lontano dalla circonferenza,  n vi
    ha  anco detto parola di quello scorciare,  che  argomento necessario
    dell'esser contigue al  Sole.  Quello  che  ci    del  ritorno  delle
    medesime  macchie,  non    altro  che  quel  che  pur  si legge nelle
    sopraddette Lettere,  cio che alcune di esse pu esser  talvolta  che
    siano  di  cos  lunga  durata,  che  non  si disfacciano per una sola
    conversione intorno al Sole, la quale si spedisce in meno di un mese.

    Simplicio: Io,  per dire il vero,  non ho fatto n  s  lunghe  n  s
    diligenti osservazioni, che mi possano bastare a esser ben padrone del
    quod  est  di  questa  materia;  ma  voglio in ogni modo farle,  e poi
    provarmi io ancora se  mi  sucedesse  concordare  quel  che  ci  porge
    l'esperienza con quel che ci dimostra Aristotile, perch chiara cosa 
    che due veri non si posson contrariare.

    Salviati: Tuttavolta che voi vogliate accordar quel che vi mostrer il
    senso  con  le  pi  salde  dottrine d'Aristotile,  non ci averete una
    fatica al mondo. E che ci sia vero, Aristotile non dic'egli che delle
    cose del cielo,  mediante la gran lontananza,  non  se  ne  pu  molto
    resolutamente trattare?

    Simplicio: Dicelo apertamente.

    Salviati: Il medesimo non afferm'egli che quello che l'esperienza e il
    senso  ci  dimostra,  si deve anteporre ad ogni discorso,  ancorch ne
    paresse assai ben fondato?  e questo non lo dic'egli  resolutamente  e
    senza punto titubare?

    Simplicio: Dicelo.

    Salviati:  Adunque  di  queste  due  proposizioni,  che  sono  ambedue
    dottrina d'Aristotile, questa seconda,  che dice che bisogna anteporre
    il  senso  al  discorso,    dottrina  molto  pi ferma e risoluta che
    l'altra, che stima il cielo inalterabile, e per pi aristotelicamente
    filosoferete dicendo: "Il cielo  alterabile, perch cos mi mostra il
    senso", che se direte: "Il cielo  inalterabile,  perch cos persuade
    il  discorso ad Aristotile".  Aggiugnete che noi possiamo molto meglio
    di Aristotile discorrer delle cose del cielo, perch, confessando egli
    cotal cognizione esser a lui difficile per la lontananza da  i  sensi,
    viene  a  concedere  che  quello  a  chi  i  sensi meglio lo potessero
    rappresentare,   con  sicureza  maggiore  potrebbe  intorno  ad   esso
    filosofare:  ora  noi,  merc del telescopio,  ce lo siam fatto vicino
    trenta e quaranta volte pi che vicino non era ad Aristotile,  s  che
    possiamo  scorgere  in esso cento cose che egli non potette vedere,  e
    tra le altre queste macchie nel Sole, che assolutamente ad esso furono
    invisibili: adunque del cielo e del Sole pi sicuramente possiamo  noi
    trattare che Aristotile.

    Sagredo:  Io  sono  nel  cuore al signor Simplicio,  e veggo che e' si
    sente muovere assai dalla  forza  di  queste  pur  troppo  concludenti
    ragioni;  ma,  dall'altra banda, il vedere la grande autorit che si 
    acquistata Aristotile appresso l'universale,  il considerare il numero
    de  gli  interpreti famosi che si sono affaticati per esplicare i suoi
    sensi,  il vedere altre scienze,  tanto utili e necessarie al publico,
    fondar  gran  parte  della  stima  e  reputazion loro sopra il credito
    d'Aristotile,  lo confonde e spaventa assai;  e me lo par sentir dire:
    "E  a  chi  si  ha  da  ricorrere per definire le nostre controversie,
    levato che fusse di seggio Aristotile?  qual altro  autore  si  ha  da
    seguitare nelle scuole, nelle accademie, nelli studi? qual filosofo ha
    scritto tutte le parti della natural filosofia, e tanto ordinatamente,
    senza lasciar indietro pur una particolar conclusione? adunque si deve
    desolar  quella fabbrica,  sotto la quale si ricuoprono tanti viatori?
    si deve destrugger quell'asilo, quel Pritaneo,  dove tanto agiatamente
    si  ricoverano  tanti  studiosi,   dove,  senza  esporsi  all'ingiurie
    dell'aria,  col solo rivoltar poche  carte,  si  acquistano  tutte  le
    cognizioni  della  natura?  si ha da spiantar quel propugnacolo,  dove
    contro ad  ogni  nimico  assalto  in  sicurezza  si  dimora?"  Io  gli
    compatisco, non meno che a quel signore che, con gran tempo, con spesa
    immensa,  con l'opera di cento e cento artefici,  fabbric nobilissimo
    palazzo,  e poi lo vegga,  per  esser  stato  mal  fondato,  minacciar
    rovina,  e che, per non vedere con tanto cordoglio disfatte le mura di
    tante vaghe pitture adornate, cadute le colonne sostegni delle superbe
    logge, caduti i palchi dorati,  rovinati gli stipiti,  i frontespizi e
    le  cornici  marmoree  con  tanta  spesa  condotte,  cerchi con catene
    puntelli,  contrafforti,  barbacani  e  sorgozzoni  di  riparare  alla
    rovina.

    Salviati: Eh non tema gi il signor Simplicio di simil cadute;  io con
    sua assai minore spesa torrei ad  assicurarlo  del  danno.  Non  ci  
    pericolo che una moltitudine s grande di filosofi accorti e sagaci si
    lasci sopraffare da uno o dua,  che faccino un poco di strepito;  anzi
    non pure col voltargli contro le punte delle lor penne,  ma  col  solo
    silenzio,   gli   metteranno   in   disprezzo   e  derisione  appresso
    l'universale.  Vanissimo  il pensiero di chi credesse introdur  nuova
    filosofia  col reprovar questo o quello autore: bisogna prima imparare
    a rifar i cervelli degli uomini,  e rendergli atti  a  distinguere  il
    vero dal falso, cosa che solo Dio la pu fare. Ma d'un ragionamento in
    un  altro  dove siamo noi trascorsi?  io non saprei ritornare in su la
    traccia, senza la scorta della vostra memoria.

    Simplicio: Me ne ricordo io benissimo.  Eramo  intorno  alle  risposte
    dell'Antiticone all'obbiezioni contro all'immutabilit del cielo,  tra
    le quali voi inseriste questa delle macchie  solari,  non  toccata  da
    lui;  e  credo che voi voleste considerar la sua risposta all'instanza
    delle stelle nuove.

    Salviati: Or mi sovviene il restante;  e seguitando la materia,  parmi
    che   nella  risposta  dell'Antiticone  sieno  alcune  cose  degne  di
    riprensione. E prima, se le due stelle nuove,  le quali e' non pu far
    di  manco di non por nelle parti altissime del cielo,  e che furono di
    lunga durata e  finalmente  svanirono,  non  gli  danno  fastidio  nel
    mantener l'inalterabilit del cielo, per non esser loro parti certe di
    quello  n  mutazioni  fatte  nelle  stelle  antiche,  a che proposito
    mettersi con tanta ansiet ed affanno contro le comete,  per  bandirle
    in ogni maniera dalle regioni celesti? non bastav'egli il poter dir di
    loro  quel  medesimo  che  delle stelle nuove?  cio che per non esser
    parti certe del cielo n mutazioni fatte in alcuna delle  sue  stelle,
    nessun  progiudizio portano n al cielo n alla dottrina d'Aristotile?
    Secondariamente,  io non resto ben capace dell'interno dell'animo suo,
    mentre  che  e'  confessa  che  le  alterazioni che si facessero nelle
    stelle  sarebber  destruttrici  delle  prerogative  del  cielo,   cio
    dell'incorruttibilit  etc.,  e  questo,  perch  le  stelle  son cose
    celesti,  come per il concorde  consenso  di  tutti    manifesto;  ed
    all'incontro,  niente  lo perturba,  quando le medesime alterazioni si
    facessero fuori delle stelle,  nel  resto  della  celeste  espansione.
    Stim'egli  forse che il cielo non sia cosa celeste?  io per me credeva
    che le stelle si chiamassero cose celesti mediante l'esser nel cielo o
    l'esser fatte della materia del cielo,  e che per il cielo fusse  pi
    celeste di loro, in quella guisa che non si pu dire alcuna cosa esser
    pi terrestre o pi ignea della terra o del fuoco stesso.  Il non aver
    poi  fatto  menzione  delle  macchie  solari,   delle  quali    stato
    dimostrato  concludentemente  prodursi e dissolversi ed esser prossime
    al corpo solare e con  esso  o  intorno  ad  esso  raggirarsi,  mi  d
    grand'indizio  che  possa  esser  che questo autore scriva pi tosto a
    compiacenza di altri  che  a  soddisfazion  propria;  e  questo  dico,
    perch,   dimostrandosi   egli   intelligente  delle  matematiche,   
    impossibile ch'ei non resti persuaso  dalle  dimostrazioni,  che  tali
    materie  sono  necessariamente  contigue  al  corpo  solare,   e  sono
    generazioni e corruzioni tanto grandi,  che nissuna cos grande se  ne
    fa  mai  in  Terra:  e  se  tali  e  tante  e s frequenti se ne fanno
    nell'istesso globo del Sole,  che ragionevolmente pu  stimarsi  delle
    pi nobili parti del cielo, qual ragione rester potente a dissuaderci
    che altre ne possano accadere ne gli altri globi?

    Sagredo: Io non posso senza grande ammirazione, e dir gran repugnanza
    al mio intelletto,  sentir attribuir per gran nobilt e perfezione a i
    corpi naturali ed integranti dell'universo questo  esser  impassibile,
    immutabile,   inalterabile   etc.,   ed   all'incontro  stimar  grande
    imperfezione l'esser alterabile, generabile, mutabile, etc.: io per me
    reputo la Terra nobilissima ed ammirabile per le tante  e  s  diverse
    alterazioni,  mutazioni, generazioni, etc., che in lei incessabilmente
    si fanno;  e quando,  senza esser suggetta ad alcuna  mutazione,  ella
    fusse tutta una vasta solitudine d'arena o una massa di diaspro, o che
    al  tempo  del  diluvio  diacciandosi  l'acque  che la coprivano fusse
    restata un globo immenso di cristallo,  dove mai non  nascesse  n  si
    alterasse  o  si  mutasse  cosa  veruna,  io  la stimerei un corpaccio
    inutile al mondo,  pieno di ozio e,  per dirla in breve,  superfluo  e
    come se non fusse in natura, e quella stessa differenza ci farei che 
    tra l'animal vivo e il morto; ed il medesimo dico della Luna, di Giove
    e  di  tutti  gli  altri  globi  mondani.  Ma  quanto pi m'interno in
    considerar la vanit de i  discorsi  popolari,  tanto  pi  gli  trovo
    leggieri  e  stolti.  E  qual  maggior sciocchezza si pu immaginar di
    quella che chiama  cose  preziose  le  gemme,  l'argento  e  l'oro,  e
    vilissime la terra e il fango?  e come non sovviene a questi tali, che
    quando fusse tanta scarsit della terra quanta  delle gioie  o  de  i
    metalli  pi pregiati,  non sarebbe principe alcuno che volentieri non
    ispendesse una soma di diamanti e di rubini e quattro carrate  di  oro
    per  aver  solamente  tanta  terra  quanta bastasse per piantare in un
    picciol vaso un gelsomino o seminarvi  un  arancino  della  Cina,  per
    vederlo  nascere,  crescere  e  produrre  s belle frondi,  fiori cos
    odorosi e s gentil frutti?  E',  dunque,  la penuria  e  l'abbondanza
    quella che mette in prezzo ed avvilisce le cose appresso il volgo,  il
    quale dir poi quello essere un bellissimo diamante, perch assimiglia
    l'acqua pura, e poi non lo cambierebbe con dieci botti d'acqua. Questi
    che esaltano tanto l'incorruttibilit, l'inalterabilit,  etc.,  credo
    che  si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare
    assai e per il terrore che hanno della morte;  e non  considerano  che
    quando  gli  uomini fussero immortali,  a loro non toccava a venire al
    mondo.  Questi meriterebbero d'incontrarsi in un capo di  Medusa,  che
    gli trasmutasse in istatue di diaspro o di diamante,  per diventar pi
    perfetti che non sono.

    Salviati: E forse anco una tal metamorfosi  non  sarebbe  se  non  con
    qualche lor vantaggio,  ch meglio credo io che sia il non discorrere,
    che discorrere a rovescio.

    Simplicio: E non  dubbio alcuno che la Terra    molto  pi  perfetta
    essendo,  come ella , alterabile, mutabile, etc., che se la fusse una
    massa di pietra,  quando ben anco fusse un intero diamante,  durissimo
    ed  impassibile.  Ma quanto queste condizioni arrecano di nobilt alla
    Terra,  altrettanto renderebbero i corpi celesti pi imperfetti,  ne i
    quali esse sarebbero superflue,  essendo che i corpi celesti,  cio il
    Sole, la Luna e l'altre stelle, che non sono ordinati ad altro uso che
    al servizio della Terra,  non hanno bisogno d'altro per conseguire  il
    lor fine, che del moto e del lume.

    Sagredo: Adunque la natura ha prodotti ed indrizzati tanti vastissimi,
    perfettissimi  e  nobilissimi corpi celesti,  impassibili,  immortali,
    divini,  non ad altro uso che  al  servizio  della  Terra,  passibile,
    caduca e mortale? al servizio di quello che voi chiamate la feccia del
    mondo,  la  sentina  di  tutte le immondizie?  e a che proposito far i
    corpi celesti immortali etc., per servire a uno caduco etc.? Tolto via
    questo uso di servire alla Terra,  l'innumerabile schiera di  tutti  i
    corpi celesti resta del tutto inutile e superflua,  gi che non hanno,
    n possono avere,  alcuna scambievole operazione fra di  loro,  poich
    tutti sono inalterabili, immutabili, impassibili: ch se, verbigrazia,
    la Luna  impassibile,  che volete che il Sole o altra stella operi in
    lei?  sar senz'alcun dubbio operazione minore assai che quella di chi
    con la vista o col pensiero volesse liquefare una gran massa d'oro. In
    oltre,  a  me  pare  che  mentre  che  i corpi celesti concorrano alle
    generazioni ed alterazioni della Terra,  sia  forza  che  essi  ancora
    sieno alterabili, altramente non so intendere che l'applicazione della
    Luna  o  del  Sole  alla  Terra per far le generazioni fusse altro che
    mettere  a  canto  alla  sposa  una  statua  di  marmo,   e   da   tal
    congiugnimento stare attendendo prole.

    Simplicio: La corruttibilit, l'alterazione, la mutazione etc. non son
    nell'intero globo terrestre,  il quale quanto alla sua integrit  non
    meno eterno che il Sole o la Luna,  ma    generabile  e  corruttibile
    quanto  alle  sue  parti  esterne;  ma    ben  vero  che  in  esse la
    generazione  e  corruzione  son  perpetue,   e  come  tali   ricercano
    l'operazioni  celesti eterne;  e per  necessario che i corpi celesti
    sieno eterni.

    Sagredo: Tutto cammina bene;  ma  se  all'eternit  dell'intero  globo
    terrestre  non    punto  progiudiziale  la corruttibilit delle parti
    superficiali, anzi questo esser generabile,  corruttibile,  alterabile
    etc.  gli  arreca  grand'ornamento  e perfezione,  perch non potete e
    dovete voi ammetter alterazioni generazioni etc. parimente nelle parti
    esterne  de  i  globi  celesti,  aggiugnendo  loro  ornamento,   senza
    diminuirgli  perfezione  o levargli l'azioni,  anzi accrescendogliele,
    col far che non solo sopra la Terra,  ma che  scambievolmente  fra  di
    loro tutti operino, e la Terra ancora verso di loro?

    Simplicio:  Questo  non pu essere,  perch le generazioni,  mutazioni
    etc.  che si facesser,  verbigrazia,  nella Luna,  sarebber inutili  e
    vane, et natura nihil frustra facit.

    Sagredo: E perch sarebbero elleno inutili e vane?

    Simplicio:  Perch noi chiaramente veggiamo e tocchiamo con mano,  che
    tutte le generazioni, mutazioni, etc., che si fanno in Terra, tutte, o
    mediatamente o immediatamente sono indrizzate all'uso, al comodo ed al
    benefizio dell'uomo;  per comodo de gli uomini nascono i cavalli,  per
    nutrimento  de'  cavalli  produce  la  Terra  il  fieno,  e  le nugole
    l'adacquano; per comodo e nutrimento de gli uomini nascono le erbe, le
    biade, i frutti, le fiere, gli uccelli, i pesci,  ed in somma,  se noi
    anderemo  diligentemente  esaminando  e  risolvendo tutte queste cose,
    troveremo,  il fine al quale tutte sono indrizzate esser  il  bisogno,
    l'utile,  il  comodo  e  il  diletto  de  gli uomini.  Or di quale uso
    potrebber esser mai al genere umano le generazioni  che  si  facessero
    nella  Luna o in altro pianeta?  se gi voi non voleste dire che nella
    Luna ancora fussero uomini, che godesser de' suoi frutti; pensiero,  o
    favoloso, o empio.

    Sagredo: Che nella Luna o in altro pianeta si generino o erbe o piante
    o animali simili a i nostri,  o vi si facciano pioggie,  venti, tuoni,
    come intorno alla Terra, io non lo so e non lo credo, e molto meno che
    ella sia abitata da uomini: ma non intendo gi come tuttavolta che non
    vi  si  generino  cose  simili  alle  nostre,  si  deva  di  necessit
    concludere  che  niuna alterazione vi si faccia,  n vi possano essere
    altre cose che si mutino,  si generino e si dissolvano,  non solamente
    diverse dalle nostre,  ma lontanissime dalla nostra immaginazione,  ed
    in somma del tutto a noi inescogitabili. E s come io son sicuro che a
    uno nato e nutrito in una selva immensa,  tra fiere ed uccelli,  e che
    non  avesse  cognizione  alcuna dell'elemento dell'acqua,  mai non gli
    potrebbe cadere nell'immaginazione essere in  natura  un  altro  mondo
    diverso dalla Terra, pieno di animali li quali senza gambe e senza ale
    velocemente  camminano,  e non sopra la superficie solamente,  come le
    fiere sopra la  terra,  ma  per  entro  tutta  la  profondit,  e  non
    solamente  camminano,  ma dovunque piace loro immobilmente si fermano,
    cosa che non posson fare gli uccelli per aria,  e  che  quivi  di  pi
    abitano ancora uomini, e vi fabbricano palazzi e citt, ed hanno tanta
    comodit  nel  viaggiare,  che  senza  niuna fatica vanno con tutta la
    famiglia e con la casa e con le citt intere in lontanissimi paesi; s
    come,  dico,  io son sicuro che un tale,  ancorch di  perspicacissima
    immaginazione,  non si potrebbe gi mai figurare i pesci, l'oceano, le
    navi,  le flotte e le armate di mare;  cos e molto pi,  pu accadere
    che  nella  Luna,  per tanto intervallo remota da noi e di materia per
    avventura molto diversa dalla Terra,  sieno  sustanze  e  si  facciano
    operazioni  non solamente lontane,  ma del tutto fuori,  d'ogni nostra
    immaginazione,  come quelle che non abbiano similitudine alcuna con le
    nostre,  e perci del tutto inescogitabili,  avvengach quello che noi
    ci immaginiamo bisogna che sia o una  delle  cose  gi  vedute,  o  un
    composto  di  cose o di parti delle cose altra volta vedute;  ch tali
    sono le sfingi, le sirene, le chimere, i centauri, etc.

    Salviati: Io son molte volte andato fantasticando sopra queste cose, e
    finalmente mi pare di poter ritrovar bene alcune delle  cose  che  non
    sieno  n possan esser nella Luna,  ma non gi veruna di quelle che io
    creda che vi sieno e  possano  essere,  se  non  con  una  larghissima
    generalit,  cio  cose che l'adornino operando e movendo e vivendo e,
    forse con modo diversissimo  dal  nostro,  veggendo  ed  ammirando  la
    grandezza  e  bellezza  del mondo e del suo Facitore e Rettore,  e con
    encomii continui cantando la Sua gloria, ed in somma (che  quello che
    io intendo) facendo quello tanto frequentemente da gli scrittor  sacri
    affermato,  cio  una  perpetua  occupazione  di  tutte le creature in
    laudare Iddio.

    Sagredo: Queste sono delle cose che,  generalissimamente parlando,  vi
    possono essere;  ma io sentirei volentieri ricordar di quelle che ella
    crede che non vi sieno n possano essere,  le quali   forza  che  pi
    particolarmente si possano nominare.
    Salviati:  Avvertite,  signor Sagredo,  che questa sar la terza volta
    che noi cos di passo in passo, non ce n'accorgendo, ci saremo deviati
    dal nostro principale instituto, e che tardi verremo a capo de' nostri
    ragionamenti,  facendo digressioni;  per se vogliamo differir  questo
    discorso  tra gli altri che siam convenuti rimettere ad una particolar
    sessione, sar forse ben fatto.

    Sagredo: Di grazia,  gi che siamo nella Luna,  spediamoci dalle  cose
    che  appartengono  a  lei,  per  non avere a fare un'altra volta un s
    lungo cammino.

    Salviati: Sia come vi piace.  E per cominciar dalle cose pi generali,
    io  credo  che  il  globo  lunare  sia differente assai dal terrestre,
    ancorch  in  alcune  cose  si  veggano  delle  conformit:  dir   le
    conformit,  e  poi le diversit.  Conforme  sicuramente la Luna alla
    Terra nella figura,  la quale  indubitabilmente    sferica,  come  di
    necessit   si   conclude  dal  vedersi  il  suo  disco  perfettamente
    circolare,  e dalla maniera del ricevere il lume del Sole,  dal quale,
    se  la  superficie sua fusse piana,  verrebbe tutta nell'istesso tempo
    vestita, e parimente poi tutta,  pur in un istesso momento,  spogliata
    di  luce,  e  non  prima  le  parti  che  riguardano  verso  il Sole e
    successivamente le seguenti,  s che  giunta  all'opposizione,  e  non
    prima, resta tutto l'apparente disco illustrato; di che, all'incontro,
    accaderebbe  tutto l'opposito,  quando la sua visibil superficie fusse
    concava,  cio la illuminazione comincierebbe dalle parti  avverse  al
    Sole.  Secondariamente, ella , come la Terra, per se stessa oscura ed
    opaca,  per la quale opacit  atta a ricevere ed  a  ripercuotere  il
    lume del Sole,  il che,  quando ella non fusse tale, far non potrebbe.
    Terzo, io tengo la sua materia densissima e solidissima non meno della
    Terra;  di che mi  argomento assai chiaro l'esser la  sua  superficie
    per  la maggior parte ineguale,  per le molte eminenze e cavit che vi
    si scorgono merc del telescopio: delle quali eminenze ve ne son molte
    in tutto e per tutto simili alle nostre pi aspre e scoscese montagne,
    e vi se ne scorgono alcune tirate e continuazioni lunghe di  centinaia
    di  miglia;  altre  sono in gruppi pi raccolti,  e sonvi ancora molti
    scogli staccati e solitari, ripidi assai e dirupati;  ma quello di che
    vi  maggior frequenza, sono alcuni argini (user questo nome, per non
    me ne sovvenir altro che pi gli rappresenti) assai rilevati, li quali
    racchiudono e circondano pianure di diverse grandezze, e formano varie
    figure,  ma  la  maggior parte circolari,  molte delle quali hanno nel
    mezo un monte rilevato assai,  ed alcune poche son ripiene di  materia
    alquanto oscura, cio simile a quella delle gran macchie che si veggon
    con  l'occhio libero,  e queste sono delle maggiori piazze;  il numero
    poi delle minori e minori  grandissimo,  e pur quasi tutte circolari.
    Quarto,  s  come  la  superficie  del  nostro globo  distinta in due
    massime parti,  cio nella terrestre e nell'acquatica,  cos nel disco
    lunare  veggiamo  una  distinzion  magna  di  alcuni  gran  campi  pi
    risplendenti e di altri meno; all'aspetto de i quali credo che sarebbe
    quello della Terra assai simigliante,  a chi dalla  Luna  o  da  altra
    simile   lontananza   la  potesse  vedere  illustrata  dal  Sole,   ed
    apparirebbe la superficie del mare pi oscura,  e  pi  chiara  quella
    della terra. Quinto, s come noi dalla Terra veggiamo la Luna or tutta
    luminosa, or meza, or pi, or meno, talor falcata, e talvolta ci resta
    del  tutto invisibile,  cio quando  sotto i raggi solari,  s che la
    parte che riguarda la Terra resta tenebrosa;  cos appunto si vedrebbe
    dalla  Luna,  coll'istesso  periodo  a  capello  e  sotto  le medesime
    mutazioni di figure,  l'illuminazione fatta dal Sole sopra  la  faccia
    della Terra. Sesto_

    Sagredo:  Piano  un poco,  signor Salviati.  Che l'illuminazione della
    Terra,  quanto alle diverse figure,  si rappresentasse,  a  chi  fusse
    nella  Luna,  simile  in  tutto a quello che noi scorgiamo nella Luna,
    l'intendo io  benissimo;  ma  non  resto  gi  capace,  come  ella  si
    mostrasse  fatta  coll'istesso  periodo,  avvenga  che  quello  che fa
    l'illuminazion del Sole nella superficie lunare  in  un  mese,  lo  fa
    nella terrestre in ventiquattr'ore.

    Salviati: E' vero che l'effetto del Sole, circa l'illuminar questi due
    corpi  e  ricercar  col  suo  splendore  tutta  la lor superficie,  si
    spedisce nella Terra in un giorno naturale,  e nella Luna in un  mese,
    ma  non  da  questo solo depende la variazione delle figure,  sotto le
    quali dalla Luna si vedrebbero le  parti  illuminate  della  terrestre
    superficie,  ma  da i diversi aspetti che la Luna va mutando col Sole:
    s che quando,  verbigrazia,  la Luna seguitasse puntualmente il  moto
    del  Sole  e stesse per caso sempre linearmente tra esso e la Terra in
    quell'aspetto che noi diciamo di congiunzione,  vedendo ella sempre il
    medesimo  emisferio  della  Terra  che  vedrebbe il Sole,  lo vedrebbe
    perpetuamente tutto lucido; come, per l'opposito, quando ella restasse
    sempre all'opposizione del Sole,  non vedrebbe  mai  la  Terra,  della
    quale sarebbe continuamente volta verso la Luna la parte tenebrosa,  e
    perci invisibile;  ma quando la Luna    alla  quadratura  del  Sole.
    dell'emisfero  terrestre esposto alla vista della Luna quella met che
     verso il Sole  luminosa,  e l'altra  verso  l'opposto  del  Sole  
    oscura,  e  per  la  parte della Terra illuminata si rappresenterebbe
    alla Luna sotto figura di mezo cerchio.

    Sagredo: Resto capacissimo del tutto;  ed intendo  gi  benissimo  che
    partendosi  la  Luna dall'opposizione del Sole di dove ella non vedeva
    niente dell'illuminato della terrestre superficie, e venendo di giorno
    in giorno verso il Sole incomincia a poco a  poco  a  scoprir  qualche
    particella della faccia della Terra illuminata,  e questa vede ella in
    figura di sottil falce, per esser la Terra rotonda; ed acquistando pur
    la Luna col suo movimento di d in d maggior vicinit al Sole,  viene
    scoprendo pi e pi sempre dell'emisfero terrestre illuminato,  s che
    alla quadratura ne scuopre la met giusto, s come noi di lei veggiamo
    altrettanto;  continuando poi di venir verso la congiunzione,  scuopre
    successivamente   parte   maggiore  della  superficie  illuminata,   e
    finalmente nella congiunzione vede l'intero emisferio tutto  luminoso.
    Ed  in somma comprendo benissimo che quello che accade a gli abitatori
    della Terra, nel veder le variet della Luna,  accaderebbe a chi fusse
    nella Luna nel veder la Terra ma con ordine contrario: cio che quando
    la  Luna    a  noi piena ed all'opposizion del Sole,  a loro la Terra
    sarebbe alla congiunzion col Sole e del tutto  oscura  ed  invisibile;
    all'incontro,  quello  stato  che  a  noi  congiunzion della Luna col
    Sole,  e per Luna silente e non veduta,  l sarebbe opposizion  della
    Terra  al Sole,  e per cos dire Terra piena,  cio tutta luminosa;  e
    finalmente quanta parte a noi,  di tempo in  tempo,  si  mostra  della
    superficie  lunare  illuminata,  tanto  dalla  Luna  si vedrebbe esser
    nell'istesso tempo la parte della Terra oscura,  e quanto a noi  resta
    della  Luna  privo di lume tanto alla Luna  l'illuminato della Terra;
    s che solo nelle quadrature questi veggono mezo  cerchio  della  Luna
    luminoso,  e  quelli  altrettanto della Terra.  In una cosa mi par che
    differiscano queste scambievoli operazioni:  ed    che,  dato  e  non
    concesso  che  nella  Luna  fusse  chi di l potesse rimirar la Terra,
    vedrebbe ogni giorno tutta la superficie terrestre,  mediante il  moto
    di essa Luna intorno alla Terra in ventiquattro o venticinque ore;  ma
    noi non veggiamo mai altro che la met della Luna,  poich ella non si
    rivolge in se stessa, come bisognerebbe per potercisi tutta mostrare.

    Salviati:  Purch  questo  non accaggia per il contrario,  cio che il
    rigirarsi ella in se stessa sia  cagione  che  noi  non  veggiamo  mai
    l'altra  met,  ch  cos  sarebbe  necessario che fusse,  quando ella
    avesse l'epiciclo.  Ma  dove  lasciate  voi  un'altra  differenza,  in
    contraccambio di questa avvertita da voi?

    Sagredo: E qual ? ch altra per ora non mi vien in mente.

    Salviati: E' che,  se la Terra (come bene avete notato) non vede altro
    che la met della Luna, dove che dalla Luna vien vista tutta la Terra,
    all'incontro tutta la Terra vede la Luna,  ma della Luna solo la  met
    vede  la  Terra;  perch gli abitatori,  per cos dire,  dell'emisfero
    superiore della Luna,  che a noi  invisibile,  son privi della  vista
    della Terra,  e questi son forse gli antictoni.  Ma qui mi sovvien ora
    d'un particolare accidente, nuovamente osservato dal nostro Accademico
    nella Luna,  per il quale si raccolgono  due  conseguenze  necessarie:
    l'una , che noi veggiamo qualche cosa di pi della met della Luna, e
    l'altra  ,  che il moto della Luna ha giustamente relazione al centro
    della Terra: e l'accidente e l'osservazione   tale.  Quando  la  Luna
    abbia  una  corrispondenza  e natural simpatia con la Terra,  verso la
    quale con una tal sua determinata parte ella  riguardi,    necessario
    che  la  linea  retta  che  congiugne  i  lor  centri passi sempre per
    l'istesso punto della superficie della Luna,  tal che quello  che  dal
    centro della Terra la rimirasse, vedrebbe sempre l'istesso disco della
    Luna,  puntualmente terminato da una medesima circonferenza: ma di uno
    costituito sopra la superficie terrestre,  il raggio  che  dall'occhio
    suo  andasse  sino  al  centro  del  globo  lunare  non passerebbe per
    l'istesso punto della superficie di quella per il quale passa la linea
    tirata dal centro della Terra a quel della Luna,  se non  quando  ella
    gli  fusse verticale;  ma posta la Luna in oriente o in occidente,  il
    punto dell'incidenza del raggio visuale resta superiore a  quel  della
    linea  che  congiugne  i  centri,  e  per  si  scuopre  qualche parte
    dell'emisferio lunare verso la circonferenza di sopra,  e si  nasconde
    altrettanto  dalla  parte di sotto;  si scuopre,  dico,  e si nasconde
    rispetto all'emisfero che si vedrebbe dal vero centro della  Terra:  e
    perch  la  parte  della  circonferenza della Luna che  superiore nel
    nascere,   inferiore nel tramontare,  per assai notabile dovr farsi
    la  differenza  dell'aspetto  di  esse  parti  superiore  e inferiore,
    scoprendosi ora,  ed ora ascondendosi,  delle  macchie  o  altre  cose
    notabili di esse parti. Una simil variazione dovrebbe scorgersi ancora
    verso l'estremit boreale ed australe del medesimo disco,  secondo che
    la Luna si trova in questo o in quel ventre del suo  dragone;  perch,
    quando   ella      settentrionale,   alcuna  delle  sue  parti  verso
    settentrione ci si nasconde,  e  si  scuopre  delle  australi,  e  per
    l'opposito.  Ora,  che queste conseguenze si verifichino in fatto,  il
    telescopio ce ne rende certi.  Imperocch sono nella Luna due  macchie
    particolari,  una delle quali,  quando la Luna  nel meridiano, guarda
    verso maestro,  e l'altra gli  quasi  diametralmente  opposta,  e  la
    prima    visibile anco senza il telescopio,  ma non gi l'altra:  la
    maestrale  una  macchietta  ovata,   divisa  dall'altre   grandissime;
    l'opposta  minore,  e parimente separata dalle grandissime, e situata
    in  campo  assai  chiaro:  in  amendue  queste  si   osservano   molto
    manifestamente  le  variazioni  gi  dette,  e veggonsi contrariamente
    l'una  dall'altra  ora  vicine  al  limbo  del  disco  lunare  ed  ora
    allontanate,  con differenza tale, che l'intervallo tra la maestrale e
    la circonferenza del disco  pi che il doppio maggiore una volta  che
    l'altra;  e  quanto  all'altra  macchia  (perch  l'  pi vicina alla
    circonferenza),  tal mutazione importa pi che il triplo da una  volta
    all'altra.  Di  qui    manifesto,  la  Luna,  come allettata da virt
    magnetica,  constantemente riguardare con  una  sua  faccia  il  globo
    terrestre, n da quello divertir mai.

    Sagredo:  E  quando  si  ha  a  por  termine alle nuove osservazioni e
    scoprimenti di questo ammirabile strumento?

    Salviati: Se i progressi di questa son per  andar  secondo  quelli  di
    altre  invenzioni grandi,   da sperare che col progresso del tempo si
    sia per arrivar a veder cose a noi per ora inimmaginabili. Ma tornando
    al nostro primo discorso, dico,  per la sesta congruenza tra la Luna e
    la  Terra,  che,  s  come  la  Luna gran parte del tempo supplisce al
    mancamento del lume del Sole e ci rende,  con la reflessione del  suo,
    le  notti  assai  chiare,  cos  la Terra ad essa in ricompensa rende,
    quando ella n' pi bisognosa,  col refletterle i  raggi  solari,  una
    molto  gagliarda illuminazione,  e tanto,  per mio parere,  maggior di
    quella che a noi vien da lei,  quanto la superficie della Terra   pi
    grande di quella della Luna.

    Sagredo:  Non pi,  non pi,  signor Salviati;  lasciatemi il gusto di
    mostrarvi come a questo primo  cenno  ho  penetrato  la  causa  di  un
    accidente  al  quale  mille  volte  ho  pensato,  n  mai  l'ho potuto
    penetrare. Voi volete dire che certa luce abbagliata che si vede nella
    Luna, massimamente quando l' falcata, viene dal reflesso del lume del
    Sole nella superficie della terra e del mare: e pi si vede  tal  lume
    chiaro,  quanto  la  falce  pi sottile,  perch allora maggiore  la
    parte luminosa della Terra che dalla Luna  veduta,  conforme a quello
    che  poco  fa  si concluse,  cio che sempre tanta  la parte luminosa
    della Terra che si mostra alla Luna,  quanta l'oscura della  Luna  che
    guarda verso la Terra,  onde quando la Luna  sottilmente falcata,  ed
    in conseguenza grande  la sua parte  tenebrosa,  grande    la  parte
    illuminata  della  Terra  veduta  dalla  Luna,  e tanto pi potente la
    reflession del lume.

    Salviati: Questo  puntualmente quello ch'io voleva  dire.  In  somma,
    gran   dolcezza    il  parlar  con  persone  giudiziose  e  di  buona
    apprensiva, e massime quando altri va passeggiando e discorrendo tra i
    veri. Io mi son pi volte incontrato in cervelli tanto duri, che,  per
    mille  volte  che  io abbia loro replicato questo che voi avete subito
    per  voi  medesimo  penetrato,  mai  non    stato  possibile  che  e'
    l'apprendano.

    Simplicio:  Se voi volete dire di non averlo potuto persuadere loro s
    che e' l'intendino,  io molto me ne maraviglio,  e son sicuro che  non
    l'intendendo  dalla vostra esplicazione,  non l'intenderanno forse per
    quella di altri,  parendomi la vostra espressiva molto chiara;  ma  se
    voi intendete di non gli aver persuasi s che e' lo credano, di questo
    non  mi  maraviglio  punto,  perch  io stesso confesso di esser un di
    quelli che intendono i vostri discorsi, ma non vi si quietano, anzi mi
    restano,  in questa  e  in  parte  dell'altre  sei  congruenze,  molte
    difficult,  le  quali  promover  quando avrete finito di raccontarle
    tutte.

    Salviati: Il desiderio che ho di ritrovar qualche  verit,  nel  quale
    acquisto   assai   mi   possono   aiutare   le  obbiezioni  di  uomini
    intelligenti,  qual sete voi,  mi far esser brevissimo nello spedirmi
    da quel che ci resta.  Sia dunque la settima congruenza il rispondersi
    reciprocamente non meno alle offese che a i favori: onde la Luna,  che
    bene  spesso  nel  colmo della sua illuminazione,  per l'interposizion
    della Terra tra s e il Sole, vien privata di luce ed ecclissata, cos
    essa ancora, per suo riscatto, si interpone tra la Terra e il Sole,  e
    con  l'ombra  sua  oscura  la  Terra;  e se ben la vendetta non  pari
    all'offesa, perch bene spesso la Luna rimane, ed anco per assai lungo
    tempo, immersa totalmente nell'ombra della Terra, ma non gi mai tutta
    la Terra,  n per lungo spazio di tempo,  resta oscurata  dalla  Luna,
    tuttavia,  avendosi  riguardo  alla picciolezza del corpo di questa in
    comparazion della grandezza di quello,  non si pu dir se non  che  il
    valore,  in un certo modo, dell'animo sia grandissimo. Questo  quanto
    alle congruenze.  Seguirebbe ora il discorrer circa le  disparit;  ma
    perch  il  signor  Simplicio  ci  vuol  favorire de i dubbi contro di
    quelle, sar bene sentirgli e ponderargli prima che passare avanti.

    Sagredo: S,  perch  credibile che il signor Simplicio non  sia  per
    aver  repugnanze intorno alle disparit e differenze tra la Terra e la
    Luna, gi che egli stima le lor sustanze diversissime.

    Simplicio: Delle congruenze recitate da voi nel far parallelo  tra  la
    Terra  e la Luna,  non sento di poter ammetter senza repugnanza se non
    la prima e due altre. Ammetto la prima cio la figura sferica, se bene
    anco in questa vi  non so che stimando io  quella  della  Luna  esser
    pulitissima  e  tersa  come uno specchio,  dove che questa della Terra
    tocchiamo con mano esser scabrosissima ed aspra, ma questa,  attenente
    all'inegualit  della  superficie,  va  considerata  in un'altra delle
    congruenze arrecate da voi;  per mi riserbo a dirne quanto mi occorre
    nella  considerazione  di quella.  Che la Luna sia poi,  come voi dite
    nella seconda congruenza,  opaca ed oscura  per  se  stessa,  come  la
    Terra, io non ammetto se non il primo attributo della opacit, del che
    mi assicurano gli eclissi solari; ch quando la Luna fusse trasparente
    l'aria nella totale oscurazione del Sole non resterebbe cos tenebrosa
    come ella resta,  ma per la trasparenza del corpo lunare trapasserebbe
    una luce refratta,  come veggiamo farsi per le pi  dense  nugole.  Ma
    quanto  all'oscurit,  io non credo che la Luna sia del tutto priva di
    luce, come la Terra, anzi quella chiarezza che si scorge nel resto del
    suo disco oltre alle sottili corna illustrate dal Sole, reputo che sia
    suo proprio e natural lume, e non un reflesso della Terra, la quale io
    stimo impotente, per la sua somma asprezza ed oscurit, a reflettere i
    raggi del Sole.  Nel terzo parallelo convengo con voi in una parte,  e
    nell'altra  dissento,  convengo  nel  giudicar  il  corpo  della  Luna
    solidissimo e duro,  come la Terra,  anzi  pi  assai,  perch  se  da
    Aristotile noi caviamo che il cielo sia di durezza impenetrabile, e le
    stelle  parti  pi  dense  del  cielo,    ben necessario che le siano
    saldissime ed impenetrabilissime.

    Sagredo: Che bella materia sarebbe  quella  del  cielo  per  fabbricar
    palazzi, chi ne potesse avere, cos dura e tanto trasparente!

    Salviati: Anzi pessima,  perch sendo,  per la somma trasparenza,  del
    tutto invisibile, non si potrebbe,  senza gran pericolo di urtar negli
    stipiti e spezzarsi il capo, camminar per le stanze.

    Sagredo:  Cotesto  pericolo  non si correrebbe egli,  se  vero,  come
    dicono alcuni Peripatetici, che la sia intangibile; e se la non si pu
    toccare, molto meno si potrebbe urtare.

    Salviati: Di niuno sollevamento sarebbe cotesto; conciosiach,  se ben
    la materia celeste non pu esser toccata, perch manca delle tangibili
    qualit,  pu  ben ella toccare i corpi elementari;  e per offenderci,
    tanto  che ella urti in noi, ed ancor peggio, che se noi urtassimo in
    lei.  Ma lasciamo star questi palazzi o per  dir  meglio  castelli  in
    aria, e non impediamo il signor Simplicio.

    Simplicio: La quistione che voi avete cos incidentemente promossa,  
    delle difficili che si trattino in filosofia,  ed io ci ho intorno  di
    bellissimi  pensieri di un gran cattedrante di Padova;  ma non  tempo
    di entrarvi adesso.  Per,  tornando al nostro proposito,  replico che
    stimo  la  Luna  solidissima pi della Terra,  ma non l'argomento gi,
    come fate voi, dalla asprezza e scabrosit della sua superficie,  anzi
    dal  contrario cio dall'essere atta a ricevere (come veggiamo tra noi
    nelle gemme pi dure) un pulimento e lustro superiore a  qual  si  sia
    specchio  pi terso;  ch tale  necessario che sia la sua superficie,
    per poterci fare s  viva  reflessione  de'  raggi  del  Sole.  Quelle
    apparenze poi che voi dite,  di monti, di scogli, di argini, di valli,
    etc.,  son tutte illusioni;  ed io mi  sono  ritrovato  a  sentire  in
    publiche dispute sostener gagliardamente, contro a questi introduttori
    di  novit,  che  tali  apparenze non da altro provengono che da parti
    inegualmente  opache  e  perspicue,   delle  quali  interiormente   ed
    esteriormente    composta la Luna,  come spesso veggiamo accadere nel
    cristallo,  nell'ambra  ed  in  molte  pietre  preziose  perfettamente
    lustrate, dove, per la opacit di alcune parti e per la trasparenza di
    altre,  appariscono  in  quelle  varie  concavit e prominenze.  Nella
    quarta congruenza concedo  che  la  superficie  del  globo  terrestre,
    veduto di lontano,  farebbe due diverse apparenze, cio una pi chiara
    e l'altra pi oscura,  ma stimo che tali  diversit  accaderebbono  al
    contrario  di  quel  che  dite  voi,  cio  credo  che  la  superficie
    dell'acqua apparirebbe lucida, perch  liscia e trasparente, e quella
    della terra resterebbe oscura per la sua opacit  e  scabrosit,  male
    accomodata a riverberare il lume del Sole.  Circa il quinto riscontro,
    lo ammetto tutto, e resto capace che quando la Terra risplendesse come
    la Luna si mostrerebbe a chi  di  lass  la  rimirasse,  sotto  figure
    conformi a quelle che noi veggiamo nella Luna;  comprendo anco come il
    periodo della sua illuminazione e variazione di figure sarebbe  di  un
    mese,   bench  il  Sole  la  ricerchi  tutta  in  ventiquattr'ore,  e
    finalmente non ho difficult nell'ammettere che  la  met  sola  della
    Luna vede tutta la Terra, e che tutta la Terra vede solo la met della
    Luna.  Nel  sesto,  reputo  falsissimo  che la Luna possa ricever lume
    dalla Terra,  che  oscurissima,  opaca ed inettissima a reflettere il
    lume del Sole,  come ben lo reflette la Luna a noi;  e, come ho detto,
    stimo che quel lume che si vede nel resto  della  faccia  della  Luna,
    oltre  alle  corna  splendidissime  per  l'illuminazion del Sole,  sia
    proprio e naturale della Luna, e gran cosa ci vorrebbe a farmi credere
    altrimenti.  Il settimo,  de gli  eclissi  scambievoli,  si  pu  anco
    ammettere,  se  ben  propriamente si costuma chiamare eclisse del Sole
    questo che voi volete chiamare eclisse della Terra.  E questo  quanto
    per ora mi occorre dirvi in contradizione alle sette congruenze,  alle
    quali instanze se vi piacer di  replicare  alcuna  cosa,  l'ascolter
    volentieri.

    Salviati:  Se io ho bene appreso quanto avete risposto,  parmi che tra
    voi e noi restino ancora controverse alcune condizioni,  le  quali  io
    faceva  comuni alla Luna ed alla Terra;  e son queste.  Voi stimate la
    Luna tersa e liscia com'uno specchio, e, come tale, atta a refletterci
    il lume del Sole, ed all'incontro la Terra,  per la sua asprezza,  non
    potente a far simile reflessione.  Concedete la Luna solida e dura,  e
    ci argumentate dall'esser ella  pulita  e  tersa,  e  non  dall'esser
    montuosa;  e  dell'apparir montuosa ne assegnate per causa l'essere di
    parti pi o meno opache e perspicue. E finalmente stimate, quella luce
    secondaria esser propria della Luna e non per reflession della  Terra,
    se  ben  par  che  al  mare,  per esser di superficie pulita,  voi non
    neghiate qualche riflessione.  Quanto  al  torvi  di  errore,  che  la
    reflession  della Luna non si faccia come da uno specchio,  ci ho poca
    speranza,  mentre veggo che quello che in tal proposito si  legge  nel
    Saggiatore  e  nelle  Lettere  Solari  del  nostro amico comune non ha
    profittato nulla nel vostro concetto,  se per voi avete  attentamente
    letto quanto vi  scritto in tal materia.

    Simplicio: Io l'ho trascorso cos,  superficialmente, conforme al poco
    tempo che mi vien lasciato ozioso da studi  pi  sodi:  per,  se  col
    replicare  alcune  di  quelle ragioni o coll'addurne altre voi pensate
    risolvermi le difficult, le ascolter pi attentamente.

    Salviati: Io  dir  quello  che  mi  viene  in  mente  al  presente  e
    potrebb'essere  che  fusse  una  mistione di concetti miei propri e di
    quelli che gi lessi ne i detti libri,  da i  quali  mi  sovvien  bene
    ch'io  restai interamente persuaso,  ancorch le conclusioni nel primo
    aspetto mi paresser gran paradossi.  Noi cerchiamo,  signor Simplicio,
    se  per  fare una reflession di lume simile a quello che ci vien dalla
    Luna,  sia necessario che la superficie da cui vien la reflessione sia
    cos tersa e liscia come di uno specchio, o pur sia pi accomodata una
    superficie non tersa e non liscia,  ma aspra e mal pulita. Ora, quando
    a noi venisser due reflessioni, una pi lucida e l'altra meno,  da due
    superficie  opposteci,  io  vi domando,  qual delle due superficie voi
    credete che si rappresentasse a gli occhi nostri pi chiara e qual pi
    oscura.

    Simplicio:  Credo  senza  dubbio  che  quella  che  pi  vivamente  mi
    reflettesse  il  lume,  mi  si  mostrerebbe  in aspetto pi chiara,  e
    l'altra pi oscura.

    Salviati: Pigliate ora in cortesia quello specchio che   attaccato  a
    quel  muro,  ed  usciamo  qua  nella  corte.  Venite,  signor Sagredo.
    Attaccate  lo  specchio  l  a  quel  muro,   dove  batte   il   sole;
    discostiamoci  e  ritiriamoci  qua  all'ombra.  Ecco l due superficie
    percosse dal sole,  cio il muro e lo specchio.  Ditemi ora qual vi si
    rappresenta  pi chiara: quella del muro o quella dello specchio?  voi
    non rispondete?

    Sagredo:  Io  lascio  rispondere  al  signor  Simplicio,   che  ha  la
    difficult;  ch  io,  quanto  a  me,  da  questo  poco  principio  di
    esperienza son persuaso che bisogni per necessit che la Luna  sia  di
    superficie molto mal pulita.

    Salviati:  Dite,  signor  Simplicio: se voi aveste a ritrar quel muro,
    con quello specchio  attaccatovi,  dove  adoprereste  voi  colori  pi
    oscuri, nel dipignere il muro o pur nel dipigner lo specchio?

    Simplicio: Assai pi scuri nel dipigner lo specchio.

    Salviati: Or se dalla superficie che si rappresenta pi chiara vien la
    reflession  del lume pi potente,  pi vivamente ci refletter i raggi
    del Sole il muro che lo specchio.

    Simplicio: Benissimo,  signor mio;  avete voi migliori  esperienze  di
    queste?  Voi ci avete posti in luogo dove non batte il reverbero dello
    specchio; ma venite meco un poco pi in qua: no, venite pure.

    Sagredo: Cercate voi forse  il  luogo  della  reflessione  che  fa  lo
    specchio?

    Simplicio: Signor s.

    Sagredo:  Oh  vedetela  l  nel muro opposto,  grande giusto quanto lo
    specchio, e chiara poco meno che se vi battesse il Sole direttamente.

    Simplicio: Venite dunque qua,  e guardate di l  la  superficie  dello
    specchio, e sappiatemi dire se l' pi scura di quella del muro.

    Sagredo: Guardatela pur voi, ch io per ancora non voglio acceccare; e
    so benissimo, senza guardarla, che la si mostra vivace e chiara quanto
    il Sole istesso, o poco meno.

    Simplicio:  Che  dite voi dunque che la reflession di uno specchio sia
    men potente di quella di un muro? io veggo che in questo muro opposto,
    dove arriva il reflesso dell'altra parete illuminata insieme con  quel
    dello  specchio,  questo  dello specchio  assai pi chiaro;  e veggio
    parimente che di qui lo specchio  medesimo  mi  apparisce  pi  chiaro
    assai che il muro.

    Salviati:  Voi con la vostra accortezza mi avete prevenuto,  perch di
    questa medesima osservazione avevo  bisogno  per  dichiarar  quel  che
    resta.   Voi   vedete  dunque  la  differenza  che  cade  tra  le  due
    reflessioni,  fatte dalle due superficie del muro  e  dello  specchio,
    percosse  nell'istesso modo per l'appunto da i raggi solari;  e vedete
    come la reflession che vien dal muro si diffonde verso tutte le  parti
    opposteli, ma quella dello specchio va verso una parte sola, non punto
    maggiore dello specchio medesimo;  vedete parimente come la superficie
    del muro,  riguardata da qualsivoglia luogo,  si mostra chiara  sempre
    egualmente a se stessa,  e per tutto assai pi chiara che quella dello
    specchio,  eccettuatone quel piccolo luogo  solamente  dove  batte  il
    reflesso  dello  specchio  ch  di  l apparisce lo specchio molto pi
    chiaro del muro.  Da queste cos sensate e palpabili esperienze mi par
    che   molto  speditamente  si  possa  venire  in  cognizione,   se  la
    reflessione che ci vien dalla Luna venga come da uno specchio,  o  pur
    come da un muro, cio se da una superficie liscia o pure aspra.

    Sagredo:  Se io fussi nella Luna stessa,  non credo che io potessi con
    mano toccar pi chiaramente l'asprezza della sua  superficie  di  quel
    ch'io me la scorga ora con l'apprensione del discorso. La Luna, veduta
    in qualsivoglia positura,  rispetto al Sole e a noi,  ci mostra la sua
    superficie tocca  dal  Sole  sempre  egualmente  chiara;  effetto  che
    risponde  a capello a quel del muro,  che,  riguardato da qualsivoglia
    luogo, apparisce egualmente chiaro, e discorda dallo specchio,  che da
    un  luogo  solo  si  mostra  luminoso e da tutti gli altri oscuro.  In
    oltre,  la luce che mi vien dalla reflession del muro  tollerabile  e
    debile,  in  comparazion  di  quella  dello specchio gagliardissima ed
    offensiva alla vista poco meno della primaria e diretta  del  Sole:  e
    cos  con  suavit  riguardiamo la faccia della Luna;  che quando ella
    fusse come uno specchio, mostrandocisi anco,  per la vicinit,  grande
    quanto   l'istesso   Sole,   sarebbe   il  suo  fulgore  assolutamente
    intollerabile, e ci parrebbe di riguardare quasi un altro Sole.

    Salviati:  Non  attribuite  di  grazia,   signor  Sagredo,   alla  mia
    dimostrazione  pi  di  quello che le si perviene.  Io voglio muovervi
    contro un'instanza, che non so quanto sia di agevole scioglimento. Voi
    portate per gran diversit tra la Luna e lo specchio, che ella rimandi
    la reflessione verso tutte le parti egualmente, come fa il muro,  dove
    che  lo  specchio  la  manda  in  un luogo solo determinato,  e di qui
    concludete, la Luna esser simile al muro,  e non allo specchio.  Ma io
    vi  dico  che  quello  specchio manda la reflessione in un luogo solo,
    perch la sua superficie  piana,  e dovendo i raggi reflessi partirsi
    ad  angoli  eguali  a  quelli de' raggi incidenti,   forza che da una
    superficie piana si partano unitamente verso  il  medesimo  luogo;  ma
    essendo  che  la superficie della Luna  non piana,  ma sferica,  ed i
    raggi incidenti sopra una tal superficie  trovano  da  reflettersi  ad
    angoli  eguali a quelli dell'incidenza verso tutte le parti,  mediante
    la infinit delle inclinazioni che compongono la  superficie  sferica,
    adunque  la  Luna  pu  mandar  la  reflessione  per  tutto,  e  non 
    necessitata a mandarla in un luogo solo,  come quello specchio  che  
    piano.

    Simplicio:  Questa  appunto una delle obbiezioni che io volevo fargli
    contro.

    Sagredo: Se questa  una,  forza che voi ne abbiate delle altre; per
    ditele, ch quanto a questa prima mi par che ella sia per riuscire pi
    contro di voi che in favore.

    Simplicio:  Voi  avete  pronunziato  come  cosa  manifesta,   che   la
    reflession  fatta  da  quel  muro  sia cos chiara ed illuminante come
    quella che  ci  vien  dalla  Luna,  ed  io  la  stimo  come  nulla  in
    comparazion    di    quella:    imperocch    "in    questo    negozio
    dell'illuminazione bisogna aver riguardo e  distinguere  la  sfera  di
    attivit;  e  chi dubita che i corpi celesti abbiano maggiore sfera di
    attivit che questi nostri elementari, caduchi e mortali? e quel muro,
    finalmente,  che  egli altro che un poco di terra,  oscura ed  inetta
    all'illuminare?"

    Sagredo:  E qui ancora credo che voi vi inganniate di assai.  Ma vengo
    alla prima instanza mossa dal signor Salviati: e considero che per far
    che un oggetto  ci  apparisca  luminoso,  non  basta  che  sopra  esso
    caschino  i  raggi  del  corpo illuminante,  ma ci bisogna che i raggi
    reflessi  vengano  all'occhio  nostro;   come  apertamente   si   vede
    nell'esempio  di  quello  specchio,  sopra  il quale non ha dubbio che
    vengono i raggi luminosi del Sole,  con tutto ci ei non ci si  mostra
    chiaro ed illustrato se non quando noi mettiamo l'occhio in quel luogo
    particulare  dove  va  la  reflessione.  Consideriamo  adesso quel che
    accaderebbe quando  lo  specchio  fusse  di  superficie  sferica:  ch
    senz'altro  noi  troveremo che della reflessione che si fa da tutta la
    superficie  illuminata,  piccolissima  parte    quella  che  perviene
    all'occhio  di  un  particolar riguardante,  per esser una minimissima
    particella di tutta la superficie sferica quella  l'inclinazion  della
    quale  ripercuote  il  raggio  al luogo particolare dell'occhio;  onde
    minima  convien  che  sia  la  parte  della  superficie  sferica   che
    all'occhio  si mostra splendente,  rappresentandosi tutto il rimanente
    oscuro.   Quando  dunque  la  Luna  fusse  tersa  come  uno  specchio,
    piccolissima  parte  si  mostrerebbe  a  gli  occhi  di un particulare
    illustrata dal Sole,  ancorch tutto un  emisferio  fusse  esposto  a'
    raggi  solari,  ed il resto rimarrebbe all'occhio del riguardante come
    non illuminato e perci invisibile, e finalmente invisibile ancora del
    tutto  la  Luna,   avvenga  che  quella  particella  onde  venisse  la
    riflessione,  per la sua piccolezza e gran lontananza si perderebbe; e
    s  come  all'occhio  ella  resterebbe   invisibile,   cos   la   sua
    illuminazione  resterebbe  nulla,  ch bene  impossibile che un corpo
    luminoso togliesse via le nostre tenebre col suo splendore e  che  noi
    non lo vedessimo.

    Salviati:  Fermate in grazia,  signor Sagredo,  perch io veggo alcuni
    movimenti nel viso e nella persona del signor Simplicio,  che mi  sono
    indizi  ch'ei  non  resti o ben capace o soddisfatto di questo che voi
    con somma evidenza ed assoluta verit avete detto;  e  pur  ora  mi  
    sovvenuto di potergli con altra esperienza rimuovere ogni scrupolo. Io
    ho  veduto  in  una  camera  di  sopra  un  grande  specchio  sferico:
    facciamolo portar qua,  e mentre  che  si  conduce,  torni  il  signor
    Simplicio  a  considerare  quanta  grande la chiarezza che vien nella
    parete qui sotto la loggia dal reflesso dello specchio piano.

    Simplicio: Io veggo che l' chiara poco  meno  che  se  vi  percotesse
    direttamente l Sole.

    Salviati:  Cos  veramente.  Or ditemi: se,  levando via quel piccolo
    specchio piano, metteremo nell'istesso luogo quel grande sferico, qual
    effetto credete voi che sia per far la sua reflessione nella  medesima
    parete?

    Simplicio:  Credo  che  gli  arrecher lume molto maggiore e molto pi
    ampio.

    Salviati: Ma se l'illuminazione sar nulla,  o cos piccola che appena
    ve ne accorgiate, che direte allora?

    Simplicio: Quando avr visto l'effetto, penser alla risposta.

    Salviati:  Ecco  lo  specchio,  il  quale voglio che sia posto accanto
    all'altro.  Ma prima andiamo l vicino al reflesso di  quel  piano,  e
    rimirate  attentamente la sua chiarezza: vedete come  chiaro qui dove
    e' batte,  e come distintamente si veggono tutte  queste  minuzie  del
    muro.

    Simplicio:  Ho  visto  e  osservato  benissimo:  fate  metter  l'altro
    specchio a canto al primo.

    Salviati: Eccolo l.  Vi fu messo subito che cominciaste a guardare le
    minuzie,  e non ve ne sete accorto,  s grande  stato l'accrescimento
    del lume nel resto della parete.  Or tolgasi via  lo  specchio  piano.
    Eccovi levata via ogni reflessione,  ancorch vi sia rimasto il grande
    specchio convesso. Rimuovasi questo ancora, e poi vi si riponga quanto
    vi piace: voi non vedrete mutazione alcuna di luce in tutto  il  muro.
    Eccovi  dunque mostrato al senso come la reflessione del Sole fatta in
    ispecchio  sferico  convesso  non  illumina  sensibilmente  i   luoghi
    circonvicini. Ora che risponderete voi a questa esperienza?

    Simplicio:  Io  ho paura che qui non entri qualche giuoco di mano.  Io
    veggo pure, nel riguardar quello specchio, uscire un grande splendore,
    che quasi mi toglie la vista,  e,  quel che pi importa,  ve lo  veggo
    sempre da qualsivoglia luogo ch'io lo rimiri,  e veggolo andar mutando
    sito sopra la superficie dello specchio,  secondo  ch'io  mi  pongo  a
    rimirarlo in questo o in quel luogo: argomento necessario, che il lume
    si  reflette  vivo assai verso tutte le bande,  ed in conseguenza cos
    potente sopra tutta quella parete come sopra il mio occhio.

    Salviati: Or  vedete  quanto  bisogni  andar  cauto  e  riservato  nel
    prestare assenso a quello che il solo discorso ci rappresenta.  Non ha
    dubbio che questo che  voi  dite  ha  assai  dell'apparente;  tuttavia
    potete vedere come la sensata esperienza mostra in contrario.

    Simplicio: Come dunque cammina questo negozio?

    Salviati:  Io vi dir quel che ne sento,  che non so quanto vi sia per
    appagare. E prima,  quello splendore cos vivo che voi vedete sopra lo
    specchio,  e  che  vi par che ne occupi assai buona parte,  non  cos
    grande a gran pezzo,  anzi  piccolo assai assai;  ma la  sua  vivezza
    cagiona  nell'occhio vostro,  mediante la reflessione fatta nell'umido
    de gli orli delle palpebre, la quale si distende sopra la pupilla, una
    irradiazione avventizia, simile a quel capillizio che ci par di vedere
    intorno alla fiammella  di  una  candela  posta  alquanto  lontana,  o
    vogliate assimigliarla allo splendore avventizio di una stella; che se
    voi  paragonerete  il piccolo corpicello verbigrazia,  della Canicola,
    veduto di giorno col telescopio,  quando si vede  senza  irradiazione,
    col  medesimo  veduto  di  notte coll'occhio libero,  voi fuor di ogni
    dubbio comprenderete che l'irraggiato si mostra  pi  di  mille  volte
    maggiore   del  nudo  e  real  corpicello:  ed  un  simile  o  maggior
    ricrescimento  fa  l'immagine  del  Sole  che  voi  vedete  in  quello
    specchio;  dico maggiore, per esser ella pi viva della stella, come 
    manifesto dal potersi rimirar la stella con assai  minor  offesa  alla
    vista,  che questa reflession dello specchio. Il reverbero dunque, che
    si ha da participare sopra tutta questa parete, viene da piccola parte
    di quello specchio,  e quello che pur ora veniva da tutto lo  specchio
    piano,  si  participava  e  ristrigneva  a  piccolissima  parte  della
    medesima parete: qual meraviglia  dunque  che  la  reflessione  prima
    illumini   molto   vivamente,    e   che   quest'altra   resti   quasi
    impercettibile?

    Simplicio: Io mi trovo pi inviluppato  che  mai,  e  mi  sopraggiugne
    l'altra  difficult,  come  possa  essere  che  quel muro,  essendo di
    materia  cos  oscura  e  di  superficie  cos  mal  pulita,  abbia  a
    ripercuoter  lume  pi  potente  e vivace che uno specchio ben terso e
    pulito.

    Salviati: Pi vivace no,  ma ben  pi  universale,  ch,  quanto  alla
    vivezza,  voi  vedete  che la reflessione di quello specchietto piano,
    dove ella ferisce l sotto la loggia,  illumina gagliardamente,  ed il
    restante  della  parete,  che  riceve  la reflession del muro,  dove 
    attaccato lo specchio,  non  a gran segno illuminato come la  piccola
    parte  dove  arriva  il  reflesso dello specchio.  E se voi desiderate
    intender l'intero di  questo  negozio,  considerate  come  l'esser  la
    superficie  di  quel  muro aspra,   l'istesso che l'esser composta di
    innumerabili superficie piccolissime,  disposte  secondo  innumerabili
    diversit  di  inclinazioni,  tra  le quali di necessit accade che ne
    sieno molte disposte a mandare i raggi,  reflessi da loro,  in un  tal
    luogo,  molte altre in altro,  ed in somma non  luogo alcuno al quale
    non arrivino moltissimi raggi  reflessi  da  moltissime  superficiette
    sparse  per  tutta  l'intera  superficie del corpo scabroso,  sopra il
    quale cascano i raggi luminosi: dal che segue di necessit  che  sopra
    qualsivoglia parte di qualunque superficie opposta a quella che riceve
    i  raggi  primarii  incidenti,   pervengano  raggi  reflessi,   ed  in
    conseguenza l'illuminazione. Seguene ancora, che il medesimo corpo sul
    quale vengono i raggi illuminanti, rimirato da qualsivoglia luogo,  si
    mostri  tutto  illuminato  e  chiaro:  e  per  la Luna,  per esser di
    superficie aspra e non tersa,  rimanda la luce del Sole verso tutte le
    bande, ed a tutti i riguardanti si mostra egualmente lucida. Che se la
    superficie  sua,   essendo  sferica,  fusse  ancora  liscia  come  uno
    specchio,   resterebbe  del  tutto  invisibile,   atteso  che   quella
    piccolissima  parte  dalla quale potesse venir reflessa l'immagine del
    Sole, all'occhio di un particolare, per la gran lontananza, resterebbe
    invisibile, come gi abbiam detto.

    Simplicio: Resto assai ben capace del vostro discorso, tuttavia mi par
    di poter risolverlo con pochissima fatica, e mantener benissimo che la
    Luna sia rotonda e pulitissima e che refletta il lume del Sole  a  noi
    al  modo  di uno specchio: n perci l'immagine del Sole si deve veder
    nel suo mezo,  avvengach "non per le spezie dell'istesso  Sole  possa
    vedersi  in  s  gran  distanza  la  piccola  figura del Sole,  ma sia
    compresa da noi per il lume prodotto dal Sole l'illuminazione di tutto
    il corpo lunare.  Una tal cosa possiamo  noi  vedere  in  una  piastra
    dorata e ben brunita, che, percossa da un corpo luminoso, si mostra, a
    chi  la  guarda  da lontano,  tutta risplendente;  e solo da vicino si
    scorge nel mezo di essa la piccola immagine del corpo luminoso".

    Salviati: Confessando ingenuamente la mia  incapacit,  dico  che  non
    intendo  di questo vostro discorso altro che di quella piastra dorata;
    e se voi mi concedete il parlar liberamente,  ho grande  opinione  che
    voi  ancora non l'intendiate ma abbiate imparate a mente quelle parole
    scritte da qualcuno per  desiderio  di  contraddire  e  mostrarsi  pi
    intelligente  dell'avversario,  mostrarsi,  per,  a  quelli che,  per
    apparir eglino ancora intelligenti,  applaudono a quello  che  e'  non
    intendono,  e maggior concetto si formano delle persone secondo che da
    loro son manco intese,  e pur che lo scrittore stesso  non  sia  (come
    molti ce ne sono) di quelli che scrivono quel che non intendono, e che
    per non s'intende quel che essi scrivono.  Per,  lasciando il resto,
    vi rispondo quanto alla piastra dorata,  che quando ella sia  piana  e
    non  molto grande,  potr apparir da lontano tutta risplendente mentre
    sia ferita da un lume gagliardo, ma per si vedr tale quando l'occhio
    sia in una linea determinata,  cio in quella de i raggi  reflessi;  e
    vedrassi  pi  fiammeggiante  che  se fusse,  verbigrazia,  d'argento,
    mediante l'esser colorata ed atta, per la somma densit del metallo, a
    ricevere brunimento perfettissimo: e quando la sua superficie, essendo
    benissimo lustrata,  non fusse poi esattamente piana,  ma avesse varie
    inclinazioni,  allora anco da pi luoghi si vedrebbe il suo splendore,
    cio da tanti a quanti pervenissero le varie reflessioni  fatte  dalle
    diverse  superficie;  che  per  si lavorano i diamanti a molte facce,
    acci il lor dilettevol fulgore si scorga da molti luoghi:  ma  quando
    la  piastra  fusse  molto grande,  non per da lontano,  ancorch ella
    fusse tutta piana,  si  vedrebbe  tutta  risplendente.  E  per  meglio
    dichiararmi,  intendasi una piastra dorata piana e grandissima esposta
    al Sole: mostrerassi a un occhio lontano l'immagine del Sole  occupare
    una  parte  di  tal  piastra  solamente,  cio  quella  donde viene la
    reflessione de i raggi solari incidenti; ma  vero che per la vivacit
    del lume tal immagine apparir inghirlandata di molti  raggi,  e  per
    sembrer occupare maggior parte assai della piastra che veramente ella
    non  occuper.  E che ci sia vero,  notato il luogo particolare della
    piastra donde viene la reflessione, e figurato parimente quanto grande
    mi si rappresenta lo spazio risplendente,  cuoprasi di esso spazio  la
    maggior parte,  lasciando solamente scoperto intorno al mezo: non per
    si diminuir punto la grandezza dell'apparente splendore a quello  che
    di  lontano  lo rimira,  anzi si vedr egli largamente sparso sopra il
    panno o altro con che si ricoperse.  Se dunque alcuno col  vedere  una
    piccola  piastra  dorata  da  lontano  tutta  risplendente,   si  sar
    immaginato che l'istesso  dovesse  accadere  anco  di  piastre  grandi
    quanto la Luna,  si  ingannato non meno che se credesse,  la Luna non
    esser maggiore di un fondo di tino.  Quando poi la  piastra  fusse  di
    superficie sferica,  vedrebbesi in una sola sua particella il reflesso
    gagliardo, ma ben,  mediante la vivezza,  si mostrerebbe inghirlandato
    di  molti  raggi assai vibranti: il resto della palla si vedrebbe come
    colorato,  e questo anco solamente quando e' non fusse in sommo  grado
    pulito; ch quando e' fusse brunito perfettamente, apparirebbe oscuro.
    Esempio  di  questo  aviamo  giornalmente  avanti  gli occhi ne i vasi
    d'argento,  li quali,  mentre sono solamente bolliti nel bianchimento,
    son tutti candidi come la neve,  n punto rendono l'immagini; ma se in
    alcuna parte si bruniscono, in quella subito diventano oscuri, e di l
    rendono l'immagini come specchi: e quel divenire oscuro non procede da
    altro che dall'essersi spianata una  finissima  grana  che  faceva  la
    superficie  dell'argento scabrosa,  e per tale che rifletteva il lume
    verso tutte le parti,  per lo  che  da  tutti  i  luoghi  si  mostrava
    egualmente  illuminata;   quando  poi,   col  brunirla,   si  spianano
    esquisitamente quelle minime inegualit,  s che la reflessione  de  i
    raggi  incidenti si drizza tutta in luogo determinato,  allora da quel
    tal luogo si mostra la parte brunita assai pi  chiara  e  lucida  del
    restante,  che  solamente bianchito,  ma da tutti gli altri luoghi si
    vede molto oscura.  E noto che la diversit delle vedute,  nel rimirar
    superficie  brunite,  cagiona  differenze  tali di apparenze,  che per
    imitare e rappresentare in pittura, verbigrazia,  una corazza brunita,
    bisogna  accoppiare neri schietti e bianchi,  l'uno a canto all'altro,
    in parti di essa arme dove il lume cade egualmente.

    Sagredo: Adunque,  quando questi Signori filosofi si contentassero  di
    conceder che la Luna, Venere e gli altri pianeti fussero di superficie
    non cos lustra e tersa come uno specchio,  ma un capello manco,  cio
    quale  una piastra di argento bianchita solamente,  ma  non  brunita,
    questo basterebbe a poterla far visibile ed accomodata a ripercuoterci
    il lume del Sole?

    Salviati: Basterebbe in parte; ma non renderebbe un lume cos potente,
    come fa essendo montuosa ed in somma piena di eminenze e cavit grandi
    Ma  questi Signori filosofi non la concederanno mai pulita meno di uno
    specchio, ma bene assai pi, se pi si pu immaginare, perch stimando
    eglino che a' corpi perfettissimi si convengano figure  perfettissime,
    bisogna  che  la  sfericit  di  quei globi celesti sia assolutissima;
    oltre che,  quando e' mi  concedessero  qualche  inegualit,  ancorch
    minima, io me ne prenderei senza scrupolo alcuno altra assai maggiore,
    perch consistendo tal perfezione in indivisibili,  tanto la guasta un
    capello quanto una montagna.

    Sagredo: Qui mi nascono due dubbi:  l'uno    l'intendere,  perch  la
    maggior inegualit di superficie abbia a far pi potente reflession di
    lume;  l'altro  ,  perch  questi Signori Peripatetici voglian questa
    esatta figura.

    Salviati: Al primo risponder io,  ed al signor Simplicio  lascer  la
    cura di rispondere al secondo. Devesi dunque avvertire che le medesime
    superficie vengono dal medesimo lume pi e meno illuminate, secondoch
    i  raggi illuminanti vi cascano sopra pi o meno obliquamente,  s che
    la massima illuminazione  dove i raggi son  perpendicolari.  Ed  ecco
    ch'io  ve  lo  mostro  al senso.  Io piego questo foglio tanto che una
    parte faccia angolo sopra l'altra;  ed esponendole alla reflession del
    lume  di  quel muro opposto,  vedete come questa faccia,  che riceve i
    raggi obliquamente,  manco chiara di quest'altra, dove la reflessione
    viene ad angoli retti;  e notate come secondo che io gli vo  ricevendo
    pi e pi obliquamente, l'illuminazione si fa pi debole.

    Sagredo: Veggo l'effetto, ma non comprendo la causa.

    Salviati: Se voi ci pensaste un centesimo d'ora, la trovereste; ma per
    non  consumare  il tempo,  eccovene un poco di dimostrazione in questa
    figura.

    Sagredo: La sola vista della figura mi  ha  chiarito  il  tutto,  per
    seguite.

    Simplicio:  Dite  in  grazia il resto a me,  che non sono di s veloce
    apprensiva.

    Salviati: Fate conto che tutte  le  linee  parallele  che  voi  vedete
    partirsi  da  i  termini  A,  B,  sieno i raggi che sopra la linea C D
    vengono ad angoli retti: inclinate ora la medesima C D,  s che  penda
    come D O; non vedete voi che buona parte di quei raggi che ferivano la
    C  D,  passano senza toccar la D O?  Adunque se la D O  illuminata da
    manco raggi,   ben ragionevole che il lume ricevuto da  lei  sia  pi
    debole.  Torniamo ora alla Luna,  la quale, essendo di figura sferica,
    quando la sua superficie fusse pulita quanto questa  carta,  le  parti
    del  suo  emisferio  illuminato  dal  Sole che sono verso l'estremit,
    riceverebbero minor lume assaissimo che  le  parti  di  mezo,  cadendo
    sopra quelle i raggi obliquissimi, e sopra queste ad angoli retti; per
    lo  che  nel  plenilunio,  quando noi veggiamo quasi tutto l'emisferio
    illuminato,  le parti verso il mezo  ci  si  dovrebbero  mostrare  pi
    risplendenti,  che l'altre verso la circonferenza: il che non si vede.
    Figuratevi ora la faccia della Luna piena di montagne  ben  alte:  non
    vedete  voi  come  le  piagge  e  i  dorsi  loro,  elevandosi sopra la
    convessit della perfetta superficie  sferica,  vengono  esposti  alla
    vista  del  Sole,  ed  accomodati  a  ricevere  i  raggi,  assai  meno
    obliquamente, e perci a mostrarsi illuminati quanto il resto?

    Sagredo: Tutto bene: ma se vi sono tali montagne,   vero che il  Sole
    le ferir assai pi direttamente che non farebbe l'inclinazione di una
    superficie  pulita,  ma  anco vero che tra esse montagne resterebbero
    tutte le valli oscure,  mediante l'ombre grandissime che in quel tempo
    verrebber da i monti; dove che le parti di mezo, bench piene di valli
    e monti,  mediante l'avere il Sole elevato, rimarrebbero senz'ombre, e
    per pi lucide assai che le parti estreme,  sparse non men  di  ombre
    che di lume: e pur tuttavia non si vede tal differenza.

    Simplicio:  Una  simil  difficult  mi  si  andava  avvolgendo  per la
    fantasia.

    Salviati: Quanto  pi  pronto  il  signor  Simplicio  a  penetrar  le
    difficult che favoriscono le opinioni d'Aristotile, che le soluzioni!
    Ma  io  ho qualche sospetto che a bello studio e' voglia anco talvolta
    tacerle;  e nel presente particulare avendo da  per  s  potuto  veder
    l'obbiezione, che pure  assai ingegnosa, non posso credere che e' non
    abbia   ancora   avvertita  la  risposta,   ond'io  voglio  tentar  di
    cavargliela (come si dice) di bocca.  Per ditemi,  signor  Simplicio:
    credete voi che possa essere ombra dove feriscono i raggi del Sole?

    Simplicio:  Credo,  anzi  son sicuro,  che no,  perch essendo egli il
    massimo  luminare,  che  scaccia  con  i  suoi  raggi  le  tenebre,  
    impossibile  che  dove  egli  arriva resti tenebroso;  e poi aviamo la
    definizione che tenebr sunt privatio luminis.

    Salviati: Adunque il Sole,  rimirando la Terra o la Luna o altro corpo
    opaco,  non vede mai alcuna delle sue parti ombrose,  non avendo altri
    occhi da  vedere  che  i  suoi  raggi  apportatori  del  lume;  ed  in
    conseguenza  uno  che  fusse  nel  Sole,  non  vedrebbe  mai niente di
    adombrato,  imperocch  i  raggi  suoi  visivi  andrebbero  sempre  in
    compagnia de i solari illuminanti.

    Simplicio: Questo  verissimo, senza contradizione alcuna.

    Salviati: Ma quando la Luna  all'opposizion del Sole, qual differenza
      tra  il viaggio che fanno i raggi della vostra vista,  e quello che
    fanno i raggi del Sole?

    Simplicio: Ora ho inteso;  voi volete dire che caminando i raggi della
    vista  e  quelli  del  Sole  per  le medesime linee,  noi non possiamo
    scoprir alcuna delle valli ombrose della Luna.  Di grazia,  toglietevi
    gi  di  questa opinione,  ch'io sia simulatore o dissimulatore;  e vi
    giuro da gentiluomo che non avevo penetrata cotal risposta,  n  forse
    l'avrei ritrovata senza l'aiuto vostro o senza lungo pensarvi.

    Sagredo:   La   soluzione  che  fra  tutti  due  avete  addotta  circa
    quest'ultima difficult, ha veramente soddisfatto a me ancora;  ma nel
    medesimo tempo questa considerazione del camminare i raggi della vista
    con  quelli  del  Sole,  mi ha destato un altro scrupolo circa l'altra
    parte: ma non so se io lo sapr spiegare,  perch,  essendomi nato  di
    presente,  non  l'ho  per  ancora ordinato a modo mio;  ma vedremo fra
    tutti di ridurlo a chiarezza.  E' non  dubbio  alcuno  che  le  parti
    verso la circonferenza dell'emisferio pulito,  ma non brunito, che sia
    illuminato dal Sole, ricevendo i raggi obliquamente, ne ricevono assai
    meno che le parti di mezo,  le quali direttamente gli ricevono;  e pu
    essere che una striscia larga, verbigrazia, venti gradi, che sia verso
    l'estremit dell'emisferio, non riceva pi raggi che un'altra verso le
    parti di mezo,  larga non pi di quattro gradi;  onde quella veramente
    sar assai pi oscura  di  questa,  e  tale  apparir  a  chiunque  le
    rimirasse  amendue  in  faccia  o  vogliam  dire in maest.  Ma quando
    l'occhio del  riguardante  fusse  costituito  in  luogo  tale  che  la
    larghezza de i venti gradi della striscia oscura se gli rappresentasse
    non pi lunga d'una di quattro gradi posta sul mezo dell'emisferio, io
    non ho per impossibile che se gli potesse mostrare egualmente chiara e
    luminosa  come l'altra,  perch finalmente dentro a due angoli eguali,
    cio di quattro gradi l'uno,  vengono all'occhio le reflessioni di due
    eguali moltitudini di raggi,  di quelli, cio, che si reffettono dalla
    striscia di mezo,  larga gradi quattro,  e de i reflessi dall'altra di
    venti gradi, ma veduta in iscorcio sotto la quantit di gradi quattro:
    ed un sito tale otterr l'occhio, quando e' sia collocato tra 'l detto
    emisfero  e 'l corpo che l'illumina,  perch allora la vista e i raggi
    vanno per le medesime linee. Par dunque che non sia impossibile che la
    Luna possa esser di superficie assai bene eguale, e che non dimeno nel
    plenilunio si mostri non men luminosa nell'estremit che  nelle  parti
    di mezo.

    Salviati:  La  dubitazione   ingegnosa e degna d'esser considerata: e
    comech ella vi  nata pur ora improvisamente, io parimente risponder
    quello che improvisamente mi cade in mente, e forse potrebb'essere che
    col pensarvi pi mi sovvenisse  miglior  risposta.  Ma  prima  che  io
    produca  altro  in  mezo,   sar  bene  che  noi  ci  assicuriamo  con
    l'esperienza se la vostra opposizione risponde cos in fatto, come par
    che concluda in apparenza.  E per,  ripigliando  la  medesima  carta,
    inclinandone,  col  piegarla,  una  piccola  parte sopra il rimanente,
    proviamo se esponendola al lume,  s che sopra la minor parte caschino
    i  raggi del lume direttamente,  e sopra l'altra obliquamente,  questa
    che riceve  i  raggi  diretti  si  mostri  pi  chiara;  ed  ecco  gi
    l'esperienza manifesta, che l' notabilmente pi luminosa. Ora, quando
    la vostra opposizione sia concludente,  bisogner che,  abbassando noi
    l'occhio tanto che, rimirando l'altra maggior parte,  meno illuminata,
    in   iscorcio,   ella  ci  apparisca  non  pi  larga  dell'altra  pi
    illuminata,  e che in conseguenza non sia veduta sotto maggior  angolo
    che quella,  bisogner,  dico,  che il suo lume si accresca s, che ci
    sembri cos lucida come l'altra. Ecco che io la guardo,  e la veggo s
    obliquamente che la mi apparisce pi stretta dell'altra;  ma con tutto
    ci la sua oscurit  non  mi  si  rischiara  punto.  Guardate  ora  se
    l'istesso accade a voi.

    Sagredo:  Ho  visto,  n,  perch  io  abbassi  l'occhio,  veggo punto
    illuminarsi o rischiararsi davvantaggio la detta superficie;  anzi  mi
    par pi tosto che ella si imbrunisca.

    Salviati:    Siamo    dunque    sin    ora   sicuri   dell'inefficacia
    dell'opposizione. Quanto poi alla soluzione,  credo che,  per esser la
    superficie  di  questa carta poco meno che tersa,  pochi sieno i raggi
    che  si  reflettano  verso   gl'incidenti,   in   comparazione   della
    moltitudine che si reflette verso le parti opposte e che di quei pochi
    se ne perdano sempre pi quanto pi si accostano i raggi visivi a essi
    raggi  luminosi incidenti;  e perch non i raggi incidenti,  ma quelli
    che si reffettono all'occhio,  fanno apparir l'oggetto luminoso,  per
    nell'abbassar  l'occhio,  pi   quello che si perde che quello che si
    acquista, come anco voi stesso dite apparirvi nel vedere il foglio pi
    oscuro.

    Sagredo: Io dell'esperienza e della ragione mi appago.  Resta ora  che
    'l  signor  Simplicio  risponda  all'altro mio quesito,  dichiarandomi
    quali cose muovano i Peripatetici a voler questa rotondit ne i  corpi
    celesti tanto esatta.

    Simplicio:  L'essere  i  corpi  celesti ingenerabili,  incorruttibili,
    inalterabili,   impassibili,   immortali,   etc.,   fa  che  e'  sieno
    assolutamente  perfetti;  e l'essere assolutamente perfetti si tira in
    conseguenza che in loro sia ogni genere di perfezione,  e per che  la
    figura   ancora  sia  perfetta,   cio  sferica,   e  assolutamente  e
    perfettamente sferica, e non aspera ed irregolare.

    Salviati: E questa incorruttibilit da che la cavate voi?

    Simplicio: Dal mancar di contrari immediatamente,  e mediatamente  dal
    moto semplice circolare.

    Salviati:  Talch,  per  quanto  io raccolgo dal vostro discorso,  nel
    costituir l'essenza de i  corpi  celesti  incorruttibile  inalterabile
    etc., non v'entra come causa o requisito necessario, la rotondit; che
    quando  questa  cagionasse  l'inalterabilit,  noi potremo ad arbitrio
    nostro  far  incorruttibile  il  legno,  la  cera,  ed  altre  materie
    elementari, col ridurle in figura sferica.

    Simplicio:  E non  egli manifesto che una palla di legno meglio e pi
    lungo tempo si conserver che una guglia o altra forma angolare, fatta
    di altrettanto del medesimo legno?

    Salviati: Cotesto  verissimo,  ma non per  di  corruttibile  diverr
    ella  incorruttibile;  anzi  rester  pur corruttibile,  ma ben di pi
    lunga durata.  Per  da notarsi che il corruttibile  capace di pi e
    di meno tale, potendo noi dire: "Questo  men corruttibile di quello",
    come,  per esempio, il diaspro  men corruttibile della pietra serena;
    ma l'incorruttibile non riceve il pi e 'l meno, s che si possa dire:
    "Questo    pi  incorruttibile  di  quell'altro",   se  amendue  sono
    incorruttibili  ed  eterni.  La  diversit  dunque  di  figura non pu
    operare se non nelle materie che son capaci del pi o del meno durare;
    ma nelle eterne, che non posson essere se non egualmente eterne, cessa
    l'operazione della figura. E per tanto, gi che la materia celeste non
    per la figura  incorruttibile,  ma per altro,  non occorre esser cos
    ansioso di questa perfetta sfericit,  perch,  quando la materia sar
    incorruttibile, abbia pur che figura si voglia, ella sar sempre tale.

    Sagredo: Ma io vo considerando  qualche  cosa  di  pi,  e  dico  che,
    conceduto   che   la   figura  sferica  avesse  facult  di  conferire
    l'incorruttibilit, tutti i corpi,  di qualsivoglia figura,  sarebbero
    eterni   e   incorruttibili.   Imperocch  essendo  il  corpo  rotondo
    incorruttibile,  la corruttibilit verrebbe  a  consistere  in  quelle
    parti  che  alterano la perfetta rotondit: come,  per esempio,  in un
    dado vi    dentro  una  palla  perfettamente  rotonda,  e  come  tale
    incorruttibile;  resta dunque che corruttibili sieno quelli angoli che
    ricuoprono ed ascondono  la  rotondit;  al  pi  dunque  che  potesse
    accadere,  sarebbe  che  tali  angoli e (per cos dire) escrescenze si
    corrompessero. Ma se pi internamente andremo considerando,  in quelle
    parti  ancora  verso gli angoli vi son dentro altre minori palle della
    medesima  materia,   e  per   esse   ancora,   per   esser   rotonde,
    incorruttibili;  e  cos ne' residui che circondano queste otto minori
    sferette,  vi  se  ne  possono  intendere  altre;  talch  finalmente,
    risolvendo tutto il dado in palle innumerabili,  bisogner confessarlo
    incorruttibile.  E questo medesimo discorso ed una simile  resoluzione
    si pu far di tutte le altre figure.

    Salviati: Il progresso cammina benissimo: s che quando,  verbigrazia,
    un cristallo sferico avesse dalla figura l'esser incorruttibile,  cio
    la facult di resistere a tutte le alterazioni interne ed esterne, non
    si vede che l'aggiugnerli altro cristallo e ridurlo,  verbigrazia,  in
    cubo l'avesse ad alterar dentro, n anco di fuori, s che ne divenisse
    meno atto a resistere al nuovo ambiente,  fatto dell'istessa  materia,
    che  non era all'altro di materia diversa,  e massime se  vero che la
    corruzione si faccia da i contrari,  come dice Aristotile;  e di  qual
    cosa  si  pu circondare quella palla di cristallo,  che gli sia manco
    contraria del cristallo medesimo?  Ma noi non ci accorgiamo del fuggir
    dell'ore,  e  tardi  verremo a capo de' nostri ragionamenti,  se sopra
    ogni particulare si hanno da fare s lunghi  discorsi;  oltre  che  la
    memoria  si  confonde  talmente  nella  multiplicit  delle cose,  che
    difficilmente posso ricordarmi delle  proposizioni  che  ordinatamente
    aveva proposte il signor Simplicio da considerarsi.

    Simplicio:  Io  me  ne  ricordo benissimo;  e circa questo particulare
    della montuosit della Luna,  resta ancora in piede la  causa  che  io
    addussi di tale apparenza, potendosi benissimo salvare con dir ch'ella
    sia   un'illusione   procedente   dall'esser   le   parti  della  Luna
    inegualmente opache e perspicue.

    Sagredo: Poco fa,  quando il signor Simplicio attribuiva le  apparenti
    inegualit  della  Luna,  conforme  all'opinione di certo Peripatetico
    amico suo,  alle parti di essa Luna diversamente opache  e  perspicue,
    conforme a che simili illusioni si veggono in cristalli e gemme di pi
    sorti,  mi  sovvenne una materia molto pi accomodata per rappresentar
    cotali effetti, e tale che credo certo che quel filosofo la pagherebbe
    qualsivoglia prezo; e queste sono le madreperle,  le quali si lavorano
    in  varie figure,  e bench ridotte ad una estrema liscezza,  sembrano
    all'occhio tanto variamente in diverse parti cave e colme,  che appena
    al tatto stesso si pu dar fede della loro egualit.

    Salviati:  Bellissimo    veramente questo pensiero;  e quel che non 
    stato fatto sin ora,  potrebbe esser fatto un'altra volta,  e se  sono
    state  prodotte  altre  gemme  e  cristalli,  che non han che fare con
    l'illusioni  delle  madreperle,  saran  ben  prodotte  queste  ancora.
    Intanto, per non tagliar l'occasione ad alcuno, tacer la risposta che
    ci  andrebbe,  e  solo  procurer per ora di sodisfare alle obbiezioni
    portate dal signor Simplicio.  Dico per tanto che questa vostra   una
    ragion  troppo  generale,  e  come  voi  non  l'applicate  a  tutte le
    apparenze ad una ad una che si veggono nella Luna,  e per le quali  io
    ed altri si son mossi a tenerla montuosa,  non credo che voi siate per
    trovare chi si soddisfaccia di tal dottrina;  n credo che voi  stesso
    n l'autor medesimo trovi in essa maggior quiete,  che in qualsivoglia
    altra cosa remota dal proposito.  Delle molte e molte apparenze  varie
    che  si scorgono di sera in sera in un corso lunare,  voi pur una sola
    non ne potrete imitare col fabbricare una palla a vostro  arbitrio  di
    parti  pi  e  meno opache e perspicue e che sia di superficie pulita;
    dov'e  che,  all'incontro,   di  qualsivoglia  materia  solida  e  non
    trasparente  si  fabbricheranno  palle  le quali,  solo con eminenze e
    cavit e col  ricevere  variamente  l'illuminazione,  rappresenteranno
    l'istesse  viste  e mutazioni a capello,  che d'ora in ora si scorgono
    nella Luna.  In esse vedrete i dorsi dell'eminenze esposte al lume del
    Sole   chiari  assai,   e  doppo  di  loro  le  proiezioni  dell'ombre
    oscurissime;  vedrete le maggiori e minori,  secondo che esse eminenze
    si  troveranno  pi o meno distanti dal confine che distingue la parte
    della Luna illuminata dalla tenebrosa;  vedrete  l'istesso  termine  e
    confine,  non  egualmente  disteso,  qual  sarebbe  se  la palla fusse
    pulita,  ma anfrattuoso e merlato;  vedrete,  oltre al detto  termine,
    nella  parte tenebrosa,  molte sommit illuminate e staccate dal resto
    gi luminoso,  vedrete l'ombre sopradette,  secondoch l'illuminazione
    si va alzando, andarsi elleno diminuendo, sinch del tutto svaniscono,
    n  pi  vedersene  alcuna  quando  tutto  l'emisferio sia illuminato;
    all'incontro poi,  nel passare il lume verso l'altro emisfero  lunare,
    riconoscerete  l'istesse  eminenze  osservate  prima,   e  vedrete  le
    proiezioni dell'ombre loro farsi  al  contrario  ed  andar  crescendo:
    delle  quali  cose  torno  a  replicarvi  che  voi pur una non potrete
    rappresentarmi col vostro opaco e perspicuo.

    Sagredo: Anzi pur se ne  imiter  una,  cio  quella  del  plenilunio,
    quando,  per esser il tutto illuminato,  non si scorge pi n ombre n
    altro che dalle eminenze e cavit  riceva  alcuna  variazione.  Ma  di
    grazia,  signor Salviati, non perdete pi tempo in questo particolare,
    perch uno che avesse avuto pazienza di far l'osservazioni  di  una  o
    due lunazioni e non restasse capace di questa sensatissima verit,  si
    potrebbe ben sentenziare per  privo  del  tutto  di  giudizio;  e  con
    simili, a che consumar tempo e parole indarno?

    Simplicio: Io veramente non ho fatte tali osservazioni,  perch non ho
    avuta questa curiosit,  n meno strumento atto  a  poterle  fare;  ma
    voglio  per  ogni  modo  farle:  e  intanto  possiamo  lasciar  questa
    questione in pendente e passare a quel punto che segue,  producendo  i
    motivi  per  i quali voi stimate che la Terra possa reflettere il lume
    del Sole non men gagliardamente che la Luna,  perch  a  me  par  ella
    tanto oscura ed opaca, che un tale effetto mi si rappresenta del tutto
    impossibile.

    Salviati:  La  causa  per  la  quale  voi  reputate  la  Terra  inetta
    all'illuminazione non  altramente cotesta,  signor Simplicio.  E  non
    sarebbe  bella cosa che io penetrassi i vostri discorsi meglio che voi
    medesimo?

    Simplicio: Se io mi discorra bene o male, potrebb'esser che voi meglio
    di me lo conosceste;  ma,  o bene o mal ch'io  mi  discorra,  che  voi
    possiate meglio di me penetrar il mio discorso,  questo non creder io
    mai.

    Salviati: Anzi vel far io creder pur ora.  Ditemi un poco: quando  la
    Luna  presso che piena,  s che ella si pu veder di giorno ed anco a
    meza notte, quando vi par ella pi splendente, il giorno o la notte?
    Simplicio: La notte,  senza comparazione,  e parmi che la  Luna  imiti
    quella  colonna  di  nugole  e di fuoco che fu scorta a i figliuoli di
    Isdraele,  che alla presenza del Sole si mostrava come una  nugoletta,
    ma la notte poi era splendidissima.  Cos ho io osservato alcune volte
    di giorno tra certe nugolette la Luna non altramente che una  di  esse
    biancheggiante; ma la notte poi si mostra splendentissima.

    Salviati: Talch quando voi non vi foste mai abbattuto a veder la Luna
    se non di giorno,  voi non l'avreste giudicata pi splendida di una di
    quelle nugolette.

    Simplicio: Cos credo fermamente.

    Salviati: Ditemi ora: credete  voi  che  la  Luna  sia  realmente  pi
    lucente  la notte che 'l giorno,  o pur che per qualche accidente ella
    si mostri tale?

    Simplicio: Credo che realmente ella risplenda in se  stessa  tanto  di
    giorno quanto di notte, ma che 'l suo lume si mostri maggiore di notte
    perch  noi la vediamo nel campo oscuro del cielo;  ed il giorno,  per
    esser tutto l'ambiente assai chiaro,  s che ella di poco lo avanza di
    luce, ci si rappresenta assai men lucida.

    Salviati: Or ditemi; avete voi veduto mai in su la meza notte il globo
    terrestre illuminato dal Sole?

    Simplicio: Questa mi pare una domanda da non farsi se non per burla, o
    vero a qualche persona conosciuta per insensata affatto.

    Salviati: No,  no,  io v'ho per uomo sensatissimo, e fo la domanda sul
    saldo: e per rispondete pure,  e poi se  vi  parr  che  io  parli  a
    sproposito, mi contento d'esser io l'insensato; ch bene  pi sciocco
    quello   che   interroga   scioccamente,   che  quello  a  chi  si  fa
    interrogazione.

    Simplicio: Se dunque voi non mi avete per semplice affatto, fate conto
    ch'io v'abbia risposto,  e detto che  impossibile che uno che sia  in
    Terra,  come siamo noi, vegga di notte quella parte della Terra dove 
    giorno, cio che  percossa dal Sole.

    Salviati: Adunque non vi  toccato mai a veder la Terra illuminata  se
    non  di  giorno;  ma  la  Luna la vedete anco nella pi profonda notte
    risplendere in cielo: e questa, signor Simplicio,   la cagione che vi
    fa credere che la Terra non risplenda come la Luna, che se voi poteste
    veder  la Terra illuminata mentrech voi fuste in luogo tenebroso come
    la nostra notte,  la vedreste splendida pi che la Luna.  Ora,  se voi
    volete  che  la  comparazione proceda bene,  bisogna far parallelo del
    lume della Terra con quel della Luna veduta di giorno,  e non  con  la
    Luna notturna,  poich non ci tocca a veder la Terra illuminata se non
    di giorno. Non sta cos?

    Simplicio: Cos  dovere.

    Salviati: E perch voi medesimo avete gi confessato d'aver veduta  la
    Luna  di  giorno  tra  nugolette biancheggianti e similissima,  quanto
    all'aspetto,  ad una di esse,  gi primamente venite a confessare  che
    quelle nugolette,  che pur son materie elementari,  son atte a ricever
    l'illuminazione quanto la Luna,  ed ancor pi,  se voi vi ridurrete in
    fantasia   d'aver   vedute  talvolta  alcune  nugole  grandissime,   e
    candidissime come la neve;  e non si pu dubitare che se una  tale  si
    potesse  conservar  cos  luminosa  nella  pi  profonda  notte,  ella
    illuminerebbe i luoghi circonvicini pi che cento Lune.  Quando dunque
    noi fussimo sicuri che la Terra si illuminasse dal Sole al pari di una
    di  quelle  nugolette,  non  resterebbe dubbio che ella fusse non meno
    risplendente della Luna.  Ma di questo cessa ogni dubbio,  mentre  noi
    veggiamo  le medesime nugole,  nell'assenza del Sole,  restar la notte
    cos oscure come la Terra; e,  quel che  pi,  non  alcuno di noi al
    quale  non  sia accaduto di veder pi volte alcune tali nugole basse e
    lontane,  e stare in dubbio se le fussero  nugole  o  montagne:  segno
    evidente, le montagne non esser men luminose di quelle nugole.

    Sagredo: Ma che pi altri discorsi? Eccovi l su la Luna, che  pi di
    meza; eccovi l quel muro alto, dove batte il Sole; ritiratevi in qua,
    s che la Luna si vegga accanto al muro;  guardate ora: che vi par pi
    chiaro?  non vedete voi che se vantaggio vi ,  l'ha il muro?  Il Sole
    percuote in quella parete; di l si reverbera nelle pareti della sala;
    da  quelle si reflette in quella camera,  s che in essa arriva con la
    terza riflessione: e ad ogni modo son sicuro che vi  pi lume, che se
    direttamente vi arrivasse il lume della Luna.

    Simplicio: Oh questo non credo io,  perch quel della Luna,  e massime
    quando ell' piena,  un grande illuminare.

    Sagredo:  Par  grande per l'oscurit de i luoghi circonvicini ombrosi,
    ma assolutamente non  molto,  ed  minore che quel del crepuscolo  di
    mez'ora  doppo il tramontar del Sole;  il che  manifesto,  perch non
    prima che allora vedrete cominciare a distinguersi in Terra  le  ombre
    de  i corpi illuminati dalla Luna.  Se poi quella terza reflessione in
    quella camera illumini pi che la prima della Luna, si potr conoscere
    andando l,  col legger quivi un libro,  e provar poi stasera al  lume
    della  Luna  se si legge pi agevolmente o meno,  che credo senz'altro
    che si legger meno.

    Salviati: Ora,  signor Simplicio (se per voi  sete  stato  appagato),
    potete  comprender  come  voi  medesimo  sapevi veramente che la Terra
    risplendeva non meno che la Luna, e che il ricordarvi solamente alcune
    cose sapute da per voi,  e non insegnate da me,  ve n'ha  reso  certo:
    perch  io  non vi ho insegnato che la Luna si mostra pi risplendente
    la notte che 'l giorno, ma gi lo sapevi da per voi,  come anco sapevi
    che  tanto  si  mostra  chiara  una  nugoletta quanto la Luna;  sapevi
    parimente che l'illuminazion della Terra non si vede di notte,  ed  in
    somma  sapevi il tutto,  senza saper di saperlo.  Di qui non dover di
    ragione esservi difficile il conceder che la reflessione  della  Terra
    possa  illuminar la parte tenebrosa della Luna,  con luce non minor di
    quella con la quale la Luna illustra  le  tenebre  della  notte,  anzi
    tanto pi, quanto che la Terra  quaranta volte maggior della Luna.

    Simplicio: Veramente io credeva che quel lume secondario fosse proprio
    della Luna.

    Salviati:  E  questo  ancora  sapete da per voi,  e non v'accorgete di
    saperlo.  Ditemi: non avete voi per voi stesso saputo che la  Luna  si
    mostra   pi   luminosa  assai  la  notte  che  il  giorno,   rispetto
    all'oscurit del campo ambiente?  ed in conseguenza non venite  voi  a
    sapere  in  genere,  che ogni corpo lucido si mostra pi chiaro quanto
    l'ambiente  pi oscuro?

    Simplicio: Questo so io benissimo.

    Salviati: Quando la Luna  falcata e vi mostra assai chiaro quel  lume
    secondario,  non   ella sempre vicina al Sole,  ed in conseguenza nel
    lume del crepusculo?

    Simplicio: Evvi; e molte volte ho desiderato che l'aria si facesse pi
    fosca per poter veder quel tal lume  pi  chiaro,  ma  l'  tramontata
    avanti notte oscura.

    Salviati:  Voi  dunque  sapete benissimo che nella profonda notte quel
    lume apparirebbe pi?

    Simplicio: Signor s,  ed ancor pi se si potesse tor via il gran lume
    delle  corna  tocche  dal  Sole,  la  presenza del quale offusca assai
    l'altro minore.

    Salviati: Oh  non  accad'egli  talvolta  di  poter  vedere  dentro  ad
    oscurissima  notte  tutto  il  disco  della  Luna,  senza punto essere
    illuminato dal Sole?

    Simplicio: Io non so che questo avvenga mai,  se non  ne  gli  eclissi
    totali della Luna.

    Salviati: Adunque allora dovrebbe questa sua luce mostrarsi vivissima,
    essendo  in un campo oscurissimo e non offuscata dalla chiarezza delle
    corna luminose: ma voi in quello stato come l'avete veduta lucida?

    Simplicio: Holla veduta  talvolta  del  color  del  rame  ed  un  poco
    albicante;  ma altre volte  rimasta tanto oscura,  che l'ho del tutto
    persa di vista.

    Salviati: Come dunque pu esser sua propria quella luce,  che voi cos
    chiara  vedete  nell'albor  del crepuscolo,  non ostante l'impedimento
    dello splendor grande e contiguo delle corna,  e  che  poi  nella  pi
    oscura notte, rimossa ogni altra luce, non apparisce punto?

    Simplicio:  Intendo  esserci  stato  chi ha creduto cotal lume venirle
    participato dall'altre  stelle,  ed  in  particolare  da  Venere,  sua
    vicina.

    Salviati: E cotesta parimente  una vanit, perch nel tempo della sua
    totale oscurazione dovrebbe pur mostrarsi pi lucida che mai,  ch non
    si pu dire che l'ombra della Terra gli asconda la vista di Venere  n
    dell'altre stelle; ma ben ne riman ella del tutto priva allora, perch
    l'emisferio  terrestre  che  in  quel tempo riguarda verso la Luna,  
    quello dove  notte, cio un'intera privazion del lume del Sole.  E se
    voi  diligentemente andrete osservando,  vedrete sensatamente che,  s
    come la Luna,  quando  sottilmente falcata,  pochissimo  illumina  la
    Terra,  e  secondoch  in  lei  vien crescendo la parte illuminata dal
    Sole,  cresce parimente lo splendore  a  noi,  che  da  quella  vienci
    reflesso;  cos la Luna, mentre  sottilmente falcata e che, per esser
    tra 'l Sole e  la  Terra,  scuopre  grandissima  parte  dell'emisferio
    terreno illuminato,  si mostra assai chiara e discostandosi dal Sole e
    venendo verso la quadratura,  si vede tal  lume  andar  languendo,  ed
    oltre  la  quadratura si vede assai debile,  perch sempre va perdendo
    della vista della parte luminosa della Terra: e pur dovrebbe  accadere
    il  contrario  quando  tal lume fusse suo o comunicatole dalle stelle,
    perch allora la possiamo vedere nella profonda notte e  nell'ambiente
    molto tenebroso.

    Simplicio: Fermate,  di grazia,  che pur ora mi sovviene aver letto in
    un libretto moderno di conclusioni, pieno di molte novit, "che questo
    lume secondario non  cagionato dalle stelle n  proprio della Luna e
    men di tutti comunicatogli dalla Terra,  ma che deriva dalla  medesima
    illuminazion  del  Sole,  la  quale,  per  esser la sustanza del globo
    lunare alquanto trasparente,  penetra per tutto il suo corpo,  ma  pi
    vivamente  illumina  la superficie dell'emisfero esposto a i raggi del
    Sole, e la profondit, imbevendo e, per cos dire, inzuppandosi di tal
    luce a guisa di una nugola o di un cristallo,  la trasmette e si rende
    visibilmente  lucida.  E  questo  (se  ben  mi ricorda) prova egli con
    l'autorit,  con l'esperienza e con la  ragione,  adducendo  Cleomede,
    Vitellione,  Macrobio  e  qualch'altro autor moderno,  e soggiugnendo,
    vedersi per esperienza ch'ella si mostra  molto  lucida  ne  i  giorni
    prossimi  alla  congiunzione,  cio  quando  falcata,  e massimamente
    risplende intorno al suo limbo;  e di pi  scrive  che  negli  eclissi
    solari,  quando ella  sotto il disco del Sole,  si vede tralucere,  e
    massime intorno all'estremo cerchio.  Quanto poi alle  ragioni,  parmi
    ch'e' dica che non potendo ci derivare n dalla Terra n dalle stelle
    n da se stessa, resta necessariamente ch'e' venga dal Sole; oltrech,
    fatta questa supposizione,  benissimo si rendono accomodate ragioni di
    tutti i particulari che accascano.  Imperocch del mostrarsi tal  luce
    secondaria  pi  vivace  intorno  all'estremo  limbo,  ne  cagione la
    brevit  dello  spazio  da  esser  penetrato  da  i  raggi  del  Sole,
    essendoch delle linee che traversano un cerchio,  la massima  quella
    che passa per il centro,  e delle altre le pi lontane da  questa  son
    sempre  minori  delle  pi  vicine.  Dal  medesimo principio dice egli
    derivare che tal lume poco diminuisce. E finalmente, per questa via si
    assegna la causa onde avvenga che  quel  cerchio  pi  lucido  intorno
    all'estremo margine della Luna si scorga nell'eclisse solare in quella
    parte che sta sotto il disco del Sole, ma non in quella che  fuor del
    disco;  provenendo ci, perch i raggi del Sole trapassano a dirittura
    al nostro occhio per le parti della Luna sottoposte,  ma per le  parti
    che son fuori, cascano fuori dell'occhio".

    Salviati:  Se  questo  filosofo  fusse  stato  il primo autore di tale
    opinione,   io  non  mi  maraviglierei  che  e'  vi   fusse   talmente
    affezionato,  che  e'  l'avesse  ricevuta per vera;  ma ricevendola da
    altri,  non saprei addur ragione bastante per iscusarlo dal  non  aver
    comprese le sue fallacie,  e massime doppo l'aver egli sentita la vera
    causa di tale effetto, ed aver potuto con mille esperienze e manifesti
    riscontri assicurarsi,  ci dal reflesso della Terra,  e non da altro,
    procedere;  e  quanto  questa  cognizione  fa  desiderar  qualche cosa
    nell'accorgimento di questo autore e di tutti gli  altri  che  non  le
    prestano  l'assenso,  tanto  il  non  l'avere  intesa e non esser loro
    sovvenuta mi rende scusabili quei pi antichi,  i quali son ben sicuro
    che   se   adesso   l'intendessero,   senza   una   minima  repugnanza
    l'ammetterebbero.  E se io vi devo schiettamente dire il mio concetto,
    non posso creder che quest'autor moderno internamente non la creda, ma
    dubito  che  il non potersen'egli fare il primo autore,  lo stimoli un
    poco a tentare  di  supprimerla  o  smaccarla  almanco  appresso  a  i
    semplici,  il  numero  de i quali sappiamo esser grandissimo;  e molti
    sono che godono assai  pi  dell'applauso  numeroso  del  popolo,  che
    dell'assenso de i pochi non vulgari.

    Sagredo:  Fermate un poco,  signor Salviati,  ch mi par di vedere che
    voi non andiate drittamente al vero punto nel vostro  parlare;  perch
    questi,  che  tendono  le pareti al comune,  si sanno anco fare autori
    dell'invenzioni di altri,  purch non  sieno  tanto  antiche  e  fatte
    pubbliche per le cattedre e per le piazze, che sieno pi che notorie a
    tutti.

    Salviati: Oh io son pi cattivo di voi. Che dite voi di pubbliche o di
    notorie?  non  egli l'istesso l'esser l'opinioni e l'invenzioni nuove
    a gli uomini,  che  l'esser  gli  uomini  nuovi  a  loro?  se  voi  vi
    contentaste della stima de' principianti nelle scienze,  che vengon su
    di tempo in tempo, potreste farvi anco inventore sin dell'alfabeto,  e
    cos rendervi ad essi ammirando;  e se ben poi col progresso del tempo
    si scoprisse la vostra sagacit,  ci poco pregiudica al vostro  fine,
    perch  altri  sottentrano  a  mantenere  il  numero de i fautori.  Ma
    torniamo a mostrare al signor Simplicio la inefficacia de  i  discorsi
    del  suo  moderno  autore,  ne  i  quali  ci  sono  falsit e cose non
    concludenti  ed  inopinabili.  E  prima,     falso  che  questa  luce
    secondaria  sia pi chiara intorno all'estremo margine che nelle parti
    di mezo,  s che si formi quasi un anello o cerchio  pi  risplendente
    del  resto  del  campo.  Ben    vero  che guardando la Luna posta nel
    crepuscolo,  si mostra,  nel primo apparire,  un tal cerchio,  ma  con
    inganno  che nasce dalla diversit de i confini con i quali termina il
    disco lunare, sparso di questa luce secondaria: imperocch dalla parte
    verso  il  Sole  confina  con  le  corna  lucidissime  della  Luna,  e
    dall'altra  ha  per termine confinante il campo oscuro del crepuscolo,
    la relazion del quale ci fa  parere  pi  chiaro  l'albore  del  disco
    lunare,  il  quale  nella parte opposta viene offuscato dallo splendor
    maggiore delle corna.  Che se l'autor moderno avesse provato  a  farsi
    ostacolo tra l'occhio e lo splendor primario col tetto di qualche casa
    o  con  altro  tramezzo,  s che visibile restasse solamente la piazza
    della Luna  fuori  delle  corna,  l'avrebbe  veduta  tutta  egualmente
    luminosa.

    Simplicio:  Mi  par pur ricordare che egli scriva d'essersi servito di
    un simile artifizio per nascondersi la falce lucida.

    Salviati: Oh come questo ,  la  sua,  che  io  stimava  inavvertenza,
    diventa bugia;  la quale pizzica anco di temerit,  poich ciascheduno
    ne pu far frequentemente la riprova. Che poi nell'eclisse del Sole si
    vegga il disco della Luna in altro modo  che  per  privazione,  io  ne
    dubito  assai,  e  massime  quando  l'eclisse  non  sia  totale,  come
    necessariamente bisogna che siano state le osservate  dall'autore;  ma
    quando  anco e' si scorgesse come lucido,  questo non contraria,  anzi
    favorisce l'opinion nostra,  avvengach allora  si  oppone  alla  Luna
    tutto  l'emisferio terrestre illuminato dal Sole,  ch se bene l'ombra
    della Luna ne oscura una parte, questa  pochissima in comparazione di
    quella che rimane illuminata.  Quello che  aggiugne  di  pi,  che  in
    questo  caso la parte del margine che soggiace al Sole si mostri assai
    lucida, ma non cos quella che resta fuori, e ci derivare dal venirci
    direttamente per quella parte i raggi solari all'occhio,  ma  non  per
    questa,   bene una di quelle favole che manifestano le altre finzioni
    di colui che le racconta,  perch,  se  per  farci  visibile  di  luce
    secondaria  il  disco  lunare  bisogna  che  i  raggi del Sole vengano
    direttamente al nostro occhio,  non vede il poverino che noi  mai  non
    vedremmo  tal  luce  secondaria  se  non  nell'eclisse del Sole?  E se
    l'esser una parte della Luna remota dal disco solare  solamente  manco
    assai di mezo grado pu deviare i raggi del Sole,  s che non arrivino
    al nostro occhio,  che sar quando ella se ne trovi  lontana  venti  e
    trenta quale ella ne  nella sua prima apparizione?  e come verranno i
    raggi del Sole,  che hanno a trapassar per  il  corpo  della  Luna,  a
    trovar l'occhio nostro?  Quest'uomo si va di mano in mano figurando le
    cose quali bisognerebbe ch'elle fussero per servire al suo  proposito,
    e  non va accomodando i suoi propositi di mano in mano alle cose quali
    elle sono.  Ecco: per far che lo splendor del Sole possa  penetrar  la
    sustanza della Luna,  ei la fa in parte diafana, quale , verbigrazia,
    la trasparenza di una nugola o di un cristallo;  ma non so poi  quello
    ch'ei si giudicasse,  circa una tal trasparenza, quando i raggi solari
    avessero a penetrare una profondit di  nugola  di  pi  di  dua  mila
    miglia.  Ma  ammettasi  che  egli arditamente rispondesse,  ci potere
    esser benissimo ne i corpi celesti, che sono altre faccende che questi
    nostri elementari,  impuri e fecciosi,  e convinchiamo l'error suo con
    mezi che non ammettono risposta, o per dir meglio, sutterfugii. Quando
    ei  voglia  mantenere che la sustanza della Luna sia diafana,  bisogna
    ch'ei dica che ella  tale  mentrech  i  raggi  del  Sole  abbiano  a
    penetrar  tutta  la sua profondit,  cio ne abbiano a penetrar pi di
    dua mila miglia, ma che opponendosigliene solo un miglio ed anco meno,
    non la penetreranno pi che e' si penetrino una delle nostre montagne.

    Sagredo: Voi mi fate sovvenire di uno che mi voleva vendere un segreto
    di poter parlare, per via di certa simpatia di aghi calamitati,  a uno
    che  fusse  stato  lontano due o tre mila miglia;  e dicendogli io che
    volentieri l'avrei comprato, ma che volevo vederne l'esperienza, e che
    mi bastava farla stando  io  in  una  delle  mie  camere  ed  egli  in
    un'altra,  mi  rispose  che in s piccola distanza non si poteva veder
    ben l'operazione: onde io lo licenziai,  con dire che non  mi  sentivo
    per  allora  di  andare  nel  Cairo  o  in  Moscovia  per  veder  tale
    esperienza;  ma se pure voleva andare esso,  che io arei fatto l'altra
    parte,  restando  in  Venezia.  Ma  sentiamo  come  va  la conseguenza
    dell'autore,  e come bisogni ch'egli ammetta,  la materia  della  Luna
    esser  permeabilissima  da i raggi solari nella profondit di dua mila
    miglia, ma opacissima pi di una montagna delle nostre nella grossezza
    di un miglio solo.

    Salviati:  L'istesse  montagne  appunto  della  Luna   ce   ne   fanno
    testimonianza,  le  quali,  ferite  da  una  parte  dal Sole,  gettano
    dall'opposta  ombre  negrissime,   terminate  e  taglienti  pi  assai
    dell'ombre  delle  nostre;  che  quando elle fussero diafane,  mai non
    avremmo potuto conoscere asprezza veruna nella superficie della  Luna,
    n veder quelle cuspidi luminose staccate dal termine che distingue la
    parte  illuminata  dalla  tenebrosa;  anzi n meno vedremmo noi questo
    medesimo termine cos distinto,  se fusse vero che 'l  lume  del  Sole
    penetrasse  la  profondit  della  Luna;  anzi,  per il detto medesimo
    dell'autore,  bisognerebbe vedere il passaggio e confine tra la  parte
    vista e la non vista dal Sole assai confuso e misto di luce e tenebre,
    ch  bene  necessario che quella materia che d il transito a i raggi
    solari nella profondit di dua mila miglia,  sia tanto trasparente che
    pochissimo  gli  contrasti  nella  centesima  o  minor  parte  di  tal
    grossezza: tuttavia il termine che separa la  parte  illuminata  dalla
    oscura    tagliente  e  cos distinto quanto  distinto il bianco dal
    nero,  e massime dove il  taglio  passa  sopra  la  parte  della  Luna
    naturalmente pi chiara e pi aspra;  ma dove sega le macchie antiche,
    le quali sono pianure,  per andare elle sfericamente inclinandosi,  s
    che  ricevono  i  raggi del Sole obliquissimi,  quivi il termine non 
    cos  tagliente,  mediante  la  illuminazione  pi  languida.   Quello
    finalmente  ch'ei  dice  del  non  si  diminuire ed abbacinare la luce
    secondaria  secondo  che  la  Luna  va   crescendo,   ma   conservarsi
    continuamente della medesima efficacia,   falsissimo;  anzi,  poco si
    vede nella quadratura, quando,  per l'opposito,  ella dovrebbe vedersi
    pi  viva,  potendosi  vedere  fuor  del  crepuscolo,  nella notte pi
    profonda.  Concludiamo per tanto,  esser  la  reflession  della  Terra
    potentissima nella Luna;  e, quello di che dovrete far maggiore stima,
    cavatene un'altra congruenza bellissima: cio,  che se   vero  che  i
    pianeti operino sopra la Terra col moto e col lume, forse la Terra non
    meno  sar potente a operar reciprocamente in loro col medesimo lume e
    per avventura col moto ancora; e quando anco ella non si movesse,  pur
    gli pu restare la medesima operazione,  perch gi, come si  veduto,
    l'azione del lume   la  medesima  appunto  cio  del  lume  del  Sole
    reflesso,  e 'l moto non fa altro che la variazione de gli aspetti, la
    quale segue nel modo medesimo facendo muover la Terra e star fermo  il
    Sole, che se si faccia per l'opposito.

    Simplicio:  Non  si  trover  alcuno de i filosofi che abbia detto che
    questi corpi inferiori operino ne i celesti, ed Aristotile dice chiaro
    il contrario.

    Salviati: Aristotile e gli altri che non han saputo che la Terra e  la
    Luna  si illuminino scambievolmente,  son degni di scusa;  ma sarebber
    ben degni di riprensione se,  mentre vogliono  che  noi  concediamo  e
    crediamo a loro che la Luna operi in Terra col lume, e' volessin poi a
    noi,  che  gli aviamo insegnato che la Terra illumina la Luna,  negare
    l'azione della Terra nella Luna.

    Simplicio: In somma io sento in me un'estrema  repugnanza  nel  potere
    ammettere  questa  societ che voi vorreste persuadermi tra la Terra e
    la Luna,  ponendola,  come si dice,  in ischiera con le  stelle;  ch,
    quando altro non ci fusse, la gran separazione e lontananza tra essa e
    i  corpi  celesti  mi par che necessariamente concluda una grandissima
    dissimilitudine tra di loro.

    Salviati: Vedete,  signor Simplicio,  quanto pu un inveterato affetto
    ed  una radicata opinione;  poich  tanto gagliarda,  che vi fa parer
    favorevoli quelle cose medesime che voi  stesso  producete  contro  di
    voi.  Che  se  la  separazione  e lontananza sono accidenti validi per
    persuadervi una gran diversit di nature,  convien che per  l'opposito
    la  vicinanza  e  contiguit  importino  similitudine: ma quanto  pi
    vicina la Luna alla Terra che a qualsivoglia altro de i globi celesti?
    Confessate dunque, per la vostra medesima concessione (ed averete anco
    altri filosofi per compagni),  grandissima affinit esser tra la Terra
    e  la  Luna.  Or  seguitiamo avanti,  e proponete se altro ci resta da
    considerare circa le difficult che voi moveste contro  le  congruenze
    tra questi due corpi.

    Simplicio:  Ci resterebbe non so che in proposito della solidit della
    Luna,  la quale io argumentava dall'esser  ella  sommamente  pulita  e
    liscia,  e voi dall'esser montuosa. Un'altra difficult mi nasceva per
    il credere io che la reflession del mare dovesse esser, per l'egualit
    della sua superficie pi gagliarda che  quella  della  Terra,  la  cui
    superficie  tanto scabrosa ed opaca.

    Salviati: Quanto al primo dubbio,  dico che, s come nelle parti della
    Terra, che tutte per la lor gravit conspirano ad approssimarsi quanto
    pi possono al centro,  alcune tuttavia ne rimangono  pi  remote  che
    l'altre,  cio  le  montagne  pi  delle pianure,  e questo per la lor
    solidit e durezza (ch se fusser di materia fluida si spianerebbero),
    cos il veder noi alcune parti della Luna  restare  elevate  sopra  la
    sfericit  delle  parti  pi basse arguisce la loro durezza,  perch 
    credibile che la materia della Luna si figuri in forma sferica per  la
    concorde conspirazione di tutte le sue parti al medesimo centro. Circa
    l'altro  dubbio,  parmi che per le cose che aviamo considerate accader
    negli specchi,  possiamo intender benissimo che la reflession del lume
    che  vien  dal mare sia inferiore assai a quella che vien dalla terra,
    intendendo per  della  reflessione  universale;  perch  quanto  alla
    particolare  che  la  superficie  dell'acqua  quieta manda in un luogo
    determinato, non ha dubbio che chi si constituir in tal luogo,  vedr
    nell'acqua  un reflesso potentissimo,  ma da tutti gli altri luoghi si
    vedr la superficie dell'acqua pi oscura di quella della terra. E per
    mostrarlo al senso,  andiamo qua in sala e versiamo un poco  di  acqua
    sul  pavimento:  ditemi ora,  non si mostr'egli questo mattone bagnato
    pi oscuro assai degli altri asciutti?  Certo s,  e tale si  mostrer
    egli rimirato da qualsivoglia luogo,  eccettuatone un solo, e questo 
    quello dove arriva il reflesso del lume che entra per quella finestra:
    tiratevi adunque indietro pian piano.

    Simplicio: Di qui veggo io la parte bagnata pi lucida del  resto  del
    pavimento,  e  veggo che ci avviene perch il reflesso del lume,  che
    entra per la finestra, viene verso di me.

    Salviati: Quel bagnare non ha fatto altro che riempier quelle  piccole
    cavit  che  sono  nel  mattone  e  ridur la sua superficie a un piano
    esquisito,  onde poi i raggi reflessi vanno uniti  verso  un  medesimo
    luogo: ma il resto del pavimento asciutto ha la sua asprezza, cio una
    innumerabil variet di inclinazioni nelle sue minime particelle,  onde
    le reflessioni del lume vanno verso tutte le parti,  ma pi debili che
    se andasser tutte unite insieme;  e per poco o niente si varia il suo
    aspetto per riguardarlo da diverse bande,  ma da  tutti  i  luoghi  si
    mostra l'istesso,  ma ben men chiaro assai che quella reflession della
    parte bagnata.  Concludo per tanto che la superficie del mare,  veduta
    dalla  Luna,  s come apparirebbe egualissima (trattone le isole e gli
    scogli), cos apparirebbe men chiara che quella della terra,  montuosa
    e ineguale.  E se non fusse ch'io non vorrei parer,  come si dice,  di
    volerne troppo,  vi  direi  d'aver  osservato  nella  Luna  quel  lume
    secondario,  ch'io  dico venirle dalla reflession del globo terrestre,
    esser notabilmente pi chiaro due o tre giorni avanti la  congiunzione
    che  doppo,  cio  quando noi la veggiamo avanti l'alba in oriente che
    quando si vede la sera,  doppo il tramontar del  Sole,  in  occidente;
    della  qual  differenza  ne    causa che l'emisferio terrestre che si
    oppone alla Luna orientale ha poco mare ed  assaissima  terra,  avendo
    tutta  l'Asia,   dovech,   quando  ella    in  occidente,   riguarda
    grandissimi mari,  cio tutto l'Oceano Atlantico sino  alle  Americhe:
    argomento  assai  probabile del mostrarsi meno splendida la superficie
    dell'acqua che quella della terra.

    Simplicio: Ma credete voi forse che quelle gran macchie che si veggono
    nella faccia della Luna siano mari,  e il resto pi  chiaro  terra,  o
    cosa tale? Adunque, per vostro credere, ella farebbe un aspetto simile
    a quello che noi veggiamo nella Luna, delle 2 parti massime.

    Salviati:  Questo  che voi domandate  il principio delle incongruenze
    ch'io stimo esser tra la Luna e la Terra,  dalle quali sar tempo  che
    noi ci sbrighiamo,  ch pur troppo siamo dimorati in questa Luna. Dico
    dunque che quando in natura non fusse altro che un modo solo  per  far
    apparir   due  superficie,   illustrate  dal  Sole,   una  pi  chiara
    dell'altra,  e che questo fosse per esser una di terra  e  l'altra  di
    acqua,  bisognerebbe necessariamente dire che la superficie della Luna
    fosse parte  terrea  e  parte  aquea;  ma  perch  vi  sono  pi  modi
    conosciuti da noi,  che posson cagionare il medesimo effetto, ed altri
    per avventura ne posson essere incogniti a noi, per io non ardirei di
    affermare, questo pi che quello esser nella Luna.  Gi si  veduto di
    sopra   come  una  piastra  d'argento  bianchito,   col  toccarlo  col
    brunitoio,  di candido si rappresenta oscuro;  la  parte  umida  della
    Terra si mostra pi oscura della arida;  ne i dorsi delle montagne, le
    parti silvose appariscono assai pi fosche delle nude e  sterili;  ci
    accade,  perch tra le piante casca gran quantit di ombra ed i luoghi
    aprici son tutti illuminati dal Sole; e questa mistione di ombre opera
    tanto,  che voi vedete ne i  velluti  a  opera  il  color  della  seta
    tagliata  mostrarsi  molto  pi  oscuro  che  quel della non tagliata,
    mediante le ombre disseminate tra pelo e pelo,  ed  il  velluto  piano
    parimente  assai  pi fosco che un ermisino fatto della medesima seta,
    s che quando nella Luna fossero cose che imitassero grandissime selve
    l'aspetto loro potrebbe rappresentarci le macchie  che  noi  veggiamo;
    una  tal  differenza  farebbero  s'elle  fusser  mari e finalmente non
    repugna che potesse esser che quelle macchie fosser realmente di color
    pi oscuro del rimanente,  ch in questa guisa la neve fa comparir  le
    montagne  pi  chiare.  Quello che si vede manifestamente nella Luna 
    che le parti pi oscure son tutte pianure,  con pochi scogli e  argini
    dentrovi,  ma  pur  ve  ne  son alcuni: il restante pi chiaro  tutto
    pieno di scogli, montagne, arginetti rotondi e di altre figure;  ed in
    particolare  intorno alle macchie sono grandissime tirate di montagne.
    Dell'esser le macchie superficie piane,  ce ne assicura il veder  come
    il  termine  che  distingue  la  parte  illuminata  dall'oscura,   nel
    traversar le macchie fa il taglio eguale,  ma nelle  parti  chiare  si
    mostra  per  tutto  anfrattuoso  e  merlato.  Ma  non so gi se questa
    egualit di superficie possa esser bastante per s sola a far  apparir
    l'oscurit,  e credo pi tosto di no.  Reputo, oltre a questo, la Luna
    differentissima dalla Terra, perch, se bene io mi immagino che quelli
    non sien paesi oziosi e morti, non affermo per che vi sieno movimenti
    e vita,  e molto meno che vi si generino piante,  animali o altre cose
    simili alle nostre,  ma, se pur ve n', fussero diversissime, e remote
    da ogni nostra  immaginazione:  e  muovomi  a  cos  credere,  perch,
    primamente,  stimo  che la materia del globo lunare non sia di terra e
    di acqua,  e questo solo basta a tr via le generazioni e  alterazioni
    simili alle nostre;  ma,  posto anco che lass fosse acqua e terra, ad
    ogni modo non vi nascerebbero piante ed animali simili a i  nostri,  e
    questo  per  due  ragioni  principali.  La prima ,  che per le nostre
    generazioni son tanto necessarii gli aspetti variabili del  Sole,  che
    senza  essi  il  tutto mancherebbe: ora le abitudini del Sole verso la
    Terra son molto  differenti  da  quelle  verso  la  Luna  Noi,  quanto
    all'illuminazion diurna,  abbiamo nella maggior parte della Terra ogni
    ventiquattr'ore parte di giorno e parte di  notte,  il  quale  effetto
    nella Luna si fa in un mese;  e quello abbassamento ed alzamento annuo
    per il quale il Sole ci apporta le diverse stagioni e  la  disegualit
    de  i  giorni e delle notti,  nella Luna si finisce pur in un mese;  e
    dove il Sole a noi si alza ed abbassa tanto,  che dalla  massima  alla
    minima altezza vi corre circa quarantasette gradi di differenza,  cio
    quanta  la  distanza  dall'uno  all'altro  tropico,  nella  Luna  non
    importa  altro  che  gradi  dieci  o poco pi,  ch tanto importano le
    massime  latitudini  del  dragone  di  qua  e  di  l  dall'eclittica.
    Considerisi ora qual sarebbe l'azion del Sole dentro alla zona torrida
    quando e' durasse quindici giorni continui a ferirla con i suoi raggi,
    che senz'altro s'intender che tutte le piante e le erbe e gli animali
    si dispergerebbero;  e se pur vi si facessero generazioni, sarebber di
    erbe,  piante ed animali diversissimi da i presenti.  Secondariamente,
    io tengo per fermo che nella
    Luna  non  siano  piogge,   perch  quando  in  qualche  parte  vi  si
    congregassero nugole,  come  intorno  alla  Terra,  ci  verrebbero  ad
    ascondere  alcuna di quelle cose che noi col telescopio veggiamo nella
    Luna,  ed in somma in qualche  particella  ci  varierebber  la  vista;
    effetto  che io per lunghe e diligenti osservazioni non ho veduto mai,
    ma sempre vi ho scorto una uniforme serenit purissima.

    Sagredo: A questo si potrebbe rispondere, o che vi fossero grandissime
    rugiade, o che vi piovesse ne i tempi della lor notte,  cio quando il
    Sole non la illumina.

    Salviati:  Se  per altri riscontri noi avessimo indizii che in essa si
    facesser generazioni  simili  alle  nostre,  e  solo  ci  mancasse  il
    concorso  delle piogge,  potremmo trovarci questo o altro temperamento
    che  supplisse  in   vece   di   quelle,   come   accade   nell'Egitto
    dell'inondazione  del  Nilo,  ma  non incontrando accidente alcuno che
    concordi co i nostri,  de' molti che si ricercherebbero  per  produrvi
    gli effetti simili,  non occorre affaticarsi per introdurne un solo, e
    quello anco non perch se n'abbia  sicura  osservazione,  ma  per  una
    semplice non repugnanza.  Oltre che,  quando mi fosse domandato quello
    che la prima apprensione ed il puro naturale discorso mi  detta  circa
    il  prodursi  l  cose simili o pur differenti dalle nostre,  io direi
    sempre, differentissime ed a noi del tutto inimmaginabili, che cos mi
    pare che ricerchi  la  ricchezza  della  natura  e  l'onnipotenza  del
    Creatore e Governatore.

    Sagredo:  Estrema  temerit  mi    parsa  sempre quella di coloro che
    voglion far la capacit umana misura di quanto possa e  sappia  operar
    la natura,  dove che, all'incontro, e' non  effetto alcuno in natura,
    per minimo che e' sia, all'intera cognizion del quale possano arrivare
    i pi specolativi ingegni. Questa cos vana prosunzione d'intendere il
    tutto non pu aver principio da altro che dal  non  avere  inteso  mai
    nulla,  perch,  quando  altri  avesse  esperimentato una volta sola a
    intender perfettamente una sola cosa ed avesse gustato veramente  come
       fatto  il  sapere,   conoscerebbe  come  dell'infinit  dell'altre
    conclusioni niuna ne intende.

    Salviati: Concludentissimo  il vostro discorso;  in confermazion  del
    quale  abbiamo  l'esperienza  di  quelli  che intendono o hanno inteso
    qualche cosa, i quali quanto pi sono sapienti,  tanto pi conoscono e
    liberamente  confessano  di  saper  poco;  ed  il  sapientissimo della
    Grecia,  e per tale sentenziato da  gli  oracoli,  diceva  apertamente
    conoscer di non saper nulla.

    Simplicio: Convien dunque dire,  o che l'oracolo, o l'istesso Socrate,
    fusse bugiardo,  predicandolo  quello  per  sapientissimo,  e  dicendo
    questo di conoscersi ignorantissimo.

    Salviati:  Non  ne seguita n l'uno n l'altro,  essendo che amendue i
    pronunziati posson esser veri. Giudica l'oracolo sapientissimo Socrate
    sopra gli altri uomini, la sapienza de i quali  limitata;  si conosce
    Socrate  non  saper  nulla in relazione alla sapienza assoluta,  che 
    infinita;  e perch dell'infinito tal parte n' il molto che 'l poco e
    che  il  niente (perch per arrivar,  per esempio,  al numero infinito
    tanto  l'accumular migliaia,  quanto decine e quanto zeri),  per ben
    conosceva Socrate, la terminata sua sapienza esser nulla all'infinita,
    che gli mancava. Ma perch pur tra gli uomini si trova qualche sapere,
    e  questo  non  egualmente compartito a tutti,  potette Socrate averne
    maggior  parte  de  gli  altri,   e  perci  verificarsi  il  responso
    dell'oracolo.

    Sagredo:  Parmi  di  intender benissimo questo punto.  Tra gli uomini,
    signor  Simplicio,    la  potest  di  operare,   ma  non  egualmente
    participata  da tutti: e non  dubbio che la potenza d'un imperadore 
    maggiore assai che quella d'una persona privata;  ma e questa e quella
      nulla  in  comparazione dell'onnipotenza divina.  Tra gli uomini vi
    sono alcuni che intendon meglio l'agricoltura che molti altri;  ma  il
    saper  piantar  un  sermento  di vite in una fossa,  che ha da far col
    saperlo far barbicare,  attrarre  il  nutrimento,  da  quello  scierre
    questa  parte  buona  per farne le foglie,  quest'altra per formarne i
    viticci, quella per i grappoli, quell'altra per l'uva, ed un'altra per
    i fiocini,  che son poi l'opere della sapientissima natura?  Questa  
    una sola opera particolare delle innumerabili che fa la natura,  ed in
    essa sola si conosce un'infinita sapienza,  talch si pu  concludere,
    il saper divino esser infinite volte infinito.

    Salviati:  Eccone  un  altro  esempio.  Non  direm  noi  che 'l sapere
    scoprire in un marmo una bellissima statua ha sublimato l'ingegno  del
    Buonarruoti assai assai sopra gli ingegni comuni degli altri uomini? E
    questa opera non  altro che imitare una sola attitudine e disposizion
    di membra esteriore e superficiale d'un uomo immobile; e per che cosa
      in  comparazione  d'un  uomo fatto dalla natura,  composto di tante
    membra esterne ed interne, de i tanti muscoli, tendini,  nervi,  ossa,
    che  servono  a  i  tanti  e s diversi movimenti?  Ma che diremo de i
    sensi,  delle potenze dell'anima,  e  finalmente  dell'intendere?  non
    possiamo  noi  dire,  e  con ragione,  la fabbrica d'una statua cedere
    d'infinito intervallo alla formazion d'un uomo vivo,  anzi  anco  alla
    formazion d'un vilissimo verme?

    Sagredo: E qual differenza crediamo che fusse tra la colomba d'Archita
    ed una della natura?

    Simplicio:  O  io  non  sono  un di quegli uomini che intendano,  o 'n
    questo vostro discorso    una  manifesta  contradizione.  Voi  tra  i
    maggiori  encomii,  anzi  pur  per  il  massimo  di tutti,  attribuite
    all'uomo, fatto dalla natura, questo dell'intendere;  e poco fa dicevi
    con Socrate che 'l suo intendere non era nulla; adunque bisogner dire
    che  n  anco la natura abbia inteso il modo di fare un intelletto che
    intenda.

    Salviati: Molto acutamente opponete;  e per rispondere all'obbiezione,
    convien   ricorrere   a   una  distinzione  filosofica,   dicendo  che
    l'intendere si pu pigliare  in  due  modi,  cio  intensive,  o  vero
    extensive:  e  che  extensive,  cio  quanto  alla  moltitudine  degli
    intelligibili,  che sono infiniti,  l'intender  umano    come  nullo,
    quando bene egli intendesse mille proposizioni,  perch mille rispetto
    all'infinit  come un zero;  ma pigliando l'intendere  intensive,  in
    quanto  cotal  termine  importa  intensivamente,  cio  perfettamente,
    alcuna proposizione,  dico che l'intelletto umano  ne  intende  alcune
    cos perfettamente,  e ne ha cos assoluta certezza, quanto se n'abbia
    l'intessa natura;  e tali sono le scienze matematiche  pure,  cio  la
    geometria  e l'aritmetica,  delle quali l'intelletto divino ne sa bene
    infinite proposizioni di pi,  perch le sa tutte,  ma di quelle poche
    intese  dall'intelletto  umano  credo  che  la  cognizione agguagli la
    divina nella certezza  obiettiva,  poich  arriva  a  comprenderne  la
    necessit, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore.

    Simplicio: Questo mi pare un parlar molto resoluto ed ardito.

    Salviati:  Queste  son  proposizioni comuni e lontane da ogni ombra di
    temerit o d'ardire e che punto non detraggono di maest  alla  divina
    sapienza,  s  come  niente  diminuisce la Sua onnipotenza il dire che
    Iddio non pu fare che il fatto  non  sia  fatto.  Ma  dubito,  signor
    Simplicio,  che  voi pigliate ombra per esser state ricevute da voi le
    mie parole con qualche equivocazione.  Per,  per meglio  dichiararmi,
    dico   che   quanto   alla  verit  di  che  ci  danno  cognizione  le
    dimostrazioni matematiche,  ella  l'istessa che conosce  la  sapienza
    divina;  ma  vi  conceder bene che il modo col quale Iddio conosce le
    infinite proposizioni,  delle quali noi  conosciamo  alcune  poche,  
    sommamente pi eccellente del nostro,  il quale procede con discorsi e
    con passaggi di conclusione in  conclusione,  dove  il  Suo    di  un
    semplice  intuito: e dove noi,  per esempio,  per guadagnar la scienza
    d'alcune passioni del cerchio, che ne ha infinite,  cominciando da una
    delle  pi  semplici e quella pigliando per sua definizione,  passiamo
    con discorso ad un'altra,  e da questa alla terza,  e poi alla quarta,
    etc.,  l'intelletto  divino  con  la  semplice  apprensione  della sua
    essenza comprende,  senza temporaneo discorso,  tutta la  infinit  di
    quelle  passioni;  le  quali  anco  poi  in  effetto  virtualmente  si
    comprendono nelle definizioni di tutte le cose,  e che poi finalmente,
    per  esser  infinite,  forse  sono  una sola nell'essenza loro e nella
    mente divina.  Il  che  n  anco  all'intelletto  umano    del  tutto
    incognito,  ma  ben  da  profonda e densa caligine adombrato,  la qual
    viene in parte assottigliata e  chiarificata  quando  ci  siamo  fatti
    padroni   di   alcune   conclusioni   fermamente  dimostrate  e  tanto
    speditamente possedute da  noi,  che  tra  esse  possiamo  velocemente
    trascorrere:  perch  in  somma,  che altro  l'esser nel triangolo il
    quadrato opposto all'angolo retto eguale a gli altri due che gli  sono
    intorno,  se  non l'esser i parallelogrammi sopra base comune e tra le
    parallele, tra loro eguali? e questo non  egli finalmente il medesimo
    che essere eguali quelle due superficie che adattate  insieme  non  si
    avanzano,  ma  si  racchiuggono dentro al medesimo termine?  Or questi
    passaggi,  che l'intelletto nostro fa con tempo e con moto di passo in
    passo, l'intelletto divino, a guisa di luce, trascorre in un instante,
    che  l'istesso che dire,  gli ha sempre tutti presenti.  Concludo per
    tanto,  l'intender nostro,  e quanto al modo e quanto alla moltitudine
    delle cose intese, esser d'infinito intervallo superato dal divino; ma
    non per l'avvilisco tanto, ch'io lo reputi assolutamente nullo; anzi,
    quando  io  vo  considerando  quante  e quanto maravigliose cose hanno
    intese investigate ed  operate  gli  uomini,  pur  troppo  chiaramente
    conosco io ed intendo,  esser la mente umana opera di Dio, e delle pi
    eccellenti.

    Sagredo: Io son molte volte  andato  meco  medesimo  considerando,  in
    proposito di questo che di presente dite, quanto grande sia l'acutezza
    dell'ingegno   umano;   e   mentre  io  discorro  per  tante  e  tanto
    maravigliose invenzioni trovate da gli  uomini,  s  nelle  arti  come
    nelle lettere,  e poi fo reflessione sopra il saper mio, tanto lontano
    dal potersi promettere non solo di ritrovarne alcuna di nuovo, ma anco
    di apprendere delle gi ritrovate,  confuso dallo stupore ed  afflitto
    dalla  disperazione,  mi  reputo  poco meno che infelice.  S'io guardo
    alcuna statua delle eccellenti, dico a me medesimo: "E quando sapresti
    levare il soverchio da un pezzo di marmo,  e scoprire s bella  figura
    che  vi  era  nascosa?  quando mescolare e distendere sopra una tela o
    parete colori diversi,  e con essi  rappresentare  tutti  gli  oggetti
    visibili, come un Michelagnolo, un Raffaello, un Tiziano?" S'io guardo
    quel  che  hanno  ritrovato  gli  uomini  nel  compartir gl'intervalli
    musici,  nello stabilir precetti e regole per potergli  maneggiar  con
    diletto  mirabile  dell'udito,  quando potr io finir di stupire?  Che
    dir de i tanti  e  s  diversi  strumenti?  La  lettura  de  i  poeti
    eccellenti  di  qual  meraviglia  riempie  chi  attentamente considera
    l'invenzion  de'  concetti  e   la   spiegatura   loro?   Che   diremo
    dell'architettura?  che  dell'arte  navigatoria?  Ma  sopra  tutte  le
    invenzioni stupende,  qual eminenza di mente fu quella  di  colui  che
    s'immagin  di trovar modo di comunicare i suoi pi reconditi pensieri
    a  qualsivoglia  altra  persona,   bench  distante  per   lunghissimo
    intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell'Indie,
    parlare  a  quelli che non sono ancora nati n saranno se non di qua a
    mille e dieci mila anni? e con qual facilit?  con i vari accozzamenti
    di venti caratteruzzi sopra una carta.  Sia questo il sigillo di tutte
    le ammirande invenzioni umane,  e la chiusa de' nostri ragionamenti di
    questo giorno: ed essendo passate le ore pi calde, il signor Salviati
    penso  io  che  avr  gusto  di andare a godere de i nostri freschi in
    barca;  e domani vi star attendendo amendue per continuare i discorsi
    cominciati, etc.











    GIORNATA SECONDA.

    Salviati:  Le  diversioni di ieri,  che ci torsero dal dritto filo de'
    nostri principali discorsi, furon tante e tali,  ch'io non so se potr
    senza  l'aiuto  vostro  rimettermi su la traccia,  per poter procedere
    avanti.

    Sagredo: Io non mi meraviglio che voi,  che avete ripiena e ingombrata
    la  fantasia  tanto  delle  cose  dette quanto di quelle che restan da
    dirsi,  vi troviate in  qualche  confusione;  ma  io,  che  per  esser
    semplice ascoltatore,  altro non ritengo che le cose udite,  potr per
    avventura, col ricordarle sommariamente,  rimettere il ragionamento su
    'l suo filo.  Per quello dunque che mi  restato in mente, fu la somma
    de i discorsi di ieri l'andar esaminando da i  fondamenti  loro,  qual
    delle  due opinioni sia pi probabile e ragionevole: quella che tiene,
    la sustanza de i corpi  celesti  esser  ingenerabile,  incorruttibile,
    inalterabile,  impassibile, ed in somma esente da ogni mutazione, fuor
    che dalla locale,  e per essere una quinta  essenza  diversissima  da
    questa  de  i  nostri  corpi  elementari,   generabili,  corruttibili,
    alterabili, etc.,  o pur l'altra che,  levando tal difformit di parti
    dal  mondo,  reputa  la  Terra goder delle medesime perfezioni che gli
    altri corpi integranti dell'universo,  ed  esser  in  somma  un  globo
    mobile e vagante non men che la Luna,  Giove,  Venere o altro pianeta.
    Fecersi in ultimo molti paralleli particolari tra essa Terra e la Luna
    e pi con la Luna che con altro pianeta forse per aver noi  di  quella
    maggiore e pi sensata notizia,  mediante la sua minor lontananza.  Ed
    avendo finalmente concluso,  questa  seconda  opinione  aver  pi  del
    verisimile dell'altra,  parmi che 'l progresso ne tirasse a cominciare
    a esaminare se la Terra si deva stimare immobile,  come  da  i  pi  
    stato  sin  qui  creduto,  o pur mobile,  come alcuni antichi filosofi
    credettero ed altri da non molto tempo in qua stimano,  e  se  mobile,
    qual possa essere il suo movimento.

    Salviati:  Gi  comprendo e riconosco il segno del nostro cammino;  ma
    innanzi che si cominci a procedere pi oltre,  devo dirvi non  so  che
    sopra  queste ultime parole che avete detto,  dell'essersi concluso la
    opinione che tien la Terra dotata delle medesime condizioni de i corpi
    celesti esser pi verisimile della contraria: imperocch questo non ho
    io concluso,  s come non son n anco per concludere verun'altra delle
    proposizioni  controverse;  ma  solo  ho  auta intenzione di produrre,
    tanto per l'una quanto per l'altra parte,  quelle ragioni e  risposte,
    instanze e soluzioni, che ad altri sin qui sono sovvenute, con qualche
    altra  ancora che a me,  nel lungamente pensarvi,   cascata in mente,
    lasciando poi la decisione all'altrui giudizio.

    Sagredo: Io mi era lasciato trasportare dal mio proprio sentimento,  e
    credendo  che  in altri dovesse esser quel che io sentiva in me,  feci
    universale quella conclusione che doveva far particolare;  e veramente
    ho errato,  e massime non sapendo il concetto del signor Simplicio qui
    presente.

    Simplicio: Io vi confesso che tutta questa notte sono andato ruminando
    le cose di ieri,  e veramente trovo di molte belle nuove  e  gagliarde
    considerazioni;   con   tutto   ci   mi   sento  stringer  assai  pi
    dall'autorit di  tanti  grandi  scrittori,  ed  in  particolare_  Voi
    scotete la testa,  signor Sagredo,  e sogghignate,  come se io dicessi
    qualche grande esorbitanza.

    Sagredo: Io sogghigno solamente, ma crediatemi ch'io scoppio nel voler
    far forza di ritener le risa maggiori, perch mi avete fatto sovvenire
    di un bellissimo caso,  al quale io mi trovai presente non sono  molti
    anni,  insieme  con alcuni altri nobili amici miei,  i quali vi potrei
    ancora nominare.

    Salviati: Sar ben che voi ce lo raccontiate,  acci forse  il  signor
    Simplicio non continuasse di creder d'avervi esso mosse le risa.

    Sagredo:  Son  contento.  Mi  trovai un giorno in casa un medico molto
    stimato in  Venezia,  dove  alcuni  per  loro  studio,  ed  altri  per
    curiosit, convenivano tal volta a veder qualche taglio di notomia per
    mano di uno veramente non men dotto che diligente e pratico notomista.
    Ed  accadde  quel  giorno,   che  si  andava  ricercando  l'origine  e
    nascimento de i nervi, sopra di che  famosa controversia tra i medici
    galenisti ed i peripatetici; e mostrando il notomista come, partendosi
    dal cervello e passando per la nuca,  il grandissimo ceppo de i  nervi
    si  andava  poi  distendendo per la spinale e diramandosi per tutto il
    corpo, e che solo un filo sottilissimo come il refe arrivava al cuore,
    voltosi ad un gentil uomo ch'egli conosceva per filosofo peripatetico,
    e per la presenza del quale egli aveva  con  estraordinaria  diligenza
    scoperto  e  mostrato  il  tutto,  gli domand s'ei restava ben pago e
    sicuro,  l'origine de i nervi venir dal cervello e non dal  cuore,  al
    quale il filosofo,  doppo essere stato alquanto sopra di s,  rispose:
    "Voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e  sensata,  che
    quando  il testo d'Aristotile non fusse in contrario,  che apertamente
    dice, i nervi nascer dal cuore, bisognerebbe per forza confessarla per
    vera".

    Simplicio: Signori,  io voglio che voi  sappiate  che  questa  disputa
    dell'origine  de  i nervi non  miga cos smaltita e decisa come forse
    alcuno si persuade.

    Sagredo:  N  sar  mai  al  sicuro,   come  si  abbiano   di   simili
    contradittori;  ma  questo  che  voi  dite  non  diminuisce  punto  la
    stravaganza della risposta del Peripatetico,  il quale contro  a  cos
    sensata   esperienza   non   produsse   altre   esperienze  o  ragioni
    d'Aristotile, ma la sola autorit ed il puro ipse dixit.

    Simplicio: Aristotile non si  acquistata s grande  autorit  se  non
    per  la  forza  delle  sue  dimostrazioni e della profondit de i suoi
    discorsi: ma bisogna intenderlo,  e non solamente intenderlo,  ma aver
    tanta  gran  pratica  ne'  suoi  libri,  che se ne sia formata un'idea
    perfettissima,  in modo che ogni suo detto vi sia sempre innanzi  alla
    mente;  perch  e'  non  ha  scritto per il volgo,  n si  obligato a
    infilzare  i  suoi  silogismi  col  metodo  triviale  ordinato,  anzi,
    servendosi  del  perturbato,   ha  messo  talvolta  la  prova  di  una
    proposizione fra testi che par che trattino di ogni altra cosa: e per
    bisogna aver tutta quella grande idea,  e saper combinar questo  passo
    con quello, accozzar questo testo con un altro remotissimo; ch' e' non
      dubbio che chi aver questa pratica,  sapr cavar da' suoi libri le
    dimostrazioni di ogni scibile, perch in essi  ogni cosa.

    Sagredo: Ma, signor Simplicio mio, come l'esser le cose disseminate in
    qua e in l non vi d fastidio,  e che voi crediate con l'accozzamento
    e  con la combinazione di varie particelle trarne il sugo,  questo che
    voi e gli altri filosofi bravi farete con i testi  d'Aristotile,  far
    io  con  i  versi  di  Virgilio  o  di  Ovidio,  formandone centoni ed
    esplicando con quelli tutti gli affari de gli uomini e i segreti della
    natura. Ma che dico io di Virgilio o di altro poeta? io ho un libretto
    assai pi breve d'Aristotile e d'Ovidio, nel quale si contengono tutte
    le scienze,  e con pochissimo studio  altri  se  ne  pu  formare  una
    perfettissima  idea: e questo  l'alfabeto;  e non  dubbio che quello
    che sapr ben accoppiare e ordinare questa e quella vocale con  quelle
    consonanti o con quell'altre,  ne caver le risposte verissime a tutti
    i dubbi e ne trarr gli insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le
    arti,  in quella maniera appunto che il pittore da i  semplici  colori
    diversi,  separatamente posti sopra la tavolozza,  va, con l'accozzare
    un poco di questo con un poco di quello e  di  quell'altro,  figurando
    uomini,  piante, fabbriche, uccelli, pesci, ed in somma imitando tutti
    gli oggetti visibili,  senza che su la tavolozza  sieno  n  occhi  n
    penne  n  squamme  n  foglie  n  sassi:  anzi pure  necessario che
    nessuna delle cose  da  imitarsi  o  parte  alcuna  di  quelle,  sieno
    attualmente   tra   i   colori,   volendo  che  con  essi  si  possano
    rappresentare tutte le cose;  ch se vi fussero,  verbigrazia,  penne,
    queste non servirebbero per dipignere altro che uccelli o pennacchi.

    Salviati:  E'  son vivi e sani alcuni gentil uomini che furon presenti
    quando  un  dottor  leggente  in  uno  Studio   famoso,   nel   sentir
    circoscrivere  il  telescopio,  da  s  non  ancor  veduto,  disse che
    l'invenzione era presa da Aristotile,  e  fattosi  portare  un  testo,
    trov  certo luogo dove si rende la ragione onde avvenga che dal fondo
    d'un pozzo molto cupo si possano di giorno veder le stelle in cielo; e
    disse a i circostanti: "Eccovi il pozzo, che denota il cannone; eccovi
    i vapori grossi,  da i quali  tolta l'invenzione de i  cristalli;  ed
    eccovi  finalmente  fortificata  la  vista  nel passare i raggi per il
    diafano pi denso e oscuro".

    Sagredo: Questo  un modo di contener tutti gli scibili assai simile a
    quello col quale un marmo contiene in s una  bellissima,  anzi  mille
    bellissime statue,  ma il punto sta a saperle scoprire: o vogliam dire
    che e' sia simile alle profezie di Giovacchino  o  a'  responsi  degli
    oracoli de' gentili, che non s'intendono se non doppo gli eventi delle
    cose profetizate.

    Salviati: E dove lasciate voi le predizioni de' genetliaci,  che tanto
    chiaramente doppo l'esito si veggono nel tema  o  vogliam  dire  nella
    figura celeste?

    Sagredo:  In  questa  guisa trovano gli alchimisti,  guidati dall'umor
    melanconico,  tutti i pi elevati ingegni del mondo non aver veramente
    scritto  mai  d'altro che del modo di far l'oro,  ma,  per dirlo senza
    palesarlo al  volgo,  esser  andati  ghiribizando  chi  questa  e  chi
    quell'altra   maniera   di   adombrarlo   sotto   varie   coperte:   e
    piacevolissima cosa  il sentire i comenti loro sopra i poeti antichi,
    ritrovando i misteri importantissimi  che  sotto  le  favole  loro  si
    nascondono,  e  quello  che  importino gli amori della Luna,  e 'l suo
    scendere in Terra per Endimione,  l'ira sua contro Atteone,  e  quando
    Giove  si  converte  in pioggia d'oro,  e quando in fiamme ardenti,  e
    quanti gran segreti dell'arte sieno in quel  Mercurio  interprete,  in
    quei ratti di Plutone, in quei rami d'oro.

    Simplicio:  Io  credo,  e  in  parte so,  che non mancano al mondo de'
    cervelli  molto  stravaganti,  le  vanit  de'  quali  non  dovrebbero
    ridondare  in  pregiudizio  d'Aristotile,  del  quale  mi  par che voi
    parliate talvolta con troppo poco rispetto; e la sola antichit,  e 'l
    gran  nome  che si  acquistato nelle menti di tanti uomini segnalati,
    dovrebbe bastar a renderlo riguardevole appresso di tutti i letterati.

    Salviati: Il fatto non cammina cos,  signor  Simplicio:  sono  alcuni
    suoi  seguaci  troppo  pusillanimi,  che danno occasione,  o,  per dir
    meglio,  che  darebbero  occasione,  di  stimarlo  meno,   quando  noi
    volessimo  applaudere  alle loro leggereze.  E voi,  ditemi in grazia,
    sete cos semplice che non  intendiate  che  quando  Aristotile  fusse
    stato  presente  a  sentir  il  dottor  che  lo  voleva  far autor del
    telescopio,  si sarebbe molto pi alterato contro di  lui  che  contro
    quelli che del dottore e delle sue interpretazioni si ridevano?  Avete
    voi forse dubbio che quando Aristotile vedesse le novit  scoperte  in
    cielo,  e'  non  fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri e
    per accostarsi alle pi sensate dottrine, discacciando da s quei cos
    poveretti di cervello che troppo pusillanimamente s'inducono  a  voler
    sostenere ogni suo detto,  senza intendere che quando Aristotile fusse
    tale quale essi se lo figurano,  sarebbe  un  cervello  indocile,  una
    mente ostinata,  un animo pieno di barbarie,  un voler tirannico, che,
    reputando tutti gli altri come pecore  stolide,  volesse  che  i  suoi
    decreti  fussero  anteposti  a i sensi,  alle esperienze,  alla natura
    istessa?  Sono i suoi seguaci che hanno data l'autorit ad Aristotile,
    e  non  esso che se la sia usurpata o presa;  e perch  pi facile il
    coprirsi sotto lo scudo d'un altro che 'l comparire a  faccia  aperta,
    temono  n  si ardiscono d'allontanarsi un sol passo,  e pi tosto che
    mettere  qualche  alterazione  nel  cielo  di   Aristotile,   vogliono
    impertinentemente negar quelle che veggono nel cielo della natura.

    Sagredo: Questi tali mi fanno sovvenire di quello scultore, che avendo
    ridotto un gran pezzo di marmo all'immagine non so se d'un Ercole o di
    un Giove fulminante, e datogli con mirabile artifizio tanta vivacit e
    fierezza  che  moveva  spavento  a  chiunque lo rimirava,  esso ancora
    cominci ad averne paura,  se ben tutto lo spirito e  la  movenza  era
    opera  delle sue mani;  e 'l terrore era tale,  che pi non si sarebbe
    ardito di affrontarlo con le subbie e 'l mazzuolo.

    Salviati: Io mi son pi volte maravigliato come possa esser che questi
    puntuali mantenitori d'ogni detto d'Aristotile  non  si  accorgano  di
    quanto  gran  progiudizio  e'  sieno alla reputazione ed al credito di
    quello, e quanto, nel volergli accrescere autorit, gliene detraggano;
    perch, mentre io gli veggo ostinati in voler sostener proposizioni le
    quali io tocchi con mano esser manifestamente  false,  ed  in  volermi
    persuadere  che  cos far convenga al vero filosofo e che cos farebbe
    Aristotile medesimo,  molto si diminuisce in me  l'opinione  che  egli
    abbia  rettamente  filosofato  intorno  ad  altre conclusioni a me pi
    recondite: ch quando io gli vedessi cedere e mutare opinione  per  le
    verit  manifeste,  io  crederei  che in quelle dove e' persistessero,
    potessero avere salde dimostrazioni, da me non intese o sentite.

    Sagredo: O vero,  quando  gli  paresse  di  metter  troppo  della  lor
    reputazione  e di quella d'Aristotile nel confessar di non aver saputa
    questa o quella conclusione ritrovata da un altro, non sarebb'ei manco
    male il ritrovarla tra i suoi testi con l'accozzarne diversi, conforme
    alla prattica significataci dal signor Simplicio?  perch se vi  ogni
    scibile,  ben anco forza che vi si possa ritrovare.

    Salviati: Signor Sagredo, non vi fate beffe di questo avvedimento, che
    mi  par  che  lo  proponghiate  burlando;  perch non  gran tempo che
    avendo un filosofo di gran nome  composto  un  libro  dell'anima,  nel
    quale,  in  riferir l'opinione d'Aristotile circa l'esser o non essere
    immortale,  adduceva molti testi,  non gi de i citati da  Alessandro,
    perch  in  quelli  diceva  che Aristotile non trattava n anco di tal
    materia, non che determinasse cosa veruna attenente a ci, ma altri da
    s ritrovati  in  altri  luoghi  reconditi,  che  piegavano  al  senso
    pernizioso, e venendo avvisato che egli avrebbe avute delle difficult
    nel  farlo  licenziare,  riscrisse  all'amico che non per restasse di
    procurarne la spedizione, perch quando non se gli intraversasse altro
    ostacolo,  non aveva difficult niuna  circa  il  mutare  la  dottrina
    d'Aristotile,  e  con  altre  esposizioni  e  con altri testi sostener
    l'opinion contraria, pur conforme alla mente d'Aristotile.

    Sagredo: O questo dottor s,  che mi pu comandare,  che non  si  vuol
    lasciar infinocchiar da Aristotile, ma vuol esso menar lui per il naso
    e  farlo  dire  a suo modo!  Vedete quanto importa il saper pigliar il
    tempo opportuno! Ei non si deve ridurre a negoziar con Ercole mentre 
    imbizarrito e su le furie,  ma quando sta favoleggiando tra le  meonie
    ancelle.  Ah  vilt  inaudita d'ingegni servili!  farsi spontaneamente
    mancipio,  accettar per inviolabili  decreti,  obligarsi  a  chiamarsi
    persuaso e convinto da argomenti che sono tanto efficaci e chiaramente
    concludenti,  che  gli  stessi  non  sanno  risolversi  s'e' sien pure
    scritti in quel proposito e  se  e'  servano  per  provar  quella  tal
    conclusione! Ma dichiamo la pazzia maggiore: che tra lor medesimi sono
    ancor  dubbi,  se l'istesso autore abbia tenuto la parte affermativa o
    la negativa.  E' egli questo un far loro oracolo una statua di  legno,
    ed  a  quella correr per i responsi,  quella temere,  quella riverire,
    quella adorare?

    Simplicio: Ma quando si lasci Aristotile,  chi ne ha da essere  scorta
    nella filosofia? nominate voi qualche autore.

    Salviati:  Ci  bisogno di scorta ne i paesi incogniti e selvaggi,  ma
    ne i luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno di  guida;
    e  chi  tale,   ben che si resti in casa,  ma chi ha gli occhi nella
    fronte e nella mente,  di quelli si ha  da  servire  per  iscorta.  N
    perci  dico  io  che non si deva ascoltare Aristotile,  anzi laudo il
    vederlo e diligentemente studiarlo,  e solo  biasimo  il  darsegli  in
    preda  in  maniera  che  alla cieca si sottoscriva a ogni suo detto e,
    senza cercarne altra ragione,  si debba avere per decreto inviolabile;
    il che  un abuso che si tira dietro un altro disordine estremo,  ed 
    che altri non si applica pi a cercar d'intender la  forza  delle  sue
    dimostrazioni.  E  qual  cosa    pi  vergognosa  che 'l sentir nelle
    publiche dispute,  mentre si tratta di conclusioni dimostrabili  uscir
    un  di  traverso  con  un  testo,  e bene spesso scritto in ogni altro
    proposito,  e con esso serrar la bocca all'avversario?  Ma quando pure
    voi  vogliate continuare in questo modo di studiare,  deponete il nome
    di filosofi,  e chiamatevi o istorici o dottori di  memoria;  ch  non
    conviene  che  quelli  che  non filosofano mai,  si usurpino l'onorato
    titolo di filosofo.  Ma  ben ritornare a riva,  per non entrare in un
    pelago infinito, del quale in tutt'oggi non si uscirebbe. Per, signor
    Simplicio, venite pure con le ragioni e con le dimostrazioni, vostre o
    di  Aristotile,  e  non  con testi e nude autorit,  perch i discorsi
    nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo
    di carta.  E perch nel discorso di ieri si cav dalle  tenebre  e  si
    espose al cielo aperto la Terra,  mostrando che 'l volerla connumerare
    tra quelli che  noi  chiamiamo  corpi  celesti  non  era  proposizione
    talmente  convinta  e  prostrata  che non gli restasse qualche spirito
    vitale,  sguita che  noi  andiamo  esaminando  quello  che  abbia  di
    probabile  il  tenerla fissa e del tutto immobile intendendo quanto al
    suo intero globo,  e quanto possa avere di verisimilitudine  il  farla
    mobile  di  alcun movimento,  e di quale: e perch in tal quistione io
    sono ambiguo, ed il signor Simplicio risoluto, insieme con Aristotile,
    per la parte dell'immobilit,  egli di passo in passo andr portando i
    motivi per la loro opinione,  ed io le risposte e gli argomenti per la
    parte contraria, ed il signor Sagredo dir i moti dell'animo suo ed in
    qual parte e' si sentir tirare.

    Sagredo: Io son molto contento,  con questo per che a me ancora resti
    libert  di  produrre quel che mi dettasse talora il discorso semplice
    naturale.

    Salviati: Anzi di cotesto io in  particolare  ve  ne  supplico  perch
    delle considerazioni pi facili e, per cos dire, materiali, credo che
    poche  ne  sieno  state  lasciate  indietro  da gli scrittori,  talch
    solamente qualcuna delle pi sottili e  recondite  pu  desiderarsi  e
    mancare; e per investigar queste qual altra sottigliezza pu esser pi
    atta   di  quella  dell'ingegno  del  signor  Sagredo,   acutissimo  e
    perspicacissimo?

    Sagredo: Io son tutto quel che piace al signor Salviati,  ma di grazia
    non mettiam mano in un'altra sorte di diversioni di cerimonie,  perch
    ora son filosofo, e sono in scuola e non al Broio.

    Salviati: Sia dunque  il  principio  della  nostra  contemplazione  il
    considerare  che  qualunque  moto  venga  attribuito  alla  Terra,   
    necessario che a noi,  come abitatori  di  quella  ed  in  conseguenza
    partecipi del medesimo,  ei resti del tutto impercettibile e come s'e'
    non fusse,  mentre che noi riguardiamo solamente alle cose  terrestri;
    ma    bene,  all'incontro,  altrettanto  necessario  che  il medesimo
    movimento ci si rappresenti comunissimo di tutti gli  altri  corpi  ed
    oggetti visibili che, essendo separati dalla Terra, mancano di quello.
    A  tal  che  il  vero  metodo  per  investigare  se moto alcuno si pu
    attribuire alla Terra, e, potendosi, quale e' sia,  il considerare ed
    osservare se ne i corpi  separati  dalla  Terra  si  scorge  apparenza
    alcuna  di movimento,  il quale egualmente competa a tutti;  perch un
    moto che solamente si scorgesse,  verbigrazia,  nella Luna,  e che non
    avesse che far niente con Venere o con Giove n con altre stelle,  non
    potrebbe in veruna maniera esser della Terra,  n di altri  che  della
    Luna.  Ora,  ci    un moto generalissimo e massimo sopra tutti,  ed 
    quello per il quale il Sole,  la Luna,  gli altri pianeti e le  stelle
    fisse,  ed  in  somma  l'universo  tutto,  trattane la sola Terra,  ci
    appariscono unitamente muoversi da oriente verso occidente dentro allo
    spazio di venti  quattr'ore,  e  questo,  in  quanto  a  questa  prima
    apparenza,  non  ha repugnanza di potere esser tanto della Terra sola,
    quanto di tutto il resto del mondo,  trattone la Terra,  imperocch le
    medesime  apparenze  si  vedrebbero  tanto  nell'una  posizione quanto
    nell'altra. Quindi  che Aristotile e Tolomeo, come quelli che avevano
    penetrata questa considerazione,  nel voler  provare  la  Terra  esser
    immobile,  non  argumentano  contro  ad  altro  movimento che a questo
    diurno;  salvo per che Aristotile tocca un non so che  contro  ad  un
    altro  moto  attribuitogli  da  un  antico,  del quale parleremo a suo
    luogo.

    Sagredo: Io resto molto  ben  capace  della  necessit  con  la  quale
    conclude il vostro discorso,  ma mi nasce un dubbio,  del quale non so
    liberarmi: e questo ,  che attribuendo il  Copernico  alla  Terra  un
    altro  movimento  oltre  al  diurno,  il quale,  per la regola pur ora
    dichiarata,   dovrebbe   restare   a   noi,    quanto   all'apparenza,
    impercettibile  nella Terra,  ma visibile in tutto il resto del mondo,
    parmi  di  poter  necessariamente  concludere,   o  che   egli   abbia
    manifestamente  errato nell'assegnare alla Terra un moto del quale non
    apparisca in cielo la sua general corrispondenza,  o vero che,  se  la
    rispondenza  vi  ,  altrettanto  sia  stato  manchevole Tolomeo a non
    reprovar questo, s come reprov l'altro.

    Salviati: Molto ragionevolmente avete dubitato,  e  quando  verremo  a
    trattare  dell'altro movimento,  vedrete di quanto intervallo abbia il
    Copernico superato di accortezza  e  perspicacit  d'ingegno  Tolomeo,
    mentre  egli  ha  veduto  quello  che esso non vedde,  dico la mirabil
    corrispondenza con la quale tal movimento  si  reflette  in  tutto  il
    resto  de  i  corpi  celesti.  Ma  per  ora sospendiamo questa parte e
    torniamo  alla  prima  considerazione;   intorno  alla   quale   andr
    proponendo,  cominciandomi dalle cose pi generali, quelle ragioni che
    par che favoriscano la mobilit della Terra, per sentir poi dal signor
    Simplicio le repugnanti.  E prima,  se noi considereremo solamente  la
    mole immensa della sfera stellata in comparazione della piccolezza del
    globo terrestre, contenuto da quella per tanti milioni di volte, e pi
    penseremo  alla velocit del moto che deve in un giorno e in una notte
    fare una intera conversione,  io non mi posso persuadere che trovar si
    potesse  alcuno che avesse per cosa pi ragionevole e credibile che la
    sfera celeste fusse quella che desse la volta,  ed il globo  terrestre
    restasse fermo.

    Sagredo:  Se  per tutta l'universit degli effetti che possono aver in
    natura dependenza  da  movimenti  tali,  seguissero  indifferentemente
    tutte  le  medesime  conseguenze  a  capello  tanto dall'una posizione
    quanto dall'altra,  io,  quanto alla mia prima e generale apprensione,
    stimerei  che  colui che reputasse pi ragionevole il far muover tutto
    l'universo,  per ritener ferma la Terra,  fusse pi  irragionevole  di
    quello che, sendo salito in cima della vostra Cupola non per altro che
    per dare una vista alla citt ed al suo contado, domandasse che se gli
    facesse  girare intorno tutto il paese,  acci non avesse egli ad aver
    la fatica di volger la testa: e ben vorrebbero esser molte e grandi le
    comodit che si traesser da quella posizione  e  non  da  questa,  che
    pareggiassero nel mio concetto e superasser questo assurdo,  s che mi
    rendesser pi  credibile  quella  che  questa.  Ma  forse  Aristotile,
    Tolomeo  e  il  signor Simplicio ci devono trovare i lor vantaggi,  li
    quali sar bene che sien proposti a noi ancora,  se vi sono,  o mi sia
    dichiarato come e' non vi sieno n possano essere.

    Salviati:  Io s come,  per molto che ci abbia pensato,  non ho potuto
    trovar diversit alcuna,  cos mi par  d'aver  trovato  che  diversit
    alcuna  non  vi  possa essere;  onde io stimo il pi cercarla esser in
    vano.  Per notate: il moto in tanto  moto,  e come  moto  opera,  in
    quanto  ha  relazione  a cose che di esso mancano;  ma tra le cose che
    tutte ne participano egualmente,  niente opera  ed    come  s'e'  non
    fusse:  e cos le mercanzie delle quali  carica la nave,  in tanto si
    muovono, in quanto, lasciando Venezia, passano per Corf,  per Candia,
    per Cipro,  e vanno in Aleppo,  li quali Venezia,  Corf,  Candia etc.
    restano,  n si muovono con la nave,  ma per le balle,  casse ed altri
    colli,  de'  quali    carica e stivata la nave,  e rispetto alla nave
    medesima, il moto da Venezia in Sora  come nullo, e niente altera la
    relazione che  tra di loro,  e questo,  perch  comune  a  tutti  ed
    egualmente  da  tutti   participato;  e quando delle robe che sono in
    nave una balla si sia discostata da una cassa un sol dito, questo solo
    sar stato per lei movimento maggiore,  in relazione alla cassa che 'l
    viaggio di dua mila miglia fatto da loro di conserva.

    Simplicio: Questa  dottrina buona, soda e tutta peripatetica.

    Salviati:  Io  l'ho  per  pi  antica;  e  dubito che Aristotile,  nel
    pigliarla da qualche buona scuola,  non la penetrasse  interamente,  e
    che  per,  avendola scritta alterata,  sia stato causa di confusione,
    mediante quelli che voglion sostenere ogni suo detto:  e  quando  egli
    scrisse  che  tutto  quel  che  si muove,  si muove sopra qualche cosa
    immobile, dubito che equivocasse dal dire che tutto quel che si muove,
    si muove rispetto a qualche cosa immobile,  la qual  proposizione  non
    patisce difficult veruna, e l'altra ne ha molte.

    Sagredo: Di grazia, non rompiamo il filo, e seguite avanti il discorso
    incominciato.

    Salviati:  Essendo  dunque manifesto che il moto il quale sia comune a
    molti mobili,   ozioso e come nullo in quanto alla relazione di  essi
    mobili tra di loro,  poich tra di essi niente si muta,  e solamente 
    operativo nella relazione che hanno essi mobili con altri che manchino
    di quel moto,  tra i quali si muta abitudine;  ed  avendo  noi  diviso
    l'universo  in  due parti,  una delle quali  necessariamente mobile e
    l'altra immobile;  per  tutto  quello  che  possa  depender  da  cotal
    movimento,  tanto  far muover la Terra sola quanto tutto 'l resto del
    mondo,  poich l'operazione di tal moto  non    in  altro  che  nella
    relazione  che  cade  tra  i  corpi  celesti e la Terra,  la qual sola
    relazione  quella che si muta.  Ora,  se per conseguire  il  medesimo
    effetto  ad unguem tanto fa se la sola Terra si muova,  cessando tutto
    il resto dell'universo,  che se,  restando ferma la Terra sola,  tutto
    l'universo  si  muova  di  un  istesso moto,  chi vorr credere che la
    natura (che pur,  per comun consenso,  non opera con  l'intervento  di
    molte cose quel che si pu fare col mezo di poche) abbia eletto di far
    muovere  un  numero  immenso  di corpi vastissimi,  e con una velocit
    inestimabile,  per conseguir quello che col movimento mediocre  di  un
    solo intorno al suo proprio centro poteva ottenersi?

    Simplicio:  Io  non bene intendo come questo grandissimo moto sia come
    nullo  per  il  Sole,  per  la  Luna  per  gli  altri  pianeti  e  per
    l'innumerabile  schiera  delle  stelle fisse.  E come direte voi esser
    nulla il passare il Sole da  un  meridiano  all'altro,  alzarsi  sopra
    questo orizonte,  abbassarsi sotto quello,  arrecare ora il giorno ora
    la notte,  simili variazioni far la Luna e  gli  altri  pianeti  e  le
    stelle fisse ancora?

    Salviati: Tutte coteste variazioni raccontate da voi non son nulla, se
    non  in  relazion  alla  Terra.  E  che  ci  sia  vero,  rimovete con
    l'immaginazione la Terra:  non  resta  pi  al  mondo  n  nascere  n
    tramontar  di Sole o di Luna,  n orizonti n meridiani,  n giorni n
    notti, n in somma per tal movimento nasce mai mutazione alcuna tra la
    Luna e 'l Sole o altre qualsivoglino stelle, sian fisse o erranti;  ma
    tutte le mutazioni hanno relazione alla Terra; le quali tutte in somma
    non  importano  poi  altro che 'l mostrare il Sole ora alla Cina,  poi
    alla Persia, dopo all'Egitto, alla Grecia, alla Francia,  alla Spagna,
    all'America  etc.,  e  far l'istesso della Luna e del resto de i corpi
    celesti,  la qual fattura segue puntualmente  nel  modo  medesimo  se,
    senza  imbrigar s gran parte dell'universo,  si faccia rigirare in se
    stesso il globo terrestre.  Ma raddoppiamo la difficolt con  un'altra
    grandissima:  la qua le ,  che quando si attribuisca questo gran moto
    al cielo, bisogna di necessit farlo contrario a i moti particolari di
    tutti gli orbi de i pianeti, de i quali ciascheduno senza controversia
    ha il movimento suo proprio da occidente verso oriente, e questo assai
    piacevole e moderato,  e convien poi fargli rapire in contrario,  cio
    da oriente in occidente,  da questo rapidissimo moto diurno; dove che,
    facendosi muover la Terra in se stessa,  si leva  la  contrariet  de'
    moti, ed il solo movimento da occidente in oriente si accomoda a tutte
    le apparenze e sodisf a tutte compiutamente.

    Simplicio: Quanto alla contrariet de i moti, importerebbe poco perch
    Aristotile  dimostra  che  i  moti  circolari non son contrarii fra di
    loro, e che la loro non si pu chiamar vera contrariet.

    Salviati: Lo dimostra Aristotile,  o pur lo dice solamente perch cos
    compliva  a  certo  suo  disegno?  Se contrarii son quelli,  come egli
    stesso afferma,  che scambievolmente si destruggono,  io non so vedere
    come due mobili che s'incontrino sopra una linea circolare, si abbiano
    a offender meno che incontrandosi sopra una linea retta.

    Sagredo: Di grazia,  fermate un poco. Ditemi, signor Simplicio, quando
    due cavalieri si incontrano giostrando a campo aperto,  o pure  quando
    due  squadre  intere  o  due armate in mare si vanno ad investire e si
    rompono e si sommergono, chiameresti voi cotali incontri contrarii tra
    di loro?

    Simplicio: Diciamoli contrarii.

    Sagredo: Come dunque ne i moti circolari non    contrariet?  Questi,
    essendo fatti sopra la superficie della terra o dell'acqua,  che sono,
    come voi sapete,  sferiche,  vengono ad esser circolari.  Sapete  voi,
    signor  Simplicio,  quali  sono  i moti circolari che non son tra loro
    contrarii? son quelli di due cerchi che si toccano per di fuora,  che,
    girandone uno,  fa naturalmente muover l'altro diversamente; ma se uno
    sar dentro all'altro,   impossibil che i moti loro fatti in  diverse
    parti non si contrastino l'un l'altro.

    Salviati:  Ma  contrarii o non contrarii,  queste sono altercazioni di
    parole;  ed io so che in fatti molto pi semplice e natural cosa   il
    poter salvare il tutto con un movimento solo, che l'introdurne due, se
    non volete chiamarli contrarii, ditegli opposti: n io vi porgo questa
    introduzione  per  impossibile,  n  pretendo  di  trar  da  essa  una
    dimostrazione necessaria, ma solo una maggior probabilit. Si rinterza
    l'inverisimile col disordinare sproporzionatissimamente  l'ordine  che
    noi  veggiamo  sicuramente esser tra quei corpi celesti la circolazion
    de' quali non  dubbia, ma certissima.  E l'ordine ,  che secondo che
    un orbe  maggiore, finisce il suo rivolgimento in tempo pi lungo, ed
    i minori in pi breve: e cos Saturno,  descrivendo un cerchio maggior
    di tutti gli altri pianeti,  lo  complisce  in  trent'anni;  Giove  si
    rivolge nel suo minore in anni dodici,  Marte in dua; la Luna passa il
    suo,  tanto pi piccolo,  in un sol  mese;  e  non  men  sensibilmente
    vediamo,  delle  Stelle  Medicee  la  pi  vicina  a  Giove far il suo
    rivolgimento in brevissimo tempo, cio in ore quarantadua in circa, la
    seguente in tre giorni e mezo,  la terza in giorni  sette,  e  la  pi
    remota  in  sedici:  e  questo  tenore  assai concorde non punto verr
    alterato mentre si faccia che il movimento delle  ventiquattr'ore  sia
    del  globo  terrestre in se stesso;  che,  quando si voglia ritener la
    Terra  immobile,    necessario,  dopo  l'esser  passati  dal  periodo
    brevissimo  della  Luna a gli altri conseguentemente maggiori,  fino a
    quel di Marte in due anni,  e di l a quel  della  maggiore  sfera  di
    Giove  in anni dodici,  e da questa all'altra maggiore di Saturno,  il
    cui periodo    di  trent'anni,    necessario,  dico,  trapassare  ad
    un'altra  sfera  incomparabilmente maggiore,  e farla finire un'intera
    revoluzione  in  vintiquattr'ore.   E   questo   poi      il   minimo
    disordinamento che si possa introdurre,  perch se altri volesse dalla
    sfera di Saturno passare alla stellata,  e farla tanto pi  grande  di
    quella  di  Saturno,  quanto a proporzione converrebbe rispetto al suo
    movimento tardissimo di molte migliaia d'anni,  bisognerebbe con molto
    pi  sproporzionato salto trapassar da questa ad un'altra maggiore,  e
    farla convertibile in ventiquattr'ore.  Ma dandosi  la  mobilit  alla
    Terra,  l'ordine  de' periodi vien benissimo osservato,  e dalla sfera
    pigrissima di  Saturno  si  trapassa  alle  stelle  fisse,  del  tutto
    immobili,  e viensi a sfuggire una quarta difficolt,  la qual bisogna
    necessariamente ammettere quando la sfera stellata si faccia mobile; e
    questa  la disparit immensa tra i moti di esse stelle,  delle  quali
    altre verranno a muoversi velocissimamente in cerchi vastissimi, altre
    lentissimamente in cerchi piccolissimi, secondo che queste e quelle si
    troveranno pi o meno vicine a i poli; che pure ha dell'inconveniente,
    s  perch  noi  veggiamo quelle,  del moto delle quali non si dubita,
    muoversi tutte in cerchi massimi,  s ancora perch pare con non buona
    determinazione  fatto  il  constituir  corpi,  che  s'abbiano a muover
    circolarmente, in distanze immense dal centro, e fargli poi muovere in
    cerchi piccolissimi.  E non pure  le  grandezze  de  i  cerchi  ed  in
    conseguenza   le   velocit   de  i  moti  di  queste  stelle  saranno
    diversissimi da i cerchi e moti di quell'altre,  ma le medesime stelle
    andranno  variando  suoi  cerchi  e  sue  velocit  (e  sar il quinto
    inconveniente),   avvengach  quelle  che  due   mil'anni   fa   erano
    nell'equinoziale,  ed  in  conseguenza  descrivevano  col  moto cerchi
    massimi,  trovandosene a i  tempi  nostri  lontane  per  molti  gradi,
    bisogna  che  siano  fatte pi tarde di moto e ridottesi a muoversi in
    minori cerchi;  e non  lontano dal poter accader che venga tempo  nel
    quale  alcuna  di  loro,  che  per l'addietro si sia mossa sempre,  si
    riduca, congiugnendosi col polo, a star ferma,  e poi ancora,  dopo la
    quiete  di  qualche tempo,  torni a muoversi: dove che l'altre stelle,
    che si muovono sicuramente,  tutte descrivono,  come si    detto,  il
    cerchio  massimo  dell'orbe  loro,  ed  in  quello  immutabilmente  si
    mantengono. Accresce l'inverisimile (e sia il sesto inconveniente),  a
    chi  pi saldamente discorre,  l'essere inescogitabile qual deva esser
    la solidit di quella vastissima sfera,  nella  cui  profondit  sieno
    cos tenacemente saldate tante stelle, che senza punto variar sito tra
    loro,  concordemente  vengono con s gran disparit di moti portate in
    volta: o se pure il cielo  fluido,  come  assai  pi  ragionevolmente
    convien  credere,  s  che  ogni stella per se stessa per quello vadia
    vagando,  qual legge regoler i moti loro ed a che fine,  per far che,
    rimirati dalla Terra,  appariscano come fatti da una sola sfera?  A me
    pare che per conseguir  ci,  sia  tanto  pi  agevole  ed  accomodata
    maniera  il  costituirle  immobili  che  'l farle vaganti,  quanto pi
    facilmente si tengono a segno molte pietre murate in una  piazza,  che
    le  schiere de' fanciulli che sopra vi corrono.  E finalmente,  per la
    settima instanza,  se noi attribuiamo la conversion  diurna  al  cielo
    altissimo,  bisogna  farla  di  tanta  forza  e virt,  che seco porti
    l'innumerabil moltitudine delle stelle fisse, corpi tutti vastissimi e
    maggiori assai della Terra,  e di pi tutte le  sfere  de  i  pianeti,
    ancorch e questi e quelle per lor natura si muovano in contrario;  ed
    oltre a questo  forza concedere che anco l'elemento del  fuoco  e  la
    maggior  parte  dell'aria  siano parimente rapiti e che il solo piccol
    globo della Terra resti contumace e renitente a tanta virt: cosa  che
    a  me  pare che abbia molto del difficile,  n saprei intender come la
    Terra,  corpo pensile e librato sopra 'l suo centro,  indifferente  al
    moto  ed alla quiete,  posto e circondato da un ambiente liquido,  non
    dovesse cedere ella ancora ed esser portata in volta.  Ma tali intoppi
    non troviamo noi nel far muover la Terra,  corpo minimo ed insensibile
    in comparazione dell'universo,  e perci inabile  al  fargli  violenza
    alcuna.

    Sagredo: Io mi sento raggirar per la fantasia alcuni concetti, cos in
    confuso  destatimi  da  i discorsi fatti;  che s'io voglio potermi con
    attenzione applicar alle cose da dirsi,   forza  ch'io  vegga  se  mi
    succedesse meglio ordinargli e trarne quel costrutto che vi , se per
    ve  ne sar alcuno: e per avventura il procedere per interrogazioni mi
    aiuter a pi agevolmente spiegarmi. Per domando al signor Simplicio,
    prima,  se e' crede che al  medesimo  corpo  semplice  mobile  possano
    naturalmente competere diversi movimenti, o pure che un solo convenga,
    che sia il suo proprio e naturale.

    Simplicio: D'un mobile semplice un solo, e non pi, pu essere il moto
    che  gli convenga naturalmente,  e gli altri tutti per accidente e per
    participazione;  in quel modo che a colui che passeggia per  la  nave,
    suo  moto proprio  quello del passeggio,  e per participazione quello
    che lo conduce in porto,  dove egli  mai  col  passeggio  non  sarebbe
    arrivato, se la nave col moto suo non ve l'avesse condotto.

    Sagredo:    Ditemi,    secondariamente:   quel   movimento   che   per
    participazione vien comunicato a qualche mobile,  mentre egli  per  se
    stesso  si  muove  di  altro  moto  diverso  dal  participato,   egli
    necessario che risegga in qualche suggetto per se stesso,  o  pur  pu
    esser anco in natura senz'altro appoggio?

    Simplicio:  Aristotile  vi risponde a tutte queste domande,  e vi dice
    che s come d'un mobile uno  il moto,  cos  di  un  moto  uno    il
    mobile,  ed  in  conseguenza che senza l'inerenza del suo suggetto non
    pu n essere n anco immaginarsi alcun movimento.

    Sagredo: Io vorrei che voi mi diceste, nel terzo luogo, se voi credete
    che la Luna e gli altri pianeti e corpi celesti abbiano lor  movimenti
    proprii, e quali e' siano.

    Simplicio:  Hannogli,  e son quelli secondo i quali e' vanno scorrendo
    il zodiaco: la Luna in un mese,  il Sole in un anno Marte in  dua,  la
    sfera  stellata  in  quelle tante migliaia;  e questi sono i moti loro
    proprii e naturali.

    Sagredo: Ma quel moto col quale io veggo le stelle fisse,  e con  esse
    tutti i pianeti, andare unitamente da levante a ponente e ritornare in
    oriente in ventiquattr'ore, in che modo gli compete?

    Simplicio: Hannolo per participazione.

    Sagredo:  Questo dunque non risiede in loro;  e non risedendo in loro,
    n potendo esser senza qualche suggetto nel qua le e' risegga,  forza
    farlo proprio e naturale di qualche altra sfera.

    Simplicio: Per questo rispetto hanno  ritrovata  gli  astronomi  ed  i
    filosofi   un'altra   sfera   altissima   senza  stelle,   alla  quale
    naturalmente compete la conversion diurna,  e questa hanno chiamata il
    primo  mobile,  il  quale  poi  rapisce seco tutte le sfere inferiori,
    contribuendo e participando loro il movimento suo.

    Sagredo:  Ma  quando,   senza  introdurr'altre   sfere   incognite   e
    vastissime,   senza  altri  movimenti  o  rapimenti  participati,  col
    lasciare a ciascheduna sfera il suo solo e semplice  movimento,  senza
    mescolar  movimenti contrarii,  ma fargli tutti per il medesimo verso,
    come  necessario ch'e' sieno dependendo tutti da  un  sol  principio,
    tutte le cose caminano e rispondono con perfettissima armonia,  perch
    rifiutar questo  partito,  e  dar  assenso  a  quelle  cos  strane  e
    laboriose condizioni?

    Simplicio: Il punto sta in trovar questo modo cos semplice e spedito.

    Sagredo: Il modo mi par bell'e trovato. Fate che la Terra sia il primo
    mobile, cio fatela rivolgere in se stessa in ventiquattr'ore e per il
    medesimo verso che tutte le altre sfere, che senza participar tal moto
    a nessun altro pianeta o stelle,  tutte avranno i lor orti,  occasi ed
    in somma tutte l'altre apparenze.

    Simplicio:   L'importanza      il   poterla   muovere   senza   mille
    inconvenienti.

    Salviati:  Tutti gli inconvenienti si torranno via secondo che voi gli
    andrete proponendo: e le cose dette sin qui sono solamente i  primi  e
    pi  generali  motivi  per  i  quali  par  che  si renda non del tutto
    improbabile che la diurna conversione sia pi tosto della Terra che di
    tutto 'l resto dell'universo;  li quali io non  vi  porto  come  leggi
    infrangibili,  ma come motivi che abbiano qualche apparenza.  E perch
    benissimo intendo che una sola esperienza o concludente  dimostrazione
    che  si avesse in contrario,  basta a battere in terra questi ed altri
    centomila argomenti probabili,  per  non  bisogna  fermarsi  qui,  ma
    procedere  avanti  e sentire quel che risponde il signor Simplicio,  e
    quali  migliori  probabilit  o  pi  ferme  ragioni  egli  adduce  in
    contrario.

    Simplicio:  Io  dir  prima alcuna cosa in generale sopra tutte queste
    considerazioni insieme,  poi verr a qualche  particolare.  Parmi  che
    universalmente  voi vi fondiate su la maggior semplicit e facilit di
    produrre i medesimi effetti,  mentre stimate che quanto  al  causargli
    tanto  sia  il  muover  la Terra sola quanto tutto 'l resto del mondo,
    trattone la Terra,  ma quanto all'operazione voi  reputate  molto  pi
    facile  quella  che questa.  Al che io vi rispondo che a me ancora par
    l'istesso,  mentre io riguardo alla forza  mia,  non  pur  finita,  ma
    debolissima;  ma rispetto alla virt del Motore, che  infinita, non 
    meno agevole il muover l'universo, che la Terra e che una paglia. E se
    la virt  infinita,  perch non se ne deve egli esercitare pi  tosto
    una  gran  parte  che  una minima?  Per tanto parmi che il discorso in
    generale non sia efficace.

    Salviati: Se io avessi mai detto  che  l'universo  non  si  muove  por
    mancamento  di  virt  del  Motore,  io  avrei  errato,  e  la  vostra
    correzzione sarebbe oportuna;  e vi concedo che a una potenza infinita
    tanto  facile il muover centomila, quanto uno. Ma quello che ho detto
    io non ha riguardo al Motore,  ma solamente a i mobili, ed in essi non
    solo alla loro resistenza,  la quale non  dubbio esser  minore  nella
    Terra  che  nell'universo,  ma  a  i  molti  altri particolari pur ora
    considerati.   Al  dir  poi  che  d'una  virt  infinita  sia   meglio
    esercitarne   una   gran  parte  che  una  minima,   vi  rispondo  che
    dell'infinito una parte non  maggior dell'altra,  quando amendue sien
    finite;  n si pu dire che del numero infinito il centomila sia parte
    maggiore che 'l due,  se ben quello  cinquantamila volte  maggior  di
    questo;  e  quando  per  muover l'universo ci voglia una virt finita,
    bench grandissima in comparazione di quella che basterebbe per muover
    la  Terra  sola,   non   per   se   n'impiegherebbe   maggior   parte
    dell'infinita,  n  minore  sarebbe che infinita quella che resterebbe
    oziosa;  talch l'applicar per un effetto particolare un poco pi o un
    poco  meno  virt  non  importa  niente: oltre che l'operazione di tal
    virt non ha per termine e fine il solo movimento diurno,  ma sono  al
    mondo altri movimenti assai che noi sappiamo,  e molti altri pi ve ne
    posson essere incogniti a noi.  Avendo dunque riguardo a i  mobili,  e
    non  si  dubitando  che  operazione pi breve e spedita  il muover la
    Terra che l'universo,  e di  pi  avendo  l'occhio  alle  tante  altre
    abbreviazioni  ed agevolezze che con questo solo si conseguiscono,  un
    verissimo assioma d'Aristotile che c'insegna che frustra fit per plura
    quod potest fieri per pauciora ci rende pi probabile,  il moto diurno
    esser della Terra sola, che dell'universo trattone la Terra.

    Simplicio:  Voi  nei referir l'assioma avete lasciato una clausola che
    importa il tutto,  e massime  nel  presente  proposito.  La  particola
    lasciata    un  que  bene;  bisogna  dunque  esaminare  se  si possa
    egualmente bene sodisfare al tutto con questo e con quello assunto.

    Salviati:  Il  vedere  se  l'una  e  l'altra   posizione   sodisfaccia
    egualmente   bene,   si   comprender   da   gli   esami   particolari
    dell'apparenze alle quali si ha da sodisfare,  perch  sin  ora  si  
    discorso,  e  si  discorrer,  ex hypothesi,  supponendo che quanto al
    sodisfare  all'apparenze  amendue  le   posizioni   sieno   egualmente
    accomodate.  La  particola poi,  che voi dite essere stata lasciata da
    me,  ho pi tosto sospetto che sia  superfluamente  aggiunta  da  voi:
    perch   il   dire  "egualmente  bene"    una  relazione,   la  quale
    necessariamente ricerca due termini almeno,  non potendo una cosa aver
    relazione  a  se  stessa,   e  dirsi,  verbigrazia,  la  quiete  esser
    egualmente buona come la quiete, e perch quando si dice "invano si fa
    con pi mezi quello che si pu fare con  manco  mezi",  s'intende  che
    quel  che  si  ha da fare deva esser la medesima cosa,  e non due cose
    differenti,  e perch la medesima cosa non pu  dirsi  egualmente  ben
    fatta come se medesima, adunque l'aggiunta della particola "egualmente
    bene"  superflua ed una relazione che ha un termine solo.

    Sagredo:  Se noi non vogliamo che ci intervenga come ieri,  ritornisi,
    di grazia,  nella materia,  ed il signor Simplicio  cominci  a  produr
    quelle   difficult   che  gli  paiono  contrarianti  a  questa  nuova
    disposizione del mondo.

    Simplicio: La disposizione non  nuova,  anzi antichissima,  e che ci
    sia  vero,  Aristotile  la confuta,  e le sue confutazioni son queste.
    "Prima, se la Terra si movesse o in se stessa, stando nel centro, o in
    cerchio, essendo fuor del centro,   necessario che violentemente ella
    si  movesse  di tal moto,  imper che e' non  suo naturale;  ch s'e'
    fusse suo, l'avrebbe ancora ogni sua particella;  ma ognuna di loro si
    muove   per   linea   retta  al  centro:  essendo  dunque  violento  e
    preternaturale,  non potrebbe essere sempiterno: ma l'ordine del mondo
     sempiterno: adunque etc.  Secondariamente, tutti gli altri mobili di
    moto circolare par che restino indietro e si  muovano  di  pi  di  un
    moto, trattone per il primo mobile: per lo che sarebbe necessario che
    la  Terra  ancora  si  movesse  di  due  moti;  e  quando  ci  fosse,
    bisognerebbe di necessit che  si  facessero  mutazioni  nelle  stelle
    fisse:  il  che non si vede,  anzi senza variazione alcuna le medesime
    stelle  nascono  sempre  da  i  medesimi  luoghi,   e  ne  i  medesimi
    tramontano.  Terzo,  il moto delle parti e del tutto  naturalmente al
    centro dell'universo, e per questo ancora in esso si sta. Muove poi la
    dubitazione se il moto delle parti  per andare naturalmente al centro
    dell'universo,  o pure al centro della Terra;  e conclude,  esser  suo
    instinto proprio di andare al centro dell'universo, e per accidente al
    centro della Terra: del qual dubbio si discorse ieri a lungo. Conferma
    finalmente  l'istesso  col  quarto argomento preso dall'esperienza de'
    gravi, li quali, cadendo da alto a baso,  vengono a perpendicolo sopra
    la  superficie  della  Terra;  e  medesimamente  i  proietti  tirati a
    perpendicolo in alto, a perpendicolo per le medesime linee ritornano a
    basso,  quanto bene fussero stati tirati in immensa altezza: argomenti
    necessariamente concludenti, il moto loro esser al centro della Terra,
    che senza punto muoversi gli aspetta e riceve.  Accenna poi in ultimo,
    esser  da  gli  astronomi  prodotte  altre  ragioni  in  confermazione
    dell'istesse   conclusioni,   dico  dell'esser  la  Terra  nel  centro
    dell'universo ed immobile; ed una sola ne produce,  che  il risponder
    tutte  le apparenze,  che si veggono ne' movimenti delle stelle,  alla
    posizione di essa Terra nel centro,  la qual rispondenza  non  avrebbe
    quando  ella non vi fusse".  Le altre,  prodotte da Tolomeo e da altri
    astronomi, le potr arrecare ora,  se cos vi piace,  o dopo che arete
    detto quanto vi occorre in risposta di queste di Aristotile.

    Salviati: Gli argumenti che si producono in questa materia, son di due
    generi:  altri  hanno  riguardo  a  gli  accidenti  terrestri,   senza
    relazione alcuna alle stelle,  ed altri si cavano dalle  apparenze  ed
    osservazioni delle cose celesti. Gli argomenti d'Aristotile son per lo
    pi  cavati  dalle  cose  intorno  a  noi,  e  lascia  gli  altri alli
    astronomi;  per sar bene,  se cos vi pare,  esaminar  questi  presi
    dalle esperienze di Terra, e poi verremo all'altro genere. E perch da
    Tolomeo,  da  Ticone  e  da  altri  astronomi e filosofi,  oltre a gli
    argomenti d'Aristotile,  presi,  confermati e fortificati da loro,  ne
    son  prodotti  de gli altri,  si potranno unir tutti insieme,  per non
    aver poi a replicar le medesime o simili  risposte  due  volte.  Per,
    signor Simplicio,  o vogliate referirgli voi, o vogliate ch'io vi levi
    questa briga, son per compiacervi.

    Simplicio: Sar meglio che voi gli portiate,  che,  per  averci  fatto
    maggiore studio, gli arete pi in pronto, ed anco in maggior numero.

    Salviati: Per la pi gagliarda ragione si produce da tutti quella de i
    corpi gravi, che cadendo da alto a basso vengono per una linea retta e
    perpendicolare   alla   superficie  della  Terra;   argomento  stimato
    irrefragabile, che la Terra stia immobile: perch,  quando ella avesse
    la conversion diurna, una torre dalla sommit della quale si lasciasse
    cadere  un  sasso,  venendo  portata dalla vertigine della Terra,  nel
    tempo che 'l sasso consuma nel suo cadere, scorrerebbe molte centinaia
    di braccia verso  oriente,  e  per  tanto  spazio  dovrebbe  il  sasso
    percuotere in terra lontano dalla radice della torre. Il quale effetto
    confermano con un'altra esperienza,  cio col lasciar cadere una palla
    di piombo dalla cima dell'albero di una nave che stia  ferma,  notando
    il  segno  dove ella batte che  vicino al pi dell'albero;  ma se dal
    medesimo luogo si lascer cadere la  medesima  palla  quando  la  nave
    cammini,  la  sua  percossa  sar  lontana dall'altra per tanto spazio
    quanto la nave sar scorsa innanzi nel tempo della caduta del  piombo,
    e questo non per altro se non perch il movimento naturale della palla
    posta  in  sua  libert  per linea retta verso 'l centro della Terra.
    Fortificasi tal argomento con l'esperienza  d'un  proietto  tirato  in
    alto per grandissima distanza,  qual sarebbe una palla cacciata da una
    artiglieria drizzata a perpendicolo sopra l'orizonte,  la quale  nella
    salita  e  nel  ritorno consuma tanto tempo,  che nel nostro parallelo
    l'artiglieria e noi insieme saremmo per  molte  miglia  portati  dalla
    Terra  verso  levante,  talch  la  palla,  cadendo,  non potrebbe mai
    tornare appresso al pezzo,  ma tanto lontana verso occidente quanto la
    Terra fosse scorsa avanti. Aggiungono di pi la terza e molto efficace
    esperienza,  che  :  tirandosi  con una colubrina una palla di volata
    verso levante,  e poi un'altra  con  egual  carica  ed  alla  medesima
    elevazione   verso   ponente,   il   tiro  verso  ponente  riuscirebbe
    estremamente maggiore dell'altro verso levante;  imperocch mentre  la
    palla va verso occidente,  e l'artiglieria, portata dalla Terra, verso
    oriente,   la  palla  verrebbe   a   percuotere   in   terra   lontana
    dall'artiglieria tanto spazio quanto  l'aggregato de' due viaggi, uno
    fatto da s verso occidente, e l'altro dal pezzo, portato dalla Terra,
    verso levante;  e per l'opposito, del viaggio fatto dalla palla tirata
    verso  levante  bisognerebbe  detrarne   quello   che   avesse   fatto
    l'artiglieria  seguendola: posto dunque,  per esempio,  che 'l viaggio
    della palla per se stesso fosse cinque miglia,  e che la Terra in quel
    tal parallelo nel tempo della volata della palla scorresse tre miglia,
    nel tiro di ponente la palla cadrebbe in terra otto miglia lontana dal
    pezzo,  cio  le  sue  cinque  verso  ponente e le tre del pezzo verso
    levante; ma il tiro d'oriente non riuscirebbe pi lungo di due miglia,
    ch tanto resta detratto dalle cinque del tiro le  tre  del  moto  del
    pezzo  verso  la  medesima parte: ma l'esperienza mostra i tiri essere
    eguali; adunque l'artiglieria sta immobile, e per conseguenza la Terra
    ancora.  Ma non meno di questi,  i tiri altres verso  mezo  giorno  o
    verso  tramontana  confermano la stabilit della Terra: imperocch mai
    non si correbbe nel segno che altri avesse tolto di  mira,  ma  sempre
    sarebbero  i tiri costieri verso ponente,  per lo scorrere che farebbe
    il bersaglio,  portato dalla Terra,  verso levante,  mentre la palla 
    per aria. E non solo i tiri per le linee meridiane, ma n anco i fatti
    verso oriente o verso occidente riuscirebber giusti,  ma gli orientali
    riuscirebbero alti, e gli occidentali bassi, tuttavolta che si tirasse
    di punto in bianco;  perch sendo il viaggio della palla in amendue  i
    tiri fatto per la tangente, cio per una linea parallela all'orizonte,
    ed essendo che al moto diurno,  quando sia della Terra,  l'orizonte si
    va sempre abbassando verso levante ed alzandosi da ponente  (che  per
    ci   appariscono  le  stelle  orientali  alzarsi,   e  le  occidentali
    abbassarsi),  adunque il  bersaglio  orientale  s'andrebbe  abbassando
    sotto  il  tiro,  onde  il  tiro  riuscirebbe alto,  e l'alzamento del
    bersaglio occidentale renderebbe basso il tiro verso occidente. Talch
    mai non si  potrebbe  verso  nissuna  parte  tirar  giusto:  e  perch
    l'esperienza  in contrario,  forza dire che la Terra sta immobile.

    Simplicio: Oh queste son ben ragioni,  alle quali  impossibile trovar
    risposta che vaglia.

    Salviati: Vi giungono forse nuove?

    Simplicio: Veramente s.  Ed ora veggo con quante belle esperienze  la
    natura  ci   voluta esser cortese per aiutarci a venire in cognizione
    del vero.  Oh come bene una verit si accorda  con  l'altra,  e  tutte
    conspirano al rendersi inespugnabili!

    Sagredo:  Che  peccato  che  l'artiglierie  non  fussero  al  tempo di
    Aristotile! Avrebbe ben egli con esse espugnata l'ignoranza, e parlato
    senza punto titubare delle cose del mondo.

    Salviati: Ho avuto molto caro che queste ragioni vi sien giunte nuove,
    acci che voi non restiate nell'opinione  della  maggior  parte  de  i
    Peripatetici,  che  credono  che  se  alcuno  si  parte dalla dottrina
    d'Aristotile,  ci avvenga da non avere intese n penetrate ben le sue
    dimostrazioni.  Ma  voi  sentirete  sicuramente  dell'altre novit,  e
    sentirete da questi seguaci del  nuovo  sistema  produr  contro  a  se
    stessi osservazioni,  esperienze e ragioni di forza assai maggiore che
    le prodotte da Aristotile e  Tolomeo  o  da  altri  oppugnatori  delle
    medesime  conclusioni,  e  cos  verrete  a  certificarvi  che non per
    ignoranza o inesperienza si sono indotti a seguir tale opinione.

    Sagredo: Egli  forza che con questa occasione io vi  racconti  alcuni
    accidenti  occorsimi da poi in qua ch'io cominciai a sentir parlare di
    questa opinione.  Essendo assai giovanetto che appena avevo finito  il
    corso della filosofia,  tralasciato poi per essermi applicato ad altre
    occupazioni, occorse che certo oltramontano di Rostochio,  e credo che
    'l  suo  nome  fosse  Cristiano  Vurstisio,  seguace dell'opinione del
    Copernico, capit in queste bande,  ed in una Accademia fece dua o ver
    tre lezzioni in questa materia,  con concorso di uditori,  e credo pi
    per la novit del suggetto che per altro: io  per  non  v'intervenni,
    avendo  fatta  una  fissa  impressione  che  tale opinione non potesse
    essere altro che una solenne pazzia.  Interrogati poi  alcuni  che  vi
    erano  stati,  sentii tutti burlarsene,  eccettuatone uno che mi disse
    che 'l negozio non  era  ridicolo  del  tutto;  e  perch  questo  era
    reputato  da  me  per  uomo  intelligente  assai  e molto circospetto,
    pentitomi di non vi essere andato,  cominciai da quel  tempo  in  qua,
    secondo che m'incontravo in alcuno che tenesse l'opinione Copernicana,
    a  domandarlo  se  egli  era stato sempre dell'istesso parere;  n per
    molti ch'io n'abbia interrogati,  ho  trovato  pur  un  solo  che  non
    m'abbia  detto  d'essere stato lungo tempo dell'opinion contraria,  ma
    esser passato in  questa  mosso  dalla  forza  delle  ragioni  che  la
    persuadono:  esaminatigli poi ad uno ad uno,  per veder quanto bene e'
    possedesser le ragioni dell'altra parte,  gli ho trovati tutti  averle
    prontissime,  tal che non ho potuto veramente dire che per ignoranza o
    per vanit o per far, come si dice,  il bello spirito si sieno gettati
    in questa opinione.  All'incontro, di quanti io abbia interrogati de i
    Peripatetici e Tolemaici (che per curiosit ne ho interrogati  molti),
    quale  studio  abbiano  fatto  nel  libro  del  Copernico,  ho trovato
    pochissimi che appena l'abbiano veduto,  ma di quelli ch'io creda  che
    l'abbiano  inteso,   nessuno:  e  de  i  seguaci  pur  della  dottrina
    peripatetica ho cercato d'intendere se mai alcuno di  loro  ha  tenuto
    l'altra  opinione,  e  parimente  non  ne ho trovato alcuno.  L onde,
    considerando io come nessun  che segua l'opinion del  Copernico,  che
    non  sia stato prima della contraria e che non sia benissimo informato
    delle ragioni di Aristotile e di Tolomeo, e che all'incontro nissuno 
    de' seguaci di Tolomeo e d'Aristotile,  che  sia  stato  per  addietro
    dell'opinione  del  Copernico  e  quella  abbia lasciata per venire in
    quella d'Aristotile,  considerando,  dico,  queste cose,  cominciai  a
    credere che uno che lascia un'opinione imbevuta col latte e seguita da
    infiniti,  per  venire in un'altra da pochissimi seguita,  e negata da
    tutte le scuole e  che  veramente  sembra  un  paradosso  grandissimo,
    bisognasse  per  necessit  che fusse mosso,  per non dir forzato,  da
    ragioni pi efficaci.  Per questo  son  io  divenuto  curiosissimo  di
    toccar,  come si dice, il fondo di questo negozio, e reputo a mia gran
    ventura l'incontro di amendue voi,  da i quali io possa  senza  veruna
    fatica sentir tutto quel ch' stato detto, e forse che si pu dire, in
    questa   materia,   sicuro  di  dover  esser,   in  virt  de'  vostri
    ragionamenti, cavato di dubbio e posto in istato di certezza.

    Simplicio: Ma purch l'opinione e la speranza non vi vadia fallita,  e
    che in ultimo non vi troviate pi confuso che prima.

    Sagredo:  Mi  par  d'esser sicuro che cotesto non possa intervenire in
    veruna maniera.

    Simplicio: E perch no?  Io son buon testimonio  a  me  medesimo,  che
    quanto pi si va avanti, pi mi confondo.

    Sagredo:  Cotesto    indizio  che quelle ragioni che sin qui vi erano
    parse concludenti,  e vi tenevano sicuro  della  verit  della  vostra
    opinione,  cominciano  a  mutare  aspetto  nella  vostra  mente  ed  a
    lasciarvi pian piano,  se  non  passare,  almeno  inclinare  verso  la
    contraria.  Ma  io,  che  sono,  e  sono stato sin ora,  indifferente,
    confido grandemente d'avermi a ridurre in quiete e in sicurezza; e voi
    stesso non me lo negherete,  se volete sentir qual cosa mi persuada  a
    cos sperare.

    Simplicio: La sentir volentieri, e non men grato mi sarebbe che in me
    operasse il medesimo effetto.

    Sagredo:  Favoritemi  dunque di rispondere alle mie interrogazioni.  E
    prima, ditemi,  signor Simplicio: non  la conclusione della quale noi
    cerchiamo la cognizione,  se si deva tener,  con Aristotile e Tolomeo,
    che stando ferma la Terra  sola  nel  centro  dell'universo,  i  corpi
    celesti  si muovano tutti o pur se,  stando ferma la sfera stellata ed
    il Sole nel centro, la terra ne sia fuori, e siano suoi quei movimenti
    che ci appariscono esser del Sole e delle stelle fisse?

    Simplicio: Queste son le conclusioni delle quali si disputa.

    Sagredo: Queste due conclusioni non son ellen tali,  che per necessit
    bisogna che una sia vera e l'altra falsa?

    Simplicio:  Cos  :  noi  siamo  in  un dilemma,  una parte del quale
    bisogna per necessit che sia vera,  e l'altra falsa;  perch  tra  'l
    moto e la quiete,  che son contradittorii,  non si d un terzo, s che
    si possa dire: "La Terra non si muove,  e non sta ferma;  il Sole e le
    stelle non si muovono, n stanno ferme".

    Sagredo:  La Terra,  il Sole e le stelle che cosa sono in natura?  son
    cose minime, o pur considerabili?

    Simplicio:  Son   corpi   principalissimi,   nobilissimi,   integranti
    dell'universo vastissimi, considerabilissimi.

    Sagredo: E 'l moto e la quiete quali accidenti sono in natura?

    Simplicio: Tanto grandi e principali,  che la natura stessa per quelli
    si definisce.

    Sagredo: Talch il muoversi eternamente e l'esser del  tutto  immobile
    sono  due  condizioni  molto  considerabili  in  natura  ed  indicanti
    grandissima diversit,  e massime attribuite a  corpi  principalissimi
    dell'universo,  in  conseguenza  delle  quali non posson venire se non
    eventi dissimilissimi.

    Simplicio: Cos  sicuramente.

    Sagredo: Or rispondetemi  ad  un  altro  punto.  Credete  voi  che  in
    dialettica,  in rettorica,  in fisica, in metafisica, in matematica, e
    finalmente nell'universit de' discorsi,  sieno  argomenti  potenti  a
    persuadere  e  dimostrare  altrui non meno le conclusioni false che le
    vere?

    Simplicio: Signor no;  anzi tengo per fermo e son sicuro  che  per  la
    prova di una conclusion vera e necessaria sieno in natura non solo una
    ma  molte  dimostrazioni  potissime,  e  che  intorno ad essa si possa
    discorrere e rigirarsi con mille e mille riscontri, senza intoppar mai
    in veruna  repugnanza,  e  che  quanto  pi  qualche  sofista  volesse
    intorbidarla,  tanto  pi chiara si farebbe sempre la sua certezza;  e
    che,  all'opposito,  per far apparir vera una proposizion falsa e  per
    persuaderla  non  si  possa  produrre  altro  che  fallacie,  sofismi,
    paralogismi,  equivocazioni e discorsi vani,  inconsistenti e pieni di
    repugnanze e contradizioni.

    Sagredo:  Ora,  se  il  moto  eterno e la quiete eterna sono accidenti
    tanto principali in natura,  e tanto diversi che da  essi  non  posson
    dependere se non diversissime conseguenze, e massime applicati al Sole
    ed alla Terra,  corpi tanto vasti ed insigni nell'universo, ed essendo
    di pi impossibile che l'una delle due proposizioni contradittorie non
    sia vera e l'altra falsa,  e non si  potendo  per  prove  della  falsa
    produrr'altro  che fallacie,  ed essendo la vera persuasibile per ogni
    genere di ragioni concludenti e demostrative;  come volete che  quello
    di voi che si sar appreso a sostener la proposizion vera non mi abbia
    a  persuadere?  Bisognerebbe  bene  ch'io fussi d'ingegno stupido,  di
    giudizio stravolto,  e stolido di mente  e  d'intelletto  e  cieco  di
    discorso,  ch'io  non  avessi  a discernere la luce dalle tenebre,  le
    gemme da i carboni, il vero dal falso.

    Simplicio: Io vi dico,  e vi ho detto  altre  volte,  che  il  maggior
    maestro  per  insegnare  a  conoscere i sofismi e paralogismi ed altre
    fallacie  stato Aristotile,  il quale in questa parte non si pu  mai
    esser ingannato.

    Sagredo: Voi l'avete pur con Aristotile, che non pu parlare, ed io vi
    dico  che  se Aristotile fosse qui,  e' rimarrebbe da noi persuaso,  o
    sciorrebbe le nostre ragioni e con altre migliori  persuaderebbe  noi.
    Ma che? voi medesimo nel sentir recitar l'esperienze dell'artiglierie,
    non l'avete voi conosciute ed ammirate e confessate pi concludenti di
    quelle  d'Aristotile?  con tutto ci non sento che 'l signor Salviati,
    il quale  le  ha  prodotte  e  sicuramente  esaminate  e  scandagliate
    puntualissimamente,  confessi  d'esser persuaso da quelle,  n meno da
    altre di maggiore efficacia ancora, che egli accenna d'esser per farci
    sentire. E non so con che fondamento voi vogliate riprender la natura,
    come quella che per la molta et sia imbarbogita ed abbia  dimenticato
    a  produrre ingegni specolativi,  n sappia farne pi se non di quelli
    che,  facendosi mancipii d'Aristotile,  abbiano  a  intender  col  suo
    cervello  e  sentir  co  i suoi sensi.  Ma sentiamo il rimanente delle
    ragioni favorevoli alla sua opinione,  per venir poi al  lor  cimento,
    coppellandole e ponderandole con la bilancia del saggiatore.

    Salviati:  Prima  che proceder pi oltre,  devo dire al signor Sagredo
    che in questi nostri discorsi fo da copernichista,  e lo  imito  quasi
    sua  maschera;  ma  quello  che  internamente abbiano in me operato le
    ragioni che par ch'io produca in suo favore,  non voglio  che  voi  lo
    giudichiate   dal   mio   parlare   mentre   siamo  nel  fervor  della
    rappresentazione della favola,  ma dopo che avr deposto l'abito,  che
    forse  mi  troverete  diverso  da  quello che mi vedete in scena.  Ora
    seguitiamo  avanti.   Produce  Tolomeo  ed  i  suoi  seguaci  un'altra
    esperienza,  simile  a  quella  de  i  proietti,  ed  delle cose che,
    separate dalla Terra,  lungamente si trattengono per aria,  quali sono
    le  nugole e gli uccelli volanti;  e come che di quelle non si pu dir
    che sieno portate dalla Terra,  non essendo a lei  aderenti,  non  par
    possibile ch'elle possin seguire la velocit di quella,  anzi dovrebbe
    parere a noi che tutte velocissimamente si movessero verso  occidente;
    e  se  noi,  portati  dalla  Terra,  passiamo  il  nostro parallelo in
    vintiquattr'ore,  che pure  almeno sedici mila miglia,  come potranno
    gli uccelli tener dietro a un tanto corso?  dove,  all'incontro, senza
    veruna sensibil differenza  gli  vediamo  volar  tanto  verso  levante
    quanto  verso  occidente e verso qualsivoglia parte.  Oltre a ci,  se
    mentre corriamo a cavallo sentiamo  assai  gagliardamente  ferirci  il
    volto   dall'aria,   qual  vento  dovremmo  noi  perpetuamente  sentir
    dall'oriente,  portati con s rapido corso incontro  all'aria?  e  pur
    nulla  di  tale  effetto  si  sente.  E'cci  un'altra  molto ingegnosa
    ragione,  presa da certa esperienza,  ed  tale.  Il moto circolare ha
    facolt di estrudere, dissipare e scacciar dal suo centro le parti del
    corpo  che  si muove,  qualunque volta o 'l moto non sia assai tardo o
    esse parti non sian molto saldamente attaccate insieme;  che per  ci,
    quando,  verbigrazia,  noi  facessimo  velocissimamente  girare una di
    quelle gran ruote dentro le quali caminando uno o dua  uomini  muovono
    grandissimi  pesi,  come  la  massa  delle gran pietre del mangano,  o
    barche   cariche   che   d'un'acqua   in   un'altra   si   traghettano
    strascinandole  per  terra,  quando le parti di essa ruota rapidamente
    girata non fossero pi  che  saldamente  conteste,  si  dissiperebbero
    tutte,  n,  per  molto  che tenacemente fossero sopra la sua esterior
    superficie attaccati sassi o altre materie gravi, potrebbero resistere
    all'impeto,  che con gran violenza le scaglierebbe  in  diverse  parti
    lontane dalla ruota,  ed in conseguenza dal suo centro.  Quando dunque
    la Terra si movesse con tanto e tanto maggior velocit,  qual gravit,
    qual tenacit di calcine o di smalti, riterrebbe i sassi, le fabbriche
    e le citt intere, che da s precipitosa vertigine non fusser lanciate
    verso  'l  cielo?  e gli uomini e le fiere,  che niente sono attaccati
    alla  Terra,  come  resisterebbero  a  un  tanto  impeto?   dove  che,
    all'opposito,  e  queste ed assai minori resistenze,  di sassetti,  di
    rena, di foglie, vediamo quietissimamente riposarsi in Terra,  e sopra
    quella ridursi cadendo,  ancorch con lentissimo moto.  Eccovi, signor
    Simplicio,  le ragioni potissime,  prese,  per cos dire,  dalle  cose
    terrestri:  restano  quelle  dell'altro genere,  cio quelle che hanno
    relazione all'apparenze celesti, le quali ragioni tendon veramente pi
    a dimostrar l'esser la Terra nel centro dell'universo, ed a spogliarla
    in conseguenza del movimento annuo intorno ad esso,  attribuitogli dal
    Copernico;  le quali, come di materia alquanto differente, si potranno
    produr dopo che averemo esaminata la forza di queste sin qui proposte.

    Sagredo: Che dite, signor Simplicio?  parv'egli che 'l signor Salviati
    possegga  e  sappia  esplicare  le ragioni tolemaiche e aristoteliche?
    credete voi che nissuno peripatetico sia altrettanto posseditore delle
    dimostrazioni copernicane?

    Simplicio: Se non fusse il gran concetto che per i discorsi avuti  sin
    qui  mi  son  formato della saldezza di dottrina del signor Salviati e
    dell'acutezza d'ingegno del signor Sagredo, io,  con lor buona grazia,
    mi  vorrei  partire senza pi sentir altro,  parendomi impossibil cosa
    che contradir si possa a  s  palpabili  esperienze,  e  vorrei  senza
    sentir  altro  restar  nella  mia  opinione antica,  perch mi par che
    quando bene ella fusse falsa,  l'essere appoggiata su tanto verisimili
    ragioni la renderebbe scusabile: e se queste son fallacie,  quali vere
    dimostrazioni furon mai cos belle?

    Sagredo: E' pur bene che noi sentiamo le risposte del signor Salviati:
    le quali se saranno vere,    forza  che  sieno  ancora  pi  belle  e
    infinitarnente  pi belle,  e che quelle sien brutte anzi bruttissime,
    se  vera la proposizion metafisicale che 'l vero e 'l bello sono  una
    cosa  medesima,  come  ancora  il  falso  e  'l brutto.  Per,  signor
    Salviati, non perdiamo pi tempo.

    Salviati: Fu,  se ben mi ricorda,  il  primo  argomento  prodotto  dal
    signor  Simplicio  questo:  La  Terra non si pu muover circolarmente,
    perch tal moto gli sarebbe violento,  e per non perpetuo: dell'esser
    poi  violento la ragione era,  perch quando fosse naturale,  le parti
    sue ancora si moverebbero naturalmente in giro,  il che  impossibile,
    perch naturale delle parti  il muoversi di moto retto all'ingi. Qui
    rispondo   che  averei  auto  caro  che  Aristotile  si  fosse  meglio
    dichiarato,   quando   disse:   "Le   parti   ancora   si   moverebber
    circolarmente",   imperocch   questo   muoversi   circolarmente   pu
    intendersi in due modi: uno ,  che ogni particella separata  dal  suo
    tutto   si  movesse  circolarmente  intorno  al  suo  proprio  centro,
    descrivendo i suoi piccoli  cerchiettini;  l'altro  ,  che  movendosi
    tutto  'l  globo  intorno  al suo centro in ventiquattr'ore,  le parti
    ancora girassero intorno al medesimo  centro  in  ventiquattr'ore.  Il
    primo  sarebbe una impertinenza non minore che se altri dicesse che di
    una circonferenza di cerchio ogni parte bisogna che sia un cerchio,  o
    vero  perch  la Terra  sferica,  ogni parte di Terra bisogna che sia
    una palla,  perch cos richiede l'assioma eadem est ratio  totius  et
    partium.  Ma s'egli intese nell'altro,  cio che le parti, a imitazion
    del tutto,  si moverebbero naturalmente intorno al centro di tutto  il
    globo  in  ventiquattr'ore,  io dico che lo fanno;  ed a voi,  in vece
    d'Aristotile, toccher a provar che no.

    Simplicio: Questo  provato da Aristotile nel medesimo  luogo,  mentre
    dice che naturale delle parti  il moto retto al centro dell'universo,
    onde il circolare non gli pu naturalmente competere.

    Salviati:  Ma  non  vedete  voi che nelle medesime parole vi  anco la
    confutazione di questa risposta?

    Simplicio: In che modo? e dove?

    Salviati: Non dic'egli  che  'l  moto  circolare  alla  Terra  sarebbe
    violento?  e per non eterno?  e che questo  assurdo, perch l'ordine
    del mondo  eterno?

    Simplicio: Dicelo.

    Salviati: Ma se quello che    violento  non  pu  esser  eterno,  pel
    converso  quello che non pu esser eterno non potr esser naturale: ma
    il moto della  Terra  all'ingi  non  pu  essere  altramente  eterno:
    adunque  meno  pu  esser  naturale,  n gli potr esser naturale moto
    alcuno che non gli sia anco eterno.  Ma se noi faremo la Terra  mobile
    di moto circolare,  questo potr esser eterno ad essa ed alle parti, e
    per naturale.

    Simplicio: Il moto retto  naturalissimo delle parti della Terra e gli
     eterno, n mai accader che di moto retto non si muovano, intendendo
    per sempre, rimossi gli impedimenti.

    Salviati: Voi equivocate, signor Simplicio, ed io voglio pur vedere di
    liberarvi dall'equivoco.  Per ditemi: credete voi che  una  nave  che
    dallo   stretto   di  Gibilterra  andasse  verso  Palestina,   potesse
    eternamente navigare verso quella spiaggia, movendosi sempre con egual
    corso?

    Simplicio: Non altramente.

    Salviati: E perch no?

    Simplicio: Perch quella navigazione  ristretta e  terminata  tra  le
    Colonne e 'l lito di Palestina,  ed essendo la distanza terminata,  si
    passa in tempo finito: se gi altri  non  volesse,  col  ritornare  in
    dietro  con  movimento  contrario,  tornar  poi a replicar il medesimo
    viaggio; ma questo sarebbe un moto interrotto, e non continuato.

    Salviati: Verissima risposta.  Ma  la  navigazione  dallo  stretto  di
    Magaglianes per il mar Pacifico, per le Molucche, per il capo di Buona
    Speranza,  e  di  l  per  il  medesimo  stretto e di nuovo per il mar
    Pacifico etc., credete voi ch'ella si potesse perpetuare?

    Simplicio: Potrebbesi,  perch essendo questa  una  circolazione,  che
    ritorna  in  se  stessa,  col  replicarla  infinite  volte si potrebbe
    perpetuare senza veruno interrompimento.

    Salviati: Adunque  una  nave  in  questo  viaggio  potrebbe  durare  a
    navigare in eterno.

    Simplicio:   Potrebbe,   quando   la   nave  fusse  incorruttibile  ma
    dissolvendosi la nave, si terminerebbe di necessit la navigazione.

    Salviati:  Ma  nel   Mediterraneo,   quando   anco   la   nave   fusse
    incorruttibile,   non   per  potrebbe  muoversi  perpetuamente  verso
    Palestina,  per esser tal  viaggio  terminato.  Due  cose  adunque  si
    ricercano,  acci  che  un  mobile  senza intermissione possa muoversi
    eternamente:  l'una    che  il  moto  possa  di  sua  natura   essere
    interminato  e  infinito;  e  l'altra,  che  il  mobile  sia parimente
    incorruttibile ed eterno.

    Simplicio: Tutto questo  necessario.

    Salviati: Adunque gi per voi stesso venite ad aver confessato,  esser
    impossibile  che  mobile  alcuno  si  muova eternamente di moto retto,
    essendo che il moto retto, o vogliatelo in su o vogliatelo in gi, voi
    stesso lo fate terminato dalla circonferenza  e  dal  centro:  s  che
    quando bene il mobile,  cio la Terra,  sia eterna,  tuttavia, per non
    essere il moto retto di sua natura eterno, ma terminatissimo,  non pu
    naturalmente  competere  alla  Terra,  anzi,  come pure ieri si disse,
    Aristotile medesimo  costretto a far il globo della Terra eternamente
    stabile.  Quando poi voi dite che  le  parti  della  Terra  sempre  si
    moveranno    all'ingi    rimossi    gli    impedimenti,    equivocate
    gagliardamente, perch all'incontro bisogna impedirle,  contrariarle e
    violentarle,  se voi volete ch'elle si muovano; perch, cadute ch'elle
    sono una volta, bisogna con violenza rigettarle in alto, acci tornino
    a cader la seconda: e quanto a gli  impedimenti,  questi  gli  tolgono
    solamente  l'arrivare  al  centro;  ch  quando  ci fosse un pozzo che
    passasse oltre al centro,  non per una zolla di  terra  si  moverebbe
    oltre   a   quello,   se  non  in  quanto  traportata  dall'impeto  lo
    trapassasse, per ritornarvi poi e finalmente fermarvisi. Quanto dunque
    al poter sostenere che il movimento per linea retta convenga  o  possa
    convenir  naturalmente  n  alla  Terra  n  ad  altro mobile,  mentre
    l'universo resti nel suo ordine perfetto,  toglietevene  pur  gi  del
    tutto,  e  fate  pur  forza  (se  voi  non le volete concedere il moto
    circolare) di mantenerle e difenderle l'immobilit.

    Simplicio: Quanto all'immobilit,  gli argomenti di Aristotile,  e pi
    gli  altri  prodotti da voi,  mi par che la concludano necessariamente
    sin ora, e gran cose ci vorranno, per mio giudizio, a confutargli.

    Salviati: Venghiamo dunque al secondo  argomento:  che  era  che  quei
    corpi  de i quali noi siam sicuri che circolarmente si muovono,  hanno
    pi d'un moto,  trattone il primo mobile;  e per quando la  Terra  si
    movesse  circolarmente,  dovrebbe  muoversi  di  due moti,  dal che ne
    seguirebbe mutazione circa gli orti e gli occasi delle  stelle  fisse;
    il che non si vede seguire;  adunque etc.  La risposta semplicissima e
    propriissima a questa instanza  nell'argomento stesso,  ed Aristotile
    medesimo  ce  la  mette  in  bocca,  e non pu essere che voi,  signor
    Simplicio, non l'abbiate veduta.

    Simplicio: N l'ho veduta, n ancor la veggo.

    Salviati: Non pu essere, perch ella vi  troppo chiara.

    Simplicio: Io voglio, con vostra licenza, dare un'occhiata al testo.

    Sagredo: Faremo portare il testo adesso adesso.

    Simplicio: Io lo porto sempre in tasca.  Eccolo qui;  e so per appunto
    il luogo,  che  nel secondo del Cielo,  al cap. 14. Eccolo: testo 97:
    Prterea, omnia qu feruntur latione circulari,  subdeficere videntur,
    ac moveri pluribus una latione prter primam sphram;  quare et Terram
    necessarium est,  sive circa medium  sive  in  medio  posita  feratur,
    duabus  moveri  lationibus:  si  autem hoc acciderit,  necessarium est
    fieri mutationes ac  conversiones  fixorum  astrorum:  hoc  autem  non
    videtur fieri;  sed semper eadem apud eadem loca ipsius et oriuntur et
    occidunt.  Or qui non veggo io fallacia nissuna,  e parmi  l'argomento
    concludentissimo.

    Salviati:  Ed  a  me  questa  nuova  lettura ha confermata la fallacia
    nell'argumentare, e di pi scoperto un'altra falsit. Per notate. Due
    posizioni,  o vogliam dire due conclusioni,  son quelle che Aristotile
    vuole impugnare: l'una  di quelli che,  collocando la Terra nel mezo,
    la facesser muovere in se stessa circa 'l proprio centro: l'altra  di
    quelli che,  costituendola lontana dal mezo,  la facessero  andar  con
    moto  circolare  intorno  ad  esso  mezo:  ed amendue queste posizioni
    impugna congiuntamente con l'istesso argomento.  Ora io dico che  egli
    erra  nell'una  e  nell'altra  impugnazione,  e che l'errore contro la
    prima posizione  di uno equivoco o paralogismo, e contro alla seconda
      una  conseguenza  falsa.   Venghiamo  alla  prima  posizione,   che
    costituisce  la  Terra  nel  mezo e la fa mobile in se stessa circa il
    proprio centro, ed affrontiamola con l'istanza d'Aristotile,  dicendo:
    Tutti i mobili che si muovono circolarmente, par che restino indietro,
    e si muovono di pi d'una lazione,  eccettuata la prima sfera (cio il
    primo mobile);  adunque la Terra,  movendosi circa il proprio  centro,
    essendo posta nel mezo,  bisogna che si muova di due lazioni,  e resti
    in dietro: ma quando questo fusse,  bisognerebbe che si variassero gli
    orti e gli occasi delle stelle fisse; il che non si vede fare: adunque
    la  Terra  non  si  muove etc.  Qui  il paralogismo;  per iscoprirlo,
    discorro con Aristotile in tal modo.  Tu di',  o  Aristotile,  che  la
    Terra  posta  nel  mezo non pu muoversi in se stessa,  perch sarebbe
    necessario  attribuirle  due  lazioni:  adunque,   quando  non   fusse
    necessario  attribuirle altro che una lazion sola,  tu non avresti per
    impossibile che di una tal  sola  ella  si  movesse,  perch  fuor  di
    proposito ti saresti ristretto a ripor l'impossibilit nella pluralit
    delle lazioni,  quando anco di una sola ella muover non si potesse.  E
    perch di tutti i mobili del mondo tu fai che un solo si  muova  d'una
    lazion  sola,  e  tutti  gli  altri di pi d'una;  e questo tal mobile
    affermi che  la prima sfera, cio quello per il quale tutte le stelle
    fisse ed erranti ci appariscono muoversi concordemente  da  levante  a
    ponente,  quando  la  Terra potesse esser quella prima sfera,  che col
    muoversi d'una lazion sola  facesse  apparir  le  stelle  muoversi  da
    levante in ponente, tu non gliela negheresti: ma chi dice che la Terra
    posta  nel mezo si volge in se stessa,  non gli attribuisce altro moto
    che quello per il  quale  tutte  le  stelle  appariscono  muoversi  da
    levante a ponente, e cos ella viene a esser quella prima sfera che tu
    stesso  concedi  muoversi  d'una  lazione  sola:  bisogna  dunque,   o
    Aristotile,  se tu vuoi concluder qualcosa,  che tu  dimostri  che  la
    Terra posta nel mezo non possa muoversi n anco di una sola lazione, o
    vero  che  n  meno  la  prima  sfera  possa  aver  un  sol movimento;
    altrimenti tu nel tuo medesimo silogismo commetti la fallacia e ve  la
    manifesti,  negando  ed  insieme concedendo l'istessa cosa.  Vengo ora
    alla seconda posizione,  che  di quelli che ponendo la Terra  lontana
    dal mezo, la fanno mobile intorno ad esso, cio la fanno un pianeta ed
    una stella errante,  contro alla qual posizione procede l'argomento, e
    quanto alla forma  concludente,  ma  pecca  in  materia:  imperocch,
    conceduto che la Terra si muova in cotal guisa,  e che si muova di due
    lazioni, non per ne segue di necessit che, quando ci sia, s'abbiano
    a far mutazioni ne gli orti e ne gli occasi delle stelle fisse, come a
    suo luogo dichiarer.  E qui voglio scusar bene l'error  d'Aristotile,
    anzi  lo  voglio  lodar  d'aver egli arrecato il pi sottile argomento
    contro alla posizion  del  Copernico,  che  arrecar  si  possa;  e  se
    l'instanza   acuta,  ed in apparenza concludentissima,  vedrete tanto
    pi esser sottile ed ingegnosa la soluzione,  e da non esser ritrovata
    da  ingegno  men  acuto  di  quello del Copernico;  e dalla difficult
    nell'intenderla potrete argomentare la difficult, tanto maggiore, del
    ritrovarla.  Lasciamo in tanto per ora la  risposta  in  pendente,  la
    quale  a  suo  luogo  e  tempo  intenderete,   dopo  l'aver  replicata
    l'instanza medesima d'Aristotele,  e di pi fortificata grandemente  a
    favor suo.  Or passiamo all'argomento terzo, pur d'Aristotile, intorno
    al quale non  fa  bisogno  replicar  altro,  essendosegli  a  bastanza
    risposto  tra ieri e oggi: imperocch e' replica che 'l moto de' gravi
     naturalmente per linea retta al centro,  e cerca poi  se  al  centro
    della Terra o pur dell'universo, e conclude che naturalmente al centro
    dell'universo,  ma  per  accidente  a quel della Terra.  Per possiamo
    passare al quarto, nel quale converr che ci trattenghiamo assai,  per
    esser  fondato sopra quella esperienza dalla quale prende poi forza la
    maggior parte degli argomenti che  restano.  Dice  dunque  Aristotile,
    argomento certissimo dell'immobilit della Terra essere il veder noi i
    proietti  in  alto  a  perpendicolo  ritornar  per l'istessa linea nel
    medesimo luogo  di  dove  furon  tirati,  e  questo,  quando  bene  il
    movimento  fusse  altissimo,  il  che  non potrebbe accadere quando la
    Terra si movesse, perch nel tempo che 'l proietto si muove in su e 'n
    gi,  separato dalla Terra,  il luogo dove ebbe principio il moto  del
    proietto  scorrerebbe,  merc del rivolgimento della Terra,  per lungo
    tratto verso levante,  e per tanto spazio,  nel  cadere,  il  proietto
    percuoterebbe  in Terra lontano dal detto luogo: s che qui s'accomoda
    l'argomento della palla  tirata  in  su  coll'artiglieria,  s  ancora
    l'altro  usato da Aristotile e da Tolomeo,  del vedere i gravi cadenti
    da  grandi  altezze  venir  per  linea  retta  e  perpendicolare  alla
    superficie  terrestre.  Ora,  per  cominciar  a sviluppar questi nodi,
    domando al signor Simplicio,  quando altri  negasse  a  Tolomeo  e  ad
    Aristotile  che  i  gravi  nel cader liberamente da alto venissero per
    linea retta e perpendicolare, cio diretta al centro, con qual mezo lo
    proverebbero.

    Simplicio: Col mezo del senso, il quale ci assicura che quella torre 
    diritta e perpendicolare, e ci mostra quella pietra nel cadere venirla
    radendo,  senza piegar pur un capello da questa o da quella  parte,  e
    percuotere al piede giusto sotto 'l luogo donde fu lasciata.

    Salviati: Ma quando per fortuna il globo terrestre si movesse in giro,
    ed in conseguenza portasse seco la torre ancora, e che ad ogni modo si
    vedesse  la pietra nel cadere venir radendo il filo della torre,  qual
    bisognerebbe che fusse il suo movimento?

    Simplicio:  Bisognerebbe  in  questo  caso  dir  pi  tosto  "i   suoi
    movimenti",  perch  uno  sarebbe  quello col quale verrebbe da alto a
    basso,  e un altro converrebbe ch'ella n'avesse per seguire  il  corso
    della torre.

    Salviati:  Sarebbe  dunque  il  moto  suo un composto di due,  cio di
    quello col quale ella misura la torre,  e dell'altro col quale ella la
    segue:  dal  qual  composto ne risulterebbe che 'l sasso descriverebbe
    non  pi  quella  semplice  linea  retta  e  perpendicolare,   ma  una
    trasversale, e forse non retta.

    Simplicio:  Del non retta non lo so;  ma intendo bene che di necessit
    sarebbe trasversale, e differente dall'altra retta perpendicolare, che
    ella descrisse stando la Terra immobile.

    Salviati: Adunque dal solamente vedere  la  pietra  cadente  rader  la
    torre,  voi  non  potete  sicuramente  affermare che ella descriva una
    linea retta e perpendicolare,  se non supposto prima che la Terra stia
    ferma.

    Simplicio:  Cos ;  perch quando la Terra si movesse,  il moto della
    pietra sarebbe trasversale, e non a perpendicolo.

    Salviati:  Ecco  dunque  il  paralogismo  d'Aristotile  e  di  Tolomeo
    evidente e chiaro, e scoperto da voi medesimo, nel quale si suppon per
    noto quello che s'intende di dimostrare.

    Simplicio: In che modo?  A me si dimostra silogismo in buona forma,  e
    non una petizion di principio.

    Salviati: Eccovi in che modo.  Ditemi un poco: nella dimostrazione non
    si pon egli la conclusione ignota?

    Simplicio: Ignota, perch altrimenti il dimostrarla sarebbe superfluo.

    Salviati: Ma il mezo termine non conviene egli che sia noto?

    Simplicio:  E' necessario,  perch altramente sarebbe un voler provare
    ignotum per que ignotum.

    Salviati: La nostra conclusione da provarsi, e che  ignota,  non  la
    stabilit della Terra?

    Simplicio: Cotesta .

    Salviati:  Il  mezo,  che  deve esser noto,  non  la caduta del sasso
    retta e perpendicolare?

    Simplicio: Questo  il mezo.

    Salviati: Ma non s' egli poco fa concluso,  che noi non possiamo aver
    notizia  che tal caduta sia retta e perpendicolare,  se prima non ci 
    noto che la Terra stia ferma? adunque nel vostro silogismo la certezza
    del mezo si cava  dall'incertezza  della  conclusione.  Vedete  dunque
    quale e quanto  il paralogismo.

    Sagredo: Io vorrei, in grazia del signor Simplicio, difender, se fusse
    possibile,  Aristotile,  o  almeno restar io meglio capace della forza
    della vostra illazione.  Voi dite: Il veder rader la torre  non  basta
    per  assicurarsi  che  'l moto del sasso sia perpendicolare,  che  il
    mezo termine del silogismo, se non si suppone che la Terra stia ferma,
    che  la conclusione da provarsi;  perch,  quando la torre si movesse
    insieme  con  la  Terra,  ed  il  sasso la radesse,  il moto del sasso
    sarebbe trasversale,  e non  perpendicolare.  Ma  io  risponder,  che
    quando  la torre si movesse,  sarebbe impossibile che 'l sasso cadesse
    radendola,  e per dal cader radendo s'inferisce  la  stabilit  della
    Terra.

    Simplicio:  Cos  ;  perch  a  voler che 'l sasso venisse radendo la
    torre,  quando ella fusse portata dalla  Terra,  bisognerebbe  che  'l
    sasso  avesse  due  moti naturali,  cio 'l retto verso 'l centro e 'l
    circolare intorno al centro, il che  poi impossibile.

    Salviati:  La   difesa   dunque   d'Aristotile   consiste   nell'esser
    impossibile, o almeno nell'aver egli stimato impossibile, che 'l sasso
    potesse  muoversi  di  un  moto misto di retto e di circolare;  perch
    quando e' non avesse avuto  per  impossibile  che  la  pietra  potesse
    muoversi  al  centro  e  'ntorno  al centro unitamente,  egli averebbe
    inteso che poteva accadere che 'l sasso cadente potesse venir  radendo
    la torre tanto movendosi ella quanto stando ferma, e in conseguenza si
    sarebbe  accorto  che  da  questo  radere non si poteva inferir niente
    attenente al moto o alla quiete della  Terra.  Ma  questo  non  iscusa
    altramente Aristotile,  non solamente perch doveva dirlo, quando egli
    avesse auto tal concetto,  essendo un punto tanto principale  nel  suo
    argumento,  ma di pi ancora perch non si pu dir n che tale effetto
    sia impossibile n che Aristotile l'abbia stimato impossibile.  Non si
    pu  dire  il  primo,  perch di qui a poco mostrer ch'egli  non pur
    possibile,  ma necessario: n meno si  pu  dire  il  secondo,  perch
    Aristotile  medesimo  concede al fuoco l'andare in su naturalmente per
    linea retta e 'l muoversi in giro col  moto  diurno,  participato  dal
    cielo a tutto l'elemento del fuoco ed alla maggior parte dell'aria; se
    dunque  e'  non  ha  per  impossibile  mescolare  il  retto  in su col
    circolare,  comunicato al fuoco ed all'aria dal concavo lunare,  assai
    meno  dovr  reputare  impossibile  il  retto  in  gi  del  sasso col
    circolare,  che fusse naturale di tutto 'l globo terrestre,  del quale
    il sasso  parte.

    Simplicio:  A  me  non par cotesta cosa,  perch quando l'elemento del
    fuoco vadia in giro insieme con l'aria,  facilissima  anzi  necessaria
    cosa  che una particella di fuoco, che da Terra sormonti in alto, nel
    passar  per  l'aria  mobile riceva l'istesso movimento,  essendo corpo
    cos tenue e leggiero e agevolissimo ad esser mosso;  ma che un  sasso
    gravissimo o una palla d'artiglieria,  che da alto venga a basso e sia
    gi posta in sua bala, si lasci trasportar n da aria n da altro, ha
    del tutto dell'inopinabile. Oltre che ci  l'esperienza tanto propria,
    della pietra lasciata dalla cima  dell'albero  della  nave,  la  qual,
    mentre la nave sta ferma,  casca al pi dell'albero, ma quando la nave
    camina,  cade tanto lontana dal medesimo termine,  quanto la nave  nel
    tempo  della  caduta  del  sasso    scorsa avanti;  che non son poche
    braccia, quando 'l corso della nave  veloce.

    Salviati: Gran disparit  tra 'l caso della nave e quel della  Terra,
    quando   'l   globo  terrestre  avesse  il  moto  diurno.   Imperocch
    manifestissima cosa  che il moto  della  nave,  s  come  non    suo
    naturale,  cos  accidentario di tutte le cose che sono in essa; onde
    non    meraviglia  che  quella  pietra,  che  era  ritenuta  in  cima
    dell'albero,  lasciata  in  libert  scenda  a basso,  senza obligo di
    seguire il moto della nave.  Ma la conversion diurna si  d  per  moto
    proprio  e  naturale al globo terrestre,  ed in conseguenza a tutte le
    sue parti,  e come impresso dalla natura  in loro indelebile;  e per
    quel  sasso  che   in cima della torre,  ha per suo primario instinto
    l'andare intorno al centro del suo tutto in ventiquattr'ore,  e questo
    natural   talento   esercita  egli  eternamente,   sia  pur  posto  in
    qualsivoglia stato.  E per restar persuaso di questo,  non avete a far
    altro  che mutar un'antiquata impressione fatta nella vostra mente,  e
    dire: "S come,  per avere stimato io sin ora che  sia  propriet  del
    globo  terrestre  lo stare immobile intorno al suo centro,  non ho mai
    auto difficult o repugnanza alcuna in apprendere che qualsivoglia sua
    particella resti essa ancora naturalmente nella medesima quiete;  cos
      ben  dovere  che  quando  naturale instinto fusse del globo terreno
    l'andare intorno in  ventiquattr'ore,  sia  d'ogni  sua  parte  ancora
    intrinseca  e  naturale inclinazione non lo star ferma,  ma seguire il
    medesimo corso": e cos senza urtare in veruno inconveniente si  potr
    concludere,  che  per  non  esser  naturale,  ma  straniero,  il  moto
    conferito alla nave dalla forza de' remi,  e per essa a tutte le  cose
    che in lei si ritrovano,  sia ben dovere che quel sasso,  separato che
    e' sia dalla nave,  si  riduca  alla  sua  naturalezza  e  ritorni  ad
    esercitare  il  puro e semplice suo natural talento.  Aggiugnesi che 
    necessario che  almeno  quella  parte  d'aria  che    inferiore  alle
    maggiori  altezze  de  i  monti,  venga dall'asprezza della superficie
    terrestre rapita e portata in giro,  o pure che,  come mista di  molti
    vapori  ed esalazioni terrestri,  naturalmente sguiti il moto diurno;
    il che non avviene dell'aria che  intorno alla  nave  cacciata  da  i
    remi:  per  lo  che  l'argumentare  dalla nave alla torre non ha forza
    d'illazione; perch quel sasso che vien dalla cima dell'albero,  entra
    in  un  mezo  che  non  ha  il  moto della nave,  ma quel che si parte
    dall'altezza della torre,  si trova in un mezo che ha  l'istesso  moto
    che tutto 'l globo terrestre,  talch,  senz'esser impedito dall'aria,
    anzi pi tosto favorito dal moto di lei, pu seguire l'universal corso
    della Terra.

    Simplicio: Io non resto capace,  che  l'aria  possa  imprimere  in  un
    grandissimo  sasso  o  in  una grossa palla di ferro o di piombo,  che
    passasse, verbigrazia, dugento libre,  il moto col quale essa medesima
    si  muove  e che per avventura ella comunica alle piume,  alla neve ed
    altre cose leggierissime;  anzi veggo che un  peso  di  quella  sorte,
    esposto  a  qualsivoglia  pi  impetuoso vento,  non vien pur mosso di
    luogo un sol dito: or pensate se l'aria lo porter seco.

    Salviati: Gran disparit  tra la vostra esperienza e 'l nostro  caso.
    Voi  fate sopraggiugnere il vento a quel sasso posto in quiete;  e noi
    esponghiamo nell'aria,  che gi si muove,  il sasso,  che pur si muove
    esso  ancora  con  l'istessa  velocit,  talch  l'aria  non  gli ha a
    conferire un nuovo moto,  ma solo mantenerli,  o per meglio  dire  non
    impedirli,  il  gi  concepito:  voi volete cacciar il sasso d'un moto
    straniero e  fuor  della  sua  natura;  e  noi,  conservarlo  nel  suo
    naturale. Se voi volevi produrre una pi aggiustata esperienza, dovevi
    dire che si osservasse,  se non con l'occhio della fronte,  almeno con
    quel  della  mente,  ci  che  accaderebbe  quando  un'aquila  portata
    dall'impeto del vento si lasciasse cader da gli artigli una pietra; la
    quale, perch gi nel partirsi dalle branche volava al pari del vento,
    e  dopo partita entra in un mezo mobile con egual velocit,  ho grande
    opinione che non  si  vedrebbe  cader  gi  a  perpendicolo,  ma  che,
    seguendo  'l  corso  del  vento  ed  aggiugnendovi  quel della propria
    gravit, si moverebbe di un moto trasversale.

    Simplicio: Bisognerebbe  poterla  fare  una  tale  esperienza,  e  poi
    secondo  l'evento  giudicare;  in  tanto  l'effetto della nave sin qui
    mostra di applaudere all'opinion nostra.

    Salviati: Ben diceste,  sin qui;  perch forse di qui a poco  potrebbe
    mutar  sembianza.  E  per  non  vi  tener,  come  si  dice,  pi su le
    bacchette,  ditemi,   signor  Simplicio:  parv'egli  internamente  che
    l'esperienza  della  nave  quadri  cos bene al proposito nostro,  che
    ragionevolmente si debba credere che quello che si  vede  accadere  in
    lei, debba ancora accadere nel globo terrestre?

    Simplicio:  Sin  qui  mi  parso di s;  e bench voi abbiate arrecate
    alcune piccole disuguaglianze, non mi paion di tal momento che basti a
    rimuovermi di parere.

    Salviati: Anzi desidero che voi ci continuiate,  e tenghiate saldo che
    l'effetto  della  Terra  abbia a rispondere a quel della nave,  purch
    quando ci si  scoprisse  progiudiziale  al  vostro  bisogno,  non  vi
    venisse umore di mutar pensiero. Voi dite: "Perch, quando la nave sta
    ferma,  il sasso cade al pi dell'albero,  e quando ell' in moto cade
    lontano dal piede adunque,  per il converso,  dal cadere il  sasso  al
    piede  si  inferisce  la  nave  star  ferma,  e  dal  caderne  lontano
    s'argumenta la nave muoversi;  e perch quello che occorre della  nave
    deve parimente accader della Terra, per dal cader della pietra al pi
    della   torre   si  inferisce  di  necessit  l'immobilit  del  globo
    terrestre". Non  questo il vostro discorso?

    Simplicio:  E'  per  appunto,   ridotto  in  brevit,   che  lo  rende
    agevolissimo ad apprendersi.

    Salviati:  Or  ditemi:  se  la pietra lasciata dalla cima dell'albero,
    quando la nave cammina con gran  velocit,  cadesse  precisamente  nel
    medesimo  luogo  della  nave nel quale casca quando la nave sta ferma,
    qual servizio vi presterebber queste cadute circa l'assicurarvi se  'l
    vassello sta fermo o pur se cammina?

    Simplicio: Assolutamente nissuno: in quel modo che,  per esempio,  dal
    batter del polso non si pu conoscere se altri dorme o  desto, poich
    il polso batte nell'istesso modo ne' dormienti che ne i vegghianti.

    Salviati: Benissimo. Avete voi fatta mai l'esperienza della nave?

    Simplicio: Non l'ho fatta;  ma ben credo  che  quelli  autori  che  la
    producono,  l'abbiano  diligentemente  osservata: oltre che si conosce
    tanto apertamente la causa della disparit,  che non lascia  luogo  di
    dubitare.

    Salviati:  Che  possa  esser che quelli autori la portino senza averla
    fatta,  voi stesso ne sete buon testimonio,  che senza averla fatta la
    recate  per  sicura  e  ve ne rimettete a buona fede al detto loro: s
    come  poi non solo possibile,  ma necessario,  che abbiano fatto essi
    ancora,  dico di rimettersi a i suoi antecessori,  senza arrivar mai a
    uno che l'abbia fatta;  perch chiunque la far,  trover l'esperienza
    mostrar  tutto  'l  contrario di quel che viene scritto: cio mostrer
    che la pietra casca sempre nel medesimo luogo della  nave,  stia  ella
    ferma o muovasi con qualsivoglia velocit. Onde, per esser la medesima
    ragione  della  Terra  che  della  nave,  dal cader la pietra sempre a
    perpendicolo al pi della torre non si pu inferir nulla  del  moto  o
    della quiete della Terra.

    Simplicio:  Se voi mi rimetteste ad altro mezo che all'esperienza,  io
    credo bene che le dispute nostre non  finirebber  per  fretta;  perch
    questa  mi  pare una cosa tanto remota da ogni uman discorso,  che non
    lasci minimo luogo alla credulit o alla probabilit.

    Salviati: E pur l'ha ella lasciato in me.

    Simplicio: Che dunque voi non n'avete fatte cento,  non che una prova,
    e  l'affermate  cos  francamente  per  sicura?  Io  ritorno nella mia
    incredulit,  e nella medesima sicurezza che  l'esperienza  sia  stata
    fatta  da  gli autori principali che se ne servono,  e che ella mostri
    quel che essi affermano.

    Salviati: Io senza esperienza son sicuro che l'effetto seguir come vi
    dico,  perch cos  necessario che segua;  e pi v'aggiungo  che  voi
    stesso ancora sapete che non pu seguire altrimenti, se ben fingete, o
    simulate di fingere, di non lo sapere.
    Ma  io son tanto buon cozzon di cervelli,  che ve lo far confessare a
    viva forza.  Ma il signor Sagredo sta molto cheto: mi  pareva  pur  di
    vedervi far non so che moto, per dir alcuna cosa.

    Sagredo:  Volevo  veramente dir non so che;  ma la curiosit che mi ha
    mossa questo sentir dire di far tal violenza al signor Simplicio,  che
    palesi la scienza che e' ci vuole occultare,  mi ha fatto deporre ogni
    altro desiderio: per vi prego ad effettuare il vanto.

    Salviati: Purch il signor Simplicio si contenti  di  rispondere  alle
    mie interrogazioni, io non mancher.

    Simplicio:  Io risponder quel che sapr,  sicuro che avr poca briga,
    perch delle cose che io tengo false non credo di poterne saper nulla,
    essendoch la scienza  de' veri, e non de' falsi.

    Salviati: Io non desidero che  voi  diciate  o  rispondiate  di  saper
    niente  altro  che  quello  che  voi sicuramente sapete.  Per ditemi:
    quando voi aveste una superficie piana,  pulitissima come uno specchio
    e  di  materia  dura  come  l'acciaio,   e  che  fusse  non  parallela
    all'orizonte,  ma alquanto inclinata,  e che sopra di essa voi poneste
    una palla perfettamente sferica e di materia grave e durissima,  come,
    verbigrazia,  di bronzo,  lasciata in sua libert che credete voi  che
    ella  facesse?  non  credete  voi  (s  come credo io) che ella stesse
    ferma?

    Simplicio: Se quella superficie fusse inclinata?

    Salviati: S, ch cos gi ho supposto.

    Simplicio: Io non credo che ella si fermasse altrimente,  anzi pur son
    sicuro ch'ella si moverebbe verso il declive spontaneamente.

    Salviati: Avvertite bene a quel che voi dite, signor Simplicio, perch
    io son sicuro ch'ella si fermerebbe in qualunque luogo voi la posaste.

    Simplicio:  Come voi,  signor Salviati,  vi servite di questa sorte di
    supposizioni,  io comincier a non mi maravigliar che voi  concludiate
    conclusioni falsissime.

    Salviati:  Avete  dunque per sicurissimo ch'ella si moverebbe verso il
    declive spontaneamente?

    Simplicio: Che dubbio?

    Salviati: E questo lo tenete per  fermo,  non  perch  io  ve  l'abbia
    insegnato (perch io cercavo di persuadervi il contrario),  ma per voi
    stesso e per il vostro giudizio naturale.

    Simplicio: Ora intendo  il  vostro  artifizio:  voi  dicevi  cos  per
    tentarmi  e  (come  si  dice dal vulgo) per iscalzarmi,  ma non che in
    quella guisa credeste veramente.

    Salviati: Cos sta. E quanto durerebbe a muoversi quella palla,  e con
    che   velocit?   E   avvertite   che   io   ho   nominata  una  palla
    perfettissimamente rotonda ed  un  piano  esquisitamente  pulito,  per
    rimuover  tutti gli impedimenti esterni ed accidentarii: e cos voglio
    che voi  astragghiate  dall'impedimento  dell'aria,  mediante  la  sua
    resistenza all'essere aperta, e tutti gli altri ostacoli accidentarii,
    se altri ve ne potessero essere.

    Simplicio:  Ho  compreso  il  tutto  benissimo:  e  quanto alla vostra
    domanda,  rispondo che ella continuerebbe a muoversi in  infinito,  se
    tanto  durasse  la inclinazione del piano,  e con movimento accelerato
    continuamente;  ch tale  la natura de  i  mobili  gravi,  che  vires
    acquirant eundo: e quanto maggior fusse la declivit,  maggior sarebbe
    la velocit.

    Salviati: Ma quand'altri volesse che quella palla si movesse  all'ins
    sopra quella medesima superficie, credete voi che ella vi andasse?

    Simplicio:  Spontaneamente  no,  ma  ben  strascinatavi o con violenza
    gettatavi.

    Salviati: E quando da qualche  impeto  violentemente  impressole  ella
    fusse spinta, quale e quanto sarebbe il suo moto?

    Simplicio: Il moto andrebbe sempre languendo e ritardandosi, per esser
    contro a natura, e sarebbe pi lungo o pi breve secondo il maggiore o
    minore impulso e secondo la maggiore o minore acclivit.

    Salviati:  Parmi  dunque  sin  qui  che  voi  mi abbiate esplicati gli
    accidenti d'un mobile  sopra  due  diversi  piani;  e  che  nel  piano
    inclinato  il  mobile grave spontaneamente descende e va continuamente
    accelerandosi, e che a ritenervelo in quiete bisogna usarvi forza;  ma
    sul piano ascendente ci vuol forza a spignervelo ed anco a fermarvelo,
    e che 'l moto impressogli va continuamente scemando, s che finalmente
    si  annichila.  Dite ancora di pi che nell'un caso e nell'altro nasce
    diversit dall'esser la declivit o acclivit del  piano,  maggiore  o
    minore;  s che alla maggiore inclinazione segue maggior velocit,  e,
    per l'opposito,  sopra 'l piano acclive il  medesimo  mobile  cacciato
    dalla  medesima forza in maggior distanza si muove quanto l'elevazione
     minore.  Ora ditemi quel che accaderebbe del medesimo  mobile  sopra
    una superficie che non fusse n acclive n declive.

    Simplicio:  Qui  bisogna  ch'io  pensi  un poco alla risposta.  Non vi
    essendo declivit, non vi pu essere inclinazione naturale al moto,  e
    non vi essendo acclivit, non vi pu esser resistenza all'esser mosso,
    talch  verrebbe  ad  essere  indifferente  tra  la  propensione  e la
    resistenza al moto: parmi dunque che e' dovrebbe restarvi naturalmente
    fermo. Ma io sono smemorato,  perch non  molto che 'l signor Sagredo
    mi fece intender che cos seguirebbe.

    Salviati:  Cos  credo,  quando  altri ve lo posasse fermo,  ma se gli
    fusse dato impeto verso qualche parte, che seguirebbe?

    Simplicio: Seguirebbe il muoversi verso quella parte.

    Salviati: Ma di che sorte di movimento?  di continuamente  accelerato,
    come  ne'  piani declivi,  o di successivamente ritardato,  come negli
    acclivi?

    Simplicio: Io  non  ci  so  scorgere  causa  di  accelerazione  n  di
    ritardamento, non vi essendo n declivit n acclivit.

    Salviati: S.  Ma se non vi fusse causa di ritardamento, molto meno vi
    dovrebbe esser di quiete: quanto dunque vorreste  voi  che  il  mobile
    durasse a muoversi?

    Simplicio:  Tanto  quanto durasse la lunghezza di quella superficie n
    erta n china.

    Salviati: Adunque se tale spazio fusse interminato,  il moto  in  esso
    sarebbe parimente senza termine, cio perpetuo?

    Simplicio: Parmi di s, quando il mobile fusse di materia da durare.

    Salviati: Gi questo si  supposto, mentre si  detto che si rimuovano
    tutti  gl'impedimenti  accidentarii  ed  esterni,  e  la fragilit del
    mobile, in questo fatto,   un degli impedimenti accidentarii.  Ditemi
    ora:   quale   stimate  voi  la  cagione  del  muoversi  quella  palla
    spontaneamente sul piano  inclinato,  e  non,  senza  violenza,  sopra
    l'elevato?

    Simplicio: Perch l'inclinazion de' corpi gravi  di muoversi verso 'l
    centro della Terra,  e solo per violenza in su verso la circonferenza;
    e la superficie inclinata  quella che acquista vicinit al centro,  e
    l'acclive discostamento.

    Salviati:  Adunque  una superficie che dovesse esser non declive e non
    acclive,  bisognerebbe che in tutte  le  sue  parti  fusse  egualmente
    distante  dal  centro.  Ma  di  tali  superficie ve n' egli alcuna al
    mondo?

    Simplicio: Non ve ne mancano: cci quella del nostro globo  terrestre,
    se  per  ella  fusse  ben  pulita,  e non,  quale ella ,  scabrosa e
    montuosa; ma vi  quella dell'acqua, mentre  placida e tranquilla.

    Salviati: Adunque una nave che vadia movendosi  per  la  bonaccia  del
    mare,    un  di quei mobili che scorrono per una di quelle superficie
    che non sono n declivi n acclivi, e per disposta,  quando le fusser
    rimossi  tutti gli ostacoli accidentarii ed esterni,  a muoversi,  con
    l'impulso concepito una volta, incessabilmente e uniformemente
    Simplicio: Par che deva esser cos.
    Salviati:  E  quella  pietra  ch'  su  la  cima  dell'albero  non  si
    muov'ella,  portata dalla nave,  essa ancora per la circonferenza d'un
    cerchio intorno al centro,  e per conseguenza d'un moto indelebile  in
    lei,  rimossi  gli impedimenti esterni?  e questo moto non  egli cos
    veloce come quel della nave?

    Simplicio: Sin qui tutto cammina bene. Ma il resto?

    Salviati: Cavatene in buon'ora l'ultima conseguenza da per voi,  se da
    per voi avete sapute tutte le premesse.

    Simplicio: Voi volete dir per ultima conclusione, che movendosi quella
    pietra d'un moto indelebilmente impressole, non l' per lasciare, anzi
     per seguire la nave, ed in ultimo per cadere nel medesimo luogo dove
    cade  quando  la nave sta ferma;  e cos dico io ancora che seguirebbe
    quando  non  ci  fussero  impedimenti  esterni,   che  sturbassero  il
    movimento   della  pietra  dopo  esser  posta  in  libert:  li  quali
    impedimenti son due;  l'uno  l'essere il mobile  impotente  a  romper
    l'aria col suo impeto solo,  essendogli mancato quello della forza de'
    remi,  del quale era partecipe,  come parte della nave,  mentre era su
    l'albero;  l'altro    il  moto  novello  del cadere a basso,  che pur
    bisogna che sia d'impedimento all'altro progressivo.

    Salviati: Quanto all'impedimento dell'aria,  io  non  ve  lo  nego;  e
    quando  il cadente fusse materia leggiera,  come una penna o un fiocco
    di lana, il ritardamento sarebbe molto grande; ma in una pietra grave,
     piccolissimo: e voi stesso poco fa avete detto che la forza del  pi
    impetuoso  vento  non  basta  a muover di luogo una grossa pietra;  or
    pensate quel che far l'aria quieta  incontrata  dal  sasso,  non  pi
    veloce di tutto 'l navilio. Tuttavia, come ho detto, vi concedo questo
    piccolo effetto, che pu dependere da tale impedimento; s come so che
    voi  concederete  a  me  che  quando  l'aria  si movesse con l'istessa
    velocit della nave e del sasso,  l'impedimento sarebbe  assolutamente
    nullo.  Quanto  all'altro,  del  sopravegnente  moto  in gi,  prima 
    manifesto che questi due,  dico il circolare intorno al  centro  e  'l
    retto  verso  'l  centro,   non  son  contrarii  n  destruttivi  l'un
    dell'altro n incompatibili,  perch,  quanto al  mobile,  ei  non  ha
    repugnanza alcuna a cotal moto: ch gi voi stesso avete conceduto, la
    repugnanza   esser  contro  al  moto  che  allontana  dal  centro,   e
    l'inclinazione,   verso  il  moto  che  avvicina   al   centro,   onde
    necessariamente  segue  che  al  moto che non appressa n discosta dal
    centro,  non  ha  il  mobile  n  repugnanza  n  propensione  n,  in
    conseguenza,  cagione  di  diminuirsi in lui la facult impressagli: e
    perch la causa motrice non  una sola,  che si abbia,  per  la  nuova
    operazione,  a inlanguidire, ma son due tra loro distinte, delle quali
    la gravit attende solo a tirare il  mobile  al  centro,  e  la  virt
    impressa  a  condurlo  intorno  al centro,  non resta occasione alcuna
    d'impedimento.

    Simplicio: Il discorso veramente  in apparenza assai probabile, ma in
    essenza turbato un poco da qualche intoppo mal  agevole  a  superarsi.
    Voi  in  tutto  'l  progresso avete fatta una supposizione,  che dalla
    scuola  peripatetica  non  di  leggiero  vi  sar  conceduta,  essendo
    contrariissima  ad Aristotile: e questa  il prender come cosa notoria
    e manifesta che 'l proietto separato dal proiciente continui  il  moto
    per virt impressagli dall'istesso proiciente,  la qual virt impressa
     tanto  esosa  nella  peripatetica  filosofia,  quanto  il  passaggio
    d'alcuno accidente d'uno in un altro suggetto: nella qual filosofia si
    tiene,  come  credo  che vi sia noto,  che 'l proietto sia portato dal
    mezo,  che nel nostro caso viene ad esser l'aria e per se quel sasso,
    lasciato  dalla cima dell'albero,  dovesse seguire il moto della nave,
    bisognerebbe  attribuire  tal  effetto  all'aria,   e  non   a   virt
    impressagli:  ma  voi  supponete  che l'aria non sguiti il moto della
    nave,  ma sia tranquilla.  Oltre che colui che lo lascia  cadere,  non
    l'ha  a scagliare n dargli impeto col braccio,  ma deve semplicemente
    aprir la mano e lasciarlo:  e  cos,  n  per  virt  impressagli  dal
    proiciente, n per benefizio dell'aria, potr il sasso seguire 'l moto
    della nave, e per rester indietro.

    Salviati:  Parmi dunque di ritrar dal vostro parlare,  che non venendo
    la pietra cacciata dal braccio di colui,  la sua non venga  altrimenti
    ad essere una proiezione.

    Simplicio: Non si pu propriamente chiamar moto di proiezione.

    Salviati: Quello dunque che dice Aristotile del moto, del mobile e del
    motore de i proietti,  non ha che fare nel nostro proposito;  e se non
    ci ha che fare, perch lo producete?

    Simplicio: Producolo per amor di quella virt  impressa,  nominata  ed
    introdotta  da  voi,  la quale,  non essendo al mondo,  non pu operar
    nulla,  perch non entium null sunt operationes;  e per non solo del
    moto  de  i  proietti,  ma di ogn'altro che non sia naturale,  bisogna
    attribuirne la causa motrice al mezo,  del quale non  si    avuta  la
    debita considerazione, e per il detto sin qui resta inefficace.

    Salviati:  Ors  tutto  in  buon'ora.  Ma  ditemi:  gi  che la vostra
    instanza si fonda tutta su la nullit della virt impressa,  quando io
    vi abbia dimostrato che 'l mezo non ha che fare nella continuazion del
    moto  de' proietti,  dopo che son separati dal proiciente,  lascierete
    voi  in  essere  la  virt   impressa,   o   pur   vi   moverete   con
    qualch'altr'assalto alla sua destruzione?

    Simplicio: Rimossa l'azione del mezo, non veggo che si possa ricorrere
    ad altro che alla facult impressa dal movente.

    Salviati:  Sar  bene,  per  levare  il pi che sia possibile le cause
    dell'andarsene in infinito con le altercazioni,  che voi quanto si pu
    distintamente  spianiate  qual sia l'operazione del mezo nel continuar
    il moto al proietto.

    Simplicio: Il proiciente ha il sasso in mano;  muove  con  velocit  e
    forza  il  braccio,  al  cui moto si muove non pi il sasso che l'aria
    circonvicina,  onde il sasso,  nell'esser abbandonato dalla  mano,  si
    trova nell'aria che gi si muove con impeto, e da quella vien portato:
    che se l'aria non operasse,  il sasso cadrebbe dalla mano al piede del
    proiciente.

    Salviati: E  voi  sete  stato  tanto  credulo  che  vi  sete  lasciato
    persuader  queste  vanit,  mentre  in  voi  stesso  avevi  i sensi da
    confutarle e da intenderne il vero?  Per ditemi: quella gran pietra e
    quella  palla  d'artiglieria  che,  posata solamente sopra una tavola,
    restava immobile contro a qualsivoglia impetuoso  vento,  secondo  che
    voi  poco  fa  affermaste,  se  fusse  stata  una  palla  di sughero o
    altrettanta bambagia, credete che il vento l'avesse mossa di luogo?

    Simplicio: Anzi so certo che  l'averebbe  portata  via,  e  tanto  pi
    velocemente,  quanto  la  materia  fusse  stata pi leggiera;  ch per
    questo veggiamo noi le nugole esser portate con velocit pari a quella
    del vento stesso che le spigne.

    Salviati: E 'l vento che cosa ?

    Simplicio: Il vento si definisce, non esser altro che aria mossa.

    Salviati: Adunque l'aria mossa molto  pi  velocemente  e  'n  maggior
    distanza traporta le materie leggierissime che le gravissime?

    Simplicio: Sicuramente.

    Salviati: Ma quando voi aveste a scagliar col braccio un sasso,  e poi
    un fiocco di bambagia,  chi si moverebbe con pi velocit e in maggior
    lontananza?

    Simplicio:  La pietra assaissimo;  anzi la bambagia mi cascherebbe a i
    piedi.

    Salviati: Ma se quel che muove il  proietto,  doppo  l'esser  lasciato
    dalla  mano,  non   altro che l'aria mossa dal braccio e l'aria mossa
    pi facilmente spigne le materie leggiere che le gravi, come dunque il
    proietto di bambagia non va pi  lontano  e  pi  veloce  di  quel  di
    pietra?  bisogna  pure  che nella pietra resti qualche cosa,  oltre al
    moto dell'aria.  Di pi,  se da quella  trave  pendessero  due  spaghi
    lunghi  egualmente,  e  in  capo dell'uno fusse attaccata una palla di
    piombo,  e una di bambagia nell'altro,  ed amendue  si  allontanassero
    egualmente  dal  perpendicolo,  e  poi si lasciassero in libert non 
    dubbio che l'una e l'altra si moverebbe verso 'l perpendicolo,  e  che
    spinta dal proprio impeto lo trapasserebbe per certo intervallo, e poi
    vi ritornerebbe. Ma qual di questi due penduli credete voi che durasse
    pi a muoversi, prima che fermarsi a piombo?

    Simplicio:  La  palla  di  piombo andr in qua e 'n l mille volte,  e
    quella di bambagia dua o tre al pi.

    Salviati: Talch quell'impeto e quella mobilit,  qualunque se ne  sia
    la  causa,  pi  lungamente  si conserva nelle materie gravi che nelle
    leggieri. Vengo ora a un altro punto,  e vi domando: perch l'aria non
    porta via adesso quel cedro ch' su quella tavola?

    Simplicio: Perch ella stessa non si muove.

    Salviati:   Bisogna  dunque  che  il  proiciente  conferisca  il  moto
    all'aria, col quale ella poi muova il proietto. Ma se tal virt non si
    pu imprimere,  non si potendo far passare un accidente d'un subbietto
    in  un  altro,  come  pu  passare dal braccio nell'aria?  non  forse
    l'aria un subbietto altro dal braccio?

    Simplicio: Rispondesi che l'aria,  per non esser n grave n  leggiera
    nella sua regione,  disposta a ricevere facilissimamente ogni impulso
    ed a conservarlo ancora.

    Salviati:  Ma  se  i  penduli  adesso  adesso ci hanno mostrato che il
    mobile,  quanto meno  participa  di  gravit,  tanto    meno  atto  a
    conservare il moto,  come potr essere che l'aria,  che in aria non ha
    punto di gravit, essa sola conservi il moto concepito? Io credo, e so
    che voi ancora credete al presente, che non prima si ferma il braccio,
    che l'aria attornogli.  Entriamo  in  camera,  e  con  uno  sciugatoio
    agitiamo quanto pi si possa l'aria,  e fermato il panno conducasi una
    piccola candeletta accesa nella stanza,  o lascivisi andare una foglia
    d'oro  volante;  che  voi  dal  vagar  quieto  dell'una  e  dell'altra
    v'accorgerete dell'aria  ridotta  immediatamente  a  tranquillit.  Io
    potrei  addurvi mille esperienze,  ma dove non bastasse una di queste,
    si potrebbe aver la cura per disperata affatto.

    Sagredo:  Quando  si  tira  una  freccia  contr'al  vento,   quanto  
    incredibil  cosa che quel filetto d'aria,  spinto dalla corda vadia al
    dispetto della fortuna accompagnando la freccia!  Ma io ancora  vorrei
    sapere  un  particolare  da  Aristotile,  per il quale prego il signor
    Simplicio che mi favorisca  di  risposta.  Quando  col  medesimo  arco
    fussero tirate due freccie,  una per punta al modo consueto, e l'altra
    per traverso, cio posandola per lo lungo su la corda,  e cos distesa
    tirandola, vorrei sapere qual di esse andrebbe pi lontana. Favoritemi
    in  grazia  di  risposta,  bench  forse  la dimanda vi paia pi tosto
    ridicola che altrimenti;  e scusatemi,  perch io,  che ho,  come  voi
    vedete,  anzi del grossetto che no,  non arrivo pi in alto con la mia
    speculativa.

    Simplicio: Io non  ho  veduto  mai  tirar  le  freccie  per  traverso:
    tuttavia  credo  che  intraversata  non  andrebbe n anco la ventesima
    parte di quel ch'ella va per punta.

    Sagredo: E perch io ho creduto l'istesso,  quindi   che  mi    nata
    occasione  di  metter dubbio tra 'l detto d'Aristotile e l'esperienza.
    Perch,  quanto all'esperienza,  s'io metter sopra quella tavola  due
    freccie in tempo che spiri vento gagliardo, una posata per il filo del
    vento  e l'altra intraversata il vento porter via speditamente questa
    e lascier star l'altra: ed il  medesimo  par  che  dovesse  accadere,
    quando  la  dottrina  d'Aristotile  fusse  vera,  delle due tirate con
    l'arco;  imperocch la traversa vien cacciata  da  una  gran  quantit
    dell'aria mossa dalla corda,  cio da tanta quanta  la sua lunghezza,
    dove che l'altra freccia non riceve impulso da pi aria che si sia  il
    piccolissimo  cerchietto della sua grossezza: ed io non so immaginarmi
    la cagione di tal diversit, e desidererei di saperla.

    Simplicio: La causa mi par assai manifesta,  ed   perch  la  freccia
    tirata  per punta ha a penetrar poca quantit d'aria,  e l'altra ne ha
    da fender tanta quanta  tutta la sua lunghezza.

    Sagredo: Adunque le freccie tirate hanno  a  penetrar  l'aria?  Oh  se
    l'aria va con loro,  anzi  quella che le conduce, che penetrazione vi
    pu essere?  non vedete voi che a  questo  modo  bisognerebbe  che  la
    freccia  si movesse con maggior velocit che l'aria?  e questa maggior
    velocit,  chi la conferisce alla freccia?  vorrete voi dir che l'aria
    le dia velocit maggiore della sua propria?  Intendete dunque,  signor
    Simplicio, che 'l negozio procede per l'appunto a rovescio di quel che
    dice Aristotile, e che tanto  falso che 'l mezo conferisca il moto al
    proietto,  quanto  vero che egli solo  che gli arreca impedimento: e
    inteso  questo,  intenderete senza trovar difficult che quando l'aria
    si muove veramente,  molto meglio porta seco la freccia  per  traverso
    che  per  lo  dritto,  perch  molta   l'aria che la spigne in quella
    postura, e pochissima in questa;  ma tirate con l'arco,  perch l'aria
    sta ferma,  la freccia traversa,  percotendo in molt'aria, molto viene
    impedita, e l'altra per punta facilissimamente supera l'ostacolo della
    minima quantit d'aria che se le oppone.

    Salviati: Quante proposizioni ho io notate in  Aristotile  (intendendo
    sempre nella filosofia naturale),  che sono non pur false, ma false in
    maniera,  che la sua diametralmente contraria  vera,  come accade  di
    questa!  Ma  seguitando  il  nostro  proposito,  credo  che  il signor
    Simplicio resti persuaso che dal veder cader la  pietra  nel  medesimo
    luogo  sempre,  non si possa conietturare circa il moto o la stabilit
    della nave;  e quando  il  detto  sin  qui  non  gli  bastasse,  ci  
    l'esperienza  di mezo,  che lo potr del tutto assicurare: nella quale
    esperienza, al pi che e' potesse vedere, sarebbe il rimanere indietro
    il mobile cadente,  quando e' fusse di materia assai  leggiera  e  che
    l'aria  non  seguisse il moto della nave;  ma quando l'aria si movesse
    con pari velocit,  niuna immaginabil diversit si  troverebbe  n  in
    questa  n  in  qualsivoglia  altra esperienza,  come appresso son per
    dirvi. Or,  quando in questo caso non apparisca diversit alcuna,  che
    si  deve  pretender  di veder nella pietra cadente dalla sommit della
    torre,  dove il movimento in giro    alla  pietra  non  avventizio  e
    accidentario,  ma naturale ed eterno, e dove l'aria segue puntualmente
    il moto della torre,  e la torre quel del globo terrestre?  Avete voi,
    signor Simplicio, da replicar altro sopra questo particulare?

    Simplicio:  Non  altro,  se  non  che  non  veggio  sin qui provata la
    mobilit della Terra.

    Salviati: N io tampoco ho preteso di provarla,  ma solo  di  mostrare
    come  dall'esperienza  portata  da  gli avversarii per argomento della
    fermezza non si pu cavar nulla; s come credo mostrar dell'altre.

    Sagredo: Di grazia,  signor Salviati,  prima  che  passare  ad  altro,
    concedetemi  che  io  metta  in  campo  certa  difficult  che mi si 
    raggirata  per  la  fantasia  mentre  voi  stavi  con   tanta   flemma
    sminuzolando al signor Simplicio questa esperienza della nave.

    Salviati: Noi siam qui per discorrere,  ed  bene che ogn'uno muova le
    difficult che gli sovvengono,  ch questa  la strada  per  venir  in
    cognizion del vero. Per dite.

    Sagredo: Quando sia vero che l'impeto col quale si muove la nave resti
    impresso   indelebilmente   nella   pietra,   dopo  che  s'  separata
    dall'albero,  e  sia  in  oltre  vero  che  questo  moto  non  arrechi
    impedimento  o  ritardamento  al  moto retto all'ingi,  naturale alla
    pietra,   forza che ne segua un effetto meraviglioso in natura.  Stia
    la  nave  ferma,  e  sia  il  tempo della caduta d'un sasso dalla cima
    dell'albero due battute di polso: muovasi poi la nave, e lascisi andar
    dal medesimo luogo l'istesso sasso,  il  quale,  per  le  cose  dette,
    metter  pur  il  tempo  di due battute ad arrivare a basso,  nel qual
    tempo la nave avr, verbigrazia, scorso venti braccia,  talch il vero
    moto  della  pietra sar stato una linea trasversale,  assai pi lunga
    della  prima  retta  e  perpendicolare,   che    la  sola   lunghezza
    dell'albero:  tuttavia  la  palla  l'avr  passata nel medesimo tempo.
    Intendasi di nuovo il moto della nave accelerato assai pi,  s che la
    pietra  nel  cadere  dovr  passare  una  trasversale  ancor pi lunga
    dell'altra,  ed insomma,  crescendosi la velocit della nave quanto si
    voglia,  il  sasso  cadente descriver le sue trasversali sempre pi e
    pi lunghe,  e pur tutte le passer  nelle  medesime  due  battute  di
    polso: ed a questa similitudine, quando in cima di una torre fusse una
    colubrina  livellata,  e  con  essa si tirassero tiri di punto bianco,
    cio paralleli all'orizonte,  per poca o molta carica che si desse  al
    pezzo,  s che la palla andasse a cadere ora lontana mille braccia, or
    quattro mila,  or sei mila,  or dieci mila etc.,  tutti questi tiri si
    spedirebbero  in  tempi  eguali  tra di loro,  e ciascheduno eguale al
    tempo che la palla consumerebbe a venire dalla bocca del pezzo sino in
    terra,  lasciata,  senz'altro  impulso,  cadere  semplicemente  gi  a
    perpendicolo.  Or  par  meravigliosa cosa che nell'istesso breve tempo
    della caduta a piombo sino  in  terra  dall'altezza,  verbigrazia,  di
    cento braccia, possa la medesima palla, cacciata dal fuoco, passare or
    quattrocento,  or mille,  or quattromila,  ed or diecimila braccia, s
    che la palla in tutti i tiri di punto bianco si  trattenga  sempre  in
    aria per tempi eguali.

    Salviati:  La considerazione per la sua novit  bellissima,  e quando
    l'effetto sia vero,   meraviglioso: e della  sua  verit  io  non  ne
    dubito; e quando non ci fusse l'impedimento accidentario dell'aria, io
    tengo  per  fermo  che  se  nell'uscir la palla del pezzo si lasciasse
    cader  un'altra  dalla  medesima  altezza  gi   a   piombo,   amendue
    arriverebbero  in terra nel medesimo instante,  ancorch quella avesse
    camminato diecimila braccia di distanza,  e  questa  cento  solamente;
    intendendo che il piano della Terra fusse eguale, che per sicurezza si
    potrebbe  tirare  sopra  qualche  lago.  L'impedimento poi che potesse
    venir dall'aria,  sarebbe nel ritardar il moto velocissimo  del  tiro.
    Or,  se cos vi piace, venghiamo alle soluzioni degli altri argomenti,
    gi che il signor Simplicio resta (per quanto io mi creda) ben  capace
    della nullit di questo primo, preso da i cadenti da alto a basso.

    Simplicio:  Io  non  mi  sento rimossi tutti gli scrupoli;  e forse il
    difetto  mio,  per non esser di cos facile e veloce apprensiva  come
    il  signor  Sagredo.  E parmi che quando questo moto participato dalla
    pietra, mentre era su l'albero della nave, s'avesse, come voi dite,  a
    conservar  indelebilmente  in  lei,  dopo ancora che si trova separata
    dalla nave, bisognerebbe che similmente quando alcuno,  sendo sopra un
    cavallo  che  corresse  velocemente,  si  lasciasse  cader di mano una
    palla, quella,  caduta in terra,  continuasse il suo moto e seguitasse
    il  corso  del  cavallo senza restargli a dietro: il quale effetto non
    credo io che si vegga,  se  non  quando  colui  ch'  sul  cavallo  la
    gettasse  con forza verso la parte del corso;  ma senza questo,  credo
    ch'ella rester in terra dov'ella percuote.

    Salviati: Io credo che voi v'inganniate  d'assai,  e  son  sicuro  che
    l'esperienza  vi mostrer il contrario,  e che la palla,  arrivata che
    sia in terra, correr insieme col cavallo,  n gli rester indietro se
    non  quanto  l'asprezza  ed  inegualit  della strada l'impedir: e la
    ragione mi par pure  assai  chiara.  Imperocch,  quando  voi,  stando
    fermo,  tiraste per terra la medesima palla, non continuerebbe ella il
    moto anco fuor della vostra mano?  e per tanto pi  lungo  intervallo,
    quanto la superficie fusse pi eguale,  s che,  verbigrazia, sopra il
    ghiaccio andrebbe lontanissima?

    Simplicio: Questo non ha dubbio,  quando io gli do impeto col braccio;
    ma  nell'altro  caso  si  suppone che colui che  sul cavallo la lasci
    solamente cadere.

    Salviati: Cos voglio io che  segua.  Ma  quando  voi  la  tirate  col
    braccio,  che  altro rimane alla palla,  uscita che ella vi  di mano,
    che il moto concepito dal vostro braccio, il quale, in lei conservato,
    continua di condurla innanzi?  ora,  che importa che quell'impeto  sia
    conferito  alla  palla pi dal vostro braccio che dal cavallo?  mentre
    che voi sete a cavallo, non corre la vostra mano, ed in conseguenza la
    palla,  cos  veloce  come  il  cavallo  stesso?  certo  s;  adunque,
    nell'aprir solamente la mano, la palla si parte col moto gi concepito
    non  dal  vostro  braccio  per  moto  vostro particolare,  ma dal moto
    dependente  dall'istesso  cavallo,  che  vien  comunicato  a  voi,  al
    braccio, alla mano, e finalmente alla palla. Anzi voglio dirvi di pi,
    che se colui nel correre getter col braccio la palla al contrario del
    corso,  ella,  arrivata che sia in terra, talvolta, ancorch scagliata
    al contrario,  pur seguiter il corso del cavallo,  e talvolta rester
    ferma  in terra,  e solamente si muover all'opposito del corso quando
    il moto ricevuto  dal  braccio  superasse  in  velocit  quello  della
    carriera.  Ed    una vanit quella di alcuni che dicono,  potersi dal
    cavaliere lanciare una zagaglia per aria verso la parte  del  corso  e
    col  cavallo  seguirla e raggiugnerla e finalmente ripigliarla: e dico
    una vanit,  perch a far che il proietto vi torni  in  mano,  bisogna
    tirarlo all'ins, nel modo medesimo che se altri stesse fermo; perch,
    sia  pure il corso quanto si voglia veloce,  purch sia uniforme ed il
    proietto non sia una cosa leggierissima,  sempre ricader in  mano  al
    proiciente, e sia pur gettato in alto quanto si voglia.

    Sagredo:  Da questa dottrina io vengo in cognizione di alcuni problemi
    assai curiosi, in materia di questi proietti; il primo de' quali dovr
    parer molto strano al signor Simplicio.  E il problema  questo: ch'io
    dico  che  possibile che lasciata cader semplicemente la palla da uno
    che in qualsivoglia modo corra velocemente,  arrivata che ella sia  in
    terra,  non solo segua il corso di colui,  ma di assai lo anticipi, il
    qual problema  connesso  con  questo,  che  il  mobile  lanciato  dal
    proiciente sopra il piano dell'orizonte, pu acquistar nuova velocit,
    maggiore assai della conferitagli da esso proiciente. Il quale effetto
    ho  io pi volte con ammirazione osservato nello stare a veder costoro
    che giuocano a tirar con le ruzzole,  le quali si veggono,  uscite che
    son della mano,  andar per aria con certa velocit, la qual poi se gli
    accresce assai nell'arrivare in  terra;  e  se  ruzzolando  urtano  in
    qualche  intoppo  che le faccia sbalzare in alto,  si veggono per aria
    andar assai lentamente, e ricadute in terra pur tornano a muoversi con
    velocit maggiore: ma quel che  ancora pi stravagante,  ho io ancora
    osservato  che non solamente vanno sempre pi veloci per terra che per
    aria,  ma di due spazi fatti amendue per terra,  tal volta un moto nel
    secondo  spazio    pi  veloce  che nel primo.  Or che direbbe qui il
    signor Simplicio?

    Simplicio:  Direi,   la  prima  cosa,   di  non  aver   fatta   cotale
    osservazione; secondariamente, direi di non la credere; direi poi, nel
    terzo luogo,  che, quando voi me ne accertaste e che demostrativamente
    me l'insegnaste, voi fuste un gran demonio.

    Sagredo: Di quelli per di Socrate,  non di quei dell'Inferno.  Ma voi
    pur  tornate su questo insegnare;  io vi dico che quando uno non sa la
    verit da per s,  impossibile che altri gliene faccia sapere;  posso
    bene  insegnarvi delle cose che non son n vere n false,  ma le vere,
    cio le necessarie, cio quelle che  impossibile ad esser altrimenti,
    ogni mediocre discorso o le sa da s o  impossibile che ei le  sappia
    mai:  e cos so che crede anco il signor Salviati.  E per vi dico che
    de i presenti problemi le ragioni son sapute  da  voi,  ma  forse  non
    avvertite.

    Simplicio:  Lasciamo per ora questa disputa,  e concedetemi ch'io dica
    che non intendo n so queste cose che si trattano,  e  vedete  pur  di
    farmi restar capace de' problemi.

    Sagredo:  Questo primo depende da un altro;  il quale ,  onde avvenga
    che,  tirando la ruzzola  con  lo  spago,  assai  pi  lontano  ed  in
    conseguenza con maggior forza va, che tirata con la semplice mano.

    Simplicio:  Aristotile  ancora fa non so che problemi intorno a questi
    proietti.

    Salviati: Si, e molto ingegnosi, ed in particolare quello onde avvenga
    che le ruzzole tonde vanno meglio che le quadre.

    Sagredo: E di questo,  signor Simplicio,  non vi  darebbe  l'animo  di
    sapere la ragione, senza altrui insegnamento?

    Simplicio: S bene, s bene; ma lasciamo le beffe.

    Sagredo: Tanto sapete ancora la ragion di quest'altro.  Ditemi dunque:
    sapete che una cosa che si muova, quando vien impedita si ferma?

    Simplicio: Sollo; quando per l'impedimento  tanto che basti.

    Sagredo: Sapete voi che maggiore impedimento arreca al mobile  l'avere
    a muoversi per terra che per aria, essendo la terra scabrosa e dura, e
    l'aria molle e cedente?

    Simplicio: E perch so questo,  so che la ruzzola andr pi veloce per
    aria che per terra;  talch il mio sapere  tutto all'opposito di quel
    che voi stimavi.

    Sagredo:  Adagio,  signor Simplicio.  Sapete voi che nelle parti di un
    mobile che giri intorno al suo centro,  si ritrovano  movimenti  verso
    tutte le bande?  s che altre ascendono altre descendono,  altre vanno
    innanzi, altre all'indietro?

    Simplicio: Lo so, ed Aristotile me l'ha insegnato.

    Sagredo: E con qual dimostrazione? ditemela di grazia.

    Simplicio: Con quella del senso.

    Sagredo: Adunque Aristotile vi ha fatto vedere quel che senza lui  non
    avereste veduto?  avrebbev'egli prestato mai i suoi occhi?  Voi volevi
    dire che Aristotile ve  l'aveva  detto  avvertito,  ricordato,  e  non
    insegnato.  Quando dunque una ruzzola,  senza mutar luogo,  gira in se
    stessa,  non parallela,  ma  eretta  all'orizonte,  alcune  sue  parti
    ascendono,  le  opposte  descendono,  le superiori vanno per un verso,
    l'inferiori per il contrario.  Figuratevi ora una ruzzola  che,  senza
    mutar luogo,  velocemente giri in se stessa e stia sospesa in aria,  e
    che,   in  tal  guisa  girando,   sia  lasciata  cadere  in  terra   a
    perpendicolo:  credete  voi  che  arrivata  che  ella  sar  in terra,
    seguiter di girare in se stessa senza mutar luogo, come prima?

    Simplicio: Signor no.

    Sagredo: Ma che far?

    Simplicio: Correr per terra velocemente.

    Sagredo: E verso qual parte?

    Simplicio: Verso quella dove la porter la sua vertigine.

    Sagredo: Nella sua vertigine ci son delle parti,  cio  le  superiori,
    che si muovono al contrario delle inferiori; per bisogna dire a quali
    ella  ubidir:  ch quanto alle parti ascendenti e descendenti,  l'une
    non cederanno all'altre,  n 'l tutto andr  in  gi,  impedito  dalla
    terra, n in su, per esser grave.

    Simplicio:  Andr la ruzzola girando per terra verso quella parte dove
    tendono le parti sue superiori.

    Sagredo: E perch non dove  tendono  le  contrarie,  cio  quelle  che
    toccan terra?
    Simplicio:  Perch  quelle di terra vengono impedite dall'asprezza del
    toccamento, cio dall'istessa scabrosit della terra; ma le superiori,
    che sono nell'aria tenue e cedente, sono impedite pochissimo o niente,
    e per la ruzzola andr per il loro verso.

    Sagredo: Talch quell'attaccarsi,  per cos dire,  le parti  di  sotto
    alla  terra,  fa  ch'elle  restano,  e  solo  si  spingono  avanti  le
    superiori.

    Salviati: E per quando  la  ruzzola  cadesse  sul  ghiaccio  o  altra
    superficie pulitissima, non cos bene scorrerebbe innanzi, ma potrebbe
    per avventura continuar di girare in se stessa,  senza acquistar altro
    moto progressivo.

    Sagredo:  E'  facil  cosa  che  cos  seguisse;  ma  almeno  non  cos
    speditamente  andrebbe  ruzzolando,  come  cadendo  su  la  superficie
    alquanto aspra.  Ma dicami il signor  Simplicio:  quando  la  ruzzola,
    girando velocemente in se stessa,  vien lasciata cadere, perch non va
    ella anche per aria innanzi, come fa poi quando  in terra?

    Simplicio: Perch, avendo aria di sopra e di sotto, n queste parti n
    quelle hanno dove attaccarsi,  e non avendo  occasione  di  andar  pi
    innanzi che indietro, cade a piombo.

    Sagredo: Talch la sola vertigine in se stessa, senz'altro impeto, pu
    spigner la ruzzola,  arrivata che sia in terra,  assai velocemente. Or
    venghiamo al resto. Quello spago che il ruzzolante si lega al braccio,
    e col quale, avvolto intorno alla ruzzola, e' la tira,  che effetto fa
    in essa?

    Simplicio: La costringe a girare in se stessa,  per isvilupparsi dalla
    corda.

    Sagredo: Talch quando la ruzzola arriva  in  terra,  ella  vi  giugne
    girando in se stessa,  merc dello spagno.  Non ha ella dunque cagione
    in se stessa di muoversi pi  velocemente  per  terra,  che  ella  non
    faceva mentre era per aria?

    Simplicio:  Certo s: perch per aria non aveva altro impulso che quel
    del braccio del proiciente, e se ben aveva ancora la vertigine, questa
    (come si  detto) per aria non spigne punto; ma arrivando in terra, al
    moto del braccio s'aggiugne la progressione della vertigine,  onde  la
    velocit  si  raddoppia.  E  gi  intendo benissimo che rimbalzando la
    ruzzola in  alto,  la  sua  velocit  scemer,  perch  l'aiuto  della
    circolazione   gli  manca;   e  nel  ricadere  in  terra  lo  viene  a
    racquistare,  e per torna a muoversi pi velocemente  che  per  aria.
    Restami  solo  da  intender  che in questo secondo moto per terra ella
    vadia pi velocemente che nel primo,  perch cos ella si moverebbe in
    infinito, accelerandosi sempre.

    Sagredo: Io non ho detto assolutamente che questo secondo moto sia pi
    veloce del primo, ma che pu talvolta accader ch' e' sia pi veloce.

    Simplicio: Questo  quello ch'io non capisco e ch'io vorrei intendere.

    Sagredo:  E  questo ancora sapete per voi stesso.  Per ditemi: quando
    voi vi lasciaste cader la ruzzola di mano senza che ella girasse in se
    stessa, che farebbe percotendo in terra?

    Simplicio: Niente, ma resterebbe quivi.

    Sagredo: Non potrebb'egli accadere che nel percuotere  in  terra  ella
    acquistasse moto? pensateci meglio.

    Simplicio:  Se  noi  non  la  lasciassimo cadere su qualche pietra che
    avesse pendio, come fanno i fanciulli con le chiose,  e che battendo a
    sbiescio  su  la pietra pendente acquistasse movimento in se stessa in
    giro,  col quale poi ella seguitasse di muoversi  progressivamente  in
    terra,  non  saprei  in  qual altra maniera ella potesse far altro che
    fermarsi dove ella battesse.

    Sagredo: Ecco pure che  in  qualche  modo  ella  pu  acquistar  nuova
    vertigine.  Quando  dunque  la ruzzola sbalzata in alto ricade in gi,
    perch non pu ella abbattersi a dare su lo sbiescio di qualche  sasso
    fitto  in  terra  e  che  abbia  il  pendio  verso dove  il moto,  ed
    acquistando, per tal percossa,  nuova vertigine,  oltre a quella prima
    dello spago, raddoppiar il suo moto, e farlo pi veloce che non fu nel
    suo primo battere in terra?

    Simplicio:   Ora  intendo  che  ci  pu  facilmente  seguire.   E  vo
    considerando che quando la ruzzola s  facesse  girare  al  contrario,
    nell'arrivare  in terra farebbe contrario effetto,  cio il moto della
    vertigine ritarderebbe quel del proiciente.

    Sagredo: E lo ritarderebbe,  e  l'impedirebbe  tal  volta  del  tutto,
    quando la vertigine fusse assai veloce. E di qui nasce la soluzione di
    quell'effetto  che i giuocatori di palla a corda pi esperti fanno con
    lor vantaggio,  cio d'ingannar l'avversario col trinciar (che tale  
    il  loro termine) la palla,  cio rimetterla con la racchetta obliqua,
    in modo che ella acquisti una vertigine in se stessa contraria al moto
    proietto,  dal che ne sguita che,  nell'arrivare in terra,  il  balzo
    che,  quando  la  palla  non  girasse,  andrebbe  verso  l'avversario,
    porgendoli il consueto tempo di poterla rimettere, resta come morto, e
    la palla si schiaccia in terra,  o meno assai del  solito  ribalza,  e
    rompe  il  tempo della rimessa.  Per questo anco si veggono quelli che
    giuocano  con  palle  di  legno  a  chi  pi  s'accosta  a  un   segno
    determinato,  quando giuocano in una strada sassosa e piena d'intoppi,
    da far deviar in mille modi la palla n punto andar  verso  il  segno,
    per isfuggirli tutti,  gettar la palla non ruzzolando per terra, ma di
    posta per aria,  come se avessero a  gettare  una  piastra  piana;  ma
    perch  nel  gettar  la  palla ella esce di mano con qualche vertigine
    conferitale dalle dita,  tuttavoltach la mano  si  tenesse  sotto  la
    palla,  come  comunemente si tiene,  onde la palla,  nel percuotere in
    terra presso al segno,  tra  'l  moto  del  proiciente  e  quel  della
    vertigine  scorrerebbe  assai  lontana,  per  far  ch'ella  si  fermi,
    abbrancano artifiziosamente la palla,  tenendo la mano di sopra  e  la
    palla di sotto,  alla quale nello scappar vien conferita dalle dita la
    vertigine al contrario,  per la quale,  nel battere in terra vicino al
    segno,  quivi  si  ferma  o  poco pi avanti scorre.  Ma per tornar al
    principal problema, che  stato causa di far nascer questi altri, dico
    che  possibile che uno mosso  velocissimamente  si  lasci  uscir  una
    palla di mano la quale,  giunta che sia in terra,  non solo sguiti il
    moto di colui, ma lo anticipi ancora, movendosi con velocit maggiore.
    E per vedere un tal effetto,  voglio che il corso sia d'una  carretta,
    alla quale per banda di fuori sia fermata una tavola pendente,  s che
    la parte inferiore resti verso i cavalli e la superiore verso le ruote
    di dietro. Ora, se nel maggior corso della carretta alcuno, che vi sia
    dentro,  lascer cadere una palla gi per il pendio di quella  tavola,
    ella  nel  venir gi ruzzolando acquister vertigine in se stessa,  la
    quale, aggiunta al moto impresso dalla carretta,  porter la palla per
    terra  assai  pi  velocemente della carretta: e quando si accomodasse
    un'altra tavola pendente all'opposito,  si potrebbe temperare il  moto
    della  carretta  in  modo,  che  la  palla  scorsa  gi per la tavola,
    nell'arrivare in terra,  restasse immobile,  ed anco talvolta corresse
    al  contrario  della  carretta.  Ma  troppo lungamente ci siam partiti
    dalla materia; e se il signor Simplicio resta appagato della soluzione
    del primo argomento contro alla  mobilit  della  Terra,  preso  da  i
    cadenti a perpendicolo, si potr venire a gli altri.

    Salviati:  Le  digressioni fatte sin qui non son talmente aliene dalla
    materia che si tratta,  che si possan chiamar totalmente  separate  da
    quella;  oltrech dependono i ragionamenti da quelle cose che si vanno
    destando per la fantasia non a un solo,  ma a tre,  che anco,  di pi,
    discorriamo  per  nostro gusto,  n siamo obligati a quella strettezza
    che sarebbe uno che ex professo trattasse metodicamente  una  materia,
    con  intenzione anco di publicarla.  Non voglio che il nostro poema si
    astringa tanto a quella unit,  che non ci lasci campo aperto per  gli
    episodii,  per  l'introduzion  de'  quali  dovr bastarci ogni piccolo
    attaccamento e quasi che noi ci  fussimo  radunati  a  contar  favole,
    quella  sia  lecito  dire  a  me,  che  mi far sovvenire il sentir la
    vostra.

    Sagredo: Questo a me piace grandemente: e gi che noi siamo in  questa
    larghezza,  siami lecito,  prima che passare pi innanzi,  ricercar da
    voi, signor Salviati, se mai vi  venuto pensato qual si possa credere
    che sia la linea descritta  dal  mobile  grave,  naturalmente  cadente
    dalla cima della torre a basso; e se vi avete fatto sopra reflessione,
    ditemi in grazia il vostro pensiero.

    Salviati:  Io  ci  ho  talvolta pensato: e non dubito punto che quando
    altri fusse sicuro della natura del moto col quale il  grave  descende
    per  condursi  al  centro  del  globo terrestre,  mescolandolo poi col
    movimento comune circolare della  conversion  diurna,  si  troverrebbe
    precisamente  qual  sorte  di  linea  sia  quella che dal centro della
    gravit del mobile  vien  descritta  nella  composizion  di  tali  due
    movimenti.

    Sagredo:  Del  semplice  movimento  verso il centro,  dependente dalla
    gravit, credo che si possa assolutamente senza errore credere che sia
    per linea retta, quale appunto sarebbe quando la Terra fusse immobile.

    Salviati: Quanto a questa parte,  non solamente possiamo crederla,  ma
    l'esperienza ce ne rende certi.

    Sagredo: Ma come ce ne assicura l'esperienza,  se noi non veggiamo mai
    altro moto che il composto delli due, circolare ed in gi?

    Salviati: Anzi pur,  signor Sagredo,  non veggiamo noi  altro  che  il
    semplice in gi, avvenga che l'altro circolare, comune alla Terra alla
    torre  ed  a noi,  resta impercettibile e come nullo,  e solo ci resta
    notabile quello della pietra,  non participato da noi;  e di questo il
    senso dimostra che sia per linea retta,  venendo sempre parallelo alla
    stessa  torre,   che  sopra  la  superficie  terrestre     fabbricata
    rettamente ed a perpendicolo.

    Sagredo: Avete ragione, e ben troppo dappoco mi son dimostrato, mentre
    non  m' sovvenuto una cosa s facile.  Ma gi che questo  notissimo,
    che altro dite voi di desiderare per  intender  la  natura  di  questo
    movimento a basso?

    Salviati:  Non basta intender che sia retto,  ma bisogna sapere se sia
    uniforme o pure difforme,  cio se mantenga sempre un'istessa velocit
    o pur si vadia ritardando o accelerando.

    Sagredo: Gi  chiaro che si va accelerando continuamente.

    Salviati:  N  questo  basta,   ma  converrebbe  sapere  secondo  qual
    proporzione si faccia tal accelerazione: problema,  che  sin  qui  non
    credo  che  sia  stato  saputo  da  filosofo  n da matematico alcuno,
    ancorch da filosofi,  ed in  particolare  Peripatetici,  sieno  stati
    volumi intieri, e grandissimi, scritti intorno al moto.

    Simplicio: I filosofi si occupano sopra gli universali principalmente;
    trovano  le  definizioni ed i pi comuni sintomi,  lasciando poi certe
    sottigliezze e certi tritumi,  che son poi pi tosto  curiosit,  a  i
    matematici:  ed Aristotile si  contentato di definire eccellentemente
    che cosa sia il moto in universale, e del locale mostrare i principali
    attributi,  cio che altro  naturale,  altro violento,  che  altro  
    semplice,  altro  composto, che altro  equabile, altro accelerato; e
    dell'accelerato   si      contentato    di    render    la    ragione
    dell'accelerazione,  lasciando  poi l'investigazione della proporzione
    di tale accelerazione e di altri pi particolari accidenti al mecanico
    o ad altro inferiore artista.

    Sagredo: Tutto bene,  signor Simplicio mio.  Ma voi,  signor Salviati,
    calandovi  talvolta  dal  trono  della maest peripatetica,  avete mai
    scherzato   intorno   all'investigazione   di    questa    proporzione
    dell'accelerazione del moto de' gravi descendenti?

    Salviati: Non mi  stato bisogno di pensarvi,  attesoch l'Accademico,
    nostro comun amico,  mi mostr gi un suo trattato del moto,  dove era
    dimostrato  questo,   con  molti  altri  accidenti;   ma  troppo  gran
    digressione sarebbe se per questo volessimo  interromper  il  presente
    discorso, che pure esso ancora  una digressione, e far, come si dice,
    una commedia in commedia.

    Sagredo:  Mi  contento d'assolvervi da tal narrazione per al presente,
    con patto per che questa sia  una  delle  proposizioni  riservata  da
    esaminarsi  tra  le  altre  in  altra particolar sessione,  perch tal
    notizia  da  me  desideratissima:  ed  intanto  torniamo  alla  linea
    descritta  dal  grave  cadente dalla sommit della torre sino alla sua
    base.

    Salviati: Quando il movimento retto verso il centro della Terra  fusse
    uniforme,  essendo  anco  uniforme  il  circolare  verso oriente,.  si
    verrebbe a comporre di amendue un  moto  per  una  linea  spirale,  di
    quelle  definite  da  Archimede nel libro delle sue spirali,  che sono
    quando un punto si muove uniformemente sopra una linea  retta,  mentre
    essa  pur  uniformemente si gira intorno a un de i suoi estremi punti,
    fisso come centro del suo rivolgimento.  Ma perch il moto  retto  del
    grave  cadente    continuamente accelerato,   forza che la linea del
    composto de i due movimenti si vadia sempre  con  maggior  proporzione
    allontanando  successivamente  dalla circonferenza di quel cerchio che
    avrebbe disegnato il centro della gravit  della  pietra  quando  ella
    fusse   restata   sempre   sopra  la  torre;   e  bisogna  che  questo
    allontanamento sul  principio  sia  piccolo,  anzi  minimo,  anzi  pur
    minimissimo, avvengach il grave descendente, partendosi dalla quiete,
    cio  dalla privazion del moto a basso,  ed entrando nel moto retto in
    gi,   forza che passi per tutti i gradi di tardit che sono  tra  la
    quiete e qualsivoglia velocit,  li quali gradi sono infiniti, s come
    gi a lungo si  discorso e concluso.
    Stante dunque che tale sia il progresso dell'accelerazione, ed essendo
    oltre di ci vero che il grave descendente va per terminare nel centro
    della Terra, bisogna che la linea del suo moto composto sia tale,  che
    ben  si  vadia  sempre con maggior proporzione allontanando dalla cima
    della torre,  o,  per dir  meglio,  dalla  circonferenza  del  cerchio
    descritto dalla cima della torre per la conversion della Terra, ma che
    tali  discostamenti  sieno minori e minori in infinito,  quanto meno e
    meno il mobile si  trova  essersi  scostato  dal  primo  termine  dove
    posava.  Oltre  di  ci    necessario  che  questa tal linea del moto
    composto vadia a terminar nel centro della Terra. Or, fatti questi due
    presupposti,   venni  gi  descrivendo  intorno  al   centro   A   col
    semidiametro A B il cerchio B I,  rappresentantemi il globo terrestre;
    e prolungando il semidiametro AB in C, descrissi l'altezza della torre
    BC, la quale, portata dalla Terra sopra la circonferenza B I, descrive
    con la sua sommit l'arco C D,  divisa poi la linea C A in mezo in  E,
    col centro E,  intervallo E C,  descrivo il mezo cerchio C I A, per il
    quale dico ora che assai probabilmente si pu credere che una  pietra,
    cadendo dalla sommit della torre C, venga movendosi del moto composto
    del  comune  circolare e del suo proprio retto.  Imperocch,  segnando
    nella circonferenza C D alcune parti eguali C F, F G, G H, H L, e da i
    punti F,  G,  H,  L tirate verso il centro A linee rette,  le parti di
    esse intercette fra le due circonferenze C D,  B I ci rappresenteranno
    sempre la medesima torre C B,  trasportata dal globo terrestre verso D
    I,  nelle  quali  linee i punti dove esse vengono segate dall'arco del
    mezo cerchio C I sono i luoghi  dove  di  tempo  in  tempo  la  pietra
    cadente  si  ritrova;  li  quali  punti  si  vanno  sempre con maggior
    proporzione allontanando dalla cima della torre,  che  quello che  fa
    che  il  moto retto fatto lungo la torre ci si mostra sempre pi e pi
    accelerato.   Vedesi  ancora  come,   merc  della  infinita  acutezza
    dell'angolo del contatto delli due cerchi D C,  C I,  il discostamento
    del cadente dalla circonferenza CFD,  cio dalla cima della  torre,  
    verso  il  principio piccolissimo,  che  quanto a dire il moto in gi
    esser lentissimo, e pi e pi tardo in infinito secondo la vicinit al
    termine C,  cio allo stato della quiete,  e finalmente s'intende come
    in ultimo tal moto andrebbe a terminar nel centro della Terra A.

    Sagredo:  Intendo  perfettamente  il  tutto,  n  posso credere che 'l
    mobile cadente descriva col centro della sua gravit altra  linea  che
    una simile.
    Salviati: Ma piano,  signor Sagredo;  ch io ho da portarvi ancora tre
    mie meditazioncelle,  che forse non vi dispiaceranno.  La prima  delle
    quali , che se noi ben consideriamo, il mobile non si muove realmente
    d'altro che di un moto semplice circolare, s come quando posava sopra
    la torre pur si muoveva di un moto semplice e circolare.  La seconda 
    ancora pi bella: imperocch egli non si muove punto pi o meno che se
    fusse restato continuamente su la torre,  essendo che a gli archi C F,
    F G,  G H,  etc.,  che egli avrebbe passati stando sempre su la torre,
    sono precisamente eguali gli archi della circonferenza C I rispondenti
    sotto gli stessi C F,  F G,  G H,  etc.  Dal che ne sguita  la  terza
    meraviglia:  che il moto vero e reale della pietra non vien altrimenti
    accelerato,  ma  sempre equabile ed uniforme,  poich tutti gli archi
    eguali notati nella circonferenza C D ed i loro corrispondenti segnati
    nella  circonferenza  C I vengono passati in tempi eguali.  Talch noi
    venghiamo liberi di ricercar nuove cause di accelerazione o  di  altri
    moti,  poich  il  mobile tanto stando su la torre quanto scendendone,
    sempre si muove nel modo medesimo, cio circolarmente, con la medesima
    velocit e la medesima uniformit.  Or ditemi  quel  che  vi  pare  di
    questa mia bizzarria.

    Sagredo:  Dicovi  che non potrei a bastanza con parole esprimer quanto
    ella mi par maravigliosa: e per quanto al presente mi  si  rappresenta
    all'intelletto,  io  non  credo  che  il  negozio passi altrimenti;  e
    volesse Dio che tutte le dimostrazioni de' filosofi  avesser  la  met
    della probabilit di questa. Vorrei bene, per mia intera sodisfazione,
    sentir la prova come quelli archi sieno eguali.

    Salviati: La dimostrazion  facilissima. Intendete esser tirata questa
    linea I E; ed essendo il semidiametro del cerchio C D, cio la linea C
    A,  doppio del semidiametro C E del cerchio C I, sar la circonferenza
    doppia della circonferenza,  ed ogn'arco del maggior cerchio doppio di
    ogni  arco simile del minore,  ed in conseguenza la met dell'arco del
    cerchio maggiore eguale all'arco del minore: e perch l'angolo C E  I,
    fatto  nel  centro E del minor cerchio e che insiste su l'arco C I,  
    doppio dell'angolo C A D, fatto nel centro A del cerchio maggiore,  al
    quale suttende l'arco C D,  adunque l'arco C D  la met dell'arco del
    maggior cerchio simile all'arco C I, e per sono li due archi C D, C I
    eguali: e nell'istesso modo si dimostrerr di tutte le parti.  Ma  che
    il  negozio,  quanto  al  moto  de  i gravi descendenti,  proceda cos
    puntualmente, io per ora non lo voglio affermare;  ma dir bene che se
    la linea descritta dal cadente non  questa per l'appunto,  ella gli 
    sommamente prossima.

    Sagredo: Ma io, signor Salviati, vo pur ora considerando un'altra cosa
    mirabile: e questa , che stanti queste considerazioni,  il moto retto
    vadia  del  tutto a monte e che la natura mai non se ne serva,  poich
    anco quell'uso che da principio gli si concedette,  che fu di  ridurre
    al  suo  luogo  le  parti  de i corpi integrali quando fussero dal suo
    tutto separate e per  in  prava  disposizione  costituite,  gli  vien
    levato, ed assegnato pur al moto circolare.

    Salviati:  Questo seguirebbe necessariamente quando si fusse concluso,
    il globo terrestre muoversi circolarmente,  cosa che io  non  pretendo
    che  sia  fatta,  ma  solamente  si    andato  sin  qui,  e si andr,
    considerando la  forza  delle  ragioni  che  vengono  assegnate  da  i
    filosofi  per  prova  dell'immobilit  della Terra: delle quali questa
    prima,  presa da i cadenti a perpendicolo,  patisce le difficult  che
    avete sentite; le quali non so di quanto momento sieno parse al signor
    Simplicio,  e  per,  prima  che  passare  al  cimento  de  gli  altri
    argomenti,  sarebbe bene ch'ei producesse se cosa ha da  replicare  in
    contrario.

    Simplicio:  Quanto  a  questo  primo,  confesso veramente aver sentito
    varie sottigliezze alle quali non avevo pensato,  e come che  elle  mi
    giungono nuove,  non posso aver le risposte cos in pronto. Ma questo,
    preso da i cadenti a perpendicolo,  non l'ho per de  i  pi  gagliardi
    argomenti  per l'immobilit della Terra,  e non so quello che accader
    de i tiri dell'artiglierie, e massime di quelli contro al moto diurno.

    Sagredo: Tanto mi desse fastidio il volar de  gli  uccelli  quanto  mi
    fanno  difficult  le artiglierie e tutte le altre esperienze arrecate
    di sopra! Ma questi uccelli,  che ad arbitrio loro volano innanzi e 'n
    dietro e rigirano in mille modi,  e,  quel che importa pi,  stanno le
    ore intere sospesi per aria questi, dico, mi scompigliano la fantasia,
    n so intendere come tra tante girandole e' non ismarriscano  il  moto
    della Terra,  o come e' possin tener dietro a una tanta velocit,  che
    finalmente supera a parecchi e parecchi doppi il lor volo.

    Salviati: Veramente il dubitar vostro non  senza ragione,  e forse il
    Copernico  stesso  non  ne  dovette  trovar scioglimento di sua intera
    sodisfazione,   e  perci  per  avventura  lo  tacque;   se  ben  anco
    nell'esaminar l'altre ragioni in contrario fu assai conciso, credo per
    altezza  d'ingegno,  e  fondato su maggiori e pi alte contemplazioni,
    nel modo che i leoni poco si muovono  per  l'importuno  abbaiar  de  i
    picciol cani.  Serberemo dunque l'instanza de gli uccelli in ultimo, e
    'n  tanto  cercheremo  di  dar  sodisfazione   al   signor   Simplicio
    nell'altre,  col  mostrargli,  al  modo solito,  che egli stesso ha le
    soluzioni in mano, se bene non se n'accorge.  E facendo principio da i
    tiri di volata, fatti, col medesimo pezzo polvere e palla, l'uno verso
    oriente e l'altro verso occidente,  dicami qual cosa sia quella che lo
    muove a credere che 'l tiro  verso  occidente  (quando  la  revoluzion
    diurna fusse del globo terrestre) dovrebbe riuscir pi lungo assai che
    l'altro verso levante.

    Simplicio:  Muovomi  a cos credere,  perch nel tiro verso levante la
    palla, mentre che  fuori dell'artiglieria, viene seguita dall'istessa
    artiglieria, la quale, portata dalla Terra pur velocemente corre verso
    la medesima parte,  onde la caduta della  palla  in  terra  vien  poco
    lontana  dal pezzo.  All'incontro nel tiro occidentale,  avanti che la
    palla percuota in terra,  il pezzo si  ritirato assai verso  levante,
    onde  lo  spazio  tra la palla e'l pezzo,  cio il tiro,  apparir pi
    lungo dell'altro quanto sar stato  il  corso  dell'artiglieria,  cio
    della Terra, ne' tempi che amendue le palle sono state per aria.

    Salviati:  Io  vorrei  che  noi  trovassimo  qualche  modo  di far una
    esperienza corrispondente al moto  di  questi  proietti,  come  quella
    della  nave  al  moto  de i cadenti da alto a basso,  e vo pensando la
    maniera.

    Sagredo: Credo che prova assai  accomodata  sarebbe  il  pigliare  una
    carrozzetta scoperta, ed accomodare in essa un balestrone da bolzoni a
    meza elevazione, acci il tiro riuscisse il massimo di tutti, e mentre
    i cavalli corressero, tirare una volta verso la parte dove si corre, e
    poi  un'altra  verso  la  contraria,  facendo benissimo notare dove si
    trova la carrozza in quel momento di tempo che 'l bolzone si ficca  in
    terra,  s  nell'uno come nell'altro tiro;  ch cos potr vedersi per
    appunto quanto l'uno riesce maggior dell'altro.

    Simplicio: Parmi che tale esperienza sia molto accomodata;  e  non  ho
    dubbio che 'l tiro,  cio che lo spazio tra la freccia e dove si trova
    la carrozza nel momento che la freccia si ficca in terra,  sar minore
    assai quando si tira verso il corso della carrozza, che quando si tira
    per  l'opposito.  Sia,  per  esempio,  il  tiro  in se stesso trecento
    braccia,  e 'l corso della carrozza,  nel tempo che il bolzone sta per
    aria,  sia  braccia  cento: adunque,  tirandosi verso il corso,  delle
    trecento braccia del tiro la carrozzetta ne passa  cento,  onde  nella
    percossa  del  bolzone  in terra lo spazio tra esso e la carrozza sar
    braccia dugento solamente;  ma all'incontro nell'altro tiro,  correndo
    la carrozza al contrario del bolzone, quando il bolzone ar passate le
    sue trecento braccia e la carrozza le sua cento altre in contrario, la
    distanza traposta si trover esser di braccia quattrocento.

    Salviati:   Sarebbec'egli   modo   alcuno  per  far  che  questi  tiri
    riuscissero eguali?

    Simplicio: Io non  saprei  altro  modo  che  col  far  star  ferma  la
    carrozza.

    Salviati:  Questo  si sa: ma io domando,  facendo correr la carrozza a
    tutto corso.

    Simplicio: Chi non ingagliardisse l'arco nel tirar secondo il corso, e
    poi l'indebolisse per tirar contro al corso.

    Salviati: Ecco dunque che pur ci   qualch'altro  rimedio.  Ma  quanto
    bisognerebbe ingagliardirlo di pi, e quanto poi indebolirlo?

    Simplicio:  Nell'esempio  nostro,  dove  aviamo  supposto  che  l'arco
    tirasse trecento braccia,  bisognerebbe,  per il tiro verso il  corso,
    ingagliardirlo  s  che  tirasse  braccia  quattrocento  e per l'altro
    indebolirlo tanto che non tirasse pi di dugento,  perch cos l'uno e
    l'altro  tiro  riuscirebbe  di  braccia  trecento  in  relazione  alla
    carrozza,  la  quale  col  suo  corso  di  cento  braccia,   che  ella
    sottrarrebbe al tiro delle quattrocento e l'aggiugnerebbe a quel delle
    dugento, verrebbe a ridurgli amendue alle trecento.

    Salviati:  Ma  che  effetto  fa  nella  freccia  la  maggior  o  minor
    gagliardia dell'arco?

    Simplicio: L'arco gagliardo la caccia con maggior velocit,  e 'l  pi
    debole con minore;  e l'istessa freccia va tanto pi lontana una volta
    che l'altra,  con quanta maggior velocit ella esce della cocca  l'una
    volta che l'altra.

    Salviati:  Talch per far che la freccia tirata tanto per l'uno quanto
    per l'altro verso  s'allontani  egualmente  dalla  carrozza  corrente,
    bisogna  che  se  nel  primo tiro dell'esempio proposto ella si parte,
    verbigrazia,  con quattro gradi di velocit,  nell'altro tiro ella  si
    parta con due solamente.  Ma se si adopra il medesimo arco, da esso ne
    riceve sempre tre gradi.

    Simplicio: Cos ;  e per questo,  tirando con  l'arco  medesimo,  nel
    corso della carrozza i tiri non posson riuscire eguali.

    Salviati: Mi ero scordato di domandar con che velocit si suppone, pur
    in questa esperienza particolare, che corra la carrozza.

    Simplicio: La velocit della carrozza bisogna supporla di un grado, in
    comparazione di quella dell'arco, che  tre.

    Salviati:  S,  s,  cos torna il conto giusto.  Ma ditemi: quando la
    carrozza corre,  non si muovono ancora con la medesima velocit  tutte
    le cose che son nella carrozza?

    Simplicio: Senza dubbio.

    Salviati: Adunque il bolzone ancora,  e l'arco, e la corda su la quale
     teso.

    Simplicio: Cos .

    Salviati: Adunque,  nello scaricare il bolzone verso  il  corso  della
    carrozza l'arco imprime i suoi tre gradi di velocit in un bolzone che
    ne  ha  gi un grado,  merc della carrozza che verso quella parte con
    tanta velocit lo porta, talch nell'uscir della cocca e' si trova con
    quattro gradi di velocit; ed all'incontro, tirando per l'altro verso,
    il medesimo arco conferisce i suoi medesimi tre gradi  in  un  bolzone
    che  si  muove  in contrario con un grado,  talch nel separarsi dalla
    corda non gli restano altro che dua soli gradi di velocit. Ma gi voi
    stesso avete deposto che per fare i tiri eguali bisogna che il bolzone
    si parta una volta con quattro gradi e l'altra con due: adunque, senza
    mutar arco,  l'istesso corso della carrozza  quello che  aggiusta  le
    partite,  e  l'esperienza  poi quella che le sigilla a coloro che non
    volessero o non potessero esser capaci della  ragione.  Ora  applicate
    questo discorso all'artiglieria,  e troverete che,  muovasi la Terra o
    stia ferma,  i tiri fatti dalla medesima forza hanno a riuscir  sempre
    eguali,  verso qualsivoglia parte indrizzati.  L'errore di Aristotile,
    di Tolomeo,  di Ticone,  vostro,  e di tutti gli altri,  ha radice  in
    quella fissa e inveterata impressione,  che la Terra stia ferma, della
    quale  non  vi  potete  o  sapete  spogliare  n  anco  quando  volete
    filosofare  di quel che seguirebbe,  posto che la Terra si movesse;  e
    cos nell'altro argomento, non considerando che mentre che la pietra 
    su la torre,  fa,  circa il muoversi o non muoversi,  quel che  fa  il
    globo  terrestre  perch  avete  fisso  nella  mente che la Terra stia
    ferma,  discorrete intorno alla caduta del sasso  sempre  come  se  si
    partisse  dalla quiete,  dove che bisogna dire: Se la Terra sta ferma,
    il sasso si parte dalla quiete e scende perpendicolarmente;  ma se  la
    Terra  si muove,  la pietra altres si muove con pari velocit,  n si
    parte dalla quiete,  ma dal moto eguale a quel della Terra,  col quale
    mescola il sopravegnente in gi e ne compone un trasversale.

    Simplicio: Ma,  Dio buono,  come, se ella si muove trasversalmente, la
    veggo io muoversi rettamente e perpendicolarmente?  questo   pure  un
    negare il senso manifesto; e se non si deve credere al senso, per qual
    altra porta si deve entrare a filosofare?

    Salviati:  Rispetto  alla  Terra,  alla  torre  e a noi,  che tutti di
    conserva ci moviamo, col moto diurno,  insieme con la pietra,  il moto
    diurno  come se non fusse, resta insensibile, resta impercettibile, 
    senza  azione alcuna,  e solo ci resta osservabile quel moto del quale
    noi manchiamo, che  il venire a basso lambendo la torre. Voi non sete
    il primo che senta gran repugnanza in apprender questo nulla operar il
    moto tra le cose delle quali egli  comune.

    Sagredo: Ora mi sovviene di certo mio fantasticamento, che mi pass un
    giorno per l'immaginativa mentre navigava nel viaggio di Aleppo,  dove
    andava consolo della nostra nazione - e forse potrebb'esser di qualche
    aiuto, per esplicar questo nulla operare del moto comune ed esser come
    se  non  fusse  per tutti i participanti di quello: e voglio,  se cos
    piace  al  signor  Simplicio,   discorrer  seco  quello   che   allora
    fantasticava da me solo.

    Simplicio:  La  novit  delle  cose  che sento mi fa curioso,  non che
    tollerante, di ascoltare: per dite pure.

    Sagredo: Se la punta di una penna da scrivere, che fusse stata in nave
    per tutta la mia navigazione da Venezia sino in Alessandretta,  avesse
    avuto  facult  di lasciar visibil segno di tutto il suo viaggio,  che
    vestigio, che nota, che linea avrebb'ella lasciata?

    Simplicio: Avrebbe lasciato una linea distesa da Venezia sin  l,  non
    perfettamente diritta o,  per dir meglio,  distesa in perfetto arco di
    cerchio,  ma dove pi e dove meno flessuosa,  secondo che il  vassello
    fusse  andato  or  pi  or  meno fluttuando,  ma questo inflettersi in
    alcuni luoghi un braccio o due,  a destra o a sinistra,  in alto  o  a
    basso,   in  una  lunghezza  di  molte  centinaia  di  miglia  piccola
    alterazione arebbe arrecato all'intero tratto della linea,  s  che  a
    pena  sarebbe  stato  sensibile,  e  senza error di momento si sarebbe
    potuta chiamare una parte d'arco perfetto.

    Sagredo: S che il vero, vero, verissimo moto di quella punta di penna
    sarebbe anco stato un arco di cerchio perfetto,  quando  il  moto  del
    vassello,  tolta  la  fluttuazion  dell'onde,  fusse  stato  placido e
    tranquillo.  E se io avessi tenuta continuamente quella medesima penna
    in mano, e solamente l'avessi talvolta mossa un dito o due in qua o in
    l,  qual  alterazione  arei  io  arrecata  a  quel  suo  principale e
    lunghissimo tratto?

    Simplicio: Minore di quella che arrecherebbe a una linea  retta  lunga
    mille  braccia  il  declinar in varii luoghi dall'assoluta rettitudine
    quanto  un occhio di pulce.

    Sagredo: Quando dunque  un  pittore  nel  partirsi  dal  porto  avesse
    cominciato  a disegnar sopra una carta con quella penna,  e continuato
    il disegno sino in Alessandretta,  avrebbe potuto cavar  dal  moto  di
    quella  un'intera  storia  di  molte figure perfettamente dintornate e
    tratteggiate per mille e mille versi, con paesi, fabbriche, animali ed
    altre cose, se ben tutto il vero, reale ed essenzial movimento segnato
    dalla punta di quella penna non sarebbe stato altro che una ben  lunga
    ma  semplicissima  linea;  e quanto all'operazion propria del pittore,
    l'istesso a capello avrebbe  delineato  quando  la  nave  fusse  stata
    ferma.  Che  poi  del  moto  lunghissimo  della  penna non resti altro
    vestigio che quei tratti segnati su la carta, la cagione ne  l'essere
    stato il gran moto da Venezia in Alessandretta comune  della  carta  e
    della  penna  e di tutto quello che era in nave;  ma i moti piccolini,
    innanzi e 'n dietro, a destra ed a sinistra, comunicati dalle dita del
    pittore alla penna e non al  foglio,  per  esser  proprii  di  quella,
    potettero  lasciar  di  s vestigio su la carta,  che a tali movimenti
    restava immobile.  Cos parimente  vero,  che movendosi la Terra,  il
    moto  della  pietra,  nel  venire a basso,   stato realmente un lungo
    tratto di molte centinaia ed anco di molte migliaia di braccia,  e  se
    avesse  potuto segnare in un'aria stabile o altra superficie il tratto
    del suo corso, averebbe lasciata una lunghissima linea trasversale; ma
    quella parte di tutto questo moto che  comune del sasso,  della torre
    e  di  noi,  ci  resta insensibile e come se non fusse,  e solo rimane
    osservabile quella  parte  della  quale  n  la  torre  n  noi  siamo
    partecipi,  che  in fine quello con che la pietra, cadendo, misura la
    torre.

    Salviati: Sottilissimo  pensiero  per  esplicar  questo  punto,  assai
    difficile  per esser capito da molti.  Or,  se il signor Simplicio non
    vuol  replicar  altro,  possiamo  passare  all'altre  esperienze,   lo
    scioglimento  delle  quali  ricever  non  poca  agevolezza dalle cose
    dichiarate sin qui.

    Simplicio: Io non ho che dir altro,  ed  era  mezo  astratto  su  quel
    disegno,  e  sul  pensare come quei tratti tirati per tanti versi,  di
    qua,  di l,  in su,  in gi,  innanzi,  in dietro,  e 'ntrecciati con
    centomila ritortole, non sono, in essenza e realissimamente, altro che
    pezzuoli  di una linea sola tirata tutta per un verso medesimo,  senza
    verun'altra  alterazione  che  il  declinar  dal  tratto  dirittissimo
    talvolta  un  pochettino  a destra e a sinistra e il muoversi la punta
    della penna or pi veloce ed or pi tarda, ma con minima inegualit: e
    considero che nel medesimo modo si  scriverebbe  una  lettera,  e  che
    questi scrittori pi leggiadri,  che,  per mostrar la scioltezza della
    mano, senza staccar la penna dal foglio,  in un sol tratto segnano con
    mille e mille ravvolgimenti una vaga intrecciatura,  quando fussero in
    una barca che velocemente scorresse,  convertirebbero  tutto  il  moto
    della  penna,  che  in  essenza  una sola linea tirata tutta verso la
    medesima parte e  pochissimo  inflessa  o  declinante  dalla  perfetta
    drittezza,  in  un  ghirigoro:  ed ho gran gusto che il signor Sagredo
    m'abbia destato questo  pensiero.  Per  seguitiamo  innanzi,  ch  la
    speranza di poterne sentir de gli altri mi terr pi attento.

    Sagredo: Quando voi aveste curiosit di sentir di simili arguzie,  che
    non sovvengono cos a ognuno,  non ce ne mancano,  e massime in questa
    cosa  della navigazione.  E non vi parr un bel pensiero quello che mi
    sovvenne  pur  nella  medesima  navigazione,  quando  mi  accorsi  che
    l'albero  della  nave,  senza  rompersi  o  piegarsi,  aveva fatto pi
    viaggio con la gaggia,  cio con la cima,  che col  piede?  perch  la
    cima,  essendo  pi lontana dal centro della Terra che non  il piede,
    veniva ad aver descritto un arco di un cerchio  maggiore  del  cerchio
    per il quale era passato il piede.

    Simplicio: E cos,  quand'un uomo cammina, fa pi viaggio col capo che
    co i piedi?

    Sagredo: L'avete da per voi  stesso  e  di  vostro  ingegno  penetrata
    benissimo. Ma non interrompiamo il signor Salviati.

    Salviati: Mi piace di veder che il signor Simplicio si va addestrando,
    se  per  il pensiero  suo,  e non l'ha imparato da certo libretto di
    conclusioni, dove ne sono parecchi altri non men vaghi e arguti. Segue
    che  noi  parliamo  dell'artiglieria  eretta  a   perpendicolo   sopra
    l'orizonte,  cio  del tiro verso il nostro vertice,  e finalmente del
    ritorno  della  palla  per  l'istessa  linea  sopra  l'istesso  pezzo,
    ancorch nella lunga dimora che ella sta separata dal pezzo,  la Terra
    l'abbia per molte miglia portato verso levante,  e par che  per  tanto
    spazio  dovrebbe la palla cader lontana dal pezzo verso occidente;  il
    che non accade;  adunque  l'artiglieria,  senza  essersi  mossa,  l'ha
    aspettata.  La  soluzione   l'istessa che quella della pietra cadente
    dalla torre, e tutta la fallacia e l'equivocazione consiste nel suppor
    sempre per vero quello che   in  quistione;  perch  l'avversario  ha
    sempre  fermo  nel  concetto  che la palla si parta dalla quiete,  nel
    venir cacciata dal fuoco fuor del pezzo,  e partirsi  dallo  stato  di
    quiete  non  pu  esser se non supposta la quiete del globo terrestre,
    che  poi la conclusione di che si quistioneggia.  Replico  per  tanto
    che  quelli che fanno la Terra mobile,  rispondono che l'artiglieria e
    la palla che vi  dentro participano il medesimo moto che ha la Terra,
    anzi che questo, insieme con lei, hann'eglino da natura, e che per la
    palla non si parte altrimenti dalla quiete,  ma congiunta  co  'l  suo
    moto intorno al centro, il quale dalla proiezione in su non le vien n
    tolto  n  impedito,  ed  in tal guisa,  seguitando il moto universale
    della Terra verso  oriente,  sopra  l'istesso  pezzo  di  continuo  si
    mantiene,  s  nell'alzarsi  come nel ritorno: e l'istesso vedrete voi
    accadere facendo l'esperienza in nave di una  palla  tirata  in  su  a
    perpendicolo  con  una balestra,  la quale ritorna nell'istesso luogo,
    muovasi la nave o stia ferma.

    Sagredo: Questo sodisf benissimo al tutto: ma perch ho veduto che il
    signor Simplicio prende gusto di certe arguzie da  chiappar  (come  si
    dice)  il compagno,  gli voglio domandare se,  supposto per ora che la
    Terra stia ferma, e sopra essa l'artiglieria eretta perpendicolarmente
    e drizzata al nostro zenit, egli ha difficult nessuna in intender che
    quello  il vero tiro a perpendicolo,  e che la palla nel  partirsi  e
    nel ritorno sia per andar per l'istessa linea retta, intendendo sempre
    rimossi tutti gli impedimenti esterni ed accidentarii.

    Simplicio: Io intendo che il fatto deva succeder cos per appunto.

    Sagredo:  Ma quando l'artiglieria si piantasse non a perpendicolo,  ma
    inclinata verso qualche parte,  qual dovrebbe  essere  il  moto  della
    palla?  andrebbe  ella  forse,  come  nell'altro  tiro,  per  la linea
    perpendicolare, e ritornando anco poi per l'istessa?

    Simplicio: Questo non farebb'ella, ma uscita del pezzo seguiterebbe il
    suo moto per la linea retta che continua la dirittura della canna,  se
    non  in  quanto  il  proprio peso la farebbe declinar da tal dirittura
    verso terra.

    Sagredo: Talch la dirittura della canna   la  regolatrice  del  moto
    della palla,  n fuori di tal linea si muove, o muoverebbe, se 'l peso
    proprio non la facesse declinare in gi: e  per,  posta  la  canna  a
    perpendicolo  e  cacciata  la palla in su,  ella ritorna per l'istessa
    linea retta in gi,  perch il moto della palla dependente  dalla  sua
    gravit    in  gi per la medesima perpendicolare.  Il viaggio dunque
    della palla fuor del pezzo continua la dirittura di quella  particella
    di viaggio che ella ha fatto dentro al pezzo: non sta cos?

    Simplicio: Cos pare a me.

    Sagredo: Ora figuratevi la canna eretta a perpendicolo, e che la Terra
    si  volga  in  se stessa co 'l moto diurno e seco porti l'artiglieria:
    ditemi qual sar il moto della palla dentro alla canna,  dato  che  si
    sia fuoco?

    Simplicio:  Sar  un  moto  retto  e perpendicolare,  essendo la canna
    drizzata a perpendicolo.

    Sagredo:  Considerate  bene,   perch'io  credo   ch'   e'   non   sar
    perpendicolare  altrimenti.  Sarebbe  bene  a perpendicolo se la Terra
    stesse ferma,  perch cos la palla non avrebbe altro moto che  quello
    che le venisse dal fuoco;  ma quando la Terra giri, la palla che  nel
    pezzo ha essa ancora il moto diurno, talch, sopravvenendole l'impulso
    del fuoco,  ella cammina,  dalla culatta del pezzo alla bocca,  di due
    movimenti, dal composto de' quali ne risulta, il moto fatto dal centro
    della gravit della palla essere una linea inclinata. E per pi chiara
    intelligenza,  sia l'artiglieria A C eretta,  ed in essa la palla B: 
    manifesto che stando il pezzo immobile,  e  datogli  fuoco,  la  palla
    uscir  per  la bocca A,  ed avr co 'l suo centro,  camminando per il
    pezzo, descritta la linea perpendicolare B A, e quella dirittura andr
    seguitando fuor del pezzo,  movendosi verso il vertice.  Ma quando  la
    Terra andasse in volta, ed in conseguenza seco portasse l'artiglieria,
    nel  tempo  che  la palla cacciata dal fuoco si muovesse per la canna,
    l'artiglieria portata dalla Terra passerebbe nel sito D E,  e la palla
    B  nello  sboccare  sarebbe alla gioia D,  ed il moto del centro della
    palla sarebbe stato secondo la linea B D,  non pi perpendicolare,  ma
    inclinata  verso levante;  e dovendo (come gi s' concluso) continuar
    la palla il suo moto per l'aria secondo la direzion del moto fatto nel
    pezzo,  il moto seguir conforme all'inclinazion della linea  B  D:  e
    cos  non sar altrimenti perpendicolare,  ma inclinato verso levante,
    verso dove ancora cammina il pezzo,  onde potr la  palla  seguire  il
    moto della Terra e del pezzo.  Or eccovi,  signor Simplicio,  mostrato
    come il tiro che pareva dover esser a perpendicolo, non  altrimenti.

    Simplicio: Io non resto ben capace di questo negozio;  e  voi,  signor
    Salviati?

    Salviati: Io ne resto in parte;  ma vi ho non so che scrupolo, che Dio
    voglia ch'io lo sappia spiegare. E' mi pare che, conforme a questo che
    si  detto, quando il pezzo sia a perpendicolo e la Terra si muova, la
    palla non solo non avrebbe a ricader,  come vuole Aristotile e Ticone,
    lontana dal pezzo verso occidente,  ma n anco, come volete voi, sopra
    il pezzo,  anzi assai lontano verso  levante;  perch,  conforme  alla
    vostra esplicazione,  ella avrebbe due moti, li quali concordemente la
    caccerebbero verso quella parte, cio il moto comune della Terra,  che
    porta l'artiglieria e la palla da C A verso E D,  ed il fuoco,  che la
    caccia per la linea inclinata B D, moti amendue verso levante,  e per
    superiori al moto della Terra.

    Sagredo:  No,  Signore  Il  moto che porta la palla verso levante vien
    tutto dalla Terra, ed il fuoco non ve ne ha parte alcuna;  il moto che
    spigne  la  palla  in su,   tutto del fuoco n vi ha che far punto la
    Terra: e che sia vero,  non date fuoco,  che mai non uscir  la  palla
    fuor del pezzo,  n pur si alzer un capello: come ancora,  fermate la
    Terra e date fuoco la palla,  senza punto  inclinarsi,  andr  per  la
    perpendicolare.  Avendo dunque la palla due moti,  uno in su e l'altro
    in giro de' quali si compone il traversale B  D,  l'impulso  in  su  
    tutto  del fuoco,  il circolare vien tutto dalla Terra ed a quel della
    Terra  eguale;  e perch gli  eguale,  la palla si mantien sempre  a
    perpendicolo  sopra la bocca dell'artiglieria,  e finalmente in quella
    ricade; e mantenendosi sempre sopra la dirittura del pezzo,  apparisce
    ancora continuamente sopra il capo di chi  vicino al pezzo, e per ci
    pare che ella giusto a perpendicolo salga verso il nostro vertice.

    Simplicio: A me resta un'altra difficult, ed  che, per esser il moto
    della  palla  nel  pezzo  velocissimo,  non  par possibile che in quel
    momento di tempo la trasposizion  dell'artiglieria  da  C  A  in  E  D
    conferisca  inclinazion tale alla linea trasversale C D,  che merc di
    essa la palla poi per aria possa tener dietro al corso della Terra.

    Sagredo: Voi  errate  in  pi  conti.  E  prima,  l'inclinazion  della
    trasversale  C  D  credo  che  sia molto maggiore di quello che voi vi
    immaginate,  perch tengo  senza  dubbio  che  la  velocit  del  moto
    terrestre,  non  solo  sotto  l'equinoziale,  ma  nel nostro parallelo
    ancora, sia maggior che quella della palla,  mentre si muove dentro al
    pezzo,  s  che  l'intervallo  C  E sarebbe assolutamente maggiore che
    tutta la  lunghezza  del  pezzo,  e  l'inclinazione  della  traversale
    maggiore,  in conseguenza, di mezzo angolo retto. Ma, o sia poca o sia
    molta la velocit della Terra in comparazione  di  quella  del  fuoco,
    questo non importa niente,  perch, se la velocit della Terra  poca,
    ed in conseguenza  poca  l'inclinazione  della  trasversale,  di  poca
    inclinazione  ci    anco  di bisogno per far che la palla continui di
    mantenersi nella sua  volata  sopra  il  pezzo:  ed  insomma,  se  voi
    attentamente  andrete  considerando,  comprenderete  che il moto della
    Terra,  co 'l trasferir seco il pezzo da C A in E D,  conferisce  alla
    trasversale  C D quel di meno o di pi inclinazione che si ricerca per
    aggiustare il tiro al suo bisogno.  Ma errate secondariamente,  mentre
    voleste  riconoscer la facult del tener dietro la palla al moto della
    Terra dall'impeto del fuoco,  e ricadete  nell'errore  in  che  pareva
    esser incorso poco fa il signor Salviati;  perch il tener dietro alla
    Terra  l'antichissimo e perpetuo moto participato  indelebilmente  ed
    inseparabilmente  da essa palla,  come da cosa terrestre e che per sua
    natura lo possiede e lo posseder in perpetuo.

    Salviati: Quietiamoci pur, signor Simplicio, perch il negozio cammina
    giustamente cos.  Ed ora da  questo  discorso  vengo  a  intender  la
    ragione  di  un  problema  venatorio  di  questi  imberciatori che con
    l'archibuso ammazzano gli  uccelli  per  aria:  e  perch  io  mi  era
    immaginato   che  per  crre  l'uccello  fermassero  la  mira  lontana
    dall'uccello,  anticipando per certo spazio,  e pi o meno secondo  la
    velocit del volo e la lontananza dell'uccello,  acci che sparando ed
    andando  la  palla  a  dirittura  della  mira   venisse   ad   arrivar
    nell'istesso tempo al medesimo punto,  essa co 'l suo moto e l'uccello
    co 'l suo volo, e cos si incontrassero;  domandando ad uno di loro se
    la  lor pratica fusse tale,  mi rispose di no,  ma che l'artifizio era
    assai pi facile e sicuro, e che operano nello stesso modo per appunto
    che quando tirano all'uccello  fermo,  cio  che  aggiustano  la  mira
    all'uccel volante, e quello co 'l muover l'archibuso vanno seguitando,
    mantenendogli  sempre la mira addosso sin che sparano,  e che cos gli
    imberciano come gli altri fermi. Bisogna dunque che quel moto,  bench
    lento, che l'archibuso fa nel volgersi, secondando con la mira il volo
    dell'uccello,  si  comunichi  alla  palla  ancora  e  che  in  essa si
    congiunga con l'altro del fuoco,  s che la palla abbia dal  fuoco  il
    moto  diritto  in  alto,  e dalla canna il declinar secondando il volo
    dell'uccello,  giusto come pur ora si  detto del tiro  d'artiglieria;
    dove  la  palla ha dal fuoco l'andare in alto verso il vertice,  e dal
    moto della Terra il  piegar  verso  oriente  e  di  amendue  farne  un
    composto  che  segua  il  corso  della  Terra  e  che  a chi la guarda
    apparisca solo di andare a dritto in su,  ritornando per  la  medesima
    linea di poi in gi. Il tener dunque la mira continuamente indirizzata
    verso lo scopo fa che il tiro va a ferir giusto: e per tener la mira a
    segno,  se  lo  scopo  sta fermo,  anco la canna converr che si tenga
    ferma;  e se il berzaglio si muover,  la canna si terr a segno co 'l
    moto.  E  di  qui  depende la propria risposta all'altro argomento del
    tirar con l'artiglieria al berzaglio posto verso  mezogiorno  o  verso
    settentrione;  dove si instava che quando la Terra si movesse,  i tiri
    riuscirebber tutti costieri verso occidente,  perch nel tempo che  la
    palla,  uscita del pezzo,  va per aria al segno, quello, portato verso
    levante,  si lascia la palla per ponente.  Rispondo dunque  domandando
    se, aggiustata che si sia l'artiglieria al segno e lasciata star cos,
    ella  continua  a  rimirar sempre l'istesso segno,  muovasi la Terra o
    stia ferma.  Convien rispondere che la mira non  si  muta  altrimenti,
    perch, se lo scopo sta fermo, l'artiglieria parimente sta ferma, e se
    quello,  portato dalla Terra,  si muove,  muovesi con l'istesso tenore
    l'artiglieria ancora;  e mantenendosi la mira,  il tiro riesce  sempre
    giusto, come per le cose dette di sopra  manifesto.

    Sagredo:  Fermate  un  poco  in  grazia,  signor Salviati,  sin che io
    proponga  alcun  pensiero  che  mi  si    mosso  intorno   a   questi
    imberciatori  d'uccelli  volanti:  il modo dell'operar de' quali credo
    che sia qual voi dite, e credo che l'effetto parimente segua del ferir
    l'uccello;  ma non mi par  gi  che  tale  operazione  sia  del  tutto
    conforme a questa de i tiri dell'artiglieria,  li quali debbon colpire
    tanto nel moto del pezzo e dello scopo,  quanto nella quiete comune di
    amendue:  e le difformit mi paion queste.  Nel tiro dell'artiglieria,
    essa e lo scopo si muovono con velocit eguale,  sendo portati amendue
    dal  moto  del  globo  terrestre;  e se ben tal volta l'esser il pezzo
    piantato pi verso il polo che il berzaglio,  ed in conseguenza il suo
    moto alquanto pi tardo, come fatto in minor cerchio, tal differenza 
    insensibile,  per  la  poca lontananza dal pezzo al segno: ma nel tiro
    dell'imberciatore il moto  dell'archibuso,  col  quale  va  seguitando
    l'uccello,   tardissimo in comparazion del volo di quello, dal che mi
    par che ne sguiti che quel piccol moto che conferisce il volger della
    canna alla palla che vi   dentro,  non  possa,  uscita  che  ella  ,
    multiplicarsi  per  aria sino alla velocit del volo dell'uccello,  in
    modo che essa palla se gli mantenga sempre indirizzata,  anzi par  ch'
    e' debba anticiparla e lasciarsela alla coda. Aggiugnesi che in questo
    atto  l'aria  per  la  quale  debbe passar la palla non si suppone che
    abbia il moto dell'uccello; ma ben nel caso dell'artiglieria essa e 'l
    berzaglio e l'aria intermedia participano egualmente il moto universal
    diurno.  Talch del colpire dell'imberciatore crederei che  ne  fusser
    cagioni, oltre al secondar il volo col moto della canna, l'anticiparlo
    alquanto,  con  tener la mira innanzi,  ed oltr'a ci il tirar (com'io
    credo) non con una sola palla,  ma con  buon  numero  di  palline,  le
    quali, allargandosi per aria, occupano spazio assai grande, ed oltre a
    questo  l'estrema  velocit  con  la  quale dall'uscita della canna si
    conducono all'uccello.

    Salviati: Ed ecco di quanto il volo dell'ingegno  del  signor  Sagredo
    anticipa  e  previene  la  tardit  del  mio,  il  quale  forse arebbe
    avvertite queste disparit,  ma non senza  una  lunga  applicazion  di
    mente.  Ora, tornando alla materia, ci restano da considerar i tiri di
    punto bianco verso levante e verso ponente: i primi de' quali,  quando
    la  Terra  si  muovesse,   dovrebbon  riuscir  sempre  alti  sopra  il
    berzaglio,  e  i  secondi  bassi,  avvengach  le  parti  della  Terra
    orientali, per il moto diurno, si vanno continuamente abbassando sotto
    la tangente parallela all'orizonte,  che per ci appariscono le stelle
    orientali elevarsi,  ed all'incontro le parti occidentali  si  vengono
    alzando,  onde le stelle occidentali mostrano di abbassarsi;  e per i
    tiri  che  son  aggiustati  secondo  la  detta  tangente  allo   scopo
    orientale,  il qual, mentre la palla vien per la tangente, si abbassa,
    doverebber riuscir alti, e gli occidentali bassi, mediante l'alzamento
    del berzaglio mentre la palla corre per la tangente.
    La risposta  simile all'altre: perch, s come lo scopo orientale per
    il moto della Terra si va continuamente abbassando sotto una  tangente
    che  restasse immobile,  cos anco il pezzo per la medesima ragione si
    va continuamente inclinando,  e seguitando di rimirar sempre l'istesso
    scopo,  onde  i  tiri  ne  riescon  giusti.  Ma  qui  mi par opportuna
    occasione di avvertir  certa  larghezza  che  vien  fatta,  forse  con
    soverchia  liberalit,  da i seguaci del Copernico alla parte avversa:
    dico di concedergli come sicure e  certe  alcune  esperienze  che  gli
    avversarii veramente non hanno mai fatte, come, verbigrazia, quella de
    i cadenti dall'albero della nave mentre  in moto, ed altre molte; tra
    le  quali  tengo  per fermo che una sia questa del far prova se i tiri
    d'artiglieria orientali riescon  alti,  e  gli  occidentali  bassi.  E
    perch credo che non l'abbiano mai fatta, vorrei che mi dicessero qual
    diversit  e'  credono  che  si dovrebbe scorgere tra i medesimi tiri,
    posta la Terra immobile o postala mobile;  e per loro risponda  adesso
    il signor Simplicio.

    Simplicio:  Io  non  mi voglio arrogere di risponder cos fondatamente
    come forse qualche altro pi intendente di  me,  ma  dir  quello  che
    penso cos all'improviso che risponderebbero,  che  in effetto quello
    che gi  stato prodotto: cio che quando la Terra si movesse,  i tiri
    orientali riuscirebber sempre alti, etc., dovendo, come par verisimile
    muoversi la palla per la tangente.

    Salviati:  Ma  s'io dicessi che cos segue in effetto,  come fareste a
    reprovare il mio detto?

    Simplicio: Converrebbe venir all'esperienza per chiarirsene.

    Salviati: Ma credete voi che si trovasse bombardier cos pratico,  che
    togliesse  a dar nel berzaglio ogni tiro nella distanza,  verbigrazia,
    di cinquecento braccia?

    Simplicio: Signor no: e credo che non sarebbe alcuno,  per esperto che
    fusse,  che  si  promettesse  di  non errar ragguagliatamente pi d'un
    braccio.

    Salviati: Come dunque ci potremmo con tiri cos fallaci  assicurar  in
    quello di che dubitiamo?

    Simplicio: Potremmoci assicurar in due modi: l'uno,  co 'l tirar molti
    tiri;  e l'altro,  perch rispetto alla gran velocit del  moto  della
    Terra la deviazion dallo scopo sarebbe, per mio parer, grandissima.

    Salviati: Grandissima,  cio assai pi d'un braccio; gi che il variar
    di tanto, ed anco di pi,  si concede che accaschi ordinariamente anco
    nella quiete del globo terrestre.

    Simplicio: Credo fermamente che la variazion sarebbe assai maggiore.

    Salviati:  Or voglio che per nostro gusto facciamo cos alla grossa un
    poco di calcolo, se cos vi piace,  che ci servir anco (se il computo
    batter,  come  spero)  per  avvertimento  di non se ne andar in altre
    occorrenze, come si dice,  cos facilmente preso alle grida,  e porger
    l'assenso a tutto quello che prima ci si rappresenta alla fantasia.  E
    per dare ancora tutti i vantaggi a i Peripatetici e  Ticonici,  voglio
    che  ci  figuriamo  esser  sotto  l'equinoziale,  per  tirar  con  una
    colubrina di punto bianco verso occidente al berzaglio in  cinquecento
    braccia  di  distanza.  Prima cerchiamo,  cos (come ho detto) a un di
    presso,  quanto pu essere il tempo nel quale  la  palla,  uscita  dal
    pezzo,  giugne al segno,  che sappiamo esser brevissimo,  ed al sicuro
    non  pi di quello nel quale un pedone cammina due passi;  e questo 
    ancor  manco di un minuto secondo d'ora,  perch,  posto che il pedone
    cammini tre miglia per ora,  che sono braccia  novemila,  essendo  che
    un'ora contiene tremila seicento minuti secondi, vengono a farsi in un
    secondo  passi  dua  e  mezo: un secondo dunque  pi che il tempo del
    moto della palla.  E perch la rivoluzion  diurna    ventiquattr'ore,
    l'orizonte  occidentale si alza quindici gradi per ora,  cio quindici
    minuti primi di grado per  un  minuto  primo  di  ora,  cio  quindici
    secondi di grado per un secondo d'ora;  e perch un secondo  il tempo
    del tiro,  adunque in questo  tempo  si  alza  l'orizonte  occidentale
    quindici  secondi  di  grado,  e  tanto  ancora il berzaglio: quindici
    secondi per di quel cerchio, del quale il semidiametro sia di braccia
    cinquecento (che tanta si  posto esser la  lontananza  del  berzaglio
    dalla colubrina).  Or guardiamo nella tavola de gli archi e corde (che
    ecco qui appunto il libro del Copernico),  qual parte   la  corda  di
    quindici  secondi del semidiametro che sia braccia cinquecento: qui si
    vede,  la corda di un minuto primo esser  manco  di  trenta  parti  di
    quelle  che  il  semidiametro   centomila;  adunque delle medesime la
    corda di un minuto secondo sar manco di mezo, cio manco di una parte
    di quali il semidiametro sia dugentomila,  e per la corda di quindici
    secondi  sar  manco di quindici delle medesime dugentomila parti.  Ma
    quello che di dugentomila  manco di quindici,   ancor pi di  quello
    che  di  cinquecento    quattro  centesimi;  adunque  l'alzamento del
    berzaglio nel tempo del moto della palla  manco di quattro centesimi,
    cio di un venticinquesimo di braccio;  sar dunque circa un dito:  ed
    un  sol  dito,   in  conseguenza,  sar  lo  svario  di  ciascun  tiro
    occidentale, quando il moto diurno fusse della Terra. Ora s'io vi dir
    che questo svario effettivamente accade in tutti i tiri (dico  di  dar
    pi  basso  un dito di quel che darebbono se la Terra non si movesse),
    come  fareste,  signor  Simplicio,  a  convincermi,   mostrandomi  con
    l'esperienze  ci  non  accadere?  non  vedete voi che non  possibile
    ributtarmi,  se prima non trovate una maniera di tirar a  segno  tanto
    esatta,  che  mai non s'erri d'un capello?  perch,  mentre che i tiri
    riusciranno variabili di braccia,  come de facto sono,  io dir sempre
    che  in ciascheduno di quelli svarii vi  contenuto quello di un dito,
    cagionato dal moto della Terra.

    Sagredo: Perdonatemi,  signor  Salviati;  voi  sete  troppo  liberale;
    perch io direi a i Peripatetici, che quando bene ogni tiro investisse
    il  centro stesso del berzaglio,  ci non contrarierebbe punto al moto
    della Terra: imperocch i bombardieri si  sono  esercitati  sempre  in
    aggiustar  la mira al berzaglio,  ed hanno fatto la pratica di mettere
    il pezzo a segno in modo che ci dien  dentro,  stante  il  moto  della
    Terra;  e  dico  che se la Terra si fermasse,  i tiri non riuscirebbon
    giusti,  ma gli occidentali riuscirebbon alti,  e bassi gli orientali.
    Or convincami il signor Simplicio.

    Salviati:  Sottigliezza degna del signor Sagredo.  Ma abbiasi a vedere
    questa variazione nel moto o nella quiete  della  Terra,  non  potendo
    ella esser se non piccolissima,  non pu se non rimaner sommersa nelle
    grandissime che per molti accidenti continuamente accascano.  E  tutto
    questo  sia detto e conceduto per buona misura al signor Simplicio,  e
    solo per avvertimento di quanto bisogni andar cauto nel conceder  come
    vere  molte  esperienze  a  quelli  che  mai  non  l'hanno  fatte,  ma
    animosamente le producono quali bisognerebbe che  fussero  per  servir
    alla causa loro. Dico che questo si d per giunta al signor Simplicio,
    perch  la  verit  schietta  che circa gli effetti di questi tiri il
    medesimo deve accadere puntualmente tanto nel moto quanto nella quiete
    del globo terrestre;  s come accader  di  tutte  l'altre  esperienze
    addotte  e  che  addur  si possono,  le quali in tanto hanno nel primo
    aspetto qualche sembianza di  vero,  in  quanto  l'antiquato  concetto
    dell'immobilit della Terra ci mantiene tra gli equivoci.

    Sagredo:  Io  per  la  parte mia resto sin qui sodisfatto a pieno,  ed
    intendo benissimo che chiunque  si  imprimer  nella  fantasia  questa
    general  comunicanza  della  diurna  conversione  tra  tutte  le  cose
    terrestri,  alle quali tutte ella naturalmente convenga,  in quel modo
    che  nel  vecchio  concetto stimavano convenirgli la quiete intorno al
    centro,  senza veruno intoppo discerner la fallacia e l'equivocazione
    che  faceva  parer  gli argomenti prodotti esser concludenti.  Restami
    solamente qualche scrupolo,  come di sopra ho  accennato,  intorno  al
    volar  de  gli  uccelli;  i quali,  avendo,  come animati,  facult di
    muoversi a  lor  piacimento  di  centomila  moti,  e  di  trattenersi,
    separati dalla Terra,  lungamente per aria, e qui con disordinatissimi
    rivolgimenti andar vagando,  non resto ben capace  come  tra  s  gran
    mescolanza  di  movimenti non si abbia a confondere e smarrir il primo
    moto comune,  ed in qual modo,  restati che ne sieno spogliati,  e' lo
    possano compensare e ragguagliar co 'l volo, e tener dietro alle torri
    ed  a gli alberi che di corso tanto precipitoso fuggono verso levante:
    dico tanto precipitoso che nel cerchio massimo del globo   poco  meno
    di  mille miglia per ora,  delle quali il volo delle rondini non credo
    che ne faccia cinquanta.

    Salviati: Quando gli uccelli avessero a tener dietro al corso  de  gli
    alberi  con  l'aiuto delle loro ali,  starebbero freschi;  e quando e'
    venisser privati dell'universal  conversione,  resterebbero  tanto  in
    dietro, e tanto furioso apparirebbe il corso loro verso ponente, a chi
    per gli potesse vedere,  che supererebbe di assai quel d'una freccia;
    ma credo che noi non gli potremmo scorgere,  s come non si veggono le
    palle d'artiglieria,  mentre,  cacciate dalla furia del fuoco, scorron
    per aria. Ma la verit  che il moto proprio de gli uccelli,  dico del
    lor  volare,  non ha che far nulla co 'l moto universale,  al quale n
    apporta aiuto n disaiuto: e quello che mantiene inalterato cotal moto
    ne gli uccelli,   l'aria stessa per la quale  e'  vanno  vagando,  la
    quale,  seguitando  naturalmente  la  vertigine  della Terra,  s come
    conduce seco le nugole,  cos porta gli uccelli ed ogn'altra cosa  che
    in essa si ritrovasse pendente: talch, quanto al seguir la Terra, gli
    uccelli non v'hanno a pensare, e per questo servizio potrebbero dormir
    sempre.

    Sagredo:  Che  l'aria  possa  condur  seco  le  nugole,  come  materie
    facilissime per la lor leggerezza ad  esser  mosse  e  come  spogliate
    d'ogn'altra   inclinazione   in  contrario,   anzi  pur  come  materie
    participanti esse ancora delle condizioni e propriet terrene, capisco
    io senza difficult  veruna;  ma  che  gli  uccelli,  che,  per  esser
    animati,  posson muoversi di moto anco contrario al diurno, interrotto
    che l'abbiano,  l'aria lo possa  loro  restituire,  mi  pare  alquanto
    duretto: e massime che son corpi solidi e gravi;  e noi, come di sopra
    s' detto,  veggiamo i sassi e gli altri corpi gravi restar  contumaci
    contro  all'impeto dell'aria,  e quando pure si lascino superare,  non
    acquistano mai tanta velocit quanto il vento che gli conduce.

    Salviati: Non diamo, signor Sagredo, s poca forza all'aria mossa,  la
    qual   potente a muovere e condurre i navili ben carichi ed a sbarbar
    le selve e rovinar le torri, quando rapidamente ella si muove; n per
    in queste si violenti operazioni si pu dire che il  moto  suo  sia  a
    gran lunga cos veloce come quello della diurna revoluzione.

    Simplicio: Ecco dunque che l'aria mossa potr ancora continuar il moto
    a  i  proietti,  conforme  alla dottrina d'Aristotile: e ben mi pareva
    strana cosa che egli avesse auto a errare in questo particolare.

    Salviati: Potrebbe senza dubbio, quando ella potesse continuarlo in se
    stessa;  ma,  s come cessato il vento n le  navi  camminano  n  gli
    alberi  si spiantano,  cos non si continuando il moto nell'aria doppo
    che la pietra  uscita della mano e fermatosi il  braccio,  resta  che
    altro sia che l'aria quel che fa muover il proietto.

    Simplicio: E come, cessato il vento, cessa il moto della nave? anzi si
    vede che fermato il vento, ed anco ammainate le vele, il vassello dura
    a scorrer le miglia intere.

    Salviati: Ma questo  contro di voi,  signor Simplicio, poich fermata
    l'aria,  che ferendo le vele conduceva il navilio,  ad ogni modo senza
    l'aiuto del mezo ei continua il corso.

    Simplicio:  Si  potrebbe dire che fusse l'acqua il mezo che conducesse
    la nave e le mantenesse il moto.

    Salviati: Potrebbesi veramente dire,  per  dir  tutto  l'opposito  del
    vero;  perch  la  verit    che l'acqua,  con la sua gran resistenza
    all'esser  aperta  dal  corpo  del  vassello,  con  gran  fremito  gli
    contrasta,  n gli lascia concepir a gran pezzo quella velocit che il
    vento gli conferirebbe,  quando l'ostacolo dell'acqua  non  vi  fusse.
    Voi,  signor Simplicio, non dovete mai aver posto mente con qual furia
    l'acqua venga strisciando intorno alla barca,  mentre ella velocemente
    spinta da i remi o dal vento, scorre per l'acqua stagnante; ch quando
    voi aveste badato a un tal effetto, non vi verrebbe ora in pensiero di
    produr simil vanit: e vo comprendendo che voi siate sin qui stato del
    gregge  di  coloro  che per apprender come passino simili negozi e per
    acquistar le notizie de gli effetti di natura, e' non vadano su barche
    o intorno a balestre  e  artiglierie,  ma  si  ritirano  in  studio  a
    scartabellar  gl'indici  e  i repertori per trovar se Aristotile ne ha
    detto niente,  ed assicurati che si sono del vero senso del testo,  n
    pi oltre desiderano, n altro stimano che saper se ne possa.

    Sagredo: Felicit grande,  e da esser loro molto invidiata;  perch se
    il sapere  da tutti naturalmente desiderato,  e se tanto    l'essere
    quanto  il  darsi  ad  intender  d'essere,   essi  godono  di  un  ben
    grandissimo,  e posson persuadersi d'intendere e  di  saper  tutte  le
    cose,  alla barba di quelli che conoscendo di non saper quel ch'e' non
    sanno,  ed  in  conseguenza  vedendosi  non  saper  n  anco  una  ben
    minimissima particella dello scibile,  s'ammazzano con le vigilie, con
    le contemplazioni, e si macerano intorno a esperienze ed osservazioni.
    Ma di grazia torniamo a' nostri uccelli: nel proposito de'  quali  voi
    avevi  detto  che  l'aria  mossa  con grandissima velocit poteva loro
    restituir quella parte del movimento diurno che tra  gli  scherzi  de'
    loro voli potessero avere smarrita; sopra di che io replico che l'aria
    mossa  non  par  che  possa  conferire  in un corpo solido e grave una
    velocit tanta quanta  la sua propria;  e perch quella  dell'aria  
    quanto  quella  della  Terra,  non  pareva che l'aria fusse bastante a
    ristorar il danno della perdita nel volo de gli uccelli.

    Salviati: Il discorso vostro ha in apparenza molto del  probabile,  ed
    il dubitar a proposito non  da ingegni dozinali;  tuttavia,  levatane
    l'apparenza,  credo che in esistenza e' non abbia un pelo pi di forza
    che gli altri gi considerati e sciolti.

    Sagredo:  E'  non   dubbio alcuno,  che quando e' non sia concludente
    necessariamente,   la  sua  efficacia  non  pu  esser  se  non  nulla
    assolutamente,  perch  quando  la  conclusione    necessariamente in
    questo modo solo,  non si pu produr  per  l'altra  parte  ragion  che
    vaglia.

    Salviati:  L'aver  voi  maggior  difficult  in  questa che nell'altre
    instanze,  pare a me che dependa dall'esser  gli  uccelli  animati,  e
    poter  per  ci  usar  forza  a lor piacimento contro al primario moto
    ingenito nelle cose terrene, nel modo appunto che gli veggiamo, mentre
    son vivi,  volar anco all'ins,  moto impossibile ad essi come  gravi,
    dove che morti non posson se non cadere a basso;  e perci stimate voi
    che le ragioni che hanno luogo in tutte le sorti de i  proietti  detti
    di sopra,  non possano averlo ne gli uccelli;  e quest' verissimo,  e
    perch  vero, per non si vede, signor Sagredo,  fare a quei proietti
    quel  che  fanno  gli  uccelli:  ch  se  voi  dalla  cima della torre
    lascerete cadere un uccel morto e un vivo, il morto far quell'istesso
    che fa una pietra, cio seguiter prima il moto generale diurno, e poi
    il moto a basso, come grave;  ma se l'uccello lasciato sar vivo,  chi
    gli vieta che, restando sempre in lui il moto diurno, e' non si getti,
    co 'l batter le ale, verso qual parte dell'orizonte pi gli piacer? e
    questo nuovo moto, come suo particolare e non participato a noi, ci si
    deve  far  sensibile.  E  quando  e' si sia co 'l suo volo mosso verso
    occidente,  chi gli ha da vietare che con altrettanto batter di  penne
    e' non ritorni in su la torre?  Perch, finalmente, lo spiccar il volo
    verso ponente non fu altro che un detrar  dal  moto  diurno,  che  ha,
    verbigrazia,  dieci  gradi  di  velocit,  un sol grado,  onde glie ne
    rimanevano nove, mentre volava; e quando si fusse posato in terra, gli
    ritornavano i dieci comuni, a i quali co 'l volar verso levante poteva
    aggiugnerne uno, e con li undici ritornar su la torre: ed in somma, se
    noi ben considereremo e pi intimamente contempleremo gli effetti  del
    volar  de  gli uccelli,  non differiscono in altro da i proietti verso
    tutte le parti del mondo,  salvo che nell'esser  questi  mossi  da  un
    proiciente  esterno,  e  quelli  da un principio interno.  E qui,  per
    ultimo sigillo della nullit di tutte le esperienze  addotte,  mi  par
    tempo   e   luogo   di   mostrar   il   modo  di  sperimentarle  tutte
    facilissimamente.  Riserratevi con qualche amico nella maggiore stanza
    che  sia  sotto  coverta  di  alcun gran navilio,  e quivi fate d'aver
    mosche, farfalle e simili animaletti volanti;  siavi anco un gran vaso
    d'acqua,  e  dentrovi  de'  pescetti;  sospendasi anco in alto qualche
    secchiello,  che a goccia a goccia vadia  versando  dell'acqua  in  un
    altro vaso di angusta bocca,  che sia posto a basso: e stando ferma la
    nave, osservate diligentemente come quelli animaletti volanti con pari
    velocit vanno verso tutte le parti della stanza;  i pesci si vedranno
    andar  notando indifferentemente per tutti i versi;  le stille cadenti
    entreranno tutte nel vaso sottoposto; e voi, gettando all'amico alcuna
    cosa, non pi gagliardamente la dovrete gettare verso quella parte che
    verso questa, quando le lontananze sieno eguali; e saltando voi,  come
    si dice,  a pi giunti,  eguali spazii passerete verso tutte le parti.
    Osservate che avrete diligentemente tutte  queste  cose,  bench  niun
    dubbio  ci  sia  che mentre il vassello sta fermo non debbano succeder
    cos, fate muover la nave con quanta si voglia velocit;  ch (pur che
    il  moto  sia  uniforme  e  non  fluttuante  in  qua  e in l) voi non
    riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti, n da
    alcuno di quelli potrete comprender se la  nave  cammina  o  pure  sta
    ferma: voi saltando passerete nel tavolato i medesimi spazii che prima
    n,  perch  la  nave si muova velocissimamente,  farete maggior salti
    verso la poppa che verso la prua,  bench,  nel tempo che voi state in
    aria,  il  tavolato  sottopostovi  scorra  verso la parte contraria al
    vostro salto;  e gettando alcuna cosa al compagno,  non con pi  forza
    bisogner  tirarla,  per  arrivarlo,  se egli sar verso la prua e voi
    verso poppa,  che se voi fuste situati  per  l'opposito;  le  gocciole
    cadranno  come  prima nel vaso inferiore,  senza caderne pur una verso
    poppa,  bench,  mentre la gocciola  per aria,  la nave scorra  molti
    palmi;  i  pesci nella lor acqua non con pi fatica noteranno verso la
    precedente che verso la  sussequente  parte  del  vaso,  ma  con  pari
    agevolezza  verranno al cibo posto su qualsivoglia luogo dell'orlo del
    vaso;  e finalmente le farfalle e le mosche continueranno i  lor  voli
    indifferentemente  verso  tutte  le  parti,  n  mai  accader  che si
    riduchino verso la parete che riguarda la  poppa,  quasi  che  fussero
    stracche  in tener dietro al veloce corso della nave,  dalla quale per
    lungo tempo,  trattenendosi per aria,  saranno state  separate;  e  se
    abbruciando alcuna lagrima d'incenso si far un poco di fumo, vedrassi
    ascender   in   alto   ed  a  guisa  di  nugoletta  trattenervisi,   e
    indifferentemente muoversi non pi verso questa che quella parte. E di
    tutta questa corrispondenza d'effetti ne   cagione  l'esser  il  moto
    della  nave  comune  a  tutte  le  cose  contenute in essa ed all'aria
    ancora,  che per ci dissi io che si stesse sotto coverta;  ch quando
    si  stesse  di  sopra e nell'aria aperta e non seguace del corso della
    nave,  differenze pi e men notabili si vedrebbero in  alcuni  de  gli
    effetti  nominati:  e  non   dubbio che il fumo resterebbe in dietro,
    quanto l'aria stessa;  le mosche parimente  e  le  farfalle,  impedite
    dall'aria, non potrebber seguir il moto della nave, quando da essa per
    spazio  assai  notabile  si  separassero;  ma  trattenendovisi vicine,
    perch la nave stessa, come di fabbrica anfrattuosa,  porta seco parte
    dell'aria sua prossima,  senza intoppo o fatica seguirebbon la nave, e
    per simil cagione veggiamo tal volta,  nel correr la posta,  le mosche
    importune e i tafani seguir i cavalli, volandogli ora in questa ed ora
    in  quella  parte  del  corpo;  ma  nelle  gocciole cadenti pochissima
    sarebbe la differenza,  e ne i salti e ne i proietti gravi,  del tutto
    impercettibile.

    Sagredo: Queste osservazioni,  ancorch navigando non mi sia caduto in
    mente di farle a posta,  tuttavia son pi che sicuro che  succederanno
    nella  maniera  raccontata: in confermazione di che mi ricordo essermi
    cento volte trovato,  essendo nella mia camera,  a domandar se la nave
    camminava  o  stava  ferma,  e tal volta,  essendo sopra fantasia,  ho
    creduto che  ella  andasse  per  un  verso,  mentre  il  moto  era  al
    contrario.  Per  tanto io sin qui resto sodisfatto e capacissimo della
    nullit del valore di tutte l'esperienze prodotte  in  provar  pi  la
    parte  negativa che l'affirmativa della conversion della Terra.  Resta
    ora l'instanza fondata su 'l veder per esperienza come  una  vertigine
    veloce  ha  facult  di estrudere e dissipare le materie aderenti alla
    machina che va in volta; per lo che pareva a molti, ed anco a Tolomeo,
    che quando la Terra si rigirasse in se stessa con  tanta  velocit,  i
    sassi  e gli animali dovessero esser scagliati verso le stelle,  e che
    le fabbriche non potessero con s tenace calcina esser attaccate  a  i
    fondamenti, che esse ancora non patissero un tale eccidio.

    Salviati:  Prima che venire allo scioglimento di questa instanza,  non
    posso tacer quello che mille volte ho osservato,  e  non  senza  riso,
    cadere  nella  mente  quasi  di  tutti  gli uomini nel primo motto che
    sentono di questo muoversi la Terra, creduta da loro talmente fissa ed
    immota,  che non solamente di tal quiete mai non  hanno  dubitato,  ma
    fermamente  creduto  che  tutti  gli  altri  uomini  insieme  con loro
    l'abbiano stimata creata immobile e tale mantenutasi in tutti i secoli
    decorsi;  e fermatisi in questo concetto,  stupiscono poi nel  sentire
    che  alcuno  le  conceda  il  moto,  quasi che dopo averla egli tenuta
    immobile, scioccamente pensi, allora, e non prima,  essersi ella messa
    in moto,  quando Pitagora o chi altro si fusse il primo a dir che ella
    si muoveva.  Ora,  che tale stoltissimo pensiero (dico di credere  che
    quelli  che  ammettono  il  moto della Terra,  l'abbiano prima creduta
    stabile dalla sua creazione sino al tempo di Pitagora,  e solo fattola
    poi mobile dopo che Pitagora la stim tale) trovi luogo nelle menti de
    gli  uomini vulgari e di senso leggiero,  io non me ne maraviglio;  ma
    che gli Aristoteli e i Tolomei siano essi  ancora  incorsi  in  questa
    puerizia, mi par veramente assai pi strana ed inescusabil semplicit.

    Sagredo: Adunque, signor Salviati, voi credete che Tolomeo pensasse di
    dover,  disputando,  mantener la stabilit della Terra contro a uomini
    li quali,  concedendo quella essere stata immobile sino  al  tempo  di
    Pitagora,  allora  solamente  affermassero  essersi ella fatta mobile,
    quando esso Pitagora le attribu il moto?

    Salviati: Non si pu credere altrimenti,  se noi ben  consideriamo  la
    maniera  ch'  e' tiene in confutare il detto loro: la confutazione del
    quale consiste nella demolizion delle fabbriche,  e nello scagliamento
    delle pietre,  de gli animali e de gli uomini stessi verso il cielo; e
    perch tal rovina e sbalestramento non si pu fare di  edifizii  e  di
    animali  che prima non sieno in Terra,  n in Terra possono collocarsi
    uomini e fabbricarsi edifizii se non quando ella stesse ferma,  di qui
    dunque   manifesto che Tolomeo procede contro a quelli che avendo per
    alcun tempo conceduto  la  quiete  alla  Terra  cio  allora  che  gli
    animali,  le  pietre  e  i muratori potetter dimorarvi,  e fabbricar i
    palazzi e le citt, la fanno poi precipitosamente mobile,  alla rovina
    e distruzione delle fabbriche e de gli animali,  etc.  Ch quando egli
    avesse preso assunto di disputar contro a chi avesse  attribuito  alla
    Terra tal vertigine dalla sua prima creazione,  l'avrebbe confutata co
    'l dire che se la Terra si fusse sempre  mossa,  mai  non  si  sarebbe
    potuto  costituir  in essa n fiere n uomini n pietre,  e molto meno
    fabbricare edifizii e fondar citt, etc.

    Simplicio: Non resto ben capace di  questa  Aristotelica  e  Tolemaica
    sconvenevolezza.

    Salviati:  Tolomeo  o  arguisce  contro  a quelli che hanno stimata la
    Terra mobile sempre,  o contro a chi ha stimato che ella sia stata per
    alcun  tempo  ferma e che poi si  messa in moto: se contro a i primi,
    doveva dire: "La Terra non si  mossa sempre, perch mai non sarebbero
    stati uomini n animali n edifizii in Terra,  non permettendo loro la
    terrestre vertigine il dimorarvi";  ma gi che egli argumentando dice:
    "La Terra non si muove, perch le fiere gli uomini e le fabbriche, gi
    poste in Terra, precipiterebbono",  suppone la Terra essersi una volta
    trovata in tale stato,  che abbia ammesso alle fiere e a gli uomini il
    dimorarvi e 'l fabbricarvi;  il che si tira  in  conseguenza  l'essere
    stata ella alcun tempo ferma,  cio atta alla dimora de gli animali ed
    alla fabbrica de gli edifizii.  Restate voi ora capace di quanto io ho
    voluto dire?

    Simplicio:  Resto  e non resto: ma questo poco importa al merito della
    causa,  n un erroruzzo di Tolomeo,  commesso  per  inavvertenza,  pu
    esser  bastante  a  muover  la  Terra,  quando  ella sia immobile.  Ma
    lasciati gli scherzi, venghiamo pure al nervo dell'argomento, che a me
    pare insolubile.

    Salviati: Ed  io,  signor  Simplicio,  lo  voglio  ancora  annodare  e
    strigner  da vantaggio,  co 'l mostrar ancor pi sensatamente come sia
    vero che i corpi gravi,  girati  con  velocit  intorno  a  un  centro
    stabile,  acquistano impeto di muoversi allontanandosi da quel centro,
    quando  anco  e'  sieno  in  stato  di  aver  propensione  di  andarvi
    naturalmente.  Leghisi  in  capo di una corda un secchiello,  dentrovi
    dell'acqua, e tenendo forte in mano l'altro capo, e fatto semidiametro
    la corda e 'l braccio,  e centro la snodatura della  spalla,  facciasi
    andare   intorno  velocemente  il  vaso,   s  che  egli  descriva  la
    circunferenza di un cerchio, il quale o sia parallelo all'orizonte,  o
    siagli  eretto,  o  in  qualsivoglia  modo inclinato,  in tutti i casi
    seguir che l'acqua non cascher fuori del vaso,  anzi  colui  che  lo
    gira  sentir  sempre  tirar la corda e far forza per allontanarsi pi
    dalla spalla; e se nel fondo del secchiello si far un foro,  si vedr
    l'acqua  zampillar  fuori  non  meno verso il cielo che lateralmente e
    verso la terra;  e se  in  cambio  d'acqua  si  metteranno  pietruzze,
    girando nell'istesso modo,  si sentir far loro l'istessa forza contro
    alla corda;  e finalmente si veggono i fanciulli tirar i sassi in gran
    lontananza co 'l muover in giro un pezo di canna,  in cima della quale
    sia  incastrato  il  sasso:  argomenti  tutti   della   verit   della
    conclusione,  cio  che la vertigine conferisce al mobile impeto verso
    la circonferenza, quando il moto sia veloce; e perch, quando la Terra
    girasse in se stessa,  il moto della superficie,  e massime  verso  il
    cerchio  massimo,  come  incomparabilmente  pi veloce che i nominati,
    dovrebbe estruder ogni cosa contro al cielo.

    Simplicio: L'instanza mi par molto bene stabilita e annodata,  e  gran
    cosa ci vorr, per mio credere, a rimuoverla e sciorla.

    Salviati:  Lo  scioglimento  suo  depende  da  alcune notizie non meno
    sapute e credute da voi che da me;  ma perch elle non vi  sovvengono,
    per  non  vedete  lo scioglimento.  Senza dunque ch'io ve lo insegni,
    perch gi voi le sapete,  co 'l semplice ricordarvele  far  che  voi
    stesso risolverete l'instanza.

    Simplicio: Io ho posto mente pi volte al vostro modo di ragionare, il
    quale  mi  ha  destato  qualche  pensiero  che voi incliniate a quella
    opinion di Platone, che nostrum scire sit quoddam reminisci: per,  di
    grazia, cavatemi di questo dubbio, dicendomi 'l vostro senso.

    Salviati:   Quel   ch'io   senta   dell'opinion   di  Platone,   posso
    significarvelo con parole ed ancora con fatti.  Gi  ne'  ragionamenti
    avuti  sin qui mi son io pi d'una volta dichiarato con fatti: seguir
    l'istesso stile nel particolare che aviamo per le mani,  che potr poi
    servirvi  come  esempio  a pi agevolmente comprendere il mio concetto
    circa l'acquisto della scienza,  quando per ci avanzi  tempo  per  un
    altro  giorno  e  non  sia  di noia al signor Sagredo che noi facciamo
    questa digressione.

    Sagredo: Anzi  mi  sar  gratissimo,  perch  mi  ricordo  che  quando
    studiavo  logica,  mai  non  potetti  restar  capace  di  quella tanto
    predicata dimostrazion potissima di Aristotile.

    Salviati: Seguitiamo dunque: e dicami il signor Simplicio qual sia  il
    moto  che fa quel sassetto stretto nella cocca della canna,  mentre il
    fanciullo la muove per tirarlo lontano.

    Simplicio: Il moto del sasso sin che  nella cocca  circolare cio va
    per un arco di cerchio,  il cui centro stabile   la  snodatura  della
    spalla, e il semidiametro la canna co 'l braccio.

    Salviati:  E quando la pietra scappa dalla canna,  qual  il suo moto?
    sguit'ella di continuare 'l suo precedente circolare,  o pur  va  per
    altra linea?

    Simplicio: Non sguit'altrimenti di muoversi in giro,  perch cos non
    si discosterebbe dalla spalla del proiciente, dove che noi la veggiamo
    andar lontanissima.

    Salviati: Di che moto dunque si muove ella?

    Simplicio: Lasciate ch'io ci pensi un poco, perch non ci ho pi fatto
    fantasia.

    Salviati:  Signor  Sagredo,   udite  all'orecchio:  ecco  il   quoddam
    reminisci  in  campagna,  bene  inteso.  Voi ci pensate molto,  signor
    Simplicio!

    Simplicio: Secondo me il moto concepito nell'uscir della cocca non pu
    esser se non per linea retta;  anzi pur    egli  necessariamente  per
    linea retta, intendendo del puro impeto avventizio. Mi dava un poco di
    fastidio  il  vedergli  descriver  un  arco;  ma perch tal arco piega
    sempre  all'ingi,  e  non  verso  altra  parte,  comprendo  che  quel
    declinare vien dalla gravit della pietra, che naturalmente la tira al
    basso. L'impeto impresso dico senz'altro ch' per linea retta.

    Salviati:  Ma  per qual linea retta?  perch infinite e verso tutte le
    bande se ne posson produrre dalla cocca della canna e dal punto  della
    separazion della pietra dalla canna.

    Simplicio:  Muovesi  per  quella  che  alla dirittura del moto che ha
    fatto la pietra con la canna.

    Salviati: Il moto della pietra,  mentre era  nella  cocca,  gi  avete
    detto  che    stato  circolare;  ora  repugna  l'esser  circolare e a
    dirittura, non essendo nella linea circolare parte alcuna di retto.

    Simplicio: Io non intendo che 'l moto  proietto  sia  a  dirittura  di
    tutto  il  circolare,  ma  di  quell'ultimo punto dove termin il moto
    circolare. Io mi intendo dentro di me, ma non so ben esplicarmi.

    Salviati: Ed io ancora mi accorgo che voi intendete la  cosa,  ma  non
    avete  i  termini  proprii  da  esprimerla: or questi ve gli posso ben
    insegnar io; insegnarvi, cio, delle parole, ma non delle verit,  che
    son cose. E per farvi toccar con mano che voi sapete la cosa e solo vi
    mancano  i termini da esprimerla,  ditemi: quando voi tirate una palla
    con l'archibuso, verso che parte acquist'ella impeto di andare?

    Simplicio: Acquista impeto di andare per quella linea retta che  segue
    la  dirittura  della  canna,  cio  che  non  declina n a destra n a
    sinistra, n in su n in gi.

    Salviati: Che in somma  quanto a dire,  che non fa angolo nessuno con
    la linea del moto retto fatto per la canna.

    Simplicio: Cos ho voluto dire.

    Salviati:  Se dunque la linea del moto del proietto si ha da continuar
    senza far angolo sopra la linea circolare descritta da lui  mentre  fu
    co  'l  proiciente,  e se da questo moto circolare deve passar al moto
    retto, qual dovr esser questa linea retta?

    Simplicio: Non potr esser se non quella  che  tocca  il  cerchio  nel
    punto della separazione,  perch tutte l'altre mi par che, prolungate,
    segherebbono la circonferenza,  e per conterrebber con  essa  qualche
    angolo.

    Salviati:  Voi  benissimo  avete  discorso,  e vi sete dimostrato mezo
    geometra.  Ritenete dunque in memoria che il vostro concetto reale  si
    spiega  con  queste  parole:  cio  che il proietto acquista impeto di
    muoversi per la tangente l'arco descritto dal moto del proiciente  nel
    punto della separazione di esso proietto dal proiciente.

    Simplicio: Intendo benissimo, e quest' quel ch'io volevo dire.

    Salviati:  D'una  linea  retta  che tocchi un cerchio,  quale de' suoi
    punti  il pi vicino di tutti al centro di quel cerchio?

    Simplicio: Quel del contatto  senza  dubbio;  perch  quello    nella
    circonferenza  del  cerchio,  e  gli  altri  fuora,  ed  i punti della
    circonferenza son tutti egualmente lontani dal centro.

    Salviati: Adunque un mobile partendosi dal contatto e movendosi per la
    retta tangente,  si va continuamente discostando dal contatto ed  anco
    dal centro del cerchio.

    Simplicio: Cos  sicuramente.

    Salviati: Or, se voi avete tenuto a mente le proposizioni che mi avete
    dette, ricongiugnetele insieme e ditemi ci che se ne raccoglie.

    Simplicio:  Io  non  credo per d'esser tanto smemorato,  ch'io non me
    n'abbia a ricordare.  Dalle cose dette si raccoglie che  il  proietto,
    mosso  velocemente  in  giro  dal proiciente,  nel separarsi da quello
    ritiene impeto di continuare il suo moto per la linea retta che  tocca
    il   cerchio  descritto  dal  moto  del  proiciente  nel  punto  della
    separazione; per il qual moto il proietto si va sempre discostando dal
    centro del cerchio descritto dal moto del proiciente.

    Salviati: Voi dunque sin ora sapete la ragione  del  venir  estrusi  i
    gravi aderenti alla superficie d'una ruota mossa velocemente; estrusi,
    dico,  e  lanciati  oltre  alla circonferenza,  sempre pi lontani dal
    centro.

    Simplicio: Di questo mi par di restar  assai  ben  capace;  ma  questa
    nuova  cognizione pi tosto mi accresce che mi scemi l'incredulit che
    la Terra possa muoversi in giro con  tanta  velocit,  senza  estruder
    verso il cielo le pietre, gli animali, etc.

    Salviati:  Nell'istesso  modo  che voi avete saputo sin qui,  saprete,
    anzi sapete,  anco il resto: e co 'l pensarvi sopra ve ne ricordereste
    ancora  da  per  voi;  ma,  per  abbreviar  il tempo,  vi aiuter io a
    ricordarvelo.  Sin qui  avete  per  voi  stesso  saputo  che  il  moto
    circolare  del  proiciente  imprime  nel  proietto  impeto di muoversi
    (quando avviene ch'e' si separino) per la retta  tangente  il  cerchio
    del moto nel punto della separazione, e, continuando per essa il moto,
    vien sempre allontanandosi dal proiciente;  ed avete detto che per tal
    linea retta continuerebbe il proietto di muoversi,  quando dal proprio
    peso  non  gli  fusse  aggiunta  inclinazione all'in gi,  dalla quale
    deriva l'incurvazione della linea  del  moto.  Parmi  ancora  che  voi
    abbiate  saputo  da per voi che questa piegatura tende sempre verso il
    centro della Terra, perch l tendon tutti i gravi.  Ora passo un poco
    pi  avanti,  e  vi  domando  se  il  mobile dopo la separazione,  nel
    continuar il suo moto retto,  si va sempre allontanando egualmente dal
    centro, o volete dalla circonferenza, di quel cerchio del qual il moto
    precedente fu parte; che tanto  a dir se un mobile che partendosi dal
    punto  della  tangente,  e  movendosi per essa tangente,  si allontani
    egualmente dal punto del contatto e dalla circonferenza del cerchio.

    Simplicio: Signor no,  perch la tangente vicino al punto del contatto
    si  scosta pochissimo dalla circonferenza,  con la quale ella contiene
    un   angolo   strettissimo,    ma   nell'allontanarsi   pi   e   pi,
    l'allontanamento  cresce sempre con maggior proporzione;  s che in un
    cerchio che avesse,  verbigrazia dieci braccia di diametro,  un  punto
    della tangente che fusse lontano dal contatto due palmi, si troverebbe
    lontano dalla circonferenza del cerchio tre o quattro volte pi che un
    punto che fusse discosto dal toccamento un palmo;  e'l punto che fusse
    lontano mezo palmo,  parimente credo che a pena  si  discosterebbe  la
    quarta parte della distanza del secondo; s che vicino al contatto per
    un  dito  o  due,  appena si scorge che la tangente sia separata dalla
    circonferenza.

    Salviati: Talch il discostamento del proietto dalla circonferenza del
    precedente moto circolare in su 'l principio  piccolissimo?

    Simplicio: Quasi insensibile.

    Salviati: Or ditemi un poco: il proietto che dal moto  del  proiciente
    riceve  impeto  di  muoversi per la retta tangente,  e che vi andrebbe
    ancora se il proprio peso non lo tirasse in gi, quanto sta,  doppo la
    separazione, a cominciar a declinare a basso?

    Simplicio:  Credo  che  cominci  subito,  perch  non  avendo  chi  lo
    sostenti, non pu esser che la propria gravit non operi.

    Salviati: Talch, se quel sasso che scagliato da quella ruota mossa in
    giro con velocit grande,  avesse cos propension naturale di muoversi
    verso  il  centro dell'istessa ruota s come e' l'ha di muoversi verso
    il centro della Terra,  sarebbe facil  cosa  che  e'  ritornasse  alla
    ruota,  o pi tosto che e' non se ne partisse;  perch essendo,  su 'l
    principio  della  separazione,   l'allontanamento  tanto  minimissimo,
    mediante l'infinita acutezza dell'angolo del contatto,  ogni poco poco
    d'inclinazione  che  lo  ritirasse  verso  il  centro   della   ruota,
    basterebbe a ritenerlo sopra la circonferenza.

    Simplicio:  Io non ho dubbio alcuno che,  supposto quello che non  n
    pu essere,  cio che l'inclinazione di  quei  corpi  gravi  fusse  di
    andare  al  centro  di  quella  ruota,  e'  non  verrebbero estrusi n
    scagliati.

    Salviati: N io ancora suppongo,  n ho bisogno di supporre,  quel che
    non , perch non voglio negare che i sassi vengano scagliati; ma dico
    cos per supposizione,  acci voi mi diciate il resto.  Figuratevi ora
    che la Terra sia la gran ruota che, mossa con tanta velocit,  abbia a
    scagliar le pietre. Gi voi mi avete molto ben saputo dire che il moto
    proietto  dovr esser per quella linea retta che toccher la Terra nel
    punto  della  separazione:  e  questa  tangente  come   si   va   ella
    allontanando notabilmente dalla superficie del globo terrestre?

    Simplicio: Credo che in mille braccia non s'allontani un dito.

    Salviati:  Ed  il proietto non dite voi che,  tirato dal proprio peso,
    declina dalla tangente verso il centro della Terra?

    Simplicio: Hollo detto: e dico anco il resto e  intendo  perfettamente
    che   la   pietra   non  si  separer  dalia  Terra,   poich  il  suo
    allontanarsene su 'l principio sarebbe tanto e tanto  minimo  che  ben
    mille  volte  pi  vien  ad  esser  l'inclinazione  che ha il sasso di
    muoversi verso il centro della Terra,  il qual centro in questo caso 
    anco  il  centro  della  ruota.  E  veramente  forza concedere che le
    pietre,  gli animali e gli altri corpi gravi non posson esser estrusi:
    ma mi fanno ora nuova difficult le cose leggierissime, le quali hanno
    debolissima inclinazione di calare al centro onde, mancando in loro la
    facult di ritirarsi alla superficie non veggo che elle non avessero a
    esser estruse; voi poi sapete che ad destruendum sufficit unum.
    Salviati: Daremo sodisfazione anco a questo. Per ditemi in prima quel
    che  voi  intendete  per cose leggiere,  cio se voi intendete materie
    cos leggiere veramente che vadano all'ins,  o pur non  assolutamente
    leggiere,  ma cos poco gravi che ben vengano a basso,  ma lentamente,
    perch se voi intendete delle assolutamente leggiere,  ve  le  lascer
    esser estruse pi che voi non volete.

    Simplicio: Io intendo di queste seconde,  quali sarebbono penne, lana,
    bambagia e simili,  a sollevar  le  quali  basta  ogni  minima  forza:
    tuttavia si veggono starsene in Terra molto riposatamente.

    Salviati:  Come  questa  penna  abbia  qualche  natural propensione di
    scender verso la superficie della Terra,  per minima ch'ella  sia,  vi
    dico  che  ell'  bastante a non la lasciar sollevare,  e questo non 
    ignoto n anco a voi. Per ditemi: quando la penna fusse estrusa dalla
    vertigine della Terra, per che linea si moverebb'ella?

    Simplicio: Per la tangente nel punto della separazione.

    Salviati: E quando ella dovesse tornar a riunirsi,  per qual linea  si
    muoverebbe?

    Simplicio: Per quella che va da lei al centro della Terra.

    Salviati:  Talch  qui  cascano  in considerazione due moti: uno della
    proiezione,  che comincia dal  punto  del  contatto  e  segue  per  la
    tangente;  e  l'altro  dell'inclinazione  all'ingi,  che comincia dal
    proietto e va per la segante verso  il  centro:  ed  a  voler  che  la
    proiezione  segua,  bisogna  che  l'impeto  per  la tangente prevaglia
    all'inclinazione per la segante: non sta cos?

    Simplicio: Cos mi pare.

    Salviati: Ma che cosa pare a voi che sia necessaria che si  trovi  nel
    moto proiciente, acci che e' prevaglia a quel dell'inclinazione, onde
    ne segua lo staccamento e l'allontanamento della penna dalla Terra?

    Simplicio: Io non lo so.

    Salviati:  Come  non lo sapete?  qui il mobile  il medesimo,  cio la
    medesima penna;  or come pu il medesimo mobile superare  nel  moto  e
    prevalere a se stesso?

    Simplicio:  Io  non  intendo  che  e'  possa  prevalere  o cedere a se
    medesimo nel moto, se non co 'l muoversi or pi veloce e or pi tardo.

    Salviati: Ecco dunque che voi pur lo sapevi.  Se dunque deve seguir la
    proiezione della penna e prevalere il suo moto per la tangente al moto
    per la segante, quali bisogna che sieno le velocit loro?

    Simplicio:  Bisogna  che  il  moto  per  la  tangente  sia  maggior di
    quell'altro per la segante.  Oh  povero  a  me!  o  non    egli  anco
    centomila volte maggiore, e non solamente del moto in gi della penna,
    ma anco di quello della pietra? ed io, ben da semplice davvero, mi ero
    lasciato  persuadere  che  le pietre non potrebber esser estruse dalla
    vertigine della Terra!  Torno dunque a ridirmi,  e dico che quando  la
    Terra  si  muovesse,  le  pietre,  gli  elefanti,  le torri e le citt
    volerebbero verso il cielo per necessit; e perch ci non segue, dico
    che la Terra non si muove.

    Salviati: Oh,  signor Simplicio,  voi vi sollevate cos presto,  ch'io
    comincer  a temer pi di voi che della penna.  Quietatevi un poco,  e
    ascoltate. Se per ritener la pietra o la penna annessa alla superficie
    della Terra ci fusse di bisogno che 'l suo descender a basso fusse pi
    o tanto quanto  il moto fatto per la tangente,  voi areste ragione  a
    dir  che  bisognasse che ella si movesse altrettanto o pi velocemente
    per la segante all'ingi che per la tangente verso levante;  ma non mi
    avete voi detto poco fa, che mille braccia di distanza per la tangente
    dal  contatto  non  rimuovono appena un dito dalla circonferenza?  Non
    basta, dunque, che il moto per la tangente, che  quel della vertigine
    diurna,  sia semplicemente pi veloce del moto per la segante,  che  
    quel  della  penna  all'ingi;  ma  bisogna  che  quello sia tanto pi
    veloce, che 'l tempo che basta a condur la penna,  verbigrazia,  mille
    braccia  per  la  tangente,  sia  poco  per  il  muoversi  un sol dito
    all'ingi per la segante: il che vi dico che non sar  mai,  fate  pur
    quel moto veloce, e questo tardo, quanto vi piace.

    Simplicio:  E  perch  non potrebbe esser quello per la tangente tanto
    veloce, che non desse tempo alla penna d'arrivar alla superficie della
    Terra?

    Salviati: Provate a mettere il caso in termini,  ed io vi  risponder.
    Dite  adunque  quanto  vi par che bastasse far quel moto pi veloce di
    questo.

    Simplicio: Dir,  per esempio,  che quando quello fusse un  milion  di
    volte  pi  veloce  di  questo,  la  penna e anco la pietra verrebbero
    estruse.

    Salviati: Voi dite cos,  e dite il falso,  solo per  difetto  non  di
    logica  o  di  fisica o di metafisica ma di geometria: perch,  se voi
    intendeste solo i primi elementi sapreste che dal centro  del  cerchio
    si  pu tirare una retta linea sino alla tangente che la tagli in modo
    che la parte della tangente tra 'l contatto e la segante sia uno,  due
    e tre milioni di volte maggior di quella parte della segante che resta
    tra  la tangente e la circonferenza;  e di mano in mano che la segante
    sara pi vicina al contatto  questa  proporzione  si  fa  maggiore  in
    infinito:  onde  non  da temere che per veloce che sia la vertigine e
    lento il moto in gi, la penna, o altro pi leggiero, possa cominciare
    a sollevarsi,  perch sempre l'inclinazione in gi supera la  velocit
    della proiezione.

    Sagredo: Io non resto interamente capace di questo negozio.

    Salviati:  Io  ve  ne  far una dimostrazione universalissima,  e anco
    assai facile. Sia data proporzione quella che ha la B A alla C,  e sia
    B  A  maggior  di  C  quanto esser si voglia;  e sia il cerchio il cui
    centro D, dal quale bisogni tirare una segante,  s che la tangente ad
    essa  segante  abbia  la proporzione che ha B A alla C: prendasi delle
    due B A,  C la terza proporzionale A I,  e come B I ad I  A,  cos  si
    faccia  il diametro F E ad E G,  e dal punto G tirisi la tangente G H:
    dico esser fatto quanto bisognava, e come B A a C, cos essere H G a G
    E.  Imperocch,  essendo come B I ad I A  cos  F  E  ad  E  G,  sar,
    componendo,  come  B  A  ad A I cos F G a G E;  e perch la C  media
    proporzionale tra B A, A I e la GH  media tra FG, GE,  per come BA a
    C, cos sar FG a GH, cio HG a GE, che  quel che bisognava fare.

    Sagredo:  Resto  capace  di  questa dimostrazione;  tuttavia non mi si
    toglie interamente ogni scrupolo,  anzi mi sento rigirar per la  mente
    certa confusione,  la quale, a guisa di nebbia densa ed oscura, non mi
    lascia discerner con quella lucidit che  suole  esser  propria  delle
    ragioni  matematiche  la  chiarezza  e necessit della conclusione.  E
    quello in che io mi confondo,  questo.  E' vero che gli spazii tra la
    tangente  e  la circonferenza si vanno diminuendo in infinito verso 'l
    contatto;  ma  anco vero all'incontro,  che la propensione del mobile
    al descendere si va facendo in esso sempre minore quanto egli si trova
    pi  vicino  al  primo  termine  della  sua scesa,  cio allo stato di
    quiete,  s come    manifesto  da  quello  che  voi  ci  dichiaraste,
    mostrando  che  il  grave  descendente  partendosi  dalla quiete debbe
    passar per  tutti  i  gradi  di  tardit  mezani  tra  essa  quiete  e
    qualsivoglia segnato grado di velocit,  li quali sono minori e minori
    in infinito.  Aggiugnesi che essa velocit e propensione al moto si va
    per  un'altra  ragione diminuendo pure in infinito,  e ci avviene dal
    potersi in infinito diminuire la gravit di  esso  mobile:  talch  le
    cagioni   che  diminuiscono  la  propensione  allo  scendere,   ed  in
    conseguenza favoriscono la proiezione, son due, cio la leggerezza del
    mobile e la vicinit al termine di quiete,  ed amendue agumentabili in
    infinito; le quali hanno, all'incontro, il contrasto di una sola causa
    del far la proiezione, la quale, bench essa parimente agumentabile in
    infinito,  non  comprendo  come  essa  sola  non  possa  restar  vinta
    dall'unione ed accoppiamento dell'altre, che son due pure agumentabili
    in infinito.

    Salviati: Dubitazione degna del signor Sagredo; e per dilucidarla,  s
    che  pi  chiaramente  venga  da noi compresa,  poich voi ancora dite
    d'averla in confuso, la verremo distinguendo con ridurla in figura, la
    quale anco forse ci  arrecher  agevolezza  nel  risolverla.  Segniamo
    dunque una linea perpendicolare verso il centro,  e sia questa A G, ed
    ad essa sia ad angoli retti la  orizontale  A  B  sopra  la  quale  si
    farebbe  il  moto  della  proiezione  e  vi  continuerebbe d'andare il
    proietto con movimento equabile, quando la gravit non lo inclinasse a
    basso.  Intendasi ora dal punto A prodotta una linea retta,  la  quale
    con la A B contenga qualsivoglia angolo,  e sia questa A E,  e notiamo
    sopra la A B alcuni spazii eguali A F, F H, H K,  e da essi tiriamo le
    perpendicolari F G, H I, K L sino alla A E. E perch, come altra volta
    si  detto,  il grave cadente, partendosi dalla quiete, va acquistando
    sempre maggior grado di  velocit  di  tempo  in  tempo,  secondo  che
    l'istesso tempo va crescendo possiamo figurarci gli spazii A F, F H, H
    K rappresentarci tempi eguali, e le perpendicolari F G, H I, K L gradi
    di  velocit  acquistati  in detti tempi,  s che il grado di velocit
    acquistato in tutto il tempo A K sia come la linea  K  L  rispetto  al
    grado H I acquistato nel tempo A H,  e 'l grado F G nel tempo A F,  li
    quali gradi K L,  H I,  F G  hanno  (come    manifesto)  la  medesima
    proporzione  che  i  tempi KA,  HA,  FA;  e se altre perpendicolari si
    tireranno da i punti ad arbitrio notati nella linea  F  A,  sempre  si
    troverranno  gradi  minori  e minori in infinito,  procedendo verso il
    punto A,  rappresentante il primo instante del tempo e il primo  stato
    di  quiete:  e  questo  ritiramento  verso  A  ci rappresenta la prima
    propensione al moto in gi,  diminuita in infinito per l'avvicinamento
    del  mobile  al  primo  stato  di  quiete,  il  quale  avvicinamento 
    agumentabile in  infinito.  Troveremo  adesso  l'altra  diminuzion  di
    velocit,  che  pure  si  pu fare in infinito per la diminuzion della
    gravit del mobile; e questo si rappresenter col produrre altre linee
    dal punto A,  le quali contengano angoli minori dell'angolo BAE,  qual
    sarebbe questa A D,  la quale,  segando le parallele K L, H I, F G ne'
    punti M, N, O, ci figura i gradi F O, H N, K M acquistati ne i tempi A
    F, A H, A K, minori de gli altri gradi F G,  H I,  K L acquistati ne i
    medesimi tempi,  ma questi come da un mobile pi grave, e quelli da un
    pi leggiero.  Ed  manifesto che col ritirar la linea E A verso A  B,
    ristrignendo  l'angolo E A B (il che si pu fare in infinito,  s come
    la gravit  in  infinito  si  pu  diminuire),  si  vien  parimente  a
    diminuire  in  infinito la velocit del cadente,  ed in conseguenza la
    causa che impediva la proiezione:  e  per  pare  che  dall'unione  di
    queste due ragioni contro alla proiezione,  diminuite in infinito, non
    possa ella esser impedita.  E riducendo  tutto  l'argomento  in  brevi
    parole,  diremo: Col ristrigner l'angolo E A B si diminuiscono i gradi
    di velocit L K, I H, G F; ed in oltre col ritirar le parallele K L, H
    I, F G verso l'angolo A si diminuiscono pure i medesimi gradi, e l'una
    e l'altra diminuzione si estende in infinito: adunque la velocit  del
    moto in gi si potr ben diminuir tanto e tanto (potendosi doppiamente
    diminuire  in  infinito),  che ella non basti per restituire il mobile
    sopra la circonferenza della ruota, e per fare in conseguenza,  che la
    proiezione  venga impedita e tolta.  All'incontro poi,  per far che la
    proiezion non segua,  bisogna che gli spazii per i quali  il  proietto
    deve  scendere  per  riunirsi  alla  ruota,  si facciano cos brevi ed
    angusti,  che per tarda,  anzi pur diminuita in infinito,  che sia  la
    scesa del mobile,  ella pur basti a ricondurvelo;  e per bisognerebbe
    che si trovasse una diminuzione di  essi  spazii  non  solo  fatta  in
    infinito, ma di una infinit tale che superasse la doppia infinit che
    si  fa nella diminuzion della velocit del cadente in gi.  Ma come si
    diminuir  una  magnitudine  pi  di  un'altra   che   si   diminuisce
    doppiamente in infinito?  Ora noti il signor Simplicio quanto si possa
    ben filosofare in natura  senza  geometria!  I  gradi  della  velocit
    diminuiti  in infinito,  s per la diminuzion della gravit del mobile
    s per l'avvicinamento al primo termine del moto,  cio allo stato  di
    quiete,  sempre son determinati,  e proporzionatamente rispondono alle
    parallele comprese tra due  linee  rette  concorrenti  in  un  angolo,
    conforme  all'angolo  B A E o B A D o altro in infinito pi acuto,  ma
    per sempre rettilineo. ma la diminuzione degli spazii per li quali il
    mobile  ha  da  ricondursi  sopra  la  circonferenza  della  ruota   
    proporzionata  ad  un'altra  sorte  di diminuzione,  compresa dentro a
    linee che contengono un angolo infinitamente pi stretto ed  acuto  di
    qualsivoglia  acuto  rettlineo,  quale  sar  questo.  Piglisi  nella
    perpendicolare A C qualsivoglia punto C, e fattolo centro,  descrivasi
    con  l'intervallo  C  A un arco A M P,  il quale taglier le parallele
    determinatrici de i gradi di velocit,  per minime che  elle  siano  e
    comprese  dentro  ad  angustissimo  angolo  rettilineo;   delle  quali
    parallele le parti che restano tra l'arco e la tangente A  B  sono  le
    quantit de gli spazii e de i ritorni sopra la ruota, sempre minori, e
    con  maggior  proporzione  minori  quanto pi s'accostano al contatto,
    minori, dico, di esse parallele,  delle quali son parti.  Le parallele
    comprese   tra   le   linee  rette,   nel  ritirarsi  verso  l'angolo,
    diminuiscono sempre con la medesima  proporzione,  come,  verbigrazia,
    essendo  divisa  la  A  H  in mezo nel punto F,  la parallela H I sar
    doppia della F G, e suddividendo la F A in mezo, la parallela prodotta
    dal punto della divisione sar la met della F  G,  e  continuando  la
    suddivisione  in infinito,  le parallele sussequenti saranno sempre la
    met delle prossime  precedenti:  ma  non  cos  avviene  delle  linee
    intercette tra la tangente e la circonferenza del cerchio; imperocch,
    fatta  l'istessa suddivisione nella F A e posto,  per esempio,  che la
    parallela che vien dal punto H fusse doppia di quella che vien  da  F,
    questa sar poi pi che doppia della seguente,  e continuamente quanto
    verremo verso il toccamento A troveremo le precedenti linee  contenere
    le prossime seguenti tre,  quattro,  dieci, cento, mille, centomila, e
    cento milioni, e pi in infinito. La brevit, dunque, di tali linee si
    riduce a tale,  che di gran lunga supera il bisogno  per  far  che  il
    proietto,  per  leggerissimo che sia,  ritorni,  anzi pur si mantenga,
    sopra la circonferenza.

    Sagredo: Io resto molto ben capace di tutto il discorso e della  forza
    con   la  quale  egli  strigne:  tuttavia  mi  pare  che  chi  volesse
    travagliarlo ancora,  potrebbe muoverci qualche difficult,  con  dire
    che delle due cause che rendono la scesa del mobile pi e pi tarda in
    infinito,    manifesto che quella che depende dalla vicinit al primo
    termine della scesa,  cresce sempre con la  medesima  proporzione,  s
    come  sempre mantengono l'istessa proporzione tra di loro le parallele
    etc.;  ma che la diminuzion della medesima velocit  dependente  dalla
    diminuzion  della  gravit  del  mobile  (che era la seconda causa) si
    faccia  essa  ancora  con  la  medesima  proporzione,   non  par  cos
    manifesto.  E  chi  ci  assicura  che  ella  non  si faccia secondo la
    proporzione delle linee intercette tra la tangente e la  circonferenza
    o pur anco con proporzion maggiore?

    Salviati:  Io  avevo  preso  come per vero che le velocit de i mobili
    naturalmente  descendenti  seguitassero  la  proporzione  delle   loro
    gravit,  in  grazia  del signor Simplicio e d'Aristotile,  che in pi
    luoghi  l'afferma  come  proposizione  manifesta;   voi,   in   grazia
    dell'avversario,  ponete ci in dubbio, ed asserite poter esser che la
    velocit si accresca con proporzion  maggiore,  ed  anco  maggiore  in
    infinito,  di  quella  della  gravit,  onde tutto il discorso passato
    vadia  per  terra;  resta  a  me,  per  sostenerlo,  il  dire  che  la
    proporzione  delle velocit  molto minore di quella delle gravit,  e
    cos non solamente sollevare, ma fortificare,  quanto si  detto: e di
    questo  ne adduco per prova l'esperienza,  la quale ci mostrer che un
    grave anco ben trenta e quaranta volte pi di un altro,  qual sarebbe,
    per  esempio,  una  palla di piombo ed una di sughero non si mover n
    anco a gran pezzo pi veloce il doppio.  Ora,  se la proiezione non si
    farebbe  quando  ben  la velocit del cadente si diminuisse secondo la
    proporzione della gravit,  molto meno si far ella  tutta  volta  che
    poco si scemi la velocit per molto che si detragga del peso. Ma posto
    anco  che  la velocit si diminuisse con proporzione assai maggiore di
    quella con che si scemasse la gravit,  quando  ben  anco  ella  fusse
    quella  stessa  con  la  quale si diminuiscono quelle parallele tra la
    tangente e la circonferenza,  io non penetro necessit veruna  che  mi
    persuada  doversi  far  la  proiezione  di  materie quanto si vogliano
    leggierissime, anzi affermo pure che ella non si far, intendendo per
    di materie non propriamente leggierissime,  cio prive di ogni gravit
    e che per lor natura vadano in alto, ma che lentissimamente descendano
    ed  abbiano pochissima gravit: e quello che mi muove a cos credere 
    che la diminuzione di gravit,  fatta  secondo  la  proporzione  delle
    parallele tra la tangente e la circonferenza, ha per termine ultimo ed
    altissimo  la nullit di peso,  come quelle parallele hanno per ultimo
    termine della lor diminuzione  l'istesso  contatto,  che    un  punto
    indivisibile;  ora  la  gravit  non si diminuisce mai sino al termine
    ultimo, perch cos il mobile non sarebbe grave;  ma ben lo spazio del
    ritorno   del   proietto   alla  circonferenza  si  riduce  all'ultima
    piccolezza,  il che  quando il mobile  posa  sopra  la  circonferenza
    nell'istesso punto del contatto,  talch per ritornarvi non ha bisogno
    di spazio quanto: e per,  sia quanto si voglia minima la  propensione
    al  moto  in  gi,  sempre  ella pi che a bastanza per ricondurre il
    mobile su la circonferenza, dalla quale ei dista per lo spazio minimo,
    cio per niente.

    Sagredo:  Veramente  il  discorso    molto  sottile,  ma  altrettanto
    concludente;  ed   forza confessare che il voler trattar le quistioni
    naturali senza geometria  un tentar di fare quello che   impossibile
    ad esser fatto.

    Salviati:  Ma il signor Simplicio non dir cos;  se bene io non credo
    ch'ei sia di quei Peripatetici che dissuadono i  lor  discepoli  dallo
    studio delle mattematiche,  come quelle che depravano il discorso e lo
    rendono meno atto alla contemplazione.

    Simplicio: Io non farei questo torto a  Platone,  ma  direi  bene  con
    Aristotile  che  ei  s'immerse troppo e troppo s'invagh di quella sua
    geometria; perch finalmente queste sottigliezze mattematiche,  signor
    Salviati,  son vere in astratto, ma applicate alla materia sensibile e
    fisica non rispondono: perch dimostrerranno ben i mattematici  con  i
    lor  principii,  per  esempio,  che  sphra  tangit  planum in puncto,
    proposizione simile alla presente;  ma come si viene alla materia,  le
    cose  vanno per un altro verso: e cos voglio dire di quest'angoli del
    contatto e di queste proporzioni,  che tutte poi vanno a monte  quando
    si viene alle cose materiali e sensibili.

    Salviati: Adunque voi non credete altrimenti che la tangente tocchi la
    superficie del globo terrestre in un punto?

    Simplicio:  Non solo in un punto,  ma credo che molte e molte decine e
    forse  centinaia  di  braccia  vadia  una  linea  retta  toccando   la
    superficie anco dell'acqua,  non che della Terra,  prima che separarsi
    da lei.

    Salviati: Ma s'io vi concedo questa  cosa,  non  v'accorgete  voi  che
    tanto peggio  per la causa vostra?  perch, se posto che la tangente,
    da un sol punto in fuori, fusse separata dalla superficie della Terra,
    si  ad ogni modo dimostrato che per la grande strettezza  dell'angolo
    della  contingenza (se per si deve chiamar angolo) il proietto non si
    separerebbe,  quanto meno avr egli causa di separarsi se quell'angolo
    si  chiuda affatto e la superficie e la tangente procedano unitamente?
    Non vedete voi che a questo modo la proiezione si farebbe su l'istessa
    superficie della Terra,  che tanto  quanto a dire  che  ella  non  si
    farebbe?  Vedete  adunque  qual sia la forza del vero,  che mentre voi
    cercate  d'atterrarlo,  i  vostri  medesimi  assalti  lo  sollevano  e
    l'avvalorano. Ma gi che vi ho tratto di questo errore, non vorrei gi
    lasciarvi  in quest'altro che voi stimaste che una sfera materiale non
    tocchi un piano in un sol punto;  e vorrei pur che  la  conversazione,
    ancor che di poche ore,  avuta con persone che hanno qualche cognizion
    di geometria vi facesse comparir un poco pi intelligente tra quei che
    non ne sanno niente.  Or,  per mostrarvi quanto sia grande l'error  di
    coloro che dicono che una sfera,  verbigrazia, di bronzo, non tocca un
    piano, verbigrazia, d'acciaio,  in un punto,  ditemi qual concetto voi
    vi  formeresti  di  uno che dicesse e costantemente asseverasse che la
    sfera non fusse veramente sfera.

    Simplicio: Lo stimerei per privo di discorso affatto.

    Salviati: In questo stato  colui che dice che la sfera materiale  non
    tocca  un piano,  pur materiale,  in un punto,  perch il dir questo 
    l'istesso che dire che la sfera non   sfera.  E  che  ci  sia  vero,
    ditemi  in  quello che voi costituite l'essenza della sfera,  cio che
    cosa  quella che fa differir  la  sfera  da  tutti  gli  altri  corpi
    solidi.

    Simplicio:  Credo che l'essere sfera consista nell'aver tutte le linee
    rette, prodotte dal suo centro sin alla circonferenza eguali.

    Salviati: Talch quando tali linee non fussero eguali, quel tal solido
    non sarebbe altrimenti una sfera.

    Simplicio: Signor no.

    Salviati: Ditemi appresso, se voi credete che delle molte linee che si
    posson tirar tra due punti,  ve ne possa essere altro  che  una  retta
    sola.

    Simplicio: Signor no.

    Salviati:  Ma  voi  intendete  pure che questa sola retta sar poi per
    necessit la brevissima di tutte l'altre.

    Simplicio: L'intendo,  e ne ho anche la dimostrazion chiara,  arrecata
    da un gran filosofo peripatetico; e parmi, se ben mi ricorda, ch'ei la
    porti  riprendendo  Archimede,  che  la  suppone come nota,  potendola
    dimostrare.

    Salviati:  Questo  sar  stato  un  gran  matematico,   avendo  potuto
    dimostrar  quel che n seppe n potette dimostrare Archimede;  e se ve
    ne sovvenisse la dimostrazione,  la  sentirei  volentieri,  perch  mi
    ricordo  benissimo che Archimede ne i libri della sfera e del cilindro
    mette cotesta proposizione tra i postulati,  e  tengo  per  fermo  che
    l'avesse per indimostrabile.

    Simplicio: Credo che mi sovverr, perch'ella  assai facile e breve.

    Salviati:  Tanto sar maggior la vergogna d'Archimede,  e la gloria di
    cotesto filosofo.

    Simplicio: Io far la sua figura. Tra i punti A, B tira la linea retta
    A B e la curva A C B,  delle quali ei vuol provare la retta esser  pi
    breve; e la prova  tale.
    Nella curva piglia un punto,  che sarebbe C,  e tira due altre rette A
    C, C B, le quali due sono pi lunghe della sola A B, che cos dimostra
    Euclide.  ma la curva A C B  maggiore delle  due  rette  A  C,  C  B;
    adunque a fortiori la curva A C B sar molto maggiore della retta A B,
    che  quello che si doveva dimostrare.

    Salviati:  Io  non credo che a cercar tutti i paralogismi del mondo si
    potesse trovare il pi accomodato di questo per dare un esempio  della
    pi solenne fallacia che sia tra tutte le fallacie, cio di quella che
    prova ignotum per ignotius.

    Simplicio: In che modo?

    Salviati:  Come  in  che modo?  la conclusione ignota,  che voi volete
    provare,  non  che la curva A C B sia pi lunga della retta A  B?  il
    mezo  termine,  che  si piglia per noto,  non  che la curva A C B sia
    maggior delle due A C, C B, le quali  noto esser maggior della A B? e
    se vi  ignoto che la curva sia maggiore della sola retta  A  B,  come
    non sar egli assai pi ignoto che ella sia maggiore delle due rette A
    C, C B, che si sa esser maggiori della sola A B? e voi lo prendete per
    noto?

    Simplicio: Io non intendo ancor bene dove consista la fallacia.

    Salviati:  Come  le  due rette sien maggiori della A B (s come  noto
    per Euclide), tuttavolta che la curva sia maggior delle due rette A C,
    C B, non sar ella molto maggiore della sola retta A B?

    Simplicio: Signor s.

    Salviati: Esser maggiore la  curva  A  C  B  della  retta  A  B    la
    conclusione,  pi  nota  del  mezo termine,  che  l'esser la medesima
    curva maggior delle due rette A C,  C B: ora,  quando il mezo   manco
    noto  della conclusione,  si domanda provare ignotum per ignotius.  Or
    torniamo al nostro proposito: basta che voi intendete,  la retta esser
    la brevissima di tutte le linee che si posson tirare fra due punti.  E
    quanto alla principal conclusione, voi dite che la sfera materiale non
    tocca il piano in un sol punto: qual  dunque il suo contatto?

    Simplicio: Sar una parte della sua superficie.

    Salviati: E il contatto parimente d'un'altra sfera eguale alla  prima,
    sar pure una simil particella della sua superficie?

    Simplicio: Non ci  ragione che non deva esser cos.

    Salviati: Adunque ancor le due sfere, toccandosi si toccheranno con le
    due medesime particelle di superficie, perch, adattandosi ciascheduna
    di esse all'istesso piano,   forza che si adattino ancor fra di loro.
    Imaginatevi ora le due sfere, i cui centri A,  B,  che si tocchino,  e
    congiungansi i lor centri con la retta linea A B, la quale passer per
    il toccamento.  Passi per il punto C,  e preso nel toccamento un altro
    punto D, congiungansi le due rette A D, B D, s che si constituisca il
    triangolo ADB,  del quale i due lati AD,  DB saranno eguali  all'altro
    solo A C B,  contenendo, tanto quelli quanto questi, due semidiametri,
    che per la definizion della sfera sono tutti eguali: e cos la retta A
    B,  tirata tra i due centri A,  B,  non sar la brevissima  di  tutte,
    essendoci le due AD, DB eguali a lei; il che per le vostre concessioni
     assurdo.

    Simplicio:  Questa  dimostrazione conclude delle sfere in astratto,  e
    non delle materiali.

    Salviati: Assegnatemi dunque in che cosa consiste la fallacia del  mio
    argomento,  gi  che  non  conclude nelle sfere materiali,  ma s bene
    nelle immateriali e astratte.

    Simplicio: Le sfere materiali son soggette  a  molti  accidenti,  a  i
    quali  non  soggiacciono  le immateriali.  E perch non pu esser che,
    posandosi una sfera di metallo sopra un piano,  il  proprio  peso  non
    calchi  in  modo che il piano ceda qualche poco,  o vero che l'istessa
    sfera nel contatto si ammacchi?  In oltre,  quel  piano  difficilmente
    potr  esser  perfetto,  quando  non  per  altro,  almeno per esser la
    materia porosa;  e forse non sar men diffficile il trovare una  sfera
    cos  perfetta,  che  abbia  tutte le linee dal centro alla superficie
    egualissime per l'appunto.

    Salviati: Oh tutte queste cose ve le concedo io  facilmente,  ma  elle
    sono  assai fuor di proposito;  perch mentre voi volete mostrarmi che
    una sfera materiale non tocca un piano materiale in un punto,  voi  vi
    servite  d'una  sfera  che  non   sfera e d'un piano che non  piano,
    poich, per vostro detto o queste cose non si trovano al mondo o se si
    trovano si guastano nell'applicarsi a far l'effetto.  Era dunque manco
    male che voi concedeste la conclusione ma condizionatamente,  cio che
    se si desse in  materia  una  sfera  e  un  piano  che  fussero  e  si
    conservassero perfetti, si toccherebber in un sol punto, e negaste poi
    ci potersi dare.

    Simplicio:  Io credo che la proposizione de i filosofi vadia intesa in
    cotesto senso,  perch non  dubbio che l'imperfezion della materia fa
    che  le  cose  prese  in  concreto  non rispondono alle considerate in
    astratto.

    Salviati: Come non si rispondono?  Anzi quel che voi  stesso  dite  al
    presente prova che elle rispondon puntualmente.

    Simplicio: In che modo?

    Salviati:  Non dite voi che per l'imperfezion della materia quel corpo
    che dovrebbe esser perfetto sferico e quel piano  che  dovrebbe  esser
    perfetto  piano,  non riescono poi tali in concreto quali altri se gli
    immagina in astratto?

    Simplicio: Cos dico.

    Salviati: Adunque,  tuttavolta che in concreto voi applicate una sfera
    materiale a un piano materiale, voi applicate una sfera non perfetta a
    un  piano non perfetto;  e questi dite che non si toccano in un punto.
    Ma io vi dico che anco in astratto una sfera immateriale,  che non sia
    sfera  perfetta,  pu toccare un piano immateriale,  che non sia piano
    perfetto, non in un punto,  ma con parte della sua superficie;  talch
    sin  qui  quello  che accade in concreto,  accade nell'istesso modo in
    astratto: e sarebbe ben nuova cosa che i computi e le ragioni fatte in
    numeri astratti, non rispondessero poi alle monete d'oro e d'argento e
    alle mercanzie in concreto.  Ma  sapete  signor  Simplicio,  quel  che
    accade?  S  come  a voler che i calcoli tornino sopra i zuccheri,  le
    sete e le lane, bisogna che il computista faccia le sue tare di casse,
    invoglie ed altre bagaglie,  cos,  quando il filosofo  geometra  vuol
    riconoscere  in  concreto gli effetti dimostrati in astratto,  bisogna
    che difalchi gli impedimenti della materia; che se ci sapr fare,  io
    vi assicuro che le cose si riscontreranno non meno aggiustatamente che
    i   computi   aritmetici.   Gli   errori   dunque  non  consistono  n
    nell'astratto n nel concreto n nella geometria o nella fisica ma nel
    calcolatore che non sa fare i conti giusti. Per quando voi aveste una
    sfera ed un piano perfetti,  bench materiali,  non abbiate dubbio che
    si  toccherebbero  in  un  punto;  e se questo era ed  impossible ad
    aversi, molto fuor di proposito fu il dire che sphra enea non tangit
    in puncto.  Ma pi vi aggiungo,  signor Simplicio: concedutovi che non
    si  possa  dare  in  materia  una  figura sferica perfetta n un piano
    perfetto,  credete voi che si possano  dare  due  corpi  materiali  di
    superficie  in qualche parte e in qualche modo incurvata,  anco quanto
    si voglia irregolatamente?

    Simplicio: Di questi non credo che ce ne manchino.

    Salviati: Come ve ne siano di tali, questi ancora si toccheranno in un
    punto,  ch il  toccarsi  in  un  sol  punto  non    miga  privilegio
    particolare  del  perfetto sferico e del perfetto piano.  Anzi chi pi
    sottilmente andasse contemplando questo negozio,  troverebbe  che  pi
    difficile  assai  il trovar due corpi che si tocchino con parte delle
    lor superficie,  che con  un  punto  solo:  perch  a  voler  che  due
    superficie  combagino  bene  insieme,  bisogna  o  che  amendue  sieno
    esattamente piane,  o che se una  colma,  l'altra sia concava,  ma di
    una incavatura che per appunto risponda al colmo dell'altra;  le quali
    condizioni son molto pi difficili  a  trovarsi,  per  la  lor  troppo
    stretta determinazione,  che le altre,  che nella casual larghezza son
    infinite.

    Simplicio: Adunque voi credete che due pietre o  due  ferri,  presi  a
    caso  e  accostati  insieme,  il pi delle volte si tocchino in un sol
    punto?

    Salviati: Ne gli incontri casuali credo di no,  s perch per  lo  pi
    sopra  essi  sar qualche poco d'immondizia cedente,  s perch non si
    usa diligenza in applicargli insieme senza qualche percossa,  ed  ogni
    poca basta a far che l'una superficie ceda qualche poco all'altra,  s
    che scambievolmente si figurino,  almeno in qualche minima particella,
    l'una  all'impronta  dell'altra:  ma quando le superficie loro fussero
    ben terse, e che posati amendue sopra una tavola,  acciocch l'uno non
    gravasse  sopra  all'altro,  si  spingessero  pian  piano  l'uno verso
    l'altro, io non ho dubbio che potrebbero condursi al semplice contatto
    in un sol punto.

    Sagredo: Egli  forza che con vostra licenza  io  proponga  certa  mia
    difficult,   natami  nel  sentir  proporre  al  signor  Simplicio  la
    impossibilit che  nel potersi trovare un corpo  materiale  e  solido
    che  abbia  perfettamente  la  figura  sferica  e  nel veder il signor
    Salviati prestargli in certo modo, non contradicendo, l'assenso.  Per
    vorrei  sapere  se  la  medesima  difficult  si trovi nel figurare un
    solido di qualche altra  figura,  cio,  per  dichiararmi  meglio,  se
    maggior  difficult  si  trovi  in  voler ridurre un pezzo di marmo in
    figura d'una sfera  perfetta,  che  d'una  perfetta  piramide  o  d'un
    perfetto cavallo o d'una perfetta locusta.

    Salviati:  Per  questa prima risposta,  la dar io: e prima mi scuser
    dell'assenso che vi pare ch'io abbia prestato al signor Simplicio,  il
    quale  era  solamente  per  a tempo,  perch io ancora avevo in animo,
    avanti che entrare in altra materia, dir quello che per avventura sar
    l'istesso o assai conforme al  vostro  pensiero.  E  rispondendo  alla
    vostra  prima interrogazione,  dico che se figura alcuna si pu dare a
    un solido, la sferica  la facilissima sopra tutte l'altre,  s come 
    anco  la  semplicissima e tiene tra le figure solide quel luogo che il
    cerchio tiene tra le superficiali: la  descrizion  del  qual  cerchio,
    come  pi  facile di tutte le altre,  essa sola  stata giudicata da i
    matematici  degna  d'esser  posta  tra  i  postulati  attenenti   alle
    descrizioni di tutte l'altre figure. Ed  talmente facile la formazion
    della sfera,  che se in una piastra piana di metallo duro si caver un
    vacuo circolare,  dentro al  quale  si  vadia  rivolgendo  casualmente
    qualsivoglia  solido  assai  grossamente  tondeggiato,  per  se stesso
    senz'altro artifizio si ridurr in  figura  sferica,  quanto  pi  sia
    possibile  perfetta  purch quel tal solido non sia minore della sfera
    che passasse per quel cerchio;  e quel che ci  anche di pi degno  di
    considerazione  che dentro a quel medesimo incavo si formeranno sfere
    di diverse grandezze.  Quello poi che ci voglia per formare un cavallo
    o (come voi dite) una locusta,  lo lascio giudicare a voi,  che sapete
    che pochissimi scultori si troveranno al mondo atti a poterlo fare,  e
    credo che il signor Simplicio in questo particolare non dissentir  da
    me.

    Simplicio:  Non  so se io dissenta punto da voi.  L'oppinion mia  che
    nessuna delle nominate figure si possa perfettamente ottenere,  ma per
    avvicinarsi  quanto  si  possa  al  pi  perfetto  grado,   credo  che
    incomparabilmente sia pi agevole  il  ridurre  il  solido  in  figura
    sferica, che in forma di cavallo o di locusta.

    Sagredo:  E  questa  maggior  difficult  da  che credete voi che ella
    dependa?

    Simplicio: S come la grand'agevolezza  nel  formar  la  sfera  deriva
    dalla   sua   assoluta   semplicit  ed  uniformit,   cos  la  somma
    irregolarit rende difficilissimo l'introdur l'altre figure.

    Sagredo: Adunque,  come l'irregolarit  causa di difficult,  anco la
    figura di un sasso rotto con un martello a caso sar delle difficili a
    introdursi,  essendo  essa  ancora  irregolare forse pi di quella del
    cavallo?

    Simplicio: Cos deve essere.

    Sagredo: Ma ditemi: quella figura,  qualunque ella si sia che ha  quel
    sasso, hall'egli perfettissimamente o pur no?

    Simplicio:  Quella  che  egli  ha,   l'ha  tanto  perfettamente,   che
    nessun'altra le si assesta tanto puntualmente.

    Sagredo: Adunque,  se delle figure irregolari,  e perci  difficili  a
    conseguirsi,  pur  se ne trovano infinite perfettissimamente ottenute,
    con qual ragione si  potr  dire  che  la  semplicissima,  e  per  ci
    facilissima pi di tutte, sia impossibile a ritrovarsi?

    Salviati:  Signori,  con vostra pace,  mi par che noi siamo entrati in
    una disputa non molto pi rilevante che quella della lana  caprina,  e
    dove  che i nostri ragionamenti dovrebber continuar di esser intorno a
    cose serie e  rilevanti,  noi  consumiamo  il  tempo  in  altercazioni
    frivole  e  di  nessun rilievo Ricordiamoci in grazia che il cercar la
    costituzione del mondo  de' maggiori e de'  pi  nobil  problemi  che
    sieno  in  natura,  e tanto maggior poi,  quanto viene indrizzato allo
    scioglimento dell'altro,  dico della causa del flusso e  reflusso  del
    mare,  cercata  da tutti i grand'uomini che sono stati sin qui e forse
    da niun ritrovata: per,  quando altro non ci resti  da  produrre  per
    l'assoluto  scioglimento  dell'instanza  presa  dalla  vertigine della
    Terra,  che fu l'ultima portata per  argomento  della  sua  immobilit
    circa il proprio centro, potremo passare allo scrutinio delle cose che
    sono in pro e contro al movimento annuo.

    Sagredo: Non vorrei,  signor Salviati, che voi misuraste gl'ingegni di
    noi altri con la misura del vostro: voi,  avvezzo sempre ad  occuparvi
    in contemplazioni altissime, stimate frivole e basse tal una di quelle
    che a noi paiono degno cibo de' nostri intelletti;  per talvolta, per
    sodisfazione nostra non vi sdegnate di abbassarvi a concedere qualcosa
    alla  nostra  curiosit.  Quanto  poi  allo  scioglimento  dell'ultima
    instanza,   presa  dallo  scagliamento  della  vertigine  diurna,  per
    sodisfare a me bastava  assai  meno  di  quello  che  si    prodotto;
    tuttavia  le  cose che si son dette soprabbondantemente,  mi son parse
    tanto curiose,  che non solo non mi hanno stancata la fantasia,  ma me
    l'hanno  con  le  loro  novit  trattenuta sempre con diletto tale che
    maggior non saprei desiderarne: per  se  qualche  altra  specolazione
    resta a voi da aggiugnervi,  producetela pure,  ch'io per la parte mia
    molto volentieri la sentir.

    Salviati: Io nelle cose trovate da me ho  sempre  sentito  grandissimo
    diletto,  e  doppo  questo,  che  il massimo,  provo gran piacere nel
    conferirle con qualche amico che le capisca e che mostri di  gustarle:
    or,  poich voi sete uno di questi, allentando un poco la briglia alla
    mia ambizione,  che  gode  dentro  di  s  quando  io  mi  mostro  pi
    perspicace  di  qualche altro reputato di acuta vista,  produrr,  per
    colmo e buona misura della discussion passata,  un'altra fallacia de i
    seguaci di Tolomeo e d'Aristotile, presa nel gi prodotto argomento.

    Sagredo: Ecco che io avidamente mi apparecchio a sentirla.

    Salviati:  Noi  aviamo  sin  qui trapassato e conceduto a Tolomeo come
    effetto indubitabile,  che procedendo lo scagliamento del sasso  dalla
    velocit della ruota mossa intorno al suo centro, tanto si accresca la
    causa  di  esso  scagliamento,  quanto  la velocit della vertigine si
    agumenta;  dal che si inferiva che essendo la velocit della terrestre
    vertigine  sommamente  maggiore di quella di qualsivoglia macchina che
    noi artifiziosamente possiam far girare,  l'estrusione in  conseguenza
    delle pietre e de gli animali etc. dovesse esser violentissima. Ora io
    noto  che  in  questo discorso  una grandissima fallacia,  mentre noi
    indifferentemente ed assolutamente  paragoniamo  le  velocit  tra  di
    loro.  E'  vero che s'io fo comparazione delle velocit della medesima
    ruota o di due ruote eguali tra di loro,  quella che  pi  velocemente
    sar  girata,  con maggior impeto scaglier le pietre,  e crescendo la
    velocit,  con la medesima proporzione crescer anco  la  causa  della
    proiezione;  ma  quando  la  velocit  si  facesse  maggiore  non  con
    l'accrescer velocit nell'istessa ruota,  che sarebbe co 'l fargli dar
    numero  maggiore di conversioni in tempi eguali,  ma co 'l crescere il
    diametro e far la ruota maggiore,  s che ritenendo il medesimo  tempo
    di una conversione tanto nella piccola quanto nella gran ruota, e solo
    nella grande la velocit fusse maggiore per esser la sua circonferenza
    maggiore, non sia chi creda che la causa dello scagliamento nella gran
    ruota  crescesse  secondo  la  proporzione  della  velocit  della sua
    circonferenza verso la velocit della circonferenza della minor ruota,
    perch  questo    falsissimo,   come  per  adesso  una   speditissima
    esperienza  ci potr mostrar cos alla grossa: ch tal pietra potremmo
    noi scagliare con una canna lunga un braccio,  che con una  lunga  sei
    braccia  non  potremo,  ancorch  il  moto  dell'estremit della canna
    lunga, cio della pietra incastratavi,  fusse pi veloce il doppio del
    moto della punta della canna pi corta; che sarebbe quando le velocit
    fussero  tali,  che  nel  tempo  di una conversione intera della canna
    maggiore, la minore ne facesse tre.

    Sagredo: Questo,  signor Salviati,  che voi mi dite,  gi comprendo io
    dovere   necessariamente   succeder  cos,   ma  non  mi  sovvien  gi
    prontamente la causa perch eguali  velocit  non  abbiano  a  operare
    egualmente  in  estruder  i proietti,  ma assai pi quella della ruota
    minore che l'altra della ruota maggiore: per vi prego  a  dichiararmi
    come il negozio cammina.

    Simplicio:  Voi,  signor  Sagredo,  questa  volta  vi  sete dimostrato
    dissimile a voi medesimo,  che solete in un momento penetrar tutte  le
    cose,  ed  ora  trapassate  una  fallacia  posta nell'esperienza delle
    canne, la quale ho io potuto penetrare;  e questa  la diversa maniera
    di  operare  nel  far la proiezione or con la canna breve ed or con la
    lunga: perch a voler che la  pietra  scappi  fuor  della  cocca,  non
    bisogna  continuar  uniformemente  il  suo  moto,  ma allora ch'egli 
    velocissimo,  convien ritenere il braccio e reprimer la velocit della
    canna, perloch la pietra, che gi  in moto velocissimo, scappa e con
    impeto  si muove;  ma tal ritegno non si pu far nella canna maggiore,
    la  quale,  per  la  sua  lunghezza  e  flessibilit,   non  ubbidisce
    interamente al freno del braccio,  ma,  continuando di accompagnare il
    sasso per qualche spazio,  co 'l  dolcemente  frenarlo  se  lo  ritien
    congiunto,  e non,  come se in un duro intoppo avesse urtato, da s lo
    lascia fuggire ch quando amendue le canne urtassero in un ritegno che
    le fermasse,  io credo che la pietra parimente scapperebbe dall'una  e
    dall'altra, ancorch i movimenti loro fussero egualmente veloci.

    Sagredo:  Con licenzia del signor Salviati,  risponder io alcuna cosa
    al signor Simplicio,  poich egli a me si  rivoltato: e dico che  nel
    suo discorso vi  del buono e del cattivo buono,  perch quasi tutto 
    vero; cattivo,  perch non fa in tutto al proposito nostro.  Verissimo
    ,  che quando quello che con velocit porta le pietre,  urtasse in un
    ritegno immobile,  esse con impeto scorrerebbero  innanzi,  seguendone
    quell'effetto  che  tutto il giorno si vede accadere in una barca che,
    scorrendo velocemente,  arreni o urti in qualche ostacolo,  che  tutti
    quelli   che  vi  son  dentro,   colti  all'improvviso  repentinamente
    traboccano e cascano verso dove correva il navilio;  e quando il globo
    terrestre  incontrasse  un  intoppo tale che del tutto resistesse alla
    sua vertigine e la fermasse,  allora s ch'io credo che non  solamente
    le fiere, gli edifizii e le citt, ma le montagne, i laghi e i mari si
    sovvertirebbero,  e  pur  che  il  globo  stesso non si dissipasse: ma
    niente di questo fa al proposito nostro,  che  parliamo  di  quel  che
    possa  seguire al moto della Terra girata uniformemente e placidamente
    in se stessa,  ancorch con velocit grande.  Quello parimente che voi
    dite  delle  canne,    in  parte  vero,  ma non fu portato dal signor
    Salviati come cosa che puntualmente si assesti  alla  materia  di  cui
    trattiamo,  ma  solamente  come  un esempio che cos alla grossa possa
    destarci la mente a pi accuratamente considerare,  se crescendosi  la
    velocit  in qualsivoglia modo,  con l'istessa proporzione si accresca
    la causa della proiezione, s che, verbigrazia,  se una ruota di dieci
    braccia  di  diametro,  movendosi  in  maniera  che un punto della sua
    circonferenza passasse in un minuto  d'ora  cento  braccia,  e  perci
    avesse  impeto  di  scagliare  una  pietra,  tale  impeto  si accresce
    centomila volte in una ruota  che  avesse  un  milion  di  braccia  di
    diametro:  il  che  nega  il  signor Salviati,  ed io inclino a creder
    l'istesso; ma non ne sapendo la ragione, l'ho da esso richiesta, e con
    desiderio la sto attendendo.

    Salviati: Eccomi per darvi quella sodisfazione che dalle mie forze  mi
    sar conceduta,  e bench nel mio primo parlare vi sia per parer ch'io
    vadia ricercando cose aliene dal proposito nostro,  tuttavia credo che
    nel  progresso  del  ragionamento troverremo che pur non saranno tali.
    Per dicami  il  signor  Sagredo  in  quali  cose  egli  ha  osservato
    consister la resistenza di alcun mobile all'esser mosso.

    Sagredo:  Io  per adesso non veggo esser nel mobile resistenza interna
    all'esser mosso se non la sua naturale inclinazione e  propensione  al
    moto contrario, come ne' corpi gravi, che hanno propensione al moto in
    gi,  la  resistenza    al moto in su: ed ho detto resistenza interna
    perch di questa credo che voi intendiate,  e  non  dell'esterne,  che
    sono accidentali e molte.

    Salviati: Cos ho voluto dire, e la vostra perspicacit ha prevalso al
    mio  avvedimento.  Ma s'io sono stato scarso nell'interrogare,  dubito
    che il signor Sagredo non abbia, con la risposta,  adequata a pieno la
    domanda, e che nel mobile, oltre alla naturale inclinazione al termine
    contrario,  sia  un'altra  pure  intrinseca  e naturale qualit che lo
    faccia renitente al moto.  Per ditemi di nuovo: non credete  voi  che
    l'inclinazione,  verbigrazia, de i gravi di muoversi in gi sia eguale
    alla resistenza de i medesimi all'essere spinti in su?

    Sagredo: Credo che ella sia tale per l'appunto;  e  per  questo  veggo
    nella   bilancia   due   pesi  eguali  restar  fermi  nell'equilibrio,
    resistendo la gravit dell'uno all'esser alzato alla  gravit  con  la
    quale l'altro, premendo in gi, alzar lo vorrebbe.

    Salviati:  Benissimo;  s  che  a  voler  che  l'uno  alzasse  l'altro
    bisognerebbe accrescer peso al premente,  o scemarlo all'altro.  Ma se
    nella sola gravit consiste la resistenza al moto in su,  onde avviene
    che nella bilancia di braccia diseguali, cio nella stadera,  talvolta
    un  peso di cento libbre,  co 'l suo gravare in gi,  non  bastante a
    alzarne uno di quattro libbre che gli contraster;  e potr questo  di
    quattro abbassandosi alzare quello di cento?  ch tale  l'effetto dei
    romano verso il grave peso che noi vogliam pesare.  Se  la  resistenza
    all'esser mosso risiede nella sola gravit,  come pu il romano,  co'l
    suo peso di quattro libbre sole,  resistere al peso di  una  balla  di
    lana  o  di  seta,  che  sar ottocento o mille,  anzi pure potr egli
    vincere co 'l suo momento la balla e sollevarla?  Bisogna pur,  signor
    Sagredo,  dire  che  qui  si  lavori  con altra resistenza e con altra
    forza, che con quella della semplice gravit.

    Sagredo: E' necessario che sia cos: per ditemi qual  questa seconda
    virt.

    Salviati: E' quello che non era  nella  bilancia  di  braccia  eguali.
    Considerate  qual  novit   nella stadera,  ed in questa di necessit
    consiste la causa del nuovo effetto.

    Sagredo: Credo che 'l vostro tentare mi abbia fatto  sovvenir  non  so
    che. In amendue gli strumenti si lavora co 'l peso e co 'l moto: nella
    bilancia i movimenti sono eguali,  e per l'un peso bisogna che superi
    l'altro in gravit per muoverlo;  nella stadera  il  peso  minore  non
    mover il maggiore se non quando questo si muova poco,  essendo appeso
    nella minor distanza,  e quello si muova molto,  pendendo da  distanza
    maggiore:  bisogna  dunque dire che 'l minor peso superi la resistenza
    del maggiore co 'l muoversi molto, mentre l'altro si muova poco.

    Salviati: Che tanto  quanto a dire che la velocit  del  mobile  meno
    grave compensa la gravit del mobile pi grave e meno veloce.

    Sagredo:  Ma  credete  voi  che  la  velocit ristori per l'appunto la
    gravit?  cio che tanto sia il momento  e  la  forza  di  un  mobile,
    verbigrazia,  di quattro libbre di peso, quanto quella di un di cento,
    qualunque volta quello avesse cento gradi di velocit e questo quattro
    gradi solamente?

    Salviati: Certo s,  come io vi potrei con molte esperienze  mostrare:
    ma  per  ora  bastivi  la  confermazione di questa sola della stadera,
    nella quale voi vedrete il poco pesante romano allora poter  sostenere
    ed  equilibrare  la  gravissima  balla,  quando  la sua lontananza dal
    centro,  sopra il quale si sostiene e volgesi la stadera,  sar  tanto
    maggiore dell'altra minor distanza dalla quale pende la balla,  quanto
    il peso assoluto della balla  maggior di quel del romano. E di questo
    non poter la gran balla co 'l suo peso sollevare il romano,  tanto men
    grave,  altro  non si vede poterne esser cagione che la disparit de i
    movimenti che e quella e questo far dovrebbero,  mentre che  la  balla
    con  l'abbassarsi  un  sol  dito  facesse  alzare il romano cento dita
    (posto che la balla pesasse per cento romani, e la distanza del romano
    dal centro della stadera fusse cento volte pi della distanza  tra  'l
    medesimo  centro e 'l punto della sospension della balla): il muoversi
    poi lo spazio di cento dita il romano, nel tempo che la balla si muove
    per un sol dito,   l'istesso che 'l dire,  esser la velocit del moto
    del  romano  cento  volte maggior della velocit del moto della balla.
    Ora fermatevi bene nella fantasia, come principio vero e notorio,  che
    la  resistenza  che  viene dalla velocit del moto compensa quello che
    depende dalla gravit d'un altro mobile: s che, in conseguenza, tanto
    resiste al l'esser frenato un mobile d'una libbra,  che si  muova  con
    cento  gradi di velocit,  quanto un altro mobile di cento libbre,  la
    cui velocit sia d'un grado solo, ed all'esser mossi due mobili eguali
    resisteranno egualmente,  se  si  avranno  a  far  muovere  con  egual
    velocit;  ma  se  uno  dover esser mosso pi velocemente dell'altro,
    far maggior resistenza,  secondo la maggior velocit che se gli vorr
    conferire.  Dichiarate  queste  cose,  venghiamo  all'esplicazion  del
    nostro problema;  e per pi facile intelligenza facciamone un poco  di
    figura. E siano due ruote diseguali intorno a questo centro A, e della
    minore  sia  la  circonferenza  B  G,  e  della maggiore C E H,  ed il
    semidiametro A B C sia  eretto  all'orizonte,  e  per  i  punti  B,  C
    segniamo  le rette linee tangenti B F,  C D,  e ne gli archi B G,  C E
    sieno prese due parti eguali B G, C E; ed intendasi le due ruote esser
    girate sopra i lor centri con eguali velocit,  s che due mobili,  li
    quali sariano, verbigrazia, due pietre, poste ne' punti B e C, vengano
    ortate  per  le  circonferenze  B G,  C E con eguali velocit,  talch
    nell'istesso tempo che la pietra B scorrerebbe  per  l'arco  B  G,  la
    pietra  C  passerebbe  l'arco  C E: dico adesso che la vertigine della
    minor ruota  molto pi potente a far la proiezion della pietra B, che
    non  la vertigine della maggior ruota della pietra C.
    Imperocch dovendosi,  come gi si  dichiarato far la proiezione  per
    la tangente, quando le pietre B, C dovessero separarsi dalle lor ruote
    e  cominciare  il  moto della proiezione da i punti B,  C,  verrebbero
    dall'impeto concepito dalla vertigine scagliate per le tangenti B F, C
    D: per le tangenti dunque B F, C D hanno, le due pietre, eguali impeti
    di scorrere,  e vi scorrerebbero se da  qualche  altra  forza  non  ne
    fussero deviate. Non sta cos, signor Sagredo?

    Sagredo: Cos mi par che cammini il negozio.

    Salviati:  Ma  qual  forza  vi par che possa esser quella che devii le
    pietre dal muoversi per le tangenti,  dove  l'impeto  della  vertigine
    veramente le caccia?

    Sagredo: E' o la propria gravit, o qualche colla che le ritien posate
    o attaccate sopra le ruote.

    Salviati: Ma a deviare un mobile dal moto dove egli ha impeto,  non ci
    vuol egli maggior forza o minore,  secondo che  la  deviazione  ha  da
    esser maggiore o minore?  cio, secondoch nella deviazione egli dovr
    nell'istesso tempo passar maggiore o minore spazio?

    Sagredo: S,  perch gi di sopra fu concluso che  a  far  muovere  un
    mobile,  con  quanta  maggior  velocit  si  ha da far muovere,  tanto
    bisogna che sia maggiore la virt movente.

    Salviati: Ora considerate come per deviar la pietra della minor  ruota
    dal  moto  della proiezione,  che ella farebbe per la tangente B F,  e
    ritenerla attaccata alla ruota,  bisogna che  la  propria  gravit  la
    ritiri  per  quanto   lunga la segante F G,  o vero la perpendicolare
    tirata dal punto G sopra la linea B F;  dove che nella ruota  maggiore
    il  ritiramento non ha da esser pi che si sia la segante D E,  o vero
    la perpendicolare tirata dal punto E sopra  la  tangente  D  C,  minor
    assai  della  F  G,  e  sempre minore e minore secondo che la ruota si
    facesse maggiore: e perch questi ritiramenti si hanno a fare in tempi
    eguali,  cio mentre che si passano li due archi  eguali  B  G,  C  E,
    quello  della  pietra  B,  cio  il ritiramento F G,  dover esser pi
    veloce dell'altro D E,  e per molto maggior forza si  ricercher  per
    tener  la  pietra B congiunta alla sua piccola ruota,  che la pietra C
    alla sua grande, ch' il medesimo che dire, che tal poca cosa impedir
    lo scagliamento nella ruota grande, che non lo proibir nella piccola.
    E' manifesto,  dunque,  che quanto pi si cresce la  ruota,  tanto  si
    scema la causa della proiezione.

    Sagredo:   Da   questo   che   ora  intendo  merc  del  vostro  lungo
    sminuzzamento,  mi par di poter far restar pago il mio intelletto  con
    assai breve discorso: perch,  venendo dalla velocit eguale delle due
    ruote impresso impeto eguale in amendue le pietre per le tangenti,  si
    vede la gran circonferenza co 'l poco separarsi dalla tangente,  andar
    secondando in un certo modo e con dolce morso  suavemente  raffrenando
    nella   pietra   l'appetito,   per  cos  dire,   di  separarsi  dalla
    circonferenza,  s che  qualunque  piccol  ritegno,  o  della  propria
    inclinazione o di qualche glutine,  basta a mantenervela congiunta; il
    quale poi resta invalido a ci poter  fare  nella  piccola  ruota,  la
    quale,  co  'l poco secondare la direzione della tangente,  con troppa
    ingorda voglia cerca ritenere a s la pietra, e non essendo il freno e
    'l glutine pi gagliardo di quello che manteneva l'altra pietra  unita
    con  la  maggior  ruota,  si  strappa  la  cavezza,  e si corre per la
    tangente.  Per tanto io non solamente  resto  capace  dell'aver  tutti
    quelli errato, che hanno creduto crescersi la cagione della proiezione
    secondo  che  si  accresce  la velocit della vertigine;  ma di pi vo
    considerando,  che scemandosi la proiezione nell'accrescersi la ruota,
    tuttavoltach  si  mantenga la medesima velocit in esse ruote,  forse
    potrebbe esser vero che a voler che la gran ruota scagliasse  come  la
    piccola,  bisognasse crescerle tanto di velocit,  quanto se le cresce
    di diametro,  che sarebbe quando le intere conversioni si finissero in
    tempi  eguali  e cos si potrebbe stimare che la vertigine della Terra
    non pi fusse bastante a scagliare le pietre,  che qualsivoglia  altra
    piccola ruota che tanto lentamente si girasse,  che in ventiquattr'ore
    desse una sola rivolta.

    Salviati: Non voglio per ora che noi cerchiamo tant'oltre;  basta  che
    assai   abbondantemente   abbiamo   (s'io   non   m'inganno)  mostrato
    l'inefficacia   dell'argumento,   che   nel   primo   aspetto   pareva
    concludentissimo,  e  tale era stato stimato da grandissimi uomini: ed
    assai bene speso mi parr il tempo e le parole,  se anco nel  concetto
    del signor Simplicio aver guadagnato qualche credenza, non dir della
    mobilit della Terra, ma almanco del non esser l'opinion di coloro che
    la  credono,  tanto ridicola e stolta,  quanto le squadre de' filosofi
    comuni la tengono.

    Simplicio: Le soluzioni addotte sin qui all'instanze  fatte  contro  a
    questa  diurna revoluzion della Terra,  prese da i gravi cadenti dalla
    sommit d'una torre,  e da i proietti a perpendicolo in su  o  secondo
    qualsivoglia  inclinazione  lateralmente,  verso  oriente,  occidente,
    mezzogiorno o settentrione etc.,  mi hanno in  qualche  parte  scemata
    l'antiquata  incredulit  concepita  contro  a tale opinione: ma altre
    maggiori difficult mi si aggirano adesso per la fantasia, dalle quali
    io assolutamente non mi saprei mai sviluppare,  n forse credo che voi
    medesimi ve ne potrete disciorre;  e pu anco essere che venute non vi
    sieno all'orecchie,  perch sono  assai  moderne.  E  queste  sono  le
    opposizioni   di  due  autori  che  ex  professo  scrivono  contro  al
    Copernico: le prime si leggono in un libretto di conclusioni naturali;
    le altre sono d'un gran filosofo e matematico insieme,  inserte in  un
    trattato  che  egli  fa  in  grazia  d'Aristotile e della sua opinione
    intorno all'inalterabilit del cielo,  dove ei prova che  non  pur  le
    comete,  ma  anco  le  stelle  nuove,  cio  quella del settantadua in
    Cassiopea e quella  del  seicentoquattro  nel  Sagittario,  non  erano
    altrimenti  sopra  le  sfere  de i pianeti,  ma assolutamente sotto il
    concavo della Luna nella sfera elementare;  e ci dimostra egli contro
    a Ticone,  Keplero e molti altri osservatori astronomi,  e gli abbatte
    con le loro armi medesime, cio per via delle parallassi. Io,  se vi 
    in  piacere,  produrr le ragioni dell'uno e dell'altro,  perch le ho
    lette pi d'una volta con attenzione;  e voi potrete esaminar  la  lor
    forza e dirne il vostro parere.

    Salviati: Essendoch il nostro principal fine  di produrre e ponderar
    tutto  quello  che    stato  addotto  in pro e contro a i due sistemi
    Tolemaico e Copernicano,  non  bene passar cosa alcuna delle  scritte
    in cotal materia.

    Simplicio: Comincer dunque dall'instanze contenute nel libretto delle
    conclusioni,  e poi verr all'altre.  Primieramente,  dunque, l'autore
    con grand'acutezza va calcolando quante miglia per  ora  fa  un  punto
    della  superficie  terrestre  posto  sotto l'equinoziale,  e quante si
    fanno da altri punti posti in  altri  paralleli;  e  non  contento  di
    investigar tali movimenti in tempi orarii, gli trova anco in un minuto
    d'ora, n contento del minuto, lo ritrova sino a uno scrupolo secondo;
    ma pi,  e' va insino a mostrar apertissimamente quante miglia farebbe
    in tali tempi una palla d'artiglieria,  posta  nel  concavo  dell'orbe
    lunare,  suppostolo anco tanto grande quanto l'istesso Copernico se lo
    figura,   per  levar  tutti  i  sutterfugii  all'avversario:  e  fatta
    quest'ingegnosissima  ed esquisitissima supputazione,  dimostra che un
    grave cadente di lass  consumerebbe  assai  pi  di  sei  giorni  per
    arrivar sino al centro della Terra, dove naturalmente tendono tutte le
    cose  gravi.  Ora,  quando  dall'assoluta  potenza divina o da qualche
    angelo fusse miracolosamente trasferita lass una grossissima palla di
    artiglieria,  e posta nel nostro punto verticale e di l  lasciata  in
    sua libert,   ben,  per suo e mio parere,  incredibilissima cosa che
    ella nel descendere a basso si andasse sempre mantenendo nella  nostra
    linea  verticale,  continuando  di  girare con la Terra intorno al suo
    centro per tanti giorni,  descrivendo sotto  l'equinoziale  una  linea
    spirale  nel  piano  di esso cerchio massimo,  e sotto altri paralleli
    linee spirali intorno a coni,  e sotto i poli cadendo per una semplice
    linea  retta.  Stabilisce poi e conferma questa grand'improbabilit co
    'l promover, per modo di interrogazioni,  molte difficult impossibili
    a rimuoversi da i seguaci del Copernico; e sono, se ben mi ricorda_

    Salviati:  Piano  un poco: di grazia,  signor Simplicio,  non vogliate
    avvilupparmi con tante novit in un tratto; io ho poca memoria, e per
    mi bisogna andar di passo in passo.  E perch  mi  sovviene  aver  gi
    voluto  calcolare in quanto tempo un simil grave,  cadendo dal concavo
    della Luna arriverebbe nel centro della Terra,  e mi par ricordare che
    il tempo non sarebbe s lungo,  sar bene che voi ci dichiate con qual
    regola quest'autore abbia fatto il suo computo.

    Simplicio: Hallo  fatto,  per  provare  il  suo  intento  a  fortiori,
    vantaggioso assai per la parte avversa, supponendo che la velocit del
    cadente  per  la  linea  verticale  verso  il centro della Terra fusse
    eguale alla velocit del suo moto circolare fatto nel cerchio  massimo
    del  concavo  dell'orbe  lunare,  al cui ragguaglio verrebbe a fare in
    un'ora dodicimila seicento miglia  tedesche,  cosa  che  veramente  ha
    dell'impossibile;  tuttavia,  per  abbondare  in cautela e dar tutti i
    vantaggi alla parte, ei la suppone per vera, e conclude il tempo della
    caduta dovere ad ogni modo esser pi di sei giorni.

    Salviati: E quest' tutto il suo progresso? e con questa dimostrazione
    prova, il tempo di tal cascata dover esser pi di sei giorni?

    Sagredo: Parmi che e' si  sia  portato  troppo  discretamente,  poich
    essendo  in  poter del suo arbitrio dar qual velocit gli piaceva a un
    tal cadente,  ed in conseguenza farlo venire in Terra in sei  mesi  ed
    anco in sei anni,  si  contentato di sei giorni. Ma di grazia, signor
    Salviati,  racconciatemi un poco il gusto co 'l dirmi in qual  maniera
    procedeva  il  vostro  computo,  gi  che  voi dite averlo altra volta
    fatto;  ch ben son sicuro che se 'l  quesito  non  ricercava  qualche
    operazione spiritosa, voi non vi areste applicata la mente.

    Salviati: Non basta,  signor Sagredo,  che la conclusione sia nobile e
    grande, ma il punto sta nel trattarla nobilmente. E chi non sa che nel
    resecar le membra di un animale si possono scoprir meraviglie infinite
    della provida  e  sapientissima  natura?  tuttavia,  per  uno  che  il
    notomista ne tagli, mille ne squarta il beccaio; ed io, nel cercar ora
    di sodisfare alla vostra domanda, non so con quale delli due abiti sia
    per comparire in scena: pur, preso animo dalla comparsa dell'autor del
    signor  Simplicio,  non  rester di recitarvi (se mi sovverr) il modo
    che io tenevo.  Ma prima ch'io metta mano ad altro,  non posso lasciar
    di  dire  che  dubito  grandemente  che  il signor Simplicio non abbia
    fedelmente referito il modo co 'l quale questo suo autore trova che la
    palla d'artiglieria,  nel venir dal concavo della Luna sino al  centro
    della  Terra,  consumerebbe pi di sei giorni;  perch,  s'egli avesse
    supposto che la sua velocit  nello  scendere  fusse  stata  eguale  a
    quella del concavo (come dice il signor Simplicio che e' suppone),  si
    sarebbe  dichiarato  ignudissimo  anco  delle  prime  e  pi  semplici
    cognizioni  di  geometria:  anzi  mi  maraviglio  che l'istesso signor
    Simplicio  nell'ammetter  la  supposizione  ch'egli  dice,  non  vegga
    l'esorbitanza immensa che in quella si contiene.

    Simplicio: Ch'io abbia equivocato nel riferirla,  potrebbe essere;  ma
    che io vi scuopra dentro fallacia, non  sicuramente.

    Salviati: Forse non ho ben appreso quel che avete riferito.  Non  dite
    voi  che  quest'autore  fa  la  velocit  del  moto  della palla nello
    scendere eguale a quella ch'ell'aveva nello andare  in  volta,  stando
    nel  concavo lunare,  e che calando con tal velocit si condurrebbe al
    centro in sei giorni?

    Simplicio: Cos mi par ch'egli scriva.

    Salviati: E non vedete un'esorbitanza  s  grande?  Ma  voi  certo  la
    dissimulate:  ch  non  pu esser che non sappiate che 'l semidiametro
    del cerchio  manco che la sesta parte della circonferenza;  e che  in
    conseguenza il tempo nel quale il mobile passer il semidiametro, sar
    manco  della  sesta  parte del tempo nel quale,  mosso con la medesima
    velocit, passerebbe la circonferenza; e che per la palla,  scendendo
    con la velocit con la quale si muoveva nel concavo, arriver in manco
    di  quattr'ore  al  centro,   posto  che  nel  concavo  compiesse  una
    revoluzione in ore  ventiquattro,  come  bisogna  ch'ei  supponga  per
    mantenersi sempre nella medesima verticale.

    Simplicio:  Intendo  ora  benissimo  l'errore;  ma  non glie lo vorrei
    attribuire immeritamente, ed  forza ch'io abbia errato nel recitar il
    suo argomento: e per fuggir di non gli n'addossar de gli altri, vorrei
    avere il suo libro,  e se ci fusse chi andasse a  pigliarlo,  l'averei
    molto caro.

    Sagredo:  Non  mancher un lacch,  che ander volando;  ed appunto si
    far senza perdimento di tempo,  ch intanto  il  signor  Salviati  ci
    favorir del suo computo.

    Simplicio: Potr andare, che lo trover aperto su 'l mio banco insieme
    con quello dell'altro che pur argomenta contro al Copernico.

    Sagredo: Faremo portar quello ancora,  per pi sicurezza;  ed in tanto
    il signor Salviati far il suo calculo. Ho spedito un servitore.

    Salviati: Avanti di ogni  altra  cosa,  bisogna  considerare  come  il
    movimento  de i gravi descendenti non  uniforme,  ma partendosi dalla
    quiete  vanno  continuamente  accelerandosi;   effetto  conosciuto  ed
    osservato da tutti, fuor che dal prefato autore moderno, il quale, non
    parlando  di  accelerazione,   lo  fa  equabile.   Ma  questa  general
    cognizione  di niun profitto,  quando  non  si  sappia  secondo  qual
    proporzione  sia  fatto questo accrescimento di velocit,  conclusione
    stata sino a i tempi nostri ignota a tutti i filosofi, e primieramente
    ritrovata e dimostrata dall'Accademico,  nostro comun amico: il quale,
    in alcuni suoi scritti non ancor pubblicati, ma in confidenza mostrati
    a  me e ad alcuni altri amici suoi,  dimostra come l'accelerazione del
    moto retto de i gravi si fa secondo i numeri impari ab  unitate,  cio
    che  segnati  quali  e  quanti  si voglino tempi eguali,  se nel primo
    tempo,  partendosi il mobile  dalla  quiete,  aver  passato  un  tale
    spazio,  come,  per esempio,  una canna, nel secondo tempo passer tre
    canne,  nel terzo cinque,  nel quarto sette,  e cos  conseguentemente
    secondo  i  succedenti  numeri caffi,  che in somma  l'istesso che il
    dire che gli spazii passati dal mobile, partendosi dalla quiete, hanno
    tra di loro proporzione duplicata di quella  che  hanno  i  tempi  ne'
    quali tali spazii son misurati,  o vogliam dire che gli spazii passati
    son tra di loro come i quadrati de' tempi.

    Sagredo:  Mirabil  cosa  sento  dire.   E  di  questo   dite   esserne
    dimostrazion matematica?

    Salviati: Matematica purissima, e non solamente di questa, ma di molte
    altre  bellissime  passioni attenenti a i moti naturali e a i proietti
    ancora,  tutte ritrovate e dimostrate dall'amico nostro: ed io  le  ho
    vedute  e  studiate  tutte  con  mio  grandissimo  gusto e meraviglia,
    vedendo suscitata una nuova cognizione intera,  intorno ad un suggetto
    del  quale  si  sono  scritti  centinaia di volumi;  e n pur una sola
    dell'infinite conclusioni  ammirabili  che  vi  son  dentro,    stata
    osservata e intesa da alcuno prima che dal nostro amico.

    Sagredo: Voi mi fate fuggir la voglia d'intender pi oltre de i nostri
    cominciati discorsi,  e solo sentire alcuna delle dimostrazioni che mi
    accennate; per, o ditemele al presente,  o almeno datemi ferma parola
    di  farne  meco  una particolare sessione,  ed anco presente il signor
    Simplicio se avr gusto  di  sentire  le  passioni  ed  accidenti  del
    primario effetto della natura.

    Simplicio: Averollo indubitatamente,  ancorch,  per quanto appartiene
    al filosofo naturale,  io non credo che il descendere a  certe  minute
    particolarit  sia  necessario,  bastando una general cognizione della
    definizion del moto  e  della  distinzione  di  naturale  e  violento,
    equabile e accelerato,  e simili; ch quando questo non fusse bastato,
    io non credo che Aristotile avesse  pretermesso  di  insegnarci  tutto
    quello che fusse mancato.

    Salviati:  Pu  essere.  Ma  non  perdiamo pi tempo in questo,  ch'io
    prometto  spenderci  una  meza  giornata  appartatamente  per   vostra
    sodisfazione,  anzi pur ora mi sovviene avervi un'altra volta promesso
    di darvi questa medesima sodisfazione. E tornando al nostro cominciato
    calcolo del tempo nel quale il  grave  cadente  verrebbe  dal  concavo
    della   Luna   sino   al   centro   della  Terra,   per  proceder  non
    arbitrariamente e a caso,  ma con metodo concludentissimo,  cercheremo
    prima di assicurarci,  con l'esperienza pi volte replicata, in quanto
    tempo una palla, verbigrazia,  di ferro venga in Terra dall'altezza di
    cento braccia.

    Sagredo: Pigliando per una palla di un tal determinato peso, e quella
    stessa  sopra  la  quale  noi  vogliamo far il computo del tempo della
    scesa dalla Luna.

    Salviati: Questo non importa niente, perch palle di una, di dieci, di
    cento,  di mille libbre,  tutte misureranno le medesime cento  braccia
    nell'istesso tempo.

    Simplicio:  Oh  questo non cred'io,  n meno lo crede Aristotile,  che
    scrive che le velocit de i gravi descendenti hanno  tra  di  loro  la
    medesima proporzione delle loro gravit.

    Salviati:  Come  voi,  signor  Simplicio,  volete ammetter cotesto per
    vero,  bisogna che voi  crediate  ancora,  che  lasciate  nell'istesso
    momento cader due palle della medesima materia,  una di cento libbre e
    l'altra d'una,  dall'altezza di cento braccia,  la  grande  arrivi  in
    Terra prima che la minore sia scesa un sol braccio: ora accomodate, se
    voi  potete,  il  vostro  cervello a imaginarsi di veder la gran palla
    giunta in Terra quando la piccola sia ancora a men d'un braccio vicina
    alla sommit della torre.

    Sagredo: Che questa proposizione sia  falsissima,  io  non  ne  ho  un
    dubbio al mondo; ma che anco la vostra sia totalmente vera, non ne son
    ben  capace: tuttavia la credo,  poich voi risolutamente l'affermate;
    il che  son  sicuro  che  non  fareste  quando  non  ne  aveste  certa
    esperienza o ferma dimostrazione.

    Salviati:  Honne l'una e l'altra,  e quando tratteremo la materia de i
    moti  separatamente,  ve  la  comunicher:  intanto,   per  non  avere
    occasione  di  pi  interrompere  il filo,  ponghiamo di voler fare il
    computo sopra una palla  di  ferro  di  cento  libbre,  la  quale  per
    replicate  esperienze  scende  dall'altezza di cento braccia in cinque
    minuti secondi d'ora.  E perch,  come vi ho detto,  gli spazii che si
    misurano dal cadente,  crescono in duplicata proporzione, cio secondo
    i quadrati de' tempi,  essendoch  il  tempo  di  un  minuto  primo  
    duodecuplo  del  tempo  di  cinque secondi,  se noi multiplicheremo le
    cento braccia per il quadrato di 12, cio per 144, averemo 14400,  che
    sar  il  numero  delle  braccia  che il mobile medesimo passer in un
    minuto primo d'ora;  e seguitando la medesima regola,  perch un'ora 
    60  minuti,  multiplicando  14400,  numero delle braccia passate in un
    minuto,  per il quadrato di 60,  cio per  3600,  ne  verr  51840000,
    numero delle braccia da passarsi in un'ora,  che sono miglia 17280.  E
    volendo sapere lo spazio che si passerebbe in 4  ore,  multiplicheremo
    17280 per 16 (che  il quadrato di 4), e ce ne verranno miglia 276480:
    il  qual  numero  assai maggiore della distanza dal concavo lunare al
    centro della Terra,  che  miglia  196000,  facendo  la  distanza  del
    concavo  56  semidiametri  terrestri,  come fa l'autor moderno,  ed il
    semidia metro della Terra 3500 miglia di  braccia  3000  l'uno,  quali
    sono  le  nostre  miglia  italiane.  Adunque,  signor Simplicio quello
    spazio dal concavo della Luna al centro  della  Terra  che  il  vostro
    computista  diceva  non  potersi  passare  se  non in assai pi di sei
    giorni,  vedete come,  facendo il computo sopra l'esperienza e non  su
    per  le  dita,  si  passerebbe  in  assai meno di 4 ore;  e facendo il
    computo esatto, si passa in ore 3, minuti primi 22 e 4 secondi.

    Sagredo: Di grazia,  caro Signor,  non mi defraudate di questo calculo
    esatto, perch bisogna che sia cosa bellissima.

    Salviati: Tale  veramente.  Per avendo (come ho detto) con diligente
    esperienza osservato come un tal mobile passa,  cadendo,  l'altezza di
    100 braccia in 5 secondi d'ora, diremo: Se 100 braccia si passano in 5
    secondi,  braccia  588000000  (che  tante  sono  56 semidiametri della
    Terra) in quanti secondi si passeranno? La regola per quest'operazione
     che si multiplichi il terzo numero per il quadrato del  secondo;  ne
    viene  14700000000,  il quale si deve dividere per il primo,  cio per
    100,  e la radice quadrata del quoziente,  che  12 124 minuti secondi
    d'ora, che sono ore 3, minuti primi 22 e 4 secondi.
    100 5 588000000
    A B C 25
    __________________________
    1 14700000000
    35956
    22
    10
    241 ________________
    60 12124
    2422
    202
    24240 3

    Sagredo:  Ho veduta l'operazione,  ma non intendo niente della ragione
    del cos operare, n mi par tempo adesso di domandarla.

    Salviati: Anzi ve la voglio dire, ancorch non la ricerchiate,  perch
     assai facile.  Segniamo questi tre numeri con le lettere A primo,  B
    secondo, C terzo; A, C sono i numeri de gli spazii,  B  'l numero del
    tempo:  si  cerca  il  quarto  numero,  pur  del  tempo.  E perch noi
    sappiamo, che qual proporzione ha lo spazio A allo spazio C, tale deve
    avere il quadrato del tempo B al quadrato del tempo che si cerca per,
    per la regola aurea,  si multiplicher il numero C per il quadrato del
    numero B,  ed il prodotto si divider per il numero A, ed il quoziente
    sar il quadrato del numero,  che si cerca,  e la sua radice  quadrata
    sar l'istesso numero cercato. Or vedete come  facile da intendersi.

    Sagredo:  Tali sono tutte le cose vere,  doppo che son trovate;  ma il
    punto sta nel saperle trovare. Io resto capacissimo, e vi ringrazio, e
    se altra curiosit vi resta in  questa  materia,  vi  prego  a  dirla,
    perch,  s'io debbo parlar liberamente,  dir, con licenzia del signor
    Simplicio,  che da i  vostri  discorsi  imparo  sempre  qualche  bella
    novit,  ma da quelli de' suoi filosofi non so d'aver sin ora imparato
    cose di gran rilievo.

    Salviati: Pur troppo ci resterebbe da dire in questi movimenti locali;
    ma conforme al convenuto ci riserberemo ad una sessione  appartata,  e
    per  ora  dir  qualche  cosa  attenente all'autor proposto dal signor
    Simplicio: al quale par d'aver dato un gran vantaggio alla  parte  nel
    concederle che quella palla d'artiglieria, nel cader dal concavo della
    Luna,  possa  venir  con velocit eguale alla velocit con la quale si
    sarebbe mossa in giro  restando  lass  e  movendosi  alla  conversion
    diurna.  Ora io gli dico che quella palla, cadendo dal concavo sino al
    centro,  acquister grado di  velocit  assai  pi  che  doppio  della
    velocit del moto diurno del concavo lunare;  e questo mostrer io con
    supposti verissimi,  e non arbitrarii.  Dovete dunque sapere,  come il
    grave  cadendo,  ed  acquistando  sempre  velocit  nuova  secondo  la
    proporzione gi detta,  in qualunque luogo egli si trovi  della  linea
    del suo moto, ha in s tal grado di velocit, che se ei continuasse di
    muoversi con quella uniformemente, senza pi crescerla, in altrettanto
    tempo  quanto   stato quello della sua scesa passerebbe spazio doppio
    del passato nella linea del  precedente  moto  in  gi:  e  cos,  per
    esempio,  se  quella  palla  nel  venir  dal concavo della Luna al suo
    centro ha consumato ore 3,  minuti primi 22  e  4  secondi,  dico  che
    giunta al centro si trova costituita in tal grado di velocit,  che se
    con   quella,   senza   pi   crescerla,   continuasse   di   muoversi
    uniformemente,  passerebbe in altre ore 3, minuti primi 22 e 4 secondi
    il doppio di spazio,  cio quant' tutto 'l diametro intero  dell'orbe
    lunare. E perch dal concavo della Luna al centro so no miglia 196000,
    le quali la palla passa in ore 3, minuti primi 22 e 4 secondi, adunque
    (stante  quello  ch'  detto)  continuando la palla di muoversi con la
    velocit che si trova avere nell'arrivare al  centro,  passerebbe,  in
    altre ore 3 minuti primi 22 e 4 secondi, spazio doppio del detto, cio
    miglia 392000: ma la medesima,  stando nel concavo della Luna,  che ha
    di circuito miglia 1232000,  e movendosi con quello  al  moto  diurno,
    farebbe  nel  medesimo  tempo,  cio  in  ore  3,  minuti primi 22 e 4
    secondi, miglia 172880,  che sono assai manco che la met delle miglia
    392000.  Ecco  dunque come il moto nel concavo non  qual dice l'autor
    moderno,  cio di velocit  impossibile  a  participarsi  dalla  palla
    cadente, etc.

    Sagredo:  Il discorso camminerebbe benissimo e mi quieterebbe,  quando
    mi fusse saldata quella partita del  muoversi  il  mobile  per  doppio
    spazio del passato cadendo,  in altro tempo eguale a quel della scesa,
    quando e' continuasse di muoversi uniformemente co  'l  massimo  grado
    della  velocit  acquistata nel descendere: proposizione anco un'altra
    volta da voi supposta per vera, ma non dimostrata.

    Salviati: Quest' una delle dimostrate dal nostro amico,  e la vedrete
    a suo tempo;  ma in tanto voglio con alcune conietture, non insegnarvi
    cosa nuova, ma rimuovervi da una certa opinione contraria, mostrandovi
    che forse cos possa essere.
    Sospendendosi con un filo lungo e sottile, legato al palco,  una palla
    di piombo,  se noi la allontaneremo dal perpendicolo,  lasciandola poi
    in libert,  non avete  voi  osservato  che  ella  declinando  passer
    spontaneamente di l dal perpendicolo poco meno che altrettanto?

    Sagredo: L'ho osservato benissimo,  e veduto (massime se la palla sar
    grave assai) che ella sormonta tanto poco meno  della  scesa,  che  ho
    talvolta  creduto  che l'arco ascendente sia eguale al descendente,  e
    per dubitato che le sue vibrazioni potessero perpetuarsi;  e  creder
    che  lo  farebbero  se  si  potesse levar l'impedimento dell'aria,  la
    quale, resistendo all'esser aperta,  ritarda qualche poco ed impedisce
    il  moto del pendolo: ma l'impedimento  ben poco;  di che  argomento
    il numero grande delle vibrazioni che si fanno avanti che il mobile si
    fermi del tutto.

    Salviati: Non si perpetuerebbe il moto, signor Sagredo,  quando ben si
    levasse totalmente l'impedimento dell'aria, perch ve n' un altro pi
    recondito assai.

    Sagredo: E qual ? ch altro non me ne sovviene.

    Salviati:  Vi  guster  il  sentirlo,  ma  ve  lo  dir  poi;  intanto
    seguitiamo. Io vi ho proposta l'osservazione di questo pendolo,  acci
    che voi intendiate che l'impeto acquistato nell'arco descendente, dove
    il  moto    naturale,    per  se stesso potente a sospignere di moto
    violento la medesima palla per  altrettanto  spazio  nell'arco  simile
    ascendente;   tale, dico, per se stesso, rimossi tutti gl'impedimenti
    esterni.  Credo anco  che  senza  dubitarne  s'intenda,  che  s  come
    nell'arco descendente si va crescendo la velocit sino al punto infimo
    del perpendicolo,  cos da questo per l'altro arco ascendente si vadia
    diminuendo  sino  all'estremo  punto  altissimo,   e  diminuendo   con
    l'istesse proporzioni con le quali si venne prima agumentando,  s che
    i gradi delle velocit ne i punti egualmente distanti dal punto infimo
    sieno tra di loro eguali.  Di qui parmi  (discorrendo  con  una  certa
    convenienza)  di  poter  credere,  che quando il globo terrestre fusse
    perforato per il centro,  una palla d'artiglieria  scendendo  per  tal
    pozzo  acquisterebbe  sino  al  centro  tal  impeto  di  velocit  che
    trapassato il centro la  spignerebbe  in  su  per  altrettanto  spazio
    quanto fusse stato quello della caduta,  diminuendo sempre la velocit
    oltre al centro con decrementi simili a gl'incrementi acquistati nello
    scendere;  ed il tempo che si  consumerebbe  in  questo  secondo  moto
    ascendente credo che sarebbe eguale al tempo della scesa.  Ora,  se il
    mobile co 'l diminuir successivamente, sino alla totale estinzione, il
    sommo grado della velocit che ebbe nel centro,  conduce il mobile  in
    tanto  tempo  per  tanto  spazio  per  quanto in altrettanto tempo era
    venuto con l'acquisto di velocit dalla total privazione di essa  sino
    a  quel sommo grado;  par ben ragionevole che quando si movesse sempre
    co 'l sommo  grado  di  velocit,  trapassasse  in  altrettanto  tempo
    amendue  quelli  spazii:  perch se noi andremo con la mente dividendo
    quelle velocit in  gradi  crescenti  e  calanti,  come,  verbigrazia,
    questi  numeri,  s  che  i primi sino al 10 sieno i crescenti,  e gli
    altri sino all'1 i calanti,  e quelli,  del tempo della scesa,  e  gli
    altri,  del tempo della salita,  si vede che, congiunti tutti insieme,
    fanno tanto quanto se una delle due parti di loro fusse stata tutta di
    gradi massimi;  e per tutto lo spazio passato con tutti i gradi delle
    velocit  crescenti  e  calanti  (che    tutto  il  diametro  intero)
    dev'esser eguale allo spazio passato dalle  velocit  massime  che  in
    numero sono la met dell'aggregato delle crescenti e delle calanti. Io
    mi  conosco  essermi  assai duramente spiegato,  e Dio voglia ch'io mi
    lasci intendere.

    Sagredo: Credo d'avere inteso benissimo,  ed anco di  poter  in  brevi
    parole mostrar ch'io ho inteso. Voi avete voluto dire, che cominciando
    il  moto dalla quiete ed andando successivamente crescendo la velocit
    con  agumenti  eguali,  quali  sono  quelli  de'  numeri  conseguenti,
    cominciando  dall'unit,  anzi  dal zero,  che rappresenta lo stato di
    quiete, disponendogli cos, e conseguentemente quanti ne piacesse,  s
    che il minimo grado sia il zero e 'l massimo,  verbigrazia,  5,  tutti
    questi gradi di velocit,  con i quali il mobile si  mosso,  fanno la
    somma di 15;  ma quando il mobile si movesse con tanti gradi in numero
    quanti son questi, e che ciascheduno fusse eguale al massimo, che  5,
    l'aggregato di tutte queste velocit sarebbe doppio  dell'altre,  cio
    30: e per movendosi il mobile per altrettanto tempo,  ma con velocit
    equabile e qual  quella del sommo  grado  5,  dover  passare  spazio
    doppio  di  quello che pass nel tempo accelerato,  che cominci dallo
    stato di quiete.
    1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 1 2 3 4 5.

    Salviati:  Voi,   conforme  alla  vostra  velocissima  e  sottilissima
    apprensiva,  avete  spiegato  il tutto assai pi lucidamente di me,  e
    fattomi anco venire  in  mente  di  aggiugnere  alcuna  cosa  di  pi.
    Imperocch,  essendo  nel moto accelerato l'agumento continuo,  non si
    pu compartire i gradi della velocit,  la  quale  sempre  cresce,  in
    numero  alcuno determinato,  perch,  mutandosi di momento in momento,
    son sempre infiniti:  per  meglio  potremo  esemplificare  la  nostra
    intenzione  figurandoci  un  triangolo,  qual  sarebbe  questo  A B C,
    pigliando nel lato A C quante parti eguali ne piacer, A D, D E,  E F,
    F G,  e tirando per i punti D, E, F, G linee rette parallele alla base
    B C;  dove voglio che ci imaginiamo,  le parti segnate nella linea A C
    esser  tempi  eguali,  e le parallele tirate per i punti D,  E,  F,  G
    rappresentarci  i  gradi  delle  velocit   accelerate   e   crescenti
    egualmente  in  tempi eguali,  ed il punto A esser lo stato di quiete,
    dal quale partendosi il mobile  abbia,  verbigrazia,  nel  tempo  A  D
    acquistato il grado di velocit D H, nel seguente tempo aver cresciuta
    la  velocit sopra il grado D H sino al grado E I,  e conseguentemente
    fattala maggiore ne i tempi succedenti,  secondo i  crescimenti  delle
    linee F K,  G L, etc. Ma perch l'accelerazione si fa continuamente di
    momento in momento,  e non intercisamente di parte quanta di tempo  in
    parte  quanta,  essendo  posto  il  termine  A  come momento minimo di
    velocit,  cio come stato di quiete e come primo instante  del  tempo
    susseguente  A  D,    manifesto  che  avanti  l'acquisto del grado di
    velocit D H,  fatto nel tempo A D,  si  passato per  altri  infiniti
    gradi  minori  e minori,  guadagnati ne gli infiniti instanti che sono
    nel tempo D A,  corrispondenti a gli infiniti  punti  che  sono  nella
    linea  D  A: per per rappresentare la infinit de i gradi di velocit
    che precedono al grado D H,  bisogna intendere infinite  linee  sempre
    minori  e  minori,  che si intendano tirate da gl'infiniti punti della
    linea D  A,  parallele  alla  D  H,  la  qual  infinit  di  linee  ci
    rappresenta  in  ultimo  la  superficie  del  triangolo A H D;  e cos
    intenderemo,  qualsivoglia spazio passato dal  mobile  con  moto  che,
    cominciando  dalla  quiete,  si vadia uniformemente accelerando,  aver
    consumato ed essersi servito di infiniti gradi di velocit  crescenti,
    conforme  all'infinite  linee,   che,  cominciando  dal  punto  A,  si
    intendono tirate parallele alla linea H D ed alle I E, K F, L G,  B C,
    continuandosi il moto quanto ne piace.
    Ora  finiamo l'intero parallelogrammo A M B C,  e prolunghiamo sino al
    suo lato B M non solo  le  parallele  segnate  nel  triangolo,  ma  la
    infinit di quelle che si intendono prodotte da tutti i punti del lato
    A  C.  E  s  come  la  B  C era massima delle infinite del triangolo,
    rappresentanteci il massimo grado di velocit  acquistato  dal  mobile
    nel  moto  accelerato,  e tutta la superficie di esso triangolo era la
    massa e la somma di tutta la velocit con la quale nel tempo A C pass
    un tale spazio,  cos il parallelogrammo viene ad esser una  massa  ed
    aggregato  di altrettanti gradi di velocit,  ma ciascheduno eguale al
    massimo B C,  la qual massa di velocit viene  a  esser  doppia  della
    massa   delle   velocit   crescenti  del  triangolo,   s  come  esso
    parallelogrammo  doppio del triangolo;  e  per,  se  il  mobile  che
    cadendo  si   servito de i gradi di velocit accelerata,  conforme al
    triangolo A B C,  ha passato in tanto tempo  un  tale  spazio,    ben
    ragionevole  e  probabile  che  servendosi delle velocit uniformi,  e
    rispondenti al parallelogrammo,  passi con moto equabile nel  medesimo
    tempo spazio doppio al passato dal moto accelerato.

    Sagredo:  Resto  interamente  appagato.  E  se  voi chiamate questo un
    discorso probabile, quali saranno le dimostrazioni necessarie? Volesse
    Dio che in tutta la comune filosofia se ne trovasse pur una  delle  s
    concludenti!

    Simplicio:  Non  bisogna  nella  scienza naturale ricercar l'esquisita
    evidenza matematica.

    Sagredo: Ma questa del moto non  quistion naturale?  e pur non  trovo
    che  di  esso  Aristotile mi dimostri pur un minimo accidente.  Ma non
    divertiamo pi il nostro ragionamento,  e voi,  signor  Salviati,  non
    mancate  in grazia di dirmi quello che mi accennaste esser cagione del
    fermare il pendolo, oltre alla resistenza del mezo all'esser aperto.

    Salviati: Ditemi: di due pendenti da distanze diseguali,  quello che 
    attaccato a pi lunga corda non fa le sue vibrazioni pi rare?

    Sagredo: S, quando si movessero per eguali distanze dal perpendicolo.

    Salviati:  Cotesto allontanarsi pi o meno non importa niente,  perch
    il medesimo pendolo  fa  le  sue  reciprocazioni  sempre  sotto  tempi
    eguali,  sieno  quelle  lunghissime  o  brevissime;  cio rimuovasi il
    pendolo assaissimo o pochissimo dal perpendicolo;  e se pur  non  sono
    del  tutto  eguali,   son  elleno  insensibilmente  differenti,   come
    l'esperienza  vi  pu  mostrare;   ma  quando  ben  le  fussero  molto
    diseguali,   non  disfavorirebbe,  ma  favorirebbe  la  causa  nostra.
    Imperocch segniamo il perpendicolo A B,  e penda dal  punto  A  nella
    corda A C un peso C,  ed un altro pur nella medesima pi alto, che sia
    E;  e discostata la corda A C dal  perpendicolo,  e  lasciata  poi  in
    libert,  i pesi C,  E si moveranno per gli archi C B D,  E G F: ed il
    peso E,  come pendente da minor distanza,  ed anco  come  (per  vostro
    detto)  allontanato  meno  vuol ritornare indietro pi presto e far le
    sue vibrazioni pi frequenti che il peso C,  e per  gli  impedir  il
    trascorrere  tant'oltre  verso  il  termine  D quanto farebbe se fusse
    libero;  e cos,  recandogli in ogni vibrazione continuo  impedimento,
    finalmente lo ridurr alla quiete.  Ora,  la corda medesima (levando i
    pesi di mezo)  un composto di molti pendoli gravi,  cio  ciascheduna
    delle sue parti  un tal pendolo,  attaccato pi e pi vicino al punto
    A e per disposto a far le sue vibrazioni sempre pi e pi  frequenti;
    ed  in conseguenza  abile ad arrecare un continuo impedimento al peso
    C.  Segno di questo ne ,  che se noi osserveremo la  corda  A  C,  la
    vedremo  distesa  non  rettamente,  ma in arco;  e se noi in cambio di
    corda piglieremo una catena, vedremo tale effetto assai pi manifesto,
    e massime con l'allontanar assai il grave  C  dal  perpendicolo  A  B:
    imperocch,  per esser la catena composta di molte particelle snodate,
    e ciascheduna assai grave,  gli archi  A  E  C,  A  F  D  si  vedranno
    notabilmente incurvati.  Per questo dunque, che le parti della catena,
    secondo che son pi vicine al punto A,  voglion far le lor  vibrazioni
    pi  frequenti,  non lasciano scorrer le pi basse quanto naturalmente
    farebbero;  e con il continuo detrar  dalle  vibrazioni  del  peso  C,
    finalmente  lo fermano,  quando ben l'impedimento dell'aria si potesse
    tor via.

    Sagredo: Appunto sono arrivati i libri. Pigliate, signor Simplicio,  e
    trovate il luogo del quale si dubita.

    Simplicio:  Eccolo  qui,  dove egli incomincia ad argumentar contro al
    moto diurno della Terra,  avendo egli prima confutato  l'annuo:  Motus
    Terrae   annuus   asserere  Copernicanos  cogit  conversionem  eiusdem
    quotidianam; alias idem Terrae hemispherium continenter ad Solem esset
    conversum,  obumbrato semper averso();  e cos la met della Terra non
    vedrebbe mai il Sole.

    Salviati: Parmi,  per questo primo ingresso, che quest'uomo non si sia
    ben  figurata  la  posizion  del  Copernico;   perch  s'egli   avesse
    avvertito,  come  e'  fa star l'asse del globo terrestre perpetuamente
    parallelo a se stesso,  non arebbe detto che la met della  Terra  non
    vedrebbe  mai  il  Sole,  ma  che  l'anno  sarebbe stato un sol giorno
    naturale,  cio che per tutte le parti della Terra si sarebbe auto sei
    mesi  di  giorno e sei mesi di notte,  come ora accade a gli abitatori
    sotto 'l polo. Ma questo siagli perdonato, e venghiamo al resto.

    Simplicio: Segue: Hanc autem gyrationem Terrae impossibilem esse,  sic
    demonstramus.()  Questo  appresso    la  dichiarazione della seguente
    figura,  dove si veggono dipinti molti gravi descendenti,  e  leggieri
    ascendenti, e uccelli che si trattengono per aria, etc.

    Sagredo: Mostrate,  di grazia.  Oh che belle figure,  che uccelli, che
    palle, e che altre belle cose son queste?

    Simplicio: Queste son palle che vengono dal concavo della Luna.

    Sagredo: E questa che ?

    Simplicio: E' una chiocciola,  che qua a Venezia chiaman buovoli,  che
    ancor essa vien dal concavo della Luna.

    Sagredo:  S,  s:  quest'  che la Luna ha cos grand'efficacia sopra
    questi pesci ostreacei, che noi chiamiamo pesci armai.

    Simplicio: Quest' poi quel calcolo ch'io dicevo, di questo viaggio in
    un giorno naturale,  in un'ora,  in un minuto primo ed in un  secondo,
    che  farebbe  un punto della Terra posto sotto l'equinoziale,  ed anco
    nel parallelo di 48 gradi. E poi segue questo, dov'io dubito non avere
    errato nel referirlo; per leggiamolo: His positis, necesse est, Terra
    circulariter mota,  omnia ex aere  eidem  etc.  Quod  si  hasce  pilas
    aequales  ponemus  pondere,  magnitudine,  gravitate,  et  in  concavo
    spherae lunaris positas libero descensui permittamus, si motum deorsum
    aequemus celeritate motui circum (quod tamen secus  est,  cum  pila  A
    etc.), elabentur minimum (ut multum cedamus adversariis) dies sex: quo
    tempore sexies circa Terram etc.()

    Salviati:  Voi  purtroppo  avevi  fedelmente  referita  l'instanza  di
    quest'uomo.  Di qui potete comprender,  signor Simplicio,  con  quanta
    cautela  dovrebber  andar  quelli  che  vorrebber dar a credere altrui
    quelle cose che forse  non  credono  essi  medesimi:  perch  mi  pare
    impossibil  cosa che quest'autore non si avesse ad accorgere ch' e' si
    figurava un cerchio il cui diametro, che appresso i matematici  manco
    che la terza parte della circonferenza, fusse pi di 12 volte maggiore
    della medesima;  errore che pone esser assai pi  di  36  quello  ch'
    manco d'uno.

    Sagredo:  Forse  che  queste proporzioni matematiche,  che son vere in
    astratto,  applicate poi in concreto a cerchi fisici ed elementari non
    rispondon  cos per appunto: se ben mi pare che i bottai,  per trovare
    il semidiametro del fondo da farsi per  la  botte,  si  servono  della
    regola in astratto de' matematici, ancorch tali fondi sien cose assai
    materiali  e  concrete.  Per  dica  il  signor  Simplicio la scusa di
    quest'autore,  e se gli pare che la fisica possa differir tanto  dalla
    matematica.

    Simplicio:  La  ritirata  non  mi par suffiziente,  perch lo svario 
    troppo grande: e in questo caso non saprei che dire altro,  se non che
    quandoque  bonus etc.  Ma posto che il calcolo del signor Salviati sia
    pi giusto,  e che il tempo della scesa della palla non fusse  pi  di
    tre  ore,  parmi  ad  ogni  modo  che  venendo dal concavo della Luna,
    distante per s grand'intervallo, mirabil cosa sarebbe che ella avesse
    instinto da natura di mantenersi sempre sopra 'l medesimo punto  della
    Terra  al  quale  nella  sua partita ella soprastava,  e non pi tosto
    restar in dietro per lunghissimo intervallo.

    Salviati: L'effetto pu esser mirabile, e non mirabile,  ma naturale e
    ordinario,  secondo  che  sono le cose precedenti.  Imperocch,  se la
    palla (conforme a' supposti che fa l'autore) mentre si tratteneva  nel
    concavo  della  Luna  aveva  il  moto  circolare delle ventiquattr'ore
    insieme con la Terra e co  'l  resto  del  contenuto  dentro  ad  esso
    concavo, quella medesima virt che la faceva andare in volta avanti lo
    scendere,  continuer  di  farla  andar anco nello scendere;  e tantum
    abest che ella non sia per secondare il moto  della  Terra,  ma  debba
    restare  indietro,  che  pi  tosto  dovrebbe  prevenirlo,  essendoch
    nell'avvicinarsi alla  Terra  il  moto  in  giro  ha  da  esser  fatto
    continuamente  per  cerchi  minori:  talch,  mantenendosi nella palla
    quella  medesima  velocit  che  ell'aveva   nel   concavo,   dovrebbe
    anticipare,  come ho detto,  la vertigine della Terra.  Ma se la palla
    nel concavo  mancava  della  circolazione,  non    in  obbligo  nello
    scendere di mantenersi perpendicolarmente sopra quel punto della Terra
    che  gli  era sottoposto quando la scesa cominci;  n il Copernico n
    alcuno de' suoi aderenti lo dir.

    Simplicio: Ma l'autore far instanza,  come voi vedete,  domandando da
    qual principio dependa questo moto circolare de' gravi e de' leggieri,
    cio se da principio interno o esterno.

    Salviati:  Stando  nel  problema  di  che  si  tratta,  dico  che quel
    principio che faceva andar la palla in volta mentre  era  nel  concavo
    lunare,    il  medesimo  che  gli mantiene la circolazione anco nello
    scendere: lascer poi che l'autore lo faccia interno o esterno a  modo
    suo.

    Simplicio: L'autore prover che non pu esser n interno n esterno.

    Salviati: Ed io risponder che la palla nel concavo non si muoveva,  e
    sar  libero  dal  dover  dichiarare  come  discendendo  resti  sempre
    verticale al medesimo punto, attesoch ella non vi rester.

    Simplicio:  Bene;  ma  come  i  gravi  e  i  leggieri non possono aver
    principio n interno n esterno di muoversi circolarmente,  n anco il
    globo terrestre si muover di moto circolare; e cos avremo l'intento.

    Salviati:  Io non ho detto che la Terra non abbia principio n esterno
    n interno al moto circolare,  ma dico che non so qual de' dua ella si
    abbia;  ed  il  mio  non lo sapere non ha forza di levarglielo.  Ma se
    questo autore sa da che principio sieno  mossi  in  giro  altri  corpi
    mondani,  che sicuramente si muovono, dico che quello che fa muover la
    Terra  una cosa simile a quella per la quale si muove Marte, Giove, e
    che e' crede che si muova  anco  la  sfera  stellata;  e  se  egli  mi
    assicurer chi sia il movente di uno di questi mobili, io mi obbligo a
    sapergli dire chi fa muover la Terra.  Ma pi, io voglio far l'istesso
    s'ei mi sa insegnare chi muova le parti della Terra in gi.

    Simplicio: La causa di quest'effetto  notissima,  e ciaschedun sa che
     la gravit.

    Salviati: Voi errate, signor Simplicio; voi dovevi dire che ciaschedun
    sa  ch'ella  si  chiama  gravit.  Ma  io non vi domando del nome,  ma
    dell'essenza della cosa: della quale essenza voi non sapete punto  pi
    di quello che voi sappiate dell'essenza del movente le stelle in giro,
    eccettuatone  il nome,  che a questa  stato posto e fatto familiare e
    domestico per la frequente esperienza che mille  volte  il  giorno  ne
    veggiamo;  ma non  che realmente noi intendiamo pi,  che principio o
    che virt sia quella che muove la pietra  in  gi,  di  quel  che  noi
    sappiamo chi la muova in su,  separata dal proiciente,  o chi muova la
    Luna in giro, eccettoch (come ho detto) il nome,  che pi singulare e
    proprio gli abbiamo assegnato di gravit. dovech a quello con termine
    pi generico assegnamo virt impressa,  a quello diamo intelligenza, o
    assistente,  o informante,  ed a infiniti altri moti  diamo  loro  per
    cagione la natura.

    Simplicio:  Parmi che quest'autore domandi assai manco di quello a che
    voi  negate  la  risposta;   poich  e'  non  vi   chiede   qual   sia
    particolarmente  e  nominatamente  il  principio che muove i gravi e i
    leggieri in giro, ma,  qualunque e' si sia,  cerca solamente se voi lo
    stimate intrinseco o estrinseco: che se bene,  verbigrazia,  io non so
    che cosa sia la gravit,  per la quale  la  Terra  descende,  so  per
    ch'ell'  principio  interno,  poich,  non  impedito,  spontaneamente
    muove;  ed all'incontro so che il principio che  la  muove  in  su,  
    esterno,  ancorch  io non sappia che cosa sia la virt impressale dal
    proiciente.

    Salviati: In quante quistioni bisognerebbe divertire, se noi volessimo
    decidere tutte le  difficult  che  si  vengono  attaccando  l'una  in
    conseguenza  dell'altra!  Voi  chiamate principio esterno,  ed anco lo
    chiamerete preternaturale e violento,  quello che  muove  il  proietto
    grave all'ins; ma forse non  egli meno interno e naturale che quello
    che  lo  muove  in gi: pu chiamarsi per avventura esterno e violento
    mentre il mobile  congiunto co 'l proiciente;  ma separato,  che cosa
    esterna  rimane  per  motore della freccia o della palla?  Bisogna pur
    necessariamente dire che quella virt che la conduce in alto,  sia non
    meno  interna  che  quella  che  la  muove  in gi;  ed io ho cos per
    naturale il moto in su de i gravi per l'impeto concepito, come il moto
    in gi dependente dalla gravit.

    Simplicio: Questo non ammetter io mai;  perch questo ha il principio
    interno naturale e perpetuo, e quello, esterno violento e finito.

    Salviati:  Se voi vi ritirate dal concedermi che i principii de i moti
    de i gravi in gi ed in su sieno egualmente interni  e  naturali,  che
    fareste  s'io  vi  dicessi che e' potessero anco essere il medesimo in
    numero?

    Simplicio: Lo lascio giudicare a voi.

    Salviati: Anzi voglio io voi stesso per giudice.  Per ditemi: credete
    voi  che nel medesimo corpo naturale possano riseder principii interni
    che siano tra di loro contrarii?

    Simplicio: Credo assolutamente di no.

    Salviati: Della terra, del piombo, dell'oro, ed in somma delle materie
    gravissime,  quale stimate voi che  sia  la  lor  naturale  intrinseca
    inclinazione,  cio  a  qual  moto  credete  voi  che 'l lor principio
    interno le tiri?

    Simplicio: Al moto verso il centro delle cose gravi,  cio  al  centro
    dell'universo e della Terra, dove, non impedite, si condurrebbero.

    Salviati:  Talch,  quando  il  globo  terrestre fusse perforato da un
    pozzo che passasse per il centro  di  esso,  una  palla  d'artiglieria
    lasciata cader per esso, mossa da principio naturale ed intrinseco, si
    condurrebbe al centro; e tutto questo moto farebbe ella spontaneamente
    e per principio intrinseco: non sta cos?

    Simplicio: Cos tengo io per fermo.

    Salviati: Ma giunta al centro, credete voi ch'ella passasse pi oltre,
    o pur che quivi cesserebbe immediatamente dal moto?

    Simplicio:  Credo  che  ella continuerebbe di muoversi per lunghissimo
    spazio.

    Salviati: Ma questo moto oltre al centro non sarebb'egli  all'ins  e,
    per vostro detto, preternaturale e violento? e da qual altro principio
    lo farete voi dependere,  salvoch da quell'istesso che ha condotta la
    palla al centro,  e che voi  avete  chiamato  intrinseco  e  naturale?
    trovate  voi un proiciente esterno,  che gli sopraggiunga di nuovo per
    cacciarla in su. E questo che si dice del moto per il centro,  si vede
    anco  quass  da  noi: imperocch l'impeto interno di un grave cadente
    per una superficie declive,  se la medesima,  piegandosi da basso,  si
    refletter in su,  lo porter,  senza punto interrompere il moto, anco
    all'ins.  Una palla di piombo pendente  da  uno  spago,  rimossa  dal
    perpendicolo,    descende    spontaneamente,    tirata    dall'interna
    inclinazione,  e senza interpor quiete trapassa  il  punto  infimo,  e
    senz'altro  sopravvegnente  motore  si muove in su.  Io so che voi non
    negherete che tanto  naturale ed interno de i gravi il principio  che
    gli  muove  in  gi,  quanto de i leggieri quello che gli muove in su:
    onde io vi metto in  considerazione  una  palla  di  legno,  la  quale
    scendendo  per  aria da grande altezza,  e per movendosi da principio
    interno, giunta sopra una profondit d'acqua, continua la sua scesa, e
    senz'altro motore esterno per lungo tratto si sommerge; e pure il moto
    in gi per l'acqua gli  preternaturale,  e con tutto ci  depende  da
    principio  che    interno,  e non esterno della palla.  Eccovi dunque
    dimostrato come un mobile pu esser mosso,  da  uno  stesso  principio
    interno, di movimenti contrarii.

    Simplicio:  Io  credo  che  a tutte queste instanze ci sieno risposte,
    bench per ora non  mi  sovvengano.  Ma  comunque  ci  sia,  continua
    l'autor di domandar da qual principio dependa questo moto circolare de
    i  gravi  e de i leggieri,  cio se da principio interno o esterno,  e
    seguendo dimostra che non pu esser n l'uno n l'altro,  dicendo:  Si
    ab  externo,  Deusne  illum  excitat per continuum miraculum?  an vero
    angelus? an aer? Et hunc quidem multi assignant. Sed contra_ ()

    Salviati: Non vi affaticate in legger l'instanze,  perch'io non son di
    quelli che attribuisca tal principio all'aria ambiente.  Quanto poi al
    miracolo o all'angelo,  pi tosto inclinerei in quella  parte;  perch
    quello che comincia da divino miracolo o da operazione angelica,  qual
     la trasportazione d'una palla d'artiglieria nel concavo della  Luna,
    non  ha  dell'improbabile  che  in virt del medesimo principio faccia
    anco il resto.  Ma quanto all'aria,  a me basta che ella non impedisca
    il  moto circolare de i mobili che per essa si dice che si muovono;  e
    per ci fare, basta (n pi si ricerca) che essa si muova dell'istesso
    moto,  e che con la medesima velocit finisca le sue circolazioni  che
    il globo terrestre.

    Simplicio: Ed egli insurger parimente contro a questo, domandando chi
    conduce intorno l'aria,  la natura o la violenza? e confuta la natura,
    con dire che ci  contro  alla  verit,  all'esperienza,  all'istesso
    Copernico.

    Salviati:  Contro  al Copernico non  altrimenti,  il quale non scrive
    tal cosa,  e quest'autor glie  l'attribuisce  con  troppo  eccesso  di
    cortesia:  anzi  egli  dice,  e per mio parer dice bene,  che la parte
    dell'aria vicina alla Terra, essendo pi presto evaporazion terrestre,
    pu aver la medesima natura,  e naturalmente seguire il  suo  moto,  o
    vero,  per  essergli  contigua,  seguirla  in  quella  maniera  che  i
    Peripatetici dicono che la parte  superiore  e  l'elemento  del  fuoco
    seguono  il  moto  del  concavo  della  Luna;  s  che  a loro tocca a
    dichiarare se cotal moto sia naturale o violento.

    Simplicio: Replicher l'autore,  che se 'l Copernico  fa  muovere  una
    parte  dell'aria  inferiore  solamente,  mancando  di  cotal  moto  la
    superiore,  non potr render ragione,  come quell'aria quieta sia  per
    poter  condur  seco  i medesimi gravi e fargli secondare il moto della
    Terra.

    Salviati: Il Copernico dir che questa propension naturale de i  corpi
    elementari  di  seguire il moto terrestre ha una limitata sfera,  fuor
    della quale cesserebbe tal naturale inclinazione;  oltrech,  come  ho
    detto,  non   l'aria quella che porta seco i mobili,  i quali,  sendo
    separati dalla Terra,  seguano il suo moto;  s che cascano  tutte  le
    instanze  che  questo  autor  produce  per  provar  che l'aria pu non
    cagionar cotali effetti.

    Simplicio: Come dunque ci non sia,  bisogner dire che  tali  effetti
    dependano da principio interno;  contro alla qual posizione oboriuntur
    dificillim,  immo inextricabiles,  qustiones secund,() che sono  le
    seguenti: Principium illud interrum vel est accidens,  vel substantia:
    si primum,  quale nam illud?  nam qualitas loco motiva circum hactenus
    nulla videtur esse agnita. ()

    Salviati:  Come non si ha notizia di alcuna?  non ci sono queste,  che
    muovon intorno tutte queste elementari materie,  insieme con la Terra?
    Vedete come quest'autore suppon per vero quello ch' in quistione.

    Simplicio:  Ei dice che ci non si vede,  e parmi che abbia ragione in
    questo.

    Salviati: Non si vede da noi,  perch andiamo  in  volta  insieme  con
    loro.

    Simplicio: Sentite l'altra instanza: Qu etiam si esset, quomodo tamen
    inveniretur in rebus tam contrariis? in igne ut in aqua? in aere ut in
    terra? in viventibus ut in anima carentibus?()

    Salviati:  Posto  per  ora  che l'acqua e il fuoco sien contrarii come
    anche l'aria e la terra (che pur ci sarebbe da dire assai), il pi che
    da questo ne possa seguire,  sar che ad essi non possono esser comuni
    i moti che tra loro sien contrarii s che, verbigrazia, il moto in su,
    che naturalmente compete al fuoco,  non possa competere all'acqua,  ma
    che, s come essa  per natura contraria al fuoco, cos a lei convenga
    quel moto che  contrario al moto del fuoco, che sar il moto deorsum:
    ma il moto circolare,  che non  contrario n al sursum n al deorsum,
    anzi  che  si  pu mescolare con amendue,  come il medesimo Aristotile
    afferma,  perch non potr egualmente competere  a  i  gravi  ed  a  i
    leggieri?  I  moti  poi che non posson esser comuni a i viventi ed a i
    non viventi son quelli che dependon dall'anima;  ma quelli che son del
    corpo,  in  quanto  egli  elementare,  ed in conseguenza participante
    delle qualit degli elementi,  perch non hanno  ad  esser  comuni  al
    cadavero ed al vivente?  E per,  quando il moto circolare sia proprio
    degli elementi, dovr esser comune de i misti ancora.

    Sagredo: E' forza che quest'autor creda,  che cadendo una gatta  morta
    da una finestra,  non possa esser che anco viva ci potesse cadere, non
    essendo cosa conveniente che un cadavero partecipi delle  qualit  che
    convengono ad un vivente.

    Salviati: Non conclude,  dunque,  il discorso di quest'autore contro a
    chi dicesse,  il principio del moto  circolare  de  i  gravi  e  de  i
    leggieri  esser  un  accidente  interno.  Non  so  quanto  e'  sia per
    dimostrare che non possa esser una sustanza.

    Simplicio: Insurge contro a questo con  molte  opposizioni,  la  prima
    delle  quali    questa: Si secundum (nempe si dicas,  tale principium
    esse substantiam), illud est aut materia,  aut forma,  aut compositum;
    sed  repugnant  iterum  tot  divers  rerum natur,  quales sunt aves,
    limaces, saxa, sagitt, nives,  fumi,  grandines,  pisces,  etc.,  qu
    tamen  omnia,  specie  et genere differentia,  moverentur a natura sua
    circulariter, ipsa naturis diversissima, etc. ()

    Salviati: Se queste cose nominate sono di nature diverse, e le cose di
    nature diverse non possono aver un moto comune,  bisogner,  quando si
    debba  sodisfare a tutte,  pensar ad altro che a due moti solamente in
    su e in gi;  e se se ne deve trovar uno per le freccie,  uno  per  le
    lumache, un altro per i sassi, uno per i pesci, bisogner pensare anco
    a i lombrichi e a i topazii e all'agarico,  che non son men differenti
    di natura tra di loro che la gragnuola e la neve.

    Simplicio: Par che voi ve ne burliate di questi argomenti.

    Salviati: Anzi no,  signor Simplicio;  ma gi si  risposto di  sopra,
    cio  che  se  un  moto  in  gi  o vero in su pu convenire alle cose
    nominate,  potr non meno convenir loro un circolare.  E stando  nella
    dottrina  peripatetica,  non  porrete  voi  diversit maggiore tra una
    cometa elementare e una stella celeste, che tra un pesce e un uccello?
    e pur quelle si muovono amendue circolarmente.  Or seguite il  secondo
    argumento.

    Simplicio:  Si  Terra  staret  per  voluntatem Dei,  rotarentne ctera
    annon? si hoc, falsum est a natura gyrari;  si illud,  redeunt priores
    qustiones;  et sane mirum esset,  quod gavia pisciculo, alauda nidulo
    suo et corvus limaci petrque, etiam volens, imminere non posset.()

    Salviati: Io per me darei una risposta generale: che, dato per volont
    di Dio che la Terra cessasse dalla vertigine  diurna,  quegli  uccelli
    farebber tutto quello che alla medesima volont di Dio piacesse. Ma se
    pur cotesto autore desiderasse una pi particolar risposta,  gli direi
    che e' farebber tutto l'opposito di quello che  e'  facessero  quando,
    mentre eglino separati dalla Terra si trattenesser per aria,  il globo
    terrestre per volont divina si mettesse inaspettatamente in  un  moto
    precipitosissimo:  tocca  ora  a quest'autore ad assicurarci di quello
    che in tal caso accaderebbe.

    Sagredo: Di grazia,  signor Salviati,  concedete  a  mia  richiesta  a
    quest'autore, che fermandosi la Terra per volont di Dio, l'altre cose
    da quella separate continuasser d'andar in volta del natural movimento
    loro,  e  sentiamo  quali impossibili o inconvenienti ne seguirebbero:
    perch io per me non so veder disordini maggiori di questi che produce
    l'autor medesimo, cio che l'allodole,  ancorch le volessero,  non si
    potrebber  trattener sopra i nidi loro,  n i corbi sopra le lumache o
    sopra i sassi; dal che ne seguirebbe che a i corbi converrebbe patirsi
    la voglia delle lumache,  e gli allodolini si morrebber di fame  e  di
    freddo,  non  potendo  esser  n  imbeccati n covati dalle lor madri:
    questa  tutta la rovina ch'io so ritrar  che  seguirebbe,  stante  il
    detto  dell'autore.   Vedete  voi,   signor  Simplicio,   se  maggiori
    inconvenienti seguir ne dovessero.

    Simplicio: Io non ne so scorger di maggiori,  ma  ben  credibile  che
    l'autore  ci scorga,  oltre a questi,  altri disordini in natura,  che
    forse per suoi degni rispetti non ha volsuti produrre.  Seguir dunque
    la  terza  instanza:  Insuper,  qu  fit  utist  res tam vari tantum
    moveantur ab  occasu  in  ortum  parallel  ad  quatorem?  ut  semper
    moveantur, numquam quiescant?. ()

    Salviati: Muovonsi da occidente in oriente, parallele all'equinoziale,
    senza  fermarsi,  in  quella  maniera  appunto  che voi credete che le
    stelle  fisse   si   muovano   da   levante   a   ponente,   parallele
    all'equinoziale, senza fermarsi.

    Simplicio: Quare quo sunt altiores celerius, quo humiliores tardius?()

    Salviati:  Perch in una sfera o in un cerchio che si volga intorno al
    suo centro,  le parti pi remote descrivono cerchi maggiori,  e le pi
    vicine gli descrivono nell'istesso tempo minori.

    Simplicio: Quare qu quinostiali propiores in maiori,  qu remotiores
    in minori, circulo feruntur?()

    Salviati: Per immitar la sfera stellata,  nella quale  le  pi  vicine
    all'equinoziale si muovon in cerchi maggiori che le pi lontane.

    Simplicio:  Quare pila eadem sub quinostiali tota circa centrum Terr
    ambitu maximo,  celeritate incredibili,  sub polo vero  circa  centrum
    proprium gyro nullo, tarditate suprema, volveretur?. ()

    Salviati: Per immitar le stelle del firmamento, che farebbon l'istesso
    se 'l moto diurno fusse loro.

    Simplicio: Quare eadem res, pila verbi gratia plumbea, si semel Terram
    circuivit  descripto  circulo  maximo,  eamdem ubique non circummigret
    secundum  circulum  maximum,  sed  translata  extra  quinostialem  in
    circulis minoribus agetur? ()

    Salviati: Perch cos farebbero,  anzi pure hanno fatto in dottrina di
    Tolomeo,   alcune   stelle   fisse,    che   gi   erano   vicinissime
    all'equinoziale e descrivevan cerchi grandissimi,  ed ora,  che ne son
    lontane, gli descrivon minori.

    Sagredo: Oh s'io potessi tenere a mente tutte queste  belle  cose,  mi
    parrebbe   pur  d'aver  fatto  il  grand'acquisto!   Bisogna,   signor
    Simplicio,  che voi me lo prestiate questo  libretto,  perch  egli  
    forza che perentro vi sia un mare di cose peregrine ed esquisitissime.

    Simplicio: Io ve ne far un presente.

    Sagredo: Oh questo no, io non ve ne priverei mai. Ma son finite ancora
    le interrogazioni?

    Simplicio:  Signor  no;  sentite pure: Si latio circularis gravibus et
    levibus est naturalis,  qualis est ea qu fit secundum lineam  rectam?
    nam  si naturalis,  quomodo et is motus quicircum est,  naturalis est,
    cum specie differat a recto? si violentus, qu fit ut missile ignitum,
    sursum evolans,  scintillosum caput sursum a Terra,  non autem circum,
    volvatur?() etc.

    Salviati:  Gi mille volte si  detto che il moto circolare  naturale
    del tutto e delle parti,  mentre sono in ottima disposizione: il retto
     per ridurr'all'ordine le parti disordinate; se ben meglio  dire che
    mai, n ordinate n disordinate, non si muovon di moto retto, ma di un
    moto  misto che anco potrebb'esser circolare schietto;  ma a noi resta
    visibile e osservabile una parte sola di questo  moto  misto  cio  la
    parte   del   retto,    restandoci   l'altra   parte   del   circolare
    impercettibile, perch noi ancora lo participiamo; e questo risponde a
    i razzi,  li quali si muovono in su e in giro,  ma  noi  non  possiamo
    distinguer  il circolare,  perch di quello ci moviamo noi ancora.  Ma
    quest'autore non credo che abbia mai capita questa mistione, poich si
    vede come egli resolutamente dice che i razzi vanno in su a diritto  e
    non vanno altrimenti in giro.

    Simplicio:  Quare centrum spher delaps sub quatore spiram describit
    in eius plano, sub aliis parallelis spiram describit in cono? sub polo
    descendit in axe,  lineam gyralem decurrens in  superficie  cylindrica
    consignatam? ()

    Salviati:  Perch  delle  linee  tirate  dal centro alla circonferenza
    della sfera,  che son quelle per le quali i gravi  descendono,  quella
    che  termina  nell'equinoziale  disegna  un  cerchio,   e  quelle  che
    terminano in altri paralleli descrivon superficie  coniche,  e  l'asse
    non descrive altro,  ma si resta nell'esser suo. E se io vi debbo dire
    il mio parer liberamente,  dir che non so ritrarre  da  tutte  queste
    interrogazioni  costrutto  nissuno  che  rilievi  contro al moto della
    Terra;  perch s'io domandassi a  quest'autore  (concedutogli  che  la
    Terra   non   si   muova)  quello  che  accaderebbe  di  tutti  questi
    particolari, dato che ella si movesse come vuole il Copernico, son ben
    sicuro che e' direbbe che ne seguirebbon  tutti  questi  effetti,  che
    egli adesso oppone come inconvenienti per rimuover la mobilit; talch
    nella  mente  di  quest'uomo le conseguenze necessarie vengon reputate
    assurdi. Ma, di grazia, se ci  altro, spediamoci da questo tedio.

    Simplicio: In questo che segue,  ci    contro  al  Copernico  e  suoi
    seguaci,  che voglion che il moto delle parti, separate dal suo tutto,
    sia solo per riunirsi al suo tutto,  ma che naturale assolutamente sia
    il  muoversi  circolarmente  alla  vertigine diurna;  contro a i quali
    inst dicendo che,  conforme all'oppinion di costoro,  si tota  Terra,
    una cum aqua,  in nihilum redigeretur,  nulla grando aut pluvia e nube
    decideret,  sed naturaliter tantum circumferretur;  neque ignis  ullus
    aut igneum ascenderet,  cum,  illorum non improbabili sententia, ignis
    nullus sit supra. ()

    Salviati: La providenza di questo filosofo  mirabile e degna di  gran
    lode,  attesoch e' non si contenta di pensare alle cose che potrebbon
    accadere stante il corso della natura,  ma vuol trovarsi provvisto  in
    occasione  che  seguissero  di quelle cose che assolutamente si sa che
    non sono mai per seguire.  Io voglio dunque,  per sentir qualche bella
    sottigliezza,  concedergli  che quando la Terra e l'acqua andassero in
    niente,  n le grandini n la pioggia cadessero  pi,  n  le  materie
    ignee andasser pi in alto,  ma si trattenesser girando: che sar poi?
    e che mi opporr il filosofo?

    Simplicio: L'opposizione  nelle parole  che  seguono  immediatamente;
    eccole qui: Quibus tamen experientia et ratio ad versatur. ()

    Salviati:  Ora  mi  convien  cedere,  poich egli ha s gran vantaggio
    sopra di me, qual  l'esperienza, della quale io manco; perch sin ora
    non mi son mai incontrato  in  vedere  che  'l  globo  terrestre,  con
    l'elemento  dell'acqua,  sia  andato in niente,  s ch'io abbia potuto
    osservare quel che in questo piccol finimondo faceva  la  gragnuola  e
    l'acqua.  Ma  ci  dic'egli  almanco,  per  nostra  scienza,  quel  che
    facevano?

    Simplicio: Non lo dice altrimenti.

    Salviati: Pagherei qualsivoglia cosa a  potermi  abboccar  con  questa
    persona,  per domandargli,  se quando questo globo spar, e' port via
    anco il centro comune della gravit,  s com'io credo;  nel qual caso,
    penso  che  la  grandine e l'acqua restassero come insensate e stolide
    tra le nugole, senza saper che farsi di loro. Potrebbe anco esser che,
    attratte da quel grande spazio vacuo, lasciato mediante la partita del
    globo terrestre, si rarefacesser tutti gli ambienti,  ed in particolar
    l'aria,  che    sommamente  distraibile,  e  concorressero  con somma
    velocit a riempierlo;  e forse i corpi pi solidi e  materiali,  come
    gli uccelli,  che pur di ragione ne dovevano esser molti per aria,  si
    ritirarono pi verso il centro della grande sfera vacua (che  par  ben
    ragionevole  che  alle  sustanze che sotto minor mole contengono assai
    materia, sieno assegnati i luoghi pi angusti, lasciando alle pi rare
    i pi ampli), e quivi, mortisi finalmente di fame e risoluti in terra,
    formassero un nuovo globettino,  con  quella  poca  di  acqua  che  si
    trovava  allora  tra  nugoli.  Potrebbe  anco  essere  che le medesime
    materie,  come quelle che non veggon lume,  non  s'accorgessero  della
    partita della Terra,  e che alla cieca scendessero al solito, pensando
    d'incontrarla, e a poco a poco si conducessero al centro, dove anco di
    presente andrebbero se l'istesso globo non l'impedisse.  E finalmente,
    per dare a questo filosofo una meno irrisoluta risposta,  gli dico che
    so tanto di  quel  che  seguirebbe  dopo  l'annichilazione  del  globo
    terrestre,  quanto egli avrebbe saputo che fusse per seguir di esso ed
    intorno ad esso avanti che fusse creato: e,  perch io son sicuro  che
    direbbe  che  non  si  sarebbe n anco potuto immaginare nissuna delle
    cose seguite,  delle quali la sola esperienza l'ha  fatto  scienziato,
    dovr  non  mi  negar  perdono e scusarmi s'io non so quel che egli sa
    delle cose che seguirebbero  doppo  l'annichilazione  di  esso  globo,
    atteso che io manco di quest'esperienza che egli ha.  Dite ora se ci 
    altra cosa.

    Simplicio: Ci  questa figura,  che rappresenta il globo terrestre con
    una  gran cavit intorno al suo centro,  ripiena d'aria e per mostrare
    che i gravi non si muovono in gi per unirsi co  'l  globo  terrestre,
    come  dice  il  Copernico,  costituisce  questa  pietra nel centro,  e
    domanda,  posta in libert quel che ella farebbe;  ed un'altra ne pone
    nella concavit di questa gran caverna, e fa l'istessa interrogazione,
    dicendo quanto alla prima: Lapis in centro constitutus aut ascendet ad
    Terram in punctum aliquod,  aut non: si secundum, falsum est partes ob
    solam seiunctionem a toto ad illud moveri,  si primum,  omnis ratio et
    experientia   renititur,   neque   gravia  in  su  gravitatis  centro
    conquiescent.  Item,  si suspensus lapis liberatus decidat in centrum,
    separabit se a toto,  contra Copernicum;  si pendeat, refragatur omnis
    experientia, cum videamus integros fornices corruere. ()

    Salviati: Risponder,  bench con mio disavvantaggio grande,  gi  che
    son  alle  mani  con chi ha veduto per esperienza ci che fanno questi
    sassi in questa gran caverna,  cosa che non ho veduta io,  e dir  che
    credo  che  prima  siano  le  cose  gravi  che  il centro comune della
    gravit,  s che  non  un  centro,  che  altro  non    che  un  punto
    indivisibile,  e per di nessuna efficacia,  sia quello che attragga a
    s le materie gravi,  ma che  esse  materie,  cospirando  naturalmente
    all'unione,  si formino un comun centro, che  quello intorno al quale
    consistono parti di eguali momenti: onde stimo,  che trasferendosi  il
    grande  aggregato de i gravi in qualsivoglia luogo,  le particelle che
    dal  tutto  fusser  separate  lo  seguirebbero,   e  non  impedite  lo
    penetrerebbero  sin  dove  trovassero  parti  men  gravi  di loro,  ma
    pervenute  sin  dove  s'incontrassero  in  materie  pi   gravi,   non
    scenderebber pi.  E per stimo che nella caverna ripiena d'aria tutta
    la volta premerebbe,  e  solo  violentemente  si  sostenterebbe  sopra
    quell'aria, quando la durezza non potesse esser superata e rotta dalla
    gravit  ma  sassi  staccati credo che scenderebbero al centro,  e non
    soprannoterebbero all'aria: n per ci si potrebbe  dire  che  non  si
    movessero al suo tutto,  movendosi l dove tutte le parti del tutto si
    moverebbero, quando non fussero impedite.

    Simplicio: Quel che resta  certo errore ch'ei nota in un seguace  del
    Copernico,  il  quale,  facendo che la Terra si muova del moto annuo e
    del diurno in quella guisa che la ruota del carro si  muove  sopra  il
    cerchio  della  Terra  ed  in  se  stessa,  veniva  a  fare o il globo
    terrestre troppo grande o l'orbe magno troppo piccolo;  attesoch  365
    revoluzioni  dell'equinoziale  son  meno  assai  che  la circonferenza
    dell'orbe magno.

    Salviati: Avvertite che voi equivocate,  e dite il contrario di quello
    che  bisogna che sia scritto nel libretto: imperocch bisogna dire che
    quel tale autore veniva a fare il globo  terrestre  troppo  piccolo  o
    l'orbe magno troppo grande, e non il terrestre troppo grande e l'annuo
    troppo piccolo.

    Simplicio:  L'equivoco  non    altrimenti mio: ecco qui le parole del
    libretto: Non videt quod vel circulum annuum quo minorem,  vel  orbem
    terreum iusto multo fabricet maiorem.()

    Salviati:  Se  il  primo autore abbia errato,  io non lo posso sapere,
    poich l'autor del libretto non  lo  nomina;  ma  ben    manifesto  e
    inescusabile l'error del libretto, abbia o non abbia errato quel primo
    seguace  del  Copernico,  poich  quel  del  libretto  trapassa  senza
    accorgersi un error s materiale, e non lo nota e non lo emenda.
    [Qui   attribuito  l'errore  all'autor  del  libretto,  ma  veramente
    l'errore non vi .]
    Ma  questo  siagli perdonato,  come errore pi tosto d'inavertenza che
    d'altro.  Oltre che,  se non ch'io sono omai stracco e  sazio  di  pi
    lungamente  occuparmi  e  consumare il tempo con assai poca utilit in
    queste  molto  leggieri  altercazioni,  potrei  mostrare  come  non  
    impossibile  che un cerchio,  anco non maggior d'una ruota d'un carro,
    co 'l dar non pur 365, ma anco meno di 20 revoluzioni,  pu descrivere
    o  misurare la circonferenza non pur dell'orbe magno,  ma di uno mille
    volte  maggiore:  e  questo  dico  per  mostrare   che   non   mancano
    sottigliezze assai maggiori di questa,  con la quale quest'autore nota
    l'error del Copernico. Ma,  di grazia,  respiriamo un poco,  per venir
    poi a quest'altro filosofo, oppositor del medesimo Copernico.

    Sagredo:  Veramente  ne  ho bisogno io ancora,  bench abbia solamente
    affaticato gli orecchi; e quando io pensassi di non aver a sentir cose
    pi ingegnose in quest'altro autore,  non  so  s'io  mi  risolvessi  a
    andarmene a i freschi in gondola.

    Simplicio:  Credo che sentirete cose di maggior polso,  perch quest'
    filosofo consumatissimo,  e anco  gran  matematico,  ed  ha  confutato
    Ticone in materia delle comete e delle stelle nuove.

    Salviati: E' egli forse l'autor medesimo dell'Antiticone?

    Simplicio:  E'  quello  stesso:  ma la confutazione contro alle stelle
    nuove non  nell'Antiticone, se non in quanto e di mostra che elle non
    erano progiudiziali all'inalterabilit ed ingenerabilit del cielo, s
    come gi vi dissi: ma doppo l'Antiticone,  avendo trovato per  via  di
    parallasse  modo  di  dimostrare che esse ancora son cose elementari e
    contenute dentro al concavo della Luna,  ha scritto quest'altro libro:
    De tribus novis stellis etc.,  ed inseritovi anco gli argomenti contro
    al Copernico.
    Io l'altra volta vi produssi quello ch'egli aveva scritto circa queste
    stelle nuove nell'Antiticone,  dove egli non negava che le fussero nel
    cielo,   ma   dimostrava   che   la   lor   produzione   non  alterava
    l'inalterabilit  del  cielo,  e  ci  facev'egli  con  discorso  puro
    filosofico,  nel modo ch'io vi dissi;  e non mi sovvenne di dirvi come
    di poi aveva trovato modo di rimuoverle dal cielo, perch,  procedendo
    egli  in  questa  confutazione  per  via  di  computi e di parallassi,
    materie poco o niente comprese da me, non l'avevo lette,  e solo avevo
    fatto studio sopra queste instanze contro al moto della Terra, che son
    pure naturali.

    Salviati: Intendo benissimo,  e converr,  doppo che avremo sentite le
    opposizioni al Copernico, che sentiamo, o veggiamo almeno,  la maniera
    con  la  quale  per via di parallasse dimostra essere state elementari
    quelle nuove stelle,  che tanti astronomi  di  gran  nome  costituiron
    tutti  altissime  e tra le stelle del firmamento;  e come quest'autore
    conduce a termine una tanta impresa,  di ritirar  di  cielo  le  nuove
    stelle  sin  dentro  alla  sfera  elementare,  sar  ben degno d'esser
    grandemente esaltato e trasferito esso tra le stelle, o almeno che per
    fama sia tra quelle eternato il suo nome. Per spediamoci quanto prima
    da questa parte, che oppone all'oppinion del Copernico, e cominciate a
    portare le sue instanze.

    Simplicio: Queste non occorrer leggerle ad verbum,  perch sono molto
    prolisse;  ma io, come vedete, nel leggerle attentamente pi volte, ho
    contrassegnato nella margine le parole dove consiste  tutto  il  nervo
    della  dimostrazione,  e  quella  baster leggere.  Il primo argomento
    comincia qui: Et primo,  si  opinio  Copernici  recipiatur,  criterium
    naturalis   philosophi,   ni  prorsus  tollatur,   vehementer  saltem
    labefactari videtur.() Il qual criterio vuole,  secondo l'opinione  di
    tutte  le  sette  de  filosofi,  che  il senso e l'esperienza siano le
    nostre scorte nel filosofare;  ma nella posizion del Copernico i sensi
    vengono  a  ingannarsi  grandemente,  mentre  visibilmente scorgono da
    vicino,  in mezi purissimi,  i corpi gravissimi scender  rettamente  a
    perpendicolo n mai deviar un sol capello dalla linea retta; con tutto
    ci  per il Copernico la vista in cosa tanto chiara s'inganna,  e quel
    moto non  altrimenti retto, ma misto di retto e circolare.

    Salviati: Questo  il primo argomento che Aristotile e Tolomeo e tutti
    i lor seguaci producono: al quale si    abbondantemente  risposto,  e
    mostrato il paralogismo,  ed assai apertamente dichiarato come il moto
    comune a noi ed a gli altri mobili  come se non fusse.  Ma perch  le
    conclusioni  vere  hanno mille favorevoli rincontri che le confermano,
    voglio, in grazia di questo filosofo, aggiunger qualche altra cosa;  e
    voi,  signor  Simplicio,  facendo  la  parte  sua,  rispondetemi  alle
    domande.  E prima,  ditemi: che effetto fa in  voi  quella  pietra  la
    quale,  cadendo  dalla  cima  della  torre,    cagione che voi di tal
    movimento vi accorgiate?  perch se 'l suo cadere nulla di  pi  o  di
    nuovo  operasse  in voi di quello che si operava la sua quiete in cima
    della torre,  voi sicuramente non vi accorgereste della sua scesa,  n
    distinguereste il suo muoversi dal suo star ferma.

    Simplicio: Comprendo il suo discendere in relazione alla torre, perch
    or la veggo a canto a un tal segno di essa torre,  poi ad un basso,  e
    cos successivamente, sin che la scorgo giunta in terra.

    Salviati: Adunque,  se quella pietra fusse caduta da gli artigli d'una
    volante aquila e scendesse per la semplice aria invisibile,  e voi non
    aveste altro oggetto visibile e  stabile  con  chi  far  parallelo  di
    quella, non potreste il suo moto comprendere?

    Simplicio:  Anzi  pur  me n'accorgerei,  poich,  per vederla mentre 
    altissima,  mi converrebbe alzar la testa,  e secondo ch'ella  venisse
    calando,  mi bisognerebbe abbassarla, ed in somma muover continuamente
    o quella o gli occhi, secondando il suo moto.

    Salviati: Ora avete data la vera risposta.  Voi  conoscete  dunque  la
    quiete di quel sasso,  mentre senza muover punto l'occhio ve lo vedete
    sempre avanti, e conoscete ch'ei si muove,  quando,  per non lo perder
    di  vista,  vi  convien  muover  l'organo della vista,  cio l'occhio.
    Adunque,  tuttavoltach senza  muover  mai  l'occhio  voi  vi  vedeste
    continuamente un oggetto nell'istesso aspetto, sempre lo giudichereste
    immobile.

    Simplicio: Credo che cos bisognasse necessariamente.

    Salviati:  Figuratevi  ora  d'esser  in  una  nave,  e  d'aver fissato
    l'occhio alla punta dell'antenna: credete voi che,  perch la nave  si
    muovesse  anco  velocissimamente,  vi  bisognasse  muover l'occhio per
    mantener la vista sempre alla punta dell'antenna e  seguitare  il  suo
    moto?

    Simplicio: Son sicuro che non bisognerebbe far mutazion nessuna, e che
    non  solo  la  vista,  ma  quando  io  v'avessi  drizzato la mira d'un
    archibuso,  mai per qualsivoglia moto della nave non  mi  bisognerebbe
    muoverla un pelo per mantenervela aggiustata.

    Salviati:  E  questo  avviene  perch  il  moto che conferisce la nave
    all'antenna, lo conferisce anche a voi ed al vostro occhio, s che non
    vi convien muoverlo punto per rimirar  la  cima  dell'antenna;  ed  in
    conseguenza ella vi apparisce immobile.
    E  tanto    che  il raggio della vista vadia dall'occhio all'antenna,
    quanto se una corda fusse legata tra  due  termini  della  nave:  ora,
    cento  corde  sono a diversi termini fermate,  e negli stessi posti si
    conservano, muovasi la nave o stia ferma.
    Ora trasferite questo discorso alla vertigine della Terra ed al  sasso
    posto  in  cima  della  torre,  nel quale voi non potete discernere il
    moto,  perch quel movimento che bisogna  per  seguirlo,  l'avete  voi
    comunemente con lui dalla Terra n vi convien muover l'occhio;  quando
    poi gli sopraggiugne il moto all'ingi,  che  suo particolare,  e non
    vostro, e che si mescola co 'l circolare, la parte del circolare che 
    comune della pietra e dell'occhio,  continua d'esser impercettibile, e
    solo si fa sensibile il retto,  perch per seguirla vi convien  muover
    l'occhio  abbassandolo.  Vorrei,  per  tr  d'error  questo  filosofo,
    potergli dire che,  una volta andando in barca,  facesse  d'avervi  un
    vaso  assai profondo pieno d'acqua,  ed avesse accomodato una palla di
    cera o d'altra materia che lentissimamente scendesse al fondo,  s che
    in un minuto d'ora appena calasse un braccio, e facendo andar la barca
    quanto pi velocemente potesse,  talch in un minuto d'ora facesse pi
    di cento braccia,  leggiermente immergesse nell'acqua la detta palla e
    la  lasciasse liberamente scendere,  e con diligenza osservasse il suo
    moto: egli primieramente la vedrebbe andare  a  dirittura  verso  quel
    punto del fondo del vaso dove tenderebbe quando la barca stesse ferma,
    ed  all'occhio  suo  ed  in  relazione  al  vaso  tal moto apparirebbe
    perpendicolarissimo e rettissimo;  e pure non si pu dir che non fusse
    composto  del  retto  in  gi  e  del  circolare  intorno all'elemento
    dell'acqua.  E se queste cose accaggiono in moti non naturali,  ed  in
    materie che noi possiamo farne l'esperienze nel loro stato di quiete e
    poi nel contrario del moto, e pur, quanto all'apparenza, non si scorge
    diversit  alcuna  e  par  che  ingannino  il senso,  che vogliamo noi
    distinguere circa alla Terra,  la quale perpetuamente    stata  nella
    medesima costituzione,  quanto al moto o alla quiete? ed in qual tempo
    vogliamo in essa sperimentare  se  differenza  alcuna  si  scorge  tra
    questi  accidenti  del  moto locale ne suoi diversi stati di moto e di
    quiete, se ella in un solo di questi due eternamente si mantiene?

    Sagredo: Questi discorsi m'hanno racconciato alquanto lo  stomaco,  il
    quale  quei pesci e quelle lumache in parte mi avevano conturbato;  ed
    il primo m'ha fatto sovvenire la correzione d'un errore,  il quale  ha
    tanto  apparenza di vero,  che non so se di mille uno non l'ammettesse
    per indubitato. E questo fu,  che navigando in Soria,  e trovandomi un
    telescopio  assai buono,  statomi donato dal nostro comune amico,  che
    non molti giorni avanti l'aveva investigato,  proposi a quei  marinari
    che  sarebbe stato di gran benefizio nella navigazione l'adoperarlo su
    la gaggia della nave per iscoprir vasselli da lontano e riconoscergli:
    fu approvato il benefizio,  ma opposta la difficult del poterlo usare
    mediante  il  continuo  fluttuar  della nave,  e massime in su la cima
    dell'albero, dove l'agitazione  tanto maggiore,  e che meglio sarebbe
    stato  chi  l'avesse  potuto adoperare al piede,  dove tal movimento 
    minore che in qualsivoglia altro luogo del vassello.  Io  (non  voglio
    ascondere l'error mio) concorsi nel medesimo parere,  e per allora non
    replicai altro,  n saprei dirvi da che mosso,  tornai tra me stesso a
    ruminar   sopra  questo  fatto,   e  finalmente  m'accorsi  della  mia
    semplicit (ma per scusabile) nell'ammetter per  vero  quello  che  
    falsissimo:  dico  falso,  che  l'agitazion  massima della gaggia,  in
    comparazion della piccola del  piede  dell'albero,  debba  render  pi
    difficile l'uso del telescopio nell'incontrar l'oggetto.

    Salviati: Io sarei stato compagno de i marinari ed anche vostro, su 'l
    principio.

    Simplicio: Ed io parimente sarei stato,  e sono ancora; n crederei co
    'l pensarvi cent'anni intenderla altrimenti.

    Sagredo: Potr dunque io questa volta farvi a tutti due (come si dice)
    il maestro addosso: e perch il proceder per interrogazioni mi par che
    dilucidi assai le cose,  oltre al gusto che si ha  dello  scalzare  il
    compagno,  cavandogli  di  bocca  quel  che  non sapeva di sapere,  mi
    servir di tale artifizio E prima io suppongo che  le  navi,  fuste  o
    altri  legni,  che  si cerca di scoprire e riconoscere,  sieno lontani
    assai, cio 4, 6,  10 o 20 miglia,  perch per riconoscer i vicini non
    c' bisogno d'occhiali;  ed in conseguenza il telescopio pu, in tanta
    distanza di 4 o 6 miglia,  comodamente scoprire tutto 'l vassello,  ed
    anco machina assai maggiore. Ora io domando, quali in ispezie e quanti
    in  numero  siano  i  movimenti che si fanno nella gaggia,  dependenti
    dalla fluttuazion della nave.

    Salviati: Figuriamoci che la nave vadia verso levante: prima,  nel mar
    tranquillissimo,  non ci sarebbe altro moto che questo progressivo; ma
    aggiunta l'agitazion  dell'onde,  ce  ne  sar  uno  che,  alzando  ed
    abbassando  vicendevolmente  la  poppa  e  la  prua,  fa che la gaggia
    inclina innanzi e indietro;  altre onde,  facendo andare  il  vassello
    alla  banda,  piegano  l'albero  a  destra e a sinistra;  altre posson
    girare alquanto la nave e farla defletter, diremo con l'artimone,  dal
    dritto  punto  orientale  or  verso  greco  or  verso sirocco;  altre,
    sollevando per di sotto la carina,  potrebber far che la  nave,  senza
    deflettere,  solamente si alzasse ed abbassasse: ed in somma parmi che
    in spezie questi movimenti sien due, uno, cio, che muta per angolo la
    direzion del telescopio,  e l'altro che la muta,  diremo,  per  linea,
    senza  mutar  angolo,  cio mantenendo sempre la canna dello strumento
    parallela a se stessa.

    Sagredo: Ditemi appresso: se noi,  avendo prima drizzato il telescopio
    l a quella torre di Burano,  lontana di qua sei miglia, lo piegassimo
    per angolo a destra o a sinistra,  o vero in su o  in  gi,  solamente
    quanto  un nero d'ugna, che effetto ci farebbe circa l'incontrar essa
    torre?

    Salviati:  Ce la farebbe immediate sparir dalla vista,  perch una tal
    declinazione, bench piccolissima qui,  pu importar l le centinaia e
    le migliaia delle braccia.

    Sagredo:  Ma  se  senza  mutar  l'angolo,  conservando sempre la canna
    parallela a se stessa,  noi la  trasferissimo  10  o  12  braccia  pi
    lontana,  a  destra  o a sinistra,  in alto o a basso,  che effetto ci
    cagionerebbe ella quanto alla torre?

    Salviati: Assolutamente impercettibile; perch, sendo gli spazii qui e
    l contenuti tra raggi paralleli,  le mutazioni fatte qui e l convien
    che  sieno  eguali,  e  perch lo spazio che scuopre l lo strumento 
    capace di molte di quelle torri,  per non la perderemmo altrimenti di
    vista.

    Sagredo: Tornando ora alla nave,  possiamo indubitabilmente affermare,
    che il muovere il telescopio a destra o a sinistra, in su o in gi, ed
    anco innanzi o indietro,  20 o 25 braccia,  mantenendolo  per  sempre
    parallelo  a  se  stesso,  non  pu  sviare il raggio visivo dal punto
    osservato nell'oggetto pi che le medesime 25 braccia;  e perch nella
    lontananza  di  8  o  10  miglia la scoperta dello strumento abbraccia
    spazio molto pi largo che la fusta o altro  legno  veduto,  per  tal
    piccola mutazione non me lo fa perder di vista. L'impedimento dunque e
    la  causa  dello  smarrir  l'oggetto  non  ci  pu venire se non dalla
    mutazion fatta per angolo,  gi che  per  l'agitazion  della  nave  la
    trasportazion del telescopio in alto o a basso, a destra o a sinistra,
    non  pu  importar  gran  numero di braccia.  Ora supponete d'aver due
    telescopii fermati uno all'inferior parte dell'albero  della  nave,  e
    l'altro alla cima non pur dell'albero, ma anco dell'antenna altissima,
    quando  con  essa  si  fa  la  penna,  e  che amendue sien drizzati al
    vassello discosto 10 miglia: ditemi se voi credete che,  per  qual  si
    sia  agitazion della nave e inclinazion dell'albero maggior mutazione,
    quanto all'angolo,  si faccia nella canna altissima che nella  infima.
    Alzando  un'onda  la prua far ben dare indietro la punta dell'antenna
    30 o 40 braccia pi che  il  piede  dell'albero,  e  verr  a  ritirar
    indietro la canna superiore per tanto spazio,  e la inferiore un palmo
    solamente;  ma l'angolo tanto  si  altera  nell'uno  strumento  quanto
    nell'altro:  e  parimente  un'onda  che  venga per banda,  trasporta a
    destra ed a sinistra cento volte pi la canna alta che  la  bassa;  ma
    gli angoli o non si mutano o si alterano egualmente; ma la mutazione a
    destra  o a sinistra,  innanzi o in dietro,  in su o in gi,  non reca
    impedimento sensibile nella veduta de gli oggetti lontani,  ma s bene
    grandissima l'alterazione dell'angolo: adunque bisogna necessariamente
    confessare  che  l'uso  del telescopio nella sommit dell'albero non 
    pi difficile che al piede,  avvenga che  le  mutazioni  angolari  son
    eguali in amendue i luoghi.

    Salviati:  Quanto  bisogna  andar  circospetto  prima  che affermare o
    negare una proposizione!  Io torno a dire,  che nel sentir  pronunziar
    resolutamente  che  per  il  movimento  maggiore  fatto  nella sommit
    dell'albero che nel piede,  ciascuno si persuader che grandemente sia
    pi  difficile  l'uso del telescopio su alto che a basso.  E cos anco
    voglio scusar quei filosofi che si disperano e si gettan via contro  a
    quelli  che  non gli voglion concedere che quella palla d'artiglieria,
    che e veggon  chiaramente  venire  a  basso  per  una  linea  retta  e
    perpendicolare, assolutamente si muova in quel modo, ma voglion che 'l
    moto  suo  sia  per  un  arco,  ed  anco  molto  e  molto  inclinato e
    trasversale.  Ma lasciamogli in  quest'angustia,  e  sentiamo  l'altre
    opposizioni che l'autore che aviamo a mano fa contro al Copernico.

    Simplicio:  Continua  pur  l'autore  di  mostrare come in dottrina del
    Copernico bisogna negare  i  sensi,  e  le  sensazioni  massime,  qual
    sarebbe se noi, che sentiamo il ventilar d'una leggierissima aura, non
    abbiamo  poi a sentire l'impeto d'un vento perpetuo che ci ferisce con
    una velocit che scorre pi di 2529 miglia per ora;  ch  tanto    lo
    spazio  che  il centro della Terra co 'l moto annuo trapassa in un'ora
    per  la  circonferenza  dell'orbe  magno,   come  egli  diligentemente
    calcola,  e perch, come ei dice pur di parer del Copernico, cum Terra
    movetur  circumpositus  ar;  motus  tamen  eius,  velocior  licet  ac
    rapidior celerrimo quocumque vento,  a nobis non sentiretur, sed summa
    tum tranquillitas reputaretur,  nisi alius motus accederet.  Quid  est
    vero decipi sensum, nisi hc esset deceptio? ()

    Salviati:  E'  forza che questo filosofo creda che quella Terra che il
    Copernico fa andare in giro,  insieme  con  l'aria  ambiente,  per  la
    circonferenza  dell'orbe magno,  non sia questa dove noi abitiamo,  ma
    un'altra separata,  perch questa nostra conduce seco noi ancora,  con
    la  medesima  velocit  sua  e  dell'aria  circostante:  e qual ferita
    possiam noi sentire,  mentre fuggiamo con egual corso a quello di  chi
    ci  vuol giostrare?  Questo signore s' scordato che noi ancora siamo,
    non men che la Terra e l'aria,  menati in volta,  e che in conseguenza
    sempre siamo toccati dalla medesima parte d'aria, la quale per non ci
    ferisce.

    Simplicio:  Anzi  no:  eccovi  le  parole  che immediatamente seguono:
    Prterea nos quoque rotamur ex circumductione Terr etc. ()

    Salviati: Ora non lo posso pi n aiutare n scusare;  scusatelo voi e
    aiutatelo, signor Simplicio.

    Simplicio: Per ora, cos improvvisamente, non mi sovvien difesa di mia
    sodisfazione.

    Salviati:  Omb,  ci  penserete stanotte,  e difenderetelo poi domani:
    intanto sentiamo l'altre opposizioni.

    Simplicio: Sguita pur l'istessa instanza,  mostrando che in  via  del
    Copernico  bisogna  negar  le  sensazioni  proprie.  Imperocch questo
    principio,  per il quale noi andiamo intorno con la Terra,  o  nostro
    intrinseco,  o  ci    esterno,  cio un rapimento di essa Terra: e se
    questo secondo ,  non sentendo noi cotal rapimento,  convien dire che
    'l  senso del tatto non senta il proprio obietto congiunto,  n la sua
    impressione nel sensorio;  ma se il principio   intrinseco,  noi  non
    sentiremo  un  moto  locale  derivante  da  noi  medesimi,  e  non  ci
    accorgeremo mai di una propensione perpetuamente annessa con esso noi.

    Salviati: Talch l'instanza di questo filosofo  batte  qua,  che,  sia
    quel principio,  per il quale noi ci moviamo con la Terra, o esterno o
    interno, dovremmo in ogni maniera sentirlo,  e non lo sentendo,  non 
    n l'uno n l'altro,  e per noi non ci moviamo,  n in conseguenza la
    Terra. Ed io dico che pu essere nell'un modo e nell'altro,  senza che
    noi lo sentiamo.  E del poter esser esterno,  l'esperienza della barca
    rimuove    ogni     difficult     soprabbondantemente:     e     dico
    soprabbondantemente,  perch,  potendo noi a tutte l'ore farla muovere
    ed anco farla star ferma, e con grand'accuratezza andare osservando se
    da qualche diversit,  che dal senso del tatto possa  esser  compresa,
    noi  possiamo imparare ad accorgerci se la si muova o no,  vedendo che
    per ancora non si  acquistata tale scienza,  a che  maravigliarsi  se
    l'istesso  accidente  ci resta incognito nella Terra,  la quale ci pu
    aver portati  perpetuamente,  senza  potere  mai  sperimentar  la  sua
    quiete?  Voi sete pur,  signor Simplicio, per quel ch'io credo, andato
    mille volte nelle barche da Padova, e se voi volete confessar il vero,
    non avete mai sentita in voi la participazione di quel  moto,  se  non
    quando la barca, arrenando o urtando in qualche ritegno, si  fermata,
    e  che voi con gli altri passeggieri,  colti all'improvviso,  sete con
    pericolo traboccati.  Bisognerebbe che il globo terrestre  incontrasse
    qualche  intoppo  che  l'arrestasse,  che  vi  assicuro  che allora vi
    accorgereste dell'impeto che in voi risiede,  mentre da  esso  sareste
    scagliato  verso  le  stelle.  Ben    vero  che  con altro senso,  ma
    accompagnato co 'l discorso,  potete accorgervi del moto della  barca,
    cio  con la vista,  mentre riguardate gli alberi e le fabbriche poste
    nella campagna,  le quali,  essendo separate dalla barca,  par che  si
    muovano  in  contrario:  ma se per una tale esperienza voleste restare
    appagato del moto terrestre, direi che riguardaste le stelle,  che per
    ci vi appariscono muoversi in contrario.  Il maravigliarsi poi di non
    sentir cotal principio, posto che fusse nostro interno,  pensiero men
    ragionevole; perch se noi non sentiamo un simile che ci vien di fuori
    e che frequentemente si parte,  per  qual  ragione  dovremmo  sentirlo
    quando immutabilmente risedesse di continuo in noi?  Ora cci altro in
    questo primo argomento?

    Simplicio: E'cci  questa  esclamazioncella:  Ex  hac  itaque  opinione
    necesse  est  diffidere  nostris  sensibus,  ut penitus fallacibus vel
    stupidis in sensibilibus,  etiam coniunctissimis,  diiudicandis;  quam
    ergo  veritatem  sperare  possumus,  a  facultate  adeo  fallaci ortum
    trahentem? ()

    Salviati: Oh io ne vorrei dedur  precetti  pi  utili  e  pi  sicuri,
    imparando ad esser pi circuspetto e men confidente circa quello che a
    prima  giunta  ci  vien  rappresentato  da  i  sensi,  che  ci possono
    facilmente ingannare;  e non vorrei che questo  autore  si  affannasse
    tanto  in  volerci far comprender co 'l senso,  questo moto de i gravi
    descendenti  esser  semplice  retto  e  non  di  altra  sorte,  n  si
    risentisse  ed  esclamasse  perch  una  cosa tanto chiara manifesta e
    patente venga messa in difficult; perch in questo modo d indizio di
    credere che a quelli che dicon,  tal moto non esser altrimenti  retto,
    anzi pi tosto circolare,  paia di veder sensatamente quel sasso andar
    in arco,  gi che egli invita pi il lor senso che il lor  discorso  a
    chiarirsi di tal effetto: il che non  vero signor Simplicio,  perch,
    s come io,  che sono indifferente tra queste opinioni e solo a  guisa
    di  comico  mi  immaschero  da  Copernico  in  queste rappresentazioni
    nostre,  non ho mai veduto,  n mi  parso di veder,  cader quel sasso
    altrimenti che a perpendicolo, cos credo che a gli occhi di tutti gli
    altri  si  rappresenti  l'istesso.   Meglio    dunque  che,   deposta
    l'apparenza,  nella quale tutti convenghiamo,  facciamo  forza  co  'l
    discorso,  o per confermar la realt di quella,  o per iscoprir la sua
    fallacia.
    Sagredo: Se io potessi una volta incontrarmi in questo  filosofo,  che
    pur  mi pare che si elevi assai sopra molti altri seguaci dell'istesse
    dottrine,  vorrei in segno di affetto  ricordargli  un  accidente  che
    assolutamente  egli  ha ben mille volte veduto,  dal quale,  con molta
    conformit  di  questo  che  trattiamo,   si  pu  comprendere  quanto
    facilmente  possa  altri  restar  ingannato dalla semplice apparenza o
    vogliamo dire rappresentazione del senso. E l'accidente  il parere, a
    quelli che di notte camminano per una strada,  d'esser seguitati dalla
    Luna  con  passo  eguale  al loro,  mentre la veggono venir radendo le
    gronde de i tetti sopra le quali ella gli apparisce,  in quella  guisa
    appunto  che  farebbe  una  gatta  che,  realmente  camminando sopra i
    tegoli,  tenesse loro dietro: apparenza che,  quando il  discorso  non
    s'interponesse pur troppo manifestamente ingannerebbe la vista.

    Simplicio:  Veramente  non  mancano  l'esperienze  le quali ci rendono
    sicuri delle fallacie de i semplici sensi;  per,  sospendendo per ora
    cotali sensazioni,  sentiamo gli argomenti che seguono, che son presi,
    come e' dice, ex rerum natura. Il primo de' quali ,  che la Terra non
    pu  muoversi  di  sua natura di tre movimenti grandemente diversi,  o
    vero bisognerebbe rifiutare molte dignit manifeste:  la  prima  delle
    quali ,  che ogni effetto depende da qualche causa,  la seconda,  che
    nessuna cosa produce se medesima, dal che ne segue che non  possibile
    che il movente e quello che  mosso siano totalmente l'istessa cosa: e
    questo non solo nelle cose  che  son  mosse  da  motore  estrinseco  
    manifesto,  ma  si  raccoglie  anco  da i principii proposti l'istesso
    accadere  nel  moto  naturale  dependente  da  principio   intrinseco;
    altrimenti, essendo che il movente, come movente,  causa, e 'l mosso,
    come  mosso,    effetto,  il  medesimo  totalmente  sarebbe  causa ed
    effetto;  adunque un corpo non muove tutto s,  cio che tutto muova e
    tutto  sia  mosso,  ma bisogna nella cosa mossa distinguere in qualche
    modo il principio efficiente  della  mozione,  e  quello  che  di  tal
    mozione  si  muove.  La  terza dignit  che,  nelle cose suggette a i
    sensi,  uno,  in quanto uno,  produce  una  cosa  sola;  cio  l'anima
    nell'animale produce ben diverse operazioni,  cio la vista,  l'udito,
    l'odorato,  la generazione,  ma con istrumenti diversi: ed in somma si
    scorge,   nelle  cose  sensibili  le  diverse  operazioni  derivar  da
    diversit che sia  nella  causa.  Ora,  se  si  congiugneranno  queste
    dignit, sar cosa chiarissima che un corpo semplice, qual  la Terra,
    non si potr di sua natura muover insieme di tre movimenti grandemente
    diversi.  Imperocch,  per  le supposizioni fatte,  tutta non muove s
    tutta;  bisogna dunque distinguere in lei tre principii di  tre  moti,
    altrimenti  un  principio medesimo produrrebbe pi moti: ma contenendo
    in s tre principii di moti naturali, oltre alla parte mossa, non sar
    corpo semplice,  ma composto di tre principii moventi  e  della  parte
    mossa: se dunque la Terra  corpo semplice, non si mover di tre moti.
    Anzi, pur non si mover ella di alcuno di quelli che le attribuisce il
    Copernico,  dovendosi  muover  d'un  solo;  essendo manifesto,  per le
    ragioni di Aristotile, che ella si muove al suo centro,  come mostrano
    le  sue  parti,  che  scendono ad angoli retti alla superficie sferica
    della Terra.

    Salviati: Molte cose sarebbon da dirsi e da considerarsi intorno  alla
    testura  di  questo  argomento;  ma  gi  che noi lo possiamo in brevi
    parole risolvere,  non voglio per ora senza necessit  diffondermi,  e
    tanto   pi,   quanto   la   risposta  mi  vien  dal  medesimo  autore
    somministrata,  mentre egli dice,  nell'animale da  un  sol  principio
    esser  prodotte diverse operazioni: onde io per ora gli rispondo,  con
    un simil modo  da  un  sol  principio  derivare  nella  Terra  diversi
    movimenti.

    Simplicio:   A   questa   risposta  non  si  quieter  punto  l'autore
    dell'instanza,  anzi vien pur ella totalmente atterrata da quello  che
    ei soggiugne immediatamente per maggiore stabilimento dell'impugnazion
    fatta,  s come voi sentirete.  Corrobora, dico, l'argomento con altra
    dignit, che  questa: che la natura non manca, n soprabbonda,  nelle
    cose  necessarie.  Questo    manifesto  a  gli osservatori delle cose
    naturali e principalmente degli animali,  ne' quali,  perch  dovevano
    muoversi di molti movimenti, la natura ha fatte loro molte flessure, e
    quivi  acconciamente  ha  legate  le  parti  per  il  moto,  come alle
    ginocchia, a i fianchi, per il camminar de gli animali e per coricarsi
    a lor piacimento;  in oltre nell'uomo ha fabbricate molte flessioni  e
    snodature al gomito ed alla mano,  per poter esercitar molti moti.  Da
    queste cose si cava l'argomento contro al triplicato  movimento  della
    Terra:  o  vero  il  corpo  uno  e  continuo,  senza essere snodato da
    flessura nessuna,  pu esercitar diversi movimenti,  o  vero  non  pu
    senza  aver  le flessure,  se pu senza,  adunque indarno ha la natura
    fabbricate le flessure negli animali, che  contro alla dignit; ma se
    non pu senza,  adunque la Terra,  corpo uno e  continuo  e  privo  di
    flessure e di snodamenti,  non pu di sua natura muoversi di pi moti.
    Or vedete quanto argutamente va a incontrar la  vostra  risposta,  che
    par quasi che l'avesse prevista.

    Salviati: Dite voi su 'l saldo, o pur parlate ironicamente?

    Simplicio: Io dico dal miglior senno ch' i' m'abbia.

    Salviati:  Bisogna  dunque  che  voi vi sentiate d'aver tanto buono in
    mano,  da poter anco sostener la  difesa  di  questo  filosofo  contro
    qualche   altra  replica  che  gli  fusse  fatta  in  contrario:  per
    rispondetemi,  vi prego,  in sua grazia,  gi che non possiamo  averlo
    presente.  Voi  primieramente  ammettete  per vero che la natura abbia
    fatti gli articoli,  le flessure e snodature a gli animali,  acciocch
    si  possano muover di molti e diversi movimenti;  ed io vi nego questa
    proposizione,  e dico che le flessioni son fatte  acciocch  l'animale
    possa muovere una o pi delle sue parti, restando immobile il resto, e
    dico che quanto alle spezie e differenze de' movimenti, quelli sono di
    una sola,  cio tutti circolari: e per questo voi vedete, tutti i capi
    de gli ossi mobili esser  colmi  o  cavi;  e  di  questi,  altri  sono
    sferici,  che son quelli che hanno a muoversi per tutti i versi,  come
    fa nella snodatura della spalla il braccio dell'alfiere nel  maneggiar
    l'insegna, e dello strozziere nel richiamar co 'l logoro il falcone, e
    tal  la flessura del gomito, sopra la quale si gira la mano nel forar
    col  succhiello;  altri  son  circolari  per  un  sol  verso  e  quasi
    cilindrici,  che servono per le membra che si piegano in un sol  modo,
    come  le  parti  delle  dita  l'una sopra l'altra,  etc.  Ma senza pi
    particolari incontri,  un solo general discorso ne  pu  far  conoscer
    questa  verit;  e  questo  ,  che  di  un  corpo solido che si muova
    restando uno de' suoi estremi senza mutar luogo, il moto non pu esser
    se non circolare: e perch nel muover l'animale uno delle  sue  membra
    non  lo  separa  dall'altro  suo  conterminale,  adunque  tal  moto  
    circolare di necessit.

    Simplicio: Io non l'intendo per questo verso;  anzi veggo io l'animale
    muoversi  di  cento  moti  non  circolari  e diversissimi tra loro,  e
    correre e saltare e salire e scendere e notare e molt'altri.

    Salviati: Sta bene: ma cotesti son moti secondarii,  dependenti  da  i
    primi,  che  sono  de  gli articoli e delle flessure.  Al piegar delle
    gambe alle ginocchia e delle cosce a i fianchi, che son moti circolari
    delle parti,  ne viene in conseguenza il salto o  il  corso,  che  son
    movimenti di tutto 'l corpo, e questi posson esser non circolari. Ora,
    perch  del  globo  terrestre  non  si  ha  da muovere una parte sopra
    un'altra immobile,  ma il movimento deve esser di tutto il corpo,  non
    ci  bisogno di flessure.

    Simplicio:  Questo (dir la parte) potrebbe esser quando il moto fusse
    un solo, ma l'esser tre,  e diversissimi tra di loro,  non  possibile
    che s'accomodino in un corpo inarticolato.

    Salviati:   Cotesta  credo  veramente  che  sarebbe  la  risposta  del
    filosofo;  contro alla quale io  insurgo  per  un'altra  banda,  e  vi
    domando  se  voi stimate che per via di articoli e flessure si potesse
    adattare il globo terrestre alla participazione di tre moti  circolari
    diversi.  Voi non rispondete? Gi che voi tacete, risponder io per il
    filosofo;  il quale assolutamente direbbe  di  s,  perch  altrimenti
    sarebbe  stato  superfluo e fuori del caso il metter in considerazione
    che la natura fa le flessioni acciocch il mobile  possa  muoversi  di
    moti  differenti,  e che per,  non avendo il globo terrestre flessure
    non pu aver i tre moti  attribuitigli;  perch,  quando  egli  avesse
    stimato  che n anco per via di flessure si potesse render atto a tali
    movimenti, arebbe liberamente pronunziato, il globo non poter muoversi
    di tre moti. Ora,  stante questo,  io prego voi,  e per voi,  se fusse
    possibile,  il  filosofo  autor  dell'argomento,  ad  essermi  cortese
    d'insegnarmi in  qual  maniera  bisognerebbe  accomodar  le  flessure,
    acciocch  i tre moti comodamente potessero esercitarsi;  e vi concedo
    tempo per la risposta quattro e anco sei mesi.  Intanto a me pare  che
    un  principio  solo  possa  cagionar nel globo terrestre pi moti,  in
    quella guisa appunto, come dianzi risposi, che un sol principio, co 'l
    mezo  di  varii  strumenti,   produce  moti   multiplici   e   diversi
    nell'animale: e quanto all'articolazione,  non ve n' bisogno, dovendo
    esser i movimenti del tutto, e non di alcune parti;  e perch hanno ad
    esser   circolari,   la   semplice  figura  sferica    la  pi  bella
    articolazione che domandar si possa.

    Simplicio: Al pi che vi si dovesse concedere, sarebbe che ci potesse
    accader d'un movimento solo;  ma  di  tre  diversi,  al  parer  mio  e
    dell'autore,   non     possibile,   come  egli  pur  continuando,   e
    corroborando l'instanza,  segue scrivendo: Figuriamoci co 'l Copernico
    che la Terra si muova,  per propria facult e da principio intrinseco,
    da occidente in oriente nel piano dell'eclittica,  ed oltre a ci  che
    ella si rivolga,  pur da principio intrinseco,  intorno al suo proprio
    centro da oriente in occidente,  e  per  il  terzo  moto  ch'ella  per
    propria   inclinazione   si   pieghi  da  settentrione  in  austro  ed
    all'incontro;  essendo ella un corpo  continuo  e  non  collegato  con
    flessioni  e  giunture,  potr  mai  la  nostra  stimativa e 'l nostro
    giudizio comprendere che un medesimo principio naturale e  indistinto,
    cio  che  una  medesima propensione,  si distragga insieme in diversi
    moti e quasi contrarii?  Io non posso credere che alcuno sia  per  dir
    tal  cosa,  se  non  chi  a  dritto e a torto avesse preso a sostenere
    questa posizione.

    Salviati: Fermate  un  poco,  e  trovatemi  questo  luogo  nel  libro;
    mostrate.  Fingamus  modo  cum  Copernico,  Terram aliqua sua vi et ab
    indito principio impelli ab occasu ad ortum in  ecliptic  plano,  tum
    rursus  revolvi ab indito etiam principio circa suimet centrum ab ortu
    in occasum,  tertio deflecti rursus  suopte  nutu  a  septentrione  in
    austrum et vicissim. Io dubitavo, signor Simplicio, che voi non aveste
    preso  errore  nel riferirci le parole dell'autore;  ma veggo che egli
    stesso,  e pur troppo gravemente,  si inganna,  e con  mio  dispiacere
    comprendo  ch'e'  si  posto ad impugnar una posizione la quale e' non
    ha ben capita; imperocch questi non sono i movimenti che 'l Copernico
    attribuisce alla Terra.  E donde cava egli che 'l Copernico faccia  il
    moto  annuo per l'eclittica contrario al moto circa il proprio centro?
    bisogna che e' non abbia letto il suo libro,  che in cento luoghi,  ed
    anco ne i primi capitoli, scrive tali movimenti esser amendue verso le
    medesime parti,  cio da occidente verso oriente. Ma senza sentirlo da
    altri,  non dovev'egli per se stesso  comprendere,  che  attribuendosi
    alla  Terra i movimenti che si levano l'uno al Sole e l'altro al primo
    mobile,  bisognava che  fussero  necessariamente  fatti  pel  medesimo
    verso?

    Simplicio: Guardate pur di non errar voi,  ed il Copernico insieme. Il
    moto diurno del primo mobile non  egli da levante a  ponente?  ed  il
    moto annuo del Sole per l'eclittica non ,  per l'opposito, da ponente
    a levante? come dunque volete che i medesimi,  trasferiti nella Terra,
    di contrarii divengan concordi?

    Sagredo:  Certo  che  il  signor  Simplicio  ci  ha scoperta l'origine
    dell'error di questo filosofo:  forza che  esso  ancora  abbia  fatto
    l'istesso discorso.

    Salviati: Or che si pu, caviamo d'errore almanco il signor Simplicio.
    Il  quale,  vedendo  le  stelle  nel  nascere alzarsi sopra l'orizonte
    orientale, non ar difficult nell'intendere che,  quando tal moto non
    fusse  delle stelle,  bisognerebbe necessariamente dire che l'orizonte
    con moto contrario si abbassasse,  ed in conseguenza che la  Terra  si
    volgesse in se stessa al contrario di quel che ci sembrano muoversi le
    stelle,  cio  da occidente verso oriente,  che  secondo l'ordine de'
    segni del zodiaco.  Quanto poi all'altro moto,  essendo il Sole  fisso
    nel  centro  del  zodiaco  e  la  Terra mobile per la circonferenza di
    quello,  per far che il Sole ci apparisca muoversi  per  esso  zodiaco
    secondo l'ordine de i segni,  necessario che la Terra cammini secondo
    il  medesimo  ordine attesoch il Sole ci apparisce sempre occupar nel
    zodiaco il grado opposto al grado nel quale si trova la Terra: e cos,
    scorrendo la Terra, verbigrazia, l'Ariete, il Sole apparir scorrer la
    Libra, e passando la Terra per il segno del Toro, il Sole scorrer per
    quello dello  Scorpione;  la  Terra  per  i  Gemini  il  Sole  per  il
    Sagittario:  ma  quest' muoversi per il medesimo verso amendue,  cio
    secondo l'ordine de' segni,  come anco era la revoluzion  della  Terra
    circa il proprio centro.

    Simplicio:  Ho  inteso  benissimo,  n  saprei  qual  cosa  produr per
    isgravio d'un tanto errore.

    Salviati: Ma piano,  signor Simplicio,  ch ce n' un altro maggior di
    questo:  ed ,  ch'e' fa muover la Terra per il moto diurno intorno al
    proprio centro da oriente verso occidente,  e non comprende che quando
    questo  fusse,  il movimento delle 24 ore dell'universo ci apparirebbe
    fatto da ponente verso levante,  per l'opposito giusto di quel che noi
    veggiamo.

    Simplicio:  Oh io,  che appena ho veduti i primi elementi della sfera,
    son sicuro che non arei errato s gravemente.

    Salviati: Giudicate ora quale studio si pu stimare  che  abbia  fatto
    questo  oppositore ne i libri del Copernico,  se e' prende al rovescio
    questa principale e massima ipotesi,  sopra la quale si fonda tutta la
    somma  delle  cose  nelle  quali  il Copernico dissente dalla dottrina
    d'Aristotile e  di  Tolomeo.  Quanto  poi  a  questo  terzo  moto  che
    l'autore,  pur di mente del Copernico, assegna al globo terrestre, non
    so di quale e' si voglia intendere: quello non  egli sicuramente  che
    il Copernico gli attribuisce congiuntamente con gli altri due, annuo e
    diurno,   che  non  ha  che  fare  co  'l  declinare  verso  austro  e
    settentrione,  ma solo serve  per  mantener  l'asse  della  revoluzion
    diurna continuamente parallelo a se stesso; talch bisogna dire, o che
    l'oppositore  non  abbia  compreso questo,  o l'abbia dissimulato.  Ma
    bench questo solo grave mancamento bastasse a liberarne  dall'obbligo
    di pi occuparci nella considerazione delle sue opposizioni,  tuttavia
    voglio ritenerle  in  stima,  s  come  veramente  meritano  di  esser
    apprezzate  assai  pi  che  mille  altre  di  altri  vani oppositori.
    Tornando dunque all'instanza,  dico che i due movimenti annuo e diurno
    non sono altrimenti contrarii,  anzi son per il medesimo verso, e per
    posson dependere da un medesimo principio;  il terzo vien talmente  in
    conseguenza dell'annuo,  da per se stesso e spontaneamente, che non vi
    bisogna chiamar  principio  interno  n  esterno  (come  a  suo  luogo
    dimostrer) dal quale, come da causa, venga prodotto.

    Sagredo:  Voglio pur io ancora,  scorto dal discorso naturale,  dire a
    questo oppositore qualche cosa.  Il qual vuol condennare il  Copernico
    se  io  non  gli so puntualmente risolvere tutti i dubbi e risponder a
    tutte le opposizioni che ei gli fa, quasi che in conseguenza della mia
    ignoranza segua necessariamente la falsit della sua dottrina:  ma  se
    questo termine di condennar gli scrittori gli par iuridico,  non dovr
    parergli fuor di ragione se io non  approver  Aristotile  e  Tolomeo,
    quando  egli non risolva meglio di me le difficult medesime ch'io gli
    promuovo nella loro dottrina.  E' mi domanda quali siano i  principii,
    per i quali il globo terrestre si muove del moto annuo nel zodiaco,  e
    del diurno per l'equinoziale in se stesso.  Dicogli che  e'  sono  una
    cosa simile a quelli per i quali Saturno si muove per il zodiaco in 30
    anni,  ed in se stesso in tempo molto pi breve secondo l'equinoziale,
    come lo scoprirsi ed ascondersi de i suoi globi collaterali ci mostra;
    e una cosa simile a quella per la quale ei concederebbe senza scrupolo
    che il Sole scorresse l'eclittica in un  anno,  ed  in  se  stesso  si
    rivolgesse   parallelo  all'equinoziale  in  manco  d'un  mese,   come
    sensatamente mostrano le sue macchie; e una cosa simil a quella per la
    quale le stelle Medicee scorrono il zodiaco in 12 anni, e tra tanto si
    volgono in cerchi piccolissimi ed in tempi brevissimi intorno a Giove.

    Simplicio: Quest'autore vi negher tutte  queste  cose,  come  inganni
    della vista, mediante i cristalli del telescopio.

    Sagredo:  Oh questo sarebbe un volerne troppo per s,  mentre e' vuole
    che l'occhio semplice non si possa  ingannare  nel  giudicar  il  moto
    retto de' gravi descendenti,  e vuol che e' si inganni nel comprendere
    questi altri movimenti,  mentre la  sua  virt  vien  perfezionata  ed
    accresciuta a trenta doppii.  Diciamogli dunque che la Terra partecipa
    la pluralit di movimenti in un modo simile e forse il medesimo, co 'l
    quale la calamita ha il muoversi  in  gi,  come  grave,  e  due  moti
    circolari,  uno orizontale e l'altro verticale, sotto il meridiano. Ma
    che pi? ditemi, signor Simplicio tra chi credete voi che quest'autore
    mettesse maggior diversit, tra il moto retto e 'l circolare, o tra il
    moto e la quiete?

    Simplicio: Tra il moto e la quiete sicuramente.  E quest'  manifesto;
    perch il moto circolare non  contrario al retto per Aristotile, anzi
    e'  concede che si possano mescolare;  il che  impossibile del moto e
    della quiete.

    Sagredo: Adunque proposizione meno improbabile  il porre in un  corpo
    naturale  due  principii  interni,  uno  a  'l moto retto e l'altro al
    circolare,  che due,  pur interni,  uno al moto e l'altro alla quiete.
    Ora,  della naturale inclinazione che risegga nelle parti della Terra,
    di ritornar al suo tutto quando  per  violenza  ne  vengono  separate,
    concordano   insieme   amendue   le   posizioni;   e  solo  dissentono
    nell'operazion del tutto,  ch questa vuole che per principio  interno
    stia  immobile,  e quella gli attribuisce il moto circolare: ma per la
    vostra concessione e di questo filosofo, due principii,  uno al moto e
    l'altro alla quiete,  son incompatibili insieme, s come incompatibili
    sono gli effetti;  ma non gi accade questo de i due movimenti retto e
    circolare, che nulla repugnanza hanno fra di loro.

    Salviati: Aggiugnete di pi, che probabilissimamente pu essere che il
    movimento che fa la parte della Terra separata, mentre si riconduce al
    suo  tutto,  sia  esso ancora circolare,  come di gi si  dichiarato:
    talch per tutti i rispetti, in quanto appartiene al presente caso, la
    mobilit sembra pi accettabile che la  quiete.  Ora  seguite,  signor
    Simplicio, quello che resta.

    Simplicio:  Fortifica  l'autore  l'instanza  con  additarci  un  altro
    assurdo,  cio che gli stessi movimenti convengano a nature sommamente
    diverse: ma l'osservazione ci insegna, l'operazioni e i moti di nature
    diverse esser diversi; e la ragione lo conferma, perch altrimenti non
    avremmo ingresso per conoscere e distinguer le nature, quando elle non
    avessero  i  lor moti ed operazioni che ci scorgessero alla cognizione
    delle sustanze.

    Sagredo:  Io  ho  dua  o  tre  volte  osservato  ne  i   discorsi   di
    quest'autore,  che per prova che la cosa stia nel tale e nel tal modo,
    e' si serve del dire che in quel tal  modo  si  accomoda  alla  nostra
    intelligenza,  o  che  altrimenti non avremmo adito alla cognizione di
    questo o di quell'altro particolare, o che il criterio della filosofia
    si guasterebbe,  quasi che la natura prima facesse il cervello  a  gli
    uomini,  e  poi  disponesse  le  cose  conforme alla capacit de' loro
    intelletti.  Ma io stimerei pi presto,  la natura aver fatte prima le
    cose  a  suo  modo,  e  poi  fabbricati i discorsi umani abili a poter
    capire (ma per con fatica grande) alcuna cosa de' suoi segreti.

    Salviati: Io son dell'istessa opinione.  Ma  dite,  signor  Simplicio:
    quali sono queste nature diverse,  alle quali, contro all'osservazione
    ed alla ragione, il Copernico assegna moti ed operazioni medesime?

    Simplicio: Eccole: l'acqua e l'aria (che pur sono nature diverse dalla
    terra),  e tutte le cose che  in  tali  elementi  si  trovano,  aranno
    ciascheduna  quei  tre  movimenti  che  il  Copernico  finge nel globo
    terrestre.  E segue di  dimostrar  geometricamente  come  in  via  del
    Copernico una nugola che sia sospesa in aria, e che per lungo tempo ci
    soprastia   al   capo  senza  mutar  luogo,   bisogna  necessariamente
    ch'ell'abbia tutti tre que' movimenti che ha il  globo  terrestre:  la
    dimostrazione  questa,  e voi la potete legger da per voi,  ch'io non
    la saprei riferir a mente.

    Salviati: Io non istar altrimenti a leggerla,  anzi  stimo  superfluo
    l'avercela posta,  perch'io son sicuro che nessuno de gli aderenti del
    moto della Terra glie la negher.  Per,  ammessagli la dimostrazione,
    parliamo  dell'instanza:  la qual non mi pare che abbia molta forza di
    concluder nulla contro alla posizione del Copernico, avvengach niente
    si deroga a quei moti e a quelle operazioni per i quali  si  viene  in
    cognizione delle nature etc. Rispondetemi in grazia, signor Simplicio:
    quelli  accidenti ne' quali alcune cose puntualissimamente convengono,
    ci posson eglin servire per farci conoscer le diverse nature di quelle
    tali cose?

    Simplicio: Signor no,  anzi  tutto  l'opposito,  perch  dall'identit
    delle  operazioni  e  degli accidenti non si pu argumentare salvo che
    una identit di nature.

    Salviati: Talch le diverse nature dell'acqua,  della terra dell'aria,
    e  dell'altre cose che sono per questi elementi,  voi non l'arguite da
    quelle operazioni nelle quali tutti questi  elementi  e  loro  annessi
    convengono, ma da altre operazioni: sta cos?

    Simplicio: Cos  in effetto.

    Salviati: Talch quello che lasciasse ne gli elementi tutti quei moti,
    operazioni  ed  altri  accidenti  per  i  quali  si distinguono le lor
    nature,  non ci priverebbe del poter venire  in  cognizione  di  esse,
    ancorch  e'  rimovesse  poi  quella operazione nella quale unitamente
    convengono,  e che perci non serve nulla per la distinzione  di  tali
    nature.

    Simplicio: Credo che il discorso proceda benissimo.

    Salviati: Ma che la terra, l'acqua e l'aria siano da natura egualmente
    costituite  immobili  intorno  al  centro,   non    opinione  vostra,
    dell'autore, di Aristotile, di Tolomeo e di tutti i lor seguaci?

    Simplicio: E' ricevuta come verit irrefragabile.

    Salviati: Adunque da questa comune  natural  condizione,  di  quietare
    intorno  al  centro,  non  si  trae  argomento delle diverse nature di
    questi elementi e cose elementari, ma convien apprender tal notizia da
    altre qualit non comuni;  e per chi levasse a gli elementi solamente
    questa  quiete  comune  e gli lasciasse loro tutte l'altre operazioni,
    non impedirebbe punto la strada che ne  guida  alla  cognizione  delle
    loro  essenze:  ma  il Copernico non leva loro altro che questa comune
    quiete,  e glie la tramuta in un  comunissimo  moto,  lasciandogli  la
    gravit,  la leggierezza, i moti in su, in gi, pi tardi, pi veloci,
    la rarit, la densit, le qualit di caldo, freddo, secco,  umido,  ed
    in  somma tutte l'altre cose: adunque un tal assurdo,  qual s'immagina
    questo autore,  non  altrimenti nella  posizion  copernicana;  n  il
    convenire  in una identit di moto importa pi o meno che il convenire
    in una identit di quiete,  circa 'l diversificare o non  diversificar
    nature. Or dite se ci  altro argomento in contrario.

    Simplicio:  Sguita  una  quarta  instanza,  presa pur da una naturale
    osservazione,  che  che i corpi del medesimo genere  hanno  moti  che
    convengono  in  genere,  o  vero  convengono  nella  quiete:  ma nella
    posizione del Copernico, corpi che convengono in genere, e tra di loro
    similissimi,  arebbono in quanto al moto una somma sconvenienza,  anzi
    una diametral repugnanza,  imperocch stelle tanto tra di loro simili,
    nulladimeno nel moto sarebbero tanto  dissimili,  poich  sei  pianeti
    andrebbono in volta perpetuamente,  ma il Sole e tutte le stelle fisse
    perpetuamente starebbero immote.

    Salviati: La forma dell'argomentare mi par concludente,  ma credo bene
    che  l'applicazione  o  la  materia  sia difettosa;  e purch l'autore
    voglia persistere nel suo assunto,  la  conseguenza  verr  senz'altro
    direttamente contro di lui.  Il progresso dell'argomento  tale: Tra i
    corpi mondani,  sei ce ne sono che perpetuamente si muovono,  e sono i
    sei pianeti;  de gli altri,  cio della Terra, del Sole e delle stelle
    fisse,  si dubita chi di loro si  muova  e  chi  stia  fermo,  essendo
    necessario  che  se  la Terra sta ferma,  il Sole e le stelle fisse si
    muovano,  e potendo anch'essere  che  il  Sole  e  le  fisse  stessero
    immobili, quando la Terra si muovesse; cercasi, in dubbio del fatto, a
    chi  pi  convenientemente  si  possa attribuire il moto,  ed a chi la
    quiete.  Detta il natural discorso,  che il moto debba stimarsi essere
    di  chi  pi  in  genere  ed  in  essenza  conviene con quei corpi che
    indubitatamente si muovono e la  quiete  di  chi  da  i  medesimi  pi
    dissente;  ed  essendo  che  un'eterna  quiete  e  perpetuo  moto sono
    accidenti diversissimi,   manifesto che la natura  del  corpo  sempre
    mobile  convien  che sia diversissima dalla natura del sempre stabile;
    cerchiamo dunque,  mentre stiamo ambigui del moto e della  quiete,  se
    per  via  di  qualche altra rilevante condizione potessimo investigare
    chi pi convenga con i corpi sicuramente mobili, o la Terra, o pure il
    Sole e le stelle fisse.  Ma ecco,  la  natura,  favorevole  al  nostro
    bisogno  e  desiderio,   ci  somministra  due  condizioni  insigni,  e
    differenti non meno che 'l moto e la quiete,  e  sono  la  luce  e  le
    tenebre,  cio  l'esser per natura splendidissimo,  e l'esser oscuro e
    privo di ogni luce.  Son dunque diversissimi d'essenza i corpi  ornati
    d'un interno ed eterno splendore,  da i corpi privi d'ogni luce: priva
    di luce  la Terra; splendidissimo per se stesso  il Sole, e non meno
    le stelle fisse; i sei pianeti mobili mancano totalmente di luce, come
    la Terra; adunque l'essenza loro convien con la Terra,  e dissente dal
    Sole e dalle stelle fisse: mobile dunque  la Terra,  immobile il Sole
    e la sfera stellata.

    Simplicio: Ma l'autore non conceder che i sei pianeti sien tenebrosi,
    e su  tal  negativa  si  terr  saldo,  o  vero  egli  argomenter  la
    conformit  grande  di  natura  tra  sei pianeti e il Sole e le stelle
    fisse, e la difformit tra questi e la Terra,  da altre condizioni che
    dalle tenebre e dalla luce;  anzi,  or ch'io m'accorgo,  nell'instanza
    quinta,  che segue,  ci  posta la disparit somma tra la  Terra  e  i
    corpi  celesti:  nella  quale  egli  scrive,  che  gran  confusione  e
    intorbidamento sarebbe nel sistema dell'universo e tra  le  sue  parti
    secondo   l'ipotesi  del  Copernico;   imperocch  tra  corpi  celesti
    immutabili ed incorruttibili,  secondo Aristotile e Ticone  ed  altri,
    tra  corpi,  dico,  di  tanta  nobilt,  per  confessione  di ognuno e
    dell'istesso Copernico,  che afferma quelli esser ordinati e  disposti
    in un'ottima costituzione, e che da quelli rimuove ogni inconstanza di
    virt,  tra corpi, dico, tanto puri, cio tra Venere e Marte, collocar
    la sentina di tutte le materie corruttibili,  cio la Terra,  l'acqua,
    l'aria  e  tutti i misti!  Ma quanto pi prestante distribuzione e pi
    alla natura conveniente,  anzi a Dio stesso architetto,  sequestrar  i
    puri da gl'impuri,  i mortali da gl'immortali,  come insegnano l'altre
    scuole,  che ci insegnano come queste materie  impure  e  caduche  son
    contenute  nell'angusto  concavo dell'orbe lunare,  sopra 'l quale con
    serie non interrotta s'alzano poi le cose celesti!

    Salviati: E' vero  che  'l  sistema  Copernicano  mette  perturbazione
    nell'universo  d'Aristotile;  ma  noi  trattiamo dell'universo nostro,
    vero e reale. Quando poi la disparit d'essenza tra la Terra e i corpi
    celesti la vuol quest'autore inferire dall'incorruttibilit di  quelli
    e  corruttibilit di questa in via d'Aristotile,  dalla qual disparit
    e' concluda il moto dover esser del Sole e delle fisse e  l'immobilit
    della  Terra,  va  vagando  nel paralogismo,  supponendo quel che  in
    quistione;  perch Aristotile inferisce l'incorruttibilit  de'  corpi
    celesti  dal  moto,  del  quale  si disputa se sia loro o della Terra.
    Della vanit poi di queste  retoriche  illazioni,  se  n'  parlato  a
    bastanza.  E  qual cosa pi insulsa che dire,  la Terra e gli elementi
    esser relegati e separati dalle  sfere  celesti,  e  confinati  dentro
    all'orbe  lunare?  ma non  l'orbe lunare una delle celesti sfere,  e,
    secondo il consenso loro,  compresa nel mezo di tutte  l'altre?  nuova
    maniera di separare i puri da gl'impuri e gli ammorbati da' sani,  dar
    a gl'infetti stanza nel cuore della citt! io credeva che il lazeretto
    se le dovesse scostare pi che fusse possibile. Il Copernico ammira la
    disposizione delle parti dell'universo per aver  Iddio  costituita  la
    gran  lampada,  che  doveva  rendere il sommo splendore a tutto il suo
    tempio,  nel centro di esso,  e non da una banda.  Dell'esser  poi  il
    globo  terrestre  tra  Venere e Marte,  ne tratteremo in breve;  e voi
    stesso, in grazia di quest'autore,  farete prova di rimuovernelo.  Ma,
    di  grazia  non  intrecciamo questi fioretti rettorici con la saldezza
    delle dimostrazioni,  e lasciamogli a gli oratori  o  pi  tosto  a  i
    poeti,  li  quali  hanno saputo con lor piacevolezze inalzar con laude
    cose vilissime ed anco tal volta perniziose;  e  se  altro  ci  resta,
    spediamoci quanto prima.

    Simplicio:  Ci    il  sesto ed ultimo argomento: nel qual ei pone per
    cosa molto inverisimile che un corpo  corruttibile  e  dissipabile  si
    possa  muovere  d'un  moto perpetuo e regolare;  e questo conferma con
    l'esempio de gli animali,  li quali movendosi di moto a loro naturale,
    pur si straccano,  ed hanno bisogno di riposo per restaurare le forze;
    ma che ha da fare tal movimento  con  quel  della  Terra,  immenso  al
    paragon  del loro?  ma,  pi,  farla muovere di tre moti discorrenti e
    distraenti in parti diverse?  chi potr mai asserir tali  cose,  salvo
    che  quelli  che  si fussero giurati lor difensori?  N vale in questo
    caso quel che  produce  il  Copernico,  che  per  essere  questo  moto
    naturale alla Terra, e non violento, opera contrarii effetti da i moti
    violenti;  e che si dissolvon bene, n posson lungamente sussister, le
    cose alle quali si fa impeto,  ma le fatte dalla natura si  conservano
    nell'ottima loro disposizione;  non val,  dico,  questa risposta,  che
    vien  atterrata  dalla  nostra.   Imperocch  l'animale    pur  corpo
    naturale,  e non fabbricato dall'arte, ed il movimento suo  naturale,
    derivando dall'anima, cio da principio intrinseco;  e violento  quel
    moto  il cui principio  fuori,  ed al quale niente conferisce la cosa
    mossa: tuttavia,  se l'animal continua lungo tempo  il  suo  moto,  si
    stracca,  ed  anco  si muore,  quando si vuole sforzare ostinatamente.
    Vedete dunque come in natura si incontrano da tutte le bande  vestigii
    contrarianti  alla posizione del Copernico,  n mai de' favorabili.  E
    per non aver a ripigliar pi la parte di  questo  oppositore,  sentite
    quel  ch'ei  produce  contro  al Keplero (co 'l quale ei disputa),  in
    proposito di quello che esso Keplero istava contro a quelli a i  quali
    pare  inconveniente,  anzi impossibil cosa,  l'accrescer in immenso la
    sfera stellata,  come ricerca la posizion del Copernico.  Inst dunque
    il  Keplero  dicendo: Difficilius est accidens prter modulum subiecti
    intendere,  quam subiectum sine accidente  augere:  Copernicus  igitur
    verisimilius  facit,  qui  auget  orbem stellarum fixarum absque motu,
    quam Ptolemus qui auget motum fixarum immensa velocitate.()  La  qual
    instanza  scioglie  l'autore,  maravigliandosi  di  quanto  il Keplero
    s'inganni nel dire che nell'ipotesi di Tolomeo si cresca il moto  fuor
    del modello del subietto, imperocch a lui pare che non si accresca se
    non  conforme  al  modello,  e  che  secondo  il  suo accrescimento si
    agumenti la velocit del moto: il  che  prova  egli  configurarsi  una
    macina  che  dia  una revoluzione in 24 ore,  il qual moto si chiamer
    tardissimo;  intendendosi poi il suo semidiametro prolungato sino alla
    distanza del Sole,  la sua estremit agguaglier la velocit del Sole;
    prolungatolo sino alla sfera stellata,  agguaglier la velocit  delle
    fisse,   bench  nella  circonferenza  della  macina  sia  tardissimo.
    Applicando ora questa considerazione della macina alla sfera stellata,
    intendiamo un punto nel suo semidiametro vicino al centro  quant'  il
    semidiametro della macina il medesimo moto, che nella sfera stellata 
    velocissimo,  in quel punto sar tardissimo: ma la grandezza del corpo
     quella che di tardissimo lo  fa  divenir  velocissimo,  ancorch  e'
    continui  d'esser il medesimo;  e cos la velocit cresce non fuor del
    modello del subietto,  anzi cresce secondo quello e la sua  grandezza,
    molto diversamente da quel che stima il Keplero.

    Salviati:  Io  non  credo che quest'autore si sia formato concetto del
    Keplero cos tenue e basso, che e' possa persuader si che e' non abbia
    inteso che il termine altissimo d'una  linea  tirata  dal  centro  sin
    all'orbe stellato si muove pi velocemente che un punto della medesima
    linea  vicino al centro a due braccia: e per  forza che e' capisca e
    comprenda che il concetto e l'intenzione del Keplero  stata di  dire,
    minore  inconveniente  esser  l'accrescer  un  corpo  immobile a somma
    grandezza,  che  l'attribuire  una  somma  velocit  a  un  corpo  pur
    vastissimo, avendo riguardo al modulo, cio alla norma ed all'esempio,
    de  gli  altri  corpi  naturali,  ne  i quali si vede che crescendo la
    distanza dal centro,  si diminuisce la velocit,  cio che  i  periodi
    delle  lor  circolazioni ricercano tempi pi lunghi;  ma nella quiete,
    che non  capace di farsi maggiore o minore, la grandezza o piccolezza
    del corpo non fa diversit veruna. Talch,  se la risposta dell'autore
    debbe  andar  ad  incontrar l'argomento del Keplero,   necessario che
    esso autore stimi che al principio movente l'istesso sia muover dentro
    al medesimo tempo un corpo piccolissimo ed uno  immenso,  essendo  che
    l'augumento    della   velocit   vien   senz'altro   in   conseguenza
    dell'accrescimento della mole:  ma  quest'  poi  contro  alle  regole
    architettoniche  della  natura,  la  quale  osserva  nel modello delle
    minori sfere,  s come veggiamo ne i pianeti e sensatissimamente nelle
    stelle  Medicee,  di  far circolare gli orbi minori in tempi pi brevi
    onde il tempo della revoluzion di Saturno  pi lungo di tutti i tempi
    dell'altre sfere minori, essendo di 30 anni: ora il passar da questa a
    una sfera grandemente maggiore,  e farla muover in  24  ore,  pu  ben
    ragionevolmente dirsi uscir delle regole del modello.  S che,  se noi
    attentamente considereremo,  la risposta dell'autore va non contro  al
    concetto  e senso dell'argomento,  ma contro alla spiegatura e 'l modo
    del parlare;  dove anco l'autore ha il torto n pu negare di non aver
    ad arte dissimulato l'intelligenza delle parole, per gravar il Keplero
    d'una   troppo   crassa   ignoranza:  ma  l'impostura    stata  tanto
    grossolana,  che non ha potuto con s gran tara difalcar del  concetto
    che  ha  della  sua  dottrina  impresso  il  Keplero  nelle menti de i
    litterati.  Quanto poi all'instanza  contro  al  perpetuo  moto  della
    Terra,  presa  dall'esser  impossibil  cosa che ella continuasse senza
    straccarsi,  essendo  che  gli  animali  stessi,  che  pur  si  muovon
    naturalmente e da principio interno,  si straccano ed hanno bisogno di
    riposo per relassar le membra_

    Sagredo: Mi par di sentire il Keplero rispondergli, che pur ci sono de
    gli animali che si rinfrancano dalla stanchezza co 'l  voltolarsi  per
    terra,  e  che  per  non  si  deve  temer  che  il globo terrestre si
    stracchi; anzi ragionevolmente si pu dire che e' goda d'un perpetuo e
    tranquillissimo riposo, mantenendosi in un eterno rivoltolamento.

    Salviati: Voi,  signor Sagredo,  sete troppo  arguto  e  satirico:  ma
    lasciamo pur gli scherzi da una banda, mentre trattiamo di cose serie.

    Sagredo:  Perdonatemi,  signor  Salviati: questo ch'io dico non  miga
    cos fuor del caso quanto forse voi lo fate;  perch un movimento  che
    serva  per  riposo  e per rimuover la stanchezza a un corpo defatigato
    dal viaggio, pu molto pi facilmente servire a non la lasciar venire,
    s come pi facili sono i rimedii preservativi che i  curativi.  E  io
    tengo  per  fermo,  che  quando il moto de gli animali procedesse come
    questo che viene attribuito  alla  Terra,  e'  non  si  stancherebbero
    altrimenti, avvenga che lo stancarsi il corpo dell'animale deriva, per
    mio  credere,  dall'impiegare  una  parte  sola per muover se stessa e
    tutto  il  resto  del  corpo:  come,  verbigrazia,  per  camminare  si
    impiegano  le  cosce  e  le gambe solamente,  per portar loro stesse e
    tutto il rimanente;  all'incontro vedrete il movimento del cuore esser
    come infatigabile,  perch muove s solo.  In oltre, non so quanto sia
    vero che il movimento dell'animale  sia  naturale,  e  non  pi  tosto
    violento;  anzi  credo  che  si possa dir con verit che l'anima muove
    naturalmente le membra dell'animale di moto preternaturale: perch, se
    il moto all'ins  preternaturale a i corpi gravi,  l'alzar le gambe e
    le cosce,  che son corpi gravi,  per camminare, non si potr far senza
    violenza,  e per non senza fatica del movente;  il salir su  per  una
    scala  porta  il  corpo grave,  contro alla sua naturale inclinazione,
    all'in su, onde ne segue la stanchezza, mediante la natural repugnanza
    della gravit a cotal moto. Ma per muover un mobile di un movimento al
    quale e' non ha repugnanza nissuna,  qual  lassezza  o  diminuzion  di
    virt e di forza si deve temer nel movente? e perch si deve scemar la
    forza dove non se n'esercita punto?

    Simplicio:  Sono  i  moti contrarii,  de i quali il globo terrestre si
    figura muoversi, quelli sopra i quali l'autore fonda la sua instanza.

    Sagredo: Gi si  detto che non sono altrimenti contrarii,  e  che  in
    questo l'autore si  grandemente ingannato,  talch il vigore di tutta
    l'instanza si volge contro l'impugnator medesimo, mentre e' voglia che
    il primo mobile rapisca tutte le sfere inferiori  contro  al  moto  il
    quale  esse  nell'istesso  tempo e continuamente esercitano.  Al primo
    mobile, dunque,  tocca a stancarsi,  che,  oltre al muovere se stesso,
    deve  condur  tant'altre  sfere,  le  quali,  di  pi,  con  movimento
    contrario gli contrastano. Talch quell'ultima conclusione che l'autor
    inferiva,   con  dir  che  discorrendo  per  gli  effetti  di   natura
    s'incontrano  sempre  cose  favorabili  per  l'opinion  d'Aristotile e
    Tolomeo,  e non mai alcuna che non contrarii al Copernico,  ha bisogno
    d'una  gran considerazione;  e meglio  dire,  che sendo una di queste
    due posizioni vera, e l'altra necessariamente falsa,  impossibile che
    per la falsa s'incontri mai ragione,  esperienza o retto discorso  che
    le sia favorevole,  s come alla vera nessuna di queste cose pu esser
    repugnante.  Gran diversit dunque convien che si trovi tra i discorsi
    e  gli argomenti che si producono dall'una e dall'altra parte in pro e
    contro a queste  due  opinioni,  la  forza  de  i  quali  lascer  che
    giudichiate voi stesso, signor Simplicio.

    Salviati:  Voi,  signor Sagredo,  traportato dalla velocit del vostro
    ingegno,  mi tagliaste dianzi il ragionamento,  mentre io volevo  dire
    alcuna  cosa  in  risposta  di  quest'ultimo argomento dell'autore;  e
    bench voi gli abbiate pi che a sufficienza risposto,  voglio ad ogni
    modo  aggiugner non so che,  che allora avevo in mente.  Egli pone per
    cosa molto inverisimile che un corpo dissipabile e corruttibile,  qual
      la  Terra,  possa  perpetuamente  muoversi d'un movimento regolare,
    massime vedendo noi gli animali finalmente stancarsi ed aver necessit
    di riposo;  e gli accresce l'inverisimile il dover essere tal moto  di
    velocit  incomparabile  e immensa,  rispetto a quella de gli animali.
    Ora io non so intendere perch la  velocit  della  Terra  l'abbia  di
    presente  a  perturbare,  mentre quella della sfera stellata,  tanto e
    tanto maggiore,  non gli arreca disturbo pi considerabile che se  gli
    arrechi  la  velocit  d'una  macine,  la quale in 24 ore dia una sola
    revoluzione.  Se per esser la velocit della conversion della Terra su
    'l  modello  di quella della macine non si tira in conseguenza cose di
    maggior efficacia di quella,  cessi l'autore  di  temer  lo  stancarsi
    della  Terra  perch  n anco qualsivoglia ben fiacco e pigro animale,
    dico n anco un camaleonte,  si straccherebbe col muoversi non pi  di
    cinque  o sei braccia in 24 ore;  ma se e' vuol considerar la velocit
    non pi su 'l modello della macine, ma assolutamente,  ed in quanto in
    24  ore  il mobile ha da passare uno spazio grandissimo,  molto pi si
    dovrebbe mostrar renitente a concederla alla sfera stellata,  la quale
    con  velocit  incomparabilmente  maggiore  di quella della Terra deve
    condur seco migliaia di corpi,  ciaschedun  grandemente  maggiore  del
    globo terrestre.
    Resterebbe  ora  che  noi  vedessimo  le  prove  per le quali l'autore
    conclude,  le stelle nuove del 72 e del 604 essere state sublunari,  e
    non  celesti,  come  comunemente  si  persuasero gli astronomi di quei
    tempi,  impresa veramente grande;  ma ho  pensato,  per  essermi  tale
    scrittura nuova,  e lunga per i tanti calcoli, che sar pi espediente
    che io tra stasera e domattina ne vegga quel pi ch'io potr, e domani
    poi,  tornando a i soliti ragionamenti,  vi referisca quello che  avr
    ritratto:  e se ci avanzer tempo,  verremo a discorrere del movimento
    annuo attribuito alla Terra.  Intanto,  se voi avete  da  dire  alcuna
    cosa,  ed  in  particolare  il  signor  Simplicio,  intorno  alle cose
    attenenti al moto diurno, assai lungamente da me esaminato,  ci avanza
    ancora un poco di tempo da poter discorrere.

    Simplicio:  A me non resta altro che dire,  se non che i discorsi auti
    in questo giorno mi son ben parsi ripieni di pensieri  molto  acuti  e
    ingegnosi,  prodotti  per  la  parte del Copernico in confermazion del
    moto della Terra,  ma non mi sento gi  persuaso  a  crederlo;  perch
    finalmente le cose dette non concludon altro se non che le ragioni per
    la stabilit della Terra non son necessarie, ma non per si  prodotta
    dimostrazione alcuna per la parte contraria,  la quale necessariamente
    convinca e concluda la mobilit.

    Salviati: Io non ho mai preso,  signor Simplicio,  a rimuovervi  dalla
    vostra  opinione,  n meno ardirei di definitivamente sentenziar sopra
    s gran litigio; ma solamente  stata,  e sar anco nelle disputazioni
    seguenti,  mia  intenzione  di  farvi manifesto,  che quelli che hanno
    creduto che questo moto velocissimo delle 24 ore sia della Terra sola,
    e non dell'universo trattane la sola Terra,  non si erano persuasi che
    in cotal guisa potesse e dovesse essere,  come si dice, alla cieca, ma
    che benissimo avevano vedute sentite ed  esaminate  le  ragioni  della
    contraria  opinione,  ed anco non leggiermente rispostole.  Con questa
    medesima intenzione,  quando cos sia di gusto  vostro  e  del  signor
    Sagredo,  potremo  passare  alla  considerazione dell'altro movimento,
    prima da Aristarco Samio e poi  da  Niccol  Copernico  attribuito  al
    medesimo globo terrestre,  il quale ,  come credo che voi gi abbiate
    sentito, fatto sotto il zodiaco, dentro allo spazio d'un anno, intorno
    al Sole, immobilmente collocato nel centro di esso zodiaco.

    Simplicio: La quistione  tanto  grande  e  tanto  nobile,  che  molto
    curiosamente sentir discorrerne,  presupponendo d'aver a sentir tutto
    quello che in tal materia si  possa  dire.  Andr  poi  meco  medesimo
    facendo  con mio comodo reflession maggiore sopra le cose sentite e da
    sentirsi; e quando altro io non guadagni, non sar poco il poterne con
    pi fondamento discorrere.

    Sagredo: Adunque, per non stancar pi il signor Salviati, faremo punto
    a i ragionamenti d'oggi, e domani ripiglieremo, conforme al solito,  i
    discorsi, con isperanza d'aver a sentir gran novit.

    Simplicio:  Io  lascio il libro delle stelle nuove,  ma riporto questo
    delle conclusioni,  per riveder quello che vi  scritto contro al moto
    annuo, che deve esser la materia de' ragionamenti di domani.

    GIORNATA TERZA.

    Sagredo:  Il  desiderio grande con che sono stato aspettando la venuta
    di Vostra Signoria,  per sentir le novit de i pensieri  intorno  alla
    conversione   annua  di  questo  nostro  globo,   mi  ha  fatto  parer
    lunghissime le ore notturne passate,  ed anco  queste  della  mattina,
    bench  non oziosamente trascorse anzi buona parte vegliate in riandar
    con la mente i ragionamenti di ieri,  ponderando  le  ragioni  addotte
    dalle parti a favor delle due contrarie posizioni, quella d'Aristotile
    e Tolomeo,  e questa di Aristarco e del Copernico.  E veramente parmi,
    che qualunque di questi si  ingannato, sia degno di scusa;  tali sono
    in apparenza le ragioni che gli possono aver persuasi, tuttavolta per
    che  noi  ci  fermassimo  sopra  le  prodotte  da  essi  primi  autori
    gravissimi: ma,  come che l'opinione peripatetica per la sua antichit
    ha  auti  molti  seguaci  e cultori,  e l'altra pochissimi,  prima per
    l'oscurit e poi per la novit mi pare scorgerne tra quei molti, ed in
    particolare tra  i  moderni,  esserne  alcuni  che  per  sostentamento
    dell'oppinione  da  essi stimata vera abbiano introdotte altre ragioni
    assai puerili, per non dir ridicole.

    Salviati: L'istesso  occorso a me,  e tanto pi  che  a  Vossignoria,
    quanto  io  ne  ho  sentite  produrre  di  tali,  che mi vergognerei a
    ridirle,  non dir per non denigrare la fama de i loro autori,  i nomi
    de  i quali si posson sempre tacere,  ma per non avvilir tanto l'onore
    del genere umano.  Dove io finalmente,  osservando,  mi sono accertato
    esser  tra  gli  uomini  alcuni i quali,  preposteramente discorrendo,
    prima si stabiliscono nel cervello la conclusione, e quella,  o perch
    sia propria loro o di persona ad essi molto accreditata, s fissamente
    s'imprimono,  che  del tutto  impossibile l'eradicarla giammai;  ed a
    quelle ragioni che a lor medesimi sovvengono o che  da  altri  sentono
    addurre  in  confermazione  dello stabilito concetto,  per semplici ed
    insulse che elle  siano,  prestano  subito  assenso  ed  applauso,  ed
    all'incontro,  quelle che lor vengono opposte in contrario, quantunque
    ingegnose e concludenti,  non pur ricevono con nausea,  ma con isdegno
    ed ira acerbissima: e taluno di costoro, spinto dal furore non sarebbe
    anco  lontano  dal  tentar  qualsivoglia  machina per supprimere e far
    tacer l'avversario, ed io ne ho veduta qualche esperienza.

    Sagredo: Questi dunque non deducono la conclusione dalle premesse,  n
    la  stabiliscono  per  le  ragioni,  ma  accomodano  o  per dir meglio
    scomodano e  travolgon,  le  premesse  e  le  ragioni  alle  loro  gi
    stabilite  e  inchiodate  conclusioni Non  ben adunque cimentarsi con
    simili,  e  tanto  meno,  quanto  la  pratica  loro    non  solamente
    ingioconda,  ma  pericolosa  ancora.  Per tanto seguiteremo col nostro
    signor Simplicio,  conosciuto da me di lunga mano per  uomo  di  somma
    ingenuit  e  spogliato in tutto e per tutto di malignit: oltre che 
    assai pratico nella peripatetica dottrina, s che io posso assicurarmi
    che quello che non sovverr ad esso  per  sostentamento  dell'opinione
    d'Aristotile,  non  potr  facilmente  sovvenire  ad altri.  Ma eccolo
    appunto tutto anelante,  il quale questo giorno si  fatto  desiderare
    un gran pezzo. Stavamo appunto dicendo mal di voi.

    Simplicio: Bisogna non accusar me, ma incolpar Nettunno, di questa mia
    cos  lunga  dimora,  che nel reflusso di questa mattina ha in maniera
    ritirate l'acque,  che la gondola che mi conduceva,  entrata non molto
    lontano  di qui in certo canale dove non son fondamenta,   restata in
    secco, e mi  bisognato tardar l pi d'una grossa ora in aspettare il
    ritorno del mare.  E quivi stando cos senza potere smontar di  barca,
    che quasi repentinamente arren, sono andato osservando un particolare
    che  mi    parso  assai maraviglioso: ed  che nel calar l'acque,  si
    vedevan fuggir via molto velocemente per diversi rivoletti,  sendo gi
    il  fango  in  pi  parti  scoperto;  e mentre io attendo a considerar
    quest'effetto,  veggo  in  un  tratto  cessar  questo  moto,  e  senza
    intervallo  alcuno  di  tempo  cominciar a tornar la medesima acqua in
    dietro,  e di retrogrado farsi il mar diretto,  senza restar  pure  un
    momento stazionario: effetto,  che per tutto il tempo che ho praticato
    Venezia, non mi  incontrato il vederlo altra volta.

    Sagredo: Non vi debbe anco esser molte volte accaduto il  restar  cos
    in secco tra piccolissimi rivoletti, per li quali, per aver pochissima
    declivit,  l'abbassamento  o  alzamento  solo  di quanto  grossa una
    carta,  che faccia la superficie del mare aperto,    assai  per  fare
    scorrere  e ricorrer l'acqua per tali rivoletti per ben lunghi spazii;
    s come in alcune spiagge marine l'alzamento del mare di 4 o 6 braccia
    solamente fa sparger l'acqua per quelle pianure per molte centinaia  e
    migliaia di pertiche.

    Simplicio: Questo intendo benissimo, ma avrei creduto che tra l'ultimo
    termine  dell'abbassamento  e  primo  principio dell'alzamento dovesse
    interceder qualche notabile intervallo di quiete.

    Sagredo: Questo vi si rappresenter quando voi porrete mente alle mura
    o a i pali dove queste mutazioni si fanno a perpendicolo; ma non  che
    veramente vi sia stato di quiete.

    Simplicio: Mi pareva, che per esser questi due moti contrarii, dovesse
    tra di loro esser in mezo qualche quiete;  conforme anco alla dottrina
    d'Aristotile, che dimostra che in puncto regressus mediat quies.()

    Sagredo:  Mi ricordo benissimo di cotesto luogo,  ma mi ricordo ancora
    che quando studiavo filosofia, non restai persuaso della dimostrazione
    d'Aristotile,  anzi che avevo molte esperienze in contrario;  le quali
    vi  potrei anco addurre,  ma non voglio che entriamo in altri pelaghi,
    essendo convenuti qui per discorrer  della  materia  nostra,  se  sar
    possibile,  senza interromperla, come abbiamo fatto quest'altri giorni
    passati.

    Simplicio: E pur converr,  se non interromperla,  almanco prolungarla
    assai,  perch  ritornato  iersera  a  casa,  mi  messi a rileggere il
    libretto delle conclusioni,  dove trovo dimostrazioni contro a  questo
    movimento annuo,  attribuito alla Terra,  molto concludenti;  e perch
    non mi  fidavo  di  poterle  cos  puntualmente  riferire,  ho  voluto
    riportar meco il libro.

    Sagredo:   Avete   fatto   bene:  ma  se  noi  vogliamo  ripigliare  i
    ragionamenti conforme all'appuntamento di ieri,  converr sentir prima
    ci  che  avr  da riferirci il signor Salviati intorno al libro delle
    stelle nuove,  e poi senz'altri interrompimenti verremo al moto annuo.
    Ora,  che  dice  il  signor Salviati in proposito di tali stelle?  son
    ellen veramente state traportate di cielo in queste pi basse  regioni
    in virt de' calcoli dell'autore prodotto dal signor Simplicio?

    Salviati:  Io  mi  messi  iersera a legger i suoi progressi,  e questa
    mattina ancora gli ho data un'altra scorsa, per veder pure se quel che
    mi pareva aver letto la sera,  vi era scritto veramente,  o  se  erano
    state  mie  larve  e imaginazioni fantastiche della notte: ed in somma
    trovo con mio gran cordoglio  esservi  veramente  scritto  e  stampato
    quello che per riputazion di questo filosofo non avrei voluto.  Che e'
    non conosca la vanit della sua impresa,  non  mi  par  possibile,  s
    perch  l'  troppo  scoperta,  s  perch  mi  ricordo averlo sentito
    nominar con laude dall'Accademico amico nostro; parmi anco cosa troppo
    inverisimile che egli a compiacenza di altri si possa esser indotto ad
    aver in cos poca stima la sua riputazione, ch'e' si sia indotto a far
    pubblica un'opera, della quale non poteva attenderne altro che biasimo
    appresso gl'intelligenti.

    Sagredo: Soggiugnete che saranno assai  manco  che  un  per  cento,  a
    ragguaglio di quelli che lo celebrerranno ed esalteranno sopra tutti i
    maggiori  intelligenti che sieno o sieno stati gi mai.  Uno che abbia
    saputo sostener la peripatetica inalterabilit del cielo contro a  una
    schiera  d'astronomi  e  che,  per  lor  maggior  vergogna,  gli abbia
    atterrati con le lor proprie armi!  E che volete che possano quattro o
    sei  per  provincia,   che  scorgano  le  sue  leggierezze,  contro  a
    gl'innumerabili che, non sendo atti a poterle scoprire n comprendere,
    se ne vanno presi alle grida,  e tanto pi gli applaudono quanto manco
    l'intendono?   Aggiugnete  che  anco  quei  pochi  che  intendono,  si
    asterranno  di  dar  risposta  a  scritture  tanto   basse   e   nulla
    concludenti;  e ci con gran ragione,  perch per gl'intendenti non ce
    n' bisogno, e per quelli che non intendono  fatica buttata via.

    Salviati:  Il  pi  proporzionato  gastigo  al  lor  demerito  sarebbe
    veramente  il  silenzio,  se  non  fusser altre ragioni per le quali 
    forse quasi necessario il risentirsi: l'una delle  quali  ,  che  noi
    altri  Italiani  ci  facciamo  spacciar tutti per ignoranti e diamo da
    ridere a gli oltramontani,  e massime a quelli che son separati  dalla
    nostra religione;  ed io potrei mostrarvene di tali assai famosi,  che
    si burlano del nostro  Accademico  e  di  quanti  matematici  sono  in
    Italia,  per  aver  lasciato  uscire  in  luce  e  mantenervisi  senza
    contradizione le sciocchezze di un tal Lorenzini contro gli astronomi.
    Ma questo pur anco si potrebbe  passare,  rispetto  ad  altra  maggior
    occasione  di  risa  che  si  potesse  porger  loro,  dependente dalla
    dissimulazione de gl'intelligenti intorno alle  leggerezze  di  questi
    simili oppositori alle dottrine da loro non intese.

    Sagredo:  Io  non voglio maggior esempio della petulanzia di costoro e
    dell'infelicit d'un pari del Copernico, sottoposto ad esser impugnato
    da chi non intende n anco la primaria sua posizione, per la quale gli
     mossa la guerra.

    Salviati: Voi  non  meno  resterete  maravigliato  della  maniera  del
    confutar  gli  astronomi  che affermano,  le stelle nuove essere state
    superiori a gli orbi de'  pianeti,  e  per  avventura  nel  firmamento
    stesso.

    Sagredo:  Ma  come  potete  voi in s breve tempo aver esaminato tutto
    cotesto libro,  che  pure    un  gran  volume,  ed    forza  che  le
    dimostrazioni sieno in gran numero?

    Salviati:  Io  mi son fermato su queste prime confutazioni sue,  nelle
    quali con dodici  dimostrazioni,  fondate  sopra  le  osservazioni  di
    dodici  astronomi,  che  tutti  stimarono  che la stella nuova del 72,
    apparsa in Cassiopea,  fusse nel firmamento,  prova per l'opposito lei
    essere  stata  sullunare,  conferendo  a due a due l'altezze meridiane
    prese da diversi  osservatori  in  luoghi  di  differente  latitudine,
    procedendo  nella  maniera  che appresso intenderete: e perch mi par,
    nell'esaminar  questo  primo  suo  progresso,   d'avere  scoperto   in
    quest'autore  una  gran  lontananza dal poter concluder nulla contro a
    gli astronomi, in favor de' filosofi peripatetici, e che molto e molto
    pi concludentemente  si  confermi  l'opinion  loro,  non  ho  volsuto
    applicarmi con una simil pazienza nell'esaminar gli altri suo' metodi,
    ma  gli  ho  dato  una  scorsa  assai superficiale,  sicuro che quella
    inefficacia  che    in  queste  prime  impugnazioni,   sia  parimente
    nell'altre:  e  s come vedrete in fatto,  pochissime parole bastano a
    confutar tutta  quest'opera,  bench  construtta  con  tanti  e  tanti
    laboriosi  calcoli,  come  voi vedete.  Per sentite il mio progresso.
    Piglia quest'autore, per trafigger,  come dico,  gli avversarii con le
    lor  proprie  armi,  un  numero  grande  d'osservazioni  fatte  da lor
    medesimi, che pur sono da 12 o 13 autori in numero,  e sopra una parte
    di  quelle  fa  suoi  calcoli,  e  conclude  tali  stelle essere state
    inferiori alla Luna.  Ora,  perch il proceder per  interrogazioni  mi
    piace  assai,  gi che non ci  l'autore stesso,  rispondami il signor
    Simplicio,  alle domande ch'io far,  quel ch'e' creder che fusse per
    rispondere  esso.  E  supponendo di trattar della gi detta stella del
    72, apparsa in Cassiopea, ditemi, signor Simplicio, se voi credete che
    ella potesse esser nell'istesso tempo  collocata  in  diversi  luoghi,
    cio esser tra gli elementi, ed anco tra gli orbi de' pianeti, ed anco
    sopra questi e tra le stelle fisse, ed anco infinitamente pi alta.

    Simplicio:  Non    dubbio  che  bisogna dire che ella fusse in un sol
    luogo, ed in una sola e determinata distanza dalla Terra.

    Salviati: Adunque,  quando le  osservazioni  fatte  da  gli  astronomi
    fusser  giuste,  e  che  i  calcoli fatti da questo autore non fussero
    errati,  bisognerebbe necessariamente che da tutte quelle e  da  tutti
    questi  se  ne raccogliesse la medesima lontananza sempre per appunto:
    non  vero?

    Simplicio:  Sin  qua  arriva  a  'ntendere  il   mio   discorso,   che
    bisognerebbe  che  fusse  cos  di  necessit;  n  credo che l'autore
    contradicesse.

    Salviati: Ma quando de' molti e molti computi fatti non ne riuscissero
    pur due solamente che s'accordassero, che giudizio ne fareste?

    Simplicio: Giudicherei che tutti fussero  fallaci,  o  per  colpa  del
    computista o per difetto de gli osservatori;  ed al pi che si potesse
    dire, direi che un solo,  e non pi,  fusse giusto,  ma non saprei gi
    elegger quale.

    Salviati:  Vorreste  voi dunque da fondamenti falsi dedurre e stabilir
    per vera una conclusione dubbia?  certo no.  Ora i calcoli  di  questo
    autore  son  tali,  che nessuno confronta con un altro;  vedete dunque
    quant' da prestar lor fede.

    Simplicio: Veramente,  come la cosa sia cos,  questo  un  mancamento
    notabile.

    Sagredo: Voglio pure aiutare il signor Simplicio e l'autore,  con dire
    al   signor   Salviati   che   il   suo   motivo   concluderebbe   ben
    necessariamente,   quando   l'autore   avesse   intrapreso   a   voler
    determinatamente ritrovare quanta fusse  la  lontananza  della  stella
    dalla Terra; il che non credo che sia stato il suo intento, ma solo di
    dimostrare  che  da  quelle  osservazioni si traeva,  la stella essere
    stata sullunare;  talch,  se dalle dette osservazioni e  da  tutti  i
    computi fatti sopra di esse si raccoglie l'altezza della stella sempre
    minor di quella della Luna, tanto basta all'autore per convincer d'una
    crassissima  ignoranza  tutti  quelli  astronomi  che,  per difetto di
    geometria o  d'aritmetica,  non  avevano  saputo  dalle  lor  medesime
    osservazioni dedurre vere conclusioni.

    Salviati:  Sar  dunque  conveniente  ch'io  mi  volga  a voi,  signor
    Sagredo,  che tanto  accortamente  sostenete  la  dottrina  di  questo
    autore.  E  per  veder  di  fare che anco il signor Simplicio,  bench
    inesperto di calcoli e dimostrazioni,  resti capace almeno  della  non
    concludenza  delle  dimostrazioni  di  questo  autore,  prima metto in
    considerazione come ed esso e gli astronomi tutti con i quali  egli  
    in  controversia  convengono  che  la stella nuova fusse priva di moto
    proprio,  e solo andasse in giro al moto diurno del primo  mobile,  ma
    dissentono circa il luogo, ponendola quelli nella region celeste, cio
    sopra  la  Luna,  e  per  avventura  tra  le  stelle  fisse,  e questi
    giudicandola vicina  alla  Terra,  cio  sotto  al  concavo  dell'orbe
    lunare.  E perch il sito della stella nuova, della quale si parla, fu
    verso settentrione e non in gran lontananza dal polo,  in modo  che  a
    noi  settentrionali  ella non tramontava mai,  fu agevol cosa il poter
    prendere con istrumenti astronomici le sue altezze meridiane, tanto le
    minime sotto il polo, quanto le massime sopra;  dalla conferenza delle
    quali  altezze,  fatte  da  diversi  luoghi della Terra posti in varie
    distanze  dal  settentrione,   cio  tra  di  loro  differenti  quanto
    all'altezze polari,  si poteva argomentare la lontananza della stella.
    Imperocch,  quando ella fusse stata nel firmamento tra le altre fisse
    le sue altezze meridiane prese in diverse elevazioni di polo conveniva
    che  fussero tra di loro differenti con le medesime differenze che tra
    esse elevazioni si ritrovavano;  cio,  per esempio,  se  l'elevazione
    della  stella  sopra  l'orizonte  era  30 gradi,  presa nel luogo dove
    l'altezza  polare  era,   verbigrazia,   gradi   45,   conveniva   che
    l'elevazione della medesima stella fusse cresciuta 4 o 5 gradi in quei
    paesi pi settentrionali ne' quali il polo fusse pi alto gli stessi 4
    o  5  gradi:  ma  quando  la lontananza della stella dalla Terra fusse
    assai piccola in comparazion di quella del firmamento,  le altezze sue
    meridiane   convien  che,   accostandoci  al  settentrione,   crescano
    notabilmente  pi  che  l'altezze   polari;   e   da   quel   maggiore
    accrescimento,  cio  dall'eccesso  dell'accrescimento  dell'elevazion
    della stella sopra l'accrescimento dell'altezza polare (che si  chiama
    differenza di parallasse), si calcola prontamente, con metodo chiaro e
    sicuro, la lontananza della stella dal centro della Terra. Ora, questo
    autore  piglia  le  osservazioni  fatte  da  13  astronomi  in diverse
    elevazioni di polo,  e conferendo  una  particella  di  quelle  a  sua
    elezione,  calcola,  con dodici accoppiamenti,  l'altezza della stella
    nuova essere stata sempre sotto la Luna;  ma ci conseguisce egli  con
    promettersi tanto crassa ignoranza in tutti quelli alle mani de' quali
    potesse pervenire il suo libro, che veramente m'ha fatto nausea: ed io
    sto  a  vedere  come gli altri astronomi ed in particolare il Keplero,
    contro al quale principalmente inveisce quest'autore,  si contenga  in
    silenzio,  che pur non gli suol morir la lingua in bocca,  se gi egli
    non ha stimato tale impresa troppo bassa.  Ora,  per  farne  avvertiti
    voi, ho trascritte sopra questo foglio le conclusioni che e' raccoglie
    dalle sue 12 indagini. Delle quali la prima  delle due osservazioni
    1.-  Del  Maurolico  e  dell'Hainzelio;  onde si raccoglie,  la stella
    essere stata lontana dal centro manco  di  3  semidiametri  terrestri,
    essendo la differenza di parallasse gr. 4.42 m.p. e 30 sec.
    _ _ _ _ _ _ _ _ 3 semid.
    2.- E calculata dall'osservazioni dell'Hainzelio e dello Schulero, con
    parallasse  8  m.p.  e  30 sec.;  e si raccoglie la sua lontananza dal
    centro pi di
    _ _ _ _ _ _ _ _ 25semid.
    3.- E sopra le osservazioni di Ticone e dell'Hainzelio, con parallasse
    di 10 m.p.; e si raccoglie la distanza dal centro poco meno di
    _ _ _ _ _ _ _ _ 19 semid.
    4.- E sopra l'osservazioni di Ticone e del Landgravio,  con parallasse
    di 14 m.p.; e rende la distanza dal centro circa
    _ _ _ _ _ _ _ _ 10 semid.
    5.-  E sopra l'osservazioni dell'Hainzelio e di Gemma,  con parallasse
    di 42 m.p. e 3o sec.; per la quale si raccoglie la distanza circa
    _ _ _ _ _ _ _ _. 4 semid.
    6.- E  sopra  l'osservazioni  del  Landgravio  e  del  Camerario,  con
    parallasse di 8 m.p.; e si ritrae la distanza circa
    _ _ _ _ _ _ _ _. 4 semid.
    7.- E sopra l'osservazioni di Ticone e dell'Hagecio, con parallasse di
    6 m.p.; e si raccoglie la distanza
    _ _ _ _ _ _ _ _. 32 semid.
    8.- E con l'osservazioni dell'Hagecio e dell'Ursino, con parallasse di
    43 m.p.; e rende la distanza della stella dalla superficie della Terra
    _ _ _ _ _ _ _ _. 1/2 semid.
    9.-  E  sopra  le  osservazioni  del  Landgravio  e  del Buschio,  con
    parallasse di 15 m.p.;  e rende la  distanza  dalla  superficie  della
    Terra
    _ _ _ _ _ _ _.. 1/48 di semid.
    10.-  E  sopra  l'osservazioni  del  Maurolico  e  del  Munosio,   con
    parallasse di 4 gr.  e 30 m.p.;  e rende la distanza dalla  superficie
    della Terra
    _ _ _ _ _ _ _ _ 1/5 di semid.
    11.-  E con le osservazioni del Munosio e di Gemma,  con parallasse di
    55 m.p.; e rendono la distanza dal centro circa
    _ _ _ _ _ _ _ _.. 13 semid.
    12. E con le osservazioni del Munosio e dell'Ursino, con parallasse di
    gr. 1 e 36 m.p.; e si ritrae la distanza dal centro meno di
    _ _ _ _ _ _ _ _.. 7 semid.
    Queste sono 12 investigazioni fatte dall'autore a  sua  elezione,  tra
    moltissime  che,  come  egli dice,  potevano farsi con le combinazioni
    delle osservazioni di questi 13 osservatori;  le quali 12   credibile
    che sieno le pi favorevoli per provare il suo intento.

    Sagredo:   Ma  io  vorrei  sapere  se  tra  le  altre  tante  indagini
    pretermesse dall'autore ve ne  sono  di  quelle  che  fussero  in  suo
    disfavore,  cio  dalle  quali  calcolando si raccogliesse,  la stella
    nuova essere stata sopra la Luna, s come mi par, cos a prima fronte,
    di poter ragionevolmente dubitare,  mentre io  veggo  queste  prodotte
    esser tanto tra di loro differenti,  che alcune mi danno la lontananza
    della stella nuova da Terra 4, 6, 10, 100, e mille, e millecinquecento
    volte maggiore l'una che l'altra;  talch posso ben sospettare che tra
    le non calcolate ve ne fusse qualcuna in favor della parte avversa,  e
    tanto pi mi pare di poter creder ci,  quanto io non penso che quelli
    astronomi  osservatori  mancassero  della  intelligenza  e  pratica di
    questi computi, che non penso che dependano dalle pi astruse cose del
    mondo. E ben mi parr cosa pi che miracolosa se,  mentre in queste 12
    sole  indagini  ce ne sono di quelle che rendono la stella vicina alla
    Terra a poche miglia,  ed altre che  per  piccolissimo  intervallo  la
    rendono inferiore alla Luna, non se ne trovi alcuna che, a favor della
    parte avversa, la renda almanco per 20 braccia sopra l'orbe lunare, e,
    quel  che  sar poi pi stravagante,  che tutti quelli astronomi siano
    stati cos ciechi,  che non abbiano  scorta  una  lor  fallacia  tanto
    patente.

    Salviati: Cominciate ora a prepararvi l'orecchie a sentir con infinita
    ammirazione  a  quali  eccessi  di confidenza della propria autorit e
    dell'altrui  balordaggine  trasporta  il  desiderio  di  contradire  e
    mostrarsi  pi intelligente de gli altri.  Tra le indagini tralasciate
    dall'autore ce ne sono di quelle che rendono la stella nuova  non  pur
    sopra  la  Luna,  ma  sopra  le stelle fisse ancora;  e queste non son
    poche, ma la maggior parte,  come vedrete in quest'altro foglio,  dove
    io l'ho registrate.

    Sagredo: Ma che dice l'autore di queste? forse non le ha considerate?

    Salviati:  Le  ha considerate pur troppo,  ma dice che le osservazioni
    sopra le quali i calcoli rendon la stella infinitamente lontana,  sono
    errate, e che non possono tra di loro combinarsi.

    Simplicio: Oh questa mi par bene una ritirata debole,  perch la parte
    potr con altrettanta ragione dire che errate siano quelle  onde  egli
    sottrae, la stella essere stata nella regione elementare.

    Salviati:  Oh,  signor  Simplicio,  se  mi  succedesse di farvi restar
    capace dell'artifizio,  bench non gran cosa  artifizioso,  di  questo
    autore,  vorrei  destarvi  meraviglia  ed anco sdegno mentre scorgeste
    come  egli,  palliando  la  sua  sagacit  co  'l  velo  della  vostra
    semplicit  e  de  gli  altri puri filosofi,  si vuole insinuare nella
    vostra grazia co 'l grattarvi le orecchie e co 'l  gonfiar  la  vostra
    ambizione,  mostrando  d'aver convinti e resi muti questi astronometti
    che hanno voluto assalire  l'inespugnabile  inalterabilit  del  cielo
    peripatetico,  e,  quel  che  pi,  ammutitigli e convinti con le lor
    proprie armi.  Io ne voglio fare ogni sforzo;  ed  intanto  il  signor
    Sagredo  condoni  al signor Simplicio ed a me il tediarlo forse un po'
    troppo, mentre con soverchio circuito di parole (soverchio dico,  alla
    sua velocissima apprensiva) ander cercando di far palese cosa,  che 
    bene che non gli resti ascosa e incognita.
    Sagredo: Io,  non solo senza tedio,  ma con gusto,  sentir  i  vostri
    discorsi;   e   cos   ci   potessero  intervenire  tutti  i  filosofi
    peripatetici,   acci  potessero  comprendere  quanto  devano   restar
    obbligati a questo lor protettore.

    Salviati:  Ditemi,  signor Simplicio,  se voi sete ben restato capace,
    come,  sendo la stella nuova collocata nel cerchio meridiano l  verso
    settentrione,  a  uno  che da mezzo giorno camminasse verso tramontana
    tanto se gli andrebbe elevando sopra l'orizonte l'istessa stella nuova
    quanto il polo,  tuttavolta che ella fusse veramente collocata tra  le
    stelle fisse ma che quando ella fusse notabilmente pi bassa, cio pi
    vicina  a  Terra,  ella apparirebbe elevarsi pi del medesimo polo,  e
    sempre pi quanto la vicinanza fusse maggiore?

    Simplicio: Parmi d'esserne capacissimo,  in segno di che mi prover  a
    farne  una  figura  matematica:  ed in questo cerchio grande noter il
    polo P,  e in questi due cerchi pi bassi noter due stelle vedute  da
    un punto in Terra, che sia A e le due stelle sieno queste B, C, vedute
    per la medesima linea A B C incontro a una stella fissa D;  camminando
    poi in Terra sino al termine E,  le due stelle mi appariranno separate
    dalla fissa D e avvicinatesi al polo P,  e pi la pi bassa B,  che mi
    apparir in G,  e manco la C,  che apparir in F;  ma la fissa D aver
    mantenuta la medesima lontananza dal polo.

    Salviati:   Veggo   che   voi  intendete  benissimo.   Credo  che  voi
    comprendiate ancora,  come,  per esser la stella B pi bassa della  C,
    l'angolo  che vien costituito da i raggi della vista che partendosi da
    i due luoghi A, E si congiungono in C, cio quest'angolo A C E,   pi
    stretto,  o  vogliam  dir pi acuto,  dell'angolo costituito in B da i
    raggi A B, E B.

    Simplicio: Si vede al senso benissimo.

    Salviati: Ed anco, per esser la Terra piccolissima e quasi insensibile
    rispetto al firmamento,  ed in conseguenza  per  esser  brevissimo  lo
    spazio A E, che si pu camminare in Terra, in comparazion dell'immensa
    lunghezza delle linee E G,  E F da Terra sino al firmamento,  venite a
    intendere che la stella C si potrebbe  alzare  e  allontanar  tanto  e
    tanto  dalla  Terra,  che  l'angolo  costituito in essa da i raggi che
    partono  da  i  medesimi  punti  A,  E  divenisse  acutissimo  e  come
    assolutamente insensibile e nullo.

    Simplicio: E questo ancora intendo io perfettamente.

    Salviati:  Ora  sappiate,   signor  Simplicio,  che  gli  astronomi  e
    matematici hanno trovate regole infallibili per  via  di  geometria  e
    d'aritmetica,  da potere, merc della quantit di questi angoli B, C e
    delle loro differenze,  congiugnendovi la notizia della distanza de  i
    due  luoghi  A,  E,  ritrovare  a  un  palmo  la lontananza delle cose
    sublimi, tuttavolta per che detta distanza e detti angoli siano presi
    giusti.

    Simplicio:  Talch,   se  le  regole  dependenti  dalla  geometria   e
    dall'aritmetica   son   giuste,   tutte  le  fallacie  ed  errori  che
    s'incontrassero nel volere investigar tali altezze di stelle  nuove  o
    di  comete  o di altro,  convien che dependano dalla distanza A E e da
    gli angoli B, C,  non ben misurati.  E cos tutte quelle diversit che
    si  veggono  in  queste  12  indagini,  dependono non da difetti delle
    regole de i calcoli, ma da errori commessi nell'investigar tali angoli
    e tali distanze per mezo delle osservazioni istrumentali.

    Salviati: Cos ,  n di questo casca difficult veruna.  Ora  convien
    che  attentamente  notiate,  come nell'allontanar la stella da B in C,
    onde l'angolo si  fa  sempre  pi  acuto,  il  raggio  E  B  G  si  va
    continuamente  allontanando  dal  raggio  A  B  D dalla parte di sotto
    l'angolo, come mostra la linea E C F, la cui parte inferiore E C  pi
    remota dalla parte A C che non  la E B: ma non pu gi  mai  accadere
    che,  per  qualunque  immenso  allontanamento,  le  linee  A  D,  E  F
    totalmente si disgiunghino,  dovendosi finalmente andare a  congiugner
    nella stella;  e solamente si potrebbe dire che le si separassero e si
    riducessero  ad  esser  parallele,   quando   l'allontanamento   fusse
    infinito,  il  qual  caso non si pu dare.  Ma perch (notate bene) la
    lontananza del firmamento,  in relazione alla piccolezza della  Terra,
    come gi s' detto,  si reputa come infinita,  per l'angolo contenuto
    da i raggi che tirati da i punti A,  E andassero a  terminare  in  una
    stella  fissa,  si  stima  come  nullo,  ed  essi raggi come due linee
    parallele;  e  per  si  conclude,   che  allora  solamente  si  potr
    affermare,  la stella nuova essere stata nel firmamento,  quando dalla
    collazione delle osservazioni fatte in diversi luoghi si  raccolga  co
    'l  calcolo,   l'angolo  detto  esser  insensibile  e  le  linee  come
    parallele.  Ma  quando  l'angolo  sia  di  notabil  quantit,  convien
    necessariamente  la stella nuova esser pi bassa delle fisse,  ed anco
    della Luna, quando per l'angolo A B E fusse maggiore di quello che si
    costituirebbe nel centro della Luna.

    Simplicio: Adunque la lontananza della Luna non  tanto grande che  un
    simil angolo in lei resti insensibile?

    Salviati: Signor no; anzi  egli sensibile non solo nella Luna, ma nel
    Sole ancora.

    Simplicio:  Ma  se  questo  ,  potr  anco essere che tale angolo sia
    osservabile nella stella nuova senza che ella sia inferiore  al  Sole,
    non che alla Luna.

    Salviati:  Cotesto  pu  essere,  ed   anco ne i presenti casi,  come
    vedrete a suo luogo,  cio quando aver spianata la strada in maniera,
    che  voi  ancora,  bench  non  intelligente  di  calcoli astronomici,
    possiate restar capace e toccar con mano quanto quest'autore ha  avuto
    pi  la  mira  di  scrivere  a  compiacenza  de i Peripatetici,  co 'l
    palliare e dissimular varie cose,  che a stabilimento del vero,  co 'l
    portarle  con  nuda  sincerit.   Per  seguiamo  oltre.   Dalle  cose
    dichiarate  sin  qui  credo  che  voi  restiate  capacissimo  come  la
    lontananza della stella nuova non si pu mai far tanto immensa, che 'l
    pi  volte  nominato angolo interamente svanisca e che li due raggi de
    gli osservatori da i luoghi A,  E divengano linee parallele;  e venite
    in  conseguenza  a  comprender  perfettamente,  che  quando il calcolo
    ritraesse dalle osservazioni,  tal angolo esser totalmente nullo o  le
    linee esser veramente parallele,  saremmo sicuri l'osservazioni esser,
    almeno in qualche minimo che,  errate;  ma quando il calcolo ci desse,
    le   medesime   linee   essersi   disseparate   non   solamente   sino
    all'equidistanza,  cio sino all'esser parallele,  ma aver  trapassato
    oltre al termine, ed essersi allargate pi ad alto che a basso, allora
    bisogna  risolutamente concludere,  le osservazioni essere state fatte
    con meno accuratezza,  ed in somma essere errate,  come quelle che  ci
    conducono  ad  un  manifesto  impossibile.  Bisogna  poi  che  voi  mi
    crediate,  e supponghiate per cosa verissima,  che due linee rette che
    si  partono da due punti segnati sopra un'altra retta,  allora son pi
    larghe in alto che a basso,  quando gli angoli compresi dentro di esse
    sopra  quella retta son maggiori di due angoli retti;  e quando questi
    fussero eguali a due retti,  esse linee  sarebbero  parallele;  ma  se
    fussero  minori  di  due  retti,  le  linee  sarebbero concorrenti,  e
    prolungate serrerebbero il triangolo indubitabilmente.

    Simplicio: Io,  senza prestarvi fede,  ne ho scienza,  e non son tanto
    nudo  di geometria,  ch'io non sappia una proposizione che mille volte
    ho avuto occasione di leggere in Aristotile,  cio che  i  tre  angoli
    d'ogni  triangolo  sono eguali a due retti: talch,  s'io piglio nella
    mia figura il triangolo A B E,  posto che la linea E  A  fusse  retta,
    comprendo benissimo come i suoi tre angoli A,  E,  B sono eguali a due
    retti,  e che in conseguenza li due soli E,  A son minori di due retti
    tanto  quanto    l'angolo  B;  onde  allargando  le  linee  A B,  E B
    (ritenendole per ferme ne' punti A,  E) sin che l'angolo contenuto da
    esse  verso  le parti B svanisca,  li due da basso resteranno eguali a
    due retti, ed esse linee saranno ridotte all'esser parallele;  e se si
    seguitasse  di slargarle pi,  gli angoli a i punti E,  A diverrebbero
    maggiori di due retti.

    Salviati: Voi sete un Archimede, e mi avete liberato dallo spender pi
    parole in dichiararvi,  come tuttavolta che da i calcoli si cavasse li
    due angoli A, E esser maggiori di due retti, l'osservazioni senz'altro
    vengono ad essere errate.  Quest' quel tanto ch'io desideravo che voi
    capiste perfettamente,  e ch'io dubitavo di non aver a poter dichiarar
    in  modo  che  un  puro  filosofo  peripatetico  ne acquistasse sicura
    intelligenza. Ora seguitiamo quel che resta.  E ripigliando quello che
    poco fa mi concedeste,  cio, che non potendo esser la stella nuova in
    pi luoghi,  ma in un solo,  tuttavoltach i calcoli  fatti  sopra  le
    osservazioni di questi astronomi non ce la rendono nel medesimo luogo,
      forza  che  sia  errore  nelle  osservazioni,  cio  o  nel prender
    l'altezze polari, o nel prender l'elevazioni della stella,  o nell'una
    e nell'altra operazione;  ora,  perch nelle molte indagini, fatte con
    le combinazioni a due a due dell'osservazioni,  pochissime sono che si
    rincontrino  a  render  la  stella  nel  medesimo  sito adunque queste
    pochissime sole potrebbero esser le non errate, ma le altre tutte sono
    assolutamente errate.

    Sagredo: Bisogner dunque credere a queste pochissime sole pi  che  a
    tutte l'altre insieme;  e perch voi dite che queste che si concordano
    son pochissime,  ed io tra queste  12  ne  veggo  due  che  rendon  la
    distanza  della  stella dal centro della Terra amendue 4 semidiametri,
    che sono questa quinta e la sesta,  adunque pi  probabile    che  la
    stella nuova sia stata elementare che celeste.

    Salviati: Non sta cos: perch,  se voi notate bene,  non ci  scritto
    la distanza essere stata  puntualmente  4  semidiametri,  ma  circa  4
    semidiametri;  ma  per  voi vedrete che tali due distanze differivano
    tra di loro per molte centinaia di miglia.
    Eccovele qui: vedete che questa quinta, che  13389 miglia,  supera la
    sesta, che  miglia 13100, quasi di 300 miglia.

    Sagredo:  Quali  son  dunque  queste  poche  che s'accordano in por la
    stella nel medesimo luogo?

    Salviati: Son,  per disgrazia di questo autore,  cinque indagini,  che
    tutte  la  ripongono  nel firmamento,  come voi vedrete in quest'altra
    nota,  dove  io  registro  molte  altre  combinazioni.  Ma  io  voglio
    concedere  all'autore pi di quello che per avventura mi domanderebbe,
    che  insomma che in  ciascuna  combinazione  delle  osservazioni  sia
    qualche errore: il che credo che assolutamente sia necessario; perch,
    sendo  4 in numero le osservazioni che servono per una indagine,  cio
    due diverse altezze di polo e due diverse elevazioni di stella,  fatte
    da  diversi  osservatori,  in  diversi luoghi e con diversi strumenti,
    chiunque abbia qualche cognizione  di  tal  pratica  dir  non  potere
    essere che tra tutte 4 non sia caduto qualche errore, e massime mentre
    che  noi  veggiamo  che  nel  prender una sola altezza di polo,  co 'l
    medesimo strumento, nel medesimo luogo e dal medesimo osservatore, che
    l'ha potuta far mille volte,  tuttavia  si  va  titubando  di  qualche
    minuto,  e spesso anco di molti,  come in questo medesimo libro potete
    vedere in diversi luoghi. Supposte queste cose, io vi domando,  signor
    Simplicio,  se voi credete che questo autore tenga i 13 osservatori in
    concetto d'uomini accorti,  intelligenti e destri nel maneggiare  tali
    strumenti, o pur per uomini grossolani e inesperti.

    Simplicio:  Non  pu  esser  ch'  e'  gli reputi se non molto cauti ed
    intelligenti;  perch quando e' gli stimasse inetti a  tal  esercizio,
    potrebbe  dar bando al suo stesso libro,  come nulla concludente,  per
    esser fondato  sopra  supposizioni  piene  di  errori;  e  per  troppo
    semplici  spaccerebbe  noi,  mentre  e' credesse con l'inesperienza di
    quelli persuaderci per vera una sua falsa proposizione.

    Salviati: Adunque,  come questi osservatori sien tali,  e che pur  con
    tutto  ci  abbiano  errato  e per convenga emendar loro errori,  per
    poter dalle loro osservazioni ritrar  quel  pi  di  notizia  che  sia
    possibile,  conveniente cosa  che noi gli applichiamo le minori e pi
    vicine emende e correzioni che si possa,  purch'elle bastino a ritirar
    l'osservazioni   dall'impossibilit   alla   possibilit;    s   che,
    verbigrazia,  se si pu temperar un manifesto  errore  ed  un  patente
    impossibile di una loro osservazione con l'aggiugnere o detrar 2 o ver
    3 minuti,  e con tale emenda ridurlo al possibile, non si deva volerlo
    aggiustare con la giunta o suttrazione del 15 o 20 o 50.

    Simplicio: Non credo  che  l'autore  contradicesse  a  questo  perch,
    conceduto  che  e' siano uomini giudiziosi ed esperti,  si deve creder
    pi presto che egli abbiano errato di poco che d'assai.

    Salviati: Or notate appresso.  De i luoghi  dove  collocar  la  stella
    nuova,  alcuni  son  manifestamente  impossibili,  ed altri possibili.
    Impossibile assolutamente  che ella  fusse  per  infinito  intervallo
    superiore  alle  stelle  fisse,  perch un tal sito non  al mondo,  e
    quando fusse,  la stella posta l a noi sarebbe  stata  invisibile;  
    anco  impossibile  che ella andasse serpendo sopra la superficie della
    Terra,  e molto pi che ella fusse dentro all'istesso  globo  terreno.
    Luoghi  possibili  sono  questi  de'  quali si  in controversia,  non
    repugnando al nostro intelletto che un oggetto visibile, in aspetto di
    stella, potesse esser sopra la Luna, non men che sotto. Ora, mentre si
    va cercando di ritrar per via d'osservazioni e di calcoli,  fatti  con
    quella  sicurezza  alla  quale  la diligenza umana pu arrivare,  qual
    veramente fusse il suo luogo,  si trova che la maggior parte  di  essi
    calcoli  la  rendon  pi  che  per  infinito  intervallo  superiore al
    firmamento,  altri la rendon prossima alla superficie della Terra,  ed
    alcuni anco sotto tal superficie,  e de gli altri, che la ripongono in
    luoghi non impossibili,  nissuni si concordano tra di loro,  dimodoch
    convien  dire,  tutte  le  osservazioni esser necessariamente fallaci;
    talch,  se noi vogliamo pur da tante fatiche ritrar  qualche  frutto,
    bisogna ridursi alle correzioni, emendando tutte l'osservazioni.

    Simplicio:  Ma  l'autore  dir,  che delle osservazioni che rendono la
    stella in luoghi impossibili,  non si deve far capitale  alcuno,  come
    quelle  che  infinitamente  sono  errate e fallaci;  e solo si debbono
    accettar quelle che la costituiscono in luoghi non impossibili,  e tra
    queste  solamente  andar ricercando,  per via de i pi probabili e pi
    numerosi rincontri,  se non il sito particolare e giusto,  cio la sua
    vera  distanza dal centro della Terra,  almeno di venire in cognizione
    se ella fu tra gli elementi o pur tra i corpi celesti.

    Salviati: Il discorso che fate voi  adesso,    quell'istesso  che  ha
    fatto  l'autore  a  favor della causa sua,  ma con troppo irragionevol
    disavvantaggio della parte;  e quest' quel punto principale che mi ha
    fatto  sopramodo  maravigliare  della  troppa  confidenza  ch' e' si 
    presa,   non  men  della  propria  autorit,   che  della  cecit   ed
    inavvertenza  de  gli  astronomi:  per  i  quali  io  parler,  e  voi
    risponderete per l'autore.  E prima io vi domando,  se  gli  astronomi
    nell'osservare con loro strumenti,  e cercar,  verbigrazia, quanta sia
    l'elevazione d'una stella sopra l'orizonte,  possono deviar  dal  vero
    tanto  nel  pi  quanto nel meno,  cio ritrar con errore che ella sia
    talvolta pi alta del vero e talvolta pi bassa,  o pure  se  l'errore
    non  pu  mai  esser  se non d'un genere,  cio che,  errando,  sempre
    pecchino nel soverchio e non mai nel meno,  o sempre nel meno  n  gi
    mai nel soverchio.

    Simplicio:  Io  non  ho  dubbio  che  sia  egualmente  pronto l'errare
    nell'uno che nell'altro modo.

    Salviati: Credo che l'autore risponderebbe il medesimo. Ora, di questi
    due generi d'errori,  che son contrarii  e  ne  quali  possono  essere
    egualmente  incorsi  gli osservatori della stella nuova,  applicati al
    calcolo,  l'un genere render la stella pi alta del vero,  e  l'altro
    pi bassa: e perch gi noi convenghiamo che tutte le osservazioni son
    errate,  per qual ragione vuol quest'autore che noi accettiamo per pi
    congruenti co 'l vero quelle  che  mostrano  la  stella  essere  stata
    vicina, che l'altre che la mostrano soverchiamente lontana?

    Simplicio:  Per  quel  che  mi pare aver ritratto dalle cose dette sin
    qui,  io non veggo che l'autore ricusi quelle osservazioni ed indagini
    che  potesser render la stella lontana pi che la Luna ed anco pi del
    Sole,  ma solamente quelle che la fanno remota (come voi stesso  avete
    detto) pi che per un infinito intervallo; la qual distanza perch voi
    ancora  recusate  come  impossibile,  per  egli  trapassa,  come  per
    infinitamente  convinte  di  falsit  e   di   impossibilit,   cotali
    osservazioni.  Parmi dunque, che se voi volete convincer l'autore, voi
    debbiate produrre indagini pi esatte,  o pi  in  numero,  o  di  pi
    diligenti  osservatori,  le  quali  costituiscano la stella in tanta e
    tanta lontananza sopra la Luna o  sopra  al  Sole,  in  luogo  insomma
    possibile ad esservi, s come egli produce queste 12 che tutte rendono
    la  stella  sotto  la  Luna,  in  luoghi che sono al mondo e dove ella
    poteva essere.

    Salviati: Maaa,  signor Simplicio,  qui consiste l'equivoco  vostro  e
    dell'autore;  vostro per un rispetto,  e dell'autore per un altro.  Io
    scorgo dal vostro parlare,  che  voi  vi  sete  formato  concetto  che
    l'esorbitanze  che  si  commettono  nello stabilir la lontananza della
    stella,  vadano crescendo secondo la proporzione de gli errori che  si
    fanno  sopra  lo  strumento  nel  far  l'osservazioni,  e che,  per il
    converso,  dalla grandezza delle esorbitanze si  possa  argomentar  la
    grandezza  de gli errori,  e che per,  sentendo dire,  ritrarsi dalla
    tale osservazione la  lontananza  della  stella  esser  infinita,  sia
    necessario  l'error  nell'osservare  essere  stato infinito,  e perci
    inemendabile e come tale recusabile: ma il negozio,  signor  Simplicio
    mio, non cammina cos; e del non aver compreso come stia questo fatto,
    ne scuso voi,  come inesperto di tali maneggi,  ma non posso gi sotto
    simil mantello palliar l'error  dell'autore,  il  quale,  dissimulando
    l'intelligenza  d  questo,  che  si   persuaso che noi veramente non
    fussimo per intendere,  ha sperato servirsi della nostra ignoranza per
    accreditar  maggiormente  la sua dottrina appresso la moltitudine de i
    poco intelligenti.  Per,  per avvertimento  di  quelli  che  son  pi
    creduli  che  intendenti,  e  per trar voi d'errore,  sappiate che pu
    essere (e che il pi delle volte accader)  che  una  osservazione  la
    quale vi dia la stella,  per esempio, nella lontananza di Saturno, con
    l'accrescere o detrarre un sol minute  dall'elevazione  presa  con  lo
    strumento  la  far divenir in distanza infinita,  e per di possibile
    impossibile; e per il converso, quei calcoli che fabbricati sopra tali
    osservazioni vi rendono la stella infinitamente lontana,  molte  volte
    pu essere che con l'aggiugnere o scemare un sol minuto la ritirino in
    sito  possibile: e questo ch'io dico d'un minuto,  pu accadere ancora
    con la correzione d'un mezo, e d'un sesto,  e di manco.  Ora fissatevi
    ben  nella  mente,  che nelle distanze altissime qual ,  verbigrazia,
    l'altezza di Saturno o quella delle stelle fisse,  minimissimi  errori
    fatti dall'osservatore sopra lo strumento rendono il sito di terminato
    e  possibile  infinito  ed  impossibile.  Ci  non  cos avviene delle
    distanze  sublunari  e  vicine  alla  Terra,  dove  pu  accadere  che
    l'osservazione  dalla quale si sia raccolto,  la stella esser lontana,
    verbigrazia,  4 semidiametri terrestri,  si potr crescere o diminuire
    non  solamente  d'un  minuto,  ma  di dieci e di cento e di assai pi,
    senza che il calcolo la renda non pur infinitamente remota, ma n anco
    superiore alla Luna.  Comprendete da questo,  che la grandezza de  gli
    errori,  per cos dire strumentali non si ha da stimare dall'esito del
    calcolo,  ma dalla quantit stessa de i gradi  e  de'  minuti  che  si
    numerano  sopra lo strumento;  e quelle osservazioni s'hanno a chiamar
    pi giuste o men errate, le quali con la giunta o suttrazione di manco
    minuti restituiscono la stella in luogo  possibile;  e  tra  i  luoghi
    possibili,  il  vero  sito convien credere che fusse quello intorno al
    quale concorre numero maggiore delle distanze,  sopra  le  pi  giuste
    osservazioni calcolate.

    Simplicio:  Io non resto ben capace di questo che voi dite,  n so per
    me stesso comprendere come possa essere  che  nelle  distanze  massime
    maggior  esorbitanza  possa  nascere  dall'error d'un sol minuto,  che
    nelle piccole da 10 o da 100; e per arei caro di intenderlo.

    Salviati: Voi,  se non per teorica almeno per pratica,  lo vedrete  da
    questo  breve sunto ch'io ho fatto di tutte le combinazioni e di parte
    delle indagini tralasciate dall'autore,  le quali io ho  calcolate,  e
    notate sopra questo medesimo foglio.

    Sagredo:  Convien  dunque  che  voi  da  ieri in qua,  che pur non son
    passate pi di 18 ore,  non abbiate fatto altro che  calcolare,  senza
    prender n cibo n sonno.

    Salviati:  Anzi  ho  io preso l'uno e l'altro ristoro: ma io fo simili
    calcoli  con  gran  brevit;  e  s'io  debbo  dire  il  vero,  mi  son
    maravigliato  non  poco  che  quest'autore  vadia cos per la lunga ed
    interponendo tante computazioni non punto necessarie al quesito che si
    cerca. E per piena intelligenza di questo,  ed anco acci speditamente
    si  possa  conoscer  quanto dalle osservazioni de gli astronomi,  de i
    quali si serve l'autore,  pi probabilmente  si  raccolga,  la  stella
    nuova  potere  essere  stata  superiore  alla  Luna  ed anco a tutti i
    pianeti, e tra le stelle fisse e pi alta ancora,  ho trascritte sopra
    questa  carta  tutte l'osservazioni registrate dal medesimo autore che
    furon fatte da 13 astronomi, dove son notate le elevazioni polari e le
    altezze della stella nel meridiano,  tanto le minime  sotto  il  polo,
    quanto le massime e superiori: e son queste.
    -Ticone.
    Altezza del polo gr. 55.58 m.p.
    Altezza della stella gr. 84.0 la massima;
    27.57 m.p. la minima.
    E queste sono del primo scritto, ma del secondo la minima  27.45 m p.
    _______________________________________________
    -Ainzelio.
    Altezza polare gr. 48.22 m.p.
    Altezza della stella gr. 76.34 m.p.
    76.33 m.p. e 45 sec.
    76.35 m.p.
    20.9 m.p. e 40sec.
    20.9 m.p. e 30sec.
    20.9 m.p. e 20sec.
    _______________________________________________
    -Peucero e Sculero.
    Altezza polare 51.54 m.p.
    Altezza della stella 79.56 m.p.
    23.33 m.p.
    _______________________________________________
    -Landgravio.
    Altezza polare 51.18 m.p.
    Altezza della stella 79.30 m.p.
    _______________________________________________
    -Camerario.
    Altezza polare gr. 52.24 m.p. della stella 80.30 m.p.
    80.27 m.p.
    80.26 m.p.
    24.28 m.p.
    24.20 m.p.
    24.17 m p.
    ________________________________________________
    -Agecio.
    Altezza polare gr. 48.22 m.p. della stella 20.15 m.p.
    ________________________________________________
    -Ursino.
    Altezza polare 49.24 m.p. stella 79.
    22.
    ________________________________________________
    -Munosio.
    Altezza polare 39.30 m p.
    Stella 67.30 m.p.
    11.30 m.p.
    ________________________________________________
    -Maurolico.
    Altezza polare gr. 38.30 m.p. della stella 20.15 m.p.
    ________________________________________________
    -Gemma.
    Altezza polare 50.50 m p.
    Stella 79.45 m p.
    ________________________________________________
    -Buschio.
    Altezza polare 51.10 m.p.
    Stella 79.20 m.p.
    22.40 m.p.
    ________________________________________________
    -Reinoldo.
    Altezza polare 51.18 m.p.
    Stella 79.30 m.p.
    23.02 m.p.
    Ora,  per  veder  tutto il mio progresso,  potremo cominciar da questi
    calcoli, che son 5 trapassati dall'autore forse perch fanno contro di
    lui,  atteso che costituiscono la  stella  sopra  la  Luna  per  molti
    semidiametri terrestri.  Il primo de' quali  questo,  calcolato sopra
    l'osservazioni del Landgravio d'Assia e di Ticone, che sono,  anco per
    concession  dell'autore,  de i pi esquisiti osservatori: ed in questo
    primo dichiarer  l'ordine  che  tengo  nell'investigazione,  la  qual
    notizia  vi  servir  per  tutti  gli  altri,  atteso che vanno con la
    medesima regola,  non variando in altro che nella quantit  del  dato,
    cio  ne  i  numeri  de i gradi dell'altezze polari e delle elevazioni
    sopra l'orizonte della stella nuova,  della quale si cerca la distanza
    dal  centro  della  Terra  in  proporzione  al  semidiametro del globo
    terrestre;  del quale in questo caso niente importa  il  saper  quante
    miglia  sia,  onde  il  risolver  quello e la distanza de' luoghi dove
    furon fatte l'osservazioni,  come fa quest'autore,   fatica  e  tempo
    gettato  via,  n so perch l'abbia fatto,  e massime che in ultimo e'
    torna a riconvertir  le  miglia  trovate  in  semidiametri  del  globo
    terrestre.

    Simplicio: Forse fa questo per ritrovar, con tali misure pi piccole e
    con  le  loro frazioni,  la distanza della stella determinata sino a 4
    dita;   perch  noi  altri,   che  non  intendiamo  le  vostre  regole
    aritmetiche,  restiamo  stupefatti  nel sentir le conclusioni,  mentre
    leggiamo,  verbigrazia: "Adunque la cometa,  o la  stella  nuova,  era
    lontana dal centro della Terra trecento settantatremila ottocentosette
    miglia,   e   pi   dugent'undici  quattromilanovantasettesimi  373807
    211/4097", e sopra queste tanto precise puntualit, dove si registrano
    tali minuzie,  formiamo concetto che sia impossibil cosa che  voi  che
    ne'  vostri  calcoli  tenete  conto  d'un  dito,   poteste  in  ultimo
    ingannarci di 100 miglia.

    Salviati: Questa vostra ragione e scusa sarebbe accettabile, quando in
    una distanza di migliaia di miglia un braccio di pi o di  meno  fusse
    di  gran  rilievo,  e quando le supposizioni che noi pigllamo per vere
    fusser cos certe,  che ci assicurassero che noi fussimo per  ritrarre
    in ultimo un'indubitabil verit: ma qui voi vedete,  nelle 12 indagini
    dell'autore le lontananze della stella,  che da  esse  si  raccolgono,
    esser  differenti  l'una dall'altra (e per lontane dal vero) di molte
    centinaia e migliaia di miglia; ora,  mentre io sia pi che sicuro che
    quel ch'io cerco deve necessariamente differir dal giusto di centinaia
    di miglia,  a che proposito affannarsi nel calcolo,  per la gelosia di
    non ismagliar d'un dito?  Ma venghiamo finalmente  all'operazione,  la
    qual io risolvo in tal modo.  Ticone, come si vede nella nota, osserv
    la stella nell'altezza polare di gr.  55.58 m.p.;  e l'altezza  polare
    del  Landgravio  fu  51.18 m.p.: l'altezza della stella nel meridiano,
    presa da Ticone,  fu gr.  27.45 m.p.;  il Landgravio la trov alta gr.
    23.03  m.p.:  le  quali  altezze son queste notate qui appresso,  come
    vedete:
    Ticone Polo 55.58 m.p. stella 27.45 m p.
    Landgravio Polo 51.18 m.p. stella 23.03 m.p.
    Fatto questo,  sottraggo le minori dalle maggiori,  e  restano  queste
    differenze qui sotto:
    4.40 m.p. 4.42 m.p.
    Parallasse 2 m.p. dove la differenza dell'altezze polari, 4.40 m.p., 
    minore  della  differenza  dell'altezze della,  4.42 m.p.,  e per c'
    differenza di parallasse gr.  0.  2 m.p.  Trovate queste cose,  piglio
    l'istessa figura dell'autore, cio questa, nella quale il punto B  il
    luogo del Landgravio,  D il luogo di Ticone,  C luogo della,  A centro
    della Terra, A B E linea verticale del Landgravio, A D F di Ticone,  e
    l'angolo B C D differenza di parallasse.
    Ang. BAD 4.40 m.p. Corda sua 8142 parti di quali il semid. AB  100000
    BDF 92.20 m.p.
    BDC 154.45 m.p. | sini 42657
    BCD 0.02 m.p. | 58
    __________________________________
    58 42657 8142
    8142
    ______
    85314
    170628
    42657
    341256
    _____________
    59
    58 | 3473 | 13294
    571
    5

    E  perch  l'angolo  B A D,  compreso tra le verticali,   eguale alla
    differenza dell'altezze polari, sar gr.  4.40 m.p.,  e lo noto qui da
    parte;  e di esso trovo la corda, dalla tavola de gli archi e corde, e
    la noto appresso,  che  8142 parti di quali il  semidiametro  A  B  
    100000.  Trovo  poi  l'angolo  B  D  C  facilmente: imperocch la met
    dell'angolo B A D, che  2.20 m.p.,  giunta a un retto d l'angolo B D
    F 92.20 m.p., al quale giugnendo l'angolo C D F, che  la distanza dal
    vertice della maggiore altezza della stella,  che qui  62.15 m.p., ci
    d la quantit dell'angolo BDC 154.45 m.p.;  il quale noto insieme  co
    'l  suo sino,  preso dalla tavola,  il quale  42.657,  e sotto questo
    noto l'angolo della parallasse B C D 0.2 m.p., co 'l suo sino 58.
    E perch nel triangolo B C D il lato D B al lato B C   come  il  sino
    dell'angolo  opposto B C D al sino dell'angolo opposto B D C,  adunque
    quando la linea B D fusse 58, B C sarebbe 42.657; e perch la corda DB
     8142 di quali il semidiametro BA  100000, e noi cerchiamo di sapere
    quante delle medesime parti sia B C, per diremo, per la regola aurea:
    Se quando BD  58,  BC  42.657,  quando la medesima DB  fusse  8.142,
    quanto sarebbe la BC? Per multiplico il secondo termine per il terzo;
    mi viene 347.313.294, il quale si deve dividere per il primo, cio per
    58,  ed  il quoziente sarebbe il numero delle parti della linea B C di
    quali il semidiametro A B  100.000: e per sapere quanti  semidiametri
    B  A contenesse la medesima linea B C,  bisognerebbe di nuovo dividere
    il medesimo quoziente trovato per 100.000,  ed aremmo  il  numero  de'
    semidiametri compresi in B C. Ora, il numero 347.313.294 diviso per 58
    d 5.988.160 1/4 come si vede qui:

    5988160 1/4
    58 | 347313294
    5717941
    54 3

    e questo diviso per 100000 ci d 59 88160/100000

    1 | 00000 | 59 | 88160

    Ma  noi  possiamo  abbreviare  assai l'operazione,  dividendo il primo
    prodotto   trovato,   cio   347313294,    per   il   prodotto   della
    multiplicazione delli due numeri 58 e 100000, che 

    59
    58 | 00000 | 3473 | 13294
    571
    5

    e ne vien parimente 59 5113294/5800000.


    E  tanti  semidiametri  son  contenuti  nella  linea  B  C,  a i quali
    aggiuntone uno per la linea A B, averemo poco meno che 61 semidiametri
    per le due linee A B C,  e per la distanza retta dal  centro  A  alla
    stella C sar pi di 60 semidiametri; adunque viene ad esser superiore
    alla  Luna,  secondo  Tolomeo  pi  di  27 semidiametri,  e secondo il
    Copernico pi di 8,  posto che la lontananza  della  Luna  dal  centro
    della  Terra  in  via  di  esso  Copernico  sia,  qual  dice l'autore,
    semidiametri 52.
    Con questa simile indagine trovo,  dall'osservazioni del  Camerario  e
    del  Munosio,  la stella tornar situata in una simil lontananza,  cio
    essa ancora pi di 60 semidiametri: e queste sono le  osservazioni,  e
    questo appresso il calcolo.

    Altezza  |  Camerario  52.24  m p.  altezza | 24.28 m.p.  polare del |
    Munosio 39.30 m.p. della stella | 11.30 m.p.
    _________________
    Differenza dell'altezze  12.58  m.p.  differenza  polari  12.54  m  p.
    dell'altezze della stella 12.54 m.p.
    __________
    Differenza di parallasse 0. 4 m.p. ed angolo BCD.

    | BAD 12.54 m.p.; e la sua corda 22466
    Angoli | BDC 161.59 m.p.| 30930
    | BCD 0. 4 | sini 116

    Regola aurea.

    22466
    116 30930 22466
    _____________________
    673980
    202194
    67398
    _______________
    59 distanza BC semidiametri 59 e quasi 60.
    116 | 6948 | 73380
    1144
    10

    La  indagine  appresso   fatta sopra due osservazioni di Ticone e del
    Munosio;  dalle quali si calcola,  la stella essere stata lontana  dal
    centro della Terra semidiametri 478 e pi.

    Altezze | Ticone 55.58 m.p.  altezze | 84.  0 m.p. polari di | Munosio
    39.30 m.p. della stella | 67.30 m.p.
    ________ ___________
    Differenza delle 16.30  m.p.  differenza  altezze  polari  16.28  m.p.
    dell'altezze della stella
    16.28 m.p.
    ___________
    Differenza di parallasse 0. 2 m.p. ed angolo
    BCD.

    | BAD 16.28 m.p.; la sua corda 28640
    Angoli | BDC 104.14 m.p. | sini 96930
    | BCD 0. 2 m.p. | sini 58

    Regola aurea.

    58 96930 28640
    28640
    _____________
    3877200
    58158
    77544
    19386
    _____________________
    478
    58 | 27760 | 75200
    4506
    53

    Quest'indagine  che  segue,  d la stella remota dal centro pi di 358
    semidiametri.

    Altezze | Peucero 51.54 m.p.  altezza | 79.56 m.p.  polari  |  Munosio
    39.30 m.p. della stella | 67.30 m.p.
    ________ __________
    12.24 m.p. 12.26 m.p.
    12.24 m.p.
    _________
    0. 2 m.p.


    | BAD 12.24 m.p.; corda 21600
    Angoli | BDC 106.16 m.p. | sini 95996
    | BCD 0. 2 m.p. | sini 58

    Regola aurea.

    58 95996 21600
    21600
    _______________________
    57597600
    95996
    191992
    ________________________
    357
    58 | 20735 | 13600
    3339
    42


    Da  quest'altra indagine la stella si ritrova esser lontana dal centro
    pi di 716 semidiametri.

    Altezze | Landgravio 51.18 m.p.  della | 79.30 m.p.  polari | Ainzelio
    48.22 m.p. stella | 76.33 m.p. e 45 sec
    __________ _________________
    2.56 m.p. 2.56 m.p. e 15 sec.
    2.56 m.p.
    __________________
    0. 0 15 sec.

    BAD 2.56 m.p.; corda 5120
    BDC 101.58 m.p. | sini 97845
    BCD 0. 0 15 sec. | sini 7

    Regola aurea.

    7 | 97845 | 5120
    5120
    ____________________
    1956900
    97845
    489225
    ____________________
    715
    7 | 5009 | 66400
    134

    Queste,  come  vedete,  son  cinque indagini le quali rendon la stella
    assai superiore alla Luna: dove voglio che voi facciate considerazione
    sopra quel particolare che poco fa vi dissi,  cio che nelle  distanze
    grandi la mutazione,  o vogliam dir correzione,  di pochissimi minuti,
    rimuove la stella per grandissimi spazii;  come,  per  esempio,  nella
    prima  di  queste  indagini,   dove  il  calcolo  rese  la  stella  60
    semidiametri remota dal centro,  con la parallasse di  2  minuti,  chi
    volesse  sostenere  che ella fusse nel firmamento,  non ha a corregger
    nelle osservazioni altro che 2 minuti e anco meno, perch allora cessa
    la parallasse, o divien cos piccola che rende la stella in lontananza
    immensa,  quale si riceve da tutti esser quella del firmamento.  Nella
    seconda indagine l'emenda di manco di 4 m.p. fa l'istesso. Nella terza
    e  nella  quarta,  pur  come nella prima,  due minuti soli ripongon la
    stella anco sopra le fisse.  Nella precedente un quarto  d'un  minuto,
    cio 15 secondi, ci danno l'istesso. Ma non cos avverr nelle altezze
    sublunari: imperocch figuratevi pure qual lontananza pi vi piace,  e
    fate prova  di  voler  corregger  le  indagini  fatte  dall'autore  ed
    aggiustarle   s  che  tutte  rispondano  nella  medesima  determinata
    lontananza; voi vedrete quanto maggiori emende vi bisogner fare.

    Sagredo: Non sar se non bene,  per nostra piena  intelligenza,  veder
    qualche esempio di questo che dite.

    Salviati:  Stabilite  voi a vostro beneplacito qual si sia determinata
    lontananza sublunare,  dove costituir la stella,  ch con  poca  briga
    potremo assicurarci se correzioni simili a queste,  che abbiamo veduto
    bastar per ridurla tra le  fisse,  la  ridurranno  nel  luogo  da  voi
    stabilito.

    Sagredo: Per pigliare la pi favorevole distanza per l'autore, porremo
    che sia quella che  la maggiore di tutte le investigate da esso nelle
    sue  12  indagini;  imperocch,  mentre  si   in controversia tra gli
    astronomi ed  esso,  e  che  quelli  dicono  la  stella  essere  stata
    superiore  alla Luna,  e questo inferiore,  ogni poco spazio che e' la
    provi essere stata sotto, gli d la vittoria.

    Salviati:  Pigliamo  dunque  la  settima  indagine,   fatta  sopra  le
    osservazioni di Ticone e di Taddeo Agecio, per le quali trova l'autore
    la  stella  essere  stata lontana dal centro 32 semidiametri,  il qual
    sito  il  pi  favorevole  per  la  parte  sua;  e  per  dargli  ogni
    vantaggio,  voglio  che,  oltre  a  questo,  la  ponghiamo  nella  pi
    disfavorevole lontananza per gli astronomi,  qual  il collocarla anco
    sopra  il  firmamento.  Posto  dunque  ci,  andiam  ricercando  quali
    correzioni sarebber necessarie applicare all'altre  sue  11  indagini,
    acci sublimassero la stella sino alla distanza di 32 semidiametri;  e
    cominciamo dalla prima, calcolata sopra l'osservazioni dell'Ainzelio e
    del Maurolico, nella quale l'autore trova la distanza dal centro circa
    3 semidiametri, con la parallasse di gr. 4.42 m.p. e 30 sec.: veggiamo
    ora se co 'l ritirarla a 20 m.p.  solamente,  si eleva  sino  alli  32
    semidiametri.  Ecco  l'operazione,  brevissima e giusta: multiplico il
    sino dell'angolo B D C per  la  corda  B  D,  e  parto  l'avvenimento,
    detrattone le 5 ultime figure,  per il sino della parallasse; ne viene
    28 semidiametri e mezo: talch n anco per la correzione di  gr.  4.22
    m.p.  e 30 secondi,  tolti da gr.  4.42 m.p. e 30 secondi, si eleva la
    stella sino all'altezza di 32 semidiametri,  la qual  correzione,  per
    intelligenza del signor Simplicio,  di m.p. 262 e mezo.
    Ainzelio Pol. 48.22 stella 76.34 m.p. e 30 sec.
    Maurolico Pol. 38.30 stella 62
    _______ _______________
    9.52 14.34 m.p. e 30 sec.
    9.52
    ________________
    Parallasse 4.42 m.p. e 30 sec.

    BAD 9.52 m.p. corda 17200
    BDC 108.21 m.p. e 30 sec. sino 94910
    BCD 0.20 m.p. sino 582

    94910
    17200
    ____________
    18982000
    66437
    9491
    ___________________
    28
    582 | 16324 | 52000
    4688
    2

    Nella  seconda operazione,  fatta sopra l'osservazioni dell'Ainzelio e
    dello Sculero, con parallasse di gr. 0. 8 m.p.  e 30 sec.,  trovasi la
    stella  in  altezza  di  25 semidiametri in circa,  come si vede nella
    seguente operazione.

    BD corda 6166 97987
    BDC | sini | 97987 6166
    BCD | sini | 247 ____________
    587922
    587922
    97987
    587922
    _______________
    24
    247 | 6041 | 87842
    1103
    11

    E ritirando la parallasse 0.8 m.p. e 30 sec.  a 7 m.p.,  il cui sino 
    204,  si  eleva la stella a 30 semidiametri in circa: non basta dunque
    la correzione di 1 m.p. e 30 sec.

    29
    204 | 6041 | 87842
    1965
    12

    | BAD gr. 7.36 corda 13254
    Angoli | BDC 155.52 m.p. sino 40886
    | BCD 0.10 m.p. sino 291

    13254
    40886
    _________
    79524
    106032
    106032
    53016
    _______________________
    18 30
    291 | 5419 | 03044 175 | 5419
    2501 16
    18

    Or veggiamo qual correzione bisogna per la terza  indagine,  fatta  su
    l'osservazioni dell'Ainzelio e di Ticone, la qual rende la stella alta
    circa 19 semidiametri,  con la parallasse 10 m.p.  Gli angoli soliti e
    lor sini e corda,  trovati dall'autore,  son questi;  e rendono  (come
    anco   nell'operazione   dell'autore)   la  stella  lontana  circa  19
    semidiametri;  bisogna dunque,  per  alzarla,  scemar  la  parallasse,
    conforme  alla  regola  che  egli  ancora osserva nella nona indagine:
    ponghiamo per tanto la parallasse esser 6 m.p.,  il cui sino  175,  e
    fatta  la  divisione,  si  trova  ancor meno di 31 semidiametri per la
    distanza della stella.  E' dunque la correzione di 4 m.p.  poca per il
    bisogno dell'autore.
    Venghiamo  alla  quarta  indagine  ed  alle  rimanenti con la medesima
    regola, e con le corde e sini ritrovati dall'autor medesimo. In questa
    la parallasse  14 m.p., e l'altezza trovata manco di 10 semidiametri;
    e diminuendo la parallasse da 14 m.p.  a 4 m.p.,  ad ogni modo  vedete
    come  la stella non si eleva n anco sino a 31 semidiametri: non basta
    dunque la correzione di 10 m.p. sopra 14 m.p.

    BD corda 8142 43235
    BDC sino 43235 8142
    __________
    BCD sino 407 86470
    172940
    43235
    345880
    ___________________
    30
    116 | 3520 | 19370
    4

    Nella quinta operazione dell'autore abbiamo i sini  e  la  corda  come
    vedete:

    BD corda 4034 97998
    BDC sino 97998 4034
    ___________
    BCD sino 1236 391992
    293994
    391992
    __________________
    27
    145 | 3953 | 23932
    1058
    3

    e la parallasse  0.42 m.p.  e 30 sec., la quale rende l'altezza della
    stessa circa 4 semidiametri; e correggendo la parallasse,  con ridurla
    da  i 42 m.p.  e 30 sec.  a 5 m.p.  solamente non basta per alzarla n
    anche sino a 28 semidiametri: l'emendazione dunque di  37  m.p.  e  30
    sec.  poca.
    Nella sesta operazione la corda, i sini e la parallasse son tali

    BD corda 1920 40248
    BDC sino 40248 1920
    _________
    BCD 8 m. sino 233 804960
    362232
    40248
    _______________
    26
    29 | 772 | 76160
    198
    1 e la stella si trova esser alta circa 4 semidiametri: vegghiamo dove
    la  si  riduce  calando  la  parallasse  da  8  a  un  solo m.p.  Ecco
    l'operazione, e la stella non pi alzata che sino a 27 semidiametri in
    circa: non basta dunque la correzione di 7m.p. sopra 8m.p.
    Nell'ottava operazione la corda, i sini e la parallasse,  come vedete,
    son tali:

    BD corda 1804 36643
    BDC sino 36643 1804
    _________
    BCD sino 29 146572
    293144
    36643
    ________________
    22
    29 | 661 | 03972
    83
    2

    e  di  qui  calcola  l'autore  l'altezza della stella semidiametri 1 e
    mezo,  con la parallasse di 43 m.p.;  la quale ridotta  a  1  m.p.  d
    tuttavia  la  stella  lontana  manco  di 24 semidiametri: la correzion
    dunque di 42 m.p. non basta.
    Veggiamo ora la nona. Ecco la corda, i sini e la parallasse,  che  15
    m.p.:   onde  l'autor  calcola,   la  lontananza  della  stella  dalla
    superficie  della  Terra  esser  manco  di  un  quarantasettesimo   di
    semidiametro.  Ma  questo  con error del calcolo;  imperocch la vien
    veramente,  come noi vedremo qui adesso,  pi di un quinto:  ecco  che
    vengono circa 90/436 che son pi di un quinto.

    BD corda 232 39046
    BDC sino 39046 232
    ___________
    BCD sino 436 78092
    117138
    78092
    ___________
    436 | 90 | 58672

    Quello  che soggiugne poi l'autore in emenda delle osservazioni,  cio
    che non basta ritirar la differenza  della  parallasse  n  a  un  sol
    minuto,  n anco all'ottava parte di 1 m.p.   vero. Ma io dico che n
    meno la decima parte di 1 m.p.  ridurr l'altezza della  stella  a  32
    semidiametri: imperocch il sino della decima parte di 1 m.p., cio di
    6 secondi,   3 per il quale se nella nostra regola noi divideremo go,
    o vogliam dire se noi divideremo per  300000,  9058672,  ne  verr  30
    58672/100000, cio poco pi di 30 semidiametri e mezo.
    La  decima  d  l'altezza della stella un quinto di semidiametro,  con
    quest'angolo, sini e parallasse,  che  gr.  4.30 m.p.: la quale veggo
    che ridotta da gr.  4.30 m.p.  a 2 m.p.,  ad ogni modo non promuove la
    stella sino a 29 semidiametri.

    BD corda 1746 1746
    BDC sino 92050 92050
    __________
    BCD 4.30 m.p. sino 7846 87300
    3492
    15714
    ________________
    27
    58 | 1607 | 19300
    441
    4

    L'undecima rende la stella all'autore remota  circa  13  semidiametri,
    con  la parallasse di 55 m.p.: veggiamo,  riducendola a 20 m.p.,  dove
    innalzer la stella.  Ecco il calcolo:  l'eleva  a  poco  meno  di  33
    semidiametri: la correzione dunque  di 35, poco meno, sopra 55 m.p.

    BD corda 19748 96166
    BDC sino 96166 19748
    ____________
    BCD 0.55 m.p. sino 1600 769328
    384664
    673162
    865494
    96166
    32
    _________________
    582 | 18900 | 86168
    1536
    36

    La duodecima, con la parallasse di gr. 1.36 m.p., rende la stella alta
    meno di 6 semidiametri: ritirando la parallasse a 20 m.p.,  conduce la
    stella a meno di 30 semidiametri di lontananza: non  basta  dunque  la
    correzione di gr. 1.16 m.p.

    BD corda 17258 17258
    BDC sino 96150 96150
    __________
    BCD 1.36 m.p. sino 2792 862900
    17258
    103548
    155322
    _______________
    28
    582 | 16593 | 56700
    4957
    29

    Queste   sono   le  correzioni  delle  parallasse  delle  10  indagini
    dell'autore, per ridur la stella in altezza di 32 semidiametri:

    gr. I. II. gr. I.II.
    4.22 m.p. e 30 sec. sopra 4.42.30
    4 sopra 0.10
    10 sopra 0.14
    37 sopra 0.42.30
    7 sopra 0. 8
    42 sopra 0.43
    14 e 50 sec. sopra 0.15
    4.28 sopra 4.30
    35 sopra 0.55
    1.16 sopra 1.36
    ____________________________________
    216 296 60
    540 540 9
    ____ ___ ____
    756 836 540

    Di  qui  si  vede  come  per  ridur  la  stella  all'altezza   di   32
    semidiametri,  bisogna dalla somma delle parallassi 836 detrarne 756 e
    ridurle a 80, n anco basta tal correzione.
    Di qui si vede (s come ho  notato  qua  dreto)  che  quando  l'autore
    stabilisse  di  voler  ricever  per  vero  sito  della stella nuova la
    distanza di 32 semidiametri,  la correzione dell'altre sue 10 indagini
    (e  dico  10,  perch  la seconda,  essendo assai ben alta,  si riduce
    all'altezza di 32 semidiametri con 2 m.p. di correzione),  per far che
    tutte  restituissero  detta  stella in tal distanza,  ricercherebbe un
    ritiramento  di  parallassi  tale,   che  tra  tutte  le   suttrazioni
    importerebbero pi di 756 m.p.: dove che nelle 5 calcolate da me,  che
    rendono  la  stella  sopra  la  Luna,   per  correggerle  s  che   la
    costituiscano  nel  firmamento,  basta la correzione di minuti 10 e un
    quarto solamente.  Ora aggiugnete  a  queste,  altre  5  indagini  che
    rendono  la stella precisamente nel firmamento senza bisogno di veruna
    correzione,   ed  avremo  10  indagini  concordi  a  costituirla   nel
    firmamento  con  la  sola correzione di 5 di loro (come s' veduto) di
    minuti 10 e un quarto:  dove  che  per  la  correzione  dell'altre  10
    dell'autore,   per   ridurla   in  altezza  di  32  semidiametri,   vi
    bisogneranno l'emendazioni  di  minuti  756  sopra  minuti  836;  cio
    bisogna  che  dalla somma di 836 se ne detraggano 756,  a voler che la
    stella si elevi all'altezza di 32 semidiametri, ed anco tal correzione
    non basta.
    Le indagini poi,  che immediatamente senz'altra correzione  rendon  la
    stella  senza  parallasse,  e  perci nel firmamento ed anco nelle pi
    remote parti di esso,  ed in somma alta  quanto  l'istesso  polo,  son
    queste 5 notate qui:

    Camerario | Altezze polari | Gr. 52.24 m.p | Altezze | 80.26
    Peucero | | Gr. 51.54 | della stella | 79.56
    ________ ______
    0.30 0.30
    _______________________________________________________
    Landgravio | Altezze polari | Gr. 51.18 | Altezze | 79.30
    Ainzeglio | | Gr. 48.22 | della stella| 76.34
    ______ ______
    2.56 2.56
    ______________________________________________________
    Ticone | Altezze polari | Gr. 55.58 | Altezze | 84.
    Peucero | | Gr. 51.54 | della stella| 79.56
    ______ ______
    4. 4 4. 4
    ______________________________________________________
    Reinoldo | Altezze polari | Gr. 51.18 | Altezze | 79.30
    Ainzeglio | | Gr. 48.22 | della stella| 76.34
    ______ ______
    2.56 2.56
    ______________________________________________________
    Camerario | Altezze polari | Gr. 52.24 | Altezze | 24.17
    Agecio | | Gr. 48.22 | della stella| 20.15
    ______ ______
    4. 2 4. 2

    Del  resto  de gli accoppiamenti che si posson fare delle osservazioni
    di tutti questi astronomi,  quelli che rendon la stella  per  infinito
    spazio sublime son molti pi in numero,  cio circa 30 di pi, che gli
    altri che danno,  calcolando,  la stella sotto la Luna;  e perch  (s
    come  siam  convenuti)  da credere che gli osservatori abbiano errato
    pi presto di poco che d'assai,  manifesta cosa  che le correzioni da
    applicarsi all'osservazioni che danno la stella alta in infinito,  nel
    ritirarla a basso,  prima e  con  emenda  minore  la  condurranno  nel
    firmamento   che   sotto  la  Luna:  talch  tutte  queste  applaudono
    all'opinione di quelli che la mettono tra le fisse.  Aggiugnete che le
    correzioni  che  si  ricercano per tali emende,  sono assai minori che
    quelle per le quali la stella dall'inverisimil vicinit si pu ridurre
    all'altezza pi favorevole per questo  autore,  come  per  gli  esempi
    passati si  veduto: tra le quali impossibili vicinit ce ne son 3 che
    par  che rimuovano la stella dal centro della Terra per manco distanza
    d'un semidiametro, facendola in certo modo andar in volta sotto Terra;
    e queste son quelle combinazioni nelle quali, essendo l'altezza polare
    d'uno de gli  osservatori  maggiore  dell'altezza  polare  dell'altro,
    l'elevazion  della  stella  presa  da  quello  minore dell'elevazione
    della stella di  questo.  E  sono  tali  combinazioni  le  notate  qui
    appresso.
    Questa  prima    del  Landgravio con Gemma: dove l'altezza polare del
    Landgravio, 51.18 m.p.,  maggiore del l'altezza polare di Gemma,  che
     50.50 m.p.;  ma l'altezza della stella del Landgravio, 79.30 m.p., 
    minore di quella della stella di Gemma,
    79.45 m.p.

    Landgravio | Altezza polare 51.13 | Altezza 79.30
    Gemma | 50.50 | della stella79.45

    Le altre due sono queste di sotto:

    Buschio | Altezza polare 51.10 | Altezza 79.20
    Gemma | 50.50 | della stella79.45
    Reinoldo | Altezza polare 51.18 | Altezza 79.30
    Gemma | 50.50 | della stella79.45

    Da quello che sin qui v'ho mostrato,  potete comprendere quanto questa
    prima  maniera  d'investigar  la  distanza  della  stella  e  provarla
    sublunare, introdotta dall'autore,  sia disfavorevole per la causa sua
    e quanto pi probabilmente e chiaramente si raccolga, la lontananza di
    quella esser stata tra le pi remote stelle fisse.

    Simplicio:  Sino  a  questa  parte mi par che assai manifestamente sia
    scoperta la poca efficacia  delle  dimostrazioni  dell'autore;  ma  io
    veggo  che tutto questo vien compreso in non molte carte del libro,  e
    potrebb'esser che altre sue ragioni fusser pi concludenti che non son
    queste prime.

    Salviati: Anzi non posson esser se non men valide,  se vogliamo che le
    passate  ci  siano  esempio  per  le  rimanenti;  attesoch (s come 
    manifesto) l'incertezza e poca concludenza di  quelle  chiaramente  si
    comprende   derivar   da   gli   errori  commessi  nelle  osservazioni
    strumentali, dalle quali si  creduto le altezze polari e della stella
    essere state prese giustamente,  essendo in effetto errate  facilmente
    tutte;  e  pur per trovar l'altezze del polo hanno avuto gli astronomi
    secoli di tempo da impiegarvisi a lor agio,  e  le  altezze  meridiane
    della  stella sono le pi agevoli da osservarsi,  come quelle che sono
    terminatissime e concedono qualche spazio all'osservatore  di  poterle
    continuare,  come  quelle  che  non  si  mutano sensibilmente in tempo
    brevissimo, come fanno le remote dal meridiano: e se questo , s come
    ,  verissimo,  qual fede vorrem noi prestare a calcoli fondati  sopra
    osservazioni pi in numero,  pi difficili a farsi, pi momentanee nel
    variarsi,  con la giunta appresso di  strumenti  pi  incomodi  e  pi
    fallaci?  Per  una  semplice  occhiata  che ho data alle dimostrazioni
    seguenti,  i computi son fatti sopra altezze  della  stella  prese  in
    diversi  cerchi  verticali,  che  chiamano  con voce arabica azimutti:
    nelle quali osservazioni si adoprano strumenti mobili non  solo  ne  i
    cerchi verticali,  ma nell'orizonte ancora nel medesimo tempo, in modo
    che convien,  nell'istesso  momento  che  si  prende  l'altezza,  aver
    nell'orizonte  osservata  la  distanza  del  verticale,  nel qual  la
    stella,  dal meridiano;  in oltre dopo notabile  intervallo  di  tempo
    convien reiterar l'operazione, e tener minuto conto del tempo decorso,
    fidandosi  o  d'oriuoli  o  d'altre  osservazioni  di  stelle: una tal
    matassa di osservazioni va poi conferendo con un'altra  simile,  fatta
    da un altro osservatore,  in un altro paese,  con diverso strumento ed
    in diverso tempo; e da questa cerca l'autore di ritrar quali sarebbono
    state l'altezze della stella e le latitudini orizontali  accadute  nel
    tempo   ed  ora  dell'altre  prime  osservazioni,   e  sopra  un  tale
    aggiustamento fabbrica in ultimo il suo calcolo. Lascio ora giudicar a
    voi quanto sia da prestar fede a ci che da simili indagini si ritrae.
    Oltre che io non dubito punto che quando altri si volesse  martirizare
    sopra tali lunghissimi computi,  si troverebbe,  s come ne i passati,
    esser pi quelli che favorissero la parte avversa,  che  l'autore:  ma
    non mi par che metta conto prendersi una tal fatica per cosa che non 
    tra le primarie intese da noi.

    Sagredo: Io son dalla vostra in questa parte;  ma sendo questo negozio
    circondato da  tante  confusioni  incertezze  ed  errori,  sopra  qual
    confidenza  hanno  tanti  astronomi  asseverantemente pronunziato,  la
    nuova stella essere stata altissima?

    Salviati: Sopra due sorte di osservazioni, semplicissime facilissime e
    verissime,  una sola delle quali  pi che a bastanza per  assicurarne
    dell'essere  stata  locata  nel  firmamento,  o almeno per lunghissimo
    tratto superiore alla Luna: una delle quali   presa  dall'egualit  o
    poco differente inegualit delle sue lontananze dal polo, tanto mentre
    ell'era nell'infima parte del meridiano, quanto nella suprema; l'altra
      l'aver  lei conservato perpetuamente le medesime distanze da alcune
    stelle fisse,  sue circonvicine,  ed in particolare  dall'undecima  di
    Cassiopea,  non  pi da essa remota di gradi I e mezo: dalli quali due
    capi  indubitabilmente  si  raccoglie   o   l'assoluta   mancanza   di
    parallasse,  o  una  piccolezza  tale,  che  ne  assicura  con calcoli
    speditissimi della sua gran lontananza dalla Terra.

    Sagredo: Ma queste cose non sono state comprese da questo autore? e se
    egli le ha vedute, in che modo se ne difende?

    Salviati: Noi sogliamo dire che quando altri, non trovando ripiego che
    vaglia contro a i suoi falli,  produce frivolissime  scuse,  cerca  di
    attaccarsi  alle  funi  del  cielo;  ma  quest'autore ricorre non alle
    corde, ma alle fila de' ragnateli del cielo,  come apertamente vedrete
    nell'andare esaminando questi due punti pur ora accennativi.  E prima,
    quello che ci mostrino le  distanze  polari  ad  uno  ad  uno  de  gli
    osservatori  l'ho  io  notato  in  questi  brevi  calcoli;  per  piena
    intelligenza de quali devo primamente avvertirvi, come, tuttavolta che
    la stella nuova o altro fenomeno sia vicino a Terra,  girando al  moto
    diurno  intorno  al  polo,  pi distante si mostrer da esso mentre si
    trovi  nella  parte  di  sotto  nel  meridiano,  che  quando    nella
    superiore,  come  in  questa  figura  si  vede: nella quale il punto T
    denota  il  centro  della  Terra,  O  il  luogo  dell'osservatore,  il
    firmamento  l'arco V P C,  il polo P;  il fenomeno,  muovendosi per il
    cerchio F S, vedesi or sotto il polo, per il raggio OFC,  ed or sopra,
    secondo  il raggio O S D,  s che i luoghi veduti nel firmamento siano
    D, C ma i veri, rispetto al centro T,  sono B,  A,  lontani egualmente
    dal  polo:  dove  gi  manifesto,  il luogo apparente del fenomeno S,
    cio il punto D,  esser pi vicino al polo che non  l'altro apparente
    luogo C,  veduto per il raggio O F C;  che  la prima cosa da notarsi.
    Conviene che nel secondo  luogo  voi  notiate,  come  l'eccesso  della
    apparente  inferior  distanza  dal  polo  sopra  l'apparente superiore
    distanza,  pur dal polo,   maggiore che non  la parallasse inferiore
    del  fenomeno;  cio  dico  che  l'eccesso  dell'arco  C  P  (distanza
    inferiore apparente) sopra l'arco P D (distanza apparente superiore) 
    maggiore dell'arco C A (che  la  parallasse  inferiore).  Il  che  si
    raccoglie  facilmente:  imperocch di pi eccede l'arco C P il P D che
    il P B,  essendo P B maggiore di P D;  ma P  B    eguale  a  P  A,  e
    l'eccesso di C P sopra P A  l'arco C A; adunque l'eccesso dell'arco C
    P  sopra l'arco P D  maggiore dell'arco C A,  che  la parallasse del
    fenomeno posto in F: che  quel che bisognava sapere.  E per dar tutti
    i  vantaggi all'autore,  voglio che supponghiamo,  la parallasse della
    stella in F esser tutto l'eccesso dell'arco C P (cio  della  distanza
    inferiore  dal  polo)  sopra  l'arco  P D (distanza superiore).  Vengo
    adesso ad esaminare quel che ci danno le  osservazioni  di  tutti  gli
    astronomi  prodotti  dall'autore:  tra le quali non ce n' pur una che
    non gli sia in disfavore  e  contraria  al  suo  intento.  E  facciamo
    principio  da  queste  del  Buschio,  il quale trov la distanza della
    stella dal polo, quando gli era superiore, esser gr. 28.10 m.p.,  e la
    inferiore esser gr.  28.30 m.p.,  s che l'eccesso  gr. 0.20 m.p., il
    quale voglio che prendiamo (a favor dell'autore) come se  tutto  fusse
    parallasse della stella in F, cio l'angolo T F O; la distanza poi dal
    vertice,  cio l'arco C V,   gr.  67.20 m.p. Trovate queste due cose,
    prolunghisi la linea C O, e sopra essa caschi la perpendicolare T I, e
    consideriamo il triangolo T O I, del quale l'angolo I  retto, e l'I O
    T noto,  per esser alla cima dell'angolo V O C,  distanza della stella
    dal  vertice;  inoltre  nel  triangolo T I F,  pur rettangolo,   noto
    l'angolo F,  preso per la parallasse: notinsi dunque da parte  li  due
    angoli I O T,  I F T,  e di essi si prendano i sini,  che sono come si
    vede notato. E perch nel triangolo I O T di quali parti il sino tutto
    T O  100.000, di tali il sino T I  92.276,  e di pi nel triangolo I
    F  T  di quali il sino tutto TF  100.000,  di tali il sino T I  582,
    per ritrovar quante parti sia T F di quelle che T O  100.000,  diremo
    per  la regola aurea: Quando T I  582,  T F  100.000;  ma quando T I
    fusse 92.276,  quanto sarebbe T F?  Multiplichiamo 92.276 per 100.000;
    ne  viene  9.227.600.000: e questo si deve partire per 582;  ne viene,
    come si vede,  15854982: e tante parti saranno in T F di quelle che in
    T O sono 100.000.  Onde per voler sapere quante linee T O sono in T F,
    divideremo 15.854.982 per 100.000;  ne verr 158 e mezo prossimamente:
    e  tanti semidiametri sar la distanza della stella F dal centro T.  E
    per  abbreviar  l'operazione,   vedendo  noi  come  il  prodotto   del
    multiplicato di 92.276 per 100.000 si deve divider prima per 582 e poi
    il quoziente per 100.000,  potremo, senza la multiplicazione di 92.276
    per 100.000 e con una sola divisione del sino 92.276 per il sino  582,
    conseguir subito l'istesso,  come si vede l sotto; dove 92.276 diviso
    per 582 Ci d l'istesso 158 e mezo in circa. Tenghiamo dunque memoria,
    come la sola divisione del sino T I  come  sino  dell'angolo  T  O  I,
    diviso per il sino T I, come sino dell'angolo I F T, ci d la distanza
    cercata T F in tanti semidiametri T O.
    Angoli | IOT 67.20 m.p. | sini | 92276 15854982Angoli | IOT 67.20 m.p.
    | sini | 92276 15854982
    | IFT 0.20 m.p. | | 582 582 | 9227600000
    | 3407002246
    TI TF TI TF 49297867
    582 100000 92276 0 325414
    _____________________
    100000 | 158 | 54982
    _____________________
    | 158
    582 | 92276
    34070
    492
    3

    Vedete ora quel che ci danno le osservazioni del Peucero: del quale la
    distanza inferior dal polo  gr.  28.21 m.p.,  e la superiore gr. 28.2
    m.p., la differenza gr. 0.19 m.p., e la distanza dal vertice gr. 66.27
    m.p.;  dalle quali cose si raccoglie  la  distanza  della  stella  dal
    centro quasi 166 semidiametri.

    Angoli | IAC 66.27 m.p. | sini | 91672 165 427/553
    | IEC 0.19 m.p. | | 553 553 | 91672
    | 36397
    312
    4

    Ecco  quel  che  ci  mostra  l'osservazione  di  Ticone,  presa la pi
    favorevole per l'avversario: cio, la distanza inferiore dal polo, gr.
    28.13 m.p.; e la superiore, 28.2 m.p., lasciando la differenza,  che 
    0.11  m.p.,  come se tutta fusse parallasse,  la distanza dal vertice,
    gr.  62.15 m.p.  Ecco qui sotto l'operazione,  e la  lontananza  della
    stella dal centro ritrovata semidiametri 276 9/16

    Angoli | IAC 62.15 m.p. | sini | 88500 276 9/16
    | IEC 0.11 m.p. | | 320 320 | 88500
    | 2418
    21

    L'osservazione  del Reinoldo,  ch' la seguente,  ci rende la distanza
    della stella dal centro semidiametri 793.

    Angoli | IAC 66.58 m.p. | sini | 92026 793 38/116
    | IEC 0. 4 m.p. | | 116 116 | 92026
    | 10888
    33

    Dalla seguente osservazion del Landgravio si ritrae la distanza  della
    stella dal centro semidiametri 1057.

    Angoli | IAC 66.57 m.p. | sini | 92012 1057 53/87
    | IEC 0. 3 m.p. | | 87 87 | 92012
    | 5663
    5

    Prese  dal  Camerario  due  delle  sue osservazioni pi favorevoli per
    l'autore,  si trova la lontananza della stella dal centro semidiametri
    3143.

    Angoli | IAC 65.43 m.p. | sini | 91152 3143
    | IEC 0. 1 m.p. | | 29 29 | 91152
    | 4295
    1

    L'osservazione  del Munosio non d parallasse,  e per rende la stella
    nuova tra le fisse altissime: quella dell'Ainzelio ce la d remota per
    infinito spazio,  ma con emendazion di un mezo minuto primo  la  ripon
    tra  le  fisse: e l'istesso si ritrae dall'Ursino con la correzione di
    12 m.p.  De gli altri astronomi non ci sono le distanze sopra e  sotto
    il polo,  onde non si pu ritrar cosa veruna.  Or vedete come tutte le
    osservazioni di tutti convengono, in disfavor dell'autore, in collocar
    la stella nelle regioni celesti e altissime.

    Sagredo: Ma che difesa trov'egli contro a s patenti contrariet?

    Salviati: Uno di quei debolissimi  fili:  dicendo  che  le  parallassi
    vengono   diminuite   merc   delle  refrazioni,   le  quali  operando
    contrariamente, sublimano il fenomeno, dove le parallassi l'abbassano.
    Ora,  quanto vaglia questo miserabil refugio,  giudicatelo da  questo,
    che  quando  quest'effetto  delle refrazioni fusse di quella efficacia
    che da non molto tempo in qua alcuni astronomi  hanno  introdotto,  al
    pi  che  potesse operar circa l'elevar pi del vero un fenomeno sopra
    l'orizonte,  mentre egli sia di gi alto 23 o  24  gradi,  sarebbe  il
    diminuirgli  circa  3  minuti  di  parallasse,  il qual temperamento 
    scarsissimo per ritrar la stella sotto la Luna ed  in  alcuni  casi  
    minore  che  non    il  vantaggio  conceduto da noi nell'ammetter che
    l'eccesso della distanza inferior dal  polo  sopra  la  superiore  sia
    tutto  parallasse,  il  qual  vantaggio    cosa  assai  pi  chiara e
    palpabile che l'effetto della refrazione, della grandezza del quale io
    dubito,  e non senza ragione.  Ma pi,  io domando  quest'autore  s'ei
    crede  che  quelli  astronomi,  delle  osservazioni de i quali egli si
    serve,  avessero cognizione di questi effetti delle  refrazioni  e  vi
    facessero   sopra   considerazione,   o   no:   se   gli  conobbero  e
    considerarono,    ragionevol  credere  che  di  essi  tenesser  conto
    nell'assegnare  le vere elevazioni della stella,  facendo a quei gradi
    di altezze,  che sopra gli strumenti si scorgevano,  quelle  tare  che
    erano convenienti merc dell'alterazioni delle refrazioni,  immodo che
    le distanze pronunziate da loro fussero poi le corrette  e  giuste,  e
    non le apparenti e false;  ma s'ei crede che tali autori non facessero
    reflessione sopra le dette refrazioni,  convien confessare che  eglino
    abbiano  parimente errato in determinar tutte quelle cose le quali non
    si possono  perfettamente  aggiustare  senza  la  modificazione  delle
    refrazioni:  tra  le  quali  cose una  l'investigazione precisa delle
    altezze polari,  le quali comunemente si prendono  dalle  due  altezze
    meridiane  di  alcuna  delle  stelle fisse sempre apparenti,  le quali
    altezze verranno alterate dalla refrazione,  nell'istesso modo appunto
    che quelle della stella nuova; talch l'altezza polare, che da esse si
    deduce,  verr  difettosa,  e  partecipe  dell'istesso  mancamento che
    quest'autore ascrive alle altezze assegnate alla stella nuova,  cio e
    quella e queste poste,  con pari errore, pi sublimi del vero. Ma tale
    errore,  per  quanto  appartiene  al  nostro  presente  negozio.   non
    progiudica punto,  perch non avendo noi bisogno di saper altro che la
    differenza tra le due distanze della stella  nuova  dal  polo,  mentre
    ella gli fu inferiore e poi superiore, chiara cosa  che tali distanze
    saran l'istesse posta l'alterazion della refrazione comunemente per la
    stella  e  per  il  polo,  ch'  comunemente emendata per questo e per
    quella.  Arebbe  qualche  momento,  bench  debolissimo,   l'argomento
    dell'autore, se egli ci avesse assicurati che l'altezza del polo fusse
    stata   assegnata  precisa  e  emendata  dall'error  dependente  dalla
    refrazione, dal quale non si fussero poi guardati i medesimi astronomi
    nell'assegnarci l'altezze della stella nuova; ma egli di ci non ci ha
    fatti sicuri,  n forse ce ne poteva fare,  e forse (e  questo    pi
    credibile) tal cautela  stata tralasciata da gli osservatori.

    Sagredo:  Parmi  soprabbondantemente  annullata questa instanza;  per
    ditemi in qual maniera e' si libera poi da quell'aver mantenuta sempre
    la medesima distanza dalle stelle fisse sue circonvicine.

    Salviati:  Apprendendosi  similmente  a  due  fili  ancor  pi  deboli
    dell'altro, l'uno de' quali  pur legato alla refrazione, ma tanto men
    saldamente,  quanto  e'  dice  che,  pur  la refrazione operando nella
    stella nuova e sublimandola  sopra  il  vero  sito  rende  incerte  le
    distanze vedute dalle vere, comparate alle stelle fisse sue vicine; n
    posso  a  bastanza maravigliarmi come e' dissimuli d'accorgersi che la
    medesima refrazione lavorer nell'istesso modo nella stella nuova  che
    nell'antica,  sua vicina,  sublimando amendue egualmente, onde da tale
    accidente l'intervallo tra esse resti inalterato.  L'altro  refugio  
    ancora  pi  infelice  e  tiene  assai del ridicolo,  fondandosi sopra
    l'errore che pu nascere nell'operazione  stessa  strumentale,  mentre
    che  l'osservatore,  non  potendo  costituire  il centro della pupilla
    dell'occhio nel centro del sestante (strumento adoprato nell'osservare
    gl'intervalli tra due stelle), ma tenendolo elevato sopra detto centro
    quant' la distanza di essa pupilla da non so  che  osso  della  gota,
    dove s'appoggia il capo dello strumento, si viene a formar nell'occhio
    un  angolo pi acuto di quello che si forma da i lati del sestante: il
    qual angolo  de'  raggi  differisce  anco  da  se  stesso,  mentre  si
    riguardano  stelle  poco  elevate  sopra  l'orizonte e le medesime poi
    poste in grande altura. Si fa, dice, tal angolo differente,  mentre si
    vadia elevando lo strumento,  tenendo ferma la testa: ma se nell'alzar
    il sestante si piegasse il collo indietro e  si  andasse  elevando  la
    testa  insieme  con  lo  strumento,  l'angolo  allora si conserverebbe
    l'istesso: suppone dunque la risposta dell'autore che gli osservatori,
    nell'uso dello strumento,  non abbiano alzato  la  testa  conforme  al
    bisogno,  cosa che non ha del verisimile. Ma posto anco che cos fusse
    seguito,  lascio giudicare a voi qual differenza pu  essere  tra  due
    angoli  acuti  di due triangoli equicruri,  i lati dell'uno de i quali
    triangoli siano lunghi ciascuno quattro braccia,  e quelli  dell'altro
    quattro   braccia   meno   quant'   il  diametro  d'una  lente;   ch
    assolutamente non maggiore pu essere la differenza tra  la  lunghezza
    delli  due raggi visivi mentre la linea vien tirata perpendicolarmente
    dal centro della pupilla sopra il piano  dell'aste  del  sestante  (la
    qual  linea  non    maggiore  che  la  grossezza  del pollice),  e la
    lunghezza de i medesimi raggi mentre,  elevandosi  il  sestante  senza
    alzar  insieme  la testa,  tal linea non cade pi a perpendicolo sopra
    detto piano,  ma inclina,  facendo  l'angolo  verso  la  circonferenza
    alquanto acuto.  Ma per liberare in tutto e per tutto questo autore da
    queste infelicissime mendicit,  sappia (gi che si vede che egli  non
    ha  molta pratica nell'uso de gli strumenti astronomici) che ne i lati
    del sestante o quadrante si accomodano due traguardi uno nel centro  e
    l'altro nell'estremit opposta, i quali sono elevati un dito o pi dal
    piano  dell'aste  e  per  le sommit di tali traguardi si fa passar il
    raggio dell'occhio,  il  quale  occhio  si  tiene  anco  remoto  dallo
    strumento un palmo o due o pi ancora;  talch n pupilla,  n osso di
    gota, n di tutta la persona, tocca n si appoggia allo strumento;  il
    quale strumento n meno si sostiene o si eleva a braccia, e massime se
    saranno di quei grandi, come si costuma, li quali, pesando le decine e
    le  centinaia  ed  anco le migliaia delle libbre,  si sostengono sopra
    basi saldissime: talch  tutta  l'instanza  svanisce.  Questi  sono  i
    sutterfugii  di  questo  autore,  i  quali,  quando  ben fussero tutto
    acciaio,  non lo potrebbero sollevare d'un centesimo di minuto: e  con
    questi  si  persuade  di  darci  a  credere  d'aver  compensata quella
    differenza che importa pi di cento minuti,  dico  del  non  si  esser
    osservata  notabil  diversit  nelle distanze tra una fissa e la nuova
    stella in tutta la lor circolazione,  che,  quando  ella  fusse  stata
    prossima  alla  Luna,  doveva  farsi  grandemente  cospicua  anco alla
    semplice vista,  senza strumento veruno,  e massime paragonandola  con
    l'undecima di Cassiopea,  sua vicina a gr. 1 e mezo; che di pi di due
    diametri della Luna  doveva  variarsi,  come  ben  avvertirono  i  pi
    intelligenti astronomi di quei tempi.

    Sagredo:  Mi  par  di  vedere  quell'infelice  agricoltore,  che  dopo
    l'essergli state battute e  destrutte  dalla  tempesta  tutte  le  sue
    aspettate  ricolte,  va  con  faccia  languida  e china raggranellando
    reliquie cos tenui,  che non son per bastargli a nutrir  n  anco  un
    pulcino per un sol giorno.

    Salviati: Veramente che con troppo scarsa provisione d'arme s' levato
    quest'autore contro a gl'impugnatori della inalterabilit del cielo, e
    con  troppo  fragili  catene  ha  tentato  di  ritirar  dalle  regioni
    altissime la stella nuova di Cassiopea in queste basse ed  elementari.
    E perch mi pare che assai chiaramente si sia dimostrata la differenza
    grande  che    tra  i  motivi  di  quelli  astronomi e di questo loro
    oppugnatore,  sar bene che,  lasciata  questa  parte,  torniamo  alla
    nostra  principal  materia;  nella  quale  segue la considerazione del
    movimento annuo comunemente attribuito al Sole,  ma poi,  da Aristarco
    Samio  in  prima,  e dopo dal Copernico,  levato dal Sole e trasferito
    nella Terra;  contro alla qual posizione  sento  venir  gagliardamente
    provisto il signor Simplicio, ed in particolare con lo stocco e con lo
    scudo  del  libretto  delle  conclusioni  o disquisizioni matematiche,
    l'oppugnazioni del quale sar bene cominciare a proporre.

    Simplicio: Voglio, quando cos vi piaccia, riserbarle in ultimo,  come
    quelle che sono le ultime ritrovate.

    Salviati: Sar dunque necessario che voi,  conforme al modo tenuto sin
    qui,  andiate ordinatamente proponendo le  ragioni  in  contrario,  s
    d'Aristotile  come  di  altri  antichi,  il che son per far io ancora,
    acci non resti nulla indietro senza esser attentamente considerato ed
    esaminato;  e parimente il signor Sagredo  con  la  vivacit  del  suo
    ingegno,  secondoch  si  sentir  svegliare,  produrr in mezo i suoi
    pensieri.

    Sagredo: Lo far  con  la  mia  solita  libert;  e  perch  voi  cos
    comandate, sarete anco in obbligo di scusarla.

    Salviati:  Il favore obbligher a ringraziarvi,  e non a scusarvi.  Ma
    cominci or mai il signor Simplicio a promuover quelle  difficult  che
    lo  respingono  dal  poter credere che la Terra,  a guisa de gli altri
    pianeti, si possa muover in giro intorno ad un centro stabile.

    Simplicio:  La  prima  e  massima  difficult    la   repugnanza   ed
    incompatibilit  che    tra  l'esser  nel centro e l'esserne lontano:
    perch,  quando il globo terrestre si abbia a muover in un anno per la
    circonferenza di un cerchio,  cio sotto il zodiaco,  impossibile che
    nell'istesso tempo e' sia nel centro del zodiaco;  ma che la Terra sia
    in tal centro,   in molti modi provato da Aristotile, da Tolomeo e da
    altri.

    Salviati: Molto bene discorrete;  e non  dubbio alcuno che chi  vorr
    far muover la Terra per la circonferenza di un cerchio,  bisogna prima
    che e' provi che ella non sia nel centro di quel tal cerchio.  Sguita
    dunque ora che noi vegghiamo se la Terra sia o non sia in quel centro,
    intorno  al  quale  io  dico  che  ella  si gira,  e voi dite ch'ell'
    collocata; e prima che questo,   necessario ancora che ci dichiariamo
    se  di  questo  tal  centro abbiamo voi ed io l'istesso concetto o no.
    Per dite quale e dove  questo vostro inteso centro.

    Simplicio: Intendo per centro quello dell'universo,  quello del mondo,
    quello della sfera stellata, quel del cielo.

    Salviati:  Ancorch  molto  ragionevolmente  io  potessi  mettervi  in
    controversia,  se in natura sia un tal centro,  essendo che n voi  n
    altri  ha  mai  provato  se  il  mondo  sia finito e figurato,  o pure
    infinito e interminato;  tuttavia,  concedendovi per ora  che  ei  sia
    finito  e  di  figura  sferica  terminato,  e che per ci abbia il suo
    centro,  converr vedere quanto sia credibile che la Terra,  e non pi
    tosto altro corpo, si ritrovi in esso centro.

    Simplicio:  Che  il  mondo sia finito e terminato e sferico,  lo prova
    Aristotile con cento dimostrazioni.

    Salviati: Le quali si riducono poi tutte ad una sola, e quella sola al
    niente;  perch se io gli negher il suo assunto,  cio che l'universo
    sia  mobile,  tutte le sue dimostrazioni cascano,  perch e' non prova
    esser finito e terminato se non quello dell'universo che  mobile.  Ma
    per  non  multiplicar  le dispute,  concedasi per ora che il mondo sia
    finito, sferico, ed abbia il suo centro: e gi che tal figura e centro
    si  argomentato dalla mobilit,  non sar se non molto ragionevole se
    da  gl'istessi  movimenti circolari de' corpi mondani noi andremo alla
    particolar  investigazione  del  sito  proprio  di  tal  centro;  anzi
    Aristotile  medesimo  ha  egli  pur  nell'istessa  maniera  discorso e
    determinato,  facendo centro dell'universo  quell'istesso  intorno  al
    quale  tutte  le  celesti sfere si girano e nel quale ha creduto venir
    collocato il globo terrestre.  Ora ditemi,  signor  Simplicio:  quando
    Aristotile   si  trovasse  costretto  da  evidentissime  esperienze  a
    permutar in parte questa sua disposizione ed ordine dell'universo,  ed
    a  confessare  d'essersi  ingannato in una di queste due proposizioni,
    cio o nel por la Terra nel centro,  o nel dir che le sfere celesti si
    movessero  intorno a cotal centro,  qual delle due confessioni credete
    voi ch'egli eleggesse?

    Simplicio: Credo che quando il caso accadesse, i Peripatetici_

    Salviati:  Non  domando  de  i  Peripatetici,   domando   d'Aristotile
    medesimo;  ch  quanto  a quelli so benissimo ci che risponderebbero.
    Essi,   come  reverentissimi  ed  umilissimi  mancipii   d'Aristotile,
    negherebbero  tutte  l'esperienze e tutte l'osservazioni del mondo,  e
    recuserebbero anco di vederle,  per  non  le  avere  a  confessare,  e
    direbbero che il mondo sta come scrisse Aristotile, e non come vuol la
    natura,   perch,  toltogli  l'appoggio  di  quell'autorit,  con  che
    vorreste che comparissero in campo?  E per ditemi pure quel  che  voi
    stimate che fusse per far Aristotile medesimo.

    Simplicio:   Veramente   non   mi  saprei  risolvere,   qual  de'  due
    inconvenienti e' fusse per reputar minore.

    Salviati:  Non  usate,   di  grazia,   questo   termine   di   chiamar
    inconveniente  quel  che  potrebb'esser  necessario  che  fusse  cos.
    Inconveniente fu il voler  por  la  Terra  nel  centro  delle  celesti
    revoluzioni.  Ma  gi  che  voi  non sapete in qual parte e' fusse per
    inclinare, stimandolo io uomo di grand'ingegno andiamo esaminando qual
    delle due elezioni sia la pi  ragionevole,  e  quella  reputiamo  che
    fusse  la  ricevuta  da  Aristotile.   Ripigliando  dunque  il  nostro
    ragionamento da principio,  e posto,  in grazia d'Aristotile,  che  il
    mondo  (della  grandezza  del  quale non abbiamo sensata notizia oltre
    alle  stelle  fisse),   come  quello  che    di  figura   sferica   e
    circolarmente si muove,  abbia necessariamente, e rispetto alla figura
    e rispetto al moto,  un centro,  ed essendo noi oltre a ci sicuri che
    dentro  alla  sfera stellata sono molti orbi,  l'uno dentro all'altro,
    con loro stelle,  che pur circolarmente si muovono,  si cerca quel che
    sia  pi  ragionevol  credere  e  dire,  che  questi orbi contenuti si
    muovano intorno all'istesso centro del mondo,  o pure intorno ad altro
    assai lontano da quello.  Dite ora,  signor Simplicio, il parer vostro
    circa questo particolare.

    Simplicio:  Quando  noi   potessimo   fermarci   sopra   questo   solo
    presupposto, e che fussimo sicuri di non poter incontrar qualche altra
    cosa  che  ci disturbasse,  io direi che molto pi ragionevol fusse il
    dire che il continente e le parti contenute si movesser tutte circa un
    comun centro, che sopra diversi.

    Salviati: Ora,  quando sia vero che 'l centro del mondo sia  l'istesso
    che  quello  intorno  al quale si muovono gli orbi de i corpi mondani,
    cio de' pianeti, certissima cosa  che non la Terra,  ma pi tosto il
    Sole, si trova collocato nel centro del mondo; talch, quanto a questa
    prima semplice e generale apprensione,  il luogo di mezo  del Sole, e
    la Terra si trova tanto remota dal centro quanto dall'istesso Sole.

    Simplicio: Ma da che argumentate voi che non la Terra, ma il Sole, sia
    nel centro delle conversioni de' pianeti?

    Salviati:  Concludesi  da  evidentissime,   e  perci  necessariamente
    concludenti,  osservazioni, delle quali le pi palpabili, per escluder
    la Terra da cotal centro e collocarvi  il  Sole,  sono  il  ritrovarsi
    tutti  i  pianeti  ora pi vicini ed ora pi lontani dalla Terra,  con
    differenze tanto grandi,  che,  verbigrazia,  Venere  lontanissima  si
    trova  sei  volte  pi  remota da noi che quando ell' vicinissima,  e
    Marte si inalza quasi otto volte pi in uno che  in  un  altro  stato.
    Vedete  intanto  se Aristotile s'ingann di qualche poco in creder che
    e' fussero sempre egualmente remoti da noi.

    Simplicio: Quali poi  sono  gl'indizii  che  i  movimenti  loro  sieno
    intorno al Sole?

    Salviati:  Si  argomenta  ne  i  tre pianeti superiori,  Marte Giove e
    Saturno,  dal trovarsi  sempre  vicinissimi  alla  Terra  quando  sono
    all'opposizion   del  Sole,   e  lontanissimi  quando  sono  verso  la
    congiunzione;  e questo avvicinamento ed allontanamento importa tanto,
    che  Marte  vicino  si  vede  ben  60  volte  maggiore  che  quando  
    lontanissimo.  Di  Venere  poi  e  di  Mercurio  si  ha  certezza  del
    rivolgersi  intorno  al  Sole dal non si allontanar mai molto da lui e
    dal vedersegli or sopra ed or sotto,  come la mutazion  di  figure  in
    Venere conclude necessariamente. Della Luna  vero che ella non si pu
    in   verun   modo  separar  dalla  Terra,   per  le  ragioni  che  pi
    distintamente nel progresso si produrranno.

    Sagredo: Io mi aspetto d'aver a sentir cose  ancor  pi  meravigliose,
    dependenti  da questo movimento annuo della Terra,  che non sono state
    le dependenti dalla conversione diurna.

    Salviati: Voi non v'ingannate punto: perch, quanto all'operar il moto
    diurno ne' corpi celesti,  non fu n potette esser altro che il  farci
    apparir  l'universo  precipitosamente scorrer in contrario;  ma questo
    moto annuo,  mescolandosi con i moti particolari di tutti  i  pianeti,
    produce moltissime stravaganze, le quali hanno fatto sin ora perder la
    scherma a tutti i maggiori uomini del mondo.  Ma ritornando alle prime
    apprensioni generali,  replico che il centro delle celesti conversioni
    de i cinque pianeti,  Saturno,  Giove,  Marte, Venere e Mercurio,  il
    Sole; e sar del moto della Terra ancora,  se ci succeder di metterla
    in  cielo.  Quanto poi alla Luna,  questa ha un moto circolare intorno
    alla Terra,  dalla quale (come ho gi detto) in modo alcuno non si pu
    separare;  ma non per resta ella d'andare intorno al Sole insieme con
    la Terra co 'l movimento annuo.

    Simplicio: Io non resto ancora ben capace di questa struttura; e forse
    co 'l farne un poco di disegno s'intender meglio,  e pi  agevolmente
    si potr discorrere intorno ad essa.

    Salviati:  E  cos  sia:  anzi,  per  vostra  maggior  sodisfazione  e
    meraviglia insieme,  voglio che voi stesso la disegniate,  e  veggiate
    come,  non credendo d'intenderla,  ottimamente la capite; e solo co 'l
    risponder  alle  mie  interrogazioni  la  descriverrete  puntualmente.
    Pigliate  dunque  un  foglio  e  le  seste:  e sia questa carta bianca
    l'immensa  espansione  dell'universo,   nella  quale   voi   avete   a
    distribuire  ed  ordinar  le  sue  parti  conforme a che la ragione vi
    detter.  E prima,  essendo che senza mio insegnamento voi tenete  per
    fermo  la  Terra  esser  collocata in questo universo,  per notate un
    punto a vostro beneplacito,  intorno al quale voi intendete ella esser
    collocata, e contrassegnatelo con qualche carattere.

    Simplicio: Sia questo, segnato A, il luogo del globo terrestre.

    Salviati: Bene sta.  So, secondariamente, che voi sapete benissimo che
    essa Terra non  dentro al corpo solare, n meno a quello contigua, ma
    per certo spazio distante;  e per assegnate al Sole qual altro  luogo
    pi vi piace,  remoto dalla Terra a vostro beneplacito e questo ancora
    contrassegnate.

    Simplicio: Ecco fatto: sia il luogo del corpo solare  questo,  segnato
    O.

    Salviati:  Stabiliti  questi due,  voglio che pensiamo di accomodar il
    corpo di Venere in tal maniera,  che lo stato e  movimento  suo  possa
    sodisfar  a  ci che di essi ci mostrano le sensate apparenze;  e per
    riducetevi a memoria quello che, o per i discorsi passati o per vostre
    proprie osservazioni,  avete compreso accadere in tale stella;  e  poi
    assegnatele quello stato che vi parr convenirsele.

    Simplicio: Posto che sieno vere le apparenze narrate da voi,  e che ho
    lette ancora nel libretto delle conclusioni,  cio che tale stella non
    si  discosti mai dal Sole oltre a certo determinato intervallo di 40 e
    tanti  gradi,   s  che  ella  gi  mai  non  arrivi   non   solamente
    all'opposizion  del  Sole,   ma  n  anco  al  quadrato,   n  tampoco
    all'aspetto sestile;  e pi,  che ella si mostri in un tempo quasi  40
    volte  maggiore  che  in altro tempo,  cio grandissima quando,  sendo
    retrograda,  va alla congiunzion vespertina del Sole,  e  piccolissima
    quando con movimento diretto va alla congiunzion mattutina;  e di pi,
    sendo vero che quando ella appar  grandissima,  si  mostri  di  figura
    cornicolata,   e   quando   appar   piccolissima,   si  vegga  rotonda
    perfettamente; sendo,  dico,  vere cotali apparenze,  non veggo che si
    possa  sfuggire  di  affermare,  tale  stella raggirarsi in un cerchio
    intorno al Sole,  poich tal cerchio in niuna maniera si pu dire  che
    abbracci  e dentro di s contenga la Terra,  n meno che sia inferiore
    al Sole, cio tra esso e la Terra,  n anco superior al Sole.  Non pu
    tal  cerchio  abbracciar  la  Terra,  perch  Venere verrebbe talvolta
    all'opposizion del Sole; non pu esser inferiore,  perch Venere circa
    l'una e l'altra congiunzione co 'l Sole si mostrerebbe falcata; n pu
    esser  superiore,   perch  si  mostrerebbe  sempre  rotonda,  n  mai
    cornicolata.  E per per il ricetto di lei  segner  il  cerchio  C  H
    intorno al Sole, senza che egli abbracci la Terra.

    Salviati: Accomodata Venere,  bene che pensiate a Mercurio, il quale,
    come sapete,  trattenendosi sempre intorno al Sole,  molto meno da lui
    si  allontana  che  Venere,   per  considerate  qual  luogo  convenga
    assegnargli.

    Simplicio:  Non  dubbio che,  immitando egli Venere,  accomodatissima
    stanza sar per lui un minor cerchio dentro a questo di Venere, e pure
    intorno  al  Sole,  essendo,  massime  della  sua  vicinit  al  Sole,
    argomento  ed  indizio assai concludente la vivacit del suo splendore
    sopra quello di Venere e de gli altri pianeti: potremo dunque con  tal
    fondamento segnare il suo cerchio, notandolo con li caratteri B G.

    Salviati: Marte poi dove lo metteremo?

    Simplicio: Marte,  perch viene all'opposizion del Sole,   necessario
    che co 'l suo cerchio abbracci la Terra: ma veggo  ch'e'  bisogna  per
    necessit  ch'egli abbracci il Sole ancora;  imperocch,  venendo alla
    congiunzion co 'l Sole, se e' non gli passasse di sopra,  ma gli fusse
    inferiore,  apparirebbe cornicolato, come fa Venere e la Luna; ma egli
    si mostra sempre rotondo; adunque  necessario che egli includa dentro
    al suo cerchio non meno il Sole che la Terra. E perch mi sovviene che
    voi abbiate detto che quando esso  all'opposizion del Sole si  mostra
    60 volte maggiore che quando  verso la congiunzione,  parmi che molto
    bene si accomoder a queste apparenze un cerchio intorno al centro del
    Sole e che abbracci la Terra, quale io noto adesso e contrassegno D I:
    dove Marte nel punto D  vicinissimo alla Terra, ed  opposto al Sole;
    ma  quando    nel  punto  I,    alla  congiunzion  co  'l  Sole,  ma
    lontanissimo dalla Terra. E perch l'istesse apparenze si osservano in
    Giove ed in Saturno,  se ben con assai minor diversit in Giove che in
    Marte, e con minor ancora in Saturno che in Giove,  mi par comprendere
    che  molto acconciamente sodisfaremo anco a questi due pianeti con due
    cerchi pur intorno al Sole,  e questo primo per Giove segnandolo E  L,
    ed un altro superiore per Saturno notato F M.

    Salviati:  Voi  sin  qui vi sete portato egregiamente.  E perch (come
    vedete)  l'appressamento  e  discostamento  de'  tre  superiori   vien
    misurato  dal doppio della distanza tra la Terra e 'l Sole,  questa fa
    maggior diversit in Marte che in Giove,  per essere il cerchio D I di
    Marte minore del cerchio E L di Giove;  e similmente perch questo E L
     minore del cerchio F M di Saturno,  la medesima  diversit    ancor
    minore   in   Saturno  che  in  Giove:  e  ci  puntualmente  risponde
    all'apparenze. Resta ora che pensiate di assegnare il luogo alla Luna.

    Simplicio: Seguendo l'istesso metodo,  che  mi  par  concludentissimo,
    poich veggiamo che la Luna viene alla congiunzione ed all'opposizione
    del Sole,   necessario dire che il suo cerchio abbracci la Terra;  ma
    non bisogna gi che egli abbracci il Sole,  perch quando  ella  fusse
    verso la congiunzione, non si mostrerebbe falcata, ma sempre rotonda e
    piena di lume;  oltre che gi mai non potrebbe ella farci, come spesse
    volte fa,  l'eclisse del Sole,  con l'interporsi tra  esso  e  noi.  E
    dunque  necessario  assegnarle  un  cerchio  intorno alla Terra,  qual
    sarebbe questo N P,  s che costituita in P ci apparisca dalla Terra A
    congiunta  co 'l Sole,  onde possa talora eclissarlo,  e posta in N si
    vegga opposta al Sole,  ed in tale stato possa cadere nell'ombra della
    Terra ed oscurarsi

    Salviati:  Ora  che  faremo,  signor  Simplicio,  delle  stelle fisse?
    Vogliamole por disseminate per  gl'immensi  abissi  dell'universo,  in
    diverse lontananze da qualsivoglia determinato punto,  o pur collocate
    in una superficie sfericamente distesa intorno a un suo centro, s che
    ciascheduna di loro sia dal medesimo centro egualmente distante?

    Simplicio: Pi tosto torrei una strada di mezo,  e gli  assegnerei  un
    orbe descritto intorno a un determinato centro e compreso dentro a due
    superficie  sferiche,  cio  una altissima concava e l'altra inferiore
    convessa tra le  quali  costituirei  l'innumerabil  moltitudine  delle
    stelle,  ma  per in diverse altezze;  e questa si potrebbe chiamar la
    sfera dell'universo,  continente dentro di s gli orbi de  i  pianeti,
    gi da noi disegnati.

    Salviati: Adunque gi aviamo noi, signor Simplicio, sin qui ordinati i
    corpi mondani giusto secondo la distribuzion del Copernico, e ci si 
    fatto  di  propria  mano  vostra: e di pi a tutti avete voi assegnati
    movimenti proprii, eccettuatone il Sole, la Terra e la sfera stellata,
    ed a Mercurio con Venere avete attribuito il moto circolare intorno al
    Sole senza abbracciar la Terra: intorno al medesimo Sole  fate  muover
    li tre superiori, Marte, Giove e Saturno, comprendendo la Terra dentro
    a  i  cerchi  loro;  la Luna poi non pu muoversi in altra maniera che
    intorno alla Terra,  senza abbracciar il Sole: e pure in  questi  moti
    convenite  voi  ancora  co  'l  medesimo  Copernico.  Restano  ora  da
    decidere, tra il Sole, la Terra e la sfera stellata, tre cose: cio la
    quiete che apparisce esser della Terra;  il movimento annuo  sotto  il
    zodiaco,  che  apparisce  esser del Sole;  e il movimento diurno,  che
    apparisce esser della sfera stellata,  con  participarlo  a  tutto  il
    resto dell'universo,  eccettuatone la Terra. Ed essendo vero che tutti
    gli orbi de'  pianeti,  dico  di  Mercurio,  Venere,  Marte,  Giove  e
    Saturno,  si muovono intorno al Sole,  come centro loro,  di esso Sole
    par tanto pi ragionevole che sia la quiete che della Terra, quanto di
    sfere mobili  pi ragionevole che il  centro  stia  fermo  che  alcun
    altro luogo da esso centro remoto: alla Terra,  dunque,  la qual resta
    costituita in mezo a parti mobili, dico tra Venere e Marte,  che l'una
    fa  la  sua  revoluzione  in  nove  mesi e l'altro in due anni,  molto
    acconciamente si pu attribuire il movimento d'un anno,  lasciando  la
    quiete al Sole. E quando ci sia, segue per necessaria conseguenza che
    anco  il  moto diurno sia della Terra: imperocch se,  stando fermo il
    Sole,  la Terra non si rivolgesse in se  stessa,  ma  solo  avesse  il
    movimento annuo intorno al Sole,  il nostro anno non sarebbe altro che
    un giorno ed una notte,  cio sei mesi di giorno e sei mesi di  notte,
    com'altra volta s' detto. Vedete poi quanto acconciamente vien levato
    dall'universo il precipitosissimo moto delle 24 ore,  e come le stelle
    fisse,  che sono tanti  Soli,  conforme  al  nostro  Sole  godono  una
    perpetua quiete.  Vedete in oltre quanta agevolezza si trovi in questo
    primo abbozzamento,  per render le ragioni di apparenze  tanto  grandi
    ne' corpi celesti.

    Sagredo:  Io la scorgo benissimo;  ma s come voi da questa simplicit
    raccogliete gran probabilit per la verit  di  cotal  sistema,  altri
    forse  per l'opposito ne potrebbe far contrarie deduzioni,  dubitando,
    non senza ragione,  come,  essendo tal costituzione  antichissima  de'
    Pittagorici  e  tanto  bene  accomodata  all'apparenze,  abbia poi nel
    progresso di migliaia d'anni auto cos pochi seguaci,  e  sia  sin  da
    Aristotile medesimo stata rifiutata, e doppo l'istesso Copernico vadia
    continuando nell'istessa fortuna.

    Salviati: Se voi,  signor Sagredo, vi foste alcuna volta abbattuto, s
    com'io molte e molte volte incontrato mi sono, a sentir quali sorte di
    scempiezze bastano a render contumace ed impersuasibile  il  vulgo  al
    prestar  l'orecchio,  non  che l'assenso,  a queste novit,  credo che
    assai in voi si diminuirebbe la meraviglia  del  trovarsi  cos  pochi
    seguaci di tale opinione;  ma poca stima, per mio parere, si deve fare
    di cervelli a  i  quali,  per  confermargli  e  fissamente  ritenergli
    nell'immobilit  della  Terra,  concludentissima  dimostrazione    il
    vedere come stamani non saranno a desinar in Costantinopoli n stasera
    a cena nel Giappone,  e che son certi che la Terra,  come  gravissima,
    non pu montar su sopra il Sole e poi a rompicollo calare a basso.
    Di  questi  tali,  il  numero de' quali  infinito,  non bisogna tener
    conto n registrar le loro  sciocchezze  e  cercar  di  fare  acquisto
    d'uomini  nella  cui  difinizione  entra  solo  il  genere  e manca la
    differenza,  per avergli per compagni nelle  opinioni  sottilissime  e
    delicatissime.  In  oltre,  qual  guadagno credereste voi di poter mai
    fare con tutte le dimostrazioni del mondo in cervelli  tanto  stolidi,
    che  non  sono  per  se stessi bastanti a conoscer le lor cos estreme
    pazzie?  Ma la mia,  signor Sagredo,   molto differente dalla  vostra
    meraviglia:  voi  vi  maravigliate  che cos pochi siano seguaci della
    opinione de' Pitagorici;  ed io stupisco  come  si  sia  mai  sin  qui
    trovato alcuno che l'abbia abbracciata e seguita,  n posso a bastanza
    ammirare l'eminenza dell'ingegno di  quelli  che  l'hanno  ricevuta  e
    stimata  vera,  ed  hanno  con  la vivacit dell'intelletto loro fatto
    forza tale a i proprii sensi,  che abbiano possuto antepor quello  che
    il  discorso  gli  dettava,  a  quello  che  le sensate esperienze gli
    mostravano apertissimamente in contrario.  Che le ragioni contro  alla
    vertigine   diurna  della  Terra,   gi  esaminate  da  voi,   abbiano
    grandissima apparenza,  gi l'abbiamo veduto,  e l'averle ricevute per
    concludentissime i Tolemaici,  gli Aristotelici e tutti i lor seguaci,
     ben grandissimo argomento della loro efficacia; ma quelle esperienze
    che apertamente contrariano al movimento annuo,  son ben di tanto  pi
    apparente  repugnanza,  che (lo torno a dire) non posso trovar termine
    all'ammirazion mia,  come abbia possuto in Aristarco e  nel  Copernico
    far la ragion tanta violenza al senso, che contro a questo ella si sia
    fatta padrona della loro credulit.

    Sagredo:  Adunque  siamo  per avere altri contrasti gagliardi contro a
    questo movimento annuo ancora?

    Salviati: Siamo; e tanto evidenti e sensati,  che se senso superiore e
    pi  eccellente  de  i  comuni  e  naturali non si accompagnava con la
    ragione,  dubito grandemente che  io  ancora  sarei  stato  assai  pi
    ritroso  contro  al sistema Copernicano,  di quello che stato non sono
    doppo che pi chiara lampada che la consueta mi ha fatto lume Sagredo:
    Or dunque, signor Salviati, vegnamo, come si dice,  alle strette,  ch
    ogni parola che si spende in altro mi par gettata via.

    Salviati: Eccomi a servirvi.

    Simplicio:   Di  grazia,   signori,   permettetemi  che  io  riduca  a
    tranquillit la mia mente,  che ora mi ritrovo  molto  fluttuante  per
    certo  particolare  pur  ora  tocco dal signor Salviati,  acci che io
    possa poi,  spianate che siano l'onde,  pi distintamente  ricever  le
    vostre  specolazioni:  imper  che non ben s'imprimano le spezie nello
    speccio ondeggiante,  come il Poeta latino graziosamente  ci  espresse
    dicendo:  _  nuper me in littore vidi cum placidum ventis staret mare.
    ()

    Salviati: Voi avete molto ben ragione, e per dite i vostri dubbii

    Simplicio: Voi avete ultimamente spacciati  per  egualmente  d'ingegno
    ottuso  quelli  che  negano  alla Terra il moto diurno,  perch non si
    veggono da quello trasportare in Persia o nel Giappone,  e quelli  che
    son  contrarianti  al  moto  annuo  per  la repugnanza che sentono nel
    dovere ammettere  che  la  vastissima  e  gravissima  mole  del  globo
    terrestre  possa  sollevarsi  in  alto  e  quindi calare abasso,  come
    converrebbe che facesse quando intorno al Sole con  tal  movimento  si
    rigirasse: ed io, non prendendo rossore d'essere annumerato tra questi
    sciocchi,  sento l'istessa repugnanza nel mio cervello,  quanto per a
    questo secondo punto che oppone al moto annuo,  e massimamente  mentre
    veggo  quanta  resistenza  faccia all'esser mossa anco per piano,  non
    dir una montagna ma una pietra  che  piccola  parte  sia  d'una  rupe
    alpestre.  Per,  non disprezzando affatto simili instanze, vi prego a
    risolverle,  e non solo per me,  quanto per altri,  a i quali sembrano
    concludentissime;  perch  ho  per  assai  difficile  che  alcuno  per
    semplice che sia, conosca e confessi la sua semplicit, mosso dal solo
    sentirsi reputare per tale.

    Sagredo: Anzi, quanto pi semplice, tanto pi sar egli impersuasibile
    del suo difetto.  E con questa  occasione  vo  considerando  come  non
    solamente  per  sodisfare  al signor Simplicio,  ma per altro rispetto
    ancora, non meno importante,   bene risolver questa ed altre instanze
    di  simil sorte,  poich si vede che non mancano uomini,  nella comune
    filosofia ed in altre scienze  versatissimi,  che,  per  mancamento  o
    dell'astronomia o delle matematiche o di qual altra facolt si sia che
    acuisce  l'ingegno  alla  penetrazion  del  vero,  restano persuasi da
    discorsi tanto vani: per lo che mi  par  degna  di  commiserazione  la
    condizione del povero Copernico,  il quale non si pu tener sicuro che
    la censura delle sue dottrine non possa per avventura cadere  in  mano
    di  persone,  che  non  sendo  abili a restar capaci delle sue ragioni
    sottilissime e per ci difficili ad  esser  comprese  ma  ben  di  gi
    persuasi da simili vane apparenze della falsit di quelle, per false e
    per erronee le vadano predicando.  Per lo che, quando non si potessero
    render capaci di quelle pi astruse,  bene procurare che conoscano la
    nullit di queste altre,  dalla  qual  cognizione  venga  moderato  il
    giudizio  e  la  condanna  della dottrina che ora tengano per erronea.
    Recher dunque due altre obiezzioni,  ma contro  al  moto  diurno,  le
    quali  non  molto che sentii produrre da persone di gran litteratura,
    e poi verremo al moto annuo.  La prima fu,  che quando fusse vero  che
    non  il  Sole  e  l'altre  stelle  si  sollevassero  sopra  l'orizonte
    orientale,  ma che la parte orientale della Terra  se  gli  abbassasse
    sotto, restando quelle immobili, bisognerebbe che di l a poche ore le
    montagne  situate  a  levante declinando in gi mediante la conversion
    del globo terrestre,  si riducessero in tale stato,  che dove poco  fa
    per ascendere al lor giogo conveniva caminare all'erta,  convenisse di
    poi, per condursi lass, scendere alla china.  L'altra fu,  che quando
    il  moto diurno fusse della Terra,  doverebbe esser tanto veloce,  che
    uno costituito nel fondo di un  pozzo  non  potrebbe  se  non  per  un
    momento di tempo vedere una stella che gli fusse sopra 'l vertice, non
    la  potendo egli vedere se non quel brevissimo tempo nel quale passa 2
    o 3 braccia  della  circonferenza  della  Terra,  ch  tanta  sar  la
    larghezza del pozzo: tutta via si vede per esperienza che il passaggio
    apparente di tale stella, nel traversare il pozzo, consuma assai lungo
    tempo;  argomento  necessario  che  la  bocca  del  pozzo non si muove
    altramente con quella furia che converrebbe alla  diurna  conversione,
    e, per consequenza, che la Terra  immobile.

    Simplicio:  Di questi 2 argomenti,  il secondo veramente mi pare assai
    concludente: ma quanto al primo,  crederei di potermi da per me stesso
    disbrigare,  mentre  considero che l'istesso  che il globo terrestre,
    rivolgendosi intorno  al  proprio  centro  porti  una  montagna  verso
    levante,  che  se,  stando fermo il globo,  la montagna,  svelta dalla
    radice, fusse strascicata sopra la Terra; ed il portare il monte sopra
    la superficie della Terra non veggo che sia differente operazione  dal
    condurre  una  nave  per la superficie del mare: onde,  tuttavolta che
    l'instanza del monte valesse, ne seguirebbe parimente che, continuando
    la nave il suo viaggio, discostata che ella si fusse da i nostri porti
    per molti gradi,  ci convenisse per andare sopra 'l suo albero non pi
    salire,  ma  muoversi  per la piana e poi ancora scendere,  il che non
    accade, n io ho mai sentito alcun marinaro, etiam di quelli che hanno
    circondato tutto 'l globo,  che ponga  differenza  veruna  circa  tale
    operazione,  n  intorno  ad  alcun  altro ministerio che si faccia in
    nave,  per ritrovarsi il vassello pi in questa  che  in  qualsivoglia
    altra parte.

    Salviati: Voi molto ben discorrete: e se all'autore di quella instanza
    fusse  mai  caduto in mente di considerare che la sua vicina montagna,
    postagli a levante,  quando il globo terrestre girasse,  di l a 2 ore
    per   tal  moto  si  troverebbe  condotta  col  dove  ora  si  trova,
    verbigrazia,  il monte Olimpo o 'l Carmelo,  arebbe compreso come  dal
    suo  proprio modo di argomentare si costrigneva a credere e confessare
    che  per  andare  nel  vertice  di  detti  monti,  de  facto  conviene
    sciendere.  Questi  sono  di  quei cervelli atti a negar gli antipodi,
    atteso che non  si  pu  caminare  col  capo  all'ingi  e  coi  piedi
    attaccati  al  palco;  questi da concetti veri,  ed anco perfettamente
    intesi da loro,  non sanno poi dedur soluzioni  facilissime  a  i  lor
    dubbi:  voglio  dire  che  benissimo  intendono  che il gravitare e lo
    sciendere  tendere verso 'l centro del  globo  terrestre,  e  che  'l
    salire    il  discostarsene;  si  perdono  poi nell'intendere che gli
    antipodi nostri per sostenersi e caminare non hanno difficolt veruna,
    perch fanno giusto come noi,  cio tengono le piante de' piedi  verso
    'l centro della Terra e 'l capo verso 'l cielo.

    Sagredo: E pur sappiamo,  uomini in altre dottrine di subblimi ingegni
    essersi abbagliati in tali cognizioni; dal che tanto maggiormente vien
    confermato quello che pur ora dicevo,  cio che  bene rimuover  tutte
    le obbiezzioni,  ancor che debolissime: e per rispondasi pur ancora a
    quei del pozzo.

    Salviati: Questo secondo argomento ha bene in apparenza un non so  che
    pi  del  concludente;  tutta  via  io  tengo  per fermo che quando si
    potesse interrogare quell'istesso a chi e' sovvenne,  acci meglio  si
    spiegasse  con dichiarare qual sia precisamente l'effetto che dovrebbe
    seguire, e che gli par che non segua, posta la conversion diurna esser
    della Terra, credo, dico, che egli si avvilupperebbe nell'espor la sua
    difficolt con le sue conseguenze,  forse non  meno  di  quel  ch'  e'
    farebbe nello svilupparsene col pensarvi.

    Simplicio: S'io debbo dire 'l vero,  stimo certo che cos accaderebbe,
    imper che io ancora di presente mi trovo nella  medesima  confusione:
    perch mi pare che l'argomento stringa, quanto alla prima apprensione;
    ma  all'incontro  veggo  come per nebbia che se il discorso procedesse
    rettamente,  quella immensa rapidit di corso che si dovrebbe  scorger
    nella  stella  quando il moto fusse della Terra,  si doverebbe ancora,
    anzi molto pi,  scorger nella medesima  quando  il  moto  fusse  suo,
    dovendo  esser  molte  migliaia  di  volte pi veloce nella stella che
    nella Terra. All'incontro poi, l'aversi a perder la vista della stella
    per il solo trapasso della bocca del pozzo,  che  sar  poi  2  o  tre
    braccia di diametro,  mentre il pozzo con la Terra ne trapassano assai
    pi di 2.000.000 in un'ora,  par ben che abbia  da  esser  cosa  tanto
    momentanea,  che  n  anco  possa esser compresa;  e pur dal fondo del
    medesimo pozzo per assai lungo spazio di tempo vien ella veduta.  Per
    vengo in desiderio d'esser ridotto in chiaro di questo negozio.

    Salviati:  Ora  mi  confermo io maggiormente nel credere la confusione
    dell'autor  dell'instanza,   mentre  veggo  che  voi  ancora,   signor
    Simplicio,  adombrate,  n ben possedete,  quello che dir vorreste: il
    che raccolgo io principalmente dal tralasciar voi una distinzione, che
     un punto principalissimo in questa faccenda.  Per ditemi se nel far
    questa  esperienza,  dico  di questo trapasso di stella sopra la bocca
    del pozzo,  voi fate differenza veruna dall'essere il pozzo pi o  men
    profondo,  cio dall'esser quello che osserva pi o men distante dalla
    bocca; perch non vi ho sentito far caso sopra ci.

    Simplicio: Veramente non ci ho applicato il pensiero, ma ben la vostra
    interrogazione mi sveglia la mente,  e  mi  accenna,  tal  distinzione
    dovere  esser  necessariissima;  e  gi comincio a comprendere che per
    determinare il tempo di tal passaggio, la profondit del pozzo pu per
    avventura arrecar diversit non minore che la larghezza.

    Salviati: Anzi pur vo io dubitando che la larghezza non ci  abbia  che
    far niente, o pochissimo.

    Simplicio:  E  pur mi pare che dovendo scorrer 10 braccia di larghezza
    ricerchi dieci volte pi tempo che il trapasso di un  braccio:  e  son
    sicuro  che una barchetta lunga 10 braccia prima mi trapasser innanzi
    alla vista, che una galera lunga cento.

    Salviati: E pur persistiamo ancora in quello inveterato  concetto,  di
    non  ci muover se non tanto quanto le nostre gambe ci portano.  Questo
    che voi dite,  signor Simplicio mio  vero quando l'oggetto veduto  si
    muove stando voi fermo a osservarlo; ma se voi sarete nel pozzo quando
    il  pozzo  e voi insieme siate portati dalla terrestre conversione non
    vedete voi che n in un'ora n in mille n in eterno sarete trapassato
    dalla bocca del pozzo? Quello che in tal caso operi in voi il muoversi
    o non muoversi la Terra,  non pu riconoscersi nella bocca del  pozzo,
    ma  in  altro  oggetto  separato  e  che  non partecipi della medesima
    condizione dico di moto o di quiete.

    Simplicio: Tutto sta bene: ma posto che  io,  stando  nel  pozzo,  sia
    portato  di  conserva con esso dal moto diurno,  e che la stella da me
    veduta sia immobile, non essendo l'apertura del pozzo,  che sola d il
    passaggio  alla  mia  vista,  pi di tre braccia de i tanti milioni di
    braccia  del  resto  della  superficie   terrestre,   che   la   vista
    m'impedisce, come potr essere il tempo della veduta sensibil parte di
    quello dell'occultazione?

    Salviati:  E  pur  ricadete  nel medesimo equivoco: ed in effetto sete
    bisognoso di chi v'aiuti  a  uscirne.  Non  ,  signor  Simplicio,  la
    larghezza  del  pozzo quella che misura il tempo dell'apparizion della
    stella,   perch  cos  la   vedreste   perpetuamente,   essendo   che
    perpetuamente la bocca del pozzo d il transito alla vostra vista;  ma
    tal misura si deve prendere dalla quantit del cielo immobile, che per
    l'apertura del pozzo vi resta visibile.

    Simplicio: Ma quello che mi si scuopre del cielo non  egli tal  parte
    di  tutta  la  sfera  celeste,  quale  la bocca del pozzo di tutta la
    terrestre?

    Salviati: Voglio che vi rispondiate da voi medesimo;  per ditemi,  se
    la  bocca  del  medesimo  pozzo    sempre  la  medesima  parte  della
    superficie terrena.

    Simplicio: E' senza dubbio la medesima sempre.

    Salviati: E la parte del cielo veduta da quello che    nel  pozzo,  
    ella sempre la medesima quantit di tutta la sfera celeste?

    Simplicio: Ora comincio a disottenebrarmi la mente e a intender quello
    che  poco fa mi accennaste,  e che la profondit del pozzo ha che fare
    assai nel presente negozio;  perch non  dubbio  che  quanto  pi  si
    allontaner  l'occhio dalla bocca del pozzo,  minor parte del cielo si
    scoprir, la qual poi,  in consequenza,  pi presto verr trapassata e
    persa di vista da colui che dal profondo del pozzo la rimirer.

    Salviati:  Ma  vv'egli  luogo alcuno nel pozzo dal quale si scoprisse
    tal parte appunto della celeste sfera,  quale   la  bocca  del  pozzo
    della superficie terrena?

    Simplicio:  Parmi  che  quando  si profondasse il pozzo sino al centro
    della Terra,  forse di l si  scoprirebbe  una  parte  di  cielo,  che
    sarebbe  di  lui  quale   il pozzo della Terra.  Ma discostandosi dal
    centro e salendo verso la superficie,  si vien sempre scoprendo  parte
    maggiore di esso cielo.

    Salviati:  E  finalmente,  posto  l'occhio  nel  piano della bocca del
    pozzo,  si scuopre la met del cielo o pochissimo meno,  per  la  qual
    passare  (dato  che noi fussimo sotto l'equinoziale) ci vuol 12 ore di
    tempo.
    Gi vi ho disegnato la forma  del  sistema  Copernicano:  contro  alla
    verit  del  quale  muove  prima fierissimo assalto Marte istesso,  il
    quale,  quando fusse vero che variasse tanto  le  sue  distanze  dalla
    Terra  che  dalla  minima  alla massima lontananza ci fusse differenza
    quanto  due volte dalla Terra al Sole,  sarebbe necessario che quando
     a noi vicinissimo si mostrasse il suo disco pi di 60 volte maggiore
    di quello che si mostra quando  lontanissimo;  tuttavia tal diversit
    di apparente grandezza non ci si scorge,  anzi  nella  opposizione  al
    Sole,  quando   vicino alla Terra,  non si mostra n anco 4 o 5 volte
    pi grande che quando, verso la congiunzione,  viene occultato sotto i
    raggi  del  Sole.  Altra  e  maggior  difficult ci fa Venere,  che se
    girando intorno al Sole,  come afferma il  Copernico,  gli  fusse  ora
    sopra  ed  ora  sotto,  allontanandosi  ed  appressandosi a noi quanto
    verrebbe ad esser il diametro del cerchio  da  lei  descritto,  quando
    fusse  sotto  il  Sole  e  a  noi  vicinissima,  dovrebbe il suo disco
    mostrarcisi poco meno di 40 volte maggiore che quando   superiore  al
    Sole,  vicina  all'altra  sua congiunzione;  tutta via la differenza 
    quasi impercettibile.  Aggiugnesi un'altra difficult: che  quando  il
    corpo di Venere sia per se stesso tenebroso, e solo risplenda, come la
    Luna,  per l'illuminazion del Sole,  come par ragionevole, quando ella
    si ritrova sotto il Sole,  dovrebbe mostrarcisi falcata,  come la Luna
    quando  parimente  ell'  vicina  al  Sole:  accidente  che in lei non
    apparisce;  per lo che il Copernico pronunzi che ella o fusse  lucida
    per  se  medesima,  o  che  la  sua  materia  fusse tale,  che potesse
    imbeversi del lume solare  e  quello  trasmettere  per  tutta  la  sua
    profondit,  s  che  potesse  mostrarcisi  sempre risplendente: ed in
    questo modo scus il Copernico il non mutar figura in Venere, ma della
    poco variata grandezza di lei non disse cosa veruna,  e di Marte assai
    meno  del  suo bisogno,  credo per non poter a sua sodisfazion salvare
    un'apparenza tanto repugnante alla sua posizione: e pur,  persuaso  da
    tanti  altri  rincontri,  ci si mantenne,  e l'ebbe per vera.  Oltre a
    queste cose,  il far che tutti i pianeti,  insieme con  la  Terra,  si
    muovano intorno al Sole,  come centro delle lor conversioni,  e che la
    Luna sola perturbi cotale ordine,  ed abbia il suo  movimento  proprio
    intorno  alla Terra,  e che insieme insieme ed essa e la Terra e tutta
    la sfera elementare si muova in un  anno  intorno  al  Sole,  par  che
    alteri  in guisa l'ordine,  che lo renda inverisimile e falso.  Queste
    son quelle difficult che mi fanno maravigliare come  Aristarco  e  il
    Copernico,  che  non  pu  esser  che non l'abbiano osservate,  non le
    avendo poi potute risolvere,  ad ogni modo abbiano per altri  mirabili
    riscontri  confidato  tanto in quello che la ragione gli dettava,  che
    pur  confidentemente  abbiano  affermato,   non  poter  la   struttura
    dell'universo avere altra forma che la da loro disegnata.  Ci sono poi
    altre gravissime e bellissime difficult,  non cos agevoli  da  esser
    risolute  da gli ingegni mediocri,  ma per penetrate e dichiarate dal
    Copernico,  le quali noi rimetteremo pi di sotto,  doppo che  averemo
    risposto  ad  altre opposizioni di altri,  che si mostrano contrarie a
    questa posizione.  Ora venendo alle dichiarazioni e risposte alle  tre
    addotte gravissime obiezioni,  dico che le due prime non solamente non
    contrariano al sistema Copernicano, ma grandemente ed assolutamente lo
    favoriscono;  perch e Marte e  Venere  si  mostrano  diseguali  a  se
    stessi,  secondo  le proporzioni assegnate,  e Venere sotto il Sole si
    mostra falcata, e va puntualmente mutando sue figure nello stesso modo
    che fa la Luna.

    Sagredo: Ma com' stato questo occulto al  Copernico,  e  manifesto  a
    voi?

    Salviati:  Queste  cose  non possono esser comprese se non co 'l senso
    della vista,  il quale da natura non  stato conceduto  a  gli  uomini
    tanto  perfetto,  che sia potuto arrivare a discerner tali differenze;
    anzi  pur  lo  strumento  stesso  del  vedere  a  se   medesimo   reca
    impedimento: ma doppo che all'et nostra  piaciuto a Dio di concedere
    all'umano  ingegno  tanto  mirabil invenzion,  di poter perfezionar la
    nostra vista co 'l multiplicarla 4, 6, 10, 20, 30 e 40 volte, infiniti
    oggetti  che,  o  per  la  loro  lontananza  o  per  la  loro  estrema
    piccolezza,  ci  erano  invisibili,  si sono co 'l mezo del telescopio
    resi visibilissimi.

    Sagredo: Ma Venere e Marte non sono de gli oggetti invisibili  per  la
    lor  lontananza  o  piccolezza,  anzi  pur gli comprendiamo noi con la
    semplice  vista  naturale:  perch  dunque  non  distinguiamo  noi  le
    differenze delle grandezze e figure loro?

    Salviati:  In  questo ci ha gran parte l'impedimento del nostro occhio
    stesso,  come  pur  ora  vi  ho  accennato,   dal  quale  gli  oggetti
    risplendenti  e  lontani  non  ci  vengono  rappresentati  semplici  e
    schietti;  ma  ce  gli  porge  inghirlandati  di  raggi  avventizii  e
    stranieri,  cos  lunghi  e  folti,  che  il lor nudo corpicello ci si
    mostra ingrandito 10,  20,  100 e mille volte pi di quello che ci  si
    rappresenterebbe quando se gli levasse il capellizio radioso non suo.

    Sagredo:  Ora  mi  sovviene d'aver letto non so che in questa materia,
    non so se nelle Lettere Solari  o  nel  Saggiatore  del  nostro  amico
    comune: ma non sar se non bene, s per ridurlo in memoria a me s per
    intelligenza  del  signor  Simplicio,  che  forse  non  ha  viste tali
    scritture,  dichiararci pi distintamente come sta questo negozio,  la
    cui cognizione penso che sia molto necessaria per ben restar capace di
    quello che ora si tratta.

    Simplicio:  A  me  veramente giugne nuovo tutto quello che di presente
    vien portato dal signor Salviati; ch,  per dire il vero,  non ho auto
    curiosit  di legger cotesti libri,  n ho sin qui prestato molta fede
    all'occhiale nuovamente introdotto,  anzi,  seguendo le pedate de  gli
    altri filosofi peripatetici miei consorti, ho creduto esser fallacie e
    inganni  de i cristalli quelle che altri hanno ammirate per operazioni
    stupende: e per, quando io sia sin qui stato in errore,  mi sar caro
    d'esserne  cavato;  e allettato dall'altre novit udite da voi,  star
    pi attentamente a sentire il resto.

    Salviati: La confidenza che hanno questi tali uomini del proprio  loro
    accorgimento   non meno fuor di ragione di quel che sia la poca stima
    che fanno del giudizio altrui;  ed  gran cosa che si stimino  atti  a
    poter   giudicar   meglio   d'un   tale  strumento  senza  averlo  mai
    sperimentato, che quelli che mille e mille esperienze ne hanno fatte e
    ne fanno  ogni  giorno.  Ma  lasciamo,  di  grazia,  questa  sorta  di
    pervicaci,  che non si possono n anco tassare senza onorargli pi che
    non meritano: e tornando al nostro proposito,  dico  che  gli  oggetti
    risplendenti,  o  sia che il loro lume si refranga nella umidit che 
    sopra le pupille, o si refletta ne gli orli delle palpebre,  spargendo
    i  suoi raggi reflessi sopra le medesime pupille,  o sia pur per altra
    cagione,  si mostrano all'occhio nostro circondati di nuovi  raggi,  e
    perci  maggiori  assai di quello che ci si rappresenterebbero i corpi
    loro spogliati di tale irradiazione;  e questo ingrandimento si fa con
    maggiore  e  maggior  proporzione  secondo che tali oggetti lucidi son
    minori e minori,  in quella guisa appunto che se noi supponessimo  che
    il  ricrescimento de' crini risplendenti fusse,  verbigrazia,  quattro
    dita,  la qual giunta fatta intorno a un cerchio  che  avesse  quattro
    dita  di diametro accrescerebbe nove volte la sua apparente grandezza,
    ma_

    Simplicio: Dubito  che  voi  abbiate  voluto  dir  tre  volte;  perch
    aggiunto  quattro dita di qua e quattro di l al diametro d'un cerchio
    che sia pur quattro dita, si viene a triplicar la sua quantit,  e non
    a crescerla nove volte.

    Salviati:  Un  poco  di  geometria,  signor Simplicio.  E' vero che 'l
    diametro cresce tre volte, ma la superficie,  che  quella della quale
    noi  parliamo,   cresce  nove  volte;  perch,  signor  Simplicio,  le
    superficie de i cerchi son fra di  loro  come  i  quadrati  de  i  lor
    diametri, ed un cerchio che abbia quattro dita di diametro ad un altro
    che  ne  abbia  dodici  ha  quella  proporzione  che ha il quadrato di
    quattro al quadrato di dodici,  cio che ha 16  a  144,  e  per  sar
    maggior  di quello nove volte,  e non tre: che sia per avvertimento al
    signor  Simplicio.   E  seguendo  avanti,   se  noi  aggiugneremo   la
    capellatura  medesima di quattro dita a un cerchio che avesse due dita
    di diametro solamente,  gi il diametro della ghirlanda sarebbe  dieci
    dita,  e  la  piazza  del cerchio all'area del nudo corpicello sarebbe
    come 100 a 4,  ch tali sono i quadrati di 10 e di 2;  l'ingrandimento
    dunque  sarebbe  di  25  volte  tanto: e finalmente le 4 dita di crini
    aggiunte a un picciol cerchio d'un dito di diametro  l'ingrandirebbero
    81  volta: e cos continuamente i ricrescimenti si fanno con maggior e
    maggior proporzione, secondo che gli oggetti reali, che si ricrescono,
    son minori e minori.

    Sagredo: La difficult che  ha  dato  fastidio  al  signor  Simplicio,
    veramente  non  l'ha  dato  a me,  ma son bene alcune altre cose delle
    quali io desidero pi chiara intelligenza;  ed in  particolare  vorrei
    intendere  sopra  qual fondamento voi affermate che tale ricrescimento
    sia sempre eguale in tutti gli oggetti visibili.

    Salviati: Gi mi son io in parte dichiarato, mentre ho detto ricrescer
    solamente gli oggetti lucidi,  e  non  gli  oscuri;  ora  aggiungo  il
    rimanente:  che  degli oggetti risplendenti quelli che son di luce pi
    viva,  maggior fanno e  pi  forte  la  reflessione  sopra  la  nostra
    pupilla,  onde molto pi mostrano d'ingrandirsi che i manco lucidi.  E
    per  non  mi  distender  pi  lungamente  sopra  questo   particolare,
    venghiamo  a  quello che la vera maestra ci insegna.  Guardiamo questa
    sera,  quando l'aria sia bene scurita,  la stella  di  Giove;  noi  la
    vedremo  raggiante  assai e molto grande: facciamo poi passar la vista
    nostra  per  un  cannello,  o  anco  per  un  piccolo  spiraglio  che,
    strignendo  il  pugno  ed accostandocelo all'occhio,  lasceremo tra la
    palma della mano e le dita,  o veramente per  un  foro  fatto  con  un
    sottile  ago  in  una  carta;  vedremo  il  disco  del  medesimo Giove
    spogliato de i raggi,  ma cos piccolo che ben lo giudicheremo  minore
    anco  della  sessantesima parte di quello che ci apparisce la sua gran
    fiaccola veduta con l'occhio libero: potremo doppo riguardare il Cane,
    stella  bellissima  e  maggior  di  tutte  l'altre  fisse,   la  quale
    all'occhio  libero  si  rappresenta non gran fatto minor di Giove;  ma
    toltagli poi nel modo detto la capellatura, si vedr il suo disco cos
    piccolo,  che ben non si giudicher la  ventesima  parte  di  quel  di
    Giove,  anzi  chi  non    di  vista  perfettissima  a  gran fatica lo
    scorger: dal che si pu ragionevolmente concludere che  tale  stella,
    come  quella  che  di un lume grandemente pi vivo che quel di Giove,
    fa la sua irradiazione maggiore che Giove la  sua.  L'irradiazion  poi
    del  Sole  e della Luna  come nulla,  mediante la grandezza loro,  la
    quale occupa per s sola tanto  spazio  nell'occhio  nostro,  che  non
    lascia luogo per i raggi avventizii;  tal che i dischi loro si veggono
    tosi e  terminati.  Potremo  assicurarci  della  medesima  verit  con
    un'altra esperienza,  da me pi volte fatta; assicurarci, dico, come i
    corpi splendenti di luce pi vivace si irraggiano assai pi che quelli
    che sono di luce pi languida.  Io ho pi volte veduto Giove e  Venere
    insieme,  lontani  dal  Sole  25  o 30 gradi,  ed essendo l'aria assai
    imbrunita,  Venere pareva bene 8 ed anco 10 volte  maggior  di  Giove,
    mentre per si riguardavono con l'occhio libero; ma guardati poi co 'l
    telescopio,  il disco di Giove si scorgeva veramente maggior quattro e
    pi volte di quel di Venere,  ma la vivacit dello splendor di  Venere
    era  incomparabilmente  maggiore della luce languidissima di Giove: il
    che da altro non procedeva che dall'esser Giove lontanissimo dal  Sole
    e  da noi,  e Venere vicina a noi ed al Sole.  Dichiarate queste cose,
    non sar difficile a intender come  possa  esser  che  Marte,  quand'
    all'opposizion  del Sole,  e per vicino a Terra sette volte e pi che
    quando  verso la congiunzione,  appena ci si mostri maggiore  4  o  5
    volte in quello stato che in questo, mentre lo doveremmo vedere pi di
    50  volte  tanto:  di che la sola irradiazione  causa;  ch se noi lo
    spoglieremo  de  i  raggi  avventizii,   lo   troveremo   precisamente
    ingrandito  con la debita proporzione: per levargli poi la chioma,  il
    telescopio  l'unico e l'ottimo mezo,  il quale,  ingrandendo  il  suo
    disco  900  o  mille volte,  ce lo fa veder nudo e terminato come quel
    della Luna,  e differente da se stesso nelle due posizioni secondo  la
    debita proporzione a capello. In Venere poi, che nella sua congiunzion
    vespertina, quando  sotto il Sole, si dovrebbe mostrar quasi 40 volte
    maggiore  che  nell'altra congiunzion mattutina,  e pur non si vede n
    anco  raddoppiata,  accade,   oltre  all'effetto  della  irradiazione,
    ch'ell' falcata, e le sue corna, oltre all'esser sottili, ricevono il
    lume del Sole obliquamente,  e per assai languido,  talch, per esser
    poco e debile,  meno ampla e vivace si  fa  la  sua  irradiazione  che
    quando  si  mostra a noi co 'l suo emisferio tutto lucido;  ma per il
    telescopio apertamente  ci  mostra  le  sue  corna  cos  terminate  e
    distinte  come  quelle  della  Luna,  e  veggonsi  come  di un cerchio
    grandissimo,  ed a proporzione maggiori quelle quasi 40 volte del  suo
    medesimo disco,  quando  superiore al Sole nell'ultima sua apparizion
    mattutina.

    Sagredo: Oh Niccol Copernico,  qual gusto sarebbe stato  il  tuo  nel
    veder  con  s  chiare  esperienze  confermata  questa  parte  del tuo
    sistema!

    Salviati: S; ma quanto minore la fama della sublimit del suo ingegno
    appresso a gl'intendenti! mentre si vede, come pur dissi dianzi,  aver
    egli  costantemente  continuato nell'affermare,  scorto dalle ragioni,
    quello di cui le sensate esperienze mostravano il  contrario:  che  io
    non  posso  finir  di  stupire  ch'egli abbia pur costantemente voluto
    persistere in dir che Venere giri intorno al Sole, ed a noi sia meglio
    di sei volte pi lontana una volta  che  un'altra,  e  pur  sempre  si
    mostri  eguale  a  se stessa,  quando ella dovrebbe mostrarsi quaranta
    volte maggiore.

    Sagredo: In Giove,  in Saturno ed in Mercurio credo pur che si  devano
    veder  ancor  le differenze delle lor grandezze apparenti puntualmente
    rispondere alle lor variate lontananze.

    Salviati: Ne' due superiori le ho io precisamente osservate quasi ogni
    anno da ventidua anni in qua: in Mercurio non si pu fare osservazione
    di momento,  per non si lasciar egli vedere se non nelle  sue  massime
    digressioni  dal  Sole,  nelle  quali le sue distanze dalla Terra sono
    insensibilmente diseguali e per tali differenze  inosservabili,  come
    anco  le  mutazioni  di figure,  che assolutamente bisogna che seguano
    come in Venere;  e quando lo vediamo,  dovrebbe mostrarsi in figura di
    mezo cerchio,  come fa Venere ancora nelle sue massime digressioni; ma
    il suo disco  tanto piccolo e 'l  suo  splendore  tanto  vivace,  per
    esser egli cos vicino al Sole,  che non basta la virt del telescopio
    a radergli il crine, s che egli apparisca tutto tosato.
    Restaci da rimuover quella che pareva grande sconvenevolezza nel  moto
    della  Terra,  cio  che,  volgendosi tutti i pianeti intorno al Sole,
    ella solamente non solitaria come gli altri,  ma  in  compagnia  della
    Luna,  insieme  con  tutta  la  sfera  elementare,  andasse in un anno
    intorno al Sole,  ed insieme insieme si movesse  l'istessa  Luna  ogni
    mese  intorno  alla  Terra.  Qui    forza  esclamar un'altra volta ed
    esaltare l'ammirabil perspicacit del Copernico ed insieme  compiagner
    la sua disavventura, poich egli non vive al nostro tempo, quando, per
    tr  via l'apparente assurdit del movimento in conserva della Terra e
    della Luna,  vediamo Giove,  quasi un'altra Terra,  non in conserva di
    una Luna,  ma accompagnato da quattro Lune,  andare intorno al Sole in
    12 anni,  con tutto quello che pu esser contenuto dentro a  gli  orbi
    delle quattro stelle Medicee.

    Sagredo:  Per  qual  cagione  chiamate  voi  Lune  i  quattro  pianeti
    gioviali?

    Salviati: Tali si  rappresentan  elleno  a  chi  stando  in  Giove  le
    riguardasse.  Imperocch esse per se stesse son tenebrose,  e dal Sole
    ricevono il lume,  il che  manifesto dal suo rimaner eclissate quando
    entrano  nel  cono dell'ombra di Giove e perch di esse vien solamente
    illuminato l'emisferio che riguarda verso il Sole,  a noi,  che  siamo
    fuor  de  i  loro orbi e pi vicini al Sole,  si mostrano sempre tutte
    lucide; ma a chi fusse in Giove si mostrerebbero tutte luminose quando
    fussero nelle  parti  superiori  de  i  lor  cerchi,  ma  nelle  parti
    inferiori, cio tra Giove e 'l Sole, da Giove si scorgerebbon falcate:
    ed in somma farebbero a i Gioviali le mutazioni stesse di figure che a
    noi Terrestri fa la Luna.  Vedete ora quanto mirabilmente si accordano
    co 'l sistema Copernicano queste tre prime  corde,  che  da  principio
    parevan s dissonanti. Di qui potr intanto il signor Simplicio vedere
    con  quanta  probabilit  si possa concludere che non la Terra,  ma il
    Sole, sia nel centro delle conversioni de i pianeti: e poich la Terra
    vien collocata tra i corpi  mondani  che  indubitatamente  si  muovono
    intorno  al  Sole,  cio  sopra Mercurio e Venere,  e sotto a Saturno,
    Giove  e  Marte,  come  parimente  non  sar  probabilissimo  e  forse
    necessario concedere che essa ancora gli vadia intorno?

    Simplicio:  Questi  accidenti  son tanto grandi e cospicui,  che non 
    possibile che Tolomeo e gli altri suoi seguaci non  ne  abbiano  avuto
    cognizione,  ed  avendol  auta,    pur  necessario  che abbiano ancor
    trovata maniera di render di tali e cos sensate apparenze sufficiente
    ragione, ed anco assai congrua e verisimile, poich per s lungo tempo
     stata ricevuta da tanti e tanti.

    Salviati: Voi molto ben discorrete;  ma  sappiate  che  il  principale
    scopo  de  i  puri  astronomi    il  render  solamente  ragione delle
    apparenze ne i corpi celesti, ed ad esse ed a i movimenti delle stelle
    adattar tali strutture e composizioni di cerchi,  che i  moti  secondo
    quelle calcolati rispondano alle medesime apparenze, poco curandosi di
    ammetter qualche esorbitanza che in fatto,  per altri rispetti, avesse
    del difficile: e l'istesso Copernico scrive,  aver egli ne' primi suoi
    studii   restaurata   la   scienza   astronomica   sopra  le  medesime
    supposizioni di Tolomeo,  e in maniera ricorretti  i  movimenti  de  i
    pianeti,    che   molto   aggiustatamente   rispondevano   i   computi
    all'apparenze e l'apparenze a i calcoli, tuttavia per che si prendeva
    separatamente pianeta per pianeta;  ma soggiugne  che  nel  voler  poi
    comporre  insieme  tutta la struttura delle fabbriche particolari,  ne
    risultava un mostro ed una chimera composta  di  membra  tra  di  loro
    sproporzionatissime e del tutto incompatibili,  s che,  quantunque si
    sodisfacesse alla parte dell'astronomo puro calcolatore,  non per  ci
    era  la  sodisfazione e quiete dell'astronomo filosofo.  E perch egli
    molto ben intendeva,  che se con assunti falsi in  natura  si  potevan
    salvar  le  apparenze  celesti,  molto  meglio  ci  si sarebbe potuto
    ottenere dalle vere supposizioni,  si messe a ricercar  diligentemente
    se  alcuno tra gli antichi uomini segnalati avesse attribuita al mondo
    altra struttura che la comunemente ricevuta di Tolomeo; e trovando che
    alcuni Pitagorici avevano in  particolare  attribuito  alla  Terra  la
    conversion  diurna,  ed  altri  il movimento annuo ancora,  cominci a
    rincontrar con  queste  due  nuove  supposizioni  le  apparenze  e  le
    particolarit  de i moti de i pianeti,  le quali tutte cose egli aveva
    prontamente alle  mani,  e  vedendo  il  tutto  con  mirabil  facilit
    corrisponder con le sue parti,  abbracci questa nuova costituzione ed
    in essa si quiet.

    Simplicio: Ma quali esorbitanze sono nella costituzione tolemaica, che
    maggiori non ne sieno in questa copernicana?

    Salviati: Sono in Tolomeo le infermit,  e nel Copernico i medicamenti
    loro.  E  prima,  non  chiameranno tutte le sette de i filosofi grande
    sconvenevolezza che un corpo naturalmente  mobile  in  giro  si  muova
    irregolarmente sopra il proprio centro,  e regolarmente sopra un altro
    punto? e pur di tali movimenti difformi sono nella fabbrica di Tolomeo
    ma nel Copernico tutti sono equabili intorno  al  proprio  centro.  In
    Tolomeo bisogna assegnare a i corpi celesti movimenti contrarii, e far
    che  tutti  si  muovano  da  levante  a  ponente ed insieme insieme da
    ponente verso levante;  che nel  Copernico  son  tutte  le  revoluzion
    celesti per un sol verso,  da occidente in oriente.  Ma che diremo noi
    dell'apparente  movimento  de  i  pianeti,   tanto  difforme  che  non
    solamente ora vanno veloci ed ora pi tardi,  ma talvolta del tutto si
    fermano,  ed anco dopo per molto spazio ritornano in  dietro?  per  la
    quale  apparenza  salvare  introdusse  Tolomeo  grandissimi  epicicli,
    adattandone un per uno a ciaschedun pianeta, con alcune regole di moti
    incongruenti,  li quali tutti con un semplicissimo moto della Terra si
    tolgono  via.  E  non chiamereste voi,  signor Simplicio,  grandissimo
    assurdo se nella costruzion di Tolomeo,  dove a ciascun  pianeta  sono
    assegnati  proprii  orbi,  l'uno  superior all'altro,  bisognasse bene
    spesso dire che Marte,  costituito sopra la sfera  del  Sole,  calasse
    tanto che,  rompendo l'orbe solare,  sotto a quello scendesse, ed alla
    Terra pi che il corpo solare si avvicinasse, e poco appresso sopra il
    medesimo smisuratamente si alzasse?  e pur questa ed altre esorbitanze
    dal solo e semplicissimo movimento annuo della Terra vengono medicate.

    Sagredo:  Queste  stazioni,  regressi  e direzioni,  che sempre mi son
    parse grandi improbabilit,  vorrei io meglio intendere come procedano
    nel sistema Copernicano.

    Salviati:  Voi,  signor  Sagredo,  le  vedrete proceder talmente,  che
    questa sola coniettura dovrebbe esser bastante,  a chi non  fusse  pi
    che protervo o indisciplinabile.  a farlo prestar l'assenso a tutto il
    rimanente di tal dottrina.  Vi  dico  dunque  che,  nulla  mutato  nel
    movimento  di  Saturno  di 30 anni in quel di Giove di 12,  in quel di
    Marte di 2,  in quel di Venere di 9 mesi,  e in quel di Mercurio di 80
    giorni incirca, il solo movimento annuo della Terra tra Marte e Venere
    cagiona  le  apparenti  inegualit  ne'  moti  di  tutte  le  5 stelle
    nominate: e per facile  e  piena  intelligenza  del  tutto  ne  voglio
    descriver  la  sua  figura  Per  tanto  supponete  nel  centro o esser
    collocato il Sole,  intorno al quale noteremo l'orbe  descritto  dalla
    Terra  co  'l  movimento  annuo  B  G  M,  ed  il  cerchio  descritto,
    verbigrazia,  da Giove intorno al Sole in 12 anni sia questo b g m,  e
    nella  sfera stellata intendiamo il zodiaco y u s;  in oltre nell'orbe
    annuo della Terra prenderemo alcuni archi eguali BC, CD, DE,  EF,  FG,
    GH H I,  I K,  K L,  L M,  e nel cerchio di Giove noteremo altri archi
    passati ne' medesimi tempi ne' quali la Terra passa i suoi,  che sieno
    bc,  cd,  de,  ef,  fg,  gh, hi, ik, kl, lm, che saranno a proporzione
    ciascheduno minor di quelli notati nell'orbe della Terra,  s come  il
    movimento di Giove sotto il zodiaco  pi tardo dell'annuo. Supponendo
    ora, che quando la Terra  in B, Giove sia in b, ci apparir a noi nel
    zodiaco  essere  in p,  tirando la linea retta B b p: intendasi ora la
    Terra mossa da B in C,  e Giove da  b  in  c  nell'istesso  tempo;  ci
    apparir  Giove esser venuto nel zodiaco in q,  e mosso direttamente 2
    secondo l'ordine de' segni p,  q: passando poi la Terra in D,  e Giove
    in  d  si vedr nel zodiaco in r,  e da E Giove arrivato in e apparir
    nel zodiaco in s, mosso pur sempre direttamente. Ma cominciando poi la
    Terra a interporsi pi dirittamente tra Giove e 'l  Sole,  venuta  che
    ella  sia in F,  e Giove in f,  ci apparir in t gi aver cominciato a
    ritornare apparentemente in dietro sotto il zodiaco;  ed in quel tempo
    che la Terra aver passato l'arco E F, Giove si sar trattenuto dentro
    a i punti s,  t, e mostrandosi a noi quasi fermo e stazionario. Venuta
    poi la Terra in G, e Giove in g all'opposizion del Sole,  si vedr nel
    zodiaco  in u,  e grandemente ritornato in dietro per tutto l'arco del
    zodiaco t U,  ancor che egli,  seguendo sempre il suo corso  uniforme,
    sia veramente andato innanzi non solo nel suo cerchio,  ma nel zodiaco
    ancora,  rispetto al centro di esso zodiaco  ed  al  Sole,  in  quello
    collocato; continuando poi e la Terra e Giove i movimenti loro, venuta
    che  sia  la  Terra  in  H e Giove in h,  si vedr grandemente tornato
    indietro nel zodiaco per tutto l'arco u x: venuta  la  Terra  in  I  e
    Giove  in  i,  nel zodiaco si sar apparentemente mosso per il piccolo
    spazio x y,  ed ivi apparir stazionario.  Quando poi conseguentemente
    la  Terra  sar  venuta  in  K e Giove in k,  nel zodiaco avr passato
    l'arco y n con moto diretto;  e seguendo il corso suo,  la Terra da  L
    vedr  Giove  in l nel punto z: e finalmente Giove in m si vedr dalla
    Terra M passato in a,  con moto pur diretto;  e tutta la sua apparente
    retrogradazione  nel zodiaco sar quanto  l'arco s y,  fatta da Giove
    mentre che egli nel proprio cerchio passa l'arco e i e  la  Terra  nel
    suo l'arco E I. E questo che si  detto di Giove, intendasi di Saturno
    e  di  Marte  ancora,  ed  in Saturno tali regressi esser alquanto pi
    frequenti che in Giove,  per esser il moto suo pi tardo  di  quel  di
    Giove,  s che la Terra in pi breve spazio di tempo lo raggiugne;  in
    Marte poi son pi rari,  per essere il moto suo pi veloce che quel di
    Giove,  onde  la Terra pi tempo spende in racquistarlo.  Quanto poi a
    Venere ed a Mercurio,  i cerchi de i quali son compresi da quel  della
    Terra,  appariscono pur le loro stazioni e regressi cagionati non da i
    moti di quelli,  che realmente sien tali,  ma dal moto annuo  di  essa
    Terra, come acutamente dimostra il Copernico con Apollonio Pergeo, nel
    libro 5 delle sue Revoluzioni al cap. 35.
    Voi vedete, Signori, con quanta agevolezza e simplicit il moto annuo,
    quando fusse della Terra, si accomoda a render ragione delle apparenti
    esorbitanze  che  si  osservano  ne  i  movimenti de i cinque pianeti,
    Saturno,  Giove,  Marte,  Venere e Mercurio,  levandole  via  tutte  e
    riducendole  a  moti  equabili  e  regolari;  e di questo maraviglioso
    effetto  stato Niccol Copernico il primo che ci ha resa manifesta la
    cagione.  Ma di un altro,  non men di questo ammirando e che con  nodo
    forse  di  pi  difficile  scioglimento  strigne l'intelletto umano ad
    ammetter  questa  annua  conversione  e  lasciarla  al  nostro   globo
    terrestre,  nuova  ed inopinata coniettura ce n'arreca il Sole stesso,
    il quale mostra di non aver voluto esso solo sfuggir l'attestazione di
    una conclusione tanto insigne,  anzi,  come testimonio maggior di ogni
    eccezione,  ci  voluto essere a parte.  Sentite dunque l'alta e nuova
    maraviglia.
    Fu il primo scopritore ed osservatore delle macchie solari, s come di
    tutte l'altre novit celesti,  il nostro Academico  Linceo;  e  queste
    scopers'egli  l'anno  1610,   trovandosi  ancora  alla  lettura  delle
    Matematiche nello Studio di Padova, e quivi ed in Venezia ne parl con
    diversi,  de i quali alcuni vivono ancora: ed un anno  doppo  le  fece
    vedere in Roma a molti Signori,  come egli asserisce nella prima delle
    sue Lettere al signor Marco Velsero,  Duumviro d'Augusta.  Esso fu  il
    primo  che,  contro  alle  opinioni de i troppo timidi e troppo gelosi
    dell'inalterabilit del cielo,  afferm tali macchie esser materie che
    in tempi brevi si producevano e si dissolvevano; che, quanto al luogo,
    erano  contigue  al  corpo  del  Sole,  e  che  intorno  a  quello  si
    rigiravano,  o vero,  portate dall'istesso globo  solare,  che  in  se
    stesso  circa  il  proprio  centro  nello  spazio  quasi di un mese si
    rivolgesse,  finivano loro  conversioni:  il  qual  moto  giudic  sul
    principio   farsi  dal  Sole  intorno  ad  un  asse  eretto  al  piano
    dell'eclittica,  atteso che gli archi descritti da esse macchie  sopra
    il disco del Sole apparivano all'occhio nostro linee rette ed al piano
    dell'eclittica parallele;  le quali per venivano alterate in parte di
    alcuni movimenti accidentarii, vaganti ed irregolari, a i quali elleno
    son sottoposte,  e per i quali tumultuariamente e senza ordine  alcuno
    si vanno tra di loro mutando di sito,  ora accozzandosi molte insieme,
    ora disseparandosi,  ed  alcuna  in  pi  dividendosi,  e  grandemente
    mutandosi  di  figure,  per  lo  pi molto stravaganti.  E bench tali
    incostanti mutazioni alterassero in parte il periodico primario  corso
    di esse macchie,  non fecero per mutar pensiero all'amico nostro,  s
    che ei credesse che di tali deviazioni fusse alcuna cagione essenziale
    e ferma,  ma continu di credere  che  tutta  l'apparente  alterazione
    derivasse  da  quelle accidentarie mutazioni;  in quella guisa appunto
    che accaderebbe a chi da lontane  regioni  osservasse  il  moto  delle
    nostre nugole, le quali si scorgerebbero muoversi di moto velocissimo,
    grande e costante,  portate dalla vertigine diurna della Terra (quando
    tal  moto  fusse  suo)  in  ventiquattr'ore   per   cerchi   paralleli
    all'equinoziale, ma per alterati in parte da i movimenti accidentarii
    cagionatigli  da  i  venti,  li  quali  verso  diverse parti del mondo
    casualmente le spingono. Occorse in questo tempo che il signor Velsero
    gli mand alcune lettere scritte da certo finto Apelle in  materia  di
    queste macchie,  ricercandolo con instanza che gli volesse liberamente
    dire il suo parere sopra tali lettere,  e di  pi  significargli  qual
    fusse  l'opinion  sua  circa  l'essenza  di  tali macchie: al che egli
    sodisfece con tre Lettere,  mostrando  prima  quanto  fussero  vani  i
    pensieri   di  Apelle,   e  scoprendogli  secondariamente  le  proprie
    opinioni,   con   predirgli   appresso   che   assolutamente   Apelle,
    consigliatosi meglio col tempo,  era per venire nella sua opinione, s
    come poi segu. E perch parve al nostro Academico (s come parve anco
    ad altri intelligenti delle cose della natura) d'avere  investigato  e
    dimostrato  nelle  dette  tre  Lettere  se  non quanto si poteva dalla
    curiosit umana desiderare e ricercare,  almeno quanto si  poteva  per
    umani discorsi conseguire in cotal materia, intermesse per alcun tempo
    (occupato  in  altri  studii)  le continuate osservazioni,  e solo per
    compiacere a qualche amico,  faceva seco tal volta alcuna osservazione
    alla spezzata;  sin che incontratosi meco,  doppo alcuni anni, essendo
    noi  nella  mia  villa  delle  Selve,  in  una  delle  solari  macchie
    solitaria,  assai  grande e densa,  invitati anco da una chiarissima e
    continuata serenit di cielo,  si fecero a mia richiesta  osservazioni
    di  tutto  il  transito di quella,  appuntando diligentemente sopra la
    carta i luoghi di giorno in giorno,  nell'ora che il Sole  si  trovava
    nel meridiano; ed accortici come il viaggio suo non era altrimenti per
    linea retta,  ma alquanto incurvata, venimmo in pensiero di fare altre
    osservazioni di tempo in tempo: alla quale impresa  gagliardamente  ci
    stimul  un concetto che repentinamente casc in mente all'ospite mio,
    e con tali parole mel confer: "Filippo, a gran conseguenza mi par che
    ci si apra la strada.  Imperocch,  se  l'asse  intorno  al  quale  si
    rivolge   il   Sole   non      eretto   perpendicolarmente  al  piano
    dell'eclittica,  ma sopra di quello    inclinato,  come  il  pur  ora
    osservato passaggio incurvato mi accenna,  tal coniettura avremo degli
    stati del Sole e della Terra,  quale n s ferma n s concludente  da
    verun  altro  rincontro  non  ne   sin qui stata somministrata".  Io,
    risvegliato da s alta promessa,  gli feci instanza acci  apertamente
    mi scoprisse il suo concetto. Ed egli: "Quando il moto annuo sia della
    Terra  per  l'eclittica intorno al Sole,  e che il Sole sia costituito
    nel centro di essa eclittica,  ed in quello si volga in se stesso  non
    intorno  all'asse  di essa eclittica (che sarebbe l'asse del movimento
    annuo della Terra), ma sopra uno inclinato,  strane mutazioni converr
    che  a  noi  si  rappresentino  ne i movimenti apparenti delle macchie
    solari, quando ben si ponga tale asse del Sole persister perpetuamente
    ed immutabilmente nella  medesima  inclinazione  ed  in  una  medesima
    direzione    verso   l'istesso   punto   dell'universo.    Imperocch,
    camminandogli intorno il globo terrestre al moto annuo,  primieramente
    converr  che a noi,  portati da quello,  i passaggi delle macchie ben
    talvolta appariscano fatti per linee rette, ma questo due volte l'anno
    solamente,  ed in tutti gli altri tempi si mostreranno fatti per archi
    sensibilmente incurvati. Secondariamente, la curvit di tali archi per
    una met dell'anno ci apparir inclinata al contrario di quello che si
    scorger  nell'altra met;  cio per sei mesi il convesso de gli archi
    sar verso la parte superiore del disco solare, e per gli altri 6 mesi
    verso l'inferiore. Terzo, cominciando ad apparire, e, per cos dire, a
    nascere,  all'occhio nostro le macchie dalla parte sinistra del  disco
    solare,  ed andando ad occultarsi e a tramontare nella parte destra, i
    termini orientali,  cio delle prime comparite,  per sei mesi  saranno
    pi  bassi  de  i termini opposti delle occultazioni,  e per altri sei
    mesi accader per l'opposito,  cio che nascendo esse macchie da punti
    pi  elevati  e  da  quelli  descendendo,  ne i corsi loro verranno ad
    ascondersi in punti pi bassi,  e per due giorni soli di tutto  l'anno
    saranno tali termini,  de gli orti e de gli occasi, equilibrati; doppo
    i quali libramenti cominciando pian piano l'inclinazione de  i  viaggi
    delle macchie,  e di giorno in giorno facendosi maggiore,  in tre mesi
    giugner alla somma obbliquit,  e di l cominciando a diminuirsi,  in
    altrettanto  tempo si ridurr all'altro equilibrio.  Accader,  per la
    quarta  maraviglia,  che  il  giorno  della  massima  obbliquit  sar
    l'istesso che quello del passaggio fatto per linea retta, e nel giorno
    della librazione apparir l'arco del viaggio pi che mai incurvato: ne
    gli  altri  tempi  poi,  secondo che la pendenza si andr diminuendo e
    incamminandosi verso l'equilibrio,  l'incurvazione de gli archi  de  i
    passaggi, per l'opposito, si andr agumentando".

    Sagredo:  Io,  signor  Salviati  mio,  conosco  che l'interrompervi il
    discorso  mala creanza; ma non men cattiva stimo che sia il lasciarvi
    diffonder pi lungamente in parole, mentre elle vengano, come si dice,
    buttate al vento. Imperocch, a dirla liberamente, io non mi so formar
    concetto alcuno distinto  pur  di  una  delle  conclusioni  che  avete
    pronunziate: ma perch,  apprese cos in generale ed in confuso, mi si
    rappresentano cose di ammirabili conseguenze,  vorrei pure in  qualche
    maniera esserne fatto capace.

    Salviati: L'istesso che accade a voi,  avvenne a me ancora, mentre con
    nude parole mi furon portate dal mio ospite;  il quale mi agevol  poi
    l'intelligenza  col  figurarmi il fatto sopra uno strumento materiale,
    che non fu altro che una semplice sfera, servendosi di alcuni de' suoi
    cerchi,  ma in altro uso di quello al quale comunemente sono ordinati.
    Ora,  in  difetto  della  sfera,  supplir con farne disegni in carta,
    secondo che bisogner.  E per rappresentare il primo accidente  da  me
    proposto,  il  quale  fu che i passaggi delle macchie due volte l'anno
    solamente potevano apparir fatti per linee rette,  figuriamoci  questo
    punto O esser centro dell'orbe magno, o vogliam dire dell'eclittica, e
    parimente ancora del globo dell'istesso Sole,  del quale,  mediante la
    gran distanza che  tra esso e la Terra,  possiamo suppor noi  terreni
    di  vederne la met;  per descriveremo questo cerchio A B C D intorno
    al medesimo centro O,  il quale ci rappresenti il termine estremo  che
    divide  e  separa  l'emisferio  del  Sole  a  noi apparente dall'altro
    occulto.
    E perch  l'occhio  nostro,  non  meno  che  'l  centro  della  Terra,
    s'intende  esser  nel  piano dell'eclittica,  nel quale  parimente il
    centro del Sole,  per,  se ci rappresenteremo il corpo  solare  esser
    segato  dal  detto  piano,  la  sezione all'occhio nostro apparir una
    linea  retta,  quale  sia  la  B  O  D;  e  posta  sopra  di  essa  la
    perpendicolare  A O C,  sar l'asse di essa eclittica e del moto annuo
    del globo terrestre.  Intendiamo ora  il  corpo  solare  (senza  mutar
    centro) rivolgersi in se stesso, non gi intorno all'asse A O C (che 
    l'eretto  al  piano  dell'eclittica),   ma  intorno  ad  uno  alquanto
    inclinato, qual sia questo E O I, il quale asse fisso ed immutabile si
    mantenga perpetuamente nella medesima inclinazione e direzione verso i
    medesimi  punti  del  firmamento  e  dell'universo,   e  perch  nelle
    revoluzioni  del  solar  globo  ciaschedun  punto della sua superficie
    (trattone i poli) descrive la circonferenza d'un cerchio, o maggiore o
    minore secondo ch' e' si ritrova pi o men remoto da essi poli,  preso
    il punto F egualmente distante da quelli,  segniamo il diametro F O G,
    che sar perpendicolare all'asse E  I  e  sar  diametro  del  cerchio
    massimo descritto intorno a i poli E, I. Posto ora che la Terra, e noi
    con  lei,  sia  in tal luogo dell'eclittica che l'emisferio del Sole a
    noi apparente venga terminato dal cerchio A B C D, il quale,  passando
    (come  sempre  fa)  per  i  poli A,  C,  passi ancora per li E,  I,  
    manifesto che il cerchio massimo il cui diametro  F G, sar eretto al
    cerchio A B C D;  al quale  perpendicolare il raggio che  dall'occhio
    nostro casca sopra il centro O; onde il medesimo raggio cade nel piano
    del  cerchio  il  cui  diametro  F G,  e per la sua circonferenza ci
    apparir una linea retta,  e l'istessa che F G: per lo  che  qualunque
    volta  nel punto F fusse una macchia,  venendo poi portata dalla solar
    conversione,  segnerebbe sopra la superficie del Sole la circonferenza
    di  quel  cerchio  che  a  noi  appare  una linea retta.  Retto dunque
    apparir il suo passaggio;  e retti ancora appariranno i movimenti  di
    altre  macchie  le  quali nell'istessa revoluzione descrivessero minor
    cerchi, per esser tutti paralleli al massimo,  e l'occhio nostro posto
    in distanza immensa da quelli.  Ora,  se voi considererete come, doppo
    che avr scorso la Terra in sei mesi la met dell'orbe magno e si sar
    costituita incontro all'emisferio del Sole che ora ci    occulto,  s
    che  il  terminator  della  parte  che allor sar veduta sia l'istesso
    cerchio A B C D,  che pur passer per li poli E,  I,  intenderete  che
    l'istesso  accader  de  i  viaggi  delle  macchie,   cio  che  tutti
    appariranno fatti per linee rette: ma perch  tale  accidente  non  ha
    luogo  se  non  quando  il terminator passa per i poli E,  I,  ed esso
    terminatore di momento in momento, mediante il moto annuo della Terra,
    si va mutando, per momentaneo  il suo passar per i poli fissi E,  I,
    ed in conseguenza momentaneo  il tempo dell'apparir diritti i moti di
    esse macchie. Da questo che sin qui si  detto, si viene a comprendere
    ancora come,  essendo l'apparizione e principio del moto delle macchie
    dalla parte  F,  procedendo  verso  G,  i  passaggi  loro  sono  dalla
    sinistra,  ascendendo  verso la destra;  ma posta la Terra nella parte
    diametralmente opposta,  la comparsa delle macchie intorno  a  G  sar
    bene  alla sinistra del riguardante,  ma il passaggio sar descendente
    verso la destra F.  Figuriamoci ora la Terra  esser  situata  per  una
    quarta lontana dal presente stato, e segniamo in quest'altra figura il
    terminatore A B C D e l'asse, come prima, A C, per il quale passerebbe
    il  piano  del nostro meridiano,  nel qual piano sarebbe ancora l'asse
    della revoluzion del Sole,  con i suoi poli,  uno verso di  noi,  cio
    nell'emisferio apparente,  il qual polo rappresenteremo col punto E, e
    l'altro cader nell'emisferio occulto, e lo noto I.  Inclinando dunque
    l'asse  E  I  con  la  superior parte E verso noi,  il cerchio massimo
    descritto dalla conversion del Sole sar questo B F D G,  la cui  met
    da noi veduta,  cio B F D,  non pi ci apparir una linea retta,  per
    non esser i poli E,  I nella circonferenza A B C  D,  ma  si  mostrer
    incurvata  e  col  suo  convesso  verso  la  parte  inferiore C,  ed 
    manifesto che l'istesso apparir di tutti i cerchi minori paralleli al
    massimo  B  F  D.   Intendesi  ancora,   che  quando  la  Terra   sar
    diametralmente opposta a questo stato,  s che vegga l'altro emisferio
    del Sole,  il quale ora  occulto,  vedr del medesimo cerchio massimo
    la  parte D G B incurvata col suo convesso verso la parte superiore A;
    e i corsi delle macchie  in  queste  costituzioni  saranno  prima  per
    l'arco  B  F  D e poi per l'altro D G B,  e le lor prime apparizioni e
    l'ultime  occultazioni,  fatte  intorno  a  i  punti  B,  D,   saranno
    equilibrate, e non quelle pi o meno elevate di queste.
    Ma  se  noi  porremo  la Terra in tal luogo dell'eclittica,  che n il
    finitore A B C D n il meridiano AC passi per i poli  dell'asse  E  I,
    come  adesso  vi  mostro disegnando questa terza figura,  dove il polo
    apparente E casca tra l'arco del terminatore A  B  e  la  sezione  del
    meridiano  A  C,  il  diametro  del  cerchio  massimo sar F O G ed il
    semicerchio apparente F N G, e l'occulto G S F: quello,  incurvato col
    suo  convesso  N verso la parte inferiore;  e questo,  piegato col suo
    colmo S verso la parte superiore  del  Sole:  gl'ingressi  e  l'uscite
    delle  macchie,  cio  i  termini F,  G,  non saranno librati,  come i
    passati B,  D,  ma l'F pi basso e 'l G pi  alto  ma  ben  con  minor
    differenza che nella prima figura; l'arco ancora F N G sar incurvato,
    ma  non  tanto  quanto il precedente B F D: onde in tal costituzione i
    passaggi delle macchie saranno ascendenti dalla parte sinistra F verso
    la destra G,  e saranno fatti per linee curve.  Ed intendendo la Terra
    esser  collocata  nel sito diametralmente opposto,  s che l'emisferio
    del Sole adesso occulto sia il veduto, e dal medesimo finitore A B C D
    terminato,  manifestamente si scorge che il corso delle  macchie  sar
    per l'arco G S F,  cominciando dal punto sublime G, che pur sar dalla
    sinistra del riguardante, ed andando a terminare, descendendo verso la
    destra, nel punto F.  Inteso quanto sin qui ho esposto,  non credo che
    resti  difficult veruna in comprender come dal passare il terminatore
    dei solari emisferi per i poli della conversion del Sole  o  a  quelli
    vicino  o lontano,  nascono tutte le diversit ne gli apparenti viaggi
    delle macchie,  s che quanto pi essi poli saranno  lontani  da  esso
    terminatore,  tanto  pi  i  detti  viaggi  saranno  incurvati  e meno
    obbliqui onde nella massima lontananza,  che  quando detti poli  sono
    nella  sezion  del  meridiano,  la  curvit    ridotta  al sommo,  ma
    l'obbliquit al minimo, cio all'equilibrio,  come dimostra la seconda
    figura;  all'incontro, quando i poli sono nel terminatore, come mostra
    la prima figura,  l'inclinazione  massima,  ma la curvit  minima  e
    ridotta alla rettitudine, partendosi il terminator da i poli, comincia
    la   curvit   a  farsi  sensibile  con  andar  sempre  crescendo,   e
    l'obbliquit e inclinazione si va facendo minore.
    Queste sono le stravaganti mutazioni che mi diceva  l'ospite  mio  che
    sarebbero  apparse  di  tempo  in  tempo  ne i progressi delle macchie
    solari,  tuttavolta che fusse stato vero che il movimento annuo  fusse
    della Terra,  e che il Sole,  costituito nel centro dell'eclittica, si
    fusse girato in se stesso sopra un asse non eretto,  ma inclinato,  al
    piano di essa eclittica.

    Sagredo:  Io  resto  assai ben capace di queste conseguenze,  e meglio
    credo che me l'imprimer nella fantasia nell'andarle riscontrando  con
    accomodar un globo con tale inclinazione, riguardandolo poi da diverse
    bande.  Resta  ora  che  ci  diciate quello che di poi segu circa gli
    eventi delle immaginate conseguenze.

    Salviati: Seguinne,  che continuando noi per molti e molti mesi a  far
    diligentissime osservazioni,  notando con somma accuratezza i passaggi
    di varie macchie in diversi tempi dell'anno,  si trovarono gli  eventi
    puntualmente rispondere alle predizioni.

    Sagredo: Signor Simplicio, come questo che dice il signor Salviati sia
    vero  (n  gi  conviene  por  dubbio  sopra le sue parole),  di saldi
    argomenti e di gran  conietture  e  di  fermissime  esperienze  aranno
    bisogno  i  Tolemaici e gli Aristotelici per bilanciare un incontro di
    tanto peso, e far s che la loro opinione non dia l'ultimo tracollo.

    Simplicio: Piano,  signor mio,  che forse voi non sete ancora dove per
    avventura vi persuadete d'essere pervenuto: imperocch io,  se ben non
    mi sono interamente impadronito della materia del discorso  fatto  dal
    signor  Salviati,  non  trovo che la mia logica,  mentre riguardo alla
    forma,  m'insegni che tal  maniera  d'argomentare  m'induca  necessit
    veruna  di  concludere  a  favor dell'ipotesi Copernicana,  cio della
    stabilit del Sole nel centro del zodiaco e della mobilit della Terra
    sotto la di lui circonferenza. Perch, se bene  vero che posta la tal
    conversion del  Sole  e  la  tal  circuizion  della  Terra  si  debban
    necessariamente   scorger   nelle   macchie  solari  le  tali  e  tali
    stravaganze,  non per ne sguita che,  argomentando per il  converso,
    dallo    scorgersi   nelle   macchie   tali   stravaganze   si   debba
    necessariamente concludere,  la Terra muoversi per la circonferenza  e
    'l  Sole esser posto nel centro del zodiaco: imperocch chi m'assicura
    che simili stravaganze non possano anco esser vedute nel  Sole  mobile
    per  l'eclittica  da  gli  abitatori della Terra stabile nel centro di
    quella?  Se voi non mi dimostrate prima che di tale apparenza  non  si
    possa  render  ragione  quando  si  faccia mobile il Sole e stabile la
    Terra, io non mi rimover dalla mia opinione e dal credere che 'l Sole
    si muova e la Terra stia immobile.

    Sagredo: Strenuamente si porta il signor Simplicio, e molto acutamente
    s'oppone e sostiene la parte d'Aristotile e di Tolomeo; e,  s'io debbo
    dire il vero,  mi par che la conversazione del signor Salviati,  ancor
    che sia stata di tempo breve l'abbia addestrato  assai  nel  discorrer
    concludentemente,  effetto che intendo essere stato cagionato in altri
    ancora.  Quanto poi all'investigare e  giudicare  se  delle  apparenti
    esorbitanze  ne  i  movimenti  delle  macchie  solari  si possa render
    competente ragione lasciando la Terra immobile e mantenendo mobile  il
    Sole,  aspetter  che 'l signor Salviati ci manifesti il suo pensiero;
    ch ben   credibile  che  egli  v'abbia  fatto  sopra  reflessione  e
    ritrattone quanto in tal proposito si pu produrre.

    Salviati:  Io ci ho pi volte pensato,  ed anco discorsone con l'amico
    ed ospite mio: e circa quello che siano per produrre i filosofi e  gli
    astronomi  in  mantenimento  dell'antico sistema,  per una parte siamo
    sicuri, sicuri dico, che i veri e puri Peripatetici,  ridendosi di chi
    s'impiega in tali,  al gusto loro,  insipide sciocchezze, spaccieranno
    tutte queste apparenze per vane illusioni de' cristalli,  ed in questa
    maniera  con  poca  fatica  si  libereranno dall'obbligo di pensar pi
    oltre;  quanto poi a i filosofi astronomi,  doppo aver noi con qualche
    attenzione  specolato ci che si potesse addurre in mezo,  non abbiamo
    investigato ripiego che basti per sodisfare unitamente al corso  delle
    macchie  ed  al  discorso  della mente.  Io vi esporr quello che ci 
    sovvenuto,  e voi ne farete quel capitale che il  giudizio  vostro  vi
    detter.
    Posto  che gli apparenti movimenti delle macchie solari siano quali di
    sopra  si    dichiarato,   e  posta  la  Terra  immobile  nel  centro
    dell'eclittica,  nella  cui  circonferenza sia collocato il centro del
    Sole,   necessario che di tutte le diversit che si scorgono in  essi
    movimenti  le cagioni riseggano in moti che siano nel corpo solare: il
    quale primieramente converr che in se stesso si rivolga portando seco
    le macchie,  le quali si    supposto,  anzi  pur  dimostrato,  essere
    aderenti alla solar superficie.  Bisogner,  secondariamente, dire che
    l'asse  della   solar   conversione   non   sia   parallelo   all'asse
    dell'eclittica,   che      quanto   a   dire   che   non  sia  eretto
    perpendicolarmente sopra 'l piano  dell'eclittica,  perch,  se  fusse
    tale, i passaggi di esse macchie ci apparirebber fatti per linee rette
    e  parallele  all'eclittica:    dunque tale asse inclinato,  poich i
    passaggi per lo pi appariscon fatti per linee curve. Sar,  nel terzo
    luogo,  necessario dire che l'inclinazion di questo asse non sia fissa
    e riguardante di continuo verso il medesimo punto dell'universo,  anzi
    che di momento in momento vadia mutando direzione;  perch,  quando la
    pendenza riguardasse continuamente verso l'istesso punto,  i  passaggi
    delle macchie non cangerebbero gi mai apparenza,  ma,  retti o curvi,
    piegati in su o in gi,  ascendenti o descendenti che apparissero  una
    volta, tali apparirebber sempre. E' forza dunque dire, tale asse esser
    convertibile,   e  talora  trovarsi  nel  piano  del  cerchio  estremo
    terminator dell'emisferio apparente, allora,  dico,  quando i passaggi
    delle  macchie  appariscono  fatti  per  linee  rette  e  pi  che mai
    pendenti, il che accade due volte l'anno; altre volte poi trovarsi nel
    piano del meridiano del riguardante,  in modo tale che l'uno de'  suoi
    poli caschi nel solare emisferio apparente e l'altro nell'occulto,  ed
    amendue lontani da i punti estremi,  o vogliam dire da  i  poli,  d'un
    altro  asse  del Sole,  il quale sia parallelo all'asse dell'eclittica
    (il qual secondo asse converr necessariamente assegnare al globo  del
    Sole),  lontani,  dico,  tanto quanto importa l'inclinazione dell'asse
    della revoluzione delle  macchie;  e  di  pi,  che  il  polo  cadente
    nell'emisferio apparente una volta sia nella parte superiore e l'altra
    nell'inferiore,  perch  del  cos accadere necessario argomento ce ne
    danno i passaggi quando sono equilibrati e nelle lor massime  curvit,
    ora  col convesso loro verso la parte inferiore,  ed altra volta verso
    la  superiore  del  disco  solare.   E  perch  tali  stati  si  vanno
    continuamente mutando,  facendosi le inclinazioni e le incurvazioni or
    maggiori ed or minori,  e  talora  riducendosi  quelle  all'equilibrio
    perfetto  e  queste alla perfetta dirittezza,  convien necessariamente
    porre,  l'istesso asse della revoluzione mestrua delle  macchie  avere
    una  sua propria conversione,  per la quale i suoi poli descrivano due
    cerchi intorno a i poli d'un altro asse,  il quale  per  ci  conviene
    (come  ho detto) assegnare al Sole,  il semidiametro de i quali cerchi
    risponda alla quantit  dell'inclinazione  del  medesimo  asse;  ed  
    necessario che il tempo del suo periodo sia d'un anno, avvengach tale
     il tempo nel quale si restituiscono tutte l'apparenze e diversit ne
    i  passaggi  delle  macchie: e del farsi la conversione di questo asse
    sopra i poli dell'altro asse parallelo a quel  dell'eclittica,  e  non
    intorno   ad  altri  punti,   ne  son  manifesto  indizio  le  massime
    inclinazioni e le massime incurvazioni,  le  quali  son  sempre  della
    medesima grandezza.
    Talch,  finalmente,  per  mantener la Terra stabile nel centro,  sar
    necessario attribuire al Sole due movimenti intorno al proprio centro,
    sopra due differenti assi, l'uno de i quali finisca la sua conversione
    in un anno,  e l'altro la sua in manco di un mese:  il  quale  assunto
    all'intelletto  mio  si rappresenta molto duro e quasi impossibile;  e
    questo depende dal doversi attribuire  all'istesso  corpo  solare  du'
    altri movimenti intorno alla Terra sopra diversi assi, descrivendo con
    l'uno  l'eclittica  in un anno,  e con l'altro formando spire o cerchi
    paralleli all'equinoziale uno per giorno;  onde quel terzo  movimento,
    il  qual  si debbe assegnare al globo del Sole in se stesso (non parlo
    di quello quasi mestruo che conduce le macchie, ma dico dell'altro che
    deve trasferir l'asse ed i poli di questo mestruo), non si vede ragion
    nessuna per la quale ei debba finire il suo periodo pi  tosto  in  un
    anno,   come  dependente  dal  moto  annuo  per  l'eclittica,  che  in
    ventiquatt'ore,   come  dependente  dal  moto  diurno  sopra  i   poli
    dell'equinoziale.  So che questo che dico, al presente  assai oscuro,
    ma vi  si  far  manifesto  quando  parleremo  del  terzo  moto  annuo
    assegnato dal Copernico alla Terra.  Ora,  quando questi quattro moti,
    tanto  tra  di  loro  incongruenti  (li  quali  tutti  per   necessit
    converrebbe attribuire all'istesso corpo del Sole), si possano ridurre
    a  un  solo  e semplicissimo,  assegnato al Sole sopra un asse non mai
    alterabile, e che,  senza innovar cosa veruna ne i movimenti per tanti
    altri   rincontri   assegnati  al  globo  terrestre,   si  possa  cos
    agevolmente salvar tante stravaganti apparenze ne  i  movimenti  delle
    macchie solari, par veramente che il partito non sia da recusarsi.
    Questo,  signor  Simplicio,    quanto  sin  ora  sovvenuto all'amico
    nostro  ed  a  me  da  potersi  produrre,  in  esplicazion  di  questa
    apparenza,  da  i  Copernicani e da i Tolemaici per mantenimento delle
    loro opinioni.  Voi fatene quel capitale che  il  giudizio  vostro  vi
    persuade.

    Simplicio:  Io  mi  conosco  inabile  a  potermi  intromettere  in una
    decisione tanto importante;  e quanto al concetto  mio,  me  ne  star
    neutrale,  con isperanza per che sia per venir tempo che,  illuminati
    da pi alte contemplazioni che non sono questi nostri umani  discorsi,
    ci debba essere svelata la mente,  e tolta via quella caligine che ora
    ce la tiene offuscata.

    Sagredo: Ottimo e santo  il consiglio al quale si attiene  il  signor
    Simplicio,  e  degno d'esser da tutti ricevuto e seguito,  come quello
    che,  derivando dalla somma sapienza e suprema autorit,  solo pu con
    sicurezza essere abbracciato. Ma per quanto  permesso di penetrare al
    discorso  umano,  contenendomi  dentro  a i termini delle conietture e
    delle ragioni probabili, dir bene,  un poco pi resolutamente che non
    fa  il signor Simplicio,  non aver,  tra quante sottigliezze io mai mi
    abbia sentite,  incontrato mai  cosa  di  maggior  maraviglia  al  mio
    intelletto,  n  che  pi  strettamente  m'abbia  allacciata  la mente
    (trattone le pure geometriche ed aritmetiche dimostrazioni), di queste
    due conietture,  prese l'una dalle stazioni  e  retrogradazioni  de  i
    cinque  pianeti,  e l'altra da queste stravaganze de i movimenti delle
    macchie solari: e  perch  mi  pare  che  elleno  tanto  facilmente  e
    lucidamente  rendan  la  vera  cagione di apparenze tanto stravaganti,
    mostrando come un solo semplice moto,  mescolato con tanti  altri  pur
    semplici, ma tra di loro differenti, senza introdur difficult alcuna,
    anzi  con  levar tutte quelle ch'accompagnano l'altra posizione [_] vo
    meco medesimo concludendo necessariamente  bisognare  che  quelli  che
    restano contumaci contro a questa dottrina, o non abbian sentite o non
    abbiano intese queste tanto manifestamente concludenti ragioni.

    Salviati:  Io  non  gli  attribuir titolo n di concludenti n di non
    concludenti, attesoch, come altre volte ho detto, l'intenzion mia non
     stata di risolver cosa veruna sopra cos alta quistione,  ma solo di
    proporre  quelle ragioni naturali ed astronomiche le quali per l'una e
    per l'altra posizione possono da me addursi,  lasciando  ad  altri  la
    determinazione: la quale non dovr in ultimo esser ambigua, attesoch,
    convenendo  una  delle  due  costituzioni esser necessariamente vera e
    l'altra necessariamente falsa,  impossibil cosa  che (stando per tra
    i  termini  delle dottrine umane) le ragioni addotte per la parte vera
    non si manifestino altrettanto concludenti,  quanto  le  in  contrario
    vane ed inefficaci.

    Sagredo:  Sar  dunque  tempo che sentiamo le opposizioni del libretto
    delle  conclusioni  o  disquisizioni,   che  il  signor  Simplicio  ha
    riportato.

    Simplicio:  Ecco  il  libro;  ed  ecco  il  luogo  dove l'autore prima
    brevemente descrive il sistema  mondano  conforme  alla  posizion  del
    Copernico,  dicendo: Terram igitur una cum Luna totoque hoc elementari
    mundo Copernicus, etc. ()

    Salviati: Fermate un poco,  signor Simplicio,  ch mi pare che  questo
    autore  in  questo  primo ingresso si dichiari molto poco intelligente
    della posizione la quale egli intraprende a  voler  confutare,  mentre
    dice  che  il  Copernico  fa  che  la  Terra  insieme  con  la Luna va
    descrivendo in un  anno  l'orbe  magno,  movendosi  da  oriente  verso
    occidente;  cosa che,  s come  falsa ed impossibile, cos non fu mai
    profferita da quello;  ma ben la fa egli andare al contrario,  dico da
    occidente verso oriente,  cio secondo l'ordine de i segni,  onde tale
    apparisce poi esser il moto annuo del Sole,  costituito  immobile  nel
    centro del zodiaco.  Vedete troppa ardita confidenza di uno!  mettersi
    alla confutazione della dottrina di un altro, ed ignorare i suoi primi
    fondamenti,  sopra i quali s'appoggia la  maggiore  e  pi  importante
    parte  di  tutta  la  fabrica.  Questo    un  cattivo  principio  per
    guadagnarsi credito appresso il lettore. Ma seguitiamo pi avanti.

    Simplicio:  Esplicato  l'universal  sistema,  comincia  a  propor  sue
    instanze  contro a questo movimento annuo: e le prime son queste,  ch'
    e' profferisce ironicamente ed in derisione del Copernico e  de'  suoi
    seguaci,  scrivendo  che  in  questa fantastica costituzione del mondo
    convien dir solennissime sciocchezze;  cio  che  'l  Sole,  Venere  e
    Mercurio  son  sotto  alla  Terra,   e  che  le  materie  gravi  vanno
    naturalmente all'in su e le leggiere all'in gi, e che Cristo,  nostro
    Signore  e  Redentore,  sal  a  gli  inferi e scese in cielo,  quando
    s'avvicin al Sole,  e  che  quando  Iosu  comand  al  Sole  che  si
    fermasse, la Terra si ferm o vero il Sole si mosse al contrario della
    Terra,  e  che  quando  il  Sole   in Cancro,  la Terra scorre per il
    Capricorno,  e che i segni iemali fanno la state  e  gli  estivali  il
    verno, e che non le stelle alla Terra, ma la Terra alle stelle nasce e
    tramonta,  e  che  l'oriente  comincia  in  occidente e l'occidente in
    oriente, ed in somma che quasi tutto 'l corso del mondo si travolge.

    Salviati: Ogni cosa mi piace,  fuor che l'aver mescolati luoghi  della
    Sacra Scrittura,  sempre veneranda e tremenda, tra queste puerizie pur
    troppo scurrili,  e  volsuto  ferire  con  cose  sacrosante  chi,  per
    ischerzo e da burla filosofando, non afferma n nega, ma, fatti alcuni
    presupposti o ipotesi, familiarmente ragiona.

    Simplicio:  Veramente ha scandalezato me ancora e non poco,  e massime
    co 'l soggiugner poi,  che se bene i Copernichisti rispondono,  bench
    assai  stravoltamente,  a  queste  e  simili  altre ragioni,  non per
    potranno sodisfare e rispondere alle cose che seguono.

    Salviati: Quest' poi peggio di tutto,  perch mostra d'aver cose  pi
    efficaci  e  concludenti che le autorit delle Sacre Lettere.  Ma,  di
    grazia,  riveriamo queste,  e passiamo a i discorsi naturali ed umani:
    anzi  pure,  quando  e'  non  produca  tra le ragioni naturali cose di
    miglior senso che queste sin qui addotte,  potremo  lasciar  da  banda
    tutta questa impresa, perch io sicuramente non son per spender parola
    in  rispondere a inezzie cos scempie;  e quello che egli dice,  che i
    Copernichisti rispondono a queste instanze,   falsissimo,  n si  pu
    credere  che  uomo  alcuno  si  mettesse  a  consumar  il  tempo tanto
    inutilmente.

    Simplicio: Concorro io ancora  nell'istesso  giudizio:  per  sentiamo
    l'altre  instanze,  che  egli arreca per molto pi gagliarde.  Ed ecco
    qui,  come voi vedete,  egli con  calcoli  esattissimi  conclude,  che
    quando  l'orbe  magno della Terra,  nel quale il Copernico fa che ella
    scorra in un anno intorno al Sole,  fusse  come  insensibile  rispetto
    all'immensit  della  sfera stellata,  secondo che l'istesso Copernico
    dice che bisogna porlo, converrebbe di necessit dire e confermare che
    le stelle fisse fussero per una  distanza  inimmaginabile  lontane  da
    noi,  e  che  le  minori  di  loro  fussero pi grandi che non  tutto
    l'istesso orbe magno, ed alcune altre maggiori assai di tutta la sfera
    di Saturno;  moli veramente pur troppo vaste,  ed  incomprensibili  ed
    incredibili.

    Salviati: Io gi ho veduto una cosa simile portata da Ticone contro al
    Copernico,  e non  ora che ho scoperta la fallacia,  o per dir meglio
    le fallacie, di questo discorso, fabbricato sopra ipotesi falsissime e
    sopra  un  pronunziato  del  medesimo  Copernico  preso  da   i   suoi
    contradittori  con  una  puntualissima  strettezza,  come  fanno  quei
    litiganti che,  avendo il torto nel merito principale della causa,  si
    attaccano  a una sola paroluzza incidentemente profferita dalla parte,
    e su quella strepitano senza prender sosta.  E per vostra  pi  chiara
    intelligenza,   avendo   il   Copernico   dichiarato  quelle  mirabili
    conseguenze che derivano dal movimento annuo della Terra ne gli  altri
    pianeti,  cio  le  direzioni  e retrogradazioni de i tre superiori in
    particolare,  soggiunse che questa apparente  mutazione  (che  pi  in
    Marte  che  in  Giove,  per esser Giove pi lontano,  e meno ancora in
    Saturno,  per esser pi lontano di Giove,  si scorgeva)  nelle  stelle
    fisse  restava  insensibile,  per la loro immensa lontananza da noi in
    comparazion della distanza di Giove o di Saturno. Qui si levano su gli
    avversarii di questa opinione,  e presa quella nominata  insensibilit
    del   Copernico   come   posta  da  lui  per  cosa  che  realmente  ed
    assolutamente sia nulla,  e soggiugnendo che  una  stella  fissa  anco
    delle  minori    pur  sensibile poich ella cade sotto il senso della
    vista, vengono calcolando, con l'intervento di altri falsi assunti,  e
    concludendo,  bisognare  in  dottrina  del Copernico ammettere che una
    stella fissa sia maggiore assai che tutto l'orbe magno.  Ora  io,  per
    discoprir la vanit di tutto questo progresso,  mostrer che dal porre
    che una stella fissa della sesta grandezza non sia maggior  del  Sole,
    si  conclude  con  dimostrazion  verace che la distanza di esse stelle
    fisse da noi viene ad esser tanta,  che basta per far che in esse  non
    apparisca  notabile  il movimento annuo della Terra,  che ne i pianeti
    cagiona s grandi ed osservabili variazioni;  ed insieme  partitamente
    mostrer  le  gran  fallacie  ne  gli  assunti  de  gli avversarii del
    Copernico.
    E prima,  suppongo con l'istesso Copernico,  e concordemente  con  gli
    avversarii,  che  il  semidiametro  dell'orbe magno,  ch' la distanza
    della Terra  al  Sole,  contenga  1208  semidiametri  di  essa  Terra;
    secondariamente pongo, con l'assenso de i medesimi e con la verit, il
    diametro  apparente del Sole,  nella sua mediocre distanza esser circa
    un mezo grado,  cio minuti primi 30,  che  sono  1800  secondi,  cio
    108.000 terzi. E perch il diametro apparente d'una stella fissa della
    prima grandezza non  pi di 5 secondi, cio 300 terzi, ed il diametro
    di una fissa della sesta grandezza 50 terzi (e qui  il massimo errore
    de  gli  avversarii  del  Copernico),  adunque  il  diametro  del Sole
    contiene il diametro d'una fissa della sesta grandezza 2160  volte;  e
    per  quando  si  ponesse,  una  fissa  della  sesta  grandezza  esser
    realmente eguale al Sole,  e non maggiore,  che  il medesimo che dire
    quando  si allontanasse il Sole tanto che il suo diametro si mostrasse
    una delle 2160 parti di quello che ci si mostra  adesso,  la  distanza
    sua  converrebbe  esser  2160  volte  maggiore  di quello che  ora in
    effetto;  che  quanto dire che la distanza delle  fisse  della  sesta
    grandezza sia 2160 semidiametri dell'orbe magno.  E perch la distanza
    del Sole dalla Terra contiene di comune assenso 1208  semidiametri  di
    essa  Terra,  e  la  distanza  delle  fisse  (come  si    detto) 2160
    semidiametri dell'orbe magno,  adunque molto maggiore (cio  quasi  il
    doppio)  il semidiametro della Terra in comparazione dell'orbe magno,
    che  'l  semidiametro dell'orbe magno in relazione alla distanza della
    sfera stellata,  e per  ci  la  diversit  di  aspetto  nelle  fisse,
    cagionata dal diametro dell'orbe magno, poco pi osservabile pu esser
    di  quella  che si osserva nel Sole,  derivante dal semidiametro della
    Terra.

    Sagredo: Questa, per il primo scalino, fa un gran calare.

    Salviati: Fallo veramente;  poi  che  una  stella  fissa  della  sesta
    grandezza, che al computo di questo autore bisognava, per mantenimento
    del  detto del Copernico,  che fusse grande quanto tutto l'orbe magno,
    co 'l porla solamente eguale al Sole,  il qual  Sole    minore  assai
    della  diecimilionesima  parte  di  esso  orbe  magno,  rende la sfera
    stellata tanto grande e alta, che basta per rimuovere l'instanza fatta
    contro esso Copernico.

    Sagredo: Fatemi, di grazia, questo computo.

    Salviati: Il computo  facile e brevissimo.  Il diametro  del  Sole  
    undici  semidiametri  della  Terra,  ed  il  diametro  dell'orbe magno
    contiene, de i medesimi, 2416, per detto comune delle parti; talch il
    diametro dell'orbe contiene quel del Sole 220 volte  prossimamente:  e
    perch  le  sfere  sono  tra  di  loro  come i cubi de i lor diametri,
    facciamo il cubo di 220,  che  10.648.000,  ed averemo  l'orbe  magno
    maggior del Sole dieci milioni seicentoquarant'ottomila volte; al qual
    orbe  magno  diceva  quest'autore dover essere eguale una stella della
    sesta grandezza.

    Sagredo: L'error dunque di costoro consiste nell'ingannarsi sommamente
    nel prender il diametro apparente delle stelle fisse.

    Salviati: Cotesto  l'errore,  ma non  solo:  e  veramente  io  resto
    grandemente ammirato come tanti astronomi,  e pur di gran nome,  quali
    sono Alfagrano,  Albategno,  Tebizio,  e pi modernamente i Ticoni,  i
    Clavii, ed in somma tutti i predecessori al nostro Accademico, si sien
    cos  altamente  ingannati  nel  determinar  le  grandezze di tutte le
    stelle,  tanto fisse quanto  mobili,  trattine  i  dua  luminarii,  n
    abbiano  posto cura alla irradiazione avventizia,  che ingannevolmente
    le mostra cento e pi volte  maggiori  che  quando  si  veggono  senza
    crini. E non si pu scusare questa loro inavvertenza perch era in lor
    potest il vederle a lor piacimento senza i crini, ch basta guardarle
    nella   lor   prima   apparizion   della  sera  o  ultima  occultazion
    dell'aurora; e se non altro, Venere,  che pure spesse volte si vede di
    mezo  giorno cos piccola che ben bisogna aguzzar la vista,  e che pur
    poi nella seguente notte  comparisce  una  grandissima  fiaccola,  gli
    doveva fare accorti della lor fallacia: che non creder gi che eglino
    stimassero,  il  vero  disco esser quello che si mostra nelle profonde
    tenebre,  e non quello che si scorge nell'ambiente luminoso,  perch i
    nostri  lumi,  che veduti la notte di lontano appariscon grandi,  e da
    vicino mostrano la lor vera fiammella terminata e piccola,  potevano a
    sufficienza  fargli  cauti.  Anzi,  s'io  devo liberamente dire il mio
    parere,  credo assolutamente che nessun di  costoro,  n  anco  Ticone
    stesso,  tanto  accurato  nel maneggiare strumenti astronomici,  e che
    tanto grandi ed esatti,  senza  rispiarmo  di  spese  grandissime,  ne
    fabbric,  si  sieno messi mai a voler prendere e misurare l'apparente
    diametro d'alcuna stella,  trattone il Sole e la Luna;  ma  penso  che
    arbitrariamente, e come si dice a occhio, uno di loro de i pi antichi
    pronunziasse  la  cosa  esser  cos,  e  che i seguaci poi senza altro
    riscontro se ne sieno stati al primo detto: ch quando alcuno di  loro
    si  fusse applicato al farne qualche riprova,  si sarebbe senza dubbio
    accorto dell'inganno.

    Sagredo: Ma se eglino mancavano del telescopio,  e voi  di  gi  avete
    detto  che  l'amico  nostro  con tale strumento  venuto in cognizione
    della verit,  devono gli altri restare scusati,  e  non  accusati  di
    negligenza.

    Salviati: Questo seguirebbe, quando senza 'l telescopio non si potesse
    ottenere l'intento. E' vero che tale strumento, co 'l mostrar il disco
    della   stella   nudo  ed  ingrandito  cento  e  mille  volte,   rende
    l'operazione pi facile assai,  ma si  pu  anco  senza  lo  strumento
    conseguir,  se  ben non cos esattamente,  l'istesso;  ed io pi volte
    l'ho fatto,  e 'l modo che ho tenuto  questo.  Ho fatto  pendere  una
    cordicella verso qualche stella,  ed io mi son servito della Lira, che
    nasce tra settentrione e greco,  e poi con l'appressarmi e slontanarmi
    da  essa corda,  traposta tra me e la stella,  ho trovato il posto dal
    quale la grossezza della corda puntualmente  mi  nasconde  la  stella;
    fatto questo, ho preso la lontananza dall'occhio alla corda, che viene
    a esser un de' lati che comprendon l'angolo che si forma nell'occhio e
    che  insiste  sopra  la  grossezza della corda,  e che  simile,  anzi
    l'istesso,  che l'angolo che nella sfera  stellata  insiste  sopra  il
    diametro della stella, e dalla proporzione della grossezza della corda
    alla  distanza  dall'occhio  alla corda,  con la tavola de gli archi e
    corde, ho immediatamente trovata la quantit dell'angolo;  usando per
    la  solita  cautela che si osserva nel prendere angoli cos acuti,  di
    non formare il concorso de' raggi visuali nel centro dell'occhio, dove
    non vanno se non refratti,  ma oltre  all'occhio,  dove  realmente  la
    grandezza della pupilla gli manda a concorrere.

    Sagredo: Capisco questa cautela, se ben vi ho un non so che di dubbio;
    ma  quel che mi d pi fastidio  che in questa operazione,  quando si
    faccia nelle tenebre della notte, mi par che si misuri il diametro del
    disco irraggiato, e non il vero e nudo della stella.

    Salviati: Signor no,  perch la corda nel coprir  il  nudo  corpicello
    della  stella  leva  via  i  capelli,  che  non son suoi ma del nostro
    occhio,  de i quali riman privo subito che se  gli  nasconde  il  vero
    disco; e voi, nel far l'osservazione, vedrete come inaspettatamente vi
    si  cuopre  da  una  sottil  cordicella quella assai gran fiaccola che
    pareva non doversi nascondere se non doppo  ostacolo  assai  maggiore.
    Per  misurar  poi esattissimamente e ritrovar quante di tali grossezze
    di corda entrino  nella  distanza  dell'occhio,  piglio  non  un  solo
    diametro della corda,  ma accoppiando molti pezzi della medesima sopra
    una tavola, s che si tocchino, prendo con un compasso tutto lo spazio
    occupato da 15 o 20 di loro,  e con tal misura misuro  la  lontananza,
    gi con altro pi sottil filo presa, dalla corda al concorso de' raggi
    visuali.  E  con  questa  assai  esatta operazione trovo,  il diametro
    apparente d'una fissa della prima  grandezza,  stimato  comunemente  2
    minuti  primi,  ed  anco  3  minuti  prima da Ticone nelle sue Lettere
    Astronomiche, fac. 167, non esser pi di 5 secondi, che  una delle 24
    o delle 36 parti di quello che essi han creduto: or vedete  sopra  che
    gravi errori son fondate le lor dottrine.

    Sagredo:  Veggo e comprendo benissimo;  ma prima che passar pi oltre,
    vorrei proporre il dubbio che mi nasce nel ritrovare il  concorso  de'
    raggi  visuali  oltre all'occhio,  quando si rimirano oggetti compresi
    sotto angoli molto acuti.  E la difficult mia procede dal parermi che
    tal  concorso  possa  essere  or pi lontano ed or meno,  e questo non
    tanto mediante la maggiore  o  minor  grandezza  dell'oggetto  che  si
    riguarda,  quanto che nel riguardare oggetti dell'istessa grandezza mi
    pare che 'l concorso de' raggi per certo altro rispetto deva farsi pi
    e meno remoto dall'occhio.

    Salviati: Gi veggo dove tende la  perspicacit  del  signor  Sagredo,
    diligentissimo  osservatore  delle  cose  della  natura:  e  farei ben
    qualsivoglia scommessa,  che tra mille che hanno osservato  ne'  gatti
    strignersi ed allargarsi assaissimo la pupilla dell'occhio,  non ve ne
    sono due,  n forse uno che abbia osservato,  un simile effetto  farsi
    dalle  pupille de gli uomini nel guardare,  mentre il mezo sia molto o
    poco illuminato,  e che nella aperta luce il cerchietto della  pupilla
    si diminuisce assai; s che nel riguardare il disco del Sole si riduce
    a una piccolezza minore di un grano di panico,  che nel mirare oggetti
    non risplendenti,  e  dentro  a  mezo  men  chiaro,  si  allarga  alla
    grandezza  di  una  lente  o  pi;  ed  in somma questo allargamento e
    strignimento si diversifica pi assai che in decupla proporzione:  dal
    che   manifesto che quando la pupilla  dilatata molto,   necessario
    che l'angolo del concorso de' raggi sia pi remoto dall'occhio; il che
    accade  nel   riguardare   gli   oggetti   poco   luminosi.   Dottrina
    somministratami nuovamente dal signor Sagredo: per la quale, quando si
    abbia  a  fare  un'osservazione  esattissima  e  di  gran conseguenza,
    venghiamo avvertiti a dover  fare  l'investigazione  di  tal  concorso
    nell'atto dell'istessa o di molto simile operazione: ma in questa, per
    manifestar  l'errore  de  gli  astronomi,  non  vi   necessaria tanta
    accuratezza, perch,  quando anco a favor della parte noi supponessimo
    tal  concorso  farsi sopra l'istessa pupilla,  poco importerebbe,  per
    esser la fallacia loro tanto grande Non so, signor Sagredo,  se questo
    voleva essere il vostro motivo.

    Sagredo:   Quest'  per  appunto,   ed  ho  caro  che  non  sia  stato
    irragionevole,  come m'assicura l'essermi incontrato con voi;  ma  ben
    con  questa  occasione  sentirei  volentieri  in  che  modo  si  possa
    investigare la distanza del concorso de' raggi visuali.

    Salviati: Il modo  assai facile, ed  tale.  Lo piglio due strisce di
    carta, una nera e l'altra bianca, e fo la nera larga per la met della
    bianca;  attacco  poi  la  bianca in un muro,  e lontana da essa fermo
    l'altra sopra una bacchetta o altro sostegno,  in distanza di 15 o  20
    braccia: e allontanandomi da questa seconda per altrettanto spazio per
    la   medesima   dirittura,   chiara  cosa    che  in  tal  lontananza
    concorrerebbono le linee rette che,  partendosi  da  i  termini  della
    larghezza  della  bianca,  passassero toccando la larghezza dell'altra
    striscia posta in mezo: onde ne sguita, che quando in tal concorso si
    ponesse l'occhio,  la striscia nera di mezo asconderebbe  precisamente
    la bianca opposta,  quando la vista si facesse in un sol punto;  ma se
    noi  troveremo  che  l'estremit  della  striscia   bianca   apparisca
    scoperta,  sar necessario argomento che non da un punto solo escono i
    raggi visuali.  E per far che la striscia bianca resti occultata dalla
    nera,  bisogner avvicinar l'occhio: accostatolo, dunque, tanto che la
    striscia di mezo  occupi  la  remota,  e  notato  quanto    bisognato
    avvicinarsi,  sar  la  quantit di tale avvicinamento misura certa di
    quanto il vero concorso de' raggi visuali si fa remoto dall'occhio  in
    tale operazione,  ed averemo di pi il diametro della pupilla,  o vero
    di quel foro onde escono i raggi visuali;  imperocch tal  parte  sar
    egli della larghezza della carta nera, qual  la distanza dal concorso
    delle  linee  che  si  produssero per l'estremit delle carte al luogo
    dove stette l'occhio quando prima vedde  occultarsi  la  carta  remota
    dall'intermedia,  qual ,  dico,  tal distanza della lontananza tra le
    due carte.  E per,  quando volessimo  con  esquisitezza  misurare  il
    diametro  apparente  d'una  stella,   fatta  l'osservazione  nel  modo
    sopradetto,  bisognerebbe far paragone del diametro della corda co  'l
    diametro della pupilla; e trovato verbigrazia, il diametro della corda
    esser quadruplo di quei della pupilla,  e la distanza dell'occhio alla
    corda esser,  per esempio,  30 braccia,  diremo il vero concorso delle
    linee  prodotte  da  i termini del diametro della stella per i termini
    del diametro della corda andare a concorrer  lontane  dalla  corda  40
    braccia:  ch  cos  sar osservata come si deve la proporzione tra la
    distanza della corda al concorso delle dette linee e  la  distanza  da
    tal  concorso e 'l luogo dell'occhio,  che debbe esser la medesima che
    cade tra 'l diametro della corda e 'l diametro della pupilla.

    Sagredo: Ho inteso benissimo,  e per  sentiamo  quel  che  adduce  il
    signor Simplicio in difesa de gli avversarii del Copernico.

    Simplicio:   Ancorch   quello   inconveniente  massimo  e  del  tutto
    incredibile,  indotto da questi avversarii del Copernico  sia  per  il
    discorso  del signor Salviati modificato assai,  non per mi par tolto
    via in maniera,  che non gli rimanga ancora tanto di vigore che  basti
    per  atterrar  cotal  opinione:  perch,  se ho ben capito la somma ed
    ultima conclusione,  quando si ponesse le stelle della sesta grandezza
    esser  grandi  quanto  il  Sole (che pur mi par gran cosa a credersi),
    tuttavia resterebbe vero che l'orbe  magno  avesse  a  cagionar  nella
    sfera  stellata  mutazione  e  diversit  tale  qual    quella che il
    semidiametro della Terra produce nel Sole,  che  pure    osservabile;
    onde,  non  si scorgendo n una tale n tampoco una minore nelle fisse
    parmi che per questo il movimento annuo della Terra resti pur desolato
    e distrutto.

    Salviati: Voi ben concludereste signor Simplicio,  quando non ci fusse
    altro  da  produr  per  la parte del Copernico;  ma molt'altre cose ci
    restano ancora.  E quanto alla replica fatta da voi,  nessuna cosa  ci
    osta che noi non possiamo suppor la lontananza delle fisse esser ancor
    molto  maggiore di quello che si  fatto;  e voi stesso,  e chi si sia
    altro che non voglia derogare alle proposizioni ammesse da  i  seguaci
    di Tolomeo,  bisogner che ammetta per convenientissima cosa il por la
    sfera stellata assaissimo  maggiore  ancora  di  quello  che  pur  ora
    abbiamo  detto  doversi  stimare.  Imperocch,  convenendo  tutti  gli
    astronomi che della maggior tardanza delle conversioni de' pianeti  ne
    sia  cagione la maggioranza delle loro sfere e che per ci Saturno sia
    pi tardo di Giove e Giove del Sole,  perch  quello  ha  a  descriver
    cerchio   maggiore   di  questo,   e  questo  di  quest'altro,   etc.;
    considerando che Saturno,  verbigrazia,  l'altezza del cui orbe  nove
    volte  maggiore  che  quella  del Sole,  e che per ci il tempo di una
    revoluzione di Saturno    30  volte  pi  lungo  che  quello  di  una
    conversion  del  Sole;  essendo  che  nella  dottrina  di  Tolomeo una
    conversion della sfera stellata si finisca in 36000 anni,  dove quella
    di Saturno si fornisce in 30,  e quella del Sole in uno;  argumentando
    con simile proporzione,  e dicendo: Se l'orbe di Saturno,  per esser 9
    volte  maggiore  dell'orbe  del  Sole,  si  rivolge  in tempo 30 volte
    maggiore,  per la ragione eversa quanto dover esser grande quell'orbe
    che si rivolge 36.000 volte pi tardo?  si trover,  la distanza della
    sfera stellata dovere esser 10.800 semidiametri dell'orbe  magno,  che
    sarebbe  5  volte appunto maggiore di quello che poco fa la calcolammo
    dovere esser quando una fissa della sesta grandezza fusse quanto   il
    Sole. Or vedete quanto minore ancora dovrebbe, per tal rispetto, esser
    la  diversit  cagionata  in  esse dal movimento annuo della Terra.  E
    quando con simil relazione  noi  volessimo  argumentar  la  lontananza
    della sfera stellata da Giove e da Marte, quello ce la darebbe 15.000,
    e  questo 27.000,  semidiametri dell'orbe magno,  cio ancora maggior,
    quello 7 e questo 12 volte,  che non ce la  dava  la  grandezza  della
    fissa supposta eguale al Sole.

    Simplicio:  Mi  par  che  a  questo si potrebbe rispondere che 'l moto
    della sfera stellata si  doppo Tolomeo osservato non esser cos tardo
    come esso lo stim;  anzi mi pare avere inteso che l'istesso Copernico
     stato l'osservatore.

    Salviati:  Voi  dite  benissimo,  ma  non producete cosa che favorisca
    punto la causa de i Tolemaici, li quali non hanno mai recusato il moto
    de i 36000 anni nella sfera stellata,  perch tanta tardit la facesse
    troppo vasta ed immensa; ch se tal immensit non era da concedersi in
    natura, dovevano prima che ora negare una conversione tanto tarda, che
    non  potesse  con  buona  proporzione adattarsi se non ad una sfera di
    grandezza intollerabile.

    Sagredo: Di grazia, signor Salviati, non perdiam pi tempo in proceder
    per via di tali proporzioni con gente che sono accomodate ad  ammetter
    cose  sproporzionatissime,  talch  assolutamente  con loro per questa
    strada non  possibile guadagnar  nulla.  E  qual  pi  sproporzionata
    proporzione  si pu immaginare di quella che questi tali trapassano ed
    ammettono, mentre che,  scrivendo non ci esser pi conveniente modo di
    ordinar  le  celesti sfere che 'l regolarsi con le diversit de' tempi
    de' periodi loro, mettendo di grado in grado le pi tarde sopra le pi
    veloci,  costituita  che  hanno  altissima  la  sfera  stellata,  come
    tardissima  pi di tutte,  glie ne costituiscono una superiore,  e per
    ci maggiore, e la fanno muovere in ventiquattr'ore, mentre che la sua
    inferiore si muove in 36000 anni?  Ma di queste sproporzionalit se ne
    parl a bastanza il giorno passato.

    Salviati:   Vorrei,   signor  Simplicio,   che  sospesa  per  un  poco
    l'affezione che voi portate a i  seguaci  della  vostra  opinione,  mi
    diceste  sinceramente  se  voi  credete  che  essi  nella  mente  loro
    comprendano quella grandezza che dipoi giudicano non poter, per la sua
    immensit, attribuirsi all'universo; perch io, quanto a me,  credo di
    no,  e  mi  pare  che,  s  come  nell'apprension de' numeri,  come si
    comincia a  passar  quelle  migliaia  di  milioni,  l'immaginazion  si
    confonde   n   pu   pi   formar   concetto,   cos  avvenga  ancora
    nell'apprender grandezze e distanze  immense;  s  che  intervenga  al
    discorso effetto simile a quello che accade al senso, che mentre nella
    notte serena io guardo verso le stelle, giudico al senso la lontananza
    loro esser di poche miglia,  n esser le stelle fisse punto pi remote
    di Giove o di  Saturno,  anzi  pur  n  della  Luna.  Ma,  senza  pi,
    considerate  le  controversie  passate tra gli astronomi ed i filosofi
    peripatetici per  cagione  della  lontananza  delle  stelle  nuove  di
    Cassiopea e del Sagittario,  riponendole quelli tra le fisse, e questi
    credendole pi basse della Luna: tanto  impotente il nostro  senso  a
    distinguere le distanze grandi dalle grandissime,  ancor che queste in
    fatto siano molte migliaia di volte maggiori di quelle.  E  finalmente
    io  ti  domando,  oh  uomo  sciocco:  Comprendi tu con l'immaginazione
    quella grandezza dell'universo, la quale tu giudichi poi essere troppo
    vasta?  se la comprendi,  vorrai tu stimar che la tua  apprensione  si
    estenda  pi  che  la  potenza divina vorrai tu dir d'immaginarti cose
    maggiori di quelle che Dio possa operare?  ma  se  non  la  comprendi,
    perch vuoi apportar giudizio delle cose da te non capite?

    Simplicio: Questi discorsi camminan tutti benissimo, e non si nega che
    'l cielo non possa superare di grandezza la nostra immaginazione, come
    anco  l'aver  potuto Dio crearlo mille volte maggiore di quello che :
    ma non deviamo ammettere,  nessuna cosa esser stata creata in vano  ed
    esser  oziosa  nell'universo;  ora,  mentre  che  noi  veggiamo questo
    bell'ordine di  pianeti,  disposti  intorno  alla  Terra  in  distanze
    proporzionate  al  produrre sopra di quella suoi effetti per benefizio
    nostro,  a che fine interpor di poi tra l'orbe supremo di Saturno e la
    sfera stellata uno spazio vastissimo senza stella alcuna,  superfluo e
    vano? a che fine? per comodo ed utile di chi?

    Salviati: Troppo mi par che ci arroghiamo,  signor  Simplicio,  mentre
    vogliamo  che  la  sola cura di noi sia l'opera adequata ed il termine
    oltre al quale la divina sapienza e potenza niuna altra cosa faccia  o
    disponga: ma io non vorrei che noi abbreviassimo tanto la sua mano, ma
    ci  contentassimo  di  esser  certi  che Iddio e la natura talmente si
    occupa al governo delle  cose  umane,  che  pi  applicar  non  ci  si
    potrebbe quando altra cura non avesse che la sola del genere umano; il
    che  mi  pare  con  un  accomodatissimo  e  nobilissimo  esempio poter
    dichiarare, preso dall'operazione del lume del Sole, il quale,  mentre
    attrae quei vapori o riscalda quella pianta,  gli attrae e la riscalda
    in modo,  come se altro non avesse che fare;  anzi  nel  maturar  quel
    grappolo  d'uva,  anzi  pur quel granello solo,  vi si applica che pi
    efficacemente applicar non vi si potrebbe quando il termine di tutti i
    suoi affari fusse la sola maturazione di quel grano.  Ora,  se  questo
    grano  riceve  dal Sole tutto quello che ricever si pu,  n gli viene
    usurpato un minimo che dal produrre il Sole nell'istesso tempo mille e
    mill'altri effetti,  d'invidia o di stoltizia sarebbe da incolpar quel
    grano,  quando  e'  credesse  o chiedesse che nel suo pro solamente si
    impiegasse l'azione de' raggi solari.  Son certo che niente si  lascia
    indietro  dalla  divina Providenza di quello che si aspetta al governo
    delle cose umane;  ma che non possano essere altre cose  nell'universo
    dependenti dall'infinita sua sapienza,  non potrei per me stesso,  per
    quanto mi detta il mio discorso,  accomodarmi  a  crederlo:  tuttavia,
    quando  pure  il  fatto  stesse  in  altra maniera,  nessuna renitenza
    sarebbe in me di credere alle ragioni che da pi alta intelligenza  mi
    venissero addotte.  In tanto, quando mi vien detto che sarebbe inutile
    e vano un immenso spazio intraposto tra gli orbi de  i  pianeti  e  la
    sfera stellata,  privo di stelle ed ozioso,  come anco superflua tanta
    immensit,  per ricetto delle stelle fisse,  che  superi  ogni  nostra
    apprensione,   dico  che    temerit  voler  far  giudice  il  nostro
    debolissimo discorso delle opere di Dio,  e chiamar vano  o  superfluo
    tutto quello dell'universo che non serve per noi.

    Sagredo:  Dite pure,  e credo che direte meglio,  che noi non sappiamo
    che serva per noi: ed io stimo  una  delle  maggiori  arroganze,  anzi
    pazzie,  che introdur si possano,  il dire "Perch'io non so a quel che
    mi serva Giove o Saturno, adunque questi son superflui,  anzi non sono
    in natura";  mentre che oh stoltissimo uomo,  io non so n anco a quel
    che mi servano le arterie, le cartilagini, la milza o il fele, anzi n
    saprei d'avere il fele,  la milza o  i  reni,  se  in  molti  cadaveri
    tagliati  non  mi  fussero stati mostrati,  ed allora solamente potrei
    intender quello che operi in me la milza, quando ella mi fusse levata.
    Per intender quali cose operi in me questo o quel corpo  celeste  (gi
    che   tu  vuoi  che  ogni  loro  operazione  sia  indrizzata  a  noi),
    bisognerebbe  per  qualche  tempo   rimuover   quel   tal   corpo,   e
    quell'effetto,  ch'io  sentissi  mancare in me,  dire che dependeva da
    quella stella.  Di pi,  chi vorr dire  che  lo  spazio  che  costoro
    chiamano troppo vasto ed inutile,  tra Saturno e le stelle fisse,  sia
    privo d'altri corpi mondani?  forse perch non gli vediamo?  adunque i
    quattro  pianeti  Medicei  e  i  compagni  di Saturno vennero in cielo
    quando noi cominciammo a vedergli,  e  non  prima?  e  cos  le  altre
    innumerabili  stelle  fisse  non  vi  erano  avanti  che gli uomini le
    vedessero?  le nebulose erano prima solamente piazzette albicanti,  ma
    poi  noi  co 'l telescopio l'aviamo fatte diventare drappelli di molte
    stelle lucide e bellissime? Prosuntuosa, anzi temeraria,  ignoranza de
    gli uomini!

    Salviati:  Non  occorre,  signor  Sagredo,  distendersi  pi in queste
    infruttuose esagerazioni: seguitiamo il nostro  instituto,  che    di
    esaminare i momenti delle ragioni portate dall'una e dall'altra parte,
    senza determinar cosa alcuna, rimettendone poi il giudizio a chi ne sa
    pi  di noi.  E tornando su i nostri discorsi naturali ed umani,  dico
    che questo grande, piccolo,  immenso,  minimo,  etc.,  son termini non
    assoluti,  ma relativi, s che la medesima cosa, paragonata a diverse,
    potr ora chiamarsi immensa,  e tal ora insensibile,  non che piccola.
    Stante  questo,  io  domando  in relazione a chi la sfera stellata del
    Copernico si pu chiamare troppo vasta.  Questa,  per mio parere,  non
    pu paragonarsi n dirsi tale se non in relazione a qualche altra cosa
    del  medesimo  genere: or pigliamo la minima del medesimo genere,  che
    sar l'orbe lunare;  e se l'orbe  stellato  si  deve  sentenziare  per
    troppo  vasto rispetto a quel della Luna,  ogn'altra grandezza che con
    simile o maggior proporzione  ecceda  un'altra  del  medesimo  genere,
    dover dirsi troppo vasta,  ed anco,  per questa ragione,  negarsi che
    ella si ritrovi al mondo: e cos gli  elefanti  e  le  balene  saranno
    senz'altro  chimere  e  poetiche  immaginazioni,  perch quelli,  come
    troppo vasti  in  relazione  alle  formiche,  le  quali  sono  animali
    terrestri,  e  quelle  rispetto  alle spillancole,  che sono pesci,  e
    veggonsi di sicuro essere in rerum natura, sarebbono troppo smisurati,
    perch assolutamente l'elefante e la balena superano la formica  e  la
    spillancola con assai maggior proporzione che non fa la sfera stellata
    quella  della  Luna,  figurandoci  noi detta sfera tanto grande quanto
    basta per accomodarsi al sistema Copernicano. Di pi,  quanto  grande
    la sfera di Giove, quanto quella di Saturno, assegnate per recettacolo
    di una stella sola, e ben piccola, in comparazione di una fissa? certo
    che se a ciascuna fissa si dovesse consegnar per suo ricetto tal parte
    dello   spazio   mondano,   bisognerebbe  far  l'orbe,   dove  stanzia
    l'innumerabil moltitudine di quelle,  molte e molte migliaia di  volte
    maggiore  di quello che basta per il bisogno del Copernico.  In oltre,
    non chiamate voi una stella fissa,  piccolissima,  dico anco delle pi
    apparenti,  non  che  di  quelle  che  fuggono  la nostra vista?  e le
    chiamiamo cos in comparazione dello spazio  circonfuso.  Ora,  quando
    tutta  la  sfera stellata fusse un corpo solo risplendente,  chi  che
    non capisca che nello spazio infinito si pu  assegnare  una  distanza
    tanto grande,  dalla quale tale sfera lucida apparisse cos piccola ed
    anco minore di questo che dalla Terra ci pare adesso una stella fissa?
    di l dunque giudicheremmo allora piccola quella  medesima  cosa,  che
    ora di qui chiamiamo smisuratamente grande.

    Sagredo:  Grandissima  mi  par  l'inezzia di coloro che vorrebbero che
    Iddio avesse fatto l'universo pi proporzionato alla piccola  capacit
    del loro discorso, che all'immensa, anzi infinita, Sua potenza.

    Simplicio:  Tutto questo che voi dite va bene;  ma quello sopra di che
    la parte fa instanza,  l'avere a concedere che una stella fissa abbia
    ad esser non pure eguale, ma tanto maggiore del Sole, che pure amendue
    sono corpi particolari situati dentro all'orbe stellato.  E ben  parmi
    che  molto  a proposito interroghi quest'autore e domandi: "A che fine
    ed a benefizio di chi sono macchine tanto vaste? prodotte forse per la
    Terra,  cio  per  un  piccolissimo  punto?  e  perch  tanto  remote,
    acciocch  appariscano  tantine e niente assolutamente possano operare
    in Terra? a che proposito una spropositata immensa voragine tra esse e
    Saturno?  frustratorie sono tutte quelle cose che da ragioni probabili
    non son sostenute".

    Salviati:  Dall'interrogazioni  che  fa quest'uomo mi par che si possa
    raccorre, che quando si lasci stare il cielo, le stelle e le distanze,
    della quantit e grandezze ch'egli ha sin ora creduto (bench  nissuna
    comprensibil  grandezza  egli  gi  mai  non  se  ne  sia  sicuramente
    figurata),  ei penetri benissimo e resti capace de i benefizii che  da
    esse  provengano  sopra  la  Terra,  la  quale non pi sia una cosetta
    minima,  n che esse  sien  pi  tanto  remote  che  appariscano  cos
    piccoline, ma tanto grandi quanto basta per potere operare in Terra, e
    che la distanza tra esse e Saturno sia proporzionata benissimo,  e che
    egli di tutte queste cose abbia molto probabili ragioni,  delle  quali
    ne averei volentieri sentito qualcuna; ma il vedere che egli in queste
    poche  parole  si confonde e si contraddice,  mi fa credere ch' e' sia
    molto penurioso e scarso di queste probabili ragioni, e che quelle che
    ei chiama ragioni,  sieno pi  tosto  fallacie,  anzi  ombre  di  vane
    immaginazioni.  Imperocch  io  domando adesso a lui,  se questi corpi
    celesti operano veramente sopra la Terra,  e se per tale effetto  sono
    stati prodotti delle tali e tali grandezze, ed in tali e tali distanze
    disposti, o pure se non hanno che fare con le cose terrene. Se non han
    che fare con la Terra, sciocchezza grande  il voler noi terreni esser
    arbitri delle grandezze,  e regolatori delle loro locali disposizioni,
    mentre siamo ignorantissimi di tutti i loro affari e interessi: ma  se
    dir  che  operano  e  che  a  questo fine siano indrizzati,  viene ad
    affermare quello che per un altro verso egli medesimo nega ed a laudar
    quello che pur ora ha dannato,  mentre diceva  che  i  corpi  celesti,
    locati  in  tanta  lontananza che dalla Terra appariscan tantini,  non
    possono in lei operar cosa alcuna. Ma, uomo mio, nella sfera stellata,
    gi stabilita nella distanza che ella si  trova  e  che  da  voi  vien
    giudicata  per  ben  proporzionata  per  gl'influssi  in  queste  cose
    terrene,  moltissime stelle appariscono piccolissime,  e  cento  volte
    tante  ve  ne sono del tutto a noi invisibili (che  un apparire ancor
    minori che tantine): adunque bisogna  che  voi  (contradicendo  a  voi
    medesimo)  neghiate  ora  la  loro  operazione  in  Terra;  o vero che
    (contradicendo pure a voi stesso) concediate che l'apparir tantine non
    detrae della loro operazione;  o  s  veramente  (e  questa  sar  pi
    sincera  e  modesta  concessione) concediate e liberamente confessiate
    che 'l giudicar nostro circa le loro  grandezze  e  distanze  sia  una
    vanit, per non dir prosunzione o temerit.

    Simplicio:  Veramente veddi ancor io subito,  nel legger questo luogo,
    la contradizion manifesta, nel dir che le stelle,  per cos dire,  del
    Copernico, apparendo tanto piccoline, non potrebbero operare in Terra,
    e  non  si accorgere d'aver conceduto l'azione sopra la Terra a quelle
    di Tolomeo e sue, che appariscono non pur tantine,  ma sono la maggior
    parte invisibili.

    Salviati:  Ma vengo ad un altro punto.  Sopra che fondamento dice egli
    che le stelle appariscano cos piccole?  forse perch tali le veggiamo
    noi? e non sa egli che questo viene dallo strumento che noi adoperiamo
    in riguardarle,  cio dall'occhio nostro?  E che ci sia vero, mutando
    strumento le vedremo maggiori e maggiori,  quanto ne piacer: e chi sa
    che  alla  Terra,  che  le  rimira  senza occhi,  elle non si mostrino
    grandissime e quali realmente elle sono?  Ma    tempo  che,  lasciate
    queste leggerezze,  venghiamo a cose di pi momento: e per, avendo io
    gi dimostrato queste due cose prima,  quanto  basti  por  lontano  il
    firmamento  s  che  in  lui  il  diametro  dell'orbe magno non faccia
    maggior diversit di quella che fa l'orbe terrestre  nella  lontananza
    del  Sole,  e poi dimostrato parimente come per far che una stella del
    firmamento ci apparisca della grandezza che noi  la  veggiamo,  non  
    necessario  porla  maggiore del Sole,  vorrei saper se Ticone o alcuno
    de' suoi aderenti ha tentato mai di investigare  in  qualche  modo  se
    nella  sfera stellata si scorga veruna apparenza per la quale si possa
    pi resolutamente negare o ammettere il moto annuo della Terra.

    Sagredo: Io per loro  risponderei  di  no,  n  tampoco  averne  avuto
    bisogno;  gi che il Copernico stesso  che dice, tal diversit non vi
    essere, ed essi,  argomentando ad hominem,  glie l'ammettono,  e sopra
    questo assunto mostrano l'improbabilit che ne segue, cio che sarebbe
    necessario  far  la  sfera  tanto immensa,  che una stella fissa,  per
    apparirci grande come ci apparisce,  converrebbe che in  realt  fusse
    una  mole  cos  immensa  che  eccedesse  la grandezza di tutto l'orbe
    magno: cosa che  poi, come essi dicono, del tutto incredibile.

    Salviati:  Io  son  del  medesimo  parere,  e  credo  appunto  ch'egli
    argomentino  contro  all'uomo pi per difesa d'un altro uomo,  che per
    brama di venire in cognizion del vero;  e non solamente non credo  che
    alcun  di  loro  si sia applicato al far tal osservazione,  ma non son
    sicuro ancora se alcuno di essi sappia quale diversit dovesse  produr
    nelle  fisse il movimento annuo della Terra,  quando la sfera stellata
    non fusse in tanta distanza che in  esse  tal  diversit  per  la  sua
    piccolezza   svanisse:   perch  il  cessare  da  tal  inquisizione  e
    rimettersi  al  semplice  detto  del  Copernico,  pu  ben  bastare  a
    convincer l'uomo,  ma non gi a chiarirsi del fatto, potendo esser che
    la diversit ci sia,  ma non cercata,  o,  per la sua piccolezza o per
    mancamento  di strumenti esatti,  non compresa dal Copernico;  che non
    sarebbe questa la prima cosa che egli, per mancanza di strumenti o per
    altro difetto,  non ha saputa,  e pur,  fondato sopra altre saldissime
    conietture,  afferm  quello  a  cui  parevano contrariare le cose non
    comprese da lui: ch, come gi si disse,  senza il telescopio n Marte
    poteva comprendersi crescer 60 volte,  e Venere 40,  pi in quella che
    in questa positura,  anzi le differenze loro appariscono minori  assai
    del vero; tuttavia si  poi venuto in certezza, tali mutazioni esservi
    a capello quali ricercava il sistema copernicano.  Or cos sarebbe ben
    fatto ricercare,  con quella esquisitezza che si potesse maggiore,  se
    una  tal  mutazione che dovrebbe scorgersi nelle fisse,  posto il moto
    annuo  della   Terra,   effettivamente   si   osservasse;   cosa   che
    assolutamente  credo  non  esser sin ora stata fatta da alcuno,  e non
    solamente fatta,  ma forse (come ho detto) n anco da molti ben inteso
    quel che cercar si dovrebbe. N mi muovo a caso a dir cos; perch gi
    veddi  certa  scrittura a penna di uno di questi anticopernicani,  che
    diceva, necessariamente dover seguire,  quando tal opinion fusse vera,
    un  continuo  alzamento  ed abbassamento del polo di 6 mesi in 6 mesi,
    secondo che la Terra in tanto  tempo,  per  tanto  spazio  quant'  il
    diametro  dell'orbe  magno,  si  ritira or verso settentrione or verso
    austro;  e pur gli pareva ragionevole,  anzi necessario,  che seguendo
    noi  la Terra,  quando fussimo verso settentrione,  dovessimo avere il
    polo pi elevato che quando siamo verso  il  mezo  giorno.  In  questo
    medesimo  errore  incorse uno per altro assai intelligente matematico,
    pur seguace del Copernico,  secondo  che  riferisce  Ticone  ne'  suoi
    Proginnasmi  a  fac.  684,  il  quale  diceva  aver  osservato mutarsi
    l'altezza polare ed esser diversa la state dal verno: e perch  Ticone
    nega  il  merito  della  causa,  ma  non danna l'ordine,  cio nega il
    vedersi  mutazione  nell'altezza  polare,   ma   non   condanna   tale
    inquisizione come non accomodata a conseguir quel che si cerca,  viene
    a dichiararsi che egli ancora stima,  l'altezza polare,  variata o non
    variata  di  6  mesi  in  6 mesi,  esser buona riprova per escludere o
    introdurre il movimento annuo della Terra.

    Simplicio: Veramente, signor Salviati, che a me ancora par che dovesse
    seguir l'istesso. Imperocch io non credo che voi mi negherete, che se
    noi camminiamo solamente 60 miglia verso tramontana,  il  polo  ci  si
    alzer  un  grado,  ed  accostandosi  parimente per altre 60 miglia al
    settentrione,  ci si alzer il polo un  altro  grado,  etc.:  ora,  se
    l'accostarsi  e  di  scostarsi  60  miglia  solamente  fa  s  notabil
    mutazione nell'altezze polari,  che dover  fare  il  trasportarvi  la
    Terra, e noi insieme, non dir 60 miglia, ma 60 migliaia?

    Salviati:  Dover  fare (se si deve seguir cotesta proporzione) che il
    polo ci si alzer mille gradi.  Vedete,  signor Simplicio,  quanto pu
    un'inveterata impressione! Voi, per esservi fissato nella fantasia per
    tanti  anni che il cielo sia quello che si rivolga in ventiquattr'ore,
    e non la Terra,  e che in conseguenza i poli di tal revoluzione  siano
    nel  cielo  e  non nel globo terrestre,  non potete n anco per un'ora
    spogliarvi quest'abito e mascherarvi del contrario, figurandovi che la
    Terra sia quella che si muova solamente per tanto tempo  quanto  basta
    per  concepir quello che ne seguirebbe quando questa bugia fusse vera.
    Se la Terra,  signor Simplicio,   quella che si muove in se stessa in
    ventiquattr'ore,  in  lei  sono  i  poli,  in  lei  l'asse,  in lei 
    l'equinoziale,  cio il cerchio massimo descritto dal punto egualmente
    distante  da  i poli,  in lei sono gli infiniti paralleli,  maggiori e
    minori,  descritti da i punti della sua superficie pi e meno distanti
    da i poli;  in lei sono tutte queste cose, e non nella sfera stellata,
    che, per essere immobile, manca di tutte, e solo con l'imaginazione vi
    si possono figurare,  prolungando  l'asse  della  Terra  sin  l  dove
    terminando  segner due punti sopraposti a i nostri poli,  ed il piano
    dell'equinoziale  disteso  figurer  in  cielo   un   cerchio   a   s
    corrispondente. Ora, se il vero asse, i veri poli, il vero equinoziale
    terrestri  non  si mutano in Terra tuttavolta che voi ancora resterete
    nel medesimo luogo in Terra,  trasportate pure la Terra dove vi piace,
    che  voi  gi mai non cangerete abitudine n a i poli n a i cerchi n
    ad altra cosa terrena; e questo, per esser cotal trasportamento comune
    a voi ed a tutte le cose terrestri, ed il moto, dove  comune,   come
    se non vi fusse: e s come voi non muterete abitudine a i poli terreni
    (abitudine,  dico,  s  che  vi  si  alzino  o  vi s'abbassino),  cos
    parimente non la muterete a i poli figurati  in  cielo,  tuttavoltach
    per  poli  celesti intenderemo (come gi si  definito) quei due punti
    che dall'asse terrestre,  prolungato sin l,  vi vengono  segnati.  E'
    vero  che  si  mutano  tali punti nel cielo,  quando il trasportamento
    della Terra vien fatto in tal modo,  che il suo asse vadia a ferire in
    altri  ed altri punti della sfera celeste immobile;  ma non si muta la
    nostra abitudine ad essi,  s che il secondo ci si elevi  pi  che  il
    primo.  Chi vuole che de i punti del firmamento,  rispondenti a i poli
    della Terra,  l'uno se gli alzi e  l'altro  se  gli  abbassi,  bisogna
    camminare  in  Terra  verso l'uno,  allontanandosi dall'altro;  ch il
    trasportar la Terra,  e con lei noi medesimi (come ho gi detto),  non
    opera niente.

    Sagredo:  Concedetemi in grazia,  signor Salviati,  ch'io spiani assai
    chiaramente  questo  negozio  con  un  esempio,   se  ben  grossolano,
    altrettanto  per  accomodato a questo proposito.  Figuratevi,  signor
    Simplicio,  d'essere in una galera,  e che  stando  in  poppa  abbiate
    drizzato  un  quadrante  o  altro  strumento  astronomico alla sommit
    dell'albero del  trinchetto,  come  se  voi  voleste  prender  la  sua
    elevazione,  la quale fusse,  verbigrazia, 40 gradi: non  dubbio, che
    camminando voi per corsa verso l'albero 25 o  30  passi,  tornando  a
    drizzare  il  medesimo  strumento  alla  medesima sommit dell'albero,
    troverete la  sua  elevazione  esser  maggiore,  ed  esser  cresciuta,
    verbigrazia,  10  gradi;  ma  se in cambio di camminar i detti 25 o 30
    passi verso l'albero,  voi,  restando fermo in poppa,  faceste  muover
    tutta  la galera verso quella parte,  credereste voi che,  mediante il
    viaggio che ella avesse fatto de i 25  o  30  passi,  l'elevazion  del
    trinchetto vi si mostrasse di 10 gradi accresciuta?

    Simplicio:  Credo ed intendo che ella non si vantaggierebbe n anco un
    sol capello per il viaggio di mille n di centomila miglia, non che di
    30 passi, ma credo bene che, se traguardando la sommit del trinchetto
    si  fusse  incontrato  una  stella  fissa  ad  esser  nella   medesima
    dirittura,  credo,  dico,  che tenendo fermo il quadrante,  doppo aver
    navigato verso la stella 60 miglia, la mira batterebbe bene alla punta
    del trinchetto come prima, ma non gi pi alla stella,  la quale mi si
    sarebbe elevata un grado.

    Sagredo:  Ma  voi non credete gi che 'l traguardo non battesse a quel
    punto della sfera stellata che risponde alla dirittura  della  sommit
    del trinchetto?

    Simplicio: Questo no,  ma il punto sarebbe variato, e rimarrebbe sotto
    alla stella prima osservata.

    Sagredo: Cos sta per appunto.  Ma s come quello che in quest'esempio
    risponde  all'elevazion della sommit dell'albero non  la stella,  ma
    il punto del firmamento che si trova  nella  dirittura  dell'occhio  e
    della  cima  dell'albero,  cos  nel caso esemplificato quello che nel
    firmamento risponde al polo della Terra, non  una stella o altra cosa
    fissa del firmamento,  ma  quel punto nel quale va a terminar  l'asse
    terrestre  dirittamente prolungato sin l,  il qual punto non  fisso,
    ma ubbidisce alle mutazioni che facesse il polo terreno e per  Ticone
    o  altri,  che avevano portato questa instanza dovevano dire che a tal
    movimento della Terra quando vero  fusse,  si  dovrebbe  conoscere  ed
    osservar  qualche  diversit  nell'alzamento  ed  abbassamento non del
    polo,  ma di alcuna stella fissa verso quella parte  che  risponde  al
    nostro polo.

    Simplicio:  Gi intendo benissimo l'equivoco preso da costoro,  ma non
    per mi si toglie la forza,  che mi  par  grandissima,  dell'argomento
    portato in contrario,  quando si riferisca alla mutazion delle stelle,
    e non pi del polo: atteso che,  se il movimento della galera,  di  60
    miglia  solamente,  mi fa alzarsi una stella fissa per un grado,  come
    non potr molto pi venirmi una  simil  mutazione,  ed  anco  maggiore
    assaissimo,  quando la galera si trasportasse verso la medesima stella
    per tanto spazio quant' il diametro dell'orbe  magno,  che  voi  dite
    esser il doppio di quello che  dalla Terra al Sole?

    Sagredo:  Qui,  signor  Simplicio,  ci   un altro equivoco,  il quale
    veramente voi intendete,  ma  non  vi  sovviene  l'intenderlo;  ed  io
    cercher  di  ricordarvelo.   Per  ditemi:  Se  quando,  doppo  avere
    aggiustato il quadrante a una stella fissa, e trovato, verbigrazia, la
    sua elevazione esser 40 gradi, voi, senza muovervi di luogo inclinaste
    il lato del quadrante, s che la stella rimanesse elevata sopra quella
    dirittura,  direte  voi  perci  la  stella  aver  acquistato  maggior
    elevazione?

    Simplicio: Certo no, perch la mutazione si  fatta nello strumento, e
    non nell'osservatore, che abbia mutato luogo movendosi verso quella.

    Sagredo:  Ma quando voi navigate o camminate sopra la superficie della
    Terra, direste voi che nel medesimo quadrante non si facesse mutazione
    alcuna,  ma si conservasse sempre la medesima elevazione  rispetto  al
    cielo,  tuttavolta  che  voi stesso non l'inclinaste,  ma lo lasciaste
    stare nella prima costituzione?

    Simplicio: Lasciate ch'io ci pensi un poco.  Direi senz'altro che  non
    la conservasse, per esser, il viaggio ch'io fo, non in piano, ma sopra
    la circunferenza del globo terrestre,  la quale di passo in passo muta
    inclinazione rispetto al cielo,  ed in conseguenza la fa  mutare  allo
    strumento che sopra di lei la conserva.

    Sagredo: Voi benissimo dite;  ed anco intendete, che quanto maggiore e
    maggiore fusse quel cerchio sopra il quale voi vi moveste,  tante  pi
    miglia  bisognerebbe camminare per far che quella stella vi si alzasse
    quel grado di pi,  e che finalmente,  quando il moto verso la  stella
    fusse  per  linea  retta,  pi  ancora converrebbe muoversi che per la
    circonferenza di qualsivoglia grandissimo cerchio.

    Salviati: S,  perch finalmente la circonferenza del cerchio infinito
    e una linea retta sono l'istessa cosa.

    Sagredo:  Oh  questo  non  intendo io,  n credo che l'intenda anco il
    signor Simplicio; e bisogna che ci sia sotto qualche misterio ascosto,
    perch sappiamo che il signor Salviati non parla mai a caso,  n mette
    in  campo  paradosso  che  non  riesca  in  qualche concetto non punto
    triviale: per a luogo e tempo vi ricorder la dichiarazion di  questo
    esser  la  linea  retta  l'istesso  che  la  circonferenza del cerchio
    infinito,  ch per adesso non voglio che interrompiamo il discorso che
    aviam per le mani.
    E  tornando al caso,  metto in considerazione al signor Simplicio come
    l'accostamento e discostamento che fa la Terra a quella  stella  fissa
    che    vicina  al  polo,  si  fa  come per una linea retta,  che  il
    diametro dell'orbe magno;  talch il  voler  regolare  l'alzamento  ed
    abbassamento  della  stella polare co 'l moto per tal diametro come pe
    'l moto sopra il cerchio piccolissimo della Terra,    gran  segno  di
    poca intelligenza.

    Simplicio:  Ma pur restiamo ancora nelle medesime difficult,  gi che
    n anco quella  poca  diversit  che  esser  vi  dovrebbe,  si  scorge
    esservi;  e se questa  nulla,  nullo ancora bisogna confessar che sia
    il moto annuo per l'orbe magno, attribuito alla Terra.

    Sagredo: Or qui lascio seguire al signor Salviati: il quale mi par che
    non trapassava per  nullo  l'alzamento  o  abbassamento  della  stella
    polare  o  di  altra delle fisse,  ancorch non compreso da alcuno,  e
    dall'istesso Copernico posto non dir per nullo,  ma per inosservabile
    per la sua piccolezza.

    Salviati: Gi ho detto di sopra, che non credo che alcuno si sia messo
    ad  osservare  se  ne  i  diversi  tempi dell'anno si scorga mutazione
    alcuna nelle fisse,  che possa dependere  dal  movimento  annuo  della
    Terra;  e  soggiunto di pi,  che ho dubbio se forse alcuno abbia bene
    inteso, quali sieno le mutazioni, e tra quali stelle debbano apparire:
    per  bene che andiamo con diligenza esaminando questo punto.  L'aver
    trovato  scritto  solamente  in  genere,  non  si  dovere ammettere il
    movimento annuo  della  Terra  nell'orbe  magno,  perch  non  ha  del
    verisimile  che  per  esso  non  si vedesse alcuna apparente mutazione
    nelle stelle fisse,  e il non sentir poi dire quali dovessero esser in
    particolare cotali apparenti mutazioni ed in quali stelle, mi fa molto
    ragionevolmente  stimare  che costoro che su quel generico pronunziato
    si fermano,  non abbiano inteso,  n anco forse cercato di  intendere,
    come cammini il negozio di queste mutazioni,  n che cose siano quelle
    che dicono che veder si dovrebbero;  ed a cos giudicare mi  muove  il
    sapere,  che  il  movimento  annuo attribuito dal Copernico alla Terra
    quando debba farsi sensibile nella  sfera  stellata,  non  rispetto  a
    tutte  le  stelle egualmente ha da farsi apparente mutazione,  ma tale
    apparenza in alcune deve farsi maggiore,  in altre  minore,  in  altre
    ancor  minore,   e  finalmente  in  altre  assolutamente  nulla,   per
    grandissimo che si  ponesse  il  cerchio  di  questo  moto  annuo.  Le
    mutazioni poi, che veder si dovrebbero, sono di due generi: l'uno  il
    mutar  esse stelle l'apparente grandezza,  e l'altro il variar altezze
    nel meridiano,  che si tira poi in conseguenza il mutar gli orti e gli
    occasi, e le distanze dal vertice, etc.

    Sagredo:  Mi  par  di  vedermi  apparecchiare  una  matassa  di questi
    rivolgimenti,  che Dio voglia ch'io me ne sia per poter distrigar mai;
    perch,  a confessare il mio difetto al signor Salviati,  io ci ho tal
    volta pensato,  n mai ne ho potuto ritrovare il bandolo,  e non  dico
    tanto  di questo che appartiene alle stelle fisse,  quanto di un'altra
    pi terribil faccenda, che voi mi avete fatta sovvenire co 'l ricordar
    queste altezze meridiane,  latitudini ortive e distanze  dal  vertice,
    etc.: e 'l mio ravvolgimento di cervello nasce da quello ch'io vi dir
    adesso.  Il Copernico pone la sfera stellata immobile,  ed il Sole nel
    centro di essa,  parimente immobile;  adunque ogni mutazione che a noi
    apparisca  farsi  nel Sole o nelle stelle fisse,   necessario che sia
    della Terra,  cio nostra: ma il Sole si alza e si abbassa nel  nostro
    meridiano  per  un  arco grandissimo,  quasi di 47 gradi,  e per archi
    ancora maggiori e maggiori varia le sue larghezze ortive ed occidue ne
    gli orizonti obliqui: or come pu mai la Terra inclinarsi e  rilevarsi
    tanto notabilmente al Sole,  e nulla alle stelle fisse,  o per s poco
    che sia cosa impercettibile?  Questo  quel nodo che non  possuto mai
    passare  al mio pettine;  e se voi me lo scioglierete,  vi stimer pi
    che un Alessandro.

    Salviati:  Queste  sono  difficult  degne  dell'ingegno  del   signor
    Sagredo:  ed    tale il dubbio,  che sino l'istesso Copernico diffid
    quasi di poterlo dichiarare in maniera che lo rendesse  intelligibile,
    il  che si vede s dal confessare egli stesso la sua oscurit,  s dal
    rimettersi due volte in due diverse maniere  per  dichiararlo:  ed  io
    ingenuamente  confesso  di  non  avere capita la sua spiegatura se non
    doppo che con altro diverso  modo,  assai  piano  e  chiaro,  lo  resi
    intelligibile,  ma non per senza una lunga e laboriosa applicazion di
    mente.

    Simplicio: Aristotile vedde la difficult medesima e se ne  serv  per
    redarguir  alcuni  antichi  i  quali  volevano  che  la Terra fusse un
    pianeta: contro a i quali argomenta, che se ci fusse, converrebbe che
    essa parimente,  come gli altri pianeti,  avesse pi di un  movimento,
    dal  che  ne  seguirebbe questa variazione ne gli orti ed occasi delle
    stelle fisse, e nell'altezze meridiane parimente. E poich ei promosse
    la difficult e non la risolvette,    forza  che  ella  sia,  se  non
    d'impossibile, almeno di difficile scioglimento.

    Salviati:  La grandezza e forza dell'annodamento rende lo scioglimento
    pi bello e ammirando; ma io non ve lo prometto per oggi, e vi prego a
    dispensarmi  sino  a  domani,   e  per  ora  andremo  considerando   e
    dichiarando  quelle  mutazioni  e diversit che per il movimento annuo
    dovriano scorgersi nelle stelle  fisse,  s  come  pur  ora  dicevamo,
    nell'esplicazion   delle   quali   vengono  a  proporsi  alcuni  punti
    preparatorii  per  lo  scioglimento  della  massima  difficult.  Ora,
    ripigliando i due movimenti attribuiti alla Terra (e dico due,  perch
    il terzo non  altrimenti un moto, come a suo luogo dichiarer),  cio
    l'annuo ed il diurno,  quello si deve intendere fatto dal centro della
    Terra nella circonferenza dell'orbe magno,  cio di un cerchio massimo
    descritto nel piano dell'eclittica, fissa ed immutabile; l'altro, cio
    il diurno,  fatto dal globo della Terra in se stesso circa il proprio
    centro   e   proprio   asse,   non  eretto,   ma  inclinato  al  piano
    dell'eclittica, con inclinazione di gradi 23 e mezo in circa, la quale
    inclinazione si mantiene per tutto l'anno e,  quello che sommamente si
    deve  notare,  si  conserva  sempre verso la medesima parte del cielo,
    talmentech l'asse del moto diurno si mantien perpetuamente  parallelo
    a se stesso: s che,  se noi ci immagineremo tale asse prolungato sino
    alle stelle fisse,  mentre che il centro della Terra  circonda  in  un
    anno  tutta  l'eclittica,  l'istesso asse descrive la superficie di un
    cilindro obliquo,  che ha per una delle  sue  basi  il  detto  cerchio
    annuo,  e per l'altra un simil cerchio imaginariamente descritto dalla
    sua estremit,  o vogliamo dir polo,  tra le stelle fisse;  ed    tal
    cilindro   obliquo   al  piano  dell'eclittica  secondo  l'inclinazion
    dell'asse che lo descrive, che aviamo detto esser gradi 23 e mezo,  la
    quale,  conservandosi  perpetuamente l'istessa (se non quanto in molte
    migliaia di anni fa qualche piccolissima mutazione,  che  al  presente
    negozio  niente  importa),  fa che 'l globo terrestre n pi s'inclina
    gi mai n si solleva,  ma immutabile si conserva: dal che ne  sguita
    che,  per  quanto appartiene alle mutazioni da osservarsi nelle fisse,
    dependenti dal solo movimento annuo, l'istesso accader a qualsivoglia
    punto della superficie terrena, che all'istesso centro della Terra;  e
    per  nelle  presenti  esplicazioni  ci serviremo del centro,  come di
    qualsivoglia punto della superficie. E per pi facile intelligenza del
    tutto,  ne disegneremo le figure lineari: e prima segniamo  nel  piano
    dell'eclittica il cerchio ANBO,  ed intendiamo i punti A, B essere gli
    estremi verso borea e verso austro,  cio il principio di Cancro e  di
    Capricorno, ed il diametro A B prolunghiamolo indeterminatamente per D
    e  C  verso  la sfera stellata:   dico ora,  primieramente,  che niuna
    delle stelle fisse poste  nell'eclittica,  per  qualsivoglia  mutazion
    fatta   dalla  Terra  per  esso  piano  dell'eclittica,   varier  mai
    elevazione,  ma sempre si scorger nella medesima superficie;  ma bene
    se gli avviciner ed allontaner la Terra per tanto spazio quanto  il
    diametro  dell'orbe  magno.  Il che sensatamente si vede nella figura:
    imperocch, sia la Terra nel punto A o sia in B, sempre la stella G si
    vede per la medesima linea A B C; ma bene la lontananza B C si  fatta
    minore della C A per tutto il diametro B A: il pi dunque che si possa
    scorgere  nella   stella   C,   ed   in   qualsivoglia   altra   posta
    nell'eclittica,   la accresciuta o diminuita apparente grandezza, per
    l'avvicinamento o allontanamento della Terra.

    Sagredo: Fermate un  poco,  in  cortesia,  perch  sento  non  so  che
    scrupolo che mi d fastidio, ed  questo. Che la stella C venga veduta
    per  la  medesima linea A B C tanto quando la Terra sia in A quanto se
    ella sia in B,  l'intendo benissimo;  come anco  di  pi  capisco  che
    l'istesso  avverrebbe da tutti i punti della linea A B,  mentre che la
    Terra passasse da A in B  per  essa  linea;  ma  passandovi,  come  si
    suppone  per  l'arco A N B,   manifesta cosa che quando ella sar nel
    punto N, ed in qualunque altro fuori che li due A,  B,  non pi per la
    linea A B,  ma per altre ed altre, si scorger: talch se il mostrarsi
    sotto  diverse  linee  deve  cagionar  apparente  mutazione,   qualche
    diversit  converr che si scorga.  Anzi pi dir,  con quella libert
    filosofica che tra i filosofi amici debbe esser permessa,  parermi che
    voi,  contrariando  a voi stesso,  neghiate ora quello che pur oggi ci
    avete,  con nostra  maraviglia,  dichiarato  esser  cosa  verissima  e
    grande:  dico di quello che accade ne i pianeti ed in particolare ne i
    tre superiori,  che  ritrovandosi  continuamente  nell'eclittica  o  a
    quella  vicinissimi,  non solamente si mostrano ora a noi propinqui ed
    ora remotissimi ma tanto,  nei regolati lor movimenti,  difformi,  che
    talvolta  immobili,  e  tal ora,  per molti gradi,  retrogradi,  ci si
    rappresentano;  e tutto non per altra cagione,  che per  il  movimento
    annuo della Terra.

    Salviati:  Ancorch  per  mille  riscontri  io  sia  stato fatto certo
    dell'accortezza del signor Sagredo,  pur  ho  voluto  con  quest'altro
    cimento  assicurarmi  maggiormente  di  quanto  io  possa  promettermi
    dell'ingegno suo; e tutto per util mio, ch quando le mie proposizioni
    potranno star salde al martello o  alla  coppella  del  suo  giudizio,
    potr  star sicuro che elle sien di lega buona a tutto paragone.  Dico
    per tanto, che a bello studio avevo dissimulata cotesta obiezzione, ma
    non per con animo di ingannarvi e di persuadervi alcuna falsit, come
    sarebbe potuto accadere quando l'instanza da me dissimulata,  e da voi
    trapassata,  fusse stata tale in effetto quale in apparenza si mostra,
    cio veramente gagliarda e concludente;  ma  ella  non    tale,  anzi
    dubito io adesso che voi,  per tentar me, finghiate di non conoscer la
    sua nullit.  Ma voglio in questo particolare esser pi  malizioso  di
    voi, co 'l cavarvi a forza di bocca quello che artifiziosamente volevi
    nasconderci:  e  per ditemi,  che cosa  quella onde voi conoscete la
    stazione e retrogradazione de' pianeti derivante dal moto annuo, e che
     cos grande che pure  almeno  qualche  vestigio  di  simile  effetto
    dovrebbe vedersi nelle stelle dell'eclittica.

    Sagredo: Due quesiti contien questa vostra domanda,  a i quali convien
    ch'io risponda: il primo  riguarda  l'imputazione,  che  mi  date,  di
    simulatore;  l'altro  di quello che possa apparir nelle stelle,  etc.
    Quanto al primo,  dir con vostra pace che  non    vero  ch'io  abbia
    simulato  di  non  intender  la  nullit  di  quella  instanza;  e per
    assicurarvi di ci, vi dic'ora che benissimo capisco tal nullit.

    Salviati: Ma non capisco gi io come possa essere che voi non parlaste
    simulatamente,  quando dicevi di non intender quella tal fallacia,  la
    quale confessate ora di intender benissimo.

    Sagredo:  La confessione stessa d'intenderla pu assicurarvi ch'io non
    simulavo,  mentre dicevo di non l'intendere;  perch quando io  avessi
    voluto  e  volessi simulare,  chi potria tenermi ch'io non continuassi
    nella medesima simulazione,  negando tuttavia di intender la fallacia?
    Dico  dunque  che  non  l'intendevo  allora,  ma che ben la capisco al
    presente,  merc dell'avermi voi destato  l'intelletto,  prima  co  'l
    dirmi  risolutamente  che  ella non  nulla,  e poi co 'l cominciare a
    interrogarmi cos alla larga,  che cosa fusse quella per la  quale  io
    conosceva  la  stazione e retrogradazione de' pianeti: e perch questo
    si conosce dalla conferenza che si fa di essi con le stelle fisse,  in
    relazion  delle  quali  si  veggono  variare  lor  movimenti  or verso
    occidente ed or verso oriente e tal ora restar come immobili, e perch
    sopra la sfera stellata non ve n' altra immensamente pi remota, ed a
    noi visibile,  con la quale possiamo conferir le nostre stelle  fisse,
    per  vestigio niuno possiamo noi scorger nelle fisse,  che risponda a
    quello che ci apparisce ne' pianeti.  Questo penso  io  che  sia  quel
    tanto che voi mi volevi cavar di bocca.

    Salviati:   Questo  ,   con  la  giunta  da  vantaggio  della  vostra
    sottilissima arguzia.  E se io con un piccol motto vi apersi la mente,
    voi con un altro fate sovvenire a me,  non esser del tutto impossibile
    che qualche cosa in qualche  tempo  si  trovasse  osservabile  tra  le
    fisse,  per  la  quale  comprender  si  potesse in chi risegga l'annua
    conversione,  talch esse ancora,  non men de i  pianeti  e  del  Sole
    stesso,  volesser  comparire in giudizio a render testimonianza di tal
    moto a favor della Terra: perch'io  non  credo  che  le  stelle  siano
    sparse in una sferica superficie, egualmente distanti da un centro, ma
    stimo  che le loro lontananze da noi siano talmente varie,  che alcune
    ve ne possano esser 2 e 3 volte pi remote di  alcune  altre;  talch,
    quando  si  trovasse  co  'l  telescopio  qualche  piccolissima stella
    vicinissima  ad  alcuna  delle  maggiori,  e  che  per  quella  fusse
    altissima, potrebbe accadere che qualche sensibil mutazione succedesse
    tra di loro,  rispondente a quella de i pianeti superiori. E tanto sia
    detto per ora circa il particolare delle stelle poste  nell'eclittica:
    venghiamo ora alle fisse poste fuora dell'eclittica,  ed intendiamo un
    cerchio massimo eretto al piano di quella,  e  sia,  per  esempio,  un
    cerchio  che nella sfera stellata risponda al coluro de' solstizii,  e
    segniamolo C E H, che verr insieme ad esser un meridiano,  ed in esso
    pigliamo una stella fuori dell'eclittica, qual sarebbe la E. Or questa
    al  movimento della Terra varier bene elevazione;  perch dalla Terra
    in A sar veduta secondo il raggio A E, con l'elevazione dell'angolo E
    A C;  ma dalla Terra posta in B si vedr ella per il raggio B  E,  con
    elevazione  dell'angolo  E B C,  maggiore dell'altro E A C,  per esser
    quello esterno,  e questo  interno  ed  opposto,  nel  triangolo  EAB:
    vedrassi  dunque mutata la distanza della stella E dall'eclittica;  ed
    anco la sua altezza nel meridiano sar fatta maggiore  nello  stato  B
    che nel luogo A, secondo che l'angolo E B C supera l'angolo E A C, che
     la quantit dell'angolo A E B: imperocch, essendo del triangolo E A
    B  prolungato  il  lato A B in C,  l'esteriore angolo E B C (per esser
    eguale alli due interiori ed opposti  E,  A)  supera  esso  A  per  la
    quantit  dell'angolo  E.  E  se  noi  piglieremo  un'altra stella nel
    medesimo  meridiano,   pi  remota   dall'eclittica,   qual   sarebbe,
    verbigrazia,  la  stella  H,  maggiore  anco sar in essa la diversit
    dall'esser vista dalli due luoghi A, B,  secondo che l'angolo A H B si
    fa  maggiore  dell'altro  E  il  quale angolo ander sempre crescendo,
    secondo che la stella osservata pi sar lontana  dall'eclittica,  sin
    che  finalmente  la  massima  mutazione  apparir in quella stella che
    fusse  posta  nell'istesso  polo  dell'eclittica  come,   per   totale
    intelligenza,  potremo dimostrar cos: Sia il diametro dell'orbe magno
    A B, il cui centro G, ed intendasi prolungato sino alla sfera stellata
    ne i punti D,  C;  e sia dal centro G eretto l'asse dell'eclittica G F
    sino alla medesima sfera, nella quale s'intenda descritto un meridiano
    D F C,  che sar eretto al piano dell'eclittica;  e presi nell'arco FC
    qualsivoglino punti H, E, come luoghi di stelle fisse, congiungansi le
    linee F A, F B, A H, H G, H B, A E,  G E,  B E,  s che l'angolo della
    diversit  o  voglin dire la parallasse della stella posta nel polo F
    sia A F B, quello della stella posta in H sia l'angolo A H B,  e della
    stella  in  E  sia l'angolo A E B: dico l'angolo della diversit della
    stella polare F essere il massimo,  e de gli altri il  pi  vicino  al
    massimo esser maggiore del pi remoto,  cio l'angolo F esser maggiore
    dell'angolo H,  e questo maggiore dell'angolo E.  Intendasi intorno al
    triangolo F A B descritto un cerchio; e perch l'angolo F  acuto (per
    esser la sua base A B minore del diametro D C del mezo cerchio D F C),
    sar  posto  nella porzione maggiore del circoscritto cerchio tagliata
    dalla base A B;  e perch essa A B  divisa in mezo ed ad angoli retti
    dalla  F  G,  sar il centro del cerchio circoscritto nella linea F G:
    sia il punto I.  E perch delle linee tirate dal punto G,  che  non  
    centro, sino alla circonferenza del cerchio circoscritto, la massima 
    quella che passa per il centro,  sar la G F maggiore di ogn'altra che
    dal punto G si tiri sino alla circonferenza del  medesimo  cerchio;  e
    per  tal circonferenza taglier la linea G H (che  eguale alla linea
    G F),  e tagliando la G H taglier ancora la A  H:  taglila  in  L,  e
    congiungasi  la  linea L B: saranno dunque li due angoli A F B,  A L B
    eguali, per esser nella medesima porzione del cerchio circoscritto: ma
    A L B,  esterno,   maggiore dell'interno  H:  adunque  l'angolo  F  
    maggiore dell'angolo H.  E con l'istesso metodo dimostreremo, l'angolo
    H esser maggiore dell'angolo E,  perch del cerchio descritto  intorno
    al  triangolo A H B il centro  nella perpendicolare G F,  al quale la
    linea G H  pi vicina della G E,  e per  la  circonferenza  di  esso
    taglia  la  G  E  ed  anco  la  A  E:  onde   manifesto il proposito.
    Concludiamo per tanto,  che la diversit di apparenza  (la  quale  con
    termine  proprio  dell'arte  potremo  chiamar  parallasse delle stelle
    fisse)  maggiore e minore secondo che le stelle osservate sono pi  o
    meno vicine al polo dell'eclittica; s che finalmente delle stelle che
    sono nell'eclittica stessa, tal diversit si riduce a nulla.
    Quanto  poi  all'avvicinarsi o allontanarsi per tal moto la Terra alle
    stelle,  a quelle che  sono  nell'eclittica  si  avvicina  ella  e  si
    discosta per quanto  tutto il diametro dell'orbe magno,  come pur ora
    vedemmo;   ma  alle  stelle  intorno  al  polo   dell'eclittica   tale
    accostamento  o  allontanamento    quasi  nullo,  ed all'altre questa
    diversit  si  fa  maggiore  secondo  che   elle   sono   pi   vicine
    all'eclittica.  Possiamo,  nel  terzo  luogo,  intendere,  come quella
    diversit d'aspetto si fa maggiore o minore,  secondo  che  la  stella
    osservata  fusse  a  noi  pi  vicina  o  pi remota;  perch,  se noi
    segneremo un altro meridiano men lontano  dalla  Terra,  qual  sarebbe
    questo D F I,  una stella posta in F e veduta per il medesimo raggio A
    F E, stante la Terra in A,  quando poi si osservasse dalla Terra in B,
    si  scorgerebbe  secondo  il  raggio  B  F,  e  farebbe l'angolo della
    diversit,  cio B F A,  maggiore dell'altro  primo  A  E  B,  essendo
    esteriore del triangolo BFE.

    Sagredo:  Con  gran  gusto,  ed  anco  profitto,  ho sentito il vostro
    discorso;  e per assicurarmi s'io ben l'abbia capito,  dir  la  somma
    delle  conclusioni  sotto  brevi  parole.  Parmi  che  voi  ci abbiate
    spiegato,  due sorte di diverse apparenze esser quelle che mediante il
    moto  annuo  della  Terra  possiamo  noi osservare nelle stelle fisse:
    l'una  delle  lor  variate  grandezze  apparenti,  secondo  che  noi,
    portati  dalla  Terra,  a  quelle  ci  avviciniamo  o ci allontaniamo;
    l'altra (che pur depende dal medesimo allontanamento o  avvicinamento)
      il  mostrarcisi nel medesimo meridiano ora pi elevate ed ora meno.
    Di pi, voi ci dite (ed io benissimo l'intendo) che l'una e l'altra di
    tali mutazioni non si fa egualmente in tutte le stelle,  ma  in  altre
    maggiore  ed  in  altre  minore ed in altre niente.  L'appressamento e
    discostamento per il quale la medesima stella ci debba apparire or pi
    grande ed or pi piccola,   insensibile e quasi  nullo  nelle  stelle
    vicine al polo dell'eclittica, ma  massimo nelle stelle poste in essa
    eclittica,  mediocre nelle intermedie;  il contrario accade dell'altra
    diversit,  cio che nullo  l'alzamento o abbassamento  nelle  stelle
    poste  nell'eclittica,  massimo  nelle  circonvicine  al  polo di essa
    eclittica,  mediocre nelle intermedie.  Oltre di ci,  amendue  queste
    diversit  sono  pi  sensibili  nelle  stelle che fussero pi vicine,
    nelle pi lontane son sensibili meno,  e finalmente nelle estremamente
    lontane svanirebbero.  Questo  quanto alla parte mia;  resta ora, per
    quel ch'io mi avviso,  di sodisfare al signor Simplicio,  il quale non
    credo  che  facilmente  si  accomoder  a passar come cose insensibili
    cotali diversit,  derivanti da un movimento della Terra tanto vasto e
    da una mutazione che trasporti la Terra in luoghi tra di loro distanti
    per due volte tanto quanto  da noi al Sole.

    Simplicio:  In  vero io,  liberamente parlando,  sento gran repugnanza
    nell'avere a conceder,  la distanza delle fisse dovere esser tanta che
    in esse le dichiarate diversit devano esser del tutto impercettibili.

    Salviati: Non vi gettate del tutto al disperato, signor Simplicio, ch
    forse  ci    ancora qualche temperamento per le vostre difficult.  E
    prima,  che l'apparente grandezza delle stelle non  si  vegga  alterar
    sensibilmente,  non  vi  deve parer punto improbabile,  mentre che voi
    vedete l'estimativa de gli  uomini  in  cotal  fatto  tanto  altamente
    ingannarsi,  e  massime  nel  riguardare  oggetti  risplendenti: e voi
    stesso rimirando, verbigrazia, una torcia accesa dalla distanza di 200
    passi,   nell'appressarvisi  ella  3  o  4  braccia,   credereste   di
    accorgervene,  perch  maggiore  vi si mostrasse?  Io per me non me ne
    accorgerei sicuramente,  quando ben mi se n'avvicinasse 20 0 30:  anzi
    tal  volta  mi  sono  incontrato  a  vedere  un  simil lume in una tal
    lontananza,  n sapermi risolvere se e'  veniva  verso  me  o  pur  si
    allontanava,  mentre  egli realmente mi si avvicinava.  Ma che?  se il
    medesimo  appressamento  e  allontanamento  (dico  del  doppio   della
    distanza  dal  Sole  a noi) nella stella di Saturno  quasi totalmente
    impercettibile, ed in Giove poco osservabile,  che dover essere nelle
    stelle  fisse,  che  non  credo  che  voi  foste renitente a porle pi
    lontane il doppio di Saturno? In Marte, che per avvicinarsi a noi_

    Simplicio: Vossignoria non si affatichi pi in questo particolare, ch
    gi resto capace,  poter benissimo accadere quanto si  detto circa la
    non  alterata  apparente  grandezza delle stelle fisse;  ma che diremo
    dell'altra difficult,  che nasce da non si scorger variazione  alcuna
    nella mutazion di aspetto?

    Salviati: Diremo cosa per avventura da potervi quietare anco in questa
    parte.  E  per  venire  alle brevi,  non sareste voi sodisfatto quando
    realmente si scorgesser nelle  stelle  quelle  mutazioni  che  vi  par
    necessario che scorger vi si dovessero quando il movimento annuo fusse
    della Terra?

    Simplicio:  Sarei  senza  dubbio,   per  quanto  appartiene  a  questo
    particolare.

    Salviati: Vorrei che voi diceste,  che quando  una  tal  diversit  si
    scorgesse,  niuna  cosa  resterebbe  pi  che potesse render dubbia la
    mobilit della Terra,  atteso  che  a  cotal  apparenza  nissun  altro
    ripiego  assegnar  si potrebbe.  Ma quando bene anco ci sensibilmente
    non apparisse,  non per la mobilit  si  rimuove,  n  la  immobilit
    necessariamente si conclude, potendo esser (come afferma il Copernico)
    che  l'immensa  lontananza  della  sfera  stellata renda inosservabili
    cotali minime apparenze; le quali, come gi si  detto,  pu esser che
    sin ora non sieno state n anco ricercate,  o,  se pur ricercate,  non
    ricercate nella maniera che si deve,  cio con quella esattezza che  a
    cos  minute  puntualit  sarebbe  necessaria;  la  quale  esattezza 
    difficile a conseguirsi,  s per difetto de gli strumenti astronomici,
    suggetti  a  molte alterazioni,  s ancora per colpa di quelli che gli
    maneggiano con minor  diligenza  di  quello  che  sarebbe  necessario.
    Argomento necessariamente concludente di quanto poco sia da fidarsi di
    tali  osservazioni,  siane  la  diversit  che  noi  troviamo  tra gli
    astronomi nell'assegnare i luoghi, non dir delle stelle nuove e delle
    comete, ma delle stelle fisse medesime,  sino anco all'altezze polari,
    nelle quali il pi delle volte per molti minuti si trovano tra di loro
    discordanti.  E  per vero dire,  chi vuole in un quadrante o sestante,
    che al pi aver il lato di 3 o 4 braccia  di  lunghezza,  assicurarsi
    nell'incidenza  del  perpendicolo o nel taglio della diottra di non si
    ingannare di dua o tre minuti, che nella sua circonferenza non saranno
    maggiori della larghezza di un grano di miglio?  oltre all'esser quasi
    impossibile  che  lo strumento sia con assoluta giustezza fabbricato e
    conservato.  Tolomeo  mostra  diffidenza  di  un  strumento  armillare
    fabbricato  dall'istesso  Archimede  per  prender  l'ingresso del Sole
    nell'equinoziale.

    Simplicio: Ma se gli strumenti son cos  sospetti  e  le  osservazioni
    tanto  dubbiose,  come  potremo noi gi mai costituirci in sicurezza e
    liberarci dalle fallacie?  Io avevo sentito predicare gran cose de gli
    strumenti  di  Ticone,  fatti con immense spese,  e della sua singolar
    diligenza nelle osservazioni.

    Salviati: Tutto questo vi ammetto;  ma n quelli n questa bastano per
    assicurarci  in  un  negozio  di  tanta  importanza.  Io voglio che ci
    serviamo di strumenti  maggiori  assai  assai  di  quelli  di  Ticone,
    esattissimi  e fatti con pochissima spesa il lato de i quali sia di 4,
    6, 20, 30 e 50 miglia, s che un grado sia largo un miglio,  un minuto
    primo 50 braccia,  un secondo poco meno di un braccio: ed in somma gli
    potremo avere, senza spender nulla,  di qual grandezza pi ci piacer.
    Io,  stando in una mia villa vicino a Firenze, osservai manifestamente
    l'arrivo e la partita del Sole dal solstizio estivo,  mentre  che  una
    sera  nel  suo  tramontare  si  addop  a  una  rupe delle montagne di
    Pietrapana, lontana circa 60 miglia lasciando di s scoperto un sottil
    filo verso tramontana, la cui larghezza non era la centesima parte del
    suo diametro,  e la seguente sera in simil occaso  mostr  pur  di  s
    scoperta  una  simil  parte,  ma  notabilmente pi sottile,  argomento
    necessario dell'aver egli cominciato a discostarsi dal tropico  ed  il
    regresso  del  Sole  dalla prima alla seconda osservazione non import
    sicuramente un minuto secondo nell'orizonte: l'osservazione poi  fatta
    con  telescopio  esquisito,  e che multiplica il disco del Sole pi di
    mille volte,  riesce facile e insieme  dilettevole.  Ora,  con  simili
    strumenti  voglio  che  facciamo  le  nostre osservazioni nelle stelle
    fisse,  servendoci di  alcuna  di  quelle  nelle  quali  la  mutazione
    dovrebbe esser pi cospicua,  quali sono, come gi si  dichiarato, le
    pi remote dall'eclittica, tra le quali la Lira,  stella grandissima e
    vicina  al  polo  dell'eclittica,  sarebbe  molto opportuna ne i paesi
    assai settentrionali, operando nella maniera che dir appresso,  ma co
    'l servirmi di altra stella; e gi meco medesimo ho appostato un luogo
    assai accomodato per tale osservazione.  Il luogo  un'aperta pianura,
    sopra la quale si alza verso tramontana una montagna  molto  eminente,
    nel vertice della quale  fabbricata una piccola chiesetta, situata da
    occidente verso oriente,  s che la schiena del suo coperto pu segare
    ad angoli  retti  il  meridiano  di  qualche  abitazione  posta  nella
    pianura.  Voglio  fermare  una travetta parallela alla detta schiena o
    colmo del tetto,  e da esso distante  un  braccio  in  circa:  fermata
    questa,  cercher  nel  piano  il luogo dal quale una delle stelle del
    Carro, nel passar per il meridiano,  venga ascondendosi doppo la trave
    gi  collocata;  o  vero,  quando  la trave non fusse tanto grossa che
    bastasse ad occultar la stella,  trover il posto di dove si vegga  la
    medesima  trave tagliare in mezo il disco di essa stella,  effetto che
    con telescopio esquisito si discerne esquisitamente: e se nel luogo di
    dove tale accidente si scorger fusse qualche abitazione,  sar  tanto
    pi comodo,  quando che no,  far piantare un palo ben fermo in terra,
    con nota  stabile  per  indice  dove  si  debba  ricostituir  l'occhio
    qualunque  volta  si  voglia  reiterar  l'osservazione: la prima delle
    quali osservazioni far intorno al solstizio estivo, per continuar poi
    di mese in mese o quando pi mi piacer, sino all'altro solstizio; con
    la quale osservazione si potr  scoprir  l'alzamento  ed  abbassamento
    della  stella,  per  piccolo  che  egli  sia.  E  se in tal operazione
    succeder  il  poter  comprender  mutazione  alcuna,  quale  e  quanto
    acquisto   si  far  in  astronomia?   poich  con  tal  mezo,   oltre
    all'assicurarci del moto annuo,  potremo venire  in  cognizione  della
    grandezza e lontananza della medesima stella.

    Sagredo:   Io   comprendo  benissimo  tutto  il  progresso,   e  parmi
    l'operazione  tanto  facile  e  accomodata  al  bisogno,   che   molto
    ragionevolmente  si  potrebbe  credere che dall'istesso Copernico o da
    altro astronomo fusse stata messa in atto.

    Salviati: A me par tutto l'opposito, perch non ha del verisimile che,
    se alcuno l'avesse sperimentata, non avesse fatto menzione dell'esito,
    se succedeva in favore di questa o di quella opinione;  oltre  che  n
    per  questo  n per altro fine si trova che alcuno si sia valso di tal
    modo di osservare, il quale anco,  senza telescopio esatto,  malamente
    si potrebbe effettuare.

    Sagredo: Resto interamente quieto di quanto dite. Ma gi che ci avanza
    gran  tempo  a  notte,  se  voi desiderate ch'io possa trapassarla con
    quiete, non vi sia grave esplicarci quei problemi, la dichiarazione de
    i quali poco fa domandaste di poter differire a dimane;  rendeteci  in
    grazia   il  gi  conceduto  indulto,   e  lasciati  tutti  gli  altri
    ragionamenti da banda,  venite dichiarandoci come,  posti i  movimenti
    che il Copernico attribuisce alla Terra,  e ritenendo immobile il Sole
    e le stelle fisse,  ne possano seguire quei medesimi  accidenti  circa
    gli  alzamenti  ed  abbassamenti  del  Sole,  circa le mutazioni delle
    stagioni e le disequalit de i giorni e delle notti etc., nel medesimo
    modo appunto che nel sistema Tolemaico assai facilmente si apprendono.

    Salviati: Non si deve n si pu negare  cosa  che  sia  ricercata  dal
    signor Sagredo: e la proroga da me domandata non era ad altro effetto,
    che  per  aver tempo di riordinarmi nella fantasia quelle premesse che
    servono per una larga ed aperta dichiarazione del  modo  col  quale  i
    nominati  accidenti  seguono  tanto nella posizione copernicana quanto
    nella tolemaica,  anzi con assai maggiore agevolezza e  semplicit  in
    quella che in questa;  onde manifestamente si comprenda quella ipotesi
    altrettanto esser facile ad effettuarsi dalla natura, quanto difficile
    ad  esser  compresa  dall'intelletto.  Tuttavia  spero,  con  servirmi
    d'altra  spiegatura che dell'usata dal Copernico,  rendere anco la sua
    apprensione assai  meno  oscura;  per  lo  che  fare  proporr  alcune
    supposizioni per s note e manifeste, e saranno le seguenti:
    Prima.  Posto che la Terra,  corpo sferico,  si volga circa 'l proprio
    asse e poli, ciaschedun punto segnato nella sua superficie descrive la
    circonferenza di un cerchio,  maggiore o minore secondo che  il  punto
    segnato sar pi o meno lontano da i poli; e di questi cerchi, massimo
      quello  che  vien  disegnato da un punto egualmente lontano da essi
    poli: e tutti questi cerchi sono tra di loro paralleli; e paralleli li
    chiameremo.
    Seconda. Essendo la Terra di figura sferica e di sustanza opaca,  vien
    continuamente   illuminata   dal   Sole  secondo  la  met  della  sua
    superficie, restando l'altra met tenebrosa: ed essendo il termine che
    distingue la parte illuminata dalla tenebrosa un cerchio  massimo,  lo
    chiameremo cerchio terminator della luce.
    Terza.  Quando  il  cerchio  terminator della luce passasse per i poli
    della Terra,  taglierebbe (essendo cerchio massimo) tutti i  paralleli
    in  parti  eguali;  ma non passando per i poli,  gli taglier tutti in
    parti diseguali,  trattone il solo cerchio di  mezo,  che,  per  esser
    massimo, vien pur segato in parti eguali.
    Quarta. Volgendosi la Terra intorno a i proprii poli, le quantit de i
    giorni  e  delle notti vengono determinate da gli archi de i paralleli
    segati  dal  cerchio  terminator  della  luce;   e  l'arco  che  resta
    nell'emisferio  illuminato  prescrive  la  lunghezza del giorno,  e il
    rimanente  la quantit della notte.
    Proposte queste cose,  per pi chiara intelligenza di quello che resta
    da  dirsi  verremo  a  descriverne  una  figura:  e prima segneremo la
    circonferenza di un cerchio,  che ci  rappresenter  quella  dell'orbe
    magno,  descritta  nel  piano  dell'eclittica,  e questa divideremo in
    quattro parti eguali con li due diametri, Capricorno, Granchio,  Libra
    e  Ariete,  che nell'istesso tempo ci rappresenteranno i quattro punti
    cardinali,  cio li due solstizii e li due equinozii;  e nel centro di
    tal cerchio noteremo il Sole O, fisso ed immobile. Segnamo ora circa i
    quattro  punti  Capricorno,  Granchio,  Libra  e Ariete,  come centri,
    quattro cerchi eguali, li quali ci rappresentino la Terra,  in essi in
    diversi tempi costituita, la quale co 'l suo centro nello spazio di un
    anno  cammini  per tutta la circonferenza Capricorno Ariete Granchio e
    Libra,  muovendosi da occidente verso oriente,  cio secondo  l'ordine
    de' segni.  Gi  manifesto che mentre la Terra sia in Capricorno,  il
    Sole apparir in Granchio,  e movendosi la Terra per l'arco Capricorno
    e Ariete, il Sole apparir muoversi per l'arco Granchio e Libra, ed in
    somma  scorrere il zodiaco secondo l'ordine de i segni nello spazio di
    un anno; e con questo primo assunto vien senza controversia sodisfatto
    all'apparente movimento annuo del Sole sotto l'eclittica.
    Ora venendo all'altro movimento,  cio al diurno  della  Terra  in  se
    stessa, bisogna stabilire i suoi poli ed il suo asse il quale si ha da
    intendere   esser   non   eretto   a   perpendicolo   sopra  il  piano
    dell'eclittica,  cio  non  parallelo  all'asse  dell'orbe  magno,  ma
    declinante dall'angolo retto gradi 23 e mezo in circa,  co 'l suo polo
    boreale verso l'asse dell'orbe magno, stante il centro della Terra nel
    punto solstiziale di Capricorno.  Intendendo dunque il globo terrestre
    avere  il suo centro nel punto Capricorno,  segneremo i poli ed il suo
    asse A B,  inclinato dal perpendicolo sopra 'l diametro  Capricorno  e
    Granchio  gradi  23  e  mezo,  s che l'angolo A Capricorno e Granchio
    venga ad essere il complimento di una quarta, cio gradi 66 e mezo,  e
    tale  inclinazione  bisogna  intendere  esser  immutabile;  ed il polo
    superiore A intenderemo essere il boreale,  e  l'altro  B  l'australe.
    Immaginandoci ora la Terra rivolgersi in se stessa circa l'asse A B in
    ore ventiquattro,  pur da occidente verso oriente, verranno da tutti i
    punti notati  nella  sua  superficie  descritti  cerchi  tra  di  loro
    paralleli: segneremo,  in questo primo posto della Terra, il massimo C
    D e li due da esso lontani gradi 23 e mezo,  E F sopra e G N sotto,  e
    gli  altri  due estremi I K,  L M,  lontani per simile intervallo da i
    poli A,  B;  e s come aviamo notati questi cinque,  cos ne  possiamo
    intendere  altri  innumerabili,   paralleli  a  questi,  descritti  da
    gl'innumerabili punti della terrestre superficie.  Intendiamo  ora  la
    Terra  co 'l moto annuo del suo centro trasferirsi ne gli altri luoghi
    gi notati,  ma passarvi con tal legge: che il proprio asse  A  B  non
    solamente non muti inclinazione sopra il piano dell'eclittica,  ma non
    varii anco gi mai direzzione, s che, mantenendosi sempre parallelo a
    se  stesso,   riguardi   continuamente   verso   le   medesime   parti
    dell'universo   o   vogliamo   dire   del  firmamento,   dove  se  noi
    l'intendessimo prolungato,  verrebbe co 'l  suo  altissimo  termine  a
    disegnare   un  cerchio  parallelo  ed  eguale  all'orbe  magno  Libra
    Capricorno Ariete e Granchio,  come  base  superiore  di  un  cilindro
    descritto  da  se  medesimo nel moto annuo sopra l'inferior base Libra
    Capricorno Ariete e  Granchio:  e  per,  stante  questa  immutabilit
    d'inclinazione,  segneremo  quest'altre  tre figure intorno a i centri
    Ariete,  Granchio e Libra,  simili in tutto e per tutto alla descritta
    prima intorno al centro Capricorno.
    Consideriamo  adesso  la  prima  figura della Terra: nella quale,  per
    esser l'asse  A  B  declinante  dal  perpendicolo  sopra  il  diametro
    Capricorno Granchio gradi 23 e mezo verso il Sole O, ed essendo l'arco
    A  I  pur  gradi  23  e  mezo,   l'illuminazion  del  Sole  illustrer
    l'emisferio del globo terrestre esposto verso il Sole (del  quale  qui
    se  ne  vede la met),  diviso dalla parte tenebrosa per il terminator
    della luce I M; dal quale il parallelo C D, per esser cerchio massimo,
    verr diviso in parti eguali,  ma gli altri tutti in parti  diseguali,
    essendo  che  il terminator della luce I M non passa per i lor poli A,
    B;  ed il parallelo I K,  insieme con tutti gli altri descritti dentro
    di  esso  e  pi  vicini  al  polo  A,  resteranno  interi nella parte
    illuminata, come, all'incontro, gli opposti verso il polo B, contenuti
    dentro al parallelo L M,  resteranno nelle tenebre.  Oltre a ci,  per
    esser  l'arco A I eguale all'arco F D e l'arco A F comune,  saranno li
    due I K F,  A F D eguali,  e ciascheduno una quarta;  e  perch  tutto
    l'arco  I  F M  mezo cerchio,  sar l'arco M F una quarta,  ed eguale
    all'altra F K I: e per il Sole O sar,  in questo stato della  Terra,
    verticale  a  chi  fusse  nel  punto  F.  Ma per la revoluzione diurna
    intorno all'asse stabile A B tutti i punti del parallelo E  F  passano
    per il medesimo punto F; e per in tal giorno il Sole nel mezo d sar
    verticale  a  tutti  gli  abitatori del parallelo E F,  e gli sembrer
    descriver nel suo moto apparente  il  cerchio  che  noi  chiamiamo  il
    tropico  di  Cancro;  ma a gli abitatori di tutti i paralleli che sono
    sopra 'l parallelo E F,  verso il polo boreale A,  il Sole declina dal
    lor  vertice verso austro;  ed all'incontro,  tutti gli abitatori de i
    paralleli che sono sotto l'E F,  verso l'equinoziale C  D  e  'l  polo
    austrino B,  il Sole meridiano  elevato oltre al lor vertice verso 'l
    polo boreale A.  Vedesi appresso,  come di tutti i paralleli  il  solo
    massimo  C D  tagliato in parti eguali dal terminator della luce I M;
    ma gli altri,  che sono sotto e sopra  il  detto  massimo,  son  tutti
    tagliati  in parti diseguali: e de i superiori,  gli archi semidiurni,
    che sono quelli della parte della superficie terrestre illustrata  dal
    Sole, son maggiori de i seminotturni, che restano nelle tenebre; ed il
    contrario  accade de i rimanenti,  che sono sotto il massimo C D verso
    il  polo  B,  de  i  quali  gli  archi  semidiurni  son  minori  de  i
    seminotturni.  Vedesi ancora manifestamente, che le differenze di essi
    archi si vanno agumentando secondo che i paralleli son pi vicini a  i
    poli,  sin  tanto  che il parallelo I K resta tutto intero nella parte
    illuminata, e gli abitatori di esso hanno un giorno di ventiquattr'ore
    senza notte,  ed all'incontro il parallelo L M,  restando tutto  nelle
    tenebre, ha una notte di ventiquattr'ore senza giorno.
    Venghiamo  ora  alla terza figura della Terra,  posta co 'l suo centro
    nel punto Granchio,  di dove il Sole apparisce essere nel primo  punto
    di Capricorno: gi manifestamente si vede,  come per non aver l'asse A
    B mutata inclinazione,  ma  per  essersi  conservato  parallelo  a  se
    stesso,  l'aspetto  e  situazion della Terra  l'istesso a capello che
    quel della prima figura, salvo che quell'emisferio che nella prima era
    illuminato dal Sole, in questa resta nelle tenebre, e viene illuminato
    quello che nel primo posto era tenebroso;  onde  quello  che  accadeva
    prima  circa  le  differenze de i giorni e delle notti,  circa l'esser
    quelli maggiori o minori di queste,  ora accade il contrario.  E prima
    si  vede,  che  dove nella prima figura il cerchio I K era tutto nella
    luce,  ora  tutto nelle tenebre,  e l'opposto L M ora   tutto  nella
    luce,  che  prima  era  tutto  tenebroso: dei paralleli tra 'l cerchio
    massimo C D e 'l polo A,  sono ora gli archi semidiurni  minori  de  i
    seminotturni  che  prima  erano  il  contrario: de gli altri parimente
    verso il  polo  B,  sono  ora  gli  archi  semidiurni  maggiori  de  i
    seminotturni,  l'opposto di che accadeva nell'altro stato della Terra:
    vedesi ora il Sole fatto verticale a gli abitatori del tropico G N, ed
    essersi abbassato verso austro a quelli del parallelo E  F  per  tutto
    l'arco  E  C  G,  cio  gradi 47,  ed essere in somma passato dall'uno
    all'altro tropico traversando l'equinoziale, con alzarsi ed abbassarsi
    ne' meridiani il detto spazio di gradi 47: e  tutta  questa  mutazione
    deriva  non  dall'inclinarsi o elevarsi la Terra,  ma all'incontro dal
    non si inclinare o elevar gi mai,  ed in somma dal  conservarsi  ella
    sempre  nella medesima costituzione rispetto all'universo,  solo co 'l
    circondare il Sole,  situato nel mezo  dell'istesso  piano  nel  quale
    circolarmente se gli muove ella intorno co 'l movimento annuo. E qui 
    da notare un accidente maraviglioso,  che ,  che s come il conservar
    l'asse della Terra la medesima direzione verso l'universo,  o vogliamo
    dire  verso  la sfera altissima delle stelle fisse,  fa che il Sole ci
    appare elevarsi ed inclinarsi per tanto spazio,  cio per gradi 47,  e
    niente  inclinarsi  o  elevarsi  le  stelle fisse,  cos all'incontro,
    quando il medesimo asse della Terra si mantenesse continuamente con la
    medesima inclinazione verso il Sole,  o vogliam dire verso l'asse  del
    zodiaco,  nissuna mutazione apparirebbe farsi nel Sole circa l'alzarsi
    e abbassarsi,  onde gli abitatori dell'istesso luogo sempre  avrebbero
    le  medesime  diversit  de  i  giorni  e  delle  notti  e la medesima
    costituzione di stagioni,  cio altri  sempre  inverno,  altri  sempre
    state,  altri primavera etc.,  ma all'incontro grandissima apparirebbe
    la mutazione nelle stelle fisse circa l'elevarsi ed inclinarsi a  noi,
    che  importerebbe  i  medesimi  47  gradi.  Per  intelligenza  di che,
    torniamo a considerar lo stato della Terra nella prima figura, dove si
    vede l'asse A B co 'l polo superiore A inclinare  verso  il  Sole;  ma
    nella  terza  figura,  avendo  il  medesimo  asse conservata l'istessa
    direzione verso la sfera altissima,  co 'l mantenersi parallelo  a  se
    stesso,  non  pi  inclina  verso  'l Sole co 'l polo superiore A,  ma
    all'incontro reclina dal primiero stato gradi 47 ed inclina  verso  la
    parte  opposta:  s  che,   per  restituir  la  medesima  inclinazione
    dell'istesso polo A verso 'l Sole, bisognerebbe,  co 'l girar il globo
    terrestre  secondo  la  circonferenza A C B D,  trasportarlo verso E i
    medesimi 47  gradi;  e  per  tanti  gradi  qualsivoglia  stella  fissa
    osservata nel meridiano apparirebbe essersi elevata o inclinata.
    Venghiamo adesso all'esplicazione di quel che resta, e consideriamo la
    Terra  collocata nella quarta figura,  cio co 'l suo centro nel punto
    primo della Libra,  onde il Sole apparir nel principio dell'Ariete: e
    perch  l'asse  della  Terra,  che  nella prima figura s'intende esser
    inclinato sopra il diametro Capricorno  Granchio,  e  per  esser  nel
    medesimo piano che,  segando il piano dell'orbe magno secondo la linea
    Capricorno Granchio, a quello fusse eretto perpendicolare, trasportato
    nella quarta figura, e mantenuto, come sempre si  detto,  parallelo a
    se  stesso,  verr  ad  esser  in  un piano pur eretto alla superficie
    dell'orbe magno e parallelo al piano  che  ad  angoli  retti  sega  la
    medesima superficie secondo 'l diametro Capricorno Granchio, e per la
    linea  che dal centro del Sole va al centro della Terra,  quale  la O
    Libra,  sar perpendicolare all'asse B A: ma la medesima linea che dal
    centro  del  Sole  va  al  centro  della Terra  sempre perpendicolare
    ancora al cerchio terminator della luce: per questo medesimo  cerchio
    passer  per  i  poli A,  B nella quarta figura,  e nel suo piano sar
    l'asse A B.  Ma il cerchio massimo passando per i poli de i paralleli,
    gli divide tutti in parti eguali;  adunque gli archi I K,  E F, C D, G
    N, L M saranno tutti mezi cerchi, e l'emisferio illuminato sar questo
    che riguarda verso noi e 'l Sole,  e 'l  terminator  della  luce  sar
    l'istesso  cerchio  A C B D,  e stante la Terra in questo luogo,  far
    l'equinozio a tutti li suoi abitatori.  E  'l  medesimo  accade  nella
    seconda figura, dove la Terra, avendo l'emisferio suo illuminato verso
    il Sole,  mostra a noi l'altro oscuro con li suoi archi notturni,  che
    pur son tutti  mezi  cerchi;  ed  in  conseguenza  qui  ancora  si  fa
    l'equinozio.  E  finalmente,  essendo che la linea prodotta dal centro
    del Sole al centro della Terra  perpendicolare all'asse A B, al quale
     parimente eretto il cerchio massimo de i paralleli C D,  passer  la
    medesima  linea  O  Libra  necessariamente  per  l'istesso  piano  del
    parallelo C D,  segando la sua circonferenza nel mezo dell'arco diurno
    C  D;  e  per il Sole sar verticale a quello che in tal segamento si
    trovasse: ma vi passano,  portati dalla diurna conversion della Terra,
    tutti  gli  abitatori  di  tal  parallelo: adunque tutti questi in tal
    giorno averanno il Sole meridiano sopra il vertice loro,  ed  il  Sole
    intanto  a  tutti  gli  abitatori  della  Terra apparir descrivere il
    massimo parallelo, detto equinoziale. In oltre, essendo che, stante la
    Terra in amendue i punti solstiziali,  de i cerchi polari  I  K,  L  M
    l'uno  resta  intero nella luce e l'altro nelle tenebre,  ma quando la
    Terra  ne i punti equinoziali, la met de i medesimi cerchi polari si
    trovano nella luce,  restando il rimanente nelle tenebre;  non  dover
    esser difficile a intendersi, come passando la Terra, verbigrazia, dal
    Granchio  (dove  il  parallelo  I  K  tutto nelle tenebre) nel Leone,
    cominci una parte del parallelo I K verso il punto I  a  entrar  nella
    luce,  e  che il terminator della luce I M cominci a ritirarsi verso i
    poli A, B, segando il cerchio A C B D non pi in I, M, ma in due altri
    punti cadenti tra i termini I, A, M, B, de gli archi I A, M B onde gli
    abitatori del cerchio I K comincino a goder  del  lume,  e  gli  altri
    abitatori  del  cerchio  L  M a sentir della notte.  Ed ecco,  con due
    semplicissimi movimenti,  fatti  dentro  a  tempi  proporzionati  alle
    grandezze loro e tra s non contrarianti,  anzi fatti,  come tutti gli
    altri de' corpi mondani mobili, da occidente verso oriente,  assegnati
    al  globo  terrestre,  rese  adequate ragioni di tutte quelle medesime
    apparenze per  le  quali  salvare  con  la  stabilit  della  Terra  
    necessario (renunziando a quella simmetria che si vede tra le velocit
    e  le  grandezze de i mobili) attribuire ad una sfera vastissima sopra
    tutte le altre una celerit incomprensibile,  mentre le  altre  minori
    sfere  si  muovono  lentissimamente,  e  pi far tal moto contrario al
    movimento di quelle,  e,  per accrescere l'improbabilit,  far che  da
    quella superiore sfera sieno, contro alla propria inclinazione, rapite
    tutte le inferiori.  E qui rimetto al vostro parere il giudicar quello
    che abbia pi del verisimile.

    Sagredo: A me, per quello che appartiene al mio senso,  si rappresenta
    non  piccola  differenza  tra  la  semplicit  e facilit dell'operare
    effetti con i mezi assegnati  in  questa  nuova  constituzione,  e  la
    multiplicit  confusione  e  difficult  che  si  trova  nell'antica e
    comunemente ricevuta;  ch quando secondo  questa  multiplicit  fusse
    ordinato  questo  universo,  bisognerebbe  in filosofia rimuover molti
    assiomi comunemente ricevuti da tutti i filosofi,  come che la  natura
    non  multiplica le cose senza necessit,  e che ella si serve de' mezi
    pi facili e semplici nel produrre i suoi effetti,  e che ella non  fa
    niente indarno, ed altri simili. Io confesso non aver sentita cosa pi
    ammirabile di questa,  n posso credere che intelletto umano abbia mai
    penetrato in pi sottile speculazione.  Non so quello che ne  paia  al
    signor Simplicio.
    Simplicio: Queste (se io devo dire il parer mio con libert) mi paiono
    di  quelle  sottigliezze geometriche,  le quali Aristotile riprende in
    Platone,  mentre l'accusa che per troppo  studio  della  geometria  si
    scostava   dal  saldo  filosofare:  ed  io  ho  conosciuti  e  sentiti
    grandissimi filosofi peripatetici  sconsigliar  suoi  discepoli  dallo
    studio  delle  matematiche,   come  quelle  che  rendono  l'intelletto
    cavilloso ed  inabile  al  ben  filosofare;  instituto  diametralmente
    contra  a  quello di Platone,  che non ammetteva alla filosofia se non
    chi prima [si] fusse impossessato della geometria.

    Salviati: Applaudo al consiglio  di  questi  vostri  Peripatetici,  di
    distorre i loro scolari dallo studio della geometria,  perch non ci 
    arte alcuna pi accomodata per scoprir le  fallacie  loro;  ma  vedete
    quanto  cotesti  sien  differenti  da i filosofi matematici,  li quali
    assai pi volentieri trattano con quelli che ben son  informati  della
    comune  filosofia  peripatetica,  che  con  quelli  che mancano di tal
    notizia,  li quali,  per tal mancamento,  non posson far parallelo tra
    dottrina  e  dottrina.  Ma posto questo da banda,  ditemi,  di grazia,
    quali stravaganze  o  troppo  sforzate  sottigliezze  vi  rendon  meno
    applausibile questa copernicana costituzione.

    Simplicio: Io invero non l'ho interamente capita,  forse perch non ho
    n anco ben in pronto le ragioni che  de  i  medesimi  effetti  vengon
    prodotte  da  Tolomeo,   dico  di  quelle  stazioni,  retrogradazioni,
    accostamenti   e   allontanamenti   de'   pianeti,   accrescimenti   e
    scorciamenti de' giorni,  mutazioni delle stagioni, etc.: ma, lasciate
    le conseguenze che dependono dalle  prime  supposizioni,  sento  nelle
    supposizioni  stesse  non  piccole  difficult:  le quali supposizioni
    quando vengon atterrate,  si  tiran  dietro  la  rovina  di  tutta  la
    fabbrica.  Ora,  perch  tutta  la machina del Copernico mi par che si
    fondi sopra instabili fondamenti,  poich si appoggia su  la  mobilit
    della  Terra,  quando questa sia rimossa,  non accade passare ad altre
    disputazioni;  e per rimuover questa parmi che l'assioma  d'Aristotile
    sia  sufficientissimo,  che di un corpo semplice un solo moto semplice
    possa esser naturale;  ma qui  alla  Terra,  corpo  semplice,  vengono
    assegnati  3,  se  non 4,  movimenti,  e tra di loro molto differenti;
    poich, oltre al moto retto, come grave,  verso il centro,  che non se
    gli  pu  negare,  se  gli  attribuisce  un  moto circolare in un gran
    cerchio intorno al Sole in un anno,  ed una vertigine in se stessa  in
    ventiquattr'ore,  e,  quello poi che  pi esorbitante e che forse per
    ci voi lo tacevi,  un'altra  vertigine  intorno  al  proprio  centro,
    contraria  alla  prima  delle  ventiquattr'ore,  e che si compie in un
    anno. A questo l'intelletto mio sente repugnanza grandissima.

    Salviati: Quanto al moto in gi, gi s' concluso non esser altrimenti
    del globo terrestre, che mai di tal movimento non s' mosso n gi mai
    s' per muovere;  ma  (se pure ) delle parti,  per riunirsi  al  suo
    tutto.  Quanto  poi al movimento annuo ed al diurno,  questi,  essendo
    fatti per il medesimo verso,  sono benissimo  compatibili,  in  quella
    maniera che se noi lasciassimo andare una palla gi per una superficie
    declive,  ella,  nello scendere per quella spontaneamente girer in se
    stessa.  Quanto poi al terzo moto attribuitole  dai  Copernico  in  se
    stessa  in  un anno,  solamente per conservare il suo asse inclinato e
    diretto verso la medesima parte del firmamento,  vi dir cosa degna di
    grandissima considerazione;  cio,  che tantum abest che (bench fatto
    al contrario dell'altro annuo) in esso  sia  repugnanza  o  difficult
    alcuna  che  egli  naturalissimamente  e  senza  veruna  causa motrice
    compete a qualsivoglia corpo sospeso e  librato,  il  quale,  se  sar
    portato  in giro per la circonferenza di un cerchio,  immediate per se
    stesso acquista una conversione circa 'l proprio centro,  contraria  a
    quella che lo porta intorno, e tale in velocit, che amendue finiscono
    una conversione nell'istesso tempo precisamente.  Potrete veder questa
    mirabile ed accomodata al nostro proposito esperienza,  mettendo in un
    catino  d'acqua una palla che vi galleggi,  e tenendo il vaso in mano:
    se  vi  andrete  rivolgendo  sopra  le  piante  de'   piedi,   vedrete
    immediatamente  cominciar  la palla a rivolgersi in se stessa con moto
    contrario a quel del catino,  e finir la sua revoluzione quando finir
    quella  del  vaso.  Ora,  che  altro  la Terra che un globo pensile e
    librato in aria tenue e cedente, il quale,  portato in giro in un anno
    per la circonferenza di un gran cerchio, ben deve acquistar senz`altro
    motore  una  vertigine  circa  'l  proprio  centro,  annua e contraria
    all'altro movimento pur annuo?  Voi vedrete quest'effetto  ma  se  poi
    andrete pi accuratamente considerando, vi accorgerete quest'esser non
    cosa  reale,  ma  una semplice apparenza,  e quello che vi assembra un
    rivolgersi in se stesso,  essere un non si muovere ed  un  conservarsi
    del  tutto  immutabile  rispetto  a tutto quello che fuor di voi e del
    vaso resta immobile: perch,  se in  quella  palla  segnerete  qualche
    nota,  e  considererete  verso  qual  parte del muro della stanza dove
    sete, o della campagna o del cielo,  ella riguarda,  vedrete tal nota,
    nel  rivolgimento  del  vaso  e vostro,  riguardar sempre verso quella
    medesima parte,  ma paragonandola al vaso ed a voi  stesso,  che  sete
    mobili,  ben  apparir  ella andar mutando direzione,  e con movimento
    contrario al vostro e del vaso andar ricercando tutti i punti del giro
    di quello;  talch con maggior verit si pu dire che voi ed  il  vaso
    giriate  intorno  alla palla immobile,  che ch'essa si volga drento al
    vaso.  In tal guisa la Terra,  sospesa e librata  nella  circonferenza
    dell'orbe  magno,  e situata in tal modo che una delle sue note,  qual
    sarebbe per esempio il suo  polo  boreale,  riguardi  verso  una  tale
    stella  o  altra  parte  del firmamento,  verso la medesima si mantien
    sempre diretta,  bench portata co 'l moto annuo per la  circonferenza
    di esso orbe magno. Questo solo  bastante a far cessare la maraviglia
    e  rimuovere  ogni  difficult:  ma  che dir il signor Simplicio se a
    questa non indigenza di causa  cooperante  aggiugneremo  una  mirabile
    virt intrinseca del globo terrestre, di riguardar con sue determinate
    parti  verso  determinate  parti  del  firmamento?  Parlo  della virt
    magnetica,  participata costantissimamente da  qualsivoglia  pezzo  di
    calamita.  E  se  ogni  minima  particella  di tal pietra ha in s tal
    virt, chi vorr dubitare, la medesima pi altamente risedere in tutto
    questo globo terreno,  abbondante di tal materia,  e  che  forse  egli
    stesso,  quanto alla sua interna e primaria sustanza,  altro non  che
    un'immensa mole di calamita?

    Simplicio: Adunque voi sete di quelli che  aderiscono  alla  magnetica
    filosofia di Guglielmo?

    Salviati: Sono per certo, e credo d'aver per compagni tutti quelli che
    attentamente   avranno  letto  il  suo  libro  e  riscontrate  le  sue
    esperienze;  n sarei fuor di speranza che quello che  intervenuto  a
    me in questo caso,  potesse accadere a voi ancora,  tuttavolta che una
    curiosit simile alla mia ed un conoscere che infinite cose restano in
    natura  incognite  a  gl'intelletti   umani,   con   liberarvi   dalla
    schiavitudine  di  questo  o  di quel particolare scrittore delle cose
    naturali,  allentasse il freno al vostro discorso e  rammorbidisse  la
    contumacia e renitenza del vostro senso, s che ei non negasse tal ora
    di  dare  orecchio  a voci non pi sentite.  Ma (siami permesso d'usar
    questo termine) la pusillanimit  de  gl'ingegni  comuni    giunta  a
    segno,  che  non  solamente alla cieca fanno dono,  anzi tributo,  del
    proprio assenso a tutto quello che trovano scritto  da  quelli  autori
    che  nella  prima infanzia de' loro studii gli furono accreditati da i
    lor precettori, ma recusano di ascoltare,  non che di esaminare,  qual
    si  sia  nuova  proposizione o problema,  bench non solamente non sia
    stato confutato,  ma n pure  esaminato  n  considerato,  da  i  loro
    autori:  de'  quali  uno    questo,  di investigare qual sia la vera,
    propria,  primaria,  interna e general materia e  sustanza  di  questo
    nostro  globo  terrestre;  che,  bench  n ad Aristotile n ad altri,
    prima che al Gilberto,  sia caduto in mente di pensare se possa  esser
    calamita,  non  che  n Aristotile n altri abbiano confutata una tale
    opinione, tuttavia mi son io incontrato in molti che al primo motto di
    questo,  quasi cavallo che adombri,  si  sono  ritirati  in  dietro  e
    sfuggito  di  trattarne,  spacciando  un  tal  concetto  per  una vana
    chimera,  anzi per una solenne pazzia;  e forse il libro del  Gilberto
    non mi sarebbe venuto nelle mani,  se un filosofo peripatetico di gran
    nome,  credo per assicurar  la  sua  libreria  dal  contagio,  non  me
    n'avesse fatto dono.

    Simplicio: Io, che liberamente confesso essere stato uno de gl'ingegni
    comuni,  e  solamente  da  questi pochi giorni in qua,  che mi  stato
    conceduto d'intervenire a i ragionamenti vostri,  conosco  di  essermi
    alquanto sequestrato dalle strade trite e popolari,  non per mi sento
    per  ancora  sollevato  tanto,  che  le  scabrosit  di  questa  nuova
    fantastica  opinione  non  mi  sembrino  molto  ardue  e  difficili da
    superarsi.

    Salviati: Se quello che scrive il Gilberti  vero, non  opinione,  ma
    suggetto di scienza; non  cosa nuova, ma antichissima quanto la Terra
    stessa;  n potr (essendo vera) esser aspra n difficile, ma piana ed
    agevolissima; ed io,  quando vi piaccia,  vi far toccar con mano come
    voi da per voi stesso vi fate ombra, ed avete in orrore cosa che nulla
    tiene in s di spaventoso,  quasi piccolo fanciullo che ha paura della
    tregenda senza sapere di lei altro che il nome,  come quella che oltre
    al nome non  nulla.

    Simplicio: Avr piacere d'esser illuminato e tratto d'errore.

    Salviati:  Rispondetemi  dunque  alle domande ch'io vi far.  E prima,
    ditemi se voi credete che questo nostro  globo,  che  noi  abitiamo  e
    nominiamo Terra,  consti di una sola e semplice materia,  o pur sia un
    aggregato di materie diverse tra di loro.

    Simplicio: Io lo veggo composto di sustanze e corpi molto  diversi;  e
    prima,  per  le  maggiori parti componenti,  veggo l'acqua e la terra,
    sommamente tra di loro differenti.

    Salviati:  Lasciamo  da  parte  per  ora  i  mari  e  l'altr'acque,  e
    consideriamo le parti solide; e ditemi s'elle vi paiono tutte una cosa
    stessa, o pur cose diverse.

    Simplicio:  Quanto  all'apparenza,  io  le  veggo diverse,  trovandosi
    grandissime campagne di infeconda arena, ed altre di terreni fecondi e
    fruttiferi; veggonsi infinite montagne sterili ed alpestri, ripiene di
    duri sassi e pietre di diversissime sorte,  come  porfidi,  alabastri,
    diaspri  e  mille  e  mill'altre  sorte  di marmi;  ci sono le miniere
    vastissime de i metalli di tante spezie,  ed in somma tante  diversit
    di materie, che un giorno intero non basterebbe a numerarle solamente.

    Salviati:  Ora,  di tutte queste diverse materie,  credete voi che nel
    compor questa gran massa concorrano porzioni eguali,  o  pur  che  tra
    tutte ce ne sia una parte che di gran lunga superi le altre e sia come
    materia e sustanza principale della vasta mole?

    Simplicio: Credo che le pietre, i marmi, i metalli, le gemme e l'altre
    tante materie diverse, sieno appunto come gioie ed ornamenti esteriori
    e   superficiali   del   primario   globo,   che  in  mole  penso  che
    smisuratamente superi tutte quest'altre cose.

    Salviati: E questa principale e vasta mole,  della quale  le  nominate
    cose  son  quasi escrescenze ed ornamenti,  di che materia credete che
    sia composta?

    Simplicio: Penso che sia il semplice,  o meno impuro,  elemento  della
    terra.

    Salviati:  Ma  per  terra  che  cosa intendete voi?  forse questa ch'
    sparsa per le campagne,  la quale si rompe con le  vanghe  e  con  gli
    aratri,  dove  si  seminano  i  grani  e si piantano i frutti,  e dove
    spontaneamente  nascono  boscaglie  grandissime,  e  che  in  somma  
    l'abitazione di tutti gli animali e la matrice di tutti i vegetabili?

    Simplicio:  Cotesta  direi io che fusse la primaria sustanza di questo
    nostro globo.

    Salviati: Oh questo non pare a me che  sia  ben  detto  perch  questa
    terra,  che si rompe, si semina, e che  fruttifera  una parte, e ben
    sottile,  della superficie del globo,  la quale non si profonda  salvo
    che per breve spazio, in comparazione della distanza sino al centro: e
    l'esperienza ci mostra che non molto si cava al basso,  che si trovano
    materie diverse assai da questa esterior corteccia,  pi  sode  e  non
    buone alle produzioni de i vegetabili; oltre che le parti pi interne,
    come  premute  da gravissimi pesi che a loro soprastanno,   credibile
    che siano costipate e  dure  quanto  qualsivoglia  durissimo  scoglio.
    Aggiugnete  a  questo,   che  indarno  sarebbe  stata  contribuita  la
    fecondit a quelle materie che gi mai non erano per produr frutto, ma
    per restare eternamente sepolte ne' profondi e tenebrosi abissi  della
    Terra.

    Simplicio:  E  chi  ci  assicura  che le parti pi interne e vicine al
    centro siano infeconde?  forse hanno esse ancora le lor produzioni  di
    cose ignote a noi.

    Salviati:  Voi,  quanto qualsisia altri,  potreste di ci esser certo,
    come quello che ben potete comprendere,  che  se  i  corpi  integranti
    dell'universo son prodotti solo per benefizio del genere umano, questo
    sopra  tutti  gli  altri  deve  esser destinato a i soli comodi di noi
    abitatori suoi: ma qual benefizio potremo ritrarre da materie talmente
    a  noi  recondite  e  remote,  che  gi  mai  non  siamo  per  farcele
    trattabili?  Non  pu dunque l'interna sustanza di questo nostro globo
    essere una materia  frangibile  dissipabile  e  nulla  coerente,  come
    questa superficiale che noi chiamiamo terra;  ma convien che sia corpo
    densissimo e solidissimo, ed in somma una durissima pietra.  E se ella
    pur  debbe  esser  tale,  qual  ragione  vi ha da far pi renitente al
    creder che ella sia una calamita,  che un porfido,  un diaspro o altro
    marmo duro? Forse quando il Gilberto avesse scritto che questo globo 
    interiormente fatto di pietra serena o di calcidonio,  il paradosso vi
    sarebbe parso meno esorbitante?

    Simplicio: Che  le  parti  di  questo  globo  pi  interne  siano  pi
    compresse,  e per ci pi costipate e solide, e pi e pi tali secondo
    che elle si profondan pi,  lo concedo,  e lo concede anco Aristotile;
    ma  che elle degenerino,  e sieno altro che terra della medesima sorta
    che questa delle parti superficiali, non sento cosa che mi necessiti a
    concederlo.

    Salviati:  Io  non  ho  intrapreso  questo  ragionamento  a  fine   di
    concludervi  demostrativamente  che  la  primaria  e  real sustanza di
    questo nostro globo sia calamita,  ma solamente per  mostrarvi,  niuna
    ragione  ritrovarsi  per  la  quale  altri  deva esser pi renitente a
    conceder che ei sia di calamita, che di qualche altra materia.  E voi,
    se  andrete  ben considerando troverete,  non esser improbabile che un
    solo puro ed arbitrario nome abbia mossi gli uomini a  creder  che  ei
    sia di terra; e questo  l'essersi serviti comunemente da principio di
    questo  nome terra per significar tanto quella materia che si ara e si
    semina,  quanto per nominar questo nostro globo  la  denominazion  del
    quale  se si fusse presa dalla pietra,  come non meno poteva prendersi
    da quella che dalla terra,  il dir che la sustanza  primaria  di  esso
    fusse  pietra non arebbe sicuramente trovato renitenza o contradizione
    in alcuno: e questo ha tanto pi del probabile,  quanto io  tengo  per
    fermo,  che quando si potesse scortecciar questo gran globo, levandone
    un suolo grosso mille o duamila braccia, e separar poi le pietre dalla
    terra, molto e molto maggior sarebbe il cumulo de i sassi,  che quello
    del  terreno fecondo.  Delle ragioni poi che concludentemente provino,
    de facto,  questo nostro globo esser di calamita,  io  non  ve  ne  ho
    prodotte  nessuna,  n  questo  tempo di produrle,  e massimo che con
    vostra comodit le potrete vedere nel Gilberto; solo, per inanimirvi a
    leggerlo,  vi voglio esporre con certa mia similitudine  il  progresso
    che egli tiene nel suo filosofare.  So che voi sapete benissimo quanto
    la cognizione de gli accidenti conferisca  alla  investigazione  della
    sustanza  ed  essenza  delle cose: per voglio che usiate diligenza di
    ben informarvi di molti accidenti e  propriet  che  singolarmente  si
    trovano nella calamita,  e non in altra pietra n in altro corpo, come
    sarebbe, per esempio,  dell'attrarre il ferro,  del conferirgli,  solo
    con  la  sua  presenza,  la medesima virt,  di comunicargli parimente
    propriet di riguardar verso i poli,  s come una tale ritiene ella in
    se  medesima;  ed oltre a questa,  fate di veder per prova come in lei
    risiede  virt  di  conferire  all'ago  magnetico  non  solamente   il
    drizzarsi  sotto  un  meridiano  verso  i  poli  con  moto  orizontale
    (propriet gi pi tempo fa conosciuta),  ma un  nuovamente  osservato
    accidente  di  declinare  (stando  bilanciato  sotto  il meridiano gi
    segnato sopra una  sferetta  di  calamita),  declinar  dico,  sino  a'
    determinati segni pi e meno,  secondo che tal ago si terr pi o meno
    vicino al polo,  sin che sopra  l'istesso  polo  si  pianta  eretto  a
    perpendicolo,  dove che sopra le parti di mezo sta parallelo all'asse.
    Di pi,  proccurate di far prova,  come risedendo la virt di attrarre
    il  ferro  vigorosa assai pi verso i poli che circa le parti di mezo,
    tal forza  notabilmente pi gagliarda nell'uno che nell'altro polo, e
    questo in tutti i pezzi di calamita, il polo pi gagliardo de' quali 
    quello che riguarda verso austro. Notate appresso,  che in una piccola
    calamita questo polo australe,  e pi valoroso dell'altro, diventa pi
    debile qualunque volta e' deva sostenere il ferro  alla  presenza  del
    polo boreale di un'altra calamita assai maggiore.  e per non far lungo
    discorso,  assicuratevi con l'esperienza  di  queste  ed  altre  molte
    propriet descritte dal Gilberto, le quali tutte sono talmente proprie
    della  calamita,  che  nessuna di loro compete a veruna altra materia.
    Ditemi ora,  signor Simplicio: quando vi fussero proposti mille  pezzi
    di  diverse  materie,  ma  ciascheduno  coperto e rinvolto in un panno
    sotto il quale ei si occultasse,  e  vi  fusse  domandato  che,  senza
    scoprirgli,  voi  faceste  opera  d'indovinare  da  segni esteriori la
    materia di ciascheduno, e che, nel tentare,  voi vi incontraste in uno
    il  quale  mostrasse apertamente di aver tutte le propriet da voi gi
    conosciute risedere nella sola calamita e non in veruna altra materia,
    che giudizio fareste voi dell'essenza di tal corpo?  direste  voi  che
    potesse essere un pezo d'ebano o di alabastro o di stagno?

    Simplicio:  Direi,  senza  punto  dubitare,  che  fusse  un  pezzo  di
    calamita.

    Salviati: Quando ci sia,  dite pur  risolutamente  che  sotto  questa
    coverta e scorza,  di terra,  di pietre, di metalli, di acqua etc., si
    nasconde una gran calamita, poich intorno ad essa si riconoscono,  da
    chi  di osservargli si prende cura,  tutti quei medesimi accidenti che
    ad un verace e scoperto globo di calamita competer  si  scorgono:  ch
    quando  altro  non  si vedesse che quello dell'ago declinatorio,  che,
    portato intorno alla Terra,  pi e pi s'inclina con l'avvicinarsi  al
    polo  boreale,  e meno declina verso l'equinoziale,  sotto il quale si
    riduce finalmente all'equilibrio,  dovrebbe bastare a persuadere  ogni
    pi  renitente  giudizio.  Taccio  quell'altro  mirabile  effetto  che
    sensatamente si vede in tutti i pezzi di calamita: de i quali  a  noi,
    abitatori dell'emisferio boreale, il polo meridionale di essa calamita
     pi gagliardo dell'altro,  e la differenza si scorge maggiore quanto
    pi altri si allontana dall'equinoziale; e sotto l'equinoziale amendue
    le parti sono di forze eguali,  ma notabilmente pi deboli;  ma  nelle
    regioni  meridionali,  lontano dall'equinoziale,  si cangia natura,  e
    quella parte che a noi era pi debile,  acquista vigore sopra l'altra:
    e  tutto  questo  confronta con quello che veggiamo farsi da un piccol
    pezzetto di calamita alla presenza di un grande,  la virt del  quale,
    prevalendo al minore, se lo rende obbediente, e secondo ch'e' si terr
    di qua o di l dall'equinoziale della grande, fa le mutazioni medesime
    che  ho  detto  farsi  da  ogni  calamita  portata  di  qua  o  di  l
    dall'equinozial della Terra.

    Sagredo: Io rimasi persuaso alla prima lettura del libro del Gilberto;
    ed avendo incontrato un pezzo di calamita  eccellentissima,  feci  per
    lungo tempo molte osservazioni, e tutte degne d'estrema meraviglia; ma
    sopra  a  tutte  a  me pare stupenda quella dell'accrescergli tanto la
    facult del sostenere un ferro, con l'armarla nel modo che 'l medesimo
    autore insegna: ed io,  con armare quel mio pezzo,  gli multiplicai la
    forza  in  ottupla proporzione,  e dove disarmata non sosteneva appena
    nove once di ferro,  armata ne sosteneva pi di sei libbre e forse voi
    arete veduto questo medesimo pezzo nella Galleria del Serenissimo Gran
    Duca  vostro  (al  quale  io la cedetti),  sostenente due ancorette di
    ferro.

    Salviati: Io molte volte la veddi,  e con  gran  meraviglia,  sin  che
    altro  assai  maggior  stupore  mi  porse  un  piccolo pezzetto che si
    ritrova in mano del nostro Accademico;  il quale,  non essendo pi che
    once  sei di peso,  n sostenendo disarmato altro che once dua appena,
    armato ne sostiene 160 s che viene a regger 80 volte pi  armato  che
    disarmato,  ed  a  regger  peso  26  volte  maggiore  del suo proprio:
    maraviglia assai maggiore di quello che  aveva  potuto  incontrare  il
    Gilberti,  che  scrive non aver potuto incontrar calamita che arrivi a
    sostenere il quadruplo del proprio peso.

    Sagredo: Gran campo di filosofare mi par che  porga  questa  pietra  a
    gl'intelletti  umani:  ed  io  l'ho  ben  mille  volte  meco  medesimo
    specolato,  come possa esser che ella porga a quel ferro,  che l'arma,
    forza  tanto  superiore alla sua propria,  e finalmente non trovo cosa
    che mi quieti;  n molto costrutto  cavo  da  quel  che  circa  questo
    particolare scrive il Gilberto. Non so se l'istesso avvenga a voi.

    Salviati:  Io  sommamente  laudo ammiro ed invidio questo autore,  per
    essergli  caduto  in  mente  concetto  tanto  stupendo  circa  a  cosa
    maneggiata da infiniti ingegni sublimi,  n da alcuno avvertita; parmi
    anco degno di grandissima laude per le molte nuove e vere osservazioni
    fatte da lui, in vergogna di tanti autori mendaci e vani, che scrivono
    non sol quel che sanno,  ma tutto quello che  senton  dire  dal  vulgo
    sciocco,  senza cercare di assicurarsene con esperienza, forse per non
    diminuire i lor libri: quello che avrei desiderato nel Gilberti,  che
    fusse stato un poco maggior matematico,  ed in particolare ben fondato
    nella  geometria,  la  pratica della quale l'avrebbe reso men risoluto
    nell'accettare per  concludenti  dimostrazioni  quelle  ragioni  ch'ei
    produce  per  vere  cause  delle vere conclusioni da s osservate;  le
    quali ragioni (liberamente parlando)  non  annodano  e  stringono  con
    quella   forza   che   indubitabilmente  debbon  fare  quelle  che  di
    conclusioni naturali,  necessarie ed eterne si possono addurre:  e  io
    non dubito che co 'l progresso del tempo si abbia a perfezionar questa
    nuova  scienza,  con  altre  nuove  osservazioni,  e  pi  con  vere e
    necessarie dimostrazioni.  N per ci deve diminuirsi  la  gloria  del
    primo osservatore,  n io stimo meno,  anzi ammiro pi assai, il primo
    inventor della lira (bench creder si debba  che  lo  strumento  fusse
    rozissimamente  fabbricato,  e  pi rozamente sonato),  che cent'altri
    artisti che nei i  conseguenti  secoli  tal  professione  ridussero  a
    grand'esquisitezza:  e  parmi  che  molto  ragionevolmente l'antichit
    annumerasse tra gli Dei i primi inventori dell'arti  nobili,  gi  che
    noi  veggiamo  il  comune  de  gl'ingegni  umani  esser  di tanta poca
    curiosit,  e cos poco curanti delle cose pellegrine e  gentili,  che
    nel  vederle e sentirle esercitar da professori esquisitamente non per
    ci si muovono a desiderar d'apprenderle;  or pensate se  cervelli  di
    questa  sorta  si  sariano  giamai  applicati  a  volere investigar la
    fabbrica della lira o all'invenzion della musica, allettati dal sibilo
    de i nervi secchi di  una  testuggine  o  dalle  percosse  di  quattro
    martelli.  L'applicarsi  a  grandi  invenzioni,  mosso da piccolissimi
    principii,  e giudicar sotto una prima  e  puerile  apparenza  potersi
    contenere  arti  maravigliose,  non    da  ingegni  dozinali,  ma son
    concetti e pensieri,  di spiriti  sopraumani.  Ora,  rispondendo  alla
    vostra domanda,  dico che io ancora lungamente ho pensato per ritrovar
    qual  possa  essere  la  cagione  di  questa  cos  tenace  e  potente
    congiunzione  che  noi  veggiamo  farsi  tra  l'un ferro,  che arma la
    calamita,  e l'altro che a  quello  si  congiugne:  e  prima  mi  sono
    assicurato che la virt e forza della pietra non si agumenta punto per
    essere  armata,  per  ci  che n attrae da maggior distanza,  n meno
    sostiene  pi  validamente  un  ferro  tra  'l  quale   e   l'armadura
    s'interponga una sottilissima carta,  sino a una foglia d'oro battuto;
    anzi con tale interposizione pi ferro sostiene l'ignuda che l'armata:
    non ci  dunque  mutazione  nella  virt,  e  pure  ci    innovazione
    nell'effetto:  e perch  necessario che di nuovo effetto nuova sia la
    cagione,  ricercando qual novit si introduca nell'atto  del  sostener
    con  l'armadura,  altra  mutazione  non  si  scorge  che  nel  diverso
    toccamento,  ch dove prima ferro toccava calamita,  ora  ferro  tocca
    ferro;   adunque   bisogna   necessariamente  concludere,   i  diversi
    toccamenti esser causa della diversit de gli  effetti.  La  diversit
    poi  tra  i  contatti,  non  veggo  che  possa  derivar  da  altro che
    dall'esser la sustanza del ferro di parti pi sottili,  pi pure e pi
    costipate,  che quelle della calamita,  che son pi grosse, men pure e
    pi rare;  dal che ne segue,  che le  superficie  de'  due  ferri  che
    s'hanno  da  toccare,  mentre  sieno esquisitamente spianate forbite e
    lustrate,  tanto esattamente si  congiungono,  che  tutti  gl'infiniti
    punti  dell'una  si  incontrano  con gl'infiniti dell'altra,  s che i
    filamenti (per cos dire) che collegano i due ferri, sono molti pi di
    quelli che collegano calamita con ferro,  per esser la sustanza  della
    calamita  pi  porosa  e  men sincera,  che fa che non tutti i punti e
    filamenti della superficie del ferro trovino  nella  superficie  della
    calamita  riscontri  con chi unirsi.  Che poi la sustanza del ferro (e
    massimo del ben purificato,  qual  l'acciaio finissimo) sia di  parti
    grandemente pi dense sottili e pure che la materia della calamita, si
    vede  dal  potersi  ridurre il suo taglio ad una sottigliezza estrema,
    qual  il taglio del rasoio,  alla quale mai non si condurrebbe a gran
    segno  quel d'un pezzo di calamita.  L'impurit poi della calamita,  e
    l'esser mescolata con altre qualit di pietre,  prima sensatamente  si
    scorge dal colore di alcune macchiette,  per lo pi biancheggianti,  e
    poi dal presentargli un ago pendente da un filo,  il quale sopra  tali
    pietruzze non si pu posare,  ma, attratto dalle parti circonfuse, par
    che sfugga quelle e salti sopra la calamita contigua ad esse;  e  come
    alcune  di  tali  parti  eterogenee  son  per  la grandezza loro molto
    visibili cos possiamo  credere  altre  in  gran  copia,  per  la  lor
    piccolezza  incospicue,   esserne  disseminate  per  tutta  la  massa.
    Confermasi quanto io dico (cio che la moltitudine de' toccamenti  che
    si  fanno tra ferro e ferro  causa del tanto saldo congiugnimento) da
    una esperienza: la qual , che se noi presenteremo l'aguzza punta d'un
    ago all'armatura della calamita, non pi validamente se gli attaccher
    che alla medesima ignuda;  il  che  da  altro  non  pu  derivare  che
    dall'esser i due toccamenti eguali,  cio amendue di un sol punto.  Ma
    che pi?  prendasi un ago e pongasi sopra la calamita s che una delle
    sue  estremit sporga al.quanto infuori,  ed a quella si appresenti un
    chiodo, al quale subito l'ago si attaccher,  in maniera che ritirando
    in dietro il chiodo, l'ago si ridurr sospeso, ed attaccato con le sua
    estremit alla calamita ed al ferro, e ritirando ancora pi il chiodo,
    staccher  l'ago dalla calamita,  se per la cruna dell'ago sar unita
    al chiodo e la punta alla calamita,  ma se  la  cruna  sar  verso  la
    calamita,  nel  rimuovere  il  chiodo  l'ago  rester attaccato con la
    calamita, e questo (per mio giudizio) non per altro,  se non che,  per
    esser  l'ago  pi grosso verso la cruna,  tocca in molti pi punti che
    non fa l'acutissima punta.

    Sagredo:  Tutto  il  discorso  mi    parso   molto   concludente,   e
    quest'esperienze  dell'ago  me  lo  rendon  di  poco  inferiore  a una
    dimostrazion matematica: ed ingenuamente  confesso  di  non  avere  in
    tutta  la  filosofia  magnetica  sentito o letto altrettanto,  che con
    simil  efficacia  renda  ragione  di  alcun  altro  de'   suoi   tanti
    maravigliosi  accidenti;  de  i  quali  se avessimo le cause con tanta
    chiarezza spiegate,  non so qual pi  suave  cibo  potesse  desiderare
    l'intelletto nostro.

    Salviati:  Nell'investigar  le ragioni delle conclusioni a noi ignote,
    bisogna aver ventura d'indirizzar da principio il  discorso  verso  la
    strada del vero;  per la quale quando altri si incammina,  agevolmente
    accade che s'incontrino altre ed  altre  proposizioni  conosciute  per
    vere,  o per discorsi o per esperienze,  dalla certezza delle quali la
    verit della  nostra  acquisti  forza  ed  evidenza,  come  appunto  
    accaduto  a me del presente problema: del quale volendo io con qualche
    altro riscontro assicurarmi se la  ragione  da  me  investigata  fusse
    vera,  cio  che  la sustanza della calamita fusse veramente assai men
    continuata che quella del ferro o dell'acciaio, feci,  da quei maestri
    che  lavorano  nella Galleria del Gran Duca mio Signore,  spianare una
    faccia di quel medesimo pezzo di calamita che gi  fu  vostro,  e  poi
    quanto  pi  fu  possibile  pulire  e lustrare;  dove con mio contento
    toccai con mano quel ch'io cercavo.  Imperocch  si  scopersero  molte
    macchie  di  color  diverso  dal  resto,  ma splendide e lustre quanto
    qualsivoglia pi densa pietra dura; il resto del campo era pulito,  ma
    al tatto solamente, non essendo punto lustrante, anzi come da caligine
    annebbiato:  e questa era la sustanza della calamita;  e la splendida,
    di  altre  pietre  mescolate  tra  quella,  s  come  sensatamente  si
    conosceva dall'accostar la faccia spianata sopra limatura di ferro, la
    quale in gran copia saltava alla calamita,  ma n pure una sola stilla
    alle dette macchie;  le quali erano molte;  alcune,  grandi quanto  la
    quarta  parte di un'ugna;  altre,  alquanto minori;  moltissime poi le
    piccole,  e le appena visibili,  quasi che innumerabili.  Onde  io  mi
    assicurai,  verissimo  essere  stato  il  mio  concetto,  quando prima
    giudicai dover la sustanza della calamita esser non fissa  e  serrata,
    ma  porosa o per meglio dire spugnosa,  ma con questa differenza,  che
    dove la spugna nelle sue cavit e cellule contiene aria  o  acqua,  la
    calamita  ha  le  sue  ripiene  di  pietra durissima e grave,  come ci
    dimostra l'esquisito lustro che esse ricevono: onde, come da principio
    dissi,  applicando la  superficie  del  ferro  alla  superficie  della
    calamita, le minime particelle del ferro, bench continuatissime forse
    pi  di  quelle  di  qualsivoglia  altro  corpo  (s come ci mostra il
    lustrarsi egli pi di qualsivoglia altra  materia),  non  tutte,  anzi
    poche,  incontrano  sincera  calamita,  ed  essendo  pochi i contatti,
    debile  l'attaccamento; ma perch l'armadura della calamita, oltre al
    toccar gran parte della sua superficie,  si  veste  anco  della  virt
    delle  parti vicine ancorch non tocche,  essendo esattamente spianata
    quella sua faccia alla quale si applica l'altra,  pur similmente  bene
    spianata,  del  ferro  da  esser  sostenuto,  il  toccamento  si fa di
    innumerabili minime particelle,  se non forse de gl'infiniti punti  di
    amendue   le   superficie,   per   lo  che  l'attaccamento  ne  riesce
    gagliardissimo.  Questa osservazione,  di spianar le superficie  de  i
    ferri che si hanno a toccare, non fu avvertita dal Gilberti; anzi egli
    fa i ferri colmi,  s che piccolo  il lor contatto,  onde avviene che
    minor assai sia la tenacit con la quale essi ferri si attaccano.

    Sagredo: Resto dall'assegnata ragione,  come dissi pur ora,  poco meno
    appagato che se ella fusse una pura dimostrazion geometrica;  e perch
    si tratta di problema fisico,  stimo che anco il signor  Simplicio  si
    trover  sodisfatto,  per  quanto comporta la scienza naturale,  nella
    quale ei sa che non si deve ricercar la geometrica evidenza.

    Simplicio: Parmi veramente che il signor Salviati con bel circuito  di
    parole  abbia  s chiaramente spiegata la causa di quest'effetto,  che
    qualsivoglia mediocre ingegno,  ancorch non scienziato,  ne  potrebbe
    restar  capace:  ma  noi,  contenendoci  dentro  a' termini dell'arte,
    riduchiamo la causa di questi e simili  altri  effetti  naturali  alla
    simpatia, che  certa convenienza e scambievole appetito che nasce tra
    le  cose  che  sono  tra  di  loro  simiglianti  di qualit;  s come,
    all'incontro,  quell'odio  e  nimicizia,   per  la  quale  altre  cose
    naturalmente  si  fuggono  e  si  hanno  in  orrore,  noi addimandiamo
    antipatia.

    Sagredo: E cos con questi due nomi si vengono a render ragioni di  un
    numero  grande  di accidenti ed effetti,  che noi veggiamo,  non senza
    maraviglia,  prodursi in natura.  Ma questo modo di filosofare mi  par
    che  abbia  gran  simpatia con certa maniera di dipignere che aveva un
    amico mio,  il quale sopra la tela scriveva con gesso: "Qui voglio che
    sia il fonte,  con Diana e sue ninfe;  qua, alcuni levrieri: in questo
    canto voglio che sia un cacciatore,  con testa di  cervio;  il  resto,
    campagna,  bosco  e collinette";  il rimanente poi lasciava con colori
    figurare al pittore: e cos si persuadeva d'aver egli  stesso  dipinto
    il  caso  d'Atteone,  non ci avendo messo di suo altro che i nomi.  Ma
    dove ci siamo condotti con s lunga digressione,  contro  alle  nostre
    gi  stabilite costituzioni?  Quasi mi  uscito di mente qual fusse la
    materia  che  trattavamo  allora  che  deviammo  in  questo  magnetico
    discorso;  e  pure  avevo  per  la  mente  non  so che da dire in quel
    proposito.

    Salviati: Eramo su 'l  dimostrare,  quel  terzo  moto  attribuito  dal
    Copernico alla Terra non esser altrimenti un movimento, ma una quiete,
    ed  un  mantenersi  immutabilmente  diretta  con sue determinate parti
    verso le medesime e determinate parti dell'universo, cio un conservar
    perpetuamente l'asse della  sua  diurna  revoluzione  parallelo  a  se
    stesso  e  riguardante  verso tali stelle fisse: il qual costantissimo
    stato dicevamo competer naturalmente ad ogni corpo librato  e  sospeso
    in un mezo fluido e cedente,  che, bench portato in volta, non mutava
    direzione rispetto alle cose esterne, ma pareva solamente girare in se
    stesso rispetto a quello che lo portava  ed  al  vaso  nel  quale  era
    portato.  Aggiugnemmo poi,  a questo semplice e naturale accidente, la
    virt magnetica,  per la quale il globo terrestre tanto pi saldamente
    poteva contenersi immutabile, etc.

    Sagredo:  Gi mi sovvien del tutto: e quel che allor mi passava per la
    mente,  e che volevo produrre,  era certa considerazione intorno  alla
    difficult  e  instanza del signor Simplicio,  la quale egli promoveva
    contro alla mobilit della Terra,  presa dalla multiplicit de'  moti,
    impossibile  ad  attribuirsi  ad  un  corpo  semplice,  del quale,  in
    dottrina  d'Aristotile,   un  solo  e  semplice  movimento  pu  esser
    naturale, e quello ch'io volevo mettere in considerazione, era appunto
    la   calamita,   alla   quale   noi   sensatamente  veggiamo  competer
    naturalmente tre movimenti: l'uno,  verso il centro della Terra,  come
    grave;  il  secondo    il  moto  circolare  orizontale,  per il quale
    restituisce  e  conserva  il  suo   asse   verso   determinate   parti
    dell'universo;  il  terzo  questo,  nuovamente scoperto dal Gilberto,
    d'inclinar il suo asse,  stante nel piano di un  meridiano,  verso  la
    superficie  della  Terra,  e  questo  pi e meno secondo che ella sar
    distante dall'equinoziale,  sotto 'l quale  resta  parallelo  all'asse
    della  Terra.  Oltre  a questi tre,  non  forse improbabile che possa
    averne un quarto,  di rigirarsi intorno  al  proprio  asse,  qualunque
    volta  ella  fusse  librata  e  sospesa  in aria o altro mezo fluido e
    cedente,  s che tutti gli esterni ed accidentarii impedimenti fussero
    tolti via;  ed a questo pensiero mostra di applaudere ancora l'istesso
    Gilberto.  Talch,  signor Simplicio,  vedete quanto  resti  titubante
    l'assioma d'Aristotile.

    Simplicio: Questo non solo non va a ferire il pronunziato,  ma n pure
     drizzato alla sua volta,  avvenga che egli parli d'un corpo semplice
    e  di quello che ad esso possa naturalmente convenire,  e voi opponete
    ci  che  avviene  ad  un  misto;  n  dite  cosa  nuova  in  dottrina
    d'Aristotile, perch egli ancora concede a i misti moto composto etc.

    Sagredo:   Fermate   un   poco,   signor  Simplicio,   e  rispondetemi
    all'interrogazioni ch'io vi far. Voi dite che la calamita non  corpo
    semplice, ma  un misto: ora io vi domando quali sono i corpi semplici
    che si mescolano nel compor la calamita.

    Simplicio:  Io  non  vi  sapr  dire   gl'ingredienti   n   la   dose
    precisamente, ma basta che sono corpi elementari.

    Sagredo:  Tanto  basta  a  me  ancora.  E  di  questi  corpi  semplici
    elementari quali sono i moti loro naturali?

    Simplicio: Sono i due semplici retti, sursum et deorsum.

    Sagredo: Ditemi appresso: credete voi che 'l moto che rester naturale
    di  tal  corpo  misto  debba  essere  uno  che  possa  risultare   dal
    componimento  de  i  due  moti  semplici  naturali de i corpi semplici
    componenti,  o pur che possa esser anco un moto impossibile a comporsi
    di quelli?

    Simplicio:  Credo  che  si mover del moto risultante dal componimento
    de' moti de' corpi semplici componenti,  e che d'un moto impossibile a
    comporsi di questi impossibil sia che si possa muovere.

    Sagredo:  Ma,  signor  Simplicio,  con due moti retti semplici voi non
    comporrete mai un moto circolare,  quali sono li due o i tre circolari
    diversi che ha la calamita.  Vedete dunque in quali angustie conducono
    i mal fondati principii, o, per dir meglio,  le mal tirate consequenze
    da  principii  buoni: che adesso sete costretto a dire che la calamita
    sia un misto composto di sustanze elementari e di celesti,  se  volete
    mantenere  che 'l moto retto sia solo de gli elementi,  e 'l circolare
    de' corpi celesti. Per, se volete pi sicuramente filosofare dite che
    de' corpi integranti dell'universo,  quelli che son per natura mobili,
    si  muovon  tutti  circolarmente,  e che per la calamita,  come parte
    della verace primaria ed integral sustanza del  nostro  globo,  ritien
    della  medesima  natura;  ed accorgetevi con questa fallacia,  che voi
    chiamate corpo misto la calamita, e corpo semplice il globo terrestre,
    il quale si vede  sensatamente  esser  centomila  volte  pi  composto
    poich,  oltre il contenere mille e mille materie tra s diversissime,
    contien egli gran copia di questa che voi chiamate mista,  dico  della
    calamita.  Questo mi pare il medesimo,  che se altri chiamasse il pane
    corpo misto,  e corpo semplice l'ogliopotrida,  nella  quale  entrasse
    anco non piccola quantit di pane,  oltre a cento diversi companatici.
    Mirabil cosa mi sembra invero, tra l'altre,  questa de i Peripatetici,
    li  quali  concedono (n posson negarlo) che il nostro globo terrestre
    sia de facto  un  composto  di  infinite  materie  diverse,  concedono
    appresso,  de  i corpi composti il moto dovere esser composto;  i moti
    che si posson comporre sono il retto e 'l circolare,  atteso che i due
    retti, per esser contrarii, sono incompatibili tra di loro; affermano,
    l'elemento puro della terra non si ritrovare,  confessano che ella non
    si  mossa gi mai di verun movimento locale: e poi voglion  porre  in
    natura  quel  corpo che non si trova,  e farlo mobile di quel moto che
    mai non ha egli esercitato n mai  per esercitare;  ed a  quel  corpo
    che    ed    stato  sempre,  negano quel moto che prima concedettero
    dovergli naturalmente convenire.

    Salviati: Di grazia, signor Sagredo,  non ci affatichiam pi in questi
    particolari, e massime che voi sapete che il fin nostro non  stato di
    determinar risolutamente o accettar per vera questa o quella opinione,
    ma  solo  di propor per nostro gusto quelle ragioni e risposte che per
    l'una e per l'altra parte si possono addurre;  e il  signor  Simplicio
    risponde  questo in riscatto de' suoi Peripatetici: per lasciamone il
    giudizio in pendente,  e la determinazione in mano di chi ne sa pi di
    noi.  E  perch  mi pare che assai a lungo si sia in questi tre giorni
    discorso  circa  il  sistema  dell'universo,   sar  ormai  tempo  che
    venghiamo  all'accidente  massimo,  dal quale presero origine i nostri
    ragionamenti;  parlo del flusso e reflusso del mare,  la  cagione  del
    quale  pare  che  assai  probabilmente si possa referire a i movimenti
    della Terra: ma  ci,  quando  vi  piaccia,  riserberemo  al  seguente
    giorno.  In  tanto,  per  non  me  lo  scordare,  voglio  dirvi  certo
    particolare,  al quale non vorrei  che  il  Gilberto  avesse  prestato
    orecchio;  dico  dell'ammettere  che  quando  una  piccola sferetta di
    calamita potesse esattamente librarsi,  ella fusse per  girare  in  se
    stessa: perch nissuna ragione vi  per la quale ella ci far dovesse.
    Imperocch,  se  tutto  il  globo  terrestre  ha da natura di volgersi
    intorno al proprio centro  in  ventiquattr'ore,  e  ci  aver  debbono
    ancora  tutte  le  sue parti,  dico di girare insieme co 'l suo tutto,
    intorno al centro di quello  in  ventiquattr'ore,  gi  effettivamente
    l'hann'elleno mentre, stando sopra la Terra, vanno insieme con essa in
    volta;  e  l'assegnar  loro  un rivolgimento intorno al proprio centro
    sarebbe un attribuirgli un secondo movimento, molto diverso dal primo,
    perch cos ne averebbero due,  cio il rivolgersi in  ventiquattr'ore
    intorno al centro del suo tutto,  ed il girare intorno al suo proprio:
    or questo secondo  arbitrario,  n vi  ragione alcuna  d'introdurlo.
    Se  nello staccarsi un pezzo di calamita da tutta la massa naturale se
    gli togliesse il seguirla,  come faceva mentre gli era  congiunto,  s
    che  cos restasse privo del rigirare intorno al centro universale del
    globo  terrestre,   potrebbe  per  avventura   con   qualche   maggior
    probabilit credere alcuno che quello fusse per appropriarsi una nuova
    vertigine  circa  'l  suo  particolar  centro;  ma  se esso,  non meno
    separato che congiunto,  continua pur tuttavia il suo primo  eterno  e
    natural corso, a che volere addossargliene un altro nuovo?

    Sagredo: Intendo benissimo,  e ci mi fa sovvenire d'un discorso assai
    simile a questo, nell'esser vano, posto da certi scrittori di sfera, e
    credo, se ben mi ricordo, tra gli altri dal Sacrobosco: il quale,  per
    dimostrar come l'elemento dell'acqua si figura,  insieme con la Terra,
    di superficie sferica,  onde di amendue si costituisce  questo  nostro
    globo,  scrive  di  ci esser concludente argomento il veder le minute
    particelle dell'acqua figurarsi in forma rotonda,  come nelle gocciole
    nella rugiada e sopra le foglie di molte erbe giornalmente si vede,  e
    perch, conforme al trito assioma "La medesima ragione  del tutto che
    delle parti",  appetendo le parti cotal figura,   necessario  che  la
    medesima sia propria di tutto l'elemento.  Ed invero mi par cosa assai
    sconcia che questi tali non si accorgano di  una  pur  troppo  patente
    leggerezza, e non considerino che quando il discorso loro fusse retto,
    converrebbe che non solo le minute stille, ma che qualsivoglia maggior
    quantit  d'acqua,  separata da tutto l'elemento,  si riducesse in una
    palla, il che non si vede altrimenti: ma ben si pu veder co 'l senso,
    e intender con  l'intelletto,  che  amando  l'elemento  dell'acqua  di
    figurarsi  in  forma  sferica  intorno al comun centro di gravit,  al
    quale tendono tutti i gravi (che  il centro del globo terrestre),  in
    ci vien egli seguito da tutte le sue parti,  conforme all'assioma, s
    che tutte le superficie de i mari,  de i laghi,  de gli stagni,  ed in
    somma  di  tutte  le  parti  dell'acque  contenute  dentro a vasi,  si
    distendono in figura sferica,  ma di quella sfera che per centro ha il
    centro  del  globo  terrestre,  e  non  fanno sfere particolari di lor
    medesime.

    Salviati: L'errore  veramente puerile, e quando non fusse d'altri che
    del Sacrobosco, facilmente glie lo ammetterei; ma l'averlo a perdonare
    anco a suoi comentatori ed ad altri grand'uomini,  e  sino  a  Tolomeo
    stesso,  non posso farlo senza qualche rossore per la reputazion loro.
    Ma  tempo di pigliar licenza,  send'or mai  l'ora  tarda,  per  esser
    domani   al  solito  per  l'ultima  conclusione  di  tutti  i  passati
    ragionamenti.






    GIORNATA QUARTA.

    Sagredo: Non so se il ritorno  vostro  a  i  soliti  ragionamenti  sia
    realmente  stato  pi  tardo  del  consueto,  o pur se 'l desiderio di
    sentire i pensieri del signor Salviati intorno a materia tanto curiosa
    me l'abbia fatto parer tale.  Mi sono per una  grossa  ora  trattenuto
    alla  finestra,  aspettando di momento in momento di vedere spuntar la
    gondola, che avevo mandato a levarvi.

    Salviati: Credo veramente che l'imaginazion vostra,  pi che la nostra
    tardanza,  abbia allungato il tempo;  e per non lo prolungar pi, sar
    bene che,  senza  interporre  altre  parole,  venghiamo  al  fatto,  e
    mostriamo  come  la  natura  ha  permesso  (o  sia  che la cosa in rei
    veritate stia cos,  o pur per ischerzo e quasi per  pigliarsi  giuoco
    de' nostri ghiribizzi),  ha, dico, permesso, che i movimenti, per ogni
    altro rispetto che  per  sodisfare  al  flusso  e  reflusso  del  mare
    attribuiti   gran   tempo   fa  alla  Terra,   si  trovino  ora  tanto
    aggiustatamente servire alla causa di quello,  e come  vicendevolmente
    il  medesimo  flusso  e  reflusso comparisca a confermare la terrestre
    mobilit: gli indizii della quale sin ora si son presi dalle apparenze
    celesti,  essendo che delle cose che accaggiono in Terra,  nessuna era
    potente  a  stabilir  pi questa che quella sentenza,  s come a lungo
    abbiamo gi esaminato,  con mostrare che tutti gli accidenti  terreni,
    per  i  quali comunemente si tiene la stabilit della Terra e mobilit
    del Sole e del firmamento,  devono  apparire  a  noi  farsi  sotto  le
    medesime sembianze posta la mobilit della Terra e fermezza di quelli;
    il solo elemento dell'acqua,  come quello che  vastissimo e che non 
    annesso e concatenato al globo terrestre,  come sono tutte l'altre sue
    parti solide, anzi che per la sua fluidezza resta in parte sui iuris e
    libero,  rimane,  tra  le  cose  sullunari,  nel  quale  noi  possiamo
    riconoscere qualche vestigio ed indizio di quel che faccia la Terra in
    quanto al moto o alla quiete.  Io,  doppo aver pi e  pi  volte  meco
    medesimo  esaminati  gli  effetti  ed accidenti,  parte veduti e parte
    intesi da altri,  che ne i movimenti dell'acque si  osservano,  e  pi
    lette  e  sentite  le  gran vanit prodotte da molti per cause di tali
    accidenti,  mi son quasi sentito non leggiermente tirare ad  ammettere
    queste  due  conclusioni  (fatti  per  i  presupposti necessari): che
    quando il globo terrestre sia immobile, non si possa naturalmente fare
    il flusso e reflusso del mare;  e che  quando  al  medesimo  globo  si
    conferiscano  i  movimenti  gi assegnatili,   necessario che il mare
    soggiaccia al flusso e reflusso,  conforme a tutto quello che in  esso
    viene osservato.

    Sagredo:  La  proposizione    grandissima,  s per se stessa,  s per
    quello ch'ella si tira in conseguenza;  onde io tanto pi attentamente
    ne star a sentire la dichiarazione e confermazione.

    Salviati:  Perch  nelle questioni naturali,  delle quali questa,  che
    abbiamo alle mani, ne  una, la cognizione de gli effetti  quella che
    ci conduce all'investigazione e  ritrovamento  delle  cause,  e  senza
    quella  il  nostro sarebbe un camminare alla cieca,  anzi pi incerto,
    poich non sapremmo dove riuscir ci volessimo,  che  i  ciechi  almeno
    sanno dove e' vorrebber pervenire; per innanzi a tutte l'altre cose 
    necessaria  la  cognizione  de  gli  effetti  de' quali ricerchiamo le
    cagioni: de' quali effetti voi, signor Sagredo,  e pi abbondantemente
    e pi sicuramente dovete esser informato che io non sono,  come quello
    che, oltre all'esser nato e per lungo tempo dimorato in Venezia,  dove
    i  flussi  e reflussi sono molto notabili per la lor grandezza,  avete
    ancora navigato in Soria, e, come ingegno svegliato e curioso,  dovete
    aver fatte molte osservazioni;  dove che a me, che solamente ho potuto
    osservare per qualche tempo,  bench breve,  quello che accade qui  in
    quest'estremit del golfo Adriatico e nel nostro mar di sotto, intorno
    alle  spiagge  del  Tirreno,  conviene  di  molte  cose  starmene alle
    relazioni di altri, le quali,  essendo per lo pi non ben concordi,  e
    per conseguenza assai incerte,  confusione pi tosto che confermazione
    possono arrecare alle nostre  specolazioni.  Tuttavia  da  quelle  che
    aviamo sicure,  e che son anco le principali, parmi di poter pervenire
    al ritrovamento delle vere cause  e  primarie;  non  mi  arrogando  di
    potere  addur  tutte  le ragioni proprie ed adequate di quelli effetti
    che mi giugnesser nuovi,  e che in conseguenza io non  potessi  avervi
    pensato  sopra.  E  quello che io son per dire,  lo propongo solamente
    come una chiave che apra la porta di una strada non mai pi calpestata
    da altri, con ferma speranza che ingegni pi specolativi del mio siano
    per allargarsi e penetrar pi oltre assai di quello che avr fatto  io
    in  questa  mia  prima  scoperta:  ed ancor che in altri mari,  da noi
    remoti,  possano accadere de gli accidenti che nel nostro Mediterraneo
    non  accaggiono,  non per questo rester di esser vera la ragione e la
    causa ch'io produrr,  tuttavoltach ella si  verifichi  e  pienamente
    sodisfaccia  a  gli  accidenti  che  seguono  nel  mar nostro;  perch
    finalmente una sola ha da esser  la  vera  e  primaria  causa  de  gli
    effetti  che  son  del  medesimo genere.  Dir dunque l'istoria de gli
    effetti ch'io so esser veri,  e assegneronne la cagione da me  creduta
    vera;  e  voi altri,  signori,  ne produrrete de gli altri noti a voi,
    oltre a i miei,  e poi faremo prova se la causa da me addotta possa  a
    quelli ancora sodisfare.
    Dico  dunque,  tre  esser  i  periodi  che  si osservano ne i flussi e
    reflussi dell'acque marine.  Il primo e principale  questo  grande  e
    notissimo,  cio il diurno,  secondo il quale con intervalli di alcune
    ore l'acque si alzano e si abbassano;  e questi intervalli sono per lo
    pi  nel Mediterraneo di 6 in 6 ore in circa,  cio per 6 ore alzano e
    per altre 6 abbassano. Il secondo periodo  mestruo,  e par che tragga
    origine  dal moto della Luna;  non che ella introduca altri movimenti,
    ma solamente altera la  grandezza  de  i  gi  detti,  con  differenza
    notabile  secondo  che ella sar piena o scema o alla quadratura co 'l
    Sole. Il terzo periodo  annuo, e mostra depender dal Sole,  alterando
    pur  solamente  i  movimenti  diurni,  con  rendergli,  ne'  tempi de'
    solstizii,  diversi,  quanto alla grandezza,  da quel che sono ne  gli
    equinozii.
    Parleremo prima del periodo diurno, come quello che  il principale, e
    sopra  'l quale par che secondariamente esercitino loro azione la Luna
    e 'l Sole,  con loro mestrue ed annue alterazioni.  Tre  diversit  si
    osservano  in  queste mutazioni orarie: imperocch in alcuni luoghi le
    acque si alzano ed abbassano,  senza far moto progressivo;  in  altri,
    senza  alzarsi  n  abbassarsi,  si  muovono  or  verso  levante ed or
    ricorrono verso ponente;  ed in altri variano l'altezze e  variano  il
    corso  ancora,  come  accade  qui  in  Venezia,  dove l'acque entrando
    alzano,  e nell'uscire abbassano: e questo fanno  all'estremit  delle
    lunghezze  de  i  golfi  che  si  distendono da occidente in oriente e
    terminano in ispiagge, sopra le quali l'acqua nell'alzarsi ha campo di
    potersi spargere; che quando il corso gli fusse intercetto da montagne
    o argini molto rilevati,  quivi si alzerebbero ed abbasserebbero senza
    moto progressivo. Corrono poi e ricorrono, senza mutare altezza, nelle
    parti di mezzo, come accade notabilissimamente nel Faro di Messina tra
    Scilla e Cariddi, dove le correnti, per la strettezza del canale, sono
    velocissime, ma ne i mari pi aperti e intorno all'isole di mezo, come
    sono le Baleariche,  la Corsica, la Sardigna, l'Elba, la Sicilia verso
    la parte di Affrica,  Malta Candia etc.,  le mutazioni di altezza sono
    piccolissime,  ma ben notabili le correnti, e massime dove il mare tra
    l'isole, o tra esse e 'l continente, si ristrigne.
    Ora, questi soli effetti veraci e certi,  quando altro non si vedesse,
    parmi  che  assai  probabilmente  persuadano,  a  chiunque voglia star
    dentro a i termini naturali,  a  conceder  la  mobilit  della  Terra;
    imperocch ritener fermo il vaso del Mediterraneo,  e far che l'acqua,
    che in  esso  si  contiene,  faccia  questo  che  fa,  supera  la  mia
    immaginazione,  e  forse  quella  di  ogn'altro  che oltre alla scorza
    s'interner in tale specolazione.

    Simplicio: Questi accidenti,  signor Salviati,  non cominciano adesso;
    sono  antichissimi,  e  stati  osservati da infiniti,  e molti si sono
    ingegnati di renderne chi una e chi un'altra ragione;  e non    molte
    miglia  lontano  di qui un gran Peripatetico,  che ne adduce una causa
    nuovamente espiscata da certo testo di Aristotile,  non bene avvertito
    da'  suoi  interpreti,  dal qual testo ei raccoglie,  la vera causa di
    questi movimenti non derivar d'altronde che dalle  diverse  profondit
    de'  mari:  imperocch  l'acque  delle  pi  alte profondit,  essendo
    maggiori in copia, e per ci pi gravi,  discacciano l'acque de' minor
    fondi,  le  quali  poi,  sollevate,  voglion  descendere;  e da questo
    continuo combattimento deriva il flusso e  reflusso.  Quelli  poi  che
    referiscon  ci alla Luna,  son molti,  dicendo che ella ha particolar
    dominio sopra l'acqua: ed ultimamente certo prelato ha  pubblicato  un
    trattatello,  dove  dice che la Luna,  vagando per il cielo,  attrae e
    solleva verso di s un cumolo d'acqua,  il quale la  va  continuamente
    seguitando,  s che il mare alto  sempre in quella parte che soggiace
    alla Luna;  e perch quando essa    sotto  l'orizonte,  pur  tuttavia
    ritorna  l'alzamento,  dice  che non si pu dir altro,  per salvar tal
    effetto, se non che la Luna non solo ritiene in s naturalmente questa
    facult,  ma in questo caso ha possanza di conferirla a quel grado del
    zodiaco, che gli  opposto. Altri, come credo che sappiate, dicono pur
    che  la  Luna  ha  possanza,  co  'l suo temperato calore,  di rarefar
    l'acqua,  la quale,  rarefatta,  viene a sollevarsi.  Non ci  mancato
    anco chi_

    Sagredo: Di grazia,  signor Simplicio, non ce ne riferite pi, ch non
    mi pare che metta conto di consumare il tempo nel referirle,  n  meno
    le parole per confutarle;  e voi,  quando ad alcuna di queste o simili
    leggerezze prestaste l'assenso, fareste torto al vostro giudizio,  che
    pur lo conosciamo per molto purgato.

    Salviati: Io,  che sono un poco pi flemmatico di voi, signor Sagredo,
    spender pur cinquanta parole in grazia del signor Simplicio, se forse
    egli  stimasse,  nelle  cose  da  lui  raccontate  ritrovarsi  qualche
    probabilit.  Dico per tanto: L'acque, signor Simplicio, che hanno pi
    alta la loro superficie esteriore,  discacciano quelle  che  gli  sono
    inferiori e pi basse; ma ci non fanno gi le pi alte di profondit;
    e le pi alte,  scacciate che hanno le pi basse, in breve si quietano
    e si librano.
    Bisogna che questo vostro Peripatetico creda che  tutti  i  laghi  del
    mondo che stanno in quiete, e tutti i mari dove il flusso e reflusso 
    insensibile,  abbiano i letti loro egualissimi; ed io era s semplice,
    che mi persuadevo che, quando altro scandaglio non ci fusse,  l'isole,
    che  sopravanzano  sopra  l'acque,  fussero  assai  manifesto  indizio
    dell'inegualit de i fondi.  A quel prelato potreste dire che la  Luna
    scorre  ogni giorno sopra tutto 'l Mediterraneo,  n per si sollevano
    le acque salvo che nelle sue  estremit  orientali  e  qui  a  noi  in
    Venezia.  A  quelli  del  calor  temperato,  potente  a  far rigonfiar
    l'acqua, dite che pongano il fuoco sotto di una caldaia piena d'acqua,
    e che vi tengan dentro la man destra sin che l'acqua per il  caldo  si
    sollevi un sol dito, e poi la cavino, e scrivano del rigonfiamento del
    mare; o dimandategli almeno che vi insegnino come fa la Luna a rarefar
    certa  parte  dell'acque  e  non il rimanente,  come dir queste qui di
    Venezia, e non quelle d'Ancona,  di Napoli o di Genova.  E' forza dire
    che gl'ingegni poetici sieno di due spezie: alcuni,  destri ed atti ad
    inventar le favole; ed altri, disposti ed accomodati a crederle.

    Simplicio: Io non penso che alcuno creda le favole mentre che per tali
    le conosce: e  delle  opinioni  intorno  alle  cagioni  del  flusso  e
    reflusso,  che  son  molte,  perch so che di un effetto una sola  la
    cagione primaria e vera,  intendo benissimo e son sicuro che una  sola
    al  pi  potrebbe esser vera,  ma tutto il resto so che son favolose e
    false;  e forse anco la vera non  tra quelle che sin  ora  son  state
    prodotte:  anzi  cos credo esser veramente,  perch gran cosa sarebbe
    che 'l vero potesse aver s poco di luce,  che nulla apparisse tra  le
    tenebre di tanti falsi. Ma dir bene, con quella libert che tra noi 
    permessa,  che  l'introdurre  il  moto della Terra e farlo cagione del
    flusso e reflusso mi sembra sin ora un concetto non  men  favoloso  di
    quanti  altri  io  me  n'abbia  sentiti;  e quando non mi fusser porte
    ragioni pi conformi  alle  cose  naturali,  senza  veruna  repugnanza
    passerei a credere, questo essere un effetto sopra naturale, e per ci
    miracoloso  e  imperscrutabile  da gl'intelletti umani,  come infiniti
    altri ce ne sono,  dependenti immediatamente dalla mano onnipotente di
    Dio.

    Salviati:  Voi  discorrete  molto prudentemente,  e conforme anco alla
    dottrina  d'Aristotile,  che  sapete  come  nel  principio  delle  sue
    Quistioni  Meccaniche  attribuisce  a  miracolo le cose delle quali le
    cagioni sono occulte: ma che la causa vera del flusso e  reflusso  sia
    delle impenetrabili,  non credo che ne abbiate indizio maggiore che il
    vedere come, tra tutte quelle che sin qui sono state prodotte per vere
    cagioni,  nessuna ve ne  con la quale,  per  qualunque  artifizio  si
    adoperi,  si possa rappresentar da noi un simile effetto; attesoch n
    con lume di Luna o di Sole,  n con caldi temperati,  n  con  diverse
    profondit,  mai  non  si  far  artifiziosamente correre e ricorrere,
    alzarsi ed abbassarsi,  in  un  luogo  s  ed  in  altri  no,  l'acqua
    contenuta in un vaso immobile.  Ma se co 'l far muovere il vaso, senza
    artifizio nessuno,  anzi semplicissimamente,  io vi posso rappresentar
    puntualmente  tutte  quelle  mutazioni  che  si  osservano  nell'acque
    marine,  perch volete voi  ricusar  questa  cagione  e  ricorrere  al
    miracolo?

    Simplicio:  Voglio  ricorrere  al  miracolo  se  voi  con  altre cause
    naturali che co 'l  moto  de  i  vasi  dell'acque  marine  non  me  ne
    rimovete,  perch  so che tali vasi non si muovono,  essendo che tutto
    l'intero globo terrestre  naturalmente immobile.

    Salviati:  Ma  non  credete  voi  che  il  globo   terrestre   potesse
    sopranaturalmente, cio per l'assoluta potenza di Dio, farsi mobile?

    Simplicio: E chi ne dubita?

    Salviati:  Adunque,  signor  Simplicio,  gi  che per fare il flusso e
    reflusso del mare ci   bisogno  d'introdurre  il  miracolo,  facciamo
    miracolosamente  muover  la  Terra,  al  moto della quale si muova poi
    naturalmente  il  mare:  e  questa  operazione  sar  anco  tanto  pi
    semplice, e dir naturale, tra le miracolose, quanto il far muovere in
    giro  un  globo,  de'  quali  ne veggiamo tanti altri muoversi,   men
    difficile che 'l fare andar innanzi e in dietro,  dove pi velocemente
    e  dove  meno,  alzarsi  ed  abbassarsi,  dove  pi e dove meno e dove
    niente,  una immensa mole d'acqua,  e  tutte  queste  diversit  farle
    nell'istesso vaso che la contiene, oltre che questi son molti miracoli
    diversi, e quello  un solo. Ed aggiugnete di pi, che 'l miracolo del
    far  muover  l'acqua  se  ne  tira  un altro in conseguenza,  che  il
    ritener ferma la Terra contro a  gli  impulsi  dell'acqua,  potenti  a
    farla  vacillare  or  verso  questa  ed or verso quella parte,  quando
    miracolosamente non venga ritenuta.

    Sagredo: Di grazia, signor Simplicio, sospendiam per un poco il nostro
    giudizio circa il sentenziar per vana la nuova opinione  che  ci  vuol
    esplicare  il signor Salviati,  e non la mettiamo cos presto in mazzo
    con  le  vecchie  ridicolose:  e  quanto  al  miracolo,   ricorriamovi
    parimente  doppo  che  avremo  sentito i discorsi contenuti dentro a i
    termini naturali; se ben, per dire il mio senso, a me si rappresentano
    miracolose tutte l'opere della natura e di Dio.

    Salviati: Ed io stimo il medesimo;  n il dire che la cagion  naturale
    del  flusso  e reflusso sia il movimento della Terra toglie che questa
    sia operazion miracolosa.  Ora,  ripigliando il  nostro  ragionamento,
    replico e raffermo, esser sin ora ignoto come possa essere che l'acque
    contenute  dentro  al nostro seno Mediterraneo facciano quei movimenti
    che far se gli veggono, tuttavoltach l'istesso seno e vaso contenente
    resti immobile; e quello che fa la difficult,  e rende questa materia
    inestricabile,  sono le cose che dir appresso,  e che giornalmente si
    osservano. Per notate.
    Siamo qui in Venezia,  dove ora sono l'acque basse ed il mar quieto  e
    l'aria  tranquilla: comincia l'acqua ad alzarsi ed in termine di 5 o 6
    ore ricresce dieci palmi e pi: tale alzamento non  fatto dalla prima
    acqua, che si sia rarefatta, ma  fatto per acqua nuovamente venutaci,
    acqua della medesima sorte che era la prima, della medesima salsedine,
    della  medesima  densit,   del  medesimo  peso:  i  navilii,   signor
    Simplicio,  vi  galleggiano  come  nella  prima,  senza  demergersi un
    capello di pi;  un barile di questa seconda non pesa un sol grano pi
    n  meno  che  altrettanta  quantit  dell'altra;  ritiene la medesima
    freddezza,   non  punto  alterata:    in  somma  acqua  nuovamente  e
    visibilmente  entrata per i tagli e bocche del Lio.  Trovatemi ora voi
    come e donde ell' qua venuta.  Son forse qui intorno voragini o meati
    nel fondo del mare, per le quali la Terra attragga e rinfonda l'acqua,
    respirando  quasi  immensa  e smisurata balena?  Ma se questo ,  come
    nello spazio di 6 ore non si alza  l'acqua  parimente  in  Ancona,  in
    Ragugia,  in  Corf,  dove  il  ricrescimento    piccolissimo e forse
    inosservabile?  chi ritrover modo di infondere nuova acqua in un vaso
    immobile, e far che solamente in una determinata parte di esso ella si
    alzi ed altrove no?
    Direte  forse,  questa  nuova  acqua  venirgli  prestata  dall'Oceano,
    porgendogliela per lo stretto  di  Gibelterra?  questo  non  torr  le
    difficolt gi dette,  ed arrecheranne delle maggiori. E prima, ditemi
    qual deva essere  il  corso  di  quell'acqua,  che,  entrando  per  lo
    stretto,   si   conduca   in   6  ore  sino  all'estreme  spiagge  del
    Mediterraneo,  in distanza di due e tremila miglia,  e che il medesimo
    spazio  ripassi  in  altrettanto tempo nel suo ritorno?  che faranno i
    navilii sparsi pe 'l mare? che quelli che fussero nello stretto, in un
    precipizio continuo di un'immensa copia di acque, che, entrando per un
    canale largo non  pi  di  8  miglia,  abbia  a  dare  il  transito  a
    tant'acqua  che in 6 ore allaghi uno spazio di centinaia di miglia per
    larghezza e migliaia per lunghezza? qual tigre, qual falcone,  corse o
    vol  mai  con tanta velocit?  con velocit,  dico,  da far 400 e pi
    miglia per ora.  Sono (n si nega) le correnti per  la  lunghezza  del
    Golfo,  ma  cos lente che i vasselli da remi le superano,  se ben non
    senza scapito del loro viaggiare.  In oltre,  se quest'acqua viene per
    lo  stretto,  resta  pur  l'altra difficolt,  cio come si conduca ad
    alzar qui tanto, in parti cos remote,  senza prima alzar per simile o
    maggiore altezza nelle parti pi propinque.  In somma non credo che n
    ostinazione n sottigliezza d'ingegno possa  ritrovar  mai  ripiego  a
    queste  difficolt,  n  in  conseguenza  sostener  contro  di esse la
    stabilit della Terra, contenendosi dentro a i termini naturali.

    Sagredo: Di questo resto io  sin  ora  benissimo  capace,  e  sto  con
    avidit  attendendo  di sentire in qual modo queste maraviglie possono
    seguire senza intoppo da i moti gi assegnati alla Terra.

    Salviati: Come questi effetti abbiano a venire  in  conseguenza  de  i
    movimenti che naturalmente convengano alla Terra,  necessario che non
    solamente non trovino repugnanza o intoppo, ma che seguano facilmente,
    e  non  solo  che  seguano  con  facilit,  ma  con necessit,  s che
    impossibil sia il succedere in altra maniera;  ch tale  la propriet
    e   condizione   delle   cose   naturali  e  vere.   Stabilita  dunque
    l'impossibilit del  poter  render  ragione  de  i  movimenti  che  si
    scorgono nell'acque, ed insieme mantenere l'immobilit del vaso che le
    contiene,  passiamo  a vedere se la mobilit del contenente possa ella
    produrre l'effetto condizionato nella maniera che si osserva seguire.
    Due sorte di movimenti posson conferirsi ad  un  vaso,  per  li  quali
    l'acqua,  che in esso fusse contenuta, acquistasse facult di scorrere
    in esso or verso l'una or verso l'altra estremit, e quivi ora alzarsi
    ed ora abbassarsi. Il primo sarebbe quando or l'una or l'altra di esse
    estremit si abbassasse,  perch allora l'acqua,  scorrendo  verso  la
    parte  inclinata,  vicendevolmente  ora  in  questa  ed  ora in quella
    s'alzerebbe ed abbasserebbe.  Ma perch questo alzarsi  ed  abbassarsi
    non  altro che discostarsi ed avvicinarsi al centro della Terra,  tal
    sorta di movimento non pu attribuirsi alle concavit  della  medesima
    Terra,  che  sono i vasi contenenti l'acque,  le parti de' quali vasi,
    per qualunque moto che  si  attribuisse  al  globo  terrestre,  n  si
    possono avvicinare n allontanare dal centro di quello.  L'altra sorta
    di movimento  quando il vaso si muovesse (senza punto inclinarsi)  di
    moto  progressivo,  non  uniforme,  ma  che  cangiasse  velocit,  con
    accelerarsi talvolta ed altra volta ritardarsi: dalla qual  difformit
    seguirebbe  che  l'acqua,  contenuta  s  nel vaso,  ma non fissamente
    annessa,  come l'altre sue parti solide,  anzi,  per la sua fluidezza,
    quasi  separata e libera e non obbligata a secondar tutte le mutazioni
    del suo continente,  nel ritardarsi il  vaso,  ella,  ritenendo  parte
    dell'impeto gi concepito, scorrerebbe verso la parte precedente, dove
    di   necessit   verrebbe   ad   alzarsi;   ed  all'incontro,   quando
    sopraggiugnesse al vaso nuova velocit, ella,  con ritener parte della
    sua tardit,  restando alquanto indietro, prima che abituarsi al nuovo
    impeto resterebbe verso la parte susseguente,  dove alquanto  verrebbe
    ad  alzarsi:  i  quali  effetti  possiamo pi apertamente dichiarare e
    manifestare al senso con l'esempio di una di queste  barche  le  quali
    continuamente  vengono  da  Lizzafusina,  piene  d'acqua dolce per uso
    della citt.  Figuriamoci dunque una tal barca venirsene con  mediocre
    velocit per la Laguna, portando placidamente l'acqua della quale ella
    sia piena, ma che poi, o per dare in secco o per altro impedimento che
    le  sia  opposto,  venga  notabilmente  ritardata;  non perci l'acqua
    contenuta perder,  al pari della barca,  l'impeto gi concepito,  ma,
    conservandoselo,  scorrer avanti verso la prua,  dove notabilmente si
    alzer, abbassandosi dalla poppa: ma se,  per l'opposito,  all'istessa
    barca  nel  mezo  del  suo  placido  corso verr con notabile agumento
    aggiunta nuova velocit,  l'acqua  contenuta,  prima  di  abituarsene,
    restando  nella sua lentezza,  rimarr indietro,  cio verso la poppa,
    dove in conseguenza si  sollever,  abbassandosi  dalla  prua.  Questo
    effetto   indubitato e chiaro,  e puossi a tutte l'ore esperimentare;
    nel quale voglio che notiamo per adesso tre particolari.  Il primo  ,
    che  per  fare alzar l'acqua in una dell'estremit del vaso,  non ci 
    bisogno di nuova acqua,  n che ella vi  corra  partendosi  dall'altra
    estremit.  Il  secondo ,  che l'acqua di mezo non si alza n abbassa
    notabilmente,  se gi il corso della barca non  fusse  velocissimo,  e
    l'urto  o altro ritegno che la ritenesse,  gagliardissimo e repentino,
    nel qual caso potrebbe anco tutta l'acqua non pure scorrer avanti,  ma
    per la maggior parte saltar fuor della barca; e l'istesso anco farebbe
    quando,   mentre  ella  lentamente  camminasse,   improvvisamente  gli
    sopraggiugnesse un impeto violentissimo: ma  quando  ad  un  suo  moto
    quieto  sopraggiunga mediocre ritardamento o incitazione,  le parti di
    mezo (come ho detto) inosservabilmente si alzano e si abbassano;  e le
    altre parti, secondo che son pi vicine al mezo, meno si alzano, e pi
    le  pi  lontane.  Il terzo ,  che dove le parti intorno al mezo poca
    mutazione fanno nell'alzarsi ed abbassarsi  rispetto  all'acque  delle
    parti  estreme,  all'incontro  scorron  molto innanzi e in dietro,  in
    comparazion dell'estreme.  Ora,  signori miei,  quello che fa la barca
    rispetto  all'acqua  contenuta  da  essa,  e  quello  che  fa  l'acqua
    contenuta rispetto alla barca,  sua contenente,   l'istesso a capello
    che  quel  che  fa  il  vaso  Mediterraneo  rispetto  l'acque  da esso
    contenute,   e  che  fanno  l'acque   contenute   rispetto   al   vaso
    Mediterraneo,  lor contenente. Sguita ora che dimostriamo, come ed in
    qual maniera sia vero che il Mediterraneo e tutti gli altri  seni,  ed
    in  somma tutte le parti della Terra,  si muovano di moto notabilmente
    difforme,  bench movimento nessuno che regolare ed uniforme non  sia,
    venga a tutto l'istesso globo assegnato.

    Simplicio: Questo,  nel primo aspetto, a me che non sono n matematico
    n astronomo,  ha sembianza di un gran paradosso;  e quando  sia  vero
    che, sendo il movimento del tutto regolare, quel delle parti, restando
    sempre congiunte al suo tutto,  possa essere irregolare,  il paradosso
    distrugger l'assioma che afferma,  eandem  esse  rationem  totius  et
    partium.

    Salviati: Io dimostrer il mio paradosso,  ed a voi, signor Simplicio,
    lascer il carico di  difender  l'assioma  da  esso,  o  di  mettergli
    d'accordo; e la mia dimostrazione sar breve e facilissima, dependente
    dalle cose lungamente trattate ne i nostri passati ragionamenti, senza
    indur n pure una minima sillaba in grazia del flusso e reflusso.
    Due  aviamo  detto  essere  i  moti  attribuiti al globo terrestre: il
    primo,  annuo,  fatto dal suo centro per  la  circonferenza  dell'orbe
    magno sotto l'ecclittica secondo l'ordine de' segni, cio da occidente
    verso oriente; l'altro, fatto dall'istesso globo, rivolgendosi intorno
    al proprio centro in ventiquattr'ore,  e questo parimente da occidente
    verso  oriente,   bench  circa  un  asse  alquanto  inclinato  e  non
    equidistante  a quello della conversione annua.  Dalla composizione di
    questi  due  movimenti,  ciascheduno  per  se  stesso  uniforme,  dico
    resultare un moto difforme nelle parti della Terra: il che,  acci pi
    facilmente s'intenda, dichiarer facendone la figura. E prima, intorno
    al centro A descriver la circonferenza dell'orbe  magno  B  C,  nella
    quale   preso   qualsivoglia  punto  B,   circa  esso,   come  centro,
    descriveremo  questo  minor  cerchio  DEFG,  rappresentante  il  globo
    terrestre;  il  quale intenderemo discorrer per tutta la circonferenza
    dell'orbe magno co 'l suo centro B  da  ponente  verso  levante,  cio
    dalla  parte  B verso C: ed oltre a ci intenderemo il globo terrestre
    volgersi intorno al proprio centro B,  pur da ponente  verso  levante,
    cio secondo la successione de i punti D,  E,  F,  G,  nello spazio di
    ventiquattr'ore. Ma qui doviamo attentamente notare,  come rigirandosi
    un  cerchio  intorno  al  proprio  centro,  qualsivoglia parte di esso
    convien muoversi  in  diversi  tempi  di  moti  contrarii:  il  che  
    manifesto considerando che mentre le parti della circonferenza intorno
    al punto D si muovono verso la sinistra, cio verso E, le opposte, che
    sono intorno all'F,  acquistano verso la destra,  cio verso G, talch
    quando le parti D saranno in F,  il moto loro sar contrario a  quello
    che era prima,  quando era in D;  in oltre,  nell'istesso tempo che le
    parti E descendono,  per cos dire,  verso F,  le G ascendono verso D.
    Stante  dunque  tal  contrariet  di moti nelle parti della superficie
    terrestre,  mentre che ella si rigira intorno  al  proprio  centro,  
    forza  che,  nell'accoppiar  questo  moto  diurno  con  l'altro annuo,
    risulti un moto assoluto per le parti di essa superficie terrestre ora
    accelerato assai ed ora altrettanto  ritardato:  il  che    manifesto
    considerando  prima  la  parte intorno a D,  il cui moto assoluto sar
    velocissimo, come quello che nasce da due moti fatti verso la medesima
    banda,  cio verso la sinistra;  il primo de' quali  parte  del  moto
    annuo, comune a tutte le parti del globo, l'altro  dell'istesso punto
    D,  portato  pur  verso la sinistra dalla vertigine diurna;  talch in
    questo caso il  moto  diurno  accresce  ed  accelera  il  moto  annuo;
    l'opposito  di che accade alla parte opposta F,  la quale,  mentre dal
    comune moto annuo  portata,  insieme con tutto  il  globo,  verso  la
    sinistra,  vien dalla conversion diurna portata ancor verso la destra,
    talch il moto diurno viene  a  detrarre  all'annuo,  per  lo  che  il
    movimento assoluto,  resultante dal componimento di amendue,  ne riman
    ritardato assai: intorno poi a i punti E,  G il moto assoluto viene  a
    restare come eguale al semplice annuo,  avvenga che il diurno niente o
    poco gli accresce o gli detrae,  per non tendere n a  sinistra  n  a
    destra,  ma in gi ed in su. Concludiamo per tanto, che s come  vero
    che il moto di tutto il globo e di ciascuna delle  sue  parti  sarebbe
    equabile ed uniforme quando elle si movessero d'un moto solo,  o fusse
    il semplice annuo o fusse il  solo  diurno,  cos    necessario  che,
    mescolandosi tali due moti insieme,  ne risultino per le parti di esso
    globo movimenti difformi, ora accelerati ed ora ritardati mediante gli
    additamenti o suttrazioni della conversion  diurna  alla  circolazione
    annua  Onde  se  vero (come  verissimo,  e l'esperienza ne dimostra)
    che l'accelerazione e ritardamento del moto del vaso faccia correre  e
    ricorrere  nella  sua  lunghezza,  alzarsi  ed  abbassarsi  nelle  sue
    estremit,  l'acqua da esso contenuta,  chi vorr por  difficult  nel
    concedere che tale effetto possa, anzi pur debba di necessit accadere
    all'acque  marine,  contenute dentro a i vasi loro,  soggetti a cotali
    alterazioni,  e massime in quelli che per lunghezza si  distendono  da
    ponente verso levante,  che  il verso per il quale si fa il movimento
    di essi vasi? Or questa sia la potissima e primaria causa del flusso e
    reflusso,  senza il quale nulla seguirebbe di tale effetto.  Ma perch
    multiplici  e  varii  sono  gli  accidenti  particolari che in diversi
    luoghi e tempi si osservano,  i quali  forza  che  da  altre  diverse
    cause concomitanti dependano, se ben tutte devono aver connessione con
    la  primaria,  per  fa  di  mestiero andar proponendo ed esaminando i
    diversi accidenti che di tali diversi effetti possano esser cagioni.
    Il primo de' quali , che qualunque volta l'acqua, merc d'un notabile
    ritardamento o accelerazione di moto del  vaso  suo  contenente,  avr
    acquistata  cagione di scorrere verso questa o quella estremit,  e si
    sar alzata nell'una ed abbassata nell'altra, non per rester in tale
    stato,  quando ben cessasse la  cagion  primaria,  ma,  in  virt  del
    proprio peso e naturale inclinazione di livellarsi e librarsi, torner
    per se stessa con velocit in dietro; e, come grave e fluida, non solo
    si  mover  verso l'equilibrio,  ma,  promossa dal proprio impeto,  lo
    trapasser,  alzandosi nella parte dove prima era pi  bassa;  n  qui
    ancora si fermer, ma di nuovo ritornando in dietro, con pi reiterate
    reciprocazioni di scorrimenti ci dar segno come ella non vuole da una
    concepita  velocit di moto ridursi subito alla privazion di quello ed
    allo stato di quiete, ma successivamente ci si vuole mancando a poco a
    poco,  lentamente ridurre: in quel modo appunto che vediamo alcun peso
    pendente  da  una corda,  doppo essere stato una volta rimosso dal suo
    stato di quiete, cio dal perpendicolo, per se medesimo ricondurvisi e
    quietarvisi,  ma non prima che molte volte l'avr di qua e di l,  con
    sue vicendevoli corse e ricorse, trapassato.
    Il  secondo  accidente  da  notarsi  ,  che  le  pur  ora  dichiarate
    reciprocazioni di movimento vengon fatte e replicate  con  maggiore  o
    minor frequenza,  cio sotto pi brevi o pi lunghi tempi,  secondo le
    diverse lunghezze de' vasi contenenti l'acque; s che negli spazii pi
    brevi le reciprocazioni son pi frequenti,  e pi rare ne' pi lunghi:
    come  appunto  nel  medesimo  esempio  de' corpi pendoli si veggono le
    reciprocazioni di quelli che sono appesi a pi lunghe corde esser  men
    frequenti che quelle de i pendenti da fili pi corti.
    E qui,  per il terzo notabile,  vien da sapersi,  che non solamente la
    maggiore o minor lunghezza del vaso  cagione di far che l'acqua sotto
    diversi tempi faccia le sue reciprocazioni,  ma la  maggiore  o  minor
    profondit  opera  l'istesso;  ed  accade  che dell'acque contenute in
    ricetti di eguali lunghezze,  ma di diseguali profondit,  quella  che
    sar  pi  profonda faccia le sue librazioni sotto tempi pi brevi,  e
    men frequenti siano le reciprocazioni dell'acque men profonde.
    Quarto,  vengon degni d'esser notati e  diligentemente  osservati  due
    effetti  che fa l'acqua in tali suoi libramenti.  L'uno  l'alzarsi ed
    abbassarsi alternatamente verso questa e quella estremit;  l'altro  
    il  muoversi  e scorrere,  per cos dire orizontalmente,  innanzi e in
    dietro: li quali due  moti  differenti  differentemente  riseggono  in
    diverse  parti dell'acqua.  Imperocch le sue parti estreme son quelle
    che sommamente si  alzano  e  si  abbassano;  quelle  di  mezo  niente
    assolutamente si muovon in su o in gi;  dell'altre, di grado in grado
    quelle che son pi  vicine  a  gli  estremi  si  alzano  ed  abbassano
    proporzionatamente   pi   delle  pi  remote:  ma,   per  l'opposito,
    dell'altro movimento progressivo innanzi e 'n dietro assai si muovono,
    andando e ritornando, le parti di mezo, e nulla acquistano l'acque che
    si trovano nell'ultime estremit,  se non se  in  quanto  nell'alzarsi
    elleno superassero gli argini e traboccassero fuor del suo primo alveo
    e  ricetto;  ma  dove    l'intoppo  de  gli argini che le raffrenano,
    solamente si alzano e si abbassano;  n per restan l'acque di mezo di
    scorrer  innanzi  e  indietro,  il  che  fanno anco proporzionatamente
    l'altre parti,  scorrendo pi o meno secondo che si trovan locate  pi
    remote o vicine al mezo.
    Il  quinto  particolare  accidente  dovr tanto pi attentamente esser
    considerato,  quanto che a noi   impossibile  il  rappresentarne  con
    esperienza e pratica il suo effetto; e l'accidente  questo. Ne i vasi
    fatti da noi per arte,  e mossi, come le soprannominate barche, or pi
    ed or meno velocemente,  l'accelerazione e  ritardamento  vien  sempre
    partecipato  nell'istesso  modo  da tutto il vaso e da ciascheduna sua
    parte: s che, mentre, verbigrazia, la barca si raffrena dal moto, non
    pi si ritarda la parte precedente che la susseguente,  ma  egualmente
    tutte  partecipano  del  medesimo  ritardamento;  e  l'istesso avviene
    dell'accelerazione,  cio che,  contribuendo alla barca nuova causa di
    maggior  velocit,  nell'istesso modo si accelera la prora e la poppa.
    Ma ne' vasi immensi quali sono i letti lunghissimi  de'  mari,  bench
    essi ancora altro non siano che alcune cavit fatte nella solidit del
    globo  terrestre,  tuttavia  mirabilmente  avviene  che gli estremi di
    quelli non unitamente,  egualmente e ne gl'istessi momenti  di  tempo,
    accreschino e scemino il lor moto;  ma,  accade che quando l'una delle
    sue estremit si trova avere,  in virt del componimento de i due moti
    diurno  ed  annuo,  ritardata  grandemente  la  sua velocit,  l'altra
    estremit si ritrovi ancora affetta e congiunta con moto  velocissimo:
    il  che,  per  pi  facile  intelligenza,  dichiareremo ripigliando la
    figura pur ora disegnata. Nella quale se intenderemo un tratto di mare
    esser lungo,  verbigrazia,  una quarta,  qual  l'arco B C,  perch le
    parti  B  sono,  come di sopra si dichiar,  in moto velocissimo,  per
    l'unione de' due movimenti diurno ed annuo verso la medesima banda, ma
    la parte C allora si ritrova in moto  ritardato,  come  quello  che  
    privo  della  progressione dependente dal moto diurno: se intenderemo,
    dico,  un seno di mare lungo quant' l'arco B C,  gi vedremo come gli
    estremi  suoi  si muovono nell'istesso tempo con molta disegualit.  E
    sommamente differenti sarebbero le velocit d'un tratto di mare  lungo
    mezo  cerchio  e  posto  nello  stato  dell'arco  B  C  D,  avvengach
    l'estremit B si troverebbe in moto velocissimo,  l'altra D sarebbe in
    moto  tardissimo,  e  le  parti  di  mezo  verso  C  sarebbero in moto
    mediocre: e secondo  che  essi  tratti  di  mare  saranno  pi  brevi,
    participeranno meno di questo stravagante accidente,  di ritrovarsi in
    alcune ore del giorno  con  le  parti  loro  diversamente  affette  da
    velocit e tardit di moto.  S che se,  come nel primo caso, veggiamo
    per esperienza l'accelerazione e 'l ritardamento,  bench  participati
    egualmente  da  tutte le parti del vaso contenente,  esser pur cagione
    all'acqua contenuta di  scorrer  innanzi  e  'n  dietro,  che  dovremo
    stimare  che  accader  debba in un vaso cos mirabilmente disposto che
    molto disegualmente venga contribuita alle  sue  parti  ritardanza  di
    moto  ed accelerazione?  Certo che noi dir non possiamo altro,  se non
    che maggiore e pi maravigliosa cagione di  commozioni  nell'acqua,  e
    pi  strane,  ritrovar  si debbano.  E bench impossibil possa parer a
    molti che in machine e vasi artifiziali noi possiamo esperimentare gli
    effetti di un tale accidente,  nulla  dimeno  non    per  del  tutto
    impossibile;  ed  io  ho  la  costruzione  d'una machina,  nella quale
    particolarmente si  pu  scorgere  l'effetto  di  queste  meravigliose
    composizioni  di  movimenti.  Ma  per  quanto appartiene alla presente
    materia,   basta  quello  che  sin  qui  potete  aver   compreso   con
    l'immaginazione.

    Sagredo: Io,  per la parte mia, molto ben capisco, questo maraviglioso
    accidente doversi necessariamente ritrovare ne i seni  de  i  mari,  e
    massime  in quelli che per gran distanze si distendono da occidente in
    oriente,  cio secondo il corso de i movimenti del globo terrestre;  e
    come  che  ei  sia  in certo modo inescogitabile e senza esempio tra i
    movimenti possibili a farsi da noi, cos non mi  diffficile a credere
    che  da  esso  possano  derivar  effetti  non  imitabili  con   nostre
    artificiali esperienze.

    Salviati: Dichiarate queste cose,   tempo che venghiamo a esaminare i
    particolari accidenti,  e loro diversit,  che ne' flussi  e  reflussi
    dell'acque  per  esperienza  si osservano.  E prima,  non dovremo aver
    difficult nell'intendere,  onde accaggia che ne i laghi,  stagni,  ed
    anco  ne i mari piccoli,  non sia notabil flusso e reflusso: il che ha
    due concludentissime ragioni. L'una ,  che,  per la brevit del vaso,
    nell'acquistare  egli  in  diverse  ore  del  giorno  diversi gradi di
    velocit,  con poca differenza vengano  acquistati  da  tutte  le  sue
    parti;  ma tanto le precedenti quanto le susseguenti, cio l'orientali
    e l'occidentali, quasi nell'istesso modo si accelerano e si ritardano;
    facendosi, di pi, tale alterazione a poco a poco, e non con l'opporre
    un  repentino  intoppo  e  ritardamento  o  una  subitanea  e   grande
    accelerazione al movimento del vaso contenente, ed esso e tutte le sue
    parti  vengon  lentamente ed egualmente impressionandosi de i medesimi
    gradi di velocit: dalla quale uniformit ne sguita che anco  l'acqua
    contenuta,   con  poca  contumacia  e  renitenza  riceva  le  medesime
    impressioni, e per conseguenza molto oscuramente dia segno d'alzarsi o
    abbassarsi, scorrendo verso questa o verso l'altra estremit; il quale
    effetto si vede ancora manifestamente ne' piccoli vasi artifiziali, ne
    i quali l'acqua contenuta si va impressionando de gl'istessi gradi  di
    velocit,  tuttavoltach  l'accelerazione o ritardamento si faccia con
    lenta ed uniforme proporzione.  Ma ne i seni de i mari che per  grande
    spazio  si  distendono  da  levante  a  ponente,  assai pi notabile e
    difforme  l'accelerazione o 'l ritardamento,  mentre  una  delle  sue
    estremit si trover in un moto assai ritardato, e l'altra sar ancora
    di  moto  velocissimo.  La  seconda  causa    la  reciproca librazion
    dell'acqua, proveniente dall'impeto che ella pure avesse concepito dal
    moto del suo continente, la qual librazione ha,  come si  notato,  le
    sue  vibrazioni  molto frequenti ne i vasi piccoli: dal che ne risulta
    che  risedendo  ne  i  movimenti  terrestri  cagione  di   contribuire
    all'acque  movimento  solo di dodici in dodici ore,  poi che una volta
    sola il giorno sommamente si  ritarda  e  sommamente  si  accelera  il
    movimento de i vasi contenenti,  nientedimeno l'altra seconda cagione,
    dependente dalla gravit dell'acqua, che cerca ridursi all'equilibrio,
    e, secondo la brevit del vaso, ha le sue reciprocazioni o di un'ora o
    di due o di tre etc.,  questa mescolandosi con la prima,  che anco per
    s  ne  i vasi piccoli resta piccolissima,  la vien del tutto a render
    insensibile;  imperocch,  non si essendo ancora finita di imprimer la
    commozione  procedente  dalla cagion primaria,  che ha i periodi di 12
    ore,  sopravvien,  contrariando,  l'altra secondaria,  dependente  dal
    proprio  peso dell'acqua,  la quale,  secondo la cortezza e profondit
    del vaso, ha il tempo delle sue vibrazioni di 1, 2,  3 o 4 ore,  etc.,
    e,  contrariando  alla prima,  la perturba e rimuove,  senza lasciarla
    giugnere  al  sommo  n  al  mezo  del  suo  movimento.   E   da   tal
    contrapposizione  resta  annichilata  in  tutto,   o  molto  oscurata,
    l'evidenza del flusso e reflusso.  Lascio stare l'alterazion  continua
    dell'aria,  la quale, inquietando l'acqua, non ci lascerebbe venire in
    certezza d'un piccolissimo ricrescimento o abbassamento di mezo dito o
    di minor quantit,  che potesse realmente risedere ne i seni e ricetti
    di acque non pi lunghi di un grado o due.
    Vengo, nel secondo luogo, a sciorre il dubbio, come, non risedendo nel
    primario  principio  cagione  di  commuover l'acque se non di 12 in 12
    ore,  cio una volta per la somma velocit di moto e  l'altra  per  la
    massima  tardit,  nulladimeno  apparisce  comunemente il periodo de i
    flussi e reflussi esser di sei in sei ore. Al che si risponde che tale
    determinazione non si pu in verun modo avere  dalla  cagion  primaria
    solamente,  ma  vi  bisogna inserire le secondarie,  cio la lunghezza
    maggiore o minore  de  i  vasi,  e  la  maggiore  o  minor  profondit
    dell'acque  in  essi  contenute:  le  quali cagioni,  se ben non hanno
    azione veruna ne i movimenti dell'acque,  essendo  tale  azione  della
    sola  cagion  primaria,  senza  la quale nulla seguirebbe de' flussi e
    reflussi,  tuttavia l'hanno principalissima nel terminar i tempi delle
    reciprocazioni, e cos potente, che la cagion primaria convien che gli
    resti  soggetta.  Non    dunque  il periodo delle 6 ore pi proprio o
    naturale di quelli d'altri intervalli di tempi,  ma ben forse  il  pi
    osservato,  per  esser quello che compete al nostro Mediterraneo,  che
    solo per lunghi secoli fu praticabile;  ancor che n  tal  periodo  si
    osserva  in  tutte  le  sue  parti,  atteso  che  in alcuni luoghi pi
    ristretti,  qual  l'Ellesponto e l'Egeo,  i  periodi  son  assai  pi
    brevi, ed anco tra di loro molto differenti; per la qual variet e sue
    cagioni,  incomprensibili  ad  Aristotile,  dicono  alcuni  che,  dopo
    l'averla egli lungamente osservata sopra alcuni scogli di  Negroponte,
    tratto  dalla  disperazione  si  precipitasse in mare e spontaneamente
    s'annegasse.
    Avremo,  nel terzo luogo,  molto spedita la ragione,  onde avvenga che
    alcun  mare,  bench lunghissimo,  qual  il Mar Rosso,  nulladimeno 
    quasi del tutto esente da i flussi e reflussi.  La qual  cosa  accade,
    perch   la   sua   lunghezza   non  si  distende  dall'oriente  verso
    l'occidente,  anzi traversa da sirocco verso  maestro:  ma  essendo  i
    movimenti della Terra da occidente in oriente,  gli impulsi dell'acque
    vanno sempre a ferire ne i meridiani, e non si muovono di parallelo in
    parallelo;  onde ne i mari che traversalmente si  distendono  verso  i
    poli,  e  che  per  l'altro  verso sono angusti,  non resta cagione di
    flussi e reflussi se non per la participazione di  altro  mare  co  'l
    quale comunicassero, che fusse soggetto a movimenti grandi.
    Intenderemo,  nel quarto luogo,  molto facilmente la ragione, perch i
    flussi e reflussi siano massimi,  quanto all'alzarsi ed abbassarsi  le
    acque, ne gli estremi de' golfi, e minimi nelle parti di mezo: come la
    quotidiana  esperienza ne mostra qui in Venezia,  posta nell'estremit
    dell'Adriatico, dove comunemente tal diversit importa 5 o 6 piedi; ma
    ne i luoghi del Mediterraneo distanti da gli estremi tal  mutazione  
    piccolissima,  come  nell'isole di Corsica e Sardigna e nelle spiaggie
    di Roma e di Livorno,  dove non passa  mezo  piede.  Intenderemo  anco
    come,  all'incontro, dove gli alzamenti ed abbassamenti son piccoli, i
    corsi ed i ricorsi son grandi.  Agevol cosa,  dico,    l'intender  la
    cagion  di  questi  accidenti,  poich  di  essi  ne  aviamo riscontri
    manifesti in ogni sorte di vasi artifizialmente da noi fabbricati,  ne
    i  quali  i  medesimi  effetti  si  veggono  naturalmente  seguire dal
    muovergli noi con movimento  difforme,  cio  ora  accelerato  ed  ora
    ritardato.
    In oltre,  considerando,  nel quinto luogo,  come la medesima quantit
    d'acqua, mossa,  bench lentamente,  per un alveo spazioso,  nel dover
    poi  passare  per  luogo  ristretto,  per  necessit scorre con impeto
    grande, non avremo difficult d'intendere la causa delle gran correnti
    che si fanno  nello  stretto  canale  che  separa  la  Calabria  dalla
    Sicilia; poich tutta l'acqua che dall'ampiezza dell'isola e dal golfo
    Jonico vien sostenuta nella parte del mare orientale, bench in quello
    per la sua ampiezza lentamente descenda verso occidente,  tuttavia nel
    ristrignersi nel bosforo tra Scilla e Cariddi rapidamente  cala  e  fa
    grandissima agitazione: simile alla quale, e molto maggiore, s'intende
    esser tra l'Affrica e la grand'isola di S. Lorenzo, mentre le acque de
    i  due vasti mari Indico ed Etiopico,  che la mettono in mezo,  devono
    scorrendo,  ristrignersi  in  minor  canale,   tra  essa  e  la  costa
    d'Etiopia. Grandissime conviene che sieno le correnti nello Stretto di
    Magalianes, che comunica gli oceani vastissimi Etiopico e del Sur.
    Sguita adesso,  nel sesto luogo,  che per render ragion di alcuni pi
    reconditi ed inopinabili accidenti che in questa materia si osservano,
    andiamo  facendo  un'altra  importante  considerazione  sopra  le  due
    principali  cagioni  de  i  flussi  e  reflussi,  componendole  poi  e
    mescolandole insieme.  La prima e pi semplice delle quali  (come pi
    volte  si    detto) la determinata accelerazione e ritardamento delle
    parti della Terra,  dalla quale arebbon l'acque un determinato periodo
    di  scorrere verso levante e ritornar verso ponente dentro al tempo di
    ventiquattr'ore.  L'altra  quella che depende dalla  propria  gravit
    dell'acqua, che, commossa una volta dalla causa primaria, cerca poi di
    ridursi  all'equilibrio con iterate reciprocazioni,  le quali non sono
    determinate da un tempo solo e prefisso,  ma hanno tante diversit  di
    tempi  quante  sono  le  diverse lunghezze e profondit de i ricetti e
    seni de i mari;  e per quanto depende  da  questo  secondo  principio,
    scorrerebbero e ritornerebbero altre in un'ora,  altre in 2,  in 4, in
    6,  in 8,  in 10 etc.  Ora,  se noi cominceremo a congiugner la cagion
    primaria che ha stabilmente il suo periodo di 12 in 12 ore, con alcuna
    delle  secondarie che avesse il suo periodo,  verbigrazia,  di 5 in 5,
    accader che in alcuni tempi la cagion primaria  e  la  secondaria  si
    accordino  a  far  gli impulsi amendue verso la medesima parte,  ed in
    questo congiugnimento, e per cos dire unanime cospirazione,  i flussi
    saranno  grandi: in altri tempi accadendo che l'impulso primario venga
    in un certo modo a contrariare a  quello  che  porterebbe  il  periodo
    secondario, ed in cotal raffronto togliendo l'uno de' principii quello
    che  l'altro  ne  darebbe,  si  debiliteranno  i  moti  dell'acque,  e
    ridurrassi il mare in uno stato assai  quieto  e  quasi  immobile:  ed
    altre  volte,  secondo  che  i  due medesimi principii n del tutto si
    contrarieranno n  del  tutto  andranno  uniformi,  si  faranno  altre
    mutazioni  circa  l'accrescimento  e diminuzion de' flussi e reflussi.
    Pu anco accadere che due mari assai grandi e comunicanti per  qualche
    angusto  canale  s'incontrino  ad aver,  mediante la mistione de i due
    principii di moto,  l'uno causa di flusso nel tempo che l'altro  abbia
    causa di movimento contrario;  nel qual caso nel canale dove essi mari
    comunicano, si fanno agitazioni straordinarie, con movimenti opposti e
    vortici e bollimenti pericolosissimi,  de i quali se ne hanno continue
    relazioni  ed  esperienze  in  fatto.   Da  tali  discordi  movimenti,
    dependenti non  solamente  dalle  diverse  positure  e  lunghezze,  ma
    grandemente  ancora  dalle  diverse  profondit de i mari comunicanti,
    nasceranno in alcuni tempi varie commozioni nell'acque,  sregolate  ed
    inosservabili,  le  ragioni  delle  quali  hanno  assai  perturbato  e
    tuttavia perturbano i marinari,  mentre le incontrano senza vedere che
    n  impeto  di venti o altra grave alterazion dell'aria ne possa esser
    cagione.  Della qual perturbazion d'aria debbiamo in  altri  accidenti
    far  gran  conto,  e  prenderla  come  terza  cagione ed accidentaria,
    potente  a  grandemente  alterare  l'osservazione   de   gli   effetti
    dependenti dalle primarie e pi essenziali cagioni. E non  dubbio che
    continuando  a  soffiar  venti  impetuosi,  per  esempio,  da levante,
    sosterranno l'acque,  proibendoli il reflusso,  onde,  sopraggiugnendo
    all'ore  determinate la seconda replica,  e poi la terza,  del flusso,
    rigonfieranno molto e cos,  sostenute per alcuni giorni  dalla  forza
    del   vento,   si   alzano  pi  del  solito,   facendo  straordinarie
    inondazioni.
    Dobbiamo ancora (e sar come il  settimo  problema)  avere  avvertenza
    d'un'altra  cagione  di  movimento,   dependente  dalla  copia  grande
    dell'acque de i fiumi che vanno a scaricarsi ne' mari non molto vasti:
    dove ne i canali o bosfori che con tali mari  comunicano,  l'acqua  si
    vede  scorrer  sempre  per  l'istesso  verso,  come accade nel Bosforo
    Tracio sotto Costantinopoli,  dove l'acqua scorre sempre dal Mar Negro
    verso la Propontide. Imperocch in esso Mar Negro, per la sua brevit,
    di  poca efiicacia sono le cause principali del flusso e reflusso;  ma
    all'incontro,  scaricandosi  in  esso  grandissimi  fiumi,  nel  dover
    passare  e  sgorgar  tanto profluvio d'acque per lo stretto,  quivi il
    corso  assai notabile e sempre  verso  mezo  giorno.  Dove,  di  pi,
    deviamo avvertire che tale stretto e canale, bench assai angusto, non
      sottoposto  alle perturbazioni come lo stretto di Scilla e Cariddi:
    imperocch quello  ha  il  Mar  Negro  sopra  verso  tramontana  e  la
    Propontide  e  l'Egeo  co  'l Mediterraneo postogli,  bench per lungo
    tratto, verso mezogiorno; ma gi,  come abbiamo notato,  i mari quanto
    si  voglino lunghi da tramontana verso mezogiorno non soggiacciono a i
    flussi e reflussi: ma perch lo stretto di Sicilia  traposto  tra  le
    parti del Mediterraneo distese per gran distanze da ponente a levante,
    cio  secondo  la  corrente  de' flussi e reflussi,  per in questo le
    agitazioni son molto grandi: e  maggiori  sarebbero  tra  le  Colonne,
    quando  lo  stretto  di  Gibilterra  s'aprisse  meno;   e  grandissime
    riferiscono esser quelle dello stretto di Magalianes.
    Questo  quanto per ora mi sovviene di poter dirvi intorno alle  cause
    di  questo  primo  periodo  diurno  del flusso e reflusso e suoi varii
    accidenti,  dove se hanno da propor cosa alcuna,  potranno farlo,  per
    passar poi a gli altri due periodi, mestruo ed annuo.

    Simplicio: Non mi par che si possa negare che il discorso fatto da voi
    proceda  molto  probabilmente,  argumentando,  come  noi dichiamo,  ex
    suppositione,  cio posto che la Terra si muova  de  i  due  movimenti
    attribuitigli dal Copernico: ma quando si escludano tali movimenti, il
    tutto resta vano ed invalido; l'esclusion poi di tale ipotesi ci viene
    dall'istesso vostro discorso assai manifestamente additata. Voi con la
    supposizion  de i due movimenti terrestri rendete ragione del flusso e
    reflusso,  ed all'incontro,  circolarmente discorrendo,  dal flusso  e
    reflusso   traete  l'indizio  e  la  confermazione  di  quei  medesimi
    movimenti: e passando a pi specifico discorso,  dite che l'acqua  per
    esser  corpo  fluido,  e  non  tenacemente  annesso alla Terra,  non 
    costretta ad ubbidir puntualmente  ad  ogni  suo  movimento,  dal  che
    inducete  poi il suo flusso e reflusso.  Io su le vostre stesse pedate
    arguisco in contrario,  e dico: L'aria   assai  pi  tenue  e  fluida
    dell'acqua,  e  meno  annessa  alla  superficie  terrena,  alla  quale
    l'acqua,  se non per altro per la sua gravit,  co 'l premergli  sopra
    assai  pi  che  l'aria  leggierissima,  aderisce;  adunque molto meno
    dovrebbe l'aria secondar i movimenti della Terra;  e  per  quando  la
    Terra si movesse in quella maniera,  noi, abitatori di quella e da lei
    con simile velocit portati, dovremmo perpetuamente sentir un vento da
    levante,  che con intollerabil forza ci  ferisse:  e  del  cos  dover
    seguire l'esperienza ci fa cotidianamente avvertiti; ch se nel correr
    la  posta  solamente con velocit di 8 o 10 miglia per ora,  nell'aria
    tranquilla,  l'incontrarla noi con la faccia ci rassembra un vento che
    non leggiermente ci percuota, che dovrebbe fare il nostro rapido corso
    di  800  o  1000  miglia  per  ora,  contro l'aria libera da tal moto?
    tuttavia nulla di tale accidente sentiamo noi.

    Salviati: A questa instanza, che ha assai dell'apparente, rispondo che
     vero che l'aria  pi tenue e pi leggiera,  e per la sua leggerezza
    meno aderente alla Terra,  che l'acqua,  tanto pi grave e corpulenta;
    ma  poi falsa la conseguenza che voi deducete da  queste  condizioni,
    cio  che  per tal sua leggerezza tenuit e minore aderenza alla Terra
    ella dovesse  esentarsi  pi  dell'acqua  dal  secondare  i  movimenti
    terrestri,  onde  a  noi,  che  totalmente  gli partecipiamo,  tal sua
    inobbedienza si facesse  sensibile  e  manifesta:  anzi  accade  tutto
    l'opposito. Imperocch, se voi ben vi ricordate, la causa del flusso e
    reflusso  dell'acqua,  assegnata  da  noi,  consiste  nel non secondar
    l'acqua la disegualit del moto del  suo  vaso,  ma  ritener  l'impeto
    concepito per avanti,  senza diminuirlo o crescerlo con quella precisa
    misura che si accresce o diminuisce nel suo vaso: perch dunque  nella
    conservazione  e  mantenimento  dell'impeto  concepito  prima consiste
    l'inobbedienza ad un nuovo agumento o diminuzion di moto,  quel mobile
    che  sar  pi  atto  a tal conservazione,  sar anco pi accomodato a
    dimostrar l'effetto che a tal conservazione viene in conseguenza. Ora,
    quanto sia l'acqua disposta  a  mantenere  una  concepita  agitazione,
    bench cessi la causa che l'impresse, l'esperienza de i mari altamente
    commossi da venti impetuosi ce lo dimostra,  l'onde de i quali, bench
    tranquillata l'aria e cessato il vento,  per lungo  tempo  restano  in
    moto,  come  leggiadramente  cant  il Poeta sacro: "Qual l'alto Egeo"
    etc.: ed il continuar in tal  guisa  nella  commozione  depende  dalla
    gravit dell'acqua,  imperocch,  come altra volta s' detto,  i corpi
    leggieri son ben pi facili ad esser mossi che i pi gravi, ma son ben
    tanto meno atti a conservar il  moto  impressoli,  cessante  la  causa
    movente onde l'aria,  come in se stessa tenuissima e leggierissima,  
    agevolissimamente mobile da  qualsivoglia  minima  forza,  ma    anco
    inettissima  a  conservare  il moto,  cessante il motore.  Per quanto
    all'aria che circonda il  globo  terrestre,  direi  che,  per  la  sua
    aderenza, non meno che l'acqua venga portata in giro, e massime quella
    parte  che    contenuta  da  i  vasi,  i  quali  vasi sono le pianure
    circondate da i monti;  e questa tal porzione possiamo noi  molto  pi
    ragionevolmente   affermare   che   sia   portata  in  volta,   rapita
    dall'asprezza della Terra, che la superiore,  rapita dal moto celeste,
    come asserite voi Peripatetici.
    Quanto sin qui ho detto mi pare assai competente risposta all'instanza
    del signor Simplicio; tuttavia voglio con nuova obbiezione e con nuova
    risposta,  fondata sopra una mirabile esperienza,  soprabbondantemente
    dar sodisfazione ad esso,  e confermare al signor Sagredo la  mobilit
    del globo terrestre.  Ho detto, l'aria, ed in particolare quella parte
    di lei che non si eleva sopra la  sommit  delle  pi  alte  montagne,
    esser  dall'asprezza  della terrestre superficie portata in giro;  dal
    che pare che in conseguenza ne venga,  che quando la superficie  della
    Terra  non fusse ineguale,  ma tersa e pulita,  non resterebbe cagione
    per tirarsi in compagnia l'aria,  o  almeno  per  condurla  con  tanta
    uniformit.  Ora,  la  superficie  di  questo nostro globo non  tutta
    scabrosa ed aspera,  ma vi sono grandissime piazze ben lisce,  cio le
    superficie di mari amplissimi,  le quali, sendo anco lontanissime da i
    gioghi de i monti che le circondino,  non par che possano aver facult
    di condur seco l'aria sopreminente;  e non la conducendo,  si dovrebbe
    in quei luoghi sentir quello che in conseguenza ne viene.

    Simplicio: Questa medesima difficult volevo io ancora promuovere,  la
    qual mi pare esser di grand'efficacia.

    Salviati: Voi parlate benissimo: di maniera che, signor Simplicio, dal
    non  si  sentir nell'aria quello che in conseguenza accaderebbe quando
    questo  nostro  globo  andasse  in  volta,   voi  argumentate  la  sua
    immobilit.   Ma  quando  questo,   che  vi  par  che  per  necessaria
    conseguenza sentir si dovesse,  in fatto e per esperienza si sentisse,
    l'accettereste  voi  per  indizio  ed argomento assai gagliardo per la
    mobilit del medesimo globo?

    Simplicio: In questo caso non  bisogna  parlar  con  me  solo,  perch
    quando ci accadesse,  e che a me ne fusse occulta la causa,  forse ad
    altri potrebbe esser nota.

    Salviati: Talch con esso voi non si pu mai guadagnare,  ma sempre si
    sta su 'l perdere,  e per sarebbe meglio non giocare;  tuttavia,  per
    non piantare il terzo, seguir avanti. Dicevamo pur ora, e con qualche
    aggiunta replico,  che  l'aria,  come  corpo  tenue  e  fluido  e  non
    saldamente  congiunto  alla  Terra,  pareva  che  non avesse necessit
    d'obbedire al suo moto,  se non in quanto l'asprezza della  superficie
    terrestre ne rapisce e seco porta una parte a s contigua,  che di non
    molto intervallo sopravanza le maggiori  altezze  delle  montagne:  la
    qual  porzion  d'aria tanto meno dovr esser renitente alla conversion
    terrestre,  quanto che ella  ripiena di vapori  fumi  ed  esalazioni,
    materie  tutte  participanti delle qualit terrene,  e per conseguenza
    atte nate per lor natura a i medesimi movimenti. Ma dove mancassero le
    cause del moto, cio dove la superficie del globo avesse grandi spazii
    piani e meno vi fusse  della  mistione  de  i  vapori  terreni,  quivi
    cesserebbe  in  parte  la  causa  per la quale l'aria ambiente dovesse
    totalmente obbedire al rapimento della conversion terrestre; s che in
    tali luoghi,  mentre che la Terra si volge verso oriente,  si devrebbe
    sentir continuamente un vento che ci ferisse spirando da levante verso
    ponente,  e  tale  spiramento  devrebbe  farsi  pi  sensibile dove la
    vertigine del globo fusse pi veloce;  il che sarebbe ne i luoghi  pi
    remoti da i poli e vicini al cerchio massimo della diurna conversione.
    Ma  gi  de  facto  l'esperienza  applaude  molto  a questo filosofico
    discorso: poich ne gli ampi mari e nelle lor parti lontane da terra e
    sottoposte alla zona torrida,  cio comprese da i tropici,  dove  anco
    l'evaporazioni  terrestri mancano,  si sente una perpetua aura muovere
    da oriente,  con tenor tanto costante,  che le navi  merc  di  quella
    prosperamente  se  ne  vanno all'Indie Occidentali,  e dalle medesime,
    sciogliendo da i lidi messicani,  solcano con 'l medesimo favor il Mar
    Pacifico verso l'Indie,  orientali a noi,  ma occidentali a loro, dove
    che, per l'opposito,  le navigazioni di l verso oriente son difficili
    ed  incerte,  n  si  possono  in  maniera  alcuna far per le medesime
    strade, ma bisogna costeggiar pi verso terra per trovare altri venti,
    per  cos  dire,  accidentarii  e  tumultuarii,   cagionati  da  altri
    principii, s come noi abitanti tra terra ferma continuamente sentiamo
    per  prova:  delle  quali  generazioni di venti molte e diverse son le
    cagioni,  che  al  presente  non  accade  produrre;   e  questi  venti
    accidentarii  son  quelli  che  indifferentemente  spirano da tutte le
    parti della Terra,  e che perturbano i mari remoti dall'equinoziale  e
    circondati  dalla  superficie aspra della Terra,  che tanto  quanto a
    dire sottoposti a quelle perturbazioni d'aria  che  confondono  quella
    primaria espirazione,  la quale,  quando mancassero questi impedimenti
    accidentarii, si devrebbe perpetuamente sentire, e massime sopra mare.
    Or  vedete,   come  gli  effetti  dell'acqua  e  dell'aria   par   che
    maravigliosamente  s'accordino  con l'osservazioni celesti a confermar
    la mobilit nel nostro globo terrestre.

    Sagredo:  Voglio  pur  io  ancora,   per  ultimo  sigillo,   dirvi  un
    particolare,  che  mi  par  che  vi sia incognito,  e che pur viene in
    confermazion della medesima conclusione. Voi,  signor Salviati,  avete
    prodotto  quell'accidente  che trovano i naviganti dentro a i tropici,
    dico quella costanza perpetua del vento che gli vien da  levante,  del
    quale io ho relazione da chi pi volte ha fatto quel viaggio; e di pi
    (ch' cosa notabile) intendo che li marinari non lo chiamano vento, ma
    con  altro  nome  che ora non mi sovviene,  preso forse dal suo tenore
    tanto fermo e costante,  che,  quando l'hanno  incontrato,  legano  le
    sarte  e  l'altre  corde  delle vele,  e senza mai pi aver bisogno di
    toccarle, ancora dormendo, con sicurezza posson far lor cammino.  Ora,
    questa  aura  perpetua    stata  conosciuta per tale dal suo continuo
    spirare  senza  interrompimenti;  ch  quando  da  altri  venti  fusse
    interrotta,  non  sarebbe  stata  conosciuta  per  effetto singolare e
    differente da gli altri: dal che voglio inferire  che  potrebbe  esser
    che  anche  il  mar  nostro  Mediterraneo  fusse  partecipe  d'un tale
    accidente,  ma non osservato,  come  quello  che  frequentemente  vien
    alterato da altri venti sopravegnenti. E questo dico io non senza gran
    fondamento,  anzi con molto probabili conietture,  le quali mi vengono
    da quello che ho avuto occasione d'intender mediante  il  viaggio  che
    feci in Soria, andando consolo della Nazione in Aleppo: e quest', che
    tenendosi  particolar  registro e memoria de i giorni delle partenze e
    de gli arrivi delle navi ne i porti di Alessandria,  d'Alessandretta e
    qui  di Venezia,  nel riscontrarne molti e molti,  il che feci per mia
    curiosit,  trovai che ragguagliatamente i ritorni  in  qua,  cio  le
    navigazioni da levante verso ponente,  per il Mediterraneo si fanno in
    manco tempo che le contrarie, a ragion di 25 per cento; talch si vede
    che sottosopra i venti da levante son pi potenti che quei da ponente.

    Salviati: Ho caro d'aver saputo questo  particolare,  che  arreca  non
    piccola  confermazione  per  la  mobilit  della  Terra.  E se bene si
    potrebbe dire che l'acqua tutta del  Mediterraneo  cali  perpetuamente
    verso lo Stretto,  come quella che debbe andare a scaricar nell'Oceano
    l'acque de i tanti fiumi che dentro vi sgorgano,  non  credo  che  tal
    corrente  possa  esser tanta che per s sola bastasse a far s notabil
    differenza: il che  anco manifesto  dal  vedersi  nel  Faro  ricorrer
    l'acqua non meno verso levante che correr verso ponente.

    Sagredo:  Io,  che  non  ho,  come  il  signor  Simplicio,  stimolo di
    sodisfare ad altri che a  me  stesso,  resto  da  quanto  si    detto
    appagato circa questa prima parte;  per,  signor Salviati,  quando vi
    sia comodo di seguir pi, sono apparecchiato ad ascoltarvi.

    Salviati: Far quanto mi comandate;  ma vorrei  pur  sentire  anco  il
    parer  del  signor Simplicio,  dal giudizio del quale posso argumentar
    quanto io mi potessi prometter,  circa  questi  miei  discorsi,  dalle
    scuole peripatetiche, se mai gli pervenissero all'orecchie.

    Simplicio:  Non  voglio  che  'l  mio  parer  vi  vaglia  o  serva per
    coniettura de' giudizi d'altri,  perch,  come pi volte ho detto,  io
    son de' minimi in questa sorte di studii, e tal cosa sovverr a quelli
    che si sono internati ne gli ultimi penetrali della filosofia, che non
    pu  sovvenire  a  me,  che  l'ho (come si dice) salutata a pena dalla
    soglia: tuttavia,  per parer vivo,  dir che de gli effetti raccontati
    da  voi,  ed  in  particolare  in  quest'ultimo,  mi pare che senza la
    mobilit della Terra se ne possa rendere assai suffiziente ragione con
    la mobilit del cielo solamente,  senza introdur novit  veruna,  fuor
    che il converso di quella che voi stesso producete in campo.  E' stato
    ricevuto dalle scuole peripatetiche, l'elemento del fuoco ed anco gran
    parte dell'aria esser portati in giro,  secondo la conversion  diurna,
    da  oriente verso occidente dal contatto del concavo dell'orbe lunare,
    come da vaso lor  contenente.  Ora,  senza  discostarmi  dalle  vostre
    vestigie,  voglio che determiniamo, la quantit dell'aria participante
    di tal  moto  abbassarsi  sin  presso  alle  sommit  delle  pi  alte
    montagne,  e  che anco sino in Terra arriverebbe,  quando gli ostacoli
    delle medesime montagne non l'impedissero: che  corrisponde  a  quello
    che dite voi,  cio che s come voi affermate,  l'aria circondata da i
    gioghi de i monti esser portata  in  giro  dall'asprezza  della  Terra
    mobile,  noi per il converso diciamo, l'elemento dell'aria tutto esser
    portato in volta  dal  moto  del  cielo,  trattone  quella  parte  che
    soggiace  a  i  gioghi,  che  viene impedita dall'asprezza della Terra
    immobile; e dove voi dicevi, che quando tale asprezza si togliesse, si
    torrebbe anco all'aria l'esser rapita, noi possiam dire che rimossa la
    medesima asprezza,  l'aria tutta continuerebbe  suo  movimento:  onde,
    perch  le  superficie de gli ampli mari sono lisce e terse,  sopra di
    quelle si continua il  moto  dell'aura,  che  perpetuamente  spira  da
    levante;   e   questo   si  fa  pi  sentire  nelle  parti  sottoposte
    all'equinoziale e dentro a i tropici,  dove il moto del  cielo    pi
    veloce.  E s come tal movimento celeste  potente a portar seco tutta
    l'aria  libera,   cos  possiamo  molto   ragionevolmente   dire   che
    contribuisca il medesimo moto all'acqua mobile, per esser fluida e non
    attaccata  all'immobilit  della  Terra;  e tanto pi possiamo noi ci
    affermare  con  confidenza,  quanto,   per  vostra  confessione,   tal
    movimento  deve esser pochissimo,  rispetto alla causa sua efficiente,
    la quale,  circondando in un giorno naturale tutto 'l globo terrestre,
    passa   molte   centinaia   di   miglia  per  ora,   e  massime  verso
    l'equinoziale, dove che nelle correnti del mare aperto  di pochissime
    miglia per ora.  E cos le navigazioni  verso  occidente  verranno  ad
    esser   comode  e  spedite  non  solamente  merc  dell'aura  perpetua
    orientale,  ma del corso ancora dell'acque;  dal qual corso potr anco
    per  avventura  procedere  il  flusso e reflusso,  mediante le diverse
    posture de i lidi terrestri,  ne i quali andando a percuoter  l'acqua,
    pu  anco  ritornare  in  dietro  con  movimento  contrario,  s  come
    l'esperienza ci mostra del corso de i fiumi,  che secondo che l'acqua,
    nella  disegualit  delle  rive,  incontra qualche parte che sporga in
    fuori o che di sotto faccia qualche seno, qui l'acqua si raggira, e si
    vede notabilmente ritornare in dietro.  Per questo mi pare  che  de  i
    medesimi effetti da i quali voi argomentate la mobilit della Terra, e
    la  medesima  adducete  per cagione di quelli,  si possa allegar causa
    concludente abbastanza,  ritenendo la Terra stabile e  restituendo  la
    mobilit al cielo.

    Salviati:  Non  si pu negare che il vostro discorso non sia ingegnoso
    ed abbia assai del probabile;  dico per,  probabile in apparenza,  ma
    non  gi  in esistenza e realt.  Egli ha due parti: nella prima rende
    ragione del moto continuo dell'aura orientale,  ed anco  di  un  simil
    moto  nell'acqua;  nella seconda vuol anco dal medesimo fonte attigner
    la causa del flusso e reflusso.  La prima parte  ha  (come  ho  detto)
    qualche sembianza di probabilit,  ma per sommamente minore di quella
    che noi prendiamo dal moto terrestre;  la seconda  del tutto non solo
    improbabile,  ma  assolutamente  impossibile  e falsa.  E venendo alla
    prima, dove si dice che 'l concavo lunare rapisce l'elemento del fuoco
    e tutta l'aria sino alla sommit delle pi alte montagne, dico, prima,
    che v' dubbio se ci sia l'elemento del fuoco,  ma posto che ci sia si
    dubita grandemente dell'orbe della Luna, come anco di tutti gli altri,
    cio  se  ci  siano  tali  corpi  solidi  e vastissimi o pure se oltre
    all'aria si estenda una continuata espansione di  una  sustanza  assai
    pi  tenue  e  pura  della  nostra aria per la quale vadiano vagando i
    pianeti, come or mai comincia ad esser tenuto anco da buona parte de i
    medesimi filosofi: ma sia in questo o in quel modo,  non ci   ragione
    per  la  quale il fuoco da un semplice contatto d'una superficie,  che
    per voi si stima esser tersissima e liscia, possa esser, secondo tutta
    la sua profondit,  portato in volta  di  un  moto  alieno  dalla  sua
    naturale inclinazione, come diffusamente  stato provato e con sensate
    esperienze  dimostrato  dal Saggiatore;  oltre all'altra improbabilit
    del trasfondersi tal moto dal fuoco sottilissimo per l'aria assai  pi
    densa,  e da questa anco poi nell'acqua. Ma che un corpo di superficie
    aspra e montuosa, nel volgersi in se stesso,  conduca seco l'aria a s
    contigua  e nella quale vanno percotendo le sue prominenze,   non pur
    probabile,  ma necessario,  e si pu  tuttavia  vederne  l'esperienza,
    bench,  senza  vederla,  non  credo  che  sia intelletto che ci ponga
    dubbio.  Quanto all'altra parte,  posto che dal moto del  cielo  fosse
    condotta  l'aria  ed  anco  l'acqua  non per tal moto avrebbe che far
    nulla co 'l flusso e reflusso.  Imperocch,  essendo che da una  causa
    una ed uniforme non pu seguire altro che un effetto solo ed uniforme,
    quello   che  nell'acqua  si  devrebbe  scorgere,   sarebbe  un  corso
    continuato ed uniforme da levante  verso  ponente,  ed  in  quel  mare
    solamente che, ritornando in se stesso, circonda tutto 'l globo; ma ne
    i mari terminati, come  il Mediterraneo, racchiuso da oriente, non vi
    potrebbe esser tal moto,  perch se l'acqua sua potesse esser cacciata
    dal corso del cielo verso occidente,  son  molti  secoli  che  sarebbe
    restato  asciutto: oltre che la nostra acqua non corre solamente verso
    occidente, ma ritorna in dietro verso levante, e con periodi ordinati.
    E se ben voi dite,  con l'esempio de i fiumi,  che bench il corso del
    mare  fusse originariamente il solo da oriente in occidente,  tuttavia
    la diversa postura de i lidi pu far ringurgitare parte dell'acqua  in
    dietro,  ci  vi concedo;  ma bisogna,  signor Simplicio mio,  che voi
    avvertiate,  che dove l'acqua per tal cagione ritorna  in  dietro,  vi
    ritorna perpetuamente,  e dove ella corre a dirittura, vi corre sempre
    nell'istesso modo,  ch cos vi mostra l'esempio de i  fiumi,  ma  nel
    caso  del  flusso e reflusso,  bisogna trovare e produr ragione di far
    che nell'istesso luogo ora corra per un verso ed ora  per  l'opposito,
    effetti che, essendo contrarii e difformi, voi non potrete mai dedurre
    da  una  causa uniforme e costante.  E questo con che s'atterra questa
    posizione del moto contribuito al mare dal movimento diurno del cielo,
    abbatte ancora quella di chi volesse  ammetter  il  moto  solo  diurno
    della  Terra,  e  credesse  con  quello  solo poter render ragione del
    flusso e reflusso;  del  qual  effetto,  perch    difforme,  bisogna
    necessariissimamente che difforme ed alterabile sia la cagione.

    Simplicio:  Io  non  ho  che  replicare,  n  del mio proprio,  per la
    debolezza  del  mio  ingegno,  n  di  quel  d'altri,  per  la  novit
    dell'opinione;  ma  crederei  bene,  che quando la si spargesse per le
    scuole, non mancherebbero filosofi che la saprebbero impugnare.

    Sagredo: Aspetteremo dunque una tale occasione: e noi  tra  tanto,  se
    cos vi piace, signor Salviati, procederemo avanti.

    Salviati:  Tutto quello che sin qui si  detto,  appartiene al periodo
    diurno del flusso e reflusso,  del quale  prima  si    dimostrata  in
    genere la cagion primaria ed universale,  senza la quale nulla di tale
    effetto seguirebbe;  di poi,  passando a  gli  accidenti  particolari,
    varii  ed  in certo modo sregolati,  che in esso si osservano,  si son
    trattate le cause secondarie  e  concomitanti,  onde  essi  dependono.
    Seguono  ora  gli  altri due periodi,  mestruo ed annuo,  li quali non
    arrecano accidenti nuovi e diversi,  oltre a  i  gi  considerati  nel
    periodo  diurno,  ma  operano  ne  i medesimi con rendergli maggiori e
    minori in diverse parti del mese lunare ed in diversi tempi  dell'anno
    solare,  quasi  che  e  la Luna e il Sole entrino a parte nell'opera e
    nella produzion di tali effetti: cosa che totalmente  repugna  al  mio
    intelletto,  il  quale,  vedendo  come questo de i mari  un movimento
    locale e sensato, fatto in una mole immensa d'acqua, non pu arrecarsi
    a sottoscrivere a lumi,  a caldi temperati,  a predominii per  qualit
    occulte  ed  a  simili  vane immaginazioni,  le quali tantum abest che
    siano o possano esser cause del flusso, che per l'opposito il flusso 
    causa di quelle,  cio di farle venire ne i  cervelli  atti  pi  alla
    loquacit  ed  ostentazione,  che  alla specolazione ed investigazione
    dell'opere pi segrete  di  natura,  li  quali  prima  che  ridursi  a
    profferir quella savia ingenua e modesta parola "Non lo so",  scorrono
    a lasciarsi uscir di bocca, ed anco della penna, qual si voglia grande
    esorbitanza.  Ed il veder solamente che la medesima Luna e 'l medesimo
    Sole non operano, co 'l lor lume, co 'l moto, co 'l caldo grande o col
    temperato,  nei minori ricetti d'acqua,  anzi, che a volerla per caldo
    far sollevare bisogna ridurla poco meno che al bollire,  ed  in  somma
    non  poter  noi artifiziosamente immitar in verun modo i movimenti del
    flusso,  salvo che co 'l moto del vaso,  non dovrebbe egli  assicurare
    ogn'uno,  tutte  l'altre cose prodotte per cause di tale effetto esser
    vane fantasie e del tutto aliene dal vero?  Dico per tanto,  che se  
    vero  che di un effetto una sola sia la cagion primaria,  e che tra la
    causa e l'effetto sia una ferma  e  costante  connessione,  necessaria
    cosa    che  qualunque  volta  si  vegga alterazione ferma e costante
    nell'effetto,  ferma e costante alterazione sia nella causa: e  perch
    le  alterazioni  che accaggiono a i flussi e reflussi in diverse parti
    dell'anno e del mese hanno lor periodi fermi e costanti,   forza dire
    che  regolata  alterazione  ne  i medesimi tempi accaggia nella cagion
    primaria de i flussi e reflussi.  L'alterazione poi che si trova ne  i
    detti  tempi  ne i flussi e reflussi,  non consiste in altro che nella
    lor grandezza, cio nell'alzarsi ed abbassarsi pi o meno le acque,  e
    nel  correr  con  impeto  maggiore o minore;  adunque  necessario che
    quello che  cagion primaria del flusso e reflusso,  ne i detti  tempi
    determinati accresca o diminuisca la sua forza.  Ma gi si  concluso,
    la disegualit e difformit del moto  de  i  vasi  contenenti  l'acqua
    esser  causa primaria de i flussi e reflussi;  adunque bisogna che tal
    difformit di tempo in tempo corrispondentemente si difformi pi, cio
    si faccia maggiore e minore.  Ora convien che ci  ricordiamo  come  la
    difformit,  cio  la  diversa velocit di moto de i vasi,  cio delle
    parti della  superficie  terrestre,  depende  dal  muoversi  loro  del
    movimento composto resultante dall'accoppiamento de i due moti annuo e
    diurno  proprii  dell'intero globo terrestre;  de i quali la vertigine
    diurna, co 'l suo ora aggiugnere ed or detrarre al movimento annuo,  
    quella  che  produce  la  difformit nel moto composto;  talch ne gli
    additamenti e suttrazioni che fa la vertigine diurna  al  moto  annuo,
    consiste  l'originaria  cagione  del  moto  difforme  dei vasi,  ed in
    conseguenza del flusso e reflusso: in guisa tale,  che  quando  questi
    additamenti   e   suttrazioni  si  facesser  sempre  con  la  medesima
    proporzione verso 'l moto annuo, continuerebbe ben la causa del flusso
    e reflusso,  ma per di farsi perpetuamente nell'istesso modo.  Ma noi
    abbiam  bisogno  di  trovar  la  cagione del farsi i medesimi flussi e
    reflussi,  in diversi tempi,  maggiori e minori;  adunque bisogna  (se
    vogliamo  ritener  l'identit  della  causa)  ritrovar  alterazione in
    questi additamenti e suttrazioni,  che gli faccia pi e  meno  potenti
    nel  produr  quelli  effetti che da loro dependono.  Ma tal potenza ed
    impotenza non veggo che si possa indurre se non co 'l fare i  medesimi
    additamenti   e   suttrazioni  or  maggiori  ed  or  minori,   s  che
    l'accelerazione e 'l ritardamento del moto composto si faccia  or  con
    maggiore ed or con minor proporzione.

    Sagredo:  Io  mi sento molto placidamente guidar per mano;  e bench'io
    non trovi intoppi per la strada, tuttavia, a guisa di cieco, non veggo
    dove la vostra scorta mi conduca,  n so immaginarmi dove tal  viaggio
    abbia a terminare.

    Salviati:  Ancorch  gran differenza sia tra 'l mio lento filosofare e
    il vostro velocissimo discorso,  tuttavia in questo  particolare,  che
    ora  abbiamo  alle mani,  non voglio maravigliarmi che la perspicacit
    del vostro ingegno resti  ancora  offuscata  dalla  caligine  alta  ed
    oscura  che ci nasconde il termine al quale noi camminiamo: e cessa la
    mia maraviglia nel rimembrarmi quant'ore, quanti giorni,  e pi quante
    notti,  abbia  io  trapassate in questa specolazione,  e quante volte,
    disperato di poterne venire a  capo,  abbia,  per  consolazion  di  me
    medesimo,  fatto forza di persuadermi,  a guisa dell'infelice Orlando,
    che potesse non esser vero quello che  tuttavia  la  testimonianza  di
    tanti  uomini degni di fede mi rappresentava innanzi a gli occhi.  Non
    vi maravigliate dunque se questa volta, contro al vostro consueto, non
    prevedete il segno;  e se pur vi maravigliate,  credo che la riuscita,
    per  quanto  posso  giudicare  assai  inopinata,  vi  far  cessar  la
    maraviglia.

    Sagredo: Ringrazio dunque  Iddio  dell'avere  Egli  ovviato,  che  tal
    disperazione  non  traesse  voi all'esito che si favoleggia del misero
    Orlando,  n a  quello  che  forse  non  men  favolosamente  s'intende
    d'Aristotile, acciocch n io n altri restasse privo del ritrovamento
    di cosa tanto recondita quanto desiderata.  Pregovi dunque che, quanto
    prima si possa, satolliate la mia famelica avidit.

    Salviati: Eccomi a sodisfarvi.  Eramo  ridotti  a  ritrovare  in  qual
    maniera  gli additamenti e suttrazioni della vertigine terrestre sopra
    'l moto annuo potessero  farsi  or  con  maggiore  ed  or  con  minore
    proporzione,  la qual diversit,  e non altra cosa,  poteva assegnarsi
    per cagion delle alterazioni mestrue ed annue  che  si  veggono  nella
    grandezza  de  i  flussi  e  reflussi.  Considero  adesso  come questa
    proporzione de gli additamenti e suttrazioni della vertigine diurna  e
    del moto annuo pu farsi maggiore e minore in tre maniere.  L'una  co
    'l crescere e diminuire la velocit  del  moto  annuo,  ritenendo  gli
    additamenti  e  suttrazioni,   fatte  dalla  vertigine  diurna,  nella
    medesima grandezza;  perch,  per essere il moto annuo circa tre volte
    maggiore,  cio  pi  veloce,  del  moto  diurno (considerato anco nel
    cerchio massimo),  se noi di nuovo l'accresceremo  minore  alterazione
    gli  arrecheranno  le  giunte o suttrazioni del moto diurno;  ma,  per
    l'opposito,  facendolo  pi  tardo,   verr  con  proporzion  maggiore
    alterato  dal  medesimo  moto diurno;  in quel modo che l'accrescere o
    detrarre quattro gradi di velocit a quello che  si  muove  con  venti
    gradi,  altera  meno il suo corso che non farebbero i medesimi quattro
    gradi aggiunti o detratti a uno che si movesse solamente con 10 gradi.
    La seconda maniera sarebbe con far maggiori o minori gli additamenti e
    le suttrazioni.  ritenendo il moto annuo nell'istessa velocit: il che
      tanto  facile  da intendersi,  quanto  manifesto che una velocit,
    verbigrazia, di 20 gradi pi si altera con l'aggiunta o suttrazione di
    10 gradi,  che con la giunta o suttrazione  di  4.  La  terza  maniera
    sarebbe  quando  queste  due si congiugnessero insieme,  diminuendo il
    moto annuo e crescendo le giunte e suttrazioni diurne.  Sin qui,  come
    voi vedete,  non  stato difficile il pervenire, ma ben  egli stato a
    me laborioso il ritrovare in qual maniera  ci  possa  effettuarsi  in
    natura.  Pur finalmente trovo che ella mirabilmente se ne serve, e con
    modi quasi inopinabili: dico mirabili ed inopinabili a noi,  ma non  a
    lei,  la  quale  anco le cose all'intelletto nostro d'infinito stupore
    opera ella con somma facilit e semplicit;  e  quello  che  a  noi  
    difficilissimo a intendersi, a quella  agevolissimo a farsi. Passando
    ora  pi  avanti,  ed  avendo  dimostrato  come la proporzione tra gli
    additamenti e suttrazioni della vertigine e 'l moto annuo si  pu  far
    maggiore e minore in due maniere (e dico in due,  perch la terza vien
    composta delle due prime), aggiungo che la natura di amendue si serve,
    e di  pi  soggiungo,  che  quando  ella  si  servisse  di  una  sola,
    bisognerebbe  tor via una delle due alterazioni periodiche: cesserebbe
    quella del periodo mestruo, se 'l movimento annuo non si alterasse;  e
    quando  le  giunte e suttrazioni della vertigine diurna si mantenesser
    continuamente eguali mancherebbero le alterazioni del periodo annuo.

    Sagredo: Adunque l'alterazione mestrua de' flussi e  reflussi  depende
    dall'alterazion del moto annuo della Terra?  e l'alterazione annua de'
    medesimi flussi e reflussi deriva da  gli  additamenti  e  suttrazioni
    della vertigine diurna?  Ora mi ritrovo io pi confuso che mai,  e pi
    fuori di speranza d'avere a  poter  restar  capace  come  stia  questo
    intralciamento,  pi intrigato,  al mio parere,  del nodo Gordiano; ed
    invidio il signor Simplicio,  dal cui silenzio argomento che ei  resti
    capace  del tutto,  e libero da quella confusione che grandemente a me
    ingombra la fantasia.
    Simplicio: Credo veramente,  signor Sagredo,  che  voi  vi  ritroviate
    confuso,  e credo di sapere anco la causa della vostra confusione;  la
    quale,  per mio avviso,  nasce,  che delle cose portate da poco in qua
    dal  signor  Salviati,  parte  ne intendete e parte no.  E' anche vero
    ch'io mi trovo fuori di confusione,  ma non per quella causa  che  voi
    credete,  cio  perch io resti capace del tutto,  anzi ci mi avviene
    dal contrario,  cio dal non capir nulla;  e  la  confusione    nella
    pluralit delle cose, e non nel niente.

    Sagredo: Vedete, signor Salviati, come alcune sbrigliatelle che si son
    date ne i giorni passati al signor Simplicio, l'hanno reso mansueto, e
    di saltatore cangiato in una chinea.  Ma, di grazia, senza pi indugio
    cavateci amendue di travaglio.

    Salviati: Far forza quanto potr alla mia dura espressiva,  alla  cui
    ottusit  supplir  l'acutezza  del  vostro  ingegno.   Due  sono  gli
    accidenti de' quali doviamo investigar le cagioni: il  primo  riguarda
    le  diversit che accascano ne' flussi e reflussi nel periodo mestruo;
    e l'altro appartiene al periodo annuo: prima  parleremo  del  mestruo,
    poi  tratteremo  dell'annuo;  e tutto convien che risolviamo secondo i
    fondamenti e ipotesi gi stabilite,  senza introdur novit alcuna,  n
    in  astronomia  n nell'universo,  in grazia de i flussi e reflussi ma
    dimostriamo che di tutti i diversi accidenti che in essi si  scorgono,
    le  cause riseggono nelle cose gi conosciute,  e ricevute per vere ed
    indubitate.  Dico per tanto,  cosa vera,  naturale,  anzi  necessaria,
    essere  che  un medesimo mobile,  fatto muovere in giro dalla medesima
    virt movente,  in pi lungo tempo faccia suo  corso  per  un  cerchio
    maggiore  che  per un minore;  e questa  verit ricevuta da tutti,  e
    confermata da tutte l'esperienze, delle quali ne produrremo alcuna. Ne
    gli oriuoli da ruote, ed in particolare ne i grandi,  per temperare il
    tempo accomodano i loro artefici certa asta volubile orizontalmente, e
    nelle  sue  estremit attaccano due pesi di piombo;  e quando il tempo
    andasse troppo tardo, co 'l solo avvicinare alquanto i detti piombi al
    centro  dell'asta,  rendono  le  sue  vibrazioni  pi  frequenti;   ed
    all'incontro, per ritardarlo, basta ritirare i medesimi pesi pi verso
    l'estremit,  perch  cos  le  vibrazioni  si  fanno pi rade,  ed in
    conseguenza gl'intervalli dell'ore si allungano.  Qui la virt movente
     la medesima,  cio il contrappeso, i mobili sono i medesimi piombi e
    le vibrazioni loro son pi frequenti quando sono pi vicini al centro,
    cio quando si muovono per minori cerchi.  Sospendansi pesi equali  da
    corde  diseguali,  e  rimossi  dal  perpendicolo  lascinsi in libert;
    vedremo gli appesi a corde pi brevi fare  lor  vibrazioni  sotto  pi
    brevi  tempi,  come  quelli che si muovono per cerchi minori.  Ma pi:
    attacchisi un tal peso a una corda la quale cavalchi un chiodo fermato
    nel palco,  e voi tenete l'altro capo della corda in mano,  ed  avendo
    data  l'andata al pendente peso,  mentre ei va facendo sue vibrazioni,
    tirate il capo della corda che avete in mano,  s che il peso si vadia
    alzando;  vedrete  nel  suo  sollevarsi crescer la frequenza delle sue
    vibrazioni,  come quelle che si vanno facendo continuamente per cerchi
    minori.  E  qui  voglio  che  notiate  due particolari,  degni d'esser
    saputi.  Uno ,  che le vibrazioni di un tal pendolo si fanno con  tal
    necessit sotto tali determinati tempi, che  del tutto impossibile il
    fargliele  far  sotto  altri  tempi,   salvo  che  con  allungargli  o
    abbreviargli  la  corda;   del  che  potete  anco  di   presente   con
    l'esperienza  accertarvi,  legando  un  sasso  a  uno  spago e tenendo
    l'altro capo in mano, tentando se mai, per qualunque artifizio si usi,
    vi possa succedere di farlo andare in qua ed in l sotto altro che  un
    determinato  tempo,  fuor  che con allungare o scorciar lo spago,  che
    assolutamente  vedrete  essere   impossibile.   L'altro   particolare,
    veramente maraviglioso,  che il medesimo pendolo fa le sue vibrazioni
    con   l'istessa  frequenza,   o  pochissimo  e  quasi  insensibilmente
    differente, sien elleno fatte per archi grandissimi o per piccolissimi
    dell'istessa circonferenza.  Dico che se noi rimoveremo il pendolo dal
    perpendicolo uno, due o tre gradi solamente, o pure lo rimuoveremo 70,
    80,  ed  anco  sino a una quarta intera,  lasciato in sua libert far
    nell'uno e nell'altro caso le sue vibrazioni con la medesima frequenza
    tanto le prime, dove ha da muoversi per un arco di 4 o 6 gradi, quanto
    le seconde,  dove ha da passare archi di 160 o pi gradi: il  che  pi
    manifestamente  si  vedr  con  sospender  due pesi egali da due fili
    egualmente lunghi,  rimovendone poi dal perpendicolo uno  per  piccola
    distanza  e  l'altro  per  grandissima,  li  quali,  posti in libert,
    andranno e torneranno sotto gl'istessi tempi,  quello per archi  assai
    piccoli, e questo per grandissimi.
    Dal che ne sguita la conclusione d'un problema bellissimo: che  che,
    data  una  quarta  di  cerchio  (ne  segner  qui  in terra un poco di
    figura),  qual sarebbe questa A B,  eretta all'orizonte s che insista
    su  'l piano toccando nel punto B,  e fatto un arco con una tavola ben
    pulita e liscia dalla parte concava,  piegandola  secondo  la  curvit
    della  circonferenza  A  D B,  s che una palla ben rotonda e tersa vi
    possa liberamente scorrer dentro (la cassa di un vaglio  accomodata a
    tale esperienza),  dico che posta la palla in  qualsivoglia  luogo,  o
    vicino  o  lontano dall'infimo termine B,  come sarebbe mettendola nel
    punto C o vero qui in D o in E, e lasciata in libert, in tempi eguali
    o insensibilmente differenti arriver al termine B, partendosi dal C o
    dal D o dall'E o da  qualsivoglia  altro  luogo:  accidente  veramente
    maraviglioso.  Aggiugnete un altro accidente, non men bello di questo:
    che  che anco per tutte le corde tirate dal punto B a i punti C, D, E
    ed a qualunque altro,  non solamente preso nella quarta  B  A,  ma  in
    tutta  la circonferenza del cerchio intero,  il mobile stesso scender
    in tempi assolutamente eguali;  talch in  tanto  tempo  scender  per
    tutto  'l  diametro eretto a perpendicolo sopra il punto B,  in quanto
    scender per la B C,  quando bene ella suttendesse a un sol grado o  a
    minore  arco.  Aggiugnete  l'altra meraviglia,  qual  che i moti de i
    cadenti fatti per gli archi della quarta A B si  fanno  in  tempi  pi
    brevi che quelli che si fanno per le corde de i medesimi archi: talch
    il  moto  velocissimo  e  fatto  nel tempo brevissimo da un mobile per
    arrivare dal punto A al termine B sar quello che si far non  per  la
    linea retta A B (ancor che sia la brevissima di tutte quelle che tirar
    si possono tra i punti A,  B),  ma per la circonferenza A D B, e preso
    anco qualsivoglia punto nel medesimo arco, qual sia,  verbigrazia,  il
    punto D,  e tirate due corde A D, D B, il mobile, partendosi dal punto
    A, in manco tempo giugner al B venendo per le due corde A D, D B, che
    per la sola A B ma brevissimo sopra tutti i tempi  sar  quello  della
    caduta  per  l'arco  A D B: e gli stessi accidenti intendansi di tutti
    gli altri archi minori, presi dall'infimo termine B in su.

    Sagredo: Non pi, non pi, ch voi mi ingombrate s di maraviglia,  ed
    in  tante bande mi distraete la mente,  ch'io dubito che piccola parte
    sar quella che mi  rester  libera  e  sincera  per  applicarla  alla
    materia  principale  che  si tratta,  e che pur troppo  per se stessa
    oscura e diffficile. Vi pregher bene che vogliate favorirmi,  spedita
    che  aviamo  la  specolazione  de i flussi e reflussi,  di esser altri
    giorni ancora a onorar questa mia e vostra casa, ed a discorrere sopra
    tanti altri problemi che aviamo lasciati in pendente,  e che forse non
    son  men  curiosi  e  belli  di  questo che si  trattato ne i passati
    giorni e che oggi dovr terminarsi.

    Salviati: Sar a servirvi,  ma pi di una e di due sessioni  bisogner
    che  facciamo,  se,  oltre  all'altre  quistioni riserbate a trattarsi
    appartatamente, vorremo aggiugnerci le tante attenenti al moto locale,
    tanto de i mobili naturali quanto de i proietti,  materia diffusamente
    trattata  dal  nostro  Accademico Linceo.  Ma tornando al nostro primo
    proposito,   dove  eravamo  su  il  dichiarare  come   de   i   mobili
    circolarmente  da  virt  motrice,  che  continuamente  si conservi la
    medesima, i tempi delle circolazioni erano prefissi e determinati,  ed
    impossibili  a  farsi  pi  lunghi  o pi brevi avendone dati esempi e
    portate esperienze sensate e fattibili da noi,  possiamo  la  medesima
    verit  confermare  con  le  esperienze  de  i  movimenti celesti de i
    pianeti,  ne i quali si vede mantener l'istessa regola: che quelli che
    si  muovono  per  cerchi  maggiori,  pi tempo consumano in passargli.
    Speditissima osservazione di questo abbiamo da i pianeti Medicei,  che
    in tempi brevi fanno lor revoluzioni intorno a Giove.  Talch non  da
    metter dubbio, anzi possiamo tener per fermo e sicuro, che quando, per
    esempio,  la Luna,  seguitando di esser mossa dalla  medesima  facolt
    movente,   fusse  ritirata  a  poco  a  poco  in  cerchi  minori  ella
    acquisterebbe disposizione di abbreviare i tempi de  i  suoi  periodi,
    conforme  a  quel  pendolo del quale,  nel corso delle sue vibrazioni,
    andavamo abbreviando la corda,  cio scorciando il semidiametro  delle
    circonferenze da lui passate.  Sappiate ora che questo, che della Luna
    ho portato per esempio, avviene e si verifica essenzialmente in fatto.
    Rammemoriamoci che gi fu concluso da noi,  insieme co  'l  Copernico,
    non  esser possibile separar la Luna dalla Terra,  intorno alla quale,
    senza controversia, si muove in un mese: ricordiamoci parimente che il
    globo terrestre,  accompagnato  pur  sempre  dalla  Luna,  va  per  la
    circonferenza  dell'orbe  magno  intorno al Sole in un anno,  nel qual
    tempo la Luna si rivolge intorno alla Terra quasi 13 volte;  dal  qual
    rivolgimento sguita che essa Luna talor si trovi vicina al Sole, cio
    quando    tra 'l Sole e la Terra,  e talora assai pi lontana,  che 
    quando la Terra riman tra la Luna e il Sole:  vicina,  in  somma,  nel
    tempo della sua congiunzione e novilunio;  lontana,  nel plenilunio ed
    opposizione,   e  la  massima  lontananza  e   la   massima   vicinit
    differiscono per quanto  grande il diametro dell'orbe lunare. Ora, se
      vero  che  la virt che muove la Terra e la Luna intorno al Sole si
    mantenga sempre del medesimo vigore;  e se    vero  che  il  medesimo
    mobile,  mosso dalla medesima virt,  ma in cerchi diseguali, in tempi
    pi  brevi  passi  archi  simili   de   i   cerchi   minori;   bisogna
    necessariamente  dire che la Luna quando  in minor distanza dal Sole,
    cio nel tempo della  congiunzione,  archi  maggiori  passi  dell'orbe
    magno,  che  quando   in maggior lontananza,  cio nell'opposizione e
    plenilunio: e questa lunare inegualit  convien  che  sia  participata
    dalla  Terra  ancora.  Imperocch,  se noi intenderemo una linea retta
    prodotta dal centro del Sole per il  centro  del  globo  terrestre,  e
    prolungata sino all'orbe lunare, questa sar il semidiametro dell'orbe
    magno,   nel  quale  la  Terra,   quando  fusse  sola,   si  moverebbe
    uniformemente;  ma se nel medesimo semidiametro collocheremo un  altro
    corpo da esser portato, ponendolo una volta tra la Terra e il Sole, ed
    un'altra  volta  oltre  alla  Terra in maggior lontananza dal Sole,  
    forza che in questo secondo caso il moto comune di amendue secondo  la
    circonferenza  dell'orbe  magno,  mediante  la  lontananza della Luna,
    riesca alquanto pi tardo che nell'altro caso, quando la Luna  tra la
    Terra e 'l Sole, cio in minor distanza: talch in questo fatto accade
    giusto quel che avviene nel  tempo  dell'oriuolo  rappresentandoci  la
    Luna  quel piombo che s'attacca or pi lontano dal centro,  per far le
    vibrazioni dell'asta men frequenti,  ed ora pi vicino,  per farle pi
    spesse.  Di  qui  pu  esser manifesto,  come il movimento annuo della
    Terra nell'orbe magno e sotto l'eclittica non  uniforme,  e  come  la
    sua  difformit  deriva  dalla  Luna ed ha suoi periodi e restituzioni
    mestrue. E perch si era concluso, le alterazioni periodiche,  mestrue
    ed  annue,  de i flussi e reflussi non poter derivare da altra cagione
    che dall'alterata proporzione tra il moto annuo e  gli  additamenti  e
    suttrazioni della vertigine diurna; e tale alterazione poteva farsi in
    due  modi,  cio  con  l'alterare  il  moto annuo,  ritenendo ferma la
    quantit de gli additamenti,  o co 'l mutar  la  grandeza  di  questi,
    mantenendo l'uniformit del moto annuo; gi abbiamo ritrovato il primo
    di  questi  due  modi  fondato  sopra  la  difformit  del moto annuo,
    dependente dalla Luna e che  ha  i  suoi  periodi  mestrui:    dunque
    necessario  che per tal cagione i flussi e reflussi abbiano un periodo
    mestruo,  dentro al quale si facciano maggiori e  minori.  Ora  vedete
    come  la causa del periodo mestruo risiede nel moto annuo,  ed insieme
    vedete ci che ha che far la Luna in questo negozio,  e come  ella  ci
    entra a parte senza aver che fare niente n con mari n con acque.

    Sagredo:  Se  a uno che non avesse cognizione di veruna sorte di scale
    fusse mostrata una  torre  altissima,  e  domandatogli  se  gli  desse
    l'animo  d'arrivare  alla  sua suprema altezza credo assolutamente che
    direbbe di no,  non comprendendo che in altro modo che co 'l volare vi
    si potesse pervenire ma mostrandosegli una pietra non pi alta di mezo
    braccio  ed  interrogandolo se sopra quella credessi di poter montare,
    son certo che risponderebbe di s,  ed anco non negherebbe che non una
    sola,  ma  10,  20 e 100 volte,  agevolmente salir vi potrebbe: per lo
    che,  quando se gli mostrassero le scale co 'l mezo delle  quali,  con
    l'agevolezza  da lui conceduta,  si poteva pervenire col dove poco fa
    aveva affermato esser impossibile di arrivare,  credo che,  ridendo di
    se  stesso,   confesserebbe  il  suo  poco  avvedimento.  Voi,  signor
    Salviati, mi avete di grado in grado tanto soavemente guidato, che non
    senza meraviglia mi trovo giunto con  minima  fatica  a  quell'altezza
    dove io credeva non potersi arrivare;   ben vero che, per esser stata
    la scala buia,  non mi sono accorto d'essermi avvicinato n  pervenuto
    alla cima se non dopo che, uscendo all'aria luminosa, ho scoperto gran
    mare  e gran campagna: e come nel salire un grado non  fatica veruna,
    cos ad una ad una  delle  vostre  proposizioni  mi  son  parse  tanto
    chiare,  che, sopraggiugnendomi poco o nulla di nuovo, piccolo o nulla
    mi sembrava essere il guadagno; onde tanto maggiormente si accresce in
    me la maraviglia per l'inopinata riuscita di questo discorso,  che  mi
    ha  scorto  all'intelligenza di cosa ch'io stimava inesplicabile.  Una
    difficult  mi  rimane  solamente,   dalla  quale  desidero  di  esser
    liberato; e questa , che se 'l movimento della Terra insieme con quel
    della   Luna   sotto   'l  zodiaco  sono  irregolari,   dovrebbe  tale
    irregolarit essere stata osservata e notata da gli astronomi,  il che
    non so che sia seguito; per voi, che pi di me sete di queste materie
    informato, liberatemi dal dubbio, e ditemi come sta il fatto.

    Salviati:   Molto   ragionevolmente   dubitate:   ed  io  all'instanza
    rispondendo,  dico che bench l'astronomia nel corso di  molti  secoli
    abbia  fatto  gran  progressi,  nell'investigar  la  constituzione e i
    movimenti de i corpi celesti, non per  ella sin qui arrivata a segno
    tale,  che moltissime  cose  non  restino  indecise,  e  forse  ancora
    molt'altre  occulte.  E'  da credere che i primi osservatori del cielo
    non conoscessero altro che un moto comune a tutte le stelle,  quale  
    questo diurno: creder bene che in pochi giorni si accorgessero che la
    Luna  era  incostante  nel  tener  compagnia all'altre stelle,  ma che
    scorressero ben poi molti anni prima che  si  distinguessero  tutti  i
    pianeti;  ed in particolare penso che Saturno,  per la sua tardit,  e
    Mercurio,  per il vedersi di rado,  fussero de  gli  ultimi  ad  esser
    conosciuti  per vagabondi ed erranti.  Molti pi anni  da credere che
    passassero avanti che fussero osservate le stazioni e  retrogradazioni
    de  i tre superiori,  come anco gli accostamenti e discostamenti dalla
    Terra,   occasioni  necessarie  dell'introdur  gli  eccentrici  e  gli
    epicicli,  cose  incognite  sino  ad Aristotile,  gi che ei non ne fa
    menzione.  Mercurio e Venere con le loro ammirande apparizioni  quanto
    hanno  tenuto  sospesi  gli  astronomi nel risolversi,  non che altro,
    circa il sito loro?  Talch qual sia l'ordine  solamente  de  i  corpi
    mondani  e  la  integrale  struttura  delle parti dell'universo da noi
    conosciute,  stata dubbia sino al tempo del Copernico, il quale ci ha
    finalmente additata la vera costituzione ed il vero sistema secondo il
    quale esse parti sono ordinate;  s che noi siamo certi che  Mercurio,
    Venere  e gli altri pianeti si volgono intorno al Sole,  e che la Luna
    si volge intorno alla Terra.  Ma come poi ciascun pianeta  si  governi
    nel suo rivolgimento particolare e come stia precisamente la struttura
    dell'orbe suo,  che  quella che vulgarmente si chiama la sua teorica,
    non possiamo noi per ancora indubitatamente risolvere:  testimonio  ce
    ne  sia Marte,  che tanto travaglia i moderni astronomi;  ed alla Luna
    stessa  sono  state  assegnate  variate  teoriche,  dopo  l'averla  il
    medesimo Copernico mutata assai da quella di Tolomeo.  E per descender
    pi al nostro particolare,  cio al moto apparente del  Sole  e  della
    Luna,  di  quello    stato osservato certa grande inegualit,  per la
    quale  in  tempi  assai  differenti  e'  passa  li  due  mezi   cerchi
    dell'eclittica,  divisi da i punti de gli equinozii;  nel passar l'uno
    de i quali egli consuma circa a nove giorni  di  pi  che  nel  passar
    l'altro,  differenza,  come vedete, molto grande e notabile. Ma se nel
    passare archi piccoli, quali sarebbono,  per esempio,  i 12 segni,  e'
    mantenga un moto regolarissimo, o pure proceda con passi or pi veloci
    alquanto  ed  or  pi  lenti,  come    necessario che segua quando il
    movimento annuo sia solo in apparenza del Sole,  ma  in  realt  della
    Terra accompagnata dalla Luna,  ci non  stato sin qui osservato,  n
    forse ricercato.  Della Luna  poi,  le  cui  restituzioni  sono  state
    investigate principalmente in grazia de gli eclissi, per i quali basta
    aver  esatta  cognizione  del  moto  suo  intorno  alla Terra non si 
    parimente con intera curiosit ricercato qual sia il suo progresso per
    gli archi particolari del zodiaco.
    Che dunque la Terra e la Luna nello scorrer per il zodiaco,  cio  per
    la circonferenza dell'orbe magno, si accelerino alquanto ne' novilunii
    e si ritardino ne' plenilunii,  non deve mettersi in dubbio perch tal
    inegualit non si sia manifestata: il che per due ragioni   accaduto;
    prima,  perch non  stata ricercata; secondariamente poi, perch ella
    pu essere non molto grande.  N molto grande fa di bisogno  che  ella
    sia  per produr l'effetto che si vede nell'alterazione delle grandezze
    de i flussi e reflussi, perch non solamente tali alterazioni,  ma gli
    stessi flussi e reflussi, son piccola cosa rispetto alla grandezza de'
    suggetti in cui si esercitano, ancor che rispetto a noi ed alla nostra
    piccolezza sembrino cose grandi.
    Imperocch  l'aggiugnere  o  scemare un grado di velocit dove ne sono
    naturalmente 700 o 1000,  non si pu chiamar grande alterazione n  in
    chi lo conferisce n in chi lo riceve: l'acqua del mar nostro, portata
    dalla  vertigine  diurna,  fa  circa 700 miglia per ora (che  il moto
    comune alla Terra ed ad essa, e per impercettibile a noi); quello che
    nelle correnti ci si fa sensibile,  non  di un miglio per ora  (parlo
    nel mare aperto,  e non ne gli stretti),  e questo  quello che altera
    il movimento primo,  naturale e magno:  e  tale  alterazione    assai
    rispetto a noi ed a i navilii, perch a un vassello che dalla forza de
    i remi ha di fare nell'acqua stagnante, verbigrazia, 3 miglia per ora,
    in  quella  tal  corrente  dall'averla  in  favore  all'averla  contro
    importer il doppio del vaggio;  differenza  notabilissima  nel  moto
    della  barca,  ma  piccolissima  nel  movimento  del  mare,  che viene
    alterato per la sua settecentesima parte.  L'istesso dico dell'alzarsi
    ed  abbassarsi  uno  due  o  tre  piedi,  ed  a  pena quattro o cinque
    nell'estremit del seno lungo due  mila  o  pi  miglia  e  dove  sono
    profondit di centinaia di piedi: questa alterazione  assai meno, che
    se,  in  una  delle  barche  che  conducon l'acqua dolce,  essa acqua,
    nell'arrestarsi la barca,  s'alzasse alla prua  quant'  la  grossezza
    d'un  foglio.  Concludo  per tanto,  piccolissime alterazioni rispetto
    all'immensa grandezza e somma velocit de i mari  esser  bastanti  per
    fare in essi mutazioni grandi in relazione alla piccolezza nostra e di
    nostri accidenti.

    Sagredo: Rimango pienamente sodisfatto quanto a questa parte; resta da
    dichiararci  come  quelli  additamenti  e  suttrazioni derivanti dalla
    vertigine diurna si facciano or maggiori ed  or  minori;  dalla  quale
    alterazione  ci  accennaste  che  dependeva  il  periodo  annuo de gli
    accrescimenti e diminuzioni de' flussi e reflussi.

    Salviati: Far ogni possibile sforzo per lasciarmi  intendere;  ma  la
    difficolt dell'accidente stesso, e la grand'astrazion di mente che ci
    vuol per capirlo,  mi sgomentano.  La disegualit de gli additamenti e
    suttrazioni che la vertigine diurna fa sopra 'l  moto  annuo,  depende
    dall'inclinazion  dell'asse  del  moto diurno sopra 'l piano dell'orbe
    magno o vogliamo dire dell'eclittica,  mediante la quale  inclinazione
    l'equinoziale sega essa eclittica,  restando sopra di lei inclinato ed
    obbliquo secondo la medesima inclinazion dell'asse: e la  quantit  de
    gli  additamenti  viene  a importar quanto  tutto il diametro di esso
    equinoziale,  stante il centro della Terra ne i punti solstiziali;  ma
    fuor  di  quelli  importa mano e manco,  secondo che esso centro si va
    avvicinando a i punti  degli  equinozii,  dove  tali  additamenti  son
    minori che in tutti gli altri luoghi. Questo  il tutto, ma involto in
    quella oscurit, che voi vedete.
    Sagredo:  Anzi  pure  in  quella  ch'io non veggo,  perch sin ora non
    comprendo nulla.

    Salviati: Gi l'ho io predetto: tuttavia proveremo se co 'l disegnarne
    un poco di figura si potesse guadagnar qualche lume,  se  bene  meglio
    sarebbe  il  rappresentarla con corpi solidi che con semplici disegni;
    pure ci aiuteremo con la prospettiva e con gli scorci. Segnamo dunque,
    come di sopra, la circonferenza dell'orbe magno, nella quale intendasi
    il punto A essere uno de i solstiziali,  ed il diametro A P  la  comun
    sezione  del coluro de' solstizi e del piano dell'orbe magno o vogliam
    dire dell'eclittica,  ed in esso punto A esser locato  il  centro  del
    globo  terrestre,  l'asse  del  quale C A B,  inclinato sopra il piano
    dell'orbe magno,  cade nel piano  del  detto  coluro,  che  passa  per
    amendue  gli  assi  dell'equinoziale  e  dell'eclittica;  e  per minor
    confusione segneremo il solo cerchio equinoziale, notandolo con questi
    caratteri DGEF,  del quale la comun sezione col piano dell'orbe  magno
    sia  la  linea  D E,  s che la met di esso equinoziale D F E rimarr
    inclinata sotto il piano dell'orbe magno, e l'altra met D G E elevata
    sopra.
    Intendasi ora,  la revoluzione di esso equinoziale  farsi  secondo  la
    conseguenza de i punti D, G, E, F, ed il moto del centro da A verso E:
    e perch,  stante il centro della Terra in A, l'asse C B (che  eretto
    al diametro dell'equinoziale D E) cade,  come si  detto,  nel  coluro
    de'  solstizii,  la  comun  sezione  del  quale e dell'orbe magno  il
    diametro P A,  sar essa linea P A perpendicolare alla medesima  D  E,
    per  esser  il  coluro eretto all'orbe magno,  e per essa D E sar la
    tangente dell'orbe magno nel punto A,  talch in questo stato il  moto
    del  centro per l'arco A E,  che  di un grado per giorno,  pochissimo
    differisce, anzi  come se fusse fatto per la tangente D A E. E perch
    per la vertigine diurna il punto D portato per G in E accresce al moto
    del centro,  mosso quasi per la medesima linea D  E,  tanto  quanto  
    tutto  il  diametro  D  E,   ed  all'incontro  altrettanto  diminuisce
    movendosi per l'altro mezo cerchio E F D,  saranno gli  additamenti  e
    suttrazioni in questo luogo, cio nel tempo del solstizio, misurati da
    tutto il diametro D E.
    Passiamo  ora  a  vedere se ne i tempi de gli equinozii e' siano della
    medesima grandezza,  e trasportando il centro della Terra nel punto I,
    lontano per una quarta dal punto A, intendiamo il medesimo equinoziale
    G  E  F  D,  la sua comun sezione con l'orbe magno D E,  l'asse con la
    medesima inclinazione C B;  ma la tangente dell'orbe magno nel punto I
    non sar pi la D E, ma un'altra che la segher ad angoli retti, e sia
    questa  notata H I L,  secondo la quale verr ad essere incamminato il
    moto del centro I,  procedente per la circonferenza  dell'orbe  magno.
    Ora  in questo stato gli additamenti e suttrazioni non si misurano pi
    nel diametro D E, come prima si fece,  perch,  non si distendendo tal
    diametro secondo la linea del moto annuo H L, anzi segandola ad angoli
    retti,  niente  promuovono  o  detraggono  essi termini D,  E;  ma gli
    additamenti e suttrazioni s'hanno a prendere da quel diametro che cade
    nel piano eretto al piano dell'orbe magno e che  lo  sega  secondo  la
    linea  H  L,  il  qual  diametro  sar  adesso  questo G F: ed il moto
    addiettivo,  per cos dire,  sar il fatto dal punto G  per  il  mezzo
    cerchio G E F,  e l'ablativo sar il restante,  fatto per l'altro mezo
    cerchio F D G. Ora questo diametro, per non esser nella medesima linea
    H L del moto annuo,  anzi perch la sega,  come si vede,  nel punto I,
    restando  il  termine  G  elevato  sopra  ed F depresso sotto il piano
    dell'orbe magno,  non determina gli additamenti e suttrazioni  secondo
    tutta la sua lunghezza; ma devesi la quantit di quelli prendere dalla
    parte  della  linea  H  L  che rimane intercetta tra le perpendicolari
    tirate sopra di lei da i termini G, F, quali sono queste due G S, F V:
    s che la misura de gli additamenti  la linea S V, minore della G F o
    vero della D E,  che fu la misura de gli additamenti nel solstizio  A.
    Secondo poi che si costituir il centro della Terra in altri punti del
    quadrante  A I,  tirando le tangenti in essi punti e le perpendicolari
    sopra esse cadenti da i termini de i diametri dell'equinoziale segnati
    da i piani eretti per esse tangenti al piano dell'orbe magno, le parti
    di esse tangenti (che saranno sempre  minori  verso  gli  equinozii  e
    maggiori  verso i solstizii) ci daranno le quantit de gli additamenti
    e suttrazioni.  Quanto poi differischino i  minimi  additamenti  da  i
    massimi,   facile a sapersi, perch tra essi  la differenza medesima
    che tra tutto l'asse o diametro della sfera e la  parte  di  esso  che
    resta  tra  i cerchi polari,  la quale  minor di tutto 'l diametro la
    duodecima parte prossimamente,  intendendo per de gli  additamenti  e
    suttrazioni  fatte  nell'equinoziale;  ma  negli  altri  paralleli son
    minori, secondo che i lor diametri si vanno diminuendo.
    Questo  quanto  io  posso  dirvi  in  questa  materia  e  quanto  per
    avventura pu comprendersi sotto una nostra cognizione, la quale, come
    ben sapete, non si pu aver se non di quelle conclusioni che son ferme
    e costanti,  quali sono i tre periodi in genere de' flussi e reflussi,
    come quelli che dependono da cause  invariabili,  une  ed  eterne.  Ma
    perch  con  queste  cagion primarie ed universali si mescolano poi le
    secondarie e particolari,  potenti a far molte  alterazioni,  e  sono,
    queste  secondarie,  parte  inosservabili ed incostanti,  qual ,  per
    esempio, l'alterazion de i venti, e parte, bench determinate e ferme,
    non per osservate per la loro multiplicit come sono le lunghezze  de
    i seni,  le loro diverse inclinazioni verso questa o quella parte,  le
    tante e tanto diverse profondit dell'acque;  chi potr,  se non forse
    doppo  lunghissime  osservazioni  e  ben  sicure  relazioni,  formarne
    istorie cos spedite,  che possano servir come ipotesi e  supposizioni
    sicure  a  chi volesse con le lor combinazioni render ragioni adequate
    di tutte le apparenze,  e dir anomalie e particolari diflormit,  che
    ne i movimenti dell'acque possono scorgersi?  Io mi contenter d'avere
    avvertito come le cause accidentarie sono in natura,  e son potenti  a
    produr  molte  alterazioni:  le  minute osservazioni le lascer fare a
    quelli che praticano diversi mari; e solo, per chiusa di questo nostro
    discorso, metter in considerazione come i tempi precisi de i flussi e
    reflussi non solamente vengono alterati dalle lunghezze de  i  seni  e
    dalle  profondit  varie,  ma notabile alterazione ancora penso io che
    possa provenire dalla conferenza di diversi tratti di mari, differenti
    in  grandezza  ed  in  positura  o  vogliam  dire  inclinazione:  qual
    diversit cade appunto qui nel golfo Adriatico, minore assai del resto
    del  Mediterraneo,  e  posto  in tanta diversa inclinazione,  che dove
    quello ha il suo termine che lo serra dalla parte orientale,  che sono
    le rive della Soria, questo  racchiuso dalla parte pi occidentale; e
    perch  nelle estremit sono assai maggiori i flussi e reflussi,  anzi
    quivi solamente sono grandissimi gli alzamenti ed abbassamenti,  molto
    verisimilmente  pu  accadere  che  i  tempi de i flussi in Venezia si
    facciano ne i reflussi dell'altro mare, il quale,  come molto maggiore
    e  pi  direttamente  disteso da occidente in oriente,  viene in certo
    modo ad  aver  dominio  sopra  l'Adriatico;  e  per  non  sarebbe  da
    maravigliarsi  quando  gli  eflfetti dependenti dalle cagioni primarie
    non si verificassero ne i tempi debiti,  e rispondenti  a  i  periodi,
    nell'Adriatico  ma  s  bene  nel  resto  del Mediterraneo.  Ma queste
    particolarit ricercano lunghe osservazioni, le quali n io ho sin qui
    fatte, n meno son per poterle fare per l'avvenire.

    Sagredo: Assai mi par che  voi  abbiate  fatto  in  aprirci  il  primo
    ingresso  a  cos  alta  specolazione: della quale quando altro non ci
    aveste arrecato che quella prima general proposizione,  che a  me  par
    che  non  patisca  replica  alcuna,  dove  molto  concludentemente  si
    dichiara,  che  stando  fermi  i  vasi  contenenti  le  acque  marine,
    impossibil  sarebbe,  secondo  il  comun corso di natura,  che in esse
    seguissero quei movimenti che seguir veggiamo,  e  che,  all'incontro,
    posti i movimenti per altri rispetti attribuiti dal Copernico al globo
    terrestre,  debbano  necessariamente  seguire  simili alterazioni ne i
    mari, quando, dico, altro non ci fusse,  questo solo mi par che superi
    di  tanto  intervallo  le  vanit  introdotte  da tanti altri,  che il
    ripensar solamente a quelle mi muove nausea; e molto mi maraviglio che
    tra uomini di sublime ingegno, che pur ve ne sono stati non pochi, non
    sia ad alcuno cascato  in  mente  la  incompatibilit  che    tra  il
    reciproco   moto   dell'acqua  contenuta  e  la  immobilit  del  vaso
    contenente, la quale repugnanza ora mi par tanto manifesta.

    Salviati: Pi  da maravigliarsi,  che essendo pur caduto in  pensiero
    ad  alcuni  di  referir  la causa de i flussi e reflussi al moto della
    Terra,  onde in ci hanno mostrato perspicacit maggiore della comune,
    nello  strigner  poi  il negozio non abbiano afferrato nulla,  per non
    avere avvertito che non basta un semplice moto ed uniforme,  quale  ,
    verbigrazia,  il semplice diurno del globo terrestre, ma si ricerca un
    movimento ineguale, ora accelerato ed ora ritardato;  perch quando il
    moto  de  i  vasi  sia  uniforme,  l'acque  contenute si abitueranno a
    quello,  n mai faranno  mutazione  alcuna.  Il  dire  anco  (come  si
    referisce   d'uno   antico   matematico)  che  il  moto  della  Terra,
    incontrandosi col moto dell'orbe lunare,  cagiona,  per tal contrasto,
    il flusso e reflusso,  resta totalmente vano, non solo perch non vien
    dichiarato n si vede come ci debba seguire,  ma si scorge la falsit
    manifesta,  atteso  che  la conversione della Terra non  contraria al
    moto della Luna,  ma  per  il  medesimo  verso:  talch  il  detto  e
    imaginato  sin  qui  da  gli  altri  resta,  al  parer mio,  del tutto
    invalido.  Ma tra tutti gli  uomini  grandi  che  sopra  tal  mirabile
    effetto di natura hanno filosofato,  pi mi meraviglio del Keplero che
    di altri, il quale,  d'ingegno libero ed acuto,  e che aveva in mano i
    moti  attribuiti  alla  Terra,  abbia  poi  dato orecchio ed assenso a
    predominii della Luna sopra l'acqua, ed a propriet occulte,  e simili
    fanciullezze.

    Sagredo:  Io  son d'opinione che a questi pi specolativi sia avvenuto
    quello che di  presente  accade  a  me  ancora,  cio  il  non  potere
    intendere il viluppo de i tre periodi, annuo, mestruo e diurno, e come
    le  cause loro mostrino di dependere dal Sole e dalla Luna,  senza che
    n il Sole n la Luna abbiano che far nulla con l'acqua; negozio,  per
    piena intelligenza del quale a me fa di mestiero una pi fissa e lunga
    applicazione  di  mente,  la  quale  sin  ora  dalla  novit  e  dalla
    difficult mi resta assai offuscata: ma non dispero,  col tornar da me
    stesso, in solitudine e silenzio, a ruminar quello che non ben digesto
    mi  rimane  nella  fantasia,  d'esser  per farmene possessore.  Aviamo
    dunque da i discorsi di questi 4 giorni grandi  attestazioni  a  favor
    del  sistema Copernicano;  tra le quali queste tre,  prese,  la prima,
    dalle stazioni e retrogradazioni de i pianeti e da i loro accostamenti
    e allontanamenti dalla Terra,  la seconda dalla revoluzion del Sole in
    se stesso e da quello che nelle sue macchie si osserva,  la terza da i
    flussi e reflussi del mare, si mostrano assai concludenti.

    Salviati: Ci si potrebbe forse in breve aggiugner  la  quarta,  e  per
    avventura anco la quinta: la quarta,  dico,  presa dalle stelle fisse,
    mentre in loro per esattissime osservazioni apparissero quelle  minime
    mutazioni che il Copernico pone per insensibili. Surge di presente una
    quinta  novit,  dalla  quale  si  possa  arguir  mobilit  nel  globo
    terrestre,   mediante  quello  che  sottilissimamente   va   scoprendo
    l'Illustrissimo signor Cesare della nobilissima famiglia de i Marsilii
    di  Bologna,  pur  Accademico  Linceo,  il  quale  in  una  dottissima
    scrittura va esponendo  come  ha  osservato  una  continua  mutazione,
    bench tardissima, nella linea meridiana; della quale scrittura, da me
    ultimamente  con stupore veduta,  spero che dover farne copia a tutti
    gli studiosi delle maraviglie della natura.

    Sagredo: Non    questa  la  prima  volta  che  io  ho  inteso  parlar
    dell'esquisita dottrina di questo Signore,  e di quanto egli si mostri
    ansioso protettor di tutti i litterati;  e se questa o altra sua opera
    uscir  in  luce,  gi  possiamo  esser  sicuri che sia per esser cosa
    insigne.

    Salviati: Ora,  perch  tempo di por fine a  i  nostri  discorsi,  mi
    resta  a  pregarvi,  che  se nel riandar pi posatamente le cose da me
    arrecate incontraste delle  difficult  o  dubbii  non  ben  resoluti,
    scusiate  il  mio  difetto,  s per la novit del pensiero,  s per la
    debolezza del mio ingegno,  s per la grandezza  del  suggetto,  e  s
    finalmente perch io non pretendo n ho preteso da altri quell'assenso
    ch'io   medesimo  non  presto  a  questa  fantasia,   la  quale  molto
    agevolmente potrei  ammetter  per  una  vanissima  chimera  e  per  un
    solennissimo  paradosso: e voi,  signor Sagredo,  se ben ne i discorsi
    avuti  avete  molte  volte  con  grand'applauso  mostrato  di  rimaner
    appagato  d'alcuno de' miei pensieri,  ci stimo io che sia provenuto,
    in parte, pi dalla novit che dalla certezza di quelli,  ma pi assai
    dalla  vostra  cortesia,  che  ha  creduto  e voluto co 'l suo assenso
    arrecarmi   quel   gusto   che    naturalmente    sogliamo    prendere
    dall'approvazione  e  laude  delle  cose  proprie.  E come a voi mi ha
    obbligato la vostra gentilezza,  cos  m'  piaciuta  l'ingenuit  del
    signor Simplicio;  anzi la sua costanza nel sostener con tanta forza e
    tanto intrepidamente la dottrina del  suo  maestro,  me  gli  ha  reso
    affezionatissimo: e come a Vossignoria,  signor Sagredo,  rendo grazie
    del cortesissimo affetto, cos al signor Simplicio chieggio perdono se
    tal volta co 'l mio troppo ardito e resoluto parlare l'ho alterato,  e
    sia  certo che ci non ho io fatto mosso da sinistro affetto,  ma solo
    per dargli maggior occasione di portar in mezo pensieri alti,  onde io
    potessi rendermi pi scienziato.

    Simplicio:  Non  occorre  che  voi  arrechiate  queste scuse,  che son
    superflue,  e massime a me,  che,  sendo  consueto  a  ritrovarmi  tra
    circoli  e pubbliche dispute,  ho cento volte sentito i disputanti non
    solamente riscaldarsi e tra di loro alterarsi ma prorompere ancora  in
    parole  ingiuriose,  e  talora  trascorrere assai vicini al venire a i
    fatti.   Quanto  poi  a  i  discorsi  avuti,   ed  in  particolare  in
    quest'ultimo  intorno alla ragione del flusso e reflusso del mare,  io
    veramente non ne resto interamente capace;  ma per quella qual si  sia
    assai tenue idea che me ne son formata,  confesso,  il vostro pensiero
    parermi bene pi ingegnoso di quanti altri io me n'abbia  sentiti,  ma
    non per lo stimo verace e concludente: anzi,  ritenendo sempre avanti
    a gli occhi della mente una saldissima dottrina,  che gi  da  persona
    dottissima  ed  eminentissima appresi ed alla quale  forza quietarsi,
    so che amendue voi, interrogati se Iddio con la Sua infinita potenza e
    sapienza  poteva  conferire  all'elemento  dell'acqua   il   reciproco
    movimento,  che in esso scorgiamo, in altro modo che co 'l far muovere
    il vaso contenente, so,  dico,  che risponderete,  avere egli potuto e
    saputo  ci  fare  in  molti  modi,  ed  anco  dall'intelletto  nostro
    inescogitabili. Onde io immediatamente vi concludo che, stante questo,
    soverchia arditezza sarebbe se altri volesse limitare  e  coartare  la
    divina potenza e sapienza ad una sua fantasia particolare.

    Salviati:  Mirabile  e  veramente  angelica dottrina: alla quale molto
    concordemente risponde quell'altra,  pur divina,  la quale,  mentre ci
    concede il disputare intorno alla costituzione del mondo, ci soggiugne
    (forse  acci  che  l'esercizio  delle  menti  umane  non si tronchi o
    anneghittisca) che non siamo per ritrovare  l'opera  fabbricata  dalle
    Sue  mani.  Vaglia  dunque l'esercizio permessoci ed ordinatoci da Dio
    per riconoscere e tanto maggiormente ammirare la grandeza Sua,  quanto
    meno  ci  troviamo  idonei  a  penetrare  i  profondi abissi della Sua
    infinita sapienza.

    Sagredo: E questa potr esser l'ultima chiusa de i nostri ragionamenti
    quatriduani: dopo i quali se  piacer  al  signor  Salviati  prendersi
    qualche intervallo di riposo,  conviene che dalla nostra curiosit gli
    sia conceduto, con condizione per che,  quando gli sia meno incomodo,
    torni a sodisfare al desiderio,  in particolare mio,  circa i problemi
    lasciati indietro, e da me registrati per proporgli in una o due altre
    sessioni,  conforme al convenuto;  e sopra  tutto  star  con  estrema
    avidit  aspettando  di  sentire  gli elementi della nuova scienza del
    nostro Accademico intorno a i moti locali, naturale e violento.  Ed in
    tanto  potremo,  secondo  il  solito,  andare a gustare per un'ora de'
    nostri freschi nella gondola che ci aspetta.
