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Le veglie di Neri
di Renato Fucini



INDICE
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Il Matto delle giuncaie
Perla
Lucia
L'oriolo col cuclo
La fatta
La pipa di Batone
Vanno in Maremma
Primavera
Il merlo di Vestro
Tornan di Maremma
Lo spaccapietre
Fiorella
Sereno e nuvoloso
Passaggio memorabile
Dolci ricordi
Scampagnata



. Il Matto delle giuncaie.

Quella sera non stavo bene di spirito. Alla smodata allegria d'un intiero giorno passato sulle praterie in mezzo a cari amici, laggi convenuti per esser pronti la mattina dopo ad aprire la caccia, era subentrata una profonda tristezza, alimentata forse dalla scena mestissima d'un tramonto di sole in padule.
Alcuni de'miei compagni, occupati in varie faccenduole riguardanti la caccia del domani, si erano accoccolati sull'erba, smontando schioppi, lustrando fiaschette, facendo cartucce e tante altre simili cose; altri, stanchi, s'eran buttati sopra uno strapunto di paglia nella Casina delle Guardie e s'erano addormentati; ed io, senza avvedermene, avevo preso lungo l'alberata e, passo passo, m'ero allontanato d'un buon tratto, quando, accortomi di non esser seguto da nessuno, provai come un senso di repugnanza ad inoltrarmi maggiormente in quella solitudine; ma siccome ero stanco, prima di tornare indietro, mi fermai un poco per riposarmi.
Seduto sull'argine erboso d'un canale, lasciavo correre l'occhio smarrito su quella immensa superficie d'acqua stagnante e di lunghe cannggiole, e fantasticando dinanzi a quel malinconico quadro, richiamavo alla mente i pi minuti ricordi della prima giovinezza, e per un misterioso fenomeno psicologico, anco le pi liete memorie prendevano in me in quel momento l'aspetto di tristissime cose. E mi sentivo stringere il cuore, e quasi avrei pianto senza saperne di perch.
Il caldo era soffocante e non dava respiro nonostante una leggera brezza di marino che sulla sera si era alzata languida languida e che, insieme con qualche raro fischio di uccelli palustri, rompeva l'alto silenzio di quella deserta pianura, correndo fra i bidi e le cannggiole che, tremolando e lievemente fra loro percotendosi, mandavano un rumore come d'una moltitudine che lontana lontana applaudisse gridando e battendo le mani.
A mano a mano che il sole calava dietro le colline dal lato opposto del padule, si stendeva su quello un leggiero velo di nebbia bianchiccia, rendendo di minuto in minuto pi squallida la scena che mi stava davanti.
Ed intanto io pensavo; e quasi che un velo di nebbia si addensasse anche su i miei pensieri, mi si affollavano alla mente mille idee confuse e ondeggianti, che rapidamente passavano per dar luogo ad altre pi delle prime annebbiate, confuse ed incerte. E quel vasto campo che un istante prima mi parlava di morte, lo vedevo ora popolato da una quantit innumerevole di pallide e rabbuffate figure padulane dalla fibra d'acciaio e dall'animo generoso e feroce, nel petto delle quali le passioni scoppiano con tal violenza, che il delitto ne diventa spesso il termine funesto. E idillj soavi e drammi sanguinosi si svolgevano dinanzi alla mia immaginazione, e la tristezza intanto si faceva maggiore nell'animo mio, quando una voce di fanciulla, di una di quelle tante miserabili che vivono felici in quell'ambiente mefitico i mesi e gli anni interi, lavorando con l'acqua fino alla cintola e il fango fino alle ginocchia, inton un canto malinconico, piano come la superficie dello stagno, lento come le acque del canale, e port fino a me queste dolenti parole:

 morto l'amor mio che amavo tanto:
Ahi! dal dolor pi reggere non posso;
L'han portato laggi nel camposanto,
E gli han buttato anco la terra addosso.
Dimmelo te, te che lo sai, gran Dio,
Se mai lo rivedr l'angiolo mio;
Dimmelo te, gran Dio... ma il mio lamento
Vola e si perde sull'ali del vento.

"Ho bisogno di veder gente... ho bisogno di rivedere i miei amici... mi annoio, mi annoio, mi annoio troppo." E cos pensando mi alzai, e con passi concitati tornai al punto di convegno.
"Son tutti a dormire", mi disse una guardia.
"Come! cos presto?", osservai.
"Cascavano a pezzi. O lei non va?"
"No."
"O che vl fare?"
"Non lo so nemmen'io; ma qualche cosa inventer: non ho sonno."
"Vl venire con me? vado a rivedere i bertuelli. [1]"
"Se mi lasci andar solo, vado; con te non vengo."
"Ma sar bono di maneggiare il barchino?"
Lo guardai ridendo.
"O senta, veh. Una dozzina sono nel canaletto subito dopo il ponte; altri sei a quello degli Sparacannelle, e due, quelli meglio, al canale traverso... Che lo sa il canale traverso?"
"Non me ne ricordo, ma ne domander."
"O a chi ne vl domandare?"
"Ho sentito cantare..."
"Ah, s ha ragione! c' quelle donne; eppoi a quest'ora, verso le Svolte, trover il Matto di certo."
Una mezz'ora dopo, aiutandomi col forcino [2] a sfondare le foglie di copripentole e quei viluppi foltissimi di alghe d'ogni genere che nell'estate permettono appena la navigazione negli stretti fossi del padule, avevo gi vuotato sul paglilo [3] una dozzina di libbre di pesce fra lucci, tinche e anguille, quando, non sapendo dove trovare chi mi indicasse il canale traverso, mi alzai in piedi per vedere se potevo scorgere anima viva da domandarglielo...
"Che ci ha una pipata di tabacco?"
A quella voce che si partiva da un folto cespuglio di salci, mi scossi quasi impaurito e, voltomi indietro, vidi una figura semiselvaggia che, mostrandomi una pipa spenta, aspettava la mia risposta.
"Tabacco non ne ho", risposi. "Se vuoi un sigaro...".
"E allora lo ringrazier. Lo butti, lo butti."
"Non vorrei che andasse nell'acqua."
"O aspetti, veh."
Cos dicendo si alz e reggendosi con la destra ad un ramo, si spenzol tenendo nella sinistra il cappello, e:
"Lo butti, lo butti qui; se va nell'acqua lo ripiglio io".
Tirai il sigaro nel suo cappello; lo prese e mi ringrazi di nuovo, mettendosi subito a stritolarlo nella pipa.
"Che vado bene per andare al canale traverso?"
"Sissignore; eccolo subito l... O chi  lei?"
"Sono il figliolo del sor Giuseppe."
"Senti, senti! Del sor Giuseppe! O il sor Federigo come verrebbe a essere di lei?"
"Zio. O che lo conosci?"
"Se lo conosco! Siamo stati ragazzi insieme e mi rammento di quando veniva in padule... Ah!" e mand un sospiro.
"Sar ora un affar di trent'anni."
"Non per sapere i fatti tuoi, o tu chi sei?"
"Oh! non se ne dia pena, di saperlo."
"E perch?"
"Perch... perch... Che ci ha un fiammifero?"
"Tieni. O che mestiere fai?"
"Ott'anni sono stato in galera; dopo andai guardia con un signore... e ora pesco e vo a caccia."
"In galera?!..."
"Ah! non abbia paura. Lo vede questo rgnolo che mi rampica su per le gambe? non l'ammazzerei per tutto l'oro del mondo... ci hanno a essere anche loro, povere bestie! ma se mi pinzasse, oh! allora..."
"Otto anni in galera! O come mai? Forse qualche sbaglio di giovent?"
"Sbaglio?! L'ammazzai quel cane... L... guardi... l era quel demonio... e m'impost lo schioppo, e rideva e il pinsacchio [4] rest a lui... ma non lo mangi!"
"Come! E un miserabile pinsacchio fu la causa...?"
"Non mi pigli per un assassino, signore; non mi pigli per un mo disonorato... Bisognerebbe saperle tutte, bisognerebbe... La faccia l'avr brutta, ma me l'hanno fatto diventar loro... E ho voluto tanto bene a tanti! E chi chiedeva un piacere a quest'assassino, lo veniva a conoscere se dentro a queste costole c'era qualcosa... E ora mi chiamano il Matto!"
"Ah! sei il Matto delle Giuncaie?"
"Sissignore. E patisco la fame, capisce? la fame; e non ho fatto mai male a nessuno... Eh! a lui s, glielo feci;... ma la volle, la volle... glie l'avrebbe tirata anche la Santissima Vergine."
"Ma dunque, racconta..."
"O andiamo, via; mi servir anche di sfogo, perch n'ho bisogno... Ah!... lei non l'ha conosciuta di certo, ma non importa. Era bionda e si chiamava Stella, ma le stelle eran meno belle di lei. Cantava sempre e io passavo le giornate intere acquattato tra i giunchi per starla a sentire. Ma un giorno non potei pi reggere e glielo dissi. Lei cominci a piangere e scapp via, e io stetti quasi un mese senza rivederla, ch tutti mi domandavano cosa avevo fatto, perch, dice, ero diventato che parevo un morto... Io avevo diciannov'anni e lei quindici... La vede quella cappellina bianca?...  sotterrata lass!... Ah! lei signoria non l'ha conosciuta. Son gi passati dodici anni e se fossi com'un pittore la dipingerei.
Finalmente una sera trovo su'padre, e mi dice: "Che  vero che vo'discorrereste volentieri colla mi'Stella?". Io, da primo restai un po'abusato [5] ma poi dico: "S". "Dunque", dice lui, "state a sentire. Dispiacere non mi dispiacete, perch de'fatti vostri nessuno m'ha detto nulla di male, ma a mezzi come si sta? Io a quella ragazza qualche soldarello glielo dar, non gran cosa, ma insomma...".
Cotesta sera si fiss tutto. Lui mi disse che pensassi a trovare i mezzi di metter su un po'di casa; lei mi disse che mi voleva bene, e la mattina dopo, avanti giorno, ero gi per strada che andavo in Maremma a lavorare. Abbia pazienza, che ci ha un altro fiammifero?...
Dopo un anno e mezzo tornai... Arrivo a casa... picchio, e la mi'povera mamma bon'anima (non avevo altro che lei) mi viene ad aprire. Appena mi vede, senza dirmi nulla, mi si butta al collo e comincia a piangere.... Se non mi venne un accidente fu un miracolo del Signore! " morta?", urlai... Dio lo volesse che fosse stato vero! Avrebbe patito meno anche lei, povera creatura, e forse chi sa?... Ma Dio benedetto, per, ci pens lui a quel cane di vecchio, perch il giorno preciso dell'anello, appena esciti di chiesa, lo prese un accidente a gocciola e crep nel mezzo di strada com'un rospo!"
"O come mai? e allora perch promettere?..."
"L'interesse, capisce, l'interesse! Gli venne fra'piedi quell'altro infame a fargli vedere una casuccia e qualche cento di scudi, e quell'aguzzino di vecchio... Gi  meglio che mi cheti perch  morto... e ai morti c' chi ci pensa.
A me mi venne una malattia che mi tenne a letto tre mesi. Patii dimolto, ma mi chiusi tutto nel core, perch ormai non c'era rimedio, e lei, poverina!, che non ci aveva che fare, era pi disgraziata di me e non gli volli dare altri dispiaceri."
A questo punto tacque; si alz in piedi, dette un'occhiata in giro al di sopra delle piante palustri, e ricadde a sedere con le braccia incrociate sulle ginocchia e il mento su quelle, quasi aggomitolato sopra se stesso, fissando nell'acqua gli occhi invetrati.
A che pensavo io? Quale poteva essere la causa di un brivido che mi gelava? Il ribrezzo o la compassione? Non lo so... L'avrei volentieri invitato a seguitare, ma non me ne dava il core. Dopo qualche momento, per, sempre tenendo gli occhi ficcati al suolo, prosegu:
"Doveva finire a quella maniera!... Sapevo che lui se n'era anche vantato e m'era stato perfino fatto risapere che mi voleva far cavare il sonetto! [6]... Ma io li scansavo tutti e due, perch non lo sapevo dove sarei andato a cascare se mi fossi combinato faccia a faccia con lui; e per un pezzo mi riesc, ma poi...
La prima fu lei, che me la trovai quanto di qui a l per la processione delle Rogazioni. Non l'avevo nemmeno riconosciuta: povera Stella, non aveva altro che gli occhi! La guardavo fissa fissa, perch mi pareva e non mi pareva, e quando mi pass davanti fece le viste di accomodarsi i capelli e inciamp due o tre volte e gli casc la candela di mano: io mi messi la pezzla in bocca e la morsi com'un cane arrabbiato per non urlare. Chi mi riportasse a casa cotesto giorno non lo so!".
A questo punto alz di nuovo la testa per guardarsi d'intorno; scosse con un movimento convulso la cenere della pipa e dopo un sospiro che parve un ruggito, seguit:
"Poi rintoppai [7] anche lui... la mattina dopo!... Quando si lev il pinsacchio s'era nel folto, e io non avevo visto lui n lui aveva visto me. Gli si tir quasi insieme; io un batter d'occhio prima di lui, e non lo sbagliai di certo. Mi ficco gi per le cannggiole, faccio una diecina di passi e me lo trovo davanti!... Anime sante del Purgatorio, che v'avevo io fatto di male?
Il prim'impeto fu di tirargli, ma Dio benedetto mi dette tanta forza che mi voltai per tornare indietro.
Quest'assassino, che avrebbe dovuto attaccare il voto alla Madonna del Rosario, cosa ti fa? Comincia a ridermi dietro e a urlare: "T'avevi a provare a raccattarlo, pezzo di galeotto, eppoi...". "Io in galera e te all'inferno!", urlai, e gli lasciai andare la canna mancina nel core... Gli avrebbe tirato anche lei, dica la verit, gli avrebbe tirato anche lei!".
Cos dicendo, cominci a gesticolare come un ossesso e salt, per andarsene, nel suo barchino, sempre guardandosi d'intorno quasi che uno spettro lo perseguitasse.
"Pare che tu abbia paura di qualche cosa; perch vai via?", gli domandai.
"Mi lasci andare, mi lasci andare, m' parso di sentirla di certo."
"Ma che cosa?"
"Lei, la su'sorellina minore che canta come cantava lei."
"Ma io non sento nulla."
Stette un po'in orecchio, e:
"Ha ragione; m'era parso".
Io che mi struggevo di sentirlo dell'altro raccontare, lo tentai di nuovo cos:
"E dopo quegli otto anni, andasti guardia con quel signore, eh?".
"S."
"Eppoi venisti via anche da lui?"
"Mi mand via."
"Ah! e perch?"
"Da tanto che mi voleva bene, tutti gli altri servitori s'erano perfino ingelositi di me: mi rivest tutto da capo a piedi; mi regal un bello schioppo, eccolo qui: mi dette anche l'oriolo e mi menava sempre con s, e quando veniva de'signori di fri, mi mandava a chiamare perch ci discorressi. E il giorno che gli ripresi il su'figliolo che era cascato nel pollino [8] cominci a piangere e mi baci e mi disse che sare'morto in casa sua.
Cotesta sera fu di cattivo augurio. Arriv un branco di signori di Volterra e uno di questi mi guard tanto, fisso fisso...
La mattina dopo, quando m'aspettavo che il padrone m'ordinasse di menarli a caccia, mi sento invece chiamare dal fattore nello scrittoio e mi dice: "Il padrone ha saputo tutto: dice che gli dispiace, ma che vi d licenza subito, sul tamburo! A voi, questo  il vostro schioppo e queste son cinquecento lire che vi regala"
Le cinquecento lire non le volli; presi solamente lo schioppo e me ne venni."
Fece una breve pausa; s'asciug il sudore con una manica della cacciatora e continu:
"Ora son nov'anni che son qui! mi chiamano il Matto; mi rincorrono, m'urlano dietro e mi tirano le schioppettate da lontano per farmi paura. Ma me le merito, perch dopo ammazzato lui, invece d'andare dal maresciallo a farmi pigliare, mi dovevo legare un sasso al collo e farla finita".
"Ma se tu avessi un bisogno... nel caso d'una malattia non hai un parente?"
"Nessuno!"
"Nemeno un amico?"
"Un amico s; e che amico! Lo vl conoscere?"
Fece un fischio, e sbuc, sguazzando nell'acqua fino alla pancia, un vecchio restone, quasi non reggendosi in gambe, il quale movendo festosamente la coda, and con fatica a mettere le zampe davanti sul barchino del suo padrone, e guardandolo con occhi lustri, mand con voce rauca un latrato di gioia.
Il Matto lo accarezz ruvidamente tirandogli un orecchio; e siccome il cane sent male, si mise a guaire.
"Zitto, zitto, Moro!", disse il Matto. "Eppure lo sai che se qualcuno ci sente, bisogna scappare, se non si vl essere impallinati. Tieni, povero vecchio!"
E cos dicendo, gli butt un tozzarello di pan secco, che spar, senza toccargli un dente, nella gola del povero Moro, come un sasso buttato nell'acqua.
Il cane rimase un momento a guardarlo con la testa alta e legermente inclinata sopra una parte, come per domandargli: "Ce n' altro?".
Il Matto guard lui con tenerezza e scotendo il capo, rispose sospirando: "Per oggi, no".
"Gli vuoi bene a cotesta bestia?", domandai.
"Pi che all'anima mia."
"Lo venderesti?"
"Piuttosto l'ammazzerei!"
"O se ti morisse?"
"Morirei anch'io."
In questo momento lo vidi puntare il forcino con furia vertiginosa, e, datasi una vigorosa spinta, si dilegu come un fantasma tra i ciuffi di vetrice e la nebbia che si era fatta foltissima, mentre una lieve folata di vento mi port all'orecchio ma quasi impercettibile, la voce della fanciulla che ripeteva la sua canzone:

Dimmelo te, gran Dio... Ma il mio lamento
Vola e si perde sull'ali del vento.

Circa due mesi dopo, tornando in padule domandai alla solita guardia:
"O il Matto?".
"Glielo dicevo che era mezzo stregone quel brutto coso?... O che non ne sa nulla?"
"No..."
"O di quel canaccio nero che aveva, se ne rammenta?"
"Quel restone vecchio?"
"Sissignore. Cotesto serpente, gli casc morto di vecchiaia, di cimurro, di fame, o che lo so? e quattro giorni dopo fu trovato stecchito anche lui nelle giuncaie mezzo mangiato dagli animali... Dica la verit, ci ha avuto piacere anche lei?!"
Non risposi e mutai discorso.



. Perla.

"Secondo me, siccome son tre o quattro giorni che non fa altro che passar militari che vanno alla finta battaglia, questo qui lo deve avere smarrito di certo qualche uffiziale, perch, lo so, que'signori ci ambiscono a tenere di questi animali buffi. Ma guardi com' festoso! Io lo terrei magari per me, ma  proprio un peccato che non abbaj punto, perch io sul barroccio ho bisogno di tenerci un cane che quando s'accosta gente si faccia sentire, se no, addio la mi'roba. L'avrebbe a pigliar lei, vede. E a lei glielo do volentieri anche per nulla."
Cos mi diceva una mattina Pasquale barrocciaio, che incontrandomi per la strada aveva fermato il mulo per mostrarmi un bel cagnolino da lui trovato la sera avanti sul greto d'Arno, mentre era per buttarsi nell'acqua e traversare il fiume a guado.
"Lo prenderei tanto volentieri", risposi, "perch dopo esser cos festoso  anche d'una razza molto rara; ma, che vuoi? fra grossi e piccini ce n'ho cinque per la casa, e non ho voglia davvero di mettermi d'intorno un'altra di queste seccature."
"Gu! mi rincresce. A lei signoria gliel'avr dato dimolto volentieri."
"Ti ringrazio, Pasquale."
"O andiamo. Dunque, mi comanda nulla lei, di lass?"
"Se vedi il sor Luigi e il sor Roberto, salutameli tanto."
"Non pensi, sar servito. A rivederlo signoria. L, Giovanni, l, s' fatto tardi."
E accompagnando con una frustata queste ultime parole che erano rivolte al suo mulo, si allontan.
Quello che segue, lo seppi qualche giorno dopo.
Circa due miglia lontano dal punto dove c'eravamo lasciati, Pasquale trov da esitare il cane per una dozzina di carciofi a una famiglia di contadini che stavano lungo la via maestra. Concluso il contratto con la consegna del cane da una parte e dei carciofi dall'altra, il capoccia chiese al barrocciaio:
"Dico bene: o come si domanda egli quest'animale?".
"Io lo chiamavo Pillcchera, perch quando lo trovai era pi lercio del fruciandolo del forno; ma se poi questo nome non vi garbasse..."
"E allora si chiamer Pillcchera anco noi. To', Pillcchera, to'."
E il canino corse a leccare la mano del nuovo padrone che lo men in casa.
Il povero Pillcchera non dette nel genio al resto della famiglia: ed anche lo stesso capoccia, dopo il mezzogiorno, aveva gi cominciato a lavorare di pedate alla sua usanza, perch l'aveva visto ricusare un pezzo di pan nero e non aveva voluto abbaiare dietro al calesse del fattore.
Ai giovani non piacque, perch quando si doveva prendere un cane, dissero loro, era meglio prenderlo da caccia.
La massaia poi era implacabile. Con quella dozzina di carciofi attraverso all'anima, diceva che cani a quella maniera non n'aveva mai visti; ma sopra tutto, poi, quel pelo lungo che gli nascondeva affatto gli occhi, era per lei qualche cosa che non le voleva andar gi in nessuna maniera.
Pillcchera pass la giornata fra 'l dolore d'una pedata e la paura d'averne un'altra. Finalmente, sulla sera, la famiglia si radun tutta in cucina per la cena. Dopo aver messo in tavola il tegame della minestra, la massaia s'accost al capoccia che stava pensieroso nel canto del fuoco, e gli disse in tono burbero all'orecchio:
"O voi l'avete preso l'ulivo benedetto?".
"Per che farne?"
"A voi; e tenetevelo addosso, vecchio grullo! e datene una foglia per uno anche a que'ragazzi."
Si misero a tavola ser e molto sospettosi, serrandosi l'uno addosso all'altro, perch ormai, col calar della sera, s'era fortemente insinuato nell'animo di tutti il dubbio d'essersi messi le streghe in casa. Masticavano scongiuri, facevan corna ad ogni momento, e pareva loro mill'anni d'arrivare in fondo alla cena per dire il rosario.
In un momento di silenzio, Pillcchera, che s'era rintanato sotto la madia, stimolato dalla fame, esc di l sotto adagio adagio e inosservato; e cercando forse di mettere a profitto una delle sue abilit per intenerire i nuovi padroni, si mise in mezzo alla stanza, ritto sulle gambe di dietro.
Un grido straziante esc dal petto della massaia; tutti impallidirono e quasi fuori di s si precipitarono spaventati, facendosi segni di croce e urlando "misericordia!", verso un crocifisso che pendeva ad una parete della stanza.
Pillcchera rientr spaurito sotto la madia.
"Animo, Angiolo!", disse il capoccia al maggiore de'suoi figlioli. "Io, con quell'animale in casa la nottata non la passo. Fnne quel che ti pare, ma levamelo di l."
Angiolo non rispose.
Il capoccia che intese di che si trattava, replic:
"Se hai paura, piglia con te chi ti pare, ma levami quella bestia di casa, se no mi danno".
Angiolo leg il cane con una cordicella e s'avvi, strascinandoselo dietro, verso l'uscio, fra le imprecazioni dei rimasti, mentre la massaia non trovando altro che le venisse alle mani o forse annettendoci qualche importanza antidiabolica, si lev uno scarpone di vacchetta e lo tir con tanta rabbia contro il povero Pillcchera, che lo ridusse ad allontanarsi zoppicando e mandando lamentosi guaiti.
Angiolo ed il suo compagno tornarono presto e con aria molto soddisfatta; la cena fu terminata tranquillamente, ed il rosario, cotesta sera, fu detto di quindici poste.
Il giorno dipoi, su tutte le cantonate del paese vicino si leggeva quest'avviso:

" Quattrocento lire di cortesia a chi riporter al Comando militare una cagnolina maltese di pelame bianco finissimo, che risponde al nome di Perla. Oltre che alla detta somma, colui che la riporter, avr diritto alla imperitura gratitudine del proprietario."

Passarono tre giorni, e nessuno comparve al Comando militare.
Intanto, nella famiglia dei contadini, dopo che ebbero saputo dell'avviso, seguirono violentissime scene che dettero poi motivo al padrone di licenziarli dal podere ed alla massaia di convincersi sempre pi che il diavolo in forma di cane era stato in casa sua.
Quello stesso giorno fu veduto un Colonnello d'artiglieria percorrere ansante le vie del paese, parlare concitato con Pasquale e dopo poco, con aria lietissima, entrare con lui in un legno di vettura e prendere la via della campagna.
Il vento della mattina, impregnato del profumo dei fiori di mandorlo, si divertiva ad arruffare i folti baffi del Colonnello, tutto buonumore, offrendo a Pasquale un sigaro d'avana gli domandava:
"Che  molto distante?".
"Neanche quattro miglia. In una mezz'ora siamo lass."
"E l'avranno sempre loro, ne siete proprio sicuro?"
"Perdinci bacco! o che n'hanno a aver fatto?"
In un trasporto d'allegrezza il Colonnello abbracci Pasquale; gli parl dell'affezione di sua figlia per la piccola Perla e dello stato di disperazione nel quale da tre giorni si trovava; lod il sistema toscano della mezzeria e parl con entusiasmo dell'indole mite e de'costumi semplici e patriarcali de'nostri contadini.
Il cavallo intanto divorava la via a trotto serrato, e dopo poco, di sopra ad una svoltata a secco della strada, dalla quale si dominava la vallata, Pasquale grid:
"Eccola laggi!".
"Chi?", domand con impeto il Colonnello.
"La casa..."
Dieci minuti dopo erano gi arrivati. Il Colonnello tir fuori il portafogli perch era impaziente di ricompensare, cos diceva lui, quelle buone creature; salt dal legno e tutto lieto corse incontro alla massaia che era comparsa arcigna sulla porta. Dopo che ebbero scambiato fra loro poche parole, la massaia rientr in casa brontolando e voltandosi indietro a squadrare sospettosa il Colonnello che immobile e taciturno era rimasto a guardarla con le braccia incrociate sul petto.
Pasquale, che aveva osservato attento quella scena scacciando le mosche al cavallo: "Dio del cielo!", grid a un tratto spaurito, "o che  stato?".
"Queste buone creature!...", esclam il Colonnello con angosciosa ironia. "Queste buone creature!" E stringendo convulsamente il portafogli, torn frettoloso alla vettura...
La povera Perla, sotto il nome di Pillcchera, gi da tre giorni dormiva accanto alle radici d'un olivo, con la testa fracassata da un colpo di vanga.

In quella casa ora ci si sente, e nessuno dei dintorni s'azzarderebbe a dormir solo in una certa camera, nemmeno per tutto l'oro del mondo. Eccone le cause.
Dopo quel fatto, ogni volta che un cane passava davanti alla casa del contadino, tutti gli uomini gli erano dietro per prenderlo: ma per qualche tempo fu possibile d'agguantarne nemmeno uno. Finalmente uno si lasci prendere, ma con gran fatica, e dopo aver addentato ripetutamente il capoccia alle gambe ed alle mani.
Costui aspett ansioso il desiderato avviso su le cantonate, ma comparve invece un certo malarello che in tre giorni lo mand nel mondo di l, senza che nemmeno al Priore potesse riuscire di fargli prendere l'ostia consacrata.
"Neanche nell'acqua! capisce?", mi diceva Pasquale con gli occhi stralunati dallo spavento, "neanche nell'acqua, Dio del cielo! ci fu verso di fargliela ingozzare! E quando la vedeva: mugli che pareva un liofante... Arrabbiato?... O senta, veh! il dottore  padrone di dire quel che gli pare e piace; ma quello l, e giocherei la testa,  morto, Ges ci liberi tutti, dannato!"



. Lucia.

Con la sua voce d'argento chiam: "Bianchina, Bianchina" e rimase attenta ad ascoltare... Un merlo, spaurito, fugg chioccolando da un cespuglio prossimo alla rupe, in vetta alla quale stava Lucia chiamando la sua capretta, ma la capretta non rispose. "O Dio! chi mi rende la mia Bianchina? Chi mi rende la Bianchina mia?" e ponendosi afflitta a sedere, col mento appoggiato ad una mano, tende l'occhio addolorato alle pendici del colle e tristamente si abbandona ai suoi pensieri.
Il sole bacia le sue spalle nude, e la brezza della sera la investe fasciandole i panni alla persona elegante e le assalta briosa la chioma, come se volesse rubarle quel fiore dei campi che agitato rosseggia fra le sue lucide trecce.
Come sei bella in mezzo alla primavera, o fresca Lucia! e sei sola sulla terra, povera Lucia!
Il padre suo mor di febbre in Maremma: la madre  lontana, ha la sua casetta su quelle montagne azzurre laggi in fondo in fondo, ed  vecchia per gli stenti ed inferma... se a quest'ora non  gi a riposarsi nel cimitero di fianco alla chiesa. E il fratello? Chi sa! And soldato; lo mandarono di l dal mare; e non ha scritto pi nulla da due anni... dove sar?
Cacciata dal bisogno, dopo aver abbracciato i suoi cari, scese dalle montagne natie, ed ora, garzona di un contadino delle valli, fila, guarda quei monti lontani e guida le capre alla pastura.
La madre ed il fratello erano cos da lei chiamati, ma non erano tali. L'avevano allevata e tenuta cara finch l'Ospizio dei Trovatelli pass loro quindici lire al mese; dopo, con un tozzo di pane ed un paio di scarpe nuove, le insegnarono la strada, e serrandole dietro la porta: "Dio t'accompagni, bambina mia!" e Lucia scese al piano ed ora fila, guida le capre alla pastura e guarda quei monti lontani.
"Se ritorni senza la capra, pover'a te!", le ha detto dianzi Rosalba cacciandola a spintoni fuori della stalla. E Lucia lo sa che cosa l'aspetta se la capretta fosse smarrita per sempre; lo sa, e col mento appoggiato sopra una mano tende l'occhio addolorato alle pendici del colle e pensa e singhiozza.
"Se non ritrovo la mia capretta, stasera non mi daranno da cena e Rosalba mi picchier come l'altra volta... mi fece tanto male al petto! O Dio, Dio!"
Un ramarro, verde come le foglie del fico selvatico sul quale si era arrampicato per cercare gli ultimi raggi del sole cadente, vibrando la lingua veloce, la fissava, non visto, coi suoi occhi d'ebano, e Lucia singhiozzando pensava:
"Mi manderanno via... domani! forse stasera! e non ci ho colpa. Le ho munte stamani alle sei, le ho contate e c'erano tutte... Dodici lire! e dove le trovo per dire a Rosalba: "Tenete; la capra  smarrita e queste sono le dodici lire che costava?". Non mi daranno da cena; Rosalba mi picchier e mi chiameranno... O Dio, Dio!".
Una folata di vento pi forte le port via il fiore dai capelli; si alz lesta per riprenderlo e il core le fece un balzo d'allegrezza al rapido fruscio che sent tra le foglie a pochi passi da lei e cred ritrovata la sua capretta. Il ramarro, spaventato dal movimento di Lucia, s'era lasciato cadere dal ramo del fico selvatico, e, strisciando come una saetta, era corso a rifugiarsi nel cavo d'una ceppa di castagno.
Raccolse il fiore e se lo accomod pi forte tra i capelli. A Lucia era caro quel fiore come tutti gli altri che ogni mattina coglieva per adornarsene il capo e per offrirli la sera alla Madonna che pendeva a capo del suo letticciuolo. Anche quella sera non sarebbe mancato alla Vergine l'omaggio di quel povero fiore.
Lucia guard il sole, e vedendo il suo disco mezzo tuffato sotto l'orizzone lontano, sent il proprio sgomento farsi maggiore e disperata chiam per l'ultima volta: "Bianchina, Bianchina mia, teeeh!".
Un leggiero belato si ud ad un trar di ramo da lei; un lampo di gioia le balen nei limpidi occhi celesti e, tra le spine, tra i sassi, attraverso ai rovi, ferendosi i piedi scalzi e gridando allegramente: "Bianchina, Bianchina bella, Bianchina mia", corse affannata verso il cespuglio dal quale era partito il belato, e, ficcandosi smaniosa tra i suoi rami fronzuti, spar fra quelli tutti lieta, e sorridente.
Lucia dall'alto della sua rupe non aveva scorto due occhi umani che da un'ora lacrimavano di stanchezza, avventando faville assetate agli occhi suoi, alle sue spalle, al suo colmo seno, e cred messo dalla sua capretta il belato che il ruvido Tonio scaltramente aveva imitato, ed era corsa... ed era corsa, povera Lucia! lieta e sicura, come l'usignolo innocente corre gorgheggiando nella bocca del rospo che digiuno lo guarda.
Il vento  cessato; di quel ciuffo di frassini nessuna foglia si muove, e il sole gi tramontato si tira dietro gli ultimi lembi del suo manto di luce.
Appena scesa la notte, la capra torn belando alla casa in cerca delle sue compagne. Tutti le mossero lieti incontro; Lucia sola non si mosse n si rallegr. Aveva il viso acceso, un livido in una gota e i capelli e le vesti in disordine... "Se ti senti male, va'a letto", le disse Rosalba fattasi cortese dopo il ritorno della capra. E Lucia s'avvi stanca alla sua cameretta... Cerc il fiore per offrirlo alla Regina degli Angioli, ma l'aveva perduto! Sent una stretta al core, dette in uno scoppio di pianto e cadde sul suo letticciuolo dove aspett il giorno spasimando.
Tonio quella sera non aveva sonno. Aguzz tutti i pali per i gelsi della colmata; rifece la traversa all'erpice vecchio e fino al tocco dopo la mezzanotte rimase a frescheggiare sull'aia, cantando a gola spiegata.
Era uno stellato di paradiso.



. L'oriolo col cuclo.

I tre soliti scoppi di frusta convenzionali dati dal braccio robusto di Fiore si fecero finalmente sentire; la vecchia e fida Gigia si mise al galoppo scotendo allegra la groppa umida e fumante; Fiore sbadigli pensando alla cena, e il sor Pasquale, levando per un momento la destra, che il freddo gli aveva intorpidita, dall'involto che gelosamente si teneva sulle ginocchia, s'asciug con un moto rapido il naso, e con altrettanta rapidit la rimise al posto, brontolando un "Oh!" di compiacenza che voleva dire: "Finalmente siamo arrivati!".
In quello stesso momento, alla quiete ordinaria che aveva regnato dalle ventiquattro in poi nella casa del sor Pasquale, successe un movimento rumoroso: i ragazzi cominciarono a strillare, Toppa s'avvi latrando incontro al calesse del padrone e la sora Flaminia corse in cucina a buttar gi ogni cosa. Butt gi nella pentola i taglierini fatti in casa colle sue proprie mani; butt gi nel paiolo che brontolava da un pezzo il cavol fiore clto nel suo campicello della fonte; butt in padella quattro manate di brccioli saltellanti, pescati la mattina da'suoi ragazzi; butt gi quella po'di dose di malumore che aveva messa insieme nel veder passata d'una quarantina di minuti l'ora solita del ritorno del suo marito dal mercato di Cutigliano, e attese seriamente a dare l'ultima mano alla sua faccenda prediletta.
Cinque minuti dopo la Gigia, che fu tirata subito in rimessa per non lasciarla cos sudata alla brezza tagliente della montagna, rispondeva soffiando e dimenando gli orecchi alle sgarbate carezze dei monelli di casa e alle linguate di Toppa, che non era tanto per saltare addosso al padrone, a Fiore e al muso della cavalla.
Ma quella sera, o almeno in quel momento, il sor Pasquale non voleva carezze n dai figlioli n dal cane. Domand che ore erano, brontol una buona sera a'suoi ragazzi, dette un'ombrellata a Toppa e corse subito in camera col suo misterioso fagotto.
La sora Flaminia, che lo aspettava a stirizzirsi alla fiammata del fritto, rest sorpresa di non vederlo comparire in cucina; ma pensando che fosse andato subito a levarsi da dosso i panni fradici, continu a soffiare nel fuoco e a tirare avanti la cena, che in quel giorno, come in tutti gli altri di mercato, diventava un vero e proprio desinare.
"Lo lascino stare stasera il babbo", disse Fiore ai ragazzi mentre faceva il letto alla Gigia; "lo lascino stare perch stasera non  serata."
"O che ha? o che ha?"
"Che sappia io, nulla; ma mi pare che abbia de'pensieri e dimolti."
"Che t'ha gridato per la strada?"
"No, gridato no; ma tutte le volte che aprivo bocca mi dava del bestione per nulla. Io l'ho lasciato sempre dire, perch tanto lo so che  fatto a quella maniera: ma mi c' voluta tutta la mi'pazienza! Si figurino che m'ha avuto a mangiare perch gli ho detto che l'oriolo vecchio di cima scala me lo giocherei con mezzo mondo."
E lui a dirmi che ero un bestione! e io a dirgli che in ventiquattr'anni che sono nella su'casa non l'ho ma'visto n dal maniscalco n fare un minuto... O non l'ha detto tante volte anche lui? Ma stasera, no! E l a dire che non era vero nulla; e io a lasciarlo dire. E l brontola, e l brontola!... O che lo so che abbia in corpo stasera? Cecchino si fermi, lasci stare la cavalla! eppure l'altro giorno... se n'avrebbe a rammentare!... Natale, codesto povero cane! Ecco! o se gli desse un morso, o che non gli starebbe bene?... Ahi! no, Peppe, colla frusta poi s'ha a fermare... ahi, permio!
"Ragazzi! Pasquale!"
"Sentono? la padrona li chiama a cena. Via, via, si levino un po'di torno."
"Pasquale! ragazzi! a tavola!", ripet la sora Flaminia.
"Accidenti ai ragazzi!", disse Fiore fra i denti, e rimettendo al suo beccatello la frusta, la fece vedere a Toppa, che, capta l'antifona, corse di galoppo in casa colla coda fra le gambe.
Per liberare le tre eterne vittime di quelle quattro forche di figlioli, non ci voleva altro. Corsero tutti in salotto scapaccionandosi, e si piantarono a tavola tirando su col naso e preparati alla solita osservazione, appena fosse scodellata la minestra: "Cos poca?".
Rimasero meravigliati di non vedere ancora scodellato; si guardarono fra loro, tossirono, shignazzarono, s'asciugarono coi tovaglioli la bocca e tutto il resto, e dimenandosi sulle seggiole, domandarono tutti insieme: "O babbo?".
La sora Flaminia intanto, col cucchiaione in una mano e la prima scodella nell'altra, aspettava guardando la porta dalla quale doveva comparire il marito.
Era quasi un par di minuti che la zuppiera mandava la sua nuvola di fumo appetitoso ad investire il lume a petrolio attaccato al palco sul mezzo della tavola, quando compare Fiore nella stanza, e appena entrato:
"O il padrone?", domand.
"Ma dove s' cacciato? che f? Signore Dio!", domand impazientemente Flaminia. "Dategli una voce, via, Fiore; mi pare di sentirlo su nello scrittoio."
"Sissignora; senta!  su che armeggia. Pare che metta delle bullette.... chi lo sa?"
"S, s. Andatelo a chiamare e ditegli che io intanto scodello, perch se no, questi taglierini mi diventano un pastone."
Il sor Pasquale in quel momento era felice. S'era gi alleggerito del misterioso fagotto che con tante pene aveva portato intatto attraverso al freddo e al nevischio per quattordici miglia di montagna, ed ora, prima di scendere a mangiare, contemplava attaccato a una parete del suo scrittoio un ordinarissimo oriolo col cuclo, che gli era stato appiccicato da un imbroglione qualunque come un oggetto d'una rarit favolosa. E pregustando le gioie della sorpresa che preparava ai suoi ragazzi, ai montanini dei dintorni, al parroco e alla sora Flaminia, la quale in quel momento pensava che il suo marito doveva avere per la testa qualcuna delle sue solite grullerie, e pregustando, come dicevo, le gioie di tale sorpresa, dimentic perfino il malumore che gli avevano messo addosso alcune persone incontrate in un caff, le quali glielo chiamarono girarrosto, stimandogli dodici lire quell'oriolo che lui aveva pagato quarantacinque, credendolo una bazza.
"Eccomi, eccomi, Fiore; vengo subito", rispose amorosamente al servitore che lo chiamava, e allegro come quella pasqua dalla quale aveva preso il nome, tutto inzaccherato e con gli stivali motosi sempre in piedi, scese in mezzo alla sua famiglia.
Nel movimento d'allegrezza che si manifest nei ragazzi alla vista del babbo, che in quel momento significava "mangiare", un bicchiere schizz, dopo avere empito di vino la tovaglia, a stritolarsi in mezzo alla stanza, accompagnato da una sonora risata del sor Pasquale, che due sere innanzi, alla stessa ora precisa, s'era mezzo slogato il pollice della mano destra a scapaccionare Cecchino per un caso simile.
La sora Flaminia allora sempre pi si persuase che Pasquale doveva averla fatta grossa. Pensa tu, - per dire come pens lei, - pensa tu che razza di lavativo gli hanno appiccicato questa volta!
E i timori della sora Flaminia erano anche troppo giustificati, perch dai tre mercati ai quali era stato in quell'anno, non era mai tornato colle mani vuote. La prima volta torn con una dozzina di pezzuole di seta tutte di cotone; la seconda. con la Bibbia del Diodati per il priore che gli aveva ordinato quella del Martini: la terza, con un par di calzoni bell'e fatti di casimirra inglese di Prato, che quando se li prov gli arrivavano a mezza polpa.
"E questa volta? Dio me la mandi bona!", pens la sora Flaminia; e guard pietosamente le pillacchere di Pasquale, che ingozzava rumoroso la minestra ridendo da s sotto i baffi.
"Dio me la mandi bona!", e in tempo che raffreddava, soffiandovi, la prima cucchiaiata:
"Dimmi", domand a Pasquale che guardava il suo oriolo da tasca, "o quello delle castagne l'hai veduto?"
"Chi?... Ah!! zitta, zitta, via!", rispose Pasquale indispettito. "Guarda con che mi viene fra ora!"
"O non sei andato apposta al mercato?"
"Fiore!", chiam il sor Pasquale. "Fiore!" E rispondendo alla moglie:
"S, hai ragione; ma credo che l'abbia visto Fiore... Fiore!".
"Comandi sor padrone..."
"Ditemi, Fiore, che ci avete parlato voi con Luc'Antonio?"
"Nossignore; siccome lei signoria m'aveva detto che ci voleva parlar da s..."
"Ma poi non v'avevo anche detto?..."
"Sissignore, che se lo vedevo l'avessi mandato da lei all'appalto, come di fatti alle dieci precise..."
"Non ce l'avete mandato!"
"Sissignore che ce l'ho mandato! ma gli hanno detto che lei..."
"Avete ragione, s, avete ragione! Con tanti affari per la testa... Ma che ce n'avevo una stamani? Ci avevo da veder Luc'Antonio... ci avevo... ci avevo da veder Luc'Antonio, eppoi ci avevo... insomma ce n'avevo tante che questa m' passata di mente. 'Gnamo, 'gnamo, finiamola con queste seccature! guardate se questo  il momento!... Andate, andate, Fiore, e fate chetare quell'accidente di cane, se no vengo di l e lo stronco. O a chi abbaia?"
"C' il contadin novo..."
"Ah! ditegli che stia zitto anche lui."
La signora Flaminia stava zitta e non alzava il capo dalla scodella.
"Andate, andate", disse poi anch'essa a Fiore; "con Luc'Antonio ci ho parlato io. Ho mandato Cecco sulla via maestra a aspettarlo, e l'ho fatto venir qui." Poi cavandosi un foglio di seno e mostrandolo al marito: "Tieni", disse; "il fattore delle monache t'ha rimandato questa ricevuta perch tu ci faccia la data che ci manca".
Il sor Pasquale rimase sconfitto. Guard la moglie, guard la ricevuta, adagio adagio rimise in tasca l'oriolo, poi, con un movimento brusco, si rinsacc nelle spalle, non sapendo come giustificarsi, e ripet a tutti che stessero zitti mentre nessuno fiatava.
L'ora solenne, intanto, s'avvicinava a gran passi.
Il sor Pasquale, dopo aver attaccato l'oriolo alla parete dello scrittoio, proprio di faccia alla sua poltrona, l'aveva rimesso col suo da tasca gi regolato scrupolosamente al mezzogiorno di quello di Cutigliano, e fra due minuti doveva sonare le sei; fra due minuti la sua famiglia avrebbe goduto della cara sorpresa, e la sua vittoria contro gli eterni dubbi, contro il tormentoso malumore di sua moglie sarebbe stata completa.
Voleva star fermo sulla sedia, e non gli riusciva: avrebbe voluto mangiare e bere indifferentemente, e non poteva: tantoch una volta si mise in bocca un tappo di sughero sbagliandolo col pane; e un'altra, vuot l'ampolla dell'aceto nel bicchiere di Cecchino, credendo di mescergli il vermutte. Avrebbe voluto anche stare zitto, e questa era la cosa pi importante, ma anche quello non gli riusc, e:
"Ragazzi, ci manca poco!", disse non potendo pi reggere! "Ci manca poco!" e dette un sogghigno e rimpiatt furbescamente la testa fra le spalle e il petto, come uno spinoso al quale si tocchi la groppa. "Ci manca poco!"
"A che? a che?", domandarono tutti strillando, credendosi autorizzati da quella confidenza paterna a fare un baccano del diavolo. "A che? a che?"
"A nulla!", rispose desolatamente Pasquale mortificato da un sospiro della moglie, pi sonoro di tutti gli altri.
"A nulla!", disse un'altra volta il sor Pasquale; quando, cavato fuori l'oriolo sotto la tavola, sent rintuzzarsi il dolore che gli era costato quel sospiro, nel vedere che mancava soltanto un mezzo minuto alle sei, e:
"Ora poi, zitti davvero!", disse con voce tremante; butt sotto la tavola un pezzo di lesso per chetare Toppa che mugolava e con una mano alzata e guardando in estasi la sora Flaminia, che mangiava distratta e pi seria di prima, rimase ad aspettare.
Che tempesta di pensieri deve aver attraversato la testa di lui in quel mezzo minuto! Cambi due volte colore, sorrise, aggrott le ciglia spaurito come se guardasse in un precipizio, gli occhi gli si inumidirono di tenerezza, poi torn cupo un'altra volta; tratteneva il respiro, ma il core gli si vedeva battere sotto il corpetto di pelle d'agnello, quando ad un tratto mand un urlo roco, i ragazzi strillarono come anime dannate. Toppa cominci ad abbaiare disperatamente, ma fu subito chetato dagli scarponi del signor Pasquale, e il cuculo mand a breve intervallo tondo e sonoro, il suo secondo " cucc"  in mezzo al silenzio generale; eppoi mand il terzo, e il sor Pasquale arrantol un "Ah!" di ruvida gioia verso la moglie; e il cuculo, continuando, mand il suo quarto lamento, eppoi... rimase l.
L'oriolo di cima scala, puntuale, suon in quel momento le sei.
La sora Flaminia guard Pasquale, e nel vederne tanto grottescamente stralunata la faccia, non si pot pi contenere e scoppi in una larga risata che per un mezzo minuto almeno, buttatasi indietro a braccia aperte sulla spalliera della seggiola, rimase con la sua fresca bocca spalancata, ripigliando a stento respiro.
Il sor Pasquale era rimasto come fulminato. I ragazzi avrebbero voluto fare allegria, ma un'occhiata della madre, aiutata da un certo senso di paura che, a quel rumore nuovo che veniva di su d'accanto alla camera dove era morto lo zio Nastasio, era entrato nelle loro teste gi riquadrate dalle novelle di quella vecchia che veniva prima a fare il burro, bast a tenerli al posto.
La sora Flaminia, intanto, dopo aver cantato l'inno alla sua vittoria con quella omerica risata, si trov a sua volta sconfitta ad un tratto dal dolore del suo Pasquale, che cogli occhi ammammolati guardava stupefatto ora i figli, ora la moglie, senza poter pronunziar parola che accusasse il suo profondo turbamento.
Fiore interruppe quel silenzio doloroso comparendo sulla porta a domandare a bassa voce, tutto spaurito:
"Hanno sentito nulla loro? O che  stato".
"Fiore, accendetemi un lume", disse il sor Pasquale, facendo un movimento come per alzarsi: ma la sora Flaminia lo prevenne, si alz, e amorosamente gli disse: "Dove vuoi andare? sei stracco; vado io". E preso un lume s'avvi allo scrittoio.
Passarono pochi momenti, alla fine dei quali, avendo la signora Flaminia rimediato allo sbaglio che Pasquale aveva commesso nella furia rimettendo l'oriolo, il cuclo cant allegramente le sei.
Il sor Pasquale allora dette la via a tutto il suo buonumore. Mangi pochissimo, sorrise alla moglie, accarezz i figlioli, fece prendere una mezza indigestione a Cecchino che gli stava accanto, empiendogli continuamente il piatto e il bicchiere; e lo stesso Toppa, incalorito dagli ossi del lesso e dalle lische dei brccioli che il sor Pasquale gli dette e gli fece dare, insudici nella nottata anche il salotto bono, e stette tutto il giorno dipoi nell'orto a mangiare il palo che scaturiva di sotto la neve.
Il contadin novo, che era venuto per parlare di stime morte, fu fatto passare in salotto, e anche con lui il sor Pasquale si sfog quando pot. Lo chiam sempre galantuomo, lo prese tre o quattro volte per il ganascino, gli dette da bere, e poi gli parl un po'di tutto: di politica, d'orioli, di storia, di geografia e del lunario novo; gli disse che le stelle eran mondi come il nostro, che dentro la terra c' una fornace di foco come in una carbonaia, e tante altre cose, con molto disordine, ma con senno abbastanza; e soltanto perdeva la bussola quando il contadino gli entrava nelle stime morte E allora, gi attraverso, mescolava stime morte e cucli vivi, e stime vive e cucli morti, e dur finch i ragazzi, che avevan cominciato a cascare addormentati per le seggiole e sulla tavola, non furono uno dopo l'altro raccattati tutti, come feriti sul campo di battaglia, da Fiore e dalla sora Flaminia, che li portarono a letto.
Allora il sor Pasquale si chet; licenzi il contadino, soffi il lume della tavola, e, presa la sua lucernina, s'avvi soddisfatto e rosso com'un pomodoro verso la sua camera, dove la sora Flaminia l'aspettava per vedere se almeno fosse stato possibile cavargli di sotto quanto l'aveva pagato.

Come son volati gli anni! e come tutto  cambiato anche in quella famiglia di buoni campagnoli! Belli quei giorni per il sor Pasquale! Che gioie sconfinate erano per lui quando dal suo scrittoio, dove stava chitto chitto ad ascoltare, sentiva i contadini aggruppati sul prato discorrere del suo oriolo d'autore e della somma favolosa che doveva essergli costato e della impossibilit di trovare il compagno, perch quello doveva esser venuto dicerto dall'Americhe di l dal mare. E che risate di core, quando sentiva gli uomini far la baiata alle donne e ai bambini che ad ogni canto del cuclo correvano a rimpiattarsi dietro al faggio della burraia tappandosi gli orecchi colle dita! Che carnevale fu quello per lui! Ma quando lo vide per la prima volta il priore! O quando lo fece vedere al cappellano che ebbe paura? O il sindaco che non ci voleva credere? Ma quel prato, che cos'era quel prato le domeniche dopo le funzioni! Bisogna essercisi ritrovati, via, se no,  inutile ragionarne.
Ed ora su quel prato un mucchio di passerotti beccuzzano fra l'erba e si leticano tranquillamente, perch da quella casa non parte nessun rumore che possa disturbarli.
Gli anni volano! Ne sono gi passati quindici da quella sera che fu tanto procellosa per l'animo del buon Pasquale, e tutto  cambiato anche in quella casa di allegra e buona gente! I due figli mezzani, Natale e Gosto, sono morti: Peppe  segretario in un lontano comunello della Garfagnana, e non rimane in casa che Cecchino, ora giovinotto di ventidue anni, destinato a continuare nell'amministrazione del piccolo patrimonio.
E anche il povero Toppa non  pi! Mor di vecchiaia cinque anni sono, ed ora si riposa sotto al ciliegio vsciolo delle ghiacciaie, dove Fiore lo sotterr pietosamente, pensando che per due anni almeno l non ci sarebbe stato bisogno di pecorino. Ogni cosa  cambiata! Fiore  incanutito, la vecchia Gigia l'ebbe un barrocciaio di Pracchia, e non se n' saputo pi nulla; la sora Flaminia ha perso quasi tutti que'bei denti bianchi che metteva fuori fino agli ultimi quando rideva di core e il sor Pasquale  su a letto malato: oggi sta un po'meglio, ma  malato gravemente.
La sua forte costituzione, che pareva dovesse condurlo senza difficolt oltre la settantina, rest profondamente scossa alla morte del primo figliolo, ma per allora il colpo pi forte lo risent nel morale, poich si fece malinconico e taciturno al punto che solamente un giorno o due della settimana usciva di casa, standosene tutti gli altri, tranne poche ore, ritirato nel suo scrittoio a leggere e a pensare. Alla morte del secondo, poi, si ammal. Pass fra letto e poltrona qualche mese, e dopo non fu pi lui.
Nella sua mente, insieme con gli altri generi di turbamento, era entrata una specie di fissazione, per una di quelle strane combinazioni che si crederebbero opera soprannaturale, se il caso non ce ne fornisse esempi continui.
Fosse il tonfo di un uscio sbatacchiato, fosse una dimenticanza di caricarlo o qualunque altra malaugurata accidentalit, il fatto si  che il suo impareggiabile oriolo col cuclo che, sia detto fra parentesi, era riuscito una perla, in due anni si ferm due volte, e quelle due volte erano state appunto alla morte del primo ed a quella dell'altro figliolo.
"Quando si fermer un'altra volta, tocca a me!", diceva sospirando il povero sor Pasquale tutte le sere, mentre lo caricava prima d'andarsene a letto. "Quest'altra volta tocca a me!" E lo diceva con tanta convinzione che nessuno fu buono di levargli dal capo quel pregiudizio che a poco a poco divent una vera fissazione che fin di rovinare affatto la sua indebolita salute.
La primavera era inoltrata, e colle prime tepide brezze del maggio quella oppressione di respiro che lo tormentava, si aggrav tanto, che il medico cred suo debito dire alla sora Flaminia che pensasse a parlarne col parroco; e la sora Flaminia mand un sospiro e disse che l'avrebbe fatto. Ma la misura era presso a poco inutile, perch il taciturno don Silvio, gi da un paio di settimane, passava quasi intere le giornate a capo del letto del suo vecchio amico, tenendogli affettuosa compagnia quando quelli di casa dovevano allontanarsi per le loro faccende.
"Ma che oriolo, don Silvio!", osserv un mattina Pasquale dopo che da diverse ore, oppresso dall'affanno, non aveva aperto bocca. "Che oriolino  stato quello! Ha sentito le dieci? guardi a cotesto cost della piletta."
"Son le dieci precise", rispose don Silvio.
"Ha capito?! Oggi finiscono venti giorni che lo rimessi quando m'alzai e non ha fatto un minuto; ma quando si fermer..."
Don Silvio lo preg di stare zitto, e con una scusa si allontan tutto contento in cerca della sora Flaminia che era scesa a scaldargli una tazza di brodo, per dirle che Pasquale aveva discorso tanto e che proprio stava veramente benino. E ritorn su dietro di lei che, entrando in camera con la tazza, accenn subito sorridendo al marito che non parlasse. Lo trov infatti che stava un po'meglio; se non che un'ora dopo Fiore correva ansante a chiamare il medico per il padrone che da un momento all'altro aveva fatto un peggioramento da mettere in pensiero.
Quando entr il medico, Pasquale gli sorrise e gli disse: "Mi rincresce per lei, povero sor dottore, che l'hanno fatto scomodare...". Eppoi, rivolgendosi alla moglie e a Cecchino: "Voi altri badate che non resti scarico e non abbiate paura di nulla...". E rivoltosi di nuovo al medico: "Che mi farebbe male quell'uscio e quella finestra aperta?".
"Anzi...", rispose il medico.
E Cecco e la sora Flaminia corsero subito a spalancare ogni cosa, e alla folata di maestrale che inond la camera, Pasquale mand un sospiro di contentezza e disse: "Ah! come mi fa bene!".
I boscaioli cantavano nella faggeta; il medico e il priore si misero alla finestra a contemplare silenziosi l'orizzonte che di l si stendeva immenso sulla pianura lontana.
Dopo qualche momento, il priore, sentendo sonare il mezzogiorno alla sua parrocchia, si ricord del desinare, si stacc dalla finestra andando verso Pasquale per congedarsi, e lo vide con gli occhi fuori dell'orbita che, senza articolar parola, ma indicando di voler parlare, stendeva un braccio tremante verso il suo oriolo da tasca appeso a capo del letto.
Corsero l tutti, intesero, staccarono l'oriolo dal muro e glielo mostrarono. Il sor Pasquale si alz a sedere sul letto, ci ficc sopra gli occhi e cadde gi spossato balbettando: "Anche l'ora di Pasquale  sonata...  sonata...  sonata!".
Erano le dodici e due minuti; l'oriolo di cima scala le aveva sonate, e il cuclo era rimasto in silenzio!
La sera dipoi, quando la campana della parrocchia sonava alle forre della montagna l'" Ave Maria"  della sera. il sole mand i suoi ultimi raggi a riflettersi sulle fronti aduste e madide di sudore di un gruppo di boscaioli che, inginocchiati sui tronchi de'faggi abbattuti, accanto alle loro scuri luccicanti, dicevano il primo " De Profundis"  all'anima benedetta del povero sor Pasquale.



. La fatta.

"E allora", disse furibondo il signor Cavaliere, "quando uno  testardo fino a questo punto, si fa cos." Tir fuori il roncolo, si chin e, ficcandolo nel terreno acquitrinoso del prato, lev un piccolo piallaccio sul quale era una macchia biancastra come di gesso spento; lo rinvolt nella pezzola e piantatoselo nella carniera, sput con rabbia un pezzo di canfora che teneva sempre in bocca pel dolore di denti, e senza neanche guardare i suoi compagni disse: "Io me ne vo!".
I suoi compagni erano due: il Guardia della bandita nella quale si trovavano a caccia, e il sor Alceste, figlio del segretario comunale e promesso sposo alla figlia del signor Cavaliere, il quale, alla improvvisa sfuriata del futuro suocero, rimase allibito a bocca spalancata a guardare ora il Guardia, ora il signor Cavaliere, che zoppicando, perch i calli, con la variazione del tempo, non gli avevano dato pace in tutta la mattinata, proprio se n'andava senza voltarsi neanche una volta indietro.
Aveva gi passato il ponte della Fossaccia quando il Guardia si risent:
"Sangue d'un cane! quelle l non son le maniere. O dunque se la fatta a me non mi pareva di beccaccia, dovevo stare zitto e dirgli: 'gnors, sissignore, come vl lei?... Di beccaccia, Dio mi mandi un tremoto, non  positivo. E quando far lo speziale m'ha a venire a dettar leggi su quest'affari; ma ora come ora, a Gianni Cerri no, per los Deo santissimo benedetto!".
Il Sor Alceste sospirava. E il Guardia continu:
"Lei signora ha fatto da omo a non riscaldarsi. Ma quando m'ha detto che come cacciatore aveva pi stima a me che a lui, gli avre'dato un bacio. E come l'ha presa attraverso! Ecco, ora si fa per dire, o che son mosse quelle da un signore par suo? E ora che ha preso la fatta con s, com'essere, che ne vorr fare?".
E il sor Alceste guard la buchetta fatta dal roncolo del sor Cavaliere e sospir di nuovo.
"Se a me, per esempio, mi dicessero: Cerri, te lo vi giocare il cane? Mi gioco anco lo schioppo, risponderei, che la fatta  di pccola o, a sprofondare, di porciglione; ma di beccaccia no, eppoi no, anche se Santa Lucia benedetta m'avesse fatto la grazia di vedergliela fare."
Il signor Alceste non dava segni d'attenzione; per cui il Guardia gli domand:
"Che si deve andar via anche noi, oppure s'ha a guardare...? Badi! stia attento, perch 'l mi'cane ha un fiato nel naso".
Difatti l'egregio Burrasca, un cane che Gianni Cerri diceva che neanche 'n palazzo Pitti di quelle razze li non n'avevan mai bazzicate, se n'andava a vento, a testa alta, indicando d'aver nel naso qualche cosa di buono davvero.
"Avanti! avanti, sor Alceste, venga via, venga via!", diceva il Guardia a mezza voce, seguitando il cane. E il sor Alceste, tutto cascante e sempre pallido come un morto, si avvi dietro al Cerri, che badava a dire:
"Non faccia furia, non faccia furia, perch tanto, alle mani di Burrasca, si va sul sicuro; punta che pare un masso... Ora sente a bono davvero! S'accosti, s'accosti, perch gli si potrebbe levare anche avanti... Ma che canino! cento lire m'avrebban dato que'signori di padule! Ma io gli mandai a dire... Guardi! Ma lo guardi ora, eppoi mi dica se un cristiano potrebbe andare con pi delicatezza sull'animale!... e io gli mandai a dire che se anche Vittorio Emanuelle...".
Il Cerri non fin. Burrasca, dopo una braccata furiosa, aveva agguantato roba. Gianni riconobbe subito il posto dove, il giorno avanti, il Piovano aveva fatto colazione con quel signore forestiero, cambi colore, corse, s'avvent a Burrasca, e fu in tempo a fargli posare la seconda buccia di cacio con una tal pedata furibonda che se l'avesse colto in pieno, il povero Burrasca avrebbe finito per sempre di far digiuni.
"Gianni", disse finalmente il sor Alceste, che assorto ne'suoi pensieri non aveva visto la scena che era accaduta, "se ti vuoi trattenere, fai pure il comodo tuo: io arrivo qui dal contadino a bere un bicchier d'acqua e me ne vado."
Ma Gianni non poteva intendere, perch era gi un chilometro distante, sempre a corsa dietro al cane, quando, non potendolo raggiungere, per fargli pagar cara la brutta figura che gli aveva fatto fare, mandando fischi e urli, gli lasci andare dietro una schioppettata che fortunatamente non lo colse.
Alle ventiquattro e mezzo il padre d'Alceste, tutto rannuvolato in viso, bussava alla porta del signor Cavaliere suo buon amico; ma la serva gli disse che era fuori. Domand allora della signorina Ginevra.
" sul letto, perch si sente male."
"Potrei vedere la signora Irene?"
" di l in camera della signora Ginevra, tutta sottosopra; e io direi di lasciarle stare."
"Ritorner pi tardi."
Il signor Cavaliere intanto, dopo aver sigillato accuratamente in una cassettina di truciolo il piallaccio colla fatta, era andato a consegnarla al procaccia insieme con una lettera, raccomandandogli di depositare il tutto in proprie mani della persona alla quale era diretto, via tale, numero tale, secondo piano a destra:
"Procaccia, mi raccomando!".
"Lei non dubiti."
All'or di notte tutto il paese era al fatto dell'accaduto. La serva del Cavaliere l'aveva detto con segretezza, dalla finestra sulla corte, all'ortolana; e l'ortolana l'aveva detto, come in confessione, al suo marito, il quale, dopo dieci minuti, l'aveva fatto risapere a bassa voce nella calzoleria del Nardini, che quella sera appunto era pi zeppa del solito dei medesimi fannulloni freddolosi, seduti in giro al braciere di rame, coi capi abbassati su quello, a mescolare il fumo e lo sfriggolo delle loro pipe lerce di gruma.
Di l part la bomba: e un quarto d'ora dopo non v'era anima viva, dallo zoppo di Lacchie al Sindaco, e da Melevizze al signor Piovano, che non s'occupasse seriamente della cosa.
Come capit a proposito quell'avvenimento per gli sfaccendati del paese! Erano cinque o sei giorni che in verit non sapevano che pesci si pigliare. Pass quell'omo coll'orso tre settimane fa,  vero; ma se n'era gi parlato tanto, s'eran buttati all'aria tanti libri di storia naturale, s'erano agitate tante questioni zoologiche in canonica, dallo speziale e da Cencio tabaccaio, che ormai tutti erano stufi. Era stata proprio un'annata senza risorse. Che altro era accaduto? Mah! poco o nulla: lo scandalo di que'villeggianti col su'figliolo che s'era messo colla macellarina, ma fin presto perch se n'andarono; quelle po'di legnate quella sera della prova della banda; eppoi?  finito qui. Ma ora, se Dio vle, ce n' per tutti, se l'oste ne cce.
Ci furono molti quella sera che non finiron neanche di cenare per andar fuori ad informarsi meglio; e molti lasciarono perfino la biscola e il fiasco, perch, secondo loro, l'affare era serio.
In farmacia, dopo l'otto, v'eran gi cose gravi, e lo dimostravano anche al di fuori i capannelli di curiosi che vi passeggiavano davanti, accostandosi pi che fosse possibile alla vetrata; e lo dava a divedere anche il Piovano che al rumore che veniva di l dentro era sceso sul cimitero in ciabatte e colla pipa per ascoltar meglio e per domandar notizie ai passanti.
"A me non me la cantate, caro speziale, perch io l'ho vista!", diceva il Sindaco passeggiando concitato in su e in gi per la bottega. "Me l'ha fatta vedere prima di portarla al procaccia; e per me il Cavaliere ha ragione!... Che ne dice lei, maestro? Eppure c'era anche lei!"
Il maestro della banda era di parere contrario; ma non volendo compromettersi, badava a strisciare la groppa al gatto che gli era saltato sulle ginocchia, e non trovava la via a rispondere. Ma finalmente, per uscirne, disse a fior di labbra: "Eh! s! lo direi anch'io".
"Allora poi cotesto, abbia pazienza se glielo dico, cotesto si chiama aver quattro facce come Giano della Bella!", grid lo speziale invelenito, che la mitologia l'aveva sulle dita quasi pi della storia. "Sissignore! lei, precisamente lei, dieci minuti fa, prima che entrasse il signor Sindaco, si spassionava tutto in un'altra maniera! Giano della Bella, sissignore, caro il signor maestro dei miei tromboni!"
"Ma se lei avesse un po'd'educazione", salt su il maestro masticando veleno, "lei non offenderebbe, e lei  un ignorante!"
Il medico che in quel momento smaltiva taciturno la solita sbornia d'aleatico asciutto: "Bravo!", url al maestro, al quale curava la moglie anche quando stava bene. "Bravo!"
"Eh s! anche lei  un buon arnese!", grid al medico lo speziale, pi inviperito che mai. "Si sanno tutte, non pensi, noi! Si sa, non abbia paura, di quel disgraziato che ammazz alle Case Rosse, eppoi, sotto sotto, and a dire che avevo sbagliato io la ricetta!... Oeh! non s'accosti al banco, perch gli rompo un barattolo nel muso!... Noe, noe! lasciami stare anche te, camorro sdentato!"
Quest'ultima apostrofe era toccata alla sua moglie che lo reggeva per le braccia, la quale mand uno strillo acuto al tonfo che fece, sfondando uno staccio attaccato al muro, la ciotola del polverino tirata con quanta forza aveva, dal medico, il quale urlando: "Vado via per non compromettermi!" prese la porta e se n'and.
Di fuori intanto s'eran gi formati i partiti; ed il medico ebbe una salva di fischi dalla met di que'venti o trenta che s'eran radunati, mentre l'altra met batteva le mani e urlava "Bravo!" a squarciagola. E lo speziale, che era corso sull'uscio, gridava da sentirlo a un miglio di distanza:
"C' il tribunale, per, per la canaglia di cotesta risma! c' il tribunale! E domani... stasera... subito!... tanto lo vo'dire a tutti, sissignore! a tutti lo vo'dire che quel disgraziato delle Case Ros...".
Ma non fin perch il Sindaco gli tapp la bocca col pastrano, e con un spintone lo rificc in bottega.
Il maestro della banda, uscendo, poco dopo, colla coda fra le gambe dietro al Sindaco, si prov a dirgli:
"Sa? e'son gente quelle che dopo cena...".
"Che li era anche un calunniatore me l'avevano detto..."
"Ma lei signora ora..."
"Basta cos! Della fiducia immeritatamente accordatami da Sua Mest sapr farne quell'uso che creder migliore; intanto non mi occorre nulla da lei; vada pure, ch a casa so andarvi anche solo."
E si allontan soddisfatto e altamente compreso del suo dovere, mentre il maestro schizzando bile se n'and anch'egli a casa, dove quella sera devon esser accadute di gran cose vergognose, dissero i casigliani di sotto, perch si sentiron di gran tonfi e di grand'urli della sora Giuseppina, povera creatura, fin dopo la mezzanotte sonata. Ce ne passa tante, poverina, con quell'omaccio!
Il Piovano, che per raccattar notizie aveva mandato lo Scardigli a prendere un sigaro da cinque e una scatola di fiammiferi, seppe che nella bottega della Biagiotta s'eran picchiati, e gli avevan rotto un vetro che costava du'franchi. In fattoria poi, il sor Gustavo e il Rapalli (un fiero agente elettorale che prima d'aver sette ponci in corpo non andava mai a letto) avevan fatto una scommessa di cento lire.
"Poco giudizio, poco giudizio!", osserv il Piovano. E dopo aver disputato un po'col Cappellano, al quale quella sera dette anche di bestia mentre in tempi normali lo chiamava solamente zuccone, dette un'occhiata al tempo e se n'and a letto.
In casa del Cavaliere non si sa quello che accadesse, perch dopo tornato lui da consegnare quella roba al procaccia, tutte le finestre restarono chiuse ermeticamente, e soltanto l'uscio di strada si riapr un momento alle dieci quando Gustavo torn di fattoria; poi silenzio perfetto.
In casa del Segretario erano sgomenti. Le donne non fecero altro che piangere tutta la sera; lui and a letto alle nove con un dolor di capo da impazzire, e il povero sor Alceste non trascur,  vero, per distrarsi, la sua occupazione geniale di fare fiorellini di carta colorata, ma svogliato e senza ombra d'ispirazione.
Nessuno a cena volle mangiare, e lui solo, per non dare, disse, altri dispiaceri alla mamma, inzupp un biscottino nel rosolio, e alle nove e un quarto si ritir.
Siamo all'ottavo giorno dopo l'accaduto. Il postino  disperato perch il signor Cavaliere da sei giorni non gli lascia pelle addosso, e lo minaccia di fargli perdere il posto, perch, secondo lui, deve avergli smarrito una lettera. O quell'altro noioso del Rapalli che ha la febbre addosso per via della scommessa! Ma stamani gliel'ha detto, veh! "O senta: la lettera non c', l'ha capita? e smetta di rompermi... Perch se siamo poveri, non ci hanno mica a mangiare a morsi peggio del pane... Sissignore! E quando la lettera ci sar, accidenti a chi gliel'ha scritta!"
Il postino si lasci andare un po'troppo, lo disse anche il Nardini; ma era compatibile, perch bisogna sapere che il Rapalli da due anni si scordava di dargli il Ceppo, e il povero postino l'avrebbe infilato, tanto pi che da otto mesi, facendo il Rapalli all'amore con una di Certaldo, tutte le settimane c'era due o tre lettere che parevan processi, e gli toccava portargliele fino a casa sua, quasi un miglio pi su della Madonna del Grilli.
"Questi bighelloni mangiapanacci a ufo!", continu il postino, fermandosi a dare una cartolina alla Biagiotta.
"Che v'hanno fatto, che v'hanno fatto, postino?", domand la Biagiotta, che a sentir dire male del prossimo ci stava con pi devozione che alla messa cantata.
"A me? nulla. Ma da una parte gli stanno bene, veh! Intanto quel prepotente del dottore, se Dio vle, se ne va."
"A rotta di collo!"
"Brava Biagiotta! a cotesta maniera!"
"E pi che altro, l'ho caro per quella strega muffosa della su'moglie. Bella, collo spnserre di velluto! e poi lo leva e va a rigovernare. L'ho vista io, sapete? con tutta la su'superbia che quando passa di qui a naso ritto, par che si puzzi tutti!"
"O quell'ignorante del maestro, Biagiotta?! Gi, quello l, levato de'piatti di cucina, credo che non sappia sonare neanche le campane."
"Non potevi dir meglio. E per me, se avanti che se ne vada, gli dessero un carico di legnate, come l'ebbe quello delle Scle anno di l, vorre'dare una candela d'un paolo al Santissimo Crocifisso, e da cena a tutti. O del Guardia Cerri l'avete saputo?"
"Che gli hanno fatto?"
"Dice che  sotto processo, perch quel giorno che il signor Cavaliere e Alcestino si presero a parole ne'prati dell'Arzillo, tir, dice, una schioppettata al su'cane, e prese invece un contadino che era a far l'erba in una fossa, che l'acciec mezzo, e gli fece subito referto."
"Non lo sapevo."
" un affar di nulla! Fu arrestato la mattina subito, e dice che gli ci vorr du'mesi di prigione e secento lire di multa, se gli basteranno."
"Ci ho gusto!"
"Sode!"
"Guah! ecco quello sbuccione del procaccia. O che va dal sor Cavaliere?"
"Pare!"
"Ah! ho capito. Di certo gli porta la risposta di quella famosa roba."
"Mah!"
"A proposito! e questo matrimonio dice che sia bell'e andato all'aria. Ma sia vero?"
"Dice di s. Meglio per lui, povero sor Alcestino, meglio per lui."
"Arrivederci, Biagiotta."
"Addio, postino. Vi volete rinfrescare?"
"Grazie tante; un'altra volta."
"Come vole."
"Addio."
"State bene, postino."
La tranquillit monotona del paese era in quel giorno apparentemente la medesima, ma gli animi bollivano. Il Segretario era ben visto da una gran parte della popolazione per la sua bont; il Cavaliere era nelle grazie dei pi pei suoi quattrini. E i partiti s'erano definiti nettamente in questa occasione, e si guardavano in cagnesco.
Il procaccia s'era fermato davvero a bussare alla porta del Cavaliere, ed era gi entrato, quando Cencio tabaccaio, che era sull'uscio a sbirciare, chiam il Rapalli:
"Sor Rapalli, sor Rapalli!".
"Che c'?", domand il Rapalli che era occupatissimo a non far nulla dal caffettiere difaccia, per arrivare all'ora del desinare.
"Il procaccia  andato dal sor Cavaliere. Secondo me ci ha la risposta di quella roba. Vada, vada."
"Vado subito. E voi, Cencio, fatemi il piacere: mandate ad avvisare il sor Gustavo che a quest'ora dev'essere in quel posto di certo."
Il Rapalli and dal Cavaliere; Gostino corse a cercare del sor Gustavo, e Cencio rimase a far gente sulla bottega.
La notizia si sparse come il baleno; lo speziale fece capolino dagli impostoni socchiusi, di sopra alle spalle di sua moglie: il Piovano scese sul cimitero affettando la pi grave indifferenza; il fabbro e il calzolaio vennero fuori coi loro arnesi in mano figurando di guardare il tempo e dopo poco tutti gli abitanti del paese, eccetto il Segretario e il sor Alceste, che la Biagiotta giura d'aver visti alla finestra a guardare dalle stecche della persiana, erano fuori per qualche loro faccenda straordinaria che non volevano dire a nessuno.
Un gruppo abbastanza importante s'era radunato davanti all'Appalto, dove Cencio s'era preso col Nardini, il quale sosteneva essere impossibile anche per un professore il decidere sulla provenienza della fatta.
"Ma, abbiate pazienza", badava a dire Cencio, "cotesto  segno che non avete girato e che del mondo ne conoscete poco. E io avre'fatto precisamente come il signor Cavaliere, perch per decidere non ci voleva altro che un professore... oh! aspettate... come li chiamano?... insomma un professore come quello che il signor Cavaliere gli ha mandato a deciferare l'oggetto."
"O che volete che vi dica? potr anche stare, ma me non mi persuadete."
"E allora vl dire che con voi non ci si ragiona, perch la chimica... ora m' venuto.  un professore di chimica quel professore. E quando a quella gente l, vedete? gli avete fatto vedere, vo'dir poco, quanto di qui al pozzo, con rispetto parlando, anche uno sputo, loro vi sanno dire fino a un puntino se il vostro sangue sarebbe come se uno dicesse... anche se uno  stregato. Mi rammento che quando 'l mi'figliolo... Riverito, sor Gustavo, vada, vada, perch c' roba."
Il sor Gustavo passava in quel momento davanti all'Appalto, camminando a gran passi verso casa. Aveva la faccia lieta e tanto sicura, sognando la vincita delle cento lire, che Cencio ne prese buon augurio per vincere quella beccaccia che aveva scommesso col Cappellano; ma appena fu in casa, la scena cambi aspetto.
Il Cavaliere aveva una lettera aperta in mano, scoteva il capo, e guardava desolato in un amaro silenzio il Rapalli, che, appoggiato alla spalliera d'una poltrona, stringeva le labbra per non lasciarsi scappare una risata, e ad intervalli, scotendo anch'egli la testa, diceva: "Eh! pur troppo che  cos!".
Gustavo cap che bisognava stare zitti, e si mise in disparte a sfogliare un album di fotografie, senza aprir bocca.
Dopo qualche minuto di silenzio, il Rapalli fece un inchino al Cavaliere; strinse la mano a Gustavo e se ne and.
Appena fu per le scale, s'ingozz il cappello fino agli occhi, si rizz il bavero del giubbone foderato di pelle di lepre, lasciandosene abbassata la punta dalla parte dell'Appalto, esc fuori rasentando il muro, e quando vi fu giunto davanti, Cencio, l'abbord dicendogli:
"Ma dunque  deciso, s o no? perch a me mi preme la beccaccia del Cappellano. Si pl sapere di che bestia era questa famosa fatta?".
Il Rapalli lo tir da parte, e, accostatagli la bocca all'orecchio:
"Zitto! Cencio", gli disse, "mi raccomando, se no la prima fischiata  nostra... Era di pollo!".



. La pipa di Batone.

Lo scoppio d'una tempesta di grida e di tonfi sulla tavola, che partiva da un gruppo di quattro allegri giovinotti, l'uno figlio di Batone e gli altri amici di casa, era la chiusa obbligatoria d'ogni partita di calabresella; ma questa volta il baccano fu tanto forte che il vecchio Batone, mezzo addormentato nel canto del fuoco, fece un tale scossone che, battendo la nuca nella mensola della cappa, gli cadde la pipa che gli ciondolava dalla bocca, andando a rompersi in cento pezzi sul piano del focolare.
"Eh! maledetto voi altri e la vostra calabresella!", grid Batone, buttandosi carponi a raccattare i frammenti della pipa; ma la sua imprecazione rest affogata sotto un nembo di:
"Tutte nostre, se buttavi l'asso quando ti ci ho chiamato!".
"E della napoletana a cri che te ne volevi fare?"
"Te, piuttosto..."
"Ha ragione lui!"
"Nossignore, perch quando gli ho calato l'asso terzo..."
"Ma allora mi ci dovevi battere!"
"S, s!"
"No, no!"
E gi, un altro diluvio di tonfi, urli e imprecazioni pi grosso del primo.
"Benedetto voi altri e le vostre gole intremotate! Vi volete chetare, s o no? Ecco, guardate che bel sugo!", esclam la Carlotta, nuora del vecchio Batone. "Questa povera creaturina dormiva che era un amore, e ora sentite che bella musica! E ninna e ninna e nanna..." E cos canterellando si mise a cullare sulle ginocchia una bella bambocciona grassa e fresca come una rosa, la quale sbertucciandosi lo scuffiotto di lana gialla univa i suoi strilli alle grida dei giocatori, formando un casa del diavolo da sgomentare un campanaro di professione.
Finalmente si chetarono, ma dopo avere esaurito affatto la questione durante la quale ognuno aveva detto o creduto di dire un sacco d'eccellenti ragioni, lasciando per nella mente dei compagni precisamente il tempo che vi avevan trovato.
"O di che cercate cost nella cenere, babbo?", domand Cencio che nel voltarsi aveva visto il vecchio razzolare a capo basso, inginocchiato sul sodo del camino.
"Di che cerco, eh?", rispose Batone, fra il desolato e lo stizzito, "di che cerco, eh? Eran diciott'anni che ci fumavo!"
"Vi s' rotta la pipa! o come mai?", domand uno degli amici.
"Diciott'anni!", brontol Batone con un sospiro; "grumata che era una delizia!"
"Povero nonno! o com' andata?", domand anche la Carlotta, sospendendo la sua ninna-nanna.
"Com' andata!  andata che se vi si seccasse la gola a quanti siete, non sarebbe il vostro avere... Eh, sie! Il pezzo pi grosso eccolo qui! Va'all'inferno anche te!" E con un calcio mand nel fuoco gli avanzi della pipa e si rincantucci di nuovo taciturno nel fondo della sua panca.
La bambina aveva ripreso sonno, la ninna-nanna era cessata, ed al rumore di pochi momenti fa era succeduto un profondo silenzio. I quattro giovani si guardavano fra loro, guardavano il vecchio e quindi la Carlotta, quasi interrogandola con lo sguardo sulla catastrofe della pipa. Alle quali mute interrogazioni la Carlotta rispondeva con un movimento della testa e degli occhi che voleva dire:
"Non ne so nulla nemmen'io; stiamo zitti, se no si fa troppo dispiacere a questo pover'omo".
Tutti tacquero per alcuni altri momenti, e Batone mand fuori a breve intervallo due lunghi sospiri, dopo i quali, quasi rispondendo a una domanda del suo pensiero, esclam con tristezza:
"Se ci ero affezionato!". Eppoi rivolgendosi agli amici: "Vedete, giovinotti; se mi fosse cascato un tegolo sulla testa, sarei crepato, s, ma avrei patito meno".
"Eh, lo capisco!"
"Io mi metto ne'vostri piedi."
"Anch'io."
"Figuratevi io!", rispondevano uno dopo l'altro i quattro giovani che, sentendo un certo solletico di riso, avevano per nel fondo dell'animo una certa compassione del vecchio, perch fino da bambini erano avvezzi ad amare quella mite e robusta natura di popolano, e perch, correndo col pensiero alla pipa che tutti avevano in bocca, comprendevano abbastanza il suo dolore.
"Non vi star a dire, perch tutti fumate e ve lo figurerete", riprese Batone, "se in una pipa di diciott'anni ci si fuma bene! Ma quello che pi di tutto m'addolora  di dover dire addio a un oggetto che mi rammentava troppe cose... troppe! La comprai l'anno della piena, e la rinnovai per l'appunto quella mattina... 'Gnamo, 'gnamo, guardate dove mi fate entrare; Noe, noe, via, lasciatemi stare; accidenti alla calabresella, a chi l'ha inventata e a'vostri urlacci dannati!"
"Gi, gi, Batone, raccontate, raccontate!", chiesero ad un tempo i tre amici.
"Che volete che vi racconti, ragazzi miei? Son vecchio, ecco quello che vi posso raccontare; son vecchio, e non son pi bono a nulla. Ma quand'ero ne'mi'cenci... Un gigante non son mai stato, si vede ancora; ma con queste braccia che ora paion du'ossi vestiti di pelle, ho fatto qualche cosa anch'io, e a que'giorni, omo per omo, ve lo giuro sul capo di quella creatura, a Batone, non gli ha fatto mai paura nessuno, mai! Prepotenze no; ma mosche sul naso, per grazia di Dio e del mi'fegato, mi ce ne son lasciate posar sempre poche, ma poche davvero. E dite pure che quando voi altri sarete arrivati a fare la met di quel che ho fatto io... Basta; ho fatto quello che ho potuto, e quel che ho fatto, Dio mi vede nel core, l'ho fatto sempre a bn fine, e per aver voluto bene a tanti, che poi se m'hanno potuto far del male, se ne sono ingegnati". Si guard le braccia, scosse la testa sorridendo malinconicamente, e con voce stanca continu: "Mio povero, ma se non mi fosse toccato altro, di questo me ne vanto, all'et di settant'anni sonati che mi trovo sul groppone, posso portare il cappello alto e dimolto; e tanti signori, ma proprio di quelli di garbo, quando m'incontrano per la strada non hanno scrupolo n punto n poco a fermarmi e a stringer la mano, come dicon loro, al vecchio galantmo".
I quattro giovani a poco a poco si erano tirati con le seggiole intorno al focolare, fissando in silenzio con aria mista di curiosit e di trista compiacenza, l'abbronzata faccia del vecchio, ne'cui occhi, allorch riandava i tempi passati, guizzava agile e fiera un'ultima scintilla di fuoco giovanile. Ed anche la Carlotta, che dopo aver posata la bambina nella culla si era accostata al camino per mettere una palettata di fuoco nello scaldino, sentendo le ultime parole del vecchio, partecip all'attenzione degli uomini, adagio adagio si pose a sedere sull'altra panca del camino, facendo macchinalmente la calza, e guard il vecchio silenziosa ed attenta.
Batone, che aveva alquanto rallegrata la faccia rammentando gli anni della sua robustezza, ritorn cupo ad un tratto, e dopo esser rimasto alcuni momenti con la testa fra le mani, triste e silenzioso come coloro che si preparavano ad ascoltarlo, alz la faccia sgomenta, e fissando lo sguardo sopra una seggiola disoccupata che era rimasta in un canto della stanza, parl:
"L'Agnese voi altri l'avete conosciuta tutti".
"Se l'abbiamo conosciuta!"
"Era una buona creatura; ma si vede che era nata sotto cattiva luna. E su'primi tempi era stata anche fortunata. Spos quel maniscalco, Giacinto delle Morette, che poi gli mor tisico: ma quando lo prese aveva fior di quattrini, salute da vendere e la bottega sempre piena, perch ferrava che, come lui, bisognava girare dimolte miglia eppoi fermarsi l. E che bella sposa s'era fatta!"
"Bella!", disse Tonio.
"E che belle creature che aveva!", osserv la Carlotta.
"Povera figliola! era destinato che non se le dovesse godere", continu Batone. "E quel che  vero bisogna dirlo, che per la su'bimbina maggiore ci aveva un gran debole; e si vede che Ges benedetto la volle visitare, perch sul pi bello, quando se la teneva come una reliquia, perch cominciava gi a saper leggere quasi come il sor Annibale e a mettere in carta anche una lettera, la bolla gliela port via come uno ruberebbe la pisside di sull'altare."
Una zanzara s'era posata sulla fronte della piccina, la quale senza destarsi, alz una manina e si percosse dove sentiva pinzare. E siccome la Carlotta si volt a guardarla riscotendosi come se una vipera le fosse passata tra i piedi, Batone le disse:
"Dio voglia che tutti i su'mali somiglino a quello che gli ha fatto quell'animale".
"Dio lo voglia!", rispose la Carlotta, e si chin sulla culla a respirare il fiato della sua creatura.
"Dunque, gi", riprese Batone, "quella bambina gli mor... gli mor com'essere alle nove e mezzo di stamattina... Che giornata fu quella, ragazzi miei! voi altri eri a lavorare foravia e non ve lo potete mai figurare... Gli mor alle nove e mezzo, come dicevo, si messe subito a pulirsela e a vestirsela da s, che Dio guardi a avergli detto: "Lasciate fare a noi"; alle due aveva finito d'accomodarla co'su'fiori del su'orto e ogni cosa, e mezzo minuto dopo la raccattavano gi nel mezzo di strada con la testa fracassata, che venne di sotto in un mmenne a capo fitto a sbacchiare sulla breccia stesa d'allora. Il Signore abbia misericordia dell'anima sua!"
Batone tacque; nessuno degli ascoltatori disse parola, perch ognuno conosceva l'accaduto; soltanto si voltarono tutti in un tempo verso la porta contro la quale una folata di scirocco frustava la pioggia che veniva gi a torrenti. Si volt anche Batone, e dopo aver dato un'occhiata alla solita seggiola:
"Era una serata come questa", prosegu. "Eccola laggi! mi par d'averla sempre davanti agli occhi, Cencio, la mi'Rosa, la tu'povera mamma. Pareva che da un momento all'altro ci dovesse cascare la casa addosso... un vento! un'acqua! un buio!... Lei era l in un cantuccio su quella seggiola laggi colla spalliera troncata, che fra uno sbadiglio e l'altro dava de'punti alle toppe del mi'pastrano vecchio, e a ogni ventata pi forte si scoteva e mi guardava e mi diceva: "Batone, o che sar di noi? Dio ce la mandi bona! senti l'Arno come muglia! ho paura" E aveva ragione, poverina, perch in tempo che si discorreva aveva gi strappato in du'posti e aveva gi portato via la capanna di Natalino e tutte le cataste del sor Ippolito, che ci perse quasi pi di trecento monete. "Lascia piovere, lascia", gli dissi; "siamo a mezzo novembre, e se non si sfoga ora sar peggio poi. Piuttosto, guarda, mi viene in mente una cosa: se invece di rassettare cotesta cala tu volessi ripigliar du'maglie alla bilancia, domattina di levata vorre'andar a far du'cale a bocca di rio per vedere se mi riesce buscare un par di paoli...". Allora c'era i paoli.
Si alz, povera donna, prese la bilancia, si messe a riguardarla, e quando io che m'ero appisolato qui nel canto mi svegliai e sentii sonare la mezzanotte, lei era sempre l che taroccava perch la rete era tanto vecchia che per ogni maglia ripresa gli se ne strappava due. "Lascia andare, Rosa", gli dissi, "se hai rassettato le buche pi grosse me n'avanza; basta che mi regga le lasche d'oncia: in quanto alla frittura minuta, se ne piglier quando avr qualche paolo da comprare una bilancia nova." E ci avviammo a letto.
La mattina andai. Per la strada mi fermai all'Appalto a comprare una crazia di tabacco e quella pipa... Arrivo sul puntone, do un'occhiata all'Arno: faceva paura! Monto la mi'bilancia, accendo la mi'pipetta, e tutto contento mi metto a calare l dalla farnia vecchia dell'arginello.
Avevo gi fatto quattro o se'cale quando mi parve... Dio del cielo! altro che parere! Sentii una vocina sottile sottile come d'una ragazzetta che urlava: "Aiuto, aiuto! aff... affogo!" , e mi vedo venir contro, lesto come una saetta, un fagotto bigio che si svoltolava nell'acqua. Lasciare la fune della bilancia, levarmi gli scarponi e la cacciatora fu un baleno e, gi... Aaah! l'acqua era troppo ghiaccia. Per un momento mi sentii tutto come rattrappito dal granchio e almanaccavo di qua e di l, tanto per tenermi a galla, ma senza quasi sapere quello che mi facessi; quando a un tratto risento: "Aiuto, aiuto!", e ti vedo forse a un mezzo tiro di schioppo lei, in mezzo a un rmolo che se la frullava in tondo come una penna, e che urlava da schiantare il core: "Oh, moio! oh, moio! mamma, mamma, moio!". Batone, hai sangue nelle vene? Tiralo fri fino all'ultima gocciola perch ora  tempo.
Mi sentii una vampata al cervello; tutto il freddo che m'intirizziva si mut in un bollore che mi pareva di prender foco, e mi sentii tornare nelle braccia la forza d'un liofante. Notavo com'un pesce e in quattro palate gli fui addosso. Lei che s'accorse d'avermi vicino, ricominci a urlare pi disperata che mai: "Salvatemi, salvatemi", e si storceva e allungava le mani per agguantarmi...".
"Vergine santissima!", esclam la Carlotta rabbrividendo. Gli uomini tacevano e guardavano fissi la faccia del vecchio.
Nel calore del racconto, Batone si era alzato dalla sua panca e, ritto nel fondo del camino, sulla cui parete affumicata campeggiava la sua bruna figura scabra e robusta come il tronco d'un vecchio cerro, con una mimica pi eloquente della rozza parola, cos proseguiva il suo racconto:
"Subito che gli fui sopra: "Ferma!" gli urlai... "Ferma, ti salvo... Se non mi lasci andare, s'affoga... Per carit... ahi! ma fai male... mi strozzi!". Chi gli avesse dato quella forza non lo so. Con un braccio mi si avviticchi al collo tanto strinta che mi faceva schizzar gli occhi di testa, e con quell'altra mano mi s'agguant alla barba e me la tirava da farmi vedere le stelle. Per fortuna avevo sempre le braccia libere e alla peggio mi tenevo a galla.
In questo tempo la corrente ci aveva ripresi e ci volava via come fulmini. Io con quanta forza avevo, lavoravo per staccarmela, ma non c'era verso; la staccavo da una parte e mi si riattaccava da quell'altra; mi levava l'unghie dalla barba, e me le ficcava nelle gote e ne'capelli... A un tratto m'avvedo che la corrente ci portava a sbacchiare nella sassaia delle grotte! "Dio eterno! ecco la mi'ora, son morto, son morto!" E nello stesso tempo, come se fossi entrato nel ritrcine d'un mulino, mi sento svoltolato e sbatacchiato gi attraverso alle palafitte... E quella a stringermi pi che mai! Nell'abbaruffarci mi s'imbrogliarono anche le gambe fra le sottane e in un batter d'occhio mi sentii tirare a capo fitto nel fondo, come se m'avessero legato una mcina al collo".
"Dio del cielo! e voi, babbo?", domand Cencio spaventato.
"La disperazione mi prese; non vi saprei dire bene quello che feci; ma ho un barlume d'idea che gli strappai i vestiti, la morsi, mi spellai le mani e la faccia nelle pietre... A un tratto eccoci daccapo a galla! "Lasciami!" Dio eterno... nulla! Ebbi appena tempo di ripigliar fiato e daccapo gi... Quello che mi pass per la testa in que'momenti, non lo pl sapere altro che chi ci s' ritrovato. Mi pareva di scoppiare; sentivo un buratto negli orecchi e un frizzore negli occhi e nel naso come se mi ci fosse entrato dello zolfo. Pensai alla mi'Rosa, al mi'Cencio, al mi'cane, alla mi'bilancia, al mi'orto... Dio, Dio! che momenti, che momenti son quelli! Volevo urlare aiuto anch'io, ma tutte le volte che mi provavo mi pareva che mi tirassero una martellata nel capo, e sentivo la morte che veniva... Faccio un ultimo sforzo per liberarmi da quelle tenaglie... Angioli del paradiso! sento le braccia di quella creatura che m'abbandonano cionche..."
"Era morta?!"
"...e mi scivola via e non me la sento pi accanto! Cercai, annaspai colle mani e co'piedi, ma nulla! Allora poi cominciai a sentire che non resistevo pi; le forze se n'andavano, la memoria m'abbandonava e, Dio mi perdoni, non pensai pi a lei; cercai di tornare a galla e mi riesc, ma rovinato e sfinito com'un moribondo, raccomandandomi l'anima perch ormai m'ero fatto perso.
A un tratto mi sento strisciar roba sul petto, l'agguanto, era un vergone di vtrice della ripa. Comincio a tirarmi su con quel po'di fiato che mi dava la disperazione quando mi vedo rammulinare d'intorno un ciuffo di capelli. Dio onnipotente! era lei, l, a fior d'acqua, accanto a me! Agguantarla, rammucchiare quel po'di sangue che mi restava e tirarmela dietro sulla ripa fu tutt'una... Quello che feci dopo non lo so. La sera verso le sette mi trovai in casa di Bagnolino delle Steccaie sopra uno strapunto vicino al foco, e l mi resero ogni cosa: le mi'scarpe, la cacciatora, la bilancia e quella pipa, ch avevan ritrovato tutto sul puntone, e mi dissero che era viva anche lei."
"Ah! ma dunque?..."
"Era viva anche lei, povera Agnese!..."
"Agnese!"
"Lei; proprio lei! Che bella carit gli feci a salvarla, eh? Ma Dio c' per tutti e avr pensato anche a quell'anima sconsolata!", disse Batone, e ritorn a sedere in fondo alla sua panca, brontolando: "Com' finita male! com' finita male! e non se lo meritava... Il destino, il destino!". E per alcuni minuti rimase immobile col capo alto appoggiato alla mensola a guardare le faville che si perdevano crepitando su per il buio della cappa.
In questo tempo la Carlotta, dietro un cenno di Cencio, s'era alzata camminando in punta di piedi, e dopo aver messo sulla tavola sei bicchieri e un fiasco di vino, era ritornata al suo posto.
Batone la guard, e:
"Carlotta, accndimi il lume; voglio andare a letto".
"No, no!", dissero tutti insieme. "Un momento, Batone, cinque minuti soli; si vl bere un bicchier di vino alla vostra salute, e voi dovete bere con noi, se no ci fate torto."
E gli si accostarono porgendogli ognuno il proprio bicchiere colmo.
Batone non voleva parere, ma era commosso, e ricus di bere finch, vinto dalla affettuosa insistenza dei giovani, prese in mano un bicchiere, lo alz per guardarne la limpidezza attraverso al lume, ma il suo braccio tremava e nel portarselo alla bocca se lo vers mezzo gi per la barba.
"Ah! lo vedete?", disse indispettito, "non sono pi bono a nulla. Lasciatemi stare, lasciatemi stare, giovinotti."
" allegria, Batone,  allegria! alla vostra salute!", e bevvero battendo insieme i bicchieri.
"S, s; voi altri chiamatela allegria, e io la chiamo vecchiaia. Carlotta, il lume."
Lo prese e, accompagnato dagli sguardi de'suoi giovani amici, con passo vacillante si allontan nel fondo della stanza, grattandosi il capo e brontolando: "Eran diciott'anni che ci fumavo... E anche lei  finita... Com' finita male! com' finita male!".



. Vanno in Maremma.

Questa me la raccont nel canto del fco l'amico Raffaello, quella sera che m'invit a cena a mangiare le pappardelle sulla lepre.

Il sei di dicembre dell'anno passato, te ne ricorderai e se non te ne ricordi non importa, fece un tempo da diavoli. A guardare la montagna poi, era uno spavento; e anche di quaggi si sentiva la romba della bufera che mugolava fra i castagni, mandando fino a noi qualche foglia secca insieme col sinibbio che strepitava sui vetri delle finestre come la grandine. Io son fatto peggio delle gru: pi cattivo  il tempo, e pi sento il bisogno d'essere in giro. E volli uscire con lo schioppo in cerca di qualche animale.
A un mezzo miglio da casa, sulla via maestra, incontrai Maso del Gallo tutto imbacuccato, e lo fermai per sentire se sapeva punti beccaccini.
"Dio signore! sor Raffaello", mi disse soffiandosi nelle mani, "non mi faccia fermare; mi par d'esser diventato un pezzo di marmo."
"Insegnami un beccaccino."
"Ce n'ho uno nella madia che l'ammazzai l'altra sera all'aspetto. Se vl quello, lo vada a pigliare, ma altri non ne so davvero."
"O come mai?"
"O dove li vl trovare, benedetto lei, se  tutto una spera di ghiaccio? Torni, torni indietro, ch piglier un malanno. Ma non lo sente che lavoro  questo?"
Infatti si durava fatica a star ritti, tanta era la forza del vento gelato che, avendogli voltato contro le spalle, ci tormentava sbacchiandoci nel collo un nevischio duro e tagliente come vetro.
Distratto da una truppa di cinque persone che ci passarono accanto, domandai a Maso: "O que'disgraziati?".
"Son montanini; non li vede? Vanno in Maremma... Arrivederlo signora, in bocca al lupo; ma torni indietro, dia retta a un ignorante... br!..."
E si allontan lesto lesto, battendo forte i piedi per riscaldarsi.
Io rimasi un momento a guardare impensierito quei poveri diavoli. Quella era di certo una di quelle famiglie che nell'inverno emigrano dalla montagna, snidate dal rigore della stagione e dalla fame: il babbo, la mamma, due ragazzetti sotto i dodici anni e una bambina che, come seppi dopo, ne aveva otto appena compiti.
Il babbo, un ometto sulla cinquantina, basso, gi curvo, con le gambe a roncolo, stava avanti alla piccola brigata, strascicandosi dietro faticosamente i suoi gravi zoccoli con le suola di legno alta tre dita; aveva in capo un berrettaccio intignato di pelle di volpe, calzoni formati di cento toppe di altrettanti colori sudici e sbiaditi, e giacchetta di mezza lana quasi nuova, di sotto alla quale scaturiva la lama d'una roncola e il manico d'una mannaretta raccomandate alla cintola, e teneva per il ferro una scure, servendosene come di mazza. Col bastone si teneva sulla spalla sinistra un sacchetto di castagne.
Dietro a lui subito venivano i due bambini vestiti press'a poco come il babbo; con pi una straccio di pezzola passata sopra al berretto e legata sotto la gola per difendersi il collo dalla neve.
Il primo, con un ombrellone a tracolla tenuto da uno spago, se la rideva divertendosi a fare i passi lunghi dietro a quelli del babbo, mentre tirava a stratte misurate il fratello minore che gli andava dietro frignando e zoppicando, forse pei geloni ammaccati dentro un paio di scarponi da uomo sfondati e senza legcciolo.
Questo piccolo disgraziato, a forza di rasciugarsi il moccio e le lacrime con la manica della giacchetta, se l'era ridotta, fino al gomito, un cartoccio di ghiaccio.
Dieci passi addietro veniva la mamma, pallida, smunta, impettita, con gli occhi a terra, camminando a ondate gravi come tutti gli abitanti delle montagne, la quale, avendo infilato il braccio sinistro nel manico d'un paniere, teneva la mano sotto al grembiule, e con l'altra quasi strascicava la bambina che, inciampando in tutti i sassi, le andava dietro come un orsacchiotto, rinfagottata in un lacero giacchettone da uomo che le toccava terra. Aveva i suoi duri zoccoletti di legno, e le mani rinvoltate dentro a degli stracci fermati al polso con fili di ginestra.
La strada doveva a loro sembrare in quel momento poco faticosa, perch il vento se li portava quasi in collo e li balestrava ora di qua, ora di l dalla via, facendo schioccare come fruste que'po'di cenci che avevano addosso.
"Vanno in Maremma!", aveva detto Maso. "Quando ci arriveranno? Come ci arriveranno?": questo chiedevo a me stesso, e non sapevo levar gli occhi da dosso a quel compassionevole gruppo che fra pochi minuti non avrei pi potuto scorgere attraverso alla nebbia del nevischio.
Volli andargli dietro, volli discorrere col vecchio capofila, e affrettando il passo, in pochi salti gli fui accanto.
"Stagionaccia, galantuomo", dissi per attaccar discorso.
"Bella non  davvero, signor mio."
"Andate molto lontano?"
"Per le Maremme."
"In che luogo?"
"Talamone."
Egli, vedendomi fare un movimento che voleva dire un "perdio!" di quelli che chi li tiene in corpo  bravo, mi guard, sorrise, e continu:
"Non c' mica poi tanto, sapete. Di qui passer poco le cento miglia. Si va su su, adagio adagio, coll'aiuto di Dio, e quest'altra settimana, alla pi lunga sabato, s'arriva. La strada, non dubitare, la conosco bene; sono trentacinque anni che la faccio; la sorte m'ha sempre assistito, e per grazia del cielo eccomi qui. L'anno passato ci menai questo solo", disse, accennandomi con una spallata il bambino che misurava il passo, il quale nel sentirsi rammentare perse il tempo per guardarmi, e dando un inciampicone negli zoccoli di suo padre, and a battere il naso nel sacchetto delle castagne che il vecchio teneva a spalla. "Ci menai questo solo l'altr'anno. Fino a Grosseto, come Dio volle, ce la fece; l per gli si sbucci un piede e mi tocc a portarmelo a cavalluccio... Son poche miglia di l a Talamone. Ma quest'anno, caro signore, m' toccato menarli tutti."
" la tua famiglia questa?"
"Questi due sono miei, sissignore; e quella bimbetta l che, se la guardate, ha ott'anni finiti e non gli se ne darebbe sei da'gran patimenti di su'madre che non gli ha mai voluto bene,  d'un mi'fratello che anno di l mor alla macchia d'una perniciosa. Mi si raccomand tanto che ci pensassi io, che quando la su'mamma quest'agosto riprese marito, non gliela volli lasciare; come che avendo anche l'approvazione del curato, non gliela rendo pi. E quella  Zita, la mi'moglie."
"Buon giorno, sposa", risposi ad un saluto malinconico che mi fece con gli occhi, movendo appena la testa.
"E perch, dovendo condurre questi poveri piccini, non sei andato col vapore o almeno con un po'di barroccio?"
"Ci sarei andato volentieri anch'io, caro signore, con un bel barroccio che ci si va anche con poco", disse guardandomi sgomento, "ma come si fa? Se le cose anderanno bene, state allegri ragazzi", disse volgendosi ai piccini, "si vedr di farne un po'in barroccio al ritorno."
"Pi volentieri", continu volgendosi di nuovo a me, "pi volentieri li avrei fatti restare tutti a casa; ma non avevo da lasciargli nulla, signore mio, nulla! nemmanco un po'di farina per isvernare."
"Sta bene; ma per la via come la rimed?"
"Si fa alla meglio, a dirlo a voi; si va alla carit di questi contadini, e, per dirla giusta, pochi fin qui me l'hanno ricusata la capanna per dormire e un tozzerello di pane. L ci abbiamo de'necci," e mi accenn il paniere della moglie, "e qui dentro ci ho delle castagne, che se non ci segue disgrazie di doverci fermare, ci basta quasi per arrivare al posto."
Detti un'occhiata al paniere, al sacchetto e a quelle cinque facce sofferenti, e mi sentii correre instintivamente la mano al portafogli. Presi quel poco che mi parve, perch, tu lo sai, disgraziatamente ho da pensare troppo a me, e accostatomi al bambino maggiore gli detti con cautela, perch non vedesse suo padre, un piccolo foglio. Mi guard spaurito, guard quel che aveva nella mano, e chiamando suo padre incominci a gridare:
"O babbo! o babbo! guardate cosa m'ha dato questo signore! O cos'? o cos'".
"Digli "Dio vi rimeriti" a questo signore, Tonino; digli "Dio vi rimeriti"..."
"Non importa, non importa. Addio, monello; buon viaggio e buona fortuna, galantuomo."
"Altrettanto a voi, signore, e state fiero."
Quando la madre, che aveva mantenuto i suoi dieci passi di distanza, mi pass davanti "Dio vi benedica!" mi disse. E stetti qualche momento a vederli allontanare tra la bufera, che rammulinava la neve sempre pi gelata e pi folta, fischiando attraverso gli alberi brulli della via.

Qui Raffaello s'interruppe per dire a Gano che buttasse un altro ciocco sul fuoco; poi, dopo esser rimasto qualche momento col capo basso a pensare, lo rialz per domandarmi: "Che ne sar stato?".



. Primavera.

Folta delle sue nuove foglie, una vecchia querce gode la vita slanciando al sole di maggio le braccia robuste, e il vento canta alla primavera tra le sue fronde sonore.
Canta alla primavera che ride intorno odorata, e nuota voluttuosa sull'onda delle verdi mssi e tra i pampani e tra i fiori ondeggianti a un limpido sole, cullando ne'loro aperti calici l'amore di mille insetti felici; e il polline giallo, commosso da tante ebbrezze, vola col vento a preparare altri profumi, altri fiori alla eterna giovinezza dei campi.
In mezzo a tanto lusso di vita, stanchi nelle membra e freddi nel core, una bianca vecchierella e un magro vecchietto, seduti uno accanto all'altro all'ombra della querce, godono tranquilli il riposo del meriggio.
"Fa caldo oggi, sapete? fa caldo." E cos dicendo, la giovereccia vecchierella si allenta il busto, si scioglie il nodo alla pezzuola che le fascia la testa, e facendosi vento con quella, si abbandona resupina col capo fra i fiori rossi del suo fascio di lupinella.
Il vecchio la guarda distratto; una folla di nebbiose reminiscenze gli corre alla memoria, e appoggiandosi anch'egli al suo fascio di trifoglio, ripesca un frammento d'ottava da lui improvvisata sessanta anni or sono, una notte d'agosto, sotto la finestra della sua Gioconda; e guardando smemorato all'aria, pensa e canta a bassa voce:

Se ancor, dolcezza mia, non lo sapete
Dove per me s' aperto il paradiso,
Guardatevi allo specchio e lo vedrete
Tutto dinanzi a voi nel vostro viso...

Oh! com'era bella, com'era bella Gioconda a sedici anni! Nella sua bianca casetta accucciata all'ombra d'un noce e di due giovani gelsi, stava sempre la gioia, e Gioconda era l'idolo di tutti, perch anche le sue compagne, buttato da parte ogni piccolo sentimento d'invidia, se la guardavano compiacendosene e le volevano bene.
La stanza del suo telaio situata a terreno dava sulla via; l era il ritrovo favorito delle sue liete vicine, e fra i discorsi, i canti e le cordiali risate, moveva sempre di l un festoso baccano che riempiva di buon umore il viso delle povere nonne, sedute l presso sulle porte a filare, le quali si beavano in quelle risa e in quei canti come in un ritorno soave alle gioie perdute dei loro giovani anni.
I giovanotti che passavano gettando la grassa arguzia in quel crocchio di spensierate, o che si fermavano sulla porta ad agognare, erano le loro vittime predilette; Cecco aveva le gambe torte; Pippo si struggeva de'baffi e s'insegava e si martirizzava continuamente quelle quattro setole che non volevano allungare; lo Spagnolino buttava i piedi a gallo, e Rocco, povero Rocco! aveva la lisca. E lo strapazzavano e gli facevano il verso tutte le volte che timido timido si affacciava a tartagliare qualche goffa galanteria; e allora ridi pure, amore mio! ed erano tali risate che quelle monelle duravano, a volte, a sganasciarsi per una ventina di minuti senza aver tempo n discrezione di chetarsi neanche per un momento a ripigliar fiato.
E Rocco si allontanava afflitto, colla coda fra le gambe, pensando alle trecce della sua Gioconda, e sospirava pi fitto dei colpi del telaio che lo accompagnavano insieme con gli scoppi di risa, finch, rintanato nel fondo della stalla, si sfogava a dar pedate nella pancia del suo povero ciuco, e a palpare le cosce delle sue giovenche, orgoglio della casata, invidia dei contadini dei dintorni e ghiottoneria troppo preziosa per Simone macellaro.
Ma quelle risa e quei canti a volte cessavano ad un tratto; e allora le bianche nonne del vicinato, capito subito di che si trattava, alzavano gli occhi dal fuso e voltandosi verso la porta del telaio vedevano Maso, che, appoggiato con artistica posa allo stipite di quella, girava su quel gruppo di fresche giovinotte i suoi fieri occhi innamorati per incontrarsi con quelli dolci e sereni della sua Gioconda, la quale, fatto un languido saluto, arrossendo li abbassava sulla spola che allora cominciava a correre pi agile e pi umorosa attraverso all'ordito della sua tela.
Oh! che bei tempi erano quelli! Quanti ricordi amaramente soavi scendono al core dalle mura di quella bianca casetta! Quante confuse memorie sotto l'ombra di quel noce e di quei gelsi, sempre verdi e frondosi come a quei giorni tanto lontani!
E nulla par cambiato l intorno. Quelle siepi cariche di fiori di biancospino, quegli argini smaltati di rosolacci e di pratoline che fiancheggiano la via che mena alla chiesa, pare che aspettino sempre le limpide domeniche di maggio, quando Gioconda, in mezzo a una corona di giovani amiche che godevano al riflesso della sua bellezza, passava fresca e profumata come una rosa, con gli sguardi a terra fra le occhiate di fuoco dei giovanotti che l'aspettavano sparsi qua e l in piccoli gruppi lungo la via. E fra quei giovanotti c'era anche Maso, ravviato, lindo, con la barba fatta d'allora, con la sua bella giacchetta di frustagno turchino, cappello nero di felpa e garofano rosso dentro al nastro di quello. E a lui toccava un'occhiata e un lieve sorriso che lo spingeva a stendere affettuoso un braccio sul collo dell'amico pi vicino, ed a correre subito in fondo di chiesa accanto all'altare, per chiedere, in tempo della messa, un altro sorriso almeno e un'altra occhiata alla sua Gioconda, che tutta rossa e confusa gliene dava mille pur non volendogliene dare nemmeno una.
Dio avr perdonato a Maso la profanazione, perch anche il povero priore morto non credeva di far male quando voltandosi al " Dominus vobiscum" , guardava il cielo, il viso di Gioconda, e riportava puri i suoi occhi sulla mistica mensa.
E Gioconda e Maso non poterono mai essere sposi. Si amarono lungamente, si amarono molto, si amarono forse troppo... ma il destino non li volle uniti.
Quando lui torn da fare il soldato, dove stette diciotto anni, la trov sposa e madre di quattro bambini. Rocco, quello della lisca, delle pedate al ciuco e delle grasse giovenche, l'aveva sposata gi da dodici anni. Rocco ebbe da quel tempo fino alla morte tutto l'affetto della sua Gioconda: a Maso, rest sempre l'amore.
"E ora  tardi!", pens Maso, alzando adagio adagio il capo dal suo fascio di trifoglio. " tardi!" e si mise a guardare il viso della sua Gioconda mezza addormentata col capo tra i fiori di lupinella, per cercarvi almeno una ultima traccia della perduta bellezza.
La pelle floscia e lentigginosa di quel collo la vide a poco a poco ritornar bianca e levigata; sparirono ad una ad una le mille rughe di quelle gote vizze che gli apparvero fresche e piene di giovane sangue: al terreo colore di quelle subentr l'incarnato della rosa; i radi e bianchi capelli ritornarono biondi e raccolti in trecce abbondanti, e dopo sessant'anni la rivide giovane e bella, e riam, giovane anch'egli, quella che soleva chiamare la passione dell'anima sua.
La primavera intanto sospirava calda pei campi, rubando odori e gorgheggi ai fiori sbocciati con l'erba e alle cinciallegre in amore.
Maso si spenzol col suo sul viso della sua Gioconda per deporvi un bacio, ma Gioconda, sentendo un alito caldo sulla faccia, apr gli occhi, colse il pensiero del vecchio nel sorriso che gli brillava negli occhi imbambolati, e guardandolo fisso e sorridendo anch'essa: "E ora che avete? vecchio pazzo!", gli disse.
Il vecchio non rispose, ma accostandosi agli orecchi di lei, vi sussurr qualche parola che provocando in ambedue uno scoppio di omeriche risa, li ributt supini tra i fiori dell'erba a mostrare al cielo ridente le loro povere bocche larghe e sdentate.
Il vento prese quelle voci, e portandole a volo aggiunse anche quella rauca nota alle misteriose armonie del creato.



. Il merlo di Vestro.

Il benemerito signor canonico Sinigaglia, capitato in paese per la solenne occasione, teneva quella sera la presidenza dell'innocuo conciliabolo reazionario. Vestro aveva perfino fatto le ballotte, ed aveva rifrustato con tanto calore la povera cantina da portar su in bottega una mezza dozzina di bottiglie di vinsanto vecchio, colle quali tanto si comunicarono i priori e i cappellani indigeni ed esotici del circondario, da preparare pi che comodamente il letto alla pappatoria della mattina seguente, dovendosi festeggiare appunto il giorno dipoi, nella pievania, la festa del titolare, il beato San Remigio martire.
La conversazione era stata briosa fino dal principio, ma alla quinta bottiglia vi fu un momento di vero entusiasmo a beneficio dell'illustrissimo signor Canonico. Ribevvero tutti alla sua preziosa salute, parlarono della santa causa, lessero, fra le acclamazioni, un articolo furibondo della " Stella Cattolica" , mangiarono un libero pensatore per uno ed empirono il pavimento di gusci di ballotte biasciate.
Vestro schizzava dalla contentezza trovandosi in mezzo ad un elemento cos omogeneo ai suoi principii ultracattolici, e si fece diventare il naso gonfio e rosso come un peperone dalle gran prese di tabacco offertegli dal signor Canonico; regalo che non volle mai rifiutare, quantunque non prendesse tabacco, per non disgustare l'eminente personaggio che quella sera erasi degnato di onorare la sua povera merceria.
E il Canonico gonfiava come un tacchino, rosso scarlatto e tutto sudato per la commozione di vedersi fatto segno d'un rispetto e d'una ammirazione, dalla quale i suoi colleghi del Capitolo l'avevan divezzato gi da un bel pezzo, "Birbanti!", diceva tra s il povero Canonico, ripensando alle sue amarezze, "birbanti!", e stringeva forte la mano e si voltava sorridendo malinconicamente a Vestro, che, guardandolo estatico, prendeva per emanazione del cielo le zaffate composte che gli dava nel naso il buon reverendo, il quale non finiva mai di lodare a gloria il trattamento tanto pi gradito, quanto pi semplice e spontaneo offertogli dal popolano esemplare.
Vestro sorrise tutta la sera imbambolato, tacque e sospir come l'innamorato novizio accanto alla bella, e fece sentire per la prima volta la sua voce quando mostr il suo merlo, tanto bravo, al signor Canonico; il quale, dopo averlo esaminato con severa attenzione, si compiacque assicurare l'uditorio che era maschio. E:
"Ditemi, Silvestro; in che consisterebbe la bravura di questo animale?".
I priori e i cappellani esotici ed indigeni dettero, a quella domanda, in una gran risata, per la quale la dignit del Canonico rest alquanto offesa. Ma il Piovano che se ne avvide, gli si accost e sotto voce gli dette la spiegazione di quella risata, che fu seguita subito da un'altra grossissima, alla quale anche il signor Canonico si compiacque di prender parte battendo con una mano sulla zucca bernoccoluta di Vestro, come per dire "Ah! gran cervello bizzarro c' qui dentro! Che matto, che matto!".
"Eppoi, sa? lustrissimo; il bello si  che c' quel calzolaro l difaccia... lo chiamano Ciuciante di soprannome...  un liberale lui!.. che quando lo sente piglia certi cappelli! perch dice che l'ho ammaestrato apposta per fargli dispetto. Ma che crede che ci si faccia poche risate?... Eh Cappellano?"
"Ma ci s' ammattito tanto a ammaestrarlo!", osserv il Cappellano; "quante mattine ci s' perso di l in corte a fischiare perch imparasse..."
E tirato il Canonico in un cantuccio, gli raccont come Vestro e lui avevano davvero ammaestrato il merlo a dire a quella maniera, perch "Deve sapere che quel vile ci ha il su'figliolo pi piccolo, al quale specialmente quando passa qualche sacerdote, domanda: "Palestro", senta che nome! "Palestro chi ci st lass?", accennandogli il cielo. E il su'figliolo, una creatura di tre anni, signor Canonico! gli risponde... gli risponde a quella maniera".
Il Canonico fece un atto d'orrore, al quale corrisposero gli altri preti dando un'occhiata in cagnesco alla bottega di Ciuciante, il quale era dentro a lavorare, e la cui ombra, come un'apparizione infernale, si disegnava mobile e nera in grotteschi atteggiamenti sui cristalli appannati della vetrata.
"E sa con che cosa, lustrissimo", riprese Vestro; "con le mosche! Me le porta Stefano droghiere, che le piglia a manate sotto 'l velo de'pasticcini. Guardi che fogliata me n'ha portata dianzi!"
Ne dette una al merlo che venne a prendergliela in mano, e dopo una strizzatina d'occhi al Cappellano:
"Ma che gli si deve far sentire davvero, Cappellano, al signor Canonico?".
"Per me, fate come volete, Vestro; ma ricordatevi che son du'giorni che quel birbone  dimolto nero perch ci ha 'l su'ragazzo a letto, malato. Badate che non gli salti il ticchio di farvi qualche bravata."
Ma Vestro, un po'pel vinsanto che aveva in corpo e un po'perch si credeva inviolabile sotto la protezione del signor Canonico:
"Si star a vedere", disse, "se quel mangiacristiani m'ammazzer. Stasera s'ha a stare allegri".
E cos dicendo prese la gabbia e, dopo averla attaccata fuori a un chiodo di fianco alla porta, rientr in bottega ad aspettare il canto del merlo.
Ai preti garb poco quella faccenda, perch, sia detto qui fra noi, avevano una paura maledetta di quel birbone, e furono contentissimi di sentire che il merlo non apriva bocca. Ma Vestro non la intendeva cos, e:
"Ora, ora sentiranno!", disse. Prese il foglio delle mosche, lo svolse e sporgendo un braccio fuori dell'uscio, lo fece vedere al merlo, il quale, volteggiando rapido per la gabbia, fischi subito, forte forte... a quella maniera.
Nell'istante si sent aprire e richiudere bruscamente la vetrata di Ciuciante, e nello stesso tempo una gran botta nel muro e un sinistro sgretolo di stecchi, come se la gabbia fosse andata in bricioli.
"Me l'ha ammazzato, quell'infame!", rugg Vestro disperatamente. Corse fuori e rientr in bottega bianco come un panno lavato, tenendo in mano la gabbia sfondata dentro alla quale, in luogo del merlo, stava immobile e grave una forma da scarpe quasi pi grande del vero.
Vestro rimase qualche momento con la gabbia in mano a guardare tutti con occhi stravolti, dicendo con voce di spasimo lenta e soffocata:
"Quell'infame, cosa m'ha fatto!... Cosa m'ha fatto quell'infame!...".
I preti, inchiodati sui loro panchetti dalla paura, non aprivano bocca.
Improvvisamente Vestro fu preso come da una ispirazione divina: agguant un lume e corse a guardare per terra sotto al chiodo della gabbia... "Nulla!  volato!... Infame!" Chiuse la forma dentro una cassetta, si ficc il cappello, e: "Signori mi scusino... Signor Canonico, mi compatisca... bisogna che chiuda. E lei, signor Piovano, se mai domani quella bestia capitasse alla su'uccelliera... mi raccomando a lei signora... Riconoscere lo deve riconoscere di certo anche lei dall'ugnlo che gli manca, se ne ricorda? qui alla zampa sinistra... ma per carit...".
"Non dubitate, Vestro: ma ricordatevi che domattina presto abbiamo bisogno di voi."
"Non mancher, non dubiti. Felice notte, signora."
"Felice notte."
"Buon riposo."
"Buona notte, Silvestro."
"Signor Canonico, buon riposo."
"Buona notte."
I preti sfilarono chitti chitti al buio rasente al muro, e Vestro corse a dare le intese a tutti i tenditori del vicinato.
Ciuciante, battendo il tempo col martello sopra un tomaio, cantava a gargna spiegata la vecchia aria:

N lingua n becco, n gola non ha...
Povero merlo! come far a canta'?

"Nulla, Filandro stamattina?", domandava il Piovano entrando groppon gropponi nel capanno dell'uccelliera.
"Non si vede nulla, signor padrone. Du'stipaiole uniche, e c' un merlo impaniato che andavo a pigliarlo ora."
"Giurammio baccaccio! o dunque come si rimedia?"
"Che cosa?"
"Si resta corti coll'arrosto!"
"Che vl che gli dica? gliel'allunghi con un po'di maiale."
"L'ho bell'e fatto prendere, che tu sia benedetto! Ma se non gli do almeno un par di tordi e se'uccellini a testa a que'ventri di lupo, son capaci d'andar a dire che non si son levati la fame."
"Mah! faccia lei, signora."
"Va'a pigliare il merlo, lesto..."
"Signor padrone!"
"Che c'?"
"Eppure mi pare... Dio onnipotente! ma dica, le combinazioni!... guardi quest'ugnlo! eppoi  quasi agevole! Figuriamoci la contentezza di Vestro quando gli dir..."
"Dmmi qua."
"Tenga: ma badi... O che lo schiaccia? No!.. ecco o perch?... lei signora fa celia, eh... Dio signore, non s' stato sugo!"
Il merlo, buttato in un cantuccio del capanno, fece un par di capriole sbatacchiando le ali, apr la coda a ventaglio, la trse lentamente di qua e di l, trem, spalanc il becco, lo richiuse e s'allung stecchito accanto alle due stipaiole.

Vestro ha gi sonato cinque volte la campana grossa, perch Filandro  alla tesa; ha gi servito quattro messe e ora serve la quinta. Ma si vede chiaro che quell'uomo oggi ha qualche cosa per la testa, perch non la serve bene come gli altri giorni. Ha sbagliato un par di volte, e dianzi ha fatto degli ammicchi a Perzillo, il tenditore del Palazzi, che era laggi in fondo dalla piletta. Ora fa lo stesso garbo al Tentoni. E il Tentoni? Ha scosso il capo come per dirgli di no.
Ma!.. chi ne capisce nulla?

"Giurammio baccaccio! o quante volte le devo dire io le cose? T'ho detto che te e Filandro dovete servire a tavola, e lo Scopetani non deve uscire di cucina! L'hai capita, s o no?"
"S, signore: l'ho capita. Ma come fa quell'omo solo a bastare a tutto?"
"Non c' nessuno che gli possa dare una mano?"
"Si deve dire a Vestro?"
"Dillo anche al diavolo, ma spicciati. La minestra  cotta?"
"Fra cinque minuti li mando a tavola."
"Dunque via!"
Questo dialogo accadeva in sagrestia fra la serva e il Piovano, il quale, insieme col Canonico e con altri due preti spiccioli si spogliava, finita la messa cantata.
"" Prosit" , signor Piovano."
"Grazie."
"Signor Piovano, signori, " prosit!" "
"Grazie."
"Grazie."
I contadini benaffetti uscivano di chiesa passando attraverso alla sagrestia dalla porticina della canonica, dalla quale, ogni volta che l'aprivano, sbucava una nuvolata di fumo di fritto a mescolarsi con quello dell'incenso; e tra la nebbia grassa si vedeva Vestro accerito com'un gambero, con un gran grembiulone bianco, un tegamino d'olio e una penna di falco in mano che, mogio mogio, ungeva l'arrosto. Teneva fissi gli occhi allo spiede, e i suoi pensieri intanto giravano anch'essi lenti e malinconici, quando gli parve... "Ah! che imbecille che sono!.." il girarrosto andava, e le zampe degli uccelli si voltarono tremolando e sfrigolando dalla parte del fuoco. Ma ricomparvero presto nere e intirizzite a turbare l'animo del povero Vestro il quale... "Signore Dio", disse, "tenetemi le vostre sante mani in capo, se no mi rovino!" Dtte una lunga fregata con la penna e si abbass col viso per osservar meglio... Ma il girarrosto andava, e i buzzi dei frolli s'erano gi tolti alla sua vista, seminando unto e budella sui tizzi che fiammeggiavano fumanti. Passarono i petti, passarono i capi, passarono le groppe gialle, ripassarono i - " tac"  - il girarrosto si ferm.
Filandro che in quel momento rientrava in cucina carico di scodelle vuote, quando vide il girarrosto fermo e Vestro che non alitava, con tanto d'occhi fuori, abbassato sullo spiede:
" mi garba davvero cotesto lavoro!", disse a Vestro. "Ricaricatelo, e subito, se no vi brucia tutto da una parte."
Vestro per tutta risposta, gli si avvent al collo come una pantera, e:
"Chi m'ha ammazzato il merlo?".
"Ah... ahi!"
"Chi me l'ha ammazzato? Dillo, dillo, dillo: se no ti strozzo, per la dannazione dell'anima mia!"
"Io no permio... ahi!"
"Dunque chi?"
"Il signor Piovano: ma io... No, no, Vestro no, permio, lo sciupate! Ma che siete impazzato? Smettete, via, troncherete ogni cosa... E ora?... Uh! pover'a noi! pover'a noi! pover'a noi!"

Era passata una ventina di minuti dopo lo zampone, e l'arrosto non veniva in tavola. I commensali tutti, compreso il benemerito signor Canonico, cominciavano a impensierirsi seriamente per quel famoso cantuccino dello stomaco lasciato appositamente per il tordo. Per fortuna a divagarli fu intavolata in tempo una disputa animatissima sulla non ancora ben definita questione: "Se le anime dei dannati, intervenendo nella valle di Giosafat, continueranno a soffrire ossivvero avranno, come opinano i pi, una breve tregua ai loro tormenti durante il supremo giudizio", nella quale il canonico Sinigaglia, mi dicono, disse delle cose bellissime... ma l'arrosto non veniva.
Il Piovano non era soltanto impaziente pel ritardo, ma siccome gli era parso d'aver sentito poco avanti un certo fracasso in cucina...
"Ma insomma, dico io, che siete cascati morti tutti di cost?", grid finalmente, picchiando a mano aperta una gran botta sulla tavola.
"Giurammio baccaccio! ora passa la parte!"
Filandro si affacci tutto arruffato e spaurito a far cenno al Piovano che andasse di l.
"Con permesso..."
"Faccia, faccia pure."
E and di l sbuffando e reggendosi le brache sbottonate che non gli vollero arrivare, quantunque dopo la lombata cogli spinaci avesse ammollato le serre fino all'ultimo punto.

Chi capitasse oggi nella merceria di Vestro troverebbe parecchi cambiamenti, come ne troverebbe anche nell'indole e nelle abitudini del cattolico merciaio.
Sulla mensola di legno che sosteneva il tabernacolo dell'Immacolata Concezione c' ora un busto di Garibaldi, di gesso colorato; e i due mazzi di fiori secchi, uno di qua e uno di l, sono sostituiti da due bandierine rosse ritagliate dal baldacchino del tabernacolo.
La vecchia stampa dell'Arcangelo San Michele che aveva in mano quello spadone lungo lungo di lingue di fuoco, ha ceduto il posto a una cattiva litografia di Ugo Bassi, anche quella colorata; e il palmizio della mostra e le quattro rappe d'olivo benedetto che erano sulla vetrata, allo scaffale de'bottoni, a quello di faccia e sull'uscio che mette nell'interno della casa, sono sparite. Del ritratto di Leone XIII non se n' saputo pi nulla.
Quando le campane della Pieve suonano a messa, quando passa la comunione, se una folata di vento porta fino alle sue orecchie il suono dell'organo o le voci dei gi suoi fratelli della compagnia che cantano a coro, la faccia di Vestro si turba e la sua bocca si atteggia ad un sorriso beffardo e quasi feroce, il quale, qualche volta, a poco a poco si cangia prendendo un'espressione dolorosa di profonda malinconia.
Ciuciante, con tre o quattro amici suoi, viene a veglia da Vestro quando Vestro non va da lui. Stanno allegri che  un gusto, e per il 20 settembre hanno fissato una cena e un gran bandierone da mettersi fuori la mattina.
Il Cappellano  un pezzo che non si vede, ed anche il Piovano ha dovuto finalmente proibirsi di passare davanti alla merceria, perch due volte che s' provato a farlo gli  costato una spietata amarezza all'anima il vedere Vestro che correva subito a prendere sulle ginocchia il figliolo minore di quel birbone, e gli domandava ad alta voce, perch lo sentisse: "Su, su, Palestro, diglielo a Tato: chi ci sta lass?". E il figliolo di Ciuciante, una creaturina di tre anni... Basta: Dio gliela perdoni, perch questa  grossa davvero!



. Tornan di Maremma.

In una botteguccia d'un povero casolare alle falde della montagna stavano due pastori attempati oltre la cinquantina, i quali, appena che fui entrato, attirarono tutta la mia attenzione a motivo di una certa loro aria d'impazienza e di sgomento, per la quale pareva non potessero trovare fermezza. Si asciugavano il sudore dalla faccia senza che fosse caldo, sospiravano forte, e barattando fra loro occhiate dolorose e pochi monosillabi, non levavano un momento gli occhi dalla vetrata per guardare attenti sulla via che per quattro buoni tiri di schioppo si stendeva bianca e polverosa davanti alla porta.
"Voi vorrete bere, eh giovanotto?", mi domand la padrona, vedendomi sedere in disparte a un tavolino di legno tinto.
"Mangerei anche un boccone, Verdiana, se ci avete qualcosa di buono da darmi."
"E sa", disse dopo avermi un po'osservato, "mi scusi tanto perch proprio non l'avevo raffigurato. Che fa? sta bene? o la su'famiglia  fiera?"
"Tutti bene: grazie. E voi?"
"Sissignore, mi contento. Quando deve andar male, vada sempre cos. O con chi si discorreva di lei l'altro giorno?... Ah! ci pass quello delle strade che viene a contare i monti de'sassi.... sarebbe l'ingegnere? Mi domand se c'era pi stato, e io gli dissi di no. Se vole che gli affrittelli dell'ova, si fa in un momento; se no, gli posso dare un po'di cacio fresco, ma proprio bono. Non ci ho altro."
"Tre uova pochissimo cotte, e subito."
"Sissignore." E si avvi per andarmele a preparare. Ma quando ebbe fatto quattro passi, torn indietro per dirmi: "A proposito! ci sarebbe del baccal che ho lessato per quest'omini e per quelli che devon arrivare. Si deve sentire se gliene voglion ricedere un po'?".
"No no; lasciate correre, Verdiana. Piuttosto, a proposito di questi uomini, ditemene qualche cosa: chi sono? di dove vengono? chi deve arrivare? che hanno, ch mi par di vederli tanto affannati?"
"Hanno il mal del povero, glielo dico io cos'hanno; quel malaccio che si tira dietro le sette piaghe peggio della carestia Se lo crede, da un par d'ore che son qui m'hanno straziato il core che mi par d'essere come quando s' fatto un sognaccio colla febbre. Proprio, a volte, si d certi casi che, in verit, anche a esser cristiani, ci sarebbe da dire certe eresie da mettere a risico la salvazione dell'anima. Lo vede quello appoggiato al banco, che si gratta la barba? Quello li  il babbo d'un giovanotto che s'innamor della figliola di quell'altro. Son tutt'e due di per in su; il posto come si chiama non gliel'ho domandato: ma dev'essere dimolto lontano perch dianzi alle dieci quando mi sono arrivati erano stanchi che non ne potevano pi, e m'hanno detto che s'eran partiti a levata di sole. Insomma, per fare il discorso breve, dice che que'ragazzi si volevano sposare a tutti i costi, e non c'era, dice, neanche tanto da comprare le panchette del letto. Allora lui, si direbbe il giovanotto, che non s'era mai mosso da casa, perch pare che avesse poca salute, fece un cor risoluto, s'attrupp con de'pecorai di Fiumalbo, e se n'and per le Maremme a tentar la ventura anche lui. Ma ora, aspetti, gli dico che faccia sentire anche a lei l'ultima lettera che gli ha scritto 'l su'figliolo."
"No, No! Dio ve ne guardi! Raccontate, raccontate, Verdiana."
"O l'va non le vle?"
"Non importa. Datemi un po'di cacio e tornate qui."
Io, bench non sapessi ancora di che cosa si trattasse, guardavo con crescente compassione que'due poveri vecchi stralunati, pallidi e polverosi, i quali ora sedendo ora guardandomi sconsolati, e non trovando mai posa in un luogo, pareva che cercassero dove liberarsi da un pensiero tormentoso che li perseguitasse.
"Che ore sono, signore?", mi domand finalmente uno dei vecchi.
"Sentite? suona mezzogiorno ora alla Pieve."
Si levarono il cappello, dissero l'" Angelus Domini"  appoggiandosi coi gomiti ai regoli della vetrata, e, dopo essersi scambiati uno sguardo meno desolato degli altri, tornarono a guardare attenti alla via.
In quel momento la padrona mi pose in tavola una fetta di cacio sopra un foglio giallo, un bicchiere e un fiasco di vino, e sed di nuovo di faccia a me, domandandomi dove s'era rimasti. "Alla lettera che il giovanotto..."
"Ah! sissignore, e sentisse che bella lettera! Quello, secondo me, dev'essere un giovanotto che deve aver letto di molto, perch... Ma, aspetti, gli domando se gliela vl far legg..."
"No, no! v'ho detto di no."
"Insomma, una lettera gli dico!.., che, a male agguagliare, dice cos: Dice che hanno fatto bene a mandargli a dire della malattia della ragazza; che in quanto a restar butterata nel viso non se ne dessero pena, ch a lui non gliene importava nulla, purch la su'ragazza fosse restata sempre della medesima idea di volergli bene; che lui era fiero; che la Maremma, grazie a Dio, gli era andata bene, e che intanto gli mandava una ventina di lire per le prime spese. Eppoi tant'altre cose, eppo'da ultimo dice che il d otto, che sarebbe oggi, ritornava, e che mandava un bacio a tutti, e anche alla su'Giuditta. Eppoi, prima di finire, gli dice che in caso d'una disgrazia gliel'hann'a mandare scritto subito, perch lui a casa non ci sarebbe pi ritornato."
I vecchi s'eran fermati a sedere, e ci guardavano fissi, a bocca aperta.
"Dite pi adagio, Verdiana, perch vi stanno a sentire."
"Eh, povera gente! chi sa dov'hanno la testa!", mi rispose la padrona, e continu: "Il su'babbo, del giovanotto, dice che gli rispose subito la settimana passata che l'aspettavano a gloria, e che la ragazza era addirittura fuori di pericolo".
"Eppoi?"
"Eppoi per fare il discorso breve, la ragazza cominci a peggiorare appena andato via il postino; la sera, peggio; la mattina dopo, peggio che mai, e ieri sera, per fare un discorso solo, rese l'anima a Dio, e a quest'ora  per la strada che la portano al camposanto."
"O mio Dio, mio Dio, pigliate anche me, non ne posso pi, non ne posso pi!" Cos dicendo, il babbo della ragazza, che aveva sentito le ultime parole del racconto, si butt attraverso alla tavola gi apparecchiata per loro, dando in un largo scoppio di pianto e lamentandosi con voce rantolosa: "Ah! ah! ah!".
Detti un'occhiata di rimprovero alla padrona e mi alzai all'improvviso per andare da lui; ma tornai subito al mio posto, perso da un senso di rispetto per la santa disperazione di quell'uomo.
Il suo compagno gli si avvicin, gli pose le mani sulle spalle e si pieg su lui per dirgli qualche parola di consolazione; ma, il pianto gli serrava la gola. E allora guardava noi e accennava il suo compagno, e si contorceva e si mordeva le labbra con un'espressione ora di stupido dolore, ora di rabbia feroce.
Finalmente fece un cor risoluto: si strisci con una mano la barba, scosse la testa e, voltosi al suo compagno, gli disse con voce ferma e sonora:
"Animo, Marcello; fatevi coraggio, via, fatevi...".
Ma non pot continuare, ch singhiozzando si butt sulle spalle dell'amico a lamentarsi: "Dio ci vedeva nel core, non ci doveva gastigare cos".
"Che mondo, eh, Verdiana?", dissi sbacchiando il cappello e il pugno sulla tavola.
"Che vl che gli dica? Ho cinquant'anni sonati e a un affare a questa maniera non mi c'ero ancora ritrovata."
Il vecchio, sentendo come io partecipassi al loro dolore, corse da me; e quasi che io solo fossi stato buono di rendergli la pace, mi si raccomand, stringendomi forte la mano fra i grossi calli delle sue, che non l'abbandonassi, per carit; che l'assistessi, per l'amor di Dio.
"Figuratevi, amico mio! Ma che posso fare per voi?"
"Non ci abbandoni. Non si voleva neanche venire. Ma quelle donne non c' stato versi di persuaderle; ci hanno voluto mandare per forza incontro a quel ragazzo per vedere di prepararlo, che se ne facesse una ragione..."
"Sta tutto bene. Ma che gli devo dire io meglio di voi che siete suo padre?"
"Non ci importa, gli dica quello che vle, lei signora gli dir sempre meglio di noi che siamo du'poveri ignoranti. Mi faccia la carit, signore, perch io, ormai lo sento, appena lo vedo mi manca il core e mi tradisco. Mi prometta di non lasciarci soli, me lo prometta; se no, quel ragazzo mi fa qualche pazzia. Eppoi, ci comandi, e da poveri che siamo c'ingegneremo di ricompensare la su'carit."
"Mi tratterr, via. Ma ora datevi pace e bevete un bicchier di vino."
"Non potrei... No, in coscienza, non potrei... no, lo ringrazio, non lo bevo davvero."
"O il vostro compagno?"
"Ora s' dato un po'di pace; lasciamolo stare."
"Come volete."
Il vecchio torn adagio adagio dal suo compagno e tutti e due si misero di nuovo a guardare silenziosi in fondo alla via.
"Non lo finisce il cacio?", mi domand la padrona.
"Non ho pi fame."
"Beve pi?"
"No; portate via ogni cosa; ho finito."
Accesi la pipa e mi misi in fondo alla bottega seduto a guardare di sopra alle spalle dei vecchi la campagna allegra e gli alberi sottili della via che tremolanti alla brezza del marino lasciavano il loro cotone, il quale vagando intorno per l'aria, cadeva fra gli olivi bianco, lento e silenzioso come la neve. Mi perdevo dietro alle mie fantasticherie malinconiche, quando: "Il cartello di sull'uscio non l'ho mica fatto murare ancora sa?" mi venne a dire a bassa voce la padrona.
"Che cartello?"
"O non si ricorda che l'altra volta ci rise tanto e mi disse che era pieno di spropositi?"
"Ah! s, s."
"Aveva ragione, sa? Un giorno il figliolo dello Scoti, quello che va a scuola dal Piovano, che come lui, dice, per quel che sia la rattenitiva d'imparare le cose, non ce ne p l'esser altri, ci stette quasi un'ora per ricopiarlo tal quale; eppoi, dopo, fra lui e il signor Cappellano ci hanno studiato tanto e m'hanno detto che lo sbaglio c'era sicuro, perch dice che ci mancava l'" i"  dove si diceva " generi" ... Di che ride?"
"Io?!"
"Credevo... sa, a volte... Dunque anche lei mi dice che ora sta bene?"
"Divinamente. E non lo fate toccar pi, se no ve lo sciupano."
"E allora, sissignore, vl dire che quando torna Cecchino legnaiolo glielo fo accomodare, si direbbe, in questa conformit." E tir fuori di seno la copia corretta del cartello per farmela vedere:

Pane vino ligori
e caff d'altri gieneri

"Non torce un pelo!"
Era passata una ventina di minuti, quando in fondo alla strada comparve un cane bianco da pastori. I vecchi si alzarono con impeto e si misero a guardar bene, facendosi ombra agli occhi con la mano. Ma il cane, dopo aver dato una nasata all'aria, torn indietro.
" ci sono, sapete?" disse la padrona ch'era andata a guardare dalla finestra di cucina. "Non li sentite i campanacci delle pecore?"
"Sta'! sono loro davvero, Gian Luca," disse il babbo della ragazza. "Animo, fatemi core, e andiamogli incontro."
Gian Luca era diventato bianco come un panno lavato. S'alz vacillando e, appoggiandosi al braccio dell'amico, s'avvi incontro al su'giovinotto. Io non mi mossi.
Gi da qualche minuto avevo perso di vista i due vecchi alla svoltata della via, quando vidi riapparire Gian Luca solo, che correva in su a balzelloni, gesticolando colle mani all'aria come un demente. E dietro a lui subito l'altro vecchio che si affaticava a seguitarlo, e smaniante lo chiamava senza essere ascoltato.
"Che sar stato, Verdiana?"
"Vergine santissima! che sar stato?"
Il vecchio pass davanti alla bottega... "Gian Luca! che v' accaduto?"
"Ah! Ah!" disse trafelando dall'ambascia e dalla fatica, e continu la sua corsa affannosa, mandando un lamento ad ogni sospiro.
"Ma che  accaduto, che  accaduto?"
Il vecchio Marcello me lo disse. Il giovinotto impaziente di rivedere la sua ragazza, alla prima scorciatoia, che gli avrebbe anticipato d'un par d'ore l'arrivo a casa, aveva lasciato i suoi compagni, e via, come una capra, era sparito in un batter d'occhio su pei viottoli della poggiata, distruggendo cos le previsioni amorose con tanta cura studiate da que'poveri vecchi e dalle loro donne sconsolate, perch la barbara notizia non lo colpisse atrocemente improvvisa.
Marcello seguit la sua corsa dietro all'amico, raccomandosi che l'aspettasse e chiamandolo a nome inutilmente.
Passarono le pecore quasi a corsa, stimolate dalle grida e dalle vergate degli uomini, i quali, sgomenti dell'accaduto, senza sapere che nella bottega c'era un boccone preparato anche per loro, tirarono innanzi mandando fischi e sassate alle pigre; passarono i somari legati a fila per le cavezze, sballottando fra sacchi e corbelli una donna e due ragazzi che li cavalcavano; pass il nuvolo di polvere sollevato da questa truppa tumultuosa, si allontan adagio adagio il tintinno de'campanacci, e dopo poco si perse per le forre del monte anche la voce di Marcello, che sempre pi fioca e dolente chiamava: "Gian Luca! Gian Luca!"
La padrona, dando allora un'ultima occhiata dalla parte dei poggi: "Povere creature!", esclam. Poi volgendosi con un lungo sospiro alla sua bottega: "E ora, di tutto quel baccal che me ne faccio?"



. Lo spaccapietre.

Quando il sole piomba infocato sulle groppe stridenti delle cicale, e il ramarro, celere come l'ombra d'una rondine, attraversa a coda ritta la via; o nel tempo che la bufera arriccia e spolvera all'aria l'acqua delle grondaie ficcandoti nell'ossa il freddo e la noia, lo spaccapietre  al suo posto. Un mazzo di frasche legate a ventaglio in cima d'un palo lo difende dal sole nell'estate; un povero ombrello rizzato fra due pietre e piegato dalla parte del vento, lo ripara dalla pioggia nell'inverno.
Il barrocciaio che la mattina passa scacciando con una frasca i tafani di sotto alla pancia del mulo trafelato, gli d il buon giorno; il contadino, tornando la sera fradicio e intirizzito dai campi, gli augura la buona notte.
E all'ombra di quelle frasche o sotto il riparo di quell'ombrello, seduto sopra una pietra bassa e quadrata, consuma le sue lunghe giornate, finch la massa di macigni che la mattina stava alla sua sinistra non  passata all'altra parte, ridotta dal suo pesante martello in minuti frantumi di breccia acuta e tagliente.
Allora egli  contento, perch ha guadagnato gli ottanta centesimi che gli paga puntualmente l'accollatario del mantenimento della via. Ma non sempre gli va cos. Non perch l'accollatario, che  un vero galantuomo, sia capace di defraudarlo; ma perch molte sono le cause che possono assottigliargli il guadagno o allontanarlo affatto dal lavoro. Di frequente la pietra che ha da spezzare  troppo forte, e il lavoro non gli comparisce; qualche volta gli si guasta il martello, e perde tempo a riadattarlo; non di rado nell'inverno il maltempo infuria cos impetuoso che lo scaccia dal lavoro; spesso, quando il sole d'agosto  troppo rovente,  costretto a cercare d'un albero e quivi all'ombra riposarsi, perch sente che le forze gli mancano; qualche altra volta, col braccio tremante per la stanchezza, e questo accade pi spesso, cala il martello in falso e si percuote sul dito, ammaccandoselo sempre dolorosamente, non di rado fino al sangue. E in quel caso gli tocca a fasciarsi o a correre alla pi vicina fontana, se pure non deve abbandonare il lavoro, perch lo spasimo non gli permette di continuare. E i cinquanta e gli ottanta centesimi allora non vengono, e la fame si ferma alla sua casa e lo veglia e l'assiste e non l'abbandona, finch non l'ha ricondotto estenuato e pallido presso il monte di pietre che da otto giorni l'aspetta lungo la via. E quella sera manger; manger poco, perch poco potr lavorare; ma l'accollatario, che per fortuna  un vero galantuomo, gli misurer puntualmente il lavoro fatto, e puntualmente gli dar i suoi venti o trenta centesimi trascurando i rotti in pi della misura, perch lui a queste piccolezze non ci bada; ha trattato sempre bene chi lavora, e se ne vanta.
Io ne conosco uno di questi splendidi esemplari di carne da lavoro. Ah! ma questo che conosco io  stato sempre un signore, il Creso degli spaccapietre, perch fino a sessant'anni sonati, stomaco di cammello e muscoli di leone, ha guadagnato sempre il massimo che pu fruttare il suo lavoro, e la polenta gialla o il pane bigio non sono mai spariti altro che per eccezione dalla sua tavola.
E i suoi colleghi lo rammentano con ammirazione, e raccontano ai loro amici attoniti come tutto l'inverno del '57 fu capace di spezzare due metri cubi arditi di pietra ogni giorno che Dio metteva in terra, senza mai fumare, senza bere un dito di vino e senza ammalarsi.
Ma le sue mani paiono due pezzi informi di carne callosa, il suo viso, screpolato piuttosto che solcato da rughe, pare un pezzo di pane da cani, e i suoi occhi, dopo tanti anni di sole, di polvere e d'umidit, sono contornati di rosso e gli lacrimano di continuo nelle occhiaie infiammate, che la notte gli bruciano e non gli dnno riposo. Ha le gambe torte e rigide dal lungo starsi a sedere, la schiena fortemente curvata, il corpo intero di mummia, lo spirito consumato dai dolori.
Se gli domandi delle sue sventure, egli ti agghiaccia col racconto freddo e conciso che, tra un colpo e l'altro del suo martello, te ne fa come di cose che debbano necessariamente accadere.
La sua figliola maritata partor alla macchia dove era andata a far legna, e fu trovata morta lei e la creatura; il genero, che pareva tanto un buon giovane, scapp con una donnaccia e fin per le prigioni dopo avergli lasciato un nipotino che era la sua consolazione. Ma anche quello il Signore lo volle per s, perch si vede che non lo credeva degno di tanta fortuna. Quando parla della figliola e del genero, non d segni di commozione; ma se rammenta il su'povero Gigino posa il martello, si prende la testa fra le mani e, dondolandola come fa l'orso nella gabbia, racconta la sua fine pietosa.
Aveva gi cominciato a menarlo con s a spezzare, perch era un ragazzetto che per la fatica prometteva dimolto, quando un giorno, povero Gigino! non potendo pi reggere dalla sete che lo tormentava dopo aver mangiato una salacca senza lavare, entr in un campo e s'arrampic sopra un ciliegio. Sopraggiunse il contadino gridando da lontano; il bambino per scender presto, cadde, si fece male a una gamba, non pot fuggire e fu mezzo massacrato dal contadino che lo raggiunse. Parte per lo spavento, parte per le percosse, dopo quindici giorni gli mor di convulsioni, che tutti non fecero altro che dire "Peccato!", perch delle creature belle a quella maniera non era tanto facile vederne.
Finito il racconto, rimane un momento fermo a pensare; poi ripiglia il martello e continua il suo lavoro.
La sua donna  cieca da un occhio, e di quella disgrazia la colpa l'ha tutta lui, perch, se ci avesse badato, non sarebbe accaduta. Quando le gambe la reggevano, la mattina andava a chiedere l'elemosina, e, se aveva fatto qualche tozzo di pane, verso il mezzogiorno glielo portava dove era a spezzare e si fermava l a tenergli un po'di compagnia; e qualche volta, in tempo che lui mangiava, si metteva lei a spezzare, tanto per non perder lavoro. Una mattinaccia, in tempo che la su'donna svoltava la pezzla del pane, pass un signore in calesse che butt via un mozzicone di sigaro acceso, il quale and a cascare vicino al monte de'sassi. La donna si chin per raccattarlo e porgerlo al marito, e in quel tempo una scheggia d'alberese la colp nell'occhio e l'accec senza rimedio. Da quella mattina non  stata pi lei: gli dole sempre il capo, non si regge pi ritta dalla debolezza e non sa come curarsi, perch il dottore non gli ha ordinato altro che carne e vino generoso. E ora passa le sue giornate sull'uscio, seduta a chiedere la carit ai viandanti; ma da che hanno fatto la strada ferrata non passa quasi pi nessuno, e spesso, dopo essersi accostata, mezza cieca, a chieder l'elemosina a chi le viene incontro per chiederla a lei, vede andar sotto il sole senza aver fatto n un centesimo n un boccone di pane. Allora, s'accuccia per abitudine accanto al fuoco spento, dove, aspettando il marito e dicendo la corona, s'addormenta.
Un giorno che, meno brusco del solito, mi parlava delle sue miserie, dei suoi bisogni e delle sue privazioni, gli domandai quasi scherzando:
"Dimmi: se tu potessi in questo momento ottenere tutto quello che ti paresse, che desidereresti?".
"Una fetta di pane bianco per darlo inzuppato alla mi'vecchia che non ha pi denti!"
Ma quando quest'uomo s'ammaler, il medico, andando a suo comodo dopo la terza chiamata, lo trover agonizzante; il prete invitato per carit a spicciarsi, vorr finire il suo desinare e lo trover morto; il becchino, guardandogli i piedi scalzi e il camicione topposo, gli reciter la breve orazione: "Accidenti a chi ti ci ha portato!".



. Fiorella.

Percorrendo il crine di quel monte che, staccandosi dall'Appennino a Serravalle, va a perdersi con dolci declivi nelle strette gole della Golfolina, presso Signa, l'alpinista discreto che non aspiri alle pericolose glorie del camoscio, pu incontrare i suoi stupendi quadri, dei quali l'amica natura ha fatto tanto ricca e malinconica la poesia dei nostri facili colli toscani.
La cima sulla quale sorge la torre di Sant'Alluccio  certamente la pi pittoresca del Monte Albano; e mi rincresce che i nostri alpinisti l'abbiano dimenticata nel loro itinerario, additando invece la prossima vetta di Pietra Marina, bellissima anco quella, ma senza dubbio da posporsi alla mia preferita, quantunque s'innalzi circa cento metri di pi sul livello del mare.
La prima volta che giunsi lass quasi mi si abbagliarono gli occhi, e per qualche minuto, incantato dal maraviglioso spettacolo che mi stava dinanzi, non seppi fare altro che guardare attonito in giro, senza distinguere nulla di definito nel largo e verde orizzonte, finch, quetato il primo stupore, potei scorgere vicina a me una bionda fanciullina di circa dodici anni, vestita nel suo povero costume di pecoraia, la quale, venendomi incontro con un mazzolino di mammole, si ferm a due passi da me e, tenendo gli occhi bassi per vergogna, mi disse:
"Le vle?".
"Cara monelluccia mia, sicuro che le prendo! e ti ringrazio", le dissi accarezzandole una gota. "Le hai clte tu?"
"Sissignore."
"O per chi le avevi clte?"
"Per lei."
"Per me! O che mi conosci?"
"Nossignore."
"E allora come mai t' venuto questo bel pensierino?"
Abbass gli occhi sorridenti, e gingillandosi con una ccca del grembiule, guard verso un ciuffo di crpine poco discosto e rispose:
"Me l'ha detto lui!".
Mi volsi anch'io verso quella parte e vidi la faccia vispa d'un ragazzetto che appariva tra le frasche, il quale, di sotto al suo cappellaccio di lana bianca, mi sorrideva timido e malizioso.
La fanciullina, quando vide scoperto il suo compagno, lo chiam con queste parole:
"O di che ti vergogni, grullo? vieni fri!".
Il ragazzetto si accost a noi adagio adagio, tenendo il cappello in mano e masticando un ramoscello di ginestra.
"O che cosa fate quass soli soli, monelli che non siete altro, rimpiattati nei ciuffi di crpine?", dissi loro in tono tra il serio e il burlesco.
Si guardarono in viso e dettero in uno scoppio di risa.
"Ah! ridete anche?"
Un'altra risata pi sonora della prima.
"Ora t'insegner io a ridere in faccia alle persone per bene, pezzo di sbarazzino!", e cos dicendo mi misi a correre dietro al ragazzetto che scapp spaurito, saltando fra le scope come un capriolo e gridando:
"Tanto che non mi pigliate mica!". N si ferm finch non mi vide cessare di rincorrerlo.
Quando tornai vicino alla bambina, la trovai che piangeva.
"Tu piangi!?", le dissi. "O non vedi, giuccherella, che faccio il chiasso? Ma che credevi davvero che gli volessi far del male? Andiamo, andiamo, via; sta'zitta e dimmi piuttosto come ti chiami."
"Fior...ella."
"Su, su, povera Fiorelluccia mia, sii bona, e con questi comprati i brigidini domenica, quando anderai alla messa. Dimmi: o lui come si chiama?"
"Pipetta."
"Pipetta  il soprannome: io domandavo del nome: com' il suo nome?"
"O che lo so? Lo chiaman tutti Pipetta."
E sollev gli occhi di lacrime e rasserenati.
"Ah! tu ridi? Dunque s' fatto la pace!"
"S."
"O brava! Ora si che mi piacciono i tuoi belli occhioni lustri! Animo Pipetta!", dissi al ragazzo, "noi s' fatto la pace; se la vuoi fare anche tu, ritorna qua e ti dar da comprare i brigidini anche a te, se vorrai farmi un piccolo favore."
L'idea del brigidino l'addomestic subito, e venne correndo.
"Sai punte fonti qui vicine?"
"Sissignore; ce n' una l sotto subito, e com' bona!"
"Tieni, empi questa barchettina di cuoio e riportamela."
Pipetta, tutto soddisfatto per la fiducia, a salti, a sbalzelloni and per l'acqua correndo; e fece in seguito parecchi di quei viaggi e molto allegramente, perch il mastice d'una fiaschetta che tenevo a tracolla, buttato nell'acqua che diventava turchiniccia, piacque tanto ai miei nuovi e piccoli amici che non cessarono di chiedermene e di beverne con ghiottoneria fanciullesca finch non fu finito.
Ci mettemmo insieme a sedere sull'erba e dopo poco ci fu scambio tra noi della pi franca e cordiale confidenza. Cantarono stornelli con le loro voci argentine; m'additarono gi davanti Firenze, Prato e Pistoia, distinte come gruppi pi folti di pratoline in mezzo ad un'ampia prateria, e dietro alle spalle il mare lontano, domandandomi se fosse vero che era tanto pi grande delle padulette del Poggio a Caiano. Mi additarono quindi gli Appennini sui quali Pipetta era nato, e gi in basso le casucce dove ora abitavano, sprofondate nell'ombra d'una stretta forra, presso alle quali un molino lavorava mandando fino a noi il fresco rumore del suo ritrcine.
A Pipetta mi tocc promettere che nel settembre sarei tornato a trovarlo cacciando, e lui mi disse che sapeva tante brigate di starne e che me le avrebbe insegnate. Fiorella mi disse che c'erano tante lepri e tante volpi. Poco dopo, quando si sent sonare la campana delle ventiquattro a Bacchereto, i miei amici mi lasciarono in gran fretta correndo gi per le balze del monte, ed io non mi volli muovere finch non persi nella lontananza i fischi e le grida da loro mandate per raccogliere le pecore disperse gi per le pendici erbose della selva.
"Sono contenti, poveri ragazzi!", pensai tra me dando un'ultima occhiata al tetto verdastro delle loro casette accucciate fra gli ontani. "Sono felici!" E ripetendomi in mente queste parole, me ne tornai passo passo a casa conversando lietamente con l'amico Ciacco, che accortosi del mio buonumore. dimentic affatto la sua gravit di bracco reale e, finch fu giorno, non fece altro per tutta la strada che puntar lucertole e guardare festoso a me e alle lodole che frullavano trillando dai campi di lupinella lungo la via.
Le promesse fatte furono puntualmente mantenute da ambedue le parti, e presi presto l'abitudine d'andare a caccia in quei luoghi, dove mi attirava la relativa abbondanza di selvaggina e la simpatia di que'due spensierati monelli.
Ogni volta che mi scorgevano da lontano mi correvano incontro. Il buon Pipetta m'insegnava le brigate di starne e me le badava in tempo che le cacciavo, e Fiorella, tutta contenta, restava presso a qualche fonte a disporre le pietre per sederci a merenda e a preparare il fuoco per arrostire le castagne.
Le mie visite ai giovani amici erano frequenti nell'autunno, ma raramente nelle altre stagioni io li vedevo o avevo notizie di loro; tantoch gli anni passarono rapidi, e presto i due monelli si fecero due bellissimi giovani svegli e robusti. D'un altro fatto m'accorsi anche col tempo. Il germe d'un amore selvaggio, nato e sviluppato in quelle solitudini dove tale passione si manifesta in tutti gli esseri con le forme del dolore, dalla lodola che sospesa come un punto d'oro nelle alte regioni dell'aria canta il suo " trio"  mattutino, alla passera solitaria che si lamenta nel cavo d'una rupe, aveva dato ai loro occhi una tinta d'ineffabile malinconia. I loro canti allegri erano cessati; al mio arrivo non mi correvano pi incontro festosi, e il pi delle volte li sorprendevo seduti a qualche distanza fra loro, immobili e taciturni.
"Fiorella, tu sei innamorata!", le dissi una sera che inutilmente si sforzava di nascondermi il suo turbamento nel veder tardare il ritorno del suo amico da un prossimo casolare. Si fece rossa come un fiore di melagrano e corse a cercare un capretto smarrito che si sentiva belare in lontananza.
Una mattina d'agosto, mentre mi riposavo sotto un leccio, Pipetta mi sed accanto e prendendomi una mano nelle sue che tremavano, mi confess che era innamorato di Fiorella, e mi domand se avrebbe fatto bene a sposarla.
"Se ti senti la volont e la forza di provvedere ai bisogni d'una famiglia", gli dissi, "devi farlo; e farai bene, perch Fiorella  una buona ragazza, ti vuol bene, e... e Fiorella non pu essere sposa d'altri... Tu m'hai capito!... E nelle vostre famiglie sono contenti?"
"Se sono contenti? anche troppo. Solamente, quelli di lei m'hanno fatto sapere che se non compro altre venticinque pecore, non me la dnno."
"Se il male sta tutto qui", dissi a mezza voce, "si rimedier."
A queste parole Pipetta parve che mi desse un abbraccio con gli occhi. Stette silenzioso qualche momento, quindi riprese:
"C' anche un altro inciampo... e grosso dimolto!".
"Quale?", domandai.
"Io sono di leva. Fiorella lo sa; ma non sa che ho tirato su basso e che in questi giorni mi deve arrivare il foglio della visita. Non so chi sia stato, ma gli hanno anche detto che a primavera ci sar la guerra di positivo..."
"Non  certa, amico mio", dissi interrompendolo.
"No, no; lei lo sa meglio di me che ci sar di sicuro, e con me  inutile che dica di no, perch io ormai mi ci son preparato... Ma quella ragazza?! Senta, l'altra sera, che cosa mi fa. Mi prende per la mano, e senza aprir bocca, mi mena sul muro del bottaccio: e quando si fu l, mi guard e mand un sospiro. "E ora?", dico. Dice lei: "La vedi quell'acqua? Se ti portano via e ti mandano alla guerra, quando tornerai cercami laggi sotto". E si chet e non disse altro per tutta la sera."
Il nostro colloquio fu interrotto dalla voce di Fiorella che dal poggio di faccia chiamava: "O Pipettaaa!".
"Che vi?"
"Corri subito a casa, c' chi ti vle."
Pipetta s'allontan frettoloso ed io andai verso la ragazza.
La trovai che piangeva; ma questa volta il suo pianto era diverso da quello passeggero che le avevo veduto versare da piccola nello scoperto della Torre. Cercai di calmarla, ma per qualche minuto non mi fu possibile. Le dissi qualche parola di conforto; ma di che dovevo io confortarla? La rimproverai dolcemente: non mi dette ascolto. Le sedei accanto e aspettai. A poco a poco parve calmarsi e io le posai dolcemente una mano sulla testa; ma la mia carezza non fece altro che farle raddoppiare i singhiozzi pi disperati che mai.
"Ma che cos'hai, per l'amore del cielo, che cos'hai? Eppure tu mi conosci; tu sai tutta l'amicizia che ho per voi due, tutto il bene che vi ho sempre voluto..." Si butt bocconi per terra, gridando:
"O Dio, o Dio! per carit ci soccorra, ci soccorra per carit, mi raccomando a lei".
"Ma che  stato? dimmi qualche cosa."
"Me lo rubano, me lo rubano, me lo portano via!" E non disse altro.
Rest l come tramortita a tremare e a lamentarsi.
"Me lo portano via, me lo portano via!"
Io non sapevo che mi fare, solo a quel modo, senz'altra compagnia che del cane, il quale ci saltava dintorno sgomento, abbaiando e leccando ora la mia faccia, ora quella della ragazza; quando riconobbi la voce di Fiorancino boscaiolo, che da lontano ci gridava:
"Ehi di costass: o che  stato?".
"Fiorancino, mi raccomando a te", risposi, " venuto male a Fiorella. Corri subito quass o va'a casa sua ch venga qualcuno di corsa; ma corri di volo!"
Cinque minuti dopo il povero Fiorancino, tutto ansante arriv da noi. Appena vide la ragazza in quello stato brontol, gettandomi un'occhiata sospettosa:
"Dio del cielo! o qui che  stato?!".
"Zitto, zitto", gli risposi risoluto, "ora  tempo di fare e non di dire. Portiamola a casa e laggi lo sapremo. Vieni: tu reggila qui sotto e andiamo."
Fiorancino aveva una gran voglia di discorrere, e io punta.
Non gli risposi mai e stetti sempre attento a mettere i piedi in sicuro gi per gli scoscesi viottoli della montagna.
Quando arrivammo al molino, Pipetta non c'era, perch era corso, mi dissero, dal priore con un foglio in mano che poco fa era stato portato da un donzello del comune, il quale aveva detto qualche cosa di coscrizione.
Fiorella si riebbe dopo poco e si mostr assai tranquilla; ma in ogni modo volli che la mettessero a letto, perch mi parve che avesse un po'di febbre. Dissi a quella gente che a mandare il medico ci avrei pensato io, e me ne venni a casa.
Tornai il giorno dipoi e, con mia grata sorpresa, trovai Fiorella a sedere sulla porta di casa che mi dette buon giorno sorridendo mestamente. Mi raccont che Pipetta era di leva e che fra quattro giorni sarebbe andato a Samminiato alla visita e di l subito a Firenze in Fortezza da Basso, perch un bel giovinotto come lui, disse, sarebbe stato buono di certo.
Tutta quella calma mi sorprese alquanto; ma non ne feci allora gran caso. Mi rallegrai con lei d'averla trovata cos ragionevole, e cercai, sebbene con repugnanza, di farle credere che il suo Pipetta sarebbe tornato presto, perch di guerra non se ne parlava nemmeno. Le dissi che in fin dei conti tutto il male non viene per nuocere, perch tutti e due erano un po'troppo giovani; che qualche mese di separazione non avrebbe fatto che accrescere il loro amore, e tante altre cose che io credei adatte ad assicurare quella rassegnazione che pareva gi avesse nell'animo.
Essa mi prest grande attenzione; parve grata alle mie parole e mi preg di accettare una ricotta fatta quella mattina da lei, perch Pipetta non era bastato per correre dal prete al sindaco, dal sindaco al dottore, e via discorrendo.
Sul far della sera, al momento di lasciarla, le dissi che per qualche giorno non mi sarei fatto rivedere, perch un affare di molta importanza mi chiamava a Livorno, dove mi sarei trattenuto almeno una settimana. Mi disse che facessi un buon viaggio, e niente altro. Ma quella sera mi allontanai occupato da tristi presentimenti. "Dio non voglia!..."
Credevo di non dovermi trattenere a Livorno pi d'una diecina di giorni; ma per le lungaggini afose dei procuratori e degli avvocati dovetti star l un mese e qualche giorno, tanto sopraffatto dalle noie d'una lite, che durante tutto quel tempo dimenticai perfino i miei disgraziati amici.
Ritornato a casa, nessuno di famiglia seppe darmene notizie, perch non avevo mai parlato ad alcuno di quella avventura. Di modo che sul far della sera, poche ore dopo il mio ritorno, ero gi in sella che galoppavo verso il monte. Quando passai davanti alla casa del dottore, era alla finestra e mi chiam.
"Oh dottore! buon giorno."
"Buon giorno. Che va lass?"
"Vado lass."
"Non ci vada."
"Perch?"
"Dia retta a me, non ci vada."
"Ma che  stato?  seguto qualche disgrazia? Non mi tenga in questa ansiet."
"Abbia la pazienza di scendere e di passare un momento da me. Giuseppe!", disse poi al suo servitore, "portagli il cavallo nella stalla e buttagli un mannello di fieno."
"La prego, dottore, mi dica presto quello che mi vuol dire, perch, in verit, non mi posso trattenere."
"S'accomodi."
"No."
"Vuol passare in salotto?"
"No, no."
"Vedo che  sudato; si vuol prima rinfrescare?"
Bisogn che passassi in salotto, bisogn che m'accomodassi, bisogn che mi rinfrescassi, e finalmente, pagandolo cos caro, mi riusc a sapere quello che era accaduto durante la mia assenza.
Il giovinotto and alla visita, fu trovato bonissimo, e il giorno dopo era in Fortezza vestito da recluta. Appena la ragazza ne ebbe sentore, non disse nulla, non si lament, non pianse; ma cominci allora a dar da pensare seriamente per la sua ragione, perch quel giorno stesso non ci fu modo di levarla di sull'uscio di casa, dove stette fino alla sera, accovacciata a far dei circoli nella polvere con un fuscello, senza chiedere n da mangiare n da bere e dando nelle furie tutte le volte che sua madre la pregava d'uscir di l, perch il sole non le bruciasse il cervello.
"Ma lei, dottore", dissi interrompendolo, "non fece, non prov, non tent nulla?"
"Fu provato tutto, si tent ogni cosa; ma inutilmente. Si scrisse al Comando, e ci risposero di no; si scrisse daccapo che ci rimandassero quel ragazzo almeno per un giorno, e ci risposero un'altra volta di no. Feci scrivere al priore; il signor Leopoldo telegraf alla Prefettura... insomma, dgli, picchia e mena, oggi a quindici me lo vedo comparire qui pi morto che vivo, che veniva da Firenze, e io, per vedere l'effetto dell'incontro, volli accompagnarlo a casa."
Appena la ragazza ci vide da lontano, si mise a guardarci fissa fissa; poi, a un tratto, si alz come una molla e corse in casa per dare, ci parve, l'avviso del nostro arrivo; ma ritorn fuori subito con una roncola in mano e cominci a correrci contro e s'avvent a Pipetta urlando come una disperata: "Ammazzatelo! ammazzatelo!", ch se, per combinazione, non c'era l Fiorancino che mi dette una mano per tenerla, gli tirava alla testa e l'ammazzava di certo, perch lui rimase l come un masso e non si sarebbe scansato.
"Ma dunque  pazza?!"
"Pur troppo! e, dolorosamente, non pi furiosa, perch, dopo quell'accesso, la sua alienazione ha preso una forma..."
"Mi lasci andare, dottore."
"No, no. Senta ora di lui..."
"Non m'importa, non m'importa, me lo dir poi, me lo dir poi..."
E col dottore che mi correva dietro per fermarmi, corsi alla stalla, saltai in groppa e via come il vento.
A mezza strada incontrai Fiorancino che da lontano mi fece cenno di fermarmi. Rallentai un po'il galoppo e quando gli fui vicino:
"Ma eh?!", mi disse, "di lui poi non me lo sarei ma'creduto".
"Che  stato?"
"O che non lo sa che quando riasciugarono il bottaccio del molino?..."
"Affogato?!"
"Sissignore. Perch pare che invece di tornare a Firenze, siccome and via la sera tardi..."
Non lo lasciai finire, e mi allontanai spronando rabbiosamente la mia povera bestia.
A pochi passi dal molino, il cavallo mi s'impenn come se avesse avuto ombra e dette indietro sbuffando. La madre di Fiorella usc di casa gridando: "Me la pestate! me la pestate!". Poi, quando m'ebbe riconosciuto: "Ah, che  lei? ben tornato, signoria". Dette in un pianto dirotto e mi accenn alla sua figliola accovacciata sul ciglio della via che dondolando il capo cantava sommessa un'aria malinconica con una voce che pareva lontana, lontana, lontana.
Scesi da cavallo e corsi da lei chiamandola per nome; ma non si mosse nemmeno. Le sedei accanto, presi il suo capo fra le mie braccia e cominciai a parlare cos: "Fiorella! povera Fiorella! son io. Non mi riconosci? Dimmelo che cosa ti senti: hai male qui?" e le toccavo la testa. "O del povero Pipetta te ne rammenti? Guarda, le desideravi tanto! t'ho portato le buccole di corallo."
Non si mosse. Ponendole una mano sotto al mento, le alzai dolcemente la faccia. Mi fiss in viso i suoi occhi smarriti, si chet, parve che si provasse a muovere le labbra, ed aspettai una risposta; ma invece mi respinse da s adagio adagio, e si lasci ricadere la testa abbandonata sul petto. Mi voltai a sua madre che singhiozzava in disparte:
"Maria, povera donna!", le dissi prendendole una mano.
"Ah! caro signore... guardi a che ci siamo ridotti!"
Il ritrcine del molino taceva, e nella quiete del tramonto si sentivano su all'alto cantare le starne che dalle cime dei poggi si chiamavano fra loro al riposo.



. Sereno e nuvolo.

Il primo sole del novembre si affaccia malinconico alle ultime cime della montagna, gi biancheggianti per la neve caduta di fresco e, mandando i suoi languidi raggi attraverso ai rami brulli dei castagneti, tinge di rosa la croce di ferro del campanile e l'asta della bandiera fitta sulla vecchia torre del castello.
Qualche nuvola bianca sta fissa sui monti pi lontani, uno strato bigio di nebbia allaga la pianura, e il villaggio dorme ancora sotto un freddo e splendido sereno d'autunno.
I cacciatori sono gi tutti partiti, dopo che Doro ha sonato la campana dell'alba; vi  stato allora un breve segno di vita, qualche latrato, qualche fischio, qualche colpo alle porte per destare i compagni addormentati, eppoi deserto e silenzio turbato soltanto ad intervalli dal frusco delle foglie secche dei platani della piazzetta, che bisbigliano lievi lievi, menate in giro sul lastrico da radi sbuffi di tramontana.
Ma stamani l'aspetto della piazzetta non  quello degli altri giorni. Quintilio, per il solito, a quell'ora aveva gi aperto e spazzato la bottega; Graziano era gi comparso in maniche di camicia ad attaccar fuori dell'uscio il solito coscio di vitella al solito gancio, e il barbiere, che viene tutte le mattine a lavarsi il viso in mezzo di strada, aveva gi mandato du'altri accidenti al cane della signora Giuseppa, che appena aprono va abitualmente a pisciargli sull'uscio. Le altre mattine a quell'ora tutti i "buon giorno" erano stati scambiati, i prognostici sul tempo erano stati fatti, e ciascuno aveva gi ripreso le sue stracche occupazioni fumando, bestemmiando e dicendo male del prossimo fra uno sbadiglio e l'altro.
Ma stamani  silenzio. Dormono sempre per rimettere il sonno perduto, perch dalla mezzanotte, quando sono stati destati da quel casa del diavolo, nessuno fino alle tre ha potuto pi chiudere occhio.
Ecco come sta la faccenda. Da var giorni v'erano state delle cose brutte e che minacciavano di farsi anche peggiori, fra Pierone e Cecco del Birindi. Ma ieri, che era domenica, ci entr finalmente di mezzo il Priore, e le cose furono appianate con soddisfazione di tutti. Pierone dette parola a Cecco che ormai, avendo tirato su basso e dovendo andar via chi sa per quanto tempo, alla ragazza non ci avrebbe pi pensato, e gli promise che lui non avrebbe pi messo difficolt. Cecco lo voleva abbracciare, ma Pierone si tir indietro e non ne volle sapere, dicendo che quelle eran ragazzate. Soltanto accett di trovarsi la sera a cena all'osteria di Giannaccio per bere il bicchiere dell'addio e per fare du'salti di trescone, se fossero venuti anche que'giovanotti di Vallicella con la chitarra e l'organino.
Alle tre famiglie interessate nella faccenda parve di sognare e fu per loro una giornata di vera baldoria. Polli e vino a cascare, e un viavai continuo d'amici e di conoscenti a rallegrarsi e a bere, nel tempo che le donne erano tutte sottosopra in cucina a friggere di gran padellate di frittelle di riso, che appena portate di l in larghi vassoi ricolmi sparivano prima d'aver finito il giro della comitiva. La mamma di Chiarastella stette tutto il giorno a ridere, a levar l'olio a'fiaschi e a piangere di consolazione. I vecchi babbi poi non si lasciarono mai un momento; e anche al vespro, dove andarono a braccetto, tutti e tre avvinati che era un deso a vederli, si misero accanto a berciare come calandre, per mostrare a San Vitale martire, protettore della cura, la loro riconoscenza per la grazia ricevuta.
Fu insomma un'allegrezza generale, non tanto per veder felice e contento il povero Cecco e quella bona figliola della su'ragazza, quanto per sapere che presto, se Dio vle, si levava di torno, e per un pezzo, quell'altro birbaccione, che anche gioved passato tir una pedata, pezzo di figuro, al su'vecchio, perch quel pover'uomo s'era azzardato a dirgli che mettesse giudizio!
"Basta. Anche questa  fatta", diceva il Priore compiacendosene, "e, per grazia di Dio, non ci si pensa pi."
Que'giovanotti di Vallicella, che avevan risaputo l'affare, non mancarono di comparire verso l'un'ora coi loro arnesi musicali; anzi l'orchestra era pi numerosa del solito, perch per la strada avevan raccattato due altri compagni, uno con lo scacciapensieri e l'altro col treppiede, che lo sonava che pareva impossibile.
Andarono a prender Cecco a casa, e sonando allegramente attraversarono spavaldi il paese, con gran sigaroni accesi e cappelli sbertucciati, per andarsene all'osteria di Giannaccio, dove trovarono anche Pierone che in compagnia di altri amici stava sull'uscio ad aspettarli.
Fu lieto l'incontro delle due comitive: abbracci, evviva, strette di mano cordialissime, e poi tutti a tavola, dove Giannaccio aveva gi preparato un catino di vermicelli al sugo e un diluvio di braciole di maiale in gratella, che furono spolverate in un baleno dalla chiassosa brigata. Finita la cena, comparvero le figliole di Giannaccio per salutare la conversazione; alcuni della comitiva andarono a far ragazze nelle case vicine; le tavole furono tutte portate in corte, meno quella sulla quale montarono i sonatori, e cominci la festa.
Il vino lavorava; ma lavorava bene, perch tutti erano sempre nel periodo della tenerezza; e gi, baci a iosa e strizzoni e carezze e pizzicotti e risate da strapparsi la pancia. E la festa non era soltanto dentro, perch con l'uscio di strada aperto s'era formato l davanti un capannello di gente del vicinato e di contadini, sulle cui facce estatiche, illuminate dalle tre candele di sego che Giannaccio aveva attaccato con de'chiodi alle pareti, si rifletteva in boccacce, contorsioni e smanacciate il movimento della stanza. Ed anche per loro erano risate da crepare tutte le volte che una coppia delle pi sfrenate, presa dal capogiro, andava gi a rotoloni menando altre coppie nella rovina a fare un monte di vestiti e di ciccia sudata fra le gore del vino versato e gli ossi delle braciole seminati per la stanza.
Da un paio d'ore si deliziavano in quel baccano, quando una voce propose d'andare a far la serenata sotto le finestre di Chiarastella. La proposta fu accolta con urli di acclamazione, i sonatori saltaron gi dalla tavola, e via, con un lume di luna magnifico, a casa della ragazza.
Pierone, quando fu alla svoltata che menava a casa sua, voleva andarsene, ma i compagni lo costrinsero a seguirli. Cecco che era stato tanto allegro alla veglia, per la strada si cambi a un tratto, non fece pi una parola e and avanti solo, col cappello sugli occhi e mordendosi i baffi distratto. Forse in quel momento ciascuno si pent dell'idea della serenata, perch il silenzio si fece generale, ma nessuno ebbe il coraggio di proporre di tornarsene indietro. Sar quel che sar.
Chiarastella dopo le commozioni della giornata, stanca era andata a letto prestissimo, e quando giunsero i sonatori sotto la finestra della sua camera, dormiva. E forse sognava la sua felicit allorch fu dolcemente svegliata dal suono degli strumenti. Si mise in orecchi, ascolt tremando la musica gradita, finch, cessati i primi accordi, sent bisbigliare e riconobbe la voce di alcuni della comitiva che si davano la parola per improvvisare ottave o rispetti e per trovarsi d'accordo col passagallo. Si alz allora sopra un gomito e stette pi attenta ad ascoltare.
"L'ottava." "Lo stornello." "Il rispetto." "S, s, il rispetto." "Lo canti te?" "No, non sono in vena." "Allora, te!" "No, no!" "S, s, lui, lo canta lui!"
Vi fu una breve disputa, e finalmente tocc a Cecco a cantare. Rimase qualche momento col capo basso a pensare, alz dopo gli occhi al vaso di geranio che era sulla finestra della sua ragazza, e con voce da prima tremante ma poi sicura, cant:

Sulla finestra tua c' nato un fiore.
C' nato un fior che non si cambia mai...

E i sonatori dettero nel passagallo.

Verde la foglia speranza d'amore
E quando nacque, bella, tu lo sai...

Qui di nuovo il passagallo: ma Cecco l'interruppe e and in fondo ispirato:

E quando nacque lo sapesti, o bella,
C'innamorammo al lume d'una stella;
E quando morir, speranza cara,
La croce avanti e noi dentr'alla bara.

Gli applausi furono pochi e stanchi, perch se il rispetto era molto piaciuto, altrettanto aveva rattristato gli amici. E gi uno de'pi accorti si preparava ad interrompere con un allegro stornello il tono troppo malinconico che aveva preso la serenata, quando la finestra fece spiraglio all'improvviso e comparve una mano bianca che strappata una foglia di geranio, la tir sul gruppo dei giovanotti e disparve.
Tutte le braccia si stesero verso la foglia che calava lenta girando per l'aria; ma, nella confusione, nessuno fu buono d'afferrarla. Allora accadde una specie di zuffa e si buttarono tutti, fra manate e spintoni, a cercare la foglia che era caduta per terra. Pierone ebbe la sorte di trovarla. Cecco, che se n'avvide, diventato pallido, come la morte, tent di strappargliela: ma non bastandogli la forza, si avvent carponi fra i piedi de'compagni a mordergli a sangue la mano. La foglia l'ebbe Cecco, ma in quel momento balen sinistro il lampo d'un coltello.
"Ah! cane vigliacco! Chi  stato l'assassino che ha tirato fri il coltello?!"
"Nessuno!", grid subito Cecco. "Era l'anello, era l'anello!" E alz nell'aria la destra, nel cui indice luccicava un largo anello d'argento.
Pierone rimise in tasca il coltello e si allontan succhiandosi il sangue al morso della mano.
La serenata non and pi avanti. I sonatori tiraron diritto per Vallicella, e gli altri tornarono verso il paese, affrettando il passo senza scambiare una parola. Alla svoltata che menava alla casa di Cecco si fermarono un momento per i saluti, e da qualcuno fu detto d'accompagnarlo, ma Cecco non volle e l si lasciarono.
Appena solo, gli rincrebbe d'aver voluto fare troppo il bravo rifiutando la compagnia degli amici, e se n'and innanzi adagio e circospetto, tenendosi in mezzo alla strada e guardandosi ora alle spalle e ora spingendo avanti lo sguardo fra le siepi e gi per la campagna lungo i filari degli olmi.
"Nessuno! meglio per me; meglio per tutti!"
L'orologio della torre son i tre quarti dell'undici, e Cecco, ormai rassicurato, si ferm a guardare e a rimettere il suo; poi tir fuori la pipa, ci trinci una spuntatura, e:
"Corpo di Dio! ci siamo!".
Fece qualche passo avanti per accertarsi meglio:
"Non c' dubbio!".
Si fece animo sbacchiando in terra la pipa, e con voce abbastanza ferma:
"Chi c' cost?", grid. "Fri, fri dall'ombra."
Nessuna risposta; ma una figura d'uomo si stacc di dietro un albero e venne a piantarsi in mezzo alla strada a gambe larghe e con le braccia incrociate sul petto.
"Non mi far del male, Pierone; t'ho conosciuto; hai famiglia anche te, non ci facciamo del male!"
E Pierone zitto e immobile.
"Non ci roviniamo, Pierone; pensaci; non mi ci mettere, fammi la carit, non mi ci mettere al cimento. Pierone; le braccia l'ho anch'io, e le tasche non l'ho vte."
Cos dicendo, Cecco era andato sempre avanti nella fiducia di poter placare il suo nemico; ma quando gli fu a una diecina di passi, Pierone gli si avvent com'una bestia, menando coltellate a morte.
Cecco sopraffatto cominci a dare indietro tenendoselo distante con pedate negli stinchi e colpi nello stomaco; ma non c'era riparo, e ad ogni scarica si sentiva toccato come dal fuoco, ora nelle mani, ora nelle braccia, dove il coltello di quel furibondo lo poteva arrivare.
L'orrore del pericolo dette a Cecco il sangue freddo. Stette un istante con l'occhio alla lama, prese il tempo e si avvent con le due mani al polso di Pierone, che se lo sent serrato come in una morsa. Con la rapidit del gatto, Pierone corse con la sinistra al coltello per continuare a dare con quella; ma se la sent abboccata da Cecco che in quello stato d'orgasmo disperato gli affondava i denti nella carne fino all'osso. Pierone si pieg su di lui e gli addent l'orecchio.
Questi movimenti si successero con la rapidit del baleno e i contendenti rimasero li zitti a contorcersi soffiando e mugolando come bufali al laccio. Erano per cadere spossati, quando Cecco lasci andare improvvisamente la presa. Pierone fece altrettanto per avventurarsi di nuovo; ma Cecco, agile come un tigrotto, gli scivol via e si dette a correre verso il villaggio. Pierone lo raggiunse alle prime case e gli si avvent pi furibondo che mai.
Cecco, difendendosi alla peggio e rinculando sempre dentro al caseggiato, incominci allora a gridare aiuto con quella voce squarciata che ti dice tutto e ti ficca il gelo nell'anima e subito si vide qua e l comparir luce alle finestre, e poi lumi che correvano incerti per le stanze, e ombre umane che si allungavano fantastiche sulle case di faccia; ma nessuno ancora usciva nella via e la lotta continuava feroce tra gli urli fuochi di Cecco e quelli delle donne che spenzolate alle finestre gridavano: "Assassini! correte! s'ammazzano! s'ammazzano!".
A un tratto s'ud un "Aah" di rabbia disperata; uno dei contendenti cadde e l'altro si dette alla fuga fra le imprecazioni degli uomini che incominciarono allora a sbucare mezzi nudi dalle porte, armati di schioppi e di vanghe. Ma troppo tardi, perch Graziano macellaro, che fu il primo a correre gridando e scotendo all'aria la mannaia delle vitelle, quasi inciamp nel corpo di Pierone, che disteso attraverso alla strada mandava l'ultimo fiato.
Nessuno  comparso ancora sulla piazzetta. Su all'alto, dopo la levata del sole, s' messo a nevicare, il vento  rinfrescato, e gi pei poggi si rincorrono le ombre delle nuvole ad investire il villaggio che ora brilla al sole e ora rimane bigio nella penombra, prendendo un'aria di freddo e di tristezza, che s'intona perfettamente coll'aspetto della piazzetta in fondo alla quale un cane della campagna passa arruffato dal vento e fiuta sospettoso il terreno.



. Passaggio memorabile.

All'ordine del giorno c'erano anche queste tre proposte: "Una gratificazione di cinquanta lire al medico pel servizio straordinario prestato al tempo del colera; un sussidio di latte a Ferdinando degl'Innocenti barrocciaio; e la consueta elargizione di cento lire alla compagnia di Santo Stefano per i fuochi d'artifizio nella ricorrenza della festa triennale del santo patrono". La compagnia di Santo Stefano ebbe la consueta elargizione, ma il medico e Nando barrocciaio dovettero per questa volta grattarsi il capo e stare zitti.
Questa decisione del Consiglio comunale pare che a qualcuno piacesse poco; ma, come di solito accade, il giorno dopo non se ne parl pi. Chi aveva della bile, se l'era gi ingozzata; chi aveva delle ragioni, s'era sfogato a dirle, e i pi ormai guardavano quasi in cagnesco il dottore che aveva dato di canaglia a tutti, e Nando, che dalla finestra, mentre uscivano di Palazzo i consiglieri, s'era lasciato scappare di bocca che, tanto, doveva andare a finire in legnate. E tutti facevano eco al signor Girolamo sindaco, un gi mercante d'olio arricchito, ma sempre mercante pi di quand'era mercante d'olio, il quale, senza mai parlare direttamente del medico, calcava molto la parola " co-le-ra" , accennava a dubbi gravi su un certo medicamento, che era stato dato a tutti quelli che morirono, e inveiva furibondo contro i ciarlatani. Di Nando diceva che tutti i poveri non li fa il Signore, che ci doveva pensare per tempo e non mettere al modo quella conigliolaia di mangiapani. Questo lo diceva qua e l fra gli amici; in Consiglio aveva dimostrato con cifre eloquenti che il Comune non poteva assolutamente fare spese straordinarie, e sostenne che sarebbe stata una vera barbarie levare anche un centesimo per uno di tasca ai contribuenti ormai aggravati, povera gente, in un modo intollerabile.
Quest'ultima osservazione fu trovata giudiziosissima, e non ci furono altro che i soliti quattro o sei birbaccioni che seguitarono a brontolare. Il medico incominci da quel giorno a guardare nello " Sperimentale"  se c'eran punte condotte vacanti, e Nando fiss con un contadino un mezzo latte da scontarsi alla fine di marzo in tante vetture di concio, se la creatura fosse campata.
Cos fu sistemata ogni cosa, e la mattina dipoi non si pensava ad altro che ad affrettare col desiderio il giorno della festa, impensieriti che quella stagionaccia, se durava, l'avesse a sciupare. Ed era, davvero, un freddo da crepare. Per la strada non c'era anima viva, e tutti se ne stavano rintanati per le case e per le botteghe ad aspettare che passasse quello strizzone di ghiacci, perch proprio un freddo come quello, anche a detta de'pi vecchi, sar stato trent'anni che non s'era fatto sentire.
La solita vita d'uggia pareva gi ricominciata stabilmente, quand'ecco che in fondo alla strada comparisce, glorioso e trionfante, questo famoso terzetto: un uomo, una donna e un giovanotto, che arrivavano a passo di carica non si sa di dove. Lui (si seppe dopo che si chiamava il signor Fabio), lui a destra, secco allampanato, a testa ritta, col cappello di paglia, con una valigetta di pelle scrostata in mano, vestito da capo a piedi di tela chiara che gli sventolava da tutte le parti, pareva Zeffiro in persona che tornasse dalle bagnature. A sinistra, il suo figliolo Clementino, lungo anche lui come una pertica, anche lui mezzo nudo, verde nel viso, con le spalle in capo e gli occhi incavati e lividi, pareva il gran Turiferario dei sacerdoti d'Honan. Nel mezzo, la signora Matilde, grassa, chionza, viscida come una pentola di sugna, la quale con un tronchetto alla polacca, sfondato, nel piede destro, e nell'altro una ciabatta, veniva avanti ponzando dietro alle gambacce di quegli omini, rinfagottata in uno scialle in brandelli, di sotto al quale sbucava, fino alle calze gialle, una sottana strapanata, piena di pillacchere secche. Pareva un trionfo di cenci da lumi.
Che voglia di ridere e che ribrezzo squallido metteva addosso la vista di que'tre disperati! Eppure erano allegri! Eppure, dai loro modi disinvolti pareva, in verit, che volessero proteggere qualcuno e che de'caldi a quella maniera ne fosser venuti di rado anche nell'agosto. Arrivati in piazza, si fermarono a dare un'occhiata in tondo, poi entrarono nel caff. Un mucchietto di disoccupati andaron dentro poco dopo con una scusa o con un'altra, per vedere da vicino quello spettacolo: ed anche io, non potendo resistere alla tentazione, mi avvicinai alla bottega.
Quando entrai dentro, il signor Fabio, proprio lui! leticava con Gianni caffettiere, perch non ci aveva burro.
"Paesi barbari! paesi da lupi!", badava a urlare inviperito; e per avvalorare il suo nobile sdegno, gli ci schiocc anche il suo bravo " giuraddio" .
Lui n'avrebbe fatto anche a meno, diceva; ma la signora era abituata, e senza burro era impossibile che lei la mattina potesse mangiare. E dava certe manate sulla tavola da spezzare il marmo.
"Soffro d'intestini, ha capito?", disse sorridendo a Gianni la signora Matilde con un vocione che pareva l'Orco.
"Che gli ho da dire, signori miei?", osserv Gianni guardandomi. "Se voglion del caff, non sar una gran bona cosa, ma ce l'ho; se voglion de'biscottini, ci sono anche quelli; se no, un ponce o un bicchierino di qualche cosa... Ci abbiamo della bona coca, della benedettina, del curass..."
"Bistecche, carne, arrosto, ci sarebbe da averne?", salt su il signor Fabio.
"Eh! carne, nossignore, perch ieri l'avevan gi finita, e fino a sabato non ammazzano. Eppoi qui non si fa cucina."
"Uova bne e fresche, nemmeno?"
"No, no, Fabio, lo sai, mi son troppo calorose", rugg amorosamente la signora Matilde.
"Cameriere!"
"Comandi?"
"Un bicchierino di mescolanza: acquavite e rumme."
"Da un soldo o da due?"
"Da uno."
Poi attacc discorso con noi. Ci salut tutti a uno a uno, volle sapere i nostri nomi, ci domand dove si stava di casa, si mostr incantato delle nostre belle campagne e chiese informazioni dell'agricoltura, delle industrie e della popolazione del comune. Quindi ci raccont una parte della sua storia. Ci disse che andavano in Romagna a dare un'occhiata a certi loro possessi, che in una locanda erano stati derubati del loro vestiario, che viaggiavano a piedi per diletto; e volle sapere se c'era almeno un po'di teatro per passare la serata, se no avrebbero proseguito subito il loro viaggio.
Il quel tempo la signora aveva tirato fuori un pezzo di pane, e dopo averne dato a Clementino la met, se lo mangiava guardando il bicchiere del marito. E intanto mi accorsi che, infreddati come erano, avevano una pezzla da naso in tre e se la passavano fra loro con elegante noncuranza. Soltanto, due o tre volte, un lembo dello scialle della signora Matilde risparmi a Clementino l'incomodo della passata.
Dopo quella che lui chiam colazione, ci chiese un sigaro perch i suoi li aveva nella valigia, della quale, per maledetta disgrazia, aveva perduto la chiave. Gli fu dato, lo dimezz perch intero non tirava, cominci a fumare saporitamente, poi chiese a Gianni un mazzo di carte.
"Trovami il sette di picche!"
Gianni sfogli il mazzo delle carte, e il sette di picche non lo trov.
"Ah! briccone. Mi davi un mazzo di carte scompleto! Guarda dove se l'era ficcato questo birbante per canzonarmi!" E gli lev con uno scapaccione il cappello di capo, dentro al quale era il sette di picche.
Fu una risata generale. Gianni rest confuso e tutti si accostarono al tavolino, domandando al signor Fabio come aveva fatto (ormai cominciavano a prenderci confidenza) ed invitandolo a fare qualche altro giuoco.
Il signor Fabio non si fece pregare. D'una pallottola di midolla di pane ne fece sette, lev un dente al su'figliolo, fece sparire un coltello e un cucchiaio che li trovarono in tasca del Bandoni tabaccaio, mangi una libbra di stoppa e un fiammifero e dur un'ora a sputar fuoco e a tirarsi fuori nastri di bocca; e da ultimo, senza destarla, lev un tappo di sughero dal naso della sua signora che s'era addormentata ritta e russava come un trombone.
Intanto pioveva gente da tutte le parti, e la bottega riboccava di ammiratori, molti dei quali, per veder meglio, erano montati sui panchetti, sui tavolini e perfino sul banco, con grande stizza di Gianni che l su, poi, non ce li voleva un accidente.
"Silenzio! non lo vedete, lgge!"
Il signor Fabio lesse, fra la pi accigliata attenzione dell'uditorio, alcuni brani d'un libro di segreti da lui composto. Smacchi i panni a tutti con una boccetta di liquido che aveva in tasca, e con una polvere bianca ridusse d'argento tutti i cucchiai, tutte le forchette e tutti i coltelli di Gianni. Le occhiate, i gesti e le dimenature di capo dicevano chiaramente che nessuno s'era mai trovato a veder fare delle maraviglie a quella maniera. Qualche cosa di quel genere o pi qua o pi l, parecchi l'avevan visto; ma a quel modo no.
A poco a poco era comparso in bottega anche qualche pezzo grosso, e allora le acclamazioni erano ricominciate e da ogni parte si chiedeva qualche cos'altro. E perch il signor Fabio aveva la gola secca, gli fu fatto presentare un altro bicchierino d'acquavite e rumme, e uno simile fu offerto a Clementino e alla signora; ma la signora volle rumme solo, perch l'acquavite gli restava calorosa. Allora pel signor Fabio non fu pi possibile liberarsi: i giuochi pi belli furono ripetuti, le acclamazioni andarono al cielo, e l'entusiasmo e l'ammirazione arrivarono al tal segno, che a mezzogiorno preciso il signor Professore, la signora Matilde e Clementino, liberati dai volgari applausi della canaglia, sedevano alla mensa del signor Sindaco, riveriti e accarezzati da quella rispettabile e brava famiglia.
Mangiarono come lupi anche la roba calorosa. Ma dopo desinare, Clementino e la sua signora madre si sentiron male. Lei ebbe uno dei soliti disturbi d'intestini, e Clementino dei giramenti di testa, come gli accadeva spesso, disse il signor Fabio, quando a pranzo usciva dai tre consueti piatti di famiglia.
Il Professore, per, era in testa e in gambe. Non aveva un soldo da far ballare un cieco; bisognava farne in serata per andar via la mattina dipoi, e gli riusc senza darsene tanta pena.
"Mi occorre da lei un piacere, signor Professore", gli disse il Sindaco, tirandolo in disparte.
"Sono ai suoi comandi."
"Ma non me lo deve negare."
"Ripeto: signor Cavaliere, lei mi comandi."
"Allora senta. Il Proposto ha da tre anni una sorella inferma d'un tumore, dicono, in corpo; hanno fatto venir professori da tutte le parti e glien'hanno fatte di tutte senza poter ottener mai nulla. Lei deve esser tanto garbato di venirla a vedere, eppoi sapremo riconoscerlo..."
"No, no, non parliamo di queste cose!..."
"Venga qui, non se n'offenda, lasci fare a me perch il merito va ricompensato, e per arrivare a saper qualche cosa, parlo per esperienza, so che il solo talento non basta e che ci vogliono de'quattrini e dimolti."
"Lei, signor Girolamo", rispose il professore, "forse senza pensarci, mi ha colto nel mio debole: amare, soccorrere il prossimo quando e finch si pu... cos sta scritto sulla mia bandiera. Ed ora, prima d'andare dal signor Proposto chiedo un favore a lei. Per consumare utilmente la giornata, vorrei dare qualche consultazione, e mi abbisognerebbe una stanza..."
"Quella dell'elezioni gi in piazza! Mando subito a prendere la chiave."
"La ringrazio. Stasera, poi, per finire allegramente, vorrei dilettare questi buoni popolani e questi gentili signori..."
"Di l in sala. Benissimo, benissimo!  tutto fissato, e ora andiamo."
Chiesero notizie della signora Matilde che stava meglio, e di Clementino che era uscito a prendere una boccata d'aria, e se n'andarono dal Proposto.
Prima di buio aveva gi sganasciata mezza popolazione; vend un cento delle sue boccette da smacchiare, altrettante cartine di polvere bianca e una cinquantina di copie del suo libro di segreti; tutto al modicissimo prezzo d'una lira e mezza lira, tranne i numeri del lotto, che la signora Matilde li dava " gratis"  a chi comprava uno specifico qualunque o si levava un dente.
Nello sbuzzare un tumore, tagli un'arteria a un contadino che fu salvato generosamente dal medico, il quale corse subito ad allacciargliela; pi tardi andaron tutti a cena dal Proposto, dove il signor Professore e la signora Matilde furono d'una lepidezza da innamorare; e dopo, tutti dal Sindaco per l'accademia.
E fu quella, davvero, una serata memorabile per la famiglia del signor Girolamo e per tutto il paese. Prima, giuochi di prestigio nei quali il Professore fu, come al solito inarrivabile. Dopo rinfreschi e colletta a favore del signor Fabio, e il signor Fabio diceva: "A favore dei miei contadini pi poveri". Ci furono giuochi di sala, e Clementino fu impareggiabile per il brio, e per la novit di quelli che seppe organizzare. Ci fu musica , e la signora Matilde, quantunque infreddata, cant: " Addio mia bella, addio" , con tal sentimento che tutti piangevano, disse il signor Girolamo, come nel '59. In ultimo ci fu ballo, e il signor Fabio son il pianoforte in tal modo che nessuno aveva mai sentito una cosa simile.
Insomma, fecero il tocco dopo la mezzanotte e fin la veglia quando tutti credevano che non fossero n anche le dieci.
"Ah! che peccato che quei signori se ne debbano andare cos presto!", diceva il signor Girolamo, mentre si spogliava per andare a letto. "Quella  una famiglia che io la vedrei dimolto volentieri stabilirsi qui. Che brav'uomo! che testa dev'esser quella!... Hai sentito, Carlotta? m'ha dato due o tre volte di cavaliere!... Ma che ci sia qualche cosa alle viste per me, e lui l'abbia gi risaputo da quel su'amico di Roma?!"
"Domandaglielo domattina", osserv sua moglie.
"Gliene voglio domandare davvero, perch qualche cosa sotto ci deve essere... Glie l'hai messo il piumino bono?"
La mattina, non ci fu verso di trattenerli: alle otto partirono. Il Proposto era alla finestra a sventolare la pezzla; un numero vistoso di ammiratori erano in piazza per salutarli; ci fu anche qualche abbraccio, e a mezzogiorno i tre ospiti rimpianti, seduti sulla spalliera d'un ponte, in mezzo alla campagna, mangiavano allegramente una cartata di salame, e vuotarono un bel fiasco di vino, gongolanti come pasque per la retata che avevan fatto quando meno se l'aspettavano.
Appena finito il salame, il Professore tir fuori un lapisse e, fatti pochi numeri sulla carta unta, annunzi alla sua Matilde che, senza contare i regali di vestiario usato, avevano in cassa centonovantasette lire e venticinque centesimi.
Fu un urlo di trionfo. La signora Matilde poco manc che in uno scatto di gioia non andasse di sotto al ponte; Clementino sbadigli sonoro, e il Professore, gridando: "Mia l'avarizia!" scagli in aria il fiasco vto che and a rompersi fischiando sul greto del torrente.
A quell'ora precisa, il medico sfogliava gli ultimi fascicoli dello " Sperimentale"  per trovarci qualche condotta vacante, e Nando barrocciaio scordava la fame abballottandosi in braccio la sua creaturina che rideva.



. Dolci ricordi.

Ed anche lui  morto! Sotto quell'aspetto mite e sereno, sotto quel sorriso che, tra gli amici, gli brillava fisso nei piccoli occhi azzurri, tutti credevano ad un'anima lieta e spensierata; nessuno, tranne io, ad un carattere pensoso e forte.
A dodici anni lasci, per gli studi, la casa paterna e, solo, lontano da'suoi, in quell'et nella quale, pur vagheggiando lo spazio, sentiamo sempre il bisogno d'esser covati dalla mamma come rondinotti prima di fidarsi al volo, dovette avventurarsi nel turbine della vita a farvi da uomo quasi innanzi d'esser ragazzo.
"Ma fu la mia salute e vinsi!", mi diceva spesso con orgoglio, "vinsi, perch armato, fino dall'infanzia, di quell'educazione larga ma onesta, qualche volta romantica ma sempre vigorosa, che i nostri vecchi liberali davano ai loro figli, allevando uomini forti d'animo e di braccio, non ganimedi parrucchieri ed isterici."
"O senti", mi diceva una notte mentre lo vegliavo ammalato, "senti un saggio originale del metodo, una scenetta di famiglia che, dopo tanti anni, ho sempre fresca qui nella memoria fra i miei ricordi pi dolci.
Mio padre, medico in un comunello di montagna, guadagnava, quando io ero ragazzetto, cinque paoli al giorno, che oggi sarebbero due lire e ottanta centesimi. Coi miseri incerti di qualche consulto, di qualche operazioncella e di qualche visita fuori della condotta si pu calcolare che il suo guadagno arrivasse a circa quattro lire, piuttosto meno che pi. Con queste doveva mantenere decorosamente la sua famiglia, un cavallo, un servitore, e me all'Universit... Vado per le leste e perch sento che il discorrer troppo mi aggraverebbe il petto e tu forse ti annoieresti.
Una sera dopo le vacanze del Natale, avevo allora diciassette anni, torno a Pisa con la mia mesata d'ottanta lire nel portafogli. Il rivedere gli amici mi mette allegria, vado a cena con una brigata di quei bontemponi, bevo, mi elettrizzo, giro cantando per le vie della citt fino ad ora tarda, e da ultimo casco in una casa da giuoco, dove in un paio d'ore lascio tutta la mesata, pi trenta lire di debito con un amico che me le prest. Una piccolezza, se vogliamo, ma una piccolezza che per le condizioni della mia famiglia era grave, forse troppo grave.
Arrivato nella mia cameruccia, mi buttai sul letto, ma non potei dormire. Sbuffai, mi svoltolai continuamente senza trovar riposo. Ebbi qualche breve dormiveglia, ma fu peggio. Brillanti, assassini, miniere d'oro, coltellate, mostri paurosi, corse a perdita di fiato per deserti a perdita d'occhio, urli, fischi, imprecazioni... sognai un po'di tutto; e finalmente un grande scossone e tanto d'occhi spalancati, grondante di sudore.
"Che si fa?", pensavo. "Chiedo a qualche amico? Scrivo a qualche parente? a mia madre? a mio...? Ah!... qui bisogna uscirne presto. Un atto di contrizione, un po'di dramma, quattro urlacci, due tonfi, magari... e perch no? magari una fitta di scapaccioni, e tutto  finito, e non ci si pensa pi." Salto gi dal letto, mi faccio prestare pochi soldi dal primo amico mattiniero che incontro, mi rincantuccio in un vagone di terza classe, e via a casa.
Il viaggio mi fece bene. Parlai continuamente di politica, di guerra e di donne con un associatore di libri che andava a Signa, ed ebbi dei momenti nei quali, sognando sul serio gloria, armi ed amori, in faccia al mio associatore che mi guardava, stava zitto e fumava la pipa, dimenticate le mie miserie, mi sentii quasi orgoglioso d'aver anch'io la prima bravata da raccontare.
Ma quando vidi spuntare fra i boschi la torre del mio paesello, eppoi il tetto della mia casa e il fumo che usciva dalla torretta del suo cammino, la baldanza mi cadde e sentii le gambe che mi tremavano.
Quand'arrivai a casa, mio padre non c'era. Mia madre si spavent perch, vedendomi pallido, mi credette malato.
"Non ho nulla, sto bene... proprio sto bene."
Il suo viso si rasseren subito e, fatta forte da questa buona certezza, ascolt abbastanza tranquilla, mentre preparava il desinare, il racconto che le feci dal canto del fuoco, dove m'ero rannicchiato, scaldandomi alla fiamma che schioccava allegra sotto un paiolo di rape. Quando ebbi terminato:
"Figliolo!... io ti domando come si deve fare a dirlo a quell'omo!", esclam guardandomi sgomenta. Poi dopo una lunga pausa pensosa:
" impossibile! Come vuoi che faccia a renderti ora una mesata, se ce n'ha appena tanti per andare avanti noi?!... Trovarli!... E dopo?... Non c' carit, in questo momento non c' carit... Gli sta peggio quel malato e pare che vada a morire..."
Io stavo zitto a guardarla, lei si chet.
Il tepore del mio nido, la stanchezza e il mugolo del vento su per la gola del camino mi conciliarono il sonno e, senza accorgermene, mi addormentai col capo appoggiato sulla spalliera della seggiola.
Quando mi destai, vidi mio padre seduto dall'altra parte del focolare, che si asciugava alla fiamma i calzoni fradici di pioggia. Pareva stanco ed era pallido. Tossiva malamente ed aveva schizzi di fango fino sulla faccia.
Sentendomi muovere, alz la testa.
"Buon giorno, babbo."
"Buon giorno", mi rispose. E non mi disse altro.
Dopo qualche momento si alz, disse a mia madre d'affrettare il desinare perch aveva bisogno d'escir subito, e and in camera sua.
"Glie l'hai detto?", domandai trepidante a mia madre.
Essa mi accenn di s.
"Che ha detto?"
"Ha domandato come stavi e s' messo a leggere."
Il desinare fu nero. I miei vecchi barattarono fra loro poche parole d'affarucci di famiglia, ed io, sempre aspettando una tempesta, che mi avrebbe fatto tanto bene al core per votarlo d'urli, di bile e magari di pianto; per vedere se in una sfuriata trovavo la gretola di non avere tutto il torto io, ebbi a rimanere gelidamente trafitto dalle poche parole che nel tno usuale e quasi con amorevolezza mi rivolse mio padre.
"Beppe l'hai veduto?" (era un suo vecchio compagno di studi che io avevo sempre l'incarico di salutare quando andavo a Pisa).
"No..."
"Domattina partirai col primo treno... Ti chiamer presto perch dovrai andare alla stazione a piedi... Del cavallo ne ho bisogno io."
"S."
Finito il desinare, and via. Torn a sera inoltrata, prese un boccone e and a letto, dopo avermi fatto con gli occhi stanchi una burbera carezza.
La mattina dopo, mi svegli alle cinque. Era buio, freddo, vento e nevicava forte. Quando uscii di camera, mia madre, gi alzata, mi aspettava per dirmi addio.
"Gli ha lasciati a te i quattrini?" le domandai sotto voce.
" l fri che ti aspetta."
Corsi sulla porta e alla luce della lanterna con la quale il servitore ci faceva lume, l davanti, mio padre gi a cavallo, immobile, rinvoltato nel suo largo mantello carico di neve.
"Tieni" mi disse, parlando rado e affondandomi ad ogni parola un solco nell'anima. "Prendi... Ora  roba tua... Ma prima di spenderli!... Guardami!...", e mi fulmin con un'occhiata fiera e malinconica. "Prima di spenderli, ricrdati come tuo padre li guadagna."
Una spronata, uno sfaglio, e si allontan a capo basso nel buio, tra la neve e il vento che turbinava.



. Scampagnata.

 inutile, caro mio; ci sono certe occasioni nelle quali  impossibile dire di no. Ti pressano, ti conquidono, ti obbligano con tante premure che il rifiutare sarebbe lo stesso che commettere una vera sconvenienza verso persone le quali non hanno altro pensiero che di farti una gentilezza.
Accusi gli affari? "Per un giorno", ti rispondono, "non cascher il mondo." Fa troppo caldo? "Venga la mattina pel fresco." La via dalla stazione al paese  lunga? "Lo mando a prendere col barroccino." Hai fissato di passar la giornata con un amico? "Meni anche lui..." Insomma, gli dissi di s, e domenica mattina andai e la feci finita.
Appena arrivato in paese tra la folla dei contadini che uscivano dalla prima messa e mi guardavano come una bestia feroce, domandai della casa del signor Cosimo, alla quale domanda otto o dieci mi si offersero per accompagnarmici.
"Eccola lass: la vede quella palazzina con una torricella sul tetto?  quella. Che lo conosce lei il sor Cosimo? Buon signore quello! O il su'fratello prete?! ah! o lui? O la su'moglie, la sora Flavia? Bona signora  quella, e quante elemosine fa! Ma anche la sor'Olimpia, veh! la sorella, si direbbe, del signor Cosimo... Ha le su'idee anche lei, diremo, come se uno dicesse che ha la gran passione de'libri che n'ha sempre uno per le mani e ci ha perso quasi la testa; ma dopo, vede? lo ridice tutto a mente che a volte non ci si crederebbe nemmeno. Gran bona ragazza per, anche lei! e per la su'famiglia, quando c' da mettere in carta qualche cosa, se non ci fosse lei, non saprebbero da che parte rifarsi. Prima c'era Bistino, il su'figliolo maggiore del sor Cosimo; ma ora  a Volterra in Seminario, dove dice che si fa tanto onore che neanche per le vacanze non lo voglion mai rimandare.  dimolto bravo quel ragazzo! E quando c'era lui, anche il Cappellano alla su'tesa, col su'aiuto... pigliavan pi uccelli loro in un giorno che tutte quest'altre tese in una settimana... Guardi; lei pigli di qui e su e ci va a battere il capo senza sbaglio."
Tutte queste notizie sui miei ospiti, che in parte gi conoscevo, mi furono date per via dai contadini, i quali, uno dopo l'altro, facevano a gara a favorirmele, finch, messomi all'imboccatura d'un breve viale che menava alla villa, mi ebbero lasciato, salutandomi rispettosamente e domandandomi se m'occorreva servit.
"Non mette male!", dissi, dandomi una fregatina di mani. Era tanto che mi struggevo di passare una giornata di riposo in campagna, che affrettai il passo per anticiparmi la contentezza d'un'ora di pace fra le pareti patriarcali di questa buona famiglia campagnola, lontano dalle noiose etichette, dalle cordiali accoglienze fatte col compasso, dai freddi entusiasmi, dalla gretta ospitalit, infine, che spesso siamo costretti a ricevere e qualche volta, pur troppo! anche a dare fra le esigenze della vita di citt.
Appena sonato il campanello, un giovanotto in maniche di camicia e col grembiule bianco tirato su e fermato alla cinghia dei calzoni, mi venne ad aprire sorridendo.
"C' il signor Cosimo?"
"Eh! sissignore. Passi, passi. Lei  quel signore di Firenze che ieri mand a dire che facilmente sarebbe venuto, eh?"
"S."
"E allora venga, venga. M'ha detto il padrone che lo faccia passare nel salotto bono, e ora vien subito anche lui. Bravo signore! Ha fatto bene, sa, a venire. Era tanto che lo dicevano e che l'aspettavano! Stanno tutti bene a Firenze? Guardi: passi qui dentro e s'accomodi. Con permesso."
"Andate, andate, giovanotto."
Mi misi a sedere, sotto la finestra, sfogliando un vecchio album di fotografie, e intanto potei accorgermi che il mio arrivo aveva destato, davvero, rumore, perch si sentiva su, al primo piano, un gran sbatacchio d'usci e un gran vai vieni di piedi calzati e scalzi pei quali cascava gi dal palco una pioggiolina fitta di bianco d'intonaco, e i vetri della finestra e la campana d'un Ges bambino di cera, che si vedeva sulla cantoniera, trillavano come se desse il terremoto.
Dopo qualche minuto sentii raspare alla porta, poi una gran pedata; s'apre ed entra un bambino di circa sei anni, con una mela in mano mezza rosicata, che si mette a guardarmi e con aria dispettosa mi domanda:
"O che  vostro cotesto libro? L'avete a posare, se no lo dico allo zi'prete".
Io poso l'album e lui sguita a guardarmi in cagnesco.
"Che siete quel forestiero che doveva venire?".
"S, piccirillo." Affettando dolcezza per ammansirlo, stesi la mano per prendergli il ganascino. Lui si tir indietro due passi, e mi accenn di tirarmi la mela nel viso.
"V'avete a fermare colle mani, v'avete! O che ci siete venuto a fare quass?"
Mi seccava e non risposi.
"Se, se, tanto lo so, 'un pensate, che ve l'aveva detto mi'padre; ma mi'madre nun voleva perch gli  toccato ammazzare tutti que'polli che li pela ora Gostino. Ma stasera ve n'andate?... Nun mi volete rispondere? Ma intanto ci ho gusto, s; perch quando mi'madre v'ha visto per la strada v'ha mandato tanti accidenti..."
La porta si spalanc e comparve in ciabatte la mole magnifica del signor Cosimo, il quale cordialmente sorridendo mi butt le sue manone sulle spalle, dicendomi tre volte: "Bravo, bravo, bravo!".
Poi, voltosi al ragazzo:
"E lei che ci fa qui?".
"Cosa mi pare."
Con uno scapaccione lo mise fuori dell'uscio e m'invit a sedere.
Mi dettero subito nell'occhio le frittelle d'unto e le sgocciolature di vino e di caff che il sor Cosimo aveva sui calzoni e sulla camicia. E, per dire il vero, provai un senso spiacevole come di poco riguardo verso di me; ma fui subito tranquillizzato dalle scuse che mi fece d'essersi fatto aspettare perch era andato su in camera a ripulirsi un poco.
"Oh! ma le pare... Dio mio! signor Cosimo!"
"O bravo, bravo, bravo! Ma che stagione, eh? Senta, lei deve aver bisogno di rinfrescarsi... Gostinooo! Che ne dicono, che ne dicono a Firenze di questa sementa?... Bravo, bravo, bravo! Lei s' degnato e ci ha fatto veramente un regalo."
"Comandi, signor padrone?"
"Andate su, Gostino, fatevi dare dalla padrona le chiavi della credenza e portate da rinfrescarsi a questo signore." E al bambino che era ritornato dietro al servitore: "E lei vada subito a lavarsi il muso e si pulisca il naso, porco!". E con un altro scapaccione lo rimise fuor dell'uscio.
"E di frutte, caro lei, anche quest'anno, nulla!"
"Ah!"
"Eh! che vl che gli dica? Da tre anni si vede che c' entrata la mala. Si figuri che prima ne rimettevo anche quattrocento libbre di parte, e ora... quando cinquanta, quando sessanta s e no... Ma poi che roba! imbacan tutte! Scusi, venga con me in granaio... Ma, no... Sento il mi'fratello che scende: s'aspetter lui."
"Aspettiamo lui."
" un bell'originale, sa?... un brontolone!... Ma poi in fondo  bono, veh! L'altro giorno, per esempio, vede? lui soffre tanto di mal di stomaco e, con rispetto, d'un vespaio che ha qui..."
Gli anticipati della presentazione furono interrotti perch entr nella stanza don Paolo, facendo una profonda riverenza. M'alzai per andargli incontro, ma:
"Non permetto; stia comodo, signore. Se non gli dispiace, tengo in capo perch  la mia abitudine. S'accomodi, s'accomodi pure".
Ci fu un momento di silenzio, eppoi il sor Cosimo riprese la conversazione:
"Vedete, Paolo, questo  quel signore che si diceva anche l'altra sera...".
"Lo so, lo so; benedetto voi che non la fate mai finita. O quante volte le volete ridire le cose?"
"No, vi volevo dire..."
"L'avete fatto rinfrescare?"
"L'ho detto a Gostino. Ora verr."
"E lei  di Firenze, eh?", mi domand il Cappellano.
"Per servirla."
"Annataccia, caro signore. Se non piove non si fa la prima. Anno, in questo giorno d'oggi, alle dieci, n'avevo presi cinquantasei! e stamani... dianzi me ne son venuto all'otto per la messa, s'era preso tre uccellucci e un maledetto falco che m'ha rovinato, guardi, mezza questa mano. O a Firenze ne pigliano?"
"Per dir la verit, non ne ho domandato."
"O il priore di San Gaggio ne piglia quest'anno, ne piglia?"
"Che sappia io... non glielo saprei dire."
"Ah! perch venerd passato mi mand a dire che non aveva fatto nemmeno l'ingabbiature. Dice che c' padre Lorenzo della Santissima Annunziata che non sta punto bene. Che  vero?"
"Se debbo dirle la verit... non lo so."
"O dunque, o che non sa nulla lei?"
"Le dir... Parliamo piuttosto di lei. Mi diceva ora il signor Cosimo..."
"Io torno un momento alla tesa. Il desinare, dite Cosimo, per che ora?"
"Ditegliela voi a quelle donne l'ora che vi fa comodo."
"Ah! eccone una!", disse don Paolo che era sull'uscio per andarsene.
"A che ora si mangia, Flavia? a mezzogiorno?"
La signora Flavia, moglie del mio ospite, accenn di s col capo entrando nella stanza, mentre il Cappellano, insalutato ospite, se n'and alla tesa. Mi venne incontro pari pari, mi domand come stavo, mi disse che ci aveva piacere prima che io le rispondessi "bene", e si piant a sedere a guardarmi. Il sor Cosimo, che faceva tutte le parti:
"Vedi, Flavia: questo  quel signore che ti dicevo l'altra sera...". E la sora Flavia daccapo.
"Che fa? sta bene?"
"Sissignora,"
"O la su'sposa?"
"Benissimo: grazie."
"La saluti." Eppoi, guardando il marito come per domandargli se mi doveva dire altro, si rimise zitta a contemplarmi.
Per fortuna il signor Cosimo mi lev dall'imbarazzo di trovare un tema per la conversazione e la riattacc colla politica. Ed essendoci allora sul colmo la questione di Tunisi, naturalmente casc addosso a Tunisi e s'arrabbi, s'infiamm, e spiattell sbuffando le sue idee sulla politica estera, e concluse che se lui e 'l su'fratello prete fossero stati al ministero, i Francesi a Tunisia non c'erano neanche per la misericordia di Dio, perch... Ma lo interruppe la signora Flavia per domandarmi se nella roba del mio vestito c'era cotone. Tenni dentro una risata e le risposi a caso di no.
"E allora coster dimolto, eh?"
"S... mi pare sette lire il metro."
"Ah, fanno a metri loro! Dev'esser roba bona, per! Vedi, Cosimo, te l'avresti a fare compagno..."
"Se, se, benedetto vizio di venire a troncare i discorsi in bocca! se ne parler poi... poi se ne parler." E rivolgendosi di nuovo a me:
"Perch se la Francia...". Ed era per riattaccare su Tunisi quando si vide aprire la porta e compare la sua sorella, la signora Olimpia, nubile sulla cinquantina, quella che i contadini m'avevan dato come una letterata.
Aveva un vestito celeste chiaro sbiadito col cerchio, una mantiglia color pulce sul braccio, in capo una pamela di paglia giallo-sudicio guarnita con un tralcio d'ellera naturale, e due pendoni di capelli impecettati le scendevano con dolce voluta quasi fino sulle guance leggermente salsedinose. In una mano aveva l'ombrellino da sole e un mazzetto di vainiglia, e nell'altra un libro dentro al quale teneva l'indice per segno. Si avanz con disinvoltura ostentata, e con un inchino a occhi strizzati: "Oh! signore", mi disse, "ella  benvenuto in questo modesto abituro".
"Delizioso abituro, signorina, dove non vorrei essere importuno."
Strizz gli occhi di nuovo e mi sorrise. E sculettando meglio che poteva, and a sedere con le spalle voltate alla finestra. Le grossolane malizie di fanciulla molto matura le conosceva.
Io la osservavo con la pi grande attenzione, quando mi sento arrivare una gran manata sulle spalle, e il sor Cosimo mi dice:
"Sentir come scrive in poesia quella ragazza! Ce l'hai cost, Olimpia, quel sonetto che facesti domenica passata?".
"Quell'ode, via, volevi dire."
"Sie... o sonetto o ode,  lo stesso. Ma sentisse!... colle rime e ogni cosa!! Ma gli dico!... Faglielo sentire, via."
"Poi, Cosimo, poi."
Dio mi tenga le sue sante mani in capo! E rivolgendomi alla signora Olimpia che teneva sempre il dito nel libro:
"Che cosa legge di bello, signorina?".
"Do un'occhiata al Leopardi."
"Ah!... Ah..."
E il sor Cosimo:
"Bello! bello! bello!".
"Lo conosce anche lei, signor Cosimo?"
"Perbacchissimo! Ce lo lsse domenica passata alle frutte che ci fece pianger tutti come bambini."
"No, Cosimo, avete inteso male. Il signore voleva dire di questo libro qui."
"Ah! io!? ch, ch, ch,! Dicevo del sonetto, io. Ma poi lo sentir... E gli devi dire anche quello di quando vestirono abate il figliolo del Calamai. O quello! Eppoi... Ma che crede che ce n'abbia uno? Ce n'ha una cassettata tutta piena che, se uno  bello, quell'altro non canzona... Poi, poi sentir."
Io che ero impaziente di sentire i suoi giudizi sul Leopardi:
"Come trova cotesta lettura, signorina?" domandai alla signorina Olimpia.
"Le dir", mi rispose, "per dire la verit, in fondo non ci sono ancora arrivata... ma, se devo essere sincera, mi pare che ci sia poco interesse."
"Ah!"
"Non le pare a lei?"
"Eh! in certo modo... s..."
"Scusi; non c' mai un episodio finito. Lei trova Consalvo (quella, gi,  rubata dal Tasso: la scena di Clorinda e Tancredi); trova Consalvo, va bene? Consalvo muore; eppoi, almeno fin dove sono arrivata io, di lei non se ne sa pi nulla. E lo stesso  dei caratteri! Ci sarebbe quello di quella Nerina, che sarebbe bello; ma, Dio mio,  cos poco spiegato!... Ne conviene?"
"Eh! s, per dire la verit..."
"Vedete, Cosimo, se avevo ragione, quando se ne parl l'altra sera colla signora Amalia!"
"Ma lo credo!", disse il sor Cosimo, approvando con una gran risata. "Ma che ti vorresti confrontare con quella superbiosa l? Vada sett'anni alle Salesiane come ci sei stata te, eppoi venga a ragionare. Tanto  inutile", disse poi mezzo stizzito, "m'hanno a tirar fri quanti gli pare; ma come il Metastasio... Che dico male?"
"Tutt'altro...".
"Ma che mi burla! Io scommetto che anche a mettersi in cento... se son boni di scrivere tanti libri... neanche la met di quelli che ha scritto lui. Ma poi come bene! E non ce n' stati altri, veh!

Chiama gli abitator dell'ombre eterne...

Ah! no; questo  dell'immortale Torquato...

Sogna il guerrier...
Sogna il guerrier le...?

"S, si; questo  vero", riprese, interrompendolo, la signora Olimpia che al discorso del fratello aveva sempre mosso la testa approvando. "Il Metastasio va lasciato stare; ma anche questo qui, badate, Cosimo,  carino dimolto. E anche lui ha scritto con que'versi uno pi lungo e uno pi corto che mi piacciono tanto perch c' il comodo di metterci quanti vocaboli si vle... Ma come son difficili! e come li tratta bene anche il Clasio!"
"O quello", salt su il sor Cosimo: "o quello, che  scritto poco bene, con tutte quelle sentenze!...

Ma l'uom saggio mai non falla
N in superbia n in vilt;
O sia bruco, o sia...

"O le " Mie prigioni" !?"
Io ero rimasto rintontito.
"Bravo, bravo Gostino! posa cost sulla tavola e mesci al signore", disse il sor Cosimo a Gostino che in quel momento entr con una bottiglia e un vassoio di bicchieri.
"Sentir che questo gli garba", mi disse Gostino mescendomi. "Le fanno appassire loro l'uve?"
"Andate, andate, Gostino", gli disse la signora Olimpia.
"Lesto, Gostino", continu il sor Cosimo, "andate a prendere du'altre bottiglie: una del '62 sulla tavola di cantina fonda e un'altra del '59 (l'anno della rivoluzione!) e sentir", rivolgendosi di nuovo a me, "sentir che come quello, non per fargli torto, ma come quello lei non n'ha mai bevuto."
"Ma... mi basta questo, signor Cosimo."
"'Gnamo, 'gnamo: smettiamo coi complimenti... Intanto un altro gocciolino di questo, eh?"
"Grazie: non lo potrei bere, signor Cosimo. Non sono abituato..."
"Guardi, ne ripiglio anch'io: per compagnia prese moglie un frate... Glielo mesco?... Lo butti via, ma glielo mesco."
"E allora, se vuole cos, me ne dia un altro sorso per gradire... Basta... basta cos..."
"Nossignore! o pieno o nulla."
Ritorn Gostino con altre due bottiglie, e allora mi furon tutti addosso, cominciando dalla signora Flavia e non escluso il servitore stesso, perch assaggiassi anche di quelle. Il signor Cosimo mi reggeva il braccio.
Cosimo mesceva, e le due donne mi scongiuravano con gli occhi perch non volessi far loro il torto di rifiutare quella gentilezza.
Resistei un poco; ma finalmente mi tocc a cedere, ed ebbi la malaventura di lodarne la qualit e d'osservare che non solamente dovevano avere uve squisite, ma anche vasi e cantine eccellenti. Non l'avessi mai detto!
"Gliele voglio far vedere", disse subito il sor Cosimo. M'infil a braccetto, e, lasciate le donne in salotto, con Gostino avanti che ci faceva lume, mi trascin in cantina, ora dicendomi "badi, c' un altro scalino", ora "abbassi il capo", e mostrandosi finalmente pi maravigliato di me di quella bellezza, la quale non era altro che una stanza tutta ragnateli, con quattro botti a una parete e due caratelli in un angolo.
Bisogn che mi maravigliassi e che lodassi anch'io qualche cosa, e lodai, giudicandone dai muri di fondamento, la solidit della casa.
"Ora gliela faccio vedere."
Dalla cantina si risal al piano terreno che mi fece girar tutto: salotto da pranzo, stanza da stirare, cucina, forno, dispensa, armadi a muro... Eppoi la scala nuova che prima era dove ora  la coppaia; eppoi lo scrittoio che il su'fratello prete lo voleva fare dove ci levarono la stalla, ma che c'era umido... Eppoi su al primo piano dove mi fece entrare di sorpresa nella camera della sora Olimpia che era allo specchio a provarsi la mantiglia color pulce. E via, tutte le altre camere, la sala, i salotti e perfino i due luoghi di comodo, che uno bisognava che lo levassero perch dava noia al pozzo... "Ora guardi che occhiata!... e quello  l'orto. Dopo s'ander anche l; ma prima gli voglio far vedere anche il secondo piano."
Andammo anche al secondo piano; e dopo avermi fatto girare una ventina di minuti, illustrandomi ogni stanza con gli avvenimenti pi notevoli in quelle accaduti, dallo stanzone dove fanno i bachi allo stambugio dove il Cappellano mette in chiusa i fringuellotti da accecarsi, si ferm davanti a una porta per la quale, facendomi prima alcuni segnali che volevano prepararmi ad ammirare qualche cosa di veramente straordinario, il sor Cosimo m'introdusse in una cameruccia disfatta, dicendomi che indovinassi chi ci aveva dormito la settimana passata.
"Che vl che sappia, caro lei?"
"Gliela do in mille... Nientemeno che il sor Angiolo!!"
"Andiamo!", esclamai, cos per dare un po'di soddisfazione ai suoi entusiasmi! E lui, presa sul serio la mia esclamazione, mi tess sul tamburo il panegirico del sor Angiolo, il quale era, nientemeno che il fratello dell'arciprete Ddoli e nipote del benemerito signor Canonico Sinigaglia, che era venuto con lui quando Monsignore lo mand a fare i saldi alla fattoria delle Monache!... "Ha capito?... E ora deve vedere anche la piccionaia... Sta'!... Si vedr poi, perch ora non c' tempo da perdere. Sna l'entrata e bisogna far presto, perch la messa cantata dell'undici la dice il Proposto delle Sipole che  il Dio della furia. Bon omo, per, veh! Ah! E con lui ci troverebbe il su'pascolo anche lei perch, chieda e domandi, lui sa ogni cosa. Ne parli anche colla mi'sorella... qui ci dorme Gostino!... e sentir che razza di talento  quello... E qui, vede? Prima c'era un uscio che metteva nel granaio; ma si fece chiudere per via de'topi. Poi gli far vedere ogni cosa: ma ora bisogna andare, se no s'arriva che  entrata."
In fondo alle scale c'incontrammo col Cappellano che tutto sbuffante tornava dalla tesa, brontolando della furia del Proposto. "Che aveva paura di non essere a tempo a desinare, quello strippone? Avviatevi, Cosimo, fatemi il santo servizio, accidenti a questi lavori! e ditegli che si parino intanto loro e che io fra dieci minuti vengo; se no, se la cantino da s e non mi scoccino..."
"Vede?", mi disse il sor Cosimo, "lui  sempre a quella maniera. Quando non piglia uccelli diventa una bestia. Venga, venga; queste donne verranno da s."
"Son bell'e andate, sor padrone", disse Gostino.
"Meglio cos. Andiamo."
E io, che avrei avuto tanto bisogno di sciorinarmi e di riposarmi un momento, mi misi dietro al sor Cosimo che, per paura del fratello, allungava tanto il passo da tenergli dietro a fatica.

Attraverso a una caligine grassa di sudore e di moccolaia, osservavo la scena. Nell'emiciclo del coro, i cantori, fra i quali il sor Cosimo, che s'era messo in prima linea a sinistra, per non restare invisibile dietro all'altar maggiore; intorno all'altare, i preti celebranti, imbacuccati nei loro piviali ricamati d'oro che mandavano riflessi abbaglianti secondo che si movevano, percossi da un raggio di sole giallastro e polveroso che da una lunetta semichiusa attraversava in diagonale la chiesa. Poi uno spazio libero, e dopo, due ali di panche per le donne; in mezzo, quattro o sei eleganti alla moda, dal fazzoletto bianco sotto i ginocchi, unti nei capelli e inchiodati nelle scarpe, e in fondo, gli uomini ser, i veri credenti senza ostentazione, le luccicanti zucche pelate, i catarri produttivi, le pezzle da naso turchine.
La signora Flavia, in una panca separata dentro alla cappella de'sette dolori, pregava calorosamente con la faccia quasi nascosta nel libro, e la signora Olimpia, che le sedeva alla destra, fantasticava sorridendo angelicamente verso qualche fantasma che pareva attirare i suoi sguardi su nella misteriosa penombra delle navate.
I mantici dell'organo russavano, e dai pieni polmoni scappava fuori, di quando in quando, una nota sola e fuggiasca o un " do-re-mi-fa"  bricconcello che faceva voltare subito lietamente il sor Cosimo verso di me e il Cappellano verso l'organo, con due occhi da basilisco che mettevan terrore.
Le montagne stanno ferme e gli uomini camminano. Quando il sor Cosimo, infilando in fretta l'uscio della Canonica, m'ebbe lasciato sotto il porticato della chiesa, mi dette nell'occhio un uomo decentemente vestito, la cui fisionomia non m'era punto nuova; e nemmeno pareva che la mia fosse nuova a lui, perch nell'incontrarci che facevamo passeggiando in su e in gi, mi ficcava gli occhi in viso e quasi pareva che accennasse a un sorriso amichevole e a rivolgermi la parola. Io facevo altrettanto, quando, passandomi per la terza volta vicino, pronunzi a bassa voce il mio nome: mi venne allora subito in mente il suo, mi voltai e ci abbracciammo con una stretta e un bacio affettuosamente fraterno, che quando ci guardammo negli occhi, li avevamo umidi di lacrime.
"Dopo diciannove anni! O come mai ti trovo qui?"
"Sono medico di questo comune. E tu?"
"Son qui per diporto."
"Verrai a desinare da me."
"Sono impegnato."
"Da chi?"
"Poi se ne parler. Ora parliamo di noi; dimmi di te, de'nostri amici, della tua vita... Ah, perdio! quanto avrei bisogno di sapere da te, quante notizie da chiederti di tanti vecchi compagni d'Universit... e quante avrei da dartene io!" E qui un assalto di domande: "E del tale che ne fu?... E il tal altro che fa?... Tizio  vivo?... Caio dove si trova?" E quasi ad ogni notizia reciproca corrispondeva una voce di rimpianto e una parola di commiserazione: " morto!...  un disgraziato!... Scapp e non se n' saputo pi nulla...  in galera". E raramente: "Sta bene... Vive...  contento".
"E tu come te la passi?"
"Da medico di campagna."
"E coi paesani?"
"Male."
"Perch?"
"Non sono una bestia come loro e sono un galantuomo."
"Ti capisco. E con le autorit locali?"
"Male. Sono in odio al Sindaco e mi toccher andarmene presto."
"La ragione?"
"Ebbi l'imprudenza di contraddirlo in pubblica farmacia, quando, a proposito di galateo, cit monsignor Della Casa e Flavio Gioia."
"E chi  questo mostro di sapere?"
"La pi agiata, la pi colta, la pi rispettabile persona del paese: un certo signor Cosimo..."
"Il mio ospite!"
"Sei da lui?"
"Sono da lui."
"O come mai?... Ma ora, no; dopo desinare verrai a trovarmi, mi racconterai tutto e staremo insieme fino alla tua partenza. Ho molte cose da confidarti, ti accompagner alla stazione col mio cavalluccio; ma ora entriamo in chiesa, perch la messa  cominciata... Sorridi?"
"Penso che diciannove anni indietro un invito simile non mi sarebbe venuto da te."
"Ho sei figlioli!"
Mi fece strada in chiesa mentre io, standogli alle spalle, osservavo rattristandomi la sua cambiata persona. Quante speranze svanite! Quante illusioni stavano raggrinzate gi dentro all'anima di quel corpiciattolo smunto, gi pi che mezzo canuto!... E quel provvidenziale egoismo stillato dalla natura anche nell'animo dei migliori, venne a soccorrermi; e le mie malinconiche riflessioni mi si convertirono in una spasimosa compiacenza confrontandomi con lui.
"Ecco i miei padroni", mi disse sorridendo amaramente, appena ci fummo fermati in un angolo in fondo alla chiesa. "Sono tutti lass. Conosci nessuno?"
"La famiglia del signor Cosimo e nessun altro."
"Merita il conto di presentartene qualcuno, perch son degni della tua attenzione. Non sarebbero cattivi, se non li facesse pessimi la loro ignoranza orgogliosa. Tutti celebri, per! tutta brava gente; tutti ammirati, perch il resto  pi ciuco di loro. Vedi quello che celebra?  un certo Proposto delle Sipole. Teologo profondo, negoziante d'oli, confessore delle monache, mangiatore strepitoso e gran protettore delle molte sue nipoti. Non mi vuol bene, ma mi tollera dopo che lo curai d'una indigestione di cacio salato e baccelli."
Il Proposto delle Sipole in quel momento sedeva tutto compunto, e dal suo stallo d'onore, stringendosi al petto le braccia incrociate, mandava occhiate e sospiri al cielo.
"E vecchiotto per!", osservai.
"Sopra la sessantina. E quello che gli sta alla destra", continu il medico, " il suo Cappellano, il quale mi fa una guerra accanita, spargendo nel contado che sono un eretico, perch mi rifiutai di fargli un certificato falso di malattia. Credo che fra loro non se la dicano molto per ragioni di nepotismo. Per non si lasciano mai; e l'occupazione del Cappellano, quando seguita il principale,  d'annacquargli i moccoli. A ogni primiera ammazzata, il Proposto, un "Giuraddio!" e il Cappellano un "Bacco". E cos vanno avanti, salvando l'apparenza e l'anima; ma il Proposto qualche volta la crede una umiliazione e se n'ha per male, e lo rimprovera; e allora, nella stizza, i "perdii" gli scivolan gi come chicchi di corona sfilati; e il Cappellano coi suoi "bacco, bacco" ripara a tutto, impassibile alle minacce e pronto al martirio piuttosto che cedere.  il primo cacciatore di lepre dei dintorni e giuocatore di briscola da sfidare la piazza. I popolani l'adorano perch dice la messa in dieci minuti, confessa a maniche larghe, e a chi gli fa de'soprusi, legnate da olio santo.
Quel cosino magro dalla parte di qua  uno de'cos detti preti spiccioli;  un buon figliolo, povero in canna, che con una salute da far piet s'arrabattta a tirarsi avanti con una sorella vecchia e due nipotini che educa e istruisce da s, facendo da maestro, da zio e da babbo; e intanto s'aiuta con altri quattro o cinque scolarucci che pu raccapezzare a una lira al mese, e campa non si sa come, mantenendosi, nella sua miseria, illibata la reputazione di cittadino onorato e di sacerdote esemplare. E quel che pi monta, egli, " rara avis" , non invoca la maledizione di Dio sulla sua patria. In paese, come  facile a capirsi, o non se ne occupano o lo rammentano con disprezzo.
Quell'altro  il fratello del sor Cosimo, che tu conosci. Ti dir qualche cosa anche di lui; ma ora inginocchiamoci, perch siamo all'elevazione."
Tutto il popolo si prostr in un solenne raccoglimento, e l'organo, allargandone il tempo, travest da adagio maestoso l'allegro del " Trovatore" : "Di quella pira l'orrendo fuoco".
Alla cerimonia della consacrazione tenne dietro il solito rumore confuso di stropiccio di piedi, di tintinno di medaglie e l'indispensabile scarica di tossicone generale. E l'aria si faceva sempre pi pesa e nauseante, quando il medico riattacc sotto voce la conversazione.
"E il fratello del sor Cosimo, detto di soprannome Cotenna,  quel tale che, nientemeno..." E qui mi si accost all'orecchio e mi disse:
"...".
"Andiamo!", esclamai meravigliato. "Tutti i giorni?!"
"Sulla mia parola d'onore!"
Il sor Cosimo mi sorrideva in fondo alla chiesa e mi accennava all'organo come per dirmi: "Ha sentito, eh? che razza di strumento e che sonatore!".
"E quello con quel ciarpone di seta nera al collo, che  inginocchiato accanto al sor Cosimo", continu il Dottore, " lo Stelloni mugnaio, assessore della pubblica istruzione. Il sor Cosimo lo prescelse alla carica, perch, vista l'antipatia che fin da bambino lo Stelloni aveva dimostrato per le scuole, pot tranquillizzare il Consiglio che lui delle spese inutili non ne avrebbe fatto fare. E l'assessore Stelloni, fedele al suo mandato, non ha mai messo piede in una scuola. Lui dice per non compromettersi, perch le cose non vanno a modo suo; la canaglia dice che ha paura di dovere interrogare i ragazzi.  un buon diavolo, per, e non ha odio con altri fuori che col maestro comunale, quel giovanotto pallido l dalla piletta, perch sopra un componimento del suo figliolo corresse " appetito divoratore"  dove era scritto " appetito divoratrice" . Lo Stelloni lo compat benignamente finch la questione rimase dubbia; ma quando fu accertato che il maestro aveva ragione, il benigno compatimento dell'Assessore si convert in odio implacabile, e ora cerca tutte le gretole per poterlo mettere nella strada a morire di fame.
Quel vecchietto magro, in capo fila a destra,  uno dei pi ricchi possidenti del paese, cavalocchi e notaro in ritiro e gi Sindaco prima del sor Cosimo. La sua passione  di schiacciare le noci colla testa e di contraddire sistematicamente in Consiglio tutto quello che il signor Cosimo propone. Si  immortalato con due iscrizioni che ha fatto porre col proprio nome in lettere maiuscole durante la sua gestione: una al pozzo pubblico quando ci fece mettere la pompa, e un'altra, che eccola laggi dove  quello scalcinato, quando fece ridorare a sue spese il ciborio alla cappella de'sette dolori. Bracc il sindacato per far passare un braccio di strada obbligatoria dalla sua villa; ma poi, non avendola potuta ottenere ed essendogli stata imbiancata la proposta pel cavalierato, si ritir fremendo, e ora si sfoga a fare opposizione in Consiglio, manda via un contadino l'anno e dice ira di Dio del Governo in ogni occasione, non esclusa quella che la brinata gli sciupi nell'orto i pomodori primaticci."
"E tu sei alle mani di questa gente!", osservai.
"Sono alle mani di questa gente."
L'"" Ite, missa est" " interruppe il nostro colloquio. Il Proposto delle Sipole lo annunzi a occhi chiusi, a giugulari iniettate e a gote livide sull'ultimo, sollevando la testa per trovare note di voce pi poderose, in mezzo agli altri preti che stavano reverenti ai suoi fianchi. E se lo patull per due minuti buoni, finch dopo un " i... i... i... i..."  che pareva non dovesse finir pi, rotol sfiatato: "" issa est" ".
Il sagrestano s'avvent collo spegnitoio alle candele; i preti allicciarono verso il desinare, e il popolo, dopo un breve raccoglimento, s'affoll alla porta per uscire.
Quando fummo sotto il porticato, il medico mi lasci subito per fuggire l'incontro de'suoi padroni, non senza avermi prima ripetuto caldissimamente che dopo desinare fossi andato da lui, che mi avrebbe accompagnato alla stazione e che aveva cose importantissime da dirmi.
Il sor Cosimo venne correndo a ritrovarmi, accompagnato da varie persone alle quali mi present, dandomi di gran manate sulle spalle, scansando il lei e dicendomi un monte di villanie per dare a credere che con me ci aveva confidenza. Aspettammo un momento il Cappellano e le donne, e tutti insieme ci avviammo, come disse il sor Cosimo e ripet la signora Flavia, a far penitenza.

Al momento d'andare a tavola il sor Cosimo mi disse, dandomi uno strizzone: "Oggi si deve stare allegri! Bravo, bravo, bravo!". La signora Flavia mi ripet per la sesta volta che avrei fatto penitenza, perch non avevano alterato per nulla il solito desinare delle altre domeniche.
"Dio mio!...", esclamai, fingendomi di esser mortificato, ma in realt perch non ne potevo pi di ogni cosa. E con la signorina Olimpia che ci precedeva sculettando, dopo avermi presentato un'occhiatina ladra e un mazzetto di gelsomini, entrammo nel salotto da pranzo, tutto parato per le grandi occasioni, in un ambiente odoroso di biancheria, levata allora allora di fra le mele cotogne e lo spigo.
"Ecco qui", ribatt il sor Cosimo, "noi non si fa complimenti; un po'di minestra, un po'di lessuccio, du'altri gingilli come il solito, e s' finito." Si segn e recit il " Benedicite" .
Il bambino, che appena entrato in salotto era rimasto a bocca aperta guardandosi d'intorno, quando ebbe visto i preparativi tutti e specialmente una tavola in disparte tutta piena di crostini, dolci e bottiglie, non pot pi reggere, e, rivolgendosi a me, url battendo le mani sulla tavola:
"O Dio, bene! Guardate, oggi che ci siete voi, quanta bella roba c'!".
Il signor Cosimo gli lasci andare un calcio di sotto la tavola, che per fortuna non lo prese; ma fra i commensali si sparse istantaneamente un silenzio glaciale.
Le donne sospirarono; gli uomini rimasero a guardare il bambino con due occhi da incenerirlo, e io mi voltai al signor Cosimo a domandargli che cosa il bambino aveva detto. Il mio stratagemma riusc perfettamente, e tutte le fisionomie erano gi rasserenate quando comparve Gostino in maniche di camicia a mettere in tavola la zuppiera.
La signora Flavia lo chiam subito e gli disse qualche cosa all'orecchio. Al fritto Gostino torn con la cacciatora e col cappello in capo. La signora Flavia lo chiam di nuovo, e quando torn col lesso comparve senza cappello. interrogando con gli occhi la padrona come per domandarle: "Ora va bene?". La signora Flavia gli rispose di s col capo; ma il signor Cosimo gli disse con un'altra occhiata che quelle cose avrebbe dovuto saperle da s. Gostino con una spallucciata gli fece capire che l'avevan seccato, e mi disse che pigliassi un altro po'di pollo.
Questa gentilezza di Gostino fu il segnale dell'attacco. Il vino aveva cominciato a rallegrare la comitiva e pi che altri il sor Cosimo. Un contadino venne a dire che al paretaio del signor Cappellano avevano fatto un tiro di sette frusoni, per cui anch'egli rallegr il suo umore, e mi trovai investito allora in pieno dalla spaventosa valanga delle cortesie di cotesta buona gente.
Gostino mise a sdrucciolo il piatto del pollo sul mio, e gi una frana di ciccia da sfamare un can da pagliaio, fatta rovinare dalla forchetta del sor Cosimo e da una gran manata del Cappellano nel gomito di Gostino.
"Non lo finisco."
"Senza pane, permio!"
" impossibile."
"Dunque  segno che il pollo non gli piace!" E gi, anche una targa di manzo. E bisogn che mangiassi ogni cosa, tormentato a doppio dal pensiero che ancora non s'era a nulla! Infatti cominci subito la succulenta dinastia degli umidi. Sette ne comparvero! Due di pollo; uno di vitella di latte; due di carne grossa; uno d'animelle, e l'ultimo di tacchino coi maccheroni... Scoppiavo!... E bisogn assaggiarli tutti!... tutti! Quello bisogn prenderlo perch era col cavol fiore, una primizia! quell'altro perch se no si sarebbe guastata la relazione; questo perch  con gli spinaci che ora sono una rarit; quest'altro perch ci ha fatto la salsa la signora Olimpia... Dio signore! non ne posso pi. E crepavo di ripienezza e di caldo, e, come se tutto il resto non bastasse, le mosche insistenti dell'autunno mi finivano di conciare impaniandomisi al sudore che mi colava a gore gi per le gote!... E il sor Cosimo, sempre pi feroce, m'assaliva con una cucchiaiata d'erba perch era roba leggiera, e il prete con una stiappa di ciccia che mi buttava nel piatto da lontano; e in quel tempo Gostino badava a predicarmi di dietro che non mangiavo nulla, e la signora Flavia a lamentarsi che non mi fosse piaciuto il desinare!
"Ecco l'arrosto! ora siamo in fondo; coraggio!" Ma coll'arrosto cominciarono le bottiglie. Il prete n'agguant per il collo una di vin santo, il sor Cosimo una d'aleatico e Gostino una di vermtte spumante.
"Aspettate! no... no... aspettate, Gostino!", gridavano le donne parandosi coi tovaglioli. E il sor Cosimo, posato l'aleatico:
"Ah! permio!", esclam, "qua, qua, mi ricordo dell'altra volta. Guardi", volgendosi a me, "guardi che chiosa nel soffitto. Ora sentir che lavoro  questo. Qua, qua, Gostino, la voglio stappare da me".
Il sor Cosimo in piedi, con la bottiglia spianata, cercava un posto nella stanza dove rivolgerne impunemente la bocca, ma non lo trovava. Su c'era il soffitto dipinto; gi la stoia nova; di faccia le donne che s'eran buttate il tovagliolo in capo e si tappavano gli orecchi con le dita; a destra il prete e la credenza bona...
"Alla finestra, sor padrone!", gli grid Gostino.
"Bravo Gostino!" E and alla finestra dove, dopo che ebbe lavorato un pezzo, adagio adagio e colla massima precauzione, si sent a un tratto un gran:
"Giurammio! o come mai?...". E per assicurarsi meglio continu a mandare in su col dito pollice il tappo che finalmente casc a piombo ai piedi del boia come la testa d'un decapitato.
"Un'altra, Gostino; subito!" E quell'altra venne; ma appena tagliato lo spago, fu una catastrofe. Il vino schizz via soffiando come un gatto arrabbiato; e il sor Cosimo che girava in tondo per scansare ogni cosa, infradici invece ogni cosa, fra i sagrati del Cappellano che aveva avuto una zaffata nella nuca e gli strepiti delle donne che s'eran ficcate col capo sotto la tovaglia.
"Un'altra, Gostino!"
"Cosimo, per carit!...", esclamaron le donne.
"Mi parete diventato un ragazzo!", brontol don Paolo. Ma il sor Cosimo ormai, visto compromesso il suo decoro di enologo premiato da se stesso alla mostra che fecero per la fiera anno di l, voleva andare in fondo, e ci arriv finalmente con onore. Gostino port una terza bottiglia, la quale lavor stupendamente, e la pace fu ristabilita.
Ma la tempesta delle gentilezze si scaten addosso pi furibonda che mai dopo il buonumore suscitato nei miei aggressori dalla riuscita dell'ultima bottiglia. Mi trovai il piatto pieno a cupola di uccelli che mi piovevan da tutte le parti; e uno me ne tir nel viso il bambino fra le risate dei parenti che restarono sorpresi dello spirito di quel ragazzo. E anche quelli mi tocc mangiarli!...
"Senza pane!"
"Sissignore; accidenti a'fornai!", dissi ridendo in un certo modo che doveva parere che volessi mordere. La signora Olimpia volle poi che accettassi da lei una stipaiola.
"Un uccellino di becco fine, signore", mi disse, " tanto delicato!"
"Da lei, signorina, non posso ricusarlo."
" l'ultimo!" gridai nel fondo del petto, "sacrifichiamoci per uscirne."
"Grazie, signorina; ma si accerti che faccio un gran sacrificio."
"Gliene sar riconoscente per tutta la vita." E guard sorridendo dietro alle mie spalle. Mi voltai e vidi il Cappellano che, branditi due bravieri per le zampe, rigido come la statua del Fato, me li affondava nella faccia, dicendomi freddo e arcigno:
"Questi non li rifiuter di certo. Gli ho presi io stamani, e freschi e grassi cos, lei a Firenze non li trova; o, se li trova, per meno di quattro palanche l'uno non glieli dnno".
Me li pos nel piatto e rimase a guardarmi con gli occhi stralunati da un accesso di simpatia avvantaggiata dall'ultimo bicchiere d'aleatico, che secondo me, cominciava a lavorare a vele gonfie.
Poi venne l'insalata coll'ova sode, poi le frutta, poi i dolci, poi altre bottiglie, eppoi... perdio! fu finita. Ma credo che anche i miei vincitori avessero poco da cantar vittoria. Era uno sbracalo generale di calzoni, di panciotti e di fascette: sbuffate da tutte le parti e ceffi infiammati e occhi rossi, tranne la signora Olimpia, la quale, vivendo tutta di spirito, s'era mantenuta inalterata, posando sempre in attitudini soavi e mostrando qualche volta, nei momenti pi ser, una gentile piet per la mia posizione.
E i nostri discorsi durante il pranzo? Nulla! Fu una lotta sorda e continua di offerte, di repulse e di nuove offerte; di "pigli" e di "grazie"; di "lei non mangia, lei non beve", e di risa sgangherate tutte le volte che avevano inventato un nuovo tranello per farmi scoppiare.
"Le poesie, Olimpia, le poesie!", url il signor Cosimo alla sorella, "il sonetto del Calamai!"
Io mi volsi subito alla signora Olimpia per leggerle negli occhi la gravit di quello che mi minacciava; e la vidi atteggiata a una espressione che mi fece pena. La signora Flavia mi dest lo stesso sentimento e perfino nella faccia del bambino mi parve di scorgere qualche cosa che sapeva di paura. Guardavano tutti il signor Cosimo in aria pietosamente interrogativa, eppoi si volgevano in un punto verso il fondo della tavola, alla sua destra.
In quel tempo il signor Cosimo chiam con voce alterata Gostino, il quale comparve con due contadini, che, agguantato don Paolo sotto le braccia, lo trascinarono quasi di peso fuori della stanza. Io m'alzai di scatto per prestarmi in aiuto; ma il sor Cosimo mi trattenne dicendomi in aria mista di dolore e d'umiliazione che non mi spaventassi perch era cosa consueta.
"Fra un paio d'ore non  altro. Insulti di core. Quando lui s'aggrava un po'di cibo..."
"Ma perch non cerca di moderarsi?" Il sor Cosimo si rinsacc nelle spalle.
"E gli accade spesso?", domandai.
"Tutti i giorni, povero zio!", mi rispose la signora Olimpia. "Ah!  un grand'incomodo quello!"
"E il medico che dice?"
"Ah!", esclam il sor Cosimo. "Giusto! lei lo conosce quel... quel... Il medico ride, glielo dico io quel che dice il medico: il medico ride; e quando si mand a chiamare la seconda volta per una di queste solite mancanze, dopo che gli ho fatto avere io la condotta, io capisce? io gliel'ho fatta avere! ebbe l'" audacit"  di dire a quel pover'omo: "Cappellano, un'altra volta l'annacqui". Ha capito cosa dice il medico? Ma in casa mia non ci ha messo pi piede, e spero bene... eh, Flavia?"
Gostino venne a dire qualche cosa nell'orecchio al padrone, il quale gli rispose indispettito che ci buttasse un po'di segatura, che ci ripulisse subito e la facesse finita.
"Ooooh! allora allegri, perch tanto non  nulla, Flavia, il caff dove ce lo di? qui o nell'orto?"
"Lasceremo decidere al signore."
"Nell'orto, nell'orto!", dissi subito io, desideroso d'uscire da quelle strette e di godermi una boccata d'aria autunnale, tanto pi che, a maggior contrasto col mio compassionevole stato di prigioniero, era una giornata incantevole. E da due ore invidiavo i fringuelli del paretaio, che si sentivano nel poggio di faccia tirare i loro versi boscherecci, e le lodole di passo che trillando si allontanavano gi nella caligine del piano dalla parte di mezzogiorno.
Il signor Cosimo si allontan dicendomi che tornava subito. La signora Flavia corse dietro a Gostino che era venuto a chiederle le chiavi della legnaia; il ragazzo s'era addormentato attraverso a due seggiole, e anche la signora Olimpia mi lasci frettolosamente, dicendomi che una forte necessit la costringeva ad allontanarsi.
Ma io non connettevo quasi pi. Gonfio come un rospo e con un cerchio di ferro alla testa, accesi un sigaro, allungai le gambe sotto la tavola, e mi lasciai andare col capo all'indietro sulla spalliera della seggiola, dove avrei schiacciato tanto volentieri un pisolino, perch proprio ero fatto. Quando sentii una gran strappata al campanello che avevo suonato io la mattina arrivando, e i miei ospiti, meno don Paolo, tornarono di corsa nella stanza, annunziandomi che c'era que'signori al cancello dell'orto e che bisognava andargli incontro.
"Vengo, vengo subito", dissi quasi in sogno; e mi mossi automaticamente dietro a'miei ospiti. Gostino s'avvi di corsa ad aprire, e vidi venire avanti, su pel viale, un gruppo sciamannato di cinque persone, tre preti e due secolari rossi come gallinacci, che urlavano e smanacciavano gesticolando come anime dannate, mentre una turba di ragazzi e di contadini erano rimasti di fuori, parte arrampicandosi sul cancello e parte col capo tra i ferri, a guardare a bocca aperta quello che si faceva dentro.
Il sor Cosimo mi prese per un braccio, e portandomi avanti, mi present al Proposto delle Sipole, poi al suo Cappellano e al Piovano del luogo, e da ultimo all'assessore Stelloni e al Segretario comunale.
Fummo subito condotti sotto la pergola dove i contadini avevan disposto delle sedie intorno a una tavola di pietra, e dopo poco arriv Gostino, colle maniche rimboccate perch aveva principiato a rigovernare, a portarci il caff. Pareva che la conversazione avesse dovuto continuare animatissima; ma invece si raffredd per una certa soggezione credo, che io forestiero davo a'quei signori; e fu uno stento di domande brevi e di risposte a monosillabi, finch il Segretario non entr negli affari del Comune. Prima un po'di maldicenza, eppoi tir fuori due fogli da far firmare al sor Cosimo, il quale chiese subito a Gostino il calamaio. Firm mettendosi gravemente gli occhiali, e dopo rimase qualche momento a guardare di traverso la propria firma con quell'aria dell'uomo soddisfatto che dice a chi lo sta a vedere "Ma che ne sistemo uno, io, degli affari in capo all'anno!?".
"E il vaiolo, Stelloni?"
"Pare che si " promulghi"  sempre di pi, caro signor Cosimo. E, quel che  peggio, si fa maligno", rispose lo Stelloni, tirando in su col naso e accavallando le gambe. E qui il colloquio cominci a farsi animato. E quasi che lo Stelloni con quel "promulghi" avesse gettato la prima pietra d'un grande edifizio, il Proposto delle Sipole cominci a parlare de'suoi fiori " estatici" , che lui li aveva gi messi in casa per paura delle brinate. Il suo Cappellano mi disse che lui non era " agrario" , perch limoni nell'orto non ce n'aveva mai tenuti; e lo Stelloni mi fece anche sapere che qualche anno fa andava molto a caccia, ma ora s'era fatto " astemio" , un po'perch le gambe non gli dicevano pi il vero, e un po'perch il su'cane pi bravo era rimasto " alienato"  nella vista degli occhi, pare, dal grand'umido preso in padule. Riguardo a scuole miste mi osserv che eran molto economiche; ma che a lui quel " misticismo"  di maschi e di femmine tutti insieme non gli garbava n punto n poco. Il signor Cosimo, poi, per non restare al disotto, deplor di non potermi far vedere gli scherzi " acquatici"  che aveva fatto intorno alla vasca, perch le chiavi dei " macchinismi"  le aveva nel cassettone don Paolo.
La signora Flavia ci guardava smemorata, con gli occhi tra 'l sonno, che spalancava tutte le volte che veniva pi forte il rumore de'cocci dalla cucina dov'era Gostino a rigovernare. E la signora Olimpia, forse disgustata da quella conversazione indegna di lei, girellava pel giardino, accarezzando con lo sguardo i suoi fiori, finch fermatasi davanti ad una rosa d'ogni mese, tra le cui foglie due api si abbaruffavano dolcissimamente:
"Cari insetti!", esclam.

"E suggendo un breve istante
Ora questo, ora quel fiore,
Nauseata, disprezzante...
Ahi! dicea..."

"Sempre poetessa la signora Olimpia", grid il Proposto delle Sipole, "sempre poetessa! Son suoi cotesti versi, signora Olimpia, son suoi?"
"Ora poi, Olimpia, non se n'esce, se no si fa tardi", salt fuori il sor Cosimo. "Il sonetto del Calamai, e subito, perch quello  una bellezza..."
" una meraviglia", osserv il Proposto. "E io, guardi, l'ho qui... l'ho tutto qui, che lo ridirei come se l'avessi davanti stampato... Non n'ho sentiti altri!

Gioisci, o giovin garzon: t'attende intanto
Il divin Paracleto..."

"Ah! perdio!..."
"Bacco!"
Il Proposto delle Sipole dette un'occhiata in tralice al Cappellano; e la signora Olimpia si preparava a dire il sospirato sonetto, quando s'affacci all'uscio di casa don Paolo con gli abiti, le braccia, la bocca, gli occhi, i capelli e ogni cosa a grondaia, che si ferm sulla soglia a guardare fisso in terra.
Tutti gli andammo incontro a congratularci e a domandargli come stava...
"Cre, signori miei, cre." E si portava le mani alla parte sinistra del petto, strizzando gli occhi e accennando a bocca stravolta come una puntura che gli levava il respiro. E:
"Alla tesa, Cosimo, hanno fatto altro?".
"Altri cinque, don Paolo!", grid Gostino di cucina.
"Cinque? Dunque siamo arrivati a quindici oggi!", grid don Paolo, rianimandosi come per incanto. "Gostino, la mazza e il cappello."
Il sor Cosimo ci fece d'occhio per dirci che bisognava andare alla tesa anche noi; un'attenzione che sarebbe stata graditissima al suo fratello. Ma i tre preti, adducendo che fra poco sarebbe sonato a vespro, si disimpegnarono bravamente, e andammo noi quattro: il sor Cosimo, il Segretario, l'assessore Stelloni e io, con gran compiacenza di don Paolo, il quale, precedendoci a sbalzelloni, mi raccontava che aveva fatto serbare un bel frusone maschio pel Priore di San Gaggio e che io gli avrei fatto il favore di portarglielo.
Ma il tempo passava, eran gi sonate le tre; alle sei il treno partiva, dal paese alla stazione c'eran tre quarti d'ora e io volevo, volevo in tutti i modi stare un po'col mio amico dottore, volevo sentire quel che aveva da dirmi, volevo rinfrescarmi l'anima nei ricordi della nostra giovinezza, volevo, sopra tutto, liberarmi da quella tortura che da qui avanti cominciava un po'troppo a passare la parte.
"Io... signor Cosimo, mi scusi, ma ho necessit di arrivare in paese."
"Le occorre qualche cosa?"
"S... non ho pi sigari."
"Eccogliene mezzo!", mi disse a bruciapelo l'assessore Stelloni.
"Ma... avrei anche da scrivere una cartolina..."
"Badi", osserv il Segretario, "che ora l'appalto lo troverebbe chiuso."
"Gliela do io, e la scrive ora quando si torna a casa", mi disse il sor Cosimo.
Era inutile! Dirgli che avevo un appuntamento col medico era lo stesso che tirare uno schiaffo ai padroni di casa.
"Andiamo alla tesa. Ma se non dispiacesse a questi signori, vorrei far presto."
"In una mezz'ora si va, si sta e si torna", disse don Paolo. E su, come pecore dietro a lui che, rimettendosi a vista d'occhio dell'insulto di cuore, animato dalla sua passione, ci faceva sfiatare su per una viottola tutta sassi e ripida come un calvario.
Al capanno accadde una scena violenta perch trovammo il tenditore addormentato. Si stette l una mezz'ora senza prender nulla, in tempo che don Paolo, senza mai levar gli occhi dal finestrino e dicendo ogni tanto: "Zitti, ecco roba!", non si chet mai a raccontarci sotto voce tutti gli importantissimi perfezionamenti che aveva introdotti nel suo paretaio, e finalmente, quando Dio volle, si venne via.
Ma non tornammo diritti a casa, perch il sor Cosimo volle farmi vedere la coltivazione nuova, eppoi il bosco disfatto; e di l don Paolo volle passare dal paretaio vecchio per farmi fare il confronto con quello nuovo. Lo Stelloni, per quattro passi di pi volle che arrivassimo in cima al poggio per farmi vedere di lass la sua casa; e chi sa dove diavolo m'avrebbero menato, se le campane benedette non cominciavano a sonare a vespro fitte fitte.
E allora tutti gi a gran furia, perch senza il sor Cosimo e senza lo Stelloni, in coro non avrebbero neanche principiato. A casa bisogn ribere; le donne ci aspettavano gi preparate; Gostino domand per che ora doveva esser pronta la cavalla, e andammo al vespro a passo rinforzato perch s'era fatto tardi.
Nell'attraversare la piazza, in mezzo al gruppo dei miei ricattatori, avendo a braccetto la signora Olimpia, vidi da lontano il medico sulla farmacia, che mi faceva cenno come per domandarmi:
"O dunque?".
Io gliene feci un altro come per rispondergli:
"Non so se mi spiego!".
Scosse la testa sorridendo e riprese la conversazione interrotta con un contadino che gli sedeva accanto.
In coro mi piantarono nel posto d'onore in mezzo al gruppo dei cantori, e l sbercia che ti sbercio, e zaffate d'aglio stanto, e urli a bruciapelo, che parevan legnate nelle tempie. E anch'io in mezzo a quegli energumeni, cominciai a boccheggiare dietro ai cantori, tanto per dare un po'di soddisfazione ai contadini che a occhi sgranati, in giro in giro al leggo, stavano a guardarmi senza batter ciglio, aspettandosi di certo da me qualche cosa di strepitoso come, in quella occasione, avrebbe dovuto fare un forestiero per bene. Ma ero fioco in verit, e anche il sor Cosimo mi tenne scusato quando rifiutai di entrare terzo con lui e lo Stelloni nelle antifone.
E i miei ammiratori devono esser restati male sul serio allorch, stando sempre a guardarmi dopo che era finito ogni cosa, mi videro sfilare con gli altri in canonica, dove il Piovano volle per forza, se no se ne sarebbe avuto per male, che si pigliasse un dito d'aleatico.
Il Proposto delle Sipole attacc la briscola con tre contadini, e noi ci movemmo per venircene...
"A meno che", mi disse il sor Cosimo, piantandomisi in faccia a squadrarmi con occhi supplichevoli, "a meno che per una nottata, lei non voglia...".
"E impossibile!" E lo dissi con tanta forza che dopo me ne rincrebbe, perch a questo rifiuto che gli tirai in faccia come un insulto, rimase l mogio mogio senza alitare.
"Non credevo... d'averlo offeso... mi scusi."
Povero diavolo! aveva ragione. Gli feci due carezze scherzevoli, e mi ci volle poco a rimettergli l'animo in pace. Infatti, appena usciti sul cimitero, si ferm al primo banco di brigidini e volle per forza empirmi le tasche, ficcandoceli da s a manate.
L'ora si faceva tarda. Attraversando di nuovo la piazza, il dottore mi salut accennandomi che ormai ci saremmo riveduti a Firenze e tirai avanti come un reo d'alto tradimento che di mezzo alla " forza"  vede i parenti e gli amici che gli tendono addolorati le braccia, e non gli  concesso n un bacio n un abbraccio prima di lasciarsi forse per sempre. Mi voltai indietro e vidi da lontano l'amico che mi diceva: "Addio, addio!".
Gostino aveva gi attaccato, e a quella vista mandai un sospiro di tale compiacenza che mi parve di sentirne subito i benefizi anche nel fisico. E veramente ne avevo bisogno perch ero in uno stato da far compassione. Non mi reggevo quasi pi ritto da quel moto ozioso e continuo di tutta la giornata; non stavo bene di stomaco e la ragione si capisce; la testa mi bruciava e me la sentivo come impiombata.
Oh! casa mia, casa mia!...
Ma il sospiro m'ebbe a restare attraverso quando, nel tempo che m'accomodavo sul calesse la signora Flavia mi si accost tranquilla tranquilla, e cominci a dirmi, stando gli altri di casa immobili a sentire:
"Ecco, giacch lei  tanto garbato, vorr farci un piacere. Guardi, qui gli ho fatto anche la noticina perch non s'abbia a scordare di nulla". E lesse alla luce del crepuscolo:
"1 " Portare da quell'occhialaio dal Canto alla Paglia gli occhiali della sora Amalia perch ci rimetta il vetro rotto..."  Gli ha in tasca Gostino e alla stazione glieli dar.
2 " Quattro metri..."  o se no sette braccia... come crede meglio... " di roba come quella del su'vestito, e mandarla gioved per il procaccia..." ".
"O della pania gliel'avete messo, Flavia?"
"Ci ho messo tutto. Ora state zitto... " per il procaccia che rimette subito fuori della porta San Frediano dove sopra c' scritto: Rimessa e stallaggio."
"O del vino?", domand il sor Cosimo.
"Eccolo qui subito:
3 " Dire allo Scatizzi vinaio di Borgognissanti"  - lei lo conoscer di certo - " che se volesse un 'altra barrocciata di quel vino, ora ci sarebbe" ".
"Ma dunque della pania e del frusone ve ne siete scordata!", disse impaziente don Paolo.
"Eccovi servito anche voi:
4 " Tre libbre di pania da quello in quella traversa di via Calzaioli che va in Ghetto..."  Il pentolo l'avete messo in cassetta, Gostino?".
"Sissignora; ma si spiccino, se no si fa tardi."
"5 " Un frusone da portarsi al Priore di San Gaggio."  L'avete preso, Gostino?"
"Padron Paolo, s.  l sotto legato alla sala."
"E me lo saluti, sa?", mi disse don Paolo; "e glielo dica che io n'ho presi quindici oggi, e che mi mandi a dire che cosa fanno a quelle tese laggi."
"E qui", disse la signora Flavia, accennandomi un fagotto voluminoso dietro al calesse, "qui gli ci ho messo un po'd'insalata di campo, che lei ha detto dianzi che anche a casa sua gli piaceva tanto."
"Ma io... veramente... Grazie, signora Flavia... grazie, signori..."
"E questo", accostandomisi la signorina Olimpia, "questo vorr tenerlo per mio ricordo." E mi consegn un foglio piegato in quattro, stringendomi con tre scosse la mano, e: "Buon viaggio!...".
"Salute, salute, signori!..."
"Arrivederlo."
"Buon viaggio."
"Si ricordi di noi."
"Ci compatisca."
"Torni presto..."
"Salute, signori, salute!"
Gostino dette un pizzocotto alla cavalla, e via di galoppo.
"Aaaah! Come va, Gostino?"
"Come vl che vada? Dieci lire al mese, eppoi vorrebbano anco la pelle, Dio " der"  Cielo!"
"Bella serata!"
"Il tempo  bono, sissignore."
Appena fuori del paese, detti un'occhiata al ricordo della signorina Olimpia, e lasciai libero il petto a una di quelle risate capaci di rimettere a nuovo un cristiano. Era l'autografo del sonetto di quando vestirono abate il figliolo del Calamai.

FINE



Note:

[1] bertuelli: specie di reti da pesca, formate a guisa di sacco con strozzature, dalle quali il pesce entrato non trova pi la via per uscire.
[2] forcino: pertica di legno, terminata in una delle due estremit da una forcella metallica, perch, incontrando le radiche di piante palustri, non si sprofondi nel fango, la quale serve a spingere e guidare le piccole barche.
[3] paglilo: fondo del barchino.
[4] pinsacchio: uccello palustre.
[5] abusato: sconcertato.
[6] far cavare il sonetto, equivale a far comporre versi satirici.
[7] rintoppai: incontrai.
[8] pollino: chiamansi pollini quei luoghi di padule dove alcune masse di detriti vegetali si formano compatte, galleggianti e pericolosissime, perch facilmente si sfondano sotto i passi del mal pratico e dell'imprudente che su quelle si avventura.
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