STORIA DEI PRESIDENTI AMERICANI
di MARIO FRANCINI
ENCICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITA DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI MARILENA MARCHINI
INDICE:
Introduzione
George Washington
John Adams
Thomas Jefferson
James Madison
James Monroe
John Quincy Adams
Andrew Jackson
Martin Van Buren
William Henry Harrison
John Tyler
James Knox Polk
Zachary Taylor
Millard Fillmore
Franklin Pierce
James Buchanan
Abraham Lincoln
Andrew Johnson
Ulysses Simpson Grant
Rutherford Birchard Hayes
James Abram Garfield
Chester Alan Arthur
Grover Cleveland
Benjamin Harrison
William McKinley
Theodore Roosevelt
William Howard Taft
Woodrow Wilson
Warren Gamaliel Harding
Calvin Coolidge
Herbert Clark Hoover
Franklin Delano Roosevelt
Harry Spencer Truman
Dwight David Eisenhower
John Fitzgerald Kennedy
Lyndon Baines Johnson
Richard Milhous Nixon
Gerald Rudolph Ford
James Earl Carter
Ronald Wilson Reagan
George Bush
William Jefferson (Bill) Clinton
Cronologia

INTRODUZIONE
All'epoca di F. D. Roosevelt un giornalista defin il presidente
come l'unico dittatore della storia dell'umanit che sia stato eletto
con un voto popolare. Come tutte le frasi a effetto anche questa 
bugiarda: tutta la struttura istituzionale degli Stati Uniti  costruita
in modo da impedire al presidente di diventare un dittatore. Basti
pensare al perfido meccanismo delle elezioni di mezzo termine,
ideate nell'intento di rendere pi difficile l'itinerario presidenziale
mettendone in discussione - dopo appena due anni dall'elezione -
la maggioranza parlamentare.
Sono stati 41 i presidenti che in poco pi di due secoli si sono avvi-
cendati al vertice del potere degli Stati Uniti. Alcuni sono stati dei
veri protagonisti della storia, non soltanto nel loro paese, altri delle
figure secondarie, portate alla ribalta da momentanee ventate di po-
polarit e che non hanno lasciato tracce durature del loro passaggio.
Di tutti, questo libretto traccia un profilo, nell'intento di chiarire 
in quale modo ciascuno ha recato il proprio contributo per dare al pro-
prio paese quel ruolo che oggi occupa nel mondo.
A una domanda preventiva, tuttavia, occorre dare risposta: come si
arriva alla Casa Bianca? Il sistema elettorale che conduce alla presi-
denza, infatti,  assolutamente originale: si tratta di un meccanismo
assai complesso nel quale, contrariamente a quanto avviene altrove,
il peso dei partiti  marginale rispetto a quello che assume l'immagine 
del candidato. Secondo alcuni osservatori tale sistema non  immune 
da mende: se nel passato  gi accaduto che personaggi di scarso 
spessore sono arrivati alla Casa Bianca sull'onda di una popolarit 
momentanea, questo rischio sembra enormemente accresciuto  oggi a 
causa dell'influenza esercitata sugli elettori dalla televisione. 
Ai ragazzi americani si insegna che ogni cittadino pu diventare 
presidente, allo stesso modo in cui ogni soldato di Napoleone sapeva 
di avere a portata di mano il bastone di maresciallo.
L'esperienza dice che ci pu essere stato vero, in parte, nel passato.
Sta di fatto tuttavia che pu essere vero a meno di non essere di pel-
le nera o, ad esempio, di sesso femminile: la presidenza sembra
maggiormente a portata di mano di chi  di pelle bianca, ha ascen-
denze di tipo anglosassone ed  di religione protestante.  
Ufficialmente la corsa verso la Casa Bianca dura un anno, anche se
in pratica i tempi tendono ad allungarsi. Cominciamo dai partiti,
che operano in maniera permanente a livello dei vari Stati del-
l'Unione e che a livello federale conoscono il momento pi alto di
aggregazione con la quadriennale convenzione (Congresso) nazionale, 
quando si riunisce nell'imminenza delle elezioni per designare
il ticket, ossia il nome del candidato del partito per la presidenza 
e di quello per la vice presidenza.
Bench le convenzioni nazionali richiamino migliaia di persone,
soltanto i delegati di ciascuno Stato hanno il diritto di votare per
questa duplice scelta. La designazione dei delegati statali pu avve-
nire con una convenzione celebrata localmente oppure con le elezioni 
primarie, che si svolgono sotto il controllo dello Stato. Ogni
delegazione  vincolata a proporre il candidato scelto dallo Stato
ma pu riversare i suoi voti, in sede di convenzione nazionale, sul
candidato che alla fine si tenter di far prevalere e il cui programma
(la piattaforma elettorale) appare preferibile. Si comincia con l'ap-
pello delle varie delegazioni che, in base ad un ordine prestabilito
per sorteggio, propongono i vari candidati, ciascuno dei quali difen-
der la propria candidatura. Con votazioni successive si procede
all'aggregazione dei voti e alla scelta del candidato ufficiale, che a
quel punto diventa leader del partito (per restare tale, in caso di ele-
zione, per quattro anni). Questa fase pu essere laboriosa: in certi
casi sono stati necessari un centinaio di ballottaggi per giungere alla
designazione del supercandidato. La stessa procedura vale per in-
dividuare il candidato alla vice presidenza.
Anche le modalit dell'elezione presentano caratteristiche particolari: 
bench gli elettori vengano invitati a votare il ticket, essi in pratica
concorrono all'elezione del collegio elettorale i cui grandi elet-
tori sono in numero proporzionale alla popolazione dei singoli Sta-
ti. Paradossalmente il numero dei suffragi diretti conquistati dai sin-
goli candidati pu essere meno importante, agli effetti del risultato
finale, di quello dei collegi elettorali effettivamente acquisiti con-
quistando ogni singolo Stato e specialmente quelli col collegio pi
pesante. L'elezione presidenziale  ufficializzata proprio dopo che il
collegio elettorale l'avr proclamata e questa  la ragione per la
quale il nuovo presidente, eletto la prima domenica di novembre,
non entra in carica che a gennaio: all'epoca in cui le comunicazioni
erano lente e laboriose occorreva dar tempo ai grandi elettori di
giungere a Washington, magari attraversando tutta l'America.
Oggi i tempi potrebbero essere drasticamente ridotti, ma anche le
istituzioni americane hanno delle tradizioni da rispettare.

George Washington.
Fu eletto presidente nel 1789, il 16 aprile, bench avesse fatto sa-
pere di non sentirsi attratto dal nuovo prestigioso incarico, e che
anzi l'ipotesi gli provocava un'ombra cupa nella mente. Da sei
anni George Washington aveva lasciato l'incarico di comandante
supremo e si era ritirato nella sua casa di Mount Vernon per ripren-
dere la vita che maggiormente amava, quella del gentiluomo di cam-
pagna. Non aveva abbandonato del tutto la vita pubblica, tuttavia, e
quando la Convenzione si riun a Filadelfia per redigere la Costitu-
zione era stato chiamato a presiedere l'Assemblea. Il suo prestigio
era indiscusso. Mentre la maggior parte dei padri della patria che
avevano guidato la rivoluzione ed avevano portato le tredici colonie
all'indipendenza erano ormai invischiati nel dibattito politico che si
era fatto assai aspro, il suo era rimasto l'unico nome al di sopra delle
parti e al di fuori della mischia. Ora, per la terza volta, il paese face-
va di nuovo appello a lui e sebbene diffidasse dell'insidioso terreno
della politica, egli non si ritrasse. Sal su una diligenza e si diresse
verso New York, che allora era la capitale.
Giur sulla Bibbia (e da allora tutti i presidenti l'avrebbero fatto) il
30 aprile, cinque giorni prima che a Versailles si inaugurasse la ses-
sione degli Stati generali. La cerimonia fu tenuta in Wall Street, nel
luogo che oggi  ricordato da una sua statua, alla presenza di una
gran folla festante. Aveva 57 anni e gliene restavano ancora dieci da
vivere.
Era nato nel 1732 a Bridges Creeck, in Virginia, ed era uno dei figli
di un agiato possidente che era morto quando egli aveva appena do-
dici anni. Alla sua educazione provvidero la madre, Mary Ball, e il
fratellastro Lawrence, che il padre aveva avuto da un precedente
matrimonio. Consegu un diploma di agrimensore (geometra), nella
fondata speranza di assicurarsi un avvenire sicuro in un paese im-
menso che aspettava di essere colonizzato. A 17 anni gi era in gra-
do di guadagnarsi da vivere; tre anni dopo si era comprato una pro-
priet, ma la prematura morte del fratellastro - cui era stato legato
come a un padre - gli permise di ereditare la tenuta di famiglia,
Mount Vernon.
Avrebbe potuto limitarsi ad amministrare la piantagione ma a
vent'anni aveva voglia di muoversi e si arruol come volontario nella
milizia della Virginia, che gli inglesi impiegavano per difendere le
colonie americane dagli attacchi degli indiani e dei francesi del Ca-
nada. Come membro di una ricca famiglia di possidenti ottenne di
essere arruolato col grado di maggiore. A chi obiett che era troppo
giovane per un grado cos alto fu risposto che tutti i Washington
nascono vecchi. Non si sa se l'aneddoto sia vero o se faccia parte
della glorificazione successiva,  certo tuttavia che dimostr presto
di essere pi maturo di quanto l'et lasciasse presumere: divenne ra-
pidamente un esperto della guerriglia e un ottimo conoscitore di uo-
mini. Quando arriv dall'Inghilterra il generale Edward Braddock
con due reggimenti di giubbe rosse fu nominato aiutante di campo.
I biografi concordano nell'affermare che questa esperienza fu pre-
ziosa per George Washington non tanto per fare di lui un soldato di
professione quanto per renderlo consapevole della differenza del
suo essere e sentirsi americano. Pur educato a considerare l'Inghil-
terra come la lontana madre patria (il luogo dal quale veniva la cul-
tura, la raffinatezza e perfino l'arte militare), fu costretto a notare 
la presunzione e l'alterigia con la quale Braddock e i suoi ufficiali 
trattavano i virginiani.
Era il momento adatto per una scoperta del genere: serpeggiava
tra la gente delle colonie d'America un vivo risentimento verso la
politica inglese.  vero che i virginiani non brillavano per disciplina
e mancavano di raffinatezza, ma negli scontri armati non erano certo 
secondi agli inglesi. Quando Braddock fu ferito, Washington fu tra i 
pochi capaci di organizzare la retroguardia per coprire il ripie-
gamento, dopo aver portato lontano dalla prima linea il generale morente.
Mentre le giubbe rosse si ritiravano a Filadelfia, l'assemblea del-
la Virginia affid a lui la difesa dei 560 chilometri della frontiera, 
insidiati dai soliti francesi e dalle frecce degli indiani: gli dettero 
mille uomini e il grado di colonnello. Non male per un giovanotto di 23
anni, anche se egli era ormai un esperto militare, sapeva comandare
e farsi rispettare, e conosceva ottimamente la tattica delle imboscate.
Terminata la guerra con la Francia, Washington torn a Mount Vernon. 
Ora aveva anche una moglie, Martha Dandridge, vedova di un ufficiale. 
Ella gli port in dote due figli e un'immensa propriet terriera. 
Dal 1759 al 1775, l'ormai ex colonnello George Washington si dedic 
interamente all'agricoltura: coltivava tabacco, granturco e grano: 
disponeva di 900 braccianti e di questi almeno 300 erano schiavi negri. 
Sembra che come uomo d'affari sapesse il fatto suo e a dimostrarlo 
c' il fatto che alla sua morte il patrimonio venne calcolato in oltre 
un milione di dollari. Ci non significa che non sapesse godersi la vita. 
Viene anzi descritto come un gaudente, un impenitente ballerino, un 
forte bevitore, giocatore di carte, entusiasta della caccia alla volpe 
e delle corse dei cavalli. Si dice anche che avesse dei figli 
illegittimi nati dalle schiave delle sue piantagioni.
Eletto al Parlamento della Virginia fece a lungo la spola tra Mount
Vernon e Williamsburg, la capitale, dando il proprio contributo alla
buona amministrazione della colonia. Fu qui che conobbe, tra gli altri, 
Thomas Jefferson e che partecip ai primi dibattiti sulla crisi tra
l'Inghilterra e le colonie d'America che si stava facendo pi acuta. 
I nostri padroni inglesi non saranno soddisfatti finch non avranno
privato l'America di ogni libert, e allora mi sembra necessario fare
qualcosa per mantenere quella libert che abbiamo ereditato dai
nostri padri, si legge in una sua lettera dell'epoca. Non era un poli-
tico e non sapeva fare discorsi eloquenti, ma era deciso: Nessuno
deve farsi scrupolo di usare le armi per difendere un bene tanto pre-
zioso come la libert.
E quando gli inglesi chiusero il porto di Boston dopo che un gruppo 
di coloni ebbe gettato in mare un carico di t giunto dall'Inghilterra, 
fu tra i deputati virginiani che votarono a favore e si schierarono 
dalla parte della citt e del Massachusetts. Si disse addirittura
pronto ad arruolare mille uomini a proprie spese per accorrere in
soccorso di Boston.
Era il fatidico 1774: la rivolta americana contro gli inglesi era co-
minciata. Washington fu tra i membri del Congresso continentale di
Filadelfia, dove si present indossando la vecchia uniforme rossa e
blu di colonnello della milizia della Virginia. A lui affidarono l'inca-
rico di comandante in capo dell'esercito rivoluzionario. Egli mise le
mani avanti avvertendo di non sentirsi all'altezza del compito ma
promise di esercitare ogni potere di cui potesse disporre per so-
stenere la gloriosa causa. Rifiut ogni compenso e chiese soltanto
un rimborso delle spese, poi salt in sella al suo cavallo baio e part
in direzione di Boston, dove migliaia di volontari erano gi accorsi.
Bench avesse alle spalle l'esperienza della milizia virginiana, la
realt che dovette fronteggiare era disperante: il suo esercito non
era che un'accozzaglia di indisciplinati ciascuno dei quali aveva sol-
tanto il fucile che si era portato da casa. Gli ufficiali non avevano 
alcuna professionalit, non c'era alcuna organizzazione e si dovette
cominciare tutto da capo, perfino organizzare una linea per i rifornimenti.
Di tutto questo gli inglesi erano pi consapevoli dello stesso Con-
gresso di Filadelfia e a conti fatti questa circostanza gioc a favore
degli americani. Convinti che sarebbe stato facile battere quelle
bande disordinate di insorti, i generali inglesi sottovalutarono Wa-
shington e il suo esercito. Egli evit per quanto possibile le battaglie
in campo aperto e impieg i suoi uomini in agguati e attacchi di sor-
presa. A Filadelfia il Congresso scalpitava, chiedeva di concludere
la guerra rapidamente, ma Washington era un temporeggiatore che
aspettava il momento favorevole per colpire e, pur subendo alcuni
rovesci, quando colpiva lo faceva bene. Alla fine gli inglesi furono
costretti a rispettarlo e temerlo. La vecchia volpe, lo chiamavano.
Per sette lunghi anni, da Valley Forge a Yorktown, tra sacrifici e
privazioni, Washington riusc a tenere insieme l'armata del popolo
contro le bene addestrate truppe del generale inglese lord Cornwal-
lis. Tra i suoi ufficiali superiori c'erano Knox, un libraio di Boston
Marion, un piantatore, Cowpens, un conducente di cavalli, Wayne,
un contadino e Green, un maniscalco.
Il 19 ottobre 1781, con l'aiuto di una squadra navale francese, co-
strinse alla resa l'ammiraglio Cornwallis: il popolo delle ex colonie
inglesi d'America era libero e si era guadagnato il diritto all'autogo-
verno. Pochi giorni dopo, all'uso delle legioni romane, una delega-
zione di ufficiali si present a Washington per offrirgli la corona del-
la nuova nazione. Sbigottito ed offeso li cacci dalla tenda minac-
ciando di farli fucilare. Io ho preso la spada per liberare il mio 
paese, disse, non per rendermene padrone.
Senza indugio si present al Congresso per riferire di aver portato
a termine l'incarico che gli era stato affidato, quindi ripart per
Mount Vernon dove riprese, come Cincinnato, la sua vita di agri-
coltore. Fino al 1787, quando la Convenzione costituzionale si riu-
n a Filadelfia ed egli fu chiamato a presiedere l'assemblea. Invano
sper che, al termine dei lavori, l'avrebbero lasciato in pace. Eleg-
gendolo alla presidenza i padri della patria gli chiesero un ultimo
contributo: creare il governo federale. Ancora una volta c'era tutto
da fare ex novo e ogni sua decisione divenne un precedente cui rifarsi. 
A cominciare dal titolo col quale ci si doveva rivolgere a lui. In un
mondo in cui la monarchia era un costante richiamo, c'era chi pensava 
che il presidente fosse una sorta di re. C'era chi lo voleva chiamare 
Maest, chi Sua graziosa altezza. Disse che ci si doveva ri-
volgere a lui nella maniera pi borghese, semplicemente Signor
presidente. E cos fu.
Alla fine del mandato lo rielessero, ma rifiut una terza elezione
perch considerava pericoloso, spieg, tenere il potere nelle mani
del medesimo uomo per troppo tempo. In realt lasci la carica
amareggiato per gli attacchi che da pi parti ormai gli venivano ri-
volti. Come aveva previsto, le insidie della palude politica rischiava-
no di travolgerlo e perfino certi amici minacciavano di voltargli le
spalle, forse gelosi della sua popolarit.
Prima di tornare a Mount Vernon, il 4 marzo 1797 si rec a piedi
all'Hotel Francis, dove alloggiava John Adams, il suo successore,
per un saluto di omaggio. La gente lo riconobbe e lo segu in religio-
so silenzio.
Il 14 dicembre 1799, verso le 10 di sera, dopo due giorni di laringite
acuta, spir, in perfetta coscienza. Aveva rifiutato lo stipendio che
gli era stato concesso come presidente e per mantenersi durante i
due mandati aveva venduto parte della propriet. Non volle vende-
re per nemmeno uno dei suoi schiavi, cos come non volle mai ac-
quistarne uno: sperava che un giorno la schiavit sarebbe stata abo-
lita.
Per onorarlo gli americani dettero il suo nome alla nuova capitale,
che costruirono non lontano da Mount Vernon. E al centro della
nuova citt eressero un obelisco di marmo alto 105 metri.

John Adams
Come George Washington, anche John Adams era figlio di pro-
prietari terrieri, ma mentre Washington, come virginiano, era un
uomo del Sud, Adams rappresentava il Nord. Nacque il 30 ottobre
1735 a Braintree, un villaggio del Massachusetts, e fu educato come
un intellettuale. Frequent Harvard, che era gi il pi prestigioso
centro culturale d'America, anche se all'epoca aveva appena una
trentina di studenti e soltanto sei insegnanti. A lungo indeciso sulla
strada da prendere, fu perfino tentato di diventare un ecclesiastico e
per qualche tempo pens di fare il medico. In compenso aveva una
straordinaria capacit di apprendere e un'eccezionale facilit di 
parola. Quando a Harvard vennero organizzate delle letture pubbliche 
di Shakespeare tutti restarono incantati dalla sua esibizione:
nessuno declamava bene come lui i discorsi dei grandi personaggi.
Divent avvocato e prima dei venticinque anni era gi famoso. Il
governatore inglese di Boston gli offr un buon stipendio perch la-
vorasse per l'amministrazione ma egli aveva gi aderito al movimento 
di indipendenza e prefer non compromettersi. Divenne uno dei
principali esponenti del movimento antibritannico e all'indomani
del tea party (l'insurrezione bostoniana che port al blocco del por-
to) venne eletto tra i rappresentanti del Massachusetts al Congresso
continentale di Filadelfia.
Qui fu scelto, insieme con Thomas Jefferson, Benjamin Franklin,
Roger Sherman e Robert Livingston, per redigere il documento ufficiale 
che spiegasse i motivi che spingevano le tredici colonie a voltare 
le spalle alla madrepatria. Rendendosi conto che un testo scritto 
da un virginiano sarebbe stato pi facilmente accettato da quanti
esitavano a compiere il grave passo in solidariet col Massachusetts,
Adams propose che fosse Jefferson a scrivere la Dichiarazione di
indipendenza. Lo fece con grande abilit, dicendogli: Lo farete
voi. In primo luogo siete un virginiano ed  un virginiano che deve
sbrigare questa faccenda. In secondo luogo, io sono antipatico, so-
spetto e impopolare, mentre voi siete esattamente il contrario. In
terzo luogo, voi scrivete dieci volte meglio di me.
Era tutto vero, comprese le valutazioni sull'antipatia. Abilissimo
nel manovrare, acutissimo nell'intuire, Adams appariva troppo al di
sopra della massa per non rendersi sgradito. Nondimeno tutti i mo-
menti importanti che portarono alla nascita degli Stati Uniti si arric-
chirono del suo contributo e quando George Washington fu eletto
alla presidenza egli rest al suo fianco come vice presidente. Del re-
sto era stato lui ad aiutarlo durante la guerra, quando era riuscito ad
ottenere dalla Francia i denari necessari a sostenere le spese, cos
come poi era stato lui a condurre le trattative per la pace con l'In-
ghilterra. L'avrebbero definito l'architetto della rivoluzione e non
manc nemmeno chi parl di lui, iperbolicamente, come dell'Atlante 
della rivoluzione.
Divenne presidente (1797) mentre stava insorgendo una gravissima 
crisi con la Francia. Nell'intento di mantenere neutrali gli Stati
Uniti il governo americano aveva dato l'impressione di volersi alleare 
con l'Inghilterra contro la Francia del Direttorio. Da parte sua la
Francia reag con veemente arroganza, ordinando alle sue navi cor-
sare di danneggiare il commercio americano e brigando con la Spagna 
per stringere gli Stati Uniti in una morsa tra Canada e Florida.
La guerra fu sul punto di esplodere e il presidente Adams ebbe bisogno 
di tutta la sua abilit diplomatica per scongiurarla. Alla fine fu
talmente soddisfatto del risultato che disse di volere sulla propria
tomba questa iscrizione: Qui giace John Adams, che si assunse
nell'anno 1800, la responsabilit della pace con la Francia.
A lui spett di inaugurare l'edificio nel quale da allora in poi avreb-
bero abitato tutti i presidenti degli Stati Uniti. Ci accadde quando,
a conclusione di un serrato dibattito, fu concordato di costruire la
capitale dell'Unione nel Distretto di Columbia, un appezzamento
di dieci miglia quadrate da acquistare da piantatori e contadini tra 
il Maryland e la Virginia e da sottrarre alla giurisdizione locale per
porla sotto quella del Congresso. Fino ad allora la capitale era stata
spostata provvisoriamente in svariate localit (Filadelfia, Baltimo-
ra, Lancaster, York, Princeton, Annapolis, Trenton e New York)
ma alla fine era stato deciso che si doveva dare al governo federale
una sede definitiva. Molte citt si proposero per diventare capitali
ed alla decisione di costruire una citt nuova proprio per questa fun-
zione si giunse per non scontentare nessuno.
Alla scelta della localit, operata sulle mappe catastali (e certo
l'esperienza dell'agrimensore George Washington non rest estra-
nea a tale lavoro), si arriv dopo un compromesso tra il Nord e il
Sud dell'Unione: il Sud ottenne la capitale dopo che concesse al
Nord il giusto indennizzo per le spese sostenute durante la guerra 
rivoluzionaria, compreso il controverso compenso per l'esercito.
Quando Adams decise di procedere al trasferimento, la nuova ca-
pitale non era che un villaggio in mezzo alle foreste e alle paludi,
dove alcuni operai stavano ancora costruendo pochi edifici, un vil-
laggio in grado di accogliere i 126 impiegati che costituivano in quel
momento l'intera struttura burocratica. Era la prima volta che una
nazione si dava una capitale appositamente costruita. Quando si
rec a visitare la residenza che gli era destinata, Adams ci trov an-
cora i muratori che stavano portando a termine i lavori. Sua moglie
Abigail si limit ad osservare che, almeno per il momento, quella
che l'architetto aveva previsto come sala per le udienze sarebbe an-
data benissimo per asciugare i panni e come guardaroba.
In omaggio a George Washington, morto da pochi mesi, la capitale
ebbe il nome del primo presidente. Anche John Adams si ritir
amareggiato giacch, contrariamente alle speranze, non ottenne la
conferma per un secondo mandato e torn nella tenuta di famiglia a
Braintree, dov'era nato sessantasei anni prima. Mor nel 1826: il suo
primogenito era stato da poco eletto alla presidenza degli Stati Uniti.

Thomas Jefferson
Quando, nel corso degli umani eventi, si rende necessario a un popolo 
sciogliere i vincoli politici che lo avevano legato a un altro e 
assumere tra le potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui 
ha diritto per legge naturale e divina, un giusto rispetto per le 
opinioni dell'umanit richiede che esso renda note le cause che lo co-
stringono a tale secessione.
Noi riteniamo che le seguenti verit siano evidenti per se stesse: che 
tutti gli uomini siano stati creati uguali, che essi sono stati dotati 
dal loro Creatore di taluni inalienabili diritti, che fra questi vi 
sono la Vita, la Libert, la ricerca della Felicit...
Sarebbero sufficienti queste parole - il memorabile incipit della
Dichiarazione di indipendenza - per dare celebrit al loro autore,
Thomas Jefferson. Aveva 33 anni quando le scrisse, essendo nato il
13 aprile dell'anno 1743. Negli anni che seguirono il giorno fatidico
in cui il Congresso continentale di Filadelfia approv la Dichiara-
zione (4 luglio 1776) gli studiosi avrebbero concluso che in quel do-
cumento Jefferson non aveva messo nulla di strettamente personale
ma si era limitato a riprendere concetti gi chiariti dai philosophes
dell'illuminismo europeo. La circostanza non  rilevante: sta di fatto
che Jefferson dette voce in tono nobile e con accenti classici alle
aspirazioni di un popolo interpretandone le speranze.
Era figlio di un pioniere della Virginia, proprietario di una pianta-
gione a Shadwell, nella contea di Albemarle, ai piedi della catena
montagnosa del Blue Ridge, che all'epoca segnava la frontiera occi-
dentale delle colonie inglesi d'America. Se non si tiene presente
questo particolare si rischia di non cogliere correttamente la con-
dotta politica che Jefferson avrebbe perseguito durante tutta la sua
vita.
Suo padre era un funzionario della Corona - tra l'altro ricopr l'in-
carico di giudice di pace - ed egli ricevette la prima istruzione in 
una piccola scuola di campagna; a 14 anni gli dettero un cavallo ed 
egli raggiunse da solo Williamsburg, dove fu accolto al William and
Mary College: era la prima volta che vedeva un gruppo di case degno 
di essere definito un villaggio. Lasci la scuola a vent'anni, dopo
avervi imparato un p di tutto: leggeva ormai i classici latini e greci
nell'originale, aveva imparato il francese, l'italiano, lo spagnolo, 
la matematica, l'architettura, la musica (sapeva cantare e suonava 
ottimamente il violino) e i codici. L'esperienza maturata successiva-
mente in uno studio di avvocato gli sarebbe stata preziosa, ma la
morte del fratello lo indusse a occuparsi della propriet di famiglia.
Nel 1772 spos una ventitreenne vedova senza figli, Martha Skelton, 
dalla quale avrebbe avuto sei figli, che non superarono l'infanzia 
a eccezione di due femmine.
Seguendo l'esempio paterno divenne giudice di pace, poi fu rap-
presentante dell'assemblea della Virginia, finch nel 1775 venne
eletto al Congresso continentale, in seno al quale si impose all'at-
tenzione di tutti soprattutto come scrittore. Il ruolo svolto nella re-
dazione della Dichiarazione di indipendenza lo consacr tra i lea-
der della rivoluzione. Nel 1779 fu eletto governatore della Virginia e
dal 1784 al 1789 rappresent gli Stati Uniti in Francia. Durante que-
sto periodo comp anche un viaggio in Piemonte e in Liguria.
Rientrato in patria per un periodo di riposo fu incaricato dal presi-
dente Washington di assumere l'incarico di Segretario di Stato nel
primo governo federale. Politicamente si consider sempre il porta-
voce dei piantatori e dei pionieri del Sud e dell'Ovest e bench aves-
se proclamato la propria avversione ai partiti ( celebre una sua fra-
se: Se per andare in paradiso dovessi avere un partito rinuncerei ad
andarvi) fin fatalmente per diventare, insieme con James Madison, 
il capofila di quanti, come Alexander Hamilton, rappresentavano gli 
interessi del ceto finanziario mercantile e marittimo che aveva
il suo cuore nel Massachusetts. Quello di Jefferson e di Madison era
il gruppo federalista; non era un vero partito ma in gran parte fu
una libera federazione di partiti locali che si battevano per il de-
centramento del potere. L'abilit diplomatica di Jefferson riusc a
fare di questo gruppo eterogeneo una forza politica quando ottenne
l'adesione degli esponenti di New York che facevano capo ad Aaron
Burr, il leader dei Figli di Tammany.
Questa coalizione risult vincente sulla coalizione di Hamilton alle
presidenziali dell'anno 1800 con un curioso risultato: Jefferson e
Burr ebbero in pratica il medesimo numero di voti e spett al Con-
gresso designare tra i due il vincitore. La spunt Jefferson perch
per lui votarono i federalisti di Hamilton. Burr, che divenne vicepre-
sidente, avrebbe fatto di l a poco una brutta fine. Jefferson si adope-
r per ricucire le laceranti divisioni politiche con un messaggio inau-
gurale che rimase memorabile: Sebbene la volont della maggioranza 
debba sempre imporsi, disse tra l'altro, questa volont deve
essere ragionevole perch sia giusta. E aggiunse: Ogni diversit di
opinione non  una diversit di principi. Noi abbiamo dato nomi dif-
ferenti a fratelli nati dallo stesso principio. Noi siamo tutti repubbli-
cani; noi siamo tutti federalisti. Da allora ogni presidente si 
preoccupato di qualificarsi come interprete di tutta la nazione, pro-
blema reso pi acuto dal fatto che egli  a tutti gli effetti il capo 
del partito.
Sono tre gli episodi pi importanti che qualificarono la presidenza
di Jefferson, prolungatasi fino al 1809, ossia per due mandati. Il pri-
mo riguarda l'acquisto della Louisiana, il territorio che andava dal
Mississippi alle Montagne Rocciose e che di fatto apriva agli Stati
Uniti la porta del Far West fino al Pacifico. Le trattative con la Fran-
cia, del cui impero l'immenso territorio (assai pi vasto dello Stato
che oggi si chiama Louisiana) era propriet, erano cominciate con
un intento pi modesto: assicurare la libert di navigazione sul Mis-
sissippi al commercio americano. I diplomatici di Jefferson si offri-
rono di acquistare New Orleans e si videro offrire mezzo continen-
te: il Direttorio parigino (con Napoleone Primo console) aveva di-
sperato bisogno di fondi e bench il governo federale fosse impe-
gnato nella difficile impresa di risanare il bilancio il presidente
rispose affermativamente. La spesa fu di 14 milioni e mezzo di dol-
lari (tre centesimi per acro). Questa si sarebbe rivelata una delle pi
fortunate iniziative degli Stati Uniti ma sul momento provoc una
furibonda polemica poich la Costituzione non consentiva al presi-
dente di ingrandire il territorio dello Stato. Alla fine Jefferson ebbe
la meglio e il Congresso fin per dargli ragione. La Louisiana divent
un territorio e non uno Stato, anche se i suoi abitanti ebbero la cit-
tadinanza.
Il secondo avvenimento fu in certo modo conseguente al primo:
Jefferson incaric due ufficiali, Lewis e Clark, di guidare una spedi-
zione per esplorare il nord-ovest del paese: fu quella la prima volta
che gli americani poterono farsi un'idea delle favolose terre del-
l'Ovest. Cominci cos l'epopea della frontiera.
La terza fu il bombardamento di Tripoli, il primo intervento milita-
re americano fuori dal territorio nazionale. Bench strenuo pacifista 
(ridusse l'esercito fino a farne una forza di polizia...), Jefferson
reag in maniera drastica agli atti di pirateria dei barbareschi che
danneggiavano seriamente i traffici marittimi degli Stati Uniti e nel
1805 invi una squadra sulle coste libiche, costringendo i pirati a ri-
spettare le navi americane.
Prima di lasciare Washington per ritirarsi nelle sue terre, infine,
Jefferson var una legge che proibiva l'importazione degli schiavi:
era il primo progresso in una questione gi controversa.
Pass gli anni che gli restavano da vivere a Monticello, la casa che
si era costruito su disegno personale in stile palladiano, considerata
ancora oggi una delle architetture pi pregevoli della sua epoca in
America. Si dedic alla fondazione dell'Universit della Virginia
per l'educazione dei figli del popolo, i rampolli di quella che egli
considerava l'aristocrazia naturale del paese.
Mor nella sua splendida casa a 83 anni, nel 1826, il 4 luglio, mentre
il paese celebrava il cinquantesimo anniversario dell'Indipendenza,
lo stesso giorno in cui anche John Adams si spense.

James Madison
Se Jefferson avesse posto la propria candidatura anche nel 1809
secondo il parere degli esperti sarebbe stato rieletto per una terza
volta alla presidenza, ma come aveva fatto a suo tempo anche Geor-
ge Washington egli rifiut: sosteneva che un terzo mandato somi-
gliava troppo ad un'elezione a vita. D'altra parte, disse, non sarebbe
stato difficile trovare un buon presidente: egli stesso l'aveva indicato
chiamando a collaborare come Segretario di Stato James Madison.
Virginiano come lui, Madison era nato a Port Comway il 16 marzo 1751 
ed aveva studiato in casa perch era malaticcio e gli erano state
sconsigliate le scuole pubbliche. A vent'anni affront lo studio della
teologia e dell'ebraico: pensava a una carriera ecclesiastica ma fu
eletto a 23 anni alla legislatura della Virginia e poi al Congresso
continentale. La salute cagionevole gli imped di arruolarsi con
Washington, tuttavia dette il proprio contributo come giurista. Par-
tecip all'elaborazione della Costituzione e soprattutto la sua azione 
fu decisiva quando fu necessario convincere i vari Stati ad accet-
tarla: Tutte le societ civilizzate sono divise in fazioni e interessi 
diversi, scrisse, potendovisi trovare debitori o creditori, ricchi o 
poveri, contadini, mercanti o artigiani, membri di religioni diverse,
seguaci di differenti leader politici, possessori di varie specie di 
propriet. Nel governo repubblicano  la maggioranza, comunque com-
posta, che in ultima analisi detta legge. Per questo, quando un inte-
resse definito o una passione comune provocano una maggioranza,
che cosa trattiene questa maggioranza dall'ingiusta violazione dei
diritti o degli interessi della minoranza e degli individui?.
Era un intellettuale abituato a passare la vita sui libri per studiare o
per scrivere e sebbene chi lo conosceva avesse un alto concetto di lui
egli era troppo timido e introverso per raggiungere la popolarit ne-
cessaria per aspirare al vertice del potere. L'aiut in maniera consi-
derevole Dolly Todd, la vedova che spos nel 1794. Lui aveva 43 anni, 
lei 36 e aveva un figlio del primo marito. Era abilissima nell'in-
tessere buone relazioni con i membri del Congresso. Al ricevimento
offerto il giorno dell'inaugurazione sembrava che fosse stata eletta
lei, mentre lui era pallido e timoroso.
Si mostr debole quando non riusc a resistere alla pressione di
quanti, anche in seno al Congresso, chiedevano la guerra contro gli
inglesi e in tal modo nel giugno 1812 fin con l'approvare la pi in-
credibile vicenda bellica di tutta la storia degli Stati Uniti. La crisi
con l'Inghilterra si stava trascinando da tempo, aggravata dalla si-
tuazione generale: l'Europa napoleonica e il blocco continentale
avevano messo in crisi gli scambi internazionali e gli inglesi cercava-
no di rifarsi a spese degli operatori americani. Inoltre non esitavano
ad armare le trib indiane della frontiera perch sbarrassero la mar-
cia dei pionieri verso l'Ovest.
I fautori della guerra - i Falchi bellicosi (War Hawks) - ebbero la
meglio e malgrado l'opposizione del Massachusetts e del Connecticut 
la guerra cominci: c'era chi sognava di conquistare il Canada,
chi sperava di annettere la Florida e gli accessi al Mississippi e chi
desiderava annientare gli indiani. Bench l'Inghilterra attraversasse
un momento critico, gli americani avevano sottovalutato la sua po-
tenza militare. La polemica si fece cos aspra che i soldati di una par-
te del paese rifiutarono di partecipare alla guerra del signor Madi-
son. A completare il quadro c'era la mancanza di un comando efficace.
Gli inglesi occuparono Detroit, che pot essere riconquistata sol-
tanto alcuni mesi dopo grazie ad un colpo di mano sul lago Erie. Ma
nel frattempo in Europa Napoleone era stato battuto e gli inglesi or-
ganizzarono un corpo di spedizione e lo fecero sbarcare nella baia di
Chesapeake. L'ammiraglio Cockburn ebbe facilmente ragione della
milizia che era stata schierata a difesa di Washington e che si salv
con la fuga, protetta dall'eroismo di quattrocento marinai: gli inglesi
conquistarono la capitale.
Il presidente Madison fu costretto a mettersi precipitosamente in
salvo; Dolly Madison attravers il Potomac con lui portandosi die-
tro l'argenteria e, secondo la tradizione, il ritratto di George Wa-
shington che era stato appena dipinto da Gilbert Stuart. La fuga fu
talmente frettolosa che l'ammiraglio inglese trov il pranzo del pre-
sidente gi preparato sulla tavola: era ancora tiepido e lo consum,
visibilmente soddisfatto, mentre dalle finestre del palazzo si vede-
va il fumo levarsi dagli edifici pubblici incendiati.
Madison e sua moglie si rifugiarono nei boschi che circondavano il
Distretto di Columbia, poi passarono in Virginia. Non fu facile per
loro trovare un rifugio. Si racconta che la first lady fu cacciata in
malo modo da una padrona di casa con queste parole: Fuori dai
piedi, signora Madison. Mio marito  stato inviato alla guerra dal
vostro. Che io sia dannata se vi ospiter nella mia casa.
La guerra termin con un compromesso diplomatico raggiunto a Gand, 
in Belgio, dove la diplomazia di tutto il mondo stava discutendo 
sul nuovo assetto dell'Europa postnapoleonica. A salvare la
faccia del paese giunse, prima ancora dell'annuncio della firma del
trattato, la notizia della strepitosa vittoria del generale americano
Andrew Jackson a New Orleans contro i veterani inglesi del genera-
le Pakenham.
Come capita spesso, questo (superfluo) successo militare fu suffi-
ciente a far passare la gente dall'umor nero al tripudio e fu cos
che il presidente Madison ottenne un secondo mandato, bench il
paese attraversasse una crisi economica.
James Madison si ritir nel 1817 in Virginia dove mor nel 1836:
dopo avere temuto per anni per la propria cagionevole salute, visse
fino alla rispettabile et di 85 anni.

James Monroe
Fu il primo presidente che non poteva fregiarsi del prestigioso tito-
lo di firmatario della Dichiarazione di Indipendenza. Era nato nella
contea di Westmoreland, in Virginia, il 28 aprile 1758 e all'epoca
aveva appena diciotto anni e frequentava ancora il William and
Mary College, la medesima scuola che aveva formato Jefferson. Ap-
pena la notizia della Dichiarazione arriv a Williamsburg egli fu tra
gli studenti che abbandonarono gli studi per arruolarsi nell'esercito
di Washington, dove si guadagn il grado di tenente. Prese parte a
vari scontri e alla battaglia di Trenton fu anche ferito. Nel 1780,
quando venne congedato, riprese gli studi di legge: suo maestro fu
proprio Jefferson, all'epoca governatore della Virginia. Risale a
questa epoca il vincolo di amicizia e di stima che leg i due uomini.
Entr presto in politica e fu eletto al Congresso; nel 1794 venne in-
viato a Parigi, dove si adoper per liberare dalle prigioni dei rivolu-
zionari madame La Fayette e Tom Paine (l'autore del libello che
aveva infiammato i ribelli americani, Common Sense). In patria le
sue simpatie per quello che stava accadendo in Francia provocarono 
preoccupazioni e Monroe fu richiamato. Fu eletto per due volte
governatore della Virginia e nel 1803 Jefferson lo sped nuovamente
a Parigi, dove in meno di un mese condusse in porto l'acquisto della
Louisiana. Non ebbe il medesimo successo a Madrid, dove non riu-
sc a concludere un trattato per l'acquisizione della Florida, ed a
Londra, dove avrebbe dovuto sistemare le pendenze in corso con gli
inglesi.
Nel 1811 il presidente Madison lo nomin Segretario di Stato e poi
ministro della Guerra. In questo incarico conquist un'eccezionale
popolarit poich organizz l'esercito arruolando centomila uomini
e inviando Andrew Jackson sul fronte del Sud-Ovest. Abilissimo po-
litico, riusc a sfruttare l'ondata di nazionalismo patriottico sca-
tenata dal successo di Jackson e nel 1816 fu eletto alla presidenza 
con una strepitosa maggioranza; nel 1820 fu nuovamente eletto e questa
volta avrebbe ottenuto addirittura l'unanimit se il voto del New
Hampshire non fosse stato deliberatamente destinato a John Quincy 
Adams allo scopo di non togliere a George Washington il primato
del totale consenso.
Ci che non aveva ottenuto come diplomatico - il passaggio della
Florida sotto la bandiera americana - l'ottenne come presidente
(1819-1821). La sua amministrazione tuttavia resta segnata dal mes-
saggio che egli rivolse al Congresso nel 1828 per chiarire i motivi
ispiratori della politica estera degli Stati Uniti, quella che sarebbe
passata alla storia col nome di dottrina Monroe. In realt le idee del
messaggio erano state in gran parte elaborate da John Quincy Adams, 
il figlio del terzo presidente. La dottrina Monroe si articolava in 
quattro punti:
1. gli Stati Uniti si sarebbero disinteressati delle colonie americane
tuttora in mano all'Europa;
2. avrebbero considerato un pericolo per la loro pace e la loro sicu-
rezza ogni tentativo delle monarchie europee di estendere il loro
sistema a qualsiasi parte di questo emisfero;
3. avrebbero valutato come non amichevole verso di loro ogni
tentativo europeo di opprimere le colonie americane che si erano
dichiarate indipendenti;
4. i continenti americani non dovevano essere pi ritenuti come
oggetto della colonizzazione da parte di qualsiasi potenza europea.
Sempre su suggerimento di J.Q. Adams (che era Segretario di Stato) il 
presidente fece seguire a questa dichiarazione una postilla per
far sapere ai governi europei che gli Stati Uniti non si sarebbero 
ingeriti negli affari europei.
Per decenni la dottrina Monroe sarebbe rimasta il pilastro fonda-
mentale della politica estera americana. Essa deve essere letta come
direttamente ispirata alla situazione europea del tempo e al clima
della Restaurazione e della Santa Alleanza, che tendeva a ripristi-
nare l'ordine sconvolto negli ultimi anni dal turbine napoleonico e
dalla rivoluzione francese.
Sotto il suo mandato la residenza ufficiale - la Presidential House -
che era stata fino ad allora chiamata il palazzo, dovette essere re-
staurata dopo i guasti provocati dalla guerra. Fu anche intonacata e
da allora la gente prese a chiamarla Casa Bianca
Monroe si ritir a vita privata a Oak Hill e mor a New York il 4 lu-
glio 1831. Con lui ebbe termine quella che fu detta la dinastia dei
grandi virginiani.

John Quincy Adams
Nacque l'11 luglio 1767 a Braintree, Massachusetts, primogenito di
John Adams, il successore di George Washington. La prima esperienza 
della sua vita l'ebbe all'et di otto anni, quando da una collina
prossima alla sua fattoria assistette allo scontro di Bunker Hill, 
dove il generale inglese William Howe aveva costretto i raccogliticci 
volontari di Boston alla ritirata. Quando suo padre fu inviato come
plenipotenziario a Parigi, nel 1779, egli l'accompagn ed anche di
quel viaggio si sarebbe ricordato per sempre: il veliero che li tra-
sportava fece naufragio in prossimit delle coste spagnole e i due rag-
giunsero la capitale francese tre mesi dopo, viaggiando a dorso di
mulo ed anche a piedi. Mentre suo padre adempiva, in verit con scarso 
successo, all'incarico ricevuto, egli ne approfitt per studiare
alla Sorbona e quando fu trasferito in Olanda frequent l'universit
di Leida. Al ritorno in patria complet gli studi a Harvard.
Senza dubbio il fatto di essere figlio di John Adams lo favor: nes-
suno avrebbe pi battuto il suo record dei prestigiosi incarichi. Fu
ministro in Olanda, in Prussia, in Russia e in Inghilterra. Fu soprat-
tutto uno studioso ed un teorico della politica; era un puritano tutto
d'un pezzo e gli ripugnavano le furberie dei politicanti. Una volta si
defin cos: Sono un uomo di maniere riservate, fredde, austere e
scostanti. I miei avversari politici dicono che sono uno squallido mi-
santropo e i miei nemici personali sostengono che sono un selvaggio
asociale.
Per tutta la vita mantenne costumi austeri. Si alzava all'alba e nella
bella stagione faceva una nuotata nel Potomac (d'inverno passeggiava 
o cavalcava), poi rientrava in casa per leggere la Bibbia e i giornali: 
gli attacchi degli avversari lo amareggiavano.
Nel 1803 fu eletto al Senato, tra il 1806 e il 1809 insegn retorica a
Harvard ed era ambasciatore a San Pietroburgo nel terribile 1812,
quando Napoleone incendi Mosca prima di ritirarsi rovinosamente 
incalzato dal generale Kutuzov; era a Parigi quando Napoleone vi
entr al termine della fuga dall'Elba; nel 1817 il presidente Monroe
lo volle come Segretario di Stato e fu il principale ideologo della
dottrina Monroe.
Venne eletto a 57 anni, nel 1825, dopo un tormentato dibattito
congressuale che lo prefer a Jackson. Durante la sua amministra-
zione le trib indiane furono trasferite nei territori dell'Ovest ma
non si registrarono avvenimenti di rilievo poich fu costretto sem-
pre a barcamenarsi con una maggioranza avversa che paralizzava il
suo governo.
Nel 1829 si ritir nella fattoria di famiglia, a Braintree, dove rest
un paio d'anni, ossia fino al giorno in cui l'irriducibile puritano non
fu costretto a tornare a Washington come deputato. Al suo attivo
sono da ascrivere una lunga battaglia a favore dell'abolizione della
schiavit e la nascita della Smithsonian Institution. Mor nel 1848, a
ottanta anni. L'anno in cui era stato eletto presidente aveva visto lo
Stato di New York costretto a stanziare 90 mila dollari per stermina-
re i lupi che lo infestavano; quando aveva lasciato la Casa Bianca, quat-
tro anni dopo, la prima locomotiva a vapore ansimava sui binari.

Andrew Jackson
Fino a quell'anno - il 1829 - la presidenza era stata appannaggio di
personalit politiche che costituivano una sorta di aristocrazia: veni-
vano tutti da scuole prestigiose ed avevano un passato che li qualifi-
cava come padri della patria. Andrew Jackson era un uomo di frontiera: 
non si sa con esattezza in quale casa sia nato, nella zona di Waxhaw, 
all'estremo limite occidentale della Carolina, il 15 marzo 1767, un 
luogo privo di scuole. Orfano di padre, apprese dalla madre a leggere 
e a scrivere e la tradizione vuole che sia stato lui a leggere ad una 
quarantina di coloni analfabeti la prima copia della Dichiarazione di 
Indipendenza arrivata in quell'angolo sperduto della frontiera.
L'invasione inglese della Carolina occidentale (1780) fu un'esperienza 
terribile: fu catturato e imprigionato e il giorno in cui rifiut di 
lucidare gli stivali ad un ufficiale inglese ricevette una sciabolata
sul volto. Quando riusc a tornare a casa scopr che sua madre e i
suoi due fratelli erano morti a causa della guerra. Se la cav lavoran-
do come apprendista sellaio ma dedic ogni momento libero allo
studio dei codici: a 24 anni era procuratore a Nashville e si spos con
Rachel Robarts per scoprire subito dopo che ella non aveva ancora
ottenuto il divorzio da un precedente matrimonio. Si affrett a rego-
larizzare la propria posizione ma per difendere la reputazione della
moglie fu costretto pi volte a battersi in duello.
Suo padre era uno scozzese, sua madre aveva sangue gallese ed egli
- allampanato e rosso di capelli - si scaldava presto e quando non gli
bastavano le parole era pronto a menare le mani. Per una trentina
d'anni si occup di politica locale. Sotto la presidenza di John
Adams lo Stato del Tennessee entr a far parte dell'Unione ed egli
fu eletto al Senato e fu giudice della locale Corte suprema. Irrequie-
to e insofferente della vita sedentaria, guid un reparto della milizia
contro i pellerossa Creek nell'Alabama. Il suo nome conobbe allora
una prima popolarit fuori dai confini del suo Stato.
La guerra del 1812 lo trov, diciamo cos, pronto quando il Segretario 
alla Guerra James Monroe lo nomin generale comandante del fronte 
meridionale. Alla testa di un esercito messo insieme alla meglio ma 
formato per lo pi da pionieri affront i 12 mila veterani inglesi 
che all'alba si presentarono schierati nelle loro perfette evoluzioni. 
Jackson, che aveva vegliato tra i suoi uomini tutta la notte
attorno ai fuochi dei bivacchi, impegn il nemico in una serie di 
rapide e feroci mischie e in mezz'ora le sorti della battaglia furono 
decise: il nemico aveva lasciato sul campo 700 morti e 1400 feriti
Jackson fece seppellire i suoi 8 morti e curare i 13 feriti. La stupefa-
cente vittoria, che confortava gli americani dopo le deludenti notizie
dagli altri fronti di guerra, gli dette un'immediata popolarit in tutto
il paese. Nessuno osserv sul momento che la vittoria era venuta
quando ormai in Europa la pace era stata sottoscritta. Andrew
Jackson, da allora, fu per tutti Old Hickory, la vecchia quercia.
Dopo l'acquisto della Florida dalla Spagna divenne governatore
del nuovo Stato, che egli aveva liberato dalla presenza delle trib
indiane.
Fu eletto presidente a 61 anni. La moglie adorata gli era ormai
morta e questo fu il suo rammarico. Percorse la strada da Nashville
a Washington tra due ali di folla plaudente: il West lo considerava
l'espressione pi genuina dello spirito americano, anche se gli intel-
lettuali del Nord e gli snob del Sud scossero la testa. La gente perce-
p chiaramente che con lui era il popolo che giungeva al potere. Se
ne ebbe la riprova quando migliaia di pionieri invasero la capitale
per assistere al suo insediamento ed egli apr loro la Casa Bianca.
Per stringergli la mano, tirargli pacche sulle spalle ed anche mangia-
re e bere gratis ai tavoli del buffet. La residenza presidenziale venne
devastata: la folla ruppe i mobili, rovin i tappeti, sciup le sedie 
dorate, mand in pezzi gran parte della cristalleria. Per salvare il 
salvabile si dovettero frettolosamente trasferire vassoi e liquori nel 
giardino e soltanto cos si riusc a vuotare i saloni.
Una volta John Quincy Adams, suo avversario, aveva detto che
Jackson non era che un barbaro analfabeta che a malapena riesce a
sillabare il proprio nome, ma erano molti gli americani che si rico-
noscevano in questo self made man che fumava la pipa di pannocchia e 
che alla Casa Bianca continuava a tenere bene oliate le sue pistole. 
Del resto riusc a far capire a tutti di essere intenzionato a ot-
tenere quello che voleva. Non esit a fronteggiare il rischio di una
secessione quando il Sud Carolina nel 1828 si oppose ad una legge
ed egli mand una squadra navale a Charleston per indurre i riottosi
a sottomettersi. Affront risolutamente la Banca degli Stati Uniti
quando rifiut di correggere la propria politica finanziaria ed ebbe
la meglio sul Congresso quando rivendic alla presidenza il contesta-
to diritto di veto.
Nel 1832 venne eletto una seconda volta e fu durante questa ammi-
nistrazione che lo Stato dell'Arkansas entr nell'Unione. Nel 1837
si ritir a vita privata e mor a 78 anni -l'8 giugno 1845 - a 
Hermitage, nel Tennessee.

Martin Van Buren
Figlio di genitori di origine olandese, Martin Van Buren fu il primo
presidente che poteva vantarsi di essere davvero nato negli Stati
Uniti: vide infatti la luce il 5 dicembre 1782, a Kinderhook, nello
Stato di New York. Suo padre gestiva una locanda sulla strada di Al-
bany, frequentata da un gran numero di avvocati e sembra che siano
stati loro i suoi primi maestri. In ogni caso l'esperienza fatta tra 
i tavoli della locanda paterna sembra avergli consentito una profonda
conoscenza della natura umana. Studi legge, fece pratica presso un
avvocato locale e a sedici anni vinse la sua prima causa davanti al
giudice di Kinderhook. Lo chiamavano il Piccolo Van ma presto
l'avrebbero definito il Piccolo mago per la sua abilit legale e per
la sua astuzia politica.
A 39 anni era senatore e poco dopo divent governatore dello Stato 
di New York. Sostenitore di Jackson, il presidente lo nomin ambascia-
tore a Londra e quando il Senato rifiut di ratificarne la nomina 
lo impose come Segretario di Stato. La sua presidenza coincise
con una gravissima crisi economica (1837), che registr la chiusura
di numerose banche e provoc numerosi disoccupati. La crisi, insor-
ta dopo appena due mesi dalla sua elezione, aveva origini lontane
ma egli ne dovette fronteggiare gli effetti. Sostenitore della non in-
terferenza politica nella vita economica, diceva che il miglior gover-
no  quello che governa meno.
Dopo il mandato continu ad occuparsi di politica battendosi, tra
l'altro, contro la schiavit. Mor nel 1862 nel suo paese natale.

William Henry Harrison
Il 4 marzo 1841, giorno dell'insediamento, il neopresidente Wil-
liam Henry Harrison, si busc una polmonite durante la cerimonia
sulla sommit della scalinata del Campidoglio di Washington e un
mese dopo mor. Era nato in Virginia il 9 febbraio 1773, suo padre
era stato tra i firmatari della Dichiarazione di Indipendenza e go-
vernatore del suo Stato. Abbandon quasi subito gli studi di medicina 
e si arruol per combattere contro gli indiani, salendo tutti i gradi
della carriera militare fino a diventare generale.
Fu uno dei protagonisti delle guerre indiane e negozi innumerevoli 
trattati con le varie trib. Quando, sobillati dagli inglesi, gli in-
diani Shawnee scesero sul piede di guerra guidati dal grande capo
Tecumseh egli li annient nella battaglia combattuta sul fiume Tip-
pecanoe. Divenne comandante delle unit del Nord-Ovest.
Nel 1825 fu eletto senatore, poi venne nominato ambasciatore in
Colombia, fino al giorno in cui Jackson lo sostitu con uno dei suoi
sostenitori. Si ritir allora a vita privata ed accett un impiego come
cancelliere del tribunale della contea di Hamilton perch non si sen-
tiva portato per la vita del piantatore. Fu da questa insignificante ca-
rica che l'eroe di Tippecanoe fu recuperato dal partito whig, che
lo port alla presidenza insieme con John Tyler, il vicepresidente
che gli subentr. Lo slogan della campagna elettorale era stato
Tutti per Tippecanoe e Tyler.

John Tyler
La scomparsa prematura di Harrison port al potere il vice presi-
dente John Tyler, ma la successione non fu indolore. Era la prima
volta che la norma costituzionale doveva essere applicata e a parere
dei pi essa prevedeva soltanto che il vice presidente sarebbe succe-
duto in via provvisoria, in attesa di nuove elezioni da indire al pi
presto. Tyler fu di diverso parere e resistette. Le cose erano rese pi
spiacevoli dal fatto che Tyler era stato candidato senza badare alle
sue idee, che erano diverse da quelle di Harrison e dei whigs che lo
avevano eletto. Fu un presidente senza partito.
La decisione pi importante fu presa da Tyler il giorno prima della
scadenza del mandato e fu la ratifica dell'ammissione del Texas tra
gli Stati dell'Unione. Il fatto che il Texas fosse uno Stato schiavista
provoc uno scossone politico. Fino ad allora si era stati bene attenti
a bilanciare l'ammissione degli Stati mantenendo inalterato l'equilibrio 
tra schiavisti e abolizionisti. Questa polemica era la pi lacerante 
fin dal tempo dell'indipendenza ma recentemente era diventata
ancor pi drammatica: la scoperta della macchina per la raccolta del
cotone aveva reso finalmente redditizia la mano d'opera negra e i
piantatori del Sud non erano affatto disposti a privarsene. La que-
stione si trascin a lungo, con un dibattito estenuante, che sarebbe
diventato una vera mina vagante e alla fine sarebbe esplosa. Tyler
era uomo del Sud e si regol di conseguenza.
Durante il mandato Tyler rimase vedovo (1842) ma si rispos pochi 
mesi dopo con Julia Gardiner, ventiquattrenne, pi giovane di lui di 
30 anni. Colta, abituata alla vita di societ, Julia divenne presto
popolare a Washington e nel paese. Fece ripulire le pareti dell'uffi-
cio del presidente e ne rinnov l'arredamento; volle che ogni volta
che il presidente compariva in pubblico venisse eseguito dalla banda
lo Hail to the chief (il Saluto al capo). La stampa parl di lei come
della Presidentessa ed ella fu davvero la primafirst lady riconosciuta
dalle cronache mondane. Ci non le imped di dare sette figli a Tyler
(il quale ne aveva avuti altri sette dalla prima moglie).
Allo spirare del mandato prosegu l'impegno politico. Fu a lui che,
alla vigilia della guerra civile, la Virginia gli affid l'incarico di 
presentare a Washington le proprie richieste e di mediare un accomo-
damento. La missione and a vuoto, ma egli chiar di essere favore-
vole alla secessione e fu eletto deputato al Congresso confederato.
Mor prima dell'inaugurazione, il 18 gennaio 1862, a Richmond, in
Virginia. Era nato il 29 marzo 1790 a Greenway, sempre in Virginia,
e aveva studiato legge al William and Mary College.

James Knox Polk
Lo definirono il Napoleone dei comizi e questa abilit oratoria,
unita alle conoscenze della moglie Sarah Childress gli assicurarono
una brillante carriera politica. Era nato il 2 novembre 1795 nella
contea di Mecklenburg nella Carolina del Nord e a causa della pre-
caria salute dovette studiare privatamente, finch non si laure in
legge. Fu un ottimo avvocato e si distinse nella politica locale fino 
a diventare governatore del Tennessee, quindi pass a Washington,
dove fu speaker della Camera dei rappresentanti. Non aveva ancora
compiuto i 50 anni quando fu eletto presidente, candidato dal partito 
democratico.
La prima questione che dovette affrontare fu quella dell'ammissione 
del Texas. La pratica era aperta da lungo tempo: il Texas era for-
malmente territorio messicano ma a lungo la popolazione yankie
che vi lavorava si era battuta per l'indipendenza del territorio e
l'epopea di Fort Alamo, con l'eroica morte dei suoi eroi, guidati dal
colonnello Travis e dal popolare Davy Crockett ad opera dell'eser-
cito messicano comandato dal generale Antonio Lopez di Santa
Anna (1835) non era stato che un episodio. Poco dopo, un esercito
di texani arruolato da Sam Houston, costrinse Santa Anna a ricono-
scere l'indipendenza del territorio. Il governo messicano non ratific 
la cessione ma Sam Houston divenne di fatto presidente del Texas: 
era un buon amico di Jackson e aspirava a far annettere il nuovo 
Stato nell'Unione. Come si  detto, il presidente Tyler firm
il decreto come ultimo atto della sua presidenza ma il nuovo presi-
dente Polk dovette fronteggiare la veemente protesta messicana.
Gli americani agirono con astuzia: schierarono l'esercito lungo la
frontiera e alla prima scaramuccia messicana dichiararono di essere
stati attaccati. La guerra non fu facilissima ma gli Stati Uniti ebbero
la meglio: la pace venne ratificata quando i messicani accettarono di
cedere il Texas dietro compenso di un milione di dollari. L'eroe di
questa guerra fu il generale Zachary Taylor, destinato a succedere a
Polk alla Casa Bianca, ma vi si fecero un nome anche altri che sareb-
bero diventati protagonisti della storia, come Jefferson Davis, Ro-
bert Lee, George B. McClellan e Ulysses S. Grant.
Ormai le carovane dei coloni percorrevano le grandi pianure dirette 
verso Ovest, incuranti della fame, del freddo, delle asperit natu-
rali e degli indiani: gli americani guardavano ormai risolutamente al
Pacifico. Durante la presidenza di Polk un contadino proveniente
dalla Svizzera e installatosi nella valle del fiume Sacramento scopr
dell'oro nell'acqua che pompava col suo mulino e scaten la corsa di
decine di migliaia di pionieri verso la California. Il territorio era 
stato fino a quel momento popolato da poche migliaia di abitanti per lo
pi di lingua spagnola e di religione cattolica; in pochi mesi (1849) la
sua popolazione sfior i centomila e San Francisco, un villaggio di
pescatori, si avvi a diventare una frenetica citt di traffici e com-
merci. Polk tent di acquistare anche la California e il Nuovo Mes-
sico e al rifiuto procedette all'annessione. Le piste dei pionieri pote-
vano arrivare ormai fino al Far West.
Altre questioni affrontate dall'amministrazione Polk furono la ri-
duzione delle tariffe, la costituzione di un tesoro federale e la 
delimitazione delle frontiere dell'Oregon. Furono, insomma, anni fati-
cosi e il gi cagionevole presidente ne fu indubbiamente provato:
mor il 15 giugno 1849 a Nashville, appena tre mesi dopo avere la-
sciato l'alta carica.

Zachary Taylor
Quando il comitato elettorale che aveva deciso di presentare la sua
candidatura alla presidenza gli fece avere per posta la proposta, il
generale Zachary Taylor rifiut di ricevere la lettera perch era tas-
sata ed egli avrebbe dovuto pagare 10 centesimi per leggerla: i fran-
cobolli erano una novit appena introdotta dal presidente Polk e il
sessantaquattrenne eroe di Palo Alto e di Resaca de la Palma,
l'uomo che aveva combattuto per tutta la vita contro gli indiani (era
stato impegnato perfino contro l'indomabile Falco Nero) non lesse
mai la lettera. Del resto non aveva mai avuto ambizioni politiche:
era stato scelto dal partito whig per la sua popolarit.
Era nato nella contea di Orange, in Virginia, il 24 novembre 1784 e
aveva passato tutta la vita sotto le armi; Polk lo scelse per guidare 
la guerra contro il Messico proprio perch gli sembrava privo di ambi-
zioni politiche. E probabilmente aveva ragione: tra l'altro era basso
e corpulento e le grosse ciglia gli toglievano ogni fascino. L'aver bat-
tuto Santa Anna, tuttavia, fece di lui il vendicatore di Davy Crockett
e degli sfortunati difensori di Alamo.
C' chi sostiene che Old Zach colp la fantasia della gente per il suo
modo trasandato di vestire: i calzoni continuamente grinzosi e la
giacca sbrindellata. Sta di fatto che lanci addirittura una moda, 
facendo disperare i sarti... Non fu un grande presidente, anche se si
impegn per rintuzzare seriamente le minacce di secessione che ser-
peggiavano ormai qua e l. Fece approvare una legge che imponeva la 
restituzione degli schiavi fuggitivi ai legittimi proprietari: questa
legge sugger a Harriet Beecher Stowe il romanzo La capanna dello
zio Tom, che suscit in tutto il paese enorme emozione.
Il 4 luglio 1850, dopo aver presenziato alla posa della prima pietra
del monumento a Washington, rientr alla Casa Bianca e bevve un
bicchiere di latte ghiacciato mangiando delle ciliege: un'enterocoli-
te acuta lo uccise in pochi giorni (9 luglio). Sul momento corse voce
che fosse stato ucciso dal colera che in quei giorni imperversava.

Millard Fillmore
L'improvvisa morte di Taylor port alla Casa Bianca il vice presi-
dente Millard Fillmore, un politico che si era fatto un certo nome
come oppositore di Jackson. Era nato in una capanna nel cuore di
una foresta a Locke, nello Stato di New York, il 7 gennaio 1800 e fin
da bambino aveva lavorato nei campi per aiutare la poverissima fa-
miglia. Frequent, quando gli fu possibile, la scuola del villaggio,
ospitata in una sola stanza e soltanto a 19 anni lesse il suo primo li-
bro, un vocabolario. Riusc comunque a sposare la maestra, Abigail
Powers, e questo fa supporre che abbia avuto delle lezioni private...
Si fece un certo nome come avvocato di campagna e ci gli apr la
strada alla politica. A 29 anni fu eletto deputato dello Stato, e tre
anni dopo venne mandato al Congresso di Washington, dove rimase
per dieci anni.
Applic la legge sugli schiavi fuggitivi mitigandola con un compro-
messo in materia razziale, sia pure con scarso effetto. L'avvenimento 
pi importante della sua amministrazione fu l'apertura commerciale 
col Giappone, un paese che fino ad allora aveva rifiutato ogni
contatto col mondo esterno. Dopo che la California fu dichiarata
Stato dell'Unione, Fillmore prese atto che gli Stati Uniti ora poteva-
no espandersi liberamente all'area del Pacifico e sped in Estremo
Oriente il Commodoro Matthew C. Perry. Il presidente invece si op-
pose alla richiesta, che veniva da gran parte del Sud, di conquistare
Cuba, nell'intento di farne uno Stato schiavista.
Non ottenne un secondo mandato e rest in politica, tuttavia quando 
tent di opporsi a James Buchanan (nel 1856) venne sconfitto.
Mor l'8 marzo 1874 a Buffalo. Nel 1858 si era sposato una seconda
volta.

Franklin Pierce
Arriv alla Casa Bianca nel 1853, a 49 anni, pur avendo fatto ben
poco per vincere la competizione elettorale che l'aveva opposto al
generale Winfield Scott, reso popolare dalla guerra messicana e
motivato da lunga data dall'ambizione politica. Il Partito democrati-
co lament che nemmeno la campagna elettorale l'aveva indotto a
darsi da fare. La ragione di ci sembra da ricercare nella scarsa salu-
te della moglie Jane Means Appleton, alla quale era attaccatissimo,
e che non amava la vita mondana. Quando era stato scelto dai de-
mocratici come candidato, anzi, egli si era gi ritirato a vita privata
proprio per far felice la moglie.
Era nato il 23 novembre 1804 a Hillsboro (New Hampshire) e a 23
anni gi esercitava la professione di avvocato. Dopo un'esperienza
nel parlamento statale fu eletto alla Camera dei rappresentanti e fu
dopo questo successo che si spos (1834). Eletto successivamente
senatore, durante il conflitto col Messico guid un reparto di volon-
tari col grado di generale e, pur comportandosi egregiamente (fu fe-
rito alla battaglia di Contreras) si mise in urto col generale Scott 
durante l'avanzata su Mexico City.
Dopo la guerra torn a fare l'avvocato, finch il suo nome prevalse
alla convenzione del Partito democratico e fu eletto presidente. Du-
rante la sua amministrazione una ulteriore trattativa col Messico
consent agli Stati Uniti di incamerare il territorio dell'Arizona.
Il suo mandato fu turbato continuamente dalla polemica tra schiavisti 
e abolizionisti e si registr perfino una guerra civile localizzata
nel Kansas. Al termine del periodo di presidenza si ritir a Concord
(New Hampshire) dove rimase fino alla morte, che lo colse l'8 otto-
bre 1869. Prima di morire si era concesso un viaggio in Europa pro-
trattosi per tre anni.

James Buchanan
 stato l'unico presidente scapolo, noto per essere stato uno degli
uomini pi brillanti del suo tempo. Nato a Mercesburg, in Pennsyl-
vania, il 23 aprile 1791, divent avvocato studiando al Dickinson
College e poi all'universit di Carlisle; dicono che a trent'anni 
avesse guadagnato gi una vistosa fortuna con la sua professione.
Dopo essere stato chiamato tra i Rappresentanti del suo Stato, fu
eletto deputato a Washington finch il presidente Jackson lo sped
come ambasciatore in Russia. Rientrato in patria fu eletto al Senato
e qui rest dal 1834 al 1845, quando il presidente Polk lo nomin Se-
gretario di Stato. Successivamente fu ambasciatore a Londra.
Arriv sessantacinquenne alla Casa Bianca, nel 1857. Sotto la sua
amministrazione la crisi sullo schiavismo divent acuta anche per la
tentata insurrezione di un fanatico, John Brown, che mirava alla ri-
volta degli schiavi. John Brown fu impiccato ma la sua vicenda riem-
p i giornali. Le truppe federali che di l a poco sarebbero scese in
campo contro i confederati del Sud avrebbero cantato una canzone
a lui dedicata.
Gli storici convengono nel ritenere che Buchanan sia stato un pre-
sidente troppo incerto nell'affrontare il braccio di ferro tra Nord e
Sud e che questo abbia finito col favorire la guerra civile.

Abraham Lincoln
 stato il presidente che ha guidato il paese negli anni pi dramma-
tici della sua storia, quelli della guerra civile che oppose la Confede-
razione secessionista degli Stati schiavisti in un crudele conflitto
contro il Nord abolizionista. La figura di Abraham Lincoln resta cir-
confusa in un alone di giusta sacralit, come si addice a un grande
emancipatore. Senza dubbio fu grande ventura per gli Stati Uniti
avere alla guida in quella circostanza un uomo di eccezionale dirit-
tura morale e di straordinaria intelligenza politica.
Era nato il 12 febbraio 1809 in una log cabin, la capanna di tronchi
dei pionieri, che era stata costruita da suo padre; gli era stato dato 
il nome del nonno ucciso dagli indiani. La vita, in quell'angolo sperdu-
to del Kentucky, era talmente dura che la famiglia dovette trasferir-
si: caric le masserizie su un carro e riprese la marcia verso Ovest
per fermarsi nella valle del fiume Ohio, una regione selvaggia -
avrebbe un giorno raccontato lo stesso Lincoln - con molti orsi e al-
tre belve nei boschi, dove il grido della pantera riempiva di terrore le
nostre notti. Fu l, a Pidgeon Creek, nell'Indiana, che all'et di 9
anni Abraham perse la mamma e dovette aiutare il padre a fabbricare 
la cassa per seppellirla. Fu la seconda moglie del signor Lincoln -
zia Sairy - a intuire che quel ragazzo, gi bravo a preparare con
l'ascia i paletti per le recinzioni, sarebbe stato capace di assicurarsi
una vita migliore. Fu lei a pretendere che andasse alla scuola del vil-
laggio pi vicino e che leggesse qualche libro.
Quando Abe aveva ormai ventun anni la famiglia si trasfer una terza 
volta verso il West sempre seguendo col carro le piste dei pionieri, 
per fermarsi in Illinois. E fu qui che egli fece la sua prima espe-
rienza importante combattendo come volontario contro gli indiani.
Durante una licenza acquist a Springfield, ad un'asta pubblica, un
testo di giurisprudenza: aveva deciso di farsi una posizione. Si trov
un impiego in un ufficio postale e dedic il tempo libero a studiare
divent avvocato.
Ebbe subito un certo successo e riusc a farsi eleggere per due legi-
slature all'assemblea dello Stato: aveva 25 anni; a trent'anni si spos
con una ricca e benestante ragazza di Springfield, Mary Todd, appe-
na diciannovenne, ma il matrimonio non fu particolarmente felice:
c'era troppa differenza tra lo spilungone che era cresciuto come bo-
scaiolo e la ragazza per la quale nella vita tutto era stato facile.
Nel 1846 Abe Lincoln era uno dei pi brillanti avvocati della citt e
fu eletto deputato a Washington mentre alla Casa Bianca sedeva il
presidente Polk. Alla Camera dei rappresentanti si fece notare per
l'abilit che aveva nel trattare gli affari pi diversi: i suoi discorsi
erano sempre chiari e piacevoli, infarciti pi di aneddoti che di cita-
zioni erudite. E quando i repubblicani cercavano un candidato da
presentare per la presidenza i delegati della convenzione lo imposero 
a gran voce perch aveva colpito l'attenzione dei pi.
Inevitabilmente il tema dominante di quella campagna elettorale fu 
l'abolizione della schiavit e Lincoln lo tratt in una serie di inter-
venti che gli permisero di chiarire la propria posizione: era natural-
mente antischiavista ma rifuggiva dal fanatismo dei radicali e ritene-
va che la questione si dovesse risolvere con l'accordo di tutti, senza
condannare allo sfacelo l'economia del Sud. Via via che i toni della
polemica si andavano accendendo, con frequenza sempre maggiore si 
ventilavano minacce di secessione, Lincoln si affannava a difendere 
l'unit del paese, che gli sembrava il pi importante di tutti i pro-
blemi.
E proprio questo fu il concetto che ribad con forza nel discorso
dell'inaugurazione, il 4 marzo 1860: Nelle vostre mani, miei mal-
contenti patrioti, e non nelle mie, sta la pericolosa decisione di una
guerra civile. Il governo non vi attaccher. Voi non avrete una guerra, 
a meno che voi stessi non siate gli aggressori. Voi avete giurato
davanti a Dio di distruggere il governo di questo paese, mentre io ho
giurato solennemente di preservarlo, di proteggerlo, di difenderlo.
Non siamo nemici, ma amici. Le passioni possono tendere al massimo 
i legami dell'affetto; ma non dobbiamo permettere che esse li spezzino. 
Era un appello accorato, purtroppo non fu ascoltato.
Poco pi di un mese dopo, Fort Sumter, all'ingresso del porto di
Charleston, venne bombardato dai cannoni sudisti e la bandiera
stellata fu sostituita da quella dei confederati. Era l'aggressione 
che imponeva a Lincoln di reagire.
Cominci cos una guerra spietata che si protrasse fino al 1865, os-
sia fino al giorno in cui il Sud fu costretto a cedere le armi. Finch
aveva potuto, Lincoln aveva evitato di proclamare l'emancipazione
degli schiavi in modo da non chiudere del tutto uno spiraglio per un
compromesso, e soprattutto per non indurre gli Stati del Sud rimasti
fedeli all'Unione pur facendo parte della fascia considerata schiavi-
sta a rompere la solidariet e a schierarsi coi secessionisti. Lincoln
resistette alle pressioni dei pi fanatici nordisti fino al 1863 e nel
frattempo, mentre i generali nordisti decidevano con lentezza esa-
sperante la guerra, egli gi pensava ai piani per la ricostruzione 
delle zone disastrate e per la ricomposizione morale del paese.
L'anno dopo Lincoln fu nuovamente eletto e il 3 aprile 1865 entr
nella riconquistata Richmond, la citt che era stata la capitale sudista. 
La guerra era terminata: il Sud aveva pagato cara la sua tentata
secessione nulla era pi come prima. Citt incendiate, case distrutte, 
la morte dovunque. Undici giorni dopo (il 14 aprile 1865) un folle
fanatico sudista, l'attore John Wilkes Booth, uccise il presidente
Lincoln nel palco di un teatro di Washington. Fu l'ultima battaglia
perduta dal Sud.

Andrew Johnson
L'avevano affiancato a Lincoln perch era un sudista moderato. 
E quando la prematura morte del presidente gli apr la strada della
Casa Bianca si ritrov a essere il leader di un partito - il repubbli-
cano - che in realt non era il suo. Il giudizio degli storici sull'am-
ministrazione Johnson  generalmente negativo tuttavia  probabile che
sul verdetto pesino gli attacchi feroci ai quali egli fu sottoposto e 
che resero la sua presidenza un vero calvario.
Andrew Johnson tent di realizzare il piano di Lincoln, che puntava 
alla ricostruzione del Sud e alla pacificazione degli animi, ma non
aveva n la forza n la costanza del predecessore. E nemmeno il suo
prestigio. Contro di lui si scagliarono i radicali del Nord che Lincoln
aveva saputo imbrigliare, primi fra tutti il ministro della Guerra
Stanton e l'autorevole e implacabile Thaddeus Stevens. Contro di
loro, pur appoggiato da alcuni membri del gabinetto, il debole e 
timido Johnson pot fare poco dal momento che in realt non dispo-
neva di un seguito personale n al Nord n al Sud e non aveva l'au-
torit morale che alla fine la vittoria aveva conferito a Lincoln.
Non riusc a far approvare i provvedimenti destinati a rimettere in
piedi l'economia degli Stati pi provati dal conflitto n la legge
sull'amnistia. I radicali del Nord volevano che il Sud pagasse per ci
che aveva fatto, senza tener conto che la vendetta avrebbe seminato
altro odio. Nemmeno i quattro milioni di negri emancipati beneficiaro-
no di questa politica e in realt nel Sud la questione dell'integra-
zione e quella del voto della gente di colore restarono piaghe che
avrebbero sanguinato a lungo.
Quando alla fine il presidente, in un soprassalto di disperato corag-
gio, silur Edwin McMaster Stanton, i radicali ottennero dalla Ca-
mera che Johnson venisse posto sotto accusa. Il processo per l'im-
peachment, celebrato dal Senato riunito in Alta corte di giustizia, fu
crudele e drammatico e il presidente ne usc assolto con uno strettis-
simo margine alla vigilia della scadenza del mandato.
Era nato a Raleigh, nella Carolina del Nord, il 29 dicembre 1808 da
una poverissima famiglia e a diciannove anni si era sposato con Eliza 
McCardle la quale, oltre a dargli cinque figli, gli aveva anche inse-
gnato a leggere e a scrivere. Rimasto orfano di padre in tenera et
aveva cominciato a lavorare a dieci anni come apprendista sarto. Di-
ventato sarto a sua volta pag un inserviente perch gli leggesse ad
alta voce dei libri mentre cuciva. Fu da questi testi che apprese
quell'arte oratoria che gli permise di darsi alla politica, nel 
Tennessee. Nel 1857 fu eletto al Senato degli Stati Uniti.
A lui l'Unione deve l'acquisto dell'Alaska: la Russia zarista, uscita
stremata dalla guerra di Crimea, la vendette agli Stati Uniti per 7
milioni e 200 mila dollari, ma per fare accettare questa iniziativa il
Segretario di Stato William Henry Seward (il pi fedele collaborato-
re del presidente) dovette chiedere agli stessi russi di convincere i
pi recalcitranti membri del Congresso (Stanton e Stevens furono, a
quanto pare, ammorbiditi con bustarelle...).
Johnson var anche una legge sulla distribuzione delle terre ai pio-
nieri, iniziativa che favor la colonizzazione del Far West. Nel 1869
si ritir a vita privata ma venne nuovamente eletto senatore. Pochi
mesi dopo, il 31 luglio 1875, mor.

Ulysses Simpson Grant
Il vincitore della Guerra di secessione divent presidente nel 1869
a 47 anni. Fino alla guerra la sua vita era stata un fallimento: tutto
quello che aveva tentato di fare aveva avuto scarso successo. Era
nato a Point Pleasant, nell'Ohio, il 27 aprile 1822 e aveva cominciato
col lavorare la terra, poi aveva trovato lavoro in una conceria; a di-
ciassette anni era stato accolto, grazie a una raccomandazione,
nell'accademia di West Point. Pur essendo il miglior cavallerizzo del
suo corso e pur avendo dei buoni voti in matematica risult soltanto
ventunesimo su trentanove compagni. Si distinse durante la guerra
messicana ma quando gli dettero il comando in una guarnigione in
California e poi nell'Oregon scopr che quel genere di vita non gli
piaceva e si dimise ritirandosi con la moglie a St. Louis, in una fatto-
ria. Bench non gli facesse paura la dura fatica del coltivatore - si
era costruito con le proprie mani la casa di legno in cui abitava - se
ne stanc presto e tent di far fortuna come agente immobiliare: si
salv dal fallimento coi soldi dei familiari e si trasfer nell'Illinois, 
a Galena, dove il fratello gli dette un impiego di commesso nel suo 
negozio di pellami.
Quando scoppi la guerra civile aveva 39 anni e chiese di essere re-
integrato nel grado: dal ministero della Guerra non gli risposero
nemmeno: nel fascicolo a suo nome era catalogato come un ubriacone. 
Ce la fece quando lo Stato dell'Illinois gli affid il comando di
un reparto di volontari. Non soltanto egli li addestr ma li rese pro-
tagonisti di una serie di imprese che suscitarono interesse. La verit
 che il Nord stava facendo una deludente esperienza in fatto di ge-
nerali e quando fu evidente che ci sapeva fare il ministro della Guer-
ra lo nomin brigadiere generale. Conquist Fort Henry, sul fiume
Tennessee con una fulminea manovra e di qui colse di sorpresa Fort
Donelson, catturando quattordicimila prigionieri.
Bench al ministero della Guerra continuassero a storcere il naso
quando veniva fatto il suo nome, Lincoln lo volle maggior generale:
non gli interessava che Grant bevesse troppo e masticasse sigari, che
indossasse una uniforme sempre in disordine e frequentasse pi le
scuderie che i salotti: Grant era un uomo del West, un praticone do-
tato di grandi intuizioni tattiche e strategiche e, soprattutto, era 
un uomo d'azione. Lincoln non ne poteva pi di generali eleganti, inca-
paci e timorosi, preoccupati specialmente di fare carriera politica
come McClellan. Non me ne importa se Grant beve, ditemi quale
whisky beve: manderei qualche cassa di questo whisky agli altri ge-
nerali, lo sentirono dire una volta.
Colse un grande successo a Vicksburg, ottenendo per il Nord il
controllo della vallata del Mississippi e appena Lincoln lo nomin
comandante in capo assedi Richmond, la capitale sudista, mentre
il generale Sherman incendiava Atlanta. Il governo sudista abban-
don Richmond il 3 aprile 1865 e Grant invit il generale Robert E.
Lee, il comandante in capo dei confederati, a un incontro che met-
tesse fine alla guerra.
I due si incontrarono nel villaggio di Appomattox: il Sud era stre-
mato e alla fame, non aveva pi n armi n munizioni; Lee si presen-
t indossando una uniforme perfetta, mentre Grant era vestito
come un soldato semplice. Fu un colloquio pieno di umanit, che
Lincoln apprezz e che al contrario il suo ministro della Guerra,
Stanton, giudic sintomo di debolezza. Tra l'altro Grant concesse ai
soldati sudisti di portarsi a casa i muli e i cavalli perch potessero
procedere ai lavori primaverili, inoltre ordin che agli affamati uo-
mini dell'esercito sconfitto venissero distribuite subito delle razioni.
Sebbene privo di ambizioni, Ulysses S. Grant fu eletto presidente:
non aveva alcuna esperienza politica e questo senza dubbio lo dan-
neggi, bench non gli impedisse di essere rieletto per un secondo
mandato. Riusc a concedere ai negri il diritto di voto, anche se la
sua legge rest in gran parte inoperante per cavilli giuridici.
La prima fase della sua presidenza fu funestata da una grave crisi
economica e il suo secondo mandato registr alcuni gravi scandali,
uno dei quali sfior lui stesso. Nel 1876 i repubblicani tentarono di
farlo ancora rieleggere ma senza successo. Si concesse il giro del
mondo, poi si lasci invischiare in alcune operazioni finanziarie che
si risolsero in un fallimento che port in galera il suo socio. Rimasto
a corto di soldi scrisse le proprie memorie, che fruttarono bene ai
suoi eredi. Egli mor il 23 luglio 1885, ucciso da un cancro alla gola,
nella sua casa di New York. E qui, a Harlem, i suoi resti riposano in
un monumentale sepolcro costruito sulle rive dell'Hudson.

Rutherford Birchard Hayes
La sua controversa elezione presidenziale mise in luce i rischi di un
sistema elettorale ormai deteriorato: il fatto che la scelta definitiva
del presidente spettasse al collegio elettorale si prestava a poco
pulite manovre ora che i partiti erano diventati vere e proprie mac-
chine organizzate per la conquista del potere.  quello che accadde
nel 1877 quando il candidato democratico Samuel J. Tidden, pur
avendo ottenuto un ottimo piazzamento, fu battuto dai repubblicani
e dai sostenitori di Rutherford B. Hayes a conclusione di oscure ma-
novre di corridoio che portarono Hayes alla presidenza appena due
giorni prima della cerimonia dell'insediamento. Lo stesso presiden-
te, che era un onesto uomo politico dell'Ohio, si domand se la sua
elezione fosse regolare, mentre i suoi avversari lo attaccarono chia-
mandolo Sua Fraudolenza.
Nato il 4 ottobre 1822 a Delaware, Ohio, si era laureato in legge a
Harvard e aveva cominciato subito a lavorare come procuratore di-
strettuale. Durante la guerra civile comand reparti di volontari
raggiungendo il grado di maggior generale; successivamente fu elet-
to membro del Congresso e infine governatore dell'Ohio, incarico
che lasci per assumere la presidenza.
Durante la sua amministrazione venne definitivamente normalizzato 
il Sud, che fino ad allora era stato funestato da bande di ribelli
e angariato da avventurieri politici. Il suo bilancio complessivo si
presenta generalmente negativo: Hayes non aveva n l'energia n la
lungimiranza per fronteggiare i cambiamenti in atto. Quando dovette 
contrastare alcuni duri scioperi nel settore dei trasporti, non esit
a inviare l'esercito contro gli operai. Il reticolo delle ferrovie si 
stava allungando da est a ovest, le mandrie del bestiame salivano dagli 
allevamenti del Texas ai mattatoi del Nord, i minatori estraevano le
incredibili ricchezze del paese, le prime lampadine elettriche veni-
vano sperimentate.
Alla scadenza del mandato (1881) si ritir dedicandosi ad opere fi-
lantropiche.

James Abraham Garfield
Fu insediato alla Casa Bianca il 4 marzo 1881 e mor il 19 settem-
bre dello stesso anno; alla Casa Bianca era rimasto soltanto fino al 2
luglio, quando un disoccupato gli aveva sparato ferendolo mortalmente, 
e rest tra la vita e la morte per due mesi e mezzo. La sua fu
l'amministrazione pi breve della presidenza americana.
Era nato a Orange, nell'Ohio, il 19 novembre 1831, in una capanna
di tronchi, l'abitazione tradizionale dei pionieri, ma i suoi, colpiti
dalla sua capacit di apprendere, avevano deciso di farlo studiare ed
egli riusc a farlo in gran parte perch si pag le spese dello Hiram
College e poi del William College, le due scuole pi prestigiose del
suo Stato, col proprio lavoro. Tir avanti dando lezioni private ma
anche facendo il contadino e il carpentiere. A venticinque anni co-
minci a fare l'insegnante di latino e di greco nella sua vecchia scuo-
la, della quale divenne presto preside.
La sua vita sembrava incanalata sul tranquillo binario dell'insegna-
mento (si era sposato ed ebbe sette figli) quando la guerra civile in-
cendi il paese ed egli non esit ad offrire i propri servigi al governa-
tore. Fu posto alla testa del 42esimo reggimento dei volontari dell'Ohio,
in gran parte composto da suoi ex allievi. Cominci come tenente
colonnello e si ritrov generale: il pi giovane sui due fronti. Ci gli
valse l'elezione alla Camera dei rappresentanti, incarico che mantenne 
ininterrottamente dal 1863 al 1881, quando fu eletto alla presidenza. 
La scelta era caduta su di lui perch il Partito repubblicano si divise 
sulla scelta del leader e soltanto sul suo nome si trov un accordo: 
era un candidato sufficientemente sbiadito.
L'elezione non pacific gli animi e fu il clima rancoroso di questa
lotta politica che indusse uno squilibrato Charles Guiteau - deluso
per non avere ottenuto un impiego - a scaricargli addosso la pistola:
il presidente Garfield era diretto a Orange per una visita ufficiale
alla sua vecchia scuola e l'attentato avvenne a Elberon, nel New
Jersey. Fu qui che egli mor dopo aver lottato inutilmente per salvarsi.

Chester Alan Arthur
Fu portato alla presidenza dalla prematura morte del predecessore 
ma fu presto evidente che dei due nomi del ticket presidenziale il
suo era il pi adatto all'alta carica. Se era stato candidato soltanto
per la vice presidenza ci era dovuto al fatto che molti diffidavano
della sua personalit troppo forte: era stato per lungo tempo l'espo-
nente pi autorevole della macchina elettorale del Partito repubbli-
cano a New York ed aveva messo a frutto la carica di amministratore 
del porto della metropoli.
Contrariamente a quanto molti temevano, si distinse per l'opera
moralizzatrice cui si dedic facendo approvare la prima legge sui
pubblici funzionari. Fino ad allora le cariche negli uffici pubblici
erano state appannaggio del partito vincitore ed erano state usate a
beneficio del partito; in non pochi casi i funzionari erano riusciti a
salvare il proprio posto con metodi discutibili. Gi in precedenza al-
cuni presidenti avevano tentato di mitigare questo sistema detto
della spartizione delle spoglie ma con scarso successo. Proprio
l'assassinio di Garfield richiam drammaticamente il problema
all'attenzione di tutti e il presidente Arthur, che poteva essere con-
siderato un vero conoscitore della materia, ottenne l'approvazione
di una legge che stabiliva l'assunzione dei funzionari per concorso
pubblico e la loro inamovibilit. Col passare del tempo tale legge sa-
rebbe stata estesa a numerosi incarichi a opera di vari presidenti, ma
Arthur attu una riforma importante perch assicur alla macchina
federale funzionari esperti nel momento in cui il paese si avviava a
diventare una potenza industriale: proprio in questi anni a New
York - dove si stavano costruendo ormai i primi grattacieli (dieci
piani) - fu inaugurato il ponte di Brooklyn.
Sotto l'amministrazione del presidente Arthur fu chiusa l'indiscri-
minata immigrazione cinese, conseguenza del fatto che la ferrovia
ormai collegava la costa atlantica al Pacifico e si tenne l'esposizione
universale di New Orleans che da una parte lanciava gli Stati Uniti
nella competizione mondiale dei commerci e dall'altra sanciva la ri-
nascita del Sud. Il 30 aprile 1882 venne eliminato Jesse James, l'ultimo 
vero fuorilegge del West; al suo assassino, un traditore, andarono 
i 10 mila dollari della taglia.
In complesso la presidenza di Chester A. Arthur fu giudicata posi-
tivamente e coincise con una fase feconda dello sviluppo del paese,
contrassegnato dal progresso dei trasporti continentali e dalla nasci-
ta dei primi colossi industriali. Proprio l'anno in cui Arthur succede-
va a Garfield, John D. Rockefeller fondava il suo impero petrolifero.
Era venuto al mondo il 5 ottobre 1830 a Fairfield, nel Vermont, e
aveva cominciato a guadagnarsi la vita come insegnante. Successivamente 
aveva frequentato lo Union College di Schenectady (New York) laureandosi 
in legge. Trasferitosi nella metropoli divenne presto uno dei pi 
apprezzati avvocati e nel 1859 si era sposato. Durante la guerra civile 
aveva presieduto, con l'incarico di quartiermastro generale, la struttura 
che garantiva i rifornimenti per l'esercito nordista. Fu in conseguenza 
dell'ottima prova in questo incarico che il presidente Grant lo nomin 
amministratore del porto di New York.
Fu stroncato da un infarto il 18 novembre 1886, pochi mesi dopo
essersi ritirato a vita privata, nella sua casa di New York.

Grover Stephen Cleveland
Suo padre era un pastore presbiteriano ed egli - quinto di nove fi-
gli - nato il 18 marzo 1837 nel New Jersey, fu costretto a pagarsi gli
studi col proprio lavoro, e, dopo la morte del padre, ad aiutare la
mamma ad allevare i quattro fratelli pi giovani. Nonostante tutto a
ventidue anni era gi iscritto all'albo degli avvocati. Quattro anni
dopo divenne sceriffo della contea dell'Erie e a 44 anni fu eletto sin-
daco di Buffalo. Dopo un anno si insedi ad Albany come governatore 
dello Stato di New York.
In vista delle elezioni del 1884 i dirigenti del Partito repubblicano,
delusi dal braccio di ferro col presidente Chester Arthur, decisero di
presentare la candidatura di un maneggione che avrebbe dovuto
soddisfare le loro attese, mentre i democratici scelsero il sindaco di
Buffalo, che si era fatto la fama di scrupoloso tutore della legge. La
campagna elettorale fu tra le pi accese e non fu aliena dagli attac-
chi personali. Contro Cleveland, ad esempio, fu imbastito uno scan-
dalo a causa di un figlio illegittimo, ma egli reag semplicemente am-
mettendo la verit: dopotutto, essendo scapolo, non aveva fatto un
torto alla legittima consorte...  assai probabile che l'avversario -
James G. Blaine, speaker della Camera per anni - avrebbe avuto la
meglio se i repubblicani non avessero commesso gravi errori durante 
la campagna elettorale. Uno di questi errori fece convergere su
Cleveland i voti di New York, che pure sarebbero dovuti andare a
Blaine perch Cleveland era inviso alla poco scrupolosa centrale
politica democratica della metropoli, Tammany Hall.
A parere degli storici Grover S. Cleveland si rivel come uno dei
presidenti pi impreparati della storia americana: non aveva espe-
rienza di politica federale, aveva scarsa cultura e poteva vantare 
soltanto un'infarinatura generale nelle questioni pi importanti. 
All'indomani dell'insediamento domand quale fosse il problema pi
urgente da affrontare e quando gli fu detto che era quello delle tarif-
fe si strinse nelle spalle: non ne sapeva assolutamente nulla. Tutti
concordano per nel riconoscere che egli fu uno dei pi scrupolosi
presidenti: prima di firmare un provvedimento e prima di prendere
una qualsiasi decisione egli si era sempre coscienziosamente prepa-
rato. Inoltre, l'esperienza fatta come sceriffo e come sindaco (non-
ch come avvocato) l'aveva reso esperto nell'arte di riconoscere le
persone poco affidabili e inclini agli affari sporchi. Quando non era
convinto di una legge pur approvata dal Congresso non esitava ad
apporre il veto cui la costituzione gli dava diritto. In certi casi 
liquidava le pratiche con verdetti poco diplomatici, magari annotandovi
sopra parole come inammissibile peculato.
Quando entr alla Casa Bianca, essendo scapolo, affid inizialmente 
le mansioni di padrona di casa alla sorella Rosa Elizabeth (Libbie) 
che incant tutti. Ci tuttavia non dur a lungo: non sfugg ai 
giornalisti che tra gli ospiti abituali del presidente c'era la signora
Folsom, una piacente vedova costantemente accompagnata dalla figlia. 
Vennero frettolosamente compiute delle ricerche e si seppe
che la signora era stata sposata con un socio dello studio legale di
Cleveland. La rivelazione che il presidente pensava di sposarsi con
la signora Folsom mise a rumore Washington. Cleveland si mostr
seccato, ma soltanto gli intimi ne conoscevano la vera ragione: pen-
sava di sposarsi, ma con la figlia della vedova, Frances, che ancora
andava a scuola...
Le nozze furono effettivamente celebrate il 2 giugno 1886, alla
Casa Bianca. Considerando il matrimonio un fatto esclusivamente
privato il presidente impose una cerimonia semplice, con pochi invi-
tati, anche se non pot evitare che la banda della marina (diretta da
John P. Sousa) eseguisse la marcia nuziale di Mendelssohn. Ventun
colpi di cannone festeggiarono gli sposi con un fragoroso saluto. La
coppia presidenziale - lui aveva quasi cinquant'anni e lei appena
22 - pass la luna di miele in un cottage nel Maryland, assediata dai
giornalisti che raccoglievano pettegolezzi e battute dai camerieri del
ristorante incaricati di portare i cibi. Quando torn a Washington il
presidente scrisse una vibrata lettera al direttore del New York Eve-
ning Post per protestare contro i fastidiosi e impertinenti cronisti.
La giovanissima first lady se la cav benissimo sia nelle mansioni
pubbliche che in quelle private. Sembra non aver interferito mai
nelle questioni politiche e si affrett a dare cinque figli al presiden-
te. Fu pi pronta di lui a intuire la potenza della stampa e il giorno in
cui un giornale annunci che ella aveva deciso di dar l'addio alla cri-
nolina, bench non fosse vero, decise di rifarsi il guardaroba provo-
cando una vera rivoluzione nel costume delle donne d'America.
Alla fine del mandato, nel 1889, Cleveland fu battuto da Benjamin
Harrison e quando lasci la Casa Bianca, al maggiordomo Jerry Smith 
che l'aiutava a salire sulla carrozza la giovane signora raccomand 
di tenere tutto in ordine perch aveva intenzione di tornare
presto. "Ma davvero, signora, siete sicura di tornare?", domand
l'altro. Frances Cleveland, sorridendo, gli disse:  assolutamente
certo che torneremo qui tra quattro anni.
E le cose andarono esattamente cos: dopo la parentesi dell'ammi-
nistrazione Harrison, nel 1893, Cleveland fu di nuovo presidente. Il
suo secondo mandato coincise con una grave crisi economica alla
quale concorsero numerose cause: il problema monetario con la po-
lemica sull'argento, l'esasperato individualismo dei grandi trust, la
concorrenza spietata che gli imprenditori facevano ai lavoratori as-
sumendo gli immigrati a paghe di fame, eccetera. Quando a Chicago l'in-
dustriale George Pullman licenzi in massa gli operai della grande
fabbrica di vetture ferroviarie avendo visto calare gli utili, si ebbe 
il pi drammatico scontro sociale, che Cleveland fronteggi con le
maniere forti, dando un colpo decisivo alla propria popolarit.
Alla fine del secondo mandato Grover Cleveland si ritir a Prince-
ton, nel New Jersey, dove venne nominato amministratore dell'uni-
versit. Mor il 24 giugno 1908, per un cancro alla mandibola. La sua
vedova si rispos nel 1913 con un professore di archeologia e mor a
sua volta nel 1947, a 83 anni.

Benjamin Harrison
Sostenuto dai gruppi che non avevano gradito l'intransigente onest 
di Cleveland, Benjamin Harrison si rivel uno strumento docile
nelle mani delle lobbies che a Washington rappresentavano gli inte-
ressi della grande industria e dei gruppi di pressione, tra i quali i ve-
terani della guerra civile che, a distanza di un quarto di secolo, con-
tinuavano a rivendicare il diritto alla pensione bench in molti casi
tale diritto fosse discutibile.
Non aveva meriti eccezionali al proprio attivo ma disponeva di un
nome importante: suo nonno era stato il nono presidente degli Stati
Uniti, il suo bisnonno era stato tra i firmatari della Dichiarazione 
di Indipendenza e suo padre era stato a lungo rappresentante parla-
mentare dell'Ohio. Quanto a lui - nato il 20 agosto 1833 a North
Bend (Ohio), aveva studiato legge a Cincinnati ed era stato scelto
come procuratore. Durante la guerra civile aveva servito nell'esercito 
come colonnello e nel 1886 era stato eletto senatore, quando per 
aveva tentato di farsi rieleggere rest deluso. Ci rimase talmente 
male che consider chiusa la propria carriera politica.
Due anni dopo, invece, i repubblicani lo scelsero per contrapporlo
a Cleveland e fu tale l'impegno (e il denaro) profuso dai suoi soste-
nitori - i pi importanti capitalisti del paese - che riusc eletto con 
la maggioranza del collegio elettorale bench Cleveland avesse ot-
tenuto oltre 100 mila voti popolari pi di lui.
La speranza che i suoi sostenitori avevano riposta in lui non fu de-
lusa e proprio per questo quattro anni dopo il voto popolare richiam 
al potere Grover Cleveland, e questa volta non fu possibile tra-
sformare il risultato delle urne. I veterani della guerra civile ebbe-
ro quanto Cleveland aveva tentato di negare loro (in realt il loro
numero cresceva di anno in anno...) e l'industria pot beneficiare di
un protezionismo mai registrato prima.
Allo scadere del mandato rientr nell'ombra ritirandosi a Indiana-
polis, nell'Indiana, dove mor il 13 marzo 1901.

William McKinley
William McKinley fu eletto presidente al culmine di una campagna
elettorale talmente accesa da restare memorabile. La questione del
bimetallismo divideva l'Est dall'Ovest (quello era fautore del gold
standard e questo chiedeva di affiancargli l'argento, di cui il West
era ricco) ma anche pi tese erano diventate le relazioni sociali per
lo strapotere degli imprenditori, cui si opponevano le appena nate
organizzazioni sindacali.
Il metodo cui era ricorso Cleveland per stroncare lo sciopero Pullman 
aveva alienato ai democratici il favore di gran parte della classe
operaia e i repubblicani furono cos abili da proporsi come paladini
dei diritti dei lavoratori mentre in realt difendevano soprattutto gli
interessi dei grandi complessi industriali. Successivamente gli storici
avrebbero spiegato che con la grande competizione del 1896 si era
registrato lo scontro definitivo tra le idee di Jefferson e quelle di 
Hamilton, ossia tra chi intuiva il futuro industriale dell'America e 
chi sognava l'America agricola, quella del Sud e del Middle West.
Artefice della vittoria di William McKinley fu il senatore Mark
Hanna, leader dei repubblicani: un abilissimo stratega delle lotte
parlamentari e, a sua volta, ricco imprenditore dell'Ohio. Fu lui a
imporlo alla convenzione del partito, cos com'era stato lui a farne 
la propria creatura, non esitando a salvarlo finanziariamente quando
aveva rischiato di soccombere a causa di una crisi.
Nato il 29 gennaio 1843 non aveva avuto una brillante carriera sco-
lastica, anche perch allo scoppio della guerra civile si era offerto
volontario raggiungendo il grado di maggiore. Soltanto dopo il con-
gedo riprese gli studi e divent avvocato. A 33 anni fu eletto alla Ca-
mera dei rappresentanti e vi rimase fino al 1891, quando appunto
Mark Hanna l'aiut a diventare governatore dell'Ohio.
A favorire la sua elezione presidenziale fu, probabilmente, l'enor-
me sforzo finanziario dei suoi sostenitori, tuttavia il programma
dell'avversario (William Jennings Bryan del Nebraska), tutto cen-
trato sul pi radicale populismo, oltre che sulla difesa dell'argento,
dovette facilitargli la strada. I repubblicani riuscirono ad accreditare
il timore che se Bryan avesse vinto molte fabbriche sarebbero state
costrette a chiudere.
Quando McKinley divenne presidente l'attenzione generale era ri-
volta alla questione di Cuba. L'isola caraibica era ancora una colo-
nia spagnola ma gli imprenditori americani vi avevano enormi inte-
ressi nelle piantagioni di zucchero e di tabacco. A pi riprese, anzi,
c'era stato in America qualcuno che sollecitava la conquista di Cuba
ma la questione era sempre stata rimossa sostenendo che gli Stati
Uniti non erano nati per diventare una potenza coloniale. Nell'ulti-
mo decennio del secolo la situazione interna dell'isola era ancora
una volta turbata da insorgenze e proteste contro il malgoverno spa-
gnolo: migliaia di cubani languivano e non di rado morivano nei
campi di concentramento per iniziativa del governo militare.
La pressione dei circoli finanziari americani per una iniziativa che
ristabilisse l'ordine a Cuba si fece via via pi esplicita e il pre-
sidente Cleveland aveva ammonito il governo di Madrid, ma non aveva 
ottenuto apprezzabili risultati. Allo scopo di proteggere gli interessi
degli investitori americani, gli Stati Uniti inviarono nella rada
dell'Avana la corazzata Maine che la sera del 15 febbraio 1898
esplose provocando la morte di 262 uomini. Bench restino misteriose 
le cause della sciagura (non si  mai chiarito se fu attentato o
esplosione accidentale) il presidente McKinley se ne valse per otte-
nere dal Congresso il via alla guerra e nell'aprile successivo, prima
ancora che gli spagnoli riuscissero a chiedere una trattativa, il con-
flitto cominci.
Fu, quella, la sola volta che il presidente McKinley disobbed al suo
mentore Hanna, contrario alla guerra, ma i fatti gli dettero ragione:
fu una guerra facile e vincerla fu una cosa rapida. A comprenderlo al
volo fu il sottosegretario alla Marina Theodore Roosevelt, che si di-
mise dal governo e si pose alla testa del reggimento dei Rough Riders
col grado di colonnello: ne ricav tale popolarit che divent subito
governatore di New York e infine presidente.
Anche McKinley trasse vantaggi politici dal suo interventismo
giacch venne eletto per un secondo mandato nel 1901, proprio por-
tandosi a Washington come vice presidente il colonnello Roosevelt.
Questi il 14 settembre dovette prendere il suo posto perch un anar-
chico di origine polacca uccise McKinley con due colpi di pistola
mentre il presidente stava inaugurando l'Esposizione panamericana 
di Buffalo.

Theodore Roosevelt
Sul treno che trasportava la salma di McKinley a Canton, nell'Ohio, 
c'era anche il vecchio senatore Mark Hanna, il grande elettore 
che l'aveva pilotato fino alla Casa Bianca. Hanna, il boss dei
boss del Partito repubblicano, non faceva mistero delle proprie
preoccupazioni per l'avvenire: recriminava che alla convenzione di
Filadelfia, McKinley avesse accettato di essere affiancato per la vice
presidenza dal governatore dello Stato di New York, Theodore
Roosevelt: "Gli avevo detto che era uno sbaglio essere abbinato a
quell'accidente", borbottava. Gli avevo chiesto di figurarsi sul se-
rio quel che sarebbe successo se fosse venuto a morire. Ed ora ecco
qua, quel maledetto domatore di cavalli  presidente degli Stati
Uniti.
Teddy Roosevelt non stava sullo stomaco soltanto a Mark Hanna.
Lo stesso McKinley era stato costretto ad accettarlo nel ticket per
doverosa cortesia ad un altro potente del partito, Thomas C. Platt
che aveva fatto il bello e il cattivo tempo a New York finch Teddy
Roosevelt non aveva messo il naso nei suoi affari: farlo promuovere
alla vice presidenza era un modo pi pulito di eliminarlo dalla pro-
pria strada.
Fu con queste credenziali che il nuovo presidente si insedi alla
Casa Bianca. Mai, prima di lui, si era avuto un capo dell'esecutivo
cos giovane: aveva appena 43 anni. La sua era un'allegra e chiassosa
famiglia che i compassati domestici guardarono all'inizio con circo-
spezione. Nel 1909, quando lasci Washington per far posto al pro-
prio successore, al momento di uscire dalla residenza presidenziale
disse: Pu darsi che altri abbiano abitato pi a lungo di me in que-
sta casa e ci si siano trovati bene quanto me, ma certo nessuno ci si 
 divertito quanto noi. Alludeva ai quattro maschi ed alle due bambi-
ne che aveva avuto da Edith Kermit Carow, l'amica d'infanzia che
aveva sposato dopo la morte della prima moglie: per nulla intimoriti
dall'ufficialit di quella casa, i piccoli avevano scorrazzato rincor-
rendosi per le austere sale e si erano calati per le scale scivolando 
sui corrimano.
Al di l di certi particolari pi o meno pittoreschi, Theodore Roo-
sevelt fu davvero un grande presidente, senza dubbio il pi adatto a
introdurre nel nuovo secolo un paese che si avviava a diventare uno
dei protagonisti della storia del mondo. Sembrava che si fosse pre-
parato diligentemente per quell'incarico al quale, tutto sommato,
era arrivato casualmente, mediante una scorciatoia.
Era nato a New York City il 27 ottobre 1858 e nelle sue vene scor-
reva sangue olandese per parte di padre e sangue scozzese-irlandese
e franco-ugonotto da parte di madre; la sua era una ricca famiglia
del mondo degli affari. Debole di vista, afflitto da attacchi d'asma e
da altri malanni che gli impedivano di giocare con gli amici d'infan-
zia sottopose il proprio corpo a un trattamento assiduo in cui si al-
ternavano la ginnastica, il tennis e la boxe. Ci gli permise di diven-
tare forte come un toro e di prendere l'abitudine alla vita attiva, alla
quale si mantenne fedele anche negli anni della presidenza, e dopo.
Stent un p a trovare la propria strada e probabilmente avrebbe
voluto diventare uno storico. A 22 anni, appena uscito da Harvard,
spos una ragazza di Boston, Alice Hathaway Lee e il suo fu un ma-
trimonio felice, che dur quattro anni e non fu mai dimenticato:
avrebbe chiesto un giorno alla seconda moglie di non chiamarlo
Teddy, il diminutivo col quale l'aveva sempre chiamato Alice e che
ora gli era diventato insopportabile. Su consiglio della famiglia fre-
quent la facolt di giurisprudenza della Columbia University e si
prepar all'esame di Stato lavorando nello studio legale dello zio
Robert ma l'avvocatura non faceva per lui: aveva deciso di darsi alla
politica. Era repubblicano, naturalmente, come c'era da aspettarsi
dal rampollo di una solida famiglia, ma dei repubblicani ripudiava la
corruzione dilagante e si impose come elemento di spicco tra i gio-
vani che si battevano per riformare il partito. Ottenne incarichi mu-
nicipali, poi partecip alla convenzione di Chicago (1884) come
capo della delegazione di New York entrando apertamente in con-
flitto, per il suo riformismo, coi dirigenti del partito.
Deluso da questa prima esperienza e prostrato dal dolore per la
prematura morte della moglie, part per il Dakota, dove visse per tre
anni la vita del pioniere: aveva sognato sempre la frontiera ed ora
realizz il vecchio desiderio lavorando in una fattoria, facendo il
cow-boy e domando cavalli. Quando torn a New York aveva la pelle 
scura dei contadini e le mani callose, ma ci non gli imped di scri-
vere due biografie, quella di Thomas H. Benton (un uomo politico
che era stato amico di Jackson e collaboratore di Van Buren, ma che
soprattutto era stato un western man) e di Gouverneur Morris (col-
laboratore di G. Washington durante la Guerra di indipendenza e
poi testimone della rivoluzione francese, durante la quale si era
compromesso nel tentativo di salvare Luigi 16esimo)
Il richiamo della politica, tuttavia, non tard a farsi nuovamente
sentire e T. Roosevelt si lasci nuovamente coinvolgere dalle vicen-
de di New York, e accett l'incarico di commissario per la politica
cittadina. La citt, che quando Roosevelt era nato contava settecen-
tomila abitanti, era ormai una metropoli tentacolare che superava i
tre milioni di cittadini, la pi grande citt del mondo. La polizia ne
rifletteva pi le miserie che gli splendori e il riformatore Roosevelt
ottenne risultati brillanti e clamorosi, pur se non permanenti. Anche
come commissario per il pubblico impiego - qualcosa di analogo al
nostro assessorato al personale - ebbe in seguito l'opportunit di
mettere in luce le doti di riformatore che gi l'avevano posto in evi-
denza. Fu in questo ufficio che cominci il suo scontro con T. C.
Platt, che fino ad allora aveva liberamente speculato traendo van-
taggi economici e politici da ogni iniziativa. E fu allora che il 
senatore Platt prese a darsi da fare per toglierselo dai piedi.
All'indomani dell'esplosione della corazzata Maine il presidente
McKinley si prepar frettolosamente alla guerra e venne persuaso
(da Platt) a nominare l'efficientissimo esponente repubblicano di
New York sottosegretario alla Marina. L'incarico era prestigioso
ma Roosevelt, appena la guerra contro la Spagna fu dichiarata, non
esit a dimettersi per parteciparvi: aveva capito al volo che quella
sarebbe stata la sua grande occasione. Non era una gran guerra,
ma era tutto quello che c'era a disposizione, avrebbe detto un giorno.
Memore dell'esperienza compiuta nel Dakota, organizz un reparto di 
cavalleria con volontari arruolati nel West - i Rough Riders - e li 
guid personalmente alla carica sulla collina di San Juan.
Quest'episodio indubbiamente glorioso rese popolare in tutto il
paese il politicante che non aveva esitato a lasciare il governo per
andare al fronte. Subito Theodore Roosevelt venne eletto governa-
tore dello Stato di New York e il senatore Platt fu costretto a masti-
care amaro per due anni, fino al giorno in cui ebbe l'idea di convin-
cere McKinley ad accettarlo come concorrente per la carica di vice
presidente.
Quando si sent fare la proposta Roosevelt non fece salti di gioia. Il
vice presidente non ha, tradizionalmente, un ruolo politico determi-
nante (presiede, in pratica, soltanto il Senato) ed egli non si sentiva
attratto dalla carica, ma alla fine dovette cedere. E il duo McKinley-
Roosevelt ottenne una vittoria strepitosa alle elezioni del 1900. La
rivoltella dell'anarchico fece il resto, togliendo McKinley dalla scena.
Con lui, gli americani ebbero un eroe nazionale alla Casa Bianca,
un condottiero dilettante, che portava spesse lenti a pince-nez e che
si inebriava quando sentiva la banda suonare una marcia e quando
vedeva garrire al vento la bandiera a stelle e strisce. Ma scoprirono
che per lui tutto questo faceva parte del colore locale: il presidente
aveva delle idee ed era intenzionato a realizzarle. Nel primo mes-
saggio al Congresso disse: Non siamo n per il ricco n per il pove-
ro in quanto tali: siamo per l'uomo onesto, ricco o povero che sia.
Tra le sue prime iniziative ci fu il rilancio della legge Sherman con-
tro i monopoli, che fino a quel momento non aveva dato i frutti spe-
rati, e l'istituzione di un ministero del Commercio e del Lavoro, de-
stinato a garantire il mondo della produzione nei rigorosi ambiti
della legge. I magnati dell'industria, che fino ad allora avevano spa-
droneggiato raggiungendo un immenso potere economico ed anche politico, 
furono costretti a rivedere la loro strategia e i sindacati tro-
varono nel governo un arbitro imparziale. Alla fine si scoprir che i
risultati non saranno esaltanti, ma Roosevelt avr aperto la strada
ad un capitalismo pi moderno, meno piratesco, pi adatto ai nuovi
traguardi.
Un'altra coraggiosa iniziativa dell'amministrazione Roosevelt fu
l'intervento in difesa delle ricchezze naturali del paese, dalle minie-
re alle foreste. Nel corso del 19esimo secolo gli americani avevano sac-
cheggiato senza risparmio il loro immenso territorio, presumendo che 
le risorse fossero inesauribili. Roosevelt pose limiti invalicabili
alla speculazione, preserv foreste incamerandole nel demanio fe-
derale, costrinse le societ ferroviarie a cedere gli immensi territori
che - valendosi di una legge ormai superata - avevano espropriato
senza usarli a beneficio della comunit; favor nella valle del Missis-
sippi un gigantesco progetto di irrigazione che pose a disposizione
enormi zone fertili (750 mila acri); rimise in moto i lavori del canale
di Panama, che da tempo erano paralizzati, non esitando a forzare
la mano al Congresso pur di aprire questa via di comunicazione fon-
damentale per i collegamenti marittimi tra l'Est e l'Ovest del paese.
Questa non fu la sola iniziativa rilevante di politica estera: un pre-
stigio straordinario venne all'Unione quando la mediazione di Roo-
sevelt riusc a far sedere al tavolo delle trattative giapponesi e russi,
invischiati nella guerra in Estremo Oriente. Con questa attivit di-
plomatica Roosevelt impose all'attenzione del mondo il peso degli
Stati Uniti, che nessuno, ormai, avrebbe pi potuto sottovalutare. E
quando la Germania di Guglielmo secondo minacci di invadere il Vene-
zuela, colpevole di non tener fede agli impegni contratti, il presidente
fece riservatamente sapere a Berlino che gli Stati Uniti non avreb-
bero assistito all'operazione con le mani in mano. Perch la Germa-
nia non si rivolgeva al tribunale internazionale dell'Aia, appena co-
stituito? Infine gli Stati Uniti fecero sentire la loro voce anche alla
Conferenza di Algesiras (1906) e il loro intervento fu un notevole
contributo a rinviare una guerra che avrebbe coinvolto l'intera Europa.
Eletto nuovamente nel 1904, Roosevelt si sent proporre nel 1910
di presentare una terza candidatura ma rifiut (sebbene avesse sol-
tanto 52 anni) bench avesse probabilmente l'elezione in tasca: con-
tava molto sul delfino che aveva preparato per la successione, W. H. Taft.
Prefer partire per un viaggio che lo port in Inghilterra, in Svezia
(per ricevere il Nobel per la pace) e in vari paesi d'Europa e in Afri-
ca (tra l'altro a caccia di leoni). Quando torn in patria ebbe la sgra-
dita sorpresa di scoprire che Taft aveva tradito le sue speranze e non
esit a gettarsi nuovamente nella mischia politica contro di lui. Ap-
parve a tutti combattivo come un tempo: quando a Milwakee un
esaltato gli spar durante un comizio, bench ferito respinse i soc-
corritori e si fece accompagnare all'ospedale soltanto dopo aver fi-
nito di parlare. Nel 1917 chiese di essere inviato in Francia a com-
battere ma il presidente Wilson lo ferm perch la sua salute era
ormai malferma.
Mor il 6 gennaio 1919 a causa delle febbri contratte in Brasile
dove aveva guidato una spedizione alla ricerca delle sorgenti dei
Fiume del Dubbio, che ora si chiama Rio Roosevelt.

William Howard Taft
A scoprirlo era stato il presidente McKinley, che gli aveva affida-
to l'incarico di governatore civile delle Filippine all'indomani della
guerra contro la Spagna. A quell'epoca (1900) William H. Taft era
decano del dipartimento giuridico dell'Universit di Cincinnati; la
sua attivit si era dispiegata prevalentemente nel suo Stato, l'Ohio,
dov'era nato il 15 settembre 1857.
Pi noto di lui era stato suo padre, che era stato ministro della Giu-
stizia col presidente Grant e aveva svolto incarichi diplomatici a
Vienna e a Pietroburgo.
L'azione dispiegata da Taft nelle Filippine per la rifondazione
dell'assetto civile dell'ex colonia spagnola, ormai diventata posse-
dimento americano, si dimostr efficiente in tutti i campi, anche in
quelli pi ostici. Taft dispieg una particolare abilit diplomatica
nelle trattative con la Santa Sede, ad esempio, quando si tratt di ri-
negoziare con i cattolici la difficile questione delle propriet eccle-
siastiche senza contraddire le linee portanti della politica america-
na, tendenti a tagliare le commistioni tra Chiesa e Stato (la Chiesa
cattolica si era trasformata nei secoli in un supporto del potere spa-
gnolo) e nell'instaurare uno Stato rigorosamente laico.
Il nuovo presidente Th. Roosevelt affid a William H. Taft la tra-
ma delicata che avrebbe rimesso in moto i lavori del canale di Pana-
ma e anche in questo incarico il professore dell'Ohio dimostr gran-
de abilit. Roosevelt fu favorevolmente colpito soprattutto dal fatto
che Taft era sufficientemente duttile da muoversi entro i limiti che
gli erano stati indicati, dando prova di abilit nel suggerire compro-
messi e scappatoie. Insomma, un vero diplomatico. Risolta la vicen-
da di Panama, Roosevelt volle al proprio fianco Taft, che nomin
ministro della Guerra.
Fu l'avvio di una collaborazione proficua: tra tutti i membri del suo
governo, il presidente si illuse di vedere in lui il pi fedele in-
terprete della politica che cercava di attuare: Taft aveva compreso in 
particolare le motivazioni morali che la ispiravano, l'ansia di giu-
stizia che stava alla base delle sue iniziative, l'intento riformatore. 
Al termine del secondo mandato Theodore Roosevelt era talmente convinto 
di aver trovato il miglior successore che non soltanto decise di buon
grado di rifiutare le proposte per una terza candidatura ma prefer
partire per il suo gran viaggio immediatamente dopo l'insediamento
di Taft proprio allo scopo di non imbarazzarlo mentre stava organiz-
zando il gabinetto. I loro nomi erano a tal punto legati che gli avver-
sari accusavano Taft di essere soltanto l'umile esecutore degli ordini
di Roosevelt e questi voleva evitare che il nuovo presidente potesse
essere sospettato di scarsa autonomia.
Due anni e mezzo dopo, quando la nave che lo riportava in patria
approd a New York, Theodore Roosevelt ebbe ragione di ritenere
che la sua popolarit fosse ancora cos alta proprio perch l'ammini-
strazione Taft aveva ingenerato un diffuso rimpianto. I colloqui che
egli ebbe con i vecchi amici e collaboratori del gruppo riformista gli
chiarirono che cosa era accaduto: sorprendentemente il presidente
Taft si era lasciato irretire dalla vecchia guardia del Partito repub-
blicano e aveva messo da parte tutti i riformatori che a suo tempo
erano stati pi vicini a Roosevelt.
C'era molto di vero in queste lamentazioni: il fatto  che dopo esse-
re stata lungamente repressa dalla personalit esuberante di Th.
Roosevelt, la macchina del partito aveva avuto facile gioco a
prendere il sopravvento sul debole carattere di Taft, cos come il
Congresso - che aveva spesso mal digerito le forzature costituziona-
li del presidente - aveva ora ristabilito il proprio ruolo. Non era la
prima volta che ci accadeva nella storia degli Stati Uniti e non sa-
rebbe stata nemmeno l'ultima (nel braccio di ferro tra presidenza e
Congresso si sarebbe ad esempio imposto, successivamente, il cugino 
di Roosevelt) ma i rapporti tra i due amici di un tempo si fecero
via via pi tesi.
Qualche storico asserisce che Howard Taft trad il programma del
suo grande elettore ma questo  vero soltanto in parte: la grande in-
dustria e il grande capitale (il trust del denaro, come lo chiamavano
i giornali) misero in opera il loro ascendente sul Congresso e sulla
magistratura per rendere sempre pi difficile l'applicazione della
legge sui monopoli e quella relativa alle tariffe, cui Roosevelt aveva
dedicato tanta passione. Certamente Taft avrebbe potuto essere pi
fermo e mostrare maggior coraggio, ma probabilmente egli non fu in 
grado di opporre la necessaria resistenza alle pressioni che da varie 
parti furono esercitate su di lui. Sta di fatto che il presidente Taft
in molte occasioni fin col trovarsi isolato e una volta lasciata la 
Casa Bianca avrebbe ammesso che quello  il posto pi solitario del
mondo.
A provocare la definitiva rottura tra Taft e Roosevelt fu la sostitu-
zione di James R. Garfield, responsabile per l'amministrazione de-
gli Affari interni e poi di Gifford Pinchot, che dirigeva il Servizio
forestale: erano i due protagonisti del programma rooseveltiano di
salvaguardia delle risorse naturali del paese. I due furono sacrificati
all'offensiva scatenata dai monopoli e dagli speculatori, la cui avidi-
t il presidente non riusc a contrastare. Ne venne fuori anche uno
scandalo che sfior Taft.
Questo stato di cose aveva finito col dividere profondamente il
Partito repubblicano, la cui ala riformatrice invoc a gran voce il ri-
torno di Roosevelt. La macchina elettorale del partito per, riusc
a sventare questo rischio e Roosevelt decise di porre egualmente la
propria candidatura sotto le insegne di una sua personale formazione 
politica, il Nuovo nazionalismo, che assunse come emblema
l'alce (Bull Moose) in contrapposizione al tradizionale elefante re-
pubblicano e all'asino democratico. Gli storici avrebbero discusso a
lungo su questa discutibile decisione di Roosevelt e non manca il so-
spetto che almeno in parte essa sia stata suggerita semplicemente
dal desiderio del popolare Teddy di tornare alla presidenza.
Comunque stessero le cose, l'effetto pratico del voltafaccia politico
di Roosevelt fu di determinare la sconfitta di Taft e del suo antico
partito e di portare al potere i democratici con Woodrow Wilson.
Howard Taft si trasfer a Yale, dove riprese la sua antica professio-
ne di docente di legge fino al giorno in cui (1921) il presidente Har-
ding lo nomin a capo della Corte suprema, dalla quale si dimise nel
1930. Mor a Washington l'8 marzo di quell'anno.

Woodrow Wilson
Alla convenzione del partito democratico del 1912 si respirava
un'atmosfera piena di speranza: dopo quindici anni di digiuno, ossia
dal ritiro di Grover Cleveland, sembrava finalmente possibile torna-
re al potere giacch il Partito repubblicano era drammaticamente
spaccato. Tutto quello che c'era da fare consisteva nella scelta di un
buon candidato, un uomo che facesse dimenticare i fiaschi delle
competizioni sfortunate e che non fosse usurato dai pettegolezzi e
dagli scandali, un uomo pulito e che fosse decentemente presentabi-
le per le sue idee progressiste. La designazione cadde su Woodrow
Wilson.
Ignoto al grosso pubblico, da un paio d'anni era balzato alla ribalta
diventando governatore dello Stato del New Jersey, dopo aver passato 
la vita nelle aule universitarie a insegnare scienze politiche. Era
di appena due anni pi anziano di Th. Roosevelt, ma mentre questi
si era fatto un'esperienza assai variata come uomo d'azione, ammi-
nistratore e perfino come combattente, Wilson non aveva fatto che
studiare (da Princeton alla John Hopkins University) ed educare;
l'incarico pi alto cui era giunto era quello di rettore dell'Universit
di Princeton, assai prestigioso, certo, ma non tale da assicurare la
popolarit sulla stampa quotidiana. In quei due anni passati come
governatore, per, si era imposto per la dirittura morale.
Nato il 28 settembre 1856, era figlio e nipote di pastori presbiteria-
ni e forse da questo gli veniva il tono religioso e quasi profetico, 
nondimeno riusc a imporsi come interprete genuino della gente della
strada, come un tempo aveva fatto Lincoln.
Fu la Grande guerra l'avvenimento che monopolizz la sua attenzione 
nei due mandati in cui rest alla Casa Bianca, una guerra che egli 
cerc di scongiurare, poi di circoscrivere e che contribu a vincere. 
Una guerra dalla quale tent di tener fuori il suo paese e che fu
costretto a subire ma con la quale impose gli Stati Uniti tra le grandi
potenze del mondo, preparandoli al ruolo preminente cui la storia
del 20esimo secolo imperiosamente li chiamava.
Aveva cominciato la sua amministrazione dedicandosi prevalentemente 
ai problemi interni e in particolare a quelli economici (le questioni 
valutarie e bancarie) ma la bufera addensatasi sull'Europa gli
impose di dedicarsi prevalentemente alla politica estera. In questo
fu aiutato da un collaboratore che divenne presto il suo braccio de-
stro (una vera eminenza grigia) sebbene non ricoprisse alcun incarico 
in seno al gabinetto, Edward M. House.
Nella prima fase del conflitto mantenne gli Stati Uniti su una linea
di neutralit, anche rendendosi conto che l'immigrazione europea
aveva costretto a convivere negli Stati Uniti cittadini di numerose
nazionalit, circostanza che rendeva opportuna l'equidistanza dalle
nazioni belligeranti. Questo contribu senza dubbio anche alla sua
rielezione dopo il primo mandato (novembre 1916). Confortato dal
consenso della gente, il presidente dovette reagire quando la Ger-
mania proclam la guerra sottomarina totale, che pregiudicava la li-
bera navigazione delle navi neutrali e quindi rendeva impossibile
agli Stati Uniti commerciare con l'Europa. Appena comprese che gli 
americani erano favorevoli alla neutralit ma non a prezzo della
dignit nazionale, ruppe gli indugi.
Davanti al Congresso, nel corso di una seduta che sarebbe rimasta
memorabile, disse: Noi non siamo in conflitto col popolo tedesco
ma solo col dispotismo militare della Germania.  una cosa spaventosa 
gettare questo grande e pacifico popolo nella guerra pi terribile 
e disastrosa che si sia mai vista, giacch la civilt stessa  in gioco.
Ma il diritto  pi prezioso della pace, e noi combatteremo per le
cose che sono state sempre pi vicine al nostro cuore: per il diritto di
coloro che sono governati di far sentire la loro voce al loro governo,
per il diritto delle piccole nazioni....
Uno storico ha scritto che la partecipazione degli Stati Uniti alla
guerra non era inevitabile ma ebbe immensa portata non soltanto
perch il contributo della potenza americana nel momento pi critico 
per gli alleati (francesi, inglesi, belgi e italiani) determin la scon-
fitta degli imperi centrali ma anche perch enunci con chiarezza
per la prima volta quello che sarebbe stato il tema pi importante
del 20esimo secolo, il secolo americano. E accompagn tale intuizione
non con la retorica di un messaggio ma con l'assunzione da parte 
degli Stati Uniti di tale responsabilit.
Per la prima volta i soldati americani furono gettati nella gran for-
nace di una guerra europea ed  sintomatico che sbarcassero in
Francia e al saluto di chi li accolse a Boulogne (13 luglio 1917) ri-
spondessero con le parole La Fayette nous voici! (La Fayette, ec-
coci) significando che il loro intervento equivaleva a ricambiare
l'aiuto che la Francia aveva dato alla guerra di indipendenza americana.
L'intervento americano in Europa (che sarebbe costato 120 mila
morti e oltre 200 mila feriti) non trasform il presidente Wilson in
un fautore della guerra. Egli continu a guardare pi in alto e a bat-
tersi perch la vittoria non puntasse soltanto a dei vantaggi materiali
ma perch la pace fosse giusta e ristabilisse una durevole concordia
tra i popoli. Da Washington egli continu a lavorare al progetto del
mondo che sarebbe uscito dal grande massacro e che sognava purificato 
e saggio, soprattutto deciso a non commettere ancora una volta 
l'errore di lasciare la parola alle armi.
Nacquero cos i 14 punti che a suo parere avrebbero dovuto sal-
vaguardare la pace: abolizione di tutte le barriere doganali e libert
di commercio, riduzione degli armamenti, cessione alla Francia
dell'Alsazia e della Lorena, nuove frontiere per l'Italia in base al
principio di nazionalit, autodeterminazione per i popoli dell'Impe-
ro austro-ungarico, indipendenza della Polonia, costituzione di una
Societ generale delle Nazioni, una sorta di autorit sovranazionale
a garanzia dell'ordine pacifico e delle integrit territoriali.
Il preambolo di questo documento - che venne annunciato al Con-
gresso nel messaggio dell'8 gennaio 1918 - costituisce un saggio dello 
stile e delle convinzioni di Wilson e vale la pena di essere ricordato:
Noi siamo entrati in guerra a causa delle violazioni al diritto che ci 
riguardano direttamente e rendono impossibile la vita del nostro popolo 
a meno che non siano riparate e che il mondo sia assicurato per sempre 
che non si ripeteranno. Perci in questa guerra non domandiamo nulla per 
noi, ma il mondo deve essere reso adatto a viverci; e in particolare 
deve essere reso sicuro per ogni nazione pacifica che, come la nostra, 
desidera vivere la propria vita, stabilire liberamente le sue istituzioni, 
essere assicurata della giustizia e della correttezza da parte degli 
altri popoli del mondo come pure essere assicurata contro la forza e le 
aggressioni egoistiche. Tutti i popoli del mondo, in realt, hanno lo 
stesso nostro interesse, e per conto nostro vediamo molto chiaramente che, 
a meno che non sia fatta giustizia agli altri, non sar fatta a noi.
Gli effetti dell'iniziativa presidenziale non furono adeguati alla
sensazione che essa provoc a causa degli egoismi spesso miopi degli 
Stati, nondimeno Wilson non lasci che il suo entusiasmo si raf-
freddasse di fronte alle difficolt. E quando le armi tacquero egli
volle venire personalmente in Europa per battersi per le idee che
aveva esposto. Lott per frenare le pretese eccessive dei vincitori,
come l'annessione della Saar e di altre province renane alla Francia;
tent di far ridurre l'eccessivo carico delle riparazioni che si voleva-
no imporre alla Germania e riusc a ottenere che la costituzione della 
Societ delle Nazioni facesse parte del trattato di pace. Ma a Ver-
sailles il presidente conobbe nel complesso pi amarezze che soddi-
sfazioni e in pi di una circostanza apparve come un missionario di-
sarmato tra i cannibali.
La sua stagione politica, tra l'altro, volgeva al tramonto, anche se
egli mostrava di non prenderne atto. Nel novembre 1918, in occasione 
delle elezioni di medio termine, i repubblicani si erano assicurati
la maggioranza nel Congresso e ci aveva indebolito non poco la sua
posizione. Forse sarebbe stato meglio che egli non si fosse recato
personalmente a Parigi come capo della delegazione americana alla
conferenza della pace; forse sarebbe stato preferibile che egli invias-
se una delegazione composta da politici e diplomatici che rappre-
sentassero la nuova realt parlamentare espressa dagli elettori. Ma
egli era sempre stato un formidabile accentratore e non volle dele-
gare a nessuno il compimento della missione alla quale si era votato.
E si ritrov praticamente solo, mentre la sua stessa credibilit poli-
tica era ormai ridotta. Queste parole dell'ex presidente Theodore
Roosevelt rendono bene l'idea della situazione: I nostri alleati, i
nostri amici e lo stesso signor Wilson devono mettersi bene in testa
che il signor Wilson non  affatto qualificato in questo momento per
parlare in nome del popolo americano. La sua autorit  stata chia-
ramente ripudiata dal popolo....
Intorno al tavolo della pace Wilson trov i rappresentanti della
vecchia Europa ostinata e pertinace nei vecchi vizi e nelle antiche
furberie, uomini, soprattutto, assai lontani dall'idealismo del pro-
fessor Wilson. Il trattato che essi conclusero aveva in s i germi del
nuovo conflitto che sarebbe esploso di l a vent'anni.
Il Senato americano rifiut per due volte di ratificare il trattato e
l'adesione alla Societ delle Nazioni che prevedeva l'automatico ap-
poggio militare di sostegno di quei membri che si fossero trovati at-
taccati adducendo motivi di costituzionalit. L'obiezione si sarebbe
potuta superare e Wilson tent di arrivare al compromesso peregri-
nando per tutta l'America allo scopo di spiegare il proprio punto di
vista. Geloso delle proprie prerogative, il Senato si ostin nel miope
rifiuto.
Durante il viaggio Wilson si present ancora una volta come l'apo-
stolo dell'idealismo e si batt contro l'egoistico isolazionismo dei
suoi poco lungimiranti avversari. Ma la fatica cui si sottopose fu ec-
cessiva per la sua fibra: nel Colorado il presidente fu colpito da un
attacco cardiaco e dovette essere riportato a Washington semipara-
lizzato. Continu a governare in condizioni fisiche menomate e du-
rante questo periodo egli dovette fronteggiare gravi perturbazioni
sociali. Furono ora approvati anche due emendamenti alla Costitu-
zione: il primo introduceva il proibizionismo, il secondo concedeva
il voto alle donne.
Il 4 marzo 1921 riusc ad accompagnare in auto il suo successore
alla cerimonia di insediamento. Mor il 3 febbraio 1924.

Warren Gamaliel Harding
Resi avvertiti dalle elezioni che nel 1918 avevano posto in mino-
ranza il presidente Wilson al Congresso, gli esperti del Partito re-
pubblicano individuarono, per le presidenziali del 1920, un candidato 
che fosse il pi possibile diverso dall'uomo che doveva sostituire.
Wilson apparteneva all'aristocrazia della cultura ed era maturato
nelle severe aule della pi prestigiosa universit del Sud, parlava
con eloquio elegante e con un tono che sembrava ricalcato su quello
di John Adams e di Lincoln: aveva il dono di conferire una certa so-
lenne sacralit alle cerimonie pi consuete e aveva un concetto reli-
gioso dell'autorit presidenziale. Il candidato che i repubblicani
scelsero, Warren G. Harding, era il figlio di un medico di campagna
che lavorava anche come contadino, era nato in un villaggio nel cuore 
dell'Ohio il 2 novembre 1865, a diciassette anni aveva abbandonato 
gli studi per cominciare a lavorare come cronista in un giornaletto 
locale e a diciannove anni era gi direttore del Marion Star, il
quotidiano del capoluogo. Chi lo conobbe concorda nell'affermare
che non aveva nulla di speciale se non una certa capacit di unifor-
marsi al comune sentire della gente, e specialmente della gente che
conta. La personalit che per lui contava di pi era il senatore Jo-
seph B. Foraker ed egli ne divenne l'alter ego.
A 35 anni, su consiglio di Foraker, abbin alla professione di gior-
nalista quella di politico: divenne prima senatore dell'Ohio e, nel
1914, arriv a Washington soffiando il posto allo stesso Foraker (va
detto tuttavia che i due restarono amici). In Senato si mise in luce
pronunciandosi contro l'intervento americano in guerra e quindi
come uno dei pi vivaci avversari di Wilson. Assunse sempre posizioni 
di destra: chiese la fucilazione per le spie, si oppose al controllo 
federale delle fonti di energia, si batt a favore del proibizionismo 
e, subito dopo la guerra, si distinse nella richiesta di abolire le
restrizioni introdotte in conseguenza del conflitto per regolamentare 
determinati settori produttivi, i trasporti, eccetera. Fu anche tra i pi
risoluti oppositori alla ratifica del trattato di Versailles e all'adesio-
ne degli Stati Uniti alla Societ delle nazioni. La stampa repubblicana 
lo considerava un benpensante dal grande acume politico. Effetti-
vamente egli era convinto che la Nazione potesse essere decentemente 
governata soltanto dal partito repubblicano... soprattutto
perch ad esso facevano capo gli imprenditori che rendevano grande 
il paese.
La fine della guerra gli forn l'opportunit di proclamare quanto
non pochi americani volevano sentirsi dire, e cio che gli Stati Uniti
non dovevano immischiarsi nelle beghe europee, non dovevano farsi 
ammazzare sui campi di battaglia d'Europa, non dovevano gettare
dollari per gli altri, non dovevano permettere agli europei di inqui-
nare i sani princpi americani con le loro idee sovversive.
Come candidato alla vice presidenza gli fu abbinato Calvin Coolidge, 
una sorta di profeta dell'individualismo americano, formula che
celava un rigurgito di egoismo nazionalista. Era divenuto noto per
avere represso uno sciopero della polizia a Boston.
Scialbo e insignificante, Harding fu raccomandato ai dirigenti del
partito come candidato da Harry Dougherthy, un affarista dell'Ohio
che rappresentava la lobby dei magnati del petrolio: quello era il 
miglior passaporto in una convenzione in cui per generale ammissione
i petrolieri la facevano da padroni. La scelta si rivel felice perch
Harding super l'avversario democratico di ben sette milioni di voti.
Sul piano utilitaristico la scelta si dimostr egualmente proficua
perch il nuovo presidente fu sempre attentissimo alle esigenze dei
suoi grandi elettori.
Elegante, di poche parole, nemico della cultura e dei rossi, un
bon vivant facile alla risata grassoccia, buon raccontatore di barzel-
lette, aveva poche idee, ma era un insuperabile collettore di voti e
un ottimo giocatore di poker. Quando dovette formare il governo se
la cav affidando la maggior parte dei posti di responsabilit agli
amici che si era portato dietro dall'Ohio. Le personalit pi in vista
furono il ministro del Commercio, Herbert Hoover (l'efficientissi-
mo organizzatore degli aiuti americani agli europei) e Andrew W.
Mellon, cui and il ministero del Tesoro. Mellon, sulla cui compe-
tenza non potevano esserci dubbi, era il ricchissimo fondatore e pre-
sidente della Mellon National Bank e tycoon del trust dell'alluminio.
Un economista di formazione democratica come J. K. Galbraith scrive: 
Aumentarono rapidamente i profitti e il reddito dei ricchi e degli 
agiati. La tendenza fu favorita dai tenaci e felici sforzi del se-
gretario del Tesoro, Andrew W. Mellon, per ridurre le tasse sul red-
dito, con particolare sollecitudine per i contribuenti pi forti.
Gli ultimi tempi di Wilson erano stati afflitti da una fase di reces-
sione in parte dovuta al passaggio tra la produzione di guerra e quel-
la di pace, tuttavia a partire dalla fine del 1921 la ripresa coincise
con l'ottimismo di Harding, col suo sorriso gioviale e i suoi eleganti
abiti da maturo gaudente. Quando un intervento del presidente sugli 
industriali dell'acciaio che facevano capo alla U.S. Steel Corpo-
ration port alla riduzione dell'orario di lavoro degli operai (venne
di fatto abolita soltanto allora la giornata lavorativa di dodici ore...),
la popolarit di Harding sal alle stelle.
Purtroppo la cricca dell'Ohio, come veniva chiamata sempre pi
spesso dalle malelingue la compagine dei ministri e dei consiglieri
del presidente, era spesso occupata in affari non sempre cristallini. 
I giornali cominciarono a registrare indiscrezioni su certi illeciti 
guadagni della cerchia presidenziale e perfino su alcuni membri del 
governo: vendita di beni demaniali, frodi allo Stato, corruzione di 
funzionari pubblici e perfino concussione.
Il caso pi grave riguard il ministro degli Interni Albert B. Fall, 
invischiato insieme con quello della Marina nella cessione di un 
immenso giacimento petrolifero demaniale alle compagnie private in
cambio di bustarelle di centinaia di migliaia di dollari. Una commis-
sione d'inchiesta del Senato cominci le indagini mentre il presidente, 
angosciato, cercava di mantenersi estraneo al verminaio che le
indagini lasciavano vedere. Nell'intento di recuperare un minimo di
credibilit intraprese nell'estate 1923 un grande viaggio attraverso
gli Stati Uniti e l'Alaska, durante il quale parl direttamente ai pro-
pri elettori, quelli dell'America profonda, turbati dagli scandali.
A San Francisco la tragedia del presidente Harding giunse all'epilo-
go: una polmonite lo uccise il 2 agosto.
Parvero esserci buone ragioni per escludere che il presidente Har-
ding fosse direttamente coinvolto nello scandalo del malaffare di cui
si resero invece responsabili gli amici ai quali aveva dato impruden-
temente fiducia. Alcuni di questi amici - il ministro degli Interni
Fall e il petroliere Sinclair - finirono in prigione. Durante l'inchiesta
tuttavia venne alla luce che anche il presidente aveva continuato a
speculare - con scarso successo - mentre si trovava alla Casa Bian-
ca: quando mor doveva al suo agente di cambio 180 mila dollari, un
debito accumulato con operazioni sbagliate in borsa.

Calvin Coolidge
Quando Harding mor i funzionari della Casa Bianca cercarono af-
fannosamente il vice presidente Calvin Coolidge, cui la Costituzione 
assegnava la successione, ma non fu facile raggiungerlo: stava
passando alcuni giorni di riposo nella casa di vacanza dei genitori
nel Vermont, a Plymouth Place. Coolidge pot essere avvertito sol-
tanto a notte fonda e subito suo padre, che era giudice di pace del
villaggio, lo fece scendere nel suo ufficio, illuminato da una lampada
a petrolio, prese la Bibbia di famiglia e fece giurare il figlio. 
Alla semplicissima cerimonia la madre di Coolidge indossava la vesta-
glia, frettolosamente infilata sulla camicia da notte quando era scesa 
dal letto.
Coolidge aveva allora 51 anni. Aveva frequentato la scuola rurale e
aveva lavorato nel negozio di famiglia: era stato cresciuto nell'atmo-
sfera patriarcale della Nuova Inghilterra, in una famiglia fortemente 
attaccata alla tradizione puritana. Probabilmente da questo gli
vennero gli ideali conservatori ai quali rimase legato per tutta la
vita. Percorse la trafila politica gradualmente salendo dagli impegni
locali fino a quelli nazionali, dopo essersi fatto un'esperienza negli
uffici della giustizia come avvocato prima di essere eletto senatore.
Nel momento in cui la convenzione repubblicana decise di affiancarlo 
a Harding per le presidenziali del 1920, Coolidge era governatore 
dello Stato del Massachusetts e, come si  accennato, era balzato 
ad una certa fama per l'energia con la quale aveva represso uno
sciopero della polizia di Boston mediante l'intervento della guardia
nazionale. Anche come amministratore aveva dato prova di grande
efficienza ed energia.
Come presidente dedic i primi mesi a rimediare al disastro provo-
cato dalle malversazioni dell'amministrazione Harding e pot pre-
sentarsi come campione del buon governo: dopotutto aveva sollecitato 
che i malfattori fossero presto processati. Si accredit presso i
proprio partito e di fronte al popolo come il tipico rappresentante
dell'americano medio, benpensante e pratico, onesto e campagnolo, 
di poche parole ma dalla battuta facile, spesso caustica.
Quella che si trov a governare era l'America che viveva gli anni
del primo, incredibile boom economico: l'America cui Henry Ford
mise a disposizione il Modello T (la prima automobile dal prezzo
accessibile al grande pubblico, fabbricata in serie alla catena di
montaggio); che attraverso la radio compensava le grandi distanze
che dividevano l'Est dall'Ovest; l'America che scopriva le vendite a
rate e dove i facili guadagni in borsa avevano acceso un euforico 
ottimismo che faceva dimenticare quanto fragili fossero le basi di
quella prosperit: la depressione delle zone agricole, i bassi redditi
del Sud, i crediti sventatamente concessi a buon mercato, il fatto che
troppi generi di lusso e troppe cose futili diventassero generi di pri-
ma necessit soltanto perch imprenditori intraprendenti vi si arric-
chivano.
Occhi azzurri e capelli rossi, Coolidge pensava che tutto andasse
per il meglio soltanto che lo si fosse lasciato andare. Era convinto
che se lo Stato avesse lasciato fare l'America sarebbe stata sempre
pi prospera. I giornali lo chiamavano Honest Cal ed egli si faceva
guidare da una filosofia semplicistica: L'interesse principale degli
Stati Uniti - disse una volta - sono gli affari. Era la vittoria del 
liberismo pi sfrenato in cui i ricchi diventavano, almeno apparente-
mente, sempre pi ricchi e i poveri restavano poveri. Furono gli anni
d'oro dei contrabbandieri di liquori, gli anni ruggenti di Al Capone
e del Ku Klux Klan, gli anni dei processi vergognosi contro Sacco e
Vanzetti.
Tra la sorpresa generale nel 1928 Calvin Coolidge annunci che
non intendeva presentare di nuovo la candidatura: forse intuiva che
l'orgia dell'euforia stava per concludersi (o forse sperava che il par-
tito l'avrebbe sollecitato a gran voce a restare, ma ci non accadde).
Si ritir a vita privata a Northampton, nel Massachusetts, dove
scrisse la propria autobiografia e divenne columnist per una catena
di giornali. Mor il 5 gennaio 1933 e quindi fece in tempo a vedere gli
effetti catastrofici della grande crisi e l'elezione di F.D. Roosevelt.

Herbert Clark Hoover
Se i repubblicani non sollecitarono Coolidge a ripresentarsi alle
elezioni del 1928 fu perch disponevano di un candidato che alla
maggior parte di loro sembrava quanto di meglio si potesse proporre 
agli elettori: il suo ministro del Commercio Herbert Hoover, che
poteva essere presentato come l'effettivo artefice del boom econo-
mico.  probabile che il lasciar correre di Harding (che poi equi-
valeva al non far niente) avesse finito col preoccupare gli ambienti
economici che facevano capo al Partito repubblicano.
Hoover aveva le carte in regola per assumere la guida della nazione 
in una fase come quella, purtroppo quando arriv alla Casa Bianca 
era ormai tardi: Harding aveva fatto appena in tempo a lasciare
Washington prima che la catastrofe avvenisse. Era senza dubbio
l'uomo adatto a rappresentare l'America del suo tempo: da solo
aveva messo insieme una fortuna con la propria intraprendenza.
Nato il 10 agosto 1874 in un villaggio dello Stato dello Iowa (West
Branch), da una povera famiglia di quaccheri, a otto anni era orfano
di entrambi i genitori e fu raccolto da uno zio che faceva il medico
condotto nell'Oregon. Cominci subito a lavorare ma non cess mai
di studiare e fu facendo diversi mestieri che si laure in ingegneria
mineraria (1891) alla Stanford University, che era stata appena
inaugurata in California. Lavor nelle miniere californiane, poi fu
assunto da una societ inglese per conto della quale oper in Au-
stralia, in India, nel Messico, in Nuova Zelanda, nel Sud Africa, in
Canada, in Inghilterra. Nel 1899, durante una vacanza in California,
spos una compagna di scuola, Lou Henry, che fu sua moglie per
mezzo secolo e che egli rimpianse sempre.
Lo scoppio della Grande guerra lo sorprese a Londra e qui egli si
adoper per organizzare gli aiuti americani - rifornimenti alimenta-
ri e medicine - da far passare attraverso il blocco tedesco. E quando
anche gli Stati Uniti entrarono in guerra il presidente Wilson lo no-
min responsabile della Food administration, l'organismo preposto 
ad assicurare i rifornimenti alimentari per l'esercito. L'esperienza 
e la straordinaria capacit di organizzazione gli permisero di dar
vita alla U.S. Grain Corporation, al Sugar Equalization board e
al Food Purchase board: attraverso queste agenzie egli riusc a
raccogliere rifornimenti per 8 miliardi di dollari e, a guerra finita,
fece pervenire all'Europa affamata tonnellate di aiuti che salvarono
dalla fame migliaia di persone.
Infaticabile lavoratore, prest gratuitamente la sua opera: fu
l'uomo che mobilit l'America a beneficio di quanti soffrivano a
causa della guerra; divenne di uso comune il verbo hooverizzare
col significato di fare sacrifici per salvare chi rischiava di morire 
di fame.
Tra le tante scelte discutibili del presidente Harding nell'organiz-
zare il suo governo, quella di affidare il ministero del Commercio a
un uomo come Hoover fu una sorprendente eccezione. Lo dimostr
il fatto che nel terremoto che Coolidge dovette affrontare dopo gli
scandali che avevano portato Harding nella tomba, Hoover fu uno
dei pochi superstiti.
Purtroppo, come si  detto, Herbert Clark Hoover si insedi alla
Casa Bianca soltanto otto mesi prima dell'autunno nero del grande
crollo di Wall Street. Ci naturalmente non lo salva del tutto dalle
responsabilit, dal momento che egli si trovava da tempo ad occupare 
un posto dal quale non poteva essergli sfuggito ci che stava per
accadere. Anch'egli prefer tacere, forse nella convinzione che dav-
vero le leggi dell'economia non potevano essere applicate a una si-
tuazione come quella che gli Stati Uniti stavano attraversando.
Quando accadde, fu come un cataclisma. Nella grande sala di marmo 
grigio della Borsa di Wall Street agenti di cambio e clienti si af-
frontarono in uno scontro che rapidamente divent una guerra. Il si-
stema dell'equilibrio precario si reggeva sul presupposto che il gi-
gantesco castello di carte restasse in piedi; che le azioni venissero
scambiate al ritmo consueto e che a ogni offerta di vendita ne corri-
spondesse una analoga di acquisto. Quel gioved 24 ottobre 1929 -
ma anche nei giorni che seguirono - gli acquisti andarono via via ca-
lando di numero mentre le vendite si ingrossarono con un effetto va-
langa, a tal punto che il quadro elettrico che era all'altezza del primo
piano non riusc pi a seguire i ribassi. Non si sentiva che un ordine:
vendere. E poich le banche e gli agenti di borsa potevano far fronte
alle richieste di rimborso soltanto se qualcuno comprava, era fatale
che si arrivasse al crack.
Mentre il fenomeno si allargava a macchia d'olio in tutte le borse e
le banche, il presidente Hoover ritenne opportuno convocare una
conferenza stampa per tranquillizzare il paese. Gli affari fonda-
mentali della nazione, disse, poggiano su basi solide... Soltanto
l'isteria  responsabile del panico. Domani il mercato ritrover la
calma... Anche il presidente, tuttavia, rimase inchiodato fino a sera
davanti alle telescriventi collegate direttamente con Wall Street.
Due mesi dopo quattro milioni di lavoratori avevano gi perduto il
lavoro. Gli ingranaggi spietati del liberismo non consentivano ma-
novre coraggiose: migliaia di fabbriche piccole e grandi al primo
blocco delle vendite chiusero i battenti e licenziarono le maestranze. 
Le citt pi sollecite nell'organizzarsi avevano rafforzato i centri
di raccolta per aiutare chi era rimasto senza un reddito. A New York
gli alberghi restarono vuoti, come i cinema e i teatri. Le mense po-
polari offrivano ormai soltanto un pezzo di pane e una tazza di caff.
Si parlava di gente morta di fame e i giardini pubblici (a New York e
a Chicago) si popolarono durante la notte di famigliole rimaste senza 
casa perch non avevano pi i soldi dell'affitto. Alla periferia delle 
metropoli si allargavano le bidonville: furono chiamate hooverville 
perch il presidente veniva gi considerato responsabile del disastro.
Tuttavia la sua responsabilit maggiore sembra essere stata l'inerzia. 
Di fronte alle dimensioni del disastro il grande organizzatore rimase 
come paralizzato. Forse credeva davvero che il sistema del libero 
mercato sarebbe riuscito da solo a rimettersi in sesto e che a lui
spettasse unicamente il compito di procedere ad alcune iniezioni di
ottimismo e di incoraggiamento.
Nel marzo 1930 parl alla radio e promise che entro due mesi tutto
si sarebbe risolto. A maggio le cose andavano peggio di prima e allora 
il presidente convoc i dirigenti dell'American Federation of Labor, 
il pi potente dei sindacati, per una consultazione, tuttavia rifiut 
di accettare le loro richieste: Penso, disse, che le associazioni 
benefiche siano in grado di far fronte da sole a questa situazione.
Il governo federale non  in grado di farsene carico....
Da liberista convinto diffidava di ogni intervento statale in economia: 
pensava che questa fosse materia per i comunisti. Ma nel frattempo 
le cose andavano sempre peggio: migliaia di americani avevano visto 
polverizzarsi i loro risparmi, gli agricoltori avevano registrato il 
crollo verticale delle derrate e non ce la facevano a restituire
i prestiti ricevuti dalle banche, le quali a loro volta chiudevano gli
sportelli o fallivano perch non riuscivano a farsi restituire i mutui e
nell'intento di riuscirvi sfrattavano i contadini dalle fattorie. Le
azioni dell'acciaio, che alla vigilia del crollo veleggiavano a quota
261, nel maggio 1930 erano ormai quotate a 21.
Fatalmente il crack travolse anche il presidente Hoover. Ci ac-
cadde quando, a un anno dalla scadenza elettorale, egli invi l'eser-
cito contro i reduci che avevano marciato su Washington per chiedere 
sussidi e lavoro. L'America intera insorse per protestare contro
i metodi usati da Hoover. E il 4 novembre 1932 Franklin Delano
Roosevelt riport i democratici alla Casa Bianca.
Hoover si ritir a vita privata e si stabil a Palo Alto, in California,
dove lavor alla Stanford University. Di tanto in tanto fu chiamato a
dare il proprio contributo da vari presidenti. Mor nel 1964, dopo
aver pubblicato le memorie e numerosi volumi di storia, politica ed
economia.

Franklin Delano Roosevelt
All'annuncio che l'incontro tra il presidente Hoover e i dirigenti
dell'American Federation of Labor si era risolto in un nulla di fatto
perch il governo federale non intendeva impegnarsi in interventi di
soccorso per attenuare le conseguenze della crisi, il governatore del-
lo Stato di New York invit ad Albany i colleghi degli Stati dell'Est
per esaminare le possibilit di intervento. A suo parere varie cose
potevano essere fatte per aiutare chi stava letteralmente morendo
di fame e, in quell'inverno dell'anno 1930, non aveva soldi nemmeno 
per riscaldare la stanza dei bambini. Era possibile, se non altro,
fare pressioni sul presidente per indurlo a muoversi. Gli riusciva in-
concepibile l'immobilismo di Hoover. Io credo che possiamo otte-
nere quello che ai sindacalisti  stato negato, disse Franklin Dela-
no Roosevelt.
Nemmeno le pressioni dei governatori, tra l'altro preoccupati per
l'ordine pubblico nelle grandi citt, riuscirono a convincere il presi-
dente e allora il governatore di New York decise di sfidarlo ponendo 
la propria candidatura alla Casa Bianca.
Roosevelt era il tipo adatto a impegnarsi in una sfida come quella.
Aveva dato prova di un carattere risoluto e combattivo quando a 39
anni era stato colpito dalla poliomielite che gli aveva paralizzato i
muscoli dalla vita in gi e si era ribellato alla sorte sottoponendosi 
a cure intense e dolorose pur di non arrendersi. Sebbene da allora 
fosse inchiodato a una carrozzella aveva ripreso la consueta attivit.
Non meraviglia che egli non riuscisse a convincersi che di fronte alla
crisi economica insorta dopo il crollo del 1929 il governo federale,
come sosteneva Hoover, si trovasse disarmato.
Era un esponente dell'aristocrazia americana: suo padre era pro-
prietario di miniere di stagno e vice presidente della compiagnia 
ferroviaria Delaware and Hudson, sua madre era figlia di un armatore;
era nato a Hyde Park, la propriet di famiglia, a non molti chilome-
tri da New York il 30 gennaio 1882 e dopo avere frequentato la Gro-
ton School e Harvard, si era laureato in legge alla Columbia Univer-
sity. La sua adolescenza e la sua giovinezza erano state brillanti: 
giocava a polo e a tennis, passava le vacanze in yacht lungo le coste 
del New Hampshire e complet la propria educazione con viaggi in Eu-
ropa, dai quali torn parlando correttamente francese e tedesco.
Nel 1905 spos Eleanor Roosevelt, una lontana parente di New York e 
il matrimonio gli apr orizzonti pi vasti: alla cerimonia era
presente il presidente Theodore Roosevelt, suo cugino e zio della
sposa, divenne anche un frequentatore abituale della villa di Teddy
Roosevelt a Oyster Bay, Long Island, mentre faceva pratica in uno
studio legale della metropoli; a 38 anni divenne senatore dello Stato, 
distinguendosi nel gruppo dei democratici riformisti e come sostenitore 
della candidatura di Wilson. Dal 1913 al 1921 fu il braccio
destro del ministro della Marina, mettendosi in luce durante la
guerra. Fu a questo punto che la paralisi parve troncare la sua bril-
lante carriera ma, aiutato dalla moglie, gi nel 1924 fu in grado di
reggersi in piedi anche se sostenuto da un'armatura metallica.
Quando present la propria candidatura al posto di governatore, ot-
tenne un successo contro le previsioni dei pessimisti.
Le presidenziali si conclusero con un successo clamoroso perch la
crisi aveva determinato la sfiducia della maggioranza del paese nei
confronti di Hoover e del Partito repubblicano. Per Roosevelt la
campagna elettorale fu davvero un viaggio trionfale attraverso
l'America: dovunque la gente accorreva ai suoi comizi, disposta a fi-
darsi di lui bench Hoover andasse vaticinando che una vittoria de-
mocratica avrebbe provocato la fine delle strutture industriali degli
Stati Uniti. Roosevelt ottenne la maggioranza in quarantadue Stati;
Hoover se ne aggiudic soltanto sei.
Il nuovo presidente era a tal punto deciso a intervenire che dedic
il tempo che aveva a disposizione prima dell'insediamento alla pre-
parazione degli strumenti di intervento. Per far questo egli ricorse
alla collaborazione di un brain trust che avrebbe affiancato e poi
avrebbe aiutato anche il gabinetto. Ideale capo di questo trust dei
cervelli era Raymond Moley della Columbia, lo affiancavano altri
due studiosi della medesima universit, Rexford G. Tugwell e Adolf
A. Berle; nel gruppo dei professori c'erano anche Harry L. Hopkins
e il generale Hugh S. Johnson.
Era la prima volta che un presidente si accingeva al lavoro assistito
da un gruppo di specialisti: perfino Wilson, che pure era un intellet-
tuale, non aveva osato tanto. Il fatto  che la situazione era tale che
i politici dovevano cercare idee e suggerimenti da parte di tecnici.
Come siano state spese le settimane di preparazione all'insediamento 
l'America lo vide subito. Roosevelt arriv a Washington la mattina 
del 3 marzo sotto una tempesta di neve, Hoover lo invit per il t e 
la conversazione non fu delle pi allegre. C'era, tra gli osservatori 
politici, qualche pessimista che prevedeva imminente una rivoluzione 
e c'era il presidente del Federal Reserve Board che suggeriva di 
chiudere le banche. Hoover gli aveva risposto di parlarne con
Roosevelt, ma questi replic che avrebbe preso una decisione sol-
tanto quando fosse stato in carica.
L'indomani almeno centomila persone si accalcavano ai piedi del
Campidoglio: la neve era stata spalata ma un vento gelido misto a
pioggia rendeva la giornata ancora pi triste. Quando l'auto che tra-
sportava i due presidenti pass tra la folla ci furono pochissimi ap-
plausi. In realt c'era poco da essere allegri: un lavoratore su quat-
tro, in tutto il paese, era senza lavoro.
Dopo aver giurato, Roosevelt pronunci il suo messaggio inaugurale e 
quella fu la prima volta che davanti al presidente era stato posto 
un microfono: la radio port le sue parole attraverso tutto il pae-
se e Roosevelt intu che i cittadini si aspettavano che egli dicesse
loro qualcosa di confortante dal momento che l'avevano eletto con
tanta speranza. E il suo fu un discorso memorabile, vero fino alla
crudelt e concreto: la gente era stanca del bla-bla-bla dei politici
che da tre anni la ingannavano con false promesse.
Amici miei - disse il nuovo presidente - questo  un giorno di 
consacrazione nazionale... Lasciatemi dire la mia ferma opinione che 
la sola cosa di cui dobbiamo avere paura  la paura stessa, il terrore 
cieco, irrazionale e ingiustificato che paralizza gli sforzi necessari 
per mutare questa sconfitta in vittoria. Grazie a Dio le nostre diffi-
colt non riguardano che le cose materiali. I titoli sono precipitati 
fino a livelli irrisori; le tasse sono salite; la nostra capacit di 
pagare  ridotta; ogni ramo dell'amministrazione  minacciato da una 
seria riduzione di entrate; i mezzi di scambio sono congelati nelle 
correnti commerciali; le foglie cadute dai rami dell'impresa industriale 
si ammonticchiano da ogni parte intorno a noi; gli agricoltori non 
trovano mercato per i loro prodotti; in migliaia di famiglie i risparmi 
accumulati da anni sono scomparsi. Fatto ancor pi importante, schiere 
e schiere di cittadini disoccupati devono affrontare il terribile 
problema dell'assistenza, mentre altre si affaticano al lavoro con 
pochissimo profitto. Solo uno sciocco ottimista potrebbe negare le 
lugubri realt di quest'ora... I cambiavalute sono fuggiti; hanno 
abbandonato i loro seggi eretti nel tempio della nostra civilt. Noi 
possiamo ora restituire questo tempio al culto delle antiche verit... 
La nazione reclama dei fatti, e dei fatti immediati. La nostra prima
preoccupazione sar di rimettere questo popolo al lavoro...
Queste parole, ascoltate via radio, produssero un effetto straordi-
nario: fecero tornare la speranza. Nei giorni che seguirono pi di
mezzo milione di americani fecero pervenire alla Casa Bianca lettere 
di plauso e di incoraggiamento. Roosevelt stesso ne fu a tal punto
colpito che gi una settimana dopo l'insediamento volle nuovamente 
parlare via radio agli americani, e lo fece in tono familiare, ami-
chevole, con voce suadente, come se fosse seduto al tavolo di cucina
con la tazza del caff. Fu la prima di una lunga serie di conversazioni
radiofoniche dal titolo Fireside chat (Chiacchiere al caminetto), che
cominciavano sempre con le parole: Amici miei....
Nel frattempo Roosevelt dette il via a quello che presto tutti co-
minciarono a chiamare il New Deal. La prima iniziativa di questo
nuovo corso fu attuata immediatamente: il 4 marzo, il giorno del
giuramento, era un sabato, e tutte le banche d'America ricevettero
l'ordine di chiudere. Restarono chiuse fino al 9, dando tempo al go-
verno di emanare le prime misure in materia finanziaria, tra le quali
l'embargo dell'oro. Furono giorni surreali, durante i quali si ebbero
perfino dei casi di ritorno alla primitiva economia degli scambi, ma
ci permise al nuovo governo di ottenere che il 9 marzo il Congresso, 
riunito in sessione straordinaria, varasse una serie di disposizioni
di carattere monetario che, da una parte, normalizzavano il mercato
finanziario in un momento in cui i cittadini avevano perduto perfino
la fiducia nelle banche, e, dall'altra, rendevano possibili i primi 
rimedi volti a rimettere in marcia il sistema.
Cominciarono cos i cento giorni che Roosevelt si era dato come
limite per attuare le prime misure di emergenza. I progetti elaborati
dal brain trust furono tradotti in disegni di legge e presentati al Con-
gresso che li approv a raffica (spesso alla maggioranza democratica
si aggiunsero anche i voti dei repubblicani meno ostinati). Queste
misure urgenti, di per s insufficienti ma efficaci a scuotere il paese
dal torpore, furono di varia natura: un sussidio immediato per i di-
soccupati, giovani arruolati per lavori di sistemazione delle foreste
demaniali (arruolati come soldati, nutriti e alloggiati a spese dello
Stato, pagati un dollaro al giorno) eseguirono opere utili per la pre-
venzione degli incendi dei boschi e le frane causate dalle piogge; la
svalutazione del dollaro e l'inflazione controllata per aiutare gli 
indebitati e salvarli dal fallimento e incentivare acquisti e vendite, 
specialmente dei titoli azionari.
Seguirono, a ritmo serrato, i provvedimenti di pi lunga durata. 
Il governo aveva ottenuto dal Congresso qualcosa di molto simile ai
pieni poteri del tempo di guerra e Roosevelt si valse di questa facol-
t per agevolare la ripresa industriale e il riassorbimento della mano
d'opera disoccupata. Alla fine la Corte suprema avrebbe bocciato
alcune di queste misure come incostituzionali, ma intanto Roosevelt 
aveva ottenuto lo scopo desiderato. I pi gelosi custodi della libera 
iniziativa lanciarono i loro anatemi contro un presidente che
adottava sistemi di tipo socialista, ma Roosevelt proclam che lo
Stato aveva il dovere (e il diritto) di intervenire per aiutare i 
cittadini nel momento del bisogno e var un programma di lavori 
pubblici di una vastit senza precedenti. La Tennessee Valley Autority, 
ad esempio, rese fertile una zona in cui vivevano 4 milioni e mezzo di
persone, e a San Francisco fu costruito il grande ponte sul Golden Gate.
La prova che la gente apprezz il coraggioso programma si ebbe alle 
elezioni del 1936, quando Roosevelt batt tutti i precedenti ot-
tenendo 523 voti elettorali contro gli 8 dell'avversario repubblicano.
Il presidente Roosevelt, scrisse un popolare commentatore,  il
solo dittatore della storia dell'umanit che sia stato eletto con un
voto popolare. E poi, quattro anni dopo, nel 1940, per la prima volta 
nella storia americana il presidente venne eletto per la terza volta,
anche se la massa dei suffragi fu inferiore.
Nel frattempo il volto dell'America stava mutando, anche se con
lentezza esasperante. Il numero dei disoccupati restava alto ma il te-
nore di vita di molta gente torn a raggiungere livelli soddisfacenti,
anche se restavano sacche di povert tra gli agricoltori e nelle im-
mense e squallide periferie urbane, e anche se la siccit devast va-
ste zone agricole del Middle West.
Quando la Germania nazista scaten la seconda guerra mondiale
Roosevelt proclam solennemente la neutralit americana ma nel
contempo ottenne l'autorizzazione ad appoggiare l'Inghilterra. In forza 
di ci nel 1941 ottenne dal Congresso la legge affitti e prestiti
(Lend-Lease Bill), che autorizzava il governo federale a cedere a
credito materiale strategico. Senza questa legge, a suo tempo estesa
all'Unione Sovietica attaccata da Hitler, la guerra contro la Germania 
avrebbe avuto un esito diverso.
Roosevelt, che aveva vissuto l'esperienza di Wilson ed era stato te-
stimone del ritorno disastroso all'isolazionismo, manifest un grande 
realismo ribadendo la neutralit del proprio paese ma schierandolo 
risolutamente dalla parte della democrazia. Nel frattempo per, i 
rapporti tra gli Stati Uniti e il Giappone si erano andati dete-
riorando e, com'era accaduto all'epoca della Grande guerra, il
Giappone meditava di espandere la propria zona di influenza
nell'area del Pacifico approfittando del fatto che l'Europa era alle
prese con problemi suoi. Restavano soltanto gli Stati Uniti a contra-
stare i piani giapponesi ma il governo di Tokio ritenne di poterne
avere facilmente ragione cogliendoli di sorpresa. Nel dicembre 1941
il Giappone attacc la base di Pearl Harbour, nelle Hawaii, e gli 
Stati Uniti reagirono prontamente scendendo in guerra al fianco
dell'Inghilterra, dell'Unione Sovietica e delle altre nazioni alleate,
dividendo le proprie forze tra lo scacchiere del Pacifico e il fronte
europeo.
Fu allora che tutto il potenziale dell'industria americana si manife-
st: il paese che appena pochi anni prima era stato squassato da una
crisi senza precedenti si rivel in pochi mesi la pi colossale macchi-
na da guerra e, come avrebbe un giorno riconosciuto il premier inglese 
Winston Churchill, l'arsenale della democrazia. Un giorno Hermann Goring, 
il capo dell'aviazione nazista, aveva fatto dello spirito dicendo che 
gli americani erano in grado di costruire frigoriferi ma non aeroplani. 
Ebbene, in pochi mesi, entro il 1942, gli Stati Uniti fabbricarono 
60 mila aerei.
Come gi a suo tempo aveva fatto Wilson, anche Roosevelt volle
chiarire che la guerra nella quale il suo popolo era stato coinvolto
doveva essere combattuta perch potesse essere l'ultima ed enunci il 
principio delle quattro libert, i pilastri sui quali si sarebbe dovuto 
reggere il mondo uscito dal conflitto e deciso a prosperare in pace:
libert di parola e di espressione, libert di religione, libert dal 
bisogno e libert dalla paura. Questi concetti vennero inseriti nella
Carta atlantica, vero documento sugli obiettivi della guerra, nella
quale fu recepita anche la grande idea di Wilson sul Congresso per-
manente delle nazioni, l'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Lo spettacolare successo dell'industria americana - che a ragione il
partito democratico poteva considerare un successo della propria
politica - coinvolse anche i cittadini di fede repubblicana e ci 
determin, nel novembre 1944, il quarto successo elettorale di Roose-
velt, che venne ancora una volta trionfalmente eletto.
Il 13 aprile 1945 - la guerra si sarebbe conclusa vittoriosamente
alla fine di quel mese in Europa e dopo quattro mesi nel Pacifico - 
il presidente fu stroncato da un'emorragia cerebrale. Era rimasto per
pi di dodici anni alla Casa Bianca; aveva sollevato il proprio paese
dall'abisso della frustrazione e lo lasciava come la maggiore potenza
del mondo libero.

Harry Spencer Truman
Lo port alla Casa Bianca, a 65 anni, l'improvvisa morte di F. D.
Roosevelt, al quale era stato affiancato alle elezioni del 1944. Per 
la maggior parte degli americani il suo non era che un nome (e perfino
un p enigmatico, con quell'S che non significa nulla). La sua era
sempre stata, fino a quel momento, una brillante carriera grigia, 
tutta trascorsa all'interno dell'apparato del Partito democratico. Da
parte sua Roosevelt non aveva fatto nulla per introdurlo ai segreti di
Stato ed egli si era limitato a presiedere il Senato e ad assistere a 
una quantit di cerimonie.
Appena gli dissero che il presidente era deceduto e che egli doveva
giurare per prendere il suo posto fu il primo a meravigliarsi. Si guar-
d intorno e con voce costernata disse: Ragazzi, se sapete pregare,
pregate per me. E pi tardi scrisse: Mi sentii come se il cielo mi
fosse cascato addosso.
Quando ai ragazzi, negli Stati Uniti, si dice che ciascuno di loro un
giorno potrebbe diventare presidente  ai casi come quello di Tru-
man che si allude. Era nato nel Missouri l'8 maggio 1884 e cominci
a lavorare fin da ragazzo nella fattoria paterna; studi fino a 17 anni
a Independence, la localit nei cui dintorni la famiglia si era trasfe-
rita poco dopo la sua nascita. Aveva sperato di continuare gli studi
frequentando un'accademia militare gratuita ma non l'avevano ac-
cettato per insufficienza di vista. Non gli rimase che tornare alla fat-
toria. La Grande guerra gli forn l'occasione per partire volontario,
fu arruolato in artiglieria e spedito in Francia col grado di tenente.
Chi lo conobbe lo descrisse come un tipo tranquillo e poco brillante
ma al fronte, quando c'era da sparare, faceva bene il suo lavoro. Par-
tecip alle operazioni di St. Mihiel e poi combatt sul fronte delle
Argonne: quando fu congedato era capitano.
Al ritorno a casa spos un'amica d'infanzia, Bess Wallace, che gli
dette una figlia, Margaret. Deciso a non riprendere la vita del conta-
dino, entr in societ con un amico che aveva fatto la guerra con lui
e apr un negozio di abiti maschili a Kansas City, ma fu un'avventura
che fin male a causa della crisi dell'immediato dopoguerra e ci mise
anni a pagare i debiti. Un altro ex commilitone lo present a Tom
Pendergast, un potente politicante locale, che gli trov un posto di
ispettore dell'autostrada della contea di Jackson e poi lo fece con-
correre come candidato per un incarico di giudice. Fu eletto, e poi-
ch non sapeva nulla in materia legale si preoccup di studiare legge
frequentando una scuola serale a Kansas City. Nel 1934 fu eletto se-
natore: bench il Partito democratico locale si trovasse invischiato
in uno scandalo, la sua fama di onest'uomo lo salv. Gli elettori gli
dimostrarono la loro fiducia rieleggendolo nel 1941.
Probabilmente era convinto di aver chiuso in bellezza la propria
carriera politica ma alla convenzione democratica del 1944 i diri-
genti del partito sconsigliarono la presentazione del vice presidente
Henry A. Wallace, che Roosevelt avrebbe voluto nuovamente al proprio 
fianco nel ticket elettorale. Gi il fatto che gli Stati Uniti si
trovassero alleati con l'Unione Sovietica nella guerra stava suscitando 
dubbi tra gli elettori pi conservatori, ma riproporre Wallace
parve un rischio giacch godeva fama di essere troppo radicale. Tru-
man era al contrario un candidato tranquillo. Nei corridoi della con-
venzione qualcuno sussurr che in realt Truman non era nessuno.
La quarta vittoria di Roosevelt lo port cos alla vice presidenza e
la morte del presidente gli apr le porte della Casa Bianca. C'erano
tutti i presupposti per preoccuparsi e tutti si aspettavano che dopo 
la straordinaria vicenda politica di F.D. Roosevelt si sarebbe avuto un
presidente mediocre. Invece fu quasi sempre all'altezza del compito
cui era stato chiamato, bench gli fosse toccato in sorte un momento
assai difficile nella storia del paese e in quella del mondo.
Il primo problema che si trov ad affrontare fu quello della bomba
atomica. Il segreto in cui si erano svolti i lavori a Los Alamos era 
stato totale e nemmeno Truman ne fu messo al corrente fino al giorno
in cui era entrato in carica. Ma quando, all'indomani dei primi espe-
rimenti nel deserto del Nevada, si pose il problema di usare la nuova
terribile arma contro il Giappone fu a lui che la decisione spett.
La guerra nel Pacifico era praticamente vinta ma tutto lasciava ri-
tenere che il Giappone non avrebbe mai chiesto la resa. Il coman-
dante in capo delle forze americane, generale Douglas MacArthur,
e lo Stato maggiore generale prevedevano che l'invasione del Giappone 
avrebbe allungato la guerra di qualche anno ed avrebbe provocato 
la morte di migliaia di soldati americani. Gli esperti sostenevano 
che una bomba atomica lanciata su una citt giapponese avrebbe
costretto il nemico alla resa. Truman autorizz il bombardamento
di Hiroshima (6 agosto 1945) e, tre giorni dopo, quello di Nagasaki.
Il Giappone si arrese.
Il possesso dell'arma atomica dette agli Stati Uniti una superiorit
cos soverchiante che l'Unione Sovietica si insospett. Stalin ordin
ai propri scienziati di recuperare il divario e i servizi segreti sovietici
trovarono il modo di ottenere le formule. I rapporti tra le due mag-
giori potenze vincitrici della guerra si fecero estremamente tesi e la
breve pace si trasform in guerra fredda. Tutto questo ebbe riflessi
negativi anche all'interno degli Stati Uniti, dove cominci una vera
e propria caccia alle streghe per stanare quanti avevano un giorno
manifestato simpatie socialiste. Truman, alle prese con i problemi
della riconversione della industria americana e con agitazioni sociali
di varia natura, non interfer nella campagna anticomunista, che in-
fier presto contro radicali e democratici ad opera della commissione 
presieduta dal senatore McCarthy, anche se l'inquisizione colp
non di rado intellettuali che avevano semplicemente manifestato
simpatie per Roosevelt.
Nel 1948 Truman fu confermato alla presidenza e quasi subito dovette 
affrontare una crisi gravissima: il 25 giugno 1950 le truppe co-
muniste della Corea del Nord invasero il territorio della Corea del
Sud. Il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite decise di opporsi
all'invasione e Truman pose le forze militari americane sotto le ban-
diere dell'ONU. La guerra fu terribile e il generale MacArthur dette
prova di grande abilit strategica; Truman tuttavia non esit a eso-
nerarlo quando egli minacci di attaccare la Cina comunista, ri-
schiando di allargare il conflitto.
Due iniziative del presidente Truman devono essere ricordate. Fu
lui che lanci il progetto ERP (European Recovery program), noto
come Piano Marshall, col quale tra il 1948 e il 1951 gli Stati Uniti
contribuirono alla ricostruzione dell'Europa distrutta dalla guerra.
E fu per iniziativa dell'amministrazione Truman che venne stipulata
l'Alleanza atlantica, conseguenza diplomatico-militare della cosid-
detta Dottrina Truman, in base alla quale gli Stati Uniti si sarebbero
considerati direttamente attaccati qualora uno dei paesi loro alleati
fosse stato aggredito.
Nel 1952 rinunci a porre nuovamente la candidatura e dopo l'ele-
zione di Eisenhower comp un viaggio in Europa prima di ritirarsi a
vita privata. Pubblic due volumi di memorie, mor ne 1972.

Dwight David Eisenhower
Luglio 1932: a pochi mesi dalle elezioni, contando sull'effetto psi-
cologico che l'imminente scadenza elettorale dovrebbe avere sul go-
verno Hoover, i reduci della Grande guerra marciano su Washington 
per reclamare quanto  stato loro promesso in tempi pi felici.
Un gruppo di ex combattenti ha occupato un palazzo malandato sulla 
Pennsylvania Avenue, a cinquecento metri dalla Casa Bianca e ha steso 
tra due finestre uno striscione sul quale sta scritto: Vogliamo i 
nostri premi di guerra.
Il governo, che finora ha preferito non rispondere alle richieste - il
Tesoro non  in grado di accoglierle a causa della crisi che ha bloccato 
l'afflusso delle entrate - decide di usare la forza. Quattro squadroni 
di cavalleria, con le spade sguainate, bloccano la strada, mentre un p 
pi gi, sotto gli alberi che costeggiano la grande arteria  stato 
schierato un reparto di fanteria.
Un ufficiale esce dai ranghi e si avvicina alla casa occupata: ha il
capo coperto con l'elmetto da combattimento ma ha in mano un al-
toparlante per annunciare l'ultimatum: Arrendetevi! Non costringeteci 
a usare la forza!. In risposta giunge un colpo di fucile sparato
da una finestra.
Quell'ufficiale  il maggiore Dwight Eisenhower ed  la prima volta 
che il suo nome finisce sui giornali, anche se non sar lui il prota-
gonista della giornata: egli  agli ordini del generale Douglas
MacArthur, cui spetter il poco glorioso merito di sgomberare l'edi-
ficio occupato e di disperdere i reduci tra i fumi dei lacrimogeni.
Eisenhower aveva allora quarantadue anni: la sua carriera militare
non poteva certo essere considerata particolarmente brillante e nes-
suno era in grado di prevedere che a distanza di un decennio da
quell'infelice giornata di luglio egli sarebbe stato nominato coman-
dante in capo del corpo di spedizione americano in Europa (mentre
MacArthur avrebbe avuto lo stesso ruolo nel teatro di guerra del Pa-
cifico).
Era nato da una famiglia operaia nel Texas il 14 ottobre 1890 e
quando ancora era bambino era stato portato ad Abilene, dove il
padre lavorava in un caseificio e dove anch'egli avrebbe poi lavorato
per qualche tempo, per mantenersi agli studi. Riusc a farsi ammet-
tere all'Accademia militare di West Point (1911), dalla quale usc
con una buona votazione e con una discreta fama di sportivo per i
successi ottenuti prevalentemente come giocatore di football e ba-
seball e per le prove atletiche. Forse per questo, quando gli Stati
Uniti entrarono in guerra nel 1917, egli fu assegnato all'addestra-
mento delle reclute destinate al fronte. Sarebbe tuttavia partito
anch'egli per la Francia se al momento del suo imbarco la guerra
non fosse finita.
La sua fu per anni la noiosa esistenza degli ufficiali in tempo di
pace: prest servizio a Fort Sam Houston, al Camp Colt di Getty-
sburg, nella zona del Canale di Panama, a Fort Leavensworth; ebbe
anche due esperienze particolarmente interessanti: un viaggio in
Francia (1928) per preparare una guida ai campi di battaglia della
Grande guerra e nel 1935 - col grado di tenente colonnello - un pe-
riodo di missione nelle Filippine come aiutante di campo del gene-
rale MacArthur, allora comandante militare del territorio in vista
della concessione dell'indipendenza. Nel marzo 1941, alla vigilia di
Pearl Harbour, era colonnello ma gi nell'estate di quell'anno ebbe
modo di distinguersi in Louisiana, nel corso delle manovre, dove mise 
in luce particolari doti tattiche durante una finta battaglia coi
carri armati. Questo successo gli valse il grado di generale di brigata.
Riesce difficile spiegare la ragione per cui, con un apprendistato
cos poco brillante, nel 1942 il capo di Stato maggiore generale
George C. Marshall l'abbia designato come comandante in capo delle 
forze americane destinate al fronte europeo. Guid lo sbarco in Nord 
Africa e vinse italiani e tedeschi in Tunisia, poi organizz lo
sbarco in Sicilia e a Salerno. Fu durante questo comando che accett 
l'armistizio delle forze armate italiane nel settembre 1943.
Qualche settimana dopo, a Tunisi, lo stesso presidente F.D. Roo-
sevelt gli confer l'incarico pi importante: Bene, Ike, gli disse,
allora comanderai l'operazione Overlord: era lo sbarco previsto
da l a pochi mesi sulle coste della Francia, l'assalto diretto alla 
fortezza nazista nell'Europa Nord-occidentale.
Probabilmente  giusta la teoria di chi sostiene che egli fu scelto
perch era un buon organizzatore e un ottimo esecutore di ordini.
Secondo questa versione il vero stratega delle operazioni in Europa
sarebbe stato Marshall ed Eisenhower si sarebbe limitato a realizzare 
le sue direttive. Sta di fatto che Ike (nessuno sa il motivo di questo
diminutivo che gli era stato dato dalla madre) si dimostr un ottimo
comandante in capo e che lo sbarco in Normandia (6 giugno 1944) -
la pi spettacolare operazione anfibia di tutta la storia - fu un capo-
lavoro di organizzazione e di tattica militare. Dalla Normandia a Pa-
rigi e poi dal Reno al cuore della Germania, Ike guid quella che sa-
rebbe stata definita la crociata in Europa contro l'orrore nazista e
all'indomani della vittoria gli venne tributato il trionfo a New York
e in molte altre citt d'America.
Era fatale, a questo punto, che il Partito repubblicano pensasse di
proporlo come candidato per la presidenza nel 1952, per opporlo al
liberal democratico Adlai Stevenson. Per l'eroe vincitore fu agevole
avere la meglio sull'intellettuale democratico che riproponeva le
idee di Roosevelt in un momento in cui il suo partito, dopo aver 
detenuto il potere per vent'anni, veniva accusato di corruzione. 
I repubblicani, che avevano bisogno di un candidato forte per far di-
menticare di essere stati in certo modo corresponsabili della grande
depressione, colsero la vittoria con 442 voti elettorali contro 89, bis-
sando poi questo successo quando Eisenhower fu eletto nel 1956
per un secondo mandato.
La vittoria della seconda guerra mondiale aveva fatto degli Stati
Uniti una superpotenza ed aveva dato loro una leadership assoluta
sul mondo libero, ma aveva dato loro anche un contraltare dall'indi-
scussa attrattiva ideologica e militare, l'Unione Sovietica. Quando
l'URSS annunci al mondo di aver sperimentato anche l'arma nucleare, 
gli Stati Uniti si resero conto che le superpotenze erano davvero 
due e che restava loro da vincere la guerra fredda, ossia la com-
petizione con l'Unione Sovietica. L'elezione di Eisenhower signific
questa aspirazione. Al generale che aveva vinto la guerra e che ora
era comandante in capo dell'alleanza occidentale (la NATO), gli
americani affidavano il nuovo compito. Era considerato il solo adatto 
ad adempiere al nuovo incarico: i suoi furono gli anni pieni di ten-
sione dell'equilibrio del terrore.
Sembr inizialmente che egli fosse in grado di riuscire rapidamente 
a vincere il confronto: il suo primo successo fu l'armistizio in Co-
rea, una guerra sanguinosa e costosa cui Truman non era riuscito a
metter la parola fine. Il secondo sembr facilmente raggiungibile
quando, all'indomani dalla morte di Stalin, i nuovi dirigenti del
Cremlino parvero disposti a venire a patti e Nikita Kruscev comp
addirittura un viaggio in America. L'atteggiamento del leader sovie-
tico era quello di un orgoglioso avversario convinto che l'URSS
avrebbe superato i successi americani, ma ad Ike sembrava possibile
instaurare con l'URSS una fase di convivenza pacifica.
Alla fine del 1957 i russi si rivelarono all'avanguardia in materia di
deterrente missilistico, uno dei settori nei quali gli americani si con-
sideravano superiori. Il lancio del primo satellite artificiale - lo
Sputnik - consacr clamorosamente questa superficialit che
l'Explorer 1 americano non fece che confermare.
Questo insuccesso, unito al fatto che la salute del presidente si era
andata gradualmente facendo pi precaria (venne colpito da trombosi 
coronarica, poi dovette essere sottoposto a un intervento all'ad-
dome e infine soffr per un nuovo attacco di natura circolatoria),
provoc un calo della popolarit di Ike, il quale annunci di non vo-
lersi ripresentare, lasciando via libera al bellicoso vice presidente
Richard Nixon.
Apertasi all'insegna dell'ossessione comunista, l'amministrazione
Eisenhower si concluse in un'atmosfera di grande tensione. A onor
del vero il presidente aveva cercato di attenuare le frizioni tra i due
blocchi, pur dando impulso alle spese militari. Fu ad esempio grazie
a un suo deciso intervento che il senatore McCarthy fu costretto a
interrompere la caccia alle streghe che aveva condotto per anni
con fanatismo e che certo non aveva contribuito a migliorare i rapporti
tra le due superpotenze. Ci accadde quando Joseph MeCarthy, che
ormai aveva assunto il ruolo di grande inquisitore (e che puntava a
prepararsi il terreno per porre la propria candidatura alla presiden-
za) os attaccare addirittura l'esercito denunciando alcuni alti uffi-
ciali di essere al servizio di Mosca, ossia traditori. L'uomo che aveva
vinto la guerra contro la Germania nazista e che aveva comandato le
forze della NATO aveva il prestigio per bloccare l'inchiesta del deli-
rante senatore e accus apertamente McCarthy di essersi messo al
di sopra delle leggi del paese. Per alcuni mesi si protrasse il 
braccio di ferro ma alla fine il presidente ottenne che il Senato 
censurasse il comportamento di McCarthy come indegno di un senatore 
degli Stati Uniti. Le indagini proseguirono, ma i metodi usati fino 
a quel momento cessarono.
Un altro campo nel quale l'amministrazione Eisenhower dovette
intervenire fu quello del problema razziale, che ormai stava turban-
do gli Stati del Sud: quando la Corte suprema ordin la fine della se-
gregazione egli non esit a inviare le truppe federali per imporre
l'integrazione scolastica in difesa degli studenti di colore.
In politica estera fu ancora un suo deciso intervento a costringere i
maggiori alleati atlantici - Francia e Gran Bretagna - a desistere
dall'attacco militare contro Suez con l'appoggio dell'esercito israe-
liano (novembre 1956).
Successivamente per l'amministrazione concesse all'URSS un van-
taggio propagandistico quando un aereo spia americano di tipo U-2
venne abbattuto nei cieli dell'Unione Sovietica. Nikita Kruscev ne
approfitt facendo fallire un vertice convocato nella capitale france-
se pretendendo da Eisenhower delle scuse che egli rifiut.
Prima della scadenza del mandato tuttavia il presidente ottenne un
grande successo personale con un viaggio trionfale che lo port in
Africa, in Asia e in Europa.
Dopo aver lasciato la Casa Bianca Eisenhower si ritir in Pennsyl-
vania, a Gettysburg, dove mor dopo avere scritto le proprie memorie.

John Fitzgerald Kennedy
Nessuno era mai arrivato cos giovane alla Casa Bianca, 43 anni, e
nessuno vi era mai giunto con un divario cos risicato di suffragi ri-
spetto dell'avversario: poco pi di 100 mila voti su 69 milioni di vo-
tanti. Sono, queste, circostanze di grande rilievo, per comprendere
l'effettivo significato dell'amministrazione di John Fitzgerald Ken-
nedy e per avere un'idea del clima in cui sembra essere maturata la
sua tragica e prematura conclusione.
Kennedy fu il primo presidente americano nato nel ventesimo secolo 
ed egli stesso era consapevole del significato di ci quando nel
suo discorso inaugurale disse: Facciamo che da questo tempo e da
questo luogo si diffonda il messaggio, che esso vada a raggiungere
sia l'amico che il nemico: che la torcia  stata passata a una nuova
generazione di americani - nati in questo secolo, temprati dalla
guerra, disciplinati da una pace dura e amara.
Quando divenne presidente (eletto nel novembre 1960, fu insediato 
il 20 gennaio 1961), la maggior parte dei dirigenti dei maggiori
Stati del mondo era abbastanza avanti negli anni da potergli essere
padre e c'era perfino chi era abbastanza vecchio da potergli essere
nonno: il premier inglese Harold Macmillan aveva 66 anni, il cancel-
liere tedesco Konrad Adenauer ne aveva 84, il presidente francese
Charles de Gaulle 70, il presidente della Cina Popolare Mao Tse
dong 68, lo stesso primo segretario del PCUS, uno dei pi giovani, Ni-
kita Kruscev, 64. Con Kennedy arriv al potere la generazione che
era cresciuta dopo la Grande guerra, era venuta su sotto la depres-
sione, aveva vissuto l'esperienza del New Deal e aveva combattuto la
seconda guerra mondiale: una generazione che finora aveva subito
senza mai poter decidere e che si domandava se davvero non fosse
possibile migliorare le cose.
Nacque a Brookline, Massachusetts, il 29 maggio 1917 da una fa-
miglia di contadini irlandesi emigrati in America a met del secolo
scorso, all'epoca della grande fame. Con l'intraprendenza e un buon
matrimonio suo padre aveva messo insieme una grande fortuna, che
aveva raggiunto l'apice all'epoca del proibizionismo e si consolid
quando il regime secco fu abolito. Suo padre, un uomo di affari soli-
tamente descritto di pochi scrupoli, fu abbastanza lungimirante da
intuire che Roosevelt avrebbe condotto il paese fuori dalle secche
della depressione e ne favor l'elezione, generosit che il presidente
avrebbe ricambiato nominandolo ambasciatore a Londra. Forse fu
questa circostanza a suggerire al capo della famiglia Kennedy di 
destinare il primogenito alla politica.
Secondogenito di nove figli, John Fitzgerald Kennedy avrebbe do-
vuto farsi strada come scrittore: appena uscito da Harvard si perfe-
zion a Londra e mise a buon frutto l'esperienza di un soggiorno in
Europa (visit tra l'altro l'Italia e la Germania) proprio alla vigilia
della guerra per scrivere un saggio che ebbe un certo successo: Per-
ch l'Inghilterra dormiva. A mutare il suo destino fu la guerra, che
provoc la morte del fratello maggiore: ci gli fece prendere il suo
posto nei progetti paterni.
Non prima tuttavia che anch'egli pagasse un tributo personale alla
guerra: ai primi di agosto 1943, al largo delle isole Salomone, la 
torpediniera di cui J.F.K. era al comando fu speronata da un caccia
giapponese. In quell'occasione il comportamento del giovane Kennedy 
fu eroico giacche riusc a salvare undici dei tredici uomini affi-
dati al suo comando, aiutandoli a nuoto verso un'isoletta bench
una lesione alla spina dorsale impacciasse i suoi movimenti.
A trent'anni fu eletto alla Camera dei rappresentanti e cinque anni
dopo al Senato, ottenendo la conferma nel 1958 con una votazione
quasi plebiscitaria. Tre anni prima si era sposato con Jacqueline Lee
Bouvier e pi recentemente era stato costretto a sottoporsi a dolo-
rosissimi interventi chirurgici alla spina dorsale perch non riusciva
a tratti a stare in piedi. Costretto all'immobilit, aveva passato il
tempo scrivendo Profili del coraggio, un libro dedicato a una serie di
protagonisti della vita politica americana che avevano esaltato tale
dote non come prova di ardimento fisico e di audacia ma come forza
morale.
Finora la carriera politica di J.F.K. poteva dirsi brillante ma si era
svolta prevalentemente nell'ambito del suo Stato, il Massachusetts.
Quando annunci l'intenzione di porre la propria candidatura alle
presidenziali scaten una polemica all'interno del Partito democra-
tico, dove i maggiori esponenti erano preoccupati di fronte all'even-
tualit di scegliersi un cos giovane candidato, per giunta cattolico.
Mai un cattolico era stato eletto alla Casa Bianca e quando Alfred
E. Smith ci si era provato, Edgar Hoover l'aveva battuto distaccan-
dolo di sei milioni di voti.
Inoltre c'era il fattore dell'et: l'ex presidente Truman, ad esem-
pio, mise in guardia la convenzione del partito contro l'immaturit
di un presidente cos giovane. Il fatto che la maggioranza dei delega-
ti riuniti al Memorial Sports Arena di Los Angeles approvasse la
sua candidatura fin dal primo scrutinio dimostr che la macchina
messa in moto dal ricchissimo clan dei Kennedy funzionava a pieno
regime. Ma J.F.K. dimostr subito di avere le idee chiare facendo
appello alla grande tradizione del suo partito:
La Nuova libert di Woodrow Wilson - disse - promise alla nostra 
nazione un nuovo progetto politico ed economico. Il New Deal di 
Franklin D. Roosevelt promise sicurezza e aiuto a chi era nel bisogno. 
La Nuova frontiera di cui parlo io non  una serie di promesse ma una 
serie di sfide. Non  fatta di promesse agli americani ma di ci che io 
voglio chiedere loro. Fa appello al loro orgoglio, non al loro portafo-
glio e promette non una maggiore sicurezza ma una porzione maggiore di 
sacrifici. La frontiera esiste, che noi la cerchiamo o no. Al di l 
di essa ci sono le zone inesplorate della scienza e dello spazio, ci 
sono i problemi irrisolti della povert e delle eccedenze di produzione... 
Io ritengo che i tempi richiedano invenzione, innovazione, fantasia e 
decisione. Chiedo a ciascuno di voi di essere dei nuovi pionieri sulla
Nuova frontiera. Mi rivolgo ai giovani di cuore, di qualsiasi et, ai 
forti nello spirito, di qualsiasi partito, a tutti quelli che rispondono 
al comandamento biblico Sii forte e abbi coraggio; non temere e non 
sarai battuto. Il coraggio, non la compiacenza,  quello di cui oggi 
abbiamo bisogno, la capacit di guidare noi dobbiamo avere, non quella 
di vendere.
Il senso chiarissimo della leadership dell'America sul mondo occi-
dentale intesa come forza morale e sete di giustizia aveva la prece-
denza, nelle parole del candidato democratico, sull'America del bu-
siness: era ancora una volta un richiamo ai princpi che un tempo
avevano dato vigore alla sua rivoluzione. Questo tentativo di spostare 
su un livello superiore la campagna elettorale si scontr in un
aspro duello con le tesi sostenute dal candidato repubblicano, Ri-
chard Nixon, che si presentava agli elettori come continuatore della
linea politica del presidente Eisenhower. La competizione spacc
letteralmente in due il paese, ma Kennedy evit di scendere a com-
promessi. Per la prima volta i due avversari si sfidarono alla televi-
sione.
Fin dal discorso di insediamento (20 gennaio 1961) J.F.K. riaffer-
m la propria fede nel sistema americano di governo: Celebriamo
oggi, esord, non una vittoria di partito ma un'affermazione di li-
bert che simboleggia una fine e al tempo stesso un principio, che si-
gnifica un rinnovamento e al tempo stesso un mutamento.
Le sue parole riecheggiarono i grandi messaggi di Jefferson, di Lin-
coln, di Wilson e di F. D. Roosevelt: Gli stessi princpi rivoluziona-
ri per cui i nostri padri combatterono sono tuttora oggetto di contro-
versia nel mondo: la convinzione che i diritti dell'uomo non sono
elargiti dalla generosit dello Stato ma dalla mano di Dio... A quelle
nazioni che potrebbero divenire nostre avversarie, aggiunse, of-
friamo non gi un impegno ma una richiesta: che entrambe le parti
inizino ex novo la ricerca della pace, prima che le potenze tenebrose
della distruzione scatenate dalla scienza travolgano tutta l'umanit
in un deliberato o accidentale autoannientamento.
All'America che aveva subito fino a pochi anni prima l'isteria anti-
comunista di McCarthy e che aveva votato ora per le tesi del con-
fronto duro con l'URSS sostenute da Nixon, Kennedy proponeva di
destinare l'immensa forza militare e morale della superpotenza a
garanzia della pace e della democrazia, allo scopo di lottare per un
mondo basato sul diritto, in cui i forti siano giusti e i deboli sicuri, 
e la pace sia preservata.
Pi tardi spieg che cosa intendeva dire quando parlava di pace:
Non una "pax americana" imposta al mondo dalle armi di guerra
americane, non la pace della tomba o la sicurezza della schiavit.
Parlo della vera pace, di quel genere di pace che consente agli uomini 
e alle nazioni di svilupparsi, di sperare e costruire una vita migliore 
per i propri figli, pace non soltanto per gli americani ma per tutti
gli uomini, pace non soltanto nel nostro tempo ma per tutti i tempi.
E ancora: La pace mondiale non esige che ciascun uomo ami il pro-
prio vicino; richiede soltanto che essi vivano insieme con tolleranza
reciproca.
Queste direttive di politica estera parvero messe in dubbio nei pri-
missimi mesi della presidenza quando Kennedy autorizz lo sbarco
degli esuli cubani sulla Baia dei Porci, a Cuba. L'avventura era stata
predisposta da Eisenhower. 1400 uomini (tra i quali 135 militari e il
resto figli di professionisti, medici, contadini e studenti) erano stati
segretamente addestrati dalla CIA in una fattoria del Guatemala e
quindi portati in Nicaragua. Di qui erano stati scaricati sulla spiag-
gia cubana per cogliere di sorpresa l'esercito di Castro. Si aspettava-
no che la popolazione di Cuba insorgesse contro il dittatore e che le
forze armate americane li appoggiassero nel tentativo di liberare la
loro patria, ma nulla di questo accadde e fu un disastro.
La responsabilit di J.F.K. in questa vicenda era limitata: il presi-
dente era stato informato all'ultimo momento dal capo della CIA,
Allen Dulles (il fratello di John Foster Dulles, segretario di Stato
con Eisenhower), ed era stato indotto a confermare la sua approva-
zione al termine di lunghe discussioni. Quando lo sbarco ebbe luogo
(17 aprile 1961) si scopr che le informazioni in possesso del servizio
segreto erano sbagliate e incomplete: i cubani erano informati di
tutto e piombarono addosso ai volontari subito dopo lo sbarco. Du-
rante il loro massacro ogni speranza di insurrezione a Cuba fu soffo-
cata dall'arresto in massa degli oppositori. Tutta la vicenda fin in
una tragedia.
Mentre il mondo intero manifestava perplessit e a Mosca si
espresse apertamente solidariet a Fidel Castro di fronte all'av-
venturismo americano, il presidente Kennedy dovette ricevere il
gruppo dirigente degli esuli cubani per spiegare il mancato interven-
to delle forze armate USA: l'America, disse, aveva responsabilit
mondiali e non poteva rischiare una guerra nucleare per una que-
stione come quella di Cuba, abortita sul nascere.
Di fronte alle pressanti richieste di Castro, l'Unione Sovietica ap-
profitt della situazione e decise di costruire delle rampe di missili
nucleari a Cuba. Gi alcuni missili erano nell'isola e le rampe erano
quasi ultimate quando un aereo spia americano, a met ottobre
1962, riusc a fotografarle. L'allarme fu immediato: da ogni rampa
potevano essere lanciati missili in grado di colpire una citt america-
na. Kennedy convoc il Consiglio di emergenza, si consult coi capi
di Stato maggiore e con i leader del Congresso. I missili di Cuba non
alteravano molto l'equilibro del terrore: le citt americane erano
sotto tiro da molte basi, cos come quelle sovietiche, ma la presenza
dei missili sull'isola aveva indubbiamente un impatto psicologico
negativo che il presidente non poteva ignorare. D'altra parte la rea-
zione doveva essere meditata se si voleva ottenere che i russi ritiras-
sero i missili senza correre il rischio di una guerra. Kennedy decise
tuttavia di reagire in modo da lasciare ai russi la possibilit di 
cedere senza perdere la faccia.
Per alcuni giorni la guerra fredda rischi di diventare incandescente: 
il presidente denunci alla televisione la minaccia sovietica e an-
nunci il blocco navale intorno a Cuba: furono avvistati dei mercan-
tili che stavano trasportando i missili sull'isola e gli americani si mo-
strarono decisi a non farveli arrivare. Kruscev tent di giustificare la
politica sovietica dicendo che l'URSS voleva soltanto aiutare i cubani
a difendersi, ma le fotografie delle rampe e delle navi non lasciava-
no dubbi. Le forze americane furono poste in allarme dovunque.
Il braccio di ferro si protrasse per qualche giorno, poi i mercantili 
si sottrassero all'ispezione senza forzare il blocco. Contemporanea-
mente dei contatti sotterranei furono stabiliti e alla fine Mosca assi-
cur, non senza qualche ulteriore brivido, la disponibilit a smantel-
lare le rampe da Cuba sotto il controllo dell'ONU se gli americani si
fossero impegnati a non aggredire Cuba. Kennedy aveva vinto, ma
chiese ai propri collaboratori di evitare dichiarazioni che umiliasse-
ro Kruscev.
Furono questi i due episodi pi cruciali dei mille giorni di J.F.K.
Altre iniziative furono adottate, come il progetto di legge sui diritti
civili e il primo trattato di non proliferazione nucleare: il presidente
meditava di realizzare la parte pi consistente del proprio programma 
progressista nel secondo mandato. Una decisione di particolare
gravit venne presa tuttavia senza che sul momento ricevesse l'at-
tenzione dovuta: il progressivo coinvolgimento degli USA nelle vi-
cende del Vietnam. Nel Sud-Est asiatico, che i francesi avevano ab-
bandonato a se stesso dopo la sconfitta di Dien Bien Phu, il potere
era stato assunto a Saigon da Ngo Dinh-diem ma alla sua uccisione
il presidente decise di inviare diecimila marines per istruire l'eserci-
to regolare che tentava di opporsi a quello di Hanoi. Non fu una de-
cisione meditata e in ogni caso essa avrebbe avuto gravi conseguenze.
Il 22 novembre 1963, a Dallas, J.F.K. fu ucciso dal ventiquattrenne
Lee H. Oswald. Fiumi di inchiostro sarebbero stati versati su questo
assassinio per molti aspetti annunciato, senza che la verit sia stata
mai raggiunta. Ci sono motivi attendibili per ritenere che il complot-
to sia stato organizzato dalla mafia ma fino al giorno in cui non sa-
ranno pubblicate tutte le carte segrete che a quanto pare vengono
tuttora custodite dall'FBI il mistero - se mistero fu - rester tale. 
E continueranno le ipotesi.
Kennedy fu sepolto nel cimitero di Arlington, a Washington.

Lyndon Baines Johnson
L'avevano affiancato a J.F.K. perch in grado di far convergere sul
candidato democratico molti voti del Sud. Johnson, infatti, era un
texano che per anni era stato leader del gruppo democratico del
Parlamento di Washington, un insuperabile esperto delle grandi
manovre parlamentari: senza la sua collaborazione probabilmente i
tre anni della presidenza di Kennedy sarebbero stati assai pi acci-
dentati perch i democratici erano in minoranza al Congresso.
Sembra che una volta J.F.K. abbia detto: Johnson non ce la farebbe 
mai a diventare presidente. Fu la sparatoria di Dallas a portarlo
alla Casa Bianca il 22 novembre 1963: quella mattina egli aveva ac-
colto il presidente e sua moglie all'aeroporto; nel primo pomeriggio
quello stesso aereo tornava a Washington trasportando il corpo di
Kennedy in una bara e prima del decollo Johnson prest giuramento 
davanti a un giudice federale. Fu una tristissima cerimonia: al
fianco del presidente c'era Jacqueline, la vedova di Kennedy, che 
indossava ancora l'abito insanguinato.
Di lui il professor Eric F. Godman dell'Universit di Princeton, che
era stato assistente alla Casa Bianca, scrisse: Nei suoi momenti di
trionfo e di depressione, in pace e in guerra, ha avuto la statura 
tragica di un presidente eccezionalmente dotato che  stato l'uomo
sbagliato, proveniente da un luogo sbagliato, in un momento sba-
gliato e in circostanze sbagliate. Il giudizio degli storici su di 
lui  controverso, soprattutto perch gli tocc in sorte di succedere 
in maniera cos drammatica a Kennedy, che si era imposto in maniera
tanto carismatica. E, soprattutto, perch la sua amministrazione 
legata in maniera indissolubile al trauma della guerra del Vietnam,
quella terribile guerra non dichiarata che spacc drammaticamente
il paese.
Nondimeno Johnson fu un presidente di tutto rispetto e in parte
proprio ci che lo rendeva diverso da Kennedy contribu a mettere
in luce la sua personalit. Kennedy era un architetto, Johnson  un
ingegnere, dicevano i suoi amici. E c'era del vero in questa valuta-
zione. Kennedy, aiutato dai suoi consiglieri, era l'uomo che lanciava
idee e proposte in grado di entusiasmare i giovani e gli intellettuali
che fanno opinione, ma Johnson dimostr di essere l'uomo in grado
di tradurre in realt tali progetti, e di saperlo fare col consenso 
della gente.
Era nato il 27 agosto 1908 a Johnson City, un villaggio del Texas
che portava il nome di suo nonno, un cow-boy che aveva guidato le
mandrie al pascolo, mangiato fagioli cotti al fuoco del bivacco e dor-
mito all'addiaccio nella prateria; suo padre era un contadino al quale 
le cose erano andate cos male che era stato costretto a cambiare
mestiere. Prima di darsi alla politica aveva lavorato per mantenersi
agli studi: aveva avuto un posto in un cantiere che costruiva strade,
aveva lavato i pavimenti e aveva fatto il custode. Trov la sua strada
quando un deputato, Richard M. Kleberg, che era texano come lui,
gli offr un posto di segretario ed egli approfitt dell'occasione per
studiare legge alla Georgetown University. Nel 1934 si spos con
Claudia Alta Taylor, che gli avrebbe dato due figlie.
Seguace di Roosevelt, collabor con lui al programma sociale del
New Deal e nel 1937 fu eletto a sua volta alla Camera dei rappre-
sentanti. Partecip alla guerra come ufficiale di marina e nel 1948 fu
eletto senatore; a 45 anni era leader del gruppo democratico, incarico 
nel quale venne confermato fino al giorno in cui fu scelto come
candidato per la vice presidenza al fianco di Kennedy. Suscit una
certa meraviglia la sua accettazione della candidatura poich il ruolo 
di leader gli aveva conferito un potere che la vice presidenza (ca-
rica in gran parte onorifica) non poteva assicurargli, ma si tratt di
una scelta oculata, specialmente da parte dei dirigenti del partito:
Johnson infatti port davvero a Kennedy gran parte dei determinanti 
voti degli Stati del Sud.
All'indomani della tragica morte di J.F.K. comprese che il suo primo 
compito doveva essere quello di restituire all'America sconvolta
la calma e la fiducia, nonch la certezza di una continuit che le 
assicurasse il mantenimento del ruolo di leadership dell'Occidente. 
E in effetti la sua politica permise al paese di superare il trauma
dell'assassinio, sul quale non si riusciva a far luce completa.
Dopo i primi mesi di attesa il suo dinamismo acquis un ritmo im-
pressionante. La conoscenza dei meccanismi pi reconditi della de-
mocrazia parlamentare gli permise di venire a capo dei nodi che
avevano frenato a lungo i progetti di Kennedy specialmente in campo 
fiscale ed economico e in quello della legislazione fiscale. Nel
1964, a un anno dalla scomparsa di Kennedy, ottenne l'elezione pre-
sidenziale contro l'ultraconservatore repubblicano Barry Goldwater 
con la maggioranza pi vasta di tutto il 20esimo secolo.
Il suo impegno fu decisivo nel portare a compimento la legge sui
diritti civili, fondamentale avanzamento nella lunga e difficile 
marcia dei negri verso l'uguaglianza, ma il programma kennediano tro-
v in Johnson un interprete capace di impulsi nuovi quando egli an-
nunci il progetto per la Grande societ.
Il suo slogan della guerra contro la povert non risolse certo i
problemi della giustizia sociale in America ma port in superficie
nella coscienza del paese il grande problema dei diseredati del pae-
se pi ricco del mondo e sanc l'impegno del governo federale
nell'affrontarlo. A Johnson gli storici riconoscono di essere stato,
tra i presidenti, quello che ha maggiormente contribuito al poten-
ziamento del sistema scolastico ed educativo a tutti i livelli.
Per molti commentatori, Johnson divent in questa fase Super-
lyndon: l'America attravers con lui un periodo di grande prospe-
rit e il potere della presidenza benefici del prestigio parlamentare
dell'uomo che era in grado di esercitare pressioni sul Congresso e
sul mondo degli affari. Eppure, commemorandolo il giorno della
sua morte, il New York Times lo defin il pi paradossale dei presi-
denti degli Stati Uniti. Il motivo di questo controverso giudizio  da
ricercarsi nella vicenda del Vietnam, che rese turbinosa la sua am-
ministrazione.
Quella del Vietnam era una pratica che Johnson aveva ereditato
da Kennedy e forse - chi pu dirlo? - fu il desiderio di assicurare
continuit alla politica del presidente assassinato a indurlo a perse-
guire la strada intrapresa senza forse valutarne tutte le implicazioni
negative. Il presidente cedette alle pressioni dei militari e si convin-
se che quella del Sud-Est asiatico fosse una crisi risolvibile con la
forza. Da 10-15 mila, i soldati americani nel Vietnam diventarono
60 mila, poi 150 mila, poi 300 mila, infine 500 mila. Si allungarono
gli elenchi dei caduti, raggiunsero livelli folli gli stanziamenti 
per le spese militari, esplose la protesta giovanile.
Il temperamento texano del presidente sembra aver avuto un ruolo
in questa escalation: Johnson non era uomo da accettare la sconfitta,
e si convinse che, accentuando la pressione, la guerra sarebbe stata
vinta. Fu un errore tragico e quando se ne rese conto era tardi. Nel
marzo 1968 Johnson rinunci a porre la propria candidatura a causa
della crescente ostilit dell'opinione pubblica.
Si ritir nel suo ranch a San Antonio nel Texas, dove mor il 22 no-
vembre 1973, dieci anni giusti da quel giorno terribile di Dallas. Il
presidente Nixon volle che il funerale fosse celebrato a Washington
e la salma fu portata nella capitale a bordo dell'aereo sul quale dieci
anni prima egli aveva prestato giuramento.  sepolto, come egli
stesso aveva chiesto, nel suo ranch.

Richard Milhous Nixon
 stato probabilmente il pi discusso presidente degli Stati Uniti,
ed  stato il solo ad essere costretto alle dimissioni per evitare la 
prigione. Certamente fu uno dei pi disinvolti nella scalata al potere 
e nella difesa del potere raggiunto. E ancora: discutibile sul piano mo-
rale,  valutato positivamente dal punto di vista politico. Insomma:
se non fosse scivolato banalmente sulla buccia di banana del caso
Watergate la storia lo considererebbe un grande presidente.
Richard Milhous Nixon nacque in California, nel villaggio di Yor-
ba Linda, il 9 gennaio 1913 da una famiglia che a stento riusciva a
sbarcare il lunario: suo padre aveva fatto diversi mestieri prima di
dedicarsi, con scarsa fortuna, a una piantagione di limoni e fin
aprendo un negozio in cui vendeva un p di tutto, compresa la ver-
dura. Richard frequent senza lodi particolari le scuole locali, poi
riusc a ottenere una borsa di studio alla Duke University della Ca-
rolina del Sud, e qui si laure in legge. Trov lavoro nello studio di 
un avvocato (1940) e spos un'insegnante, Patricia Ryan, povera come lui.
Allo scoppio della guerra si arruol in marina e quando fu conge-
dato riprese l'avvocatura. Bench avesse gi manifestato simpatie
per Roosevelt, un gruppo di uomini d'affari della California del Sud
gli offr la candidatura per la Camera dei rappresentanti e l'aiut a
farsi eleggere (1946). A Washington si fece un nome quando sma-
scher, nel corso di un memorabile procedimento giudiziario, un
alto funzionario governativo che aveva fatto dello spionaggio (1948). 
Questa fu una vicenda che apr la strada alla campagna di McCarthy; 
a lui dette una popolarit nazionale, gli valse l'elezione al Senato 
e nel 1952 gli consent di essere eletto vice presidente al
fianco di Eisenhower: aveva 39 anni.
Pur concordando sulla sua abilit nel vincere le competizioni elet-
torali, perfino i dirigenti del suo partito avevano dei dubbi sulla sua
capacit di fare il presidente e ogni volta che Eisenhower parve sul
punto di morire la paura attanagli gran parte dell'America. Nixon
tuttavia non si arrese: ben sapendo che se avesse giocato bene le sue
carte il presidente l'avrebbe designato come delfino, si dedic alla
preparazione della propria candidatura: visit 56 paesi, rischi di es-
sere linciato a Caracas nel corso di violente manifestazioni antiame-
ricane; ebbe un clamoroso battibecco a Mosca con Nikita Kruscev
qualificandosi come rappresentante dell'orgoglio americano, capace 
di tener testa al leader comunista; viaggi in lungo e in largo per
gli Stati Uniti e ottenne la candidatura repubblicana alla convezione
di Miami (1960) che lo oppose a John F. Kennedy. Fu battuto per
poco pi di 100 mila voti e bench sul risultato elettorale gravasse 
il sospetto di alcuni brogli a suo sfavore rifiut generosamente un
nuovo conteggio dei voti.
Trascorse gli anni di Kennedy e di Johnson in uno degli uffici legali
pi prestigiosi di Wall Street, occupandosi di diritto aziendale e di
diritto internazionale. I pi, compreso egli stesso, ritenevano con-
clusa la sua parabola politica quando i repubblicani gli proposero
ancora una volta la candidatura presidenziale nel 1968: si present
allora agli americani con un programma ancora una volta visceral-
mente anticomunista e conservatore, ma soprattutto promise che
avrebbe concluso senza indugio la guerra nel Vietnam.
Nessuno degli impegni elettorali fu mantenuto: aveva promesso di
limitare i poteri presidenziali e di riequilibrare le relazioni tra 
Washington e le autonomie statali, ma fin con l'accentuare la tutela 
finanziaria ed amministrativa del governo federale; si era impegnato
a diminuire le ingerenze statali (uno dei suoi slogans era stato quello
del meno Stato), e fin con l'introdurre il controllo dei salari e dei
prezzi; si era impegnato per una rigorosa politica monetaria e auto-
rizz una duplice svalutazione del dollaro (1971) e la fine della poli-
tica di stabilizzazione delle parit delle monete in rapporto all'oro,
lasciando decadere gli accordi di Bretton Woods del 1944 (1973).
Quando sar costretto a lasciare la Casa Bianca l'economia ameri-
cana soffrir per un'alta inflazione.
Nemmeno la pace nel Vietnam sar cos rapida come il presidente
avrebbe desiderato, sebbene egli si fosse affidato ad un Segretario di
Stato di indubbie qualit, Henry Kissinger. Gli occorreranno quattro 
anni per raggiungere l'obiettivo e lo scopo sar raggiunto soltanto 
dopo la completa sconfitta militare americana.
Nonostante tutto sar in politica estera che Nixon otterr i pi pre-
stigiosi successi col clamoroso riconoscimento della Repubblica 
popolare di Cina e il suo viaggio a Pechino (febbraio 1972), con la 
firma del primo accordo SALT di disarmo nucleare in occasione di un
viaggio in Unione Sovietica; la mediazione nel conflitto tra Egitto e
Israele. Una politica spregiudicata e realista, insomma, che mise in
crisi tutta la dottrina della guerra fredda e che in ultima analisi 
contraddiceva le convinzioni del Nixon anticomunista a oltranza.
Nel 1972 Nixon fu rieletto per un secondo mandato ma questa ele-
zione era stata inquinata da un episodio che sul momento parve avere 
scarsa importanza: la notte del 18 giugno 1972 i ladri visitarono il
quartiere generale democratico di Washington, situato in un edificio 
chiamato Watergate. La polizia individu rapidamente gli scas-
sinatori: erano legati al Partito repubblicano. L'inchiesta si allarg
inesorabilmente fino a lambire il presidente, sospettato di essere il
mandante del fatto criminoso a danno del candidato democratico
George McGovern. Caddero alcune teste importanti e alla fine un
giudice ingiunse a Nixon di consegnare i nastri sui quali aveva regi-
strato le conversazioni alla Casa Bianca. Il presidente prima neg di
averle, poi assicur che nelle registrazioni non c'era nulla relativo
all'inchiesta e infine si decise a fornire delle trascrizioni parziali.
Queste in definitiva risultarono sufficienti all'incriminazione davan-
ti alla Commissione giudiziaria della Camera e ci costrinse il presi-
dente a dimettersi, l'8 agosto 1974. Tra le prime decisioni del succes-
sore ci fu la concessione della grazia e ci fu sfavorevolmente com-
mentato. In realt Nixon evit in tal modo la condanna ma non il disonore.
Ritiratosi a vita privata nella sua casa in California, Nixon spender 
gran parte del suo tempo a redigere le proprie memorie nell'in-
tento di riabilitarsi.

Gerald Rudolph Ford
 stato l'unico presidente non eletto: a condurlo alla Casa Bianca
fu un imprevedibile serie di circostanze. Contemporaneamente al
fatale esplodere del caso Watergate, che stava investendo il presi-
dente Nixon, un altro scandalo travolse l'amministrazione: il vice
presidente Spiro T. Agnew fu incriminato con l'accusa di essersi fat-
to pagare per anni dei favori di varia natura. Agnew fu costretto a 
dimettersi e al presidente non rimase che nominare, a termini di leg-
ge, un nuovo vice. Furono presi in esame alcuni nomi di prestigio tra
gli esponenti del Partito repubblicano, come Ronald Reagan (l'ex
attore che era apprezzato governatore della California) e come Nel-
son Rockefeller (il finanziere governatore dello Stato di New York).
A far cadere queste ipotesi fu il fatto che entrambi si erano premu-
rati di prendere le distanze dal presidente Nixon, giudicato scorretto 
di fronte allo scandalo Watergate. Un altro nome fu quello di
John Connolly, l'ex governatore democratico del Texas (era rimasto
ferito a Dallas nell'attentato costato la vita a Kennedy) e ora diven-
tato repubblicano, ma anche la sua candidatura cadde quando risult 
evidente che non avrebbe riscosso il suffragio necessario da parte
del Senato: contro di lui avrebbero votato quanti lo consideravano
un voltagabbana.
La scelta di Gerald R. Ford fu in certo senso obbligata: l'uomo aveva 
sufficiente prestigio in quanto da anni era il leader repubblicano
alla Camera dei rappresentanti, incarico che si era guadagnato fin
dall'epoca in cui, dopo la crisi seguita alla disfatta elettorale di 
Barry Goldwater, egli era riuscito a coagulare le speranze della nuova 
generazione repubblicana. Sul nome di Ford non emergevano con-
troindicazioni.
Era nato il 14 luglio 1913 ad Omaha, nel Nebraska. Sul suo atto di
nascita stava scritto il nome di Leslie King ma fu ribattezzato quan-
do, in seguito al divorzio, sua madre spos Gerald R. Ford Senior,
industriale di Grand Rapids (Michigan), che l'adott. Della sua car-
riera scolastica non restano memorie particolarmente brillanti se
non per le prestazioni nel rugby (scudetto 1932-33 con la squadra
dell'Universit del Michigan); si fece le ossa guadagnandosi da vive-
re come cameriere in un ristorante e perfino come ranger in un
parco durante l'estate (teneva d'occhio gli orsi col fucile mentre i 
turisti li ammiravano). Si laure in legge a Yale (1941).
Partecip alla guerra in marina e dopo 47 mesi torn a Grand Rapids, 
dove lavor come avvocato; suo padre, esponente locale del Partito 
repubblicano, lo spinse ad entrare in politica. Gi nel 1949 fu
eletto per la prima volta alla Camera e conserv ininterrottamente 
il seggio per 12 legislature.
Appena Nixon gli annunci l'intenzione di designarlo per la vice
presidenza chiese di essere sottoposto alla pi approfondita indagine 
possibile per eliminare ogni dubbio sulla propria onorabilit e
sulla propria capacit. E cos fu fatto. Il presidente della Commis-
sione senatoriale d'inchiesta alluse nella sua relazione alla pi va-
sta investigazione mai compiuta sul conto di un candidato per una
carica pubblica. L'FBI fece sapere di avere sguinzagliato in tutto il
paese 350 agenti per scavare nel passato di Ford; il risultato dell'in-
dagine riemp 1700 pagine.
Si insedi alla Casa Bianca quando Nixon fu costretto a dimettersi
per evitare l'impeachment e pochi giorni dopo annunci di aver gra-
ziato l'ex presidente salvandolo cos dal processo e, probabilmente,
dalla prigione. Per il resto si limit a gestire l'ordinaria amministra-
zione senza riuscire nello scopo pi importante che i repubblicani
gli avevano affidato: risollevare il partito dopo la crisi in cui il 
Watergate l'aveva fatto precipitare. Un anno dopo, quando pose la pro-
pria candidatura alla presidenza, non riusc a prevalere e si ritir
nell'ombra.

James Earl Carter
Quando annunci l'intenzione di porre la propria candidatura per
la presidenza degli Stati Uniti, Jimmy Carter era uno sconosciuto
fuori dal suo Stato e la maggior parte degli osservatori giudic teme-
raria la sua decisione. Come governatore della Georgia, aveva svol-
to lodevolmente il suo mandato ma gli elettori di Boston e di San
Francisco non sapevano nulla di lui, inoltre il suo annuncio appariva
quanto mai prematuro: c'era nell'aria la sensazione che i pi noti
esponenti democratici si apprestassero a sfidare il presidente Ford e
sembrava assai probabile che egli sarebbe stato bruciato prima an-
cora di affrontare le primarie. Infine c'era un ostacolo che ai pi 
appariva insormontabile per lui: egli era un estraneo alla macchina
elettorale del partito. I giornalisti che assistettero a quella conferen-
za stampa, tuttavia, rientrarono in sede con la convinzione che Carter 
fosse deciso a battersi sul serio, con l'intenzione di giocarsi tutte le
carte a disposizione: contrariamente al costume corrente, per dedicarsi
soltanto al nuovo obiettivo si dimise dalla carica di governatore.
Si dedic interamente al lavoro di preparazione dopo aver lasciato
al fratello il compito di occuparsi dell'azienda di famiglia: la coltiva-
zione e la lavorazione delle arachidi. Viaggi in lungo e in largo per
gli Stati Uniti per farsi conoscere, tenne discorsi nelle comunit pi
sperdute, si document sui problemi economici e sociali del paese e
su quelli della politica estera. Intu soprattutto due cose: turbato dal
clamore dello scandalo Watergate l'elettore americano stava cercando 
un leader pulito e credibile, e che, dopo che l'amministrazione 
repubblicana aveva perseguito una politica favorevole soprattutto ai 
grandi gruppi industriali, i lavoratori si aspettavano una presi-
denza pi sollecita alle loro aspettative.
Carter riusc ad accreditarsi su entrambi i versanti: fu apertamente
appoggiato dalla popolazione negra realizzando l'incredibile al-
leanza tra un governatore del Sud e le masse di colore e ottenne
l'appoggio dei sindacati. Se a questo si aggiunge lo sconcerto provo-
cato tra i repubblicani dal fallimento del presidente Nixon e dalla
mediocre statura politica di Ford sar pi facile comprendere le ra-
gioni che portarono Jimmy Carter alla Casa Bianca.
Nell'autobiografia scritta alla vigilia delle elezioni proprio per pre-
sentarsi scrisse di s:
Io sono un uomo del Sud e un americano. 
Sono un agricoltore, un  ingegnere,  un padre e un marito, un cristiano, 
un uomo politico e un ex governatore, un progettista e un uomo d'affari, 
un fisico nucleare e un ufficiale di marina, un appassionato di canot-
taggio e, tra le altre cose ancora, un ammiratore delle canzoni di 
Bob Dylan e delle poesie di Dylan Thomas.
Nato nel 1924 a Plains, un villaggio della Georgia, era figlio di un
farmer che lavorava la sua terra e gestiva uno spaccio di campagna; 
si guadagn i primi soldi da ragazzo vendendo alla stazione car-
tocci di noccioline lessate e frequent l'Accademia navale di Anna-
polis (1942) dalla quale usc in tempo per specializzarsi in ingegne-
ria nucleare. Lavor alla progettazione del primo sottomarino ato-
mico, il prototipo dal quale sarebbe poi disceso il Nautilus, ma alla
morte del padre si conged per gestire l'azienda di famiglia, che nel
frattempo si era ingrandita. Nel 1945 aveva sposato un'amica della
sorella, Rosalynn Smith, che non vedeva l'ora di andarsene da
Plains e che ci rimase male quando egli decise di tornarvi.
Come governatore Carter dette un'ottima prova: razionalizz il bi-
lancio dello Stato e favor l'integrazione razziale assicurando alla
Georgia la pace sociale che presto attrasse una quantit di industrie
dal resto del paese, portando lavoro e un buon reddito specialmente
alla popolazione di colore. Come presidente si vide costretto a mo-
derare i propri progetti progressisti e prosegu nella politica che gi
Nixon aveva inaugurato tagliando fondi per l'assistenza pubblica e
riducendo i sussidi per le madri con figli a carico, dette alcuni colpi
di freno ai salari e cerc di raffreddare la scala mobile.
In politica estera mise a segno un grande successo quando riusc a
normalizzare i rapporti tra Egitto e Israele con la pace di Camp Da-
vid (1978) conclusa con la stretta di mano tra Begin e Sadat. Sub
tuttavia uno scacco clamoroso quando gli integralisti islamici che
avevano preso il potere in Iran catturarono come ostaggi 52 ameri-
cani sorpresi all'interno dell'ambasciata degli Stati Uniti a Teheran,
per costringere il presidente a consegnare loro il fuggitivo scia Reza
Pahlavi. Nell'intento di liberare gli ostaggi Carter autorizz un'in-
cursione militare che si concluse disastrosamente. Tutto ci accad-
de nell'anno che precedeva le elezioni e indubbiamente giov al
candidato repubblicano Ronald Reagan, che ebbe un facile argo-
mento appellandosi all'orgoglio nazionale ferito. La sconfitta di
Carter, d'altra parte, era uno scopo evidente degli iraniani, i quali 
liberarono gli ostaggi proprio il giorno in cui il nuovo presidente 
fu insediato alla Casa Bianca.
Carter si  ritirato a vita privata nella sua casa di Plains ma a lui si
 rivolto in varie occasioni il presidente Clinton per condurre tratta-
tive diplomatiche particolarmente difficili, come a Haiti e nella ex
Jugoslavia.

Ronald Wilson Reagan
La prima volta che Ronald Reagan dichiar la propria intenzione
di concorrere per la presidenza nessuno lo prese sul serio. Si era nel
1967: Si sapeva che il presidente Johnson non si sarebbe pi presen-
tato e che Nixon intendeva tentare di nuovo quella scalata che era
stata interrotta dall'ascesa di Kennedy. Reagan, allora, era governa-
tore della California ed era consapevole di non avere solide possibi-
lit di ottenere la candidatura repubblicana, ma si stava preparando
per il momento giusto. Era stato uno dei fedelissimi dell'ultracon-
servatore Barry Goldwater e dopo la disfatta del suo campione voleva 
rendere evidente di essere l'uomo adatto a proseguirne la battaglia. 
Questo l'aveva aiutato a diventare governatore, dopotutto.
L'America era travagliata dalla guerra del Vietnam: Johnson ne
era uscito politicamente e fisicamente distrutto e Nixon puntava le
sue speranze sulla promessa che avrebbe posto subito fine alla tra-
gedia. Quando i giornalisti gli domandarono che cosa avrebbe fatto
se fosse diventato presidente Reagan rispose: La cosa pi semplice
che il capo di uno Stato possa fare: dare via libera ai generali. 
Il fatto che i generali stessero facendo di tutto senza riuscire a 
vincere non lo turbava, ma intanto aveva chiarito il proprio pensiero.
Pi tardi, quando la candidatura divenne probabile, Reagan us
parole pi sfumate per manifestare il proprio pensiero. In un'inter-
vista si present con queste parole: Io sono un conservatore. Che
cosa vuol dire? Faccio un esempio, citando la Bibbia. I liberali si 
scaricano la coscienza, di fronte a uno che ha fame, gettandogli un 
pesce. I conservatori, che hanno un'opinione molto pi alta dell'uomo,
e anche dell'uomo che ha fame, gli insegnano come si pesca. Cos
egli potr prendere tutti i pesci che vuole e non patir pi la fame.
Non apparivano tranquillizzanti nemmeno le parole di Nancy Reagan, 
la sua seconda moglie: Non c' niente di segreto. Ronald  ci
che sembra, n pi n meno.
Nato il 6 febbraio a Tampico (Illinois) da un padre pieno di guai e
dai lavori precari, ebbe un'adolescenza difficile ma riusc a frequen-
tare la facolt di Scienze sociali: non sapeva cosa avrebbe fatto da
grande ma non intendeva restare in uno sperduto paesino di provincia. 
Non si sa bene nemmeno in che cosa si fosse laureato. Tent di
fare l'attore, ma in piena recessione non c'erano molti teatri dispo-
nibili. Reagan si volse verso la radio, che era in piena espansione e
siccome era stato sempre un appassionato di football si propose
come radiocronista sportivo a una stazione di Davenport, nell'Iowa.
Durante una trasferta della squadra locale approfitt di una sosta a
Los Angeles per farsi fare un provino cinematografico dalla Warner: 
fu assunto a 200 dollari alla settimana.
Interpret una cinquantina di film ma rimase sempre un attore di
serie B, tuttavia si guadagn una certa autorevolezza organizzando
un sindacato di attori. Il salto di qualit venne nel dopoguerra,
quando Reagan schier la propria organizzazione a favore del mac-
cartismo, scatenato contro sceneggiatori e attori di Hollywood.
L'appoggio alla crociata isterica del senatore McCarthy gli cost, a
quanto pare, il divorzio dalla prima moglie (l'attrice Jane Wyman)
ma gli dette una certa qualificazione politica: fu partendo da questo
episodio che egli riusc a costruire la carriera che l'avrebbe portato
alla Casa Bianca all'et di 70 anni, per un doppio mandato.
Il suo credo politico sembra ben definito dalla risposta che dette a
un giornalista:
Si dice da taluno che i conservatori fanno pagare un peso troppo alto 
a chi non pu pagarlo perch non tengono conto degli handicap sociali. 
Ma  vero proprio il contrario. Ricorda Lincoln? Fai solo ci che la 
gente non pu fare da s. Polizia, armi, difesa, politica estera: 
in questo ci vuole un governo forte. Il resto  tutta carta e bu-
rocrazia.
Idee raccogliticce, obiettavano molti intellettuali, ma erano idee
semplici, enunciate con la voce educata e suadente di un attore che
si era fatto un nome alla radio ed il cui volto veniva riproposto con-
tinuamente in ogni angolo del paese, dalle metropoli ai villaggi son-
nolenti dell'America profonda coi vecchi film dei late-late shows
notturni della televisione. Fu questo, assicurano gli esperti, insieme
con la psicologia rudimentale e a quel minimo di istrionismo che 
bagaglio di qualsiasi attore di seconda fila, a dare un vantaggio a
Reagan.
La sua prima presidenza non lasci tracce durature per iniziative di
rilievo, eppure sar sufficiente l'invasione dell'isoletta di Grenada
(25 ottobre 1983) a garantirgli un anno dopo una vittoria strepitosa
sul candidato democratico Walter Mondale. Il secondo mandato
coincise con la fase pi incisiva della politica di Mikhail Gorbacev
nell'Unione Sovietica partita dalla sostituzione di Andrei Gromiko
al ministero degli Esteri con Eduard Shevarnadze. Sul piano econo-
mico e su quello politico la struttura della superpotenza sovietica si
era sclerotizzata e Gorbacev tent una ristrutturazione che partisse
dall'urgente contrazione delle spese militari con un colpo di freno
alla corsa per gli armamenti. Quando Reagan annunci il programma 
detto delle guerre stellari (o scudo spaziale) destinato - fu
assicurato - a proteggere l'America dagli attacchi missilistici, 
l'Unione Sovietica fu costretta ad ammettere che la sua economia 
non era in grado di sostenere le spese necessarie per contrastare 
il progetto. Qualcuno and insinuando (ad esempio lo scrittore Isaac 
Asimov) che il programma era irrealizzabile e che era stato annunciato 
soltanto per mandare: i russi verso la bancarotta - questo conferme-
rebbe l'astuzia machiavellica del presidente americano. Gorbacev
intraprese negoziati che a partire dal 1987 portarono alla conclusio-
ne di trattati sul disarmo, dalla riduzione dei missili a quella delle
forze convenzionali in Europa. E, alla fine, alla dissoluzione stessa
dell'URSS.
Non altrettanto positiva fu la politica interna di Ronald Reagan, i
cui effetti furono l'ulteriore arricchimento dei ceti pi abbienti e
l'impoverimento dei poveri e l'accrescimento della spesa pubblica
che port il deficit di bilancio a 92 milioni di dollari (1990).
Quando Reagan lasci la Casa Bianca era ancora in corso un'indagine 
giudiziaria sullo scandalo Irangate: l'amministrazione (o alcuni 
esponenti assai vicini al presidente) era sospettata di aver ille-
galmente venduto all'Iran delle armi e di aver destinato il ricavato
agli irregolari contras del Nicaragua: l'oscura transazione avrebbe
avuto lo scopo di ottenere la liberazione degli ostaggi americani di
Teheran...
L'ex presidente, ormai invalido, vive nella sua casa di Beverly Hills,
in California.

George Bush
L'essere stato vice presidente con R. Reagan spian la strada a
George Bush alle presidenziali del 1988, ma il candidato repubbli-
cano si era preparato lungamente alla scalata per la Casa Bianca. 
Il suo curriculum: congressman per due legislature in rappresentanza
del collegio di Houston (Texas), segretario nazionale del Partito re-
pubblicano, rappresentante diplomatico del suo paese presso le Na-
zioni Unite, ambasciatore a Pechino e direttore della CIA. Durante
la campagna elettorale il suo avversario pose un quesito velenoso:
Va bene, George Bush ha avuto tanti incarichi. Ma cosa ha fatto?.
Buon esecutore di direttive, ottimo organizzatore, anche i suoi so-
stenitori ammettevano che egli non aveva brillato in alcuna delle ca-
riche ricoperte, ma vantavano il fatto che egli avesse ricoperto tanti
incarichi federali senza mai lasciarsi invischiare in uno scandalo e
nemmeno in una polemica.
D'altra parte queste impressionanti credenziali gli consentirono di
battere il candidato democratico Michael Dukakis soltanto di stretta 
misura, n vale la considerazione che alla consultazione elettorale 
del 1988 avesse partecipato soltanto la met degli elettori (il 50,1
per cento), l'astensione pi elevata dal 1924. Che Bush non brillasse
nemmeno come presidente sembra dimostrarlo il fatto che quattro
anni dopo il candidato democratico Bill Clinton pot batterlo netta-
mente bench partisse da posizioni di obiettivo svantaggio.
Nato nel 1924 da una delle pi influenti famiglie dell'aristocrazia
finanziaria dell'Est, studi alla Phillips Academy di Andover, nel
Massachusetts e fece la guerra come ufficiale di marina, ottenendo
una decorazione. Nel 1945 spos Barbara Pierce, la figlia dell'edito-
re delle riviste McCall's e Redbook, e nel frattempo si laure in eco-
nomia all'Universit di Yale. Mentre suo padre, che era un banchiere, 
veniva eletto senatore repubblicano del Connecticut, si trasfer a
Houston, nel Texas, dove dette vita a una societ petrolifera che ra-
pidamente oper su scala mondiale, la Bush-Overby Development Co., 
che gli assicur l'ingresso nel novero dei milionari.
Cominci la carriera politica occupandosi della macchina elettorale 
del partito in sede locale e nel 1966 fu eletto alla Camera dei rap-
presentanti: ventidue anni dopo divenne presidente. La sua ammi-
nistrazione part svantaggiata a causa della difficile situazione eco-
nomica che Reagan gli aveva lasciato in eredit: nel 1992 il deficit
pubblico aveva ormai raggiunto quota 362 miliardi di dollari.
Il 27 febbraio 1991 impegn gli Stati Uniti sotto la bandiera delle
Nazioni Unite per contrastare l'espansionismo dell'Iraq di Saddam
Hussein, dopo che il dittatore si era impadronito del Kuwait. In
meno di due mesi l'operazione fu vittoriosamente compiuta. Il suc-
cesso militare - che aveva messo in luce, insieme con lo strapotere
militare americano, anche le nuove responsabilit imperiali della
superpotenza dopo la fine del bipolarismo USA-URSS - lasciava in-
tatte le difficolt interne dell'America e questa fu la ragione preva-
lente per cui Bush non ottenne un secondo mandato.

William Jefferson (Bill) Clinton
Scopr la propria vocazione politica a sedici anni, nel 1962, quando
in occasione di una gita studentesca a Washington, ebbe la ventura
di stringere la mano di John Kennedy alla Casa Bianca. Di quell'epi-
sodio Bill Clinton mantenne sempre vivo il ricordo e quando present 
la sua candidatura per la presidenza fu a Kennedy che si ispir
- come questi si era a sua volta ispirato a F. D. Roosevelt - propo-
nendo al paese un New Covenant, un nuovo patto in grado di restituire 
all'America quello sviluppo economico assicurato dalle risorse
del paese.
Certo, tra Kennedy (e Roosevelt) e Clinton le differenze sono no-
tevoli. I grandi presidenti democratici venivano da famiglie apparte-
nenti all'lite del paese; Bill Clinton ha alle spalle un tirocinio assai
duro.  nato nel 1946 a Hope, un villaggio sperduto in uno degli Sta-
ti pi depressi dell'Unione, l'Arkansas, e bench la sua fosse una fa-
miglia della piccola borghesia egli parve avere un destino avverso
dalla sua parte. Suo padre, un commesso viaggiatore, rest vittima
di un incidente stradale prima ancora che egli venisse alla luce e
l'uomo che sua madre spos in seconde nozze si rivel un violento
alcolizzato. Bill dovette intervenire pi volte in difesa della madre.
Ottenne i pieni voti all'universit dei gesuiti a Georgetown e si di-
plom in scienze politiche; una borsa di studio gli permise di passare
un anno a Oxford, in Inghilterra. Negli anni della guerra del Vietnam 
fu tra i giovani che animarono le manifestazioni pacifiste e brig 
addirittura per non essere tra i militari inviati nel Sud-Est asiatico. 
Si laure in legge a Yale e si dedic all'avvocatura con un certo
successo; partecip alle campagne elettorali a favore di McGovern
(1972) e di Carter (1976), finch nel 1978 fu eletto governatore
dell'Arkansas.
Non riusc a ottenere un secondo mandato, ma l'abilit di correggere 
i propri errori gli consent di riproporre la propria candidatura
con successo: fu rieletto ininterrottamente per cinque volte e nel
1990 i governatori dei vari Stati lo proclamarono miglior governa-
tore dell'anno.
Come Kennedy, il quarantaseienne Clinton  affiancato da una
moglie destinata a colpire l'interesse dei media e degli elettori: la
spos mentre ancora si stava laureando a Yale: era una sua compagna
di studi, Hillary Rodham. Avvocato come lui, dotata di fascino,
lavoratrice instancabile e, secondo qualcuno, pi ambiziosa del ma-
rito: dietro ai successi elettorali c' sempre stata lei, uno dei legali
meglio pagati d'America.
Nel 1991 Clinton ottenne senza troppe difficolt l'investitura del
Partito democratico alla Convenzione di New York, abbinato al suo
nome ci fu quello di Al Gore, che si riveler un vice presidente dalla
spiccata personalit. Alle elezioni Clinton totalizz il 43 per cento
dei suffragi contro il 38 per cento di Bush; l'altro 19 per cento and
ad un terzo uomo, il ricchissimo demagogo texano Ross Perot.
L'esordio presidenziale non fu dei pi brillanti e il suo smalto ri-
schi di restare appannato perfino dall'attivismo della first lady, il
cui ruolo di suggeritore e di consigliere del presidente parve metter-
lo in ombra. La verit  che il presidente  stato costretto a lottare,
fin dalle elezioni di medio termine, con un Congresso in cui  cospi-
cua la maggioranza repubblicana. Ci ha imposto a Bill Clinton di
segnare il passo a proposito dei punti pi qualificanti del suo pro-
gramma, ossia quelli di carattere sociale, tra i quali il piano per 
la salute pubblica doveva essere il pi importante.

Cronologia.
1773. 16 dicembre. Insurrezione del t a Boston.
1774. 5 settembre. Riunione del Congresso a Filadelfia.
1775. Comincia la Guerra di indipendenza.
1776. 4 luglio. Dichiarazione di indipendenza.
1783. Trattato di Parigi.
1787. A Filadelfia la Convenzione approva la Costituzione federale. 
Gli Stati del Delaware, Pennsylvania e New Jersey entrano nell'Unione.
1788. Ingresso nell'Unione di Connecticut, Georgia, Massachusetts, Maryland,
North Carolina, South Carolina, New Hampshire, Virginia e New York.
1789  George Washington primo presidente.
1790. Lo Stato di Rhode Island entra nell'Unione.
1791. Il Vermont entra nell'Unione.
1792. Il Kentucky entra nell'Unione.
1793. Il dollaro  la moneta federale.
1794. George Washington ottiene il secondo mandato alla presidenza.
1796. Il Tennessee entra nell'Unione.
1797. John Adams  eletto presidente.
1800. Washington  la capitale dell'Unione. Thomas Jefferson  eletto 
presidente.
1803 Lo Stato dell'Ohio entra nell'Unione. Jefferson decide l'acquisto 
della Louisiana dalla Francia.
1804. Jefferson ottiene il secondo mandato alla presidenza.
1807. Abolizione della tratta dei negri.
1809. James Madison  eletto presidente.
1812. La Louisiana entra nell'Unione. 18 giugno. Comincia la guerra 
contro l'Inghilterra.
1815. Sconfitta inglese.
1816. L'Indiana entra nell'Unione. James Monroe  eletto presidente.
1817. Il Mississippi entra nell'Unione.
1818. L'Illinois entra nell'Unione.
1819. L'Alabama entra nell'Unione.
1820. Il Maine entra nell'Unione. Monroe ottiene il secondo mandato 
alla presidenza. Compromesso sulla schiavit.
1821  Ingresso del Missouri nell'Unione.
1823. Proclamazione della Dottrina Monroe.
1825. John Quincy Adams  eletto presidente. Il canale Erie collega 
New York ai Grandi Laghi.
1826. Le prime ferrovie. Gli indiani trasferiti al di l del Mississippi.
1828. Andrew Jackson  eletto presidente.
1832. Secondo mandato di Jackson.
1836. L'Arkansas entra nell'Unione. Martin van Buren  eletto presidente. 
I messicani espugnano Fort Alamo. Sam Houston vince a San Jacinto. 
Indipendenza del Texas.
1837. Il Michigan entra nell'Unione.
1841. William Henry Harrison  eletto presidente. Muore Harrison.
John Tyler presidente.
844.  Funziona la prima linea telegrafica
1845. Florida e Texas entrano nell'Unione. James Knox Polk  eletto
presidente.
1846. Lo Stato dell'Iowa entra nell'Unione. Guerra col Messico.
L'Inghilterra cede l'Oregon.         
1848. Il Wisconsin entra nell'Unione. Zachary Taylor  presidente. 
Corsa all'oro in California. Il Messico cede il New Mexico e la California.
1850. La California entra nell'Unione. Millard Fiilmore  eletto presidente. 
Legge sugli schiavi fuggitivi.
1852. Pubblicazione de La capanna dello zio Tom.
1853. Franklin Pierce presidente. Il commodoro Perry in Giappone.
1854. Nuovo compromesso sulla schiavit.
1857. James Buchanan  presidente.
1858. Il Minnesota entra nell'Unione.
1859. L'Oregon entra nell'Unione. L'antischiavista John Brown impiccato. 
Il primo pozzo di petrolio in Pennsylvania.
1860. Abraham Lincoln  eletto presidente.
1861. Il Kansas entra nell'Unione. 12 aprile. Attacco sudista a Fort Sumter. 
Comincia la Guerra di secessione.
1863. Ingresso nell'Unione del West Virginia. Sconfitta sudista a 
Gettysburg. Incendio di Atlanta.
1864. Il Nevada entra nell'Unione. Secondo mandato di Lincoln alla 
presidenza.
1865. 9 aprile. Resa del Sud ad Appomattox. Andrew Johnson  eletto 
presidente.
14 aprile. Assassinio di Lincoln. Emendamento della Costituzione: la 
schiavit  abolita.
1867. Il Nebraska entra nell'Unione. La Russia vende l'Alaska agli USA.
1868. Emendamento della Costituzione: il diritto di voto ai negri.
1869. Ulysses Simpson Grant  eletto presidente, rester in carica fino 
al 1877.
1876. Il Colorado entra nell'Unione. A Little Big Horn gli indiani 
massacrano il settimo cavalleggeri e il generale Custer.
1877. Rutherford Birchard Haynes eletto presidente.
1881. James Abraham Garfield  eletto presidente. Assassinio di Garfield. 
Elezione di Chester Alan Arthur.
1885. Grover Stephen Cleveland presidente.
1888. Benjamin Harrison presidente.
1889. Entrano nell'Unione gli Stati del Montana, North Dakota, South Dakota 
e Washington.
1890. L'Idaho e lo Wyoming entrano nell'Unione. Sherman Act: la legge 
antitrust.
1893. Secondo mandato di Cleveland.
1896. Lo Stato dell'Utah entra nell'Unione. William McKinley  eletto 
presidente. Corsa all'oro in Alaska.
1898. Guerra contro la Spagna. Cuba sotto amministrazione americana. 
Annessione delle Hawaii. Occupazione delle Filippine, Wake e Guam. 
Cessione di Portorico.
1901. Assassinio del presidente McKinley. Theodore Roosevelt  eletto 
presidente.
1904. Secondo mandato di Th. Roosevelt.
1907. L'Oklahoma entra nell'Unione.
1908. William Howard Taft presidente.
1912. Arizona e New Mexico entrano nell'Unione. Woodrow Wilson presidente.
1916. Secondo mandato di W. Wilson.
1917. Dichiarazione di guerra contro la Germania.
1918. 8 gennaio. Wilson enuncia i 14 punti. 19-20 settembre. Battaglia 
di Saint-Mihiel. ll novembre. Fine della Grande guerra.
1920. Warren Gamaliel Harding presidente. Concessione del voto alle donne.
1923. Calvin Coolidge presidente. Il ministro Fall condannato per corruzione.
1927. 20-21 maggio. Lindberg vola sull'Atlantico.
1928. Elezione di Herbert Clark Hoover.
1929. Ottobre. Crolli alla Borsa di Wall Street.
1932. Franklin Delano Roosevelt presidente.
1933. F.D. Roosevelt vara il New Deal. 5 dicembre. Fine del proibizionismo.
1934. Svalutazione del dollaro del 40 per cento.
1936. Secondo mandato di Franklin D. Roosevelt.
1940. Terzo mandato di Franklin D. Roosevelt.
1941. Legge affitti e prestiti. 7 dicembre. Attacco giapponese a 
Pearl Harbour. Gli Stati Uniti intervengono nella seconda guerra mondiale.
1942. Primo gennaio. Firma della Carta atlantica a Washington. 3-5 giugno.
Battaglia di Midway. 8 novembre. Sbarco anglo-americano in Algeria e 
Marocco.
1943. Liberazione di Guadalcanal. 9 luglio. Sbarco in Sicilia. 
8 settembre. Resa dell'Italia. 9 settembre. Sbarco a Salerno. Conferenza 
di Teheran tra F.D. Roosevelt, Stalin e Churchill.
1944. 4 giugno. Liberazione di Roma. 6 giugno. Sbarco in Normandia. 
Agosto. Liberazione di Parigi.
1945. Harry Spencer Truman  eletto presidente. 3-11 gennaio. Conferenza 
di Jalta. Liberazione di Manila. Sbarco a Iwo Jima. Battaglia di Okinawa. 
7 maggio. Resa tedesca a Reims. 16 luglio. Esplosione atomica ad Alamogordo. 
Conferenza di Potsdam. 6 e 9 agosto. Bombardamento atomico di Hiroshima 
e Nagasaki. 14 agosto. Resa del Giappone.
1947. Enunciazione della Dottrina Truman. Il generale G. Marshall 
annuncia il piano ERP per la ricostruzione dell'Europa.
1948. Secondo mandato di Truman. Blocco sovietico di Berlino; gli USA 
rispondono col ponte aereo.
1949. Firma del patto per l'Alleanza atlantica. Attacco in Corea.
1951. Emendamento della Costituzione: si interdice un terzo mandato 
presidenziale.
1952. Dwight David Eisenhower  eletto presidente. Esplode la bomba termonu-
cleare di Eniwetock.
1953. Armistizio in Corea. Il Senato USA censura il senatore McCarthy.
1956. Secondo mandato di Eisenhower. Gli USA condannano l'intervento 
franco-inglese a Suez.
1958. Primo satellite americano Explorer. Incontro tra il presidente 
americano Eisenhower e Kruscev.
1959. L'Alaska e le Hawaii entrano nell'Unione. John Fitzgerald Kennedy 
 eletto presidente.
1961. Il presidente Kennedy istituisce i Volontari della pace. 
3-6 giugno. Incontro tra Kennedy e Kruscev a Vienna.
1962. Crisi USA-URSS per i missili a Cuba.
1963. 22 novembre. Assassinio del presidente Kennedy. 
Lyndon Baines Johnson  presidente.
1964. Legge sui diritti civili dei neri. Comincia l'escalation USA nel 
Vietnam.
1968. Richard Milhouse Nixon  eletto presidente. Manifestazioni contro 
l'intervento in Vietnam. Assassinio di Robert Kennedy, candidato democratico 
alla presidenza.
1970. Comincia la politica di distensione.
1972. Secondo mandato di Nixon. Nixon a Pechino. Accordo SALT a Helsinki 
per la limitazione degli armamenti strategici. 
Comincia lo scandalo Watergate.
1973. Cominciano a Parigi le trattative per la pace nel Vietnam.
1974. Dimissioni del presidente Nixon. Gerald Rudolph Ford  presidente.
1976. James Earl Carter eletto presidente.
1978. A Camp David il presidente Carter presiede l'incontro tra il leader
israeliano Begin e il presidente egiziano Sadat.
1979. Ripresa delle relazioni diplomatiche tra USA e Cina popolare. 
Crisi USA-Iran, i diplomatici americani ostaggi a Teheran. Nuovo accordo 
SALT tra USA e URSS a Vienna.
1980. Ronald Wilson Reagan  eletto presidente. Fallito tentativo americano 
di liberare gli ostaggi di Teheran.
1983. Intervento USA a Grenada. Crisi USA-Libia.
1984. Secondo mandato di Reagan.
1987. Il presidente Reagan e il premier sovietico Gorbacev firmano l'accordo 
sulla limitazione delle testate missilistiche nucleari in Europa.
1988. George Bush  eletto presidente.
1989. Elezione di un sindaco nero a New York.
1991. Guerra del Golfo contro l'Irak per liberare il Kuwait. Gli USA 
intervengono su mandato dell'ONU.
1992. William Jefferson (Bill) Clinton  eletto presidente.
1995. Ristabiliti i rapporti diplomatici tra USA e Vietnam. Stop degli 
USA ai test atomici. Clinton annuncia l'intesa raggiunta presso la sede 
dell'ONU tra serbi, croati e musulmani della ex Jugoslavia.
1996. Campagna elettorale per l'elezione del presidente.

I PRESIDENTI DEGLI STATI UNITI.
1. George Washington: 1789-1794; 1794-1797
2. John Adams: 1797-1801
3. Thomas Jefferson: 1801-1805; 1805-1809
4. James Madison: 1809-1813; 1813-1817
5. James Monroe: 1817-1821; 1821-1825
6. John Quincy Adams: 1825-1829
7. Andrew Jackson: 1829-1833; 1833-1837
8. Martin Van Buren: 1837-1841
9. William Henry Harrison: 1841-1841
10. John Tyler: 1841-1845
11. James Knox Polk: 1845-1849
12. Zachary Taylor: 1849-1850
13. Millard Fillmore: 1850-1853
14. Franklin Pierce: 1853-1857
15. James Buchanan: 1857-1861
16. Abraham Lincoln: 1861-1865
17. Andrew Johnson: 1865-1869
18. Ulysses Simpson Grant: 1869-1872; 1872-1877
19. Rutherford Birchard Hayes: 1877-1881
20. James Abram Garfield: 1881-1881
21. Chester Alan Arthur: 1881-1885
22. Grover Cleveland: 1885-1889; 1893-1897
23. Benjamin Harrison: 1889-1893
24. William McKinley: 1897-1901
25. Theodore Roosevelt: 1901-1904; 1904-1909
26. William Howard Taft: 1909-1913
27. Woodrow Wilson: 1913-1916, 1916-1921
28. Warren Gamaliel Harding: 1921-1923
29. Calvin Coolidge: 1923-1929
30. Herbert Clark Hoover: 1929-1933
31. Franklin Delano Roosevelt: 1933-1937; 1937-1941; 1941-1945
32. Harry Spencer Truman: 1945-1949; 1949-1953
33. Dwight David Eisenhower: 1953-1957; 1957-1961
34. John Fitzgerald Kennedy: 1961-1963
35. Lyndon Baines Johnson: 1963-1965; 1965-1969
36. Richard Nixon: 1969-1973; 1973-1974
37. Gerald Rudolph Ford: 1974-1977
38. James Earl Carter: 1977-1980
39. Ronald Wilson Reagan: 1980-1984; 1984-1988
40. George Bush: 1988-1992
41. William Jefferson (Bill) Clinton: 1992-1996; 1996-2000
FINE.
