Tommaso Di Salvo - Sergio Romagnoli.
SCRITTORI E POETI D'ITALIA NELLA CRITICA.
VOLUME SECONDO.
Dall'Ariosto al Foscolo.

/:/ UGO FOSCOLO.

/:/ Motivi della vita interiore di Ugo Foscolo.

   La vita del Foscolo  lotta e insieme accordo profondo con i
fatti e con le situazioni; il suo animo si  inserito con forza e con
libert nelle straordinarie occasioni dei suoi tempi. Nei primi anni
c' in lui un impeto indeterminato, ma gi un impeto; la sua indole
si trovava a suo agio in quei giorni impetuosi e vibranti ed egual-
mente entusiastici nel pensare e nel fare. La sventura  precoce per
il Foscolo e diventa un'esperienza che non si cancella nel suo ricordo;
la risentir sempre come una umana possibilit da fronteggiare e da
usare ffel suo valore spirituale. 
   Nel 1789  cominciava con grandi auspicj la Rivoluzione fran-
cese ; gli uomini colti d'Europa, il Kant, il Goethe, credettero a
un'era generosa e felice, e guardavano alle strade di Francia; tutta
l'Europa illusa e delusa fu sconvolta e agitata. La vita del Foscolo, i
suoi sentimenti, i suoi studi, si imperniano su questo punto; e anche
oltre il trattato di Campoformio dura ancora la risonanza di questa
illusione. 
   L'esperienza politica e militare degli anni giovanili, il breve esi-
lio sui Colli Euganei, la partecipazione alla vita delle repubbliche
clemocratiche, veneziana, cispadana, cisalpina, i combattimenti di
Cento, di Novi e di Genova, servono di sfogo ai suoi sentimenti; tol-
gono dalla sua vita l'amarezza che lasciano molte volte gli impulsi
compressi e il gusto dell'azione non soddisfatta. La conoscenza del-
l'azione gliela fa amare e capire nel suo giusto valore, meglio di quel
che non succeda di solito ai letterati, esclusi dall'azione e inclini a
vagheggiarla, prestandole le infinite, e splendide possibilit dell'im-
maginazione. 
   La delusione politica e la delusione amorosa, la doppia delusione
dalla quale nascer Jacopo Ortis, cio un personaggio della vita inte-
riore di Ugo Foscolo, ha contribuito a maturare l'odio della facilit,
che sar caratteristica foscoliana nell'amore, nell'arte e nella politica.
Giornalista, ufficiale, applaudito autore tragico, sa essere insoddisfat-
to di s e diffidare delle sue opere, come della fama cos facilmente
raggiunta; perch la poesia e la fama devono essere cosa ardua.
   Tutta l'esperienza politica e sentimentale degli anni sino al 1802
entra nella formazione delle Ultime lettere; con l'Antonietta Fagnani
Arese, il Foscolo considera se stesso Jacopo Ortis, e come Jacopo
Ortis smania e si sfoga. 
   Nell'Ortis, il Foscolo ha guardato alle sue passioni, e le ha va-
gheggiate nella linea di un personaggio che, se non ha sempre coe-
renza estetica,  per definito da una coerenza morale. Quelle pas-
sioni restavano, anzi rientravano nella vita dell'autore, sostenendosi
col ricordo, con l'esempio, e quasi con la presenza di questo perso-
naggio. 
   Il colpo di stato del 1804 e la trasformazione della Repubblica
in Regno d'Italia, rende definitiva ed irrevocabile nelle circostanze
esteriori, la delusione politica del Foscolo, n il suo bisogno di con-
cretezzae la sua irruenza di fantasia e di temperamento gli consen-
tivano di vagheggiare programmi politici astratti e a lunga scadenza.
Dall'estate del 1804 all'inverno del 1806, guardando  dal molo di
Dunkerque le lunghe onde con le quali l'Oceano rompea sulla spiag-
gia , leggendo Omero e Lorenzo Sterne, conversando con le nuvole,
e tra amori pi placidi e sorridenti di quelli italiani, scopre a poco a
poco in se stesso, il personaggio di Didimo Chierico, maturato dal-
l'unione dell'idea del gusto con quella del genio, dalla convinzione
che  le norme pratiche del gusto derivano dalla conoscenza del-
l'uomo . Didimo Chierico  una costruzione letteraria, la forma ri-
flessa dei movimenti dell'Ortis; ha il distacco e la serenit un po'
tesa dei momenti contemplativi del Foscolo, di quel Foscolo che guar-
da se stesso come esemplare stranissimo d'umanit. Dapprima la fi-
gura sdegnosa di lui non ha la mitezza disarmata del parroco Lorenzo
Sterne; Didimo Chierico  fratello di Jacopo Ortis. 
   Ma il tono di Didimo Chierico  diverso da quello di Jacpo
Ortis, e il Didimo Chierico rigido ed enigmatico della Notizia, si va
trasformando quale personaggio della vita interiore del poeta, se il
Foscolo stesso chiamer didimi i suoi atteggiamenti pi sorridenti
pi mondani,  quella signorile eleganza simile a quel lume grazioso
che i pittori chiamano velatura .
   Nei due anni dell'esilio francese matura un nuovo atteggiamento
morale, maturano i Sepolcri.  In quegli anni meditava su se stes-
so, e contemplava le mutazioni di popoli e di governi, senza trarre
nessun dolore ma molta malinconia, dallo spettacolo di se stesso e
del mondo. Il suo animo era preparato ai Sepolcri; ripensava alla ma
linconia elegiaca dell'amico Ippolito Pindemonte, e l'amicizia si uni-
va alla compassione, che era insieme comprensione dei sentimenti per-
petui degli uomini.
   Secondo l'Alfieri, il Montaigne si era sottratto alla tirannide, die-
tro  alla scorza del pirronismo e di un certo che di molle e di faceto ,
ma il Foscolo si adattava al regime napoleonico-eugeniano, non sol-
tanto per quell'aspetto molle e faceto che poteva essere di Didimo
Chierico, ma anche perch, come Didimo, non credeva al cosmopoli-
tismo, ma sentiva la necessit di essere cittadino per avere veramente
una patria; per la sua indipendenza, chiedeva una vita libera, ma non
astratta n avulsa dalla realt.  L'impeto generoso di lui si volge
alla letteratura; il Foscolo amava la sua ira e la sua bile generosa. Si
impegna a difendere gli ideali civili politici e umani dei Sepolcri, del
Montecuccoli e della Orazione inaugurale, contro i letterati freddi in
tutto e riscaldati solo dall'adulazione. L'amicizia gli  necessaria come
ira e il disprezzo.
   Amicizie varie e diverse, perch di questo umano rapporto il Fo-
scolo sente i diversi toni: l'amicizia fatta soltanto di tenerezza e di
consuetudine, da uomo a uomo, con il Brunetti,  amico anche dei
suoi difetti , e forse a questa amicizia pensava, traducendo in una
pagina del Gazzettino  suavis amicitiae , di Lucrezio, con  indul-
gente amicizia .  L'ira e lo sdegno tempravano l'anima foscolia
na; il Foscolo lo sapeva e si nutriva di questi sentimenti. L'influenza
di Didimo Chierico, pu temperare, qualche volta, ma non mai de-
viare Jacopo Ortis. Gli amori avevano potuto qualche volta deviarlo;
la fortuna non mai.  L'accomodarsi senza fidarsene alla prudenza
mondana , pu consigliare al Foscolo scrittore accorgimenti nella
Orazione inaugurale, e  di pittore di quadri farlo pittore di scenarj
e di prospettive , per appagare la moltitudine che veniva a sentirlo
di lontano; pu dar luogo nella sua vita interiore a immagini-d'indul-
genza, ma non lo fa consentire alla prudenza dell'adulazione. All'ora-
zione inaugurale rifiut di invitare i ministri, e non volle chiuderla
con l'adulazione di Napoleone, come sollecitavano gli amici, e sup-
plicavano  due patetici occhi neri .
   La sua parola voleva essere serena, scevra dell'astio di coloro che
sono ribelli percn invidiano chi comanda, come libera della servit
di chi adula. L'insegnamento gli era caro, come affermazione e scuola
d'indipendenza, lusingando il suo gusto e il suo bisogno di mostrarsi
ad esempio, e permettendogli di professare la verit  frutto della
esperienza delle passioni, dello studio dei sommi esemplari, dell'amor
della gloria e della carit della patria . Nell'esilio d'Inghilterra, ricor-
da e rimpiange ia sua condizione di professore universitario; insegna-
re ai giovani greci in una libera universit, fu uno degli ultimi e vani
desideri della sua vita.
   Risorge nel 1809 la situazione delle Ultime lettere di Jacopo
Ortis, che riapparir ancora nel 1814. Furoreggiando la guerra ai con-
fmi, pensava di dover ricingere la spada contro la minaccia degli
Austriaci, e intanto l'animo era agitato da violenti amori. 
   In quel tempo, l'amore per la Martinetti, l'amicizia per la con-
tessa d Albany e per il barone Sigismondo Trechi, brillano di un fer-
vore ilare ed appassionato, mescolato di energia e di sentimento, e di
un sentimentalismo teneramente ironico. Scriveva il 12 agosto 1813
alla contessa d'Albany, di aver trovato un riposo nella stabilit dei
suoi principi e nell amore di quei pochi che amava e stimava dav-
vero. Didimo, secondo la Notizia, scriveva in prosa perpetuamente e
se ne teneva; il Foscolo leggeva e rileggeva Omero, e pochi poeti
italiani e latini, per comporre Le Grazie.
   Cominciava allora l'amore pi profondo ch'egli avesse mai ispi-
rato: quello della Quirina Mocenni Magiotti. Il bisogno di scambie-
vole affetto, che era cos intenso nel Foscolo, viene soddisfatto in
questa amicizia; la gratitudine, la compassione, la tenerezza scherzo-
sa, alimentavano quello che non poteva essere per lui un amore, per-
ch la Quirina non era una donna patetica, e non era una donna
bella. Era stata la prima a innamorarsi, e il suo amore era pietoso
indulgente e sicuro; in questa assoluta sicurezza mancava, per il Fo-
scolo, l'appiglio alla fantasticheria. Nella fiducia per l'unica donna
degna di stare accanto alla madre, non poteva adagiarsi l'anima del
Foscolo, impaziente di riposo. L'aspra disarmonia di Jacopo Ortis
quando n Didimo Chierico n la poesia liuscivano a comporla, quel-
la scuola di furore, di scontento e d'infelice e rimordente passione
erano forse necessarie perch il Foscolo potesse prendere decisioni
supreme, e non amasse troppo gli accomodamenti della fortun, la
santa quiete degli studi. Dalla psicologia di Jacopo Ortis, dall'inquie-
tudine degli amori tempestosi del 1809 e del 1814,  stata favorita
la risolutezza di una decisione, che era qualcosa di pi dell'abitudine
quotidiana all'indipendenza della resistenza alle lusinghe dei ministri
e degli amici. L'amore diventa una forma di schiettezza e di esaspe-
razione della parsonalit; l'amore gli abbellisce  le illusioni della
redenzione della patria . Gli amori dolorosi, inquieti e senza spe-
ranza, toglievano dall'animo suo quella`specie di nobile pigrizia e di
dignitoso adattamento, per cui anche uomini di sentimenti indipen-
denti possono rassegnarsi, concentrarsi in se stessi e persuadersi alle
circostanze. Le idee politiche del Foscolo, intessute della serena filo-
sofia del Vico e del vichiano Vincenzo Cuoco, risentono di un'ama-
rezza che non  soltanto quella della meccanica durezza politica del-
l'Hobbes. Lo scrupolo della verit, il disprezzo delle facili illusioni
politiche era gi nelle Ultime lettere; tuttavia, la pace e l'ordine delle
idee vichiane, quelle parole severe ma  disappassionate , prendono
nell'animo foscoliano l'aspetto di virile rassegnazione; si rassegna alla
sventura dell'umanit  serva perpetua condannata a' prestigi del-
l'opinione ed alla clava della forza . Ma la fermezza della rassegna-
zione non esclude il movimento segreto di un desiderio, se non di
una speranza, verso una umanit diversa; per questo il Mazzini salu-
tava nel Foscolo, nonostante tutto, un maestro delle generose illu-
sioni del Risorgimento. Gi la teoria della compassione ammorbidiva
il suo giudizio politico; se  la compassione  gli faceva sentire piet
degli uomini, e piangere sulle calamit dei nemici;  piangere ad ogni
modo, che essi pure sono uomini e sventurati . Come Jacopo Ortis,
il Foscolo diceva che gli uomini si dividono in fortunati e sfortunati,
e, pur riconoscendo il valore della realt politica effettuale, ammirava
meno degli altri gli eroi della politica e della guerra, e pi che nelle
altre attivit umane, vedeva in quella politica, l'opera della fortuna.
 Uomo tu sei e mortale , aveva scritto al generale Bonaparte;
Milano splendente di lumi per l'incoronazione di Napoleone, gli sem-
brava tutta lumicini come un altarino di bambini. A torto s' detto
che il Foscolo ammirasse ad ogni modo l'attivit per se stessa; anzi
non cadeva in quell'ammirazione senza discernimento per le grandi
azioni degli stranieri, che trascinava i letterati del suo tempo; lette-
rati e scienziati, dinnanzi alle umane cose, gli sembravano bambini
che guardassero la fantasmagoria. L'orgoglio della sua personalit mo-
rale gli faceva considerare da pari a pari gli uomini politici, e senza
sgomento gli avvenimenti della storia. Ma  gli uomini politici non
sono che ruote dell'oriuolo ; le circostanze che valgono per essi e
purtroppo anche per i popoli, non valgono per il Foscolo. Le sue idee
politiche, quella contemplazione vasta e un p dolente della storia,
quel non credere a nessun partito politico determinato, Tsrli aveva cre-
sciuto il senso della propria indipendenza; un orgoglio pieno di re-
sponsabilit e memore di Jacopo Ortis, lo aveva alimentato in modo
tale che quel momento della sua vita non poteva concludersi che con
l'esilio. L'esilio non  affettazione di singolarit; il Foscolo sapeva
affrontare la sventura, e ne era orgoglioso, ma non la cercava e, come
 umano e da uomini forti, finch era possibile, la evitava.
   Aveva sperato--e perci chiamava se stesso Don Chisciotte del-
la Dulcinea Italia--di inserire la fortuna della patria nei subitanei
rivolgimenti di quegli anni: falliva, e l'anima del Foscolo rimaneva
amareggiata della grettezza astiosa dei nobili, e della cecit sangui-
naria della plebe.
   Il Machiavelli aveva scritto con tristezza:  Il vulgo ne va sem-
pre preso con quello che pare, e con lo evento della cosa; e nel mon-
do non  se non vulgo . Il Foscolo, che ha verso la politica un at-
teggiamento interiore pi affine a questo del Machiavelli che non a
quello del Vico, dell'Hobbes o del Cuoco, disprezza il volgo  che
benedice o maledice secondo l'evento, e non secondo la nobilt del
cuore e de mezzi . Le necessit della Nazione italiana, cio le ne-
cessit di rassegnazione e di pace a tutti i costi, non sono le necessit
di Ugo Foscolo. L'esitazione davanti alle offerte dell'Austria e sul
limite dell'esilio, non diminuiscono il valore morale dell'esilio. Ama-
va  le affettuose consuetudini della vita, preparate sin dalla gioven-
t ; amava la poesia e la lingua della sua poesia; sapeva che l'esilio
gli avrebbe tolto ogni cosa; sapeva anche che la letteratura  arte di
uomini liberi, e non  arte quieta. Gli studi della poesia domandano
fuoco e libert d'immaginazione; propter vitam vivendi perdere causas;
per conservare l'agio e la quiete della poesia, non poteva rinunciare
alle cause e ai motivi profondi di essa. Cos andava in esilio, con il
consenso di tutta la sua personalit morale.

CLAUDIO VARESE:
Da Vita interiore di Ugo FOSCOLO, Bologna, Cappelli, 1966, pp. 13-27.


/:/ Le idee del Foscolo.

   La mancanza di una propria famiglia, dal Foscolo sentita profon-
damente per tutta la vita, e solo in parte compensata durante il sog-
giorno inglese (se  vero che allora il poeta adott una bambina, e
pens seriamente di stabilirsi in quel paese libero), mancanza a cui
si aggiunse il bisogno di affetti amorosi, e l'incapacit di dare ad essi
equilibrato sfogo, resero perennemente inquieto e sradicato il Fosco-
lo, in coerenza con un'et di continui mutamenti e di avventure, la
cui provvisoriet associata a ideali di definitivo innovamento egli as-
sorb, sino ad esserne totalmente pervaso.
   Non si deve credere, tuttavia, che l'impulso e la complessit eti-
ca ortisiana siano la sola componente della personalit del Foscolo,
cui invece furono caratteristiche anche un'alta razionalit d una ca-
pacit d'interpretare ironicamente i fatti. Figlio dell'illuminismo, e
rivolto pertanto ad un ripensamento della ragion pratica della vita,
 dal suo intellettualismo portato a sorridere dei propri impulsi e
delle proprie debolezze, a sdegnare e disprezzare la societ, in un
equilibrio sfumato e sempre rotto di intellettualit e passione. Ac-
canto alla figura di Jacopo si pone quella di Didimo Chierico: due
limiti verso i quali il poeta di volta in volta si getta, per disegnare di
s due immagini diverse, e a lor modo coerenti.
   Il periodo in cui il Foscolo soggiorn in Francia, tra occupazioni
sgradite e umilianti, dinanzi al problema dell'espansionismo ideale
rivoluzionario e di quello cesarista di Napoleone impegnato a costi-
tuire l'impero, dovette consentire al poeta lunghi tempi di medita-
zione e di preparazione letteraria attraverso la rilettura di Orazio e
di Omero, alla cui traduzione aveva ormai posto mano; soprattutto
egli dovette afl:rontare allora quei problemi che, appena fu tornato in
Italia, ebbero la loro cristallina e improvvisa affermazione nel carme
Dei Sepolcri. Il problema essenziale che a lui si poneva era quello di
vedere se l'integrit della sua coscienza sociale, con i valori di fami-
glia, patria, libert, giustizia, e implicante precisi rapporti umani,
potesse resistere alla critica di un pensiero materialista, che tutto ri-
duceva a forze fisiche, a costituzione e dissoluzione di formazioni ma-
teriali, in cui il pensiero stesso pareva naufragare. In una visione pu-
ramente scientifica ci si pu domandare a che giovino gli ideali nobili,
come si possa richiedere il sacrificio della vita per una rivoluzione o
per una patria, quando tutto  limitato alla vita. Se soltanto la morte
 ende, come diceva il Foscolo, giustizia ai generosi, e la morte  il
nulla, a che vale la generosit?
   Quest'ordine di pensieri era inevitabile in una societ europea
giunta a maturazione critica e ad esasperazione politica, pronta ad un
esame di coscienza cui mancavano ancora l'analisi e la sintesi kantia-
ne. Tornato in Italia, il Foscolo fu dal caso coinvolto in una discus-
sione che impegn poi il suo meditare, e fu cagione non gi di un
capolavoro, che forse sarebbe nato ugualmente su linee diverse, ma
della particolare sua struttura: il carme Dei Sepolcri.
   Il tema, apparentemente limitato, ha in realt un'implicazione
etica vastissima, che  quella or ora accennata:  la misura della pos-
sibilit per lo spirito umano di fondare su basi materialistiche una
concezione di vita atta a consentire lo sviluppo della personalit, la
giustificazione dei suoi bisogni storici.
   Il sensismo del Foscolo, come lo porta a negare un Dio esistente
in s e altro che realt di coscienza, e pertanto ad escludere l'immor-
talit; cos non gli consente neppure di credere ad una verit asso-
luta. Verit  armonia dei dati del senso, elaborati nell'esame di tutta
la fenomenologia, e fissati nel linguaggio. Per tale armonia l'uomo
 resta men attonito e pi convinto dell'arcana ragione dell'universo:
dell incomprensibile universo; dell'esistenza di cui mancherebbe per-
sino la semplice idea, se, come l'uomo non pu comprenderlo, cos
non potesse nemmen nominarlo  (Opere, settimo, 8). L'essere incom-
prensibile abbraccia la nostra stessa natura, la quale  inconoscibile,
dunque, ma reale e, in quanto vita, utile a noi. Relativo  il vero
gnoseologico; relativo quello etico, dato che l'uomo non ha altra al-
ternativa che assiderare la propria anima nello scetticismo, o accet-
tare l'esistenza con le sue mete immediate, meno incerte. Lo scetti-
cismo dello Hume  per questa via superato: esiste un bene sicuro
nel vivere secondo la natura umana e le sue linee di sviluppo La le-
zione Sull'origine e i limiti della giustizia (Opere, settimo, 186) svolge il
concetto che importa alla nostra vita vi sia una giustizia, una verit
morale; occorre al nostro animo vi siano pace e affetti consolanti, e
pertanto esista una societ nazionale fondata sulla forza e sulla sa-
pienza dei princpi, mirante alla prosperit dei cittadini. Tale societ
nazionale rappresenta nella evoluzione storica della razza umana il
principio di civilt che trasforma la bellicosit istintiva in onor mili-
tare, l'avidit di guadagno in operosit commerciale, e cos via, con-
vogliando gli istinti egoistici verso forme virtuose che trovano onore
e vengono sempre meglio educate, in quanto mirano all'utile pub-
blico. La comunanza poi di bisogni, piaceri e destino suscita tra i
cittadini un legame che spiritualizza e conferma l'alleanza al di l
dei limiti dell'interesse.
   Si tratta di una breve sociologia espressa in termini prerisorgi-
mentali, fortemente caratteristica degli inizi del secolo. Per essa il pro-
gresso dell'umanit dipende chiaramente dall'opera elevatrice della
spiritualit operante nel campo dei rapporti tra gli individui, oltre i
limiti della causalit meccanica. Del resto l'Orazione inaugurale, di
cui parleremo tra poco, constata che il linguaggio stesso  fatto so-
ciale. Che importa allora che non conosciamo le ragioni del nostro
esser presenti al mondo in una certa ora, che non sappiamo trovare
alle nostre azioni un fine che trascenda l'esistenza, se proprio in que-
sta e nel modo con cui la viviamo  ogni nostra finalit? Con senso
quasi di sgomento il Foscolo pu dire:  Mi trovo come attaccato ad
un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile ; ma continua:
 S'io nella societ e nella terra che mi  assegnata per patria alimen-
to l'ardore di amare e d essere amato; anche i sudori, i combatti-
menti e i pericoli che questo asilo, questa alleanza e questo commer-
cio d'amore richieggono, devono divenire per me giusti e cari ed ono-
rati  (Opere, settimo, 183). Partiti da un sensismo apparentemente scet-
tico, siamo giunti alla soluzione generosa che i tempi richiedevano.
   Lo stesso cammino ideale costituisce la struttura dei Sepolcri, che
muove da un processo di progressiva e totale negazione per risalire
ad una soluzione umana e generosissima, in cui trovano posto le pi
gelose tradizioni della umanit; ci non soltanto per le origini dialet-
tiche del carme nel contrasto con le tesi cattoliche del Pindemonte,
ma per la genesi dialettica insita nella tensione ideologica foscoliana
disposta ormai a divenire tensione lirica.
   Nelle lettere, vera forza di natura, vede il Foscolo raccolta la vita
dell'umanit fondata sulla comunicazione delle immagini, degli affetti.
e della ragione, tra gli individui e le diverse generazioni, per cui si
costituisce l'esperienza e si arricchisce il nostro animo. Vivere signii-
ca sentire, per il sensismo foscoliano; e attraverso le lettere noi pos-
samo assimilare, secondo le nostre facolt, la ricchezza spirituale di
coloro che ci precedettero ( eredit d'affetti ), riprodurla nella no-
stra originalit e secondo le condizioni del momento storico, per tra-
mandarla accresciuta ai posteri (Opere, settimo, 57). La poesia, dunque.
 propagatrice del vero mediante gli affetti, e instauratrice di una
Iradizione, cio di affetti che contengono il vero. Per tale suo carat-
tere essa  storica e religiosa, trovando nella storia l'esaltazione della
societ patria, e nella religione un appoggio all'opera della fantasia,
che abbellisce le cose che si sono amate, eterna quelle che si amano
con la lusinga di una divinit simile a noi nelle speranze e nei dolori.
Sono pertanto fortunati i popoli la cui religione divinizza le umane
passioni, le verit morali e gli eventi, facendo confluire il sovranna-
turale nel naturale, con il risultato di guidare alla verit senza dissi-
pare il velo sottile dell'illusione. Di qui la grande importanza che nel
neoclassicismo del Foscolo assume la religione pagana, tutt'altro che
mero ornamento, ma evemerica rappresentazione del vero, atta a gui-
dare gli uomini e a dare alla loro azione, elevata al mistero degli dei,
parvenza divina.
   Altissimo  l'ufficio delle lettere, e maggiore appare se si consi-
dera che esse hanno forza di opporsi all' alterna onnipotenza delle
umane sorti . L'accostamento dei Sepolcri all'orazione Dell'origine
e dell'ufficio della letteratura, di appena tre anni posteriore, illumina
l'opinione foscoliana che se nulla possono le lettere contro la  forza
operosa  che di moto in moto  affatica  le cose, tutto sottoponendo
ad una progressiva trasformazione, questa stessa forza, per, sotto-
pone pure i fatti umani a veci alterne, travolgendo le nostre creazioni
sociali, distruggendo le nostre realizzazioni etiche. I mutamenti poi
sono pi rapidi e frequenti quanto pi il vivere civile e politico  in-
naturale (Opere, settimo, 385), cio minore l'armonia sociale. Nell' al-
terna onnipotenza   visibile, dunque, una legge fenomenologica,
che regola nelle nazioni i periodi di dominio e di servit a seconda
dei meriti degli uomini. Appunto il rapporto tra doti e destino deter-
mina il valore dell'azione:  I prncipi per eternare la loro fama e la
loro possanza ne' loro successori, e i popoli per disanimare le altre
nazioni che l'alterno moto della forza trarrebbe ad imporre o a pa-
gare tributo, vollero narrare alla posterit e alle lontane regioni le
loro glorie, e l'onnipotenza de' loro numi; quindi le tradizioni 
(Opere, settimo, 10). Infatti lo squilibrio tra l'animus, gli spiriti guer-
rieri, il  desio d'onore  di una nazione, e l'inerzia di altre, rette
dalla brama di  opulenza  e dal  tremore ,  la cagione  perch
una gente impera ed altra langue .
   Questi concetti desunti dall'Orazione inaugurale, ma tutti impli-
citi nelle strutture ideologiche dei Sepolcri, mostrano il significato
della funzione di evocatore degli eroi e di esaltatore delle tradizioni
patrie assunta dal Foscolo. Il suo timore  che se i valori morali onde
fu talvolta grande l'Italia si oscureranno definitivamente, le forze av-
verse siano per divenire allora giuste, corrispondendo il loro dominio
ad una superiorit di natura.
   Il Foscolo sentiva i tempi nuovi: i forti animi trovavano nella
vicenda napoleonica esaltazione delle native passioni; e non manca-
vano speranze di gloria. Era dunque possibile trarre dalla storia idee
e fatti per vincere il ricorso dei tempi, ed affrettare il moto alterno
che rendesse di nuovo gli Italiani degni padroni del proprio destino.
   Il carme concludeva in forma artisticamente sublime e politica-
mente clamorosa il processo di tinnovamento del nostro Settecento
che mir alla riforma delle istituzioni attraverso l'individuo, impo-
nendo gli ideali eroici, o almeno nobili; che al fortunato edonismo di
oltralpe cominci a contrapporre una nostra filosofia del sacrificio, e
nell'indagine storica addit i periodi dolorosi come incubatori delle
forze nuove. Si affermava il vichismo, che  dottrina del Foscolo, del
Cesarotti, del Bettinelli, di Pietro Verri e Francesco Lo Monaco, di
Vincenzo Cuoco, per citare soltanto alcuni nomi dell'ambiente fosco-
liano. Il concetto dei corsi e ricorsi storici, informatore di tutto il
carme, implicava l'eternit dei valori dello spirito, che sommersi tor-
nano a risplendere nelle nuove ere. Entro pochi anni, crollato il mito
napoleonico che trascin seco le ideologie da cui aveva avuto lontana
origine, la successiva sintesi, anche essa drammaticamente costituitasi,
ispirata alla restaurazione ideologica, sarebbe stata espressa dal Man-
zoni nel suo grande romanzo. Sintesi laica e sintesi cattolica in certo
modo si fronteggiano, ed entrambe coinvolgono tutta la vita intima
dei poeti che le hanno prodotte: entrambe sono capolavori altamente
umani, di un'umanit che si definisce come politicit nel Foscolo,
come religiosit nel Manzoni.
   Carme politico i Sepolcri, in quanto considerano il complesso de-
gli eventi e degli uomini non di fronte ad una verit assoluta, ma
come oggetto di valutazione al fine di esaltare la coscienza indivi-
duale e sociale.  una fede per cui il Foscolo si sente superatore di
ogni scetticismo, una forza d'illusione che gli consente di fissare tran-
quillamente il nulla eterno, e che, trasfusa nei versi, deve consentir-
gli di lottare per l'attuazione in Italia di una generosa vita civile,
indispensabile al godimento dell' armonia del giorno , la quale non
 quella che l'uomo scorge nella natura e che inebria i sensi, quella
ond' beata Firenze; ma un superiore ed intimo equilibrio fondato
sul riconoscimento che bello e santo  l'eroismo, venerabile la tradi-
zione, sola desiderabile la vita ricca di sentimenti e di volont. Scopo
principale dei Sepolcri, ripeto,  questo di creare nei lettori le pre-
messe ncessarie perch in essi si attui l' armonia del giorno . E vi
, pertanto, nel carme equilibrio di fantasia e di ragione. Della fan-
tasia, che  traendo dai secreti della memoria le larve degli oggetti,
e rianimandole con le passioni del cuore, abbellisce le cose che si
sono ammirate ed amate; rappresenta piaceri perduti che si sospirano;
offre alla speranza e alla previdenza i beni e i mali trasparenti nel-
l'avvenire...; e crea le deit del bello, del vero, del giusto, e le adora;
crea le Grazie, e le accarezza; elude le leggi della morte, e la interro-
ga e interpreta il suo freddo silenzio; ricorre alle ali del tempo, e al
fuggitivo attimo presente congiunge lo spazio di secoli e secoli ed
aspira all'eternit  (Opere, settimo, 7). Della ragione che limita le esal-
tazioni ingannevoli, e desume dall'esperienza le idee del  dovere 
e del  diritto  con l'aiuto del linguaggio, tesoro per il quale  l'in-
telletto, dopo di avere percepite e denotate le forme sensibili delle
cose, pu congetturarne e concepirne le pi recondite..., e scomporle
in minime parti... e ricomporle nell'armonia che dianzi non inten-
deva; onde spesso ne vede le cause e talvolta lo scopo, e resta men
attonito e pi convinto dell'arcana ragione dell'universo  (Opere,
settimo, 8).
   Il mondo foscoliano presentava cos un quadro assai complesso
di concezioni e valutazioni. Centrale il concetto della  forza opero-
sa , avvertita nei fatti e nell'animo, suggello della vita universale
posto sui nostri moti pi intimi. Su tale sfondo della trasformazione
lenta degli universi si movevano le vicende degli uomini, ricche spes-
so di una vita cos alta da lasciare il poeta perplesso dinanzi al mi-
racolo. Nessun poema su un argomento circoscritto era sufficiente a
lui. La meditazione sui sepolcri concentr su un fatto concreto tutte
le considerazioni che da anni il Foscolo veniva facendo intorno ai
contributi che dalle morte generazioni affluiscono alla coscienza del
singolo, e da questo rifluiranno nel tempo ad altri sopravvissuti. Il
sepolcro parve quasi il legame fra individuo e umanit di fronte alla
dissoluzione dell'individuo anche nelle estreme parvenze, ed alla sua
partecipazione all'apeiron. Dalla dissoluzione dell'individuo, rivela-
zione del riassorbimento dell'essere cosciente nella materia e nella
energia, lo sguardo del poeta risal alla tomba di Elettra, come ad un
simbolo che splende eterno per l'amore e l'eroismo che strinsero at-
torno ad essa la storia dell'umanit. Il moto delle cose che distrugge
le citt e trasmuta i regni, natura sive deus, appariva egualmente
operante quando disgregava  luogo e le sue tombe  e quando pro-
cedeva nell'opera di creazione  onde fu Troia e Assaraco e i cinquan-
ta/talami e il regno della Giulia gente . Fra questi due poli Santa
Croce era scelta come il segno di un destino egualmente di morte e
di vita per gli Italiani.

CESARE FEDERICO GOFFIS:
Da UGO FOSCOLO, Opere, a cura di C. F. Goffis, Napoli, Rossi, 1969, p.18-25.



/:/ Il pensiero politico del Foscolo.

   Colui che abbozza, sotto lo stimolo delle esperienze rivoluziona-
rie e napoleoniche, un concetto della politica nuovo rispetto, sia al-
l'utilitarismo settecentesco, sia all'idealismo rivoluzionario, non  il
Cuoco, ma il Foscolo.
   Il Foscolo aveva cominciato, nell'Ode a Bonaparte liberatore del
maggio 1797 (Opere, nono, p. 295 sg.), col parlare il linguaggio della
fede senza riserve nei princpi rivoluzionari, le leggi di natura, i di-
ritti dell uomo, la Dea libert, il dispotismo infranto...
   Ma nella Dedicatoria della stessa Ode, che  del 1799, gi formu-
lava con tono di rassegnata tristezza il riconoscimento di una realta
non in tutto conforme a quegli ideali:   vero purtroppo  che il
fondatore di una repubblica deve essere despota  (ivi, p. 293). Il
caso vagheggiato piuttosto come espediente letterario e oratorio che
teorizzato politicamente dall'Alfieri nel Panegirico di Plinio a Traano,
prendeva dunque corpo? Il  pur troppo  foscoliano pareva rispon-
dere all'interrogazione, che, se era sicuro l'inconveniente (il despota),
non altrettanto sicuro era il vantaggio (che davvero la repubblica ve-
nisse fondata). di questi anni l'Ortis, il quale prende come punto di
partenza del racconto la disillusione di Campoformio ed  pieno di
pessimismo anche politico: si vedano per esempio i discorsi del Parini,
sotto la data  Milano, 4 dicembre  (primo, pp. 104-107), e quelli di Ja-
copo, sotto la data  Ventimiglia, 19 e 20 febbraio  (p. 123 sgg.).
Pure, nell'Orazione a Bonaharte pelongresso di Lione (del princi-
pio del 1802) il Foscolo sembrava ribadire la realt del fatto della
liberazione, insieme con la straordinariet del mezzo:  Te dunque,
o Bonaparte, nomer, con inaudito titolo, Liberatore di popoli, e Fon-
datore di repubblica  (quinto, p. 43). Egli tenta anche di formulare prin-
cipe modi di questa realizzazione: le costituzioni devono esser fon-
date sulla natura del popolo costituito, e non deve il potere esecutivo
soprafEare il legislativo; libert italiana si chiama il non avere (tranne
il Bonaparte)  niun magistrato che italiano non sia, niun capitano che
non sia cittadino  (ivi, pp. 44, 63).
   S'interessava il Foscolo a precisare gli elementi costitutivi del va-
gheggiato stato nazionale. Tre sono gli  elementi di ogni politica so-
ciet: leggi, armi, costumi . 
   Ma pi di ogni altra cosa importava al Foscolo la forza armata a
tutela della nazione:  E quando ottime, eterne fosser le leggi, nulle
per noi tornerebbero senza la milizia, principio, sicurezza ed ingran-
dimento degli stati; per niun'arte permetteva a' Lacedemoni il Divo
Licurgo, che appartenente alla guerra non fosse  (Orazione a Bona-
parte, ivi, p. 47)
   Spuntava qui un nuovo realismo politico, ispirato da quanto acca-
deva in Europa da un decennio: gli eserciti rivoluzionari o contro-
rivoluzionari scorrazzavano per l'Europa e ne decidevano i destini. E il
concetto della forza dominatrice, fondendosi col naturalismo e mate-
rialismo residui del secolo diciottesimo, assumeva un valore universale, cosmi-
co, approdando a una concezione fatalistica e pessimistica. 
   Questo fermento di realismo, di fatalismo, di pessimismo,--cui
conferiva singolare acerbezza la passione patriottica, in chi era ben
conscio che il despota rimaneva e la liberazione se ne era andata o
doveva giungere ancora,--prende forma precisa di pensiero risoluto
sino alla r igidezza, obbiettivo sino alla impassibilit, nella famosa
Orazione inaugurale al corso di eloquenza Dell'origine e dell'ufficio
della letteratura e nell'altro discorso Sull'origine e limiti della giusti-
zia: ambedue del 1809, l'anno di Wagram, il culmine dell'impero
napoleonico. La prima Orazione cos rappresenta la costituzione e lo
svolgimento della societ:  per decreti immutabili l'universalit de'
mortali non pu essere n quieta n libera. Incontentabile ne' desi-
deri, cieca nei modi, dispari nelle facolt, dubbiosa sempre e le pi
volte sciagurata negli eventi, non potea se non eleggere il minor dan-
no, rinunziando la guida delle sue passioni alla mente de' saggi o al-
l'imperio del forte. Quindi il genere umano dividesi in molti servi
che tanto pi perdono l'arbitrio delle loro forze, quanto men sanno ri-
volgerle a proprio vantaggio, ed in pochi signori che fomentando coi
timori e c premi della giustizia terrena, e con le promesse e le mi-
nacce del Cielo le passioni degli altri, hanno arte e potere di promuo-
verle a pubblica utilit  (Edizione Nazionale, settimo, P. 17). Qui tutti
gli ideali del secolo diciottesimo e della rivoluzione, tutti i loro presupposti
filosofici, sono ignorati, o piuttosto rinnegati. Cio, uno ne rimane,
quello della pubblica utilit; ma le vie per giungere a questo fine sono
le medesime della pi cruda ragion di stato: forza ed inganno, man-
tenimento perpetuo di un'assoluta disparit politica e sociale
   Quel che il Foscolo aggiunge circa l'ufficio politico delle lettere
riconferma sostanzialmente queste vedute di assolutismo fatalistico
e le lumeggia sotto un altro punto di vista, pure interessante. Le
lettere servono a controllo tetnperato dei governanti e ad istruzione
dei soggetti, senza scioglere inumanamente le illusioni che velano i
mali e la vanit della vita. La scienza non rende inutili le arti letterarie
perch sentimento, immaginazione, passione, sono elementi perpetui
della vita umana (ivi, p. 17 sgg.). Rispunta qui l'idea dell'importan-
za del sentimento accanto alla ragione, idea a cui tanto rilievo aveva
dato un decennio prima Melchiorre Gioia nella Dissertazione; ma ri-
spunta addirittura capovolta. Nel Gioia era un'idea propulsiva, ottimi- 
stica; il sentimento completava, suppliva l'opera della ragione, cos
da permettere il raggiungimento dei benefici di questa a ceti sempre
pi larghi, a tutto il popolo. Quello del Gioia era appunto l'abbozzo
di uno stato libero e progressivo, fondato sulla forza del consenso
popolare. Nel Foscolo il sentimento  pure concepito come una molla
dell'attivit umana; ma questa attivit  soggetta alle ferree leggi che
egli ci ha enumerate, e insomma il sentimento deve contribuire a farle
sopportare, con una specie di pia fraus, arieggiante l'inganno della
natura di cui parler pi tardi il Leopardi. Il Foscolo ha perfetta co-
scienza di porsi contro a idee che fino a quel tempo, ed anche allora,
avevano largo corso, e giustifica il suo atteggiamento iconoclastico
affermando di opporre fatti a ideologie. Egli schernisce  le sublimi
contemplazioni  che confondono  le verit di fatto con la visione me-
tafisica  (Sull'origine e i limiti della giustizia, ivi, p. 170). E nella con-
statazione del fatto--o di ci che egli presume tale,--come criterio
supremo arriva a un linguaggio che si direbbe precocemente hegeliano:
 tutto quello che , deve essere; e se non dovesse essere, non sareb-
be  (ivi, p. 179). A questa formula egli arriva attraverso una con-
cezione tutta naturalistica della vita e del mondo, concezione che,--
s' gi avvertito,-- essa medesima una derivazione del pensiero set-
tecentesco. Tocchiamo qui con mano come il panlogismo idealistico
possa identificarsi, come una specie di guanto rovesciato, col positi-
vismo materialistico.
   Questo concetto che  tutto quello che  deve essere  non  in-
fatti nel Foscolo una semplice boutade gettata nel calore della decla-
mazione. Si tratta di una ferma convinzione che tutto  naturale, e che
perci  assurdo parlare di uno stato di natura, di un diritto naturale,
contrapposti a stati e diritti sociali e positivi non naturali, col risul-
tato di una condanna dei secondi in nome dei primi. Non c' gerar-
chia n criterio di valutazione- tutto  sullo stesso piano. La distin-
zione di stato di natura o di societ, afferma la prima delle Lezioni pa-
vesi,  fantasma da lasciare al Rousseau e ai suoi seguaci (E. N., settimo,
p. 63). L'equit naturale, rincalza l'orazione Sull'origine ecc.,  intro-
vabile; e non si pu sostenere che gli istituti che la offenderebbero
siano veramente contrs) la natura, la quale non si pu ritrovare fuori
della societ (ivi, p. 171 sgg.). Il diritto delle genti si risolve nella
forza; lo stato di guerra tra i popoli  fondamentale e perpetuo (ivi,
pp. 168, 179).
   Dunque, il bellum omnium contra omnes, non solo come stato ini-
ziale dell'umanit, ma come sua condizione perpetua e universale? Ab-
biamo visto come il Foscolo abbia risposto in una qualche misura a
queste obbiezioni: il bellum omnium contra omnes  evitato grazie al-
l'opera dei pi forti e dei pi saggi. Tutto ci potrebbe apparire una
rievocazione trasformata del dispotismo hobbesiano: e infatti il Fosco-
lo ci ha parlato di una sommissione della moltitudine  alla mente dei
saggi e all'imperio del forte . Questa rinunzia  al tutto differente da
quella che nel Contratto Sociale di Rousseau crea la volont Rnrale,
detentrice della sovranit; e ricorda invece per l'appunto l'abdicazio-
ne hobbesiana degli individui in mano del potere sovrano assoluto,
che ne risulta trascendente ad essi. Ma nel Foscolo vi  una novit
fondamentale, da cui appare che c' stata la Rivoluzione francese e che
il secolo diciannovesimo  gi spuntato: l'idea dello stato nazionale. Improvvi-
samente, tutti i valori negati, legge, giustizia, pace, rinascono, ma
entro l'ambito della nazione, e per i suoi fini. Lo stato di guerra, ci ha
detto il Foscolo,  fondamentale e perpetuo; ma egli aggiunge subito
che per far la guerra tra popolo e popolo occorre l'ordinamento paci-
fico, giuridico, all'interno di ciascun popolo. 
   Ma questa giustizia-forza come si stabilisce nel suo carattere e
limite nazionali? Qual  il prodigioso fattore il quale arresta ed elimi-
na il bellum omnium contra omnes, non entro l'mbito dell'umanit
universale, non entro un qualsiasi frammento di questa, ma proprio
entro l'ambito della nazione? Rispondere a tale quesito avrebbe signi-
ficato domandarsi quale sia il concetto e l'origine della nazione. Il Fo-
scolo non ci ha pensato neppure: egli ha assunto l'esistenza dei sin-
goli popoli--questo, e non  nazioni ,  il termine adoperato da lui,
--come un dato di fatto. Vediamo almeno come, entro la circoscri-
zione del popolo e della nazione considerati senz'altro come una realt
naturale, si crei l'ordinamento statale. Veramente, una spiegazione
generica il Foscolo l'ha gi data, con quella rinunzia hobbesiana che
sappiamo. Ci nell'Orazione inaugurale; ma nell'Orazione sull'Origine
ecc. ha stretto il problema pi da vicino, e anzi lo ha sciolto in modo
e con spirito alquanto diversi. Rimane che fondamentale per l'uomo
e l'istinto della propria conservazione; questo istinto lo stringe ad ac-
cettare la disciplina sociale. Ma l'accettazione non  fatta una volta
tanto, come abdicazione pura e semplice. I diversi istituti trovano i
loro limite nelle forze reciproche, e  non vi pu essere mai equit
certa, se non quella che nasce dalla concordia degli interessi, del ti-
more, della forza e della Ragione di Stato  (ivi, pp. 175, 178). Qui
 intraveduto un processo abbastanza complicato, in cui azioni e pas-
sioni individuali hanno parte maggiore e pi a lungo. E cos, dopo
aver detto che il giusto  racchiuso nei termini della ragione di stato,
il Foscolo sembra distinguere di fronte a questa altri fattori: la ragion
di stato, cio non appare pi come la risultante finale ed unica, m
come una delle forze, sia pure la preponderante, la quale deve tener
conto delle altre, sempre di carattere utilitario, ma di un utilitarismo
non soltanto sociale, ma anche individuale. 
   Il pessimismo realistico del Foscolo non poteva che essere alimen-
tato dal trionfo della Restaurazione. Il suo scritto politico pi impor-
tante di questo periodo  la serie frammentaria dei Discorsi, Della
servit dell'Italia, concepiti negli ultimi tempi del soggiorno mila-
nese e redatti in Svizzera nel 1815. Punto di partenza di essi  quella
medesima negazione dello stato di natura, del diritto e dell'equit na-
turali, del diritto delle genti, che conosciamo dalle due prolusioni del
1809: che anzi un lungo tratto della seconda su questi argomenti
 riprodotto quasi immutato nel secondo dei Discorsi (E. N., p. 199
sgg.). Nella negazione dello stato di natura  anche pi diretto e pi
amaro l'attacco alle illusioni ottimistiche sulla natura umana, contro
 i propugnatori della perfezione  che  illudono se stessi e gli altri, di-
cendo che la natura ci ha creato innocenti, liberi e benefattori scam-
bievoli; e che la societ guasta noi tutti, facendone nemici reciproci
e servi; che per, a tornare migliori, fa d'uopo il ravvicinarsi allo stato
pi naturale. Ma di grazia, e qual  lo stato dell'uomo che non sia na-
turale?  (E. N., ottavo, p. 197). 
   Eppure tutto questo sfoggio di pessimismo, tutte queste afferma-
zioni della forza unica signora del mondo, della lotta unica legge del-
la societ, approdano a conclusioni politiche pi positive e moderate
di quelle del 1809. Il Foscolo biasima la rivoluzione francese che, de-
rivata dalla corruzione degli animi, port a corruzione maggiore; con-
stata gli  atrocissimi effetti delle sublimi teorie di libert e d'egua-
glianza , che portarono alla distruzione di questi valori medesimi
da parte del potere assoluto (ivi, p. 196); e una requisitoria contro i
giacobini svolge nella lettera al Fiquelmont del 25 aprile 1815 (E. N.,
ottavo, p. 304). Ma una riforma politica in senso costituzionale  rite-
nuta da lui legittima, ragionevole; il torto della rivoluzione francese
fu appunto di non aver imparato dall'Inghilterra a limitare i desideri
a un monarca e ad una costituzione (Discorsi, ivi, p. 196).  questa la
conclusione politica anche per l'Italia, la quale non pu riordinarsi
che a monarchia giusta (ivi, p. 187). Quel vago ideale di equilibrio,
che gi spuntava nel 1809, prende dunque forma concreta. 
   La monarchia del Foscolo  un compromesso, un mezzo empirico;
non rappresenta nessuna idealizzazione del principio monarchico, nes-
sun ritorno al diritto divino. Questo era escluso dalla sua stessa con-
cezione della forza come dominatrice della societ, la quale, come pu
elevare una dinastia, pu anche abbatterla. La Lettera apologetica si
dichiara per l'appunto contro la teoria del diritto divino che preten-
derebbe il trono non mutabile come tutte le cose umane, e infuso nel
sangue di certe razze, regnanti per diritto eterno quand'anche non nel
fatto. In realt non c' che  l'utilit pubblica del trono ereditario .
del resto peggio che ipocrisia fare di Dio un  procreatore e presi-
dente e collega di re  (quinto, p. 497). Quivi  pure una dichiarazione re
cisa contro la Santa Alleanza la quale, con la crudele iniquit delle sue
massime,  da temere non santifichi il regicidio (p. 579). Il problema
della costituzione di uno stato nazionale indipendente, ordinato e for-
te, prevale ora pi che mai nel pensiero del Foscolo, ma egli non man-
ca di associarvi ideali di libert:  io tengo per generosa passione l'a-
mor della patria, e per giusta opinione l'indipendenza nazionale, la tol-
leranza religiosa, la libert di pensare  (Lettera al Fiquelmont, E. N.
ottavo, P. 307). In particolare si dichiara  adoratore della libert delia
stampa , la migliore arma conceduta dal cielo all'uomo per difender-
si dalla tirannide che vorrebbe abbrutirlo (Lettera apologetica, quinto,
p. 588). L'unit e concordia della nazione non  concepita sotto forme
assolutamente rigide. Abbiamo visto la distinzione e l'equilibrio dei
ceti: accanto a questi egli ammette la diversit dei partiti, abbozzando
una distinzione interessante fra parti e sette. Le prime hanno opinio-
ni o interessi diversi circa i modi particolari di governo; ma quando
si tratti della salute della patria, s'accordano sempre con gli avversari.
Le seconde sono scissure della comunit civile per segreti interessi da
sostenere con azioni contrarie al bene della comunit (Discorsi, E. N.,
ottavo, p. 182). Perch le parti non degenerino in fazioni occorre che
esse non pongano il loro utile al disopra della patria, che le contro-
versie siano libere e regolate dalla legge, e che gli eserciti o il volgo
non diventino seguaci delle parti medesime (ivi, p. 184). L'esclu-
sione del volgo  chiarita da quanto abbiamo riferito sopra; quella
dell'esercito non ha soltanto lo scopo ovvio di evitare la guerra civile:
si tratta altres di conservarlo,--idea che avrebbe fatto fremere l'an-
timilitarista Alfieri,--come una riserva nazionale per la difesa ester-
na della patria, e, in caso di necessit, per rimettere l'ordine: non
si salver la libert, ma almeno l'indipendenza (ivi, p. 193). Gradua-
toria di valori che precede quella del Balbo, di cui parleremo nel C. ottavo.
La distinzione, per, fra partiti e sette non viene sempre tenuta fer-
ma; nella lettera al conte Verri del maggio 1814 si parla prima di
fazioni disonoranti l'Italia, e subito dopo lo scrittore afferma di es-
sersi mantenuto sempre lontano da tutti i partiti, di aver mirato solo
a mostrarsi cittadino, e a non sentire che l'amore d'Italia (ivi, p. 292).
   Nonostante ogni tendenza moderata, per il Foscolo il ciclo rivolu-
zionario-napoleonico non era semplice traviamento, pura passivit
sul bilancio della storia. Meglio ancora che nei Discorsi, ci si vede
nella Lettera apologetica, a proposito del Misogallo dell'Alfieri, che
viene apertamente biasimato pur con tutto il rispetto per l'autore (quinto,
p. 540). Non per questo il Foscolo si rif bonapartista: Napoleone
non aveva patria, se non un trono rapito di sotto ai cadaveri (ivi, cfr.
sopra, p. 138). Ma l'occasione storica c'era stata: toccava agli italiani,
egli conclude, approfittarne (Frammenti di storia del regno italico
E. N., settimo, p. 327). La necessit dell'iniziativa nazionale  affermata
come criterio politico generale, piuttostoch come fiducia che essa
sia per verificarsi prossimamente fra noi.

LUIGI SALVATORELLI:
Da Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, Einaudi,
1942, pp. 131, 132, 133-136, 137-138, 143-144, 145, 147-149.


/:/ Poetica foscoliana.

   Il Foscolo intu l'universo come legge estetica: e se per lui l'arte
 negativamente momento d'evasione dal mondo contingente della
disarmonia, positivamente gli vale a creare il vero mondo, l'eterno,
dove regna l'armonia.  I romantici sono confortati dalla certezza
che l'uomo gi in questa sua vita limitata dal tempo e dallo spazio,
in cui anche le cose che ha dinanzi sembrano celargli la loro natura,
possiede nell'arte uno strumento per vincere il tempo e attingere la
vera essenza e di s stesso e delle cose . Cos dice il De Negri in un
suo meditatissimo scritto sul Foscolo: ma pi che certezza direi desi-
derio, continuamente respinto dalla delusione e su questa continua-
mente affermantesi: da cui la crisi, che  sostanziale ai romantici, ed
 sostanziale anche al Foscolo. 
   [L'arte]  liberazione dal limitato, dal contingente, dall'oggi co-
me disarmonico: e quindi sorge come volont d'infinito, e crea il mito
dell'armonia d'un tempo perduto ma che realmente fu, e ora si rievo-
ca con acuta nostalgia e dolorosa speranza. 
   Nella concezione estetica del mondo i romantici quindi danno alla
poesia un valore di assoluto. I romantici tedeschi che primi ragio
narono questo sentimento che era nell'aria della nuova Europa, svilup-
pano intuizioni dello Schiller e affermano che la poesia   l'assoluta
realt... Il vero  tanto pi vero quanto pi  poetico  (Novalis):
cio, la poesia non  un mezzo per la conoscenza, ma  la conoscenza.
E ancora Novalis afferma-che il poeta  il punto pi alto del pensa-
tore, che poeta e pensatore non possono essere disgiunti senza che ne
venga diminuita la virt dell'uno e dell'altro; e infine che la poesia  la
protagonista della filosofia la quale ci dimostra come quella sia uno
e tutto. Non ritroviamo qui le religiose intuizioni di Ugo che la Poe-
sia  il Vero, e il suo filosofare per miti poetici. e il suo didascalismo
lirico, e la sua storia umana che principia nel divino dove non pu
giungere la ragione del razionalista?
   Dice acutamente il Walzel:  (il romanticismo) poich sembra
che voglia allargare fino all'infinito i limiti della poesia e tenta con-
vertire tutta la vita in poesia, e trasportare la poesia nella vita...  co-
stretto a interpretare la vita in veste poetica .  una frase che po-
trebbe benissimo porsi a capo d'una interpretazione romantica delle
Grazie, di quella per esempio che ho dato io asserendo che sono il
poema della vita come arte. Ma illumina anche su un altro problema:
se tutta la vita si risolve nella poesia, e le leggi della vita debbono
essere quelle della poesia, il didascalismo foscoliano--non solo del-
le Grazie, ma dei Sepolcri e della seconda Ode, e pur quello ancor pi
velato dei grandi sonetti--non nasce dalla tradizione settecentesca
del poetar didattico, ma  frutto romantico,  il dovere del poeta-
filosofo, o meglio del poeta-sacerdote romantico, che intuisce, afferma
in s, e celebra ad alta voce quelle leggi poetiche che debbon valere
come norma del mondo. Se poi si affermino pienamente, o si rifugino
nel segreto aristocratico, o cadano spezzate dalla violenza di un'av-
versa realt,  un altro discorso; come un altro  quello sulla voce
lirica, se concordi o contrasti col didascalismo.
   Resta il fatto che l'arte  per il Foscolo,  come per tutti i roman-
tici, l'organo supremo che dischiude all'uomo un'esistenza diversa
da quella terrena, lo toglie dalle limitazioni dello spazio e del tempo
e lo solleva in una regione metafisica nella quale si attuano altre forme
ed altri valori non concepibili con l'esercizio dei poteri dell'intellet-
to , poich  la fantasia squarcia il velo che avvolge il creato, spezza
la catena del tempo, infrange la legge della morte, contempla le bel-
lezze eterne, domina sul corso dei secoli, penetra nella luce dei firma-
menti eterni e per questo pellegrino della terra che  l'uomo edifica
regioni celesti e ve le colloca perch egli spazi sopra le stelle  (DE
NEGRI). S; e l'apoteosi foscoliana del poeta eroe sacerdote, co-
me l'altissimo grado dell'uomo, o soffra nella lotta titanica col fato o
trionfi scoprendo l'armonia della storia, o sacrifichi alla virt nel ri-
fugio segreto, risponde al pensiero dello Hardenberg ora citato.
   Ma non si dimentichi che il trionfo della fantasia  sempre obum-
brato dal senso pessimistico del reale, dal disagio dell'attuale; s che
la fantasia  desiderio, nostalgia, evasione dolente:  la Sehnsucht.
L'arte, da essa stimolata,  la via che porta dal fnito all'infinito, al-
l'eterno? ed esalta l'Io che riconosce in s, nel proprio stesso dolore,
l'infinito e l'eterno.  L'uomo (per mezzo dell'arte) non vive solo mor-
talmente, nel regno del tempo, ma anche immortalment, nel regno
dell'eternit, non solo terrenamente, ma divinamente... Se volgo lo
sguardo dentro di me, ecco che io sono nel regno dell'eternit; con-
templo l'azione dello spirito che non pu essere n trasformato n
distrutto dal mondo e dal tempo, poich essa crea il mondo e il tempo .

Cos lo Schleiermacher che in tal modo canta l'inno della libert as-
soluta della poesia.
   Ma la poesia romantica  poesia del desiderio--spesso soltanto
del desiderio che non trova appagamento--di quella divina libert
infinita, Amore, come lo chiamarono Novalis e Federico Schlegel
il quale meglio d'ogni altro lo defin dicendo che ogni mot senti
mentale romantico trova sorgente e anima nell'Amore che non  si
lascia prendere a forza, o afferrare meccanicamente, ma con animo
amico si fa attirare dalla Bellezza mortale, e in essa si vela... Non e
sostanza finita, e non concorda n volge il suo interesse a persone,
occasioni, inclinazioni individuali. Il vero poeta, anche se se ne sente
l'anima presa nel profondo, in tutto ci vede soltanto un segno di guel
che  al di sopra, dell'Infinito, geroglifico dell'uno eterno Amore e
della sacra vitalit della Natura generatrice .
    l'ansia d'Infinito che misticamente ispira alcuni passi sulla morte
nell'Ortis, e il sonetto alla sera;  l'Amore che detta il finale delle
Grazie (... m'arse divina d'immortale amore) calato nella bellezza
mortale della donna amata, ed anima alcuni paesaggi degli Inni, quelli
pi tremanti di aspirazioni alla patria ideale. Ma Amore dell eterno e
anche, s' visto, la forza circolante nel sacro viaggio dei Sepolcri.
Esso  insomma, variamente definito, la norma costante del processo
poetico foscoliano, lievitato sempre dal desiderio di render l'umano
partecipe del divino; che  religione dell'infinito.
   E se leggiamo in Guglielmo Schlegel che  la poesia degli antichi era
quella del possesso, la nostra  quella del desiderio; quella stava salda
nel presente, questa ondeggia fra ricordo e presentimento , a noi
balza limpida la natura romantica della poesia di Ugo, che su quell on-
deggiare ritm la melodia dei suoi miti, simboli degli eterni misteri.
Perch in fondo al travaglio lirico foscoliano--ed  naturale conse-
guenza della sua religiosit--c' sempre un mistero da indagare
e svelare; ed il romantico ha pur questo carattere distintivo, che
non si affida alla sofferenza e alla gioia del mistero, passivo mistica-
mente, ma vuol tutto chiarire: c' in lui, a differenza dello Sturmer
und Dranger, ardentissima la sete della conoscenza.
   Conoscenza e passione si fondono nei romantici nella concezio-
ne di una nuova mitologia, che i tedeschi vorrebbero trarre dalle sco-
perte scientifiche sulla natura, leggendo in esse le parole del nuovo
verbo religioso dell'unit dell'universo. E gi lo Hamann, e pi lo
Herder, avevano indirizzato per auesta via per cui poi, seguendo pi
da vicino il Goethe, si mossero i romantici. Ma anche il Foscolo 
creatore di nuova mitologia che esprima i sensi modernissimi della
sua anima, pur se formalmente i suoi miti restano ligi agli schemi
tradizionali della classicit. Ma chi potrebbe confonder le sue figu-
razioni mitologiche con quelle neoclassiche ad esempio d'un Monti?
Anzi in quella grecit cui rimane fedele alita un soffio della Sehnsucht
pi sensibile che non nei miti scientifici dei romantici tedeschi, e d'al-
tra parte quella fedelt  segno distintivo d'un carattere proprio del
Foscolo e in genere del romanticismo italiano, che si equilibra nella
tradizione sentendo vivissimamente che solo nel proseguirla e nel-
l'inverarla  possibile la creazione di una nuova classicit. insomma
un aspetto del sentimento della legge--profondamente romantico--
come necessario alla libert; legge che nel caso particolare estetico si
chiama letteratura, tradizione.
   Nel senso della legge--che poi  universalmente la Storia, e,
con la identificazione profondamente romantica del Foscolo, la Poesia
--si conciliano l'uomo e l'universo, che eran parsi inconciliabili al pen-
siero settecentesco ove il primo non rinunziasse alla sua libert, men-
tre in Ugo, s' visto, il culto della Storia--o della Poesia--con al-
fieriano vichismo si risolve in affermazione religiosa dell'individualit
eroica. Che  l'intuizione romantica della Storia, dallo Hamann agli
Schlegel, dallo Herder al Wackenroder al Tieck.
   Il concetto di organismo, o legge, o armonia,  quindi al centro
di ogni intuizione romantica, e si risolve nell'imperativo di vivere
passionalmente e capire logicamente, e non prima vivere e poi capire,
o vlceversa, ma capire vivendo, in una sintesi di tumulto e limpidit,
di desiderio infinito di ignoto e di sereno possesso spirituale: sintesi
che  Arte.  La poesia tanto pi  arte quanto pi  scienza, affer-
mava Federico Schlegel; ed altrove paragonava cos antichi e moderni:
 Gli antichi sono maestri dell'astrazione poetica, ma i moderni hanno
maggiore speculazione poetica ; pensiero che si chiarisce accanto
ad alcum di Novalis:  L'astrazione indebolisce e la riflessione rin-
forza . --  Il poeta, quanto pi  grande, tanto minore libert
si permette, e tanto pi  filosofico .
   Sono sentenze che il Foscolo avrebbe sottoscritto, poich vi avreb-
be ritrovato l'eco del suo temperamento meditativo e della sua volon-
t di poesia didascalica, quale dichiarava nella lettera allo Schultesius:
 In questo commercio de' mortali tutto sta a far ragionare e sentire
ad un tempo... E a questo ufficio n le scienze che fanno troppo ragio-
nare, n le arti belle che fanno soltanto sentire, ma le lettere solo pos-
sono adempiere . Ed ora sar ben chiara la distanza che separa il di-
dascalismo foscoliano da quello settecentesco.
   Ma unaltra conseguenza  da trarre da queste premesse, al ri-
guardo della foscoliana scienza del poetare. Non  giusto accusare i ro-
mantici d'aver pensato il poeta poetante come invasato dal furore
dell'ispirazione: quel mito fu polemica di un meno schietto romanti-
cismo contro la strettoia delle retoriche. Ai passi ora citati siano so-
stegno i seguenti che pi si soffermano sull'illimpidimento artistico:
 Perch si possa scrivere bene di una cosa, bisogna non aver pi in-
teresse per essa  (Fed. Schlegel);  Se nell'anima si  scatenato un
tumulto scomposto, ne deriva un chiacchierare confuso, e l'attenzio-
ne si dissipa in una certa incertezza e mancanza di pensiero  (Nova-
lis);  L'ardore fresco e vivificatore d'un'anima poetica  l'opposto
dell'ardore selvaggio d'un cuore malaticcio  (Novalis).
   Sarebbe facile trovare altrettante dichiarazioni negli scritti di
Ugo: qui basti notare come al pensiero della nuova estetica roman-
tica si affidi il suo gusto del nitore classico, della limpidezza del con-
cetto nell'immagine, della placata venust del verso: quella qualit di
stile, insomma, che si suol chiamare il classicismo del Foscolo, rial-
lacciandolo implicitamente ai grandi modelli antichi con un vincolo
alquanto servile; ed  invece il suo romanticismo, che profondamente
li rinnova.
   Ora, questo-stile, appunto perch non  estetismo ma fede este-
tica, ed  perci tutto espressivo, intimo, questo stile esige una co-
stante coscienza riflessa, un assiduo guardarsi che  sconosciuto tanto
al classicista quanto allo sturmer und Dranger; quello ignaro del sen-
timento e beato nella esterna proporzione formale, questo pauroso
e gaudioso dei misteri dell'anima che lo sconvolgono e pago dell'indi-
stinto. L'io romantico creando si guarda e contempla critica-
mente la propria creazione;  l'ironia romantica,  il gusto di cono-
scersi sottilmente e di esprimere tale conoscenza nella limpidezza mu-
sicale della parola immagine. Dall'Ortis alle Grazie, in questo senso
procede la creazione della favola ritmica foscoliana, e documento sug-
gestivo d'ironia--oltre molte lettere-- la Notizia intorno a Didi-
mo Chierico.
   Ironia che naturalmente non  vano dilettantismo anatomico,
ma mezzo di conoscenza, della pi alta conoscenza, se nell'arte riesco-
no a identificarsi individuo e cosmo, se la poesia  Armonia. Ma qui
risulta chiara la differenza fra l'armonia rinascimentale e la romantica.
Quella si afferma come negazione di contrasti, suprema e definitiva
conciliazione degli opposti, perfezione estetica immobile entro una
legge umano-divina razionale (onde sfocer nel razionalismo antisto-
rico illuministico); questa invece  dinamica, dialettica, storica, si for-
ma continuamente per il continuo risorgere dei contrari; la discor-
dia le  quindi necessaria, il caos deve essere eterno quanto l'armo-
nia. La religione, in cui appunto si armonizzano i contrari, trae vita
da essi, e il limite  necessario per raggiungere l'infinito. La crisi,
come dicevamo,  sostanziale al romanticismo in quanto  la molla
della storia. ( Chi  spiritualmente ricco--scrive Novalis--non
sente che i limiti e le distinzioni lo ostacolano, anzi ne  eccitato ).
   Ma crisi, discordia,  dolore; il dolore  quindi religiosamente ne-
cessario per la conquista dell'armonia; dolore dunque  creazione
dunque  grandezza. Ora, quale posto abbia il dolore nella religione
estetica del Foscolo, abbiam visto; e sappiamo come esso sia gatanzia
di eroismo e tramite al divino (si ripensi soprattutto al finale dei
Sepolcri; ma  aura diffusa in tutta la poesia foscoliana). Per il senso
positivo che il Foscolo ebbe dei contrari cito il primo passo che mi
occorre alla memoria, da una lettera al Giovio (1 maggio 1809), l
dove, ironicamente esaminando la diversit degli uomini, conclude
 bizzarro miscuglio, ma che fa tutto il bello e il mirabile del genere
umano. La natura non vuole se non moto e fuoco ed attrito negli
uomini, passioni insomma; e quanto pi le passioni si urtanosi com-
baciano e si confondono, tanto pi cresce l'agitazione e la fecondit
e la ricchezza della societ .
   L'armonia in Foscolo non  solo legge estetica ma anche, e in-
sieme, etica: e si  visto or ora come tale eticit risieda nella conci-
liazione tutta romantica di ragione e passione. Sappiamo anche come
la sua morale sia la morale della personalit forte dell'eroe; e l'etica
romantica si svolge appunto come etica degli eletti, tanto per lo Schil-
ler, quanto per io Schleiermacher, e per Federico Schlegel, e per lo
Hardenberg Etica in cui non comanda solo il cuore, russoianamente,
o solo la ragione, kantianamente, poich vive appunto nei pochi che
riescono ad attuare la sintesi di sentimento e razionalit, in quelli che
operano per la dolorosa costruzione dell'armonia
   Dall'Ortis alle Grazie il Foscolo traccia le linee di un'etica della
personalit eccezionale su questa intuizione in cui rientrano i suoi pen-
sieri sull'amore; del quale tratt largamente la morale dei romantici
che svolsero la loro polemica antikantiana soprattutto in questo tema.
Guardate in questa luce si vedr come sono romantiche tanto le orti-
siane insurrezioni contro le inique menzogne convenzionali della so-
ciet che violano i diritti dell'amore e deturpano il matrimonio, quan-
to le celebrazioni, nelle Grazie, delle virt muliebri e dell'amore del-
le vergini delle caste spose.            

RAFFAELLO RAMAT:
Da Itinerario ritmico foscoliano, Bari, Macr, 1946, pp. 174-183.


/:/ I sonetti maggiori.

   Sonetto meraviglioso  quello alla sera, che incomincia Forse per-
ch! Dopo di questo e dell'altro a Zacinto, ove  raggiunta, dice il
Carducci, la suprema perfezione nella corrispondenza del motivo al
metro ed alla forma, Ugo non ne scrisse pi, ch quasi sent di non
poter far di meglio. D'altronde a quella esuberante passione che gli
ruggiva in petto, nota il Donadoni, Ugo aveva dato sfogo allora ap-
punto nell'Ortis. Il sonetto non  amoroso, n politico, e neppure 
ispirato da amore della nativa isola, o della madre, o del fratello; 
la poesia che coglie tutto l'appassionato animo del Foscolo e non un
momento solo od un aspetto del suo multiplo pathos. 
   Regina del sonetto  la melanconia; quel vago senso di nullit
della vita, quella pace contemplativa, quello stupore delle cose ester-
ne, quella nostalgia della tomba, che al Carducci fa rilevare qui come
un preannunzio del Leopardi. E non manc chi paragon il sonetto
all'Infinito ed alla Vita solitaria; ma no, qui c' troppo paesaggio in
confronto dell'Infinito, e paragonato agli idilli, se ne distingue pel
proposito analitico, pel fine di esaminare se stesso, di frugare entro
Il proprio spirito e di trovare il proprio io, mentre nel Leopardi il
fine  di ritrovare l'universo, la natura, il destino umano, sebbene in
fondo anche egli sempre altro non riveli, come  naturale, se non se
stesso, e l'idea cio che del mondo  in lui. A quello spaziare nell'in-
finito senza posarsi mai su uno o su l'altro degli affetti, che entro lo
frugano, risponde, fuori, nella larghezza del quadro, quel non so che
di vago e di sospeso, che risuona fin da principio nel solenne Forse,
e quel fluttuar dello spirito alla ricerca di un perch oggettivo, ester-
no, fatto di luci e d'ombre, che basti a spiegare il trapassar lento in
lui degli affetti, i quali dal tumulto declinano verso il sopore. Che
nelle due quartine le note descrittive di natura abbondino pi che
non delle due terzine  cosa manifesta; il sonetto procede, dir cos,
dall'esterno all'interno, via via concentrando l'attenzione su gli af-
fetti; e se nel tredicesimo verso ancora pare risuoni una nota sensi-
stica, in quel guardare, subito questa  sopraffatta e spenta da un ri-
lievo di sentimento; poich il poeta guarda, ma non vede pi luce o
colori, ma coglie la pace cio soltanto il tono, che  in lui, non fuori,
e che accompagna il fatto visivo. Del resto per tutto il sonetto im-
pera un paesaggio improntato del suo io, che ricorda il Leopardi; di
questa forte colorazione soggettiva dell'obbietto, potresti rintracciare
anche i mezzi tecnici, se cos facendo non corressi rischio di persua-
derti, che quei mezzucci il poeta li abbia voluti e cercati, e non gi
che il dato sensibile, descrittivo, siasi presentato cos da s, raggrop-
pato e ravvolto in mezzo a note soggettive e di sentimento. Vedi
tuttavia che il rosato tramonto estivo, pur cos arioso e largo di vi-
sione,  ritratto senza nota di colore! E le inquiete tenebre invernali
trapassano via nel sonetto incalzante in un rapido costrutto tempo-
rale a forma disgiuntiva, rinserrate tra il primo vago pensiero di
morte, che apre il sonetto, e quel rilievo s profondo, che  nell'ot-
tavo verso, tutto rivolto al mondo interiore. Qui veramente si vede
come anche la sintassi sia arte! Anzi vera descrizione non c', tanto
l'oggetto  vinto dal soggetto e posto in questo.  Tu ritrovi del
paesaggio non il fantasma, la pura rappresentazione del sensibile den-
tro te, bens anche, e prima, i toni di gaiezza, che furono di lui, in
quelle nubi liete ed in quel magnifico loro corteggiare il re Sole: e
nelle inquiete tenebre riprovi la paurosa inquietudine di chi smarrito,
come Ugo, s'aggira nelle tenebre fosche delle brumose serate decem-
brine. L'ottavo verso, tutto intimo,  veramente la chiave del so-
netto, poich, raccolta dal mondo esterno l'impressione, ti avvia alla
analisi, non pi solo dell'affetto, che  nelle terzine, ma anche del
pensiero stesso del poeta. Il sentimento diffuso di morte, che
aleggiava fin dal primo verso, qui si approfondisce e si fa dottrina;
spunta la tesi filosofica lucreziana nel nulla eterno, che si spalanca in
fondo in fondo ad una lunga marcia percorsa dal pensiero: ricordi il
 vecchierel bianco  del Leopardi! Ma la morte non  qui pel Fo-
scolo come pel pastore errante  abisso orrido, immenso , n il cam-
minare verso di quella, per queste vie della vita,  corsa affannosa,
trafelata. Il  nulla eterno   meditazione dell'intelletto, che non
terrifica, ma d calma allo spirito angosciato dalle cure della vita.
   Pensare e sentire qui sono, dal poeta, contrapposti; mentre tu
pensi, non senti, cio non soffri, poich il tempo trascorre e si spro-
fondano nel tempo i dolori. Pure mentre il Foscolo crede di averlo
sopito, tu ritrovi il sentimento pauroso di morte, che rispunta sotto
la maschera filosofica. Egli desidera morte; la ama, non la pensa sol-
tanto; la sua filosofia  ancora intessuta di sentimento, come sempre
avviene, non  ragione pura! C' un senso vivo e, se non lieto, tutta-
via gradito dello struggersi continuo di tutte le cose. Strugge il tempo
se stesso e strugge gli affanni; ne deriva uno stupore calmo nel con-
templare le cose esterne che si velano di pace, ed un sopore interno
dello spirito irrequieto. Sopor dello spirito nel sopor delle cose, a
quella guisa che altrove vedemmo tempesta d'affetti nel cuor del poeta
fra tempesta di elementi; e anzi le due tempeste a cozzo fra loro, terza
tempesta. Qui invece tutto si fonde in un languore di sonno, che av-
volge l'uomo e le cose. Se fosse lecito pretendere dai poeti una tesi
filosofica coerente--e non un vago fluttuar dello spirito via per idee
e sentimenti,--direi che qui, come nell'Infinito del Leopardi, si
cela una tesi intellettualistica: strana cosa in questi due assertori di
sentimento e di fantasia, ostili alla ragione dissolvitrice! Pure qui e
nell'Infinito il tormento, l'affanno delle cure  sciolto dal pensiero,
pensiero di morte qui, pensiero dell'infinito del tempo e dello spazio,
l: ma il pathos  vinto, quando il pensiero rompe le dighe del tem-
po, del sensibile, e spazia oltre il breve confine del nostro soffrire.
Ed in entrambi i poeti intanto il pensiero trae alimento o spunto dai
dati del senso; la visione vespertina nel Foscolo, o il sussurro delle
fronde al vento e la siepe nel Leopardi. Tu senti tuttavia, che la bat-
taglia fra ragione e sentimento, n qui n l,  vinta dalla prima: alta
sovrasta, oltre il tessuto logico dell'idee, l'ombra diffusa della melan-
conia, che detta dentro. E nella contraddizione  poesia: cade la tesi
e si innalza la bellezza!
   A Zante. La nota di appassionata nostalgia diffusa nei sonetti pre-
cedenti clal poeta ramingo, e nell'epistolario, e poi nei Sepolcri, qui
si innalza, erompendo dal cuore commosso. Anche qui l'entrata ex
abrupto ricongiunge le idee espresse in versi ad altre che son taciute.
Non  difficile indovinarle.  Di poco anteriore  la pace di Lun-
ville del 9 febbraio 1801, che dopo tanto sangue ed angoscie sofferte
da Ugo e dai profughi veneti, ribadiva le catene di Venezia schiava,
e convalida l'infamia di Campoformio.  Lo strazio del cittadino
deve avergli mulinato in cuore un pezzo: libert, Bonaparte Libera-
tore, giustizia, Italia ricomposta ed unita, non pi vulghi divisi, l'om-
bra di Tacito, la minaccia di Bruto: sogni, sogni, chimere, illusioni! E
non basta!--E qui il pensiero si restringe, si fa pi personale: il poeta
pare chieda ora:ed io? e mia madre? e l'isoletta ove nacqui, e che io
lasciai cercando una patria pi grande, Venezia, e poi l'Italia? Il so-
netto  profondamente soggettivo e personale, ed appunto perci ha
pure un valore politico. Il dualismo passionale di Jacopo Ortis si 
composto in una unit solenne e la patria non  pi quella declamato-
ria, personificata nell'ode a Bonaparte o nel sonetto Te nudrice:  pi
piccola, ma pi sentita, tanto pi vicina al cuore quanto pi  lon-
tana, sperduta, laggi tra l'azzurro del cielo e del mare; eppure sem-
pre l, presente all'animo, non nel sonetto solo, ma nell ode alla Fa-
gnani, nelle Grazie ed altrove. Tutto il sonetto  rivolto a Zacinto
con erompente impeto d'affetto; c' qui accolto il dramma del di-
stacco dalla madre patria, come nel sonetto Un d, ed ancora lo stra-
zio dell'addio alla madre sua carnale, che lo ha dato alla luce. L'ori-
ginalit della poesia, che subito sorprende, sta nell'elemento mitolo-
gico ed omerico, di ch eravamo sazi, rifattosi ora cosi fresco, cos
giovane, cosi vicino al soggetto e stretto al sentimento. Questo s  un
sonetto tutto senso, tutto colori, tutto cose viste coll'occhio--come
le onde lucenti, le nubi limpide ed il verde delle frondi--e viste
colla fantasia, che d corpo al mito, come la pittoresca Venere, che si
dislaga dalle onde, o quel peregrino Ulisse, che vedi genuflesso al
suolo affiggere un bacio alle scabre rupi patrie! L'affannoso periodo
che si strascica per le due quartine e le terzine, s'aggira tortuoso-e
si sofferma qui imprevisto, figgendoti nella fantasia quella delicata
scena di patria carit; ed  questo il nocciolo del sonetto. Bellezze
naturali, fantasmi mitologici, fasti poetici. Venere ed Omero, non
sono che avviamenti, ragioni di ci che pi urge, l'affetto del figlio
alla sua isola.
   E questi figli son due; lui, il poeta, e Ulisse, simili nell'amore,
vicini di patria, ma lontanissimi nel destino, come nel tempo. Palese
 l'antitesi tra l'errante Ulisse, che pur bacia la sua petrosa Itaca, ed
il poeta, che gi presente quel  che poi fu ; che egli cio non rive-
dr pi la sua selvosa isola natante nell'azzurro. Bello di fama e di
sventura, Ulisse! Quanto accorato rimpianto, quanti riscontri, quan-
to pensiero foscoliano! Per furor di gloria Ugo vince l'invito di mor-
te, ma il suo peregrinare fra spergiure genti, e la guerra ed il sangue
non gli concedono la fama di Ulisse, e la sventura  sventura, n la
carezza dell arte la ristora, eternandola nella bellezza, come tocc in
sorte ad Ulisse, all'infelice Ettore nei Sepolcri. Implicito, e forse in-
conscio, si intravvede nello sfondo un altro parallelo, oltre quello fra
Ugo, fuggitivo per diverse genti, ed il ramingo Ulisse; il parallelo,
dico, fra Omero ed il Foscolo, convenuti ad un fne d'arte, poich
Omero celebra Zante ridente e la materna isola avr il Ganto di lui
Due esuli,. due poeti in questo sonetto; ma l l'un poeta conforta di
fama l'esule Ulisse; qui lo sconfortato poeta  l'esule medesimo, che
cerca--n par che trovi--conforto al lungo esilio, celebrando la
materna sua terra. Non par che trovi, dico, poich qui quello orgoglio
fiero di greco, che d sostegno alla chiusa dell'ode alla Fagnani, quel-
la coscienza di essere lui l'Omero moderno datore di fama immortale,
non si disviluppa dall'intrico dei ricordi mitologici e delle visioni, e
quando nell ultima terzina pare si affacci e si accinga a dare al sonetto
una soluzione ottimistica e lieta, ripiomba il pensier mesto di morte,
accorato, angoscioso. Ed un contrasto singolare questo pensier cupo
di sepoltura, dopo tante serene visioni dei valori della vita, e la pa-
tria, e le bellezze di natura, e la poesia, e la fama e la bellezza; la
bellezza persino della sventura coronata di poesia! Qui lo schianto
del doloroso distacco  supremo. Laggi, laggi  ogni conforto, ogni
gioia; io non l'avr! Morte lontana e solitaria e tomba illacrimata! E
noi commuove questo sonetto ancor pi perch lo riconosciamo pro-
fetico. E come stillano le lacrime nell'ultimo verso cupo, cos s ab-
buia il pensiero in noi meditando. 
   Il sonetto Un d, ispirato dalla morte violenta datasi dal fratello
Giovanni, parve ad Ugo il migliore suo, e come esempio lo incluse, ri-
toccandolo, nel suo Saggio sul sonetto italiano. Ed  veramente bel-
lissimo, il migliore certamente fra quelli ispirati da un momento del-
la psicologia foscoliana. Ma il momento qui non fa che dare lo spunto
alla poesia, e subito il dolore per la morte del fratello si complica
e ravviluppa con quello sempre vivo dopo Campoformio, vivissimo
dopo Luneville, della patria lontana e vietata, della madre abbandonata,
del suo vivere mestissimo e ramingo; in fondo, Morte! L'invocata mor-
te confortatrice, che gi aveva ombrato con le sue ali gli altri sonetti!
La ragione della bellezza di questo gioiello sta appunto, credo, in que-
sto intricato groviglio di affetti, tutti vivissimi e profondi; si noti, non
sono pi affetti erotici, che nel Foscolo solevano essere pi concitati
e violenti che intimi, bens sono affetti familiari, i soli che ebbero
radice profonda nel cuore di Ugo, volubile amante, ma fratello e figlio
esemplare. 
   In nessun luogo, come qui, la poesia, sgorgata dal cuore,  sgom-
bra di artifici e di forme; abbondano, lo so, le reminiscenze: Petrarca
al dodicesimo verso, Catullo, Tibullo forse anche, e Virgilio; ma tutto
rivissuto e fuso nel calore della passione sua e rovente; perch suo 
il dolore per la perdita del fratello, sua la nostalgia della patria e della
madre, che risonano, non pur qui, ma sempre e dovunque. E come
suoi gli affetti e le passioni, suo il gusto e sua l'arte di tradurre i senti-
menti in fantasmi e visioni. Il sospiro verso la patria  un motivo
scultorio; da Verona, da Ferrara, nel 1802 Ugo poteva ben protendere
le deluse braccia su la veneta pianura verso Venezia, prossima e con-
tesa, e salutare i suoi tetti da lunge; col pensiero poteva rivedere la
madre sola, piangente nel lutto, o immaginarla--quadretto petrar-
chesco! --trascicante la sua debole vecchiezza su la tomba di Gio-
vanni, parlare a lui, alle ceneri mute. Infine--visione ancora, che
ha la soavit mesta di un bassorilievo funebre--la chiusura soavis-
sima, delicatissima, ove si appresenta la madre seduta che accoglie
in seno le ossa del figlio, con rinnovata maternit; ed ecco la vita di
chi muor giovane compiersi con un poetico ciclo, che nel seno della
madre ha l'inizio e la fine. E la madre  veramente figura centrale
in questo sonetto, ispirato dall'amor fraterno; perocch nella madre
i due fratelli si ricongiungono. Il pensiero procede via via accentran-
dosi verso la meta materna; da prima esso spazia nel ricordo del
vasto errare del poeta di gente in gente; poi si raccoglie su una tom-
ba, e questa tomba di Giovanni richiama fin d'ora la mesta madre
s che, finita la prima quartina, la tomba, e non ancora la sconsolata
madre, appare centro di un quadretto: lontano, tutto proteso nello
spirito come nelle deluse palme, Ugo; presente tuttavia, non di per-
sona, ma di pensiero, poich di lui, di lui, parla la madre al cenere
muto. Bene nota il Marinoni: parlare ad un cenere muto  in Catullo
ed anche in Tibullo; ma Ugo, con un semplice spostar di parola,
rinnova e fa sua l'idea; e quel parla e quel muto posti ai due estremi
del verso segnano una antitesi dolorosa, dicono quello che viene poi
svolto nei Sepolcri, l'impenetrabilit della morte, lo struggente desio
ed il proteso animo del superstite verso il defunto, che il mistero
ha inghiottito. Ma nelle terzine il pensiero si restringe e si fa pi
soggettlvo, personale; la piet gentile verso il fratello, che ha ispirato
il verso squisito,
             Il  fior de' suoi gentili anni caduto,

cede luogo alla cupa, sconsolata analisi del cuor del poeta, e ritornano
le cure del sonetto Alla Sera, e le tempeste di quello Meritamente
e le straniere genti, che ricordano le  spergiure genti . Del fratello
defunto solo plu si ricorda, con immagine che  in Lucrezio, come
egli sia giunto in porto, e questo porto si invoca con struggente de-
slo, con stanco affanno di vivere.
   Ed ecco col pensiero di morte risollevarsi ancora la visione della
madre: l'alfa e l'omega della vita; ma questa nuova  visione pi ac-
corata, pi commossa, della infelicissima donna. Ella non  pi vicina
alla tomba, ma  fatta ella medesima ricettacolo pio delle ossa del figlio:
ossa, dice, e questo non soltanto per composta e congrua necessit
di volume, ma perch ossa significano morte lontana e sconsolata, e poi
una prima sepoltura in terra straniera ed un faticoso  ir fuggitivo 
di lui, pur spento, s che la morte,  il porto ,  tanto pi soave,
quanto pi travagliate sono le ossa. Tanto pi egli sar stretto e vicino
alla fonte di sua vita, quanto pi largo e vago fu il volo suo pel mon-
do. E poich la madre due volte ricompare nel sonetto, malferma
prima, poi seduta e curva sul funebre suo tesoro di ossa accolte in se-
no, questa mestissima donna acquista agli occhi nostri una fissit
marmorea, come di persona vivente, che il dolore ha impietrito. Co-
me nel sonetto Alla Sera e nei Sepolcri, Ugo invoca qui dalla morte
 riposato albergo ; ma una pace non religiosa in un'altra vita, bens
una pace intessuta di valori umani, armonicamente fusi da morte, che
qui  gi fatta giusta dispensiera, non di gloria, ma di sognati compen-
si al dolore. Patria e madre pu ridare la morte; patria e madre, che
gli uomini con loro guerre e trattati gli hanno tolte. Chi non imma-
gina dopo morte una vita nuova, che abbia valore per s,  pur sem-
pre costretto a protendere qui questi valori, questi affetti, oltre l'estre-
mo d, e concedere a s l'illusione  di potere da morto goderne.
Dante invece accoglie i valori umani e li proietta al di l riconsacran-
doli nella vita eterna.
                             
GIUSEPPE MANACORDA:
Da Studi foscoliani, Bari, Laterza, 1921, pp. 37-49.


/:/ L'ode  All'amica risanata .

   La giovinezza poetica [del Foscolo] si approssima ormai alla ma-
turit: e gi della prima giovinezza  scomparsa la bella semplicit
d'affetti. L'immagine ideale della donna quale egli scoperse con un
palpito d'adorazione nella bella ferita di Genova,  ancora nel suo
cuore: ma ritornare a quella immagine nei suoi versi col semplice en-
tusiasmo d'un giorno, senza portare alcunch della coscienza, che
gli eventi e la meditazione hanno maturato in lui, gli  ormai im-
possibile.  Oh potessi io rendere eterna la tua bellezza e la tua gio-
vent ha scritto all'amica nei primi tempi della sua passione, va-
gheggiando in lei la propria ideale immagine, ma eternare quella bel-
lezza significa ora per lui astrarsi con deliberata fatica dal mondo in
cui vive, non, come un giorno, fissare nel verso la gioia di un sen-
timento nuovo e improvviso.  La nuova ode si inizia con una
similitudine (forma rarissima nel Foscolo) che fin dalle prime battute
isola da un mondo avverso e circoscrive in una cornice ideale la lu-
minosa immagine femminile. 
   Certo al compiersi delle prime due strofe la donna bellissima ci
appare sollevata cos al disopra del proprio male come del vaneggiare
umano che prende tanta parte della vita del poeta: e le  fuggenti te-
nebre  si confondono nella nostra immaginazione con tutti i delirii
degli uomini che il poeta vuole obliare, immergendosi nella contem-
plazone di un presente in cui realt e immaginazione, vita e bellezza si
adeguano computamente. [...] Il male della donna e vinto, e di-
nanzi alla belt risorta, anche il fatale vaneggiare foscoliano  per poco
sopito, ma ecco all'incedere della donna nella sala nuove trepidazioni
e nuovi pianti, ed ecco il suo canto suscitare repressi sospiri, e la sua
danza beata una segreta invidia e il pensiero tormentoso e invincibile
della morte. Cos la figura dell'Arese, sbalzando con vigoroso chiaro-
scuro, viene ad apparire sempre pi isolata dagli altri uomini, sempre
pi assorta in una vita superumana. 
   Nulla  in lei del male sofferto, non solo nelle forme perfette, ma
nemmeno nella memoria del dolore passato, nemmeno nella gioia della
ricuperata salute. La malattia non  cosa sua, non  mai stata cosa sua
non tocca la sua personalit, che non possiamo immaginare se non
radiante di luce, si confonde con le cose, fra le quali ella per poco
disparve, col talamo, l'egro talamo, che essa ora abbandona senza
rivolgersi indietro. 
   Col risorgere dell'amica dalla malattia, il poeta vede rinnovarsi
in lei quella vita serena e serenatrice, cos diversa dalla comune vita
umana: avverte in lei la presenza di quella anima pi che individuale
che egli aveva indovinato nella Pallavicini e a cui egli d ora un no-
me: belt. 
   E quando l'Arese appare nelle sale, si manifesta in piena luce,
quanto fino allora era sottinteso, la sua divinit. La parola, timida an-
cora all inizio dell'ode,  le dive membra , suona ora che la donna
si  staccata da ogni umano legame, in tutta la sua alterezza:

a' cori notturni
Te, Dea, mirando obliano
I garzoni le danze,
Te principio d'affanni e di speranze.

   Nessun velo adombra ormai la bellezza sovrumana: al poeta non
 pi necessaria una similitudine per rendere il suo senso di religio-
sa ammirazione. La Pallavicini  donna, che fa presentire la dea ( Tal
nel lavacro immersa... ): contemplandola proviamo col poeta la com-
mozione di chi in una figura mortale intravvede alcunch di pi che
umano, di eterno. Ma con l'Arese il presentimento si  fatto realt
Scompare perci (e taluno potrebbe rammaricarsene) ogni accenno
indefinito. Tutto  preciso, plastico: chi contempla non  portato a
fantasticare su di un poetico al di l, ma tace con la commozione di
chi si sente dinanzi a una realt suprema. In ogni suo atto, voluto o in-
volontario, composta presso l'arpa ( l'arpa adorni / E c novelli nu-
meri / E c molli contorni / Delle forme che facile bisso seconda )
o agitata nei moti pi rapidi della danza, essa  sempre tutta se stessa
senza ombre, senza misteri. Ombre e misteri possono essere intorno
a lei, negli animi dibattentisi tra le speranze e il timore, ma quelle
ombre il poeta con grande accortezza nasconde fra le pieghe dei suoi
versi, si rifiuta di dar figura a quei sentimenti umani. Non ci descri-
ve i giovani che sospirano, ma chiude quel sospiro in un astratto infi-
nito, quasi soltanto dovesse dar valore per contrasto a quel volo di
canto,

Fra il basso sospirar vola il tuo canto
Pi periglioso,

non descrive l'invidia per la donna rapita in una felicit senza tem-
po, ma relega quella nota in un aggettivo, che nemmeno alla donna
si riferisce, ma alle Ore,

Cos ancelle d'Amore
A te d'intorno volano
Invidiate l'Ore...

    Ancora una volta, come all'inizio dell'ode, la figura della don-
na deve apparire, simile all'astro di Lucifero sulle tenebre, sollevata
sul destino degli uomini, sul lungo vaneggiare umano, che non ha
pace, se non nella morte. La fine della celebrazione foscoliana si ri-
congiunge col suo inizio:  il giorno dell'eterna pace  ci deve ri-
cordare  le nate a vaneggiar menti mortali .
   L'ode parrebbe dunque giunta al suo termine: e lo sarebbe, se
essa fosse come la precedente, una esaltazione della delicata e pre-
ziosa vita di una bella donna. 
   Dopo aver raggiunto il suo culmine la poesia ritorna su se stes-
sa, chiede a s stessa la sua ragion d'essere. Quasi si scopre la trama
logica della lirica:  Non pensare alla tua mortalit, altre donne
mortali cme te belle, divennero immortali per opera della poesia,
che ne celebr la bellezza. 
   L'ode si fa, ad un tempo, pi intima e pi ampia. Lo sfondo non
 pi la chiusa sala di un palazzo milanese, bens l'infinita natura
e l'infiinita storia, ma natura e storia vivono, perch riflesse nell'occhio
e nel cuore di un poeta. L'ampio mondo senza confini e senza tempo.
che il Foscolo canta  il mondo ideale, che tutti i poeti cantarono.
l'appassionato Catullo quando estatico mirava il trascorrere di Diana
su monti e foreste e Orazio quando fissava in un verso l'eterna furia
della guerra, o quanti mai si compiacquero, pur conoscendo il dolore
fatale di contemplare una bella donna adorante. In questo eterno
mondo poetico le immagini pi diverse si comPongono con armonia:
terra e cielo, passato e presente si accordano. si dispongono sul mede-
simo piano. Pi ancora che le singole figurazioni, di per s stupende,
ci colpisce in queste strofe il senso dell'infinita atmosfera, che le rav-
volge e le congiunge: uno spettacolo di vasti orizzonti terreni (E fea
terror de' cervi / Lungi fischiar d'arco cidonio i nervi) porta il poeta
a contemplare il pi vasto spettacolo del cielo infinito (E le sacr l'eli-
sio / Soglio, ed il certo telo / E i monti, e il carro della luna in cielo);
un muto gesto dell'amica lo trasporta dalle intime stanze di lei a con-
templare un quadro grandioso di bellezza lontana. Nulla pi in que-
ste figurazioni, come nella figura dell'Arese, della debolezza umana:
della mitologia umana dell'ode precedente non si trova qui nessuna
traccia. 
   Ma chi riesce a possedere nel suo cuore quel mondo eterno, al di
l di ogni luogo e di ogni tempo? Con commozione rivediamo, pro-
prio quando ci abbandonavamo al fascino della magnifica evocazione
foscoliana, la figura del poeta e della amica sua. Ma siamo ormai lon-
tani dalle sale, ove essa  un oggetto di adorazione per tutti gli uo-
mini: siamo nell'intime stanze di lei, dove essa  lontana da quanti
l'ammirarono per poche ore e poi ne dimenticarono la fulgida appa-
rizione. Non  questa l'intimit di due innamorati: in questo luogo
pi ripostO, lontano dagli sguardi dei profani, il poeta pu confessare
all'amica il suo segreto, pu palesare a lei e a lei sola quali visioni
susciti in lui un suo atto, o meglio in quale mondo mirabile essa viva
per lui. 
    A me sol...  il poeta, che fino a queste strofe aveva studiosa-
mente celata la sua persona, e soltanto prima dell'ultima visione l'aveva
rivelata in quel commosso inciso, ora che la poesia ha ritrovato le in-
time fonti della sua ispirazione, lascia che liberamente si affermi il
proprio io.

                        Ebbi in quel mar la culla...

   Nel suo canto di poeta il Foscolo sente la presenza di tutta la sua
personalit. Il dolore e la gioia, la passione amorosa e il suo tormento,
le memorie della giovinezza e i ricordi dei poeti amati, tutto egli
sente concorrere a quel sentimento nuovo, che ora egli prova di pos-
sesso totale del mondo sotto l'aspetto poetico. Accanto alla donna,
di cui ha inteso la bellezza immortale, egli ha per la prima volta la
chiara coscienza del suo destino di poeta. 
   La poesia gli appare come una vocazione antica, contemporanea,
forse anteriore alla sua nascita: nelle strofe perfette, che gli stanno
dinanzi, il Foscolo sente palpitare il sangue suo, chei puls tumul-
tuoso quando fanciullo per la prima volta ammir il mare e il cielo
di Zante. L'uomo e il poeta si ritrovano congiunti: le impressioni
della fanciullezza si fondono con quelle delle opere d'arte studiate.
La patria reale, ricordo lontano se pur caro sino allora per il poeta,
si confonde con la patria ideale, a cui tutti i poeti aspirano, perch
in essa vivono e cantano gli spiriti a loro affini. Nei primi palpiti della
fanciullezza, mai del tutto dimenticati, il Foscolo avverte ora il pre-
sentimento della propria vocazione-poetica, nel pianto notturno del
mare, che un giorno lo aveva commosso, sente ora il pianto della leg-
genda e della poesia antica. Cos sorgono i miti, da qualche circo-
stanza reale e dall'appassionata fantasia: e mito, scoperto nel calore
della creazione poetica, resta quello delle origini zantiote o zacinzie
della poesia foscoliana, mito stupendo nei versi del poeta, mediocre
nelle pagine dei critici, quando vuole sostituire una pi ragionata in-
terpretazione. In questo mito il Foscolo idoleggia la sua predestina-
zione alla poesia: con questo mito ci fa intendere i legami pi che
intellettuali, sensibili che lo uniscono agli antichi poeti greci. 
   Cos l'ode, che celebra le forme corporee di una donna, si compie
facendo passare dinanzi ai nostri occhi  uno spirito ignudo : un'al-
tra donna, non celebrata da canti, ma poetessa, la quale nella sua
femminilit. sembra meglio rivelare il fato distruggitore, che incombe
su ogni poeta. Come piccola appare l'Arese, quando il poeta ritorna
a lei dalle lontane regioni dell'Ellade e dalla contemplazione del pro-
prio destino! Come diverso suona il  te  dell'ultima strofa dal  te 
delle strofe precedenti!  E in te belt rivive... ,  Te, Dea, mirando
obliano i garzoni le danze... : l il poeta appariva rapito nella con-
templazione della donna, qui, dopo aver fissato per sempre quanto
in lei era pi prezioso, fatto conscio di quanto le ha dato, sembra sug-
gerire (o io mi inganno) quanto di gratuito sia nel suo dono. 
    Per te : l'Arese, dea, ritorna donna fra donne, eppure lei pro-
prio sceglie il Foscolo per eternare nei suoi versi:

E avrai divina i voti
Fra gli inni miei delle insubri nepoti.

   Con la chiusa della poesia il distacco del poeta dalla donna  del
tutto compiuto:  non la donna, ma il poeta, assorto nel suo de-
stino di dolore e di grandezza, sta innanzi a noi, quando alziamo gli
occhi dall'inno veramente immortale.

MARIO FUBINI:
Da Ugo Foscolo, Firenze, La Nuova Italia, 1964.


/:/ I Sepolcri: unit strutturale.

   Da quanto abbiamo rilevato nei riguardi dei trapassi e delle giun
ture che articolano il carme, ci sembra che si possa affermare con si-
curezza la unit strutturale di ess: la rapidit di quei trapassi e la
levit di quelle giunture, anzich essere indizio e motivo di disorga-
nicit, sono l'effetto della coerenza con cui esso  concepito. Il poeta
segue una traccia di pensiero, poich ovviamente egli ha dovuto per
prima cosa presentare a se stesso le ragioni, per cui la legge livellatrice
delle tombe gli sembrava infeconda e contraria, soprattutto a quel
culto delle tradizioni, nelle quali riconosce il fondamento della storia
e della libert dei popoli; si tratta, dunque, di un ragionare conciso,
che determina la linea del componimento e gli conferisce una struttura
interna, nella quale i trapassi rapidi, gli slanci improvvisi e le appa-
renti divagazioni trovano una loro legittima funzione.
   La linea di tale ragionare ha sviluppo chiaro ed armonico, come
meglio si avverte se si stringono in succinto i periodi del discorso
poetico.
   Da un punto di vista naturale, le tombe non hanno valore, per-
ch la morte restituisce iI corpo alle vicende della materia (la fede cri-
stiana nella resurrezione dei corpi non soccorre) ed  legge univer-
sale che tutto quanto esiste sia distrutto e trasformato dal moto del
tempo (vv. 1-22). Dal punto di vista soggettivo, invece, vale il fatto
che ognuno mediante la tomba ha l'illusione di sopravvivere come
persona nell'affetto dei propri cari, partecipi di illusione analoga, e
solo chi sa di non avere affetti dietro di s non ha motivo di deside-
rare una tomba (23-50). La nuova legge  perci da condannare, per-
ch, accumunando o livellando le tombe, ferisce la coscienza collet-
tiva; il sentimento del poeta  particolarmente offeso dal fatto che
una tomba propria sia stata negata al Parini (51-90). Considerato sto-
ricarnente, il costume delle tombe  l'obiettivazione di tale dato della
coscienza, che  dell'uomo non appena esce dallo stato ferino; comune
a tutti i popoli civili, esso si  variamente atteggiato (91-103). Da de-
precare  la consuetudine di seppellire i morti nelle chiese; suggestiva
invece  quella che fa i cimiteri luogo d'incontro fra i vivi e i morti
tale costume fu in uso presso gli antichi e lo  ora presso gli Inglesi
(104-136). Ma, dove manchi una coscienza civile e la gente non ap-
prezzi altro se non le forme materiali del vivere, le tombe non hanno
senso, e sono solo un motivo di fastidio. Il poeta ne augura a s una
modesta, che giovi a ricordare agli amici la propria figura civile e la
propria poesia (137-150).
   Questa prima parte costituisce prologo alla seconda, in cui i se-
polcri, proiezione concreta dell'ansia di durare, sono come presidio
della tradizione che crea e alimenta la nazione, manifestazione obiet-
tivata, anzi istituto della medesima ansia.
   I sepolcri sono santuari in cui si perpetua la memoria dei grandi:
cos  di Santa Croce in Firenze, che ospita le tombe di Machiavelli,
Michelangelo e Galilei (151-185). Se c' un luogo da cui spiriti alti
e audaci attingano incitamento alla gloria, da l si dovranno trarre gli
auspici per la riscossa della patria. Questo onore spetter a Santa
Croce, dove Vittorio Alfieri veniva ad ispirarsi e dove ora la sua tomba
 ammonimento di amore alla patria. I sentimenti che tale ammoni-
mento suscita sono dell'ordine di quelli che suscitavano nei Greci le
tombe dei caduti a Maratona. Tali sentimenti trovavano corpo nella
visione di battaglia, che, secondo la tradizione, appariva di notte ai
naviganti nei luoghi di quello scontro (186-212). La tomba pu pure
essere incentivo perch all'estinto sia resa postuma giustizia dei torti
ricevuti in vita, cos come avviene, secondo la leggenda, per Aiace,
alla cui tomba le onde portarono le armi di Achille, che ingiustamente
erano state negate a lui da vivo (213-225). Ma soprattutto essa serve
a mantenere quella memoria alla quale si ispira il canto dei poeti. La
tomba di Ilo nei luoghi dell'antica Troia fu forse di ispirazione ad
Omero per consacrare all'eternit, insieme con il valore degli Argivi,
l'eroismo e il sacrificio di Ettore, difensore della sua patria (226-295).
   Su questo schema, la cui coerenza  innegabile, si attiva il pro-
cesso delle immagini, che assolvono la funzione di tradurre e vivificare
in rappresentazioni visive il moto del pensieto. L'aderenza al motivo
della tomba, da un capo all'altro del componimento,  perfetta. La
mancanza di comprensione, per la quale il Giordani pot del definire i
Sepolcri come un fumoso enigma, si spiega solo con il difetto assoluto
di congenialit fra il critico e il poeta.
   Certo sorprende il fatto che il Foscolo, di fronte alle accuse di
oscurit che gli furono mosse, si sia limitato a giustificarla generica-
mente come un aspetto della tecnica del genere poetico da lui inau-
gurato, e non si sia dato pena di dare una chiara illustrazione del car-
me, cos nell'insieme, come in punti particolari. Pu essere che egli
abbia ritenuto che il carme era cos quale doveva essere, giacch, no-
nostante le accuse di oscurit, esso ebbe risonanze tali da lasciare in-
durre che la comprensione non fosse mancata. Ma pu pure essere
che a questo riserbo abbiano contribuito altri fattori, gli stessi fattori
i quali hanno fatto s che lo estratto  del carme fornito dal poeta
nella Lettera a Monsieur Guillon su la sua incompetenza a giudicare
i poeti italiani (Opere, primo, p. 437 Sgg.) sia sostanzialmente cos poco
aderente al contenuto e allo spirito di esso, da impacciare, anzich
renderne pi facile, la comprensione: non  da escludere che una certa
responsabilit, circa le accuse di disorganicit e di oscurit che si muo-
vono al carme, sia da attribuire anche a questo lucido estratto 
al quale si presta fede anche al di fuori dell'esegesi scolastica, mentre
esso sembra fatto apposta per sottrarre il componimento ad una piena
intelligenza.
   Anzitutto,  da notare che esso  redatto in tono assai dimesso;
si ha l impressione che lo scrittore obbedisca al fine di sminuire, smor-
zando assai le tinte, l'intenzione politica, che nel carme  invece aperta
e dichiarata, e cerchi di sostituirvi una modesta moralit, che  invece
del tutto estranea ad esso, come lo  al temperamento del poeta. Ba-
ster rilevare qualche punto. I primi quaranta versi sono cos rias-
sunti  i monumenti inutili a'imorti giovano ai vivi perch destano
affetti virtuosi lasciati in eredit dalle persone dabbene . Ci falsifica
completamente l'effettivo contenuto del brano, in cui si afferma una
concezione crudamente materialista e si d valore alla  illusione 
propria, prima che a quella degli altri (a ma perch pria del tempo a s
il mortale Invidier l'illusion... ); quindi, niente affetti virtuosi e
niente persone dabbene. Subito dopo l'intento moraleggiante trasfor-
ma in malvagi la qualifica, assai meno impegnativa, di  chi non
lascia eredit d affetti . Di gran lunga pi grave  il travestimento
che subisce il richiamo all'Alfieri e alla voce che si leva dalla sua tom-
ba, illustrata con la visione di battaglia, che da Maratona accende il
valore e l'ira dei Greci:  esortazioni agli  Italiani di venerare i sepol-
cri dei loro illustri concittadini; quei monumenti ispireranno l'emula-
zione agli studi e l'amor della patria, come le tombe di Maratona nu-
triano nei Greci l'abborrimento ai Barbari . Quell'emulazione agli
studi messa in connessione con la visione di battaglia di Maratona -
di una ironia toccante. Esortazione ed emulazione sono moduli della
pedagogia spicciola largamente corrente a quei tempi, e palesemente
rispondono al desiderio di fare apparire la fiera cantica come un ser-
moncino in versi destinato a collegiali. Pi avanti il magnanimo Aiace
diventa uomo di  egregia virt . Il sepolcro di Ilo nella Troade 
stato scoperto  dai viaggiatori che l'amor delle lettere trasse a pere-
grinar... , particolare del tutto estraneo e superfluo; la tomba di
Elettra, resa sacra da Giove,  importante, non perch sia il punto di
partenza di un sonante ciclo epico come il poeta l'ha vista, ma perch
da Elettra nacquero i  Dardanidi autori dell'origine di Roma e della
prosapia dei Cesari signori del mondo : l'amplifcazione che vi ha su-
bito il  regno della giulia gente  non pu essere se non tendenziosa.
L'esaltazione di Ettore come difensore della patria, in versi che risuo-
nano come peana e threnos insieme, perch accomunano l'onore tri-
butato al guerriero caduto per la sua patria con la tristezza del de-
stino, che travolge in sciagura anche il valore, diventa semplicemente
 un episodio sopra questo sepolcro  (Cos si chiude l'estratto. Ep-
per nel prosieguo della lettera il poeta illustra largamente l'episodio
finale per liberarlo dalla stupida accusa di essere  arido di sentimen-
to , mossa specificatamente ad esso dal Guillon; e lo fa con piena li-
bert di pensiero e di espressione: c' un notevole contrasto fra il
tenore e lo stile dello  estratto  e il tenore e lo stile della lettera,
quasi fossero redatti da due mani diverse; o per lo meno c' nel pri-
mo un intento di copertura e di ironia che nella seconda manca).
   Anche lo stile dell'  estratto , nei confronti della prosa del poeta,
la quale, com' noto, si svolge sempre sulla linea di una robusta mo-
dernit, appare artificiosamente scolastico. Si direbbe che egli vi rical-
chi di proposito lo stile dei professori di retorica. La contrapposizione
chiastica  de' tristi e de' buoni, degli  illustri e degli  infami , nessi
come  affetti virtuosi ,  popoli celebri ,  uomini di egregie vir-
t ,  l' abborrimento a' barbari ,  la memoria delle virt e de'
monumenti , sono, anche per la congiuntura in cui ricorrono, cos
distanti dall'uso foscoliano da rendere legittima la domanda se tale
squarcio di prosa sia uscito dalla sua mano, e, quando lo sia come
sino a prova contraria dobbiamo credere, non abbia il poeta voluto
irridere ai suoi mediocri critici.  difficile sottrarsi alla congettura
che il poeta, conscio del carattere politico, apertamente e fieramente
antinapoleonico, del carme, abbia voluto annebbiare i toni e accen-
tuare l'equivoco, a cui la stessa scarsa accessibilit del testo dava
buona occasione. (Non bisogna dimenticare che egli in quel periodo
era ufficiale dell'esercito napoleonico). Particolarmente significativa 
l'amplificazione della  giulia gente  in  prosapia de' Cesari signori
del mondo .  noto come il poeta nei confronti di Napoleone e della
Francia (gli accenni antifrancesi sono numerosi nel carme, e qualcuno
 stato da noi rilevato; ma basti pensare alla simpatia che vi si dimo-
stra all'Inghilterra) ha tenuto dopo Campoformio un contegno di osti-
lit, non senza qualche concessione. Tale atteggiamento egli ha poi
ampiamente chiarito nella nota lettera alla Contessa d'Albany del 23
maggio 1814 e quindi nella Lettera apologetica. Ma, quali si siano i
motivi che possono avere ispirato la redazione dell'estratto, non vi
pu essere, a noi pare, il minimo dubbio che questo non risponde
con fedelt n al contenuto, n allo spirito dei Sepolcri, e pera,
lungi dal favorire,  atto a fuorviare l'intelligenza del difficile testo.
    Il Foscolo ebbe coscienza di avere creato con i Sepolcri un genere
poetico nuovo o che, se mai, aveva precedenti molto distanti, nella
lirica greca. Nel ritratto critico che egli d di s nel Saggio sullo stato
della letteratura italiana nel primo ventennio del secolo diciannovesimo, 
riassumendo le osservazioni contenute nella Dissertazione del Borgno sui
Sepolcri, ha modo di precisare cos la sua opinione circa il carattere
della poesia lirica:  La propriet della vera poesia lirica consiste in
primo luogo nel presentare fatti interessanti, in guisa da eccitare in
noi le plu forti sensazioni; e quindi mettere a cognizione di tutti
quelle opinioni che tendono in primo grado alla felicit degli uomini 
(Opere, undicesimo, p. 305). Qui viene indicato il processo come si riflette
nella coscienza del lettore: prima immagini, dati di intuizione (fatti
interessanti), capaci di provocare forti sensazioni; conseguenza di
quelli, l'acquisizione di nozioni utili alla propria felicit. Considerato
il processo creativo dal lato del poeta, la direzione si inverte, poich
i  fatti interessanti  nascono in lui come emanazione, anzi come
funzione della verit di cui vuole rendere gli altri partecipi. Il Foscolo
esplicitamente ammette (e lo ripeter subito dopo con altre parole),
che la lirica, com'egli la concepisce, ha una sua verit da esprimere.
La novit del genere attuato con i Sepolcri consiste nel fatto che si
tratta di un carme, quindi di un poema: la funzione poetica non si
esaurisce nel giro di una rappresentazione in s conchiusa, che rispec-
chi in blocco una verit definita e precisa che urge all'obiettivazione
(e pu trattarsi di un moto dell'animo fissato in una intuizione), ma
Si sviluppa in una serie di rappresentazioni che aderiscono, pi che a
una verit apoditticamente espressa, ad un vero dialettico, cio a un
processo del pensiero; non dunque una lirica che obiettivi in un con-
gruo giro di versi un moto della coscienza, bens un carme, un com-
ponimento pi o meno ampio che traduca in immagini, legate dal tes-
suto discorsivo, un certo opinare e un complesso sentire.
    Nelle pagine che precedono ci siamo proposti di seguire la dia-
lettica che muove dall'interno il procedere del carme verso la conclu-
sione; e crediamo di averla individuata nella ricerca di un valore della
tomba, che dalla negazione sul piano delle verit naturali (rispetto a
queste ancke la speranza cristiana nella resurrezione non soccorre)
arriva, prima all'affermazione del valore soggettivo di essa, come realt
in cui prende corpo un'illusione e poi all'esaltazione del valore sog-
gettivo di essa, come realt in cui prende corpo un'illusione, e poi al-
l'esaltazione del suo valore umano oggettivo, come istituto, cio, che
si inserisce produttivo e vitale nella storia umana. Infatti, il fine a
cui tende il carme  quello di mostrare come la tomba costituisca una
realt di cui si alimenta la tradizione, fondamento di quella continuit
che nelle coscienze si attua come patria. Che sia cos  stato esplicita
mente affermato anche dal Foscolo nella citata Lettera al Guillon,
quando alla opinione di costui, secondo la quale parrebbe  che il
soggetto abbia stancata la lira del poeta , ribatte essere proprio il
contrario e cio  che  egli abbia sin da principio temperate le forze
per valersene pienamente in questo luogo .
    Il Foscolo, nel breve esordio premesso alle note, attribuisce al
carme, come si  gi accennato, una ragione poetica e una ragione
morale, e su questi due aspetti vuole che il lettore distingua il suo
giudizio. In effetti,  avvenuto che la critica, forse pi per necessit
di cose che non per proprio volere, si  attenuta a questa indicazione,
quando ha voluto rilevare gli aspetti a suo parere negativi dell'opera
(per altro da tutti giudicata come creazione mirabile); e ha formulato
come si  gi accennato, le sue accuse in queste due direzioni: oscu-
rit e incoerenza del pensiero che si riflette come diseguaglianza e
contradittoriet nella struttura del carme, dissidio fra la ragione poe-
tica, per usare la terminologia foscoliana, e la ragione morale (e il dato
raziocinante che questa comporta), il quale avrebbe come effetto la
mancanza di unit e lo spezzarsi del componimento in diverse liriche
distinte, fra loro solo esteriormente accostate.
    Abbiamo nelle pagine precedenti cercato di mostrare come parte
delle incongruenze rilevate siano dovute a insufficiente individuazione
dei valori letterali del testo e come i passaggi apparentemente casuali
e arbitrari diventino perfettamente funzionali in rapporto alla traccia
del pensiero, a cui lo sviluppo del carme aderisce. Ora, per rispondere
con maggiore pertinenza alla richiesta di giudizio avanzata dal poeta
medesimo, considereremo la validit della regione morale e della ra-
gione poet*a, cio dei due fattori che in indissolubile nesso concor-
rono alla costituzione del componimento e ne individuano l'altissimo
valore.
     da osservare che lo schema del carme si attiene con assoluto
rigore al tema della tomba e della sua rivendicazione come valore
umano, nei confronti delle leggi napoleoniche che lo misconoscevano.
La tomba viene assunta per quello che  nel costume, una realt, che
ha un suo rilievo di ordine affettivo, sociale, storico, nella vita di
tutte le comunit civili: il suo posto  all'ombra dei cipressi;  adorna
di fiori ed  confortata dalle visite e dal pianto dei vivi. Questa realt,
sul piano della verit assoluta, che coincide nel pensiero del Foscolo
con la verit della natura-materia, quale ci appare dall'osservazione
e dalla indagine, non ha valore, perch non pu dare stabilit e du-
rata al caduco (la speranza cristiana nella resurrezione non soccorre)
ed essa stessa, come ogni altra cosa,  travolta dal moto incessante e
irresistibile che spezza e confonde pernnemente le forme di tutto ci
che esiste. Il vero assoluto  per il Foscolo la natura, pi propria-
mente, questa forza cosmica che trascina l'universo in un incessante
divenire, in cui le forme della materia appaiono come realt transeunti
e caduche.
   Sullo sfondo di questa negazione, che  un vero e proprio pre-
supposto, per quanto generico, di credo filosofico, la tomba si pone
come cosa assai importante nei confronti dell'uomo e del suo destino.
Infatti, il valore che ognuno vi annette  in ragione del desiderio
presente in lui come in tutti, di ritardare il proprio perdersi, come
consistenza di persona, nella notte dell'oblio. Tale sentimento di cia-
scuno si integra nella prerogativa pure generale, ma propria ed esclu-
sna dell uomo, di potersi intrattenere sul piano della memoria anche
con chi non appartiene pi alla realt fisica ed esiste solo come imma-
gine riflessa nella coscienza di chi lo ha conosciuto vivente. Questa
facolt  celeste, quasi soprannaturale, perch consente di stabilire
un campo di rapporti, al di sopra della legge della materia ed eludendo
il suo rigore: la tomba  la condizione, l'istituto per dire cos, di un
tale corrispondere. Il concretarsi all'esterno, in istituto, di questa fa-
colt dell uorno va di pari passo con il suo togliersi dallo stato ferino
e l'affermarsi di quelle forme civili del vivere, che impongono affetti
e rispetti, fuori e oltre le forme concrete dell'esistere materiale.
   Perci la tomba  un dato della storia, una facolt umana che si
atteggia in concreto con una sua libert e intorno alle cui modalit
diverse si pu dare un giudizio di valore sulla base della conformit
al suo fine (oppure giudizio di simpatia, diremo noi). Rispetto ai va-
lori, di cui si costituisce la storia, ha funzione preminente, giacch
contribuisce a mantenere la tradizione e ad elevarla con il ricordo di
coloro che pi hanno contribuito a sottrarre l'umanit al predominio
della materia e farla vivere nel mondo che pi le  proprio. La tomba
fornisce un punto di riferimento per l'esaltazione dei grandi e di que-
gli eroi che, come Ettore rispetto a Troia, forniscono con il loro va-
lore e il loro sacrificio un'espressione eroica della devozione a quella
continuit ideale, che costituisce la patria.
   Tutto ci, di fronte a quella forza cosmica che tutto annienta e
trasforma, di fronte all'assolutezza della sua disperata verit, si qua-
lifica come illusione; ma questo illudersi  condizione ed essenza del-
l essere uomini. In altro luogo il Foscolo dir che la natura ha co-
mandato all'uomo  d'attenersi fortemente a certi dati principi di re-
ligione, di morale, quando anche siano illusioni; gli ha imposto l'ob-
bligo di esercitare le facolt che essa gli ha compartito e quasi confi-
dato, sotto pena di vivere divorato dal rimorso...  (Lettera al Fiquel-
mont, Opere, quinto, p. 100); e negli stessi Sepolcri afferma che il potere
corrispondente sul piano della memoria  dote celeste degli uomini.
   Si pu essere tentati di cogliere in contraddizione il pensatore ri-
levando che, poich l'illusione dell'uomo viene dalla natura, essa ha
per ci stesso carattere di verit e non  pi illusione. Ma un'obiezione
del genere viene a porsi automaticamente su un piano diverso da
quello in cui storicamente si determina il pensiero del Foscolo e per-
ci in questa sede non  legittima.
   Come abbiamo detto all'inizio, la posizione del problema della
tomba nel carme discende da un atteggiamento di angoscia: quella
della morte fisica che annulla l'individuo come persona. Quest'annul-
lamento si dilata in un destino cosmico, il rivolgimento e la trasfor-
mazione di tutte le cose; l'angoscia si giustifica su un piano razionale,
si crea una teoria, si traduce in una verit universale, ma non si ap-
paga. Poich la verit della natura in generale  questa della distru-
zione, di fronte a cui nulla pu avere valore assoluto, il fatto umano,
in quanto vi contrasta, non pu essere se non illusione. Il placarsi
dell'angoscia si pu avere solo in questa sfera dell'illusione, nell'ab-
bandonarsi ad essa come al proprio elemento, alidarsi, cio, a quanto
di reale per s l'uomo con l'attivit della mente e con il sentimento
pu raggiungere fuori della materia, di cui  succubo, possesso che
egli da s solo si crea, in virt del fatto che la natura gli ha dato, anzi
gli ha imposto, questa facolt di crearselo. Quello dell'illusione  il
suo vero mondo, e in esso l'uomo deve ricercare i principi del pro-
prio valore e della propria felicit, che consiste nel liberarsi dall'an-
goscia della caducit: se gli scienziati  volessero rompere a noi popolo
il velo dell'illusione da cui traspare un mondo di belle e care imma-
ginazioni, ci farebbero essi pi sovente ricordare la noia e le ansiet
della vita...  (Opere, primo, p. 226).
   I Sepolcri sono un documento del pensiero del Foscolo; pensiero
che  potuto diventare poesia, perch affonda le proprie radici nell'in-
timo della coscienza, come essa sente, ama, sofEre  l'armonia del gior-
no . Sullo sfondo dell'amarezza del morire fisico, che si sistema a
nozione del trasformarsi incessante di tutte le cose, si erge una visione
virile della vita, additata come l'unico rimedio, poich in qualche
modo appaga l'ansia di esistere oltre di s. Non c' dubbio che tale
visione, in cui domina il valore della tradizione e della patria, come
forme essenziali del sopravvivere terreno, muove non da secchi pre-
supposti razionali, bens da un sentire che si immedesima con tutta
la personalit del poeta. Di essa egli non d, n ha bisogno di dare
una giustificazione razionale; anzi  disposto a considerarla come illu-
sione, quando si guardi alla sua realt rispetto all'assoluto dell'eterno
finire. Ma nell'ambito dell'uomo, e delle facolt che a lui solo la
stessa natura ha conferito, tale relativit diventa per lui assolutezza:
la vita raggiunge la propria assolutezza nelle forme eroiche dell'agire,
cos come la raggiunge nell'arte, che d realt duratura a momenti
di superiore creativit.
   A seconda che ci si ponga dal punto di vista di questa o di quella
filosofia, un tale opinare pu essere fatto oggetto di riserve, e accusato
persino di errore o di contraddizione. Cos il Rosmini nel noto Saggio
sulla Speranza critica la teoria accennata qua e l dal Foscolo circa la
felicita fondata sull illusione; dal suo punto di vista, a ragione, poich
la felicit non pu venire da qualcosa che si sa essere senza reale va-
lore, illusione (a si pu solo dimenticare in essa), ma bens da una
certezza di fede. Di recente altri ha rimproverato al Foscolo di essersi
messo sul piano idealista, senza essersi saputo liberare dal presuppo-
sto materialista, il quale  rimasto per lui cos impegnativo che, nei
confronti di esso, ci che vi  di solo e veramente assoluto diventa
relativo, illusione.
   Con tanti rllievi, quale si sia il loro valore speculativo, si  fuori
di quella posizione interna all'opera, dalla quale solo  possibile for-
nire un giudizio critico, e circa la ragione morale, e circa la ragione
poetica. Va perduto il pregio di un pensiero che da un presupposto
materialista si aderge a rivendicare una immortalit terrena, e non lo
rinnega, ma si costruisce al di sopra di esso; e va smarrito il delicato,
penoso fascino che proviene dal razionalizzarsi di una fede, la quale
fallita sul piano razionale per ci che riguarda il destino individuale
trova modo di legittimarsi su valori extraindividuali e in essi si esalta.
La profonda melanconia che spira nel carme, nonostante la generosa
vitalit che gli d impeto, proviene certo dal senso, sia pure distante,
di caducit che adombra (come l'ombra, diremmo, che si associa alla
luminosit delle nuvole) i vigorosi moti e i grandi ideali che vi sono
rappresentati.
   Ma che vi sia incoerenza e contraddizione in una siffatta conce-
zione, la quale scaturisce da profondi avvertimenti della coscienza e
in essi, pi che nello stesso raziocinio, si legittima, si deve senz'altro
escludere: si tratta, invece, di uno sviluppo da posizione a posizione,
un tramutarsi di piani, non arbitrario ma necessario, mediante il quale
si d ragione di una realt che  dell'uomo, anzi di una sua verit.
Vi , infatti, un processo di pensiero, coerente e sincero, non occasio-
nale, ma maturato attraverso una ricerca sofferta. I termini qui rag-
giunti, e i cui precedenti sono in parte anche nell'Ortis, saranno sem-
pre presenti nella coscienza del Foscolo come uno stabile modo di
vedere e sentire la propria vita e il mondo. Bisogna dare, quindi,
atto al poeta che la  ragione morale  del carme costituisce un no-
bile tentativo di attribuire un significato alla vita, riportandola ad
una sua costante di alto livello. Il merito  tanto pirande, poich
esso si propose come una guida libera ed audace agli animi intorpiditi,
che si svegliavano al vento tumultuoso delle idee e delle passioni pro-
venienti d'Oltralpe. inoto come il carme abbia assolto pienamente
tale suo compito, contribuendo alla formazione della coscienza risor-
gimentale. Ci  certamente accaduto in virt della  ragione morale ,
cio della visione di vita che  in esso additata, resa pi vitale e cate-
gorica dalla forza della  ragione poetica , con cui si associa.
   All'unit di concezione, come si rileva dalla organicit della strut-
tura, fa riscontro nel carme un'unit propriamente poetica, per il fatto
che si riflette in esso una particolare creativit, la quale si avvale di
mezzi di propria elezione. In primo piano, sullo sfondo dei valori che
ne costituiscono la fisionomia intellettuale; ingegno, acquisizioni cul-
turali, principi e spunti etici, si profila vigorosa e sicura la figura di
Foscolo poeta, nella piena capacit di obiettivare immagini portatrici
di un sentimento validamente umano (poich questo  arte), con il
magistero di una forma verbale, che partecipa del medesimo ritmo vi-
tale della creazione, trascendendo nei segni il limite del valore saputo
(e questo  poesia).
   Nell'estratto dalla Dissertazione del Borgno, che abbiamo gi ci-
tato, il Foscolo cos precisa dal lato della tecnica il carattere della
poesia lirica:  Perci, un componimento poetico che non fornisca al
pittore, ogni dieci versi almeno, immagini sufficienti a formare un
quadro, che rappresenti tal fatto capace di muovere alle generose pas-
sioni l'animo di chi lo ricorda, ossivvero non imprima nella mente in
luminosi caratteri qualche utile verit; tale componimento pu essere
ammirabile nel suo genere, ma non mai appartenere alla lirica poesia .
A tale poetica la creazione si conforma in modo da potersi dire che
in nessun altro componimento della poesia italiana l'elemento icastico
assolve la sua funzione con tanta concentrata ricchezza e potenza come
nei Sepoleri. A ci si aggiunge la partecipazione creativa dell'espres-
sione verbale, da cui deriva quella musicalit non analizzabile, che
investe il verso nei momenti pi alti della liricit, al di sopra e al di
l del ritmo acquisito del metro; in quei momenti, cio, in cui l'anima
del poeta si dona pi pienamente all'immagine, vive pi liberamente
in essa, perch essa  pi del suo mondo.
    La spontanea e ricca fecondit delle immagini, che si susseguono
a tradurre visivamente ed emotivamente il pensiero nel succedersi de-
gli endecasillabi, si palesa sin dall'inizio nella stessa domanda del-
l'esordio: la tomba  l nell'ombra e qualcuno versa su di essa le
sue lacrime come una voce a cui nessuno risponde. A questa mestizia
si contrappone una scena di sole in un trionfo di vegetazione e di
vita (piante ed animali, per la solidariet del nascere e del vivere,
sono un'immensa famiglia che ci attrae con la sua variet e la sua bel-
lezza), sul cui sfondo s'inquadra la danza lieta delle ore, come di un
coro di fanciulle in atteggiamenti di grazia e di lusinga. Quindi, lo
sguardo  guidato di nuovo sul sepolcro, sulla cui pietra ci pare di
cogliere l'ombra dell'ala della dea Speranza che fugge via.
    La tomba rimane al centro della rappresentazione, perch il poeta
vuole che risalti nella sua centralit affettiva:  l'ultimo asilo, in cui
la terra natia accoglie il figlio che le ritorna senza vita, per ricordarne
almeno il nome, e su cui l'albero distende la sua ombra come in un
segno di femminile piet. Nuovi tratti vi si aggiungeranno tra poco:
la preghiera della donna innamorata e la commozione religiosa del
passeggero solitario alla vista del tumulo.
    Lo sviluppo discorsivo del pensiero, dopo il richiamo alla legge
che proibisce la distinzione del sepolcro, si concreta in un sentimen-
to di sdegno che cerca espressioni a s conformi. Da un lato la scena
del Parini seduto all'ombra di un tiglio, a cui la Musa si accosta e sor-
ride in una fragranza di ambrosia, sembra fornirci l'immagine del
monumento con cui il poeta avrebbe voluto vedere onorata la me-
moria dell'amico venerando; dall'altro, il quadro aspro e funereo
del cimitero suburbano, in cui giacciono senza onore i resti mor-
tali di lui, dovrebbe con il suo orrore segnare la condanna di quel-
la legge inumana.
    Il dettato della poetica ha forse un'applicazione esasperata nel-
l'eccesso romantico di questa rappresentazione. Lo stento della vi-
sione si denunzia nel  forse  con cui si postula una situazione,
che non si crea sull'impulso di un moto di sdegno, non  in fun-
zione di esso, la  invece destinata a creare dall'esterno un sen-
timento di orrore. Ne risulta una composizione di disegno e colore
oratori, episodica e dissociata, perch l'orrore che dovrebbe ren-
dere i vari tratti in unit non  presente nel poeta e non lo sar
nel lettore. Un medesimo stento si dovr lamentare a breve distan-
za, quando il poeta, volendo coordinare la condanna del costume di
dare sepoltura ai defunti nelle Chiese a un senso di raccapriccio,
che in effetti non prova, congegna una rappresentazione che trop-
po palesemente denunzia il carattere oratorio. La serie delle conci-
tate immagini di vario che dovrebbe esprimerlo, il lezzo dei cada-
veri commisto all'incenso, gli scheletri effigiati, il terrore notturno
delle madri che coprono delle braccia nude i loro lattanti, il geme-
re lungo dell'anima che aspetta la prece venale degli eredi del san-
tuario, manca in effetti di unit rappresentativa. Sono questi i ca-
si, forse i soli casi, in cui la documentazione intuitiva non risponde
(perch risponde esageratamente e fortemente) al fine poetico: la
creativit foscoliana, regolata da un nativo sentimento di ordine
formale e armonia libera e sincera solo nel mondo della sua
vocazione.
   La liricit riprende quota nella rappresentazione del cimitero
pagano, cui concorrono elementi visivi ed espressivi, vividi e con-
creti. Ogni tratto  segno di un valore. Il verde dei cipressi  sim-
bolo della memoria perenne; la fiammella della lampada  l ad ap-
pagare l'ultimo anelito dell'uomo verso la luce; amaranti e viole,
che nascono sulle zolle fecondate dalle acque lustrali, compongono
con i loro colori raccolti una nota di serenit rassegnata; il pregio
dei vasi, destinati a raccogliere le lacrime votive, scioglie queste
dalla sofferenza che le ha generate, e d loro il prestigio di un dono
prezioso. Completa il quadro l'immagine, appena individuata, del
parente che liba latte in onore dell'estinto, o siede in colloquio con
l'ombra di lui, non per dare, ma per ricevere conforto alle pro-
prie pene. E, intanto, gli sembra di avvertire il profumo di lande
ultraterrene. Certo l'immagine degli Elisi  presente come la me-
moria lontana di un paesaggio reale.
   La fantasia del poeta pi si anima nell'atmosfera di quei mondi
che l'esperienza diretta e quella degli studi pi hanno accostato al-
la sua anima. Cos vive di vita propria la splendida immagine di
Firenze, che sembra quella a cui il pellegrino ha porto per la prima
volta il suo saluto, giungendo dai colli festanti di vendemmie. Espe-
rienze dirette ed esperienze letterarie si fondono nella visione not-
turna di battaglia che si alza sui campi di Maratona. Ma pura e per-
fetta, quintessenza di un mondo di esperienze dello spirito, la po-
tenza creativa della fantasia si esprime nelle immagini che popo-
lano l' episodio conclusivo (lo stesso Foscolo in polemica con il
Guillon riconobbe in esso. come si  detto, l'acme del canto).
Non la cruda gagliardia dell'Iliade, ma la forza delicata e vi-
rile al tempo stesso dei migliori inni omerici (che il Foscolo addit
come esempi di alta lirica) si ritrova in questi versi, in cui la gre-
cit rinasce vivida in una splendente veste italiana. La fine di Elet-
tra e la sua invocazione all'amante divino, l'annuire di Giove con
il gesto accennato del capo secondo la scultorea rappresentazione
omerica, il pianto delle Troiane che, con le chiome sciolte in gesto
di lutto, appaiono gi comprese della ineluttabilit di quel destino che
pure sono andate l a deprecare, e infine Cassandra, che con l'animo
riboccante della profezia ispiratale da Apollo, cerca quei luoghi,
ai quali  legato il sopravvivere immateriale di Troia. Ella guida i
nipoti giovanetti e ad essi svela la sua profezia, dacch rappresen
tano quell'avvenire di miseria e di oscurit, che trover il suo ri-
scatto nella poesia. La vergine profetica, che il mito greco confi-
gura agitata e convulsa nell'invasamento del dio, qui appare nel de-
licato atteggiamento di una maestra che insegna un canto amoroso
ai suoi allievi, dopo averlo ella stessa intonato, e ne guida il coro.
La scena ha un ambiente che si crea insieme con le parole di lei:
i giovani nipoti intorno fra le tombe degli avi, i cipressi e i cedri
piantati dalle nuore di Priamo. La profezia si rivolge dapprima ai
nipoti, per annunziare ad essi la miseria e il servaggio che li at-
tendono e per confortarli della certezza che il nome della patria
distrutta sar legato in eterno con quelle tombe, alle quali si ispi-
reranno i poeti. Come nelle visioni profetiche, si ha un sovrapporsi
di piani che sono fuori del tempo, perch tutto l'avvenire in bloc-
co  non-presente: all'immagine dei giovani che andranno schiavi
a pascere i cavalli dei principi greci e che torneranno, se e quando
gli dei lo permettono, si sovrappone l'immagine pi recente delle
rovine di Troia, ancora fumanti dell'incendio che l'ha distrutta, e
del contemporaneo trasferirsi dei Penati della citt nelle tombe del-
la dinastia, dove con il favore degli dei manterranno alto nella me-
moria il grande nome. Quindi la parola profetica si rivolge ai cedri
e ai cipressi, che rappresentano un avvenire pi distante: piantati
dalle nuore di Priamo essi sopravviveranno alla morte dei principi
troiani e anzi cresceranrlo presto, innaffiati dalle lacrime delle loro
vedove. Dalla minaccia della scure li preserver il pio rispetto dei
boschi sacri. Tombe, piante ed antri appaiono per un attimo sta-
ticamente assorbiti nella funzione sacra di proteggere i capostipiti
e i Penati di Troia. Ma la loro immobilit e il loro silenzio subito
si vivificano nell'immagine del poeta cieco, che si aggira brancolan-
do fra le urne e le interroga. La visione si distanzia nei secoli e si
dilata su un immenso panorama, per quanto si distende e si allar-
ga il canto di Omero. Alla fine si puntualizza nella figura di Et-
tore, ma intorno ad essa c' tutta l'umanit che piange sul desti-
no degli eroi, che  pure il suo destino, e tutta la natura che, eter-
na nella vicenda del sole, assiste senza un suo segno alle sciagure
degli uomini.  noto che il Carrer  stato il primo a rilevare come
nei Sepolcri e nelle altre poesie del Foscolo manchino le similitu-
dini; ed egli stesso ne ha precisato la ragione:  ... le poesie di lui
devono il loro maggiore effetto alla felice scelta di alcune frasi
e parole che fanno immagine da s sole, o la risvegliano coll'armo-
nia proveniente dalla loro collocazione. Questa vita diffusa per tutto
il componimento fece sentir meno al poeta il bisogno di avvivarne in
ispecialit alcune parti col mezzo delle similitudini .
   In effetti, un tale tipo di espressione, che per ravvivare un
segno nei suoi caratteri, per cos dire, ontologici, si richiama a una
diversa ma viva e calzante ontologia, appare superfluo rispetto ad
un liguaggio come quello del Foscolo, che realizza nel giro della
frase o dello stesso vocabolo intimi richiami al concreto e al sen-
sibile; s che la lingua stessa partecipe alla creazione,  fattore ed
elemento di essa. Rilevare ci porterebbe alla lettura di tutto il com-
ponimento. Baster qualche rapido esempio: il tempo  traveste 
l'estreme sembianze e le reliquie (le forme della natura organica
ed inorganica hanno nel tempo la caducit e mutevolezza di una
 veste ); l'illusione, o piuttosto la tomba in cui l'illusione pren-
de corpo concreto, sofferma l'uomo al limitare dell'al di l (la ri-
spondenza fra  sofferma  e  limitare  concreta l'immagine di un
passo che si arresta dinanzi alla soglia di una porta); l'albero as-
sunto latinamente al femminile,  arbore amica , dona a quella
piet di ombra profumata il carattere toccante di una piet di don-
na; lo  insultar de' nembi  prende i caratteri di un malvagio agire
umano e cos in  piede del vulgo  si concreta l'immagine di un
passo pesante e disaccorto che urti; non di una voce, ma di un sof-
fio di mestizia ( sospiro )  fatto l'ammonimento che dal tumulo
la natura manda all'estraneo passante; la lampada che  accesa nel-
la tomba  una favilla  rapita  al sole dagli amici e d l'immagi-
ne di una scintilla colta in aria e presa in amorosa custodia, per far-
ne un dono come di vita all'estinto, cos come Prometeo ha  rapito 
a Zeus il fuoco per gli uomini; la cupola di Michelangelo in San
Pietro  un  nuovo Olimpo , in cui le immagini dei Santi rinascono
nello splendore luminoso degli dei pagani; l'Appennino  versa 
lavacri su Firenze come su un corpo augusto: ulivi e case popolano
di s le convalli toscane come di forme viventi; il tempo che spaz-
za  con sue fredde ale   un trasvolare vivo, al cui vento si disper-
dono come polvere le rovine; le Muse che  siedon custodi de' se-
polcri  danno l'immagine di monumenti incorporei: quando i se-
polcri spariscono nel tempo, rimangono esse, presenti come sola vo-
ce, ad animare il deserto; e cos via.
    Questa creativit linguistica opera al di dentro del segno e di
solito non lo forza. Talvolta esso rimane nel suo valore, non colla-
bora all immagine con una particolare espressivit, ma assolve la sua
funzione nel giro della frase o del periodo, che racchiude e obiet-
tiva il momento poetico. Questo avviene dovnque, sia nelle parti
alle quali si pu fare carico di discorsivit (come ad esempio:  fe-
lice te che il regno ampio de' venti.... ), sia in quelle in cui  pi
forte e sicuro lo slancio della liricit, che investe tutta l'espressio-
ne e non un suo particolare aspetto o elemento; cos  dell'epi-
sodio conclusivo, dove la parola interviene non con richiami onto-
logici, bens con il suo valore e, se mai, con tutta la sua interna
musicalit. Sono questi i casi in cui la rappresentazione, piena e vi-
tale per suo cnto, si obiettiva per cos dire da s, con la sua for-
ma, se ha bisogno di ricorrere ad una tecnica espressiva, sia pure di
altissimo livello.
    Ci si pua chieder certo se quel tanto di discorsivo, che  rile-
vabile nel carme e pi si scopre nelle connessioni e nelle transizioni
costituisca elemento negativo e turbi in qualche modo la validit
poetica. La domanda  un p ingenua, perch il carme  quello che
: una robusta struttura mirabilmente istoriata, in cui ogni ele-
mento ha una sua precisa insostituibile funzione. D'altra parte, pro-
prio riduzione al minimo delle giunture, che reggono i trapassi,
e la causa di quella apparente oscurit, di cui  stato fatto carico
al poeta e che  alla base delle accuse di contraddizione o di altri
interiori dissidi, che gli sono state mosse.
    Il fatto  che ragione poetica e ragione morale, per usare i ter-
mini del Foscolo, sono nel carme cosi strettamente fuse e congiunte
che l'una non pua essere senza l'altra. Esse, la struttura e la poesia,
sono inseparabili, perch nascono nel poema in un unico getto di
creazione. Il sentimento, che si associa ad una certa visione della
vita e al ragionare che questa comporta, in applicazione a un sog-
getto particolare come  quello delle tombe e della loro funzione
umana,  lo stesso sentimento che muove la fantasia a realizzare un
certo suo mondo e non un altro. iquesto il sentimento di virile ma-
linconia, che percorre tutto il carme e accompagna di na luce
eguale lo svilupparsi rapido dei periodi poetici. A lettura finita, si
ha l'impressione di avere percorso con lo sguardo l'illustrazione lu-
minosa e compiuta di un grande mito umano.
   Nella poesia che si serve della lingua, cio di segni di un sa-
pere che ha un certo suo carattere teoretico, a differenza delle altre
arti, il pensiero  sempre presente con la sua interna dialettica.
In grandi creazioni poetiche esso talvolta va oltre la struttura lin-
guistica e diventa  ragione  del creare. In nessun altro componi-
mento della letteratura italiana dopo Dante, forza di pensiero e al-
tezza di poesia appaiono cos compiutamente e fermamente fuse dal
getto della creazione come nei Sepolcri.

ANTONINO PAGLIARO:
Da  L'unit dei Sepolcri , in Nuovi Saggi di critica semantca,
Firenze, D'Anna.


/:/ Il testamento poetico: Le Grazie.

   I Sepolcri sono l'ultima testimonianza, organicamente compiuta,
della  poesia militante  del Foscolo: sollecitati da una occasione
precisa, pervasi da un soffio di alta eloquenza polemica, legati vi-
sibilmente, nonostante il forte spessore letterario e la concentrata
allusivit delle immagini e dei simboli, alla dissonante cronaca dei
tempi, alla loro temperie storica. Se  vero.infatti che nel  carme 
il Foscolo ha espresso la sua accorata sfiducia nelle sorti presenti
d'Italia, riprendendo e approfondendo quel pessimismo politico che
era gi palese sin dai tempi dell'Ortis, non si pua tuttavia negare che
i Sepolcri sono intimamente sorretti da uno spirito tuttora energico
e attivo di rivalsa, da uno spirito non domato, in virt del quale
il poeta  tratto a rivolgersi con commozione e fiducia alle glorie
del passato, traendo da esse speranza per l'avvenire e travalicando
cos d'un balzo le angustie e le miserie dell'eta contemporanea.
ilo stesso pessimismo attivo, lo stesso atteggiamento impietosa-
mente critico, ma non per questo disarmato, che vivacemente si ma-
nifesta anche nell'Orazione inaugurale di Pavia, seguita di l a poco
ai Sepolcri, dove riecheggia l'appassionato invito alle antiche storie
non come evasione consolatoria, ma come momento di consapevole
riflessione, dopo il tramonto degli entusiasmi giacobini, come co-
raggioso e lucido ripensamento dei fatti egregi e degli errori trascorsi,
delle virt e delle sventure italiche, insomma come efficace pedago-
gia, intellettuale e morale, indirizzata a ritemprare i cuori e ad ali-
mentare un nuovo e forte sentimento patrio, una nuova concordia
degli animi. Ma dopo questa breve reviviscenza di fervore militante
e generosamente ortatorio, cresciuti via via gli afEanni privati e l'isola-
mento personale, involutasi progressivamente la politica francese in
direzione autoritaria e dispotica verso gli Stati alleati o vassalli
e soprattutto verso l'Italia, divisi gli italiani tra zelo bonapartiano
e riflussi libertari, il pessimismo foscoliano si  venuto, facendo sem-
pre pi radicale, cancellando ogni confidenza nell'immediato futuro,
allontanando il poeta da ogni consorzio civile e inaridendo in lui
le sorgenti stesse dell'agire, sviando infine la sua stessa poesia da
un contatto immediato e bruciante con la realt contemporanea, da
qualsiasi forma di commercio diretto con le passioni e i contrasti
con la sostanza amara e aspra di quegli anni che videro l'eclisse del-
l'astro napoleonico, e quindi la caduta delle aspirazioni nazionali e
avvento della restaurazione austriaca. il tempo che precede e
quindi segue l'esilio, e nel quale il Foscolo procur di recidere le ul-
time illusioni d ascendenza illuministica, che aveva tratto soprattutto
dalle pagine di Rousseau e di Voltaire, e si venne invece sempre
pi accostando, corrosa ormai ogni parvenza di astratto ottimismo,
ad una concezione duramente realistica della storia, quale egli rite-
neva di poter dedurre da Machiavelli e da Hobbes.  il pessimismo
maturo che  sotteso agli scritti politici posteriori al 1809 (dalle
pagine Sulla origine e i limiti della giustizia ai Discorsi sulla ser-
vit d'Italia, e poi alla estrema Lettera apologetica), dove il Fo-
scolo manifest un profondo scetticismo nelle virt autonome del
popolo, e quindi nella rivoluzione democratica, e dove venne indi-
rizzando, sul risvolto disilluso di un'esperienza in tutto fallimen-
tare, un vero e proprio atto d'accusa a tutte le fazioni politiche
come responsabili, per condiscendenza servile o massimalismo uto-
pico, della novella schiavit italiana. Ed  anche lo stesso pessimi-
smo che traspare nell'Aiace (la tragedia scritta e rappresentata ap-
punto nel 1811), e non gi per esplicita professione ideologica, ma
piuttosto per quel sentimento di elegiaca stanchezza e di doloroso
lirismo che si manifesta nel desiderio di Aiace di sottrarsi, amareg-
giato, alla spietata politica dei traditori e dei tiranni, nella sua vo-
lont di prendere stoico congedo, dandosi la morte di sua mano,
a un mondo illiberale dominato dalla violenza e della vilt.

Aiace, fuggi
ove pi non vedrai n traditori
n tiranni n vili; ove imitarli
pi non dovrai n calunniar chi forse
or per te more.--O uomini infelici
nati ad amarvi e trucidarvi, addio!

 Fu proprio in questo periodo di sfiducia e di estremo scon-
tento, di intrinseca stanchezza e di disgusto della milizia civile e po-
litica, che il Foscolo deliber di allontanarsi da Milano e di ricer-
care nella terra toscana, a lui smpre carissima, un sereno rifugio,
un'ospitale dimora. Contava cos di ricomporre, nello spirito e nel-
la poesia, l'equilibrio e l'armonia perduti, di allontanare da s gli
acri turbamenti della vita guerreggiata, delle passioni soverchianti,
delle lotte violente e delle polemiche accese.  A Firenze, e so-
prattutto nella casa di Bellosguardo, il Foscolo riassapor il gusto
della solitudine nuovamente popolata di intimi e commossi pen-
sieri, di vive rimembranze.  L'angoscia drammatica si ven-
ne in quel soggiorno fiorentino attenuando, cedendo il posto ad una
pi temperata ed addolcita intimit, mentre la vita rifluiva nella
memoria, disacerbata d'ogni acuta asprezza, e si accampava nella
immaginazione, rifatta limpida, animandovi figure e immagini va-
ghissime e incorporee, simboli di un mondo mitico di eccezionale
perfezione e armonia.  questo il momento raro e fuggitivo della
esistenza foscoliana in cui le Grazie, leggiadre  Deit poste in
mezzo fra gli uomini e gli Dei  e  abitatrici invisibili tra gli uo-
mini , presero a visitare con assiduit la fantasia del Foscolo e a
riproporgli quell'idea di un  carme , dedicato appunto a queste
 mediatrici di perdono presso il trono degli Dei, a cui il poeta
aveva gi pensato sin dal 1803, allorch aveva pubblicato alcuni
frammenti di un inno alle Grazie nel commento alla Chioma di Be-
renice.
    L'esperimento delle Grazie, condotto innanzi con grande fer-
vore a Firenze negli anni 1812 e 1813, si edifica dunque su questa
particolare condizione deIlo spirito foscoliano, rivolto a conferire
ormai all'attivit poetica, e alla sua rasserenante virt catartica, il si-
gnificato di momento supremo della vita intellettuale e morale: mo-
mento di lucido rasserenamento dalle passioni dissonanti e di con-
templazione distaccata degli eventi, e quindi vagheggiata alterna-
tiva alle afflizioni dell'impegno quotidiano. La poesia, affrancata
da ogni preoccupazione eteronoma, si prospetta cos come il diverso
dalla storia (anche dalla storia  illustre  dei Sepolcri, che pure 
rievocazione del passato e prefigurazione dell'avvenire...), e perci
come regno della libera e fervida immaginazione, regno inconta-
minato dove la fantasia pu ricreare e dipingere, fuori del tempo e
dello spazio umani, un universo di forme pure e perfette, di senti-
menti verecondi, di luminose evocazioni. Le Grazie quindi rap-
presentano, nella loro preordinata armonia, il culmine di quel pro-
cesso di universalizzazione della propria autobiografia affettiva che
e connotazione antica del Foscolo sin dalle sue prime prove poe-
tiche.
    La poesia delle Grazie nasce da' una profonda crisi della co-
scienza foscoliana, da una acerba dilacerazione, e quindi da una sfi-
ducia nell'azione e nella stessa milizia letteraria, e perci respinge
per sua stessa natura, ogni intrusione didascalica o narrativa o orta-
toria, perch  consolatoria e non istruttiva, lirica e non romanze-
sca, sottilmente evocativa e non eloquente o moralizzatrice. La poe-
sia delle Grazie procede infatti per illuminazioni repentine, appari-
oni arcane, trasalimenti, rimembranze: una sorta di magiche ri-
velazioni, affidate alle foglie della Sibilla, che invano tenteremmo di
rilegare in un volume compatto.  poesia di pure essenze: pittura o
musica dell anima che toccata dal ricordo trasale, e nelle parole
e nelle immagini esalta il fascino suggestivo delle emozioni in-
tense e fuggitive.  una poesia che nasce da un processo di estrema
concentrazione emotiva, e vive libera da impacci l'attimo brucian-
te della visione rara e irripetibile, sino a vertici assoluti di straor-
dinaria purezza e modernit.

Io dal mio poggio
quando tacciono i venti fra le torri
della vaga Firenze, odo un Silvano
ospite ignoto ai taciti eremiti
del vicino oliveto: ei sul meriggio
fa sua casa un frascato, e a suon d'avena
le pecorelle sue chiama alla Fonte.
Chiama due brune giovani la sera
n piegar erba mi parean ballando.
Esso mena la danza.

   Dopo il periodo fiorentino e milanese delle Grazie, dopo l'esilio
a solitudine del Foscolo si venne sempre pi accentuando. Anche
in Inghilterra, anzi soprattutto durante il soggiorno nell'isola, il
p e resto eliberatamente estraneo ad ogni impegno militante,
politico e letterario, polemizzando con la nuova generazione degli
scrittori italiani e persino anche con gli esuli patrioti, che pure lo
avevano idoleggiato come guida e maestro. Gli restava il conforto
della privata attivit letteraria, nella direzione disimpegnata e di-
vertita del Gazzettino del Bel mondo oppure in quella del mirabile
lavoro delle traduzioni omeriche: dunque ancora una sorta di pro-
tratto sternismo e di supremo affinamento artistico, intrecciati pro-
babilmente con un'ulteriore revisione delle Grazie, con un estremo
tentativo di organizzare strutturalmente quel materiale frammenta-
rio, quel mirabile dossier di folgoranti,  visioni , sempre filtrate
nell'ordine perpetuo della misura classica e del rigore formale. E,
nello stesso tempo, non pi discorsi esplicitamente civili o eloquenza
storica, ma piuttosto pagine di finissima critica letteraria, nelle quali
il Foscolo procedeva ben oltre gli schemi retorici e linguistici e le
poetiche razionalistiche del Settecento, a cui pur molto doveva la
sua prima formazione letteraria, sviluppando piuttosto fertili germi
vichiani e anche suggestioni della contemporanea saggistica inglese.
Egli infatti in questi studi, anticipando la critica romantica, cercava
soprattutto di cogliere il profilo interiore degli scrittori, la loro perso-
nalit e il loro genio immaginativo, mirando ad individuare nello stile
d'ogni autore, con analisi assidua quanto perspicace sotto l'aspetto psi-
cologico e formale, la forza creatrice della fantasia e l'integra virt del
rigore espressivo, insomma le doti del cuore e quelle dell'intelletto.
E cos, nonostante i limiti di tempo, di misura e di argomento che
gli venivano imposti, e nonostante le difficolt di trovare traduttori
adeguati, gli fu consentito di dare alla luce esemplari critici di rara
qualit, ricchi di illuminanti intuizioni, di annotazioni stilistiche ve-
ramente nuove e di gusto e sensibilit modernissimi. Valgono co-
me testimonianza primaria le pagine sul Petrarca, di cui il Foscolo
ha mirabilmente colto l'equilibrio tra appassionamento e riflessione,
ovvero il  perfetto accordo... tra natura e arte ; quelle sul Boc-
caccio, dove sono benissimo illustrati la particolare e complessa
natura della prosa boccaccesca e i suoi rapporti con la medievalita
latina; quelle sull'Ariosto, dove l'arte del Furioso  per la prima
volta intesa nel suo libero ritmo vitale e nella sua singolare unit
interna, oltre che esaminata puntualmente nel suo laborioso for-
marsi attraverso le tre note edizioni; e infine quelle sul Tasso, che
avviano ad una lettura essenzialmente  lirica  dell'opera tassiana
con felice precorrimento di interpretazioni ben pi vicine a noi. E
tuttavia, nonostante questo assiduo sodalizio con gli scrittori e nono-
stante il tentare e ritentare le proprie carte con assillo insoddisfatto,
la Musa personale, la vera e prepotente ispirazione poetica, visitava
ormai raramente il Foscolo in Inghilterra; e soltanto ledizione cri-
tica delle Grazie, illustrando con precisione lo strato inglese del-
l'elaborazione del  carme , potr dirci con sicurezza quanti e quali
lampeggiamenti lirici illuminarono, se pur episodicamente, la tra-
vagliata e infine oscura notte dell'esilio londinese.
    Per quanto ci riguarda, ricomponendo infine a ritroso vita e opere
del Foscolo nell intreccio dei fitti nessi reciproci, ne deriviamo so-
prattutto il senso di una passione inesausta, di una inquietudine
generosa, di una irriducibile disposizione  liberale . Ancora ci toc-
ca quell'inappagato tentare e ritentare le parole e le immagini, e la
struttura e la musica del discorso; quell'assiduo vagheggiare la per-
fezione dello stile, e insieme la nobilt e singolarit degli atti e dei
sentimenti. Una vita dunque, nell'azione e nel travaglio intellet-
tuale, mobilissima, aperta a tutte le esperienze, mai interamente pla-
cata, proprlo come la drammatica e contraddittoria et storica in
cui si svolse (tra rivoluzione e restaurazione, tra fervore illumini-
stico e passione nazionale) e di cui il Foscolo fu testimone sensi-
bilissimo e polemicamente critico. E nei testi tormentati, in prosa
e in versi, sempre i segni di un incessante processo di scavo inte-
riore e di costante ricerca formale; e nel cuore, in ogni stagione e in
ogni luogo, un acerbo scontento di s, dei propri tempi e della so-
ciet contemporanea, un gusto amaro e insieme orgogliosamente
ostentato di solitudine, un'accorata e affettuosa fedelt ai ricordi
domestici e alle memorie pubbliche, un'ombra di dolente mestizia,
di amaro disinganno. Infine, sempre pi frequente, su quell'ansia
intensa e profonda, su quel vitale e sdegnoso corruccio, il lam-
peggiare di un riso pungente e divertito, di un'ironia lucida ed estro-
sa: tra Jacopo e Didimo, lo svariare dunque rapido di un animo
esuberante e di una intelligenza ardita e mordente. Cos perviene
a noi, a grande distanza di tempo, il senso pi intimo e tuttora sug-
gestivo dell'arte e dello spirito foscoliani: mistione veramente rara
di bellezza ideale e di alto sentire, di eleganza e di energia, di  mira-
bile  e di  passionato ; insomma, nei momenti pi puri, nitido
riverbero di affetti ben temprati ovvero, per dirla foscolianamen-
te, ineffabile  calore di fiamma lontana .

LANFRANCO CARETTI:
Da  Ugo Foscolo , in Storia della letteratura italiana, volume settimo,
L'Ottocento, Milano, Garzanti, 1969.


/:/ Foscolo critico.

    Anche nel critico il vigore di una lunga consuetudine medita-
tiva, il gusto della storia, l'interesse psicologico e parenetico so-
no attraversati e potenziati dalle facolt istintive del poeta, av-
vezze a spaziare sui pi vasti orizzonti, e fatte pi acute e duttili
dal finissimo magistero del traduttore, che si cimenta con strenuo
acume sui valori semantici, musicali icastici di un testo, prendendo
sempre pi profonda coscienza della complessa e misteriosa vita-
lit della parola organizzata dal pensiero e dal sentimento nel-
l'immagine. 
    Sul Foscolo critico il De Sanctis--intendendone il significato
di riassunzione tradizionale e di storica anticipazione--poteva os-
servare:  ci avviciniamo all'estetica. Non ci  ancora la scienza,
ma ce n' il gusto e la tendenza .  Rinasce il gusto delle inve-
stigazioni filosofiche e storiche... l'Italia vi ripiglia le sue tradizioni
e si ricongiunge a vico e Muratori . Caratterizzazione veloce e un
p generica, ma che pur coglie alcuni degli aspetti essenziali della
varia opera critica foscoliana variamente articolata nell'ambito del-
la poesia greco-latina e della letteratura italiana: ecco l'Orazione
inaugurale, Dell'Origine e dell'Ufficio della letteratura, del 1809,
e le successive Lezioni pavesi  Sulla letteratura e la lingua ; i
frammenti sul Machiavelli, del 1810; ecco i Vestigi della storia del
sonetto italiano, del periodo svizzero, cui fanno seguito, ben altri-
menti importanti, i saggi dell'esilio londinese, che riguardano un
p tutto l'ampio arco della letteratura italiana, dalla scuola sici-
liana a Dante, dal Petrarca al Boccaccio, da Michelangelo al Tasso,
dal Parini all'Alfieri sino all'ultimo studio (1826) Della nuova scuola
drammatica in Italia, di decisa ispirazione polemica nei confronti
del Romanticismo, e in particolare del nostro.
    Decisa  la prevalenza, in questo ampio corpus di studi, del-
l'interesse per la poesia, la quale--considerata come  il deposito
del linguaggio, del gusto e de' costumi dei tempi  per ogni paese
--assumeva nel giudizio del Foscolo particolare importanza per la
nazione italiana  ove la splendida fantasia costituisce la sua prin-
cipal facolt : indicazioni non trascurabili, ch se la seconda punta
sul potere trasfigurante che all'immaginativa conferisce il calore del-
le passioni, la prima decisamente rileva ii rapporto integrante--
fondamento della critica foscoliana--tra la creazione individuale
e la storia. Il necessario internarsi di ogni operazione intellettiva
e, particolarmente, poetica e artistica nella sensibile concretezza del-
la vita e della realt  pi volte affermato dal Foscolo, come l dove
caratterizzando la ricerca e i limiti della filosofia metafisica, scienza
altissima ma astratta, che pu sollevarci nell'ambito di una sopran-
naturale  poesia dell'intelletto , contrappone a questa la  poesia
dell'immaginazione , cui solo pu giovare un abito d'esistenziale
meditazione, un temperato senso di distacco dagli affanni della real-
t (ed eccoci ancora nel cuore di una poetica neoclassica di fondo
illuministico).  Il sentire d'esistere, l'esercitare le facolt della
mente, e il dividersi dalle cure e dalle disarmonie delle cose terrene,
giovano efficacemente a trovare quel tanto di quietissima volutt che
gli animi, non al tutto sensuali, si possono sperare vivendo. A ci
tende anche la poesia dell'immaginazione: ma non pu andare
al di la da termini della materia; parla allo spirito per via de' sensi
e per quanto abbellisca idealmente la trista e fredda realt delle
cose, non pu mai scevrarsi da esse .

    Alle ragioni sopra dette si riconnettono alcune delle pi singo
lari istanze affermate dal Foscolo critico: ad esempio l'indispensabile rifiu-
to, nella storia della poesia, del metodo astratto, usato da certi
 critici geometrici , che s'illudono di poter dimostrare un igno-
to e sfuggente quando, laddove inutile oltre che impossibile , in
molti casi, la meccanica ricostruzione cronologica dell'iter genetico.

    Nonostante il complesso e fecondo lavoro di elaborazione e di
riassunzione compiuto dal Foscolo nei confronti del pensiero cri-
tico settecentesco, e sebbene egli debba considerarsi spesso all'a-
vanguardia della metodologia critica del suo tempo, soprattutto per
certe sue acute intuizioni sulla natura e il significato della creazione
artistica, il cui segreto  da ricercarsi nell'individuo, a volte appare
ancora invischiato negli schemi e nei pregiudizi di quella critica
contro cui era in polemica, e dalla quale pure accettava l'antiquata
distinzione retorica tra lingua e idee, o il canone di  scuola , di cui
pure avvertiva l'angustia; n riusciva--pur combattendo il con-
cetto aristotelico dell'arte-imitazione, ad affrancarsi dall'idea sta-
tica dei generi letterari e a rinunciare ad una interpretazione so-
stanzialmente edonistica dell'esperienza estetica
    L'idea dell'arte e della poesia consolatrici ricorrente in tutta
l'opera del Foscolo trova del resto la sua origine nei fondamenti sen-
sistici delle sue ideologie, che gli precludevano la possibilit di ac-
cedere ad una concezione autonomistica dell'arte. Non era, la stes-
sa fantasia, intesa da lui come  combinazione di memoria e di de-
siderio , facolt principe dei poeti, che se ne avvalgono per estrar-
re dalla realt e dal pensiero quanto giova a incidere nella mente
umana un segno profondo? La ragione gli appariva una facolt
condizionata dalle altre--la memoria, il desiderio, la fantasia--
al cui equilibrio pur sovraintende; cos il vigore delle idee egli
giudicava subordinato e proporzionalc alla forza delle sensazioni:
in questa carenza idealistica, per cui l'intuizione dell'arte non po-
teva sollevarsi a un piano di gnoseologia superiore, di condizione
metempirica, restando invece sospesa in un non ben giustificato equi-
librio tra neoclassica tendenza alla perfezione dell'assoluto e sen-
sistica esigenza di integrare dal basso e dall'interno scelte e sug-
gestioni delle diverse facolt,  il limite storico della metodologia
critica del Foscolo: un limite che  per anche il principio della
sua originalit. E a vico pi che al Locke, a Omero pi che a Rous-
seau il Foscolo sembra richiamarsi nel quarto Discorso illustrativo della
Chioma di Berenice da cui abbiamo tratto il precedente riferimento
e dove arditamente si configurano quel mito del  poeta primitivo 
--teologo e storico della propria nazione e vissuto  siccome Ome-
ro e i Profeti d'Israele in et ferocemente magnanime --che tan-
ta importanza assumer nei successivi svolgimenti del Foscolo poe-
ta e critico, consentendogli di liberarsi dalle pastoie della retorica
classicistica e di affermare la necessit di un approfondimento sto-
rico pluridimensionale della poesia. N  un caso che dalle sugge-
stioni di quel mito si animi il pi impegnativo, dei saggi danteschi del
Foscolo, il Discorso sul testo della Commedia, dove la visione del
poeta, pur frequentemente lasciata in ombra nell'incalzante dibat-
tito polemico-dottrinale non si discosta di molto da quella deli-
neata nella Chioma.
    Maggior fusione, intensit e freschezza attinge il Foscolo nei suoi
saggi sul Petrarca (1819-1821), studiato via via--su una linea di
libera e progressiva penetrazione tematica -- entro le specifiche
angolazioni dell'amore, della poesia, del carattere: sino allo studio
conclusivo, il Parallelo fra Dante e il Petrarca: la prova pi alta
ed esemplare del Foscolo critico, che nel raffronto dei due grandi
poeti--effettuato attraverso acuti e illuminanti sondaggi della loro
poesia--trovava un'occasione eccelsa per guardare pi profonda-
mente nel dolente intrico della sua anima e nel senso del suo de-
stino.
     Il lettore nell'atto di ragionar col critico non ha da cessar
mai di sentire col poeta :  questo, in certo modo, il criterio cen-
trale cui tutta l'attivit del Foscolo studioso e illustratore di poesia
si ispira, riportando il discorso problematico e l'analisi interpreta-
tiva al sentimento della poesia esaminata: che sempre si misura
in lui al gusto e agli ideali su cui egli aveva fondato le proprie
invenzioni poetiche. Perci se il suo contributo non  trascurabile
neppure nella dimensione storico-fillogica, come nel Discorso sto-
rico sul testo del Decamerone, dove principalmente si afferma la
necessit di dare alla storia letteraria e all'ermeneutica un saldo
fondamento di critica testuale, pi avvincente sollecitazione avver-
tiamo in quelle pagine dove la riflessione e lo scavo psicologico
estetico si avvalgono della diretta esperienza del poeta, consuma-
ta e distaccata, ma pur sempre viva d'umano fervore, nella sua teo-
retica riassunzione:  I lavori di immaginazione sembrano opera ma-
gica quando la finzione e la verit sono immedesimate s fattamente,
che non si lasciano pi discernere: e allora il vero  attinto dalla
realt delle cose, e il falso dalla perfezione ideale. Ma dov' tutto
ideale, non tocca il cuore, perch non si fa riconoscere appartenente
all'umana natura. Dove tutto  reale, non muove la fantasia, perch
non pasce di novit e d'illusioni la vita nostra noiosa e incontentabile
su la terra. Il segreto sta nel sapere sottrarre alla realt quanto ri-
tarda, e aggiungerle quanto promove l'effetto contemplato dagli
artefici . Finissima configurazione dell'operazione artistica come
dialettico equilibramento tra ideale e reale, dove il motivo neoclas-
sico dell'arte imitatrice e trasfiguratrice romanticamente si compene-
tra di un'istanza di realt, di presenza, di calore umano: un'istanza
che era ben viva nello spirito del Foscolo gi al tempo dell'Orazione
Dell'origine e dell'Ufficio della letteratura, se in essa, in una pro-
spettiva che abbraccia naturalmente anche il critico, si mirava a di-
mostrare che  gli uomini di lettere  i quali sono specialmente in-
caricati di insegnare il buon uso della parola, meritano la taccia di
traditori del loro pi sacro dovere, se con colpevole trascuranza
tralascino di risvegliare negli uomini, e con gli scritti e coi detti,
le generose passioni; di render comuni, col dimostrarle, le utili ve-
rit, di aggiunger vezzi alla virt; e finalmente di dirigere la pub-
blica opinione al vanta,,io e all'avanzamento della civile prosperit .
    A questo carattere di civile intervento, che pur non esclude
la solitaria inconfondibile individualit delle singole creazioni arti-
stiche tiene l'occhio il Foscolo anche nel delineare, nel Saggio sullo
stato della letteratura italiana nel primo ventennio del secolo diciannove-
simo, il profilo delle personalit pi significative--dal Cesarotti al Parini
dall'Alfieri al Monti -- adottando il criterio di analizzare le loro
opere  in complesso   per dare un cenno sulle cause che le
produssero, e sugli effetti che quelle apportarono nelle opinioni
dei loro concittadini  e di giovarsi della loro biografia  per far
conoscere ed illustrare i motivi che fecero immaginare, e le occa-
sioni le quali gli indussero a porre in luce i loro vari componi-
menti . 
    Profondo intenditore delle ragioni dell'arte il Foscolo aveva com-
preso che esse non sono a pieno esplicahili se distaccate dal loro
naturale supporto della realt, ci che era il rischio pi grave in
cui la sensibilit neoclassicistica--al limite dell'estetismo--po-
teva incorrere:  Oggimai non siamo eccitati dalla materia n dal
lavoro; bens dalla ammirazione per l'arte e l'artefice. A che ab-
biamo noi bisogno di critici se non perch siamo tardissimi e freddi
a sentire nell'arte il potere della natura? . Inaridimento, sterilit,
incapacit di sollevarsi a nuove geniali invenzioni fecondando l'ar-
te con la vita, rifuggendo dalla illusione (cui non pochi contempo-
ranei avevano ceduto) di rinnovare la poesia dall'esterno--cio
dal mezzo espressivo, dallo strumento metrico -- con l'inven-
zione di nuove maniere  e d'ingannare gli orecchi meno esperti con
il clamore dell'entusiasmo e delle passioni  fittizie :  stile de'
romanzieri, de' poeti e degli storici d'oggi . L'indicazione si trova
nel Discorso sul testo della Commedia ed esempla suggestivamente,
pur nella sua polemicit generica, il compenetrarsi agli interessi fi-
lologici storici ed eruditi dello studioso di un gusto, diremmo og-
gi, di critico militante. Ed anche questo  uno dei meriti non tra-
scurabili del Foscolo critico: che, pur approfondendo problemi e
aspetti delle nostre lettere antiche, sempre avvalorasse e tempras-
se i suoi criteri di interpretazione e di giudizio richiamandosi ai
contemporanei, a quella storia delle lettere italiane ancora in fieri,
della quale non poteva non sentirsi tra i protagonisti. Aveva alle
spalle il forte sostegno della tradizione, in particolare del Sette-
cento, ma ben radicato nel presente gi preparava l'avvenire: ch
proprio in quel tentare, sia pure imperfettamente, un raccordo pro-
fondo e illuminante tra situazione e forma, fenomenologia storica e
individualit artistica, ragioni etiche e soluzioni poetiche  uno de-
gli aspetti pi geniali del Foscolo critico, in cui si anticipano pecu-
liari istanze romantiche, prefigurando modi e interessi di ricerca
neppure oggi esauriti.

ALBERTO FRATTINI:
Da Il neoclassicismo e Ugo Foscolo, Bologna, Universale Cappelli,
1965, pp. 170-182.
