FRANCESCO DE SANCTIS.
STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA.
UGO FOSCOLO.
Parlo di Ugo Foscolo,
formatosi alla scuola di Plutarco, di Dante e di Alfieri.
    L'Italia, secondo il solito, se la contendevano francesi e
tedeschi. Ritornava la storia, ma con altri impulsi. Non si
trattava pi di dritti territoriali. La sete del dominio e
dell'influenza era dissimulata da motivi pi nobili. Venivano in
nome delle idee moderne. Gli uni gridavano libert e indipendenza
nazionale: dietro alle loro baionette ci era Voltaire e Rousseau.
Gli altri, proclamatisi prima difensori del papa e ristoratori del
vecchio, finivano promettitori di vera libert e di vera
indipendenza. Le idee marciavano appresso a' soldati e penetravano
ne' pi umili strati della societ. Propaganda a suon di cannoni,
che comp in pochi anni quello che avrebbe chiesto un secolo. Il
popolo italiano ne fu agitato ne' suoi pi intimi recessi: sorsero
nuovi interessi, nuovi bisogni, altri costumi. E quando dopo il
1815 parve tutto ritornato nel primo assetto, sotto a quella
vecchia superficie fermentava un popolo profondamente trasformato
da uno spirito nuovo, che ebbe, come il vulcano, le sue periodiche
eruzioni, finch non fu soddisfatto.
    Quei grandi avvenimenti colsero l'Italia immatura e
impreparata. Non ancora vi si era formato uno spirito nazionale,
non aveva ancora una nuova personalit, un consapevole possesso di
se stessa. Il sole irradiava appena gli alti monti. Nella stessa
borghesia, ch'era la classe colta, trovavi una confusione d'idee
vecchie e nuove, niente di chiaro e ben definito, audacie ed
utopie mescolate con pregiudizi e barbarie. Non erano sorti
avvenimenti atti a stimolare le passioni, a formare i caratteri.
Privi d'iniziativa propria, aspettavano prima tutto da' principi,
poi tutto da' forestieri. Fatti liberi e repubblicani senza merito
loro, rimasero al sguito de' loro liberatori, come clientela
messa l per batter le mani e far la corte al padrone magnanimo. E
quando, passata la luna di miele, il padrone ebbe i suoi capricci
e prese aria di conquistatore e d'invasore, gittarono le alte
grida, e cominci il disinganno.
    I centri pi attivi di questi avvenimenti furono Napoli e
Milano, col dove le idee nuove si erano mostrate pi vive.
Napoli, fatta repubblica e abbandonata poco poi a se stessa, ebbe
in pochi mesi la sua epopea. Felici voi, Pagano, Cirillo,
Conforti, Manthon, cui il patibolo cinse d'immortale aureola! La
loro morte valse pi che i libri, e lasci nel regno memorie e
desidri non potuti pi sradicare. Sfuggirono alla strage alcuni
patrioti, che ripararono a Milano, e tra gli altri il Cuoco, che
narr gli errori e le glorie della breve repubblica con una
sagacia aguzzata dall'esperienza politica. Milano divenne il
convegno de' pi illustri patrioti. Metastasio e Goldoni,
Filangieri e Beccaria erano morti da pochi anni. Bettinelli, il
Nestore, sopravviveva a se stesso. Alfieri, che ne' primi
entusiasmi avea cantata la liberazione dell'America e la presa
della Bastiglia, vedute le esorbitanze della rivoluzione, sdegnoso
e vendicativo sfogava nel "Misogallo", nelle "Satire"
l'acre umore, e contraddetto dagli avvenimenti, si seppelliva,
come Parini, nel mondo antico, e studiando il greco, finiva la
vita nel riso sarcastico di commedie triste. Cesarotti,
addormentato sugli allori, recitava dalla cattedra lodi ufficiali
e scriveva in verso panegirici insipidi. Pietro Verri, salito in
ufficio, maturava con poca speranza progetti e riforme. La vecchia
generazione se ne andava al suono dei poemi lirici di Vincenzo
Monti, professore, cavaliere, poeta di corte. I repubblicani a
Napoli e a Milano venivano gallonati nelle anticamere regie. E non
si sent pi una voce fiera, che ricordasse i dolori e gli sdegni
e le vergogne fra tanta pompa di feste e tanto strepito di armi.
    Comparve "Iacopo Ortis". Era il primo grido del
disinganno, uscito dal fondo della laguna veneta, come funebre
preludio di pi vasta tragedia. Il giovane autore aveva cominciato
come Alfieri: si era abbandonato al lirismo di una insperata
libert. Ma quasi nel tempo stesso lui cantava l'eroe liberatore
di Venezia, e l'eroe mutatosi in traditore vendeva Venezia
all'Austria. Da un d all'altro Ugo Foscolo si trov senza patria,
senza famiglia, senza le sue illusioni, ramingo. Sfog il pieno
dell'anima nel suo "Iacopo Ortis". La sostanza del libro  il
grido di Bruto: O virt, tu non sei che un nome vano. Le sue
illusioni, come foglie di autunno, cadono ad una ad una, e la loro
morte  la sua morte,  il suicidio. A breve distanza hai l'ideale
illimitato di Alfieri con tanta fede, e l'ideale morto di Foscolo
con tanta disperazione. Siamo ancora nella giovent, non ci  il
limite. Illimitate le speranze, illimitate le disperazioni.
Patria, libert, Italia, virt, giustizia, gloria, scienza, amore,
tutto questo mondo interiore dopo s lunga e dolorosa gestazione
appena  fiorito, e gi appassisce. La verit  illusione, il
progresso  menzogna. Al primo riso della fortuna ci era la follia
delle speranze, al primo disinganno ci  la follia delle
disperazioni. Questo subitaneo trapasso di sentimenti illimitati
al primo urto della realt rivela quella agitazione d'idee
astratte ch'era in Italia, venuta da' libri e rimasta nel
cervello, scompagnata dall'esperienza, e non giunta ancora a
temprare i caratteri. Trovi in questo Iacopo un sentimento
morboso, una esplosione giovanile e superficiale, pi che
l'espressione matura di un mondo lungamente covato e meditato, una
tendenza pi alla riflessione astratta, che alla formazione
artistica, una immaginazione povera e monotona in tanta
esagerazione de' sentimenti.
    Il grido di Iacopo rimase sperduto fra il rumore degli
avvenimenti. Sorsero nuove speranze, si fabbricarono nuove
illusioni. Il romanzo, uscito anonimo, mutilato e interpolato,
pura speculazione libraria, dest curiosit, fu il libro delle
donne e de' giovani, che vi pescavano un frasario amoroso. Ma non
vi si die' importanza politica n letteraria, anzi molti, tratti
da somiglianze superficiali, lo dissero imitazione del
"Werther". Il fatto  che non rispondeva allo stato della
pubblica opinione distratta da cos rapida vicenda di cose e di
uomini, e quelle disperazioni erano contraddette dalle nuove
speranze.
    Foscolo si mescol alla vita italiana e si sent fiero della
sua nuova patria, della patria di Dante e di Alfieri. Le necessit
della vita lo incalzavano. E ancora pi, uno spirito guerriero che
gli rugga dentro e non trovava espansione, una forza inquieta in
ozio. Giovane, pieno d'illusioni, appassionato, con tanto furore
di gloria, con tanto orgoglio al di dentro, con un grande
desiderio di fare, e di fare grandi cose, lui, educato da
Plutarco, stimolato da Alfieri, quell'ozio forzato lo gitta
violentemente in s, gli rode l'anima.  la malattia ch'egli
chiama nel suo "Ortis" con una energia piena di verit
consunzione dell'anima. Lo vedi a Milano vagante, scontento,
fremente, ora rinselvarsi, fantasticare, scrivere se stesso in
verso, ora giocare, donneare, contendere, far baccano. Gli balena
innanzi il suicidio, ed ha appena venti anni:

    Non son chi fui, per di noi gran parte:
    questo che avanza  sol languore e pianto.

In questa malattia di languore s'intenerisce, pensa alla madre, al
fratello, alla sua lontana Zacinto, non senza certi ribollimenti,
che annunziano la vigoria di una forza rsa, non doma. Alfieri a
venti anni si sfogava correndo Europa, Foscolo si sfogava
verseggiando. Le sue effusioni liriche sono la sua storia da'
sedici a' venti anni. Ricomparisce in quei versi una intimit
dolce e malinconica, di cui l'Italia avea perduta la memoria. E
gli veniva non solo dal Petrarca, ma dalla terra materna, dal suo
sentire greco, dalle corde eolie maritate alla grave itala
cetra. Ecco versi, preludio di Giacomo Leopardi:

    Tu non altro che il canto avrai del figlio,
    o materna mia terra: a noi prescrisse
    il fato illacrimata sepoltura.

L'esercizio della vita guar Foscolo. Soldato della repubblica,
combatt a Cento, alla Trebbia, a Novi, a Genova. La vita militare
gli ritorn il sapore della vita. Nelle odi "A Luigia
Pallavicini" e "All 'amica risanata" trovi un mondo
musicale e voluttuoso, dove l'anima guarita e gioiosa si espande
nella variet della vita. La sua fama gli d il gusto delle
lettere e della poesia; traduce la "Chioma di Berenice" e vi
appone un comento, dove fa sfoggio di una erudizione peregrina;
tenta una traduzione dell'"Iliade", emulo di Monti; scrive
un'orazione pei comizi di Lione, con pomposo artificio di stile e
con gravit e arditezza d'idee.
    I "Sepolcri" stabilirono la sua riputazione e lo alzarono
accanto a' sommi. Fu chiamato per antonomasia l'autore de'
"Sepolcri". E in verit, questo carme  la prima voce lirica
della nuova letteratura, l'affermazione della coscienza rifatta,
dell'uomo nuovo.
    Una legge della repubblica prescriveva l'uguaglianza de'
sepolcri, l'uguaglianza degli uomini innanzi alla morte. Quel
fasto de' sepolcri sembrava privilegio de' nobili e de' ricchi, e
combattevano il privilegio, la distinzione delle classi, anche in
quella forma. - Parini dunque giacer nella fossa comune accanto
al ladro, - pensava Foscolo. Questa logica rivoluzionaria spinta
fino agli ultimi corollari gli offuscava la poesia della vita, lo
riconduceva nel mondo naturale e ferino, non ancora abitato
dall'uomo. N gli entrava quel trattar l'uomo come un puro
animale. Sentiva in s offeso il poeta e l'uomo. Mancava l'idea
religiosa che abbellisce la morte e mostra il paradiso sotto le
oscure volte dell'obblio. Ma vivo era il senso dell'umanit nel
suo progresso e ne' suoi fini, collegata con la famiglia, con la
patria, con la libert, con la gloria Di l cava Foscolo le sue
armonie, una nuova religione de' sepolcri: il sublime di un mondo
naturale e ferino della morte  trasformato da' sentimenti pi
delicati dell'umanit in un pantheon vivente, perch opera ancora
su' vivi, desta ricordanze e illusioni, accende a nobili fatti.
Sono illusioni, senza dubbio; ma sono le illusioni dell'umanit,
eterne quanto essa, parte della sua storia. Il carme  una storia
dell'umanit da un punto di vista nuovo, una storia de' vivi
costruita da' morti. Senti un'ispirazione vichiana in questo
mondo, che dagli oscuri formidabili inizi naturali e ferini la
religione de' sepolcri alza a stato umano e civile, educatrice di
Grecia e d'Italia; il doppio mondo caro a Foscolo, che unisce in
una sola contemplazione Ilio e Santa Croce. La storia  antica, ma
il prospetto  nuovo, e ne nasce originalit di forme e di colori.
Ci  qui fuso inferno e paradiso, la vasta ombra gotica del nulla
e dell'infinito, e i sentimenti teneri e delicati di un cuore
d'uomo, il tutto in una forma solenne e quasi religiosa come di un
inno alla divinit.
    La Rivoluzione sotto l'orrore de' suoi eccessi rifaceva gi la
sua via. Sopravvenivano idee pi temperate; si sentiva il bisogno
di una restaurazione religiosa e morale. Il carme di Foscolo facea
vibrare queste nuove corde. La Musa non  pi Alfieri. Si
accostavano i tempi di Vico.
    Declamare contro i preti e contro la superstizione era il tono
del secolo. Aggiungi i tiranni, i nobili, i privilegi, i monopoli.
Si combatteva in nome della filosofia, della libert,
dell'economia pubblica. Qui il tono  altro.
    Non pu credere il poeta all'immortalit dell'anima; pure
vorrebbe crederci. Sar una illusione, ma  crudelt togliere
illusioni che ci rendono felici, che ci abbelliscono la vita. Cos
la via  aperta ad un ritorno delle idee religiose, non in nome
della verit, ma in nome dell'umanit e della poesia. Senti gi
Chteaubriand.
    Ma se purtroppo  vero che il tempo traveste ogni cosa, che
la materia solo  immortale, e le forme periscono, non  vero che
la morte dell'uomo sia il nulla. Il poeta gli fabbrica una nuova
immortalit. Restano di lui gli scritti, le idee, le geste, la
memoria; la Musa anima il silenzio delle urne, e i viventi vi
cercano ispirazioni e conforti. La piet de' defunti  la
religione dell'umanit, ove non si voglia che ricaschi nello stato
ferino. Non vogliamo credere a un essere superiore, dispensatore
del premio e della pena: sia pure, anzi pur troppo  cos: vero 
ben, Pindemonte!. Ma, uomini, possiamo noi rifiutar fede
all'umanit? e vogliamo proprio togliere alla vita tutte le sue
illusioni, tutta la sua poesia? Foscolo protesta come uomo e come
poeta.  in lui sempre il secolo decimottavo, ma il secolo andato
troppo innanzi nel suo lavoro di demolizione, e che si arretra,
cercando un punto di fermata ne' sentimenti umani, via a'
sentimenti religiosi.
    Queste cose Foscolo non le pensa solo, le sente. Ci era gi il
patriota, il liber uomo: qui apparisce l'uomo nella sua intimit,
ne' delicati sentimenti della sua natura civile. L'uomo nuovo
s'integra, il mondo interiore della coscienza si aggiunge nuovi
elementi. Ed  da questa profondit di sentire che sono uscite le
pi belle ispirazioni della lirica italiana, il lamento di
Cassandra, le impressioni di Maratona, l'apoteosi di Santa Croce.
Il punto di vista  cos elevato che lo spettacolo d'Italia caduta
cos gi, materia di tanta rettorica, lo trova rassegnato e
meditativo sulle alterne vicende delle umane sorti. Ci  vista di
filosofo, cuore d'uomo e ispirazione di poeta.
    Quando comparvero i "Sepolcri", fu come si fosse tcca
una corda che vibrava in tutt'i cuori. E non fu minore
l'impressione su' letterati.
    La nuova letteratura si era annunziata con la soppressione
della rima. Alla terzina e all'ottava succedeva il verso sciolto.
Era una reazione contro la cadenza e la cantilena. La nuova
parola, confidente nella seriet del suo contenuto, non pur
sopprimeva la musica, ma la rima: bastava ella sola a se stessa.
Foscolo qui sopprime anche la strofa, e non era gi una tragedia o
un poema, era una composizione lirica, alla quale egli osa
togliere tutt'i mezzi cantabili e musicali della metrica. Qui 
pensiero nudo, acceso nella immaginazione, e prorompente, caldo di
se stesso, con le sue consonanze e le sue armonie interne. Il
verso, domato da tenace lavoro, rotte le forme tradizionali e
meccaniche, vien fuori spezzato in s, con nuove tessiture e nuovi
suoni, e non  artificio,  voce di dentro,  la musica delle
cose, la grande maniera di Dante. Anche il genere parve nuovo. Al
sonetto e alla canzone succedeva il carme, forma libera di ogni
esterno meccanismo. Era il poema lirico del mondo morale e
religioso, l'elevazione dell'anima nelle alte sfere dell'umanit e
della storia, una ricostruzione della coscienza o dell'uomo
interiore al di sopra delle passioni contemporanee, era l'uomo
intero, nella esteriorit della sua vita di patriota e di
cittadino e nella intimit de' suoi affetti privati, era l'aurora
di un nuovo secolo. Il carme preludeva all'inno. Foscolo batteva
alle porte del secolo decimonono.
    Entrato in questa via, mette mano ad altri carmi,
l'"Alceo", la "Sventura", l'"Oceano". Ma non trova
pi la prima ispirazione: compone a freddo, letterariamente, gli
escono frammenti, niente giunge a maturit. Comparvero ultime le
"Grazie". Lavoro finissimo di artista, ma il poeta quasi non
ci  pi.
    Rimane un Foscolo in prosa. Hai innanzi la sua
"Prolusione", le sue lezioni, i suoi scritti critici. Non 
prosa francese e non toscana, voglio dire che vi desideri la
grazia e la vivezza toscana, e la logica e il brio francese.  una
prosa personale, ancora in formazione, piena di reminiscenze
latine e oratorie, con una tendenza alla maest e alla forza.
Mostra pi calore d'immaginazione che vigore d'intelletto.
    Il concetto dominante di questa prosa  l'uomo soprapposto al
letterato. Foscolo ti d la formola della nuova letteratura. La
sua forza non  al di fuori, ma al di dentro, nella coscienza
dello scrittore, nel suo mondo interiore. Dante e Petrarca visti
da questo aspetto risplendono di nuova luce. Lo stile si scioglie
dall'elocuzione e da ogni artificio tecnico, e s'interna nel
pensiero e nel sentimento. Lo stesso Beccaria  oltrepassato. Ci
avviciniamo all'estetica. Non ci  ancora la scienza, ma ce n' il
gusto e la tendenza.
    E ci  ancora di pi. Vi rinasce il gusto delle investigazioni
filologiche e storiche, tenute in tanto disprezzo da un secolo che
faceva tavola di tutto il passato. L'Italia vi ripiglia le sue
tradizioni, e si ricongiunge a Vico e Muratori.
    Foscolo apriva la via al nuovo secolo. E non  dubbio che se
il progresso umano avvenisse non in modo tumultuario, ma in modo
logico e pacifico, l'ultimo scrittore del secolo decimottavo
sarebbe stato anche il primo scrittore del secolo decimonono, il
capo della nuova scuola. Ma quel progresso vestiva aspetto di
reazione, e in quella sua forma negativa e violenta offendeva le
idee e le forme di un secolo, del quale Foscolo si sentiva
complice. Gli spiaceva soprattutto la guerra mossa alle forme
mitologiche. Sentiva in quelle negazioni negato se stesso. E
quando avea gi moderate molte sue opinioni religiose e politiche,
e s'era fatto della vita un concetto pi reale, e s'era spogliata
gran parte delle sue illusioni, quando stava gi con l'un pi nel
nuovo secolo; calunniato, disconosciuto, dimenticato, nel continuo
flutto delle sue contraddizioni fin tristo, lanciando al nuovo
secolo, come una sfida le sue "Grazie", l'ultimo fiore del
classicismo italiano.
    Foscolo mor nel 1827. E gi si erano levati sull'orizzonte
Pellico, Manzoni, Grossi, Berchet. Comparsa era la scuola
romantica l'audace scuola boreale.