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UGO FOSCOLO.
DELL'ORIGINE E DELL'UFFICIO DELLA LETTERATURA.
Orazione. (1)

E uk entethymesai, oti osa te nomo memathkamen kllista onta, di'on ghe zen epistmetha tauta panta di logu emathmen.
Sokrtes par Xenoph.

O non hai teco pensato mai che quante cose sappiamo per legge essere ottime, e dalle quali abbiamo norme alla vita, tutte le abbiamo imparate con l'aiuto della parola!
Socrate presso Senofonte. Memorab., lib. III, cap. 3.


[5] I. SOLENNE principio agli studi sogliono essere le laudi degli studi; ma furono soggetto s frequente all'eloquenza de'professori e al profitto degl'ingegni, che il ritesserle in quest'aula parrebbe consiglio ardito ed inopportuno. N io, che per istituto devo oggi inaugurare tutti gli studi agli uomini dotti che li professano e ai giovani che gl'intraprendono, saprei [6] dipartirmi dalle arti che chiamansi letterarie, le sole che la natura mi comand di coltivare con lungo e generoso amore, ma dalle quali la fortuna e la giovenile imprudenza mi distoglieano di tanto, ch'io mi confesso pi devoto che avventurato loro cultore. Bens reputai sempre che le lettere siano annesse a tutto l'umano sapere come le forme alla materia; e considerando quanto siasi trascurata o conseguita la loro applicazione, mi avvidi che, se difficile  l'acquistarle, difficilissimo  il farle fruttare utilmente. Sciagura comune a tanti altri beni e prerogative di cui la natura dot la vita dell'uomo per consolarla della brevit, dell'inquietudine e della fatale inimicizia reciproca della nostra specie; beni e prerogative che spesso si veggono posseduti, bench raro assai, da chi sappia o valersene o non abusarne. Gli annali letterali e le scuole contemporanee ci porgono documenti di citt e di uomini doviziosi d'ogni materia atta a giovevoli e nobili istituzioni di scienze e di lettere, ma s poveri dell'arte di usarne, e s incuriosi dello scopo a cui tendono, che o le lasciano immiserire con timida ed infeconda avarizia, o le profondono con disordinata prodigalit. Onde opportune a tutte le discipline, e necessario alle letterarie credo il divisamento di parlare dinanzi a voi, Reggente magnifico, Professori egregi e benemeriti delle scienze, ingenui giovani che confortate di speranze questa patria, la quale, ad onta delle [8] avverse fortune, fu sempre nudrice ed ospite delle muse, di parlare oggi dinanzi a voi tutti, gentili uditori, dell'Origine e dell'Ufficio della Letteratura.

II. Per ch'io stimo che le origini delle cose, ove si riesca a vederle, palesino a quali uffici ogni cosa fu a principio ordinata nella economia dell'universo, e quanto le vicende de'tempi e delle opinioni n'abbiano accresciuto l'uso e l'abuso. Onde sembrami necessario d'investigare nelle facolt e ne'bisogni dell'uomo l'origine delle lettere, e di paragonare, se l'uso primitivo differisca in meglio o in peggio dagli usi posteriori, e quindi scoprire, per quanto si pu, come nella applicazione delle arti letterarie s'abbia a rispondere all'intento della natura. All'intento della natura; ch'ella e non d mai facolt senza bisogni, [9] n bisogni senza facolt, n mezzi senza scopo; e non dissimula talvolta l'ingratitudine e i capricci degli uomini, se non se per ritrarli a pentimento, scemando loro l'utile e la volutt nelle cose che l'orgoglio di que'miseri si arroga a correggere. E stimo inoltre che non ad altro uomo i pregi e i frutti di un'arte evidentemente appariscano, se non a chi sappia quali ne sieno i doveri, e quanto richieggasi ad adempierli virilmente, e come influiscano alla propagazione dell'universo sapere, e in che tempi e in che modi giovino alla vita civile. Allora gl'ingegni si accosteranno alle scuole non tanto con inconsiderato fervore, quanto con previdenza delle difficolt, degli obblighi e dei [10] pericoli; allora l'ardire magnanimo sar affidato dalla prudenza che misura le proprie forze; allora le forze non saranno consunte in pomposi esperimenti, ma dirizzate a volo determinato e sicuro; allora, o giovani, conoscerete che il guiderdone agli studi, la celebrit del nome e l'utilit della vostra patria sono connesse alla dignit ed a'progressi dell'arte da voi coltivata. Ma se di egregio profitto  il soddisfare agli uffici delle arti, l'inculcarli sar sempre o di sommo pericolo o d'incertissimo evento; e pi assai se come avviene nella letteratura, la dimenticanza e la impunit vietino che sieno riconosciuti e obbediti. E a chi tenta di rivendicarli  pur forza d'affrontare molte celebrate opinioni ed usanze santificate dal tempo, e fazioni di [11] antiche scuole e l'autorit di que'tanti che, senza essersi sdebitati degli obblighi delle lettere, si presumono illustri e sicuri perch le posseggono.

III. Te dunque invoco, o Amore del vero! tu dinanzi all'intelletto che a te si consacra, spogli di molte ingannatrici apparenze le cose che furono, che sono e che saranno; tu animi di fiducia chi ti sente; nobiliti la voce di chi ti palesa; diradi con puro lume e perpetuo la barbarie, l'ignoranza e le superstizioni; te, senza di cui indarno vantano utilit le fatiche degli scrittori, indarno sperano eternit gli elogi dei principi ed i fasti delle nazioni, te invoco, o Amore del vero! Armami di generoso ardimento, e sgombra ad un tempo l'errore di cui le passioni [12] dell'uomo o i pregiudizi del mio secolo m'avessero preoccupato l'animo. Fa che s'alzi la mia parola libera di servit e di speranze, ma scevra altres di licenza, d'ira, di presunzione e d'insania di parti. La tua inspirazione, diffondendosi dalla mente mia nella mente di quanti mi ascoltano, far s che molti mirino pi addentro e con pi sicurezza ci ch'io non potr forse se non se veder da lontano, ed incertamente additare. Che s'io, seguendo te solo, non potr dir cosa nuova, perch tu se'antico e coevo della natura, la quale tu vai sempre pi disvelando al guardo mortale, mostrami almeno la pi schietta delle sue forme; moltiplici forme, che, or velate d'oscurit, or cinte di splendore, sconfortano spesso ed abbagliano chi le mira.

[13] IV. OGNI uomo sa che la parola  mezzo di rappresentare il pensiero; ma pochi si accorgono che la progressione, l'abbondanza e l'economia del pensiero sono effetti della parola. E questa facolt, di articolare la voce, applicandone i suoni agli oggetti,  ingenita in noi e contemporanea alla formazione de'sensi esterni e delle potenze mentali, e quindi anteriore alle idee acquistate da'sensi e raccolte dalla mente; onde quanto pi [14] i sensi s'invigoriscono alle impressioni, e le interne potenze si esercitano a concepire, tanto gli organi della parola si vanno pi distintamente snodando. Ch le passioni e le immagini nate dal sentire e dal concepire o si rimarrebbero tutte indistinte e tumultuanti, mancando di segni che nell'assenza degli oggetti reali le rappresentassero, o svanirebbero in gran parte per lasciar vive soltanto le pochissime idee connesse all'istinto della propria conservazione, ed accennabili appena dall'azione o dalla voce inarticolata. Il che si osserva negli uomini muti, i quali non conseguono n ricchezza n ordine di pensieri che non siano richiesti dalle supreme necessit della vita, se non quando ai segni della parola articolata riescano a supplire co'segni della parola scritta. E un segno solo della parola fa rivivere [15] l'immagine tramandata altre volte da'sensi e trascurata per lunga et nella mente; un segno solo eccita la memoria a ragionare d'uomini, di cose, di tempi che pareano sepolti nella notte ove tace il passato. Il cuore domanda sempre o che i suoi piaceri siano accresciuti, o che i suoi dolori siano compianti; domanda di agitarsi e di agitare, perch sente che il moto sta nella vita e la tranquillit nella morte; e trova unico aiuto nella parola, e la riscalda de'suoi desideri, e la adorna delle sue speranze, e fa che altri tremi al suo timore e pianga alle sue lagrime, affetti tutti che senza questo sfogo proromperebbero in moti ferini e in gemito disperato. E la fantasia del mortale, irrequieto e credulo alle lusinghe di una felicit ch'ei segue [16] accostandosi di passo in passo al sepolcro, la fantasia, traendo dai secreti della memoria le larve degli oggetti, e rianimandole con le passioni del cuore, abbellisce le cose che si sono ammirate ed amate; rappresenta piaceri perduti che si sospirano, offre alla speranza e alla previdenza i beni e i mali trasparenti nell'avvenire; moltiplica ad un tempo le sembianze e le forme che la natura consente alla imitazione dell'uomo; tenta di mirare oltre il velo che ravvolge il creato; e quasi per compensare l'umano genere dei destini che lo condannano servo perpetuo ai prestigi dell'opinione ed alla clava della forza, crea le deit del bello, del vero, del giusto, e le adora; crea le grazie, e le accarezza; elude le leggi della morte, e la interroga e interpreta [17] il suo freddo silenzio; precorre le ali del tempo e al fuggitivo attimo presente congiunge lo spazio di secoli e secoli ed aspira all'eternit; sdegna la terra, vola oltre le dighe dell'oceano, oltre le fiamme del sole, edifica regioni celesti, e vi colloca l'uomo e gli dice: "Tu passeggerai sovra le stelle: cos lo illude, e gli fa obbliare che la vita fugge affannosa, e che le tenebre eterne della morte gli si addensano intorno; e lo illude sempre con l'armonia e con l'incantesimo della parola. La ragione, che, avvertita continuamente dalle alterne oscillazioni del piacere e del dolore, equilibra e dirige per mezzo del paragone e della esperienza tutte le potenze della vita ove fosse destituta della parola, non sarebbe prerogativa dell'uomo; ma, come negli [18] altri animali, ridurrebbesi all'istinto di misurare i beni e i mali imminenti con la norma delle sensazioni. Fuggono ai sensi le forme reali degli oggetti; n si discernerebbe il vero dal falso, n si bilancerebbe il vantaggio apparente col danno nascosto, se non si oltrepassassero l'esterne sembianze, le sole ad ogni modo che i sensi possono imprimere nella mente. Quindi la ragione al difetto d'immagini acquisite provvide co'segni della voce, inventati ne'primi bisogni dall'arbitrio dell'analogia, poi migliorati dall'esperienza e sanciti dalla utilit. Cos, poich furono idoleggiate con simboli e con immagini molte serie di fatti, si desunsero le idee del dovere e del diritto; ma come raffigurarle in tanto tumulto di reminiscenze, di [19] passioni e di fantasmi annessi a quei fatti? come astraerle e preservarle se non con un segno stabile ed arrendevole alle astrazioni? e qual altro segno se non la parola? Tesoro di suoni, di colori e di combinazioni per cui l'intelletto, dopo d'avere percepite e denotate le forme sensibili delle cose, pu congetturarne e concepirne le pi recondite, e denominarle, e scomporle in minime parti, e considerarle in tutti i loro accidenti, e ricomporle nell'armonia che dianzi non intendeva; onde spesso ne vede le cause e talvolta lo scopo, e resta men attonito e pi convinto dell'arcana ragione dell'universo: dell'incomprensibile universo, dell'esistenza di cui mancherebbe perfino la semplice idea, se, come l'uomo non pu comprenderlo, cos non potesse nemmeno nominarlo.

[20] V. Or questo bisogno di communicare il pensiero  inerente alla natura dell'uomo, animale essenzialmente usurpatore, essenzialmente sociale: per ch'ei tende progressivamente ad arrogarsi e quanto gli giova e quanto potrebbe giovargli; all'uso presente aggiunge l'uso futuro e perpetuo, quindi la propriet e la disuguaglianza: n vi poteva a principio essere propriet perpetua di cose utili agli altri, senza usurpazione; n progresso d'usurpazione, senza violenza ed offesa; n difesa contro a pochi forti, senza societ di molti deboli; n lunga concordia di societ, senza precisa comunicazione d'idee. E finch l'umano genere associavasi in famiglie e in sole trib, angusti termini somministrava la terra, angustissimi [21] il tempo alle sue conquiste e a'suoi patti, e poche articolazioni di voce bastavano all'uso della memoria. Frattanto la forza col suo mal dissimulato diritto e col perenne suo moto agl'ingegni audaci per vigore aggregava gl'ingegni timidi per debolezza, e col numero dei vinti rinforzava la possanza del vincitore; le trib cresceano in nazioni, e si collegavano sempre pi onde accertare per mezzo dello stato di societ o di propriet gli effetti dello stato di guerra e di usurpazione; e il commercio si and propagando, e nel permutare da popolo a popolo le messi, le arti, e le ricchezze, accumul i vizi, le virt, gli usi, le religioni, le lingue degli uni con quelle degli altri, disingann il timore reciproco, dest la curiosit d'ignote regioni, ed aliment [22] cos la noia e l'avidit, due vigili instigatrici del genere umano; l'una esagerando il fastidio del presente, l'altra le speranze dell'avvenire, trassero le genti dalle antiche sedi natie attraverso delle infecondit delle solitudini e delle tempeste dei mari a cercare nuovi regni, nuovi schiavi, e ad agitare con nuove stragi, con nuove superstizioni, con nuove favelle la terra. Questo urtarsi, complicarsi e diffondersi di forze, d'indoli e d'idiomi, occupando pi moltitudine d'uomini, pi diuturnit di fatiche, pi ampio spazio di terra, e quindi pi numero d'anni, moltiplic non solo le idee e le passioni che ne risultano, ma vari all'infinito i loro aspetti e le loro combinazioni, ed aument [23] la progressione del loro moto, che non poteva essere pi omai secondato dal suono fuggitivo della parola.

VI. Le forze parziali di una societ, incorporate dagli effetti della guerra, tendeano sempre a'primi contrasti per cui non avrebbero potuto assalire le forze pi concordi d'altra nazione; ogn'individuo dunque, rinunziando col fatto l'uso delle sue forze al valore del pi prode o al senno de'pi avveduti, videsi punito quando le ridimand o le ritolse; quindi l'origine delle leggi: cos la giustizia eresse carceri, tribunali e patiboli in mezzo ad un popolo per conservargli la forza, e quindi il diritto di combattere un altro. Ma perch le passioni de'soggetti poteano rivendicare le loro forze dalla giustizia o [24] dall'arbitrio di chi ne usava, i pastori de'popoli, compresi anch'essi dal sentimento dell'esistenza d'una mente infinita, attiva, incomprensibile al pari dell'universo, si valsero di questo sentimento che vive in tutti, e confederandosi al cielo minacciarono di difendersi co'suoi fulmini; le menti, affascinate dal terrore di peggior male e dalla speranza di futuro compenso, s'assopirono sul danno presente; il mistero accrebbe il silenzio, e il silenzio la venerazione; le leggi furono santificate, e deificati i legislatori; quindi dal mistero i riti. Finalmente i principi per eternare la loro fama e la loro possanza ne'lor successori, e i popoli per disanimare le altre nazioni che l'alterno moto della forza trarrebbe ad imporre o a pagare tributo, [25] vollero narrare alla posterit e alle lontane regioni le loro glorie, e l'onnipotenza de'loro numi; quindi le tradizioni. Dalle leggi, dalle religioni e dalle tradizioni progred ogni umano sapere; ch se non pertanto continuavano a commettersi al suono delle parole, non poteano propagarsi che a poche generazioni; da che l'et rende inferma la memoria, ambigue le lingue, ed infedeli le tradizioni. Ma il vincitore, troncando con le scuri grondanti di sangue e rotolando sovra i cadaveri de'vinti i ciglioni delle montagne, lascia un monumento che attesti agli uomini che vivono e che vivranno in futuro il campo della vittoria. I cedri verdeggianti sovra le sepolture, effigiati dalla spada in simulacri d'uomo, sorgono da lontano custodi della memoria [26] d'egregi mortali; e a'tronchi corrosi dalle stagioni sottentrano ruvidi marmi, ove nel busto informe dell'eroe sono scolpite imitazioni di fiere e di piante, a ciascheduna delle quali e alle loro combinazioni sono consegnate pi serie d'idee che tramandano il nome di lui, le conquiste, le leggi date alla patria, il culto istituito agli iddii, gli avvenimenti, le epoche, le sentenze e l'apoteosi che l'associ al coro de'beati: cos prime are degl'immortali furono i sepolcri (2). Se non che, oltre alle guerre e alle pesti che, lasciando solitudine e scheletri nelle citt, distruggevano e abbandonavano alla dimenticanza que'monumenti, la [27] natura innond parte del globo e sommerse genti e trofei; anzi ardendo le viscere della terra, e la terra fremendo orribilmente e agitandosi, vomit fiamme e si squarci, e i laghi ondeggiarono sulle ceneri delle foreste, e le montagne spalancarono abissi, e i fiumi precipitarono ove dianzi l'aquila ergeva il suo volo, e l'isole disparvero, e, svelti i continenti, furono cinti dalle procelle e dagl'intentati spazi del mare. Ma l'uomo restava. Dalle reliquie dei suoi monumenti desunse esempio di accrescerli e di premunirli; ed avvedutosi che la terra anch'essa era obbediente e mortale, li confid al cielo che sembravagli eterno. [28] Pria che Teuto (3) esplorasse l'ordine delle stelle, e che l'osservazione, congiuntasi per cinquanta e pi secoli al calcolo, assegnasse le distanze non solo tra i pianeti del nostro emisfero, ma le forze e le perturbazioni de'loro moti, il pastore, salutando col canto l'apparire di quel pianeta bellissimo tra gli astri, [29] che segue tardo il sole all'occaso e lo precede vigile nell'oriente, avvertiva i momenti delle tenebre e della luce; l'immobilit della stella polare guidava tra l'ombre la vela del navigante; la luna col perpetuo ricorso d'una notte pi consolata dal suo lume distinse i mesi, e rinfrangendosi ne'vapori e nell'aura, presagiva le meteore maligne e propizie; e il sole, abbreviando l'oscurit che assiderava la terra, e rallegrando con raggi pi liberali l'amor nei viventi e la belt nelle cose, die'con l'equinozio di primavera i primi auspicj alle serie degli anni. Al cielo dunque, che col moto perenne dei suoi mondi dispensava il tempo alle umane fatiche e promettevalo eterno, fu raccomandata [30] la tradizione delle leggi, de'riti, delle conquiste e la fama de'primi artefici e dei principi fortunati. I pensieri del mortale, ch'ebbero dalla parola propagazione e virt, trovandosi incerti nella memoria di lui, e caduchi nei monumenti terreni, conseguirono perpetuit nel vario splendore, nel giro diverso, negli orti e negli occasi degli astri, e nelle infinite apparenze con cui le stelle tutte quante errano ordinate e distinte nel firmamento; e la scienza dei tempi ordin la scienza de'fatti. Assai nomi ed avvenimenti scritti nelle costellazioni, bench trapassassero per densissima oscurit di tempi, sopravvivono forse ad imperi meno antichi, i quali, per non avere lasciato il loro nome se non sulla terra, diedero al silenzio anche il luogo delle loro rovine. Sapientemente dunque fu detto: Essere il globo celeste il libro pi antico di letteratura (4).

[31] VII. O quanti mi si presentano i campi fecondati da un unico germe! e come nel percorrerli ammiro i principj del creato acquistando sempre propagazione ed aspetti, n si propagano senza tenore d'armonia che li ricongiunga, n si trasformano senza serbare vestigi delle origini antiche! Perdono le scienze i loro calcoli per numerare con quanti anni di [32] sudore, con quanta prepotenza d'oro e di imperio, con quanta moltitudine di mortali la piramide di Ceope (5) sorgesse quasi insulto all'ambizione di Cambise e d'Alessandro e dell'astutissimo Augusto, e del pi ferocemente magnanimo tra i discendenti d'Otomano, e di quanti trionfarono e trionferanno l'Egitto6: i [33] Romani e l'Oriente videro ed adorarono in Grecia le sembianze immortali di Giove trasferite dall'Olimpo in terra da Fidia: Michelangiolo e Rafaele astraendo dalla commista ed inquieta materia le forme pi nobili e le pi venuste apparenze, ed animandole o perpetuandole nelle tele e ne'marmi, consecrarono in Italia un'ara alla bellezza celebrata dalle offerte di tutta l'Europa; e l'innalzamento delle piramidi e la divina ispirazione di Fidia e il genio delle arti belle ebbero principio da que'rudi massi, da quegl'informi simulacri, da quei disegni ineleganti de'geroglifici, che pur non tendevano se non a far permanenti i suoni della parola. Ma e la religione pi solenne nel mondo e la pi arcana sapienza e la pi bella poesia ebbero principio [34] da questo medesimo intento. Per che il firmamento istoriato dalle memorie de'mortali, fatti abitatori degli astri, non era pi omai spettacolo di muto stupore; ma, quasi sentisse gli affetti dell'uomo, ripercotea nelle menti mille immagini, le quali animate dal timore e dalla speranza popolarono di numi, di ninfe e di geni la terra. Perch le conquiste e le colonie accomunando a'popoli le religioni, veniva ogni nume invocato in pi lingue, assumeva differenti attributi, e moltiplicavasi in pi deit diverse tra loro. Onde la luna, emula del sole nelle prime adorazioni degli uomini, era Astarte a'Fenici7, e Dione [35] agli Assiri8, ed Iside e Bubaste agli Egizi9; poi, di regina celeste degl'imperi, ottenne in Grecia e nel Lazio tanti nomi e riti ed altari quant'erano le umane necessit. Le vedove sedenti sul sepolcro de'figli offerivano alla luna corone di papaveri e lacrime, placandola in nome di Ecate (10); a lei, chiamandola Trivia, ululavano nelle orrende evocazioni le pallide incantatrici (11); a lei, chiamandola Latmia, si volgeano le preci del pellegrino notturno e del romito esploratore degli astri (12); a lei gli occhi verecondi e il desiderio della vergine innamorata (13); [36] a lei, che rompea col suo raggio le nuvole, fu dato il nome di Artemide (14); e i primi nocchieri appendeano nel suo tempio dopo la burrasca il timone, cantandola Diana dea de'porti e delle isole mediterranee, cantandola Delia guidatrice delle vergini oceanine (15); e a lei sull'ara di Dittinna votavano i cacciatori l'arco, la preda e la gioia delle danze (16); e l'inno di Pindaro la salut Fluviale (17); la seguiano le Parche, ministre dell'umana [37] vita (18); la seguiano le Grazie quando scendeva dagli auspicj dei talami (19); e dalle spose fu invocata Gamelia, e Ilitia dalle madri (20), e Opi (21), e Lucifera (22), e Diana madre (23), e Natura (24). Videro i saggi che la tutela degl'iddii su tutti gli oggetti del creato, e la consuetudine col cielo ammansava nell'uomo la ferina indole e l'insania di guerra, e lo ritraeva all'equit de'civili istituti; onde ampliarono la religione con l'eloquenza, e la mantennero col mistero. Per le arti della divinazione e dell'allegoria [38] furono s celebrate in tutta l'antichit, e tanti a noi tramandarono testimoni ne'poemi e negli annali e ne'(25) monumenti, che da quelle arti soltanto la critica, dopo d'avere interpretato con induzioni il silenzio delle et primitive, potr progredire con pi fiducia nell'istoria letteraria de'secoli che seguirono. Imperciocch o sia che i Babilonesi fossero dagli Etiopi iniziati negli arcani della astronomia teologica, quando l'alterno dominio d'ogni nazione sul mondo die'all'Africa di popolare l'Asia di sacerdoti e di eserciti; o sia che que'riti fossero istituzioni di Zoroastro desunte dagli Sciti o dalla maga de'Caldei, e propagatesi poi con la possanza di Nino; o pi veramente emanassero dal limpido cielo e dall'ingegno acuto degli Egizi mediterranei [39] e quindi venissero con Inaco in Grecia e con Pitagora nei templi d'Italia; certo  che le storie de'popoli i quali nobilitarono gran parte del nostro emisfero, mentre pur vanno magnificando i propri numi quasi coevi del mondo e primi benefattori del genere umano, tutte non pertanto palesano le loro citt fondate da re pontefici e persuase alla umanit dagli studi de'poeti filosofi (26). Da que'popoli e da quegl'istituti, per lungo ordine d'usi, d'idiomi e d'imperi, sovente degenerando e pi sovente a torto accusate, le lettere si propagarono a noi.

[40] VIII. Ed ecco omai manifestato che senza la facolt della parola le potenze mentali dell'uomo giacerebbero inerti e mortificate, ed egli, privo di mezzi di comunicazione necessari allo stato progressivo di guerra e di societ, confonderebbesi con le fiere. Donde  poi risultato che non vi sarebbero societ di nazioni senza forza, n forza senza concordia, n stabilit di concordia senza leggi convalidate della religione, n lunga utilit di riti e di leggi senza tradizione, n certezza di tradizione senza simboli da'quali il significato della parola impetrasse lunghissima vita. E poich l'esperienza delle pesti, de'diluvi, de'vulcani e de'terremoti fe'che i simboli consegnati a'tumuli, a'simulacri ed a'geroglifici fossero trasferiti alle apparenze [41] degli asterismi, noi abbiamo veduta riprodursi dal cielo la religione dei grandi popoli dell'antichit, e fondarsi la teologia politica per mezzo della divinazione o dell'allegoria. Le quali arti, esercitate da'principi, da'sacerdoti e da'poeti, diedero origine all'uso e all'ufficio della letteratura.

[42] IX. QUALI sieno i principj e i fini eterni dell'universo, a noi mortali non  dato di conoscerli n d'indagarli: ma gli effetti loro ci si palesano sempre certi, sempre continui; e se possiamo talor querelarcene, troviamo sovente nella nostra esperienza compensi di consolazione. L'umano genere turba coi timori la volutt dell'ora che fugge, o la disprezza per le speranze che ingannano; si duole della vita, e teme di perderla, e anela di perpetuarla morendo: ondeggiamento perenne di speranze [43] e di timori, agitato ognor pi dall'impeto del desiderio e dagli allettamenti della immaginazione. Cos piacque alla natura che assegn l'inquietudine alla esistenza dell'uomo, il quale aspira sempre al riposo appunto perch non pu mai conseguirlo; per, languendo le passioni, ritardasi il moto delle potenze vitali; cessato il moto, cessa la vita; ed ogni nostra tranquillit non  che preludio del supremo e perpetuo silenzio. E ben possono starsi, e stanno (purtroppo!) nei forsennati passioni senza ragione; ma la ragione senza affetti e fantasmi sarebbe facolt inoperosa; e ogni filosofia riescir sublime contemplazione a chi pensa, utile applicazione a chi pu volgerla in pro de'mortali, ma inintelligibile e ingiusta a chi sente le [44] passioni che si vorranno correggere. Aggiungi che come non a tutti la natura fu equa dispensatrice di forze, cos non gli arm con pari vigore di ragione (27); e senza s fatta disuguaglianza e cecit di giudizio, qual bene reale indurrebbe gli uomini a legarsi in societ per combattersi? a insanguinarsi scambievolmente per possedere la terra abbondantissima a tutti? e qual bene pi caro della pacifica libert? Ma per decreti immutabili l'universalit de'mortali non pu essere n quieta n libera. Incontentabile ne'desideri, cieca nei modi, dispari nelle facolt, [45] dubbiosa sempre e le pi volte sciagurata negli eventi, non potea se non eleggere il minor danno, rinunziando la guida delle sue passioni alla mente de'saggi o all'imperio del forte. Quindi il genere umano dividesi in molti servi che tanto pi perdono l'arbitrio delle loro forze, quanto men sanno rivolgerle a proprio vantaggio, ed in pochi signori che fomentando co'timori e co'premi della giustizia terrena, e con le promesse e le minacce del cielo le passioni degli altri, hanno arte e potere di promuoverle a pubblica utilit.

X. Elementi dunque della societ furono, sono e saranno perpetuamente il principato e la religione; e il freno non pu essere [46] moderato se non dalla parola che sola svolge ed esercita i pensieri e gli affetti dell'uomo. Ma perch quei che amministrano i frutti delle altrui passioni sono uomini anch'essi, e quindi talvolta non veggono la propria nella pubblica prosperit, la natura dot ad un tempo alcuni mortali dell'amore del vero, della propriet di distinguerne i vantaggi e gl'inconvenienti, e pi ancora dell'arte di rappresentarlo in modo che non affronti indarno n irriti le passioni dei potenti e dei deboli, n sciolga inumanamente l'incanto di quelle illusioni che velano i mali o la vanit della vita. Ufficio dunque delle arti letterarie dev'essere e di rianimare il sentimento e l'uso delle passioni, e di abbellire le opinioni giovevoli alla civile concordia, e di snudare [47] con generoso coraggio l'abuso o la deformit di tante altre che, adulando l'arbitrio de'pochi o la licenza della moltitudine, roderebbero i nodi sociali e abbandonerebbero gli Stati al terror del carnefice, alla congiura degli arditi, alle gare cruente degli ambiziosi e alla invasione degli stranieri. E appunto nell'origine della letteratura, quando ella emanava della divinazione e dall'allegoria, vediamo contemporanee al potere dello scettro e degli oracoli la filosofia che esplora tacita il vero, la ragione politica che intende a valersene sapientemente, e la poesia che lo riscalda cogli affetti modulati della parola, che lo idoleggia coi fantasmi coloriti della parola, e che lo insinua con la musica. Cantavano Lino ed Orfeo che i monarchi erano [48] immagine in terra di Giove fulminatore, ma che doveano osservare anch'essi le leggi, poich il padre degli uomini e de'celesti obbediva all'eterna onnipotenza de'Fati. Cantavano la vendetta contro Atteone e Tiresia che mirarono ignude le membra immortali di Diana e di Pallade nei lavacri, per atterrire chi s'attentasse di violare gli arcani del tempio; ma distoglieano ad un tempo dai terrori superstiziosi le genti, rammentando nelle supplicazioni agli iddii che anch'essi pur furono un tempo e padri ed amanti ed amici, e che soccorressero alle umane necessit, da che aveano anch'essi pianto e sudato nel loro viaggio terreno. Tutte le nazioni esaltando il loro Ercole patrio [49] ripeteano con quante fatiche egli avesse protetti dagl'insulti delle umane belve, ancor vagabonde per la grande selva della terra, que'primi mortali che la certezza della prole, delle sepolture e dei campi, e lo spavento delle folgori e delle leggi aveano finalmente rappacificati; e quegl'inni accendeano i condottieri alla gloria e i combattenti al valore. Fumavano le viscere palpitanti delle vergini e dei giovanotti su l'are, perch i popoli nella prima barbarie libano al cielo col sangue innocente e coi teschi; ma i simulati consigli d'Egeria al pio successore di Romolo, e la frode della cerva immolata sotto le sembianze d'Ifigenia placarono ne'templi della Grecia e del Lazio il desiderio di vittime umane. Sovente ancora la metafisica delle scienze si orn [50] dell'allegoria per idoleggiare le idee che, non arrendendosi ai sensi, rifuggono dall'intelletto. Credevano i savi antichissimi che l'attrazione della materia avesse a principio combinate e propagasse in perpetuo le forme ed il moto degli enti: e narrarono che nel caos e nella notte nascesse Amore, figlio e ministro di Venere, di quella deit ch'era simbolo della natura. Credevano che l'acqua, il fuoco, l'aere, la terra fossero elementi del creato: e i poeti cantarono Venere nata dall'onde, volutt di Vulcano, abitatrice dell'etere, animatrice di tutta la terra. Ma poich le allegorie vennero adulterate dall'orgoglio de'potenti, dalla ignoranza del volgo, dalla venalit dei letterati, le scienze si [51] vergognarono della poesia, e si ravvolsero tra i misteri dei loro numeri; e Venere fu meretrice e plebea, sposa di quanti tiranni vollero essere numi, genitrice di quanti numi abbisognavano a'sacerdoti, ministra di quante immaginazioni conferivano alle laide allusioni degli artefici e dei cantori, ed esempio di quanti vizi effeminavano le repubbliche. E voi trattanto, o retori, ricantate boriosamente le favole, unica suppellettile delle vostre scuole, senza discernere mai le loro severe significazioni; e i nostri Catoni le attestano per esercitare la loro censura contro le lettere; e gli scienziati ne ridono come di sogni e d'ambagi; e i pi discreti compiangono quel misero fasto di fantasmi e di suoni. Ma pur nel sommo splendore della greca filosofia Platone vide tra quelle favole i principi del mondo civile (28). E mentre [52] il genio de'Tolomei richiamava in Egitto le scienze e le lettere onde restituirle alla Grecia spaventata da'trionfi d'Alessandro, Maneto, pontefice egizio ed astronomo insigne fond su quelle favole la teologia naturale (29). E Varrone, maestro de'pi dotti Romani, diseppelliva da quelle favole gli annali obbliati d'Italia (30). E Bacone di Verulamio, meditando di rivendicare alla filosofia l'umano sapere manomesso dall'arguzia degli scolastici, chiese norme alla natura, e le trov in quelle favole pregne della sapienza morale e politica de'primi filosofi (31). Per esse il Vico [53] piant vestigi verso le sorgenti dell'universa giurisprudenza, ed acquistava primo la meta, se la contemplazione del mondo ideale non l'avesse talor soffermato, e se la povert, compagna spesso de'grand'ingegni, non precideva il suo corso (32). Per esse e dai loro simboli fu dal Bianchini desunta un'istoria universale, di cui l'Italia non seppe in cent'anni n profittare n gloriarsene (33); ma che fu seme in terra straniera all'istoria filosofica delle religioni, egregio libro, quantunque alla ragione di quei principj bastasse men pertinacia di sistema, ed eloquenza [54] pi riposata e pi parca (34).

XI. Odo rispondere che la teologia legislatrice e la poesia storica si dileguarono con le opinioni e con l'et per cui nacquero, e che le scienze essendosi rivendicato il diritto d'illuminare la mente, alle arti letterarie non resta che l'ufficio di dilettarla.  vero: il tempo trasforma il creato; ma il tempo non pu distruggere n un atomo dell'universo; e voi tutti che derivate le vostre sentenze dalle mutazioni degli anni ed i vostri diritti dalle distinzioni dei nomi, avvertite che l'essenza delle cose non muore se non con esse, e che ne talvolta possono sembrare [55] impedite, non perci sono sviate dalle loro tendenze. Non vive pi forse nell'uomo il bisogno di rendere con le parole facile all'intelletto ed amabile al cuore la verit? qual taciturna contemplazione pu apprendere ed insegnare questo nostro sapere, che ci fa sempre pi superbi e pi molli? le nostre passioni hanno forse cessato d'agire, o le nostre potenze vitali hanno cangiata natura? e le scienze morali e politiche, che prime ed uniche forse influiscono nella vita civile perch sole possono prudentemente giovarsi delle scienze speculative e delle arti, a che pro tornerebbero se ci ammaestrassero sempre co'sillogismi e coi calcoli? L'uomo non sa di vivere, non pensa, non ragiona non calcola se non perch sente; non sente continuamente se non perch immagina; e non pu n sentire, n immaginare senza passioni, illusioni ed errori. La filosofia non cambia che l'oggetto delle passioni; e il piacere e il dolore sono i minimi termini d'ogni ragionamento. Quindi la verit, quantunque d'un aspetto solo ed eterno, appare moltiforme e indistinta al nostro intelletto, perch noi dovendo incominciare a concepirla coi sensi e a giudicarla con l'interesse della sola nostra ragione, la vestiamo di tante e s diverse sembianze, e le sembianze di tanti accidenti quante sono la disparit de'climi, de'governi, dell'educazione, e de'nostri individuali caratteri; onde anche le cose men dubbie sono assai volte mirate dai saggi [57] con mente perplessa e dagli altri tutti con occhio incredulo ed abbagliato. E nondimeno il mortale non s'affanna d'errore in errore se non perch travede in essi la verit ch'ei cerca ansiosamente, conoscendo che le tenebre ingannano e che la luce sola lo guida; ma la natura mentre gli concesse tanto lume d'esperienza bastante alla propria conservazione, foment la curiosit e limit l'acume della sua mente, ond'ei tra le crudelit ed i sospetti eserciti il moto della esistenza, sospirando pur sempre di vedere tutto lo splendore del vero: misero s'ei lo vedesse! non troverebbe pi forse ragioni di vivere. Or per me stimo non potersi mai volgere l'intelletto degli uomini verso le cose meno incerte e per continuo esperimento giovevoli alla loro vita, prima di correggere le passioni dannose del loro [58] cuore, e di distruggere le false opinioni; il che non pu farsi se non eccitando col sentimento del piacere e del dolore nuove passioni, e con la speranza dell'utilit fecondando di migliori opinioni la loro fantasia. Se dunque l'eloquenza  facolt di persuadere, come mai potr dipartirsi dalle umane passioni, e come la ragione e la verit staranno disgiunte dall'eloquenza? Per questa distinzione d'illuminare e di dilettare fu a principio pretesto di scienziati che non sapeano rendere amabile la parola, e di letterati che non sapeano pensare. La filosofia morale e politica ha rinunziata la sua preponderanza su la prosperit degli Stati da che, abbandonando l'eloquenza, si smarr nella [59] metafisica; e l'eloquenza ha perduta la sua virt e la sua dignit da che fu abbandonata dalla filosofia e manomessa dai retori. Sciagurati! si professarono architetti di un'arte senza posseder la materia; fantasticarono limiti alle forze intellettuali dell'uomo; s'eressero dittatori de'grand'ingegni; ambirono di magnificare le minime cose, e di trasformare il falso nel vero e il vero nel falso; l'ozio, la vanit, l'avidit accrebbero la moltitudine degli scrittori; invano la natura esclamava: Io non ti elessi al ministero di ammaestrare i tuoi concittadini; l'arte lusingava, insegnando a non errare perch giudicava gli scritti derivati dalle passioni degli altri; ma l'arte non parl pi alle passioni, perch non le sentiva; la fantasia, destituta dalle fiamme del [60] cuore si ritir fredda nella memoria; destituta dal criterio, invent mostri e chimere; e la facolt della parola si ridusse a musica senza pensiero.

XII. Poich i suoni e i significati degl'idiomi si trasfusero nelle combinazioni degli alfabeti, questo ritrovato perfezion la facolt di pensare e i mezzi di abbellire e di perpetuare il pensiero. Le norme dello stile germogliarono spontanee da quelle della favella, perch hanno radice negli organi intellettuali dell'uomo, mentre le regole accidentali secondavano la tempra d'ogni lingua e l'ingegno degli scrittori, finch l'uso e il consenso valsero a convalidarle. Intanto il tempo e le vicende, svelando [61] molti arcani della legislazione teologica, dileguarono le prime illusioni; per la poesia segu a confortare con l'entusiasmo, con la pittura e con l'armonia le utili passioni degli uomini, ma concesse agli storici d'illuminarle con l'osservazione degli avvenimenti, ed agli oratori di persuaderle col calore della poesia, con l'esperienza della storia e con l'evidenza della ragione. Ne'poeti dunque, negli storici e negli oratori contiensi la letteratura delle nazioni, la quale tanto  pi pregna di bella eloquenza, quant' pi derivata dai sentimenti del cuore, dalle ricchezze della fantasia, dal nerbo del raziocinio e dalla convinzione del vero. Quindi la greca letteratura fu sorgente ed esempio agli studi di tutta l'Europa, perch [62] niun popolo trapass veloce al pari degli Ateniesi dalla fierezza della barbarie alla raffinatissima civilt; e niuno pot riunire, quant'essi, le passioni e il criterio, che pur sogliono preponderare ad et differenti negl'individui, ne'popoli e nelle lingue. Solone medit di scrivere in versi e fra le cerimonie de'sacerdoti e gli oracoli le leggi d'una citt ove gi i metafisici contendeano l'Eliso a'mortali e l'onnipotenza agl'iddii; ove le virt della libert regnavano ad ora ad ora con l'insania della licenza, e la tirannide anch'essa era costretta ad essere moderata e magnanima. Un popolo che sapeva e ragionare ed illudersi, e coronare la virt ed esiliarla, che trucidava i tiranni, debellava le armi di tutta l'Asia, dava norme di giustizia a'Romani, e non sapea godere n la giustizia n la libert n la pace, un s fatto popolo doveva esercitare la sagacit de'prudenti, il valore de'forti, la virt de'savi e il vigor degl'ingegni; dovea congiungere ne'loro pensieri l'entusiasmo ed il calcolo, e nella loro lingua il colorito, la musica e tutto il disegno ad un tempo e la filosofica precisione (35). Ma la Grecia non potendo tramandarci tutte le cause della sua felicit nelle lettere, ne die'invece [64] tutte quelle arti che le corrompono.

XIII. Finch la filosofia s'attenne all'utile verit della pratica morale e politica, e che l'eloquenza s'attenne alla filosofia, la citt fu retta da quegli ambiziosi che la natura destina alla prosperit delle repubbliche, da che gli ha dotati d'animo generoso e di egregia prepotenza d'ingegno. E come i principi degli Ateniesi non doveano mostrarsi ardenti, prodi, avveduti, se dalla loro virt pendeva la loro patria, e dalla patria la loro gloria e la loro possanza? come la loro voce si sarebbe mai dipartita dalla passione e dal vero, se l'eloquenza sola svolgeva le anime fervide e liberissime de'loro concittadini? Ma poich il furore d'imperio, di ricchezze e di fama  pi vile e pi cieco [65] quanto pi vive negli uomini meno degni, e l'eloquenza signoreggiava in Atene i teatri, i licei, i parlamenti e gli eserciti; tutti i faziosi che la natura non avea creati facondi, s'argomentarono di aiutarsi dell'arte. Se non che il pensiero e il modo di rappresentarlo risultando dalla tempra e dall'accordo del cuore, dell'immaginazione e del raziocinio, l'eloquenza non  frutto di verun'arte; ch se la natura non forma vigorose, arrendevoli e bilanciate in un uomo queste potenze, qual occhio mai sapr indagarne i difetti, qual mano applicarvi i rimedi? E non pertanto, mentre la civile filosofia fu adulterata dall'arte dialettica l'eloquenza cominci ad essere manomessa dalla rettorica. [66] Gi la metafisica, allettando gl'ingegni pi nobili alle sublimi contemplazioni, facea s ch'ei sdegnassero di dar utili esempi alla loro patria per aspirare ad ammaestrarla su le leggi del globo, del sole, dei cieli, dell'etere, del caos, dell'eternit, dell'universo; grandi nomi, incomprensibili idee, e quindi involute in voci mirabili al volgo. Con questo esempio si coacervarono in un vocabolo solo molte idee morali che gi nell'uso erano determinate e sicure, ma che riunite in una diveniano indistinte e parvero astratte; indi, sotto colore di dilucidarle, furono tanto divise, che le loro fila facendosi impercettibili, anche le loro parti sembrarono opposte tra loro, e bisognarono [67] nuovi termini, astrusi anch'essi, perch applicati a nozioni ignote all'uso ed all'esperienza: cos gli ingegni, sviandosi nel labirinto delle speculazioni, armandosi di termini universali in cui si presumea d'indicare l'essenza, le qualit, le quantit, gli accidenti, i caratteri, le differenze e le coerenze di tutte le cose, e schermendosi o con distinzioni, inesatte sempre perch le parole erano indefinite ed ambigue, o con definizioni che promettevano di accertare la natura degli enti, ma che sviavano dalla certezza del loro uso, s'impar ad insidiare la ragione e a far sospetta la verit: quindi la moltitudine de'sofisti, l'indifferenza del vero ch'essi non sapeano difendere, l'irriverenza al giusto ed al bello che poteano negare, l'amore del [68] paradosso da cui solo attendeano trionfi, l'infinito numero delle quistioni, la libidine eterna di controversie, l'arte dialettica insomma. Su queste trame fu tessuta l'arte rettorica da quei letterati venali che, promettendo di far eloquenti gl'ingegni vani e le lingue pi invereconde, ebbero le cattedre affollate di demagoghi e di pubblicani che gi con le speranze invadeano gli onori, le leggi e l'erario della repubblica. Primo Gorgia, che non poteva amare una citt ov'egli era mercenario e straniero, insegn in Atene a blandire i vizi e l'ignoranza del popolo, ammaliandogli l'intelletto con la pompa delle figure, chiudendogli il cuore alla voce degli affetti e del vero, lusingandogli i sensi con l'azione teatrale e con la cadenza di periodi aculeati e sonanti (36). Sal sul teatro e si profer parato a qualunque argomento; e mostr che si pu declamare con lode senza meditazione (37). Foggi canoni d'eloquenza e di stile, e fu padre della turba clamorosa, implacabile de'grammatici intenti sempre ad angariare gli scrittori obbedienti e a scomunicare i magnanimi. Insegn antitesi a chi non avea nervi e spiriti nel pensiero (38), luoghi comuni a chi non sapea le materie (39), descrizioni ed [70] amplificazioni a chiunque mancava di fantasia pronta e pittrice, lenocinio di declamazione a chi non avea dignit di aspetto e di voce, lascivia d'idioma a chi cercava le grazie, superstizioni per le regole inanimate a chi non ha senno da considerarle calde e parlanti nei sommi scrittori, l'arte, insomma, che nel petto de'letterati fa sottentrare all'emulazione l'invidia, all'ardore di fama la vanit degli applausi, all'esempio l'imitazione, al sapere l'erudizione, l'arte, o giovani, che moltiplica i precettori, che nella prima educazione snerva le fibre de'pi forti [71] intelletti, che per tanti secoli fe'ricca d'inezie l'italiana letteratura. Almeno la letteratura fosse divenuta disutile, senza divenire scellerata ed infame! Ma quel Gorgia stesso, ravviluppando nelle fallacie dell'arte dialettica anche le verit concedute al senso e alla mente degl'idioti, celebr in Atene un mestiero che valeva a coronare il delitto (40), a insanguinar l'innocenza, ad esaltare le usurpazioni degli opulenti, a santificare le libidini della democrazia e le carnificine della tirannide, a tradire la patria, a vendere l'anima, a contaminare di fiele e di sangue la vecchiaia di Socrate.

XIV. E Socrate, che non ambiva n gloria di scienziato, [72] n emolumenti di retore, n dignit di capitano e di pritano, ma che vedeva quanto le virt cittadine scadeano con la vera eloquenza e con esse l'onore e la libert della patria, ripetea que'consigli che tanti scrittori hanno serbati a noi posteri. Ed io li leggeva per emenda della mia vita; ma oggi, poich nelle poetiche e ne'trattati non so discernere aiuti all'istituto di professore, ordiner que'consigli di Socrate per unica norma alle lezioni ch'io potr scrivere; e piaccia a voi pure di udirli. Uditeli: bench forse il mio stile, non certamente l'arbitrio de'miei pensieri, potr violare il discorso di quel giustissimo tra i mortali:

[73] O Ateniesi, adorate Dio, e non aspirate a conoscerlo: amate il paese ove la natura vi ha fatto nascere, e seconderete le leggi dell'universo: non disputate sull'anima, ma dirigete le vostre passioni verso le cose che giovarono a'nostri padri. O miei concittadini, non a tutti  dato di essere oratore o poeta: coltivate i vostri poderi, permutate i frutti e le merci, poich tutti abbiamo necessit della terra e a pochi manca l'industria: tutti i padri possono educare i loro figliuoli a venerare gl'iddii, ad obbedire alle leggi, ad amare la patria, e tutti i giovani possono difenderla co'loro petti; ma in ogni studio ascoltate il proprio Genio, e sarete onorati e benemeriti cittadini. S, Ateniesi [74], un Genio parla nel petto a ciascheduno di noi; per l'oracolo, consultato da'miei genitori, rispose: Che facessero voti a Giove padre e alle Muse, e che mi abbandonassero in tutto al mio Genio (41) il quale, interrogato da me, esortavami di studiare ci che poteva essere utile a me stesso ed agli altri. Onde imparai musica da Damone, e volli vedere cosa fosse poetica, rettorica e geometria, e considerai le arti e gli artefici, ed ascoltai filosofia universale dal vecchio Anassagora, e fui prediletto discepolo di Archelao, e volli anche da Diotima, donna d'elegantissimo ingegno, apprendere dottrine d'amore (42). Or bench fossi da'precettori stimato di felice intelletto, niuna verit m'avvenia d'imparare s certamente ch'io potessi ridirla senza timor di mentire e di nuocere. Anzi il Genio mi comandava ognor pi di rinunziare all'onore ed al lucro di quegli studi, ed anche all'arte della scultura insegnatami dal padre mio, e che unica omai potea camparmi da povert, per vivere invece tra gli uomini, e considerare e dire le cose che li fanno disgraziati o felici. Da indi in qua mi vedete nelle vie pi frequenti, e tra le gioie e le querele degli uomini e nelle tende e nelle officine, s [76] che chiunque a cui piaccia mi risponda e m'ascolti; e dopo avere udita e considerata ogni cosa, paleso, com'io so, quelle sole verit che vedo chiarissime nella mente e che sento nel petto profondo, e che taciute mi fariano colpevole e disonesto dinanzi al mio Genio. Ma la verit che mi  da tanti anni manifestata dalla condizione della patria, e che mi fa ognor pi colpevole ed importuno in Atene,  questa ch'io voglio ripetervi, perch mi si  fitta pi tenacemente nell'animo. O Ateniesi, massima impostura e pubblica calamit si  l'accostarsi ad un'arte senza ingegno, studio e coraggio convenienti ad esercitarla. Ch n io, tuttoch figliuolo e discepolo di scultore, avrei potuto emulare le statue di Fidia; n Fidia cess di fare il simulacro [77] di Pallade, quantunque ei prevedesse che per quel lavoro sarebbe morto in prigione (43). Se dunque l'amore di un'arte vi conforta contro la povert e l'ingiustizia, voi sarete miseri forse nell'opinione degli altri, ma compianti dagli uomini buoni, e gloriosi in futuro, e, quel che  pi, soddisfatti nel vostro cuore. Ma se studiate eloquenza e poesia non per altro che per vivere mollemente, voi non seconderete lo scopo di queste arti, le profanerete con mercimonio servile, e lascerete quelle che potriano farvi pi avventurati e pi onesti. Per il divino Omero cant che la Musa gli avea rapito il caro lume degli occhi, ma che l'avea pur compensato di tanta disavventura, [78] concedendogli l'amabile canto (44). E in vero la poesia  una divina concitazione del Genio e certa sapienza ispirata; e non  molto che udimmo l'oracolo di Delfo, interrogato da Cherefonte, rispondere ch'Euripide e Sofocle erano sapienti tra gli uomini (45). Or chi non reputa eminentissima la facolt di persuadere? ch senz'essa n poeti n storici acquisterebbero grazia e credenza; e vedo che quante discipline s'insegnano, tutte s'insegnano col discorso; e so che per essa Temistocle ed altri forti salvarono la repubblica, e la fecero gloriosa e possente, [79] tuttoch arringassero nell'assemblea ravvolti, all'uso di Pericle, nella clamide e senza gesti n melodia (46). Per chi tiene quest'arte e pu compartirla per oro, come s'usa da Gorgia Leontino e da Polo,  da stimarsi cittadino benefico e beatissimo tra'mortali. Ch'ei senza dubbio deve insegnare che questi facitori di ditirambi agguaglino Alceo, senza avere liberata la patria; e mentre pur vegliano all'altrui cena motteggiando piacevolmente, scrivano i cori d'Euripide nostro che avea sembiante verecondo e [80] severo, e che nell'ilarit de'conviti ospitali cantava agli amici: Abborriamo coloro che celebrando motteggi fanno gli uomini pi maligni (47): anzi deve insegnare a'nuovi poeti, i quali si vanno insidiando con invidia mortale, ad emulare le tragedie di Sofocle; e pure Sofocle, bench contendesse ad Euripide la corona, non per cess d'onorarlo; e quando Euripide mor, egli comparve in veste lugubre, e pianse con tutta la citt che quel nobile capo giacesse in tomba straniera, n pat che gli attori a que'giorni rappresentassero coronati l'Edipo (48). Inoltre Gorgia deve negli oratori politici infondere giustizia per discernere [81] l'utilit delle leggi, e temperanza per amministrare l'erario, e prudenza per non irritare le trib negli scandali, e gravit per sedarli, e fortezza per dissipar le fazioni, e desterit co'nemici e cogli alleati, e lealt in parlamento, e valore nel campo, perch le sentenze non siano smentite dai fatti. Come si possa insegnar tutto questo non saprei dire; e mi pare potenza maggiore dell'umana. Vedo bens giudici ed oratori sorgere giovani da quelle scuole; e voi vedete a che termini siano gli ordini e i costumi della repubblica. Ch se quell'arte non tende che ad accattare regali dagli ambiziosi e voti dal popolo, non dubito ch'ella sia facilissima da che basta piaggiare i pi [82] prodighi, e decretando i tre oboli a'poveri s che v'intervengano, far ozioso teatro dell'assemblea per proverbiare i pi saggi. Or tutti voi ricordate che i trenta tiranni pubblicarono legge perch'io solo non fossi oratore; e quella legge mi signific che nell'amor della patria spira certo fuoco divino, e nella verit una belt incorruttibile a cui non giunge il discorso impetuoso e ripulito de'retori; e ch'io dovea tenermi veracemente oratore, poich a me solo e non ai maestri vien dato di non far peggiore con l'eloquenza veruno di voi, anzi giovai per alcuni ad innamorarvi dell'onest. Ma come stiasi la cosa, certo  che il Genio mi consent questa propriet di oratore; perch n quando mi opposi solo alle crudelt dell'oligarchia, n quando in democrazia per non violar il pubblico giuramento negai d'approvare nel senato una sentenza che mi pareva non giusta, n adesso n mai avrei detto parola se la voce del Genio m'avesse, come suole talvolta, disanimato. Or, poich quei trenta si sono cangiati, ma non i modi della citt, io mi vedo assai vicino alla morte. E veramente Omero attribu ad alcuni nella fine della loro vita certa prescienza dell'avvenire; e piace anche a me di emettere un vaticinio: Io morr ingiustamente. Se il vivere o il morire sia miglior cosa,  a tutti incerto fuori che a Dio; questo so che di me faranno testimonianza il tempo passato e il futuro.

E mor; e un retore ord la calunnia, e un ricco fazioso [84] pag lo spergiuro de'testimoni e de'giudici, e un poeta d'inette tragedie peror contro Socrate, e trecento Ateniesi lo condannarono, e la sapienza fugg dal governo, e l'eloquenza ammut, e Atene fu serva de'retori, che fecero esiliare tutti i filosofi (49); e Italia pure li vide espulsi quando Domiziano insigniva un retore del consolato (50), il retore Quintiliano che nelle Istituzioni ov'ei predica la lealt indispensabile agli oratori, parlando di Domiziano, di quell'ingrato insidiatore di Tito, di quell'invido tiranno d'ogni virt, di quel carnefice industrioso, lo chiama censore santissimo de'costumi, e in tutto e nelle lettere eminentissimo (51).

XV. Cos l'arte and deturpando sino a'd nostri le lettere: non per valse ad annientare il decreto della natura che le destin ministre delle immagini, degli affetti e della ragione dell'uomo. E mentre Isocrate pronunziava dopo dieci anni di squisitissima industria un panegirico della repubblica, ove intendendo di esaltarla con l'eloquenza, vituperavala col raziocinio (52); e mentre verseggiatori e sofisti trafficavano l'ingegno e le muse, Tucidide, Demostene e Senofonte apparecchiavano esempi immortali d'elevata, di maschia e di affettuosa eloquenza. La storia di Plinio e i versi di Giovenale e di Persio insegnarono a'declamatori e a'poeti di Roma come le lettere giovino alle scienze, e consacrino gli adulatori ed i vizi all'infamia. Anzi Tacito impose s fattamente rispetto a quei retori, che, non attentandosi di nominarlo, lasciarono scritto ne'loro libri: Che l'alto spirito e la verit perigliosa degli annali d'un loro contemporaneo, bench meritevoli della memoria de'secoli, non conseguirebbero imitatori (53). Dai mezzi con che gli egregi letterati di tutte le et ottennero fama ed amore nel mondo, appare omai [87] l'ufficio della letteratura; appare che la natura, creando alcuni ingegni alle lettere, li confida all'esperienza delle passioni, all'inestinguibile desiderio del vero, allo studio dei sommi esemplari, all'amor della gloria, alla indipendenza dalla fortuna ed alla santa carit della patria. Qualunque manchi di queste propriet negli uomini letterati, niun'arte mai, niun istituto d'universit o d'accademia, niuna munificenza di principe far che le lettere non declinino, e che anzi non cadano nell'abbiezione ove tutte o in gran parte mancassero queste doti. O Italiani! qual popolo pi di noi pu lodarsi de'benefzi della natura! ma chi pi di noi (n dissimuler ci che sembrami vero, [88] quando l'occasione mi comanda di palesarlo), chi pi di noi trascura o profonde que'benefizi! A che vi querelate se i germi dell'italiano sapere sono coltivati dagli stranieri che ve gli usurpano? (54) meritamente ne colgono il frutto: la letteratura che illumina il vero fa sovente obbliare gli scopritori e lodare con gratitudine chiunque sa renderlo amabile a chi lo cerca. Pochi,  vero, in Italia levarono altissimo grido, non perch soli filosofassero egregiamente, ma perch egregiamente scrivevano le loro meditazioni, e perch, amando la loro patria, si [89] emanciparono dall'ambizioso costume di dettare le scienze in latino, ed onorarono il materno idioma: quindi le opere del Machiavelli e di Galileo risplendono ancora tra i pochi esemplari di faconda filosofia; e lo stile assoluto e sicuro del libro De'delitti e delle pene, e l'elegante trattato del Galiani Su le monete vivranno nobile ed eterno retaggio tra noi; e mille Italiani sanno difenderlo dalla usurpazione e dalla calunnia. Ma poich oggi gli scienziati non degnano di promuovere i loro studi con eloquenza, poich non si valgono delle attrattive della loro lingua per farli propriet cara e comune agl'ingegni concittadini, non sono essi soli colpevoli se pochi si curano, se pochissimi possono vendicare la loro fama, e se tutti corrono a dissetarsi ne'fonti, i quali, se non sono pi salutari, sembrano almeno pi limpidi? Quanti dotti non serbano ancora in Italia con sudori e con zelo la riverenza e l'amore alla lingua e alle opere greche? e chi di loro non ci esalta Tucidide che fu esempio al sommo degli oratori e alla velocit di Sallustio e alla fede di Tacito? chi non ci esalta Senofonte, pregno di socratica virt e di passione e di storia e di militare scienza e di soavissimo stile? e Polibio, insigne maestro di governo e di guerra? ma chi mai dotto di greco diffonde le loro ricchezze? chi li traduce con amore uguale alla loro fama? Giacciono que'solenni scrittori nell'obblio de'volgarizzatori imprudenti e venali dei secoli scorsi, e ad ogni italiano educato  pur forza di studiarli in lingua straniera e comperare [91] a gran prezzo i barbarismi che vanno ognor pi deturpando la nostra. Io vedo cinquanta versioni delle lascivie di Anacreonte, e non una de'libri filosofici di Plutarco, non una degna di palesar que'tesori di tutta la filosofia degli antichi. Volgetevi alle vostre biblioteche. Eccovi annali e commentari e biografi ed elogi accademici, e il Crescimbeni ed il Tiraboschi ed il Quadrio; ma dov' un libro che discerna le vere cause della decadenza dell'utile letteratura, che riponga l'onore italiano pi nel merito che nel numero degli scrittori, che vi nutra di maschia e spregiudicata filosofia, e che col potere dell'eloquenza vi accenda all'emulazione degli uomini grandi? Ah le virt, le sventure [92] e gli errori degli uomini grandi non possono scriversi nelle arcadie e nei chiostri! Eccovi da altra parte e cronache e genealogie e memorie municipali, e le congerie del benemerito Muratori, ed edizioni obbliate di storici di ciascheduna citt d'Italia; ma dov' una storia d'Italia! E come oserete lodare senza rossore gli esempi di Livio e di Niccol Machiavelli, se voi potete e non volete seguirli! Come ricambierete le vigilie de'nostri padri, se non profittate de'documenti che vi apprestarono?  vero; niuno rammemora senza lagrime le liberalit della famiglia de'Medici verso le arti belle e le lettere; ma si aspett che un Inglese, disotterrando i tesori de'nostri archivi, rimeritasse i principi italiani d'un esempio che illumin la barbarie dell'Europa: si aspett che la storia de'secoli di Lorenzo il Magnifico e di Leone X ci venisse di l dell'oceano. O Italiani, io vi esorto alle storie, perch niun popolo pi di voi pu mostrare n pi calamit da compiangere, n pi errori da evitare, n pi virt che vi facciano rispettare, n pi grandi anime degne di essere liberate dalla obblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendere ed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che dar pace e memoria alle nostre ceneri. Io vi esorto alle storie, perch angusta  l'arena degli oratori; e chi omai pu contendervi la poetica palma? Ma nelle [94] storie, tutta si spiega la nobilt dello stile, tutti gli affetti delle virt, tutto l'incanto della poesia, tutti i precetti della sapienza, tutti i progressi e i benemeriti dell'italiano sapere. Chi di noi non ha figlio, fratello od amico che spenda il sangue e la giovent nelle guerre? e che speranze, che ricompense gli apparecchiate? e come nell'agonia della morte lo consoler il pensiero di rivivere almeno nei petti de'suoi cittadini, se vede che la storia in Italia non tramandi i nobili fatti alla fede delle venture generazioni? Forse la sola poesia e la magnificenza del panegirico potranno rimunerar degnamente il principe che vi d leggi e milizia e compiacenza del nome italiano? Oh come all'esaltazioni [95] con che Plinio Secondo si studia di celebrare Traiano, oh come il saggio sorride! ma quando legge le poche sentenze di Tacito, adora la sublime anima di Traiano, e giustifica quelle vittorie che assoggettarono i popoli all'impero del pi magnanimo tra i successori di Cesare (55). Quali passioni frattanto la nostra letteratura alimenta, quali opinioni governa nelle famiglie? Come influisce in que'cittadini collocati dalla fortuna [96] tra l'idiota ed il letterato, tra la ragione di Stato che non pu guardare se non la pubblica utilit, e la misera plebe che ciecamente obbedisce alle supreme necessit della vita, in que'cittadini che soli devono e possono prosperare la patria, perch hanno e tetti e campi ed autorit di nome e certezza di eredit, e che, quando possedono virt civili e domestiche, hanno mezzi e vigore d'insinuarle tra il popolo e di parteciparle allo Stato? L'alta letteratura riserbasi a pochi, atti a sentire e ad intendere profondamente; ma que'moltissimi che per educazione, per agi e per l'umano bisogno di occupare il cuore e la mente sono adescati dal diletto e dall'ozio tra'libri, denno ricorrere a'giornali, alle novelle, alle rime; cos si vanno imbevendo dell'ignorante malignit degli uni, delle stravaganze degli altri, del vaniloquio de'verseggiatori; cos inavvedutamente si nutrono di sciocchezze e di vizi, ed imparano a disprezzare le lettere. Ma indarno la Ciropedia e il Telemaco, tramandatici da due mortali cospicui nelle loro patrie per dignit e per costumi, ne ammoniscono che la sapienza detta anch'essa romanzi alla Musa e alla Storia; indarno il Viaggio d'Anacarsi ci porge luminosissimo specchio quanto possa un romanzo senza taccia di menzogna [98] iniziare i men dotti nel santuario della storica filosofia; indarno e i Germani e gl'Inglesi ci dicono che la giovent non vive che d'illusioni e di sentimenti, e che la bellezza non  immune dalle insidie del mondo; e che, poich la natura e i costumi non concedono di preservare la giovent e la bellezza dalle passioni, la letteratura deve, se non altro, nutrire le meno nocive, dipingere le opinioni, gli usi e le sembianze de'giorni presenti, ed ammaestrare con la storia delle famiglie. Secondate i cuori palpitanti de'giovinetti e delle fanciulle, assuefateli, finch sono creduli ed innocenti, a compiangere gli uomini, a conoscere i loro difetti ne'libri, a cercare il bello ed il vero morale: le illusioni de'vostri racconti svaniranno dalla fantasia con l'et; [99] ma il calore con cui cominciarono ad istruire, spirer continuo ne'petti. Offerite spontanei que'libri che, se non saranno procacciati utilmente da voi, il bisogno, l'esempio, la seduzione li procacceranno in secreto. Gi i sogni e le ipocrite virt di mille romanzi inondano le nostre case; gli allettamenti del loro stile fanno quasi aborrire come pedantesca ed inetta la nostra lingua; la oscenit di mille altri sfiora negli adolescenti il pi gentile ornamento de'loro labbri, il pudore. E trattanto chi de'nostri contemporanei va fingendo novelle su gli usi, lo stile e le fogge dell'et del Boccaccio; chi segue a rimare sonetti; n l'ingegno eminente n la sublime poesia di que'pochi che [100] custodiscono la riputazione degli stati e dei principi basta per avventura a serbare inviolato il Palladio della patria letteratura. Ah! vi sono pure in tutte le citt d'Italia uomini prediletti dalla natura, educati dalla filosofia, d'incolpabile vita, e dolenti della corruzione e della venalit delle lettere; ma che, non osando affrontare l'insidie del volgo dei letterati e le minacce della fortuna, vivono e gemono verecondi e romiti. O miei concittadini! quanto  scarsa la consolazione d'essere puro ed illuminato senza preservare la nostra patria dagl'ignoranti e dai vili! Amate palesemente e generosamente le lettere e la vostra nazione, e potrete alfine conoscervi tra di voi, ed assumerete il coraggio della concordia; n la fortuna, n la calunnia [101] potranno opprimervi mai, quando la coscienza del sapere e dell'onest v'arma del desiderio della vera ed utile fama. Osservate negli altri le passioni che voi sentite, dipingetele, destate la piet che parla in voi stessi, quella unica virt disinteressata negli uomini; abbellite la vostra lingua della evidenza, dell'energia e della luce, delle vostre idee, amate la vostra arte e disprezzerete le leggi delle accademie grammaticali ed arricchirete lo stile; amate la vostra patria e non contaminerete con merci straniere la purit e le ricchezze e le grazie natie del nostro idioma. La verit e le passioni faranno pi esatti, men inetti e pi doviziosi i vostri vocabolari; le scienze avranno veste italiana, e l'affettazione de'modi non raffredder i vostri pensieri. [102] Visitate l'Italia! o amabile terra! o tempio di Venere e delle Muse! e come ti dipingono i viaggiatori che ostentano di celebrarti! come t'umiliano gli stranieri che presumono d'ammaestrarti! Ma chi pu meglio descriverti di chi  nato per vedere, fino ch'ei vive, la tua belt? chi pu parlarti con pi ferventi e con pi candide esortazioni di chiunque non  onorato n amato se non ti onora e non t'ama? N la barbarie de'Goti, n le animosit provinciali, n le devastazioni di tanti eserciti, n le folgori de'teologi, n gli studi usurpati da'monaci, spensero in quest'aure quel fuoco immortale che anim gli Etruschi e i Latini, che anim Dante nelle calamit dell'esilio, e il Machiavelli nelle angosce della tortura, e Galileo nel terrore della inquisizione, e Torquato nella vita raminga, nella persecuzione [103] de'retori, nel lungo amore infelice, nella ingratitudine delle corti, e tutti questi, e tant'altri grandissimi ingegni nella domestica povert. Prostratevi su'loro sepolcri, interrogateli come furono grandi e infelici, e come l'amor della patria, della gloria e del vero accrebbe la costanza del loro cuore, la forza del loro ingegno e i loro beneficj verso di noi.

XVI. Queste cose (considerando, come ho saputo, la natura dell'uomo e le storie) ho meditate e scritto intorno all'origine e all'ufficio della letteratura. Ch se le giudicherete di vostro profitto, io l'ascriver alla efficacia meravigliosa del vero, il quale, bench taciuto per lunghissima et ed acremente impugnato dagli uomini, si vendica per s stesso dell'obblivione [104] de'tempi e della pertinacia delle opinioni. Se non ch'io pure non avr forse difesa che la mia propria opinione; ma tolga il cielo che quanto io scrivo possa riescire mai di alcun danno alle lettere ed all'Italia.


Note:
(1) Pronunziata il giorno 22 gennaio 1809. I numeri tra [...] indicano le pagine dell'edizione principe (Milano, Dalla Stamperia Reale, 1809).
(2) Vedi Zoega, De origine et usu obeliscorum.
(3) Assegno a Teuto l'invenzione del calcolo astronomico su la testimonianza degli Egizi, i quali dissero a Socrate: che Theuth era nume etiope, e che primo aveva inventati numeri e computi, e geometria ed astronomia. Platone, nel Fedro.
Da questo passo derivano e si concatenano le prove di tre nostre opinioni: 1 Che le leggi fossero incorporate ai dogmi e alle storie, come appare nella Genesi, e che i principi fossero capitani o sacerdoti ed artefici ad un tempo, e i primi tra loro deificati; 2 Che i popoli nell'emigrazioni e nelle guerre si portassero reciprocamento le loro religioni, e che, ampliandosi quindi le idee, si ampliasse il significato de'nomi; cos Teuto, nome individuale degli Etiopi, si convert in Zeus, Giove, nume supreme, poi in Thes, nome solenne d'ogni dio, finalmente in deus e dio, voce universale ed incomprensibile; 3 Quindi confermasi che senza parole non si danno astrazioni.
(4) E certamente possiamo affermare che i due globi, celeste e terrestre, siano i due pi antichi libri della profana letteratura; perciocch il terrestre ne'vari nomi delle province e de'mari conserva un catalogo assai fedele di varie nazioni che le abitarono, e di molti principi che le ressero: ed il celeste nelle immagini antichissime, disegnatevi sopra avanti all'et di Omero e di Esiodo,  un monumento chiarissimo di imprese e di capitani, d'arti e di artefici, tramandati alla cognizione dei posteri. Bianchini, Istor. univ., Introd., cap. III.
(5) La prima o la maggior piramide fu eretta da Chemi, secondo Diod., lib. I, 64; o da Ceope, secondo Erodoto, lib. II, 126.
(6) L'Egitto fu sempre insanguinato dalle guerre straniere, cittadinesche e servili; ma la storia ci presenta tre celebri conquistatori: Cambise, che desol ed imbarbar tutto l'Egitto mediterraneo; Alessandro, che fabbricando la capitale nell'Egittto marittimo, ridusse quel paese all'antica prosperit, e riunendo la delicatezza greca all'acutezza africana, lo fece scuola delle scienze e delle arti; finalmente Selim I, che lo tolse ai Circassi; su di che vedi Demetrio Cantemir, Storia della Casa Ottomanna, vol. II.
(7) Antonio Conti, Sogno nel globo di Venere.
(8) Vedi il cardinale Noris, Epoche de'Siromacedoni, Dissert. V, cap. 4.
(9) L'Iside egizia  le pi volte rappresentata or con la luna falcata sul capo, or con la luna piena sul petto.
(10) Virgilio, Georg., lib. IV, verso 502.
(11) Orazio, Episodi, ode V, verso 52; ode XVII, verso 3.
(12) Ateneo, l. XIII, ove narra che 'l Sonno, ottimo fra gl'iddii, addormentasse Endimione, ma con le palpebre dischiuse, perch'egli nella tranquillit fissasse gli sguardi perpetuamente ne'moti celesti.
(13) Teocrito, Idilio II, segnatamente verso la fine.
(14) Dalle voci ara temno, aera rumpere.
(15) Callimaco, Inno a Diana.
(16) Omero, Inno a Venere, verso 19.
(17) Pitica II, verso 12.
(18) Vedi gli espositori de'monumenti etruschi.
(19) Orazio, Carm. Saeculare, verso 25.
(20) Platone parla d'un tempio di Diana ilitia aperto alle incinte: Delle Leggi, lib. VI.
(21) Tesoro Gruteriano, XLI, 8. Opis suona provvidenza.
(22) In molte medaglie Diana rappresentasi con una face.
(23) Tesoro Gruteriano, XLI, 4, ove Diana  chiamata mater.
(24) Visconti, Museo Pio-Clementino.
(25) Introduco nel testo questo "ne'", togliendolo dalla correzione autografa dell'esemplare della Biblioteca di Udine.
(26) Questa verit sui principj di tutte le nazioni fu veduta dal Vico, e noi ci siamo studiati di dimostrarla e di applicare le sue conseguenze alla storia de'nostri tempi. Vedi il nostro discorso su le Deificazioni, nella Chioma di Berenice.
(27) Renato Cartesio pianta per assioma che la natura abbia dotati gli uomini di pari facolt di ragionare (Dissertatio de methodo, num. 1); Giangiacomo Rousseau incomincia il Contratto sociale con questa sentenza: L'uomo nasce libero; errori ambedue funestissimi sempre alla filosofia delle lettere e del governo.
(28) Segnatamente nel Cratilo e nel Convito.
(29) Bailly, Storia della Astronomia.
(30) Cicerone nelle Filosofiche, passim, e il Vico nel libro De antiquissima Italorum sapientia.
(31) Vedi il suo libro De sapientia veterum.
(32) Principj d'una scienza nuova, ecc.
(33) Istoria universale, espressa con monumenti e figurata con simboli degli antichi, di monsign. Francesco Bianchini, veronese.
(34) Dupuis. Origine de tous les cultes.
(35) E questa a me pare in gran parte la causa della originalit e della fecondit dell'italiana letteratura in Firenze, ove, a'tempi di Dante, lo stato popolare e la libert eccitavano le passioni de'cittadini e l'ingegno degli scrittori; mentre le altre citt d'Italia, ridotte a feudi imperiali dalle vittorie di Federigo I e di Federigo II contro la Chiesa, continuavano nella barbarie, e le Muse si stavano nelle corti tra'giocolari o nelle celle tra'monaci.
(36) Platone, Hipp. maj.; Cicerone, Orator, cap. 49; Dionisio Alicarnass., Epistola ad Amm., cap. 2.
(37) Platone in Gorgia; Cicerone, De finibus lib. II, cap. 1 ed altri.
(38) Ecco un passo di Gorgia recato da Plutarco e da noi tradotto letteralmente: La tragedia  un inganno nel quale colui che inganna diviene pi giusto del non ingannante, e l'ingannato pi saggio del non ingannato. Vedi l'opuscolo De audiendis poetis.
(39) Corace siracusano mand primo in Grecia un libro rettorico, tessuto su le fallacie dialettiche. Vedi i Prolegomeni ad Ermogene presso i rettorici antichi; ed Aristotile, Rhet., lib. II, cap. 24. Quindi Protagora, discepolo di Democrito, scrisse il libro Dei luoghi comuni; Arist., ib., lib. I, cap. 2, e Cicerone, Topic.
(40) Gorgia, presso Cicerone, De claris oratoribus, cap. 12.
(41) Plutarco De Genio Socratis. Tutti i pensieri e gli argomenti di questo discorso furono da noi religiosamente ricavati da molti scritti antichi, e segnatamente dai Memorabili e dal Convito di Senofonte, e dalla Apologia di Platone.
(42) Di tutti questi studi di Socrate vedi il Bruckero, Historia philosophiae, tomo I, parte II, lib. II, cap. 2, De schola socratica.
(43) Diodoro Siculo, lib. XII; Plutarco, in Pericle.
(44) Omero, Odissea, canto VIII, versi 63-64.
(45) Vedi i due celebri versi di quest'oracolo e l'interpretazione, di Suida all'art. Sophs.
(46) Eschine, in Timarco. Ed  memorabile il passo di Plutarco nella Vita di Nicia: Cleone lev la decenza e il decoro che si convengono al tribunale e alla bigoncia; e avendo egli il primo cominciato a gridar forte nel concionare, ad aprirsi la veste, a battersi sulla coscia e a scorrere qua e l nell'atto stesso che pur favellava, insinu quindi in coloro che il maneggio avevano della repubblica quella libert licenziosa e quella trascuranza dell'onesto e del convenevole dalle quali poco dopo messi furono in iscompiglio tutti gli affari.
(47) Eliano, Varia hist., lib. VIII, cap. 13; Eurip., in Melan., presso Ateneo, lib. XIX.
(48) Thom. Mag., in Vita Euripidis; Suida, in Sophokl.
(49) Vedi Bruckero, Storia filosof., alla Vita di Teofrasto; e l'Enciclopedia, articolo Aristotlisme.
(50) Tacito, Vita d'Agricola sul principio; Svetonio, in Domiziano; ed Enrico Dodwello, Annales Quintilianei.
(51) Institut. Orat., lib. IV, nel proemio.
(52) In quell'orazione Isocrate piant per assioma che l'eloquenza debba magnificare le minime cose ed impicciolire le grandi; e procede esaltando i benemeriti degli Ateniesi. Vedi Longino, Del Sublime, cap. 38, che da quell'assioma, desume il vituperio d'Atene.
(53) Quintiliano, Institut., lib. X, cap. 1.
(54) Leggi l'orazione inaugurale Intorno al debito di onorare i primi scopritori del Vero di Vincenzo Monti, che in questa cattedra nell'universit di Pavia fu mio predecessore.
(55) E che dir io di quegli scrittori che senza celebrit letteraria, senza onore domestico, senza amore agli studi e alla patria s'accostano a celebrare le glorie del principe? Infami in perpetuo, se la loro penna potesse almeno aspirare ad una infame immortalit! Ma vili e ignoranti ad un tempo hanno per principio e fine d'ogni linea che scrivono, il prezzo della dedicatoria. Sapientemente Ottaviano, che era in necessit di alimentare le lettere e di rispettare gl'ingegni, spediva decreti perch gli scrittori d'ignobile fama non lo lodassero: Ingenia saeculi sui omnibus modis Augustus fovit. Recitantes et benigne et patienter audivit; nec tantum carmina et historias, sed et orationes et dialogos. Componi tamen aliquid de se, nisi et serio et a praestantissimis offendebatur; admonebatque praetores, ne paterentur nomen suum commissionibus obsolefieri. Sveton., Lib. II, (cap. 89), 3.
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