TRASCRIZIONE ELETTRONICA, PER I NON VEDENTI, A CURA DI EZIO GALIANO.

NICOL UGO FOSCOLO.
Frammento della Storia di Lauretta.

Non so se il cielo badi alla terra.  Pur se ci ha qualche volta badato
(o  almeno  il  primo  giorno  che  la  umana  razza ha incominciato a
formicolare) io credo che il Destino abbia scritto negli eterni libri:
L'uomo sar infelice.

N oso appellarmi di questa sentenza,  perch non saprei forse  a  che
tribunale,  tanto  pi  che  mi  giova crederla utile alle tante altre
razze viventi n mondi innumerabili.  Ringrazio nondimeno quella Mente
che  mescendosi  all'universo  degli  enti,   li  fa  sempre  rivivere
distruggendoli;  perch con le miserie,  ci ha dato almeno il dono del
pianto,  ed  ha  punito  coloro  che  con  una  insolente filosofia si
vogliono ribellare dalla umana sorte, negando loro glinesausti piaceri
della  compassione  -  Se  vedi  alcuno  addolorato  e  piangente  non
piangere.   Stoico!   or  non  sai  tu  che  le  lagrime  di  un  uomo
compassionevole sono per l'infelice pi dolci della rugiada su  l'erbe
appassite?
O  Lauretta!  io piansi con te sulla bara del tuo povero amante,  e mi
ricordo che la mia compassione disacerbava l'amarezza del tuo  dolore.
T'abbandonavi sovra il mio seno,  e i tuoi biondi capelli mi coprivano
il volto,  e il  tuo  pianto  bagnava  le  mie  guance;  poi  col  tuo
fazzoletto mi rasciugavi,  e rasciugavi le tue lagrime che tornavano a
sgorgarti dagli occhi e  scorrerti  sulle  labbra.  -  Abbandonata  da
tutti! - ma io no; non ti ho abbandonata mai.
Quando tu erravi fuor di te stessa per le romite spiagge del mare,  io
seguiva  furtivamente  i  tuoi  passi  per   poterti   salvare   dalla
disperazione del tuo dolore.  Poi ti chiamava a nome, e tu mi stendevi
la mano,  e sedevi al mio fianco.  Saliva  in  cielo  la  Luna,  e  tu
guardandola  cantavi pietosamente - taluno avrebbe osato deriderti: ma
il Consolatore d disgraziati che guarda con un  occhio  stesso  e  la
pazzia e la saviezza degli uomini,  e che compiange e i loro delitti e
le loro virt - udiva forse le tue meste voci,  e ti  spirava  qualche
conforto:  le  preci  del  mio  cuore  t'accompagnavano:  e a Dio sono
accetti i voti e i  sacrificj  delle  anime  addolorate.  -  I  flutti
gemeano con flebile fiotto, e i venti che glincrespavano gli spingeano
a  lambir  quasi  la  riva  dove  noi  stavamo seduti.  E tu alzandoti
appoggiata al mio braccio t'indirizzavi a quel sasso ove  parevati  di
vedere ancora il tuo Eugenio, e sentir la sua voce, e la sua mano, e i
suoi  baci.  -  Or che mi resta?  esclamavi;  la guerra mi allontana i
fratelli, e la morte mi ha rapito il padre e l'amante;  abbandonata da
tutti!
O  Bellezza,  genio  benefico  della natura!  Ove mostri l'amabile tuo
sorriso scherza la gioja,  e si diffonde la volutt  per  eternare  la
vita  dell'universo:  chi  non  ti  conosce e non ti sente incresca al
mondo e a se stesso.  Ma quando la virt  ti  rende  pi  cara,  e  le
sventure,  togliendoti  la  baldanza  e la invidia della felicit,  ti
mostrano ai mortali c crini sparsi e privi delle allegre ghirlande  -
chi    colui  che  pu  passarti  davanti  e  non altro offerirti che
un'inutile occhiata di compassione?
Ma io t'offeriva, o Lauretta,  le mie lagrime,  e questo mio romitorio
dove tu avresti mangiato del mio pane,  e bevuto nella mia tazza, e ti
saresti addormentata sovra il mio petto .  Tutto quello chio aveva!  e
meco forse la tua vita sebbene non lieta,  sarebbe stata libera almeno
e pacifica.  Il cuore nella solitudine e nella pace va a poco  a  poco
obbliando i suoi affanni;  perch la pace e la libert si compiacciono
della semplice e solitaria natura.
Una sera d'autunno la Luna appena si mostrava alla terra rifrangendo i
suoi raggi su le nuvole trasparenti, che accompagnandola l'andavano ad
ora ad ora coprendo, e che sparse per l'ampiezza del cielo rapivano al
mondo le stelle. Noi stavamo intenti  lontani fuochi dei pescatori, e
al canto del gondoliere che col suo remo rompea il silenzio e la calma
dell'oscura laguna. Ma Lauretta volgendosi cerc con gli occhi intorno
il suo innamorato;  e si rizz,  e raming un pezzo  chiamandolo;  poi
stanca  torn  dov'io  sedeva,  e  s'assise quasi spaventata della sua
solitudine.  Guardandomi parea che volesse dirmi: Io sar  abbandonata
anche da te! - e chiam il suo cagnuolino.
Io?  - Chi l'avrebbe mai detto che quella dovesse essere l'ultima sera
chio la vedeva!  Era vestita di bianco;  un nastro cilestro raccogliea
le sue chiome, e tre mammole appassite spuntavano in mezzo al lino che
velava  il  suo seno.  - Io l'ho accompagnata fino all'uscio della sua
casa;  e sua madre che venne ad aprirci mi ringraziava della cura chio
mi  prendeva  per  la  sua  disgraziata  figliuola.  Quando  fui  solo
m'accorsi che m'era rimasto fra le mani il  suo  fazzoletto:  -  gliel
ridar domani, diss'io.
I suoi mali incominciavano gi a mitigarsi,  ed io forse -  vero;  io
non poteva darti il tuo Eugenio;  ma  ti  sarei  stato  sposo,  padre,
fratello.  I  miei  concittadini persecutori,  giovandosi d manigoldi
stranieri, proscrissero improvvisamente il mio nome;  n ho potuto,  o
Lauretta, lasciarti neppure l'ultimo addio.
Quand'io penso all'avvenire e mi chiudo gli occhi per non conoscerlo e
tremo e mi abbandono con la memoria  giorni passati,  io vo per lungo
tratto vagando sotto gli alberi di  queste  valli,  e  mi  ricordo  le
sponde  del  mare,  e  i  fuochi  lontani,  e il canto del gondoliere.
M'appoggio ad un tronco - sto pensando - il cielo me l'avea conceduta;
ma l'avversa fortuna me  l'ha  rapita!  traggo  il  suo  fazzoIetto  -
infelice chi ama per ambizione!  ma il tuo cuore,  o Lauretta,  fatto
per la schietta natura: m'ascugo gli occhi,  e  torno  sul  far  della
notte alla mia casa.
Che  fai  tu  frattanto?  torni  errando  lungo  le spiagge e mandando
preghiere e lagrime a Dio?  - Vieni!  tu  corrai  le  frutta  del  mio
giardino;  tu berrai nella mia tazza,  tu mangerai del mio pane,  e ti
poserai sovra il mio seno e sentirai come batte, come oggi batte assai
diversamente il mio cuore. Quando si risveglier il tuo martirio, e lo
spirito sar vinto dalla passione,  io ti verr dietro per  sostenerti
in mezzo al cammino,  e per guidarti,  se ti smarrissi, alla mia casa;
mai ti  verr  dietro  tacitamente  per  lasciarti  libero  almeno  il
conforto del pianto.  Io ti sar padre,  fratello - ma, il mio cuore -
se tu vedessi il mio cuore!  - una lagrima bagna la carta  e  cancella
ci che vado scrivendo.
Io  la  ho  veduta  tutta  fiorita  di  giovent e di bellezza;  e poi
impazzita, raminga,  orfana;  e la ho veduta baciare le labbra morenti
del  suo  unico  consolatore  -  e  poscia  inginocchiarsi con pietosa
superstizione davanti a sua madre lagrimando  e  pregandola  acciocch
ritirasse  la  maledizione  che  quella madre infelice aveva fulminata
contro la sua figliuola. - Cos la povera Lauretta mi lasci nel cuore
per sempre la compassione delle sue sventure.  Preziosa  eredit  chio
vorrei pur dividere con voi tutti  quali non resta altro conforto che
di  amare  la virt e di compiangerla.  Voi non mi conoscete;  ma noi,
chiunque voi siate,  noi siamo amici.  Non odiate gli uomini prosperi;
solamente fuggiteli.

4 Maggio.

Hai  tu  veduto  dopo  i  giorni della tempesta prorompere fra l'auree
nuvole dell'oriente il vivo raggio del Sole e  riconsolar  la  natura?
Tale  per  me    la  vista  di  costei.  - Discaccio i miei desiderj,
condanno le mie speranze,  piango i miei inganni: no,  io non la vedr
pi;  io non l'amer. Odo una voce che mi chiama traditore; la voce di
suo padre!  M'adiro contro me stesso,  e sento risorgere nel mio cuore
una  virt sanatrice,  un pentimento.  - Eccomi dunque saldo nella mia
risoluzione;  saldo pi che mai: ma poi?  - All'apparir del suo  volto
ritornano  le  illusioni,  e  l'anima  mia  si trasforma,  e obblia se
medesima, e s'imparadisa nella contemplazione della bellezza.

Maggio.



Ella non t'ama; e se pure volesse amarti, nol pu.  vero, Lorenzo: ma
s'io consentissi a strapparmi  il  velo  dagli  occhi,  dovrei  subito
chiuderli in sonno eterno;  poich senza questo angelico lume, la vita
mi sarebbe terrore,  il mondo caos,  la  Natura  notte  e  deserto.  -
Anzich   spegnere   una  per  una  le  fiaccole  che  rischiarano  la
prospettiva teatrale e disingannare villanamente gli  spettatori,  non
sarebbe assai meglio calar il sipario in un subito,  e lasciarli nella
loro illusione?  Ma  se  l'inganno  ti  nuoce:  -  che  monta?  se  il
disinganno mi uccide!
Una   domenica  intesi  il  parroco  che  sgridava  i  villani  perch
s'ubbriacavano.  E non s'accorgeva come avvelenava a qu  meschini  il
conforto  di  addormentare  nell'ebbriet  della  sera  le fatiche del
giorno, di non sentire l'amarezza del loro pane bagnato di sudore e di
lagrime,  e di non pensare al rigore e alla fame che il venturo  verno
minaccia.

11 Maggio.

Conviene  dire  che  Natura abbia pur d'uopo di questo globo,  e della
specie di viventi litigiosi che lo stanno abitando.  E per  provvedere
alla conservazione di tutti, anzich legarci in reciproca fratellanza,
ha  costituito ciascun uomo cos amico di se medesimo,  che volentieri
aspirerebbe all'esterminio dell'universo per vivere pi  sicuro  della
propria  esistenza  e  rimanersi despota solitario di tutto il creato.
Niuna generazione ha mai veduto per tutto il suo corso la dolce  pace,
la guerra fu sempre l'arbitra d diritti, e la forza ha dominato tutti
i  secoli.  Cos  l'uomo or aperto,  or secreto,  e sempre implacabile
nemico  della  umanit,   conservandosi  con   ogni   mezzo,   cospira
all'intento  della  Natura che ha d'uopo della esistenza di tutti: e i
discendenti di Caino e d'Abele,  quantunque imitino i  loro  primitivi
parenti  e  si  trucidino  perpetuamente  l'un  l'altro,  vivono  e si
propagano. Or odi.  - Ho accompagnato stamattina per tempo Teresa e la
sua  sorellina  in  casa  di  una lor conoscente venuta a villeggiare.
Credeva di desinare in lor compagnia,  ma per mia disgrazia aveva  fin
dalla  settimana passata promesso al chirurgo che mi troverei a pranzo
con lui, e se Teresa non me ne facea sovvenire, io, a dirti la verit,
me n'era dimenticato.  Mi vi sono dunque avviato un'oretta innanzi  al
mezzogiorno;  ma affannato dal caldo,  mi sono a mezza strada coricato
sotto un ulivo: al vento di jeri fuor di stagione,  oggi    succeduta
un'arsura  nojosissima:  e  me  ne stava l al fresco spensieratamente
come se avessi gi desinato.  Voltando la testa mi sono avveduto di un
contadino che guardavami bruscamente: - Che fate voi qui?
- Sto, come vedete, riposando.
-  Avete  voi  possessioni?  -  percotendo la terra col calcio del suo
schioppo.
- Perch?
- Perch - sdrajatevi su i vostri prati,  se ne avete;  e non venite a
pestare  l'erba  degli  altri,  - e partendo,  - fate chio tornando vi
trovi!
Io non mi era mosso, ed egli se n'era ito. A bella prima, io non aveva
badato alle sue bravate; ma ripensandoci; se ne avete! e se la fortuna
non avesse  conceduto    miei  padri  due  pertiche  di  terreno,  tu
m'avresti negato anche nella parte pi sterile del tuo prato l'estrema
piet  del sepolcro!  - Ma osservando che l'ombra dell'ulivo diventava
pi lunga, mi sono ricordato del pranzo.
Poco fa tornandomi a casa ho trovato su la mia porta l'uomo stesso  di
stamattina.  - Signore, vi stava aspettando; se mai - vi foste adirato
meco; vi domando perdono.
- Riponete il cappello: io non me ne sono gi offeso.
Perch mai questo mio cuore nelle stesse occasioni ora    pace  pace,
ora  tutto tempesta? Diceva quel viaggiatore: Il flusso e riflusso d
miei  umori  governa  tutta la mia vita.  Forse un minuto prima il mio
sdegno sarebbe stato  assai  pi  grave  dell'insulto.  Perch  dunque
rimetterci  al  beneplacito  di chi ne offende,  permettendo chegli ci
possa turbare con una ingiuria non meritata?  Vedi come l'amor proprio
ruffiano  si  prova con questa pomposa sentenza di ascrivermi a merito
un'azione che  derivata forse da - chi lo sa?  In pari occasioni  non
ho  usato  di  eguale  moderazione:    vero  che  passata mezz'ora ho
filosofato contro di me;  ma la ragione    venuta  zoppicando;  e  il
pentimento,  per  chi aspira alla saviezza,   sempre tardo - ma n io
v'aspiro: io mi sono uno d tanti figliuoli della terra, non altro;  e
porto meco tutte le passioni e le miserie della mia specie.
Il  contadino  andava ridicendo: - Vi ho fatto villania,  ma io non vi
conosceva;  qu lavoratori che segavano il fieno n  prati  vicino  mi
hanno dopo ammonito.
- Non importa, buon uomo: come andr egli il raccolto quest'anno?
- Patiremo del caro: or pregovi,  signor mio, perdonatemi. Dio volesse
v'avessi allor conosciuto!
- Galantuomo; o conoscendo,  o non conoscendo non date noja a nessuno,
perch  starete  a rischio a ogni modo o di inimicarvi il ricco,  o di
maltrattare il povero: quanto a me non occorre.
- Dice bene il signore;  Dio gliene rimeriti.  - E si  part.  E  far
forse peggio;  gli ha un certo che di sfacciato nel viso; e la ragione
degli animali ragionevoli,  quando non sentono verecondia,    ragione
perniciosissima a chiunque ha che fare con loro.
Intanto?  crescono  ogni  giorno  i  martiri  perseguitati  dal  nuovo
usurpatore della mia patria.  Quanti andranno tapinando e profughi  ed
esiliati,  senza il letto di poca erba n l'ombra di un ulivo - Dio lo
sa!  Lo straniero infelice  cacciato  perfino  dalla  balza  dove  le
pecore pascono tranquillamente.

12 Maggio.

Non ho osato no,  non ho osato.  - Io poteva abbracciarla e stringerla
qui,  a questo cuore.  La ho veduta addormentata: il  sonno  le  tenea
chiusi  qu  grandi  occhi  neri;  ma  le  rose  del  suo sembiante si
spargeano allora pi vive che mai su le sue guance  rugiadose.  Giacea
il suo bel corpo abbandonato sopra un sof. Un braccio le sosteneva la
testa  e  l'altro  pendea  mollemente.  Io  la  ho  pi volte veduta a
passeggiare e a danzare;  mi sono sentito sin dentro l'anima e la  sua
arpa  e  la sua voce;  la ho adorata pien di spavento come se l'avessi
veduta discendere dal paradiso - ma cos bella come oggi,  io non l'ho
veduta mai,  mai.  Le sue vesti mi lasciavano trasparire i contorni di
quelle angeliche forme; e l'anima mia le contemplava e - che posso pi
dirti?  tutto il furore e l'estasi dell'amore mi aveano  infiammato  e
rapito fuori di me.  Io toccava come un divoto e le sue vesti e le sue
chiome odorose e il mazzetto di mammole chessa aveva in mezzo  al  suo
seno  - s s,  sotto questa mano diventata sacra ho sentito palpitare
il suo cuore.  Io respirava gli aneliti della sua bocca socchiusa - io
stava per succhiare tutta la volutt di quelle labbra celesti - un suo
bacio!  e avrei benedette le lagrime che da tanto tempo bevo per lei -
ma allora allora io la ho sentita sospirare  fra  il  sonno:  mi  sono
arretrato,  respinto quasi da una mano divina. T'ho insegnato io forse
ad amare, ed a piangere?  e cerchi tu un breve momento di sonno perch
ti  ho turbato le tue notti innocenti e tranquille?  a questo pensiero
me le sono prostrato davanti immobile immobile rattenendo il sospiro -
e sono fuggito per non ridestarla alla vita angosciosa  in  cui  geme.
Non si querela, e questo mi strazia ancor pi: ma quel suo viso sempre
pi  mesto,  e  quel  guardarmi con piet,  e tacere sempre al nome di
Odoardo,  e sospirare sua madre  -  ah!  il  cielo  non  ce  l'avrebbe
conceduta  se  non  dovesse  anchessa  partecipare  del sentimento del
dolore.  Eterno Iddio!  esisti tu per noi  mortali?  O  sei  tu  padre
snaturato verso le tue creature? So che quando hai mandato su la terra
la  Virt,  tua  figliuola  primogenita,  le  hai  dato  per  guida la
Sventura. Ma perch poi lasciasti la Giovinezza e la Belt cos deboli
da non poter sostenere le discipline di  s  austera  istitutrice?  In
tutte  le  mie  afflizioni  ho alzato le braccia sino a te,  ma non ho
osato n mormorare n piangere: ahi adesso!  Or perch farmi conoscere
la felicit s'io doveva bramarla s fieramente, e perderne la speranza
per sempre?  - No, Teresa  mia tutta; tu me l'hai assegnata perch mi
creasti un cuore capace di amarla immensamente, eternamente.

13 Maggio.

S'io fossi pittore!  che ricca  materia  al  mio  pennello!  L'artista
immerso  nella  idea  deliziosa  del  bello addormenta o mitiga almeno
tutte le altre passioni.  - Ma se anche fossi pittore?  Ho  veduto  n
pittori e n poeti la bella,  e talvolta anche la schietta natura;  ma
la natura somma,  immensa,  inimitabile non la ho veduta dipinta  mai.
Omero,  Dante e Shakespeare, tre maestri di tutti glingegni sovrumani,
hanno investito la mia immaginazione ed infiammato il  mio  cuore:  ho
bagnato di caldissime lagrime i loro versi; e ho adorato le loro ombre
divine  come  se  le vedessi assise su le volte eccelse che sovrastano
l'universo a dominare l'eternit.  Pure gli  originali  che  mi  veggo
davanti  mi  riempiono  tutte  le  potenze  dell'anima,  e non oserei,
Lorenzo,  non oserei,  s'anche si  trasfondesse  in  me  Michelangelo,
tirarne  le  prime  linee.  Sommo  Iddio!  quando  tu miri una sera di
primavera ti compiaci forse della tua creazione? tu mi hai versato per
consolarmi una fonte inesausta  di  piacere,  ed  io  la  ho  guardata
sovente  con  indifferenza.  Su la cima del monte indorato d pacifici
raggi del Sole che va mancando,  io mi vedo accerchiato da una  catena
di colli s quali ondeggiano le messi, e si scuotono le viti sostenute
in  ricchi  festoni  dagli  ulivi  e  dagli  olmi: le balze e i gioghi
lontani vanno sempre crescendo come se gli uni fossero imposti su  gli
altri.  Di  sotto  a  me  le  coste del monte sono spaccate in burroni
infecondi fra i quali si vedono offuscarsi le ombre della sera,  che a
poco a poco s'innalzano; il fondo oscuro e orribile sembra la bocca di
una  voragine.  Nella falda del mezzogiorno l'aria  signoreggiata dal
bosco che sovrasta e offusca  la  valle  dove  pascono  al  fresco  le
pecore,  e  pendono dall'erta le capre sbrancate.  Cantano flebilmente
gli uccelli come se piangessero il  giorno  che  muore,  mugghiano  le
giovenche,  e  il  vento  pare  che  si  compiaccia del susurrar delle
fronde.  Ma da settentrione si dividono i colli,  e s'apre  all'occhio
una  interminabile  pianura: si distinguono n campi vicini i buoi che
tornano a casa: lo stanco agricoltore  li  siegue  appoggiato  al  suo
bastone;  e  mentre  le  madri  e  le mogli apparecchiano la cena alla
affaticata famigliuola,  fumano le lontane ville ancor biancicanti,  e
le capanne disperse per la campagna. I pastori mungono il gregge, e la
vecchiarella  che  stava filando su la porta dell'ovile,  abbandona il
lavoro e va carezzando e fregando il torello,  e  gli  agnelletti  che
belano intorno alle loro madri.  La vista intanto si va dilungando,  e
dopo lunghissime file di alberi e  di  campi,  termina  nell'orizzonte
dove  tutto  si  minora  e si confonde.  Lancia il Sole partendo pochi
raggi, come se quelli fossero gli estremi addio che d alla Natura;  e
le  nuvole rosseggiano,  poi vanno languendo,  e pallide finalmente si
abbujano: allora la pianura si perde,  l'ombre  si  diffondono  su  la
faccia della terra;  ed io, quasi in mezzo all'oceano, da quella parte
non trovo che il cielo.
Jer sera appunto dopo pi di due ore d'estatica  contemplazione  d'una
bella sera di Maggio,  io scendeva a passo a passo dal monte. Il mondo
era in cura  alla  Notte,  ed  io  non  sentiva  che  il  canto  della
villanella,  e non vedeva che i fuochi d pastori. Scintillavano tutte
le stelle, e mentr'io salutava ad una ad una le costellazioni,  la mia
mente contraeva un non so che di celeste,  ed il mio cuore s'innalzava
come se aspirasse ad una regione pi sublime  assai  della  terra.  Mi
sono trovato su la montagnuola presso la chiesa: suonava la campana d
morti,  e  il  presentimento  della mia fine trasse i miei sguardi sul
cimiterio dove n loro cumuli coperti  di  erba  dormono  gli  antichi
padri  della  villa:  -  Abbiate  pace,  o nude reliquie: la materia 
tornata alla materia;  nulla  scema,  nulla  cresce,  nulla  si  perde
quaggi;  tutto si trasforma e si riproduce - umana sorte!  men felice
degli altri chi men la teme.  - Spossato mi sdrajai boccone  sotto  il
boschetto  d  pini,  e in quella muta oscurit,  mi sfilavano dinanzi
alla mente tutte le mie sventure e tutte le mie speranze. Da qualunque
parte io corressi anelando alla felicit,  dopo un aspro viaggio pieno
di  errori  e  di tormenti,  mi vedeva spalancata la sepoltura dove io


m'andava a perdere con tutti i mali e tutti i beni di  questa  inutile
vita.  E  mi  sentiva  avvilito  e  piangeva  perch  avea  bisogno di
consolazione - e n miei singhiozzi io invocava Teresa.

14 Maggio.

Anche jer sera tornandomi dalla montagna,  mi posai stanco  sotto  qu
pini;  anche jer sera io invocava Teresa.  - Udii un calpestio fra gli
alberi; e mi parea d'intendere bisbigliare alcune voci.  Mi sembr poi
di  vedere  Teresa  con  sua  sorella  -  sbigottitesi  a  prima vista
fuggivano. Io le chiamai per nome, e la Isabellina raffigurandomi,  mi
si gitt addosso con mille baci.  Mi rizzai.  Teresa s'appoggi al mio
braccio,  e noi passeggiammo taciturni lungo la  riva  del  fiumicello
sino al lago d cinque fonti.  E l ci siamo quasi di consenso fermati
a mirar l'astro di Venere che ci  lampeggiava  su  gli  occhi.  -  Oh!
diss'ella,  con  quel  dolce  entusiasmo  tutto  suo,  credi tu che il
Petrarca  non  abbia  anchegli  visitato  sovente  queste   solitudini
sospirando  fra  le  ombre pacifiche della notte la sua perduta amica?
Quando leggo i suoi versi io me lo dipingo qui - malinconico - errante
- appoggiato al tronco di un albero,  pascersi d suoi mesti pensieri,
e  volgersi  al  cielo  cercando  con  gli  occhi  lagrimosi  la belt
immortale di Laura.  Io non so come quell'anima,  che avea in s tanta
parte di spirito celeste, abbia potuto sopravvivere in tanto dolore, e
fermarsi  fra le miserie d mortali - oh quando s'ama davvero!  - E mi
parve chessa mi stringesse la mano,  e io mi sentiva il cuore che  non
voleva starmi pi in petto.  - S!  tu eri creata per me, nata per me,
ed io -  non  so  come  ho  potuto  soffocare  queste  parole  che  mi
scoppiavano  dalle  labbra.  -  E  saliva  su  per la collina ed io la
seguitava. Le mie potenze erano tutte di Teresa; ma la tempesta che le
aveva  agitate  era  alquanto  sedata.  -  Tutto    amore,   diss'io;
l'universo non  che amore;  e chi lo ha mai pi sentito,  chi pi del
Petrarca lo ha fatto dolcissimamente sentire?  Qu pochi genj  che  si
sono  innalzati sopra tanti altri mortali mi spaventano di meraviglia;
ma il Petrarca mi riempie di fiducia religiosa e d'amore;  e mentre il
mio intelletto gli sacrifica come a nume, il mio cuore lo invoca padre
e amico consolatore. - Teresa sospir insieme e sorrise.
La salita l'aveva stancata: riposiamo, diss'ella: l'erba era umida, ed
io le additai un gelso poco lontano. Il pi bel gelso che mai.  alto,
solitario,  frondoso:  fr  suoi  rami v'ha un nido di cardellini - ah
vorrei poter innalzare sotto l'ombre di quel gelso  un  altare!  -  La
ragazzina  intanto  ci  aveva lasciati,  saltando su e gi,  cogliendo
fioretti e gettandoli dietro le  lucciole  che  veniano  aleggiando  -
Teresa  sedea  sotto  il  gelso ed io seduto vicino a lei con la testa
appoggiata al tronco,  le recitava le odi di Saffo - sorgeva la Luna -
oh! - perch mentre scrivo il mio cuore batte s forte? beata sera!

14 Maggio, ore 11.

S, Lorenzo! - dianzi io meditai di tacertelo - Or odilo, la mia bocca
  tuttavia  rugiadosa  -  d'un suo bacio - e le mie guance sono state
innondate dalle  lagrime  di  Teresa.  Mi  ama  -  lasciami,  Lorenzo,
lasciami in tutta l'estasi di questo giorno di paradiso.

14 Maggio, a sera.

O quante volte ho ripigliato la penna,  e non ho potuto continuare: mi
sento un p calmato e torno a scriverti.  -  Teresa  giacea  sotto  il
gelso  -  ma  e  che posso dirti che non sia tutto racchiuso in queste
parole?  Vi amo.  A queste parole tutto ci chio vedeva mi sembrava un
riso dell'universo: io mirava con occhi di riconoscenza il cielo, e mi
parea chegli si spalancasse per accoglierci!  deh!  a che non venne la
morte?  e l'ho invocata.  S;  ho baciato Teresa;  i fiori e le piante
esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia;
i  rivi  risuonavano  da  lontano;  e tutte le cose s'abbellivano allo
splendore della Luna che era tutta piena  della  luce  infinita  della
Divinit.  Gli  elementi  e  gli  esseri esultavano nella gioja di due
cuori ebbri di amore - ho baciata e ribaciata quella mano -  e  Teresa
mi  abbracciava tutta tremante,  e trasfondea i suoi sospiri nella mia
bocca,  e il suo cuore palpitava su questo petto:  mirandomi  c  suoi
grandi occhi languenti,  mi baciava,  e le sue labbra umide, socchiuse
mormoravano su le mie - ahi!  che ad un tratto mi si    staccata  dal
seno quasi atterrita: chiam sua sorella e s'alz correndole incontro.
Io me le sono prostrato, e tendeva le braccia come per afferrar le sue
vesti - ma non ho ardito di rattenerla, n richiamarla. La sua virt -
e  non  tanto  la  sua virt,  quanto la sua passione,  mi sgomentava:
sentiva e sento rimorso di averla io  primo  eccitata  nel  suo  cuore
innocente.  Ed    rimorso  -  rimorso  di  tradimento!  Ahi mio cuore
codardo!  - Me le sono accostato tremando.  - Non posso essere  vostra
mai! - e pronunci queste parole dal cuore profondo e con una occhiata
con  cui parea rimproverarsi e compiangermi.  Accompagnandola lungo la
via, non mi guard pi;  n io avea pi cuore di dirle parola.  Giunta
alla   ferriata  del  giardino  mi  prese  di  mano  la  Isabellina  e
lasciandomi: Addio,  diss'ella;  e rivolgendosi dopo  pochi  passi,  -
addio.
Io rimasi estatico: avrei baciate l'orme d suoi piedi: pendeva un suo
braccio,  e i suoi capelli rilucenti al raggio della Luna svolazzavano
mollemente: ma poi,  appena appena il lungo viale  e  la  fosca  ombra
degli  alberi mi concedevano di travedere le ondeggianti sue vesti che
da lontano ancor biancheggiavano;  e poich  l'ebbi  perduta,  tendeva
l'orecchio sperando di udir la sua voce. - E partendo, mi volsi con le
braccia  aperte,  quasi  per  consolarmi,  all'astro  di  Venere:  era
anchesso sparito.

15 Maggio.

Dopo quel bacio io son fatto divino.  Le mie  idee  sono  pi  alte  e
ridenti, il mio aspetto pi gajo, il mio cuore pi compassionevole. Mi
pare che tutto s'abbellisca  miei sguardi; il lamentar degli augelli,
e il bisbiglio d zefiri fra le frondi son oggi pi soavi che mai;  le
piante si fecondano,  e i fiori si colorano sotto   miei  piedi;  non
fuggo pi gli uomini,  e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno
 tutto bellezza e armonia.  Se dovessi scolpire o dipingere la Belt,
io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione.
O  Amore!  le  arti belle sono tue figlie;  tu primo hai guidato su la
terra la sacra  poesia,  solo  alimento  degli  animali  generosi  che
tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle pi tarde
generazioni,  spronandole  con le voci e c pensieri spirati dal cielo
ad altissime imprese: tu raccendi n nostri petti la sola virt  utile
 mortali,  la Piet, per cui sorride talvolta il labbro dell'infelice
condannato ai sospiri: e per te rivive sempre il  piacere  fecondatore
degli  esseri,  senza  del  quale  tutto  sarebbe caos e morte.  Se tu
fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata;  gli animali,  nemici fra loro;
il  Sole,  foco malefico;  e il Mondo,  pianto,  terrore e distruzione
universale.  Adesso che l'anima mia risplende di  un  tuo  raggio,  io
dimentico  le  mie  sventure;  io rido delle minacce della fortuna,  e
rinunzio alle lusinghe dell'avvenire. - O Lorenzo! sto spesso sdrajato
su la riva del lago d cinque fonti: mi sento vezzeggiare la faccia  e
le chiome dai venticelli che alitando sommovono l'erba,  e allegrano i
fiori,  e increspano le limpide  acque  del  lago.  Lo  credi  tu?  io
delirando  deliziosamente mi veggo dinanzi le Ninfe ignude,  saltanti,
inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le Muse e l'Amore;  e
fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi,  vedo uscir sino al petto
con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi
ridenti le Najadi, amabili custodi delle fontane. Illusioni!  grida il
filosofo.  - Or non  tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si
credeano  degni  d  baci  delle  immortali  dive   del   cielo;   che
sacrificavano  alla  Bellezza  e  alle  Grazie;   che  diffondeano  lo
splendore della divinit su le imperfezioni dell'uomo, e che trovavano
il BELLO ed  il  VERO  accarezzando  gli  idoli  della  lor  fantasia!
Illusioni!  ma  intanto  senza di esse io non sentirei la vita che nel


dolore, o (che mi spaventa ancor pi) nella rigida e nojosa indolenza:
e se questo cuore non vorr pi sentire,  io me lo strapper dal petto
con le mie mani, e lo caccer come un servo infedele.

21 Maggio.

Ohim  che notti lunghe,  angosciose!  - il timore di non rivederla mi
desta: divorato  da  un  presentimento  profondo,  ardente,  smanioso,
sbalzo  dal letto al balcone e non concedo riposo alle mie membra nude
aggrezzate,  se prima non discerno sull'oriente un raggio  di  giorno.
Corro  palpitando  al  suo  fianco e stupido!  soffoco le parole,  e i
sospiri: non concepisco, non odo: il tempo vola, e la notte mi strappa
da quel soggiorno di paradiso.  - Ahi  lampo!  tu  rompi  le  tenebre,
splendi, passi ed accresci il terrore e l'oscurit.

25 Maggio.

Ti ringrazio,  eterno Iddio,  ti ringrazio!  Tu hai dunque ritirato il
tuo sospiro,  e Lauretta ha lasciato alla terra le sue infelicit:  tu
ascolti  i  gemiti  che  partono dalle viscere dell'anima,  e mandi la
Morte  per  isciogliere  dalle  catene  della  vita  le  tue  creature
perseguitate ed afflitte.  Mia cara amica! il tuo sepolcro beva almeno
queste lagrime,  sole esequie chio posso offerirti: le  zolle  che  ti
nascondono  sieno  coperte di fresca erba,  e dalle benedizioni di tua
madre e dalla mia. Tu vivendo speravi da me qualche conforto;  eppure!
non ho potuto nemmeno prestarti gli ultimi ufficj; ma - ci rivedremo -
s.
Quand'io, caro Lorenzo, mi ricordava di quella povera innocente, certi
presentimenti mi gridavano dentro l'anima:  morta.  Pure se tu non me
ne avessi scritto, io certo non lo avrei saputo mai; perch,  e chi si
cura  della  virt  quand'  ravvolta  nella  povert?  Spesso mi sono
accinto a scriverle.  M' caduta la penna,  e ho bagnato la  carta  di
lagrime: temeva non mi raccontasse d nuovi martirj, e mi destasse nel
cuore  una  corda la cui vibrazione non sarebbe cessata s tosto.  Pur
troppo!  noi sfuggiamo d'intendere i mali d  nostri  amici;  le  loro
miserie  ci  sono  gravi,  e  il  nostro orgoglio sdegna di porgere il
conforto delle parole, s caro agli infelici,  quando non si pu unire
un  soccorso vero e reale.  Ma - fors'ella e sua madre mi annoveravano
fra la turba di coloro che ubbriacati dalla prosperit abbandonano gli
sventurati. Lo sa il cielo! Frattanto Dio ha conosciuto che non poteva
reggere pi: Ei tempera i venti in  favore  dell'agnello  recentemente
tosato;  e - tosato al vivo! E ti dee pur ricordare com'essa un giorno
torn a casa sua,  portando chiuso nel suo  canestrino  da  lavoro  un
cranio di morto;  e ci scoverse il coperchio,  e rideva; e mostrava il
cranio in mezzo a un nembo di rose. - E le sono tante e tante,  diceva
a noi,  queste rose;  e le ho rimondate di tutte le spine: e domani le
si appassiranno: ma io ne comperer ben dell'altre perch ogni giorno,
ogni mese crescono rose, e la morte se le piglia tuttequante. - Ma che
vuoi tu farne, o Lauretta; io le dissi. - V coronare questo cranio di
rose, e ogni giorno di rose fresche; - e rispondendo rideva pur sempre
con soave amabilit. E in quelle parole e in quel riso e in quell'aria
di volto demente e in quegli occhi fitti sul cranio e  in  quelle  sue
dita  pallide  e tremanti che andavano intrecciando le rose - tu ti s
pur avveduto come alle volte  il  desiderio  di  morire    necessario
insieme  e  dolcissimo;  ed  eloquente  fin  anche  sul  labbro  d'una
fanciulla impazzata.
Torner,  Lorenzo: conviene chio esca;  il mio cuore si gonfia e  geme
come  se  non  volesse  starmi pi in petto: su la cima di un monte mi
sembra d'essere alquanto pi libero;  ma qui nella mia  stanza  -  sto
quasi sotterrato in un sepolcro. -
Sono salito su la pi alta montagna: i venti imperversavano; io vedeva
le  querce  ondeggiar  sotto   miei piedi;  la selva fremeva come mar
burrascoso, e la valle ne rimbombava;  su le rupi dell'erta sedeano le
nuvole  -  nella terribile maest della Natura la mia anima attonita e
sbalordita ha dimenticato i suoi mali, ed  tornata alcun poco in pace
con se medesima.
Vorrei dirti di grandi cose: mi passano per la mente; vi sto pensando!
- m'ingombrano il cuore,  s'affollano,  si confondono: non so  pi  da
quale io mi debba incominciare;  poi tutto a un tratto mi sfuggono,  e
prorompo in un pianto dirotto. Vado correndo come un pazzo senza saper
dove,  e perch: non m'accorgo,  e i  miei  piedi  mi  trascinano  fra
precipizj.  Io  domino  le valli e le campagne soggette;  magnifica ed
inesausta creazione!  I miei sguardi e i miei pensieri si perdono  nel
lontano orizzonte.  - Vo salendo, e sto l - ritto - anelante - guardo
ingi; ahi voragine!  - alzo gli occhi inorridito e scendo precipitoso
appi  del  colle  dove la valle  pi fosca.  Un boschetto di giovani
querce mi protegge dai venti e dal sole;  due rivi  d'acqua  mormorano
qua  e  l  sommessamente:  i  rami bisbigliano,  e un rosignuolo - ho
sgridato un pastore  che  era  venuto  per  rapire  dal  nido  i  suoi
pargoletti:  il  pianto,  la  desolazione,  la  morte  di  quei deboli
innocenti dovevano essere venduti per una moneta di rame; cos va!  or
benchio  l'abbia  compensato  del  guadagno che sperava di trarne e mi
abbia promesso di non disturbare pi i rosignuoli,  tu credi chei  non
torner a desolarli?  - e l io mi riposo. - Dove s ito, o buon tempo
di prima! la mia ragione  malata e non pu fidarsi che nel sopore,  e
guai  se  sentisse  tutta  la  sua  infermit!  Quasi  quasi  - povera
Lauretta! tu forse mi chiami - e forse fra non molto io verr.  Tutto,
tutto quello chesiste per gli uomini non  che la lor fantasia. Dianzi
fra le rupi la morte mi era spavento; e all'ombra di quel boschetto io
avrei chiusi gli occhi volentieri in sonno eterno.  Ci fabbrichiamo la
realt a nostro modo;  i nostri desideri si vanno moltiplicando con le
nostre idee;  sudiamo per quello che vestito diversamente ci annoja; e
le nostre passioni non sono alla stretta del  conto  che  gli  effetti
delle nostre illusioni.  Quanto mi sta d'intorno richiama al mio cuore
quel dolce sogno della mia fanciullezza.  O!  come  io  scorreva  teco
queste  campagne  aggrappandomi  or  a questo or a quell'arbuscello di
frutta, immemore del passato, non curando che del presente,  esultando
di  cose  che  la  mia  immaginazione ingrandiva e che dopo un'ora non
erano pi, e riponendo tutte le mie speranze n giuochi della prossima
festa. Ma quel sogno  svanito!  e chi m'accerta che in questo momento
io  non sogni?  Ben tu,  mio Dio,  tu che creasti gli umani cuori,  tu
solo,  sai che sonno spaventevole  questo chio  dormo;  sai  che  non
altro m'avanza fuorch il pianto e la morte.
Cos vaneggio!  cangio voti e pensieri, e quanto la Natura  pi bella
tanto pi vorrei vederla vestita a lutto.  E veramente pare  che  oggi
m'abbia  esaudito.  Nel  verno passato io era felice: quando la Natura
dormiva mortalmente la mia anima pareva tranquilla - ed ora?
Eppur mi conforto nella speranza  di  essere  compianto.  Su  l'aurora
della  vita  io  cercher  forse  invano il resto della mia et che mi
verr rapito dalle mie passioni  e  dalle  mie  sventure;  ma  la  mia
sepoltura  sar  bagnata  dalle  tue lagrime,  dalle lagrime di quella
fanciulla celeste.  E chi mai cede a una eterna obblivione questa cara
e  travagliata esistenza?  Chi mai vide per l'ultima volta i raggi del
Sole,  chi salut la Natura per sempre,  chi abbandon i suoi diletti,
le  sue speranze,  i suoi inganni,  i suoi stessi dolori senza lasciar
dietro a s un desiderio,  un sospiro,  uno sguardo?  Le persone a noi
care  che ci sopravvivono,  sono parte di noi.  I nostri occhi morenti
chiedono altrui qualche stilla di pianto, e il nostro cuore ama che il
recente cadavere sia sostenuto da braccia amorose,  e cerca  un  petto
dove trasfondere l'ultimo nostro respiro.  Geme la Natura perfin nella
tomba, e il suo gemito vince il silenzio e l'oscurit della morte.
M'affaccio al  balcone  ora  che  la  immensa  luce  del  Sole  si  va
spegnendo,  e le tenebre rapiscono all'universo qu raggi languidi che
balenano su l'orizzonte;  e nella  opacit  del  mondo  malinconico  e
taciturno contemplo la immagine della Distruzione divoratrice di tutte
le  cose.  Poi giro gli occhi sulle macchie d pini piantati dal padre
mio su  quel  colle  presso  la  porta  della  parrocchia,  e  travedo
biancheggiare  fra  le  frondi  agitate  d  venti la pietra della mia
fossa. E mi par di vederti venir con mia madre, a benedire, o perdonar
non foss'altro alle ceneri dell'infelice figliuolo.  E predico  a  me,
consolandomi:  Forse  Teresa  verr solitaria su l'alba a rattristarsi
dolcemente su le mie antiche memorie, e a dirmi un altro addio. No! la
morte non   dolorosa.  Che  se  taluno  metter  le  mani  nella  mia
sepoltura  e  scompiglier  il mio scheletro per trarre dalla notte in
cui giaceranno,  le mie ardenti passioni,  le  mie  opinioni,  i  miei
delitti  - forse;  non mi difendere,  Lorenzo;  rispondi soltanto: Era
uomo, e infelice.

26 Maggio.

Ei viene, Lorenzo - ei ritorna.
Scrisse di Toscana ove si fermer venti giorni; e la lettera  in data
d 1 Maggio: fra due settimane al pi - dunque!

27 Maggio.

Ma penso: Ed  pur vero che questa immagine d'angelo d  cieli  esista
qui,  in questo basso mondo,  fra noi? e sospetto d'essermi innamorato
della creatura della mia fantasia.
E chi non avrebbe voluto amarla anche infelicemente?  e  dov'  l'uomo
cos  avventuroso  col  quale io degnassi di cangiare questo mio stato
lagrimevole?  -  ma  come  io  posso  dall'altra  parte  essere  tanto
carnefice mio per tormentarmi - or nol veggo?  nol vidi pur sempre?  -
senza niuna speranza?  - Forse!  un certo orgoglio in costei della sua
bellezza e delle mie angosce - non mi ama, e la sua compassione cover
un  tradimento.  Ma  quel  suo  bacio  celeste che mi sta sempre su le
labbra e mi domina tutti i pensieri? e quel suo pianto? - ahi, ma dopo
quel momento mi sfugge;  n s'attenta  di  guardarmi  pi  in  faccia.
Seduttore!  io? - e quando mi sento tuonare nell'anima quella tremenda
sentenza: Non sar vostra mai;  io trapasso  di  furore  in  furore  e
medito delitti di sangue. - Non tu, innocente vergine, io solo io solo
ho tentato il tradimento; e l'avrei, chi sa? - consumato.
O!  un  altro  tuo  bacio,  e abbandonami poscia  miei sogni e  miei
soavi delirj: io ti morr  piedi;  ma tutto tuo,  e sapendo  che  pur
t'ho  lasciata  innocente  -  ma insieme infelice!  Tu,  se non potrai
essermi sposa, mi sarai almeno compagna nel sepolcro.  Ah no;  la pena
di  questo amore fatale si rovesci sopra di me.  Chio pianga per tutta
un'eternit;  ma che il  cielo,  o  Teresa,  non  voglia  che  tu  sia
lungamente per mia cagione infelice!  - Ma intanto io ti ho perduta, e
tu mi t'involi, tu stessa. Ah se tu mi amassi com'io t'amo!
Eppure, o Lorenzo, in s fieri dubbj,  e in tanti tormenti,  ogni qual
volta io domando consiglio alla mia ragione,  mi riconforta dicendomi:
Tu non s immortale. Or via,  soffriamo dunque;  e sino agli estremi -
uscir, uscir dall'inferno della vita; e basto io solo: a questa idea
rido  e  della fortuna,  e degli uomini,  e quasi della onnipotenza di
Dio.

2 Maggio.

Spesso io mi figuro tutto il mondo a soqquadro, e il Cielo, e il Sole,
e l'Oceano,  e tutti i globi nelle fiamme e nel nulla;  ma se anche in
mezzo  alla  universale  rovina  io  potessi  stringere un'altra volta
Teresa - un'altra volta soltanto fra queste braccia,  io invocherei la
distruzione del creato.

29 Maggio, all'alba.

O illusione!  perch quando n miei sogni quest'anima  un paradiso, e
Teresa  al mio fianco, e mi sento sospirar su la bocca, e - perch mi
trovo poi un vuoto,  un vuoto di tomba?  Almen qu beati  momenti  non
fossero  mai  venuti,  o  non  fossero fuggiti mai!  - questa notte io
cercava brancicando quella mano che me l'ha  strappata  dal  seno:  mi
parea  d'intendere  da  lontano  un suo gemito;  ma le coltri molli di
pianto, i miei capelli sudati,  il mio petto ansante,  la fitta e muta
oscurit  -  tutto tutto mi gridava: Misero,  tu deliri!  Spaventato e
languente mi sono buttato boccone sul letto abbracciando il guanciale,
e cercando di tormentarmi nuovamente e d'illudermi.

Se tu mi vedessi stanco,  squallido,  taciturno errar su e gi per  le
montagne  e cercar di Teresa,  e temer di trovarla,  sovente brontolar
fra me stesso,  chiamare,  pregarla,  e rispondere alle mie voci: arso
dal  Sole  mi caccio sotto una macchia e m'addormento o vaneggio - ahi
che sovente la saluto come se la vedessi, e mi pare di stringerla e di
baciarla - poi mi svanisce,  ed io  tengo  gli  occhi  inchiodati  sui
precipizj di qualche dirupo. S! conviene chio la finisca.

29 Maggio, a sera.

Fuggir dunque,  fuggire: ma dove?  credimi, io mi sento malato: appena
reggo questo mio corpo per potermelo strascinare sino  alla  villa,  e
confortarmi  in  quegli  occhi  e  bere un altro sorso di vita,  forse
ultimo - ma senz'essa vorrei pi questo inferno?  Dianzi l'ho salutata
per andarmene;  non rispose - scesi le scale;  ma non poteva scostarmi
dal suo giardino: e -  lo  credi?  la  sua  vista  mi  d  soggezione.
Vedendola poi scendere con sua sorella ho tentato di tirarmi sotto una
pergola e fuggirmene.  La Isabellina ha gridato: Viscere mie,  viscere
mie,  non ci avete  vedute?  Colpito  quasi  da  un  fulmine  mi  sono
precipitato  sopra  un  sedile;  la  ragazza  mi  s' gettata al collo
carezzandomi, e dicendomi all'orecchio: Perch taci sempre?  Non so se
Teresa m'abbia guardato;  spar dentro un viale. Dopo mezz'ora torn a
chiamare la ragazza che stava ancora fra le mie ginocchia, e m'accorsi
come le sue pupille erano rosse di pianto; non mi parl, ma mi ammazz
con un'occhiata quasi volesse dirmi: Tu mi hai ridotta cos.

2 Giugno.

Ecco tutto  n  suoi  veri  sembianti.  Ahi!  non  sapeva  che  in  me
s'annidasse questa furia che m'investe, m'arde, mi annienta, eppur non
mi  uccide.  Dov'  la  Natura?  Dov' la sua immensa bellezza?  Dov'
l'intreccio  pittoresco  d  colli  chio  contemplava  dalla   pianura
inalzandomi  con l'immaginazione nelle regioni dei cieli?  mi sembrano
rupi nude e non veggo che precipizj.  Le loro falde coperte  di  ombre
ospitali  mi  sono  fatte  nojose:  io  vi passeggiava un tempo fra le
ingannevoli meditazioni della nostra debole filosofia.  A qual pro  se
ci  fanno  conoscere  le  infermit  nostre,  n  porgono  i rimedj da
risanarle? - Oggi io sentiva gemere la foresta ai colpi delle scuri: i
contadini atterravano i roveri di duecento anni: - tutto pre quaggi!
Guardo le piante chuna volta scansava di  calpestare,  e  mi  soffermo
sovr'esse  e le strappo,  e le sfioro gittandole fra la polvere rapita
dai venti. Gemesse con me l'universo!
Sono uscito assai prima del Sole  e  correndo  attraverso  d  solchi,
cercava  nella  stanchezza  del  corpo  qualche  sopore  a quest'anima
tempestosa. La mia fronte era tutta sudore,  e il mio petto ansava con
difficile  anelito.  Soffia  il  vento  della notte e mi scompiglia le
chiome ed agghiaccia il sudore che grondavami dalle guance.  - Oh!  da
quell'ora mi sento per tutte le membra un brivido,  le mani fredde, le
labbra livide, e gli occhi erranti fra le nuvole della morte.
Almeno costei non mi perseguitasse con la sua immagine,  ovunque io mi
vada,  a piantarmisi faccia a faccia: perchella, o Lorenzo - perchella
mi move qui dentro un terrore, una disperazione, una rabbia,  una gran
guerra  -  e  medito  talor  di  rapirla  e di strascinarla con me nei
deserti lungi dalla prepotenza degli  uomini.  -  Ahi  sciagurato!  mi
percuoto la fronte e bestemmio - partir.

Lorenzo.

A chi legge.

Tu forse, o Lettore, ti s fatto amico di Jacopo, e brami di sapere la
storia della sua passione; onde io per narrartela andr quindi innanzi
interrompendo la serie delle sue lettere.
La  morte di Lauretta esacerb la sua malinconia fatta ancora pi nera
per l'imminente ritorno di Odoardo. Dirad le sue visite in casa T***,
e non parlava con  anima  nata.  Dimagrato,  sparuto,  con  gli  occhi
incavati, ma spalancati e pensosi, la voce cupa, i passi tardi, andava
per lo pi inferrajuolato,  senza cappello, e con le chiome gi per la
faccia; vegliava le notti intere girando per le campagne,  e il giorno
fu spesso veduto dormire sotta qualche albero.
In  questa,  torn  Odoardo  in  compagnia  di  un giovine pittore che
ripatriava da Roma.  Quel giorno stesso incontrarono  Jacopo.  Odoardo
gli si f incontro abbracciandolo; Jacopo quasi sbigottito si arretr.
Il  pittore gli disse che avendo udito a parlare di lui e dell'ingegno
suo,  da gran  tempo  bramava  di  conoscerlo  di  persona.  -  Ei  lo
interruppe?:  Io?  -  io,  signor mio,  non ho mai potuto conoscere me
medesimo negli altri mortali; per non credo che gli altri possano mai
conoscere se medesimi in me.  Gli domandarono  interpretazione  di  s
ambigue parole;  ed ei per tutta risposta si ravvolse nel suo tabarro,
si cacci fra gli alberi; e spar. Odoardo si dolse di questo contegno
col padre di Teresa, il quale gi incominciava a temere della passione
di Jacopo.
Teresa dotata di una indole meno risentita,  ma passionata ed ingenua;
propensa  a  una affettuosa malinconia,  priva nella solitudine d'ogni
altro amico di cuore,  nell'et in cui parla in noi la dolce necessit
di  amare  e di essere riamati,  incominci a confidare a Jacopo tutta
l'anima sua, e a poco a poco se ne innamor; ma non ardiva confessarlo
a se stessa: e dopo la sera di  quel  bacio  viveva  assai  riservata,
sfuggendo l'amante, e tremando alla presenza del padre. Allontanata da
sua madre,  senza consiglio e senza conforto,  atterrita dal suo stato
futuro,  e dalla virt e dall'amore,  divent solitaria,  non  parlava
quasi mai,  leggeva sempre,  trascurava e il disegno, e la sua arpa, e
il suo abbigliamento,  e fu spesso  sorpresa  dai  famigliari  con  le
lagrime agli occhi.  Scansava la compagnia delle giovinette sue amiche
che a primavera villeggiavano  colli Euganei;  e dileguandosi a tutti
e alla sua sorellina, sedeva molte ore n luoghi pi appartati del suo
giardino.  Regnava  quindi  in  quella  casa  un  silenzio e una certa
diffidenza che turbarono lo sposo trafitto anche d modi  sdegnosi  di
Jacopo  incapace  di simulazione.  Naturalmente parlava con enfasi;  e
sebbene conversando fosse  taciturno,  fr  suoi  amici  era  loquace,
pronto  al  riso,  e  ad una allegria schietta,  eccessiva.  Ma in qu
giorni le sue parole ed ogni suo atto  erano  veementi  e  amari  come
l'anima sua. Istigato una sera da Odoardo che giustificava il trattato
di Campo Formio,  si diede a disputare,  a gridare come un invasato, a
minacciare,  a percuotersi la testa,  e a piangere d'ira.  Avea sempre
un'aria assoluta;  ma il signore T*** mi raccontava che allora o stava
sepolto n suoi pensieri, o se discorreva,  s'infiammava d'improvviso;
i suoi occhi metteano paura,  e talvolta fra il discorso gli abbassava
inondati di pianto.  Odoardo si f pi  circospetto,  e  sospett  del
cangiamento di Jacopo.
Cos pass tutto Giugno.  Il misero giovine diveniva ogni d pi tetro
ed infermo; n scriveva pi alla sua famiglia,  n rispondeva alle mie
lettere. Spesso fu veduto d contadini cavalcare a briglia sciolta per
luoghi  scoscesi,  e in mezzo alle fratte e a traverso d fossi,  ed 
maraviglia com'ei non sia pericolato.  Una mattina il pittore stando a
ritrarre la prospettiva d monti, ud la sua voce fra il bosco: gli si
accost  di  soppiatto,  e  intese chei declamava una scena del Saule.
Allora gli riusc di disegnare il  ritratto  dell'Ortis,  che  sta  in
fronte a questa edizione,  appunto quand'ei si soffermava pensoso dopo
avere proferito qu versi dell'atto I, scena I.

      Precipitoso
      Gi mi sarei fra glinimici ferri
      Scagliato io da gran tempo; avrei gi tronca
      Cos la vita orribile chio vivo.

Poi lo vide arrampicarsi  sino  alla  cima  della  montagna,  guardare
all'ingi  risolutamente  con le braccia aperte,  e tutto ad un tratto
arretrarsi esclamando: O madre mia!
Una domenica rimase a desinare  in  casa  T***.  Preg  Teresa  perch
suonasse,  e  le  porse  l'arpa egli stesso.  Mentr'ella incominciava,
entr suo padre e le s'assise da canto.  Jacopo pareva inondato da una
dolce mestizia e il suo aspetto si andava rianimando; ma a poco a poco
chin  la  testa,  e  ricadde in una malinconia pi compassionevole di
prima.  Teresa lo sogguardava e sforzavasi  di  reprimere  il  pianto:
Jacopo se n'avvide,  n potendosi contenere,  s'alz e part. Il padre
intenerito si volt a Teresa dicendole: O figlia mia,  tu vuoi  dunque
precipitare teco noi tutti? A queste parole le sgorgarono d'improvviso
le lagrime;  si gitt fra le braccia di suo padre,  e gli confess. In
questa  entrava  Odoardo;   e  la  subita  partenza   di   Jacopo,   e
l'atteggiamento  di  Teresa,  e  il  turbamento  del  signore  T*** lo
raffermarono n suoi dubbj.  Queste cose le ho udite  dalla  bocca  di
Teresa.
Il d seguente,  che fu la mattina d 7 luglio, Jacopo and da Teresa,
e vi trov lo sposo,  e il pittore che le faceva il ritratto  nuziale.
Teresa  confusa  e  tremante  usc in fretta come per badare a qualche
cosa di cui si era dimenticata; ma passando davanti a Jacopo gli disse
ansiosamente sottovoce: Mio padre sa tutto.  Ei non f motto n cambi
viso;  passeggi tre o quattro volte su e gi per la stanza,  ed usc.
Per tutto quel giorno non si lasci vedere ad  uomo  vivente.  Michele
che  lo aspettava a desinare,  ne cerc invano.  Non si ridusse a casa
che a mezzanotte suonata.  Si sdraj vestito  sul  letto,  e  mand  a
dormire il ragazzo. Poco dopo s'alz e scrisse.

Mezzanotte.

Io mandava alla Divinit i miei ringraziamenti,  e i miei voti,  ma io
non la ho mai temuta.  Eppure adesso che sento tutto il flagello delle
sventure, io la temo e la supplico.
Il mio intelletto  acciecato,  la mia anima  prostrata, il mio corpo
 sbattuto dal languore della morte.
 vero!  i disgraziati hanno bisogno di  un  altro  mondo  diverso  da
questo  dove  mangiano un pane amaro,  e bevono l'acqua mescolata alle
lagrime.  La immaginazione lo crea,  e il cuore si consola.  La  virt
sempre  infelice  quaggi  persevera con la speranza di un premio - ma
sciagurati coloro che per non essere scellerati  hanno  bisogno  della
religione!
Mi  sono prostrato in una chiesetta posta in Arqu,  perch io sentiva
che la mano di Dio pesava sopra il mio cuore.
Son io debole forse,  Lorenzo?  Il cielo non ti faccia mai sentire  la
necessit della solitudine, delle lagrime, e di una chiesa!

Ore 2.

Il  Cielo    tempestoso:  le  stelle rare e pallide;  e la Luna mezza
sepolta fra le nuvole batte con raggi lividi le mie finestre.

All'alba.

Lorenzo, non odi?  t'invoca l'amico tuo: qual sonno!  spunta un raggio
di giorno e forse per rinsanguinare i miei mali.  - Dio non mi ode. Mi
condanna anzi ad ogni minuto all'agonia della morte;  e mi costringe a
maledire i miei giorni che pur non sono macchiati di alcun delitto.
Che? se tu s un Dio forte, prepotente, geloso, che rivedi le iniquit
d  padri  n figli,  e che visiti nel tuo furore la terza e la quarta
generazione,  dovr io sperar di placarti?  Manda in me - bens non in
altri che in me - l'ira tua,  la quale raccende nell'inferno le fiamme
che dovranno ardere milioni e milioni di popoli    quali  non  ti  s
fatto conoscere.  - Ma Teresa  innocente: e anzich stimarti crudele,
t'adora con serenit  soavissima  d'animo.  Io  non  t'adoro,  appunto
perch ti pavento - e sento pure che ho bisogno di te. Spogliati, deh!
spogliati  degli attributi di cui gli uomini t'hanno vestito per farti
simile a loro. Non s tu forse il Consolatore degli afflitti? E il tuo
Figlio Divino non si chiamava egli il Figlio dell'Uomo?  Odimi dunque.
Questo  cuore ti sente,  ma non t'offendere del gemito a cui la Natura
costringe le viscere dilaniate dell'uomo.  E mormoro contro di  te,  e
piango,  e t'invoco,  sperando di liberare l'anima mia - di liberarla?
ma e come,  se non  piena  di  te?  se  non  ti  ha  implorato  nella
prosperit,  e solo rifugge al tuo ajuto,  e domanda il tuo braccio or
quando  atterrata nella miseria?  se ti teme,  e non ha in te  veruna
speranza? N spera, n desidera che Teresa: e ti vedo in lei sola.
Ecco,  o  Lorenzo,  fuor  delle  mie  labbra il delitto per cui Dio ha
ritirato il suo sguardo da me. Non l'ho mai adorato come adoro Teresa.
- Bestemmia!  Pari a Dio colei che sar a un soffio scheletro e nulla?
Vedi l'uomo umiliato.  Dovr dunque io anteporre Teresa a Dio? - Ah da
lei si spande belt celeste  ed  immensa,  belt  onnipotente.  Misuro
l'universo con uno sguardo;  contemplo con occhio attonito l'eternit;
tutto    caos,   tutto   sfuma,   e   s'annulla;   Dio   mi   diventa
incomprensibile; e Teresa mi sta sempre davanti.

Dopo  due  giorni  ammal.  Il padre di Teresa and a visitarlo,  e si
giov di quell'occasione a persuaderlo  che  s'allontanasse  d  colli
Euganei.  Come  discreto  e  generoso chegli era,  stimava l'ingegno e
l'animo di Jacopo, e lo amava come il pi caro amico chei potesse aver
mai;  e m'accert che in circostanze diverse avrebbe creduto  d'ornare
la  sua  famiglia pigliandosi per genero un giovine che se partecipava
d'alcuni errori del nostro tempo,  ed era dotato d'indomita tempra  di
cuore,  aveva a ogni modo,  al dire del signore T***, opinioni e virt
degne d secoli antichi. Ma Odoardo era ricco, e di una famiglia sotto
la cui parentela il signore T***  fuggiva  alle  persecuzioni  e  alle
insidie  d  suoi nemici,  i quali lo accusavano d'avere desiderato la
verace libert del  suo  paese;  delitto  capitale  in  Italia.  Bens
imparentandosi all'Ortis, avrebbe accelerato la rovina di lui, e della
propria  famiglia.  Oltre  di  che aveva obbligata la sua fede;  e per
mantenerla s'era ridotto a dividersi da una moglie a lui  cara.  N  i
suoi bilanci domestici gli assentivano di accasare Teresa con una gran
dote, necessaria alle mediocri sostanze dell'Ortis. Il signore T*** mi
scrisse  queste  cose,  e  le  disse a Jacopo che sapeale da s,  e le
ascolt con aspetto riposatissimo;  ma non s  tosto  ud  parlare  di
dote.  No,  lo interruppe, esule, povero, oscuro a tutti i mortali, mi
vorrei sotterrar vivo anzich domandarvi vostra figlia in sposa.  Sono
sfortunato,  non  per vile.  N i miei figliuoli dovranno riconoscere
mai la loro fortuna dalla ricchezza della loro madre.  Vostra figlia 
pi ricca di me,  ed  promessa.  Dunque?  rispose il signore T***.  -
Jacopo non fiat. Alz gli occhi al cielo, e dopo molta ora: O Teresa,
esclam, sarai a ogni modo infelice! O amico mio, gli soggiunse allora
amorevolmente il signore T***, e per chi mai cominci ad essere misera
se non per voi? Erasi gi per amor mio rassegnata al suo stato; e sola
poteva rappacificare una volta i suoi poveri genitori. Vi ha amato;  e
voi  che pure l'amate con s altera generosit,  voi pur le rapite uno
sposo,  e manterrete discorde una casa ove foste,  e siete,  e  sarete
sempre accolto come figliuolo.  Arrendetevi;  allontanatevi per alcuni
mesi.  Forse avreste trovato in altri un padre severo: ma io!  -  sono
stato  anchio  sventurato;  ho provato le passioni,  pur troppo!  e ne
provo - e ho imparato a compiangerle,  perch sento io pure il bisogno
d'essere  compatito.  Bens  da  voi  solo all'et mia quasi canuta ho
imparato come alle volte si stima l'uomo che ci danneggia,  massime se
  dotato  di  tale  carattere  da  far parere generosi e tremendi gli
affetti che in altri pajoni colpevoli insieme e risibili.  N  io  vel
dissimulo: voi,  dal d che primamente vi ho conosciuto, avete assunto
tale inesplicabile predominio sopra di me,  da costringermi a  temervi
insieme  ed  amarvi: e spesso andava noverando i minuti per impazienza
di rivedervi,  e nel tempo stesso  io  sentivami  preso  d'un  tremito
subitaneo  e  secreto  allorch  i miei servi mi davano avviso che voi
salivate le scale.  Or  voi  abbiate  piet  di  me,  e  della  vostra
giovent,  e della fama di Teresa.  La sua belt e la sua salute vanno
languendo; le sue viscere si struggono nel silenzio, e per voi.  Io vi
scongiuro in nome di Teresa,  partite;  sacrificate la vostra passione
alla sua quiete; e non vogliate chio sia l'amico insieme e il marito e
il padre pi misero che sia mai nato.  Jacopo  parea  intenerito:  non
per  mut  aspetto,  n  gli  cadde  lagrima dagli occhi,  n rispose
parola;  bench il signore T*** a mezzo il discorso  si  rattenesse  a
stento  dal  piangere: e rest a canto al letto di Jacopo sino a notte

tardissima: ma n l'uno n l'altro aprirono pi bocca se non quando si
dissero addio. - La malattia del giovine aggrav; e n giorni seguenti
fu sovrappreso da febbre pericolosa.
Frattanto io sgomentato e dalle lettere recenti di Jacopo, e da quelle
del padre di Teresa,  studiava ogni via  per  accelerare  la  partenza
dell'amico mio,  come solo rimedio alla sua violenta passione. N ebbi
cuore di rivelarla a sua madre,  la quale aveva gi avuto molte  altre
dolorosissime  prove  dell'indole  sua  capace  d'eccessi;  e le dissi
soltanto,  chera un p  malato,  e  che  il  mutar  aria  gli  avrebbe
certamente giovato.
In  quel  tempo  stesso  incominciavano  a  inferocire  in  Venezia le
persecuzioni.   Non  v'erano  leggi;   ma  tribunali  arbitrarj;   non
accusatori,  non  difensori;  bens  spie di pensieri,  delitti nuovi,
ignoti a chi  n'era  punito,  e  pene  subite,  inappellabili.  I  pi
sospettati gemevano carcerati; gli altri, bench d'antica e specchiata
fama, erano tolti di notte alle proprie case, manomessi dagli sgherri,
strascinati    confini  e abbandonati alla ventura,  senza l'addio d
congiunti,  e  destituti  d'ogni  umano  soccorso.  Per  alcuni  pochi
l'esilio  scevro  da questi modi violenti ed infami fu somma clemenza.
Ed io pure tardo,  e non ultimo e  tacito  martire,  vo  da  pi  mesi
profugo  per  l'Italia  volgendo  senza  nessuna  speranza  gli  occhi
lagrimosi alle sponde della mia  patria.  Onde  io  allora,  adombrato
anche  per  la  libert  di  Jacopo,  persuasi  sua madre,  quantunque
desolatissima,  a raccomandargli che sino a  tempi  migliori  cercasse
rifuggio in altro paese; tanto pi che quando s'era partito di Padova,
si  scus  allegando  gli  stessi pericoli.  Fu fidata la lettera a un
servo il quale giunse  colli Euganei la sera d 15  Luglio,  e  trov
Jacopo ancora a letto,  sebbene migliorato d'assai.  Gli sedeva vicino
il padre di Teresa.  Lesse la lettera sommessamente,  e  la  pos  sul
guanciale; poco dopo la rilesse, e parve commosso; ma non ne parl.
Il  d  19  s'alz  da  letto.  In  quel  giorno  stesso sua madre gli
riscrisse inviandogli danaro, due cambiali, e parecchie commendatizie,
e scongiurandolo per le viscere di Dio che partisse.  Assai  prima  di
sera  and  da  Teresa;  e  non  trov che l'Isabellina la quale tutta
intenerita cont chei s'assise muto, si rizz, la baci, e se ne and.
Torn dopo un'ora, e salendo per le scale la incontr nuovamente, e se
la strinse al petto,  la baci pi volte,  e la bagn di  lagrime.  Si
pose a scrivere,  mut varii fogli, e li stracci poi tutti. Si aggir
pensieroso per l'orto.  Un servo passandovi su  l'imbrunire,  lo  vide
sdrajato:  ripassando,  lo  trov  ritto  presso  al rastrello in atto
d'uscire,  e col capo rivolto attentissimo verso la casa chera battuta
dalla Luna.
Tornatosi a casa, rimand il messo rispondendo a sua madre, che domani
su  l'alba  partiva.  Fece  ordinare  i cavalli alla posta pi vicina.
Innanzi di coricarsi,  scrisse la lettera seguente per  Teresa,  e  la
consegn all'ortolano. All'alba part.

Ore 9.

Perdonami,  Teresa;  io  ho  funestato la tua giovinezza,  e la quiete
della tua casa; ma fuggir. N io mi credeva dotato di tanta costanza.
Posso lasciarti, e non morir di dolore; e non  poco; usiamo dunque di
questo momento finch il cuore mi regge, e la ragione non mi abbandona
affatto. Pur la mia mente  sepolta nel solo pensiero di amarti sempre
e di piangerti.  Ma sar obbligo mio di non pi scriverti,  n di  mai
pi  rivederti  se  non  se quando sar certissimo di lasciarti quieta
davvero.  Oggi t'ho cercato invano per dirti addio.  Abbiti almeno,  o
Teresa,  queste  ultime  righe  chio bagno,  tu 'l vedi,  d'amarissime
lagrime.  Mandami in  qualunque  tempo,  in  qualunque  luogo  il  tuo
ritratto.   Se  l'amicizia,  se  l'amore  -  o  la  compassione  e  la
gratitudine ti parlano ancora per questo sconsolato,  non  negarmi  il
ristoro  che addolcir tutti i miei patimenti.  Tuo padre stesso me lo
conceder, spero - egli egli che potr vederti, ed udirti,  e sentirsi
riconfortato  da  te;  mentr'io nelle ore fantastiche del mio dolore e
delle mie passioni,  nojato da tutto il mondo,  diffidente  di  tutti,
camminando  sopra  la  terra  come di locanda in locanda,  e drizzando
volontariamente i miei passi verso la sepoltura - perch ho  veramente
necessit  di  riposo  -  io mi conforter intanto baciando d e notte
l'immagine  tua:  e  cos  tu  m'infonderai  da  lontano  costanza  da
sopportare  questa mia vita,  - e finch avr forze,  io la sopporter
per te, e te lo giuro. E tu prega - prega, o Teresa, dalle viscere del
tuo cuore purissimo il Cielo - non che mi perdoni i dolori,  che forse
avr  meritati,  e che forse sono inseparabili dalla tempra dell'anima
mia - bens che non mi levi le poche facolt che ancora  mi  avanzano,
da tollerarli.  Con l'immagine tua far men angosciose le mie notti, e
meno tristi i miei giorni solitarj,  qu giorni chio dovr pur  vivere
senza  di  te.  Morendo,  io  volger  a te gli ultimi sguardi,  io ti
raccomander il mio sospiro;  verser sovra  di  te  l'anima  mia,  ti
porter  meco nella mia sepoltura attaccata al mio petto - e se  pure
prescritto chio chiuda gli occhi in terra  straniera,  e  dove  nessun
cuore mi pianger, io ti richiamer tacitamente al mio capezzale, e mi
parr  di vederti in quell'aspetto,  in quell'atto,  con quella stessa
piet che io ti vedeva,  quando una volta,  assai prima che tu sapessi
di  amarmi,  assai prima che tu t'accorgessi dell'amor mio - ed io era
ancora innocente verso di te - mi assistevi nella mia malattia.  -  Di
te  non  ho  se  non l'unica lettera che mi scrivesti quando io era in
Padova: felice tempo! ma chi l'avrebbe mai detto?  allora parevami che
tu  mi  raccomandassi  di ritornare: - ed ora?  scrivo il decreto;  ed
eseguir fra poche ore il decreto della nostra eterna separazione.  Da
quella  tua  lettera  comincia  la  storia  dell'amor  nostro e non mi
abbandoner mai.  O mia Teresa!  e questi son  pure  delirj:  ma  sono
insieme la sola consolazione di chi  insanabilmente infelice.  Addio.
Perdonami, mia Teresa - ohim, io mi credeva pi forte!  - scrivo male
e  di  un  carattere  appena leggibile;  ma ho l'anima lacerata,  e il
pianto su gli occhi.  Per  carit  non  mi  negare  il  tuo  ritratto.
Consegnalo  a  Lorenzo:  e  s'ei  non  me  lo  potr far arrivare,  lo
custodir come eredit santa che gli ricorder sempre le tue virt,  e
la  tua bellezza,  e l'unico eterno infelicissimo amore del suo misero
amico. Addio - ma non  l'ultimo; mi rivedrai: e da quel giorno in poi
sar fatto tale da obbligare gli uomini ad avere piet e rispetto alla
nostra passione; e a te non sar pi delitto l'amarmi - pur se innanzi
chio ti rivegga, il mio dolore mi scavasse la fossa, concedimi chio mi
renda cara la morte con la certezza che tu m'hai amato.  - Or s  chio
sento in che dolore io ti lascio! Oh! potessi morire  tuoi piedi: oh!
morire ed essere sepolto nella terra che avr le tue ossa - ma addio.

Michele   dissemi   che   il   suo   podrone  viaggi  per  due  poste
silenziosissimo, e con aspetto assai calmo, e quasi sereno. Poi chiese
il suo scrigno da viaggio;  e  tanto  che  si  rimutavano  i  cavalli,
scrisse il seguente biglietto al signore T***.

Signore ed amico mio.
All'ortolano  di  casa  mia  ho  raccomandato  jer sera una lettera da
ricapitarsi alla Signorina;  - e benchio l'abbia scritta quand'io  gi
m'era  saldamente  deliberato a questo partito d'allontanarmi,  temo a
ogni modo d'avere  versato  sovra  quel  foglio  tanta  afflizione  da
contristare quella innocente.  A lei dunque, signor mio, non rincresca
di farsi mandare quella lettera dall'ortolano;  e gli f dire che  non
la  fidi  se  non a lei solo.  La serbi cos sigillata o la bruci.  Ma
perch alla sua figliuola  riescirebbe  amarissimo  chio  mi  partissi
senza lasciarle un addio, e tutto jeri non mi fu dato mai di vederla -
ecco  qui  annesso  un  polizzino  pur  sigillato - ed ardisco sperare
chella,  signor mio,  la consegner a Teresa T*** innanzi che  diventi
moglie  del  marchese  Odoardo.  -  Non  so  se  ci rivedremo - ho ben
decretato di morire, non foss'altro, vicino alla mia casa paterna;  ma
quand'anche  questo mio proponimento fosse deluso - sono certo chella,
signore ed amico mio, non vorr mai dimenticarsi di me.

Il signore T*** mi f capitare la lettera per Teresa (che ho riportato
dianzi) a sigillo inviolato;  - n  tard  a  dare  a  sua  figlia  il
polizzino.  L'ebbi sott'occhio;  era di poche righe;  e d'uomo che per
allora pareva tornato in s.
Tutti quasi i frammenti che seguono mi vennero per la posta in diversi
fogli.

Rovigo, 20 Luglio.

Io la mirava e diceva a me stesso: Che sarebbe di me  se  non  potessi
vederla pi? e correva a piangere meco di consolazione sapendo chio le
era vicino - e adesso?
Cos'  pi  l'universo?  qual  parte  mai della terra potr sostenermi
senza Teresa? e mi pare di esserle lontano sognando. Ho avuto io tanta
costanza?  e m' bastato il cuore di partire cos - senza vederla?  n
un bacio,  n un unico addio! A minuto a minuto credo di trovarmi alla
porta della sua casa,  e di leggere nella mestizia del suo volto,  che
m'ama.  Fuggo;  e  con  che  velocit  ogni  minuto mi porta ognor pi
lontano da lei. E intanto? quante care illusioni!  ma io l'ho perduta.
Non  so pi obbedire n alla mia volont,  n alla mia ragione,  n al
mio cuore sbalordito: mi lascier strascinare dal  braccio  prepotente
del mio destino. Addio.

Ferrara, 20 Luglio, a sera.

Io  traversava il Po e rimirava le immense sue acque,  e pi volte fui
per precipitarmi,  e profondarmi,  e perdermi per sempre.  Tutto   un
punto!  -  ah s'io non avessi una madre cara e sventurata a cui la mia
morte costerebbe amarissime lagrime!
N finir cos da codardo. Sosterr tutta la mia sciagura;  berr fino
all'ultima  lagrima il pianto che mi fu assegnato dal Cielo;  e quando
le difese saranno vane,  disperate tutte le passioni,  tutte le  forze
consunte;  quando  io  avr  coraggio di mirare la Morte in faccia,  e
ragionare pacatamente con lei,  ed assaporare l'amaro suo  calice,  ed
espiate le altrui lagrime, e disperato di rasciugarle - allora.
Ma  ora  chio  parlo non  forse tutto perduto?  e non mi resta che la
sola memoria e la certezza che tutto  perduto: - hai tu  provata  mai
quella piena di dolore quando ci abbandonano tutte le speranze?

N un bacio?  n addio! - bens le tue lagrime mi seguiranno nella mia
sepoltura.  La mia salute,  la mia sorte,  il mio cuore,  tu -  tu!  -
insomma tutto congiura, ed io vi obbedir tutti.

Ore...

E ho avuto cuore di abbandonarla? anzi ti ho abbandonata, o Teresa, in
uno  stato  pi  deplorabile  del  mio.  Chi  sar tuo consolatore?  e
tremerai al solo mio nome poich t'ho fatto vedere io - io  primo,  io
unico  sull'aurora  della  tua  vita,  le  tempeste e le tenebre della
sventura; e tu, o giovinetta,  non sei ancora s forte n da tollerare
n da fuggire la vita. Tu, per anche non sai che l'alba e la sera sono
tutt'uno.  Ah n io te lo voglio persuadere!  - eppure non abbiamo pi
ajuto veruno dagli uomini,  nessuna consolazione in noi stessi.  Ormai
non so che supplicare il sommo Iddio,  e supplicarlo c miei gemiti, e
cercare  alcuna  speranza  fuori  di  questo  mondo  dove   tutti   ci
perseguitano e ci abbandonano.  E se gli spasimi, e le preghiere, e il
rimorso ch fatto gi  mio  carnefice,  fossero  offerte  accolte  dal
Cielo,  ah! tu non saresti cos infelice, ed io benedirei tutti i miei
tormenti.  Frattanto nella mia disperazione  mortale  chi  sa  in  che
pericoli tu sei!  n io posso difenderti, n rasciugare il tuo pianto,
n raccogliere nel mio petto i tuoi secreti,  n partecipare delle tue
afflizioni;  non so n dove fuggo,  n come ti lascio, n quando potr
pi rivederti.
Padre crudele - Teresa  sangue  tuo!  quell'altare    profanato;  la
Natura  ed  il  Cielo  maledicono  quei  giuramenti;  il ribrezzo,  la
gelosia,  la discordia ed il pentimento gireranno fremendo  intorno  a
quel letto e insanguineranno forse quelle catene. Teresa  figlia tua;
placati.  Ti  pentirai  amaramente,  ma  tardi:  fors'ella  un  giorno
nell'orrore del suo stato maledir i suoi giorni e i suoi genitori,  e
conturber con le sue querele le tue ossa nel sepolcro,  quando tu non
potrai se non intenderla di sotterra.  Placati.  - Ohim!  tu  non  mi
ascolti - e dove me la trascini? - la vittima  sacrificata! io odo il
suo gemito - il mio nome nel suo ultimo gemito!  Barbari! tremate - il
vostro sangue, il mio sangue - Teresa sar vendicata. - Ahi delirio! -
ma io son pure omicida.

Ma tu,  Lorenzo mio,  che non mi ajuti?  io  non  ti  scriveva  perch
un'eterna tempesta d'ira,  di gelosia, di vendetta, di amore infuriava
dentro di me;  e tante passioni mi  si  gonfiavano  nel  petto,  e  mi
soffocavano,  e mi strozzavano quasi;  io non poteva mandare parola, e
sentiva il dolore impietrito dentro di me  -  e  questo  dolore  regna
ancora  e mi chiude la voce e i sospiri,  e m'inaridisce le lagrime: -
mi sento mancata gran parte della vita,  e quel poco che pure mi resta
 avvilito dal languore e dalla oscurit della morte.

Or mi adiro sovente di essere partito,  e mi accuso di vilt. - Perch
mai non hanno ardito d'insultare alla mia passione?  Se taluno  avesse
comandato  a  quella misera di non rivedermi;  se me l'avessero a viva
forza strappata,  pensi tu chio l'avrei lasciata  mai?  Ma  doveva  io
pagare d'ingratitudine un padre che mi chiamava amico, che tante volte
commosso mi abbracciava dicendomi: E perch la sorte ti ha pur unito a
noi   disgraziati?   Poteva   io  precipitare  nel  disonore  e  nella
persecuzione una famiglia che in altre circostanze avrebbe diviso meco
e la prosperit e l'infortunio?  E che poteva io rispondergli quand'ei
mi  diceva  sospirando  e  pregandomi:  -  Teresa  mia figlia!  - S!
divorer nel rimorso e  nella  solitudine  tutti  i  miei  giorni:  ma
ringrazier  quella  tremenda  mano  invisibile  che  mi  rap da quel
precipizio donde io cadendo  avrei  strascinato  meco  nella  voragine
quella giovinetta innocente.  E mi seguitava; ed io crudele andava pur
soffermandomi, e voltando gli occhi guardando se affrettavasi dietro 
miei passi precipitosi - e mi seguitava;  ma con animo  spaventato,  e
con deboli forze.  Che? Or non son io seduttore? - e non dovr tormele
eternamente dagli occhi? Potessi anzi nascondermi a tutto l'universo e
piangere le mie sciagure! ma piangerli quando io gli ho esacerbati?

Niuno sa quale segreto sta sepolto qui dentro - e questo sudore freddo
improvviso - e questo arretrarmi - e il lamento che tutte le sere vien
di sotterra, e mi chiama - e quel cadavere - perch io,  Lorenzo,  non
sono forse omicida; ma pur mi veggo insanguinato d'un omicidio.
Spunta  appena  il  giorno,  ed  io  sto per partire.  Da quanto tempo
l'aurora mi trova sempre in un sonno da infermo!  La notte  non  trovo
mai posa. Poco fa io spalancava gli occhi urlando e guatandomi intorno
come se mi vedessi sul capo il manigoldo. Sento nello svegliarmi certi
terrori,  simile  a  quegli  sciagurati  che  hanno  le  mani calde di
delitto.  - Addio addio.  Parto,  e ognor pi lontano.  Ti scriver da
Bologna  dentr'oggi.  Ringrazia mia madre.  Pregala perch benedica il
suo povero figliuolo.  S'ella sapesse tutto il mio stato!  ma taci: su
le sue piaghe non aprire un'altra piaga.




PARTE SECONDA.

Bologna, 24 Luglio, ore 10.

Vuoi tu versare sul cuore dell'amico tuo qualche stilla di balsamo? Fa
che  Teresa  ti  dia  il suo ritratto,  e consegnalo a Michele chio ti
rimando imponendogli di non ritornare senza tue tisposte.  Va   colli
Euganei  tu  stesso:  forse  quella disgraziata avr bisogno di chi la
compianga.  Leggi alcuni frammenti di lettere che  n  miei  affannosi
delirj io tentava di scriverti. Addio. - Vedrai la Isabellina, baciala
mille volte per me.  Quando nessuno si ricorder pi di me,  fors'ella
nominer qualche volta il suo Jacopo.  O mio caro!  avvolto  in  tante
miserie, fatto diffidente dagli uomini, con un'anima ardente e che pur
vuole amare ed essere riamata, in chi poss'io confidarmi se non in una
fanciullina  non corrotta ancora dall'esperienza n dall'interesse,  e
che per una secreta simpatia mi ha tante volte bagnato del suo  pianto
innocente? S'io un giorno sapessi che non mi nomina pi, credo, morrei
di dolore.
E tu,  dimmi, Lorenzo mio, m'abbandonerai tu? L'amicizia cara passione
della giovent ed unico conforto  dell'infortunio  s'agghiaccia  nella
prosperit.  O gli amici,  gli amici! Tu non mi perderai se non quando
io scender sotterra.  Ed io cesso dal querelarmi talvolta  delle  mie
disgrazie  perch senza di esse non sarei degno forse di te;  n avrei
un cuore capace di amarti.  Ma quando io non vivr  pi;  e  tu  avrai
ereditato da me il calice delle lagrime - oh!  non cercare altro amico
fuor di te stesso.

Bologna, la notte d 2 Luglio.

E mi parrebbe pure di star meno male se potessi dormire lungamente  un
gravissimo  sonno.  L'oppio  non  giova;  mi desta dopo brevi letarghi
pieni di visioni e di spasimi - e sono pi notti! - Ora mi sono alzato
per provarmi di scriverti;  ma non mi regge pi il polso.  - Torner a
coricarmi.  Pare  che  l'anima  mia siegua lo stato negro e burrascoso
della Natura. Sento diluviare: e giaccio con gli occhi spalancati. Dio
mio! Dio mio!

Bologna, 12 Agosto.

Oramai sono passati diciotto giorni da che Michele  ripartito per  le
poste, n torna ancora: e non veggo tue lettere. Tu pure mi lasci? Per
Dio, scrivimi almeno: aspetter sino a luned, e poi prender la volta
di  Firenze.  Qui tutto il giorno sto in casa perch non posso vedermi
impacciato fra tanta gente;  e la notte vo baloccone  per  citt  come
larva, e mi sento sbranare le viscere da tanti indigenti che giacciono
per le strade,  e gridano pane;  non so se per loro colpa, o d'altri -
so che domandano pane.  Oggi tornandomi dalla posta mi sono  abbattuto
in  due  sciagurati menati al patibolo: ne ho chiesto a quei che mi si
affollavano addosso;  e mi  stato risposto,  che uno avea rubato  una
mula,  e l'altro cinquantasei lire per fame.  Ahi Societ! E se non vi
fossero leggi protettrici di coloro che per arricchire  col  sudore  e
col pianto d proprj concittadini li sospingo al bisogno e al delitto,
sarebbero poi s necessarie le prigioni e i carnefici?  Io non sono s
matto da presumere di riordinare i mortali; ma perch mi si contender
di fremere su le loro miserie e pi di tutto su la lor cecit?  - E mi
vien  detto  che non v'ha settimana senza carneficina;  e il popolo vi
accorre come a solennit. I delitti intanto crescono c supplizj.  No,
no;  non  voglio pi respirare quest'aria fumante sempre del sangue d
miseri. - E dove?

Firenze, 27 Agosto.

Dianzi io adorava le sepolture  di  Galileo,  del  Machiavelli,  e  di
Michelangelo; e nell'appressarmivi io tremava preso da brivido. Coloro
che hanno eretti qu mausolei sperano forse di scolparsi della povert
e  delle  carceri con le quali i loro avi punivano la grandezza di qu
divini intelletti?  Oh quanti perseguitati nel nostro  secolo  saranno
venerati d posteri!  Ma e le persecuzioni  vivi, e gli onori  morti
sono documenti della maligna ambizione che rode l'umano gregge.
Presso a qu marmi mi parea di rivivere in quegli anni  miei  fervidi,
quand'io  vegliando su gli scritti d grandi mortali mi gittava con la
immaginazione fra i plausi delle generazioni  future.  Ma  ora  troppo
alte  cose per me!  - e pazze forse.  La mia mente  cieca,  le membra
vacillanti, e il cuore guasto qui - nel profondo.
Ritienti le commendatizie di cui mi scrivi: quelle che mi mandasti  io
le  ho  bruciate.  Non voglio pi oltraggi,  n favori da veruno degli
uomini potenti. L'unico mortale chio desiderava conoscere era Vittorio
Alfieri; ma odo dire chei non accoglie persone nuove: n io presumo di
fargli rompere questo suo proponimento che deriva forse d  tempi,  d

suoi  studj,  e  pi  ancora  dalle sue passioni e dall'esperienza del
momdo.  E fosse anche una debolezza,  le debolezze di s fatti mortali
vanno rispettate; e chi n' senza, scagli la prima pietra.

Firenze, 7 Settembre.

Spalanca  le  finestre,  o  Lorenzo,  e saluta dalla mia stanza i miei
colli.  In un bel mattino di Settembre saluta in mio nome il cielo,  i
laghi,  le pianure,  che si ricordano tutti della mia fanciullezza,  e
dove io per alcun tempo ho riposato dopo le  ansiet  della  vita.  Se
passeggiando  nelle notti serene i piedi ti conducessero verso i viali
della parrocchia,  io ti prego di salire sul monte d pini  che  serba
tante  dolci e funeste mie rimembranze.  Appi del pendio,  passata la
macchia d tigli che fanno l'aere sempre fresco e odorato, l dove qu
rigagnoli adunano un pelaghetto,  troverai il salice solitario sotto i
cui  rami  piangenti  io  stava  pi ore prostrato parlando con le mie
speranze.  E come tu sarai giunto presso alla vetta,  udrai  forse  un
cuculo  il  quale  parea  che  ogni  sera mi chiamasse col lugubre suo
metro, e soltanto lo interrompea quando accorgevasi del mio borbottare
o del calpestio d  miei  piedi.  Il  pino  dove  allora    si  stava
nascosto,  fa  ombra    rottami di una cappelletta ove anticamente si
ardeva una lampada a un crocifisso: il  turbine  la  sfracell  quella
notte  che  lasci  fino  ad  oggi  e  mi lascier finch avr vita lo
spirito atterrito di tenebre  e  di  rimorso;  e  quelle  ruine  mezzo
sotterrate mi pareano nell'oscurit pietre sepolcrali,  e pi volte io
mi pensava di erigere in quel luogo e fra quelle secrete ombre il  mio
avello.  Ed ora?  chi sa ov'io lascier le mie ossa! - Consola tutti i
contadini  che  ti  chiederanno  novelle  di  me.   Gi  tempo  mi  si
affollavano  attorno,  ed  io li chiamava miei amici,  e mi chiamavano
benefattore.  Io era il medico pi accetto  loro figliuoletti malati;
io  ascoltava  amorevolmente le querele di qu meschini lavoratori,  e
componeva i loro dissidj;  io filosofava con qu rozzi vecchj  cadenti
ingegnandomi   di   dileguare  dalla  lor  fantasia  i  terrori  della
religione,  e dipingendo i premj che il Cielo riserba all'uomo  stanco
della  povert  e  del  sudore.  Ma ora s'attristeranno nel nominarmi,
poich in questi ultimi mesi passava muto e fantastico senza  talvolta
rispondere    loro  saluti;  e scorgendoli da lontano mentre cantando
tornavano d lavori,  o riconduceano  gli  armenti,  io  gli  scansava
imboscandomi dove la selva  pi negra. E mi vedeano su l'alba saltare
i  fossi  e  sbadatamente  urtar gli arboscelli,  i quali crollando mi
pioveano la brina su le chiome; e cos affrettarmi per le praterie,  e
poi  arrampicarmi  sul  monte  pi  alto  donde  io fermandomi ritto e
ansante,  con le braccia stese  all'oriente,  aspettava  il  Sole  per
querelarmi con lui che pi non sorgeva allegro per me.  Ti additeranno
il ciglione della rupe sul quale, mentre il mondo era addormentato, io
sedeva intento al lontano fragore delle acque,  e al rombare dell'aria
quando  i  venti  ammassavano  quasi  su la mia testa le nuvole,  e le
spingevano a  funestare  la  Luna  che  tramontando,  ad  ora  ad  ora
illuminava  nella pianura c suoi pallidi raggi le croci conficcate su
i tumuli del cimitero;  e allora il villano d vicini tugurj,  per  le
mie grida destandosi sbigottito, s'affacciava alla porta, e m'udiva in
quel silenzio solenne mandare le mie preci,  e piangere,  e ululare, e
guatare dall'alto le sepolture,  e invocare la  morte.  O  antica  mia
solitudine!  Ove sei tu?  Non v' gleba, non antro, non albero che non
mi riviva nel cuore alimentandomi quel soave e patetico desiderio  che
sempre  accompagna  fuori  dalle sue case l'uomo esule,  e sventurato.
Parmi che i miei piaceri e i  miei  dolori,  i  quali  in  qu  luoghi
m'erano cari - tutto insomma quello ch mio, sia rimasto tutto con te;
e  che  qui non si trascini pellegrinando se non lo spettro del povero
Jacopo.
Ma tu,  amico unico mio,  perch appena  mi  scrivi  due  nude  parole
avvisandomi  che tu s con Teresa?  E non mi dici n come vive;  n se
s'attenta di nominarmi; n se Odoardo me l'ha rapita? Corro, e ricorro
alla posta, ma senza pro; e torno lento,  smarrito,  e mi si legge nel
volto il presentimento di grave sciagura. E mi par d'ora in ora udirmi

pronunziare  la mia sentenza mortale - Teresa ha giurato.  - Ohim!  e
quando mai cesser  d  miei  funebri  delirj,  e  dalle  mie  crudeli
lusinghe? Addio.

Firenze, 17 Settembre.

Tu mi hai inchiodata la disperazione nel cuore. Vedo oramai che Teresa
tenta di punirmi d'averla amata. Il suo ritratto l'aveva mandato a sua
madre  prima chio lo chiedessi?  - tu me ne accerti,  ed io credo;  ma
guardati che per tentare di risanarmi tu non congiurassi a contendermi
l'unico balsamo alle mie viscere lacerate.
O mie speranze!  si dileguano tutte;  ed io siedo qui derelitto  nella
solitudine del mio dolore.
In che devo pi confidare?  non mi tradire, Lorenzo: io non ti perder
mai dal mio petto,  perch la tua memoria  necessaria all'amico  tuo:
in  qualunque tua avversit tu non mi avresti perduto.  Sono io dunque
destinato a vedermi svanire tutto davanti?  - anche l'unico avanzo  di
tante speranze?  ma sia cos!  io non mi querelo n di lei, n di te -
non di me stesso,  non della mia fortuna - ben m'avvilisco  con  tante
lagrime, e perdo la consolazione di poter dire: Soffro i miei travagli
e non mi lamento.
Voi  tutti  mi  lascierete  - tutti: e il mio gemito vi seguir da per
tutto;  perch senza di  voi  non  sono  uomo:  e  da  ogni  luogo  vi
richiamer  disperato.  -  Ecco  le  poche parole scrittemi da Teresa:
Abbiate rispetto alla vostra vita;  ve  ne  scongiuro  per  le  nostre
disgrazie.  Non  siamo  noi due soli infelici.  Avrete il mio ritratto
quando potr.  Mio padre piange con  me;  e  non  gli  rincresce  chio
risponda al biglietto che mi ha ricapitato da parte vostra; pur con le
sue  lagrime a me pare che tacitamente mi proibisca di scrivervi d'ora
innanzi - ed io piangendo lo prometto; e vi scrivo, forse per l'ultima
volta, piangendo - perch io non potr pi confessare d'amarvi fuorch
davanti a Dio solo.
Tu sei dunque pi forte di me?  S,  ripeter queste poche righe  come
fossero le tue ultime volont - parler teco un'altra volta, o Teresa;
ma  solamente quel giorno che mi sar agguerrito di tanta ragione e di
tale coraggio da separarmi davvero da te.
Che se ora l'amarti di questo amore insoffribile, immenso,  e tacere e
seppellirmi  agli  occhi  di  tutti,  potesse ridarti pace - se la mia
morte potesse espiare  al  tribunale  d  nostri  persecutori  la  tua
passione  e  sopirla  per sempre dentro il tuo petto,  io supplico con
tutto l'ardore e la verit dell'anima mia la Natura ed il Cielo perch
mi tolgano finalmente dal mondo.  Or chio  resista  al  mio  fatale  e
insieme  dolcissimo  desiderio  di morte,  te lo prometto;  ma chio lo
vinca, ah!  tu sola con le tue preghiere potrai forse impetrarmelo dal
mio Creatore - e sento che ad ogni modo ei mi chiama.  Ma tu deh! vivi
per  quanto  puoi  felice  -  per  quanto  puoi  ancora.  Iddio  forse
convertir  a  tua  consolazione,  sfortunata giovine,  queste lagrime
penitenti chio mando a lui  domandandogli  misericordia  per  te.  Pur
troppo tu,  pur troppo, tu ora partecipi del doloroso mio stato, e per
me tu s fatta infelice - e come ho  io  rimeritato  tuo  padre  delle
affettuose  sue  cure,  della  fiducia,  d  suoi consigli,  delle sue
carezze?  e tu a che precipizio non ti s trovata e non ti  trovi  per
me?  - Ma e di che dunque mi ha egli beneficato tuo padre, e chio oggi
nol  ricompensi  con  gratitudine  inaudita?   non  gli  presento   in
sacrificio il mio cuore che insanguina?  Nessun mortale mi  creditore
di generosit; - n io, che pur sono, e tu 'l sai, ferocissimo giudice
mio posso incolparmi d'averti amata - bens l'esserti causa d'affanni,
 il pi crudele delitto chio mai potessi commettere.
Ohim! con chi parlo? e a che pro?
Se questa lettera ti trova ancora  miei  colli,  o  Lorenzo,  non  la
mostrare a Teresa.  Non le parlare di me - se te ne chiede, dille chio
vivo,  chio vivo ancora - non le parlare insomma di me.  Ma io  te  lo
confesso:  mi  compiaccio  delle mie infermit: io stesso palpo le mie
ferite dove sono pi mortali,  e cerco d'esulcerarle,  e le  contemplo
insanguinate - e mi pare che i miei martirj rechino qualche espiazione
alle mie colpe, e un breve refrigerio  dolori di quella innocente.

Firenze, 25 Settembre.

In queste terre beate si ridestarono dalla barbarie le sacre Muse e le
lettere.  Dovunque io mi volga,  trovo le case ove nacquero,  e le pie
zolle dove riposano qu primi grandi Toscani: ad ogni passo ho  timore
di  calpestare  le  loro reliquie.  La Toscana  tuttaquanta una citt
continuata,  e un giardino;  il popolo naturalmente gentile;  il cielo
sereno;  e l'aria piena di vita e di salute.  Ma l'amico tuo non trova
requie: spero sempre - domani,  nel paese vicino - e il domani  viene,
ed  eccomi  di  citt  in citt,  e mi pesa sempre pi questo stato di
esilio e di solitudine.  - Neppure mi  conceduto di proseguire il mio
viaggio:  avea  decretato di andare a Roma a prostrarmi su le reliquie
della nostra grandezza. Mi negano il passaporto;  quello gi mandatomi
da mia madre  per Milano: e qui, come s'io fossi venuto a congiurare,
mi  hanno  circuito  con mille interrogazioni: non avran torto;  ma io
risponder  domani,   partendo.   -  Cos  noi  tutti  Italiani  siamo
fuorusciti  e  stranieri  in  Italia:  e  lontani  appena  dal  nostro
territoriuccio,  n ingegno,  n fama,  n illibati costumi ci sono di
scudo: e guai se t'attenti di mostrare una dramma di sublime coraggio!
Sbanditi  appena  dalle  nostre  porte,  non troviamo chi ne raccolga.
Spogliati dagli uni,  scherniti dagli altri,  traditi sempre da tutti,
abbandonati   d   nostri  medesimi  concittadini,   i  quali  anzich
compiangersi  e  soccorrersi  nella  comune  calamit,  guardano  come
barbari tutti queglItaliani che non sono della loro provincia, e dalle
cui membra non suonano le stesse catene - dimmi,  Lorenzo, quale asilo
ci resta?  Le nostre messi hanno arricchiti nostri dominatori;  ma  le
nostre  terre non somministrano n tugurj n pane a tanti Italiani che
la rivoluzione ha balestrati fuori dal cielo natio, e che languenti di
fame e di stanchezza hanno sempre all'orecchio  il  solo,  il  supremo
consigliere  dell'uomo destituto da tutta la natura,  il delitto!  Per
noi dunque quale asilo pi resta, fuorch il deserto, e la tomba?  - e
la  vilt!  e chi pi si avvilisce pi vive forse;  ma vituperoso a se
stesso,  e deriso da quei tiranni medesimi a cui si vende,  e d quali
sar un d trafficato.
Ho corsa tutta Toscana. Tutti i monti e tutti i campi sono insigni per
le  fraterne battaglie di quattro secoli addietro;  i cadaveri intanto
d'infiniti Italiani ammazzatisi hanno  fatte  le  fondamenta    troni
deglImperadori  e  d  Papi.  Sono  salito a Monteaperto dove  infame
ancor la memoria della sconfitta d Guelfi.  -  Albeggiava  appena  un
crepuscolo di giorno,  e in quel mesto silenzio,  e in quella oscurit
fredda, con l'anima investita da tutte le antiche e fiere sventure che
sbranano la nostra  patria  -  o  mio  Lorenzo!  io  mi  sono  sentito
abbrividire,  e  rizzare  i  capelli;  io  gridava  dall'alto con voce
minacciosa e spaventata.  E mi parea che salissero e scendessero dalle
vie dirupate della montagna le ombre di tutti qu Toscani che si erano
uccisi;  con  le  spade  e le vesti insanguinate;  guatarsi biechi,  e
fremere tempestosamente, e azzuffarsi e lacerarsi le antiche ferite. -
O!  per chi quel sangue?  il figliuolo tronca il capo al  padre  e  lo
squassa  per le chiome - e per chi tanta scellerata carnificina?  I re
per cui vi trucidate si stringono nel bollor della zuffa le  destre  e
pacificamente  si  dividono  le  vostre  vesti e il vostro terreno.  -
Urlando io fuggiva precipitosamente guatandomi dietro. E quelle orride
fantasie mi seguitavano sempre - e ancora quando io mi trovo  solo  di
notte  mi  sento  attorno  quegli spettri,  e con essi uno spettro pi
tremendo di tutti, e chio solo conosco. - E perch io debbo dunque,  o
mia patria,  accusarti sempre e compiangerti,  senza niuna speranza di
poterti emendare o di soccorrerti mai?

Milano, 27 Ottobre.

Ti scrissi da Parma;  e poi  da  Milano  il  d  chio  ci  giunsi:  la
settimana addietro ti scrissi una lettera lunghissima.  Come dunque la
tua mi capita s tarda, e per la via di Toscana d'onde partii sino dai
2 Settembre?  mi morde un sospetto: le nostre lettere sono intercette.
I governi millantano la sicurezza delle sostanze;  ma invadono intanto
il secreto,  la preziosissima di tutte le propriet: vietano le tacite
querele;  e  profanano l'asilo sacro che le sventure cercano nel petto
dell'amicizia. Sia pure! io mel dovea prevedere: ma qu loro manigoldi
non andranno pi a caccia delle nostre parole e  d  nostri  pensieri.
Trover  compenso  perch  le  nostre  lettere  d'ora  in poi viaggino
inviolate.
Tu mi chiedi  novelle  di  Giuseppe  Parini:  serba  la  sua  generosa
fierezza, ma parmi sgomentato dai tempi e dalla vecchiaja. Andandolo a
visitare,  lo  incontrai  su  la  porta  delle  sue stanze mentre egli
strascinavasi per uscire. Mi ravvis; e fermatosi sul suo bastone,  mi
pos   la   mano  su  la  spalla,   dicendomi:  Tu  vieni  a  rivedere
quest'animoso cavallo che si sente nel cuore  la  superbia  della  sua
bella giovent;  ma che ora stramazza fra via e si rialza soltanto per
le battiture della fortuna.  - E paventa di essere cacciato dalla  sua
cattedra,  e  di  trovarsi  costretto dopo settanta anni di studj e di
gloria ad agonizzare elemosinando.

Milano, 11 Novembre.

Chiesi la vita di Benvenuto Cellini a un librajo - Non  l'abbiamo.  Lo
richiesi  di  un altro scrittore;  e allora quasi dispettoso mi disse,
chei non vendeva libri italiani.  La gente civile parla  elegantemente
francese,  e appena intende lo schietto toscano.  I pubblici atti e le
leggi sono scritte in una cotal lingua bastarda che  le  ignude  frasi
suggellano  la  ignoranza  e  la servit di chi le detta.  I Demosteni
Cisalpini disputarono caldamente nel  loro  senato  per  esiliare  con
sentenza  capitale  dalla repubblica la lingua greca e la latina.  S'
creata una legge che avea l'unico fine di sbandire da ogni impiego  il
matematico  Gregorio  Fontana,   e  Vincenzo  Monti,   poeta;  non  so
cos'abbiano scritto contro alla Libert,  prima che  fosse  discesa  a
prostituirsi in Italia;  so che sono presti a scrivere anche per essa.
E quale pur fosse la loro colpa,  la ingiustizia  della  punizione  li
assolve,  e  la  solennit  d'una  legge creata per due soli individui
accresce la loro celebrit.  - Chiesi ov'erano  le  sale  d  Consiglj
Legislativi: pochi m'intesero;  pochissimi mi risposero; e niuno seppe
insegnarmi.

Milano, 4 Dicembre.

Siati questa l'unica risposta  tuoi consiglj.  In tutti  i  paesi  ho
veduto  gli  uomini  sempre  di  tre  sorta:  i  pochi  che comandano;
l'universalit che serve;  e i molti  che  brigano.  Noi  non  possiam
comandare,  n  forse  siam  tanto  scaltri;  noi non siam ciechi,  n
vogliamo ubbidire;  noi non ci degniamo di  brigare.  E  il  meglio  
vivere  come  qu  cani  senza padrone  quali non toccano n tozzi n
percosse.  - Che vuoi tu chio accatti protezioni ed  impieghi  in  uno
Stato ov'io sono reputato straniero, e donde il capriccio di ogni spia
pu farmi sfrattare? Tu mi esalti sempre il mio ingegno; sai tu quanto
io vaglio? n pi n meno di ci che vale la mia entrata: se per altro
io  non facessi il letterato di corte,  rintuzzando quel nobile ardire
che irrita i potenti,  e dissimulando la virt e la scienza,  per  non
rimproverarli  della  loro  ignoranza,  e  delle  loro  scelleraggini.
Letterati! - O! tu dirai,  cos da per tutto.  - E sia cos: lascio il
mondo  com';  ma  s'io dovessi impacciarmente vorrei o che gli uomini
mutassero modo, o che mi facessero mozzare il capo sul palco; e questo
mi pare pi facile.  Non che  i  tirannetti  non  si  avveggano  delle
brighe;  ma  gli  uomini  balzati  d  trivj  al trono hanno d'uopo di
faziosi che poi non possono contenere. Gonfj del presente, spensierati
dell'avvenire, poveri di fama,  di coraggio e d'ingegno,  si armano di
adulatori  e  di  satelliti,  d  quali,  quantunque  spesso traditi e
derisi,  non sanno pi svilupparsi:  perpetua  ruota  di  servit,  di
licenza e di tirannia.  Per essere padroni e ladri del popolo conviene
prima lasciarsi opprimere,  depredare,  e conviene  leccare  la  spada
grondante  del tuo sangue.  Cos potrei forse procacciarmi una carica,
qualche migliajo di scudi ogni anno di pi, rimorsi, ed infamia. Odilo
un'altra volta: Non reciter mai la parte del piccolo briccone.
Tanto e tanto so di essere calpestato;  ma almen fra la turba  immensa
d  miei  conservi,  simile  a  quegli  insetti  che sono sbadatamente
schiacciati da chi passeggia.  Non mi glorio come  tanti  altri  della
servit;  n i miei tiranni si pasceranno del mio avvilimento. Serbino
ad altri le loro ingiurie e i lor beneficj;   vi son tanti che pur vi
agognano!  Io  fuggir il vituperio morendo ignoto.  E quando io fossi
costretto ad uscire dalla mia oscurit - anzich  mostrarmi  fortunato
stromento  della  licenza  o della tirannide,  torrei d'essere vittima
deplorata.
Che se mi mancasse il pane e il fuoco, e questa che tu mi additi fosse
l'unica sorgente di vita - cessi il cielo chio insulti alla  necessit
di tanti altri che non potrebbero imitarmi - davvero,  Lorenzo,  io me
n'andrei alla patria di tutti,  dove  non  vi  sono  n  delatori,  n
conquistatori,  n letterati di corte,  n principi; dove le ricchezze
non coronano il delitto;  dove il misero non    giustiziato  non  per
altro  se non perch  misero;  dove un d o l'altro verranno tutti ad
abitare con me e a rimescolarsi nella materia, sotterra.
Aggrappandomi sul dirupo della vita,  sieguo alle volte un  lume  chio
scorgo  da  lontano e che non posso raggiungere mai.  Anzi mi pare che
s'io fossi con tutto il corpo dentro la fossa,  e che rimanessi  sopra
terra solamente col capo,  mi vedrei sempre quel lume sfolgorare sugli
occhi. O Gloria!  tu mi corri sempre dinanzi,  e cos mi lusinghi a un
viaggio a cui le mie piante non reggono pi.  Ma dal giorno che tu pi
non sei la mia sola e prima passione,  il  tuo  risplendente  fantasma
comincia  a spegnersi e a barcollare - cade e si risolve in un mucchio
d'ossa e di ceneri fra le quali  io  veggio  sfavillar  tratto  tratto
alcuni  languidi  raggi;  ma ben presto io passer camminando sopra il
tuo scheletro,  sorridendo della mia delusa ambizione.  - Quante volte
vergognando  di morire ignoto al mio secolo ho accarezzato io medesimo
le mie angosce mentre mi sentiva tutto il bisogno  e  il  coraggio  di
terminarle!  N  avrei forse sopravvissuto alla mia patria,  se non mi
avesse rattenuto il folle timore,  che la pietra posta  sopra  il  mio
cadavere non seppellisse ad un tempo il mio nome. Lo confesso; sovente
ho guardato con una specie di compiacenza le miserie d'Italia,  poich
mi parea che la fortuna e il mio ardire riserbassero forse anche a  me
il merito di liberarla.  Io lo diceva jer sera al Parini - addio: ecco
il messo del banchiere che viene a pigliar questa lettera; e il foglio
tutto pieno mi dice di finire.  - Pur ho a dirti  ancora  assai  cose:
protrarr di spedirtela sino a sabbato; e continuer a scriverti. Dopo
tanti  anni  di  s  affettuosa  e  leale  amicizia,  eccoci,  e forse
eternamente,  disgiunti.  A me non resta altro conforto che di  gemere
teco scrivendoti; e cos mi libero alquanto d miei pensieri; e la mia
solitudine  diventa  assai  meno  spaventosa.  Sai  quante notti io mi
risveglio, e m'alzo,  e aggirandomi lentamente per le stanze t'invoco!
siedo  e  ti  scrivo;  e quelle carte sono tutte macchiate di pianto e
piene d miei pietosi delirj e d miei feroci proponimenti.  Ma non mi
d il cuore d'inviartele.  Ne serbo taluna,  e molte ne brucio. Quando
poi il Cielo mi manda questi momenti di calma, io ti scrivo con quanto
pi di fermezza mi  possibile per non contristarti  del  mio  immenso
dolore.  N mi stancher di scriverti;  tutt'altro conforto  perduto;
n tu,  mio Lorenzo,  ti stancherai di leggere queste carte chio senza
vanit,  senza  studio  e  senza rossore ti ho sempre scritto n sommi
piaceri e n sommi dolori dell'anima mia. Serbale.  Presento che un d
ti saranno necessarie per vivere, almeno come potrai, col tuo Jacopo.
Jer sera dunque io passeggiava con quel vecchio venerando nel sobborgo
orientale  della citt sotto un boschetto di tigli.  Egli si sosteneva
da una parte sul mio braccio,  dall'altra sul suo  bastone:  e  talora
guardava  gli  storpj suoi piedi,  e poi senza dire parola volgevasi a
me, quasi si dolesse di quella sua infermit,  e mi ringraziasse della
pazienza  con  la quale io lo accompagnava.  S'assise sopra uno di qu
sedili ed io con lui: il suo servo ci stava poco discosto. Il Parini 
il  personaggio  pi  dignitoso  e  pi  eloquente  chio  m'abbia  mai
conosciuto;  e d'altronde un profondo, generoso, meditato dolore a chi
non d somma eloquenza? Mi parl a lungo della sua patria, e fremeva e
per  le  antiche  tirannidi  e  per  la  nuova  licenza.   Le  lettere
prostituite; tutte le passioni languenti e degenerate in una indolente
vilissima corruzione: non pi la sacra ospitalit, non la benevolenza,
non  pi  l'amore figliale - e poi mi tesseva gli annali recenti,  e i
delitti di tanti uomiciattoli chio degnerei di nominare,  se  le  loro
scelleraggini  mostrassero  il vigore d'animo,  non dir di Silla e di
Catilina,  ma di quegli animosi masnadieri che affrontano il  misfatto
quantunque  si vedano presso il patibolo - ma ladroncelli,  tremanti,
saccenti - pi  onesto  insomma    tacerne.  -  A  quelle  parole  io
m'infiammava  di  un sovrumano furore,  e sorgeva gridando: Ch non si
tenta? morremo?  ma frutter dal nostro sangue il vendicatore.  - Egli
mi   guard   attonito:   gli  occhi  miei  in  quel  dubbio  chiarore
scintillavano spaventosi, e il mio dimesso e pallido aspetto si rialz
con aria minaccevole - io taceva,  ma si  sentiva  ancora  un  fremito
rumoreggiare  cupamente  dentro  il  mio petto.  E ripresi: Non avremo
salute mai?  ah se gli uomini si  conducessero  sempre  al  fianco  la
morte,  non servirebbero s vilmente.  - Il Parini non apria bocca; ma
stringendomi il braccio,  mi guardava  ogni  ora  pi  fisso.  Poi  mi
trasse,  come  accennandomi  perchio tornassi a sedermi: E pensi,  tu,
proruppe,  che s'io discernessi un barlume di libert,  mi perderei ad
onta  della  mia  inferma vecchiaja in questi vani lamenti?  o giovine
degno di patria pi grata!  se  non  puoi  spegnere  quel  tuo  ardore
fatale, ch non lo volgi ad altre passioni?
Allora  io  guardai  nel  passato - allora io mi voltava avidamente al
futuro, ma io errava sempre nel vano e le mie braccia tornavano deluse
senza pur mai stringere nulla;  e conobbi tutta tutta la  disperazione
del  mio  stato.  Narrai  a quel generoso Italiano la storia delle mie
passioni,  e gli dipinsi Teresa come uno di qu genj celesti  i  quali
par che discendano a illuminare la stanza tenebrosa di questa vita.  E
alle mie parole e al mio pianto,  il vecchio pietoso pi volte sospir
dal cuore profondo. - No, io gli dissi, non veggo pi che il sepolcro:
sono figlio di madre affettuosa e benefica;  spesse volte mi sembr di
vederla calcare tremando le mie pedate e  seguirmi  fino  a  sommo  il
monte,  donde io stava per diruparmi,  e mentre era quasi con tutto il
corpo abbandonato nell'aria - essa  afferravami  per  la  falda  delle
vesti,  e  mi  ritraeva,  ed  io  volgendomi  non udiva pi che il suo
pianto.   Pure  s'ella  -  spiasse  tutti  gli  occulti   miei   guai,
implorerebbe  ella  stessa  dal  Cielo  il  termine degli ansiosi miei
giorni.  Ma l'unica fiamma vitale che anima ancora questo  travagliato
mio  corpo,   la speranza di tentare la libert della patria.  - Egli
sorrise mestamente; e poich s'accorse che la mia voce infiochiva, e i
miei sguardi si abbassavano immoti  sul  suolo,  ricominci:  -  Forse
questo tuo furore di gloria potrebbe trarti a difficili imprese;  ma -
credimi;  la fama degli eroi spetta un quarto alla loro  audacia;  due
quarti alla sorte;  e l'altro quarto  loro delitti.  Pur se ti reputi
bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa gloria,  pensi
tu  che  i  tempi te ne porgano i mezzi?  I gemiti di tutte le et,  e
questo giogo della nostra patria non ti hanno per anco  insegnato  che
non si dee aspettare libert dallo straniero? Chiunque s'intrica nelle
faccende  di un paese conquistato non ritrae che il pubblico danno,  e
la propria infamia. Quando e doveri e diritti stanno su la punta della
spada,  il forte scrive le leggi col sangue e pretende  il  sacrificio
della  virt.  E allora?  avrai tu la fama e il valore di Annibale che
profugo cercava per l'universo un nemico al popolo  Romano?  -  N  ti
sar  dato di essere giusto impunemente.  Un giovine dritto e bollente
di cuore,  ma povero di ricchezze,  ed incauto d'ingegno quale sei tu,
sar sempre o l'ordigno del fazioso,  o la vittima del potente. E dove
tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato  dalla  comune
bruttura, oh! tu sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale
notturno  della  calunnia;  la  tua  prigione sar abbandonata d tuoi
amici,  e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro.  -  Ma
poniamo  che  tu  superando  e  la  prepotenza  degli  stranieri  e la
malignit d tuoi concittadini  e  la  corruzione  d  tempi,  potessi
aspirare  al  tuo  intento;  d?  spargerai  tutto il sangue col quale
conviene nutrire una nascente repubblica?  arderai le tue case con  le
faci della guerra civile?  unirai col terrore i partiti? spegnerai con
la morte le opinioni?  adeguerai con le stragi le fortune?  ma  se  tu
cadi  tra  via,  vediti esecrato dagli uni come demagogo,  dagli altri
come tiranno.  Gli amori della moltitudine  sono  brevi  ed  infausti;
giudica,  pi che dall'intento, dalla fortuna; chiama virt il delitto
utile,  e scelleraggine l'onest che le pare dannosa;  e per  avere  i
suoi  plausi,  conviene  o  atterrirla,  o  ingrassarla,  e ingannarla
sempre.  E ci sia.  Potrai tu  allora  inorgoglito  dalla  sterminata
fortuna  reprimere  in  te  la libidine del supremo potere che ti sar
fomentata e dal sentimento della tua superiorit,  e della  conoscenza
del   comune   avvilimento?   I  mortali  sono  naturalmente  schiavi,
naturalmente  tiranni,  naturalmente  ciechi.   Intento  tu  allora  a
puntellare  il  tuo  trono,  di filosofo saresti fatto tiranno;  e per
pochi anni di possanza e di tremore,  avresti perduta la tua  pace,  e
confuso  il  tuo  nome  fra la immensa turba dei despoti.  - Ti avanza
ancora un seggio fr capitani;  il quale si afferra per  mezzo  di  un
ardire feroce,  di una avidit che rapisce per profondere, e spesso di
una vilt per cui si lambe la  mano  che  t'aita  a  salire.  Ma  -  o
figliuolo! l'umanit geme al nascere di un conquistatore; e non ha per
conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara. -
Tacque - ed io dopo lunghissimo silenzio esclamai: O Cocceo Nerva!  tu
almeno sapevi morire incontaminato.  - Il vecchio mi guard - Se tu n
speri, n temi fuori di questo mondo - e mi stringeva la mano - ma io!
-  Alz  gli  occhi  al  Cielo,  e  quella  severa  sua  fisionomia si
raddolciva di soave conforto,  come s'ei lass contemplasse  tutte  le
tue speranze. - Intesi un calpestio che s'avanzava verso di noi; e poi
travidi  gente fr tiglj;  ci rizzammo;  e l'accompagnai sino alle sue
stanze.
Ah s'io non mi sentissi oramai spento quel fuoco celeste che nel tempo
della fresca mia giovent spargeva raggi  su  tutte  le  cose  che  mi
stavano intorno, mentre oggi vo brancolando in una vota oscurit! s'io
potessi avere un tetto ove dormire sicuro;  se non mi fosse conteso di
rinselvarmi fra le ombre del mio romitorio;  se un amore disperato che
la  mia  ragione  combatte sempre,  e che non pu vincere mai - questo
amore chio celo a me stesso, ma che riarde ogni giorno e che s' fatto
onnipotente,  immortale - ahi!  la  Natura  ci  ha  dotati  di  questa
passione  che   indomabile in noi forse pi dell'istinto fatale della
vita - se io potessi insomma impetrare un anno solo di calma,  il  tuo
povero  amico vorrebbe sciogliere ancora un voto e poi morire.  Io odo
la mia patria che grida: - SCRIVI CI CHE VEDESTI. MANDERO LA MIA VOCE
DALLE ROVINE,  E TI DETTER LA MIA STORIA.  PIANGERANNO I SECOLI SU LA
MIA  SOLITUDINE;  E LE GENTI SI AMMAESTRERANNO NELLE MIE DISAVVENTURE.
IL TEMPO ABBATTE IL FORTE: E I  DELITTI  DI  SANGUE  SONO  LAVATI  NEL
SANGUE.  -  E  tu  lo  sai,  Lorenzo,  avrei coraggio di scrivere;  ma
l'ingegno va morendo con le mie forze,  e vedo che fra pochi mesi avr
fornito questo mio angoscioso pellegrinaggio.
Ma voi pochi sublimi animi che solitarj o perseguitati,  su le antiche
sciagure della nostra patria fremete,  se i  cieli  vi  contendono  di
lottare contro la forza, perch almeno non raccontate alla posterit i
nostri  mali?  Alzate  la voce in nome di tutti,  e dite al mondo: Che
siamo sfortunati, ma n ciechi n vili;  che non ci manca il coraggio,
ma la possanza.  - Se avete braccia in catene, perch inceppate da voi
stessi anche il vostro intelletto di cui n i tiranni n  la  fortuna,
arbitri  d'ogni cosa,  possono essere arbitri mai?  Scrivete.  Abbiate
bens compassione  vostri concittadini,  e non istigate vanamente  le
lor   passioni  politiche;   ma  sprezzate  l'universalit  d  vostri
contemporanei: il genere umano d'oggi ha le frenesie  e  la  debolezza
della  decrepitezza;  ma  l'umano  genere,  appunto quand' prossimo a
morte, rinasce vigorosissimo. Scrivete a quei che verranno, e che soli
saranno degni d'udirvi,  e forti da vendicarvi.  Perseguitate  con  la
verit i vostri persecutori.  E poi che non potete opprimerli,  mentre
vivono,  c pugnali,  opprimeteli almeno con l'obbrobrio per  tutti  i
secoli  futuri.   Se  ad  alcuni  di  voi    rapita  la  patria,   la
tranquillit,  e le sostanze;  se niuno osa divenire marito;  se tutti
paventano il dolce nome di padre,  per non procreare nell'esilio e nel
dolore nuovi schiavi e nuovi infelici,  perch  mai  accarezzate  cos
vilmente  la vita ignuda di tutti i piaceri?  Perch non la consecrate
all'unico  fantasma  ch  duce  degli  uomini  generosi,   la  gloria?
Giudicherete  l'Europa  vivente,  e  la  vostra sentenza illuminer le
genti avvenire.  L'umana vilt vi mostra terrori e  pericoli;  ma  voi
siete  forse immortali?  fra l'avvilimento delle carceri e d supplicj
v'innalzerete sovra  il  potente,  e  il  suo  futuro  contro  di  voi
accrescer il suo vituperio e la vostra fama.

Milano, 6 Febbraio 1799.

Diriggi  le tue lettere a Nizza di Provenza perchio domani parto verso
Francia: e chi sa?  forse assai pi lontano: certo che in Francia  non
mi star lungamente.  Non rammaricarti,  o Lorenzo,  di ci; e consola
quanto tu puoi la povera madre mia. Tu dirai forse chio dovrei fuggire
prima me stesso, e che se non v'ha luogo dov'io trovi stanza,  sarebbe
omai tempo chio m'acquetassi.   vero, non trovo stanza; ma qui peggio
che altrove. La stagione, la nebbia perpetua, quest'aria morta,  certe
fisonomie  -  e poi - forse m'inganno - ma parmi di trovar poco cuore;
n posso incolparli;  tutto  si  acquista;  ma  la  compassione  e  la
generosit,  e molto pi certa delicatezza di animo nascono sempre con
noi, e non le cerca se non chi le sente.  - Insomma domani.  E mi si 
fitta in fantasia tale necessit di partire,  che queste ore d'indugio
mi pajono anni di carcere.
Malaugurato!  perch mai tutti i suoi sensi si risentono  soltanto  al
dolore,  simili  a  quelle  membra scorticate che all'alito pi blando
dell'aria si ritirano? goditi il mondo com', e tu vivrai pi riposato
e men pazzo.  - Ma se a chi mi declama s fatti sermoni,  io  dicessi:
Quando ti salta addosso la febbre, fa che il polso ti batta pi lento,
e  sarai  sano  - non avrebbe egli ragione da credermi farneticante di
peggior febbre?  come dunque potr io dar  leggi  al  mio  sangue  che
fluttua  rapidissimo?  e  quando  urta  nel  cuore  io sento che vi si
ammassa bollendo, e poi sgorga impetuosamente; e spesso all'improvviso
e talora fra il sonno par che voglia spaccarmisi il petto. - O Ulissi!
eccomi ad obbedire alla vostra saviezza, a patti chio, quando vi veggo
dissimulatori, agghiacciati, incapaci di soccorrere alla povert senza
insultarla,  e di difendere il debole  dalla  ingiustizia;  quando  vi
veggo, per isfamare le vostre plebee passioncelle, prostrati appi del
potente che odiate e che vi disprezza,  allora io possa trasfondere in
voi una stilla di questa mia fervida bile che pure arm spesso la  mia
voce e il mio braccio contro la prepotenza;  che non mi lascia mai gli
occhi asciutti n chiusa la mano alla vista della miseria;  e  che  mi
salver  sempre  dalla  bassezza.  Voi vi credete savi,  e il mondo vi
predica onesti: ma toglietevi la paura! - Non vi affannate dunque;  le
parti sono pari: Dio vi preservi dalle mie pazzie;  ed io lo prego con
tutta  l'espansione  dell'anima  perch  mi  preservi   dalla   vostra
saviezza. - E s'io scorgo costoro, anche quando passano senza vedermi,
io  corro subitamente a cercare rifugio nel tuo petto,  o Lorenzo.  Tu
rispetti amorosamente le mie passioni,  quantunque  tu  abbia  sovente
veduto  il  leone ammansarsi alla sola tua voce.  Ma ora!  Tu il vedi:
ogni consiglio e  ogni  ragione    funesta  per  me.  Guai  s'io  non
obbedissi al mio cuore!  - la Ragione?  -  come il vento;  ammorza le
faci, ed anima glincendj. Addio frattanto.

Ore 10, della mattina.

Ripenso - e sar meglio che tu non mi scriva finch tu non  abbia  mie
lettere.  Prendo  il cammino delle Alpi Liguri per iscansare i ghiacci
del Moncenis: sai quanto micidiale m' il freddo.

Ore 1.

Nuovo inciampo: hanno a passare ancora due giorni prima  chio  riabbia
il  passaporto.  Consegner  questa  lettera  nel  punto chio sar per
salire in calesse.

 Febbraro, ore 1 e mezza.



Eccomi con le lagrime su le tue lettere.  Riordinando le mie carte  mi
sono  venuti  sott'occhio  questi pochi versi che tu mi scrivevi sotto
una lettera di mia madre due giorni innanzi chio abbandonassi  i  miei
colli.   -  T'accompagnano  tutti  i  miei  pensieri,  o  mio  Jacopo:
t'accompagnano i miei voti,  e la mia amicizia,  che vivr eterna  per
te.  Io sar sempre l'amico tuo e il tuo fratello d'amore;  e divider
teco anche l'anima mia.  Sai tu chio vo ripetendo queste parole,  e mi
sento  s  fieramente  percosso  che  sono  in  procinto  di  venire a
gittarmiti al collo e a spirare  fra  le  tue  braccia?  Addio  addio.
Torner.

Ore 3.

Sono  andato  a  dire addio al Parini.  - Addio,  mi disse,  o giovine
sfortunato.  Tu porterai da per tutto e sempre con te le tue  generose
passioni  alle  quali  non potrai soddisfare giammai.  Tu sarai sempre
infelice.  Io non posso consolarti c miei  consiglj,  perch  neppure
giovano  alle  sventure  mie  derivanti dal medesimo fonte.  Il freddo
dell'et ha intorpidito le mie membra; ma il cuore - veglia ancora. Il
solo conforto chio possa darti  la mia piet: e tu la porti tutta con
te.  Fra poco io non vivr pi,  ma se le mie ceneri serberanno  alcun
sentimento  -  se  troverai  qualche  sollievo  querelandoti su la mia
sepoltura, vieni. - Io proruppi in dirottissime lagrime, e lo lasciai:
ed usc seguendomi con gli occhi mentr'io fuggiva per quel lunghissimo
corridojo,  e intesi che ei tuttavia mi diceva con  voce  piangente  -
addio.

Ore 9 della sera.

Tutto    in punto: I cavalli sono ordinati per la mezzanotte - vado a
coricarmi cos vestito sino a che giungano: mi  sento  s  stracco!  -
addio  frattanto;  addio  Lorenzo - Scrivo il tuo nome e ti saluto con
tenerezza e con certa superstizione chio non ho provato  mai  mai.  Ci
rivedremo - se mai dovessi!  no, io non morrei senza rivederti e senza
ringraziarti per  sempre  -  e  te,  mia  Teresa:  ma  poich  il  mio
infelicissimo  amore  costerebbe  la  tua  pace ed il pianto della tua
famiglia,  io fuggo senza sapere dove mi trasciner  il  mio  destino:
l'Alpi e l'Oceano e un mondo intero, s' possibile, ci divida.

Genova, 11 Febbraro.

Ecco  il  Sole pi bello!  Tutte le mie fibre sono in un tremito soave
perch risentono la giocondit di questo Cielo  raggiante  e  salubre.
Sono pure contento di essere partito! proseguir fra poche ore; non so
ancora  dirti dove mi fermer,  n quando terminer il mio viaggio: ma
per li 16 sar in Tolone.

Dalla Pietra, 15 Febbraro.

Strade alpestri, montagne orride dirupate,  tutto il rigore del tempo,
tutta la stanchezza e i fastidj del viaggio, e poi?

      Nuovi tormenti e nuovi tormentati.

Scrivo  da  un  paesetto appi delle Alpi Marittime.  E mi fu forza di
sostare perch la posta    senza  cavalcatura;  n  so  quando  potr
partire.  Eccomi dunque sempre con te,  e sempre con nuove afflizioni:
sono destinato a non movere passo senza incontrare lungo  la  mia  via
dolore. - In questi due giorni io usciva verso mezzod un miglio forse
lungi dall'abitato, passeggiando fra certi oliveti che stanno verso la
spiaggia del mare: io vado a consolarmi  raggi del Sole,  e a bere di
quel aere vivace;  quantunque anche in questo tepido clima il verno di
questo  anno    clemente  meno  assai dell'usato.  E l mi pensava di
essere tutto solo,  o almeno sconosciuto a qu viventi che  passavano;
ma  appena  mi  ridussi  a casa,  Michele il quale sal a ravviarmi il
fuoco,  mi venia raccontando,  come certo uomo quasi mendico  capitato
poc'anzi in questa balorda osteria gli chiese, s'io era un giovine che
avea  gi  tempo  studiato in Padova;  non gli sapea dire il nome,  ma
porgeva assai contrassegni e di me e di qu tempi,  e nominava te pure
-  Davvero,  segu  a  dire  Michele,  io mi trovava imbrogliato;  gli
risposi nonostante chei s'apponeva: parlava veneziano;  ed   pure  la
dolce  cosa il trovare in queste solitudini un compatriota - e poi - 
cos stracciato!  insomma io gli promisi -  forse  pu  dispiacere  al
signore - ma mi ha fatto tanta compassione,  chio gli promisi di farlo
venire;  anzi sta qui fuori.  - E  venga,  io  dissi  a  Michele  -  e
aspettandolo  mi  sentiva  tutta  la  persona inondata d'una subitanea
tristezza.  Il ragazzo rientr con  un  uomo  alto,  macilento;  parea
giovine  e  bello;  ma  il  suo volto era contraffatto dalle rughe del
dolore.  Fratello!  io era impellicciato e  al  fuoco;  stava  gittato
oziosamente  nella seggiola vicina il mio larghissimo tabarro;  l'oste
andava su e gi allestendomi da desinare - e quel misero;  era  appena
in  farsetto di tela ed io intirizziva solo a guardarlo.  Forse la mia
mesta accoglienza e il meschino  suo  stato  l'hanno  disanimato  alla
prima;  ma  poi  da poche mie parole s'accorse che il tuo Jacopo non 
nato per disanimare glinfelici;  e  s'assise  con  me  a  riscaldarsi,
narrandomi quest'ultimo lagrimevole anno della sua vita.  Mi disse: Io
conobbi famigliarmente uno scolare che era d e notte a Padova con voi
- e ti nomin - quanto tempo  ormai chio non ne odo novella! ma spero
che la fortuna non gli sar cos iniqua.  Io studiava allora - non  ti
dir,  mio Lorenzo,  chi egli . Dovr io contristarti con le sciagure
di un uomo che hai conosciuto felice,  e che tu forse  ami  ancora?  
troppo  anche  se  la sorte ti ha condannato ad affliggerti sempre per
me.
Ei proseguiva: Oggi venendo da Albenga,  prima di arrivare  nel  paese
v'ho  scontrato  lungo la marina.  Voi non vi siete avveduto com'io mi
voltava spesso a considerarvi,  e mi parea di avervi  raffigurato;  ma
non  conoscendovi  che  di  vista,  ed  essendo  scorsi  quattro anni,
sospettava di sbagliare. Il vostro servo poi mi accert.
Lo ringraziai perchei fosse venuto a vedermi; gli parlai di te;  e voi
mi siete anche pi grato,  gli dissi, perch m'avete recato il nome di
Lorenzo.  - Non ti ripeter il suo doloroso racconto.  Emigr  per  la
pace di Campo Formio,  e s'arruol Tenente nell'artiglieria Cisalpina.
Querelandosi un giorno delle fatiche e delle angarie che gli parea  di
sopportare,  gli fu da un amico suo proferito un impiego. Abbandon la
milizia. Ma l'amico, l'impiego,  e il tetto gli mancarono.  Tapin per
l'Italia,  e  s'imbarc a Livorno.  - Ma mentr'esso parlava,  io udiva
nella camera contigua un rammarichio di bambino e un sommesso lamento;
e m'avvidi chegli andavasi soffermando, e ascoltava con certa ansiet:
e quando quel rammarichio taceva, ei ripigliava. - Forse, gli diss'io,
saranno passaggeri giunti  pur  ora.  -  No,  mi  rispose;    la  mia
figlioletta di tredici mesi che piange.
E segu a narrarmi, chei mentre era Tenente s'ammogli a una fanciulla
di  povero  stato,  e  che  le perpetue marcie a cui la giovinetta non
potea reggere,  e lo scarso  stipendio  lo  stimolarono  anche  pi  a
confidare  in  colui che poi lo trad.  Da Livorno navig a Marsiglia,
cos alla ventura: e  si  trascin  per  tutta  Provenza;  e  poi  nel
Delfinato,  cercando d'insegnare l'Italiano, senza mai potersi trovare
n lavoro n pane; ed ora tornavasi d'Avignone a Milano. Io mi rivolgo
addietro,  continu,  e guardo il tempo passato,  e non  so  come  sia
passato  per  me.   Senza  danaro;  seguitato  sempre  da  una  moglie
estenuata, c piedi laceri,  con le braccia spossate dal continuo peso
di  una  creatura  innocente che domanda alimento all'esausto petto di
sua madre, e che strazia con le sue strida le viscere degli sfortunati
suoi genitori,  mentre non possiamo acquetarla con  la  ragione  delle
nostre  disgrazie.  Quante  giornate  arsi,  quante  notti  assiderati
abbiamo dormito nelle stalle fr giumenti,  o  come  le  bestie  nelle
caverne!  cacciato di citt in citt da tutti i governi, perch la mia
indigenza mi serrava la porta d magistrati, o non mi concedeva di dar
conto di me: e chi mi conosceva,  o non volle  pi  conoscermi,  o  mi
volt le spalle. - E s, gli diss'io, so che in Milano e altrove molti
d  nostri  concittadini  emigrati  sono  tenuti  liberali.  - Dunque,
soggiunse, la mia fiera fortuna li ha fatti crudeli unicamente per me.
Anche le persone di ottimo cuore si stancano di fare  del  bene;  sono
tanti  i  tapini!  Io  non  lo  so - ma il tale - il tale (e i nomi di
questi uomini chio scopriva cos ipocriti  mi  erano,  Lorenzo,  tante
coltellate  nel cuore) chi mi ha fatto aspettare assai volte vanamente
alla sua porta;  chi dopo sviscerate promesse,  mi f camminare  molte
miglia  sino al suo casino di diporto,  per farmi la limosina di poche
lire: il pi umano mi gitt un tozzo di pane senza volermi  vedere;  e
il  pi  magnifico  mi fece cos sdruscito passare fra un corteggio di
famigli e  di  convitati,  e  dopo  d'avermi  rammemorata  la  scaduta
prosperit  della mia famiglia,  e inculcatomi lo studio e la probit,
mi disse amichevolmente che non mi rincrescesse di ritornare domattina
per tempo. Tornatomi,  ritrovai nell'anticamera tre servidori,  uno d
quali mi disse che il padrone dormiva;  e mi pose nelle mani due scudi
e una camicia.  Ah signore!  non so se voi siete ricco;  ma il  vostro
aspetto,  e  qu sospiri mi dicono che voi siete sventurato e pietoso.
Credetemi;  io vidi per prova che il danaro fa parere  benefico  anche
l'usurajo,  e  che  l'uomo splendido di rado si degna di locare il suo
beneficio fr cenci.  - Io taceva;  ed ei rizzandosi per accommiatarsi
riprese  a dire: I libri m'insegnavano ad amare gli uomini e la virt;
ma i libri, gli uomini e la virt mi hanno tradito. Ho dotta la testa;
sdegnato il cuore; e le braccia inette ad ogni utile mestiere.  Se mio
padre udisse dalla terra ove sta seppellito con che gemito grave io lo
accuso  di  non  avere  fatti  i  suoi  cinque  figliuoli legnajuoli o
sartori!  Per la misera vanit di serbare la nobilt senza la fortuna,
ha sprecato per noi tutto quel poco che ei possedeva, nelle universit
e  nel  bel mondo.  E noi frattanto?  - Non ho mai saputo che si abbia
fatto la fortuna degli altri fratelli miei. Scrissi molte lettere; non
per vidi risposta: o sono miseri, o sono snaturati.  Ma per me,  ecco
il frutto delle ambiziose speranze del padre mio. Quante volte io sono
condotto o dalla notte,  o dalla fame a ricoverarmi in una osteria; ma
entrandovi,  non so come pagher la mattina imminente.  Senza  scarpe,
senza vesti - Ah copriti! gli diss'io, rizzandomi; e lo coprii del mio
tabarro.  E  Michele,  che  essendo  venuto  gi in camera per qualche
faccenda vi  s'era  fermato  poco  discosto  ascoltando,  si  avvicin
asciugandosi  gli  occhi col rovescio della mano,  e gli aggiustava in
dosso  quel  tabarro:  ma  con  certo  rispetto,   come  s'ei  temesse
d'insultare alla scaduta fortuna di quella persona cos ben nata.
O  Michele!  io  mi ricordo che tu potevi vivere libero sino al d che
tuo fratello maggiore avviando una botteghetta, ti chiam seco; eppure
scegliesti di rimanerti  con  me,  bench  servo:  io  noto  l'amoroso
rispetto  per cui tu dissimuli glimpeti miei fantastici;  e taci anche
le tue ragioni n momenti dell'ingiusta mia collera: e vedo con quanta
ilarit te la passi fra le noje della mia solitudine;  e vedo la  fede
con  che sostieni i travaglj di questo mio pellegrinaggio.  Spesso col
tuo giovale sembiante mi rassereni;  ma quando  io  taccio  le  intere
giornate,  vinto dal mio nerissimo umore,  tu reprimi la gioja del tuo
cuore contento per non farmi accorgere del  mio  stato.  Pure!  questo
atto gentile verso quel disgraziato ha santificata la mia riconoscenza
verso  di  te.  Tu  s il figliuolo della mia nutrice,  tu s allevato
nella mia casa; n io t'abbandoner mai.  Ma io t'amo ancor pi poich
mi avvedo che il tuo stato servile avrebbe forse indurita la bella tua
indole,  se  non  ti fosse stata coltivata dalla mia tenera madre,  da
quella donna che con l'animo suo delicato,  e c soavi  suoi  modi  fa
cortese e amoroso tutto quello che vive in lei.
Quando  fui  solo,  diedi  a Michele quel pi che ho potuto;  ed esso,
mentre  io  desinava,  lo  rec  a  quel  derelitto.  Appena  mi  sono
risparmiato  tanto da arrivare a Nizza dove negozier le cambiali chio
n banchi di  Genova  mi  feci  spedire  per  Tolone  e  Marsiglia.  -
Stamattina quando ei, prima di andarsene,  venuto con la sua moglie e
con la sua creatura per ringraziarmi,  ed io vedeva con quanto giubilo
mi replicava: Senza di voi io sarei  oggi  andato  cercando  il  primo
spedale  -  io  non  ho  avuto animo di rispondergli;  ma il mio cuore
dicevagli: Ora tu hai come vivere per quattro mesi - per sei - e  poi?
La  bugiarda speranza ti guida intanto per mano,  e l'ameno viale dove
t'innoltri mette forse a un sentiero pi  disastroso.  Tu  cercavi  il
primo  spedale  - e t'era forse poco discosto l'asilo della fossa.  Ma
questo mio poco soccorso,  n la sorte mi concede di ajutarti davvero,
ti  ridar  pi  vigore da sostenere di nuovo e per pi tempo qu mali
che gi t'avevano quasi consunto e liberato per sempre. Goditi intanto
del presente - ma quanti disagi hai pur dovuto  durare  perch  questo
tuo stato,  che a molti pure sarebbe affannoso, a te paja s lieto! Ah
se tu non fossi padre e marito,  io ti darei forse un consiglio!  -  e
senza  dirgli  parola,  l'ho  abbracciato;  e mentre partivano,  io li
guardava, stretto d'un crepacuore mortale.
Jer sera spogliandomi io pensava: Perch mai quell'uomo  emigr  dalla
sua  patria?  perch s'ammogli?  perch mai lasci un pane sicuro?  e
tutta la  storia  di  lui  pareva  il  romanzo  di  un  pazzo;  ed  io
sillogizzava  cercando  ci  chegli  per non strascinarmi dietro tutte
quelle sciagure,  avrebbe potuto fare,  o non fare.  Ma siccome ho pi
volte  udito  infruttuosamente ripetere s fatti perch,  ed ho veduto
che tutti fanno da medici nelle altrui malattie -  io  sono  andato  a
dormire  borbottando:  O  mortali  che  giudicate  inconsiderato tutto
quello che non    prospero,  mettetevi  una  mano  sul  petto  e  poi
confessate - siete pi savj, o pi fortunati?
Or credi tu vero tutto ci chei narrava?  - Io? Credo chegli era mezzo
nudo,  ed io vestito;  ho veduto una moglie  languente;  ho  udito  le
strida  di  una  bambina.  Mio Lorenzo,  si vanno pure cercando con la
lanterna nuove  ragioni  contro  del  povero  perch  si  sente  nella
coscienza  il  diritto  che  la  Natura gli ha dato su le sostanze del
ricco.  - Eh!  le sciagure non derivano per lo pi che d vizj;  e  in
costui forse derivarono da un delitto.  - Forse?  per me non lo so, n
lo indago.  Io giudice,  condannerei tutti i delinquenti;  ma io uomo,
ah!  penso al ribrezzo col quale nasce la prima idea del delitto; alla
fame e alle  passioni  che  strascinano  a  consumarlo;  agli  spasimi
perpetui;  al  rimorso con che l'uomo si sfama del frutto insanguinato
dalla colpa,  alle carceri che il reo si mira  sempre  spalancate  per
seppellirlo  - e se poi scampando dalla giustizia,  ne paga il fio col
disonore e con l'indigenza, dovr io abbandonarlo alla disperazione ed
a nuovi delitti?  egli solo colpevole? la calunnia, il tradimento del
secreto,  la seduzione,  la  malignit,  la  nera  ingratitudine  sono
delitti pi atroci,  ma sono essi neppur minacciati? e chi dal delitto
ha ricavato campi ed onore!  - O legislatori,  o giudici,  punite:  ma
talvolta  aggiratevi  n tuguri della plebe e n sobborghi di tutte le
citt capitali,  e vedrete ogni giorno un quarto della popolazione che
svegliandosi  su  la  paglia  non sa come placare le supreme necessit
della vita.  Conosco che  non  si  pu  rimutare  la  societ;  e  che
l'inedia,  le colpe, e i supplizj sono anchessi elementi dell'ordine e
della prosperit universale;  per si crede che  il  mondo  non  possa
reggersi senza giudici n senza patiboli;  ed io lo credo poich tutti
lo credono.  Ma io?  non sar giudice mai.  In questa gran valle  dove
l'umana specie nasce,  vive,  muore,  si riproduce,  s'affanna,  e poi
torna a morire,  senza saper come n  perch,  io  non  distinguo  che
fortunati e sfortunati. E se incontro un infelice, compiango la nostra
sorte;  e verso quanto balsamo posso su le piaghe dell'uomo: ma lascio
i suoi meriti e le sue colpe su la bilancia di Dio.

Ventimiglia, 19 e 20 Febbraro.

Tu sei disperatamente infelice;  tu vivi fra le agonie della morte,  e
non  hai  la  sua tranquillit: ma tu di tollerarle per gli altri.  -
Cos la Filosofia domanda agli uomini un  eroismo  da  cui  la  Natura
rifugge.  Chi odia la propria vita pu egli amare il minimo bene che 
incerto di recare alla Societ e sacrificare a  questa  lusinga  molti
anni  di  pianto?  e come potr sperare per gli altri colui che non ha
desiderj, n speranze per s; e che abbandonato da tutto, abbandona se
stesso? - Non sei misero tu solo. - Pur troppo! ma questa consolazione
non    anzi  argomento  dell'invidia  secreta  che  ogni  uomo   cova
dell'altrui prosperit?  La miseria degli altri non iscema la mia. Chi
 tanto generoso da addossarsi le mie infermit?  e chi anco  volendo,
il  potrebbe?  avrebbe forse pi coraggio da comportarle;  ma cos' il
coraggio voto di forza? Non  vile quell'uomo che  travolto dal corso
irresistibile di una fiumana;  bens chi ha forze da salvarsi e non le
adopra.  Ora  dov'  il  sapiente  che possa costituirsi giudice delle
nostre intime forze?  chi pu dare norma agli effetti  delle  passioni
nelle varie tempre degli uomini e delle incalcolabili circostanze onde
decidere: Questi  un vile, perch soggiace; quegli che sopporta,  un
eroe?  mentre  l'amore  della  vita  cos imperioso che pi battaglia
avr fatto il primo per non cedere, che il secondo per sopportare.
Ma i debiti i quali tu hai verso la Societ? - Debiti? forse perch mi
ha tratto dal libero grembo della Natura,  quand'io non  aveva  n  la
ragione,  n l'arbitrio di acconsentirvi,  n la forza di oppormivi, e
mi educ fr suoi bisogni e fr suoi pregiudizj?  -  Lorenzo,  perdona
s'io  calco  troppo  su  questo  discorso tanto da noi disputato.  Non
voglio smoverti dalla tua opinione  s  avversa  alla  mia;  v  bens
dileguare  ogni  dubbio da me.  Saresti convinto al pari di me,  se ti
sentissi le piaghe mie;  il Cielo te le risparmi!  - Ho  io  contratto
questi  debiti  spontaneamente?  e la mia vita dovr pagare,  come uno
schiavo, i mali che la Societ mi procaccia,  solo perch gli intitola
beneficj?  e sieno beneficj: ne godo e li ricompenso fino che vivo;  e
se nel sepolcro non le sono io di vantaggio,  qual bene ritraggo io da
lei nel sepolcro?  O amico mio!  ciascun individuo  nemico nato della
Societ,  perch la Societ  necessaria nemica degli individui.  Poni
che  tutti i mortali avessero interesse di abbandonare la vita,  credi
tu che la sosterrebbero per me solo? e s'io commetto un'azione dannosa
 pi,  io sono punito;  mentre non mi verr fatto mai  di  vendicarmi
delle  loro azioni,  quantunque ridondino in sommo mio danno.  Possono
ben essi pretendere chio sia figliuolo della grande  famiglia;  ma  io
rinunziando e  beni e  doveri comuni posso dire: Io sono un mondo in
me  stesso: e intendo d'emanciparmi perch mi manca la felicit che mi
avete promesso.  Che s'io dividendomi non trovo  la  mia  porzione  di
libert;  se gli uomini me l'hanno invasa perch sono pi forti; se mi
puniscono perch la ridomando - non gli sciolgo io dalle loro bugiarde
promesse e dalle mie impotenti querele cercando scampo  sotterra?  Ah!
qu  filosofi  che  hanno  evangelizzato  le  umane virt,  la probit
naturale,  la reciproca benevolenza -  sono  inavvedutamente  apostoli
degli  astuti,  ed  adescano  quelle poche anime ingenue e bollenti le
quali amando schiettamente gli uomini per l'ardore di essere  riamate,
saranno sempre vittime tardi pentite della loro leale credulit. -
Eppur  quante volte tutti questi argomenti della ragione hanno trovato
chiusa la  porta  del  mio  cuore,  perchio  tuttavia  mi  sperava  di
consecrare  i  miei  tormenti all'altrui felicit!  Ma!  - per il nome
d'Iddio, ascolta e rispondimi.  A che vivo?  di che pro ti son io,  io
fuggitivo  fra  queste  cavernose montagne?  di che onore a me stesso,
alla mia patria,  miei cari? V'ha egli diversit da queste solitudini
alla tomba?  La mia morte sarebbe per me la meta d guai,  e  per  voi
tutti  la  fine  delle  vostre ansiet sul mio stato.  Invece di tante
ambasce continue, io vi darei un solo dolore - tremendo,  ma ultimo: e
sareste certi della eterna mia pace. I mali non ricomprano la vita.
E  penso  ogni giorno al dispendio di cui da pi mesi sono causa a mia
madre;  n so come ella possa far tanto.  S'io mi  tornassi,  troverei
casa nostra vedova del suo splendore. E incominciava gi ad oscurarsi,
molto innanzi chio mi partissi,  per le pubbliche e private estorsioni
le quali non restano di percuoterci. N per quella madre benefattrice
cessa dalle sue cure: trovai dell'altro denaro  a  Milano;  ma  queste
affettuose  liberalit  le  scemeranno certamente quegli agi fr quali
nacque.  Pur  troppo  fu  moglie  mal  avventurata!  le  sue  sostanze
sostengono la mia casa che rovinava per le prodigalit di mio padre; e
l'et  di  lei  mi fa ancora pi amari questi pensieri.  - Se sapesse!
tutto  vano per lo sfortunato suo figliuolo.  E  s'ella  vedesse  qui
dentro  - se vedesse le tenebre e la consunzione dell'anima mia!  deh!
non gliene parlare,  o Lorenzo: ma vita  questa?  - Ah  s!  io  vivo
ancora;  e  l'unico spirito d miei giorni  una sorda speranza che li
rianima sempre,  e che pure tento di non ascoltare: non posso - e s'io
voglio disingannarla,  la si converte in disperazione infernale.  - Il
tuo giuramento,  o Teresa,  proferir ad un tempo la mia sentenza - ma
finch  tu  s  libera;  -  e il nostro amore  tuttavia nell'arbitrio
delle circostanze - dell'incerto avvenire - e della  morte,  tu  sarai
sempre mia.  Io ti parlo,  e ti guardo,  e ti abbraccio: e mi pare che
cos da lontano tu senta  l'impressioni  d  miei  baci  e  delle  mie
lagrime.  Ma  quando tu sarai offerita dal padre tuo come olocausto di
riconciliazione su l'altare di Dio - quando il tuo pianto avr  ridata
la pace alla tua famiglia - allora - non io - ma la disperazione sola,
e  da s,  annienter l'uomo e le sue passioni.  E come pu spegnersi,
mentre vivo,  il mio amore?  e come non ti sedurranno sempre  nel  tuo
secreto  le  sue  dolci  lusinghe?  ma  allora pi non saranno sante e
innocenti.  Io non amer,  quando sar d'altri,  la donna che fu mia -
amo immensamente Teresa;  ma non la moglie d'Odoardo - ohim! tu forse
mentre scrivo sei nel suo letto! - Lorenzo! - Ahi Lorenzo! eccolo quel
demonio mio persecutore; torna a incalzarmi, a premermi, a investirmi,
e m'accieca l'intelletto,  e mi  ferma  perfino  le  palpitazioni  del
cuore,  e  mi fa tutto ferocia,  e vorrebbe il mondo finito con me.  -
Piangete tutti - e perch mi caccia fra  le  mani  un  pugnale,  e  mi
precede, e si volge guardando se io lo sieguo, e mi addita dov'io devo
ferire?  Vieni tu dall'altissima vendetta del Cielo?  - E cos nel mio
furore e nelle mie superstizioni io  mi  prostendo  su  la  polvere  a
scongiurare  orrendamente  un Dio che non conosco,  che altre volte ho
candidamente adorato,  chio non offesi,  di cui dubito sempre - e  poi
tremo,  e l'adoro. Dov'io cerco ajuto? non in me, non negli uomini: la
Terra io la ho insanguinata, e il Sole  negro.

Alfine eccomi in pace! - Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho
vagato per queste montagne.  Non v' albero,  non tugurio,  non  erba.
Tutto   bronchi;  aspri e lividi macigni;  e qua e l molte croci che
segnano il sito d viandanti assassinati.  - L  gi    il  Roja,  un
torrente  che  quando  si  disfanno  i ghiacci precipita dalle viscere
delle Alpi,  e per gran tratto  ha  spaccato  in  due  questa  immensa
montagna. V' un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi  sono  fermato  su  quel ponte,  e ho spinto gli occhi sin dove pu
giungere la vista;  e percorrendo due argini di altissime  rupi  e  di
burroni  cavernosi,  appena  si vedono imposte su le cervici dell'Alpi
altre Alpi di neve che s'immergono nel Cielo e tutto biancheggia e  si
confonde  -  da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la
tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La Natura siede
qui solitaria e minacciosa,  e caccia da  questo  suo  regno  tutti  i
viventi.
I  tuoi  confini,  o Italia,  son questi!  ma sono tutto d sormontati
d'ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni. Ove sono dunque i
tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia.  Allora io
spenderei  gloriosamente  la mia vita infelice per te: ma che pu fare
il solo mio braccio e la nuda mia voce?  - Ov' l'antico terrore della
tua  gloria?  Miseri!  noi  andiamo  ogni d memorando la libert e la
gloria degli avi,  le quali quanto pi splendono tanto pi scoprono la
nostra abbietta schiavit. Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i
nostri nemici calpestano i loro sepolcri. E verr forse giorno che noi
perdendo e le sostanze,  e l'intelletto, e la voce, sarem fatti simili
agli schiavi domestici degli  antichi,  o  trafficati  come  i  miseri
Negri,  e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire,
e disperdere al vento le ceneri  di  qu  Grandi  per  annientarne  le
ignude  memorie:  poich  oggi  i  nostri  fasti  ci  sono  cagione di
superbia, ma non eccitamento dell'antico letargo.
Cos grido quand'io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano, e
rivolgendomi intorno io cerco,  n trovo pi la mia patria.  - Ma  poi
dico:  Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure;  ma le
sciagure derivano dall'ordine universale,  e  il  genere  umano  serve
orgogliosamente e ciecamente  destini. Noi argomentiamo su gli eventi
di  pochi secoli: che sono eglino nell'immenso spazio del tempo?  Pari
alle stagioni della nostra vita  normale,  pajono  talvolta  gravi  di
straordinarie  vicende,  le  quali pur sono comuni e necessarj effetti
del tutto. L'universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perch
una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell'altra.  Io guardando
da  queste  Alpi l'Italia piango e fremo,  e invoco contro aglinvasori
vendetta;  ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti
popoli trapassati,  quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre
 mari e  deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano glIddii d
vinti, incatenevano principi e popoli liberissimi, finch non trovando
pi dove insanguinare i lor ferri,  li ritorceano  contro  le  proprie
viscere.  Cos  gli  Israeliti  trucidavano  i  pacifici  abitatori di
Canaan,  e i Babilonesi poi strascinarono nella schiavit i sacerdoti,
le madri,  e i figliuoli del popolo di Giuda. Cos Alessandro rovesci
l'impero di Babilonia,  e dopo avere passando arsa  gran  parte  della
terra,  si  corrucciava  che non vi fosse un altro universo.  Cos gli
Spartani tre volte smantellarono Messene e tre volte cacciarono  dalla
Grecia  i  Messeni che pur Greci erano della stessa religione e nipoti
d medesimi antenati.  Cos sbranavansi gli  antichi  Italiani  finch
furono  ingojati  dalla  fortuna  di Roma.  Ma in pochissimi secoli la
regina del mondo divenne preda d Cesari, d Neroni, d Costantini, d
Vandali,  e d Papi.  Oh quanto fumo di umani roghi ingombr il  Cielo
della America, oh quanto sangue d'innumerabili popoli che n timore n
invidia  recavano  agli Europei,  fu dall'Oceano portato a contaminare
d'infamia le nostre spiagge!  ma quel sangue sar un d vendicato e si
rovescier  su  i figli degli Europei!  Tutte le nazioni hanno le loro
et.  Oggi sono tiranne per maturare la propria schiavit di domani: e
quei che pagavano dianzi vilmente il tributo,  lo imporranno un giorno
col ferro e col fuoco.  La Terra  una foresta di belve.  La  fame,  i
diluvj,  e  la  peste  sono  n  provvedimenti  della  Natura  come la
sterilit di un campo che prepara l'abbondanza per l'anno vegnente:  e
chi  sa?  fors'anche  le  sciagure  di  questo  globo apparecchiano la
prosperit di un altro.
Frattanto noi chiamiamo pomposamente virt  tutte  quelle  azioni  che
giovano  alla  sicurezza  di chi comanda e alla paura di chi serve.  I
governi impongono giustizia:  ma  potrebbero  eglino  imporla  se  per
regnare non l'avessero prima violata? Chi ha derubato per ambizione le
intere  province,  manda  solennemente alle forche chi per fame invola
del pane. Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti,  per
serbarli  poscia  a  se  stessa inganna i mortali con le apparenze del
giusto, finch un'altra forza non la distrugga. Eccoti il mondo, e gli
uomini.  Sorgono frattanto d'ora in ora  alcuni  pi  arditi  mortali;
prima  derisi come frenetici,  e sovente come malfattori,  decapitati:
che se poi  vengono  patrocinati  dalla  fortuna  chessi  credono  lor
propria,  ma  che  in  somma  non  che il moto prepotente delle cose,
allora sono obbediti e temuti,  e dopo morte deificati.  Questa    la
razza degli eroi,  d capisette,  e d fondatori delle nazioni i quali
dal loro orgoglio e  dalla  stupidit  d  volghi  si  stimano  saliti
tant'alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell'oriuolo. Quando
una rivoluzione nel globo  matura, necessariamente vi sono gli uomini
che  la incominciano,  e che fanno d loro teschj sgabello al trono di
chi la compie.  E perch l'umana schiatta non  trova  n  felicit  n
giustizia  sopra  la terra,  crea gli Dei protettori della debolezza e
cerca premj futuri del pianto presente.  Ma gli Dei  si  vestirono  in
tutti  i  secoli delle armi d conquistatori: e opprimono le genti con
le passioni, i furori, e le astuzie di chi vuole regnare.
Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virt?  in noi pochi deboli e
sventurati;  in noi,  che dopo avere sperimentati tutti gli errori,  e
sentiti tutti i guai della vita,  sappiamo compiangerli e soccorrerli.
Tu  o  Compassione,  sei  la  sola  virt!  tutte  le altre sono virt
usuraje.
Ma mentre io guardo dall'alto le follie e  le  fatali  sciagure  della
umanit,  non  mi  sento  forse tutte le passioni e la debolezza ed il
pianto,  soli elementi dell'uomo?  Non sospiro ogni d la mia  patria?
Non  dico  a  me lagrimando: Tu hai una madre e un amico - tu ami - te
aspetta una turba di miseri, a cui s caro,  e che forse sperano in te
- dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia
degli  uomini  e  i dolori e la morte: qui cadrai forse,  e niuno avr
compassione di te;  e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di
essere compianto. Abbandonato da tutti, non chiedi tu ajuto dal Cielo?
non  t'ascolta;  eppure  nelle  tue  afflizioni  il  tuo  cuore  torna
involontario a lui - va, prostrati; ma all'are domestiche.
O natura! hai tu forse bisogno di noi sciagurati,  e ci consideri come
i vermi e glinsetti che vediamo brulicare e moltiplicarsi senza sapere
a che vivano? Ma se tu ci hai dotati del funesto istinto della vita s
che il mortale non cada sotto la soma delle tue infermit ed ubbidisca
irrepugnabilmente  a tutte le tue leggi,  perch poi darci questo dono
ancor pi funesto della ragione?  Noi  tocchiamo  con  mano  tutte  le
nostre calamit ignorando sempre il modo di ristorarle.
Perch  dunque  io  fuggo?  e  in  quali  lontane  contrade  io vado a
perdermi?  dove mai trover gli uomini diversi  dagli  uomini?  O  non
presento io forse i disastri,  le infermit,  e la indigenza che fuori
della mia patria mi aspettano?  - Ah no!  Io torner a  voi,  o  sacre
terre,  che  prime udiste i miei vagiti,  dove tante volte ho riposato
queste mie membra affaticate,  dove ho trovato nella oscurit e  nella
pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti.
Poich tutto  vestito di tristezza per me, se null'altro posso ancora
sperare  che  il  sonno  eterno  della morte - voi sole,  o mie selve,
udirete il mio ultimo lamento,  e voi sole  coprirete  con  le  vostre
ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici
che  sono  compagni delle mie disgrazie - e se le passioni vivono dopo
il sepolcro,  il mio spirito doloroso sar confortato  d  sospiri  di
quella celeste fanciulla chio credeva nata per me,  ma che glinteressi
degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto.

Alessandria, 29 Febbraro.

Da Nizza invece d'innoltrarmi  in  Francia,  ho  preso  la  volta  del
Monferrato. Stasera dormir a Piacenza. Gioved scriver da Rimino. Ti
dir allora - Or addio.

Rimino, 5 Marzo.

Tutto mi si dilegua.  Io veniva a rivedere ansiosamente il Bertola; da
gran tempo io non aveva sue lettere -  morto.

Ore 11 della sera.

Lo seppi: Teresa  maritata. Tu taci per non darmi la vera ferita - ma
l'inferno geme quando la morte il combatte,  non quando lo  ha  vinto.
Meglio  cos,  da  che  tutto  deciso: ed ora anchio sono tranquillo,
incredibilmente tranquillo. - Addio. Roma mi sta sempre sul cuore.

Dal frammento seguente che ha la data della sera stessa, apparisce che
Jacopo decret  in  quel  d  di  morire.  Parecchi  altri  frammenti,
raccolti  come questo dalle sue carte,  paiono gli ultimi pensieri che
lo raffermarono nel suo proponimento;  e per  li  andr  frammentendo
secondo le loro date.

Veggo  la  meta: ho gi tutto fermo da gran tempo nel cuore - il modo,
il luogo - n il giorno  lontano.
Cos' la vita per me?  il tempo mi divor i momenti felici: io non  la
conosco  se  non nel sentimento del dolore: ed or anche l'illusione mi
abbandona - medito sul passato;  m'affiso su i d che verranno;  e non
veggo  che  nulla.  Questi  anni  che appena giungono a segnare la mia
giovinezza,  come  passarono  lenti  fra  i  timori,  le  speranze,  i
desideri,  glinganni,  la  noja!  e s'io cerco la eredit che mi hanno
lasciato,  non mi trovo che la rimembranza di pochi  piaceri  che  non
sono pi,  e un mare di sciagure che atterrano il mio coraggio, perch
me ne fanno paventar di peggiori.  Che se nella vita  il  dolore,  in
che  pi  sperare?  nel  nulla;  o  in un'altra vita diversa sempre da
questa. - Ho dunque deliberato; non odio disperatamente me stesso; non
odio i viventi.  Cerco da molto tempo la pace;  e la ragione mi addita
sempre  la  tomba.  Quante  volte sommerso nella meditazione delle mie
sventure io cominciava a disperare di me! L'idea della morte dileguava
la mia tristezza, ed io sorrideva per la speranza di non vivere pi. -
Sono tranquillo,  tranquillo  imperturbabilmente.  Le  illusioni  sono
svanite;  i  desiderj  son  morti:  le  speranze  e  i timori mi hanno
lasciato libero l'intelletto.  Non pi mille fantasmi ora giocondi ora
tristi  confondono  e  traviano  la  mia  immaginazione:  non pi vani
argomenti adulano la mia ragione;  tutto   calma.  -  Pentimenti  sul
passato,  noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita. La sola
morte,  a cui  commesso il sacro  cangiamento  delle  cose,  promette
pace.

Da Ravenna non mi scrisse;  ma da quest'altro squarcio si vede chei vi
and in quella settimana.

Non temerariamente, ma con animo consigliato e sicuro. Quante tempeste
pria che la Morte potesse parlare cos pacatamente con me - ed io cos
pacato con lei!
Sull'urna tua, Padre Dante! Abbracciandola, mi sono prefisso ancor pi
nel mio consiglio. M'hai tu veduto?  m'hai tu forse,  Padre,  ispirato
tanta fortezza di senno e di cuore, mentr'io genuflusso, con la fronte
appoggiata  tuoi marmi,  meditava e l'alto animo tuo, e il tuo amore,
e l'ingrata tua patria,  e l'esilio,  e la povert,  e  la  tua  mente
divina?  e  mi  sono  scompagnato  dall'ombra tua pi deliberato e pi
lieto.

Su l'albeggiar d 13 Marzo smont  colli Euganei,  e sped a  Venezia
Michele,  gittandosi,  stivalato com'era, subitamente a dormire. Io mi
stava appunto con la madre di Jacopo, quando essa,  che prima di me si
vide innanzi il ragazzo, chiese spaventata: E mio figlio? - La lettera
di  Alessandria  non  era  per anco arrivata,  e Jacopo prevenne anche
quella di Rimino: noi ci pensavamo  chei  si  fosse  gi  in  Francia;
perci  l'inaspettato  ritorno  del servo ci fu presentimento di fiere
novelle.  Ei narrava: Il padrone   in  campagna;  non  pu  scrivere,
perch  abbiamo  viaggiato  tutta  notte,  dormiva  quand'io montava a
cavallo. Vengo per avvertire che noi ripartiremo; e credo, da quel che
gli ho udito dire, per Roma;  se ben mi ricordo,  per Roma,  e poi per
Ancona,  dove  ci  imbarcheremo:  per altro il padrone sta bene;  ed 
quasi una settimana chio lo vedo pi sollevato.  Mi disse che prima di
partire  verr  a  salutar  la  signora;  e  per ha mandato qui me ad
avvisare;  anzi verr qui domani l'altro,  e forse  domani.  Il  servo
pareva lieto, ma il suo dire confuso accrebbe le nostre sollecitudini;
n  si acquetaron se non il d appresso,  quando Jacopo scrisse,  come
ripartirebbe per l'Isole gi Venete,  e che temendo di  non  ritornare
forse  pi,  verrebbe  a  rivederci e a ricevere la benedizione di sua
madre. - Questo biglietto and smarrito.
Frattanto  nel  d  del  suo  arrivo    colli  Euganei,   svegliatosi
quattr'ore prima di sera, scese a passeggiare sino presso alla chiesa,
torn,  si rivest, e s'avvi a casa T***. Seppe da un famigliare come
da sei giorni erano tutti venuti da Padova,  e che a momenti sarebbero
tornati dal passeggio.  Era quasi sera,  e tornavasi a casa.  Dopo non
molti passi s'accorse di Teresa che veniva con l'Isabellina per  mano;
e dietro alle figliuole,  il signore T*** con Odoardo. Jacopo fu preso
da un tremito,  e s'accostava perplesso.  Teresa  appena  il  conobbe,
grid: Eterno Iddio! e dando indietro mezzo tramortita si sostenne sul
braccio  del  padre  suo.  Com'ei fu presso,  e che venne ravvisato da
tutti,  ella non gli disse parola: appena il signore T*** gli stese la
mano;  e Odoardo lo salut asciuttamente.  Solo l'Isabellina gli corse
addosso, e mentre ei se la prendea su le braccia, essa baciavalo, e lo
chiamava il suo Jacopa,  e si voltava a Teresa  additandolo;  ed  esso
accompagnandosi a loro, parlava sottovoce con la ragazzina. Niuno apr
bocca:  Odoardo soltanto gli chiese se andasse a Venezia.  - Fra pochi
giorni, rispose. Giunti alla porta, si accomiat.
Michele che a nessun patto accett di riposarsi  in  Venezia  per  non
lasciare  solo  il  padrone,  si  torn    colli  un'ora incirca dopo
mezzanotte,  e lo trov seduto allo scrittojo rivedendo le sue  carte.
Moltissime  ne  bruci;  parecchie  di  minor conto le lasciava cadere
stracciate  sotto  al  tavolino.  Il  ragazzo  si  coric,   lasciando
l'ortolano perch ci badasse;  tanto pi che Jacopo non aveva in tutto
quel d desinato.  Infatti poco di poi gli fu  recata  parte  del  suo
desinare, ed ei ne mangi attendendo sempre alle carte. Non le esamin
tutte; ma passeggi per la stanza, poi prese a leggere. L'ortolano che


lo vedeva mi disse,  che sul finir della notte apr le finestre,  e vi
si ferm un pezzo: pare che subito dopo abbia scritto i due  frammenti
che sieguono: sono in diverse facciate, ma in un medesimo foglio.

Or  via:  costanza.  -  Eccoti una bragera,  scintillante d'infiammati
carboni.  Ponvi dentro la mano;  brucia le vive tue carni:  bada;  non
t'avvilire d'un gemito. - A che pro? - E a che pro deggio affettare un
eroismo che non mi giova?

 notte;  alta, perfetta notte. A che veglio immoto su questo libro? -
Io non imparai se non la  scienza  di  ostentare  saviezza  quando  le
passioni non tiranneggiano l'anima.  I precetti sono come le medicine,
inutili quando la infermit vince tutte le resistenze della Natura.
Alcuni sapienti si vantano d'avere domate le passioni  che  non  hanno
mai  combattuto:  l'origine    questa della loro baldanza.  - Amabile
stella dell'alba! tu fiammeggi dall'oriente, e mandi a questi occhi il
tuo raggio - ultimo!  Chi l'avria detto sei mesi  addietro  quando  tu
comparivi  prima  degli  altri  pianeti  a  rallegrare la notte,  e ad
accogliere i nostri saluti?
Spuntasse almeno l'aurora! - Forse Teresa si ricorda in questo momento
di me - pensiero consolatore!  Oh come la beatitudine  d'essere  amato
raddolcisce qualunque dolore!
Ah  notturno delirio!  va - tu ricominci a sedurmi: pass stagione: ho
disingannato me stesso; un partito solo mi resta.

La mattina mand per una Bibbia ad Odoardo il quale non l'aveva: mand
al parroco, e quando gli fu recata, si chiuse.  A mezzod suonato usc
a spedire la seguente lettera, e torn a chiudersi.

14 Marzo.

Lorenzo,  ho  un secreto che da pi mesi mi sta confitto nel cuore: ma
l'ora della partenza sta per suonare;  ed    tempo  chio  lo  deponga
dentro il tuo petto.
Questo  amico tuo ha sempre davanti un cadavere.  - Ho fatto quanto io
doveva; quella famiglia  da quel giorno men povera - ma il padre loro
rivive pi?
In uno di qu giorni del mio  forsennato  dolore,  son  oggimai  dieci
mesi,  io cavalcando mi dilungai molte miglia.  Era la sera; io vedeva
sorgere un tempo nero, e tornando affrettavami: il cavallo divorava la
via,  e nondimeno i miei sproni lo insanguinavano;  e  gli  abbandonai
tutte  le  briglie  sul  collo,  invocando  quasi  chei rovinasse e si
seppellisse con me.  Entrando  in  un  viale  tutto  alberi,  stretto,
lunghissimo,  vidi una persona - ripresi le briglie; ma il cavallo pi
s'irritava e pi  impetuosamente  lanciavasi.  -  Tienti  a  sinistra,
gridai,  a sinistra!  Quello sfortunato m'intese; corse a sinistra; ma
sentendo pi imminente lo  scalpito,  e  in  quello  stretto  sentiero
credendosi  addosso il cavallo,  ritornava sgomentato a diritta,  e fu
investito,  rovesciato,  e le zampe gli frantumarono le  cervella.  In
quel  violento  urto  il  cavallo  stramazz,  balzandomi di sella pi
passi. Perch rimasi vivo ed illeso?  - Corsi ove intendeva un lamento
di  moribondo:  l'uomo  agonizzava boccone in una palude di sangue: lo
scossi: non aveva n voce n sentimento;  dopo minuti spir.  Tornai a
casa.  Quella  notte  fu  anche  burrascosa  per  tutta la Natura;  la
grandine desol le campagne;  le folgori arsero  molti  alberi,  e  il
turbine  fracass la cappella di un crocefisso: ed io uscii a perdermi
tutta la notte per le montagne con le vesti  e  l'anima  insanguinata,
cercando in quello sterminio la pena della mia colpa. Che notte! Credi
tu  che  quel  terribile spettro mi abbia perdonato mai?  - La mattina
dopo, assai se ne parl: si trov il morto in quel viale, mezzo miglio
pi lontano, sotto un mucchio di sassi fra due castagni schiantati che
attraversavano il cammino;  la pioggia che sino all'alba  casc  dalle
alture a torrenti ve lo strascin con qu sassi;  aveva le membra e la
faccia a brani: e fu conosciuto per le  strida  della  moglie  che  lo
cercava.  Nessuno  fu  imputato.  Ben mi accusavano nel mio secreto le
benedizioni di quella vedova perch ho subitamente  collocata  la  sua
figlia al nipote del castaldo;  e assegnato un patrimonio al figliuolo
che si volle far prete.  E jer sera vennero a  ringraziarmi  di  nuovo
dicendomi,  chio  gli  ho  liberati dalla miseria in cui da tanti anni
languiva la famiglia di quel povero lavoratore.  - Ah!  vi  sono  pure
tanti  altri  miseri  come voi;  ma hanno un marito ed un padre che li
consola con l'amor suo,  e che essi non  cangierebbero  per  tutte  le
ricchezze della terra - e voi!
Cos gli uomini nascono a struggersi scambievolmente!
Fuggono  da  quel viale tutti i villani,  e tornandosi d lavori,  per
iscansarlo,  passano per le praterie.  Si dice  che  le  notti  vi  si
sentano spiriti; che l'uccello del mal-augurio siede fra quelle arbori
e  dopo  la  mezzanotte  urla tre volte;  che qualche sera si  veduto
passare una persona morta - n io ardisco disingannarli,  n ridere di
tali  prestigj.  Ma  svelerai  tutto  dopo la mia morte.  Il viaggio 
rischioso, la mia salute  incerta;  non posso allontanarmi con questo
rimorso  sepolto.  Qu  due  figliuoli in ogni loro disgrazia e quella
vedova sieno sacri nella mia casa. Addio.

Per entro la Bibbia si trovarono,  assai giorni  dopo,  le  traduzioni
zeppe  di cassature e quasi non leggibili di alcuni versi del libro di
Job,  del secondo capo dell'Ecclesiaste,  e di  tutto  il  cantico  di
Ezechia. -
Alle  quattro  dopo  mezzod si trov a casa T***.  Teresa era discesa
tutta sola in giardino.  Il padre  di  lei  lo  accolse  affabilmente.
Odoardo  si  f a leggere presso un balcone;  e dopo non molto pos il
libro: ne apr un altro,  e  leggendo  s'incammin  alle  sue  stanze.
Allora  Jacopo  prese  il  primo libro cos come fu lasciato aperto da
Odoardo; era il volume IV delle tragedie dell'Alfieri: ne scorse una o
due pagine; poi lesse forte:

      Chi siete voi?... Chi d'aura aperta e pura
      Qui favell?... Questa?  caligin densa;
      Tenebre sono; ombra di morte... Oh mira;
      Pi mi t'accosta; il vedi? Il Sol d'intorno
      Cinto ha di sangue ghirlanda funesta...
      Odi tu canto di sinistri augelli?
      Lugubre un pianto sull'aere si spande
      Che me percote, e a lagrimar mi sforza...
      Ma che? Voi pur, voi pur piangete?...

Il padre di Teresa guardandolo gli diceva:  O  mio  figlio!  -  Jacopo
seguit  a leggere sommessamente: apr a caso quello stesso volume,  e
tosto posandolo, esclam:

      ...Non diedi a voi per anco
      Del mio coraggio prova: ei pur fia pari
      Al dolor mio.

A questi versi Odoardo tornava, e gli ud proferire cos efficacemente
che si ristette su la porta pensoso.  Mi narrava poi il  signore  T***
che  a  lui  parve  in  quel momento di leggere la morte sul volto del
nostro misero amico;  e che in qu  giorni  tutte  le  parole  di  lui
ispiravano  riverenza  e  piet.  Favellarono  poi del suo viaggio;  e
quando Odoardo gli chiese se starebbe di molto a tornare: Si, rispose,
potrei quasi giurare che non ci rivedremo pi.  Non ci  rivedremo  noi
pi?  dissegli il signore T*** con voce afflittissima.  Allora Jacopo,
come per rassicurarlo,  lo guard in viso con  aria  lieta  insieme  e
tranquilla;  e dopo breve silenzio, gli cit sorridendo quel passo del
Petrarca:

      Non so; ma forse
      Tu starai in terra senza me gran tempo.




Ridottosi a casa su l'imbrunire, si chiuse; n compar fuori di stanza
che la mattina seguente assai tardi.  Porr qui alcuni frammenti  chio
credo  di  quella notte,  quantunque io non sappia assegnare veramente
l'ora in cui furono scritti.

Vilt? - Or tu che gridi vilt non s uno di queglinfiniti mortali che
infingardi guardano le loro catene, e non osano piangere, e baciano la
mano che li  flagella?  Che    mai  l'uomo?  il  coraggio  fu  sempre
dominatore dell'universo perch tutto  debolezza e paura.
Tu m'imputi di vilt, e ti vendi intanto l'anima e l'onore.
Vieni;  mirami  agonizzare boccheggiando nel mio sangue: non tremi tu?
or chi  il vile?  ma trammi questo coltello dal petto - impugnalo;  e
d  a te stesso: Dovr vivere eterno?  Dolore sommo forte,  ma breve e
generoso.  Chi sa!  la fortuna ti prepara una morte pi dolorosa e pi
infame. Confessa. Or che tu tieni quell'arma appuntata deliberatamente
sovra il tuo cuore,  non ti senti forse capace di ogni alta impresa, e
non ti vedi libero padrone d tuoi tiranni?

Mezzanotte.

Contemplo la campagna: guarda che notte serena  e  pacifica!  Ecco  la
Luna che sorge dietro la montagna.  - O Luna! amica Luna. Mandi ora tu
forse su la faccia di Teresa un patetico raggio simile a questo che tu
diffondi nell'anima mia?  Ti ho  sempre  salutata  mentre  apparivi  a
consolare la muta solitudine della Terra: pi volte uscendo dalla casa
di  Teresa  ho  parlato  con  te,  e tu eri testimonio d miei delirj:
questi occhi molli di lagrime pi volte accompagnata  in  grembo  alle
nubi che ti ascondevano: ti hanno cercata nelle notti cieche della tua
luce.  Tu risorgerai,  tu risorgerai sempre pi bella;  ma l'amico tuo
cadr deforme e abbandonato cadavere senza risorgere pi.  Or ti prego
di  un  ultimo beneficio: quando Teresa mi cercher fra i cipressi e i
pini del monte, illumina c tuoi raggi la mia sepoltura.

Bell'alba!  ed  pure gran tempo chio non  m'alzo  da  un  sonno  cos
riposato,  e  chio non ti vedo,  o mattino,  cos rilucente!  - ma gli
occhi miei erano sempre nel pianto;  e tutti  i  miei  pensieri  nella
oscurit; e l'anima mia nuotava nel dolore.
Splendi, su splendi, o Natura, e riconforta le cure d mortali. Tu non
risplenderai pi per me.  Ho gi sentito tutta la tua bellezza, e t'ho
adorata,  e mi sono alimentato della tua gioja;  e finch io ti vedeva
bella  e  benefica tu mi dicevi con una voce divina: Vivi.  - Ma nella
mia disperazione ti ho poi veduta con le mani grondanti di sangue;  la
fragranza d tuoi fiori mi fu pregna di veleno, amari i tuoi frutti; e
mi  apparivi  divoratrice  d  tuoi  figliuoli  adescandoli con la tua
bellezza e c tuoi doni al dolore.
Sar io dunque ingrato con  te?  protrarr  la  vita  per  vederti  s
terribile,  e bestemmiarti?  No,  no. - Trasformandoti, e acciecandomi
alla tua luce non mi abbandoni forse tu stessa, e non mi comandi ad un
tempo di abbandonarti?  - Ah!  ora ti  guardo  e  sospiro;  ma  io  ti
vagheggio  ancora  per la reminiscenza delle passate dolcezze,  per la
certezza chio non dovr pi temerti,  e perch sto per perderti.  - N
io credo di ribellarmi da te fuggendo la vita. La vita e la morte sono
del  pari  tue  leggi:  anzi  una strada concedi al nascere,  mille al
morire.  Se non ci imputi la infermit che  ne  uccide,  vorrai  forse
imputarne  le  passioni  che  hanno  gli  stessi  effetti  e la stessa
sorgente perch derivano da te,  n potrebbero opprimerci se da te non
avessero  ricevuto  la  forza?  N  tu  hai prefisso una et certa per
tutti.  Gli uomini denno nascere,  vivere,  morire: ecco le tue leggi:
che rileva il tempo e il modo?
Nulla  io  ti sottraggo di ci che mi hai dato.  Il mio corpo,  questa
infinitesima parte,  ti star sempre congiunta sotto altre  forme.  Il
mio  spirito  -  se  morr  con me,  si modificher con me nella massa
immensa delle cose - e s'egli  immortale!  - la sua  essenza  rimarr
illesa.


Oh!  a  che pi lusingo la mia ragione?  Non odo la solenne voce della
Natura?  Io ti feci nascere  perch  tu  anelando  alla  tua  felicit
cospirassi  alla  felicit  universale;  e quindi per istinto ti diedi
l'amor della vita,  e l'orror della morte.  Ma se la piena del  dolore
vince  l'istinto,  che  altro puoi tu fare se non correre verso le vie
che io ti spiano per fuggir  d  tuoi  mali?  Quale  riconoscenza  pi
t'obbliga  meco,  se  la  vita  chio  ti diedi per beneficio,  ti si 
convertita in dolore?
Che arroganza!  credermi  necessario!  -  gli  anni  miei  sono  nello
incircoscritto  spazio del tempo un attimo impercettibile.  Ecco fiumi
di sangue che portano tra i fumanti lor flutti recenti mucchj  d'umani
cadaveri:  e sono questi milioni d'uomini sacrificati a mille pertiche
di terreno,  e a  mezzo  secolo  di  fama  che  due  conquistatori  si
contendono con la vita d popoli.  E temer io di immolare a me stesso
qu d pochi e dolenti che mi saranno forse rapiti dalle  persecuzioni
degli uomini, o contaminati dalle colpe?

Cercai  quasi  con  religione tutti i vestigi dell'amico mio nelle sue
ore supreme,  e con pari religione io scrivo quelle cose che ho potuto
sapere: per non ti dico,  o Lettore,  se non ci chio vidi, o ci che
mi fu, da chi il vide, narrato. - Per quanto io m'abbia indagato,  non
seppi che abbia egli fatto n d 16,  17, 1 Marzo. Fu pi volte a casa
T***;  ma non vi si fern mai.  Usciva  tutti  qu  d  quasi  innanzi
giorno, e si ritirava assai tardi: cenava senza dire parola: e Michele
mi accerta, che avea notti assai riposate.
La lettera che siegue non ha data, ma fu scritta add 19.

Parmi?  o  Teresa mi sfugge?  - essa essa mi sfugge!  Tutti - e le sta
sempre al fianco Odoardo. Vorrei vederla solo una volta;  e sappi chio
mi  sarei  gi  partito  -  tu  pure m'affretti ognor pi!  - ma sarei
partito, se avessi potuto bagnarle una volta la mano di lagrime.  Gran
silenzio in tutta quella famiglia!  Salendo le scale temo d'incontrare
Odoardo - parlandomi,  non  mi  nomina  mai  Teresa.  Ed    pur  poco
discreto!  sempre, anche dianzi, m'interroga quando e come partir. Mi
sono arretrato improvvisamente da lui - perch davvero mi  parea  chei
sogghignasse; e l'ho fuggito fremendo.
Torna  a  spaventarmi  quella  terribile  verit  chio gi svelava con
raccapriccio -  e  che  mi  sono  poscia  assuefatto  a  meditare  con
rassegnazione:  Tutti siamo nemici.  Se tu potessi fare il processo d
pensieri di chiunque ti si para davanti, vedresti chei ruota a cerchio
una spada per  allontanare  tutti  dal  proprio  bene,  e  per  rapire
l'altrui.  -  Lorenzo;  comincio  a  vacillar nuovamente.  Ma conviene
disporsi - e lasciarli in pace.

P.S. Torno da quella donna decrepita di cui parmi d'averti narrato una
volta.  La sconsolata vive ancora!  sola,  abbandonata spesso glinteri
giorni da tutti che si stancano di ajutarla,  vive ancora;  ma tutti i
suoi sensi sono da pi mesi nell'orrore e nella battaglia della morte.

Seguono due frammenti scritti forse in  quella  notte;  e  pajono  gli
ultimi.

Strappiamo  la  maschera  a  questa  larva che vuole atterrirci.  - Ho
veduto fanciulli raccapricciare e  nascondersi  all'aspetto  travisato
della loro nutrice.  O Morte! io ti guardo e t'interrogo - non le cose
ma le loro apparenze ci turbano: infiniti uomini che non s'arrischiano
di chiamarti,  ti affrontano nondimeno  intrepidamente!  Tu  pure  sei
necessario elemento della Natura - per me oggimai tutto l'orror tuo si
dilegua, e mi rassembri simile al sonno della sera, quiete dell'opre.
Ecco  le spalle di quella sterile rupe che frodano le sottoposte valli
del raggio fecondatore dell'anno.  - A che mi sto?  Se devo  cooperare
all'altrui felicit,  io invece la turbo: s'io devo consumare la parte
di calamit assegnata ad ogni uomo,  io gi in  ventiquattro  anni  ho
vuotato  il calice che avria potuto bastarmi per una lunghissima vita.


E la speranza? - Che monta? conosco io forse l'avvenire per fidargli i
miei giorni?  Ahi che appunto questa  fatale  ignoranza  accarezza  le
nostre passioni, ed alimenta l'umana infelicit.
Il tempo vola;  e col tempo ho perduto nel dolore quella parte di vita
che  due  mesi  addietro  lusingavasi  di   conforto.   Questa   piaga
invecchiata    ormai divenuta natura: io la sento nel mio cuore,  nel
mio cervello,  in tutto me stesso;  gronda sangue,  e sospira come  se
fosse  aperta  di  fresco.  - Or basta,  Teresa,  basta: non ti par di
vedere in me un infermo strascinato a lenti passi alla  tomba  fra  la
disperazione  e  i  tormenti,  e non sa prevenire con un sol colpo gli
strazj del suo destino inevitabile?

Tento la punta di questo pugnale: io lo stringo,  e sorrido:  qui;  in
mezzo  a  questo  cuor  palpitante - e sar tutto compiuto.  Ma questo
ferro mi sta sempre davanti! - chi chi osa amarti,  o Teresa?  Chi os
rapirti? - Fuggimi dunque; non mi ti accostare, Odoardo! -
O!  mi vado strofinando le mani per lavare la macchia del tuo sangue -
le fiuto come se fumassero di delitto. Frattanto eccole immacolate,  e
in tempo di togliermi in un tratto dal pericolo di vivere un giorno di
pi - un giorno solo; un momento - sciagurato! sarei vissuto troppo.

20 Marzo, a sera.

Io  era  forte:  ma questo fu l'ultimo colpo che ha quasi prostrata la
mia fermezza! nondimeno quello ch decretato  decretato.  Ma tu,  mio
Dio, che miri nel profondo, tu vedi che questo  sacrificio pi che di
sangue.
Ella  era,  o  Lorenzo,  con  la  sua  sorellina;  e parea che volesse
scansarmi;  ma poi s'assise,  e l'Isabellina tutta compunta se le pos
su le ginocchia. Teresa - le dissi accostandomi e prendendole la mano:
-  mi  riguard: e quella bambina gettando il suo braccio sul collo di
Teresa, e alzando il viso le parlava sottovoce: Jacopo non mi ama pi.
E la intesi - S'io t'amo? e abbassandomi e abbracciandola - t'amo,  io
le diceva, t'amo teneramente; ma tu non mi vedrai pi. O mio fratello!
Teresa  mi contemplava atterrita,  e stringeva l'Isabellina,  e teneva
pur gli occhi verso di me: - Tu  ci  lascierai,  mi  disse,  e  questa
fanciulletta sar compagna d miei giorni,  e sollievo d miei dolori:
le parler sempre dell'amico suo - dell'amico mio;  e le  insegner  a
piangere  e  a  benedirti  -  e  a  queste ultime parole,  l'anima sua
parevami ristorata di qualche speranza; e le lagrime le pioveano dagli
occhi;  ed io ti scrivo con le mani calde  ancor  del  suo  pianto.  -
Addio,  soggiunse,  addio,  ma non eternamente;  d? non eternamente -
eccoti adempiuta la mia promessa e si trasse dal seno il suo  ritratto
- eccoti adempiuta la mia promessa;  addio,  va, fuggi, e porta con te
la memoria di questa sfortunata -  bagnato delle mie lagrime e  delle
lagrime di mia madre. - E con le sue mani lo appendeva al mio collo, e
lo  nascondeva  dentro  al  mio  petto.  Io stesi le braccia,  e me la
strinsi sul cuore, e i suoi sospiri confortavano le arse mie labbra, e
gi la mia bocca - ma un pallore di morte si sparse su la sua  faccia;
e,  mentre  mi  respingeva,  io  toccandole  la mano la sentii fredda,
tremante,  e con voce soffocata e languente mi  disse:  -  Abbi  piet
addio - e si abbandon sul sof,  stringendosi presso quanto poteva la
Isabellina,  che piangeva con noi.  - Entrava suo padre,  e il  nostro
misero stato avvelen forse i suoi rimorsi.

Ritorn  quella  sera tanto costernato che Michele sospett di qualche
fiero accidente.  Ripigli l'esame delle sue carte;  e molte ne faceva
ardere  senza  leggerle.  Innanzi  alla  Rivoluzione  avea  scritto un
commentario  intorno  al  governo  Veneto  in  uno  stile   antiquato,
assoluto, con quel motto di Lucano per epigrafe; Jusque datum sceleri.
Una  sera  dell'anno  addietro  aveva  letto  a  Teresa  la  Storia di
Lauretta;  e Teresa mi disse poi,  che  quei  pensieri  scuciti,  chei
m'invi con la lettera d 29 Aprile,  non n'erano il cominciamento, ma
bens sparsi dentro quell'operetta chesso aveva finita,  narrando  per
filo i casi di Lauretta e gli aveva scritti con istile men passionato.
Non  perdon n a questi n a verun altro scritto.  Leggeva pochissimi
libri,  pensava molto,  dal bollente tumulto del mondo  fuggiva  a  un
tratto nella solitudine,  e quindi scriveva per necessit di sfogarsi.
Ma a me non resta se non un suo Plutarco zeppo di  postille  con  varj
quinterni frammessi ove sono alcuni discorsi, ed uno assai lungo su la
morte  di Nicia;  ed un Tacito Bodoniano,  con molti squarci,  fra gli
altri l'intero libro secondo degli annali e  gran  parte  del  secondo
delle  storie,  da  lui  con  sommo  studio tradotti,  e con carattere
minutissimo pazientemente ricopiati  n  margini.  I  frammenti  sovra
scritti  gli  ho  trascelti d fogli stracciati chesso aveva,  come di
nessun  conto,   gittati  sotto  al  suo  tavolino;   e    quali   ho
probabilmente assegnato le date. - Ma il passo seguente, non so se suo
o d'altri quanto alle idee, bens di stile tutto suo, era stato da lui
scritto  in  calce  al libro delle Massime di Marco Aurelio,  sotto la
data 3 Marzo 1794 - e poi lo trovai ricopiato in  calce  all'esemplare
del Tacito Bodoniano sotto la data 1 Gennaro 1797 - e presso a questa,
la data 20 Marzo 1799, cinque d innanzi chegli morisse - eccolo:

Io non so n perch venni al mondo;  n come; n cosa sia il mondo; n
cosa io stesso mi sia.  E  s'io  corro  ad  investigarlo,  mi  ritorno
confuso d'una ignoranza sempre pi spaventosa.  Non so cosa sia il mio
corpo,  i miei sensi,  l'anima mia;  e questa stessa parte di  me  che
pensa ci chio scrivo,  e che medita sopra di tutto e sopra se stessa,
non pu conoscersi mai.  Invano io tento  di  misurare  con  la  mente
questi  immensi  spazj dell'universo che mi circondano.  Mi trovo come
attaccato a un piccolo angolo di  uno  spazio  incomprensibile,  senza
sapere  perch  sono  collocato  piuttosto  qui che altrove;  o perch
questo breve tempo della  mia  esistenza  sia  assegnato  piuttosto  a
questo momento dell'eternit che a tutti quelli che precedevano, e che
seguiranno.  Io non vedo da tutte le parti altro che infinit le quali
mi assorbono come un atomo.

Poich in quella notte d 20 Marzo ebbe  ripassato  al  tutto  i  suoi
fogli,  chiam  l'ortolano  e  Michele  perch  glieli sgombrassero d
piedi.  Poi li mand a dormire.  Pare chesso abbia  vegliato  l'intera
notte;  perch  allora  scrisse  la lettera precedente,  e sul far del
giorno and a destare il ragazzo commettendogli  che  procacciasse  un
messo per Venezia.  Poi si sdraj tutto vestito sul letto; ma per poca
ora;  da che un villano mi disse d'averlo  alle    di  quella  mattina
incontrato  su  la strada d'Arqu.  Prima di mezzod era tornato nelle
sue stanze.  V'entr Michele a dire che il messo era l pronto:  e  lo
trov seduto immobilmente, e come sepolto in tristissime cure: s'alz;
si  f  presso  alla soglia di una finestra;  e standosi ritto scrisse
sotto la stessa lettera, a caratteri quasi illeggibili.

Verr ad ogni modo - se potessi scriverle - e voleva scrivere: pur  se
le  scrivessi  non  avrei pi cuore di venire - tu le dirai che verr,
che essa vedr il suo figliuolo;  - non altro  -  non  altro:  non  le
straziare  di pi le viscere;  avrei molto da raccomandarti intorno al
modo di contenerti per l'avvenire con essa e di consolarla.  -  Ma  le
mie   labbra  sono  arse;   il  petto  soffocato;   un'amarezza,   uno
stringimento - potessi almen sospirare! - Davvero; un gruppo dentro le
fauci,  e una mano che mi preme e mi affanna il cuore.  - Lorenzo,  ma
che posso pi dirti? sono uomo - Dio mio, Dio mio, concedimi anche per
oggi il refrigerio del pianto.

Sigill  il  foglio e lo consegn senza verun soprascritto.  Guard il
cielo per gran pezzo;  poi s'assise,  e incrociate le  braccia  su  lo
scrittojo,  vi pos la fronte: pi volte il servo gli chiese se voleva
altro; ei senza rivoltarsi,  gli f cenno con la testa,  che no.  Quel
giorno incominci la seguente lettera per Teresa.

Mercoled, ore 5.

Rassgnati   decreti del Cielo e troverai qualche felicit nella pace
domestica,  e nella concordia con quello sposo  che  la  sorte  ti  ha
destinato. Tu hai un padre generoso e infelice: tu devi riunirlo a tua
madre  la quale solitaria e piangente forse chiama te sola: tu devi la
tua vita alla tua fama.  Io solo - io solo morendo trover pace,  e la
lascier alla tua casa: ma tu povera sfortunata!
Sono  pur assai giorni chio prendo a scriverti e non posso continuare!
O sommo Iddio,  vedo che tu non mi  abbandoni  nella  ora  suprema;  e
questa  costanza    maggiore  d  tuoi  beneficj.  Morir quando avr
ricevuto la benedizione da mia  madre,  e  gli  ultimi  abbracciamenti
dall'amico  mio.  Da lui tuo padre avr le tue lettere,  e tu pure gli
darai le mie: saranno testimonio della santit del nostro  amore.  No,
cara  giovine;  non  sei  tu  cagione  della  mia morte.  Tutte le mie
passioni disperate;  le disavventure delle persone pi necessarie alla
vita mia; gli umani delitti; la sicurezza della mia perpetua schiavit
e  dell'obbrobrio perpetuo della mia patria venduta - tutto insomma da
pi  tempo  era  scritto;  e  tu,  donna  angelica,   potevi  soltanto
disacerbare il mio destino; ma non placarlo, oh! non mai. Ho veduto in
te sola il ristoro di tutti i miei mali;  ed osai lusingarmi: e poich
per una irresistibile forza tu mi  hai  amato,  il  mio  cuore  ti  ha
creduta tutta sua;  tu mi hai amato, e tu m'ami - ed ora che ti perdo,
ora chiamo in ajuto la morte.  Prega tuo padre di non dimenticarsi  di
me;  non per affliggersi, bens per mitigare con la sua compassione il
tuo dolore, e per ricordarsi sempre che ha un'altra figlia.
Ma tu no,  vera amica di questo sfortunato,  tu non avrai cuore mai di
obbliarmi.  Rileggi sempre queste mie ultime parole chio posso dire di
scriverti col sangue del mio cuore. La mia memoria ti preserver forse
dalle sciagure del  vizio.  La  tua  bellezza,  la  tua  giovent,  lo
splendore  della tua fortuna saranno sprone per gli altri,  per te,  a
contaminare quella innocenza alla quale hai sacrificato la tua prima e
cara passione;  e che pure n tuoi martirj ti fu sempre solo conforto.
Quanto mai v' di lusinghiero nel mondo congiurer alla tua rovina;  a
rapirti la stima di te; ed a confonderti fra la schiera di tante altre
donne le quali  dopo  d'avere  rinnegato  il  pudore,  fanno  traffico
dell'amore e dell'amicizia, ed ostentano come trionfi le vittime della
loro perfidia.  Tu no, mia Teresa; la tua virt risplende nel tuo viso
celeste,  ed io la ho rispettata;  e tu sai chio t'ho amato adorandoti
come  cosa  sacra.  - O divina immagine dell'amica mia!  o ultimo dono
prezioso chio contemplo, e che m'infonde pi vigore,  e mi narra tutta
la  storia d nostri amori!  Tu stavi facendo questo ritratto il primo
d chio ti vidi: ripassano ad uno ad uno dinanzi a me tutti qu giorni
che furono i pi affannosi e i pi cari della mia  vita.  E  tu  l'hai
consecrato  questo ritratto attaccandolo bagnato del tuo pianto al mio
petto - e cos attaccato al mio petto verr con me  nel  sepolcro.  Ti
ricordi,  o  Teresa,  le  lagrime con cui lo accolsi?  Oh!  io torno a
versarle,  e sollevano la trista anima mia.  Che se alcuna vita  resta
dopo  l'ultimo sospiro,  io la serber sempre a te sola,  e l'amor mio
vivr  immortale  con  me.  -  Ascolta  intanto  una  estrema,  unica,
sacrosanta  raccomandazione;  e  te  ne  scongiuro  per  l'amor nostro
infelice,  per le lagrime che abbiamo sparse,  per la religione che tu
senti  verso  i  tuoi  genitori,    quali ti sei pur immolata vittima
volontaria - non lasciare senza consolazione la povera madre mia,  che
forse verr a piangermi teco in questa solitudine dove cercher riparo
dalle  tempeste  della  vita.  Tu  sola sei degna di compiangerla e di
consolarla.  Chi le resta pi se tu l'abbandoni?  Nel suo  dolore,  in
tutte  le sue sventure,  nelle infermit della sua vecchiaja ricordati
sempre chessa  mia madre.

A mezzanotte suonata si  part  per  le  poste  d  colli  Euganei:  e
arrivato  su  la  marina  alle   del giorno,  si f traghettare da una
gondola a Venezia sino alla sua casa.  Quand'io vi  giunsi  lo  trovai
addormentato sopra un sof e di un sonno tranquillo. Come fu desto, mi
preg  perch  io  spicciassi  alcune sue faccende,  e saldassi un suo
debito a certo librajo. Non posso,  mi diss'egli,  trattenermi qui che
tutt'oggi.
Bench  fossero quasi due anni chio nol vedeva,  la sua fisionomia non
mi parve tanto alterata quant'io m'aspettava;  ma  poi  m'accorsi  che
andava  lento  e come strascinandosi;  la sua voce,  un tempo pronta e
maschia, usciva a fatica e dal petto profondo. Sforzavasi nondimeno di
discorrere; e rispondendo a sua madre intorno al suo viaggio, sorridea
spesso di un mesto sorriso tutto suo:  ma  avea  un'aria  circospetta,
insolita  in  lui.  Avendogli  io detto che certi suoi amici sarebbero
venuti quel d a salutarlo,  rispose,  che non vorrebbe rivedere anima
nata; anzi scese egli stesso ad avvertire alla porta perch si dicesse
chei non accoglierebbe visite. E risalendo mi disse; Spesso ho pensato
di  non  dare  n  a  te n a mia madre tanto dolore;  ma io avevo pur
obbligo  e  anche  bisogno  di  rivedervi  -  e  questo,  credimi,   
l'esperimento pi forte del mio coraggio.
Poche  ore  prima  di  sera,  si  alz,  come per partire;  ma non gli
sofferiva il cuore di dirlo.  Sua madre gli si approssim,  e mentr'ei
rizzandosi  dalla  seggiola  andavale  incontro con le braccia aperte,
essa con volto rassegnato gli disse: Hai  dunque  risoluto,  mio  caro
figliuolo?
S, s; le rispose abbracciandola e frenando a stento le lagrime.
Chi sa se potr pi rivederti? io sono oramai vecchia e stanca. -
Ci rivedremo,  forse - mia cara madre, consolatevi, ci rivedremo - per
non lasciarci mai pi; ma adesso: - ne pu far fede Lorenzo.
Ella si volse impaurita verso di me, ed io, Pur troppo! le dissi. E le
narrai come le persecuzioni tornavano  a  incrudelire  per  la  guerra
imminente; e che il pericolo sovrastava a me pure, massime dopo quelle
lettere che ci furono intercette: (e non erano falsi sospetti;  perch
dopo pochi mesi fui costretto ad abbandonare la patria mia).  Ed  essa
allora  esclam:  Vivi  mio figliuolo,  bench lontano da me.  Dopo la
morte di tuo padre non  ho  pi  avuto  un'ora  di  bene;  sperava  di
consolare  teco  la  mia  vecchiezza!  -  ma  sia fatta la volont del
Signore.  Vivi!  io scelgo di piangere  senza  di  te,  piuttosto  che
vederti - imprigionato - morto. I singhiozzi le soffocavano la parola.
Jacopo  strinse  la  mano  e  la guardava come se volesse affidarle un
secreto; ma ben tosto si ricompose, e le chiese la sua benedizione.
Ed ella alzando le palme: Ti benedico - Ti benedico; e piaccia anche a
Dio Onnipotente di benedirti.
Avvicinatisi  alla  scala  s'abbracciarono.  Quella  donna  sconsolata
appoggi la testa sul petto del suo figliuolo.
Scesero,  ed io con loro;  la madre come giunsero all'uscio di casa, e
vide l'aria aperta,  sollev gli occhi,  e li tenne fissi al cielo per
due  o  tre  minuti,  e  parea  che  pregasse mentalmente con tutto il
fervore dell'anima sua;  e che quell'atto le avesse  ridato  la  prima
rassegnazione.  E  senza  versare pi lagrima,  benedisse di nuovo con
voce sicura il figliuolo;  ed ei le ribaci la mano,  e  la  baci  in
volto.
Io stava piangente: dopo avermi abbracciato,  mi promise di scrivermi,
e mosse il passo,  dicendomi:  Presso  alla  madre  mia  ti  sovverrai
santamente della nostra amicizia. E rivoltosi alla madre, la guard un
pezzo  senza  far  motto;  e  part.  Giunto in fondo alla strada,  si
rivolse, e ci salut con la mano e ci mir mestamente, come se volesse
dirci che quello era l'ultimo sguardo.
La povera madre ristette su la porta quasi sperando  chei  tornasse  a
risalutarla.  Ma  togliendo  gli  occhi lagrimosi dal luogo dond'ei se
l'era dileguato,  s'appoggi al mio braccio e risaliva dicendomi: Caro
Lorenzo, mi dice il cuore che non lo rivedremo mai pi.
Un vecchio sacerdote di assidua famigliarit nella casa dell'Ortis,  e
che gli era stato maestro di greco, venne quella sera e ci narr, come
Jacopo era andato alla chiesa dove Lauretta fu  sotterrata.  Trovatola
chiusa,  voleva  farsi aprire a ogni patto dal campanaro;  e regal un
fanciullo del vicinato perch andasse a  cercare  del  sagrestano  che
aveva le chiavi. S'assise, aspettando, sopra un sasso nel cortile. Poi
si lev e s'appoggi con la testa su la porta della chiesa.  Era quasi
sera;  quando accorgendosi di gente nel cortile,  senza pi aspettare,
si  dilegu.  Il  vecchio  sacerdote  aveva  risaputo  queste cose dal
campanaro.  Seppi alcuni giorni dopo,  che Jacopo sul fare della notte
era andato a visitare la madre di Lauretta.  Era,  mi diss'ella, assai
tristo;  non mi parl mai della  mia  povera  figliuola,  n  io  l'ho
nominata  mai per non accorarlo di pi: scendendo le scale,  mi disse:
Andate, quando potrete, a consolare mia madre.

E intanto la madre di lui fu in quella sera  atterrita  di  pi  fiero
presentimento.  Io  nell'autunno  scorso,  trovandomi  colli Euganei,
aveva letto in casa del signore T*** parte d'una lettera  nella  quale
Jacopo  tornava  con  tutti i pensieri alla sua solitudine paterna.  E
allora Teresa rappresent a chiaroscuro la prospettiva del laghetto d
cinque fonti,  e accenn sul pendio  d'un  poggetto  l'amico  suo  che
sdrajato su l'erba contempla il tramontare del Sole.  Richiese d'alcun
verso per iscrizione il padre suo,  e le fu da lui suggerito questo di
Dante:

      Libert va cercando ch s cara

Mand   poscia   in   dono   il   quadretto   alla  madre  di  Jacopo,
raccomandandosi che non gli dicesse mai donde veniva; infatti egli non
l'avea mai risaputo: ma quel giorno chei fu in Venezia  s'accorse  del
quadretto  appeso,  e  di  chi lo aveva fatto;  non ne f motto: bens
rimastosi nella camera tutto solo,  smosse il cristallo,  e  sotto  al
verso:

      Libert va cercando ch s cara

scrisse l'altro che gli vien dietro:

      Come sa chi per lei vita rifiuta.

E  fra  il  cristallo e la scannellatura di dentro della cornice trov
una lunga treccia di capelli che Teresa, alcuni giorni prima delle sue
nozze,  s'era tagliati senza che veruno il sapesse,  e ripostili nella
cornice  in  guisa che non trasparissero ad occhio vivente.  L'Ortis a
qu capelli congiunse, quando li vide, una ciocca d suoi e gli annod
insieme col nastro nero che portava attaccato all'oriuolo; e rimise il
quadretto a suo posto.  Poche ore dopo,  la madre sua  vide  il  verso
aggiunto, s'avvide anche della treccia, e della ciocca e del nodo nero
chei  forse disavvedutamente o per fretta non aveva potuto rimpiattare
che non paresse.  Il d seguente me ne parl;  ed io vidi come  questo
accidente  le  aveva  prostrato  il  coraggio con che dianzi essa avea
sostenuta la partenza del suo figliuolo.
Onde per acquetarla mi deliberai di accompagnarlo sino  ad  Ancona;  e
promisi  che  le  scriverei  giornalmente.  Esso frattanto tornavasi a
Padova,  e smont in casa del professore C***,  dove ripos  il  resto
della  notte.  La  mattina  accomiatandosi,  gli furono dal professore
esibite lettere per alcuni gentiluomini delle isole gi Venete i quali
nel tempo addietro gli erano stati discepoli. Jacopo n le accett, n
le rifiut. Torn a piedi  colli Euganei, e ricominci a scrivere.

Venerd, ore 1.

E tu,  Lorenzo mio - leale e unico amico - perdona.  Non ti raccomando
mia madre;  ben so che avr in te un altro figliuolo.  O madre mia! ma
tu non avrai pi il figlio sul petto del quale speravi di riposare  il
tuo  capo  canuto - n potrai riscaldare queste labbra morenti c tuoi
baci? e forse tu mi seguirai! - Io vacillava o Lorenzo. Or  questa la
ricompensa dopo ventiquattro anni di speranze e di cure?  Ma sia cosi!
Iddio  che ha tutto destinato non l'abbandoner - n tu!  Ah finch io
non bramava che un amico fedele,  io vissi  felice.  Il  cielo  te  ne
rimeriti!  Ma  e  tu pure non ti aspettavi chio ti pagassi di lagrime.
Pur troppo ti pagherei a ogni modo di lagrime!  or  tu  non  proferire
sulle mie ceneri la crudele bestemmia: Chi vuol morire non ama nessuno
- Che non tentai sopra di me? che non feci? che non dissi a Dio? ah la
mia  vita  pur  troppo sta tutta nelle mie passioni;  e se non potessi
distruggerle meco -  oh  a  che  angosce,  a  che  spasimi,  a  quanti
pericoli,  a quali furori, a che deplorabile cecit, a che delitti non
mi  strascinerebbero  a  forza!  Un  giorno,  o  Lorenzo,  prima  chio
decretassi  la  morte  mia,  io  stava genuflesso implorando dal Cielo
piet,  e le mie lagrime pioveano abbondanti - e in quel punto  mi  si
sono  improvvisamente  inaridite  le  lagrime,   e  il  cuore  mi  s'
inferocito,  e avresti detto che mi venisse mandato appunto dal  Cielo
un delirio ad assalirmi;  - e mi rizzai; e scrissi alla giovine misera
che io me ne andava ad  aspettarla  in  un  altro  mondo,  e  che  non
tardasse  a  raggiungermi,  e  l'ammaestrava  del  come e del quando e
dell'ora.  - Ma poi non forse la compassione,  non la vergogna,  n il
rimorso,  n Iddio - bens l'idea che non  pi la vergine di due mesi
fa,   e  che    donna  contaminata  dalle  braccia  d'un  altro,   ha
incominciato  a farmi pentire di s atroce disegno.  Vedi come la vita
mia, sarebbe a voi tutti pi dolorosa che la mia morte; e infame forse
a voi tutti. Invece se mi divido per sempre da Teresa degno di lei, la
memoria mia serber certamente il suo cuore  degno  di  me,  e  bench
serva  di  un  altro potr almeno sperare - speranza forse vanissima -
che un d l'anima sua verr libera a unirsi per sempre alla mia.  - Ma
addio. Queste carte le darai tutte al suo padre. Raduna i miei libri e
serbali a memoria del tuo Jacopo. Raccogli Michele a cui lascio il mio
oriuolo,  questi  miei  pochi  arredi  e  i danari che tu troverai nel
cassettino del mio scrittojo.  Vieni  ad  aprirlo  tu  solo:  c'  una
lettera  per Teresa;  e ti prego di riporla fra le sue mani tu stesso.
Addio, addio.

Continu la lettera per Teresa.

Torno a  te  mia  Teresa.  Se  mentre  io  viveva  era  colpa  per  te
l'ascoltarmi;  ascoltami almeno in queste poche ore che mi disgiungono
dalla morte;  e le ho riserbate tutte a te sola.  Avrai questa lettera
quando io sar sotterrato; e da quella ora tutti forse incomincieranno
ad  obbliarmi,  finch niuno pi si ricorder del mio nome - ascoltami
come una voce che vien  dal  sepolcro.  Tu  piangerai  i  miei  giorni
svaniti al pari di una visione notturna; piangerai il nostro amore che
fu inutile e mesto come le lampade che rischiarano le bare d morti. -
Oh s, mia Teresa; dovevano pure una volta finir le mie pene; e la mia
mano non trema nell'armarsi del ferro liberatore,  poich abbandono la
vita mentre tu m'ami, mentre sono ancora degno di te,  e degno del tuo
pianto,  ed  io posso sacrificarmi a me solo,  ed alla tua virt.  No;
allora non ti sar colpa l'amarmi;  e lo pretendo  il  tuo  amore;  lo
chiedo in vigore delle mie sventure, dell'amor mio, e del tremendo mio
sacrificio.  Ah  se tu un giorno passassi senza gettare un'occhiata su
la terra che coprir questo giovine sconsolato - me misero!  io  avrei
lasciata dietro di me l'eterna dimenticanza anche nel tuo cuore!
Tu  credi  chio  parta.  Io?  -  ti lascier in nuovi contrasti con te
medesima, e in continua disperazione? E mentre tu m'ami,  ed io t'amo,
e  sento  che t'amer eternamente,  ti lascier per la speranza che la
nostra passione s'estingua prima d nostri giorni? No;  la morte sola,
la morte.  Io mi scavo da gran tempo la fossa,  e mi sono assuefatto a
guardarla giorno e notte,  e a misurarla freddamente  -  e  appena  in
questi  estremi  la  Natura  rifugge  e grida - ma io ti perdo,  ed io
morr. Tu stessa, tu mi fuggivi; ci si contendeano le lagrime. - E non
t'avvedevi tu nella mia tremenda tranquillit chio voleva prendere  da
te gli ultimi congedi, e chio ti domandava l'eterno addio?
Che  se  il Padre degli uomini mi chiamasse a rendimento di conti,  io
gli mostrer le mie mani pure di sangue,  e puro  di  delitti  il  mio
cuore.  Io dir: Non ho rapito il pane agli orfani ed alle vedove; non
ho  perseguitato  l'infelice;  non  ho  tradito;  non  ho  abbandonato
l'amico;  non  ho  turbata  la  felicit degli amanti,  n contaminata
l'innocenza,  n inimicati i fratelli,  n prostrata la mia anima alle
ricchezze.  Ho spartito il mio pane con l'indigente; ho confuse le mie
lagrime alle lagrime dell'afflitto;  ho pianto sempre  su  le  miserie
dell'umanit.  Se  tu  mi concedevi una patria,  io avrei speso il mio
ingegno e il mio sangue tutto per lei;  e nondimeno la mia debole voce
ha gridato coraggiosamente la verit.  Corrotto quasi dal mondo,  dopo
avere sperimentati tutti i suoi vizj - ma no! i suoi vizj mi hanno per
brevi istanti forse contaminato,  ma non  mi  hanno  mai  vinto  -  ho
cercato  virt  nella  solitudine.  Ho  amato!  tu  stessa,  tu mi hai
presentata la felicit; tu l'hai abbellita d raggi della infinita tua
luce;  tu mi hai creato un cuore capace di sentirla e  di  amarla;  ma
dopo mille speranze ho perduto tutto ed inutile agli altri,  e dannoso
a me,  mi sono liberato dalla certezza di una perpetua  miseria.  Godi
tu,  Padre,  d gemiti della umanit? pretendi tu che sopporti miserie
pi potenti delle sue forze?  o forse  hai  conceduto  al  mortale  il
potere  di  troncare  i  suoi  mali perch poi trascurasse il tuo dono
strascinandosi scioperato tra il pianto e le colpe?  Ed io sento in me
stesso  che  agli  estremi  mali non resta che la colpa o la morte.  -
Consolati, Teresa; quel Dio a cui tu ricorri con tanta piet, se degna
d'alcuna cura la vita e la morte di una umile creatura,  non  ritirer
il  suo sguardo neppure da me.  Sa chio non posso resistere pi;  e ha
veduto i  combattimenti  che  ho  sostenuto  prima  di  giungere  alla
risoluzione  fatale;  ed ha udito con quante preghiere l'ho supplicato
perch mi allontanasse questo  calice  amaro.  Addio  dunque  -  addio
all'universo!  O  amica mia!  la sorgente delle lagrime  in me dunque
inesausta? io torno a piangere e a tremare ma per poco; tutto in breve
sar annichilito.  Ahi!  le mie  passioni  vivono,  ed  ardono,  e  mi
possedono  ancora:  e  quando la notte eterna rapir il mondo a questi
occhi, allora solo seppellir meco i miei desiderj e il mio pianto. Ma
gli occhi miei lagrimosi ti cercano  ancora  prima  di  chiudersi  per
sempre.  Ti vedr, ti vedr per l'ultima volta, ti lascier gli ultimi
addio, e prender da te le tue lagrime, unico frutto di tanto amore!

Io giungeva alle ore 5 da Venezia,  e lo incontrai pochi  passi  fuori
della  sua porta,  mentr'ei s'avviava appunto per dire addio a Teresa.
La mia venuta improvvisa lo costern;  e molto pi il mio  divisamento
di  accompagnarlo sino ad Ancona.  Me ne ringraziava affettuosamente e
tent ogni via di distormene; ma veggendo chio persisteva si tacque; e
mi chiese di andare seco lui fino a casa T***.  Lungo il  cammino  non
parl;  andava  lento,  ed aveva in volto una mestissima sicurezza: ah
doveva io pure avvedermi che in quel momento egli rivolgeva nell'animo
i supremi  pensieri!  Entrammo  pel  rastrello  del  giardino;  ed  ei
soffermandosi,  alz  gli occhi al cielo,  e dopo alcun tempo proruppe
guardandomi: Pare anche a te che oggi la luce sia pi bella che mai?
Avvicinandosi alle stanze di Teresa, io intesi la voce di lei: - ma il
suo cuore non si pu cangiare: - n so se Jacopo che m'era dietro  uno
o  due  passi,  abbia  udito  queste  parole;  non ne riparl.  Noi vi
trovammo il marito che passeggiava,  e il padre di Teresa  seduto  nel
fondo  della  stanza  presso  ad un tavolino con la fronte su la palma
della mano.  Restammo  assai  tempo  tutti  muti.  Jacopo  finalmente.
Domattina, disse, non sar pi qui - e rizzandosi, si accost a Teresa
e  le  baci  la  mano,  ed io vidi le lagrime su gli occhi di lei;  e
Jacopo tenendola ancora per mano la pregava perch facesse chiamare la
Isabellina.  Le strida e il pianto di  questa  fanciulla  furono  cos
improvvise  ed inconsolabili che niuno di noi pot frenare le lagrime.
Appena ella ud chei partiva,  gli si attacc al collo e singhiozzando
gli ripeteva: o mio Jacopo perch mi lasci? o mio Jacopo torna presto:
n  potendo  egli  resistere  a tanto piet,  pos l'Isabellina fra le
braccia di Teresa che non profer mai parola -  Addio,  egli  dissele,
addio - e usc. Il signore di T** lo accompagn sino al limitare della
casa e lo abbracci pi volte e lo baci gemendo.  Odoardo che gli era
a lato ne strinse la mano, augurandoci il buon viaggio.
Era gi notte;  e non s tosto fummo a casa egli comand a Michele  di
allestire  il  forziere,  e  mi  preg  istantemente perch tornassi a
Padova a pigliare le lettere esibitegli dal professore C***.  E partii
sul fatto.
Allora  sotto  la  lettera  che  la mattina avea apparecchiata per me,
aggiunse questo proscritto:

Poich non ho potuto risparmiarti il cordoglio di prestarmi gli ufficj
supremi - e gi m'era,  prima che tu venissi,  risolto di scriverne al
parroco  -  aggiungi anche questa ultima piet ai tanti tuoi beneficj.
Fa chio sia sepolto,  cos come sar trovato,  in un sito abbandonato,
di  notte  senza  esequie,  senza  lapide,  sotto i pini del colle che
guarda la chiesa.  Il  ritratto  di  Teresa  sia  sotterrato  col  mio
cadavere.
25 Marzo, 1799.

      L'amico tuo
      JACOPO ORTIS.

Usc nuovamente: e trovandosi alle ore 11 appi di un monte due miglia
discosto dalla sua casa,  buss alla porta di un contadino, e lo dest
domandandogli dell'acqua, e ne bevve molta.
Ritornato a casa dopo la mezzanotte, usc tosto di stanza,  e porse al
ragazzo una lettera sigillata per me,  raccomandandogli di consegnarla
a me solo. E stringendogli la mano: Addio Michele! amami;  e lo mirava
affettuosamente  -  poi  lasciatolo a un tratto,  rientr,  serrandosi
dietro la porta. Continu la lettera per Teresa.

Ore 1.

Ho visitato le mie montagne,  ho visitato il lago d cinque fonti,  ho
salutato per sempre le selve,  i campi,  il cielo. O mie solitudini! o
rivo,  che mi hai la prima volta insegnato la casa di quella fanciulla
celeste!  quante  volte  ho  sparpagliato  i fiori su le tue acque che
passavano sotto le sue  finestre!  quante  volte  ho  passeggiato  con
Teresa  per  le  tue  sponde,  mentr'io inebbriandomi della volutt di
adorarla, vuotava a gran sorsi il calice della morte.
Sacro gelso!  ti ho pure adorato;  ti  ho  pure  lasciati  gli  ultimi
gemiti,  e gli ultimi ringraziamenti. Mi sono prostrato, o mia Teresa,
presso a quel tronco;  e quell'erba ha  dianzi  bevute  le  pi  dolci
lagrime  chio abbia versato mai;  mi pareva ancora calda dell'orma del
tuo corpo divino;  mi pareva ancora odorosa.  Beata sera!  come tu sei
stampata nel mio petto!  - io stava seduto al tuo fianco,  o Teresa, e
il raggio della luna penetrando fra i rami illuminava il tuo  angelico
viso!  io  vidi  scorrere  su  le  tue  guance  una  lagrima;  e la ho
succhiata, e le nostre labbra, e i nostri respiri, si sono confusi,  e
l'anima mia si trasfondea nel tuo petto.  Era la sera d 13 Maggio era
giorno di gioved.  Da indi in qua non  passato momento chio  non  mi
sia  confortato  con  la  ricordanza  di quella sera: mi sono reputato
persona sacra,  e non  ho  degnata  pi  alcuna  donna  di  un  guardo
credendola  immeritevole  di  me  -  di  me  che  ho  sentita tutta la
beatitudine di un tuo bacio.
T'amai dunque t'amai,  e t'amo ancor  di  un  amore  che  non  si  pu
concepire che da me solo.   poco prezzo,  o mio angelo,  la morte per
chi ha potuto udir che tu l'ami,  e sentirsi scorrere in tutta l'anima
la  volutt  del  tuo  bacio,  e  piangere teco - io sto col pi nella
fossa;  eppure tu anche in  questo  frangente  ritorni,  come  solevi,
davanti  a questi occhi che morendo si fissano in te,  in te che sacra
risplendi di tutta la tua bellezza. E fra poco! Tutto  apparecchiato;
la notte  gi troppo avvanzata - addio - fra  poco  saremo  disgiunti
dal nulla,  o dalla incomprensibile eternit. Nel nulla? S. - S, s;
poich sar senza di te,  io prego il sommo Iddio,  se non ci  riserba
alcun  luogo  ov'io  possa  riunirmi  teco per sempre,  le prego dalle
viscere dell'anima mia,  e in questa tremenda ora della morte,  perch
egli  m'abbandoni  soltanto  nel  nulla.  Ma io moro incontaminato,  e
padrone di me  stesso,  e  pieno  di  te,  e  certo  del  tuo  pianto!
Perdonami,  Teresa,  se mai - ah consolati,  e vivi per la felicit d
nostri miseri genitori; la tua morte farebbe maledire le mie ceneri.
Che se taluno ardisse incolparti del mio infelice destino,  confondilo
con  questo  mio  giuramento  solenne  chio pronunzio gittandomi nella
notte della morte: Teresa  innocente. - Ora tu accogli l'anima mia.

Il ragazzo,  che dormiva nella  camera  contigua  all'appartamento  di
Jacopo,  fu  scosso  come  da  un  lungo  gemito:  tese l'orecchio per
sincerarsi s'ei lo chiamava;  apr la finestra sospettando chio avessi
gridato  all'uscio,  da che stava avvertito chio sarei tornato sul far
del d;  ma chiaritosi che tutto era quiete e la  notte  ancor  fitta,
torn  a  coricarsi e si addorment.  Mi disse poi che quel gemito gli
aveva fatto paura: ma che non vi bad pi  che  tanto  perch  il  suo
padrone soleva alle volte smaniare fra il sonno.


La mattina,  Michele dopo aver bussato e chiamato un pezzo alla porta,
sconficc il chiavistello;  e  non  udendosi  rispondere  nella  prima
camera,  s'innoltr perplesso;  e al chiarore della lucerna che ardeva
tuttavia,  gli si affacci  Jacopo  agonizzante  nel  proprio  sangue.
Spalanc  le  finestre  chiamando  gente,  e perch nessuno accorreva,
s'affrett a casa del chirurgo,  ma non lo trov perch assisteva a un
moribondo;  corse  al  parroco,  ed  anchesso  era fuori per lo stesso
motivo. Entr ansante nel giardino di casa T*** mentre Teresa scendeva
per uscire di casa con suo marito,  il  quale  appunto  dicevale  come
dianzi  avea  risaputo  che  in quella notte Jacopo non era altrimenti
partito;  ed ella sper di  potergli  dire  addio  un'altra  volta:  e
scorgendo  il  servo  da lontano volt il viso verso il cancello donde
Jacopo soleva sempre venire,  e con una mano si sgombr  il  velo  che
cadevale sulla fronte,  e rimirava intentamente, costretta da dolorosa
impazienza di accertarsi s'ei pur veniva: e le si accost a un  tratto
Michele  domandando aiuto,  perch il suo padrone s'era ferito,  e che
non gli parea ancora  morto:  ed  essa  ascoltavalo  immobile  con  le
pupille  fitte  sempre verso il cancello: poi senza mandare lagrima n
parola, casc tramortita fra le braccia di Odoardo.
Il signore T*** accorse sperando di salvare la  vita  del  suo  misero
amico. Lo trov steso sopra un sof con tutta quasi la faccia nascosta
fr  cuscini:  immobile,  se  non  che  ad  ora ad ora anelava.  S'era
piantato un puguale sotto la mammella  sinistra  ma  se  l'era  cavato
dalla  ferita,  e  gli  era  caduto  a  terra.  Il suo abito nero e il
fazzoletto da collo  stavano  gittati  sopra  una  sedia  vicina.  Era
vestito  del  gil,  d calzoni lunghi e degli stivali;  e cinto d'una
fascia larghissima di seta di cui un capo pendeva insanguinato, perch
forse morendo tent di svolgersela dal  corpo.  Il  signore  T***  gli
sollevava  lievemente  dal  petto  la camicia,  che tutta inzuppata di
sangue gli si era rappressa su la ferita. Jacopo si risent; e sollev
il viso verso di lui;  e riguardandolo con gli  occhi  nuotanti  nella
morte,  stese un braccio, come per impedirlo, e tentava con l'altro di
stringergli la mano - ma ricascando con la testa su i guanciali,  alz
gli occhi al cielo, e spir.
La ferita era assai larga, e profonda; e sebbene non avesse colpito il
cuore,  egli  si  affrett  la  morte  lasciando perdere il sangue che
andava a rivi per la stanza.  Gli pendeva dal  collo  il  ritratto  di
Teresa tutto nero di sangue, se non che era alquanto polito nel mezzo;
e le labbra insanguinate di Jacopo fanno congetturare chei nell'agonia
baciasse la immagine della sua amica.  Stava su lo scrittojo la Bibbia
chiusa, e sovr'essa l'oriuolo; e presso, varj fogli bianchi; in uno d
quali era scritto: Mia cara madre: e da poche linee cassate, appena si
potea rilevare, espiazione; e pi sotto; di pianto eterno. In un altro
foglio si leggeva soltanto l'indirizzo a sua madre,  come se pentitosi
della  prima lettera ne avesse incominciata un'altra che non gli bast
il cuore di continuare.
Appena io giunsi da Padova ove m'era convenuto indugiare pi chio  non
voleva,  fui  sopraffatto  dalla  calca d contadini che s'affollavano
muti sotto i portici del cortile;  ed altri mi guardavano attoniti,  e
taluno mi pregava che non salissi.  Balzai tremando nella stanza, e mi
s'appresent il  padre  di  Teresa  gettato  disperatamente  sopra  il
cadavere;  e Michele ginocchione con la faccia per terra.  Non so come
ebbi tanta forza d'avvicinarmi e di porgli una mano sul  cuore  presso
la ferita;  era morto,  freddo.  Mi mancava il pianto e la voce; ed io
stava guardando stupidamente quel sangue: finch venne  il  parroco  e
subito dopo il chirurgo,  i quali con alcuni famigliari ci strapparono
a forza dal fiero spettacolo.  Teresa visse in tutti qu giorni fra il
lutto d suoi in un mortale silenzio.  - La notte mi strascinai dietro
al cadavere che da tre lavoratori fu sotterrato sul monte d pini.







