Ugo FOSCOLO
NOTIZIA INTORNO A DIDIMO CHIERICO

Da: OPERE DI UGO FOSCOLO, EDIZIONE NAZIONALE SOTTO GLI AUSPICI DEL MINISTERO DELLA P.I., Firenze, Le Monnier, Vol. V: Prose varie d'arte A c. di M. FUBINI, 1951.



I. Un nostro concittadino mi raccomand, mentr'io militava fuori d'Italia, tre suoi manoscritti affinch se agli uomini dotti parevano meritevoli della stampa, io rimpatriando li pubblicassi. Esso andava pellegrinando per trovare un'universit, dove, diceva egli, s'imparasse a comporre libri utili per chi non  dotto, ed innocenti per chi non  per anche corrotto; da che tutte le scuole d'Italia gli parevano piene o di matematici, i quali standosi muti s'intendevano fra di loro; o di grammatici che ad alte grida insegnavano il bel parlare e non si lasciavano intendere ad anima nata; o di poeti che impazzavano a stordire chi non li udiva, e a dire il benvenuto a ogni nuovo padrone de' popoli, senza fare n piangere, n ridere il mondo; e per come fatui noiosi, furono pi giustamente d'ogni altro esiliati da Socrate, il quale, secondo Didimo, era dotato di spirito profetico, specialmente per le cose che accadono all'et nostra.


II. L'uno de' manoscritti  forse di trenta fogli col titolo: Didymi clerici prophetae minimi Hypercalypseos, liber singularis e sa di satirico. I pochi a' quali lo lasciai leggere, alle volte ne risero; ma non s'assumevano d'interpretarmelo. E mi dispongo a lasciarlo inedito per non essere liberale di noia a molti lettori che forse non penetrerebbero nessuna delle trecento trentatr allusioni racchiuse in altrettanti versetti scritturali, di cui l'opuscoletto  composto. Taluni fors'anche, presumendo troppo del loro acume, starebbero a rischio di parere commentatori maligni. Per s'altri n'avesse copia la serbi. Il farsi ministri degli altrui risentimenti, bench giusti,  poca onest; massime quando paiono misti al disprezzo che la coscienza degli scrittori teme assai pi dell'odio.


III. Bens gli uomini letterati, che Didimo scrivendo nomina Maestri miei lodarono lo spirito di veracit e d'indulgenza d'un altro suo manoscritto da me sottomesso al loro giudizio. E nondimeno quasi tutti mi vanno dissuadendo dal pubblicarlo; e a taluno piacerebbe ch'io lo abolissi.  un giusto volume dettato in greco nello stile degli Atti degli Apostoli; ed ha per titolo Didymu klerik Ypomnemton bibla pente: e suona Didymi clerici libri memoriales quinque. L'autore descrive schiettamente i casi per lui memorabili dell'et sua giovenile: parla di tre donne delle quali fu innamorato; e accusando s solo delle loro colpe, ne piange; parla de' molti paesi da lui veduti, e si pente d'averli veduti: ma pi che d'altro si pente della sua vita perduta fra gli uomini letterati, e mentre par ch'ei gli esalti, fa pur sentire ch'ei li disprezza. Malgrado la sua naturale avversione contro chi scrive per pochi, ei dett questi Ricordi in lingua nota a rarissimi, affinch, com'ei dice, i soli colpevoli vi leggessero i propri peccati, senza scandalo delle persone dabbene; le quali non sapendo leggere che nella propria lingua, sono men soggette all'invidia, alla boria, ed alla venalit: ho contrassegnato quest'ultima voce, perch  mezzo cassata nel manoscritto. L'autore inoltre mi diede arbitrio di far tradurre quest'operetta, purch trovassi scrittore italiano che avesse pi merito che celebrit di grecista. E siccome, dicevami Didimo, uno scrittore di tal peso lavora prudentemente a bell'agio e con gravit, i maestri miei avranno frattanto tempo, o di andarsene in pace, e non saranno pi nominati n in bene n in male; o di ravvedersi di quegli errori, attraverso de' quali noi mortali giungiamo talvolta alla saviezza. Far dunque che sia tradotto; e quanto alla stampa, mi governer secondo i tempi, i consigli e i portamenti degli uomini dotti.


IV. Tuttavia, affinch i lettori abbiano saggio della operetta greca, ne feci tradurre parecchi passi, e li ho, quanto pi opportunamente potevasi, aggiunti alle postille notate da Didimo nel suo terzo manoscritto, dove si contiene la versione dell'Itinerario sentimentale di Yorick; libro pi celebrato che inteso; perch fu da noi letto in francese, o tradotto in italiano da chi non intendeva l'inglese: della versione uscita di poco in Milano, non so. Innanzi di dar alle stampe questa di Didimo, ricorsi nuovamente a' letterati pel loro parere. Chi la lod, chi la biasim di troppa fedelt; altri la lesse volentieri come liberissima; e taluno s'adir de' troppi arbitrii del traduttore. Molti, e fu in Bologna, avrebbero desiderato lo stile condito di sapore pi antico: moltissimi, e fu in Pisa, mi confortavano a ridurla in istile moderno, depurandola sovra ogni cosa de' modi troppo toscani; finalmente in Pavia nessuno si degn di badare allo stile; notarono nondimeno con geometrica precisione alcuni passi bene o male intesi dal traduttore. Ma io stampandola, sono stato accuratamente all'autografo: e solamente ho mutato verso la fine del capo XXXV un vocabolo; e un altro n'ho espunto dall'intitolazione del capo seguente perch mi parve evidente che Didimo contro all'intenzione dell'autore inglese offendesse, nel primo passo il Principe della letteratura fiorentina, e nell'altro i nani innocenti della citt di Milano.


V. Di questo Itinerario del parroco Lorenso Sterne, Didimo mi disse due cose (da lui taciute, n so perch, nell'epistola a' suoi lettori) le quali pur giovano a intendere un autore oscurissimo anche a' suoi concittadini, e a giudicare con equit de' difetti del traduttore. La prima si : "Che con nuova specie d'ironia, non epigrammatica, n suasoria, ma candidamente ed affettuosamente storica, Yorick da' fatti narrati in lode de' mortali, deriva lo scherno contro a molti difetti, segnatamente contro alla fatuit del loro carattere". L'altra: "Che Didimo bench scrivesse per ozio, rendeva conto a s stesso d'ogni vocabolo; ed aveva tanto ribrezzo a correggere le cose una volta stampate (il che, secondo lui, era manifestissima irriverenza a' lettori) che viaggi in Fiandra a convivere con gli Inglesi, i quali vi si trovano anche al d d'oggi, onde farsi spianare molti sensi intricati; e lungo il viaggio si soffermava per l'appunto negli alberghi di cui Yorick parla nel suo Itinerario, e ne chiedeva notizie a' vecchi che lo avevano conosciuto; poi si torn a stare a dimora nel contado tra Firenze e Pistoia, a imparare migliore idioma di quello che s'insegna nelle citt e nelle scuole".


VI. Ora per gli uomini dotti, i quali furono dalla lettura di que' manoscritti e da questa versione dell'Itinerario sentimentale invogliati di sapere notizie del carattere e della vita di Didimo, e me ne richiedono istantemente, scriver le scarse, ma veracissime cose che io so come testimonio oculare. Giova a ogni modo premettere tre avvertenze. Primamente: avendolo io veduto per pochi mesi e con freddissima famigliarit, non ho potuto notare (il che avviene a parecchi) se non le cose pi consonanti o dissonanti co' sentimenti e le consuetudini della mia vita. Secondo: de' vizi e delle virt capitali che distinguono sostanzialmente uomo da uomo, se pure ei ne aveva, non potrei dire parola: avresti detto ch'ei lasciandosi sfuggire tutte le sue opinioni, custodisse industriosamente nel proprio segreto tutte le passioni dell'animo. Finalmente: reciter le parole di Didimo, poich essendo un po' metafisiche, ciascheduno de' lettori le interpreti meglio di me, e le adatti alle proprie opinioni.


VII. Teneva irremovibilmente strani sistemi; e parevano nati con esso: non solo non li smentiva co' fatti; ma, come fossero assiomi, proponevali senza prove: non per disputava a difenderli; e per apologia a chi gli allegava evidenti ragioni, rispondeva in intercalare: OPINIONI. Portava anche rispetto a' sistemi altrui, o forse anche per noncuranza, non movevasi a confutarli; certo  ch'io in s fatte controversie, l'ho veduto sempre tacere, ma senza mai sogghignare; e l'unico vocabolo, opinioni, lo proferiva con seriet religiosa. A me disse una volta Che la gran valle della vita  intersecata da molte viottole tortuosissime; e chi non si contenta di camminare sempre per una sola, vive e muore perplesso, n arriva mai a un luogo dove ognuno di que' sentieri conduce l'uomo a vivere in pace seco e con gli altri. Non trattasi di sapere quale sia la vera via; bens di tenere per vera una sola, e andar sempre innanzi. Stimava fra le doti naturali all'uomo, primamente la bellezza; poi la forza dell'animo, ultimo l'ingegno. Delle acquisite, come a dire della dottrina, non faceva conto se non erano congiunte alla rarissima arte d'usarne. Lodava la ricchezza pi di quelle cose ch'essa pu dare; e la teneva vile, paragonandola alle cose che non pu dare. Dell'Amore aveva in un quadretto un'immagine simbolica, diversa dalle solite de' pittori e de' poeti, su la quale egli aveva fatto dipingere l'allegoria di un nuovo sistema amoroso; ma tenea quel quadretto coperto sempre d'un velo nero. Uno de' cinque libri de' quali  composto il manoscritto greco citato poc'anzi, ha per intitolazione: Tre Amori.  E i tre capitoli di esso libro incominciano: Rimorso primo; Rimorso secondo; Rimorso terzo: e conclude Non essere l'Amore se non se inevitabili tenebre corporee le quali si disperdono pi o men tardi da s: ma dove la religione, la filosofia o la virt vogliono diradarle o abbellirle del loro lume, allora quelle tenebre ravviluppano l'anima, e la conducono per la via della virt a perdizione. Riferisco le parole; altri intenda.


VIII. Da' sistemi e dalla perseveranza con che li applicava al suo modo di vivere, derivavano azioni e sentenze degne di riso. Riferir le poche di cui mi ricordo. Celebrava Don Chisciotte come beatissimo, perch s'illudeva di gloria scevra d'invidia; e d'amore scevro di gelosia. Cacciava i gatti perch gli parevano pi taciturni degli altri animali: li lodava nondimeno perch si giovano della societ come i cani, e della libert quanto i gufi. Teneva gli accattoni per pi eloquenti di Cicerone nella parte della perorazione, e periti fisionomi assai pi di Lavater. Non credeva che chi abita accanto a un macellaro, o su le piazze de patiboli fosse persona da fidarsene. Credeva nell'ispirazione profetica, anzi presumeva di saperne le fonti. Incolpava il berretto, la vesta da camera e le pantofole de' mariti della prima infedelt delle mogli. Ripeteva (e ci pi che riso mover sdegno) che la favola d'Apollo scorticatore atroce di Marsia era allegoria sapientissima non tanto della pena dovuta agl'ignoranti prosontuosi, quanto della vendicativa invidia de' dotti. Su di che allegava Diodoro Siculo lib. III n. 59, dove, oltre la crudelt del Dio de' poeti, si narrano i bassi raggiri co' quali ei si procacci la vittoria. Ogni qual volta incontrava de' vecchi sospirava esclamando: Il peggio  viver troppo! e un giorno, dopo assai mie preghiere, me ne disse il perch: La vecchiaia sente con atterrita Coscienza i rimorsi, quando al mortale non rimane vigore, n tempo d'emendar la sua vita. Nel proferire queste parole, le lagrime gli pioveano dagli occhi, e fu l'unica volta che lo vidi piangere; e seguit a dire: Ahi! la Coscienza  codarda! e quando tu se' forte da poterli correggere, la ti dice il vero sottovoce e palliandolo di recriminazioni contro la fortuna ed il prossimo: e quando poi tu se' debole, la ti rinfaccia con disperata superstizione, e la ti atterra sotto il peccato, in guisa che tu non puoi risorgere alla virt . O codarda! non ti pentire, o codarda! Bens paga il debito, facendo del bene ove hai fatto del male. Ma tu se' codarda; e non sai che o sofisticare, o angosciarti.  Quel giorno io credeva che volesse impazzare: e stette pi d'una settimana a lasciarsi vedere in piazza. S fatti erano i suoi paradossi morali.


IX. E quanto alle scienze ed alle arti asseriva: che le scienze erano una serie di proposizioni le quali aveano bisogno di dimostrazioni apparentemente evidenti ma sostanzialmente incerte, perch le si fondavano spesso sopra un principio ideale: che la geometria, non applicabile alle arti, era una galleria di scarne definizioni; e che, malgrado l'algebra, rester scienza imperfetta e per lo pi inutile finch non sia conosciuto il sistema incomprensibile dell'Universo. L'umana ragione, diceva Didimo, si travaglia su le mere astrazioni; piglia le mosse e senza avvedersi a principio, dal nulla; e dopo lunghissimo viaggio si torna a occhi aperti e atterriti nel nulla: e al nostro intelletto la SOSTANZA della Natura ed il NULLA furono sono e saranno sinonimi. Bens le arti non solo imitano ed abbeliscono le APPARENZE della Natura, ma possono insieme farle rivivere agli occhi di chi le vede o vanissime o fredde; e ne' poeti de' quali mi vo ricordando a ogni tratto, porto meco una galleria di quadri i quali mi fanno osservare le parti pi belle e pi animate degli originali che trovo su la mia strada; ed io spesso il trapasserei senza accorgermi ch'e'mi stanno tra' piedi per avvertirmi con mille nuove sensazioni ch'io vivo. E per Didimo sosteneva che le arti possono pi che le scienze far men inutile e pi gradito il vero a' mortali; e che la vera sapienza consiste nel giovarsi di quelle poche verit che sono certissime a' sensi; perch o sono dedotte da una serie lunga di fatti, o sono s pronte che non danno bisogno di dimostrazioni scientifiche.


X. Leggeva quanti libri gli capitavano; non rileggeva da capo a fondo fuorch la Bibbia. Degli autori ch'ei credeva degni d'essere studiati, aveva tratte parecchie pagine, e ricucitele in un solo grosso volume. Sapeva a memoria molti versi di antichi poeti e tutto il poema delle Georgiche. Era devoto di Virgilio; nondimeno diceva: Che s'era fatto prestare ogni cosa da Omero, dagli occhi in fuori. D'Omero aveva un busto e se lo trasportava di paese in paese; e v'avea posto per iscrizione due versi greci che suonavano: A costui fu assai di cogliere la verginit di tutte le Muse e lasci per gli altri le altre bellezze di quelle Deit. Cantava, e s'intendeva da per s, quattro odi di Pindaro. Diceva che Eschilo era un bel rovo infuocato sopra un monte deserto; e Shakespeare, una selva incendiata che faceva bel vedere di notte, e mandava fumo noioso di giorno. Paragonava Dante a un gran lago circondato di burroni e di selve sotto un cielo oscurissimo, sul quale si poteva andare a vela in burrasca; e che il Petrarca lo deriv in tanti canali tranquilli ed ombrosi, dove possano sollazzarsi le gondole degli innamorati co' loro strumenti; e ve ne sono tante, che que' canali, dicea Didimo, sono oramai torbidi, o fatti gore stagnanti: tuttavia s'egli intendeva una sinfonia e nominava il Petrarca, era indizio che la musica gli pareva assai bella. Maggiore stranezza si era il panegirico ch'ei faceva di certo poemetto latino da lui anteposto perfino alle Georgiche, perch, diceva Didimo, mi par d'essere a nozze con tutta l'allegra comitiva di Bacco. Didimo per altro beveva sempre acqua pura. Aveva non so quali controversie con l'Ariosto, ma le ventilava da s; e un giorno mostrandomi dal molo di Dunkerque le lunghe onde con le quali l'Oceano rompea sulla spiaggia, esclam: Cos vien poetando l'Ariosto. Tornandosi meco verso le belle colonne che adornano la cattedrale di quella citt, si ferm sotto il peristilio, e ador. Poi volgendosi a me, mi diede intenzione che sarebbe andato alla questua a pecuniare tanto da erigere una chiesa al Paracleto e riporvi le ossa di Torquato Tasso; purch nessun sacerdote che insegnasse grammatica potesse ufficiarvi, e nessun fiorentino accademico della Crusca appressarvisi. Nel mese di giugno del 1804 pellegrin da Ostenda sino a Montreuil per gli accampamenti italiani; ed a' militari, che si dilettavano di ascoltarlo, diceva certe sue omelie all'improvviso, pigliando sempre per testo de' versi delle epistole d'Orazio. Richiesto da un ufficiale perch non citasse mai le odi di quel poeta, Didimo in risposta gli regal la sua tabacchiera fregiata d'un mosaico d'egregio lavoro dicendo Fu fatto a Roma d'alcuni frammenti di pietre preziose dissotterrate in Lesbo.


XI. Ma quantunque non parlasse che di poeti, Didimo scriveva in prosa perpetuamente; e se ne teneva. Scriveva anche arringhe, e faceva da difensore ufficioso a' soldati colpevoli sottoposti a' consigli di guerra, e se mai ne vedeva per le taverne, pagava loro da bere, e spiegava ad essi il Codice militare. Oltre a' tre manoscritti raccomandatimi, serbava parecchi suoi scartafacci ma non mi lasci leggere se non un solo capitolo di un suo Itinerario lungo la Repubblica Letteraria. In esso capitolo descriveva un'implacabile guerra tra le lettere dell'abbicc, e le cifre arabiche, le quali finalmente trionfarono con accortissimi stratagemmi, tenendo ostaggi l'a, la b, la x che erano andate ambasciatori, e quindi furono tirannicamente angariate con inesprimibili e angosciose fatiche. Dopo il desinare, Didimo si riduceva in una stanza appartata a ripulire i suoi manoscritti ricopiandoli per tre volte. Ma la prima composizione, com'ei diceva, la creava all'opera seria o in mercato. Ed io in Calais lo vidi per pi ore della notte a un caff, scrivendo in furia al lume delle lampade del biliardo, mentr'io stava giocandovi, ed ei sedeva presso ad un tavolino, intorno al quale alcuni ufficiali questionavano di tattica, e fumavano mandandosi scambievolmente de' brindisi. Gl'intesi dire: Che la vera tribolazione degli autori veniva, a chi dalla troppa economia della penuria, e a chi dallo scialacquo dell'abbondanza; e ch'esso aveva la beatitudine di potere scrivere trenta fogli allegramente di pianta; la maledizione di volerli poi ridurre in tre soli, come a ogni modo, e con infinito sudore, faceva sempre.


XII. Ora dir de' suoi costumi esteriori. Vestiva da prete; non per assunse gli ordini sacri, e si faceva chiamare Didimo di nome, e chierico di cognome; ma gli rincresceva sentirsi dar dell'abate. Richiestone, mi rispose La fortuna m'avvi da fanciullo al chiericato; poi la natura mi ha deviato dal sacerdozio: mi sarebbe rimorso l'andare innanzi, e vergogna il tornarmene addietro: e perch io tanto quanto disprezzo chi muta istituto di vita, mi porto in pace la mia tonsura e questo mio abito nero: cos posso o ammogliarmi, o aspirare ad un vescovato. Gli chiesi a quale de' due partiti s'appiglierebbe. Rispose Non ci ho pensato: a chi non ha patria non ist bene l'essere sacerdote, n padre. Fuor dell'uso de' preti, compiacevasi della compagnia degli uomini militari. Viaggiando perpetuamente, desinava a tavola rotonda con persone di varie nazioni; e se taluno (com'oggi s'usa) professavasi cosmopolita, egli si rizzava senz'altro. S'addomesticava alle prime; bench con gli uomini cerimoniosi parlasse asciutto; ed a' ricchi pareva altero: evitava le sette e le confraternite; e seppi che rifiut due patenti accademiche. Usava per lo pi ne' crocchi delle donne, per ch'ei le reputava pi liberalmente dotate dalla natura di compassione e di pudore; due forze pacifiche le quali, diceva Didimo, temprano sole tutte le altre forze guerriere del genere umano. Era volentieri ascoltato, n so dove trovasse materie; perch alle volte chiacchierava per tutta una sera, senza dire parola di politica, di religione, o di amori altrui. Non interrogava mai per non indurre, diceva Didimo, le persone a dir la bugia: e alle interrogazioni rispondeva proverbi o guardava in viso chi gli parlava. Non partecipava n una dramma del suo secreto ad anima nata: Perch, diceva Didimo, il mio secreto  la sola propriet sulla terra ch'io degni di chiamar mia, e che divisa nuocerebbe agli altri ed a me. N pativa d'essere depositario degli altrui secreti: Non ch'io non fidi di serbargli inviolati: ma avviene che a volere scampare dalla perdizione qualche persona m' pure necessit a rivelare alle volte il secreto che m'ha confidato: tacendolo, la mia fede riescirebbe sinistra; e manifestandolo, m'avvilirei davanti a me stesso. Accoglieva lietissimo nelle sue stanze: al passeggio voleva andar solo, o parlava a persone che non aveva veduto mai, e che gli davano nell'idea: e se alcuno de' suoi conoscenti accostavasi a lui, si levava di tasca un libretto, e per primo saluto gli recitava alcuni squarci di traduzioni moderne de' poeti greci; e rimanevasi solo. Usava anche sentenze enigmatiche. Nessun frizzo; se non una volta, e per non ricaderci, rilesse i quattro evangelisti. Ma di tutti questi capricci e costumi di Didimo, s'avvedevano gli altri assai tardi; perch'ei non li mostrava, n li occultava; onde credo che venissero da disposizione naturale.


XIII. Dissi che teneva chiuse le sue passioni; e quel poco che ne traspariva, pareva calore di fiamma lontana. A chi gli offeriva amicizia, lasciava intendere che la colla cordiale, per cui l'uno si attacca all'altro, l'aveva gi data a que' pochi ch'erano giunti innanzi. Rammentava volentieri la sua vita passata, ma non m'accorsi mai ch'egli avesse fiducia ne' giorni avvenire o che ne temesse. Chiamavasi molto obbligato a un Don Iacopo Annoni curato, a cui Didimo aveva altre volte servito da chierico nella parrocchia d'Inverigo: e stando fuori di patria, carteggiava unicamente con esso. Mostravasi gioviale e compassionevole, e bench fosse alloramai intorno a' trent'anni, aveva aspetto assai giovanile; e forse per queste ragioni Didimo tuttoch forestiero, non era guardato dal popolo di mal occhio, e le donne passando gli sorridevano, e le vecchie si soffermavano accanto a una porticciuola a discorrere seco, e molti fantolini, de' quali egli si compiaceva, gli correvano lietissimi attorno. Ammirava assai; ma pi con gli occhiali, diceva egli, che col telescopio: e disprezzava con taciturnit s sdegnosa da far giusto e irreconciliabile il risentimento degli uomini dotti. Aveva per altro il compenso di non patire d'invidia, la quale in chi ammira e disprezza non trova mai luogo. E' diceva: La rabbia e il disprezzo sono due gradi estremi dell'ira: le anime deboli arrabbiano; le forti disprezzano ma tristo e beato chi non s'adira!


XIV. Insomma pareva uomo che essendosi in giovent lasciato governare dall'indole sua naturale, s'accomodasse, ma senza fidarsene, alla prudenza mondana. E forse aveva pi amore che stima per gli uomini; per non era orgoglioso n umile. Parea verecondo, perch non era n ricco n povero. Forse non era avido n ambizioso, perci parea libero. Quanto all'ingegno, non credo che la natura l'avesse moltissimo prediletto, n poco. Ma l'aveva temprato in guisa da non potersi imbevere degli altrui insegnamenti; e quel tanto che produceva da s, aveva certa novit che allettava, e la primitiva ruvidezza che offende. Quindi derivava in esso per avventura quell'esprimere in modo tutto suo le cose comuni; e la propensione di censurare i metodi delle nostre scuole. Inoltre sembravami ch'egli sentisse non so qual dissonanza nell'armonia delle cose del mondo: non per lo diceva. Dalla sua operetta greca si desume quanto meritamente si vergognasse della sua giovanile intolleranza. Ma pareva, quando io lo vidi, pi disingannato che rinsavito; e che senza dar noia agli altri, se ne andasse quietissimo e sicuro di s medesimo per la sua strada, e sostandosi spesso, quasi avesse pi a cuore di non deviare che di toccare la meta. Queste a ogni modo sono tutte mie congetture.


XV. Avendolo io nell'anno 1806 lasciato in Amersfort, e desiderando di dargli avviso del giudizio de' Maestri suoi intorno a' tre manoscritti da me recati in Italia, scrissi ad Inverigo a domandarne novelle al Reverendo Don Iacopo Annoni; e perch questi s'era trasferito da molto tempo in una chiesa su' colli del lago di Pusiano, presso la villa Marliani, lo visitai nell'estate dell'anno seguente; n ho potuto riportare dalla mia gita se non una notizia ch'io gi sapeva, e i lineamenti di Didimo giovinetto. Quel buon vecchio sacerdote, regalandomi il disegno che ho posto in fronte a questa notizia, mi disse afflittissimo: So che in un paese lontano chiamato Bologna a mare, Didimo regal tutti i suoi libri e scartafacci a un altro giovine militare che ne usasse a suo beneplacito; e fece proponimento di n pi leggere n pi scrivere; da indi in qua, e gli  pur molto tempo, non so pi dov' e' sia, n se viva.


XVI. Mi diede inoltre copia di un epitaffio che Didimo s'era apparecchiato molti anni innanzi; ed io lo pubblico, affinch s'egli mai fosse morto, ed avesse agli ospiti suoi lasciato tanto da porgli una lapide, lo facciano scolpire sovr'essa:


DIDYMI CLERICI
VITIA VIRTUS OSSA
HIC POST ANNOS 
CONQUIEVERUNT
