    Antonio Fogazzaro.
    PICCOLO MONDO ANTICO.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.



















    INDICE.

    PARTE PRIMA.
    1. Risotto e tartufi: pagina 5.
    2. Sulla soglia d'un'altra vita: pagina 31.
    3. Il gran passo: pagina 48.
    4. La lettera del Carlin: pagina 80.
    5. Il bargnf all'opera: pagina 98.
    6. La vecchia signora di marmo: pagina 124.

    PARTE SECONDA.
    1. Pescatori: pagina 133.
    2. La sonata del chiaro di luna e delle nuvole: pagina 151.
    3. Con i guanti: pagina 194.
    4. Con gli artigli: pagina 206.
    5. Il segreto del vento e dei noci: pagina 230.
    6. L'asso di danari spunta: pagina 245.
    7. E' giuocato: pagina 267.
    8. Ore amare: pagina 278.
    9. Per il pane, per l'Italia, per Dio: pagina 330.
    10. Essmaria, sciora Lisa!: pagina 362.
    11. Ombra e aurora: pagina 396.
    12. Fantasmi: pagina 419.
    13. In fuga: pagina 435.

    PARTE TERZA.
    1. Il savio parla: pagina 463.
    2. Solenne rullo: pagina 486.
















    A Luisa Venini Campioni.

    A Lei carissima Luisa,
    che tante persone e cose
    del piccolo mondo valsoldese
    ebbe familiari; a Lei, devota
    e fedele amica di due care anime
    che ci aspettano nell'eternit,
    offro nel nome loro e nel nome
    di un altro morto a Lei diletto
    il libro che queste sacre memorie
    e non queste sole, segretamente richiama.
    Antonio Fogazzaro.



    PARTE PRIMA.

    1. Risotto e tartufi.

    Soffiava sul lago una breva fredda, infuriata di voler cacciar le nubi
    grigie, pesanti sui cocuzzoli scuri delle montagne. Infatti,  quando i
    Pasotti,  scendendo da Albogasio Superiore, arrivarono a Casarico, non
    pioveva  ancora.   Le  onde   stramazzavano   tuonando   sulla   riva,
    sconquassavan  le  barche  incatenate,   mostravano  qua  e  l,  sino
    all'opposta sponda austera del Di,  un lingueggiar di spume  bianche.
    Ma gi a ponente,  in fondo al lago, si vedeva un chiaro, un principio
    di calma,  una stanchezza della breva;  e  dietro  al  cupo  monte  di
    Caprino usciva il primo fumo di pioggia. Pasotti, in soprabito nero di
    cerimonia, col cappello a staio in testa e la grossa mazza di bamb in
    mano,  camminava nervoso per la riva, guardava di qua, guardava di l,
    si fermava a picchiar forte la mazza a terra, chiamando quell'asino di
    barcaiuolo che non compariva.
    Il piccolo battello nero con i cuscini rossi, la tenda bianca e rossa,
    il sedile posticcio di parata piantato a traverso,  i  remi  pronti  e
    incrociati a poppa, si dibatteva, percosso dalle onde, fra due barconi
    carichi di carbone che oscillavano appena.
    Pin!, gridava Pasotti sempre pi arrabbiato. Pin!
    Non rispondeva che l'eguale,  assiduo tuonar delle onde sulla riva, il
    cozzar delle barche fra loro.  Non c'era,  si sarebbe detto,  un  cane
    vivo in tutto Casarico. Solo una vecchia voce flebile, una voce velata
    da ventriloquo, gemeva dalle tenebre del portico:
    Andiamo a piedi! Andiamo a piedi!
    Finalmente il Pin comparve dalla parte di San Mamette.
    Oh  l!,  gli  fece  Pasotti  alzando  le braccia.  Quegli si mise a
    correre.
    Animale!,  url Pasotti.  T'han posto un nome di cane  per  qualche
    cosa!
    Andiamo a piedi, Pasotti, gemeva la voce flebile. Andiamo a piedi!
    Pasotti  tempest  ancora  col  barcaiuolo  che  staccava in fretta la
    catena del suo battello da un anello infisso nella riva.  Poi si volt
    con  una  faccia  imperiosa  verso  il  portico  e accenn a qualcuno,
    piegando il mento, di venire.
    Andiamo a piedi, Pasotti!, gemette ancora la voce.
    Egli si strinse nelle spalle,  fece con la  mano  un  brusco  atto  di
    comando, e discese verso il battello.
    Allora comparve ad un'arcata del portico una vecchia signora,  stretta
    la magra persona in uno scialle d'India,  sotto  al  quale  usciva  la
    gonna  di  seta  nera,  chiusa  la  testa  in  un cappellino di citt,
    sperticatamente alto, guernito di rosette gialle e di pizzi neri.  Due
    ricci neri le incorniciavano il viso rugoso dove s'aprivano due grandi
    occhi dolci, annebbiati, una gran bocca ombreggiata di leggeri baffi.
    Oh,  Pin,  diss'ella  giungendo i guanti canarini e fermandosi sulla
    riva a guardar pietosamente il barcaiuolo.  Dobbiamo  proprio  andare
    con un lago di questa sorte?
    Suo  marito le fece un altro gesto pi imperioso,  un'altra faccia pi
    brusca della prima.  La povera donna sdrucciol  gi  in  silenzio  al
    battello e vi fu fatta salire, tutta tremante.
    Mi  raccomando  alla  Madonna  della  Caravina,  caro  il  mio  Pin,
    diss'ella. Un lago cos brutto!
    Il barcaiuolo neg del capo, sorridendo.
    A proposito, esclam Pasotti hai la vela?
    Ce l'ho su in casa,  rispose Pin.  Debbo  andare  a  prenderla?  La
    signora qui avr paura, forse. E poi, ecco l che vien l'acqua!
    Va'!, fece Pasotti.
    La  signora,  sorda  come  un  battaglio di campana,  non ud verbo di
    questo colloquio, si meravigli molto di veder Pin correr via e chiese
    a suo marito dove andasse.
    La vela!, le grid Pasotti sul viso.
    Colei stava l tutta china, a bocca spalancata, per raccogliere un po'
    di voce, ma inutilmente.
    La vela!, ripet l'altro, pi forte, con le mani accostate al viso.
    Ella sospett d'aver capito,  trasal di spavento,  fece in  aria  col
    dito un geroglifico interrogativo.  Pasotti rispose tracciando pure in
    aria un arco immaginario e soffiandovi dentro;  poi afferm del  capo,
    in silenzio. Sua moglie, convulsa, si alz per uscire.
    Vado fuori!, diss'ella angosciosamente. Vado fuori! Vado a piedi!
    Suo  marito  l'afferr per un braccio,  la trasse a sedere,  le piant
    addosso due occhi di fuoco.
    Intanto il barcaiuolo ritorn  con  la  vela.  La  povera  signora  si
    contorceva,  sospirava, aveva le lagrime agli occhi, gittava alla riva
    delle occhiate pietose,  ma taceva.  L'albero fu rizzato,  i due  capi
    inferiori  della  vela furono legati,  e la barca stava per prender il
    largo, quando un vocione mugghi dal portico:
    To', to',  il signor Controllore!,  e ne sbuc un pretone rubicondo,
    con una pancia gloriosa, un gran cappello di paglia nera, il sigaro in
    bocca e l'ombrello sotto il braccio.
    Oh,  curatone!,  esclam  Pasotti.  Bravo!  E'  di pranzo?  Viene a
    Cressogno con noi?
    Se mi toglie!,  rispose il  curato  di  Puria,  scendendo  verso  il
    battello. To' to' che c' anche la signora Barborin!
    Il faccione divent amabile amabile, il vocione dolce dolce.
    Ha  in  corpo una paura d'inferno,  povera diavola,  ghign Pasotti,
    mentre il  curato  faceva  degli  inchinetti  e  dei  sorrisetti  alla
    signora,  cui  quel  minacciato  soprappi  di  peso  metteva un nuovo
    terrore.  Ella si mise a gesticolare in silenzio  come  se  gli  altri
    fossero stati sordi peggio di lei.  Additava il lago, la vela, la mole
    del curato enorme,  alzava gli occhi al cielo,  si metteva le mani sul
    cuore, se ne copriva il viso.
    Peso mica tanto,  disse il curato, ridendo. Ts gi, ti, soggiunse
    rivolto a Pin,  che  aveva  sussurrato  irriverentemente:  Ona  bella
    tenca.
    Sapete, esclam Pasotti, cosa faremo perch le passi la paura? Pin,
    hai un tavolino e un mazzo di tarocchi?
    Magari un po' unti, rispose Pin, ma li ho.
    Ci  volle  del  buono  per  far  capire  alla  signora Barbara,  detta
    comunemente Barborin,  di che  si  trattasse  adesso.  Non  lo  voleva
    intendere,  neanche quando suo marito le cacci in mano, per forza, un
    mazzo di carte schifose.
    Ma  per  ora  non  era  possibile,   giuocare.   La   barca   avanzava
    faticosamente, a forza di remi, verso la foce del fiume di S. Mamette,
    dove si sarebbe potuto alzar la vela,  e i cavalloni sbattuti indietro
    dalle rive si arruffavano con i sopravvegnenti,  facevano  ballare  il
    battello  fra  un  bollimento di creste spumose.  La signora piangeva.
    Pasotti imprecava a Pin che non s'era tenuto bastantemente  al  largo.
    Allora il curatone,  afferrati due remi,  ben piantata la gran persona
    in mezzo al battello,  si mise a lavorar  di  schiena,  tanto  che  in
    quattro  colpi  si  usc  dal cattivo passo.  La vela fu alzata,  e il
    battello scivol via liscio,  a seconda,  con  un  sommesso  gorgoglio
    sotto la chiglia,  con ondular lento e blando. Il prete sedette allora
    sorridente accanto alla signora Barborin  che  chiudeva  gli  occhi  e
    mormorava  giaculatorie.  Ma  Pasotti  batteva impaziente il mazzo dei
    tarocchi sul tavolino e bisogn giuocare.
    Intanto la pioggia grigia veniva  avanti  adagio  adagio,  velando  le
    montagne,  soffocando la breva.  La signora andava ripigliando fiato a
    misura che ne perdeva il vento,  giuocava rassegnata,  pigliandosi  in
    pace  gli  spropositi  propri  e le sfuriate di suo marito.  Quando la
    pioggia incominci a mormorar sulla tenda  del  battello  e  sull'onda
    morta che andava tutt'ora,  quasi senz'aria,  agli scogli del Tentin;
    quando il barcaiuolo pens bene di calar la vela  e  di  riprendere  i
    remi,  la  signora  Barborin  respir  del tutto.  Caro il mio Pin!,
    diss'ella teneramente;  e si mise a giuocar a tarocchi con  uno  zelo,
    con un brio,  con una beatitudine in viso,  che non si turbavano n di
    spropositi n di strapazzate.
    Molti giorni di breva e di pioggia,  di sole e di tempeste  sorsero  e
    tramontarono sul lago di Lugano, sui monti della Valsolda, dopo quella
    partita  a  tarocchi  giuocata  dalla signora Pasotti,  da suo marito,
    controllore delle dogane a  riposo,  e  dal  curatone  di  Puria,  nel
    battello che costeggiava lento, in mezzo ad una nebbiolina di pioggia,
    le  scogliere di S.  Mamette e Cressogno.  Quando rivedo nella memoria
    qualche casupola nera che ora specchia nel lago le sue gale di  zotica
    arricchita,  qualche  gaia  palazzina  elegante  che  ora decade in un
    silenzioso disordine;  il vecchio gelso di  Oria,  il  vecchio  faggio
    della  Madonnina,  caduti con le generazioni che li veneravano;  tante
    figure umane piene di rancori che si credevano eterni,  di arguzie che
    parevano inesauribili, fedeli ad abitudini di cui si sarebbe detto che
    solo  un cataclisma universale potesse interromperle,  figure non meno
    familiari di quegli alberi alle generazioni passate,  e scomparse  con
    essi,  quel  tempo mi pare lontano da noi molto pi del vero,  come al
    barcaiuolo Pin,  se si voltava a guardar il ponente,  parevano lontani
    pi del vero, dietro la pioggia, il San Salvatore e i monti di Carona.
    Era  un  tempo bigio e sonnolento,  proprio come l'aspetto del cielo e
    del lago,  caduta la breva che aveva fatto tanta  paura  alla  signora
    Pasotti.  La  gran breva del 1848,  dopo aver dato poche ore di sole e
    lottato un pezzo con le nuvole pesanti,  spenta da tre anni,  lasciava
    piovere  e  piovere i giorni quieti,  foschi,  silenziosi dove cammina
    questa mia umile storia.
    I re e le regine di tarocchi, il Mondo, il Matto e il Bagatto erano in
    quel tempo e in quel paese  personaggi  d'importanza,  minute  potenze
    tollerate  benevolmente  nel  seno del grande tacito impero d'Austria,
    dove le loro inimicizie,  le loro alleanze,  le loro guerre  erano  il
    solo argomento politico di cui si potesse liberamente discutere. Anche
    Pin, remando, ficcava avidamente sopra le carte della signora Barborin
    il  suo  adunco  naso curioso,  e lo ritraeva a malincuore.  Una volta
    rest dal remare per tenervelo su e vedere come la povera donna se  la
    sarebbe cavata da un passo difficile,  cosa avrebbe fatto di una certa
    carta  pericolosa  a  giuocare  e  pericolosa  a  tenere.  Suo  marito
    picchiava impaziente sul tavolino,  il curatone palpava con un sorriso
    beato le proprie carte, e lei si stringeva le sue al petto,  ridendo e
    gemendo, sbirciando ora l'uno ora l'altro de' suoi compagni.
    Ha il Matto in mano, sussurr il curato.
    Fa  sempre  cos,  lei,  quando  ha il Matto,  disse Pasotti e grid
    picchiando:
    Gi questo Matto!.
    Io lo butto nel lago,  diss'ella.  Gitt un'occhiata a prora e trov
    lo  scampo  di  osservare  che  si toccava Cressogno,  ch'era tempo di
    smettere.
    Suo marito sbuff alquanto, ma poi si rassegn a infilare i guanti.
    Trota,   oggi,   curato,   diss'egli  mentre  l'umile  sposa  glieli
    abbottonava. Tartufi bianchi, francolini e vin di Ghemme.
    Lo sa,  lo sa,  lo sa?,  esclam il curato.  Lo so anch'io. Me l'ha
    detto  il  cuoco,  ieri,  a  Lugano.  Che  miracoli,  eh,  la  signora
    marchesa!
    Ma,  miracoli?  Pranzo  di  Sant'Orsola,  intanto;  e  poi  invito di
    signore: le Carabelli madre e figlia; quelle Carabelli di Loveno, sa?
    Ah s?, fece il curato.  E ci sarebbe qualche progetto...?  Ecco l
    don Franco in barca.  Ehi,  che bandiera,  il giovinotto! Non gliel'ho
    mai vista.
    Pasotti alz la tenda del battello,  per  vedere.  Poco  discosto  una
    barca  dalla bandiera bianca e azzurra si cullava in un comune moto di
    saliscendi,  in una comune stanchezza con l'onda.  A poppa,  sotto  la
    bandiera,  v'era  seduto don Franco Maironi,  l'abiatico della vecchia
    marchesa Orsola che dava il pranzo.
    Pasotti lo vide alzarsi,  dar di piglio ai remi e allontanarsi remando
    adagio,  verso  l'alto  lago,  verso  il  golfo selvaggio del Di;  la
    bandiera bianca e azzurra si spiegava tutta, sventolava sulla scia.
    Dove va, quell'originale?,  diss'egli.  E brontol fra i denti,  con
    una forzata raucedine da barabba milanese:
    Antipatico!
    Dicono ch' cos di talento!, osserv il prete.
    Testa pessima, sentenzi l'altro. Molta boria, poco sapere, nessuna
    civilt.
    E' mezzo marcio, soggiunse. Se fossi io quella signorina...
    Quale?, chiese il curato.
    La Carabelli.
    Tenga  a  mente,  signor  Controllore.  Se  i  francolini e i tartufi
    bianchi sono per la popla Carabelli, son buttati via.
    Sa qualche  cosa,  Lei?,  disse  piano  Pasotti  con  una  vampa  di
    curiosit negli occhi.
    Il  prete  non  rispose  perch  in quel punto la prora strisci sulla
    rena,  tocc all'approdo.  Egli usc il primo;  quindi Pasotti diede a
    sua moglie,  con una rapida mimica imperiosa, non so quali istruzioni,
    e usc anche lui.  La povera donna venne  fuori  per  l'ultima,  tutta
    rinfagottata nel suo scialle d'India,  tutta curva sotto il cappellone
    nero dalle rosette gialle, barcollando, mettendo avanti le grosse mani
    dai guanti canarini.  I due ricci pendenti a lato della  sua  mansueta
    bruttezza  avevano  un  particolare  accento  di  rassegnazione  sotto
    l'ombrello del marito,  proprietario,  ispettore e geloso  custode  di
    tante eleganze.
    I  tre  salirono al portico col quale la villetta Maironi cavalca,  da
    ponente, la via dell'approdo alla chiesa parrocchiale di Cressogno. Il
    curato e Pasotti fiutavano,  tra un sospiro  di  dolcezza  e  l'altro,
    certo  indistinto  odore caldo che vaporava dal vestibolo aperto della
    villa.
    Ehi, risotto, risotto, sussurr il prete con un lume di cupidigia in
    faccia.
    Pasotti,  naso  fine,  scosse  il  capo  aggrottando  le  ciglia,  con
    manifesto disprezzo di quell'altro naso.
    Risotto no, diss'egli.
    Come,  risotto no?,  esclam il prete, piccato. Risotto s. Risotto
    ai tartufi; non sente?
    Si fermarono ambedue  a  mezzo  il  vestibolo,  fiutando  l'aria  come
    bracchi, rumorosamente.
    Lei,  caro  il  mio  curato,  mi  faccia  il  piacere  di  parlare di
    posciandra,  disse Pasotti dopo una lunga pausa,  alludendo  a  certa
    rozza pietanza paesana di cavoli e salsicce. Tartufi s, risotto no.
    Posciandra,  posciandra, borbott l'altro, un poco offeso. Quanto a
    quello...
    La povera mansueta signora cap che litigavano,  si spavent e si mise
    a cacciar puntate al soffitto coll'indice destro,  per significare che
    lass potevano udire.  Suo marito le  afferr  la  mano  in  aria,  le
    accenn di fiutare e poi le soffi nella bocca spalancata: Risotto!
    Lei esitava,  non avendo udito bene.  Pasotti si strinse nelle spalle.
    Non capisce un accidente,  diss'egli: il tempo cambia;  e sal  la
    scala  seguito  da  sua  moglie.  Il grosso curato volle dare un'altra
    occhiata alla barca di don Franco. Altro che Carabelli!, pens; e fu
    richiamato  subito  dalla  signora  Barborin  che  gli  raccomand  di
    metterlesi vicino a tavola. Aveva tanta soggezione, povera creatura!
    I  fumi  delle casseruole empivano anche la scala di tepide fragranze.
    Risotto no, disse piano l'avanguardia.  Risotto s,  rispose sullo
    stesso  tono la retroguardia.  E cos continuarono,  sempre pi piano,
    risotto s,  risotto no fino a che Pasotti  spinse  l'uscio  della
    sala rossa, abituale soggiorno della padrona di casa.
    Un  brutto  cagnolino  smilzo  trott  abbaiando incontro alla signora
    Barborin che cercava di sorridere mentre Pasotti metteva la sua faccia
    pi ossequiosa e il curato,  entrando ultimo  con  un  faccione  dolce
    dolce, mandava in cuor suo all'inferno la maledetta bestia.
    Friend!  Qua! Friend!, disse placidamente la vecchia marchesa. Cara
    signora, caro Controllore, curato.
    La grossa voce nasale parlava con la stessa flemma, con lo stesso tono
    agli ospiti e al cane.  S'era alzata per la signora Barborin ma  senza
    fare un passo dal canap,  e stava l in piedi, una tozza figura dagli
    occhi spenti e tardi sotto la fronte marmorea e la parrucca  nera  che
    le si arrotondava in due grossi lumaconi sulle tempie.  Il viso doveva
    essere stato bello un tempo e serbava,  nel suo pallore giallastro  di
    marmo antico,  certa maest fredda che non mutava mai, come lo sguardo
    come la voce, per qualsiasi moto dell'animo. Il curatone le fece due o
    tre inchini a scatto, stando alla larga,  ma Pasotti le baci la mano,
    e  la signora Barborin,  sentendosi gelare sotto quello sguardo morto,
    non sapeva come muoversi n che dire.  Un'altra signora si era  alzata
    dal  canap  all'alzarsi della marchesa e stava guardando con sussiego
    la Pasotti,  quel povero mucchietto di roba  vecchia  rinfagottato  di
    roba  nuova.  La  signora  Pasotti e suo marito,  disse la marchesa.
    Donna Eugenia Carabelli.
    Donna Eugenia pieg appena il capo. Sua figlia, donna Carolina,  stava
    in  piedi  presso  la  finestra  discorrendo  con  una  favorita della
    marchesa, nipote del suo fattore.
    La marchesa non stim necessario d'incomodarla per presentarle i nuovi
    venuti e,  fattili sedere,  riprese una pacata conversazione con donna
    Eugenia  sulle loro comuni conoscenze milanesi,  mentre Friend faceva,
    fiutando e starnutendo, il giro dello scialle canforato della Pasotti,
    si strofinava sui polpacci del curato e guardava Pasotti  con  i  suoi
    occhietti umidi e afflitti,  senza toccarlo, come se intendesse che il
    padrone dello scialle indiano,  malgrado la sua  faccia  amabile,  gli
    avrebbe torto il collo volentieri.
    La marchesa Orsola teneva in moto la sua solita grossa voce sonnolenta
    e  la  Carabelli si studiava,  rispondendo,  di rendere amabile la sua
    grossa voce imperiosa,  ma non  sfugg  agli  occhi  penetranti  e  al
    maligno  ingegno di Pasotti che le due vecchie dame dissimulavano,  la
    Maironi pi e la Carabelli meno, un comune malcontento. Ciascuna volta
    che l'uscio si apriva,  gli occhi spenti dell'uno e gli  occhi  foschi
    dell'altra si volgevano l.  Una volta entr il prefetto del Santuario
    della Caravina col piccolo signor Paolo Sala detto el Paolin  e  col
    grosso  signor  Paolo Pozzi detto el Paolon,  compagni indivisibili.
    Un'altra volta entr il marchese Bianchi,  di Oria,  antico  ufficiale
    del regno d'Italia, con la sua figliuola, una nobile figura di vecchio
    cavalleresco  soldato  accanto  a  una  seducente  figura di fanciulla
    briosa.
    S la prima che la seconda volta un'ombra di corruccio pass sul  viso
    della  Carabelli.  Anche  la  figlia di costei girava pronta gli occhi
    all'uscio,  quando si apriva,  ma poi chiacchierava e  rideva  pi  di
    prima.
    E  don  Franco,  marchesa?  Come  sta don Franco?,  disse il maligno
    Pasotti,  con voce melliflua,  porgendo alla marchesa  la  tabacchiera
    aperta.
    Grazie tante,  rispose la marchesa piegandosi un poco e ficcando due
    grosse dita nel tabacco: Franco?  a dirle la verit sono un  poco  in
    angustia.  Stamattina  non  si sentiva bene e adesso non lo vedo.  Non
    vorrei...
    Don Franco?,  disse il marchese.  E' in barca.  L'abbiamo visto  un
    momento fa che remava come un barcaiuolo.
    Donna Eugenia spieg il ventaglio.
    Bravo!,  diss'ella  facendosi  vento  in  fretta e in furia.  E' un
    bellissimo divertimento.
    Chiuse il ventaglio d'un colpo  e  si  mise  a  mordicchiarlo  con  le
    labbra.
    Avr avuto bisogno di prender aria, osserv la marchesa nel suo naso
    imperturbabile.
    Avr  avuto  bisogno  di  prender  acqua,  mormor il prefetto della
    Caravina con gli occhi scintillanti di malizia. Piove!
    Don Franco viene adesso,  signora  marchesa,  disse  la  nipote  del
    fattore dopo aver dato un'occhiata al lago.
    Va  bene,  rispose  il  naso  sonnacchioso.  Spero che stia meglio,
    altrimenti non dir due parole.  Un ragazzo sanissimo  ma  apprensivo.
    Senta, Controllore; e il signor Giacomo? Perch non si vede?
    El  sior  Zacomo,  incominci  Pasotti  canzonando il signor Giacomo
    Puttini,  un vecchio celibatario veneto che dimorava da trent'anni  in
    Albogasio Superiore, presso la villa Pasotti. El sior Zacomo...
    Adagio,  lo  interruppe  la  dama.  Non le permetto di burlarsi dei
    veneti, e poi non  vero che nel Veneto si dica Zacomo.
    Ella era nata a Padova,  e bench abitasse a Brescia  da  quasi  mezzo
    secolo,  il  suo  dire  lombardo  era ancora infetto da certe croniche
    patavinit. Mentre Pasotti protestava, con cerimonioso orrore, di aver
    solamente inteso imitar la  voce  dell'ottimo  suo  vicino  ed  amico,
    l'uscio  si  aperse una terza volta.  Donna Eugenia,  sapendo bene chi
    entrava,  non degn voltarsi a guardare,  ma gli  occhi  spenti  della
    marchesa si posarono con tutta flemma su don Franco.
    Don  Franco,  unico  erede  del nome Maironi,  era figlio di un figlio
    della marchesa, morto a ventott'anni.  Aveva perduto la madre nascendo
    ed  era  sempre  vissuto  nella  potest  della nonna Maironi.  Alto e
    smilzo, portava una zazzera di capelli fulvi, irti,  che l'aveva fatto
    soprannominare  el  scovin  d'i  nivol,  lo  scopanuvoli.  Aveva occhi
    parlanti,  d'un ceruleo  chiarissimo,  una  scarna  faccia  simpatica,
    mobile,  pronta  a colorarsi e a scolorarsi.  Quella faccia accigliata
    diceva ora molto chiaramente: Son qui, ma mi seccate assai.
    Come  stai,  Franco?,  gli  chiese  la  nonna,   e  soggiunse  tosto
    senz'aspettare  risposta:  Guarda  che  donna Carolina desidera udire
    quel pezzo di Kalkbrenner.
    Oh no,  sa,  disse la  signorina  volgendosi  al  giovine  con  aria
    svogliata.  L'ho  detto,  s,  ma  poi  non  mi  piace,  Kalkbrenner.
    Preferisco chiacchierare con le signorine.
    Franco  parve  soddisfatto  dell'accoglienza  ricevuta  e  and  senza
    aspettar  altro  a discorrere col curatone d'un buon quadro antico che
    dovevano vedere insieme nella chiesa di Dasio. Donna Eugenia Carabelli
    fremeva.
    Ell'era venuta con  la  figliuola  da  Loveno  dopo  un'arcana  azione
    diplomatica cui avevano preso parte altre potenze. Se questa visita si
    dovesse  fare  o  no,   se  il  decoro  della  famiglia  Carabelli  lo
    permettesse,  se vi fosse quella probabilit  di  successo  che  donna
    Eugenia  richiedeva,  erano  state  le ultime questioni definite dalla
    diplomazia; perch malgrado la vecchia relazione della mamma Carabelli
    e della nonna Maironi i giovani non s'erano  veduti  che  un  paio  di
    volte  alla  sfuggita  ed  erano  i  loro  involucri di ricchezza e di
    nobilt,  di parentele e  di  amicizie,  che  si  attraevano  come  si
    attraggono  una  goccia  d'acqua  marina  e  una goccia d'acqua dolce,
    bench le creature minuscole che vivono nell'una  e  nell'altra  sieno
    condannate,  se le due gocce si uniscono, a morirne. La marchesa aveva
    vinto il suo punto, apparentemente in grazia dell'et, sostanzialmente
    in grazia dei denari,  era stato accettato che l'intervista seguisse a
    Cressogno,  perch  se  Franco  non aveva di proprio che la magra dote
    della madre,  diciotto o ventimila lire austriache,  la nonna  sedeva,
    con  quella  sua  flemmatica  dignit,  su qualche milione.  Ora donna
    Eugenia, vedendo il contegno del giovine,  fremeva contro la marchesa,
    contro  chi  aveva  esposto  lei  e  la  sua ragazza a una umiliazione
    simile.  Se avesse potuto soffiar  via  d'un  colpo  la  vecchia,  suo
    nipote,  la  casa  tetra e la compagnia uggiosa,  lo avrebbe fatto con
    gioia;  ma conveniva dissimulare,  parer indifferente,  inghiottir  lo
    smacco e il pranzo.
    La marchesa serbava la sua esterna placidit marmorea bench avesse il
    cuore pieno di dispetto e di maltalento contro suo nipote.  Egli aveva
    osato chiederle, due anni prima,  il permesso di sposare una signorina
    della  Valsolda,  civile,  ma  non ricca n nobile.  Il reciso rifiuto
    della nonna aveva reso impossibile il matrimonio e persuasa  la  madre
    della  ragazza  a non pi ricevere in casa don Franco;  ma la marchesa
    tenne per fermo che quella gente non avesse levato l'occhio  da'  suoi
    milioni.  Era quindi venuta nel proposito di dar moglie a Franco assai
    presto per toglierlo dal pericolo;  e aveva cercato una ragazza  ricca
    ma  non  troppo,  nobile  ma  non troppo,  intelligente ma non troppo.
    Trovatane una di questo stampo,  la propose a  Franco  che  si  sdegn
    fieramente e protest di non voler prender moglie. La risposta era ben
    sospetta  ed  ella vigil allora pi che mai sui passi del nipote e di
    quella  madama  Trappola,  poich  chiamava  graziosamente  cos  la
    signorina Luisa Rigey.
    La  famiglia Rigey,  composta di due sole signore,  Luisa e sua madre,
    abitava in Valsolda, a Castello: non era difficile sorvegliarla.  Pure
    la  marchesa non pot venir a capo di nulla.  Ma Pasotti le rifer una
    sera con molta ipocrisia d'esitazioni e d'inorriditi commenti  che  il
    prefetto  della  Caravina,  stando  a  crocchio  nella  farmacia di S.
    Mamette con lui Pasotti, col signor Giacomo Puttini,  col Paolin e col
    Paolon,  aveva  tenuto questo bel discorso: Don Franco fa il morto da
    burla fino a che la vecchia lo far  sul  serio.  Udita  questa  fine
    arguzia,  la  marchesa  rispose nel suo pacifico naso grazie tante e
    cambi  discorso.   Seppe  quindi  che  la   signora   Rigey,   sempre
    infermiccia, si trovava a mal partito per una ipertrofia di cuore e le
    parve  che  l'umore  di Franco se ne risentisse.  Proprio allora le fu
    proposta la Carabelli.  La Carabelli non era forse interamente di  suo
    gusto,  ma di fronte all'altro pericolo non c'era da esitare.  Parl a
    Franco.  Stavolta Franco non si sdegn,  ascolt distratto e disse che
    ci avrebbe pensato.  Fu la sola ipocrisia,  forse,  della sua vita. La
    marchesa  giuoc  audacemente  una  carta  grossa,   fece  venire   la
    Carabelli.
    Ora  lo  vedeva  bene,  il  giuoco  era perduto.  Don Franco non s'era
    trovato  all'arrivo  delle  signore  e  aveva  poi  fatto   una   sola
    apparizione di pochi minuti.  I suoi modi,  durante quei pochi minuti,
    erano stati cortesi, ma la sua faccia no; la sua faccia aveva parlato,
    secondo il solito, talmente chiaro,  che la marchesa,  affibbiandogli,
    come subito fece,  una indisposizione, non pot ingannar nessuno. Per
    la vecchia dama non si persuase d'aver giuocato male. Gi dall'et dei
    primi giudizi in poi,  ella si era messa al punto di non  riconoscersi
    mai   un  solo  difetto  n  un  solo  torto,   di  non  ferirsi  mai,
    volontariamente,  nel suo nobile e prediletto s.  Ora le  piacque  si
    supporre  che  dopo  il suo sermone matrimoniale al nipote,  gli fosse
    pervenuta nel mistero una parolina di miele,  di vischio e di  veleno.
    Se  il  suo  disinganno  aveva qualche lieve conforto era nel contegno
    della signorina Carabelli che  mal  celava  la  vivacit  del  proprio
    risentimento.  ci  non  piaceva  alla  marchesa.  Il  prefetto  della
    Caravina non aveva torto se non  forse  un  poco  nella  forma  quando
    diceva  sottovoce  di  lei:  L'  on' Astria p....  Come la vecchia
    Austria di quel tempo,  la vecchia marchesa non amava nel  suo  impero
    gli  spiriti  vivaci.  La  sua volont di ferro non ne tollerava altre
    vicino a s.  Le era gi di troppo un indocile Lombardo-Veneto come il
    signor Franco,  e la ragazza Carabelli,  che aveva l'aria di sentire e
    volere per conto  proprio,  sarebbe  probabilmente  riuscita  in  casa
    Maironi una suddita incomoda, una torbida Ungheria.
    Si  annunci  il  pranzo.  Nella faccia rasa e nell'abito grigio,  mal
    tagliato,  del domestico si riflettevano le idee aristocratiche  della
    marchesa, temperate di abitudini econome.
    E questo signor Giacomo, Controllore?, disse ella, senza muoversi.
    Temo,  marchesa,  rispose Pasotti. L'ho incontrato stamattina e gli
    ho detto: "Dunque, signor Giacomo, ci vediamo a pranzo?". E' parso che
    gli mettessi una biscia in corpo.  Ha cominciato  a  contorcersi  e  a
    soffiare: "S,  credo, no so, forse, no digo, apff, ecco, propramente,
    Controllore gentilissimo, no so, insomma,  e apff!".  Non ne ho cavato
    altro.
    La  marchesa  chiam  a  s  il  domestico  e  gli  disse qualche cosa
    sottovoce.  Quegli fece un inchino e si ritir.  Il curato di Puria si
    dondolava in su e in gi accarezzandosi le ginocchia nel desiderio del
    risotto;  ma  la  marchesa  pareva  petrificata sul canap e perci si
    petrific anche lui. Gli altri si guardavano, muti.
    La povera signora Barborin, avendo visto il domestico, meravigliata di
    quella immobilit, di quelle facce sbalordite, inarc le sopracciglia,
    interrog con gli occhi ora suo marito, ora il Puria, ora il prefetto,
    sino a che una fulminea occhiata di Pasotti petrific  lei  pure.  "Se
    fosse bruciato il pranzo!", pensava componendosi un viso indifferente.
    "Se ci mandassero a casa!  Che fortuna!". Dopo due minuti il domestico
    ritorn e fece un inchino.
    Andiamo, disse la marchesa, alzandosi.
    La  comitiva  trov  in  sala  da  pranzo  un  personaggio  nuovo,  un
    vecchietto  piccolo,  curvo,  con  due occhietti buoni e un lungo naso
    spiovente sul mento.
    Veramente, signora marchesa, disse costui tutto timido e umile,  io
    avrei gi pranzato.
    Si  accomodi,  signor  Viscontini,  rispose  la  marchesa che sapeva
    praticare  l'arte  insolente  della  sordit  come  tutti  coloro  che
    assolutamente vogliono un mondo secondo il proprio comodo e il proprio
    gusto.
    L'ometto non os replicare, ma neanche osava sedere.
    Coraggio,  signor  Viscontini!,  gli  disse  il  Paolin  che gli era
    vicino. Cosa fa?
    Fa il quattordici di coppe,  mormor il prefetto.  Infatti  l'ottimo
    signor  Viscontini,  accordatore  di pianoforti,  venuto la mattina da
    Lugano per accordare il piano dei signori Zelbi di Cima  e  quello  di
    don Franco,  aveva pranzato al tocco a casa Zelbi, era quindi venuto a
    casa Maironi, e ora gli toccava di sostituire il signor Giacomo perch
    altrimenti i commensali sarebbero stati tredici.
    Un liquido bruno fumava nella zuppiera d'argento.
    Risotto  no,  sussurr  Pasotti  al  Puria  passandogli  dietro.  Il
    faccione dolce non diede segno di avere udito.
    I  pranzi  di  casa Maironi erano sempre lugubri e questo accennava ad
    esserlo anche pi del solito.  Per compenso era pure molto  pi  fino.
    Pasotti  e  il  Puria si guardavano spesso,  mangiando,  per esprimere
    ammirazione  e  quasi  per  congratularsi  a  vicenda  del   godimento
    squisito,  e se mai qualche occhiata di Pasotti sfuggiva al Puria,  la
    signora Barborin,  vicina di quest'ultimo,  lo avvertiva con un timido
    tocco del gomito.
    Le  voci  che  pi  si  udivano  erano  quelle del marchese e di donna
    Eugenia. Il grande naso aristocratico del Bianchi, il suo fine sorriso
    di galante cavaliere si volgevano spesso alla bellezza,  languente  ma
    non ancora spenta, della dama. Milanesi ambedue del miglior sangue, si
    sentivano  uniti  in  una  certa superiorit non solamente rispetto ai
    piccoli borghesi della mensa,  ma rispetto altres ai padroni di casa,
    nobili  provinciali.  Il  marchese  era  l'affabilit stessa e avrebbe
    conversato amabilmente anche col  commensale  pi  modesto;  ma  donna
    Eugenia,  nell'amarezza  dell'animo suo,  nel suo disgusto del luogo e
    delle persone, s'attacc a lui come al solo degno,  marcatamente anche
    per  far  dispetto agli altri.  Ella lo imbarazz dicendogli forte che
    non capiva com'egli potesse essersi innamorato  dell'orrida  Valsolda.
    Il  marchese,  che vi si era ritirato da molti anni a vita quieta e vi
    aveva veduto nascere la sua unica figliuola, donna Ester, rimase sulle
    prime un poco sconcertato da quel discorso  insolente  verso  parecchi
    dei  convitati,  ma poi fece una briosa difesa del paese.  La marchesa
    non mostr turbarsi; il Paolin,  il Paolon e il prefetto,  valsoldesi,
    tacevano con tanto di muso.
    Pasotti  recit  solennemente un ampolloso elogio del Niscioree,  la
    villa Bianchi, presso Oria. Il Bianchi, leale uomo, che in passato non
    aveva avuto troppo a lodarsi del Pasotti,  non parve gradir  l'elogio.
    Egli  invit  la Carabelli al Niscioree.  A piedi no,  tu,  Eugenia,
    disse la  marchesa,  sapendo  che  l'amica  sua  era  tribolata  dallo
    spavento d'ingrassare.  Bisogna vedere com' stretta la strada, dalla
    Ricevitoria al Niscioree!  Tu non ci passi di sicuro.  Donna  Eugenia
    protest con sdegno.
    L'  minga el Cors de Porta Renza,  disse il marchese,  ma l' poeu
    nanca, disgraziatamente, le chemin du Paradis!
    Quell no!  Propi no!  Ghe  l'assicuri  mi!,  esclam  il  Viscontini
    riscaldato,  per disgrazia,  da troppi bicchieri di Ghemme.  Tutti gli
    occhi si volsero a lui e il Paolin gli disse qualche  cosa  sottovoce.
    Se son matto?,  rispose l'ometto acceso in faccia.  Nient del ttt!
    Le dico che ona bolgira compagna non la mi  mai pi toccata  in  vita
    mia. E qui raccont che la mattina,  venendo da Lugano e avendo preso
    un po' di freddo in barca,  era disceso al Niscioree per proseguire il
    viaggio a piedi;  che tra quei due muri,  dove non si potrebbe voltare
    un asino, aveva incontrato le guardie di finanza,  le quali lo avevano
    insultato  perch  non era disceso allo sbarco della Ricevitoria;  che
    l'avevano condotto alla maledetta Ricevitoria;  che portava in mano un
    rotolo di musica manoscritta e che l'animale del Ricevitore, pigliando
    le   crome   e  le  biscrome  per  corrispondenze  politiche  segrete,
    gliel'aveva trattenuto.
    Silenzio profondo.  Dopo qualche momento la marchesa sentenzi che  il
    signor   Viscontini  aveva  torto  marcio.   Non  doveva  sbarcare  al
    Niscioree, ci era proibito.  Quanto al signor Ricevitore egli era una
    persona  rispettabilissima.  Pasotti conferm,  con una faccia severa.
    Ottimo  funzionario,  diss'egli.   Ottima  canaglia,   mormor  il
    prefetto  fra  i  denti.  Franco,  che  sulle  prime  pareva pensare a
    tutt'altro, si scosse e lanci a Pasotti un'occhiata sprezzante.
    Dopo tutto,  soggiunse la marchesa,  trovo che col  pretesto  della
    musica manoscritta si potrebbe benissimo...
    Certo!,  disse il Paolin,  austriacante per paura, mentre la padrona
    di casa lo era per convinzione.
    Il marchese,  che nel 1815 aveva spezzata la spada per non servire gli
    Austriaci, sorrise e disse solo:
    L! C'est un peu fort!.
    Ma se tutti sanno ch' una bestia, quel Ricevitore!, esclam Franco.
    Scusi, don Franco..., fece Pasotti.
    Ma che scusi!, interruppe l'altro. E' un bestione!
    E' un uomo coscienzioso,  disse la marchesa, un impiegato che fa il
    proprio dovere.
    Allora le bestie saranno i suoi padroni!, ribatt Franco.
    Caro Franco,  replic la voce flemmatica,  questi discorsi in  casa
    mia  non  si  fanno.  Grazie  a Dio non siamo mica in Piemonte,  qui.
    Pasotti fece una sghignazzata  d'approvazione.  Allora  Franco,  preso
    furiosamente  il  proprio piatto a due mani lo spezz d'un colpo sulla
    tavola. Jessmaria!, esclam il Viscontini, e il Paolon,  interrotto
    nelle  sue  laboriose operazioni di mangiatore sdentato: Euh!.  S,
    s, disse Franco alzandosi con la faccia stravolta,   meglio che me
    ne  vada!  E  usc  dal salotto.  Subito donna Eugenia si sent male,
    bisogn accompagnarla fuori.  Tutte le signore,  meno la  Pasotti,  le
    andaron  dietro  da  una  parte mentre il domestico entrava dall'altra
    portando un pasticcio di risotto.  Il Puria guard Pasotti con un riso
    trionfante, ma Pasotti finse di non avvedersene. Tutti erano in piedi.
    Il Viscontini,  reo apparente,  continuava a dire: Mi capissi nagott,
    mi capissi nagott, e il Paolin, seccatissimo del pranzo guastato, gli
    brontol: Cossa l'ha mai de cap  L?.  Il  marchese,  molto  scuro,
    taceva.   Finalmente   il  Pasotti,   reo  di  fatto,   presa  un'aria
    d'affettuosa tristezza,  disse  come  tra  s:  Peccato!  Povero  don
    Franco!  Un  cuor  d'oro,  una  buona  testa,  e un temperamento cos!
    Proprio peccato!.
    Ma!,  fece il  Paolin.  E  il  Puria,  tutto  contrito:  Sono  gran
    dispiaceri!.
    Aspetta  e  aspetta,  le  signore  non  ritornavano.  Allora  qualcuno
    cominci a muoversi.  Il Paolin e il Puria si accostarono  lentamente,
    con  le  mani  dietro  la  schiena,  alla  credenza,  contemplarono il
    pasticcio di risotto.  Il Puria chiam dolcemente Pasotti,  ma Pasotti
    non si mosse.  Volevo solo dirle,  fece il curatone, coprendo il suo
    trionfo in modo da lasciarlo e non lasciarlo vedere,  che ci  sono  i
    tartufi bianchi.
    Direi  che  qui  non  mancano  neppure  i  tartufi neri,  osserv il
    marchese pigiando un poco sulle due ultime parole.







    2. Sulla soglia d'un'altra vita.

    Canaglia!,  fremeva don Franco salendo la scala che  conduceva  alla
    sua camera.  Pezzo d'asino d'un austriaco!.  Si vendicava su Pasotti
    di non poter insultar la nonna e le  stesse  consonanti  della  parola
    austriaco  gli  servivano  tanto  bene  per stritolarsi fra i denti la
    propria collera e spremerne,  gustarne il sapore.  Quando fu in camera
    la collera gli svamp.
    Si  gitt  in  una  poltrona,  in  faccia  alla  finestra  spalancata,
    guardando il lago triste nel pomeriggio nebbioso,  e,  al  di  l  del
    lago,  i monti deserti.  Mise un gran respiro.  Ah come stava bene l,
    solo, ah che pace, ah che aria diversa da quella del salotto, che aria
    cara, piena de' suoi pensieri e de' suoi amori!  Aveva un gran bisogno
    di abbandonarsi ad essi ed essi lo ripresero subito,  gli cacciaron di
    mente le Carabelli, il Pasotti, la nonna,  il bestione del Ricevitore.
    Essi?  No,  era  un  pensiero  solo,  un  pensiero fatto di amore e di
    ragione,  di ansia e di gioia,  di tanti dolci ricordi  e  insieme  di
    trepida  aspettazione,  perch qualche cosa di solenne si avvicinava e
    sarebbe giunto nelle ombre della notte. Franco guard l'orologio.
    Erano le quattro meno un quarto. Ancora sette ore. Si alz, si butt a
    braccia conserte sul davanzale della finestra.
    Ancora sette ore e comincerebbe per lui  un'altra  vita.  Fuori  delle
    pochissime   persone   che  dovevano  prender  parte  all'avvenimento,
    nemmanco l'aria sapeva che quella sera stessa,  verso le  undici,  don
    Franco Maironi avrebbe sposato la signorina Luisa Rigey.
    La  signora  Teresa  Rigey,  madre di Luisa,  aveva un tempo lealmente
    pregato Franco di piegare al volere  della  nonna,  di  astenersi  dal
    visitar la sua casa,  di non pensare pi a Luisa,  la quale, dal canto
    suo,  era stata contenta che per la dignit  della  famiglia,  per  il
    decoro  di  sua madre,  si troncassero le relazioni ufficiali,  ma non
    dubitava della fede di Franco n d'essergli  gi  legata  per  sempre.
    Egli studiava ora leggi,  privatamente,  all'insaputa della nonna, per
    dedicarsi a una professione e aver modo di bastare a s. Ma la signora
    Teresa contrasse da tante agitazioni una malattia  di  cuore  che  nel
    1851,  in  fine  d'agosto,  si aggrav subitamente.  Franco le scrisse
    chiedendole almeno il permesso di vederla poich non  poteva  compiere
    il suo dovere d'assisterla.  La signora non credette di consentire e
    il giovine se ne disper, le fece intendere che considerava Luisa come
    sua fidanzata davanti a Dio e che sarebbe morto prima di abbandonarla.
    Allora la  povera  donna,  sentendosi  mancar  la  vita  ogni  giorno,
    accorandosi di veder la sua cara figliuola in uno stato cos incerto e
    considerando  la  ferma  volont  del  giovine,  concep  il desiderio
    intenso che le  nozze,  poich  dovevan  seguire,  seguissero  al  pi
    presto.  Tutto  fu combinato frettolosamente con l'aiuto del curato di
    Castello e del fratello della signora  Rigey,  l'ingegnere  Ribera  di
    Oria,  addetto all'Imperiale R. Ufficio delle Pubbliche Costruzioni in
    Como.   Le  intelligenze  furono  queste.   Le  nozze   si   farebbero
    segretamente;  Franco  resterebbe  presso  la  nonna e Luisa presso la
    madre, sino a che venisse il momento opportuno di confessar tutto alla
    marchesa. Franco sperava nell'appoggio di monsignor Benaglia,  vescovo
    di Lodi, vecchio amico della famiglia, ma occorreva il fatto compiuto.
    Se il cuore della marchesa si indurisse,  com'era probabile, gli sposi
    e la signora Teresa prenderebbero stanza nella  casa  che  l'ingegnere
    Ribera possedeva in Oria. Il Ribera, celibe, manteneva ora del proprio
    la  famiglia  di  sua  sorella;  terrebbe poi anche Franco in luogo di
    figliuolo.

    Fra sette ore, dunque.
    La finestra guardava sulla lista di giardino che fronteggiava la villa
    verso il lago, e sulla riva di approdo.  Nei primi tempi del suo amore
    Franco  stava  l  a  spiar il venire e l'approdare d'una certa barca,
    l'uscirne d'una personcina snella,  leggere come l'aria,  che mai  mai
    non  guardava  su alla finestra.  Ma poi un giorno egli era discesi ad
    incontrarla ed ella aveva aspettato un momento ad uscire per accettare
    l'aiuto, ben inutile, della sua mano. L sotto, nel giardino,  egli le
    aveva  dato  per  la  prima  volta  un  fiore,  un  profumato fiore di
    mandevilia suaveolens.  L sotto si era un'altra volta ferito  con  un
    temperino,  abbastanza seriamente,  tagliando per lei un ramoscello di
    rosaio,  ed ella gli aveva dato col suo turbamento un delizioso  segno
    del suo amore.  Quante gite con lei e altri amici,  prima che la nonna
    sapesse,  alle rive solitarie del monte Bisgnago l in faccia,  quante
    colazioni e merende a quella cantina del Doi! Con quanta dolcezza viva
    nel  cuore  di  sguardi incontrati Franco tornava a casa e si chiudeva
    nella sua stanza a richiamarseli, a esaltarsene nella memoria!  Queste
    prime emozioni dell'amore gli ritornavano adesso in mente,  non ad una
    ad una ma tutte insieme,  dalle acque e dalle  rive  tristi  dove  gli
    occhi  suoi  fisi parevano smarrirsi piuttosto nelle ombre del passato
    che nelle nebbie del presente. Vicino alla mta,  egli pensava i primi
    passi della lunga via,  le vicende inattese, l'aspetto della sospirata
    unione cos diverso nel vero da quel  ch'era  apparso  nei  sogni,  al
    tempo della mandevilia e delle rose,  delle gite sul lago e sui monti.
    Non sospettava certo, allora,  di dovervi arrivare cos,  di nascosto,
    fra tante difficolt,  fra tante angustie. Pure, pensava adesso, se il
    matrimonio si fosse fatto  pubblicamente,  pacificamente,  col  solito
    proemio di cerimonie ufficiali,  di contratti,  di congratulazioni, di
    visite,  di  pranzi,  tanto  tedio  sarebbe  riuscito  pi  ripugnante
    all'amore che questi contrasti.
    Lo  scosse  la  voce  del  prefetto  che  lo chiamava dal giardino per
    annunciargli la partenza delle Carabelli. Franco pens che se scendeva
    avrebbe dovuto fare  delle  scuse  e  prefer  non  lasciarsi  vedere.
    Doveva  romperglielo  sulla  faccia il piatto!,  gli stridette su il
    prefetto tra le mani accostate alle guance. Doveva romperglielo sulla
    faccia!
    Poi se n'and e Franco vide il barcaiuolo delle Carabelli scendere  ad
    apparecchiar la barca. Lasci allora la finestra e seguendo i pensieri
    di  prima,  aperse  il  cassettone,  stette  l  a  contemplare,  come
    distratto,  uno sparato di camicia ricamata,  dove lucevano gi  certi
    bottoncini  di  brillanti  che  suo  padre  aveva  portati  alle nozze
    proprie.  Gli dispiaceva andar all'altare senza un segno di festa,  ma
    questo segno, si capisce bene, non doveva essere facilmente visibile.
    Nel cassettone profumato d'ireos tutto era disposto con la particolare
    eleganza  dell'ordine fatto da uno spirito intelligente,  e nessuno vi
    metteva le mani tranne lui.  Invece le sedie,  lo scrittoio,  il piano
    erano  tanto disordinatamente ingombri che pareva esser passato per le
    due finestre della camera un uragano di libri e di carte. Certi volumi
    di giurisprudenza dormivano sotto un dito di polvere, e non una foglia
    della piccola gardenia  in  vaso,  sul  davanzale  della  finestra  di
    levante,  ne aveva un atomo solo.  Questi eran gi sufficienti indizi,
    l dentro,  del bizzarro governo d'un poeta.  Un'occhiata ai  libri  e
    alle carte ne avrebbe fornite le prove.
    Franco aveva la passione della poesia ed era poeta vero nelle squisite
    delicatezze del cuore; come scrittore di versi non poteva dirsi che un
    buon dilettante senza originalit.  I suoi modelli prediletti erano il
    Foscolo e il Giusti;  li adorava veramente e li saccheggiava entrambi,
    perch l'ingegno suo, entusiasta e satirico a un tempo, non era capace
    di crearsi una forma propria,  aveva bisogno d'imitare. Conviene anche
    dire,   per  giustizia,   che  a  quel  tempo  i  giovani  possedevano
    comunemente  una  cultura  classica  fattasi rara di poi;  e che dagli
    stessi classici venivano  educati  a  onorare  l'imitazione  come  una
    pratica  virtuosa  e lodevole.  Frugando fra le sue carte per cercarvi
    non so cosa, gli vennero alle mani i seguenti versi dedicati a un tale
    di sua conoscenza e nostra conoscenza, che rilesse con piacere e ch'io
    riferisco per saggio del suo stile satirico:

    Falso occhio mobile,
    Mento pelato,
    Lingua di vipera,
    Cor di castrato,

    Brache policrome,
    Bisunto saio,
    Maiuscolissimo
    Cappello a staio.

    Ecco l'immagine
    Del vil Tartufo
    Che l'uman genere
    E il cielo ha stufo.

    Il Giusti e la passione d'imitarlo erano quasi soli in colpa di  tanta
    bile,  perch  davvero  Franco  non  ne aveva nel fegato una cos gran
    dose.  Aveva collere pronte,  impetuose,  fugaci;  non sapeva odiare e
    nemmanco  risentirsi  a lungo contro alcuno.  Un saggio dell'altra sua
    maniera poetica stava sul leggo del  piano,  in  un  foglietto  tutto
    sgorbi e cancellature:

    A Luisa.

    Ove l'areo tuo pensile nido
    Una balza ventosa incoronando
    Ride alla luna ed ai cadenti clivi
    Ch'educan uve a la tua mensa e rose
    Al capo tuo, purpuri ciclami
    A me, sogni e fragranze, o mia Luisa,
    Da l'orror di quest'ombre ti figura
    L'amoroso mio cor. Tacita siedi
    E da l'alto balcon gi non rimiri
    Le bianche plaghe d'occidente, i chiari
    Monti ed il lago vitro, sereno,
    Riscintillante a l'astro; ma quest'una
    Tenebra esplori, l'aura interrogando
    Vocal che va tra i mobili oleandri
    De la terrazza e freme il nome mio.

    Forse  piaceva  a Franco d'improvvisar sul piano con questi suoi versi
    davanti agli occhi.  Appassionato per la musica pi ancora che per  la
    poesia,  se  l'era  comperato  lui,  quel  piano,  per  centocinquanta
    svanziche, dall'organista di Loggio, perch il mediocre piano viennese
    della nonna, intabarrato e rispettato come un gottoso di famiglia, non
    gli poteva servire. Lo strumento dell'organista,  corso e pesto da due
    generazioni  di  zampe incallite sulla marra,  non mandava pi che una
    comica vocina  nasale  sopra  un  tintinnio  sottile  come  d'infiniti
    bicchierini  minuti e fitti.  Ci era quasi indifferente,  per Franco;
    egli  aveva  appena  posato  le  mani  sullo  strumento  che  la   sua
    immaginazione  si accendeva,  l'estro del compositore passava in lui e
    nel calore della passione creatrice gli bastava un fil  di  suono  per
    veder  l'idea  musicale  e  inebbriarsene.  Un  Erard gli avrebbe dato
    soggezione,  gli avrebbe  lasciato  minor  campo  alla  fantasia,  gli
    sarebbe stato men caro, insomma, della sua spinetta.
    Franco  aveva  troppe diverse attitudini e inclinazioni,  troppa foga,
    troppo poca vanit e forse anche troppo poca  energia  di  volere  per
    sobbarcarsi  a  quel  noioso metodico lavoro manuale che si richiede a
    diventar pianisti.  Per il Viscontini era entusiasta del suo modo  di
    suonare;  Luisa,  la sua fidanzata,  non divideva interamente il gusto
    classico di lui ma ne ammirava,  senza fanatismi,  il  tocco;  quando,
    pregato,  egli  faceva  mugghiare  e  gemere classicamente l'organo di
    Cressogno,  il buon popolo,  intontito dalla musica e  dall'onore,  lo
    guardava come avrebbe guardato un predicatore incomprensibile,  con la
    bocca aperta e gli occhi riverenti. Malgrado tutto questo,  Franco non
    avrebbe  potuto cimentarsi,  nei salotti cittadini,  con tanti piccoli
    dilettanti incapaci d'intendere e di amare la musica.  Tutti  o  quasi
    tutti  lo  avrebbero  vinto  di  agilit  e  di precisione,  avrebbero
    ottenuto maggiori applausi,  quand'anche non fosse riescito ad  alcuno
    di far cantare il piano,  come lo faceva cantar lui, sopra tutto negli
    adagi di Bellini e di Beethoven,  suonando  con  l'anima  nella  gola,
    negli  occhi,  nei muscoli del viso,  nei nervi delle mani che facevan
    tutt'uno con le corde del piano.
    Un'altra passione di Franco erano i quadri antichi.  Le  pareti  della
    sua  camera  ne  avevano  parecchi,  la  pi  parte croste.  Scarso di
    esperienza perch non aveva viaggiato,  pronto a pigliar  fuoco  nella
    fantasia,  costretto  ad  accordar  i  desideri  molti con i quattrini
    pochi,  credeva facilmente le  asserite  fortune  di  altri  cercatori
    tapini,  n'era spesso infocato,  accecato e precipitato su certi cenci
    sporchi,  che,  se costavano poco,  valevano meno.  Non  possedeva  di
    passabile  che una testa d'uomo della maniera del Morone e una Madonna
    col Bambino della maniera del Dolci. Egli battezzava, del resto, i due
    quadretti per Morone e Dolci, senz'altro.
    Com'ebbe  rilette  e  rigustate  le  strofe  ispirategli  dal  Tartufo
    Pasotti,  torn  a  frugare  nel  caos  dello  scrittoio  e ne cav un
    foglietto di carta Bath per scrivere a  monsignor  Benaglia,  la  sola
    persona che gli potesse giovare in avvenire presso la nonna. Gli parve
    doverlo  mettere  a  parte  dell'atto  che  stava per compiere,  delle
    ragioni che avevano consigliato la sua fidanzata e lui di  addivenirvi
    in questo modo penoso,  della speranza che avevano d'essere aiutati da
    lui quando venisse il momento d'aprir tutto alla nonna.  Stava  ancora
    pensando  con la penna in mano,  davanti alla carta bianca,  quando la
    barca delle Carabelli pass sotto  la  sua  finestra.  Poco  dopo  ud
    partire  la  gondola  del marchese e la barca del Pin.  Suppose che la
    nonna, rimasta sola, lo facesse chiamare, ma non ne fu nulla.  Passato
    un  po'  di tempo in quest'aspettazione,  si rimise a pensare alla sua
    lettera e ci pens tanto,  rifece l'esordio tante volte  e  procedette
    anche poi tanto adagio,  con tanti pentimenti,  che la lettera non era
    ancora finita quando gli convenne accendere il lume.
    La chiusa gli riusc pi facile.  Egli vi raccomandava la sua Luisa  e
    s  alle  preghiere  del vecchio vescovo e vi esprimeva una fiducia in
    Dio cos candida e piena che avrebbe toccato il cuore pi incredulo.
    Focoso  e  impetuoso  com'era,   Franco  aveva  tuttavia  la  semplice
    tranquilla   fede  d'un  bambino.   Punto  orgoglioso,   alieno  dalle
    meditazioni filosofiche, ignorava la sete di libert intellettuale che
    tormenta i giovani quando la loro ragione ed i loro sensi cominciano a
    trovarsi a disagio nel duro freno di una credenza positiva.  Non aveva
    dubitato  un istante della sua religione,  ne eseguiva scrupolosamente
    le pratiche senza domandarsi mai se fosse ragionevole di credere e  di
    operare  cos.  Non  teneva  per  affatto del mistico n dell'asceta.
    Spirito caldo e poetico,  ma nello  stesso  tempo  chiaro  ed  esatto,
    appassionato  per  la natura e per l'arte,  preso da tutti gli aspetti
    piacevoli della vita, rifuggiva naturalmente dal misticismo. Non s'era
    conquistata la fede e non aveva mai vlti lungamente  a  lei  tutti  i
    suoi  pensieri,  non  aveva  potuto  esserne penetrato in tutti i suoi
    sentimenti.  La religione era per lui come la scienza per uno  scolaro
    diligente  che  ha la scuola in cima de' suoi pensieri e vi  assiduo,
    non trova pace se non ha fatto i suoi compiti,  se non si   preparato
    alle  ripetizioni,  ma  poi quando ha compiuto il proprio dovere,  non
    pensa pi al professore n ai libri, non sente il bisogno di regolarsi
    ancora secondo fini scientifici o programmi  scolastici.  Perci  egli
    pareva  spesso  non seguire altro nella vita che il suo generoso cuore
    ardente, le sue inclinazioni appassionate, le impressioni vivaci,  gli
    impeti della sua natura leale, ferita da ogni vilt, da ogni menzogna,
    intollerante d'ogni contraddizione e incapace di infingersi.
    Aveva  appena  suggellata  la  lettera  quando si buss all'uscio.  La
    signora marchesa faceva dire a don Franco di scendere per il  rosario.
    In casa Maironi si recitava il rosario tutte le sere fra le sette e le
    otto,  e  i  servi  avevan  l'obbligo  di assistervi.  Lo intuonava la
    marchesa, troneggiando sul canap,  girando gli occhi sonnolenti sulle
    schiene  e  sulle  gambe  dei  fedeli  prosternati  per  diritto e per
    traverso,  quale nella luce pi opportuna ad un devoto atteggiamento e
    quale nell'ombra pi propizia ad un sonnellino proibito.  Franco entr
    in sala mentre la voce nasale  diceva  le  soavi  parole  Ave  Maria,
    gratia plena con quella flemma,  con quella untuosit, che sempre gli
    mettevano in corpo una tentazione indiavolata di farsi turco.
    Il giovane and a cacciarsi in un angolo scuro e non aperse mai bocca.
    Gli  era  impossibile  di  rispondere  con  divozione  a  quella  voce
    irritante.   Non  fece  che  immaginare  un  probabile  interrogatorio
    imminente, e masticare risposte sdegnose.
    Finito il rosario,  la marchesa aspett un momento in silenzio  e  poi
    disse le sacramentali parole:
    Carlotta, Friend!
    Carlotta,  la vecchia cameriera,  aveva l'incarico di pigliare, finito
    il rosario, Friend in braccio e di portarlo a dormire.
    E' qui, signora marchesa, disse Carlotta.
    Ma Friend,  se era l,  si  trov  altrove  quando  colei,  chinatasi,
    allung le mani.  Era di buon umore, quella sera, il vecchio Friend, e
    gli piacque di giuocare a non lasciarsi prendere, provocando Carlotta,
    sgusciandole sempre di mano,  scappando sotto  il  piano  o  sotto  il
    tavolino  a guardar con un ironico scodinzolamento la povera donna che
    gli diceva ven, cara, ven,  cara,  con la bocca e brtt moster con
    il cuore.
    Friend!, fece la marchesa. Andiamo! Friend! Da bravo!
    Franco bolliva. Venutogli tra le gambe l'antipatico mostricino infetto
    dell'egoismo e della superbia della sua padrona,  lo scosse da s,  lo
    fece ruzzolare tra le unghie di Carlotta che  gli  diede  per  proprio
    conto  una rabbiosa stretta e se lo port via rispondendo perfidamente
    ai suoi guaiti: Cossa t'han faa,  poer Friend,  cossa t'han faa,  di'
    s!
    La  marchesa  non  disse  parola  n il suo viso marmoreo trad il suo
    cuore. Diede al cameriere l'ordine di dire al prefetto della Caravina,
    se venisse,  e anche a qualsiasi altro,  che la padrona era  andata  a
    letto.  Franco  si  mosse per uscire anche lui dietro ai servi,  ma si
    trattenne  subito  onde  non  aver  l'aria  di  fuggire.  Prese  sulla
    caminiera un numero della I. R. Gazzetta di Milano, sedette presso sua
    nonna e si mise a leggere, aspettando.
    Mi  congratulo tanto,  cominci subito la voce sonnacchiosa,  della
    bella educazione e dei bei sentimenti che ci avete fatto vedere oggi.
    Accetto, rispose Franco senza levar gli occhi dal giornale.
    Bene, caro, replic la nonna imperturbata. E soggiunse:
    Ho piacere che quella signorina vi abbia  conosciuto;  cos,  se  mai
    sapeva  di  qualche  progetto,  sar  ben contenta che non se ne parli
    pi.
    Contenti tutt'e due, disse Franco.
    Voi non sapete niente affatto se  sarete  contento.  Specialmente  se
    avete ancora le idee d'una volta.
    Udito questo, Franco pos il giornale e guard la nonna in faccia.
    Cosa  succederebbe,  diss'egli,  se  avessi  ancora  le  idee d'una
    volta?
    Non parl stavolta in tono di sfida, ma con seriet tranquilla.
    Ecco,  bravo,  rispose la marchesa.  Spieghiamoci chiaro.  Spero  e
    credo bene che un certo caso non succeder mai, ma, se succedesse, non
    state  a  credere  che  alla  mia  morte ci sar qualche cosa per voi,
    perch io ho gi pensato in modo che non ci sar niente.
    Figrati!, fece il giovine, indifferente.
    Questi sono i conti che dovrete fare con me,  prosegu la  marchesa.
    Poi ci sarebbero quelli da fare con Dio.
    Come?,  esclam Franco.  I conti con Dio li far prima che con te e
    non dopo!
    Quando la marchesa era clta in fallo tirava sempre  diritto  nel  suo
    discorso come se niente fosse.
    E grossi, diss'ella.
    Ma prima!, insistette Franco.
    Perch, continu la vecchia formidabile, se si  cristiani si ha il
    dovere  d'obbedire  a  suo padre e a sua madre e io rappresento vostro
    padre e vostra madre.
    Se l'una era tenace, l'altro non l'era meno.
    Ma Dio vien prima!, diss'egli.
    La marchesa suon il campanello e chiuse la discussione cos:
    Adesso siamo intesi.
    Si alz dal canap all'entrar della Carlotta e disse placidamente:
    Buona notte.
    Franco rispose buona notte e riprese la Gazzetta di Milano.
    Appena uscita la nonna, gitt via il foglio, strinse i pugni, si sfog
    senza parole,  con un furibondo sbuffo,  e  salt  in  piedi,  dicendo
    forte:
    Ah,  meglio,  meglio, meglio! Meglio cos, fremeva in s meglio non
    condurla mai, la mia Luisa, in questa maledetta casa, meglio non farle
    soffrir mai questo impero, questa superbia, questa voce,  questo viso,
    meglio viver di pane e d'acqua e aspettar il resto da qualunque lavoro
    cane,  piuttosto  che  dalle  mani della nonna: meglio far l'ortolano,
    maledetto sia, far il barcaiuolo, far il carbonaio!
    Sal nella sua camera,  risoluto di romperla con tutti i riguardi.  I
    conti con Dio?,  esclam sbattendosi l'uscio dietro. I conti con Dio
    se sposo Luisa?  Ah vada tutto,  cosa me ne  importa,  mi  vedano,  mi
    sentano,  mi facciano la spia,  glielo dicano,  glielo contino, gliela
    cantino che mi fanno un piacerone!
    Si vest in fretta e in  furia,  urtando  nelle  seggiole,  aprendo  e
    chiudendo  il  cassettone  a  colpi.  Mise  un abito nero,  per sfida;
    discese le scale rumorosamente, chiam il vecchio domestico, gli disse
    che sarebbe stato fuori tutta la notte, e senza badare alla faccia tra
    sbalordita e sgomenta del pover'uomo,  a lui molto devoto,  si slanci
    in istrada, si perdette nelle tenebre.

    Egli era fuori da due o tre minuti,  quando la marchesa, gi coricata,
    mand Carlotta a vedere chi fosse venuto  gi  correndo  dalle  scale.
    Carlotta rifer ch'era stato don Franco e dovette subito ripartire con
    una seconda missione.  Cosa voleva don Franco?. Stavolta la risposta
    fu che don Franco  era  uscito  per  un  momento.  Questo  momento  fu
    pietosamente  aggiunto  dal  vecchio  servitore.  La marchesa ordin a
    Carlotta di andarsene lasciando  il  lume  acceso.  Ritornate  quando
    suoner, diss'ella.
    Dopo mezz'ora ecco il campanello.
    La cameriera corre dalla padrona.
    E' ancora fuori don Franco?
    S, signora marchesa.
    Spegnete il lume, prendete la calza, mettetevi in anticamera e quando
    sar rientrato venite a dirmelo.
    Ci  detto  la  marchesa si gir sul fianco verso la parete,  voltando
    all'attonita  e  malcontenta  cameriera   l'enigma   bianco,   uguale,
    impenetrabile del suo berretto da notte.








    3. Il gran passo.

    Quella  stessa sera,  alle dieci in punto.  l'ingegnere Ribera batteva
    due colpi discreti alla porta del signor Giacomo Puttini in  Albogasio
    Superiore.  Poco  dopo  si  apriva una finestra sopra il suo capo e vi
    compariva al chiaro di luna  il  vecchio  visetto  imberbe  del  sior
    Zacomo.

    Ingegnere pregiatissimo,  mia riverenza, disse egli. Vien subito la
    servente a verzeghe.
    Non occorre, rispose l'altro. Non salgo.  E' ora di partire.  Venga
    gi Lei addirittura.
    Il signor Giacomo cominci a soffiare e battere le palpebre.
    La  mi  perdoni,   diss'egli  nel  suo  linguaggio  misto  di  tutti
    gl'ingredienti.  La  mi  perdoni,  ingegnere  pregiatissimo.  Gavara
    propramente necessit...
    Di cosa?, fece l'ingegnere seccato. La porta si aperse e comparve la
    gialla faccia grifagna della serva.
    Oh  scior parent!,  diss'ella rispettosamente.  Vantava non so quale
    affinit con la famiglia dell'ingegnere, e lo chiamava sempre cos. A
    sti r ch? L' staa forsi a trov la sciora parenta?
    La sciora parenta era la sorella dell'ingegnere, la signora Rigey.
    L'ingegnere si content di rispondere: Oh Marianna, vi saluto, neh?,
    e sal le scale seguito da Marianna col lume.
    Mia riverenza, cominci il signor Giacomo venendogli incontro con un
    altro  lume.   Capisco  e  riconosco  la  inconvenienza  grande,   ma
    propramente...
    Il visetto raso e roseo del signor Giacomo, posato sopra un cravattone
    bianco  e una piccola smilza personcina chiusa in un soprabitone nero,
    esprimeva nei moti convulsi delle labbra e delle  sopracciglia,  negli
    occhi dolenti, la pi comica inquietudine.
    Cosa c' di nuovo?, chiese l'ingegnere alquanto brusco. Egli, l'uomo
    pi retto e schietto che fosse al mondo,  compativa poco le esitazioni
    del povero timido signor Giacomo.
    La permetta, cominci il Puttini;  e,  voltosi alla serva,  le disse
    aspramente:
    And  via,  vu;  and in cusina;  vegn quando che ve ciamar;  and,
    digo! Obed! Abi rispeto! Comando mi! Son paron mi!
    Era la curiosit della serva,  la sua  noncuranza  impertinente  delle
    istruzioni  superiori  che accendevano nel sior Zacomo questo furore
    dispotico.
    Euh, che diavol d'on omm!,  rispose colei,  alzando rabbiosamente il
    lume  in  aria.  L'ha de vos a quela manera l?  Coss'el dis,  scior
    parent?
    Sentite, fece l'ingegnere.  Invece di menar la lingua,  non fareste
    meglio ad andar fuori dei piedi?
    Marianna se n'and brontolando e il signor Giacomo si fece a informare
    l'ingegnere  pregiatissimo  con  molti ma,  se,  digo,  e propramente,
    degl'intimi suoi pensieri.  Egli  aveva  promesso  di  assistere  come
    testimonio alle nozze segrete di Luisa,  ma ora,  sul punto di andar a
    Castello, gli era venuta una gran paura di compromettersi.
    Era primo deputato  politico,  come  si  chiamava  allora  la  suprema
    autorit comunale.  Se il riveritissimo I.  R. Commissario di Porlezza
    venisse a sapere di questo pasticcio,  come la intenderebbe?  E quella
    signora  marchesa?  Una donna cattiva,  ingegnere pregiatissimo;  una
    donna vendicativa. Ed egli aveva gi tanti  altri  fastidi.  Ghe  xe
    anca quel maledeto toro! Questo toro, soggetto d'una questione fra il
    comune  d'Albogasio  e l'alpador o appaltatore dell'Alpe,  dei pascoli
    alti,  era da due anni un incubo mortale per il povero signor  Giacomo
    che,  quando  parlava delle sue disgrazie,  incominciava sempre con la
    perfida servente e finiva col  toro:  Ghe  xe  anca  quel  maledeto
    toro!.  E  cos dicendo alzava il suo visetto,  i suoi occhi pieni di
    una esecrazione dolorosa,  scoteva le mani su verso il ciglione  della
    montagna  imminente  alla  sua  casa,  verso il domicilio del bestione
    diabolico.  Ma l'ingegnere che mostrava in  quella  sua  bella  faccia
    d'impavido  galantuomo  una  disapprovazione  continua,   un  disgusto
    crescente dell'ometto pusillanime che gli si contorceva davanti,  dopo
    parecchi  oh povero me! che avevano per sottinteso "in che compagnia
    sono!" perdette ogni pazienza,  e inarcando le braccia con i gomiti in
    fuori  e  scotendole come se tenesse le redini di un ronzino poltrone,
    esclam: Ma cosa mai,  ma cosa  mai!  Pare  impossibile!  Questi  son
    discorsi da fatuo,  caro signor Giacomo.  Non avrei mai creduto che un
    uomo, dir cos....
    Qui l'ingegnere, non sapendo veramente come dire, come definire il suo
    interlocutore,  non fece  che  gonfiar  le  gote,  mettendo  un  lungo
    mormorio,  una  specie di rantolo,  come se avesse in bocca un epiteto
    troppo grosso e non potesse sputarlo. Intanto il signor Giacomo, rosso
    rosso, si affannava a protestare: Basta,  basta,  La scusa,  son qua,
    vegno,  no La se scalda,  no go fato che esprimer un dubio;  ingegnere
    pregiatissimo,  Ela conosse el mondo,  mi lo go  conossuto  ma  no  lo
    conosso pi.
    Si  ritir  e ricomparve subito tenendo in mano una tuba mostruosa,  a
    larghe tese,  che aveva visto l'ingresso di Ferdinando  a  Verona  nel
    cos detto anno dell'imperatore, nel 1838.
    Credo  conveniente,  diss'egli,  un  tal  segno  di  rispetto  e di
    compiacenza.
    L'ingegnere, vedendo quel coso, esclam ancora: Cosa mai, cosa mai?.
    Ma l'ometto,  cerimonioso nell'anima,  tenne duro: Il mio dovere,  il
    mio  dovere,  e chiam la Marianna che facesse lume.  Costei,  quando
    vide il padrone con quello spettacoloso segno di compiacenza in  capo,
    incominci  a  far  le meraviglie.  La tasa!,  sbuff il disgraziato
    signor Giacomo. Tas!,  e appena fuori dell'uscio si sfog.  No ghe
    xe ponto de dubio; quela maledetissima servente sar la me morte.
    E perch non la manda via?, chiese l'ingegnere.
    Il  signor  Giacomo  aveva  posto  un  piede  sul  primo scalino della
    viottola che sale a fianco  della  casa  Puttini,  quando  quest'acuta
    interrogazione,  penetrandogli  come  un  pugnale nella coscienza,  lo
    ferm di botto.
    Eh!, rispose sospirando.
    Ah!, fece l'ingegnere.
    Cossa vorla?,  riprese l'altro dopo  una  breve  pausa.  Questo  xe
    quelo.
    Pronunciata  in  via di epilogo,  secondo un vecchio uso veneto,  tale
    disgraziata identit dei due aggettivi indicativi,  il signor  Giacomo
    fece le guance grosse, soffi con vivacit e si decise a rimettersi in
    via.
    Salirono per alcuni minuti,  egli davanti e l'ingegnere dietro, per la
    stradicciuola faticosa,  mal rischiarata da un chiaror di luna perduta
    fra  le  nuvole.  Non si udivano che i passi lenti,  il picchiar delle
    mazze sul ciottolato e i soffi  regolari  del  signor  Giacomo:  apff!
    apff!  A piedi della lunga scalinata di Pianca,  l'ometto si ferm, si
    lev il cappello,  si asciug il sudore con un fazzolettone  bianco  e
    guardando  su  al  gran  noce,  alle  stalle di Pianca,  cui bisognava
    salire, mise un soffio straordinario.
    Corpo de sbrio baco!, diss'egli.
    L'ingegnere gli fece coraggio.  Su,  signor Giacomo!  Per amore della
    Luisina!
    Il  signor  Giacomo  s'incammin  senz'altro e,  guadagnate le stalle,
    oltre le quali la viottola diventa pi umana,  parve  dimenticare  gli
    scalini e gli scrupoli,  la perfida servente e l'I. R. Commissario, la
    marchesa vendicativa e il maledetto toro,  e  si  mise  a  parlar  con
    entusiasmo della signorina Rigey.
    No ghe xe ponto de dubio,  quando go l'onor de trovarme con So nezza,
    con la signorina Luisina,  digo,  me par  giusto,  La  se  figura,  de
    trovarme  ancora ai tempi de la Baretela,  de le Filipuzze,  de le tre
    sorelle Spresi da S.  Piero Incarian e de tante altre de na volta che
    per  so  grazia  me  compativa.  Vado  giusto  de tempo in tempo da la
    signora marchesa,  vedo l qualche volta ste  putele  del  d  d'anc.
    No...  no... no; no gavemo propramente quel contegno che m'intendo mi;
    o che semo durete o che semo spuzzete.  La varda invece  la  signorina
    Luisina come che la sa star con tuti, col zovene e col vecio, col rico
    e col poareto,  co la serva e col piovan. No capisso propramente, come
    la marchesa...
    L'ingegnere l'interruppe.
    La marchesa ha ragione,  diss'egli.  Mia nipote non   nobile,  mia
    nipote  non  ha un soldo;  come si fa a pretendere che la marchesa sia
    contenta?
    Il signor Giacomo si ferm alquanto sconcertato,  e guard l'ingegnere
    battendo i suoi occhi dolenti.
    Ma, diss'egli. Ela no ghe dar miga rason sul serio?
    Io?,  rispose l'ingegnere. Io non approvo mai che si vada contro la
    volont dei genitori o di chi tiene le loro veci.  Ma io,  caro signor
    Giacomo,  sono un uomo antiquato come Lei,  un uomo del tempo di Carlo
    V,  come si dice qui.  Adesso  il  mondo  va  diversamente  e  bisogna
    lasciarlo andare. Dunque io le mie ragioni le ho dette e poi ho detto:
    adesso,  fate vobis;  del resto poi quando avrete deciso, in qualunque
    modo, ditemi quel che occorre fare e son qua.
    E cossa dise la signora Teresina?
    Mia sorella? Mia sorella, poveretta,  dice: se li vedo a posto non mi
    dispiace pi di morire.
    Il  signor  Giacomo soffi forte come sempre quando udiva quest'ultima
    sgradevole parola.
    Ma no semo miga a sti passi?, diss'egli.
    Eh!, fece l'ingegnere, molto serio. Speriamo in Domeneddio.
    Toccavano allora quel gomito della viottola che svoltando dagli ultimi
    campicelli del tenere di Albogasio ai primi del  tenere  di  Castello,
    gira a sinistra sopra un ciglio sporgente, nell'improvviso cospetto di
    un grembo precipitoso del monte, del lago in profondo, dei paeselli di
    Casarico  e  di S.  Mamette,  accovacciati sulla riva come a bere,  di
    Castello seduto poco pi su,  a breve distanza,  e l di  fronte,  del
    nudo fiero picco di Cressogno, tutto scoperto dai valloni di Loggio al
    cielo.  E' un bel posto,  anche di notte,  al chiaro di luna, ma se il
    signor Giacomo  vi  si  ferm  in  attitudine  contemplativa  e  senza
    soffiare, non fu gi perch la scena gli paresse degna dell'attenzione
    di  chicchessia,  figurarsi  di un primo deputato politico,  ma perch
    avendo una considerazione grave da mettere in luce, sentiva il bisogno
    di richiamare tutte le sue forze al cervello, di sospendere ogni altro
    moto, anche quello delle gambe.
    Bela massima, diss'egli. Speremo in Domenedio. Sissignor.  Ma La me
    permeta  de osservar che ai nostri tempi se senta parlar ogni momento
    de grazie ricevute, de conversion, de miracoli, adesso La me diga Ela.
    El mondo no xe pi quelo e me par che Domenedio sia stomeg.  El mondo
    d'adesso  el  xe come la nostra ciesa de Albogasio de sora che sti ani
    Domenedio el ghe vegneva una volta al mese e adesso el  ghe  vien  una
    volta a l'ano.
    Senta,  caro  signor  Giacomo,  osserv  l'ingegnere,  impaziente di
    arrivare a Castello: se si trasporta  la  parrocchia  da  una  chiesa
    all'altra,   Domeneddio  non  c'entra;   del  resto  lasciamo  fare  a
    Domeneddio e camminiamo.
    Ci detto prese un'andatura cos lesta che il  signor  Giacomo,  fatti
    pochi passi, si ferm soffiando come un mantice.
    La  perdona,  diss'egli,  se  obedisso  tanto  quanto  a la natural
    curiosit de l'omo. Se podaria saver la Sua riverita et?
    L'ingegnere  cap  l'antifona  e  fermatosi  un  momento  si  volt  a
    rispondere quasi sottovoce, con ironica mansuetudine trionfante:
    Pi vecchio di Lei.
    E riprese spietatamente la via.
    Sono dell'ottantotto, sa!, gemette il Puttini.
    Ed io dell'ottantacinque!, ribatt l'altro senza fermarsi. Avanti!
    Per  fortuna del Puttini non c'erano pi che pochi passi a fare.  Ecco
    il muraglione che sostiene il sagrato della chiesa di  Castello,  ecco
    la  scaletta  che  mette  all'entrata  del  villaggio.  Ora  bisognava
    svoltare nel sottoportico della canonica,  cacciarsi alla cieca in  un
    buco  nero  dove  l'immaginazione del signor Giacomo gli rappresentava
    tanti iniqui sassi sdrucciolevoli,  tanti maledetti scalini traditori,
    ch'egli  si  piant sui due piedi e,  incrociate le mani sopra il pomo
    della mazza, parl in questi termini:
    Corpo de  sbrio  baco!  No,  ingegnere  pregiatissimo.  No,  no,  no.
    Propramente  mi no posso,  mi resto qua.  Le vegnar ben in ciesa.  La
    ciesa xe qua. Mi speto qua. Corpo de sbrio baco!
    Questo secondo corpo il signor Giacomo se lo mastic privatamente in
    bocca  come  la  chiusa  d'un   monologo   interno   sugli   accessori
    dell'impiccio principale in cui s'era messo.
    Aspetti, fece l'ingegnere.
    Un fil di luce usciva dalla porta della chiesa. L'ingegnere vi entr e
    ne  usc  subito col sagrestano che stava preparando gl'inginocchiatoi
    per gli sposi.  Costui rec in soccorso del Puttini la  lunga  pertica
    col cerino acceso sulla punta, che serve per accender le candele degli
    altari.  Pot  cos,  fermo sull'entrata del sottoportico,  porger via
    via, quanto era lunga la pertica, il suo lumicino davanti ai piedi del
    signor  Giacomo  che,   malissimo  contento  di  questa  illuminazione
    religiosa,  procedeva  brontolando  contro le pietre,  le tenebre,  il
    moccolo sacro e chi lo teneva,  sinch,  abbandonato dal sagrestano  e
    abbrancato dall'ingegnere,  fu tratto, malgrado il suo muto resistere,
    come un luccio alla lenza, sulla soglia di casa Rigey.

    A Castello,  le case che si serrano in fila sul  ciglio  tortuoso  del
    monte  a  godersi  il  sole  e  la veduta del lago in profondo,  tutte
    bianche e  ridenti  verso  l'aperto,  tutte  scure  verso  quell'altra
    disgraziata  fila  di  case che si attrista dietro a loro,  somigliano
    certi fortunati del mondo che di fronte  alla  miseria  troppo  vicina
    prendono un sussiego ostile,  si stringono l'uno all'altro, si aiutano
    a tenerla indietro.  Fra queste gaudenti,  casa Rigey  una delle  pi
    scure  di  fronte  alla  poveraglia delle case villane,  una delle pi
    chiare di fronte al sole.  Dalla porta di strada un andito  stretto  e
    lungo  mette  ad  una loggetta aperta da cui si cala per pochi scalini
    sulla piccola terrazza bianca che,  fra il salotto  di  ricevimento  e
    un'alta muraglia senza finestre,  si affaccia all'orlo del monte, spia
    gi i burroni ond'esce il Soldo,  spia il lago fino ai golfi verdi dei
    Birosni  e  del  Di,  fino  alle distese serene di l da Caprino e da
    Gandria.
    Il signor Rigey,  nato a Milano da  padre  francese  e  professore  di
    lingua  francese  nel  collegio  di  madame  Berra,  perduto il posto,
    perduta gran parte delle lezioni  private  per  la  fama  cresciutagli
    attorno  d'uomo  irreligioso,  aveva comperato la casetta nel 1825 per
    ridurvisi da Milano a vivere in quiete e con poca spesa, aveva sposato
    la sorella dell'ingegnere Ribera ed era morto nel 1844 lasciando a sua
    moglie una figliuola di quindici anni e poche  migliaia  di  svanziche
    oltre la casa.
    Appena l'ingegnere ebbe bussato alla porta, non tanto piano, si ud un
    correr  leggero  nell'andito,  fu  aperto e una voce non sottile,  non
    argentina,  ma inesprimibilmente armoniosa,  sussurr: Che  strepito,
    zio!.  Oh bella!, fece patriarcalmente l'ingegnere, ho da picchiar
    col naso? La nipote gli tur la bocca con una mano,  lo  tir  dentro
    con  l'altra,  fece  un  saluto grazioso al signor Giacomo e chiuse la
    porta; tutto ci in un attimo,  mentre lo stesso signor Giacomo andava
    soffiando:
    Padrona  mia  riveritissima...  me consolo propramente....  Grazie,
    grazie, fece Luisa, passi, La prego, devo dire una parola allo zio.
    L'ometto pass con il suo cappellone in mano,  e la giovane  abbracci
    teneramente il suo vecchio zio,  lo baci, gli pos il viso sul petto,
    tenendogli le braccia al collo.
    Ciao, neh, fece l'ingegnere quasi resistendo a quelle carezze perch
    vi sentiva una gratitudine di cui non avrebbe  sopportate  le  parole.
    S,  l,  basta.  Come  va la mamma?.  Luisa non rispose che con una
    nuova stretta delle sue braccia.  Lo zio era pi che un padre per lei,
    era  la  Provvidenza della casa,  bench nella sua gran bont semplice
    neppur sognasse di aver il menomo  merito  verso  sua  sorella  e  sua
    nipote. Che avrebbero mai fatto senza di lui, povere donne, con quelle
    magre dodici o quindici migliaia di svanziche lasciate da Rigey?  Egli
    godeva,  come  ingegnere  delle  Pubbliche  Costruzioni,  di  un  buon
    stipendio.  Viveva  parcamente  a  Como con una vecchia governante e i
    suoi risparmi passavano a casa Rigey.  Aveva sulle prime apertamente e
    solennemente   disapprovata   la  inclinazione  di  Luisa  per  Franco
    parendogli quello un matrimonio troppo disuguale;  ma poich i giovani
    erano  stati  fermi e sua sorella aveva consentito,  egli tenendosi la
    sua opinione per s, s'era messo ad aiutare in tutto che poteva.
    La mamma?, ripet.
    Sta benino,  stasera,  per la consolazione,  ma ora  agitata  perch
    mezz'ora  fa    venuto Franco e ha raccontato che c' stata una mezza
    scena con la nonna.
    Oh povero  me!,  fece  l'ingegnere,  che  quando  udiva  di  qualche
    sproposito  altrui  soleva commiserarne,  con questa esclamazione,  se
    stesso.
    No, zio; Franco ha ragione.
    Luisa pronunzi  queste  parole  con  fierezza  subitanea.  Ma  si!,
    esclam perch lo zio aveva messo un lungo hm! dubitativo. Ha cento
    ragioni! Ma, soggiunse piano, dice di essere partito di casa in modo
    che la nonna verr molto probabilmente a scoprir tutto.
    Meglio, disse lo zio, incamminandosi verso la terrazza.
    La luna era tramontata, faceva buio. Luisa, sussurr: Mamma  qui.
    La signora Teresa,  tribolata dalla mancanza di respiro,  si era fatta
    trascinare sulla terrazza,  nella  sua  poltrona,  per  avere  un  po'
    d'aria, un po' di sollievo.
    Cosa vi pare,  Piero?,  disse con voce simile nel timbro a quella di
    Luisa,  ma stanca e pi dolce: la voce di un cuor mite cui il mondo  
    amaramente  avverso  e  che  cede.  Cosa  vi pare che tutte le nostre
    prudenze non serviranno a niente?
    Ma no, mamma, questo non si sa ancora, questo non si pu dire!
    Mentre Luisa parlava cos,  Franco che stava nel salotto col curato ne
    usc per abbracciar lo zio.
    Dunque?,   disse   questi   stendendogli   la   mano,   perch   gli
    abbracciamenti non erano di suo gusto. Cosa  successo?
    Franco raccont l'accaduto velando un poco le espressioni della  nonna
    che  potevano  riuscire troppo offensive ai Rigey,  tacendo affatto la
    minaccia  di  non  lasciargli  un  soldo,   accusando  quasi  pi   la
    suscettibilit  propria  che  l'insolenza  della vecchia,  confessando
    finalmente di aver fatto conoscere, di proposito, la sua intenzione di
    star fuori tutta la notte.  Ci non poteva a meno di condurre la nonna
    a   scoprir   tutto   subito,   perch   lo   avrebbe  interrogato  su
    quest'assenza,  ed  egli  non  voleva  mentire,   e  tacere  era  come
    confessare.
    Senti!,  esclam lo zio con l'accento vibrato e con la faccia spanta
    del galantomone  che,  soffocando  in  un  viluppo  di  cautele  e  di
    dissimulazioni,  vi  mena  dentro due gran gomitate,  se ne disbriga e
    respira: Vedo che hai avuto torto d'irritar  la  nonna  perch,  cosa
    mai! Bisogna rispettare i vecchi anche nei loro errori; capisco che le
    conseguenze  saranno  pessime;  ma  son  pi contento cos e sarei pi
    contento ancora se tu avessi gi detto a tua nonna le  cose  chiare  e
    tonde.  Questo segreto,  questo infingersi,  questo nascondersi non mi
    sono mai piaciuti un corno.  Cosa mai!  L'onest'uomo quello che fa  lo
    dice,  alla papale. Tu vuoi ammogliarti contro la volont della nonna.
    Bene, almeno non ingannarla!
    Ma Piero!,  esclam la signora Teresa che,  insieme ad uno  squisito
    sentimento  della  vita come dovrebb'essere,  possedeva un senso acuto
    della vita com' realmente,  e data molto pi  di  suo  fratello  agli
    esercizi  di  piet,   molto  pi  familiare  con  Dio,  riusciva  pi
    facilmente a persuadersi di aver ottenuta da Lui,  per amor di un bene
    sostanziale, qualche concessione di forma.
    Ma Piero!  Voi non riflettete. (La signora Teresa, molto pi giovane
    di suo fratello, gli parlava sempre col voi e ne pigliava il tu).  Se
    la  marchesa  viene  a  conoscere  il  matrimonio in un modo simile e,
    naturalmente,  non vuol saperne di prender Luisa in casa,  cosa  fanno
    questi ragazzi?  Dove vanno?  Qui non c' posto e quand'anche vi fosse
    posto  non    preparato  nulla.  In  casa  vostra  nemmeno.   Bisogna
    riflettere.  Se si voleva tener la cosa segreta per un mese o due, non
    era mica per ingannare; era per aver tempo di disporvi la nonna e,  se
    la nonna non volesse piegarsi, di preparar un paio di stanze a Oria.
    Oh  povero me!,  fece l'ingegnere.  Ci voglion due mesi per questo?
    Non par vero.
    Un soffio prolungato,  nell'ombra,  ricord in quel punto la  presenza
    del  signor  Giacomo che stava in un angolo,  appoggiato al muro,  non
    osando scostarsene per l'oscurit.
    La signora Teresa non l'aveva ancora salutato.
    Oh,  signor Giacomo!,  diss'ella  con  grande  premura.  Scusi.  La
    ringrazio tanto,  sa.  Venga qua.  Ha sentito quel che si diceva? Dica
    anche Lei; cosa Le pare?
    La mia servit, disse il signor Giacomo dal suo angolo. Propramente
    non me movo, perch, con la mia povera vista...
    Luisa!, fece la signora Teresa. Porta fuori un lume. Ma ha sentito,
    signor Giacomo; cosa Le pare? Dica.
    Il signor Giacomo mise nella sua sapienza tre o quattro piccoli  soffi
    frettolosi che significavano: ahi, questo  un imbarazzo
    No  so,  cominci titubante,  no so,  digo adesso,  se trovandome a
    scuro...
    Luisa!, chiam da capo la signora Teresa.
    Eh nossignora,  nossignora.  M'intendo a scuro de tante cosse che  no
    so.  Vogio  dir che ne la mia ignoranza no me posso pronunciar.  Per,
    digo, me par che forse se podaria... adesso,  digo,  mi son qua per el
    servizio Suo e de la rispettabilissima famegia, s ben che no me faria
    maravegia   che  l'Imperial  Regio  Commissario,   ottima  persona  ma
    sustosta... ben, basta,  no discoremo,  mi son qua,  per me pararia,
    digo,  che  se podesse tirar avanti un pocheto e intanto qua el nostro
    nobilissimo  signor  don  Franco  podaria  forse  co  le  bone,   cole
    molesine... Ben ben ben, per mi, come che Le comanda.
    Furono  le  proteste  violente  di  Franco  che  fecero  voltare  cos
    precipitosamente strada al signor Giacomo.  Luisa  le  appoggi  e  la
    signora  Teresa,  che  forse  adesso  avrebbe  pure  inclinato  a  una
    dilazione, non os contraddire.
    Luisa, Franco, diss'ella. Riconducetemi in salotto.
    I due giovani  spinsero  insieme,  seguiti  dallo  zio  e  dal  signor
    Giacomo, la poltrona nel salotto.
    Nel  passar la soglia Luisa si chin,  baci la mamma sui capelli e le
    sussurr: vedrai che tutto andr bene.  Ella credeva  di  trovar  il
    curato in salotto, ma il curato se l'era svignata per la cucina.
    Appena  Franco  e Luisa ebbero accostata la mamma al tavolo dov'era il
    lume,  capit il sagrestano ad avvertire che tutto era pronto.  Allora
    la  signora  Teresa  lo  preg  di  annunciare al curato che gli sposi
    sarebbero andati in chiesa fra mezz'ora.
    Luisa, diss'ella, fissando sua figlia con uno sguardo significante.
    S, mamma,  rispose questa;  e riprese a voce pi alta volgendosi al
    suo fidanzato: Franco, la mamma desidera parlarti.
    Il  signor  Giacomo  cap e usc sulla terrazza.  L'ingegnere non cap
    nulla e sua nipote dovette spiegargli che bisognava lasciar  la  mamma
    sola  con  Franco.  L'uomo  semplice  non ne intendeva bene il perch:
    allora ella gli prese sorridendo un braccio e lo condusse fuori.
    La signora Teresa stese in silenzio la sua bella mano ancora  giovane,
    a Franco, che s'inginocchi per baciarla.
    Povero Franco!, diss'ella dolcemente.
    Lo  fece alzare e sedere vicino a s.  Doveva parlargli,  disse;  e si
    sentiva tanto poca lena!  Ma egli  capirebbe  molto,  anche  da  poche
    parole: Minga vera?
    Cos dicendo la voce fioca ebbe una soavit infinita.
    Sai,  cominci,  questo non avevo pensato a dirtelo, ma mi  venuto
    in mente quando tu raccontavi del piatto che hai rotto  a  tavola.  Ti
    prego  di avere riguardo alla situazione dello zio Piero.  Egli pensa,
    nel suo cuore, come te. Se tu avessi veduto le lettere che mi scriveva
    nel 1848!  Ma  impiegato del Governo.  Vero che si  sente  tranquillo
    nella sua coscienza perch,  occupandosi di strade e di acque,  sa che
    serve il suo paese e non i tedeschi;  ma certi riguardi vuole  e  deve
    averli. Fino a un dato punto bisogna che li abbiate anche voi per amor
    suo.
    I  tedeschi  andranno  via presto,  mamma,  rispose Franco,  ma sta
    tranquilla, sar prudente, vedrai.
    Oh caro,  io non ho pi niente da vedere.  Non ho che a  vedervi  voi
    altri  due  uniti  e benedetti dal Signore.  Quando i tedeschi saranno
    andati via, verrete a dirmelo a Looch.
    Portano il nome di Looch i praticelli ombrati di grandi noci dove  sta
    il piccolo camposanto di Castello.
    Ma  ti  devo  parlare  di un'altra cosa,  prosegu la signora Teresa
    senza lasciar a Franco il tempo di far  proteste.  Egli  le  prese  le
    mani, gliele strinse trattenendo a fatica il pianto.
    Bisogna che ti parli di Luisa, diss'ella. Bisogna che tu la conosca
    bene tua moglie.
    La conosco, mamma! La conosco quanto la conosci tu e pi ancora!
    Egli ardeva e fremeva tutto, cos dicendo, nell'appassionato amore per
    lei ch'era la vita della sua vita, l'anima dell'anima sua.
    Povero Franco!, fece la signora Teresa teneramente, sorridendo. No,
    ascoltami, vi  qualche cosa che non sai e che devi sapere. Aspetta un
    poco.
    Aveva bisogno di una sosta, l'emozione le rendeva il respiro difficile
    e  pi  difficile  il  parlare.  Fece  un  gesto negativo a Franco che
    avrebbe pur voluto adoperarsi, aiutarla in qualche modo. Le bastava un
    po' di riposo e lo prese appoggiando  il  capo  alla  spalliera  della
    poltrona.
    Si rialz presto.  Avrai inteso parlar male,  disse, del povero mio
    marito, a casa tua. Avrai inteso dire ch'era un uomo senza principii e
    che ho avuto un gran torto a sposarlo.  Infatti egli non era religioso
    e  questa fu la ragione per cui esitai molto prima di decidermi.  Sono
    stata consigliata di cedere perch potevo forse influire bene sopra di
    lui che aveva un'anima nobile. E' morto da cristiano, ho tanta fede di
    trovarlo in paradiso se il Signore mi fa questa  grazia  di  prendermi
    con  s;  ma fino all'ultima ora parve che non ottenessi nulla.  Bene,
    temo che la mia Luisa, in fondo, abbia le tendenze del suo pap. Me le
    nasconde,  ma  capisco  che  le  ha.   Te  la  raccomando,   studiala,
    consigliala,  ha un gran talento e un gran cuore,  se io non ho saputo
    far bene con lei, tu fa meglio,  sei un buon cristiano,  guarda che lo
    sia anche lei, proprio di cuore; promettimelo, Franco.
    Egli  lo  promise sorridendo,  come se stimasse vani i timori di lei e
    facesse, per compiacenza, una promessa superflua.
    L'ammalata lo guard, triste.  Credimi,  sai,  soggiunse,  non sono
    fantasie.  Non  posso  morire  in  pace se non la prendi come una cosa
    seria. E poi che il giovane  ebbe  ripetuta  la  sua  promessa  senza
    sorridere, soggiunse:
    Una parola ancora.  Quando parti di qua, vai a Casarico dal professor
    Gilardoni, non  vero?
    Ma, questo era il piano di prima. Dovevo dire alla nonna che andavo a
    dormire da Gilardoni per fare  poi  una  gita  insieme  alla  mattina;
    adesso lo sai come sono venuto via.
    Vacci lo stesso.  Ho piacere che tu ci vada.  E poi ti aspetta, non 
    vero? Dunque ci devi andare.  Povero Gilardoni,  non  pi venuto dopo
    quella pazzia di due anni or sono. Lo sai, non  vero? Luisa te l'avr
    detto?
    S, mamma.
    Questo professor Gilardoni che viveva a Casarico,  da eremita,  si era
    molto romanticamente innamorato,  qualche anno  prima,  della  signora
    Teresa  e  le si era timidamente,  reverentemente proposto per marito,
    ottenendo un tale successo di stupore da togliergli poi il coraggio di
    ricomparirle davanti.
    Povero  uomo!,  riprese  la  signora  Rigey.  Quella    stata  una
    stupidit grande,  ma  un cuor d'oro, un buon amico, tenetevelo caro.
    Il giorno prima che gli venisse quell'accesso di pazzia,  mi ha  fatto
    una  confidenza.  Non  te  la  posso ripetere,  e anzi ti prego di non
    parlargliene se non te ne parla lui;  ma insomma  una cosa che potr,
    in  certi casi,  aver molta importanza per voi altri,  specialmente se
    avrete figli.  Se Gilardoni te ne parla,  pensaci  prima  di  dirlo  a
    Luisa.  Luisa potrebbe prender la cosa non come va presa. Delibera tu,
    consigliati con lo zio Piero e poi  parla  o  non  parla,  secondo  la
    strada che vorrai prendere.
    S, mamma.
    Si picchi all'uscio, sommessamente, e la voce di Luisa disse:
    E' finito?
    Franco guard l'ammalata. Avanti, diss'ella. E' ora di andare?
    Luisa  non  rispose,   cinse  con  un  braccio  il  collo  di  Franco.
    S'inginocchiarono insieme davanti alla mamma,  le piegarono il capo in
    grembo.  Luisa  faceva  ogni sforzo per trattenere il pianto,  sapendo
    bene che bisognava evitare alla mamma ogni emozione troppo  forte,  ma
    le spalle la tradivano.
    No, Luisa, disse la mamma, no, cara, no, e le accarezzava il capo.
    Ti  ringrazio  che sei sempre stata una buona figliuola,  sai;  tanto
    buona; quietati;  son cos contenta;  vedrai che star meglio.  Andate
    dunque;  datemi  un  bacio e poi andate,  non fate aspettare il signor
    curato. Dio ti benedica, Luisa; e anche te, Franco.
    Chiese il suo libro di preghiere,  si accost il lume,  fece aprire le
    finestre  e  l'uscio della terrazza per respirar meglio e mand via la
    fantesca che si preparava a tenerle compagnia. Usciti gli sposi, entr
    l'ingegnere per salutar sua sorella prima di andare in chiesa.
    Ciao, neh, Teresa.
    Addio, Piero. Un altro peso sulle vostre spalle, povero Piero.
    Amen, rispose pacificamente l'ingegnere.
    Rimasta sola,  la signora Rigey stette ascoltando il rumor  dei  passi
    che  si  allontanavano.  Quelli  gravi  di  suo  fratello e del signor
    Giacomo,  la coda della colonna,  non le lasciavano  udire  gli  altri
    ch'ella   avrebbe   voluto   accompagnar  con  l'orecchio  quanto  era
    possibile.
    Un momento ancora e non intese pi nulla.  Ebbe  l'idea  che  Luisa  e
    Franco  si allontanavano insieme nell'avvenire dove a lei non era dato
    seguirli che per pochi mesi o forse per pochi giorni; e che non poteva
    indovinar niente, presentir niente del loro destino. Poveri ragazzi,
    pens. Chi sa cosa avranno passato fra cinque anni,  fra dieci anni!
    Stette ancora in ascolto, ma il silenzio era profondo; non entrava per
    le  finestre  aperte  che  il  fragor lontano lontano della cascata di
    Rescia, di l dal lago. Allora,  supponendo che fossero gi in chiesa,
    prese il suo libro di preghiere e lesse con fervore.
    Si  stanc  presto,  si  sent  una  gran  confusione in testa,  le si
    confusero alla vista anche i caratteri del libro.
    La sua mente si assopiva,  la  volont  era  perduta.  Presentiva  una
    visione di cose non vere e sapeva di non dormire,  comprendeva che non
    era sogno,  ch'era uno stato  prodotto  dal  suo  male.  Vide  aprirsi
    l'uscio  che  metteva  in  cucina  ed  entrare il vecchio Gilardoni di
    Dasio, detto el Carlin de Das, padre del professore, agente di casa
    Maironi per i possessi di Valsolda,  morto  da  venticinque  anni.  La
    figura  entr  e  disse  in  tono naturale: Oh sciora Teresa,  la sta
    ben?.  Ella credette di rispondere: Oh Carlin!  Bene e voi?,  ma in
    fatto non aperse bocca.  Ghe l'hoo ch la lettra,  riprese la figura
    agitando trionfalmente una lettera.  L'hoo portada ch  per  Lee.  E
    pos la lettera sul tavolo.
    La  signora  Teresa  vide  chiaramente  e con un senso di vivo piacere
    questa lettera sudicia e ingiallita dal tempo,  senza busta e  con  la
    traccia di una piccola ostia rossa.  Le parve dire: Grazie, Carlin. E
    adesso andate a Dasio?.  Sciora  no,  rispose  il  Carlin.  Voo  a
    Casarech dal me fioeu.
    L'ammalata  non  vide  pi  il  Carlin,  ma vide ancora la lettera sul
    tavolo.  La vedeva chiaramente eppure non era certa che vi fosse;  nel
    suo cervello inerte durava l'idea vaga di altre allucinazioni passate,
    l'idea della malattia sua nemica, sua padrona violenta. Aveva l'occhio
    vitreo, la respirazione penosa e frequente.
    Un suono di passi affrettati la scosse, la richiam quasi del tutto in
    s.  Quando  Luisa e Franco si precipitarono in camera dalla terrazza,
    non si accorsero,  causa il paralume della lucerna,  che la fisionomia
    della mamma fosse stravolta.
    Inginocchiati  accanto  a  lei,  la  coprirono  di baci,  attribuirono
    all'emozione quel respiro affannoso. A un tratto l'ammalata sollev il
    capo dalla spalliera della poltrona, tese le mani avanti,  guardando e
    indicando qualche cosa.
    La lettera, diss'ella.
    I due giovani si voltarono e non videro niente.
    Che  lettera,   mamma?,   disse  Luisa.   Nello  stesso  punto  not
    l'espressione del viso di sua madre,  diede un'occhiata a  Franco  per
    avvertirlo.  Non era la prima volta,  durante la sua malattia,  che la
    mamma soffriva di allucinazioni.  All'udirsi domandare che  lettera?
    ella cap,  fece oh!, ritir le mani, se ne coperse il viso e pianse
    silenziosamente.
    Confortata dalle carezze de' suoi figli, si ricompose, li baci, stese
    la mano a suo fratello e al signor Giacomo,  che  non  avevano  inteso
    affatto  cosa  fosse  accaduto  e  accenn  a Luisa di andar a pigliar
    qualche cosa.  Si trattava di una torta e di una bottiglia preziosa di
    vino del Niscioree,  regalata con altre parecchie, tempo addietro, dal
    marchese  Bianchi  che  aveva  per  la  signora  Rigey  una  singolare
    venerazione.
    Il  signor Giacomo,  non vedendo l'ora di svignarsela,  incominciava a
    dimenarsi, a soffiare, guardando l'ingegnere.
    Signora Luisina,  diss'egli vedendo uscire  la  novella  sposa.  La
    scusa, son propramente per domandar licenza...
    No, no, lo interruppe con un fil di voce la signora Teresa, aspetti
    un poco.
    Luisa  scomparve  e  Franco scivol pure fuori dalla stanza dietro sua
    moglie.  La signora Teresa parve presa  da  uno  scrupolo,  accenn  a
    richiamarlo.
    Ma cosa mai!, fece l'ingegnere.
    Ma, Piero!
    Ma cosa?
    Le antiche tradizioni austere della sua famiglia,  un sottile senso di
    dignit,  forse anche uno scrupolo  religioso  perch  gli  sposi  non
    avevano   ancora  assistito  alla  messa  della  benedizione  nuziale,
    impedivano  alla  signora  Teresa  di  approvare  che  i  giovani   si
    appartassero  e insieme di spiegarsi.  Le sue reticenze e la bonariet
    patriarcale dello zio diedero agio a Franco di sottrarsi  ai  richiami
    senza rimedio alcuno. La signora Teresa non insistette.
    Per  sempre!,  mormor dopo un momento come parlando fra s.  Uniti
    per sempre!
    Nualtri,  disse l'ingegnere rivolgendosi in dialetto veneto  al  suo
    collega nel celibato,  nualtri, sior Giacomo, de ste buzare no ghe ne
    femo.
    Sempre de bon umor, Ela, ingegnere pregiatissimo,  rispose il signor
    Giacomo  a  cui  la  coscienza  diceva  che aveva fatto delle buzare
    peggiori.
    Gli sposi non ritornavano.
    Signor Giacomo,  riprese  l'ingegnere,  per  questa  notte,  niente
    letto.
    L'infelice si contorse, soffi e batt le palpebre senza rispondere.
    E gli sposi non ritornavano.
    Piero, disse la signora, suonate il campanello.
    Signor Giacomo,  fece l'ingegnere senza scomporsi, dobbiamo suonare
    il campanello?
    L'idea de la signora Teresa pare propramente questa, rispose l'omino
    navigando alla meglio tra il fratello e la sorella.  Per mi no  digo
    gnente.
    Piero!, insistette la signora.
    Ma insomma, riprese suo fratello senza muoversi. Lei, cosa farebbe?
    Lo suonerebbe, questo campanello, o non lo suonerebbe?
    Oh Dio!, gemette il Puttini. La me dispensa.
    Non La dispenso un corno.
    Gli   sposi   non  ritornavano  e  la  mamma,   sempre  pi  inquieta,
    ricominciava:
    Ma suonate, dunque, Piero!
    Il signor Giacomo,  che moriva dalla voglia di andarsene s non  poteva
    andarsene  senza salutar gli sposi,  incoraggiato dall'insistere della
    signora,  fece uno sforzo,  divent rosso rosso e butt fuori  la  sua
    sentenza: Mi sonaria.
    Caro signor Giacomo, disse l'ingegnere, mi stupisco, mi sorprendo e
    mi meraviglio. Chi sa perch, quando era di buon umore e gli capitava
    in  bocca  uno  di  quei sinonimi,  li infilzava tutti e tre.  Per,
    conchiuse, suoniamo.
    E suon molto discretamente.
    Sentite,  Piero,  disse la signora  Teresa.  Ricordatevi  bene  che
    adesso,  quando partite voi, deve partire anche Franco. Ritorner alle
    cinque e mezzo per la messa.
    Oh povero me!,  fece lo zio Piero.  Quante miserie!  Insomma,  sono
    marito  e  moglie,  s o no?  Bene bene bene,  soggiunse,  perch sua
    sorella si inquietava. Fate tutto quello che volete, ecco.
    Invece degli sposi entr la fantesca portando la torta e la  bottiglia
    e  disse  all'ingegnere che la signora Luisina lo pregava di uscire un
    momento sulla terrazza.
    Adesso che viene un po' di grazia di Dio,  mi mandate  fuori,  disse
    l'ingegnere.  Egli scherzava, con la solita serenit di spirito, forse
    non comprendendo bene lo stato grave di sua sorella,  forse per  certa
    sua naturale disposizione pacifica verso tutto che fosse ineluttabile.
    Usc sulla terrazza dove Luisa lo aspettava con Franco.  Senti, zio,
    diss'ella,  mio marito dice che certo la nonna scoprir tutto subito,
    ch'egli  non  potr  pi  stare a Cressogno,  che se la mamma fosse in
    buone condizioni si potrebbe venire da te a Oria,  ma  che  cos,  pur
    troppo,   non    possibile.  Allora  dice  che  si  potrebbe  mettere
    all'ordine una camera qui,  in fretta,  alla  meglio;  lo  studio  del
    povero pap, si diceva noi. Cosa ti pare?
    Hm!,  fece lo zio,  che non accettava facilmente le novit. Mi pare
    una risoluzione molto precipitosa.  Fate una spesa,  mettete  la  casa
    sossopra per una cosa che non pu durare.
    La  sua  idea  fissa  era  quella di aver tutta la famiglia a Oria,  e
    questo ripiego della camera gli faceva ombra.  Temeva che se gli sposi
    si accomodavano a Castello finissero con restarvi.  Luisa si studi di
    persuaderlo che non si poteva fare altrimenti,  che  n  la  spesa  n
    l'incomodo  sarebbero  stati grandi,  che suo marito,  quando avesse a
    uscir di casa,  andrebbe difilato a Lugano e ritornerebbe con i  pochi
    mobili  strettamente necessari.  Lo zio domand se Franco non potrebbe
    invece mettersi a Oria e starvi fino a quando vi potessero scendere la
    mamma e  lei.  Oh,  zio!,  fece  Luisa.  S'ella  avesse  saputo  del
    campanello,  si sarebbe ancor pi meravigliata di una proposta simile.
    Ma il buon uomo  aveva  qualche  volta  di  queste  idee  ingenue  che
    facevano  sorridere  sua  sorella.  Luisa  non  dur  fatica a trovare
    argomenti contro l'esilio  di  Franco  e  ad  adoperarli  con  calore.
    Basta,  fece lo zio non persuaso,  ma placido, allargando le braccia
    in arco,  nell'atto di  un  Dominus  vobiscum  pi  caritatevole,  pi
    disposto a cinger di tenerezza le povere creature umane.  Fiat. Oh, e
    se occorre, soggiunse volgendosi a Franco, come stai a quattrini?
    Franco trasal, s'imbarazz.
    E' il nostro pap, sai, gli disse sua moglie.
    Pap niente affatto,  osserv lo  zio,  sempre  placidamente.  Pap
    niente affatto,  ma quel ch' mio  vostro, ecco; vuol dire dunque che
    vi munir un poco secondo le mie forze.
    E ricevette l'abbraccio commosso de' suoi nipoti senza corrispondervi,
    quasi  seccato  da  una  dimostrazione  superflua,   seccato  che  non
    accogliessero  pi  semplicemente  una cosa tanto semplice e naturale.
    S, s, diss'egli, andiamo a bere ch' meglio.

    Il vino del  Niscioree,  rosso  chiaro  come  un  rubino,  delicato  e
    gagliardo,   bland  e  pacific  le  viscere  dell'impaziente  signor
    Giacomo,  che in quegli anni di odium ben di rado bagnava  le  labbra
    nel vin pretto e beveva cupamente vin Grimelli di acquosa memoria.
    Est, est, non  vero, signor Giacomo?, disse lo zio Piero vedendo il
    Puttini  guardar  devotamente  nel bicchiere che teneva in mano.  Qui
    almeno non c' pericolo di crepare come quel tale: et  propter  nimium
    est dominus meus mortuus est.
    A mi me par de resussitar, rispose il signor Giacomo, adagio adagio,
    quasi sottovoce, guardando sempre nel bicchiere.
    Allora, un brindisi agli sposi!, riprese l'altro, alzandosi. Se non
    lo fa Lei, lo far io:

    Viva l e viva lee
    E nn andm foeura d'i pee.

    Il  signor  Giacomo vuot il bicchiere,  soffi molto e batt molto le
    palpebre in segno dei vari sentimenti che tumultuavano nell'animo  suo
    mentre  l'ultimo  aroma  e l'ultimo sapor del vino gli si perdevano in
    bocca;  offerse la sua servit alla signora Teresa  riveritissima,  la
    sua devozione alla sposina amabilissima,  la sua osservanza allo sposo
    compitissimo;  si  scherm,  menando  le  braccia  e  la  testa,   dai
    ringraziamenti  che  gli  fioccavano  addosso,  e preso il cappellone,
    presa la  mazza,  si  avvi  umilmente,  soffiando  con  un  misto  di
    compiacenza  e  di  rammarico,  dietro  la mole placida dell'ingegnere
    pregiatissimo.
    E tu, Franco?, chiese subito la signora Teresa.
    Vado, rispose Franco.
    Vien qua,  diss'ella.  Vi ho accolto cos male,  poveri  figliuoli,
    quando  siete ritornati dalla chiesa.  Sai,  m'era venuto uno de' miei
    accessi; lo avete ben capito.  Adesso mi sento tanto benino,  tanto in
    pace.  Signore, Vi ringrazio. Mi pare d'avere messa la casa in ordine,
    d'avere spento il fuoco,  d'aver dette un po' di orazioni e di andar a
    dormire, tutta bella contenta; ma non cos presto, sai, caro, non cos
    subito.  Ti lascio la mia Luisa,  caro, ti lascio lo zio Piero; so che
    li amerai tanto, vero? Ricordati anche di me, per.  Ah Signore,  come
    mi rincresce di non vedere i vostri figli!  Quello s. Hai da dar loro
    un bacio per la povera nonna,  tutti i giorni.  E adesso  va',  figlio
    mio; ritorni alle cinque e mezzo, non  vero? S, addio, va'.
    Gli  parlava carezzevole,  come a un bambino che non capisce ancora ed
    egli piangeva di tenerezza silenziosamente,  le baciava e ribaciava le
    mani,  godendo  che  Luisa fosse presente e vedesse;  perch nella sua
    immensa tenerezza per la mamma vi  era  la  immensa  gioia  di  essere
    divenuto un solo con la figlia e come un'avidit di amar tutto che sua
    moglie amava, con la stessa forza.
    Va',  ripeteva  mamma  Teresa,  temendo anche la commozione propria:
    va', va'.
    Egli obbed, finalmente; e usc con Luisa.  Anche stavolta Luisa tard
    molto a ritornare, ma le anime pi sante hanno le loro lievi debolezze
    e  quantunque la fantesca non facesse che andare e venire dalla cucina
    al salotto, la signora Teresa, tocca dalle dimostrazioni d'affetto che
    le aveva prodigate Franco, non le disse mai di suonare il campanello.







    4. La lettera del Carlin.

    Franco discese il monte adagio adagio,  tutto  chiuso  nel  suo  mondo
    interiore  cos  pieno  di  cose,  di  pensieri,  di sentimenti nuovi,
    fermandosi ogni tratto a guardar la strada biancastra e  i  campicelli
    scuri,  a  toccar  le foglie d'una vite o i sassi d'un muricciuolo per
    sentire la realt del mondo  esterno,  persuadersi  che  non  sognava.
    Solamente  a  Casarico,  nella  contrada  dei  Mal'ari,  davanti  alla
    porticina della villetta Gilardoni,  si ricord delle parole oscure di
    mamma  Teresa  circa  la confidenza fattale dal Gilardoni e si domand
    quale potesse mai essere l'arcano che non conveniva rivelare a  Luisa.
    A  dir  il  vero  questo  consiglio  della  mamma non gli era piaciuto
    interamente.  Come  mai,  pens  bussando  all'uscio,   nasconderei
    qualche cosa a mia moglie?
    Il  professore Beniamino Gilardoni,  figlio del Carlin de Das,  era
    stato fatto studiare dal vecchio don Franco Maironi,  dal marito della
    marchesa  Orsola,  uomo  bizzarro,  lunatico,  violento,  ma generoso.
    Quando il Carlin mor,  si vide che  la  generosit  del  Maironi  non
    sarebbe stata necessaria.  Beniamino eredit un discreto gruzzoletto e
    ci fece andare  in  bestia  don  Franco  che  lo  tenne  responsabile
    dell'ipocrisia  paterna,  gli  volt le spalle n volle pi saperne di
    lui nel poco tempo che visse ancora dopo la morte del suo  agente.  Il
    giovane entr nell'insegnamento,  fu professore di latino nel ginnasio
    di Cremona e di filosofia nel liceo di Udine.  Cagionevole di salute e
    timoroso assai del male fisico,  alquanto misantropo,  piant nel 1842
    la cattedra e venne a godersi la modesta eredit paterna in  Valsolda.
    Il  natio  paesello  di  Dasio,  seduto  sotto  le  rocce  dolomitiche
    dell'Arabione,  era troppo alto e troppo incomodo per lui.  Vendette i
    suoi beni di lass,  si comper l'uliveto del Sedorgg sopra Casarico e
    una villetta in Casarico stesso,  sulla riva del lago;  un gingillo di
    villetta  che egli chiamava per la sua forma pi greco a immagine del
    diagramma di Ugo Foscolo.  Dalla contrada dei Mal'ari un andito  breve
    metteva nel cortiletto addossato a un portico minuscolo e aperto verso
    il lago,  fra grandi oleandri,  di fronte a sei miglia d'acqua verde o
    grigia o azzurra,  secondo i  momenti,  fino  al  monte  S.  Salvatore
    inclinato l in fondo,  sotto il peso della sua gobba malinconica,  ai
    sottoposti colli umidi di Carona.  A levante della casina si  stendeva
    un   orto  favolosamente  spazioso  per  quei  paesi  le  cui  pianure
    l'ingegnere Ribera soleva definire  con  questa  citazione  censuaria:
    campo grande,  detto il campone,  tavol sett. Sette tavole son venti o
    ventidue metri quadrati.  Il professore lo coltivava con  l'aiuto  del
    suo servitorello Giuseppe,  detto il Pinella, e d'una bibliotechina di
    trattati francesi.  Si faceva venire di Francia i semi  delle  qualit
    d'ortaggi  pi  celebrate,  che  talvolta  gli spuntavano ignobilmente
    diversi dalla loro fede di battesimo  e  magari  da  qualunque  onesta
    famiglia  battezzata.  Accadeva allora che filosofo e famiglio,  curvi
    sull'aiuola con le  mani  alle  ginocchia,  levassero  gli  occhi  dai
    germogli beffardi per guardarsi in faccia,  il primo sinceramente,  il
    secondo ipocritamente compunto.  In un canto dell'orto  viveva,  nella
    sua stalletta costrutta con tutte le regole dell'arte, una vaccherella
    svizzera  comperata  dopo tre mesi di assidui studi e riuscita magra e
    cagionevole quanto il padrone; al quale,  malgrado la mucca svizzera e
    quattro galline padovane,  capitava spesso di non potersi preparare in
    casa un latte all'ovo. Nel muro di sostegno verso il lago,  battuto al
    piede  dall'onda  piena  della breva,  egli aveva praticati dei fori e
    piantato,  per consiglio di Franco Maironi,  alquante agavi americane,
    alquanti rosai e capperi,  fasciando cos,  come soleva dire,  con una
    elegante forma poetica il sostanzioso contenuto dell'orto. E per amore
    di poesia aveva lasciato incolto un breve angolo dell'orto stesso.  Vi
    era  cresciuto  un  canneto altissimo e a questo canneto il professore
    aveva addossato una specie di belvedere, un alto palco di legno, molto
    rustico  e  primitivo,  dove  nella  buona  stagione  passava  qualche
    gradevole ora leggendo, al fresco della breva, al mormorio del canneto
    e  delle  onde,  i  libri mistici che amava.  Da lontano il colore del
    palco si confondeva con quello del canneto  ed  il  professore  pareva
    seduto in aria col suo libro in mano, come un mago. Teneva nel salotto
    la  bibliotechina  d'orticoltura;  i  libri  mistici,  i  trattati  di
    negromanzia,  di gnosticismo,  gli scritti sulle allucinazioni  e  sui
    sogni  li  teneva in uno studiolo vicino alla camera da letto,  in una
    specie di cabina di nave dove il lago  o  il  cielo  parevano  entrare
    dalla finestra.
    Dopo  la  morte  del  vecchio Maironi il professore aveva ripigliato a
    visitare la famiglia,  ma la marchesa Orsola gli piaceva  poco  e  don
    Alessandro suo figlio,  padre di Franco, meno ancora. Fin con andarci
    una volta l'anno. Quando il giovinetto entr in liceo, il Gilardoni fu
    pregato dalla nonna,  ch il padre era morto da un  pezzo,  di  dargli
    qualche  lezione durante l'autunno.  Maestro e scolaro si somigliavano
    nei facili entusiasmi, nelle collere veementi e fugaci, ed erano caldi
    patrioti ambedue.  Cessato il bisogno delle lezioni si  rividero  come
    amici  bench  il  professore  avesse oltre a vent'anni pi di Franco.
    Questi ammirava l'ingegno del suo allievo; Franco invece stimava assai
    poco la filosofia mezzo cristiana mezzo razionalista del  maestro,  le
    sue tendenze mistiche;  rideva della sua passione per i libri e per le
    teorie d'orticoltura e giardinaggio,  scompagnata da  qualsiasi  senso
    pratico.  Lo  aveva  tuttavia molto caro per la sua bont,  per il suo
    candore, per il suo calor d'animo.  N'era stato il confidente al tempo
    dell'infelice  amore  concepito  dal  Gilardoni  per la signora Teresa
    Rigey e  lo  aveva  poi  ricambiato  con  le  confidenze  proprie.  Il
    Gilardoni  ne  fu molto commosso;  disse a Franco che avendo nel cuore
    quel tale culto gli sarebbe parso di diventar un poco suo padre  anche
    se la signora Teresa non volesse saperne di lui.  Franco non mostr di
    apprezzare questa paternit metafisica;  l'amore per la signora  Rigey
    gli  pareva  un'aberrazione;  ma  insomma si conferm nell'idea che la
    testa del professore non valeva gran cosa e che il cuore era d'oro.
    Buss, dunque,  all'uscio e venne ad aprirgli il professore in persona
    portando  un  lumicino a olio.  Bravo,  diss'egli.  Credevo che non
    venissi pi.
    Il Gilardoni era in veste da camera e pantofole,  aveva in  testa  una
    specie  di  turbante  ed esalava un forte odore di canfora.  Pareva un
    turco,  un Gilardoni  bey;  ma  la  faccia  magra  e  giallognola  che
    sorrideva sotto il turbante nulla aveva di turchesco. Contornata d'una
    barbetta rossastra,  fiorita pomposamente,  nel mezzo, d'un bel nasone
    bitorzoluto e vermiglio,  luceva per due begli  occhi  azzurri,  molto
    giovanili, pieni d'ingenua bont e poesia.
    Appena Franco ebbe chiuso l'uscio dietro di s,  l'amico gli sussurr:
    E' fatto?.  E' fatto,  rispose Franco.  L'altro lo abbracci e  lo
    baci silenziosamente.  Poi lo fece salire nello studiolo.  Gli spieg
    strada facendo che s'era applicato sulla testa delle compresse d'acqua
    sedativa, secundum Raspail, per una minaccia di emicrania. Egli era un
    apostolo di Raspail e aveva convertito anche  Franco,  molto  soggetto
    alle  infiammazioni  di  gola,  dalle  sanguisughe  alla  sigaretta di
    canfora.
    Nello studiolo, nuovo amplesso,  molto stretto e molto lungo.  Tanto,
    tanto, tanto!, esclam Gilardoni sottintendendo un mondo di cose.
    Povero Gilardoni,  gli occhi gli luccicavano. Aveva sperato invano una
    felicit simile a quella dell'amico suo!  Franco intese,  s'imbarazz,
    non seppe dirgli nulla,  e ne segu un silenzio cos significativo che
    il Gilardoni non pot sopportarlo e si mise ad  accendere  un  po'  di
    fuoco  per riscaldare il caff che aveva preparato.  Franco si offerse
    per questa bisogna e il professore accett allegando  il  suo  mal  di
    capo,  si  mise  a  disfare il turbante davanti a una scodella d'acqua
    sedativa.
    Dunque,  diss'egli,  dominando la propria emozione con uno sforzo di
    volont, mi racconti. Franco gli raccont ogni cosa dal pranzo della
    nonna  fino alla cerimonia nuziale nella chiesa di Castello,  eccetto,
    naturalmente,  il colloquio segreto con mamma  Teresa.  Il  professore
    Beniamino,  che intanto si era rimesso il turbante, si fece coraggio a
    mezzo.  E...,  diss'egli sostituendo al nome  amato  una  specie  di
    gemito  sordo,  come  sta?  Udito dell'allucinazione,  esclam: Una
    lettera?  Le pareva di vedere una lettera?  Ma che lettera?.  Questo,
    Franco  non  lo  sapeva.   Uno  stridore  sulla  brace  interruppe  la
    conversazione; il caff bolliva a scroscio e si versava.
    Il Gilardoni somigliava al suo giovane amico pure in questo che gli si
    leggeva il cuore in faccia.  Il giovane amico,  ch'era  del  resto  un
    lettore di facce infinitamente pi sagace e pronto di lui, cap subito
    ch'egli  aveva  pensato  ad  una data lettera e gli chiese,  mentre il
    caff stava posando, se fosse in grado di spiegar quell'allucinazione.
    Il professore si affrett a rispondere di no,  ma tosto pronunciato il
    no  lo  attenu  con parecchi altri no misti a inarticolati brontolii:
    eh no - no gi - non saprei - insomma no. Franco non insistette e ne
    segu un altro silenzio alquanto significativo.  Preso  il  caff  con
    molti   involontari   segni  d'inquietudine,   il  professore  propose
    bruscamente d'andare a  letto.  Franco,  dovendo  ripartire  prima  di
    giorno,  prefer  non  coricarsi ma volle che si coricasse l'amico,  e
    l'amico,  dopo infinite proteste e cerimonie,  dopo aver  esitato  fin
    sulla soglia della porta con la sua scodella d'acqua sedativa in mano,
    fece  di  colpo  un  volta  faccia,  si gitt alle spalle un addio e
    scomparve.
    Rimasto solo, Franco spense il lume e si distese sulla poltrona con la
    buona intenzione di dormire,  cercando il sonno  in  qualche  pensiero
    indifferente,  se gli fosse possibile di fermarvisi. Non erano passati
    cinque  minuti  quando  fu  picchiato   all'uscio   e   subito   entr
    precipitosamente,  senza  lume,  il  professore dicendo: Insomma sono
    qui!. Cosa c'?,  esclam Franco.  Mi rincresce che ho spento. Si
    sent in pari tempo le braccia del buon Beniamino intorno al collo, la
    sua barba, la canfora e la voce sul viso.
    Caro caro caro caro don Franco,  io ho un peso enorme sul cuore,  non
    volevo parlare adesso,  volevo lasciarla  quieto  ma  non  posso,  non
    posso, poss no, poss no, poss no!
    Ma  parli,   si  quieti,  si  quieti!,  disse  Franco  sciogliendosi
    dolcemente da quell'abbraccio.
    Il professore lo lasci e si port le mani alle  tempie  gemendo:  Oh
    che  animale,   che  animale,   che  animale!   Potevo  ben  lasciarla
    tranquillo,  potevo ben aspettare domani!  o  posdomani!  Ma  ormai  
    fatta,  fatta.
    Afferr  le  mani  di  Franco.  Creda,  avevo cominciato a spogliarmi
    quando mi ha preso come una vertigine e l, andiamo,  metti su da capo
    le vesta,  e via,  corri qua come un matto, senza lume! Nella furia ho
    persin rovesciato la scodella dell'acqua sedativa!
    Accendiamo il lume?, chiese Franco.
    No no no! Meglio parlare al buio, meglio parlare al buio! Guardi,  mi
    metto  persino  qui,  io!  And  a  sedere al suo scrittoio fuori del
    chiaror debole ch'entrava dalla  finestra,  e  parl.  Parlava  sempre
    nervoso e disordinato;  figurarsi adesso con l'agitazione che aveva in
    corpo.
    Comincio, neh? Chi sa cosa dir,  caro don Franco!  Tutte chiacchiere
    inutili, queste; ma cosa vuole, l, pazienza. Comincio dunque; di dove
    comincio? Ah Signore, vede che bestia sono che non so nemmeno pi dove
    cominciare? Ah, quell'allucinazione!
    S,  Le  ho  detto  una  bugia  poco  fa,  posso  benissimo sospettare
    l'origine di quell'allucinazione.  Si tratta  d'una  lettera,  proprio
    d'una  lettera  che  io  ho  fatto  vedere  due anni sono alla signora
    Teresa. Una lettera del povero don Franco Suo nonno.
    Bene, adesso cominciamo dal principio.
    Il mio povero pap, negli ultimi giorni della sua vita mi parl di una
    lettera di don Franco che avrei trovato nel cassettone dov'erano tutte
    le carte da conservarsi.  Mi disse di leggerla,  di  custodirla  e  di
    regolarmi,  a suo tempo,  secondo la mia coscienza.  "Per", disse, "
    quasi certo che non vi sar niente da fare." Il povero  pap  viene  a
    mancare, io cerco la lettera nel cassettone, non la trovo. Frugo tutta
    la casa,  non la trovo.  Cosa vuole?  Mi do pace con l'idea che non ci
    sar niente da fare e non ci penso pi. Bestia, vero?  Animale?  Me lo
    dica  pure,  me  lo merito,  me lo son detto tante volte io.  Schiavo,
    andiamo avanti.  Lei sa com' stata regolata  la  successione  di  Suo
    nonno? Sa come sono andati gli affari di casa Sua? Mi perdona, neh, se
    Le parlo di queste cose?
    So che mio nonno mor senza testamento e che non ho niente,  rispose
    Franco. Passiamo, andiamo avanti.
    Era un argomento penoso davvero,  per Franco.  Alla morte del  vecchio
    Maironi  non  s'era  trovato  testamento.  La  vedova  e il figlio don
    Alessandro si erano divisi la sostanza per met,  d'amore e d'accordo.
    Per  riuscire  a questo il figlio aveva fatto alla madre una donazione
    assai grossa dichiarando d'interpretare la  volont  paterna  cui  era
    mancato  il  modo  d'esprimersi.   Il  giovane,  vizioso,  giuocatore,
    prodigo, era gi impigliato, alla morte di suo padre,  nei lacci degli
    usurai.  Nei  sette  anni  che visse ancora si govern per modo da non
    lasciare un soldo al suo unico figlio Franco,  il quale rimase con una
    ventina  di  mila  svanziche,  la  sostanza  di  sua madre,  morta nel
    metterlo alla luce.
    S, s, andiamo avanti, riprese il Gilardoni. Tre anni fa, dico tre
    anni fa,  ricevo una Sua lettera.  Ricordo ch'era il due novembre,  il
    giorno dei morti.  Cose strane,  cose misteriose.  Senta bene. La sera
    vado a letto e faccio un sogno.  Sogno la lettera di Suo  nonno.  Noti
    che  non ci avevo mai pi pensato.  Sogno di cercarla e di trovarla in
    una vecchia cassa che tengo in granaio.  La leggo,  sempre  in  sogno.
    Cosa  dice?  Dice che nella cantina di casa Maironi a Cressogno c' un
    tesoro e che questo tesoro  destinato  a  Lei.  Mi  sveglio  con  una
    emozione  straordinaria,  con la convinzione che si tratta di un sogno
    veridico. Mi alzo e vado a guardare nella cassa. Non trovo niente.  Ma
    due giorni dopo, volendo vendere certi fondi che avevo ancora a Dasio,
    piglio  in  mano  un  vecchio  atto di compera che pap teneva nel suo
    cassettone,  lo sfoglio e me ne casca fuori  una  lettera.  Guardo  la
    sottoscrizione,  vedo,  "nobile Franco Maironi".  La leggo;   quella!
    Ecco, dico, il sogno che...
    Ebbene?, interruppe Franco. Questa lettera, cosa diceva?
    Il professore si alz,  prese uno  zolfino  lungo  mezzo  braccio,  lo
    cacci nella brace del caminetto e accese il lume.
    L'ho qui, diss'egli con un gran sospiro sconsolato. Legga.
    Si cav di tasca e porse a Franco una lettera giallognola,  di piccolo
    formato, senza busta,  con le tracce d'un'ostia rossa.  Le linee nero-
    giallastre  dello  scritto  interno  trasparivano  qua  e  l quasi in
    rilievo.
    Franco la prese, l'accost al lume e lesse ad alta voce:

    Caro Carlin,
    Troverai dentro la presente il mio testamento.
    Ne ho fatto due copie.  Una  presso di me.  L'altra  questa  che  io
    t'incarico  di  pubblicare  se  la prima non viene fuori.  Hai capito?
    Basta,  e quando mi vedrai ti  assolutamente proibito di  rompermi...
    col  darmi  consigli  secondo  il tuo maledetto vizio.  Tu sei la sola
    persona di cui mi fido,  ma del resto io non ho che a comandare  e  tu
    non  hai  che  a  obbedire;  dunque  tutti i rompimenti sono inutili e
    intollerabili. Ciao.

    Il tuo aff. padrone
    Nob. Franco Maironi.
    Cressogno, 22 settembre 1828

    Ecco il testamento, adesso, disse il Gilardoni, lugubre,  porgendo a
    Franco un altro foglietto giallognolo. Ma questo non lo legga ad alta
    voce.
    Il foglietto diceva:

    Io  sottoscritto,  nobile  Franco Maironi,  intendo disporre delle mie
    sostanze, con questo atto d'ultima volont.
    Essendoch donna Orsola Maironi nata marchesa Scremin si  degnata  di
    accettare  insieme  a  molti  altri omaggi anche i miei,  le lascio in
    segno di gratitudine lire di Milano diecimila per una volta tanto e il
    gioiello per lei pi prezioso della casa ossia don Alessandro Maironi,
    debitamente inscritto nei registri della parrocchia  della  Cattedrale
    in Brescia come mio figlio.
    Lascio  al detto mio figlio la porzione legittima che gli spetta della
    mia facolt e tre  parpagliole  al  giorno  in  pi,  in  segno  della
    particolare mia stima.
    Lascio  al  mio  agente di Brescia signor Grisi,  se si trover al mio
    servizio al momento della mia morte, tutto quello che mi ha preso.
    Lascio al mio agente di Valsolda, Carlino Gilardoni,  colla condizione
    come  sopra,  lire  di  Milano  quattro  al  giorno,  sua vita natural
    durante.
    Intendo che sia  celebrata  nella  Cattedrale  di  Brescia  una  messa
    quotidiana  finch  sar in vita donna Orsola Maironi Scremin,  per la
    salute dell'anima sua.  - Di tutta la restante mia sostanza istituisco
    e nomino erede il mio nipotino don Franco Maironi di don Alessandro.

    Fatto, scritto e sottoscritto il 15 aprile 1828.
    Nob. Franco Maironi.

    Franco lesse e restitu la carta come trasognato, senza dir nulla. Era
    commosso  e  sentiva  confusamente  di  doversi  dominare,   di  dover
    reprimere la propria commozione e  raccogliersi,  veder  chiaro  nella
    cosa e in se stesso.
    Ha visto?, fece il professore.
    A questo punto la sovraeccitazione del Gilardoni sali al colmo.
    Perch non parlare prima, eh?, riprese. E' ben qui la storia che un
    perch positivo,  l,  chiaro,  preciso, non c' caso, io non lo posso
    dire! Queste carte mi hanno fatto orrore.  Se si fosse trattato di me,
    di mio padre, di mia madre, avrei lasciato andare un milione piuttosto
    di  domandarlo  con  queste  carte  alla mano.  Adesso sono ancora una
    bestia di dir questo,  metta ch'io non abbia detto,  perch  al  posto
    Suo,  tutt'altro!  Dicevo  al  posto mio,  Signore!  Si sa!  Dunque mi
    pareva, guardi che asino, che la nonna Le volesse un gran bene, che la
    roba  del  nonno  finirebbe  a  ogni  modo  nelle  Sue  mani;   e  con
    quest'idea!...  Passa  un  po'  di tempo,  mi consiglio con la signora
    Teresa,  le mostro lettera e testamento.  Mi  dice  che  avrei  dovuto
    informar  Lei  subito,  appena  fatta  la  scoperta,  ma  che  oramai,
    essendovi di mezzo, in qualche maniera,  sua figlia,  non mi vuol dare
    alcun consiglio.  Del resto, dice... Bene, questo non importa. Capisco
    insomma che il testamento le fa orrore anche a lei. Cosa vuole,  io mi
    metto  in  testa che gi la nonna finir con accettare il matrimonio e
    non parlo.  Stasera Lei mi dice che  la  nonna  minaccia;  si  figuri!
    Adesso  capisce che non ho potuto aspettare,  che non ho potuto tenere
    un momento ancora queste carte; ecco, a Lei, le prenda!
    Franco, assorto nei propri pensieri, non ud che queste ultime parole.
    No, diss'egli,  non le prendo.  Mi conosco.  Se le ho in mano posso
    fare  troppo  presto qualche cosa di troppo grave.  Le tenga Lei,  per
    ora. Il Gilardoni non voleva saperne di tenerle,  e Franco  ebbe  uno
    de' suoi scatti di impazienza.  Niente gl'irritava i nervi, del resto,
    come gli sfoghi sconclusionati della gente di buon cuore e di  cattiva
    testa.  Si riscald perch il Gilardoni resisteva,  gli fece intendere
    che quel volersi sbarazzare a  ogni  costo  delle  carte  era  egoismo
    bell'e buono e che quando si fanno degli spropositi bisogna subirne le
    conseguenze. Le parole furono presso a poco queste; la faccia irritata
    e dura diceva molto peggio.  Il Gilardoni,  rosso rosso, fremeva tutto
    per quell'accusa di egoismo,  ma si contenne;  e fatto  anche  lui  un
    fiero   cipiglio,   ripetendo   bene   bene   bene   bene,   intasc
    frettolosamente  le  carte  e  usc  senz'altro.  Subito  Franco,  per
    soddisfazione  della propria coscienza,  si mise a persuader se stesso
    che il signor Beniamino aveva tutti i torti possibili;  torto  di  non
    avergli  consegnato  le  carte  molto  prima,  torto  di essersi fatto
    pregare adesso per tenerle ancora, torto di essersi offeso.  Sicuro di
    far  la  pace  con  lo  sconclusionato filosofo,  non pens pi a lui,
    spense  il  lume  e,  ritornato  alla  sua  poltrona,  ripiomb  nelle
    riflessioni di prima.
    Adesso cominciava a vederci chiaro. Non poteva servirsi con dignit di
    quel testamento disonorante per la nonna nella forma e nella sostanza,
    nel sospetto che generava, considerata la lettera, di una soppressione
    delittuosa;  poco onorevole anche per suo padre.  No,  mai.  Conveniva
    dire al professore di bruciar tutto. Cos, signora nonna, trionfer di
    te, facendoti grazia della roba e dell'onore senza curarmi di dirtelo!
    Assaporandosi questo proposito,  Franco si sent quasi alzar da terra,
    respir a pieni polmoni, contento di s come un principe, illuminato e
    pacificato   nell'anima   da  un  sentimento  misto  di  generosit  e
    d'orgoglio.  Malgrado tutta la sua fede e le sue  pratiche  cristiane,
    egli  era lontanissimo dal sospettare che un tale sentimento non fosse
    interamente buono e che una magnanimit  meno  conscia  di  se  stessa
    sarebbe stata pi nobile.
    Si lasci cadere sulla spalliera della poltrona,  disposto, meglio che
    prima nol fosse, al riposo,  pensando tranquillamente alle cose lette,
    alle  cose udite,  come uno che per poco non si  lasciato prendere in
    una speculazione rischiosa e ne considera le angustie,  i guai evitati
    per  sempre.  Avveniva  pure in fondo all'anima sua un sommovimento di
    vecchie memorie.  Gli torn a mente la storia  di  un  certo  discorso
    fatto  da  una  vecchia  cameriera sulla ricchezza di casa Maironi che
    sarebbe stata rubata ai poveri. Egli era bambino,  allora,  e la donna
    non s'era fatto riguardo di parlare in presenza sua.  Ma il bambino ne
    aveva riportato una impressione profonda, risvegliatagli pi tardi,  a
    mezza l'adolescenza, da un certo prete che gli avea raccontato in aria
    di segreto,  con solennit e forse non senza intenzione,  come la roba
    Maironi provenisse da una lite vinta,  contro giustizia,  all'Ospitale
    Maggiore di Milano.
    Cos per me, pens Franco, tutto  ritornato al diavolo.
    Gli venne in mente che potesse esser tardi,  riaccese il lume e guard
    l'orologio. Erano le tre e mezzo. Oramai gli sarebbe stato impossibile
    di riposare. Era troppo vicino il momento di ritrovarsi con Luisa,  la
    sua immaginazione era troppo accesa.
    Ancora  un'ora  e  mezzo!  Egli  guardava  l'orologio tutti i momenti;
    questo benedetto tempo non passava mai.  Prese un  libro  e  non  pot
    leggere. Aperse la finestra; l'aria era mite, il silenzio profondo, il
    lago  chiaro  verso  il  San Salvatore,  il cielo stellato.  A Oria si
    vedeva un lume. Il suo destino era forse di vivere col, in casa dello
    zio. Si mise, guardando distrattamente il punto luminoso,  a immaginar
    l'avvenire, fantasmi che sempre mutavano. Verso le quattro e mezzo ud
    un  tocco  di campanello al piano inferiore,  e poco dopo,  il Pinella
    venne ad avvertirlo a nome del padrone,  che,  se voleva far la salita
    del Boglia, era tempo di mettersi in cammino. Il padrone aveva un gran
    dolor di capo e non poteva muoversi, n riceverlo.
    Franco cerc sulla scrivania un pezzo di carta e vi scrisse:
    Parce mihi, domine, quia brixiensis sum.
    Poi  usc,  fu  accompagnato dal Pinella col lume fino al sottoportico
    tenebroso dove mette capo la strada di Castello e scomparve.

    La marchesa Orsola suon il campanello alle sei e mezzo e ordin  alla
    cameriera  di  portare  il solito cioccolatte.  Ne inghiott una buona
    met e poi domand con  tutta  flemma  a  che  ora  don  Franco  fosse
    ritornato.
    Non  ritornato, signora marchesa.
    Le  viscere  della  vecchia dovettero turbarsi un poco,  ma neppure un
    muscolo del suo viso si mosse.  Ella pos le  labbra  sull'orlo  della
    tazza di cioccolatte, guard la cameriera e disse pacatamente:
    Portatemi uno di quei biscottini di ieri.
    Verso  le otto la cameriera ritorn per annunciarle che don Franco era
    venuto e non aveva fatto  che  salire  in  camera,  pigliarvi  il  suo
    passaporto,  ridiscendere  e  incaricare  il cameriere di trovargli un
    barcaiuolo che lo conducesse a Lugano.  La marchesa non fiat,  ma pi
    tardi  mand  ad avvertire il suo confidente Pasotti che lo aspettava.
    Pasotti capit subito e si trattenne con lei una  buona  mezz'ora.  La
    dama voleva assolutamente sapere dove e come suo nipote avesse passata
    la notte.
    Pasotti  aveva  gi raccolte e pot offrire certe voci vaghe intorno a
    una visita notturna di don Franco in casa Rigey;  ma  si  desideravano
    notizie esatte e sicure. Il sagace Tartufo, curioso per natura come un
    bracco  che  va  fiutando tutte le puzze,  ficcando il muso in tutti i
    buchi e strofinandolo a tutti i  calzoni,  promise  di  fornirle  alla
    signora marchesa dentro un paio di giorni,  e se ne and con gli occhi
    scintillanti,  fregandosi le mani nell'aspettazione di  una  piacevole
    caccia.
    5. Il bargnf all'opera.

    La  mattina  seguente,  Pasotti,  preso il caff e latte e meditato il
    piano di caccia fino alle  dieci  e  mezzo,  fece  venire  la  signora
    Barborin,  che dormiva in un'altra camera perch al Controllore,  ella
    lo chiamava umilmente cos,  dava noia il suo russare.  El ga reson,
    diceva  la  povera sorda,  l' on gran malarbetto vizi che goo. Ella
    era pi vecchia di suo marito, lo aveva sposato in seconde nozze,  per
    tenerezza di cuore, portandogli alcuni quattrini cui egli aveva mirato
    da un pezzo e che ora si godeva.  Il Controllore le voleva bene a modo
    suo,  la costringeva a visite,  a gite in  barca,  a  passeggiate  sui
    monti, ch'erano un supplizio per lei, si burlava della sua sordit, la
    mandava  fuori coperta di seta e di piume e in casa la faceva lavorare
    come  una  fantesca.  Malgrado  tutto  ella  riveriva  e  serviva  el
    Controlr come una schiava, con gran timore eppure non senza affetto.
    Quando non lo chiamava el Controlr lo chiamava Pasott. Mai non si
    permise appellativi pi familiari.
    Pasotti  le ordin a gesti,  con una faccia dura da satrapo,  di levar
    dal cassettone una camicia di bucato,  dall'armadio un abito di  mezza
    gala,  da  un  canterano  un  paio  di  stivali;  e quando sua moglie,
    frugando di qua e di  l,  trepidando,  voltandosi  ogni  momento  per
    seguir  gli  occhi  e  i  gesti del padrone,  pigliandosi spesso della
    bestia e spalancando allora la bocca per cercar  di  udire  la  parola
    veduta, ebbe approntato ogni cosa, Pasotti cacci le gambe dal letto e
    disse:
    Togli.
    La signora Barborin gli s'inginocchi davanti e cominci a tirargli su
    le  calze,  mentre  il  Controllore,  allungata la mano al tavolino da
    notte, si pigli la tabacchiera e,  apertala,  continu,  con due dita
    affondate  nel  tabacco,  le  meditazioni di prima.  Intendeva di fare
    alcune visite di esplorazione,  ma in quale ordine?  A  quanto  gliene
    aveva detto il suo mezzadro, pareva che la Marianna del signor Giacomo
    Puttini  e forse il signor Giacomo stesso dovessero saper qualche cosa
    di don Franco;  e qualche cosa certo se ne doveva sapere  a  Castello.
    Mentre la signora Barborin gli allacciava il secondo legaccio, Pasotti
    si  ricord ch'era marted.  Il signor Giacomo andava ogni marted con
    altri amici al mercato di Lugano e pi propriamente alla trattoria del
    Lordo,  con lo scopo di interpolare un bicchiere  settimanale  di  vin
    pretto  al  vin Grimelli quotidiano;  e ritornava spesso a casa in una
    disposizione affettuosa e sincera.  Conveniva dunque andare da lui sul
    tardi,  fra  le  quattro  e  le  cinque.  Pasotti  si  figurava gi di
    tenerselo fra le unghie,  di maneggiarlo a sua  posta.  Alz  le  dita
    dalla tabacchiera con un sorriso maligno,  e scosso gi,  a colpettini
    misurati, il soverchio della presa, se la fiut a suo grande agio,  si
    fece  dar  il  fazzoletto dalla moglie e la ricompens borbottando con
    una faccia benigna,  nel raggomitolar il  fazzoletto:  Povera  donna!
    Povera diavola!
    Infilato  e  abbottonato l'abito dopo mezz'ora di lavoro,  esclam sul
    serio: Corpo, che fatica!,  e and allo specchio.  Sua moglie os di
    allora  svignarsela  alla  sorda,  s,  ma  non  alla  muta,  e  disse
    timidamente:
    Vado, neh?
    Pasotti si volt accigliato,  imperioso,  le accenn col dito di venir
    da lui e le disegn sopra e intorno alla persona, con quattro colpi di
    mimica,  un  cappello e uno scialle.  Ella lo guardava a bocca aperta,
    non capiva; gli punt l'indice al petto, interrogandolo con gli occhi,
    con le sopracciglia  inarcate,  come  se  dubitasse  che  questa  roba
    occorresse  a  lui;  al  che  Pasotti rispose allo stesso modo con tre
    puntate d'indice: tu,  tu,  tu.  Poi,  menando  in  taglio  la  mano
    distesa,  le signific che doveva uscir di casa con lui. Ella ebbe due
    o  tre  sussulti  di  sorpresa  e  di  protesta,   allarg  gli  occhi
    smisuratamente  e  domand  con  quella  voce  che pareva venire dalla
    cantina:
    Dove?
    Il Controllore non rispose che con un'occhiata fulminea  e  un  gesto:
    marche! Non voleva dare altre spiegazioni.
    La signora Barborin si dibatt ancora un poco.
    Non ho ancora fatto colazione, diss'ella. Suo marito la prese per le
    spalle e, tiratala a s, le grid in bocca:
    La farai dopo.
    Solo  ad  Albogasio  Inferiore,  sul sagrato dell'Annunziata,  le fece
    sapere, indicando il luogo con la mazza,  che andavano a Cadate,  alla
    deserta  vecchia  casa  signorile  piantata  nel  lago fra Casarico ed
    Albogasio e detta popolarmente el  Palazz  dove  vivevano  solitari,
    nelle stanzette dell'ultimo piano, il prete don Giuseppe Costabarbieri
    e  la  sua  serva  Maria,  detta  la Maria del Palazz.  Pasotti che li
    conosceva pronti ambedue a tender  gli  orecchi  ma  cauti  assai  nel
    parlare,  desiderava  tastarli  uno  per volta,  senza parere,  e,  se
    trovasse molle,  dare una strizzatina.  Aveva  preso  seco  la  moglie
    perch  gli giovasse in questa delicata bisogna dell'uno per volta;  e
    lei,  povera innocentona,  gli trotterellava dietro a passettini corti
    gi  pei  centoventinove  scalini  che  chiamano  la Calcinera,  senza
    sospetto della perfida parte che avrebbe fatto.
    Il lago era quieto come un olio e don Giuseppe,  un  bel  pretazzuolo,
    piccolo,  grosso,  dai capelli bianchi e dalla faccia vermiglia, dagli
    occhietti lucenti,  se ne stava presso al fico del suo giardino con un
    cappello  di  paglia  nero in capo e un fazzoletto bianco al collo,  a
    pescare  i  cavedini,   certi  cavedinacci  di  libbra,   vecchioni  e
    furbacchioni,  che  si vedevano aggirarsi l sotto per amor de' fichi,
    lenti lenti, curiosi e cauti come il prete e la serva. Costei,  chi sa
    dove fosse.
    Pasotti,  trovata  aperta  la  porta  di  strada,  entr,  chiam  don
    Giuseppe, chiam Maria.  Poich nessuno rispondeva,  piant sua moglie
    sopra  una  seggiola e discese in giardino,  and diritto al fico dove
    don Giuseppe,  al vederlo,  fu preso  da  un  accesso  di  convulsioni
    cerimoniose.  Butt  via  la  canna  da  pescare  e  gli and incontro
    vociferando: Oh Signor, oh Signor! Oh poer a mi! In sto stat ch! Car
    el me scior Controlr! Andem s! Andem s!  Car el me scior Controlr!
    In sto stat ch! Ch'el scsa tant, neh? Ch'el scsa tant!. Ma Pasotti
    non  voleva  saperne  di  andar  su;  voleva a forza restar l.  Don
    Giuseppe si mise a vociare: Maria!  Maria!.  Ecco il faccione  della
    Maria ad un finestrino dell'ultimo piano.
    Don  Giuseppe  le  grid di portar gi una seggiola.  Allora il signor
    Controllore rivel  la  presenza  di  sua  moglie,  onde  il  faccione
    scomparve e don Giuseppe ebbe un altro accesso.
    Com?  Com?  La sciora Barborin? L' ch? Ah Signor! Andem s! E si
    mosse con un impeto di ossequio, ma Pasotti lo ridusse all'obbedienza,
    prima trattenendolo addirittura per le braccia e  poi  protestando  di
    volergli  veder  prendere due o tre di quei mostri di cavedini;  e don
    Giuseppe,  per quanto protestasse alla sua volta: Oh dess!  Se  ciapa
    nient!  Hin  baloss!  Hin caveden!  ga veden!,  dovette gittar l'amo.
    Pasotti finse sulle prime di star attento e poi  gitt  egli  pure  il
    suo.
    Cominci con domandare a don Giuseppe da quanto tempo non fosse andato
    a  Castello.  Udito che vi era stato il giorno prima a salutar l'amico
    curato Introini, il buon Tartufo,  che non poteva soffrire l'Introini,
    si mise a farne il panegirico.  Che perla quel curato di Castello! Che
    cuor d'oro! E a casa Rigey c'era andato, don Giuseppe? No,  la signora
    Teresa stava troppo male.  Altri panegirici, della signora Teresa e di
    Luisa. Che rare creature! Che saggezza, che nobilt, che sentimento! E
    l'affare Maironi? Andava avanti, non  vero? Molto avanti?
    So nient so nient so nient!, fece bruscamente don Giuseppe.
    A quel precipitoso negare, gli occhi di Pasotti brillarono.  Egli fece
    un passo avanti.  Era impossibile che don Giuseppe non sapesse niente,
    diavolo! Era impossibile che non avesse parlato di ci con l'Introini!
    Non lo sapeva l'Introini,  che don Franco aveva passato  la  notte  in
    casa Rigey?
    So nient, ripet don Giuseppe.
    Pasotti  sentenzi  allora che il voler nascondere certe cose note era
    un far pensar male. Diamine!  Don Franco era certamente andato in casa
    Rigey con fini onestissimi e...
    Pcia,  pcia, pcia!, fece sottovoce, frettolosamente, don Giuseppe
    curvandosi tutto sul parapetto,  stringendo la  canna  della  lenza  e
    ficcando  gli  occhi  nell'acqua come se un pesce fosse per abboccare.
    Pcia!
    Pasotti guard anche lui nell'acqua,  seccato,  e disse che non vedeva
    niente.
    El  se  l'  cavada,  el  ptasca,  ma  el gaveva propri su el mson;
    l'avar sent a spongg, fece sospirando e raddrizzandosi don Giuseppe
    che intanto,  avendo sentito egli pure il punger dell'amo,  cercava di
    cavarsela come il pesce.
    L'altro ritorn all'assalto,  ma invano. Don Giuseppe non aveva veduto
    niente,  non aveva udito niente,  non aveva  parlato  di  niente,  non
    sapeva  niente.  Pasotti  tacque  e  il prete non tard molto a metter
    fuori anche lui una punta di timida malizia:
    Bochen propi minga, incoeu, non boccano; gh' come vent in aria.
    Intanto, in casa, il dialogo fra la Maria e la signora Barborin,  dopo
    il  primo  affettuoso scambio di saluti riuscito benissimo,  procedeva
    malissimo. La Maria propose, a gesti,  di scendere in giardino,  ma la
    Pasotti  implor  a  mani  giunte d'esser lasciata sulla sua seggiola.
    Allora la grossa Maria prese un'altra seggiola,  le si  pose  accanto,
    cerc rivolgerle qualche parola, e non arrivando, per quanto vociasse,
    a  farsi intendere,  vi rinunci,  si prese il suo gattone in grembo e
    parl a quello.
    La povera signora Barborin,  rassegnata,  guardava il gatto con i suoi
    grandi occhioni neri, velati di vecchiaia e tristezza. Ecco finalmente
    Pasotti, ecco don Giuseppe che ricomincia a sbuffare:
    Ah Signor! Cara la mia sciora Barborin! Che la scsa tant! Avendo la
    Maria  confessato  al scior Controlr che sua moglie e lei non erano
    riuscite a capirsi,  il padrone le diede,  per ossequio alla  Pasotti,
    del   salamm   e   poich  ella  voleva  pur  difendersi,   la  fece
    prudentemente chetare con un imperioso agitar di mano e un ta  ta  ta
    ta!. Poi le accenn misteriosamente del capo ed ella usc. Pasotti le
    tenne  dietro e le disse che sua moglie,  dovendo recarsi a visitare i
    Rigey e non sapendo,  per  le  voci  che  correvano,  come  regolarsi,
    desiderava  qualche  informazione  dalla  Maria,  perch  la Maria sa
    sempre tutto.
    Quante chiacchiere!,  fece la  Maria,  lusingata.  Io  non  so  mai
    niente.  Sa  da  chi  deve andare la Sua "sciora"?  Dal signor Giacomo
    Puttini. E' il signor Giacomo che le sa tutte.
    Bene!,  pens Pasotti collegando  questo  discorso  con  quello  del
    mezzadro e fiutando una buona traccia. Fece in pari tempo una spallata
    d'incredulit.  Il signor Giacomo sapeva forse le cose che succedevano
    nel mondo della luna,  ma  basta;  altro  non  sapeva  mai!  La  Maria
    insistette,  il  volpone cominci a lavorar di domande,  alla lontana,
    con cautela,  ma trov duro,  cap ch'era fatica gittata e che  doveva
    accontentarsi   di   quell'accenno.   Allora  tacque,   ritorn,   tra
    soddisfatto e  preoccupato,  nella  stanza  dove  don  Giuseppe  stava
    spiegando alla signora Barborin,  con gesti appropriati,  che la Maria
    le avrebbe portato qualche cosa da mangiare. La donna comparve infatti
    con un certo vaso quadrato di vetro,  pieno di ciliege  allo  spirito,
    speciale  e celebrata cura di don Giuseppe che soleva presentarlo agli
    ospiti con solennit,  parlando il suo  particolare  italiano:  Posso
    fare un poco di sporgimento?  Quattro delle mie ciliege? Magara con un
    tocchello di pane? Maria, tajee gi on poo de pan.
    La signora  Barborin  pigli  solamente  il  pane  per  consiglio  del
    mefistofelico  marito  che  pigli  solamente  le  ciliege.  Poi se ne
    andarono insieme ed ella ebbe licenza di ritornare ad Albogasio mentre
    il Controllore prese la via di casa Gilardoni.
    L' on bargnf, el scior Pasotti,  disse la Maria quand'ebbe dato il
    chiavistello all'uscio di strada.
    L' on bargnifn,  minga on bargnf,  esclam don Giuseppe, pensando
    all'amo.  E con quell'appellativo di bargnf che designa il  diavolo
    considerato nella sua astuzia,  le due mansuete creature si sfogarono,
    si ripagarono di tanta roba data malvolentieri,  cerimonie,  sorrisi e
    ciliege.

    Il  professor  Gilardoni  stava  leggendo sul suo belvedere dell'orto,
    quando vide Pasotti che veniva dietro il Pinella,  fra le  rape  e  le
    barbabietole.  Non sentiva simpatia per il Controllore col quale aveva
    scambiato un paio di visite in tutto e che aveva fama di  tedescone.
    Per,  essendo  inclinato  a pensar bene di tutti coloro che conosceva
    poco,  non gli pesava usare anche con lui la cortesia cordiale  ch'era
    solito  usar con tutti.  Gli and incontro col suo berretto di velluto
    in mano,  e dopo una scaramuccia di complimenti in  cui  Pasotti  ebbe
    facilmente la meglio, ritorn insieme a costui sul belvedere.
    Pasotti,   dal   canto  suo,   sentiva  per  il  professore  Gilardoni
    un'antipatia profonda,  non tanto perch lo sapesse  liberale,  quanto
    perch il Gilardoni,  quantunque non andasse a messa come lui,  viveva
    da puritano,  non amava la tavola n la bottiglia  n  il  tabacco  n
    certi discorsi liberi, e non giuocava a tarocchi. Discorrendo una sera
    nell'orto  con  don  Franco  delle solenni scorpacciate e trincate che
    Pasotti e gli amici suoi facevano spesso alle cantine di Bisgnago,  il
    professore  aveva  detta  una  parola  severa  ed  era stato udito dal
    curatone,  uno dei mangiatori,  che passava in barca rasente  i  muri,
    piano piano,  pescando.  Villanaccio!, aveva esclamato, all'udirselo
    riferire,  il Controllore gentilissimo con  una  faccia  da  bargnf
    bilioso;   aveva  poi  fatto  tener  dietro  alla  parola  un  ringhio
    spregiativo e uno sputo.  Ci non gl'imped per adesso di stemperarsi
    in  iscuse  per  aver indebitamente ritardata la sua visita,  come non
    gl'imped di sbirciar subito il volume posato sul tavolino rustico del
    belvedere.  Il Gilardoni not quell'occhiata e siccome si trattava  di
    un  libro  proibito dal Governo,  appena avviata la conversazione,  lo
    prese quasi per istinto e se lo tenne  sulle  ginocchia  in  modo  che
    colui non potesse leggerne il titolo. Questa precauzione turb Pasotti
    che stava magnificando la villetta e l'orto in tutte le loro parti col
    tono appropriato a ciascuna,  le barbabietole con amabile familiarit,
    le agavi con ammirazione grave e accigliata.  Un lampo di  sdegno  gli
    brill negli occhi e si spense subito.
    Fortunato  Lei!,   diss'egli  sospirando.   Se  i  miei  affari  lo
    permettessero, vorrei vivere anch'io in Valsolda.
    E' un paese di pace, fece il professore.
    S,  un paese di pace; e poi adesso, nelle citt,  chi ha servito il
    Governo,  inutile, non si trova bene. La gente non sa distinguere fra
    un  buon impiegato che si occupi solamente del proprio ufficio come ho
    fatto io,  e un poliziotto.  Siamo esposti a certi sospetti,  a  certe
    umiliazioni...
    Il  professore  divent  rosso  e  si pent d'aver levato il libro dal
    tavolino.  Davvero Pasotti,  malgrado le sue smancerie di umilt,  era
    troppo  orgoglioso  per  far  mai la spia,  e sia per questo,  sia per
    qualche buona fibra del suo cuore, mai non la fece. Vi fu dunque nelle
    sue parole un grammo di sincerit,  un grammo d'oro che  bast  a  dar
    loro il suono del buon metallo.  Il Gilardoni ne fu tocco,  offerse al
    suo visitatore un bicchier di birra e si affrett a scendere in  cerca
    di Pinella onde aver un pretesto di lasciar il volume sul tavolino.
    Appena partito il professore,  Pasotti gherm il libro,  gli diede una
    curiosa occhiata, lo rimise a posto e si piant in capo alla scala con
    la tabacchiera aperta in mano, frugando nel tabacco e sorridendo,  tra
    l'ammirazione e la beatitudine,  ai monti, al lago, al cielo. Il libro
    era un Giusti,  stampato  colla  falsa  data  di  Bruxelles,  anzi  di
    Brusselle  e  con  il  titolo  Poesie  italiane tratte da una stampa a
    penna.  In un angolo del frontespizio si leggeva scritto per isghembo:
    Mariano
    Fornic. Non occorreva l'acume di Pasotti per indovinar subito in quel
    nome eteroclito l'anagramma di Franco Maironi.
    Che  bellezza!  Che  paradiso!,  diss'egli  a  mezza  voce mentre il
    professore saliva la scala seguito dal Pinella con la birra.
    Confess poi, tra un sorso e l'altro, che la sua visita era un pochino
    interessata.  Si disse innamorato della muraglia fiorita che sosteneva
    l'orto  Gilardoni  a  fronte  del  lago,  e  desideroso di imitarla ad
    Albogasio Superiore dove, se il lago mancava, i muri nudi eran troppi.
    Come s'era procurato il professore quelle agavi, quei capperi,  quelle
    rose?
    Ma!, rispose candidamente il professore. Me li ha donati Maironi.
    Don Franco?, esclam Pasotti. Benissimo. Allora, siccome don Franco
    ha molta bont per me, mi rivolger a lui.
    E trasse la tabacchiera. Povero don Franco!, diss'egli, guardando il
    tabacco e palpandolo con la tenerezza di un bargnf commosso.  Povero
    figliuolo! Qualche volta si riscalda ma  un gran buon figliuolo! Gran
    bel cuore! Povero figliuolo! Lei lo vede spesso?
    S, abbastanza.
    Almeno potesse riuscire nei suoi desideri, povero figliuolo!  Lo dico
    per lui e anche per lei! Non sar mica una cosa sfumata?
    Pasotti  disse questa interrogazione da grande artista,  con interesse
    affettuoso  ma  discreto,   senza  esprimere  pi  curiosit  che  non
    convenisse,  volendo  ungere  e  ammollire un poco il cuore chiuso del
    Gilardoni onde si aprisse,  poco a  poco,  da  s.  Ma  il  cuore  del
    Gilardoni,  invece di aprirsi a quel tocco delicato,  si contrasse, si
    rinchiuse.
    Non lo so, rispose il professore sentendosi, con dispetto,  diventar
    rosso;  e  divent  scarlatto.  Pasotti  not  subito nel suo taccuino
    mentale  la  risposta  imbarazzata  e  il  colore.   Farebbe   male,
    diss'egli,  ad  abbandonare  la  partita.  La marchesa si capisce che
    abbia delle difficolt,  ma poi  buona,  gli vuole un gran  bene.  Ha
    preso una paura, l'altra notte, povera donna!
    Guard  il  professore che taceva inquieto,  accigliato,  e pens: non
    parli? allora sai. Capisce!, riprese.  Non dire dove si va!  Non Le
    pare?
    Ma io non so niente,  io non capisco niente!,  esclam il Gilardoni,
    sempre pi accigliato, sempre pi inquieto.
    Qui Pasotti sapendo che il professore aveva cessato da lungo tempo  di
    visitare le Rigey e ignorandone la cagione, arrischi un passo avanti,
    da bargnf novizio.
    Bisognerebbe  domandarne  a  Castello,   diss'egli  con  un  sorriso
    malignetto.
    A questo punto il Gilardoni, che gi bolliva, trabocc.
    Mi faccia il  piacere,  diss'egli  impetuosamente,  lasciamo  stare
    questo discorso, lasciamo stare questo discorso!
    Pasotti si rabbui.  Cerimonioso,  adulatore, sdolcinato, non era per
    mai disposto,  nell'orgoglio suo,  a prendersi pacificamente in faccia
    una parola spiacevole,  e s'impermaliva d'ogni ombra. Non parl pi, e
    passato un paio di minuti prese congedo con  dignitosa  freddezza,  si
    ritir masticando rabbia attraverso le barbabietole e le rape.  Quando
    si trov da capo nella contrada dei  Mal'ari,  il  bargnf  stette  un
    pezzetto  a  pensare col mento in mano,  poi si avvi verso la riva di
    Casarico, a passi lenti,  molto curvo,  ma con gli occhi brillanti del
    barbone che ha fiutato in aria l'indirizzo recondito di un tartufo. Le
    spaventate  difese  di  don Giuseppe,  le difese ostinate della Maria,
    l'imbarazzo e lo scatto del professore gli  dicevano  che  il  tartufo
    c'era  e  grosso.  Gli  era  venuta  l'idea  di  andare  a Loggio dove
    abitavano il Paolin e il  Paolon,  gente  bene  informata;  poi  aveva
    pensato ch'era marted e che probabilmente non li avrebbe trovati. No,
    era  meglio  salir  direttamente  da  Casarico  a Castello,  fiutare e
    frugare nell'abitazione di certa signora Cecca,  ottima  donna,  tutta
    cuore,  famosa  per  l'assidua  vigilanza  che  esercitava  dalle  sue
    finestre,  per mezzo di un formidabile  cannocchiale,  sulla  Valsolda
    intiera.  Ella  poteva  dire ogni giorno chi fosse andato a Lugano col
    barcaiuolo Pin o col barcaiuolo Panight, notava i colloqui del povero
    Pinella con una certa Mocht sul  sagrato  di  Albogasio,  lontano  un
    chilometro;  sapeva in quanti giorni il signor ingegnere Ribera avesse
    bevuto il bariletto di vino che la sua  barca  riportava  vuoto  dalla
    casa d'Oria alla cantina di S. Margherita. Se Franco era stato in casa
    Rigey, la signora Cecca doveva saperlo.
    Nel sottoportico che da Casarico mette alla stradicciuola di Castello,
    Pasotti  si  sent  venir  dietro  a precipizio qualcuno che gli pass
    accanto nel buio, e credette di conoscere un tale detto lgora fgada
    (lepre cacciata) per la sua andatura sempre furiosa.  Era  costui  un
    egregio  galantuomo  ancora pi curioso di Pasotti,  un'ottima persona
    che amava di saper le cose semplicemente per saperle, senz'altri fini,
    e andava sempre solo,  si trovava dappertutto,  compariva e scompariva
    in  un  baleno,  quando  in  un  luogo  quando nell'altro,  come certi
    insettoni alati che danno un guizzo, un frullo, un colpo e poi, zitti,
    non si odono,  non si vedono pi sino a un altro guizzo,  a  un  altro
    frullo,  a  un  altro  colpo.  Egli  aveva scorti i Pasotti entrare al
    Palazz e si era insospettito di qualche  cosa  per  l'ora  insolita.
    Appiattato  in un campicello aveva visto la signora Barborin ritornare
    e il Controllore avviarsi a  Casarico,  quindi,  seguito  costui  alla
    lontana,  s'era appostato,  durante la sua visita al Gilardoni, dietro
    un pilastro del portico di Casarico;  e ora gli era scivolato  accanto
    approfittando  dell'oscurit  per  correre  a  Castello  e aspettarlo,
    sorvegliarlo da qualche buon posto di osservazione.  Lo  vide  infatti
    entrare dalla signora Cecca.
    La  vecchia e gozzuta signora stava nel suo salotto tenendosi in collo
    un marmocchio col braccio sinistro e reggendo con la mano  libera  uno
    sperticato tubo di cartone infilato per isghembo nella finestra,  come
    una spingarda,  con la mira gi  al  lago  scintillante,  a  una  vela
    bianca,  gonfia di breva.  All'entrar di Pasotti che veniva avanti con
    la persona inclinata,  con il cappello in  mano,  con  un  viso  ilare
    ilare,  dolce dolce, la buona ospitale donna pos in fretta quel lungo
    naso mostruoso di cartone che le piaceva  metter  nelle  faccende  pi
    lontane degli altri,  dove il suo proprio naso di cartapecora,  bench
    smisurato,  non arrivava.  Ell'accolse il  Controllore,  come  avrebbe
    accolto un Santo taumaturgo che fosse venuto a portarle via il gozzo.
    Oh  che  brao  scior Controlr!  Oh che brao scior Controlr!  Oh che
    pias! Oh che pias!
    E lo fece sedere, lo soffoc di offerte.
    On poo de torta! On poo de crocant! Car el me scior Controlr! On poo
    de vin! On poo de rosoli!  - Ch'el me scsa neh,  soggiunse perch il
    marmocchio  s'era  messo  a miagolare.  L' el me nevodin.  L' el me
    biadeghin.
    Pasotti fece molte cerimonie,  avendo gi nello  stomaco,  oltre  alle
    ciliege  di  don  Giuseppe,  anche la birra del Gilardoni;  ma dovette
    finire col rassegnarsi a rosicchiare una dannata  torta  di  mandorle,
    mentre il piccino si attaccava al gozzo della nonna.
    Povera  signora  Cecca!  Due  volte madre!,  disse pateticamente,  a
    quella vista,  il sarcastico  bargnf,  ridendo  nello  stomaco.  Dopo
    averle  chiesto  notizie  del marito e dei discendenti fino alla terza
    generazione, mise in campo la signora Teresa Rigey.
    Come stava quella povera  donna?  Male!  Proprio  tanto  male?  Ma  da
    quando?  E  c'era stata qualche cagione?  Qualche commozione?  Qualche
    dispiacere? Gli antichi si conoscevano, ma ce n'erano stati dei nuovi?
    Forse per la Luisina? Per quel matrimonio? E don Franco non veniva mai
    a Castello? Di giorno, no, va bene; ma...?
    Come quando il chirurgo va interrogando  e  tastando  un  paziente  in
    cerca dell'occulto posto doloroso,  che il paziente risponde tanto pi
    breve e trepido quanto pi la mano indagatrice si appressa al punto e,
    appena essa vi arriva,  trasalendo si sottrae;  cos la signora  Cecca
    and  rispondendo  al  Pasotti sempre pi breve e cauta,  e a quel ma,
    posto delicatamente dove le doleva, scatt:
    On poo de torta ancam! Scior Controlr! L' roba d'i tosann!
    Pasotti sacrament in cuor suo contro i tosann e la  loro  torta  di
    miele,  creta  e  olio  di mandorle,  ma credette utile d'ingoiarne un
    altro boccone e torn poi a toccare,  anzi  a  premere,  il  tasto  di
    prima.
    So de nagott, so de nagott, so de nagott!, esclam la signora Cecca.
    Ch'el  proeuva a ciamagh al Ptin!  Al scior Giacom!  E a mi ch'el me
    ciama p nient! Ancora!  Pasotti brill in viso all'idea di avere  il
    malcapitato sior Zacomo nelle granfie.
    Cos  brillerebbero  gli occhi di un falco allegro all'idea di ghermir
    un ranocchio e di tenerselo fra gli artigli per giuoco e spasso.  Egli
    se  ne and poco dopo,  contento di tutto fuorch della torta di creta
    che aveva sullo stomaco.

    Casa Puttini,  simile nella sua piccola faccia  signorile  al  piccolo
    vecchio  padrone  che  la governava in abito nero e cravattone bianco,
    stava poco pi gi della orgogliosa mole di casa Pasotti, sulla via di
    Albogasio Inferiore.  Il falco vi and dopo pranzo,  verso le  cinque,
    con  una faccia maligna.  Buss all'uscio e stette in ascolto.  C'era,
    c'era il ranocchio disgraziato,  litigava,  secondo il solito,  con la
    perfida servente.  Pasotti buss pi forte.  Verz!, disse il signor
    Giacomo,  ma la Marianna non voleva saperne  di  scendere  ad  aprire.
    Verz!  Verz!  Son paron mi! Tutto inutile.  Pasotti buss da capo,
    picchi come una catapulta.  Chi xelo  sto  maledeto?,  vocifer  il
    Puttini;   e  venne  gi  soffiando  apff!  apff!  ad  aprire.  Oh,
    Controllore gentilissimo!, diss'egli,  battendo le palpebre e alzando
    pateticamente le sopracciglia.  La perdona!  Quela fatal servente! No
    go pi testa! No ghe digo gnente cossa che nasse in sta casa.
    L' minga vera!, grid Marianna dall'alto.
    Tas! E qui il signor Giacomo incominci a raccontare i  suoi  guai,
    rimbeccando a ogni tratto le proteste della serva invisibile.
    Stamatina,  La s'imagina, vado a Lugan. Vegno a casa zirconzirca a le
    tre. Su la porta, La varda qua,  che xe de le giozze.  Tas!  - No ghe
    bado, tiro drito. Son sul pato de la scala per andar in cusina; ghe xe
    de le giozze.  Zito! - Cossa gala spanto? digo. Me sbasso, meto un deo
    in tera; tasto; xe onto; snaso,  el xe ogio.  Alora ghe vado drio a le
    giozze.   Tasto,   snaso,   tasto,   snaso.  Tutto  ogio,  Controllore
    gentilissimo.  O 'l xe vegnudo,  digo,  o 'l xe and  via.  Se  el  xe
    vegnudo  lo  g  port  el massaro e alora le giozze co semo fora dela
    porta le g d'andar in suso,  se el xe and  via  vol  dir  che  quela
    maledetissima...  La  tasa!...  Lo  g  port a vender a San Mamette e
    alora le giozze le g d'andar in zoso. E mi torna in drio e vaghe drio
    a ste giozze e drio e  drio,  e  rivo  a  la  porta;  Controllore  mio
    gentilissimo, le giozze le va in zoso. Quela b...
    A  questo  punto  la  voce  della  serva  scatt  come la sveglia d'un
    orologio e non  ci  fu  pi  tas!  che  valesse  a  fermare  quello
    stridente  getto  continuo di parole rabbiose.  Ci si prov Pasotti e,
    non riuscendo,  usc dai gangheri anche lui con un  O  fiolonona!  e
    prosegu  a tirarle improperi,  a ciascuno dei quali il signor Giacomo
    faceva un sommesso accompagnamento  di  gratitudine.  S,  linguazza,
    bravo, ghe son oblig. S, stria, bravo. Impiastro, s signor. Ghe son
    oblig, Controllore gentilissimo, ghe son propramente oblig.
    Quando  la  Marianna  parve  sopraffatta  e chetata,  Pasotti disse al
    signor Giacomo che aveva bisogno di parlargli. No go testa,  rispose
    l'ometto. La me perdona, me sento mal.
    Eh no go tescta,  no go tescta!,  voci la Marianna rediviva. Ch'el
    ghe disa insc ch'el coo el l'avar perduu a and de nott  a  trov  i
    tosann a Castell!
    Tas!,  url il Puttini;  e Pasotti,  con un ghigno diabolico: Come
    come come?.  Visto ch'egli entrava  in  furore,  lo  afferr  per  un
    braccio,  con parole di pace e d'affetto, lo trascin via, se lo port
    a casa,  chiam sua moglie;  e per chetare il  povero  ranocchio,  per
    pigliarselo  comodamente  fra  gli artigli,  intavol un tarocchino in
    tre.

    Se la signora Barborin giuocava male,  il signor  Giacomo,  meditando,
    ponderando   e   soffiando,   giuocava   peggio.   Era  un  giuocatore
    timidissimo, non si metteva mai solo contro gli altri due. Stavolta si
    trov in mano, appena seduto, carte cos straordinarie che fu preso da
    un accesso di coraggio e,  come dice il linguaggio del giuoco,  entr.
    Chi sa che giuocone ha!, brontol Pasotti.
    No digo... no digo... ghe xe dei frati che spasseza in pantofole.
    Il  no  digo  del  signor Giacomo significava ch'egli teneva in mano
    carte miracolose;  e i frati in pantofole  erano,  nel  suo  gergo,  i
    quattro  re  del  giuoco.  Mentre  si  accingeva  a  giuocare palpando
    ciascuna carta e aguzzandovi  gli  occhi  su,  Pasotti  colse  il  suo
    momento,  sperando,  per giunta,  fargli perdere il giuoco.  Dunque,
    diss'egli, mi racconti un poco. Quando  andato a Castello di notte?
    Oh Dio,  oh Dio,  lassemo star,  rispose il  signor  Giacomo,  rosso
    rosso, palpando le carte pi che mai.
    S, s, adesso giuochi. Parleremo dopo. Tanto, io so tutto.
    Povero signor Giacomo,  s,  giuocare con quello spino in gola! Palp,
    soffi,  usc dove non avrebbe dovuto,  sbagli a contare i  tarocchi,
    perdette  un  paio  di frati con le relative pantofole,  e malgrado il
    giuocone,  lasci  alcune  marchette  negli  artigli  di  Pasotti  che
    ghignava  e  nel  piattino  della signora Barborin che ripeteva a mani
    giunte: Cos'ha mai fatto, signor Giacomo, cos'ha mai fatto?.
    Pasotti raccolse le carte e si mise  a  scozzarle  guardando  con  una
    faccia sardonica il signor Giacomo che non sapeva dove guardare.
    Sicuro,  diss'egli.  So  tutto.  La  signora Cecca mi ha raccontato
    tutto. Del resto, caro deputato politico,  Lei ne render conto all'I.
    R. Commissario di Porlezza.
    Cos dicendo,  Pasotti porse il mazzo al Puttini perch alzasse. Ma il
    Puttini, udito quel nome minaccioso, si mise a gemere:
    Oh Dio, oh Dio, cossa disela,  no so gnente...  oh Dio...  l'Imperial
    Regio Commissario?... Digo... no savaria per cossa... apff!
    Sicuro!, ripet Pasotti. Aspettava una parola che gli facesse un po'
    di lume; e signific a sua moglie, additando col pollice prima l'uscio
    e poi la propria sua bocca, che andasse a pigliar da bere.
    Anca  quel benedeto ingegner!,  esclam,  quasi parlando tra s,  il
    signor Giacomo.
    Come un pescatore raccoglie stentatamente a s la lunga lenza pesante,
    scossa,  egli crede,  dal grosso pesce lungamente insidiato,  e tira e
    tira  e finalmente scorge venir su dal fondo due grandi ombre di pesci
    invece d'una sola,  palpita,  raddoppia  di  cautela  e  d'arte;  cos
    Pasotti,  all'udir nominare l'ingegnere,  si meravigli,  palpit e si
    dispose a estrarre con la pi squisita delicatezza di mano il  segreto
    del signor Giacomo e del Ribera.
    Sicuro, diss'egli. Ha fatto male.
    Silenzio del signor Giacomo.
    Pasotti insistette:
    Ha fatto malissimo.
    Ecco la signora Barborin che tutta sorridente porta vassoio, bottiglia
    e bicchieri.  Il vino  rosso cupo, con trasparenze di rubino in corpo
    e il signor Giacomo gli fa un viso non ancora tenero ma  benevolo.  Il
    vino  ha  un  aroma  di  austera  virt  ed il signor Giacomo lo fiuta
    amorosamente, lo guarda commosso,  lo torna a fiutare.  Il vino ha una
    pastosa pienezza ch'empie palato e anima di sapore,  il vino  appunto
    quel giusto, virtuoso amarone che l'aroma annuncia e il signor Giacomo
    lo sorseggia nel  desiderio  che  non  sia  liquido  e  fuggevole,  lo
    mastica,  lo pacchia,  se lo spalma per la bocca; e quando di tanto in
    tanto posa il bicchiere sul tavolino,  non lo lascia per  n  con  la
    mano n con gli occhi imbambolati.
    Povero  ingegnere!,  esclam  Pasotti.  Povero  Ribera!  E' un buon
    galantuomo, ma...
    E tira e tira,  il disgraziato signor Giacomo  cominci  a  venir  su,
    dietro all'amo e al filo.
    Mi propramente,  diss'egli, no volea. El me g fato zo. "Vegn", el
    dise, "percossa mo no volo vegner? Mal no se fa, la cossa xe onesta."
    S, digo, me par anca a mi;  ma sto secreto!  "Ma!  La nona!" el dise.
    Capisso,  digo,  ma no me comoda.  "Gnanca a mi",  el dise.  Ma alora,
    digo, che figura fmoi, Ela e mi?  "Quela del m...",  el dise con quel
    so far de bon omo a la vecia, "che cossa vorla?, el xe propramente per
    el mio temperamento." Alora vegno, digo.
    Qui  si ferm.  Pasotti aspett un poco e poi,  con prudenza,  tir il
    filo. Il male si , diss'egli, che a Castello se ne sia parlato.
    S signor;  e me lo son imagin.  Tase la famegia,  tase  l'ingegner,
    taso mi che s'intende, ma no taser el piovan, no taser el nonzolo.
    Il  parroco?  Il sacrestano?  Adesso Pasotti cap.  Trasecol;  non si
    aspettava un affare cos grosso.  Vers da bere al malcapitato  signor
    Giacomo,  gli  cav  facilmente  tutti  i particolari del matrimonio e
    cerc di cavargli pure i progetti  degli  sposi;  ma  questo  non  gli
    riusciva.  Si  mise  a  scozzar  le carte per continuar il giuoco e il
    signor Giacomo guard l'orologio, trov che mancavano nove minuti alle
    sette,  ora in cui era solito caricare il suo pendolo.  Tre minuti  di
    strada,  due  minuti  di  scale,  non aveva pi che quattro minuti per
    congedarsi.  Controllore gentilissimo,  La ghe fazza el conto,  la xe
    cuss, no ghe xe ponto de dubio.
    La  signora Barborin,  vedendo un contrasto,  ne domand a suo marito.
    Pasotti si accost le mani alla bocca e le grid sul viso:  El  voeur
    and  a  trov la morosa!.  Cossa mai!  Cossa mai!,  fece il povero
    signor Giacomo diventando di tutti i colori;  e la Pasotti che per  un
    miracolo  aveva  udito,  aperse  una  bocca  smisurata,  non sapeva se
    dovesse credere o no. La morosa? Oh! Quanti cicer!  Minga vera,  sr
    Giacom,  che  hin  cicer?  El  podarss ben avghela per quell,  disi
    minga,  l'  minga  vcc,  ma  insomma!  Capito  che  voleva  proprio
    andarsene, cerc trattenerlo, aveva dei marroni di Venegono che stavan
    cuocendo,  li  offerse.  Ma  n  i  marroni n gl'improperi di Pasotti
    valsero a vincere il signor Giacomo che part con lo  spettro  dell'I.
    R.  Commissario  nel  cuore e insieme con una sensazione molesta nella
    coscienza, con un vago malcontento di s ch'egli non sapeva spiegare a
    se stesso, col dubbio istintivo che le ingiurie della perfida servente
    fossero preferibili, in fin de' conti, alle moine di Pasotti.
    Invece costui aveva gli occhi ancora pi brillanti dell'usato. Pensava
    di andar a Cressogno  subito.  Camminatore  instancabile,  contava  di
    potervi arrivare alle otto. L'idea di andare dalla marchesa con la sua
    grossa scoperta in pectore,  di fare il misterioso, di metter fuori un
    po' alla volta le paroline pi suggestive  e  di  farsi  strappare  il
    resto, lo divertiva moltissimo. E preparava gi per il proprio piacere
    un discorsetto blando,  ammolliente,  da posare poi sulla ferita della
    impassibile dama per modo  ch'ella  non  potesse  dissimularla  e  che
    nessuno avesse a lagnarsi di lui,  neppure Franco.  And in cucina, si
    fece accendere la lanterna perch la notte era molto scura, e part.
    Incontr sulla porta  il  suo  mezzadro  ch'entrava.  Il  mezzadro  lo
    salut,  port in cucina un gran canestro di frutta,  aiut la serva a
    metterle a posto, sedette al fuoco e disse placidamente:
    E' mort adess la sciora Teresa de Castell.
















    6. La vecchia signora di marmo.

    L'uscio si aperse un poco, pian piano, la fantesca porse il capo nella
    camera e chiam Franco  che  pregava  inginocchiato  a  una  seggiola,
    presso  il  letto della morta.  Franco non ud e fu Luisa che si alz.
    And ad ascoltar la sommessa richiesta della donna, le rispose qualche
    cosa e,  ritrattasi colei,  stette l  ad  aspettare.  Non  comparendo
    nessuno,  spinse  l'uscio  e  disse forte: Venga,  venga dentro.  Un
    singhiozzo violento le rispose.  Luisa stese  ambedue  le  mani  e  il
    professor  Gilardoni  gliele  afferr.  Stettero  cos alquanto tempo,
    immobili, lottando, a labbra serrate, con l'emozione,  lui pi di lei.
    Luisa  si  mosse  la  prima,  ritir  dolcemente una mano e trasse con
    l'altra il professore nella camera della morta.
    La signora Teresa era spirata in salotto, sulla poltrona che non aveva
    pi potuto lasciare  dopo  la  notte  del  matrimonio.  L'avevano  poi
    adagiata  sul  divano  disposto a letto funebre.  Il dolce viso era l
    nella luce di quattro candele,  cereo,  sul guanciale,  con un sorriso
    trasparente dalle palpebre chiuse, con la bocca semiaperta. Il letto e
    l'abito erano sparsi di fiori d'autunno, ciclamini, dalie, crisantemi.
    Guardi com' bella,  disse Luisa con voce tenera e serena da spezzar
    il cuore.
    Il professore s'appoggi singhiozzando a una sedia lontana dal letto.
    Lo senti, mamma, disse Luisa sottovoce, come ti vogliono bene?
    S'inginocchi,  e presa la mano della morta,  si mise a  baciarla,  ad
    accarezzarla,  a dirle dolcezze,  piano;  poi tacque, pos la mano, si
    alz,  baci la fronte,  contempl a mani giunte  il  viso.  Pens  ai
    rimproveri   che   la   mamma   le  aveva  fatti  negli  anni  andati,
    dall'infanzia in  poi,  di  cui  ella  si  era  risentita  amaramente.
    S'inginocchi  da  capo,  impresse  da  capo  le  labbra sulla mano di
    ghiaccio con un pi ardente spasimo d'amore che se avesse ricordate le
    carezze. Poi tolse un ciclamino dalla spalla della morta, si alz,  lo
    porse al professore. Questi lo prese piangendo, s'accost a Franco che
    rivedeva  per  la  prima volta dopo quella notte,  l'abbracci e ne fu
    abbracciato con una commozione silenziosa, e usc,  in punta di piedi,
    dalla camera.
    Suonarono  le  otto.  La  signora Teresa era morta alle sei della sera
    precedente;  in ventisei ore Luisa non aveva mai riposato un  momento,
    non  era  uscita  che  quattro o cinque volte,  per pochi minuti.  Chi
    usciva spesso e stava fuori anche a lungo, era Franco.
    Avvertito segretamente,  era giunto a Castello,  appena  in  tempo  di
    trovar  viva  la  povera  mamma,  e tutti i tristi uffici che la morte
    impone eran toccati a lui, perch lo zio Piero,  malgrado i suoi molti
    anni,  non  aveva  la menoma esperienza di queste cose e vi si trovava
    impacciatissimo.
    Adesso,  udite suonar le otto,  si avvicin a  sua  moglie,  la  preg
    dolcemente di andar a riposare un poco, ma Luisa gli rispose subito in
    modo  da levargli il coraggio d'insistere.  Il funerale doveva seguire
    l'indomani mattina alle nove.  Ell'aveva desiderato che si  differisse
    il  pi  possibile e voleva star con la mamma fino all'ultimo.  Vi era
    nella sua sottile persona una indomita vigoria,  eguale  a  ben  altre
    prove.  Per lei la mamma era tutta l su quel lettuccio,  tra i fiori.
    Non pensava che una parte di lei fosse altrove,  non la cercava per la
    finestra  di  ponente  nelle stelline che tremolavano sopra i monti di
    Carona. Pensava soltanto che la mamma cara,  vissuta da tanti anni per
    lei  sola,  non  d'altro  sollecita  in  terra che della felicit sua,
    dormirebbe fra poche ore e per sempre sotto i grandi  noci  di  Looch,
    nella  solitudine  ombrosa  dove tace il piccolo cimitero di Castello,
    mentre ella si godrebbe la vita,  il sole,  l'amore.  Aveva risposto a
    Franco  quasi  aspramente  come  se  l'affetto  del vivo offendesse in
    qualche modo l'affetto della morta.  Poi le parve averlo  mortificato,
    si pent, gli diede un bacio e sapendo di far cosa a lui grata, di far
    cosa che la mamma si era certo attesa da lei, volle pregare. Si mise a
    recitar  macchinalmente  dei  Pater,  degli  Ave e dei Requiem,  senza
    provarne soddisfazione alcuna,  sentendo anzi una segreta contrariet,
    uno  sgradito  disseccarsi del dolore.  Ell'aveva praticato sempre ma,
    spenti i fervori della prima comunione,  non aveva pi partecipato con
    l'anima al culto.  Sua madre era vissuta piuttosto per il mondo futuro
    che per questo,  si era governata in ogni azione,  in ogni parola,  in
    ogni pensiero secondo quel fine.  Le idee e i sentimenti di Luisa, nel
    suo precoce sviluppo intellettuale,  avevano preso un altro corso  con
    la  risolutezza vigorosa ch'era del carattere di lei;  ella li copriva
    per di certa dissimulazione, parte conscia, parte inconscia,  sia per
    amore  della mamma,  sia per la resistenza di germi religiosi seminati
    dalla   parola   materna,    coltivati    dall'esempio,    rinvigoriti
    dall'abitudine.  Dai quattordici anni in poi s'era venuta inclinando a
    non guardare oltre la vita presente, e insieme a non guardare a s,  a
    vivere per gli altri, per il bene terreno degli altri, per secondo un
    forte e fiero senso di giustizia.  Andava in chiesa,  compiva gli atti
    esterni del culto, senza incredulit e senza persuadersi che facessero
    piacere a Dio.  Aveva confusamente il concetto di un Dio talmente alto
    e grande che non vi potesse essere contatto immediato fra gli uomini e
    Lui.  Se dubitava qualche volta d'ingannarsi,  il suo errore le pareva
    tale da non poterlo un Dio  infinitamente  buono  punire.  Come  fosse
    venuta a pensare cos, non lo sapeva ella stessa.
    L'uscio  si  aperse ancora,  pian piano,  una voce sommessa chiam il
    signor don Franco. Luisa,  rimasta sola,  cess di pregare,  pieg il
    capo sul guanciale della mamma, le pos le labbra sulla spalla, chiuse
    gli occhi raccogliendo in s la corrente di memorie che veniva da quel
    tocco, da un odor noto di lavanda. L'abito della mamma era di seta, il
    suo migliore, un dono dello zio Piero. Ella lo aveva portato una volta
    sola,  qualche anno addietro,  andando a visitare la marchesa Maironi.
    Anche questo pensiero venne  coll'odor  di  lavanda,  vennero  lagrime
    brucianti,   acri  di  tenerezza  e  di  un  sentimento  che  non  era
    propriamente odio,  che non era propriamente collera,  ma che aveva un
    amaro dell'uno e dell'altra.
    Franco,  quando  s'intese  chiamare,  trasal,  ne  indovin subito la
    cagione.  Lo zio Piero aveva  scritto,  la  mattina  per  tempo,  alla
    marchesa,  annunciandole, in termini semplici ma pieni di ossequio, la
    morte di sua sorella;  e Franco stesso  aveva  aggiunto  alla  lettera
    dello zio un biglietto con queste parole:

    Cara nonna,  mi manca il tempo di scriverti perch son qui; te lo dir
    a voce domani sera e confido che tu mi ascolterai  come  mi  avrebbero
    ascoltato mio padre e mia madre.

    Nessuna  risposta  era  ancora venuta da Cressogno.  Adesso un uomo di
    Cressogno aveva portato una lettera. Dov' quest'uomo?  Partito;  non
    s'  voluto  fermare  un  momento. Franco prese la lettera,  ne lesse
    l'indirizzo: "Al preg.  signor ingegnere Pietro Ribera",  e conobbe la
    mano  della  figlia  del  fattore.  Sal  subito  dallo zio Piero che,
    stanco, era andato a letto.
    Lo zio Piero,  quando Franco gli rec la lettera,  non  fece  atto  di
    sorpresa n di curiosit; disse placidamente:
    Apri.
    Franco  pos  il  lume  sul cassettone e aperse la lettera voltando le
    spalle al letto. Parve pietrificato; non fiat, non si mosse.
    Dunque?, chiese lo zio.
    Silenzio.
    Ho capito,  fece il vecchio.  Allora Franco lasci cader la lettera,
    alz le mani in aria,  mise un ah! lungo, profondo e fioco, pieno di
    stupore e d'orrore.
    Insomma, riprese lo zio, si pu sapere?
    Franco si scosse, si precipit ad abbracciarlo,  reprimendo a stento i
    singhiozzi.
    L'uomo  pacifico sopport sulle prime in silenzio,  senza commuoversi,
    questa tempesta. Poi cominci a difendersene chiedendo la lettera: Da
    qua,  da qua,  da qua.  E pensava: Cosa diavolo avr scritto  questa
    benedetta donna?. Franco prese il lume e la lettera, gliela porse. La
    nonna   non   aveva  scritto  niente,   neppure  una  sillaba;   aveva
    semplicemente rimandata la lettera dell'ingegnere e  il  biglietto  di
    Franco.  Lo  zio  ci  mise  un pezzo a capirla: non capiva mai le cose
    prontamente e questa era per lui tanto  inconcepibile!  Quando  l'ebbe
    capita non pot fare a meno di dire: Gi, l' un po' grossa. Ma poi,
    veduto Franco tanto fuori di s, esclam col vocione solenne che usava
    per  giudicar toto corde le cose umane: Senti.  L',  dir cos,  (e
    cercava la parola in un suo  particolar  modo,  gonfiando  le  gote  e
    mettendo una specie di rantolo),  ...  una iniquit;  ma tutte queste
    meraviglie che fai tu,  io non le faccio per niente affatto.  Tutti  i
    torti,  caro,  non sono dalla parte sua;  e allora?  Del resto,  me ne
    rincresce per voialtri che mangerete di  magro  e  dovrete  vivere  in
    questo  miserabile paese;  ma per me?  Per me ci guadagno e son pronto
    dir cos a  ringraziare  tua  nonna.  Vedi  bene,  io  non  ho  fatto
    famiglia,  ho sempre contato su questa. Adesso la mia povera sorella 
    morta;  se la nonna vi apriva le braccia io restavo come un  torso  di
    cavolo. Dunque!.

    Franco si guard dal raccontar la cosa a sua moglie,  ed ella,  bench
    sapesse delle lettere spedite a Cressogno,  non domand  che  dopo  il
    funerale,  parecchie ore dopo, se la nonna avesse risposto. Il piccolo
    salotto,  la piccola terrazza,  la piccola cucina erano stati pieni di
    gente tutto il giorno,  dalle nove della mattina alle nove della sera.
    Alle dieci Luisa e Franco uscirono di casa senza lanterna,  presero  a
    destra,  attraversarono  pian piano,  silenziosamente,  le tenebre del
    villaggio,  toccarono la svolta chiara e ventosa cui  sale  il  fragor
    profondo  del fiume di S.  Mamette,  entrarono nelle ombre,  nel forte
    odore dei noci di Looch.  Poco prima di giungere  al  cimitero,  Luisa
    domand sottovoce a suo marito: Sai niente di Cressogno?.
    Egli  avrebbe  pur voluto nasconderle almeno in parte il vero e non lo
    pot. Disse che il suo biglietto gli era stato rimandato e Luisa volle
    sapere se almeno la nonna  avesse  scritto  allo  zio  una  parola  di
    condoglianza.  Il  no  di Franco fu cos incerto,  quasi trepidante,
    che, non subito, ma pochi passi dopo,  Luisa ebbe un lampo di sospetto
    e si ferm di colpo,  afferr il braccio di suo marito.  Franco, prima
    ch'ella aprisse bocca,  intese,  l'abbracci come aveva abbracciato lo
    zio,  con  impeto  ancor  maggiore,  le disse di prender il suo cuore,
    l'anima sua,  la sua vita,  di non cercar altro al mondo,  se la sent
    tremar  tutta  fra le braccia.  N allora n poi una sola parola ne fu
    pi  detta  fra  loro.  Al  cancello  del  cimitero  s'inginocchiarono
    insieme. Franco preg con impeto di fede. Luisa trapass con gli occhi
    avidi la terra smossa presso all'entrata, trapass la bara, si affiss
    mentalmente nel volto mansueto e grave della mamma; mentalmente ancora
    ma con tanto gagliardo impulso da scuotere le sbarre del cancello,  si
    chin, si chin, fisse le labbra sulle labbra della morta,  v'impresse
    una  violenza  d'amore  pi forte che tutti gli insulti,  che tutte le
    bassezze odiose del mondo.
    Si stacc a stento di l verso le undici.  Discendendo adagio a fianco
    di  suo  marito  lo  sdrucciolevole ciottolato del sentiero,  le sorse
    improvvisa in mente la visione di un incontro futuro con la  marchesa.
    Si  ferm,   si  eresse,  stringendo  i  pugni;  e  il  suo  bel  viso
    intelligente spir una fierezza tale che  se  la  vecchia  signora  di
    marmo  l'avesse realmente veduta,  realmente incontrata in quel punto,
    si sarebbe senz'altro, piegata no, impaurita no, ma posta in difesa.
















    PARTE SECONDA.

    1. Pescatori.

    Il dottor Francesco Zrboli, I.  R.  Commissario di Porlezza,  approd
    alla I. R. Ricevitoria di Oria il 10 settembre 1854, proprio quando un
    sole veramente imperiale e regio sormontava il bastione poderoso della
    Galbiga, sfolgorava la rosea casetta della Ricevitoria, gli oleandri e
    i  fagiuoli  della  signora  Peppina  Bianconi,  chiamando,  secondo i
    regolamenti,  all'ufficio il signor Carlo Bianconi  suo  marito,  quel
    tale Ricevitore cui la musica manoscritta puzzava di cospirazione.  Il
    Bianconi,  detto dalla sposa  el  m  Carlascia  e  dal  popolo  el
    Biancn,  un  omone alto,  grosso e duro,  col mento pelato,  con due
    baffoni grigi,  con due occhi  grossi  e  spenti  di  mastino  fedele,
    discese a ricevere l'altro I.  R. mento pelato di categoria superiore.
    I due non si rassomigliavano proprio che nella  nudit  austriaca  del
    mento.  Lo Zrboli, vestito di nero e inguantato, era piccolo e tozzo,
    portava due  baffetti  biondi  appiccicati  alla  faccia  giallognola,
    bucata  da due scintille d'occhietti sarcastici e sprezzanti.  Aveva i
    capelli piantati cos basso sulla fronte  ch'era  solito  raderne  una
    lista,   restandogliene   spesso   un'ombra,   quasi   di  bestialit.
    Prontissimo di persona,  d'occhi e  di  lingua,  parlava  un  italiano
    nasale,   modulato  alla  trentina,  con  facile  cortesia.  Disse  al
    Ricevitore che doveva  tenere  un  convocato,  il  consiglio  comunale
    d'allora,  a  Castello e che aveva preferito venir per tempo,  fare la
    salita,  col fresco,  da Oria invece che da Casarico o  da  Albogasio,
    onde procurarsi il piacere di salutare il signor Ricevitore.
    Il  bestione  fedele  non  cap  subito  che  c'era  un  secondo fine,
    ringrazi con un miscuglio di frasi ossequiose e di risatine  stupide,
    fregandosi  le mani,  offerse caff,  latte,  uova,  l'aria aperta del
    giardinetto.  Colui accett il caff e rifiut l'aria  aperta  con  un
    cenno  del  capo  e  una  strizzatina  d'occhi  cos  eloquente che il
    Carlascia,  vociato su per le scale Peppina!  Caff! fece passare il
    Commissario in ufficio,  dove,  sentendosi trasmutare,  secondo la sua
    doppia natura,  da Ricevitore di dogana in agente di polizia,  si fece
    devoto il cuore e austero il viso come per una unione sacramentale col
    monarca.  Questo  ufficio  era un ignobile bugigattolo a pian terreno,
    con le inferriate ai due finestrini, una infetta cellula primitiva che
    aveva gi il puzzo della grande monarchia. Il Commissario vi si piant
    a sedere in mezzo,  guardando l'uscio chiuso che dall'approdo  metteva
    nell'anticamera;  quello  che dall'anticamera metteva nell'ufficio era
    rimasto aperto, per ordine suo.
    Mi parli del signor Maironi, diss'egli.
    Sorvegliato sempre, rispose il Biancn.  Anssi,  soggiunse nel suo
    italiano di Porta Tosa, aspetti: ci ho qui un rapporto quasi finito.
    E si diede a frugare,  a palpar fra le sue carte in cerca del rapporto
    e degli occhiali.
    Mander,  mander,  fece il Commissario che non si  aspettava  molto
    dalla prosa del bestione. Intanto parli, dica!
    Malintensionato  sempre,  questo  si sapeva,  ricominci l'eloquente
    Ricevitore,  e adesso anche si vede.  Si   messo  a  portare  quella
    barba,   sa,  quella  mosca,  quella  moschetta,  quel  pisso,  quella
    porcheria...
    Scusi,  fece  il  Commissario.  Vede,  io  sono  ancora  nuovo,  ho
    istruzioni,  ho  informazioni,  ma  un'idea  esatta  dell'uomo e della
    famiglia non l'ho ancora.  Bisogna che Lei me li  descriva  proprio  a
    fondo cos come pu. E incominciamo pure da lui.
    Lui  un superbo,  un furioso,  un prepotentone.  Avr attaccato lite
    cinquanta volte, qui, per affari di dassio.  Vuol aver sempre ragione,
    vuol  darci lessione a me e al sedentario.  Caccia fuori due occhiacci
    come se volesse mangiare la Ricevitoria.
    L' che con me non c' da fare il prepotente, se del resto!...  Perch
    sa di tutto, poi, questo s. Sa di legge, sa di finansa, sa di musica,
    sa di fiori, sa di pesci, el diavol a quatter.
    E lei?
    Lei?  Lei  lei  lei  lei...  lei  l' una gattamorgna ma se la cascia
    foeura i ong l' pesg de l; peggio!  Lui quando va in collera diventa
    rosso  e  fa  un  baccano  di  mille lire;  lei diventa pallida e dice
    insolense d'inferno. Adesso si dice, insolense io non ne tollero... ma
    insomma...  mi capisce.  Donna di talento,  sa.  La mia Peppina  ci  
    innamorata.  Donna che si insinua dappertutto,  poi. Tante volte qui a
    Oria invece di chiamare il dottore chiamano lei.  Se in  una  famiglia
    questionano vanno da lei.
    Se ci vien il mal di pancia a una bestia domandano lei.  I bagj`s'i a
    tira dree tcc. E' magari buona, in carnevale, di fare i magatelli per
    loro.  Sa,  i burattini.  E in pari tempo  un accidente che suona  il
    cembalo, che sa il francese e il tedesco.
    Io per mia disgrassia non lo so, il tedesco, e sono andato da lei cos
    delle  volte  per  farmi  spiegare  carte  tedesche  che  capitano  in
    ufficio.
    Ah, Lei ci va, in casa Maironi?
    S, qualche volta, per questo.
    Veramente il bestione ci andava pure  per  farsi  spiegare  da  Franco
    certi enigmi della tariffa doganale; ma questo non lo disse.
    L'interrogatorio del Commissario continu.
    E la casa, come  messa?
    Messa bene. Bei pavimenti alla venessiana, soffitti pitturati, canap
    con  tappeti,  cembol,  camera  da  pranzo  colle pareti tappessate di
    ritratti ch' una bellssa.
    E l'ingegnere in capo?
    L'ingegnere in capo    un  buon  omaccio,  allegro,  all'antica;  mi
    somiglia a me.  Pi vecchio per, sa. Del resto qui ci sta pochissimo.
    Un quindici giorni a questa stagione,  altri quindici la  primavera  e
    qualche visitina durante l'anno. Quando ha la sua pace, la sua quiete,
    il suo latte alla mattina,  il suo latte alla sera,  il suo boccale di
    Modena a pranso, il suo tarocco, la sua gastta di Milano, l'ingegnere
    Ribera  contento. Del resto,  tornando alla barba del signor Maironi,
    c'  anche  di  peggio.  Ho  saputo  ieri  che  il signore ha messo un
    gelsomino in un vaso di legno inverniciato di rosso.
    Il Commissario,  uomo d'ingegno e forse indifferente,  nel pi  intimo
    del  cuor  suo,  a tutti i colori tranne a quello della propria cera e
    della propria lingua,  non pot a meno di alzar un po' le  spalle.  Ma
    poi domand subito:
    La pianta  fiorita?
    Non lo so, domander alla donna
    A chi? A sua moglie? Ci va, Sua moglie, in casa Maironi?
    Si, qualche volta ci va.
    Lo Zrboli piant i suoi occhietti sprezzanti in faccia al Bianconi, e
    gli articol ben chiara questa domanda:
    Ci va con profitto o no?
    Ma!  con profitto!  Segond!  Lei si figura di andare come amica della
    signora Luisina,  per i fiori,  per i lavori,  per i  pettegolessi,  e
    cicip e ciciap, sa bene, donne. Io poi ci cavo...
    T  ch,  t  ch!,  esclam  nel  suo italiano di Porta Ticinese la
    signora Peppina Bianconi, venendo avanti col caff,  tutta sorridente.
    El sr Commissari! Come goo mai pias de vedll! El sar magra minga
    tant  bon  el  caff,  per l' el prim!  La bolgira l' de minga pod
    toeul a Lgan!
    Tetetetet!, fece il marito, burbero.
    Euh diavol!  Disi  insc  per  rid.  El  capiss  ben,  neh,  L,  sr
    Commissari! L' quel benedett omasc l ch'el capiss no! En toeui nanca
    per mi de caff,  ch'el se figra! Toeui giusta l'acqua de malva per i
    girament de testa!
    Cicira minga tant,  cicira minga tant!,  interruppe il marito.  Il
    Commissario,  posando  la  tazza  vuota,  disse alla buona signora che
    sarebbe poi andato a vedere i suoi fiori,  e questa  galanteria  parve
    l'atto  di  chi,  al  caff,  butta  e fa suonar la moneta sul vassoio
    perch il tavoleggiante lo pigli e se ne vada.
    La signora Peppina intese e,  sgomentata per giunta dai  grossi  occhi
    feroci del suo Carlascia, si ritir frettolosamente.
    Senta  senta  senta,  fece  il  Commissario  coprendosi  la fronte e
    stringendosi le tempie  colla  mano  sinistra.  Oh!,  esclam  a  un
    tratto,   nel  raccapezzarsi.   Ecco,   volevo  sapere  se,   adesso,
    l'ingegnere Ribera  a Oria.
    Non c', ma verr fra pochissimi giorni, credo.
    Spende molto, l'ingegnere Ribera, per questi Maironi?
    Spende molto, sicuro.  Non credo che di casa sua don Franco abbia pi
    di  tre  svansiche al giorno.  Lei poi... Il Ricevitore si soffi sul
    palmo della mano.  Dunque capisce.  Hanno la donna di servissio.  C'
    una  bambina  di  due anni o ch;  ci vuole la ragassa,  per curare la
    bambina. Si fanno venire fiori,  libri,  musica,  el diavol a quatter.
    Alla sera si giuoca a tarocchi,  c' la sua bottglia.  Ce ne vogliono
    cos delle svansiche, mi capisce!
    Il Commissario riflett un poco e poi,  con una faccia  nebulosa,  con
    gli  occhi  al  soffitto,  con  certe  parole  sconnesse  che parevano
    frammenti d'oracolo, fece intendere che l'ingegnere Ribera,  un I.  R.
    impiegato,  favorito recentemente dall'I. R. Governo di una promozione
    in loco,  avrebbe dovuto esercitare sui nipoti una influenza migliore.
    Quindi  con  altre  domande  e con altre osservazioni che concernevano
    specialmente le presenti debolezze dell'ingegnere, insinu al Bianconi
    che le sue attenzioni  paterne  dovevano  rivolgersi  con  particolare
    segretezza  e  delicatezza  all'I.   R.   collega,   onde  illuminare,
    occorrendo,  la Superiorit circa tolleranze che sarebbero scandalose.
    Gli chiese finalmente se non sapesse che l'avvocato V. di Varenna e un
    tale  di  Loveno  venivano abbastanza spesso a visitare i Maironi.  Il
    Ricevitore lo sapeva e sapeva dalla sua Peppina  che  venivano  a  far
    musica.  Non  credo!,  esclam  il Commissario con subita e insolita
    asprezza.  Sua moglie non capisce niente!  Ella si far menar per  il
    naso,  caro  Bianconi,  a  questo modo.  Quei due sono soggettacci che
    starebbero bene a Kufstein.  Bisogna informarsi meglio!  Informarsi  e
    informarmi. E adesso andiamo in giardino. A proposito! Quando entra da
    Lugano qualche cosa per la marchesa Maironi...
    Lo  Zrboli  compi  le  frase  con  un  gesto di graziosa larghezza e
    s'incammin seguito dal mastino, alquanto mogio.
    La signora Peppina si fece trovare ad annaffiar i fiori con l'aiuto di
    un ragazzotto. Il Commissario guard, ammir e trov anche modo di dar
    una lezioncina al poliziotto subalterno.  Lodando  quei  fiori  trasse
    destramente la Bianconi a nominar Franco e sulla persona di Franco non
    si  ferm  affatto  come  se non gliene importasse nulla.  Si tenne ai
    fiori,  afferm che Maironi non poteva averne di pi  belli.  Strilli,
    gemiti  e  giaculatorie  dell'umile  signora  Peppina  che  perfino si
    vergognava d'un paragone simile. E il Commissario insistette. Ma come?
    Anche le fuchsie di casa Maironi erano pi belle?  Anche le vainiglie?
    Anche i pelargoni? Anche i gelsomini?
    I  gesmin?,  fece  la  signora Peppina.  Ma el sr Mairon el g el
    pussee bell gesmin de la Valsolda, cara L!
    Cos il Commissario venne poi  a  sapere  molto  naturalmente  che  il
    famoso  gesmin  non era ancora fiorito.  Vorrei vedere le dalie di
    don  Franco,   diss'egli.   La  ingenua  creatura   si   offerse   di
    accompagnarlo a casa Ribera quel giorno stesso:
    Gavarissen insc mai pias.  Ma il Commissario espresse il desiderio
    di attendere la venuta dell'I.  R.  ingegnere in capo della  provincia
    per  avere  occasione di riverirlo e la signora Peppina fece eccola!
    in segno della sua soddisfazione.  Intanto  il  mastino,  umiliato  da
    quell'arte  superiore,  desiderando mostrar in qualche modo che almeno
    dello zelo ne aveva anche lui,  afferr per un braccio  il  ragazzotto
    dall'annaffiatoio e lo present.
    Mio nipote.  Figlio d'una mia sorella maritata a Bergamo con un I. R.
    portiere  della  Delegassione.   Ha  l'onore  di  chiamarsi  Francesco
    Giuseppe,  per desiderio mio; ma capisce bene, per il dovuto rispetto,
    questo non pu essere il nome solito.
    Soa mader la ghe dis Rat e  so  pader  el  ghe  dis  Rat  ch'el  se
    figura!, interloqu la zia.
    Citto,  Lei!,  fece  lo  zio,  severo.  Io lo chiamo Francesco.  Un
    ragasso bene educato, devo dirlo,  molto bene educato.  Di' un po' su,
    Francesco, quando sarai grande, cosa farai?
    Rat rispose a precipizio come se recitasse la Dottrina Cristiana:
    Io quando sar grande mi comporter sempre da suddito fedele e devoto
    di  Sua Maest il nostro Imperatore nonch da buon cristiano;  e spero
    coll'aiuto del Signore diventare un giorno I. R.  Ricevitore di Dogana
    come  mio  zio,  per andar quindi a ricevere il premio delle mie buone
    opere in paradiso.
    Bravo bravo bravo, fece lo Zrboli, accarezzando Rat. Seguitiamo a
    farci onore.
    Ch'el tasa,  sr Commissari,  salt fuori da capo la  Peppina,  che
    stamattina  el  baloss  el  m'ha  mangiaa foeura mss el sccher de la
    sccherera!
    Com com com?,  fece il Carlascia uscendo di tono per la sorpresa.
    Si rimise subito e sentenzi: Colpa tua!  Si mettono le cose a posto!
    Vero, Francesco?
    Prpe, rispose Rat,  e il Commissario,  seccato da quel battibecco,
    da quella ridicola riuscita della sua frase paterna, prese bruscamente
    congedo.
    Appena partito lui,  il Carlascia men un toeu s el sccher,  ti, e
    un formidabile scapaccione  a  Francesco  Giuseppe  che  si  aspettava
    tutt'altro e corse a salvarsi tra i fagiuoli.  Poi aggiust le partite
    di sua moglie con un  buon  rabbuffo,  giurando  che  in  avvenire  lo
    avrebbe tenuto lui lo zucchero,  e poich ella si permise di ribattere
    cossa te voeut mai intrigt ti?  la  interruppe,  intrigatissim  in
    ttt!  intrigatissim  in ttt! e voltatele le spalle,  s'avvi a gran
    passi,  sbuffando e fremendo,  verso il posto dove la diligente  sposa
    gli aveva preparata la lenza e la polenta, e inesc i due poderosi ami
    da  tinche.  Poich  in  antico  quel  piccolo  mondo  era  ancora pi
    segregato dal mondo grande che al presente, era pi che al presente un
    mondo di silenzio e di pace,  dove i funzionari dello  Stato  e  della
    Chiesa  e,  dietro al loro venerabile esempio,  anche alquanti sudditi
    fedeli dedicavano parecchie  ore  ad  una  edificante  contemplazione.
    Primo  a  ponente,  il signor Ricevitore slanciava due ami appaiati in
    capo a una lenza sola, due traditori bocconi di polenta, lontano dalla
    sponda quanto mai poteva; e quando il filo si era ben disteso,  quando
    il sughero indicatore si era quasi ancorato in placida attesa, l'I. R.
    uomo  posava  delicatamente  la bacchetta della lenza sul muricciuolo,
    sedeva e contemplava.  A levante di lui,  la guardia  di  finanza  che
    allora   chiamavano  il  sedentario,   accoccolata  sull'umile  molo
    dell'approdo davanti ad un altro sughero, pipava e contemplava.  Pochi
    passi pi in l,  il vecchio allampanato Cstant, imbianchino emerito,
    sagrestano e fabbriciere, patrizio del villaggio di Oria, seduto sulla
    poppa della sua barca con una sperticata tuba  preistorica  in  testa,
    con  la  magica bacchetta in mano,  con le gambe penzoloni sull'acqua,
    raccolta  l'anima  nel  sughero  suo  proprio,   contemplava.   Seduto
    sull'orlo  d'un campicello,  all'ombra d'un gelso e d'un cappellone di
    paglia nera, il piccolo,  magro,  occhialuto don Brazzova,  parroco di
    Albogasio, rispecchiato dall'acqua limpida, contemplava. In un orto di
    Albogasio Inferiore, fra le rive del Cern e la riva di Mandroeugn, un
    altro  patrizio  in  giacchetta  e scarponi,  il fabbriciere Bignetta,
    detto el Signoron,  duro e solenne sopra una sedia del settecento  con
    la famosa bacchetta in mano,  vigilava e contemplava. Sotto il fico di
    Cadate stava  in  contemplazione  don  Giuseppe  Costabarbieri.  A  S.
    Mamette  pendevano  sull'acqua  e contemplavano con grande attivit il
    medico, lo speziale, il calzolaio.  A Cressogno contemplava il florido
    cuoco della marchesa.  In faccia a Oria, sull'ombrosa spiaggia deserta
    del Bisgnago,  un dignitoso  arciprete  della  bassa  Lombardia  usava
    passar ogni anno quaranta giorni di vita contemplativa.
    Contemplava solitario,  vescovilmente,  con tre bacchette ai piedi,  i
    relativi tre pacifici sugheri,  due con gli occhi e uno col naso.  Chi
    passando  per l'alto lago avesse potuto discernere tutte queste figure
    meditabonde,  inclinate all'acqua,  senza veder le bacchette n i fili
    n  i  sugheri,  si  sarebbe  creduto nel soggiorno d'un romito popolo
    ascetico,  schivo della  terra,  che  guardasse  il  cielo  gi  nello
    specchio liquido, solo per maggiore comodit.
    In  fatto tutti quegli ascetici pescavano alle tinche e nessun mistero
    dell'avvenire umano aveva per essi maggior importanza dei misteri  cui
    arcanamente  alludeva il piccolo sughero,  quando,  posseduto quasi da
    uno spirito,  dava segni d'inquietudine sempre pi viva e in  fine  di
    alienazione mentale;  poich,  dati dei crolli,  dei tratti ora avanti
    ora indietro, pigliava per ultimo, nella confusione delle sue idee, il
    partito disperato  di  entrar  gi  a  capofitto  nell'abisso.  Questi
    fenomeni  avvenivano  per  di  rado e parecchi contemplatori solevano
    passare delle mezze giornate senza notar la  menoma  inquietudine  nel
    sughero.   Allora  ciascuno,  senza  toglier  gli  occhi  dal  piccolo
    galleggiante,  sapeva seguire un invisibile filo d'idee  parallelo  al
    filo  della lenza.  Cos avveniva talvolta al buon arciprete di pescar
    mentalmente una sede episcopale;  al  Signoron  di  pescare  un  bosco
    ch'era stato dei suoi avi, al cuoco di pescare una certa tinca rosea e
    bionda  della  montagna,  al  Cstant  di  pescare una commissione del
    Governo per dare il bianco al picco di Cressogno. Quanto al Carlascia,
    il suo secondo filo aveva generalmente un carattere politico. E questo
    si comprender meglio quando si sappia che anche il  filo  principale,
    quello  della  lenza,  suscitava  spesso nel suo torbido testone certe
    considerazioni politiche suggeritegli dal Commissario Zrboli.  Vede,
    caro  Ricevitore,  gli  aveva detto una volta lo Zrboli ragionando a
    sproposito sul moto milanese del 6 febbraio, Lei ch' un pescatore di
    tinche pu benissimo capire la cosa.  La nostra grande monarchia pesca
    alla lenza. I due bocconi uniti sono la Lombardia e il Veneto, due bei
    bocconi  tondi  e solleticanti,  con del buon ferro dentro.  La nostra
    monarchia li ha buttati l davanti a s,  in faccia alla tana di  quel
    pesciatello   sciocco   ch'  il  Piemonte.   Egli  ha  abboccato  nel
    quarantotto  il  boccone  Lombardia,  ma  poi  ha  potuto  sputarlo  e
    cavarsela.  Milano    il nostro sughero.  Quando Milano si muove vuol
    dire che c' sotto il pesciatello.  L'anno scorso il sughero s' mosso
    un  pochino;  il  caro  pesciatello  non  aveva  fatto  che fiutare il
    boccone. Aspettate, verr un movimento grande, noi daremo il colpo, ci
    sar un poco di strepito e di sbatacchiamento e  lo  tireremo  su,  il
    nostro pesciatello,  non ce lo lasceremo scappare pi, quel porcellino
    bianco, rosso e verde!
    Il Biancn ci aveva fatto una  gran  risata  e  spesso,  mettendosi  a
    pescare,  si ruminava,  per il proprio innocente piacere,  la graziosa
    similitudine, da cui gli nascevano per solito altri sottili e profondi
    pensamenti politici.  Quella mattina il lago era quieto,  propizio per
    le  contemplazioni.  Le  prime  alghe del fondo precipitoso si vedevan
    diritte,  segno che non c'eran  correnti.  I  bocconi,  slanciati  ben
    lontano,  calarono  lentamente  a  piombo,  il filo si distese via via
    sotto il sughero che gli navig dietro un poco  indicando  con  spessi
    anellini i titillamenti dei piccoli cavedini e si mise quindi in pace,
    segno che i bocconi s'erano adagiati sul fondo e che i cavedini non li
    toccavan pi. Il pescatore pos la bacchetta sul muricciuolo e si mise
    a pensare all'ingegnere Ribera.
    Il Biancn aveva, a sua insaputa, una discreta dose di mansuetudine in
    un   doppio   fondo   che  Iddio  gli  aveva  fatto  nel  cuore  senza
    avvertirnelo.  Il mondo del resto se ne pot accorgere nel 1859 quando
    il  caro  pesciatello si mangi il boccone di Lombardia con l'amo e il
    filo e la bacchetta e il Commissario e tutto  quanto;  e  il  Biancn,
    rassegnato,  si  mise  a  piantar  cavoli nazionali e costituzionali a
    Precotto. Malgrado questa occulta mansuetudine, posando la bacchetta e
    pensando che si trattava di  pescare  quel  povero  vecchio  ingegnere
    Ribera,  egli  prov una singolare compiacenza non nel cuore,  non nel
    cervello n in alcuno dei soliti  sensi,  ma  in  un  suo  particolare
    senso,  puramente I. e R. Davvero, egli non aveva coscienza di s come
    di  un  organismo  distinto  dall'organismo   governativo   austriaco.
    Ricevitore  di  una  piccola  dogana di frontiera,  si considerava una
    punta d'unghia in capo a un dito dello Stato;  come agente di  polizia
    poi, si considerava un occhiolino microscopico sotto l'unghia. La vita
    sua  era  quella della monarchia.  Se i Russi le facevano il solletico
    sulla pelle della Galizia,  egli ne sentiva  il  prurito  a  Oria.  La
    grandezza,  la  potenza,  la  gloria  dell'Austria  gli  ispiravano un
    orgoglio smisurato.  Non ammetteva che il  Brasile  fosse  pi  esteso
    dell'Impero  Austriaco,  n  che  la  Cina fosse pi popolata,  n che
    l'Arcangelo Michele potesse  prendere  Peschiera,  n  che  Domeneddio
    potesse   prendere  Verona.   Il  suo  vero  Iddio  era  l'Imperatore;
    rispettava quello del cielo come un alleato di quello di Vienna.
    Non gli era,  dunque,  mai entrato il sospetto che l'ingegnere in capo
    fosse  un cattivo suddito.  Le parole del Commissario,  un vangelo per
    lui,  ne lo persuasero addirittura;  e l'idea di  trovarsi  a  portata
    questo  malfido  servitore  accendeva  il  suo  zelo  d'occhio regio e
    d'unghia imperiale.  Si diede dell'asino  per  non  averlo  conosciuto
    prima.  Oh  ma  era  ancora  in tempo di pescarlo bene: bene bene bene
    bene! Lasci fare a me! Lasci fare a me, signor...
    Tronc la frase e afferr la  bacchetta.  Il  sughero  aveva  impresso
    nell'acqua un anello, dolcemente, muovendosi appena; indizio di tinca.
    Il Biancn strinse forte la bacchetta tenendo il fiato. Altro tocco al
    sughero, altro anello pi grosso; il sughero va pian piano sull'acqua,
    si  ferma,  il  cuore  del  Biancn batte a furia;  il sughero cammina
    ancora per un piccol tratto,  a fior  d'acqua  e  sprofonda;  zac!  il
    Biancn  d  un  colpo,  la bacchetta si torce in arco tanto il filo 
    tirato da un peso occulto.  Peppina,  el gh'!,  grida il  Carlascia
    perdendo  la  testa,  confondendo  il  sesso  della  tinca  con quello
    dell'ingegnere in capo: El guadll,  el guadll.  Il  sedentario  si
    volta  invidioso:  Ghe  l'ha,  scior  Recitr?.  Il Cstant si cuoce
    dentro e non fa motto n volge la sua tuba.  Rat  accorre  e  accorre
    anche la signora Peppina portando il guadll,  una pertica lunga con
    una gran borsa di rete in capo,  per imborsarvi la  tinca  nell'acqua,
    ch  il  tirarla su di peso col filo sarebbe un rischio disperato.  Il
    Biancn piglia il filo, lo raccoglie pian piano a s.  La tinca non si
    vede  ancora ma deve esser grossa;  il filo viene in su per un paio di
    braccia,  poi  tirato furiosamente in gi;  quindi  torna  a  venire,
    viene,  viene, e in fondo all'acqua, sotto il naso dei tre personaggi,
    balena un giallore, un'ombra mostruosa. Oh la bella!,  fa la signora
    Peppina sottovoce.  Rat esclama: Madne,  madne!, e il Biancn non
    dice parola,  tira e tira con cautela.  E'  un  bel  pescione,  corto,
    grosso,  dal ventre giallo e dal dorso scuro che viene in su dal fondo
    quasi supino e per isghembo, con mala volont.
    Le tre facce non gli piacciono perch volta loro di colpo  la  coda  e
    sbattendola  fa  un'altra  punta  furiosa verso il fondo.  Finalmente,
    spossato,  segue il filo,  arriva sotto il muro con la  pancia  dorata
    all'aria.  La Peppina, rovescioni sul parapetto, stende gi quanto pu
    la sua pertica per imborsar il malcapitato e non le  riesce.  Per  el
    mson!,  grida  suo  marito.  Per la cua!,  strilla Rat.  A quello
    strepito, alla vista di quel pauroso arnese,  il pesce si dibatte,  si
    tuffa; la Peppina si arrabatta invano, non trova il mson, non trova
    la cua; il Biancn tira, la tinca trascinata a galla si aggomitola e
    con  una  potente  spaccata rompe il filo,  strepita via tra la spuma.
    Madne!,  esclama Rat;  la Peppina seguita a frugar l'acqua con  la
    sua pertica; dova l' sto pss? dova l' sto pss?, e il Biancn che
    era rimasto petrificato col filo in mano,  si volta furibondo, tira un
    calcio a Rat,  afferra sua moglie per le spalle,  la scuote  come  un
    sacco di noci, la carica d'improperi. L' andada, scior Recitr?, fa
    il sedentario,  mellifluo. Il Cstant volta un poco la tuba, guarda il
    luogo della catastrofe,  torna alla contemplazione  del  suo  pacifico
    sughero e brontola in tono di compatimento: Minga prtich!.
    Intanto  la  tinca  ritorna  alle native alghe profonde,  malconcia ma
    libera come il suo simile, il Piemonte, dopo Novara; ed  dubbio se al
    povero ingegnere in capo toccher la stessa fortuna.














    2. La sonata del chiaro di luna e delle nuvole.

    Il sole calava dietro al ciglio  del  monte  Br  e  l'ombra  oscurava
    rapidamente  la  costa  precipitosa  e  le  case  di Oria,  imprimeva,
    violacea e cupa,  il profilo del monte sul verde luminoso  delle  onde
    che correvano oblique a ponente,  grandi ancora ma senza spuma,  nella
    breva stanca.  Casa Ribera si  era  oscurata  l'ultima.  Addossata  ai
    ripidi  vigneti  della  montagna,  sparsi  d'ulivi,  essa  cavalca  la
    viottola che costeggia il lago,  e pianta nell'onda  viva  una  fronte
    modesta,   fiancheggiata  a  ponente,   verso  il  villaggio,   da  un
    giardinetto pensile a due ripiani, a levante, verso la chiesa,  da una
    piccola  terrazza  gittata  su  pilastri  che  inquadrano  un pezzo di
    sagrato.  Entra in quella fronte una piccola darsena  dove  allora  si
    dondolava,  fra  lo  schiamazzar  delle onde,  il battello di Franco e
    Luisa.  Sopra l'arco  della  darsena  una  galleria  sottile  lega  il
    giardinetto  pensile  di  ponente alla terrazza di levante e guarda il
    lago per tre finestre. La chiamavan loggia,  forse perch lo era stata
    in  antico.  La  vecchia  casa portava incrostati qua e l parecchi di
    questi venerandi  nomi  fossili  che  vivevano  per  la  tradizione  e
    figuravano,  nella loro apparente assurdit, i misteri nella religione
    delle mura domestiche.  Dietro alla loggia vi ha una sala  spaziosa  e
    dietro  alla  sala  due  stanze:  a  ponente  il  salottino  da pranzo
    tappezzato di piccoli uomini illustri  di  carta,  ciascuno  sotto  il
    proprio  vetro  e  dentro  la  propria  cornice,  ciascuno  atteggiato
    dignitosamente a modo degl'illustri di  carne  e  d'ossa,  come  se  i
    colleghi  nemmanco  esistessero e il mondo non guardasse che a lui;  a
    levante la camera dell'alcova dove  accanto  agli  sposi  dormiva  nel
    proprio  letticciuolo  la signorina Maria Maironi nata nell'agosto del
    1852.
    Dai cassettoni rococ delle camere da letto alla madia  della  cucina,
    dal nero pendolo del salottino da pranzo al canap della loggia con la
    sua  stoffa color marrone cosparsa di cavalieri turchi gialli e rossi,
    dalle  seggiole  impagliate  a   certi   seggioloni   dai   bracciuoli
    spropositatamente  alti,  i  mobili della casa appartenevano all'epoca
    degli uomini illustri,  la maggior parte dei quali portava parrucca  e
    codino.  Se  parevano  discesi dal granaio,  parevan pure aver ripreso
    nell'aria e nella luce della nuova dimora certe perdute  abitudini  di
    pulizia,  un  notevole  interesse  alla  vita,  una  dignit di onesta
    vecchiaia.  Cos un'accozzaglia di  vocaboli  disusati  potrebbe  oggi
    comporsi,  nel soffio d'un attempato poeta conservatore, e rifletterne
    la  serena  ed  elegante  senilit.   Sotto  il  regime  matematico  e
    burocratico dello zio Piero,  seggiole e seggioloni, tavole e tavolini
    avevano  vissuto  in  perfetta  simmetria  e   il   privilegio   della
    inamovibilit  era  stato  accordato  persino agli stoini.  Il nome di
    mobile non lo aveva meritato che un cuscino  grigio  e  celeste,  un
    aborto di materasso,  che l'ingegnere durante i suoi brevi soggiorni a
    Oria si portava con s  quando  mutava  seggiolone.  Assente  lui,  il
    custode  rispettava  tanto  le  suppellettili  da non osar di toccarne
    confidenzialmente,  di spolverarne le parti meno visibili.  Ci faceva
    andar  sulle  furie  la governante,  regolarmente,  ad ogni ritorno in
    Valsolda.  Il padrone,  irritato che per un po' di polvere si gridasse
    tanto contro un povero diavolo di contadino,  se la pigliava con lei e
    le suggeriva di spolverare ella stessa;  e quando la  donna  scatt  a
    domandargli,  in  via  di  sdegnosa  replica,  se dovesse ammazzarsi a
    spolverare  tutta  la  casa  ogni  volta  che   veniva,   le   rispose
    bonariamente: Mazzv ona volta sola ch'el sar asse.
    Egli   abbandonava   poi   del  tutto  al  capriccio  del  custode  la
    coltivazione del giardinetto come quella di un orto  che  possedeva  a
    levante del sagrato,  in riva al lago.  Solo una volta, due anni prima
    del matrimonio di Luisa,  arrivando a Oria in principio di settembre e
    trovando  nel secondo ripiano del giardinetto sei piante di granturco,
    si permise di dire al custode: Sent on poo: quii ses gamb de  carlon,
    podarisset propi minga fann a men?.
    I poeti non conservatori Franco e Luisa avevano trasformata,  col loro
    soffio,  la faccia delle cose.  La poesia di Franco  era  pi  ardita,
    fervida  e appassionata,  la poesia di Luisa era pi prudente;  cos i
    sentimenti di Franco gli fiammeggiavano sempre dagli occhi,  dal viso,
    dalla  parola  e  quelli  di Luisa non davano quasi mai fiamme ma solo
    coloravano il fondo del  suo  sguardo  penetrante  e  della  sua  voce
    morbida.  Franco non era conservatore che in religione e in arte;  per
    le  mura  domestiche  era  un  radicale  ardente,   immaginava  sempre
    trasformazioni di pareti,  di soffitti, di pavimenti, di arredi. Luisa
    incominciava con ammirar il suo genio,  ma  poich  i  denari  venivan
    quasi  tutti dallo zio e non ci era larghezza per imprese fantastiche,
    piano piano,  un po' per volta,  lo persuadeva di lasciar a  posto  le
    pareti,  i soffitti e anche i pavimenti,  di studiar come si sarebbero
    potuti disporre meglio gli arredi senza trasformarli.  E gli suggeriva
    delle idee senza averne l'aria, facendogli credere che venivan da lui,
    perch  alla  paternit  delle idee Franco ci teneva molto e Luisa era
    invece del tutto indifferente a questa maternit.  Cos  tra  l'uno  e
    l'altra  disposero  la  sala  per  la  conversazione,  la lettura e la
    musica,  la loggia per il giuoco,  la terrazza per il caff e  per  le
    contemplazioni  poetiche.  Di  quella terrazzina Franco fece la poesia
    lirica della casa. Era piccina assai e parve a Luisa che vi si potesse
    concedere un po' di sfogo all'estro di suo marito. Fu allora che cadde
    dal trono il re dei gelsi  valsoldesi,  il  famoso  antico  gelso  del
    sagrato,  un  tiranno  che  toglieva  alla  terrazza  tutta  la  vista
    migliore.  Franco si liber da lui mediante pecunia,  disegn  e  alz
    sopra  la  terrazza  un aereo contesto di sottili aste e bastoncini di
    ferro che figuravan tre archi sormontati da una cupolina,  vi mand su
    due  passiflore  eleganti  che vi aprivan qua e l i loro grandi occhi
    celesti  e  ricadevano  da  ogni  parte  in  festoni  e  vilucchi.  Un
    tavoluccio  rotondo  e  alcune sedie di ferro servivano per il caff e
    per la contemplazione.  Quanto al giardinetto pensile,  Luisa  avrebbe
    potuto  sopportare  anche  il  granturco per una tolleranza di spirito
    superiore che ama lasciar in pace gl'inferiori nelle loro idee,  nelle
    loro  abitudini,  nei loro affetti.  Ella sentiva una certa rispettosa
    piet per gl'ideali orticoli del povero custode, per quell'insalata di
    rozzezze e di gentilezze ch'egli aveva nel cuore, un gran cuore capace
    di accogliere insieme reseda e zucche,  begliuomini e  carote.  Invece
    Franco,  generoso  e religioso com'era,  non avrebbe tollerato nel suo
    giardino una zucca n una carota per amore di qualsiasi prossimo. Ogni
    stupida volgarit lo irritava.  Quando l'infelice  ortolano  si  sent
    predicare  dal signor don Franco che il giardinetto era una porcheria,
    che bisognava  cavar  tutto,  buttar  via  tutto,  rimase  sbalordito,
    avvilito da far piet; ma poi lavorando agli ordini suoi per riformare
    le  aiuole,  per  contornarle  di tufi,  per piantare arbusti e fiori,
    vedendo come il padrone stesso sapesse lavorar di sua  mano  e  quanti
    terribili  nomi  latini  e qual portentoso talento avesse in testa per
    immaginare disposizioni nuove e belle,  concep poco a  poco  per  lui
    un'ammirazione  quasi  paurosa  e  quindi  anche,   malgrado  i  molti
    rabbuffi, una affezione devota.
    Il giardinetto pensile fu trasformato a  immagine  e  similitudine  di
    Franco.  Un'olea fragrans vi diceva in un angolo la potenza delle cose
    gentili sul caldo impetuoso spirito  del  poeta;  un  cipressino  poco
    accetto  a  Luisa vi diceva in un altro angolo la sua religiosit;  un
    piccolo parapetto di mattoni a traforo, fra il cipresso e l'olea,  con
    due  righe  di  tufi  in  testa  che  contenevano un ridente popolo di
    verbene,  petunie e portulache,  accennava alla ingegnosit  singolare
    dell'autore;  le  molte  rose  sparse  dappertutto  parlavano  del suo
    affetto alla  bellezza  classica;  il  ficus  repens  che  vestiva  le
    muraglie  verso  il lago,  i due aranci nel mezzo dei due ripiani,  un
    vigoroso,  lucido carrubo rivelavano un temperamento  freddoloso,  una
    fantasia volta sempre al mezzogiorno, insensibile al fascino del nord.
    Luisa aveva lavorato e lavorava assai pi del marito;  ma se questi si
    compiaceva delle proprie fatiche e ne parlava volentieri, Luisa invece
    non ne parlava mai e non ne traeva veramente alcuna  vanit.  Lavorava
    d'ago,  d'uncinetto, di ferri, di forbici, con una tranquilla rapidit
    prodigiosa, per suo marito, per la sua bambina, per ornar la sua casa,
    per i poveri e per s.  Tutte le stanze avevan lavori  suoi,  cortine,
    tappeti, cuscini, paralumi. Era pure affar suo di collocare i fiori in
    sala  e  in loggia;  non piante in vaso perch Franco ne aveva poche e
    non gli garbava di chiuderle nelle stanze;  non fiori del  giardinetto
    perch coglierne uno era come strapparglielo dal cuore. Erano invece a
    disposizione  di  Luisa  le  dalie,  le  rose,  i gladioli,  gli astri
    dell'orto. Ma poich non le bastavano e poich il villaggio, dopo Dio,
    Santa Margherita e S. Sebastiano,  adorava la sciora Lisa,  cos ad
    un  cenno  suo  i  ragazzi  le  portavano  fiori selvaggi e felci,  le
    portavano edera per rilegar con festoni i grandi  mazzi  fissati  alle
    pareti  dentro  anelli  di  metallo.  Anche alle braccia dell'arpa che
    pendeva dal soffitto della  sala  erano  sempre  attorcigliati  lunghi
    serpenti d'edera e di passiflora.
    Lo zio Piero,  quando gli scrivevano di queste novit, rispondeva poco
    o nulla.  Tutt'al  pi  raccomandava  di  non  tener  troppo  occupato
    l'ortolano  il  quale  doveva pur attendere alle faccende proprie.  La
    prima volta che capit a Oria dopo la trasformazione del  giardinetto,
    si ferm a guardarlo come aveva fatto per le sei piante di granturco e
    borbott  sottovoce: Oh poer a mi!.  Usc sulla terrazza,  guard il
    cupolino, tocc le aste di ferro e pronunci un basta! rassegnato ma
    pieno di disapprovazione per tante eleganze superiori allo stato suo e
    de' suoi nipoti.  Invece,  dopo aver esaminato  in  silenzio  tutti  i
    mazzi, i mazzolini, i vasi, i festoni della sala e della loggia, disse
    con  un  bonario  sorriso: Sent on poo,  Lisa;  con ttt st'erba ch
    farisset minga mj a tegn on para de pgor?.
    Ma la governante fu beata di  non  aversi  pi  ad  ammazzare  per  la
    polvere  e  le  ragnatele,  ma  l'ortolano  vant  senza fine le opere
    miracolose del signor don Franco ed egli  stesso  comincio  presto  ad
    abituarsi ai nuovi aspetti della sua casa, a guardar senza malevolenza
    il cupolino della terrazza che gli faceva comodo per l'ombra. Dopo tre
    o  quattro  giorni  domando  chi  lo  avesse eseguito e gli accadde di
    fermarsi qualche volta a guardar i fiori del giardinetto,  di chiedere
    il nome dell'uno e dell'altro. Dopo otto o dieci giorni, stando con la
    piccola  Maria  sulla  porta  della sala che mette al giardinetto,  le
    domando: Chi ha piantato tutti questi bei fiori?,  e  le  insegn  a
    rispondere: Pap.  Ad un suo impiegato venuto a fargli visita mostr
    le opere del nipote e ne accolse gli elogi con un assenso misurato  ma
    pieno  di  soddisfazione:  S  s,  per questo s.  Insomma fin con
    diventare un ammiratore di Franco e persino con dare ascolto,  in  via
    di  conversazione,  ad  altri  suoi  progetti.  E in Franco crescevano
    l'ammirazione e la gratitudine per quella grande e generosa bont, che
    aveva vinto la natura conservatrice, l'avversione antica alle eleganze
    di ogni maniera;  per la solita bont che  ad  ogni  simile  contrasto
    saliva  saliva  silenziosamente  dietro  le renitenze dello zio fino a
    sormontare, a coprir tutto con una larga onda di acquiescenza o almeno
    con la frase sacramentale del resto,  fate vobis.  A una sola novit
    lo  zio  non  aveva  voluto  adattarsi: alla scomparsa del suo vecchio
    cuscino. Luisa,  diss'egli sollevando con due dita dal seggiolone il
    nuovo cuscino ricamato: porta via. E non ci fu verso di persuaderlo.
    Et cap de portall via? Quando Luisa sorridendo gli diede il vecchio
    materassino  abortito,  egli  ci  si sedette su con un sonoro insc!
    come se riprendesse solennemente il possesso di un trono.
    Adesso, mentre l'ombra violacea invadeva il verde delle onde e correva
    lungo la costa, di paesello in paesello, spegnendo,  una dopo l'altra,
    le  bianche  case lucenti,  egli era appunto seduto sul suo trono e si
    teneva  sulle  ginocchia  la  piccola  Maria,  mentre  Franco,   sulla
    terrazza,  annaffiava i vasi di pelargoni, pieno il cuore e il viso di
    contentezza affettuosa come se versasse da bere a Ismaele nel deserto,
    e Luisa stava sgrovigliando pazientemente una pesca di suo marito,  un
    garbuglio  pauroso  di  spago,  di  piombi,  di  seta  e di ami.  Ella
    discorreva in pari tempo col professore  Gilardoni  che  aveva  sempre
    qualche garbuglio filosofico da sgrovigliare e ci si metteva molto pi
    volentieri con lei che con Franco, il quale lo contraddiceva sempre, a
    torto  e  a  ragione,  avendolo  in concetto d'un ottimo cuore e d'una
    testa confusa.  Lo zio,  tenendo il ginocchio destro sul sinistro e la
    bambina sul mucchio, le ripeteva per la centesima volta, con affettata
    lentezza, e storpiando un poco il nome esotico, la canzonetta:

    "Ombretta sdegnosa Del Missipip".

    Fino alla quarta parola la bambina lo ascoltava immobile,  seria,  con
    gli occhi fissi; ma quando veniva fuori il Missipip scoppiava in un
    riso,  sbatteva forte le gambucce e piantava  le  manine  sulla  bocca
    dello  zio,  il quale rideva anche lui di cuore e dopo un breve riposo
    ricominciava adagio adagio, nel tono solito:

    "Ombretta sdegnosa..."

    La bambina non somigliava n al padre n alla madre,  aveva gli occhi,
    i lineamenti fini della nonna Teresa.  Al vecchio zio, che pure vedeva
    di rado,  mostrava una tenerezza strana,  impetuosa.  Lo  zio  non  le
    diceva  paroline  dolci,   le  faceva,   occorrendo,  qualche  piccola
    riprensione,  ma le portava sempre giuocattoli,  la conduceva spesso a
    passeggio,  se  la faceva saltar sulle ginocchia,  rideva con lei,  le
    diceva canzonette comiche,  quella che cominciava  col  Missipip  e
    un'altra che finiva:

    "Rispose tosto Barucab".

    Chi era mai Barucab? E cosa gli avevano domandato?
    Toa B,  toa B!,  diceva Maria; ancora Barucab, ancora Barucab!
    Lo zio le ripeteva allora la poetica  storia  ma  nessuno  la  sa  pi
    ripetere a me.
    Ecco  di  che  parlava a Luisa,  con la sua voce timida e gentile,  il
    professore Gilardoni,  diventato un tantin pi vecchio,  un tantin pi
    calvo,  un tantin pi giallo.  Chi sa,  aveva detto Luisa, se Maria
    somiglier alla nonna come nel viso anche nell'anima?  Il  professore
    rispose  che  sarebbe stato un miracolo avere in una famiglia,  a cos
    poca distanza, due anime simili.  E volendo spiegare a quale rarissima
    specie fosse appartenuta,  nel suo concetto, l'anima della nonna, mise
    fuori il seguente garbuglio. Vi sono,  diss'egli,  anime che negano
    apertamente  la vita futura e vivono proprio secondo la loro opinione,
    per la sola vita presente.  Queste non sono molte.  Poi vi sono  anime
    che  mostrano  di  credere nella vita futura e vivono del tutto per la
    presente.  Queste sono alquante pi.  Poi vi sono anime che alla  vita
    futura  non  pensano  e  vivono  per in modo da non mettersi troppo a
    repentaglio di perderla se c'.  Queste sono pi ancora.  Poi vi  sono
    anime  che  credono  veramente nella vita futura e dividono pensieri e
    opere in due categorie che fanno quasi sempre ai pugni fra loro: una 
    per il cielo, l'altra  per la terra.  Queste sono moltissime.  Poi vi
    sono anime che vivono per la sola vita futura nella quale credono.
    Queste sono pochissime e la signora Teresa era di queste.
    Franco,  che non poteva soffrire le disquisizioni psicologiche,  pass
    accigliato col suo annaffiatoio vuoto per  andare  nel  giardinetto  e
    pens: Poi vi sono anime che rompono l'anima.  Lo zio,  del resto un
    po' sordo,  rideva con la Maria.  Luisa,  passato che fu  suo  marito,
    disse  piano:  Poi  vi sono anime che vivono come se vi fosse la sola
    vita futura nella quale non credono: e  di  queste  ve  n'  una.  Il
    professore  trasal  e la guard senza dir nulla.  Ella stava cercando
    nella matassa della pesca un  filo  doppio,  a  occhiello,  per  farlo
    passare.  Non vide quello sguardo ma lo sent e si affrett a indicare
    col capo lo zio.  Aveva ella pensato proprio a lui nel dir quello  che
    aveva   detto?   O   vi   era  stata  nel  suo  pensiero  una  occulta
    complicazione?  Aveva pensato allo zio senza  un  vero  convincimento,
    solo perch non osava nominare, neanche nel pensiero, un'altra persona
    cui le sue parole potevano riferirsi pi giustamente?  Il silenzio del
    professore,  lo sguardo scrutatore di lui,  non incontrato ma sentito,
    le  rivelarono  ch'egli  sospettava  di lei stessa: per questo accenn
    frettolosamente allo zio.
    Non crede nella vita futura?, mormor il professore.
    Direi di no,  rispose Luisa e subito si sent nel cuore un  rimorso,
    sent  che non aveva sufficienti ragioni,  che non aveva il diritto di
    rispondere cos.  In fatto lo  zio  Piero  non  s'era  curato  mai  di
    meditare  sulla  religione:  egli  compenetrava nel suo concetto della
    onest  la  continuazione  delle  vecchie  pratiche  di  famiglia,  la
    professione della fede avita,  presa come stava,  alla carlona. Il suo
    era un Dio bonario come lui, che non ci teneva tanto alle giaculatorie
    n ai rosari, come lui; un Dio contento di aver per ministri,  com'era
    contento  lui  di aver per amici,  dei galantuomini di cuore,  fossero
    pure allegri mangiatori e bevitori,  tarocchisti per la vita,  franchi
    raccontatori  di  porcherie non disoneste a lecito sfogo della sudicia
    ilarit che ciascuno ha in corpo. Certi suoi discorsi scherzosi, certi
    aforismi buttati l senza riflettere sulla importanza  relativa  delle
    pratiche  religiose  e  sulla  importanza  assoluta  del vivere onesto
    l'avevano colpita  fin  da  bambina,  anche  perch  la  mamma  se  ne
    inquietava   moltissimo   e   supplicava  suo  fratello  di  non  dire
    spropositi.  Le era entrato il sospetto che lo zio andasse  in  chiesa
    solamente  per  convenienza.  Non era vero;  non bisognava tener conto
    degli  aforismi   di   uno   che,   invecchiato   nel   sacrificio   e
    nell'abnegazione,  soleva  dire  charitas  incipit  ab  ego;  e poi,
    quand'anche lo zio avesse stimato poco le pratiche religiose,  a negar
    la vita futura ci correva ancora un bel tratto.  Infatti, appena messo
    fuori il suo giudizio e uditolo suonare,  Luisa lo sent  falso,  vide
    pi  chiaro  in  se  stessa,  intese  di  avere inconsciamente cercato
    nell'esempio dello zio un appoggio e un conforto per s.
    Il professore era tutto commosso di una rivelazione tanto inattesa.
    Quest'anima unica,  diss'egli,  che vive come se non  pensasse  che
    alla  vita futura nella quale non crede,   in errore,  ma bisogna pur
    ammirarla come la pi nobile, la pi grande. E' una cosa sublime!
    Lei  certo, per, che quest'anima  in errore?
    Oh s s!
    Ma Lei, a quale delle Sue categorie appartiene?
    Il professore si credeva dei pochissimi che  si  regolano  interamente
    secondo  un'aspirazione  alla vita futura;  bench forse sarebbe stato
    imbarazzato a dimostrare che i suoi profondi studi su Raspail,  il suo
    zelo  nel  preparare  acqua  sedativa  e sigarette di canfora,  il suo
    orrore  dell'umidit  e  delle  correnti  d'aria  significassero  poca
    tenerezza per la vita presente.  Per non volle rispondere,  disse che
    non appartenendo a nessuna Chiesa,  credeva tuttavia fermamente in Dio
    e  nella  vita  futura  e  che non poteva giudicare il proprio modo di
    vivere.
    Intanto Franco, annaffiando il giardinetto,  aveva trovato fiorita una
    verbena nuova, e, posato l'annaffiatoio, era venuto sulla soglia della
    loggia e chiamava la Maria per fargliela vedere.  La Maria si lasciava
    chiamare e voleva ancora Missipip, onde lo zio la pos a terra e la
    condusse lui al pap.
    Per, professore, disse Luisa uscendo con la parola viva da un corso
    occulto d'idee, si pu,  non  vero,  credere in Dio e dubitare della
    nostra vita futura?
    Ell'aveva posato,  cos dicendo, l'aggrovigliata matassa della pesca e
    guardava il Gilardoni in viso con un interesse vivo,  con un desiderio
    manifesto  che  rispondesse  di  s;  e,  perch  il Gilardoni taceva,
    soggiunse:
    Mi pare che qualcuno potrebbe dire: che obbligo ha Iddio di regalarci
    l'immortalit?  L'immortalit dell'anima  una invenzione dell'egoismo
    umano  che  in fin dei conti vuol far servire Iddio al comodo proprio.
    Noi vogliamo un premio per il bene che facciamo agli altri e una  pena
    per  il  male che gli altri fanno a noi.  Rassegnamoci invece a morire
    anche noi del tutto come ogni essere vivente e facciamo sin che  siamo
    vivi  la  giustizia  per noi e per gli altri,  senza speranza di premi
    futuri,  solo perch Iddio vuole da noi questo  come  vuole  che  ogni
    stella  faccia  lume e che ogni pianta faccia ombra.  Cosa Le pare,  a
    Lei?
    Cosa vuol che Le dica?,  rispose il Gilardoni.  A me pare una  gran
    bellezza!  Non posso dire: una gran verit.  Non lo so,  non ci ho mai
    pensato;  ma una gran bellezza!  Io dico che il Cristianesimo  non  ha
    potuto avere n immaginare dei Santi sublimi come questo qualcuno!  E'
    una gran bellezza,  una gran bellezza!
    Perch poi, riprese Luisa dopo un breve silenzio, si potrebbe forse
    anche sostenere che questa vita futura non sarebbe proprio felice.  Vi
      felicit quando non si conosce la ragione di tutte le cose,  quando
    non si arriva a spiegare tutti i misteri?  E  il  desiderio  di  saper
    tutto  sar  esso  appagato  nella vita futura?  Non rester ancora un
    mistero impenetrabile? Non dicono che Dio non si conoscer interamente
    mai? E allora, nel nostro desiderio di sapere, non finiremo a soffrire
    come adesso,  anzi forse  pi,  perch  in  una  vita  superiore  quel
    desiderio  dev'essere  ancora  pi  forte?  Io  vedrei un solo modo di
    arrivare a saper tutto e sarebbe di diventar Dio...
    Ah, Lei  panteista!, esclam il professore, interrompendo.
    Ssss!, fece Luisa. No no no! Io sono cristiana cattolica. Dico quel
    che altri potrebbero sostenere.
    Ma scusi, vi  un panteismo...
    Ancora filosofia!?,  esclam  Franco  entrando  con  la  piccina  in
    braccio.
    Oh, miseria!, borbott lo zio alle sue spalle.
    Maria  teneva  in  mano  una  bella rosa bianca.  Guarda questa rosa,
    Luisa, disse Franco. Maria, da' il fiore alla mamma. Guarda la forma
    di questa rosa, guarda il portamento, guarda le sfumature, le venature
    di questi petali,  guarda quella  stria  rossa;  e  senti  che  odore,
    adesso! E lascia star la filosofia.
    Lei  nemico della filosofia?, osserv il professore, sorridendo.
    Io sono amico,  rispose Franco, della filosofia facile e sicura che
    m'insegnano anche le rose.
    La filosofia, caro professore, interloqu lo zio, solennemente, l'
    tutta in Aristtel: quell che te pdet av, ttel.
    Lei scherza, ribatt il professore, ma Lei pure  un filosofo.
    L'ingegnere gli pos una mano sulla spalla:
    Sentite, caro amico, la mia filosofia in vott o des biccir la ci sta
    tutta.
    Euh, vott o des biccir!, borbott la governante che ud,  entrando,
    questa spacconata d'intemperanza del suo misuratissimo padrone.  Vott
    o des corni!
    Veniva ad annunciare don Giuseppe Costabarbieri che fece in pari tempo
    udire dalla sala un cavernoso e pure ilare Deo gratias. Ecco la rugosa
    faccia rossa, gli occhi allegri, i capelli bianchi del mansueto prete.
    Si discorre di filosofia,  don Giuseppe,  disse Luisa dopo  i  primi
    saluti. Venga qui e metta fuori le Sue belle idee anche Lei!
    Don  Giuseppe  si  gratt  la nuca e poi volgendo un po' il capo verso
    l'ingegnere con lo  sguardo  di  chi  desidera  una  cosa  e  non  osa
    domandarla, mise fuori il fiore delle sue idee filosofiche:
    Sarissel minga mej fa ona primerina?
    Franco  e  lo  zio  Piero,  felici  di  salvarsi  dalla  filosofia del
    Gilardoni, si misero allegramente a tavolino col prete.
    Appena rimasto solo con Luisa, il professore disse piano:
    Ieri  partita la signora marchesa.
    Luisa, che s'era presa Maria sulle ginocchia,  le piant le labbra sul
    collo, appassionatamente.
    Forse,  riprese  il  professore che mai non aveva saputo leggere nel
    cuore umano n toccarne le corde a proposito, forse, il tempo...  son
    tre anni soli... forse verr il giorno che si piegher.
    Luisa alz il viso dal collo di Maria.  Forse lei, s, diss'ella. Il
    professore non cap, cedette al mal genio che ci suggerisce la peggior
    parola nel peggior momento e, invece di smettere,  si ostin.  Forse,
    se  potesse  veder  Maria!  Luisa si strinse al petto la bambina e lo
    guard con una fierezza tale  ch'egli  si  smarr  e  disse:  Scusi.
    Maria,  stretta cos forte, alz gli occhi al viso strano della mamma,
    divent rossa rossa,  strinse le labbra,  pianse due  grosse  lagrime,
    scoppi in singhiozzi.
    No no, cara, le mormor Luisa teneramente, sta buona, sta buona, tu
    non la vedrai mai, tu!
    Appena  chetata la bambina,  il professore,  turbato dall'idea di aver
    fatto un passo falso,  di aver offeso Luisa,  un essere che gli pareva
    sovrumano,  voleva  spiegarsi,  giustificarsi,  ma Luisa non lo lasci
    parlare. Basta, scusi, diss'ella alzandosi.
    Andiamo a veder il giuoco.
    In fatto non s'accost ai giuocatori,  mand Maria sul sagrato con  la
    sua piccola bambinaia Veronica e and a portar un avanzo di dolce a un
    vecchione  del  villaggio,  che  aveva un vorace stomaco e una piccola
    voce,  con la quale prometteva ogni giorno alla  sua  benefattrice  la
    stessa  preziosa  ricompensa:  Prima  de  mor  ghe  faroo on basin.
    Intanto il professore, pieno di scrupoli e di rimorsi per le sue mosse
    poco fortunate,  non sapendo se partire  o  rimanere,  se  la  signora
    tornerebbe  o no,  se andarne in cerca fosse indiscrezione o no,  dopo
    essersi affacciato al lago come per chieder consiglio ai  pesci,  dopo
    essersi  affacciato  al  monte  per veder se da qualche finestra della
    casa gli apparisse Luisa o qualcuno cui si potesse  domandar  di  lei,
    and finalmente a vedere il giuoco. Ciascuno dei giuocatori teneva gli
    occhi sulle proprie quattro carte raccolte nella sinistra, l'una sopra
    l'altra  per  modo  che  la  seconda  e  la terza sormontavan tanto da
    potersi riconoscere;  e ciascuno,  avendo preso delicatamente  fra  il
    pollice e l'indice l'angolo superiore delle due ultime,  faceva uscire
    con un combinato moto del polso e delle dita la quarta ignota di sotto
    la terza,  adagio adagio,  come  se  portasse  la  vita  o  la  morte,
    ripetendo  con  gran  devozione appropriate giaculatorie: Don Giuseppe
    cui occorrevano picche scappa ross e bta ngher,  gli altri due che
    volevano  quadri  e  cuori scappa ngher e bta ross.  Il professore
    pens ch'egli pure aveva in mano una carta coperta, un asso di denari,
    e che  non  sapeva  ancora  se  l'avrebbe  giuocata  o  no.  Aveva  il
    testamento  del  vecchio  Maironi.  Pochi  giorni  dopo la morte della
    signora Teresa,  Franco gli aveva  detto  di  distruggerlo  e  di  non
    fiatarne  mai  con  sua moglie.  Egli non aveva obbedito che quanto al
    silenzio. Il documento, all'insaputa di Franco, esisteva ancora perch
    il suo possessore s'era fitto in  capo  di  aspettar  gli  eventi,  di
    vedere  se  Cressogno  e  Oria  facessero la pace,  se,  perdurando le
    ostilit,  Franco e la sua famigliuola capitassero  nel  bisogno;  nel
    quale  ultimo  caso  avrebbe fatto qualche cosa lui.  Che cosa avrebbe
    fatto non sapeva bene,  si coltivava in testa  i  germi  di  parecchie
    corbellerie e aspettava che l'una o l'altra maturasse a tempo e luogo.
    Ora, guardando Franco giuocare, ammirava come quell'uomo tanto assorto
    nella  cupidit  di  un  re  di quadri,  avesse respinta l'altra carta
    preziosa,  che neppure avesse voluto farne saper niente a sua  moglie.
    Egli attribuiva questo silenzio a modestia, al desiderio di nascondere
    un  azione  generosa;  e  quantunque  avesse  preso da Franco pi d'un
    brusco rabbuffo e sentisse di non esserne tenuto  in  gran  conto,  lo
    guardava con un rispetto pieno d'umile devozione. Franco fu il primo a
    scoprir  la  quarta  carta e le butt via dispettosamente tutte mentre
    don Giuseppe esclamava: Ovj!  L' ngher!,  e si fermava a  pigliar
    fiato  prima  di andar avanti a scoprire se l'era gzz o minga gzz,
    cio s'erano picche o fiori.  Ma l'ingegnere,  alzato dalle  carte  il
    viso placido e sorridente,  si mise a batter col dito,  sotto il piano
    del tavolino, dei colpettini misteriosi che volevan dire: c' la carta
    buona;  e allora don Giuseppe,  visto che  il  suo  ngher  non  era
    gzz,  cacci un malarbetto! e butt via le carte anche lui.  Che
    reson de ciap rabbia!,  fece l'ingegnere.  Anca v sii ngher e sii
    minga gzz. Il prete,  avido della rivincita, si content d'invocarla
    sdegnosamente: Sci i cart, sci i cart, sci i cart!. E la partita,
    simbolo dell'eterna lotta universale fra i neri e i rossi, ricominci.

    Il lago dormiva oramai coperto e cinto  d'ombra.  Solo  a  levante  le
    grandi  montagne lontane del Lario avevano una gloria d'oro fulvo e di
    viola.  Le  prime  tramontane  vespertine  movevano  le  frondi  della
    passiflora,  corrugavano  verso  l'alto,  a chiazze,  le acque grigie,
    portando un odor fresco di boschi.  Il professore era  partito  da  un
    pezzo  quando Luisa ritorn.  Ell'aveva incontrato sulla scalinata del
    Pomodoro una ragazza piangente che strillava, el m p el voeur mazz
    la mia mamm!.  Aveva seguita la ragazza in casa sua presso la Madonna
    del Romt e ammansato l'uomo che cercava sua moglie con un coltello in
    mano,  per causa non tanto d'una cattiva minestra quanto d'una cattiva
    risposta.  Luisa rappresent a suo marito e a  don  Giuseppe  l'ultimo
    atto  del  dramma,  il  suo  dialogo  con  la  moglie  ch'era  corsa a
    nascondersi nella stalla.  Oh Regina,  dov sii? Sont ch.  Dov,
    ch?  Ch. La voce tremante veniva di sotto la vacca.  La donna era
    proprio l, accoccolata. Vegn foeura, donca! Sciora no. Perch?
    Goo pagra. Vegn foeura ch'el voss mar el vaeur  fav  on  basin.
    Mi no. Allora Luisa aveva chiamato dentro l'uomo. E v andee a fagh
    on  basin  sott  a  la  vacca. E l'uomo aveva dato il bacio mentre la
    donna, temendo un morso, gemeva: Cgnem poeu minga, neh!.
    Che divol d'ona sciora Luisa,  fece  don  Giuseppe.  E  soddisfatto
    della  scorpacciata  di primiera,  palpandosi dolcemente sui fianchi e
    sul ventre le modeste rotondit,  il  piccolo  personaggio  del  mondo
    antico pens al secondo scopo della sua visita.
    Voleva dire una parolina alla signora Luisa.  L'ingegnere era uscito a
    far i suoi soliti quattro passi fino alla piccola salita del  Tavorell
    ch'egli  chiamava  scherzosamente  il  San  Bernardo;  e Franco,  data
    un'occhiata alla luna che sfavillava allora fuor dal ciglio  nero  del
    Bisgnago  e  gi  nell'ondular  dell'acqua,  si pose a improvvisar sul
    piano effusioni di dolore ideale,  che andavan  via  per  le  finestre
    aperte  sulla sonorit profonda del lago.  La improvvisazione musicale
    gli riusciva meglio delle elaborate poesie  perch  il  suo  impetuoso
    sentire trovava nella musica una espressione pi facile e piena, e gli
    scrupoli, le incertezze, le sfiducie che gli rendevano faticosissimo e
    lento  il  lavoro  della parola,  non tormentavano,  al piano,  la sua
    fantasia. Allora si abbandonava all'estro anima e corpo, vibrava tutto
    fino ai capelli,  i chiari occhi  parlanti  ridicevan  ogni  sfumatura
    dell'espressione musicale,  gli si vedeva sotto le guance un movimento
    continuo di parole inarticolate,  e le mani,  bench non tanto  agili,
    non tanto sciolte, facean cantare il piano inesprimibilmente.
    Adesso  egli  passava  da  un tono all'altro,  mettendo il pi intenso
    sforzo intellettuale in questi  passaggi,  ansando,  sviscerando,  per
    cos  dire,  lo  strumento con le dieci dita e quasi anche cogli occhi
    ardenti. S'era messo a suonare sotto l'impressione del chiaro di luna,
    ma poi,  suonando,  tristi nuvole gli eran uscite dal fondo del cuore.
    Conscio di avere sognata,  da giovinetto, la gloria e di averne quindi
    umilmente deposta la speranza, diceva,  quasi,  a se stesso con la sua
    mesta  appassionata  musica  che  pure anche in lui v'era qualche lume
    d'ingegno, qualche calore di creazione veduto solamente da Dio, perch
    neppur Luisa mostrava far dell'intelligenza sua quella stima che a lui
    stesso mancava ma che avrebbe desiderata in lei; neppur Luisa, il cuor
    del suo cuore! Luisa lodava misuratamente la sua musica e i suoi versi
    ma non gli aveva detto mai: segui questa via, osa,  scrivi,  pubblica.
    Pensava  cos  e  suonava  nella  sala oscura,  mettendo in una tenera
    melodia il lamento del suo amore,  il timido segreto lamento  che  mai
    non avrebbe osato mettere in parole.
    Sulla terrazza, nel mobile chiaroscuro che facevano insieme i fiati di
    tramontana e la passiflora,  la luna e il suo riverbero dal lago,  don
    Giuseppe raccont a Luisa che il signor Giacomo Puttini era in collera
    con lui per colpa della signora
    Pasotti la quale gli aveva falsamente riferito  ch'esso  don  Giuseppe
    andava  predicando  la  convenienza  di  un  matrimonio  fra il signor
    Giacomo e la Marianna. Voeui mor l, protest il povero prete,  se
    ho detto una parola sola! Niente! Tcc ball!
    Luisa  non voleva creder colpevole la povera Barborin,  e don Giuseppe
    le dichiar che sapeva la cosa dallo stesso signor  Controllore.  Ella
    cap subito,  allora, che Pasotti s'era voluto perfidamente burlare di
    sua moglie,  del sior Zacomo e del prete,  si scherm dall'intervenire
    nella  faccenda,  come  quest'ultimo avrebbe voluto e gli consigli di
    parlare  alla  Pasotti.   L'  insc  sorda!,   fece  don   Giuseppe
    grattandosi  la nuca,  e se n'and malcontento,  senza salutar Franco,
    per non interromperlo.
    Luisa venne al piano in punta di piedi, stette ad ascoltar suo marito,
    a sentir la bellezza, la ricchezza, il fuoco di quell'anima ch'era sua
    e cui ell'apparteneva per sempre.  Non aveva mai detto a Franco segui
    questa via, scrivi, pubblica, forse anche perch giustamente pensava,
    nel suo affetto equilibrato,  che non potesse produrre opere superiori
    alla  mediocrit,  ma  soprattutto  perch,  sebbene  avesse  un  fine
    sentimento  della poesia e della musica,  non faceva grande stima,  in
    fondo,  n dell'una n dell'altra,  non le piaceva che un uomo  vi  si
    dedicasse  intero,  ambiva  per  suo  marito un'azione intellettuale e
    materiale pi virile.  Ammirava tuttavia Franco nella sua  musica  pi
    che  se  fosse stato un grande maestro;  trovava in questa espressione
    quasi segreta dell'animo suo un che di verginale, di sincero,  la luce
    di uno spirito amante, il pi degno d'essere amato.
    Egli  non s'accorse di lei se non quando si sent sfiorar le spalle da
    due braccia,  si vide pender sul petto le due piccole mani.  No,  no,
    suona suona,  mormor Luisa perch Franco gliele aveva afferrate;  ma
    cercando lui col viso supino, senza rispondere,  gli occhi e le labbra
    di lei,  gli diede un bacio e rialz il viso ripetendo: Suona!. Egli
    trasse gi pi forte di prima i due  polsi  prigionieri,  richiam  in
    silenzio la dolce,  dolce bocca; e allora ella si arrese, gli ferm le
    labbra sulle labbra con un bacio lungo,  pieno di consenso,  tanto pi
    squisito e ricreante del primo. Poi gli sussurr ancora: Suona.
    Ed egli suon, felice, una tumultuosa musica trionfale, piena di gioia
    e di grida. Perch in quel momento gli pareva di posseder tutta intera
    l'anima  della  donna  sua  mentre tante volte,  pure sapendosi amato,
    credeva sentire in lei,  al di sopra dell'amore,  una ragione  altera,
    pacata e fredda,  dove i suoi slanci non arrivassero. Luisa gli teneva
    spesso le mani sul capo e  andava  di  tratto  in  tratto  baciandogli
    lievemente  i  capelli.  Ella  conosceva  il  dubbio  di  suo marito e
    protestava sempre di appartenergli tutta intera ma  in  fondo  sentiva
    che  aveva  ragione  lui.  Un  tenace  fiero sentimento d'indipendenza
    intellettuale resisteva in lei all'amore.  Ella poteva tranquillamente
    giudicar  suo  marito,  riconoscerne le imperfezioni e sentiva ch'egli
    non poteva altrettanto,  lo sentiva umile nel suo amore,  devoto senza
    fine.  Non credeva fargli torto, non provava rimorso, ma s'inteneriva,
    quando ci pensava, di amorosa piet.  Indovin adesso che significasse
    quella effusione musicale di gioia e, commossa, abbracci Franco, fece
    tacere il piano d'un colpo.

    Ecco  sulle  scale  il passo lento e pesante dello zio che ritorna dal
    suo San Bernardo.
    Erano le otto e i soliti tarocchisti, il signor Giacomo e Pasotti, non
    comparivano. Perch anche Pasotti,  in settembre e in ottobre,  era un
    frequentatore di casa Ribera, dove faceva l'innamorato dell'ingegnere,
    di  Luisa e anche di Franco.  Franco e Luisa sospettavano di un doppio
    giuoco ma Pasotti era un vecchio amico dello zio  e  bisognava  fargli
    una  buona  accoglienza  per  riguardo allo zio.  Poich i tarocchisti
    tardavano,  Franco propose a sua moglie di uscir in barca a  goder  la
    luna.   Prima  andarono  a  veder  Maria,   che  dormiva  nel  lettino
    dell'alcova col viso inclinato alla  spalla  destra,  con  un  braccio
    sotto il capo e un altro posato sul petto. La guardarono, la baciarono
    sorridendo,  si  incontrarono silenziosamente nel pensiero della nonna
    Teresa che tanto l'avrebbe amata,  la baciarono ancora col viso serio.
    Povera  la mia piccina!,  disse Franco.  Povera donna Maria Maironi
    senza quattrini!
    Luisa gli pose una mano sulla bocca. Zitto!, diss'ella.  Felici noi
    che siamo le Maironi senza quattrini!
    Franco intese,  e sull'atto non replic;  ma poi, nell'uscir di camera
    per andare in barca,  disse a sua moglie,  dimenticando  una  minaccia
    della nonna: Non sar sempre cos.
    Quell'allusione  alle  ricchezze  della  vecchia marchesa dispiacque a
    Luisa. Non parlarmene,  diss'ella.  Quella roba non vorrei toccarla
    con un dito.
    Dico per Maria, osserv Franco.
    Maria ci ha noi che possiamo lavorare.
    Franco  tacque.  Lavorare!  Anche  quella  l  era  una parola che gli
    mordeva il cuore. Sapeva di condurre una vita oziosa perch la musica,
    la lettura, i fiori, qualche verso di tempo in tempo, cos'erano se non
    vanit e perditempi? E questa vita la conduceva in gran parte a carico
    d'altri, perch, con le sue mille lire austriache l'anno, come avrebbe
    vissuto? Come avrebbe mantenuto la sua famiglia? Aveva preso la laurea
    ma senza cavarne profitto alcuno.  Diffidava delle proprie attitudini,
    si  sentiva  troppo  artista,  troppo  alieno  dalle arti curialesche,
    sapeva di non aver nelle vene sangue di forti lavoratori.  Non  vedeva
    salute  che  in  una rivoluzione,  in una guerra,  nella libert della
    patria. Ah quando l'Italia fosse libera,  come la servirebbe,  con che
    forza,  con  che gioia!  Queste poesie nel cuore le aveva bene,  ma il
    proposito e la  costanza  di  prepararsi  con  gli  studi  a  un  tale
    avvenire, no.
    Mentr'egli  remava  in  silenzio scostandosi dalla riva,  Luisa andava
    pensando come mai suo marito commiserasse la bambina perch non  aveva
    denari.  Non vi era contraddizione tra la fede,  la piet cristiana di
    Franco e questo sentimento?  Le vennero  in  mente  le  categorie  del
    professor Gilardoni.  Franco credeva fervidamente nella vita futura ma
    in fatto si attaccava con passione a tutto che la vita terrena  ha  di
    bello,  di buono e di onestamente piacevole,  compreso il tarocco,  la
    primiera e i buoni pranzetti. Uno che osservava cos scrupolosamente i
    precetti della Chiesa,  che ci teneva tanto  a  mangiar  di  magro  il
    venerd e il sabato, a udire ogni domenica la spiegazione del Vangelo,
    avrebbe  dovuto  conformar  la  propria  vita  molto  pi  severamente
    all'ideale evangelico.  Avrebbe dovuto temerlo e non  desiderarlo,  il
    denaro.
    Buona  lagata!,  grid  lo  zio dalla terrazza vedendo il battello e
    Luisa seduta sulla prora,  nel chiaro  di  luna.  In  faccia  al  nero
    Bisgnago  tutta  la  Valsolda  si spiegava dal Niscioree alla Caravina
    nella pompa della luna,  tutte le finestre di Oria e di Albogasio come
    le  arcate di Villa Pasotti,  come le casette bianche dei paeselli pi
    lontani, Castello, Casarico,  S.  Mamette,  Drano,  parevano guardare,
    come ipnotizzate, il grande occhio fisso della Morta del cielo.
    Franco tir i remi in barca. Canta, diss'egli.
    Luisa  non  aveva mai studiato il canto ma possedeva una dolce voce di
    mezzo soprano,  un orecchio perfetto  e  cantava  molte  arie  d'opera
    imparate da sua madre che aveva udito la Grisi,  la Pasta, la Malibran
    durante l'et d'oro dell'opera italiana.
    Cant l'aria di Anna Bolena:

    Al dolce guidami
    Castel nato

    il canto dell'anima, che prima scende e si abbandona poco a poco,  per
    pi dolcezza,  all'amore,  e poi,  abbracciata con esso, risale in uno
    slancio di desiderio verso qualche  alto  lume  lontano  che  tuttavia
    manca alla sua felicit piena. Ella cantava e
    Franco,  rapito,  fantasticava che aspirasse ad essergli unita pure in
    quella parte superiore dell'anima che finora gli aveva sottratta,  che
    aspirasse  a venir guidata da lui,  in questa perfetta unione verso la
    meta dell'ideale suo.  E gli venivano le lagrime alla gola;  e il lago
    ondulante e le grandi montagne tragiche e quegli occhi delle cose fisi
    nella  luna  e  la  stessa luce lunare,  tutto gli si riempiva del suo
    indefinibile sentimento,  per cui quando di l dalla spezzata immagine
    dell'astro  luccicori  argentei  sfavillarono  un momento fin sotto il
    Bisgnago, fin dentro il golfo ombroso del Di,  se ne commosse come di
    arcani  segni  alludenti  a  lui  che  si facessero il lago e la luna,
    mentre Luisa compieva la frase:

    Ai verdi platani
    Al cheto rio
    Che i nostri mormora
    Sospiri ancor.

    La voce di Pasotti grid dalla terrazza:
    Brava!
    E la voce dello zio:
    Tarocco!
    Nello stesso tempo si  udirono  i  remi  d'una  barca  che  veniva  da
    Porlezza, si ud un fagotto scimmiottar l'aria di Anna Bolena. Franco,
    che s'era seduto sulla poppa del suo battello,  salto in piedi,  grid
    lietamente:
    Ehi l!. Gli rispose un bel vocione di basso:

    Buona sera,
    Miei signori,
    Buona sera,
    Buona sera.

    Erano i suoi amici del lago di Como, l'avvocato V. di Varenna e un tal
    Pedraglio di Loveno,  che solevano venire  per  far  della  musica  in
    palese e della politica in segreto; un segreto di cui Luisa sola era a
    parte.
    Anche dalla terrazza si gridava:
    Bene, don Basilio!. Bravo il fagotto!. E negli intervalli si udiva
    pure  la  voce  di un signore che si schermiva dal tarocco.  No,  no,
    Controllore gentilissimo,  xe tardi,  no ghe stemo pi,  no ghe  stemo
    propramente pi!  Oh Dio,  oh Dio, La me dispensi, no posso, no posso;
    ingegnere pregiatissimo, me raccomando a Ela.
    Lo fecero poi giuocare, l'ometto, con la promessa di non passar le due
    partite.  Egli soffi molto e sedette  al  tavolino  con  l'ingegnere,
    Pasotti e Pedraglio.  Franco sedette al piano e l'avvocato gli si mise
    accanto col fagotto.
    Fra Pasotti e Pedraglio, due terribili motteggiatori, il povero signor
    Giacomo ebbe una  mezz'ora  amara,  piena  di  tribolazioni.  Non  gli
    lasciavano  un momento di pace.  Come va,  sior Zacomo? Mal,  mal.
    Sior Zacomo, non ci sono frati che passeggiano in pantofole? Gnanca
    uno. E il toro? Come sta il toro, sior Zacomo? La tasa,  La tasa.
    Maledetto,  eh,  quel toro, sior Zacomo? Maledetissimo, s signor.
    E la servente,  sior Zacomo?  Zitto!,  esclam  Pasotti  a  questa
    impertinente  domanda  di  Pedraglio.   Abbiate  prudenza.  A  questo
    riguardo il  signor  Zacomo  ha  dei  dispiaceri  da  parte  di  certi
    indiscreti. Lassemo star,  Controllore gentilissimo,  lassemo star,
    interruppe il signor Giacomo contorcendosi  tutto,  e  l'ingegnere  lo
    esort  a  mandar  i  due seccatori al diavolo.  Come,  sior Zacomo,
    riprese Pasotti,  imperterrito: non    un  indiscreto  quel  piccolo
    sacerdote?.  Mi ghe digo aseno,  fremette il signor Giacomo. Allora
    Pasotti,  tutto ridente e trionfante perch si trattava proprio  d'una
    burla  sua,  fece  tacere  Pedraglio  che scoppiava dalla curiosit di
    saper la storia e rimise in corso il tarocco.
    Franco e l'avvocato studiavano un pezzo nuovo  per  piano  e  fagotto,
    pasticciavano,  si rifacevan ogni momento da capo;  ed ecco entrare in
    punta di piedi per non guastar le loro  melodie,  la  signora  Peppina
    Bianconi.  Nessuno s'accorse di lei tranne Luisa che se la fece sedere
    accanto, sul piccolo canap vicino al piano.
    A Franco la signora Peppina, con la sua bont cordiale,  chiacchierona
    e sciocca,  urtava i nervi;  a Luisa no. Luisa le voleva bene ma stava
    in guardia per il Carlascia.  La Peppina aveva udito dal suo  giardino
    quella  canzonetta  insc bella,  neh,  e poi il fagotto,  i saluti;
    s'era immaginata che avrebbero fatto musica e lei  era  insc  matta,
    neh,  per  la  musica!  E  poi  c' quel signor avvocato ch'el boffa
    denter in quel rob insc polito!.  E poi c'  il  signor  don  Franco
    parlmen  nanca,  con  qui diavoi de did! Udir suonare il piano con
    quella precisione era proprio come udire un organetto;  e  a  lei  gli
    organetti piacevano insc tant!. Soggiunse che temeva recar disturbo
    ma  che  suo  marito  l'aveva  incoraggiata.  E domand se quell'altro
    signore di Loveno non suonava anche lui,  se si  fermavano  un  pezzo;
    osserv che dovevano avere ambedue una gran passione per la musica.
    Aspetta  me,  birbone  d'un  Ricevitore,  pens Luisa e rimpinz sua
    moglie delle pi comiche  frottole  sulla  melomania  di  Pedraglio  e
    dell'avvocato,  infilzandone tante pi quanto pi s'irritava contro la
    gente odiosa da cui era forza salvarsi a furia di menzogne. La signora
    Peppina  le   inghiott   scrupolosamente   tutte   fino   all'ultima,
    accompagnandovi  affettuose  note  di  lieta meraviglia: Oh bell,  oh
    bell!.  Figrmes!.  Ma guardee!.  Poi,  invece di  ascoltare  la
    diabolica  disputa  del  piano  col fagotto,  parl del Commissario di
    Porlezza e disse ch'egli aveva l'intenzione di venir a vedere i  fiori
    di don Franco.
    Venga pure, fece Luisa, fredda.
    Allora  la  signora Peppina,  approfittando di un uragano che Franco e
    l'amico suo facevano insieme, arrischi un discorsetto intimo che guai
    se il suo Carlascia l'avesse udito; ma fortunatamente il buon bestione
    dormiva nel proprio letto col berretto da notte tirato sugli orecchi.
    Mi goo insc mai pias de sti car fior!, diss'ella.  Secondo lei,  i
    Maironi  avrebbero  fatto  bene  ad  accarezzare  un  poco  il  signor
    Commissario. Era intimo della marchesa e guai se gli veniva il ticchio
    di farli tribolare!  Era un uomo terribile,  il  Commissario.  El  m
    Carlo  el  baia  un poo ma l' on bon omasc;  quell'alter l,  el baia
    minga, mah,  neh!... Per esempio,  ella non sapeva niente,  non aveva
    udito niente, ma se quel signor avvocato e quell'altro signore fossero
    venuti  per  qualche  altra  cosa  invece  che  per  la  musica  e  il
    Commissario venisse a saperlo, misericordia!
    La luna trascinava i suoi splendori per il  lago  verso  le  acque  di
    ponente; il giuoco fin e il signor Giacomo si dispose a far accendere
    il suo lanternino, malgrado le esclamazioni di Pasotti. Il lume, sior
    Zacomo?  E' matto?  Il lume con questa luna?. Per servirla, rispose
    il signor Giacomo.  Prima ghe xe quel maledeto Pomodoro da passar,  e
    po,  cossa voria, adesso, la luna! La diga che la xe la luna d'agosto,
    anca; perch siben che semo de setembre, la luna la xe d'agosto.  Ben!
    una volta,  s signor,  le lune d'agosto le gera lunazze,  tanto fate,
    come fondi de tina; adesso le xe lunete, buzarete... no,  no,  no. E,
    acceso  il  suo  lanternino,  part con Pasotti,  accompagnato fino al
    cancello del giardinetto dall'impertinente
    Pedraglio con le solite antifone sul toro  e  la  servente,  si  avvi
    verso  gli antri di Oria,  col conforto delle giaculatorie di Pasotti:
    gente maleducata,  sior Zacomo,  gente villana!,  giaculatorie dette
    abbastanza forte perch gli altri potessero udire e ridere.

    Un  sonoro  sbadiglio  dell'ingegnere mise in fuga la signora Peppina.
    Pochi momenti dopo, preso il suo solito bicchier di latte,  egli tolse
    commiato poeticamente:

    Crescono sul Parnaso e mirti e allori
    Felicissima notte a lor signori.

    Anche  i  due  ospiti chiesero un po' di latte: e Franco che intese il
    loro  latino  and  a  pigliare  una  vecchia  bottiglia  del  piccolo
    eccellente vigneto di Main.
    Quando ritorn,  lo zio non c'era pi. Il bruno, barbuto avvocato, una
    quadratura  di  forza  e  di  calma,   alz  le   due   mani,   chiam
    silenziosamente  a  s  Franco da una parte,  Luisa dall'altra e disse
    piano,  con la sua voce di violoncello,  calda  e  profonda:  Notizie
    grosse.
    Ah!,  fece  Franco,  spalancando  gli  occhi ardenti.  Luisa divent
    pallida e giunse le mani senza dir parola.  Sicuro,  fece Pedraglio,
    tranquillo e serio. Ci siamo. Dite su, dite su, dite su!, fremette
    Franco. Fu l'avvocato che rispose:
    Abbiamo l'alleanza del Piemonte con la Francia e l'Inghilterra.  Oggi
    la guerra alla Russia, domani la guerra all'Austria. Volete altro?
    Franco abbracci di slancio, con un singulto, i suoi amici
    I tre  stettero  abbracciati  in  silenzio,  palpitando,  stringendosi
    forte,  nella  ebbrezza  della  magica  parola: guerra.  Franco non si
    accorgeva di avere ancora la bottiglia in mano.  Gliela  tolse  Luisa;
    egli  allora si stacc impetuoso dagli altri due e cacciatosi fra loro
    a braccia aperte,  li trascin via per la vita come  una  valanga,  li
    port in loggia ripetendo: Contate, contate, contate.
    Col,  chiuso  per  prudenza l'uscio a vetri che mette sulla terrazza,
    l'avvocato e Pedraglio misero fuori  il  loro  prezioso  segreto.  Una
    signora  inglese villeggiante a Bellagio,  fervente amica dell'Italia,
    aveva ricevuto da  un'altra  signora,  cugina  di  sir  James  Hudson,
    ministro  d'Inghilterra  a  Torino,  una  lettera  di  cui  l'avvocato
    possedeva la traduzione. La lettera diceva ch'erano in corso a Torino,
    a Parigi e a Londra segretissime pratiche per  avere  la  cooperazione
    armata del Piemonte in Oriente,  che la cosa era in massima decisa fra
    i tre Gabinetti, che restavano solamente a risolvere alcuna difficolt
    di forma perch il conte di Cavour esigeva i  maggiori  riguardi  alla
    dignit  del  suo paese;  che a Torino si era certi di ricevere al pi
    tardi in dicembre l'invito ufficiale  delle  Potenze  occidentali  per
    accedere puramente e semplicemente al trattato del 10 aprile 1854.  Si
    affermava persino che il corpo di spedizione sarebbe comandato  da  S.
    A. R. il duca di Genova.
    V.  leggeva,  e Franco teneva stretta la mano di sua moglie. Poi volle
    leggere egli stesso e dopo lui  lesse  Luisa.  Ma!,  diss'ella.  La
    guerra all'Austria? Come?
    Ma  sicuro!,  fece  l'avvocato.  Vuole  che Cavour mandi il duca di
    Genova e quindici o ventimila uomini a battersi per i turchi se non ha
    in pugno la guerra all'Austria?  La signora crede che non  passer  un
    anno.
    Franco scosse i pugni in aria con un fremito di tutta la persona.
    Viva Cavour, sussurr Luisa.
    Ah!,  fece l'avvocato.  Demostene non avrebbe potuto lodar il conte
    con efficacia maggiore.
    Gli occhi  di  Franco  s'empirono  di  lagrime.  Sono  uno  stupido,
    diss'egli. Cosa volete che vi dica?
    Pedraglio  domand  a Luisa dove diavolo avesse cacciata la bottiglia.
    Luisa sorrise, usc e ritorn subito col vino e i bicchieri.
    Al conte di Cavour!, disse Pedraglio,  sottovoce.  Tutti alzarono il
    bicchiere ripetendo: al conte di Cavour! e bevvero;  anche Luisa che
    non beveva mai.
    Pedraglio si vers dell'altro vino e sorse in piedi.
    Alla guerra!, diss'egli.
    Gli  altri  tre  si  alzarono  di  slancio  impugnando  il   bicchiere
    silenziosamente, troppo commossi per poter parlare.
    Bisogna andarci tutti!, disse Pedraglio.
    Tutti!,  ripet Franco. Luisa lo baci con impeto, sulla spalla. Suo
    marito le afferr il capo a due mani, le stamp un bacio sui capelli.
    Una delle finestre verso il lago era spalancata. Si ud,  nel silenzio
    che segu quel bacio, un batter misurato di remi.
    Finanza,  sussurr Franco. Mentre la lancia delle guardie di finanza
    passava sotto la finestra,  Pedraglio  fece  maledetti  porci!  cos
    forte  che gli altri zittirono.  La lancia pass.  Franco mise il capo
    alla finestra.
    Faceva fresco,  la luna scendeva verso i monti di Carona,  rigando  il
    lago di una lunga striscia dorata.  Che strano senso faceva contemplar
    quella romita quiete con l'idea d'una gran guerra vicina! Le montagne,
    scure e tristi,  parevano  pensare  al  formidabile  avvenire.  Franco
    chiuse la finestra e la conversazione ricominci sommessa,  intorno al
    tavolino.  Ciascuno faceva le proprie supposizioni  sugli  avvenimenti
    futuri,  e  tutti  ne  parlavano  come di un dramma il cui manoscritto
    fosse gi pronto fino all'ultimo verso,  con i  punti  e  le  virgole,
    nella scrivania del conte di Cavour.  V.,  bonapartista, vedeva chiaro
    che Napoleone intendeva vendicar lo zio demolendo uno ad uno i  membri
    della Santa Alleanza: oggi la Russia, domani l'Austria.
    Invece Franco,  diffidentissimo dell'imperatore, attribuiva l'alleanza
    sarda al buon volere  dell'Inghilterra,  ma  riconosceva  che,  appena
    proclamata quest'alleanza, l'Austria, sacrificando i suoi interessi ai
    principii  e  agli  odii  si sarebbe schierata con la Russia,  per cui
    Napoleone sarebbe stato costretto di combatterla. Sentite, disse sua
    moglie,  io invece ho paura che l'Austria si metta dalla stessa parte
    del  Piemonte.  Impossibile,  fece l'avvocato.  Franco si sgoment,
    ammirando la finezza dell'osservazione,  ma Pedraglio  esclam:  Off!
    Sti  zurucch  ch  hin  trop  asen  per  f ona balossada compagna! e
    l'argomento parve decisivo,  nessuno ci pens  pi,  salvo  Luisa.  Si
    misero a discorrere di piani di campagna,  di piani d'insurrezione; ma
    qui non andavano d'accordo. V.  conosceva gli uomini e le montagne del
    lago  di Como come forse nessun altro,  da Colico a Como e a Lecco.  E
    dappertutto,  lungo il lago,  nella Val Menaggio,  nella Vall'Intelvi,
    nella Valsassina,  nelle Tre Pievi aveva gente devota, pronta magari a
    menar le mani a un cenno del scior avoct.  Egli e Franco  credevano
    utile qualunque movimento insurrezionale che valesse a distrarre anche
    una  menoma  parte  delle  forze austriache.  Invece Luisa e Pedraglio
    erano del parere che tutti gli uomini validi  dovessero  ingrossare  i
    battaglioni piemontesi. Faremo la rivoluzione noi donne, disse Luisa
    con la sua seriet canzonatoria.  Io, per parte mia, butter nel lago
    il Carlascia.
    Discorrevano sempre sottovoce,  con una elettricit in corpo che  dava
    luce  per  gli  occhi  e  scosse  per  i nervi,  assaporando il parlar
    sommesso con le porte e le  finestre  chiuse,  il  pericolo  di  avere
    quella lettera, la vita ardente che si sentivano nel sangue, le parole
    alcooliche  a cui tornavano ogni momento.  Piemonte,  guerra,  Cavour,
    duca di Genova, Vittorio Emanuele, cannoni, bersaglieri.
    Sapete che ore sono?,  disse  Pedraglio  guardando  l'orologio.  Le
    dodici e mezzo! Andiamo a letto.
    Luisa  usc  a  prendere  delle candele e le accese,  stando in piedi;
    nessuno si mosse e sedette anche lei.  Allo stesso  Pedraglio,  quando
    vide le candele accese, pass la voglia di andar a letto.
    Un bel Regno!, diss'egli.
    Piemonte, disse Franco, Lombardo-Veneto, Parma e Modena.
    E Legazioni, fece V.
    Altra   discussione.   Tutti   le   avrebbero   volute  le  Legazioni,
    specialmente l'avvocato e Luisa;  ma Franco e Pedraglio avevano  paura
    di toccarle,  temevano di suscitare difficolt.  Si riscaldarono tanto
    che l'allegro Pedraglio invit i suoi compagni  a  gridare  sottovoce:
    Vose  adasi,  fioeu!.  Allora fu V.  che propose di andare a letto.
    Prese in mano la candela ma senza alzarsi.
    Corpo  di  Bacco!,  diss'egli,  non  sapeva  bene  se  in  forma  di
    conclusione  o di esordio.  In fatto aveva una gran voglia di parlare,
    di sentir parlare,  e non sapeva cosa trovar di nuovo.  Proprio corpo
    di  Bacco!,  esclam Franco ch'era nelle stesse condizioni.  Segu un
    silenzio alquanto lungo.  Finalmente Pedraglio disse: Dunque?,  e si
    alz.  Andiamo?,  fece Luisa avviandosi per la prima.  E il nome?,
    chiese l'avvocato. Tutti si fermarono.  Che nome? Il nome del nuovo
    Regno. Franco pos subito la candela. Bravo, diss'egli, il nome!,
    come  se  fosse  una  cosa da decidere prima di andare a letto.  Nuova
    discussione. Piemonte? Cisalpino? Alta Italia? Italia?
    Luisa pos presto la candela anche lei, e Pedraglio,  perch gli altri
    non  volevano passargli il suo Italia,  la pos pure.  Per siccome il
    dibattito andava troppo per le lunghe,  riprese la candela e corse via
    ripetendo: Italia, Italia, Italia,
    Italia!  senz'ascoltar  i  zitto  e  i  richiami degli altri che lo
    seguivano in punta di piedi.  Si fermarono ancora tutti  a  pi  della
    scala che Pedraglio e l'avvocato dovevano salire per andare a letto, e
    si   diedero  la  felice  notte.   Luisa  entr  nella  vicina  camera
    dell'alcova;  Franco rest  a  veder  salire  i  suoi  amici.  Ehi!,
    diss'egli  a  un  tratto.  Voleva  parlar  loro dal basso ma poi pens
    invece di raggiungerli. E se si perde?, sussurr.
    L'avvocato si content d'uno sdegnoso off! ma  Pedraglio  voltandosi
    come una iena afferr Franco per il collo.  Si dibatterono ridendo sul
    pianerottolo della scala e poi addio!,  Pedraglio corse su e  Franco
    precipit abbasso.
    Sua moglie lo aspettava ferma in mezzo alla camera, guardando l'uscio.
    Appena lo vide entrare gli and, grave, incontro, lo abbracci stretto
    stretto,  e quando egli,  passati alcuni momenti, fece dolcemente atto
    di sciogliersi,  raddoppi la stretta,  sempre  in  silenzio.  Franco,
    allora,   intese.   Ella   lo   abbracciava   adesso   come  lo  aveva
    impetuosamente baciato prima,  quando si era parlato  di  andar  tutti
    alla guerra. Strinse egli pure le tempie di lei fra le mani, le baci,
    le  ribaci i capelli e disse dolcemente: Cara,  pensa che gran cosa,
    dopo, questa Italia!.  Oh s!,  diss'ella.  Alz il viso al viso di
    suo marito,  gli offerse le labbra. Non piangeva ma gli occhi erano un
    poco umidi.  Vedersi guardar cos,  sentirsi  baciar  cos  da  quella
    creatura  briosa  e fiera valeva bene alcuni anni di vita,  perch mai
    mai ella non era stata con lui, nella tenerezza, cos umile.
    Allora,  diss'ella,  non  resteremo  pi  in  Valsolda.  Tu  dovrai
    lavorare come cittadino, non  vero?
    S, s, certo!
    Si  misero  a discorrere con gran zelo,  l'una e l'altro,  di quel che
    avrebbero fatto dopo la guerra,  come per allontanar la  idea  di  una
    possibilit  terribile.  Luisa  si  sciolse i capelli e and a guardar
    Maria nel suo lettino. La bimba si era prima, forse, svegliata e s'era
    posto in bocca un ditino che poi pian piano, tornando il sonno,  n'era
    scivolato  fuori.  Ora  dormiva  con  la  bocca aperta e il ditino sul
    mento.  Vieni,  Franco,  disse sua madre.  Si piegarono ambedue  sul
    lettino.  Il visetto di Maria aveva una soavit di paradiso.  Marito e
    moglie stettero a guardarla in silenzio e si rialzarono poi  commossi,
    non ripresero il discorso interrotto.
    Ma quando furono a letto ed ebbero spento il lume, Luisa mormor sulla
    bocca di suo marito:
    Se viene quel giorno, tu vai; ma vado anch'io.
    E non gli permise di rispondere.












    3. Con i guanti.

    Pasotti, per far la burla pi completa, rimprover sua moglie di avere
    riferito  al  signor  Giacomo  il  discorso  di  don Giuseppe circa la
    convenienza di quel tale  matrimonio.  La  povera  sorda  cadde  dalle
    nuvole, non sapeva n di discorsi n di matrimoni, protest ch'era una
    calunnia,  scongiur  suo marito di non crederci,  si disper,  quasi,
    perch il Controllore mostrava conservar un sospetto.  Il maligno uomo
    si preparava un divertimento squisito;  dire al signor Giacomo e a don
    Giuseppe che sua moglie desiderava rimediare al  mal  fatto  e  metter
    pace,  farli trovare tutti e tre insieme a casa sua, star ad ascoltare
    dietro un uscio la  deliziosa  scena  che  seguirebbe  fra  il  signor
    Giacomo  irritato,  don  Giuseppe atterrito,  la Barborin addolorata e
    sorda.  Ma il disegno gli fall perch sua moglie non pot stare  alle
    mosse e corse al Palazz a giustificarsi.
    Ella  trov  don  Giuseppe  e  la  Maria  in  uno  stato di agitazione
    straordinaria.  Era capitato loro qualche cosa di grosso che la  Maria
    avrebbe voluto dire e don Giuseppe no.  Cedette il padrone a patto che
    la Maria non gridasse,  che si facesse  intendere  a  segni.  Trovando
    contrasto anche su questa condizione,  divent addirittura,  nella sua
    prudenza, furibondo e la serva non insistette.
    Siccome era corsa voce d'un caso di colra a Lugano nella persona d'un
    tale venuto da Milano,  dove il male c'era,  don Giuseppe aveva subito
    disposto  che  le  provviste per cucina si facessero a Porlezza invece
    che a Lugano;  e ne aveva incaricato il Giacomo Panight,  il  postino
    che  portava le lettere in Valsolda non tre volte il giorno,  come ora
    si portano,  ma due volte la settimana,  com'era la beata consuetudine
    del  piccolo  mondo  antico.  Ora,  cinque minuti prima che venisse la
    signora Pasotti,  il Giacomo Panight aveva portato il solito canestro
    e nel canestro s'era trovata,  sotto i cavoli, una letterina diretta a
    don Giuseppe. Diceva cos:

    Lei che giuoca a primiera con  don  Franco  Maironi,  lo  avverta  che
    l'aria di Lugano  molto migliore di quella di Oria.
    Tivano.

    La Maria mostr silenziosamente alla Pasotti il canestro ancora pieno,
    le  rappresent  con  una  mimica  efficace la scoperta della lettera,
    gliela diede a leggere.
    Appena la sorda ebbe letto  incominci  una  bizzarra,  indescrivibile
    azione muta di tutti e tre.  La Maria e don Giuseppe rappresentavano a
    furia di gesti e di occhiacci la loro sorpresa e il loro  terrore;  la
    Pasotti,  tra  sgomenta  e smarrita,  li guardava a bocca aperta,  col
    foglio in mano,  come se avesse capito;  in fatto capiva solamente che
    la lettera doveva essere spaventosa.  Ebbe un lampo,  tese il foglio a
    don Giuseppe con la sinistra,  puntando l'indice  della  destra  sulla
    parola Franco, incrocio quindi i polsi con una mimica interrogativa; e
    poich i due,  riconosciuta la figura delle manette, si sbracciavano a
    far di s col capo,  diede  in  ismanie  per  l'affezione  grande  che
    portava  a Luisa e,  senza curarsi pi del suo proprio affare,  spieg
    per segni,  come se anche gli  altri  due  fossero  stati  sordi,  che
    sarebbe  corsa subito a Oria,  da don Franco,  e gli avrebbe recato lo
    scritto.
    Si cacci la carta in tasca e prese la corsa senza quasi  salutare  n
    don  Giuseppe  n  la  Maria  che  si  provarono  inutilmente,   mezzo
    spiritati,  di  afferrarla,  di  trattenerla,  di  raccomandarle  ogni
    precauzione possibile. Ella sgusci loro di mano e si mise a trottare,
    scuotendo il suo alto cappellone, trascinando per terra la sua vecchia
    sottana grigia, verso Oria, dove arriv tutta scalmanata, con la testa
    piena  di  gendarmi,  di  perquisizioni,  d'arresti,  di  terrori e di
    pianti.

    Sal le scale del giardinetto Ribera,  entr difilata  in  sala,  vide
    gente,  riconobbe il Ricevitore e l'I.  R. Commissario di Porlezza, si
    sgoment dubitando che fossero l per il terribile colpo, ma vide pure
    la signora Bianconi, il signor Giacomo Puttini e respir.
    Il Commissario,  seduto al posto d'onore,  sul canap  grande,  presso
    l'ingegnere  in  capo,  parlava  molto,  con  grande  facilit e brio,
    guardando di preferenza Franco come se Franco fosse  il  solo  per  il
    quale valesse la pena di spendere fiato e spirito.
    Franco stava in una poltrona,  muto,  ingrugnato quale chi sta in casa
    altrui e sente un  puzzo  che  non  pu  convenientemente  fuggire  n
    maledire.  Si  discorreva  della  campagna  di Crimea e il Commissario
    magnificava il piano degli alleati di attaccare il colosso in un punto
    vitale per le sue ambizioni,  parlava della barbarie russa  e  persino
    dell'Autocrata  in  modo  da  far rabbrividire Franco per il timore di
    un'alleanza anglo-franco-austriaca e da far strabiliare  il  Carlascia
    che  aveva  le  idee del 1849 e vedeva nello Czar un grosso amicone di
    casa.  E Lei,  signor primo deputato politico,  disse il Commissario
    volgendo il suo giallastro sorriso ironico al signor Giacomo, cosa ne
    dice Lei? Il signor Giacomo batt gli occhietti e, palpatesi alquanto
    le  ginocchia,  rispose:  Mi,  signor  Commissario riveritissimo,  de
    Russia n de Franza n de Inghilterra no me ne  intendo  e  no  me  ne
    intrigo.  Lasso che i se la despta.  Ma mi, ghe digo la verit, me fa
    pec el poro can del Papuzza.  L xe quieto come un polesin  e  questi
    ghe f mom: l no ciama agiuto e quei core in zinquanta a giutarlo, e
    intanto i ghe xe adosso tuti,  e magna che te magna,  el poro Papuzza,
    sia ch'el vinza, sia ch'el perda, el me resta in camisa.
    Con  questo  nomignolo  di  Papuzza  (babbuccia),  il  signor  Giacomo
    designava venetamente il Turco.  Era la personificazione della Turchia
    in un turco ideale,  con tanto di turbante,  di barba,  di pancia e di
    babbucce.  Nella  sua  qualit  di  uomo  pacifico  e  di  semi-libero
    pensatore, il Puttini aveva un debole per il pigro,  placido e bonario
    Papuzza.
    Stia tranquillo, disse ridendo il Commissario. Il suo amico Papuzza
    se  la  caver  benone.  Siamo  amici  di  Papuzza  anche noi e non lo
    lasceremo mutilare n svenare.
    Franco non si tenne dal brontolare con tanto di cipiglio:
    Sarebbe per una bella ingratitudine verso la Russia!
    Il Commissario tacque,  e la signora Peppina  propose,  con  un  tatto
    insolito, di andare a vedere i fiori.
    Meglio!,  fece  l'ingegnere,  assai  contento  che si troncasse quel
    dialogo.
    Nel  passar  della  sala  nel  giardinetto,   il   Commissario   prese
    familiarmente  il  braccio  di  Franco  e  gli disse all'orecchio: Ha
    ragione,  sa,  dell'ingratitudine,  ma certe cose noi impiegati non le
    possiamo  dire.  Franco,  a  cui  il  tocco della Imperial Regia mano
    bruciava,  fu sorpreso di questa uscita.  Se colui  avesse  avuto  una
    faccia pi italiana,  gli avrebbe creduto;  con quella faccia calmucca
    non gli credette e lasci cader  il  discorso.  Lo  ripigli  l'altro,
    sottovoce,  affacciandosi  alla  ringhiera verso il lago e fingendo di
    guardar il ficus repens che veste la muraglia.
    Si guardi anche Lei, diss'egli,  da certe parole.  C' delle bestie
    che  possono  interpretar  male.  E  accenn  leggermente col capo al
    Ricevitore.  Se ne guardi,  se ne guardi! Grazie,  rispose Franco,
    asciutto,  ma  non  credo che avr bisogno di guardarmi. Non si sa,
    non si sa, non si sa, sussurr il Commissario, e toltosi di l, and,
    seguito da Franco,  dove il Ricevitore e l'ingegnere  discorrevano  di
    tinche   presso   la  scaletta  che  scende  al  secondo  ripiano  del
    giardinetto.
    L presso c'era il famoso vaso rosso di gelsomini.
    Questo rosso sta male, signor Maironi, disse il bestione ex abrupto,
    e diede un colpo all'aria con la mano come per dire  via!.  In  quel
    momento  Luisa si affacci al giardino dalla sala e chiam suo marito.
    Il  Commissario  si  volt  al  suo  zelante  accolito  e  gli   disse
    bruscamente: Lasci stare!
    La  Pasotti partiva e voleva salutare Franco.  Questi desiderava farla
    uscire per il giardino ma  ella,  volendo  evitare  le  cerimonie  con
    quegli altri signori, prefer di scender per la scala interna e Franco
    l'accompagn fino alla porta di strada,  ch'era aperta. Con suo grande
    stupore,  la Pasotti,  invece di uscire,  chiuse la porta e si mise  a
    fargli una mimica concitata,  affatto inintelligibile, accompagnandola
    di sospiri tronchi e di stralunamenti d'occhi: dopo di che si lev  di
    tasca una lettera e gliela porse.
    Franco lesse, si strinse nelle spalle e intasc la carta. Poi, siccome
    la Pasotti consigliava, con la sua mimica disperata, fuga fuga, Lugano
    Lugano, la rassicur con un gesto sorridendo. Colei gli afferr ancora
    una  volta  le  mani,  scosse  ancora  con un fremito di supplica,  il
    cappellone inclinato a destra  e  i  due  lunghi  riccioli  neri.  Poi
    spalanc  gli  occhi,  porse le labbra in fuori quanto pot,  si calc
    l'indice  sul  naso  nel  segno  del  silenzio.  Anca  con  Pasott!,
    diss'ella;   e   furono  le  sole  sue  parole  durante  tutta  questa
    spiegazione; dopo le quali scapp.
    Franco risal le scale, pensando ai casi suoi.  Poteva essere un falso
    allarme,  poteva  essere  una cosa seria.  Ma perch mai lo si sarebbe
    arrestato?  Cerc di ricordare se  avesse  in  casa  qualche  cosa  di
    compromettente e non trov nulla. Pens ad una perfidia della nonna ma
    cacci  subito quest'idea,  se ne rimprover e rimise ogni decisione a
    pi  tardi,   quando  avrebbe  parlato  a  sua  moglie.   Ritorn  nel
    giardinetto  dove  il  Commissario,  appena  lo  vide,  gli  chiese di
    mostrargli certe dalie che la signora Peppina vantava.  Udito  che  le
    dalie erano nell'orto,  propose a Franco di accompagnarvelo.  Potevano
    andar soli; tanto, gli altri erano profani. Franco accett.
    Il contegno di quel piccolo birro inguantato gi pareva molto  strano;
    avrebbe  pur  voluto  capire se potesse in qualche modo accordarsi con
    l'avvertimento misterioso.
    Senta,  signor Maironi,  disse risolutamente il  Commissario  quando
    Franco ebbe chiuso dietro a s l'uscio dell'orto.  Le voglio dire una
    parola.
    Franco, che stava scendendo i due scalini appoggiati alla soglia della
    porta,  si ferm e aggrott le sopracciglia.  Venga qua!,  soggiunse
    l'altro, imperioso. Ci che sto per fare  forse contro il mio dovere
    ma lo faccio egualmente.  Sono troppo amico della signora marchesa Sua
    nonna per non farlo. Lei corre un gravissimo pericolo.
    Io?, disse Franco, freddamente. Quale?
    Franco aveva rapida e sicura  l'intuizione  del  pensiero  altrui.  Le
    parole del Commissario si accordavano bene con quelle portategli dalla
    Pasotti;  pure egli sent, in quel momento, che il piccolo birro aveva
    un tradimento nel cuore.
    Quale?, rispose costui. Mantova!
    Franco ud senza  batter  ciglio  il  formidabile  nome,  sinonimo  di
    segrete e di forche.
    Io non posso aver paura di Mantova,  diss'egli.  Non ho fatto nulla
    per andar a Mantova.
    Eppure!
    Di che cosa mi accusano?, ripet Franco.
    Questo lo sentir se resta qui,  rispose  il  Commissario,  pigiando
    sulle ultime parole. E adesso vediamo le dalie.
    Non ho fatto nulla, torn a dire Franco. Non mi muovo.
    Vediamo   queste  dalie,   vediamo  queste  dalie!,   insistette  il
    Commissario.
    Parve a Franco che avrebbe dovuto ringraziar  quell'uomo  e  non  pot
    farlo.  Gli  mostr  i  suoi  fiori  con  quel  tanto  di cortesia che
    occorreva,  con perfetta tranquillit;  e lo ricondusse  dall'orto  in
    casa,  discorrendo  di non so qual professore Maspero,  di non so qual
    segreto per combattere l'odium.
    In sala si discorreva di un altro peggiore odium.  La signora Peppina
    aveva in corpo una terribile paura del colra. Riconosceva, s, che il
    colra ammoniva ogni buon cristiano di mettersi in grazia di Dio e che
    quando  si   in grazia di Dio  una fortuna di andar all'altro mondo:
    Ma per,  anca la pell,  neh!  Quella cara pelascia!  A pens che l'
    dom vna!.
    Il  colra,   disse  Luisa,   se  avesse  giudizio,  potrebbe  fare
    bellissime cose; ma non ne ha. Vede, sussurr alla signora Peppina,
    mentre il Biancn si alzava per  andare  incontro  al  Commissario  di
    ritorno con Franco, il colra  capace di portar via Lei e di lasciar
    qui  Suo  marito. A questa uscita stravagante la signora Peppina ebbe
    un sussulto di spavento,  fece Essmaria!  e  poi  cap  di  essersi
    tradita, di non aver mostrato per il suo Carlascia quella tenerezza di
    cui parlava sempre, afferr il ginocchio della sua vicina e si pieg a
    dirle sottovoce, rossa come un papavero: Citto, citto, citto!
    Ma  Luisa  non badava pi a lei;  un'occhiata di Franco le aveva detto
    ch'era successo qualche cosa.

    Partita tutta quella gente, lo zio Piero si mise a leggere la Gazzetta
    di Milano e Luisa disse a suo marito: Sono le tre, andiamo a svegliar
    Maria.
    Quando fu con  lui  nella  camera  dell'alcova,  invece  di  aprir  le
    imposte,  gli  domand cosa fosse accaduto.  Franco le raccont tutto,
    dal  biglietto  della  Pasotti  allo  strano  contegno,   alla  strana
    confidenza del Commissario.
    Luisa lo ascolt molto seria ma senza dar segno di timore.  Esamin il
    biglietto misterioso.  Ella e  Franco  sapevano  che  fra  gli  agenti
    governativi  di  Porlezza  v'era un galantuomo il quale nel 1849 e nel
    1850 aveva salvato parecchi  patrioti  avvertendoli  segretamente;  ma
    sapevano  pure che quel galantuomo l non conosceva l'ortografia n la
    grammatica.  Il biglietto portato  dalla  Pasotti  era  correttissimo.
    Quanto al Commissario,  si sapeva che era uno dei pi tristi e maligni
    arnesi del Governo. Luisa approv la risposta di suo marito. Giurerei
    che ti vogliono far partire, diss'ella.
    Franco lo pensava pure ma senza trovarne un ragionevole perch.  Luisa
    ne  aveva  bene  in  mente  uno,  suggeritole dal suo disprezzo per la
    nonna.  Il Commissario era un buon amico della  nonna,  l'aveva  detto
    egli stesso per un raffinamento,  secondo lei,  di astuzia. Nel guanto
    del Commissario vi era l'artiglio della  nonna.  Non  Franco  solo  ma
    tutti  si  volevano  colpire;  e  si volevano colpire nella persona di
    colui che sosteneva la famiglia con le proprie  fatiche,  col  proprio
    generoso  cuore.  Ella  sapeva,  per  discorsi riferitile dalle solite
    lingue odiose, che la nonna detestava lo zio Piero perch lo zio Piero
    aveva dato modo a suo nipote di ribellarsi a lei  e  di  vivere  nella
    ribellione,  abbastanza  comodamente.  Ora  si  cercava un pretesto di
    colpirlo.  La fuga del nipote sarebbe stata una confessione e,  per un
    Governo come l'austriaco, un buon pretesto di colpir lo zio. Luisa non
    lo disse subito, solamente lasci capire che aveva un'idea; allora suo
    marito gliela fece,  poco a poco,  metter fuori.  Uditala, ci credette
    nel suo cuore ma  protest  a  parole,  cerc  difender  la  nonna  da
    un'accusa  troppo  poco  fondata e troppo mostruosa.  Comunque la cosa
    fosse, marito e moglie si accordavano interamente nella risoluzione di
    non muoversi, di aspettare gli avvenimenti.  Perci non stettero pi a
    fare  n  a discutere supposizioni.  Luisa si alz,  and ad aprire le
    imposte,  si volt a guardar sorridendo suo  marito  nella  luce;  gli
    stese  la  mano  ch'egli  strinse e scosse col cuore caldo e la lingua
    impedita.  Pareva loro di esser soldati condotti per una via quieta al
    rombo lontano del cannone, a Dio sa qual sorte.




















    4. Con gli artigli.

    L'ingegnere  in  capo  non  si  accorse  di nulla,  e due giorni dopo,
    spirata la sua licenza,  se n'and via  in  barca,  pacifico  nel  suo
    soprabitone  grigio da viaggio,  insieme alla Cia,  la sua governante.
    Passarono altri dieci giorni senza novit alcuna,  cosicch  Franco  e
    Luisa  si  persuasero  che proprio fosse stato teso loro un tranello e
    che la Polizia non si lascerebbe vedere.  La sera  del  primo  ottobre
    fecero  allegramente  il tarocco con Puttini e Pasotti e,  partiti gli
    ospiti per tempo, andarono a letto.  Luisa,  nel baciar la bambina che
    dormiva,  la  sent calda.  Le tocc le mani e le gambe.  Maria ha la
    febbre, diss'ella.
    Franco pigli la candela  e  guard.  Maria  dormiva  con  la  testina
    piegata  sulla spalla sinistra secondo il suo solito.  Il bel visetto,
    sempre accigliato nel sonno, era un po' acceso, la respirazione un po'
    frequente. Franco si spavent, immagin in un momento il morbillo,  la
    scarlattina,   il  gastrico,  l'infiammazione  cerebrale.  Luisa,  pi
    tranquilla,  pens ai vermi,  prepar la  santonina  sul  tavolino  da
    notte. Poi padre e madre si coricarono senza rumore, spensero il lume,
    stettero  ad ascoltar con pena il sottile respiro breve della piccina.
    Si assopirono e furono svegliati intorno alla mezzanotte, da Maria che
    piangeva. Accesero il lume e Maria si chet,  prese la santonina.  Poi
    usc da capo a piangere,  volle esser portata nel letto grande, fra la
    mamma e il pap e in breve vi pigli sonno;  ma era un sonno inquieto,
    interrotto da pianti.
    Franco tenne il lume acceso per poterla osservare meglio.
    Pendevano,  egli e sua moglie, sulla loro creatura quando all'uscio di
    strada furono precipitosamente  battuti  due  colpi.  Franco  balz  a
    sedere  sul  letto.  Hai  udito?,  diss'egli.  Zitto!,  fece Luisa
    afferrandogli un braccio e tendendo l'orecchio.
    Due altri colpi, pi forti.  Franco esclam: La Polizia!,  e salt a
    terra.  Va', va'!, supplic lei, sottovoce. Non lasciarti prendere!
    Passa dal cortiletto! Scavalca il muro!
    Egli non rispose, si vest a mezzo, in furia, e si slanci fuori della
    camera,  risoluto di non lasciar volontariamente la sua Luisa,  la sua
    Maria malata,  sdegnoso del pericolo.  Discese le scale a salti.  Chi
    ?, diss'egli, prima di aprire.  La Polizia!,  si rispose.  Aprite
    subito!
    A quest'ora non apro a chi non vedo.
    Si  ud un breve dialogo nella strada.  La voce di prima disse: Parli
    lei, e la voce che parl poi era ben conosciuta da Franco.
    Apra, signor Maironi.
    Era la voce del Ricevitore. Franco aperse. Entr un signore vestito di
    nero,  in occhiali;  dopo di lui,  il bestione;  dopo il  bestione  un
    gendarme con una lanterna; poi tre altri gendarmi armati, due semplici
    e  un  graduato  che  portava un gran sacco di cuoio.  Qualcuno rimase
    fuori.
    Lei  il signor Maironi?,  disse quel dagli  occhiali,  un  aggiunto
    della Polizia di Milano. Venga di sopra con me. E tutta la compagnia
    si avvi sulle scale con uno strepito di passi pesanti,  di ferramenta
    soldatesche.
    Non erano ancora al primo piano che la  scala  si  illumin  in  alto,
    singhiozzi e gemiti scoppiarono al secondo piano.
    Questa  Sua moglie?, chiese l'aggiunto.
    Crede?,  rispose  Franco,  ironico.  Il Ricevitore mormor: Sar la
    domestica.  L'aggiunto si volt a dare un  ordine,  due  gendarmi  si
    fecero  avanti,  salirono  in  fretta al secondo piano.  Il poliziotto
    domand a Franco, pi aspramente di prima: Sua moglie  a letto?.
    Naturalmente.
    Dove? Bisogna che si alzi!
    L'uscio dell'alcova si aperse, comparve Luisa,  in veste da camera con
    i  capelli  sciolti  e con una candela in mano,  mentre un gendarme si
    affacciava al ripiano superiore della scala a dir  che  la  serva  era
    mezzo svenuta e non poteva venir gi.
    L'aggiunto  gli ordin di lasciar il suo compagno presso la donna e di
    scendere.  Poi salut la signora che non rispose al  saluto.  Sperando
    che  Franco  fuggisse,  ella  si era affrettata di uscir di camera per
    trattenere, per ingannare, se possibile, la
    Polizia. Vide suo marito, trasal, palpit, ma si rimise subito.
    L'aggiunto si avanz per entrar in camera. No!, esclam Franco. C'
    un'ammalata! Luisa impugn la maniglia  dell'uscio  chiuso  guardando
    colui in faccia.
    Questa malata chi ?, domand l'aggiunto.
    Una bambina.
    Eh, cosa vogliono che le facciamo?
    Scusi,  disse  Luisa scotendo nervosamente la maniglia quasi in atto
    di sfida. Hanno bisogno d'entrare tutti?
    Tutti.
    Al rumore delle voci e della maniglia  la  piccola  Maria  si  mise  a
    piangere un pianto di stanchezza desolata, che faceva male al cuore.
    Luisa,  disse  Franco,  lascia  che questi signori facciano la loro
    parte!
    L'aggiunto era un giovane,  alquanto elegante,  dalla fisonomia fine e
    cattiva.  Lanci a Franco una occhiata sinistra.  Ascolti Suo marito,
    signora, diss'egli tanto per mordere di rimando, a qualche modo.  Lo
    trovo prudente.
    Meno  di  lei  che  si  fa  scortare da un esercito!,  rispose Luisa
    aprendo l'uscio.  Quegli la guard,  si strinse nelle spalle  e  pass
    oltre, seguito dagli altri.
    Aprano  tutto,  qui!,  diss'egli  forte,  ruvidamente,  indicando la
    scrivania.  I grandi occhi cilestrini di Franco lampeggiarono.  Parli
    sottovoce!, diss'egli. Non mi spaventi la bambina!
    Silenzio a Lei!,  tuon l'aggiunto calando un pugno sulla scrivania.
    Apra!
    La bambina, a quello strepito,  si mise a singhiozzare disperatamente.
    Franco, furibondo, scagli la chiave sulla scrivania.
    A Lei!, diss'egli.
    Ella  in arresto!, grid l'aggiunto.
    Va bene!
    Mentre Franco rispondeva cos,  Luisa,  che si era chinata tutta sulla
    sua creatura per cercar di quietarla, rialz impetuosamente il viso.
    Ci ho diritto anch'io,  a quest'onore,  diss'ella con la  sua  bella
    voce vibrante.
    L'aggiunto  non  degn  rispondere,  fece  aprire  e  rovistare  da un
    gendarme tutti i cassetti della scrivania,  levarne  lettere  e  carte
    ch'egli esaminava rapidamente e buttava parte a terra,  parte nel gran
    sacco di cuoio.  Dopo la scrivania venne la volta dei cassettoni  dove
    tutto fu messo sossopra. Dopo i cassettoni fu visitato il lettuccio di
    Maria.  L'aggiunto ordin a Luisa di levar la bambina dal letto grande
    ch'egli intendeva pure di visitare.
    Mi metta il lettuccio in ordine, rispose Luisa fremente. Fino a quel
    momento il bestione Carlascia era sempre stato l muto e duro dietro i
    suoi baffi,  come se  quella  bisogna,  forse  da  lui  desiderata  in
    astratto,  non fosse stata poi,  in pratica, interamente di suo gusto.
    Adesso si mosse e,  senza parlare,  si pose ad accomodar  con  le  sue
    manacce enormi le materasse e le lenzuola del lettuccio. Luisa vi pos
    la  bambina  e anche il letto grande fu sfatto e frugato senza frutto.
    Maria non piangeva pi,  guardava quella baraonda  con  tanto  d'occhi
    spalancati.
    Adesso  vengano  con  me,  disse  l'aggiunto.  Luisa si tenne sicura
    d'esser condotta via con suo marito e chiese che si  facesse  scendere
    la  sua  domestica  per affidarle la bambina.  All'idea che Luisa pure
    fosse tratta in arresto,  che si volesse togliere a Maria malata anche
    la  madre,  Franco,  fuori  di s dalla collera e dal dolore,  mise un
    grido di protesta:
    Questo non  possibile! Lo dica!
    L'aggiunto non degn rispondergli,  ordin che  si  facesse  venir  la
    fantesca.  La  fantesca,  mezza morta di paura,  entr fra i gendarmi,
    gemendo e singhiozzando.
    Stupida!, mormor Franco, fra i denti.
    La donna star qui con la bambina,  disse l'aggiunto.  Loro vengano
    con me.  Devono assistere alla perquisizione. Fece prendere dei lumi,
    lasci un gendarme nell'alcova e pass in sala,  seguito  dagli  altri
    gendarmi, dal Bianconi, da Franco e Luisa.
    Prima di continuar la perquisizione,  diss'egli, domander Loro ci
    che avrei domandato prima se il Loro contegno fosse stato migliore. Mi
    dicano se tengono armi o pubblicazioni sediziose o carte, sia stampate
    che manoscritte, ostili all'Imperial Regio Governo.
    Franco rispose forte:
    No.
    E' quello che vedremo, fece l'aggiunto.
    Si accomodi.

    Mentre l'aggiunto faceva scostar i mobili  dalle  pareti,  guardare  e
    frugare  dappertutto,  venne  in  mente  a Luisa che otto o dieci anni
    prima lo zio le aveva fatto vedere,  nel cassettone di una camera  del
    secondo piano,  una vecchia sciabola che vi stava sin dal 1812. Era la
    sciabola di un altro Pietro Ribera,  tenente di cavalleria,  caduto  a
    Malojaroslavetz.  In quella camera,  che stava sopra la cucina, non ci
    dormiva mai nessuno,  non ci si andava quasi mai;  era come se non  ci
    fosse.   Luisa   aveva  dimenticato  del  tutto  la  vecchia  sciabola
    dell'Impero. Dio, le veniva in mente adesso!  Se anche lo zio l'avesse
    dimenticata!  Se  non  l'avesse  consegnata  nel '48,  dopo la guerra;
    quando tutte le armi  si  dovevano  consegnare,  pena  la  vita!  Avr
    pensato, lo zio, nella sua semplicit patriarcale, che quel ricordo di
    famiglia,  giacente  da trentasei anni nel fondo d'un cassettone,  era
    pure diventato un arnese pericoloso e proibito?  E Franco,  Franco che
    non  sapeva  niente!  Luisa  teneva  le  mani  sulla  spalliera  d'una
    seggiola;  la seggiola scricchiol tutta sotto una  stretta  convulsa;
    ell'alz le mani, atterrita come se avesse parlato.
    Vedeva  il  poliziotto passar di camera in camera con i suoi gendarmi,
    giungere a quella, aprire il cassettone, frugare,  trovar la sciabola.
    Faceva  ogni  sforzo di ricordar il posto preciso dove l'aveva veduta,
    d'immaginar una via di  scampo,  e  taceva  seguendo  con  gli  occhi,
    macchinalmente,  la candela che un gendarme accostava, secondo i cenni
    del suo capo, ora ad un cassetto aperto, ora ad una cantoniera, ora ad
    un quadro che colui alzava per guardarvi  dietro.  Non  le  veniva  in
    mente  nessun  rimedio.  Se  lo  zio  non  aveva  pensato  di levar la
    sciabola,  c'era solo da sperare che non  si  visitasse  anche  quella
    camera.
    Franco,  appoggiato alla stufa, seguiva, scuro nella fronte, ogni atto
    di quella gente. Quando cacciavano le mani nei cassetti, gli si vedeva
    la collera nel giuoco muto delle mascelle.  Non si udiva  che  qualche
    ordine  tronco dell'aggiunto,  qualche risposta sommessa dei gendarmi.
    Nulla  si  moveva  intorno  ad  essi  se  non  le  loro  grandi  ombre
    traballanti per le pareti.  Il silenzio del Ricevitore, di Franco e di
    Luisa pareva, in una sala da giuoco proibito,  intorno alle voci brevi
    dei  giuocatori,  il  silenzio  di coloro che hanno puntato forte.  La
    sinistra faccia,  la sinistra voce dell'aggiunto,  quantunque nulla si
    trovasse,  non  cambiavano  mai.  A  Luisa  egli pareva un uomo sicuro
    d'arrivare al suo scopo.  E non poter  far  niente,  neppur  avvertire
    Franco!  Ma forse era meglio che non lo sapesse, forse quest'ignoranza
    poteva salvarlo.
    Visitate la sala e la loggia, l'aggiunto pass nel salotto.  Pigli la
    candela dalle mani del gendarme e fece una rapida rassegna dei piccoli
    uomini  illustri.  Il  signor  ingegnere  in capo Ribera,  diss'egli
    vedendo i ritratti  di  Gouvion  Saint-Cyr,  di  Marmont  e  di  altri
    generali napoleonici,  avrebbe fatto molto meglio a tener il ritratto
    di S. E. il feld-maresciallo Radetzky. Non c'?
    No, rispose Franco.
    Che  razza  d'impiegati!,   fece  colui  con   un   disprezzo,   con
    un'arroganza da non dire.
    Hanno gl'impiegati il dovere, scatt Franco, di tenere ritratti...
    Non sono qui, lo interruppe l'aggiunto, per discutere con Lei!
    Franco voleva replicare.  Citto, Lei, con quella lingua lunga quatter
    brazza!, fece il Ricevitore, burbero.
    L'aggiunto usc dal salotto nel  corridoio  che  conduce  alla  scala.
    Salirebbe,  pensava  Luisa,  o  non salirebbe?  Sal ed ella gli tenne
    dietro senza tremare ma immaginando con una rapidit vertiginosa tante
    cose diverse che potevano accadere. Rotavano, per cos dire, nella sua
    mente tutte le possibilit del momento,  le sciagurate e le  prospere.
    Se  si  fermava  sulle  prime,  l'orrore  la  portava  di slancio alle
    seconde;  se si fermava su queste,  la fantasia ritornava con  avidit
    perversa alle prime.
    Prima  ancora  di porre il piede nel corridoio del secondo piano,  ud
    Maria piangere.  Franco chiese  all'aggiunto  che  permettesse  a  sua
    moglie  di scendere dalla bambina ma ella protest che voleva restare.
    L'idea di non essere con lui quando si scoprisse l'arma,  l'atterriva.
    Intanto  l'aggiunto  entr  in  uno stanzino dov'erano parecchi libri,
    trov un'opera stampata a Capolago col titolo "Scritti letterari di un
    italiano vivente" e domand:
    Chi  quest'italiano vivente?
    Il padre Cesari, rispose Franco, audacemente. L'altro,  ingannato da
    quella  prontezza  e da quel nome di frate,  si diede l'aria dell'uomo
    colto, disse: Ah, conosco!, e ripose il libro,  chiese dove dormisse
    l'ingegnere in capo.
    Luisa  era troppo soggiogata da un'angoscia sola per sentir altro,  ma
    Franco,  a veder entrare il birro e i suoi nella camera dello zio cos
    pulita  e  ordinata,  cos  piena del suo buono,  pacifico spirito,  a
    pensar che colpo sarebbe per il povero vecchio una  notizia  siffatta,
    si  sent  uno  struggimento,  una  rabbia  da  piangerne.  Mi pare,
    diss'egli, che almeno questa camera dovrebb'essere rispettata.
    Ella si tenga le Sue osservazioni, rispose l'aggiunto,  e incominci
    con far buttare all'aria coperte e materasse.  Poi volle la chiave del
    cassettone. L'aveva Franco, che discese,  accompagnato da un gendarme,
    a  prenderla nella sua camera.  Lo zio gliel'aveva consegnata prima di
    partire dicendogli che, ad un bisogno,  avrebbe trovato un po' di "cum
    quibus"  nel primo cassetto.  Aprirono.  V'era un rotolo di svanziche,
    alcune lettere e carte,  dei portafogli e  dei  taccuini  vecchi,  dei
    compassi, delle matite, una scodellina di legno con varie monete.
    L'aggiunto esamin ogni cosa minutamente, scoperse fra le monete della
    scodellina  uno scudo di Carlo Alberto e un pezzo di quaranta lire del
    Governo Provvisorio di Lombardia. Il signor ingegnere in capo, disse
    l'aggiunto,  ha conservato queste monete con una cura  straordinaria!
    D'ora  in  poi  le conserveremo noi. Chiuse il cassetto e restitu la
    chiave senza aprire gli altri.
    Usc poi nel corridoio e si ferm, incerto.  Il Ricevitore lo credette
    disposto  a  scendere e siccome il corridoio era quasi buio e la scala
    non si vedeva, s'incammin egli, come pi pratico, a destra,  verso la
    scala, dicendo: Di qua. La stanza della sciabola era a sinistra.
    Aspetti, disse l'aggiunto. Guardiamo anche qui dentro. E voltosi a
    sinistra  spinse quel tale uscio.  Luisa,  ch'era rimasta l'ultima del
    seguito,  giunto il momento supremo,  si fece avanti.  Il  cuore,  che
    durante  l'indecisione  dell'aggiunto le aveva martellato a furia,  si
    chet come per miracolo. Ora ella era fredda, intrepida e pronta.
    Chi dorme qui?, le chiese l'aggiunto.
    Nessuno.  Dormivano qui i genitori di  mio  zio  che  sono  morti  da
    quarant'anni. Dopo non vi ha pi dormito nessuno.
    Nella camera v'erano due letti,  un canap,  un cassettone. L'aggiunto
    accenn ai gendarmi di aprire il cassettone. Si provarono;  era chiuso
    a  chiave.  Debbo  averla  io,  la chiave,  disse Luisa con perfetta
    indifferenza.  Discese accompagnata da un gendarme  e  risal  con  un
    cestellino pieno di chiavi, lo porse all'aggiunto.
    Non  la  conosco,  disse,  non  si  adopera mai.  Dev'essere una di
    queste.
    Colui le prov tutte inutilmente.  Poi le  prov  il  Ricevitore,  poi
    Franco. La buona non c'era.
    Mandi  a  S.   Mamette,   faccia  venire  il  fabbro,   disse  Luisa
    tranquillamente.  Il Ricevitore guard l'aggiunto come per dirgli: Mi
    pare  inutile.  Ma  l'aggiunto gli volt le spalle ed esclam volto a
    Luisa: Questa chiave ci dev'essere.
    Il cassettone, un vecchio mobile rococ,  aveva maniglie di metallo ad
    ogni cassetto.  Uno dei gendarmi, il pi robusto, si prov di aprire a
    forza.  Non gli riusc n col primo n col secondo cassetto.  In  quel
    punto  Luisa  si  risovvenne  che  aveva veduto la sciabola nel terzo,
    insieme a certi disegni arrotolati.  Il gendarme afferr  le  maniglie
    del  terzo  cassetto.  Questo  non  chiuso,  diss'egli.  Infatti il
    cassetto si aperse facilmente.  L'aggiunto pigli il lume e si chin a
    guardarvi dentro.
    Franco  si era seduto sul canap e guardava i travicelli del soffitto.
    Sua moglie, quando vide il cassetto aperto,  gli sedette accanto,  gli
    prese e gli strinse una mano spasmodicamente.  Ud sfogliar carte e il
    Ricevitore mormorar con voce benigna:
    Disegni.  Poi l'aggiunto fece: Oh!.  I satelliti  si  chinarono  a
    guardare;  Franco trasal.  Ella ebbe la forza di levarsi per vedere e
    dire: Cosa c'?. L'aggiunto aveva in mano una lunga,  curva busta di
    cartone, che portava un biglietto scritto.
    Egli  lo aveva prima letto silenziosamente e ora lo lesse forte con un
    accento inesprimibile di soddisfazione e di  sarcasmo.  Sciabola  del
    tenente Pietro Ribera ucciso a Malojaroslavetz, 1812. Franco balz in
    piedi,  sorpreso,  incredulo,  e  in  pari  tempo l'aggiunto aperse la
    busta. Franco non la poteva vedere; guard sua moglie,  che la vedeva.
    Sua  moglie  aveva  le labbra bianche.  Lo credette spavento e non gli
    pareva possibile.
    Era gioia: la busta non conteneva che un fodero vuoto. Luisa si trasse
    nell'ombra precipitosamente,  cadde a sedere sul canap,  lott contro
    un violento tremito interno, s'irrit con se stessa, si disprezz e lo
    vinse.  Intanto  l'aggiunto,  preso  il  fodero  e guardatolo per ogni
    verso, chiese a Franco dove fosse l'arma. Franco fu per rispondere che
    non  lo  sapeva  com'era  vero.   Ma   questa   potendo   parere   una
    giustificazione personale, rispose invece:
    In Russia.
    La sciabola non era in Russia,  era confitta nella melma,  in fondo al
    lago,  dove l'aveva segretamente  gittata  lo  zio  Piero,  invece  di
    consegnarla.
    E  perch  hanno  scritto  sciabola?,  fece  il Ricevitore tanto per
    mostrare un po' di zelo anche lui.
    Chi ha scritto  morto, disse Franco.
    Questa  chiave  subito!,   esclam  rabbiosamente  il   Commissario.
    Stavolta  Luisa  la trov e gli altri due cassetti furono aperti;  uno
    era vuoto, l'altro conteneva delle coperte di lana e della lavanda.
    La perquisizione fin qui.  L'aggiunto discese  in  sala  e  intim  a
    Franco di prepararsi a seguirlo dentro un quarto d'ora. Ma ci arresti
    tutti, dunque!, esclam Luisa.
    L'aggiunto  si  strinse  nelle  spalle  e  ripet a Franco: Dentro un
    quarto d'ora.  Lei!  Vada pure nella Sua camera.  Franco trascin via
    Luisa,  la supplic di tacere,  di rassegnarsi per amor di Maria. Egli
    pareva un altro,  non mostrava n dolore n collera,  aveva nel viso e
    nella voce una dolcezza seria, una virile tranquillit.
    Mise  nella  valigia  poca  biancheria,  un  Dante  e  un "Almanach du
    jardinier" che aveva sul tavolino da notte,  si chin  un  momento  su
    Maria  che  dormiva e non le diede un bacio per non svegliarla,  baci
    invece Luisa e, poich stavano sotto gli occhi dei gendarmi posti alle
    due uscite della camera, si sciolse presto dalle sue braccia dicendole
    in francese che non conveniva dare spettacolo a quei signori. Prese la
    valigia, and a porsi agli ordini dell'aggiunto.
    Questi aveva  la  barca  a  cinquanta  passi  da  casa  Ribera,  verso
    Albogasio,   all'approdo   che  chiamano  del  Canevaa.   Uscendo  dal
    sottoportico cavalcato dalla casa,  Franco si ud sopra la  testa  uno
    strepito  d'imposte,  vide  batter sulla faccia bianca della chiesa il
    lume della sua camera e si volt a dir verso la finestra:
    Manda a chiamar il medico, domattina! Addio!
    Luisa non rispose.
    Quando i  gendarmi  arrivarono  con  l'arrestato  presso  il  Canevaa,
    l'aggiunto comand loro di fermarsi.
    Signor Maironi, diss'egli, Ella ha avuto la sua lezione. Per questa
    volta ritorni a casa Sua e impari a rispettare le Autorit.
    Meraviglia,   gioia,  sdegno  scoppiarono  nel  cuore  di  Franco.  Si
    contenne, per, si morse le labbra e si avvi a casa senza fretta. Non
    aveva ancora girato il canto della chiesa,  che Luisa lo riconobbe  al
    passo e chiam:
    Franco?.  Egli salt avanti,  fu visto,  vide l'ombra di lei sparire
    dalla finestra,  entr in  casa  di  corsa,  si  slanci  sulla  scala
    gridando libero,  libero! mentre sua moglie la scendeva a precipizio
    con una furia di come come come?. Si cercarono con le braccia avide,
    si afferrarono, si strinsero, non parlarono pi.
    Parlarono poi,  in loggia,  per due ore continue di tutto che  avevano
    visto,  udito e provato,  ritornando sempre alla sciabola, alle carte,
    alle monete,  non senza fermarsi su tante inezie,  sull'accento veneto
    che aveva l'aggiunto,  sul gendarme bruno che pareva un buon diavolo e
    sul gendarme biondo che doveva essere un cane.  Di  quando  in  quando
    tacevano,  gustavano il silenzio sicuro e la dolcezza della casa;  poi
    ricominciavano.  Prima di andar a letto uscirono  sulla  terrazza.  La
    notte  era scura e tepida,  il lago immobile.  L'afa,  le tenebre,  le
    forme vaghe,  mostruose delle montagne pigliavano nella  immaginazione
    una mortale pesantezza austriaca;  l'aria stessa ne pareva grave.  Non
    avevano sonno, n Luisa n Franco, ma conveniva pure andar a letto per
    la fantesca che vegliava Maria. Entrarono in camera in punta di piedi.
    La bambina dormiva, aveva il respiro quasi regolare.
    Cercarono di dormire anch'essi e non ci riuscirono.
    Non potevano a meno, specialmente Franco,  di parlare.  Egli domandava
    sottovoce: Dormi?.  Ella rispondeva no e allora tornavano in campo
    le monete o le carte o la sciabola o lo sgherro  dall'accento  veneto.
    Oramai  non  erano pi davvero cose nuove e siccome sull'alba Maria si
    agitava,  dava segno di svegliarsi,  avendo Franco sussurrato da  capo
    dormi? Luisa rispose s ed egli tacque definitivamente, come se ne
    fosse persuaso.

    Il giorno dopo la perquisizione,  Oria, Albogasio, San Mamette, furono
    pieni di bisbigli: Avii sentii?.  Oh car Signor!.  Avii sentii?.
    Oh cara Madonna! I bisbigli pi sonori, per forza, furono quelli che
    appresero  il  fatto  alla  Barborin  Pasotti.  Suo marito le grid in
    bocca:  Maironi!  Polizia!  Gendarmi!  Arresto!.   La  povera  donna
    credette  che un esercito avesse spazzato via i suoi amici e si mise a
    sbuffare oh!  oh! come una locomotiva.  Gemette,  pianse,  domand a
    Pasotti   della  bambina.   Pasotti,   che  non  voleva  assolutamente
    permetterle di scendere a Oria,  di  mostrare  in  quelle  circostanze
    affetto ai Maironi, rispose con un gesto che pareva un colpo di scopa.
    Via.  Via  anche quella!.  E la serva?  Ci sar la serva? Il perfido
    uomo men in aria un altro colpo di scopa e la Barborin cap  che  Sua
    Maest I. R. A. avesse fatto portar via anche la serva.
    Ma  i bisbigli pi maligni suonarono assai lontano dalla Valsolda,  in
    una  sala  del  Palazzo  Maironi  a  Brescia.  Dieci  giorni  dopo  la
    perquisizione,  il  cavaliere  Greisberg  di S.  Giustina,  cugino del
    Maironi,  addetto al governo del feld-maresciallo Radetzky  in  Verona
    sino  al  1853  e  passato  poi col padrone a Milano,  scendeva a casa
    Maironi dalla carrozza dell'I. R.  Delegato di Brescia,  del quale era
    ospite  da  poche  ore.  Il cavaliere,  un bell'uomo sulla quarantina,
    azzimato e profumato,  non aveva un'aria molto gaia mentre,  ritto  in
    mezzo  alla  sala di ricevimento,  stava guardando gli antichi stucchi
    del soffitto in aspettazione della marchesa, loro contemporanea. Per,
    quando l'uscio in faccia,  spalancato da mano servile,  lasci  passar
    lentamente  la grossa persona,  il viso marmoreo e la parrucca nera di
    Madama,  il cavaliere si  trasfigur  e  baci  con  fervore  la  mano
    grinzosa  della  vecchia.  Una dama lombarda devota all'Austria era un
    animale raro e di gran pregio agli occhi dell'Imperial Regio  Governo:
    ogni  leale  funzionario  le  doveva la pi ossequiosa galanteria.  La
    marchesa ricevette gli omaggi  del  cugino  cavaliere  con  la  solita
    flemmatica dignit e, fattolo sedere, gli domand notizie dei suoi, lo
    ringrazi   della  visita,   sempre  nello  stesso  tono  gutturale  e
    dormiglioso. Finalmente, posatesi le mani sul ventre,  ansando un poco
    per la fatica di tante parole,  mostr di star ad aspettare quelle del
    cugino.
    Aspettava che le parlasse della perquisizione e dell'ingegnere Ribera.
    Ella gli aveva espresso  in  passato  il  suo  dispiacere  che  Franco
    subisse la influenza di sua moglie e del Ribera, il suo stupore che il
    Governo  tenesse  al  proprio  stipendio  uno che nel 1848 aveva fatto
    apertamente  il  liberale  e  la  cui  famiglia,  specialmente  quella
    signorina della trappola,  professava il pi sfacciato liberalismo. Il
    cavaliere  Greisberg  le  aveva  risposto  che  di  queste  sue  sagge
    osservazioni  si sarebbe tenuto conto.  Poi la marchesa aveva istigato
    il Commissario Zrboli contro il  povero  ingegnere  in  capo.  Sapeva
    dallo  Zrboli  della  perquisizione;  perci,  quando vide Greisberg,
    intese ch'era venuto a  parlarle  di  questo.  Ora  ella  voleva  bene
    servirsi  del Governo per i suoi rancori privati,  ma,  per principio,
    non si riconosceva obbligata mai di gratitudine a nessuno.  Il governo
    austriaco,  saggiando  un  impiegato  malfido,  aveva fatto il proprio
    interesse.  Ella non aveva sollecitato nulla,  non toccava  a  lei  di
    chieder nulla; toccava al cavaliere di parlare per primo. Ma il signor
    cavaliere,  furbo, maligno e orgoglioso la sua parte, non la intendeva
    cos.  La vecchia voleva un favore e  per  averlo  doveva  piegarsi  a
    baciar le unghie benefiche del Governo.
    Tacque  alquanto  per raccogliersi e vedere se l'altra cedesse.  Visto
    che stava muta e  dura,  si  fece  a  un  tratto  molle  egli  stesso,
    sorridente,  grazioso,  le  disse  che  veniva  da Verona,  le propose
    d'indovinar il giro che aveva fatto.  Era passato per  un  paese  cos
    carino,  aveva  veduto  una villa cos deliziosa,  cos splendida,  un
    paradiso!  Indovinare non era il forte  della  marchesa;  gli  domand
    s'era  stato  in Brianza.  No,  da Verona a Brescia per la Brianza non
    c'era venuto.  Torn a descriver la  villa  cos  minutamente  che  la
    marchesa non pot a meno di riconoscere il suo possesso di Monzambano.
    Allora  il cavaliere le propose d'indovinare perch mai fosse andato a
    veder la villa.  Ella indovin subito,  indovin tutta la  tela  della
    commedia  che  le  si  recitava,  ma  il suo viso melenso non ne disse
    nulla.  Il Delegato di Brescia  l'aveva  tastata  un'altra  volta  per
    sapere  se appigionerebbe la villa a S.  E.  il Maresciallo;  ed ella,
    minacciata segretamente d'incendi e di morte dai liberali di  Brescia,
    aveva  preso  delle rispettose scappatoie.  Sent ora nel discorso del
    Greisberg la tacita offerta di un contratto  e  si  pose  in  guardia.
    Confess  al  cugino  che non sapeva indovinare neppur questo.  Gi le
    pareva di diventare ogni giorno pi stupida. Anni e dispiaceri! Ne ho
    avuto uno grosso anche di questi giorni!,  diss'ella.  Ho saputo che
    la Polizia ha fatto una perquisizione in casa di mio nipote a Oria.
    Il  Greisberg,  sentendosi  sfuggire la vecchia ipocrita,  butt via i
    guanti e la ferm con gli artigli. Marchesa,  diss'egli prendendo un
    tono che non ammetteva repliche, Ella non deve parlare di dispiaceri.
    Ella  ha  fornito  per mezzo mio e per mezzo del signor Commissario di
    Porlezza preziose informazioni al Governo,  il  quale  Le  tien  conto
    delle  Sue  benemerenze.  A  Suo  nipote non fu torto un capello n si
    torcer se avr giudizio.  Mi rincresce invece che non si  avr  modo,
    forse, di prendere provvedimenti severi contro un'altra persona che ha
    dei  torti  privati  verso  di Lei.  Per trovar modo di colpire questa
    persona il signor Commissario di Porlezza ha fatto anche pi  del  suo
    dovere.  Ella deve capire senz'altro,  marchesa,  che non  il caso di
    dispiaceri e che anzi ha un obbligo particolare verso il Governo.  La
    marchesa non s'era mai udita parlare cos alto e con tanta formidabile
    autorit.  Era  forse  ai  battiti dispettosi del cuore che rispondeva
    sopra al suo rigido busto il visibile ondulamento continuo del collo e
    del capo;  ma pareva  proprio  il  moto  d'un  animale  che  lavorasse
    faticosamente a ingoiar un boccone enorme.  A ogni modo ella non pieg
    fino a dire una parola d'acquiescenza.  Solamente,  quando riprese  la
    sua placidezza obesa,  osserv che non aveva mai domandato di prendere
    provvedimenti contro nessuno,  che se nella perquisizione non  si  era
    trovato niente a carico dell'ingegnere Ribera,  ne aveva piacere;  che
    del resto in casa Ribera se n'eran dette di tutti i  colori  e  che  i
    discorsi era difficile trovarli.  Il cavaliere rispose,  pi mansueto,
    che non poteva dire se si fosse trovato niente o  no  e  che  l'ultima
    parola  sarebbe stata pronunciata dal maresciallo,  il quale intendeva
    occuparsi personalmente della cosa.  Ci gli diede modo di ritornar al
    discorso  della  villa  di  Monzambano.  La chiese formalmente per Sua
    Eccellenza che intendeva  venirci  dentro  otto  giorni.  La  marchesa
    ringrazi dell'onor grande, disse che la sua villa non meritava tanto,
    che  le pareva troppo angusta,  che aveva bisogno di riparazioni,  che
    bisognava dirlo a Sua Eccellenza.  Avrebbe voluto differire,  aspettar
    il  prezzo sciagurato della sua condiscendenza,  ma il cavaliere diede
    un altro colpo di artiglio e dichiar che bisognava risponder  subito,
    risponder netto,  s o no,  e convenne bene che la vecchia piegasse il
    capo.  Per compiacere a Sua Eccellenza,  diss'ella.  Greisberg torn
    subito amabile, scherz sulle misure che si potrebbero prendere contro
    quel signor ingegnere. Non c'era da sparger sangue, c'era da spargere,
    tutt'al pi,  un po' d'inchiostro; non c'era da togliergli la libert,
    c'era da rendergliela intera! La marchesa non fiat.  Fece portare due
    limonate  e  sorb  lentamente  la sua a piccoli sorsi,  non senza una
    fioca espressione di contentezza fra un sorso e l'altro,  come  se  ci
    fosse nella limonata un sapore nuovo e squisito.  Il cavaliere avrebbe
    pur voluto da lei una parola esplicita su questo punto del Ribera, una
    confessione del suo desiderio,  e posando sul vassoio la tazza vuotata
    rapidamente,  le  disse:  Mi  ci  metter io,  sa,  e ci riusciremo a
    questo. E' contenta?.
    La  marchesa  continu  a  sorseggiare  la  limonata,  piano,   piano,
    guardando nel bicchiere.
    Non va bene?, domand ancora il cugino dopo una inutile attesa.
    S,  buona, rispose il sonnolento naso. Bevo adagio per i denti.

    Gli  ultimi  bisbigli  non  furono umani.  Luisa e Franco erano seduti
    sull'erba di Looch, presso al cimitero. Parlavano della bont grande e
    squisita della mamma,  la paragonavano alla bont  grande  e  semplice
    dello zio notandone le somiglianze e le differenze. Non dicevano quale
    delle  due  bont  paresse  loro  superiore nell'insieme,  ma dai loro
    giudizi s'indovinavano le inclinazioni diverse.  Franco  preferiva  la
    bont  tutta  penetrata  di  fede nel soprannaturale e Luisa preferiva
    l'altra.  Egli soffriva di questa contraddizione segreta pur  esitando
    di  rilevarla,  temendo  di  premere il tasto che poteva dare una nota
    troppo penosa. Ma la fronte sua n'era adombrata e a un certo punto gli
    sfugg di dire: Quante disgrazie,  quante amarezze ha sopportato  tua
    madre,  con che rassegnazione,  con che forza,  con che pace! Credi tu
    che una pura bont naturale le avrebbe potute sopportare cos?.  Non
    lo so, rispose Luisa. La povera mamma aveva vissuto, io credo, in un
    mondo  superiore  prima che in questo: aveva sempre il cuore l. Ella
    non disse tutto il suo pensiero.  Pensava che se  le  anime  buone  di
    questo  mondo fossero simili nella mansuetudine religiosa a sua madre,
    la terra diventerebbe il regno dei bricconi e dei prepotenti. E quanto
    ai dolori che non vengono dagli  uomini  ma  dalle  condizioni  stesse
    della vita umana, le pareva di ammirar coloro che vi resistono per una
    forza  loro  propria sopra quegli altri che invocano e ottengono aiuto
    dallo stesso Essere onde furono percossi.
    Ma ella non voleva confessar questi sentimenti a suo marito.  Espresse
    invece  la  speranza  che lo zio non avesse a incontrar mai afflizioni
    gravi. Possibile che il Signore volesse far soffrire un uomo tale? No
    no no!,  esclam Franco,  che in un altro momento non avrebbe  osato,
    forse,  ammonire Iddio a questo modo. Un soffio del Boglia cal per la
    gola di Muzi, agit le frondi alte dei noci.  A Luisa quello stormire
    parve  legarsi con le ultime parole di Franco: le parve che il vento e
    i grandi alberi sapessero qualche cosa del futuro e ne  bisbigliassero
    insieme.













    5. Il segreto del vento e dei noci.

    La febbre di Maria non dur che otto giorni,  eppure quando la piccina
    si alz i suoi genitori la trovarono mutata nel viso e  nello  spirito
    pi  che se gli otto giorni fossero stati otto mesi.  Gli occhi avevan
    preso un colore pi oscuro,  una singolare espressione di seriet e di
    maturit precoce.  Parlava pi chiaro e spedito, ma con le persone che
    non le  garbavano  non  parlava  affatto;  neanche  le  salutava.  Ci
    spiaceva  pi  a Franco che a Luisa.  Franco la voleva gentile e Luisa
    temeva di guastarle la sincerit. Maria aveva per sua madre un affetto
    non tanto espansivo ma violento: fiero, quasi, e geloso.  Voleva molto
    bene  anche a suo padre;  per si capiva che lo sentiva diverso da s.
    Franco   aveva   trasporti   di   passione   per   essa,   l'afferrava
    all'impensata,  la  stringeva,  la  divorava  di  baci  ed ella allora
    gittava il capo all'indietro puntando una manina sul viso di suo padre
    e guardandolo scura come se qualche cosa in lui le fosse  straniero  e
    ripugnante.  Spesso  Franco  la sgridava con ira e Maria piangeva,  lo
    fissava attraverso le lagrime senza muoversi, come affascinata, ancora
    con quella espressione di persona che non comprende.  Egli  vedeva  la
    predilezione  della  bambina  per  sua  madre e se ne compiaceva,  gli
    pareva una preferenza giusta,  non  dubitava  che  Maria,  pi  tardi,
    avrebbe  teneramente  amato anche lui.  A Luisa dispiaceva molto,  per
    amore del marito,  che la bambina dimostrasse maggior affetto  a  lei,
    per questo sentimento suo non era vivo e schietto come la compiacenza
    generosa di Franco.  A Luisa pareva in fondo che Franco malgrado tanti
    trasporti,  amasse sua figlia come un essere distinto da  lui;  mentre
    lei,  che  trasporti  esteriori  di  tenerezza non ne aveva,  amava la
    bambina come una parte vitale di se stessa;  perci non poteva trovare
    ingiusto d'esserne preferita.  Poi ell'aveva in cuore una Maria futura
    probabilmente diversa da quella che aveva in cuore Franco.  Anche  per
    questo  non  le poteva rincrescere di avere un predominio morale sulla
    figliuola.
    Vedeva il  pericolo  che  Franco  favorisse  uno  sviluppo  forte  del
    sentimento religioso;  pericolo gravissimo, secondo lei; perch Maria,
    piena   di   curiosit,    avida   di   racconti,    aveva   i   germi
    d'un'immaginazione assai viva,  assai propizia alle fantasie religiose
    e  ne  poteva  venire  uno  squilibrio  morale.  Non  si  trattava  di
    sopprimere il sentimento religioso;  questo, Luisa non l'avrebbe fatto
    mai,  non foss'altro per rispetto a Franco;  ma occorreva  che  Maria,
    fatta  donna,  sapesse trovare il perno della propria vita in un senso
    morale sicuro e forte per s, non appoggiato a credenze che finalmente
    erano ipotesi e opinioni,  e potevano un giorno  o  l'altro  mancarle.
    Serbar  fede  al  Giusto,  al Vero,  fuor di qualsiasi altra fede,  di
    qualsiasi speranza e paura,  pareva a lei lo stato pi  sublime  della
    coscienza umana. A una tale perfezione si figurava aver rinunciato per
    s poich andava a messa e due volte l'anno ai sacramenti, e intendeva
    rinunciarvi  per  Maria,  ma  come  uno  che  rinuncia alla perfezione
    cristiana perch si trova aver moglie e figliuoli;  a malincuore e  il
    meno possibile.
    A  Maria  poteva  essere  serbata  in  sorte  la ricchezza.  Bisognava
    impedire  assolutamente  che  accettasse  una  vita   di   frivolezze,
    compensate  dalla  messa  alla  mattina,  dal  rosario  alla sera e da
    elemosine.  Luisa si era provata qualche volta  di  tastar  Franco  su
    questo  terreno  di  dare  all'educazione di Maria un indirizzo morale
    disgiunto dall'indirizzo religioso e il tasto  aveva  sempre  risposto
    male.  Che  non  si  credesse  nella  religione Franco lo capiva;  che
    qualcuno la potesse trovare insufficiente come norma della  vita,  gli
    riusciva affatto inconcepibile.  Che tutti poi dovessero aspirare alla
    santit,  che non fosse buon  cristiano  chi  amasse  il  tarocco,  la
    primiera,  la caccia, la pesca, i buoni pranzetti e le bottiglie fini,
    neanche  gli  passava  per  il  capo.   E  questo   indirizzo   morale
    dell'educazione  disgiunto  dall'indirizzo  religioso  gli  pareva una
    fisima perch secondo lui i galantuomini senza fede erano galantuomini
    per  natura  o  per  abitudine,  non  per  un  ragionamento  morale  o
    filosofico.  Non  c'era  dunque  modo  per  Luisa d'intendersi con suo
    marito circa questo delicato punto.  Doveva operare da s e con  molta
    cautela  per  non  offenderlo n affliggerlo.  Se Franco mostrava alla
    bambina le stelle e la luna, i fiori e le farfalle come opere mirabili
    di Dio e le faceva della poesia religiosa buona  per  una  ragazza  di
    dodici  anni,  Luisa  taceva;  se invece gli avveniva di dire a Maria:
    Bada,  Iddio non vuole che tu faccia questo,  Iddio non vuole che  tu
    faccia  quello,  Luisa  soggiungeva subito: Questo  male,  quello 
    male,  non si deve mai far il male.  Qui per non poteva  a  meno  di
    aprirsi  qualche  screzio  visibile fra il padre e la madre perch non
    sempre il giudizio morale dell'uno si accordava  col  giudizio  morale
    dell'altra.  Una  volta  erano insieme alla finestra della sala mentre
    Maria giuocava sul sagrato con una bambina di Oria presso a poco della
    sua et.  Passa un fratello di questa,  un prepotentone di otto anni e
    intima alla sorellina di seguirlo.
    Questa rifiuta e piange.  Maria,  seria seria,  affronta il prepotente
    con i pugni.  Franco la  trattiene  con  una  chiamata  imperiosa;  la
    piccina  si  volta a guardarlo e scoppia in lagrime mentre quell'altro
    si trascina via la sua  vittima.  Luisa  lasci  la  finestra  dicendo
    sottovoce  a  suo  marito: Scusa,  questo non  giusto.  Come non 
    giusto? Franco si riscald,  alz la voce,  chiese a  sua  moglie  se
    voleva  una  Maria violenta e manesca.  Ella rispondeva con dolcezza e
    con fermezza,  senza risentirsi di qualche parola pungente,  sosteneva
    che  il  sentimento di Maria era buono,  che opporsi alla prepotenza e
    all'ingiustizia era il compito migliore per tutti,  che se un  bambino
    vi  adoperava  le  mani,  fatto  adulto vi avrebbe adoperato mezzi pi
    civili,  ma che  se  si  reprimeva  in  lui  la  espressione  naturale
    dell'animo,  si  correva  il  rischio di schiacciare con essa anche il
    buon sentimento nascente.
    Franco non si persuase.  Secondo lui era molto dubbio che in Maria  vi
    fossero  di quei sentimenti eroici.  Ella si era arrabbiata di vedersi
    portar via la sua compagna di giuoco e niente altro. Ma poi,  la parte
    della  donna  non  era  forse  di  opporre  alle  ingiustizie  e  alle
    prepotenze  una  dolcezza  mansueta,   di  mitigare  ed  emendare  gli
    offensori  piuttosto  che  di  respinger con la forza l'offesa?  Luisa
    divent rossa e rispose che ad  alcune  donne,  forse  alle  migliori,
    questa  parte  conveniva,  ma  che non poteva convenire a tutte perch
    tutte non potevano essere tanto miti e umili.  E  tu  sei  di  quelle
    altre?, esclam Franco.
    Credo di s.
    Bella cosa!
    Ti rincresce molto?
    Moltissimo.
    Luisa gli pose le mani sulle spalle.  Ti rincresce molto?, diss'ella
    fissandolo negli occhi, che io m'irriti come te d'aver questi padroni
    in casa,  che io desideri come te di aiutare anche con le mie  mani  a
    cacciarli via o preferiresti che io cercassi di emendare Radetzky e di
    mitigare i croati?
    Questa  un'altra cosa!
    Come un'altra cosa? No,  la stessa cosa!
    E' un'altra cosa!,  ripet Franco;  e non seppe dimostrare che fosse
    un'altra  cosa.  Gli  pareva  di  aver  torto  secondo  un  raziocinio
    superficiale  e  di  avere ragione secondo una verit profonda che non
    riusciva ad afferrare. Non parl pi,  fu pensieroso tutto quel giorno
    e si vedeva che cercava la sua risposta.  Ci pens anche la notte, gli
    parve di averla trovata e chiam sua moglie che dormiva.
    Luisa!, diss'egli. Luisa! Quella  un'altra cosa.
    Cos' stato?, fece Luisa svegliandosi di soprassalto.
    Egli aveva pensato  che  la  offesa  del  dominio  straniero  non  era
    personale come le offese private e che procedeva dalla violazione d'un
    principio  di  giustizia  generale;  ma nell'atto di spiegar ci a sua
    moglie, gli venne in mente che anche nelle offese private aveva sempre
    luogo la violazione d'un principio di giustizia generale, si figur di
    avere sbagliato.
    Niente, diss'egli.
    Sua moglie credette che  sognasse  e,  posatogli  il  capo  sopra  una
    spalla,  si  riaddorment.  Se vi erano argomenti capaci di convertire
    Franco alle idee di sua moglie, erano quel dolce contatto,  quel dolce
    respiro  vicino  al suo petto,  che gli avevan fatto tante altre volte
    deliziosamente sentire un reciproco abbandono delle anime.  Ora non fu
    cos.  Gli pass anzi nel cervello,  come una lama rapida e fredda, il
    pensiero che questo latente antagonismo fra le idee di sua moglie e le
    sue avesse un giorno o l'altro a scoppiare in qualche doloroso modo  e
    se  la  strinse  atterrito  nelle  braccia  come per difender s e lei
    contro i fantasmi della propria mente.

    Il sei novembre, dopo colazione, Franco prese le sue grosse forbici da
    giardiniere per fare il solito sterminio di seccumi nel giardinetto  e
    sulla  terrazza.  Era  un'ora  di  tanta  bellezza,  di  tanta pace da
    stringere il  cuore.  Non  una  foglia  che  si  muovesse;  purissima,
    cristallina  l'aria  da  ponente;  sfumanti  a  levante,  dentro lievi
    vapori, le montagne fra Osteno e Porlezza; la casa sfolgorata dal sole
    e dai riverberi tremoli del lago;  il sole assai caldo ma i crisantemi
    del giardinetto, gli ulivi, gli allori della costa pi visibili fra il
    rosseggiar  delle  foglie  caduche,  certa  segreta frescura dell'aria
    imbalsamata d'olea  fragrans,  il  silenzio  d'ogni  vento,  le  aeree
    montagne   del   lago   di   Como   bianche   di   neve   accordantisi
    malinconicamente a dire che la  cara  stagione  moriva.  Sterminati  i
    seccumi,  Franco propose a sua moglie di andar in barca a Casarico per
    riportare all'amico Gilardoni i  due  primi  volumi  dei  Mystres  du
    Peuple,  divorati  avidamente in pochi giorni,  e averne il terzo.  Fu
    deciso di partire a mezzogiorno,  dopo aver posto a  letto  Maria.  Ma
    prima  che Maria fosse a letto comparve tutta ansante,  col cappello e
    la mantiglia a  sghimbescio,  la  Barborin  Pasotti.  Era  salita  dal
    cancello  del  giardinetto e si ferm sulla soglia della sala.  Veniva
    per la prima volta dopo la perquisizione; vide i suoi amici, giunse le
    mani,  ripet sottovoce:  Ah  Signor,  ah  Signor,  ah  Signor!,  si
    precipit su Luisa, la coperse di baci.
    Cara  la  mia  tosa!  Cara  la  mia tosa!.  Avrebbe volentieri fatto
    altrettanto con Franco, ma Franco non gradiva certe espansioni,  aveva
    una  faccia poco incoraggiante,  per cui la povera donna si accontent
    di prendergli e scuotergli ambedue le mani.
    Car el m don Franco! Car el m don Franco!.  Si raccolse finalmente
    in  braccio  la  Maria che le punt le manine al petto facendo un viso
    simile a quello di suo padre. Son vgia,  neh?  Son brutta,  neh?  Te
    piasi no? L' nient, l' nient, l' nient!.
    E  si  mise  a  baciarle umilmente le braccia e le spalle,  non osando
    affrontare il visetto acerbo.  Poi  disse  ai  suoi  amici  che  aveva
    portato  loro  una  bella  notizia e gli occhi le brillavano di questo
    mistero gaudioso.  La marchesa aveva scritto a Pasotti e nella lettera
    c'era  un  periodo che la Barborin aveva imparato a mente: Ho appreso
    con vivo dispiacere (vivo dispiacere,  gh' s insc) il triste  fatto
    di  Oria...  di Oria...  (sptta!) il triste fatto di Oria...  (ah!) e
    bench mio nipote nulla meriti,  (cio,  quell pacienza!) desidero non
    abbia  cattive  conseguenze.  Il  periodo  non ebbe un gran successo.
    Luisa fece il viso scuro e non parl;  Franco guard sua moglie e  non
    os  metter fuori il commento favorevole che aveva nella bocca ma non,
    per verit, nel cuore. La povera Barborin che aveva approfittato della
    andata di suo marito a Lugano per correre a portar il suo  zuccherino,
    rimase  assai  mortificata,  guardava  contrita ora Luisa ora Franco e
    fin col togliersi di tasca uno zuccherino vero e proprio onde darlo a
    Maria. Poi,  avendo capito che gli sposi desideravano partire in barca
    e  struggendosi  di  stare  un  po' con Maria,  tanto disse e fece che
    quelli se ne andarono lasciando l'incarico alla Veronica di metter  la
    bambina a letto un po' pi tardi.
    Maria  non  parve  gradir  molto la compagnia della sua vecchia amica.
    Taceva,  taceva ostinatamente e non and molto che spalanc la bocca e
    scoppi  in lagrime.  La povera Pasotti non sapeva che Santi invocare.
    Invoc la Veronica,  ma la Veronica  discorreva  con  una  guardia  di
    finanza  e  non ud o non volle udire.  Offerse anelli,  braccialetti,
    l'orologio, persino il cappellone da viceregina Beauharnais,  ma nulla
    riusc  gradito.  Maria  continuava a piangere.  Ebbe allora l'idea di
    mettersi al piano e si mise a picchiare e  ripicchiare  otto  o  dieci
    battute d'una monferrina antidiluviana.  Allora la principessina Maria
    si mansuefece,  si lasci pigliar dalla sua musicista di  camera  cos
    delicatamente  come se le sue braccine fossero state ali di farfalla e
    posar sulle ginocchia cos piano come se vi fosse  stato  pericolo  di
    far cader in polvere le vecchie gambe.
    Udite  cinque  o  sei repliche della monferrina,  Maria fece un visino
    annoiato,  si prov  di  strappar  dal  piano  le  mani  rugose  della
    suonatrice  e  disse  sottovoce:  Cantami una canzonetta.  Poi,  non
    ottenendo risposta,  si volt  a  guardarla  in  faccia,  le  grid  a
    squarciagola:
    Cantami una canzonetta!.
    Non capisco, rispose la Pasotti, sono sorda.
    Perch sei sorda?
    Sono sorda, replic l'infelice, sorridendo.
    Ma perch sei sorda?
    La Pasotti non poteva immaginare cosa chiedesse la bambina.
    Non capisco, diss'ella.
    Allora, fece Maria con un'aria molto grave, sei stupida.
    Dopo di che aggrott le ciglia e riprese piagnucolando:
    Voglio una canzonetta!
    Qualcuno disse dal giardinetto:
    Eccolo, quel delle canzonette!
    Maria alz il viso, s'illumin tutta. Missipip, diss'ella e scivol
    gi  dalle  ginocchia  della  Pasotti,  corse  incontro allo zio Piero
    ch'entrava. Si alz anche la Pasotti, stese le braccia, tutta sorpresa
    e ridente,  verso il vecchio inaspettato amico.  T ch,  t ch,  t
    ch!.  E corse a salutarlo.  La Maria strill tanto forte Missipip,
    Missipip!,  e si avvinghi tanto stretta alle gambe  dello  zio  che
    questi,  quantunque paresse non averne voglia,  dovette pur sedere sul
    canap,  pigliarsi la bambina sulle ginocchia e ripeterle  la  vecchia
    canzone:

    "Ombretta sdegnosa..."

    Dopo  quattro o cinque "Missipip" la Pasotti,  temendo che suo marito
    ritornasse, prese congedo. La Veronica voleva porre Maria a letto.  La
    piccina si crucci,  lo zio intervenne: Oh lasciatela un po' qui!, e
    usc con lei  sulla  terrazza  per  vedere  se  il  pap  e  la  mamma
    ritornassero.
    Nessuna barca veniva da Casarico. La piccina ordin allo zio di sedere
    e gli si arrampic sulle ginocchia.
    Perch sei venuto?,  diss'ella.  Non c' mica,  sai,  il pranzo per
    te.
    Me lo farai tu, il pranzo. Sono venuto per star con te.
    Sempre?
    Sempre.
    Proprio sempre sempre sempre?
    Proprio sempre.
    Maria tacque, pensierosa. Poi domand:
    E cosa mi hai portato?
    Lo zio si lev di tasca un fantoccio di gomma.  Se Maria avesse potuto
    sapere,  intendere  con  quale  animo,  sotto  qual colpo lo zio fosse
    andato a prender per lei quel fantoccino avrebbe pianto di tenerezza.
    E' brutto questo regalo, diss'ella,  ricordando gli altri dello zio.
    E se resti qui, non mi porti pi niente?
    Pi niente.
    Va' via, zio, diss'ella.
    Egli sorrise.
    Adesso  Maria volle sapere dallo zio se,  quando era bambino lui,  suo
    zio gli portasse regali.  Ma questo zio dello zio,  per quanto la cosa
    paresse  impossibile a Maria,  non era mai esistito.  E allora chi gli
    portava regali? Ed era egli un buon bambino? Piangeva?  Lo zio si mise
    a  raccontarle  cose  della sua infanzia,  cose di sessant'anni prima,
    quando la gente portava parrucca e codino.  Si compiaceva di ricordare
    alla  nipotina  quel  tempo  lontano,  di  farla vivere per un momento
    insieme ai suoi vecchi,  e parlava con  gravit  triste,  come  avendo
    presenti quei cari morti, come parlando pi per essi che per lei. Ella
    gli fissava in viso gli occhi spalancati, non batteva palpebra. N lui
    n  lei  s'accorgevano  che  intanto  passava il tempo,  n lui n lei
    pensavano pi alla barca che doveva venire.
    E la barca venne,  Luisa e Franco salirono senza sospettare di  nulla,
    pensando che la bambina dormisse.  Franco fu il primo che vide sotto i
    rami cadenti delle passiflore lo zio seduto,  curvo su Maria  che  gli
    stava  sulle  ginocchia.  Mise  una  gran  voce di sorpresa e corse l
    seguito da Luisa,  con l'idea che fosse  successo  qualche  cosa.  Tu
    qui?,  diss'egli correndo.  Luisa,  pallida,  non disse nulla. Lo zio
    alz il capo,  li vide: essi compresero subito che vi era  una  brutta
    novit, non gli avevano mai veduto una faccia cos seria.
    Addio, diss'egli.
    Cosa  stato?, sussurr Franco.
    Egli fe' cenno ad ambedue di ritirarsi dalla terrazza nella loggia, ve
    li  segu,  allarg le braccia,  povero vecchio,  come un crocifisso e
    disse con voce triste ma tranquilla:
    Destituito.
    Franco e Luisa lo guardarono un momento come  istupiditi.  Poi  Franco
    esclam: Oh zio,  zio!, e lo abbracci. Vedendo quell'atto e il viso
    di sua madre,  Maria scoppi in lagrime.  Luisa cerc di farla tacere,
    ma ella stessa, la donna forte, aveva il pianto alla gola.
    Seduto sul canap della sala lo zio raccont che l'I.  R.  Delegato di
    Como lo aveva fatto chiamare per dirgli che la  perquisizione  operata
    nella  sua  casa  di  Oria  aveva  dati risultati dolorosi e inattesi;
    quali, non aveva voluto assolutamente dire.
    Aveva poi soggiunto che s'era voluto iniziare un  processo  contro  di
    lui  ma che in vista dei lunghi e lodevoli servigi prestati al Governo
    si limitava  a  togliergli  l'ufficio.  Lo  zio  aveva  insistito  per
    conoscere le accuse e colui l'aveva licenziato senza rispondere.
    E allora?, disse Franco.
    E  allora....  Lo  zio  tacque  un  poco  e  poi pronunci una frase
    sacramentale d'ignota origine  che  egli  stesso  e  i  suoi  compagni
    tarocchisti  solevano  ripetere quando il giuoco andava disperatamente
    male: Siamo arcifritti, o Regina.
    Vi fu un lungo silenzio;  poi Luisa si butt  al  collo  del  vecchio.
    Zio, zio, gli sussurr, ho paura che sia stato per causa nostra!
    Ella  pensava  alla nonna e lo zio intese che accusasse Franco e s di
    qualche imprudenza.
    Sentite,  cari amici,  diss'egli con un tono bonario che aveva  pure
    qualche recondito sapore di rimprovero, questi sono discorsi inutili.
    Adesso  la  frittata  fatta e bisogna pensare al pane.  Fate conto su
    questa casa,  su qualche piccolo risparmio che mi frutta circa quattro
    svanziche al giorno e su due bocche di pi: la mia e quella della Cia;
    la  mia,  speriamo  per poco tempo. Franco e Luisa protestarono.  Ci
    vuol altro! Ci vuol altro!,  fece lo zio agitando le braccia,  come a
    dispregio di un sentimentalismo irragionevole. Viver bene e crepare a
    tempo.  Questa  la regola. La prima parte l'ho fatta, adesso mi tocca
    di fare la seconda. Intanto mandatemi dell'acqua in camera e aprite la
    mia borsa.  Vi  troverete  dieci  polpette  che  la  signora  Carolina
    dell'Agria  mi ha voluto dare per forza.  Vedete che le cose non vanno
    poi troppo male.
    Ci detto lo zio si alz e se n'and per l'uscio del salotto con passo
    franco, mostrando anche da tergo la sua faccia eretta,  il suo modesto
    ventre pacifico, la sua serenit di filosofo antico. Franco, ritto sul
    limitare  della  terrazza,  con  le  braccia incrociate sul petto e le
    sopracciglia aggrottate, guardava verso Cressogno.  Se in quel momento
    egli  avesse  avuto  fra  le  mascelle  un  fascio  di  Delegati,   di
    Commissari, di birri e di spie,  avrebbe tirato tale un colpo di denti
    da farne una melma sola.







    6. L'asso di danari spunta.

    La barca  pronta,  disse Ismaele, entrando senza complimenti con la
    pipa nella sinistra e una lanterna nella destra.
    Che ore sono?, domand Franco.
    Undici e mezzo.
    Il tempo?
    Nevica.
    Bene, esclam lo zio, ironicamente, allargando le gambe davanti alla
    vampa del ginepro che scoppiettava nel caminetto.
    Nel minuscolo salottino assediato dall'inverno Luisa  stava  mettendo,
    ginocchioni,  un  fazzoletto  al collo di Maria,  Franco aspettava col
    cappuccio di sua moglie in mano e la Cia,  la vecchia governante,  col
    cappello  in testa e le mani nel manicotto,  andava brontolando al suo
    padrone: Che signore  mai Lei! Cosa vuol fare qui solo a casa?.
    Per dormire non ho bisogno di nessuno,  rispose l'ingegnere,  e  se
    sono  matti gli altri non sono matto io.  Mettetemi qua il mio latte e
    il mio lume.
    Era la vigilia di Natale e l'idea pazza  di  quella  gente  savia,  la
    risoluzione  che  pareva  incredibile all'ingegnere era di andare a S.
    Mamette per assistervi alla messa solenne di mezzanotte.
    E quella povera vittima!, diss'egli guardando la bambina.
    Franco divent rosso,  osserv che desiderava prepararle  dei  ricordi
    preziosi,  questa partenza notturna in barca, il lago oscuro, la neve,
    la chiesa piena di lumi e di gente, l'organo, i canti,  la santit del
    Natale.  Egli parlava con calore non tanto per lo zio,  forse,  quanto
    per un'altra persona che taceva.
    S s s s,  fece  lo  zio,  come  se  si  fosse  aspettata  questa
    rettorica, questa poesia buona a niente.
    Anch'io, sai, il punch!, gli disse la piccina. Lo zio sorrise: manco
    male! Quello sar proprio un ricordo prezioso. Franco, sentendosi cos
    demolire  la  sua sottile preparazione di ricordi religiosi e poetici,
    si fece scuro. E questo Gilardoni?, chiese Luisa. Sono qui adesso,
    fece Ismaele uscendo con la sua lanterna.
    Il professore Gilardoni aveva invitato i Maironi e donna Ester Bianchi
    a prendere il punch in casa sua dopo la messa.  Lo  si  aspettava  dal
    Niscioree  dov'era  andato  a pigliare la signorina che ci viveva sola
    con due vecchie serve,  dopo la morte del  padre  avvenuta  nel  1852.
    L'ottimo  professore  aveva  pianto segretamente la signora Teresa per
    uno spazio di tempo ragionevole.  Durante quella pessima convalescenza
    del  cuore  che  lo  tiene  debole  e  molle,  in continuo pericolo di
    ricadere,  egli si era troppo poco guardato  dal  bel  visino  brioso,
    dagli occhi vivaci, dalla gaiezza scintillante della principessina del
    Niscioree,  come la chiamavano i Maironi.  Ella era cos diversa nello
    spirito e nel corpo dalla signora  Teresa,  la  sua  persona  vigorosa
    nelle  forme  della  grazia  pi squisita suggeriva l'idea di un amore
    cos lontano da quell'altro,  che  al  professore  pareva  di  poterle
    volere  bene  senza  offendere la santa immagine della madre di Luisa.
    Infatti egli santific sempre maggiormente questa immagine,  la spinse
    in su in su verso il cielo,  tanto in su che qualche nuvola cominci a
    passare fra lui e lei;  prima eran cirri,  adesso eran cumuli e  stava
    per  giungere  uno  strato definitivo.  Egli era pi timido ancora con
    donna Ester che non lo fosse stato con la signora  Teresa.  Aveva  del
    resto  un  inconscio  bisogno  di amare senza speranza per potersi poi
    compiangere,  per la volutt di un  doppio  intenerimento,  verso  una
    bella creatura e verso se stesso. E la sua timidezza era pure contenta
    di  possedere  una scusa in quella gran differenza d'et e di aspetto.
    Per col non far alcuna difesa contro gli  occhi  maliziosi,  i  folti
    capelli  biondi,  il  sottile  collo di neve,  col bersi e ribersi nel
    cuore la voce fresca, il riso d'argento, l'uomo si metteva in pericolo
    di cuocere intollerabilmente.
    Ester,  che a ventisette  anni  ne  mostrava  venti  salvo  che  nella
    morbidezza  delle  movenze  e in una certa occulta,  deliziosa scienza
    degli occhi,  non aveva desiderato di pescar quell'amante rispettabile
    ma lo sentiva preso e se ne compiaceva,  stimandolo un grande ingegno,
    un sapientone.  Che egli  osasse  parlarle  d'amore,  ch'ella  potesse
    sposar quella sapienza giallognola,  rugosa e secca, neppure le veniva
    in mente;  ma neanche  avrebbe  voluto  spegnere  un  focherello  cos
    discreto  che  faceva  onore  a lei e,  probabilmente,  piacere a lui.
    S'ella ne rideva qualche volta con Luisa,  non era per mai la prima a
    ridere   e  soggiungeva  subito:  Povero  signor  Gilardoni!   Povero
    professore!.
    Ella entr frettolosa,  con la testolina  bionda  chiusa  in  un  gran
    cappuccio  nero,  come  una  primavera travestitasi,  per chiasso,  da
    dicembre. Dicembre le veniva dietro,  affagottato il collo in una gran
    sciarpa sulla quale si porgeva,  lucente e rosso, il naso professorale
    irritato dalla neve.  Era tardi,  tutti si accomiatarono dallo zio  ed
    egli  rimase solo con il suo lume e il suo latte,  davanti alle ultime
    brage moribonde del ginepro.
    Gli restava sul viso una  leggera  ombra  di  disapprovazione.  Franco
    faceva  troppo il poeta!  Adesso la vita era dura in casa Maironi.  Si
    faceva colazione con una tazza di latte  e  cicoria  adoperando  certo
    zucchero  rosso che puzzava di farmacia.  Non si mangiava carne che la
    domenica e il gioved.  Una bottiglia  di  vin  Grimelli  veniva  ogni
    giorno in tavola per lo zio, il quale non voleva saperne di privilegi.
    Ogni giorno, per questa bottiglia, sorgevano le stesse nubi, scoppiava
    la  stessa  piccola  burrasca  e si scioglieva secondo il volere dello
    zio,  con una brevissima pioggerella di decotto in ciascuno dei cinque
    bicchieri.  La serva era stata licenziata;  restava la Veronica per le
    faccende grosse,  per la polenta,  e qualche volta per badare a Maria.
    Malgrado  queste  ed  altre  economie,  malgrado  che  la  Cia  avesse
    rinunciato al suo salario,  malgrado i doni di ricotta,  di mascherpa,
    di formaggio di capra, di castagne, di noci, che piovevano dalla gente
    del  paese,  Luisa non riusciva a tener la spesa dentro l'entrata.  Si
    era procacciato qualche lavoro di copiatura da un notaio di  Porlezza;
    molta  fatica  e  miserabilissimi guadagni.  Franco aveva cominciato a
    copiar con ardore anche lui,  ma ci reggeva meno di sua moglie  e  poi
    non c'era lavoro per due. Avrebbe dovuto darsi le mani attorno, cercar
    un impiego privato,  ma di questo lo zio non vedeva indizio;  per cui?
    Per cui,  questo pensare a spedizioni poetiche gli  pareva  anche  pi
    fuor  di luogo.  Dopo aver meditato alquanto sulla triste situazione e
    sulla poca probabilit che Franco sapesse uscirne, trov che dal canto
    suo la prima cosa a fare era di bere il suo  latte  e  la  seconda  di
    andarsene a letto.  Ma no, gli venne un altro pensiero. Aperse l'uscio
    della sala, e, visto tutto buio, and in cucina,  accese una lanterna,
    la  port  in loggia,  spalanc una finestra e,  poich nevicava senza
    vento,  pos il lume sul davanzale,  onde quella gente poetica potesse
    dirigersi  ritornando  a  casa  per il lago tenebroso.  Dopo di che se
    n'and a dormire.

    Nella vecchia barca di casa l'ingegnoso Franco aveva architettato  una
    specie  di  felze  per  l'inverno  con  due  finestrini  ai  lati e un
    usciolino a prora.  Ora i sei viaggiatori  vi  stavano  attorno  a  un
    minuscolo tavolino, sul quale ardeva una candela.
    Vedendo  l'espressione estatica del professore ch'era seduto in faccia
    a Ester,  Franco si divert  a  spegner  il  lume  e  osserv  che  la
    filosofia poteva trovarsi male al buio, ma che la poesia ci si trovava
    benissimo.
    Infatti i pensieri suoi e de' suoi compagni, prima raccolti intorno al
    lume,  uscivano  adesso  per il vetro dell'usciolino dietro un chiaror
    fioco dove si vedeva la prora della barca,  gi biancastra di neve sul
    lago immobile e nero.  E le immaginazioni lavoravano.  A chi pareva di
    andar verso Osteno,  a chi pareva di andar verso la  Caravina,  a  chi
    pareva  di  andar  verso  Cadate;  e  ciascuno  diceva  i propri dubbi
    parlando piano come per non svegliare il  lago  addormentato.  Un  po'
    alla volta si misero a discutere,  ma le sei teste,  ad ogni colpo dei
    remi, facevano un cenno di completo accordo. Cos ciascuno dei critici
    saliti nella navicella  d'un  grande  poeta  si  crede  fare  una  via
    differente.  Chi stima dirigersi verso un ideale,  chi verso un altro,
    chi stima accostarsi a un modello,  chi a un altro,  chi andar avanti,
    chi  tornar indietro;  e il poeta li commove,  li scuote col suo verso
    tutti insieme, li porta sulla propria via.
    Ismaele port fedelmente il suo carico a S.  Mamette.  La neve  cadeva
    sempre  grossa  e  placida.  Sotto  i portici della piazza v'era molta
    gente e un viavai di lanterne. C'era pure il preposto che arringava un
    gruppo di fedeli disposti a disertar la  chiesa  per  l'osteria.  Egli
    stava  dimostrando  che  il  Paradiso    difficile a guadagnare e che
    bisogna pensarci per tempo: Vialter credii che and in Paradis el sia
    giusta come and in la barca del Parella. E s gent!  E s gent!  Gh'
    semper post! Avii cap che l' minga insc?. Sulla scalinata che sale
    alla  chiesa  Ester  domand a Luisa se il paradiso fosse proprio cos
    piccolo.  Il professore che accompagnava  Ester  con  l'ombrello  ebbe
    un'idea, palpit, trem e, fattosi un coraggio leonino, la mise fuori;
    disse  che  il paradiso era pi piccolo ancora e poteva stare sotto un
    ombrello. La cosa passo liscia, Ester non rispose e tutta la compagnia
    entr, mista a una frotta di donne, nelle tenebre della chiesa.
    Il  professore  si  ferm  sulla  porta,  incerto  fra  l'amore  e  la
    filosofia.  La  filosofia  lo tirava indietro con un filo e l'amore lo
    tirava avanti con una fune;  egli entr e si  pose  accanto  a  Ester.
    Franco ebbe per un momento la crudele idea di trascinarlo avanti,  fra
    i banchi degli uomini; ma poi mut pensiero e si pose anche lui presso
    sua moglie. Giov poco, perch Ester, fingendo voler dire qualche cosa
    a Luisa,  le si avvicin e spinse maliziosamente la vecchia Cia  verso
    il professore.
    Questi,  ancora  palpitante  per  quella  sua  disperata  audacia  del
    paradiso sotto l'ombrello,  alla mossa di Ester  si  turb,  pens  di
    averla offesa, si diede dell'asino e dell'asino e dell'asino.
    La  chiesa  era  gi  tutta piena e anche le signore dovettero star in
    piedi dietro la spalliera del primo banco.  Ester s'incaric di Maria,
    la  pose  a  sedere  sulla spalliera mentre il sagrestano accendeva le
    candele  dell'altar  maggiore.   La  Cia  tormentava  il   professore,
    credendolo  un  sant'uomo,  con  mille domande sulle differenze tra il
    rito romano e il rito ambrosiano,  e Maria teneva occupata  Ester  con
    altre domande ancora pi straordinarie.
    Per chi si accendono quei lumi?
    Per il Signore.
    Va' a letto adesso, il Signore?
    No, taci.
    E il bambino Ges  gi a letto?
    S, s, rispose Ester storditamente, per finirla.
    Col mulo?
    Lo  zio  aveva  portato  una  volta a Maria un brutto muletto di legno
    ch'ella odiava; e, quando si ostinava in qualche capriccio,  sua madre
    la poneva a letto con quel mulo sotto il guanciale, sotto la testolina
    troppo dura.
    Citto, ciallina!, fece Ester.
    Io no, a letto col mulo. Io dico scusa.
    Zitto! Ascolta l'organo, adesso.
    Tutti  i  ceri  erano  ormai  accesi e l'organista salito al suo posto
    andava stuzzicando,  come per risvegliarlo,  il suo vecchio  strumento
    che  pareva  mettere  grugniti  di  corruccio.  Nel  punto  in  cui un
    campanello suon e l'organo alz tutte le sue gran voci e  uscirono  i
    chierici  e  usc  il  sacerdote,   Luisa  prese  di  soppiatto,  come
    un'amante, la mano di suo marito.
    Quelle due mani,  stringendosi furtivamente,  parlavano di un prossimo
    avvenimento,  di  una  risoluzione grave che conveniva tener segreta e
    che non ancora era presa in modo irrevocabile. La piccola mano nervosa
    disse  coraggio!.   La  mano  virile  rispose  l'avr.   Bisognava
    decidersi.  Franco doveva partire,  lasciar sua moglie, la bambina, il
    vecchio zio,  forse per qualche mese,  forse per qualche anno;  doveva
    lasciar  Valsolda,  la casetta cara,  i suoi fiori,  forse per sempre,
    emigrare in Piemonte,  cercar lavoro e guadagno  con  la  speranza  di
    poter  chiamare  a  s  la  famiglia  quando  le altre grandi speranze
    nazionali sfumassero.  Contento che sua moglie avesse scelto la chiesa
    e quel momento solenne per incoraggiarlo al sacrifizio, non lasci pi
    la dolce mano, la tenne egli pure come l'avrebbe tenuta un amante, non
    guardando mai Luisa, serbando impassibile il viso e rigida la persona.
    Parlava con la mano sola,  con l'anima nel palmo e nelle dita,  il pi
    vario appassionato linguaggio misto di blande carezze e di strette, di
    tenerezze e di ardori.  Qualche volta ella  si  provava  di  ritirarsi
    dolcemente  ed  egli la tratteneva allora violento.  Guardava l'altare
    col viso alzato,  come assorto nel suono dell'organo,  nella voce  del
    sacerdote, nel canto del popolo. In fatto non seguiva le preghiere, ma
    sentiva la Divina Presenza,  un rapimento, una effervescenza di amore,
    di dolore,  di  speranza  in  Dio.  Luisa  gli  aveva  presa  la  mano
    indovinando ch'egli pregava,  che tutte le sue angustie,  tutte le sue
    dubbiezze  gli  si  agitavano  nel  cuore.   Avea   realmente   voluto
    infondergli  coraggio,  convinta ch'era bene per lui di prender questo
    partito doloroso.  Fraintese la  stretta  che  le  rispose;  le  parve
    un'appassionata  protesta  contro  la  separazione,  e non la potendo,
    quantunque le fosse dolce, approvare, accennava ogni tanto a ritrar la
    mano.  Fu lui che all'Elevazione ritrasse,  per rispetto,  la propria.
    Egli  dovette quindi prendersi in braccio Maria che s'era addormentata
    e continu a dormire con la testa sulla spalla di suo padre, mostrando
    un bel mezzo visino pacifico.  Non lo sapeva,  lei,  cara,  che il suo
    pap sarebbe andato lontano lontano e il suo papa aveva il cuore tutto
    molle  di  quel  piccolo  tesoro caldo che vi respirava su,  di quella
    testina dall'odore di uccelletto del bosco.  Gli pareva gi di  essere
    partito e che lo cercasse,  che piangesse,  e allora gli correva nelle
    braccia un desiderio di stringerla forte,  fermato subito dal timor di
    destarla.
    Il  Gilardoni  era  uscito  il  primo e stava sul sagrato ad aspettare
    donna Ester con l'ombrello aperto. Ella venne a braccetto di Luisa,  e
    la perfida Luisa, malgrado il pregar sommesso della compagna, disse al
    professore: Ecco la Sua dama. Ester non ebbe il coraggio di rifiutar
    il  braccio del Gilardoni ma gli osserv ridendo che splendevano mille
    stelle.
    Il Gilardoni guard il cielo,  mise fuori due o tre frasi senza  senso
    comune e chiuse l'ombrello. Non nevicava pi, sopra il Boglia il cielo
    era lucido,  s'udiva in alto un rombo continuo. Vento, vento!, disse
    Ismaele raggiungendo la comitiva.  Vado  a  piedi!  Vado  a  piedi!,
    gemette  allora  la Cia che aveva una gran paura del lago.  Intanto la
    gente, uscendo di chiesa, urt e scompose il gruppo, lo trasse gi per
    la scalinata.  I sei viaggiatori e il barcaiuolo si riunirono da  capo
    sulla  piazza  di  S.  Mamette  e  l  donna Ester dichiar che non si
    sentiva troppo bene,  che rinunciava al punch e che sarebbe  andata  a
    casa a piedi con la Cia.
    Il professore taceva in disparte.
    Franco  e  Luisa  capirono  che  non c'era da insistere e le due donne
    s'avviarono a Oria con la scorta d'Ismaele il  quale  doveva  ritornar
    poi a prendere i Maironi e la barca.

    Una  lucerna  modrateur era accesa nel salotto del Gilardoni,  un bel
    fuoco ardeva nel caminetto,  il Pinella aveva preparato ogni cosa  per
    il  punch  e  chi  lo  fece  fu Luisa perch il professore pareva aver
    perduto la testa,  non faceva che darsi dello stupido e della  bestia.
    Sulle  prime non gli si pot cavar niente;  poi vennero fuori,  poco a
    poco,  la storia del  paradiso  sotto  l'ombrello  e  certe  infernali
    conseguenze di quel paradiso. Nello scendere la scalinata della chiesa
    c'era stato fra lui ed Ester questo dialogo: Sa,  donna Ester, temevo
    quasi di averla offesa.  Come?  Con  quell'affare  dell'ombrello.
    Che  ombrello?  Qui il professore non era stato buono di ripetere il
    suo complimento. Sa, Le avevo detto qualche cosa... Che cosa?
    Si parlava del Paradiso... Silenzio di Ester.  ...  e io quando  mi
    trovo  con  una  persona che stimo,  che stimo proprio di tutto cuore,
    dico facilmente degli spropositi. Vorrei quasi dirne uno anche adesso,
    donna Ester. Spropositi mai,  sa,  aveva  risposto  Ester  e  s'era
    staccata da lui per andare a Oria con la Cia. Veramente il dialogo non
    fu riferito cos.  Il Gilardoni raccont che aveva fatto capire la sua
    gran passione e che donna Ester si era sdegnata. Franco aveva una gran
    voglia di ridere; Luisa disse scherzando: Lasci fare a me, lasci fare
    a me che far il punch e la pace e tutto; e Lei,  un'altra volta,  non
    sia  un seduttore cos terribile!.  Il povero professore per poco non
    si inginocchi a baciarle uno scarpino e,  rifatto animo,  riprese  le
    sue funzioni di ospite, serv il punch agli amici.
    Guardate  Maria,   disse  Franco,   sottovoce.  La  piccina  si  era
    addormentata sulla poltrona del professore, presso la finestra.
    Franco prese la lucerna  e  l'alz  per  vederla  meglio.  Pareva  una
    piccola creatura del cielo, caduta l col lume delle stelle, assopita,
    soffusa  nel viso di una dolcezza non terrena,  di una solennit piena
    di mistero.  Cara!,  diss'egli.  Raccolse sua moglie  a  s  con  un
    braccio,  sempre guardando Maria. Il Gilardoni venne loro alle spalle,
    mormor che bellezza! e torn al caminetto sospirando beati voi!.
    Allora  Franco,  intenerito,  sussurr  all'orecchio  di  sua  moglie:
    Glielo diciamo?.  Ella non cap, lo guard negli occhi. Che parto,
    diss'egli,  sempre sottovoce.  Luisa trasal,  rispose s,  s tutta
    commossa  perch non l'attendeva a questo,  avendolo in chiesa creduto
    incerto.  La sorpresa di lei non sfugg a Franco.  Ne fu  turbato,  si
    sent  scosso nel suo proposito ed ella intese,  ripet impetuosamente
    s, s e lo spinse verso il Gilardoni.
    Caro amico, diss'egli, Le debbo dir una cosa.
    Il professore, assorto nella contemplazione del fuoco, non rispondeva.
    Franco gli pos una mano sulla spalla. Ah!,  fece quegli trasalendo.
    Scusi. Che cosa?
    Le debbo raccomandare qualcuno.
    A me? Chi?
    Un vecchio, una signora e una bambina.
    I  due  uomini  si  guardarono  in  silenzio,  uno  commosso,  l'altro
    stupefatto.
    Non capisce?, sussurr Luisa.
    No, non capiva, non rispondeva.
    Le raccomando, riprese Franco,  mia moglie,  mia figlia e il nostro
    vecchio zio.
    Oh!, esclam il professore, guardando ora Luisa ora Franco.
    Vado  via,  disse  questi  con un sorriso che fece doler il cuore al
    Gilardoni.  Allo zio non l'abbiamo ancora detto ma  cosa necessaria.
    Nelle nostre condizioni non posso star qui a far niente. Dir che vado
    a Milano, creder chi vorr; invece sar in Piemonte.
    Gilardoni giunse le mani silenziosamente,  sbalordito. Luisa abbracci
    Franco,  lo baci,  gli tenne il capo sul petto,  ad occhi chiusi.  Il
    professore  s'immagin ch'ella piegasse con dolore alla volont di suo
    marito. Oh senta, diss'egli, volto a Franco. Se ci fosse la guerra,
    capirei;  ma cos,  se d una tale afflizione a Sua moglie per ragioni
    economiche, ha torto!
    Luisa,  tenendosi sempre al collo di suo marito con un braccio,  agit
    in silenzio l'altra mano verso Gilardoni per farlo tacere.
    No, no, no,  mormor,  ricongiungendo le braccia intorno al collo di
    Franco,  fai  bene,  fai bene,  e perch il Gilardoni insisteva,  si
    stacc da suo marito. Oh,  ma professore!,  diss'ella scotendogli le
    mani  incontro,  se glielo dico io che fa bene di partire,  se glielo
    dico io che sono sua moglie! Ma caro professore!
    Oh infine,  signora!,  proruppe il  Gilardoni.  Bisogna  poi  anche
    sapere...
    Franco stese impetuoso le braccia verso di lui, grid: Professore!
    Fa male!, gli rispose questi. Fa male! Fa male!
    Cosa c',  Franco?,  dimand Luisa,  meravigliata. C' qualche cosa
    che io non so?
    C' che devo andar via, che andr via e non c' altro!
    Maria s'era svegliata di  soprassalto  a  quel  grido  di  suo  padre:
    Professore!,  poi,  vedendo  la  mamma  cos  agitata,  si dispose a
    piangere.  Finalmente scoppi in lagrime dirotte:  No  pap,  no  via
    pap, no via pap!.
    Franco  se  la tolse in braccio,  la baci,  l'accarezz.  Ella andava
    ripetendo fra i singhiozzi pap mio,  pap mio con una voce accorata
    e grave che faceva male al cuore.  Suo padre se ne struggeva tutto, le
    protestava di voler star sempre con  lei  e  piangeva  per  il  dolore
    d'ingannarla,  per  la commozione di quella tenerezza nuova che veniva
    proprio adesso.
    Luisa pensava al grido di suo marito. Il Gilardoni s'accorse ch'era in
    sospetto di un segreto e le domand,  per toglierla da quel  pensiero,
    se Franco intendesse partire presto.  Fu questi che rispose. Dipendeva
    da una lettera di Torino.  Fra una settimana,  forse;  tutt'al pi fra
    quindici giorni. Luisa taceva e il discorso cadde. Franco parl allora
    di  politica,  delle probabilit che la guerra scoppiasse a primavera.
    Anche questo discorso mor presto.  Pareva che il  Gilardoni  e  Luisa
    pensassero  ad  altro,  che  ascoltassero il batter delle onde ai muri
    dell'orto. Finalmente Ismaele ritorn, ebbe il suo punch, assicur che
    il lago non era troppo cattivo, che si poteva partire.
    Appena i Maironi furono in barca,  appena Maria vi riprese  il  sonno,
    Luisa  domand  a suo marito se vi fosse una cosa ch'ella non sapeva e
    che il Gilardoni non doveva dire.
    Franco tacque.
    Basta, diss'ella. Allora suo marito le pass un braccio al collo, la
    strinse a s,  protestando contro parole che ella non aveva dette: Oh
    Luisa, Luisa!.
    Luisa  si  lasci  abbracciare ma non rispose all'abbraccio;  onde suo
    marito, disperato, le promise subito di dirle tutto, tutto.  Mi credi
    curiosa?,  sussurr  ella  fra le sue braccia.  No,  no,  egli voleva
    raccontarle ogni cosa subito,  dirle perch non avesse parlato  prima.
    Ella si oppose; preferiva che parlasse pi tardi, spontaneamente.
    Avevano  il  vento  in  favore  e il lume che brillava ad una finestra
    della loggia serviva bene di  mira  a  Ismaele.  Franco  tenne  sempre
    abbracciato  il  collo  di  sua  moglie  e guardava tacendo quel punto
    lucente.  N l'uno n l'altra pensarono alla mano amorosa  e  prudente
    che lo aveva acceso.  Vi pens Ismaele,  afferm che n la Veronica n
    la Cia eran capaci di un simile tratto di genio e benedisse la  faccia
    del signor ingegnere.
    Nell'uscire  di  barca Maria si svegli e gli sposi non parvero pensar
    pi che a lei. Quando furono a letto, Franco spense il lume.
    Si tratta della nonna, diss'egli. La voce era commossa, rotta. Luisa
    mormor caro e gli prese una  mano,  affettuosamente.  Non  ho  mai
    parlato,  riprese  Franco,  per non accusar la nonna e poi anche...
    Qui segu una pausa;  quindi fu egli che mescol al suo  dire  le  pi
    tenere  carezze  mentre  sua  moglie,  invece,  non vi rispondeva pi.
    Temevo, disse, l'impressione tua, i tuoi sentimenti, le idee che ti
    potevano venire... Pi le parole avevano questo dubbio sapore, pi la
    voce era tenera.
    Luisa sentiva  avvicinarsi,  non  un  alterco,  ma  un  contrasto  pi
    durevole e grave; non avrebbe voluto, adesso, che suo marito parlasse,
    e suo marito,  sentendola diventar fredda, non prosegu. Ella gli pos
    la  fronte  alla  spalla  e  disse  sottovoce,   malgrado  se  stessa:
    Racconta.
    Allora Franco,  parlandole nei capelli, le ripet il racconto fattogli
    dal professore nella notte del suo matrimonio.  Nel riferire a memoria
    la  lettera  e  il testamento di suo nonno,  temper alquanto le frasi
    ingiuriose verso suo padre e la nonna. A mezzo il racconto, Luisa, che
    non si aspettava una rivelazione simile,  alz il capo dalla spalla di
    suo marito. Questi s'interruppe.
    Avanti, diss'ella.
    Finito  ch'egli  ebbe,  gli  domand  se  si potesse dimostrare che il
    testamento del nonno era stato soppresso.  Franco rispose  prontamente
    di  no.  Ma,  diss'ella,  perch  allora  parlavi delle idee che mi
    potevan venire?.  Il suo  pensiero  era  subito  corso  al  probabile
    delitto della nonna, alla possibilit di un'accusa.
    Ma se l'accusa non era possibile?
    Franco non rispose ed ella,  dopo aver pensato un poco,  esclam: Ah,
    la copia del  testamento?  Adoperarla?  Quello    un  testamento  che
    potrebbe valere?
    S
    E tu non l'hai voluto far valere?
    No.
    Perch, Franco?
    Ecco!, esclam Franco, pigliando fuoco. Vedi? Lo sapevo! No, non lo
    voglio far valere, no, no, assolutamente, no!
    Ma le ragioni?
    Dio,  le ragioni! Le ragioni si sentono, le devi sentire senza che io
    te le dica!
    Non le sento.  Non credere ch'io pensi ai denari.  Non  pigliamoli  i
    denari,  dalli a chi vuoi tu. Io sento le ragioni della giustizia. C'
    la volont di tuo nonno da rispettare, c' un delitto che tua nonna ha
    commesso.  Tu sei tanto religioso,  devi riconoscere che questa  carta
    l'ha fatta venir fuori la giustizia divina.  Tu ti vuoi mettere fra la
    giustizia divina e questa donna?
    Lascia stare la giustizia divina!, rispose Franco,  violento.  Cosa
    sappiamo  noi delle vie che prende la giustizia divina?  Vi  anche la
    misericordia divina! Si tratta della madre di mio padre, sai! E non li
    ho disprezzati sempre questi maledetti denari? Cosa ho fatto quando la
    nonna mi ha minacciato di non lasciarmi un soldo se sposavo te?
    La tenerezza e la collera, miste insieme, gli fecero groppo alla gola.
    Non potendo parlare,  afferr il capo di  Luisa,  se  lo  strinse  sul
    petto.
    Ho  disprezzato  i  denari per aver te,  riprese con voce soffocata.
    Come vuoi che adesso cerchi di riprenderli con dei processi?
    Ma no!, lo interruppe Luisa rialzando il capo.  I denari li darai a
    chi vorrai!  E' della giustizia che parlo io!  Ma non la senti, tu, la
    giustizia?
    Dio mio!,  diss'egli mettendo un profondo sospiro.  Era meglio  che
    non t'avessi parlato neanche stasera!
    Forse s.  Se non volevi rinunciare in nessun caso ai tuoi propositi,
    forse era meglio.
    La voce di Luisa, dicendo questo, esprimeva tristezza, non collera.
    Del resto, soggiunse Franco, quella carta non esiste pi.
    Luisa trasal. Non esiste pi?, diss'ella sottovoce, con ansia.
    No. Il professore deve averla distrutta, per ordine mio.
    Segu un lungo silenzio.  Luisa ritir il capo adagio adagio,  lo pos
    sul guanciale proprio.  Poi Franco usc a dir forte: Un processo! Con
    quei documenti!  Con quelle ingiurie!  Alla madre di mio padre!  Per i
    denari!
    Ma non ripetere questa cosa!,  esclam sua moglie, sdegnata. Perch
    la ripeti sempre? Sai pure che non  vera!
    Parlavano concitati l'uno e l'altra; si capiva che durante il silenzio
    di prima avevano continuato a lavorar forte  col  pensiero  su  questo
    punto.
    Egli si irrit del rimprovero e rispose alla cieca:
    Non so niente.
    Oh  Franco!,  disse  Luisa,  addolorata.  Egli  si  era  gi pentito
    dell'oltraggio e le domand perdono,  accus il  proprio  temperamento
    che gli faceva dire cose non pensate,  implor una parola buona. Luisa
    gli rispose sospirando s,  s ma egli non fu  contento,  volle  che
    dicesse proprio ti perdono, che lo abbracciasse. Il tocco delle care
    labbra non lo ristor come al solito.  Passarono alcuni minuti ed egli
    stette in ascolto per capire se sua moglie si fosse addormentata.  Ud
    il  vento`  il respiro lieve di Maria,  il fragor delle onde,  qualche
    tremolo dei vetri, non altro.  Sussurr: Mi hai proprio perdonato?,
    e  ud  rispondersi con dolcezza: S,  caro.  And poco e fu lei che
    stette in  ascolto,  che  ud,  insieme  al  vento,  alle  onde,  agli
    scricchiolii delle imposte, il respiro uguale, regolare della piccina,
    il  respiro  uguale,  regolare  del marito.  Allora mise un altro gran
    sospiro, un sospiro desolato. Dio, come poteva Franco essersi condotto
    cos?  Ci che la feriva nel pi vivo del cuore  era  ch'egli  paresse
    sentir poco le offese fatte alla povera mamma e allo zio. Ma su questo
    pensiero  non  voleva  fermarsi,  almeno  prima di aver considerato il
    torto di lui altrove,  di  fronte  all'idea  di  giustizia;  e  l  lo
    sentiva,  con amarezza eppur non senza compiacimento,  inferiore a s,
    governato da sentimenti che  procedevano  dalla  fantasia,  mentre  il
    sentimento  suo  proprio  era  penetrato  di ragione.  Aveva tanto del
    bambino,  Franco.  Ecco,  egli poteva gi dormire ed  ella  si  teneva
    sicura  di  non chiuder occhio fino alla mattina.  A lei pareva di non
    aver fantasia  perch  non  se  la  sentiva  muovere,  accendere  cos
    facilmente.  Chi le avesse detto che la fantasia poteva in lei pi che
    in suo marito, l'avrebbe fatta ridere.
    Eppure era cos.  Solamente,  per dimostrarlo,  occorreva  capovolgere
    ambedue le anime,  perch Franco aveva la sua fantasia visibile a fior
    d'anima e tutta la  sua  ragione  al  fondo,  mentre  Luisa  aveva  la
    fantasia  al fondo e la ragione,  molto visibilmente,  a fior d'anima.
    Ella non dorm infatti e pens per tutta la notte, con la sua fantasia
    del fondo dell'anima,  come la religione favorisca  i  sentimentalismi
    deboli,  com'essa  che predica la sete della giustizia sia incapace di
    formare negl'intelletti devoti a lei il vero concetto di giustizia.

    Anche il professore, che aveva infiltrazioni sierose di fantasia nelle
    cellule raziocinanti del cervello come nelle  cellule  amorifiche  del
    cuore,  spenta  la  lucerna,  pass  gran parte della notte davanti al
    caminetto lavorando  con  le  molle  e  con  la  fantasia,  pigliando,
    guardando,  lasciando  cader brage e progetti fino a che gli restarono
    un ultimo carbone lucente e un'ultima idea. Prese allora uno zolfino e
    accostatolo alla bragia ne riaccese  la  lucerna,  prese  l'idea  pure
    luminosa e scottante, se la port a letto.
    Era questa: partire,  all'insaputa di tutti,  per Brescia, presentarsi
    alla marchesa con i terribili documenti, ottenere una capitolazione.




    7. E' giuocato

    Tre giorni dopo, alle cinque della mattina,  in Milano,  il professore
    Gilardoni usciva,  inferraiuolato fino agli occhi,  dall'Albergo degli
    Angeli,  passava davanti al Duomo e  infilava  la  buia  contrada  dei
    Rastelli  dietro  una fila di cavalli condotti a mano dai postiglioni,
    entrava nell'ufficio delle diligenze erariali. Il piccolo cortile dove
    ora  la Posta era gi pieno di gente, di bestie, di lanterne. Voci di
    postiglioni e di conduttori,  passi di cavalli,  scosse di sonagliere;
    all'eremita della Valsolda pareva un finimondo.
    Si stavano attaccando i cavalli a due diligenze, quattro per ciascuna.
    Il professore andava a Lodi perch aveva saputo che la marchesa era in
    visita  presso  un'amica  di  Lodi.  La diligenza di Lodi partiva alle
    cinque e mezzo.
    Faceva un freddo  intenso  e  il  povero  professore  girava  inquieto
    intorno  al  carrozzone  mostruoso  pestando  i piedi per riscaldarsi;
    tanto che un altro viaggiatore gli disse argutamente: Freschino,  eh?
    Freschinetto,  freschinetto!. Quando Dio volle si fin di attaccare i
    cavalli,  un impiegato  chiam  i  viaggiatori  per  nome  e  il  buon
    Beniamino  spar nel ventre del carrozzone insieme a due preti,  a una
    vecchia serva,  a un vecchio signore con una natta enorme sul viso e a
    un giovine elegante.  Gli sportelli furono chiusi, un comando fu dato,
    le sonagliere tintinnarono,  il carrozzone  si  scosse,  i  preti,  la
    vecchia,  il  signore  dalla  natta si fecero il segno della croce,  i
    sedici zoccoli dei cavalli  strepitarono  sotto  l'androne,  le  ruote
    pesanti lo empirono di fragore,  poi tutto questo fracasso si smorz e
    la diligenza svolt a destra verso Porta Romana.
    Adesso le  ruote  correvano  quasi  silenziose  e  i  viaggiatori  non
    sentivano  pi  che  il  pestar  disordinato  dei sedici zoccoli sulle
    pietre.  Il professore guardava passar le case scure,  il raro chiaror
    dei  fanali,  qualche  piccolo  caff  illuminato,  qualche garetta di
    sentinella.  Gli pareva che il  silenzio  della  grande  citt  avesse
    qualche  cosa di minaccioso e di formidabile per quei soldati,  che le
    stesse mura delle case nereggiassero d'odio. Quando la diligenza entr
    nel corso di Porta Romana,  cos allagato di nebbia che dai finestrini
    non  si  vedeva  quasi  pi nulla,  chiuse gli occhi e si abbandon al
    piacere d'immaginar le persone e le  cose  che  aveva  nel  cuore,  di
    conversar con esse.
    Non  era pi il viaggiatore della natta che gli sedeva in faccia,  era
    donna Ester tutta chiusa in un gran mantello nero e col  cappuccio  in
    capo.  Ella lo guardava fiso;  i begli occhi gli dicevano: Bravo, Lei
    fa  una  bella  azione,  mostra  molto  cuore,  non  l'avrei  creduto.
    L'ammiro.  Ella non  pi n vecchio,  n brutto per me. Coraggio!. A
    questa esortazione di aver coraggio gli veniva una stretta  di  paura,
    gli  scattava  in  mente la immagine della marchesa;  e il rumor sordo
    delle ruote si trasformava nella voce nasale della  vecchia  dama  che
    gli diceva: Si accomodi. Cosa desidera?.
    A questo punto la diligenza si ferm e il professore aperse gli occhi.
    Porta  Romana.  Qualcuno  aperse  lo  sportello,  domand  le carte di
    sicurezza, e, raccoltele, si allontan, ricomparve dopo cinque minuti,
    le restitu a tutti fuorch al giovine  elegante.  Lei  scenda,  gli
    diss'egli.  Quegli impallid,  discese in silenzio e non ritorn. Dopo
    un altro minuto  fu  chiuso  lo  sportello,  una  voce  ruvida  disse:
    Avanti!.  Il signore dalla natta colloc la sua borsa da viaggio sul
    sedile  rimasto  vuoto;   nessun  altro  viaggiatore  diede  segno  di
    accorgersi dell'accaduto. Solo quando i quattro cavalli ebbero ripreso
    il trotto, Gilardoni domand al prete suo vicino se conoscesse il nome
    del  giovine  e  quegli  rispose  bruscamente  off!,  gir  verso il
    professore due occhi sgomentati e  sospettosi.  Il  professore  guard
    l'altro prete che subito trasse di tasca una corona e fattosi il segno
    della  croce  si  mise  a pregare.  Il professore torn a chiudere gli
    occhi e l'immagine del giovane  sconosciuto  si  perdette  per  sempre
    nella  nebbia  come  parevano perdervisi i rari fantasmi d'alberi,  di
    pioppi e di salici, che passavano a destra e a sinistra della via.
    Come incominciare?,  pensava il Gilardoni.  Dalla notte di Natale in
    poi  non  aveva  fatto  che  immaginare  e discutere fra s il modo di
    presentarsi alla marchesa, di entrar nell'argomento e di svolgerlo, la
    capitolazione da offrire.  Non aveva chiara in mente che quest'ultima;
    ove  la  signora  marchesa  facesse  un largo assegno al nipote,  egli
    distruggerebbe le carte. Queste carte non le teneva seco; ne aveva una
    copia.  Dovevano produrre un effetto fulmineo;  ma come  incominciare?
    Nessuno  dei  tanti  esordi  pensati  lo  accontentava.  Anche adesso,
    fantasticando ad occhi chiusi, si poneva il problema partendo dal solo
    termine conosciuto: "Si  accomodi.  Cosa  desidera?".  Immaginava  una
    risposta  che  poi  gli  pareva  o troppo ossequiosa o troppo ardita o
    troppo lontana dall'argomento o troppo vicina ad esso  e  ricominciava
    la via dal solito principio: "Cosa desidera?".
    Un  livido  chiaror  d'alba,  pieno d'uggia,  di tristezza e di sonno,
    entr nella diligenza.  Adesso  che  l'ora  del  colloquio  stava  per
    giungere, mille dubbi, mille incertezze nuove mettevano in iscompiglio
    tutte  le  previsioni del professore.  La stessa base de' suoi calcoli
    improvvisamente  croll.  Se  la  marchesa  non  gli  dicesse  n  si
    accomodi n cosa desidera?. Se lo accogliesse Dio sa in quale altro
    modo imbarazzante?  E se non lo volesse ricevere?  Santo cielo, se non
    lo volesse ricevere?  L'improvviso strepitar dei sedici zoccoli  sopra
    un  ciottolato  gli  fece  battere  il  cuore.  Ma  non  era ancora il
    ciottolato di Lodi; era il ciottolato di Melegnano.
    A Lodi arriv circa alle nove.  Scese all'Albergo del Sole,  ebbe  una
    stanza  dove  non  c'era  n  sole n fuoco.  Non osando affrontare la
    nebbia delle vie, n le vampe della cucina,  os invece porsi a letto,
    mise il berretto da notte che sapeva le sue angustie,  aspett, con la
    sigaretta di canfora in bocca, qualche buona idea e il mezzogiorno.

    Sal,  al tocco,  le scale del palazzo  X.,  col  savio  proposito  di
    scordar  tutte  le frasi meditate,  di rimettersi alla ispirazione del
    momento. Un domestico in cravatta bianca lo introdusse in uno stanzone
    scuro, dal pavimento di mattoni,  dalle pareti coperte di seta gialla,
    dal soffitto a stucchi, e, fatto un inchino, usc. Poche antiche sedie
    a  bracciuoli,  bianche  e  dorate,  con  la stoffa rossa,  stavano in
    semicerchio davanti al camino dove tre o quattro ceppi enormi ardevano
    adagio dietro la grata di  ottone.  L'aria  aveva  un  odor  misto  di
    vecchie  muffe,  di  vecchie  pasticcerie,  di vecchie mele cotte,  di
    vecchie stoffe,  di vecchia pelle,  di  decrepite  idee,  una  sottile
    essenza di vecchiaia che faceva raggrinzar l'anima.
    Il domestico ritorn ad annunciare, con grande emozione del Gilardoni,
    il prossimo ingresso della signora marchesa.  Aspetta e aspetta,  ecco
    aprirsi un grande uscio a fregi dorati, ecco un campanellino corrente,
    ecco Friend che trotta dentro fiutando  il  pavimento  a  destra  e  a
    manca,  ecco  una gran campana di seta nera sotto un cupolino di pizzo
    bianco,  ecco fra due nastri  celesti  la  parrucca  nera,  la  fronte
    marmorea, gli occhi morti della marchesa.
    Che miracolo,  professore, a Lodi?, disse la voce sonnolenta, mentre
    il cagnolino fiutava  gli  stivali  del  professore.  Questi  fece  un
    profondo saluto e la dama che pareva appunto l'ampolla dell'essenza di
    vecchiaia,  and  a  porsi  in  un  seggiolone accanto al fuoco e fece
    accomodare la sua bestiola  in  un  altro;  dopo  di  che  accenn  al
    Gilardoni  di  accomodarsi  pure.  Suppongo,  diss'ella,  che  avr
    qualche parente alle Dame Inglesi.
    No, rispose il professore, veramente no.
    La marchesa era faceta,  qualche volta,  alla sua  maniera.  Allora,
    disse, sar forse venuto a far provvista di mascherponi.
    Neanche, signora marchesa. Sono venuto per affari.
    Bravo. E' stato disgraziato col tempo. Mi par che piova, adesso.
    A questa impreveduta diversione il professore ebbe paura di perdere la
    tramontana.  S,  diss'egli  sentendosi  diventare  sciocco  come lo
    scolaro cui l'esame piega male: pioviggina.
    La sua voce,  la sua fisionomia dovettero tradire l'imbarazzo interno,
    apprendere alla marchesa che egli era venuto per dirle qualche cosa di
    particolare.   Ella  si  guard  bene  dall'offrirgliene  il  bandolo,
    continu  a  parlargli  del  tempo,  del  freddo,  dell'umido,  di  un
    raffreddore  di  Friend che infatti accompagnava di frequenti starnuti
    il discorso della sua dama.  La voce sonnolenta aveva un placido  tono
    quasi ridente,  una blanda benevolenza;  e il professore sudava freddo
    al pensiero di fermare quella melliflua vena per offrir in  cambio  la
    pillola  amara  che  aveva  in tasca.  Egli avrebbe potuto approfittar
    d'una pausa per metter fuori il suo esordio, ma non seppe farlo;  e fu
    invece la marchesa che ne approfitt per metter fuori la sua chiusa.
    La ringrazio tanto,  diss'ella,  della visita,  e adesso La congedo
    perch Ell'avr le Sue faccende e,  per dire il vero,  ho  un  impegno
    anch'io.
    Qui bisogn saltare:
    Veramente,  rispose  il Gilardoni,  tutto agitato,  io ero venuto a
    Lodi per parlare con Lei, signora marchesa.
    Questo, osserv la dama, gelida, non lo avrei potuto immaginare.
    Il professore trascorse avanti, nello slancio del salto.
    Si tratta di cose urgentissime, diss'egli, e io debbo pregare...
    La marchesa lo interruppe.
    Se si tratta di affari,  bisogna ch'Ella si rivolga al mio agente  di
    Brescia.
    Scusi, signora marchesa; si tratta d'un affare specialissimo. Nessuno
    sa e nessuno deve sapere che sono venuto da Lei. Le dico subito che si
    tratta di Suo nipote.
    La  marchesa  si  alz  e  il cane accovacciato sul seggiolone si lev
    pure, abbaiando verso il Gilardoni.
    Non mi parli,  disse solennemente la  vecchia  signora,  di  quella
    persona che per me non esiste pi. Andiamo, Friend.
    No,  signora  marchesa!,  ripigli  il  professore.  Ella  non  pu
    assolutamente immaginare cosa Le dir!
    Non m'importa di niente, non voglio saper niente, La riverisco!
    La inflessibile dama si mosse, cos dicendo, verso l'uscio.
    Marchesa!,  esclam alle sue spalle il professor  Beniamino,  mentre
    Friend,  saltato  dal  seggiolone,  gli  abbaiava  disperatamente alle
    gambe: Si tratta del testamento di Suo marito!
    Stavolta la marchesa non pot a meno  di  fermarsi.  Tuttavia  non  si
    volt.
    Questo  testamento  non  Le  pu  piacere,  soggiunse rapidamente il
    Gilardoni, ma io non ho l'intenzione di pubblicarlo.  Mi ascolti,  La
    supplico, marchesa!
    Ella  si  volt.  La  faccia  impenetrabile tradiva una certa emozione
    nelle narici. Neppure le spalle eran del tutto tranquille.
    Che storie mi conta?,  rispose.  Le pare una bella  convenienza  di
    venire  a  nominarmi,  cos  senza  riguardi,  il povero Franco?  Cosa
    c'entra Lei negli affari della mia famiglia?
    Perdoni, replic il professore frugandosi in tasca.  Se non c'entro
    io,  ci  potrebbero  entrare  altri con meno riguardi di me.  Abbia la
    bont di vedere i documenti. Queste...
    Si tenga i suoi scartafacci, interruppe la marchesa vedendogli levar
    di tasca delle carte.
    Queste sono le copie fatte da me...
    Le dico che se le tenga, che se le porti via!
    La marchesa suon un campanello e si avvi  da  capo  per  uscire.  Il
    professore,  tutto  fremente,  udendo venir un domestico,  vedendo lei
    aprir l'uscio, gitt le sue carte sopra una seggiola,  disse sottovoce
    in  fretta  e furia: Le lascio qui,  non le veda nessuno,  io sono al
    Sole,  ritorner domani,  le guardi,  ci pensi  bene!,  e  prima  che
    arrivasse il domestico,  scapp per la parte ond'era venuto,  tolse il
    ferraiuolo, infil le scale.
    La marchesa rimand il domestico,  stette  un  poco  in  ascolto,  poi
    ritorn  sui  suoi passi,  prese le carte,  and a chiudersi nella sua
    stanza e,  inforcati gli occhiali,  incominci  a  leggere  presso  la
    finestra. La faccia era oscura e le mani tremavano.

    Il  professore  stava  per  andare a letto nella sua camera gelata del
    Sole,  quando due poliziotti vennero a recargli  l'ordine  di  recarsi
    immediatamente all'ufficio di Polizia.
    Egli  sent  bene  un  certo rimescolamento interno ma non si smarr e
    part con essi.  Alla Polizia,  un piccolo Commissario  insolente  gli
    domand perch fosse venuto a Lodi e avutone risposta che c'era venuto
    per affari privati,  fece un atto d'incredulit sprezzante. Che affari
    privati pretendeva avere a Lodi  il  signor  Gilardoni?  Con  chi?  Il
    professore  nomin  la marchesa.  Ma se nessuna Maironi sta a Lodi!,
    esclam il Commissario,  e perch l'altro  protestava,  lo  interruppe
    subito:
    Basta,  basta,  basta!.  La  Polizia  sapeva  di certo che il signor
    Gilardoni, quantunque I.  R.  pensionato,  non era un leale austriaco,
    che  aveva  degli  amici  a  Lugano e ch'era venuto a Lodi con un fine
    politico.
    Lei ne sa pi di me!,  esclam il Gilardoni soffocando a  stento  la
    collera.
    Faccia silenzio!, gl'intim il Commissario. Del resto Ella non deve
    credere  che l'I.R.  Governo abbia paura di Lei.  E' libero di andare.
    Solamente deve lasciar Lodi entro due ore!
    Qui Franco avrebbe capito subito di dove veniva il colpo;  il filosofo
    non cap.
    Son  venuto,  diss'egli,  a  Lodi  per un affare urgente che non ho
    finito, per un interesse privato gravissimo. Come posso partire dentro
    due ore?
    Con una vettura.  Se,  trascorse due ore,  Ella  ancora in Lodi,  La
    faccio arrestare.
    La mia salute,  replic la vittima, non mi permette di viaggiare di
    notte in dicembre.
    Ebbene, La far arrestare subito.
    Il povero filosofo prese in silenzio il suo cappello e usc.
    Un'ora dopo egli partiva per Milano in  un  calessino  chiuso,  con  i
    piedi nella paglia,  con una coperta sulle gambe, con una gran sciarpa
    al collo,  pensando  che  aveva  pur  fatto  una  bella  spedizione  e
    inghiottendo  saliva  ogni  momento  per sentir se gli doleva la gola.
    Notte infame davvero;  ma non la pass sulle rose  neppur  la  signora
    Marchesa.













    8. Ore amare.

    L'ultimo  d  dell'anno,  mentre Franco stava scrivendo le minutissime
    istruzioni che intendeva lasciare a sua  moglie  per  il  governo  del
    giardinetto  e dell'orto,  mentre lo zio rileggeva per la decima volta
    la sua favorita Storia della diocesi di Como,  Luisa usc a  passeggio
    con Maria. Splendeva un tepido sole. Non v'era neve che sul Bisgnago e
    sulla Galbiga.  Maria trov una viola presso il cimitero e un'altra la
    trov in fondo alla Calcinera. L faceva veramente caldo, l'aria aveva
    un lieve aroma di alloro.  Luisa  sedette  con  le  spalle  al  monte,
    permise   che  Maria  si  divertisse  ad  arrampicarsi  e  sdrucciolar
    sull'erba secca dietro a lei, e pens.
    Non aveva riveduto il professor Gilardoni dopo la notte  di  Natale  e
    desiderava  parlargli,  non  per udir da capo la storia del testamento
    Maironi,  ma per farsi raccontare il suo colloquio con  Franco  quando
    gliel'aveva  mostrato,  per conoscere le prime impressioni di Franco e
    l'opinione del professore.  Poich il testamento era stato  distrutto,
    ci  aveva solamente un'importanza psicologica.  La curiosit di Luisa
    non era per una fredda curiosit di osservatrice.  La condotta di suo
    marito  l'aveva  gravemente  offesa.  Pensandoci e ripensandoci,  come
    aveva fatto dalla notte di Natale in poi,  s'era persuasa che anche il
    silenzio  serbato  con  lei fosse un peccato grave contro il diritto e
    l'affetto. Ora le riusciva amaro il sentirsi diminuir la stima per suo
    marito,  tanto pi amaro alla vigilia  della  sua  partenza  e  in  un
    momento  in  cui egli meritava lode.  Avrebbe voluto almeno sapere che
    quando il Gilardoni gli aveva mostrato quelle carte vi  era  stata  in
    lui una lotta, che il sentimento pi giusto si era sollevato almeno un
    momento nell'anima sua. Si alz, prese Maria per mano e si avvi verso
    Casarico.
    Trov il professore nell'orto,  col Pinella,  disse a Maria di andar a
    correre, a giuocare insieme al Pinella, ma la bambina, sempre avida di
    ascoltar i discorsi delle  persone  grandi,  non  volle  assolutamente
    saperne.  Allora  entr  nell'argomento senza pronunciar nomi.  Voleva
    parlare al professore di quelle tali carte, di quelle vecchie lettere.
    Il professore, rosso, rosso,  protest che non capiva.  Per fortuna il
    Pinella  chiam  Maria mostrandole un libro d'immagini e Maria,  vinta
    dal libro, corse a lui.  Allora Luisa lev al professore gli scrupoli,
    gli  disse  che  sapeva  tutto da Franco stesso,  gli confess di aver
    disapprovato suo marito,  di aver provato e di provare ancora un  gran
    dolore...
    Perch  perch  perch?,  interruppe  il  buon Beniamino.  Ma perch
    Franco non aveva voluto far nulla! Ho fatto io, ho fatto io, ho fatto
    io!, disse il Gilardoni, tutto acceso e trepidante,  ma per amor del
    cielo non dica niente a Suo marito!.  Luisa rest sbalordita. Ma cosa
    aveva fatto il professore?  Ma quando?  Ma come?  Ma il testamento non
    era stato distrutto?
    Allora  il  professore,  rosso  come  una bragia,  facendo degli occhi
    spiritati,  intercalando il suo dire di ma  per  carit,  neh?  -  ma
    zitto,  neh?,  mise fuori tutti i suoi segreti,  la conservazione del
    testamento,  il viaggio a Lodi.  Luisa lo ascolt sino alla fine,  poi
    fece ah! e si strinse forte forte il viso fra le mani.
    Ho fatto male?,  esclam il professore,  spaventato. Ho fatto male,
    signora Luisina?
    Altro che male!  Malissimo!  Mi scusi,  sa,  Lei ha avuto  l'aria  di
    andare a proporre una transazione,  un mercato!  E la marchesa creder
    che siamo d'accordo! Ah!
    Ella strinse  e  scosse  le  mani  congiunte  come  se  avesse  voluto
    rimaneggiarvi,  rimpastarvi  dentro una testa professorale pi quadra.
    Il povero professore,  costernato,  andava ripetendo: Oh Signore!  Oh
    povero  me!  Oh  che  asino!,  senza  tuttavia  comprender bene quale
    asinata avesse commesso. Luisa si butt sul parapetto verso il lago, a
    guardare nell'acqua. Balz su a un tratto, batt il dorso della destra
    sul palmo della sinistra, il suo viso s'illumin.  Mi conduca nel Suo
    studio,  diss'ella. Posso lasciar qui Maria?. Il professore accenn
    di s e l'accompagn, tutto palpitante, nello studio.
    Luisa prese un foglio di carta e scrisse rapidamente:
    Luisa Maironi Rigey fa sapere alla marchesa Maironi  Scremin  che  il
    professore  Beniamino Gilardoni  un ottimo amico di suo marito e suo,
    ma che ne fu  disapprovato  per  l'uso  inopportuno  di  un  documento
    destinato a sorte diversa: che perci nessuna comunicazione si attende
    n si desidera da parte della signora marchesa.
    Com'ebbe scritto,  tese silenziosamente la lettera al professore.  Oh
    no!, esclam il professore dopo aver letto. Per amor del cielo,  non
    mandi  questa  lettera!  Se  Suo  marito  lo sa!  Pensi che dispiacere
    immenso, per me, per Lei! E come Suo marito non lo avrebbe a sapere?.
    Luisa non rispose, lo guardo a lungo,  non pensando a lui,  pensando a
    Franco,  pensando  che  forse  la  marchesa  potrebbe  prendere quella
    lettera per un  artificio,  per  uno  spauracchio.  La  riprese  e  la
    stracci  sospirando.  Il professore,  raggiante,  le voleva baciar la
    mano.  Ella protest: non lo aveva fatto n per lui n per Franco,  lo
    aveva  fatto  per  altre  ragioni!  Il  sacrificio  del  suo  sfogo la
    esacerb, anzi,  contro Franco.  Ha torto!  Ha torto!,  ripeteva col
    cuore  amaro.  E  n  lei  n il professore si accorsero che Maria era
    nella stanza. Vista partir sua madre,  la piccina non aveva pi voluto
    restar  col Pinella e il Pinella l'aveva condotta fino all'uscio dello
    studio,  gliel'aveva aperto senza  far  rumore.  La  piccina,  colpita
    dall'aspetto di sua madre,  si ferm a fissarla con una espressione di
    sgomento. La vide stracciar la lettera, la ud esclamare ha torto! e
    si mise a piangere. Luisa accorse, la prese tra le braccia, la consol
    e part subito.  Le  ultime  parole  del  professore  nel  congedarsi,
    furono: Per carit, silenzio!.
    Cosa,  silenzio?, domand subito Maria. Sua madre non le bad; tutti
    i suoi pensieri erano altrove.  Maria  ripet  tre  o  quattro  volte:
    Cosa,  silenzio?. Quando finalmente si ud rispondere zitto, basta
    tacque un poco  e  poi  ricominci  rovesciando  all'indietro  la  sua
    testolina ridente,  proprio per stuzzicar la mamma: Cosa, silenzio?.
    Ne fu sgridata forte, tacque ancora, ma passando sotto il cimitero,  a
    pochi passi da casa, ricominci da capo, con lo stesso riso malizioso.
    Allora  Luisa,  tutta  raccolta  nello sforzo di comporsi una maschera
    indifferente,  le diede solo una strappata,  che per  bast  a  farla
    tacere.
    Maria  era  molto allegra,  quel giorno.  A pranzo,  scherzando con la
    mamma,  si ricord dei  rimproveri  toccati  a  passeggio,  la  guard
    sottecchi col solito risolino timido e provocatore,  mise ancora fuori
    il suo cosa,  silenzio?.  La  mamma  finse  di  non  udire  ed  ella
    insistette.  Luisa  la ferm allora con un basta! cos insolitamente
    vibrato che la boccuccia di Maria si aperse piano piano e  le  lagrime
    scoppiarono.  Lo  zio fece oh povero me! e Franco divent scuro,  si
    cap che disapprovava sua moglie. Poich Maria piangeva e piangeva, si
    sfog addosso a lei;  la prese  tra  le  braccia,  la  port  via  che
    strillava   come   un'aquila.   Meglio  ancora!,   esclam  lo  zio.
    Bravissimi! Lasci un po' fare, Lei,  gli disse la Cia mentre Luisa
    taceva.  I  genitori  devono  farsi ubbidire,  gi. Ma s,  cos mi
    piace,  le rispose il padrone,  mettete fuori anche  voi  la  vostra
    sapienza. Ella si azzitt tutta ingrugnata.
    Intanto  Franco,  piantata  Maria in un angolo dell'alcova,  ritorn e
    brontol qualche parola sul voler far piangere i  bambini  per  forza,
    per cui Luisa s'imbronci alla sua volta,  and in cerca di Maria,  la
    ricondusse lagrimosa ma silenziosa. Il breve desinare fin male perch
    Maria non volle pi mangiare e tutti erano imbronciati per una ragione
    o per l'altra,  meno lo zio Piero il quale si mise ad  arringar  Maria
    con  dei  predicozzi  mezzo  serii mezzo scherzosi,  tanto che le fece
    tornare un po' di sole in viso.  Dopo pranzo Franco and a  vedere  di
    certi  vasi  che teneva nel sotterraneo sotto il giardinetto pensile e
    prese  Maria  con  s,  la  interrog  benignamente,  vedendola  ormai
    allegra,  sull'origine  di  tanti guai.  Che significava questo cosa,
    silenzio? Non lo so. Ma perch la mamma non voleva che tu  dicessi
    cos?  Non  lo  so.  Io  dicevo  sempre  cos e la mamma mi sgridava
    sempre. Quando? A passeggio. Dove sei stata,  a passeggio? Dal
    signor  Ladroni.  (Lo  zio le aveva facilitato il nome del professore
    cos.) E hai cominciato in casa del  signor  Ladroni  a  dire  questa
    cosa?  No,   stato il signor Ladroni che ha detto cos alla mamma.
    Cosa ha detto? Ma, pap, non capisci niente!  Ha detto: per carit,
    silenzio!.  Franco non parl pi.  La mamma ha stracciato una carta,
    anche, dal signor Ladroni,  soggiunse Maria,  stimando,  adesso,  far
    tanto  maggior  piacere  a suo padre quante pi cose gli raccontava di
    questa visita.  Suo padre le impose  di  tacere.  Ritornato  in  casa,
    domand  a  Luisa,  con  un  viso  poco benevolo,  perch avesse fatto
    piangere la bambina.  Luisa lo guard,  le parve che sospettasse,  gli
    domand  risentita se dovesse giustificarsi di queste cose.  Oh no!,
    fece suo marito,  freddo;  e se ne and in giardinetto a veder  se  le
    foglie  secche  al  piede  degli  aranci e la paglia intorno al tronco
    fossero in ordine perch la  notte  si  annunziava  rigida.  Lavorando
    intorno  alle piante si disse amaramente che se avessero avuto senso e
    parola, gli si sarebbero mostrate pi riconoscenti, pi affettuose del
    solito per la sua prossima  partenza,  mentre  Luisa  aveva  cuore  di
    essergli  aspra.  D'essere  stato  aspro  egli stesso non gli venne in
    mente. Luisa, dal canto suo,  si dolse subito d'avergli risposto cos,
    ma  non  poteva  trattenerlo,  gittarglisi  al collo e finirla con due
    baci;  troppo le  pesava  sul  cuore  l'altra  cosa!  Franco  fin  di
    accomodar  le  fasciature  a'  suoi  aranci  e  rientr a pigliarsi il
    mantello per andar in chiesa ad Albogasio.
    Luisa che stava in cucina sbucciando delle castagne,  lo  ud  passare
    pel corridoio, stette un momento in forse, lottando con se stessa, poi
    balz fuori, lo raggiunse mentre stava per scender le scale.
    Franco!,  diss'ella.  Franco non rispose, parve respingerla. Ella lo
    afferr  allora  per  un  braccio,   lo  trasse  nella  vicina  camera
    dell'alcova.  Cosa vuoi?, diss'egli, scosso ma desideroso di tenersi
    il suo rancore.  Luisa non gli rispose,  gli cinse con le  braccia  il
    collo riluttante, gli pieg il viso sul petto e disse sottovoce:
    Non dobbiamo esser in collera, sai, in questi giorni.
    Egli,  che  aveva  aspettato  parole di scusa,  si stacc dal collo le
    braccia di sua moglie e rispose asciutto:
    Io non sono in collera. Mi racconterai poi,  soggiunse,  cosa ti ha
    confidato  il  signor professore Gilardoni di tanto segreto da doverti
    raccomandare il silenzio.
    Luisa lo guard attonita,  addolorata.  Tu  hai  sospettato  di  me,
    diss'ella, e hai interrogato la bambina? Hai fatto questo?
    Ebbene,  diss'egli,  e  se avessi fatto questo?  Del resto tu pensi
    sempre il peggio di me, si sa. Bene, guarda, non voglio saper niente.
    Ella lo interruppe, ma te lo dir, ma te lo dir, ed egli allora cui
    la coscienza rimordeva un poco per l'interrogatorio di Maria,  vedendo
    poi anche Luisa disposta a parlare, non volle assolutamente udirla, le
    proib  di  spiegarsi.  Ma  il  suo cuore traboccava di amarezza e gli
    occorreva pure uno sfogo.  Si dolse che dopo la notte di  Natale  ella
    non  fosse  pi  stata  con  lui  la  solita Luisa.  A che valevano le
    proteste?  Lo aveva capito bene.  Del resto era  tanto  tempo  ch'egli
    aveva capito una cosa! Che cosa? Oh, una cosa naturale! Naturalissima!
    Meritava  egli  di essere amato da lei?  No certo;  egli era un povero
    disutile e niente altro.  Non era naturale che dopo averlo  conosciuto
    bene,  ella  lo  amasse meno?  Perch certo certo lo amava meno di una
    volta.
    Luisa trem che questo  fosse  vero,  disse  no,  Franco,  no  e  lo
    sgomento  di  non  saperlo  dire  con energia bastante le paralizz la
    voce.   Egli  che  aveva  sperato  una  smentita  violenta,   sussurr
    atterrito:  Dio  mio!.  Allora fu lei che si atterr,  fu lei che lo
    strinse disperatamente fra le braccia singhiozzando ma no! ma no!  ma
    no!.  S'intesero  sino  al  fondo  con  una comunicazione magnetica e
    stettero a lungo abbracciati,  parlandosi in un muto sforzo spasmodico
    di  tutto l'esser loro,  dolendosi l'uno dell'altro,  rimproverandosi,
    volendosi appassionatamente riprendere,  gustando il piacere  acuto  e
    amaro  di  unirsi per un momento con la volont e con l'amore malgrado
    la intima disunione delle loro idee e della loro natura;  tutto  senza
    una parola, senza una sola voce.
    Franco  part  per  andare  in  chiesa.  Non  volle  invitar  Luisa ad
    accompagnarlo, sperando ch'ella lo facesse spontaneamente; ed ella non
    lo fece dubitando che gli fosse gradito.

    La mattina del sette  gennaio,  dopo  le  dieci,  lo  zio  Piero  fece
    chiamare Franco.
    Lo zio stava ancora a letto.  Si alzava tardi,  non potendo riscaldare
    la stanza  e  non  volendo,  per  economia,  accendere  il  fuoco  nel
    salottino troppo per tempo.  Per il freddo non gl'impediva di tirarsi
    su a leggere,  con mezzo il petto e ambedue  le  braccia  fuori  delle
    coperte.
    Ciao, diss'egli quando Franco entr.
    Dal tono del saluto,  dalla bella faccia seria nella sua bont, Franco
    intese che lo zio aveva pronte parole insolite.
    Lo zio gl'indic infatti la sedia presso il  letto,  e  disse  il  pi
    solenne dei suoi esordi:
    Stet gi.
    Franco sedette.
    Dunque parti domani?
    S, zio.
    Bene.
    Parve  che  nel  metter fuori quel bene il cuore dello zio gli fosse
    venuto in bocca, tanto la parola gli gonfi le guance,  gli usc piena
    e sonora.
    Tu,  riprese il vecchio,  non mi hai udito fino ad ora,  dir cos,
    approvare n disapprovare il tuo progetto. Forse avr dubitato un poco
    che lo effettuassi. Adesso...
    Franco  gli  stese  ambedue  le  mani.  Adesso,   continu  lo  zio,
    tenendogliele  strette fra le proprie,  visto che sei fermo nella tua
    idea, ti dico: l'idea  buona, il bisogno c', va, lavora, il lavoro 
    una gran cosa.  Dio  ti  faccia  incominciar  bene  e  poi  ti  faccia
    perseverare, ch' il pi difficile. Ecco.
    Franco  gli  voleva  baciar le mani,  ma lo zio fu pronto a ritirarle.
    Lassa st, lassa st!. E riprese a parlare.
    Adesso senti.  E' possibile che non  ci  vediamo  pi.  Proteste  di
    Franco. S s s, rispose il vecchio ritirando l'anima dagli occhi e
    dalla voce, tutte belle cose, cose che bisogna dire. Lascia stare.
    Gli  occhi  ripresero la loro luce seria e buona,  la voce il suo tono
    grave.
    E' possibile che non ci vediamo pi.  Del resto ti domando io cosa ci
    faccio,  oramai,  a  questo mondo.  E per voi sarebbe meglio che me ne
    andassi. Forse a tua nonna dispiace che io vi abbia raccolti, forse le
    sar pi facile, poi, di riconciliarsi con voi. Perci,  posto che non
    ci  vediamo  pi,  ti prego,  appena morto io,  se le cose non saranno
    ancora accomodate, di fare qualche passo.
    Franco si alz, abbracci lo zio con le lagrime agli occhi.
    Testamento,  riprese lo zio,  non ne ho fatto e non ne  faccio.  Il
    poco che ho  di Luisa;  non occorre testamento. Vi raccomando la Cia;
    fate che non le manchi un letto e un tozzo di  pane.  Per  i  funerali
    bastano  tre  preti  che  mi  cantino un requiem di cuore;  il nostro,
    l'Introini e il prefetto della Caravina;  c' mica  bisogno  di  farne
    cantare  cinque o sei per amor del candirott e del vin bianch.  Per il
    mio vestiario lasciamo fare a Luisa che sapr dove metterlo  a  posto.
    Il mio orologio a ripetizione lo prenderai tu per mia memoria.  Vorrei
    lasciare un ricordo anche a Maria,  ma come si fa?  Potrai pigliar  un
    pezzo della mia catena d'oro.  Se hai una medaglietta,  un crocifisso,
    glielo attacchi al collo con la mia catena. E amen.
    Franco piangeva.  Era una gran commozione di  sentire  lo  zio  parlar
    della sua morte cos serenamente come di un affare qualsiasi da condur
    con  giudizio  e  onest;  lo zio che discorrendo con gli amici pareva
    tanto attaccato alla vita, che diceva sempre:
    Se se p schiv quella tal crepada!.
    Oh e adesso contami!, diss'egli. Che lavoro speri di trovare?
    Per ora, nell'ufficio d'un giornale a Torino,  mi scrive T.  Forse in
    avvenire  si  trover  qualche cosa di meglio.  Se poi al giornale non
    potessi vivere e se non trovassi altro, ritornerei. Per questo bisogna
    tener la cosa segretissima, almeno per il primo tempo.
    Quanto al segreto, lo zio era incredulo. E le lettere?, diss'egli.
    Per le lettere era combinato che Franco scriverebbe a Lugano fermo  in
    posta,  che  Ismaele  porterebbe alla posta di Lugano le lettere della
    famiglia e ritirerebbe quelle di Franco.  E  che  si  doveva  dire  ai
    conoscenti? Si era gi detto che Franco andava a Milano il giorno otto
    per affari e che sarebbe stato assente forse un mese, forse anche pi.
    Questo  dover  infinocchiar  la  gente  non    la pi bella cosa del
    mondo,  disse lo zio,  ma insomma!  Io  ti  abbraccio  adesso,  neh,
    Franco,   perch  so  che  domani  mattina  parti  per  tempo  e  oggi
    difficilmente saremo soli. Dunque addio. Ti raccomando tutto da capo e
    non dimenticarti di me. Oh, un'altra cosa. Tu vai a Torino.  Io,  come
    impiegato,  ho  inteso  servire  il mio paese.  Non ho cospirato,  non
    vorrei cospirare neanche adesso,  ma al mio paese ci ho sempre  voluto
    bene. Insomma, salutami la bandiera tricolore. Ciao, neh!
    Qui lo zio aperse le braccia.
    Verrai  anche  tu,  zio,  in  Piemonte,  gli  disse Franco alzandosi
    commosso da quell'abbraccio.  Se posso appena  guadagnarmi  quel  che
    strettamente bisogna, vi faccio venire tutti.
    E no, caro. Son troppo vecchio, non mi muovo pi.
    Ebbene, verr io questa primavera con duecentomila miei amici.
    Eh s!  Dsent mila zcch!  Belle idee,  belle speranze!  Oh,   qui,
    signorina Ombretta Pip?
    Ombretta Pip,  cos Maria era chiamata in casa nei  momenti  di  buon
    umore,  entr impettita e grave. Buon giorno, zio. Mi dici l'Ombretta
    Pip?
    Suo padre la prese e la pos sul letto dello zio che la raccolse a  s
    sorridendo, se la fece sedere sulle gambe.
    Venga qua, signorina. Ha dormito bene? E la bambola, ha dormito bene?
    E il mulo, ha dormito bene? Ah non c'era? Tanto meglio. S, s, adesso
    vengo  con l'Ombretta.  E un bacio,  niente?  E un altro,  no?  Allora
    bisogna proprio dire:

    "Ombretta sdegnosa
    Del Missipip,
    Non far la ritrosa
    E baciami qui."

    Maria lo ascolt come se udisse i versi per la  prima  volta;  e  poi,
    fuori  a ridere,  a saltare,  a battere le mani.  E lo zio rideva come
    lei.
    Pap, diss'ella facendosi seria, perch piangi? Sei in castigo?
    Si aspettavano alquante visite,  in quel  giorno,  di  conoscenti  che
    avevan  promesso  di  venire  a  congedarsi  da Franco prima della sua
    partenza per Milano.  Luisa fece il miracolo di accender la  stufa  in
    Siberia, come lo zio chiamava la sala, e vi si trovarono insieme donna
    Ester,  i due indivisibili Paoli di Loggio,  il Paolin e il Paolon, il
    professor Gilardoni che  vi  sofferse  di  una  trepidazione,  di  una
    inquietudine  continua  perch  Luisa,  non avendo ancora allestito il
    bagaglio di Franco, andava e veniva dalla camera dell'alcova, chiamava
    Ester ogni momento ed Ester era quindi sempre in moto,  quando passava
    dietro  al  professore,  quando gli passava davanti,  quando a destra,
    quando a sinistra.  Al  pover'uomo  pareva  di  stare  in  un  turbine
    magnetico.
    Ecco  capitare,  molto inattesa perch dopo la perquisizione non s'era
    pi veduta, anche la signora Peppina.  Oh cara la mia sra Lisa!  Oh
    car el me sr don Franco! L' vera ch'el voeur propi and via? Adesso
      il Paolin che si dimena un poco sulla sedia perch ha l'idea che la
    sra Peppina sia mandata dal marito per vedere chi c' e chi  non  c'
    intorno all'uomo sospetto,  nella casa scomunicata. Vorrebbe andarsene
    subito col suo Paolon,  ma il Paolon  pi grosso.  Come se fa  adss
    con sto viorn ch ch'el capiss nagott?,  pensa il Paolin,  e,  senza
    guardare il Paolon,  gli dice sottovoce: Andmm,  Paol!  Andmm!  Il
    Paolon  stenta infatti molto a capire ma finalmente si alza,  se ne va
    col Paolin, piglia la sua sulle scale.
    Franco ebbe lo stesso pensiero del Paolin e salut la signora  Peppina
    con  mal garbo.  La povera donna ne avrebbe pianto perch voleva tanto
    bene a sua moglie e teneva in gran concetto anche lui;  ma  capiva  la
    sua avversione; la scusava in cuor suo.
    Appena osava guardarlo di tempo in tempo,  umile,  con un'aria di cane
    bastonato.  Si tolse la Maria sulle ginocchia,  le parl del suo  buon
    pap,  del suo caro pap che andava via.  Chi sa che dispias, neh ti
    poera vggia? Chi sa che magn? Poer ratin. And via el pap!  On pap
    de  quella  sort! Franco discorreva col professore ma udiva e fremeva
    d'impazienza. Fu contentissimo che la Veronica venisse a chiamarlo.
    Lo volevano nell'orto.  Vi discese,  trov il signor Giacomo Puttini e
    don Giuseppe Costabarbieri ch'eran venuti per salutarlo ma,  informati
    dal Paolin e dal Paolon,  desideravano non  farsi  vedere  dalla  sra
    Peppina.  Anche  il  suolo dell'orto scottava loro i piedi.  Mentre il
    piccolo eroe magro si difendeva,  soffiando,  dagl'inviti di Franco  a
    salire  in casa,  il piccolo eroe grasso girava vivacemente la testa e
    gli occhietti come un merlo di buon umore,  a guardar ora il monte ora
    il  lago,  quasi  per  un'abitudine di sospetto.  Scorse una barca che
    veniva da Porlezza.  Chi sa?  Non potrebb'essere  l'I.R.  Commissario?
    Bench la barca fosse ancora lontana, pens subito di cavarsela, pens
    di  andar  col  Puttini a visitar il Ricevitore per aver la fortuna di
    non trovar la sra Peppina in casa.
    Scambiati con Franco  saluti  sommessi  e  frettolosi,  i  due  vecchi
    leproni trottarono via a testa bassa e Franco rimase nell'orto. L'aria
    era mite,  il picco di Cressogno saliva senza neve,  tutto glorioso di
    sole,  nel sereno,  il sole dorava ancora le coste  giallognole  della
    Valsolda  picchiettate  di  ulivi,  mentre  dall'altra  parte del lago
    scendevano  sino  all'acqua,   nell'ombra   azzurrognola,   i   grandi
    padiglioni bianchi della Galbiga nevosa e del Bisgnago.  Franco stette
    a guardare col cuore grosso il caro paese dei  suoi  sogni,  de'  suoi
    amori.  Addio,  Valsolda,  pens.  E  adesso  voglio salutare anche
    voialtre.
    Voialtre erano le sue piante,  gli aranci amari,  l'olea sinensis,  il
    nespolo  del  Giappone,  il  pinus  pinea,  che verdeggiavano a giusti
    intervalli lungo il viale diritto,  fra le aiuole degli erbaggi  e  il
    lago;  erano i rosai,  i capperi, le agavi che uscivano a pender sopra
    l'acqua dai fori praticati nel muro.  Tutte piccole vite,  ancora;  il
    colosso  della  famiglia,  il pino,  non misurava tre metri;  piccole,
    pallide vite che parevano sonnecchiare nel  pomeriggio  invernale.  Ma
    Franco  le  vedeva nell'avvenire come le aveva pensate piantandole col
    suo fine sentimento del grazioso e del pittoresco. Ciascuna portava in
    s una intenzione di lui.
    Le nobili pianticelle del  viale,  sorgendo  sugli  erbaggi,  dovevano
    significare  una  certa  finezza di spirito e di cultura nella modesta
    fortuna della famiglia. Gli aranci avevano il compito speciale di dare
    al quadretto una intonazione mite e gentile; il dovere del nespolo era
    di alzare e allargar le braccia frondose sopra  un  futuro  sedile;  i
    rosai  e  i capperi del muro verso il lago dovevano dire a chi passava
    in barca la fantasia d'un poeta; le agavi vi avrebbero risposto, in un
    accordo minore, agli aranci,  compagni di esilio;  finalmente gli alti
    destini  del  pino  erano  di spiegar un grazioso ombrello sulla breve
    oasi,  di porre il suo accento meridionale sopra l'accordo delle agavi
    e degli aranci, di incorniciar con la sua verde corona il piccolo seno
    azzurro di Casarico.  Addio, addio! Pareva a Franco che le pianticelle
    gli rispondessero tristemente: "Perch ci lasci? Che sar di noi?  Tua
    moglie non ci ama come te".
    Intanto  la  barca  veduta  da  don Giuseppe aveva camminato e passava
    davanti all'orto,  alquanto discosto dalla riva.  V'erano un signore e
    una signora. Il signore si alz in piedi e salut con voce squillante:
    Addio, don Franco! Evviva!. La signora sventol il fazzoletto. Erano
    i Pasotti. Franco salut col cappello.
    I  Pasotti!  In  Valsolda di gennaio!  Che ci venivano a fare?  E quel
    saluto! Pasotti che dopo la perquisizione non si era fatto pi vedere,
    Pasotti salutar cos? Che voleva dir ci? Franco,  perplesso,  sal in
    casa, diede la notizia. Tutti stupirono e sopra tutti la sra Peppina:
    Ma com?  El dis de bon?  El sr Controlr?  Poer omasc! Anca la sra
    Barborin?  Poera donntta!.  Si comment il fatto.  Chi supponeva una
    cosa  e  chi  un'altra.  Dopo cinque minuti Pasotti entr strepitando,
    trascinandosi dietro la  signora  Barborin  carica  di  scialli  e  di
    fagotti, mezza morta dal freddo. Povera creatura, non sapeva dir altro
    che d r!  d r in barca! mentre suo marito schiamazzava ghignando
    negli occhi diabolici: Le fa bene, le fa bene!  Le ho cacciato gi un
    bicchierino di ginepro a Porlezza.  Ha fatto smorfie d'inferno, ma sta
    benone!. La povera sorda, indovinando che parlava del ginepro, girava
    gli occhi per il soffitto,  rifaceva le smorfie di  Porlezza.  Pasotti
    non  era  mai stato cos espansivo.  Baci la mano a Luisa,  abbracci
    l'ingegnere e Franco accompagnando gli atti con effusioni  e  profluvi
    di sentimento.  Carissima donna Luisa! Signora ammirabile e perfetta.
    Car el me Peder! Car el me re de coeur!  Il mondo  grande ma on alter
    Peder  el  gh'  propri no,  va l!  E questo don Franco!  Caro il mio
    Francone!  Pensare come t'ho veduto  io!  In  sottane  e  grembialino.
    Quando  andavi a rubar i fichi al prefetto della Caravina!  Sto baloss
    ch!
    Il baloss non faceva il viso pi incoraggiante del mondo ma  l'altro
    non  se  ne  dava  per inteso.  Altrettanto poco poteva intendersi sua
    moglie con le signore che l'interrogavano.
    Come l'ha mai faa, sra Pasotti,  le gridava la signora Peppina,  a
    vegn in Valsolda de sto temp ch? Oh dss,  la capiss nient,  poera
    donntta. Per  quanto  anche  Luisa  ed  Ester  le  gridassero  nelle
    orecchie la stessa domanda,  per quanto ella spalancasse la bocca,  la
    sorda non capiva, andava rispondendo a caso: Se ho mangia?  Se voeui
    disn  ch?.  Intervenne  Pasotti,  disse  che  in ottobre egli e sua
    moglie eran partiti per un richiamo di affari,  senza fare il  bucato,
    che  sua  moglie  lo  andava seccando da un pezzo per questo benedetto
    bucato,  che finalmente si era risolto di accontentarla e  di  venire.
    Allora donna Ester si volt verso la Pasotti a far l'atto di lavare.
    La  Pasotti  guard  suo  marito  che  le  teneva  gli occhi addosso e
    rispose: S s, la bgada, la bgada!. Quell'occhiata,  l'impero che
    lesse negli occhi del Controllore fecero sospettare Luisa che vi fosse
    sotto  un  mistero.  Questo  mistero  e le inesplicabili espansioni di
    Pasotti le suggerirono un altro sospetto. Se fosse venuto per loro? Se
    nelle cause di questa improvvisa venuta ci avesse parte il viaggio del
    professore a Lodi?  Avrebbe voluto consultarsi col professore,  dirgli
    di  fermarsi  fino a che i Pasotti fossero partiti;  ma come parlargli
    poi senza che se  ne  avvedesse  Franco?  Intanto  donna  Ester  prese
    congedo   e   il  professore  che  aveva  ottenuto  il  perdono  della
    capricciosetta,  perfidetta signorina,  a patto di  non  domandare  il
    paradiso, ebbe licenza di accompagnarla a casa.
    I  Pasotti  non  potevano  salire ad Albogasio Superiore fino a che il
    mezzadro,  fatto avvertire subito,  non avesse posto loro in ordine  e
    riscaldata  almeno una stanza.  Parl subito di piantare un tarocchino
    in tre con l'ingegnere e Franco.  Allora se ne and anche  la  signora
    Peppina e la Pasotti chiese a Luisa di ritirarsi un momento,  la preg
    di accompagnarla.  Appena fu sola coll'amica nella camera  dell'alcova
    si  guard  attorno  con  due occhioni spaventati e poi sussurr: Sm
    minga ch per la bgada neh,  sm minga ch per la bgada!.  Luisa la
    interrog silenziosamente, col viso e col gesto, perch a parlar forte
    in  sala  avrebbero udito.  Stavolta la Pasotti cap,  rispose che non
    sapeva niente, che suo marito non le aveva detto niente,  che le aveva
    imposto  la  storia  del  bucato ma che del bucato a lei non importava
    nulla.  Allora  Luisa  prese  un  pezzo  di  carta  e  scrisse:  Cosa
    sospetti?.   La   Pasotti   lesse   e   poi   cominci   una   mimica
    complicatissima.   Scrollamenti  del  capo,   stralunamenti   d'occhi,
    sospiri,  invocazioni al soffitto; pareva che si combattesse dentro di
    lei una gran battaglia di timori e di speranze. Finalmente fece ah!,
    afferr la penna e scrisse sotto la domanda di Luisa:
    La marchesa!.
    Lasci cader la penna,  stette a  contemplar  l'amica.  L'  a  Lod,
    diss'ella sottovoce.  El Controlr l' staa a Lod. Speri com! E poi
    scapp in sala temendo esser sospettata da suo marito.
    Finito il tarocco,  Pasotti si accost a  una  finestra,  disse  forte
    qualche  cosa  sugli  effetti della luce crepuscolare e chiam Franco.
    Bisogna  che  tu  venga  stasera  da  me,  gli  disse  piano,  devo
    parlarti.  Franco  cerc  schermirsi.  Partiva l'indomani mattina per
    Milano,  lasciava la famiglia per qualche  tempo,  gli  era  difficile
    passar  la  sera  fuori di casa.  Pasotti replic ch'era assolutamente
    necessario. Si tratta del tuo viaggio di domani, diss'egli.

    Si tratta del tuo viaggio di domani! Appena partiti  i  Pasotti  per
    Albogasio Superiore, Franco rifer questo colloquio a sua moglie. Egli
    n'era stato turbatissimo.  Pasotti sapeva,  dunque;  non avrebbe fatto
    tanti misteri se non avesse inteso alludere al viaggio  di  Torino.  E
    Franco era seccatissimo che Pasotti sapesse.  Ma in che modo?  L'amico
    di Torino poteva essere stato imprudente.  E adesso che voleva da lui,
    Pasotti?  C'era  forse  in aria qualche altro colpo della Polizia?  Ma
    Pasotti non era  l'uomo  da  venire  ad  avvertirnelo!  E  tutto  quel
    voltafaccia  di  amabilit?  Non  si  voleva ch'egli andasse a Torino,
    forse.  Non si voleva che  trovasse  una  strada  buona,  un  modo  di
    sottrarre s e i suoi alla povert, ai commissari e ai gendarmi!
    Pensa  e  ripensa,  non  poteva  essere  che questo.  Luisa n'era poco
    persuasa, in cuor suo. Temeva altra cosa; non dubitava per neppur lei
    che Pasotti  sapesse  di  Torino  e  ci  scompigliava  tutte  le  sue
    supposizioni. Insomma non c'era che andare e udire.

    Franco  and  alle  otto,  Pasotti  lo  ricevette colla pi affettuosa
    cordialit e gli fece le scuse di sua moglie ch'era gi a letto. Prima
    d'entrar in argomento volle assolutamente che pigliasse  un  bicchiere
    di S. Colombano e una fetta di panettone.
    Col vino e col dolce Franco dovette inghiottire,  suo malgrado,  molte
    dichiarazioni di amicizia,  i pi sperticati elogi di sua  moglie,  di
    suo zio e di lui stesso. Vuotato finalmente il bicchiere ed il piatto,
    il mellifluo bargnf si mostr disposto ad entrare in materia.
    Erano  seduti  a  un  tavolino,  l'uno  in faccia all'altro.  Pasotti,
    appoggiato comodamente alla spalliera della seggiola,  teneva  tra  le
    mani un fazzoletto rosso e giallo di foulard, lo andava palpando.
    Dunque,  diss'egli,  caro Franco, come ti dicevo, si tratta del tuo
    viaggio di domani.  Ho inteso dire oggi  a  casa  tua  che  parti  per
    affari:  si  tratta  di  vedere se io non ti porto un affare anche pi
    grosso di quello che hai a Milano.
    Franco, sorpreso da questo inaspettato esordio, tacque.  Pasotti chin
    gli occhi sul fazzoletto senza restare di maneggiarlo e riprese:
    Il  mio  caro  amico  don  Franco Maironi si pu immaginare che se io
    entro in argomento intimo e delicato,  ho una ragione grave di  farlo,
    sento il dovere di farlo e sono autorizzato a farlo.
    Le mani si fermarono, gli occhi brillanti e acuti si alzarono a quelli
    torbidi e diffidenti di Franco.
    Si tratta, mio caro Franco, del tuo presente e del tuo avvenire.
    Ci detto,  Pasotti pos risolutamente il foulard da banda. Appoggiate
    le  braccia  e  giunte  le  mani  sul   tavolino   entr   nel   cuore
    dell'argomento  tenendo sempre gli occhi su Franco che,  raccolto alla
    sua volta indietro sulla spalliera, lo guardava pallido, in una ostile
    attitudine di difesa.
    E' dunque un pezzo  che  io,  per  l'antica  amicizia  verso  la  tua
    famiglia,  ho  in  mente  di  far  qualche  cosa onde metter fine a un
    dissidio dolorosissimo.  Anche tuo padre,  povero don Alessandro!  Che
    cuor  d'oro!  Che  bene mi voleva! (Franco sapeva che suo padre aveva
    una volta minacciato Pasotti col bastone perch s'intrometteva  troppo
    nelle faccende di casa sua.) Basta. Avendo saputo che tua nonna era a
    Lodi,  domenica  scorsa  mi son detto: dopo tanti dispiaceri che hanno
    avuto i Maironi, forse questo  il momento. Andiamo, tentiamo.  E sono
    andato.
    Pausa.  Franco fremeva.  Che razza d'intercessore gli era capitato?  E
    chi aveva chiesto intercessioni?
    Debbo dirlo,  riprese Pasotti,  sono contento.  Tua nonna ha le sue
    idee,  ha  un'et  in  cui  le  idee difficilmente si cambiano,  ha il
    carattere che sai, molto fermo, ma insomma il cuore c'. Ti vuol bene,
    sai.  Soffre.  Vi  una lotta continua,  dentro di  lei,  fra  i  suoi
    sentimenti e i suoi principii; anche, se vuoi, tra i suoi sentimenti e
    i suoi risentimenti. Povera marchesa! E' penoso di vedere come soffre;
    ma  insomma piega,  piega.  Certamente non bisogna mica aspettarsi poi
    troppo.  Piega ma non fino a spezzare ci  che  la  sostiene,  i  suoi
    principii, voglio dire: sopra tutto i suoi principii politici.
    Gli  occhi  di Franco,  le mascelle inquiete,  un sussulto di tutta la
    persona dissero a Pasotti: non toccar questo punto, bada a te! Pasotti
    si ferm;  gli era forse  venuto  in  mente  il  bastone  del  fu  don
    Alessandro.
    Ti capisco,  riprese.  Credi che non ti capisca?  Io mangio il pane
    del Governo e devo tenermi chiuso nel cuore  ci  che  penso,  ma  del
    resto son con te,  sospiro il momento in cui certi colori cederanno il
    posto a certi altri. Tua nonna non  cos e, sfido,  bisogna pigliarla
    com'.  Se  si vuol venire a un accomodamento bisogna pigliarla com'.
    Si pu combattere come ho combattuto io, ma...
    Tutto questo discorso mi pare inutile, esclam Franco, alzandosi.
    Aspetta!,  riprese Pasotti.  Il diavolo non sar  poi  forse  tanto
    brutto! Siedi, ascolta!
    Franco non volle saperne di sedersi ancora.
    Sentiamo!, diss'egli con voce vibrante d'impazienza.
    Intanto la nonna  disposta a riconoscere il tuo matrimonio...
    Grazie!, interruppe il giovane.
    Aspetta!...  e a farvi un assegno molto conveniente;  per quel che ho
    capito,  fra le sei e le ottomila svanziche all'anno.  Non  c'  male,
    eh?
    Avanti!
    Aspetta!  Non  c'  niente  di umiliante.  Se ci fosse una condizione
    umiliante non sarei venuto a proportela.  La nonna desidera che tu  ti
    occupi  e  che  tu  dia  una  certa guarentigia di non immischiarti in
    affari politici.  Vi  un  modo  decoroso  di  combinare  una  cosa  e
    l'altra,  questo lo devo riconoscere,  bench,  te lo dico chiaro,  io
    avessi proposto alla nonna un partito diverso.  L'idea mia era ch'ella
    ti mettesse alla testa degli affari suoi.  Ne avevi abbastanza per non
    poter pensare ad altro.  Per,  anche  l'idea  della  nonna    buona.
    Conosco  fior  di  giovinotti  che  pensano  come  te e che sono nella
    carriera giudiziaria.  E' una  carriera  molto  indipendente  e  molto
    rispettata. Una parola tua e tu sei ascoltante al Tribunale.
    Io?,  proruppe Franco.  Io!  No, caro Pasotti! No! Non mi si manda,
    taci!  la Polizia in  casa,  non  si  fa  bestialmente  destituire  un
    galantuomo  che ha la sola colpa di essere zio di mia moglie,  taci ti
    dico!  non si cercano oggi tutte le vie di affamare la mia famiglia  e
    me,  per offrirci domani del pane sporco. No, sai, no, grida pure, per
    fame no, viva Dio, nessuno mi prende! Dillo pure alla nonna e tu...  e
    tu... e tu...
    Pasotti  aveva  sicuramente  un sangue di derivazione felina,  cupido,
    fine, prudente, carezzevole,  pronto alla simulazione ma soggetto alla
    collera.  Era venuto interrompendo l'invettiva di Maironi con proteste
    sempre pi violente;  a quest'ultima apostrofe,  sentendo  arrivar  un
    nembo  di accuse che tanto pi lo irritavano quanto pi le indovinava,
    balz egli pure in piedi.
    Fermati!, esclam. Che maniera  questa?
    Buona sera!,  disse Franco,  pigliando il cappello.  Ma Pasotti  non
    intendeva lasciarlo partire cos.  Un momento!, diss'egli battendo e
    ribattendo affrettati pugni sul  tavolino.  Voialtri  vi  fate  delle
    illusioni, voialtri sperate molto in quel testamento e quello non e un
    testamento,  quello  un pezzo di carta straccia,  quello  il delirio
    di un pazzo!
    Franco, ch'era gi presso all'uscio,  si ferm,  tramortito dal colpo.
    Che testamento?, diss'egli.
    Via!, riprese Pasotti freddo e beffardo. C'intendiamo bene!
    Una vampa di collera riaccese il sangue a Franco. Ma no!, diss'egli.
    Fuori! parla! Cosa ne sai tu di testamenti?
    Ah!, fece Pasotti con ironica dolcezza. Adesso va benissimo.
    Franco l'avrebbe strozzato.
    Sono stato a Lodi, non te l'ho detto? Dunque so.
    Franco, fuori di s, protest di non capire niente.
    Oh gi!, riprese Pasotti, beffardo pi di prima. Lo informer io il
    signore.  Sappia  dunque che il signor professore Gilardoni,  il quale
    non  affatto amico Suo, si  recato in fine di dicembre a Lodi,  e si
      presentato  alla  marchesa  con  una copia senza valor legale di un
    preteso testamento del povero Suo nonno.  In questo  testamento  Ella,
    signor don Franco,  istituito erede universale con accompagnamento di
    offese  atroci alla moglie e al figlio del testatore.  Ecco che adesso
    Ella sa.  Del resto il signor Gilardoni  stato fedele alla  consegna,
    ha detto di esser venuto di suo capo, senza farne saper niente a voi.
    Franco ascolt, livido come un cadavere, sentendosi oscurar la vista e
    l'anima,  raccogliendo tutte le sue forze per non smarrirsi,  per dare
    una risposta degna.
    Hai ragione, diss'egli.  Anche la nonna ha ragione.  Chi ha torto 
    il  professor Gilardoni.  Egli mi ha mostrato quel testamento tre anni
    sono,  la notte del mio matrimonio.  Gli ho detto di abbruciarlo e  ho
    creduto che l'avesse fatto. Se non lo ha fatto, mi ha ingannato. Se si
      recato  a  Lodi per quella bella impresa che dice,  ha commesso una
    indelicatezza e una stoltezza  enorme.  Voi  avete  avuto  ragione  di
    pensar  male  di  noi.  Ma sappilo bene!  Io disprezzo il danaro della
    nonna quanto il danaro del Governo: e siccome  questa  signora  ha  la
    fortuna di essere la madre di mio padre,  mai, capisci, mai, e adoperi
    ella pure contro di noi tutte  le  bassezze,  tutte  le  perfidie  che
    vuole,  mai non user una carta che la disonora! Sono troppo superiore
    a lei!  Va' e dille questo a nome mio e dille che si riprenda  le  sue
    offerte perch le sdegno! Buona sera.
    Lasci   Pasotti   sbalordito   e   se   n'and   tutto   tremante  di
    sovreccitazione e di collera,  dimentic di ripigliar la sua lanterna,
    discese  al  buio,  a gran passi,  non sapendo n curando affatto dove
    mettesse i piedi, esclamando di tempo in tempo, buttando fuori ci che
    aveva dentro di rovente: pezzi d'ira contro  il  Gilardoni,  pezzi  di
    accusa contro Luisa.

    Lo  zio  era  andato  a  letto  per tempo e Luisa aspettava Franco nel
    salottino con Maria che teneva alzata perch suo padre potesse  averla
    un  poco,  l'ultima  sera.  La  povera  Ombretta Pip aveva cominciato
    presto  a  infastidirsi,  a  far  una  boccuccia  grossa,  un  visetto
    piagnoloso,  a domandar con una vocina dolente: Quando viene, pap?.
    Ma ell'aveva una mamma unica al  mondo  per  consolare  gli  afflitti.
    Ombrettina  non  teneva da un pezzo scarpettine sane e le scarpettine,
    anche in Valsolda,  costavano denari.  Pochi,  s,  e  quando  ce  n'
    pochissimi?  Ma  ell'aveva  una  mamma  unica al mondo per calzare gli
    scalzi. Proprio il giorno prima,  Luisa,  cercando in granaio un pezzo
    di  corda,  aveva trovato fra vecchie sciarpe,  casse vuote e seggiole
    rotte,  uno  stivale  di  suo  nonno.  Lo  aveva  posto  a  rammollire
    nell'acqua,  s'era fatta prestare trincetto,  lesina e forbice.  Prese
    ora il venerabile stivale che fece spavento a Ombretta e lo pos sulla
    tavola. Adesso gli reciteremo l'orazione funebre, diss'ella con quel
    brio voluto che neppure un'angustia mortale poteva  toglierle,  se  le
    bisognava. Prima, per, domanderai al tuo signor bisnonno il permesso
    di  prenderti il suo stivale. Ella fece che Maria giungesse le mani e
    recitasse questa filastrocca guardando comicamente il soffitto:

    Caro signor bisnonno benedetto,
    Questo stival, se Lei non se lo mette,
    Lo doni alla Sua Ombretta,
    Che aspetta con gran fretta
    Un paio di scarpette
    E Le scocca su in cielo un bel bacetto
    Alla pianta del piede con rispetto.

    Venne poi una poco riverente  fantasia  come  ne  nascevan  tante  nel
    cervello di Luisa,  una bizzarra storia dell'angioletto che lustra gli
    stivali in paradiso e che un giorno, per voler pigliare senza permesso
    un pezzetto di pan d'oro, aveva lasciato cadere sulla Terra lo stivale
    del bisnonno. Maria si rasseren, rise,  interruppe la mamma con cento
    domande  sul  pan  d'oro  e sullo stivale rimasto in Paradiso.  Che ne
    farebbe di quello il bisnonno?  La mamma le spieg che il bisnonno  lo
    avrebbe applicato per di dietro all'imperatore d'Austria onde buttarlo
    gi dal cielo, se ve lo incontrava.
    In quel momento entr Franco.
    Luisa vide subito che gli occhi e la fronte segnavano tempesta.
    Dunque?, diss'ella. Franco rispose concitato: Metti a letto Maria.
    Luisa  osserv  che  aveva  tenuta  la  bambina alzata per aspettarlo,
    perch stesse un po' con lui.  Franco replic ti dico di  metterla  a
    letto  tanto  aspramente che Maria si mise a piangere.  Luisa si fece
    rossa ma tacque. Accese un lume, prese la bambina in braccio, la porse
    silenziosamente a suo padre per un bacio,  che fu freddo,  e la  port
    via.  Franco  non  la segu.  Si arrabbi di veder quello stivale e lo
    gett in terra. Poi sedette, piant i gomiti sulla tavola,  si strinse
    il capo fra le mani.
    L'amara   idea   che  Luisa  fosse  complice  del  Gilardoni  gli  era
    lampeggiata in mente subito,  mentre Pasotti parlava,  col ricordo  di
    quel cosa, silenzio?, di quel basta! e del racconto della bambina.
    Egli  aveva  dentro  a  s  come  un  vortice dove questa idea spariva
    girando e ricompariva sempre pi basso, sempre pi vicino al cuore.
    Dunque?,  torn a chiedere Luisa,  rientrando.  Franco la guard  un
    momento  in  silenzio,  la  scrut.  Poi si alz e le afferr le mani.
    Dimmi se sai niente!, diss'egli. Ella indovin,  ma quello sguardo e
    quel modo la offesero. Come, se so niente?, esclam accesa in volto.
    Me  lo domandi cos? Ah tu sai!,  grid Franco,  gittando da s le
    mani di lei e levando le braccia in alto.
    Ella present ci che veniva,  il sospetto della  sua  complicit  col
    professore,  la propria smentita,  l'offesa mortale, irrimediabile che
    Franco le avrebbe fatto se,  nell'ira,  non avesse  creduto  alla  sua
    parola,  e  giunse  le  mani spaventata.  No,  Franco,  no,  Franco,
    diss'ella sottovoce e gli gett le braccia al collo, volle chiuder coi
    baci le labbra  di  lui.  Ma  egli  fraintese,  credette  che  volesse
    domandar perdono e la respinse. Lo so, s, lo so, diss'ella tornando
    appassionata  al  suo  petto,  ma  l'ho saputo dopo,  quando era cosa
    fatta, ne ho avuto sdegno come te,  pi di te! Ma Franco aveva troppo
    bisogno  di  sfogarsi,  di  offendere.  E  come  vuoi che ti creda?,
    esclam. Ella indietreggi con un grido,  poi gli fece ancora un passo
    incontro,  gli stese le braccia.  No, supplic straziata, dimmi che
    mi credi,  dimmelo subito subito perch altrimenti tu non sai,  tu non
    sai!
    Cosa, non so?
    Tu  non  sai come sono io che ti amer ancora ma non vorr pi essere
    moglie per te,  che potr soffrir tanto  ma  non  cambiare,  mai  pi!
    Capisci cosa vuol dire mai pi?
    Egli la trasse a s, la sottile persona ansante, le strinse le mani da
    rompergliele e disse con voce soffocata: Ti creder, s, ti creder.
    Luisa  che  lo  guardava  lagrimosa  chiese  una parola migliore.  Ti
    creder, disse, ti creder?
    Ti credo, ti credo.
    Lo credeva davvero ma dov' ira  sempre  anche  orgoglio.  Non  volle
    subito  arrendersi  del  tutto;  il suo accento fu piuttosto d'un uomo
    compiacente che d'un  uomo  convinto.  Restarono  ambedue  silenziosi,
    tenendosi per le mani,  cominciarono a sciogliersi l'un dall'altro via
    via con un impercettibile moto.  Fu Luisa che infine,  dolcemente,  si
    stacc  del  tutto.  Sentiva  la  necessit  di troncar quel silenzio,
    parole calde non ne trovava,  parole fredde non ne voleva,  si mise  a
    raccontare senz'altro come avesse saputo dal Gilardoni del malaugurato
    viaggio a Lodi.  Parlava con voce tranquilla,  non propriamente fredda
    ma triste,  stando seduta alla tavola in faccia a suo  marito.  Mentre
    riferiva  le  confidenze  del  professore,  Franco si riaccendeva,  la
    interrompeva continuamente: E non gli hai detto questo?  - E non  gli
    hai  detto  quello?  - Non gli hai detto stupido?  - Non gli hai detto
    bestia?. La prima volta Luisa lasci correre, poi protest. Aveva gi
    detto di essersi sdegnata per  lo  sproposito  del  Gilardoni;  pareva
    quasi, adesso, che suo marito ne dubitasse! Franco si chet ma di mala
    voglia.
    Quando  il  racconto fu terminato si scagli ancora contro il filosofo
    balordo,  tanto che Luisa  lo  difese.  Era  un  amico,  aveva  errato
    gravemente,  gravissimamente, ma con buona intenzione. Dove andavano a
    finire le massime di Franco,  la  carit,  il  perdono  delle  offese,
    s'egli non perdonava neppure a chi aveva voluto fargli del bene?  Ella
    pens, qui, cose che non disse.  Pens che Franco perdonava moltissimo
    quando a perdonare c'era follia e gloria e perdonava pochissimo quando
    c'erano semplicemente ottime ragioni di farlo.  Franco a udirsi parlar
    da lei di carit, s'irrit, non os dire che si sentiva superiore a un
    attacco simile,  ma ritorse  poco  generosamente  il  colpo.  Ecco!,
    esclam con una reticenza piena di sottintesi. Tu lo difendi! Gi!.
    Luisa ebbe un sussulto nervoso delle spalle, ma tacque.
    E perch non parlare,  tu?,  riprese Franco. Perch non raccontarmi
    tutto subito?
    Perch quando rimproverai Gilardoni egli mi supplic di tacere ed  io
    credetti,  com'era anche vero,  che fosse inutile, a cosa fatta, darti
    un dispiacere cos grande. L'ultimo d dell'anno, quando sei andato in
    collera, volevo dirtelo, volevo raccontarti ci che mi aveva confidato
    Gilardoni,  te lo ricordi?  E tu non hai assolutamente voluto.  Non ho
    insistito  anche  perch  Gilardoni ha detto alla nonna che noi non ne
    sapevamo niente.
    Non lo ha creduto! Naturale!
    E se io parlavo cosa ci poteva far  questo?  Cos  Pasotti  avr  ben
    capito che tu non sapevi niente!
    Franco  non  replic.  Allora  Luisa  gli  chiese  di  raccontarle  il
    colloquio e stette ad ascoltarlo senza batter ciglio.  Ella  indovin,
    con  l'acume  dell'odio,  che  se  Franco  avesse accettato di entrare
    negl'impieghi,  sarebbe venuta fuori  l'ultima  condizione:  separarsi
    dallo zio, da un impiegato destituito per ragioni politiche. Certo!,
    diss'ella, avrebbe voluto anche questo! Canaglia! Suo marito trasal
    come  se  quella  scudisciata  avesse toccato il sangue anche a lui...
    Adagio,  diss'egli,  con queste parole!  Prima,   una supposizione
    tua; e poi...
    E' una supposizione mia? E il resto? E offrirti una vilt simile?
    Franco che aveva risposto a Pasotti con furore, rispose ora mollemente
    a sua moglie.
    S s s, ma insomma...
    Adesso  era  lei  che  diventava violenta.  L'idea che la nonna osasse
    proporre loro l'abbandono dello zio la faceva quasi impazzire. Almeno
    questo, diss'ella, mi consentirai: che piet non ne merita! Dio mio,
    pensare che questo testamento c' ancora!
    Oh!, esclam Franco. Torniamo da capo?
    Torniamo da capo!  Hai tu il diritto di  pretendere  che  io  neanche
    pensi,  neanche  senta come non piace a te?  Sarei vile,  meriterei di
    essere una schiava, e non voglio poi essere n una cosa n l'altra.
    La ribelle intravveduta,  sentita qualche volta da  Franco  attraverso
    l'amante,   la   creatura   dall'intelletto   forte  sopra  l'amore  e
    orgoglioso,  non potuta mai conquistare interamente,  gli stava ora di
    fronte, tutta vibrante nella coscienza della sua ribellione.
    Va bene,  disse Franco parlando a se stesso.  Sarebbe vile, sarebbe
    schiava. Si ricorda Ella nemmeno pi che domani vado via?
    Non andar via.  Resta.  Eseguisci la volont del  tuo  povero  nonno.
    Ricordati  quello  che  mi hai raccontato sulla origine della sostanza
    Maironi. Restituisci tutto all'Ospitale Maggiore. Fa giustizia.
    No!, rispose Franco.  Chimere!  Il fine non giustifica i mezzi.  Il
    vero fine poi, per te,  colpire la nonna. Questa storia dell'Ospitale
      il  mezzo  di  giustificarlo.  No,  non  mi  servir  mai  di  quel
    testamento.  L'ho anche dichiarato a  Pasotti,  con  parole  da  farmi
    sputare in faccia se cambiassi! E parto domattina.
    Segu un lungo silenzio.  Poi le due voci ripresero il dialogo, gelate
    e tristi come se nell'uno e nell'altro cuore vi fosse  adesso  qualche
    cosa di morto.
    Hai pensato, disse Franco, che farei anche disonore a mio padre?
    In che modo?
    Prima  per la forma oltraggiosa delle disposizioni e poi perch farei
    supporre la complicit di mio padre nella soppressione del testamento.
    Gi, tu non le capisci queste cose. Che te ne importa?
    Ma non    necessario  parlar  di  soppressione.  Pu  darsi  che  il
    testamento non sia stato trovato.
    Nuovo  silenzio.  La  stessa  candela  di sego che ardeva sulla tavola
    aveva una espressione lugubre.  Luisa si alz,  raccolse da  terra  lo
    stivale del bisnonno e si dispose a incominciar il suo lavoro.  Franco
    and ad appoggiar la fronte alle invetriate della finestra.  Vi rimase
    un  pezzo,  assorto nella contemplazione delle ombre della notte.  Poi
    disse piano, senza volgere il capo:
    Mai mai l'anima tua non  stata tutta con me.
    Nessuna risposta.
    Egli si volt, adesso, e domand a sua moglie,  affatto senza collera,
    con  la  dolcezza  inesprimibile  che aveva nei momenti di depressione
    fisica o morale,  se gli era accaduto,  fin dal principio  della  loro
    unione,  di  mancare verso di lei.  Gli fu risposto un impercettibile:
    No.
    Allora forse non mi amavi come ho creduto?
    No no no.
    Franco non era sicuro di aver inteso bene e ripet:
    Non mi amavi?
    S s, tanto.
    Lo spirito di lui si rialz,  un'ombra di severit gli  rientr  nella
    voce.
    E allora, diss'egli, perch non mi hai dato tutta l'anima tua?
    Ella  tacque.  Aveva prima tentato invano di riprendere il lavoro.  Le
    mani tremavano.
    E  adesso  veniva  questa  domanda  terribile!  Doveva  o  non  doveva
    rispondere?  Rispondendo, rivelando per la prima volta cose sepolte in
    fondo al cuore, avrebbe allargata la scissura dolorosa;  ma poteva non
    essere leale? Il suo silenzio dur tanto che
    Franco le chiese ancora: Non parli?.  Ella raccolse tutte le proprie
    forze e parl.
    E' vero,  l'anima mia non  mai stata interamente con te. Trem  nel
    dir cos, e Franco non respirava pi.
    Mi sono sempre sentita diversa e staccata da te, riprese Luisa, nel
    sentimento  che  deve  governare  tutti  gli  altri.  Tu  hai  le idee
    religiose di mia madre.  Mia madre intendeva e tu intendi la religione
    come  un  insieme  di  credenze,  di  culto e di precetti,  ispirato e
    dominato dall'amor di Dio.  Io ho sempre avuto ripugnanza a concepirla
    cos,  non  ho mai potuto veramente sentire,  per quanto mi sforzassi,
    questo amore di un Essere invisibile e  incomprensibile,  non  ho  mai
    potuto capire il frutto di costringer la mia ragione ad accettare cose
    che  non intende.  Per mi sentivo un desiderio ardente di dirigere la
    mia vita a qualche cosa di  bene  secondo  un'idea  superiore  al  mio
    interesse.  E poi mia madre mi aveva talmente penetrata, con l'esempio
    e con la parola,  de' miei doveri verso Dio e la Chiesa,  che  i  miei
    dubbi  mi  davano un grandissimo dolore,  li combattevo quanto potevo.
    Mia madre era una santa.  Ogni atto della sua vita corrispondeva  alla
    sua  fede.  Anche  questo poteva molto sopra di me e poi sapevo che la
    maggiore afflizione della sua vita  era  stata  l'incredulit  di  mio
    padre.  Ho  conosciuto  te,  ti  ho  amato,  ti  ho  sposato,  mi sono
    confermata nel proposito di diventare,  nelle cose di religione,  come
    te,  perch  tu  eri come mia madre.  Ma ecco,  un po' alla volta,  ho
    trovato che tu non eri come mia madre. Debbo dire anche questo?
    S, tutto.
    Ho trovato che tu eri la bont stessa,  che avevi il cuore pi caldo,
    pi  generoso,  pi  nobile  della terra,  ma che la tua fede e le tue
    pratiche rendevano quasi inutili tutti questi tesori.  Tu non operavi.
    Tu eri contento di amar me, la bambina, l'Italia, i tuoi fiori, la tua
    musica,  le  bellezze del lago e delle montagne.  In questo seguivi il
    tuo cuore.  Per l'ideale superiore ti bastava di credere e di pregare.
    Senza  la  fede  e senza la preghiera tu avresti dato il fuoco che hai
    nell'anima a quello ch' sicuramente vero, ch' sicuramente giusto qui
    sulla terra,  avresti sentito quel bisogno di operare che sentivo  io.
    Tu lo sai,  gi,  come ti avrei voluto in certe cose! Per esempio, chi
    sente il patriottismo pi di te? Nessuno. Bene, io avrei voluto che tu
    cercassi di servirlo proprio davvero,  poco o  molto,  il  tuo  paese.
    Adesso  vai in Piemonte ma ci vai sopra tutto perch non abbiamo quasi
    pi da vivere.
    Franco accigliatissimo, fece un atto iracondo di protesta.
    Se vuoi, disse umilmente Luisa, mi fermo.
    No, no, avanti, fuori tutto,  meglio!
    Egli rispose tanto concitato, tanto sdegnoso,  che Luisa tacque e solo
    ripigli il suo discorso dopo un altro avanti!.
    Anche  senz'andare  in Piemonte ci sarebbe stato da fare in Valsolda,
    in Val Porlezza,  in Vall'Intelvi quello che fa V.  sul lago di  Como,
    mettersi  in  relazione  colla gente,  tener vivo il sentimento buono,
    preparare tutto ci ch' bene preparare per il giorno della guerra, se
    verr.  Io te lo dicevo e  tu  non  ti  persuadevi,  mi  facevi  tante
    difficolt.  Questa inerzia favoriva la mia ripugnanza al concetto tuo
    della religione e  la  mia  tendenza  ad  un  altro  concetto.  Perch
    religiosa mi sentivo anch'io moltissimo.  Il concetto religioso che mi
    si veniva formando sempre pi chiaro nella mente era questo, in breve:
    Dio esiste,  anche potente,  anche sapiente, tutto come credi tu; ma
    che noi lo adoriamo e gli  parliamo  non  gliene  importa  nulla.  Ci
    ch'egli vuole da noi lo si comprende dal cuore che ci ha fatto,  dalla
    coscienza che ci ha dato, dal luogo dove ci ha posto. Vuole che amiamo
    tutto il bene, che detestiamo tutto il male,  e che operiamo con tutte
    le  nostre forze secondo quest'amore e quest'odio,  e che ci occupiamo
    solamente della terra,  delle cose che si possono  intendere,  che  si
    possono sentire!  Adesso capisci come concepisco io il mio dovere,  il
    nostro  dovere,  di  fronte  a  tutte  le  ingiustizie,   a  tutte  le
    prepotenze!
    Pi Luisa procedeva nel definire ed esprimere le proprie idee,  pi si
    sentiva contenta di farlo,  di esser finalmente sincera,  di porsi con
    franchezza sopra un terreno proprio e fermo; pi si spegneva dentro di
    lei  ogni sdegno contro il marito,  pi le saliva nel cuore una tenera
    piet di lui.
    Ecco,  soggiunse,  se si trattasse solamente di  questo  dispiacere
    circa la nonna, non credi che avrei sacrificato mille volte l'opinione
    mia  piuttosto  che  affliggerti?  Bisognava  bene  che ci fosse sotto
    qualche altra cosa.  Adesso sai tutto,  adesso l'anima mia l'ho  messa
    nelle tue mani.
    Ella  lesse  sulla  fronte di suo marito un dolor cupo,  una freddezza
    nemica.  Si alz,  mosse adagio adagio verso di lui,  a  mani  giunte,
    fissandolo,  cercando  gli  occhi che la evitavano e si ferm per via,
    respinta da una forza superiore,  bench egli  non  avesse  detto  una
    parola n fatto un gesto.
    Franco!, supplic. Non mi puoi amare pi?
    Egli non rispose.
    Franco!  Franco!,  diss'ella,  tendendogli le mani giunte.  Poi fece
    l'atto di avanzare. Egli si tir bruscamente indietro. Stettero cos a
    fronte in silenzio, per un eterno mezzo minuto.
    Franco  teneva  le  labbra  serrate,  si  udiva  la  sua  respirazione
    frequente. Fu lui che ruppe il silenzio.
    Quello che hai detto  proprio il tuo pensiero?
    S.
    Egli  teneva  le  mani  sulla spalliera d'una seggiola.  La scosse con
    violenza e disse amaramente: Basta.  Luisa lo guard  con  tristezza
    indicibile e mormor: Basta?. Egli rispose con ira: S, basta basta
    basta  basta!.  Tacque  un  istante  e  riprese  duramente:  Sar un
    neghittoso, un inerte, un egoista, tutto quello che vuoi,  ma non sono
    poi un bambino da venirmi a quietare con due carezze dopo avermi detto
    tutto quello che mi hai detto! Basta!.
    Oh Franco,  ti ho fatto male,  lo so,  ma mi  costato tanto di farti
    male! Non puoi prendermi con bont?
    Ah, prenderti con bont! Tu vuoi ferire e che ti si prenda con bont!
    Tu sei superiore a tutti,  tu giudichi,  tu sentenzii,  tu sei la sola
    che  intende  cosa  Dio vuole e cosa non vuole!  Questo no,  sai,  del
    resto.  Di' pure di me quello che ti piace ma lascia stare le cose che
    non capisci. Occupati del tuo stivale, piuttosto!
    Egli  non voleva vedere in sua moglie che l'orgoglio,  e la sua stessa
    collera gli era nata quasi tutta d'orgoglio,  d'amor  proprio  offeso,
    era  una  collera impura che gli offuscava la mente e il cuore.  S la
    moglie che il marito avrebbero creduto poter essere accusati di  tutto
    fuorch d'orgoglio.
    Ella  tacque,  riprese  il  suo  posto,  tent  riprendere  il lavoro,
    maneggiava nervosamente gli strumenti senza saper bene che si facesse.
    Franco se n'and in sala, sbattendo l'uscio dietro di s.
    Nel buio della sala, abbandonata dopo le cinque, si gelava;  ma Franco
    non se n'accorse.  Si butt sul canap,  si diede tutto al suo dolore,
    alla sua collera,  a una facile,  violenta difesa mentale di se stesso
    contro  la moglie.  Siccome Luisa si era levata,  fosse pure con certi
    temperamenti, contro lui e contro Dio, gli faceva comodo di confondere
    in cuor suo la propria causa con  quella  dell'altro  muto,  terribile
    Offeso.  La sorpresa, l'amarezza, l'ira, le buone e le cattive ragioni
    gli fecero prima una turbinosa tempesta nel cervello.  Poi si sfog  a
    immaginare pentimenti di Luisa, domande di perdono, magnanime risposte
    proprie.
    A  un tratto ud Maria gridare e piangere.  Si alz per andar a vedere
    cos'avesse,  ma era senza lume.  Allora attese un  poco  pensando  che
    andrebbe  Luisa.  Non ud alcun movimento e la bambina piangeva sempre
    pi forte.  Si accost pian piano al  salotto,  guard  per  il  vetro
    dell'uscio.
    Luisa  teneva  le braccia incrociate sulla tavola e il viso appoggiato
    alle braccia. Non si vedevano,  al lume della candela,  che i suoi bei
    capelli  bruni.  Franco  si sent cadere la collera,  aperse l'uscio e
    chiam a mezza voce con certa severa dolcezza: Luisa,  Maria piange.
    Luisa  lev  il  viso pallidissimo,  prese la candela e usc senza dir
    parola. Suo marito la segu.  Trovarono la bambina a sedere sul letto,
    tutta  piangente,  spaventata  da un sogno.  Quando vide suo padre gli
    stese le braccia supplicandolo con la voce grossa di pianto: No  via,
    pap,  no via,  pap!. Franco se la strinse in braccio, la coperse di
    baci, la chet, la ripose nel letticciuolo. Ella si teneva stretta una
    mano del pap, non la voleva in alcun modo lasciare.
    Luisa  prese  un'altra  candela  sul  suo  tavolino  da  notte,  volle
    accenderla e non le riusciva, tanto le tremavano le mani. Non vieni a
    letto?,  le  chiese Franco.  Ella rispose no tremando pi di prima.
    Franco credette indovinar in lei una supposizione, un timore,  e se ne
    offese. Oh, puoi venire!, diss'egli sdegnoso. Luisa accese il lume e
    disse  pi  pacatamente  che  doveva  lavorare alle scarpette.  Usc e
    solamente  sulla  soglia  mormor:  Buona  notte.   Franco   rispose
    asciutto:  Buona  notte.  Ebbe  un  momento  l'idea  di  spogliarsi,
    l'abbandon subito poich sua moglie stava alzata  a  lavorare.  Tolse
    una  coperta,  si  coric  vestito,  dalla parte del letticciuolo onde
    potersi tenere una manina di Maria che non dormiva ancora, e spense il
    lume.
    Che dolcezza, quella manina cara! Franco la sentiva,  bambina,  la sua
    figliuola, innocente, amorosa bambina e la immaginava donna, tutta sua
    nel  cuore,  tutta  unita  a  lui  nelle  idee  come  nei  sentimenti,
    immaginava che quella manina stretta volesse  compensarlo  del  dolore
    datogli da Luisa,  dirgli: pap,  tu e io siamo uniti per sempre. Dio,
    gli venivano i brividi a pensare che  forse  Luisa  vorrebbe  educarla
    nelle sue idee e ch'egli sarebbe lontano,  non ci potrebbe far niente!
    Preg il Signore, preg il Maestro cos dolce ai bambini, preg Maria,
    preg la santa nonna Teresa,  preg la sua propria mamma di cui sapeva
    ch'era  stata  tanto pura e tanto religiosa: Custodite,  custodite la
    mia Maria!. Offerse tutto se stesso, la felicit terrena,  la salute,
    la vita purch Maria fosse salva dall'errore.
    Pap, disse Ombretta. Un bacio.
    Egli  si  sporse  dal  letto,  si chin a cercar con le labbra il caro
    visino e poi le disse di tacere,  di dormire.  Ella tacque un minuto e
    chiam:
    Pap.
    Cosa?
    Non ho mica il mulo sotto il guanciale, sai, pap.
    No, no, cara, ma dormi.
    S, pap, dormo.
    Tacque un altro minuto e poi:
    La mamma  a letto, pap?
    No, cara.
    Perch?
    Perch ti fa le scarpette.
    Le porto anche in Paradiso, io, le scarpette, come il bisnonno?
    Taci, dormi.
    Contami una storia, pap.
    Egli  si  prov  ma  non  aveva  la  fantasia  n  l'arte  di  Luisa e
    s'imbarazz  presto.  Oh  pap,  disse  Maria  con  l'accento  della
    compassione, tu non sai raccontar le storie.
    Questo lo umili.  Senti,  senti,  rispose, e si mise a recitare una
    ballata di Carrer,

    "Al bosco nacque, povera bambina,
    Gerolimina,"

     rifacendosi, dopo quattro strofe che ne sapeva,  sempre da capo,  con
    intonazioni  sempre  pi misteriose e abbassando via via la voce in un
    bisbiglio inarticolato, fino a che Ombretta Pip,  cullata dal metro e
    dalla rima,  entr con essi nel mondo dei sogni. Quando la ud dormire
    in pace gli parve cos crudele di lasciarla, gli parve d'essere un tal
    traditore che vacill nel suo proponimento. Si rimise subito.
    Il dolce dialogo con  la  bambina  gli  aveva  alquanto  pacificato  e
    rischiarato  lo  spirito.  Incominci  ad  aver  coscienza di un altro
    dovere che oramai gl'incombeva di fronte alla moglie: mostrarlesi uomo
    a  costo  di  qualsiasi  sacrificio,   nella  volont  e  nell'azione,
    difendere, contro lei, la propria fede con le opere, partire, lavorare
    e  soffrire;  e  poi...  e poi...  se Iddio santo vorr che il cannone
    tuoni per l'Italia, via, avanti,  e venga pure una palla austriaca che
    la faccia piangere e pregare anche lei!
    Gli  sovvenne  di  non aver dette le sue preghiere della sera.  Povero
    Franco, non gli era mai successo di recitarle a letto senz'assopirsi a
    met. Sentendosi abbastanza tranquillo,  pensando che Luisa tarderebbe
    forse  molto  a venire,  ebbe paura di addormentarsi e si domand cosa
    direbbe se lo trovasse addormentato. Si alz pian piano,  disse le sue
    preghiere,  accese quindi il lume,  sedette alla scrivania,  si pose a
    leggere e si addorment sulla sedia.

    Fu svegliato dagli zoccoli della Veronica che scendeva le scale. Luisa
    non  era  ancora  venuta.  Entr  poco  dopo  e  non  espresse  alcuna
    meraviglia di veder Franco alzato.
    Sono  le  quattro,  diss'ella.  Se  vuoi  partire  manca mezz'ora.
    Occorreva partire alle  quattro  e  mezzo  per  essere  sicuramente  a
    Menaggio  in  tempo di pigliar il primo battello che veniva da Colico.
    Invece di andar a  Como  e  quindi  a  Milano  come  s'era  annunciato
    ufficialmente, Franco doveva scendere ad Argegno e salire a S. Fedele,
    calare in Svizzera per la Val Mara o per Orimento e il Generoso.
    Franco  accenn a sua moglie di tacere,  di non svegliare Maria.  Poi,
    ancora con un silenzioso gesto, la chiam a s.
    Parto,  le disse piano.  Ieri sera sono stato cattivo,  con te.  Ti
    domando  perdono.   Dovevo  risponderti  diversamente,   anche  avendo
    ragione.  Tu  conosci  il  mio  temperamento.  Perdonami.  Almeno  non
    serbarmi rancore.
    Per parte mia non ne sento affatto, rispose Luisa con dolcezza, come
    uno che facilmente  benigno perch si sente superiore.
    Gli ultimi preparativi furono fatti in silenzio,  il caff fu preso in
    silenzio.  Franco and ad abbracciare lo zio che non aveva salutato la
    sera,  poi  entr  solo  nell'alcova,  si  inginocchi al lettuccio di
    Maria,  sfior  col  labbro  una  manina  che  pendeva  dalla  sponda.
    Ritornando in salotto vi trov Luisa con lo scialle e il cappello,  le
    domand se veniva a Porlezza anche lei. S, veniva.  Tutto era pronto,
    la  borsa a mano l'aveva Luisa,  la valigetta era in barca,  l'Ismaele
    aspettava alla scaletta della darsena con un piede sullo scalino e  un
    piede sulla prua del battello.
    La  Veronica accompagn i viaggiatori col lume,  diede il buon viaggio
    al padrone, tutta compunta, avendo odorata la burrasca.
    Due minuti ancora e il pesante  battello  spinto  da  Ismaele  con  la
    remata   lenta  e  tranquilla  di  viaggio  passava  sotto  il  muro
    dell'orto. Franco mise il capo al finestrino.  Passarono,  nel chiaror
    fioco della notte stellata senza luna,  i rosai,  i capperi,  le agavi
    pendenti dal muro, passarono gli aranci, il nespolo,  il pino.  Addio,
    addio!  Passarono il Camposanto, la Zocca de Main, la stradicciuola
    fatta tante volte con Maria, il Tavorell.  Franco non guard pi.  Non
    c'era il solito lume, quella notte, nel casottino del battello ed egli
    non poteva vedere sua moglie, che non parlava.
    Vieni a Porlezza per le carte del notaio,  diss'egli, o proprio per
    accompagnar me?
    Anche questo!,  mormor Luisa,  tristemente.  Ho voluto esser leale
    con  te  fino all'estremo e tu te ne sei offeso.  Mi domandi perdono e
    poi mi dici queste cose.  Capisco che non si  pu  esser  fedeli  alla
    verit senza soffrire molto, molto, molto.
    Pazienza,   ormai   ho   preso  questa  strada.   Se  son  venuta  per
    accompagnarti, lo saprai. Non farmi abbassare a dirlo adesso!
    Non farmi abbassare!, esclam Franco.  Io non capisco.  Siamo tanto
    diversi in tante cose,  del resto. Dio mio! come siamo diversi! Tu sei
    sempre cos padrona di te stessa, sai sempre esprimere i tuoi pensieri
    cos esattamente, li conservi sempre cos netti, cos freddi!
    Luisa mormoro:
    S, siamo diversi.
    Non parlarono pi n l'uno n l'altro fino a Cressogno.  Quando furono
    vicini alla villa della nonna, Luisa parl e cerc che il discorso non
    cadesse fino a che la villa non fosse passata.  Si fece ripetere tutto
    l'itinerario stabilito, sugger di pigliar la sola borsa a mano perch
    la valigia imbarazzerebbe troppo da  Argegno  in  poi.  Ne  aveva  gi
    parlato  con  Ismaele e Ismaele s'incaricava di portarla a Lugano e di
    spedirla a Torino di l.  Intanto la villa  della  nonna  con  le  sue
    suggestioni sinistre, passo.
    Ecco il santuario della Caravina,  adesso.  Due volte,  durante i loro
    amori,  Franco e Luisa s'erano incontrati alla  festa  della  Caravina
    l'otto  settembre,  sotto  gli  ulivi.  E  pass anche la cara piccola
    chiesa cinta d'ulivi sotto le rupi paurose  del  picco  di  Cressogno.
    Addio, chiesa, addio, tempo passato.
    Ricordati, disse Franco quasi duramente, che Maria deve dire le sue
    preghiere ogni mattina e ogni sera. E' un comando che ti do.
    Lo avrei fatto anche senza comando, rispose Luisa. So che Maria non
    appartiene solo a me.
    Silenzio  fino a Porlezza.  L'uscir dalla cala placida della Valsolda,
    il veder altre valli,  altri orizzonti e il lago segnato  dalle  prime
    brezze  dell'alba,  traevano  i due viaggiatori ad altri pensieri,  li
    facevano pensare,  senza che  ne  sapessero  il  perch,  all'avvenire
    incerto precorso da bisbigli annunciatori di grandi cose, che passavan
    di  furto  per il pesante silenzio austriaco.  Si ud qualcuno gridare
    dalla riva di Porlezza e Ismaele si mise  a  remar  di  lena.  Era  il
    vetturino,  il Toni Polln, che gridava di far presto se non si voleva
    perdere il vapore a Menaggio.
    Ecco gli ultimi  momenti.  Franco  abbass  il  vetro  dell'usciolino,
    guard  quell'uomo  come  se  avesse  un grande interesse di udirne le
    parole.
    Quando approdarono si volt  a  sua  moglie.  Esci  anche  tu?  Ella
    rispose: Se credi. Uscirono. Una carrettella era sulla riva, pronta.
    Guarda, disse Luisa, che nella borsa troverai da far colazione. Si
    abbracciarono,  si  scambiarono un bacio rapido e freddo davanti tre o
    quattro curiosi.  Fa che Maria,  disse Franco,  mi perdoni di esser
    partito  cos,  e  furono  le ultime sue parole perch il Toni Polln
    insisteva,  presto,  presto!.  La carrettella part di gran trotto e
    con  un  gran  fracasso  di  frustate per la stretta,  scura viuzza di
    Porlezza.

    Franco viaggiava sul Falco,  da Campo verso Argegno,  quando pens  di
    prender qualche cosa. Aperse la borsa e gli balz il cuore vedendo una
    lettera  con  questo  indirizzo  di carattere di sua moglie: per te.
    L'aperse avidamente e lesse:

    Se tu sapessi cosa mi sento io nell'anima, quel che soffro,  come sono
    tentata  di  lasciar qui le scarpette delle quali m'intendo assai meno
    che tu non creda,  e di venir da te a rinnegar quello che t'ho  detto,
    non  saresti  cos  duro  con  me.  Debbo aver molto peccato contro la
    Verit perch mi sieno cos difficili e amari i primi passi che faccio
    seguendo lei.
    Tu mi credi orgogliosa e io  stessa  mi  credevo  molto  suscettibile:
    adesso  sento  che  le tue parole umilianti non potrebbero trattenermi
    dal venirti a cercare.  Ci che mi trattiene  una Voce dentro di  me,
    una Voce pi forte di me,  che mi comanda di tutto sacrificare fuorch
    la mia coscienza della verit.
    Ah, io spero un premio di questo sacrificio!  Io spero che possiamo un
    giorno essere uniti con tutta l'anima.
    Esco  in  giardinetto  a coglier per te la brava rosellina che abbiamo
    ammirata insieme ier l'altro,  che ha  sfidato  e  vinto  gennaio.  Ti
    ricordi  quanti  ostacoli  erano fra noi quando la prima volta ebbi un
    fiore dalle tue mani?  Io non  t'amavo  ancora  e  tu  gi  pensavi  a
    vincermi. Adesso sono io che spero di conquistare te.

    Manc poco che Franco lasciasse passare Argegno senza muoversi dal suo
    posto.






    9. Per il pane, per l'Italia, per Dio.

    Otto  mesi  dopo,  nel  settembre del 1855,  Franco abitava una misera
    soffitta a Torino,  in via Barbaroux.  Aveva ottenuto nel febbraio  un
    posto di traduttore all'Opinione,  con ottantacinque lire il mese. Pi
    tardi fece anche relazioni  del  Parlamento  e  lo  stipendio  gli  fu
    portato  a cento lire il mese.  Il Dina,  direttore del giornale,  gli
    voleva bene e gli  procacciava  qualche  lavoro  straordinario,  fuori
    d'ufficio, tanto da fargli prendere altre venticinque o trenta lire il
    mese.  Franco  viveva  con  sessanta  lire il mese.  Il resto andava a
    Lugano e da Lugano, per le mani fedeli d'Ismaele,  a Oria.  Per vivere
    un  mese  con  sessanta lire ci voleva una forza d'animo che lo stesso
    Franco non avrebbe creduto,  prima,  possedere.  Le ore d'ufficio,  il
    tradurre,  assai laborioso per un uomo pieno di scrupoli e di timidit
    letterarie,  gli pesavano pi delle privazioni;  e sessanta  lire  gli
    parevano ancora troppe, si rimproverava di non saper vivere con meno.
    Si  era  legato  con altri sei emigrati,  parte lombardi parte veneti.
    Mangiavano insieme, passeggiavano insieme,  disputavano insieme.  Meno
    Franco  e  un Udinese,  gli altri erano fra i trenta e i quarant'anni.
    Tutti poverissimi, non avevano mai voluto pigliar un soldo dal governo
    piemontese a titolo di  sussidio.  L'Udinese  che  apparteneva  a  una
    famiglia ricca e austriacante e da casa non riceveva niente, conosceva
    bene  il flauto,  dava quattro o cinque lezioni la settimana e suonava
    nelle orchestrine dei teatri di commedia.  Un notaio padovano  copiava
    nello studio di Boggio.  Un avvocato di Caprino Bergamasco, soldato di
    Roma del 1849, teneva i registri di un grande negozio di ombrelli e di
    mazze in via Nuova,  per cui gli amici  lo  chiamavano  il  Fante  di
    bastoni.  Un quarto,  milanese, aveva fatto la campagna del '48 nelle
    guide di Carlo  Alberto;  per  questo,  e  per  una  certa  sua  boria
    meneghna,  il  Padovano  gli  aveva  posto nome Caval di spade.  La
    professione del Caval di spade era quella  di  litigare  continuamente
    col  Fante  di  bastoni  per antagonismo di provincia,  d'insegnare la
    scherma in due convitti, e, l'inverno,  di suonare il piano dietro una
    cortina  misteriosa,  nelle  sale  dove si ballavano polke a due soldi
    l'una.  Gli altri vivevano con miserabili assegni delle loro famiglie.
    Erano tutti scapoli,  meno Franco, e tutti allegri. Si chiamavano e si
    facevano chiamare i sette sapienti.  Dominavano Torino,  nella  loro
    sapienza,  dall'alto  di  sette  soffitte sparse per tutta la citt da
    Borgo San Dalmazzo a Piazza Milano.
    La pi misera era quella di Franco che la pagava sette lire  il  mese.
    Meno  il  Padovano,  a  cui  una sorella del portinaio di casa portava
    l'acqua nella soffitta,  nessuno della compagnia si faceva  del  tutto
    servire, e il Padovano avrebbe espiato bene la sua devota Marg con le
    tormentose celie degli amici,  se non fosse stato il pacifico filosofo
    ch'era. Tutti si lustravano le scarpe da s. Il pi destro di mano era
    Franco e a lui toccava di attaccare i bottoni agli  amici  quando  non
    volevano umiliarsi ricorrendo al Padovano e alla sua Marg,  la quale,
    del resto,  certe volte,  o mi povra dona!,  ne vedeva capitare  una
    processione.  L'Udinese  aveva bene un'amante,  una piccola tota del
    primo baraccone di piazza Castello sull'angolo di Po;  ma era geloso e
    non  permetteva  che  attaccasse  bottoni  a nessuno.  Gli amici se ne
    vendicavano chiamandola tota brattina  perch  vendeva  fantocci  e
    bambole.  Egli era del resto, grazie a tota burattina, il solo della
    compagnia che avesse gli abiti sempre in ordine e la cravatta annodata
    con una grazia speciale.  A mangiare  andavano  in  una  trattoria  di
    Vanchiglia  battezzata la trattoria del mal de stomi dove per trenta
    lire il mese  avevano  colazione  e  pranzo.  Il  loro  lusso  era  il
    biciern,  un miscuglio di caff, latte e cioccolatte che si aveva per
    quindici centesimi.  Lo prendevano  la  mattina,  i  veneti  al  caff
    Alfieri,  gli  altri  al  caff  Florio.  Meno  Franco,  per.  Franco
    rinunciava al biciern e al relativo torctt,  pasta da un soldo,  per
    ammassare  tanto che gli bastasse a far una corsa a Lugano e portar un
    regaluccio a Maria. Andavano a passeggiare, l'inverno, sotto i portici
    di Po, quelli della Sapienza, dalla parte dell'Universit,  non quelli
    della  Follia,  dalla parte di S.  Francesco;  e poi sedevano al caff
    dove uno della compagnia,  per turno,  prendeva il  caff  mentre  gli
    altri  leggevano  i  giornali e saccheggiavano lo zucchero.  Una volta
    alla settimana,  invece  che  andare  al  caff,  si  cacciavano,  per
    accontentare il
    Fante di bastoni, in un buco di via Bertola dove si beveva il pi puro
    e squisito Giambava.
    A  teatro  ci  andava  l'Udinese  e in grazia sua,  di tanto in tanto,
    qualche altro, gratis;  sempre alla commedia,  per lo pi al Rossini o
    al  Gerbino.  Per  Franco  il  passar davanti ai manifesti del Regio e
    degli altri teatri di musica,  era un  supplizio  molto  maggiore  che
    lustrarsi  le scarpe o far colazione con cinque centimetri quadrati di
    frittata buonissima per osservare le macchie del sole.  Fortunatamente
    aveva conosciuto certo C.,  veneto, segretario al Ministero dei Lavori
    Pubblici,  il quale lo present  alla  famiglia  di  un  distintissimo
    maggiore  medico dell'esercito,  pure veneto,  che possedeva un piano,
    riceveva,  la  sera,   alcuni  amici  e  li  ristorava  con  un  caff
    eccellente,  quasi  unico,  in  quei tempi,  a Torino.  Quando i sette
    sapienti,  per una ragione  o  per  l'altra,  non  passavano  la  sera
    insieme,  Franco andava a casa C.,  in piazza Milano,  a far musica, a
    conversare d'arte con le signorine,  a disputar  di  politica  con  la
    signora,  una  fiera  patriota  veneziana  di grande ingegno e d'animo
    antico,  che aveva  tutte  eroicamente  affrontate  le  durezze  e  le
    amarezze  dell'esilio,  incuorando  il  marito i cui primi passi erano
    stati assai  difficili  e  amari;  perch  a  lui,  gi  reputatissimo
    professore dell'Universit di Padova,  le care, benedette teste oneste
    e dure della rigida  amministrazione  piemontese  avevano  imposto  di
    subire un esame se voleva diventare capitano medico, niente meno.
    La  corrispondenza  fra  Torino  e Oria non rispecchiava lo stato vero
    degli animi di Franco e di Luisa,  correva liscia,  affettuosa,  certo
    con  molti  ritegni e cautele da una parte e dall'altra.  Luisa si era
    figurata che Franco avrebbe risposto  alla  sua  letterina  e  sarebbe
    entrato  nel  grande argomento.  Non vedendo che parlasse mai n della
    letterina  n  di  ci  ch'era  stato  fra  loro  quell'ultima  notte,
    arrischi un'allusione.  Non fu raccolta.  In fatto Franco s'era messo
    pi volte a scrivere col  proposito  di  affrontare  le  idee  di  sua
    moglie.  Prima  di  scrivere  si  sentiva forte,  si teneva sicuro che
    pensandoci avrebbe trovato  facilmente  argomenti  vittoriosi;  gliene
    venivano  anche  alla  penna  di quelli che gli sembravan tali ma poi,
    quand'erano scritti, ne scopriva subito la insufficienza,  ne stupiva,
    se ne doleva,  ritentava la prova e sempre con eguale successo. Eppure
    sua moglie aveva ben torto; di questo non dubitava un momento;  dunque
    vi  doveva essere modo di dimostrarglielo.  Bisognava studiare.  Cosa?
    Come?  Ne domand a un prete dal quale si era confessato poco dopo  il
    suo arrivo a Torino. Questo prete, un piccolo vecchietto contraffatto,
    focoso e dottissimo,  lo invit a casa sua, in piazza Paesana, si pose
    ad aiutarlo con entusiasmo,  gli sugger una quantit di libri,  parte
    da  legger  lui,  parte da mandare a sua moglie.  Forte orientalista e
    gran  tomista,   provando   una   vivissima   simpatia   per   Franco,
    attribuendogli  un ingegno e una cultura forse superiori al vero,  per
    poco non gli sugger di studiar l'ebraico e  volle  poi  assolutamente
    che leggesse S.  Tommaso. Arriv sino a dargli un abbozzo di lettera a
    sua moglie con gli argomenti che doveva sviluppare.  Franco s'innamor
    subito del vecchietto entusiasta che aveva poi, anche nell'aspetto, la
    purezza d'un Santo.  Si mise a studiar S.  Tommaso con grande ardore e
    vi dur poco.  Gli parve di mettersi in un mare  senza  fine  e  senza
    principio,  di  non  potervisi  dirigere.  Il disegno scolastico della
    trattazione,  quella uniformit nella  forma  dell'argomentare  pro  e
    contro,  quel gelido latino denso di profondo pensiero e incolore alla
    superficie,  gli schiacciarono in tre giorni tutta la  buona  volont.
    Gli  argomenti  dell'abbozzo  di  lettera  non  li cap che in piccola
    parte. Se li fece spiegare, li intese meglio, si dispose a scendere in
    campo con essi e si trov impacciato come David nell'armatura di Saul.
    Gli pesavano, non li poteva maneggiare, sent che non erano roba sua e
    che non lo sarebbero diventati mai. No,  egli non poteva presentarsi a
    sua  moglie col tricorno e con la tonaca del professor G.,  impugnando
    una lancia di teologia e  coprendosi  con  uno  scudo  di  metafisica.
    Riconobbe che non era nato per filosofare in nessun modo;  gli mancava
    persino l'organo del rigido  ragionamento  logico;  o  almeno  il  suo
    bollente cuore,  ricco di tenerezze e di sdegni, voleva troppo parlare
    anche lui,  a favore o contro,  secondo la propria passione.  Suonando
    una  sera  a  casa  C.,  tutto  fremente  e con gli occhi sfavillanti,
    l'andante della suonata op.  28 di Beethoven,  gli capit  di  dire  a
    mezza  voce:  Ah questo,  questo,  questo!.  Nessun Padre,  pensava,
    nessun  Dottore  potrebbe  comunicar  il  sentimento  religioso   come
    Beethoven. Metteva, suonando, tutta l'anima sua nella musica e avrebbe
    pur voluto esser con Luisa,  suonarle il divino andante,  unirsi a lei
    pregando in un inenarrabile spasimo dello spirito, cos.  N gli venne
    in mente che Luisa, la quale del resto sentiva la musica molto meno di
    lui,   avrebbe  piuttosto  dato  all'andante  il  senso  del  doloroso
    conflitto fra il proprio affetto e le proprie idee.
    And da G.,  gli  riport  S.  Tommaso,  gli  confess  tutta  la  sua
    impotenza con parole cos umili e commosse che il vecchio prete,  dopo
    qualche momento di silenzio accigliato e inquieto, gli perdon. L l
    l,  diss'egli riprendendosi con rassegnazione il  suo  primo  volume
    della  Somma,  ca  s'raccomanda al Sgnour e sperouma ca fassa Chiel.
    Cos finirono gli studi teologici di Franco.
    Tanto meditare sulle idee di sua moglie e sulle proprie e  soprattutto
    il  consiglio  del  professore  ca s'raccomanda al Sgnour non furono
    senza frutto. Cominci a intendere che in qualche cosa Luisa non aveva
    torto.  Rimproverato da lei di non condurre la vita che secondo la sua
    fede  avrebbe  dovuto,  egli  s'era  offeso di ci pi che di tutto il
    resto.  Adesso un generoso  slancio  lo  port  all'altro  estremo,  a
    giudicarsi  sinistramente,  a  esagerare  le  proprie colpe d'accidia,
    d'ira e persin di  gola,  a  tenersi  responsabile  delle  aberrazioni
    intellettuali  di  Luisa.  E  prov una smania di dirlo,  di umiliarsi
    davanti a lei, di separar la causa propria dalla causa di Dio.  Quando
    ebbe il posto all'Opinione e regol le proprie spese per poter fare un
    assegno  alla  famiglia,  sua  moglie  gli  scrisse  che l'assegno era
    assolutamente troppo forte in proporzione dei suoi guadagni.  Il saper
    ch'egli  viveva a Torino con sessanta lire il mese le rendeva amaro il
    cibo a lei.  Allora egli le rispose,  questo non proprio sinceramente,
    che, anzi tutto, non pativa mai la fame; che, del resto, sarebbe stato
    felice  anche  di digiunare perch provava un'avidit intensa di mutar
    vita,  di espiar gli ozi passati,  compreso il soverchio tempo dato ai
    fiori  e  alla musica,  di espiar tutte le passate mollezze,  tutte le
    debolezze,  comprese quelle per la  cucina  raffinata  e  per  i  vini
    scelti. Soggiunse che della vita passata aveva domandato perdono a Dio
    e che credeva doverlo domandare anche a lei.  Insomma il Padovano, cui
    si era legato di grande amicizia,  udito  recitarsi  da  lui,  come  a
    riprova di precedenti confessioni, questo brano di lettera, gli disse:
    Ci, la par l'orazion de Manasse re di Giuda.
    Luisa scriveva molto affettuosamente,  s, ma con minore effusione. Il
    silenzio  di  Franco  circa  l'argomento  del  colloquio  doloroso  le
    spiaceva;  e cominciar lei, di fronte a un silenzio cos ostinato, non
    le parve utile.
    I propositi di lavoro e di  sacrificio  la  commossero  profondamente;
    quando  lesse quella confessione da gran delinquente con la domanda di
    perdono a Dio e a lei,  ne sorrise e baci la lettera sentendo  ch'era
    un  atto  di  sottomissione  e  un'acquiescenza umile alle censure che
    tanto lo avevano a prima giunta  irritato.  Povero  Franco,  ecco  gli
    slanci  della  sua nobile,  generosa natura!  Ma durerebbero?  Rispose
    subito e se dalla risposta traspariva la sua commozione, ne traspariva
    pure il sorriso, del quale Franco non fu contento. Nella chiusa v'eran
    questi periodi: Leggendo tutte le accuse che ti fai  ho  pensato  con
    rimorso a quelle che t'ho fatto io, una triste notte, e ho sentito che
    ci  pensavi  anche  tu  quando  scrivevi,  bench n questa lettera n
    alcuna delle altre tue ne abbia parola.  Di quelle accuse ho  rimorso,
    Franco  mio;  ma  delle  altre  cose  a  cui  tanto  penso  nella  mia
    solitudine, oh come vorrei che parlassimo ancora, da buoni amici!.
    Il desiderio di Luisa rest vano.  Su questo punto Franco non  rispose
    affatto,  anzi la sua prima lettera fu alquanto freddina. Perci Luisa
    non ritorn pi sull'argomento.  Solo una volta,  parlando  di  Maria,
    scrisse: Se tu vedessi come recita il Padre nostro, mattina e sera, e
    come si comporta a Messa, la domenica, saresti contento.
    Egli  rispose:  Di  quanto  mi  scrivi circa le pratiche religiose di
    Maria, sono contento e ti ringrazio.
    S Luisa che Franco  scrivevano  quasi  ogni  giorno  e  spedivano  le
    lettere una volta alla settimana.  Ismaele andava alla posta di Lugano
    ogni marted,  portava la lettera della moglie e riportava quella  del
    marito.  In  giugno  Maria  ebbe  il morbillo,  in agosto lo zio Piero
    perdette quasi improvvisamente l'occhio sinistro e ne fu,  per qualche
    tempo,  molto turbato.  Durante questi due periodi, le lettere di Oria
    spesseggiavano.  In settembre la corrispondenza  ritorn  settimanale.
    Tolgo  dal  fascio le ultime lettere scambiate fra Luisa e Franco alla
    vigilia degli avvenimenti onde furono colti alla fine di settembre.

    Luisa a Franco.
    Oria, 12 settembre 1855.

    Il riverito signor Ismaele ci ha fatto molto aspettare  l'ultima  tua,
    perch da Lugano invece di venire a Oria  andato a Caprino con alcuni
    amici  suoi  e  delle  Potenze  Occidentali  a festeggiare la presa di
    Sebastopoli nella cantina dello Scarselon e l ha bevuto un  cicinn
    e  quindi    ritornato  a  Lugano dove un altro cicinn lo ha fatto
    dormire come un salame fino a mercoled mattina.  Ha pure  dimenticato
    di  spedirti  il  vasetto  di  lucido  e  cos lo dovrai aspettare una
    settimana o pagare,  a Torino,  tanto pi  caro,  se  la  provvista  
    finita. Me ne rincresce assai.
    Se  Dina  ti ha offerto di scrivere qualche appendice teatrale,  tanto
    meglio. Cos potrai udire gratis un po' di musica; bench sono anch'io
    dell'opinione del vostro Caval di  spade  che  bisogna  ricondurre  la
    musica italiana al tamburo.  Quanto all'affare Valle Intelvi,  lodo la
    tua prudenza.  Essa  stata per cos grande che non  sono  certissima
    d'averti inteso bene.  Ho inteso che per preparare, in caso di guerra,
    un movimento alle spalle dei nostri signori,  occorrono alcune persone
    sicure  cui  far  capo  con le opportune comunicazioni da Torino,  sia
    direttamente sia per mezzo del Comitato di Como.  A ogni modo andr io
    stessa  domani  a  Pellio Superiore dove c' un medico condotto grande
    amico di V. e sicurissimo. Parler con lui, intanto.
    Per quella fodera sdrucita non ti crucciare. Basta che porti l'abito a
    Lugano quando verrai.  Ci penser  io  e  posso  anche  promettere  di
    foderarti  le maniche di seta,  grazie ad una sottana che mia madre mi
    diceva essere venuta in casa  Ribera  da  casa  Affaitati  nel  secolo
    scorso,  una  sottana  gialla  a  fiorami  rossi che n io n Ombretta
    porteremo certo mai.
    Ombretta sta benissimo. Da tre giorni, declinando il caldo, ha ripreso
    i suoi colori.  Stamattina le ho dato la prima lezione di lettura  col
    metodo Lambruschini.
    Tutto  si  trasforma  e progredisce nella nostra casa!  Questa sorte 
    toccata ieri all'antico cartellone della tombola,  con dolore muto  ma
    palese  della  Cia.  Ne  ho fatto strage per tagliarne fuori,  oltre a
    cinque quadratini per le vocali,  parecchi altri quadrati pi  grandi,
    dove ho disegnato,  immagina come!  le figure di so-le,  lu-na, ca-ne,
    bu-e,  ecc.  Maria ha imparate le vocali con prontezza sufficiente.  A
    mezza  lezione  entrato lo zio Piero e ha esclamato: Oh povero me!.
    Poi,  malgrado le mie proteste,  ha molto  compianto  Maria.  Ella  ha
    risposto che studiava per scrivere a pap.  Scrivere a pap  la sua
    idea fissa e io credo che se la facessi scrivere conducendole la mano,
    perderei forse il pi forte stimolo che posso adoperare con  lei  come
    maestra  di  lettura,  poich sa che prima di scrivere deve imparare a
    leggere.  Il suo affetto per te vien sempre fuori con una  mistura  di
    amor  proprio.  Parla come se fosse un bisogno,  non suo ma tuo,  mio,
    dell'universo intero che Ombretta Pip scriva a pap.  Uno  di  questi
    giorni  mi  ud  sgridar la Veronica perch ha la cattiva abitudine di
    buttar dalla cucina l'acqua sporca sul  carrubo  che  n'  intristito.
    Ricordai alla Veronica,  naturalmente,  quanto il carrubo  caro a te.
    Maria l'udiva che brontolava tra s contro il  povero  carrubo  perch
    manda  ombra in cucina e gli augurava di crepare.  Taci!,  le intim
    Maria con una forza inesprimibile. Ti mando via se non taci. L'altra
    la rimbecc e Maria fuori a piangere. Io udii e accorsi.
    Perch piangi? Perch la Veronica dice brutte parole alla pianta di
    pap. Bisognava vedere che visetto irritato! Adesso fa lei la guardia
    al carrubo,  non se ne allontana senza una  predica  alla  Veronica  e
    prende un'aria d'importanza come se la vita del carrubo fosse affidata
    a lei.  Ogni mattina, quando va in giardinetto, corre l e dice: Stai
    bene, pianta?. Oggi ha versato molte lagrime perch la breva soffiava
    scotendo forte il carrubo,  e poi ch'ella gli  ebbe  fatta  la  solita
    domanda,  io  le  dissi:  Vedi che non sta bene il carrubo?  Vedi che
    risponde di no?. Pi tardi mi domand se il carrubo, quando muore, va
    in Paradiso.  Le risposi che siccome il carrubo disturba  la  Veronica
    mandando  l'ombra  in  cucina,  non  pu  andare  in Paradiso.  Tacque
    mortificata.
    Lo zio Piero  ormai rassegnato del tutto alla perdita del suo occhio.
    Si paragona ad un altare dove si dice messa e il chierico  ha  spento,
    durante  l'ultimo vangelo,  una delle due candele.  Dopo pranzo egli e
    Maria  fanno  in  loggia  delle  conversazioni  senza  fine,  non  pi
    interrotte  dal  corso del Mississip,  oramai dimenticato.  Lo zio le
    racconta tante vecchie cose che non ha mai raccontato neppure a me. Io
    non entro, allora, in loggia,  perch credo che si apra pi volentieri
    con la piccina sola.
    Si  vogliono  un  gran  bene  e  non  si fanno mai o quasi mai baci n
    carezze, come se Maria fosse una persona grande.


    13.

    Stamattina ho preso con me la Leu,  la sorella  della  Veronica,  ch'
    clorotica,  per  condurla  a consultare il medico di Pellio;  capisci!
    Abbiamo impiegato due ore e mezzo da Osteno.  Tu  avresti  goduto  con
    entusiasmo la bellezza dei luoghi e della mattina. Io invece non me ne
    commossi  che  un  momento  fra i vecchi castagni di Pellio Superiore,
    dove voltandosi a guardar gi la valle si  scopre,  in  fondo  a  quel
    grande imbuto verde, Porlezza e un pezzetto di lago, una piccola coppa
    di  acqua  viva,  verde  anche  quella.  Ti  ricordi che abbiamo fatto
    colazione insieme lass,  nel tempo in cui ero ancora signorina e  che
    l'Ester  si    accorta  di  qualche cosa quando mi hai parlato di mia
    madre?
    Ho trovato il mio medico condotto alla fontana di Pll sora,  fra le
    pecore,  come  un  patriarca.  Gli  ho  fatto  visitare  la Leu e poi,
    allontanata questa, abbiamo parlato.  Non sapeva che sei a Torino e al
    solo  nome di Torino mi afferr e mi strinse le mani come se la moglie
    d'uno ch' a Torino fosse gi una specie di eroina.  Credeva  poi  che
    corrispondendo  con Torino io avessi il piano di Cavour in una tasca e
    quello di Napoleone nell'altra.  E' un bonapartista cos sfegatato che
    gli  amara l'alleanza inglese e dice la perfida Albione.  Si teneva
    sicurissimo,  del resto,  della guerra a primavera e non  gli  piacque
    udire che ci sono dei dubbi.  Credo che mi abbia subito ammirata meno.
    Quanto ad agire nel momento buono, dice che in Vall'Intelvi si faranno
    tagliare a pezzi,  se occorre,  come micch.  Perch parla sempre  in
    plurale,  dice nn ch. Non ha l'aria d'uno spaccamonti. Parlando di
    venire alle mani coi Croati divent pi rosso  dell'asso  di  cuori  e
    vibrava  tutto  come  un bracco quando gli si mostra un pezzo di pane.
    Nn ch,  mi disse,  gh'emm poeu anca  el  Brenta.  Sai,  hanno  a
    vendicare il Brenta,  fucilato dagli austriaci.  Insomma,  se la parte
    mia,  quando scoppier la guerra,  non  fosse  di  liberare  la  sra
    Peppina e di buttare ai cavedini il suo Carlascia,  andrei volentieri
    a battermi insieme al dottore di Pellio.
    Ritornammo alle tre.  Lo zio  giuocava  a  tarocchi  col  curato,  con
    Pasotti  e col signor Giacomo.  Il curato aveva la Gazzetta Ticinese e
    si era molto parlato di Sebastopoli.  Si capisce che  Pasotti  ha  una
    gran rabbia come tutti i tedesconi. Invece il signor Giacomo era tutto
    intenerito  per  il  suo  Papuzza  e  il  curato  propose  di bere una
    bottiglia alla salute di Papuzza.  Allora lo zio Piero gli domand  se
    non  aveva  vergogna,  egli prete,  di festeggiare le buone fortune di
    Papuzza. Mi l'era per bev, brontola il curato.  L' ben che ghe n'
    minga,  risponde lo zio. Il curato brontol peggio di prima e lo zio,
    per  consolarlo,   gli  fece  una  dotta  dissertazione  sui  dialetti
    lombardi, concludendo: Ghe n' no, ghe n' minga e ghe n' miga.


    14.

    Non  credo  che Pasotti verr pi in casa nostra.  Me ne rincresce per
    quella povera Barborin che non potr pi venirci neppur lei, temo;  ma
    non mi pento di quel che ho fatto.
    Egli  sa  benissimo  che  sei a Torino da un pezzo,  come qui lo sanno
    tutti. Ne ha parlato persino col Ricevitore,  me lo disse la Maria Pon
    che   stando   alla  cappella  del  Romt  li  ud  mentre  scendevano
    discorrendo  ad  Albogasio  Superiore.  Quando    venuto  da  noi  ha
    affettato  sempre d'ignorarlo e ha domandato le tue notizie con quelle
    sue solite smancerie di premura e di amicizia.  Oggi mi trova sola  in
    giardinetto, mi domanda quanto ancora starai assente e se adesso sei a
    Milano.  Io  gli  rispondo  netto che mi meraviglio della sua domanda.
    Egli diventa pallido.  Perch?,  dice.  Perch Lei va  dicendo  che
    Franco  in ben altro luogo. Si confonde,  protesta, freme. Protesti
    pure,  dico io.  Tanto   inutile.  Lo  so.  Del  resto  Franco  sta
    benissimo  dov'.  Lo  dica  pure  a  chi  crede.  Lei mi offende!,
    diss'egli. Io non stetti tanto a riflettere e risposi: Sar!. Allora
    se n'and precipitosamente,  senza  salutarmi,  nero  come  l'asso  di
    picche,  poich  sono  in  vena  di  simili paragoni.  Sono sicura che
    stasera andr a Cressogno.
    Il Cstant ci ha mandato a regalare una magnifica tinca presa  da  lui
    stamattina  con  gran  dispetto del Biancn che pesca tutto il giorno,
    non prende niente e  si  arrabbia  perch  le  tinche,  brave!  se  ne
    impipano di S. M. I. R. A. e del suo Carlascia.
    Poer omsc!,  dice la sra Peppina.  El se mangia el fidegh!.  Gli
    passer, gli passer.

    Miti sensi, pace amica
    Tornan presto a nobil cor;
    Dio conservi e benedica
    Ferdinando Imperator.


    15.

    Ho  raccontato  allo  zio  l'episodio  Pasotti  e  n'   stato   assai
    malcontento.  Bel profitto,  ha detto, che ne caverai! Povero zio,
    parrebbe un utilitario. Invece  un filosofo. In fondo, di fronte agli
    sdegni miei per tante brutte cose che sono nel mondo, il suo argomento
    capitale  ghe voeur alter!.
    Oggi la messa parrocchiale  stata ad Albogasio Superiore. Nell'uscire
    di chiesa con Maria ho avuto uno sguardo desolato della povera Pasotti
    che aveva evidentemente l'ordine di evitarmi. Invece  discesa con noi
    Ester e poi  anche salita in casa e mi ha tenuto, a quattr'occhi,  un
    discorso  che da qualche tempo mi aspettavo.  Ha cominciato pregandomi
    di non ridere e ridendo lei. Insomma capisci che il professore,  dalli
    e dalli,  ha fatto un po' di breccia. E cos, quantunque Ester affermi
    di non poter decifrare i propri sentimenti.  Io vedo tutto il  cammino
    ch'egli  ha  fatto  nel  suo  cuore.  Sulle prime,  te ne ricordi?  lo
    chiamava  valsoldesemente  el  vecc,  el  veggin,  el  zcca  pelada,
    l'oreggit,  el nasn,  el barbarost. Quando s'accorse della simpatia
    di lui un sentimento di gratitudine le fece  smettere  questi  titoli,
    senza  riconciliarla per n con il cranio lucido n con le orecchie a
    ventaglio n col pelo rossiccio n col  naso  fiorito  dell'adoratore.
    Adesso  de'  primi  tre  guai  non  si parla pi;  su questi tre punti
    l'amico ha vinto la battaglia e pu portarli in trionfo.  Solo intorno
    al  quarto  punto  vi  ancora del combattimento.  Mi l' quel nas!,
    diceva Ester stamattina e rideva rideva,  si nascondeva il bel visetto
    brillante.
    Il  naso  scandaloso  mi  pare  che  fatalmente prosperi,  si colori e
    ingrossi sempre pi.
    Quel semplice uomo mi confid poco fa,  forse perch  lo  ripetessi  a
    Ester, che ha sempre bevuto solamente acqua anche in giovent e che il
    rossore  e  il  turgore del suo naso dipendono da frequenti sofferenze
    viscerali.  Ho paura che questo nuovo aspetto delle cose non  migliori
    la situazione.
    Credo  per  che  l'amica  finir  con superare anche un cos grande e
    grosso ostacolo.  Il fatto  che la passione di lui  all'apice.  Egli
    le  ha  scritto  trenta  pagine  di  confessione generale,  vuotandosi
    proprio il cuore e rivoltandone la fodera,  per modo da intenerire  un
    croato.  Io  lo  aiutai  presso  Ester che decider entro due giorni e
    vuole che la risposta gli sia fatta da  me.  Io  poi  capisco  che  la
    letteratura del professore le mette soggezione e che ha un gran timore
    di fare sbaglietti di ortografia. Buon segno!


    18.

    Sono  stata  tre giorni senza scrivere temendo non esser padrona della
    mia penna,  non saper comprimere il mio  pensiero  dentro  parole  che
    devono  avere  una  data  misura e non pi.  Adesso lo posso fare e lo
    faccio.  Sappi per,  Franco,  che non rispondo esser  padrona  di  me
    sempre!
    E' venuto dunque da me,  la sera del 15, l'agente di tua nonna. Poich
    la rata semestrale de' tuoi interessi  scade  il  16  ho  creduto  che
    avesse le cinquecento svanziche e gli ho detto senz'altro che andavo a
    preparargli  la  ricevuta.  Allora  il  gentilissimo signor Bellini mi
    disse che la ricevuta mia non gli poteva  bastare.  Come,  rispondo,
    se  Le    bastata  il 16 marzo? Ma!,  dice.  I miei ordini! Ma
    Franco non c'. Lo so. E allora,  cosa   venuto  a  fare?  Sono
    venuto  a  dirle  che  il signor don Franco,  per avere il denaro deve
    presentarsi all'agenzia della signora marchesa in Brescia. E se  non
    potesse  andare  a  Brescia? Qui il signor Bellini fece un gesto come
    per dire: pensateci voi.  Io gli risposi che  andava  bene,  gli  feci
    portare  il  caff  e  gli  dissi che avrei desiderato comperare dalla
    signora marchesa le librerie del tuo antico studio  di  Cressogno.  Il
    Bellini divent giallo e part mogio mogio come il nostro vecchio cane
    Pat di casa Rigey quando aveva rubato.
    E' certo che in questa immondizia vi ha un dito del signor Pasotti.
    Ieri  venuto qua il prefetto della Caravina e ha raccontato che il 14
    sera  Pasotti    andato a Cressogno assai tardi ed  capitato in casa
    della nonna mentre si diceva il rosario,  per cui gli  tocc  pure  di
    rosarieggiare.  Questo  faceva  ridere  il  prefetto;  secondo  lui il
    Pasotti va a messa perch  I. R. pensionato ma di preghiere dice solo
    el Patr d'i ratt, che io non so cosa sia.  Soggiunse poi che quando
    gli  altri  partirono,  Pasotti rest a confabulare con la nonna e che
    c'era anche il Bellini. Bellini era arrivato il 15 stesso, da Brescia.
    Probabilmente aveva recati i denari per te.
    Fino all'ottobre, quando arriver il denaro tuo, c' da vivere.  Altro
    non dico.
    Il  ciclamino  che  troverai  qui dentro te lo manda Maria.  Devo pure
    raccontarti questa cosa!  Puoi pensare in quale stato d'animo ella  mi
    vede. Mi ode anche spesso discorrere dell'argomento con lo zio. Lo zio
      sempre  lo zio.  In vita sua ha solamente giudicato birbanti quegli
    appaltatori che gli  offrivano  quattrini  e  un  altro  zio,  il  suo
    antipodo,  che dopo di essersi servito del nipote per anni, non gli ha
    lasciato un fico secco.  Altri birbanti non ha  mai  voluto  vedere  e
    neanche adesso vuol vederne.  Ora,  quando io discorro con lui,  Maria
    vorrebbe ascoltare sempre.  Io la mando via  ma  poi  tante  volte  mi
    accorgo che piano piano ritorna. Stamattina si mette a recitare le sue
    orazioni. Oh, Franco, tua figlia  ben religiosa nel senso tuo!
    L'ultima che recita  il requiem per la povera nonna Teresa.  Mamma,
    dice allora,  voglio recitare  il  requiem  anche  per  la  nonna  di
    Cressogno. Ho risposto quel che ho risposto, parole amare; avr fatto
    anche male,  se vuoi,  lo confesso.  Maria mi guarda e fa: E' proprio
    cattiva la nonna di Cressogno?. S. E perch lo zio dice che non 
    proprio cattiva? Perch lo zio  tanto buono. E  tu,  allora,  non
    sei  mica tanto buona? Cara la mia innocente,  me la mangiai di baci,
    non ne potei proprio a meno.  Appena fu  libera  di  parlare,  riprese
    subito:  Non  vai mica,  sai,  in Paradiso,  se non sei tanto buona.
    Quella del Paradiso  la sua fissazione. Povero Franco, non averla con
    te, tu che saresti cos contento di lei! Fai un gran sacrificio! Se ti
    pu far piacere ti dir che la sola possibilit per me di amare  Iddio
    la  trovo  in questa bambina perch in essa Iddio mi diventa visibile,
    intelligibile.
    Addio, Franco; ti abbraccio

    Luisa.

    P.S.  Sappi che ho licenziato la Veronica per il  primo  ottobre.  Per
    economia, prima; e poi perch mi sono accorta che fa all'amore con una
    guardia di finanza.  Oh, mi scordavo quest'altra! Mezz'ora fa  venuta
    Ester a dirmi che si  decisa per il s ma che desidera  di  aspettare
    ancora  un  giorno  a  vedere il professore.  Si capisce che il naso 
    inghiottito ma non ancora passato gi nello stomaco.


    Franco a Luisa.
    Torino, 12 settembre 1855.

    Iersera Dina mi ha mandato al d'Angennes dove si  data male  un'opera
    vecchiotta che non mi garba, Marin Faliero. Aggiungi l'idea tormentosa
    di  dover  scrivere  l'appendice  e  intenderai  che  non    stato un
    invitarmi a nozze.  Un collega mi propose di presentarmi in  un  palco
    dov'erano  due  dame sfoggiatamente eleganti.  Credo l'abbia fatto per
    desiderio del Dina perch esitava,  gittava qualche rapida occhiata ai
    miei  panni i quali mostrano aperto il canchero della borsa.  Pensa se
    mi fu agevole il trarmi d'impaccio!

    Panni vetusti
    Fedeli e frusti

    vi debbo anche per questo una gratitudine che non rifiuto.
    In teatro non si parlava che di Sebastopoli. I pi credono che la pace
    non si far,  che l'Inghilterra non vorr posare le armi prima  d'aver
    levato ai russi per cinquant'anni il prurito delle conquiste.  Uscendo
    dal teatro udii il deputato B.,  un fiero avversario della spedizione,
    dire a qualcuno: Hanno preso la loro tomba. Un piccolo Napoleone, una
    piccola Mosca!.  Io dissi forte: Hanno preso Verona.  B.  mi guard
    con due occhi fulminei e io guardai lui senza abbassare i  miei.  Egli
    si  strinse  nelle  spalle e se n'and.  Salii nella mia soffitta e mi
    posi a scrivere l'appendice  sui  margini  di  un  giornale  onde  non
    sciupare carta.
    Scrivi,  cancella,  riscrivi  e ricancella,  ne son venuto a capo alle
    quattro del mattino.  Qui mi dicono che i miei periodi hanno una forma
    troppo  classica  e che adopero troppi vocaboli e modi toscani.  Gi,
    Lei, col Suo Giusti!, mi ha detto D. Il guaio  ch'io non so scrivere
    un italiano piemontese come forse piacerebbe a  lui.  Intanto  mi  son
    buscato  un  bellissimo  e  lucentissimo  scudo  nuovo di zecca con un
    Vittorio Emanuele cos  parlante  che  potrebbe  farvi  svenire  dalla
    commozione,  come  svenne  ier  l'altro  all'htel  della  Liguria una
    signora veneta vedendo passare alla testa d'una colonna di fanteria il
    generale Giannotti che scambi, in grazia de' baffi maiuscoli,  per il
    Re. Io serber lo scudo, ve lo porter a Lugano, tu lo porrai da parte
    e sar la prima pietra della dote di Ombretta.  Va bene? L'idea me n'
    venuta per un sogno che feci stamattina, appena addormentato, nell'ora
    in cui l'anima

    Alle sue vison quasi  divina.

    Sognai ch'era nella chiesa di S.  Sebastiano di Oria,  con te e Maria,
    grande,  bella, vestita da sposa; che lo sposo era Michele Steno e che
    lo zio Piero si stava mettendo cotta  e  stola  per  celebrar  lui  il
    matrimonio  e  che  Michele  Steno  si  alz  dall'inginocchiatoio per
    venirmi a dire: S, tutto va bene, ma e la dote, e la dote?.
    Maria mia dolcissima,  verr pure per te il gran  giorno  della  dote;
    quand'anche  tu  tenessi  allora  in  serbo molti pezzi d'oro sopra lo
    scudo d'argento, avresti tuttavia lo scudo pi caro!


    14.

    Il Fante di bastoni    in  pericolo  di  essere  licenziato  dal  suo
    principale per le condizioni veramente miserevoli del suo vestito.  Il
    Fante  per verit uno sciupone e non  ha  ancora  appreso,  duris  in
    rebus,  a maneggiare una spazzola; ma insomma gli altri sapienti hanno
    deciso che non faranno colazione per una settimana ond'egli  si  possa
    rimpannucciare.   Vedi  bassezza  del  cuore  umano!  Il  Fante  si  
    sbracciato a ringraziare e poi si disponeva a far colazione lui,  come
    se  nulla  fosse.  Questo gliel'abbiamo proibito.  Cos oggi invece di
    andar al Mal de stomi passammo una mezz'oretta  sulla  via  del  Po,
    verso il Valentino,  a veder l'acqua scendere. L'Udinese port seco il
    flauto,  perch ad una colazione  ideale  dove  si  offrivano  le  pi
    trimalcioniane  idee  di  cibi  e  di  bevande,  la  musica non poteva
    mancare.  Egli aveva una lettera de' suoi con magnifiche  proposte  di
    ritorno all'ovile.  Persino il cavallo da sella gli offrono.  Ci narr
    di avere risposto che lo vedranno presto arrivare sopra un cavallo del
    Re Vittorio Emanuele. Allora il Padovano,  gran motteggiatore,  gli ha
    detto  con tutta flemma: Ci,  eroe,  sonistu anca el trombon,  ti?.
    (Vedi che t'imito,  poich la ferula de' pedanti mi   lontana,  nelle
    tue  scandalose  familiarit  col dialetto.) L'Udinese si  arrabbiato
    alquanto ma poi vi ha fatto su la sua brava  sonatina  di  flauto.  Il
    fatto  strano  che nessuno di noi ha sentito fame.  Per,  levando la
    seduta,   abbiamo  deciso  che   l'abbigliamento   del   Fante   verr
    semplificato  e  ch'egli  potr benissimo fare a meno del giustacuore,
    modernamente detto sottoveste.
    Ah noi faremmo a meno anche del pranzo per poter passare il Ticino col
    Re  nell'aprile  del  1856!  Ne  parlavamo  tornando  in  citt  dalla
    colazione  ideale.  Il  Padovano  ha osservato che in aprile l'acqua 
    troppo fredda e che sarebbe meglio aspettare fino a giugno.  Si diceva
    che  gran  cosa  sar l'Italia senza tedeschi.  Ti assicuro ch'eravamo
    tutti entusiasti malgrado  il  vuoto  dello  stomaco.  Tutti  meno  il
    Padovano,  sempre; del quale va pur detto, a sua scusa, che patisce la
    fame,  o quasi,  per non vedere  austriaci,  e  che  quantunque  bussi
    all'uscio de' quaranta si batter meglio di qualche giovane che adesso
    si mangia un caiserlicchio a colazione e due a pranzo.  Egli crede che
    torneremo  un  paese  di  cani  e  gatti.   Per   esempio,   diceva,
    intendiamoci bene.  Partiti i tedeschi,  ciascuno a casa sua e guai a
    voi se venite a rompermi le scatole a Padova!.  Mi pareva di udire lo
    zio Piero, quando noi pure, a Oria, s' parlato della grandezza, dello
    splendore futuro d'Italia.  Eh s s!,  diceva.  Eh s s!  Il lago
    diventer di latte e miele e la Galbiga de formagg de grana!
    Vedremo, vedremo!


    21.

    La tua lettera  mi  suscita  un  tumulto  di  sentimenti  che  non  si
    scrivono.
    Mi  addolorano,   senza  dubbio,  l'atto  della  nonna  e  la  obliqua
    malevolenza del Pasotti ma pi mi affligge lo sdegno tuo troppo forte.
    Quando un mio procuratore si presenter a Brescia,  il  pagamento  non
    potr venire rifiutato.  E' vero,  tu sei donna e non hai l'obbligo di
    conoscere queste cose.  Anche la collera ti perdono poich freddo  non
    rimasi nemmeno io, da principio. Quindi mi son detto: Di che ti sdegni
    e  che  ti  sorprende?  Non conoscevi tu quel malanimo e non ne avesti
    offese maggiori?
    Infinitamente mi rattrista che tu  non  abbia  saputo  celare  i  tuoi
    sentimenti a Maria,  infinitamente mi commuove che tu ne sia pentita e
    infinitamente mi consola che tu ami il Signore nella bambina,  che  tu
    me lo scriva.  A dir vero, cara, non dovrei appagarmene cos perch ad
    amare Iddio ne invitano i cieli e la terra ed Egli ci    visibile  in
    ogni luce, intelligibile in ogni vero! Ma insomma tu incominci a udire
    la  voce  Sua!  Nelle  mie lettere non ho mai toccato questo punto per
    sentirmi troppo inetto a parlartene degnamente,  efficacemente.  E ora
    lascio che Iddio ti parli nella bambina, torno nel mio silenzio. Sappi
    soltanto che ascolto palpitante, che prego e spero.
    Posso  io  dirti quello che sento per Maria?  Chi potrebbe dire questa
    commozione, questa tenerezza immensa,  questo desiderio che mi strugge
    di tenermela almeno un momento,  un solo momento,  sul cuore? Credi tu
    che io possa attendere fino a novembre? No no no,  scriver appendici,
    copier,  monter  qualche  guardia per altri ma verr a Lugano prima!
    Coprila di baci per me, intanto, dille che Pap ha sempre nel cuore la
    sua Ombretta e che la benedice,  domandale  cosa  le  farebbe  piacere
    ch'io  le  portassi  e poi scrivimelo senza pensar poi troppo alla mia
    povert.
    Ti abbraccio, Luisa mia, con l'anima.

    Franco.


    Luisa a Franco.
    24 settembre 1855.

    Finalmente! Da quando sei partito io desiderai sempre, che tu toccassi
    quel punto. Come mi sar spiegata, quella notte,  nella mia commozione
    dolorosa?  Come mi avrai inteso tu nella tua?  Da mesi e mesi sento il
    bisogno di parlarne con te e  non  l'ho  fatto  mai  per  mancanza  di
    coraggio.
    Vedi,  per esempio.  Tu mi hai accusata d'orgoglio,  quella notte.  Ti
    supplico di  credere  che  non  sono  orgogliosa;  non  posso  neanche
    comprendere un'accusa simile!
    Mi  par  di capire dalla tua lettera che tu mi supponga ritornata alla
    fede in Dio.  Ma t'ho io mai detto di non credere in  Dio?  Non  posso
    averti  detto  questo  perch  la  storia de' pensieri miei mi  tutta
    scritta nella mente, e lo spavento, l'angoscioso pensiero di non poter
    forse pi credere in Dio mi son venuti dopo la tua partenza;  ne so il
    giorno  e  l'ora.  Avevo udito parlare a S.  Mamette di un gran pranzo
    dato da tua nonna a Brescia e io non potevo assolutamente procurare al
    nostro diletto zio quel regime di  cibi  e  di  vino  che  il  medico,
    temendo  per  l'occhio  destro,  prescriveva.  Ho  lottato  con quelle
    tenebre spaventose, Franco, e ho vinto. E' vero, la vittoria  in gran
    parte della nostra Maria.  Vorrei dire che se  tante  nere  nuvole  mi
    nascondono l'esistenza di una Giustizia Superiore,  me ne trapela per
    un raggio in Maria;  e questo raggio mi fa credere  e  mi  fa  sperare
    nell'Astro.  Perch  sarebbe  orribile  che  l'universo  non avesse un
    governo di giustizia!
    Quella notte, dunque,  io ti ho potuto solamente dire che intendevo la
    religione  in un modo diverso da te,  che gli atti di fede cristiana e
    le preghiere non mi parevano essenziali all'idea religiosa ma  l'amore
    e l'azione per quelli che soffrono, s!
    Ma lo sdegno e l'azione contro coloro che fanno soffrire, s!
    E  tu vuoi ritornare nel tuo silenzio?  Ma no,  non lo devi.  Ti senti
    debole,  dici.  Debole te o  il  tuo  Credo?  Ragioniamo,  discutiamo.
    Confessa  che  voialtri credenti amate le vostre credenze anche perch
    sono un comodo riposo dell'intelletto.  Vi adagiate in  esse  come  in
    un'amaca  sospesa  in  aria  per  tante  fila  lavorate  dagli uomini,
    annodate dagli uomini a diversi uncini.  Voi vi state bene e se si  va
    tentando,  saggiando con la mano anche uno solo di questi fili,  ve ne
    turbate e avete paura che si spezzi,  perch poi molto  facilmente  si
    spezzer  il suo vicino e dopo questo un altro e tutto il vostro letto
    fragile roviner dall'aria in terra  con  vostro  spavento  e  dolore.
    Conosco  questo  spavento  e  questo  dolore,  so  che si paga cos la
    compiacenza di camminar poi sul solido e perci non mi  trattiene  dal
    discutere  teco  una  piet  che sarebbe falsa.  Ma forse mi inganno e
    sarai tu che mi solleverai a te  nel  tuo  letto  di  fragili  fili  e
    d'aria.  Maria  non  pu far tanto.  Se Maria mi fa credere in Dio non
    vuol dire che possa farmi credere anche nella Chiesa. E tu credi sopra
    tutto nella Chiesa,  tu!  Cerca di persuadermi dunque  e  io  pure  ti
    ascolter palpitando;  e se non prego, almeno spero, perch adesso pi
    che mai desidero pienamente unirmi a te.  Adesso con l'antico  affetto
    sento per te un'ammirazione nuova, una gratitudine nuova.
    Ti offenderai di questo mio sfogo?  Pensa che otto mesi sono devi aver
    trovato una mia lettera nella tua borsa da viaggio e che da otto  mesi
    aspettavo risposta!
    Il  professore  ed  Ester  si  vedono  in  casa  nostra,  oramai  come
    fidanzati. Quelli son felici, almeno.  Ella va in chiesa,  egli non ci
    va,  e n l'uno n l'altro si danno pensiero di ci pi che del colore
    diverso de' loro capelli.  E cos fanno novecentonovantanove sposi  su
    mille, credo!
    Ti abbraccio. Scrivi a lungo, a lungo.

    Luisa.


    Questa lettera non part da Lugano che il 26 settembre e Franco l'ebbe
    il  27.  Il  29,  alle  otto  della  mattina,  ricevette  il  seguente
    telegramma pure da Lugano:

    Bambina malata gravemente. Vieni subito.
    Zio.

















    10. Essmaria, sciora Lisa!

    Nelle prime ore  pomeridiane  del  27  settembre  Luisa  ritornava  da
    Porlezza con alcune carte da copiare per il notaio.  In quel tempo gli
    scogli fra San Michele e Porlezza erano affatto selvaggi,  non avevano
    la  sottile  briglia che ora li doma.  Luisa s'era fatta tragittare in
    barca  per  quel  breve  tratto  e  poi  aveva  preso,  a  piedi,   la
    stradicciuola che,  come tutte quelle del mio piccolo mondo,  antico e
    moderno,  non comporta altri metodi  di  viaggiare;  la  stradicciuola
    graziosa  e  perfida  che  cerca ogni mezzo di non arrivar mai dove il
    viandante vorrebbe.  A Cressogno passa  sopra  la  villa  Maironi  che
    nemmanco si vede.
    Se la incontrassi!, pensava Luisa con un ribollimento del sangue; ma
    non  incontr  nessuno.  Sull'erta  da  Cressogno  al  Camp  il  sole
    bruciava.  Quando si trov nel fresco,  alto vallone che  chiamano  il
    Camp,  sedette  all'ombra  del  colossale  castagno  che vive ancora,
    ultimo di tre o quattro venerabili patriarchi.  Guardava le  case  del
    suo  nativo  Castello  appollaiate  a  tondo sopra un alto spuntone di
    scogli ombrosi e pensava alla povera mamma  compiacendosi  che  almeno
    ella fosse in pace,  quando sent esclamare: Oh,  cara Madonna!. Era
    la sra Peppina che veniva pure da Cressogno,  disperata di  non  aver
    potuto trovare uova n a S. Mamette n a Loggio n a Cressogno. Adess
    el  me coppa,  el Carlo!  El me mazza addirittura,  cara Lee! Avrebbe
    voluto andare anche a Puria,  ma era mezza morta  di  stanchezza.  Che
    paesi  da cani!  Che strade!  Quanti sassi!  Quand pensi al me Milan,
    cara Lee! Sedette anche lei sull'erba presso Luisa, le disse un mondo
    di tenerezze e volle che indovinasse con chi avesse  parlato  di  lei,
    allora allora.  Ma con la signora marchesa!  Ma sicuro!  Ah cara Lee!
    S'ciao! Pareva che la Peppina avesse gran cose a dire e non osasse  e
    ne provasse una molestia in gola,  volesse pur farsele strappare. Che
    roba!, esclamava ogni tanto Che roba! Che discors! S'ciao,  s'ciao!
    Luisa  taceva  sempre.  Allora  l'altra  cedette a quel gran prurito e
    butt fuori ogni cosa.  Era andata dal cuoco della  signora  marchesa,
    per  farsi  prestare delle uova,  e la signora marchesa,  udita la sua
    voce, aveva voluto assolutamente vederla, trattenerla a chiacchierare,
    e lei si era sentita nel cuore come una ispirazione del cielo  che  le
    diceva: Parla di quella povera gente!  Forse  il momento buono. Parla
    della Maria,  de quel car belee,  de quel  car  ratin,  de  quel  car
    strafoi!.  Ah  era stata una ispirazione del diavolo e non del cielo.
    Aveva cominciato a parlarne, voleva dire quanto era bella,  quanto era
    cara, e quella gran meraviglia di un gran talento cos spropositato; e
    lei,   la  bruttona,   con  una  faccia  che  ghe  disi  nagtt,   a
    interrompere: Lasci stare,  signora  Bianconi;  so  ch'  molto  male
    educata  e  altro  non pu essere.  Aveva provato allora a toccare un
    altro tasto,  la disgrazia del signor  ingegnere  rimasto  cieco  d'un
    occhio.  E la marchesa: Quando non si  onesti,  signora Bianconi, il
    Signore castiga. Qui la Peppina, guardando Luisa,  si pent delle sue
    chiacchiere,  si pose ad accarezzarla,  ad accusarsi d'aver parlato, a
    dirle che si desse pace. Luisa l'assicur ch'era tranquillissima,  che
    di  nulla  si  sorprendeva pi da parte di quella persona.  La Peppina
    volle ad ogni modo darle un bacio e part  brontolando  fra  s  molti
    poer  a  mi! col vago sospetto di aver fatto,  senza uova,  una gran
    frittata.
    Luisa si alz, si volt a guardar verso Cressogno stringendo il pugno.
    Almeno uno scudiscio!,  pens.  Almeno  frustarla!  L'idea  di  un
    incontro, la vecchia idea che l'aveva fatta balzar di passione quattro
    anni  prima  la sera del funerale di sua madre,  la stessa idea che le
    era balenata test, nel passar da Cressogno, la riafferr violenta, le
    fece dare un passo  verso  la  discesa.  Si  ferm  subito  e  ritorn
    lentamente  indietro,  si  avvi verso S.  Mamette,  arrestandosi ogni
    tanto a riflettere,  con la  fronte  scura  e  le  labbra  strette,  a
    sciogliere qualche nodo nella fila di una tela che veniva tessendo nel
    suo segreto.
    A Casarico and dal professore per offrirgli un ritrovo a casa sua con
    la  fidanzata  per l'indomani alle due.  Nel congedarsi gli domand se
    possedesse ancora le carte Maironi. Il professore,  meravigliato della
    domanda  inattesa,  rispose  di s e ne aspettava una spiegazione;  ma
    Luisa part senz'altro.  Le premeva di esser a casa,  non potendo  far
    conto  per  la custodia di Maria n sullo zio n sulla Cia e fidandosi
    poco della servetta licenziata.  Trov la Maria sul sagrato,  sola,  e
    sgrid la Veronica. Poi and in camera, si pose a scrivere a Franco.
    Scriveva  da  cinque minuti quando ud un bussar leggero alla finestra
    dello stanzino attiguo.  Quella finestra guarda sopra una scaletta che
    mette  dal  sagrato  a  certe  stalle  e quindi ad una scorciatoia per
    Albogasio Superiore.  Luisa and nello stanzino e vide  all'inferriata
    il viso rosso,  scalmanato della Pasotti che le fece segno di tacere e
    le domand se avesse visite.  Udito che no,  la signora Barborin diede
    due frettolose occhiate in alto e in basso,  corse gi per la scaletta
    ed entr in casa tutta trepidante.
    Povera donna,  era in terreno proibito e non aveva  in  mente  che  lo
    spettro di Pasotti furibondo.  Pasotti era a Lugano.  Oh Signore,  s,
    era a Lugano!  Dato a Luisa quest'annuncio,  la  disgraziata  creatura
    cominci a stralunar gli occhi e a contorcersi.
    Pasotti  era  a  Lugano  per  il  gran  pranzo  dell'indomani,  per le
    provviste. Come, Luisa non sapeva di questo pranzo?  Non sapeva chi ci
    sarebbe  venuto?  Ma la marchesa,  la signora marchesa Maironi!  Luisa
    trasal.
    La Pasotti fraintese l'espressione dei suoi occhi,  credette  leggervi
    un rimprovero e si mise a piangere con le mani sul viso, a dirsi nelle
    mani,  scotendo  quei  due  poveri  riccioloni neri,  che ci aveva una
    rabbia, una rabbia!  Avrebbe vissuto un anno a pane ed acqua piuttosto
    che invitar a pranzo la marchesa! Questa del pranzo era certo una gran
    croce  per lei,  in causa di tanti pensieri,  della fatica di preparar
    tante cose e delle  tremende  strapazzate  di  Pasotti;  ma  la  croce
    suprema era di far dispiacere a Luisa! Almeno fosse una croce buona da
    offrire al Signore!  Ma no, ci aveva troppa rabbia. Era venuta apposta
    per dire alla sua cara Luisa quanto soffriva per questo pranzo.
    Perdnem, Lisa,  diss'ella con la sua voce velata che pareva venire
    da  una vecchia spinetta chiusa.  Ghe n'impodi propri no,  propri no,
    propri no!
    Eran sedute accanto sopra un canap.  La Pasotti si lev di  tasca  un
    fazzolettone,  se  ne  coperse  gli  occhi  con una mano e con l'altra
    cerc, senza volgere il capo, quella di Luisa. Ma Luisa si alz,  and
    alla  scrivania e scrisse sopra un pezzo di carta: "A che ora viene la
    marchesa?  Che via tiene?".  La Pasotti rispose che il pranzo era alle
    tre e mezzo,  che la marchesa doveva scendere verso le tre allo sbarco
    della Calcinera,  che Pasotti vi si sarebbe trovato  a  riceverla  con
    quattro  uomini  e  la  famosa portantina che aveva servito nel secolo
    scorso per un arcivescovo di Milano.
    Luisa ascolt attentissimamente  ogni  cosa,  in  silenzio.  Prima  di
    andarsene,  la  Pasotti  le  disse che sarebbe stata felice di baciare
    quel caro amore della Maria ma che temeva non sapesse poi tacere.  Qui
    la  buona donna si cacci mezzo il braccio sinistro in tasca,  ne cav
    una barchetta di metallo,  preg Luisa di darla alla sua figliuola nel
    nome  di  un'altra  vecchia  barca  sdruscita  che  non  voleva essere
    nominata. Poi scapp gi per le scale e scomparve.
    Luisa torn alla lettera incominciata per Franco e dopo aver  meditato
    lungamente con la penna in mano, la ripose senz'avervi scritto parola,
    prese le carte del notaio, si mise a copiare.
    A  pranzo non parl mai.  Il pranzo fu triste anche perch la Cia fece
    un'osservazione inopportuna sulla mancanza di formaggio nella minestra
    che cos  non  poteva  piacere  al  suo  padrone;  e  il  suo  padrone
    s'arrabbi,  le  disse ch'era una fatua e che se la minestra era senza
    formaggio, lei era senza sale. Gi, mormor la Cia, s'arrabbia solo
    con me. L'argomento suggeriva tante cose amare e inutili a  dire  che
    nessuno parl pi.  Solo Maria usc,  dopo qualche minuto, a osservare
    con una piccola aria di sapienza: Perch non abbiamo  denari,  non  
    vero,  mamma,  non bisogna mettere il formaggio nella minestra?.  Sua
    madre la baci e le disse di tacere. La piccina tacque, contenta di se
    stessa.  La finestra era aperta,  si udirono alcune  voci  schiamazzar
    forte  nella  strada verso la scalinata del Pomodoro e Luisa riconobbe
    quella di  Pasotti  che  certo  ritornava  allora  da  Lugano  con  le
    provvigioni  e  parlava  cos  forte  apposta  per  farsi udire a casa
    Ribera.
    Dopo pranzo lo zio Piero sedette nella sua poltrona,  in loggia,  e si
    prese Maria sulle ginocchia. Luisa usc sola in terrazza. In faccia al
    Bisgnago  dorato dal sole,  la costiera della Valsolda era quasi tutta
    nell'ombra. Lontano lontano il santuario della Caravina brillava sulla
    punta verde protesa oltre  i  sassi  del  Tentin  e  gli  oliveti  di
    Cressogno,  fuori dell'ombra,  nel lago ceruleo. Luisa guardava laggi
    con una espressione di contentezza fiera.  Ah signor  Pasotti,  se  il
    vostro pranzo  una vendetta, l'avete pensata male!
    La  sua  risoluzione  era  presa.  Glielo  offriva  il  destino questo
    incontro con la vecchia canaglia!  Non ebbe un dubbio n uno scrupolo.
    La  passione  da  tanto tempo concepita,  accarezzata e covata,  aveva
    accumulato in lei quella forza che, quando  piena, trasforma di colpo
    il pensiero in atto,  per modo che  ne  par  tolta  la  responsabilit
    dell'agente  e  n'  invece  solamente risospinta pi indietro,  ad un
    primo interno moto di consenso alla tentazione.
    S,  l'indomani,  o allo sbarco,  o sulla  Calcinera,  o  sul  sagrato
    dell'Annunciata  ell'affronterebbe  la  marchesa,  con  disprezzo,  le
    romperebbe la guerra in faccia,  la consiglierebbe di guardarsi perch
    si  volevano adoperare contro di lei tutte le legittime armi.  S,  le
    direbbe cos e cos farebbe, da s, da sola, poich Franco non voleva.
    Se Franco aveva promesso qualche cosa, ella non aveva promesso niente.
    Rientr in loggia,  si mise a discorrere con lo zio,  a scherzare  con
    Maria,  pi allegramente che non avesse fatto da molti mesi. Pi tardi
    scrisse un biglietto all'amico avvocato V. pregandolo di venire appena
    gli fosse possibile.  Voleva saper da lui come  avrebbe  potuto  usare
    delle carte possedute dal Gilardoni. Quindi si rimise a copiare per il
    notaio  di  Porlezza.  Maria  non  era  contenta di tanto scrivere che
    faceva la mamma;  per,  quando la mamma le  disse  che  scriveva  per
    mettere  il formaggio nella minestra dello zio,  s'affrett a dire: e
    anche nella mia, non  vero, mamma?. Appena fu posta a letto, vedendo
    che la mamma tornava a scrivere,  le venne in mente di chiedere se  la
    nonna di Cressogno avesse il formaggio nella minestra. Ne ha troppo,
    rispose Luisa, e bisogna cavarglielo perch non le faccia male.
    Oh no, cavarglielo, poveretta!
    Taci, dormi.
    Ma la bambina non si addorment.
    Dopo  un  pezzetto parve a Luisa di udirla piangere.  Si alz,  and a
    vedere. Piangeva veramente, sottovoce.
    Cos'hai?
    Il pap!, singhiozz la povera piccina. Il mio pap!
    Verr,  cara,  verr presto il tuo pap.  Dormi e fa un bel sogno che
    viene  pap  insieme  col Re Vittorio Emanuele e che la mamma e la Cia
    fanno un gran risotto, che ti piace tanto,  e che tu dici: viva il Re!
    e  che il Re dice: niente affatto,  viva invece Ombretta Pip e il suo
    pap! Fa questo sogno, sai.
    S, mamma, s.

    L'indomani il professore Beniamino  capit  a  Oria  un'ora  prima  di
    quella  che  Luisa gli aveva indicato.  Dopo il s di Ester l'uomo era
    trasfigurato. Pareva molto pi giovane di prima. Il colore giallognolo
    della sua pelle, irradiato da una rosea luce interiore,  era scomparso
    quasi  del  tutto,  non gli si vedeva pi che sul cranio dove Luisa si
    attendeva che tornassero a spuntare,  un giorno o l'altro,  i capelli.
    Egli  non  camminava,  non  respirava  pi  come prima.  Il passo e il
    respiro  erano  sempre  inquieti,  nervosi,   rotti  da  sussulti  che
    rispondevano  al balenar d'immagini,  Dio sa di quali immagini,  sotto
    quel cranio lucido.  Gli occhi non  a  dire  come  brillassero.  Solo
    quando  guardavano Ester si stringevano,  si velavano di una tenerezza
    pia,  come se il professore avesse avuto paura d'incenerire la diletta
    saettandole addosso senza precauzioni tutto il fuoco dell'anima. Esser
    guardata a quel modo non piaceva a Ester;  e Luisa, la consigliera del
    professore,  ebbe il coraggio di dirgli che non bisognava  guardar  la
    sua fidanzata stringendo gli occhi come fanno i cani affettuosi.
    Il  pover  uomo promise che avrebbe cercato di non farlo pi e lo fece
    ancora.  Luisa  era  sempre  il  suo  nume  tutelare,   l'oracolo  che
    interrogava  persino  per sapere come dovesse comportarsi nei colloqui
    con la fidanzata.  Nella sua umilt egli era felice di venir accettato
    per  un  sentimento di stima.  Pensare ch'Ester potesse amarlo d'amore
    gli pareva una presunzione ridicola.  Per questo egli temeva sempre di
    sbagliare,  con  lei,  di offenderla.  Un dubbio che lo tormentava era
    questo:  sarebbe  o  non  sarebbe  da  arrischiare  un  bacio?  Appena
    venutogli  questo  dubbio,  l'aveva  sottoposto  a  Luisa e Luisa,  la
    sapienza incarnata,  gli aveva risposto: No,  adesso  troppo presto.
    Bisogna  che  il  primo  bacio  non  venga  n troppo presto n troppo
    tardi.   La  possibilit  del  troppo  tardi  parve   terribile   e
    insopportabile  al  professore,   il  quale,  ne'  suoi  colloqui  con
    l'oracolo,  dopo averlo consultato su  cento  diverse  cose,  capitava
    regolarmente ogni volta alla domanda fatale: E sto basn?.  Luisa in
    parte ci si divertiva per la sua  propensione  a  cogliere  il  comico
    anche  nelle  persone cui voleva bene;  in parte dubitava realmente di
    una ripugnanza fisica che si manifestasse in Ester,  data l'occasione,
    con violenza e mandasse tutto a monte.  Ella si accorse,  per fortuna,
    che il professore pareva sempre meno brutto alla sua fidanzata. Perci
    quando lo vide comparire cos per tempo,  sapendo  che  pi  tardi  lo
    avrebbe  lasciato  solo con Ester per andare a incontrar la nonna,  le
    venne subito in mente che quello poteva essere il giorno del  basn.
    Ma il professore si present tutto accigliato.  Aveva cattive notizie.
    A San Mamette si diceva che fosse stato arrestato e condotto a Como il
    medico  di  Pellio,   che  gli  avessero  trovato   lettere   e   note
    compromettenti  per  altre persone fra le quali si nominava don Franco
    Maironi.
    Per  Franco  non  ho  angustie,  disse  Luisa.  Del  resto,  senta,
    professore:  vuol dire che porremo nel conto dell'imperatore d'Austria
    anche il dottore di Pellio ch' bello grosso  e  pesa  un  mucchio  di
    libbre,  ma non pensiamo a malinconie in un giorno come questo. Oggi e
    il giorno del Suo basn.
    Ah s?  Ah s?,  fece il professore tutto  rosso  e  ansante.  Dice
    davvero, signora Luisina? Dice davvero?
    S,  ell'aveva parlato sul serio.  Gli spieg che se Ester veniva come
    aveva detto, alle due, li avrebbe,  dopo una mezz'ora,  lasciati soli.
    In  loggia  c'era  sempre  lo zio ma non conveniva seccarlo.  Potevano
    restare in sala.
    E allora, con buon garbo,  si fa il colpo,  diss'ella.  Ma prima io
    voglio avere da Lei una promessa.
    Che promessa?
    Mi occorrono le famose carte.
    Quando vorr.
    Guardi che le domando io, non Franco.
    S, s, quello che Lei fa  tutto bene. Domani Le porter le carte.
    Bravo.
    Luisa  discorreva  con la sua calza fra le mani,  sferruzzando sempre,
    con un'apparenza di tranquillit ilare che non riusciva a  coprir  del
    tutto  la  sovreccitazione  interna,  predisposta  dal  giorno  prima,
    cresciuta coll'insonnia,  crescente a  misura  che  si  avvicinava  il
    momento di partire. Nello stesso tono scherzoso della sua voce vibrava
    una  corda  insolita.  Ne'  suoi  capelli,  sempre correttissimi,  era
    un'ombra di disordine,  come il tocco di un lieve soffio che le avesse
    sfiorato  la  fronte.  Il professore non si accorse di nulla e and in
    loggia a discorrere con l'ingegnere, a prendere consiglio anche da lui
    per una darsena che intendeva costruire in capo al suo  giardino  onde
    potervi tenere una barchetta.  Maria era pure in loggia e pigli molto
    interesse a questa futura barchetta del signor Ladroni.  Gli  raccont
    che ne possedeva una anche lei, corse a prenderla per fargliela vedere
    e il professore scherz, la preg di accompagnarlo a Lugano con la sua
    barca.  Sei troppo grande, tu!, diss'ella. La mia bambola s che la
    condurr a spasso in barca! Ma cosa  mai!,  fece  lo  zio.  Quella
    barca l  buona per andare al fondo.
    No!
    S!
    Ombretta  si  impazient e corse in camera per provar la barchetta nel
    catino,  ma nel catino non c'era acqua e la piccina  ritorn  in  sala
    mogia  mogia,  con  la sua barchetta in braccio,  e non and pi dallo
    zio.
    Ester capit al tocco e tre quarti.  Disse che aveva udito il tuono  e
    che  perci  era  venuta  prima.  Il  tuono?  Luisa  usc subito sulla
    terrazza a guardar il cielo.  Minacce grosse non  ne  vide.  Sopra  il
    Picco  di  Cressogno e sopra la Galbiga il cielo era tutto sereno fino
    ai monti del lago di Como.  Dall'altra parte,  sopra Carona,  s,  era
    scuro,  ma  non  poi  tanto.  Se la marchesa non venisse per paura del
    tempo!  Prese il piccolo vecchio  cannocchiale  che  stava  sempre  in
    loggia. Non si vedeva niente.
    Gi,  era  troppo  presto.  Per  arrivare alla Calcinera alle tre,  la
    marchesa, colla pesante gondola,  doveva partire verso le due e mezzo;
    Luisa ritorn in sala dov'erano Ester,  il professore e Maria. Avrebbe
    preferito che Maria restasse in loggia con lo  zio,  ma  la  signorina
    Ombretta,  quando  veniva  gente,  si  appiccicava sempre a sua madre,
    stava l tutta occhi,  tutta orecchi.  Luisa pens che al  momento  di
    partire  l'avrebbe  mandata  via  e  intanto la tenne con s.  Gi,  i
    fidanzati stavan da parte e discorrevano quasi sottovoce.
    Alle due Luisa usc ancora sulla terrazza,  guard col cannocchiale se
    per  caso  la  gondola spuntasse al Tentin.  La marchesa poteva forse
    anticipare,  per il cattivo tempo.  Nulla.  Guard poi a  ponente.  Il
    cielo non era pi scuro di prima.  Solamente,  fra il monte Bisgnago e
    il monte Caprino,  sopra la leggera insenatura che chiamano  la  Zocca
    d'i  Ment,  era  fumato su dalla Vall'Intelvi e si affacciava fermo un
    nuvolone azzurrognolo,  sinistro come un sopracciglio aggrottato sopra
    un occhio cieco.
    Pareva aver veduto il branco dei compagni torvi che si affacciavano al
    lago  sopra  Carona  e  voler  essere  della partita anche lui.  Luisa
    cominci a sentirsi inquieta,  ad  aver  paura  che  la  marchesa  non
    venisse. And in giardinetto a guardar il Boglia.
    Il  Boglia  non aveva che nuvole bianche,  leggere.  Ritorn in sala e
    trov Maria piantata davanti al professore e ad Ester,  che  ridevano,
    molto rossi in viso,  l'uno e l'altra.  Sei malata?,  aveva detto la
    piccina ad Ester.  No;  perch? Perch vedo che ti tasta il polso.
    Le  cose erano avviate bene,  pareva.  Luisa port via la piccina,  le
    proib di avvicinarsi mai pi a quei signori. Un momento dopo pass lo
    zio Piero,  disse che andava di sopra  a  scrivere  alcune  lettere  e
    avvert  Luisa di badare alle finestre della loggia,  perch veniva un
    temporale. Addio,  signorina Ombretta!,  diss'egli.  Addio,  signor
    Pip, rispose la bambina, petulante. Egli se ne and, ridendo.
    Luisa,  che ormai durava fatica a star ferma,  usc per la terza volta
    sulla terrazza,  guard col cannocchiale.  Il cuore le diede un balzo;
    la gondola spuntava al Tentin.
    Erano le due e un quarto.
    Una  persona  che  veniva  da Albogasio s'era fermata a discorrere sul
    sagrato con qualcuno che scendeva dalla scaletta sul  fianco  di  casa
    Ribera.  Diceva: E' passata gi in questo momento col signor Pasotti,
    la portantina. C'era dietro una quantit di ragazzi.
    Il cielo era coperto,  adesso,  anche sul Picco di Cressogno  e  sulla
    Galbiga.  Solo i monti del lago di Como avevano ancora un po' di sole.
    La minaccia del furioso vento temporalesco che in Valsolda  si  chiama
    caronasca  si era fatta pi seria.  Sopra Carona il color delle nuvole
    andava confondendosi a quello dei monti.  Il nuvolone della Zocca  d'i
    Ment  era  diventato  turchino  cupo  e  anche il Boglia cominciava ad
    aggrottar le ciglia. Il lago era immobile, plumbeo.
    Luisa aveva stabilito di partire quando la gondola fosse  arrivata  in
    faccia  a  S.  Mamette.  Ritorn  in sala.  Maria le aveva obbedito in
    parte,  non s'era mossa dal suo posto,  ma vedendo che  il  professore
    faceva ad Ester un discorso lungo e animato, gli aveva chiesto:
    Le racconti una storia?
    In quel punto entr Luisa.
    S, cara, fece Ester ridendo, mi racconta una storia.
    Oh anche a me, anche a me!
    Un sordo fragor di tuono.  Va', Maria, cara, disse Ester. Va' nella
    tua camera,  va a pregar il Signore che non venga un brutto temporale,
    una brutta grandine!
    Oh, s, s, vado a pregar il Signore!
    La piccina se n'and,  con la sua barchetta, nella camera dell'alcova,
    impettita e seria,  come se in quel momento la salvezza della Valsolda
    dipendesse da lei. La preghiera, per lei, era sempre una cosa solenne,
    era  un  contatto col mistero,  che le faceva prendere un'aria grave e
    attenta come certe storie d'incantesimi e di magie.  Ella  sal  sopra
    una  sedia,  disse le poche orazioni che sapeva e poi si atteggi come
    vedeva atteggiarsi in chiesa le pi devote del paese, si mise a muover
    le labbra com'esse,  a dire una  preghiera  senza  parole.  Colui  che
    allora  l'avesse  veduta  conoscendo  il  terribile  segreto  dell'ora
    imminente avrebbe pensato che l'angelo della  bambina  fosse  in  quel
    momento  supremo accanto a lei e le sussurrasse di pregare per qualche
    altra cosa che i vigneti e gli uliveti  della  Valsolda,  per  qualche
    altra cosa pi a lei vicina,  ch'egli non diceva, ch'ella non sapeva e
    non poteva mettere in parole: avrebbe  pensato  che  negl'inarticolati
    bisbigli di lei vi fosse un riposto senso tenero e tragico,  il docile
    abbandono di un'anima dolce ai  consigli  dell'angelo  suo,  al  voler
    misterioso di Dio.
    Alle  due  e  mezzo  i nuvoloni torvi di Carona diedero un altro tuono
    cupo a cui subito risposero gli altri  nuvoloni  del  Boglia  e  della
    Zocca d'i Ment. Luisa corse sulla terrazza. La gondola era in faccia a
    S.  Mamette  e  veniva dritta alla Calcinera.  Si vedevano benissimo i
    barcaiuoli far forza di remi. Mentre Luisa posava il cannocchiale,  il
    primo  colpo  di vento strepit per la loggia sbattendo usci,  vetri e
    imposte.  Atterrita all'idea di indugiarsi  troppo,  Luisa  chiuse  in
    fretta e in furia,  pass correndo per la sala, tolse l'ombrello, usc
    senz'avvertir nessuno,  senza chiuder la porta di casa e prese la  via
    di  Albogasio Inferiore.  Passato il cimitero,  nel luogo che chiamano
    Main, incontr Ismaele.
    Dove la va, sciora Lisa, con sto temp?
    Luisa rispose che andava ad Albogasio e pass oltre.  Dopo cento passi
    le  venne  in  mente  che  non  aveva  avvertito la Veronica della sua
    partenza,  che non le aveva detto di chiuder le finestre nella  camera
    da letto e di badare a Maria. Pens di mandarglielo a dire da Ismaele.
    Egli  era gi scomparso dietro la svolta del Camposanto.  Si sent nel
    cuore un impulso a tornar indietro ma non c'era tempo.  Il  rombo  del
    tuono era continuo,  radi goccioloni battevano qua e l sul granturco,
    colpi di vento stormivano per i gelsi,  a  intervalli,  precorrendo  i
    turbini della caronasca. Luisa aperse l'ombrello e affrett il passo.
    La  furia  della pioggia la colse nelle viuzze scure d'Albogasio.  Non
    pens a riparar dentro una porta,  and avanti imperterrita.  Incontr
    una   frotta  di  ragazzi  che  scappavano  dalla  pioggia  dopo  aver
    inutilmente atteso sul  sagrato  dell'Annunciata  il  passaggio  della
    marchesa  in  portantina.  Nel  breve  tratto  di via ch' tra la casa
    comunale di Albogasio e la chiesa,  il vento le  rovesci  l'ombrello.
    Ella si mise a correre,  raggiunse quella lista di sagrato che guarda,
    dietro la chiesa,  sulla cala  della  Calcinera.  L,  protetta  dalla
    chiesa  contro  l'impeto  della  pioggia  e del vento,  raddrizz alla
    meglio l'ombrello e si affacci al parapetto.
    La chiesa dell'Annunciata posa sulla testa  d'uno  scoglio  che  dalle
    radici  del  Boglia sporge,  male avviluppato di rovi e di caprifichi,
    sopra il lago e chiude da ponente la piccola cala della Calcinera.  La
    lista  di  sagrato  dov'era  Luisa  corre appunto su quel ciglio dello
    scoglio.  Ell'avrebbe potuto seguir di lass il cammino della  gondola
    dalle  acque  di  Cressogno  fino  allo  sbarco;  ma  ora,  infuriando
    l'acquazzone,  un baglior bianco le nascondeva ogni cosa.  Per se  la
    marchesa  non ritornava a Cressogno,  doveva pure,  in qualunque punto
    approdasse, passar poi di l, perch l, dov' l'attacco dello scoglio
    sporgente  con  la  costa,   monta  sul  sagrato  la  scalinata  della
    Calcinera, unica via per salire ad Albogasio Superiore s dallo sbarco
    sottoposto che da S. Mamette o da Casarico o da Cadate.
    In pochi minuti la violenza dell'acquazzone diminu, i foschi fantasmi
    delle  montagne  cominciarono  a  disegnarsi  nel fondo bianco.  Luisa
    guard gi allo sbarco. Non v'era gondola,  non v'era portantina sulla
    riva, non v'era niente. Questo le diede noia. Possibile che la gondola
    fosse  ritornata a Cressogno?  Il fumo si dirad rapidamente,  apparve
    Cadate,  apparve sulla bocca della darsena del  Palazz,  bianco  nella
    nebbiolina grigia,  la poppa della gondola.  Ecco,  la marchesa si era
    rifugiata al Palazz e cos  aveva  fatto  anche  Pasotti  con  la  sua
    portantina  e  i  portatori.  Il  temporale si poteva dir cessato,  la
    portantina non tarderebbe a comparire.
    Invece tard dieci lunghi minuti.  Luisa teneva fissi gli occhi  sulla
    stradicciuola  che  svolta da Cadate nel seno della Calcinera.  Non vi
    era dentro a lei nessun  movimento  di  pensieri.  Tutta  l'anima  sua
    guardava  e aspettava;  niente altro.  Della gente le pass a sinistra
    salendo dalla Calcinera o venendo da Albogasio;  ogni  volta  ella  si
    coperse  piegando  l'ombrello,  per  non esser conosciuta o almeno per
    evitar  saluti  e  conversazioni.  Finalmente  un  gruppo  di  persone
    comparve  sulla  svolta.  Luisa  distinse  la  portantina,  dietro  la
    portantina Pasotti e don Giuseppe, poi, ultimi, i due barcaiuoli della
    marchesa.  Non si mosse ancora,  segu con gli occhi la portantina che
    avanzava molto lentamente e chiuse l'ombrello perch non pioveva quasi
    pi.
    Ricomparvero  cinque  o  sei  ragazzi  d'Albogasio.  Ella  disse  loro
    bruscamente di andarsene.  Indugiavano a  obbedire  ma  un  improvviso
    scroscio  di  pioggia,  senza  vento  n  tuoni,  li pose in fuga.  La
    portantina toccava allora il piede della scalinata. Luisa si mosse.
    Aveva  l'occhio  freddo,  la  persona  eretta.  Raccolta  in  un  solo
    pensiero,  disprezz  la pioggia scrosciante che le batteva sul capo e
    sulle spalle,  che la cingeva d'un torbido  velo  e  di  strepito.  Le
    piaceva,  forse,  quella passione delle cose intorno alla sua propria.
    Discendeva lenta lenta,  con l'ombrello chiuso,  stringendone forte il
    manico,  come fosse stato la impugnatura d'un'arma.  La scalinata  un
    po' tortuosa,  bisogna scendere alquanti scalini prima di  vederne  il
    fondo.  Giunta  sulla  svolta,  scorse  la  portantina,  ferma.  I due
    barcaiuoli pigliavano il posto di due  portatori.  Luisa  discese  fin
    dove si spandono sopra la scalinata i rami d'un gran noce.
    L  si  ferm,  proprio  nel momento in cui i portatori della marchesa
    cominciavano a salire.  Tutto andava bene.  Pasotti  e  don  Giuseppe,
    salendo  dietro  la  portantina  con  l'ombrello aperto,  non potevano
    vederla.  I portatori,  giunti che fossero a  lei,  bisognava  che  si
    fermassero, che si facessero da banda per lasciarle il passo.
    Quando  si  avvicinarono,  riconobbe  i  due ch'erano alla testa della
    portantina,  un fratello d'Ismaele  e  un  cugino  della  Veronica.  A
    quattro  passi  accenn  loro,  con  un gesto imperioso,  di fermarsi.
    Obbedirono immediatamente,  posarono la  portantina  a  terra  e  cos
    fecero,  senza  saperne  il  perch,  i  due  portatori che seguivano.
    Pasotti alz l'ombrello,  vide Luisa,  fece un atto  di  sorpresa,  un
    cipiglio nero;  afferr don Giuseppe, lo trasse da banda per lasciarla
    passare, non sospettando che l'incontro fosse premeditato.
    Ma Luisa non si mosse. Ella non credeva incontrarmi, signor Pasotti,
    disse a voce alta.  La marchesa mise il capo  fuori,  la  ravvis,  si
    ritrasse dicendo con qualche vigor nuovo nella sua voce floscia:
    Avanti!
    In  quel  momento  partirono  dall'alto  del sagrato acute,  disperate
    grida: Sciora Lisa!  Sciora Lisa!.  Luisa non ud.  Pasotti  aveva
    irosamente  gridato  ai portatori avanti! e i portatori riprendevano
    le stanghe.
    Avanti  pure!,  diss'ella,  risoluta  di  mettersi  a  fianco  della
    portantina. Non ho a dire che due parole.
    Se  Pasotti  e  la vecchia marchesa avevano prima immaginato lagrime e
    suppliche, dovettero attendersi allora dal fiero viso e dalla vibrante
    voce ben altro.
    Parole, adesso?, fece Pasotti avanzandosi quasi minaccioso.
    Sciora Lisa!  Sciora Luisa!,  si grid da  vicino  con  accento  di
    strazio;  e venne con le grida un rumor di passi precipitosi. Ma Luisa
    non parve udir niente. S, adesso!,  rispose a Pasotti con alterezza
    inesprimibile. Io avverto, per mia bont, questa signora...
    Sciora Lisa!
    Ella dovette pure interrompersi e voltarsi. Due, tre, quattro donne le
    furono addosso,  stravolte, scarmigliate, singhiozzanti: Che La vegna
    a c subet! Che La vegna a c subet!. Le facce, i pianti,  le voci la
    strapparon d'un colpo fuori della sua passione, del suo proposito.
    Si avvent fra quelle donne esclamando: Cosa c'?.  Ed esse sapevano
    solo ripetere con gli occhi schizzanti dall'orbita: Che  La  vegna  a
    c! Che La vegna a c!.
    Ma cosa c', stupide?
    La Soa tosa, la Soa tosa!
    Ella grid come pazza: La Maria?  La Maria?  Cosa?  Cosa?, ud fra i
    singhiozzi nominar il lago, cacci uno strido e,  apertasi la via come
    una fiera,  si slanci su per la scalinata.  Quelle donne non poterono
    tenerle dietro, ma sul sagrato ce ne erano altre, malgrado la pioggia,
    che strillavano e piangevano.
    Luisa si sent mancare, precipit a terra sull'ultimo scalino.
    Le donne accorsero a lei, dieci mani la presero, la sollevarono. Url:
    Dio,  morta?. Qualcuno rispose: No, no!. Il medico?,  diss'ella
    ansando. Il medico?. Molte voci risposero che c'era.
    Ella parve riaver tutta la sua energia, riprese lo slancio e la corsa.
    Otto o dieci persone si precipitarono dietro a lei.  Due sole poterono
    seguirla.  Volava.  Al cimitero incontr Ismaele  e  un  altro,  grid
    appena li vide:
    E' viva?  E' viva?.  Il compagno d'Ismaele ritorn indietro di corsa
    per andar ad avvertire che la madre veniva.  Ismaele  piangeva,  seppe
    solamente  rispondere:  Essmaria,  sciora  Luisa!,  e  fece atto di
    trattenerla. Luisa lo urt freneticamente via, pass oltre, seguita da
    lui che aveva perduta la testa e adesso le gridava  dietro,  correndo:
    L'  forsi nient!  l' forsi nient!.  Pareva che la pioggia dirotta,
    continua, eguale, lo smentisse piangendo.
    Giunta ansante sul sagrato di Oria,  Luisa ebbe  ancora  la  forza  di
    gridare: Maria!  Maria mia!. La finestra dell'alcova era aperta. Ud
    la Cia che piangeva ed Ester che la sgridava.  Alcune persone  fra  le
    quali  il  professor  Gilardoni  le  uscirono incontro.  Il professore
    teneva le mani giunte e  piangeva  silenziosamente,  pallido  come  un
    cadavere.  Gli altri bisbigliavano: Coraggio! Speriamo!. Ella fu per
    cadere,  esausta.  Il professore le cinse la vita con un  braccio,  la
    trasse  su  per  le  scale  che  eran  gremite di gente,  come pure il
    corridoio, al primo piano.
    Luisa pass,  quasi portata di peso,  fra voci affannose di  conforto:
    Coraggio,  coraggio!  Chi  sa!  Chi  sa!.  All'entrata  della camera
    dell'alcova, si sciolse dal braccio del professore, entr sola.
    Avevan dovuto accendere il lume perch nell'alcova,  causa la pioggia,
    faceva  scuro.  La  povera  dolce Ombretta posava nuda sul letto cogli
    occhi semiaperti e la bocca pure semiaperta.  Il viso era  leggermente
    roseo,  le labbra nerastre,  il corpo di una lividezza cadaverica.  Il
    dottore,  aiutato  da  Ester,  tentava  la  respirazione  artificiale,
    portando  le  piccole  braccia  sopra  il  capo  e  lungo  i  fianchi,
    alternativamente; facendo pressioni sull'addome.
    Dottore? Dottore?, singhiozz Luisa.
    Facciamo il possibile, rispose il dottore, grave. Ella precipit col
    viso  sui  piedi  gelati  della  sua  creatura,  li  coperse  di  baci
    forsennati.  Allora  Ester fu presa da un tremito.  No no!,  fece il
    dottore. Coraggio, coraggio! A me, esclam
    Luisa.  Il dottore l'arrest con un gesto e fece  segno  ad  Ester  di
    sostare.  Si chin sul visino di Maria,  le mise la bocca sulla bocca,
    respir pi volte profondamente,  si rialz.  Ma  rosea,   rosea!,
    sussurr  Luisa  ansando.  Il  dottore sospir in silenzio,  accese un
    cerino, lo accost alle labbra di Maria.
    Tre  o  quattro  donne  che  pregavano  ginocchioni  si  alzarono,  si
    accostarono al letto palpitanti, trattenendo il respiro. L'uscio della
    sala  era  aperto;  altri  volti  si  affacciarono di l,  silenziosi,
    intenti. Luisa, inginocchiata accanto al letto, teneva gli occhi fissi
    alla fiamma. Una voce mormor:
    Si muove.
    Ester,  dritta dietro Luisa,  scosse il capo.  Il  dottore  spense  il
    cerino.  Lana  calda!,  diss'egli.  Luisa  si  precipit  fuori e il
    dottore riprese i movimenti delle braccia.  Poi,  quando Luisa ritorn
    con la lana riscaldata,  egli da un lato, ella dall'altro si diedero a
    strofinar forte il petto e il  ventre  della  piccina.  Dopo  un  po',
    vedendo  il  pallore,  il  viso contraffatto di Luisa,  il medico fece
    segno ad una ragazza di pigliarne il posto.  Ceda,  ceda,  diss'egli
    perch  Luisa aveva fatto un gesto di protesta.  Sono stanco anch'io.
    Non  possibile. Luisa  scosse  il  capo  senza  parlare  continuando
    l'opera  sua con energia convulsa.  Il dottore alz silenziosamente le
    spalle e le sopracciglia,  cedette il proprio  posto  alla  ragazza  e
    ordin a Ester di far riscaldare dell'altra lana per coprirne le gambe
    della  bambina.  Ester  and,  fece  lei,  perch la Veronica,  appena
    successo il caso,  era sparita,  non si trovava pi.  Nel corridoio  e
    sulle  scale  la gente discuteva il fatto,  il come,  il dove.  Quando
    pass Ester tutti le domandarono: E cos?  E cos?.  Ester  fece  un
    gesto   sconsolato,   pass  senza  rispondere.   Poi  le  discussioni
    ricominciarono a mezza voce.
    Non si sapeva per quanto tempo la bambina  fosse  rimasta  nell`acqua.
    Durante  la  furia  del  temporale  un tale Toni Gall si trovava nelle
    stalle dietro casa Ribera.  Gli venne in mente  che  il  battello  del
    signor ingegnere fosse legato male e potesse fracassarsi ai muri della
    darsena.  Discese a salti, vide aperto l'uscio della darsena ed entr.
    Il battello ballava spaventosamente, inondato dagli sprazzi delle onde
    che si frangevano sui muri; ballava, si dimenava fra le catene e s'era
    posto di traverso,  avendo la poppa quasi addosso al muro.  In  faccia
    all'uscio che mette dalla via pubblica nella darsena,  corre un andito
    dal quale due scalette scendono all'acqua,  la prima  di  fianco  alla
    prora della barca, la seconda di fianco alla poppa.
    Il Toni Gall discese per la scaletta seconda onde accorciare la catena
    di  poppa.  L,  fra la barca e l'ultimo scalino,  dov'eran sessanta o
    settanta centimetri d'acqua,  vide fluttuare il corpicino di Maria col
    dorso  a galla e il capo sott'acqua.  Nel trarla dall'acqua scorse nel
    fondo una barchetta di metallo.  Port su la bambina gridando  con  la
    sua terribile voce,  fece correre tutto il paese e, per fortuna, anche
    il medico,  che si trovava a Oria,  aiut Ester a spogliar  la  povera
    creatura che non dava pi segni di vita.
    Con  chi era ella stata prima di scendere in darsena?  Con la Veronica
    no,  perch la Veronica era stata veduta entrar  nel  ripostiglio  dei
    vasi  dietro  la  casa  con  la sua guardia di finanza prima che Luisa
    uscisse. Con Ester o con il professore neppure.
    Ester l'aveva mandata a pregare nella camera  dell'alcova  e  poi  non
    l'aveva  veduta pi.  La Cia stava a lavorare e l'ingegnere a scrivere
    quando avevano udito le grida formidabili del Toni Gall.  Maria doveva
    esser  discesa  in darsena dalla camera dell'alcova per mettere la sua
    barchetta nell'acqua e fatalmente avea  trovato  aperta  la  porta  di
    casa,  aperto  l'uscio della darsena.  Il Toni Gall era d'opinione che
    avesse passato qualche minuto nell'acqua perch  galleggiava  discosto
    dal luogo dove la barchetta giaceva nel fondo.  Egli descriveva per la
    centesima volta la sua scoperta spaventosa stando in sala con la  Cia,
    con   l'ingegnere,   il   professore   ed   altri  del  paese.   Tutti
    singhiozzavano,  meno lo zio  Piero.  Seduto  sul  canap  dove  prima
    stavano  il  Gilardoni  ed  Ester,  pareva  impietrato.  Non aveva una
    lagrima, non aveva una parola. Le chiacchiere del Toni Gall gli davano
    evidentemente noia, ma taceva.  La sua nobile fisionomia era piuttosto
    solenne  e  grave  che  turbata.  Pareva  ch'egli vedesse davanti a s
    l'ombra del Fato antico. Neppure domandava notizie;  si capiva che non
    aveva  speranza.  E  si  capiva  che  il suo dolore era ben diverso da
    quelle chiassose nervosit passeggere che gli  si  agitavano  intorno.
    Era il dolore muto, composto, dell'uomo savio e forte.
    Dall'uscio aperto dell'alcova venivan voci ora d'interrogazione ora di
    comando.  Nessuno pot per dire, per un'ora e mezzo, di aver udita la
    voce di Luisa.  Qualche volta venivan pure voci trepide,  quasi liete.
    Pareva a qualcuno,  l dentro,  notare un moto,  un alito, un tepor di
    vita.  Allora tutti quelli che eran fuori accorrevano.  Lo  zio  Piero
    volgeva  il  capo  verso l'uscio dell'alcova e solo in quei momenti si
    disordinava un poco nel viso.  Pur troppo vide  ogni  volta  la  gente
    ritornarsene lentamente, in un silenzio accorato. Passarono le cinque.
    Il tempo durando piovoso, la luce mancava.
    Alle cinque e mezzo si ud finalmente la voce di Luisa.  Fu uno strido
    acuto,  inenarrabile,  che agghiacci il sangue nelle vene  di  tutti.
    Rispose  la voce del dottore con un accento di premurosa protesta.  Si
    seppe che il dottore aveva fatto un gesto come  per  dire:  oramai  
    inutile: desistiamo, e che al grido di lei aveva ripreso il lavoro.
    Poi,  nel  lamento  monotono  che  la pioggia minuta e fitta metteva a
    tutte le finestre aperte,  il silenzio della casa parve  divenuto  pi
    sepolcrale.  La sala, il corridoio andavano diventando bui, vi si and
    avvivando il debole chiaror di  candele  che  usciva  dall'alcova.  La
    gente cominci a ritirarsi, un'ombra dopo l'altra, silenziosamente, in
    punta  di piedi.  Si udivano poi sul ciottolato della via gli scarponi
    pesanti, passi senza voci.  La Cia si avvi pian piano al suo padrone,
    gli  sussurr all'orecchio se non volesse prendere qualche cosa.  Egli
    la fece tacere con un gesto brusco.
    Dopo le sette,  essendo partiti tutti gli estranei alla famiglia  meno
    il Toni Gall,  Ismaele,  il professore,  l'Ester e tre o quattro donne
    ch'erano nell'alcova,  si udirono dei  gemiti  lunghi,  sommessi,  che
    quasi non parevano umani.  Il dottore entr in sala. Non ci si vedeva.
    Urt in una sedia e disse  forse:  C'  qui  il  signor  ingegnere?.
    Scior s, rispose il Toni Gall e and a pigliar un lume. L'ingegnere
    non parl n si mosse.
    Il Toni Gall ritorn presto con un lume e il dottor Aliprandi,  che mi
    piace ricordar qui come un franco galantuomo,  una bella  mente  e  un
    nobile cuore, si avvicin al canap dove sedeva lo zio Piero.
    Signor  ingegnere,  diss'egli  con  le  lagrime agli occhi,  adesso
    bisogna che faccia qualche cosa Lei.
    Io?, rispose lo zio Piero alzando il viso.
    S,  bisogna almeno cercare di condurla via.  Bisogna che venga Lei e
    ci  metta una parola.  Lei  come un padre.  Questi sono i momenti del
    padre.
    Lo lasci stare,  il mio padrone,  brontol la Cia.  Non  buono per
    queste cose. Ci soffre e niente altro.
    Adesso si udivano, insieme ai gemiti, voci tenere e baci.
    L'ingegnere punt i pugni sul canap e rimase un momento a capo chino.
    Poi si alz, non senza stento, e disse al medico:
    Debbo andar solo?
    Desidera che ci sia anch'io?
    S.
    Va  bene.  Del  resto  sar  inutile.  Forzare  non vorrei ma tentare
    bisogna.
    Il dottore mand via le donne  ch'erano  ancora  nell'alcova,  poi  si
    volse dall'entrata all'ingegnere e gli fe' segno di venire.
    Donna Luisa, diss'egli dolcemente. C' lo zio, il suo caro zio, che
    viene a pregarla.
    Il vecchio entr col viso pacato ma vacillando.  Fatti due passi nella
    camera si ferm.  Luisa era seduta sul letto con la sua bambina  morta
    in  braccio,  la stringeva,  la baciava sul viso e sul collo,  gemeva,
    premendovi su le labbra, gemiti lunghi, inesprimibili.
    S s s s, diss'ella, quasi con un sorriso tenero nella voce.  E'
    il tuo zio,  cara,   il tuo zio che viene a trovar il suo tesoro,  la
    sua Ombretta,  la sua Ombretta Pip che gli vuol tanto bene.  S s s
    s.
    Luisa,  disse lo zio Piero,  quietati. Tutto  stato fatto quel che
    si poteva fare, adesso vieni con me, non star pi qui, vieni con me.
    Zio zio zio,  fece Luisa con una voce  grossa  di  tenerezza,  senza
    guardarlo,  stringendosi il cadavere sul seno, cullandolo. Vieni qua,
    vieni qua, vieni qua dalla tua Maria. Vieni,  vieni qua da noi che sei
    il  nostro  zio,  il  nostro caro zio.  No,  cara,  no,  cara,  non ci
    abbandona mica il nostro zio.
    Lo  zio  trem,  il  dolore  lo  vinse  un  momento,  gli  strapp  un
    singhiozzo. Lasciala in pace, diss'egli con voce soffocata. Essa non
    parve udirlo, riprese: Andiamo noi, cara, andiamo noi dal nostro zio.
    Che  ci  andiamo,   Maria?   S,  s,  andiamo,  andiamo.  Si  lasci
    sdrucciolare dal letto a terra si avvi verso lo zio  stringendosi  al
    petto col braccio sinistro la sua dolce morta,  pass l'altro al collo
    del vecchio,  gli sussurr: un bacio,  un bacio,  un bacio  alla  tua
    Ombretta, un bacio solo, uno solo.
    Lo zio Piero si chin, baci il visetto gi deturpato amaramente dalla
    morte,  lo  bagn  di  due  grosse  lagrime.  Guarda,  guarda,  zio,
    diss'ella.  Dottore,  porti qua il lume.  S  s,  non  sia  cattivo,
    dottore. Guarda, zio, che tesoro. Dottore!
    L'Aliprandi  era  riluttante e tent resistere ancora;  ma quel dolore
    folle aveva qualche cosa di sacro che s'impose. Obbed,  prese il lume
    e  lo  accost  al  piccolo  cadavere  che  faceva  con  quegli  occhi
    semiaperti e quelle pupille dilatate una piet immensa ed era stato la
    Maria, la Ombretta gentile, la dolcezza del vecchio, il viso e l'amore
    della casa.
    Guarda, zio, questo piccolo petto come l'abbiamo maltrattato,  povero
    tesoro, come gli abbiamo fatto male con tanto strofinare. La tua mamma
     stata, sai, Maria, la tua brutta mamma e quel cattivo dottore l.
    Basta!,  disse  il  dottore  risolutamente,  posando  il  lume sulla
    scrivania.  Parli pure alla Sua bambina,  ma non a questa,  a  quella
    ch' in Paradiso.
    L'impressione  fu  terribile.  Ogni tenerezza spar dal viso di Luisa.
    Ella indietreggi cupa,  stringendosi la sua morta  sul  seno.  No!,
    stridette,  no!  non in Paradiso!  E' mia! E' mia! Dio  cattivo! No!
    Non gliela do!
    Indietreggi  indietreggi  sin  dentro  all'alcova,   tra  il   letto
    matrimoniale  e  il  lettuccio,  ricominci  i  lunghi  gemiti che non
    parevano umani.  L'Aliprandi  fece  uscire  l'ingegnere  che  tremava.
    Passer, passer, diss'egli. Bisogna aver pazienza.
    Adesso resto io.
    In sala c'era Ismaele che prese il professore a parte.
    E avvertire il signor don Franco?,  diss'egli. Si parl allo zio, si
    decise di mandar un telegramma da Lugano,  l'indomani  mattina  perch
    oramai era troppo tardi, a nome dello zio, parlando di malattia grave.
    Ester scrisse il telegramma, in sala c'era un'altra persona, la povera
    Pasotti  corsa  l  mentre  suo  marito  era andato ad accompagnare la
    marchesa a Cressogno. Ella singhiozzava,  disperata d'aver dato quella
    barchetta  a  Maria.  Voleva  entrare  da Luisa ma il dottore,  udendo
    pianger forte, usc,  raccomand quiete,  silenzio.  La Pasotti and a
    piangere  in loggia.  Con lei erano venuti il curato don Brazzova e il
    prefetto della Caravina che avevan pranzato a casa Pasotti.  Pi tardi
    venne  il curato di Castello,  l'Introini,  piangendo come un ragazzo.
    Volle  assolutamente  entrare  da   Luisa   malgrado   il   medico   e
    s'inginocchi  in  mezzo  alla camera,  supplic Luisa di donar la sua
    bambina al Signore. Che la guarda, soggiunse, che La guarda, sciora
    Lisa, se La voeur propi minga donghela al Signor,  che ghe La dona a
    la  Soa  nonna Teresa,  a la Soa mammin de Lee,  che ghe l'avar insc
    cara, s in Paradis!
    Luisa fu intenerita,  non dalle parole,  ma dal pianto e  rispose  con
    dolcezza:  L' capii che ghe credi minga,  mi,  al So Paradis!  El me
    Paradis l' chi!.
    L'Aliprandi fece al  curato  un  gesto  di  preghiera  e  quegli  usc
    singhiozzando.

    Il  medico  parti  da  Oria verso la mezzanotte insieme al professore.
    Tutta la casa taceva,  neppur  dall'alcova  usciva  pi  alcuna  voce.
    L'Aliprandi aveva passate le ultime due ore in sala, col professore ed
    Ester, senza udir mai un grido n un gemito n un movimento qualsiasi.
    Era  andato due volte a guardare.  Luisa stava seduta sulla sponda del
    suo letto con i gomiti sulle  ginocchia  e  la  faccia  tra  le  mani,
    contemplando  il  lettuccio  che l'Aliprandi non poteva vedere.  A lui
    questa immobilit nuova dispiaceva quasi pi che la sovreccitazione di
    prima.  Poich Ester intendeva restare tutta la notte,  le  raccomand
    che  tentasse,  con  discrezione,  di  scuoter la sua amica,  di farla
    piangere e parlare.
    A vegliare con Ester si trattenevano altre donne del paese  e  Ismaele
    che  doveva  partir per Lugano alle cinque.  Lo zio Piero era andato a
    letto.
    L'Aliprandi e il professore si fermarono  sul  sagrato  a  guardar  la
    finestra illuminata dell'alcova,  ad ascoltare.  Silenzio.  Maledetto
    lago!,  fece il dottore,  pigliando il braccio  del  suo  compagno  e
    rimettendosi  in  via.  Certo egli pensava,  cos dicendo,  alla dolce
    creaturina che il lago aveva uccisa,  ma v'era pure nel suo  cuore  il
    dubbio  che altri guai fossero in cammino,  che l'opera sinistra delle
    acque perfide non fosse ancora compiuta; e v'era una piet immensa per
    il padre, per il povero padre che non sapeva ancora niente.

















    11. Ombra e aurora.

    Franco, appena ricevuto il telegramma, corse all'ufficio dell'Opinione
    in via della Rocca. Dina, vedendolo torbido, gli disse: Oh!  Lo avete
    saputo?.  Franco si sent gelare il sangue,  ma Dina,  quando ud del
    telegramma,  fece un atto di stupore.  No  no,  non  sapeva  nulla  di
    questo.  Era stato informato da parte del Presidente del Consiglio che
    la  Polizia  austriaca  aveva  fatto  perquisizioni  ed   arresti   in
    Vall'Intelvi e che fra le carte di un medico si era trovato il nome di
    don   Franco  Maironi  con  indicazioni  assai  compromettenti.   Dina
    soggiunse che in un momento cos angoscioso per  un  padre  non  osava
    quasi  dirgli perch il conte di Cavour si interessasse a lui.  Gliene
    aveva parlato egli stesso, Dina, e il conte s'era mostrato dispiacente
    che un gentiluomo lombardo di cos bel nome si trovasse  a  Torino  in
    condizioni  dure  e oscure.  Dina credeva ch'egli avesse intenzione di
    offrirgli un impiego al Ministero  degli  Esteri.  Ora  Franco  doveva
    partire,  certo.  La  bambina  guarirebbe ed egli ritornerebbe nel pi
    breve tempo possibile. Intanto si fermerebbe a Lugano, non  vero?  in
    attesa  di  notizie;   e  se  non  fosse  proprio  necessario  non  si
    arrischierebbe mica  di  entrar  in  Lombardia.  Con  quest'affare  di
    Vall'Intelvi  sarebbe  un'imprudenza  enorme.  Franco  tacque e il suo
    direttore, nel congedarlo,  insistette: Abbia prudenza!  Non si lasci
    prendere!, ma non ebbe alcuna risposta.
    Dal  momento  in  cui  aveva  ricevuto  il  telegramma,  Franco  aveva
    camminato su e gi per Torino come in sogno,  senza udire il suono dei
    propri  passi,  senza  coscienza di ci che vedeva,  di ci che udiva,
    andando macchinalmente dove gli occorreva,  in quella congiuntura,  di
    andare,  dove  lo  portava una facolt inferiore e servile dell'anima,
    quel misto di ragione e d'istinto che ci sa guidare per  il  labirinto
    delle vie cittadine,  mentre lo spirito nostro, fisso in un problema o
    in una passione,  niente se ne cura.  Vendette orologio e  catena  per
    centotrentacinque  lire  a  un  orologiaio di Doragrossa,  comper una
    bambola per Maria,  pass dal caff Alfieri e dal caff Florio per far
    avvertire  gli amici e,  dovendo pigliar il treno delle undici e mezzo
    per Novara, fu alla stazione alle undici.  Vi capitarono alle undici e
    un  quarto  il Padovano e l'Udinese.  Essi cercarono di rincorarlo con
    ogni sorta di supposizioni rosee e di ragionamenti vani,  ma egli  non
    rispondeva  parola,  aspettava  con  una avidit immensa il momento di
    partire, di esser solo,  di correre verso Oria,  perch,  qualunque ne
    fosse  il  pericolo,  era  ben  deciso di andare a Oria.  Entr in una
    carrozza di terza classe e quando la  locomotiva  fischi,  quando  il
    treno si scosse, mise un gran sospiro di sollievo, e si diede tutto al
    pensiero  della  sua  Maria.  Ma  v'era  troppa gente,  troppo rozza e
    chiassosa gente intorno a lui.  A Chivasso,  non potendo  resistere  a
    quei discorsi, a quelle risate, pass in una carrozza vuota di seconda
    classe dove si mise a parlar solo, guardando il sedile di faccia.
    Dio, perch non mettere nel telegramma una parola di pi? Oh, Signore,
    una parola sola! Il nome della malattia, almeno!
    Un  nome  orribile  gli  attravers la mente: croup.  Stese le braccia
    avanti, contro il fantasma, in uno stiramento convulso, aspirando aria
    con tutta la forza sua e le lasci ricader con  un  soffio  che  parve
    vuotargli  il  petto d'anima e di vita.  Perch doveva trattarsi di un
    male subitaneo,  altrimenti Luisa avrebbe scritto.  Altro lampo  nella
    mente:  congestione cerebrale?  Egli stesso,  da bambino,  era stato a
    morte per una congestione cerebrale. Signore, Signore,  questa era una
    luce  buona.  Era  Dio  che  gliela  mandava!  Fu  preso da singhiozzi
    nervosi, senza lagrime.  Maria,  tesoro,  amore,  gioia!  Doveva esser
    questo,  s.  La  vide  ansante,  accesa,  vegliata dal medico e dalla
    mamma,  immagin in un minuto lunghe  lunghe  ore  al  suo  capezzale,
    lunghe angoscie,  il rinascer della speranza,  il primo sussurro della
    dolce voce:
    Pap mio.
    Si alz in piedi,  giunse e strinse le mani  in  uno  sforzo  muto  di
    preghiera.  Poi ricadde a seder esausto, volse gli occhi senza sguardo
    alla campagna fuggente,  sentendo quasi un legame fra le  grandi  Alpi
    velate,  ferme  all'orizzonte di settentrione e il pensiero dominante,
    fermo, assopito,  nell'anima sua.  Ogni tanto lo strepito del treno lo
    toglieva dal suo torpore suggerendogli l'idea di una corsa angosciosa,
    richiamando il suo cuore a correre,  a batter cos.  Egli chiudeva poi
    gli occhi per vedersi meglio  arrivare  a  casa.  Subito  gli  venivan
    immagini  su  dal  cuore  alle  palpebre,  ma  si muovevano,  mutavano
    continuamente,  non poteva arrestarle pi d'un momento.  Era Luisa che
    gli  correva  incontro  sulle  scale,  era  lo zio che gli stendeva le
    braccia sull'entrata della sala,  era  il  dottor  Aliprandi  che  gli
    apriva l'uscio dell'alcova e gli diceva bene bene, era, nella camera
    buia,  un moto di ombre silenziose,  era Maria che lo guardava con gli
    occhi lucidi di febbre.
    A Vercelli,  parendogli gi essere a mille miglia da Torino,  l'impero
    della realt lo riprese.  Quando sarebbe a Lugano,  come, per qual via
    andrebbe a Oria?  Scopertamente,  per il lago,  facendosi vedere  alla
    Ricevitoria?  E  se  non  lo  lasciassero passare perch non aveva sul
    passaporto il visto dell'uscita, o se,  peggio,  vi fosse un ordine di
    arresto  per  quest'affare  del  medico di Pellio?  Meglio prendere la
    montagna.  Poteva venire arrestato dopo,  ma con la pratica dei luoghi
    che  aveva  fatto  prima  del  1848,  cacciando,  era  quasi sicuro di
    arrivare a casa.  Questo faticoso lavoro di fare e  disfare  piani  lo
    distrasse alquanto,  gli tenne occupata la mente sin oltre Arona,  sul
    battello del Lago Maggiore.  Aveva fatto il conto di arrivare a Lugano
    nel  cuore  della  notte.  Se vi fosse qualcuno ad aspettarlo?  Se non
    v'era nessuno,  poteva darsi che alla farmacia Fontana,  dove andavano
    molte  valsoldesi,  si  sapesse qualche cosa.  Se Iddio volesse fargli
    trovare a Lugano notizie rassicuranti potrebbe rimettere  all'indomani
    ogni  decisione circa l'andata a Oria.  Prese dunque il partito di non
    far progetti sino a  Lugano  e  preg  fervorosamente  Iddio  che  gli
    facesse  trovare  queste  buone  notizie.  Il  cielo  era coperto,  le
    montagne  avevano  gi  una  tinta  autunnale  triste,   il  lago  era
    leggermente  nebbioso,  le campane di Meina suonavano;  sul vapore non
    c'era quasi nessuno e la preghiera di Franco gli mor nel cuore  sotto
    una tristezza pesante,  gli occhi suoi si smarrirono dietro uno stormo
    di gabbiani bianchi che volavan lontano  verso  le  acque  di  Laveno,
    verso il paese nascosto dov'era l'anima sua.
    Arriv a Magadino dopo le sette,  fece il monte Ceneri a piedi, per il
    sentiero che mette alla Cantoniera,  prese una vettura  a  Bironico  e
    arriv a Lugano dopo la mezzanotte.  Discese in piazza presso il caff
    Terreni. Il caff era chiuso, la piazza deserta, scura;  tutto taceva,
    anche  il  lago  di  cui  s'intravedeva  un palpitar lento nell'ombra.
    Franco si ferm un momento sulla riva con la speranza che  qualcheduno
    fosse  venuto ad aspettarlo e comparisse da qualche parte.  Non poteva
    veder la Valsolda nascosta dietro il monte Br;  ma quella era l'acqua
    stessa  che  rispecchiava  Oria,  che  dormiva nella darsena della sua
    casa.  Gli si allarg un poco il cuore in un sentimento di  pace,  gli
    parve  essere  ritornato tra familiari suoi.  Tacendo ogni voce umana,
    gli parlavano le grandi montagne oscure,  sopra tutte il monte Caprino
    e la Zocca d'i Ment che vedevano Oria.  Gli parlavano dolcemente,  gli
    suggerivano un presentimento buono.  Diciannove ore eran passate dalla
    data del telegramma; il male poteva esser vinto.
    Non  comparendo  nessuno,  si  avvi  alla farmacia Fontana,  suon il
    campanello.  Egli  conosceva  da  molti  anni  quell'ottimo,  cordiale
    galantuomo  del  signor  Carlo  Fontana,  passato  anche lui col mondo
    antico.  Il signor Carlo venne alla finestra e si meravigli molto  di
    vedere don Franco.  Non aveva alcuna notizia della Valsolda, era stato
    due giorni a Tesserete,  n'era ritornato  da  poche  ore,  non  sapeva
    niente.  Il suo assistente, il signor Benedetto, era partito anche lui
    da poche ore, per Bellinzona.  Franco ringrazi e si avvi verso Villa
    Ciani, risoluto di andare subito ad Oria.
    Poteva  scegliere  fra  due  vie:  o  salire da Pregassona il versante
    svizzero del Boglia,  toccar l'Alpe della Bolla,  attraversare il Pian
    Biscagno  e  il gran bosco dei faggi,  uscirne sul ciglio del versante
    lombardo,  al faggio della Madonnina,  calare ad Albogasio Superiore e
    Oria;  o  prendere  la  comoda via di Gandria verso il lago,  e poi il
    sentiero  malvagio  e  rischioso  che  da  Gandria,  ultimo  villaggio
    svizzero,  taglia la costa ertissima,  passa il confine a un centinaio
    di metri sopra il lago, porta alla cascina di Origa,  cala nei burroni
    della  Val  Malghera  e  ne risale alla cascina di Rooch,  vi trova la
    stradicciuola selciata che passa sopra il Niscioree e discende a Oria.
    La prima via era assai pi lunga e faticosa ma  in  compenso  migliore
    per  eludere  al  confine  la vigilanza delle guardie.  Partendo dalla
    farmacia Fontana, Franco decise di appigliarsi a quella.  Ma quando fu
    a Cassarago, dove mettono la strada di Pregassona a quella di Gandria,
    quando  vide  la  punta  di  Castagnola  cos  vicina  e  pens che da
    Castagnola si va a Gandria in meno di mezz'ora,  che da Gandria si pu
    andare  a  Oria  in  un'ora  e mezza,  l'idea di salire il Boglia,  di
    camminare sette od otto ore  gli  divenne  intollerabile.  Salendo  il
    Boglia  sarebbe  poi  anche  arrivato  di giorno;  questo era,  per la
    sicurezza,   uno  scapito  grande.   Prese  risolutamente  la  via  di
    Castagnola  e  Gandria.  Il cielo era tutto coperto di nuvole pesanti.
    Sotto i grandi castani ove passava il sentiero di Castagnola,  non  si
    sapeva dove mettere il piede;  ma che sarebbe poi stato nel gran bosco
    del Boglia,  se  Franco  avesse  presa  quella  via?  Cos  fu  dentro
    Castagnola  e  peggio  di  cos nel labirinto delle viuzze di Gandria.
    Dopo averle fatte e  rifatte  pi  volte,  sbagliando,  Franco  riusc
    finalmente  sul sentiero del confine e si ferm a riposare.  Sul punto
    di cimentarsi nel fitto delle  tenebre  ai  pericoli  di  un  sentiero
    difficile,  di un incontro con le guardie austriache, per giungere poi
    a quell'altro pauroso passo dell'entrar in  casa,  del  far  la  prima
    domanda,  dell'udir la prima risposta,  alz la mente a Dio,  raccolse
    tutti i suoi pensieri in un proposito di fortezza e di calma.
    Si ripose in cammino.  Gli occorreva ora dare tutta la sua  attenzione
    al  sentiero per non smarrirlo,  per non precipitare.  I campicelli di
    Gandria finiscono presto. Poi vengono fratte folte,  pendenti sopra il
    lago,  valloncelli franosi,  mascherati dal bosco, che ruinano diritti
    al basso.  In quei passaggi bui  Franco  era  costretto  di  menar  le
    braccia  alla  cieca per abbrancar un ramo,  poi un altro,  cacciar il
    viso nel fogliame che almeno aveva l'odore della Valsolda, trascinarsi
    di pianta in pianta,  tastar coi piedi il suolo,  non senza terrori di
    sprofondare,  cercar  le  tracce  del  sentiero.  Il  suo fardello era
    piccino ma pure gli dava impaccio.  E gli  dava  noia  quello  stormir
    delle frasche al suo passaggio; gli pareva che dovesse udirsi lontano,
    sui  monti e sul lago,  nel silenzio religioso della notte.  Allora si
    fermava e stava in ascolto.  Non  udiva  che  il  remoto  rombo  della
    cascata di Rescia,  qualche lungo ululato di allocchi nei boschi di l
    del lago e talvolta gi nel profondo, sull'acqua, un secco tocco,  Dio
    sa di che. Non impieg meno di un'ora per arrivare al confine. L, fra
    la valle del Confine e la Val Malghera, il bosco era stato tagliato di
    recente,  il  pendio sassoso era nudo,  maggiore perci il pericolo di
    precipitare, maggiore il pericolo di venire scoperto.  Attravers quel
    tratto  pian piano,  fermandosi spesso,  mettendosi carponi.  Prima di
    arrivare a Origa ud, gi abbasso, un rumor lieve di remi.  Sapeva che
    la barca delle guardie passava qualche volta la notte alla riva di Val
    Malghera.  Eran le guardie,  certo. Sotto i castagni di Origa respir.
    L era coperto e camminava sull'erba,  senza rumore.  Scese  la  costa
    occidentale di Val Malghera e risal dall'altra parte senza intoppi.
    Nell'avvicinarsi a Rooch il cuore gli martellava a furia. Rooch  come
    un  avamposto  di Oria.  Ivi mette capo la stradicciuola ch'egli aveva
    salita tante volte con Luisa nei tepidi pomeriggi invernali, cogliendo
    violette e foglie d'alloro, discorrendo dell'avvenire.  Si ricord che
    l'ultima   volta   avevano  avuto  una  piccola  disputa  sullo  sposo
    desiderabile per Maria,  sulle  qualit  che  dovrebbe  avere.  Franco
    avrebbe preferito un agricoltore e Luisa un ingegnere meccanico.
    Rooch    una  cascina posta a ridosso di pochi campicelli scaglionati
    sul monte che fanno una chiara piccola macchia  nella  boscaglia.  Una
    stanza sopra, la stalla sotto, un portichetto davanti alla stalla, una
    cisterna nel portichetto; non c' altro.
    Il portichetto s'affaccia sulla viottola ciottolata che passa da due a
    tre metri pi basso. Dal ciglio del burrone di Val Malghera a Rooch ci
    son  pochi  passi.  Salito  sul  ciglio,  Franco  ud qualcuno parlare
    sommessamente nella cascina.
    Sost e,  fattosi da banda,  si  stese  bocconi  sull'erba  fuori  del
    sentiero,  lungo un cespuglietto di castagni.  Non ud pi parlare, ma
    ud venire un rapido passo d'uomo e stette  immobile,  trattenendo  il
    respiro.  L'uomo  si ferm quasi accanto a lui,  aspett un poco,  poi
    ritorn indietro adagio e disse ad alta voce,  con accento forestiero:
    Non c' niente. Sar stata una volpe.
    Le guardie. Segu un lungo silenzio durante il quale non os muoversi.
    Le   guardie   ricominciarono   a   discorrere   ed  egli  si  propose
    d'indietreggiare senza far rumore,  di calarsi da capo in Val Malghera
    per  girare  dietro  la  cascina,  in  alto.  Si lev adagio adagio le
    scarpe.  Stava per muoversi quando ud  le  guardie,  tre  o  quattro,
    uscire dalla cascina discorrendo e venire verso di lui.  Ne intese una
    dire: Non resta qui nessuno?, e un'altra rispondere: E' inutile.
    Quattro guardie gli passarono accanto una dopo l'altra senza  vederlo.
    Non  avevan  sospetti  perch  discorrevano di cose indifferenti.  Uno
    diceva che si pu restare sott'acqua dieci  minuti  senz'affogare,  un
    altro ribatteva che dopo cinque minuti bisogna morire. La quarta pass
    in silenzio ma,  appena passata,  si ferm; Franco rabbrivid udendola
    fregar un fiammifero. Quegli accese la pipa, tir due o tre boccate di
    fumo,  e poi domand ai compagni,  alquanto forte  perch  s'eran  gi
    dilungati, scendevan la costa di Val Malghera.
    Quanti anni aveva?
    Uno di coloro rispose, pure forte:
    Tre anni e un mese.
    Allora la quarta guardia tir altre due boccate di fumo e si rimise in
    cammino.  Franco,  che  stava bocconi,  all'udir tre anni e un mese,
    l'et  di   Maria,   si   alz   sulle   braccia   stringendo   l'erba
    convulsivamente. Il rumor dei passi si perdeva gi in Val Malghera.
    Dio,  Dio,  Dio,  Dio!,  diss'egli.  Si  rizz  ginocchioni,  ripet
    lentamente dentro a s, come istupidito, la parola terribile: aveva.
    Si torse le mani, gemette ancora: Dio, Dio, Dio, Dio!.
    Di quel che fece in seguito non ebbe quasi coscienza. Scese a Oria con
    la sensazione vaga d'esser diventato sordo,  con un gran  tremito  nel
    braccio  che  portava  la  bambola.  Arriv  alla  Madonna  del Romt,
    attravers il paese e invece di scendere per la scalinata del Pomodoro
    continu diritto per il  sentiero  che  raggiunge  la  scorciatoia  di
    Albogasio Superiore, discese per la stessa scaletta che aveva presa la
    Pasotti  il  giorno  prima  della catastrofe.  Vide sulla faccia della
    chiesa un chiaror debole che usciva dalla finestra dell'alcova, non si
    ferm sotto la finestra illuminata, non chiam, entr nel sottoportico
    e spinse l'uscio.
    Era aperto.
    Entr dal fresco della notte in un'afa pesante,  in un odore strano di
    aceto  bruciato  e  d'incenso.  Si  trascin a stento su per le scale.
    Davanti a lui, sul pianerottolo a mezza scala,  veniva lume dall'alto.
    Giunto  l  vide  che  la  luce usciva dalla camera dell'alcova.  Sal
    ancora,  mise  il  piede  sul  corridoio.  L'uscio  della  camera  era
    spalancato;  molti  lumi dovevano arder l dentro.  Sent,  con l'odor
    d'incenso,  odor di fiori,  fu preso da un tremito violento,  non pot
    avanzare.  Dalla  parte della cucina si udiva qualcuno dormire,  dalla
    parte dell'alcova non si udiva niente.  A un tratto la voce  di  Luisa
    parl,  tenera,  quieta: Vuoi che venga anch'io, domani, dove vai tu,
    Maria?  La vuoi la tua mamma,  in terra  con  te?.  Luisa!  Luisa!,
    singhiozz Franco.  Si trovarono nelle braccia l'uno dell'altro, sulla
    soglia della loro camera nuziale che  aveva  la  memoria  degli  amori
    ancor viva e il dolce lor frutto, morto.
    Vieni, caro, vieni vieni, diss'ella e lo trasse dentro.
    Nel  mezzo della camera,  fra quattro ceri accesi,  giaceva nella bara
    aperta,  sotto un cumulo di fiori recisi  e  languenti  come  lei,  la
    povera  Maria.  Erano rose,  vainiglie,  gelsomini,  begonie,  gerani,
    verbene, frondi fiorite di olea fragrans,  e altre frondi non fiorite,
    egualmente scure,  egualmente lucenti: le frondi del carrubo gi tanto
    caro a lei perch tanto caro al suo pap.  Fiori e frondi erano sparsi
    anche sul viso.
    Franco  s'inginocchi singhiozzando: Dio,  Dio,  Dio!,  mentre Luisa
    prese due roselline,  le pose in una manina di Maria e  poi  la  baci
    sulla fronte.
    Tu puoi baciarla sui capelli,  diss'ella.  Sul viso no.  Il dottore
    non vuole.
    Ma tu? Ma tu?
    Oh, per me  un'altra cosa.
    Egli pos invece le labbra sulle labbra gelide che trasparivano tra le
    foglie di carrubo e fiori di geranio. Ve le pos lievemente,  come per
    un  addio  tenero,  non  disperato,  alla  veste  caduta e vuota della
    diletta creatura sua partita per altra dimora.
    Maria, Maria mia, sussurr fra i singhiozzi, che cosa  stato?
    Egli non aveva inteso affatto che  il  primo  discorso  delle  guardie
    sugli annegati avesse un nesso col secondo.
    Non  lo  sai?,  gli  chiese  la moglie senza sorpresa,  pacatamente.
    Gliel'avevano detto com'era stato telegrafato; ma ella sapeva pure che
    Ismaele doveva recarsi a Lugano per incontrarvi Franco e ignorava  che
    Ismaele,  arrivata  la  posta  dal Ceneri senza nessuno,  era andato a
    dormire.
    Povero Franco!,  diss'ella baciandolo sul capo,  quasi maternamente.
    Non c' mica stata malattia.
    Egli  si  rizz  in  piedi,  esclam  atterrito: Come?  Non c' stata
    malattia?
    La persona che Franco aveva udito  dormire,  la  Leu,  entr  in  quel
    momento per far suffumigi,  vide Franco,  rimase sbalordita. Va', le
    disse Luisa,  posa il fuoco l fuori,  mettici quel che vuoi e poi va
    in cucina, dormi, povera Leu. Quella obbed.
    Non c' stata malattia?, ripet Franco.
    Vieni, gli rispose sua moglie, ti racconter tutto.
    Lo fece sedere sulla dormeuse,  a pi del letto matrimoniale.  Egli la
    voleva accanto a s.  Ella gli fe' segno di no,  di non insistere,  di
    tacere,  d'aspettare,  e  sedette  a  terra  presso  la  sua creatura,
    incominci il racconto doloroso con voce piana, eguale,  indifferente,
    quasi,  al dramma che diceva, con una voce simile a quella della sorda
    Pasotti,  che pareva venire  da  un  mondo  lontano.  Prese  le  mosse
    dall'incontro  con la Bianconi in Camp e disse,  sempre con la stessa
    calma,  tutti i pensieri,  tutti i sentimenti che l'avevan portata  ad
    affrontare  la  nonna,  disse  i  fatti  sino  al momento in cui s'era
    convinta che Maria non aveva pi vita. Quand'ebbe finito s'inginocchi
    a baciar la sua morta e le sussurr: Il tuo pap ha in mente che t'ho
    uccisa io, adesso, ma non  vero, sai, non  vero.
    Egli si alz,  tutto vibrante di una commozione senza nome,  si  chin
    sopra di lei,  la raccolse da terra,  non renitente n abbandonantesi,
    con mani risolute e riguardose,  se la colloc vicina sulla  dormeuse,
    le  cinse  con  un  braccio le spalle,  la strinse a s,  le parl sui
    capelli, bagnandoli di poche lagrime ardenti che a quando a quando gli
    rompevan la voce: Povera Luisa mia,  no,  non l'hai uccisa  tu.  Come
    vuoi  che io pensi questa cosa?  Oh,  no,  cara,  no.  Io ti benedico,
    invece,  per tutto che hai fatto per lei da quando  nata.  Io che non
    ho fatto niente, ti benedico, te che hai fatto tanto. Non dir pi, non
    dir  pi  quella cosa!  La nostra Maria... Un violento singhiozzo gli
    ruppe le parole,  ma  subito  l'uomo,  con  forte  volere,  si  vinse,
    continu: Non sai cosa dice la nostra Maria in questo momento?  Dice:
    mamma mia,  pap mio,  adesso siete soli,  ciascuno di voi non ha  che
    l'altro,  siate  uniti pi che mai,  donatemi a Dio perch mi ridoni a
    voi,  perch io sia il vostro angelo e vi conduca un giorno  a  Lui  e
    stiamo insieme per sempre. La senti, Luisa, che dice cos?.
    Ella fremeva nelle sue braccia,  scossa da sussulti violenti, col viso
    basso,  resistendo a Franco che glielo voleva alzare.  Finalmente  gli
    prese in silenzio una mano e gliela baci. Egli pure, allora, la baci
    sui capelli. Poi gli sussurr:
    Rispondimi.
    Tu  sei  buono,  rispose  Luisa con voce accorata e debole,  tu hai
    piet di me ma non pensi quello che tu dici.  Tu devi pensare  che  la
    causa  della  sua  morte  sono  io,  che  se  avessi  seguito  i  tuoi
    sentimenti, le tue idee, non sarei uscita di casa,  e se non uscivo di
    casa non succedeva niente, Maria sarebbe viva.
    Lascia star questo,  lascia star questo.  Tu potevi credere che Maria
    fosse in camera o con la Veronica,  tu potevi rimanere in sala con gli
    sposi  e  la  disgrazia sarebbe successa ugualmente.  Non pensar pi a
    questo, Luisa. Ascolta invece quello che ti dice Maria.
    Povero Franco! Poveretto, poveretto!,  disse Luisa,  con un'amarezza
    di  sottintesi  paurosi,  da  far  gelare  il  sangue.  Franco tacque,
    tremando, non valendo a immaginare cosa ella pensasse,  eppure temendo
    udirlo.  Si  sciolsero  lentamente  dalla  loro stretta,  Luisa per la
    prima. Ella riprese per la mano di suo marito,  volle accostarsela da
    capo alle labbra.  Franco trasse teneramente a s quella di lei, tent
    un'ultima parola:
    Perch non mi vuoi rispondere?
    Ti farei troppo male, diss'ella, sottovoce.
    Egli ebbe il senso di una irreparabile  rovina  nell'anima  di  lei  e
    tacque.  Non ritir la mano ma si sent mancare ogni forza, invader da
    uno scuro,  da un gelo,  come se Maria,  chiamata  inutilmente,  fosse
    morta una seconda volta.  L'angoscia,  la stanchezza,  l'afa,  i misti
    odori della camera poterono tanto sopra di esso che dovette uscire per
    non venir meno.
    And in loggia.  Le finestre erano aperte;  l'aria  pura,  fresca,  lo
    rianim.  Pianse,  al  buio,  la sua figliuola,  senza ritegno,  senza
    nemmeno quel  ritegno  che  vien  dalla  luce.  S'inginocchi  ad  una
    finestra,  s'incroci le braccia sul petto, pianse, col viso al cielo,
    lagrime e parole a flutti,  parole incomposte di  strazio  e  di  fede
    ardente,  chiamando  Dio in aiuto,  Dio,  Dio che lo aveva colpito.  E
    glielo disse, a Dio,  con la piena delle lagrime,  che gli permettesse
    di piangere ma che sapeva bene perch la bambina era morta.  Non aveva
    egli tanto pregato che il Signore la salvasse dal pericolo di  perdere
    la fede stando con sua madre?  Ah quella sera,  quella ultima sera che
    Maria gli aveva detto pap mio,  un bacio e tante altre tenerezze  e
    non  voleva  lasciar  la  sua  mano,  come come aveva pregato!  Era un
    terrore,  una gioia,  uno spasimo di ricordarlo.  Signore,  Signore,
    diss'egli  verso  il  cielo,  Tu  tacevi  e  mi ascoltavi,  Tu mi hai
    esaudito secondo le tue vie misteriose, Tu hai preso il mio tesoro con
    Te, ella  sicura,  ella gode,  ella mi aspetta,  Tu ne congiungerai!
    Non  fu  amaro  il dirotto pianto in cui le parole morirono.  Ma dopo,
    pensando ancora quest'ultima sera,  gli fu amarissimo di esser partito
    senza dirlo a Maria, di averla ingannata. Maria, Maria mia, supplic
    piangendo,  perdonami!  Dio,  come  gli pareva impossibile che tutto
    questo fosse vero,  come gli pareva di andar nell'alcova,  di  doverla
    trovar l, dormente nel suo lettino, con la testa piegata sulle spalle
    e le manine aperte abbandonate sulle lenzuola,  con le palme in su!  E
    invece vi era, s, ma!... Oh che cosa!  non poteva,  non poteva essere
    fine al pianto.
    Venne  la  Leu  col  lume  e  gli  port il caff.  L'aveva mandata la
    signora.  Egli ebbe un movimento di tenera gratitudine per sua moglie.
    Dio,  povera  Luisa,  che  infelicit nera la sua!  E quali spaventose
    apparenze di castigo per lei nel colpo che le piombava sopra  in  quel
    momento,  proprio in quel momento! Lo aveva ben compreso, lei, ch'egli
    doveva pensar cos e lo pensava davvero e aveva negato per piet,  s,
    per piet com'ella aveva inteso pure. E queste spaventose apparenze di
    castigo  non frutterebbero dunque niente?  Ella si separava da Dio pi
    che mai, chi sa fino a qual punto.  Povera,  povera Luisa!  Non era da
    pregar per Maria, Maria non ne aveva bisogno, era da pregar per Luisa,
    da  pregar  d e notte,  da sperar nelle preghiere dell'animetta cara,
    nascosta in Dio.
    Egli parl con la Leu,  abbastanza calmo,  si fece  raccontar  da  lei
    tutto  che  aveva veduto,  tutto che aveva udito della cosa terribile.
    La voreva propi el Signor la Soa tosetta,  disse la Leu per  ultimo.
    Bisoeugnava vedlla in gisa, cont i so manitt in crs cont el so bel
    faccin seri.  La somejava on angiol tal e qual!  Propi. Poi domand a
    Franco se desiderasse tener il lume. No, preferiva star allo scuro.  E
    il funerale,  a che ora si farebbe? La Leu credeva che si farebbe alle
    otto. La Leu, quando cominciava a discorrere,  non smetteva facilmente
    e  forse  aveva  anche  paura  di  starsene  soletta in cucina: El so
    pap!,  diss'ella ancora prima di andarsene.  El so  car  pap!  L'
    forsi  minga  vott  d  che  son vegnda ch a portagh di castegn a la
    sciora e sta cara tosetta, che la parlava insc polito,  propi come on
    avoct,  la fa: "Sai, Leu, presto il mio pap viene a Lugano e io vado
    a trovarlo". Cio, l' ona gran roba!
    Lagrime e lagrime.  Ah Iddio aveva preso la bambina per toglierla agli
    errori  del  mondo,  Iddio aveva punito Luisa degli errori suoi ma non
    era disegnato l'orribile castigo anche per lui?  Non aveva egli colpe?
    Oh s, quante, quante! Ebbe la chiara visione di tutta la propria vita
    miseramente  vuota  di  opere,  piena di vanit,  mal rispondente alle
    credenze   che   professava,    tale    da    renderlo    responsabile
    dell'irreligiosit  di  Luisa.  Il  mondo  lo  giudicava  buono per le
    qualit di cui non aveva merito alcuno,  essendo nato con esse;  tanto
    pi  severo sentiva sopra di s il giudizio di Dio che molto gli aveva
    dato e frutto non ne aveva colto.  S'inginocchi da  capo,  si  umili
    sotto il castigo,  nella desolata contrizione del cuore, nell'ardor di
    espiare,  di purificarsi,  di farsi degno che Iddio lo  ricongiungesse
    con Maria.
    Preg  e  pianse  a lungo a lungo,  poi usc sulla terrazza.  Il cielo
    imbiancava sopra la Galbiga e le montagne del  lago  di  Como;  veniva
    giorno.  Dal nero Boglia imminente soffiavano le tramontane fredde. Da
    vicino e da lontano, a riva di lago e nell'alto grembo della valle, si
    levaron suoni di campane.  L'idea che Maria e la  nonna  Teresa  erano
    insieme,  felici,  sal al cuore di Franco spontanea,  chiara e soave.
    Gli parve che il Signore gli dicesse: ti addoloro ma ti amo,  aspetta,
    confida,  saprai.  Le campane suonavano da vicino e da lontano, a riva
    di lago e nell'alto grembo della valle,  il cielo diventava pi e  pi
    bianco sopra la Galbiga,  verso il lago di Como,  lungo l'erto profilo
    nero del Picco di Cressogno;  e le distese dell'acqua piana prendevano
    laggi in levante, fra le grandi ombre dei monti, un chiaror di perla.
    Le  frondi  della  passiflora,  tocche  dalle  tramontane,  ondulavano
    silenziosamente sopra il capo  di  Franco,  agitate  dall'aspettazione
    della luce,  della gloria immensa che scendeva in oriente colorando di
    s nuvoli e sereno, salutata dalle campane.
    Vivere, vivere, operare, soffrire, adorare, ascendere!  La luce voleva
    questo.  Portarsi via i vivi tra le braccia,  portarsi via i morti nel
    cuore, ritornare a Torino,  servir l'Italia,  morir per lei!  Il nuovo
    giorno voleva questo.  Italia,  Italia,  madre cara!  Franco giunse le
    mani in uno slancio di desiderio.
    Anche Luisa ud le campane.  Non avrebbe voluto  udirle,  non  avrebbe
    voluto  che  venisse giorno mai pi,  che venisse l'ora di ceder Maria
    alla terra.  Inginocchiata presso il corpicino della sua  creatura  le
    promise  che  ogni  giorno,  finch  avesse  vita,  sarebbe  venuta  a
    parlarle, a portarle fiori, a tenerle compagnia,  mattina e sera.  Poi
    sedette,  affond  nei  pensieri  cupi  che  non  aveva voluto dire al
    marito,  cresciuti e maturati in lei nel corso di ventiquattr'ore come
    una  maligna  infezione  assorbita da lungo tempo,  rimasta inerte per
    lungo tempo,  colta,  un dato  momento,  dalla  corrente  del  sangue,
    divampata con fulminea violenza.
    Tutte le sue idee religiose, la sua fede nell'esistenza di Dio, il suo
    scetticismo  circa la immortalit dell'anima tendevano a capovolgersi.
    Ella era convinta di non essere affatto in colpa della morte di Maria.
    Se realmente esisteva una
    Intelligenza,  una Volont,  una Forza padrona degli  uomini  e  delle
    cose,   la   mostruosa  colpa  era  sua.   Questa  Intelligenza  aveva
    freddamente disegnato la visita della Pasotti e  il  suo  dono,  aveva
    allontanato  da  Maria  le  persone che potevano custodirla in assenza
    della madre,  l'aveva tratta senza difesa nelle sue insidie feroci,  e
    uccisa.  Questa Forza aveva fermato lei, la madre, proprio nel momento
    in cui stava per compiere un atto di giustizia.  Stupida lei che aveva
    prima creduto nella Giustizia Divina!  Non v'era Giustizia Divina,  vi
    era invece l'altare alleato del Trono,  il  Dio  austriaco,  socio  di
    tutte le ingiustizie,  di tutte le prepotenze, autore del dolore e del
    male,  uccisore degl'innocenti e  protettore  degl'iniqui.  Ah  s'egli
    esisteva,  meglio che Maria fosse tutta l,  in quel corpo, meglio che
    nessuna parte di lei cadesse,  sopravvissuta,  nelle  mani  della  sua
    Onnipotenza malvagia!
    Ma era possibile dubitare che quest'orribile Iddio esistesse. E se non
    esistesse  si  potrebbe  desiderare  che  una  parte dell'essere umano
    continuasse a vivere, non miracolosamente,  ma naturalmente,  oltre la
    tomba.  Ci  era forse pi facile a concepire,  che la esistenza di un
    tiranno invisibile,  di un Creatore feroce contro le proprie creature.
    Meglio la signoria della Natura senza Dio,  meglio un padrone cieco ma
    non nemico,  non deliberatamente cattivo.  Certo non bisognava pensare
    pi  in  alcun  modo  n  in questa vita n in una vita futura,  se vi
    fosse, al fantasma vano, Giustizia.
    La fioca luce dell'alba si mesceva a' suoi pensieri come a  quelli  di
    Franco, solenne e consolante per lui, odiosa per lei. Egli, cristiano,
    pensava una insurrezione di collera e d'armi contro fratelli in Cristo
    per l'amore di un punto sopra un minimo astro dei cieli;  ella pensava
    una ribellione immensa, una liberazione dell'Universo.  Il pensiero di
    lei  poteva  parere pi grande,  l'intelletto di lei poteva parere pi
    forte; ma Colui che meglio  conosciuto dalle generazioni umane quanto
    pi ascendono nella civilt e nella scienza; Colui che consente venire
    onorato  da  ciascuna  generazione  secondo  il  poter   suo   e   che
    gradatamente trasforma ed alza gl'ideali dei popoli, servendosi per il
    governo della terra,  nel tempo opportuno, anche degl'ideali inferiori
    e perituri; Colui ch'essendo la Pace e la Vita sofferse venir chiamato
    il Dio degli eserciti,  aveva impresso il segno del Suo  giudizio  sul
    viso  della donna e sul viso dell'uomo.  Mentre l'alba si accendeva in
    aurora, la fronte di Franco venivasi irradiando di una luce interiore,
    gli occhi suoi ardevano, fra le lagrime, di vigor vitale: la fronte di
    Luisa sempre pi si oscurava,  le tenebre salivano in  fondo  a'  suoi
    occhi spenti.

    Al  levar  del sole una barca comparve alla punta della Caravina.  Era
    l'avvocato V. che veniva da Varenna alla chiamata di Luisa.
















    12. Fantasmi.

    La sera di quello stesso giorno una conversazione fiorita si  raccolse
    nella sala rossa della marchesa.  Pasotti vi port seco a forza la sua
    disgraziata  moglie  e  quasi  a  forza  il  signor  Giacomo   Puttini
    riluttante  invano ai capricci dispotici del Controllore gentilissimo.
    Vennero pure il  curato  di  Puria  e  il  Paolin,  curiosi  di  veder
    l'effetto  della  tragedia  di Oria sulla vecchia faccia di marmo.  Il
    Paolin trascin seco il buon Paolon,  mollemente riluttante anche  lui
    come un pecorone. Venne il curato di Cima, devoto alla marchesa, venne
    il prefetto della Caravina,  tutto,  in cuor suo,  per Franco e Luisa,
    obbligato,  come parroco di Cressogno,  a certi riguardi verso la loro
    nemica.
    Costei   accolse  tutti  col  solito  viso  impassibile,   col  solito
    flemmatico saluto.  Si fece sedere accanto,  sul  canap,  la  signora
    Barborin  alla  quale  il  padrone aveva proibito il menomo accenno ai
    casi di Oria, si lasci ossequiare dagli altri, fece le solite domande
    al Paolin e al Paolon circa le  rispettive  loro  dame  e  soddisfatta
    d'aver  appreso che la Paolina e la Paolona stavano bene,  incroci le
    mani sul ventre e tacque dignitosamente in faccia al  semicerchio  de'
    suoi cortigiani.  Pasotti, non vedendo Friend, s'inform subito di lui
    con ossequiosa premura: E 'l  Friend?  Poer  Friend!  bench  se  lo
    avesse  avuto nelle granfie,  solus cum solo,  quel brutto diavolaccio
    ringhioso che sciupava i calzoni a lui e le sottane a sua  moglie,  lo
    avrebbe strozzato con gioia.  Friend era infermo da due giorni.  Tutta
    la brigata si commosse e lament il caso con la segreta  speranza  che
    il maledetto mostro fosse per crepare. La Pasotti vedendo tante bocche
    parlare,  tante  facce  diventar  contrite,  e  non udendo una parola,
    suppose che si discorresse di Oria,  si rivolse al Paolon suo  vicino,
    lo interrog con gli occhi,  spalancando la bocca,  indicando col dito
    la direzione di Oria.  Il Paolon le fece  segno  di  no.  Parlen  del
    cagnoeu,  diss'egli. La sorda non intese, fece ah! e prese, a caso,
    un'aria compunta.
    Friend  mangiava  troppo  e  troppo  bene,   soffriva  d'una  malattia
    schifosa.  Il  Paolin e il curato di Puria diedero premurosi consigli.
    Il  prefetto  della  Caravina  aveva  espresso  altrove  la  temperata
    opinione  che  fosse da buttarlo nel lago con la sua padrona al collo.
    Mentre si parlava con tanto  interesse  della  bestia  di  casa,  egli
    pensava  a  Luisa  stravolta,  livida,  come l'aveva vista la mattina,
    quando s'era opposta come una forsennata,  prima alla  chiusura  della
    bara, poi al trasporto, e quando nel cimitero aveva gettato lei con le
    sue proprie mani la terra sulla sua bambina,  dicendole d'aspettarla e
    che sarebbe presto discesa a giacer con lei e che quello doveva essere
    il loro paradiso.
    Se si parlava con interesse  del  rognoso  Friend,  i  fantasmi  della
    bambina  morta  e della madre disperata erano per nella sala.  Quando
    nessuno seppe pi che dire del cane e vi ebbe un momento di  silenzio,
    i  due  fantasmi  squallidi  furono  uditi  da  tutti  domandar che si
    parlasse di loro;  e ciascuno li vide negli occhi della persona che li
    amava,  la  sorda  Pasotti.  Suo  marito  cerc subito una diversione,
    propose al signor Giacomo un problema di tarocchi.  Uno scartante  che
    ha  tre cartine,  tutte figure,  una dama e due cavalli,  e ha pure il
    matto, cosa deve fare?  Scartare la dama e un cavallo o i due cavalli?
    Il signor Giacomo si mise a soffiare a tutto vapore, gonfiando le gote
    rosse e il cravattone bianco: Apff! No. Controllore gentilissimo, no,
    La  me  dispensa.  Da  le  dame no digo ma dai cavai mi son st sempre
    lontan.  Apff!.   Gli  altri  tarocchisti  raccolsero  in  fretta  il
    problema, i fantasmi non furono pi uditi e ciascuno respir.
    Erano  le  nove.  Alle nove,  di solito,  il cameriere entrava con due
    candele accese e apparecchiava il tavolino del tarocco  in  un  angolo
    della  sala,  fra  il  gran camino e il balcone di ponente.  Allora la
    marchesa si alzava e diceva con la sua flemma sonnolenta:
    Se creden.
    I due o tre presenti rispondevano sem ch e incominciava l'entro  in
    tre o la partita in quattro.
    Il  vecchio cameriere,  affezionatissimo a don Franco,  esit,  quella
    sera,  a portare i lumi.  Non gli pareva possibile che la padrona e  i
    signori  avessero il coraggio di giuocare.  Alle nove e cinque minuti,
    non vedendolo entrare, ciascuno comment il ritardo fra s. Il Paolin,
    prima di entrar in casa, aveva sostenuto contro il prefetto che non si
    sarebbe giuocato. Egli guard trionfante il suo avversario e lo guard
    pure il Paolon compiacendosi, per una solidariet di Paoli, che avesse
    ragione il Paolin.  Pasotti,  che si era tenuto  sicuro  di  giuocare,
    cominci  a  dar  segni d'inquietudine.  Alle nove e sette minuti,  la
    marchesa preg il prefetto di suonare il campanello.  Quegli  restitu
    al  Paolin l'occhiata trionfante e vi aggiunse tutto il muto disprezzo
    per la vecchia, che pot.
    Apparecchiate, diss'ella al cameriere.
    Questi entr poco dopo con le due candele.  Anche in fondo agli  occhi
    suoi  crucciosi si vedeva il fantasma della bambina morta.  Mentr'egli
    disponeva sul tavolino le candele,  le carte da  giuoco  e  i  gettoni
    d'avorio,  si fece nella sala quel silenzio di aspettazione che soleva
    precedere l'alzarsi della marchesa.  Ma la marchesa non diede segno di
    volersi alzare. Si volt a Pasotti e gli disse:
    Controllore, se desideran giuocare Loro...
    Marchesa,  rispose Pasotti,  pronto,  la presenza di mia moglie non
    deve impedirle di fare la Sua  partita.  Barbara  giuoca  male  ma  si
    diverte moltissimo a guardare.
    Stasera non giuoco,  rispose la marchesa. La voce era molle ma il no
    era duro.
    Il buon Paolon,  che taceva sempre e non sapeva giuocare  a  tarocchi,
    credette  aver  finalmente  trovato  una  parola ossequiosa e savia da
    metter fuori.
    Gi!, diss'egli.
    Pasotti lo guard in cagnesco, pens: cosa c'entra lui?,  ma non os
    parlare.  La marchesa non parve accorgersi della scoperta del Paolon e
    soggiunse:
    Posson giuocare Loro.
    Mai pi!, esclam il prefetto. Neanche per sogno!
    Pasotti lev di tasca la tabacchiera. Il signor prefetto,  diss'egli
    facendo  spiccare  le sillabe e alzando un poco la mano aperta con una
    presa tra il pollice e l'indice, parla per s.  Per parte mia,  se la
    signora  marchesa  lo  desidera,   son  pronto  a  soddisfare  il  suo
    desiderio.
    La  marchesa  tacque  e  il  focoso  prefetto,  incoraggiato  da  quel
    silenzio, borbott a mezza voce:
    E' un lutto di famiglia, infine.
    Da  quando  Franco  era  uscito  di casa il suo nome non era mai stato
    pronunciato nelle conversazioni serali della sala rossa,  la  marchesa
    non aveva mai fatto allusione a lui n a sua moglie. Ella ruppe adesso
    il silenzio di quattro anni.
    Mi  rincresce  per la creatura,  diss'ella,  ma per suo padre e sua
    madre  un castigo di Dio.
    Tutti tacquero.  Dopo alcuni minuti,  Pasotti disse a voce  bassa,  in
    tono solenne:
    Fulmineo.
    E il curato di Cima soggiunse pi forte:
    Evidente.
    Il  Paolin  ebbe paura di tacere e di parlare,  fece ma! e allora il
    Paolon osserv: Proprio!. Il signor Giacomo soffi.
    Un castigo di Dio!,  ripet con enfasi il curato di Cima.  E anche,
    date le circostanze, un segno della Sua protezione sopra qualche altra
    persona.
    Tutti,  meno il prefetto che si rodeva, guardarono la marchesa come se
    la Mano  protettrice  dell'Onnipotente  fosse  sospesa  sopra  la  sua
    parrucca.  Invece  quella  Mano Divina stava sopra il cappellone della
    Pasotti e le teneva  ben  chiusi  gli  orecchi  onde  non  avessero  a
    penetrarvi contaminatrici parole d'iniquit.  Curato, disse Pasotti,
    poich la signora marchesa lo propone,  facciamo una partitina?  Lei,
    il Paolin, il signor Giacomo e io.
    I  quattro  che  sedettero  al tavolino da giuoco si lasciarono subito
    dolcemente  andare,  nel  loro  angolo,  alle  comode  mollezze  della
    conversazione   sbottonata,   alle   vecchie   barzellette  ambrosiane
    attaccate ai tarocchi come l'unto.  Hin nanca arrivaa a Barlassina!,
    esclam Pasotti dopo la prima giuocata,  ridendo forte per far suonare
    la sua vittoria e la sua allegria.
    Quelli l si erano liberati dai fantasmi; gli altri no.
    La sorda,  impettita e immobile sul  canap,  aveva  sofferto  angosce
    mortali  aspettando  un gesto del marito che le imponesse di giuocare.
    Oh Signore,  dovrebbe toccarle anche questa condanna?  Per grazia  del
    cielo  il gesto non venne fatto e la sua prima impressione nel veder i
    quattro prender posto al tavolino fu di sollievo.  Ma poi  le  riprese
    subito un disgusto amaro.  Che insulto,  quel giuoco,  alla sua Luisa,
    che disprezzo per la povera cara Ombrettina morta! Nessuno le parlava,
    nessuno faceva attenzione a lei: ella si mise a  recitare  mentalmente
    una  fila  di  Pater,  Ave  e  Gloria,  per la cattiva creatura seduta
    all'altro angolo del canap,  tanto vecchia,  tanto vicina a comparire
    davanti a Dio. Le dedic la preghiera per la conversione dei peccatori
    che soleva dire mattina e sera per suo marito da quando aveva scoperto
    certe sue familiarit con una bassa persona di casa.
    Il  prefetto,  a  udir  gli  schiamazzi  di  Pasotti,  si alz e prese
    congedo. Aspetti, gli disse la marchesa,  di prender un bicchier di
    vino. Alle nove e mezzo soleva capitare una bottiglia preziosa di San
    Colombano   vecchio.   Stasera   non  bevo,   rispose  il  prefetto,
    eroicamente. Son troppo sottosopra da questa mattina in poi. Il Puria
    sa perch.
    Ma!, fece il Puria, sottovoce. E' stata una gran tragedia, gi.
    Silenzio.  Il prefetto s'inchin alla marchesa,  salut la Pasotti con
    l'espressione del c'intendiamo e part.
    Il curato di Puria, corpo grosso e cervello fino, studiava la marchesa
    senza  parere.  Era  ella  tocca  o  no  dai fatti di Oria?  L'essersi
    astenuta dal giuoco gli pareva un indizio dubbio.  Poteva averlo fatto
    per  rispetto  al  proprio  sangue  in astratto.  Osservandola bene il
    curato not che le sue mani tremavano: cosa nuova.  Ella dimentic  di
    domandare  a  Pasotti se il vino fosse buono: cosa nuova.  La maschera
    cerea del viso aveva di tratto in  tratto  qualche  contrazione:  cosa
    nuovissima.  E'  tocca,  pens  il curato.  Siccome ella taceva,  la
    Pasotti taceva, il Paolon taceva,  tutto il gruppo pareva petrificato,
    cerc  lui  di  rompere  il  ghiaccio,  non trov di meglio che voltar
    quelle teste verso il tavolino del giuoco e commentare le apostrofi di
    Pasotti,  le proteste del Paolin,  i no digo e gli apff del signor
    Giacomo. La marchesa si scosse un poco, si compiacque di osservare che
    i giuocatori si divertivano.  La Pasotti non ud n disse mai parola e
    gli altri tre finirono con parlar di lei.  La marchesa  si  dolse  che
    fosse  tanto sorda,  che non si potesse farle un po' di conversazione.
    Gli altri due dissero di lei tutto il gran bene  che  meritava  e  che
    dice  ancora  chi  la ricorda.  Ella stava l malinconica e muta,  non
    sospettando affatto d'esser il soggetto dei loro discorsi.  Il Signore
    proteggeva la sua profonda,  ingenua umilt,  non le lasciava penetrar
    negli orecchi le lodi della gente ma solo le strapazzate del consorte.
    I suoi grandi,  compunti occhi neri si ravvivarono  quando  il  signor
    Giacomo  pronunci  un gran soffio finale,  e i colleghi,  lasciate le
    carte,  si abbandonarono sulle spalliere delle rispettive  seggiole  a
    riposare alquanto,  a ruminar il piacere del giuoco. Finalmente il suo
    signore si avvicin al canap, le fece segno di alzarsi.  Per la prima
    volta  in vita sua,  forse,  ella fu contenta di salire in barca,  con
    grande meraviglia del Puria il quale dichiar che sul lago,  di notte,
    era  un fifone.  E' vero che a cento passi da Cressogno l'orrore del
    lago e delle tenebre la riprese.  Pens allora con invidia  al  curato
    del  quale  udiva  la  voce sopra il Tentin,  fra gli ulivi.  Addio,
    fifone!,  grid Pasotti.  Il fifone  non  ud.  Egli  e  il  Paolin
    discorrevano sottovoce ma con gran calore, commentando le parole della
    marchesa, del prefetto, di Pasotti, cercando di frugar nel cuore della
    vecchia,  disputando se vi fossero piet e rimorsi.  Il curato era per
    il s,  il Paolin per il no.  Il  Paolon  precedeva  con  la  lanterna
    mettendo  continui,  inintelligibili  grugniti.  Il  Paolin  and  poi
    mordendo tutto che fosse da mordere,  la durezza  della  marchesa,  la
    malignit di Pasotti,  la dabbenaggine di sua moglie, la cortigianeria
    del Cima, la temerit del prefetto, le pazzie di Luisa e di Franco, la
    debolezza dell'ingegnere Ribera, tante altre colpe di vivi e di morti.
    Durezze,    debolezze,    malignit,    ostinazioni,    cortigianerie:
    dappertutto,  secondo  lui,  c'era in fondo quell'egoismo porco.  Che
    gran mond mincion!,  fu il suo riassunto finale.  Ch'el senta car el
    me  curat,  quand  gh' quel poo de ris e verz con quel poo de formagg
    per sora,  lassm pr and tsscoss al diavol che l' mej.  Dopo  una
    sentenza  tanto  logica  nulla  restava  pi a dire n a grugnire e la
    piccola comitiva giunta in capo alla salita procedette silenziosa  per
    le  umide  ombre del Camp,  nell'odor fresco dei castagni e dei noci,
    senz'accorgersi di uno spettro che passava in aria, vlto a Cressogno.

    Partiti i suoi ospiti,  la marchesa suon il campanello per il rosario
    che non s'era potuto dire alla solita ora.  Il rosario di casa Maironi
    era una cosa viva che aveva le sue radici nei  peccati  antichi  della
    marchesa e veniva sempre pi sviluppandosi, mettendo nuovi Ave e nuovi
    Gloria  a misura che la vecchia dama avanzava negli anni e si scorgeva
    pi netto e pi visibile a fronte un  teschio  schifoso,  il  proprio.
    Perci il suo rosario era lungo assai. I peccati dolci della protratta
    giovent  non  le  pesavano troppo sulla coscienza;  ma qualche grossa
    furfanteria d'altro genere,  misurabile in lire,  soldi e denari,  mal
    confessata  e  quindi  mal  perdonabile,  le  dava una molestia sempre
    compressa a furia di rosari e sempre rinascente.
    Mentre chiedeva al Creditore Grande la remissione de' suoi  debiti  le
    pareva  ch'Egli avesse facolt d'accordarla intera;  invece dopo le si
    levavano da capo in mente le facce crucciose  dei  creditori  piccoli,
    ritornava  con esse il dubbio del perdono,  e la sua avarizia,  la sua
    superbia avevano a lottare con il terrore di un carcere  perpetuo  per
    debiti, oltre la tomba.
    Recitare le preghiere per la conversione dei peccatori e quelle per la
    guarigione degl'infermi,  prima di venire ai Deprofundis, annunci tre
    Avemarie nuove secondo la sua intenzione.  La guattera,  una  semplice
    pia  contadina  di  Cressogno,  suppose  che  le  tre Avemarie fossero
    domandate per quei poveretti di Oria e le recit con tutto lo zelo. Le
    Avemarie della guattera urtarono e dispersero  quelle  della  padrona,
    che  chiedevano  sonno,  riposo  di nervi e di coscienza.  Quanto alle
    Avemarie degli  altri,  esse  furono  dette  secondo  la  loro  comune
    intenzione   che   non   restassero,   come  troppo  spesso  accadeva,
    definitivamente appiccicate al rosario. Nessuna insomma pot arrestare
    lo spettro nel suo cammino.
    La marchesa si ritir verso le undici.  Prese dell'acqua  di  cedro  e
    avendo la cameriera incominciato a parlare di Oria,  di don Franco che
    si sussurrava essere arrivato,  le impose  silenzio.  Era  tocca,  s.
    Aveva  sempre  davanti  agli  occhi  l'immagine  di Maria come l'aveva
    veduta una volta passando in  gondola  sotto  la  villetta  Gilardoni,
    piccina,  con un grembiale bianco, i capelli lunghi e le braccia nude,
    stranamente somigliante ad un bambino suo, mortole a tre anni. Sentiva
    ella affetto, piet? Non sapeva ella stessa quello che sentisse. Forse
    dispetto e sgomento di non sapersi liberare da una  immagine  molesta;
    forse paura di questo pensiero,  che se non fosse stato commesso certo
    grosso peccato antico,  se il testamento del marchese Franco non fosse
    stato arso, la bambina non sarebbe morta.
    Come  fu  a letto si fece leggere altre preghiere dalla cameriera,  le
    ordin di spegnere il lume e la conged.  Chiuse gli occhi,  cerc  di
    non  pensare a niente,  e si vide sotto le palpebre una chiara macchia
    informe che si  venne  disegnando  in  un  guancialetto,  poi  in  una
    lettera,  poi  in  un  gran crisantemo bianco e poi in un viso supino,
    morto,  che diventava via via pi piccolo.  Le pareva gi di assopirsi
    ma  per  effetto  di quest'ultima trasformazione le vibr nel cuore il
    pensiero della bambina,  non vide pi  nulla  sotto  le  palpebre,  il
    sopore si dilegu ed ella aperse gli occhi,  inquieta, malcontenta. Si
    propose di pensar una partita di tarocchi per cacciar le immaginazioni
    moleste e richiamar il sonno. Pens ai tarocchi, pot, con uno sforzo,
    vedersi nella testa il tavolino da giuoco,  i giuocatori,  i lumi,  le
    carte;  ma  quando  cess dallo sforzo per abbandonarsi ad una visione
    passiva di questi soporifici fantasmi,  le comparve sotto le  palpebre
    tutt'altra  cosa,  una  testa  che  cambiava continuamente lineamenti,
    espressione, attitudini e che venne per ultimo lentamente ripiegandosi
    avanti sopra se stessa come nel sonno o nella morte, non mostrando pi
    che i capelli. Altra scossa di nervi; la marchesa riaperse gli occhi e
    ud  l'orologio  della  scala  suonare.  Cont  le  ore:  dodici.  Gi
    mezzanotte  e  non  poter dormire!  Stette alquanto ad occhi aperti ed
    ecco  adesso  immagini  nel  buio  come  prima  sotto   le   palpebre.
    Cominciavano  da  un nucleo informe e si svolgevano continuamente.  Si
    disegn un quadrante d'orologio,  che divent un occhio spaventato  di
    pesce, un occhio umano severo. Ad un tratto venne alla marchesa l'idea
    che  non riuscirebbe a dormire e il sopore gi inoltrato and rotto da
    capo. Allora ella suon il campanello.
    La cameriera si fece chiamar due volte e  poi  venne  mezzo  svestita,
    dormigliosa. L'ordine fu di posar il lume sopra una sedia per modo che
    dal  letto  non  si potesse veder la fiamma;  di prendere un volume di
    prediche del Barbieri e di leggere a  mezza  voce.  La  cameriera  era
    abituata a somministrare questi narcotici. Si pose a leggere e in capo
    alla seconda pagina, udendo il respiro della padrona farsi greve, and
    pian  piano  smorzando  la voce per un mormorio inarticolato,  fino al
    silenzio. Aspett un poco,  ascolt il respiro regolare e pesante,  si
    alz  a  guardar  la  faccia cupa,  supina sul doppio guanciale con le
    sopracciglia aggrottate e la bocca semiaperta,  prese  il  lume  e  si
    ritir in punta di piedi.
    La  marchesa  dormiva e sognava.  Sognava di giacer sulla soglia nello
    stanzone buio di un  carcere,  con  i  ceppi  ai  piedi,  accusata  di
    assassinio.  Entrava  il  giudice  con un lume,  sedeva presso a lei e
    leggeva una predica sulla necessit della  confessione.  Ella  gli  si
    protestava innocente,  ripeteva: Ma non sa che si  annegata da s?.
    Il giudice non rispondeva, leggeva, leggeva sempre con voce compunta e
    solenne,  e la marchesa insisteva: No,  non  l'ho  uccisa.  Non  era
    flemmatica  nel  sogno,   si  agitava  come  una  disperata.   Badi,
    rispondeva il giudice. La bambina lo dice. Egli si alzava in piedi e
    ripeteva: Lo dice. Poi batt forte le mani palma a palma ed esclam:
    Entrate!.  Fino a questo punto la marchesa aveva sentito,  sognando,
    di sognare;  qui credette svegliarsi, vide con orrore che qualcuno era
    entrato infatti.
    Una forma umana debolmente luminosa  stava  a  sedere  sulla  poltrona
    ingombra di vesti,  presso il suo letto,  s ch'ella non poteva vedere
    la parte inferiore dell'Apparizione.  Il busto,  le braccia,  le  mani
    raccolte  insieme  avevano  un  colore  biancastro e contorni alquanto
    incerti; la testa, appoggiata alla spalliera,  era nitida e circonfusa
    d'un chiaror pallido.  Gli occhi scuri,  vivi,  fissavano la marchesa.
    Che orrore!  Era veramente la bambina morta.  Che orrore,  che orrore!
    Gli  occhi dell'Apparizione parlavano,  lo dicevano.  Il giudice aveva
    ragione,  la bambina lo diceva,  senza parole,  con  gli  occhi.  Tu,
    nonna,  tu  sei stata,  tu.  Io avrei dovuto nascer e vivere nella tua
    casa.  Tu non l'hai voluto.  Sei condannata alla  morte  eterna.  Gli
    occhi soli, i fissi, tristi, pietosi occhi dicevano tutto questo ad un
    tempo.  La  marchesa  mise  un  lungo  gemito,  stese le braccia verso
    l'Apparizione,  credendo dir  qualche  cosa  e  non  riuscendo  che  a
    rantolare ah... ah... ah... mentre le mani, le braccia, il busto del
    fantasma sfumavano in una nebbia, i contorni del viso illanguidivano e
    solo  rimaneva  intenso  lo  sguardo,  che  finalmente  pure si vel e
    rientr quasi in un lontano e profondo Se stesso, null'altro rimanendo
    dell'Apparizione che poca fosforescenza poi assorbita dall'ombra.
    La marchesa si svegli di soprassalto,  ansante,  non si  ricord  del
    campanello,  si  prov  a gridare e non riusc a metter fuori la voce.
    Con un impeto della sua volont potente  ancora  nello  sfacelo  delle
    forze,  cacci le gambe dal letto, discese, fece due passi brancolando
    nel buio, incespic nella poltrona, si aggrapp a una sedia, cadde con
    essa pesantemente sul pavimento, si mise a gemere.
    La cameriera si svegli al tonfo,  chiam,  non ebbe risposta,  ud il
    gemito e, acceso il lume, accorse, vide nella penombra, tra la sedia e
    la poltrona,  qualche cosa di bianco e d'enorme che si divincolava sul
    pavimento come una bestia mostruosa del mare tirata in  secco.  Grid,
    corse  al campanello,  svegli d'un colpo tutta la casa e si precipit
    ad aiutar la vecchia che rantolava: Il prete, il prete!  Il prefetto,
    il prefetto!




















    13. In fuga.

    Alle due e mezzo dopo la mezzanotte,  Franco,  l'avvocato V. e il loro
    amico Pedraglio erano seduti in loggia,  al buio,  in silenzio.  A  un
    tratto Pedraglio si alz dicendo: Cosa fa questo asino?,  usc sulla
    terrazza, vi stette in ascolto e rientr.
    Niente,  diss'egli.  Disi  mi,   e  per  quell'asino  che  si  sar
    addormentato  dobbiamo  star  qui  da  minchioni  ad  aspettare che ci
    prendano?  Tu,  Maironi,  la strada presso a poco la sai e  siamo  poi
    anche  in  tre che abbiamo il fegato buono.  Se occorrer de d via on
    quai cazzott el darm via, neh ti avoct?
    Il Pedraglio s'era trovato la sera prima, verso le sette, sulla strada
    fra Loveno e Menaggio nel luogo che chiamano el crott del Bertin. Un
    uomo gli aveva chiesto l'elemosina e posto in mano un  biglietto.  Poi
    si  era  allontanato  rapidamente.  Il  biglietto  diceva:  Perch il
    Carlino Pedraj non valo mica subito a Oria a trovare il Signor Maironi
    e il signor avocatto di Varenna per fare una  bella  spasseggiata  con
    gli amici cari da quel co di quel palo?. Dopo l'arresto del medico di
    Pellio,  amico  suo,  Pedraglio  era in sospetto di qualche tiro della
    Polizia,  e  quel  biglietto  non  era  il  primo  avviso  salutare  e
    sgrammaticato  che  pervenisse  a  un  patriota.  Il biglietto parlava
    chiaro; bisognava passar subito il palo del confine.  Il Pedraglio non
    sapeva  niente  della  disgrazia  di  Franco n del suo ritorno n che
    l'avvocato fosse a Oria,  ma non and a cercar altro,  corse a Loveno,
    si  provvide  di denaro e si pose in cammino.  Non si fid di venire a
    Porlezza,  prese il sentiero che presso Tavordo sale  per  un  vallone
    deserto al Passo Stretto. Agile come un camoscio, arriv in quattr'ore
    a Oria,  trov che Franco e l'avvocato si preparavano a partire per un
    altro avvertimento misterioso pervenuto loro dal curato  di  Castello,
    ch'era stato a Porlezza e ne aveva ricevuto l'incarico in confessione.
    Ismaele  doveva  guidarli  oltre il confine.  I passi del Boglia erano
    guardatissimi.  Ismaele si proponeva di passar fra il monte della Nave
    e  Castello  per  calar  poi  nella valle,  tagliar dritto all'Alpe di
    Castello sotto il Sasso Grande e di l scendere a Cadro,  un'ora sopra
    Lugano.
    Ma Ismaele doveva venire alle due, e alle due e mezzo non s'era veduto
    ancora.
    Anche  Luisa  era  in piedi.  Stava nell'alcova rammendando un paio di
    calze di Maria per metterle poi sul lettino  dove  aveva  disposto  le
    cosucce  di Ombretta con la stessa cura di quando la piccina era viva.
    Non aveva voluto vedere n l'avvocato n Pedraglio. Dopo le smanie del
    funerale il suo  dolore  aveva  ripreso  quell'aspetto  cupo  che  pi
    dispiaceva al dottor Aliprandi. Non smaniava pi, non parlava; pianto,
    non aveva mai. Il suo contegno con Franco era un contegno di piet per
    l'uomo  che  l'amava  e  il  cui  affetto,  la  cui presenza le erano,
    malgrado lei stessa,  indifferenti.  Franco,  sperando nell'impiego di
    cui gli aveva tenuto parola il suo direttore,  aveva parlato di portar
    seco la famiglia a Torino.  Lo zio,  poveretto,  era disposto anche  a
    questo  sacrificio  ma  Luisa  aveva  detto  chiaro  che  piuttosto di
    allontanarsi dalla sua figliuola finirebbe nel lago come lei.

    Franco,  udita la proposta di partire senza Ismaele,  si alz e  disse
    che andava a congedarsi da sua moglie. Nello stesso momento l'avvocato
    ud un passo nella strada.  Silenzio!,  diss'egli.  E' qui. Franco
    usc sulla terrazza. Qualcuno veniva infatti dalla parte di Albogasio.
    Franco attese che arrivasse sul sagrato e chiam a mezza voce:
    Ismaele!
    Sono io,  rispose una voce che non era quella di Ismaele.  Sono  il
    prefetto. Vengo su.
    Il prefetto?  A quell'ora?  Che poteva essere accaduto? Franco and in
    cucina ad accendere un lume e discese le scale in fretta.
    Passarono cinque minuti e gli amici non lo videro ricomparire.  Capit
    invece la moglie d'Ismaele a dire che suo marito si sentiva male e non
    poteva  muoversi.  Parl  dal  sagrato  a  Pedraglio  che  stava sulla
    terrazza.  Quegli corse a chiamar Franco.  Lo trov  sulle  scale  che
    saliva col prefetto.  La guida  ammalata,  diss'egli, conoscendo il
    prete per un galantuomo.  Andiamo e non perdiamo tempo.  Franco  gli
    rispose che subito non poteva venire e che lo precedessero.  Come, non
    poteva venire?  No,  non poteva.  Fece passare il  prefetto  in  sala,
    chiam   l'avvocato,   insistette  con  lui  e  con  Pedraglio  perch
    partissero  subito.  Era  successa  una  cosa  straordinaria,   doveva
    parlarne  a  sua moglie,  non poteva dire che risoluzione prenderebbe.
    Gli amici protestarono che mai non l'avrebbero abbandonato.  L'allegro
    Pedraglio,  uso a spendere oltre i desideri di suo padre,  osserv che
    alla peggio a Josephstadt o a Kufstein si viveva pi a buon mercato  e
    pi  virtuosamente  che  a  Torino  e che ci avrebbe consolato il suo
    regir.  No  no!,  esclam  Franco.  Andate,  andate!   Prefetto,
    persuadili tu! Ed entr nell'alcova.
    Partite?,  gli  disse  Luisa con quella voce che pareva venire da un
    mondo lontano.  Addio. Egli le si avvicin,  si chin  a  baciar  la
    calzettina che teneva in mano.  Luisa, mormor, c' qui il prefetto
    della Caravina. Ella non mostr alcuna  sorpresa.  La  nonna  lo  ha
    fatto  chiamare  stanotte,  continu  Franco.  Gli  ha detto di aver
    veduto la nostra Maria, luminosa come un angelo.
    Oh,  che menzogna!,  fece Luisa con una voce  grossa  di  disprezzo,
    senz'ira. Come se fosse possibile che andasse da lei e non venisse da
    me!
    Maria  le  ha  toccato  il cuore,  riprese Franco.  Ella ci domanda
    perdono, ha paura di morire, mi supplica di andar da lei,  di portarle
    una parola di pace anche per te.
    Neppure Franco credeva all'Apparizione, scettico profondamente com'era
    per tutto il soprannaturale non religioso, ma credeva che Maria, nella
    sua esistenza superiore, avesse gi potuto operare un miracolo, toccar
    il cuore della nonna e ci gli recava una commozione indicibile. Luisa
    rest di ghiaccio.  Neppur s'irrit,  come Franco temeva,  all'idea di
    mandar un messaggio amorevole.  La nonna  avr  paura  dell'inferno,
    osserv con quella sua freddezza mortale. L'inferno non c', tutto si
    riduce  a un po' di spavento,   una pena da niente,  la subisca e poi
    muoia anche lei come si muore tutti e amen. Franco intese che sarebbe
    stato inutile insistere. Allora vado, diss'egli. Ella tacque.
    Non credo che potr ripassar da casa,  nel ritorno,  riprese Franco.
    Dovr prendere la montagna.
    Nessuna risposta.
    Il giovane disse sottovoce: Luisa!.  Rimprovero,  dolore,  passione:
    tutto questo era nel suo richiamo.  Le mani  di  Luisa,  che  mai  non
    avevano smesso il lavoro, si fermarono. Ella mormor:
    Non sento pi niente. Sono un sasso.
    Franco si sent mancare, baci sua moglie sui capelli, le disse addio,
    entr nell'alcova,  s'inginocchi,  abbracci il lettuccio voto, pens
    alla vocina del suo tesoro: ancora un bacio,  pap,  ebbe un assalto
    di pianto, si contenne, corse via precipitosamente.
    Gli  amici  lo  attendevano  in  sala impazienti.  Come partire se non
    conoscevan le strade? L'avvocato conosceva la strada di Boglia, s, ma
    era da prendere,  volendo sfuggire alle guardie?  Quando  udirono  che
    Franco  intendeva  andare  a Cressogno rimasero sbalorditi.  Pedraglio
    usc dai gangheri, disse ch'era un'indegnit di piantar cos gli amici
    nell'imbarazzo.  Il prefetto,  udito come le  cose  stavano,  s'un  a
    Pedraglio, offerse di giustificare Franco, gli propose di scrivere due
    parole ch'egli avrebbe portate a Cressogno. Ma Franco aveva l'idea che
    la  sua  Maria volesse da lui questa cosa e non cedette.  Gli venne in
    mente che il prefetto era pratico di tutti i sentieri come una  lepre.
    Va'  tu!,  gli  diss'egli.  Accompagnali tu! Il prefetto stava per
    rispondere che forse la marchesa potrebbe aver bisogno di lui,  quando
    l'avvocato fece: Zitto! guardate.
    Proprio  davanti  alla  casa,  dove  l'ombra  del  monte  Bisgnago  si
    profilava  sull'acqua  ondulando,   c'era  una  barca  ferma.   Franco
    riconobbe la lancia delle guardie di finanza.
    Scommetto che quei porci l ci fanno la guardia,  mormor Pedraglio.
    Temono che si scappi in barca. Almeno spiano!
    Zitto!,  fece ancora l'avvocato affacciandosi alla finestra verso il
    sagrato.
    Tutti tacquero, trattenendo il respiro.
    Fioeui!,  disse  V.  scostandosi  bruscamente  dalla  finestra: Ghe
    semm!.  Franco and alla finestra,  vide  un  uomo  solo  che  veniva
    correndo,  credette  a  un  falso  allarme;  ma l'uomo,  quel tale che
    portava il nomignolo di lgora fgada,  che vedeva e  sapeva  tutto,
    gli  gitt,  passando sotto la finestra,  due parole: La forza!.  Si
    udirono in pari tempo i passi di molte persone.  Franco  esclam  Con
    me! anche tu, prefetto!. Si slanci, seguito da tutti, nel cortiletto
    ch' tra la casa e il monte,  raggiunse,  passando per una legnaia, la
    scorciatoia che mette ad Albogasio Superiore.  Faceva cos  scuro  che
    nessuno si accorse di una guardia di finanza appostata con la carabina
    in pugno a due passi dall'uscio della legnaia. Per fortuna la guardia,
    certo Filippini di Busto,  era un galantuomo che mangiava a malincuore
    il pane austriaco per non  averne  potuto  trovare  altro.  Presto!,
    diss'egli sottovoce.  Prendano i campi e poi la strada di Boglia!  Il
    sentiero  sotto  il  faggio  della  Madonnina,   a  sinistra!  Franco
    ringrazi  quell'uomo,  si  avvent con i compagni sul ripido sentiero
    che mette alla stradicciuola comunale di Albogasio Superiore. Giunti a
    mezza via,  saltarono tutti a  destra  in  un  campo  di  granturco  e
    stettero in ascolto. Udirono passi sulla scaletta che sale dal sagrato
    e  poi  sul  sentiero  dov'era appostata la guardia.  Evidentemente si
    voleva accertarsi che tutte le uscite fossero ben guardate.  I quattro
    strisciarono  subito  via  attraverso  il  granturco e giunti sotto lo
    scoglio che chiamano Sass del  Lori,  tennero  consiglio.  Avrebbero
    potuto  prendere  il  sentiero  che  monta  sulla  strada di Albogasio
    proprio alla porta del giardino Pasotti,  e poi arrampicarsi di  campo
    in  campo  fino alla strada di Boglia.  Ma il sentiero era difficile a
    trovare a quell'ora;  temendo perdere  troppo  tempo,  prescelsero  di
    raggiungere  una  scaletta che da Albogasio Inferiore sale presso alla
    casa Puttini.  Quindi,  girando a destra la  casa  Puttini,  avrebbero
    raggiunto  in  due  salti la strada di Boglia.  Faceva gi un po' meno
    scuro;  ci era male per un verso ma era bene per  cavarsela  da  quel
    labirinto  di  campicelli e di muricciuoli.  Nessuno parlava.  Il solo
    Pedraglio, qualche volta,  inciampando in un sasso o pungendosi in una
    siepe,  tirava una maledizione meneghina.  Allora gli altri zittivano.
    Arrivarono sulla scaletta preceduti dal prefetto che  saltava  muri  e
    siepi  come  uno  scoiattolo.   Quando  furono  tutti  raccolti  sulla
    scaletta,  Franco si stacc dal gruppo.  Per la strada di  Boglia  non
    avevano bisogno di lui,  egli andava a Cressogno.  Invano Pedraglio lo
    afferr per le braccia,  invano il prefetto lo supplic di non esporsi
    a  un arresto sicuro,  magari all'ergastolo.  Egli credeva di obbedire
    alla voce di Maria, a un dovere di coscienza.  Si strapp da Pedraglio
    e  disparve  su per la scaletta,  non volendo andar a Cressogno per S.
    Mamette che sarebbe  stato  troppo  pericoloso.  Avanti!,  disse  il
    prefetto. Quello l  matto, pensiamo a noi.
    Girando  la  casa del Puttini udirono gente che veniva loro incontro e
    ridiscesero.  La porta di casa Puttini era aperta.  Vi  entrarono.  La
    gente pass discorrendo. Erano contadini e uno diceva: Dove diavol el
    va a st'ora ch?. Ahim, hanno incontrato e riconosciuto Franco. Se i
    gendarmi  e  le  guardie  si  mettono  alla  caccia  dei  fuggitivi  e
    s'imbattono in quella gente,  ecco che trovano una traccia.  Sull'alba
    si  trova sempre gente.  Stavolta s' potuta evitare;  un'altra volta,
    forse, non si potr; un altro incontro pu riescir fatale all'avvocato
    e a Pedraglio come il primo riuscir probabilmente  fatale  a  Franco.
    Bisognerebbe  che  vi  travestiste  da contadini,  dice il prefetto.
    All'avvocato,  che ha dell'artista e  del  poeta  e  conosce  bene  il
    Puttini,  viene  un'idea:  pigliar  gli  abiti  del sior Zacomo per il
    Pedraglio ch' piccolo anche lui,  pigliar per  s  un  vestito  della
    serva  ch' grande e grossa,  cacciar le spoglie proprie in una gerla,
    caricarsene le spalle e via per Boglia.  Il primo deputato politico di
    Albogasio ha cento ragioni di andare nel bosco del Comune. Detto fatto
    salgon le scale e il prefetto,  ch' pratico, va diritto a chiamare la
    Marianna.  Costei non risponde;  la sua camera   vuota.  Il  prefetto
    indovina  subito  che  la  perfida servente  andata a S.  Mamette per
    qualche negozio segreto, come quello dell'olio. Ecco perch l'uscio di
    strada era aperto! Vanno in cucina, accendono due lumi,  l'avvocato ne
    piglia uno e si fa insegnare la camera del sior Zacomo.
    Intanto Pedraglio esplora la cucina con l'altro lume,  in cerca de on
    quai diavol de bev per pigliar fiato.
    Il sior Zacomo dormiva in una  stanza  d'angolo  oltre  una  sala  che
    l'avvocato  attravers  in  punta  di  piedi  camminando tra mucchi di
    castagne, di noci, di nocciuole e di pere.  Egli si accosta all'uscio:
      chiuso.  Origlia:  silenzio.  Gira pian piano la maniglia e spinge.
    L'infame uscio scricchiola,  si ode un formidabile soffio  e  il  sior
    Zacomo  dice rabbiosamente: And!  No sech!  And via!.  L'avvocato
    entr senz'altro.  Via,  maledeta,  digo!,  grid  il  sior  Zacomo,
    rizzando  sul  guanciale  la  punta  bianca del suo berretto da notte.
    Veduto l'avvocato, si mise a gemere. Oh Dio, oh Dio! povareto mi,  La
    me  perdoni  per  carit,  credeva  che  fosse  la servente!  Avvocato
    distintissimo,  in nome de Dio,  cossa xe nato? Gnente gnente,  sior
    Zacomo,  fece l'avvocato contraffacendolo molto lombardamente col suo
    imperturbabile umorismo.  Ghe xe qua,  digo,  ci,  el Commissario de
    Porlezza.
    Oh Dio! Il sior Zacomo fece atto di gettar le gambe fuori del letto.
    Gnente,  gnente,  quieto quieto,  soto soto.  Andemo in Boglia, digo,
    ci, per quel maledeto toro!
    Oh Dio, cossa disela, che a sta stagion in Boglia no ghe xe tori!  Mi
    sudo tuto!
    No fa gnente,  andemo,  digo, a veder el posto, ci, dove ch'el gera.
    Ma il signor Commissario,  continu il beffardo avvocato lasciando un
    linguaggio  che troppo lo imbarazzava,  Le proibisce assolutamente di
    venire con noi, per le sue buone ragioni. Le proibisce di uscire prima
    del nostro ritorno e anzi mi ha ordinato di portarle via gli abiti.
    E si diede a  raccogliere  rapidamente  gli  abiti  del  sior  Zacomo,
    gl'intim il silenzio in nome del Commissario,  pigli il cappellone a
    cilindro, arraff la mazza di canna d'India,  ordin al disgraziato di
    dare  il chiavistello appena uscito lui e di non aprire a nessuno,  di
    non parlare a nessuno prima del ritorno del  Commissario  e  tutto  in
    nome  del  signor  Commissario.  Poi,  lasciatolo  pi morto che vivo,
    raggiunse i compagni che,  fruga qua e fruga l,  avevano  scovato  un
    lurido vestito della Marianna,  un fazzolettone rosso, una gerla e una
    bottiglia di anesone triduo.  Accidenti!,  fece  l'avvocato,  quando
    vide  la roba immonda che doveva mettere.  Il suo travestimento andava
    veramente  male,  la  sottana  era  corta,  il  fazzolettone  non  gli
    nascondeva  abbastanza  la  faccia,  ma non c'era tempo di far meglio.
    Invece il Pedraglio,  cappellone in testa e  canna  d'India  in  mano,
    riesc  un  sior  Zacomo perfetto.  L'avvocato gli fece prendere sotto
    l'ascella uno scartafaccio che trov in cucina, gl'insegn come doveva
    camminare e soffiare.  Prese per ultimo le chiavi della  cantina,  due
    chiavi  enormi,  ne  diede una al Pedraglio e una ne mise in tasca per
    due possibili pugni,  uno in chiave di violino,  disse,  e l'altro  in
    chiave di basso.  E cos uscirono,  il prefetto davanti,  poi il finto
    sior Zacomo che soffiava come una macchina  a  vapore,  poi  la  finta
    Marianna  con  la  gerla.  Appena  furono  in  istrada ecco spuntar la
    Marianna vera di ritorno da San Mamette con un  fiasco  vuoto.  Vista,
    tra  il  fosco e il chiaro,  la tuba del padrone,  diede volta e via a
    gambe.
    Brutta  ladra,  fece  il  prefetto.  Benone.  Il  travestimento  va
    benone.  In cinque minuti furono sulla strada di Boglia.  Il prefetto
    ridiscese, ud persone che salivano da Albogasio Superiore discorrendo
    di gendarmi e di guardie, and loro incontro,  domand che ci fosse di
    nuovo.  Una bagatella.  Polizia,  gendarmi,  soldati a casa Ribera per
    arrestare don Franco  Maironi  e  pare  anche  l'avvocato  V.,  perch
    sapevano  che  ci  doveva  essere e hanno molto domandato di lui.  Non
    hanno trovato n l'uno n l'altro bench le guardie di  finanza  sieno
    state  di  piantone intorno alla casa fin dalla mezzanotte.  Adesso la
    Polizia perquisisce tutte le case di Oria ritenendo che  i  due  sieno
    scappati  per  il  tetto.  Mentre  si  danno  queste  informazioni  al
    prefetto,  ecco un ragazzo venir di corsa  dalla  parte  di  Albogasio
    Superiore.  Lo fermano.  I gendarmi!, dice. I gendarmi! E' pallido
    come un cencio lavato e scappa senza saper  perch,  non  gli  si  pu
    cavare  dove  questi  gendarmi  sieno.  Arriva una donna che si spiega
    meglio.  Quattro guardie di finanza e quattro gendarmi sono passati in
    questo punto dalla piazza di Albogasio Superiore.  Pare che don Franco
    sia stato veduto sulla strada di Castello.  Due gendarmi e due guardie
    hanno  preso  la strada di Boglia.  Il prefetto rabbrividisce.  Gi,
    dice qualcuno. La strada di Boglia per tagliargli il passo. Questa 
    la speranza del prefetto,  che gendarmi e guardie abbiano di  mira  il
    solo Franco.  Egli  tanto smilzo,  tanto alto: n il finto Puttini n
    la finta Marianna possono dar sospetto di esser lui. Il loro destino 
    ormai fuori delle sue mani  mentre  per  Franco  egli  pu  far  molto
    ancora.  Si  incammina  verso  Cressogno,  confidando  che a Cressogno
    Franco arriver sano e salvo  se  i  gendarmi  non  ne  trovano  nuove
    tracce,  perch  lo  cercheranno  su  tutti i sentieri che da Castello
    menano al confine e non mai sulla via di Cressogno.
    Pedraglio e l'avvocato fecero il primo tratto di strada,  da Albogasio
    alle stalle di Ps, strisciando su per la ripidissima erta come gatti,
    a  passi  lunghi  e cauti.  L'avvocato camminava in silenzio,  l'altro
    malediceva continuamente, sottovoce, il suo vestiario,  el loder d'on
    cappel  che gl'invischiava la fronte d'unto;  el boia d'un marsinon
    che gli puzzava di troppi sudori antichi.  Sino a Ps non incontrarono
    anima  nata.  A  Ps  una  vecchia  usc tra le stalle un momento dopo
    ch'eran passati,  disse stupefatta: S per de ch,  scior  Giacom?  A
    st'ora?.  L'avvocato  mormor: Boffa!,  e l'altro si mise a soffiar
    apff!  apff! come un mantice.  Se perd el fiaa per sti  strad  ch,
    cara  l,  disse  la vecchia.  Non incontrarono pi nessuno fino alla
    Sostra.
    La Sostra  una stalla a mezza montagna,  circa,  con un  fienile,  un
    portico  e  una  cisterna,  alquanto in disparte dalla strada.  Quella
    strada  la pi dannata che sia in Valsolda, farebbe cacciar la lingua
    a uno stambecco.  Pedraglio  e  l'avvocato,  trafelati,  grondanti  di
    sudore, entrarono un momento alla Sostra. Anche l silenzio e deserto.
    A  quella  altezza  si respirava gi un'aria diversa.  E come tutte le
    cime all'intorno erano abbassate!  E come il lago,  gi nel  profondo,
    pareva  diventato  un fiume!  L'avvocato guardava su amorosamente alla
    prima cresta del Boglia dove  cominciava  il  gran  bosco  dei  faggi;
    un'altra mezz'ora di arrampicata.  Andiamo,  diss'egli. Ma Pedraglio
    che aveva nelle gambe la memoria dell'altra gran corsa  da  Loveno  ad
    Oria  per il Passo Stretto,  chiese di sostare un altro poco e si mise
    tranquillamente a sfogliar  lo  scartafaccio  del  Puttini,  un  poema
    fratesco,  inedito,  d'un  anonimo cremonese del secolo decimosettimo.
    Andiamo!, ripet il suo compagno dopo un paio di minuti, e si alzava
    gi quando ud venir gente.  Ebbe appena il tempo di dire attento! e
    di voltar le spalle per non lasciarsi vedere in viso.  Pedraglio,  pur
    ficcando il naso nello scartafaccio,  vide spuntar sulla strada  prima
    due guardie di finanza e poi due gendarmi.  Avvert l'amico sottovoce,
    non batt palpebra.  Le due guardie si fermarono.  Una di loro salut:
    Riverito, signor Puttini, e disse ai gendarmi: E' il primo deputato
    politico di Albogasio.  I gendarmi salutarono pure, Pedraglio si lev
    il cappello, alzando un poco lo scartafaccio. Le guardie volevano fare
    un po' di fermata ma un gendarme intim loro di  proseguire  e  quando
    vide  incamminata  la compagnia venne alla Sostra egli stesso.  Era di
    Ampezzo e parlava italiano  benissimo.  Tu,  cane,  non  mi  conosci,
    spero,  pens  Pedraglio  con  una torbida coscienza della sua doppia
    personalit. Lascia fare a me.
    Signor deputato politico, disse colui, avrebbe veduto stamattina il
    signor Maironi di Oria?
    Io? Mai pi. Il signor Maironi dorme, a quest'ora.
    E Lei dove va?
    Vado l su quel monte, su quel dannato Boglia l. Vado su per l'affar
    del toro comunale.
    Bestia,  pens l'avvocato.  Comunale me lo fa diventare! Ma  pass
    felicemente anche il toro comunale.  Il gendarme,  un muso da mastino,
    squadr bene il suo interlocutore in viso.  Lei  deputato politico,
    diss'egli insolentemente, e porta quella roba sul viso? Pedraglio si
    prese istintivamente il suo piccolo sottile pizzo nero,  barba reproba
    da liberale. Taglieremo,  taglieremo,  diss'egli con seriet comica.
    S signore. Va sul Boglia anche Lei? Il gendarme se n'and duro duro
    senza  rispondergli,  senza  udire  su  quale  ignominioso patibolo il
    deputato politico lo mandava.
    I  due  si  rallegrarono  a  vicenda  di  averla  scampata  bella   ma
    riconobbero  che il giuoco si era fatto molto serio.  Adesso bisognava
    contare con le guardie che conoscevano  bene  il  Puttini,  e  saperne
    stare a distanza.  E se quel mastino di gendarme parlasse della barba?
    Su su,  fece l'avvocato,  teniamo loro dietro e se li vediamo o  li
    udiamo tornar gi, gambe in spalla e via a sinistra verso il confine.
    Partito  disperato,  quest'ultimo,  perch non conoscevano il terreno,
    certo familiare alle guardie.
    Il mastino dovette sudare e ansar troppo dietro ai suoi  compagni  per
    aver  poi voglia di parlar di barbe,  Pedraglio e l'avvocato,  salendo
    adagio, videro il nemico guadagnar la cresta del monte al faggio della
    Madonnina, fermarvisi alquanto e sparire.
    Il gran faggio antico  che  portava  nel  tronco  una  immagine  della
    Madonna  e che cedette,  morendo,  quest'onore a una cappelletta,  era
    come la sentinella del gran bosco di Boglia,  il soldato posto in  una
    insellatura  della  cresta a spiar il pendio precipitoso,  il lago,  i
    clivi di Valsolda.  Il venerabile esercito di  faggi  colossali  stava
    tutto   raccolto   in  un'altra  conca  silenziosa  fra  l'erta  della
    Colmaregia, i facili Dorsi della Nave, le radici rocciose dei Denti di
    Vecchia o Canne d'Organo e l'altra sella  del  Pian  Biscagno  fra  la
    Colmaregia  e  il Sasso Grande,  fronteggiante le profondit della Val
    Colla da Lugano a Cadro.  Una lista scoperta,  erbosa,  correva fra il
    faggio  della  Madonnina  e  il bosco,  sull'orlo della cresta.  I due
    fuggiaschi pensarono ai casi loro.  Quale partito prendere?  Cercar il
    sentiero sotto il faggio di cui aveva parlato la guardia salvatrice, o
    entrar  nel  bosco?  No,  entrar  nel bosco non conveniva,  con quella
    selvaggina che vi era entrata prima.  Nel bosco avrebbero  trovato  un
    palmo  di foglie secche.  Era impossibile passarvi senza farsi correre
    addosso  tutti  i  segugi  che  vi  si  aggiravano;  e  da  vicino  il
    travestimento  non poteva servire.  Prender il sentiero?  Ce n'era pi
    d'uno, sotto il faggio; qual era il buono?  Pedraglio maledisse Franco
    che non era venuto con loro.  Invece l'avvocato studiava la Colmaregia
    che si poteva salire senza entrare nel bosco. Egli era stato due volte
    sulla Colmaregia,  il superbo,  sottile  vertice  erboso  del  Boglia,
    tagliato  per  met  dalla  linea di confine;  sapeva ch'era possibile
    scendere di lass al villaggio svizzero di Br  e  risolse  di  tentar
    quella via.  Sulla cresta che ascende dal faggio della Madonnina verso
    la Colmaregia non si vedeva nessuno.
    La punta era avvolta nelle nuvole.
    Pochi passi sotto il faggio i due furono colti da un'ondata di  nebbia
    che  venuta  su  per un versante si riversava rapidamente per l'altro,
    una nebbia fredda e densa, un Dio fece disse V. Non si vedeva niente
    a cinque passi.  Cos avvenne che,  presso al faggio,  Pedraglio  and
    quasi a urtare una guardia di finanza.
    Era  uno  dei  quattro  e  aveva  la  consegna di sorvegliare la lista
    scoperta fra la cresta del  monte  e  il  bosco.  Visto  l'ometto  dal
    cappellone,  fece:  In  Boglia,  signor...?.  L'avvocato si sbarazz
    immediatamente della gerla.  Infatti la guardia non compi  la  frase,
    rest un momento a bocca aperta,  poi esclam: Come?. L'avvocato non
    aspett altro. Cos, diss'egli placidamente;  e raccoltisi sul petto
    i due pugni in uno ne men a colui nello stomaco una terribile puntata
    che  lo  butt sul prato a gambe all'aria.  Pedraglio gli salt subito
    addosso,  gli strapp  la  carabina.  Se  gridi,  cane,  ti  brucio,
    diss'egli. Ma che gridare? Con un pugno di V. nello stomaco non c'era,
    per un quarto d'ora, neanche da tirare il fiato. Infatti l'uomo pareva
    morto  e  ci  volle  del buono perch arrivasse a gemer sottovoce ahi
    ahi!.  L' nient,  l' nient,  gli diceva V.  con la solita  flemma
    canzonatoria.  Sono  scosse  che  fanno bene.  Vedr.  L adess el se
    drizza in pee ben polito e viene con noi in Colmaregia.  Vedr come va
    bene.  Non  ho adoperato questo a posta. E gli mostr la chiave.  Oh
    che pugno!, gemeva la guardia. Oh che razza di pugno!
    La salita   un  po'  maledetta,  riprese  l'avvocato  pigliando  la
    carabina dalle mani di Pedraglio.  Ma noi le terremo su, con licenza,
    il di dietro con questo affare qui.  A questa maniera si va su che l'
    un piacere. Poi Lei viene gi con noi a Br.
    La  carabina  gliela  portiamo noi.  Lei,  per compenso,  ci porta una
    piccola gerla. Parli polito? Andemm, marsch!
    Il disgraziato non riusciva a mettersi in piedi e non si poteva  certo
    lasciarlo   l  a  rischio  che  poi  si  mettesse  a  chiamar  aiuto.
    Mincion!, fece Pedraglio. Ghet daa tropp fort! V.  rispose che gli
    aveva  dato  un  pugno  da  donna,  restitu  la  carabina all'amico e
    ghermita la guardia per il colletto dell'uniforme,  la tir in  piedi,
    le   fece   imbracciare   la   gerla.   Andem,   lizn,   diss'egli.
    Poltronaccio, andiamo!
    Su tra il nebbione freddo e denso, su,  su.  L'erta  ripidissima,  si
    dura fatica a piantar la punta del piede fra i ciuffi dell'erba molle,
    si sdrucciola, si lavora di piedi e di mani, ma fa niente, su, su, per
    la  libert.  Su  tra il nebbione,  invisibili come spiriti,  prima la
    finta Marianna,  poi la guardia che soffia e geme sotto il peso  della
    gerla,  poi  il  finto sior Zacomo che le promette le belle viste e la
    urta con la carabina.  La carabina fa  miracoli.  In  mezz'ora  i  tre
    raggiungono  la  cresta  che  scende  verso Br,  pochi passi sotto il
    cocuzzolo.  Allora siedono  sull'erba  e  gi,  e  gi  a  precipizio,
    scivoloni. Si mette a piovere, la nebbia si dirada, ecco in fondo, tra
    i  piedi,  il  rosso  dei  boschi  cedui.  Primo  vi arriva di volo il
    venerabile  cappellone  del  sior  Zacomo  scaraventato   abbasso   da
    Pedraglio  con  un  viva  l'Italia! mentre scivola a braccetto della
    guardia.  A Br Pedraglio fece correre tutto il paese sparando a festa
    la  carabina,  distribu  anesone  triduo agli uomini e mezz'once alle
    ragazze,  domand al curato di poter appendere in chiesa il marsinon
    per grazia ricevuta,  si attavol a mangiare con la guardia,  gli fece
    predicar dal prete il perdono dei pugni  nello  stomaco  e  gli  diede
    lettura di una stanza del poema fratesco che finiva cos:

    A questo punto il Padre Lanternone
    Disse: ho mutato ancor io opinione.

    Gli  dimostr  che  se  aveva  mutato un Padre Lanternone poteva mutar
    anche lui e lo persuase a disertare,  gli fece buttar via l'uniforme e
    indossare il marsinon fra le risate e gli applausi.  Il solo che non
    rideva era l'avvocato. E quel povero Maironi?, diss'egli.

    Franco non attravers Castello.  Giunto alla  cappelletta  di  Rovaj,
    salt gi per il sentiero che mena alla fontana di Caslano,  raggiunse
    la stradicciuola di Casarico,  si mise a salir per quella e all'ultima
    svolta che fa sotto Castello,  dove appare la chiesa di Puria sotto un
    anfiteatro di dirupi, si gitt a destra nella valle per un sentiero da
    capre,  ne risal sotto la chiesa di Loggio e giunse a  Villa  Maironi
    senz'aver incontrato nessuno.
    Carlo,  il vecchio servitore che gli aperse,  tramort,  quasi,  dalla
    commozione e gli baci le mani.  In  quel  momento  c'era  il  medico.
    Franco  decise  di  attender  che uscisse e intanto confid al vecchio
    fedele che aveva i gendarmi alle calcagna.  Il dottor  Aliprandi  usc
    presto e Franco,  sapendolo patriota,  si confid anche a lui,  poich
    gli  occorreva  mostrarsi,   informarsi  dello  stato   della   nonna.
    L'Aliprandi  era  stato  chiamato  nella  notte  ed era venuto dopo la
    partenza del prefetto per Oria, aveva trovato dell'agitazione nervosa,
    una terribile paura di morire ma nessuna malattia.  Adesso la marchesa
    pareva  tranquilla.  Franco  si  fece annunciare e fu introdotto dalla
    cameriera che lo guard con ossequiosa curiosit e usc dalla camera.
    Le imposte socchiuse della camera dove la  marchesa  giaceva  a  letto
    lasciavano  entrare  due  sole  oblique  lame  di  luce grigia che non
    giungevano alla faccia supina sul guanciale. Franco, entrando,  non la
    vide, ud solo la nota voce dormigliosa:
    Sei qui, Franco?
    S,  addio nonna, diss'egli e si chin a darle un bacio. La maschera
    di cera non era scomposta;  lo sguardo aveva per qualche cosa di vago
    e  di  scuro  che  pareva insieme desiderio e sgomento.  Muoio,  sai,
    Franco, disse la marchesa. Franco protest,  rifer ci che gli aveva
    detto il medico. La nonna lo ascoltava fissandolo avidamente, cercando
    di  leggergli  negli occhi se il medico gli avesse proprio detto cos.
    Poi rispose:
    Non fa niente. Son pronta.
    Dalla nuova espressione dello sguardo  e  della  voce,  Franco  intese
    perfettamente  che  la nonna era pronta a vivere altri vent'anni.  Mi
    rincresce della tua disgrazia, diss'ella, e ti perdono tutto.
    Non eran parole di perdono  che  Franco  si  aspettava  da  lei.  Egli
    credeva  esser  venuto  a  portarlo  il  perdono,  e  non a riceverlo.
    Confortata, rassicurata, la marchesa di ogni giorno ricompariva poco a
    poco sotto la marchesa di un'ora.  Voleva bene acquistar  la  pace  ma
    come  un  sordido avaro tentato da qualche cupidigia,  che spremendosi
    dolorosamente dal pugno il prezzo del suo piacere cerca  trattenersene
    fra  le  unghie quanto pu.  In altri momenti Franco avrebbe scattato,
    avrebbe respinto sdegnosamente quel perdono;  ora,  con la dolce Maria
    nel cuore,  non poteva essere cos.  Aveva per notato che la nonna si
    era rivolta, col suo perdono, a lui solo. Questo no, non glielo poteva
    permettere.
    Mia moglie,  lo zio di mia moglie  ed  io  abbiamo  sofferto  molto,
    diss'egli, prima dell'ultima sventura; e adesso abbiamo perduto tutta
    la nostra consolazione. Lo zio Ribera lo metto fuori di causa; davanti
    a lui bisogna che ci inchiniamo, tu, io, tutti; ma se mia moglie ed io
    abbiamo delle colpe verso di te, perdoniamoci a vicenda.
    Era  un boccone amaro;  la marchesa lo trangugi e tacque.  Bench non
    vedesse pi la morte al suo capezzale aveva per nel cuore lo sgomento
    dell'Apparizione  e  di  certe  parole  del   prefetto   che   l'aveva
    confessata.  Far testamento,  diss'ella,  e desidero che tu sappia
    che tutta la roba Maironi sar per te.
    Ah marchesa, marchesa! Misera,  gelida creatura!  Credeva ella di aver
    comperato  la pace con questo?  Qui veramente aveva sbagliato anche il
    prefetto perch il consiglio di far  questa  dichiarazione  al  nipote
    gliel'aveva dato egli,  buon galantuomo ma privo di tatto, incapace di
    comprendere l'alto animo di Franco.  A Franco l'idea  che  si  potesse
    credere  esser  egli venuto per interesse,  riusc intollerabile.  No
    no,  esclam fremendo tutto e temendo del proprio sangue focoso,  no
    no, non mi lasciar niente! Basta che tu faccia pagare i miei interessi
    a Oria.  La roba Maironi,  nonna,  lasciala all'Ospitale Maggiore.  Ho
    paura che i miei vecchi abbiano sbagliato a tenerla!
    La nonna non ebbe tempo di rispondere perch fu  picchiato  all'uscio.
    Entr il prefetto e fece che Franco pigliasse congedo per non stancare
    l'ammalata. Bisogna sbrigarsi!, diss'egli, fuori. Qui hai fatto pi
    che  il  tuo  dovere.  Lo  sanno  in troppi,  oramai,  che sei qui e i
    gendarmi possono capitare da un momento all'altro.  Ho combinato tutto
    coll'Aliprandi. L'Aliprandi suppone che per la marchesa ci sia bisogno
    di un consulto,  piglia la gondola di casa e va a Lugano per cercar un
    medico. I due barcaiuoli sarete Carlo e tu. Piove.  Ci sono i mantelli
    di  tela  incerata  col  cappuccio.  Mettete  quelli e tu sta a poppa.
    Adesso  ti  tagliamo  il  pizzo;   col  cappuccio  in  testa  sfido  a
    riconoscerti.  Sei sicuro. Forse non vi faranno neanche approdare alla
    Ricevitoria.  A ogni modo non ti riconosceranno.  Se c'  da  parlare,
    parla Carlino.
    L'idea era buona.  La gondola della marchesa era sempre guardata dagli
    agenti dell'Austria con grande  rispetto  come  se  portasse  un  uovo
    dell'aquila  dalle due teste;  anche quando ritornava da Lugano non si
    faceva approdare alla Ricevitoria che pro forma.
    La gondola usc dalla darsena dopo le otto.  Le nebbie delle alte cime
    erano calate sul lago e pioveva.  Triste triste giorno,  triste triste
    viaggio!  N Franco,  n il domestico,  n l'Aliprandi parlarono  mai.
    Passarono San Mamette e Casarico.  Ecco tra i vapori,  oltre gli ulivi
    di Main,  le bianche mura della dimora  di  Ombretta.  Gli  occhi  di
    Franco si riempirono di lagrime.  No,  cara, egli pensa, no, amore,
    no, vita, tu non sei l dentro e sia benedetto il Signore, che mi dice
    di non credere questa cosa orribile! Poche remate ancora ed  ecco  la
    casetta del tempo felice, delle ore amare, della sventura; la finestra
    della  stanza  dove  Luisa si perde in un dolore tenebroso,  la loggia
    dove passer quind'innanzi solo le sue giornate il vecchio zio  Piero,
    l'uomo giusto che discende silenziosamente,  tribolato e stanco, verso
    la tomba.  Franco vorrebbe pur sapere cosa    successo  dopo  la  sua
    partenza,  se  lo  zio,  se  Luisa hanno avuto molestie dalla Polizia.
    Guarda,  guarda,  non vede  persona  viva  n  sulla  terrazza  n  in
    giardinetto n alle finestre della loggia; tutto  silenzioso, tutto 
    tranquillo. Cessa di remare, vorrebbe vedere qualche segno di vita. Il
    dottor Aliprandi apre lo sportello di poppa del felze e lo supplica di
    remare,  di  non  tradirsi.  In  quel  momento la Leu si affaccia alla
    ringhiera del giardinetto con un vassoio in mano,  guarda la  gondola,
    entra in loggia.  Dunque lo zio Piero  in loggia,  quello  il solito
    bicchier di latte che gli portano,  nulla dev'essere successo.  Franco
    torna  a  remare  e il dottor Aliprandi chiude lo sportello.  Passa il
    giardinetto,  passano le case di Oria,  la gondola  piega  all'approdo
    della Ricevitoria.
    Il  Biancn,  che  sta pescando alle tinche,  con l'ombrello,  vede la
    gondola, abbandona le sue lenze, e viene ad ossequiare la marchesa. Ma
    trova invece il dottor Aliprandi  il  quale  lo  turba  tanto  con  le
    cattive  notizie della dama ch'egli sente il bisogno di chiamare anche
    la sua Peppina e di parteciparle la cosa;  e  la  Peppina,  poveretta,
    recita  sotto  l'ombrello  del  suo  Carlascia  una  piccola  commedia
    d'intenerimento. Marito e moglie eccitano l'Aliprandi a far presto,  a
    ritornar presto. Il bestione gli permette di filar dritto, al ritorno,
    da  Gandria  a  Cressogno  e  il  dottore  si  volta  a Franco,  dice:
    Andiamo!. Franco ha assistito impassibile al colloquio,  con le mani
    sul  remo,  sperando  apprender  qualche cosa de' suoi amici e di casa
    sua; ma nessuno ha fiatato di Polizia n d'arresti n di fughe come se
    casa Ribera fosse nella  China.  La  gondola  indietreggia  lentamente
    dall'approdo,  gira la prora verso Gandria,  si allontana, sfuma oltre
    il confine, nella nebbia.

    Alla riva di Lugano il dottor Aliprandi aperse  lo  sportello  e  fece
    entrare Franco. Si conoscevano poco ma si abbracciarono come fratelli.
    Quando  verr  l'ora  delle cannonate,  disse l'Aliprandi,  ci sar
    anch'io. Convennero di congedarsi l  e  che  Franco  uscisse  prima,
    solo,  perch  Lugano era piena di spie e il dottore doveva pure usare
    certi riguardi.  Il dottore non aveva fretta,  del resto;  gli premeva
    pi di trovar un barcaiuolo che un medico. Franco si tir il cappuccio
    sugli occhi e scese a terra, and all'albergo della Corona.
    Alcune  ore pi tardi,  quando la gondola era ripartita,  egli usc in
    cerca di valsoldesi per avere notizie,  si avvi alla farmacia Fontana
    e  incontr  sotto  i  portici i suoi amici che uscivano appunto dalla
    farmacia insieme a un vecchio.  Gli saltarono al  collo,  piansero  di
    commozione. Erano andati anche loro a cercar notizie. Alla farmacia si
    diceva  che Franco fosse stato arrestato.  Che gioia di trovarlo e che
    gioia di sentirsi terra libera sotto i piedi!
    Mi sia permesso di ricordare il vecchio che accompagnava  Pedraglio  e
    l'avvocato, bizzarra figura del piccolo mondo antico luganese, artista
    e  degno  che  un  altro artista,  passandogli cos vicino,  gli renda
    onore.  Egli era un  tal  Sartorio,  pittore,  poeta  e  suonatore  di
    chitarra,  che  a  quei tempi si vedeva spesso balenar qua e l per le
    oscure vie di Lugano con  la  sua  bella  barba  bianca,  con  il  suo
    cappello  bianco  tirato  sull'occhio destro,  con il suo nobile abito
    nero e il fiore all'occhiello.
    Poverissimo ma pulitissimo,  cavaliere con le dame e  con  le  pedine,
    pronto sempre a un'anacreontica e a una chitarrinata,  adoratore della
    propria citt,  egli viveva di pane,  formaggio  e  acqua,  fiutava  e
    rincorreva  i forestieri per far loro gli onori di Lugano,  era sempre
    pieno di queste faccende,  sempre in moto fra Villa Ciani,  l'Htel du
    Parc e Villa Chialiva. L'Htel du Parc era per lui l'ottava meraviglia
    del  mondo.  Aveva  aiutato  a  inaugurarlo  e se ne compiaceva assai,
    godeva particolarmente citare,  col suo classico accento luganese,  la
    strimpellata  e  la  lirica  ispirategli dalla sala da pranzo: ca l'
    poeu quand ca ga disi:

    Le trombe squillano
    Nel gran salone,
    Ai suoni accordisi
    Questa canzone.

    Ora egli si era spontaneamente accompagnato a Pedraglio e a V. che gli
    avevan narrata la loro fuga.  Li  aveva  condotti  lui  alla  farmacia
    Fontana  per  cercarvi  notizie  di  Franco.  Come?,  diss'egli dopo
    l'incontro. E' questo il Loro amico?  Sfuggito anche lui agli artigli
    dell'aquila  rapace di Asburgo?  Benissimo!  Benissimo!  Ho fatto anni
    sono,   per  altri  lombardi  fuggiti  qua  dopo  la  rivoluzione   di
    Vall'Intelvi,  un'ode ca l'era minga mal.  Ho descritto,  neh, la loro
    fuga per la Val Mara, la calata a Maroggia, l'arrivo a Lugano,  ca l'
    poeu quand ca ga disi:

    O baldi figli di Lombardia,
    V'apre le braccia Lugano mia.

    E' una cosetta che va benissimo anche per Loro. Adesso corro a prender
    la chitarra e poi gliela faccio sentire all'albergo.
    Madonna!, fece Pedraglio.





    PARTE TERZA.

    1. Il savio parla.

    Non  una  ma  tre  primavere erano passate dopo quell'autunno del 1855
    senza la fioritura d'armi e di stendardi che  gl'italiani  aspettavano
    sulle  rive  del  Ticino.  Nel febbraio del 1859 si era sicuri che non
    sarebbe  passata  cos  la  quarta.  Grandi  avvenimenti,   annunciati
    debitamente da una splendida cometa, erano in cammino. Correvano nelle
    viscere  del  mondo  antico  fremiti e scricchiolii sordi,  come nelle
    viscere d'un fiume gelato alla vigilia dello sgelo. Il freddo mortale,
    il silenzio pauroso di dieci anni erano per passare portati via in  un
    fragor  d'urti  e di rovine da correnti nuove,  calde,  brillanti.  Il
    Carlascia faceva lo spaccone e parlava alle sue guardie, che tacevano,
    di una prossima passeggiata  militare  a  Torino.  Il  signor  Giacomo
    Puttini  non  s'era pi riavuto bene dal colpo di quella mattina,  dal
    tradimento dell'avvocato,  dalla fine tragica del cappellone  e  dalla
    fine  comica del marsinon,  aveva perduto ogni stima per i patrioti.
    Appunto nel febbraio del '59 il Paolin,  tedescone,  gli parlava  alla
    farmacia di S.  Mamette delle pazze speranze dei liberali. No, signor
    Paolo riveritissimo, gli disse l'ometto. Mi son nato soto San Marco,
    gran santo; go visto i franzesi,  bona zente;  adesso vedo i tedeschi,
    lassemo star,  podaria vederghene anca dei altri ma i birbanti,  La me
    creda,  i birbanti no pol trionfar. Il dottor Aliprandi  era  gi  in
    Piemonte.  Un  vecchio sott'ufficiale di Napoleone che abitava a Puria
    si  rimetteva  segretamente  in  ordine  l'uniforme  con   l'idea   di
    presentarsi  all'imperatore dei francesi quando venisse in Italia.  Il
    curato  di  Castello,   Introini,   quando  incontrava  don   Giuseppe
    Costabarbieri,  gli  ricordava  la  canzone  del 1796 che don Giuseppe
    aveva tirata fuori nel 1848 e poi nascosta da capo:

    Stare nostre crante ulane
    Qua fenute d'Ungheria,
    Ma franzose crante...!
    Fato tuti scappar fia!

    E don Giuseppe, tutto spaventato: Citto, citto, citto!
    Intanto sui pendii di Valsolda fiorivano pacificamente le  viole  come
    se nulla fosse. La sera del venti febbraio Luisa ne port un mazzolino
    in  Camposanto.  Ella vestiva ancora a lutto,  era terrea,  macilenta,
    aveva gli occhi pi grandi e molti fili d'argento in testa. Pareva che
    dal giorno della sua sventura fossero passati  vent'anni.  Uscita  dal
    Camposanto si avvi verso Albogasio e si accompagn ad alcune donne di
    Oria che andavano a dire il rosario alla parrocchia. Non pareva pi lo
    spettro cupo che aveva posato le viole sopra la fossa di Maria.  Parl
    serena,  ilare quasi,  con l'una e con l'altra,  domand di una bestia
    malata,  accarezz  e  lod  una  bambina che andava al rosario con la
    nonna,  le raccomand di stare tranquilla in  chiesa  come  sempre  vi
    stava  la sua Maria.  Disse questo e nomin Maria quietamente,  mentre
    quelle donne rabbrividivano e anche stupivano perch adesso Luisa  non
    andava  in  chiesa  mai.   Domand  a  una  ragazza  se  i  giovanotti
    pensassero,  come al solito,  di  recitare,  se  recitasse  anche  suo
    fratello;  udito che s, offerse aiuto per i costumi. Si accomiat sul
    sagrato dell'Annunciata e nello scender soletta la  Calcinera  riprese
    il viso di spettro.
    Andava a Casarico,  dai Gilardoni,  sposi da tre anni. La felicit del
    professore,  la sua adorazione per Ester vorrebbero un poema.  Lo  zio
    Piero  diceva  di  lui  ch'era  diventato  ebete.   Ester  temeva  che
    diventasse ridicolo e non  gli  permetteva,  quando  c'era  gente,  di
    prender  davanti  a  lei certe pose estatiche.  La sola persona per la
    quale non valesse  questa  proibizione  era  Luisa.  Ma  di  Luisa  il
    Gilardoni  aveva un certo riguardo;  ella era sempre per lui un essere
    sovrumano;  al rispetto per la persona s'era aggiunto il rispetto  per
    il  dolore  e  in  presenza  di  lei  egli  teneva  sempre un contegno
    riguardoso.  Da due anni,  circa,  Luisa andava a casa Gilardoni quasi
    ogni sera e, se qualche cosa poteva turbare la pace degli sposi, erano
    queste visite.
    Esse  avevano infatti un motivo strano e antipatico a Ester;  ma Ester
    aveva un tale affetto per  l'amica  sua,  una  tale  piet  della  sua
    sventura  e  si  sentiva  fitto nel cuore un tal rammarico di non aver
    fatto pi attenzione a Maria  nel  giorno  terribile,  che  non  osava
    opporsi  risolutamente  ai  desideri  di lei n distogliere suo marito
    dall'accondiscendervi.  Espresse a Luisa la  sua  disapprovazione,  la
    preg  di  volere  almeno  tener  segreto ci che faceva di sera nello
    studio del professore;  non and pi  oltre.  Il  professore,  invece,
    sarebbe  stato felice di questi convegni ma soffriva del dispiacere di
    Ester.
    Era gi notte quando Luisa suon alla porticina di casa Gilardoni.  Fu
    Ester  che  le  aperse.  Luisa  non rispose al suo saluto che le parve
    imbarazzato, la guard soltanto e quando fu nel salottino terreno dove
    Ester soleva passar le sue serate, l'abbracci tanto appassionatamente
    che l'altra si mise a piangere. Abbi pazienza, le disse Luisa.  Non
    mi  resta  che questo.  Ester si prov a confortarla,  a dirle che si
    avvicinava per lei un tempo migliore, la riunione con suo marito.  Fra
    pochi mesi la Lombardia sarebbe libera,  Franco ritornerebbe a casa. E
    allora...  allora...  Potrebbero  succedere  tante  cose...   Potrebbe
    ritornare  anche  Maria!  Luisa  diede  un balzo,  le afferr le mani.
    No!, diss'ella. Non dire questa cosa! Mai! mai! Son tutta sua!  Son
    tutta  di  Maria!  Ester  non  pot  replicare  perch,  frettoloso e
    sorridente, entr il professore.
    Egli vide che sua moglie aveva gli occhi  bagnati  di  lagrime  e  che
    Luisa  pareva  sovreccitata.  Salut mogio mogio e sedette in silenzio
    accanto a Ester, immaginando che avessero parlato del solito argomento
    spiacevole  a  sua  moglie.   Questa  avrebbe  voluto  mandarlo   via,
    riprendere  il  discorso  con Luisa,  ma non os farlo.  Luisa fremeva
    contro quella immagine di futuro pericolo che di quando in  quando  le
    si  era  affacciata confusamente all'anima,  che aveva sempre cacciata
    con orrore prima di considerarla, e che ora,  per le parole dell'amica
    sua,  le  risorgeva  davanti scoperta e netta.  Dopo un lungo,  penoso
    silenzio, Ester sospir e le disse sottovoce:
    Va' pure, sai. Andate pure.
    Luisa ebbe un impeto di gratitudine,  s'inginocchi davanti  all'amica
    sua, le pos il capo in grembo. Sai, diss'ella, io non credo pi in
    Dio.  Prima credevo che ci fosse un Dio cattivo,  adesso non credo pi
    che esista;  ma se vi fosse il Dio  buono  nel  quale  credi  tu,  non
    potrebbe  condannare una madre che ha perduto la sua unica figliuola e
    cerca persuadersi che una parte di lei vive ancora!
    Ester non rispose.  Quasi ogni sera,  da due anni,  suo marito e Luisa
    evocavano la bambina morta.  Il professore Gilardoni, strano miscuglio
    di libero pensatore e di mistico, aveva letto con moltissimo interesse
    le cose meravigliose che si raccontavano delle sorelle americane  Fox,
    degli  esperimenti  di  Eliphas  Levi,   aveva  seguito  il  movimento
    spiritista propagatosi  rapidamente  in  Europa  come  una  mania  che
    prendeva  le  teste  e le tavole.  Ne aveva parlato a Luisa,  e Luisa,
    invasa,  acciecata  dall'idea  di  poter  sapere  se  la  sua  bambina
    esistesse ancora e, posto che esistesse, di aver qualche comunicazione
    con  lei,  non  vedendo  altro in tutto il meraviglioso dei fatti e lo
    strano delle teorie che questo punto lucente,  lo aveva supplicato  di
    tentar  qualche esperimento con Ester e con lei.  Ester non credeva in
    fatto di soprannaturale che alla dottrina cristiana. Non pigli quindi
    la cosa sul serio e  acconsent  subito  a  posar  le  mani  sopra  un
    tavolino  insieme  all'amica  e  al marito,  il quale,  dal canto suo,
    mostrava un gran zelo, una gran fede di riuscire.  I primi esperimenti
    non  riuscirono.   Ester,   molto  annoiata,  avrebbe  voluto  che  si
    rinunciasse a continuare;  ma una sera il tavolino,  dopo venti minuti
    di  aspettazione,  si  chin lentamente da un lato alzando un piede in
    aria,  si riabbass,  torn ad alzarsi,  con grande sgomento di Ester,
    con  gran  gioia  del  professore  e di Luisa.  La sera dopo bastarono
    cinque minuti a farlo muovere.  Il professore gl'insegn l'alfabeto  e
    tent  un'evocazione.  Il  tavolino  rispose battendo il piede a terra
    secondo l'alfabeto suggeritogli. Lo spirito evocato diede il suo nome:
    Van Helmont.  Ester tremava di paura come una  foglia,  il  professore
    tremava  di  commozione,  voleva far sapere a Van Helmont che aveva in
    biblioteca le sue opere,  ma Luisa lo  scongiur  di  chiedergli  dove
    fosse Maria. Van Helmont rispose: Vicina. Allora Ester, pallida come
    un  cadavere,  si  alz  protestando che non voleva continuare.  N le
    suppliche n le lagrime di Luisa valsero a persuaderla.  Era  peccato,
    era  peccato!  Ester  non  aveva un sentimento religioso profondo,  ma
    paura del diavolo e dell'inferno s, molto. Per parecchio tempo non fu
    possibile ricominciare le sedute.  Ella ne aveva orrore e  suo  marito
    non osava contraddirla.  Fu Luisa che a forza di scongiuri ottenne una
    transazione. Le sedute ricominciarono ma Ester non vi prese parte pi.
    Non volle neanche sapere cosa vi accadesse.  Solamente,  quando vedeva
    sua marito preoccupato,  distratto, gli gittava un'allusione crucciosa
    alle pratiche segrete dello studio. Allora egli si affliggeva, offriva
    di desistere,  ed era Ester che si sentiva debole di fronte  a  Luisa.
    Poich,  indirettamente,  aveva capito che Luisa credeva di comunicare
    con lo spirito della bambina.  Ella le aveva detto una volta:  Domani
    sera  non  vengo  perch  Maria non vuole.  E un'altra volta: Vado a
    Looch perch Maria  vuole  un  fiore  dalla  Nonna.  A  Ester  pareva
    incredibile  che  una  testa  lucida  e forte come quella si smarrisse
    cos.  Comprendeva in pari tempo la difficolt immensa di  persuaderla
    con le buone e la crudelt di opporsele con le cattive.
    Il  professore  accese  una  candela e sal,  seguito da Luisa,  nello
    studio.  Noi conosciamo lo studiolo simile a una cabina di bastimento,
    con gli scaffali pieni di libri,  il caminetto, la finestra che guarda
    il lago, la poltrona dove Maria s'era addormentata la notte di Natale.
    Adesso v'era di pi,  fra il  caminetto  e  la  finestra,  un  piccolo
    tavolino rotondo con un sol piede tripartito a un palmo da terra.
    Mi  rincresce  molto,  disse il Gilardoni,  entrando,  di far tanto
    dispiacere a  Ester.  Pos  il  lume  sulla  scrivania  e  invece  di
    disporre,  secondo il solito,  il tavolino e le sedie,  and a guardar
    dalla finestra il chiaror vago dell'acqua  e  dei  cielo  nelle  ombre
    della notte.  Luisa rimase immobile e subito egli si volt bruscamente
    come avesse sentito per virt magnetica l'angoscia di lei. Gliela vide
    spaventosa in faccia,  intese ch'ella lo credeva risoluto di  troncare
    mentre ne aveva solamente avuta la tentazione e le prese, commosso, le
    mani,  le disse che Ester era tanto buona,  che l'amava tanto,  che n
    lui n lei avrebbero mai voluto recarle volontariamente un'afflizione.
    Luisa non rispose ma il professore dur  fatica  a  impedire  che  gli
    baciasse  la  mano.  Mentre  egli  collocava  in  mezzo alla stanza il
    tavolino e le due sedie, ella sedette sulla poltrona, come oppressa.
    Ecco, fece il professore.
    Luisa si lev di tasca e gli tese una lettera.
    Ho tanto bisogno di Maria e di Lei, stasera!, diss'ella
    Legga,    di  Franco.   Pu  cominciare  dalla  quarta  pagina.  Il
    professore non intese queste ultime parole, si accost al lume e lesse
    ad alta voce:

    Torino, 18 febbraio 1859.

    Luisa mia,
    Sai che non mi hai scritto da quindici giorni?

    Questo lo pu saltare,  interruppe Luisa,  ma poi si corresse.  No,
    legga pure,  meglio. Il professore continu:

    Ecco la terza lettera che io ti mando dopo ricevuta la tua del 6. Sono
    stato forse,  nella prima,  troppo vivace e ti  ho  ferita.  Benedetto
    temperamento  il  mio,  che  non  solo mi fa dire parole troppo vivaci
    quando il sangue mi si  riscalda,  ma  me  le  fa  anche  scrivere!  E
    benedetto  sangue  che  a  trentadue  anni  suonati si riscalda come a
    ventidue! Perdonami,  Luisa,  e permettimi di ritornare sull'argomento
    onde riprendermi quelle parole che hanno potuto offenderti.
    Adesso  non  si  discorre  pi  n  di tavolini n di spiriti,  non si
    discorre che di diplomazie e di guerra; ma gli anni scorsi se ne parl
    moltissimo e parecchie persone che io stimo e onoro ci  credevano.  Di
    alcune  so  positivamente  che  erano  illuse  ma non ho mai dubitato,
    quando mi riferivano conversazioni avute con gli spiriti,  della  loro
    buona  fede.  Pare  che l'immaginazione,  eccitata,  possa far udire e
    vedere come reale ci che non . Ma io voglio credere che nel tuo caso
    non v'inganni l'immaginazione,  che il vostro tavolino si muova  e  si
    esprima davvero come dici.  Ho avuto torto di metter questo in dubbio,
    lo confesso,  poich tu sei talmente sicura di non ingannarti e poich
    conosco  abbastanza l'onest del professor Gilardoni.  Ma vi  poi per
    me una questione di sentimento.  Io so che la mia dolce Maria vive con
    Dio, io ho la speranza di andare un giorno, con altre anime a me care,
    dov'ella .  Se mi comparisse spontaneamente,  se udissi,  senz'averla
    chiamata,  il suono della sua voce  viva  e  vera,  forse  non  potrei
    sopportare  una gioia cos grande;  chiamarla,  costringerla di venire
    non vorrei mai.  Mi ripugna,   contrario a quel senso di  venerazione
    che  ho  per un Essere tanto pi vicino a Dio di me.  Anch'io,  Luisa,
    parlo al nostro tesoro ogni giorno,  le parlo di me  e  anche  di  te,
    sapendo  che ci vede,  che ci ama,  che potr molto ancora,  in questa
    vita stessa, sopra di noi.  Tali vorrei pure i colloqui tuoi con essa;
    e  se  rispondendo alla lettera in cui alludevi a una comunicazione di
    lei mi sono espresso con acerbit,  perdonami in grazia non  solamente
    del  mio  cattivo carattere ma delle idee altres e dei sentimenti che
    sono come parte della mia natura.
    Perdonami pure in grazia della sovreccitazione immensa in cui si  vive
    qui.  La  mia  gola sta bene;  da quando si parla di guerra ho gittato
    canfora e acqua sedativa, ma i nervi sono tesi straordinariamente,  mi
    par  che  a toccarli dieno scintille.  Questo viene anche dall'intenso
    lavoro che abbiamo al Ministero,  dove non c' pi orario  e  chi  pi
    gode fiducia,  sia pure un segretariucolo,  pi deve sgobbare.  Quando
    ebbi questo posto dalla bont  del  conte  di  Cavour,  mi  pareva  di
    mangiare  il  pane dello Stato a tradimento.  Adesso non  cos ma sto
    per togliermi a questo gran  lavoro  e  ci  mi  conduce  a  un  altro
    discorso  che  ho nel cuore da un pezzo e che adesso ti faccio con una
    commozione indicibile.
    Fra otto giorni i miei amici ed io ci  arruoliamo  nell'esercito  come
    volontari  per la durata della campagna;  Si entra nel 9 fanteria che
    ha il deposito a Torino.  Qui al  Ministero  si  vorrebbe  trattenermi
    ancora ma io intendo di trovarmi istruito al reggimento quando entrer
    in  campagna  e  ho solamente preso l'impegno di non lasciar l'ufficio
    che un giorno prima di arruolarmi.
    Luisa, sono tre anni e quasi cinque mesi che non ci vediamo.  Vero che
    tu  sei  sorvegliata  dalla  Polizia  e  che ti  proibito di venire a
    Lugano;  per io ti ho proposto  pi  volte  pi  modi  di  venirmi  a
    incontrare segretamente almeno al confine, sulla montagna, e tu non mi
    hai risposto.  Ho creduto indovinare che tu non ti sapessi allontanare
    neppure per poco tempo da un  luogo  sacro.  Mi  pareva  troppo  e  ti
    confesso che ne provai un'amarezza molto profonda!  Poi mi pentivo, mi
    pareva d'essere egoista, ti assolvevo. Adesso,  Luisa,  le circostanze
    sono mutate.  Non ho cattivi presentimenti, mi par impossibile di aver
    a restare sopra un campo di battaglia, ma impossibile non .  Prender
    parte  ad  una  guerra  che si annuncia tra le pi grosse,  tra le pi
    lunghe e disperate,  perch se l'Austria ha in giuoco le sue provincie
    italiane, noi, e forse anche l'imperatore Napoleone, abbiamo in giuoco
    tutto. Si dice che passeremo l'inverno venturo sotto Verona. Luisa, io
    non  voglio  correre  il  pericolo di morire senz'averti riveduta.  Ho
    ventiquattr'ore sole,  non posso venire al confine n a Lugano,  n mi
    pu  bastare di star con te dieci minuti!  Fatti portare a Lugano,  in
    qualche modo,  da Ismaele la mattina del 25 corr.  Parti da Lugano  in
    tempo  di  essere  a  Magadino  per  il tocco poich da Luino non puoi
    passare.  A Magadino piglierai il battello che parte di  l  circa  al
    tocco e mezzo. Scenderai circa alle quattro a Isola Bella dove, presso
    a  poco alla stess'ora,  arriver anch'io da Arona.  L'Isola Bella,  a
    questa stagione,    un  deserto.  Vi  passeremo  la  sera  insieme  e
    ripartiremo la mattina, tu per Oria, io per Torino.
    Scrivo  allo  zio  Piero per chiedergli perdono se gli tolgo un giorno
    della tua compagnia.
    Maggior male non temo.  Anche gli austriaci non pensano che alle armi,
    la  loro  Polizia si lascia sfuggire migliaia di giovani che vengono a
    prenderle qui.  Sarebbero terribili all'indomani di  una  vittoria  ma
    quel giorno, per essi, viva Dio! non verr.
    Luisa,    possibile ch'io non ti trovi all'Isola Bella,  che tu creda
    far piacere a Maria non venendo?  Ma non sai,  la mia  Maria,  la  mia
    povera  piccina,  se le avessero detto corri a salutar il tuo pap che
    forse va a morire come...

    La voce del lettore oscill, si ruppe,  manc in un singhiozzo.  Luisa
    si  nascose  il  viso  fra  le  mani.  Egli  le  pos la lettera sulle
    ginocchia e disse a stento: Donna Luisa, pu avere un dubbio?
    Sono cattiva, rispose Luisa sottovoce, sono matta.
    Ma non gli vuol bene?
    Alle volte mi pare tanto e alle volte niente.
    Dio mio!, fece il professore. Ma adesso? Non La commuove l'idea che
    potrebbe non vederlo mai pi?
    Luisa tacque;  parve che piangesse.  Balz  improvvisamente  in  piedi
    stringendosi  le tempie fra le mani,  piant in viso al professore due
    occhi dove non erano lagrime ma invece una luce sinistra di corruccio.
    Ella non sa,  esclam,  cosa c' nella mia  testa,  che  cumulo  di
    contraddizioni,  quante  idee  opposte  che  si  combattono e prendono
    continuamente il luogo l'una dell'altra! Quando ho ricevuto la lettera
    ho pianto tanto, mi son detta: "s, povero Franco,  stavolta vado",  e
    poi  ecco una voce che mi dice qui nella fronte: "no,  non devi andare
    perch... perch... perch...".
    Luisa s'interruppe e il professore,  spaventato da bagliori di  pazzia
    negli occhi che lo fissavano,  non os chiedere spiegazioni. Gli occhi
    strani sempre fissi ne' suoi vennero raddolcendosi,  velandosi.  Luisa
    gli prese le mani, gli disse piano, timidamente: Domandiamo a Maria.
    Sedettero al tavolino,  vi posarono le mani su.  Il professore voltava
    le spalle al lume che batteva sul  viso  di  Luisa.  Il  tavolino  era
    nell'ombra.  Dopo  undici  minuti  di  silenzio profondo il professore
    mormor: Si muove.
    Infatti il tavolino  si  andava  lentamente  inclinando  da  un  lato.
    Ricadde e batt un piccolo colpo. Il viso di Luisa s'illumin.
    Chi sei?, disse il professore. Rispondi col solito alfabeto.
    Il  tavolino batt diciassette colpi,  poi quattordici,  poi diciotto,
    poi uno. Rosa, disse il professore,  piano.  Rosa era il nome di una
    sorellina  di  sua  moglie,  morta nell'infanzia,  e il tavolino aveva
    battuto parecchie altre volte questo nome.
    Va', ripet il Gilardoni, mandaci Maria.
    Il tavolino si rimise tosto in movimento e batt queste parole:
    Son qui. Maria.
    Maria,  Maria,  Maria mia!,  sussurr Luisa con  un'espressione,  in
    viso, di beatitudine.
    Conosci,  disse il Gilardoni, la lettera che tuo padre ha scritto a
    tua madre?
    Il tavolino rispose:
    S.
    Cosa deve fare tua madre?
    Luisa  tremava  da  capo  a  piedi,  aspettando.  Il  tavolino  rimase
    immobile.
    Rispondi, fece il professore.
    Il tavolino si mosse e batt un miscuglio incomprensibile di lettere.
    Non abbiamo capito. Ripeti.
    Il  tavolino  non si mosse pi.  Ripeti dunque!,  fece il professore
    quasi bruscamente. No!, supplic Luisa.  Non insista,  non insista!
    Maria non vuol rispondere!
    Ma il professore voleva insistere.  Non  possibile, diceva, che lo
    spirito non risponda.  Lei lo sa,  ci  successo altre  volte  di  non
    intendere quel che dice.
    Luisa si alz agitatissima, dicendo che piuttosto di costringere Maria
    era   contenta   d'interrompere   la  seduta.   Il  professore  rimase
    meditabondo al proprio posto. Zitto!, diss'egli.
    Il tavolino si moveva, ricominci a batter colpi.
    S,  esclam il Gilardoni,  raggiante.  Ho domandato  col  pensiero
    s'Ella  deve  andare e il tavolino ha risposto "s".  Ridomandi lei ad
    alta voce.
    Cinque o sei minuti passarono prima che il tavolino si  rimettesse  in
    moto.  Alla domanda di Luisa debbo andare? batt prima tredici colpi
    poi quattordici. La risposta era no.
    Il professore impallid e Luisa lo  interrog  con  lo  sguardo.  Egli
    rimase lungamente muto, poi rispose sospirando:
    Potrebbe non essere Maria. Potrebb'essere uno spirito di menzogna.
    E come si pu sapere?, fece Luisa ansiosamente.
    Impossibile. Non si pu sapere.
    Ma e le altre comunicazioni, dunque? Non vi  certezza mai?
    Mai.
    Ella  tacque,  atterrita.  Poi  sussurr: Doveva essere cos.  Doveva
    mancarmi anche questo.
    E pos la fronte sul tavolino.  Il  lume  della  candela  batteva  sui
    capelli,  sulle braccia,  sulle mani di lei. Ella non si moveva, nulla
    si moveva nella camera,  tranne la fiammella oscillante della candela.
    Un'altra  fiammella,  un  ultimo  lume di speranza e di conforto stava
    morendo nella povera testa caduta sotto il colpo d'un dubbio  amaro  e
    invincibile.  Che  poteva  fare,  che  poteva dire il Gilardoni?  Egli
    vedeva prossimo a compiersi, non per opera sua, il desiderio di Ester.
    Tre o quattro minuti dopo si udirono passi al  piano  inferiore  e  la
    voce di Ester. Luisa, lentamente, si alz.
    Andiamo, diss'ella.
    Bisognerebbe  forse pregare,  osserv il Gilardoni,  senza muoversi.
    Bisognerebbe forse domandare agli spiriti se confessano Cristo.
    No no no no no,  fece sottovoce Luisa,  negando,  anche con la mano,
    ostilmente. Il professore prese la candela in silenzio.
    Ritornando  a Oria Luisa sal al cancello del Camposanto.  Vi appoggi
    la fronte,  gitt verso  la  fossa  di  Maria  un  soffocato  addio  e
    ridiscese. Giunta sul sagrato and ad affacciarsi al parapetto, guard
    gi  il  lago  addormentato  nell'ombra.  Stette l alquanto lasciando
    andar il pensiero per la sua china.  Pos i gomiti sul  parapetto,  si
    pieg, si appoggi il viso alle mani sempre guardando l'acqua, l'acqua
    che  aveva  preso  Maria.  Il  suo pensiero veniva pigliando una forma
    precisa non dentro a lei ma  laggi  nell'acqua.  Essa  lo  consider.
    Morire,  finire.  Lo conosceva, lo aveva veduto ancora questo pensiero
    guardando nell'acqua cos,  molto tempo addietro,  prima di cominciare
    le evocazioni col professore. Poi era scomparso. Adesso ritornava. Era
    un pensiero dolce e pietoso,  pieno di riposo e di abbandono, pieno di
    pace.  Faceva bene di starlo a guardare poich  anche  la  fede  negli
    spiriti era perduta.  Morire, finire. L'altra volta molto aveva potuto
    contro il fascino dell'acqua la immagine del vecchio zio.  Ora  poteva
    meno.  Lo zio era caduto,  dalla morte di Maria in poi,  in un mutismo
    quasi completo che Luisa attribuiva a un principio di  apatia  senile.
    Ella  non  aveva capito come nell'animo del vecchio vi fossero insieme
    al dolore disapprovazioni profonde;  quanto lo urtassero le quotidiane
    ripetute  visite al cimitero e i fiori e le gite misteriose a Casarico
    e, sopra tutto, l'abbandono completo della chiesa.  Se non fosse stata
    cos  presa  dalla  sua  morta,  avrebbe potuto intender meglio lo zio
    almeno in quest'ultimo punto della chiesa,  perch adesso  il  vecchio
    silenzioso ci andava lui,  in chiesa,  pi di prima, tornava col cuore
    alla  religione  di  suo  padre  e  di  sua  madre  praticata   sinora
    freddamente,  per  abitudine,  per  ossequio  alle tradizioni di casa.
    Pareva a Luisa ch'egli fosse diventato alquanto ottuso  e  che  se  ai
    bisogni suoi fosse provveduto non gli occorrerebbe altro.  Per le cure
    materiali v'era la Cia e le  risorse  che  bastavano  per  tre  meglio
    avrebbero  bastato  per  due.  Luisa  credette veder l'acqua salire un
    palmo. E Franco? Franco si desolerebbe, piangerebbe per qualche anno e
    poi sarebbe pi felice.  Franco aveva il segreto di consolarsi presto.
    L'acqua parve salire un altro palmo.
    Nello  stesso  momento  in  cui  ella  s'era  affacciata al parapetto,
    Franco, passando in via di Po davanti a San Francesco di Paola,  aveva
    veduto lumi e udito l'organo. Era entrato. Appena detta una preghiera,
    il  pensiero  dominante lo aveva ripreso,  il suono dell'organo gli si
    era trasformato in un fragore di trombe, di tamburi e d'armi e, mentre
    un canto di pace si levava sull'altare,  a lui era parso  caricar  con
    furore  il  nemico.  A  un tratto si vide in mente l'immagine di Luisa
    vestita a lutto, pallida.  Si mise a pensare a lei,  a pregare per lei
    con fervore intenso.
    Allora  l  sul  sagrato  di Oria ella sent un freddo,  un'uggia,  un
    mancar  della  tentazione.  Volle  richiamarla  e  non  pot.  L'acqua
    ridiscendeva.  Una  voce  intima  le  disse:  e  se il professore si 
    ingannato?  Se non  vero che il tavolino abbia risposto prima di si e
    poi  di no?  Se non  vero di questi spiriti menzogneri?  Si tolse dal
    parapetto e sali, a passi lenti, in casa.
    Trov lo zio in cucina, seduto sotto la cappa del camino, con le molle
    in mano e col bicchiere di latte accanto. La Cia e la Leu cucinavano.
    Dunque, disse lo zio, sono andato alla Ricevitoria. Il Ricevitore 
    a letto con l'itterizia, ma ho parlato col Sedentario.
    Di che cosa, zio?
    Di Lugano, della tua andata a Lugano il 25.  Mi ha detto che chiuder
    un occhio e che passerai.
    Luisa tacque,  stette a guardar il fuoco meditabonda.  Poi diede certi
    ordini alla Leu per l'indomani e preg lo zio di venire in salotto con
    lei.
    Cosa serve?,  diss'egli con la solita semplicit.  Non  avrai  gran
    segreti. Stiamo qui che c' il fuoco.
    La Cia accese il lume. Usciremo noi, diss'ella.
    Lo  zio  fece  la  sua  solita  smorfia  di  compassione per le altrui
    sciocchezze ma tacque,  bevve il suo bicchier  di  latte  e  lo  porse
    silenziosamente a Luisa. Luisa prese il bicchiere e disse piano:
    Non ho ancora deciso.
    Cosa?, fece lo zio bruscamente. Cosa non hai deciso?
    Se andr all'Isola Bella.
    Euh! Che diavolo?
    Lo zio Piero non la poteva neanche intendere una cosa simile.
    E perch non andresti?
    Ella rispose con tranquillit, come se dicesse una cosa ovvia:
    Ho paura di non poter lasciare Maria.
    Ah senti!, fece lo zio. Siediti l.
    Le  addit il sedile in faccia,  sotto la cappa del camino,  lasci le
    molle e disse con quella sua voce grave, onesta voce del cuore:
    Cara Luisa, hai perso la bussola.
    E alzate le braccia con un euh! profondo,  le lasci ricadere  sulle
    ginocchia.
    Persa!,  diss'egli.  Stette  un  poco  in  silenzio,  a  capo chino,
    porgendo le labbra con un brontolio di parole in formazione,  che  poi
    uscirono.
    Cose  che  non  avrei  mai creduto!  Cose che paiono impossibili.  Ma
    quando (cos dicendo rialz il capo e guard  Luisa  in  faccia)  si
    comincia a perderla, la bussola, l' fatta. E tu, cara, hai cominciato
    a perderla da un pezzo.
    Luisa trasal.
    Eh s!,  esclam lo zio a gola piena.  Hai cominciato a perderla da
    un pezzo. Ed  questo che volevo dirti.  Senti: mia madre ha perso dei
    figli,  tua madre ha perso dei figli, ho visto tante madri perdere dei
    figli e nessuna faceva come te.  Ci vuol altro,  siamo tutti mortali e
    dobbiamo accettare la nostra condizione. Si rassegnavano. Ma tu, no. E
    questo cimitero! E queste due, tre, quattro visite al giorno! E questi
    fiori, e cosa so io, oh povero me! E anche queste scempiaggini che fai
    a Casarico con quell'altro povero imbecille,  che voi credete farle in
    segreto e tutti ne parlano, persino la Cia! Oh povero me!
    No, zio, disse Luisa tristemente ma tranquillamente. Non dir queste
    cose. Non puoi capire.
    Siamo intesi,  rispose lo zio con tutta l'ironia di cui era  capace.
    Non posso capire.  Ma poi ce n' un'altra.  Tu non vai pi in chiesa.
    Io non ti ho mai detto niente perch in queste cose il mio principio 
    stato sempre di lasciar fare a ciascuno quel che crede;  ma quando  ti
    vedo perdere,  dir cos,  il buon senso e anche il senso comune,  non
    posso a meno di farti  riflettere  che  se  si  voltano  le  spalle  a
    Domeneddio, si fanno di questi guadagni. Adesso poi questa idea di non
    voler andare a vedere tuo marito, in circostanze simili, passa tutti i
    limiti. Vuol dire, riprese dopo una breve pausa, che ci andr io.
    Tu?, esclam Luisa.
    Perch no?  Io,  s. Contavo di accompagnarti ma, se non vieni, andr
    solo.  Andr a dire a tuo marito che hai perduto la testa e che  spero
    di andar presto anch'io a trovar la povera Maria.
    Mai  nessuno  aveva  udito dal labbro dello zio Piero una parola tanto
    amara.  Fosse questo,  fosse l'autorit dell'uomo,  fosse il  nome  di
    Maria pronunciato cos, Luisa fu vinta.
    Andr, diss'ella. Ma tu devi restar qui.
    Niente affatto,  rispose lo zio contento. Sono quarant'anni che non
    vedo le Isole. Approfitto dell'occasione.  E chi sa che non mi arruoli
    in cavalleria, io?
    E  cos,  disse  la  Cia a Luisa dopo che lo zio era andato a letto.
    Vuol proprio partire anche il mio padrone?  Cara lei,  per  amor  del
    Cielo, non glielo permetta!
    E  le  raccont  che  due  ore prima egli aveva stralunato gli occhi e
    piegata la testa sul petto;  che chiamato da lei non  aveva  risposto;
    che  poi si era riavuto e che alle premurose domande di lei era andato
    in collera protestando di non aver avuto male, di aver sentito solo un
    po' di sonno.  Luisa l'ascoltava in piedi,  col lume in mano,  con gli
    occhi vitrei,  divisa fra l'attenzione alle parole che udiva e qualche
    altro pensiero assai diverso,  assai lontano,  dallo zio,  dalla casa,
    dalla Valsolda.





















    2. Solenne rullo.

    Il venticinque febbraio,  giorno della partenza,  lo zio Piero si alz
    alle sette e mezzo e and alla finestra. Un denso nebbione pendeva sul
    lago biancastro e nascondeva le montagne per modo che se  ne  vedevano
    solamente due brevi liste nere, una a destra e l'altra a sinistra, fra
    il lago e la nebbia. Ahim!, sospir lo zio. Non s'era ancora finito
    di vestire che Luisa entr e lo preg, col pretesto del cattivo tempo,
    di restare, di lasciarla partir sola. La Cia era in grande angoscia, e
    avea  pregato  Luisa di insistere sapendo ch'egli era stato clto,  il
    giorno venti, da forti vertigini e che il ventidue, senza dir niente a
    nessuno,  era andato a confessarsi.  Egli s'irrit,  convenne  tacere,
    lasciargli  fare la sua volont.  Povero zio,  aveva goduto sempre una
    salute di ferro  ed  era  molto  apprensivo,  il  menomo  disturbo  lo
    allarmava;  ma  ora  non  gli  pareva  bene che Luisa partisse sola in
    quelle condizioni di spirito,  e si sacrificava  per  lei.  Si  vest,
    ritorn  alla  finestra  e  chiam  trionfalmente  Luisa che stava nel
    giardinetto.
    Alza la testa!, diss'egli. Guarda su in Boglia!
    In alto,  sopra Oria,  attraverso la nebbia fumante,  si vedeva  l'oro
    pallido  del  sole sulla montagna e pi in alto ancora una trasparenza
    serena.
    Bella giornata!
    Luisa non rispose e il vecchio discese allegro in loggia,  usc  sulla
    terrazza a goder la battaglia magnifica della nebbia e del sole.
    Tutto il lago d'oriente fra la Ca Rotta,  l'ultima casa di S. Mamette,
    a sinistra,  e il golfo del Di a  destra,  pareva  un  mare  immenso,
    bianco.  La Ca Rotta traspariva appena, come un fantasma. Al golfo del
    Di cominciava la sottile lista nera scoperta fra il piombo del lago e
    il nebbione. A poco a poco quel nebbione si faceva turchiniccio, vaghi
    chiarori rompevano in cielo verso Osteno,  in fondo al mare  d'oriente
    tremavano luccicori nuovi,  venivan liste, chiazze brune di brezza; un
    occhio  di  sole  appariva  e  scompariva  sopra  Osteno  nei   vapori
    turbinanti, ingrandiva rapidamente, splend vincitore. La nebbia fugg
    da ogni parte,  a brani e fiocchi.  Molti ne passarono davanti a Oria,
    grandi e veloci,  altri si buttarono alla  costa,  il  grosso  ripieg
    verso  l'ultimo  levante;  col,  dietro  e  sopra  un pesante sipario
    bianco, le montagne del lago di Como sorsero gloriose nel sereno.
    Lo zio Piero chiam Luisa perch vedesse lo spettacolo, l'ultima scena
    splendida del dramma;  il trionfo del sole,  la fuga delle nebbie,  la
    gloria delle montagne. Egli ammirava patriarcalmente, senza finezze di
    senso artistico ma con calor giovanile, con sincera enfasi di voce, da
    vecchio  che ha vissuto castamente,  che non ha sciupata la freschezza
    del cuore, che conserva una certa innocenza d'immaginazione.  Guarda,
    Luisa,  esclam, se non bisogna dire: Gloria al Padre, al Figliuolo,
    allo Spirito Santo! Luisa non rispose,  si allontan subito  per  non
    veder  quel  recinto  bianco,  di  l  dall'orto,  che  l'attirava con
    violenza,  con una tacita voce di rimprovero e di dolore.  Ella vi era
    andata  alle  sei,  vi  aveva  passata  un'ora  nella  nebbia,  seduta
    sull'erba fradicia.
    Lo zio rimase in contemplazione sulla  terrazza  fino  al  momento  di
    partire.  S'egli fosse stato un poeta presuntuoso avrebbe supposto che
    la Valsolda gli desse il buon  viaggio  con  uno  spettacolo  d'addio,
    volesse  mostrarglisi  bella  come  forse  non l'aveva veduta mai;  ma
    queste fantasie poetiche a lui non venivano e poi si  trattava  di  un
    viaggio  cos  breve!  No,  gli pass invece nella mente l'immagine di
    Maria, l'idea di vedersela capitar correndo fra le gambe, di prenderla
    sulle ginocchia, di recitarle la canzonetta antica:

    "Ombretta sdegnosa
    Del Missipip".

    Basta!, sospir. E' stata una gran cosa!,  e,  chiamato dalla Cia,
    si  avvi  lentamente  verso  il  giardinetto  dove l'attendeva Luisa,
    pronta a scendere in barca. Oh, son qui, diss'egli,  e voi guardate
    bene, mentre staremo via, di non lasciar cadere la casa nel lago.
    Durante  il tragitto sul Lago Maggiore,  a bordo del "San Bernardino",
    Luisa stette quasi sempre nella sala di seconda classe.  Ne  sal  una
    volta  onde persuadere lo zio Piero a discendere anche lui;  ma lo zio
    Piero, chiuso nel suo zimarrone grigio,  non volle muoversi,  malgrado
    l'aria fredda, dal ponte dove stava pacificamente a guardar montagne e
    paesi,  e far un po' di conversazione con un prete di Locarno, con una
    vecchierella di Belgirate e con altri viaggiatori di  seconda  classe.
    Luisa  dovette  lasciarvelo  e  ridiscese,  preferendo star sola con i
    propri pensieri.  Pi si avvicinava all'Isola Bella  pi  le  cresceva
    dentro  un'agitazione  sorda,  una incerta attesa di tante cose.  Come
    avverrebbe l'incontro con Franco? Quale contegno terrebb'egli con lei?
    Le farebbe i discorsi che le aveva fatto  lo  zio?  Le  lettere  erano
    molto  pietose  e tenere,  ma chi non sa che si scrive in un modo e si
    parla in un altro?  Come,  dove,  passerebbero la sera?  E poi l'altra
    cosa, la cosa terribile a pensare...?
    Tutte queste preoccupazioni salivano,  salivano,  tendevano a diventar
    dominanti,  a porsi in antagonismo con l'immagine del Cimitero di Oria
    che  ogni tratto ritornava impetuosa,  come a riprendere il suo.  Alla
    stazione di Cannero,  Luisa si ud sul  capo  un  grande  strepito  di
    passi,  un grande chiasso di voci e di grida, sal a vedere dello zio.
    Erano militari richiamati alle bandiere,  venuti al battello  con  due
    grandi barche.  Altre barchette portavano donne,  bambini, vecchi, che
    salutavano e piangevano. I soldati, la maggior parte bersaglieri,  bei
    giovinotti allegri, rispondevano ai saluti, gridando: Viva l'Italia!
    promettevano  regali da Milano.  Una vecchia,  che aveva tre figli fra
    quei soldati, gridava loro,  tutta scarmigliata ma non piangente,  che
    si ricordassero del Signore e della Madonna. S, brontolo un vecchio
    sergente che li accompagnava,  ca s'ricordo del Sgnour, d'la Madonna,
    del Vescov e del prevost! I soldati molto pratici del  prevost,  la
    prigione  militare,  risero  della  barzelletta  e  il battello part.
    Grida,  sventolar di fazzoletti e poi un canto,  un canto  potente  di
    cinquanta voci gagliarde:

    "Addio, mia bella, addio,
    L'armata se ne va".

    I  soldati  si  erano tutti ammucchiati a prora su cataste di sacchi e
    barili, quale seduto,  quale sdraiato,  quale in piedi,  e cantavano a
    squarciagola,  con  l'accompagnamento  cupo delle ruote del vapore che
    filava diritto gi verso lo sfondo di cielo  cui  le  sottili  colline
    d'Ispra  dividono  dall'immenso specchio dell'acque,  verso il Ticino.
    Quei giovinotti avevano a passarlo presto, il Ticino, probabilmente al
    grido di Savoia,  fra una furia di  cannonate.  Molti  di  loro  erano
    attesi  laggi,  sotto  quel  cielo  sereno,  dalla  morte;  ma  tutti
    cantavano allegri e solo il rumor cupo delle ruote del  vapore  pareva
    saperne  qualche  cosa.  Le  libere montagne piemontesi lungo le quali
    filava il battello parevano fiere e paghe, bench nell'ombra,  di aver
    dato   i  propri  figli  alle  schiave  montagne  lombarde,   tragiche
    nell'aspetto bench illuminate dal  sole.  Luisa  si  sent  un  lieve
    formicolio  nel sangue,  un palpito del suo patriottismo ardente d'una
    volta.  E quelle madri che avevan visto partire  i  loro  figli  cos?
    Prevenne  il  proprio pensiero,  si disse subito che anche lei avrebbe
    donato  volentieri  un  figlio  all'Italia,   che  quelle  madri   non
    potrebbero  in  nessun  caso paragonarsi a lei.  Ma com'era diverso di
    leggere in Valsolda una lettera che parlava  di  guerra  e  di  sentir
    veramente  il  soffio  e  il  rumor  della  guerra  intorno  a s,  di
    respirarla nell'aria!  Nella quieta della Valsolda era un'ombra  senza
    realt: qui l'ombra pigliava corpo. Qui il dolore privato di Luisa, il
    dolore   immenso  che  le  riempiva  intorno  l'aria  morta  di  Oria,
    s'impiccioliva a fronte della emozione pubblica,  ed ella lo sentiva e
    ci  le recava una molestia,  un malessere indefinibile.  Era paura di
    perdere parte del dolore proprio,  come dire parte di se  stessa?  Era
    desiderio  di  sottrarsi  ad un paragone che le ripugnava di fare?  In
    pari tempo l'idea che Franco andrebbe a  questa  guerra,  l'idea  onde
    poco ella si era commossa in Valsolda,  prendeva pure una realt nuova
    nella sua mente, le dava delle scosse al cuore,  lottava essa pure con
    l'immagine  del Camposanto di Oria.  Per la prima volta l'immagine del
    passato non era pi sola,  assoluta,  onnipotente  signora  dell'anima
    sua;  ne  avesse  pure  sdegno  quest'anima  e  rincrescimento,  nuove
    immagini, immagini del presente e del futuro, le facevano assalto.
    Lo zio cominci ad aver freddo e discese sotto coperta.
    Fra poco pi d'un'ora, diss'egli, saremo a Isola Bella.
    Sei stanco?
    Niente affatto. Sto benone.
    Per andrai a letto presto questa sera?
    Lo zio, distratto, non rispose.  Invece dopo un poco esc a dire: Sai
    cosa pensavo? Pensavo che dovrebbe capitare un'altra Maria.
    Luisa,  che gli era seduta accanto, si alz di botto, fremente, e and
    a guardar fuori dal finestrino in faccia, voltando le spalle allo zio.
    Questi non  cap  affatto,  credette  a  un  senso  d'imbarazzo  e  si
    addorment  nel  suo  angolo.  Il  battello tocca Intra.  Adesso prima
    dell'Isola non c' che Pallanza.  Il battello  rade  la  costa;  Luisa
    guarda dal finestrino ovale passar le rive,  le case, gli alberi. Come
    si corre, come si corre!
    Pallanza. Il battello resta fermo cinque minuti.
    Luisa sale sul ponte,  domanda quando si arriver all'Isola Bella.  Il
    battello non toccher Suna n Baveno. Sar un viaggio di pochi minuti.
    E il battello di Arona,  quando arriva?  Pare che sia in ritardo. Ella
    scende e sveglia lo zio che sale sul ponte con  lei.  L'ultimo  tratto
    del  viaggio  fatto in silenzio: lo zio sta a guardar Pallanza che si
    allontana e Luisa ha fissi gli occhi sull'Isola che s'avanza, non vede
    altro.
    Il battello giunse all'approdo dell'Isola Bella alle  tre  e  quaranta
    minuti.  Nessun indizio del battello di Arona.  Un inserviente disse a
    Luisa che quel battello era sempre in ritardo per colpa del  treno  di
    Novara  che  non  aveva quasi pi regola,  causa i movimenti militari.
    Nessuno discese  all'Isola,  nessuno  era  sulla  riva  tranne  l'uomo
    addetto allo sbarco. Partito il battello, accompagn egli stesso i due
    viaggiatori  all'albergo  del  Delfino.  Era un caso,  diss'egli,  che
    trovassero il Delfino aperto a quella stagione. Ci svernava una grossa
    famiglia inglese. Pareva l'isola del Silenzio,  del resto.  Il lago le
    taceva intorno immobile,  la spiaggia era deserta,  sui ballatoi delle
    povere vecchie casucce  ammonticchiate  sul  porto,  fra  un  bastione
    rotondo  del  giardino  e  l'albergo,  non  si  vedeva  persona  viva.
    Gl'inglesi erano fuori,  in barca;  l'albergo taceva come  la  riva  e
    l'acqua.  I nuovi venuti ebbero due camere grandi del secondo piano, a
    mezzogiorno,  di fronte al malinconico stretto fra l'isola e la  costa
    boscosa  che  va da Stresa a Baveno.  La prima camera,  sull'angolo di
    ponente,  aveva una finestra verso la chiesetta  di  S.  Vittore,  che
    sorge  a fianco dell'albergo,  e l'isolotto lontano dei Pescatori.  Lo
    zio Piero si piant a  quella  finestra  contemplando  l'isolotto,  il
    mucchietto di case sporgente dallo specchio del lago e appuntato in un
    campanile,  le  grandi montagne di Val di Toce e di Val di Gravellone,
    mezzo nascoste da una nebbiolina penetrata di sole.
    Luisa,  visto che l v'eran due letti,  pass  rapidamente  nell'altra
    camera  dov'era  un'alcova  con due letti pure.  Ecco,  disse lo zio
    Piero entrandovi un momento dopo, questa va bene per voialtri. Luisa
    domand sottovoce all'albergatore se non si potessero avere tre camere
    invece di due. No, non si potevano avere.  Ma se cos va bene!  Ma se
    cos va benone!,  ripeteva lo zio.  Voi qui e io l. Luisa tacque e
    l'albergatore se n'and.  Non vedi che hai l'alcova come a casa? Non
    gli veniva in mente, all'uomo patriarcale, che per Luisa la sola vista
    di  quell'alcova  fosse  un  tormento.  Ella gli rispose che preferiva
    l'altra camera, pi chiara, pi allegra. Amen,  disse lo zio,  fate
    vobis. M'inalcover io.
    Anche  quell'angolo  dell'albergo ritorn nel silenzio.  Luisa si pose
    alla finestra.  Il battello di Arona doveva esser  vicino,  l'uomo  di
    prima  s'incamminava  lentamente verso lo sbarco e poco dopo si ud un
    rumor lontano di ruote.  Lo zio disse a Luisa che si sentiva stanco  e
    rimaneva in camera.
    Ella  discese  verso  il  ponte  dello  sbarco  e  si ferm presso una
    casupola che toglieva di vedere il battello di cui udiva il fragore. A
    un tratto la prora del San Gottardo le usc davanti  lentamente  e  si
    ferm.  Luisa  riconobbe  suo  marito fra un gruppo di persone che gli
    facevano un grande chiasso intorno.  Franco la vide,  salt sul ponte,
    corse  a lei che fece due passi avanti.  Si abbracciarono,  egli muto,
    cieco d'emozione,  ridente e lagrimoso,  pieno di gratitudine e  anche
    trepido,  incerto  circa  l'animo di lei,  circa il modo di regolarsi;
    ella pi composta, pallidissima e seria. Addio, ripeteva, addio, e
    s'incammin verso l'albergo.  Venne allora  da  Franco  una  furia  di
    domande sul suo viaggio,  sul passaggio del confine,  prima; poi sullo
    zio. Quando nomin lo zio,  Luisa alz il viso e disse: Guarda!.  Lo
    zio  era  lass alla finestra e gitt abbasso un addio sonoro agitando
    il fazzoletto. Oh!, fece Franco, stupefatto; e prese la corsa.
    Lo zio aspett sul pianerottolo della scala  con  una  espressione  di
    contentezza persino nel ventre pacifico.  Ciao, neh, diss'egli e gli
    prese le mani, gliele scosse tenendolo a distanza.  Non avrebbe voluto
    baci,  come  se in quel momento significassero ringraziamenti,  ma non
    pot difendersi dall'impeto di Franco.  Figurati,  diss'egli  appena
    svincolatosi dalle braccia del giovane,  se una Maironi pu viaggiare
    senza  maggiordomo!   Son  poi  anche   venuto   ad   arruolarmi   nei
    bersaglieri!  E  l'uomo  stanco discese le scale dicendo che andava a
    ordinare il pranzo.
    Non v'era canap nella stanza  degli  sposi.  Franco  trasse  Luisa  a
    sedere  sul  letto,  le  sedette  accanto,  le cinse con un braccio le
    spalle,  incapace di un discorso qualsiasi,  non sapendo dire che  ti
    ringrazio,   ti  ringrazio,   non  trovando  che  impetuose  carezze,
    impetuosi baci, nomi di tenerezza. Luisa tremava a capo chino, non gli
    rispondeva in alcun modo ed egli si fren,  le prese il capo come  una
    cosa  santa,  le  and  sfiorando con le labbra,  qua,  l,  i capelli
    bianchi che vedeva.  Ella cap che cercava i capelli  bianchi,  intese
    quei timidi baci,  si commosse, le parve sentirsi sgelare il cuore, fu
    presa da sgomento,  volle difendersi pi contro se stessa  che  contro
    Franco.  Sai,  disse,  ho il cuore tanto freddo, non volevo neanche
    venire,  non volevo lasciar Maria  n  che  tu  avessi  l'amarezza  di
    trovarmi cos.  E' stato causa lo zio che venissi. Voleva venir solo e
    allora mi sono decisa.
    Dette le parole crudeli,  sent levarsi dai suoi capelli le labbra  di
    Franco,  levarsi  il braccio dalle sue spalle.  Tacquero ambedue;  poi
    Franco mormor con dolcezza:
    Sono tredici ore. Forse dopo non ti dar noia mai pi. In quel punto
    entr lo zio Piero e annunci che il pranzo era pronto. Luisa prese la
    mano di suo marito,  gliela strinse in silenzio,  non con  la  stretta
    d'un'amante,  ma  pure  abbastanza  forte per significargli ch'era una
    commossa risposta.
    A pranzo n Luisa n Franco  mangiarono.  Invece  lo  zio  mangi  con
    appetito  e  parl  molto.  Egli non approvava che Franco prendesse le
    armi. Che soldato vuoi riuscire tu?,  gli diceva.  Cosa farai senza
    la canfora,  l'acqua sedativa e il cossa soja mi? Franco dichiar che
    aveva buttato via tutti i rimedi, che si sentiva di ferro, che sarebbe
    stato il pi robusto soldato  del  Nono.  Sar!,  brontol  lo  zio.
    Sar! E tu, Luisa, non dici niente? Luisa rispose ch'era persuasa di
    quanto  aveva  detto  suo  marito.  N'occor  alter!,  fece  lo  zio.
    Evviva!  Egli  aveva  poi  anche  un  gran  concetto  della  potenza
    austriaca e non vedeva roseo come Franco. Secondo Franco, non c'era da
    dubitare della vittoria.  Egli aveva veduto un aiutante di Niel venuto
    segretamente a Torino,  gli  aveva  udito  dire  ad  alcuni  ufficiale
    piemontesi  di  Stato  Maggiore:  Nous  allons supprimer l'Autriche.
    Certo,  bisognava lasciare almeno cinquantamila  cadaveri  italiani  e
    francesi tra il Ticino e l'Isonzo.
    Scusi,  signore,  disse  il  cameriere che serviva.  Mi pare che il
    signore parlasse di entrare nel Nono reggimento!
    S!
    Brigata Regina.  Brava brigata.  Io ho servito nel Decimo.  Ci  siamo
    fatti  onore nel 1848,  ehi!  Goito,  Santa Lucia,  Governolo,  Volta!
    Adesso tocca a Loro.
    Faremo il possibile.
    Luisa ebbe un lieve brivido.  Gl'inglesi che  pranzavano  alla  tavola
    vicina  intesero  il dialogo,  guardarono Franco.  Per qualche momento
    nessuno parl nella sala;  vi pass  la  visione  di  una  colonna  di
    fanteria lanciata alla baionetta, fra la mitraglia.
    Dopo pranzo lo zio rimase all'albergo per il suo solito chilo e Franco
    usc con Luisa.  Presero a destra,  verso il Palazzo. Faceva piuttosto
    scuro, cadeva qualche rara gocciolina, gli scalini che mettevano dalla
    riva al cortile della  villa  erano  umidi,  si  sdrucciolava.  Franco
    offerse il braccio a sua moglie che lo prese in silenzio. Si fermarono
    tra  il  cortile  deserto  e la scala dello sbarco a contar le ore che
    suonavano all'orologio del Palazzo.  Sei.  Erano passate due  ore,  ne
    restavano  altre  undici;  poi  veniva  la separazione,  l'ignoto.  Si
    incamminarono lentamente,  sempre senza parlare,  per il viale diritto
    fra il lago e il fianco del Palazzo, a quell'angolo che guarda l'isola
    dei  Pescatori,  dove  si vedeva gi qualche lume.  Due donne venivano
    loro incontro a braccetto, chiacchierando.  Franco le lasci passare e
    poi domand a sua moglie se si ricordava dei Ranc.
    Due  anni  prima del loro matrimonio avevano fatto con altri amici una
    passeggiata a Drano e ai Ranc,  alti  pascoli  di  Valsolda,  che  si
    attraversano  per  salire al Passo Stretto.  Avevano avuto una disputa
    vivace,  un'ora di broncio e di tormento.  S,  rispose  Luisa.  Mi
    ricordo. Sentirono ambedue nello stesso momento quanto l'ora presente
    fosse  diversa  da  quella  e  quanto  ci fosse doloroso a dire.  Non
    parlarono pi fino all'angolo.  Un suono di campane veniva  dall'isola
    dei Pescatori.  Franco lasci il braccio di sua moglie, si appoggi al
    parapetto.  Il lago nebbioso taceva,  nulla si  vedeva  oltre  i  lumi
    dell'altra isola.  Il lago,  la nebbia,  quei lumi, quelle campane che
    parevano di una nave perduta in  mare,  il  silenzio  delle  cose,  le
    stesse rade minute goccioline di piova, tutto era cos triste!
    E ti ricordi poi?,  mormor Franco senza voltar il viso. Anche Luisa
    s'era appoggiata al parapetto. Tacque un poco, indi rispose sottovoce:
    S, caro.
    Ah vi era nel suo "caro" un lieve recondito principio  di  calore,  di
    emozione affettuosa. Franco lo sent, n'ebbe una scossa di gioia ma si
    contenne.
    Penso,  riprese,  alla  lettera  che  t'ho  scritto subito,  appena
    ritornato a casa e alle tre parole che mi hai detto il giorno dopo,  a
    Muzzaglio,  quando  gli  altri  ballavano sotto i castagni e tu mi sei
    passata vicina per andar a prendere il tuo scialletto che avevi posato
    sull'erba. Te le ricordi?
    S.
    Egli le prese una mano, se la rec alle labbra.
    Ti ringrazio ancora, diss'egli, per quelle tre parole.  Allora sono
    state  la  vita  per  me.  Ti  ricordi  che nella discesa t'ho dato il
    braccio e che c'era chiaro di luna?
    S.
    E ti ricordi che ho fatto uno sdrucciolone prima di arrivare al ponte
    e che tu mi hai detto: "Caro signore, tocca a Lei di sostenere me"?
    Luisa non rispose, gli strinse la mano.
    Non sono stato buono a nulla,  diss'egli  tristemente.  Non  ti  ho
    saputo sostenere.
    Hai fatto tutto quello che potevi.
    La voce di Luisa,  dicendo cos,  era fioca,  ma ben diversa da quando
    ell'aveva detto: il mio cuore   freddo.  Suo  marito  le  riprese  il
    braccio,  ritorn  con lei,  a passi lenti,  verso lo sbarco.  Il caro
    braccio non era inerte quanto prima, tradiva un'agitazione, una lotta.
    Franco si ferm e disse piano:
    E se vado dalla Maria? Cosa le devo dire di te?
    Ella fu presa da un tremito, gli pos il capo sulla spalla e sussurr:
    No, resta. Franco non intese, domand: Cosa?.  Non ud rispondere,
    pieg adagio adagio il viso,  vide le labbra di lei porgersi,  vi pos
    le sue.  Il cuore gli batt,  gli batt forte,  pi  forte  ancora  di
    quando aveva baciato Luisa la prima volta come amante. Rialz il viso,
    non  poteva  neppur  parlare.  Finalmente  gli  riusc di metter fuori
    queste parole: Le dir che hai  promesso....  No,  mormor  Luisa,
    accorata,   quello  non  lo  posso,   non  domandarmelo,  non    pi
    possibile.
    Cosa, non  possibile?
    Oh,  intendi bene!  Anch'io ho inteso bene cosa volevi dir tu.  Ella
    riprese a camminare, volendo staccarsi da quel discorso. Tenne per il
    braccio del marito, che la ferm.
    Luisa!,  diss'egli,  severo,  quasi impetuoso.  Mi lascerai partire
    cos? Sai cosa vuol dire per me partire cos?
    Ella ritir allora lentamente il braccio di sotto quello di lui  e  si
    volt  a  destra verso il parapetto,  vi si appoggi guardando l'acqua
    come a Oria, quella sera.  Franco le rest diritto accanto,  attese un
    poco e poi le domand di rispondergli.
    Per me sarebbe meglio finirla nel lago,  diss'ella,  amaramente. Suo
    marito le cinse la vita con un braccio,  la strapp dal parapetto e la
    lasci  libera,  lev il braccio in aria.  Tu?,  esclam con sdegno.
    Parlar cos, tu che dicevi sempre di prender la vita come una guerra?
    E il tuo modo di combattere sarebbe questo?  Io credevo una volta  che
    la pi forte fossi tu.  Adesso intendo che sono io il pi forte. Molto
    pi!  Sai neanche immaginare cosa ho sofferto io in questi  anni?  Sai
    neanche  immaginare...  Sent  la  voce  sfuggirsi  un  momento ma si
    padroneggi e prosegu: Sai neanche immaginare cosa tu sei per  me  e
    cosa  farei  per  non darti senza necessit un piccolo dolore,  mentre
    pare che a te non importi nulla di lacerarmi l'anima?.
    Ella gli si gett fra le braccia.  Nel silenzio che segu,  rotto solo
    da  uno spasimo di singhiozzi repressi,  Franco ud venir gente e dur
    fatica a staccarsi sua moglie dal  petto,  a  riprender  con  essa  il
    cammino dell'albergo. Tu! tu!, sussurr. E non vuoi che desideri di
    morire  io,  quando  posso  morir  bene,  per il mio paese? Luisa gli
    stringeva il braccio senza parlare.  Incontrarono due giovani  amanti,
    che  passando  loro  accanto  li  guardarono curiosamente.  La ragazza
    sorrise. Giunti agli scalini che scendono sul piazzaletto davanti a S.
    Vittore, udiron voci di ragazzi e di donne.  Luisa si ferm un momento
    sul primo scalino e disse piano le tre parole di Muzzaglio:
    Ti amo tanto.
    Franco  non  rispose  che  con una stretta del braccio.  Discesero gli
    scalini adagio adagio, rientrarono all'Albergo del Delfino.

    Alcuni giovinotti che bevevano,  fumavano e schiamazzavano si alzarono
    all'apparir  di  Franco  e  di  Luisa,  si fecero loro incontro tutti,
    tranne uno che approfitt  del  momento  buono  per  vuotare  l'ultima
    bottiglia.  Signora,  disse  il primo che si present a Luisa.  Suo
    marito Le avr gi annunciato i Sette Sapienti.  Successe  subito  un
    gran  baccano  perch  Franco  aveva dimenticato di dire a Luisa che i
    suoi amici eran venuti  con  lui  da  Torino  e  s'erano  spinti,  per
    discrezione,  fino a Pallanza, promettendo una visitina d'omaggio alla
    signora.  El pi sapiente son mi,  disse alzandosi il Padovano,  che
    aveva vuotata la bottiglia. Vualtri fe' bordelo e non bev; mi bevo e
    no  fazzo  bordelo.  Quello,  signora,  disse  un bel giovane,  ,
    com'Ella ben intende, l'asino sapiente della compagnia.
    Tasi, Fante!
    Signora!, fece il Padovano avanzandosi e salutando.
    Ah, Lei  il signor Fante di bastoni?, disse Luisa,  sorridendo,  al
    bel giovane. Ella fu affabile con tutti, ebbe un gran successo dicendo
    a un uomo alto, magro, dai baffi arricciati: Lei dev'essere il signor
    Caval di spade.
    No  xe  vero,   signora,   esclam  il  Padovano  mentre  gli  altri
    applaudivano, che se vede la bestia?
    Erano venuti da Pallanza in barca  e  volevano  ripartire  subito,  ma
    Franco  fece  portare  altre  due  bottiglie e il chiasso divenne cos
    enorme,  malgrado la presenza di  Luisa,  che  l'albergatore  venne  a
    pregare,  per amore de' suoi inglesi,  di non far tanto rabello.  Il
    Padovano gli snocciol dolcemente  una  litania  placida  di  vituperi
    padovani. Colui non cap, fece un risolino stupido e se n'and.
    I  Sapienti eran venuti sul lago per godere anche loro una giornata di
    libert prima di arruolarsi. Entravano tutti,  meno il Caval di spade,
    nello  stesso  reggimento.  Bevvero  al  Nono  fanteria,  alla brigata
    Regina,  a tutti i pistapauta nazionali nel presente e nell'avvenire
    e  discussero sul luogo e il nome della prima battaglia che si darebbe
    agli austriaci.  Tutti i voti meno quello del Padovano furono per  una
    battaglia   del   Ticino.   Il  Padovano  voleva  una  battaglia  di
    Gorgonzola.  No sent  che  nome  militar?  Battaglia  di  Gorgonzola
    erborinato. Aso!
    Era scritto nel Libro del Destino ch'egli sarebbe caduto appunto nella
    prima battaglia, a Palestro, con una scheggia di granata nella coscia,
    combattendo da buon soldato a due passi dal colonnello Brignone.  Quei
    giovani parlavano di battaglie con  entusiasmo  ma  senza  spacconate,
    parlavano  della  futura  Italia  dicendo alquante corbellerie,  ma si
    sentiva che non importava loro un fico secco della vita pur  di  farla
    libera,  questa  vecchia  patria,  e grande.  Ghe prele teste da far
    l'Italia?, disse il Padovano a Luisa. Gnanca So maro, sala.  Un bon
    toso,  ma par far l'Italia,  gnente. La vedar che razza de Italia che
    vien fora!  I nostri fioi ne  far  un  monumento,  ma  dopo  vegnar,
    capisela, con licenza, quelle figure porche de quei nevodi, che me par
    de  sentirli:  "Che  da  can",  i dir,  "che i la ga fata,  quei veci
    insensai, sta Italia!"
    I Sapienti partirono dopo essersi accordati  con  Franco  di  trovarsi
    l'indomani mattina sul primo battello. Franco li accompagn alla barca
    e  intanto  sua  moglie  sal  a vedere lo zio Piero.  Egli aveva dato
    l'incarico all'albergatore di avvertire i suoi nipoti che,  sentendosi
    molto  sonno,  era  andato  a  letto.  Infatti  Luisa  lo  ud dormire
    rumorosamente. Pos il lume e attese Franco.
    Egli venne subito e fu sorpreso di  udire  che  lo  zio  dormiva  gi.
    Avrebbe voluto pigliar congedo da lui prima d'andar a letto, perch il
    battello partiva di gran mattino,  alle cinque e mezzo.  L'uscio della
    camera era chiuso,  tuttavia Luisa preg suo marito  di  camminare  in
    punta  di  piedi e di parlar sottovoce.  Gli raccont ci che le aveva
    detto la Cia. Lo zio aveva bisogno di riposo. Ella sperava che sarebbe
    rimasto a letto fino alle nove o  alle  dieci  e  contava  partire  al
    tocco,  andar  a  dormire  a  Magadino  per  non  affaticarlo  troppo.
    Insistette molto su  queste  apprensioni  per  la  salute  dello  zio;
    parlava,  parlava, nervosamente, volendo tener lontani altri discorsi,
    tener lontane con quest'ombra carezze troppo  tenere.  In  pari  tempo
    andava e veniva per la camera,  pigliando e posando le stesse cose, un
    po' per nervosit,  un  po'  con  la  intenzione  che  suo  marito  si
    coricasse  prima  di lei.  Egli pareva dal canto suo molto occupato di
    una borsa a tracolla che non riusciva ad aprire.
    Finalmente l'aperse, chiam sua moglie a s, le diede un rotolo d'oro,
    cinquanta pezzi da venti lire.  Capisci le disse,  che  almeno  per
    qualche mese non potr mandar nulla. Questi non sono miei, li ho avuti
    a  prestito. Poi trasse di tasca una lettera suggellata.  E questo 
    il mio testamento, soggiunse.  Ho poco ma devo pur disporre anche di
    quel poco. Vi  un legato solo, la spilla di mio padre che hai tu, per
    lo zio Piero;  e vi  il nome della persona cui devo le mille lire.  A
    parte del testamento ci sono due righe particolari per te. Ecco. Egli
    parlava con dolcezza grave, senza commozione.  A lei,  nel prendere la
    lettera, le mani tremavano. Gli disse grazie, cominci a sciogliersi
    le  trecce,  poi  se  le  riannod,  non  sapeva  bene che si facesse,
    combattuta dal fantasma della sua  morta  e  da  un'altra  visione  di
    guerra e di morte. Disse con voce rotta che dovendo alzarsi presto per
    accompagnarlo  al  vapore  pensava  di  non sciogliersi le trecce e di
    coricarsi vestita.  Franco non fece  parola,  preg  brevemente  e  si
    cominci a spogliare, si lev dal collo una catenella e una crocettina
    d'oro ch'erano state di sua madre. Tienle tu, diss'egli porgendole a
    Luisa.  E'  meglio.  Non  si  sa  mai,  potrebbero  cadere in mano ai
    croati. Ella inorrid,  trem,  esit un istante,  gli  si  gett  al
    collo, glielo strinse da soffocarlo.

    Il  cameriere  buss  all'uscio  degli sposi verso le quattro e mezzo.
    Alle cinque Franco entr  col  lume  nella  camera  dello  zio  ch'era
    svegliato.  Prese congedo da lui e propose quindi a Luisa che anche il
    loro congedo seguisse l.  Ell'aveva nel viso e anche nella  voce  una
    espressione di stupore grave,  dolente.  Non si commosse,  non pianse,
    abbracci e baci suo marito come trasognata e come trasognata discese
    le scale insieme a lui.  Pass forse in esso un lampo del pensiero che
    occupava  l'animo  di lei?  Se ci avvenne fu nel salotto dell'albergo
    mentre prendeva il caff e sua moglie gli sedeva in faccia.  Parve che
    scoprisse qualche cosa in quello sguardo, in quella fisionomia, perch
    si  ferm  a  contemplarla  con la tazza di caff in mano e poi gli si
    diffuse  sul   volto   una   tenerezza,   un'ansia,   una   commozione
    inesprimibile. Ella, manifestamente, non desiderava di parlare ma egli
    s.  Una  parola occulta gli fremeva in tutti i muscoli del viso,  gli
    luceva negli occhi; la bocca non os dire niente.
    Discesero al ponte di sbarco tenendosi per mano,  si  appoggiarono  al
    muro  cui  s'era  appoggiata Luisa il giorno prima.  Quando udirono il
    fragore delle ruote si abbracciarono per l'ultima  volta,  si  dissero
    addio  senza  lagrime,  piuttosto  sconvolti  dal loro comune pensiero
    occulto  che  afflitti  dalla  separazione.  Il  battello  arriv  con
    fracasso, furon gittate e legate le corde. Una voce grid: Avanti chi
    parte!. Un bacio ancora: Dio ti benedica!, disse Franco e salt sul
    battello.
    Ella  rimase fino a che fu possibile udire il rumor delle ruote che si
    allontanavano verso  Stresa.  Poi  ritorn  all'albergo,  sedette  sul
    letto,  stette l come petrificata in quest'idea,  in questa istintiva
    certezza ch'era madre una seconda volta.
    Bench fosse appunto la cosa tanto temuta,  non si  pu  dire  che  ne
    provasse  afflizione.  Lo  stupore  di  sentirsi  dentro una voce cos
    forte, chiara e inesplicabile, vinse in lei ogni altro sentimento. Era
    sbalordita. Aveva sempre pensato, dopo la morte di Maria, che il Libro
    del Destino nulla potesse pi avere di nuovo per lei, che certe intime
    fibre del suo cuore fossero morte.  E adesso una Voce  arcana  parlava
    proprio  l  dentro,  diceva: Sappi che nel Libro del tuo Destino una
    pagina si chiude, un'altra si apre.  Vi  ancora per te un avvenire di
    vita  intensa;  il  dramma,  che  tu  credevi  finito al secondo atto,
    continua e dev'essere straordinario se Io te  lo  annuncio.  Per  tre
    ore,  sino  a  che lo zio Piero non la chiam,  Luisa rest assorta in
    questa Voce.
    Lo zio si alz alle nove e mezzo.  Stava  bene.  Il  tempo  era  umido
    ancora,  quasi  piovigginoso,  ma  egli non volle saperne di restar in
    casa,  come Luisa avrebbe desiderato,  sino  all'ora  di  partire  per
    Magadino.  Sapeva,  per averne chiesto all'albergatore, che dalle nove
    in poi si poteva visitare il giardino,  e alle  dieci,  preso  il  suo
    latte,  vi  si  avvi  con  Luisa.  Passando  da  San Vittore desider
    entrarvi, veder le pitture.  Vi si stava dicendo messa,  il celebrante
    si voltava a dire:
    Benedicat  vos  omnipotens  Deus.  Lo  zio si fece un gran crocione,
    ascolt l'ultimo vangelo,  rinunci a veder le  pitture  perch  c'era
    poca  luce  e  usc  di  chiesa  dicendo con la sua giovialit solita:
    Eccomi felice e contento d'essere andato a farmi benedire.
    Non era possibile aver fretta,  con lui.  Si fermava  ad  ogni  passo,
    guardando tutto che avesse forma d'arte,  tutto che fosse disposto per
    venir guardato.  Contempl  la  facciata  della  chiesa,  la  triplice
    gradinata  della sbarco Borromeo,  ciascuno dei tre lati del cortile e
    la gran palma nel mezzo,  che Luisa,  con grave scandalo di  lui,  non
    aveva  neppur  veduta passando di l insieme a Franco,  la sera prima.
    Quando il custode li introdusse nel Palazzo ci  vollero  almeno  dieci
    minuti per salire,  ammirando,  lo scalone.  Come ne fu a capo usc un
    raggio di sole e il custode propose di  approfittarne  per  vedere  il
    giardino.  Prese  a sinistra e per una fila di sale vuote accompagn i
    visitatori al  cancello  di  ferro,  suon  il  campanello.  Venne  un
    giardiniere,  un  giovinetto educato che piacque molto allo zio perch
    gli spiegava tutto con buon garbo,  e lo zio non  domandava  poco.  Ci
    vollero  cinque  minuti per l'albero della canfora,  presso l'entrata.
    Luisa ci soffriva, temeva che lo zio si stancasse troppo e si stancava
    moltissimo ella stessa di dover guardare  tante  piante,  udire  tanti
    nomi  latini  e  volgari,  fare  attenzione  allo  zio,  mentre i suoi
    pensieri  avrebbero  voluto  silenzio  e  solitudine.  Il  giardiniere
    propose  di  salire al Castello di Nettuno.  Lo zio avrebbe desiderato
    veder da vicino il liocorno  dei  Borromei  che  s'impenna  lass,  ma
    c'erano  parecchi scalini a fare,  l'aria era pesante ed egli esitava.
    Luisa approfitt di quell'esitazione per chiedere al giardiniere  dove
    avrebbero trovato un sedile.  Qui sotto, rispose colui, a sinistra,
    sulla piazza degli Strobus. Lo zio si lasci persuadere a  discendere
    su questa piazza degli Strobus.
    Era  stanco  ma  non  tralasciava  di  guardar tutto e d'interrogar su
    tutto. Avviandosi verso gli Strobus ud venir da lontano,  dalla parte
    dell`Isola  Madre,  un  rullo  di tamburi e ne domand al giardiniere.
    Erano i tamburi della Guardia Nazionale di Pallanza,  che  faceva  gli
    esercizi sulla riva.  Adesso si fa per giuoco,  disse il giovinetto.
    Mica per giuoco,  ma insomma...!  Il mese venturo faremo  sul  serio.
    Dobbiamo  dare  una  lezione  a  una  bestia grossa.  Eccolo l,  quel
    mostro. Il mostro era il vapore austriaco da guerra "Radetzki", detto
    dai riverani piemontesi Radescn.  Entra adesso nel porto di Laveno,
    disse il giovinetto.  Viene da Luino. Vengano qui se vogliono vederlo
    bene.
    Lo zio sapeva di non avere occhi bastantemente  buoni  e  sedette  sul
    primo  sedile  che  trov  sotto  gli strobus,  posto a ridosso di una
    macchia di bamb e  fiancheggiato  da  due  altre  macchie  di  grandi
    azalee.  Dietro ai bamb, fra i grossi tronchi distorti degli strobus,
    si vedeva tremolare lo specchio delle acque bianche  fino  alla  lista
    nera delle colline d'Ispra. Il cielo, fosco a settentrione, era chiaro
    laggi.  Luisa e il giardiniere andarono fino al cancello stemmato che
    guarda la verde Isola Madre,  Pallanza e il lago superiore.  Luisa  si
    affacci alla gran distesa delle acque plumbee,  incoronate di colossi
    nebbiosi dal gruppo del Sasso  di  Ferro  sopra  Laveno  ai  monti  di
    Maccagno, alle nevi lontane della Spluga. Del "Radetzki" si vedeva pi
    il fumo che il corpo.  I tamburi di Pallanza rullavano sempre.  Lo zio
    Piero chiam il giardiniere e Luisa and ad appoggiarsi  al  parapetto
    di fianco al cancello, presso il tasso che sale dal ripiano inferiore.
    L'albero le toglieva la vista del chiaro levante; ella era contenta di
    esser finalmente sola, di riposar i suoi sguardi e i suoi pensieri nel
    grigio  delle  montagne lontane e delle acque immense.  Il giardiniere
    torn dopo un momento per mostrarle le  gialle  acacie  fiorite  e  le
    eriche  bianche  del  ripiano  inferiore,  pure fiorite.  Le bruyres
    blanches portano fortuna,  diss'egli.  Vedendo che Luisa,  distratta,
    non  gli badava,  si allontan verso la serra delle begonie.  Vecchio
    strobus, diss'egli parlando forte per farsi udire dai forestieri,  ma
    senza  voltarsi.  Vecchio  strobus  colpito dal fulmine.  Se vogliono
    veder il giardino privato... Luisa si alz e and a  prender  lo  zio
    per  dargli il braccio se ne avesse bisogno.  Il giardiniere che stava
    aspettando presso l'entrata del boschetto di lauri,  vide  la  signora
    muovere verso il signore seduto, affrettare il passo, precipitarsi con
    un grido sopra di lui.
    Come la vecchia innocente pianta, anche lo zio Piero era stato colpito
    dal fulmine. Il suo corpo era appoggiato alla spalliera del sedile, la
    testa gli toccava il petto col mento,  gli occhi erano aperti,  fissi,
    senza sguardo. Era proprio stato uno spettacolo di addio quello che la
    sua Valsolda gli  aveva  offerto.  Lo  zio  Piero,  il  caro  venerato
    vecchio,  l'uomo savio, l'uomo giusto, il benefattore de' suoi, lo zio
    Piero era partito per sempre.  Egli era  venuto,  s,  ad  arruolarsi,
    Iddio  lo  voleva  in  una  milizia  superiore,  ed  ecco  era suonato
    l'appello,  egli aveva risposto.  I  tamburi  di  Pallanza  rullavano,
    rullavano  la fine di un mondo,  l'avvento di un altro.  Nel grembo di
    Luisa  spuntava  un  germe  vitale  preparato  alle  future  battaglie
    dell'era  nascente,  ad  altre  gioie,  ad altri dolori da quelli onde
    l'uomo del mondo antico usciva in pace,  benedetto all'ultimo momento,
    senza saperlo, da quell'ignoto prete dell'Isola Bella, che mai, forse,
    non aveva detto le sante parole a un pi degno.
