    Antonio Fogazzaro.
    IL SANTO.



    Il Bivacco, Milano, 1998.
















    INDICE.

    Lac d'amour: pagina 3.
    Don Clemente: pagina 37.
    Notte di tempeste: pagina 83.
    A fronte: pagina 120.
    Il Santo: pagina 172.
    Tre lettere: pagina 256.
    Nel turbine del mondo: pagina 270.
    Jeanne: pagina 367.
    Nel turbine di Dio: pagina 410.











    Capitolo primo.
    LAC D'AMOUR.

    Jeanne si pos aperto sulle ginocchia il volumetto sottile  che  stava
    leggendo  presso la finestra.  Contempl pensosa dentro la ovale acqua
    plumbea, dormente a' suoi piedi,  il passar delle nubi primaverili che
    ad  ora  ad ora trascoloravano la villetta,  il giardino deserto,  gli
    alberi dell'altra sponda, le campagne lontane, a sinistra il ponte,  a
    destra le quiete vie che si perdevano dietro il "Bguinage", e i tetti
    acuti  della grande mistica morta,  Bruges.  Ah se quella "Intruse" di
    cui  stava  leggendo,  se  quella  funerea  visitatrice  movesse  ora,
    invisibile,  per  la  citt  sepolcrale,  se le rughe brevi dell'acqua
    plumbea fossero l'orma sua,  s'ella toccasse gi la  riva,  la  soglia
    della villetta,  con il suo sospirato dono di sonno eterno!  Suonarono
    le cinque, su su, presso le bianche nubi,  magiche voci d'innumerevoli
    campane  cantarono  sopra  le  case,  le  piazze,  le vie di Bruges il
    malinconico incantesimo,  che ne eterna il sapore.  Jeanne si sent su
    gli occhi due mani fresche,  un'aura profumata sul viso, e sui capelli
    un alito,  un sussurro "encore une intruse!",  un bacio.  Non  parve
    sorpresa.  Alz  la  mano  ad accarezzare il viso chino sopra di lei e
    disse solamente:
    Addio, Noemi. Magari fossi tu l'"Intruse"!
    La signorina Noemi non intese.
    "Magari"? diss'ella.  E' italiano,  questo?  Non  arabo?  Spiegati
    subito.
    Jeanne si alz.
    Non  capiresti lo stesso diss'ella con un sorriso triste.  Dobbiamo
    fare il nostro esercizio di conversazione italiana, adesso?
    Ma, prego!
    Dove sei andata con mio fratello?
    All'Ospitale di San Giovanni a salutare Memling.
    Bene,  parla di Memling.  - No,  prima dirmi se Carlino ti  ha  fatto
    dichiarazioni.
    La signorina rise.
    S, mi ha dichiarato la guerra e io gli.
    "E  io a lui",  si dice.  - Vorrei che s'innamorasse di te soggiunse
    Jeanne, seria. La signorina aggrott le ciglia.
    Io non vorrei diss'ella.
    Perch? Non  simpatico? Non ha spirito? Non  colto? Non  distinto?
    Ed  anche ricco, poi, sai.  Disprezziamo pure la ricchezza,  ma  una
    cosa comoda.
    Noemi  d'Arxel  pos le mani sulle spalle dell'amica e la guard nelle
    pupille.  Gli azzurri occhi indagatori erano gravi e tristi.  I  bruni
    occhi  indagati sostenevano quello sguardo con fermezza lampeggiante a
    vicenda di sfida di cruccio e di riso.
    Intanto disse la signorina il signor Carlino mi  piace  per  vedere
    Memling,  per suonare a quattro mani musica classica e anche per farmi
    leggere Kempis,  bench questo suo nuovo  amore  di  Kempis  pare  una
    profanazione  pensando  che  crede niente.  "Je suis catholique autant
    qu'on peut l'tre lorsqu'on ne l'est  pas",  eppure  quando  sento  un
    miscredente  come  tuo fratello leggere Kempis cos bene,  perdo quasi
    anche la mia  fede  cristiana!  Gli  voglio  poi  bene  perch    tuo
    fratello,  ma  tutto! Oh, questa signora Jeanne Dessalle dice qualche
    volta cose...  cose...!  Non so,  non so,  non so.  Ma "warte nur,  du
    Rtsel", mi diceva la mia istitutrice. Aspetta, enigma!
    Cosa devo aspettare?
    Noemi cinse di un braccio il collo all'amica:
    Io  ti  sonder  l'anima,  con  una  sonda che porter su perle tanto
    grandi, tanto belle e anche forse qualche alga,  qualche poco di fango
    del fondo e forse una piccolissima "pioeuvre".
    Non  mi  conosci  replic Jeanne.  Sei la sola persona,  fra i miei
    amici, che non mi conosce.
    Gi, solamente quelli che ti adorano ti conoscono, penso io, eh?  Oh,
    s,  questa    una  mana  che hai,  di credere che tutta la gente ti
    adora.
    Jeanne fece la solita boccuccia di bambina infastidita.
    Che sciocca! diss'ella.  E subito corresse la parola con un bacio  e
    una smorfia, mezza sorriso, mezza lamento.
    Le donne! riprese.  Le donne,  ti ho sempre detto, mi adorano! Vuoi
    dire che non mi adori, tu?
    "Mais point du tout!" esclam Noemi.  Jeanne brill negli  occhi  di
    malizia e di dolcezza:
    In italiano si dice: s, di tutto cuore!
    I  fratelli  Dessalle  avevano  passato  l'estate precedente a Maloja,
    Jeanne studiandosi  di  essere  una  compagna  gradevole,  nascondendo
    quanto  poteva  la sua insanabile piaga;  Carlino cercando,  nelle ore
    mistiche,  a Sils Maria  e  nei  dintorni,  le  tracce  di  Nietzsche,
    farfalleggiando nelle ore mondane di dama in dama,  pranzando spesso a
    Saint Moritz e persino a Pontresina,  facendo musica  con  un  addetto
    militare  dell'ambasciata  germanica  di  Roma  e  con  Noemi d'Arxel,
    discorrendo di religione con la sorella e il cognato di  lei.  Le  due
    sorelle d'Arxel,  orfane, erano belghe di nascita, olandesi di origine
    e protestanti.  La maggiore di esse,  Maria,  aveva sposato,  dopo  un
    idillio  singolare  e poetico,  il vecchio pensatore italiano Giovanni
    Selva, che sarebbe popolare in Italia se gl'italiani avessero maggiore
    interesse per gli studi religiosi;  poich il Selva    forse  il  pi
    legittimo rappresentante italiano del cattolicismo progressista. Maria
    si  era  fatta  cattolica  prima  del  matrimonio.  I  Selva passavano
    l'inverno a Roma,  il resto  dell'anno  a  Subiaco.  Noemi,  serbatasi
    fedele  alla  religione  de'  suoi  padri,   alternava  Bruxelles  con
    l'Italia. Ora la vecchia istitutrice, colla quale viveva,  era morta a
    Bruxelles  da  un mese,  alla fine di marzo.  N Giovanni Selva n sua
    moglie avevano potuto,  per una indisposizione del  primo,  venire  ad
    assistere Noemi in quei frangenti.  Jeanne Dessalle, che si era legata
    particolarmente a Noemi,  aveva persuaso il fratello a un viaggio  nel
    Belgio,  da lui non conosciuto, e quindi offerto ai Selva di recarsi a
    Bruxelles in loro vece.  Cos era avvenuto che Noemi si trovasse con i
    Dessalle  a Bruges verso la fine di aprile.  Vi abitavano una villetta
    in riva al breve specchio d'acqua che chiamano "Lac d'amour".  Carlino
    si  era  innamorato di Bruges e particolarmente del "Lac d'amour" come
    titolo di un romanzo che andava sognando di  scrivere,  senza  tenerne
    ancora  in  mente  molto  pi  che  la  compiacenza  profetica di aver
    mostrato al mondo uno squisito e originale magistero di arte.
    "En tout cas" replic Noemi di tutto cuore, no!
    Perch?
    Perch il mio cuore lo sto dedicando a un'altra persona.
    A chi?
    A un frate.
    Jeanne trasal,  e Noemi,  confidente dell'amica,  del suo  insanabile
    amore  per  l'uomo scomparso,  probabilmente sepolto in qualche ignota
    solitudine claustrale,  trem di avere sbagliato il tono  dell'esordio
    di un discorso che aveva in mente.
    A proposito,  Memling! diss'ella arrossendo forte. Dobbiamo parlare
    di Memling!
    Lo disse in francese e Jeanne le sussurr:
    Sai che devi parlare italiano.
    Gli occhi suoi erano cos tristi e amari che Noemi non parl italiano,
    le disse,  ancora in francese,  tante cose tenere,  implor una parola
    buona, un bacio, ebbe l'una e l'altro. Non riusc a rasserenare Jeanne
    che tuttavia,  blandendo a due mani l'amica lungo l'arco dei capelli e
    guardando il proprio lavoro amoroso,  le diceva piano che non  temesse
    di averla ferita.  Triste,  s lo era.  Che novit! Vero, gaia non era
    mai, Noemi lo ammise;  oggi per le nuvole interne parevano pi dense.
    Colpa della "Intruse",  forse. Jeanne fece proprio! con un viso e un
    accento  che  significavano  come  l'"Intruse"  colpevole  della   sua
    malinconia  non  fosse  quella immaginaria del libro ma la Falciatrice
    terribile in persona.
    Ho avuto una lettera dall'Italia  diss'ella  dopo  avere  debolmente
    resistito  alle  domande  pressanti  di Noemi.  E' morto don Giuseppe
    Flores.
    Flores? Chi era? Noemi non lo ricordava pi e Jeanne la rimprover con
    acerbit,  come se una tale smemoratezza la rendesse indegna  del  suo
    ufficio di confidente. Don Giuseppe Flores era il vecchio prete veneto
    che  le  aveva  portato  a  villa  Diedo  l'ultimo  messaggio di Piero
    Maironi. Ella lo aveva creduto consigliere all'amante della sua uscita
    dal mondo e non le era bastato di  fargli  un'accoglienza  gelida,  lo
    aveva trafitto di allusioni ironiche all'azione sua,  proprio degna di
    un ministro della infinita Piet.  Il vecchio le  aveva  risposto  con
    tanto lume, nelle parole gravi e soavi, di sapienza spirituale, il suo
    bel viso si era fatto, parlando, cos augusto, ch'ell'aveva finito con
    domandargli  perdono e pregarlo di venire qualche volta da lei.  C'era
    infatti ritornato due volte e mai ella  non  s'era  trovata  in  casa.
    Allora  lo  aveva  visitato  lei nella sua villa solitaria e di quella
    visita,  di quella conversazione col vecchio tanto alto  d'intelletto,
    tanto umile di cuore,  tanto caldo nell'anima, tanto verecondo e quasi
    timido nella parola, serbava ricordi non cancellabili. Egli era morto,
    le scrivevano, donandosi dolcemente alla Divina Volont. Poco prima di
    morire, durante una notte intera, aveva sognato senza tregua le parole
    del servo fedele nella parabola dei talenti: ecce  superlucratus  sum
    alia  quinque  e  l'ultima voce era stata: non fiat voluntas mea sed
    tua.  Chi le aveva scritto non sapeva che malgrado  certi  turbamenti
    del  senso  interno,  malgrado  certi  assalti  di desideri religiosi,
    Jeanne respingeva,  tanto inesorabilmente quanto in passato,  Iddio  e
    l'immortalit umana come illusioni eterne,  ch'ell'andava di quando in
    quando a messa per non darsi l'aria spiacente di libera  pensatrice  e
    non per altro.
    Ella non raccont a Noemi quei particolari della morte di don Giuseppe
    ma  li  ripensava  con l'oscuro senso,  mortalmente amaro,  di una ben
    altra sorte che le sarebbe toccata s'ella pure avesse  potuto  credere
    cos,  perch  in fondo all'anima di Piero Maironi vi era sempre stata
    una religiosit atavica e oggi ella era convinta  che  confessandogli,
    la  sera  dell'eclissi,  di  non  credere,  aveva  scritto  la propria
    sventura nel libro del  destino.  E  pensava  un'altra  taciuta  parte
    angosciosa della lettera venuta dall'Italia. Si vedeva il suo soffrire
    bench  non  lo  dicesse.  Noemi le pos,  le ferm silenziosamente le
    labbra in fronte,  vi sent l'occulto  dolore  che  accettava  la  sua
    piet,  si sciolse infine dal bacio lenta lenta, quasi temendo guastar
    qualche delicato filo tra le congiunte anime, mormor:
    Forse  questo  vecchio  buono  sapeva  dove...  Credi  che  fosse  in
    relazione... ?
    Jeanne  accenn di no.  Nel settembre successivo al luglio doloroso il
    suo disgraziato marito era morto a  Venezia,  di  "delirium  tremens".
    Ella era andata a villa Flores nell'ottobre e l nello stesso giardino
    dove  anche  la  marchesa Scremin era venuta aprendo a don Giuseppe il
    suo povero vecchio cuore tribolato,  gli aveva espresso  il  desiderio
    che Piero sapesse di questa morte,  sapesse di poter pensare a lei, se
    ci gli avvenisse mai,  senza ombra di  colpa.  Don  Giuseppe  l'aveva
    prima dolcemente sconsigliata dal perdersi dietro a quel sogno,  e poi
    le aveva detto,  con sincerit intera,  che nessuna  notizia  gli  era
    pervenuta mai di Piero dal giorno della sua scomparsa.
    Temendo  altre  domande,  schiva  di sentirsi toccar la ferita da mani
    inesperte, Jeanne, desider uscire dall'argomento.
    Raccontami pure del tuo frate diss'ella.  Ma proprio allora  si  ud
    nell'anticamera la voce di Carlino.
    Adesso no rispose Noemi. Stasera.
    Carlino entr, fasciato il collo di seta bianca, brontolando contro il
    "Lac d'amour" che infine era una grandissima corbellatura, e infettava
    poi  anche  l'aria  di  piccole  creature odiose,  velenose per le sue
    tonsille.
    Gi diss'egli. L'amore stesso non vale meglio.
    Noemi gli volle proibire di parlar dell'amore. Lui, parlarne,  che non
    lo intendeva!  Carlino la ringrazi.  Stava appunto per innamorarsi di
    lei,  ne aveva avuto una paura enorme.  Queste  parole  venute  presto
    presto dopo l'apparizione di certa disordinata piuma sopra un cappello
    detestabile  e  dopo certa frase,  molto borghesemente ammirativa,  su
    quel povero diavolo noioso  di  Mendelssohn,  lo  avevano  salvato  "
    jamais".  I  due  si scambiarono altre impertinenze e Carlino fu tanto
    brioso malgrado le tonsille  infette,  che  la  signorina  d'Arxel  lo
    felicit per il suo romanzo.
    Si capisce che va bene diss'ella.
    Che!  Punto!  risponde  il romanziere.  Non andava punto bene,  anzi
    aveva dato  nelle  secche  di  una  situazione  disperata.  Lo  sapeva
    l'esofago  dell'autore  che  ci  aveva  l  due personaggi incapaci di
    scendere e  di  risalire,  uno  grasso  e  buono,  l'altro  sottile  e
    pungente,  similissimo  alla  signorina  d'Arxel.  Gli  pareva di aver
    inghiottito insieme un fico e un'ape, come certo disgraziato contadino
    toscano che n'era morto in quei giorni. L'ape cap che aveva voglia di
    parlarne,  lo punse e lo ripunse tanto che infatti ne  parl.  Il  suo
    romanzo  poggiava  sopra  un  caso curioso di contagio spirituale.  Il
    protagonista era un prete francese di ottant'anni, pio,  puro e dotto.
    Francese?  Perch francese?  Ma!  Perch il personaggio abbisognava di
    certo colore di fantasia poetica,  di certa mobilit  sentimentale,  e
    queste  belle  cose  non  si  trovano  in  un prete italiano,  secondo
    Carlino,  a sgusciarne mille.  Accadeva un giorno a  questo  prete  di
    confessare  un  uomo di grande ingegno,  combattuto da terribili dubbi
    circa  la  fede.   A  confessione  finita  il  penitente  se  n'andava
    tranquillo e il confessore rimaneva scosso nelle credenze proprie. Qui
    doveva  seguire  un'analisi  minuta  e  lunga  dei successivi stati di
    coscienza di questo vecchio,  che aspettava  la  morte  di  giorno  in
    giorno con lo sgomento di uno scolare il quale attenda nell'anticamera
    della scuola il suo turno di esame e non si trovi pi in testa niente.
    Egli capita a Bruges. Qui l'ostile interruttrice esclam:
    A Bruges? Perch?
    Perch  io sono il suo Papa rispose Carlino e lo mando dove voglio.
    Perch a Bruges c' un silenzio di anticamera  dell'Eternit,  e  quel
    carillon,  che in fondo comincia a seccarmi,  pu anche passare per un
    richiamo di angeli.  Finalmente perch  a  Bruges  c'  una  signorina
    brunetta,  sottile,  alta  e che si pu anche dire intelligente bench
    parli l'italiano male e non capisca la musica.
    Noemi porse le labbra e arricci il naso.
    Che sciocchezza! diss'ella.
    Carlino prosegu dicendo che non sapeva ancora come,  ma che  insomma,
    in  qualche modo,  la brunetta sarebbe diventata penitente del vecchio
    prete.  Noemi  protest  ridendo:  come  mai?   allora  non  era  lei!
    Un'eretica?  Confessarsi?  Carlino si strinse nelle spalle.  Dramma di
    follia pi,  dramma di follia  meno,  protestantesimo  e  cattolicismo
    erano la stessa cosa. Dunque il vecchio prete ritroverebbe la sua fede
    antica  nel  contatto di quella semplice e sicura di lei.  Qui Carlino
    aperse una parentesi nel suo racconto per confessare che veramente non
    sapeva che qualit di fede avesse Noemi.  Ella  arross,  rispose  che
    aveva la fede protestante.  Protestante,  s;  ma semplice? Ma sicura?
    Noemi s'impazient.
    Insomma sono protestante diss'ella e Lei non si  occupi  della  mia
    fede!
    In  fatto  Noemi era molto ferma nella propria religione non per virt
    di ragionamenti ma per affetto riverente alla memoria dei genitori,  e
    in cuor suo non aveva approvato la conversione della sorella.
    Carlino  tir  avanti.  Una  influenza  mistica  del  sesso conduce il
    vecchio a  ricercare  un'armonia  di  anime  con  la  fanciulla.  Che
    pasticcio! fece Noemi con il solito atto delle labbra. E Carlino tir
    imperterrito avanti.  Il fine, il nuovo, lo squisito del suo libro era
    l'analisi appunto di questa recondita influenza del sesso sul  vecchio
    prete e anche sulla fanciulla.
    Carlino!  fece  Jeanne.  Cosa  ti  viene  in  mente?  Un vecchio di
    ottant'anni?
    Carlino guard in aria  come  per  dire  a  qualche  invisibile  amico
    superiore:
    Non capiscono niente!
    Il suo desiderio era d'invecchiare ancora il prete e dargliene novanta
    degli  anni,  farne  una  specie  di essere intermedio fra l'uomo e lo
    spirito,  che avesse negli occhi le  profondit  nebulose  delle  cose
    eterne imminenti. E la signorina avrebbe nel sangue quella misteriosa.
    inclinazione  ai  vecchi,  non  rarissima nel suo sesso,  ch' il vero
    stigma della nobilt femminile,  per il quale la  donna  si  distingue
    dalla femmina. Carlino si sentiva in mente delle cose divine a dire su
    questo  mistico  senso  che  attrae  la fanciulla di ventiquattro anni
    verso l'uomo di novanta, sacerdote, quasi gi eternato,  diafano,  non
    per  curvo n tremolo n infiacchito nella voce.  Si vedono di questi
    vecchioni che lo spirito  alto  erige,  invitti  dal  tempo.  Ma  come
    finirebbe poi tutto ci?  N Noemi n Jeanne sapevano immaginarlo.  Eh
    gi, Carlino lo aveva ben detto fin dal principio, il fico e l'ape che
    non potevano n scendere n risalire.  Se ne  consolava  per.  Questa
    necessit  di finire,  in fondo,   un pregiudizio da droghiere.  Cosa
    finisce mai al mondo? Va bene,  dicevano le signore,  ma il libro deve
    pure avere una fine. Oh certo! L'ultima scena, di bellezza ineffabile,
    sarebbe una passeggiata notturna, al chiaro di luna, del prete e della
    giovine  per  le  vie  di Bruges,  dove le loro anime si aprirebbero a
    confidenze quasi di amanti,  a  sogni  quasi  di  profeti.  I  due  si
    troverebbero  a  mezzanotte  davanti  alle acque addormentate del "Lac
    d'amour",  ascolterebbero immobili il suono mistico del carillon sotto
    le  nuvole  e  avrebbero  allora la rivelazione vaga di una sessualit
    delle loro anime, di un avvenire di amore nella stella Fomalhaut.
    Perch mai proprio in Fomalhaut? esclam Noemi
    Lei  insopportabile! rispose Carlino.  Perch  un nome  delizioso
    ha il suono di una parola indurita dal gelo tedesco ma piena di anima,
    che si scioglie nel sole di Oriente.
    Dio mio, che chimica! A me piace Algol.
    Lei e il Suo pastore andranno in Algol.
    Noemi  rise,  e  Carlino si appell a Jeanne.  Quale stella preferiva?
    Jeanne  non  sapeva,  non  aveva  fatto  attenzione.   Carlino  ne  fu
    irritatissimo,  parve volerla rimproverare non tanto della distrazione
    quanto degli occulti pensieri  che  ne  fossero  in  colpa,  e,  quasi
    temendo  dir  troppo,  la mand a meditare,  a sognare,  a scrivere la
    filosofia  del  fumo  e  delle  nuvole.  Ma  poi  quand'ella,   niente
    malcontenta,  se n'andava, la richiam per domandarle se almeno avesse
    udito come il romanzo si sarebbe chiuso.  S,  questo lo aveva  udito:
    con  una passeggiata dell'eroina e dell'eroe per Bruges,  al chiaro di
    luna.
    Bene fece Carlino,  siccome stasera c'  luna,  io  ho  bisogno  di
    passeggiare dalle dieci a mezzanotte con Noemi e te per prender note.
    Debbo  vestirmi  da  prete?  rispose Jeanne,  uscendo.  Noemi voleva
    seguirla ma la stessa Jeanne la preg di rimanere.  Rimase per dire  a
    Carlino  ch'egli  era  indegno  di una simile sorella.  Carlino and a
    pescare nel portamusica un fascicolo di Bach brontolandole che lei non
    sapeva niente,  non sapeva niente.  Scaramucciarono alquanto e neppure
    Bach li pot pacificare subito;  per un bel pezzo tennero duro,  anche
    suonando, a insolentirsi, prima per Jeanne, poi per le note sbagliate.
    Finalmente il musicale rivo limpido che le loro collere rompevano come
    sassi spumeggianti, le soverchi, corse via liscio,  specchiando cielo
    e idilliache sponde.

    Jeanne si port in camera l'"Intruse",  ma non la lesse pi.  Anche la
    sua camera guardava il  "Lac  d'amour".  Sedette  presso  la  finestra
    contemplando  di  l  da  un  ponte,  di l da vette spoglie di alberi
    tondeggianti fra casa e casa,  il fantasma  piramidale  di  una  torre
    altissima   velata   di  nebbioline  azzurrognole.   Udiva  discorrere
    pietosamente la vena limpida di Bach e  pensava  a  don  Giuseppe  col
    malinconico  senso di chi si allontana per sempre da una casa diletta,
    e vi torna con lo sguardo ogni momento, e ad una svolta del cammino ne
    vede sparire l'ultimo angolo,  l'ultima  finestra.  La  sua  tristezza
    aveva una viva punta inquieta. Le avevano scritto che fra le carte del
    morto  si  era  trovato un plico suggellato con questa soprascritta di
    suo pugno: Da consegnarsi per cura del  mio  esecutore  testamentario
    nelle  mani  di  Monsignor  Vescovo. L'incarico era stato adempiuto e
    voci uscite dall'episcopio dicevano che fossero nel plico una  lettera
    di don Giuseppe a Sua Eccellenza e una busta suggellata con la scritta
    di altra mano: Da aprirsi dopo la morte di Piero Maironi. Riferivano
    pure  questo motto del Vescovo: Speriamo che il signor Piero Maironi,
    d'ignota dimora, ricomparisca per farci sapere che  morto.
    Jeanne ignorava che Pietro Maironi,  prima  della  notte  in  cui  era
    fuggito di casa senza lasciare traccia di s,  avesse consegnato a don
    Giuseppe il racconto scritto di una visione  della  propria  vita  nel
    futuro e della propria morte,  visione pure ignorata da lei,  avuta da
    Piero nella chiesetta  vicina  al  manicomio  dove  sua  moglie  stava
    morendo.  Che  mai  poteva  contenere  la busta suggellata?  Certo uno
    scritto suo;  ma quale?  Una  confessione,  probabilmente,  delle  sue
    colpe.  Il  concetto  e  la  forma  dell'atto rispondevano bene al suo
    misticismo innato,  al predominio della sua  fantasia  sulla  ragione,
    alla  sua fisonomia intellettuale.  Tre anni erano corsi dal giorno in
    cui Jeanne,  disperata,  a Vena di Fonte Alta,  si era detto  che  non
    avrebbe  pi  voluto amare Piero e che niente altro mai avrebbe potuto
    amare al mondo.  Ancora lo amava cos e ancora,  come in  passato,  lo
    giudicava col suo intelletto indipendente dal cuore: indipendenza cara
    al suo orgoglio.  Lo giudicava severamente in tutte le sue azioni,  in
    tutto il suo contegno, dal momento in cui lo aveva conquistato di viva
    forza nel monastero di Praglia sino al momento in cui le  loro  labbra
    si  erano congiunte presso la vasca dell'Acqua Barbarena.  Egli si era
    mostrato incapace di amare,  incapace di  agire,  irresoluto  femmineo
    nella  mobilit  dell'animo.  Ecco,  lo  era  stato  fino  all'ultimo,
    femmineo;  femmineo,  inetto a esercitare alcuna  critica  virile  sul
    proprio  isterismo  mistico.  Vi  era  forse  in  questo  giudizio una
    sincerit imperfetta, un eccesso di acerbit voluto, un proposito vano
    di ribellione contro il prepotente, invincibile amore.
    Se si era fatto frate,  Jeanne prevedeva che si sarebbe  pentito.  Era
    troppo sensuale.  Passato un primo periodo di dolore e di fervore,  la
    sensualit si sarebbe risvegliata,  lo avrebbe ricondotto alla rivolta
    contro  una  fede  radicata piuttosto nel sentimento e nelle abitudini
    dell'et prima che nell'intelletto.  Ma si era veramente fatto  frate?
    Jeanne  pens che la torre colossale di "Notre-Dame" colla sua sottile
    punta saettata nel cielo,  e le mura  tristi  del  "Bguinage",  e  il
    povero  stagnante  scuro  "Lac d'amour",  e lo stesso silenzio solenne
    della  citt  morta  le  significassero  di   s,   ma   che   sarebbe
    superstizioso di creder loro.

    Dove andiamo? chiese Jeanne,  alle dieci,  mettendo i guanti, mentre
    Carlino,  dato a tenere a Noemi un capo della sua sciarpa sesquipedale
    ben tesa,  se ne fermava l'altro all'occipite e rotava poi sul proprio
    asse come un fuso, sino a farsi il collo pi grosso della testa. E il
    prete di novant'anni ho proprio a esser io?
    Carlino si arrabbi perch Noemi rideva e non teneva tesa a dovere  la
    sciarpa.
    Tu  o lei non importa rispose,  quando Noemi,  fermatagli la sciarpa
    con uno spillo,  licenzi il  romanziere  in  fasce.  E  andate  dove
    volete! Purch adesso si vada verso il centro e si ritorni per l'altro
    lato  del  Lac  d'amour.  E  parlate  di  qualche cosa che v'interessi
    molto.
    Presente Lei? fece Noemi. Com' possibile?
    Carlino le spieg che non si  sarebbe  accompagnato  a  loro,  che  le
    avrebbe seguite col taccuino e la matita alla mano. Bisognava per che
    sostassero  di  tratto  in  tratto  a  piacer  suo,   e  che,   s'egli
    significasse loro qualche altra sua volont, obbedissero.
    Va bene disse Noemi.  Intanto andiamo al "Quai du Rosaire" a vedere
    i cigni.
    Si  avviarono verso "Notre-Dame",  Carlino dietro le signore,  a venti
    passi. In principio fu un continuo battibecco, per le vie deserte, fra
    l'avanguardia e la retroguardia. L'avanguardia camminava troppo forte,
    e Carlino: A novant'anni?  A novant'anni? oppure rideva,  e Carlino:
    Ma  che  fate?  Ma che fate?  Zitto! oppure si fermava a guardar una
    chiesa antica,  le cuspidi,  i pinnacoli strani al chiaro di luna,  il
    cimitero accanto alla chiesa, e Carlino: Ma parlate, discorrete, fate
    qualche gesto!  Niente il naso all'aria! Dall'avanguardia venivano le
    ribellioni;  le pi acerbe,  da  Noemi.  Ella  si  volt  sul  "Dyver"
    battendo  i  piedi  e  protestando di volersene ritornare a casa se il
    noiosissimo romanziere in fasce non la smetteva con i suoi  comandi  e
    rimbrotti. Allora Jeanne le sussurr:
    Parlami del tuo frate.
    Ah,  il  frate,  s! rispose Noemi e grid a Carlino che l'avrebbero
    accontentato ma che stesse pi lontano.
    Dal "quai du Rosaire" non si vedevano pi  i  cigni  che  Noemi  aveva
    scorti  la  mattina  pavoneggiarsi nel canale,  turbandovi con le scie
    lente i languidi spettri di quell'accozzaglia di case  e  casucce  che
    levano dall'acqua,  come bestie satolle, le lunghe facce orecchiute, e
    guardano stupide,  quale a un verso quale a un altro,  nella  custodia
    dell'imminente torrione delle "Halles". Ora la luna batteva di sghembo
    alle  case,  stampava  sulle  une  l'ombra delle altre,  e glorificava
    comignoli e pinnacoli, l'aguzzo cappello da mago caldeo di una vecchia
    torricciuola,  e sopra la intera scena il sublime  diadema  ottagonale
    della torre possente;  ma non toccava l'acqua nera.  Tuttavia Jeanne e
    Noemi,  chine sulla sbarra del parapetto,  guardarono a  lungo,  Noemi
    parlando sempre, nell'acqua nera; tanto a lungo che Carlino ebbe tempo
    di riempire tre o quattro pagine del suo taccuino e anche di disegnare
    i  fregi  onde  un  ambizioso  mercante brugitano cinse sulla facciata
    della propria casa le cifre  dell'anno  memorabile  1716,  in  cui  fu
    veduta per la prima volta dal sole, dalla luna e dagli astri.
    Il  frate  era  un  benedettino  del  monastero di Santa Scolastica in
    Subiaco.  Si chiamava don  Clemente.  Era  un  conoscente  dei  Selva.
    Giovanni  lo  aveva incontrato la prima volta per caso sul sentiero di
    Spello, presso certe rovine. Gli aveva chiesto della via,  eran venuti
    a discorrere. Mostrava aver passato di poco i trent'anni, aveva modi e
    aspetto signorili.  Il discorso era stato prima delle rovine,  poi dei
    monasteri e della Regola,  poi di religione.  Dalla  stessa  voce  del
    benedettino  spirava come un aroma di santit.  Si sentiva per in lui
    uno spirito avido del sapere e del pensiero moderno. Si erano lasciati
    col desiderio reciproco e la promessa di  rivedersi.  A  Giovanni  era
    stata  benefica  l'aura  spirituale  del giovine monaco illuminato nel
    viso da una bellezza interna;  e il giovine monaco  aveva  sentito  il
    fascino  della  cultura religiosa di Giovanni,  degli orizzonti che la
    breve conversazione aveva pure aperti alla sua  fede  cupida  di  lume
    razionale.  Giovanni  aveva  inteso parlare a Subiaco di un giovine di
    nascita  nobile,   venuto  a  vestir  l'abito  benedettino  in   Santa
    Scolastica  per  la  morte di una donna amata.  Non dubitava che fosse
    lui.  Ne aveva poi chiesto ad altri monaci senza poterne cavar niente.
    Ma  si  erano  riveduti  pi  volte  e  trattenuti lungamente insieme.
    Giovanni aveva prestato dei libri a don Clemente e  don  Clemente  era
    venuto  a  casa  Selva,  aveva  conosciuto  Maria.  Vi si era rivelato
    musicista,  aveva suonato un Salmo dell'aurora composto da  lui  per
    organo e canto, dopo aver udito Selva paragonare il lento manifestarsi
    del sole, dal primo punto rutilante fra i vapori alla gloria trionfale
    del   mezzogiorno,   con   il  manifestarsi  lento  di  Dio  dal  fumo
    lampeggiante intorno agli alti  dirupi  del  Sinai  fino  alla  gloria
    trionfale  che  ancora  tutta non si  svolta nello spirito dell'uomo.
    Un'altra volta Giovanni gli aveva proposta certa questione gi da  lui
    dibattuta  con Noemi: se le anime umane all'uscir di questa vita sieno
    subito fatte conscie della loro  sorte  futura.  La  risposta  di  don
    Clemente era stata che dopo la morte...
    A  questo punto della narrazione di Noemi,  Carlino domand se dovesse
    piantare l tre tabernacoli per  passarvi  la  notte.  Le  signore  si
    rizzarono e si avviarono per la "rue des Laines".
    La risposta riprese Noemi era stata che probabilmente dopo la morte
    le anime umane si troveranno in uno stato e in un ambiente regolati da
    leggi  naturali  come  in  questa  vita;  dove,  come  in questa vita,
    l'avvenire potr prevedersi per indizi, senza certezza.
    Un viandante,  che avevano incontrato all'entrata  della  stretta  via
    tenebrosa, torn indietro e ripassando accanto alle signore, le guard
    fisso.  Jeanne pretese di aver paura di quell'uomo,  si ferm,  chiam
    Carlino,  propose di ritornare a  casa.  La  sua  voce  era  veramente
    alterata,  ma  Carlino  non poteva credere che avesse paura.  Paura di
    che?  Non vedeva l davanti,  a pochi  passi,  i  lumi  della  "Grande
    Place"?  Egli conosceva,  del resto, quell'uomo e lo avrebbe posto nel
    suo romanzo.  Era il fratello di Edith dal collo di cigno ora  spirito
    delle  tenebre,  condannato  a vagare la notte per le vie di Bruges in
    pena di avere tentata la seduzione di Santa  Gunhild,  sorella  di  re
    Harold.  Ogni  volta  che  Carlino  si  era avventurato la notte per i
    quartieri pi deserti di Bruges,  aveva veduto aggirarvisi come a caso
    quell'uomo sinistro.
    Bel modo fece Noemi di rassicurare la gente!
    Carlino  si  strinse  nelle spalle e dichiar che l'incontro era stato
    fortunato perch gli aveva fatto venire in mente il  nome  di  Gunhild
    per la sua eroina, Noemi essendo un nome da suocera.
    Nell'ombra  nera  delle  "Halles" enormi,  torreggianti da manca sulla
    via,  l'uomo sinistro ritornato sui suoi passi sfior quasi il  fianco
    di  Jeanne  che  stavolta  rabbrivid  davvero.   In  quel  mentre  le
    innumerevoli campane suonarono fra le nubi sopra il suo capo.
    Ella strinse convulsivamente,  senza parlare,  il  braccio  di  Noemi.
    Attraversarono  la  piazza in silenzio.  Carlino le mise per una via a
    sinistra, pure deserta ma tutta chiara della luna imminente ai dentati
    culmini bruni delle case. Jeanne mormor alla sua compagna:
    Affrettiamo, ritorniamo a casa presto.
    Ma Carlino,  udendo un suono di musica da ballo venire dall'"Htel  de
    Flandre", ordin loro di fermarsi e diede di piglio al taccuino. Noemi
    stava  dicendo  qualche  cosa  dell'"Htel  de  Flandre",  dove  aveva
    alloggiato anni prima, quando Jeanne le domand di scatto:
    E' Maria che ti scrive una storia tanto lunga?
    Noemi rispose, non sorpresa ma piuttosto trepidante:
    S, Maria.
    Non capisco replic Jeanne perch si sia presa tutta questa briga.
    Noemi non rispose.  Carlino diede l'ordine di rimettersi  in  cammino.
    S'incamminarono e Noemi non parlava.
    Eh? riprese Jeanne. Perch si sar presa tutta questa briga?
    Noemi non parl. Jeanne le scosse il braccio che teneva ancora.
    Non rispondi? Cosa pensi?
    Bench  ambedue,  ora,  tacessero,  non udirono Carlino che gridava di
    piegare  a  sinistra.   Egli  sopraggiunse  arrabbiato,   le   spinse,
    tempestando,  per  le  spalle,  alla  volta  di un'altra via,  ed esse
    ubbidirono senz'accorgersi mai di quelle voci n di quel modo.
    Non rispondi? ripet Jeanne fra risentita e attonita.
    Noemi le strinse il braccio alla sua volta.
    Aspettiamo di essere a casa diss'ella.
    Carlino grid:
    Fermatevi sotto gli alberi.
    Ma Jeanne si ferm subito,  nell'affacciarsi a un improvviso largo,  a
    piccoli alberi,  a un gran fianco di cattedrale vetusta, battuto dalla
    luna.  Si ferm e allungando il braccio che  teneva  sotto  quello  di
    Noemi, le afferr la mano, le disse vibrando affannosamente:
    Noemi, dimmelo subito; hai raccontato qualche cosa a tua sorella?
    Carlino  grid  che potevano fermarsi anche l,  ma che simulassero un
    discorso interessante.
    Noemi rispose all'amica un s cos  debole,  che  Jeanne  cap  tutto.
    Maria Selva credeva che il suo frate, questo don Clemente, fosse Piero
    Maironi.
    Oh, Signore! esclam stringendo forte forte la mano di Noemi. Ma lo
    dice, lo dice, anche?
    Cosa?
    Eh, cosa!
    Santo cielo,  che ci voleva per farla parlar chiaro,  questa creatura?
    Jeanne si sciolse da lei che subito,  spaventata,  le si riappicc  al
    braccio.
    Brave! grid Carlino. Ma non troppo!
    Perdonami!  supplic  Noemi.  E'  un  dubbio,  dopo  tutto,    una
    congettura. S, lo dice.
    No! fece Jeanne,  risoluta,  scotendo via il dubbio e la congettura.
    Non  lui, non  possibile. Non  mai stato musicista!
    No,  no,  non  sar  lui,  non  sar  lui  si affrett a dire Noemi,
    sottovoce, perch veniva Carlino. Questi sopraggiunse, lod,  espresse
    il desiderio che si inoltrassero lentamente fra gli alberi.
    Sotto  gli  alberi Jeanne si dolse,  quasi sdegnosamente,  che l'amica
    avesse aspettato quel momento a farle  un  discorso  simile,  che  non
    avesse  parlato  prima,  in  casa.  E  torn  a  protestare che questo
    benedettino non poteva essere Maironi,  che Maironi non era mai  stato
    musicista.  Noemi  si  giustific.  Aveva avuto in animo di parlare al
    ritorno dall'Ospitale di San Giovanni,  dalla visita  ai  Memling,  ma
    Jeanne  era  gi  tanto  triste!  Per ne avrebbe parlato se non fosse
    venuto Carlino.  E ora,  a passeggio,  interrogata,  non aveva  saputo
    schermirsi. Se, quando erano ferme presso l'"Htel de Flandre", Jeanne
    non avesse ricondotto il discorso a quel tema, sarebbe stata finita, e
    lei Noemi, non ne avrebbe riparlato che a casa.
    E tua sorella crede proprio...? disse Jeanne.
    Ecco,  Maria  dubitava.  Pareva  che  il  pi persuaso fosse Giovanni,
    Giovanni era certo;  almeno Maria scriveva cos.  A questa risposta di
    Noemi  Jeanne  scatt.  Come poteva esser certo,  suo cognato?  Che ne
    sapeva?  Maironi non era capace di metter gi un accordo,  sul  piano.
    Ecco  la  bella certezza!  Noemi osserv sommessamente che in tre anni
    poteva avere imparato,  che i frati  hanno  interesse  a  educare  dei
    musicisti per l'organo.
    Allora lo credi anche tu? esclam Jeanne. Noemi balbett un "non so"
    cos  incerto  che  Jeanne,  agitatissima,  dichiar  di voler partire
    subito per Subiaco,  di voler sapere.  C'era  gi  l'intelligenza  con
    Maria  Selva  di  condurle  sua  sorella.   Adesso  penserebbe  lei  a
    persuadere  Carlino  di  partire  immediatamente.   Noemi  si   mostr
    spaventata. Suo cognato non avrebbe voluto che la Dessalle venisse pi
    a  Subiaco,  tanto  per  la  pace  di  lei  quanto  per la pace di don
    Clemente.  Noemi aveva la missione di farle comprendere la convenienza
    di  una  tale  rinuncia.  Selva  era  guarito e offriva di venir lui a
    prendere la cognata;  anche nel Belgio,  se fosse necessario.  Ella si
    prov  a  combattere intanto,  l'idea di partire subito.  Non fece che
    irritare  Jeanne,   la  quale  protest  e  riprotest  che  i   Selva
    s'ingannavano; n seppe dare altra ragione del suo violento resistere.
    Carlino,  udito un aspro basta! di sua sorella, accorse. Litigavano,
    il prete e la signorina?  Adesso che dovevano cominciare le  tenerezze
    mistiche?
    Ci  lasci  in  pace  rispose  Noemi.  A  quest'ora  il Suo prete di
    novant'anni sarebbe morto dieci volte di stanchezza.  Non ci  dia  pi
    ordini.  Guider io che conosco Bruges meglio di Lei. E Lei stia cento
    passi indietro.
    Carlino non seppe replicare che oh oh!  - oh  oh!  -  oh  oh!  e  la
    d'Arxel si port via Jeanne avviandosi lungo la cancellata del piccolo
    cimitero  di  "Saint-Sauveur".  Le  parve  giunto il momento di metter
    fuori l'ultima rivelazione.
    Credo  che  Giovanni  abbia  ragione,  sai  diss'ella.  Questo  don
    Clemente  di Brescia.
    Allora Jeanne,  presa da un impeto di dolore,  cinse con un braccio il
    collo dell'amica, ruppe in singhiozzi. Noemi,  atterrita,  la supplic
    di chetarsi.
    Per amor di Dio, Jeanne!
    Questa le domand,  fra un singhiozzo soffocato e l'altro,  se Carlino
    sapesse. Oh no, ma che direbbe adesso?
    Qui non pu vedere singhiozz Jeanne. Erano nell'ombra della chiesa.
    Noemi ammir che Jeanne,  in  preda  a  quell'emozione,  se  ne  fosse
    accorta.
    Per carit, non sappia niente! Per carit!
    Noemi promise di non parlare. Jeanne si venne a poco a poco chetando e
    fu la prima a muoversi.  Ah,  esser sola, esser sola nella sua camera!
    La vista della torre di "Notre-Dame" saettante il cielo con la  guglia
    affilata  le  fece  male  come  la  vista  di  un  nemico  vincitore e
    implacabile. Lo comprendeva bene adesso, si era illusa per tre anni di
    non avere pi speranza.  Come soffriva e si dibatteva la sua  speranza
    creduta morta,  come si ostinava a tempestarle nel cuore: no,  no, non
    si  fatto frate, non  lui! Ella strinse con uno spasimo di desiderio
    il braccio di Noemi.  La voce consolatrice si affievol,  venne  meno.
    Probabilmente  era  lui,  probabilmente  tutto  era proprio finito per
    sempre. Il silenzio della notte, la tristezza della luna, la tristezza
    delle vie morte,  un'aria gelida che s'era levata,  consentivano con i
    pensieri amari.
    Oltrepassata di poco "Notre-Dame", ecco ancora scivolar lungo il muro,
    dalla  parte  ombrosa  della via,  l'uomo sinistro.  Noemi affrett il
    passo,  desiderosa ella pure di arrivare a  casa.  Quando  Carlino  si
    avvide che le signore andavano diritte alla villetta invece di pigliar
    il  ponte  che  conduce all'altra sponda del "Lac d'amour",  protest.
    Come? E l'ultima scena? Avevano dimenticato?  Noemi voleva ribellarsi,
    ma Jeanne,  trepidante che Carlino venisse a scoprire qualche cosa, la
    preg di cedere.
    Sul ponte grid Carlino fermatevi due minuti!
    Si appoggiarono alla sbarra,  guardando  l'ovale  specchio  dell'acqua
    immobile. La luna si era nascosta dietro le nuvole.
    Questa illunit  divina per me disse Carlino. Ma ora io darei met
    della  mia  gloria  futura  perch nelle nuvole si aprisse una piccola
    finestra con una piccola stella  nel  mezzo,  che  si  potesse  vedere
    nell'acqua.  Voi  non  sapete  immaginare  come  mi verr quest'ultimo
    capitolo. Sentite. Sul "quai du Rosaire" voi guardavate i cigni.
    Ma non c'erano interruppe Noemi.
    Non importa riprese Carlino.  Voi  guardavate  i  cigni  illuminati
    dalla luna.
    Ma la luna non batteva sull'acqua fece ancora Noemi.
    Ma  che importa? replic Carlino,  seccato.  E siccome Noemi osserv
    che allora era inutile di trascinarle attorno per Bruges a  quell'ora,
    egli  paragon  poeticamente  il suo studio preparatorio,  le sue note
    quasi fotografiche,  all'aglio che in cucina serve ma in tavola non si
    porta. E continu a dire dei cigni e della luna.
    Voi  avete allora paragonato il candor vivente e il candor morto.  Il
    vecchio prete vien fuori con questa squisita cosa che forse il candore
    vivo della giovinetta irradia i suoi pensieri scolorati,  come i  suoi
    capelli,  da  un  principio di morte e ch'egli si sente ora nell'anima
    un'alba di candore  tepido.  Mormora  poi  fra  s  involontariamente:
    "Abisag". Allora la fanciulla dice: "Chi  Abisag?" perch  ignorante
    come  voi due che non conoscete Abisag,  il mio primo amore.  Il prete
    non risponde,  si avvia con la ragazza per la "rue des  Laines".  Ella
    domanda  ancora  chi  sia  Abisag e il vecchio tace.  Ecco quell'ombra
    torva,  nera,  che va,  che viene,  che  si  dilegua  al  suono  delle
    ventiquattro campane.
    Non  esatto mormor Noemi. Carlino fu per dirle: stupida!
    Il  prete  prosegu paragona quell'ombra nera a uno spirito maligno
    che va e viene intorno agli spiriti candidi,  voi non capite il legame
    ma  il  legame  c',  avido di cacciarvisi a star dentro lui con altri
    peggiori di lui.  Poi,  qui il legame non l'ho ancora  trovato  ma  lo
    trover,  si  viene  a  parlar  dell'amore.  Voi avete attraversato la
    "Grande Place".  Questa sera non c'era la musica,  ma di solito c'  e
    suppongo  che  allora vi si faccia molto all'amore cogli occhi come in
    tutto il mondo.  Il vecchio torrione e il vecchio prete mostrano certa
    indulgenza;   invece   la   giovinetta   trova  stupide  queste  forme
    dell'amore, le sdegna. E' l'amore della terra, dice il prete.  Ed ecco
    l'"Htel de Flandre", la musica del ballo di nozze.
    Come? esclam Noemi. Era un ballo di nozze?
    Carlino  strinse,   scroll  i  pugni,  soffiando  dall'impazienza;  e
    prosegu, dopo un sospiro:
    La giovinetta domanda: vi  un amore del cielo? Allora io vi ho detto
    di fermarvi sotto gli alberi di "Saint-Sauveur" e voi vi siete  invece
    fermate all'entrata della piazza.  Fa niente, si vedeva la cattedrale,
    basta. Il prete risponde s, vi  un amore del cielo.  La maest della
    cattedrale antica,  della notte,  del silenzio, lo esalta. Egli parla.
    Io non posso dirvi adesso la sua tirata,  l'ho in mente assai confusa,
    ma  insomma  il succo  questo che anche l'amore del cielo nasce sulla
    terra e che non vi matura mai.  Il vecchio si lascer andare  quasi  a
    delle confessioni.  Confesser col petto ansante, colla parola accesa,
    di  aver  sentito,   non  particolari  inclinazioni  a   persone,   n
    inclinazioni da doversene vergognare,  ma un'aspirazione intellettuale
    e morale a congiungersi  con  una  femminilit  incorporea  che  fosse
    complemento dell'essere suo incorporeo,  restandone per insieme tanto
    divisa da poter intercedere amore fra l'una e l'altro.
    Misericordia! mormor Noemi. Carlino si era tanto riscaldato che non
    la ud.
    Pare al vecchio  diss'egli  d'intravvedere  in  questa  unione  una
    trinit umana simile alla Trinit divina e trova quindi giusto,  trova
    santo che l'uomo vi aspiri. Finalmente egli tace,  tutto pieno,  tutto
    fremente delle cose che ha dette; e s'incammina verso "Notre-Dame". La
    fanciulla  gli  prende  il braccio.  Ecco l'uomo sinistro,  lo spirito
    tentatore.  Lo avete ben veduto!  Dite  se  tutto  questo  non    ben
    trovato,  non  combinato bene! Il vecchio e la fanciulla lo sfuggono,
    ma,  come  il  cielo,  anche  il  loro  cuore  si  oscura.  Adesso  mi
    occorrerebbe  un finestrino nelle nuvole,  una stellina nel mezzo.  Il
    vecchio e la fanciulla guarderebbero silenziosi la stellina  tremolare
    nel  "Lac  d'amour"  e  tanti  movimenti  secreti  dei  loro  pensieri
    metterebbero capo a quest'idea: forse,  oltre le nuvole  della  Terra,
    l, in quel mondo lontano!
    Jeanne  non  aveva  mai detto parola n mostrato di fare attenzione al
    racconto di suo fratello.  China  sulla  sbarra,  guardava  nell'acqua
    scura. A questo punto si rizz impetuosamente.
    Ma tu non lo credi! esclam.  Tu lo sai che sono illusioni,  sogni!
    Tu  non  vorresti  mai  che  io  credessi  cos!   Saresti  capace  di
    cacciarmi!
    No! protest Carlino.
    S!  E  per  fare  della bella letteratura ti metti a fomentare anche
    questi sogni che snervano gi tanto la gente,  che  sviano  gi  tanto
    dalla  vita  vera!  Non  mi  piace niente!  Un incredulo come te!  Uno
    persuaso, come sono persuasa io, che noi siamo bolle di sapone, che si
    brilla un momento, e poi si ritorna, non nel niente ma nel tutto!
    . Io? rispose Carlino,  intontito.  Io non sono persuaso di niente.
    Io dubito.  E' il mio sistema,  lo sai bene.  Se adesso uno mi dicesse
    che la religione vera  quella dei Cafri o quella delle  Pelli  Rosse,
    direi: forse! Non le conosco! Io vedo la falsit di quelle che conosco
    e  per  questo non vorrei certo che tu diventassi cattolica sul serio.
    Cacciarti di casa, poi...!
    Intanto ci posso andare, prima di esserne cacciata?
    Cos dicendo,  Jeanne prese il braccio di  Noemi.  Carlino  preg  che
    facessero  il  giro  del  "Lac  d'amour".  Chi  sa,  forse  intanto si
    aprirebbe il finestrino  nel  cielo.  Ci  teneva.  Noemi  espresse  il
    dubbio,  ricordando  la  conversazione  di  poche ore prima,  che alla
    finestra ci venisse proprio la signorina Fomalhaut.
    Gi fece Carlino, pensieroso. Non avevo pi pensato a Fomalhaut. Se
    non sar Fomalhaut adesso, sar Fomalhaut allora.
    Ma Noemi non aveva finito con le sue difficolt.  Se alla finestra non
    ci venisse nessuna stella,  n grande,  n piccola?  A questo, Carlino
    trov subito rimedio.  La stella ci sar.  Potr  essere  telescopica,
    perduta  in  una profondit immensa,  ma ci sar.  La fanciulla non la
    vede; la vede il prete,  con i suoi occhi di presbite decrepito.  Dopo
    la vede anche la fanciulla, per fede.
    E  cos  quella povera fanciulla disse Jeanne amaramente sulla fede
    di un vecchio prete mezzo cieco vedr delle stelle che  non  ci  sono,
    perder il suo buon senso,  la sua giovinezza,  la sua vita, tutto. La
    farai bene seppellire li al "Bguinage", dopo?
    E si avvi con Noemi senz'attendere la risposta.
    Fatto il giro  del  "Lac  d'amour",  le  due  signore  si  trattennero
    lungamente sull'altro ponte; ma nessun finestrino si aperse nel cielo.
    Il  torrione  lontano  delle "Halles",  il campanile enorme di "Notre-
    Dame", una tozza torre imminente allo stagno,  gli acuti comignoli del
    "Bguinage"  si  disegnavano,  venerabile  concilio  di alti vecchioni
    sulle nubi lattee. Carlino,  non potendo far di meglio,  incominci un
    ragionamento ad alta voce sul posto pi opportuno per la sua finestra.
    Che giorno , oggi? chiese Jeanne all'amica, sottovoce.
    Sabato.
    Domani  parlo  a  Carlino,  luned  e marted si regolano tante cose,
    mercoled si fanno i bagagli e gioved partiamo.  Puoi scrivere a  tua
    sorella che saremo a Subiaco l'altra settimana.
    Non decidere cos! Pensaci!
    Ho deciso.  Voglio sapere. Se  lui, non lo impedir nel suo cammino.
    Ma voglio vederlo.
    Ne riparleremo domani, Jeanne. Non decidere ancora.
    Ho pensato e ho deciso.
    Mezzanotte suon al torrione delle "Halles";  suon  nelle  nuvole,  a
    lungo, il solenne canto malinconico delle innumerevoli campane. Noemi,
    che prima voleva insistere,  tacque,  piena il cuore di sgomento; come
    se quelle malinconiche voci del cielo notturno parlassero a lei di  un
    destino  dell'amica  sua,  di un destino di amore e di dolore,  che si
    dovesse compiere.















    Capitolo secondo.
    DON CLEMENTE.

    La luce veniva meno,  nello studio di  Giovanni  Selva,  sul  tavolino
    ingombro di libri e di carte.  Giovanni si alz, aperse la finestra di
    ponente. L'orizzonte ardeva, dietro il prossimo Subiaco, sulla obliqua
    fuga dei monti Sabini che da Rocca di Canterano e Rocca di Mezzo vanno
    verso Rocca San Stefano. Subiaco,  l'aguzza catasta di case e casupole
    grigie  che  si  appunta  nella Rocca del Cardinale,  si era velata di
    ombra,  non si moveva fronda  degli  ulivi  affollati  a  tergo  della
    villetta  rossa  dalle  persiane  verdi,  ritta in testa dello scoglio
    tondo cui la pubblica via cinge al piede;  non si moveva fronda  della
    gran quercia pendente al suo fianco,  sopra il piccolo oratorio antico
    di Santa Maria della Febbre.  L'aria,  odorata di erbe selvagge  e  di
    pioggia  recente,  spirava fresca da Monte Calvo.  Erano le sette e un
    quarto.  Nella conca bella che l'Aniene  riga  le  campane  suonarono;
    prima  la  grossa  di  Sant'Andrea poi le querule di Santa Maria della
    Valle e in alto,  a destra,  dalla chiesetta bianca presso  la  grande
    macchia,  quelle  dei  Cappuccini,  poi  altre  ancora,  lontane.  Una
    femminile voce sommessa,  soave,  una voce di venticinque anni,  disse
    all'uscio  socchiuso  alle spalle di Giovanni,  quasi timidamente,  in
    francese:
    Posso venire?
    Giovanni si volse a mezzo,  sorridendo,  stese un braccio,  raccolse e
    strinse a s la giovine signora senza rispondere.
    Ella sent che non doveva parlare,  che suo marito seguiva con l'anima
    la luce moribonda e il canto mistico delle campane.  Gli pieg il capo
    sull'omero  e  solo  dopo  un minuto di silenzio religioso,  gli disse
    piano:
    Diciamo la nostra preghiera?
    Una stretta del caro braccio le rispose. N le labbra di lei n quelle
    di  lui  si  apersero.   Soltanto  gli  occhi  dell'una  e  dell'altro
    ingrandirono  aspirando all'Infinito,  si colorarono di riverenza e di
    tristezza, dei pensieri che non si dicono, nell'incerto futuro,  delle
    porte oscure che mettono a Dio. Le campane tacquero e la signora Selva
    pose  negli  occhi  del marito gli azzurri suoi,  avidi,  gli porse la
    bocca.   La  testa  canuta  dell'uomo  e  la  bionda  della  donna  si
    congiunsero  in  un  lungo  bacio  che avrebbe fatto stupire il mondo.
    Maria d'Arxel si era innamorata a ventun anno di  Giovanni  Selva  per
    averne  letto  un libro di filosofia religiosa,  tradotto in francese.
    Scrisse all'ignoto autore parole tanto calde di ammirazione che  Selva
    le  rispose  accennando  ai  suoi  cinquantasei anni e ai suoi capelli
    bianchi.  La signorina replic che sapeva che non offriva n  chiedeva
    amore, che avrebbe soltanto desiderato qualche rigo di tanto in tanto.
    Le  sue  lettere  lucevano  d'ingegno  infuocato.   Giunsero  a  Selva
    mentr'egli si dibatteva in una oscura crisi,  in una lotta  amarissima
    che  non accade raccontare qui.  Pens che questa Maria d'Arxel poteva
    essere una stella di salute. Le scrisse ancora.
    Sai che anniversario  oggi? disse Maria. Ti ricordi?
    Giovanni ricordava; era l'anniversario del loro primo incontro. Le due
    anime si erano rivelate l'una all'altra, nella corrispondenza, sino al
    fondo,  con indicibili ardori di sincerit;  e le persone non si erano
    vedute  che  nei  ritratti.  Sin  dalla  quarta o dalla quinta lettera
    scambiata,  Giovanni aveva chiesto alla signorina sconosciuta il  suo;
    attesa, temuta domanda. La signorina consent a patto di riavere tosto
    la  fotografia,  e  spasim  fino  a  che non le giunse di ritorno con
    parole dolcissime dell'amico rapito dalla  giovanilit  intellettuale,
    appassionata,  del  viso  di  lei,  dalla dolcezza degli occhi grandi,
    dalla  eleganza  del   busto.   Poi,   quando   si   erano   accordati
    d'incontrarsi,  venendo  lui  dal  lago di Como e lei da Bruxelles,  a
    Hergyswyl,  presso Lucerna,  erano state febbri di terrori per l'uno e
    per l'altra. Ella pensava:
    Il ritratto piacque ma le movenze della persona vera,  una linea,  un
    colore delle vesti,  il modo dell'incontro,  le parole prime,  il tono
    della voce possono forse distrugger d'un colpo il suo amore.
    Egli pensava:
    Conosce il mio viso guasto dagli anni, i miei capelli bianchi, li ama
    nei ritratti;  ma ogni giorno pi mi sciupa: forse, al vedermi, questo
    incredibile amore cadr di un colpo.
    Egli era giunto a Hergyswyl qualche ora prima di  lei  col  piroscafo;
    ella, partita il mattino da Basilea, vi era arrivata nel pomeriggio.
    Sai soggiunse Maria,  quando non ti vidi alla stazione il mio primo
    sentimento fu di piacere; tremavo tanto! Il secondo no,  il secondo fu
    di terrore.
    Giovanni sorrise.
    Questo non me lo hai mai raccontato diss'egli.
    La giovine moglie lo guard, sorrise alla sua volta.
    Anche  tu,  forse,  non  mi  hai  detto  proprio  tutto tutto di quei
    momenti.
    Giovanni le prese il collo fra le mani, le mormor all'orecchio:
    Vero.
    Ella trasal, rise di aver trasalito, e Giovanni rise con lei.
    Cosa,  cosa?  diss'ella,  rossa  in  viso,  malcontenta  e  tuttavia
    ridente. Suo marito le sussurr ancora, in tono di grande mistero:
    Che avevi il cappello in disordine.
    No, non  vero! Non  vero!
    Scintillante  di  riso e fremente insieme all'idea di un gran pericolo
    corso senza saperlo,  ella protest che non era possibile,  che si era
    tanto guardata,  prima di arrivare a Hergyswyl,  nello specchietto del
    suo "ncessaire".
    E riandarono insieme, scherzando, baciando ella spesso il petto di lui
    ed egli i capelli di lei,  ogni momento di quell'ora  passata  da  due
    anni.  Giovanni  non l'aveva attesa alla stazione dov'era una folla di
    villeggianti, ma pochi passi lontano, sulla via dell'albergo.  L'aveva
    veduta venire,  alta,  snella, con una piccola fronda in seno di "olea
    fragrans", il segno convenuto, le era andato incontro a capo scoperto,
    si erano stretta la mano forte forte, senza parlare.  Egli aveva fatto
    cenno al portiere,  che seguiva con la valigia della viaggiatrice,  di
    precederli. Poi si erano incamminati adagio,  stretti alla gola da una
    emozione  senza  nome.  Ell'aveva sussurrato per la prima,  con la sua
    voce dolce e fine di dama:
    "Mon ami".
    Allora egli aveva parlato sommessamente,  con parole rotte,  della sua
    ebbrezza,  del suo amore,  del suo rapimento, e non si era poi accorto
    di avere oltrepassato l'albergo e  per  ben  due  volte  n  l'una  n
    l'altro  avevano  udito il portiere chiamarli alle spalle: "Monsieur!
    Madame!  C'est ici!  C'est ici!" Poi la viaggiatrice era salita nella
    sua  camera,  sorridente,  ma  pallida di stanchezza e di mal di capo.
    Giovanni aveva ripreso a passeggiare fra gli orti e i  frutteti  piani
    di  Hergyswyl,  a caso,  respirando da uomo spossato per l'eccesso del
    sentire,  benedicendo ogni sasso e ogni foglia  del  verde  angolo  di
    terra straniera,  il lago che gli dorme in seno,  la folla, in faccia,
    delle grandi religiose  montagne,  benedicendo  Iddio  che  gli  aveva
    donato,  alla sua et,  un tale amore. Ed era ritornato presto, troppo
    presto,  all'albergo.  I due soli ospiti del piccolo albergo  in  quel
    giorno  di maggio,  un vecchio professore tedesco e sua figlia,  erano
    saliti al Pilato. Nel salottino di lettura non c'era nessuno.  In quel
    salottino  Maria  e  Giovanni avevano passato due ore felici tenendosi
    per mano,  parlando a bassa  voce,  palpitando  spesso  di  paura  che
    qualcuno entrasse.
    Ti ricordi disse Maria che nel salottino,  di fianco al canap dove
    eravamo seduti, ci stava un caminetto?
    S, cara.
    E che faceva freddo bench fosse maggio,  tanto che  un  cameriere  
    venuto ad accendere il fuoco?
    S, e mi ricordo che allora ti ho fatto piangere.
    Potresti ripeterla, oggi, quella cosa?
    Oh no!
    Cos dicendo Giovanni baci riverente la bianca fronte della donna sua
    come  una  cosa  santa.  Quando a Hergyswyl il cameriere era venuto ad
    accendere il fuoco nel salottino,  Giovanni  aveva  lasciato  la  mano
    diletta,  e,  indugiandosi  colui,  aveva  detto:  il  vecchio  ceppo
    brucier bene sino alla fine,  ma chi sa quanto possa durare la  vampa
    giovine?  Maria  non  aveva  risposto,  lo  aveva  guardato con occhi
    dilatati,  offuscati nel freddo  tocco  dell'ingiusto  sospetto,  come
    vetri di una serra infocata nel tocco del gelo esterno.
    No,  Giovanni  non aveva mai pi pensata una cosa simile.  Si dicevano
    spesso, egli e Maria,  che non v'era forse sulla terra un'altra unione
    come la loro,  altrettanto piena e penetrata di pace, per la sicurezza
    solennemente grave e dolce che,  comunque Iddio avesse a  disporre  le
    esistenze loro dopo la morte,  certo l'uno e l'altro spirito sarebbero
    stati congiunti nell'amore della Divina Volont.  Per non  lasciavano
    di  confidare  al  Signore  il  sospiro  dell'anima.  La preghiera che
    avevano dianzi pregata insieme contemplandola nel proprio interno, era
    stata composta da Giovanni e diceva cos:
    Padre, sia di noi come preg Ges l'ultima sera;  una vita con Esso e
    in Voi,  per l'eternit. Eran due e uno anche in presente,  nel senso
    pi stretto ed esatto della  parola,  perch  pure  nella  loro  unit
    spirituale si vedeva la dualit;  come a una corrente cerulea talvolta
    si confonde una  corrente  verde  e  nel  primo  lor  fluire  commisto
    balenano  qua e l rotte ondate color di bosco,  rotte ondate color di
    cielo.  Giovanni era un mistico che di ogni amore umano si  faceva  in
    cuore  un'armonia  col  divino.   Sua  moglie,   venuta  per  lui  dal
    protestantesimo,  a un cattolicismo assetato di ragione,  gli  si  era
    infusa  quanto  aveva potuto nell'anima mistica;  ma in lei l'amore di
    Giovanni soverchiava ogni  altro  sentimento.  Ella  era  ricca,  egli
    agiato;   vivevano  tuttavia  quasi  poveramente,  per  aver  modo  di
    liberalit larghe,  l'inverno in  Roma,  dall'aprile  al  novembre  in
    Subiaco,  nella modesta villetta di cui avevano appigionato il secondo
    piano.   Non  spendevano  abbondantemente  che  in   libri   e   nella
    corrispondenza. Giovanni preparava un'opera sulle ragioni della morale
    cristiana. Sua moglie leggeva per lui, scriveva sunti, pigliava note.
    Mi  piacerebbe  tanto andare a Hergyswyl,  l'anno venturo diss'ella.
    Vorrei che tu vi scrivessi l'ultimo capitolo del libro,  il  capitolo
    della Purit!
    Giunse  le  mani,  cos  dicendo,  felice  nella  visione del paesello
    appiattato fra i meli in fondo al  piccolo  golfo,  del  lago  sereno,
    delle grandi montagne religiose, di giorni tranquilli dati al lavoro e
    alla contemplazione in pace.  Conosceva tutto il disegno dell'opera di
    suo marito e la tesi di ogni capitolo con i suoi principali argomenti.
    Il capitolo della Purit le piaceva pi di tutti,  per la forte  trama
    razionale. Suo marito intendeva porvi e sciogliervi questo problema:
    Perch  il  Cristianesimo esalta come un elemento di perfezione umana
    la rinuncia che contraddice alle leggi  della  Natura,  che  travaglia
    l'uomo  di  lotte fierissime senza giovare a nessuno,  che a possibili
    vite umane chiude la via dell'esistere? La risposta doveva discendere
    dallo studio del fenomeno morale nelle sue origini storiche e nel  suo
    sviluppo,  cui  erano  dedicati i primi capitoli dell'opera.  Selva vi
    dimostrava con l'esempio de' bruti che si sacrificano per la  prole  o
    per   i   compagni  del  branco  e  sono  talvolta  capaci  di  unioni
    strettamente monogamiche,  come  nella  natura  animale  inferiore  lo
    stimolo morale si palesi e si venga sviluppando in antagonismo con gli
    stimoli  dell'istinto  corporeo.  Egli  vi  sosteneva l'ipotesi che si
    elaborasse cos progressivamente nelle specie inferiori  la  coscienza
    umana. Si proponeva ora di rifarsi da queste conclusioni e determinare
    il  principio  generale  che  la  rinuncia al piacere corporeo per una
    soddisfazione di ordine superiore significa sforzo della specie  verso
    una  superiore  forma di esistenza.  Avrebbe quindi esaminato il fatto
    straordinario di quegl'individui umani che agli  stimoli  del  piacere
    corporeo,     grandemente    ringagliarditi    per    la    complicit
    dell'intelligenza e  della  immaginazione  col  senso,  contrappongono
    energie  di  rinuncia  pi  forti  ancora,  senz'altro obbietto che di
    onorare la Divinit.  Avrebbe dimostrato che  parecchie  religioni  ne
    forniscono  esempi,  che la rinuncia vi  glorificata,  che resta per
    sempre un atto libero dell'individuo. Avrebbe riconosciuto che sarebbe
    atto biasimevole e stolto se non rispondesse a un  misterioso  impulso
    della  stessa  natura  dell'elemento  detto  spirituale  che  persiste
    nell'antico antagonismo con  gli  stimoli  dell'istinto  corporeo  per
    effetto  di  una  legge  cosmica.  Inconsci collaboratori di Colui che
    governa l'Universo,  gli eroi della rinuncia  suprema  si  credono  di
    onorarlo col semplice sacrificio, mentre incarnano in fatto, giusta il
    Divino  Disegno  la  energia  progressiva  della specie,  preparano al
    proprio elemento spirituale il potere di crearsi  una  forma  corporea
    superiore, pi simile ad esso; onde la purit loro  perfezione umana,
     altezza in cui la natura nostra culmina e tocca i nebulosi principii
    d'una ignota natura sovrumana.
    Se  io  penso  alla Purit incarnata disse Giovanni mi vedo davanti
    don Clemente. Ti ho detto che viene alla riunione di stasera? Scender
    subito dopo cena.
    Maria trasal. Oh! diss'ella,  e io che dimenticavo!  Mi ha scritto
    Noemi. Partiva da Milano ieri, con i Dessalle. Si fermano a Roma forse
    un paio di giorni e poi vengono.
    Te  ne  sei ricordata perch ho nominato don Clemente disse Giovanni
    sorridendo.
    S rispose sua moglie ma per, sai che non credo.
    L'alta fronte,  gli occhi azzurri di don Clemente tanto sereni e puri,
    come  avrebbero  conosciuta  la  passione?  Anche  nella voce soffice,
    sommessa, quasi timida del giovine benedettino, era, secondo Maria, un
    troppo delicato pudore, un candore troppo virgineo.
    Non credi replic Giovanni e forse avrai ragione,  forse  non  sar
    Maironi.  Per  stasera converr pure fargli sapere,  in qualche modo,
    che questa signora Jeanne Dessalle sta per  venire  a  Subiaco  e  che
    visiter,  naturalmente,  i Conventi.  E' anche il padre foresterario,
    lui; dovrebbe accompagnarla.
    Di questo non c'era dubbio. Lo avvertirebbe lei, Maria.  Poich non lo
    credeva l'amante della Dessalle, le sarebbe pi facile di parlargliene
    con  semplicit.  Che  cosa terribile,  per,  se fosse veramente lui,
    Maironi,  e nessuno l'avvertisse e  si  trovassero  improvvisamente  a
    fronte nel monastero, egli e questa donna! Era certo, Giovanni, che il
    frate  venisse alla riunione?  S,  n'era certissimo.  Don Clemente ne
    aveva ottenuto il permesso dal Padre Abate stando  lui,  Giovanni,  al
    monastero;  e  glielo aveva detto subito.  Verrebbe e condurrebbe seco
    quel  garzone  ortolano  di  cui  gli  aveva  parlato,  per  farglielo
    conoscere.   Cos   un'altra   volta   l'ortolano   verrebbe   solo  e
    gl'insegnerebbe a rincalzar le patate nel campicello dietro  la  villa
    che  Giovanni aveva pure preso in affitto per lavorarlo con le proprie
    mani.  Questa del lavoro manuale,  era una piccola mania di  Giovanni,
    venutagli  tardi,  che dispiaceva un poco a Maria,  parendole cosa non
    pi conveniente alle sue abitudini, alla sua et. La rispettava, per,
    e tacque. In quel momento la ragazza di Affile che li serviva entr ad
    avvertire che quei signori stavano salendo la scala,  e  che  la  cena
    sarebbe pronta subito.
    Tre persone salivano infatti per la scaletta a chiocciola del villino.
    Giovanni  scese  loro  incontro.  Il primo era il suo giovine amico di
    Leyn,  che si  scus,  salutandolo,  di  precedere  i  compagni,  due
    ecclesiastici.
    Sono il cerimoniere diss'egli. E li present l sulla scala.
    Il signor abate Marinier,  di Ginevra. Don Paolo Far, di Varese, che
    Lei conosce gi di nome.
    Selva rimase un po' perplesso ma poi si affrett a far salire  i  suoi
    visitatori, li avvi alla terrazza dov'erano gi disposte delle sedie.
    E Dane? diss'egli,  inquieto, a di Leyn pigliandolo a braccetto. E
    il professor Minucci? E il padre Salvati?
    Son qui  rispose  il  giovine  sorridendo.  Sono  all'"Aniene".  Le
    racconter,  tutta una storia, verranno subito.
    Intanto l'abate Marinier esclamava uscendo sulla terrazza.
    "Oh, c'est admirable!"
    E don Paolo Far,  da buon comasco,  mormorava: S, bello, bello col
    tono discreto di chi pensa: Ma se vedeste il mio paese!
    Sopraggiunse  Maria,  si  rinnovarono  le  presentazioni  e  di  Leyn
    raccont  la  sua  storia,  mentre  Marinier  girava  i  piccoli occhi
    scintillanti per il paesaggio, dalla piramide di Subiaco, quinta fosca
    del chiaro sfondo di  ponente,  ai  prossimi  carpineti  selvaggi  del
    Francolano che serra, scuro e grande, il levante.
    Don Far divorava con gli occhi Selva, l'autore di scritti critici sul
    Vecchio  e Nuovo Testamento,  e particolarmente di un libro sulle basi
    della futura teologia cattolica,  che avevano innalzata e trasfigurata
    la  sua  fede.  La storia del barone di Leyn era che alla stazione di
    Mandela tirava un gran vento,  che il professore Dane temeva forte  di
    esservisi  buscata  un'infreddatura,  che  sospettando  di non trovare
    cognac in casa di un odiatore dell'alcool come  il  signor  Selva,  ed
    essendo anche l'ora in cui soleva pigliare ogni giorno due uova, s'era
    fermato  all'Albergo dell'"Aniene" per avere le uova e il cognac;  che
    sulla terrazza della trattoria,  verso il fiume,  c'era troppa aria  e
    negli  stanzini  attigui troppo poca;  che si era fatto servire il suo
    pasto in una camera dell'albergo e aveva rimandato le uova due  volte,
    che  loro  erano  partiti a piedi lasciando il professore Minucci e il
    padre Salvati a tenergli compagnia.
    Poich il delicato,  freddoloso professore Dane  non  c'era,  Giovanni
    propose di cenare sulla terrazza.  Ne smise per subito l'idea vedendo
    che garbava poco all'abate di Ginevra.  L'elegante,  mondano Marinier,
    amico  di  Dane,  aveva  la  stessa  cura  del proprio individuo,  con
    maggiore dissimulazione e senza scuse  di  salute.  Non  aveva  cenato
    all'"Aniene"  con  l'amico  suo perch la cucina dell'"Aniene" gli era
    parsa, in una sua prima visita a Subiaco,  troppo semplice,  e sperava
    dalla signora Selva una cena francese.  Di Leyn sapeva bene quanto la
    speranza fosse fallace;  maliziosamente,  non lo aveva  istruito.  Nel
    salottino  da  pranzo appena ci capivano i cinque commensali.  Guai se
    fossero venuti anche gli altri due! Per verit n l'abate Marinier, n
    don Far erano attesi. Altri, invece, mancava. Mancavano un frate e un
    prete,  uomini  conosciuti,  che  avrebbero  dovuto  venire  dall'alta
    Italia.  Si  erano  scusati  l'uno  e l'altro,  per lettera,  con vivo
    rincrescimento di Selva e di Far pure,  e del di Leyn.  Marinier  si
    scus invece,  di essere venuto.  Era stato Dane,  il colpevole. E per
    don Paolo Far il colpevole era stato di Leyn. Selva protest.  Amici
    di  amici,  come  non sarebbero graditi?  E tanto di Leyn quanto Dane
    sapevano di potere accompagnare persone di loro fiducia,  persone  che
    dividessero le loro idee. Maria non parlava; Marinier le piaceva poco.
    Anche le pareva che Dane e di Leyn avrebbero fatto bene a non portare
    altri  senza  avvertire.  Parl Marinier,  dopo aver esplorato con gli
    occhi, aggrottando lievemente le sopracciglia, una zuppa di fave.
    Io  non  so  diss'egli  se  recheremo  noia  alla   signora   Selva
    discorrendo  un  poco  adesso di quello che sar poi il discorso della
    riunione.
    Maria lo rassicur.  Ella non avrebbe  partecipato  alla  riunione  ma
    pigliava moltissimo interesse allo scopo.
    Bene  prosegu  Marinier,  allora  sar  molto  utile per me che io
    conosca esattamente questo scopo, perch Dane me ne ha parlato non con
    tanta precisione,  e io non posso essere sicuro di dividere le  vostre
    idee in tutto.
    Don  Paolo  non  seppe  trattenere un gesto d'impazienza.  Anche Selva
    parve un po'  seccato,  perch  davvero  un  consenso  in  certe  idee
    fondamentali era necessario. Senza di esso la riunione poteva riescire
    peggio che inutile, pericolosa.
    Ecco  diss'egli,  siamo  parecchi  cattolici,  in  Italia  e  fuori
    d'Italia,  ecclesiastici e laici,  che desideriamo una  riforma  della
    Chiesa.   La  desideriamo  senza  ribellioni,   operata  dall'autorit
    legittima.  Desideriamo riforme dell'insegnamento  religioso,  riforme
    del  culto,  riforme  della  disciplina  del clero,  riforme anche nel
    supremo governo della Chiesa.  Per questo abbiamo  bisogno  di  creare
    un'opinione che induca l'autorit legittima ad agire di conformit sia
    pure fra venti, trenta, cinquant'anni. Ora noi che pensiamo cos siamo
    affatto disgregati. Non sappiamo l'uno dell'altro, eccetto i pochi che
    pubblicano  articoli  o  libri.  Molto  probabilmente  vi   nel mondo
    cattolico una grandissima quantit di persone religiose  e  colte  che
    pensano  come  noi.  Io  ho  pensato  che  sarebbe utilissimo,  per la
    propaganda delle nostre idee,  almeno di  conoscerci.  Stasera  ci  si
    riunisce in pochi per una prima intesa.
    Mentre  Giovanni  parlava,  gli  altri  tenevano  gli occhi sull'abate
    ginevrino.  L'abate guardava nel suo piatto.  Segu un breve silenzio.
    Giovanni lo ruppe il primo.
    Il professore Dane diss'egli non Le aveva detto questo?
    S  s  rispose  l'abate,  levando  finalmente gli occhi dal piatto,
    qualche cosa di simile.
    Il tono fu d'uno che approvasse poco. Ma perch,  allora,  era venuto?
    Don Paolo faceva smorfie di malcontento,  gli altri tacevano. Vi fu un
    momento d'imbarazzo. Marinier disse:
    Ne riparleremo stasera.
    S ripet Selva tranquillo. Ne riparleremo stasera.
    Pensava che avrebbe trovato nell'abate un avversario e che Dane  aveva
    commesso  un  errore di giudizio e di tatto invitandolo alla riunione.
    Si confort in pari tempo  con  la  tacita  riflessione  che  l'udirsi
    rappresentare  tutte  le obbiezioni possibili sarebbe utile,  e che un
    amico del professore Dane sarebbe almeno onesto, non propalerebbe nomi
    e discorsi ancora da tacersi.  Invece il giovine di Leyn si crucciava
    di  questo pericolo,  sapendo quante e quanto diverse amicizie tenesse
    l'abate Marinier in Roma,  dove dimorava da cinque anni per certi suoi
    studi  storici  e si crucciava di non avere saputo della sua venuta in
    tempo di scriverne ai Selva, per suggerir loro che intraprendessero la
    sua conquista incominciando dal palato. La mensa di casa Selva, sempre
    nitidissima e fiorita, era, quanto ai cibi, molto parsimoniosa,  molto
    semplice.  I Selva non bevevano vino mai. Il vino chiaretto, acerbetto
    di Subiaco non poteva  che  inasprire  un  uomo  avvezzo  ai  vini  di
    Francia.
    La  ragazza di Affile aveva gi servito il caff quando arrivarono,  a
    un punto,  don Clemente a piedi da Santa Scolastica,  Dane,  il  padre
    Salvati, e il professore Minucci in un legno a due cavalli da Subiaco.
    Ma  don Clemente,  ch'era seguito dal suo ortolano,  vista la carrozza
    muovere verso il cancello del villino e  non  dubitando  che  portasse
    gente  a  casa  Selva,  affrett il passo perch Giovanni e l'ortolano
    potessero vedersi, parlarsi un minuto, prima della riunione.
    I Selva e i loro commensali si erano levati da cena e Maria,  uscendo,
    a  braccio  del  cavalleresco  abate Marinier,  sulla terrazza,  vide,
    bench annottasse gi, il benedettino sul ripido sentiero che sale dal
    cancello aperto sulla via pubblica.  Lo salut dall'alto e lo preg di
    aspettare,  a  pi  della  scala,  che gli facessero lume.  Scese ella
    stessa col lume la scala a  chiocciola,  accenn  a  don  Clemente  di
    volergli  parlare  e  diede un'occhiata significativa all'uomo che gli
    stava dietro le spalle.  Don Clemente si volt a costui,  gli disse di
    stare  ad  attenderlo  li  fuori sotto le robinie;  e saliti,  al muto
    invito della signora, alcuni scalini, sost ad ascoltarla.
    Ella gli parl,  frettolosa,  dei suoi tre  ospiti  e  particolarmente
    dell'abate  Marinier.  Disse che stava in pena per suo marito il quale
    aveva posto tanto amore e tanta fede nell'idea  di  quest'associazione
    cattolica  e  ora  si troverebbe a fronte di una inattesa opposizione.
    Desiderava che don Clemente lo sapesse,  che fosse  preparato.  Glielo
    diceva  lei  perch  suo  marito non poteva in quel momento lasciare i
    suoi ospiti. E si congedava,  nel tempo stesso,  da don Clemente,  non
    avendo  intenzione,  lei  donna  e tanto ignorante,  di assistere alla
    seduta. Forse lo avrebbe riveduto fra pochi giorni, al monastero.  Non
    era il padre foresterario, egli? Ella verrebbe forse fra tre o quattro
    giorni a Santa Scolastica con una sua sorella...
    A  questo  punto  la  signora Selva alz involontariamente il lume per
    veder meglio il suo interlocutore in viso,  e subito se ne pent  come
    di un mancato rispetto a quell'anima certamente santa, certamente pari
    di  virile  e  verginale  bellezza all'alta,  snella persona,  al viso
    eretto abitualmente in atto quasi di franca  modestia  militare  tanto
    nobile nella fronte spaziosa,  negli occhi cerulei chiari,  spiranti a
    un punto dolcezza femminea e maschio fuoco.
    Ci sar pure disse a bassa voce,  vergognando di s un'amica intima
    di mia sorella, certa signora Dessalle.
    Don Clemente volt la testa di scatto, e Maria n'ebbe il contraccolpo,
    trem.  Era dunque lui! Egli le rivolse subito il viso da capo. Era un
    po' acceso ma composto.
    Scusi diss'egli, questa signora, come si chiama?
    Chi? La Dessalle?
    S.
    Si chiama Jeanne.
    Che et pu avere?
    Non lo so. Tra i trenta e i trentacinque anni, direi.
    Adesso Maria non comprendeva pi.  Il padre faceva queste domande  con
    tanto indifferente calma! Ne arrischi una essa pure.
    Lei la conosce, padre?
    Don Clemente non rispose.
    Sopraggiungeva in quel momento il povero gottoso Dane,  che con grande
    stento si era trascinato su dal  cancello  a  braccio  del  professore
    Minucci.  Erano  amici di casa l'uno e l'altro;  la signora Selva fece
    loro un'accoglienza gentile ma lievemente distratta.

    La seduta si tenne nello studiolo di Giovanni. Era cos piccolo che il
    bollente don Far,  non potendosi tenere aperte  le  finestre  per  un
    dovuto  riguardo ai reumi di Dane,  vi si sentiva soffocare e lo disse
    con la sua rudezza lombarda.  Gli altri finsero di non udire,  meno di
    Leyn,  che  gli accenn silenziosamente di non insistere,  e Giovanni
    che aperse l'uscio del corridoio e l'altro vicino  che  dal  corridoio
    mette  sulla  terrazza.  Dane  sent  subito un odore di bosco umido e
    bisogn  chiudere.  Sullo  scrittoio  ardeva  una  vecchia  lampada  a
    petrolio. Il professore Minucci soffriva di occhi e chiese timidamente
    un paralume,  che fu cercato,  trovato e posto.  Don Paolo si fremette
    dentro: questa  un'infermeria! e anche il suo amico di Leyn, a cui
    pareva  che  tante  piccole  cure  si  dovessero   in   quel   momento
    dimenticare,  ebbe  uno spiacevole senso di freddo.  Lo ebbe lo stesso
    Giovanni ma riflesso;  sent l'impressione che del Dane e forse  anche
    del  Minucci  dovevano  riportare coloro,  fra i presenti,  che non lo
    conoscevano.  Egli li conosceva.  Il Dane,  con tutti i suoi  reumi  e
    nervi  e i sessantadue anni,  possedeva,  oltre al sapere grande,  una
    indomita vigoria di spirito, un coraggio morale a tutta prova.  Andrea
    Minucci,  malgrado  il  biondo  pelo rabbuffato,  gli occhiali,  certa
    rigidezza di movimenti,  che gli davano un aspetto di erudito tedesco,
    era  una  giovane  anima  delle pi ardenti,  provata dalla vita,  non
    effervescente alla superficie come  l'anima  del  prete  lombardo,  ma
    chiusa nel proprio fuoco, severa, probabilmente pi forte.
    Giovanni  prese  la  parola  con animo franco.  Ringrazi i presenti e
    scus gli assenti,  il frate e il  prete,  dolendosi  per  molto  che
    mancassero.  Disse  che  a  ogni  modo  la  loro adesione era sicura e
    insistette sul valore di quest'adesione. Soggiunse parlando pi alto e
    pi lento, tenendo gli occhi sull'abate Marinier,  che per ora stimava
    prudente   non   divulgare   niente   n  della  riunione,   n  delle
    deliberazioni che vi si prendessero;  e  preg  tutti  a  considerarsi
    legati  al  silenzio da un impegno di onore.  Quindi espose l'idea che
    aveva concepita, lo scopo della riunione,  un po' pi diffusamente che
    non avesse fatto a cena.
    E adesso conchiuse ciascuno dica quel che pensa.
    Segu un silenzio profondo.  L'abate Marinier stava per parlare quando
    si alz in piedi,  stentatamente,  Dane.  Il suo pallido viso  scarno,
    fine, pregno d'intelletto, era atteggiato a gravit solenne.
    Io  credo diss'egli in un italiano esotico,  rigido e tuttavia caldo
    di vita che trovandoci noi sul cominciamento  di  una  comune  azione
    religiosa  dobbiamo  fare  due  cose:  subito!  Prima  cosa!  Dobbiamo
    raccogliere l'anima nostra in Dio,  silenziosamente,  ciascuno la sua,
    fino a sentire la presenza,  in noi,  di Dio stesso,  il desiderio Suo
    stesso, nel nostro cuore,  della Sua propria gloria.  E' questo che io
    faccio e prego fare con me.
    Ci  detto,  il  professore s'incroci le braccia sul petto,  pieg il
    capo,  chiuse gli occhi.  Tutti si alzarono e,  meno l'abate Marinier,
    giunsero le mani.  L'abate se le raccolse al petto con un ampio gesto,
    abbracciando l'aria.  Si pot udire un gemer dolce della  lucerna,  un
    passo  al  piano terreno.  Marinier fu il primo a guardar sottecchi se
    gli altri pregavano ancora.
    Dane alz il capo e disse:
    Amen.
    Seconda cosa! soggiunse.  Noi  ci  proponiamo  di  obbedire  sempre
    l'autorit ecclesiastica legittima...
    Don Paolo Far scatt. Secondo!
    Un  vibrare di subiti pensamenti,  un fremere sordo di parole non nate
    scosse ogni persona.  Dane disse lentamente: esercitata con le debite
    norme.  Quel  moto  discese  a  un mormorio di consenso,  pos.  Dane
    riprese:
    Ancora questo!  Mai non sar odio n su nostro labbro,  n in  nostro
    petto verso nessuno!
    Don Paolo scatt da capo.  Odio no ma sdegno s!  "Circumspiciens eos
    cum ira!"
    S disse don Clemente con la sua dolce voce velata,  quando  avremo
    edificato Cristo in noi, quando sentiremo una collera di puro amore.
    Don Paolo,  che gli stava vicino, non rispose niente, lo guard con le
    lagrime  agli  occhi,  gli  afferr  una  mano  per  baciargliela.  Il
    benedettino la ritrasse spaventato, tutto una fiamma in viso.
    E non edificheremo Cristo in noi disse Giovanni, commosso anche lui,
    felice di quel mistico soffio che gli pareva spirare nell'adunanza se
    non  purificheremo  nell'amore le nostre idee di riforma,  se,  quando
    venisse il momento di operare,  non ci purificheremo prima le  mani  e
    gli strumenti.  Questo sdegno,  questa ira che Lei, don Paolo, dice, 
    una grande potenza  del  Maligno  sopra  di  noi,  appunto  perch  ha
    un'apparenza e qualche volta,  come nei Santi,  una sostanza di bont.
    In noi  quasi sempre vera inimicizia perch non  sappiamo  amare.  La
    preghiera  a  me  pi  cara  dopo  il  "Pater  noster"   la preghiera
    dell'Unit,  la preghiera che ci unisce allo spirito di Cristo  quando
    prega  il  Padre cos: ut et ipsi in nobis unum sint. Abbiamo sempre
    il desiderio e la speranza dell'unit in Dio con i fratelli  che  sono
    divisi  da  noi  nelle idee.  E adesso,  dunque,  dite se accettate la
    proposta di fondare l'associazione che io vi propongo. Prima discutete
    questo e, poi,  se la proposta  accettata,  si vedr in qual modo sia
    da porla in atto.
    Don  Paolo  esclam  impetuosamente  che  il principio nemmanco era da
    discutere e Minucci osserv  in  tono  sommesso  che  lo  scopo  della
    riunione era stato conosciuto da tutti i presenti prima d'intervenire,
    che  perci,  intervenendo,  essi lo avevano implicitamente approvato,
    avevano implicitamente consentito di  legarsi  per  un'azione  comune,
    salvo appunto a decidere sui modi e le forme.  L'abate Marinier chiese
    di parlare.
    Me ne rincresce veramente diss'egli sorridendo,  ma per  legami  io
    non  ho  portato  con  me  il menomo filo.  Io sono pure di coloro che
    vedono molte cose andar male nella Chiesa e tuttavia, quando il signor
    Selva mi ha bene spiegato, prima a cena e ora qui, la sua idea che non
    avevo bene  compresa  dal  mio  amico  professore  Dane,  mi  si  sono
    affacciate obbiezioni che credo serie.
    Gi  pens  Minucci  che  aveva udito parlare di certe ambizioni del
    Marinier,  se vuoi far carriera non  ti  devi  mettere  con  noi.  E
    soggiunse forte:
    Dica!
    In primo luogo, signori cominci il fine abate, mi pare che abbiate
    principiato  dalla  seconda riunione.  Dir con un rispetto grande che
    voi mi parete bravissime persone,  le quali si mettano festosamente  a
    sedere  per  giuocare insieme alle carte,  e non possono andare avanti
    perch uno ha le carte italiane,  un altro le francesi,  un  altro  le
    tedesche  e  non s'intendono.  Io ho udito parlare di idee comuni,  ma
    forse vi ha fra noi piuttosto una  comunanza  di  idee  negative.  Noi
    siamo d'accordo,  probabilmente,  in questo, che la Chiesa Cattolica 
    venuta somigliando a  un  tempio  antichissimo  di  grande  semplicit
    originaria,  di grande spiritualit,  che il seicento, il settecento e
    l'ottocento hanno infarcito di pasticci.  Forse i pi maligni  di  voi
    diranno pure che vi si parla forte solamente una lingua morta,  che le
    lingue vive appena vi si possono parlare piano e che il sole vi prende
    alle finestre un colore falso.  Ma io non posso credere che siamo  poi
    tutti  d'accordo  nella  qualit  e nella quantit dei rimedii.  Prima
    dunque di iniziare questa frammassoneria cattolica,  io credo  che  vi
    converrebbe  intendervi  circa le riforme.  Dir di pi;  io credo che
    anche quando fosse fra voi un pienissimo accordo nelle idee, io non vi
    consiglierei di legarvi con  un  vincolo  sensibile  come  propone  il
    signor  Selva.  La mia obbiezione  di una natura molto delicata.  Voi
    pensate certo di poter navigare sicuri sott'acqua come pesci cauti,  e
    non pensate che un occhio acuto di Sommo Pescatore o vice-Pescatore vi
    pu scoprire benissimo e un buon colpo di fiocina cogliere. Ora io non
    consiglierei mai ai pesci pi fini,  pi saporiti,  pi ricercati,  di
    legarsi insieme.  Voi capite cosa pu succedere quando uno   colto  e
    tirato  su.  E,  voi  lo  sapete bene,  il grande Pescatore di Galilea
    metteva i pesciolini nel suo vivaio, ma il grande Pescatore di Roma li
    frigge.
    Questa  buona! fece don Paolo con un sussulto di  riso.  Gli  altri
    tacevano, gelidi. L'abate continu:
    Non  credo  poi che con questa lega possiate far niente di buono.  Le
    associazioni fanno progredire forse  i  salari,  forse  le  industrie,
    forse i commerci; la scienza e la verit, no. Le riforme si faranno un
    giorno,  perch  le  idee sono pi forti degli uomini e camminano;  ma
    voi,  armandole in guerra  e  facendole  marciare  per  compagnie,  le
    esporrete  a  un  fuoco terribile che le arrester per un pezzo.  Sono
    gl'individui,  i  Messia,   che  fanno  progredire  la  scienza  e  la
    religione.  Vi    un  Santo  fra  voi?  Oppure sapete dove prenderlo?
    Prendetelo e mandatelo avanti.  Parola ardente,  grande carit,  due o
    tre  piccoli  miracoli,  suggeritegli quello che deve dire e il vostro
    Messia far pi che tutti voi insieme.
    L'abate tacque e Giovanni prese la parola.
    Forse il signor abate diss'egli non ha potuto  formarsi  ancora  un
    giusto  concetto  della  unione  che  noi  desideriamo.  Noi  ci siamo
    associati test in una preghiera silenziosa  e  intensa,  cercando  di
    tenerci uniti nella Presenza Divina.  Questo indica il carattere della
    nostra unione. Considerando i mali che affliggono la Chiesa,  i quali,
    in  sostanza,  sono  disaccordi del suo elemento mutabile umano con il
    suo elemento immutabile di Verit Divina, noi ci vogliamo unire in Dio
    Verit col desiderio  ch'Egli  tolga  questi  disaccordi;  e  vogliamo
    sentirci  uniti.  Una tale unione non ha bisogno di intelligenze circa
    idee particolari,  bench alcuni di noi ne abbiamo alquante di comuni.
    Noi  non  pensiamo  di promuovere una azione collettiva n pubblica n
    privata per attuare una riforma o l'altra.  Io sono abbastanza vecchio
    per ricordare i tempi del dominio austriaco.  Se i patrioti lombardi e
    veneti si raccoglievano allora a parlare di  politica,  non  era  mica
    sempre  per  congiure,  per  atti di rivoluzione;  era per comunicarsi
    notizie, per conoscersi, per tener viva la fiamma dell'idea. E' questo
    che noi vogliamo fare nel campo religioso.  Lo creda il  signor  abate
    Marinier, quell'accordo negativo ch'egli diceva pu bastare benissimo.
    Facciamo  che  si  allarghi,  che  abbracci  la maggioranza dei fedeli
    intelligenti,  che  salga  nella  gerarchia;  vedr  che  gli  accordi
    positivi vi matureranno dentro occultamente come semi vitali dentro la
    spoglia  caduca del frutto.  S,  basta un accordo negativo.  Basta di
    sentire che la Chiesa di  Cristo  soffre,  per  unirci  nell'amore  di
    nostra  Madre e almeno pregare per essa,  noi e i nostri fratelli che,
    come noi, la sentono soffrire! Che ne dice, signor abate?
    L'abate mormor con un lievissimo sorriso:
    "C'est beau mais ce n'est pas la logique."
    Don Paolo scatt:
    Ma che logica!
    Ah! rispose  il  Marinier  con  una  maligna  faccia  compunta.  Se
    rinunciate alla logica...!
    Don Paolo,  tutto acceso, era per protestare ma il professore Dane gli
    accenn di chetarsi.
    Noi non vogliamo rinunciare alla logica diss'egli.  Solamente non 
    facile  misurare  il  valore  logico  di una conclusione in materia di
    sentimento, di amore, di fede, come  facile misurare il valore logico
    di una conclusione in materia di geometria.  Nella materia  nostra  il
    procedimento logico  occulto.  Certo il mio caro amico Marinier,  una
    delle menti acutissime che io conosco,  non ha voluto dire questa cosa
    in  risposta  al  mio  caro amico Selva,  che quando una persona molto
    amata da noi cade inferma,  necessario a noi di accordarci sulla cura
    che le faremo, prima di correre insieme al suo letto!
    Queste  sono  bellissime  figure  disse  l'abate  Marinier  alquanto
    vivacemente. Ma sapete bene che le similitudini non sono argomenti!
    Don Clemente, che stava in piedi nell'angolo tra l'uscio del corridoio
    e  la  finestra,  e il professore Minucci seduto presso a lui,  fecero
    atto di parlare.  Subito si  arrestarono,  volendo  ciascuno  dei  due
    cedere  la  parola  all'altro.  Selva  propose  che  prima parlasse il
    monaco.  Tutti guardarono a quel nobile viso di arcangelo,  arrossente
    ma eretto.  Don Clemente esit un poco, e quindi parl con la sua voce
    sofflce, velata di modestia:
    Il signor abate Marinier ha detto una cosa che io credo  molto  vera.
    Ha detto: ci vuole un Santo.  Io pure lo credo. Chi sa? Io non dispero
    che possa gi esistere.
    Lui mormor don Paolo.
    Ora prosegu don Clemente io vorrei dire al signor abate  Marinier:
    siamo in qualche maniera i profeti di questo Santo,  di questo Messia,
    prepariamo  le  sue  vie,   che  poi  significa   solo   far   sentire
    universalmente  il  bisogno  di  un  rinnovamento  di  tutto che nella
    religione nostra  veste,  non corpo della  verit,  anche  se  questo
    rinnovamento  sar  doloroso  per  certe  coscienze.   "Ingemiscit  et
    parturit"!   E  far  sentire  tutto  ci  stando  sopra   un   terreno
    assolutamente  cattolico,  aspettando  le  nuove  leggi dalle autorit
    vecchie,  dimostrando per che se non si cambiano le vesti portate  da
    tanto  tempo,   fra  tante  intemperie,   nessuna  persona  civile  si
    avviciner pi a noi,  e Dio non voglia che molti di noi  le  svestano
    senza permesso,  per un disgusto insopportabile.  Vorrei anche dire al
    signor abate Marinier,  se me lo permette: non abbiamo  troppi  timori
    umani!
    Un  mormorio  caldo  di  assenso  gli  rispose  e Minucci scatt tutto
    vibrante. Mentre parlava l'abate Marinier, di Leyn e Selva lo avevano
    visto  bollire  accigliato;   e  appunto  Giovanni  che  conosceva  il
    carattere  fiero  di  quel  mistico asceta,  si era proposto,  facendo
    parlare prima don Clemente,  di dargli tempo a chetarsi.  Egli scatt.
    La parola non gli veniva fluida,  gli si rompeva per soverchio impeto,
    e rotta gli sgorgava dal labbro a ondate, precisa, per, e potente nel
    vigoroso accento romano.
    Ecco! Non abbiamo timori umani!  Noi vogliamo cose troppo grandi e le
    vogliamo  troppo  fortemente  per  avere  timori  umani!  Noi vogliamo
    comunicare nel Cristo vivo, quanti sentiamo che il concetto della Via,
    della Verit e della Vita si...  si...  si...  - si dilata,  ecco,  si
    dilata  nel  nostro  cuore,  nella nostra mente!  E rompe tante - come
    dir?  - vecchie fasce di formule che ci stringono,  che ci soffocano,
    che  soffocherebbero  la  Chiesa,  se  la  Chiesa  fosse mortale!  Noi
    vogliamo comunicare nel Cristo vivente,  quanti abbiamo sete  -  sete,
    signor abate Marinier!  sete!  sete! - che la nostra fede, se perde di
    estensione, cresca di intensit - a cento doppi, cresca, viva Dio! - e
    possa radiare fuori di noi, e possa, dico, purificare,  come il fuoco,
    prima  il  pensiero  e  poi  l'azione  cattolica - ecco.  Noi vogliamo
    comunicare nel Cristo vivente  quanti  sentiamo  ch'Egli  prepara  una
    lenta  ma  immensa  trasformazione religiosa per opera di profeti e di
    Santi, la quale si operer con sacrificio con dolore, con divisione di
    cuori;  quanti sentiamo che i profeti sono sacri  al  soffrire  e  che
    queste  cose  non  ci  vengono  rivelate  dalla  carne o dal sangue ma
    dall'Iddio vivo nelle anime nostre! Comunicare,  vogliamo,  tutti,  di
    ogni  paese,  ordinare  la  nostra azione.  Massoneria Cattolica?  S,
    Massoneria delle Catacombe.  Lei  teme,  signor  abate?  Teme  che  si
    taglino tante teste con un colpo solo?  Io dir: dov' la scure per un
    tal colpo? Uno alla volta tutti si possono colpire: oggi il professore
    Dane,  ad esempio,  domani don Far,  posdomani qui il  padre;  ma  il
    giorno  in  cui  quella  fantastica  fiocina del signor abate Marinier
    pescasse, attaccati a un filo, laici di grido, preti, frati,  vescovi,
    cardinali  fors'anche,  quale  sar,  ditemi,  il  pescatore piccolo o
    grande,  che non lascer cadere nell'acqua,  spaventato,  la fiocina e
    ogni cosa?  - Ma poi mi perdoni,  signor abate,  se io dico a Lei e ai
    prudenti come Lei: dov' la nostra fede?  Esiterete voi,  per paura di
    Pietro,  a  servire  Cristo?  Uniamoci  contro  il fanatismo che lo ha
    crocifisso e che avvelena ora la Sua Chiesa e se ne avremo a soffrire,
    ringraziamone il Padre: "beati estis cum  persecuti  vos  fuerint  et
    dixerint omne malum adversum vos, mentientes, propter me".
    Don  Paolo  Far  salt  in  piedi e abbracci l'oratore.  Di Leyn si
    affisava in lui con occhi  accesi  di  entusiasmo.  Dane,  Selva,  don
    Clemente,  l'altro frate tacevano,  imbarazzati sentendo, specie i tre
    ecclesiastici,  che Minucci era trascorso troppo,  che  le  sue  frasi
    sulla estensione e la intensit della fede,  sul timore di Pietro, non
    erano misurate,  che tutta la intonazione del suo discorso  era  stata
    troppo  bellicosa e non si accordava n col mistico esordio di Dane n
    con le parole usate da Selva  a  delineare  il  carattere  dell'unione
    proposta.  L'abate  di Ginevra non aveva levato un momento dal viso di
    Minucci,  mentr'egli parlava,  i suoi piccoli occhi brillanti.  Guard
    l'amplesso di don Paolo con un misto di ironia e di piet, poi si alz
    in piedi:
    Sta  bene diss'egli.  Io non so se il mio amico Dane in particolare
    divida le opinioni del  signore.  Veramente  ne  dubito  un  poco.  Il
    signore  ha  nominato  Pietro.  Ecco,  mi pare che qui ci si dispone a
    uscire dalla barca di Pietro sperando  forse  di  camminare  sopra  le
    onde.  Io dico umilmente che non ho fede abbastanza e andrei subito al
    fondo.  Io  intendo  di  restare  nella  barca  e  forse  tutt'al  pi
    adoperarvi qualche piccolo remo secondo la mia intenzione, perch come
    ha detto il signore,  sono molto pauroso.  E' dunque necessario che ci
    separiamo e non mi resta che a domandarvi perdono di essere venuto. Ho
    anche bisogno di una piccola passeggiata per la mia vile digestione. -
    Caro  amico  soggiunge   rivolgendosi   a   Dane,   ci   ritroveremo
    all'"Aniene".
    E  mosse  verso  Selva con la mano stesa per accomiatarsi.  Subito gli
    furono tutti attorno,  meno don Paolo e  Minucci,  per  non  lasciarlo
    partire.  Egli  insisteva  tranquillo,  arrestava  ora  con  un gelido
    sorrisetto, ora con una parolina graziosamente sarcastica,  ora con un
    gesto  elegante  gli  assalitori troppo veementi.  Di Leyn si volt a
    Far,  gli accenn di unirsi agli altri;  ma il focoso don  Paolo  gli
    rispose  con  una  violenta  spallata,  con  una  smorfia di fastidio.
    Intanto dal gruppo che attorniava il Marinier una voce toscana si alz
    sopra le altre:
    Sia bono!  Non si  ancora deciso niente!  Aspetti!  Io non ho ancora
    detto la mia!
    Era  il  padre Salvati,  scolopio,  che aveva parlato;  un vecchio dai
    capelli candidi, dal volto rubizzo, dagli occhi vivaci.
    Non si   ancora  deciso  niente!  ripet.  Io,  per  esempio,  per
    l'unione ci sto ma io vorrei una cosa e i discorsi che si son fatti me
    ne   arieggiano   un'altra.   Progresso   intellettuale,   sta   bene;
    rinnovamento delle formole della fede secondo vogliono  i  tempi,  sta
    bene; riforma cattolica, benissimo! Io sto con Raffaello Lambruschini,
    che era un grand'omo;  io sto con i "Pensieri di un solitario"; ma per
    il signor professore Minucci il carattere della riforma  mi  pare  che
    avrebbe a essere sopra tutto intellettuale, e questo, scusate...
    Qui Dane alz la sua bianca, piccola mano di dama.
    Permetta,  padre diss'egli.  Il mio caro amico Marinier vede che si
    ritorna a discutere. Io lo prego di rimettersi a sedere.
    L'abate lev un poco le ciglia in  su,  mise  un  sospiro  scettico  e
    obbed.  Gli altri sedettero pure,  soddisfatti. Non si fidavano della
    discrezione dell'abate,  sarebbe stato un grosso guaio  ch'egli  fosse
    partito "ab irato". Il padre Salvati riprese a parlare.
    Egli  era  contrario  a  che  s'imprimesse  al movimento riformista un
    carattere sopra tutto intellettuale, non tanto per il pericolo di Roma
    quanto per il  pericolo  di  turbare  nella  loro  fede  semplice  una
    quantit   immensa  di  anime  tranquille.   Voleva  che  l'Unione  si
    proponesse anzi  tutto  una  grande  opera  morale,  il  richiamo  dei
    credenti alla pratica della parola evangelica.  Illuminare i cuori era
    secondo lui il primo dovere di uomini,  che  aspiravano  a  illuminare
    gl'intelletti.   Evidentemente  non  importava  tanto  di  trasformare
    secondo un ossequio razionale la fede cattolica nella  Bibbia,  quanto
    di  rendere  effettiva  la  fede  cattolica  nella  parola  di Cristo.
    Bisognava dimostrare che generalmente dai fedeli si onora  Cristo  con
    le  labbra  ma  che  il cuore del popolo  lontano da lui;  dimostrare
    quanto posto sia lasciato agli egoismi da certe  piet  fervorose  che
    credono santificarsi...
    Qui don Paolo e Minucci brontolarono:
    Questo non c'entra.
    Il  Salvati esclam che c'entrava benissimo e che avessero la bont di
    aspettare.  Continu a dire di un pervertimento generale nel  concetto
    del  dovere  cristiano intorno alla ricerca e all'uso della ricchezza,
    pervertimento difficilissimo a raddrizzare perch indurato da secoli e
    secoli nelle coscienze cristiane con la piena complicit del clero.
    Il tempo,  signori esclam  il  vecchio  frate,  domanda  un'azione
    francescana.  Ora io non ne vedo segno.  Vedo antichi Ordini religiosi
    che non hanno pi forza di agire sulla Societ.  Vedo  una  Democrazia
    Cristiana  amministrativa  e  politica  che  non  ha  lo spirito di S.
    Francesco,  che non ama la santa Povert.  Vedo una societ  di  studi
    francescani;   trastulli  intellettuali!  Io  intenderei  che  noi  si
    provvedesse all'azione francescana.  Dico  se  si  vuole  una  riforma
    cattolica!
    Ma come? domand Far. Minucci brontol seccato:
    Non  questo.
    Selva  sentiva  disgregarsi  le  anime  che si erano unite in un primo
    slancio.  Sentiva  che  Dane,   Minucci,   probabilmente  anche  Far,
    intendevano,   com'egli   stesso  intendeva,   iniziare  un  movimento
    intellettuale e che quella divampata francescana era  venuta  fuor  di
    tempo  e fuor di luogo.  Era tanto pi inopportuna quanto pi calda di
    verit viva.  Perch molta verit c'era senza dubbio nelle parole  del
    padre  Salvati,  egli  lo  riconosceva,  egli  che  si  era  pi volte
    dibattuto nel pensiero il dubbio se non convenisse promovere,  per  il
    bene  della Chiesa,  un'azione piuttosto morale che intellettuale.  Ma
    egli non sentiva in s attitudini all'apostolato francescano e non  le
    vedeva negli amici suoi,  neppure nel pi ardente,  Andrea Minucci, un
    solitario,  un asceta schivo della folla come lui,  Selva.  Le ragioni
    del  Salvati  valevano a guastare e non a edificare.  Giovanni sentiva
    segrete ironie  andare  al  Marinier  e  anche  al  Dane,  di  cui  si
    conoscevano  i  gusti poco francescani,  il palato difficile,  i nervi
    delicati,  gli affetti dati a cagnolini e a pappagalli.  Se si  voleva
    riescire a qualche cosa, conveniva correre al riparo.
    Mi  perdoni  diss'egli il carissimo padre Salvati se io gli osservo
    che il suo discorso, tanto caldo di spirito cristiano,  intempestivo.
    Mi pare  ch'egli  consenta  con  noi  nel  desiderio  di  una  riforma
    cattolica.  Stasera  non   davanti a noi che una proposta;  quella di
    promuovere una specie di Lega fra quanti hanno  lo  stesso  desiderio.
    Ora decidiamo questo!
    Lo scolopio non si arrese. Non poteva comprendere una Lega inattiva, e
    un'azione secondo le idee degli intellettuali non gli piaceva. L'abate
    ginevrino esclamo:
    "Je l'avais bien dit!"
    E  si  alz  per  andarsene davvero,  stavolta.  Selva non lo permise,
    propose di sciogliere la seduta,  pensando di richiamare l'indomani  o
    pi tardi il professore Dane, Minucci, di Leyn, Far. Con Salvati non
    c'era  niente a fare ed era meglio lasciar partire Marinier dandogli a
    credere che tutto fosse  andato  a  monte.  Minucci  indovin  il  suo
    pensiero e tacque, l'inconsiderato don Paolo non cap nulla e strepit
    che si doveva deliberare, votare subito.
    Selva,  e,  per  ossequio  a  Selva,  di  Leyn,  lo fecero aspettare.
    Fremeva,  per;  fremeva contro lo svizzero,  sopra tutto.  Dane e don
    Clemente  erano  poco  soddisfatti,  quale per una ragione,  quale per
    un'altra.  Dane era molto irritato in cuor suo contro  Marinier  e  si
    doleva di averlo portato con s,  don Clemente avrebbe voluto dire che
    le parole del padre Salvati erano state molto  belle  e  sante  e  non
    intempestive  perch  anzi  era  bene che ciascuno lavorasse giusta la
    vocazione propria,  gl'intellettuali per una via,  i  francescani  per
    un'altra.  Colui  che  chiama  provvederebbe a coordinare l'azione dei
    chiamati;  le diverse vocazioni potevano benissimo stare insieme nella
    Lega.  Avrebbe  voluto  dire cos ma non fu pronto;  lasci passare il
    momento,  anche per verecondia intellettuale,  per paura  di  non  dir
    bene,  per  un  riguardo verso Selva,  che desiderava evidentemente di
    troncare. E fu troncato, tutti si alzarono, uscirono sulla terrazzina,
    meno Dane e Giovanni.

    L'abate Marinier intendeva recarsi l'indomani a Santa Scolastica e  al
    Sacro Speco;  poi,  forse,  ritornare a Roma per Olevano e Palestrina,
    una via nuova per lui. Chi gliela poteva indicare di l? Gliela indic
    don Clemente.  Era la stessa che aveva percorso  venendo  da  Subiaco.
    Passava l sotto,  valicava l'Aniene poco pi a sinistra, sul ponte di
    San Mauro,  volgeva a destra saliva verso  i  monti  Affilani,  l  di
    fronte.  L'aria veniva, odorata di boschi, dalla gola stretta ond'esce
    il fiume sonoro sotto i Conventi.  Il cielo  era  coperto,  salvo  sul
    Francolano.  L  sopra  il  gran  monte  nero  tremolavano due stelle.
    Minucci le mostr a di Leyn.  Guardi diss'egli quelle due stelline
    come  sfavillano!  Dante le direbbe le fiammelle di San Benedetto e di
    Santa Scolastica che sfavillano vedendo nell'ombra un'anima simile  ad
    esse.
    Voi parlate di Santi? fece Marinier,  accostandosi. Io ho domandato
    poco fa se avete un Santo e vi ho augurato di possederne  uno.  Queste
    sono figure oratorie,  perch so bene che non le avete.  Se lo aveste,
    il vostro Santo sarebbe subito ammonito dalla questura  o  spedito  in
    China dalla Chiesa.
    Ebbene? rispose di Leyn. E se fosse ammonito?
    Se fosse ammonito oggi, sarebbe imprigionato domani.
    Ebbene? replic il giovane. E San Paolo, signor abate?
    Eh, mio caro, San Paolo, San Paolo...!
    Con questa reticenza l'abate Marinier intendeva probabilmente dire che
    San  Paolo  era  San  Paolo.  L'altro  pens  invece  che Marinier era
    Marinier.  Don Clemente osserv che neppure tutti i Santi si  potevano
    mandare in China. Perch non sarebbe laico il futuro Santo?
    Questo lo credo esclam il padre Salvati.
    Invece  l'entusiasta  don  Far  si  teneva  certo  che  sarebbe Sommo
    Pontefice. L'abate rise. Idea semplice ed eccellente diss'egli.  Ma
    io sento la carrozza che viene a pigliarci, Dane, me e chi vuol venire
    con noi a Subiaco per cui vado a congedarmi dal signor Selva.
    Si  chin  dal  parapetto a cogliere una frondetta dell'olivo piantato
    nel terrazzo del piano inferiore.
    Dovr presentargli questo disse.  E anche a Loro signori soggiunse
    con un gesto grazioso, sorridendo. E usc della terrazza.
    Si ud infatti,  gi nella strada, il rumore di un legno a due cavalli
    che,  venendo da Subiaco,  gir lo scoglio sul  quale  la  villetta  
    assisa  e  si  ferm  davanti al cancello.  Pochi momenti dopo vennero
    nella terrazza  Maria  Selva  e  Dane  col  suo  gran  pastrano  e  il
    grandissimo cappello nero a cencio. Seguivano Giovanni e l'abate.
    Chi viene con noi? disse Dane.
    Nessuno parl.  S'intesero, sul rumore fondo dell'Aniene, voci e passi
    che  salivano  dal  cancello  verso  la  villa.   Minucci  che   stava
    sull'angolo di levante della terrazza, guard e disse:
    Signore. Due signore.
    Maria trasal.  Due signore? diss'ella. Balz al parapetto, vide due
    figure chiare che salivano lentamente, facevano allora la prima svolta
    del ripido viottolo.  Non era possibile distinguerne le  forme,  erano
    ancora  troppo  gi  e  faceva  troppo  scuro.  Giovanni  osserv  che
    probabilmente si  trattava  di  persone  dirette  al  primo  piano,  a
    visitare   i   padroni   di   casa.   Il   professore   Dane   sorrise
    misteriosamente.
    Potrebbero venire anche al secondo diss'egli. Maria esclam:
    Lei sa qualche cosa! e grid abbasso:
    "Noemi! est-ce vous?"
    La voce limpida di Noemi rispose:
    "Oui, c'est nous!"
    Si ud un'altra voce femminile dirle forte:
    Che bambina! Dovevi tacere!
    Maria mise un piccolo grido di gioia e  disparve,  corse  gi  per  la
    scala a chiocciola.
    Lei  sapeva,  professore Dane? fece Selva.  S,  Dane sapeva,  aveva
    veduto a Roma la signora Dessalle,  conosciuta da lui nella sua  villa
    del Veneto,  nella villa degli affreschi del Tiepolo. Suo fratello, il
    signor Carlino Dessalle,  era rimasto a Firenze.  Lei e  la  signorina
    d'Arxel  volevano fare una sorpresa,  gli avevano proibito di parlare.
    Il nome Dessalle richiam alla mente di Selva,  in un  baleno,  quello
    cui subito non aveva pensato,  la presenza di don Clemente,  il dubbio
    che fosse lui l'amante scomparso di quella signora,  la  necessit  di
    evitare  un  incontro  che  poteva  essere  terribile  per l'una e per
    l'altro.  Del  colloquio  fra  sua  moglie  e  il  padre  non  sapeva,
    naturalmente. Intanto si ud scender di corsa il sentiero, poi suonare
    le esclamazioni e i saluti festosi. Dane, inquieto per la troppo lunga
    fermata sulla terrazza,  propose di scendere.  Quelle signore si erano
    certo servite della carrozza che  veniva  a  prender  lui!  Anche  don
    Clemente  pareva  molto inquieto.  Selva si affrett,  dissimulando la
    commozione propria, di prenderlo a braccetto.
    Se Lei non vuole imbarazzarsi con signore  diss'egli  venga  subito
    con  me  che  La  faccio  passare dal casino per il sentiero alto. Il
    padre  parve  contentissimo,  i  due  partirono  in  gran  fretta,  il
    benedettino senza nemmeno salutare.
    E'  anche  tardi  diss'egli.  Ho  detto all'abate,  chiedendogli il
    permesso, che sarei ritornato alle nove e mezzo.
    Scesero a precipizio la scala a chiocciola;  ma,  quando uscirono  sul
    piazzaletto  delle  robinie,  Jeanne  Dessalle,  vi  metteva  il piede
    dall'altro capo con Maria e Noemi.
    Non  era  tanto  buio,  sotto  le  robinie,   che  Maria  non  potesse
    riconoscere  suo marito e don Clemente nelle due ombre che uscivano di
    casa  sua.  Ella  che  a  fianco  di  Jeanne  precedeva  sua  sorella,
    prontamente  pieg  e  fece  piegare a destra la sua vicina,  verso il
    piccolo casino ch' un'appendice della villa,  voltando  le  spalle  a
    questa.   Dal  canto  suo,   Selva,  vedendo  l'atto  di  sua  moglie,
    prontamente sussurr al padre:
    Scenda diritto, subito!
    Ma non valse.
    Non valse perch Noemi,  meravigliata di veder sua sorella svoltare  a
    destra,  si ferm esclamando: Dove andate? e don Clemente, forse per
    aver veduta questa signora  ferma  sulla  via,  invece  di  passare  e
    scendere,  and  a raccogliere l'ortolano che lo attendeva nell'angolo
    pi oscuro del piazzaletto,  dove il fianco della casa s'incontra  col
    monte.  Chiam  Benedetto!  e  si  volse  a  Selva.  Se lei volesse
    mostrargli il campicello? Giovanni rispose: A quest'ora? mentre sua
    moglie diceva piano a Noemi: C' forestieri che  partono,  lasciamoli
    passare,  restiamo  qui  al casino. Ella le accenn in pari tempo del
    capo cos risolutamente che la Dessalle se ne avvide,  pens  tosto  a
    qualche mistero.
    Perch  disse.  Sono terribili? E rallent il passo.  Invece Noemi
    che aveva afferrato l'intenzione della sorella,  non per  le  ragioni
    occulte,  mise  troppo  zelo a secondarla,  abbracci alla vita le due
    compagne,  le spinse verso il casino.  Jeanne Dessalle  ebbe  un  moto
    istintivo di ribellione,  si volt di botto dicendo: Che fai?,  vide
    Selva che veniva alla loro volta e che  subito  salut  allargando  le
    braccia,   come   per  nascondere  don  Clemente,   il  quale  seguito
    dall'ortolano,  pass frettolosamente a cinque passi da Jeanne,  prese
    la discesa.
    Noemi,  che  al  saluto  di suo cognato si era pure voltata,  corse ad
    abbracciarlo.  Intanto Selva si compiacque di vedere che don  Clemente
    era sfuggito all'incontro.  Selva,  scioltosi dall'abbraccio di Noemi,
    stese la mano a Jeanne,  che non se ne avvide e  mormor,  trasognata,
    qualche  incomprensibile  parola  di saluto.  In quel momento uscirono
    dalla villa Dane, Marinier, Far,  di Leyn,  il padre Salvati.  I due
    Selva  mossero  loro  incontro,  lasciando  Noemi  e  la  Dessalle  ad
    aspettare in disparte.  I saluti di commiato furono abbastanza lunghi.
    Dane  desiderava  salutare anche la Dessalle.  Maria non la scorse pi
    dove l'aveva lasciata, suppose che lei e Noemi fossero entrate in casa
    girando alle  loro  spalle,  s'incaric  dei  saluti  del  professore.
    Finalmente quando i cinque discesero, accompagnati da Giovanni, si ud
    chiamare da Noemi:
    Maria!
    Un  accento  particolare  nella  voce  della  sorella  le disse ch'era
    accaduto qualche cosa. Accorse;  la signora Dessalle,  seduta sopra un
    fascio   di   legna,   nell'angolo   lasciato   cinque   minuti  prima
    dall'ortolano di Santa Scolastica,  ripeteva con voce debole: Niente,
    niente,  niente,  adesso  entriamo,  adesso  entriamo.  Noemi,  tutta
    palpitante,  raccont che l'amica si era sentita mancare a  un  tratto
    mentre  quei  signori  discorrevano e che a lei era appena riuscito di
    trarla fino a quel fascio di legna.
    Andiamo, andiamo ripet Jeanne e si sforz di alzarsi,  si trascin,
    sorretta  dalle altre due,  fino all'uscio della villa,  sedette sullo
    scalino, aspettando un po' d'acqua che poi assaggi appena.  Altro non
    volle  e  presto  si rimise tanto da poter salire,  adagio adagio,  le
    scale. Si scusava ad ogni sosta e sorrideva; ma la fantesca che saliva
    innanzi col lume,  a ritroso,  venne quasi meno  ella  stessa  vedendo
    quegli occhi smarriti,  quelle labbra bianche, quel terribile pallore.
    La condussero al canap del  salottino;  e  l,  dopo  un  momento  di
    silenzioso abbandono a occhi chiusi, ella pot dire alla signora Selva
    sorridendo  ancora,  ch'erano  effetti  di anemia e che c'era avvezza.
    Noemi e Maria si parlarono piano fra loro.  Jeanne intese le parole a
    letto e assent del capo con uno sguardo di gratitudine.  Maria aveva
    disposto per lei e per Noemi la migliore camera del piccolo  alloggio,
    la  camera d'angolo opposta allo studio di Giovanni,  dall'altra parte
    del corridoio.  Mentre Jeanne vi si avviava stentatamente a braccio di
    Noemi,  ritorn  Selva  che  aveva  accompagnato  gli  amici  sino  al
    cancello. Sua moglie ne ud il passo sulla scala,  gli scese incontro,
    lo trattenne. Si parlarono al buio, sottovoce. Era dunque lui, ma come
    lo  aveva riconosciuto?  Eh,  Giovanni aveva ben cercato di frapporsi,
    nel momento pericoloso,  fra la signora e don Clemente,  il padre  era
    anche passato quasi di corsa,  ma egli aveva sospettato subito, perch
    la Dessalle non aveva quasi risposto al  suo  saluto,  non  gli  aveva
    stesa  la mano,  era rimasta come una statua.  Anche il padre,  quando
    aveva udito sulla terrazza ch'era arrivata la signora Dessalle, si era
    mostrato inquieto;  poi aveva mostrato un vivo desiderio di  evitarla;
    si era per serbato molto padrone di s.  Oh s,  molto padrone di s!
    Questo era pure il giudizio di Maria che raccont il suo colloquio con
    lui,  li in fondo alla scala.  Marito e  moglie  salirono  lentamente,
    compresi  di quello straordinario dramma,  di quel dolor mortale della
    povera donna,  dell'impressione terribile che  doveva  aver  riportato
    anche lui,  dopo tutto,  della notte che passerebbero l'uno e l'altra;
    pensosi di quel che accadrebbe l'indomani, di quel che farebbe lui, di
    quel che farebbe lei.
    Per queste cose  bene di pregare, non  vero? disse Maria.
    S, cara,   bene.  Preghiamo ch'ella sappia donare il suo amore e il
    suo dolore a Dio rispose suo marito.
    Entrarono,  tenendosi per mano, nella camera nuziale, divisa in due da
    un cortinaggio pesante.  Si affacciarono alla  finestra  guardando  il
    cielo, pregarono silenziosamente. Un alito di tramontana pass come un
    lamento  per  la  quercia  che  pende  sulla piccola Santa Maria della
    Febbre.
    Povera creatura! disse Maria.  Parve a lei e a suo marito di  amarsi
    anche  pi teneramente del solito e tuttavia sentirono ambedue,  senza
    dirselo che qualche cosa li tratteneva dal bacio dell'amore.

    Jeanne, appena Noemi ebbe chiuso dietro a s l'uscio della loro camera
    le si avvinghi al collo, ruppe in singhiozzi irrefrenabili. La povera
    Noemi avendo compreso, per l'effetto vedutone, che quell'ecclesiastico
    passato in fretta davanti all'amica sua era Maironi,  si struggeva  di
    piet.  Disse parole della pi ardente,  della pi soave tenerezza con
    la voce di chi blandisce un bambino che soffre. Jeanne non rispondeva,
    singhiozzava sempre.
    E' quasi meglio, cara si arrischi a dire Noemi,  quasi meglio che
    tu sappia, che tu non possa illuderti;   quasi meglio che tu lo abbia
    veduto con quell'abito!
    Stavolta ud rispondersi fra i singhiozzi, tanti appassionati no, no
    cos  strani  nel  loro  impeto  quasi  non  doloroso,  che  ne rimase
    interdetta. Riprese quindi i suoi conforti ma pi timidamente.
    S, cara, s, cara, perch non essendoci pi rimedio...
    Jeanne alz il viso tutto lagrimoso.
    Non capisci che non  lui? diss'ella. Noemi si sciolse,  stupefatta,
    dalle sue braccia.
    Come, non  lui? Tutto questo perch non  lui?
    Ancora  Jeanne  le  si  lanci  al  collo.  Non  quel frate che mi 
    passato davanti disse fra i singhiozzi  l'altro!
    Chi, l'altro?
    Quell'uomo che lo seguiva, che  partito con lui!
    Noemi neppure se n'era accorta,  di quest'uomo.  Jeanne le strinse  il
    collo da soffocarla, con un riso convulso.











    Capitolo terzo.
    NOTTE DI TEMPESTE.

    Nello  scendere  al cancello della villa don Clemente si domandava con
    ansia segreta: l'avr riconosciuta o no? e se l'ha riconosciuta, quale
    impressione gli avr fatto?  Giunto al cancello,  si volt a colui che
    aveva chiamato Benedetto, gli scrut il viso, un viso scarno, pallido,
    intellettuale.  Non  vi  lesse  turbamento.  Quegli occhi lo fissavano
    attoniti, quasi dicendo: perch mi guarda?  Il monaco pens: forse non
    l'ha  riconosciuta  o  forse non suppone che io sappia del suo arrivo.
    Pass il  braccio  sotto  quello  del  compagno,  pigli,  tenendoselo
    stretto  senza  parlare,  a  sinistra,  verso la fragorosa gola oscura
    dell'Aniene.  Fatti pochi passi sotto gli alberi che fiancheggiano  la
    via, gli disse: Non mi domandi della riunione? con maggiore dolcezza
    che le parole indifferenti non comportassero. Quegli rispose:
    S, mi racconti.
    La  voce era fioca e vuota di desiderio.  Don Clemente si disse: L'ha
    riconosciuta e parl  della  riunione  come  persona  preoccupata  di
    altro,  senza calore,  senza cura di particolari; n fu interrotto mai
    dal compagno con domande o commenti.
    Ci si  sciolti diss'egli senza conchiuder nulla, anche perch sono
    arrivati dei forestieri.  Cos non ho potuto nemmeno  combinar  niente
    per te col signor Giovanni.  Ma domani,  o tutti o in parte, credo che
    ci riuniremo  ancora.  E  tu  soggiunse  esitante,  sei  disposto  a
    ritornare o non sei disposto?
    Benedetto  rispose  nel  medesimo  tono  sommesso  di  prima  e sempre
    camminando:
    Le forestiere che ho vedute, restano?
    Don Clemente gli strinse il braccio forte forte.
    Non so diss'egli. E soggiunse con un'altra stretta, commosso:
    Se avessi saputo...!
    Benedetto aperse la bocca per parlare ma  si  trattenne.  Procedettero
    cos  in  silenzio  verso le due nere fronti della gola fragorosa,  e,
    lasciata la strada maestra volgente a cavalcar l'Aniene sul  ponte  di
    San Mauro,  presero la mulattiera dei Conventi che sale alla fronte di
    sinistra.  L in faccia l'obliquo scoglio enorme parve a don Clemente,
    in  quel momento,  simbolo minaccioso di una demoniaca forza ferma sul
    cammino di Benedetto;  come gli  parve  minacciosa  simbolicamente  la
    cresciuta  oscurit,  minaccioso il cresciuto rombo profondo del fiume
    nella solitudine.
    Passato l'Oratorio di San Mauro,  dove la mulattiera dei Conventi gira
    a  sinistra,  sul  fianco  del monte,  verso la Madonnina dell'Oro,  e
    un'altra mulattiera entra diritta alla gola per i ruderi  delle  Terme
    neroniane, Benedetto si sciolse dolcemente dal braccio del monaco e si
    ferm.
    Senta,  padre diss'egli. Avrei bisogno di parlarle. Forse un poco a
    lungo.
    S, caro, ma  tardi. Entriamo nel monastero.
    Benedetto abitava nell'Ospizio dei pellegrini,  la casa  rustica  dove
    sono  anche  le  stalle  di  Santa  Scolastica,  a cui si accede da un
    cortile che comunica per un cancello grande colla via pubblica  e  per
    un  cancello  piccolo  con  il corridoio del monastero,  che dalla via
    pubblica mette alla chiesa e al secondo del tre chiostri.
    Non vorrei entrare nel monastero, stanotte, padre mio diss'egli.
    Non vorresti entrare?
    Altre volte Benedetto,  nei tre anni passati al  servizio  libero  del
    monastero,  aveva  ottenuto da don Clemente licenza di passar la notte
    fuori,  sulla montagna pregando.  Il Maestro  pens  tosto  che  fosse
    giunto  per il discepolo uno di quei terribili cimenti interni che gli
    facevano fuggire il povero giaciglio e le ombre chiuse,  complici  del
    Maligno nel martoriargli la immaginazione.
    Mi ascolti, padre disse Benedetto.
    Il  suo accento fu cos fermo,  signific a don Clemente tanta gravit
    di prossime  parole,  che  questi  non  credette  di  dover  insistere
    sull'ora  inoltrata.  Uditi  in  alto  zoccoli  ferrati di cavalcature
    scendere alla loro volta,  i due uscirono sul breve piano  erboso  che
    porta  umili  avanzi  delle  magnificenze  neroniane incontro ad archi
    sperduti nel carpineto selvaggio dell'altra sponda,  membra  un  tempo
    delle uniche Terme,  cui ora divide in profondo il pianto dell'Aniene.
    Sopra  quegli  archi  era  la  dimora  del  prete  diabolico  e  delle
    peccatrici  insidianti  ai  figli di san Benedetto.  Il monaco pens a
    Jeanne Dessalle. L in fondo alla gola, alte sopra il monte Preclaro e
    il monte di Jenne Vecchio,  splendevano le due stelle di  cui  si  era
    parlato sulla terrazza dei Selva come di luci sante.
    Aspettarono  che  passassero  le  cavalcature.   Passate  che  furono,
    Benedetto  abbracci  il  suo  maestro  in  silenzio.   Don  Clemente,
    sorpreso,  sentendolo scosso da tremiti,  da sussulti, immaginando che
    lo avesse turbato cos la vista di quella signora, gli ripeteva:
    Coraggio,  caro,  coraggio,  questa  una prova  che  il  Signore  ti
    manda.
    Benedetto gli mormor:
    Non  quello che Lei pensa.
    E,  ricomposto,  preg  il  Maestro di sedere sopra un rudero al quale
    egli  stesso,  postosi  ginocchioni  sull'erba,  appoggi  le  braccia
    incrociate.
    Da  questa  mattina  diss'egli io ho segni di una volont nuova del
    Signore,  a mio riguardo,  senza ch'io possa intendere quale.  Ella sa
    cosa  mi   avvenuto tre anni sono in quella piccola chiesa dove stavo
    pregando mentre la mia povera moglie era per morire.
    Vuoi parlare della tua Visione?
    No,  prima della Visione,  tenendo chiusi gli occhi,  mi  sono  lette
    nelle palpebre le parole di Marta: MAGISTER ADEST ET VOCAT TE.  Questa
    mattina, mentre Lei celebrava, all'Elevazione,  mi sono vedute nel mio
    interno  le  stesse  parole.  Ho  creduto  a  un ritorno automatico di
    ricordi.  Dopo la Comunione ebbi un momento di  ansia,  parendomi  che
    Cristo mi dicesse nell'anima: non intendi,  non intendi,  non intendi?
    Passai la giornata  in  un'agitazione  continua,  bench  cercassi  di
    affaticarmi pi del solito nell'orto.  Nel pomeriggio stetti un poco a
    leggere  sotto  il  leccio  dove  si  raccolgono  Loro  padri.   Avevo
    Sant'Agostino:  "De opere monachorum".  Passa gente sulla strada alta,
    discorrendo forte.  Io alzo  il  viso,  meccanicamente.  Poi,  non  so
    perch,  invece di riprendere la lettura,  chiudo il libro, mi metto a
    pensare.  Pensavo a quello che scrive Sant'Agostino del lavoro manuale
    dei monaci,  pensavo alla Regola di san Benedetto,  a Ranc, e come si
    potrebbe ritornare, nell'Ordine benedettino,  al lavoro manuale.  Poi,
    in  un  momento  di stanchezza,  avendo per in cuore quella grandezza
    immensa di Sant'Agostino,  ho creduto proprio di udire una voce  dalla
    strada alta: MAGISTER ADEST ET VOCAT TE. Sar stata un'illusione, sar
    stato per Sant'Agostino,  per un ricordo inconscio del "Tolle,  lege",
    non dico di no,  ma intanto tremavo,  tremavo come una  foglia.  E  mi
    venne questo dubbio pauroso: che il Signore mi voglia monaco?  Ella lo
    sa, padre mio, perch gliel'ho detto ancora forse due o tre volte, che
    questo si accorderebbe con la fine della mia Visione,  almeno  in  una
    cosa.  Le  ho  per anche detto,  quando Lei mi consigliava,  come don
    Giuseppe Flores,  di non credere nella Visione,  che  appunto  per  me
    questa  era  una  ragione  di  non crederci,  non solo perch mi sento
    indegno  di  essere  sacerdote,   ma  pi  ancora  perch  mi  ripugna
    stranamente di entrare in qualsiasi Ordine religioso.  Per,  se Iddio
    me lo imponesse!  Se questa grande ripugnanza fosse appunto una prova!
    Volevo  parlarle  quando siamo andati dai Selva,  ma Lei aveva fretta,
    non era possibile. L, su quel fascio di legne,  sotto quelle robinie,
    ho avuto l'ultimo colpo.  Ero stanco, tanto stanco, e mi sono lasciato
    vincere dal sonno per cinque minuti.  Ho sognato che camminavo con don
    Giuseppe Flores sotto le arcate del cortile pensile di Praglia. Io gli
    dicevo  piangendo: "Ecco,   stato qui".  E don Giuseppe mi rispondeva
    con tanto affetto: "S, ma non pensi a questo, pensi che il Signore La
    chiama". E io replicavo: "Ma dove, dove mi chiama?" con tanta angoscia
    che mi svegliai.  Udii una voce dall'alto della casa.  Si rispose  dal
    fondo  del  giardino,  in  francese.  Vidi una signora uscire correndo
    dalla villa,  udii i saluti  che  si  scambiarono  lei  e  le  persone
    arrivate,  distinsi quella voce. Subito non la riconobbi con certezza,
    ma poi, siccome le voci si avvicinavano, non dubitai pi. Era lei. Per
    un attimo sbigottii, ma fu proprio un attimo. Mi si fece una gran luce
    nella mente.
    Benedetto alz il viso e le mani giunte.  La voce  gli  s'infiamm  di
    ardore mistico.
    "Magister  adest" diss'egli.  Comprende?  Il Divino Maestro era con
    me,  non avevo niente a temere,  padre mio.  E non temetti niente,  n
    lei,  n me. La vidi montare sul piazzaletto. Il mio sentimento fu: se
    c'incontriamo soli  le  parler  come  a  una  sorella,  le  domander
    perdono, Iddio mi dar forse per lei una parola di verit, le mostrer
    di sperare per l'anima sua e di non temere per la mia!
    Don Clemente non pot a meno d'interromperlo.
    No  no no,  figlio mio diss'egli,  quasi atterrito,  prendendogli il
    capo a due mani,  pensando appunto  come  avrebbe  potuto  evitare  un
    simile  incontro,  come  allontanare  Benedetto.  I  Selva,  i  Selva!
    Bisognava avvertire i Selva.
    Comprendo che Lei mi dica cos riprese Benedetto affannosamente  ma
    se  la incontro,  non devo io cercare di metterla a parte del mio bene
    come cercai di metterla a parte del male?  E non mi ha  insegnato  Lei
    che  l'amare  Dio  sopra  ogni  cosa e il pensar solamente alla salute
    dell'anima propria non possono andare insieme?  Che quando si ama  non
    si  pensa  mai  a  s?  Che  si  desidera  solamente  fare  la volont
    dell'amato e si vorrebbe che tutti la facessero?  Che in  questo  modo
    uno  si  salva certo e che chi ha sempre in mente la salute dell'anima
    propria arrischia di perderla?
    Bene bene bene, caro rispose il padre, accarezzandogli la testa. Tu
    intanto domani vai a Jenne e ci stai fino a che non ti richiamo io. Ti
    do una lettera per l'arciprete,  ch' una buona persona,  e  stai  con
    lui. Hai capito? E adesso andiamo al monastero perch  tardi.
    Si alz e fece alzare Benedetto.
    Sopra  il  loro  capo  l'orologio  di Santa Scolastica suonava le ore.
    Erano dieci?  Erano undici?  Don Clemente non  le  aveva  contate  dal
    principio  e  temeva  il  peggio,  aveva  perduta,  per  tante diverse
    emozioni, la misura del tempo. Che andava mai a capitare!  Chi avrebbe
    previsto?   E  che  accadrebbe  ora?   Uscirono  del  piano  erboso  e
    s'incamminarono  per  la  ripida,  sassosa  mulattiera,  don  Clemente
    davanti,  Benedetto alle sue spalle,  ambedue con l'anima in tempesta,
    silenziosi,  rispondendo ai loro pensieri la scura  voce  dell'Aniene.
    Ecco,  ad una svolta,  i lumi lontani di Subiaco. Pochi, sono forse le
    undici! In breve l'angolo nero del recinto di Santa Scolastica sorge a
    fronte dei viandanti. Per quali occulte vie,  pensa Benedetto,  non lo
    ha condotto Iddio dalle logge di Praglia,  dove Jeanne lo ha tentato e
    vinto,  a questa faticosa salita nelle tenebre,  verso un altro  luogo
    santo, con lei vicina e il cuore fondato in Cristo! Intanto le ragioni
    della  prudenza  pratica,   prementi,  in  quella  distretta,  su  don
    Clemente,  e le ragioni della  santit  ideale  insegnate  da  lui  al
    diletto  discepolo  in tempo di calma,  si contendevano la sua volont
    non pi tanto ferma;  le prime da vicino con  violenza  imperiosa,  le
    seconde da lontano,  con la sola bellezza severa e mesta. Le due luci
    sante,  alte sopra l'angolo nero del recinto,  lo guardavano appunto,
    come gli parve,  severe e meste. Oh terra impura, pens, terra trista!
    E forse prudenza impura, prudenza trista, la prudenza terrena!
    Giunti all'angolo,  i due viandanti presero  a  sinistra  voltando  le
    spalle  al  rombo profondo dell'Aniene,  passarono davanti al cancello
    grande del monastero e,  girato l'altro canto del  recinto,  giunsero,
    per la galleria oscura che corre sotto la biblioteca, a una porticina.
    Don  Clemente suon.  C'era da aspettare alquanto perch alle nove,  o
    poco dopo, tutte le chiavi del monastero si portano all'Abate.
    Dunque mi permette chiese Benedetto di restare fuori?
    Le altre volte che il Maestro glielo aveva permesso, egli era salito a
    passar la  notte  in  preghiera  sui  greppi  nudi  del  Colle  Lungo,
    imminenti al monastero,  o su quelli del Taleo,  o su la costa petrosa
    che si taglia movendo dall'oratorio di Santa  Crocella  al  bosco  del
    Sacro Speco.  Il Maestro esit un poco, non ci aveva pi pensato. E il
    discepolo gli era parso  quel  giorno  pi  smunto,  pi  esangue  del
    consueto;  temeva  per la sua salute alquanto logora dalle fatiche del
    lavoro campestre, dalle penitenze, dal vivere disagiato. Glielo disse.
    Non pensi al mio corpo supplic il giovane, umile e ardente. Il mio
    corpo  infinitamente lontano da me!  Abbia  solo  paura  che  io  non
    faccia il possibile per conoscere la Volont Divina!
    Soggiunse  che  avrebbe  pregato  anche  per  aver  lume  circa questo
    incontro e che mai aveva sentito Iddio  come  pregando  la  notte  sui
    monti. Il Maestro gli prese il capo a due mani, lo baci in fronte!
    Va diss'egli.
    E Lei pregher per me?
    S, "nunc et semper".
    Passi nel corridoio. Una chiave gira nella toppa. Benedetto si dilegua
    come un'ombra.

    Il  buon  vecchio fra Antonio,  portinaio del monastero,  aperse,  non
    mostr di essersi atteso a vedere anche Benedetto, e con quel rispetto
    dignitoso in cui si confondevano la sua umilt d'inferiore  e  la  sua
    coscienza  di  onesto  famigliare antico,  disse a don Clemente che il
    padre Abate lo attendeva nel suo alloggio.  Don Clemente sal  con  un
    lanternino al corridoio grande dove mettevano l'alloggio dell'Abate e,
    poco discosto, la sua cella stessa.
    L'Abate,  padre Omobono Ravasio da Bergamo,  lo stava aspettando in un
    salottino male rischiarato da una  povera  lucernina  a  petrolio.  Il
    salottino,  nella  sua  severa  modestia  ecclesiastica,  non aveva di
    singolare che una tela del Morone,  bel ritratto d'uomo,  due  piccole
    tavole con teste d'angeli di maniera luinesca, un piano a coda, carico
    di musica.  L'Abate, appassionato per i quadri, la musica e il tabacco
    da fiuto,  dedicava a Mozart e a Haydn gran parte del tempo non  largo
    che gli concedevano i suoi doveri religiosi e le cure del governo. Era
    intelligente,  alquanto  bizzarro,  ricco  di  una cultura letteraria,
    filosofica e religiosa ferma sdegnosamente sul 1850. Piccolo,  canuto,
    aveva una fisonomia arguta.  Certi suoi modi orobii, certe familiarit
    ruvide  avevano  meravigliato   i   monaci,   avvezzi   alle   maniere
    squisitamente signorili del suo predecessore, nobile romano. Veniva da
    Parma ed era entrato in carica da soli tre giorni.
    Don Clemente gli s'inginocchi davanti, gli baci la mano.
    Che  mode  avete voialtri a Subiaco? disse l'Abate.  Fate venire le
    dieci alle undici?
    Don Clemente si scus. Aveva tardato per un dovere di carit.  L'Abate
    lo fece sedere.
    Figlio mio diss'egli, voi soffrite il sonno?
    Don Clemente sorrise, non rispose.
    Ebbene  riprese l'Abate voi ne avete buttato via un'ora e adesso io
    ho le mie ragioni di prendervene un altro poco. Vi devo parlare di due
    cose. Mi avete chiesto il permesso di recarvi a visitare certi signori
    Selva.  Ci siete andato?  S?  Potete dirmi di essere tranquillo nella
    vostra coscienza?
    Don Clemente fu pronto a rispondere con un lieve gesto di sorpresa:
    Eh, s!
    Bene bene bene fece l'Abate;  e fiut contento,  una grossa presa di
    tabacco.  Io non conosco questi signori Selva,  ma c' a Roma chi  li
    conosce o crede di conoscerli.  Non  uno scrittore,  il signor Selva?
    Non ha scritto di religione?  Mi figuro  che  sar  un  rosminiano,  a
    giudicare  dalla  gente  che  ce  l'ha  su  con lui;  gente indegna di
    allacciar le scarpe a Rosmini, ma intendiamoci! Rosminiani sicuri sono
    quelli di Domodossola e  non  quelli  che  hanno  moglie,  eh?  Dunque
    stasera,  dopo cena, ho ricevuto una lettera da Roma. Mi scrivono - un
    pezzo grosso,  capite,  - che appunto stasera si doveva tenere in casa
    di  questo  falso  cattolico  signor  Selva  un  conciliabolo di altri
    insetti malefici come lui,  e che probabilmente vi ci  sareste  recato
    anche voi, e che io dovevo impedirlo. Non so cosa avrei fatto, perch,
    se  parla  il  Santo  Padre,  obbedisco,  se non parla il Santo Padre,
    rifletto,  ma per vostra fortuna voi eravate gi fuori.  Del resto c'
    della  brava  gente  che  scover  qualche  eretico anche in Paradiso.
    Adesso voi mi dite che la vostra coscienza   tranquilla.  Dunque  non
    devo credere alla lettera?
    Don  Clemente  rispose che certamente a casa Selva non ci erano venuti
    n eretici,  n scismatici.  Vi si era parlato della Chiesa,  dei suoi
    mali,  di  possibili  rimedi,  ma  come  lo stesso Padre Abate avrebbe
    potuto parlarne.
    No, figlio mio rispose l'Abate. Ai mali della Chiesa e ai possibili
    rimedi non ci ho a pensar io.  Ossia,  ci posso pensare ma  non  ho  a
    parlarne  che  a Dio perch ne parli poi Lui a chi tocca.  E cos fate
    anche voi.  Tenete a mente,  figlio mio!  I mali ci sono e i rimedi ci
    saranno,  ma  questi rimedi,  chi sa?  possono essere veleni e bisogna
    lasciarli adoperare al  Grande  Medico.  Noi,  preghiamo.  Se  non  si
    credesse  alla  comunione  dei  Santi,  cosa  si  starebbe  a fare nei
    monasteri? E in quella casa,  figlio mio,  per la nostra pace,  non ci
    ritornare! Non me lo chiedere pi!
    Passando  paternamente  cos dal "voi" al "tu",  l'Abate pos una mano
    affettuosa sulla spalla del suo monaco afflitto di non poter  rivedere
    quei  buoni  amici  e  anche  particolarmente di non potere l'indomani
    mattina conferire col signor Giovanni,  avvertirlo  del  pericolo  che
    correva Benedetto, avvisare insieme al riparo.
    Sono cristiani aurei diss'egli con voce sommessa, dolente.
    Lo  credo  rispose  l'Abate.  Credo  che  saranno migliori assai di
    questi zelanti che scrivono di queste lettere.  Vedi  che  non  faccio
    complimenti.  Tu sei di Brescia,  eh? Bene, io sono di Bergamo. Noi si
    direbbe che sono  "piaghe".  Sono  infatti  piaghe  della  Chiesa.  Io
    risponder  a  tono.  I  miei monaci non prendono parte a congreghe di
    eretici. Ma tu, a casa Selva, non ci ritornerai.
    Don Clemente baci rassegnato la mano del paterno vecchio.
    Adesso  all'altro  argomento!  disse  costui.   Apprendo  che   qui
    nell'Ospizio  dei  pellegrini,  dove di regola non ci dovrebbe abitare
    stabilmente che il vaccaro, ci sta da tre anni un giovine che ci avete
    collocato voi; oh,  col permesso del mio predecessore,  s'intende!  Un
    giovine  che vi  molto legato,  che voi dirigete spiritualmente,  che
    fate anche studiare in biblioteca. Vero che lavora nell'orto, vero che
    mostra una piet grande,  ch'  di  edificazione  a  tutti,  ma  per,
    siccome non pare che abbia l'intenzione di farsi religioso, questo suo
    soggiorno nell'Ospizio nostro dove occupa un posto da tre anni,  poco
    regolare. Cosa me ne potete dire? Sentiamo.
    Don Clemente sapeva che alcuni suoi confratelli, e non i pi vecchi ma
    proprio   i   pi  giovani,   non  approvavano  l'ospitalit  concessa
    dall'Abate defunto a Benedetto.  Neppure andava loro troppo  a  sangue
    che  don  Clemente e lui fossero tanto legati.  Qualche dispiacere per
    questo,  don Clemente l'aveva gi avuto.  Comprese che quei  tali  non
    avevano  perduto tempo,  che stavano gi lavorando il nuovo Abate.  Il
    suo viso si color di rossore. Egli non rispose subito,  volendo prima
    spegnersi dentro il suo corruccio con un atto di perdono mentale;  poi
    disse ch'era suo dovere e suo desiderio d'informarlo.
    Questo giovine diss'egli   un  tale  Piero  Maironi,  di  Brescia.
    Ell'avr  udito nominare la famiglia.  Suo padre,  don Franco Maironi,
    spos una donna senza nobilt n ricchezza.  Egli allora non aveva pi
    i  genitori,  viveva colla nonna paterna,  la marchesa Maironi,  donna
    imperiosa, orgogliosa.
    Oh! esclam l'Abate. L'ho conosciuta! Uno spavento!  Mi ricordo!  A
    Brescia la chiamavano la marchesa Haynau! Aveva dodici gatti! Una gran
    parrucca nera! Mi ricordo!
    Io   non   l'ho  conosciuta  che  per  fama  ripigli  don  Clemente
    sorridendo,  mentre l'Abate si faceva passare con una buona  presa  di
    tabacco  e  un mugolio gutturale il cattivo sapore di quell'antipatica
    memoria.
    La  nonna,   dunque,   non  volle  assolutamente  saperne  di  questo
    matrimonio  disuguale.  Gli  sposi  furono  ospitati  da uno zio della
    sposa, ella pure orfana. Lui,  don Franco,  si fece soldato nel 1859 e
    mor di ferite. Sua moglie mor poco dopo. Il figliuolo venne raccolto
    dalla  nonna Maironi,  e,  morta lei,  da certi Scremin,  suoi parenti
    veneti.  La nonna lo lasci ricchissimo.  Spos una figlia  di  questi
    Scremin  che  disgraziatamente  perdette la ragione poco tempo dopo le
    nozze, credo.  Lui ne fu afflittissimo,  condusse vita ritirata fino a
    che  s'incontr,  per sua sventura,  in una signora divisa dal marito.
    Allora venne un periodo  di  traviamento;  traviamento  di  costume  e
    traviamento di fede.  Quando,  pare un miracolo del Signore!, ecco che
    sua moglie viene a morire, e nel morire ricupera la ragione, fa venire
    il marito, gli parla, muore come una Santa.  Questa morte gli volta il
    cuore verso Dio,  egli lascia la signora,  lascia le ricchezze, lascia
    tutto,  fugge di notte da casa sua  senza  dire  a  nessuno  dove  va.
    Siccome  aveva  conosciuto me a Brescia una volta che ci andai per una
    malattia di mio padre, e sapeva ch'ero a Subiaco,  siccome anche aveva
    caro  il nostro Ordine e certe memorie della nostra povera Praglia,  
    capitato qua.  Mi ha raccontato la sua storia,  mi  ha  supplicato  di
    aiutarlo  a  condurre una vita di penitenza.  Credetti che aspirasse a
    entrare nell'Ordine. Egli mi disse invece di non sentirsene degno,  di
    non  aver  potuto  ancora  conoscere,  circa  questo punto,  la Divina
    Volont di volere intanto far penitenza,  lavorare colle proprie mani,
    guadagnarsi  il  pane,  un poverissimo pane.  Mi disse altre cose,  mi
    parl di certi fatti sovrannaturali che gli sarebbero intervenuti.  Io
    ne  parlai  subito  al  padre  Abate  di  allora  e  si  combin cos:
    alloggiarlo nell'Ospizio,  farlo lavorare nella  chiusura  come  aiuto
    all'ortolano  e  fornirgli il vitto magrissimo ch'egli desiderava.  In
    tre anni non ha preso n vino, n caff, n latte,  n un uovo.  Pane,
    polenta, frutta, erbaggi, olio, acqua pura: non ha preso altro. La sua
    vita  stata una vita di Santo,  ciascuno glielo pu dire.  E si crede
    il pi gran peccatore del mondo!
    Hm! fece  l'Abate,  pensoso.  Hm!  Capisco!  Ma  perch  non  entra
    nell'Ordine? Altra cosa: so che ha passato qualche notte fuori.
    Don Clemente sent ancora corrersi un fuoco al viso.
    In preghiera diss'egli.
    Sar cos, ma forse non tutti crederanno. Sapete cosa dice Dante:

    "Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
    Dee l'uom chiuder le labbra fin ch'ei puote,
    Per che senza colpa fa vergogna".

    Oh! esclam don Clemente arrossendo nella sua dignit vereconda, per
    coloro che potessero aver concepito un vile sospetto.
    Scusate,  figlio mio disse l'Abate.  Non si accusa. Si biasimano le
    apparenze. Non riscaldatevi. E' meglio pregare in casa. E questi fatti
    soprannaturali, dite su, cosa sono?
    Don Clemente rispose ch'erano state visioni, voci udite nell'aria.
    Hm!  Hm! fece ancora l'Abate con un complicato gioco  di  rughe,  di
    labbra  e  di  sopracciglia,  come  se  avesse inghiottito un sorso di
    aceto. Avete detto che si chiama?... Il nome proprio?
    Piero, ma quando  venuto ha desiderato separarsi da questo nome,  mi
    ha pregato d'imporgliene un altro.  Ho scelto "Benedetto"; mi parve il
    pi appropriato.
    L'Abate,  a questo punto,  espresse la volont  di  vedere  il  signor
    Benedetto  e ordin a don Clemente di mandarglielo l'indomani mattina,
    dopo il coro. Allora don Clemente si turb un poco, dovette confessare
    che non poteva prometterlo  assolutamente  perch  appunto  in  quella
    notte  il giovine era uscito a pregare ed egli non sapeva con certezza
    a quale ora sarebbe rientrato. L'Abate s'inquiet molto,  borbott una
    sequela  di  rimbrotti e di riflessioni acide.  Don Clemente si decise
    perci  a  raccontare  l'incontro  colla  signora  Dessalle,  l'antica
    amante,  quel  ch'era  poi  seguito  per  via,  la sua idea di mandare
    Benedetto a Jenne e di farvelo rimanere fino  a  che  la  signora  non
    fosse  partita.  Il  Superiore lo ascolt a ciglia aggrottate,  con un
    continuo brontolio sordo.
    Qui esclam finalmente si torna a  San  Benedetto!  Si  torna  alle
    insidie  delle  peccatrici!  Vada  vada vada,  il vostro Benedetto!  A
    questo Jenne e anche pi in l!  E non mi dicevate questo?  Vi  pareva
    poco?  Vi  pareva  niente  che si ordissero intorno al monastero delle
    trame di questa fatta? Andate, adesso, andate pure!
    Don Clemente fu per rispondere che non sapeva se si  ordissero  trame,
    se  la  signora avesse riconosciuto o no il suo discepolo,  che a ogni
    modo egli aveva gi espresso a Benedetto il proposito di allontanarlo;
    ma impose silenzio a questo inutile sfogo di amor  proprio,  e  prese,
    ginocchioni, congedo.

    Ritolto  il  lanternino  che  aveva lasciato nel corridoio,  non entr
    nella sua cella.  Percorse lento lento il  corridoio  sino  al  fondo,
    scese lento lento,  non senza qualche sosta, per una angusta scaletta,
    nell'altro corridoio strettissimo che mette al Capitolo.  Il  pensiero
    del  diletto  discepolo  orante nella notte sul monte,  l'aspettazione
    delle risoluzioni che prenderebbe dopo avere comunicato  con  Dio,  le
    coperte  ostilit  dei  fratelli,  i cipigli e i dubbi dell'Abate,  il
    timore ch'egli ponesse Benedetto nella necessit di  scegliere  fra  i
    voti monastici e il bando dal convento,  gli accumulavano sul cuore un
    peso spossante.  Il fervore mistico di Benedetto,  quella  sua  grande
    inconscia  umilt,  i  suoi  progressi  nella  intelligenza della Fede
    giusta, le idee che originavano dal signor Giovanni,  certi lumi nuovi
    che gli scaturivano, conversando, dal pensiero, la forza crescente del
    mutuo  affetto,  gli  avevano fatto concepire speranze di una prossima
    rivelazione,  in quel naufrago del mondo,  della Divina Grazia,  della
    Divina  Verit,  della  Divina  Potenza,  per il bene delle anime.  Lo
    avevano detto, alla riunione di casa Selva;  ci vorrebbe un Santo.  Lo
    aveva  detto  per  il  primo  quell'abate svizzero.  Secondo altri era
    desiderabile un Santo laico. E questo era pure il suo pensiero,  e gli
    pareva  provvidenziale  che  a Benedetto ripugnasse la vita monastica.
    Quasi quasi gli parve provvidenziale anche la  venuta  della  signora,
    che  lo  costringeva a lasciare il convento.  Ma che gli succedeva ora
    sul monte? Che gli diceva Iddio nel cuore? E se...
    Questo balenare di un "se" nuovo,  inatteso,  formidabile,  arrest il
    meditabondo nel suo lento cammino. MAGISTER ADEST ET VOCAT TE. Forse
    lo stesso Maestro Divino chiamava Benedetto a servirgli sotto le vesti
    del monaco.
    Egli  cess,  sbigottito,  di  pensare,  e  dal  Capitolo,  posato  il
    lanternino,  entr nella  chiesa,  mosse  diritto  alla  cappella  del
    Sacramento.  Con  quella  dignit  che nessuna tempesta interna poteva
    togliere alle movenze signorili della persona,  alla pura bellezza del
    viso, si compose sull'inginocchiatoio nel mezzo della cappella, fra le
    quattro colonne, sotto la lampada; e alz gli occhi al Tabernacolo.
    Il  Maestro  della  Via,   della  Verit  e  della  Vita,  il  Diletto
    dell'anima,  era l e dormiva come la procellosa  notte  sul  mare  di
    Genezareth,  fra  Gadara  e  la Galilea,  nella barca che altre barche
    travagliate dai flutti seguivano per  le  tenebre  sonore.  Era  l  e
    pregava come un'altra notte,  solo,  sul monte. Era l e diceva con la
    sua dolce voce eterna: - Venite a me,  voi dolenti;  voi cui la vita 
    grave, tutti venite a me. - Era l e parlava, il Vivente: - Credete in
    me  che sono con voi,  ristoro vostro e pace,  io l'Umile,  figlio del
    Potente, io il Mite, figlio del Terribile, io lavoratore dei cuori per
    il regno della giustizia,  per la futura unit di voi tutti  meco  nel
    Padre  mio.  -  Era l,  il Pietoso nel Tabernacolo e spirava l'invito
    ineffabile: - Vieni, apriti, abbandonati a me.
    E Clemente si abbandon, gli disse quello che non aveva mai confessato
    neppure a se stesso.  Sentiva,  nell'antico monastero,  tutto,  tranne
    Cristo   nel   Tabernacolo,   morire.   Come   cellula  dell'organismo
    ecclesiastico, elaboratrice di calore cristiano radiante al mondo,  il
    monastero si ossificava nella vecchiaia inesorabile. Onorandi fochi di
    fede  e  di piet chiuse nelle forme tradizionali,  simili alle fiamme
    dei ceri accesi sugli altari,  vi consumavano i loro  involucri  umani
    inviandone  al  cielo  il  vapore invisibile,  senza che una sola onda
    calorifica o luminosa ne vibrasse al di l delle muraglie antiche.  Le
    correnti  dell'aria non vi entravano pi e i monaci non uscivano pi a
    cercarle come nei primi secoli,  lavorando nei  boschi  e  sui  prati,
    cooperando  alle  vitali  energie  della natura,  nell'atto stesso che
    magnificavano Iddio col  canto.  I  colloqui  con  Giovanni  Selva  lo
    avevano  indirettamente  condotto,  poco a poco,  a sentire cos della
    vita claustrale nelle sue forme presenti, pure essendo convinto che ha
    indestruttibili radici nell'anima umana.  Ma forse ora  per  la  prima
    volta gli avveniva di guardare il suo sentimento in faccia.  Era da un
    pezzo suo voto,  era sua speranza che Benedetto diventasse  un  grande
    operaio  del  Vangelo;  non  un  operaio  comune,  un predicatore,  un
    confessore,   bens  un  operaio   straordinario;   non   un   soldato
    dell'esercito  regolare,  impedito  dall'uniforme  e dalla disciplina,
    bens un libero cavaliere dello Spirito Santo;  ma la Regola monastica
    non gli si era mai rappresentata in tale antagonismo con il suo ideale
    di  un  Santo  moderno.  E  se ora la Volont Divina si manifestasse a
    Benedetto proprio diversa dal desiderio suo?
    Ah non era egli  gi  quasi  sull'orlo  di  un  peccato  mortale?  Non
    presumeva gi egli quasi,  polvere tracotante,  di giudicare le vie di
    Dio?  Prosternato  sull'inginocchiatoio,  s'immerse  nell'Onnipotente,
    anelando  senza  parole  al perdono,  alla rivelazione,  in Benedetto,
    della Volont Divina,  adorandola da  quel  momento  qualunque  fosse.
    Nell'alzarsi con un naturale defluire dell'onda mistica dal cuore, con
    gli  occhi  volti  ancora all'altare ma non pi fissi nel Tabernacolo,
    non pot a meno di pensare alla Dessalle e al discorso  di  Benedetto.
    La  mediocre  pala di quell'altare rappresenta la martire Anatolia che
    offre dal paradiso la palma simbolica ad Audax,  il giovine pagano che
    tent  sedurla  e  ne  fu invece condotto a Cristo.  La Dessalle aveva
    sedotto Benedetto;  per quanto Benedetto si fosse studiato di scolpare
    lei  e  d'incolpare s,  don Clemente non dubitava che le cose fossero
    andate cos.  Se ora egli operasse la conversione  di  lei?  Se  fosse
    giusto che la tentasse?  Se il sentimento di Benedetto fosse realmente
    pi cristiano che il timore suo e gli spasimi  del  padre  Abate?  Don
    Clemente  si  dibatteva  in testa questi problemi attraversando a capo
    basso la chiesa.  Anatolia e Audax!  Gli sovvenne  che  un  forestiero
    scettico,  udita da lui la spiegazione del quadro, aveva detto: s, ma
    se non li avessero ammazzati,  n l'uno n l'altra?  e se Audax avesse
    avuto  moglie?  E  queste  beffarde parole gli erano parse una indegna
    profanazione.  Le  ripens  e,   sospirando,   raccatt  da  terra  il
    lanternino posato nel Capitolo.
    Invece  di  avviarsi  alla  sua  cella  si rec nel secondo chiostro a
    guardare il dorso del Colle  Lungo,  dove  forse  Benedetto  stava  in
    orazione. Alcune stelle brillavano sul roccioso dorso grigio macchiato
    di  nero e il loro lume oscuro mostrava nel chiostro il piazzale,  gli
    arboscelli sparsi, la torre possente dell'Abate Umberto, le arcate, le
    mura vecchie di nove secoli e, sulla ogiva del portale grande dove don
    Clemente stava contemplando,  la doppia riga  dei  fraticelli  che  vi
    salgono  in  processione.  Il chiostro e la torre si affermavano nella
    notte con maest di potenza.  Era proprio vero che  stessero  morendo?
    Nel  lume  delle  stelle  il  monastero  pareva pi vivo che nel sole,
    grandeggiava in una mistica  comunione  di  senso  religioso  con  gli
    astri.  Era vivo, era pregno di effluvi spirituali diversi, confusi in
    una persona unica,  come le  diverse  pietre  tagliate  e  scolpite  a
    comporre la unit del suo corpo,  come diversi pensamenti e sentimenti
    in una coscienza umana. Le vetuste pietre, sature di anime commiste ad
    esse in amore, sature di desideri santi e di santo dolore, di gemiti e
    di preci, radiavano un che oscuro, penetrante nel subcosciente. A quei
    lavoratori di Dio che nelle ore aride vi si ritraessero  dal  mondo  a
    breve riposo, potevano rinfondere forza come d'estate al falciatore in
    deserti  montani  una  fonte.  Ma perch le pietre durassero vive,  un
    continuo fiume di vita doveva pure trapassar per  esse,  un  fiume  di
    spiriti adoranti,  contemplanti.  Don Clemente sent quasi rimorso dei
    pensieri volontariamente accolti in chiesa circa la  decrepitezza  del
    monastero,  pensieri radicati nel suo giudizio personale,  piacenti al
    suo amor proprio, quindi viziati di quella concupiscenza dello spirito
    che i suoi diletti Mistici gl'insegnavano a discernere e ad abborrire.
    Giunte le mani,  fiss il dorso selvaggio del monte dove  si  figurava
    Benedetto  pregante,  fece  un  atto  mentale  di  rinuncia,  di umile
    abbandono  delle  proprie  idee  circa  l'avvenire  di  quel  giovine.
    Benedisse  Iddio  se  lo  voleva  laico,  benedisse Iddio se lo voleva
    monaco,  se scopriva la Sua volont e se non la scopriva.  Si vis  me
    esse  in  luce  sis benedictus,  si vis me esse in tenebris sis iterum
    benedictus. E si avvi alla sua cella.

    Nel grande corridoio dove  le  due  fioche  lampade  ardevano  ancora,
    passando davanti all'uscio dell'Abate,  ripens la conversazione avuta
    col vecchio e quelle sue massime  circa  i  mali  della  Chiesa  e  la
    opportunit di operare contro di essi.  Ricord un discorso del signor
    Giovanni sulle parole fiat voluntas tua che  il  comune  dei  fedeli
    intende  soltanto  come  un  atto  di rassegnazione,  e che implicano,
    invece,  il dovere di lavorare  con  tutte  le  nostre  forze  per  il
    prevalere della legge divina nel campo della libert umana.  Il signor
    Giovanni gli aveva fatto battere il cuore pi forte e  l'Abate  glielo
    aveva fatto battere pi fiacco. Quale dei due aveva detto la parola di
    Vita e di Verit?
    La  sua  cella era l'ultima a destra,  presso il balcone che guarda la
    conca rigata dell'Aniene,  Subiaco e i monti Sabini.  Prima di  entrar
    nella  sua  cella  don  Clemente  si ferm a guardar i lumi lontani di
    Subiaco, pens alla villetta rossa, pi vicina ma invisibile,  pens a
    quella  donna.  Trame,  aveva  detto l'Abate.  Amava ella ancora Piero
    Maironi?  Aveva scoperto,  sapeva ch'egli si  era  rifugiato  a  Santa
    Scolastica?  Lo  aveva  riconosciuto?  Se  s,  che  meditava di fare?
    Probabilmente non aveva  preso  stanza  nel  minuscolo  quartiere  dei
    signori Selva; probabilmente alloggiava in un albergo di Subiaco. Quei
    lumi  lontani erano fuochi di un campo nemico?  Si fece il segno della
    croce ed entr nella sua celletta per un breve sonno  fino  alle  due,
    ora di coro.

    Benedetto prese la via del Sacro Speco. Oltrepassato, all'altro angolo
    del monastero, il letto asciutto di un torrentello, raggiunto a destra
    l'oratorio  antichissimo  di  Santa Crocella,  sali per la petraia che
    ruina gi verso il  rombo  dell'Aniene  di  fronte  ai  carpineti  del
    Francolano,  erto  e  nero fino alla croce del vertice,  incoronata di
    stelle.  Prima di toccare l'Arco che mette al bosco del  Sacro  Speco,
    usc  di via,  si arrampic a sinistra,  cercando il posto dell'ultima
    sua veglia,  alto sui tetti quadrati e  sulla  torre  tozza  di  Santa
    Scolastica.  La  ricerca  del  sasso  dove  aveva  pregato ginocchioni
    un'altra dolorosa notte,  sviandogli il pensiero dal mistico  foco  in
    cui  era  chiuso,  glielo raffredd.  Se ne avvide tosto,  ne sent un
    rammarico affannoso,  una impazienza di ricuperar  calore  acuita  dal
    timore di non riuscirvi, dal senso di esserne in colpa, dal ricordo di
    altre aridit tristi.  Gelava,  gelava sempre pi.  Cadde ginocchioni,
    chiam Iddio  con  uno  spasimo  di  preghiera.  Come  piccola  fiamma
    inutilmente  apposta  ad  un  fascio di legna verde,  lo slancio della
    volont gli venne meno senza movere il cuore inerte  e  manc  in  uno
    stupido  ascoltare del rombo eguale dell'Aniene.  La mente gli ritorn
    in un assalto di terrore. Forse la notte passerebbe intera cos; forse
    al gelo arido seguirebbe  la  tentazione  calda!  Impose  silenzio  al
    fervere  delle  immaginazioni,   si  raccolse  nel  proposito  di  non
    smarrirsi d'animo.  Allora sorse in  lui  l'idea  chiara  che  spiriti
    nemici  gli  erano  sopra.  Se avesse veduto intorno a s fiammeggiare
    occhi diabolici nei fessi delle pietre,  ne sarebbe stato meno  certo.
    Sentiva  in s il vaporare di un veleno,  sentiva un'assenza di amore,
    un'assenza  di  dolore,  un  tedio,   un  peso,   l'aggravarsi  di  un
    assopimento  mortale.  Ricadde  nello  stupido ascoltare il rumore del
    fiume, fissi gli occhi senza sguardo al bosco nero del Francolano. Gli
    pass nella visione interna,  lento  automa,  la  immagine  del  prete
    malvagio vissuto l colla sua corte di peccatrici. Sent stanchezza di
    star  ginocchioni,  si  accasci  su  se stesso.  Ecco ancora l'automa
    lento. Si volt con un faticoso sforzo a sedere, abbandon le mani sui
    ciuffi dell'erba soffice,  fra sasso e  sasso,  odorante.  Chiuse  gli
    occhi nella dolcezza di quel tocco morbido,  dell'odor selvaggio,  del
    riposo; e vide Jeanne pallida sotto l'ala obliqua di un cappello nero,
    piumato,  che gli sorrideva con gli occhi umidi di lagrime.  Il  cuore
    gli batt forte,  forte, forte; un filo, un filo solo di volont buona
    lo tratteneva sulla china dell'abbandono  all'invito  di  quel  volto.
    Spalanc gli occhi,  mise,  a braccia distese, a mani aperte, un lungo
    gemito.  E subito pens che qualche viandante notturno potesse  averlo
    udito,  trattenne il respiro, stette in ascolto. Silenzio; silenzio di
    tutte le cose fuorch del fiume. Il cuore gli si venne chetando.  Dio
    mio,  Dio  mio  mormor  inorridito  del pericolo corso,  dell'abisso
    intravisto. Si afferr con gli occhi, con l'anima, al gran dado sacro,
    l sotto,  di Santa Scolastica,  al torrione tozzo,  tanto buono,  che
    amava.  Trapass  con lo spirito l'ombre e i tetti,  attrasse in s la
    visione della chiesa,  della lampada  ardente,  del  Tabernacolo,  del
    Sacramento,  vi  si  affisse  avido.  Si  raffigur  con  uno sforzo i
    chiostri, le celle,  le grandi croci presso i giacigli dei monaci,  il
    volto serafico del suo Maestro addormentato.  Dur nello sforzo quanto
    pot,   reprimendosi  dentro  con  angoscia   un   balenar   frequente
    dell'obliquo cappello piumato e del viso pallido,  fino a che i baleni
    gli si affiochirono,  gli si perdettero gi nelle profondit inconscie
    dell'anima.  Allora  sorse  faticosamente  in piedi e lento come se la
    maest di una grandezza  pensata  governasse  gli  stessi  suoi  moti,
    giunse  le  mani,  vi  pieg  il  mento  su.  Ferm  il pensiero nella
    preghiera dell'Imitazione DOMINE, DUMMODO VOLUNTAS MEA RECTA ET FIRMA
    AD TE PERMANEAT,  FAC DE ME  QUIDQUID  TIBI  PLACUERIT.  Non  vi  era
    commozione  nel suo interno,  pareva che gli spiriti di nequizia se ne
    fossero allontanati;  ma neppure vi erano  discesi  angeli.  La  mente
    stanca gli pos nel senso delle cose esterne,  delle vaghe forme,  dei
    fiochi  biancori  nell'ombra,   del  lontano  ululo  di  un  gufo  nei
    carpineti, del tenue aroma d'erba che le mani giunte odoravano ancora.
    L'aroma  selvaggio gli richiam il momento in cui aveva posato le mani
    sull'erba,  prima che gli  apparisse  il  sorriso  triste  di  Jeanne.
    Sciolse le mani impetuoso,  torn con gli occhi avidi al monastero. No
    no,  Iddio non avrebbe permesso ch'egli fosse vinto,  Iddio lo serbava
    alle opere sue. Allora dal profondo dell'anima, senza che il volere vi
    avesse parte,  gli si levarono fantasmi non pi evocati, per consiglio
    del Maestro,  da quando era venuto a Santa Scolastica;  fantasmi della
    visione affidata in iscritto alla custodia di don Giuseppe Flores.
    Egli  si vide ginocchioni a Roma in piazza San Pietro,  di notte,  fra
    l'obelisco e la fronte del tempio immenso,  illuminato dalla luna.  La
    piazza  era  vuota;  il rumore dell'Aniene gli divent il rumore delle
    fontane.  Dalla porta del tempio si porgeva sulla gradinata un  gruppo
    di  uomini  vestiti  di  rosso,  di  violetto e di nero.  Lo fissavano
    minacciosi,  appuntando gl'indici verso Castel Sant'Angelo,  come  per
    intimargli di partirsi dal luogo sacro. Ma ecco, questa non era pi la
    Visione, questo era un immaginar nuovo! Egli sorgeva, diritto e fiero,
    in  faccia  al manipolo nemico.  Gli ruggiva improvviso alle spalle un
    rombo di moltitudini accorrenti che  irrompevano  nella  piazza  dalle
    bocche  di  tutte  le  vie,  a  fiumi.  Un'ondata lo travolgeva con s
    acclamando al riformatore della Chiesa, al vero Vicario di Cristo,  lo
    posava  sulla  soglia  del  tempio.  Di  l  egli  si  volgeva come ad
    affermare autorit sull'Orbe. In quel momento gli folgor nel pensiero
    Satana offrente a Cristo il regno del mondo.  Precipit  a  terra,  si
    stese bocconi sulle pietre,  gemendo nello spirito: Ges,  Ges,  non
    son degno,  non son degno di venir tentato come Te! E porse le labbra
    strette,  le  affisse  al  sasso,  cercando Iddio nella creatura muta,
    Iddio,  Iddio,  il sospiro,  la vita,  la pace ardente dell'anima.  Un
    soffio di vento gli corse sopra, gli mosse l'erbe intorno.
    Sei Tu egli gemette, sei Tu, sei Tu?
    Il vento tacque.
    Benedetto  si  stringe  i  pugni alle guance,  leva il capo puntando i
    gomiti al sasso, sta in ascolto senza saper di che. Sospira, si ripone
    a sedere.  Iddio non  gli  parler.  L'anima  stanca  tace,  vuota  di
    pensiero.  Passa il tempo, lento. L'anima stanca richiama a fatica per
    suo ristoro l'ultima parte della Visione,  il suo  ascendere,  per  un
    notturno  cielo  tempestoso,  incontro ad angeli discendenti.  E pensa
    torbidamente: se questa sorte mi aspetta, perch rattristarmi? Se sar
    tentato non sar vinto e se sar vinto Iddio mi  rialzer.  Neppure  
    necessario  di  domandargli  cosa  voglia  da me.  Perch non scendo a
    dormire?
    Benedetto si alz,  greve il capo di stanchezza plumbea.  Il cielo  si
    era  tutto  coperto di nuvole pesanti fino ai monti di Jenne,  dove la
    valle dell'alto Aniene gira.  Appena Benedetto  poteva  discernere  la
    tenebra nera del Francolano,  in faccia,  e i lividori, a' suoi piedi,
    della petraia. Mosse per discendere e al secondo passo si arrest.  Le
    gambe  non lo reggevano,  un soffio di sangue gli accese il viso.  Era
    quasi digiuno da trent'ore.  Non aveva preso che un tozzo  di  pane  a
    mezzod. Si sent punger la persona da miriadi di spilli, batter forte
    il  cuore,   annebbiar  la  mente.  Quali  viluppi  di  serpi  gli  si
    attorcigliavano ai piedi simulando  la  innocenza  dell'erba?  E  qual
    demonio  sinistro  lo  attendeva  l  sotto,   carponi  sulla  pietra,
    simulando un cespuglio per avventarglisi? Non lo aspettavano i demonii
    anche nel monastero?  Non si annidavano negli occhi del torrione?  Non
    avevano quegli occhi una fiamma nera?  No,  no, adesso non pi; adesso
    lo fissavano semichiusi e beffardi. Il rombo dell'Aniene, questo?  No,
    il  ruggito  dell'Abisso trionfante.  Non credeva interamente a quello
    che vedeva,  a quello che udiva,  ma tremava tremava come una  festuca
    nel vento e le miriadi di spilli gli camminavano per tutta la persona.
    Cerc  svincolar  i  piedi dai viluppi di serpi,  non gli riusc.  Dal
    terrore alla collera: Devo potere! esclam, forte.  Dalla gola fosca
    di Jenne gli rispose il sordo rumor del tuono.  Guard a quella volta.
    Un lampo aperse le nubi sopra il negrore del monte Preclaro  e  spar.
    Benedetto  si  prov  di levar i piedi dalle serpi e ancora la leonina
    voce del tuono lo minacci.
    Cosa faccio? si diss'egli,  cercando raccapezzarsi.  Perch  voglio
    scendere?
    Non  lo sapeva pi,  ebbe bisogno di uno sforzo mentale per ricordare.
    Ecco,  aveva pensato di scendere a dormire  perch  la  preghiera  era
    inutile  a  un  uomo sicuro di salire al cielo.  E un lampo arse anche
    dentro di lui:
    Io tento Iddio!
    Le serpi lo stringevano,  il demonio strisciava carponi alla sua volta
    per  la petraia tutta infernalmente viva di spiriti feroci,  le fiamme
    nere ardevano negli occhi del torrione,  ruggendo  sempre  l'Abisso  a
    trionfo.  Ma il rugghio sovrano del tuono romoreggi per le nubi: NON
    TENTARE IL SIGNORE IDDIO TUO.  Benedetto lev al cielo il viso  e  le
    mani congiunte, adorando, come pot, con l'ultimo lume della offuscata
    coscienza,   vacill,   allarg  le  braccia,  afferr  l'aria,  pieg
    lentamente all'indietro, stramazz riverso sulla china,  giacque senza
    moto.

    Il suo corpo giaceva immobile nel vento del temporale,  come un tronco
    schiantato,   fra  il  dibattersi  delle  ginestre  e  il   mareggiare
    dell'erba.   L'anima  dovette  chiudersi  nel  contatto  centrale  con
    l'Essere senza tempo  e  senza  spazio,  perch  Benedetto,  al  primo
    ritorno  della  coscienza,  non  ebbe  senso n del luogo n dell'ora.
    Sentiva  una  levit  strana  delle  membra,  una  spossatezza  fisica
    piacevole,  una infinita dolcezza interna;  prima sul viso,  poi sulle
    mani  tanti  minuti  titillamenti  come  di  animati   atomi   amorosi
    dell'aria;  teneri  sussurri  di  voci timide intorno a quello che gli
    pareva il suo letto.  Si rizz a sedere,  guard smarrito ma in  pace;
    dimentico  del  dove  e del quando,  ma tanto in pace,  tanto contento
    della quieta fonte interna di un indistinto amore che  gli  fluiva  in
    tutti  i vasi della vita e se ne spandeva per le cose intorno,  per le
    dolci piccole vite fatte amorose a lui.  Sorridendo  fra  s  del  suo
    proprio  smarrimento,  riconobbe  il  dove e il come.  Il quando,  no.
    Neppure ne sent desiderio, neppure si domand se dalla caduta fossero
    trascorse ore o minuti,  tanto  lo  appagava  il  beato  presente.  Il
    temporale  era  disceso  verso Roma.  Nel mormorio della pioggia senza
    vento,  piana piana,  nella voce grande  dell'Aniene,  nella  riposata
    maest  dei  monti,  nell'odore  selvaggio della petraia umida,  nello
    stesso  proprio  cuore,  Benedetto  sentiva  un  Divino  confuso  alla
    creatura,  un'ascosa  essenza di paradiso.  Sentiva di fondersi con le
    anime delle cose come piccola voce in un coro immenso,  di essere  uno
    con  la montagna odorante,  uno con l'aria beata.  E cos sommerso nel
    mare della paradisiaca dolcezza,  abbandonate le mani sulle ginocchia,
    socchiusi  gli occhi,  blandito dalla pioggia piana piana,  godeva non
    senza un vago desiderio che tanta soavit fosse conosciuta dalla gente
    che non crede,  dalla gente che non ama.  Nel declinare del  rapimento
    gli  ritornarono a mente i perch della presenza sua sul monte deserto
    nelle tenebre della notte,  e le incertezze del domani,  e  Jeanne,  e
    l'esilio  dal monastero.  Ma ora incertezze e dubbi erano indifferenti
    all'anima sua ferma in Dio, come al Francolano immobile i tremolii del
    suo manto di foglie. Incertezze, dubbi,  ricordi della mistica Visione
    gli  si  disciolsero  nel profondo abbandono alla Divina Volont,  che
    avrebbe disposto di lui a  suo  piacimento.  La  immagine  di  Jeanne,
    contemplata  quasi  dall'alto  di una inaccessibile torre,  gli moveva
    solo il desiderio di operare  fraternamente  per  lei.  La  tranquilla
    ragione  ripigliando  intero  l'ufficio suo,  egli si accorse di esser
    molle di pioggia fin dentro le  vesti;  e  la  pioggia,  piana  piana,
    continuava.  Che fare?  Rientrare all'Ospizio dei pellegrini no perch
    il vaccaro dormiva;  svegliarlo per farsi aprire non avrebbe voluto n
    sarebbe stato facile. Pens di riparare sotto i lecci del Sacro Speco.
    Alzatosi faticosamente,  ebbe un assalto di vertigini. Aspett un poco
    e poi scese adagio adagio sulla via  che  da  Santa  Scolastica  mette
    all'Arco  d'ingresso  nel bosco.  L nella nera ombra dei grandi lecci
    chini e protesi,  a braccia sparse,  sulla china  del  monte,  fra  il
    chiarore fioco,  a destra, della costa esterna all'Arco, e il chiarore
    fioco,  a sinistra,  della costa esterna al  bosco,  cadde  a  sedere,
    sfinito.
    Desiderava un po' di cibo e non os domandarlo al Signore,  parendogli
    domandare un miracolo.  Si dispose ad attendere il giorno.  L'aria era
    tepida,  il  suolo quasi asciutto,  radi goccioloni battevano qua e l
    dal fogliame dei lecci.  Benedetto si assop di  un  sopor  lieve  che
    appena gli velava le sensazioni,  tramutandole in sogno.  Si figur di
    stare in un sicuro asilo di preghiera e di pace,  all'ombra di braccia
    sante,  protese sopra il suo capo; e gli pareva di doverlo abbandonare
    per ragioni di cui  gli  era  evidente  l'impero,  bench  non  avesse
    coscienza della loro natura.  Poteva uscirne per una porta cui metteva
    capo la via discendente al mondo,  poteva uscirne dalla parte opposta,
    per  un  cammino  ascendente a solitudini sacre.  Pendeva incerto.  Il
    batter vicino di una grossa goccia gli fece aprire gli occhi.  Dopo un
    primo  momento di torpore riconobbe l'Arco a destra,  cui metteva capo
    il cammino  discendente  verso  Santa  Scolastica,  Subiaco,  Roma;  a
    sinistra  il cammino ascendente verso il Sacro Speco.  E not attonito
    che dall'uno e dall'altro lato,  fuori dei lecci,  le pietre  scoperte
    erano molto pi chiare di prima, che tanti minuti chiarori traforavano
    il fogliame sopra il suo capo. Giorno? Si fa giorno? Benedetto avrebbe
    creduto  oltrepassata  di  poco la mezzanotte.  Le ore suonano a Santa
    Scolastica;  una,  due,  tre,  quattro.  E' giorno e sarebbe anche pi
    chiaro  se  il  cielo  non  fosse  tutto una pesante nube dai monti di
    Subiaco a quelli di Jenne,  quantunque non  piova  pi.  Un  passo  da
    lontano; qualcuno sale verso l'Arco.
    Era il vaccaro di Santa Scolastica che,  per un caso insolito, portava
    a quell'ora il latte al  Sacro  Speco.  Benedetto  lo  salut.  Colui,
    all'udir  questa  voce,  tramort  e fu per lasciar cadere il vaso del
    latte.
    Oh, Bened! esclam riconoscendo Benedetto. Qui, siete?
    Benedetto gli chiese un sorso di latte per amor di Dio.
    Lo racconterete ai padri diss'egli.  Direte ch'ero sfinito e che vi
    ho chiesto un po' di latte per amor di Dio.
    Eh, s! eh sta bene! eh pigliate! eh bevete! fece colui, rispettoso,
    avendo Benedetto per un Santo. Che ci avete passato la notte qui? Che
    ci  avete  preso  tutta  quella pioggia?  Dio come siete molle!  Siete
    inzuppato come una spugna, siete!
    Benedetto bevve.
    Benedico Iddio diss'egli per la bont vostra e  per  la  bont  del
    latte.
    Lo  abbracci  e,  anni dopo,  il vaccaro,  Nazzareno Mercuri,  soleva
    raccontare che mentre Benedetto lo stringeva fra le  sue  braccia  non
    gli pareva esser lui; che il sangue gli era diventato prima tutto gelo
    poi  tutto un foco,  che il core gli batteva forte forte come la prima
    volta che aveva ricevuto Cristo in Sacramento;  che un gran  dolor  di
    capo statogli addosso due giorni gli era sfumato via;  che allora egli
    aveva capito subito di trovarsi nelle braccia di un Santo da  miracoli
    e  gli era caduto ginocchioni ai piedi.  In fatto non s'inginocchi ma
    rest di sasso e Benedetto gli dovette dire due  volte:  Ora  andate,
    Nazzareno;  andate,  figliuolo  caro. Avviatolo amorevolmente cos al
    Sacro Speco, s'incammin egli stesso verso Santa Scolastica.
    La petraia chiara era vta di spiriti buoni e rei.  Montagne,  nuvole,
    le  stesse  fosche mura del monastero e la torre parevano,  nella luce
    scialba,  gravi di sonno.  Benedetto entr nell'Ospizio e  coricatosi,
    senza spogliar le vesti bagnate,  sul misero giaciglio, si raccolse al
    petto le braccia in croce, si addorment profondamente.




















    Capitolo quarto.
    A FRONTE.

    1.
    Il rombo del tuono svegli,  dopo le due,  Noemi che da pochi  momenti
    aveva potuto prender sonno.  Ella dormiva nella camera vicina a quella
    di Jeanne,  con l'uscio  aperto.  Jeanne  la  chiam  subito.  Avevano
    conversato fino alle due e Noemi,  esausta,  aveva finalmente ottenuto
    dall'instancabile  amica,  dopo  molto  pregare  inutile,   di  essere
    lasciata in pace. Finse di non udire. Jeanne la chiam da capo:
    Noemi! Il temporale! Ho paura!
    Non hai paura niente! rispose Noemi, irritata. Taci! Dormi!
    Ho paura! Vengo da te!
    Proibisco!
    Allora vieni tu!
    Noemi replic un vuoi finirla? tanto risoluto che l'altra si chet.
    Per  poco.  La  voce  di  bambina  dolente,  che Noemi conosceva bene,
    ricominci:
    Non hai dormito abbastanza? Non puoi parlare,  adesso?  Avrai dormito
    tre ore!
    Noemi  accese  uno  zolfanello e guard l'orologio col quale alla mano
    aveva prima invocato il silenzio.
    Ventidue minuti! diss'ella. Basta!
    Jeanne tacque un momento e poi mise fuori quei piccoli hm! - hm! - hm!
    che son preludio al pianto di un bambino  viziato.  E  segu  la  voce
    sommessa:
    Non mi vuoi niente bene!  - Hm! Hm! - Abbi piet, parliamo un poco! -
    Hm! Hm!
    Noemi sospir nella sua lingua nativa:
    "Oh, mon Dieu!"
    E si rassegn con un secondo sospiro:
    Avanti! Cosa puoi dirmi che tu non mi abbia gi detto in quattr'ore?
    Il tuono rugg ma Jeanne oramai non se ne curava pi.
    Domattina andremo al monastero diss'ella.
    Ma s, va bene!
    Andremo noi due sole?
    Ma s,  gi inteso!
    La voce piagnolosa tacque un momento e riprese:
    Tu non mi hai mica promesso,  ancora,  che  qui  in  casa  non  dirai
    niente?
    Dieci volte te l'ho promesso!
    Sai,  non  vero,  cosa devi dire per quello svenimento di ieri sera,
    se ti domandano?
    Lo so!
    -Devi dire che quel padre non  lui,  che ho perduta una illusione  e
    che mi sono sentita male per questo.
    Ma mio Dio, Jeanne, queste son venti, delle volte!
    Come sei cattiva, Noemi! Come non mi vuoi bene!
    Silenzio.
    La voce di Jeanne riprende:
    Dimmi quello che pensi. Credi proprio che mi abbia dimenticata?
    Non rispondo pi.
    Rispondi, invece! Una parola sola! Dopo ti lascio dormire!
    Noemi pensa un poco e poi risponde asciutta, per finirla.
    Ebbene, credo di s. Credo che non ti abbia mai amata.
    Questo lo dici perch te l'ho detto io ribatt Jeanne,  aspra, senza
    lagrime nella voce. Tu non puoi saperlo!
    "Bon, a!" brontol Noemi. "C'est elle qui me l'a dit et je ne dois
    pas le savoir!"
    Silenzio.
    La voce flebile:
    Noemi.
    Nessuna risposta.
    Noemi, ascolta.
    Niente. Jeanne si mette a piangere e Noemi cede.
    Ma santo cielo, cosa vuoi?
    Piero non pu sapere che mio marito  morto.
    Bene. E allora?
    Allora non pu sapere che sono libera.
    E dunque?
    Stupida! Mi fai venire una rabbia!
    Silenzio.  Jeanne sa bene quale specie di rabbia    la  sua.  L'amica
    pensa  troppo  come  lei stessa che vorrebbe tanto essere contraddetta
    nel suo presentimento doloroso, avere una parola di speranza.
    Rise un riso lieve, forzato:
    Noemi, fai l'offesa, adesso, apposta, per non parlare.
    Silenzio.
    Jeanne riprende, mansueta:
    Senti. Non credi che avr delle tentazioni?
    Silenzio.
    Jeanne non si cura, stavolta, che Noemi non risponda. Esclama:
    Sarebbe bella che proprio adesso non avesse pi tentazioni!
    Il suo sdegno  tanto comico che Noemi, pure molto scandolezzata,  non
    pu fare a meno di ridere; e ride anche lei. Noemi ride; per anche la
    sgrida di queste sciocchezze enormi che dice senza riflettere.  Perch
    Noemi conosce Jeanne e sa che Jeanne in questo momento non   la  vera
    Jeanne,  conscia e signora di s;  o forse  la Jeanne pi vera ma non
    certo quella che star a fronte di Piero Maironi se mai s'incontrano.
    Il tuono tace e Jeanne vorrebbe vedere il tempo che fa,  ma le pesa di
    scendere dal letto, teme di sentirsi male, teme il dubbio di non poter
    salire fra qualche ora al monastero.  Teme poi anche le difficolt che
    gli ospiti farebbero se il tempo fosse troppo cattivo; le preme dunque
    di sapere come si dispone il  cielo.  Bisogna  che  scenda  Noemi,  la
    schiava  cui  ben  di  rado  riescono vittoriose le ribellioni.  Noemi
    scende, apre la finestra, esplora il buio con la mano distesa.  Minute
    frettolose  goccioline le titillano la mano.  Il buio si varia un poco
    agli occhi di lei. Ella distingue, l sotto, Santa Maria della Febbre,
    grigia sul campo nero.  Le si  rischiara  la  nuvolaglia  pesante,  vi
    nereggiano  su le braccia della quercia imminente a destra,  i profili
    delle montagne. Le minute frettolose goccioline titillano titillano la
    mano distesa, che si ritrae. Jeanne domanda:
    Dunque?
    Piove.
    Ella sospira: che noia! come se avesse a piovere  in  eterno.  E  le
    goccioline  prendono  maggior  voce,  riempiono  di sommesse parole la
    camera,  si affiochiscono ancora.  Jeanne non ha  inteso  le  sommesse
    parole,  non  ha  inteso  che  l'uomo  di  cui ha pieno il cuore giace
    svenuto sulla petraia deserta che la pioggia lava.

    A mattina inoltrata la signora Selva,  un po' inquieta per  non  avere
    ancora  veduto comparire n l'una n l'altra delle due signore,  entr
    pian piano nella camera di sua sorella.  Noemi era quasi vestita e  le
    accenn di tacere. Jeanne dormiva, finalmente. Le due sorelle uscirono
    insieme,  si  recarono  nello  studio di Giovanni che ve le attendeva.
    Dunque? Don Clemente era proprio l'uomo?  Marito e moglie desideravano
    sapere, per regolarsi. Giovanni non dubitava pi e sua moglie dubitava
    ancora.  Noemi,  Noemi doveva sapere!  Giovanni chiuse l'uscio, mentre
    Maria,  interpretando il silenzio di sua  sorella  per  una  conferma,
    insisteva: Ma davvero? ma davvero?
    Noemi taceva. Avrebbe forse tradito il segreto dell'amica nell'intento
    di  cospirare  con  i  Selva  per  la  sua  felicit,  se non l'avesse
    trattenuta il dubbio di un disaccordo con i Selva e anche il senso  di
    qualche  cosa  di  malfermo  in  se  stessa.  Probabilmente  i  Selva,
    cattolici,   non  desideravano  che  l'uomo  fuggito  dal   mondo   vi
    ritornasse.  Lei,  protestante, non poteva pensare cos. Almeno non lo
    avrebbe dovuto. Lei doveva pensare che Iddio si serve meglio nel mondo
    e nel matrimonio.  Lo pensava,  ma non si nascondeva che se il  signor
    Maironi adesso sposasse Jeanne non lo potrebbe stimare molto.  Insomma
    era meglio tacere la strana verit.
    Cosa pensate? diss'ella. Che quell'ecclesiastico di ieri sera, ch'
    passato davanti a noi dopo tutta quella vostra mimica,  fosse l'amante
    antico? E' quello il vostro don Clemente? Bene, non  lui.
    Ah!  Proprio  no?  esclam  Giovanni  fra sorpreso e incredulo.  Sua
    moglie trionf.
    Ecco! diss'ella.
    Ma Giovanni non si diede per vinto. Domand a Noemi se fosse ben certa
    di quello che diceva,  e come potesse spiegare il tramortimento  della
    signora  Dessalle.  Noemi  rispose  che  non  c'era da spiegar niente.
    Jeanne soffriva di anemia ed era soggetta ad  accessi  di  spossatezza
    mortale.  Giovanni tacque,  poco persuaso.  Se proprio era stato cos,
    come poteva Noemi affermare con tanta sicurezza che don  Clemente  non
    era l'uomo?  Nelle parole, nel fare, nel viso di sua cognata, Giovanni
    sentiva qualche cosa di poco chiaro, di poco naturale. Maria s'inform
    della notte. Come l'aveva passata la signora Dessalle? Inquieta? Ma di
    quale inquietudine?
    E' stata inquieta! Che vi debbo dire? fece Noemi, un po' seccata.  E
    si accost alla finestra aperta per spiare le intenzioni delle nuvole.
    Giovanni  fece un passo verso di lei,  risoluto di venire a capo delle
    sue reticenze.  Ella lo  present  e  si  affrett  a  un  rifugio,  a
    chiedergli il suo pronostico del tempo.
    Il cielo era tutto coperto, grandi nuvole basse traboccavano dai dorsi
    di  Monte Calvo sopra i Cappuccini e la Rocca.  L'aria era tepida,  il
    fragore dell'Aniene, forte.  Gi in basso il curvo nastro della strada
    di  Subiaco  traspariva  fosco  di  mota  fra  i fogliami degli ulivi.
    Giovanni rispose:
    Pioggia.
    Noemi domand subito quanta strada ci fosse dal villino ai Conventi. A
    Santa Scolastica venti minuti.  Perch lo domandava?  Udito che Jeanne
    intendeva di andarvi con Noemi quella mattina stessa,  Maria protest.
    Con un tempo simile?  L'ultimo tratto bisognava  farlo  a  piedi.  Non
    potevano aspettare, rimandare a domani, a dopo domani?
    Quando te l'ha detto? chiese Giovanni, quasi brusco.
    Noemi esit e poi rispose:
    Stanotte.
    Comprese,  nel  dir  la  parola,  che suggeriva sospetti,  specie dopo
    quell'attimo di esitazione; e attese un assalto,  incerta se resistere
    o cedere.
    Noemi! esclam Giovanni, severo.
    Ella lo guard, soffusa il viso di un lieve rossore. Non disse neppure
    - che c'? -, tacque.
    Non  negare!  ripigli suo cognato.  Questa signora ha riconosciuto
    don Clemente. Non negare, dillo,  un dovere di coscienza per te!  Non
     possibile di permettere che s'incontrino!
    Quello che ho detto  vero rispose Noemi, ferma oramai della via che
    terrebbe.  Nella  sua  voce  senza  sdegno,  quasi  sommessa,  era una
    implicita confessione di non aver detto la verit intera.
    Non lo ha riconosciuto? Per tu, qualche cosa sai!
    So qualche cosa rispose Noemi s,  ma non posso dire quello che so.
    Vi  dico  solo  di  far  avvertire  subito don Clemente che la signora
    Dessalle e io si va stamani a visitare i Conventi. Altro non vi dico e
    vado a vedere se Jeanne si  svegliata.
    Ella usc di volo. I Selva si guardarono. Che significava questo voler
    avvertire don Clemente? Maria lesse nel pensiero di suo marito qualche
    cosa che le dispiacque,  che  non  avrebbe  voluto  gli  venisse  alle
    labbra.
    Scrivi questo biglietto a don Clemente, intanto disse ella.
    Ma Giovanni,  prima di scrivere,  volle pur dire quel che pensava. Per
    lui vi era una sola spiegazione possibile.  Don Clemente era veramente
    l'uomo.  Noemi  aveva  promesso  alla signora Dessalle di non dirlo ma
    voleva impedire l'incontro.  Maria  esclam  vivacemente:  Oh  Noemi,
    mentire,  no!  e poi arross,  sorrise,  abbracci suo marito come se
    temesse di averlo offeso.  Perch appunto Giovanni si era  offeso  una
    volta   di   certe   parole   sfuggite  a  lei  sulla  poca  sincerit
    degl'italiani e adesso un'ombra di quella nube poteva forse  ritornare
    per  effetto  della  sua  esclamazione.  Egli  fu  punto infatti,  pi
    dall'abbraccio che dalla  protesta,  e  arross  pure,  ricordando,  e
    sostenne  che  al  posto  di  Noemi anche Maria avrebbe negato.  Maria
    tacque,  usc  dello  studio,  brillandole  negli  occhi  una  lagrima
    importuna.  Giovanni si compiacque,  in principio,  di aver rintuzzata
    una tenerezza offensiva e si mise a  scrivere  il  biglietto  per  don
    Clemente.  Non  l'aveva  finito di scrivere e il suo corruccio gli era
    gi diventato rimorso.  Si alz,  usc in cerca della moglie.  Era nel
    corridoio  con Noemi che discorreva piano.  Volse tosto il viso a lui,
    lo intese,  gli sorrise con gli occhi ancora umidi,  gli fe' cenno  di
    accostarsi e di parlar sottovoce.  Che c'era?  C'era che Jeanne voleva
    partire subito per  Santa  Scolastica.  Noemi  avvert  ch'era  appena
    svegliata  e  che questo subito significava un'ora e mezzo almeno.  Ma
    bisognava mandare a Subiaco per una carrozza, poich Jeanne non era in
    grado di fare a piedi che lo stretto necessario,  l'ultimo  tratto  di
    via.
    Un tocco di campanello richiam Noemi. Jeanne l'aspettava, impaziente.
    Che  cameriera  pettegola!  diss'ella,  tra  sorridente e crucciata.
    Cosa sei andata a raccontare a tua sorella?
    Noemi la minacci di andarsene. Jeanne giunse le mani,  supplichevole.
    E le domand fissandola negli occhi, scrutandole l'anima:
    Come mi pettino? Come mi vesto?
    Noemi rispose sbadatamente:
    Ma come vuoi!
    L'altra batt il piede a terra, sbuffando. Allora Noemi cap.
    Da contadina diss'ella.
    Sciocchissima creatura!
    Noemi rise.
    Jeanne gemette il solito ritornello:
    Non mi vuoi bene! Non mi vuoi bene!
    Allora   Noemi   si   fece  seria,   le  domand  se  volesse  proprio
    riprenderselo, il suo Maironi.
    Voglio esser bella! esclam Jeanne. Ecco!
    Ella era veramente bella cos,  nella sua vesta da camera di un giallo
    ardente,  con il suo fiume di capelli bruni, cadenti un palmo sotto la
    cintura.  Era molto pi bella e pi giovine che la sera  prima.  Aveva
    negli  occhi  quella  intensit di vita che prendevano un tempo quando
    Maironi entrava nella stanza dov'era lei,  quando anche solo  ella  ne
    udiva il passo nell'anticamera.
    Vorrei  la mia "toilette" di Praglia diss'ella.  Vorrei comparirgli
    davanti col mio  mantello  verde  foderato  di  pelliccia,  adesso  in
    maggio.  Vorrei  che  vedesse  subito  quanto  sono ancora la stessa e
    quanto voglio esser la stessa. - Oh Dio Dio!
    Gett le braccia,  con un  subito  slancio,  al  collo  di  Noemi,  le
    impresse  la  bocca  sulla spalla,  soffocando un singhiozzo,  mormor
    parole che Noemi non poteva distinguere.
    No no no diceva,  sono pazza,  sono cattiva,  andiamo via,  andiamo
    via.
    Alz il viso lagrimoso. Andiamo a Roma diss'ella.
    S  s  rispose  Noemi,  commossa andiamo a Roma,  partiamo subito.
    Adesso domando a che ora c' un treno.
    Jeanne l'afferr di colpo,  la trattenne.  No,  no,  era  una  pazzia,
    cos'avrebbe detto sua sorella?  Cos'avrebbe detto suo cognato? Era una
    pazzia, era una cosa impossibile. E poi, e poi, e poi... Si coperse il
    viso, si mormor dentro le mani che le bastava di vederlo,  di vederlo
    un solo momento,  ma che partire senza vederlo non poteva, non poteva,
    non poteva.
    Andiamo! diss'ella,  dopo un lungo silenzio,  scoprendosi  il  viso.
    Vestiamoci!  Mi  vestir  come  vorrai tu;  di sacco,  se vorrai,  di
    cilicio.
    Ell'aveva ricuperato il suo sorriso cruccioso di prima.
    Chi sa? disse. Forse mi far bene di vederlo vestito da contadino.
    Io guarirei subito mormor Noemi;  e arross sentendo di aver  detto
    una grossa falsit.

    Quando  la signora Selva buss all'uscio per avvertire che la carrozza
    era pronta,  Jeanne preg  Noemi,  con  umilt  comica,  di  lasciarle
    mettere  il  grande  cappello  Rembrandt che prediligeva.  Le nere ali
    piumate,  curve  sul  viso  pallido,  sui  neri  fuochi  degli  occhi,
    sull'alta   persona  avvolta  in  un  mantello  scuro,   parevan  vive
    dell'anima stessa di lei, cupa, appassionata e altera. Ella sent, nel
    dare il buon giorno a Maria Selva, l'ammirazione che destava. La sent
    anche negli occhi  di  Giovanni  ma  diversa,  non  simpatica.  Appena
    lasciatolo  per  scendere  con  Noemi  al  cancello  dove  la carrozza
    aspettava,  le domand se avesse detto niente,  proprio niente,  a suo
    cognato. Avutane una risposta rassicurante, mormor:
    Mi pareva.
    Fatti pochi passi, le strinse forte il braccio, esclam lieta come per
    una scoperta improvvisa:
    Per sono ancora bella!
    Noemi  non  le  dava retta.  Noemi si domandava: il nome Dessalle avr
    detto qualche cosa a quel frate?  lo avr egli udito  da  Maironi?  se
    Maironi gli ha raccontato di questo amore,  non potrebbe avere taciuto
    il nome della signora?  In fondo  ella  aveva  un'acuta  curiosit  di
    conoscere  l'uomo che aveva ispirato a Jeanne un sentimento cos forte
    ed era scomparso dal mondo in un  modo  cos  strano.  Ma  lo  avrebbe
    voluto  vedere  da  sola.  Era  uno  sgomento  di  pensare  che  i due
    s'incontrassero senza qualche preparazione. Almeno poter prima parlare
    a questo frate, a questo don Clemente,  accertarsi che sa,  informarlo
    se non sa, apprendere da lui qualche cosa di quell'altro, il suo stato
    d'animo,  le sue intenzioni!  Basta, pens salendo in carrozza, faccia
    la Provvidenza! E assista questa povera creatura!

    Nel metter piede a terra dove comincia la mulattiera,  Jeanne  propose
    timidamente,  come  chi prevede un rifiuto e lo riconosce ragionevole,
    di salire ai Conventi sola, colla guida di un monello corso da Subiaco
    dietro la carrozza.  Il rifiuto venne infatti e vivacissimo.  Non  era
    possibile!  Che  mai  le  veniva  in mente?  Allora Jeanne supplic di
    essere almeno lasciata sola con lui,  se lo avesse trovato.  Noemi non
    seppe che rispondere.
    E se ti precedessi? diss'ella. Se domandassi del padre Clemente? Se
    cercassi di capire cos', cosa fa e cosa pensa il tuo...
    Jeanne la interruppe, esterrefatta.
    Il  padre?  Parlare al padre? esclam squadernandole ambedue le mani
    sul viso come per turarle la bocca. Guai a te se parli al padre!
    S'incamminarono  lentamente  per  la  sassosa  mulattiera.  Jeanne  si
    fermava spesso, presa da tremiti, vibrando come un filo teso al vento.
    Porgeva allora in silenzio a Noemi le mani gelate perch sentisse e le
    sorrideva.  Nel  mare delle nebbie correnti a monte comparve,  curioso
    anche lui, l'occhio smorto del sole.


    2.
    Don Clemente celebr messa verso le sette,  parl coll'Abate e poi  si
    rec  all'Ospizio dei pellegrini.  Trov Benedetto addormentato con le
    braccia in croce sul petto,  le labbra socchiuse,  il viso composto  a
    una visione interna di beatitudine. Gli accarezz i capelli, lo chiam
    sottovoce.  Il giovine si scosse,  alz,  smarrito, il capo, balz dal
    letto,  afferr e baci la mano a don Clemente che la ritrasse con  un
    impeto  di  umilt  frenato  subito  dal  suo  pudore  d'anima,  dalla
    coscienza dignitosa del suo ministero.
    Dunque? diss'egli. Il Signore ti ha parlato?
    Sono nella Sua Volont rispose Benedetto come una foglia nel vento.
    Come una foglia che non sa niente.
    Il monaco gli prese il capo a due mani,  lo attir a s,  gli pos  le
    labbra   sui   capelli,   ve  le  tenne  a  lungo  in  una  silenziosa
    comunicazione di spirito.
    Devi andare dall'Abate diss'egli. Dopo verrai da me.
    Benedetto lo fiss,  lo interrog senza parole: perch questa  visita?
    Gli  occhi  di  don Clemente si velarono di silenzio e il discepolo si
    umili in uno slancio muto ma visibile di obbedienza.
    Subito? diss'egli.
    Subito.
    Posso lavarmi al torrente?
    Il Maestro sorrise:
    Va, lavati al torrente.
    Lavarsi all'acqua che talvolta, per abbondanza di piogge,  suona nella
    valle Pucceia a levante del monastero e taglia di rigagnoli la via del
    Sacro  Speco  sotto  Santa  Crocella,  era  il solo piacere fisico che
    Benedetto si  concedesse.  Piovigginava;  nebbie  fumavano  lente  nel
    vallone alto,  le tremole acque tenui si dolevano a Benedetto fuggendo
    attraverso  la  via,  gli  tacevano  contente  nel  cavo  delle  mani,
    gl'infondevano per la fronte,  gli occhi, le guance, il collo, fino al
    cuore,  un senso della loro anima casta,  dolce,  un  senso  di  bont
    Divina.  Benedetto si vers l'acqua sul capo largamente,  e lo spirito
    dell'acqua gli alit nel pensiero.  Sent che il Padre lo avviava  per
    novo  cammino,  che  ve  lo  avrebbe  portato  nella Sua mano potente.
    Benedisse riverente la creatura per la quale gli si era  infuso  tanto
    lume  di  grazia,   l'acqua  purissima;  e  ritorn  all'Ospizio.  Don
    Clemente, che lo attendeva nel cortile, trasal al vederlo;  tanto gli
    parve trasfigurato.  Sotto la selva umida dei capelli in disordine gli
    occhi avevano una quieta gioia celestiale,  e lo scarno viso di avorio
    una  spiritualit  occulta quale fluiva dai pennelli del Quattrocento.
    Come poteva quel volto accordarsi con  gli  abiti  contadineschi?  Don
    Clemente  si applaud in cuor suo di un pensiero concepito nella notte
    e gi espresso  all'Abate:  dare  a  Benedetto  un  vecchio  abito  di
    converso.  Prima di concedere o rifiutare il proprio consenso, l'Abate
    voleva vedere Benedetto, parlargli.
    L'Abate aspettava Benedetto suonando un pezzo di sua composizione  con
    le  nocche  delle  dita,   e  accompagnando  il  suono  con  diabolici
    storcimenti delle labbra,  delle  narici,  delle  sopracciglia.  Udito
    bussar  discretamente all'uscio,  non rispose n tralasci di suonare.
    Terminato il pezzo, lo ricominci,  lo suon una seconda volta da capo
    a fondo.  Poi stette in ascolto.  Fu bussato ancora, pi lievemente di
    prima. L'Abate esclam:
    Seccatore!
    E,  strappati alcuni accordi,  si pose a fare delle scale  cromatiche.
    Dalle  scale  cromatiche  pass  agli  arpeggi.  Poi  stette ancora in
    ascolto,  per tre o quattro minuti.  Non udendo  pi  nulla,  and  ad
    aprire, vide Benedetto che s'inginocchi.
    Chi  costui? diss'egli, ruvido.
    Il  mio  nome  Piero Maironi rispose Benedetto ma qui al monastero
    mi chiamano Benedetto.
    E fece l'atto di prender la mano dell'Abate per baciarla.
    Un momento! disse l'Abate, accigliato,  ritraendo e alzando la mano.
    Cosa fate qui?
    Lavoro nell'orto del monastero rispose Benedetto.
    Sciocco!  esclam  l'Abate.  Domando cosa state facendo qui davanti
    alla mia porta!
    Ero per venire da Vostra Paternit.
    Chi vi ha detto di venire da me?
    Don Clemente.
    L'Abate  tacque,   consider  lungamente  l'uomo  inginocchiato,   poi
    brontol qualche cosa d'incomprensibile e finalmente gli porse la mano
    a baciare.
    Alzatevi! diss'egli, ancora brusco. Entrate! Chiudete l'uscio!
    L'Abate,  entrato  che fu Benedetto,  parve dimenticarlo.  Inforc gli
    occhiali, si pose a sfogliare libri e a leggere carte,  voltandogli le
    spalle.  Benedetto aspettava diritto in piedi,  con ossequio militare,
    ch'egli parlasse.
    Maironi di Brescia? disse l'Abate,  con la voce ostile  di  prima  e
    senza voltarsi.
    Avuta  la  risposta,  continu a sfogliare e a leggere.  Finalmente si
    lev gli occhiali e si volt.
    Cosa siete venuto a fare diss'egli qui a Santa Scolastica?
    Sono stato  un  gran  peccatore  rispose  Benedetto.  Iddio  mi  ha
    chiamato fuori del mondo e fuori ne son venuto.
    L'Abate tacque un momento, guard fisso il giovine, disse con dolcezza
    ironica:
    No, caro.
    Trasse la tabacchiera,  la scosse ripetendo dei piccoli no - no - no
    quasi sottovoce,  guard nel tabacco,  vi piant le dita e levati  gli
    occhi  da  capo  su  Benedetto,  gli  disse  articolando lentamente le
    parole:
    Questo non  vero.
    Ghermita la presa con il pollice,  l'indice e il medio,  alz la  mano
    rapidamente  come  per  gettar  il  tabacco  in aria e prosegu con il
    braccio alzato:
    Sar vero che siete stato un gran peccatore,  ma non  vero che siete
    venuto fuori del mondo. Non siete n fuori n dentro.
    Fiut rumorosamente la sua presa e ripet:
    N fuori n dentro.
    Benedetto lo guardava senza rispondere. Vi era in quegli occhi qualche
    cosa,  di  tanto  grave  e di tanto dolce che l'Abate riabbass i suoi
    alla  tabacchiera  aperta,  torn  a  frugarvi,  a  giocherellare  col
    tabacco.
    Non  vi  capisco diss'egli.  Siete nel mondo e non siete nel mondo.
    Siete nel monastero e non siete nel monastero.  Ho paura che la  testa
    vi  serva  come  a  vostro bisnonno,  a vostro nonno e a vostro padre.
    Belle teste!
    Il viso di avorio di Benedetto si color lievemente.
    Sono anime di Dio diss'egli superiori a noi;  e le parole Sue vanno
    contro un comandamento di Dio.
    Fate  silenzio! esclam l'Abate.  Dite di avere lasciato il mondo e
    siete pieno del suo orgoglio. Se volevate lasciare il mondo sul serio,
    dovevate cercare di farvi novizio!  Perch non l'avete cercato?  Avete
    voluto  venir  qua in villeggiatura,  ecco la storia.  O forse avevate
    degl'impegni a casa vostra, dei pasticci,  mi capite!  "Nec nominentur
    in  nobis".  E  avete  voluto  liberarvi per farne poi degli altri.  E
    contate delle frottole a quel buon don Clemente,  prendete il posto  a
    un  povero  pellegrino,  eh  dite  su,  magari  cercando  di  darla ad
    intendere ai frati, che  facile, e a Domeneddio, che  difficile, con
    orazioni e sacramenti. Non dite di no!
    Il lieve rossore si era  dileguato  dal  viso  di  avorio,  le  labbra
    apertesi  un  momento a parole pacatamente severe non si movevano pi,
    gli occhi penetranti fissavano l'Abate con la dolce gravit di  prima.
    E l'Abate parve inasprito da quel silenzio tranquillo.
    Parlate,  dunque! diss'egli. Confessate! Non vi siete anche vantato
    di doni speciali,  di visioni,  che so io,  di miracoli  forse  anche?
    Siete  stato  un  gran  peccatore?  Mostrate  che non lo siete ancora!
    Scolpatevi,  se potete.  Dite come avete vissuto,  spiegate la  vostra
    pretensione  che  Iddio  vi  abbia chiamato,  giustificatevi di essere
    venuto a mangiare il pane dei frati a  ufo,  perch  frate  non  avete
    voluto essere e quanto a lavorare avete lavorato ben poco!
    Padre  rispose  Benedetto  e  il  tono severo della voce,  la severa
    dignit del volto mal si accordavano con la mansuetudine  umile  delle
    parole,  questo  buono per me peccatore che da tre anni vivo, per lo
    spirito,  nella mollezza  e  nelle  delizie,  vivo  nella  pace,  vivo
    nell'affetto  di persone sante,  vivo in un'aria piena di Dio.  Le Sue
    parole sono buone e dolcissime all'anima  mia,  sono  una  grazia  del
    Signore, mi hanno fatto sentire con le loro punte quanto orgoglio vi 
    ancora in me che non lo sapevo,  perch nel disprezzarmi da me sentivo
    piacere. Come servo, poi,  della santa Verit,  Le dico che la durezza
    non    buona neppure con uno che inganna,  perch forse la soavit lo
    farebbe pentire del suo inganno;  e che nelle parole  della  Paternit
    Vostra  non    lo spirito del nostro Padre solo e vero,  al quale sia
    gloria.
    Nel dire al quale sia gloria Benedetto cadde ginocchioni  acceso  in
    viso da un fervore augusto.
    Sei tu, peccatore tristo, che vuoi fare il maestro? esclam l'Abate.
    Ha ragione,  ha ragione rispose Benedetto di slancio, affannosamente
    e giungendo le mani.  Ora Le dico il mio peccato.  Desiderai  l'amore
    illecito,  mi  compiacqui della passione di una donna,  ch'era d'altri
    come d'altri era io e l'accettai.  Lasciai ogni pratica di  religione,
    non  curai  di  dare  scandalo.  Questa  donna non credeva in Dio e io
    disonorai  Dio  presso  di  lei  colla  mia  fede  morta,  mostrandomi
    sensuale,  egoista,  debole,  falso.  Iddio mi richiam colla voce dei
    miei morti,  di mio padre e di mia madre.  Mi allontanai allora  dalla
    donna  che mi amava,  ma senza vigore di volont,  ondeggiando nel mio
    cuore fra il bene e il male. In breve ritornai a lei, tutto ardente di
    peccato, conoscendo di perdermi e risoluto a perdermi.  Non vi era pi
    un  atomo  di  volont  buona  nell'anima mia quando una mano morente,
    cara, santa, mi afferr e mi salv.
    Guardatemi bene disse allora l'Abate senza farlo alzare.  Avete mai
    fatto sapere a nessuno ch'eravate qui?
    A nessuno. Mai.
    L'Abate rispose secco:
    Non vi credo.
    Benedetto non batt ciglio.
    Voi sapete ripigli l'Abate perch non vi credo.
    Lo  suppongo  rispose  Benedetto  piegando il viso.  "Peccatum meum
    contra me est semper".
    Alzatevi! comand l'inflessibile Abate. Io vi caccio dal monastero.
    Ora vi recherete a  salutare  don  Clemente  nella  sua  cella  e  poi
    partirete per non ritornare mai pi. Avete inteso?
    Benedetto   assent  del  capo,   ed  era  per  piegare  il  ginocchio
    all'omaggio di rito quando l'Abate lo trattenne con un gesto.
    Aspettate diss'egli.
    Rinforc gli occhiali,  prese un foglio di carta e vi scrisse,  stando
    in piedi, alcune parole.
    Cosa farete disse scrivendo quando sarete fuori?
    Benedetto rispose piano:
    Il bambino preso in braccia dal padre mentre dormiva, sa egli cosa il
    padre far di lui?
    L'Abate  non replic niente,  fin di scrivere,  pose il foglio in una
    busta, la chiuse, la tese, senza voltare il capo,  a Benedetto che gli
    stava dietro le spalle.
    Prendete disse portate a don Clemente.
    Benedetto gli chiese il permesso di baciargli la mano.
    No, no, andate via, andate via!
    La voce dell'Abate suonava di collera. Benedetto ubbid. Appena fu nel
    corridoio ud l'uomo incollerito strepitare sul piano.
    Prima  di  entrare nella celletta di don Clemente,  Benedetto si ferm
    davanti alla grande finestra che termina  il  corridoio.  Ivi  si  era
    trattenuto,  poche  ore  prima,  il  Maestro  a  contemplare i lumi di
    Subiaco pensando la nemica,  la creatura di  bellezza,  d'ingegno,  di
    naturale   bont,   venuta  forse  a  contendergli  il  suo  figliuolo
    spirituale,  a contenderlo a Dio.  Ora  il  figliuolo  spirituale  era
    misteriosamente certo che la donna male amata da lui nel tempo del suo
    gravitare cieco e ardente sulle cose inferiori,  aveva scoperto la sua
    presenza nel monastero e sarebbe venuta a cercarlo.  Disceso dentro lo
    Spirito interno al proprio cuore,  egli vi attingeva un pio sentimento
    del Divino ch'era pure in  lei,  ascoso  a  lei  stessa,  una  mistica
    speranza che per qualche oscura via ella pure arriverebbe un giorno al
    mare  di  verit  eterna  e  di amore,  che attende tante povere anime
    erranti.
    Don Clemente lo aveva udito venire e  aperse  a  mezzo  l'uscio  della
    cella. Benedetto entr, gli porse la lettera dell'Abate.
    Debbo  lasciare  il  monastero  diss'egli,  sereno.  Subito  e  per
    sempre.
    Don Clemente non rispose, aperse la lettera. Letta che l'ebbe, osserv
    a Benedetto,  sorridendo,  che la sua partenza  per  Jenne  era  stata
    decisa  fin dalla sera precedente.  Vero,  ma l'Abate aveva detto: per
    non ritornare mai pi.  Don Clemente aveva le  lagrime  agli  occhi  e
    sorrideva ancora.
    Lei  contento? disse Benedetto, quasi dolente.
    Oh,  contento!  Come  avrebbe  potuto  dire  il suo Maestro,  quel che
    sentiva?  Partiva il discepolo diletto,  partiva per sempre,  dopo tre
    anni  di  dolce  unione spirituale;  ma ecco,  l'ascosa Volont si era
    manifestata.  Iddio lo toglieva dal monastero,  lo chiamava per  altre
    vie.  Contento!  S, afflitto e contento, ma della sua contentezza non
    poteva dire il perch a Benedetto.  La parola Divina non avrebbe avuto
    valore per Benedetto s'egli non la intendeva da s.
    Contento,  no diss'egli.  In pace,  s.  Noi c'intendiamo,  vero? E
    adesso raccogliti per le mie  parole  ultime,  che  spero  ti  saranno
    care.
    Don Clemente, nel dir cos a voce bassa, si color tutto di rossore.
    Benedetto  pieg  il capo a lui che gl'impose ambo le mani con dignit
    soave.
    Desideri disse la virile voce  piana  dare  tutto  te  stesso  alla
    verit Suprema, alla sua Chiesa visibile e invisibile?
    Come  se  si  fosse atteso a quell'atto e a quella domanda,  Benedetto
    rispose pronto con voce ferma:
    S.
    La voce piana:
    Prometti tu,  da uomo a uomo,  vivere senza nozze e povero fino a che
    io ti sciolga della tua promessa?
    La voce ferma:
    S.
    La voce piana:
    Prometti  tu essere sempre obbediente all'autorit della Santa Chiesa
    esercitata secondo le sue leggi?
    La voce ferma:
    S.
    Don Clemente attir a s il capo  del  discepolo  e  gli  parl  sulla
    fronte:
    Ho  chiesto  all'Abate  di poterti dare un abito di converso,  perch
    uscendo di qua tu porti sopra di  te  almeno  il  segno  di  un  umile
    ministero religioso. L'Abate, prima di decidere, ha voluto parlarti.
    Qui  don  Clemente baci il discepolo in fronte,  significando cos il
    giudizio  dell'Abate  dopo  il  colloquio,  chiudendo  in  quel  bacio
    silenzioso  parole  di lode,  non credute convenienti al suo carattere
    paterno n alla umilt del discepolo. E non si avvide che il discepolo
    tremava da capo a piedi.
    Ecco diss'egli quel che l'Abate scrive dopo averti parlato.
    Mostr a Benedetto il foglio dove l'Abate aveva scritto:
    Concedo.   Fatelo  partire  subito  perch  io  non  sia  tentato  di
    trattenerlo.
    Benedetto abbracci di slancio il suo Maestro e gli appoggi la fronte
    a una spalla, senza parlare. Don Clemente mormor:
    Sei contento? Adesso te lo domando io.
    Ripet due volte la domanda senza ottenere risposta.  Venne finalmente
    un sussurro:
    Posso non rispondere? Posso pregare un momento?
    S, caro, s.
    Accanto al lettuccio del monaco,  alta  sopra  l'inginocchiatoio,  una
    grande  croce  nuda  diceva:  Cristo   risorto,  configgi ora tu a me
    l'anima tua.  Infatti qualcuno,  forse  don  Clemente,  forse  un  suo
    predecessore,  vi  aveva  scritto sotto: "omnes superbiae motus ligno
    crucis affigat". Benedetto si stese bocconi a terra,  pos la  fronte
    ov'eran da posare le ginocchia. Per la finestra aperta della cella uno
    scialbo  lume  del  cielo  piovoso  batteva,  di  sghembo,  sul  dorso
    dell'uomo prosteso e dell'uomo ritto in piedi  con  la  faccia  levata
    verso la croce grande. Il mormorio della pioggia, il rombo dell'Aniene
    profondo  avrebbero  detto  a Jeanne uno sconsolato compianto di tutto
    ci che vive sulla terra e ama.  A don Clemente dicevano  un  consenso
    pio della creatura inferiore con la creatura supplice al Padre comune.
    Benedetto non li udiva.
    Egli si alz, pacato in viso, vest, a un cenno del Maestro, la tonaca
    di  converso stesa sul letto,  cinse la cintura di cuoio.  Vestito che
    fu,  si mostr aprendo le braccia e sorridendo,  al  Maestro,  che  si
    compiacque  di  vederlo  cos dignitoso,  cos spiritualmente bello in
    quell'abito.
    Lei non ha inteso? disse Benedetto. Non ha pensato una cosa?
    No, don Clemente aveva pensato che quella gran commozione di Benedetto
    fosse stata effetto di umilt.  Adesso capiva che  altro  gli  sarebbe
    dovuto venire in mente; ma cosa?
    Ah! esclam a un tratto. Forse la tua Visione?
    Certo. Benedetto si era visto morire sulla nuda terra, all'ombra di un
    grande  albero,  nell'abito  benedettino;  e  argomento di non credere
    nella Visione giusta i consigli  di  don  Giuseppe  Flores  e  di  don
    Clemente  gli era stata la contraddizione di ci con la sua ripugnanza
    strana per i voti monastici,  venutagli  sempre  crescendo  da  quando
    aveva lasciato il mondo.  Ora questa contraddizione pareva dileguarsi;
    pareva quindi risorgere la credibilit di un carattere profetico della
    Visione.  Don Clemente ne conosceva  questa  parte  e  avrebbe  potuto
    leggere  nel  cuore di Benedetto il suo sbigottimento al riaffacciarsi
    di un misterioso disegno Divino sopra di lui, il suo terrore di cadere
    in peccato di superbia. Non ci aveva pensato.
    Non pensarci neppure tu diss'egli.  E si affrett a mutar  discorso.
    Gli  diede  una lettera e dei libri per l'arciprete di Jenne.  Intanto
    l'arciprete lo avrebbe ospitato.  Se dovesse restare  a  Jenne  o  no,
    ritornare, in questo caso, a Subiaco o recarsi altrove, glielo farebbe
    sapere la Divina Provvidenza.
    Padre  mio  disse  Benedetto,  proprio  non  penso  cosa sar di me
    domani.  Penso unicamente questo: "magister adest et vocat me" ma  non
    come  una  voce  sovrannaturale.  Ho  avuto torto di non capire che il
    Maestro  presente sempre,  e chiama sempre:  me,  Lei,  tutti.  Basta
    farsi un po' di silenzio nell'anima, la sua voce si sente.
    Un  raggio fioco di sole entr nella cella.  Don Clemente pens subito
    che,   se  cessasse  di  piovere,   la   signora   Dessalle   verrebbe
    probabilmente  a  visitare  il  monastero.  Non disse niente ma la sua
    inquietudine interna si trad con  un  trasalire  della  persona,  con
    un'occhiata  al cielo,  che significarono a Benedetto come fosse tempo
    di partire.  Egli domand in grazia  di  poter  pregare,  prima  nella
    chiesa  di Santa Scolastica e poi al Sacro Speco.  Il sole si nascose,
    ricominci a  piovere,  Maestro  e  discepolo  scesero  insieme  nella
    chiesa,  vi  si  trattennero in preghiera l'uno accanto all'altro e fu
    quello il loro solo addio. Benedetto prese la via del Sacro Speco alle
    nove.  Usc di Santa Scolastica inosservato,  mentre fra Antonio stava
    confabulando col messo di Giovanni Selva. In quel momento, il lume del
    sole  redivivo riaccese rapidamente i vecchi muri,  la via,  il monte;
    acuto gioire, ali veloci di uccelletti ruppero in ogni parte il verde,
    e alle sue labbra sal spontanea la parola:
    Vengo.


    3.
    Jeanne e Noemi arrivarono al monastero alle dieci.  A pochi passi  dal
    cancello  Jeanne  fu  presa  da  una  palpitazione  violenta.  Avrebbe
    desiderato visitare l'orto prima del Convento,  poich il  monello  di
    Subiaco  le  aveva detto che i frati di Santa Scolastica ci avevano un
    bell'orto e gente loro che vi lavorava: un vecchio  di  Subiaco  e  un
    giovine  forestiere.  Non era pi da parlarne.  Pallida,  sfinita,  si
    trascin male, al braccio di Noemi,  fino alla porta dove un accattone
    aspettava la minestra. Per fortuna fra Antonio aperse prima ancora che
    Noemi  suonasse e Noemi lo preg di una sedia,  di un bicchier d'acqua
    per la signora che si sentiva male.  Sgomentato alla vista di  Jeanne,
    smorta smorta, cadente sul fianco della sua compagna, il vecchio umile
    fraticello pose in mano a Noemi la scodella di zuppa che aveva portata
    per l'accattone,  corse per la sedia e per l'acqua. Un po' la comicit
    di quella scodella fra le mani di Noemi sbalordita,  un po' il riposo,
    un  po'  l'acqua,  un  po' la visione del chiostro antico dormiente in
    pace,  un po' il reagire della  volont  ristorarono  sufficientemente
    Jeanne  in  pochi  minuti.   Fra  Antonio  and  in  cerca  del  Padre
    foresterario che guidasse le visitatrici.
    Gli dica le due signore di casa Selva fece Noemi.
    Don  Clemente  si  present  arrossendo,  nel  suo  verginale  candore
    d'animo,  di  conoscere  i  casi  di Jeanne all'insaputa di lei,  come
    avrebbe arrossito di un inganno.  Scambi Noemi che prima gli si  fece
    incontro, per la Dessalle. Alta, snella, elegante, Noemi rappresentava
    bene  una seduttrice;  per non mostrava pi di venticinque anni,  non
    poteva essere,  per questo verso,  la donna di cui Benedetto gli aveva
    raccontate  le  vicende.  Ma  il  benedettino non seppe fare di questi
    calcoli.  A Noemi  premeva  di  assicurarsi  che  fra  Antonio  avesse
    adempiuto bene il suo incarico.
    Buon  giorno,  padre  diss'ella  con la sua bella voce cui l'accento
    straniero aggiungeva grazia.  Ci siamo visti iersera.  Lei usciva  di
    casa Selva.
    Don  Clemente  fece  un lievissimo cenno del capo.  Veramente Noemi lo
    aveva appena intravisto. Era per rimasta colpita dalla sua bellezza e
    aveva pensato che se  quello  era  il  signor  Maironi  si  capiva  la
    passione di Jeanne.  Nella coscienza della propria fresca giovent non
    le pass per la mente  che  i  suoi  venticinque  anni  fossero  stati
    scambiati per i trentadue di Jeanne. Jeanne, intanto, meditava di trar
    partito dal suo malessere.
    Non erano aspettate,  iersera disse don Clemente a Noemi. Lei viene
    dal Veneto?
    Dal Veneto? Noemi parve sorpresa.
    I signori Selva mi hanno detto soggiunse il padre che Lei abita nel
    Veneto.
    Allora Noemi cap, sorrise,  rispose con un monosillabo che non era n
    un  s  n  un  no,  e  pens  ella pure di trar partito dal caso,  di
    prepararsi, grazie a questo equivoco, un colloquio particolare con don
    Clemente, per istruirlo se fosse necessario. Le parve anche divertente
    di conversare con quel bel frate essendo creduta Jeanne.  Avvert  con
    una  occhiata  quest'ultima  che  guardava  ora  lei,  ora  il  frate,
    imbarazzata,  avendo capito l'errore di lui,  non sapendo se tacere  o
    parlare.
    La mia amica diss'ella conosce gi Santa Scolastica,  naturalmente.
    Io invece non ci sono stata mai.
    Si volse a Jeanne:
    Se il padre disse ha la bont di accompagnarmi,  mi  pare  che  tu,
    poich non ti senti bene, potresti restare.
    Jeanne  acconsent  tanto  prontamente che Noemi dubit di qualche suo
    segreto disegno, si domand se non commettesse un errore.  A ogni modo
    adesso  era  troppo tardi.  Don Clemente,  poco soddisfatto di aver ad
    accompagnare una signora sola,  propose di  attendere.  Forse  l'altra
    signora,  fra poco,  si sentirebbe meglio.  Jeanne protest.  No,  non
    dovevano attendere, ella era contentissima di rimaner l.
    Nel passare dal primo al secondo chiostro Noemi ricord nuovamente  al
    padre l'incontro della sera precedente.
    Lei  aveva un compagno? diss'ella e subito vergogn del suo simulare
    di non aver tratto il monaco  dall'inganno  in  cui  era  caduto.  Don
    Clemente rispose quasi sottovoce:
    S signora, un ortolano del monastero.
    Erano  rossi  in viso tutt'e due ma non si guardarono,  ciascuno sent
    solo il rossore proprio.
    Lei sa chi siamo? riprese Noemi.
    Don Clemente rispose che supponeva di saperlo.  Dovevano essere le due
    signore aspettate dalla signora Selva. Gli pareva che la signora Selva
    gli avesse nominata sua sorella e la signora Dessalle.
    Ah, Lei lo ha saputo da mia sorella?
    A   queste  parole  di  Noemi,   don  Clemente  non  pot  trattenersi
    dall'esclamare:
    Dunque la signora Dessalle non  Lei?
    Noemi comprese che l'uomo sapeva. Quindi aveva provveduto,  certo;  un
    improvviso  incontro  non  era  possibile.  Respir,  e  il  suo cuore
    femminile vto d'inquietudine si riemp di curiosit.
    Don Clemente le parlava  della  torre,  delle  arcate  antiche,  degli
    affreschi  presso  la  porta  della chiesa ed ella pensava: come farlo
    parlare di Maironi?  Lo interruppe spensieratamente mentre le mostrava
    la processione dei fraticelli di sasso, per domandargli se capitassero
    spesso al monastero anime stanche del mondo, disilluse, avide di darsi
    a Dio.
    Sono protestante diss'ella. Questo mi interessa molto.
    Don  Clemente  pens  in cuor suo che questo le interessasse molto non
    per il suo protestantesimo  ma  per  la  sua  amicizia  colla  signora
    Dessalle.
    Spesso   no  rispose.   Qualche  volta.   Di  solito  quelle  anime
    preferiscono altri Ordini. Ah, Lei  protestante?  Non Le rincrescer,
    per, di entrare nella nostra chiesa? Non dico nella Chiesa cattolica
    soggiunse  sorridendo  e  arrossendo  dico  nella  chiesa  del nostro
    monastero.
    E raccont di un inglese,  protestante,  innamorato di san  Benedetto,
    che faceva lunghi soggiorni a Subiaco,  frequentava Santa Scolastica e
    il Sacro Speco.
    E' un'anima bellissima diss'egli.
    Ma Noemi voleva  ritornare  al  primo  soggetto,  sapere  se  qualcuno
    venisse mai dal mondo a servire il monastero per spirito di penitenza,
    senza vestire l'abito.  Non ebbe risposta perch don Clemente,  veduto
    un colossale  monaco  entrare  nel  chiostro,  le  si  scus,  and  a
    parlargli  e ritornato a lei con il maestoso compagno,  le present in
    don Leone una guida  superiore  a  lui  di  gran  lunga  per  copia  e
    profondit di dottrina; e, con molto dispetto di lei, si allontan.

    Rimasta sola, Jeanne fu ripresa dalla palpitazione violenta. Dio, come
    riviveva il passato,  come riviveva Praglia!  Pensare ch'egli andava e
    veniva per quell'ingresso,  per quei chiostri,  chi sa quante volte al
    giorno,  che aveva tanto dovuto ricordare Praglia,  quell'ora disposta
    dal destino, quell'acqua versata, quell'ebbrezza, quelle mani strette,
    nel ritorno, sotto la coperta di pelliccia! Pensare ch'egli era libero
    e che anche lei lo era! Che febbre, che febbre!
    Fra Antonio,  sgomentato sulle prime di trovarsi l questa signora che
    pareva senza fiato,  rimase poi sbalordito della rapida loquela con la
    quale, a un tratto, ella lo assal di domande. Il monastero, non aveva
    un orto vicino? - S,  vicinissimo,  a tramontana.  Di mezzo non c'era
    che una stradicciuola. - E chi lo coltivava? - Un ortolano. - Giovane?
    Vecchio?  Di Subiaco?  Forestiere?  - Vecchio.  Di Subiaco. - E nessun
    altro? - S, Benedetto. - Benedetto? Chi era Benedetto?  - Un giovane,
    del paese del Padre foresterario.  - Di dov'era il Padre foresterario?
    - Di Brescia.  - E questo giovine si chiamava Benedetto?  -  Tutti  lo
    chiamavano Benedetto;  se fosse proprio il suo vero nome,  fra Antonio
    non lo poteva dire. - Ma che uomo era? - Oh, questo s, fra Antonio lo
    poteva dire. Era quasi pi santo dei frati. Si capiva dalla faccia che
    doveva essere di  buona  famiglia  e  alloggiava  come  un  cane,  non
    mangiava  che  pane,  frutta  ed  erba,  qualche  notte  la passava in
    preghiere,  magari sulla montagna.  Lavorava la terra e anche studiava
    in  biblioteca  col Padre foresterario.  E un cuore,  un cuore grande!
    Tante volte aveva dato ai poveri anche quel magro vitto del  convento.
    - E dove lo si potrebbe vedere,  adesso?  - Eh, nell'orto, certamente.
    Fra Antonio supponeva che stesse amministrando il solfato di rame alle
    viti.
    A Jeanne batte il cuore tanto forte che la vista le  si  oscura.  Ella
    tace  e non si move.  Fra Antonio crede che non pensi pi a Benedetto.
    Ah signora dice,  Santa Scolastica  un bel monastero,  ma  bisogna
    vedere Praglia! Perch fra Antonio nella sua giovinezza,  prima della
    soppressione dell'abbazia di Praglia, vi ha passato alcuni anni,  e ne
    parla  come  di  una  madre venerata.  - Ah,  la chiesa di Praglia!  I
    chiostri! Il chiostro pensile,  il refettorio!  - Alle inattese parole
    Jeanne si esalta. Esse le dicono: va, va, va subito! Ella scatta dalla
    seggiola.
    Quest'orto? Per qual parte ci si va?
    Fra  Antonio,   un  po'  sorpreso,   le  risponde  che  pu  recarvisi
    attraversando il monastero oppure girandolo  di  fuori.  Jeanne  esce,
    chiusa  nel  suo pensiero ardente,  passa il cancello,  gira a destra,
    entra nella galleria sotto la  biblioteca,  vi  si  ferma  un  momento
    stringendosi le mani sul cuore e procede.
    Il  vaccaro  del  convento,   fermo  sull'entrata  del  cortile  dov'
    l'Ospizio dei pellegrini,  le mostra sull'opposto fianco della  viuzza
    chiusa  fra  due  muri l'uscio dell'orto.  Ella gli domanda se avrebbe
    trovato nell'orto un tale Benedetto.  Malgrado lo sforzo di dominarsi,
    le trema la voce nell'attesa di un s. Il vaccaro risponde che non sa,
    si offre di andar a vedere, bussa pi volte chiama: Bened! Bened!
    Un passo, finalmente. Jeanne si appoggia allo stipite, per non cadere.
    Dio,  se  Piero,  cosa gli dir?  L'uscio si apre,  non  Piero,  un
    vecchio.  Jeanne respira,  contenta per  un  momento.  Il  vecchio  la
    guarda, meravigliato, dice al vaccaro Benedetto non c'.
    La contentezza di lei  gi svanita, ella si sente gelare: quei due la
    guardano curiosi, in silenzio.
    E' questa signora disse il vecchio che cerca di Benedetto?
    Jeanne  non  rispose.  Rispose per lei il vaccaro;  e poi raccont che
    Benedetto aveva passato la  notte  fuori,  ch'egli  lo  aveva  trovato
    all'alba,  tutto molle di pioggia,  nel bosco del Sacro Speco, che gli
    aveva offerto del latte e che Benedetto aveva bevuto come un moribondo
    in cui rifluisca la vita.
    Udite,  Giovacchino  soggiunse  il  vaccaro,  fattosi  a  un  tratto
    solenne.  Quell'omo,  bevuto  che ebbe,  mi abbracci cos.  Io stavo
    male, non avevo dormito, mi doleva il capo, mi dolevano tutte le ossa.
    Ebbene,  dalle sue braccia mi vennero come tanti piccoli brividi e poi
    come  un calore buono un piacere,  un sentirmi cos bene che mi pareva
    avere nello stomaco due sorsi d'acquavite, la pi fina.  Via il mal di
    capo,  via  il  male  d'ossa,  via tutto E mi son detto: per Caterina,
    quest'omo  un Santo. E un Santo .
    Pass,  mentre egli parlava,  un povero  sciancato,  un  accattone  di
    Subiaco.  Vista  la signora,  si ferm,  le tese il cappello.  Jeanne,
    tutta in quel che il vaccaro diceva,  non si avvide di lui n  lo  ud
    quando, avendo il vaccaro finito di parlare, le chiese l'elemosina per
    l'amore  di  Dio.  Ella  domand all'ortolano dove questo Benedetto si
    potesse trovare.  L'ortolano si cerc una risposta nella nuca.  Allora
    la voce flebile dell'accattone gemette:
    Cercate Benedetto? Sta al Sacro Speco, sta al Sacro Speco.
    Jeanne gli si volt avida.
    Al Sacro Speco? diss'ella.  E l'ortolano domand all'accattone se ce
    l'avesse veduto lui.
    L'accattone raccont, lagrimoso pi che mai, come si fosse trovato pi
    di un'ora prima sulla strada del  Sacro  Speco,  oltre  il  bosco  dei
    lecci,  proprio  a  due passi dal Convento,  con un fastello di legna;
    come fosse caduto malamente e rimasto a giacere sotto il fastello.
    Iddio e san Benedetto diss'egli  fecero  che  passasse  un  monaco.
    Questo  monaco  mi  rialz,  mi  confort,  mi  prese  a  braccio,  mi
    accompagn al Convento dove gli altri monaci mi ristorarono.  Io me ne
    venni via e il monaco rimase al Sacro Speco.
    E che c'entra? fece l'ortolano.
    C'entra  che  prima,  vestito  com'era,  non lo riconobbi,  ma poi lo
    riconobbi. Era lui.
    Chi, lui?
    Benedetto.
    Ma chi era Benedetto?
    Il monaco.
    Ma che sei pazzo! - Scemo che sei! fecero l'ortolano e il vaccaro.
    Jeanne diede allo sciancato una moneta d'argento.
    Pensate bene diss'ella. Dite la verit.
    Lo sciancato si sdilinqu in benedizioni,  intercalandovi degli  umili
    quello  che  volete,  quello che volete - mi sar sbagliato,  mi sar
    sbagliato,  e se ne and con la sua  sequela  di  pii  borbottamenti.
    Jeanne  interrog  ancora  il  vaccaro  e  l'ortolano.  Possibile  che
    Benedetto avesse vestito l'abito?  Ma che!  L'accattone era un  povero
    scemo.
    Se n'and anche il vaccaro e Jeanne entr nell'orto,  sedette sotto un
    ulivo, pensando che Noemi avrebbe facilmente saputo dal portinaio dove
    trovarla.  Il vecchio ortolano,  curioso la sua parte,  le domand con
    molte scuse se fosse parente di Benedetto.
    Perch si sa ch' un signore diss'egli. Un signore grande.
    Jeanne non rispose alla domanda.  Volle invece sapere perch si avesse
    quell'opinione della ricchezza di Piero. Ecco,  si capiva dai modi,  e
    anche dalla faccia;  una faccia da signore, proprio. E non s'era fatto
    monaco? Eh,  no.  E perch non s'era fatto monaco?  Non si sapeva,  di
    certo. Se ne dicevano tante. Si diceva persino che avesse moglie e che
    la  moglie  gli  avesse  fatto  ci  che l'ortolano chiamava un brutto
    gioco.  Jeanne tacque e all'ortolano balen che  quella  l  fosse  la
    moglie  appunto,  la  donna del brutto gioco,  che venisse pentita,  a
    implorar perdono.
    Se questo fatto della moglie  vero diss'egli allora,  la  ci  avr
    avuto le sue ragioni,  non dico,  ma per come bont d'uomo, la non ne
    avr trovato di certo uno migliore. Guardi, signora, questi padri sono
    persone sante,  non c' che dire,  ma uno buono come lui,  n a  Santa
    Scolastica n al Sacro Speco,  glielo giuro io, non ci sta, bench c'
    don Clemente ch' santissimo! Per come questo Benedetto, no.
    A Jeanne tornarono subitamente  in  cuore  le  parole  dell'accattone:
    Benedetto,  fatto monaco. Perch mai? Si sgoment che le tornassero in
    cuore senza una ragione.  Non  avevan  detto  quei  due  che  era  una
    stoltezza e che l'accattone era uno scimunito?  S,  una stoltezza, lo
    capiva anche lei; s, uno scimunito, era parso tale anche a lei; ma le
    parole stolte battevano e ribattevano  al  suo  cuore,  sinistre  come
    maschere  dalle  facce assurde che battessero al vostro uscio in altro
    tempo che di carnevale.
    Se si trattiene,  signora disse l'ortolano,  non passa una mezz'ora
    che  capita.  Che!  Un  quarto d'ora!  Sta forse in biblioteca con don
    Clemente a studiare, o forse in chiesa.
    Dalla biblioteca che cavalca la  stradicciuola  si  esce  direttamente
    nell'orto.
    Eccolo! esclam il vecchio.
    Jeanne balz in piedi. L'uscio che mette dalla biblioteca nell'orto si
    aperse  lentamente.  Invece di Piero comparve Noemi seguita da un gran
    frate.  Noemi vide l'amica fra  gli  ulivi  e  si  arrest  di  botto,
    sorpresa.  Jeanne nell'orto?  Possibile che...?  No, il vecchio che le
    stava accanto non poteva essere Maironi e nessun altro  era  con  lei.
    Sorrise,  la minacci col dito.  Don Leone, inteso da Noemi che quella
    era la signora della quale gli  aveva  detto  durante  la  visita  del
    monastero ch'era rimasta in portineria, prese congedo. Naturalmente le
    signore  salirebbero  al  Sacro Speco e la passeggiata del Sacro Speco
    non conveniva pi alla sua mole.
    Erano quasi le undici, la carrozza doveva trovarsi alle dodici e mezzo
    dove l'avevano lasciata, perch a casa Selva si pranzava al tocco;  se
    Jeanne voleva vedere il Sacro Speco non c'era tempo da perdere,  posto
    che  il  suo  malessere  si  fosse  dileguato,   come  pareva.   Noemi
    consigliava  cos e non s'indugi a chiedere spiegazioni,  in presenza
    dell'ortolano,  dell'aver piantato fra Antonio per correre a  esplorar
    l'orto.  Si accontent di sussurrare: Fingevi,  eh?.  Jeanne rispose
    che al Sacro Speco ci doveva andar lei, Noemi, e subito, appunto. Ella
    intendeva di stare ad aspettarla nell'orto.  Noemi  indovin  un'altra
    commedia.
    Oh  no!  diss'ella.  O  vieni  al Sacro Speco o,  se non stai bene,
    scendiamo subito a Subiaco!
    Jeanne obbiett che scendere subito era inutile perch non si  sarebbe
    trovata  la  carrozza;  ma  Noemi  non  si arrese.  Avrebbero fatto la
    discesa a grande agio,  sarebbero state pronte a  salire  in  carrozza
    appena  venisse.  Jeanne rifiut ancora,  pi vivacemente,  non avendo
    altre ragioni a opporre. Allora Noemi la guard in silenzio,  cercando
    leggerle negli occhi un disegno nascosto.  In quell'attimo di silenzio
    Jeanne  fu  rimorsa  nel  cuore  dalle  parole  dell'accattone.  Prese
    impetuosamente il braccio dell'amica.
    Vuoi che venga al Sacro Speco? diss'ella.  Bene,  andiamo. Tu credi
    una cosa e non sai. Faccia il destino!
    Ma prima ancora di muovere un  passo  si  sciolse  da  Noemi,  che  la
    guardava  trasognata,  scrisse  a  matita nel suo portafogli: Sono al
    Sacro Speco.  In nome di don Giuseppe Flores,  mi aspetti. Non firm,
    stracci  la  paginetta,  la  diede  all'ortolano per quell'uomo,  se
    ritornava riprese il braccio dell'amica, dicendo:
    Andiamo!

    Il sole ardeva sulla petraia fumante umidi odori di erbe e  di  sasso,
    inargentava  i cirri di nebbioni erranti lungo i fianchi della stretta
    valle selvaggia fino al cumulo enorme assiso l sul fondo  a  cappello
    delle   cime  di  Jenne;   la  voce  grande  dell'Aniene  empiendo  le
    solitudini.  Jeanne saliva senza dir  parola,  senza  rispondere  alle
    domande  di  Noemi  pi  e  pi  sgomentata del suo silenzio,  del suo
    pallore,  del vederle le labbra strette a comprimere  il  pianto,  del
    sentir  sussultare  il  suo  braccio.   Perch?  Nella  notte  e  fino
    all'entrata di Santa Scolastica la povera  creatura  aveva  ondeggiato
    fra il timore e la speranza, in una febbre di aspettazione. Adesso era
    un'altra  febbre.   Almeno  pareva.   Pareva  che  avesse  saputo,  l
    nell'orto,  qualche cosa di cui non volesse parlare,  qualche cosa  di
    penoso,  di pauroso. Cosa poteva essere? Il tragico pianto delle acque
    invisibili,  il tremare silenzioso dei fili d'erba per la petraia,  lo
    stesso  calore  ardente  stringevano  il  cuore.   Pochi  passi  prima
    dell'Arco ritto a contenere la folla nereggiante dei lecci, Noemi ebbe
    il conforto di udire voci umane.  Erano Dane,  a cavallo,  Marinier  e
    l'Abate a piedi, che scendevano insieme dal Sacro Speco.
    Dane mostr molto piacere dell'incontro, trattenne la sua cavalcatura,
    present  le signore all'Abate,  parl con entusiasmo del Sacro Speco.
    Jeanne,  scambiata qualche parola coll'Abate,  gli domand se qualcuno
    avesse  pronunciato  i  voti  solenni,  o  almeno vestito l'abito,  di
    recente.  L'Abate rispose ch'era venuto a Santa  Scolastica  da  pochi
    giorni e non era in grado di risponderle l per l, ma non credeva che
    da  un  anno,  a dir poco,  nessuno a Santa Scolastica avesse fatto la
    professione solenne n vestito l'abito di novizio.  Jeanne  s'illumin
    di  gioia.  Adesso  lo  capiva,  era  stata  una  stupida  di dubitare
    possibile, anche per un solo momento, che Piero fosse diventato frate,
    da contadino, in dodici ore.  Avrebbe voluto ritornare subito all'orto
    di Santa Scolastica;  ma come fare?  Quale pretesto prendere? Prosegu
    ansiosa di sbrigarsi presto del Sacro Speco.  Noemi propose di sostare
    un  poco  all'ombra  dei  lecci  che  l sulla via delle anime agitate
    dall'amor divino paiono torti anch'essi da un interno furore ascetico,
    da un frenetico sforzo  di  svellersi  dalla  terra  per  avventar  le
    braccia nel cielo.  Jeanne rifiut,  impaziente.  Aveva ripreso colore
    nel volto e luce negli occhi.  Si mise spedita  per  la  scaletta  che
    termina  il  breve  cammino  e malgrado le proteste di Noemi,  che non
    capiva il perch di tanto mutamento, non volle neppure riprender fiato
    in capo alla scala,  ove improvvisamente  si  scopre  la  scena  cupa,
    profonda  della  vallea,  e alto,  a sinistra,  l'orrido sasso caro ai
    falchi e ai corvi,  rigonfio sopra le murature  squallide,  bucate  di
    fori disadorni, che vi s'incrostano per traverso sugli anfratti nudi e
    sono il monastero del Sacro Speco.  Sotto il monastero,  nel profondo,
    pende il roseto di san Benedetto e sotto il roseto pendono  gli  orti,
    pendono gli uliveti al ruggente Aniene scoperto.  Il cumulo assiso sui
    monti di Jenne saliva invadendo il cielo. Una ondata d'ombra pass sul
    sasso enorme, sul monastero,  sul parapetto cui Noemi aveva appoggiato
    i gomiti, contemplando.
    Questo    magnifico diss'ella.  Lasciami fermare un po' qui almeno
    ora che c' ombra!
    Ma in quel momento,  a due passi da loro,  si apriva la porticina  del
    monastero  e ne usciva una compagnia di stranieri,  signori e signore.
    Il monaco che li aveva guidati,  vedendo Jeanne e Noemi,  tenne aperto
    l'uscio  in atto di aspettazione Jeanne si affrett a entrare e Noemi,
    mal suo grado, la segu.
    Affreschi del Trecento disse il benedettino nell'oscuro corridoio di
    entrata con voce indifferente e  passando.  Noemi  si  ferm,  curiosa
    delle  pitture  antiche.  Jeanne  tenne  dietro al benedettino,  senza
    guardare n a destra ne a sinistra,  distratta,  tentata da un dubbio.
    Se  l'Abate non avesse detto il vero?  Se lo avesse detto l'accattone?
    La fantasia le rappresent l'incontro felice nel cortile  di  Praglia,
    il  viso pallidissimo di lui,  il grazie che l'aveva fatta tremar di
    gioia. Le correvano brividi nel sangue,  e,  come per una strappata di
    redini all'immaginazione, si volt a Noemi:
    Vieni diss'ella.
    Segu il monaco nulla udendo di quello ch'egli diceva, nulla guardando
    di  quello  che  indicava.  Noemi  dissimulava  a  fatica  le  proprie
    inquietudini. Presentiva un pericolo nel ritorno.  Il punto pericoloso
    era  l'orto  di  Santa  Scolastica  dove  Jeanne  intendeva rientrare,
    secondo aveva detto al vecchio ortolano.  Adesso  le  era  passato  il
    desiderio  di  vedere  questo  famoso  Maironi.  Non desiderava che di
    ritornare con Jeanne a casa Selva,  senz'aver fatto incontri e avrebbe
    voluto  indugiarsi al Sacro Speco il pi possibile perch poi mancasse
    loro il tempo di sostare a Santa Scolastica.  Perci fingeva  prendere
    alle viscere preziose del monastero dalla squallida pelle un interesse
    continuo  mentre  invece  sentiva  solamente  desiderio  di ritornarvi
    un'altra volta con sua sorella o con suo cognato, in pace.
    Nel discendere in quella miniera della santit,  n l'una  n  l'altra
    sapevano  qual  via facessero per l'aria morta e fredda,  per le ombre
    mistiche, per i chiarori giallognoli pioventi dall'alto, per gli odori
    di sasso umido,  di lucignoli fumosi,  di  arredi  vecchioni,  per  le
    visioni  di  cappelle,  di grotte,  di croci negli sfondi bui di scale
    perdentisi in fuga,  a paro con le loro volte acute gi verso  caverne
    inferiori di marmi color di sangue,  color di notte, color di neve, di
    rigide folle pie  dalle  facce  bizantine  ingombranti  le  pareti,  i
    timpani  delle  arcate,  di  monacelle  e  di  fraticelli  ritti nelle
    strombature delle finestre nei pennacchi delle volte,  lungo  il  giro
    degli archivolti, ciascuno con la sua venerabile aureola. Non sapevano
    quale cammino vi facessero e Jeanne appena ne sentiva la realt.
    Nello   scendere   la  Scala  Santa,   precedendo  il  monaco  seguito
    immediatamente da Jeanne e Noemi venendo ultima a cinque o sei gradini
    di distanza, Jeanne, improvvisamente,  gitt le mani alle spalle della
    guida e subito,  vergognando dell'atto involontario, le ritolse mentre
    il monaco, fermatosi, le volgeva il capo, attonito.
    Scusi diss'ella. Chi  quel padre?
    Fra due ripiani  della  Scala,  dietro  un  risalto  della  parete  di
    sinistra,  una  figura  tutta  nera nella tonaca benedettina si teneva
    ritta nell'angolo oscuro,  appoggiando  la  fronte  al  marmo.  Jeanne
    l'aveva oltrepassata di quattro o cinque gradini senza vederla.  S'era
    voltata a guardare per caso, l'aveva veduta,  un istintivo sospetto le
    era lampeggiato nel cuor tremante.
    Il monaco rispose:
    Non  un padre, signora.
    Si chin ad aprire con la chiave la cancellata di una cappella.
    Cosa c'? chiese Noemi, sopraggiungendo.
    Non  un padre? ripet Jeanne.
    Nell'udire la voce strana dell'amica, Noemi trasal. Neppure lei aveva
    notato la figura ritta nell'ombra della parete.
    Chi? diss'ella.
    Il monaco,  che intanto aveva aperto, intese qui? e rifer la parola
    a un discorso di prima.
    No disse,  il ritratto autentico di san Francesco non    qui.  Pi
    abbasso c' un san Francesco dipinto dal cavalier Manente. Lo vedranno
    dopo. Se vogliono passare...
    Noemi  disse  piano  a Jeanne cos'hai? e avendo l'altra risposto con
    voce pi tranquilla niente,  le pass avanti,  entr nella cappella,
    ascoltando le spiegazioni del monaco.  Allora la figura nera si stacc
    dalla parete.  Jeanne la vide salire lenta nell'ombra sotto le  arcate
    ogivali.  Toccato  il  ripiano superiore,  la figura sparve a destra e
    subito ricomparve in un braccio  di  scala  attraversato  dall'obliquo
    sfondo della scena, luminoso nel raggio di una finestra invisibile. La
    figura saliva lenta,  quasi faticosamente.  Prima di sparire dietro il
    fianco enorme di un'arcata, pieg il capo a guardare in basso.  Jeanne
    la riconobbe.
    Sull'attimo,  quasi  obbedendo a una fulminea volont impostasi a lei,
    quasi portata dal turbine del suo destino,  pallida,  risoluta,  senza
    sapere  cos'avrebbe  detto,  cos'avrebbe  fatto,  ella prese l'ascesa.
    Attraversato il  ripiano  superiore,  nel  metter  piede  sulla  scala
    chiara,  trabocc a terra, vi giacque un momento; s che Noemi, uscita
    della cappella, non la vide, la credette discesa in cerca del ritratto
    di san Francesco.  Si rialz,  riprese  la  via,  povera  creatura  di
    passione, richiamata invano dalle immagini di celeste pace, irrigidite
    sulle mura sacre. Tutto era davanti a lei silenzio e vuoto. Ell'andava
    per  vie  ignote  a  lei,  veloce,  sicura,  come nella chiaroveggenza
    dell'ipnosi.  Passava per buie stretture,  per chiarori larghi,  senza
    esitar mai,  senza guardare n a destra n a sinistra, chiusi e acuiti
    tutti i sensi nell'udito,  seguendo attimi  di  sussurri  lontani,  il
    dolersi  lieve  di  un uscio,  il vento di un altro,  lo sfiorar di un
    abito a uno stipite.  Cos dai due spinti battenti  dell'ultima  porta
    ella emerse rapida in faccia a lui.
    Anch'egli l'aveva riconosciuta sulla Scala Santa,  all'ultimo momento.
    Si tenne quasi certo di non essere stato riconosciuto alla sua  volta;
    cerc tuttavia di togliersi dal solito cammino dei visitatori.  Quando
    ud giungere a quella recondita sala un fruscio  di  vesti  femminili,
    comprese, aspett, a fronte della porta.
    Ella  lo  vide  e impietr sull'atto fra i battenti aperti,  fissi gli
    occhi negli occhi di lui,  che non avevano pi  lo  sguardo  di  Piero
    Maironi.
    Era  trasfigurato.  La  persona,  forse per le vesti nere,  pareva pi
    sottile.  Il viso pallido,  scarno,  spirava dalla fronte,  fatta  pi
    alta,  una dignit,  una gravit,  una dolcezza triste, che Jeanne non
    gli aveva conosciute mai.  E gli occhi erano del  tutto  altri  occhi,
    avevano un inesprimibile divino, tanta umilt e tanto impero, l'impero
    di  un  amore  trascendente,  originario  non  del suo cuore ma di una
    mistica fonte ad esso interna,  di un amore oltrepassante il cuore  di
    lei,  ricercantele  pi  addentro  una  recondita  regione dell'anima,
    ignota a lei stessa.  Ella giunse  lenta  lenta  le  mani  e  pieg  i
    ginocchi a terra.
    Benedetto  si  rec alle labbra l'indice della sinistra e tese l'altro
    alla  parete  fronteggiante  il  balcone  aperto  sui  carpineti   del
    Francolano  e  sul fragore del fiume profondo.  Nel mezzo della parete
    nereggiava, grande, la parola

    SILENTIUM.

    Per secoli,  da quando la parola era stata scritta,  mai voce umana si
    era  udita  l  dentro.  Jeanne  non  guard,  non  vide.  A lei bast
    quell'indice alle labbra di Piero per serrar le sue.  Ma non bast per
    costringerle  il  pianto in gola.  Guardava guardava lui con le labbra
    strette e le sdrucciolavano sul  viso  lagrime  silenziose.  Immobile,
    pendenti le braccia lungo la persona,  Benedetto chin un poco il capo
    e chiuse gli occhi,  assorto nello spirito.  La  grande,  nera  parola
    imperatoria,  grave  di  ombre  e di morte,  trionfava sulle due anime
    umane,  ruggendo contro a lei dal balcone lucente  le  anime  belluine
    dell'Aniene e del vento.
    A  un  tratto,  pochi secondi dopo che gli occhi di Benedetto si erano
    chiusi allo sguardo di lei, ella balen e si spezz, dalle spalle alle
    ginocchia in un singhiozzo amaro di  tutta  l'amara  sua  sorte.  Egli
    aperse allora gli occhi,  la guard dolcemente,  ed ella ribevve avida
    il  suo  sguardo,  ebbe  ancora  due  singhiozzi,  quasi  di  dolorosa
    gratitudine.  E perch l'amato si rec nuovamente l'indice alla bocca,
    gli accenn del capo di s, di s, che avrebbe taciuto, che si sarebbe
    chetata.  Obbedendo sempre al suo gesto,  al suo sguardo  si  alz  in
    piedi,  si fece da banda,  lo lasci passare per i battenti aperti, lo
    segu umile,  con la sua speranza morta nel  petto,  con  tanti  dolci
    fantasmi  morti  nella  mente,  con  il  suo  amore  fatto  tremore  e
    venerazione.
    Lo segu fino alla cappella che chiamano la chiesa superiore. Col, di
    fronte alle tre piccole ogive  che  chiudono  interne  ombre  dove  si
    disegna un altare e una croce di argento brilla su parvenze fosche, di
    pitture   antiche,    Jeanne   s'inginocchi,   com'egli   accennolle,
    sull'inginocchiatoio,  appoggiato al fianco destro della grande arcata
    che  gira  sulla  volta  acuta,  mentr'egli  s'inginocchiava su quello
    appoggiato al fianco sinistro.  Sul timpano dell'arcata un pittore del
    secolo  Quattordicesimo  ha  dipinto  il poema del massimo Dolore.  Da
    un'alta finestra di sinistra scendeva la luce alla Dolorosa; Benedetto
    era nell'ombra.
    La voce di lui mormor appena udibilmente:
    Senza fede ancora?
    Sommesso come aveva  parlato  egli  e  senza  volgere  il  capo,  ella
    rispose:
    S.
    Egli tacque un momento e poi riprese con la stessa voce.
    La desidera? Potrebbe operare come se credesse in Dio?
    Se non  necessario di mentire, s.
    Promette di vivere per i miseri e per gli afflitti,  come se ciascuno
    di essi fosse una parte dell'anima da Lei amata?
    Jeanne non rispose.  Era troppo veggente e troppo leale per  affermare
    che lo poteva.
    Promette  di  farlo  riprese  Benedetto se io prometto di chiamarla
    presso di me in un'ora fissa dell'avvenire?
    Ella non  sapeva  quale  ora  solenne,  non  lontana,  egli  pensasse,
    parlando cos. Rispose palpitante:
    S s.
    In quell'ora La chiamer disse la voce nell'ombra.  Per non cerchi
    mai di rivedermi prima.
    Jeanne si strinse le mani sugli occhi,  rispose un no soffocato.  Le
    pareva  di  turbinare  negli  angosciosi  sogni di una febbre mortale.
    Piero non parlava pi. Passarono due, tre minuti. Ella si lev le mani
    dagli occhi lagrimosi, li fiss sulla croce che brillava l in faccia,
    oltre gli archetti ogivali,  sulle fosche parvenze di pitture antiche.
    Mormor:
    Sa che don Giuseppe Flores  morto?
    Silenzio.
    Jeanne volse il capo. Nessuno era pi nella chiesa.



    Capitolo quinto.
    IL SANTO.

    1.
    La  luna  era  gi  tramontata  e  nel vento della tarda sera l'Aniene
    discorreva ora forte ora piano,  come  colui  che  parlando  concitato
    ricorda  di  tratto in tratto al suo interlocutore cose da non lasciar
    udire ad altri.  Il solo forse che in tutta la bella conca di  Subiaco
    stesse attento al suo discorso,  era Giovanni Selva.  Seduto presso il
    parapetto della  terrazza,  egli  vi  teneva  appoggiati  i  gomiti  e
    guardava silenzioso nell'ombra sonora. Maria e Noemi, uscite anch'esse
    a  goder  la  frescura  e  gli  aromi selvaggi del vento notturno,  si
    tenevano in disparte.  Maria sussurr una  parola  all'orecchio  della
    sorella,  che usc. Rimasta sola, si accost pian piano al marito, gli
    pos un bacio sui capelli.
    Giovanni  diss'ella.   Quante   volte,   oppressa   dalla   violenza
    dell'amore,  non gli aveva ella data l'anima sua,  tutta se stessa, in
    questa sola parola detta sottovoce,  tutte l'altre essendo manchevoli,
    per lei, o sciupate da troppe labbra!
    Giovanni rispose mestamente, come stanco:
    Maria.
    Non  sentendosi  pi  il  viso di lei sui capelli,  temette di esserle
    parso freddo.
    Cara diss'egli.
    Ella tacque un momento e posategli ambedue le mani sul capo,  prese ad
    accarezzarglielo lentamente, dicendo:
    Beati coloro che soffrono per la Verit.
    Egli  si  volt con un sorridente fremito di affetto,  guard se Noemi
    fosse ancora presente,  si attir con un braccio il  caro  viso  sulla
    bocca.
    Ho tanto bisogno di te disse, della tua forza!
    Sono  tua  per  questo rispose Maria e sono forte solo perch tu mi
    ami.
    Egli le prese una mano, la baci riverente.
    Vedi? esclam poi,  alzando il viso.  Forse non sai proprio il  pi
    profondo  del  mio  soffrire,  perch  una cosa oscura anche a me che
    sono vecchio e non mi conosco ancora.  Ci pensavo adesso.  Pensavo che
    quando  si  soffre  di  una  ferita la causa del soffrire si vede,  ma
    quando si soffre di una febbre la causa  oscura cos e non si  arriva
    mai a conoscerla bene.
    Un  mese  non era trascorso ancora dalla sera della riunione in cui si
    era parlato di una lega fra i  cattolici  progressisti.  Nessuna  lega
    n'era  venuta  fuori  ma  uno  strano  seguito di fatti spiacevoli non
    poteva ragionevolmente attribuirsi ad  altra  origine.  Il  professore
    Dane era stato richiamato in Irlanda dal suo arcivescovo.  Egli si era
    subito recato da un cardinale di curia inglese, per rappresentargli le
    sue cattive condizioni di salute,  e chiedergli di  appoggiare  presso
    l'Arcivescovo una domanda di dilazione.  Sua Eminenza gli aveva aperto
    gli occhi.  Il colpo era venuto da Roma dovesi era malissimo  disposti
    verso di lui.  Soltanto per un riguardo al cardinale stesso, amico del
    Dane,   e  soprattutto  per  riguardo  al  Governo  inglese,   non  si
    accontenterebbero coloro che avrebbero voluto far mettere all'indice i
    suoi  libri e costringer lui a lasciare la cattedra.  Il cardinale gli
    aveva consigliato di partire da Roma, dove il caldo era gi molesto, e
    di ammalarsi un po' pi sul serio a  Montecatini  o  a  Salsomaggiore,
    dove  lo  avrebbero  lasciato tranquillo.  Don Clemente non si era pi
    visto.  Giovanni era andato a trovarlo a  Santa  Scolastica,  dove  il
    monaco  gli  aveva  significato  con le lagrime agli occhi che la loro
    amicizia doveva seppellirsi come un tesoro in tempo di guerra.  A  don
    Paolo Far,  che teneva in Pavia un corso di religione per gli adulti,
    era stato imposto di tacere. Il giovine di Leyn era stato colpito per
    mezzo della sua famiglia.  La  sua  pia,  eccellente  madre  lo  aveva
    supplicato  piangendo,  in nome del morto padre suo,  di rompere con i
    pericolosi amici Selva;  ed egli credeva che il passo le  fosse  stato
    suggerito dal confessore.  Aveva resistito, ma a prezzo della sua pace
    domestica.  Finalmente,  un periodico clericale aveva  pubblicato  tre
    articoli  sull'opera  intera  di  Giovanni,  riassumendo parziali lodi
    temperate e parziali biasimi aspri  in  un  giudizio  severissimo  sul
    carattere,  secondo  il  censore,  razionalistico  dell'opera stessa e
    sulla temerit intollerabile dell'autore,  che,  unicamente armato  di
    sapere  laico  aveva  osato  pubblicare  scritture  dove il difetto di
    scienza teologica si rivelava miseramente. In sostanza quegli articoli
    erano una terribile condanna preventiva proprio del libro che Giovanni
    stava scrivendo sui fondamenti razionali  della  morale  cristiana,  e
    preannunciavano, a giudizio degli esperti, l'Indice per gli altri suoi
    lavori.
    Dubiti delle tue idee? disse Maria.
    La  domanda  non era sincera.  Ell'aveva malgrado il suo grande amore,
    una conoscenza profonda e chiara dell'animo di suo marito. Pensava che
    soffrisse nel  suo  interno  per  il  presentimento  di  una  condanna
    ecclesiastica. Giovanni poteva parlare con disistima di certe sentenze
    della Congregazione dell'Indice,  ma la sua coscienza, riverente verso
    l'autorit pi ch'egli stesso non pensasse, si turbava, secondo Maria,
    pi ch'egli stesso non volesse del minacciato colpo. E Maria,  temendo
    di  ferirlo se dicesse hai paura? aveva simulato un altro dubbio per
    aprirgli la via di confessare spontaneamente il vero.  La risposta  di
    Giovanni la sorprese.
    S diss'egli.  Dubito di me. Non per nel modo che tu credi. Dubito
    di essere puramente un intellettuale  e  di  esagerarmi  l'importanza,
    davanti  a Dio,  delle mie idee.  Dubito di non viverle,  le mie idee.
    Dubito di sentire troppo sdegno contro coloro  che  non  le  dividono,
    contro dei persecutori che dobbiamo amare, contro quell'abate svizzero
    che  venne qua con Dane e poi ha probabilmente parlato di ci che si 
    detto allora tra noi,  dove e come non doveva.  Dubito di condurre una
    vita troppo inoperosa, troppo facile, troppo piacevole, perch a me lo
    studio    piacevole.  Dubito del mio stesso amore di Dio perch sento
    troppo poco l'amore del prossimo.  Mi viene in mente che  le  dolcezze
    mistiche  mi possono addormentare circa questo punto.  Tu,  Maria,  tu
    vivi la tua fede!  Tu visiti gl'infermi,  tu lavori per i  poveri,  tu
    conforti, tu istruisci. Io non faccio niente.
    Io  sono tu mormor Maria.  Sei tu che mi hai fatta cos.  E poi tu
    eserciti la carit intellettuale.
    No no, questa  per me una parola presuntuosa!
    Egli ricadde a contemplare in silenzio l'ombra sonora.
    Maria sapeva che veramente il  silenzio  affettuoso  della  fraternit
    umana non era vivace in lui. Sentiva, non volendolo quasi confessare a
    se  stessa,  che questa deficienza toglieva a suo marito di esercitare
    con  successo  il  grande  apostolato  religioso  che  avrebbe  dovuto
    rispondere alle sue disposizioni intellettuali, a quella fede profonda
    e luminosa ch'era in lui frutto d'ingegno,  di studio,  di amor divino
    pi che di tradizione e  di  abitudine.  Si  rimproverava  di  essersi
    qualche  volta  compiaciuta  della  freddezza  di  Giovanni  verso gli
    uomini,  per il prezioso sapore che ne prendevano i tesori di  affetto
    dati  a  lei.  Egli  aveva per la coscienza del dovere fraterno e mai
    ella non lo aveva conosciuto sordo  alla  preghiera,  duro  al  dolore
    altrui.  Non sentiva e quindi non amava Dio negli uomini,  ch' il pi
    sublime fuoco della carit;  sentiva e amava gli uomini in  Dio,  ch'
    freddo  amore,  come  di  un  fratello  buono al fratello soltanto per
    compiacere al padre.  Ma questa ultima  la tempra  comune  anche  dei
    cuori umani migliori. Quello di Giovanni era temprato cos, non poteva
    dare  la  carit  sublime  di cui umilmente,  tristemente si conosceva
    voto.  Maria,  accarezzandogli i capelli con infinita  tenerezza  pia,
    sognava  che fluisse per il proprio cuore,  per le proprie mani a quel
    capo la soave indulgenza Divina.
    Sai diss'ella, ti offro subito io un'opera di carit che avr molto
    merito. C' Noemi che ha ricevuto una lettera della sua amica Dessalle
    e dice di aver bisogno del tuo aiuto.
    Chiamala diss'egli.
    Noemi venne.  Una leggera nube era  passata  quel  giorno  fra  lei  e
    Giovanni. Caso raro, avevano conversato insieme di religione. Noemi si
    teneva  ciecamente  aggrappata  alla  propria  e non amava discuterne.
    Malgrado la sua tenerezza per Maria,  il suo affettuoso  rispetto  per
    Giovanni,  temeva di piegare, se esaminasse le ragioni e la natura del
    proprio credere, piuttosto verso lo scetticismo di Jeanne che verso il
    cattolicismo liberale e progressista dei Selva. Questo cattolicismo le
    pareva una cosa ibrida e forse aveva appreso da  Jeanne  a  giudicarlo
    cos,  perch  Jeanne,  in  qualche  momento  di  cattiveria  nervosa,
    difendeva con acrimonia il proprio scetticismo da quella fede che  per
    essere  luminosa  di  spirito  e verit poteva riuscirgli formidabile.
    Ell'era poi anche sempre in  sospetto,  non  di  sua  sorella,  ma  di
    Giovanni  che  meditasse di convertirla;  e il sospetto era trapelato,
    quel giorno,  discorrendo i due della confessione,  nella vivacit  di
    qualche  risposta.  Allora  Giovanni  le aveva dolcemente e gravemente
    ricordato che l'errore accolto senza averne coscienza,  col  desiderio
    sincero e puro della verit,  era incolpevole davanti a Dio; ma che se
    un sentimento estraneo a quel desiderio  avesse  parte  nella  ripulsa
    della verit, ne sorgeva il peccato.
    Questo argomento fer Noemi ancora pi addentro.  Ella fu per domandar
    al cognato i suoi titoli di vice-giudice divino.  Si contenne e lasci
    cadere il discorso.
    Pi  tardi,  ripensandoci,  ebbe rimorso del suo silenzio imbronciato;
    non tanto perch le ultime parole di Giovanni avessero  fatto  cammino
    nella  sua mente,  quanto perch sapeva dei dispiaceri che le opinioni
    religiose da lui professate gli fruttavano, perch lo vedeva abbattuto
    di spirito.  Anche per questo,  richiamata  da  lui,  pregata  da  sua
    sorella  d'essergli molto affettuosa,  ella si risolse a una infedelt
    verso Jeanne.  Di quanto Jeanne le aveva scritto sotto il suggello del
    segreto,  si  era  aperta con Maria solo fino al confine dello stretto
    necessario. Jeanne,  sempre malata di corpo e di spirito,  aveva udito
    parlare del Santo di Jenne che guariva i corpi e le anime,  la pregava
    di recarsi a Jenne,  di vedere questo Santo,  di scrivergliene qualche
    cosa.  Ora  Noemi  non  poteva  andare a Jenne tutta sola,  doveva pur
    chiedere a Giovanni di accompagnarla.  La sua prima confidenza si  era
    fermata qui. Adesso ruppe tutti i suggelli dell'amica e parl.
    La  povera  Dessalle  era pi infelice che mai.  Nel breve soggiorno a
    Subiaco aveva incontrato l'antico amante.  Esclamazione  di  Giovanni:
    era dunque proprio don Clemente?  No, era l'uomo venuto alla villa col
    padre la sera dell'arrivo di Jeanne,  il  garzone  ortolano  di  Santa
    Scolastica,  colui  che  non era pi al monastero,  colui del quale si
    parlava gi in tutta la valle dell'Aniene,  e anche a Roma,  come  del
    Santo  di  Jenne.  Noemi si scus di non averlo detto subito,  allora.
    Guai se Jeanne fosse venuta a saperlo,  dopo  le  sue  proibizioni  di
    parlare! E poi non serviva. Giovanni prese quasi furtivamente una mano
    di  sua  moglie  e  se  la  rec alle labbra.  Maria intese e sorrise.
    Ambedue assalirono Noemi di domande.
    S,  lo aveva riconosciuto la sera dell'arrivo  e  adesso  Giovanni  e
    Maria  potevano  intendere  il perch di quel tramortimento che si era
    visto. L'incontro era poi avvenuto l'indomani al Sacro Speco. Noemi ne
    sapeva soltanto che  le  speranze  di  lei  n'erano  state  distrutte,
    ch'egli  vestiva  da  monaco e aveva parlato come un uomo datosi a Dio
    per sempre, ch'ella gli aveva promesso di dedicarsi ad opere di carit
    e che nessuna relazione diretta era pi possibile fra loro.
    Adesso la Dessalle scriveva da villa Diedo,  il soggiorno veneto  dove
    si era ricondotta col fratello da Roma,  due giorni dopo aver lasciato
    Subiaco.  Scriveva in un'ora di  amarissimo  sconforto.  Il  fratello,
    sorpreso  ch'ella si occupasse tanto de' poveri,  s'irritava di questa
    novit nei suoi pensieri e nella sua vita. Largheggiasse di denaro, se
    le piaceva,  quanto le piaceva!  Farsi venire una fila di pezzenti  in
    casa, visitarli nei loro tugurii, no! Questo era sciocco, era inutile,
    era noioso,  era ridicolo,  era pazzesco, era clericale. C'erano altre
    difficolt.   Ella  avrebbe  desiderato  entrare  nelle   associazioni
    femminili  caritatevoli  della citt.  Al contatto della signora,  che
    aveva tanto fatto parlare di  s  per  Maironi,  che  se  pure  andava
    qualche  volta  in  chiesa  la  domenica per non adempiva il precetto
    pasquale,   esse  indietreggiavano  chiudendosi  in  se  stesse   come
    sensitive.  E  finalmente  anche  le  sue  abitudini di dama oziosa si
    ricomponevano via via dopo il  primo  strappo  a  impedirle  il  nuovo
    cammino,  tanto  pi pronte quanto pi il cammino si faceva difficile.
    Sentiva di dover soccombere se non le venisse una parola di consiglio,
    di aiuto da  lui.  Vederlo  non  poteva,  scrivere  non  osava  perch
    certamente  egli  aveva  inteso  vietare  anche questo ed ella sarebbe
    morta piuttosto che fargli  cosa  sgradita,  potendo  evitarlo.  Aveva
    letto una corrispondenza romana del Corriere sul Santo di Jenne dove
    si  diceva  che  il  Santo  era giovine e aveva lavorato da bracciante
    nell'orto di Santa Scolastica.  Era lui,  dunque!  Supplicava Noemi di
    andare a Jenne, di chiedergli per lei l'elemosina di un conforto.
    Noemi  era  risoluta di andare.  Vorrebbe Giovanni accompagnarla?  Nel
    tono umile col quale lo chiese Giovanni sent una  tacita  offerta  di
    scuse e di pace, le stese la mano.
    Di tutto cuore diss'egli.
    Maria   si  offerse  per  terza  compagna.   Fu  stabilito  di  andare
    l'indomani,  a piedi,  e di partire alle cinque del  mattino  per  non
    avere  il sole ardente sulla costa di Jenne,  nuda e scoscesa.  Poi si
    parl del Santo.
    Tutta la valle ne era piena.  La corrispondenza letta  dalla  Dessalle
    diceva  che  una quantit di gente affluiva a Jenne per vedere e udire
    il Santo,  che si proclamavano guarigioni miracolose operate  da  lui,
    che  i benedettini raccontavano con ammirazione la vita di penitenza e
    di preghiera ch'egli aveva condotto per tre anni  lavorando  nell'orto
    di  Santa  Scolastica.  A  Subiaco  si  raccontava ben altro.  Un tale
    Torquato, guardaboschi, brav'uomo,  parente della domestica dei Selva,
    aveva  detto a costei di essere andato a Jenne con un forestiere,  una
    specie di poeta,  venuto da Roma per parlare al Santo.  Nell'andata  e
    nel  ritorno  aveva  veduto,  tutt'assieme,  forse  una cinquantina di
    persone che si recavano a Jenne per lo stesso scopo.  Fior di signori,
    anche;  sulla costa di Jenne una processione di donne che cantavano le
    litanie.  A Jenne aveva saputo tutta la storia.  Una notte l'arciprete
    di Jenne aveva sognato un globo di fuoco sulla grande croce piantata a
    sommo  della  costa  e questo globo di fuoco aveva acceso la croce che
    ardeva e splendeva senza consumarsi, illuminava tutte le montagne e le
    valli.  Il giorno di poi egli si era visto capitare un giovine vestito
    da converso benedettino, che aveva l'incarico di recargli una lettera.
    Questa  lettera era dell'Abate di Santa Scolastica e diceva: Vi mando
    un angelo di  fuoco  ardente  che  far  parlare  di  Jenne  in  tutto
    l'universo  mondo.  Anche  vi era scritto che questo giovine era nato
    principe grande di sangue di re,  e che per servire Dio in  umilt  si
    era fatto ortolano per tre anni a Santa Scolastica.  E l'arciprete era
    come impazzito per la commozione di questo fuoco sognato e  di  questo
    fuoco  arrivato,  e gli era venuta una grandissima febbre.  L'indomani
    era giorno di festa.  Degli altri due preti che stanno a Jenne uno era
    infermo  e  l'altro  se  n'era andato a Filettino due giorni prima per
    vedere sua madre inferma. La fantesca del parroco aveva raccontato nel
    paese di questo benedettino e del sogno e  ogni  cosa.  La  gente  del
    paese  era  andata  in  chiesa  per  udir la messa del benedettino che
    avevan veduto entrarvi,  e non voleva credere che il  benedettino  non
    dicesse  messa.  Volevano  che  almeno  predicasse,  malgrado  le  sue
    proteste di non averne il diritto in chiesa; e, presolo in mezzo,  gli
    facevano  tanta  ressa  intorno ch'egli aveva accennato con la mano di
    uscire della chiesa promettendo ai vicini di parlare  fuori.  E  fuori
    aveva parlato.  Che avesse propriamente detto, la fantesca non l'aveva
    saputo dire a  Maria,  n  Maria  l'aveva  poi  potuto  cavar  bene  a
    Torquato.  Un po' interrogando, un po' immaginando, ella si ricostitu
    il suo discorso cos:
    Potete voi entrare in chiesa?  Siete voi  riconciliati  con  i  vostri
    fratelli?  Sapete  cosa  vi dice il Signore Ges con questa parola che
    non si pu avvicinarsi all'altare senza  essersi  riconciliati  con  i
    fratelli?  Sapete  che  non  potete entrare in chiesa se avete mancato
    contro la carit e la giustizia e non ne avete fatto ammenda, o non ne
    siete pentiti quando nessuna ammenda  possibile?  Sapete che non vi 
    lecito  di  entrare  in  chiesa  se  nutrite  qualche  rancore verso i
    fratelli vostri non solo,  ma  pure  se  avete  fatto  loro  torto  in
    qualunque  modo,  negl'interessi  o  nell'onore,  se  avete detto loro
    ingiuria, se portate nel cuore desiderii disonesti contro i loro corpi
    e le loro anime? Sapete che tutte le messe, le benedizioni, i rosarii,
    le litanie contano meno che niente se voi prima non vi  purificate  il
    cuore  secondo  la  parola  di  Ges?  Siete  voi  immondi,  di  odio,
    d'impurit? Andate, Ges non vi vuole in chiesa!
    Ma che! diceva Torquato. Il discorso era niente,  era la voce,  era il
    viso,  erano  gli  occhi!  Il buon uomo ne parlava come se vi si fosse
    trovato. Allora la gente, gi, in ginocchio, e pianti;  e certe donne,
    nemiche fra loro,  ad abbracciarsi. Gi non c'erano che donne e vecchi
    perch gli uomini di Jenne son tutti pecorai a Nettuno e ad  Anzio,  e
    prima  della  fine  di  giugno non ritornano alla montagna.  Il Santo,
    vedutili cos contriti, aveva detto: entrate, inginocchiatevi, Iddio 
    dentro di voi,  adoratelo in  silenzio.  La  gente  era  entrata,  una
    moltitudine.  Eran caduti in ginocchio,  tutti, e per un quarto d'ora,
    Torquato raccontava cos,  si sarebbe udita,  in quella grande chiesa,
    una mosca volare. Poi il Santo aveva intonato il Padre nostro a voce
    alta,  e,  seguito dal popolo, lo aveva recitato lentamente sostando a
    ogni versetto.  E Torquato raccontava  che  l'arciprete,  udito  tutto
    questo, aveva baciato il suo Ospite, e nel baciarlo, era guarito della
    febbre. Ecco portare infermi al Santo, in canonica, perch li benedica
    e li sani. Egli non voleva ma quanti riuscivano a toccargli, magari di
    furto,  la tonaca,  guarivano.  E tanti andavano da lui per consiglio.
    C'era stato un miracolo grande di una mula imbizzarrita sulla  discesa
    della costa, ch'era per gittare il suo cavaliere sulle pietre in vista
    del  Santo,  il quale saliva dall'Infernillo portando acqua.  Il Santo
    aveva stesa la mano e la mula si era chetata sull'atto.
    Il racconto del guardaboschi fu riferito da Maria.
    Che tutto sia vero come il principe di sangue reale? disse Noemi.
    Domani si sapr rispose Giovanni, alzandosi.


    2.
    Partirono verso le sei,  col cielo coperto  e  un  venticello  fresco,
    fragrante  di bosco e di montagna,  vivo di vocine allegre di uccelli,
    purificatore  anche  dell'anima.   Ai  Bagni  di  Nerone  presero   la
    mulattiera  ch'entra  nella  stretta  gola  verde  risalendo la destra
    dell'Aniene.  Si lasciarono a sinistra in alto,  Santa Scolastica,  il
    Sacro  Speco,  la  Casa  del  Beato  Lorenzo,  bianca sotto lo scoglio
    ferrigno.  Si lasciarono a destra il ponte della Scalilla,  una  trave
    gettata  alla  sinistra  sponda  selvaggia  del turbolento fiumicello.
    Parlarono molto,  per la via,  di questo  strano  Santo.  Giovanni  si
    stupiva che don Clemente non gli avesse detto nulla, in passato, della
    qualit di quel garzone ortolano. Gli piaceva il discorsino in piazza.
    Eran  cose  di  cui aveva parlato con don Clemente,  mostrandogli come
    quella parola di Ges non sia affatto praticata n insegnata a dovere,
    come i cristiani migliori non l'applichino che all'uso dei sacramenti,
    come,  se i fedeli sapessero di non poter entrare in chiesa senz'avere
    il  cuore  puro,  il  popolo cristiano sarebbe veramente di esempio al
    mondo e non si oserebbe affermare che la moralit  presso a  poco  la
    stessa dappertutto e non dipende dalle credenze.
    Gli piaceva molto anche il Padre nostro recitato in chiesa cos. Non
    gli  piacevano invece i miracoli;  dubitava di una debolezza dell'uomo
    che non sapesse romperla risolutamente con la superstizione popolare a
    lui lusinghiera.
    Che poteva dite Noemi del carattere di quest'uomo?  Quale concetto  se
    n'era fatto per confidenze di Jeanne?  Noemi s'imbarazz. Tutto quello
    che ne aveva udito da  Jeanne  la  persuadeva  che  Maironi  si  fosse
    condotto  male  con essa,  che non l'avesse veramente amata mai;  e le
    suggeriva in pari tempo una curiosit intellettuale  che,  combattuta,
    ritornava  sempre:  la curiosit di sapere se quell'uomo avrebbe amato
    lei meglio di Jeanne.  Rispose che il carattere di Maironi era per lei
    un enigma.  E l'intelligenza? E la cultura? Dell'intelligenza n della
    cultura non poteva dir nulla;  per se una donna come Jeanne  Dessalle
    lo  aveva  tanto amato,  doveva essere intelligente e colto.  E le sue
    idee religiose di una volta?  A quest'ultima domanda Noemi rispose che
    da  certi  fatti  di  cui  le  aveva  parlato Jeanne,  dalla influenza
    decisiva che le tradizioni religiose di  famiglia  avevano  esercitato
    sopra di lui, secondo Jeanne, in una crisi del loro amore, ell'arguiva
    che   fosse   allora  un  cattolico  della  vecchia  scuola,   non  un
    cattolico... Qui, Noemi s'interruppe, arross e sorrise. Sorrise anche
    Giovanni. Invece Maria si oscur un poco. Il discorso cadde.
    Camminarono per alquanto tempo in silenzio,  solo scambiando un saluto
    con  qualche  montanaro  che  scendeva  ai  mulini di Subiaco sul mulo
    carico di grano.
    Sostarono a riposare sul prato di  San  Giovanni  che  parte  quel  di
    Subiaco  da quel di Jenne.  Il Beato Lorenzo,  bianco sotto lo scoglio
    ferrigno,  li guardava alle spalle oramai,  dall'alto.  Lumi di  sole,
    rotte le nuvole,  doravano i monti,  e la piccola compagnia,  pensando
    alla costa bruciata di  Jenne,  si  rimetteva  in  cammino  quando  la
    incontr  il  medico  di  Jenne che riconobbe Maria per averla veduta,
    tempo addietro, in casa di un collega di Subiaco. Salut, trattenne la
    sua mula, sorridendo.
    Loro signori vanno a Jenne? Vanno a vedere il Santo?  Troveranno gran
    gente, oggi.
    Gran gente?  Noemi  seccata perch teme di non poter vedere Maironi a
    suo agio,  i Selva son curiosi di sapere.  Perch gran  gente?  Perch
    vogliono il Santo a Filettino,  lo vogliono a Vallepietra,  a Trevi, e
    le donne di Jenne intendono di averlo per s.
    Tutto per farmi riposare! soggiunse il  medico.  E  anche  per  far
    riposare il farmacista.  Oggi il medico  il benedettino e la farmacia
     la sua tonaca.
    E raccont che quel giorno doveva venir gente da Filettino,  gente  da
    Vallepietra,  gente  da Trevi per parlamentare con Jenne,  venire a un
    accordo e dividersi il Santo. Chi sa se non si bastoneranno! Intanto
    a Jenne c'erano gi i carabinieri.
    Anche Lei lo chiama "il Santo"? disse Maria.
    Eh! rispose il medico,  ridendo.  Cos lo chiaman tutti.  Meno per
    chi lo chiama il Diavolo, perch adesso a Jenne c' anche di questi.
    Sorpresa. Questa era nuova. Chi lo chiamava il Diavolo? E perch?
    Eh!  Il medico fece il viso del furbo che la sa lunga e non la vuole
    dire tutta. Ma! diss'egli ci sono due preti di Roma che villeggiano
    a Jenne; due preti, due preti...! Son fini di molto.  Cosa pensino del
    Santo a me non l'hanno detto,  ma intanto l'arciprete s' tirato molto
    indietro e qualche altro pure. Quella  gente che lavora.  Non si vede
    ma lavora.  Sono insetti... non per dirne male! Anzi, forse, in questo
    caso,  per dirne bene!  ...  Sono insetti che  quando  si  mettono  ad
    ammazzare  una pianta non toccano i frutti,  non toccano i fiori,  non
    toccano le foglie,  sto per dire non toccano neanche le radici  perch
    un beveraggio li arriverebbe,  un colpo di zappa li scoprirebbe e loro
    non vogliono essere veduti. Si ficcano nel midollo. Ora ci stanno, nel
    midollo.  Andr un mese,  andranno  due,  la  pianta  deve  seccare  e
    seccher.
    Ma  Lei domand Maria cosa ne pensa?  Quest'uomo si spaccia proprio
    per un santo?  E' contento che della gente superstiziosa se lo disputi
    cos? E' vero che ha guarito degli ammalati?
    Mentr'ella parlava il medico rideva sempre.
    Io  rido  rispose.  E'  un  caso  di psicopatia mistica contagiosa.
    Scusino, devo trovarmi a Subiaco alle otto. Buon divertimento!
    Dato il colpo del suo malanimo, scosse le redini al mulo,  e se n'and
    per paura di dover mostrare come colpissero le sue ragioni.
    Noemi,  la pi commossa dei tre per l'atteso incontro con l'uomo amato
    da Jeanne, incominciava a sentirsi stanca. Una seconda sosta si fece a
    piedi della costa di Jenne,  sulle ghiaie rigate dai sottili rivoletti
    che  vanno al fiume dalla grotta dell'Infernillo.  Ecco sopraggiungere
    qualcuno alle loro spalle.
    Che sorpresa e che gioia!  Don Clemente!  Anche il bel volto del padre
    si  accese.  Egli  amava  e  riveriva  Giovanni  Selva  come un grande
    cristiano,  aveva  talvolta  a  difendersi  contro  la  tentazione  di
    giudicar  il  suo  superiore,  l'Abate,  che  gli  aveva interdetto di
    visitarlo,  contro la tentazione di appellarsi dall'Abate  a  Qualcuno
    maggiore degli Abati e anche dei Pontefici, interno all'anima sua. Ora
    Questi,  gli  disse nell'anima: L'incontro  mio dono e il monaco si
    un lieto agli amici. Maria lo present a Noemi ed egli arross ancora
    nel riconoscere la persona che aveva scambiato per la persecutrice  di
    Benedetto.
    E  la  sua  amica?  diss'egli,  tremando  di apprendere che fosse l
    presso. Rassicurato, lampeggi di sollievo nel viso.  Noemi ne sorrise
    ed egli,  avvedutosene,  rimase confuso.  Sorrisero anche gli altri ma
    nessuno parl.  Il primo a rompere il silenzio fu Giovanni.  Certo don
    Clemente  andava  a  Jenne come loro?  E forse ci andava per lo stesso
    scopo,  per vedere la stessa persona,  l'ortolano,  eh,  l'ortolano di
    quella sera?  Ah don Clemente,  don Clemente!  S, don Clemente andava
    pure a Jenne,  ci andava per vedere Benedetto.  E quanto all'ortolano,
    si scus. Inganno non c'era stato, c'era stato il desiderio che le due
    anime si avvicinassero senza violenza,  nel modo pi spontaneo,  senza
    raccomandazioni e informazioni preventive.
    Preso a salire insieme la costa, parlarono di Benedetto.
    Noemi, dimentica della stanchezza,  pendeva dalle labbra del padre,  e
    il  padre,  appunto  per questo,  parlava cos poco e cos circospetto
    ch'ella ne fremeva d'impazienza,  e in breve si sent stanca da  capo.
    Prese  il braccio di Maria,  lasci che don Clemente si dilungasse con
    suo cognato.  Allora don Clemente confid a  Giovanni  che  aveva  una
    missione penosa. Pareva che qualcuno avesse scritto a Roma da Jenne in
    modo   ostile   a  Benedetto,   accusandolo  di  tenere  discorsi  non
    perfettamente ortodossi,  di spacciarsi per taumaturgo  e  di  vestire
    senza  diritto  un abito religioso che rendeva gravissimo lo scandalo.
    Certo da Roma  era  stato  scritto  all'Abate  e  l'Abate  aveva  dato
    incarico  a  lui,  don  Clemente,  di  recarsi a Jenne e di chiedere a
    Benedetto la  restituzione  dell'abito.  Don  Clemente  aveva  cercato
    invano  dissuadere  il  vecchio  Abate  che  se  l'era  cavata con una
    barzelletta: Leggete il Vangelo,  la Passione secondo San Marco:  chi
    segue  Cristo  quando  tutti  lo  abbandonano  bisogna  che ci rimetta
    l'abito.  E' un segno di santit. E poich  qualcuno  doveva  portare
    questo messaggio a Jenne, don Clemente prefer di portarlo egli. Aveva
    poi  anche  ricevuto  una  strana  lettera  dell'arciprete  di  Jenne.
    L'arciprete, brav'uomo ma timido,  gli aveva scritto che Benedetto,  a
    suo avviso, era veramente un pio cristiano ma che discorreva troppo di
    religione  alla  gente  e che i suoi discorsi avevano qualche volta un
    certo sapore di quietismo e di razionalismo;  che lo  si  accusava  di
    esercitare  a  profitto  delle  sue idee non tanto ortodosse un potere
    diabolico;  che l'accusa era sicuramente falsa ma  ch'egli  non  aveva
    potuto,  per  prudenza,  tenerlo  ancora  presso  di s;  che forse il
    miglior partito sarebbe per lui di andarsene in qualche paese dove non
    fosse conosciuto e viverci quieto.
    Il dialogo fu interrotto da una chiamata di Maria. Noemi, spossata dal
    sole ardente, presa da palpitazione,  aveva bisogno di un'altra sosta.
    Le signore si erano sedute all'ombra di un sasso.
    Don  Clemente  si  conged.  Si sarebbero riveduti a Jenne!  Maria era
    molto angustiata per sua sorella,  si rimproverava in cuor suo di  non
    essersi  opposta  a  che  venisse  a  piedi.  Lei  e Giovanni tacevano
    guardando Noemi che  sorrideva  loro,  pallida.  In  quel  deserto  di
    montagne senza bellezza,  su quei sassi bruciati dal sole, il silenzio
    pesava di un peso mortale.  Fu per tutti e tre un  sollievo  di  udire
    voci  di  viandanti che salivano.  Erano sei o sette persone,  avevano
    seco due muli e salivano cantando il rosario.  Quando furono vicini si
    videro  sui  muli  una  giovinetta e un uomo,  sparuti ambedue,  quasi
    cadaverici. La giovinetta, visti i Selva,  spalanc gli occhi;  l'uomo
    li  teneva  chiusi.  Gli  altri  guardarono  con certe facce compunte,
    continuando le preghiere.  La nenia monotona  si  dilung  insieme  al
    calpesto  dei  muli,  si  perdette  nell'alto.  Poco  dopo  la triste
    processione sopraggiunse dal basso una brigata allegra  di  giovinotti
    borghesi che ridevano parlando di Quiriti a caccia piuttosto di Sabine
    che  di  Santi.  Al  vedere  Giovanni  e  le due signore ammutolirono.
    Passati, ripresero a ridere e a scherzare; scherzarono su Giovanni che
    forse era il Santo fra le tentatrici.
    Una grande nube dagli orli di argento,  la prima  di  una  flotta  che
    veleggiava  verso  ponente,   oscur  il  sole;   e  Noemi,   alquanto
    rinfrancata, propose di approfittare dell'ombra per rimettersi in via.
    Pochi  passi  sotto  la  croce   sognata,   secondo   quel   Torquato,
    dall'arciprete,  incontrarono un borghese vestito di nero che scendeva
    sul mulo.
    Scusino diss'egli alle signore, trattenendo il mulo,  una di Loro 
    Sua Eccellenza la duchessa di Civitella?
    Udita  la  risposta,  si  scus  dicendo che un senatore suo amico gli
    aveva raccomandata questa duchessa, da lui non conosciuta,  che doveva
    capitare a Jenne per vedere il Santo.
    Gi diss'egli sorridendo. Forse anche Loro. Tutti adesso. Una volta
    ci  venivano  a  vedere  un  Papa.  Sicuro.  A  Jenne  c'era  un Papa.
    Alessandro Quarto.  Vedranno l'iscrizione.  "Calores aestivos  vitandi
    causa."  Adesso  ci  vengono  per un Santo.  Dovrebb'essere pi che un
    Papa. Ho paura che sia meno! Hanno visto i due malati? Hanno visto gli
    studenti di Roma? Eh, vedranno altro, vedranno altro!  Ma ho paura che
    sia meno. Buon viaggio a Loro signori!
    Oltrepassata  la  croce,  montarono  in faccia al cielo aperto,  fra i
    dorsi pendenti alla conca romita di Jenne,  incoronata  l  di  fronte
    dalla  povera  greggia di casupole che il campanile governa.  Giovanni
    era stato a Jenne altre volte e non gli parve diversa  perch  ora  vi
    dimorasse  un  Santo e vi si operassero miracoli.  Sua moglie,  che ci
    veniva per la prima volta,  ebbe l'impressione di  un  luogo  spirante
    raccoglimento  religioso  per  quel  senso di altezza non suggerito da
    vedute lontane,  per quel cielo profondo dietro il villaggio,  per  la
    solitudine,  per  il  silenzio.  Noemi  pens  con piet profonda alla
    povera lontana Jeanne.


    3.
    L'oste di Jenne,  un brav'uomo in occhiali,  nobilmente  cortese,  che
    conosceva  il  mondo  per  essere  stato  in America e tuttavia pareva
    immune delle sue corruzioni,  parl di Benedetto ai nuovi arrivati con
    favore,  in sostanza; per non senza certo riserbo diplomatico. Non lo
    chiamava il Santo;  lo chiamava fra Benedetto.  I Selva seppero da lui
    che Benedetto viveva in una capanna sua,  lavorandogli per compenso un
    campicello.  Chi lo volesse vedere doveva aspettare le undici.  Adesso
    stava falciando l'erba.  La sua vita era questa. Sull'alba andava alla
    messa dell'arciprete. Lavorava fino alle undici. Mangiava pane,  erba,
    frutta,  non  beveva che acqua.  Nel pomeriggio lavorava per niente le
    terre delle vedove e degli orfani.  La sera,  seduto sulla sua  porta,
    parlava di religione.
    Alle  dieci  e mezzo i Selva e Noemi andarono a veder Sant'Andrea,  la
    chiesa di Jenne,  accompagnati  dall'ostessa,  bella  donna  poderosa,
    pulitissima,  semplice,  ilare  modestamente.  Usciti  in  piazza  dal
    dedaluccio di vicoletti dov' l'osteria,  vi trovarono gran capannelli
    di donne,  a detta dell'ostessa,  forestiere.  Ella le distingueva dai
    busti, dai guarnelli, dalle calzature.  Queste erano di Trevi,  quelle
    di Filettino,  quell'altre di Vallepietra. L'ostessa entr in un forno
    a destra della chiesa dove parecchie donne di Jenne si facevan cuocere
    le stiacciate, ciascuna la propria.
    Forestiere che voglion parlare al nostro Santo  diss'ella  a  Maria.
    Ella non diceva fra Benedetto come il marito; diceva il Santo.
    Non  a lui,  per dichiar arrossendo perch lui si stizzisce. No,
    non si stizziva veramente,  perch gli era un Santo;  ma  pregava  con
    dolore di non venire chiamato cos.
    Nel  gran  chiesone  rovinoso  che  una  domenica  o  l'altra diceva
    l'ostessa ce schiaccia tutti come topi non c'erano che i due  malati
    e la loro compagnia.  I due malati erano stati adagiati sul pavimento,
    proprio nel mezzo della chiesa,  con due guanciali sotto  il  capo.  I
    loro  compagni  salmeggiavano  ginocchioni  e  non  guardarono  a  chi
    entrava, continuarono a salmeggiare.
    Forse li hanno condotti per farli benedire al Santo disse  l'ostessa
    sottovoce,  ma  di  questo  il  Santo  ha  dolore.  Non vuole.  Forse
    cercheranno  di  toccargli  l'abito  di  soppiatto  e  questo    pure
    difficile, ora.
    Quella povera gente cess di salmeggiare e una donna venne a domandare
    all'ostessa se le undici fossero suonate. Le rispose Maria che mancava
    un  quarto  d'ora  e  le  domand  degl'infermi.  L'uomo era malato di
    febbri, da due anni, la ragazza, sua sorella,  di cuore.  Venivano dal
    piano di Arcinazzo, una strada di parecchie ore, per farsi guarire dal
    Santo di Jenne.  Una donna di Arcinazzo,  malata di cuore, era guarita
    giorni prima solo con toccargli l'abito.  Maria e Noemi parlarono agli
    infermi. La ragazza era fidente. L'uomo, che tremava di febbre, pareva
    esser venuto per accontentare i suoi,  per provare anche questa. Aveva
    molto sofferto del viaggio.
    So' strade per andare all'altro mondo  diss'egli  e  la  guarigione
    sar quella.
    Una donna,  forse sua madre, ruppe in pianto e lo supplic di pregare,
    di raccomandarsi a Ges e Maria.  Le  due  signore  si  allontanarono,
    richiamate  da  Giovanni  per un tafferuglio che avveniva sulla piazza
    fra le donne e quegli studenti che avevano oltrepassato i Selva  sulla
    costa  di  Jenne.  Gli  studenti  dovevano  avere scherzato male sulla
    devozione del loro Santo. Erano inviperite.  Quelle di Jenne sbucarono
    dal  forno.  Da un'altra parte sbucarono due pennacchi di carabinieri.
    Noemi e Maria entrarono fra le donne a metter pace.  Giovanni  arring
    gli  studenti  che ridevano per braveria,  con pericolo di peggio.  Un
    canto suon dalla chiesa,  prima  velato,  poi,  aprendosi  la  porta,
    forte:
    Sancta Maria, ora pro nobis.
    Comparvero i due ammalati.  La ragazza camminava sorretta,  l'uomo era
    portato a braccia,  dalla  testa  e  dai  piedi,  spenzolato  come  un
    cadavere. E anche le portatrici cantavano, solenni in viso:
    Sancta Virgo virginum, ora pro nobis.
    Sulla  piazza  le donne caddero ginocchioni tutte insieme,  intorno ai
    carabinieri sbalorditi;  gli studenti ammutolirono;  una cavalcata  di
    signori  e  signore  che  entrava  in  piazza  dalla mulattiera di Val
    d'Aniene si arrest. Maria prima, quindi Noemi,  tratte a terra da uno
    spirito  che  metteva  loro brividi di commozione,  s'inginocchiarono.
    Giovanni esit.  Quella non era la sua fede.  A lui sarebbe  parso  di
    offendere  il  Creatore  e  Donatore della ragione facendo viaggiare a
    lungo sul mulo degli ammalati perch un simulacro,  una  reliquia,  un
    uomo,  li guarisse miracolosamente. Per era fede. Era, dentro un rude
    involucro d'ignoranze caduche,  il senso,  negato alle  menti  superbe
    dell'ascosa  Verit che  Vita,  radio misterioso dentro un ammasso di
    minerale impuro.  Era fede,  era incolpevole errore,  era  amore,  era
    dolore,   era   un   che  visibile  degli  accolti  pi  alti  misteri
    dell'Universo.  La terra stessa e la grande faccia triste della chiesa
    e le piccole facce umili delle casupole intorno alla piazza,  parevano
    averne intelletto e riverenza.  Giovanni si vide in mente la  immagine
    di una morta,  statagli cara,  che aveva creduto cos,  un'aura gelata
    corse anche a lui nel sangue, le ginocchia gli si piegarono sotto.  La
    compagnia degli ammalati pass cantando colla faccia levata:
    Mater  Christi.  Le  donne  inginocchiate  risposero  colla faccia a
    terra:
    Ora pro nobis.
    Poi si alzarono e seguirono il corteo.  Intanto tre o quattro donne di
    Jenne dissero forte
    Non vole, non vole!
    Una  spieg  a  Maria  che  il  Santo  non  voleva gli fossero portati
    infermi. Non furono ascoltate e seguirono anche loro,  curiose di quel
    che sarebbe.
    Pure i Selva, sulle prime renitenti, si mossero dietro a Noemi, avida.
    Alle  loro  spalle,  con  quel  giusto  intervallo  che li dimostrasse
    spettatori e non seguaci, si avviarono gli studenti.  Soli,  assai pi
    da lontano,  seguivano i carabinieri,  ultima coda del serpe di gente,
    che guizz e  scomparve  dentro  un  fesso  dell'ammasso  di  casolari
    fronteggianti la chiesa.
    Scomparve,  si  torse  per  i  vicoletti oscuri dai nomi pomposi,  che
    riescono a un'altra fronte  del  villaggio,  la  pi  misera,  la  pi
    deforme.   Ivi,  sulla  ruina  sassosa  del  monte,  male  affisse  ai
    ronchioni,  alle lastre della roccia,  sdrucciolano  in  basso  fra  i
    ciottoli le stamberghe ammassellate.  Le finestrine nere guardano come
    occhiaie di scheletri il silenzio della  valle  profonda,  chiusa.  Le
    porte versano sulla ruina scalini diruti.  Le pi non ne hanno che tre
    o quattro scheggioni. Qualcuna n' rimasta del tutto vedova. Quando ci
    si  a fatica inerpicati dentro si trovan caverne senza luce n aria.
    So' mali passi,  vigoli cattivi disse alle signore dalla  sua  porta
    una vecchia, sorridendo.
    Una di queste caverne male accessibili era la dimora di Benedetto. Due
    rivi della turba,  rotta nella discesa, vi si riunirono sotto la porta
    aperta.  Da un forno l accanto le donne uscirono a dire che Benedetto
    non c'era.  La turba ondeggi intorno ai due infermi, si levarono voci
    di lamento.  Domande ansiose,  diversi mormorii risalirono per  i  due
    rivi  di  gente  su all'altro capo della processione,  dove non si era
    inteso il perch di quei gemiti e si faceva ressa  per  scendere,  per
    vedere.  Forse qualche maggior guaio era accaduto agli ammalati, fermi
    nel sole ardente.  Tre studenti scivolarono gi fra le donne levandone
    grugniti di male parole. Ecco, una donna di Jenne ha detto:
    Portateli dentro, poverini.
    S s, dentro, dentro! Nella casa del Santo!
    La  gente  si  aspetta  gi il miracolo dalle pareti fra le quali egli
    vive, dal suolo che preme, dagli arredi pregni della sua santit.  Sul
    letto del Santo! Si posano delle assicelle sui pietroni smozzicati che
    salgono  alla  porta  di  Benedetto,  i  due infermi sono tra spinti e
    portati su da un'ondata.  Eccoli stesi per traverso sul giaciglio  del
    Santo.  L'ondata  riempie  la  caverna.  Tutti  cadono ginocchioni,  a
    pregare.
    E' caverna veramente.  Un  fianco  intero  n'  parete  giallastra  di
    roccia,  tagliata  per  isghembo.  Si  cammina  sulla terra nuda,  mal
    calcata. Accanto al giaciglio, alto due palmi,   un focolare.  Non vi
    son  finestre,  ma  un raggio di sole,  entrato per il camino,  batte,
    celeste fiamma,  sulla pietra senza cenere del focolare.  Una  coperta
    bruna  stesa sul letto.  Una croce  scolpita rozzamente sulla parete
    obliqua di roccia,  presso l'entrata.  In  un  angolo  si  vede,  sola
    ricchezza,  una  gran  secchia  piena  d'acqua,  un catino verde,  una
    bottiglia,  un bicchiere.  Alcuni libri  sono  accatastati  sopra  una
    sdruscita  seggiola  di  paglia.  Un'altra seggiola porta un piatto di
    fave e del pane.  Il  luogo  ha  l'aspetto  di  una  estrema  povert,
    ordinata e pulita.
    L'uomo, febbricitante, si lagna del freddo, dell'umido, del buio. Dice
    di  star  peggio  e che lo hanno condotto a morire.  Lo scongiurano di
    chetarsi,  di sperare.  Invece la sua  giovinetta  sorella  dal  cuore
    ammalato,  un minuto dopo che l'han posata sul letto,  sente sollievo.
    Lo annuncia subito, annuncia che guarisce.  Intorno a lei si lagrima e
    si  ride  insieme,  si  loda  il Signore.  Le si baciano le vesti come
    s'ella pure fosse divenuta santa,  si grida l'annuncio fuori.  Voci di
    gioia rispondono, altra gente si caccia nella caverna col viso acceso,
    con  gli  occhi  avidi.  Ma  in quel momento qualcuno,  ch' sceso pi
    abbasso in cerca del Santo, grida da lontano: Il Santo viene! il Santo
    viene!  Allora la caverna rigurgita gente sulla china,  un fracasso di
    voci e di passi trabocca in gi, in un attimo tutto  vuoto intorno ai
    Selva e a tre o quattro studenti, fermi sotto l'entrata della capanna.
    Delle donne di Jenne parte  ritornata nel forno al lavoro,  parte sta
    a guardare sulla porta. Maria scambia qualche parola con queste. Tutta
    forestiera quella gente ch' scesa? Eh s,  non tutta ma quasi.  Gente
    di  Vallepietra,  la  pi parte.  Sarebbe meglio che da Vallepietra ci
    venisse l'acqua. E che vogliono?  Portarsi via il Santo di Jenne?  S,
    dicevano anche questo,  parlavano di far gran cose.  E voi?  Noi si sa
    che lui non vole andare. E poi... Le compagne gridano qualche cosa dal
    di dentro,  la donna si volta,  succede un litigio,  i due Selva e gli
    studenti  entrano  a  vedere la guarita miracolosamente.  Noemi rimane
    fuori. E' impaziente di vedere Benedetto, palpita, non ne comprende il
    perch, si chiama stupida nel suo cuore; ma non si muove.
    Due tonache benedettine  venivano  per  i  campicelli  del  basso,  da
    lontano. Sopra la seconda lampeggiava tratto tratto un ferro di falce.
    Udito piombar dall'alto lo scroscio delle voci e dei passi,  Benedetto
    disse al suo compagno con un sorriso:
    Padre mio.
    Don Clemente,  appena arrivato a Jenne,  aveva raggiunto Benedetto sul
    praticello che stava falciando, gli aveva recato il messaggio doloroso
    e promesso, dopo un lungo colloquio, di tenere a chi lo chiamava santo
    certo discorso che Benedetto desider. Ud anche lui lo scroscio della
    folla che scendeva,  le grida il Santo! il Santo! e quando Benedetto
    gli ebbe detto sorridendo: Padre mio!,  impallid,  fece un gesto di
    acquiescenza e pass avanti.  Benedetto depose la falce,  usc un poco
    del sentiero,  sedette dietro un masso e un gran melo fiorito,  che lo
    nascondevano ai sopravegnenti. Don Clemente li affront solo.
    Al primo vederlo coloro si arrestarono. Pi voci dissero: Non  lui!
    e  altre  voci:  Lui    dietro!  e altre ancora dalla retroguardia:
    Passate avanti! La colonna si mosse.
    Allora don Clemente lev la mano e disse:
    Ascoltate.
    L'uomo che non sapeva parlare a due persone sconosciute senza coprirsi
    di rossore, adesso era pallidissimo.  La voce dolcemente velata si ud
    appena ma si vide il gesto. Il bellissimo viso sereno, l'alta persona,
    imposero riverenza.
    Voi cercate Benedetto diss'egli. Voi lo chiamate Santo. Questo  un
    grandissimo  dolore  che  voi gli date.  Egli ha pur detto a tutti dal
    primo giorno del suo arrivo  a  Jenne  di  essere  un  gran  peccatore
    ridotto a penitenza per la infinita bont di Dio. Ma egli vuole che io
    vi  confermi  questo.  Lo  confermo,    la  verit.  E' stato un gran
    peccatore.  Domani potrebbe cadere ancora.  Se  vi  credesse  un  solo
    momento quando voi lo chiamate Santo,  Iddio si allontanerebbe da lui.
    Non lo chiamate pi Santo e sopra tutto,  poi,  non gli domandate  pi
    miracoli.
    Padre lo interruppe con voce solenne,  facendosi avanti e allargando
    le braccia, un vecchio alto,  magro,  sdentato,  dal profilo d'aquila.
    Padre, noi non domandiamo il miracolo, il miracolo  fatto, la donna,
    come ha toccato la dimora dell'uomo,   guarita,  e noi Le diciamo che
    l'uomo  santo e se a Jenne vi  gente che dice  altre  cose    gente
    degna  di  bruciare nel fondo dell'inferno.  Padre,  noi Le baciamo le
    mani ma diciamo questo.
    C' un ammalato,  ancora!  C' un ammalato ancora! gridarono  dieci,
    venti voci. Venga il Santo!
    Dal  gruppo  degli studenti,  alla retroguardia,  si grid: Avanti il
    Santo. Il Santo parli!
    O che modo    questo?  fece  il  vecchio  volgendosi  addietro  con
    dispetto, da spodestato oratore del popolo. Che modo  questo?
    Un  subisso  di  voci  sdegnose coperse la sua,  gridando gli studenti
    sempre pi forte:
    Venga il Santo! Parli il Santo! Via il prete! Via!
    Le donne si voltarono minacciose:
    Via voi, via!
    E in alto,  dalle stamberghe appollaiate  sulla  rovina,  sbucarono  i
    pennacchi  dei  carabinieri.  Allora  Benedetto  si  alz,  usc  allo
    scoperto.
    Appena fu veduto,  un gran clamore di gioia lo  accolse.  I  Selva  si
    fecero  sulla  porta  della caverna a guardare in gi,  Noemi scese di
    corsa.  Benedetto si trov attorniato in un lampo  di  gente  che  gli
    baciava la tonaca benedicendo.  Molti, ginocchioni, piangevano. Noemi,
    ch'era discesa sola dietro  gli  studenti,  si  slanci  avanti,  vide
    finalmente l'uomo.
    Jeanne  le  ne  aveva  mostrate pi fotografie,  dicendole per che di
    nessuna era soddisfatta pienamente. Nella fisonomia simpatica di Piero
    Maironi Noemi aveva letto un'ombra interna  di  tristezza;  quella  di
    Benedetto  luceva  di  straordinaria  vita.  Da due giorni egli si era
    fatto radere capelli e barba per aver udito una donna sussurrare:  E'
    bello  come  Ges.  La  espressione dell'anima dominatrice gli si era
    accentuata nel naso pi prominente per  la  maggiore  magrezza,  nelle
    grandi  occhiaie  scure.  Gli  occhi avevano un fascino inesprimibile.
    Spiravano tristezza anche adesso ma  una  tristezza  dolce,  piena  di
    vigore e di pace,  di devozione mistica.  Attorniato,  sotto la bianca
    nuvoletta del melo fiorente, dalla turba prostrata, circonfuso di sole
    e di mobili  ombre,  pareva  una  visione  di  pittore  antico.  Noemi
    impietr,  stretta  alla  gola  da  un groppo di pianto.  Presso a lei
    parecchie donne piangevano,  solo per averlo veduto,  penetrate da una
    suggestione vicendevole.  Una di esse ammalata,  stanca, si era seduta
    sull'orlo del sentiero,  non  poteva  vedere  il  Santo,  piangeva  di
    commozione senza saperne il perch. Sopraggiunsero dei ritardatari, un
    vecchio  e tre donne di Vallepietra.  Subito le tre donne,  scambiando
    don Clemente per Benedetto,  si misero a  singhiozzare  e  a  gridare:
    Com' bello, com' bello!
    Intanto, sotto la bianca nuvoletta del melo fiorente, Benedetto riusc
    con parole di dolore, di supplica, di rampogna, a respingere l'assalto
    della turba adoratrice,  a farla rialzare in piedi. Un grido part dal
    gruppo degli studenti: Parli! In questo  stesso  momento,  lass  in
    alto  le  campane  di  Jenne  annunciarono  solenni  il mezzogiorno al
    villaggio, alle solitudini,  al monte Leo,  al monte Sant'Antonio,  al
    monte Altuino,  alle nubi veleggianti verso ponente. Benedetto si pose
    l'indice alla bocca,  le campane parlarono sole.  Guard don  Clemente
    come per un tacito invito.  Don Clemente si scoperse e cominci a dire
    l'"Angelus Domini".  Benedetto in piedi,  a mani giunte,  lo disse con
    lui  e  fino  a  che  le  campane  suonarono tenne gli occhi fissi sul
    giovane  che  gli  aveva  gridato  di  parlare:  gli  occhi  pieni  di
    tristezza,  di dolcezza mistica.  Quello sguardo ineffabile,  il suono
    delle campane solenni,  il tremar dell'erba,  l'ondular lieve dei rami
    fioriti  al  vento,  il rapimento di tante facce lagrimose volte a una
    sola si componevano insieme per Noemi  in  una  parola  unica  che  la
    esaltava senza rivelarsi, come tormenta l'anima nel desiderio di s la
    parola  occulta sotto una tragica processione di accordi musicali.  Le
    campane tacquero e Benedetto disse  dolcemente  a  chi  gli  stava  di
    fronte:
    Chi  siete  voi e cosa  accaduto che vi ha fatto venire a me come se
    io fossi quello che non sono?
    Gli fu risposto da pi voci a un tempo,  gli fu detto del  miracolo  e
    com'egli  fosse  desiderato  nel  villaggio  degli uni e nel villaggio
    degli altri.
    Voi esaltate me diss'egli perch siete ciechi.  Se questa giovine 
    guarita  non  io l'ho guarita ma la sua fede.  Questa forza della fede
    che l'ha fatta alzarsi e camminare  nel mondo di Dio,  dappertutto  e
    sempre,  come la forza dello spavento che fa tremare e cadere.  E' una
    forza nell'anima come le forze che sono nell'acqua e nel fuoco. Dunque
    se la giovane  guarita  perch Dio ha disposto nel suo mondo  questa
    gran forza;  datene lode a Dio e non a me. Ma poi udite. Voi offendete
    Dio se la Sua potenza e bont vi paiono pi grandi nei miracoli.  Esse
    sono  dappertutto  e  sempre infinite.  E' difficile di capire come la
    fede risani,  ma  impossibile di capire come questi fiori vivano.  Il
    Signore  non sarebbe mica meno potente n meno buono se questa giovane
    non fosse guarita.  Pregate di guarire s,  ma pregate pi  ancora  di
    comprendere  questa grande cosa che vi ho detto ora,  pregate di poter
    adorare la volont del Signore quando vi d la morte come quando vi d
    la vita.  Vi sono nel mondo degli uomini che credono di non credere in
    Dio e quando le malattie e la morte entrano nelle loro case, dicono: 
    la  legge,    la natura,   l'ordine dell'Universo,  noi pieghiamo il
    capo,  noi accettiamo senza mormorare,  noi proseguiamo il cammino del
    nostro dovere. Guardate che questi uomini non passino avanti a voi nel
    regno dei cieli.  E pensate anche quali miracoli domandate. Voi venite
    per esser guariti dalle malattie del corpo,  voi volete che  io  venga
    nei vostri villaggi per questo.  Abbiate fede e guarirete senza di me.
    Ricordatevi per che  potreste  usare  anche  meglio  la  vostra  fede
    secondo  la  volont  di  Dio.  Siete  voi  tutti  e  interamente sani
    nell'anima vostra?  No,  voi non lo siete;  e che vi servir  di  aver
    l'otre  sana  se  il  vino  guasto?  Voi amate voi stessi e le vostre
    famiglie pi della  verit,  pi  della  giustizia,  pi  della  legge
    divina. Voi avete presente sempre quello ch' dovuto a voi e ai vostri
    e  ben di rado quello ch' dovuto agli altri.  Voi credete di salvarvi
    colla moltitudine delle  preghiere.  E  nemmeno  sapete  pregare.  Voi
    pregate  allo  stesso  modo  i  Santi che sono i servi e Iddio ch' il
    Padrone;  quando non fate peggio!  Voi non pensate che al Padrone  non
    importano   le   molte  parole,   ch'Egli  preferisce  essere  servito
    fedelmente in silenzio col pensiero sempre alla  Sua  volont.  E  non
    intendete i vostri mali, siete come il moribondo che dice: "Sto bene."
    Forse  alcuno  di  voi pensa in questo momento: se non intendo il male
    che faccio,  il Signore non mi condanner.  Ma il Signore non  giudica
    come i giudici del mondo.  L'uomo che ha preso un veleno senza saperlo
    deve cadere come colui che lo ha voluto prendere. L'uomo che non ha la
    veste bianca non pu entrare nella  cena  del  Signore  anche  se  non
    sapeva che la veste non era necessaria.  Colui che ama se stesso sopra
    ogni cosa, sappia o non sappia il suo peccato,  non passa per la porta
    del  regno dei cieli,  allo stesso modo che il dito della sposa,  se 
    ripiegato sopra se stesso,  non entra nell'anello offerto dallo sposo.
    Conoscete le infermit dell'anima vostra e pregate con fede di esserne
    sanati.  Vi  dico  in nome di Cristo che lo sarete.  La guarigione del
    vostro corpo  buona per voi, per la famiglia vostra,  per gli animali
    e  le  piante  che avete in cura;  ma la guarigione dell'anima vostra,
    credete  questa  cosa  bench  non  la  comprendete!   la   guarigione
    dell'anima  vostra    buona  per  tutte  le  povere anime dei viventi
    sbattuti fra il bene e il male,   buona per tutte le povere anime dei
    morti  che  si purificano con fatica e dolore,  come la vittoria di un
    soldato  buona per tutti della sua nazione.  E' anche buona  per  gli
    Angeli,  che sentono tanta gioia,  ha detto Ges, per la guarigione di
    un'anima,  e la gioia fa crescer la loro potenza,  e la loro  potenza,
    credete  voi che sia per le tenebre o per la luce,  per la morte o per
    la vita?  Domandate con fede,  prima la guarigione dell'anima e poi la
    guarigione del corpo!
    Dal  ripido pendo gli si porgeva una fitta di visi;  avidi i pi alti
    cui soltanto giungeva il suono della voce,  e rigati di pianto;  parte
    attoniti i pi vicini, parte entusiasti, parte dubbiosi. Anche a Noemi
    colavano  lagrime lungo le guance smorte.  Gli studenti avevano smesso
    l'aria beffarda. Quando Benedetto tacque,  uno di loro avanz risoluto
    e serio, per parlare. In quel mentre il vecchio esclam:
    E voi ci guarite l'anima!
    Altre voci ripeterono ansiose:
    E voi ci guarite l'anima! E voi ci guarite l'anima!
    In  un baleno,  tutta l'avanguardia,  presa dal contagio,  trabocc in
    ginocchio tendendo le braccia supplici:
    E voi ci guarite l'anima! E voi ci guarite l'anima!
    Benedetto si gett avanti con le mani nei capelli, esclamando:
    Che fate ancora? Che fate ancora?
    Un grido suon dall'alto: La miracolata! La giovinetta  che,  posata
    sul  giaciglio  di  Benedetto,  si  era sentita risanare,  scendeva al
    braccio di una sorella maggiore,  cercando Benedetto.  Questi non bad
    al  grido,  al balenar della gente lass,  che si divideva per lasciar
    passare le due donne.  Non valendo a  far  rialzare  la  gente,  cadde
    ginocchioni  egli  pure.  Allora  coloro  che  gli  stavano intorno si
    rialzarono,  e giungendo ad essi il fremito commosso e  le  voci:  La
    miracolata!  La miracolata!, fecero rialzare lui che pareva non avere
    udito. La miracolata! gli diceva ciascuno, la miracolata! cercando
    sul suo viso la compiacenza  del  miracolo  con  occhi  che  gridavano
    Viene  per  voi,  l'avete  guarita  voi!  come s'egli poco prima non
    avesse detto nulla.
    La giovinetta scendeva,  smorta e  giallognola  come  la  petrosa  via
    battuta  dal  sole,  triste  nel  visetto gentile inclinato al braccio
    della sorella.  E la sorella pure  era  triste.  La  turba  si  divise
    davanti  a  loro  e  Benedetto  si  fece  da parte,  ripar dietro don
    Clemente  con  un  involontario  moto  che  parve  deliberato.   Tutti
    trepidavano  e  sorridevano come nell'attesa di un altro miracolo.  Le
    due donne non s'ingannarono,  passarono davanti a don  Clemente  senza
    neppure  guardarlo,  si  volsero  a Benedetto e la maggiore gli disse,
    sicura:
    Uomo santo di Dio, tu hai guarito questa, guarisci l'altro!
    Benedetto rispose quasi sottovoce, tutto fremente:
    Io non sono uomo santo, io non ho guarito questa, per quest'altro che
    dite io potr solamente pregare.
    Udito che l'altro era loro fratello, che stava nella sua capanna,  sul
    suo letto e che soffriva molto, disse a don Clemente:
    Andiamo ad assisterlo.
    E   si  mosse  con  il  suo  Maestro.   Dietro  a  loro  si  ricompose
    rumoreggiando il fiotto diviso  della  gente.  Benedetto  si  volt  a
    proibire  che  lo seguissero,  a comandare che le donne si prendessero
    invece cura di questa giovinetta, la quale non doveva risalir l'erta a
    piedi sotto la sferza del sole  ardente.  Comand  che  la  portassero
    all'osteria,  la  facessero porre a letto,  la ristorassero con cibo e
    vino.  Quelli che lo seguivano si fermarono,  gli altri fecero ala per
    lasciarlo  passare.  Lo studente che prima aveva chiesto di parlare lo
    accost rispettosamente,  gli domand se pi tardi egli e alcuni amici
    suoi avrebbero potuto trattenersi un poco, soli, con esso.
    Oh  s! rispose Benedetto,  con un virile,  caldo impeto di assenso.
    Noemi, ch'era l presso, si fece coraggio.
    Devo  chiederle  cinque  minuti  anch'io  diss'ella   in   francese,
    arrossendo;  e  subito  le  balen  di  aver dato cos a capire che lo
    conosceva persona colta,  si fece tutta una  vampa  e  ripet  la  sua
    preghiera in italiano.
    Don  Clemente  premette  un  poco,  quasi senza volerlo,  il braccio a
    Benedetto, che rispose garbato ma un po' asciutto
    Vuol far del bene? Si occupi di quella povera ragazza.
    E pass oltre.
    Entr nella sua stamberga,  solo con don Clemente.  Nessuno  lo  aveva
    seguto. Una vecchia, la madre dell'ammalata, vedutolo entrare, gli si
    gett piangendo ai piedi con le parole di sua figlia
    Siete voi l'uomo santo? Siete voi? Una me ne avete guarita, guaritemi
    anche l'altro!
    Sulle prime Benedetto,  entrando dal sole in quel buio, non discerneva
    niente.  Poi vide steso sul letto l'uomo che respirava  male,  gemeva,
    piangeva,  imprecava ai Santi, alle femmine, al paese di Jenne, al suo
    maledetto destino.  Inginocchiata  accanto  a  lui,  Maria  Selva  gli
    tergeva  con  un  fazzoletto il sudore della fronte.  Nessun altro era
    nella caverna. Presso alla porta luminosa la grande croce scolpita per
    isghembo sulla parete giallastra di roccia diceva in quel momento  una
    oscura parola solenne.
    Sperate  in  Dio  rispose Benedetto alla vecchia,  dolcemente.  E si
    accost al letto,  si pieg  sull'infermo,  gli  prese  il  polso.  La
    vecchia cess di singhiozzare,  l'infermo d'imprecare e di gemere.  Si
    ud il ronzio delle mosche nel focolare chiaro.
    Avete chiamato il medico? mormor Benedetto.
    La vecchia riprese a singhiozzare:
    Guaritelo voi, guaritelo voi in nome di Ges e Maria!
    L'infermo riprese a gemere. Maria Selva disse sottovoce a Benedetto:
    Il medico  a Subiaco.  Il signor Selva,  che Lei  forse  conosce,  
    andato alla farmacia. Io sono sua moglie.
    In  quel punto rientr Giovanni,  ansante,  afflitto.  La farmacia era
    chiusa, il farmacista assente. L'arciprete gli aveva dato del marsala.
    Dei signori venuti da Roma con gran provvigioni gli avevano  dato  del
    cognac  e del caff.  Benedetto chiam a s con un cenno don Clemente,
    gli disse all'orecchio  che  facesse  venire  l'arciprete;  quell'uomo
    stava  morendo.  Avrebbe  potuto  andar egli a chiamarlo ma gli pareva
    duro per la povera madre di allontanarsi.  Don Clemente usc senza far
    motto.  A pochi passi dalla casupola,  la compagnia elegante venuta da
    Roma per curiosit del Santo di Jenne,  tre signore e quattro signori,
    guidata  da  quel  signore  di  Jenne che s'era incontrato con i Selva
    sulla costa, si stava consultando. Veduto il benedettino, si parlarono
    sottovoce rapidamente,  e uno di loro,  un  giovinotto  elegantissimo,
    incastratosi  nell'occhio  la  caramella,  avanz  verso  don Clemente
    ch'era guardato dalle signore con ammirazione,  con rammarico  che  il
    Santo, come avevano udito dalla loro guida, non fosse lui.
    Anche costoro desideravano un colloquio con Benedetto. Lo desideravano
    specialmente  le  signore.  Il  giovinotto  soggiunse  con  un sorriso
    beffardo che quanto a s non se ne credeva  degno.  Don  Clemente  gli
    rispose  breve  breve  che  per  ora  era  impossibile  di  parlare  a
    Benedetto;  e tir via.  Colui rifer alle signore che il Santo  stava
    nel tabernacolo chiuso a chiave.
    Intanto  Benedetto,  supplicandolo  sempre  la  madre desolata che non
    usasse medicine,  che facesse il miracolo,  confortava il giacente con
    qualche sorso dei cordiali portati da Giovanni Selva e pi con parole,
    con lievi carezze, con la promessa di altre parole di salute che altri
    gli avrebbe portato.  E la voce pia,  tenera, grave, oper un miracolo
    di pace.  L'infermo  respirava  male  assai,  gemeva  ancora,  ma  non
    imprecava pi.  La madre,  folle di speranza, mormorava a mani giunte,
    lagrimando:
    Il miracolo, il miracolo, il miracolo.
    Caro diceva Benedetto,  sei in mano di Dio e  la  senti  terribile.
    Abbandnati,  la sentirai soave.  Ti poser da capo nel mare di questa
    vita, ti poser nel cielo, ti poser dove vorr lei, abbandnati,  non
    ci  pensare.  Quand'eri  bambino  la  tua  mamma  ti  portava,  tu non
    domandavi n il come n il quando n  il  perch,  tu  eri  nelle  sue
    braccia, tu eri nel suo amore, tu non domandavi altro. Cos anche ora,
    caro.  Io  che  ti parlo ho fatto tanto male nella mia vita,  forse un
    poco ne hai fatto anche tu,  forse te ne ricordi.  Piangi piangi  cos
    abbandonato sul seno del Padre che ti chiama,  che ti vuole perdonare,
    che vuol dimenticare tutto.  Ora verr il sacerdote e tu glielo dirai,
    il male che forse hai fatto, cos come ricordi, senza angoscia. E poi,
    sai chi verr da te nel mistero?  Sai che amore,  caro, sai che piet,
    sai che gioia, sai che vita?
    Lottando con le ombre della morte,  figgendo in  Benedetto  gli  occhi
    vitrei,  lucenti  di un desiderio intenso e del terrore di non poterlo
    esprimere,  il povero giovine che aveva inteso  male  il  discorso  di
    Benedetto,  credendo  di  doversi confessare a lui,  cominci a dire i
    suoi peccati. La madre che durante il discorso di Benedetto, buttatasi
    ginocchioni alla parete di roccia vi  teneva  le  labbra  sulla  croce
    aspettando  il  compimento  del miracolo,  scatt,  al suono strano di
    quella voce,  in piedi,  balz al  letto,  comprese,  gitt  un  grido
    disperato  con  le  mani  al  cielo,   mentre  Benedetto,   atterrito,
    esclamava: No caro, non a me, non a me! Ma l'infermo non intese, gli
    cinse con un braccio il collo,  lo raccolse  a  s,  continu  la  sua
    confessione ambasciata, ripetendo Benedetto: Dio mio! Dio mio! nello
    sforzo  di non udire,  n avendo cuore di strapparsi dal morente.  Non
    ud infatti n udire era facile, tanto rade,  rotte e torbide venivano
    le  parole.  E non si vedeva arrivare l'arciprete,  e don Clemente non
    ritornava! Passi e voci sommesse si udirono bene al di fuori,  qualche
    testa  curiosa  comparve  all'uscio,  ma nessuno entr.  Le parole del
    morente si perdettero in un garbuglio di suoni fiochi, egli tacque.
    C' gente fuori? chiese Benedetto.  Qualcuno  vada  dall'arciprete,
    dica di far presto.
    Giovanni  e  Maria  stavano  attorno  alla  madre  che,  fuori  di s,
    trabalzava dal dolore alla collera. Dopo aver creduto al miracolo, non
    voleva credere che il suo figliolo si  fosse  ridotto  naturalmente  a
    quegli estremi,  ora singhiozzava per lui, ora imprecava alle medicine
    che gli aveva date Benedetto per quanto i Selva le dicessero  che  non
    erano  state medicine.  Maria se l'era abbracciata e per confortarla e
    per trattenerla.  Accenn a Giovanni che andasse lui dall'arciprete  e
    Giovanni  corse  via.  Gli  occhi  lucenti del moribondo supplicarono.
    Benedetto gli disse:
    Figlio mio, desideri Cristo?
    Il poveretto accenn di s col capo e  con  un  gemito  inesprimibile.
    Benedetto lo baci, lo ribaci teneramente.
    Cristo  mi  dice che i tuoi peccati ti sono rimessi e che tu parta in
    pace.
    Gli occhi lucenti sfavillarono di gioia.
    Benedetto chiam la  madre  che  dalle  aperte  braccia  di  Maria  si
    precipit  sul  figlio suo.  Ecco entrare don Clemente trafelato,  con
    Giovanni e l'arciprete.

    Don Clemente aveva trovato in canonica un ecclesiastico non conosciuto
    da lui, alle prese coll'arciprete. A sentir costui, una turba fanatica
    voleva  portare  in  Sant'Andrea  la   pretesa   miracolata   per   un
    ringraziamento  a  Dio.  Era  dovere  dell'arciprete  impedire un tale
    scandalo.  La guarigione della ragazza se non era  impostura  non  era
    nemmanco realt. Il preteso taumaturgo poi aveva predicato un sacco di
    eresie  sui  miracoli e sulla salute eterna,  aveva parlato della fede
    come  di  una  virt  naturale,   aveva  criticato  Ges  che  guariva
    gl'infermi.  Adesso  stava  fabbricando un altro miracolo con un altro
    disgraziato. Bisognava finirla.  Finirla?  pensava il povero arciprete
    che sentiva gi odore di Sant'Uffizio.  Era presto detto finirla. Ma
    come,  finirla?  La visita di don Clemente,  che sopravvenne a  questo
    punto del discorso,  lo fece respirare. Adesso, pens, mi aiuter lui.
    Invece le cose volsero al peggio.  Udito il triste  messaggio  di  don
    Clemente, quel prete esclam:
    Vede?  ecco  i  miracoli come finiscono!  Ma lei non deve entrare col
    Santo Viatico nella casa di quell'eretico s'egli prima non esce e  non
    esce per non tornarci pi.
    Don Clemente avvamp in viso.
    Non  un eretico! diss'egli. E' un uomo di Dio!
    Lo dice Lei! esclam il prete.
    E  Lei  prosegu  volto  all'arciprete.  Lei ci pensi!  Faccia come
    vuole, del resto; io non c'entro. A rivederla.
    Fatto un inchino a don Clemente,  senza parole,  scivol  fuori  dalla
    camera.
    E  adesso?  E  adesso? gemette il povero arciprete recandosi le mani
    alle tempie.  Quello  un uomo terribile ma  io  non  voglio  mancare
    verso Domeneddio. Dimmi tu, dimmi tu!
    Aveva  un  santo timore di Dio,  s,  l'arciprete,  ma non era neppure
    senza un timore fra santo e umano di  don  Clemente,  della  coscienza
    severa  che  lo  avrebbe  giudicato.  A don Clemente lampeggi,  nella
    stretta del momento, il partito da prendere.
    Disponi per il Viatico diss'egli e vieni subito con me a confessare
    quel povero giovane.  Benedetto far vedere se  un eretico o se   un
    uomo di Dio.
    La  fantesca  venne  ad  avvertire  che  un  signore pregava il signor
    arciprete di far presto, presto, perch quell'ammalato moriva.
    Don Clemente,  trafelato,  entr nella stamberga con  Giovanni  e  con
    l'arciprete.  Chiam  Benedetto  a  s,  presso  l'uscio  e  gli parl
    sottovoce. L'ammalato rantolava. Benedetto ascolt,  a capo chino,  le
    parole  dolorose  che  gli  chiedevano  un  atto di umiliazione santa,
    s'inginocchi senza rispondere davanti  alla  croce  scolpita  da  lui
    nella  roccia,   la  baci  avidamente,  nell'incontro  delle  braccia
    tragiche,  e riaspirare in s dal solco  della  pietra  il  segno  del
    sacrificio,  il suo amore,  il suo bene, la sua forza, la sua vita; e,
    rialzatosi, usc di l per sempre.
    Il  sole  scompariva  in  un  turbinoso  fumo  di  nuvoli  montanti  a
    settentrione,  dietro  il  villaggio.  I luoghi che avevano poco prima
    brulicato di gente erano un livido deserto.  Dalle svolte dei viottoli
    ghiaiosi,  dietro  gli usci socchiusi,  dai canti dei casolari,  donne
    spiavano.  All'apparire di Benedetto si ritrassero tutte.  Egli  sent
    che Jenne sapeva l'agonia dell'uomo venuto a lui per salute, che l'ora
    della  potest  era  venuta  per  i suoi avversari.  Don Clemente,  il
    Maestro,  l'amico,  gli aveva prima chiesto di deporre il suo abito  e
    ora di uscire della sua casa,  di uscire da Jenne. Con dolore e amore,
    ma glielo aveva chiesto. Fra l'amarezza e il digiuno, poich non aveva
    potuto prendere la sua refezione meridiana di pane e  fave,  si  sent
    quasi venir meno, gli si oscur la vista. Sedette sulla soglia ruinosa
    di  una  porticina  chiusa,  all'entrata della viuzza della Corte.  Un
    lungo rombo di tuono suon sul suo capo.
    Poco a poco,  nel riposo,  si riebbe.  Pens all'uomo che  moriva  nel
    desiderio di Cristo e un'onda di dolcezza gli torn nell'anima.  Sent
    rimorso di aver dimenticato per alcuni  istanti  quel  gran  dono  del
    Signore,  di avere disamata la croce appena bevutone vita e gioia.  Si
    nascose il viso fra le mani e pianse silenziosamente.  Un rumor lieve,
    in  alto,  d'imposte che si aprono qualche cosa di molle gli batte sul
    capo.  Si toglie trasalendo le mani dagli occhi;  ai suoi piedi   una
    rosellina  selvatica.   Rabbrivid.  Da  parecchi  giorni  o  la  sera
    rientrando nella sua spelonca o  uscendone  la  mattina,  ogni  giorno
    aveva trovato fiori sulla soglia. Non li aveva tolti mai. Li poneva da
    banda  sopra  un  sasso,  perch  non  fossero calpestati;  non altro.
    Neppure aveva mai cercato di sapere qual mano  li  recasse.  Certo  la
    rosellina  selvatica era caduta dalla stessa mano.  Non alz il capo e
    comprese che  pur  non  raccogliendo  la  rosellina  n  accennando  a
    raccoglierla,  gli bisognava partire.  Cerc levarsi,  le gambe non lo
    reggevano ancora bene,  tard un momento a rimettersi in  cammino.  Il
    tuono  rumoreggiava  da capo,  pi forte,  continuo.  Una porticina si
    aperse, se ne porse una giovine vestita di nero,  bionda,  bianca come
    la  cera,  piena  gli  occhi  azzurrini di sbigottimento e di lagrime.
    Benedetto non pot a meno di volgere  il  capo  a  lei.  Riconobbe  la
    maestra   del   Comune,   che   aveva   veduto   un  momento  in  casa
    dell'arciprete, e gi proseguiva senza salutarla quando ella gli gett
    un gemito: Mi ascolti! e, fatto un passo indietro nell'andito, cadde
    sulle ginocchia, gli stese le mani imploranti,  ripiegando il capo sul
    petto.
    Benedetto si ferm. Esit un momento e poi disse, con gravit severa:
    Che vuole da me?
    Si  era fatto quasi buio.  I lampi abbagliavano,  il fragore del tuono
    empiva la misera viuzza,  impediva ai  due  di  udirsi.  Benedetto  si
    accost all'uscio.
    Mi  hanno  detto  rispose  la giovine senz'alzare il viso e sostando
    agli scoppi del tuono che Lei forse dovr partire da Jenne.  Una  Sua
    parola mi ha dato la vita,  la Sua partenza mi far morire ancora.  Mi
    ripeta quella parola, la dica per me, solo per me!
    Quale parola?
    Lei stava col signor arciprete,  io ero  nella  stanza  vicina  colla
    fantesca  e l'uscio era aperto.  Lei diceva che un uomo pu negare Dio
    senza essere veramente ateo e senza meritare la morte  eterna,  quando
    nega  quel  Dio  che  gli    proposto  in una forma ripugnante al suo
    intelletto ma poi ama la Verit, ama il Bene, ama gli uomini,  pratica
    questi amori.
    Benedetto  tacque.  Lo aveva detto,  s,  ma parlando a un prete e non
    sapendo di venire udito da persone forse non atte a comprenderlo. Ella
    sospett la cagione di quel silenzio.
    Non si tratta di me disse. Io credo,  sono cattolica.  E' mio padre
    che ha vissuto cos ed  morto cos e... se sapesse!... hanno persuaso
    anche mia madre ch'egli non ha potuto salvarsi!
    Mentr'ella parlava,  rade gocce, grosse, cominciarono a battere, fra i
    lampi e i tuoni, sulla via,  macchiarono la polvere di grandi macchie,
    scrosciarono  col  vento,  sferzando  i  muri;  ma n Benedetto ripar
    dentro l'uscio n lei gliene fece invito,  e questa fu da parte di lei
    la  confessione  sola  del  sentimento  profondo  che  si  copriva  di
    misticismo e di piet filiale.
    Mi dica, mi dica implor,  alzando finalmente il viso che mio padre
     salvo, che lo ritrover in Paradiso!
    Benedetto rispose:
    Preghi.
    Dio! Solo questo?
    Si  prega  forse  per  il  perdono  di  chi non pu essere perdonato?
    Preghi.
    Oh, grazie! Lei  sofferente?
    Queste ultime parole furono sussurrate cos piano che  Benedetto  pot
    non  udirle.  Fece  un  gesto di addio e si allontan fra le ondate di
    pioggia che  flagellavano  e  urtavano  via  per  il  fango  la  morta
    rosellina selvatica.

    Forse da una finestra,  forse dalla porta dell'osteria,  Noemi, che vi
    stava con la ragazza di Arcinazzo,  lo vide passare.  Si fece dare  un
    ombrello  dall'oste  e lo segu sfidando la violenza del vento e della
    pioggia.
    Lo segu,  soffrendo di vederlo a  capo  scoperto  e  senza  ombrello,
    pensando  che  se  non  fosse  stato un Santo,  lo si sarebbe detto un
    pazzo. Uscita sulla piazza della chiesa,  vide socchiudersi un uscio a
    mano diritta,  un prete lungo e magro guardare dall'interno.  Credette
    che il prete avrebbe invitato Benedetto a entrare, ma invece il prete,
    quando Benedetto gli  fu  vicino,  chiuse  l'uscio  rumorosamente  con
    grande  sdegno di lei.  Benedetto entr in Sant'Andrea ed ella pure vi
    entr.  Quegli and a inginocchiarsi davanti all'altar maggiore,  ella
    si tenne presso la porta.  Il sagrestano,  che sonnecchiava seduto sui
    gradini di un altare,  uditi  i  loro  passi,  si  alz,  mosse  verso
    Benedetto.  Ma  egli era del partito dei preti romani e,  riconosciuto
    l'eretico,  ritorn indietro,  domand alla  signorina  forestiera  se
    potesse  dirgli  niente  di  quel giovine ammalato di Arcinazzo ch'era
    stato portato in chiesa la mattina,  quando  il  sagrestano  ci  aveva
    veduta  anche lei.  E soggiunse che ne domandava perch aveva l'ordine
    di aspettare l'arciprete che sarebbe venuto per portargli il  Viatico.
    Noemi sapeva che l'uomo di Arcinazzo era moribondo ma non pi di cos.
    Ho  capito disse il sagrestano,  forte,  con intenzione.  Non vorr
    saperne di Cristo.  Questi sono i belli miracoli!  Sia benedetto Iddio
    per i tuoni e i fulmini che altrimenti ci portavan qui la ragazza!
    E ritorn a sedere, a sonnecchiare sul suo gradino.
    Noemi  non sapeva levare gli occhi da Benedetto.  Non era un proprio e
    vero fascino n il sentimento appassionato della giovine  maestra.  Lo
    vide   vacillare,   poggiar   le  mani  ai  gradini  e  poi  voltarsi,
    stentatamente,  a sedere n si domand se soffrisse.  Guardava lui  ma
    pi assorta in s che in lui,  assorta in un mutamento progressivo del
    proprio interno che la veniva facendo diversa,  non riconoscibile a se
    stessa,  in  un senso ancora confuso e cieco di una verit immensa che
    le si venisse comunicando per vie  misteriose,  che  le  torcesse  con
    sofferenza  intime  fibre  del cuore.  I ragionamenti religiosi di suo
    cognato potevano averle turbata la mente;  il cuore non glielo avevano
    toccato mai.  E ora perch?  Come? Cos'aveva detto, infine, quell'uomo
    macilento?  Oh ma lo sguardo,  ma la voce,  ma...  Che altro?  Qualche
    altra cosa impossibile a comprendere.  Un presentimento, forse. Quale?
    Ma! Chi sa? Un presentimento di qualche futuro legame fra quell'uomo e
    lei.  Lo  aveva  seguito,  era  entrata  in  chiesa  per  non  perdere
    l'occasione  di parlargli e adesso ne aveva quasi paura.  Parlargli di
    Jeanne,  poi anche.  Jeanne,  lo aveva ella compreso?  Come mai  aveva
    potuto Jeanne, amandolo, resistere alla corrente di pensiero superiore
    ch'era  in  lui,  che forse a quel tempo sar stata latente ma che una
    Jeanne doveva pure sentire? Cos'aveva ella amato? L'uomo inferiore? Se
    gli parlasse,  non gli parlerebbe solamente di Jeanne,  gli parlerebbe
    di religione,  pure.  Gli domanderebbe quale fosse la sua,  proprio. E
    poi,  s'egli le rispondesse una cosa sciocca,  una cosa  volgare?  Per
    questo aveva quasi paura di parlargli.
    Una folata di pioggia batt dalle invetriate rotte di una finestra sul
    pavimento.  Noemi pens che mai pi non avrebbe dimenticato quell'ora,
    quella grande chiesa vuota, quell'oscuro cielo,  quel colpo di pioggia
    entrato  come  un  colpo di pianto,  il naufrago del mondo assorto sui
    gradini dell'altar maggiore,  Dio sa  in  quali  sublimi  pensieri,  e
    neppure  il  sagrestano suo nemico postosi a dormire sui gradini di un
    altro  altare  con  la  famigliarit  noncurante  di  un  collega   di
    Domeneddio.  Pass molto tempo,  forse un'ora, forse pi. La chiesa si
    venne rischiarando,  parve che  smettesse  di  piovere.  Suonarono  le
    quattro. Entr in chiesa don Clemente e dietro a lui entrarono Maria e
    Giovanni, contenti di trovar Noemi, della quale non sapevano che fosse
    avvenuto. Si mosse anche il sagrestano che conosceva il padre.
    Dunque? Il Viatico?
    Il Viatico?  L'uomo,  pur troppo, era morto. Al Viatico si era pensato
    troppo tardi.  Il padre domand di Benedetto e  Noemi  glielo  indic.
    Parlarono  del  colloquio che Noemi desiderava.  Don Clemente arross,
    esit,  ma poi non seppe  come  rifiutarsi  a  chiederlo  e  raggiunse
    Benedetto.
    Mentre  i  due  discorrevano insieme,  Giovanni e Maria ragguagliarono
    Noemi di quel ch'era  accaduto.  Entrato  l'arciprete,  l'infermo  non
    aveva parlato pi. Non era stato possibile di confessarlo. Intanto era
    scoppiato  il temporale con tale veemenza,  tali torrenti strepitavano
    intorno alla capanna,  che l'arciprete non aveva  potuto  uscirne  per
    andar  a  prendere  l'olio  santo.  Si  credeva che l'ammalato durasse
    qualche ora; invece, alle tre,  era morto.  Don Clemente e l'arciprete
    erano  usciti appena lo avevano permesso i torrenti.  Giovanni e Maria
    erano rimasti colla madre, che pareva impazzita, fino all'arrivo della
    sorella maggiore del morto. Allora erano partiti,  anche per venire in
    cerca  di Noemi.  Non l'avevano trovata all'osteria,  si erano diretti
    alla chiesa.  Avevano incontrato sulla piazza il padre che  usciva  da
    una casa civile.  Non sapevano che ci fosse andato a fare. Maria parl
    con  entusiasmo  di  Benedetto,   de'  suoi  conforti  spirituali   al
    moribondo.  Era sdegnatissima,  come suo marito, della guerra fattagli
    da gente che adesso aveva buon giuoco  a  voltargli  contro  tutto  il
    paese.  Biasimavano  la  debolezza dell'arciprete e non erano contenti
    neppure di don Clemente.  Don Clemente non  avrebbe  dovuto  prestarsi
    alla  cacciata  del  suo  discepolo!  Perch  gli  aveva  detto lui di
    andarsene, quando era venuto l'arciprete. Il suo primo torto era stato
    di portare  il  messaggio  dell'Abate.  Noemi  non  sapeva  di  questo
    messaggio.  Udito  che si voleva spogliare Benedetto della sua tonaca,
    scatt: Benedetto non doveva obbedire!
    Intanto Benedetto e il padre mossero  verso  la  porta.  Benedetto  si
    tenne  in  disparte;  il  padre  venne  a dire ai Selva e a Noemi che,
    parecchia gente volendo parlare a Benedetto,  egli aveva combinato  un
    ritrovo comune presso un signore del paese. Doveva ora precederli, con
    Benedetto,  col.  Sarebbe  venuto  a  riprenderli in chiesa fra pochi
    minuti.
    Il signore era quel tale che i Selva avevano incontrato sulla costa di
    Jenne dove stava in attesa della duchessa di  Civitella.  La  duchessa
    era poi arrivata con altre due dame e con alcuni cavalieri fra i quali
    un  giornalista,  il  giovinotto  elegantissimo  dalla  caramella.  Il
    signore di Jenne non capiva pi  nella  pelle,  si  sentiva  per  quel
    giorno in corpo uno spirito ducale di bont e di magnificenza.  Perci
    don Clemente, consigliato dall'arciprete di rivolgersi a lui, ne aveva
    facilmente ottenuto la promessa,  per Benedetto,  di un vecchio  abito
    nero da mattina, di una cravatta nera, di un cappello nero a cencio.
    Quando,   nella  camera  dov'erano  preparate  le  vesti  laicali,  il
    discepolo, svestita la tonaca, prese, tacendo sempre, a indossarle, il
    Maestro,  che stava alla finestra,  non pot trattenere un singhiozzo.
    Pochi momenti dopo, Benedetto lo chiam dolcemente.
    Padre mio diss'egli. Mi guardi.
    Vestito  dei  nuovi  panni,  troppo  lunghi e larghi,  egli sorrideva,
    mostrando pace.  Il padre gli afferr una mano,  per baciargliela;  ma
    Benedetto, ritratta con impeto la mano, allarg le braccia, si strinse
    al  petto lui che parve allora il minore,  il figliuolo,  il penitente
    ministro di tristi prepotenze umane che sul  palpito  divino  di  quel
    petto  si  sciogliessero  in polvere,  cenere e niente.  Stettero cos
    abbracciati lungamente senza dir parola.
    L'ho fatto per te mormor alfine don Clemente.  Ti ho portato io il
    messaggio  ignominioso per vedere la grazia del Signore risplendere in
    questo tuo abito vile pi che nella tonaca.
    Benedetto lo interruppe.
    No no diss'egli,  non mi tenti,  non mi tenti!  Ringraziamo  Iddio,
    invece,  che appunto mi castiga per quel compiacimento presuntuoso che
    ho  avuto  a  Santa  Scolastica  quando  Lei  mi  ha  offerto  l'abito
    benedettino  e io ho pensato che nella mia visione mi ero visto morire
    con quell'abito.  Il mio cuore si alz allora  come  dicendosi:  sono
    veramente prediletto da Dio! E adesso...
    Oh  ma!...  esclam  il padre e subito tacque,  tutto una fiamma nel
    viso.  Benedetto credette intendere che avesse pensato: Non    detto
    che tu non lo riprenda,  l'abito che hai spogliato! non  detto che la
    visione non si avveri! e che  poi  non  avesse  voluto  dire  il  suo
    pensiero,  sia  per  prudenza,  sia  per  non alludere alla sua morte.
    Sorrise, lo abbracci.  Il padre si affrett a parlare d'altro,  scus
    l'arciprete ch'era dolente di quanto accadeva,  che non avrebbe voluto
    allontanare Benedetto, ma temeva i Superiori. Non era un don Abbondio,
    non temeva per s, temeva lo scandalo di un conflitto con l'Autorit.
    Io gli perdono disse Benedetto e prego  Dio  che  gli  perdoni,  ma
    questo difetto di coraggio morale  una piaga della Chiesa.  Piuttosto
    che mettersi in conflitto con i superiori ci si mette in conflitto con
    Dio.  E si  crede  di  sfuggire  a  questo  sostituendo  alla  propria
    coscienza, dove Dio parla, la coscienza dei Superiori. E non s'intende
    che  operando  contro  il Bene o astenendosi da operare contro il Male
    per obbedire ai Superiori si    di  scandalo  al  mondo,  si  macchia
    davanti  al mondo il carattere cristiano.  Non s'intende che il debito
    verso Dio e il debito verso i Superiori si  possono  compiere  insieme
    operando mai contro il Bene,  non astenendosi mai da operare contro il
    Male,  ma senza giudicare i Superiori,  ma obbedendo loro con perfetta
    obbedienza  in  tutto  che  non   contro il Bene o a favore del Male,
    deponendo ai loro piedi la propria vita stessa, solo non la coscienza;
    la coscienza, mai!  Allora questo inferiore spogliato di tutto fuorch
    della sua coscienza e della sua obbedienza giusta,  questo inferiore 
    un puro grano del sale della terra e dove molti  di  questi  grani  si
    trovino  uniti,  ci  cui essi aderiscono rester incorrotto e ci cui
    non aderiscono cadr imputridito!
    A  misura  che  parlava,   Benedetto  si  veniva  trasfigurando.   Nel
    pronunciare le ultime parole sorse in piedi.  Gli occhi avevano lampi,
    la fronte un chiarore augusto dello spirito di Verit.  Pos  le  mani
    sulle spalle di don Clemente.
    Maestro  mio diss'egli raddolcendosi nel viso,  io lascio il tetto,
    il pane e l'abito che mi furono offerti,  ma non lascer di parlare di
    Cristo Verit fino a che avr vita.  Me ne vado ma non per tacere.  Si
    ricorda di avermi fatto leggere la lettera di San Pier Damiano a  quel
    laico  che  predicava?  E  quello  l  predicava  in  chiesa!  Io  non
    predicher in chiesa ma se Cristo vuole che io parli nei  tuguri,  nei
    tuguri  parler;  se  vuole  che  io  parli  nei palazzi,  nei palazzi
    parler; se vuole che io parli nei cubicoli, parler nei cubicoli;  se
    vuole  che io parli sui tetti,  parler sui tetti.  Pensi all'uomo che
    operava nel nome di Cristo e ne fu proibito dai discepoli.  Cristo  ha
    detto: lasciatelo fare.  E' da obbedire ai discepoli o  da obbedire a
    Cristo?
    Per l'uomo del Vangelo sta bene, caro rispose don Clemente,  ma ora
    sulla volont di Cristo ci si pu anche ingannare, bada.
    Il  cuore di don Clemente non parlava propriamente cos;  ma le parole
    imprudenti,  indisciplinate del cuore non furono lasciate passare alle
    labbra.
    Del  resto,  padre  mio  riprese Benedetto,  lo creda,  io non sono
    bandito per avere evangelizzato il popolo.  Vi sono due  cose  ch'Ella
    deve sapere.  La prima  questa: mi  stato proposto,  qui a Jenne, da
    qualcuno che mi parl quella volta e poi non vidi pi,  di abbracciare
    la  carriera ecclesiastica per diventare missionario.  Risposi che non
    mi sentivo chiamato. La seconda  questa. Nei primi giorni dopo la mia
    venuta a Jenne,  discorrendo di religione con l'arciprete,  gli parlai
    della  vitalit  eterna  della  dottrina cattolica,  del potere che ha
    l'anima della  dottrina  cattolica  di  trasformare  continuamente  il
    proprio corpo,  accrescendone senza limiti la forza e la bellezza. Lei
    sa,  padre mio,  da chi mi sono venute queste idee per mezzo  di  Lei.
    L'arciprete deve avere riferito il mio discorso, che gli era piaciuto.
    Il  giorno  dopo  mi domand se a Subiaco avessi conosciuto Selva,  se
    avessi letto i suoi libri.  Mi disse ch'egli non  li  aveva  letti  ma
    sapeva ch'erano da fuggire.  Padre mio,  Ella comprende.  E' per causa
    del signor Selva e dell'amicizia di Lei col signor Selva che io  parto
    da  Jenne cos.  Non La ho mai tanto amata quanto adesso,  non so dove
    andr ma dovunque il Signore  mi  mandi,  vicino  o  lontano,  non  mi
    abbandoni nell'anima Sua!
    Cos  dicendo  con  un  tumulto,  nella  voce,  di  dolore e di amore,
    Benedetto si gett un'altra  volta  nelle  braccia  del  Maestro  che,
    straziato egli pure da una tempesta di sentimenti diversi,  non sapeva
    se domandargli perdono o promettergli gloria,  la  vera;  e  solamente
    pot dirgli ansando:
    Anch'io, tu non sai!, ho bisogno di non essere abbandonato dall'anima
    tua!

    Don   Clemente  raccolse  in  un  fardello,   maneggiandolo  con  mani
    guardinghe,  riverenti,  l'abito deposto dal discepolo.  Raccolto  che
    l'ebbe,  disse  a  Benedetto  che non poteva offrirgli l'ospitalit di
    Santa Scolastica, che aveva avuto in animo di pregare i signori Selva,
    ma che ora gli sorgeva il  dubbio  se  a  Benedetto  fosse  opportuno,
    nell'interesse del suo stesso apostolato,  mettersi cos pubblicamente
    sotto la protezione del signor Giovanni.
    Benedetto sorrise.
    Oh,  questo no! diss'egli.  Temeremo noi le  tenebre  pi  che  non
    ameremo  la  luce!  Ma  ho bisogno di pregare il Signore che mi faccia
    conoscere,  se possibile,  la Sua volont.  Forse vorr questo,  forse
    altro.  E adesso vorrebbe farmi portare un po' di cibo e di vino?  Poi
    mi mandi chi mi vuole parlare.
    Don Clemente  si  meravigli,  nel  suo  interno,  che  Benedetto  gli
    domandasse  del  vino  ma  non  ne fece mostra.  Disse che gli avrebbe
    mandata pure quella signorina che stava  con  i  Selva.  Benedetto  lo
    interrog  cogli  occhi,  ricordando  che  quando  la  signorina,  poi
    riveduta in chiesa,  gli aveva chiesto un colloquio,  don Clemente gli
    aveva  stretto  il  braccio come per ammonirlo tacitamente di stare in
    guardia. Don Clemente,  arrossendo molto,  si spieg.  Aveva veduta la
    signorina a Santa Scolastica insieme a un'altra persona. Quel moto era
    stato involontario. L'altra persona era lontana.
    Non  ci rivedremo diss'egli perch appena ti avr mandato il cibo e
    avr avvertite queste persone, dovr partire per Santa Scolastica.
    Benedetto, parlando di andare a Subiaco o altrove,  aveva detto forse
    questo, forse altro con un accento cos pregno di sottintesi, che don
    Clemente, nel congedarsi, gli sussurr:
    Pensi a Roma?
    Invece  di  rispondere,  Benedetto  gli  prese  dolcemente  di mano il
    fardello dov'era la povera tonaca concessa e  ritolta,  se  l'accost,
    non senza tremito delle mani, alle labbra, ve le impresse, ve le tenne
    lungamente.
    Era  il  rimpianto  dei giorni di pace,  di lavoro,  di preghiera,  di
    parola evangelica? Era l'attesa di un'ora lucente nell'avvenire?
    Rese il fardello al Maestro.
    Addio diss'egli.
    Don Clemente usc a precipizio.

    La stanza offerta dal padrone di casa  per  le  udienze  di  Benedetto
    aveva  un  grande  canap,  un  tavolino  quadrato coperto di un panno
    giallo a fiorami azzurri, delle sedie sgangherate,  delle poltrone che
    mostravano  la  stoppa  per gli squarci del vecchio cuoio stinto,  due
    ritratti di avoli parrucconi dalle cornici annerite, due finestre, una
    quasi accecata da una muraglia  greggia,  l'altra  aperta  sui  prati,
    sulla faccia di un bel monte pensoso,  sul cielo.  Benedetto, prima di
    ricevere visitatori,  vi si affacci per un addio ai prati,  al monte,
    al povero paese.  Preso da spossatezza,  si appoggi al davanzale. Era
    una spossatezza dolce dolce.  Non si sentiva quasi  pi  il  peso  del
    corpo e il cuore gli si ammolliva di beatitudine mistica. Poco a poco,
    perdendo  i  suoi  pensieri  oggetto  e  forma,  il senso della quieta
    innocente  vita  esterna,  delle  stille  che  gocciavano  dai  tetti,
    dell'aria odorata di montagna,  lievemente,  occultamente mossa ora in
    questa ora in quella parte, lo intener.  Gli rinacquero nella memoria
    ore  lontane  della  sua giovinezza prima,  quando non aveva moglie n
    pensava al matrimonio, la fine di un temporale nell'alta Valsolda, sui
    dorsi del Pian Biscagno.  Quanto  diversa  la  sua  sorte  se  i  suoi
    genitori  avessero  vissuto  trenta,  vent'anni di pi!  Almeno uno di
    essi! Si vide nel pensiero la lapide del camposanto di Oria:

    A FRANCO
    IN DIO
    LA SUA LUISA

    e gli occhi gli si gonfiarono di pianto.  Venne  allora  una  reazione
    violenta  della  volont  contro questi languori molli del sentimento,
    questa tentazione di debolezza.
    No no no  mormor  egli,  udibilmente.  Una  voce  alle  sue  spalle
    rispose:
    Non ci vuole ascoltare?
    Benedetto si volt sorpreso.  Tre giovani stavano davanti a lui.  Egli
    non li aveva uditi entrare. Quello di essi che pareva il maggiore,  un
    bel  ragazzo  basso  di statura,  bruno,  dagli occhi esperti di molte
    cose,   gli  chiese  arditamente  perch  avesse   spogliato   l'abito
    clericale. Benedetto non rispose.
    Non  lo  vuol  dire?  fece  colui.  Non importa,  senta.  Noi siamo
    studenti dell'Universit di Roma,  gente di  poca  fede,  glielo  dico
    schietto  e  subito.  E  ci godiamo la nostra giovinezza,  pi o meno;
    glielo dico subito anche questo.
    Uno dei compagni tir l'oratore per la falda dell'abito.
    Sta zitto! disse il primo. S,  uno di noi crede poco ai Santi ma 
    un  purissimo.  Quello per non  qui davanti a Lei,  come non vi sono
    altri che stanno giuocando all'osteria.  Il Purissimo  non  ha  voluto
    venire con noi.  Dice che trover modo di parlarle da solo a solo. Noi
    siamo quello che Le ho detto. Siamo venuti da Roma per fare una gita e
    per vedere un miracolo, s'era possibile; insomma per stare allegri.
    I compagni lo interruppero, protestando.
    Ma s! ribatt lui. Per stare allegri! Scusi,  io sono pi sincero.
    Infatti poco manc che la nostra allegria ci costasse cara. Si scherz
    e  ci volevano accoppare,  capisce;  a Suo onore e gloria.  Ma poi s'
    udito il discorsino ch'Ella fece  a  quella  turba  fanatica.  Per  il
    demonio, si disse, questo  un linguaggio che ha del novo in una bocca
    pretina o semipretina, questo  un Santo che ci va meglio degli altri,
    scusi la confidenza. E ci si accord subito di chiederle un colloquio.
    Perch poi,  se siamo un poco scettici e gaudenti, siamo anche un poco
    intellettuali e certe verit religiose c'interessano. Io, per esempio,
    sono forse per diventare un neo buddista.
    I suoi compagni risero ed egli si volt ad essi adirato.
    S,  non sar buddista nella pratica ma il Buddismo  m'interessa  pi
    del Cristianesimo!
    Qui successe un battibecco fra i tre per questa uscita poco opportuna;
    e un secondo oratore,  lungo, sottile, in occhiali, prese il posto del
    primo.  Costui parlava nervoso,  con frequenti scatti del capo e degli
    avambracci  rigidi.  Il suo discorso fu questo.  I suoi compagni e lui
    avevano discusso pi volte intorno  alla  vitalit  del  Cattolicismo.
    Tutti  ammettevano  che fosse esausta e che la morte seguirebbe presto
    se non intervenisse una riforma radicale.  Alla possibilit di  questa
    riforma  chi  credeva  e  chi  non  credeva.   Desideravano  conoscere
    l'opinione di un cattolico intelligente e moderno nello  spirito  come
    si era rivelato Benedetto. Avevano molte domande da fargli.
    Qui  il  terzo ambasciatore della compagnia studentesca giudic venuto
    il  suo  momento  e  scaravent  addosso  a  Benedetto  una   tempesta
    disordinata di quesiti.
    Sarebb'egli  stato  disposto a farsi propugnatore di una riforma della
    Chiesa? Credeva nell'infallibilit del Papa e del Concilio?  Approvava
    il  culto  di  Maria  e  dei  Santi  nella  sua  forma  presente?  Era
    democratico  cristiano?   Quale  concetto   aveva   di   una   riforma
    desiderabile?   Avevano  veduto  a  Jenne  Giovanni  Selva.  Benedetto
    conosceva i suoi libri?  Approvava le sue idee?  Gli piaceva che fosse
    proibito  ai  cardinali  di  uscire  a  piedi  e ai preti di andare in
    bicicletta? Cosa pensava della Bibbia e dell'ispirazione?
    Prima di rispondere, Benedetto guard a lungo, severo in viso,  il suo
    giovine interlocutore.
    Un medico diss'egli finalmente aveva fama di saper guarire tutte le
    malattie.  Qualcuno  che  non  credeva  nella  medicina and a lui per
    curiosit,  per  interrogarlo  sull'arte  sua,   sugli  studi,   sulle
    opinioni.  Il  medico  lo lasci parlare lungamente e poi gli prese il
    polso, cos.
    Benedetto prese il polso del primo che gli aveva parlato e prosegu:
    Glielo prese,  glielo tenne un momento in silenzio,  poi gli disse: -
    Amico,  voi  soffrite  di cuore.  Io ve l'ho letto in viso e ora sento
    battere il martello del falegname che vi lavora la bara.
    Il giovine dal polso prigioniero non pot a meno di batter le ciglia.
    Non parlo per Lei disse Benedetto.  Parla quel medico a  quel  tale
    che non crede nella medicina.  E continua: - Venite voi a me per avere
    vita e salute? Io vi dar l'una e l'altra.  Non venite per questo?  Io
    non  ho tempo per voi.  - Allora colui che si era sempre creduto sano,
    allib e disse: - Maestro,  eccomi nelle  vostre  mani,  fate  che  io
    viva.
    I  tre  rimasero  per  un  momento  sbalorditi.  Quando  accennarono a
    riaversi e a replicare, Benedetto riprese:
    Se tre ciechi mi domandano la mia lampada di verit,  cosa risponder
    io?  Risponder:  andate  prima  e  preparate gli occhi vostri ad essa
    perch se Io ve la dessi nelle mani ora,  voi  non  ne  avreste  alcun
    lume, voi non potreste che guastarla.
    Non  vorrei  disse  lo studente lungo,  smilzo e occhialuto che per
    vedere questa Sua lampada di verit si dovessero chiudere le  finestre
    alla  luce  del sole.  Ma insomma capisco ch'Ella non voglia spiegarsi
    con noi,  che ci prende per dei "reporters".  Oggi noi non  abbiamo  o
    almeno  io  non ho le disposizioni che Lei desidera.  Sar un cieco ma
    non mi sento di domandar la luce al Papa e nemmeno a un Lutero.  Per,
    se Lei viene a Roma, trover dei giovani disposti meglio di me, meglio
    di noi.  Venga, parli, permetta anche a noi di udirla. Oggi abbiamo la
    curiosit,  domani chi sa?  potremo avere il desiderio buono.  Venga a
    Roma.
    Mi dia il Suo nome disse Benedetto.
    Colui  gli  porse  una  carta  da  visita.  Si  chiamava Elia Viterbo.
    Benedetto lo guard, curioso.
    S signore diss'egli, sono israelita,  ma questi due battezzati non
    sono  pi  cristiani  di  me.  Del  resto io non ho nessun pregiudizio
    religioso.
    Il colloquio era finito. Nell'uscire,  il pi giovane dei tre,  quello
    dalla gragnuola di domande, tent un ultimo assalto.
    Ci  dica almeno se i cattolici,  secondo Lei,  dovrebbero andare alle
    urne politiche?
    Benedetto tacque. L'altro insistette:
    Non vuol rispondere neppure a questo?
    Benedetto sorrise.
    Non expedit diss'egli.

    Passi nell'anticamera;  due colpettini leggeri  all'uscio;  entrano  i
    Selva  con  Noemi.  Maria  Selva  entra prima e vedendo Benedetto cos
    vestito, non pu trattenere un movimento di sdegno,  di compianto e di
    riso;  arrossisce, vorrebbe dire una parola di protesta, non la trova.
    A Noemi vengono le lagrime agli occhi. Tutti e quattro tacciono per un
    momento e si comprendono. Poi Giovanni mormora:

    "Non fu dal vel del cuor giammai disciolto"

    e stringe la mano all'uomo che nei suoi goffi abiti gli pare augusto.
    S, ma Lei non deve portare questa roba! esclam Maria, meno mistica
    di suo marito.
    Benedetto fece un gesto  come  per  dire  non  parliamo  di  ci!  e
    guardava il maestro del suo Maestro con occhi desiderosi e riverenti.
    Sa diss'egli quanto Vero e quanto Bene mi son venuti da Lei?
    Giovanni  non  sapeva di avere tanto influito su quell'uomo attraverso
    don Clemente. Suppose che avesse letto i suoi libri.  Ne fu commosso e
    ringrazi  nel  suo cuore Iddio che gli faceva sentire con dolcezza un
    po' di effettivo bene operato in un'anima.
    Quanto sarei stato felice ripigli Benedetto di  lavorare  nel  Suo
    orto per vederla qualche volta, per udirla parlare!
    Noemi,   all'udir   ricordare   quella   sera,   si   lasci  sfuggire
    un'esclamazione sommessa piena di memorie che non  si  potevano  dire.
    Giovanni  ne  prese  occasione  per  offrire a Benedetto l'ospitalit,
    poich don Clemente gli aveva detto che intendeva  lasciare  Jenne  la
    sera stessa.  Potrebbero partire insieme,  quando piacesse a lui, dopo
    il colloquio che egli avrebbe concesso a sua cognata. Noemi,  pallida,
    fiss Benedetto per la prima volta, aspettando la sua risposta.
    La  ringrazio diss'egli dopo aver pensato un poco.  Se busser alla
    Sua porta Ella mi aprir. Ora non Le posso dire altro.
    Giovanni fece atto di ritirarsi con sua moglie.  Benedetto li preg di
    restare. Certo la signorina non aveva segreti per loro; almeno per sua
    sorella  se  non  per il cognato.  Anche questo coperto invito a Maria
    cadde perch Noemi  osserv,  imbarazzata,  che  non  si  trattava  di
    segreti suoi. I Selva si ritirarono.
    Benedetto  rimase in piedi e non disse a Noemi di sedere.  Egli sapeva
    di avere a fronte  l'amica  di  Jeanne,  presentiva  il  discorso  che
    verrebbe, un messaggio di Jeanne.
    Signorina diss'egli.
    Il  modo non fu scortese ma signific chiaramente: quanto pi presto,
    tanto meglio.
    Noemi intese. Qualunque altro l'avrebbe offesa. Benedetto, no. Con lui
    si sentiva umile.
    Ho l'incarico diss'ella di domandarle se sa niente di  una  persona
    ch'Ella deve avere conosciuto molto. Anche molto amato, credo. Il nome
    io  non  so  se  lo  pronuncio  bene  perch non sono italiana,   don
    Giuseppe Flores.
    Benedetto trasal. Non si aspettava questo:
    No esclam ansioso. Non so niente!
    Noemi lo guard un momento  in  silenzio.  Avrebbe  voluto,  prima  di
    parlare,  domandargli perdono del dolore che gli avrebbe recato. Disse
    a bassa voce, mestamente:
    Mi  stato scritto di apprenderle che non  pi di questa vita.
    Benedetto pieg il viso, se lo nascose fra le mani. Don Giuseppe, caro
    don Giuseppe, cara grande anima pura, cara fronte luminosa, cari occhi
    pieni di Dio, cara voce buona! Pianse dolcemente due lagrime, due sole
    lagrime che Noemi non vide,  si ud dentro la voce di don Giuseppe che
    gli diceva: non senti che sono qui,  che sono con te, che sono nel tuo
    cuore?
    Noemi, dopo un lungo silenzio, mormor:
    Mi perdoni. Vorrei non averle dovuto recare un dolore cos grande.
    Benedetto si scoperse il viso.
    Dolore e non dolore diss'egli.
    Noemi tacque, riverente. Benedetto le domand se sapesse quando quella
    persona fosse morta.
    Verso la  fine  di  aprile,  credeva  Noemi.  Ella  era  allora  fuori
    d'Italia.  Era nel Belgio,  a Bruges,  con un'amica sua alla quale era
    stata scritta la notizia. Per quanto ne aveva udito dall'amica, quella
    persona,  Noemi non ne ripet il nome per un delicato riguardo,  aveva
    fatto una morte santa.  Le sue carte,  ella era incaricata di riferire
    anche questo,  erano state affidate al Vescovo della citt.  Benedetto
    fece  un gesto di approvazione che poteva servire anche per chiusa del
    colloquio. Noemi non si mosse.
    Non ho ancora finito diss'ella.
    E soggiunse subito:
    Ho un'amica cattolica...  io non sono cattolica,  sono protestante...
    che  ha  perduta  la fede in Dio.  Le hanno consigliato di dedicarsi a
    opere di carit.  Vive  con  un  fratello  contrarissimo  a  qualunque
    religione. Questa novit che sua sorella si occupi di beneficenza, che
    si  metta in relazione con gente dedita alle opere buone per principio
    religioso, gli  spiacente.  Adesso  ammalato,  s'irrita,  si esalta,
    inveisce  contro  le  bigotte  del Bene,  non vuole che sua sorella si
    occupi di visitare poveri, n di proteggere ragazze, n di raccogliere
    bambini abbandonati.  Dice che tutto questo  clericalismo,   utopia,
    che il mondo va come vuole andare,  che si deve lasciarlo andare e che
    con questo mescolarsi alle classi inferiori non si fa che metter  loro
    in  testa  delle  idee false e pericolose.  Ora  stato detto alla mia
    amica che deve o mentire a suo fratello facendo di  nascosto  ci  che
    prima faceva in palese,  o separarsi da lui.  Essa ha tanto bisogno di
    un consiglio sicuro!  Mi scrive di domandarlo  a  Lei.  Ha  letto  nei
    giornali  ch'Ella consiglia qui tanta gente di queste montagne,  spera
    che non rifiuter.
    Poich suo fratello rispose Benedetto  ammalato di corpo  e  anche
    di spirito,  non le si offre il Bene nella sua casa stessa?  Diventer
    una cattiva sorella per arrivare a conoscere Iddio?  Interrompa le sue
    opere, si dedichi a suo fratello, lo curi come del male del corpo cos
    del male dello spirito, con tutto l'amore che...
    Stava  per  dire  che  gli  porta si corresse per non ammettere cos
    espressamente che conosceva la persona, ...con tutto l'amore di cui 
    capace, gli si faccia preziosa, lo vinca poco a poco,  senza prediche,
    solo colla bont. Far tanto bene anche a lei di cercar d'incarnare in
    s  la  bont  stessa,  la  bont  attiva,  instancabile,  paziente  e
    prudente. E lo vincer,  lo persuader,  poco a poco,  senza discorsi,
    che  tutto  quello che fa lei  ben fatto.  Allora potr riprendere le
    sue opere e le potr riprendere anche da sola.  E vi riuscir  meglio.
    Adesso  le fa per un consiglio avuto,  forse non vi riesce tanto bene.
    Allora le  far  per  quest'abitudine  del  Bene  acquistata  con  suo
    fratello, vi riuscir meglio.
    Grazie disse Noemi.  Grazie per l'amica mia e anche per me,  perch
    mi piace tanto questo che  ha  detto.  E  posso  io  ripetere  i  Suoi
    consigli, il Suo incoraggiamento in Suo nome?
    La  domanda  pareva  superflua poich incoraggiamento e consigli erano
    chiesti proprio a  Benedetto,  proprio  per  incarico  dell'amica.  Ma
    Benedetto si turb.  Era un esplicito messaggio che Noemi gli chiedeva
    per Jeanne.
    Chi son io? diss'egli.  Che  autorit  posso  avere?  Le  dica  che
    pregher.
    Noemi  trem  nel  suo  interno.  Sarebbe  stato  tanto  facile,  ora,
    parlargli di religione! E non osava.  Ah perdere una occasione simile!
    No, bisognava parlare ma non poteva mica pensare per un quarto d'ora a
    quello che direbbe. Disse la prima cosa che le venne in mente.
    Scusi,  poich dice di pregare; vorrei tanto sapere se Lei proprio le
    approva tutte, le idee religiose di mio cognato?
    Appena proferita la domanda, le parve tanto impertinente, tanto goffa,
    da vergognarne.  E si affrett a  soggiungere  sentendo  di  dir  cosa
    ancora pi sciocca e dicendola irresistibilmente:
    Perch  mio  cognato    cattolico,  io  sono  protestante  e  vorrei
    regolarmi.
    Signorina rispose Benedetto,  verr giorno in cui tutti  adoreranno
    il Padre in ispirito e verit,  sulle cime;  oggi  ancora il tempo di
    adorarlo nelle ombre e  nelle  figure,  in  fondo  alle  valli.  Molti
    possono salire,  quale pi,  quale meno, verso lo spirito e la verit;
    molti non possono.  Vi hanno piante  che  oltre  una  certa  zona  non
    fruttificano,  e,  portate ancora pi su,  muoiono.  Sarebbe follia di
    toglierle al loro clima. Io non La conosco, non posso dirle se le idee
    religiose  di  suo  cognato  possano,  portate  in  Lei  cos,   senza
    preparazione,  dare un frutto buono. Le dico per di studiare molto il
    cattolicismo con l'aiuto di suo cognato,  perch  non  vi    un  solo
    protestante convinto che lo conosca bene.
    Lei non verr a Subiaco? chiese Noemi timidamente.
    Qualche  nascosta  malinconia sal nella sua voce,  che fece salir nel
    cuore di Benedetto un senso di dolore  dolce,  tosto  fatto  sgomento,
    tanto era nuovo.
    No diss'egli, non credo.
    Noemi  volle  e  non  volle  dire che n'era dolente,  pronunci alcune
    parole confuse.
    Si ud gente nell'anticamera. Noemi pieg il viso,  Benedetto pure;  e
    il colloquio si sciolse senz'altro saluto.
    Anche  la duchessa volle parlare a Benedetto.  Port con s compagni e
    compagne.  Non pi giovine ma galante ancora,  mezzo  superstiziosa  e
    mezzo scettica,  egoista e non senza cuore, voleva bene alla figliuola
    tisica di un suo vecchio cocchiere. Udito parlare del Santo di Jenne e
    de' suoi miracoli,  aveva combinata la gita,  un po' per divertimento,
    un  po'  per  curiosit,  per vedere se fosse il caso di far venire il
    Santo a Roma o di mandargli la ragazza. Cugina di un cardinale,  aveva
    conosciuto presso di lui uno dei preti che villeggiavano a Jenne.  Ora
    colui,  incontratala,  le aveva gi parlato a modo  suo  del  Santo  e
    annunciato il crollo della sua riputazione.  Per, siccome la duchessa
    non si fidava di nessun prete ed era curiosa di conoscere un uomo  cui
    si  attribuiva un passato romanzesco,  e la stessa curiosit avevano i
    suoi compagni, una compagna in particolare,  si risolse di avvicinarlo
    a ogni modo.
    Era  venuta con lei una vecchia nobildonna inglese,  famosa per la sua
    ricchezza,  per le sue "toilettes" bizzarre,  per  il  suo  misticismo
    teosofico  e  cristiano,  innamorata  metafisicamente del Papa e anche
    della duchessa che ne rideva con i suoi  amici.  I  quali  amici,  nel
    vedere  Benedetto  in quell'arnese,  si scambiarono occhiate e sorrisi
    che  per  poco  non  diventarono  sghignazzamenti  quando  la  vecchia
    inglese,  prevenendo  tutti,  prese  la parola.  Disse,  in un cattivo
    francese,  che sapeva di parlare a una persona  colta;  che  lei,  con
    amici  e amiche di ogni nazione,  lavorava per riunire tutte le Chiese
    cristiane sotto il Papa,  riformando il cattolicismo in  alcune  parti
    troppo  assurde  che nessuno nel suo cuore credeva pi buone a niente,
    come il celibato ecclesiastico e il dogma  dell'inferno;  che  avevano
    bisogno,  per fare questo,  di un Santo;  che questo Santo sarebbe lui
    perch uno spirito - ella non era spiritista ma un'amica sua lo era  -
    anzi  proprio  lo  spirito  della  contessa  Blawatzky  aveva rivelato
    questo;  ch'era perci necessaria la sua venuta a Roma e  che  a  Roma
    egli  avrebbe potuto con i suoi doni di santit rendere servigio anche
    alla duchessa di Civitella, ivi presente. Fin il suo discorso cos:
    Nous vous attendons absolument,  monsieur!  Quittez ce  vilain  trou!
    Quittez-le bientt! Bientt!
    Benedetto,  girato  rapidamente lo sguardo severo per la cerchia delle
    facce sardoniche  o  stolide,  dall'occhialetto  della  duchessa  alla
    caramella del giornalista, rispose:
    A l'instant, madame!
    E usc della camera.

    Usc  della camera e della casa,  attravers la piazza camminando male
    negli abiti disadatti,  prese la via della costa senza guardare  n  a
    destra  n  a  sinistra,  portato  dallo  spirito  pi che dalle forze
    affievolite del corpo, pensando passar la notte sotto qualche albero e
    l'indomani portarsi a Subiaco e di l, con l'aiuto di don Clemente,  a
    Tivoli  dove conosceva un buon vecchio prete solito venire di tanto in
    tanto a Santa Scolastica.  All'ospitalit dei Selva,  che gli  sarebbe
    stata cara,  non pensava pi.  Il suo cuore era puro e in pace ma egli
    non poteva dimenticare che la voce soave di quella signorina straniera
    e l'accento mesto col quale aveva detto: Lei non  verr  a  Subiaco?
    gli avevano risuonato dentro in un modo strano,  che un minuto secondo
    era bastato perch gli balenasse in mente questo pensiero: Se  Jeanne
    fosse  stata  cos  non  mi sarei sciolto. Avevano ragione i mistici:
    penitenza e  digiuno  non  valgono.  A  ogni  modo  tutto  era  oramai
    dileguato.  Restava  solamente  l'umile  sentimento  di  una  fralezza
    essenzialmente umana che,  uscita vittoriosa da prove  difficili,  pu
    ricomparire  improvvisamente ed esser vinta da un soffio.  Il paesello
    era deserto. La gente di Trevi, di Filettino, di Vallepietra,  cessato
    il  temporale,  era  partita  commentando  i  fatti della mattina,  la
    guarigione  dubbia,   la  guarigione  fallita,   i   moniti   seminati
    alacremente  da seconde mani contro il seduttore del popolo,  il falso
    cattolico.  All'uscita del villaggio Benedetto fu veduto da due o  tre
    donne  di  Jenne.  L'abito  laico  le  fece  allibire,  lo  credettero
    scomunicato, lo lasciarono passare in silenzio.
    Pochi passi pi in l fu raggiunto da qualcuno  che  correva.  Era  un
    giovinetto magro, biondo, dagli occhi azzurri, intelligentissimi.
    Lei va a Roma, signor Maironi? diss'egli.
    La  prego  di  non  chiamarmi  cos rispose Benedetto,  spiacente di
    apprendere che il suo nome, chi sa in qual modo si era divulgato. Non
    so se vado a Roma.
    Io La seguo disse il giovine, impetuoso.
    Mi segue? Perch mi segue?
    Il giovine gli prese,  per tutta risposta,  una mano,  se la rec alle
    labbra malgrado la resistenza e le proteste di Benedetto.
    Perch?  diss'egli.  Perch  ho il disgusto del mondo e non trovavo
    Dio e oggi mi pare,  per Lei,  di essere nato  alla  gioia.  Permetta,
    permetta che La segua!
    Caro rispose Benedetto, commosso, non so neppur io dove andr.
    Il  giovinetto  lo  supplic  di  dirgli  almeno quando avrebbe potuto
    rivederlo, e siccome Benedetto non sapeva veramente come rispondergli,
    esclam:
    Oh La vedr a Roma! Lei andr a Roma, certo!
    Benedetto sorrise.
    A Roma? E dove trovarmi, a Roma, se ci vado?
    Quegli rispose che sicuramente a Roma si parlerebbe di lui,  che tutti
    saprebbero dove trovarlo.
    Se Dio vorr! disse Benedetto con un affettuoso cenno di saluto.
    Il giovinetto gentile lo trattenne un momento per la mano.
    Sono  lombardo  anch'io  diss'egli.  Sono  Alberti,  di Milano.  Si
    ricordi di me!
    E segu Benedetto con lo sguardo intenso finch,  a una  svolta  della
    mulattiera, disparve.

    Alla vista della croce dalle grandi braccia,  sull'orlo della discesa,
    Benedetto  ebbe  un  improvviso  sussulto   di   commozione,   dovette
    arrestarsi.  Quando  si rimise in cammino fu preso da vertigini.  Fece
    pochi passi ancora,  barcollando,  fuori della via,  per togliersi dal
    passaggio  della  gente  e si lasci cadere sull'erba in un grembo del
    prato.  Allora,  chiusi gli occhi,  sent che  non  era  un  malessere
    passeggero,  ch'era qualche cosa di pi grave. Non smarr del tutto la
    conoscenza,  smarr l'udito,  il tatto,  la memoria,  la  nozione  del
    tempo.
    Al  primo  riaversi,  la  sensazione,  ai dorsi delle mani,  del panno
    grosso,  diverso da quello  della  solita  sua  veste,  gli  mise  una
    curiosit non tormentosa,  quasi divertente, circa l'identit propria.
    Si and tastando il petto,  i bottoni  gli  occhielli,  senza  capire.
    Pens.  Un  ragazzo  di Jenne che gli pass vicino sul prato,  corse a
    Jenne,  raccont ansante che il Santo giaceva morto sull'erba,  presso
    la croce.
    Benedetto  pens  con quell'ombra di ragione oscura che ci governa nel
    sogno e al primo svegliarci. Non erano i panni suoi,  erano i panni di
    Piero  Maironi.  Egli  era  Piero  Maironi ancora.  Ne fu sgomentato e
    rinvenne del tutto.  Si lev a sedere,  si mir la  persona,  gir  lo
    sguardo  intorno,  per il prato,  per i monti velati dalle ombre della
    sera.  Alla vista della grande croce la sua  mente  si  ricompose.  Si
    sentiva male,  male assai.  Cerc di rimettersi in piedi e vi riusc a
    fatica. Si avvi verso la mulattiera domandandosi che potrebbe fare in
    quello stato.  Vide qualcuno venir frettoloso per  la  mulattiera,  da
    Jenne,  fermarglisi in faccia;  ud esclamare: Dio,  Lei! riconobbe
    la voce della donna che gli aveva parlato con  tanta  passione  fra  i
    tuoni  e  i  lampi.  Ella sola,  di tanti che avevano udito a Jenne il
    racconto del ragazzo, era venuta.  Gli altri non avevano creduto o non
    avevano voluto credere. Era venuta correndo, folle di angoscia. Ora si
    era fermata di botto, a due passi da lui, incapace di proferir parola.
    Egli  non sospett che fosse venuta per lui,  le diede la buona sera e
    pass.  Ella non gli ricambi il  saluto,  affannata,  dopo  la  prima
    gioia,  di  vederlo  camminare  male,  non  osando  seguirlo.  Lo vide
    fermarsi con un uomo a cavallo che saliva,  parlargli,  fece un  balzo
    avanti per udire.  L'uomo era un mulattiere mandato dai Selva in cerca
    di Benedetto.  I Selva erano partiti da Jenne poco dopo  quest'ultimo,
    con  due  muli per le due signore,  credendo raggiungerlo sulla costa.
    Giunti  all'Aniene  senza  veder  nessuno,   avevano  interrogato   un
    viandante che veniva da Subiaco.  Colui non seppe darne notizia. Noemi
    che doveva  prendere  l'ultimo  treno  per  Tivoli,  era  partita  con
    Giovanni,  nascondendo  il  suo  rammarico;  il  mulattiere  era stato
    rimandato a Jenne per cercarvi Benedetto e  anche  per  riportarne  un
    ombrellino  dimenticato  all'osteria;  Maria era rimasta ad aspettarlo
    sulle  ghiaie  dell'Infernillo.   La  giovine  maestra  ud  Benedetto
    domandare al mulattiere,  per carit, che gli portasse da Jenne un po'
    d'acqua.  I  due  si  parlarono  ancora  ma  ella  non  attese  altro,
    scomparve.
    Benedetto   aveva   accettato,   dopo   una  breve  conversazione  col
    mulattiere, di raggiungere, a cavallo, la signora Selva. Rimasto solo,
    sedette sotto la  croce  aspettando  il  ritorno  del  mulattiere  con
    l'acqua e con l'ombrello.  La luna falcata si veniva dorando nel cielo
    chiaro sopra i monti di Arcinazzo;  la sera era senza  vento,  tepida.
    Benedetto  si  sentiva  le tempie pulsare e ardere,  celere e breve il
    respiro. Dolore non sentiva;  e l'erba odorante del prato,  gli alberi
    sparsi,  le grandi montagne ombrose, tutto gli era vivo, tutto gli era
    pio,  tutto gli era dolce di un mistero di amore orante che  inclinava
    la  stessa  falce della luna verso le cime placide nel cielo di opale.
    Don Giuseppe Flores gli diceva nel cuore che sarebbe soave  di  morire
    cos col giorno, pregando insieme alle cose innocenti.
    Passi frettolosi,  dalla parte di Jenne. Si fermarono un po' discosto.
    Una bambina si avanza  verso  Benedetto,  gli  porge  timidamente  una
    bottiglia  di  acqua  e  un  bicchiere,   fugge  indietro.  Benedetto,
    meravigliato, la richiama; ella viene lenta, vergognosa. Richiesta del
    suo nome, tace; dei suoi genitori, tace. Una voce dice:
    E' la bambina dell'oste.
    Benedetto riconosce la voce e,  al fioco lume della luna,  la  persona
    silenziosa  rimasta  indietro per lo stesso squisito sentimento che le
    ha fatto prender con s la bambina.
    Grazie diss'egli.
    Ella si appress un poco, tenendo la bambina per mano, sussurr:
    Sa che i preti hanno parlato colla madre del morto? Sa che ora questa
    donna accusa Lei di averlo fatto morire?
    Benedetto rispose con qualche severit nella voce:
    Perch mi dice questo?
    Ella conobbe di avergli fatto dispiacere  accusando  alla  sua  volta,
    esclam desolata:
    Oh mi perdoni!
    E riprese:
    Posso farle una domanda?
    Dica.
    Ritorner mai a Jenne?
    No.
    La donna tacque. Si udirono venire, da lontano, il mulattiere e il suo
    mulo. Ella disse, a voce pi bassa:
    Per piet, una domanda ancora. Come si figura Lei l'altra vita? Crede
    che uno possa ritrovare le persone conosciute in questa?
    Se  il  lume della luna non fosse stato cos fioco,  Benedetto avrebbe
    vedute due grosse lagrime rigar il viso della giovine.
    Credo rispose gravemente che fino alla  morte  del  nostro  pianeta
    l'altra  vita  sar  per noi un grande continuo lavoro sopra di esso e
    che tutte le intelligenze aspiranti alla  Verit  e  all'Unit  vi  si
    ritroveranno insieme all'opera.
    Le  scarpe ferrate del mulattiere suonano,  vicine,  sui ciottoli.  La
    donna dice:
    Addio.
    Stavolta le lagrime suonano anche nella voce. Benedetto le risponde:
    A Dio.

    Egli scende sul mulo,  ardendo di febbre,  nelle  ombre  della  valle.
    Andr dunque a casa Selva.  Sa,  lo ha saputo dal mulattiere,  che non
    trover Noemi,  ma questo gli  indifferente,  non  la  teme,  neppure
    ricorda  quel  momento di lieve emozione.  Un altro pensiero si agita,
    infiammato dalla febbre,  nell'anima sua.  Vi turbinano parole di  don
    Clemente,  parole  di quel giovine Alberti,  parole della vecchia dama
    inglese,  vi lampeggiano dentro immagini rotte della Visione.  A  casa
    Selva,  s,  ma  per poco!  Egli scende e la gran voce dell'Aniene gli
    rugge in profondo, pi e pi forte:
    Roma, Roma, Roma.




















    Capitolo sesto.
    TRE LETTERE.


    JEANNE A NOEMI.
    Vena di Fonte Alta, 4 luglio...

    Perdonami se ti scrivo colla matita. Ho riletto la tua lettera qui,  a
    mezz'ora  dall'albergo,  seduta  sull'orlo di una vasca dove le mandre
    vengono ad abbeverarsi. L'acqua piccola che vi cade da un canaletto di
    legno mi ricorda con la sua voce tenera qualche cosa che mi fa  dolere
    il  cuore:  una  passeggiata  con  lui  per i prati e i boschi,  nella
    nebbia,  una sosta  presso  questa  fonte,  parole  dolorose,  qualche
    lagrima,  una cosa scritta nell'acqua, un momento felice, l'ultimo. E'
    stato un grande sacrificio che ho fatto a Carlino di ritornare a  Vena
    dopo  tre anni.  Gli ho sempre voluto bene ma il messaggio di Jenne mi
    farebbe  affrontare  per  lui  ben  altri  sacrifici  che  questo,   e
    lietamente, e sapendo di averne perduto tutto il merito.
    Non  sono contenta della tua lettera,  te ne dir il perch;  non per
    adesso. Qui scrivo troppo male e ora scende il nebbione dai prati alti
    sopra la fonte soffia una  tramontana  fredda.  Debbo  curare  la  mia
    salute  per  Carlino.  Anche questo  un sacrificio perch odio la mia
    salute!

    "Pi tardi".
    Noemi,  non potresti far s che il mezzo foglietto di carta qui unito,
    scritto a matita,  gli cadesse sotto gli occhi? Tu esiti a dirgli come
    l'obbedisco; non potresti almeno aiutarmi a farglielo sapere cos?
    Non sono contenta delle tue lettere  sopra  tutto  perch  son  troppo
    corte. Tu sai quanto io sia insaziabile di udire di lui, egli  ospite
    della  casa  dove  lo  sei anche tu,  a Subiaco non devi assolutamente
    saper che fare, e te la sbrighi in due parole!  - Sta meglio.  - Legge
    molto.  - Ha lavorato nell'orto.  - Forse passer l'estate con noi.  -
    Scrive. - E non hai ancora saputo dirmi che male veramente abbia, cosa
    legga,  dove andr se non passa l'estate con voi,  se scrive lettere o
    libri,  e  di  cosa  parlate  fra  voi;  perch   impossibile che non
    parliate insieme qualche volta.  Non ripetermi la tua scusa che quanto
    meno  mi si parla di lui,  tanto meglio  per me.  E' una scusa comoda
    che hai trovato ma  sciocca; perch, mi si parli o non mi si parli, 
    la stessa cosa.  La mia speranza   ben  morta.  Non  rinasce.  Dunque
    scrivi  a  lungo.  Sono  certa ch'egli ti vuole convertire,  che avete
    insieme delle conversazioni intime e che mi  parli  poco  di  lui  per
    questo.  Sarebbe una piccola gloria,  sai,  di convertire te perch in
    religione tu sei una sentimentale, non hai la visione chiara, fredda e
    sicura della Verit che ho pur troppo io  senz'avere  studiato  e  che
    tanto non vorrei avere.
    Quando  pensi  di  ritornare  nel  Belgio?  I  tuoi  interessi  non ti
    richiamano lass?  Mi hai parlato una volta di un tuo agente  che  non
    t'ispirava molta fiducia.  Pare che in agosto viaggeremo.  Almeno cos
    dice ora Carlino che poi cambia facilmente assai. Mi piacerebbe vedere
    l'Olanda in settembre,  con te.  Addio.  Dunque scrivi.  S'egli  legge
    molto  potresti  farti  prestare un libro da lui e lasciarvi dentro il
    mezzo foglietto per segno.  Insomma,  trova!  O questo  o  altro;  sei
    donna. Trova, se pure mi vuoi bene. Penso del resto che non me ne vuoi
    pi  niente.  E' cos,  di' la verit.  Invece qui all'albergo c' una
    signora innamorata di me. Ridi pure,  proprio vero. Vive a Roma.  Suo
    marito    sottosegretario di Stato.  Vuole ad ogni costo che io passi
    l'inverno venturo a Roma. Dipender da Carlino.  La signora lo assedia
    ed  egli si lascia assediare,  n ben resiste n ben capitola.  Addio,
    scrivi, scrivi e scrivi.


    NOEMI A JEANNE
    (dal francese).
    Subiaco, 8 luglio...

    Ho fatto meglio. Mio cognato gli disse a memoria, in presenza mia,  un
    passo latino che lo colp,  un passo su certi monaci del tempo antico,
    prima  di  Cristo.  Egli  preg  Giovanni  di  scriverglielo.  Eravamo
    nell'uliveto sopra la villetta, seduti sull'erba. Io porsi prontamente
    a Giovanni una matita e il mezzo foglietto,  presentandogliene il lato
    bianco.  Egli scrisse e Maironi prese il mezzo foglietto,  vi lesse il
    passo latino,  se lo pose in tasca senza guardare l'altra facciata. E'
    stato un vero tradimento e ho tradito per amor tuo.  Dubiterai  ancora
    di me?
    Cosa ti potrei dire della sua malattia pi che non ti abbia gi detto?
    Per due settimane,  circa, gli  stata addosso la febbre. Un giorno il
    medico diceva ch'era tifoide,  un giorno diceva che non era.  Cess ma
    le forze non sono ancora interamente ritornate,  la magrezza  grande,
    pare che  qualche  disordine  interno  persista,  il  medico    molto
    rigoroso  riguardo  alla  qualit dei cibi,  egli ha rinunciato al suo
    regime, prende carni e anche un po' di vino.  E' venuto ieri da Roma a
    trovare  Giovanni  un suo amico,  un professore famoso,  il professore
    Mayda.  Giovanni lo ha  pregato  di  vedere  Maironi,  di  consigliare
    qualche cosa.  Ha consigliato una cura di acque che Maironi certamente
    non prender.  Mi pare di conoscerlo abbastanza per poterlo  dire.  Da
    otto  giorni  in  qua ha migliorato sensibilmente,  del resto.  Lavora
    nell'orto qualche poco la mattina e qualche poco la sera. Stamani si 
    levato per tempissimo e non gli  venuto in mente di lavare la  scala?
    Maria  rimprover ieri la sua vecchia fantesca perch la scala non era
    pulita. Questa vecchia,  che dorme a Subiaco,  quando venne alle sette
    trov  il  lavoro  fato  da  Maironi.  Mia  sorella  e  mio cognato lo
    rimproverarono,  quest'ultimo quasi aspramente,  forse perch   tanto
    diverso  da Maironi e non gli verrebbe in mente di pigliare la granata
    neppure se si trovasse dentro una nuvola di  ragnatele.  Cosa  Maironi
    legge?  A me di letture sue non parl che una volta e per breve tempo,
    come ti dir. Ti ho scritto che forse passer l'estate con noi, perch
    so che Maria e Giovanni lo desiderano.  Il mio presentimento  che non
    rester e che andr a Roma. Per  una mia idea, niente di pi, non ne
    so niente.
    Quanto  a  volermi  convertire,  io non so se la cosa sia facile n se
    Maironi ci pensi. Bada, io lo chiamo Maironi scrivendo a te;  parlando
    a  lui  lo  chiamo  Benedetto  senz'altro,  perch  il suo desiderio 
    questo.  Sono sicura che  a  convertirmi  ci  pensava  Giovanni.  L'ha
    trovato  tanto  facile  che  non  me  ne parla pi.  Di Maironi non lo
    crederei.  Mi pare che per lui il Cristianesimo sia sopra tutto azione
    e  vita  secondo  lo  spirito  di Cristo,  del Cristo risorto che vive
    sempre  in  mezzo  a  noi,  del  quale  noi  abbiamo,  com'egli  dice,
    l'esperienza.  Mi pare che la sua propaganda religiosa,  non abbia per
    oggetto il Credo di una Chiesa cristiana piuttosto  che  di  un'altra,
    bench  senza  dubbio  la  santit  del  suo  vivere sia rigorosamente
    cattolica.  Quando l'ho inteso parlare di dogmi con Giovanni  non  era
    mai per discutere le differenze fra Chiesa e Chiesa, era piuttosto per
    aprire certe formole della Fede e mostrare la luce grande che n'esciva
    aprendole  in un certo modo.  In questo Giovanni  maestro ma,  quando
    parla Giovanni,  si sente sopra tutto che nella sua  mente  vi  ha  un
    sapere  immenso,  e  quando parla Maironi si sente sopra tutto che nel
    suo cuore vi ha il Cristo vivo,  il Cristo risorto,  e ci si  accende.
    Per  essere interamente,  scrupolosamente sincera,  ti dir che se non
    credo  ch'egli  desideri  di  convertirmi,   per  non  posso  esserne
    certissima.   Eravamo   un   giorno  nell'uliveto.   Egli  e  Giovanni
    discorrevano di un libro tedesco sull'essenza  del  Cristianesimo  che
    pare  aver  fatto rumore ed  stato scritto da un teologo protestante.
    Maironi  osservava  come  questo   protestante,   quando   parla   del
    Cattolicismo, ne parli con la pi onesta intenzione d'imparzialit, ma
    come  in fatto non conosca la religione cattolica.  Secondo lui nessun
    protestante la conosce,  son  tutti  pieni  di  pregiudizi,  giudicano
    essenziali  al  Cattolicismo  certe  alterazioni  della  sua  pratica,
    esteriori e sanabili.  C'era l un panierino di albicocche ed egli  ne
    tolse  una  bellissima,  per un poco guasta.  Ecco disse un frutto
    guasto. Se io offro questo frutto a uno che non conosce ma vuole esser
    gentile,  mi dice che vi  del sano e del buono ma che pur troppo vi 
    anche del malato e che perci egli,  con dispiacere,  non lo prender.
    Cos parla del Cattolicismo questo protestante insigne. Ma se io offro
    il frutto a uno che conosce, egli lo accetter quand'anche fosse tutto
    putrido e porr il nocciuolo immortale  nel  proprio  terreno  con  la
    speranza  di  avere  albicocche  bellissime  e  sane. Il discorso era
    rivolto  a  Giovanni,   ma  gli  occhi  guardavano  sempre  me.   Devo
    soggiungere  che  anche  a  Jenne  egli  mi  aveva  detto d'imparare a
    conoscere il Cattolicismo. A ogni modo se io rimango protestante non 
    per il conoscere e il non conoscere,   perch cos  vogliono  i  miei
    sentimenti pi sacri.
    Mia cara Jeanne, vi ha un'altra cosa che ti voglio schiettamente dire.
    Sospetto  che tu sia gelosa.  Ho paura che tu non possa comprendere il
    dolore indicibile che mi faresti se lo fossi veramente,  ho paura  che
    tu  non possa comprendere la gravit immensa dell'offesa che faresti a
    lui prima e poi anche a me.  Adesso io ti apro  il  mio  cuore.  Avrei
    rimorso  di non farlo,  amica mia;  rimorso rispetto a te,  rispetto a
    lui, rispetto a me stessa. Quanto a lui,  egli  buono e dolce a tutti
    coloro  che  avvicina ma in modo particolare ai pi umili,  e forse tu
    potresti esser gelosa della vecchia di Subiaco che viene in casa per i
    bassi servizi.  Con Maria e con me la sua bont e dolcezza si mostrano
    silenziosamente  pi che con parole.  Con noi egli  sereno,  semplice
    affabile;  non ha mai l'aria di sfuggirci ma non  mai accaduto che si
    trattenesse a parte n con l'una n con l'altra. Io sono agli occhi di
    lui un'anima e le anime sono per lui tutte come erano per mio padre le
    menome  pianticelle  del  suo grande giardino,  ch'egli avrebbe voluto
    difendere dal gelo col calore del suo cuore,  far crescere  e  fiorire
    colla  comunicazione  della sua vita.  Ma sono un'anima come un'altra,
    forse appunto colla differenza sola ch'egli  mi  giudica  pi  lontana
    dalla  verit  e perci pi minacciata dal gelo;  bench questo non si
    vede nel suo contegno.
    Quanto a me, cara,  io provo certamente un sentimento profondo per lui
    ma  sarebbe  abbominevole  dire che il mio sentimento somigli anche da
    lontano a quello che gli uomini  chiamano  col  solito  nome.  Il  mio
    sentimento  riverenza,   una specie di timore devoto,  una specie di
    "awe" per cui io sento intorno alla sua persona come un circolo magico
    che non oserei passare.  Nella sua presenza il mio  cuore  non  ha  un
    battito di pi.  Non lo so,  direi piuttosto che ne abbia uno di meno.
    Non potrei essere pi sincera di cos,  cara Jeanne.  Dunque ti prego,
    ti supplico di non immaginare altra cosa.
    Per  ora  non  penso al Belgio.  Pu darsi che vi faccia una corsa pi
    tardi. Salutami tuo fratello, del quale vorrei sapere se ha finalmente
    portato il vecchio  prete  e  la  signorina  in  Fomalhaut.  Ci  penso
    anch'io, qualche volta, alla sua Fomalhaut. Digli che se quest'inverno
    verrete a Roma faremo musica insieme. Addio, ti abbraccio.


    BENEDETTO A DON CLEMENTE
    (Non spedita).

    Padre  mio,  il  Signore  si   ritirato dall'anima mia,  non dico per
    abbandonarmi al peccato ma per togliermi ogni senso della presenza Sua
    e il desolato grido di Ges Cristo sulla croce freme,  a  momenti,  in
    tutto il mio essere.  Se mi sforzo di richiamare ogni mio pensiero nel
    pensiero della Presenza Divina,  ogni mio sentimento  in  un  atto  di
    abbandono alla Divina Volont, non ne ho che pena e scoramento, mi par
    di  essere una bestia caduta sotto il carico,  che a un primo colpo di
    frusta fa uno sforzo,  ricade;  a un secondo colpo,  a un terzo,  a un
    quarto trasalisce appena,  neppure tenta rialzarsi. Se apro il Vangelo
    o l'Imitazione, non vi trovo sapore. Se ripeto preghiere,  mi vince il
    tedio  e  ammutolisco.  Se  mi prostro sul pavimento,  il pavimento mi
    gela. Se mi lamento a Dio di essere trattato cos,  il Suo silenzio mi
    par diventare pi ostile. Se con l'autorit dei grandi mistici mi dico
    che  ho  torto  di  avere  tanto affetto alle dolcezze spirituali,  di
    soffrire tanto per la loro privazione,  mi rispondo che hanno torto  i
    mistici,  che  nello stato di grazia sensibile si cammina sicuri e che
    invece in questa notte spirituale senza stelle il cammino non si vede,
    non c' altra regola che ritrarre il piede quando si  sente  il  molle
    dell'erba,  e  che  ci  non  basta,  ch'  anche  possibile  di porlo
    addirittura, il piede,  nel vuoto.  Padre,  padre mio,  mi apra le Sue
    braccia,  ch'io  senta  il calore del Suo petto pieno di Dio!  Vi sono
    cento ragioni per me di non venire a Santa Scolastica, ma in ogni modo
    preferirei scrivere. Ella  qui presente a me pi che nel corpo; io mi
    unisco, mi confondo meglio a Lei col pensiero che se Le fossi davanti;
    e ho bisogno  di  confondermi  a  Lei  col  pensiero,  ho  bisogno  di
    costringere  l'anima  mia  dentro  la  Sua.  Forse  Le  mander questa
    lettera, forse neppure la mander. Padre mio, padre mio, mi fa bene di
    scriverti pi che di parlarti,  non ti potrei parlare colla  foga  che
    ora mi viene alla penna e non mi verrebbe alle labbra.  Scrivendo,  io
    parlo, io grido a te immortale, io ti spoglio delle mortalit che sono
    anche nell'anima tua e che mi romperebbero, nella tua presenza, questa
    foga, delle mortalit di conoscenze incomplete delle cose, di prudenze
    che ti consiglierebbero veli al tuo pensiero.  No,  non te la  spedir
    questa lettera, eppure tu l'avrai; l'arder, eppure tu l'avrai, s, tu
    l'avrai,  non    possibile  che il mio tacito grido non ti raggiunga,
    forse adesso nelle tenebre della notte,  mentre dormi,  forse fra  due
    ore,  ancora  nelle tenebre della notte,  mentre preghi con i fratelli
    nella dolce chiesa dove tanto abbiamo adorato insieme.
    Io so perch sono arido, io so perch Dio mi abbandona.  Sempre quando
    Dio  mi  abbandona,  quando  tutte  le  sorgenti  vive  dell'anima mia
    inaridiscono e i germi vivi si disseccano e il mio  cuore  diventa  un
    mare  morto,  io so perch.  Perch ho udita una musica soave alle mie
    spalle e mi sono voltato, oppure perch il vento mi rec fragranze dai
    prati in fiore a lato della mia via e mi arrestai,  oppure  perch  la
    nebbia  mi  salita di fronte e ho temuto,  oppure perch uno spino mi
    offese il piede e ne ho concepita ira.  Istanti,  baleni,  ma  intanto
    l'uscio si apre,  un soffio maligno entra.  E' sempre cos,  basta uno
    sguardo raccolto,  una lode  gustata,  una  immagine  trattenuta,  una
    offesa rimediata, il soffio maligno entra.
    E adesso  tutto questo insieme! E' scesa la notte sul mio cammino, ho
    messo il piede nell'erba molle, la ho sentita, ho ritratto il piede ma
    non subito.  Perch adopero figure?  Scrivi scrivi,  mano mia vile, la
    nuda verit!  Scrivi che questa casa  un nido di mollezza e che se ho
    gustato il letto soffice,  la biancheria fine,  l'odore di lavanda, ho
    molto pi gustato la conversazione del signor Giovanni  e  le  letture
    assorbenti nel diletto della mente,  l'aura di due giovani donne pure,
    intellettuali,  piene di  grazia,  la  loro  ammirazione  segreta,  il
    profumo di un sentimento che una di esse mi  parsa chiudere in s, la
    visione  di  una  vita  nascosta  in  questo  nido fra queste persone,
    lontana  da  tutto  ch'  volgare,  ch'  basso,  ch'  immondo,  ch'
    schifoso.
    Ho  sentito  il  male del mondo con il ribrezzo che se ne ritrae e non
    con il focoso  dolore  che  lo  affronta  per  strappargli  le  anime.
    Istanti,  baleni; mi rifugiai come un tempo nell'abbraccio della Croce
    ma la Croce,  poco a poco,  altrimenti da un tempo,  mi divent  nelle
    braccia legno insensibile e morto. Mi sono detto: spiriti di nequizia,
    male volont sapienti e forti che sono nell'aria, congiurano contro di
    me,  contro la mia missione. Mi sono risposto: superbia, gi! E poi la
    prima idea mi riprese, ondeggiai cieco in questa vicenda trista,  ogni
    giorno,  tutto  il giorno.  E poich niente ne ho lasciato trasparire,
    poich capivo che il signor Giovanni e le signore non  dubitavano  che
    io  non fossi nell'interno cos sereno,  cos puro come il mio esterno
    pareva, mi disprezzai, certi momenti, come un ipocrita, per dirmi,  il
    momento  dopo,  che  invece  il mio esterno puro e sereno mi aiutava a
    vivere, parlo della vita spirituale; che il parer forte mi obbligava a
    esser forte.  Mi paragonai a un albero che ha il midollo divorato  dai
    vermi,  il  legno consunto dalla putrefazione e vive per la corteccia,
    pu dare foglie e fiori per lei,  pu dare ombra benefica.  E  poi  mi
    dissi che questo era buono per gli uomini, ma davanti a Dio, davanti a
    Dio?  E poi mi dissi ancora che Dio mi potrebbe sanare perch l'albero
    divorato nel midollo non  sanabile ma l'uomo s; e allora mi torturai
    per la impotenza di fare quello che Dio  avrebbe  chiesto  a  me  come
    cooperazione della mia volont alla Sua; fuggire, fuggire. Dio  nella
    voce  dell'Aniene  che dalla sera della mia partenza da Jenne mi dice:
    Roma, Roma, Roma;  e Dio  pure nella forza dei vermi invisibili che
    mi  hanno rso le virt vitali del corpo.  E allora e allora e allora?
    Signore, ascolta il mio gemito che Ti domanda giustizia.
    Ho detto tante volte che certamente partir appena ne avr la forza  e
    qui mi vorrebbero trattenere e come potr io dir loro: amici miei, voi
    mi siete nemici?  Ecco, vilt mia! Perch non potrei dirlo? Perch non
    lo dir?
    Ho letto un giorno nello sguardo della giovine protestante: -  Se  Lei
    parte  che  sar  dell'anima mia?  Non deve Lei desiderare di condurmi
    alla fede Sua? Io non mi lascio condurre ancora. - No, non posso,  non
    debbo  scrivere  tutto.  E come scrivere l'espressione di uno sguardo,
    l'intonazione di una parola per s indifferente? Non sono sguardi come
    quello per il quale San Girolamo s'immerse nell'acqua gelata o  almeno
    la commozione mia non somiglia alla sua.  Non vale acqua gelata contro
    uno sguardo puro nella sua dolcezza. Solo il fuoco vi arriva, il fuoco
    dell'Amore supremo.  Oh chi mi libera dal mio cuore mortale che non si
    move  di  un  solo picciol moto senza movere tutte le fibre del corpo,
    chi mi libera il cuore immortale che gli  interno come  il  germe  al
    frutto  e si prepara un corpo celeste?  Non posso,  non debbo scrivere
    tutto,  ma questo s lo voglio scrivere: il Signore mi tende insidie e
    lacci!  Caduto,  mi  derider!  Perch   avvenuto che io scrivessi il
    passo latino sulla gente che vive in penitenza fra il Mar Morto  e  il
    deserto; sine pecunia, sine ulla femmina, omni venere abdicata, socia
    palmarum  su  quel pezzo di carta che recava sull'altra faccia parole
    di J. D., calde ancora del mio peccato antico e del suo, delle memorie
    pi terribili?  Perch una persona cos timida ha  osato  impormi  una
    comunicazione segreta?
    Il vento mi ha spalancata la finestra.  Oh Aniene Aniene,  come non ti
    stanchi di  ruggirmi  il  tuo  comando!  Che  io  parta  sul  momento?
    Impossibile,  le  porte sono chiuse.  E poi sarebbe indegno di partire
    cos.  Disonorerei Dio,  farei dire: che qualit di  servi  ingrati  e
    pazzi ha il Signore?  Vieni,  spirito del mio Maestro,  vieni,  vieni,
    parla, io ti ascolto.  Che mi dici?  Che mi dici?  Ah tu sorridi delle
    mie tempeste,  tu mi dici di partire, s, ma di partire nobilmente, di
    annunciare che il Signore me lo comanda.  Tu mi dici di obbedire  alla
    voce  di  Dio  nell'Aniene.  Ecco  che  il  vento  si allontana,  pare
    chetarsi, contento. S, s, s,  con lagrime.  Domani,  domattina.  Lo
    annuncer.  E so a chi andr in Roma.  Oh luce,  oh pace,  oh sorgenti
    redivive dell'anima mia,  oh mare morto che ti  gonfii  in  una  calda
    ondata!  Si,  sl,  s, con lagrime. Grazie, grazie. Gloria a Te, Padre
    nostro che sei nei cieli, sia santificato il nome Tuo,  venga il regno
    Tuo, sia fatta la Tua volont!

    Capitolo settimo.
    NEL TURBINE DEL MONDO.

    1.
    Una  carrozza  signorile si ferm sull'imbrunire davanti a una casa di
    via della Vite,  in Roma.  Due signore ne discesero frettolosamente  e
    sparirono dentro la porta oscura.  La carrozza part.  Due minuti dopo
    ne arriv un'altra,  vers due altre  signore  nella  stessa  porta  e
    part.  In  un quarto d'ora ne capitarono cinque.  La porta oscura non
    inghiott meno di dodici signore.  La piccola via ritorn  silenziosa.
    Trascorsa  una  mezz'ora,  cominciarono  a  venire  al Corso gruppi di
    uomini.  Si fermavano davanti a  quella  stessa  porta,  leggevano  il
    numero  al  lume  del  fanale  vicino,  entravano.  E  la porta oscura
    inghiott a questo modo un'altra quarantina  di  persone.  Gli  ultimi
    furono due preti.  Quello che guard il numero era miope, non riusciva
    a decifrarlo. L'altro gli disse ridendo:
    Entra, entra, io sento puzzo di Lutero, dev'essere qui.
    E il primo entr nelle tenebre  puzzolenti.  Salirono  per  una  scala
    nera,  sudicia,  su  su  verso  l'unico  lumicino a olio che ardeva al
    quarto piano.  Quando furono al terzo,  accesero  dei  fiammiferi  per
    leggere i nomi sulle placche degli usci. Una voce chiam dall'alto:
    Qui signori, qui!
    Un  giovine  affabile  signore  in  abito  nero  di  mattina discese a
    incontrarli, li ossequi molto, disse che si aspettava solamente loro,
    li fece entrare,  per un'anticamera e un  andito  quasi  tanto  oscuri
    quanto la scala, in una stanza grande, piena di gente, illuminata alla
    meglio da quattro candele e da due vecchie lucerne a olio.  Il giovine
    signore si scus dell'oscurit.  I suoi genitori non volevano in  casa
    n luce elettrica n gas n petrolio. Tutti gli uomini venuti a gruppi
    erano raccolti l.  Tre o quattro vestivano l'abito ecclesiastico. Gli
    altri,  meno un vecchio dalla  faccia  rossa  e  dalla  barba  bianca,
    parevano studenti.  Nessuna signora.  Erano tutti in piedi, eccetto il
    vecchio, persona di riguardo, certamente.  Conversavano sottovoce.  La
    stanza  sussurrava  come  una  grotta tutta rivoletti e gocce cadenti.
    Entrati i due preti, il giovine padrone di casa disse:
    Allora!...
    Le persone strette nel gruppo maggiore si scostarono a  cerchio  e  vi
    apparve  nel mezzo Benedetto.  Un tavolino con due candele e una sedia
    erano preparati per lui. Preg che si togliessero le candele.  Poi gli
    dispiacque  anche  il  tavolino.  Si  disse stanco,  chiese di parlare
    seduto sul canap,  vicino al vecchio signore dal viso acceso e  dalla
    barba  bianca.  Vestiva di nero,  era pallido e magro pi ancora che a
    Jenne.  La fronte gli si era scoperta di capelli,  aveva preso qualche
    cosa della fronte solenne di don Giuseppe Flores.  E gli occhi avevano
    un azzurro pi lucente.  Molte delle  facce  volte  avidamente  a  lui
    parevano  piuttosto affascinate da quegli occhi e da quella fronte che
    ansiose di udire la sua parola.
    Egli prese a parlare cos,  senza un gesto,  tenendosi le  mani  sulle
    ginocchia:
    Io  devo dire subito a chi parlo perch non tutti qui hanno le stesse
    disposizioni di anima verso Cristo e la Chiesa.  Non credo di  parlare
    ai sacerdoti presenti, credo e spero ch'essi non abbiano bisogno della
    parola mia. Non parlo a questo signore seduto presso a me, perch egli
    pure,  lo  so,  non  ne ha bisogno.  Non parlo ad alcuno che sia fermo
    nella fede cattolica.  Io parlo unicamente a quei giovani che mi hanno
    scritto cos.
    Trasse una lettera e lesse:
    Noi siamo stati educati nella fede cattolica e, fatti uomini, abbiamo
    accettato  con  un  nuovo  atto  di  libera  volont  i suoi pi ardui
    misteri, abbiamo lavorato per essa nel campo amministrativo e sociale;
    ma ora un altro mistero sorge sul nostro  cammino  e  la  nostra  fede
    tituba  davanti ad esso.  La Chiesa cattolica che si proclama fonte di
    verit,  oggi contrasta la ricerca della verit quando si esercita sui
    fondamenti   suoi,   sui   libri  sacri,   sulle  formole  dei  dogmi,
    sull'asserita infallibilit sua.  Questo per noi significa ch'essa non
    ha pi fede in se stessa. La Chiesa cattolica che si proclama ministra
    della  Vita,  oggi  incatena  e  soffoca  tutto che dentro di lei vive
    giovanilmente,  oggi puntella tutte le sue cadenti  vecchiaie.  Questo
    per  noi significa morte;  lontana,  ma ineluttabile morte.  La Chiesa
    cattolica che proclama di volere rinnovar tutto in Cristo,   ostile a
    noi  che  vogliamo  contendere  ai  nemici  di Cristo la direzione del
    progresso sociale.  Questo per noi significa,  insieme a  molti  altri
    fatti,  avere Cristo sulle labbra e non nel cuore. La Chiesa cattolica
    oggi  tale e Dio vorr che noi le obbediremo ancora?  Ecco perch noi
    veniamo  a Voi.  Che dobbiamo fare?  Voi che vi professate cattolico e
    predicate il cattolicismo e avete fama...
    Qui Benedetto tronc la lettura, dicendo:
    Seguono parole inutili.
    E riprese a parlare:
    Io rispondo a chi mi ha scritto  cos:  -  Ditemi;  perch  vi  siete
    rivolti  a me che mi professo cattolico?  Mi credete voi forse,  nella
    Chiesa,  un superiore dei Superiori?  E' forse per questo  che  se  la
    parola mia sar diversa da quella che voi dite la parola della Chiesa,
    voi riposerete in pace sulla parola mia?  Udite una figura. Pellegrini
    assetati si accostano a una fonte famosa.  Trovano una vasca piena  di
    acqua  stagnante,  ingrata  al gusto.  La scaturigine viva  sul fondo
    della vasca, non la trovano.  Si volgono mesti a un cavatore di pietre
    che lavora in una cava vicina.  Il cavatore offre loro acqua viva. Gli
    chiedono il nome della sorgente. "E' la stessa vasca" dice. "E' tutta,
    nel sottosuolo,  una sola corrente.  Chi scava,  trova." I  pellegrini
    sitibondi siete voi,  il cavatore oscuro sono io e la corrente occulta
    nel sottosuolo  la Verit cattolica.  La vasca non   la  Chiesa,  la
    Chiesa  tutto il campo corso dalle acque vive. Voi vi siete rivolti a
    me  per  un  vostro  inconscio  conoscere  che la Chiesa non  la sola
    gerarchia,   la universale assemblea dei fedeli,  "gens sancta",  che
    dal  fondo  di  ogni  cuore  cristiano pu zampillare acqua viva della
    sorgente stessa, della stessa Verit.  Inconscio conoscere,  perch se
    non fosse inconscio, voi non direste - la Chiesa contrasta questo - la
    Chiesa  soffoca  quello  -  la  Chiesa invecchia - la Chiesa ha Cristo
    sulle labbra e non nel cuore.
    Intendetemi bene.  Io non giudico la gerarchia,  io riconosco e onoro
    l'autorit della gerarchia,  io dico unicamente che la Chiesa non  la
    gerarchia sola.  Udite un'altra similitudine.  Vi ha nei  pensieri  di
    ciascun uomo una specie di gerarchia.  Prendete un uomo giusto.  Certe
    idee, certi propositi sono in lui pensieri dominanti, governano la sua
    vita,  e sono questi: compiere il dovere religioso,  il dovere morale,
    il dovere civile. Egli ha dei vari doveri il concetto tradizionale che
    gliene fu appreso. Ma poi questa gerarchia d'idee ferme con impero non
      tutto  l'uomo.  Sotto  di essa vi  in lui una moltitudine di altre
    idee,  una moltitudine di pensieri che continuamente si muovono  e  si
    modificano  per  le  impressioni  e  l'esperienza della vita.  E sotto
    questi pensieri vi ha un'altra regione dell'anima,  vi ha  l'Inconscio
    dove  facolt  occulte  lavorano  un lavoro occulto,  dove avvengono i
    contatti mistici con Dio.  Le idee dominanti esercitano  autorit  sul
    volere  dell'uomo  giusto,  ma tutto l'altro mondo del suo pensiero ha
    pure una importanza immensa perch attinge continuamente  alla  Verit
    con  l'esperienza del reale nell'esterno,  con l'esperienza del Divino
    nell'interno, e quindi tende a rettificare le idee superiori,  le idee
    dominanti,  in  quanto il loro elemento tradizionale non  adeguato al
    Vero;  per esse una perenne fonte di fresca vita che le rinnova,  una
    sorgente  di  autorit legittima fondata sulla natura delle cose,  sul
    valore delle idee, pi che sui decreti degli uomini. La Chiesa  tutto
    l'uomo, non un solo gruppo d'idee eminenti e dominanti; la Chiesa  la
    gerarchia con i suoi concetti tradizionali ed  il laicato con il  suo
    continuo  attingere  alla  realt,  con  il suo continuo reagire sulla
    tradizione, la Chiesa  la teologia ufficiale ed  il tesoro inesausto
    della Verit divina che reagisce sulla teologia ufficiale;  la  Chiesa
    non muore,  la Chiesa non invecchia,  la Chiesa ha nel cuore il Cristo
    vivente meglio che sulle labbra,  la Chiesa  un laboratorio di verit
    in azione continua e Iddio comanda che voi restiate nella Chiesa,  che
    voi operiate nella Chiesa,  che voi siate,  nella Chiesa,  sorgenti di
    acqua viva.
    Uno  spirito  di  commozione  e di ammirazione agit l'uditorio con il
    rumore del vento. Benedetto,  ch'era venuto alzando la voce,  sorse in
    piedi.
    Ma  qual fede  la vostra esclam acceso se parlate di uscire dalla
    Chiesa perch vi offendono certe dottrine  antiquate  dei  suoi  capi,
    certi decreti delle Congregazioni romane,  certi indirizzi del governo
    di un Pontefice?  Quali figli siete voi che parlate  di  rinnegare  la
    madre perch veste come a voi non aggrada?  E' forse cambiato, per una
    veste, il seno materno?  Quando piegati sovr'esso voi dite piangendo a
    Cristo   le   vostre   infermit   e  Cristo  vi  sana,   pensate  voi
    all'autenticit di un passo di San Giovanni, al vero autore del quarto
    Vangelo o ai due Isaia? Quando raccolti sovr'esso vi unite a Cristo in
    sacramento,  vi turbano i  decreti  dell'Indice  o  del  Sant'Uffizio?
    Quando  abbandonati sovr'esso entrate nelle tenebre della morte,  vi 
    meno dolce la pace che a voi ne spira, perch un Papa  contrario alla
    democrazia cristiana?
    Amici miei,  voi dite:  noi  abbiamo  riposato  all'ombra  di  questo
    albero,  ma  ora  la  sua  corteccia  si  fende,  la  sua corteccia si
    dissecca, l'albero morr, andiamo in cerca di un'altra ombra. L'albero
    non morr. Se aveste orecchi udreste il moto della corteccia nuova che
    si forma,  che avr il suo periodo di vita,  che si  fender,  che  si
    disseccher  alla  sua  volta  perch  un'altra  corteccia le succeda.
    L'albero non muore, l'albero cresce.
    Benedetto sedette spossato e tacque.  L'uditorio ebbe  un  moto  e  un
    fremito di onda verso di lui. Egli lo arrest alzando le mani.
    Amici riprese con voce stanca e dolce, ascoltatemi ancora. Scribi e
    Farisei,  anziani  e  principi  dei sacerdoti zelanti contro le novit
    sono in ogni tempo e anche in quest'ora.  Non ho a parlar  di  loro  a
    voi, Iddio li giudicher. Noi preghiamo per tutti coloro che non sanno
    quello che fanno. Ma forse nell'altro campo cattolico militante non si
      senza  peccato.  Nell'altro  campo  si    inebbriati della idea di
    modernit.  La modernit  buona ma l'eterno  migliore.  Io temo  che
    col  non  si  tenga  l'eterno  nel debito conto.  Vi si attende molta
    salute alla Chiesa di  Cristo  dall'azione  cattolica  collettiva  nel
    campo  amministrativo e politico,  azione di battaglia per la quale il
    Padre ricever ingiuria dagli uomini,  e non se ne attende  abbastanza
    dalla  luce  delle  opere  buone  di ciascun cristiano per la quale il
    Padre  glorificato.  Supremo fine delle creature umane   glorificare
    il  Padre.  Ora gli uomini glorificano il Padre di coloro che hanno lo
    spirito di carit, di pace,  di sapienza,  di povert,  di purit,  di
    fortezza,  che adoperano per i fratelli le energie della vita.  Uno di
    questi giusti che professi e pratichi il Cattolicismo    profittevole
    alla  gloria  del  Padre,  di  Cristo  e  della  Chiesa  pi  di molti
    Congressi, di molti Circoli, di molte vittorie elettorali cattoliche.
    Ho inteso test uno di voi mormorare: "e l'azione sociale?"  L'azione
    sociale,  amici miei,  sicuramente buona come opera di giustizia e di
    fraternit, ma, simili ai socialisti, certi cattolici la marchiano con
    il marchio delle loro opinioni religiose  e  politiche,  rifiutano  di
    accomunarvi gli uomini di buona volont se non accettano quel marchio,
    respingono da s il buon Samaritano e questo  abbominevole agli occhi
    di  Dio.  Improntano  col  marchio  cattolico  anche  opere  che  sono
    strumenti di lucro e questo pure  abbominevole  agli  occhi  di  Dio.
    Predicano la giusta distribuzione della ricchezza ed  bene, ma troppo
    dimenticano  di  predicare  insieme  la  povert  del  cuore;  e se lo
    omettono  deliberatamente  per  ragioni  di  opportunit,   questo   
    abbominevole  agli  occhi  di  Dio.  Purgate l'azione vostra di questi
    abbominii.  Chiamate alle opere particolari di giustizia  e  di  amore
    tutti   gli   uomini  di  buona  volont,   contenti  di  esserne  voi
    gl'iniziatori.  Predicate a ricchi e  poveri,  con  la  parola  e  con
    l'esempio, la povert del cuore.
    L'uditorio ondeggi confusamente, sospinto in parti diverse. Benedetto
    si raccolse un momento celando il viso fra le mani.
    Voi mi avete domandato: che fare? diss'egli, scoprendo il viso.
    Pens ancora un poco e riprese:
    Io  vedo  nell'avvenire  cattolici laici,  zelatori di Cristo e della
    Verit,  trovar modo di costituire unioni diverse dalle  presenti.  Si
    armeranno  un  giorno  cavalieri  dello  Spirito Santo per l'associata
    difesa  di  Dio  e  della  morale  cristiana  nel  campo  scientifico,
    artistico,  civile,  sociale,  per  l'associata difesa delle legittime
    libert nel campo religioso,  con certi particolari obblighi non  per
    di convivenza n di celibato, integrando l'ufficio del clero cattolico
    dal  quale  non avranno a dipendere come Ordine,  ma solo come persone
    nella pratica individuale del Cattolicismo.  Pregate che la volont di
    Dio si manifesti circa quest'Opera nelle anime che la pensano, pregate
    ch'esse  anime  si  spoglino  lietamente  della  compiacenza di averla
    immaginata e della speranza di vederla  compiuta,  se  Dio  si  rivela
    contrario ad essa. Se Dio si rivela favorevole, pregate che gli uomini
    la  sappiano  bene  ordinare  in ogni parte a gloria di Lui e a gloria
    della Chiesa. Amen.
    Egli aveva finito e nessuno si mosse.  Tutti gli occhi  lo  fissavano,
    ansiosi, avidi di altre parole dopo le inattese ultime di tono scuro e
    grande. Molti avrebbero voluto e non osarono rompere quel silenzio. Ma
    quando Benedetto si alz e tutti gli si scostarono d'intorno a cerchio
    riverenti,  si  alz  pure  il  vecchio  signore  dal viso rosso e dai
    capelli bianchi, e disse con voce rotta dalla emozione:
    Ella ricever oltraggi  e  battiture,  sar  incoronato  di  spine  e
    abbeverato di fiele,  sar deriso dai farisei e dai pagani,  non vedr
    l'avvenire che desidera,  ma l'avvenire  per  Lei,  i  discepoli  dei
    discepoli suoi lo vedranno.
    Abbracci  Benedetto e lo baci in fronte.  Due o tre vicini batterono
    le mani timidamente,  uno  scroscio  di  applausi  suon  nella  sala.
    Benedetto  turbatissimo,  accenn  a un giovinetto biondo che lo aveva
    accompagnato,  e questi corse  a  lui,  proprio  lucente  in  viso  di
    commozione e di gioia. Qualcuno sussurr:
    Un discepolo.
    Altri soggiunse, piano:
    S, e il prediletto.
    Il padrone di casa si prostr,  quasi,  davanti a Benedetto con parole
    di ossequio e di gratitudine. Allora uno dei sacerdoti ard pure farsi
    avanti, disse con voce commossa:
    E per noi, maestro, non avr un consiglio?
    Non mi chiami  maestro  rispose  Benedetto,  tutto  ancora  turbato;
    preghi luce a questi giovani, ai nostri Pastori e anche a me.
    Uscito  ch'egli  fu,  si  lev nella sala un crepito di voci vibrate,
    brevi e fioche,  premendo ancora lo stupore sulle anime commosse.  Poi
    la commozione scoppi qua e l,  forte, ruppe da ogni banda, urtandosi
    anche le ammirazioni fra loro nell'esaltare queste  o  quelle  parole,
    queste   o   quelle   idee  del  discorso,   l'accento  o  lo  sguardo
    dell'oratore, o lo spirito di santit diffuso nel suo volto,  spirante
    anche  dalla sua mano.  Ma il padrone di casa conged gli ospiti;  con
    molte scuse,  s,  con molte parole di cerimonia,  per con una fretta
    quasi scortese.
    Rimasto solo, aperse un uscio ch'era chiuso a chiave, s'inchin dentro
    l'apertura.
    Signore! diss'egli. E spalanc l'uscio.
    Uno  sciame di signore irruppe nella sala vuota.  Una signorina matura
    si slanci addirittura verso il giovine, a mani giunte, esclamando:
    Oh quanto Le siamo grate! Oh che santo! Non so perch non siamo corse
    tutte fuori ad abbracciarlo!
    Cara disse una signora con ironica flemma veneta, sorridendo nei due
    grandi belli occhi,  perch,  fortunatamente  per  lui,  l'uscio  era
    chiuso a chiave.
    Erano dodici signore. Il padrone di casa, professore Guarnacci, figlio
    dell'agente generale di una di queste,  la marchesa Fermi,  romana, le
    aveva raccontato della riunione che doveva tenersi in  casa  sua,  del
    discorso  che  vi  avrebbe pronunciato lo strano personaggio di cui si
    parlava gi in Roma  come  di  un  agitatore  religioso  entusiasta  e
    taumaturgo,  popolare nel quartiere del Testaccio.  La marchesa si era
    posta in capo di udirlo non veduta.  Presi gli accordi col  Guarnacci,
    aveva  tratte nella congiura tre o quattro amiche e ciascuna di queste
    aveva ottenuto di aggregarsi delle appendici.
    Era una miscela  curiosa,  in  vista.  Molte  avevano  "toilettes"  da
    societ,  due vestivano proprio come quacchere,  una sola di nero.  Le
    due  quacchere,   straniere,   parevano  impazzite  dall'entusiasmo  e
    fremevano   contro  la  marchesa,   una  vecchia  scettica,   alquanto
    sarcastica, che diceva tranquillamente:
    S,  ha parlato bene ma per avrei voluto vedere la sua faccia mentre
    parlava.
    E  dichiarando  di  saper giudicare gli uomini dalla faccia meglio che
    dalle parole,  la vecchia marchesa rimprover il Guarnacci di non aver
    praticato un buco nell'uscio o almeno levata la chiave dalla toppa.
    Sei troppo santo diss'ella. Non conosci le donne.
    Il Guarnacci rise,  si scus con l'ossequio dovuto alla padrona di suo
    padre e afferm che Benedetto era bello come un angelo. Ma una giovine
    signora insipidetta, venuta, pensavano rabbiosamente le quacchere, Dio
    sa perch,  usc a dire quieta quieta che lo aveva veduto due volte  e
    ch'era brutto.
    Bisognerebbe  conoscere  la  Sua  idea  di  bellezza,  signora disse
    acremente una quacchera.  E l'altra quacchera mise  subito  fuori,  ma
    sottovoce   per  acuire  la  malignit  espressamente,   un  velenoso:
    Naturellement!
    La signora insipidetta replic,  un poco arrossendo fra l'imbarazzo  e
    il dispetto,  ch'era magro, pallido; e le due quacchere si guardarono,
    si sorrisero con tacito disprezzo.  Ma dove lo  aveva  veduto?  Questo
    volevano sapere le altre dalla insipidetta.
    Eh! Sempre nel giardino di mia cognata diss'ella.
    Sempre  nel  giardino?  esclam la marchesa.  E' un angelo in piena
    terra o  un angelo in vaso?
    La Insipidetta rise e le quacchere fulminarono  la  marchesa  con  gli
    occhi furiosi.
    Entr il th, compreso nell'invito del professore Guarnacci.
    Bella  discussione,  eh?  disse  piano  la signora Albacina,  moglie
    dell'onorevole  Albacina,  sottosegretario  di  Stato  per  l'Interno,
    all'orecchio  della signora vestita di nero,  che non aveva mai aperto
    bocca. Colei sorrise tristemente e non rispose.
    Il th, servito dal professore e da una sua sorellina,  ammorz per un
    momento  la  conversazione che si riaccese sul discorso di Benedetto e
    divent un guazzabuglio tale di ragionamenti senza ragione, di giudizi
    senza giudizio, di dottrine senza dottrina,  che la signora silenziosa
    vestita  di  nero  propose all'Albacina,  con la quale era venuta,  di
    andarsene.   Ma  in  quel  momento  la  marchesa  Fermi,   scovato  un
    campanellino sopra una caminiera, si mise a scampanellare per ottenere
    silenzio.
    Vorrei sapere di questo giardino diss'ella.
    Le   quacchere   e  la  signorina  matura,   infervorate  a  discutere
    l'ortodossia cattolica di Benedetto,  non avrebbero taciuto per  dieci
    campanelli,  ma  la  curiosit  della  signorina matura,  all'udire la
    parola giardino,  scatt.  Scatt  fuori  tutta  intera.  Altro  che
    giardino!  Il  signor professore doveva raccontare tutto che sapeva di
    questo padre Hecker italiano e laico. Un po' per sfoggio di cultura un
    po' per avventatezza, ella aveva gi battezzato Benedetto cos. Allora
    la Insipidetta guard  l'orologio.  La  sua  carrozza  avrebbe  dovuto
    trovarsi  alla  porta.  La  piccola Guarnacci disse che di carrozze ce
    n'erano gi quattro o cinque.  La Insipidetta voleva arrivare al Valle
    per  il  terzo  atto  della commedia.  Due altre signore avevano altri
    impegni e partirono con lei. La Fermi rest.
    Fa presto, per, professore diss'ella, perch stasera mia figlia ci
    aspetta, me e queste altre signore di cui vedi le spalle.
    Faccia prestissimo disse, dispettosetta, la signorina matura.  Dopo
    parler per la povera gente che non mostra le spalle.
    Una forestiera bionda,  molto scollata, bellissima, lanci uno sguardo
    ineffabile alle povere coperte spallucce magre della  dispettosa,  che
    divent rossa di rabbia come un gambero.
    Allora  incominci  il  professore,  siccome  la signora marchesa e
    forse anche le altre signore che hanno fretta sanno gi quanto  io  so
    del  Santo  di  Jenne  prima  della  sua partenza da Jenne,  quello lo
    lascio.  Io dunque un mese fa,  in ottobre,  neanche ricordavo di aver
    letto  nei  giornali,  in giugno o in luglio,  di questo Benedetto che
    predicava e faceva miracoli a Jenne,  quando un giorno uscendo da  San
    Marcello  m'incontrai  in  un  tale  Porretti  che  una volta scriveva
    nell'"Osservatore" e adesso non vi scrive pi.  Questo Porretti mi  si
    accompagna, si parla della condanna dei libri di Giovanni Selva che si
    aspetta di giorno in giorno e,  tra parentesi,  non  ancora venuta, e
    Porretti mi dice che adesso in Roma c' un amico di  Selva,  il  quale
    far  parlare di s pi che lo stesso Selva.  "Chi ?" faccio io.  "Il
    Santo di Jenne" dice. E mi racconta questo. L'uomo  stato cacciato da
    Jenne per opera di  due  preti,  farisei  terribili,  che  a  Roma  si
    conoscono.  Si  rifugiato a Subiaco presso i Selva che villeggiano l
    e si  ammalato gravemente.  Guarito,   venuto a Roma circa alla met
    di luglio.  Il professore Mayda,  amico del Selva anche lui,  e che lo
    aveva conosciuto a Subiaco, lo prese per aiuto giardiniere nella villa
    che si  fabbricata due anni sono sull'Aventino,  sotto  Sant'Anselmo.
    Il nuovo aiuto giardiniere che si fa chiamare Benedetto e nient'altro,
    come  a  Jenne,   diventato presto popolare in tutto il quartiere del
    Testaccio.  Divide il pane con pezzenti,  assiste malati,  pare che ne
    abbia guarito qualcuno con l'imposizione delle mani e la preghiera. E'
    divenuto tanto popolare che la nuora del professore Mayda,  bench sia
    credente e praticante,  lo avrebbe licenziato volentieri per non avere
    la seccatura di tanta gente che viene a cercarlo,  ma il suocero,  che
    non  n praticante n credente,  non ha voluto.  Il  suocero  gli  ha
    riguardi  grandissimi.  Se  sopporta  di  vederlo rastrellare i viali,
    annaffiare i fiori,  solo per rispetto alle sue idee di Santo,  e non
    glielo  permette oltre una certa misura di tempo,  molto breve.  Vuole
    che attenda liberamente  alla  sua  missione  religiosa.  Egli  stesso
    scende sovente in giardino a parlare di religione con lui.  Benedetto,
    per compiacergli,  ha smesso il regime di pane,  erbaggi e  acqua  che
    teneva a Jenne,  prende carne e vino.  E per compiacere a Benedetto il
    professore ne  fa  distribuire  molto  largamente  agli  ammalati  del
    quartiere. Vi ha chi ride di lui e magari lo ingiuria, ma dal popolino
     venerato come,  in principio,  a Jenne.  Ed esercita la carit delle
    anime pi ancora che l'altra.  Ha levato  certi  disordini  morali  di
    famiglie,  fu  minacciato di morte per questo da una mala femmina,  ha
    fatto ritornare in chiesa gente che non ci aveva pi messo piede dalla
    fanciullezza in poi.  Lo sanno i benedettini di Sant'Anselmo.  La sera
    poi, due o tre volte la settimana, parla nelle catacombe.
    La signorina matura esclam:
    Nelle catacombe?
    E  si  porse,  palpitante,  verso  il  narratore.  Una delle quacchere
    mormor: Mon Dieu!  Mon Dieu! e  un'altra  voce,  grave  di  stupore
    riverente:
    Che senso!
    Ecco  riprese  il  giovine,  sorridendo,  Porretti  ha detto "nelle
    catacombe" ma intendeva in un  luogo  privato,  conosciuto  da  pochi.
    Adesso lo conosco anch'io.
    Ah! fece la signorina matura. Lei lo conosce? Dov'?
    Guarnacci tacque ed ella sent la sua indiscrezione.
    Scusi, scusi! disse frettolosa.
    Lo sapremo, lo sapremo fece la marchesa. Ma senti un po', figliuolo
    mio,  questo tuo Santo che predica in segreto,  non sarebbe una specie
    di eresiarca? Cosa ne dicono i preti?
    Stasera rispose il professore Guarnacci ne avrebbe veduto qui tre o
    quattro e sono andati via contentissimi.
    Saranno preti poco preti, preti mal cotti,  pretoidi.  Ma cosa dicono
    gli  altri?  Vedrai  che  gli  altri,  presto o tardi,  gli daranno il
    torcibudella.
    E con quest'allegra profezia la marchesa se ne and seguita  da  tutte
    le spalle scoperte.
    La  signorina  matura  e  le  quacchere,  felici che quello spregevole
    sciame mondano se  ne  fosse  andato,  assalirono  il  professore  con
    domande.  Non si poteva proprio sapere il posto delle nuove catacombe?
    Quante persone vi si radunavano?  Anche donne?  Quali erano i temi dei
    discorsi?  Cosa dicevano i frati di Sant'Anselmo? E della vita passata
    di quest'uomo si era venuti a sapere nulla?  Il professore si  scherm
    quanto  pot,  rifer solamente le parole di un padre di Sant'Anselmo:
    un Benedetto per ogni parrocchia di Roma e Roma  diventa  davvero  la
    Citt Santa. Ma quando, partite tutte le altre signore, si trov solo
    con  l'Albacina  e con la Silenziosa che aspettavano la loro carrozza,
    siccome all'Albacina era legato di amicizia,  lasci capire  a  questa
    che  avrebbe  parlato ma che la presenza di una signora sconosciuta lo
    imbarazzava, preg l'Albacina di presentarlo.  L'Albacina non ci aveva
    pensato.  Il professore Guarnacci disse.  La signora Dessalle,  mia
    buona amica.
    La catacomba era  proprio  la  sala  stessa  dove  stavano  in  quel
    momento.  Prima, le riunioni avevano luogo nell'alloggio dei Selva, in
    via Arenula. Quel posto non pareva molto adatto,  per diverse ragioni.
    Guarnacci, fattosi discepolo egli pure, aveva offerto la casa propria.
    Le  riunioni  vi  si  tenevano  due volte la settimana.  Ci venivano i
    Selva, una sorella della signora, alcuni ecclesiastici,  quella stessa
    signora  veneta  ch'era  partita poc'anzi,  alcuni giovani fra i quali
    certo Alberti,  prediletto dal Maestro che quella sera  era  venuto  e
    partito con lui, e anche un ebreo, certo Viterbo, gi prossimo a farsi
    cattolico  e  dal  quale  il  Maestro sperava cose grandi;  un operaio
    tipografo,  qualche artista,  persino due membri  del  Parlamento.  Lo
    scopo delle riunioni era di far conoscere a persone attratte da Cristo
    ma ripugnanti al Cattolicismo,  ci che il Cattolicismo  veramente, la
    essenza  vitale,   indistruttibile  della  religione  cattolica  e  il
    carattere  umano  di  quelle  sue diverse forme che la rendono appunto
    ripugnante a molti,  che sono mutabili e mutano e  muteranno  per  una
    elaborazione  dell'interno  elemento  divino combinata con le reazioni
    dell'esterno, della scienza e della coscienza pubblica.  Benedetto era
    severissimo  nell'ammettere  alle  riunioni  perch nessuno pi di lui
    sapeva trattare delicatamente  colle  anime,  rispettarne  i  candori,
    farsi  piccino  alle piccine,  alto alle alte,  usare con le timide il
    linguaggio riguardoso che istruisce e non turba.
    La marchesa continu il professore dice: sar un eresiarca, i preti
    che lo seguono saranno eretici. No. Con Benedetto non c' da temere di
    eresie n di scismi.  Proprio nell'ultima riunione egli ha  dimostrato
    che scismi ed eresie oltre ad essere condannabili per s, sono funesti
    alla  Chiesa  non  solamente  perch le sottraggono anime,  ma perch,
    anche,  le sottraggono elementi di progresso,  perch  se  i  novatori
    restassero nella soggezione della Chiesa gli errori loro perirebbero e
    quell'elemento  di  verit,  quell'elemento di bene che quasi sempre 
    unito,  in qualche misura,  all'errore,  diventerebbe vitale nel corpo
    della Chiesa.
    L'Albacina osserv che questo era molto bello e che se le cose stavano
    a  questo  modo  la  sinistra  profezia  della marchesa non si sarebbe
    avverata.
    La profezia del torcibudella,  no!  disse  il  professore,  ridendo.
    Queste cose non accadono e io non credo che sieno accadute mai.  Sono
    calunnie.  Bisogna essere la marchesa e certa gente come  la  marchesa
    che  si trova qui a Roma per crederle.  Un prete romano,  capisce,  un
    prete ha osato avvertire Benedetto che si guardasse!  Ma Benedetto gli
    ha  levato  il  coraggio  di  parlargliene  un'altra  volta.   Dunque,
    torcibudella no;  ma persecuzione s.  Quei tali  due  preti  di  Roma
    ch'erano  a  Jenne  non  hanno mica dormito.  Io non volli dirlo prima
    perch la marchesa non  persona cui raccontare  queste  cose,  ma  ci
    sono in aria dei guai grossi.  Si  spiato ogni passo di Benedetto, si
     adoperata anche la nuora di Mayda, a mezzo del confessore, per avere
    informazioni dei suoi discorsi,  si  saputo delle riunioni.  La  sola
    presenza  di  Selva  d  loro  il carattere che quella gente abborre e
    siccome contro un laico non pu far niente,  cos pare che  si  cerchi
    l'aiuto del braccio secolare contro Benedetto, l'aiuto dei carabinieri
    e  dei giudici.  Loro si meravigliano?  Eppure  cos.  Finora non c'
    niente di positivo,  niente di fatto,  ma  si  macchina.  Siamo  stati
    avvertiti   da  un  ecclesiastico  straniero  che  un'altra  volta  ha
    chiacchierato male ma stavolta ha chiacchierato bene.  Si preparano  e
    si fabbricano materiali per un'azione penale.
    La Silenziosa trasal, usc finalmente del suo mutismo.
    Come  possibile? diss'ella.
    Signora  mia  disse il professore.  Lei non sa di cosa sieno capaci
    alcuni intransigenti in tonaca.  Gl'intransigenti laici sono  agnelli,
    in paragone. Si vuol servirsi di un disgraziato caso successo a Jenne.
    Ora per noi speriamo in un fatto nuovo, che non occorre di raccontare
    a molti, senza discernimento, ma ch' importantissimo.
    Il  professore  tacque  un momento,  assaporando l'acuta curiosit che
    aveva destato e che, muta sulle labbra, sfavillava dagli occhi intenti
    delle due dame.
    L'altro giorno riprese il segretario del cardinale...,  un  giovine
    prete tedesco,  si rec a Sant'Anselmo e parl coi frati. In seguito a
    questa visita Benedetto fu chiamato a Sant'Anselmo dove i  benedettini
    gli  hanno  un grande affetto e un grande rispetto.  Gli fu chiesto se
    non avesse intenzione di rendere omaggio a Sua Santit,  di  domandare
    udienza.  Rispose ch'era venuto a Roma con questo desiderio nel cuore,
    che aspettava un cenno della Provvidenza e che questo  era  il  cenno.
    Allora  gli  fu  detto  che Sua Santit lo avrebbe ricevuto certamente
    volentieri ed egli domand l'udienza.  Questo fu raccontato a Giovanni
    Selva da un benedettino tedesco.
    E quando ci va? chiese l'Albacina.
    Posdomani sera.
    Il  professore  soggiunse che da parte del Vaticano la cosa era tenuta
    segretissima,  che si era imposto  a  Benedetto  di  non  parlare  con
    alcuno,  che niente ne sarebbe trapelato senza l'indiscrezione di quel
    frate tedesco,  e che gli amici di Benedetto speravano grandi cose  da
    questa visita. L'Albacina domand cosa si proponesse Benedetto di dire
    al Pontefice. Il professore sorrise. Benedetto non se n'era aperto con
    nessuno  e  nessuno  aveva osato interrogarlo.  Secondo il professore,
    Benedetto parlerebbe a favore di Selva,  pregherebbe che i suoi  libri
    non fossero posti all'Indice.
    Sarebbe poco disse l'Albacina,  sottovoce. Jeanne ebbe un fremito di
    consenso.
    Pochissimo! esclam,  quasi pigliandosela col professore  che  parve
    sorpreso di quel subito scatto dopo tanto silenzio. Egli si scus. Non
    aveva inteso dire che Benedetto non parlerebbe anche di altre cose, al
    Papa.  Aveva  inteso  dire  che,  secondo lui,  di quell'argomento gli
    parlerebbe certo.  L'Albacina non sapeva spiegarsi  il  desiderio  del
    Papa  di  vedere Benedetto.  Come lo spiegavano i suoi amici?  Come lo
    spiegava Selva? Eh, nessuno lo sapeva spiegare; n Selva n altri.
    Io lo spiego!  disse  Jeanne,  impetuosa,  compiacendosi  di  capire
    quello che nessuno capiva. Il Papa, non  stato vescovo a Brescia?
    Guarnacci sorrise di un sorriso fra l'ammirativo e l'ironico, rispose.
    Ah la signora era molto informata del passato di Benedetto! La signora
    sapeva  con certezza cose che a Roma si dicevano ma che per trovavano
    anche degli increduli!  Solo una cosa non sapeva.  Il Papa non era mai
    stato  vescovo  a  Brescia,  aveva  coperto  due  sedi  vescovili  nel
    Mezzogiorno.  Jeanne irritata con se  stessa,  vergognosa  di  essersi
    quasi  tradita,  non replic.  L'Albacina voleva sapere quale opinione
    Benedetto avesse del Papa.
    Oh lui rispose il professore nel Papa non considera  e  non  venera
    che  l'ufficio.  Almeno  credo.  Della persona non l'ho inteso parlare
    mai.  Dell'ufficio  s.   Ne  ha  discorso  una  sera  magnificamente,
    contrapponendo  il  Cattolicismo al Protestantesimo,  svolgendo il suo
    ideale di governo della Chiesa: principato e giusta libert. Del resto
    il nuovo Papa non si sa ancora  cosa  sia.  Si  dice  che  sia  santo,
    intelligente, malato e debole.

    Nell'accompagnare  le  signore  alla  carrozza,  sulla scala buia,  il
    professore usc a dire sospirando:
    Quello che purtroppo si teme  che Benedetto non viva.  Almeno  Mayda
    lo teme.
    L'Albacina,  che  scendeva  a  braccio  del professore,  esclam senza
    fermarsi:
    Oh poveretto! Di che soffre?
    Ma!  rispose  il  professore.   Di  un  male   inguaribile,   pare;
    conseguenza  della  tifoide ch'ebbe a Subiaco e sopra tutto della vita
    disagiatissima che ha fatto, delle penitenze, dei digiuni.
    E continuarono la lunga discesa in silenzio.
    Soltanto in fondo alla scala si avvidero  che  la  loro  compagna  era
    rimasta  indietro.  Il  professore  risal  rapidamente e trov Jeanne
    ferma sul penultimo pianerottolo,  aggrappata  alla  ringhiera.  Sulle
    prime non si mosse n parl. Poi mormor:
    Non ci si vede.
    Guarnacci  non  sapeva  e  non  fece  attenzione  n a quel momento di
    silenzio n al tono sommesso e  incerto  della  voce.  Le  offerse  il
    braccio  e  discese  con  lei,   scusando  s  del  buio,  accusandone
    l'avarizia del padrone di casa.
    Jeanne sal nella  carrozza  dell'Albacina  che  la  port  al  "Grand
    Htel".  Nel tragitto l'Albacina parl con rammarico della notizia che
    le aveva dato il Guarnacci.  Jeanne non aperse bocca.  Il suo  mutismo
    dispiacque all'amica.
    Lei  non    stata  contenta del discorso? diss'ella.  Non conosceva
    affatto le idee religiose di Jeanne.
    S rispose questa. Perch?
    Cos. Mi pareva. Allora non Le dispiace di esser venuta?
    L'Albacina  si  sent,  con  molta  sorpresa,   prendere  una  mano  e
    rispondere:
    Le sono tanto grata!
    La voce fu sommessa e quieta, la stretta della mano quasi violenta.
    Nientemeno!  pens  l'Albacina.  Questa    una  futura  dama dello
    Spirito Santo.
    Per conto mio riprese ad alta voce,  capisco che mi  terr  la  mia
    religione vecchia, quella degl'intransigenti. Saranno farisei, saranno
    tutto quello che vi piace, ma ho paura che a volerla tanto ritoccare e
    ristaurare,  la religione vecchia,  essa crolli e non resti pi niente
    in piedi.  E poi volendo seguire  i  Benedetti  bisognerebbe  cambiare
    troppe cose.  No no.  Per l'uomo m'ispira un interesse straordinario.
    Adesso bisognerebbe cercare di vederlo. Bisogna che lo vediamo.  Molto
    pi  se proprio  condannato a morire presto.  Non Le pare?  E come si
    fa? Pensiamo.
    Io non desidero di vederlo s'affrett a dire Jeanne.
    Davvero? esclam l'amica. Ma come? Mi spieghi questo enigma.
    Cos. Non desidero.
    Curiosa! pens l'Albacina.  La carrozza si ferm davanti all'entrata
    del "Grand Htel".

    Nell'atrio Jeanne s'incontr con Noemi e suo cognato, che uscivano.
    Finalmente! disse Noemi.  Va, corri, tuo fratello  arrabbiatissimo
    con questa Jeanne che non arriva mai.  Noi siamo discesi ora perch  
    venuto il medico.

    I  Dessalle  erano a Roma da quindici giorni.  Un principio di ottobre
    umido e freddo,  preoccupazioni di salute,  il progetto di uno  studio
    sul  Bernini seguito al progetto di romanzo,  avevano persuaso Carlino
    ad accontentare la signora Albacina pi presto che non avrebbe voluto,
    a lasciare villa Diedo per i tepori di Roma  prima  dell'inverno,  con
    molta  chiusa gioia di sua sorella.  Due o tre giorni dopo l'arrivo fu
    preso da una leggera bronchite.  Si diede  per  tisico,  si  tapp  in
    camera con il proposito di starci tutto l'inverno, volle il medico due
    volte al giorno, tiranneggi Jeanne con un egoismo spietato, le numer
    i  minuti  di  libert.  Ella  si  fece  sua schiava,  parve godere di
    quell'irragionevole soprappi di sacrificio, che passava la misura del
    suo affetto fraterno.  Lo donava  mentalmente,  con  dolce  ardore,  a
    Benedetto.  Vedeva spesso i Selva e Noemi,  non a casa loro, al "Grand
    Htel".  Anche i Selva erano  soggiogati  dal  suo  fascino  di  donna
    superiore, bella, gentile e triste. Tutto che aveva udito di Benedetto
    in  casa  Guarnacci lo sapeva gi da Noemi.  Solo non sapeva che Mayda
    avesse espresso quel giudizio.  Noemi,  pietosamente e anche  per  non
    lasciar trasparire la commozione propria gliel'aveva taciuto.

    Carlino  l'accolse  male.  Il  medico  che  gli aveva trovato il polso
    frequente cap subito ch'era un polso collerico. Scherz un poco sulla
    gravit del male e se ne and.  Carlino,  burbero,  volle sapere  dove
    Jeanne si fosse tanto indugiata ed ella non glielo nascose.  Solamente
    gli nascose il nome vero di Benedetto.
    Non ti sei vergognata diss'egli di star ad ascoltare alle porte?
    E senza lasciarle  il  tempo  di  rispondere  inve  contro  le  nuove
    tendenze che le aveva scoperte.
    Domani andrai a confessarti! E posdomani reciterai il rosario!
    Sotto la usuale tolleranza cortese del suo linguaggio,  la benevolenza
    che mostrava pure a non pochi ecclesiastici,  si nascondeva  una  vera
    foba  antireligiosa.   L'idea  che  sua  sorella  potesse  un  giorno
    accostarsi ai preti, alla fede,  alle pratiche,  gli faceva perdere il
    lume degli occhi.
    Jeanne  non  rispose,  si  offerse mansuetamente per la solita lettura
    serale.  Carlino le dichiar netto di non volerne sapere,  pretese  di
    sentire degli spifferi, la tenne un quarto d'ora colla candela in mano
    a scrutar usci, finestre pareti, pavimento, e poi la mand a dormire.
    Ma  Jeanne  entrata  nella  sua  camera,  non  pens  a  dormire  n a
    coricarsi. Spense la luce e sedette sul letto.
    Strepiti di carrozze suonavano nella via,  passi e  fruscii  di  vesti
    femminili nei corridoi;  immobile fra le tenebre ella non udiva. Aveva
    spento la luce per pensare,  per non vedere che il  proprio  pensiero,
    l'idea  balenatale nello scender la scala di casa Guarnacci al braccio
    del professore dopo che,  udite le parole sinistre si  teme  che  non
    viva  aveva  quasi smarriti i sensi.  In carrozza con l'Albacina,  in
    camera con suo fratello,  mentre doveva pur parlare e con l'una e  con
    l'altro,  fare  attenzione a tante diverse cose,  era stato un balenar
    continuo, nel suo profondo, di quest'idea,  di questa proposta offerta
    dal  cuore  ardente alla volont.  Adesso non balenava pi.  Jeanne la
    contemplava in s, ferma. Nella figura seduta sul letto,  immobile fra
    le  tenebre  due  anime si stavano tacite a fronte.  Una Jeanne umile,
    appassionata,  persuasa  di  poter  tutto  sacrificare  all'amore,  si
    misurava  con  una  Jeanne  inconsciamente  orgogliosa,   persuasa  di
    possedere una dura e fredda verit.  Gli strepiti  delle  carrozze  si
    fecero pi radi nella via,  i passi e i fruscii pi radi nei corridoi.
    A un tratto le due Jeanne parvero riconfondersi in una che pens:
    Quando mi annunceranno la sua morte,  mi potr dire: almeno hai fatto
    questo.
    Si alz,  accese la luce, sedette alla scrivania, prese un foglietto e
    scrisse:

    A Piero Maironi, la notte del 29 ottobre...
    Credo.
    JEANNE DESSALLE

    Scrisse e guard a lungo, a lungo, la parola solenne.
    Pi la guardava,  pi le due Jeanne si venivano lente ridividendo.  La
    Jeanne  inconsciamente  orgogliosa  soverchi,  oppresse l'altra quasi
    senza lotta.  Tutta  amara  di  amarezza  mortale,  lacer  il  foglio
    macchiato della parola impossibile a mantenere, impossibile a scrivere
    sinceramente.  Spenta da capo la luce, accus di crudelt Iddio se mai
    esistesse, pianse, pianse nelle volontarie tenebre, senza freno.


    2.
    L'orologio di San Pietro suon le otto.  Benedetto lasci  un  piccolo
    gruppo di persone allo sbocco della via di Porta Angelica,  entr solo
    nel colonnato del Bernini,  si avvi lentamente verso  il  Portone  di
    bronzo,  sost  ad  ascoltar  il  rumore  delle  fontane,  a guardar i
    grappoli di fiamme dei  quattro  candelabri  intorno  all'obelisco,  e
    tremolo,  opaco sul volto della luna,  il sommo getto della fontana di
    sinistra. Fra cinque, fra dieci minuti, forse fra un quarto d'ora egli
    si sarebbe trovato alla presenza del Papa. Il suo pensiero era fermo e
    vibrante in questo apice come nell'apice suo la  saliente  acqua  viva
    della fontana.  La piazza era vuota. Nessuno lo avrebbe veduto entrare
    in Vaticano fuorch la corona spettrale dei Santi,  ritti l in faccia
    sopra il giro dell'altro colonnato.  I Santi e le fontane gli dicevano
    insieme che a lui pareva di vivere un'ora solenne ma che questo  atomo
    del  tempo  ed  egli  stesso e il Pontefice passerebbero in breve,  si
    perderebbero per sempre nel regno dell'oblio,  continuando le  fontane
    il loro monotono lamento e i Santi la loro tacita contemplazione. Egli
    sentiva  invece che la parola della Verit  parola di vita eterna;  e
    raccolto un'ultima  volta  in  se  stesso,  chiusi  gli  occhi,  preg
    intensamente,  come  da  due  giorni  pregava,  che  lo Spirito gliela
    suscitasse, davanti al Papa, nel petto, gliela portasse alle labbra.
    Egli aspettava qualcuno, fra le otto e le otto e un quarto.  Le otto e
    un  quarto  erano  suonate e nessuno compariva.  Si volt a guardar il
    Portone di bronzo. Non n'era aperto che uno sportello e si vedeva luce
    nell'interno.  Vi  entravano  di  tempo  in  tempo,  come  spensierati
    moscerini  nelle  fauci  di un leone,  gruppetti di genterella minuta.
    Finalmente  vi  si  affacci  dal  di  dentro  un  prete,  accennando.
    Benedetto si avvicin. Quegli disse:
    Lei viene per Sant'Anselmo?
    Era la domanda convenuta.  Come Benedetto gli ebbe risposto di s,  il
    prete gli fece segno di entrare.
    Favorisca diss'egli.
    Benedetto lo segu. Passarono fra le guardie pontificie che salutarono
    militarmente il prete.  Svoltarono a destra,  salirono la  Scala  Pia.
    All'entrata del Cortile di San Damaso altre guardie,  altri saluti, un
    ordine  del  prete,   dato  sottovoce,   Benedetto  non   lo   intese.
    Attraversarono   il  Cortile  lasciando  a  sinistra  la  porta  della
    Biblioteca,  a destra la porta per la quale si accede alle stanze  del
    Papa.  In  alto,  le  vetrate  delle  logge  sfavillarono  alla  luna.
    Benedetto,  che ricordava un'udienza avuta dal Pontefice  defunto,  si
    meravigli  della strana via che gli si faceva prendere.  Attraversato
    il Cortile in linea retta,  il prete si avvi per l'andito stretto che
    conduce alla scaletta dei Mosaici, e si ferm davanti all'uscio che si
    apre a destra, ove scende la scala del Triangolo.
    Lei conosce il Vaticano? diss'egli.
    Conosco  i musei e le logge rispose Benedetto e sono stato ricevuto
    dal predecessore del Pontefice attuale nel suo appartamento. Altro non
    conosco.
    Qui non  stato mai?
    Mai.
    Il prete si mise  primo  per  la  scaletta  debolmente  illuminata  da
    lampadine elettriche. A un tratto, dove la prima branca della scaletta
    monta  sur  un  pianerottolo,  le  lampadine  si spensero.  Benedetto,
    fermatosi con un piede sul pianerottolo,  ud la sua  guida  salir  di
    corsa una scala,  a destra.  Poi non ud pi nulla.  Pens che la luce
    fosse  mancata  per  caso,   che  il  prete  fosse  salito  per  farla
    riaccendere.  Attese.  Nessun lume,  nessun passo, nessuna voce. Mont
    sul pianerottolo; sent a sinistra, tentando l'aria buia,  una parete;
    procedette verso destra,  sempre a tentoni;  si accorse,  urtandovi il
    piede,  di due diverse branche di scala che salivano dal pianerottolo.
    Attese ancora, non dubit che il prete non avesse a ritornare.
    Ma cinque, dieci minuti passarono e il prete non ritornava. Che poteva
    essere  accaduto?  Si  era  voluto ingannarlo,  deriderlo?  Ma perch?
    Benedetto s'interdisse un sospetto inutile a discutere.  Pens  invece
    al  partito  da prendere.  Aspettare ancora non gli parve ragionevole.
    Era da ridiscendere?  Era da salire?  In quest'ultimo caso,  per quale
    delle due vie? Si raccolse in se stesso, interrogando l'Onnipresente.
    Ridiscendere,  no.  Gli ripugnava. Sal a caso una delle scale, quella
    che conduce alle camere dei  domestici.  Era  corta,  Benedetto  trov
    subito  un altro pianerottolo.  Ora egli aveva udito il prete salir di
    corsa e di seguito molti scalini,  il rumore de'  suoi  passi  si  era
    perduto molto in alto.  Ridiscese, tent l'altra scala. Era pi lunga.
    Il prete doveva avere salito quella. Decise di seguire il prete.
    Giunto alla sommit,  sbuc da una porticina in una loggia  illuminata
    dalla luna.  Si guard attorno.  A destra,  quasi immediatamente,  una
    cancellata partiva quella da un'altra loggia. Le due vi s'incontravano
    ad angolo retto. A sinistra la loggia terminava,  alquanto lontano,  a
    una  porta  chiusa.  La  luna  piena batteva per le grandi vetrate sul
    pavimento,  mostrava i fianchi del  Cortile  di  San  Damaso  e  nello
    sfondo,  tra  le  due grandi ali scure del Palazzo,  umili tetti,  gli
    alberi di villa Cesi,  le alture di Sant'Onofrio.  Tanto la  porta  di
    sinistra  quanto  la  cancellata di destra parevano chiuse.  Benedetto
    guard, guard,  a destra e a sinistra.  Impronte antiche gli venivano
    ricomparendo poco a poco nella memoria.  S, in quella loggia egli era
    stato ancora,  aveva veduto quella cancellata  recandosi  con  un  suo
    conoscente,  lettore  della  Vaticana,  a  visitare  la Galleria delle
    lapidi, la via Appia del Vaticano. Ecco, s, adesso ricordava bene. La
    porta  di  sinistra,  in  fondo  alla  loggia,   doveva  mettere  agli
    appartamenti  del  cardinale  segretario di Stato.  La loggia oltre la
    cancellata era la loggia di Giovanni  da  Udine,  le  grandi  finestre
    colle  inferriate,  che  mettevano  nella loggia di Giovanni da Udine,
    erano le finestre dell'appartamento Borgia,  l'entrata della  Galleria
    delle  lapidi  doveva  aprirsi  proprio nell'angolo.  Allora presso la
    cancellata ci stava uno svizzero. Adesso non c'era nessuno.  Tutto era
    deserto, a destra e a sinistra, tutto era silenzio.
    A  tentar  la  porta  del  cardinale  segretario  di  Stato non era da
    pensare. Benedetto spinse la cancellata. Era aperta.  Sost,  si trov
    davanti  all'entrata  della  Galleria  delle lapidi.  Stette ancora in
    ascolto.  Silenzio profondo.  Gli  parve  che  una  voce  interna  gli
    dicesse: Sali, entra. Sal, franco, i cinque gradini.
    La via Appia del Vaticano,  larga forse quanto l'antica, non aveva una
    lampada. Fiochi chiarori ne rigavano il pavimento, a intervalli, dalla
    finestra che fra le lapidi e i cippi e i  sarcofaghi  pagani  guardano
    Roma.  Da  quelle della parete cristiana,  che guardano il cortile del
    Belvedere,  non  entrava  lume.  Il  fondo  lontano,  verso  il  museo
    Chiaramonti, si perdeva nelle tenebre pi nere. Allora, sentendosi nel
    tacito  cuore  del  Vaticano  immenso,  Benedetto  ebbe un sussulto di
    terrore sacro.  Si accost a una grande finestra onde si vedeva Castel
    Sant'Angelo,  infiniti dispersi lumi nel piano,  e all'orizzonte,  pi
    alti,  pi splendenti,  quelli del Quirinale.  La vista,  non di  Roma
    illuminata,  ma  di una panca bassa e sottile,  coperta di tela verde,
    che correva lungo i cippi e  i  sarcofaghi,  gli  quiet  lo  spirito.
    Intravvide  poi  nell'ombra  un padiglione mezzo disfatto.  Che poteva
    essere?  Anche lungo  la  parete  opposta  correva  una  panca  eguale
    all'altra.  Procedendo,  urt  in  qualche  cosa  che  trov essere un
    seggiolone  a  bracciuoli.   Adesso  al  terrore  era  sottentrato  un
    proposito sicuro.  La interna voce imperiosa che gli aveva prima detto
    di entrare, ora gli diceva: Procedi. Glielo disse cos chiaro,  cos
    forte, che un subito bagliore gl'illumin la memoria.
    Si percosse la fronte. Nella Visione egli si era visto a colloquio col
    Papa.  Questo  non  lo  aveva  potuto  dimenticare  mai.  Bens  aveva
    dimenticato, e adesso glien'era ritornata la memoria in un lampo,  che
    lo  guidava  per il Vaticano al Papa uno spirito.  Procedette lungo la
    parete di sinistra presso la quale aveva  urtato  nel  seggiolone.  Si
    teneva  sicuro  che  giunto  al  fondo  della Galleria avrebbe trovato
    un'uscita e, finalmente, luce.  Che nel fondo ci fosse il cancello del
    museo Chiaramonti non ricordava.  Procedeva appoggiando spesso la mano
    alla parete,  alle lapidi.  A un tratto sent che non toccava  pi  n
    marmo n muro.  Batt leggermente la parete col pugno.  Era legno, una
    porta.   Si  ferm  involontariamente,   sospeso.   Un   passo   suon
    dall'interno,  una chiave gir nella toppa,  una lama di luce fendette
    di sghembo la Galleria, si allarg; comparve una figura nera, il prete
    che aveva abbandonato Benedetto sulla scala.  Egli usc  con  un  atto
    rapido,  richiuse  la  porta,  disse  a Benedetto come se niente fosse
    stato:
    Lei sta per trovarsi alla presenza di Sua Santit. Lo fece entrare e
    chiuse la porta daccapo, rimanendo fuori.
    Benedetto,  entrando,  non vide che un tavolino,  una  lucernetta  col
    paralume  verde,  una figura bianca seduta in faccia a lui,  dietro il
    tavolino. Cadde ginocchioni.
    La Figura bianca stese un braccio e disse:
    Alzati. Come sei venuto?
    Il viso incorniciato di  capelli  grigi,  singolarmente  dolce,  aveva
    un'espressione  di  stupore.  La voce,  dall'accento meridionale,  era
    commossa.
    Benedetto si alz e rispose:
    Dal Portone di bronzo fino a un luogo che non so indicare sono venuto
    col sacerdote che stava presso Vostra Santit; poi sono venuto solo.
    Conoscevi il Vaticano? Ti hanno detto che mi avresti trovato qui?
    Quando Benedetto gli ebbe risposto che aveva  visitato  anni  prima  i
    musei vaticani,  le logge e la Galleria lapidaria una sola volta,  che
    alle logge non era salito dal Cortile di San Damaso,  che  non  sapeva
    affatto  dove  avrebbe  trovato  il Sommo Pontefice,  questi tacque un
    momento,   pensoso;    poi   disse   benignamente,    affettuosamente,
    indicandogli una sedia in faccia a lui:
    Siedi, figlio mio.
    Se  Benedetto non fosse stato assorto nel volto ascetico e benigno del
    Papa, avrebbe,  mentre il suo augusto interlocutore stava raccogliendo
    alcune  carte  sparse  sul  tavolino,  girato  lo  sguardo  non  senza
    meraviglia per quella strana sala di ricevimento, un polveroso caos di
    vecchi quadri, di vecchi libri,  di vecchi mobili,  un'anticamera,  si
    sarebbe detto, di qualche biblioteca, di qualche museo dove si fossero
    intraprese opere di riordino.  Ma egli era assorto nel volto del Papa,
    nel magro cereo volto che aveva una espressione ineffabile di  purezza
    e  di  bont.  Si avvicin,  pieg il ginocchio,  baci la mano che il
    Santo Padre gli stese dicendo con gravit soave:
    Non mihi, sed Petro.
    Quindi  sedette.  Il  Papa  gli  porse  un  foglio,  gli  avvicin  la
    lucernetta.
    Guarda diss'egli. Conosci la scrittura?
    Benedetto guard, non pot frenare un'esclamazione di mesta riverenza.
    S  rispose,    la scrittura di un santo prete che ho molto amato,
    che  morto e si chiamava don Giuseppe Flores.
    Sua Santit riprese:
    Adesso leggi. Ad alta voce.
    Benedetto lesse.

    Monsignore
    Affido al mio Vescovo il plico suggellato,  chiuso  insieme  a  questo
    foglietto  in una busta recante l'indirizzo a Lei.  Lo lasci a me per
    essere aperto dopo la sua morte,  come sopra vi  scritto,  il  signor
    Piero Maironi,  ben conosciuto da Lei,  prima di scomparire dal mondo.
    S'egli ancora viva o sia passato di vita,  n so n ho modo di sapere.
    Il  plico  deve  contenere  il  racconto  di  una visione di carattere
    soprannaturale che il Maironi ebbe nel ritornare a Dio  dal  fuoco  di
    una  passione  colpevole.  Sperai allora che Iddio lo avesse veramente
    eletto per ministro di qualche singolare  opera  Sua.  Sperai  che  la
    santit dell'opera verrebbe confermata dopo la morte del Maironi dalla
    lettura  di  questo  documento,  che  se  ne  rivelerebbe un carattere
    profetico.  Lo sperai bench  mi  fossi  studiato,  per  prudenza,  di
    nascondere al Maironi stesso le mie speranze segrete.
    Due  anni sono trascorsi dal giorno in cui egli scomparve e nulla si 
    mai saputo di lui. Quando, Monsignore,  Ella star leggendo quello che
    adesso  io  scrivo,  sar  scomparso  anch'io.  La  prego  di  volersi
    sostituire a me in questa custodia religiosa. Ella ne disporr secondo
    la coscienza Sua come creder meglio.
    E preghi per l'anima del
    Suo povero
    DON GIUSEPPE FLORES.

    Benedetto depose lo scritto e guard il Pontefice in viso, aspettando.
    Sei tu Piero Maironi? disse questi.
    S, Santit.
    Il Pontefice sorrise con bont.
    Intanto diss'egli mi rallegro che vivi.  Quel  Vescovo  ti  suppose
    morto,  aperse  il plico e credette di doverlo rimettere al Vicario di
    Cristo.  Questo avvenne circa sei mesi  sono,  vivendo  il  mio  santo
    Predecessore  che ne parl ad alcuni cardinali e anche a me.  Poi si 
    saputo che vivevi,  e dove e come.  Ora  io  ti  devo  muovere  alcune
    domande. Ti esorto a rispondermi la esatta verit.
    Il  Pontefice ferm gli occhi gravi negli occhi di Benedetto che pieg
    lievemente il capo.
    Qui hai scritto diss'egli  che  stando  in  quella  piccola  chiesa
    veneta ti sei visto in Vaticano a colloquio col Papa.  Cosa ricordi di
    questa parte della tua visione?
    La mia visione rispose Benedetto  nel  tempo  che  passai  a  Santa
    Scolastica, circa tre anni, mi si venne spezzando nella memoria, anche
    perch  il mio maestro spirituale di Santa Scolastica,  come il povero
    don Giuseppe Flores,  mi ha sempre consigliato di non  tenerne  conto.
    Alcune  parti  ne  restarono  nette,  altre si oscurarono.  Che mi ero
    veduto in Vaticano a fronte del Sommo Pontefice, mi rest sempre fisso
    nella mente;  ma non pi di cos.  Invece,  pochi momenti sono,  nella
    galleria   buia   dalla   quale   sono  entrato  qua,   mi  risovvenni
    improvvisamente che nella Visione io ero guidato al Pontefice  da  uno
    spirito.  Me ne risovvenni quando trovandomi solo,  di notte, al buio,
    in un luogo ignoto o quasi ignoto perch c'ero stato  una  volta  sola
    molti  anni  addietro,  senz'avere  un'idea  della direzione che avrei
    dovuto tenere,  fui per ritornare sui miei passi e una  voce  interna,
    molto chiara, molto forte, mi disse di andare avanti.
    E quando hai bussato alla porta chiese il Papa,  sapevi di trovarmi
    qui? Sapevi di bussare alla porta della Biblioteca?
    No,  Santit.  Non intendevo neppure di bussare.  Ero  al  buio,  non
    vedevo niente, intendevo di saggiare colla mano la parete.
    Il  Papa  stette  alquanto  sopra  pensiero  e  poi  osserv  che  nel
    manoscritto ci stava pure prima mi guidava un uomo vestito di  nero.
    Di questo Benedetto non aveva memoria.
    Sai  riprese  il  Papa  che  il  profetare  non  ,  per  s  solo,
    sufficiente prova di santit.  Sai che si possono avere,  che si  sono
    avute visioni profetiche,  non dico per opera di spiriti maligni,  noi
    ne sappiamo troppo poco per poterlo dire,  ma insomma per  effetto  di
    forze occulte,  forze insite alla natura umana, le quali, a ogni modo,
    non  hanno  che  fare  colla  santit.   Puoi  dirmi  le  disposizioni
    dell'anima tua quando hai avuto la Visione?
    Sentivo   rispose   Benedetto   un  amarissimo  dolore  di  essermi
    allontanato da Dio,  di averne respinto i  richiami,  una  gratitudine
    infinita  per la Sua paziente bont,  un infinito desiderio di Cristo.
    Mi ero appena viste nella  mente,  proprio  viste,  proprio  distinte,
    bianche sopra un fondo nero,  queste parole del Vangelo che prima, nel
    tempo buono,  mi erano state tanto care Magister adest et vocat  te."
    Don  Giuseppe Flores celebrava e la Messa era presso alla fine quando,
    stando in preghiera,  con  gli  occhi  coperti  dalle  mani,  ebbi  la
    visione; ma istantanea, fulminea!
    Benedetto ansava nel ritorno violento delle memorie.
    Ha potuto essere un'illusione diss'egli.  Opera di spiriti maligni,
    no.
    Gli spiriti maligni disse il  Pontefice  possono  trasfigurarsi  in
    angeli  di luce.  Possono avere operato allora contro lo spirito buono
    ch'era in te. Ti sei inorgoglito poi, di questa visione?
    Benedetto pieg il capo e pens alquanto.
    Forse una volta diss'egli,  per un  momento,  a  Santa  Scolastica,
    quando  il  mio  maestro,  a nome dell'Abate,  mi offerse una veste di
    converso,  la veste che poi mi fu tolta a Jenne.  Allora pensai per un
    momento  che  questa offerta inattesa confermasse l'ultima parte della
    Visione e n'ebbi un moto di compiacenza,  mi  stimai  oggetto  di  una
    predilezione  divina.  Ne  domandai  subito  perdono a Dio e adesso ne
    domando perdono a Vostra Santit.
    Il Pontefice non parl, ma la sua mano si alz spiegata e ridiscese in
    un atto d'indulgenza.  Egli si diede poi a maneggiare le carte diverse
    che  aveva  sul  tavolino,  parve  consultarne attentamente pi d'una.
    Quindi le pos, le raccolse, le fece da banda, riprese a parlare.
    Figlio mio diss'egli,  ti devo domandare altre cose.  Hai  nominato
    Jenne.  Io  neppure  sapevo che esistesse,  questo Jenne.  Me lo hanno
    descritto.  Diciamo il vero,  non si capisce perch tu ti sia andato a
    cacciare a Jenne.
    Benedetto sorrise lievemente ma non volle discolparsi, interrompere il
    Papa, il quale continu:
    E' stata un'idea disgraziata, perch chi pu dire bene cosa succede a
    Jenne?  Sai  di  aver  avuto  lass  della  gente che ti vedeva di mal
    occhio?
    Benedetto preg semplicemente  Sua  Santit  che  lo  dispensasse  dal
    rispondere.
    Ti  capisco  rispose  il  Papa  e debbo dire che la tua preghiera 
    cristiana.  Tu non dirai niente ma io non posso tacere che  sei  stato
    accusato di molte cose. Lo sai?
    Benedetto sapeva di un'accusa sola o almeno ne dubitava. Il Papa aveva
    l'aria pi imbarazzata di lui. Egli era sereno.
    Ti accusano ripigli il Papa di esserti spacciato,  a Jenne, per un
    taumaturgo e di essere stato causa,  per questi  tuoi  vanti,  che  un
    disgraziato  morisse  in casa tua.  Si arriva persino a dire ch'egli 
    morto per certi beveraggi che gli  hai  dati.  Ti  accusano  di  avere
    predicato  al  popolo  piuttosto  da  protestante  che  da cattolico e
    anche...
    Il Santo Padre  esit.  Al  suo  pudore  verginale  ripugnava  persino
    accennare a certe cose.
    Di  relazioni  non  lecite  disse  con  la maestra del paese.  Cosa
    rispondi, figlio mio?
    Santo Padre rispose Benedetto, tranquillo,  lo Spirito risponde per
    me nel Suo cuore.
    Il Pontefice lo guard,  attonito, ma non solamente attonito; anche un
    poco turbato,  come se Benedetto gli avesse letto nell'anima.  Il viso
    gli si dipinse di un lieve rossore.
    Spiegati diss'egli.
    Iddio mi dona di leggere nel Suo cuore che Lei non crede ad alcuna di
    quelle accuse.
    A   queste  parole  di  Benedetto  il  Papa  contrasse  lievemente  le
    sopracciglia.
    Adesso riprese Benedetto Vostra Santit pensa che io mi attribuisca
    una chiaroveggenza miracolosa.  No,   una cosa che vedo nel Suo viso,
    che sento nella Sua voce, da povero uomo comune quale sono.
    Forse tu sai esclam il Papa chi  stato in questi giorni da me!
    Egli  aveva  fatto  chiamare  a  Roma  l'arciprete di Jenne,  lo aveva
    interrogato su Benedetto.  L'arciprete,  trovato un Papa di suo genio,
    un Papa ben diverso dai due zelanti che lo avevano intimorito a Jenne,
    non  aveva  perduta  l'occasione  di mettersi facilmente in pace colla
    propria coscienza,  aveva dato sfogo ai rimorsi lodando  e  rilodando.
    Benedetto non ne sapeva niente.
    No rispose, non lo so.
    Il  Pontefice  tacque,  ma  il suo viso,  le mani,  la intera persona,
    tradivano una viva inquietudine.  Egli si abbandon  finalmente  sulla
    spalliera della s seggiola,  chin il capo sul petto, stese le braccia
    al tavolino e appoggiatevi le mani, una presso l'altra, pens.
    Mentre pensava, immobile,  fissi gli occhi nel vuoto,  la fiamma della
    lucernina  a  petrolio sal fumigando,  rossa,  nel tubo.  Egli non se
    n'avvide subito. Quando se n'avvide la regol e poi ruppe il silenzio.
    Credi tu diss'egli avere veramente una missione?
    Benedetto rispose, con una espressione di fervore umile:
    S, lo credo.
    E perch lo credi?
    Santit,  perch ciascuno viene al mondo  con  una  missione  scritta
    nella sua natura.  Quand'anche non avessi avuto visioni n altri segni
    straordinari,  la mia natura ch' religiosa mi imporrebbe il dovere di
    un'azione religiosa.  Come posso dirlo?  Ecco, lo dir... Qui la voce
    di Benedetto trem di emozione ...come non l'ho detto a  nessuno.  Io
    credo, io so che Dio  il nostro Padre di tutti, ma io sento nella mia
    natura la Sua paternit. Quasi non  un dovere il mio,  un sentimento
    di figlio.
    E  credi  avere  il  cmpito  di esercitarla qui,  adesso,  un'azione
    religiosa?
    Benedetto giunse le mani come se implorasse gi di venire ascoltato.
    S diss'egli, anche qui, anche adesso.
    Ci detto, pose un ginocchio a terra tenendo sempre giunte le mani.
    Alzati disse il Santo Padre.  Di' liberamente quello che lo Spirito
    ti consiglia.
    Benedetto non si alz.
    Mi  perdoni diss'egli,  io devo parlare al solo Pontefice e qui non
    mi ascolta il solo Pontefice!
    Il Papa trasal, lo interrog con gli occhi severo.
    Benedetto porse un poco il mento, inarcando le sopracciglia, verso una
    porta grande alle spalle del Papa.
    Questi prese un campanello di argento che stava sul tavolino,  accenn
    imperiosamente a Benedetto di alzarsi e suon.  Ricomparve dalla porta
    della Galleria il prete di prima.  Il Papa gli ordin di far venire in
    Galleria  don  Teofilo,  il  cameriere fedele che aveva portato con s
    dalla sua sede arcivescovile del Mezzogiorno. Venuto don Teofilo, egli
    andrebbe ad attendere Sua Santit nella sala della Biblioteca.
    Ripasserai di qua diss'egli.
    Parecchi  minuti  trascorsero   nell'attesa   silenziosa   che   colui
    rientrasse.  Il  Pontefice,  pensoso,  non  alz  mai  gli  occhi  dal
    tavolino. Benedetto, in piedi, teneva chiusi i suoi.  Li aperse quando
    rientr il prete.  Uscito che fu costui per la porta sospetta, il Papa
    accenn con la mano e Benedetto parl a voce bassa.  Il  Pontefice  lo
    ascoltava  stringendo  i  bracciuoli  della sedia,  porta in avanti la
    persona e chino il viso.
    Santo Padre disse Benedetto,  la Chiesa  inferma.  Quattro spiriti
    maligni  sono  entrati  nel  suo  corpo  per farvi guerra allo Spirito
    Santo.  Uno  lo spirito di menzogna.  Anche lo spirito di menzogna si
    trasfigura  in  angelo  di  luce e molti pastori,  molti maestri della
    Chiesa,  molti fedeli buoni e pii ascoltano devotamente lo spirito  di
    menzogna  credendo  ascoltare un angelo.  Cristo ha detto: io sono la
    Verit" e molti nella Chiesa  anche  buoni,  anche  pii,  scindono  la
    Verit  nel  loro  cuore,  non  hanno  riverenza per la Verit che non
    chiamano religiosa, temono che la Verit distrugga la Verit,  pongono
    Dio  contro Dio,  preferiscono le tenebre alla luce e cos ammaestrano
    gli uomini. Si dicono fedeli e non comprendono quanto scarsa e codarda
     la loro fede,  quanto  loro straniero lo spirito dell'apostolo  che
    tutto scruta. Adoratori della lettera, vogliono costringere gli adulti
    a un cibo d'infanti che gli adulti respingono,  non comprendono che se
    Dio  infinito e immutabile,  l'uomo per se ne fa un'idea sempre  pi
    grande di secolo in secolo e che di tutta la Verit Divina si pu dire
    cos.  Essi  sono  causa  di  una funesta perversione della Fede,  che
    corrompe tutta la vita religiosa;  perch il  cristiano  che  con  uno
    sforzo  si    piegato  ad  accettare  quello  ch'essi  accettano  e a
    respingere quello che respingono,  crede aver gi  fatto  il  pi  per
    servire  Iddio,  mentre ha fatto meno che niente e gli resta di vivere
    la fede nella parola di Cristo, nella dottrina di Cristo, gli resta di
    vivere il "fiat voluntas tua",  che  tutto.  Santo Padre,  oggi pochi
    cristiani  sanno  che  la  religione  non    principalmente  adesione
    dell'intelletto a formole di verit ma che  principalmente  azione  e
    vita  secondo  questa  verit,  e  che  alla  Fede vera non rispondono
    solamente  doveri  religiosi  negativi  e  obblighi  verso  l'autorit
    ecclesiastica.  E  quelli  che  lo  sanno,  quelli che non scindono la
    Verit nel loro cuore,  quelli che  hanno  il  culto  supremo  di  Dio
    Verit,  che  ardono  di  una fede impavida in Cristo,  nella Chiesa e
    nella  Verit,  ne  conosco,  Santo  Padre!,  quelli  sono  combattuti
    acremente,  sono  diffamati come eretici,  sono costretti al silenzio,
    tutto per opera dello Spirito di menzogna,  che lavora da secoli nella
    Chiesa  una  tradizione  d'inganno  per  la  quale  coloro che oggi lo
    servono si credono di  servire  Iddio,  come  lo  credettero  i  primi
    persecutori dei cristiani. Santit...
    Qui Benedetto pose un ginocchio a terra.  Il Papa non si mosse. Pareva
    aver abbassato il capo ancora di pi.  Il zucchetto bianco  era  quasi
    tutto nel lume della lucernina.
    ...io  ho  letto  proprio oggi grandi parole di Lei ai Suoi diocesani
    antichi, sulla molteplice rivelazione di Dio Verit nella Fede e nella
    Scienza,  e anche  direttamente,  misteriosamente,  nell'anima  umana.
    Santo  Padre,   molti,  moltissimi  cuori  di  sacerdoti  e  di  laici
    appartengono allo Spirito Santo;  lo Spirito di menzogna non ha potuto
    entrarvi  neppure  sotto  una veste angelica.  Dica una parola,  Santo
    Padre,  faccia un atto che rialzi questi cuori devoti alla Santa  Sede
    del  Pontefice  romano!  Onori  davanti  a tutta la Chiesa qualcuno di
    questi uomini,  di questi sacerdoti che sono combattuti dallo  Spirito
    di menzogna,  ne sollevi qualcuno all'episcopato,  ne sollevi qualcuno
    al Sacro Collegio!  Anche questo,  Santo  Padre!  Consigli  esegeti  e
    teologi,  se  necessario,  a camminare prudenti poich la scienza non
    progredisce che a patto di  essere  prudente;  ma  non  lasci  colpire
    dall'Indice  n  dal  Sant'Uffizio,  per  qualche soverchio ardimento,
    uomini che sono l'onore della Chiesa,  che hanno  la  mente  piena  di
    Verit e il cuore pieno di Cristo,  che combattono per la difesa della
    fede cattolica!  E poich Vostra Santit ha detto che Iddio rivela  le
    sue  verit  anche nel segreto delle anime,  non lasci moltiplicare le
    divozioni esterne,  che bastano,  raccomandi ai Pastori la  pratica  e
    l'insegnamento della preghiera interiore!
    Benedetto  tacque  un momento spossato.  Il Papa alz il viso,  guard
    l'uomo inginocchiato che lo fissava con occhi dolorosi, luminosi sotto
    le  sopracciglia  contratte,   vibrando  nelle  mani  giunte  dove  si
    appuntava  lo  sforzo  dello  spirito.  Il  viso  del Papa tradiva una
    commozione intensa.  Egli voleva dire a Benedetto che si alzasse,  che
    sedesse;  e  non parl per timore di tradire la commozione anche nella
    voce.  Insistette a cenni,  tanto che Benedetto si alz e presa la sua
    seggiola,   appoggiatevi   alla   spalliera  le  mani  ancora  giunte,
    ricominci a parlare.
    Se il clero insegna poco al popolo la preghiera interiore che  risana
    l'anima  quanto  certe  superstizioni  la corrompono,   per causa del
    secondo spirito maligno che infesta la Chiesa trasfigurato  in  angelo
    di  luce.  Questo    lo  spirito  di  dominazione  del clero.  A quei
    sacerdoti che hanno lo spirito di dominazione non piace che  le  anime
    comunichino   direttamente   e  normalmente  con  Dio  per  domandarne
    consiglio e direzione.  A buon fine!  Il Maligno inganna cos la  loro
    coscienza;  a  buon  fine!  Ma le vogliono dirigere essi in qualit di
    mediatori e queste  anime  diventano  fiacche,  timide,  servili.  Non
    saranno   molte,   forse;   i  peggiori  maleficii  dello  spirito  di
    dominazione sono diversi.  Egli ha soppressa  l'antica  santa  libert
    cattolica.  Egli cerca fare dell'obbedienza, anche quando non  dovuta
    per legge,  la prima delle virt.  Egli vorrebbe imporre sottomissioni
    non obbligatorie,  ritrattazioni contro coscienza,  dovunque un gruppo
    d'uomini si associa per un'opera buona prenderne  il  comando,  e,  se
    declinano  il  comando,  rifiutar  loro l'aiuto.  Egli tende a portare
    l'autorit religiosa anche fuori del campo religioso.  Lo sa l'Italia,
    Santo Padre.  Ma cosa  l'Italia?  Non  per essa che io parlo,   per
    tutto il mondo cattolico. Santo Padre,  Ella forse non lo avr provato
    ancora,  ma lo spirito di dominazione vorr esercitarsi anche sopra di
    Lei. Non ceda,  Santo Padre!  Ella  il Governatore della Chiesa,  non
    permetta  che  altri governi Lei,  non sia il Suo potere un guanto per
    invisibili mani altrui.  Abbia consiglieri pubblici e siano i  vescovi
    raccolti  spesso nei Concilii nazionali e faccia partecipare il popolo
    alle elezioni dei vescovi  scegliendo  uomini  amati  e  riveriti  dal
    popolo,  e  i vescovi si mescolino al popolo non solamente per passare
    sotto archi di trionfo e farsi salutare dal suono delle campane ma per
    conoscere le turbe e per edificarle a imitazione di Cristo,  invece di
    starsene  chiusi  da  principi  orientali negli episcopii,  come tanti
    fanno.  E lasci loro tutta l'autorit che  compatibile con quella  di
    Pietro!
    Santit, posso parlare ancora?
    Il  Papa,  che  da  quando  Benedetto aveva ricominciato a parlare gli
    teneva gli occhi in viso, rispose con un lieve abbassar del capo.
    Il terzo spirito maligno riprese Benedetto che corrompe la  Chiesa,
    non  si  trasfigura  in  angelo  di  luce perch saprebbe di non poter
    ingannare,  si accontenta di vestire una comune onest  umana.  E'  lo
    spirito  di avarizia.  Il Vicario di Cristo vive in questa reggia come
    visse nel suo episcopio,  con un cuore puro di povero.  Molti  Pastori
    venerandi  vivono  nella  Chiesa  con  eguale cuore,  ma lo spirito di
    povert non vi  bastantemente insegnato come Cristo  lo  insegn,  le
    labbra dei ministri di Cristo sono troppo spesso troppo compiacenti ai
    cupidi dell'avere. Quale di essi piega la fronte con ossequio a chi ha
    molto  solamente  perch  ha  molto,  quale  lusinga con la lingua chi
    agogna molto,  e il godere la  pompa  e  gli  onori  della  ricchezza,
    l'aderire  con  l'anima  alle  comodit della ricchezza pare lecito a'
    troppi predicatori della parola e degli esempi di Cristo. Santo Padre,
    richiami il clero a meglio usare  verso  i  cupidi  dell'avere,  sieno
    ricchi,  sieno  poveri,  la  carit che ammonisce,  che minaccia,  che
    rampogna. Santo Padre!
    Benedetto tacque,  fissando il Papa con  una  espressione  intensa  di
    appello.
    Ebbene? mormor il Papa.
    Benedetto allarg le braccia e riprese:
    Lo  spirito  mi sforza a dire di pi.  Non  opera di un giorno ma si
    prepari il giorno,  e non si lasci questo compito ai nemici di  Dio  e
    della Chiesa,  si prepari il giorno in cui i sacerdoti di Cristo dieno
    l'esempio della effettiva povert,  vivano poveri per obbligo come per
    obbligo vivono casti,  e servano loro di norma per questo le parole di
    Cristo ai Settantadue.  Il Signore circonder gli ultimi fra  loro  di
    tale  onore,  di  tale riverenza quale ora non  nel cuore della gente
    intorno ai Principi della Chiesa.  Saranno pochi ma la luce del mondo.
    Santo Padre,  lo sono essi oggi? Qualcuno lo ; i pi non sono n luce
    n tenebre.
    Qui, per la prima volta, il Pontefice assent del capo, mestamente.
    Il  quarto  spirito  maligno  prosegu  Benedetto     lo   spirito
    d'immobilit.  Questo  si  trasfigura  in  angelo  di  luce.  Anche  i
    cattolici, ecclesiastici e laici,  dominati dallo spirito d'immobilit
    credono  piacere  a Dio come gli ebrei zelanti che fecero crocifiggere
    Cristo.  Tutti i clericali,  Santit,  anzi tutti gli uomini religiosi
    che  oggi  avversano  il  cattolicismo  progressista,  avrebbero fatto
    crocifiggere Cristo in buona fede, nel nome di Mos. Sono idolatri del
    passato, tutto vorrebbero immutabile nella Chiesa, sino alle forme del
    linguaggio  pontificio,  sino  ai  flabelli  che  ripugnano  al  cuore
    sacerdotale  di  Vostra  Santit,  sino  alle tradizioni stolte per le
    quali non  lecito  a  un  cardinale  di  uscire  a  piedi  e  sarebbe
    scandaloso  che  visitasse  i  poveri  nelle loro case.  E' lo spirito
    d'immobilit che volendo conservare cose impossibili a  conservare  ci
    attira le derisioni degl'increduli; colpa grave davanti a Dio!
    Il petrolio veniva mancando nella lucerna, il cerchio delle tenebre si
    stringeva,  si addensava intorno e sopra la breve sfera di luce in cui
    si disegnavano,  l'una in  faccia  all'altra,  la  bianca  figura  del
    Pontefice seduto e la bruna di Benedetto in piedi.
    Contro  lo  spirito d'immobilit disse questi io La supplico di non
    permettere che siano posti all'Indice i libri di Giovanni Selva.
    Quindi, posta la seggiola da banda, s'inginocchi nuovamente, stese le
    mani al Pontefice, parl pi trepido e pi acceso:
    Vicario di  Cristo,  io  La  scongiuro  di  un'altra  cosa.  Sono  un
    peccatore  indegno  di venire paragonato ai Santi ma lo Spirito di Dio
    pu parlare anche per la bocca  pi  vile.  Se  una  donna  ha  potuto
    scongiurare  un Papa di venire a Roma,  io scongiuro Vostra Santit di
    uscire dal Vaticano. Uscite Santo Padre; ma la prima volta,  almeno la
    prima volta,  uscite per un'opera del vostro ministero! Lazzaro soffre
    e muore ogni giorno, andate a vedere Lazzaro.  Cristo chiama soccorso,
    in  tutte  le  povere  creature  umane  che  soffrono.  Ho visto dalla
    Galleria delle lapidi i lumi che  fronteggiano  un  altro  palazzo  di
    Roma.  Se  il dolore umano chiama in nome di Cristo,  l si risponder
    forse: "no" ma si va. Dal Vaticano si risponde: "s" a Cristo,  ma non
    si va. Che dir Cristo, Santo Padre, nell'ora terribile? Queste parole
    mie, se fossero conosciute dal mondo, mi frutterebbero vituperi da chi
    pi  si professa devoto al Vaticano,  ma per vituperi e fulmini che mi
    si scagliassero non griderei io fino alla morte: che dir Cristo?  Che
    dir Cristo? A Lui mi appello.
    La fiammella della lucerna mancava, mancava; nella breve sfera di luce
    fioca  che  le  tenebre premevano non si vedeva quasi pi di Benedetto
    che le mani stese,  non si vedeva quasi pi del  Papa  che  la  destra
    posata  sul campanello di argento.  Appena Benedetto tacque,  il Santo
    Padre gli ordin di alzarsi,  poi scosse il campanello due  volte.  La
    porta della Galleria si aperse entr il fido cameriere gi popolare in
    Vaticano col nome di don Teofilo.
    Teofilo disse il Papa, in Galleria,  riaccesa la luce?
    S, Santit.
    Allora passa in Biblioteca dove troverai monsignore.  Digli che venga
    qua, che mi aspetti. E tu provvedigli un'altra lucerna.
    Ci detto,  Sua Santit si alz.  Era piccolo di statura e tuttavia un
    po' curvo.  Mosse verso la porta della Galleria accennando a Benedetto
    di seguirlo.  Don Teofilo usc dalla parte opposta.  Triste  presagio,
    nella  buia  sala  dov'eran  corse tante fiamme di parole accese dallo
    Spirito, non rimase che la piccola lucernina morente.

    La galleria delle lapidi,  l dove il Papa e Benedetto  vi  entrarono,
    era semibuia.  Ma nel fondo una grande lampada a riflettore illuminava
    l'iscrizione commemorativa a destra della porta che mette nella loggia
    di Giovanni da Udine.  Fra le grandi ali di lapidi schierate da capo a
    fondo della Galleria che guardavano l'oscuro dibattito delle due anime
    viventi  come  testimoni  muti che gi conoscessero i misteri di oltre
    tomba e del giudizio divino,  il Papa si avanzava  lento,  silenzioso,
    seguito,  un  passo  indietro  e  a sinistra,  da Benedetto.  Sost un
    momento presso il torso  del  fiume  Oronte,  guard  dalla  finestra.
    Benedetto  si  domand  se  guardasse  i lumi del Quirinale,  palpit,
    attendendo una parola. La parola non venne.  Il Papa riprese,  tacendo
    sempre,  il suo lento andare, con le mani congiunte dietro il dorso, e
    il mento appoggiato al petto. Sost presso al fondo,  nella luce della
    grande  lampada;  parve  incerto se ritornare o procedere.  A sinistra
    della lampada la porta della Galleria si apriva sopra  uno  sfondo  di
    notte,  di luna,  di colonne, di vetri, di pavimento marmoreo. Il Papa
    si avvi a quella volta,  scese i cinque gradini.  La luna batteva per
    isghembo sul pavimento rigato dalle ombre nere delle colonne, tagliato
    in fondo alla loggia dall'obliquo profilo dell'ombra piena,  dentro la
    quale mal si discemeva il busto di Giovanni.
    Il Papa percorse la  loggia  fino  a  quell'ombra,  vi  entr,  vi  si
    trattenne.  Intanto Benedetto,  fermatosi molti passi indietro per non
    aver l'aria di premere irriverentemente nel desiderio di una risposta,
    mirava l'astro veleggiante fra nuvole grandi su Roma. Mirando l'astro,
    domand a s,  a qualche Invisibile che gli fosse vicino,  quasi anche
    allo stesso volto severo e triste della luna,  se avesse troppo osato,
    male osato. Si pent subito del suo dubbio.  Aveva forse parlato egli?
    Oh no, le parole gli erano venute alle labbra senza meditazione, aveva
    parlato  lo  Spirito.  Chiuse  gli  occhi  in  uno sforzo di preghiera
    mentale ancora levando la faccia verso  l'astro,  come  un  cieco  che
    porgesse il viso avido al divinato splendore di argento.
    Una mano lo tocc lievemente sulla spalla. Trasal e aperse gli occhi.
    Era  il  Papa e il suo viso diceva come avesse finalmente maturate nel
    pensiero  parole  che  lo  appagavano.   Benedetto   chin   il   capo
    rispettosamente ad ascoltarlo.
    Figlio  mio disse Sua Santit,  alcune di queste cose il Signore le
    ha dette da gran tempo anche nel cuore mio. Tu, Dio ti benedica, te la
    intendi col Signore solo;  io devo intendermela anche cogli uomini che
    il Signore ha posto intorno a me perch io mi governi con essi secondo
    carit e prudenza; e devo sovra tutto misurare i miei consigli, i miei
    comandi,  alle  capacit  diverse,  alle  mentalit  diverse  di tanti
    milioni di uomini. Io sono un povero maestro di scuola che di settanta
    scolari ne ha venti meno che mediocri,  quaranta mediocri e dieci soli
    buoni.  Egli  non  pu governare la scuola per i soli dieci buoni e io
    non posso governare la  Chiesa  soltanto  per  te  e  per  quelli  che
    somigliano a te.  Vedi,  per esempio: Cristo ha pagato il tributo allo
    Stato, e io, non come Pontefice ma come cittadino, pagherei volentieri
    il mio tributo di omaggio l in quel palazzo di cui hai veduto i lumi,
    se non temessi di offendere cos i sessanta scolari,  di perdere anche
    una  sola delle loro anime che mi sono preziose come le altre.  E cos
    sarebbe se io facessi togliere certi libri dall'Indice,  se  chiamassi
    nel  Sacro  Collegio  certi  uomini  che  hanno  fama  di  non  essere
    rigidamente ortodossi,  se,  scoppiando  una  epidemia,  andassi,  "ex
    abrupto", a visitare gli ospedali di Roma.
    Oh Santit! esclam Benedetto mi perdoni ma non  sicuro che queste
    anime  disposte  a  scandolezzarsi  del  Vicario di Cristo per ragioni
    simili poi si salvino,  e invece  sicuro che si acquisterebbero tante
    altre anime le quali non si acquistano!
    E poi continu il Papa come se non avesse udito sono vecchio,  sono
    stanco,  i cardinali non sanno chi hanno messo qui,  non volevo.  Sono
    anche  ammalato,  ho  certi segni di dover presto comparire davanti al
    mio Giudice.  Sento,  figlio mio,  che tu hai lo spirito buono  ma  il
    Signore  non  pu  volere da un poveruomo come me le cose che tu dici,
    cose a cui non basterebbe neppure un Pontefice giovine e valido.  Per
    vi sono cose che anch'io con il Suo aiuto,  potr fare; se non le cose
    grandi,  almeno altre cose.  Le cose grandi preghiamo il  Signore  che
    susciti  chi  a  loro tempo le sappia fare e chi sappia bene aiutare a
    farle.  Figlio mio,  se io  mi  metto  da  stasera  a  trasformare  il
    Vaticano,  a riedificarlo,  dove trovo poi Raffaello che lo dipinga? E
    neppure questo Giovanni? Non dico per di non fare niente.
    Benedetto era per replicare.  Il  Pontefice,  forse  per  non  volersi
    spiegare  di pi,  non gliene lasci n il modo n il tempo,  gli fece
    una domanda gradita.
    Tu conosci Selva diss'egli. Privatamente, che uomo ?
    E' un giusto si affrett a rispondere Benedetto. Un gran giusto.  I
    suoi libri sono stati denunciati alla Congregazione dell'Indice. Forse
    vi  si  troveranno alcune opinioni ardite ma non vi  confronto fra la
    religiosit calda e profonda  dei  libri  di  Selva  e  il  formalismo
    freddo,  misero  di altri libri che corrono,  pi del Vangelo,  per le
    mani del clero.  Santo Padre,  la condanna di Selva sarebbe  un  colpo
    alle energie pi vive e pi vitali del Cattolicismo. La Chiesa tollera
    migliaia  di  libri ascetici stupidi che rimpiccioliscono indegnamente
    l'idea di  Dio  nello  spirito  umano;  non  condanni  questi  che  la
    ingrandiscono!
    Le ore suonarono da lontano.  Nove e mezzo.  Sua Santit prese tacendo
    una mano di Benedetto,  la chiuse fra le sue,  gli fece intendere  con
    quella  muta stretta sensi e consensi trattenuti dalla bocca prudente.
    La  strinse,  la  scosse,  l'accarezz,   la  strinse  ancora,   disse
    finalmente con voce soffocata:
    Prega  per  me,   prega  che  il  Signore  m'illumini.  Due  lagrime
    brillavano nei belli occhi soavi di vecchio che mai non si macchi  di
    un  volontario  pensiero impuro,  di vecchio tutto dolcezza di carit.
    Benedetto non riusc, per la commozione, a parlare.
    Vieni ancora disse il Papa. Dobbiamo discorrere ancora.
    Quando, Santit?
    Presto. Ti far avvertire.
    Intanto l'ombra,  avanzando,  aveva inghiottito la Figura bianca e  la
    Figura nera.  Sua Santit pose una mano sulla spalla di Benedetto, gli
    domand sommessamente, quasi esitante:
    Ricordi la fine della tua visione?
    Benedetto rispose, pure sottovoce, abbassando il viso:
    Nescio diem neque horam.
    Non sono nel manoscritto riprese Sua Santit. Ma ricordi?
    Benedetto mormor:
    In abito benedettino, sulla nuda terra, all'ombra di un albero.
    Se cos sar riprese il Santo Padre, dolcemente, ti voglio benedire
    per quel momento. Allora sar ad aspettarti in cielo.
    Benedetto s'inginocchi. La voce del Papa suon solenne nell'ombra:
    Benedico te in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.
    Il Papa risal rapidamente i cinque gradini, scomparve.
    Benedetto rimase ginocchioni,  assorto in quella benedizione  che  gli
    era  parsa  venire  da  Cristo.  Si  alz  al  suono di un passo nella
    Galleria.  Pochi momenti  dopo  egli  scendeva,  accompagnato  da  don
    Teofilo, al Portone di bronzo.


    3.
    La camera al quarto piano,  era appena decente.  Un letto di ferro, un
    tavolino da notte,  uno scrittoio con pochi libri logori e  sfasciati,
    un  cassettone  di  abete,   un  lavamani  di  ferro,   qualche  sedia
    impagliata,  n'erano tutto il mobiglio.  Un abito grigio pendeva da un
    chiodo,  un cappello nero a cencio,  da un altro. Un baglior frequente
    di lampi entrava dalla finestra aperta,  entravano  soffi  della  buia
    notte  burrascosa,  facevano  oscillare  la  fiammella della lampada a
    petrolio che ardeva sul tavolino da notte,  oscillare  il  lume  e  le
    ombre  sulle  lenzuola non tanto bianche,  su due mani scarne,  sur un
    fascio di rose  sciolto  fra  due  mani,  sulla  camicia  di  flanella
    dell'uomo infermo, che si era tratto su a sedere, sul suo viso rugoso,
    magro,  grigiastro  di  barba  d'un  mese.  Dall'altra parte del letto
    povero,  nella penombra,  stava Benedetto  in  piedi.  L'uomo  infermo
    guardava  i  fiori  e  taceva.  Le  sue  mani,  anche  le  sue labbra,
    tremavano.
    Egli era stato frate.  A trent'anni aveva gettato la cocolla  e  preso
    moglie. Uomo di poco ingegno e di pochi studi, era vissuto miseramente
    colla  moglie  e con due figliuole facendo lo scrivano.  La moglie era
    morta,  le figliuole  si  erano  date  alla  mala  vita.  Si  spegneva
    lentamente  anche  lui,  adesso,  in  quel  quarto  piano di via della
    Marmorata,  presso all'angolo di via Manuzio,  consunto dalla miseria,
    dalla tabe, dall'animo amaro.
    Un  singhiozzo irrefrenabile gli ruppe dal petto.  Allarg le braccia,
    raccolse e strinse a s il capo di Benedetto e  subito  fece  atto  di
    respingerlo, si coperse il viso colle mani.
    Non son degno! non son degno! diss'egli.
    Ma  Benedetto  gli  abbracci  alla  sua volta il capo,  glielo baci,
    rispose:
    Neppure io son degno di questa grazia che mi fa il Signore.
    Quale grazia? chiese l'infermo.
    Che Lei pianga con me!
    Cos dicendo Benedetto si lev  dall'abbraccio;  e  durava  a  fissare
    affettuosamente il vecchio.  Questi lo guard attonito, come per dire:
    voi sapete?. Egli accenn del capo lievemente,  silenziosamente,  di
    s.
    Colui  non sospettava che il suo passato fosse conosciuto.  Abitava l
    da tre anni.  Una vicina  pi  vecchia  di  lui,  una  povera  gobbina
    caritatevole  e pia,  gli rendeva dei servigi,  lo assisteva nelle sue
    infermit,  trovava modo di soccorrerlo con le due lire giornaliere di
    pensione  ch'erano  tutta  la sua sostanza.  Aveva saputo dai portinai
    ch'egli era un frate sfratato,  lo vedeva tanto triste,  tanto  umile,
    tanto riconoscente,  pregava sera e mattina la Madonna e tutti i Santi
    del Paradiso che le facessero la grazia di aiutarla  presso  Ges  che
    gli   perdonasse  e  lo  facesse  ritornare  in  grembo  alla  Chiesa.
    Raccontava le sue pene e le sue speranze,  ad  altre  vecchiette  pie,
    diceva:
    Non  oso  pregarlo io,  Ges;  quel disgraziato gliel'ha fatta troppo
    grossa. Ci vuole anche un pezzo grosso che preghi.
    Quel giorno il vecchio le era andato dicendo  pi  volte  che  sarebbe
    stato felice di avere delle rose. Allora la gobbina aveva pensato
    C'  l'uomo  santo  di cui tutti parlano,  che fa il giardiniere.  Io
    vado,  gli racconto la cosa,  gli dico che le rose gliele porti lui  e
    chi sa cosa ne pu venire!
    Aveva pensato cos e subito si era detta:
    Questo  pensiero,  se non mi viene dalla Madonna,  mi viene sicuro da
    Sant'Antonio!
    Allora il semplice suo cuore puro aveva dato un'ondata di  dolcezza  e
    di  letizia.  Senza  por tempo in mezzo ella era andata a villa Mayda,
    alla elegante villa  pompeiana  biancheggiante  sull'Aventino  fra  le
    belle  palme,  quasi  in  faccia  alla  finestra del vecchio ex-frate.
    Benedetto stava per coricarsi in  obbedienza  al  professore  che  gli
    aveva trovato la febbre,  la piccola frodolenta febbre che di tempo in
    tempo lo rodeva da qualche settimana, senz'altre sofferenze.  Udito di
    che si trattava, era venuto subito colle rose.

    Il  vecchio  si coperse ancora il viso,  vergognando.  Poi,  senza pi
    guardare Benedetto,  parl  delle  rose,  spieg  il  perch  del  suo
    desiderio.  Era  figlio  di  un  giardiniere,  avrebbe  voluto fare il
    giardiniere anche lui ma gli piaceva di frequentare le chiese e i suoi
    trastulli erano tutti di cose sacre: altarini,  candelabri,  busti  di
    vescovi  mitrati.  I padroni,  gente religiosissima,  avevano lasciato
    intendere ai  suoi  genitori  che  se  gli  si  fosse  manifestata  la
    vocazione ecclesiastica, lo avrebbero fatto educare a proprie spese; e
    i  genitori lo avevano destinato senz'altro a quella via.  Egli si era
    accorto ben presto di non avere forze bastanti  a  tener  le  promesse
    sacerdotali;  ma neppure gli bast l'animo di prendere una risoluzione
    che avrebbe afflitto i suoi  mortalmente.  Invece  si  figur  che  se
    uscisse  del  tutto  dal mondo potrebbe forse andar salvo,  e seguendo
    imprudenti consigli entr l ond'ebbe poi a venir fuori male,  si fece
    di  quella  frateria della quale soleva dire pi tardi,  questo non lo
    raccont,  scherzando  copertamente  cogli  amici:  quando  stavo  al
    reggimento.  Ragazzo, aveva amato i fiori; dall'entrata nel Seminario
    in poi non ci aveva pensato pi, mai pi,  per quarant'anni.  La notte
    prima  della  visita  di  Benedetto  aveva  sognato un gran rosaio del
    giardino dove era trascorsa  la  sua  fanciullezza.  Le  bianche  rose
    piegavano  tutte  a  lui,  lo  guardavano,  nel mondo dei sogni,  come
    curiose anime pie un pellegrino nel mondo delle ombre.  Gli  dicevano:
    dove  vai,  dove  vai,  povero  amico,  perch  non  ritorni  a noi?
    Destatosi, aveva sentito un desiderio di rose,  tenero,  pungente fino
    alle lagrime.  E quante rose adesso sul suo letto, per la bont di una
    persona santa, quante belle, odoranti rose! Tacque e fissava Benedetto
    a bocca semiaperta, lucenti gli occhi di una domanda dolorosa: tu sai,
    tu comprendi cosa pensi di me? Pensi che vi sia speranza di perdono?
    Benedetto, curvo sull'ammalato,  prese a parlargli accarezzandolo.  La
    vena  delle  parole  soavi  fluiva con un suono vario di tenerezza ora
    lieta ora dolente.  Ora il vecchio ne  pareva  beato,  ora  usciva  in
    domande  affannose;  subito  allora la fluida vena soave gli ristorava
    beatitudine in viso. Intanto la gobbina andava e veniva col rosario in
    mano dalla sua camera all'uscio del vicino, divisa fra il desiderio di
    precipitare le avemarie in quel momento decisivo  e  il  desiderio  di
    udire se l dentro parlassero, cosa dicessero.
    Ma  gi  nella strada si era venuta raccogliendo,  malgrado il cattivo
    tempo,  della gente che aspettava il Santo di Jenne.  Una merciaia  lo
    aveva  veduto entrare colle rose in mano,  accompagnato dalla gobbina.
    In un batter d'occhio si erano aggruppate  davanti  alla  porta  forse
    cinquanta persone,  donne la maggior parte,  quali per vederlo,  quali
    per avere una sua parola.  Aspettavano pazientemente,  parlando piano,
    come  se  fossero  in chiesa,  di Benedetto,  dei miracoli che faceva,
    delle grazie che avrebbero implorate da lui. Sopraggiunse un ciclista,
    scese dalla bicicletta,  domand il perch di quell'assembramento,  si
    fece  informare  appuntino  del  luogo  dove stava il Santo di Jenne e
    risalito in macchina ripart di  gran  corsa.  Poco  dopo,  una  botte
    seguita dal ciclista di prima venne a fermarsi davanti alla porta.  Ne
    discese un signore che attravers l'assembramento ed entr in casa. Il
    ciclista rimase presso la botte. L'altro parl col portinaio,  si fece
    accompagnare  da  lui  fino  all'uscio  dove  la gobbina stava col suo
    rosario in mano, palpitante.  Buss malgrado le tacite giaculatorie di
    lei che implorava la Madonna di allontanare quell'importuno. Benedetto
    venne ad aprire.
    Scusi disse colui, cortesemente. Lei  il signor Pietro Maironi?
    Non  porto pi questo nome rispose Benedetto,  tranquillo,  ma l'ho
    portato.
    Mi rincresce d'incomodarla.  Le sarei  grato  se  si  compiacesse  di
    venire con me. Le dir poi dove.
    L'infermo ud queste parole dello sconosciuto e gemette:
    No, sant'uomo, non andate via per amor di Dio!
    Benedetto rispose:
    Favorisca dirmi il Suo nome e perch dovrei venire con Lei.
    L'altro parve imbarazzato.
    Ecco disse. Sono un delegato di P. S.
    L'infermo  esclam: Gesummaria! e la gobbina,  esterrefatta,  lasci
    cadere il rosario, guard Benedetto che non pot trattenere un atto di
    sorpresa
    Il delegato si affrett a soggiungere sorridendo,  che la  sua  visita
    non  aveva  un  significato troppo pauroso,  ch'egli non era venuto ad
    arrestare nessuno, che non aveva a comunicare ordini,  ma solamente un
    invito.
    Siccome   gl'inviti   della  Questura  hanno  un  carattere  speciale,
    Benedetto non pens a scusarsi, domand di restar solo con l'infermo e
    con la donna per cinque minuti, sussurr qualche cosa all'orecchio del
    primo che parve assentire con lagrime nella voce,  prese la gobbina da
    parte,  le  disse  che l'infermo era disposto a ricevere un sacerdote,
    ch'egli non sapeva quando sarebbe stato  libero  di  condurgliene  uno
    egli stesso.  La povera piccola creatura tremava tutta fra lo sgomento
    e la gioia, non sapeva dire che Ges mio! Madonna mia!. Benedetto la
    rincor,  promise di ritornare appena lo  potesse  e,  preso  congedo,
    discese le scale col delegato.
    Nella  via  il gruppo di gente si era fatto pi grosso e rumoreggiava,
    stringeva minacciosamente il ciclista rimasto presso la botte,  ch'era
    stato riconosciuto per una guardia di P.  S.  e non voleva dire perch
    fosse prima venuto a informarsi e poi ritornato con l'altro individuo.
    Si voleva forzare il fiaccheraio ad andarsene,  si parlava di staccare
    il  cavallo.  Quando apparve il delegato con Benedetto,  gli si fecero
    tutti addosso gridando: - Via,  birro!  -  Via!  Abbasso!  -  Lasciate
    quell'uomo!  Badate ai ladri,  per Dio!  Voi pigliate i servi di Dio e
    lasciate i ladri!  -  Via!  -Abbasso!  -  Benedetto  si  fece  avanti,
    accenn,  a due mani, di tacere, preg e ripreg che se n'andassero in
    pace poich nessuno gli voleva far male,  egli non era  arrestato,  se
    n'andava con quel signore di sua libera volont.  Nello stesso momento
    scrosci un tuono in cielo,  un impeto di acquazzone sul  marciapiede.
    La folla balen,  si disperse rapidamente. Il delegato diede un ordine
    al ciclista e sal nella botte con Benedetto.
    Partirono verso il Tevere, fra i tuoni,  i lampi e la pioggia furiosa.
    Benedetto  domand al delegato,  molto quietamente,  che si volesse da
    lui alla  Questura.  Il  delegato  rispose  che  non  si  trattava  di
    Questura. Chi voleva parlare al signor Maironi era un pezzo pi grosso
    del questore.
    Non so se avrei dovuto dirlo soggiunse, ma gi glielo dir lui.
    E  raccont  che  lo  aveva  cercato inutilmente a villa Mayda,  disse
    quanto gli sarebbe seccato di non trovarlo presto.  Benedetto si prov
    a  domandare  se  sapesse  la  cagione  della  chiamata.  Realmente il
    delegato  non  la  sapeva,  ma  finse  un  silenzio  diplomatico,   si
    rannicchi  nel  suo angolo come per salvarsi dalle folate di pioggia.
    Un lampo mostr a Benedetto il fiume giallastro,  i  neri  barconi  di
    Ripagrande;  un  altro  il tempio di Vesta.  Poi non si raccapezz pi
    affatto,  gli parve di  attraversare  una  sconosciuta  necropoli,  un
    dedalo di vie funeree dove ardessero lampade sepolcrali. Finalmente la
    carrozzella  entr con fracasso in un atrio,  si ferm al piede di uno
    scalone  scuro,  fiancheggiato  di  colonne.  Benedetto  lo  sal  col
    delegato  fino  al  secondo  ripiano  sul quale si aprivano due porte.
    Quella di sinistra era chiusa, quella di destra guardava sullo scalone
    per un occhio  ovale  lucente.  Il  delegato  la  spinse,  entr,  con
    Benedetto in un bugigattolo,  in una specie di anticamera.  Un usciere
    che dormicchiava si alz stentatamente. Il delegato lasci Benedetto e
    pass  in  un'altra  stanza.   Allora  l'usciere  si  chin  come  per
    raccogliere  qualche  cosa e disse a Benedetto porgendogli una lettera
    chiusa:
    Guardi che Le  caduta una carta.
    Perch Benedetto si meravigliava, insistette:
    Lei  bene quello del Testaccio? Veda che sar Sua, faccia presto!
    Faccia presto?  Benedetto guard l'uomo che si era rimesso  a  sedere.
    Quegli  lo  guard  alla sua volta e conferm il suo consiglio con uno
    scatto secco del capo che significava: tu sospetti che  ci  sia  sotto
    qualche cosa e realmente c'.
    Benedetto guard la busta. Vi si leggeva questo indirizzo:

    Al garzone giardiniere di villa Mayda.

    E sotto, a caratteri pi grandi:

    SUBITO

    La  scrittura  era  femminile ma Benedetto non la riconobbe.  Aperse e
    lesse:
    Sappia che il Direttore generale della  Pubblica  Sicurezza  far  il
    possibile per indurla a lasciare volontariamente Roma. Rifiuti. Quello
    che segue lo potr leggere a Suo agio.
    Benedetto  ripose  frettolosamente  la  lettera.   Ma  poich  nessuno
    compariva e tutto pareva dormire intorno a lui,  la  cav,  riprese  a
    leggerla. Seguiva cos:
    In Vaticano si  poco contenti,  dopo le Sue visite, del Santo Padre,
    il quale,  fra l'altre cose,  ha richiamato a s l'affare Selva  dalla
    Congregazione dell'Indice.  Ella non pu immaginare gl'intrighi che si
    tramano contro di Lei, le calunnie che si fanno arrivare anche ai Suoi
    amici, tutto per lo scopo di allontanarla da Roma, di impedire ch'Ella
    veda pi il Pontefice.  Si  ottenuto che il Governo aiuti la congiura
    promettendogli  in  compenso di non mandare ad effetto certa nomina di
    persona molto sgradita al Quirinale,  per  la  sede  arcivescovile  di
    Torino.  Non ceda,  non abbandoni il Santo Padre e la Sua missione. La
    minaccia per l'affare di Jenne non   seria,  sarebbe  impossibile  di
    procedere contro di Lei e lo sanno.  Chi non Le pu scrivere ha saputo
    tutto questo, lo ha fatto scrivere a me, lo far pervenire a Lei.
    NOEMI D'ARXEL

    Benedetto guard involontariamente l'usciere,  quasi dubitando ch'egli
    conoscesse  il  senso  di  quella lettera passata per le sue mani.  Ma
    l'usciere dormicchiava da capo e non si scosse che al ricomparire  del
    delegato,  il  quale  gli  ordin di accompagnare Benedetto dal signor
    commendatore.
    Benedetto fu introdotto in una stanza  spaziosa,  tutta  buia  fuorch
    nell'angolo  dove  un  signore  sui  cinquant'anni  stava  leggendo la
    "Tribuna" nel chiarore di una lampada elettrica,  vivo sul suo  cranio
    calvo,  sul giornale, sul tavolo coperto di carte. Sopra di lui, nella
    penombra, si intravvedeva un grande ritratto del Re.
    Egli non lev dal giornale il capo grave di conscio  potere.  Lo  lev
    quando gli piacque e guard con occhi noncuranti l'atomo di popolo che
    aveva davanti a s.
    Prenda una sedia disse egli, gelido.
    Benedetto ubbid.
    Lei  il signor Pietro Maironi?
    S, signore.
    Mi rincresce di averla incomodata ma era necessario.
    Sotto le parole cortesi del signor commendatore si sentiva un fondo di
    durezza e di sarcasmo.
    A  proposito  diss'egli.  Perch  non  si fa chiamare col Suo nome,
    Lei?
    Alla improvvisa domanda Benedetto non rispose immediatamente.
    Bene bene ripigli colui. Questo adesso importa poco. Qui non siamo
    in Tribunale.  Io penso che se si vuole fare il bene si deve farlo col
    proprio nome. Ma io non vado in chiesa, ho idee diverse dalle Sue. Non
    importa, dico. Lei sa chi sono io? Il delegato gliel'ha detto?
    No, signore.
    Bene, sono un funzionario dello Stato, che si interessa un poco della
    sicurezza pubblica e che ha un certo potere;  s, un certo potere. Ora
    io voglio dimostrarle che ho interesse anche per Lei. Lei, mi dispiace
    il dirlo,   in una situazione critica,  mio  caro  signor  Maironi  o
    signor Benedetto,  a Sua scelta. E' pervenuta all'Autorit giudiziaria
    un'accusa contro di Lei, veramente grave;  e io vedo molto in pericolo
    non soltanto la Sua fama di santit ma pure la Sua libert personale e
    quindi la Sua predicazione almeno per qualche anno.
    Una fiamma sal al viso di Benedetto, i suoi occhi scintillarono.
    Lasci la santit e la fama diss'egli.
    L'augusto funzionario dello Stato riprese senza scomporsi:
    Lei si sente ferito. Badi, sa, che la sua fama di santit corre altri
    pericoli.  Altre  cose  si  dicono di Lei che non hanno che fare,  per
    questo stia tranquillo,  col codice penale ma  che  non  si  accordano
    molto  colla  morale  cattolica;  e  Le  assicuro  che sono abbastanza
    credute.  Dico per dire: son cose che non mi riguardano  affatto.  Del
    resto  la  santit  non    mai  reale,    sempre,  pi  o meno,  una
    idealizzazione che lo specchio fa della immagine. Se c' una santit 
    quella dello specchio,  quella della gente che crede ai Santi. Io non
    ci  credo.  Ma  veniamo  al  serio.  Le  ho  dovuto  dire  delle  cose
    sgradevoli. La ho anche ferita; ora medicher. Io non sono credente ma
    per apprezzo il principio religioso come elemento di ordine pubblico,
    e  questo  poi il sentimento dei miei superiori,   il sentimento del
    Governo.  Perci il Governo non pu aver  piacere  che  si  faccia  un
    processo  scandaloso  a qualcuno che presso il popolo passa per santo:
    un processo che potrebbe poi anche provocare dei disordini.  Ma c' di
    pi!  Noi  sappiamo che Lei  persona gradita al Papa il quale La vede
    spesso.  Ora in alto non si ha nessuna  voglia  di  recare  dispiaceri
    personali  al  Papa.  Si  ha  dunque  la buona intenzione di evitargli
    questo, se possibile.  E sar possibile a una condizione.  Qui in Roma
    Lei  ha  nemici  cattivi,  non  di  parte  nostra,  sa!  non  di parte
    liberale!, che si preparano a rovinarla interamente, nella riputazione
    e in tutto.  Se vuole che Le apra il mio pensiero,  il mio pensiero  
    questo:  dal  punto  di vista cattolico hanno ragione.  Io modifico un
    poco,  per mio uso e per loro uso,  il motto famoso dei Gesuiti:  "aut
    sint  ut  sunt"  e  dico "aut non erunt".  Mi riferiscono che Lei  un
    cattolico largo.  Ci significa semplicemente che Lei non  cattolico.
    Tiriamo  via.  I Suoi nemici L'hanno denunciato al Procuratore del Re.
    Per verit noi dovremmo far arrestare dai carabinieri il signor Pietro
    Maironi condannato in contumacia dalla Corte d'Assise di  Brescia  per
    mancato servizio di giurato;  ma questa  una bazzecola. Lei si figura
    di avere guarito della gente a Jenne ed  accusato  non  solamente  di
    esercizio  illegale  della  medicina  ma persino di aver avvelenato un
    paziente, niente meno! Ora noi abbiamo i mezzi di salvarla. Noi faremo
    in modo che la denuncia si ponga a dormire.  Ma se Lei resta in Roma i
    suoi  nemici  di Roma faranno un rumore cos grande che non ci potremo
    fingere sordi. Bisogna che Lei se ne vada lontano, e subito! Meglio se
    va fuori d'Italia.  Vada in Francia,  dove c' carestia di santit.  O
    almeno...  non ci ha una casa, Lei, sul lago di Lugano? Adesso vi sono
    delle suore, vero? Suore e santi stanno benissimo insieme.  Vada colle
    suore e lasci passare la burrasca.
    Il commendatore parlava serio serio,  lento lento, coprendo lo scherno
    di flemma pi insolente.
    Benedetto si alz in piedi, risoluto e severo.
    Io stavo rispose presso un infermo che aveva bisogno della medicina
    illegale mia.  Mi si poteva lasciare al mio posto.  Lei e  il  Governo
    sono i peggiori miei nemici se mi offrono di fuggire la giustizia. Lei
    faccia  il  Suo  dovere  di mandare i carabinieri ad arrestarmi per il
    mancato servizio di giurato.  Io prover poi che non potei ricevere la
    citazione.  Il  signor  procuratore  del  Re  faccia  il dovere suo di
    procedere contro di me per la denuncia di Jenne;  mi si trover sempre
    a villa Mayda.  Lo dica ai Suoi superiori. Dica loro che non mi mover
    da Roma,  che temo un Giudice solo e ch'essi pure lo temano  nel  loro
    doppio cuore,  perch Egli sar pi terribile al doppio cuore che alla
    violenza sincera!
    Il commendatore, impreparato a quel colpo, livido di veleno impotente,
    prorompeva gi in parole di collera quando si ud il rumore  sordo  di
    una  carrozza  ch'entrava  nell'atrio.   Lev  allora  lo  sguardo  da
    Benedetto, stette in ascolto. Benedetto afferr la spalliera della sua
    seggiola per levarsi quell'impaccio a voltar  le  spalle.  L'altro  si
    scosse,  riacceso  negli  occhi  dall'ira  un momento sopita: gett il
    giornale che aveva sempre tenuto in mano,  batt il pugno sul  tavolo,
    esclamando:
    Che fa? Non si muova!
    I  due  uomini  si  fissarono per alcuni secondi in silenzio,  uno con
    autorit maestosa, l'altro bieco. Poi questi riprese, veemente:
    Debbo farla arrestare qui?
    Benedetto dur a fissarlo in silenzio. Quindi rispose:
    Aspetto. Faccia.
    Un usciere,  che aveva bussato pi volte inutilmente,  comparve  sulla
    soglia,  s'inchin  al commendatore senza dir parola.  Il commendatore
    disse subito vengo e, alzatosi frettolosamente,  usc con una faccia
    strana dove la collera spariva e spuntava l'ossequio.
    L'usciere rientr immediatamente, disse a Benedetto che aspettasse.
    Pass  un  quarto d'ora.  Benedetto,  tutto fremente,  con il cuore in
    tumulto e la testa in fiamme,  eccitato e spossato dalla  febbre,  era
    ricaduto  sulla sua seggiola,  turbinandogli dentro alla rinfusa i pi
    diversi pensieri. - Dio gli perdoni,  a quest'uomo!  - A tutti!  - Che
    gioia se il Pontefice non permette la condanna di Selva!  - La persona
    che non mi  pu  scrivere,  come  sa?  -  E  adesso  perch  mi  fanno
    aspettare?  - Cosa vogliono ancora da me?  - Oh, con questa febbre, se
    non avessi a esser pi padrone dei miei pensieri, delle mie parole!  -
    Che terrore! - Dio, Dio, non lo permettete! - Ma che orride vilt sono
    nel mondo, che vergogne di fornicazioni occulte fra questa gente della
    Chiesa  e  dello Stato che si odia,  che si disprezza!  Come,  come lo
    permetti, Signore? - Nessuno viene ancora! - La febbre! - Dio, Dio, fa
    che io resti padrone dei miei pensieri, delle mie parole.  Dio Verit,
    il  tuo  servo   in potere de' suoi nemici congiurati,  fa ch'egli Ti
    glorifichi anche nel fuoco ardente! - Quelle due persone pensano a me,
    adesso. Io non devo pensare a loro! - Esse non dormono,  pensano a me.
    - Non sono ingrato,  non sono ingrato,  ma non devo pensare a loro!  -
    Penser a te,  vecchio santo del Vaticano,  che dormi e non  sai!  Ah,
    quella  scaletta  non  la  far pi,  quel dolce viso pieno di Spirito
    Santo non lo vedr pi!  - Per,  Dio sia lodato,  non lo  avr  visto
    invano.  -  Ma cosa faccio qui?  - Perch non me ne vado?  - Potr poi
    andare? - Questa febbre!
    Si alz,  cerc di  legger  l'ora  su  un  occhio  tondo  di  orologio
    biancheggiante nell'ombra. Mancavano cinque minuti alle undici. Fuori,
    il  temporale  continuava.  La  potenza  degli elementi furibondi e la
    potenza del  tempo  che  spingeva  la  piccola  sfera  sul  quadrante,
    parevano  amiche  a  Benedetto  nel  loro prevalere indifferente sulla
    potenza umana che aveva sede dov'egli era e lo teneva in sua balia. Ma
    la febbre,  la crescente febbre!  Ardeva di  sete.  Se  almeno  avesse
    potuto aprire una finestra, tendere la bocca all'acqua del cielo!
    Un  tocco  di campanello elettrico,  passi affrettati nell'anticamera,
    finalmente.  Ecco il commendatore,  in soprabito  e  cappello.  Chiude
    l'uscio  dietro  a  s,  raccoglie delle carte sul suo tavolo,  dice a
    Benedetto con piglio sprezzante:
    Stia attento. Lei ha tre giorni per lasciare Roma. Ha capito?
    Non cura di aspettare risposta,  preme un bottone.  Entrato l'usciere,
    gli ordina:
    Accompagnate!

    Giunto  colla  sua guida sullo scalone,  Benedetto,  credendosi oramai
    libero di scendere, le chiese un po' d'acqua.
    Acqua? rispose l'usciere. Non posso andarne a prendere, adesso. Sua
    Eccellenza aspetta. Favorisca qui.
    Lo fece entrare, con sua meraviglia, nell'ascensore.
    Anzi le Loro Eccellenze diss'egli;  e mentre l'ascensore  saliva  al
    secondo piano, venne guardando Benedetto come si guarda qualcuno cui 
    fatto  un  grande  onore  e che non pare meritarlo.  Giunti al secondo
    piano, i due attraversarono una grandissima sala semioscura. Da questa
    sala Benedetto venne fatto  passare  in  una  stanza  illuminata  cos
    riccamente  ch'egli  ne  prov fastidio e sofferenza,  ne rimase quasi
    acciecato.
    Due uomini, seduti ai due angoli di un largo canap, ve lo attendevano
    in attitudine diversa; il pi giovine con le mani in tasca,  una gamba
    a  cavalcioni dell'altra,  il capo rovesciato sulla spalliera;  il pi
    vecchio col busto piegato in avanti e le mani occupate in un  continuo
    blando  maneggio  alterno  della  barba  grigia.  Il  primo  aveva una
    guardatura sarcastica;  il secondo l'aveva  scrutatrice,  malinconica,
    buona.  Questi,  evidentemente  il  pi  autorevole  dei  due,  invit
    Benedetto a sedere sur una poltrona di fronte a lui.
    Non creda,  sa,  caro signor Maironi diss'egli con voce armoniosa  e
    sonora  ma  rispondente in qualche modo alla malinconia dello sguardo,
    non creda che noi siamo qui due  artigli  potenti  dello  Stato.  Noi
    siamo  qui in questo momento individui di una specie rara,  due uomini
    politici geniali  che  conoscono  bene  il  loro  mestiere  e  che  lo
    disprezzano  meglio.  Siamo  due  grandi  idealisti  che sanno mentire
    idealmente bene colla gente che altro non merita e  sanno  adorare  la
    Verit;  due democratici, ma per adoratori di quella Verit recondita
    che non  stata mai toccata dalle mani sudicie del vecchio Demos.
    Detto cos, l'uomo dalla barba grigia fluente riprese a farvi scorrere
    su le due mani a vicenda  e  strinse  gli  occhi  scintillanti  di  un
    sorriso  acuto,  pago  delle proprie parole,  cercando la sorpresa sul
    viso di Benedetto.
    Siamo poi anche credenti riprese.
    Allora l'altro personaggio alz,  senza levar il capo dalla spalliera,
    le mani distese e disse quasi solennemente:
    Piano.
    Lascia,  caro  amico  ripigli  il  primo  senza volgersi all'amico.
    Siamo ambedue credenti,  per in modo diverso.  Io credo in  Dio  con
    tutte  le mie forze che sono molte e lo avr sempre meco.  Tu credi in
    Dio con tutte le tue debolezze che sono poche e non lo  avrai  che  al
    tuo letto di morte.
    Altro  sorriso  acuto  e  pago,  altra  pausa.  L'amico scosse il capo
    alzando le sopracciglia come per una udita corbelleria  che  meritasse
    piet e non risposta.
    Io  poi  continu  la voce sonora e armoniosa sono anche cristiano.
    Non cattolico ma cristiano. Anzi, come cristiano,  sono anticattolico.
    Il mio cuore  cristiano e il mio cervello  protestante.  Io vedo con
    gioia nel cattolicismo i segni,  non dico della decrepitezza ma  della
    putrefazione.  La  carit si va disfacendo nei cuori pi schiettamente
    cattolici  in  una  melma  oscura,  tutta  vermi  di  odio.   Vedo  il
    Cattolicismo  fendersi da ogni parte e vedo spuntare per le fessure la
    vecchia idolatria cui si   sovrapposto.  Le  poche  energie  giovani,
    sane,  vitali,  che vi si manifestano, tendono tutte a separarsene. So
    che Lei  appunto  un  cattolico  radicale,  ch'  amico  di  un  uomo
    veramente  sano  e  forte  che  si  dice  cattolico  ma ch' giudicato
    eretico, per, dai cattolici puri;  e lo  certamente.  Mi hanno detto
    che  Lei    scolare  di questo nobile eretico,  che fa una propaganda
    riformatrice e che in pari tempo cerca di agire sul Pontefice.  Ora un
    grande  riformatore lo aspetto anch'io ma dev'essere un antipapa;  non
    un antipapa nel piccolo senso storico;  un antipapa nel  grande  senso
    luterano  della parola.  "Curiosit ci punge di sapere" come Lei creda
    possibile ringiovanire questo povero vecchione di Papato che noi laici
    precediamo non soltanto nella conquista della civilt ma nella scienza
    di Dio, anche, e persino nella scienza di Cristo; che ci anfana dietro
    a grande distanza e ogni tanto si pianta sulla via,  restio  come  una
    bestia che fiuta il macello,  e poi,  quando  tirato ben forte, fa un
    salto avanti per tornarsi a piantare fermo fino a un altro strappo  di
    fune. Ci dica il Suo concetto di una riforma cattolica. Sentiamo.
    Benedetto rimase silenzioso.
    Parli riprese il nume ignoto che pareva imperare in quel luogo.  Il
    mio amico non  Erode n io sono Pilato.  Noi potremmo forse diventare
    due apostoli della Sua idea.
    L'amico  stese  ancora  le due mani aperte,  senza levar il capo dalla
    spalliera, disse ancora, per pigiando pi forte sulla prima sillaba:
    Piano.
    Benedetto tacque.
    Mi pare,  caro mio disse l'amico voltando il  capo,  senza  alzarlo,
    verso  il  collega,  che  questo  sar  il  primo  fiasco  della  tua
    eloquenza.  Qui il modello del "nihil respondit"    preso  molto  sul
    serio.
    Benedetto  trasal,  atterrito  dal  richiamo  al Divino Maestro,  dal
    dubbio di parerne un imitatore  superbo.  Cess  in  quel  momento  di
    sentire il suo male, la febbre, la sete, la gravezza del capo.
    Oh no esclam,  adesso io rispondo!  Lei dice che non  Pilato.  Il
    vero  invece che io sono l'ultimo dei servi di Cristo perch gli sono
    stato infedele e che Lei mi ripete proprio la  domanda  di  Pilato:  -
    "Quid est veritas?" Ora Lei non  disposto a ricevere la verit,  come
    non vi era disposto Pilato.
    Oh! esclam il suo interlocutore. E perch?
    L'amico rise rumorosamente.
    Perch rispose Benedetto chi opera tenebre, le tenebre lo avvolgono
    e la luce non gli pu  arrivare.  Lei  opera  tenebre.  E'  facile  di
    comprenderlo,  Lei    il signor ministro dell'Interno,  La conosco di
    fama.  Lei non  nato per operare tenebre,  vi  stata molta  luce  in
    certe opere Sue, vi  molta luce nella Sua anima, molta luce di verit
    e  di  bont;  ma in questo momento Lei opera tenebre.  Io sono questa
    notte qui perch Lei ha pattuito un mercato non confessabile. Lei dice
    di adorare la Verit,  domanda a un fratello se possiede la  Verit  e
    tace che lo ha gi venduto!
    Mentre Benedetto parlava,  l'amico del ministro,  Eccellenza egli pure
    ma in sottordine,  alz finalmente il capo dalla spalliera del canap.
    Parve  che  incominciasse soltanto allora a stimar degno di attenzione
    l'uomo e quello che  diceva.  Parve  anche  divertirsi  della  lezione
    toccata  al  principale  del  quale  ammirava l'ingegno grandissimo ma
    derideva in cuor suo le velleit idealistiche.  Il principale  rimase,
    sulle  prime,  sbalordito;  poi  scatt  in  piedi,  gridando  come un
    ossesso:
    Siete un mentitore!  Siete un insolente!  Non meritate la mia  bont!
    Non  vi ho venduto,  non valete niente,  vi regaler!  Andate!  Andate
    via!
    Cerc il bottone del  campanello  elettrico  e  non  trovandolo  nella
    cecit della collera, grid:
    Usciere! Usciere!
    Il  sottosegretario  di  Stato,  avvezzo a queste scenate che eran poi
    sempre fuochi di paglia perch il ministro aveva un cuore d'oro, se la
    rideva,  in principio,  sotto  i  baffi.  Ma  quando  lo  ud  chiamar
    l'usciere a quel modo,  conoscendo bene le indiscrezioni degli uscieri
    e pensando i pettegolezzi pericolosi che potevano  nascere  di  questo
    incidente,  il  ridicolo  che ne sarebbe schizzato anche sopra di lui,
    trattenne risolutamente il ministro imponendogli, quasi,  di chetarsi,
    e disse brusco a Benedetto:
    Lei se ne vada.
    Il ministro si diede a camminare per la sala,  muto,  a capo basso,  a
    passi frettolosi e brevi,  male vincendo in s il bambino che  avrebbe
    voluto battere i piedi sul posto.
    Benedetto non ubbid. Ritto e severo, radiante invisibili raggi di uno
    Spirito  dominatore,  che  tennero  a  distanza  il sottosegretario di
    Stato,  egli costrinse l'altro con questo potere magnetico a  voltarsi
    verso di lui, a fermarsi, a guardarlo in faccia.
    Signor  ministro  diss'egli,  io  sto per uscire non solo da questo
    palazzo ma credo anche, fra non molto, da questo mondo. Non La rivedr
    pi, mi ascolti un'ultima volta.  Ella non  ora disposto alla Verit,
    per la Verit  alle Sue porte, e verr l'ora, e non  lontana perch
    la  Sua  vita discende,  che si far notte sopra di Lei,  sopra i Suoi
    poteri,  i Suoi onori,  le Sue ambizioni.  Allora Ella udr la  Verit
    chiamare  nella notte.  Potr rispondere - parti - e non la incontrer
    pi mai.  Potr rispondere - entra -  e  la  vedr  comparire  velata,
    spirante dolcezza dal velo.  Ella non sa ora come risponder, n io lo
    so, ne alcuno al mondo. Si prepari colle opere buone a risponder bene.
    Qualunque sieno gli errori Suoi,  vi  religiosit  nel  Suo  spirito.
    Iddio Le ha dato molto potere nel mondo;  lo adoperi per il Bene.  Lei
    ch' nato cattolico dice di essere protestante.  Forse Lei non conosce
    abbastanza  il  Cattolicismo per comprendere che il Protestantesimo si
    sfascia sopra il Cristo morto e che il Cattolicismo evolve  per  virt
    del  Cristo vivente.  Ma io parlo adesso all'uomo di Stato,  non certo
    per domandargli di proteggere la Chiesa  cattolica,  che  sarebbe  una
    sventura,  ma per dirgli che se lo Stato non ha ad essere n cattolico
    n protestante,  non gli  per lecito d'ignorare Iddio  e  voi  osate
    negarlo in pi di una scuola vostra,  di quelle che chiamate alte,  in
    nome della libert della scienza che voi confondete colla libert  del
    pensiero  e della parola perch il pensiero e la parola sono liberi di
    negare Iddio ma la negazione di Dio non ha n pu avere  carattere  di
    scienza e voi solo la scienza dovete insegnare.  Voi conoscete bene la
    piccola politica che  vi  fa  transigere  in  segreto  con  la  vostra
    coscienza per avere celatamente un favore dal Vaticano,  nel quale non
    credete;  ma voi  conoscete  male  la  grande  politica  di  mantenere
    l'autorit di Chi  il principio eterno di ogni giustizia.
    Voi  lavorate a distruggerla ben peggio che con i professori atei;  in
    fondo i professori atei hanno un piccolo potere;  voi uomini  politici
    che dite spesso di credere in Dio, voi ne distruggete l'autorit molto
    pi che quei professori, con i mali esempi del vostro ateismo pratico.
    Voi  che  vi  figurate  di credere nel Dio di Cristo,  siete in realt
    profeti e sacerdoti degli dei falsi.  Voi li servite come li servivano
    i  principi idolatri ebrei,  nei luoghi alti,  in cospetto del popolo.
    Voi servite nei luoghi alti gli dei di tutte le cupidigie terrestri.
    Bravo! interruppe il ministro,  conosciuto per la sua  morigeratezza
    per le virt famigliari, per la noncuranza del danaro. Mi divertite!
    E soggiunse, vlto all'amico:
    Proprio non valeva la pena.
    M'intenda  bene! riprese Benedetto.  S,  anche Lei  uno di questi
    sacerdoti. Parlo io forse di gaudenti comuni?  Parlo di Lei e di altri
    come  Lei  che si credono gente onesta perch non cacciano le mani nel
    danaro dello Stato, che si credono gente morale perch non si danno ai
    piaceri dei sensi. Vi dir due cose. Intanto,  voi adorate piaceri pi
    perversi.  Voi  fate di voi stessi i vostri falsi dei,  voi adorate il
    piacere  di  contemplarvi  nel  vostro  potere,   nei  vostri   onori,
    nell'ammirazione   della   gente.   Ai   vostri  dei  voi  sacrificate
    colpevolmente molte vittime umane e la  integrit  del  vostro  stesso
    carattere.  Fra  voi  vi  il patto che ciascuno rispetti il falso dio
    del collega e ne aiuti il culto.  I pi puri  di  voi  sono  colpevoli
    almeno  di  questa  complicit.  Voi  torcete  lo  sguardo  da torbide
    congiure d'interessi, vili,  da non confessabili intrighi di sette che
    strisciano  nell'ombra  e  li  lasciate  passare  in silenzio.  Voi vi
    credete incorrotti e corrompete!  Voi distribuite regolarmente  denaro
    pubblico  a  gente  che vi vende la parola e l'onest della coscienza.
    Voi disprezzate e nutrite questa infamia sotto di voi.  E'  pi  empio
    comperare voti e lodi che venderne!  I pi corrotti siete voi! Secondo
    peccato,  voi  considerate  il  mentire  una  necessit  della  vostra
    condizione, voi mentite come bere acqua, mentite al popolo, mentite al
    Parlamento,  mentite al Principe, mentite agli avversari, mentite agli
    amici.  Lo so,  qualcuno di voi personalmente non  pratica  l'abituale
    mentire,  solamente lo tollera nei colleghi, molti di voi prendono con
    ripugnanza quest'abito nell'entrare dove si governa,  come entrando in
    una  miniera  si  prende  talvolta  una  veste  sudicia che difende la
    nostra; e nell'uscire lo depongono con gioia.  Ma costoro,  che sono i
    migliori,  si  diranno  essi  buoni  e fedeli servi della Verit?  Voi
    credete in Dio e forse al  vostro  lato  di  morte  pensate  di  avere
    maggiormente  offeso Iddio come uomini politici con azioni di violenza
    contro la Chiesa nel nome dello Stato. No, non saranno state queste le
    vostre maggiori offese.  Se vengono in Parlamento e dal Parlamento  al
    Governo  uomini  che  professino come filosofi di non conoscere Dio ma
    che insorgano nel nome della Verit contro  quest'arbitraria  tirannia
    della Menzogna, meglio serviranno Dio e saranno pi grati a Dio di voi
    che  credete  in  esso  come  in  un idolo e non come nello Spirito di
    Verit,  di voi che osate parlare di  putrefazioni  del  Cattolicismo,
    puzzolenti  di  falsit  come siete.  S,  puzzolenti!  Voi fate tanto
    impura  l'aria  delle  altezze,  a  rovescio  di  quello  che  sarebbe
    naturale,  da rendere ben difficile di respirarla.  Voi avete un cuore
    religioso, signor ministro; non rispondetemi che in questo palazzo non
    si pu servire Iddio...
    Sa Lei... esclam con ira il ministro  incrociando  le  braccia  sul
    petto.  Il sottosegretario di Stato stese graziosamente una mano verso
    di lui per arrestarne la parola sdegnosa.
    Piano piano piano diss'egli. Permetti? Perch mi ci diverto.
    Il sottosegretario di Stato,  piccolo,  rotondetto,  rispettoso  della
    propria  sottosegretariet,  simile a un uovo in possesso cosciente di
    un sacro pulcino,  ben minore uomo del ministro e ben diverso da  lui,
    non  aveva  affatto le curiosit intellettuali del Superiore e non era
    venuto  che  per  compiacere  al  Superiore.  Il  Superiore,  luminosa
    intelligenza,   soleva  fermare  il  proprio  lume  ora  sull'una  ora
    sull'altra delle persone che gli giravano attorno  e  crederli  allora
    lucenti  per loro virt come forse penser il sole degli astri che gli
    fanno la  corte.  Il  sottosegretario  di  Stato  rifletteva  luce  al
    ministro  e  il  ministro rifletteva ammirazione al sottosegretario di
    Stato.   Il  ministro  lo  aveva  desiderato  a  quel  colloquio   non
    comprendendo   affatto   che  il  piccolo  Mercurio  del  suo  sistema
    planetario,   avendo  risoluto   da   giovine   di   sciogliersi   dal
    soprannaturale  che  gl'impediva  i  movimenti pi spontanei della sua
    natura egoistica,  si era preso per il  soprannaturale  dell'odio  che
    gl'infermi  concepiscono talvolta per la persona della quale sanno che
    ha fatto della  infermit  loro  un  pronostico  triste.  Come  questi
    infelici  vogliono persuadersi che il profeta non merita fede e pi la
    sua profezia si viene avverando,  pi s'irritano,  pi si struggono di
    abbattere   quell'autorit   minacciosa;   cos  colui,   pi  sentiva
    declinargli il vigor giovanile e perder credito i dogmi materialistici
    e  folgorargli  nel  cuore  di  quando  in  quando  certe  apprensioni
    lancinanti di una verit formidabile che poi venivano lentamente meno,
    pi s'inveleniva nell'odio coperto d'ironica noncuranza.
    Senta  un  po',  caro  Lei  diss'egli a Benedetto dopo essersi fatto
    largo nella conversazione con quella parola e quel gesto.  Lei  parla
    molto  di  dei  falsi  e di dei veri.  Io non so se il Suo sia falso o
    vero. Sar vero ma  certamente irragionevole. Un Dio che ha creato il
    mondo come gli  piaciuto,  in modo che deve andare  come  va,  e  poi
    viene a dirci che dobbiamo farlo andare in un modo diverso,  eh senta,
    via!  non  un Dio ragionevole!  Lei si  permesso di vuotare un sacco
    di  contumelie,  un  sacco  di  accuse agli uomini politici,  che sono
    calunnie, specialmente se le vuole applicare a quel signore l e a me;
    ma io Le concedo che la politica, per forza,  non  mestiere da Santi.
    Chi ha fatto il mondo non ha voluto che lo sia! Se la sbrighi con lui.
    Ebbene,  bisogna pure che qualcuno lo faccia quel mestiere l.  Adesso
    lo facciamo noi che  se  non  siamo  Santi,  almeno  Lei  vede  quanto
    pazientemente trattiamo con i Santi. E senta.
    Il sottosegretario guard l'orologio.
    Si fa tardi diss'egli e nelle vie di Roma,  a ora tarda, la santit
    corre qualche pericolo. E' meglio che Lei se ne vada.
    Stese la mano al campanello elettrico per chiamar l'usciere.
    Signor ministro! esclam Benedetto con tal vigore di accento che  il
    sottosegretario rimase immobile a braccio steso come colto da un colpo
    di gelo.  Lei teme per lo Stato,  per la monarchia, per la libert, i
    socialisti e gli anarchici; tema molto pi i Suoi colleghi schernitori
    di  Dio,  perch  i  socialisti  e  gli  anarchici  sono  febbre,  gli
    schernitori  di Dio sono cancrena!  - Quanto a Lei soggiunse volto al
    sottosegretario, Lei deride Uno che tace. Tema il suo silenzio!
    Senza che n l'uno n l'altro dei  due  potenti  dicesse  una  parola,
    facesse un gesto, Benedetto usc dalla sala.
    Egli  discese  lo scalone vibrando tutto nel contraccolpo delle parole
    che gli erano scoppiate dal cuore e nel fuoco febbrile del sangue.  Le
    gambe gli tremavano, gli mancavano sotto. Fu costretto due o tre volte
    di afferrarsi al parapetto e di sostare. Giunto all'ultima colonna, vi
    premette la fronte pulsante,  cercando frescura.  Se ne stacc subito,
    sent ripugnanza della stessa pietra di quel  palazzo  come  se  fosse
    infetta  di  tradimento,  complice  del  commercio  vile che vi si era
    fatto,  atrocemente vile,  fra ministri di  Cristo  e  ministri  della
    Patria.  Sedette  sul  penultimo  gradino,  non  potendone pi,  senza
    guardare ai fanali accesi della carrozza che aspettava l a due passi,
    senza dubbio la carrozza  del  ministro;  non  curando  esser  veduto.
    Respir un poco,  lo sdegno gli si venne quietando un poco,  quietando
    in dolore,  in desiderio di piangere sulle tristi cecit del mondo.  E
    cominci anche a sentirsi solo,  amaramente solo.  Unica lei, la donna
    del suo passato errore, aveva vegliato,  aveva scoperto,  aveva agito.
    Solo  per  lei  gli  era  stato dato di far fronte al ministro sapendo
    quale linguaggio fosse da tenergli.  Gli altri amici suoi,  gli  amici
    devoti  alle  sue  idee  religiose,  avevano dormito e dormivano.  Gli
    piacque l'acre pensiero che non si curassero pi di lui.  Gli  piacque
    di  abbandonarsi  almeno una volta alla piet della propria sorte,  di
    gustarla,  almeno una volta,  sino al fondo,  di figurarsi la  propria
    sorte anche pi dolorosa e amara che non fosse.  Tutti erano contro di
    lui, si accordavano contro di lui, tutti! Solo, solo,  solo.  E i suoi
    sostegni interni eran proprio buoni?  Eran proprio sicuri?  Quell'uomo
    l in alto, quel ministro di tanto ingegno, di tanto sapere,  di tanta
    bont personale, se avesse ragione? Se il Cattolicismo fosse veramente
    insanabile?  Oh, ecco, anche il Signore, il Signore da lui servito, il
    Signore che lo colpiva nel corpo,  che lo metteva in potere  dei  suoi
    nemici,  adesso lo abbandonava nell'anima. Angoscia, mortale angoscia!
    Desider morire l, aver pace.
    Le voci,  in alto,  del ministro e del sottosegretario che discendono.
    Benedetto  si  sforz  di  alzarsi,  si  trascin  nella  via,  vide a
    sinistra,  pochi passi oltre il portone,  un'altra carrozza ferma.  Un
    domestico  in  livrea stava sul marciapiede discorrendo col cocchiere.
    Al comparire di Benedetto il  domestico  gli  si  fece  premurosamente
    incontro.  Benedetto  riconobbe  alla luce del gas il romano antico di
    villa Diedo,  il cameriere  dei  Dessalle.  Gli  balen  nel  cervello
    torbido  che  Jeanne  fosse ad aspettarlo in carrozza,  diede un passo
    indietro.
    No diss'egli.
    Intanto la carrozza era venuta avanti.  Benedetto immagin  di  vedere
    Jeanne, di esser fatto salire con lei, di non aver forza sufficiente a
    impedirlo!  Preso da vertigine,  retrocesse ancora e sarebbe caduto se
    il domestico non lo avesse raccolto nelle sue  braccia.  Si  trov  in
    carrozza  senza  saper  come con un fastidioso lume vivo incontro e un
    forte ronzio negli orecchi. A poco a poco si raccapezz. Era solo, una
    lampadina ad acetilene gli luceva in faccia.  Lo  sportello  alla  sua
    destra era aperto e il domestico gli parlava. Che diceva? Dove andare?
    A villa Mayda?  S certo,  a villa Mayda.  Non si poteva spegnere quel
    lume? Il domestico spense e parl ancora,  di una carta.  Quale carta?
    Una  carta che la signora aveva fatto mettere nel taschino interno del
    "coup", coll'ordine di consegnarla al signore.  Benedetto non capiva,
    non  vedeva.  Il domestico prese la carta e gliela pose in tasca.  Poi
    domand per ordine dei signori,  stavolta disse cos,  come il signore
    stesse  di salute.  Se lo avesse veduto morto,  il rigido uomo avrebbe
    ugualmente eseguito l'ordine. Benedetto preg, per tutta risposta, che
    gli fosse portata un po' d'acqua;  bevette avidamente  quella  che  il
    domestico  gli  rec  da  un caff vicino,  ne prov alquanto ristoro.
    Riprendendo la tazza vuota,  il domestico credette bene di compiere la
    sua missione:
    La  signora  mi ha ordinato di dirle,  se Lei domanda,  che i signori
    hanno mandato la carrozza perch sanno che Lei non sta  bene  e  hanno
    pensato che qui, a quest'ora, non ne troverebbe.

    Il  "coup"  aveva molle eccellenti e le gomme a le ruote.  Che riposo
    era  per  Benedetto  di  correre  silenziosamente  cos,  solo  dentro
    un'oscura carrozza soffice, nel cuore della notte! Di quando in quando
    apparivano  a  destra  e a sinistra sfondi di vie lucenti e allora era
    per lui una sofferenza,  come se quelle lunghe file  di  lumi  fossero
    nemiche.  Tornava  subito  l'ombra  delle  vie strette,  la fuga,  sui
    marciapiedi e sulle  case,  della  luce  trabalzante  dai  fanali  del
    "coup".  Il  cocchiere  mise  il  cavallo al passo e Benedetto guard
    fuori, nel buio.  Gli parve che incominciasse la salita dell'Aventino.
    Si sentiva meglio;  la febbre,  inasprita dai travagli fisici e morali
    di quella notte di battaglia,  declinava rapidamente.  Avvert allora,
    per  la  prima volta,  il sottilissimo profumo del "coup",  il solito
    profumo usato da Jeanne,  e lo morse la memoria viva  del  ritorno  da
    Praglia  con  lei,  del  momento  in cui,  lasciata lei al piede della
    salita di villa  Diedo,  si  era  allontanato  solo  nella  "victoria"
    profumata  e  tepida  di  lei;  solo,  ebbro del suo segreto di amore.
    Atterrito dalla vivezza dei ricordi,  si strinse le braccia al  petto,
    si  sforz  di  ritirarsi  dai sensi e dalla memoria nel centro di s,
    ansava a bocca semiaperta,  non riuscendo a spinger la immagine  fuori
    della  sua  visione  interna.  E  altre gliene lampeggiavano nel cuore
    senza vincere la sua volont resistente ma facendola fremere come  una
    corda tesa.  Era l'idea che soltanto lei,  Jeanne,  lo amasse davvero,
    che soltanto lei soffrisse del suo soffrire. Era la voce di lei che si
    doleva di non essere riamata,  la voce di lei che lo pregava di  amore
    con una cantilena di Saint-Saens,  tanto dolce,  tanto triste, nota ad
    ambedue,  della quale egli le aveva detto  a  villa  Diedo  che  nulla
    saprebbe  ricusare  a  chi  lo  pregasse  cos.  Era  l'idea di fuggir
    lontano, ben lontano e per sempre,  da Roma pagana e farisea.  Era una
    visione   di  pace,   di  colloqui  purissimi  con  la  donna  ch'egli
    conquisterebbe finalmente alla fede.  Era un desiderio ardente di dire
    al Signore: troppo tristo  il mondo,  concedi che ti adori cos.  Era
    il pensiero che in tutto ci non vi fosse colpa,  che non fosse  colpa
    l'abbandono della sua missione a fronte di tanti nemici. Era il dubbio
    di  non avere realmente missione alcuna,  di aver ceduto a suggestioni
    d'inganno,  di aver creduto a realt  di  fantasmi,  di  essere  stato
    illuso  da  parvenze del caso.  Erano le fisonomie spirituali e morali
    dei suoi nemici e seguaci,  fatte difformi agli occhi suoi come da uno
    specchio convesso;  era la scorata certezza che ogni speranza posta in
    essi gli fallirebbe. Era da capo la cantilena tenera e triste,  con un
    senso  non pi di preghiera ma di piet,  di una piet circonfusa alla
    sua lotta amara,  dell'accorata piet di qualche  spirito  ignoto  che
    pure  soffrisse  e  si  dolesse  di  Dio ma umilmente,  dolcemente,  e
    parlasse per tutto che ama e soffre nel mondo.
    La carrozza si ferm a un crocicchio e il domestico scese  dal  serpe,
    si affacci allo sportello.  Pareva che tanto egli quanto il cocchiere
    non avessero un'idea chiara del posto di questa villa Mayda.  A destra
    scendeva  una  stradicciuola  fra due muri.  Dietro quello pi alto di
    sinistra colossali alberi  neri  ruggivano  al  tramontano  che  aveva
    spazzato le nubi.  Nello sfondo nereggiavano al fioco lume stellare il
    Gianicolo e San Pietro.  Era una stradicciuola da  pedoni.  Doveva  il
    signore  scendere  l  per andare a villa Mayda?  No,  ma il signore
    volle scendere a ogni  modo,  uscire  della  carrozza  avvelenata.  Si
    trascin,  lottando  col suo povero corpo infermo e col vento,  fino a
    Sant'Anselmo.  Rifinito,  pens a domandare l'ospitalit dei monaci ma
    non  lo fece.  Scese lungo il grande,  silenzioso asilo benedettino di
    pace,  pass sospirando davanti alla porta chiusa che  dice  vanamente
    "quieti et amicis", giunse infine al cancello di villa Mayda.
    Il  giardiniere venne ad aprirgli mezzo svestito e si meravigli molto
    di vederlo.  Gli disse che lo credeva in prigione perch verso le nove
    un delegato di P.  S.  e una guardia erano venuti a cercarlo.  Anzi la
    signora, la nuora del professore, saputo questo, aveva dato senz'altro
    l'ordine di non lasciarlo entrare se per caso ritornasse; ma poi,  con
    molta  gioia  del  giardiniere,  affezionato  a Benedetto e al padrone
    quanto avverso alla signora,  era  venuto  un  fiero  contrordine  del
    professore.  Udito  ci,  Benedetto sarebbe ripartito subito se gliene
    fossero bastate le forze. Ma non era in grado di fare cento passi.
    Sar per questa sola notte diss'egli.
    Abitava  una   cameretta   nella   casina   del   giardiniere.   Sper
    nell'entrarvi  che  vi avrebbe ritrovata la pace del cuore;  ma non fu
    cos.  Lo cacciavano anche di l;  ecco l'annuncio amaro  che  il  suo
    cuore  diede  al povero lettuccio,  ai poveri arredi,  ai pochi libri,
    alla famosa candela di sego.  Fissi gli occhi nel Crocifisso  pendente
    sopra  uno  sgabello a fianco del letto,  egli gemette mentalmente con
    uno sforzo di volont:
    Come posso io dolermi tanto, Signore, delle croci mie?
    Invano;  il suo spirito non aveva senso vivo n  di  Cristo  n  della
    Croce.  Sedette desolato,  non volendo coricarsi cos,  aspettando una
    stilla di dolcezza che non veniva.
    Una folata di vento gli fece volgere il capo alla finestra che si  era
    spalancata.  Vide laggi nel cielo lucidissimo,  sopra i neri merli di
    Porta San Paolo e la nera punta della piramide di Cestio  e  le  vette
    dei  cipressi che cingono la tomba di Shelley,  un grande pianeta.  Il
    vento urlava intorno alla casina.  Oh la notte nel manicomio dove  sua
    moglie moriva, e le urla delle agitate, e il grande pianeta!
    Nel  reclinare  il  capo  grave di tristezza si accorse per caso della
    carta che il domestico gli aveva cacciata in  tasca.  Era  una  grande
    busta orlata di nero. La spieg, vi lesse il nome e i titoli della sua
    povera  vecchia suocera,  la marchesa Nene Scremin,  e le due semplici
    parole che seguivano:

    IN PACE

    Impietr col foglio aperto nelle mani  e  gli  occhi  fissi  alle  due
    parole auguste. Poi le mani gli cominciarono a tremare e dalle mani il
    tremito gli sal al petto,  crescendo,  crescendo, e dall'affollar del
    petto gli ruppe su per la gola una tempesta di pianto.
    Piange per il ritorno di tante memorie ricondotte a lui  dalla  povera
    morta, dolorose e soavi; piange affisandosi nel Crocifisso, in Cristo,
    al  quale,  oh  certo,  ella  si abbandon fidente,  nel morire,  come
    l'altra cara,  come la sua Elisa;  piange di  gratitudine  a  lei  che
    ancora dal mondo ignoto gli  pia, gl'intenerisce il cuore. Ricorda le
    ultime  parole  udite  dalla  sua bocca: Allora,  vederci,  mai pi?
    Sorride  nell'anima  presaga,   si  volge  alla  finestra  spalancata,
    contempla il grande pianeta.












    Capitolo ottavo.
    JEANNE.

    1.
    Un  piccolo  gruppo  di  operai  veniva sul mezzogiorno da una casa in
    costruzione  di  via  Galvani  verso  via  della  Marmorata.   Vedendo
    capannelli  di  gente  sotto gli alberi e capannelli agli usci,  gente
    alle finestre delle due ultime  case  di  destra  e  di  sinistra,  un
    operaio che seguiva il gruppo a pochi passi di distanza disse forte ai
    compagni:
    Quanti scemi per un furbo!
    Un omaccione barbuto che stava sulla soglia di una botteguccia l'ud e
    gli si fece incontro, lo apostrof minaccioso:
    Tu che dici?
    L'altro si ferm a squadrarlo, gli rispose beffardo:
    To'! Quello che piace a me!
    L'omaccione gli men un pugno,  gli altri operai gli si fecero addosso
    in aiuto del  compagno.  Grida,  bestemmie,  lampeggiar  di  coltelli,
    strilli di donne dalle finestre, accorrer di gente dal viale, accorrer
    di  guardie  e  di vigili,  in un baleno la via fu tutta un bollimento
    nero, un ondeggiar della calca urlante trabalzata da destra a sinistra
    e da sinistra a destra come a bordo di una nave sul mare in  tempesta;
    e  a  due  passi  dal fitto dove contendevano gli operai e le guardie,
    bravo chi avesse saputo quel che accadeva.  La folla era feroce contro
    gl'insultatori del Santo ma cieca;  quali fossero non sapeva; voleva a
    morte con cento voci discordi l'omaccione, gli operai, le guardie, uno
    che aveva riso, uno che aveva fatto il paciere e chi dava gomitate per
    cacciarsi avariti e chi ne dava per tirarsi fuori.  Un conduttore  del
    tram di San Paolo,  passando davanti a via Galvani,  vide il tumulto e
    si divert a gridare a un gruppo di popolane,  cento metri pi in  l,
    che  il  Santo  di  Jenne era stato ritrovato in via Galvani.  La voce
    corse per i viali pieni di capannelli  e  di  curiosi  solitari,  come
    fuoco per la polvere. I capannelli si ruppero, precipitarono verso via
    Galvani,  interrogandosi le persone, nel correre, a vicenda. I curiosi
    solitari seguirono pi lenti,  pi cauti,  e  videro  presto  alquante
    facce seccate ritornare indietro. Che Santo ritrovato! Era una cagnara
    delle solite.  Qualcuno vede gente scendere in fretta da Sant'Anselmo.
    Un'altra voce corre; quelli vengono da villa Mayda, quelli sanno! E si
    fa popolo da destra, da sinistra, tutti si affrettano, come piccioni a
    una manciata di grano,  allo sbocco della via di  Santa  Sabina.  E  i
    curiosi solitari, pi lenti, pi cauti, dietro. Che! A villa Mayda non
    sanno niente,  neppure vogliono pi rispondere, tanto sono infastiditi
    dalla processione di gente che viene a suonare  il  campanello.  E  un
    drappello  di carabinieri arriva serrato,  a passo di carica svolta in
    via Galvani.  Si odono dei fischi,  delle grida irose: Quelli  sanno!
    Quelli  lo  hanno  menato  via!  No!  grida una fruttivendola in un
    gruppo fermo  sull'angolo  di  via  Alessandro  Volta.  E'  stato  un
    delegato!  Sono state le guardie! In quel gruppo s'inveisce non tanto
    contro il  delegato  e  le  guardie  quanto  contro  le  marmotte  che
    avrebbero  potuto,  se  volevano,  buttare a fiume delegato,  guardie,
    botte,  cavallo e cocchiere e si son  lasciate  sgominare  da  quattro
    parole,  da quattro gocce di acqua.  La vecchietta che ha fatto venire
    Benedetto dall'ex-frate  l anche lei.  L'hanno fermata mentre usciva
    dal  fornaio e racconta per la centesima volta la storia dell'arresto,
    s'intenerisce per la centesima volta dicendo delle rose e delle parole
    pie e dell'aria tanto malata  che  il  Santo  aveva.  Gli  uditori  si
    commuovono,  gemono  le lodi del Santo.  E chi racconta una guarigione
    miracolosa ch'egli ha operata e chi ne racconta un'altra e chi dice di
    quel suo parlare che va all'anima e chi di  quel  viso  che  vale  una
    predica  e  chi  della  sua povert e chi della carit che trova modo,
    cos povero,  di fare.  Ecco  da  via  Galvani  guardie,  carabinieri,
    arrestati  e  folla.  Un  curioso  solitario  si  avvicina  a un altro
    individuo  della  sua  specie,   gli  domanda  che  sia  avvenuto  nel
    quartiere.  Colui non sa niente. I due si mettono insieme, interrogano
    un popolano che pare averne abbastanza, volersene andare.  Il popolano
    risponde  che  l sopra,  in una villa presso Sant'Anselmo,  ci sta un
    sant'uomo adorato in tutto il quartiere perch visita gli  ammalati  e
    ne  guarisce  molti  e  parla di religione meglio dei preti,  cos che
    tutti lo chiamano il Santo. Il Santo di Jenne,  anzi;  perch ha fatto
    molti miracoli in un paese dei monti,  che si chiama Jenne, e ne hanno
    parlato anche i giornali. E iersera, mentre stava assistendo un povero
    infermo,  la Questura lo ha portato via,  non si sa perch.  Si diceva
    che poi lo avessero rilasciato e ch'egli fosse ritornato a casa,  alla
    villa dove lavora da giardiniere; ma la gente della villa nega ch'egli
    vi si trovi pi e non d spiegazioni. Il popolo  riscaldato, vuole...
    Ecco un tram,  dei passeggeri fanno segno alla gente e la gente grida,
    corre verso la prossima fermata, il popolano pianta i due, corre anche
    lui  l  dove  una  folla  gi  si addensa rapida intorno al tram.  Lo
    strascico lento  dei  curiosi  si  avvia  dietro  alla  folla,  i  due
    apprendono  come  il tram abbia ricondotto sei cittadini del quartiere
    che, "motu proprio", si erano recati dal Questore. I sei discesero fra
    la turba impaziente di udire,  di sapere.  Non  parevano  lieti.  Alla
    tempesta  delle  domande  rispondevano di chetarsi.  Avrebbero parlato
    avrebbero riferito, ma non l nella strada. E gi la gente protestava,
    l'ingiuria fremeva su molte labbra.  Colui che pareva il capo dei sei,
    un  tabaccaio,  si  fece  levar  sulle  spalle  dei colleghi e arring
    brevemente la folla.
    Abbiamo notizie diss'egli.  Possiamo assicurarvi fin d'ora  che  il
    Santo non  in carcere!
    Scoppiarono dei "viva", dei "bravo", degli applausi.
    Ma dov'egli sia prosegu l'oratore propriamente non si sa.
    Urla  e fischi.  L'oratore allib e dopo essersi debolmente provato di
    parlare,  cedette alla burrasca e cal dai suoi rostri viventi.  Ma un
    altro  dei  sei  pi  gagliardo  e  ardito,   balz  su  a  rispondere
    violentemente.  Allora le urla le invettive raddoppiarono.  Vi  hanno
    infinocchiato!  gridava  la gente.  Scemi che siete!  In prigione lo
    hanno cacciato! In prigione! Il grido si diffonde,  l'odono i lontani
    che  altro  non  hanno  udito  e persino coloro che n questo n altro
    udirono,  sentono attraversarsi il petto dalle magnetiche onde  oscure
    dell'ira.  Parecchi  urlano: abbasso! senza sapere chi vogliano gi.
    Ed ecco da capo i grandi cappelli dei carabinieri, da capo le guardie.
    Invano i sei si sgolano a protestare,  le grida di abbasso e di  morte
    ne coprono la voce.  Un delegato fa dare gli squilli. Al terzo succede
    un fuggi fuggi.  Fugge anche la Deputazione col tabaccaio a capo;  ma,
    fuggendo,  i  sei  riescono  a trar con s chi l'uno e chi l'altro dei
    popolani meno infuriati, con la promessa di dare in un luogo opportuno
    spiegazioni che non si possono  gridare  in  piazza.  Riparano  in  un
    deposito  di  materiali da fabbrica,  cinto di un assito.  Parecchi li
    seguono,  filtrano,  a uno  a  uno,  per  l'uscio  dell'assito;  e  il
    tabaccaio,  pensando  avere  nel  petto cose da far crollare il mondo,
    parla  in  cospetto  della  piramide  di  Caio  Cestio,   che  aspetta
    indifferente il passar dei secoli fino al silenzio,  alle rovine, alla
    selva.
    Il tabaccaio parla,  con voce misurata,  fra  una  trentina  di  facce
    attente. Dice che il Santo di Jenne non  sicuramente in prigione, che
    non si sa dove sia,  ma che si sanno altre cose, pur troppo. E dice le
    altre cose.  Se le avesse dette alle  turbe  scendendo  dal  tram,  lo
    avrebbero  fatto  a  brani.  In Questura ridono del Santo e di chi gli
    crede. Raccontano che egli ha un'amante, una signora molto ricca;  che
    nella  notte  stato interrogato dal Direttore generale di P.  S.  per
    ragioni non tanto belle; che quando  uscito dal Ministero, ha trovato
    l'amante che lo attendeva in carrozza ed  partito con lei.
    Io non volevo credere conchiude il tabaccaio ma ecco!  Adesso  dica
    lui.
    Uno dei sei,  oste a Santa Sabina, si fece a raccontare che sua moglie
    aveva udito  nel  cuore  della  notte  una  carrozza  fermarsi  presso
    l'osteria;  che  si  era  alzata e aveva veduta la carrozza,  un legno
    signorile,  con il cocchiere e il domestico in tuba;  che il domestico
    stava allo sportello e aiutava una persona a scendere,  che la persona
    scesa di carrozza era passata a piedi sotto la finestra andando  verso
    Sant'Anselmo  e  ch'ell'aveva  riconosciuto il Santo di Jenne.  L'oste
    soggiunse che non aveva creduto al  riconoscimento  perch  non  c'era
    luna ed era piovuto fin dopo le undici, per cui la notte doveva essere
    stata molto buia; che non avendo creduto neppure aveva parlato; ma che
    poi, all'udire il racconto della Questura, si era dovuto persuadere. E
    sua moglie aveva dell'altro a raccontare.  Si era alzata alle sei. Fra
    le sette e le otto era passata una botte andando  verso  Sant'Anselmo.
    Poco  dopo,  la botte era ripassata.  Questa volta sua moglie ci aveva
    veduto dentro  il  Santo  di  Jenne.  Era  pronta  ad  attestarlo  con
    giuramento.
    Qui,  alcuni  fra  gli  uditori sgattaiolarono dal recinto,  corsero a
    sussurrare le  notizie  nel  quartiere.  Ne  successe  che  mentre  il
    tabaccaio e l'oste e i loro amici stavano ancora nel recinto,  si fece
    gente sulla strada di Santa Sabina,  e un grosso gruppo sal,  seguito
    da due guardie, verso l'osteria.
    Entrarono  nel  cortile.  L'ostessa ciarlava con un cliente,  sotto il
    pergolato. La interrogarono ed essa rifece il racconto che aveva fatto
    al marito.  La interrogarono ancora,  volevano sapere questo e quello,
    tanti particolari.  La donna fin con rispondere di non ricordar bene.
    Avrebbe portato da bere da  rinfrescare  ad  essi  l'ugola,  a  s  la
    memoria.  Che!  Quelli  non  eran  venuti  per  bere,  glielo  dissero
    bruscamente.  Due ferrovieri,  attavolati  sotto  il  pergolato,  poco
    discosto,  si  seccarono  di quell'interrogatorio.  Uno di essi chiam
    l'ostessa, le parl a voce alta:
    Che voglion sapere?  L'ho veduto io l'uomo che  cercano.  E'  partito
    stamattina alle Otto, con una ragazza, per la linea di Pisa.
    La  gente si volse a lui,  lo interrog e quegli giur incollerito che
    aveva detto la verit,  che il loro Santo di Jenne  era  partito  alle
    otto   in  una  vettura  di  seconda  classe  con  una  bella  bionda,
    conosciutissima. Allora coloro, mogi mogi,  se n'andarono.  Usciti che
    furono  tutti,  una guardia travestita si avvicin al ferroviere,  gli
    domand alla sua volta se fosse ben certo di quello che aveva detto.
    Io? rispose colui. Se sono certo? Che si ammazzino! Non so nulla di
    nulla, io. Le ho fatte chetare, le ho fatte andare al diavolo,  quelle
    bestiacce.  Corrano almeno fino a Civitavecchia,  adesso,  e affoghino
    tutti in mare, loro e il loro Santo!
    E allora? fece l'ostessa. Dove sar andato?
    Vada a cercarlo in cantina rispose il ferroviere,  ch il fiasco  
    vuoto e noi si ha sete ancora.


    2.
    Se  continui  cos  esclam Carlino udendo sua sorella ordinare alla
    cameriera cappello,  pelliccia e guanti,  se mi lasci solo  tutto  il
    giorno,  ti  giuro che ritorniamo a villa Diedo.  Almeno l non saprai
    dove andare.
    Ho pensato di mandarti Chieco diss'ella.  Oggi alle due suona dalla
    Regina e poi verr da te. Addio.
    E  part  senza  lasciare  al  fratello il tempo di replicare.  Il suo
    "coup"   l'aspettava.    Diede   al   domestico    l'indirizzo    del
    sottosegretario di Stato per l'Interno e sal.
    Era un sabato.  Da due giorni Jeanne non dormiva n,  quasi, mangiava.
    Il marted sera aveva  saputo  dall'Albacina  quello  che  si  tramava
    contro  Piero  e come suo marito,  il sottosegretario di Stato,  fosse
    invitato dal ministro ad unirsi a  lui  per  avere  al  Ministero  una
    conversazione  con  quest'uomo  tanto  temuto e odiato dalla corte del
    Sommo Pontefice,  dalla fazione intransigente che voleva prevalere  in
    Vaticano.  Ella  corse  da  Noemi,  le  fece  scrivere quel biglietto,
    telefon a un giovine segretario suo ammiratore di  venire  al  "Grand
    Htel"  e diede a lui l'incarico di trovare la persona che consegnasse
    il biglietto,  perch di mandarlo a villa Mayda non era forse  pi  in
    tempo.  Ma sapeva pure,  questo gliel'aveva detto Noemi, che Piero era
    febbricitante. Pens di fargli trovare alla porta del Ministero la sua
    carrozza col domestico che aveva conosciuto  Maironi  a  villa  Diedo.
    Un'imprudenza;  ma che le ne importava? Niente le importava fuorch la
    vita cara.  La partecipazione di morte  della  marchesa  Nene  le  era
    arrivata  quella  sera  stessa,  coll'ultima distribuzione.  Volle che
    Piero l'avesse subito, che potesse subito pregare per la povera morta.
    Strana cosa ma vera: ella si trasfondeva in lui,  dimenticando s,  la
    propria incredulit, per sentire cosa dovesse sentire e desiderar egli
    con la sua fede. La notte stessa il domestico le diede conto della sua
    missione.  Le descrisse Maironi come uno spettro, un cadavere. Ella si
    disper.  Sapeva del conflitto fra il professore Mayda  e  sua  nuora,
    sapeva  che il professore era chiamato molto spesso fuori di Roma,  lo
    stimava un grande chirurgo ma non un  grande  medico,  immaginava  che
    nella  sua  assenza  la giovine signora non avrebbe avuto un riguardo,
    un'attenzione al mondo per l'infermo. E sapeva dei tre soli giorni che
    s'intendevano concedere dal Direttore generale.  Oh non era  possibile
    lasciar  Piero a villa Mayda!  Portarlo via,  bisognava!  Trovargli un
    nascondiglio dove n Questura n carabinieri sapessero scovarlo,  dove
    fosse assistito bene, con ogni cura e da un medico valente!
    Non pens a consultare i Selva. Neppure aveva detto a Noemi la propria
    intenzione di mandare la carrozza al Ministero.  Le pass per la mente
    l'idea di proporre loro che ospitassero Piero ma non le  parve  buona;
    le  relazioni  di  Piero  con  Giovanni Selva erano troppo note perch
    quello fosse un  nascondiglio  sicuro.  Dentro  questa  considerazione
    prudente  fremeva  una  segreta  gelosia  di  Noemi,  una  gelosia  di
    carattere particolare,  non violenta,  non ardente,  perch Noemi  non
    amava Piero di un amore simile al suo,  ma quasi pi tormentosa perch
    ella comprendeva che Piero poteva accettare il sentimento  mistico  di
    Noemi,  perch  di un tale sentimento ella era incapace e anche perch
    non aveva una ragione giusta di dolersi dell'amica,  di rimproverarla,
    di  sfogarsi.  Un  altro  possibile  nascondiglio  le  si  offerse  al
    pensiero,  l'alloggio di un vecchio  senatore  suo  conoscente,  stato
    amico  intimo  di  suo  padre,  molto religioso e pieno di ammirazione
    affettuosa per  Maironi.  Afferr  quell'idea.  Ora,  rivolgendosi  al
    senatore  per  chiedergli  nientemeno che di accogliere in casa sua un
    uomo ammalato e in pericolo di arresto,  le conveniva di  giustificare
    il  proprio  zelo.  Ella  non  figurava  fra i discepoli di Piero e il
    senatore ignorava affatto il passato.  Ma il senatore conosceva Noemi;
    egli  era quel vecchio dai capelli bianchi e dalla faccia rossa che si
    era  trovato  alla  riunione  di  via  della   Vite;   Noemi   e   lui
    s'incontravano   spesso   nella   catacomba.   Jeanne   gli  scrisse
    immediatamente dicendo di farlo a nome dell'amica Noemi che non osava;
    mise fuori le condizioni di salute e le  circostanze  che  sempre  per
    questo  riguardo  consigliavano  di  togliere  Maironi da villa Mayda;
    tacque del  pericolo  di  arresto;  espose  la  preghiera  dell'amica;
    soggiunse che lo stato dell'infermo rendeva la cosa urgentissima,  che
    se il senatore acconsentisse lo pregava di consegnare al latore  della
    lettera una sua carta di visita per Maironi con due semplici parole di
    offerta.  Chiuse domandandogli un colloquio al Senato nella giornata e
    pregandolo di  tacere,  intanto,  ogni  cosa.  Poi  scrisse  a  Noemi,
    l'avvert di quanto aveva fatto a suo nome, la incaric di ottenere da
    suo  cognato,  se  il senatore avesse dato la carta di visita,  che si
    recasse subito in vettura,  con la detta  carta  di  visita,  a  villa
    Mayda,  che persuadesse Maironi ad accettare l'offerta e il professore
    Mayda a lasciarlo partire, servendosi delle ragioni politiche. Scritte
    le due lettere ebbe un accesso di prostrazione con fenomeni cos gravi
    che la cameriera si sgoment. Costei non svegli Carlino perch Jeanne
    trov la forza di vietarglielo imperiosamente,  ma  fece  chiamare  il
    medico senza dirlo alla signora.  Il medico pure si sgoment.  Venendo
    per Carlino l'aveva conosciuta nervosa,  per non gli era mai accaduto
    di vederla in uno stato simile,  irrigidita,  cadaverica,  incapace di
    parlare. L'accesso dur fino alle sei della mattina. Il primo segno di
    miglioramento fu  questo  che  Jeanne  domand  l'ora.  La  cameriera,
    pratica, mormor al medico passa e rispose forte:
    Le sei, signora.
    La  parola parve miracolosa.  Jeanne,  ch'era stata adagiata sul letto
    senza spogliarla,  si alz a sedere,  smarrita s ma padrona delle sue
    membra  e  della  sua voce.  Domand subito di Carlino,  ansiosamente.
    Carlino dormiva,  non  aveva  udito  nulla,  non  sapeva  nulla.  Ella
    respir, disse sorridendo al medico:
    Adesso caccio Lei.
    E  non ebbe pace fino a che il medico non se ne and.  La cameriera si
    accinse a spogliarla;  si prese prima della stupida e poi delle scuse,
    quasi lagrimose.
    Oh! disse la ragazza Lei vuol prima mandare quelle lettere! S, s,
    le mandi via, quelle cattive lettere, che Le hanno fatto tanto male!
    Jeanne  le  diede  un  bacio.  Quella  giovine l'adorava e lei pure le
    voleva bene,  la  trattava  qualche  volta  come  una  cara  sorellina
    scioccherella.
    Chiuse le due lettere, le disse di chiamare il domestico, gli diede le
    istruzioni:  prendere  una botte,  andare dal signor senatore...,  via
    della Polveriera, 40,  consegnare la lettera diretta a lui,  aspettare
    la risposta.  Se gli si rispondesse che non c'era risposta,  ritornare
    al "Grand Htel" e riferire.  Se invece il signor senatore gli facesse
    rimettere un biglietto,  portarlo con l'altra lettera, in via Arenula,
    a casa Selva. Un'ora dopo, il domestico venne a riferire che tutto era
    stato fatto; due ore dopo,  un biglietto del senatore avvertiva Jeanne
    che  Benedetto  era gi in casa sua.  A mattina inoltrata venne Noemi.
    Jeanne riposava,  finalmente.  Noemi  attese  che  si  svegliasse,  le
    raccont  che suo cognato si era subito recato a villa Mayda;  che non
    vi aveva trovato il professore il quale era partito  a  mezz'ora  dopo
    mezzanotte  per  Napoli;  che Maironi aveva subito accettato l'offerta
    del senatore; che conoscendo l'umore della persona, Giovanni non aveva
    creduto di farne saper niente alla giovine signora  Mayda;  che  aveva
    trovato  Maironi molto gi,  ma per senza febbre;  per cui era sicuro
    che non avrebbe  sofferto  del  tragitto  dall'Aventino  a  via  della
    Polveriera.  Quel  buon  giardiniere lo aveva bene avviluppato,  colle
    lagrime  agli  occhi,   in  una  sua  grossa  coperta.   Forse  Jeanne
    s'ingannava  ma le pareva che Noemi,  pure mostrandole molto interesse
    nel parlarle di Piero,  mostrandole molto riguardo  ai  sentimenti  di
    lei, le parlasse per in un tono diverso da quello di una volta e come
    un'amica  che non avesse mutato linguaggio ma si fosse fatta straniera
    nel cuore. Avrebb'ella forse desiderato Piero a casa Selva? Probabile.
    Da quel mercoled mattina in poi erano state corse continue. A Palazzo
    Madama si sorrideva di un riverito collega dai capelli bianchi e dalla
    faccia rossa,  che riceveva ogni giorno,  nella sala  dei  telegrammi,
    lunghe  visite  di  una  bella ed elegante signora.  Dal senato Jeanne
    correva al "Grand Htel" per somministrare una medicina a Carlino; dal
    "Grand Htel" a via Arenula per avere e dare notizie o in via Tre Pile
    per vedere il medico del senatore,  che aveva in cura Piero.  Corse il
    giorno e lagrime la notte; lagrime di angoscia per lui consumato da un
    recondito male invincibile,  ripreso dalla febbre dopo ventiquattr'ore
    di apiressia perfetta.  Anche altre lagrime,  altre crucciose  lagrime
    per  le  accuse  ch'erano  state  fatte fra i discepoli e gli amici di
    Piero e non da tutti respinte.  Ella ne era  informata  da  Noemi.  Le
    accuse  che  riguardavano  presunti  amori  di  Piero a Jenne non eran
    credute,  ma era invece  creduto  da  molti  ch'egli  avesse  in  Roma
    relazioni  segrete con una signora maritata della quale nessuno sapeva
    il nome.  Che fossero relazioni  tanto  colpevoli  quanto  dicevano  i
    calunniatori  non si credeva.  I pi fedeli non credevano neppure a un
    legame ideale; ma erano pochi. Una volta Noemi,  nel riferire a Jeanne
    certe  defezioni,  certe  freddezze,  ruppe improvvisamente in pianto.
    Jeanne fremette,  si rabbui;  vide allora negli occhi dell'amica  uno
    sgomento  tanto  supplice  che,  trapassando dalla collera gelosa a un
    impeto di affetti senza nome,  le aperse le braccia,  se la strinse al
    seno.  Questo era successo il venerd sera, la sera in cui spiravano i
    tre giorni concessi a Maironi  per  allontanarsi  da  Roma.  Verso  il
    mezzogiorno di sabato Jeanne ricevette un biglietto dell'Albacina.  La
    signora del sottosegretario di Stato aspettava  Jeanne  in  casa  sua,
    alle  due.  Fu  per  questo invito ch'ella usc in carrozza poco prima
    delle due, non curando le proteste di Carlino.

    Appena la carrozza part,  Jeanne rialz il velo,  tolse il  biglietto
    dal  manicotto  e  chinatovi su il bel viso pallido,  lo fiss non gi
    leggendo,  non gi scrutando il senso molto  piano  e  semplice  delle
    parole,  ma  pensando che avesse a dirle l'Albacina,  immaginando ogni
    cosa possibile.  Si era deciso di  lasciare  Maironi  in  pace?  O  la
    Questura   ne   aveva  scoperto  la  dimora  e  s'intendeva  procedere
    all'arresto?
    Certo sar il peggio! si disse Jeanne. Ah, Dio!
    E dimentica un momento di  s,  si  lev  il  manicotto  al  viso,  vi
    premette la fronte.  Ah,  forse no,  forse no! Rialzato rapidamente il
    capo, guard fuori,  se qualcuno l'avesse veduta.  La carrozza correva
    veloce,   silenziosa  sulle  ruote  di  gomma.  Ella  torn  alle  sue
    congetture, vi si perdette a segno di non avvedersi che la carrozza si
    era fermata se non quando il cameriere aperse lo sportello. Discese.
    L'Albacina le venne incontro sulle scale,  pronta per  uscire.  Jeanne
    doveva ripartire con lei,  subito.  Subito? E dove subito? S, subito,
    subito,  con la carrozza di Jeanne,  perch l'Albacina non  poteva  in
    quel  momento  disporre  della  propria.  E  l'Albacina  stessa  diede
    l'indirizzo al cameriere di Jeanne,  un  indirizzo  ignoto  a  Jeanne,
    molto lontano.  Si sarebbe spiegata in viaggio.  E la carrozza riprese
    la corsa veloce, silenziosa sulle ruote di gomma. Ah, l'Albacina aveva
    dimenticate le carte di visita! Fece fermare ma poi guard l'orologio,
    vide  che  si  perdeva  troppo  tempo;   avanti!   Jeanne  ne  fremeva
    d'impazienza. Dunque, dunque? Dove si va? Ecco, si va dal cardinale...
    Jeanne   trasal.   Dal   cardinale...?   Il   cardinale   aveva  fama
    d'intransigente fra i pi fieri.  L'Albacina lo  doveva  assolutamente
    vedere e un quarto d'ora pi tardi non lo avrebbe pi trovato in casa.
    Ah che complicazione di cose!  Ella non poteva spiegare tutto in poche
    parole.  Lo scopo della visita,  s'intende,  era sempre quello per  il
    quale  donna Rosetta Albacina lavorava da tre giorni con il confessato
    interesse alle idee e alla persona  del  Santo  di  Jenne,  e  il  non
    confessato  piacere  di  condurre un intrigo difficile senza dissapori
    con la propria coscienza.  Ella si era incapricciata di Jeanne a  Vena
    di Fonte Alta,  nulla sapendo del suo passato.  E nulla ne sapeva ora.
    La sospettava innamorata del Santo ma supponeva un amore mistico, nato
    all'udirlo parlare nella catacomba di via della Vite.  Si teneva certa
    ch'ell'avesse  avuto parte nella scomparsa di lui da villa Mayda,  che
    conoscesse il suo nascondiglio e non volesse dirlo per  aver  promesso
    il segreto agli amici. Perch Jeanne, fidandosi poco della signora che
    le  pareva  leggera e della quale non poteva dimenticare ch'era moglie
    di un nemico potente, le aveva ripetutamente negato di saperlo. Questa
    scarsa fiducia di Jeanne la offendeva un poco perch  in  fondo,  lei,
    donna  Rosetta,  moglie  di un'Eccellenza,  arrischiava molto pi;  ma
    insomma il suo amor proprio era oramai impegnato  nel  giuoco  la  cui
    posta era la permanenza libera del Santo di Jenne in Roma, ed ella era
    ferma di tirare avanti la partita.
    Una gran complicazione di cose, dunque. Intanto, almeno fino a venerd
    sera,  la  Questura  non  aveva  ancora  scoperto  l'asilo  del Santo.
    Riteneva che fosse in Roma,  questo s.  Qui donna  Rosetta  fece  una
    pausa,  sperando  che  Jeanne  dicesse qualche cosa.  Niente.  Ammise,
    riprendendo il discorso,  che suo marito potesse sospettare i  maneggi
    ch'ella gli nascondeva, non essere interamente sincero con lei. Questo
    non era per verosimile.  Quando suo marito non parlava sincero, donna
    Rosetta lo capiva in aria. Capiva pure gli altri, del resto.  Quanto a
    suo  marito,  donna  Rosetta s'ingannava.  A Palazzo Braschi si sapeva
    fino da mercoled sera dove trovare Maironi,  e non lo si voleva dire,
    e  il sottosegretario di Stato si fidava di sua moglie meno ancora che
    se ne fidasse Jeanne.
    Ma le novit grosse erano le vaticane.  Avevano raccontato al  Papa  i
    fatti  della  Marmorata  e  Sua  Santit  era  irritatissima contro il
    Governo perch le si era fatto credere che il Governo fosse strumento,
    in questo affare, degli odii massonici contro un uomo gradito al Papa.
    Intorno al Papa gli animi erano divisi. Gl'intransigenti pi fanatici,
    contrari al cardinale segretario di  Stato,  caldeggiavano  la  nomina
    sgradita   al   Quirinale  per  la  sede  arcivescovile  di  Torino  e
    disapprovavano gl'intrighi segreti col Governo  italiano.  Secondo  il
    loro  capo,  l'Eminentissimo  che  donna  Rosetta  si proponeva ora di
    visitare, altri mezzi dovevano adoperarsi per sottrarre il Santo Padre
    alla  influenza  pestifera  di   un   razionalista   inverniciato   di
    misticismo.  Queste  cose l'Albacina le sapeva dall'abate Marinier che
    veniva a sorriderne argutamente nel  suo  salotto.  Bisognava  sentire
    quanto    veleno    di   accuse,    con   quali   arti   si   seminava
    dagl'intransigenti,  tutti d'accordo in  questo,  contro  quel  povero
    diavolo  di  razionalista mistico del quale l'abate sorrideva non meno
    che de' suoi nemici!
    C'erano novit anche al Ministero dell'Interno.  Quali  novit?  Donna
    Rosetta  stava per rispondere quando la carrozza si ferm davanti a un
    grande convento.  Il cardinale alloggiava l.  Donna  Rosetta  discese
    sola.  Dal cardinale la presenza di Jeanne non occorreva; sarebbe anzi
    stata  inopportuna.  Occorreva  in  altro  luogo.   Jeanne  attese  in
    carrozza,  crucciata di non sapere ancora,  dopo tante chiacchiere, il
    perch di quella visita.  Passarono cinque,  dieci minuti.  Jeanne  si
    rizz  sulla  persona,  dall'angolo  dove  si  era  raccolta  nei suoi
    pensieri,   a  guardar  l'entrata  del  convento,   se  donna  Rosetta
    ricomparisse.  Radi  viandanti  passavano lenti per la via silenziosa,
    guardavano nella carrozza.  A Jeanne pareva  offensivo  che  vi  fosse
    della gente tanto tranquilla.  Ah Dio, e lui e lui? Il medico le aveva
    promesso un bollettino al "Grand Htel" per le sette. Non erano ancora
    le tre.  Pi di quattr'ore di attesa.  E cosa direbbe  il  bollettino?
    Tante corse, tante pratiche, tanti maneggi, tante cose, e poi? Dio Dio
    e poi?  Si morse le labbra, si soffoc un singhiozzo in gola. Ah, ecco
    donna Rosetta,  finalmente.  Il cameriere apre lo sportello,  ella gli
    ordina:
    Palazzo Braschi!
    E  sale  in carrozza,  si getta un libriccino ai piedi,  si strofina a
    furia le labbra,  invece di parlare,  col fazzoletto  profumato,  dice
    fremendo che ha dovuto baciar la mano al cardinale e ch'era tanto poco
    pulita.  Per  la  visita    andata  bene.  Ah se suo marito sapesse!
    Ell'aveva fatto una parte veramente orribile.  Il cardinale era quello
    famoso  che  si  era  incontrato  una  volta  con Giovanni Selva nella
    biblioteca del monastero di Santa Scolastica  a  Subiaco  e  lo  aveva
    assalito chiamandolo profanatore delle mura sacre,  promettendogli che
    sarebbe andato all'inferno e pi gi. Donna Rosetta aveva soffiato nel
    suo fuoco per  mandare  a  monte  l'accordo  fra  Vaticano  e  palazzo
    Braschi,  era andata a raccontargli che la "haute" religiosa di Torino
    voleva l'uomo scelto dal  Vaticano,  e  sgradito  al  Quirinale.  Quel
    diavolo  di  cardinale,  conosciuto  da  lei nel salotto di un prelato
    francese,  aveva sulla prima risposto solamente,  col suo  accento  n
    francese n italiano:
    C'est vous qui me dites a? C'est vous qui me dites a?
    Infatti donna Rosetta aveva risposto ridendo:
    Oh c'est norme, je le sais!
    Era  un discorso che poteva costare l'Eccellenza a suo marito.  Ma poi
    l'Eminentissimo le aveva quasi promesso che i voti  della  "haute"  di
    Torino sarebbero stati soddisfatti:
    Ce sera lui, ce sera lui!
    Finalmente le aveva detto:
    Comment donc,  madame, avez-vous pous un franc-maon? Un des pires,
    aussi! Un des pires! Faites-lui lire cela.
    E le aveva dato un libretto sulle dottrine infernali e  la  dannazione
    inevitabile  dei  framassoni.  Era  il  libretto che l'Albacina si era
    gettato ai piedi salendo in carrozza.
    Figuriamoci diss'ella se mio marito legge questa roba!
    Ma che ne importava a Jeanne?  Jeanne era impaziente di  conoscere  le
    novit  del  Ministero  dell'Interno.  E  ora  da  chi  si andava,  al
    Ministero dell'Interno? Dal ministro o dal sottosegretario di Stato?
    Si andava dal sottosegretario di Stato,  dal marito di donna  Rosetta.
    Donna  Rosetta  aveva  taciuto  fino  a  quel  momento  il proposito e
    l'oggetto di questa visita per non  lasciare  a  Jeanne  il  tempo  di
    schermirsi  n  di  prepararsi  troppo.  L'onorevole  Albacina  sapeva
    dell'amicizia di sua moglie per la signora  Dessalle  e  dell'amicizia
    della  signora Dessalle per i Selva,  tanto legati alla loro volta,  a
    Maironi. Egli aveva detto a sua moglie di voler parlare direttamente a
    questa  signora,  per  fini  suoi  che  intendeva  tacere.   L'avrebbe
    aspettata  al  Ministero  dopo le tre.  Ce la poteva portare lei,  sua
    moglie; ma senza assistere al colloquio.  Il movimento primo di Jeanne
    fu di rifiuto. Donna Rosetta la persuase facilmente a mutar consiglio.
    Ella  non poteva dire che progetti avesse in testa suo marito,  non lo
    sapeva;  ma secondo lei sarebbe stata follia di  non  andare,  di  non
    udire,  poich  non  ci  poteva  essere pericolo,  da parte di Jeanne,
    d'impegnarsi a niente.  Jeanne si arrese,  bench il silenzio  serbato
    dall'Albacina  fino  all'ultimo  in cosa di tanto momento,  la facesse
    trepidare  come  un  infermo  cui  si  annunci,  dopo  molti  discorsi
    scherzosi,  la  visita  di  un chirurgo celebre,  che verr per dargli
    un'occhiata e non pi.
    Non le direi di andar sola  conchiuse  sorridendo  l'Albacina.  Gli
    uscieri  ne  hanno  viste  tante  al  tempo  di certi ministri e vice-
    ministri!  Ma ci vengo io che al  Ministero  sono  conosciuta;  e  poi
    adesso quello che accadeva una volta non accade pi.
    L'onorevole Albacina stava presso il ministro.  Un deputato,  chiamato
    allora allora per entrare,  riconobbe donna Rosetta e  le  offerse  di
    annunciarla  a  suo  marito.  Egli  non  aveva  che due parole a dire,
    sarebbe uscito subito. Infatti dopo cinque minuti l'onorevole deputato
    usc insieme ad Albacina che preg Jeanne di passare dal ministro  con
    lui.  Le due signore non si attendevano a ci, donna Rosetta domand a
    suo marito  se  non  fosse  lui  che  voleva  parlare  a  Jeanne.  Sua
    Eccellenza  non  si smarr per cos poco,  conged sua moglie con modi
    molto sommari e port,  di sorpresa,  la  Dessalle  dal  ministro.  La
    present al superiore, imbarazzata, quasi offesa.
    Il ministro l'accolse colla pi rispettosa cortesia,  da uomo austero,
    solito  a  onorare  la  donna  tenendosene  a  distanza.   Egli  aveva
    conosciuto  il  banchiere  Dessalle,  padre  di Jeanne,  e le ne parl
    subito:
    Un uomo disse che aveva molto oro nei suoi forzieri ma il pi  puro
    nella   sua   coscienza!   Soggiunse  che  questa  memoria  lo  aveva
    incoraggiato ad abboccarsi con lei  per  una  faccenda  delicatissima.
    Proferite  ch'egli ebbe queste parole,  anzi mentre le diceva,  Jeanne
    sent con certezza che quell'uomo sapeva il passato.  Ella non pot  a
    meno  di  guardare  alla sfuggita il sottosegretario.  Gli lesse negli
    occhi la stessa scienza;  ma lo sguardo del sottosegretario la turbava
    e  la  irritava;  quello  del  ministro,  invece,  le  apriva un'anima
    paterna.  Il ministro entr in argomento parlando di  Giovanni  Selva,
    del  quale  fece  ampie lodi.  Si dolse di non avere con lui relazioni
    personali.  Disse di sapere che Jeanne era amica della famiglia Selva.
    Egli  si  rivolgeva  a lei per affidare a quei suoi amici una missione
    importante presso un'altra persona. E parl di Maironi,  sempre avendo
    cura  d'interporre i Selva fra lo stesso Maironi e Jeanne,  di evitare
    ogni accenno a possibili comunicazioni dirette fra  l'uno  e  l'altra.
    Jeanne lo ascoltava, divisa fra l'attenzione alle sue parole, intensa,
    lo studio, pure intenso, di preparare una risposta prudente, misurata,
    e   il  fastidio  sdegnoso  che  le  dava  la  presenza  del  piccolo,
    mefistofelico Albacina.  Il discorso del ministro fu diverso da quello
    che,  in  principio  ella si attendeva;  migliore ma pi imbarazzante.
    Egli le disse che non parlava come ministro ma come amico: che con lei
    non  voleva  fare  misteri;   che  certe  ombre  non   avevano   avuto
    assolutamente corpo, che n ministri n magistrati, n agenti di P. S.
    avevano  a  occuparsi  affatto  del  signor  Maironi,   il  quale  era
    perfettamente libero di s e niente aveva a temere dalla giustizia del
    suo paese, fattasi persuasa della inanit di certe accuse mossegli per
    odio religioso; ch'egli aveva molta simpatia per le idee religiose del
    signor Maironi e anche molta stima per i suoi propositi  di  apostolo,
    ma  che  il  signor  Selva  doveva  persuaderlo  della  opportunit di
    allontanarsi, almeno per qualche tempo,  nell'interesse del suo stesso
    apostolato,  da  Roma dove gli si faceva dai suoi nemici religiosi una
    guerra tale, a colpi di calunnie, ch'egli era per rimanere ben presto,
    inevitabilmente senza discepoli.  Qui il ministro anche credendo  fare
    cosa  gradita  a  Jeanne,  afferm  la  propria religiosit;  abbaglio
    tragico,  pens lei  amaramente.  Egli  sperava  che  in  un  prossimo
    avvenire  il  signor Maironi potesse esercitare liberamente la propria
    influenza in luogo altissimo;  vi erano molti segni  di  una  prossima
    trasformazione  di  quel  tale  ambiente,  di  una  prossima disgrazia
    degl'intransigenti; ma per ora gli era opportuno di eclissarsi. Questo
    era il consiglio amichevole ma pressante che si desiderava  di  fargli
    pervenire  per  mezzo  del  suo  illustre amico.  Accettava la signora
    Dessalle di parlare all'illustre amico?
    Jeanne trepidava. Era da fidarsi? Era da dir cose che forse coloro non
    sapevano e  cercavano  sapere  da  lei?  Guard  involontariamente  il
    sottosegretario  e  gli  occhi  suoi parlarono cos chiaro ch'egli non
    pot a meno di pigliare una risoluzione.
    Signora disse col suo abituale sorriso sarcastico, vedo che Lei non
    mi desidera.  La mia presenza non    necessaria  e  me  ne  vado  per
    ossequio al Suo desiderio: desiderio giusto e che si capisce.
    Jeanne  arross ed egli se ne accorse,  si compiacque di averla ferita
    con la coperta allusione che si conteneva nelle sue  ultime  parole  e
    pi ancora nel sorriso maligno.
    Per   soggiunse   collo   stesso   sorriso   non   me   ne   andr
    senz'affermarle,  sulla mia parola,  che  mia  moglie  Le    un'amica
    fedelissima,  che  non mi ha mai tenuto sul Suo conto un solo discorso
    indiscreto;  come,  sullo stesso argomento,  non ne ho mai tenuto io a
    mia moglie.
    Vendicatosi cos,  l'omino se ne and,  lasciando Jeanne agitatissima.
    Dio,   intendevano  proprio  che  avesse  a  parlare  lei,   a  Piero?
    Supponevano  che  lo  vedesse,  pensavano  essi pure che la santit di
    Piero fosse mentita? Si ricompose con uno sforzo supremo,  cerc aiuto
    nello sguardo grave, mesto, rispettoso del ministro.
    Parler  al  signor  Giovanni  diss'ella.   Credo  per  soggiunse
    esitando  che  il  signor  Maironi  sia  ammalato,   che  non   possa
    viaggiare.
    Nel nominare Maironi le salirono le vampe al viso. Ella le sent assai
    pi che non si vedessero. Per il ministro se ne avvide e venne in suo
    soccorso.
    Forse, signora diss'egli. Ella dubita di compromettere i Suoi amici
    Selva.  Non abbia questo dubbio. Prima le ripeto che il signor Maironi
    non ha niente a temere da nessuno e  poi  aggiungo  che  noi  sappiamo
    tutto. Sappiamo ch' in Roma, che sta, per poche ore ancora, presso un
    senatore  del  Regno,  in  via  della  Polveriera.  Sappiamo pure ch'
    ammalato ma ch' in grado di viaggiare;  anzi Lei pu dire  al  signor
    Selva  che  io  gli far avere,  se vuole,  dal mio collega dei Lavori
    Pubblici, un "coup" riservato.
    Jeanne,  tremante,  fu per interromperlo,  per  esclamare:  poche  ore
    ancora?  Si  contenne  appena  e  prese congedo per correre al Senato,
    sapere.
    Forse il signor Selva lo ignora disse il  ministro,  accompagnandola
    verso  l'uscio,  ma  il  senatore  aspetta non so quali parenti e non
    potr pi alloggiare il signor Maironi. Gli rincresce. Gran brav'uomo!
    Siamo vecchi amici.

    Jeanne tremava di avere intraveduta la verit.  A palazzo  Braschi  si
    era  macchinato che il senatore congedasse Piero;  un'altra spinta per
    allontanarlo da Roma!  Ma possibile che il senatore si fosse  lasciato
    persuadere?  Congedare  un  infermo  in  quello  stato?  Sal  nel suo
    "coup",  si fece portare a Palazzo Madama,  chiese del senatore.  Non
    c'era.  L'usciere  che  le  rispose  cos le parve un po' imbarazzato.
    Aveva  una  consegna?  Non  os  insistere,  lasci  una  carta  colla
    preghiera  di  passare dal "Grand Htel" prima di pranzo.  Ella stessa
    part per il "Grand Htel" fremendo,  e gemendo insieme nel suo cuore,
    battendo  colla  punta  del  piede  il  libretto contro la Massoneria,
    dimenticato  da  donna  Rosetta.   Avrebbe  voluto  che  i  due  sauri
    volassero.  Erano  le  quattro e tre quarti e il suo dovere quotidiano
    era di preparare la medicina per Carlino alle quattro e mezzo.


    3.
    Mezz'ora  prima  ch'ella  fosse  di  ritorno  al  "Grand  Htel",   vi
    capitarono Giovanni e Maria Selva.  In pari tempo vi capit il giovine
    di Leyn che veniva egli pure a domandare  della  signora  Dessalle  e
    parve  soddisfatto  dell'incontro,  per  senza letizia.  Udito che la
    signora Dessalle era fuori,  i tre visitatori chiesero  di  aspettarla
    nella sala di conversazione. I Selva parevano ancora pi tristi che di
    Leyn.
    Dopo un breve silenzio,  Maria osserv ch'erano le quattro e un quarto
    e che Jeanne non avrebbe potuto tardar molto  perch  alle  quattro  e
    mezzo,  ogni  giorno,  aveva un impegno presso suo fratello.  Di Leyn
    preg di venirle presentato, quando arrivasse.  Aveva un messaggio per
    lei che non conosceva;  un messaggio,  del resto,  che riguardava pure
    gli amici di Benedetto, quindi anche i Selva. Maria trasal.
    Un  messaggio  di  lui?  diss'ella,  impetuosa.   Un  messaggio  di
    Benedetto?
    Di  Leyn  la  guard,  sorpreso  di  quell'impeto,  e tard un poco a
    rispondere.  No,  non era di Benedetto ma  lo  riguardava.  Poich  la
    signora  Dessalle  poteva  sopraggiungere  di  momento in momento e si
    trattava di cosa non tanto  breve,  non  tanto  semplice,  gli  pareva
    opportuno  di non cominciare a parlarne prima del suo arrivo.  Domand
    poi ingenuamente  come  mai  avesse  preso  interesse  alla  sorte  di
    Benedetto  questa  signora  Dessalle  che  non  si era veduta mai alle
    riunioni di via della Vite, e della quale non aveva mai udito il nome.
    Ma Lei disse Maria, perch crede che ci abbia interesse?
    Eh rispose di Leyn,  ho un messaggio per lei,  che  riguarda  lui,
    capir!
    Di Leyn, devoto a Benedetto di una devozione senza confini, non aveva
    mai  creduto  alle  voci  calunniose  sparse  sul suo conto,  le aveva
    respinte sempre con appassionato sdegno. Non ammetteva del suo maestro
    n amori colpevoli n amori ideali.  Nel fare quella domanda  non  gli
    era  potuto  passare  per  la mente che fra la Dessalle e Benedetto vi
    fosse una relazione non  confessabile.  Giovanni  tronc  il  discorso
    dicendo  che  la  Dessalle  avrebbe  anche  potuto tardare molto e che
    intanto di Leyn parlasse.
    Di Leyn parl.
    Egli aveva visitato Benedetto.  Arrivando in via della  Polveriera  da
    San  Pietro in Vincoli,  aveva riconosciuto due guardie travestite che
    passeggiavano.  Poteva essersi ingannato oppure  anche  poteva  essere
    stato un caso.  Per era cosa da farne menzione.  Il senatore lo aveva
    fatto pregare, appena entrato in casa, di passare nel suo studio.  L,
    parlando  con molta cortesia ma con un manifesto imbarazzo,  gli aveva
    detto ch'era lieto di vedere,  proprio in quel momento,  un amico  del
    suo  caro  ospite;  che  Benedetto  era fortunatamente senza febbre e,
    secondo lui,  avviato alla guarigione;  che un telegramma lo avvertiva
    dell'arrivo  imminente  di una sua vecchia sorella;  ch'egli aveva una
    sola camera da letto, nel suo alloggio,  oltre alla propria e a quella
    della  fantesca;  che  gli  era  impossibile  di  mandare  sua sorella
    all'albergo e anche impossibile oramai di telegrafarle che  ritardasse
    la sua venuta perch era gi in viaggio, quindi...
    Il  senatore  aveva  lasciato  a  di  Leyn  la  cura  di  venire alla
    conclusione.  Di Leyn ch'era con altri pochi fedeli nel segreto delle
    trame contro Benedetto,  era rimasto sbalordito.  Cosa rispondere? Che
    il senatore era solo padrone in casa sua?  Era forse l'unica  risposta
    possibile.  Di  Leyn  aveva osato esprimere riguardosamente il dubbio
    che un trasloco riescisse fatale all'ammalato.  Il senatore si  teneva
    certo  del  contrario.  Credeva che un cambiamento di aria gli sarebbe
    utilissimo.  Non aveva ancora potuto  parlare  al  medico  ma  non  ne
    dubitava.  Suggeriva Sorrento. Siccome di Leyn n sapeva pi che dire
    n si muoveva, il senatore lo aveva congedato pregandolo di recarsi in
    nome suo al "Grand Htel" dalla signora Dessalle, per le istanze della
    quale egli aveva ospitato Benedetto, e di invitarla a voler provvedere
    perch sua sorella  sarebbe  arrivata  la  sera  stessa,  prima  delle
    undici.
    Di Leyn si era poi recato da Benedetto.  Dio,  in quali condizioni lo
    aveva trovato!  Senza  febbre,  s,  forse;  ma  con  l'aspetto  e  la
    guardatura di un moribondo.
    Il  giovine  aveva  le lagrime agli occhi nel parlarne.  Benedetto non
    sapeva di dover partire. Gliene aveva parlato lui come di una cosa non
    sicura ma possibile.  Benedetto lo  aveva  guardato  in  silenzio  per
    leggergli nell'animo,  e poi gli aveva detto sorridendo; devo andar in
    prigione?  Allora di Leyn si era pentito di non avere aperto subito a
    un  uomo  tanto  forte  e  sereno  in  Dio tutta la verit e gli aveva
    riferito per intero il discorso del senatore.
    Egli mi prese disse il giovine con voce rotta dalla  commozione  la
    mano e tenendomela e accarezzandomela pronunci queste parole precise:
    "Da Roma non parto. Vuoi che venga a morire da te?" Io mi turbai tanto
    che non ebbi la forza di rispondergli, perch poi non so nemmeno se il
    pericolo dell'arresto non ci sia veramente,  se l'atto incredibile del
    senatore non sia appunto un pretesto per evitare che glielo  arrestino
    in  casa  e come si potrebbe portarlo in un altro asilo sfuggendo alle
    guardie.  Lo abbracciai,  borbottai qualche parola senza senso e corsi
    via,  corsi qua per parlare a questa signora Dessalle.  Potrebbe forse
    venir lei dal senatore e persuaderlo.
    I Selva  avevano  spesso  interrotto  di  Leyn  con  esclamazioni  di
    sorpresa e di sdegno.  Finito ch'egli ebbe il suo racconto,  tacquero,
    sbalorditi. Prima a interrompere il silenzio fu la signora Maria.
    Questa Jeanne che non viene! diss'ella, piano.
    Fece un segno impercettibile a suo marito  e  gli  propose  di  andare
    insieme  a  vedere  se  fosse  rientrata  e  non l'avessero avvertita.
    Nell'attraversare  il  "jardin  d'hiver"  gli  disse  che  le   pareva
    necessario  di  far  sapere  a di Leyn chi fosse veramente la signora
    Dessalle. Jeanne non era rientrata. Giovanni prese a parte il giovine,
    gli parl  sottovoce.  Maria,  che  lo  guardava  lo  vide  trasalire,
    spalancare  gli  occhi,  impallidire;  quindi  parlare alla sua volta,
    domandare qualche cosa. Jeanne Dessalle entr frettolosa, sorridente.
    Il portiere le aveva consegnato un biglietto del medico. Diceva:
    Non credo di poterci ritornare.  Stamane era sfebbrato.  Speriamo che
    l'accesso non si rinnovi.
    Jeanne  not  sbito  che  non  vi  si  parlava  di portare l'ammalato
    altrove.  Ell'abbracci la signora,  stese la  mano  a  Selva  che  le
    present di Leyn. Ella si scus poi con tutti di doverli lasciare per
    cinque minuti.  Suo fratello l'aspettava. Uscita che fu promettendo di
    ritornare subito, di Leyn si affrett ad appartarsi ancora con Selva.
    Maria gli vide ricomparire in viso l'ansia di prima,  vide che  faceva
    molte   domande   e   che  alle  risposte  di  suo  marito  si  andava
    ricomponendo.  Vide finalmente  suo  marito  posargli  le  mani  sulle
    spalle, dirgli qualche cosa ch'ella indovin, una segreta cosa, ancora
    non conosciuta da Jeanne; vide negli occhi del giovine una commozione,
    una riverenza profonda.
    Un  cameriere entr a dire che la signora Dessalle aspettava i signori
    nel suo alloggio.  Vi era molto movimento  nell'albergo.  Sussurri  di
    strascichi  e  sordi  tocchi  di passi si confondevano sui tappeti dei
    corridoi,  sommesse  voci  straniere,  gaie,  crucciose,  lusinghiere,
    indifferenti,  andavano  e  venivano  agli  ascensori si faceva ressa.
    Ciascuno della piccola comitiva aveva in cuore lo stesso  senso  amaro
    di quella mondanit indifferente.  Jeanne era nel suo salotto, attiguo
    alla camera  di  Carlino  che  vi  stava  accompagnando  al  piano  il
    violoncello  di  Chieco.  Ella  venne  incontro  ai  suoi amici con un
    sorriso che insieme alla musica,  un'antica musica italiana semplice e
    serena,  strinse  loro  il  cuore.  Parve un po' sorpresa di vedere di
    Leyn,  del quale non attendeva la visita.  Li aveva fatti salire  per
    parlare  pi libera,  disse invece che aveva pensato di offrir loro un
    concerto di Chieco,  il quale per non voleva che si aprisse  l'uscio.
    Del  resto  si  udiva  egualmente abbastanza bene.  Giovanni l'avvert
    subito che il cavaliere di  Leyn  aveva  un  messaggio  per  lei  del
    senatore.
    Mentre Loro parlano diss'egli, noi ascolteremo la musica.
    E  si  scost  con  sua  moglie  da  Jeanne ch'era diventata pallida e
    nascondeva poco,  malgrado estremi sforzi,  l'angosciosa impazienza di
    udire  questo  messaggio.  Seduto  presso  a lei,  di Leyn cominci a
    parlare sottovoce.
    Il violoncello e il piano scherzavano insieme sopra un tema pastorale,
    pieno d'ingenua tenerezza ilare e di carezze. Maria non pot a meno di
    mormorare: Dio,  poveretta! E suo marito non pot a meno di  seguire
    sul  viso  di  Jeanne,  al suono della tenera musica ilare,  le parole
    affliggenti del suo interlocutore. Osservava pure il viso del giovine,
    il  quale,  parlando  alla  signora,  guardava  spesso  lui  come  per
    significar  pena  e  attinger  consiglio.  Jeanne lo ascoltava con gli
    occhi fissi a terra.  Quando egli ebbe finito,  li alz  ai  Selva,  i
    grandi  occhi  pietosamente addolorati: guard l'una,  guard l'altro,
    dicendo  muta,  involontariamente:  voi  sapete?  Gli  occhi  tristi
    dell'uno e dell'altra le risposero: s,  sappiamo.  La musica ebbe uno
    scoppio sonoro di gioia. Maria ne approfitt per mormorare al marito:
    Le avr riferito anche il discorso del voler morire a Roma?
    Il marito rispose che sarebbe stato meglio,  che  lo  sperava.  Jeanne
    pose  gli occhi all'uscio onde veniva il fragore della musica,  attese
    un poco e  poi  accenn  ai  Selva  di  avvicinarsi,  disse  con  voce
    tranquilla che il senatore avrebbe dovuto far avvertire loro,  che non
    sapeva perch si fosse rivolto a  lei.  Vedessero  loro,  adesso,  che
    fosse a fare.
    La  musica tacque,  si udirono Carlino e Chieco discorrere.  Di Leyn,
    che abitava un quartierino di scapolo  alla  salita  di  Sant'Onofrio,
    l'offerse. Ma se c'era un mandato di arresto? Se non si attendeva, per
    eseguirlo, che l'uscita di Benedetto da quella casa?
    Jeanne sment,  pacatamente,  la possibilit dell'arresto.  I Selva la
    guardavano pieni di ammirazione per quella calma voluta.  Jeanne aveva
    supposto da un pezzo ch'essi sapessero il nome vero di Benedetto; come
    non sarebbe sfuggita una parola a Noemi,  malgrado tutti i divieti?  E
    un istante prima,  nel tacito scambio di sguardi dolorosi,  i Selva  e
    lei si erano intesi. Giovanni e sua moglie comprendevano che Jeanne si
    faceva  eroicamente  violenza  non per loro ma per di Leyn.  E adesso
    anche di Leyn, per le confidenze di Giovanni,  sapeva!  Parve loro di
    avere quasi commesso un tradimento.
    Essi  si  tennero  certi  che  se  Jeanne  diceva  di non credere alla
    possibilit dell'arresto doveva averne ragioni da loro non conosciute.
    Osservarono che Benedetto avrebbe potuto accettare l'ospitalit  loro.
    Jeanne ricord pronta che Benedetto stesso aveva espresso un desiderio
    e  che la salita di Santo Onofrio pareva pi adatta di via Arenula per
    il soggiorno di un ammalato bisognoso di pace. Per, secondo lei,  non
    era   possibile   ammettere   che  il  trasporto  avesse  luogo  senza
    un'espressa licenza del medico.  In questo  si  accordarono  tutti.  I
    Selva  diedero  incarico  a  di  Leyn di riferire al senatore che gli
    amici di Benedetto avrebbero provveduto a trovargli un altro asilo  ma
    per  a  condizione  che il medico curante autorizzasse in iscritto il
    suo trasporto. Mentre Giovanni parlava, irruppe dalla stanza vicina un
    tumultuoso "allegro" del piano, tutto singhiozzi e grida. Egli tacque,
    non volendo alzar troppo la voce, lasci passare l'impeto della musica
    straziante. E straziante fu la parola che gli occhi di lui e gli occhi
    del giovine si dissero durante quel silenzio delle labbra.

    Di Leyn non aveva tempo da perdere,  prese congedo.  Gli spiaceva  di
    andare  solo,  avrebbe desiderato presentarsi al senatore con qualcuno
    fra gli amici di Benedetto che potesse mettergli un po' di soggezione,
    perch il suo contegno non si capiva.
    Giovanni Selva mormor  qualche  cosa  circa  una  vicepresidenza  del
    Senato,  cui quel vecchio aspirava e che non otterrebbe. Amaro dolore,
    scoprire miserie tali dove meno si sarebbe  creduto!  Maria  si  alz,
    offerse a di Leyn di andare con lui.
    Lei resta? chiese Jeanne, vivacemente, a Giovanni. L'accento diceva:
    Lei  deve  restare.  Selva  rispose  che sarebbe rimasto a ogni modo e
    l'espressione della sua voce,  del suo viso fu tale da  significare  a
    Jeanne che gli pesavano sul cuore parole tristi non ancora dette.  Oh,
    pens Jeanne,  se adesso Chieco uscisse,  se Carlino chiamasse  e  non
    fosse  pi  possibile  di parlarsi!  Perch anche lei doveva parlare a
    Selva.  Gli doveva riferire il discorso del ministro.  I due musicisti
    avevano  nuovamente  smesso  di  suonare,  discorrevano.  Jeanne buss
    discretamente all'uscio, vi soffi dentro due paroline gaie:
    Bravi! Gi finito?
    No,  bella mia rispose Chieco,  di dentro.  Accidenti a Voi  se  vi
    seccate!
    E  modul  un  fischio infernale,  da forare l'uscio.  Jeanne batt le
    mani. Piano e violoncello attaccarono un grave "andante".
    Ella si volse a Selva che rientrava dall'avere accompagnato fuori  sua
    moglie  per  dirle di telegrafare a don Clemente.  Gli and incontro a
    mani giunte, colle lagrime agli occhi.
    Selva mormor con voce soffocata, Lei gi sa tutto, a Lei non posso
    nascondermi. Vi  qualche cosa di peggio, mi dica la verit.
    Selva  le  prese  le  mani,  gliele  strinse  in  silenzio  mentre  il
    violoncello rispondeva per lui, amaro e grave: Piangi, piangi, perch
    non   sorte d'amore e di dolore come la tua sorte. Egli stringeva le
    povere mani di ghiaccio, non riuscendo a parlare.  Lo capiva bene,  di
    Leyn non aveva osato riferirle le parole terribili -vengo a morire da
    te -; toccava a lui di darle il primo colpo.
    Cara  diss'egli dolcemente,  paternamente,  non Le ha egli detto al
    Sacro Speco che in un'ora solenne La chiamerebbe a s? L'ora  venuta,
    egli La chiama.
    Jeanne diede un balzo, le parve di non aver capito.
    Oh, come? No! diss'ella.
    Poi,  tacendo Selva con la stessa piet negli occhi,  ebbe un lampo al
    cuore,  fece  ah!,  si  porse  tutta in una muta angosciosa domanda.
    Selva le strinse le mani ancora pi forte,  un singhiozzo represso gli
    scosse il petto, gli contorse le labbra serrate. Ella non disse niente
    ma cadeva se non la sorreggevano le mani di lui.  La sorresse, la pose
    a sedere
    Subito? diss'ella. Subito? E' una cosa imminente?
    No, no, La chiama per domani. Lui crede che sia domani, ma pu essere
    che s'inganni, speriamo che s'inganni!
    Dio, Selva, ma se il medico scrive ch' senza febbre!
    Selva fece il gesto di chi  costretto ad ammettere una sventura senza
    comprenderla.  La musica taceva,  egli parl sottovoce.  Benedetto gli
    aveva  scritto.  Il  medico  lo  aveva  trovato  senza  febbre ma egli
    presentiva un nuovo accesso dopo il  quale  sarebbe  venuta  la  fine.
    Iddio  gli  faceva  la  grazia di un'attesa quieta e dolce.  Aveva una
    preghiera da fargli.  Sapeva che  la  signora  Dessalle,  amica  della
    signorina  Noemi,  era in Roma.  Egli aveva promesso a questa signora,
    davanti a un altare del Sacro Speco,  di  chiamarla  a  s,  prima  di
    morire,  per  un  colloquio.  Molto  probabilmente  la signorina Noemi
    gliene potrebbe dire il perch.
    Selva s'interruppe. Aveva in tasca la lettera, fece l'atto di cavarla.
    Jeanne se n'avvide, fu presa da un tremito convulso.
    No no diss'egli. Le ripeto che pu ingannarsi.
    Aspett che si chetasse e  invece  di  trarre  la  lettera,  ne  disse
    l'ultima parte a memoria:
    L'accesso  ritorner  stasera  o  stanotte,  domani sera o dopodomani
    mattina sar la fine.  Desidero vedere domani la signora Dessalle  per
    una  parola nel nome del Signore,  al quale vado.  Ho test pregato il
    senatore di ottenermi questo colloquio ma egli si  scus.  Mi  rivolgo
    dunque a Lei.
    Jeanne si era coperto il viso colle mani e taceva. Selva credette bene
    di  suggerire speranze.  L'accesso poteva non ritornare,  poteva esser
    vinto. Ella scosse violentemente il capo ed egli non os insistere.  A
    un  tratto le parve udire Chieco prender congedo.  Trasali,  scost le
    mani dal viso spettrale fra i capelli scomposti. Invece scoppiarono le
    prime allegre note del "Curricolo napoletano",  il  pezzo  che  Chieco
    suonava sempre per ultimo.  Ella balz in piedi, parl convulsa, senza
    lagrime:
    Selva,  so che Piero muore,  so che non s'inganna.  Lo faccia restare
    dov', s' possibile. Gli conduca i suoi amici, me lo giuri che glieli
    condurr, che gli procurer questo conforto. Dica tutto ad essi di me,
    dica loro la verit,  dica loro quanto  puro,  quanto  santo, Piero.
    Io aspetto qui.  Non mi muovo.  Andr quando Lei mi dir,  dove Lei mi
    dir.  Sono forte,  vede, non piango pi. Telegrafi a don Clemente che
    il suo discepolo muore e che venga. Facciamo tutto quello che dobbiamo
    fare.  E' tardi,  vada.  E Lei gi in un modo o nell'altro  lo  vedr,
    Piero, stasera. Gli dica...
    Qui  un  colpo di spasimo le ruppe la parola.  Chieco entr zufolando,
    battendo palma a palma nella sua  bizzarra  maniera  e  Selva  scivol
    fuori  dell'uscio,  Jeanne  gli corse dietro nel corridoio scuro,  gli
    afferr una mano, v'impresse un bacio frenetico.

    Qualche ora dopo, verso le dieci,  Jeanne stava leggendo il "Figaro" a
    Carlino  sprofondato  in  una  poltrona  con  le  gambe avvolte in una
    coperta,  e sulle ginocchia,  strettavi a due mani,  una gran tazza di
    latte. Jeanne leggeva talmente male, talmente noncurante di punti e di
    virgole,    che   suo   fratello   la   interrompeva   ogni   momento,
    s'impazientiva.  Leggeva da cinque minuti quando la cameriera venne ad
    avvertirla  che  c'era  la signorina Noemi.  Jeanne gett il giornale,
    balz in un lampo fuori della camera.  Noemi raccont frettolosamente,
    in piedi, premendole per l'ora tarda di ripartire, che mentre Giovanni
    e  Maria  stavano  al  "Grand Htel",  il professore Mayda,  reduce da
    Napoli, era venuto a casa Selva,  fuori di s,  a chiedere spiegazioni
    della scomparsa di Benedetto da casa sua;  che allora,  ella gli aveva
    raccontato tutto;  che Mayda era  andato  direttamente  in  via  della
    Polveriera;  che  ci aveva trovato Maria,  di Leyn,  il senatore e il
    medico, il quale era di opinione che Benedetto si potesse trasportare;
    che fra il medico e Mayda vi era stato un diverbio a proposito di  ci
    e che Mayda lo aveva troncato dicendo: Ebbene, piuttosto di lasciarlo
    qui,  me lo porto via io. Ed era ritornato pi tardi con una carrozza
    piena di guanciali e di coperte, se lo era portato via.  Pareva che il
    viaggio fosse andato bene.
    Udito il racconto,  Jeanne abbracci silenziosamente l'amica,  stretta
    stretta. E l'amica, palpitante, lagrimosa, le sussurr:
    Senti, Jeanne. Per domani, preghi?
    S rispose Jeanne.
    Tacque, lottando contro l'insorgere di una tempesta di pianto.  Quando
    ebbe vinto, riprese sottovoce:
    Non so pregare Dio. Sai chi prego? Prego don Giuseppe Flores.
    Noemi le pos il viso su una spalla, disse con voce soffocata:
    Vorrei che dopo egli ci vedesse lavorare insieme per la sua fede.
    Jeanne non rispose ed ella part.

    Jeanne   ritorn  da  Carlino  per  la  lettura  e  Carlino  l'accolse
    aspramente.  Le dichiar che ne aveva  abbastanza  di  quella  vita  e
    ch'ella  doveva  prepararsi  a  partire con lui l'indomani per Napoli.
    Jeanne rispose ch'era una follia e che  non  sarebbe  partita.  Allora
    Carlino  diede in escandescenze,  le afferr i polsi la scosse a segno
    da farle male.  Doveva assolutamente partire!  Poich  resisteva,  era
    venuto  il  momento  di  dirle  che  si  sapevano  i  motivi  dei suoi
    andirivieni, dei suoi misteri,  dei suoi occhi rossi,  del suo leggere
    male e anche, ora, del suo non voler partire da Roma. Egli n'era stato
    informato  da lettere anonime.  Guai a lei se non la rompesse con quel
    pazzo!  Guai a lei se gli sacrificasse le sue idee,  se  si  lasciasse
    conquistare dalla superstizione,  dal bigottismo,  dalla religione dei
    preti!  Non l'avrebbe mai pi guardata in faccia.  L'avrebbe rinnegata
    per sorella,  da libero pensatore come voleva vivere e morire.  No no,
    troncare troncare, Napoli, Palermo, l'Africa, se occorresse!
    Libero pensatore? Certo. E la libert mia? disse Jeanne senza sdegno
    a ricordo di un diritto e non per  il  proposito  di  usarne.  Carlino
    intese  invece  che  proprio  volesse  usarne come a lui non piaceva e
    perdette addirittura il lume degli occhi.  Jeanne tramort  nell'udire
    quell'uomo,  nervoso ma creduto da lei buono e gentile, scagliar tante
    ingiurie con  tanto  fiele.  Non  rispose  niente,  si  ritir,  tutta
    tremante,  nella  sua camera,  gli scrisse due righe per dirgli che la
    sua dignit non le permetteva di restare con lui fino  a  che  non  si
    fosse disdetto delle sue offese,  che se ne andava, che se egli avesse
    una parola per lei mi mandasse a casa Selva.  Non prese con s che una
    piccola borsa e usc accompagnata dalla cameriera lasciando la lettera
    sulla scrivania.
    Non  vide  carrozzelle  presso l'albergo e si avvi verso l'esedra per
    prendervi il tram.  Infuriava il tramontano,  i  lecci  del  viale  si
    dibattevano  stridendo,  era  buio,  si  camminava malissimo sul suolo
    tutto sossopra, la cameriera esclam sgomenta:
    Gesummaria, signora, dove andiamo?
    Jeanne, col capo in fiamme,  col cuore e i polsi in tumulto,  continu
    la via senza rispondere; parendole venir portata dai flutti di un mare
    ignoto, nelle tenebre, verso lui.
    Verso  lui,  verso  lui.  Anche verso il suo Dio?  Il vento potente la
    stordiva ruggendole sopra e ai lati. Le parole di Noemi,  le parole di
    Carlino  le  straziavano l'anima con opposta violenza.  Anche verso il
    suo Dio? Ah che ne poteva sapere? Intanto verso lui!



















    Capitolo nono.
    NEL TURBINE DI DIO.

    1.
    Alle due pomeridiane del giorno  seguente  Jeanne  aspettava  in  casa
    Selva, con Maria e Noemi, le notizie di villa Mayda, non senza pensare
    di quando in quando al silenzio pertinace del "Grand Htel".  Giovanni
    era andato a villa Mayda da prima delle sette.  N'era  ritornato  alle
    nove.  Non  aveva  potuto  vedere  Benedetto.  Il professore Mayda non
    l'aveva permesso n a lui n ad altri.  Sapeva  che  l'ammalato  aveva
    ricevuto i Sacramenti, ma piuttosto per devozione che per imminenza di
    pericolo.  Per  nella  notte  un  filo  di febbre si era rifatto.  Si
    sperava ora di poter dominare l'accesso,  contenerlo.  Forse  Giovanni
    nel  fare  la  sua  relazione  a  Jeanne  l'aveva  un  po' colorata di
    ottimismo. Benedetto stava nella camera stessa del professore. Non era
    possibile, disse Giovanni,  immaginare con quale femminile squisitezza
    di  cure  egli  fosse  assistito  da  questo terribile Mayda che tanti
    credevano duro e superbo.
    Giovanni era ritornato col dopo colazione, sul mezzogiorno.  Da parte
    di Carlino,  niente;  n scritti n messaggi. Jeanne, malgrado l'altra
    grande angoscia,  non poteva a meno di pensare  anche  a  lui.  Se  il
    dolore,   la  collera,  lo  avessero  fatto  ammalare?  Le  amiche  la
    rassicuravano.  La  cameriera  o  il  cameriere  sarebbero  venuti  ad
    avvertirla!  Ella  dubitava  della  intelligenza di quella gente.  Che
    fare?  Jeanne era per chiedere che si mandasse qualcuno a  informarsi,
    quando,   alle   due   e  un  quarto,   si  ud  un  passo  frettoloso
    nell'anticamera ed entr Giovanni col soprabito indosso e col cappello
    in mano. Jeanne lo guard in faccia,  intese ch'era venuto il momento.
    Si  alz,  bianca  come una morta.  Subito si alzarono silenziosamente
    anche Maria e Noemi,  la prima guardando Jeanne,  Noemi guardando  suo
    cognato  che  non  sapeva,  davanti  a  quel viso spettrale di Jeanne,
    trovar parole. Furono cinque o sei terribili secondi,  non pi.  Maria
    disse sommessamente:
    Si va?
    Suo marito rispose:
    E' meglio.
    Niente altro fu detto.
    Le  tre signore si ritirarono per mettere mantello e cappello;  Jeanne
    in una stanza, Maria e Noemi in un'altra. Giovanni segu quest'ultime.
    Dunque?  La febbre  salita molto,  il professore non ha pi speranza.
    Noemi,  udito questo,  mette il cappello in furia e va nella camera di
    Jeanne che sta mettendo il suo.  Jeanne si volta,  la vede venire a un
    bacio, la ferma col gesto, si pone un dito alle labbra. Noemi intende.
    E' l'ora della fortezza,  non domanda particolari, non domanda niente.
    Si raccolgono tutti;  Maria dice piano a suo marito  di  prendere  due
    carrozzelle coperte, anche perch il cielo si  annerito, un temporale
    da inverno romano  imminente.  Non occorrono carrozzelle.  Giovanni 
    venuto col "landau" di casa  Mayda.  Si  sale  nel  "landau",  chiuso.
    Jeanne  si  accorge allora che le sue compagne sono vestite di scuro e
    che  lei  ha  un  vestito  cenere,  troppo  chiaro,  troppo  elegante.
    Trasalisce  lievemente,  gli altri la interrogano collo sguardo.  Ella
    esita un momento,  pensa che non ha n tempo  n  modo  di  rimediare,
    risponde:
    Niente.
    Si parte. Nessuno parla pi.
    Svoltando in via del Pianto,  la carrozza si ferma per un impedimento.
    Si  fatto ancora pi buio,  tuona,  i  cavalli  si  impennano.  Maria
    guarda  inquieta  dallo  sportello;  Jeanne,  ch'  seduta in faccia a
    Giovanni gli domanda sottovoce  se  ha  telegrafato  a  don  Clemente.
    Giovanni  risponde che don Clemente  a villa Mayda fino dalle dieci e
    mezzo. La carrozza prosegue. A Piazza Montanara comincia la pioggia. I
    cavalli trottano serrato.  Quando finalmente il cocchiere li mette  al
    passo,  Maria guarda suo marito: - E' bene l'Aventino?  Dobbiamo esser
    vicini. - Questo  detto con gli occhi, non con le labbra.  Jeanne non
    era mai passata di l ma sente anche lei che si  per arrivare. Eretta
    sulla  persona,  guarda  il  muro che le passa davanti agli occhi,  lo
    guarda attentamente  come  se  volesse  contare  le  commessure  delle
    pietre.  I  cavalli  riprendono  il trotto.  Passato Sant'Anselmo,  si
    scende al basso. Popolani fermi, a destra e a sinistra, guardano nella
    carrozza. Giovanni Selva mormora involontariamente:
    Ecco.
    Allora Jeanne ha un sussulto,  si copre impetuosa il viso colle  mani.
    Maria,  seduta  al  suo fianco,  le cinge il collo con un braccio;  si
    piega tutta a lei, le sussurra:
    Coraggio!
    Ma Jeanne si stringe in s, si schermisce quanto pu,  e Noemi accenna
    a  sua  sorella,  scotendo  il capo,  di smettere.  Maria sospira e la
    carrozza svolta a sinistra fra  due  fitte  ali  di  gente,  passa  un
    cancello.  Le  ruote stridono sulla ghiaia,  si fermano.  Un domestico
    viene allo sportello.  Il signor professore prega  di  favorire  nella
    villa.  Solamente  allora  Giovanni  Selva  dice alle sue compagne che
    Benedetto non  pi nella villa,  che ha voluto essere  portato  nella
    sua vecchia cameretta in casa del giardiniere.  La carrozza procede di
    qualche passo,  i quattro scendono fra due gruppi di palme,  davanti a
    una gradinata di marmo bianco.  Piove ancora ma non molto e nessuno se
    ne cura,  n il popolo che si affolla al  cancello  n  un  gruppo  di
    persone,  che dal viale di aranci,  discendente lungo il muro di cinta
    alla casina del giardiniere, sta guardando i nuovi arrivati.  Qualcuno
    si  stacca da quel gruppo.  E' di Leyn che sale la gradinata di marmo
    bianco  dietro  a  Selva,  lo  ferma  sotto  un'arcata  del  vestibolo
    pompeiano e discorre con lui a voce bassa, senza dare un'occhiata alla
    magnifica scena distesa fra i due gruppi di palme, al fiume di begonie
    che  casca  fra due sponde di muse gi per la china dell'Aventino,  al
    nero cielo procelloso tagliato da strie bianche laggi sopra  i  merli
    di  Porta  San  Paolo,  sopra la piramide di Caio Cestio e la selvetta
    funebre che pullula dal cuore di Shelley.

    Selva entr nel vestibolo e ricomparve un momento dopo con sua moglie.
    I due scesero la gradinata insieme a di Leyn,  si avviarono verso  le
    persone  che  parevano  aspettarli  nel  viale  degli aranci.  In quel
    momento un fuoco di voci sdegnose divampa al cancello.  La via  piena
    di  popolo.  Aspettano  da  ore,  da  quando  corsa nel quartiere del
    Testaccio la voce che il Santo di Jenne  ritornato  infermo  a  villa
    Mayda.  Finora  si sono accontentati di notizie.  Adesso hanno chiesto
    che una deputazione possa entrare,  vederlo;  i domestici rifiutano di
    portare  il  messaggio,  avviene  uno  scambio  di  parole  irose  che
    improvvisamente si cheta. Compare dal viale degli aranci l'alta figura
    bruna del professore Mayda,  i popolani si levano  il  cappello.  Egli
    ordina  di  aprire  il  cancello,  dice  al  popolo che tutti vedranno
    Benedetto ma pi tardi, che intanto entrino pure nel giardino. Ma s,
    povera gente!
    E il popolo entra lento, rispettoso,  alcuni attorniano il professore,
    lo interrogano colle lagrime agli occhi.
    E' vero, signor professore? E' vero che muore? Dica!
    E dietro a loro si accalcano altri,  ansiosi,  aspettando la risposta.
    La risposta  solamente questa:
    Ma! Cosa volete che vi dica?
    Il virile viso malinconico dice pi delle parole e la folla  s'inoltra
    compunta per le verdi chine, livide in faccia al cielo nero striato di
    bianco,  mistico  simbolo  di  morte,  di  un oscuro passo dalle ombre
    terrestri alle alte vie della chiarit infinita.


    2.
    Benedetto amava il professore Mayda. Quando,  nella casa del senatore,
    ud  ch'egli aveva risoluto di portarlo con s a villa Mayda,  ebbe un
    movimento di gioia. Amava il professore, forse incapace ancora di fede
    ma profondamente convinto  che  vi  hanno  enigmi  insolubili  per  la
    scienza,  generoso,  fiero ai potenti,  mite agli umili. Amava pure il
    giardino,  gli alberi,  i fiori  e  l'erba  ond'era  stato,  come  del
    professore,  il servo e l'amico. Tutto vi era pieno di care, innocenti
    anime,  con le quali in certi momenti di  rapimento  spirituale  aveva
    adorato Iddio posando le labbra sulle loro vesti picciolette, sopra un
    fiore,  sopra una foglia, sopra uno stelo, dentro un alito di frescura
    verde. Gli piaceva l'idea di morire in mezzo ad esse. Talvolta,  sotto
    un pino volgente al Cielo l'ombrello pieno di vento e di suono,  aveva
    pensato all'ultima scena della Visione,  si era contemplato  l  steso
    sull'erba   nell'abito   benedettino,   pallido,   sereno   tra  facce
    compiangenti,  cantando il pino sopra di lui un canto  misterioso  del
    cielo.  Ogni  volta  si era soffocata nel cuore questa compiacenza non
    scevra di vanit  egoistiche,  umane,  non  tutta  raccolta  e  chiusa
    nell'ossequio  della Divina Volont;  ma non aveva potuto svellerne la
    radice.
    Tese dunque le braccia,  riconoscente,  al professore.  Ma  subito  fu
    preso  da  uno  scrupolo.  La  sua  intelligenza  e  il suo sentimento
    cristiano si trovarono in contraddizione.  Sapeva di  essere  sgradito
    alla signora che aveva sposato il figlio del professore,  ufficiale di
    marina, allora in Oriente; capiva che ritornando a villa Mayda sarebbe
    stato causa di dispiacere a lei e perci di dissapori con il  suocero.
    Ma come ora dirlo senz'accusare di poca giustizia e di poca carit una
    persona  che  appunto  per essergli nemica egli doveva particolarmente
    amare?  Preg il professore di lasciarlo  andare  a  Sant'Onofrio.  La
    mutazione fu cos repentina che Mayda ne meravigli, pens un momento,
    cap, gli disse aggrottando le ciglia:
    Volete che io non perdoni mai pi qualche cosa a qualcuno?
    Benedetto non si oppose pi.  Soltanto quando a notte venne il momento
    di scendere alla carrozza ed  egli  si  sent  incapace  di  reggersi,
    sorrise, disse al professore posandogli la mano sul braccio:
    Lei sa che a questo modo domani o posdomani avr un morto in casa?
    Il  professore  rispose  che  con  lui  non  mentiva,  che  questo era
    possibile, ma non certo.
    Lei sa riprese Benedetto, non pi sorridente, che prima vi avr...
    So quello che volete dire interruppe il professore. Venite in pace,
    caro.  Non sono credente  come  voi  ma  lo  vorrei  essere  e  aprir
    rispettosamente  la  mia  porta a chi vorrete voi.  Intanto prenderemo
    questo, vero?
    Stacc dalla parete il Crocifisso che Benedetto aveva portato con s e
    prese l'infermo nelle sue braccia potenti.
    Il tragitto si fece senza guai.  Adagiato per  traverso  nel  "landau"
    sopra  una  diga  di  cuscini,  Benedetto,  che  sembrava diminuito di
    statura,  rispondeva pi col  sorriso  che  colla  voce  fievole  alle
    frequenti  domande dei professore.  Questi gli teneva continuamente la
    mano al polso e di  tempo  in  tempo  gli  amministrava  un  cordiale.
    All'entrata della villa, fosse commozione o stanchezza, il povero viso
    scarno  dell'infermo  imbianc e si coperse di sudore,  i grandi occhi
    lucenti si chiusero.  Mayda lo  port  nel  suo  proprio  letto.  Cos
    avvenne   che   Benedetto,   nel  ricuperare  la  coscienza,   non  si
    raccapezzasse pi.
    Egli non la ricuper, in quella sua spossatezza estrema, senza passare
    per ombre di pensamenti vani.  Gli parve esser  morto,  giacere  steso
    sulla  faccia  perpetuamente oscura della luna,  avere a cerchio di s
    l'imbuto dei raggi solari fuggenti all'infinito  e  vedere  sul  fondo
    nero dell'imbuto fiammeggianti occhi di stelle. Poco a poco si conobbe
    in  un  letto  enorme,  tutto scuro,  cinto di un chiaror fioco che si
    perdeva ai lati verso  pareti  male  visibili.  Grandi  ombre  gli  si
    movevano  intorno.  A  fronte gli si apriva un azzurro tutto sparso di
    punti lucenti. Gli batt il cuore; non erano veramente stelle? Dovette
    richiamarsi alle  sensazioni  del  letto  e  del  proprio  vivere  per
    comprendere  ch'erano  veramente  stelle  ma ch'egli non giaceva sulla
    luna.  Allora,  dove era?  Si lasci andare  a  una  dolcezza  che  lo
    invadeva,  alla  dolcezza  di  non  sentirsi  quasi  pi il corpo e di
    sentirsi Dio nell'anima,  tanto vicino e tenero e  ardente.  Era  dove
    piaceva a Dio.
    Una  mano  gli  si  pos  sulla  fronte,  una  lampadina  elettrica lo
    abbagli, un'affettuosa voce forte disse:
    Come va?
    Egli riconobbe Mayda.  Allora domand a lui  dove  fosse,  perch  non
    fosse  nella sua cameretta antica.  Prima ancora che il professore gli
    rispondesse, lo assalse un dubbio angoscioso.  Il Crocifisso?  Il caro
    Crocifisso?  Era  rimasto in casa del senatore?  Il Crocifisso era sul
    tavolino da notte. Il professore glielo mostr.
    Non sai diss'egli che lo abbiamo portato con noi?
    Benedetto lo guard,  contento del nuovo tu e porse la mano  tremante,
    cercando quella di Mayda che gliela prese fra le proprie, dolcemente.
    In  pari  tempo  si  sent  umiliato della sua dimenticanza.  Era egli
    vicino a perder la mente?  Tutto il  giorno  prima  aveva  pensato  le
    ultime  parole  da  dire agli amici e alla persona che tanto gli aveva
    fatto sentire la sua presenza invisibile.  Ma se perdeva la mente?  Il
    professore  diede mano a saturarlo di chinino.  In principio Benedetto
    accett volentieri iniezioni dolorose e pozioni  amare,  cos  per  il
    desiderio  di  rinvigorirsi  un  poco e quindi di difendersi contro un
    oscuramento dello spirito,  come per il desiderio di soffrire.  Oh s,
    soffrire, soffrire! Nei giorni precedenti aveva sofferto molto, non di
    sofferenze  locali,  non  di  sofferenze  acute,  ma di una sofferenza
    inesprimibile,  diffusa dalle radici dei capelli  alle  estremit  dei
    piedi.  Era  stata  una beatitudine dell'anima poter associare in tali
    momenti la volont propria alla Volont Divina,  accettare  dall'Amore
    tutto  il dolore che gli aveva destinato senza dirgliene il misterioso
    perch, un perch nascosto nel disegno dell'Universo,  certo un perch
    di  bene;  non  di  solo  bene  della  persona  sofferente  ma di bene
    universale,  di un bene radiante dal suo povero corpo senza conosciuto
    confine,  come  il  moto  da un vibrante atomo del mondo.  Grande cosa
    soffrire,  continuare umilmente Cristo,  continuare la redenzione come
    un peccatore pu, compensare col dolore proprio il male altrui! L sul
    sentiero  solitario del Sacro Speco,  nel fragore dell'Aniene,  fra le
    montagne religiose, don Clemente, gli aveva parlato cos.
    E adesso quel soffrir mortale era cessato.  Quando il chinino cominci
    a rombargli nel capo,  se ne sgoment.  Questi rimedi lo istupidivano.
    Chiam il professore; gli rispose una suora.  Chiese che gli facessero
    venire un sacerdote dalla Bocca della Verit.
    Il  professore,   ch'era  andato  a  riposare  per  un'ora,   venne  a
    rassicurarlo e credette allora dirgli quello che prima aveva  taciuto.
    Don  Clemente  aveva  telegrafato  a  Selva  che sarebbe giunto a Roma
    l'indomani mattina alle dieci. Benedetto n'ebbe una gran gioia.
    Ma non sar tardi? diss'egli. Non sar tardi?
    No,  non poteva esser tardi.  Egli non  si  trovava  presentemente  in
    pericolo  prossimo.  Questione  di  vita  o di morte era il rinnovarsi
    della febbre e nel caso pi  disgraziato  vi  sarebbero  state  ancora
    molte  ore.  Mayda  dubit  di  avere  parlato troppo crudamente,  gli
    sussurr:
    Ma guarirai.
    E usc della camera. Benedetto,  pensando a don Clemente,  pass dalla
    quiete  della  sua contentezza nel sopore e nel sogno,  dove discesero
    gli spiriti mali a comporgli con le ultime parole del  professore  una
    visione d'inganno.
    Egli si vide in faccia un colossale muraglione di marmo, incoronato di
    ricche  balaustrate,  tutto  bianco di luna.  L in alto;  dietro alle
    balaustrate,  agitavasi al vento una densa foresta.  Sei  scale,  pure
    fiancheggiate di balaustri, scendevano per isghembo, tre da sinistra e
    tre da destra,  sulla fronte del muraglione,  terminando a sei ripiani
    sporgenti.  Le balaustrate superiori erano partite da  pilastrini  che
    reggevano  urne.  Ed ecco fra le urne,  a mezzo di ciascun intervallo,
    apparire come in danza,  nello  stesso  istante,  nello  stesso  abito
    celeste  scollato,  nello  stesso grazioso atto del capo,  sei giovani
    donne bellissime; e con lo stesso armonioso gesto delle braccia ignude
    tendere a lui dall'alto, piegando il busto,  sei scintillanti coppe di
    argento.  Si  ritraevano  quindi  a  un punto dalla balaustrata e a un
    punto ricomparivano sulle sei scale, le scendevano uguali velocemente,
    e,  toccati i ripiani,  a un punto riporgevano graziose il busto,  gli
    tendevano,   guardandolo   con  una  gravit  strana,   le  sei  coppe
    scintillanti.  Dalle loro labbra non usciva parola e tuttavia gli  era
    evidente  che  le sei giovani gli offrivano nell'argento un liquore di
    vita, di salute, di piacere.
    Egli sentiva di averne uno sgomento morale angoscioso  e  tuttavia  di
    non  poter  levare lo sguardo dalle coppe scintillanti,  dai bei volti
    gravi,  chini sopra di esse.  Si sforzava di chiudere gli occhi e  non
    poteva,  di levarsi e non poteva,  d'invocare Dio e non poteva. Le sei
    danzatrici piegarono a un punto le coppe  verso  di  lui,  sei  mobili
    nastri  di  liquore  rigarono  l'aria.  Come  io  pens  il dormente
    scambiando  persone  nella  memoria  turbata  a  Praglia.   E  tutto
    scomparve, si vide davanti Jeanne. Ritta in piedi, chiusa nel mantello
    verde  foderato di "skunk",  ombrata il viso dal grande cappello nero,
    ella lo guardava come lo aveva guardato  a  Praglia  nel  momento  del
    primo  incontro.  Ma  stavolta il dormente vide una rispondenza fra la
    gravit di quello sguardo e la gravit  dei  volti  delle  danzatrici,
    vide  con  lo  spirito  la parola silenziosa delle sette anime: povero
    uomo, tu ora conosci il tuo doloroso errore, tu ora sai che Dio non .
    La gravit degli sguardi non era che  tristezza  di  piet.  Le  coppe
    della vita, della salute e del piacere gli erano offerte discretamente
    e senza gioia come a uno ch' nel lutto,  che ha perduto ogni cosa pi
    cara; come il solo povero conforto che gli rimane. Cos Jeanne offriva
    il suo amore.  E il dormente fu invaso  da  questa  presunta  evidenza
    nuova che Dio non . Era una vera e propria sensazione fisica, un gelo
    diffuso  per  tutte  le membra,  movente lento al cuore.  Egli prese a
    tremare,  a tremare e  si  dest.  Mayda  pendeva  sopra  di  lui  col
    termometro in mano. Benedetto mormor con gli occhi sbarrati: Padre! -
    Padre! - Padre - La suora sugger: - Padre nostro che sei nei cieli...
    -  e avrebbe continuato con la sua voce disgraziatamente sciocca senza
    un brusco  richiamo  del  professore.  Questi  mise  il  termometro  a
    Benedetto  che  quasi  non  se  ne  avvide.  Era tutto nello sforzo di
    staccare dall'intimo s le immagini delle figure  tentatrici  e  della
    orribile  loro  parola,  di  gettarsi,  anima e coscienza,  in seno al
    Padre, di aprire a Lui con l'intero essere proprio,  di annientarsi in
    esso.  Le immagini cedevano lentamente,  con ritorni di assalto sempre
    pi brevi,  sempre pi deboli.  Il viso  appariva  tanto  trasfigurato
    nella   mistica   tensione   dell'anima  che  Mayda  si  pietrific  a
    contemplarlo,  dimentic di guardar l'orologio fino a che i lineamenti
    contratti  nell'affannosa  preghiera non si vennero distendendo in una
    compostezza di pace. Allora si sovvenne, lev il termometro. La suora,
    dietro a lui,  reggeva la lampadina elettrica cercando pure di vedere.
    Egli non discerneva,  sulle prime,  il grado. In quei pochi secondi di
    silenzio e di attenzione intensa n l'uno n l'altra si  avvidero  che
    l'infermo  si  era  voltato  sul  fianco  e  guardava  il  professore.
    Finalmente Mayda scosse lo strumento.  Che  grado  aveva  segnato?  La
    suora  non os chiederlo e la faccia del professore era impenetrabile.
    L'ammalato allung la mano senza ch'egli se  ne  avvedesse,  lo  tocc
    lievemente  sul braccio.  Mayda si volse a lui,  gli lesse negli occhi
    sorridenti la domanda: e dunque? Non rispose a parole  ma  solo  con
    l'ondular della mano spiegata: n bene n male. Poi sedette accanto al
    letto,  silenzioso ancora,  impenetrabile, guardando Benedetto che non
    guardava pi lui ma guardava,  rimessosi a  giacere  supino,  i  punti
    lucenti nell'immenso azzurro.
    Professore diss'egli, che ore sono?
    Le tre.
    Alle cinque mandi ad avvertire a Bocca della Verit.
    Va bene.
    Sarebbe tardi?
    A  quest'ultima  domanda  il  professore  rispose  con un no sonoro,
    vibrato. E dopo un momento di silenzio soggiunse a voce pi bassa no
    come a conclusione di  un  ragionamento  interno.  Il  termometro  era
    salito a trentasette e cinque;  dalla sera precedente, pi d'un grado.
    Se l'ascensione continuasse rapida,  se vi fosse pericolo di  delirio,
    avrebbe mandato a Bocca della Verit prima delle cinque.  L'ascensione
    rapida non gli pareva  probabile  bench  quel  trentasette  e  cinque
    avesse un colore nero.
    Domand all'ammalato se la luce della lampada l'offendesse.  Benedetto
    rispose che materialmente  non  l'offendeva,  spiritualmente  s;  gli
    toglieva di vedere per la finestra il cielo, la notte stellata.
    Illuminatio mea diss'egli, dolcemente.
    Il professore non cap, gli fece ripetere la parole, chiese qual fosse
    il suo lume, ud la voce fievole mormorare:
    Nox.
    Mayda non conosceva i Salmi,  la parola profonda dell'antico ebreo, al
    quale parve oscuro  il  nostro  piccolo  sole  che  occulta  il  mondo
    superiore. Intese e non intese. Tacque riverente.
    Benedetto  cercava  con gli occhi le stelle.  La sua propria coscienza
    trapassava in esse  che  lo  guardavano  austere  sapendolo  presso  a
    raccogliere, prima della morte imminente, tutta la storia morale della
    sua  vita  per  dirla  con  parole  che  sarebbero  un  primo giudizio
    pronunciato nel nome di Dio Giustizia per impulso di  Dio  Amore,  che
    non  si  perderebbero perch nessun moto si perde,  che apparirebbero,
    chi sa come, chi sa dove, chi sa quando, per la gloria di Cristo, come
    testimonianza suprema di uno spirito  alla  Verit  morale  contro  se
    stesso.  Cos  gli  parlavano  le  stelle silenziose,  animate del suo
    pensiero.  E la sua vita gli si disegn nella mente da capo  a  fondo,
    non tanto nei punti salienti esterni, come nella linea morale interna.
    Egli ne vide tutta la prima parte dominata da una concezione religiosa
    prevalentemente egoistica,  ordinata a far convergere l'amore di Dio e
    degli uomini a un bene individuale,  a un  fine  di  perfezione  e  di
    premio.  Sentiva  dolore  di avere cos obbedita solamente a parole la
    legge che all'amore di se stesso antepone l'amore di Dio;  ed  era  un
    dolore  dolce,  non  perch gli fosse facile trovare scuse all'errore,
    imputarlo a maestri,  ma perch gli era dolcezza  sentire  il  proprio
    niente  nell'onda  di  grazia  che lo avvolgeva.  E sentiva il proprio
    niente in quel passato sfacelo di una religiosit manchevole,  operato
    dall'insorgere  dei sensi,  nella depressione centrale della sua vita,
    tutt'un tessuto di sensualit,  di debolezze,  di contraddizioni e  di
    menzogne;  il  proprio  niente  anche  nella  vita posteriore alla sua
    conversione,  impulso e opera di una Volont interna e prevalente alla
    sua,  durante  il  quale  ultimo tempo gli pareva di avere,  per conto
    proprio,  solamente gravato contro l'impulso buono.  Anel  a  deporre
    come una spoglia pesante tutto quel s che lo tardava. Conobbe parte
    di  questo  s  pesante  anche  l'affetto alla Visione,  aspir alla
    Verit Divina nel suo mistero qualunque ella fosse,  si don a lei con
    tale  violenza  di desiderio da spezzarsi,  quasi,  nel palpito;  e le
    stelle gli folgorarono  un  senso  cos  vivo  della  incommensurabile
    grandezza  della Verit Divina di fronte alla concezione religiosa sua
    e dei suoi amici,  e insieme una fede cos certa di essere  avviato  a
    quella  immensit,  ch'egli  esclam  alzando  di  scatto la testa dal
    guanciale:
    Ah!
    La suora si era appisolata ma il professore no.
    Cosa c'? diss'egli. Vedi qualche cosa?
    Sulle prime Benedetto non rispose.  Il professore alz la lampadina  e
    si  chin  sopra  di  lui  che  volse  il  viso  a  guardarlo  con una
    espressione di desiderio intenso,  e dopo averlo  guardato  lungamente
    sospir:
    Ah professore, c' che Lei deve venire dove vado io.
    Ma sai disse Mayda dove vai, tu?
    So  rispose Benedetto che mi separo da tutto quello che si corrompe
    e che pesa.
    Poi domand se qualcuno fosse andato alla parrocchia. Come, se non era
    passato che un quarto d'ora? Si scus, gli pareva che fosse passato un
    secolo.  Supplic il professore  di  ritirarsi,  di  prendere  riposo,
    contempl daccapo i lumi celesti; poi chiuse gli occhi, desider Ges,
    due braccia umane che lo sollevassero e lo cingessero, un petto umano,
    animato di Divino, dove celare il viso entrando nell'immenso mistero.
    Ebbe i Sacramenti alle sei. Il termometro era salito di qualche linea.
    Alle  nove  Benedetto domand di Giovanni Selva.  Seppe ch'era venuto,
    ch'era ripartito e che c'era invece di Leyn.  Volle vederlo  malgrado
    l'opposizione del professore. Gli disse che desiderava salutare almeno
    alcuni  dei  suoi  amici delle catacombe.  Di Leyn lo sapeva,  gliene
    aveva parlato Selva.  Pot annunciare che si  erano  dato  convegno  a
    villa Mayda verso il tocco.  La suora infermiera,  venuta poco prima a
    sostituire la sua compagna,  ebbe l'imprudenza di dire che tanta gente
    del popolo domandava notizie.  Benedetto,  l per l, non disse nulla;
    ma,  uscito di Leyn,  fece chiamare il professore.  Il professore non
    c'era,  aveva  dovuto recarsi all'Universit.  Il discorso della suora
    avea  fatto  prendere  definitivamente  a  Benedetto  una  risoluzione
    pensata  fin  da quando la prima luce del giorno gli aveva mostrato le
    pareti della camera dipinte di soggetti mitologici nello  stile  della
    Casa  di  Livia.  Desider di un desiderio indicibile la sua cameretta
    antica.  L  avrebbe  veduto  gli  amici,  i  popolani  che  volessero
    visitarlo,  e,  se fosse venuta,  l'altra persona. Preg di partire al
    giardiniere e ai servi,  espresse il suo desiderio;  e  perch  coloro
    rifiutavano di trasportarlo,  li supplic per amor di Dio, li commosse
    tanto che si arresero,  a rischio di venir cacciati.  Idee proprio di
    Santi  pens  la suora.  Benedetto fece il tragitto nelle braccia del
    giardiniere e di un servo,  avviluppato di coperte,  col Crocifisso in
    mano.  La  sua consolazione di trovarsi nella cameretta povera fu cos
    grande che parve a tutti migliorato. Ma il termometro saliva.
    Dopo il tocco il  termometro  segnava  trentanove.  Don  Clemente  era
    arrivato alle dieci e mezzo.


    3.
    I Selva e di Leyn raggiunsero il gruppo di persone che li aspettavano
    nel  viale  degli  aranci.  Erano  tutti  laici  meno uno,  un giovine
    sacerdote abruzzese,  piccolo,  dal viso olivastro,  dagli occhi neri,
    profondi  e ardenti.  Vi era lo studente Elia Viterbo,  ora cristiano,
    stato battezzato da  quel  sacerdote.  Vi  era  il  biondo  giovinetto
    lombardo prediletto dal Maestro.  Vi era un giovine operaio, abruzzese
    anche lui, amico del prete, bellissimo,  dalla faccia di apostolo;  vi
    era quell'Andrea Minucci della riunione religiosa di Subiaco; vi erano
    un  pittore,  un  ufficiale  di marina comandato al Ministero e altri;
    tutti uomini che ogni amore terreno avrebbero sacrificato all'amore di
    Benedetto.  Nessuno di loro aveva creduta vera  una  sola  delle  voci
    calunniose  sparse  contro  di  lui.  Lo  avevano difeso con impetuoso
    sdegno contro i compagni diffidenti.  Si potr dire di essi un  giorno
    che  furono  posti  alla  prova  dalla  Provvidenza ed eletti quindi a
    continuatori dell'opera del Maestro.  Di Leyn era della loro schiera;
    in  Giovanni  Selva  essi  ammiravano  e riverivano un uomo ammirato e
    riverito dal Maestro, provandone per soggezione.  Stavano da un pezzo
    nel  viale degli aranci ad aspettare appunto lui;  perch a entrar dal
    Maestro non si aspettava che il signor Giovanni. Molti di loro avevano
    le lagrime agli occhi. All'avvicinarsi dei Selva, tutti si levarono il
    cappello in silenzio.  Giovanni si avvi,  seguito dall'intero gruppo,
    verso la casina.  Sua moglie veniva ultima. Uno dei giovani le accenn
    di passare avanti,  ma ella non volle e nessuno  insistette.  Non  era
    luogo  n  ora  di  cerimonie;  Maria  sentiva che quegli uomini erano
    chiamati prima di lei a continuare l'opera di Benedetto  dopo  la  sua
    morte.  Camminavano in silenzio e a capo scoperto malgrado la pioggia,
    Selva come gli altri.
    Mayda li ricevette sulla soglia. Al suo ritorno dall'Universit,  egli
    aveva accolto la notizia del passaggio di Benedetto alla casina con un
    terribile  scoppio  di collera.  Non aveva poi disarmato con la suora,
    con il giardiniere,  con i servi,  ma si era  persuaso  in  cuor  suo,
    considerando  la nota delle temperature prese ogni mezz'ora,  che quel
    colpo di follia non aveva modificato  sensibilmente  il  corso  fatale
    della  febbre.  Alla  domanda  se si dovesse restar poco nella camera,
    cercare che l'ammalato parlasse il meno possibile, rispose:
    Fate tutto quello che desidera;  il banchetto del condannato.
    E li precedette sur una scaletta di legno.
    I tuoi amici diss'egli, entrando nella camera.  Li fece passare,  e,
    chiuso  l'uscio,  si  appoggi a uno stipite della porta,  con le mani
    incrociate dietro il dorso,  guardando Benedetto.  L'alta figura bruna
    non  si  mosse pi di l tutto il tempo che Benedetto trattenne i suoi
    fedeli.
    Benedetto  aveva  il  viso  acceso,  gli  occhi  lucenti,  il  respiro
    frequente.   Salut   gli   amici   con   un   grazie   vibrante  di
    sovreccitazione lieta,  che strapp a qualcuno dei singhiozzi.  Allora
    egli  alz la mano come pregando di chnarsi.  Dopo ricevuto il Viatico
    la sua continua preghiera era stata di poter parlare ai suoi discepoli
    prediletti,  di avere da Dio parole di  verit  e  forza  bastevole  a
    pronunciarle. Si sentiva ora il petto pieno dello Spirito.
    Venitemi vicini diss'egli.
    Il giovinetto biondo pass avanti agli altri, s'inginocchi, rigato il
    viso di tacite lagrime,  al letto del Maestro che gli pos la mano sul
    capo e riprese:
    Restate uniti.
    Le dolorose parole taciute accorarono maggiormente;  ma ciascuno sent
    che  quell'anima  era  per dare luce di ammaestramento e di consiglio,
    ciascuno represse il pianto.  La voce di Benedetto suon nel  silenzio
    pi profondo.
    Pregate  senza  posa  e  insegnate a pregare senza posa.  Questo  il
    fondamento primo.  Quando l'uomo ama veramente di  amore  una  persona
    umana  o  una  idea  della propria mente,  il suo pensiero aderisce in
    segreto continuamente al suo amore mentr'egli attende alle pi diverse
    occupazioni della vita, sia di vita di servo, sia di vita di re; e ci
    non gli toglie di attendervi bene ed egli non ha bisogno di  rivolgere
    molte  parole al suo amore.  Gli uomini del mondo possono portare cos
    nel loro cuore una creatura, una idea di verit o di bellezza. Portate
    voi sempre nel vostro il Padre che  non  avete  veduto  ma  che  avete
    sentito tante volte come uno Spirito di amore spirante in voi,  che vi
    metteva il desiderio dolcissimo di vivere per esso.  Se  cos  farete,
    l'azione vostra sar tutta viva di spirito di Verit.
    Ripos un poco, guard don Clemente seduto accanto al letto, sorrise.
    Parole Sue della cara Santa Scolastica diss'egli. E continu:
    Siate  puri  nella vita perch altrimenti disonorerete Cristo davanti
    al mondo;  siate puri  nel  pensiero  perch  altrimenti  disonorerete
    Cristo davanti agli spiriti di bont e agli spiriti di nequizia che si
    combattono nelle anime dei viventi.
    Detto  cos,  egli  cinse  col  braccio la testa del giovinetto biondo
    quasi a difenderla dal male e preg nell'anima per lui  forse  la  sua
    maggiore speranza. Poi ripigli:
    Siate santi,  non cercate n lucri n onori, mettete in comune per le
    vostre opere di verit e di carit il superfluo  misurato  secondo  la
    voce  interna  dello  Spirito.  Siate  benefici amici a tutti i dolori
    umani nei quali v'incontrerete,  siate mansueti ai vostri offensori  e
    derisori  che  saranno  molti  anche nell'interno della Chiesa,  siate
    intrepidi a fronte del male;  datevi alle necessit l'uno  dell'altro;
    perch  se tali non vivrete non potrete servire lo Spirito di Verit e
    perch il mondo  riconosca  h  Verit  dai  vostri  frutti,  perch  i
    fratelli riconoscano dai vostri frutti che voi siete di Cristo.
    Don  Clemente  si  pieg  sopra  di lui per la piet del suo respirare
    affannoso,  gli disse piano che riposasse.  Benedetto gli  prese,  gli
    strinse  la  mano,  tacque  alcuni istanti.  Poi,  levatigli in viso i
    grandi occhi lucenti, rispose:
    Hora ruit.
    E ricominci:
    Ciascuno di voi adempia  i  suoi  doveri  di  culto  come  la  Chiesa
    prescrive,  secondo  stretta giustizia e con perfetta obbedienza.  Non
    prendete nomi per la vostra unione, n parlate mai collettivamente, n
    fatevi regole comuni oltre a queste che vi ho dette. Amatevi,  l'amore
    basta. E comunicate gli uni con gli altri. Molti lavorano nella Chiesa
    lo  stesso lavoro al quale vi preparate voi con la preparazione morale
    che vi ho prescritta: voglio dire un  lavoro  di  purificazione  della
    fede  e di penetrazione della fede purificata nella vita.  Onorateli e
    apprendete da essi ma non fateli  partecipi  della  vostra  unione  se
    spontaneamente  non  vengano  a  voi  per mettere il loro superfluo in
    comune. Questo sar il segno che Iddio li manda a voi.
    Qui  Benedetto  s'interruppe,   preg  dolcemente  Giovanni  Selva  di
    venirgli pi vicino.
    Desidera vederla diss'egli. Quello che ho detto e pi ancora quello
    che dir  nato da Lei.
    Stese la mano a prendere quella di don Clemente, soggiunse:
    Il  padre lo sa.  - Noi dobbiamo sentire Iddio presente in noi stessi
    ma dobbiamo anche sentirlo ciascuno di noi nell'altro e  io  lo  sento
    tanto  in  Lei.  -  S prosegu volgendosi a don Clemente come per un
    appello  alla  sua  autorit,  questo    il  fondamento  vero  della
    fraternit  umana  e  per  questo  coloro  che  amano  gli uomini e si
    figurano di essere freddi con Dio,  sono pi vicini al Regno di  tanti
    che si figurano di amare Dio e non amano gli uomini.
    Il giovine prete che stava,  quasi timidamente, dietro Selva, esclam:
    oh s s! Selva pieg  il  capo,  sospirando.  L'alta  figura  bruna
    addossata  a  uno stipite della porta non si mosse,  ma il suo sguardo
    fermo a Benedetto ebbe una intensit,  una  tenerezza,  una  tristezza
    indicibili.
    Don  Clemente  si  pieg da capo all'infermo,  gli disse di sostare un
    poco;  anche la suora ne lo preg.  Mayda non  parl  n  parlarono  i
    discepoli.  Benedetto bevve un po' d'acqua, ringrazi e riprese il suo
    dire.
    Purificate la fede per gli adulti ai quali  incomportabile  il  cibo
    degl'infanti.  Questa  parte  del  vostro lavoro  per quelli che sono
    fuori della Chiesa, le appartengano di nome o no,  per quelli ai quali
    voi  vi mescolerete incessantemente.  Lavorate a glorificare l'idea di
    Dio adorando sopra ogni cosa la Verit  e  insegnando  che  non  vi  
    verit contro Dio n contro la Sua legge.  Badate per con altrettanta
    cura che gl'infanti non accostino la bocca al cibo degli  adulti.  Non
    vi offenda una fede impura,  una fede imperfetta dove pura  la vita e
    giusta  la coscienza; perch rispetto alle profondit infinite di Dio
    poca differenza vi  tra la fede della femminetta e la fede vostra,  e
    se la coscienza della femminetta  giusta,  se la sua vita  pura, voi
    non passerete avanti a lei nel Regno dei  Cieli.  Non  pubblicate  mai
    scritti  intorno a questioni religiose difficili perch sieno venduti,
    ma distribuiteli secondo prudenza e mai  non  vi  apponete  il  vostro
    nome.
    Lavorate per la penetrazione della fede purificata nella vita. Questo
    lavoro    per  quelli  che  nella Chiesa sono e nella Chiesa vogliono
    essere e si chiamano turba, popolo infinito;  per coloro che veramente
    credono  nei  dogmi  e  si compiacerebbero di crederne anche pi,  che
    veramente credono nei miracoli e si  compiacciono  di  crederne  anche
    pi,  ma veramente non credono nelle Beatitudini, che dicono a Cristo:
    "Signore,  Signore!" ma pensano che sarebbe troppo duro di fare  tutta
    la  Sua volont e neppure hanno zelo di cercarla nel Libro Santo e non
    sanno che religione  sopra tutto azione e vita. A costoro che pregano
    abbondantemente,  spesso idolatricamente,  insegnate voi a  praticare,
    oltre  alle preghiere prescritte,  anche la preghiera mistica in cui 
    la fede pi pura,  la pi perfetta speranza,  la pi perfetta  carit,
    che purifica per s l'anima e purifica la vita. Vi dico io di prendere
    pubblicamente il posto dei Pastori?  No; ciascuno lavori nella propria
    famiglia,  ciascuno lavori fra i propri  amici,  chi  pu  lavori  nel
    libro. Cos lavorerete anche il terreno onde i Pastori sorgono.
    Figli  miei,  non  vi  prometto che rinnoverete il mondo.  Lavorerete
    nella notte senza profitto apparente come Pietro e i suoi compagni sul
    mare di Galilea,  ma Cristo alfine verr e allora il  vostro  guadagno
    sar grande.
    Tacque,  preg per i suoi discepoli, sospir nella prescienza di molto
    loro soffrire da molte specie di nemici e disse le ultime parole:
    Pi tardi le vostre preghiere; adesso il vostro bacio.
    I discepoli domandarono a  una  voce  di  essere  benedetti.  Egli  si
    scherm, disse di non sentirsi degno:
    Non sono che il povero cieco, al quale il Signore ha aperti gli occhi
    col fango
    Don Clemente non parve udire, s'inginocchi dicendo:
    Anche me.
    Benedetto  gl'impose  con umile obbedienza la mano sul capo,  disse le
    parole latine della benedizione rituale e lo  baci.  Cos  fece  agli
    altri,  uno per uno.  Parve a ciascuno sentirsi fluire nell'interno da
    quella mano il vento dello Spirito.  Quando fu  la  volta  del  prete,
    questi mormor:
    Maestro, e noi?
    Il morente si raccolse alcuni istanti, rispose:
    Siate poveri,  vivete da poveri,  siate perfetti, non compiacetevi n
    di titoli n  di  vesti  di  onore,  non  dell'autorit  personale  n
    dell'autorit collettiva, amate coloro che vi odiano, astenetevi dalle
    parti,  pacificate nel nome di Dio,  non accettate uffici civili,  non
    tiranneggiate le anime n vogliate governarle troppo, non fate culture
    artificiali di sacerdoti,  pregate Dio di esser molti ma non temete di
    esser pochi;  non crediate che vi abbisogni molta scienza umana,  solo
    vi abbisogna molto rispetto per la ragione e molta fede  nella  Verit
    universale e inscindibile.
    Ultima  si avvicin Maria Selva.  S'inginocchi a due passi dal letto.
    L'infermo le sorrise, le fe' cenno di alzarsi.
    La ho gi benedetta in Suo marito diss'egli. Non li so distinguere.
    Ella  una parte dell'anima sua. Ella  il suo coraggio, lo sia sempre
    pi nelle ore penose che lo  aspettano.  E  siate  insieme  la  poesia
    dell'amore  cristiano,  fino  all'ultimo.  Fermatevi  ora  qui un poco
    tutt'e due.
    La luce  venne  meno  rapidamente  nella  camera  mentre  i  discepoli
    uscivano.  Si  ud  il  rombo  del tuono,  la suora and a chiudere la
    finestra.  Prima guard nel giardino,  esclam: poverini!  Benedetto
    ud,  volle  sapere,  apprese  che  il giardino formicolava di persone
    venute per vederlo, che una pioggia tempestosa era imminente.  Preg i
    Selva di attendere e Mayda di far entrare il popolo.

    Un  calpestio  pesante  suon  sulla  scaletta  di legno.  La porta si
    aperse,  parecchi popolani entrarono adagio in punta di piedi.  In  un
    momento la camera fu piena.  Una calca di teste scoperte si affacciava
    alla porta.  Nessuno parlava,  tutti guardavano  Benedetto,  smarriti,
    riverenti. Benedetto salut colle due mani a braccia aperte.
    Vi  ringrazio  diss'egli.  Pregate  come certo a qualcuno di voi ho
    insegnato. E Dio sia con voi, sempre.
    Un omone grande gli rispose, tutto rosso:
    Noi si pregher ma Lei non more, sa. Lei non creda sta cosa.  Per ce
    benedica.
    Intanto  dalla scaletta venivano voci impazienti di gente che voleva e
    non  poteva  salire.  Benedetto  disse  qualche  cosa,  piano,  a  don
    Clemente.  Don  Clemente  ordin  che i presenti sfilassero davanti al
    letto,  uscendo poi dalla camera perch potessero  sfilare  anche  gli
    altri.
    A uno a uno passarono tutti.  Erano genterella del Testaccio,  operai,
    garzoni  di  negozio,  venditrici  di  frutta,   piccoli  merciaiuoli,
    accattoni.  Benedetto  andava  ripetendo  di tanto in tanto,  con voce
    stanca, parole di congedo. - Addio. - Pregate per me. - A rivederci in
    paradiso.  - Chi passando  davanti  a  lui  piegava  il  ginocchio  in
    silenzio,  chi toccava il letto e si faceva il segno della croce,  chi
    gli raccomandava s o persone care,  chi gli diceva  benedizioni.  Uno
    gli  domand  perdono di aver creduto ai suoi calunniatori.  Fu allora
    una sequela di anche a me, anche a me. Pass la gobbina di via della
    Marmorata,  cominci a raccontargli piangendo che il suo vecchio prete
    si  era  confessato  e avrebbe voluto dirgli tutta la sua gratitudine.
    Chi seguiva la spinse via ed ella pass per sempre dagli occhi di lui.
    Tanti cos  gli  passarono  davanti  l'ultima  volta  e  piangendo  si
    allontanarono da lui per sempre, ch'egli aveva consolati nello spirito
    e  nel corpo.  Molti ne riconobbe e salut col gesto.  Quelli giravano
    via pure girando il volto lagrimoso continuamente a lui.  La fila  che
    scendeva sfiorando sulla scaletta la fila che saliva, le anticipava le
    impressioni  della camera dolorosa.  - Ah che viso!  - Ah che voce!  -
    Dio,  muore!  - E' un angelo di Dio!  - Vedrete!  - Ci ha il  paradiso
    negli  occhi!  - E non pochi mormoravano maledizioni agl'infamacci che
    lo avevano calunniato, non pochi parlavano,  fremendo,  di veleno e di
    assassinio.  Dio,  portato  via  dai  questurini,  ritornava cos!  Un
    lugubre tuonare  continuo  e  il  gran  pianto  uguale  della  pioggia
    coprivano  i sussurri pietosi e irosi.  Finito di scolare il fiume del
    popolo,  Mayda fece aprire la  finestra  perch  l'aria  era  viziata.
    Benedetto preg che gli alzassero un poco il capo,  desiderando vedere
    il gran pino inclinato al Celio.  La verde livida corona dell'ombrello
    tagliava obliqua il cielo tempestoso. La guard a lungo. Riadagiato il
    capo  sul guanciale,  accenn a don Clemente di piegarsi verso di lui,
    gli disse, quasi all'orecchio: Sa,  quando mi hanno portato qua dalla
    villa,  ho  sentito  un fortissimo impulso a pregare che mi portassero
    sotto il pino che si vede dalla finestra,  per morire l.  Ma ho anche
    pensato subito ch'era una cosa troppo voluta,  e che non era buona.  E
    poi -soggiunse sorridendo - sarebbe sempre mancato l'abito. Un  lieve
    moto  delle  labbra  di  don  Clemente gli rivel ch'egli aveva recato
    l'abito con s da Subiaco.  N'ebbe un assalto di  commozione  intensa.
    Giunte  le  mani,  stette in silenzio fino a che dur la lotta interna
    fra il desiderio che la Visione si compiesse e la coscienza che non si
    sarebbe compiuta naturalmente.  Si raccolse in un  atto  di  abbandono
    alla  Divina  Volont.  Il Signore vuole che io muoia qui diss'egli.
    Per mi permette di avere almeno l'abito sul letto prima di  morire.
    Don  Clemente  si  chin sopra di lui e lo baci in fronte.  Intanto i
    Selva attendevano in disparte.  Benedetto li chiam a s,  disse  loro
    che  avrebbe  ricevuto  la  signora  Dessalle fra mezz'ora,  ma che la
    pregava di non venire sola.  Poteva venire con loro.  Insieme ai Selva
    usc  anche Mayda.  La suora dormicchiava.  Allora Benedetto preg don
    Clemente di recarsi poi dal Pontefice,  di dirgli come la  fine  della
    Visione   non  si  fosse  avverata,   come  quindi  tutto  l'apparente
    miracoloso della  sua  vita  svanisse,  come  finalmente  egli  avesse
    sentita con grande dolcezza, prima di morire, la benedizione del Papa.
    E gli dica fin che spero di poter parlare ancora nel suo cuore.
    L'ambascia  era diminuita ma la voce si affiochiva,  le forze venivano
    mancando colla febbre.  Don Clemente gli prese  e  tenne  a  lungo  il
    polso. Poi si alz.
    Lei  va  a  prendere  l'abito?  mormor  Benedetto  con  un  sorriso
    dolcissimo.  Il bel viso del padre si coperse di rossore.  Egli  vinse
    presto il sentimento umano che gli consigliava di simulare, e rispose:
    S, caro. Credo che sia il tempo.
    Che ore sono?
    Le cinque e mezzo.
    Lei crede alle sette? Alle otto?
    No,  non  cos  presto,  ma desidero che tu abbia questa consolazione
    subito.

    In un salottino della  villa,  Giovanni  Selva,  guardato  l'orologio,
    disse a sua moglie:
    Andate.
    L'intelligenza  era  che  con  Jeanne  andassero  da Benedetto Maria e
    Noemi. Questa stese le mani a suo cognato.
    Sai diss'ella,  tutta  tremante  vado  a  dargli  una  notizia  che
    riguarda l'anima mia. Non ti offendere se la do a lui prima che a te.
    Jeanne  intu  la notizia che Noemi avrebbe portato al morente: la sua
    prossima conversione al  Cattolicismo.  Tutta  la  forza  ch'ell'aveva
    raccolto  in s per il momento supremo l'abbandon.  Abbracci Noemi e
    scoppi in lagrime.  I Selva le fecero animo,  ingannandosi circa quel
    pianto.  Ella preg, fra i singhiozzi, che andassero, che andassero; a
    lei era impossibile di venire.  Noemi sola intese.  Jeanne non  voleva
    venire  perch aveva indovinato e non poteva fare quanto avrebbe fatto
    lei.  La supplic,  la scongiur,  le mormor  tenendola  abbracciata:
    Perch non cedi, in questo momento?
    Jeanne rispose solamente, singhiozzando:
    Oh  tu mi capisci! E perch Noemi protestava di non voler pi andare
    la supplic alla sua volta di andare, di andare subito, di non tardare
    a dargli questa consolazione. Ella non poteva, non poteva, non poteva!
    Non ci fu verso di smuoverla.  Un domestico venne  a  chiamare  Selva.
    Maria e Noemi uscirono.
    Rimasta  sola,  Jeanne  ebbe  un  momento  l'idea di raggiungerle,  di
    arrendersi,  di andargli a dire ella pure una parola di  gioia.  Cadde
    ginocchioni,  stese  le  braccia,  quasi  a lui che le stesse davanti,
    singhiozz: Caro, caro,  come ti potrei ingannare? Aveva lottato pi
    volte  col proprio scetticismo imperioso e sempre invano.  Uno slancio
    di dedizione alla fede, lo sapeva, non sarebbe stato durevole.
    Perch non mi vuoi sola? gemette ancora, sempre ginocchioni. Perch
    non mi vuoi sola? Perch le coscienze pie non si offendano?  Perch la
    mia disperazione non ti turbi?  Perch non mi vuoi sola? Posso io dire
    davanti a loro quello che ho dentro di me?  Tu che sei buono  come  il
    tuo Signore Ges, perch non mi vuoi sola? Oh!
    Ella  scatt  in piedi,  convinta che se Piero la udisse risponderebbe
    s, vieni. Stette un attimo come impietrata, colle mani alle tempie;
    e mosse poi lentamente,  simile a una sonnambula,  usc  del  salotto,
    attravers il vestibolo, scese in giardino.
    Pioveva tanto dirottamente,  il cielo, corso tuttora di tempo in tempo
    dal tuono,  era tanto fosco  che  prima  delle  sei,  quella  sera  di
    febbraio,  pareva  gi  quasi notte.  Jeanne entr come stava,  a capo
    scoperto,  nella pioggia fitta e  fredda,  prese  senza  affrettar  il
    passo,  non il viale degli aranci a destra ma il sentiero che scende a
    sinistra fra due righe di grandi agavi a un  boschetto  di  lauri,  di
    cipressi e di ulivi cui si aggrappavano rose.  Pass dal gran pino che
    guarda il Celio e,  girando al basso verso destra per un lungo arco di
    via,  si condusse alla fonte che un avello antico raccoglie nel pendio
    ripido fra una cintura di mirti, pochi passi pi gi che la casina del
    giardiniere. Ivi si ferm. Una finestra della casina luceva;  certo la
    finestra  di  Piero.  Vi pass un'ombra;  forse Noemi!  Jeanne sedette
    sull'orlo marmoreo della vasca.  Era possibile di affogare l  dentro?
    Avrebbe cercato di morire se non ci fosse Carlino?  Pensieri vani; non
    vi si trattenne.  Attese,  attese,  sotto la pioggia fredda,  con  gli
    occhi  e  l'anima fermi alla finestra lucente.  Altre ombre.  Partono,
    adesso? S,  forse partono Maria e Noemi ma non lasceranno Piero solo.
    Ci sar Mayda,  ci sar il benedettino, ci sar la suora. Ebbene, ella
    tenter.  Un passo frettoloso nel viale degli aranci;  qualcuno che si
    avvia alla casina.  Jeanne,  che si era alzata,  torna a sedere. Ecco,
    quell'ignoto  entrato. Movimento di ombre alla finestra.  Due persone
    escono  parlando  vivacemente;  le  voci  del professore e di Giovanni
    Selva.  Pare che parlino di qualcuno venuto a prendere notizie.  Altre
    persone escono,  l'acqua delle grondaie mormora sugli ombrelli. Devono
    esser loro, Maria e Noemi. Jeanne si alza da capo, si avvia.
    Passa l'uscio della casina,  vede gente nella cucina del  giardiniere,
    prega  una  ragazza di salire a vedere presso l'ammalato,  chi ci sta.
    Quella esita, cerca schermirsi, ma poi va, scende subito. Ci stanno il
    prete e la suora. Jeanne domanda un po' di carta, una matita, un lume.
    Comincia a scrivere: Padre -  Mi  rivolgo...  S'interrompe,  sta  in
    ascolto. Qualcuno scende la scaletta di legno. Un passo d'uomo; dunque
    il  padre.  Allora gli parler.  Butta via la matita,  gli va incontro
    sulla scalinata. E' scuro, don Clemente la scambia per Maria Selva.
    E' quieto dice,  prima ch'ell'apra bocca.  Pare che dorma.  Gli  ha
    fatto  tanto  bene quello che Sua sorella gli ha detto.  Il professore
    crede che passer la notte. Faccia venire anche l'altra signora.  L'ha
    domandata. Credevo che fossero andate a prenderla.
    Jeanne  tace,  si  fa  da  banda.  Egli  dice permesso e passa senza
    guardarla,  va in cucina per avere un po' di pane e  un  po'  d'acqua,
    digiuno  com'  dalla  sera precedente.  Jeanne trema come una foglia.
    Egli l'ha domandata!  Queste parole,  il favore del caso le  danno  le
    vertigini.  Sale piano piano,  spinge l'uscio piano piano. La suora la
    vede, fa per alzarsi. Ella le accenna, col dito alla bocca,  di non si
    muovere,  si  accosta  piano piano al letto,  vede una lunga cosa nera
    distesa sulle coltri, si arresta esterrefatta,  non comprende.  Ode un
    lievissimo gemito.  Il giacente alza la mano destra con un gesto vago,
    come se cercasse qualche cosa. La suora si alza ma Jeanne, pi pronta,
     di slancio al guanciale,  si china su Piero che ha ripreso a gemere,
    ad agitar la mano.
    Jeanne lo interroga affannosa, egli non risponde, geme, guarda qualche
    cosa  accanto  al letto e Jeanne offre un bicchiere d'acqua,  gli vede
    scotere il capo,  si dispera di non  capire.  Ah,  il  Crocifisso,  il
    Crocifisso! La suora alza il lume da terra, Jeanne porge il Crocifisso
    a Piero che gli affigge le labbra e la guarda, la guarda con gli occhi
    grandi,  vitrei,  dov'  la  morte.  La suora getta un grido,  corre a
    chiamare il padre.  Piero guarda Jeanne,  guarda Jeanne,  si sforza di
    prendere il Crocifisso a due mani, di alzarlo verso lei, le sue labbra
    si agitano,  si agitano,  non ne esce suono. Jeanne si raccoglie nelle
    proprie  le  mani  di  Piero,   bacia  il  Crocifisso  di   un   bacio
    appassionato.  Egli chiude allora gli occhi, il suo volto s'irradia di
    un sorriso, si piega un poco sulla spalla destra, non si move pi.

